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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 23 maggio alle ore 9:36
    L'AMANTE SPAGNOLA

    Come comincia: Calmette e Guérin erano due scienziati francesi che nell’ottocento avevano scoperto dei bacilli che poi portarono il loro nome. Cosa c’entrava Alberto, trentenne, maresciallo della Guardia di Finanza con questi due signori? Purtroppo c’entrava, dall’analisi delle sue urine era risultato un K, lettera eufemistica sostitutiva quella parola che fa paura: tumore, nel suo caso alla vescica. Ricoverato d’urgenza all’Ospedale Papardo di Messina Alberto aveva taciuto alla convivente Françoise la gravità della situazione, inutile allarmarla. Il maresciallo aveva conosciuto la francese alta, bionda molto fisicamente appariscente  mentre d’estate comandava il distaccamento di Panarea nelle isole Eolie, dal rapporto puramente sessuale il loro era diventato un rapporto affettivo tanto da andare ad abitare insieme a Messina in via Consolare Pompea. Françoise amava molto il mare, era nata a Marsiglia e già da piccola era una sirena sia fisicamente che come nuotatrice, di professione era insegnante di lingue: oltre al francese ed all’italiano conosceva anche il tedesco, Alberto era riuscito ad inserirla in una scuola privata. La baby in arte culinaria non era una particolarmente dotata, Alberto le aveva insegnato l’ABC della cucina italiana oltre a mettersi lui stesso ai fornelli. Nello stesso piano abitava una certa Barbara titolare di una palestra, alta, bruna, muscolosa e dallo sguardo penetrante. Alberto in passato aveva provato più volte ad ‘avvicinarla’ ma senza successo, dal suo corteggiamento aveva ricavato solo qualche sorriso che non aveva alcun significato pratico se non: ‘non te la do!’. Françoise era andato a trovare varie volte Alberto in ospedale guidando la sua auto A.R. Giulietta (era brava anche nella guida) ricevendo ogni volta assicurazione sulla sua salute. Finalmente il giorno della operazione chirurgica, andata a buon fine. Il dottore tale Salvatore Rotondo l’aveva rassicurato circa il suo futuro, doveva solo sottoporsi a delle fastidiose infiltrazioni alla vescica attraverso il pene, il germe che l’aveva colpito si chiamava Calmette Guérin  dal nome dei due scienziati francesi che l’avevano scoperto. Un pomeriggio Alberto fu autorizzato alla dimissione dal nosocomio, volle fare una sorpresa alla francese e si fece accompagnare a casa del chirurgo col quale aveva preso confidenza. Nell’aprire la porta di casa sentì una musica francese, la vie in rose, niente di particolare se non che la musica faceva da sottofondo alle prestazioni sessuali di Françoise e di Barbara sul letto matrimoniale, Alberto aveva scoperto il motivo del diniego alle sue proposte sessuali da parte di Barbara, non amava i ‘piselli’ ma i ‘fiorellini’.  Trambusto da parte delle due, Alberto mise in mostra ancora una volta il suo spirito romanesco: “Che ne dite di un trio, è il numero perfetto!” Barbara dimostrò di non essere d’accordo, si vestì alla meno peggio e rientrò di corsa a casa sua. A cena Françoise dichiarò di essere anche lei omosessuale, fine della storia con Alberto, il giorno dopo prese il treno e rientrò in Francia. Il bel maresciallo in licenza di convalescenza ogni settimana doveva sottoporsi al fastidioso lavaggio ella vescica, infermiere era un certo Calogero simpaticissimo che cercava di sminuire il fastidio di quelle operazioni con battute salaci.  Un giorno al posto di Calogero di presentò una ragazza decisamente piacevole, alta bruna, tipo  mediterraneo niente affatto sorridente, evidentemente aveva i suoi problemi. “Sto aspettando Calogero, è lui che dovrebbe…” “Sono Erica Galliego, sostituisco Calogero è stato trasferito al Pronto Soccorso, si metta sulla lettiga a pancia in su.” Alberto era rimasto interdetto, farsi prendere in mano ‘ciccio’ da una donna non per motivi erotici lo metteva in imbarazzo. “Signore dopo di lei ci sono altri pazienti…” Alberto chiuse gli occhi ma capì che ‘ciccio’,  sentendo odore di ‘topa’ si era eretto in tutta la sua altezza. “Signore faccia il bravo, in queste condizioni non posso operare, il suo pene deve essere a riposo.” Alberto celiò: “Ciccio’ a cuccia!” Naturalmente ‘ciccio’ non accettò il comando e restò altezzoso a godersi la scena. “Signore vada in bagno, se lo lavi con l’acqua fredda e poi ritorni.” Erica non si perse d’animo, andò al frigorifero, prese dei cubetti di ghiaccio, li mise in una scodella e: ”Provi con questo!” A questo punto ‘ciccio’ capì che non c’era ‘trippa pè gatti’ e si ritirò in buon ordine. Dopo l’operazione Alberto si rivestì e: “Chiedo scusa, ovviamente non l’ho fatto apposta, la prossima volta…” La volta successiva accadde la stessa storia, ‘ciccio’ non aveva imparato la lezione e finì nel ghiaccio, stavolta la lezione gli era bastata infatti alla successiva infiltrazione si presentò in ‘abiti dimessi’. “Vedo che il signorino ha imparato la lezione!” “Lui si ma il padrone no, che ne dice di pranzare insieme?” “E ti pareva che lei non ci provava, el caballero se quedará en blanco, penso non debba tradurre la frase.” “Lei non ha fatto i conti con la mia antica stirpe, i Romani conquistarono il mondo, io sono un loro discendente. La prenderò per la gola nel senso di invitarla al miglior locale di Ganzirri dove preparano piatti favolosi di pesce annaffiati col Verdicchio dei Castelli di Jesi da me fornito!” “Lei è fortunato, io mio stomaco sta gorgogliando e poi amo molto il pesce, nel menù dell’Ospedale si vede poco, mi faccia finire il mio lavoro e poi la seguirò al ristorante, ripeto al ristorante!” Tutte le storie hanno un inizio, Alberto sperò che avesse anche un seguito, la baby ne valeva la pena. Dopo circa un’ora si presentò Erica vestita in minigonna nera e in camicetta rosa era uno schianto, coi tacchi era più alta di Alberto.” “Lei bara, io sono senza tacchi!” “Non è per caso che lei…” “Ci mancherebbe altro e poi lei stessa ha potuto constatare…andiamo dentro, Rosario è stato avvisato. Erica si presentò con un sorriso e con: “Buenos días segñor Rosario.” “Alberto ti dai alle estere, l’ultima…” “Che ne dici di farti i famosi cazzarelli tuoi, ho tanto magnificato la tua cucina, datti da fare!” Rosario si era ritirato in buon ordine, capì che la sua battuta era fuori luogo. Si face perdonare con un brodetto in cui galleggiavano pesci di ogni specie, seguiti da altri pesci al cartoccio e, pistolotto finale da due aragoste già tagliate a metà. “Vedi cara il perché di quelle targhe Michelin all’ingresso del locale…un applauso al padrone.” Pranzo offerto da Rosario, Alberto sapeva come compensarlo in sede di verifica fiscale.“Col pancino pieno le cose sembrano diverse vero cara?” “Chi ti ha dato il permesso di darmi del tu?” “Noi romani siamo espansivi e non ci piacciono le distanze, c’è un detto romanesco che dice: “Tre palmi sotto il mento ce stá un bel monumento, nel caso mio due palmi!” Erica sorvolò su quella frase anche perché non l’aveva capita. “Adesso mi inviterai a casa tua come da prassi!” “Voglio essere originale, col tuo permesso andremo a digerire all’ombra di un cipresso (non quello confortato dal pianto)  nella pineta di Ostia. Anche questa citazione non era stata percepita da Erica che alla vista di Alberto che tirava fuori dal bagagliaio una coperta per metterla a terra…”Sei organizzatissimo, aveva ragione Rosario…” “È solo per evitare le formiche, da queste parti mordono come leoni!” “Che fantasia!” Erica dovette ricredersi quando delle formiche guerriere diedero ragione ad Alberto addentando un braccio di Erica. “Cacchio avevi ragione, forse è meglio andare a casa tua, dove abiti?” In via Fata Morgana.” Con la Giulietta di Alberto i due giunsero a destinazione, al quinto piano l’alloggio del signore, inaspettatamente Alberto prese in braccio Erica e così varcarono la soglia di casa. “Ti ringrazio del gesto ma ancora non hai capito che ‘non c’esce niente con me!” “Spero che tu non sia come la mia precedente compagna che ho  trovato nel mio letto con un’altra donna!” “Assolutamente no, se me la sento ti racconterò la mia storia, per ora godiamoci un po’ di musica, mi raccomando un lento…” “Posso approfittarne per abbracciarti con la scusa di ballare?” “Sono volgare se ti dico che hai la faccia come il culo?” “Con quella bocca puoi dire quello che vuoi, è una vecchia reclame di un dentifricio.” Musiche non più di attualità come quelle di Fred Bongusto, Frank Sinatra e simili si diffusero nell’aria creando una atmosfera romantica, mentre stavano ballando Alberto si accorse che Erica stava piangendo. Le lacrime femminili erano un punto debole di Alberto, strinse ancora più a sé la spagnola che gli chiese di sedersi sul divano. Ci volle del tempo prima che Erica ‘chiudesse le saracinesche’ degli occhi e cominciasse a sfogarti. “Io sono a Messina perché a Barcellona ho conosciuto un uomo affascinante, elegante, ricco. Mi ha detto di essere divorziato e dopo qualche giorno mi ha proposto di venire a Messina. Già da allora ero infermiera in una casa di cura privata, dietro molte insistenze del cotale lo seguii ed andai ad abitare sola in un’abitazione in via Cannizzaro, il signore che chiamerò Mario Rossi si scusò di non potermi  portare a casa sua perché la madre era molto possessiva e non voleva che suo figlio di sposasse di nuovo, niente figli. Io volli a tutti i costi essere finanziariamente indipendente e Mario mi procurò un posto di infermiera al ‘Papardo’ . Una collega dopo un po’ di tempo di disse la verità su  quel…, era sposato con due figli, la moglie era ricca e certamente lui non l’avrebbe lasciata, io dovevo fargli da amante a vita. Quando venne a casa in via Cannizzaro gli feci una scenata tremenda, molti si affacciarono alle finestre, Mario sparì di corsa dalla circolazione, era conosciuto nella Messina bene, unico suo  ricordo una cinquecento che nel frattempo mi aveva regalato, fine della storia.” “A questo punto penso che tu sia stata fortunata, la venuta in Italia ti ha portato alla conoscenza di un signore ‘povero ma bello’ come da titolo di un film, che ne dici?” “Per ora sono confusa,   mangio in mensa all’Ospedale, per la notte ho preso in affitto una stanza con servizi dove di solito soggiornano i parenti dei ricoverati.” “Se vuoi risparmiare l’affitto c’è una soluzione!” “Non ti offendere per ora non me la sento, la mia storia mi ha tanto colpito da portarmi ad odiare la classe maschile.” “Se per te va bene posso diventare gay…” “Non scherzare, non ti ci vedo proprio ma se e ripeto se diventassimo intimi ‘ciccio’ si alzerebbe di nuovo e non riuscirei a farti le infiltrazioni…

  • 23 maggio alle ore 9:04
    Diario di bordo - Quante volte?

    Come comincia:  In queste settimane di "quarantena forzata" spesso mi sono posto questa domanda: - Quante volte, nel corso della storia, è morto il "sogno americano"?
    Per quelli come me, che da sempre sognano l'America è un fatto importante, questo (un viaggio negli States, coast to coast, come si diceva una volta, fatto magari...in sella ad una moto stile "Easy Rider", di quelle con la forcella maxi a tutto spiano e in bella mostra, su cui evoluivano Peter Fonda e Dennis Hopper nelle scene del film omonimo datato 1969 - paradossalmente, quella pellicola rappresenta una testa di ponte, un caposaldo dell'antiamericanismo e del suo mito o dei suoi miti - o meglio a bordo di un "Greyhound", i famosi autobus che non hanno eguali al mondo e con cui si possono raggiungere i più sperduti angoli di territorio americano toccando paesini sconosciuti a gran parte degli abitanti negli States, in lungo ed in largo, da ovest ad est, dal versante canadese a quello della Louisiana, di fronte al golfo del Messico o della Florida, di fronte all'oceano Atlantico: lo avevo progettato più volte, intorno agli anni 1982-84; ma poi...le cose vanno come non dovrebbero andare, a volte!). Forse, chissà, quel sogno è morto prima ancora di cominciare: nel settembre del 1620 quando i pellegrini calvinisti e puritani europei (in gran parte olandesi e britannici) approdarono sulle coste del Massachusetts portandovi un assaggio di vecchio mondo... ma così estirpando, già da allora, lo spirito ancestrale di quei luoghi. Appena settanta anni dopo da quello sbarco (intorno al 1690, anno più anno meno!) vi fu la caccia alle streghe e quelle persecuzioni, culminate nei processi successivi, ispirarono lo scrittore Nathaniel Hawthorne, uno dei grandi del cosiddetto realismo fantastico americano (insieme a Longfellow ed allo stesso Thoreau), nella stesura delle sue due massime opere: "La lettera scarlatta" e "La casa dei sette abbaini". E' da dire che Hawthorne nacque proprio a Salem, dove vi furono quelle persecuzioni e quei processi, e che quella casa, nella sua città natale, esiste per davvero: si chiama House of Seven Gables, appunto, si trova sulla Chestnut Street, che gli abitanti del luogo giudicano essere una delle più belle strade al mondo, fu costruita nel 1668 da Samuel McIntire ed è oggi un museo aperto tutti i giorni fino alle sedici e trenta pomeridiane (notizie, queste, tratte dalla mitica guida Pan-Am, edizione 1981, che comprai l'anno seguente nella libreria "Leone", sita allora in via Di Palma, in pieno centro cittadino, a Taranto e senz'altro, per decenni, la più fornita della citta: in vista, appunto, di un mio possibile tour negli States!). Ma di quei processi e di altre questioni religiose connesse con la "stregoneria" si occuparono, nei loro scritti, anche i membri della dinastia dei Mather, che sono contemporanei a quelle vicende storiche (il capostipite fu Richard: gli altri, fratelli e cugini, furono Increase, Joseph Cotton e Samuel) e che inaugurarono, in seguito, la stagione del genere biografico-religioso-storico-letterario; ed infine il commediografo Arthur Miller, il quale nella sua commedia "Il crogiuolo", del 1953, volle incarnare nei processi alle streghe del New England la vicenda del maccarthismo, di cui egli stesso fu in seguito vittima: quella messa in atto dal senatore repubblicano Joseph Mc Carthy fu una caccia alle streghe di ben più vasta portata rispetto all'altra (la cosiddetta "Red Scare", fu chiamata; la paura rossa legata a una fantomatica invasione cinese o comunista in genere, ai tempi della guerra statunitense in Corea del Nord), e rappresenta anch'essa una delle pagine più ignobili, oscure ed ingloriose della storia statunitense. Ma torniamo alla retta via (quella cronologica e sequenziale) del nostro racconto. Il sogno americano è morto tra il 1860 ed il 1890: la stagione della efferata caccia al bisonte, della nascita della ferrovia e delle guerre indiane. Paradossalmente, in quel contesto storico e in quelle vicende legate ad esse, quel sogno morì proprio con la nascita del mito dell'ovest e della frontiera: un leit-motiv, questo, a mio avviso, presente spesso nel corso della storia di quel paese...la storia "stars&stripes" è fatta soprattutto di cura e male, male ed antidoto per curarlo! Ma andiamo a monte: nel 1862, in piena guerra di secessione, il governo dell'Unione varò lo Homestead Act o legge sui "poderi gratuiti", che permetteva ai capifamiglia (non sudisti) di stabilirsi nelle terre all'Ovest e diventarne proprietari dietro pagamento di un prezzo puramente simbolico. In quello stesso anno fu decisa la costruzione della ferrovia transcontinentale. - Fu quello l'inizio, (appunto), - come è scritto in "L'età contemporanea" da A. Preti - della grande corsa all'Ovest dei pionieri ma anche di mercanti, affaristi e speculatori d'ogni specie...essa fu sostenuta, dopo la fine della guerra, da un massiccio impiego di soldati. Il progresso, quindi, causò la morte delle popolazioni indigene della grande prateria e con esse della loro cultura, dei loro usi e costumi, del loro atavico e naturale modo di vivere, legato strettamente alla natura ed al rapporto spirituale ed ancestrale (anzi, "ancestralmente spirituale"): quello che avvenne allora, storicamente fu paragonabile al colonialismo delle grandi potenze europee, che in varie ondate, nel corso della storia, hanno "smantellato" terre e popoli nei quattro continenti del mondo abitabile. Al proposito, mi sembra interessante riportare quanto abbia scritto Edward Sherrif Curtis, uno degli antesiniani d'America della moderna figura del free-lance nonché autore di una delle più importanti documentazioni fotografiche sugli Indiani del Nordamerica, realizzata nei decenni fra il 1896 e il 1930: - La vita e la personalità degli Indiani non possono essere comprese se non alla luce dello strettissimo rapporto che le lega alla natura, e che le rende dipendenti dai fenomeni dell'universo - alberi e cespugli, sole e stelle, fulmini, tuoni e pioggia - intesi come creature animate, e più ancora come vere e proprie divinità, capaci di influire sul destino degli uomini. Il senso di identificazione colla natura nella sua totalità era tale che l'Indiano riteneva unica la fonte dalla quale scaturiva la vita nelle sue diverse manifestazioni. Ciò spiega perché i primi Indiani conosciuti dagli Europei pregassero sugli animali uccisi durante la caccia, quasi a giustificare la necessità di quella morte e manifestare la consapevolezza della comune origine, della fratellanza fra cacciatore e preda. - Fino a quella data (il 1862, appunto), la grande pianura americana, che si estende per diverse centinaia di chilometri dal delta del Mississippi alle Rocky Mountains e che ai più era sconosciuta (quasi ignota) all'epoca, era prevalentemente abitata da cavalli selvaggi e bradi, antilopi, coyotes e, soprattutto, da bisonti: in particolar modo nelle zone temperate che si estendono a nord del fiume Arkansas, il quale nasce (appunto) dai monti Sawatch (sulle Montagne Rocciose) e bagna gli stati del Kansas, dell'Oklahoma e dell'Arkansas. I cavalli ed i bisonti giocarono un ruolo importante nella vita dei nativi, soprattutto nella fase ultima (definita "estate indiana") quando essi si trasformarono da coltivatori in cacciatori. Il cavallo giunse in America nel settecento (anzi, il suo fu un "ritorno", visto che da quelle terre non era mai andato via, forse!), introdottovi ad opera dei conquistadores Spagnoli: cominciò ad essere usato nella caccia, nella guerra e per il trasporto di cose e persone nelle praterie sterminate; esso, insieme alla successiva diffusione delle armi (in particolar modo del fucile), ad opera dei mercanti provenienti dall'Est, contribuì a costruire lo stereotipo dell'indiano d'America ottocentesco: quello che tanta cinematografia hollywoodiana, attraverso documentari e film ci ha tramandato (a cominciare dai registi "pionieri" come Edwin S. Porter, G. M. Anderson - il famoso Broncho Bill - Griffith, Ince ed Hart, per arrivare ai "moderni": primo su tutti il capostipite e maestro del genere western John Ford, nome d'arte di Sean Aloysius O'Fearna, ultimo di tredici figli ed irlandese d'origine, e poi ancora una lunga schiera di nomi, da George Sherman ad Aldrich e Peckinpah, da Stevens a Zinnemann, da Fritz Lang a Nicholas Ray, da Edward Dmytryck a Budd Boetticher da Delmer Daves a Henry Hataway, Henry King, Anthony Mann, Raoul Walsh, André De Toth, Howard Hawks, il nostro Sergio Leone, che di Ford fu accanito cultore e "seguace"); il Sioux o il Navajo, il Cheyenne, l'Arapaho e il Nez Percé che nelle pellicole imbracciano un Winchester per assaltare una diligenza oppure che incendiano una fattoria di coloni indifesi, prima che intervengano le famose giubbe blu a salvarli! Ma le cose non stavano in questo modo: la civiltà dei nativi mutò ad opera, per causa e per colpa della contaminazione coll'uomo bianco ed il suo mondo; con la sua cultura e coi suoi sistemi di offesa e di difesa. Si è detto dei mercanti d'armi e del Winchester; ebbene, fu proprio un bianco il precursore di questa stirpe: Oliver F. Winchester, da cui derivò il nome di quel tipo, o modello di fucile. Esso, originariamente era un fabbricante di camicie di New Haven, cittadina del Connecticut. Vi arrivò intorno al 1848 fondandovi la "Winchester&Davies" fabbrica di camicie, appunto. Si interessò alla fabbricazione delle armi nel 1855, quando acquistò alcune azioni della "Volcanic Repeating Arms Co." di Norwich, nel Connecticut, che dopo il trasferimento legale a New Haven nel 1856, fallì l'anno dopo. Risorse come "New Haven Arms Co." e poi con la dicitura di "Winchester Repeating Arms Co". Durante il primo conflitto mondiale, la Compagnia fornì al governo federale circa mezzo milione di fucili modello Enfield 1917 oltre a tanti altri tipi di equipaggiamento e munizioni. Tra le sue armi più famose (tristemente, direi!) sono da ricordare il Winchester '73, che venne costruito a partire dal 1873 (da cui la denominazione numerica) e il suo fratello maggiore Winchester '66, antecedente di sette anni all'altro: entrambe le armi divennero le più usate nel West e su di esse, in gran parte, pende l'accusa dello sterminio dei bisonti. Gli Indiani erano dei cacciatori provetti ma è da dire che la differenza tra loro e l'uomo bianco era abissale: i primi lo facevano per sostentamento (dal bisonte ricavavano carne, pelle, ossa, tendini utilizzandoli, a seconda delle esigenze e necessità esistenziali, per nutrirsi, creare vestiario e coprirsi, per costruire armi o oggetti artistici), senza mai uccidere animali in numero più elevato rispetto alle proprie necessità; gli altri, invece, lo facevano per soddisfare la "fame di terre" e di denaro (tutto cominciò nel 1862, come detto, e andò avanti nei decenni successivi: spazzando via un mondo e un equilibrio di natura e cultura bellissimo, in nome di un crescente sviluppo capitalistico dell'industria e del commercio di natura essenzialmente opportunistica), per affermare una cultura puritana, intollerante e materialista, una visione della vita diversa dall'altra. La valanga di carri e coloni, a cui si aggiunsero cercatori d'oro e, come detto, mercanti d'ogni risma e senza scrupoli,  insieme alla costruzione delle linee ferroviarie misero in fuga antilopi e bisonti dai territori di caccia dei pellirosse. Alle origini delle guerre indiane vi è pertanto l'attacco, portato dai bianchi, ai due grandi beni dei pellirosse: la terra e i bisonti. Ma a monte, vi era anche un disegno ben preciso, voluto dalle massime autorità militari in accordo (segreto, ma nemmeno poi tanto...alla fine!), o concordato "amore" con quelle federali. Gli storici (anche quelli americani) lo hanno poi definito, senza mezzi termini e con pochi giri di parole "politica del genocidio", attuato/attuata dai generali unionisti Philip Henry Sheridan (l'eroe di Opequan, Fisher's Hill, Cedar Creek, e ancora di Five Forks e di Appomatox, dove nel 1865 costrinse alla resa i sudisti guidati da Lee) e William Tecumseh Sherman (l'eroe delle campagne di Vicksburg, Chattanooga ed Atlanta - dove, nel 1864 fu conquistata e poi data alle fiamme la città georgiana: vicende narrate nel romanzo di Margaret Mitchell "Via col vento" e poi trasposte nella celebre pellicola cinematografica - e della battaglia di Shiloh, in cui combatté agli ordini del generale Ulysses S. Grant, e che poi fu nominato Comandante in capo dell'esercito confederato): masse di cacciatori, più o meno "legalizzate", furono fatte affluire (più o meno volutamente) nelle grandi pianure e nei territori sconfinati della frontiera occidentale, avviando lo steminio dei bisonti. Ciò era necessario, per far fronte ai crescenti interessi dei mercati dell'Est, a quelli dei grandi proprietari terrieri, dei banchieri, degli uomini d'affari, della new industry e dei mercanti d'armi, come già scritto; lo stesso Sheridan sosteneva quanto segue: - La via per consentire una duratura pace e consentire alla civiltà di avanzare deve passare attraverso la cancellazione del bisonte dal paesaggio delle grandi praterie. - Il numero di quegli splendidi animali era incalcolabile: c'è chi affermava che ve ne fossero almeno un miliardo! I ritmi della distruzione furono elevati e in pochi anni si giunse al massacro totale. 
     

  • 19 maggio alle ore 16:06
    Il Sole Dopo L'Oscurità

    Come comincia: Di giallo dorato splende nell'anima ad ogni ora di ogni bel mattin, raggiante e pago senza mai slittare in quei crepuscoli che ottenebrano la ponderatezza. Nel tempo impestato ha fortificato i suoi rilucenti albori nella scia del suo sentiero per essere cardine reale. E nelle anime dei sensibili fiorile e autentico accarezza dolcemente le loro emozioni, elargendo calore fiorito. Ma semmai incappasse nei cingi del tramonto, incanto intenso traspare per il mondo intero e fieramente lieto se ne sta. Non vi son più antiche livide nubi ad offuscare la sua brillantezza né plumbee tristezze a velare la sua essenza, poiché il cuore quando salmodia calorosamente alla vita che germina di entusiasmo lo si percepisce oltremondo e il suo eco si rigenera fra i pendii del tempo in eterno.

  • 18 maggio alle ore 9:44
    QUEM ILLA AMABAT...

    Come comincia: Iniziare un racconto con una citazione latina potrebbe sembrare  che l’autore voglia fare sfoggio di cultura e per  di più di una lingua morta ma che oggi è di nuovo in auge, viene apprezzata soprattutto all’estero. La citazione riguarda una poesia di Catullo in cui l’autore parla della figlia triste per la morte del suo passero che ella amava più dei suoi occhi. Omettendo una facile battuta un pó volgare la situazione poteva adattarsi ad Aurora quarantenne il cui marito era passato a miglior vita (da domandarsi chi ha creato questa espressione decisamente fuori posto quando si parla della morte). Il buon Lionello era un ricco proprietario di fabbricati e di terreni abitante a Messina al villaggio Aldisio  zona non certo chic della città ed allora come giustificare quella scelta data la notevole disponibilità di denaro del signore sopra citato? Era un ‘arpagone’ per dirla alla francese, tirchio, spilorcio, taccagno e pensare che il suo nome significa piccolo leone, ma quando mai, era piuttosto un pecorone! Dopo i funerali la bellissima sorpresa per la vedova Aurora che non immaginava mai che avrebbe ereditato un mucchio di proprietà, suo marito ufficialmente era un semplice impiegato al Comune. Anche nel vestire non era certo elegante, i suoi abiti erano datati e lavati molte volte, anche la moglie era stata costretta a seguire la stessa sorte ma ora…Prima cosa cambiare casa: una villa vicino al mare come sempre sognato,  aveva adocchiato un isolato vicino alla spiaggia di Torre Faro dall’altra parte della città, intorno un giardino ben tenuto con piante di alto fusto con una grande uccelliera ed un pollaio, le uova non sarebbero mancate ad Aurora. Il padrone, deceduto era un amante avicolo. Un solo intoppo se così si può dire, nel testamento Lionello, cattolico praticante (aveva pure questo difetto) aveva posto  una clausola per cui la consorte doveva insegnare gratis la sua lingua originaria, il tedesco in una scuola di monache ed aveva indicato pure quale: ‘Le Ancelle Riparatrici del SS. Cuore di Gesù’. Il solito iconoclasta avrebbe avuto da ridire sul fatto che il Cuore di Gesù aveva avuto bisogno di riparazioni ma per tale categoria è pronto un posto all’Inferno! Aurora al suo arrivo all’istituto ebbe il benvenuto dalla badessa certa Virginia Maria, incartapecorita e dall’aspetto decisamente acido che però salutò con entusiasmo la nuova venuta che le faceva risparmiare un bel po’ di  soldoni non avendo bisogno di ingaggiare una professoressa di lingue. Aurora tedesca, nata vicino al confine francese conosceva pure quella lingua oltre che il latino. I primi giorni di novembre non si trovò bene in quell’ambiente, le alunne erano distratte, poco interessate alle lezioni, l’insegnante capì che molto probabilmente era colpa dei professori che non riuscivano a far partecipi le allieve all’andamento scolastico, anche l’atmosfera era grigia…Una mattina pensò bene a qualcosa di diverso, dall’uccelliera prelevò un pappagallo bellissimo e querulo e lo portò in classe ma non aveva fatto i conti con un difetto del pennuto che, appena in aula sul suo trespolo esordì con ‘buongiorno puttane!” Stupore generale e poi una risata collettiva, nessuna si aspettava quell’esordio, ad Aurora non rimase altro che mettere il cappuccio a quel maleducato ma evidentemente non era colpa del volatile se ripeteva frasi apprese dal padrone. Il giorno dopo Anacleto, questo il nome del volatile scritto su una targhetta della sua gabbia rimase in villa, sostituito a un passerotto che era stato allevato a mano dal padrone e quindi aveva molta confidenza con l’uomo. Lasciato in libertà nell’aula  ‘ciccio’ volando da un banco al’altro aveva attirato l’attenzione delle ragazze e quel giorno non si fece più lezione. La presenza di ‘ciccio’ era diventata una partecipazione giornaliera, alcune volte era confinato in gabbia cosa non gradita al pennuto che una mattina trovata aperta la finestrella della sua ‘prigione’ pensò bene di provare finalmente la libertà e volò fuori dalla finestra senza più ritornare. Aurora stava facendo una lezione di latino e pensò bene di prendere lo spunto da quell’episodio per citare la poesia di Catullo che riportava un simile avvenimento: “Lugete  o Veneres cupidisesque et quantum est hominunm venustiorum passer mortus est meae puelle  quem plus illa oculis suis amabat…leggete e traducete il resto della poesia  da voi, nel nostro caso il passero non è morto anche se avrà vita difficile a procurarsi da mangiare, talvolta la libertà… Il concetto di libertà risuonò nei pensieri di Aurora, lei luminosa, splendente  come da significato del suo nome era tristemente sola soprattutto la notte…ma i maschietti che le giravano intorno non erano di suo gusto: infantili, presuntuosi, pieni di boria per il loro fisico ‘tartarugato’ finché un giorno fu chiamata in direzione, c’era il padre dell’alunna Mariella Sidoti che le voleva parlare. Aurora capì il motivo, sia figlia a scuola era disattenta e non studiava a casa. “ Sono Giovanni Sidoti, mi sono accorto che mia figlia Mariella di scuola ‘ne mangia poco’, forse c’è un motivo: sua madre…ha preso il volo con un toy boy, la ragazza è rimasta scioccata e non riesco ad aiutarla, vorrei qualche consiglio da parte sua, potrebbe darle delle ripetizioni o parlarci, gliene sarei grato.” Il signore  dimostrava un  profondo sconforto. Seguitò il discorso: “Sono impiegato al Comune, conoscevo suo marito, lo chiamavano ‘Pappagone’, era conosciuto per la sua spilorceria, quand’era al bar aspettava che qualcuno gli pagasse il caffè, girava con una vecchia moto inglese la B.S.A  sulla quale un bello spirito di collega aveva coniato un motto: ‘Bisogna Saperci Andare, Anche Senza Benzina, Batte i Sessanta All’ora’. Vedo che dopo la sua morte lei è rinata, in passato l’avevo intravista mal vestita e dall’espressione del viso affranta, anche senza essere religioso ricordo un motto della Bibbia riferendosi ai morti che recita: ‘Il loro odio, la loro gelosia il loro amore sono già periti,’ lei finalmente è una donna libera!” Aurora guardò meglio il signor Sidoti, un signore serio di circa quarant’anni dallo sguardo triste, gli fece pena e: “Faccia venire mia figlia a casa mia a Torre Faro, ormai ha sedici anni e può venire con l’autobus di linea, questo è l’indirizzo.” “La ringrazio, se non le dispiace l’aspetterò fuori alla fine delle lezioni.” Quando Aurora uscì vide che Giovanni Sidoti stava ammirando la sua Mini Cooper verde, un capriccio della dama acquistata dopo il lieto pardon il luttuoso evento. “Io sono amante dei motori, una Mini per di più Cooper è una bomba, la mia vecchia Cinquecento posteggiata lì vicino si starà vergognando!” Aurora sorrise. Finalmente aveva conosciuto una persona di suo gradimento. “Facciamo così: io con la mia Mini andrò avanti fino a Torre Faro, lei con sua figlia mi seguite, troveremo il pranzo pronto, a casa mia c’è una cameriera di nome Gina che provvede alle faccende domestiche. Causa il traffico ci volle mezz’ora per giungere alla villa che fece sberluccicare gli occhi a Giovanni che tenne per sé le sue impressioni. Anche Mariella sorrideva contenta, finalmente fuori dalla modesta casa in via Cola Pesce dove viveva col padre, casa che le era diventata malaccetta dopo la…partenza della madre. Finito il pranzo Aurora mostrò il giardino ai due ospiti che, passando dinanzi al trespolo del pappagallo si beccò dei: ‘cornuti’ con la erra arrotata, solo un sorriso da parte dei tre. “Mariella che ne dici di andare nel mio studio a fare i compiti, mi raccomando impegnati, quando avrai finito potrete andarvene.”  Mariella felice della nuova situazione corse dentro casa, i due sedettero su una panchina dinanzi ad una fontana con al centro il dio Nettuno col tridente in mano. Fu Giovanni a rompere il silenzio: “Penso che ambedue abbiamo gli stessi problemi la solitudine, inoltre io ho Mariella che mi dà preoccupazioni, vorrebbe un motorino che hanno le sue compagne di scuola, sinceramente non posso permettermi quella spesa, di natura sono uno spirito allegro ma le vicende della vita…” D’un tratto si trovarono abbracciati, ad Aurora spuntarono delle lacrime, che le stava succedendo, era da tempo che non avvicinava un uomo, perlomeno uno che le piacesse e Giovanni…Padre e figlia restarono in compagnia di Aurora sino al dopo cena poi rientro a casa senza parlare, dentro di loro era subentrato del benessere psicologico per loro inusitato. Era sabato, niente lezioni da parte di Aurora, il suo giorno libero che la signora impiegò per fare una spesa ma non per lei, un motorino ‘SCARABEO 6’ presso una concessionaria di motocicli, si fece rilasciare una ricevuta che mise dentro una busta  insieme alla foto del ciclomotore con destinataria Mariella Sidoti. Alla fine delle lezioni chiese alla ragazza di accompagnarla alla sua auto, le consegnò la busta in attesa delle reazioni che furono imprevedibili: Mariella letto il biglietto cominciò a baciare la professoressa dentro l’auto suscitando la curiosità delle altre alunne. Finito lo sbaciucchiamento, la ragazza chiese di essere accompagnata al Comune, attese l’uscita di suo padre, le raccontò l’accaduto, Giovanni non sapeva come comportarsi se ringraziare semplicemente o essere più espansivo, optò per una stretta di mano con finto baciamano. “Porto con me  Mariella in auto, tu Giovanni  seguici con la Cinquecento.” Il tu fra i due fece sperare alla signorina che fra di loro fossero iniziate le manovre di avvicinamento. Finito il pranzo Aurora volle brindare con lo spumante, un goccio anche per Mariella dal bicchiere di suo padre. Aurora prese ad accompagnare la sua alunna anche alla scuola guida, dopo venti giorni il sospirato patentino che fece ‘prendere il volo’ alla ragazza che orgogliosamente girava per la città con la faccia sorridente. Prima di cena in casa Sidoti arrivò una telefonata di Mariella: “Papà sono a casa di Angela Bonsignore mia compagna di classe, che ne dici, ti passo sua madre Virginia.” “Signor Sidoti può stare tranquillo, sua figlia resterà a dormire a casa mia.” Una ispirazione improvvisa: “Cara Aurora stanotte  mia figlia resterà a dormire a casa di  una sua compagna, una tristezza infinita mi ha pervaso, che ne dici di consolarmi!” “Dilla tutta, vieni…” La Cinquecento si era trasformata in una Ferrari, tutta a tavoletta fino all’arrivo alla villa di Aurora che aprì la porta, era dietro i vetri ad aspettarlo. “Sei volato, avrai distrutto il motore di quella povera macchina, mi sa che ne devi comprare una nuova.” “Per ora pensiamo a noi, m’è venuto un sonno improvviso…” “Io non lo chiamerei sonno ma piuttosto voglia di fare lo ‘zozzone’ con me. Sei fortunato perché la mia cosina è consenziente.” Un doccia in comune, i due si guardavano reciprocamente il corpo, era la prima volta che si vedevano nudi, Aurora restò perplessa nel vedere un coso piuttosto lungo e grosso di Giovanni , non assomigliava a quello che ricordava di suo marito. Giovanni capì la situazione e: “Sarò delicato, prima un cunnilingus e poi…” Il signore fu di parola, Aurora dopo tanto tempo di astinenza se la godette alla grande;  a notte inoltrata i due preso a dormire, il sonno non del giusto ma degli stanchi sessuali.  La mattina dopo la professoressa ‘marcò’ visita come pure l’impiegato comunale, erano le dieci ed ancora stavano a letto guardandosi negli occhi soddisfatti. “Io le ho contate, te ne sei fatta sei, ti ricordi…” “Mó mi metto a fare la ragioniera sessuale, penso che meriti una gratificazione per la tua prestazione, che ne dici di mandare in pensione la Cinquecento ed acquistare un’auto nuova.” “La mia passione è acquistare un’Alfa Romeo, possibilmente rossa.” “Vada per l’Alfa Rossa ma te la dovrai meritare a letto!” “Ho capito sono diventato un macró alla francese, uno stallone, spero di essere all’altezza!” “Stavo scherzando, mi sono innamorata di te ed anche di quella scimmietta di tua figlia che da furbacchiona ha pensato bene di andare a dormire da una compagna di scuola per lasciarci soli, ricordati che il mondo è delle donne che a furbizia superano di gran lunga i maschietti!” “Penso che avrò una vita agra.” “Toh, ha citato un romanzo di Luciano Bianciardi, sei diventato di colpo un intellettuale acculturato?” “Quando mai, a me interessa solo la topa!”

  • 17 maggio alle ore 14:57
    Quarantena

    Come comincia: Oggi ha fatto caldo. Adesso ho trovato un momento per uscire sul mio balconcino. Si sta bene, è fresco. Guardo il cielo e lì tutto è come al solito. Gli astri così lucenti in una bella serata, sono lì, come sempre, come sono abituata a ritrovarli ogni sera. E poi guardo giù, verso il silenzio della strada, verso il marciapiedi deserto, nessun passante, e lungo la via solo pochi rari automezzi rumorosi e troppo veloci. Guardo le serrande dei negozi tutte abbassate, tranne una, sempre la stessa, il piccolo negozio di quel ragazzo, non so se sia indiano, quel ragazzo che è ancora lì, come ogni sera, fino a tardi. Le finestre dei palazzi qui intorno sono illuminate, quasi tutte, ma sui balconi non c'è nessuno. Siamo soli noi due, io sul balconcino e il ragazzo forse indiano nel suo negozietto. E' incredibile e forse anche difficile da spiegare come il tenero fascio di luce che la sua vetrina sprigiona, possa fare tanta compagnia, possa far sentire il sentimento di un destino ineluttabilmente condiviso, al di là della conoscenza reciproca, al di là del giudizio e/o pregiudizio, al di là di ciò che sta sul marciapiedi, il suo negozietto, o poco al disopra del marciapiedi, il mio balconcino, al di sopra di questa strada silenziosa di periferia, dove forse i pensieri si incontrano, si intrecciano nella stessa preoccupazione, nella stessa nostalgia, nello stesso bisogno di consolanti risposte. 

  • Come comincia:  Non potevo che cominciare questa rassegna, un po'...pazza e alquanto strana (ma neanche così tanto, direi!) se non citando un proverbio di estrema attualità, il quale riguarda le mani, l'acqua ed il lavaggio delle stesse con la stessa: "Una mano lava l'altra"...meglio sarebbe lavarle il più spesso possibile ed all'unisono. - Beh, mi sa che io sto a posto, allora! - vado ripentendo a me stesso tante volte nel corso della giornata, da diversi giorni: per lo meno da quando è cominciata la mattanza covid. Infatti, a prescindere da quanto vanno affermando media, social, tivù e quant'altro (lo vanno ripetendo tante di quelle volte, al limite dello sfinimento - nostro più che loro, direi; al limite dell'aggressione mediatica, senza dubbio sorpassando a volte quel limite di guardia: oltre il quale non v'è futuro, al di là di cui esiste solamente la terra inesplorata di nessuno...dicasi pure "rottura di coglioni"!), io ho sempre lavato le mani ben oltre le dieci volte (almeno) pro die, l'ho sempre fatto (buon per me, direi!) di buona lena e con giusta cognizione di causa (la mia vita non è stata, fortunatamente, soltanto una lunga sequela di errori, di occasioni perdute o treni presi in ritardo; non sono sempre stato "l'uomo del giorno dopo", ma qualcosa ho appreso, forse, ascoltando ed osservando quà e la, alla rinfusa, nel corso del tempo pregresso), per lo meno da quando non ero più un imberbe ragazzino, e per di più senza che neanche un misero straccio di medico me lo abbia ordinato o prescritto (e non immaginate nemmeno quanti ne abbia visitati nel corso della mia vita: un numero che sovente non oso ripetere neanche a me stesso ed ancor più sovente penso faccia rivoltare nella tomba la buona anima della mia zietta Mary, che finanziava i miei capricci e le mie...visite!): le mani sono il primo veicolo di batteri, germi ed infezioni attraverso le vie aeree con cui inevitabilmente un numero imprecisato di volte - volenti o nolenti che siamo - esse vengono a contatto nel corso del giorno. - Ripeto ancora: io sto a posto, anzi, direi "d'esser proprio a...cavallo!". Proseguiamo quindi nel nostro diario, pardon con la nostra rassegna all'interno di questo diario. 
     - Proverbi a proporzione o matematici (con animali)
     Se con una fava si prendono due piccioni, quanti scoiattoli si riuscirebbero a prendere con una noce di cocco?
     Tutto, ovviamente (o quasi), potrebbe dipendere da due precipui - ed assoluti - fattori (dicasi, pure: costante matematica): cioé, in poche ma semplicissime parole, tanto dalla mira di colui che va per lanciare la noce di cocco, quanto dall'appetito degli scoiattoli!
     Se, invece, da un buco si cava un solo ragno, quante formiche riuscirebbe a trovare dentro una voragine un'alano orbo ed ubriaco?
     Anche in questo caso, direi, potrebbe tutto dipendere da due fattori od altrimenti detto da una costante matematica: tanto dall'olfatto dell'alano (in quanto cieco, esso, così come fanno altri animali quasi orbi come lui, in questo caso - tra cui la civetta e il rinoceronte - dovrebbe far "giuoco" su un'altro senso!!!), quanto dalla pazienza delle formiche (la quale, seppure non sia un senso fornitogli dalla natura, è davvero tanta!).
     - Proverbio con animali (trattasi di un noto quadrupede)...senza proporzioni (né ausili di natura matematica)
     "Tutto quanto fa brodo!": dice la gallina prima di essere cucinata. 
     - Proverbi con rima (sbagliata?!)
     Rosso di sera bel tempo si spera: ma è meglio essere in libertà "apparente" o marcire  per davvero in galera?
     A caval donato non si spara in bocca; ma una donna frigida guai se la si tocca! PS. E meno male, dovrebbe dirsi: tanto per il cavallo, quanto per la donna frigida! (oppure è meglio così, chissà: per la pistola e per colui - o colei - che toccherebbero la donna frigida!).
     - Proverbio con commento (stupido o ovvio?!)
     "Non tutte le ciambelle nascono col buco".
     Infatti: vi sono ciambelle che nascono senza buchi, ma di rimando, però, ve ne sono anche di quelle che vengono al mondo con "due buchi" o, addirittura, con tanti, tantissimi buchi, tanto da apparire un colabrodo o una fetta di formaggio emmenthal svizzero (o groviera, che dir si voglia) piuttosto che...ciambelle vere e proprie. Tutto dipende, a mio modesto avviso (ed a maggior ragione) da due cose: dall'impasto di cui si fa uso per fare le ciambelle nonché dal forno in cui lo si mette a cuocere (varianti di non poco conto, in questo caso: del tutto diverse dalla costante matematica di cui  ho già detto).
     - Massime della "assurda logica"
     Ottobre cade dopo di settembre&novembre vien pria di dicembre: che, però, pur essendo un mese come gli altri, arriva sempre per ultimo.
     - Il tic-tac dell'orologio (surreale)
     Il tic-tac dell'orologio si è fermato: ma le lancette continuano ad inseguirlo!
     - La macchina del tempo 
     La macchina del tempo non abbisogna di carburante per camminare, né di una marcia in più per andar più veloce: essa possiede quattro ruote che si chiamano minuti, ore, giorni&anni...
     - I "nessuno"
     Nulla sono i "nessuno"...un battito d'ali; ma ugualmente [sono] importanti: anche i "qualcuno" son fatti di tanti di loro e grazie a loro esistono.
     - Serie: le domande...(in) discrete (con risposta - no multipla -, ulteriore domanda&pensierino)
     Chi vorrebbe vivere per sempre? Tutti lo vorremmo...
    ma mi domando, ora: a cosa mai servirebbe farlo senz'aver al proprio fianco le persone che abbiamo più amato? Penso questo: il tempo, la vita senza di loro nulla sarebbero se non che eterno tormento.
     - I masnadieri (definizione: di origine schilleriana?!)
    Sono quei tipi che hanno animo gentile&sincero perché [loro] brindano sempre - dopo cena - ai cuori conquistati ed ai corpi posseduti, ma mai negano (vin bevendo) d'aver sofferto per amore nè d'aver goduto di piacere.
     - Massima della cruda verità (e malcelata saggezza)
     La vita da sé provvede a riportarci, cammin facendo, sulla retta via: della noia, del martirio e finanche delle pene!
     - I "per"...(senza i "se" ed i "ma" annessi)
     Per rialzarsi: bisogna essere caduti; per ritrovarsi: bisogna essersi perduti; per aspirare al paradiso (premesso che esso esista?!): bisogna essere stati all'inferno (e questo, come mi assicura più di qualcuno, esiste per davvero!); per vivere in silenzio (a meno che non si sia un monaco tibetano che soggiorna alle pendici dell'Himalaya per trecentosessantaquattro giorni all'anno...in quel caso sarebbe tutta un'altra storia): bisogna aver ascoltato la bolgia della vita; per poter gioire: bisogna aver pianto di dolore; per esser poeti: bisogna esser (e) diversamente speciali (ma no abili: quelli sono altri soggett): accollarsi, cioé, tutte insieme gioie&sofferenze dell'universo e poi riuscire a portarle sulle proprie spalle.
     - Differenze&parallelismi: il baro&l'onesto (ovvero: favola "mignon" dell'età di mezzo)   
     Il baro è una canaglia sincera mentre l'onesto "innamorato" è un ladro ipocrita e bugiardo: entrambi, però, camminan sempre senza scarpe...
    L'uno e l'altro (il baro&l'onesto) vestono gli stessi panni; ognuno dei due indossa, a volte, - a turno - i  panni dell'altro. Nessuno, in poche parole, è solo baro o solo onesto: tutti siamo, chi più chi meno, un po' l'uno ed un po' l'altro...
     - Proverbi a modo mio
     (con domandina ed a rima baciata)
     Gallina vecchia fa buon brodo: ma quella giovane fa mica l'uovo sodo?
     (con esclamazione: senza "se"&"ma")
     Chi troppo vuole nulla stringe: ma chi vuole poco o niente, nulla stringe lo stesso!
     (con "se"&"ma" ed...esclamazione) 
    Se troppi galli cantano non arriva mai giorno; ma se una chitarra ed una tromba suonano: diventa subito notte!
     - Proverbio di stagione (all'epoca dei "droni")
     Una rondine non fa mai primavera; due neanche...ma tre cuori impavidi (ed un popolo libero), invece sì! 
     - La morte: puntuale e...giusta.
    da: un proverbio della Liberia
     Si ritarda nel crescere non si ritarda nel morire...ma la morte non ha mai fretta di arrivare anche se è sempre puntuale!
    da: un proverbio della Mauritania
     La morte è un debito verso la terra che ci ha generati, ciasscuno (di noi) lo deve pagare per proprio conto ed a sue spese...: anche se vive in compagnia o anche se è povero!
     - La vecchiaia: definizione (da un sonetto di William Shakespeare)
     La vecchiaia è lo "specchio" d'una madre e di un padre; è lo specchio per entrambi: i quali rivedono sé stessi e la loro vita rispecchiata e rispecchiarsi in quella dei propri figli. Ma è anche lo specchio severo per ognuno di noi, di noi stessi: che vediamo in lei - attraverso ricordi fervidi ma dolenti, lucide ma impietose memorie (non sempre, purtroppo, accade...a volte vi si frappone "fratello" Alzheimer!) di tempi antichi - una sorta di illudente primavera della nostra gioventù.
     - E' sempre meglio...oppure no?
     E' sempre meglio (ma non lo dice il saggio: chi lo abbia detto non lo so, ma poco conta!) proferire una bugia in maniera furbesca e plateale, intrisa (madida) di sincera soavità piuttosto che una dolce verità: velatamente avvolta di ipocrisia oscena ed anche volgare.
     - Analogie (parallelismi) "carnevalesche"...ma non è humour all'inglese!
     Non molti sono al corrente (direi proprio che siano pochissimi!) che in Italia esistano dei soggetti che strangolano (letteralmente) i galli: è il caso degli abitanti di Strangolagalli (centro agricolo di poco meno di duemilacinquecento anime nella Ciociaria, in provincia di Frosinone), chiamati - appunto - strangolagallesi o strangolagalliani; ma è pur vero, tuttavia, che un notissimo industriale del settore alimentare (Angelo Amadori) sia stato definito: "stragista di galline"!
     - Domande strane (forse neanche necessarie: chissà, ma...vabbé!)
     Molti si domandano (ma sarà vero che lo fanno in molti? Spero di no: spero che molti di più si pongano domande più necessarie...importanti), a volte: "Perché si scrive, perché si diventa scrittori?". Io spero che chi lo fa (compreso il sottoscritto), non lo faccia spinto dalle mode né dal desiderio di mettersi in mostra (che non è un desiderio negativo, sia chiaro, ma credo non debba mai prevalere sugli altri impulsi interiori e sulla spinta che ci portano a farlo). Qualche anno fa ricordo di aver letto un pensiero di Carlo Cassola, al riguardo (il quale, all'interno di questo mio diario, credo proprio giunga a fagiuolo...o è d'uopo, a questo punto, riportare). Lo scrittore romano (pur essendo nato nella capitale, tuttavia, egli trascorse in massima parte la sua vita in Toscana: la zona tra Volterra e Marina di Cecina, nel livornese; la Maremma grossetana), che ai più è noto per il celebre suo romanzo "La ragazza di Bube", opera del 1960 che gli valse il trionfo al Premio Strega, e da cui fu tratta una altrettanto celebre pellicola (tre anni addietro), con lo stesso titolo e diretta da Luigi Comencini (i protagonisti, Mara e Bube, appunto, erano interpretati da Claudia Cardinale e George Chakiris), affermava: "L'impulso a scrivere viene dato da due fattori: il primo è la contemplazione dell'esistenza, la quale è immutabile; non a caso, infatti, si dice che lo scrittore scriva sempre lo stesso libro (nota personale: spesso egli ne diventa, suo malgrado e consapevolmente talora, oppure senza accorgersene, il protagonista; ovvero, quanto scaturisce da quella contemplazione riguarda essenzialmente se stessi); il secondo, invece, è la partecipazione alla vita: intesa come partecipazione alla vita degli altri" (nota personale: la definirei una indagine interiore ed a tutto tondo sulla vita di quegli "altri" che sono da intendersi come umanità).
     - Edna O'Brien mix
     Quello che segue è un mix (come scritto nel titolo del paragrafo) dedicato ad Edna O'Brien: o meglio, più particolarmente ad alcune sue citazioni intorno alla scrittura e agli scrittori. Ma una breve parentesi, invero, ritengo sia necessario aprire. Non conoscevo questa scrittrice sino a qualche anno fa, la conobbi televisivamente nel 2013 seguendo un programma su rai cinque dedicato a grandi scrittori europei contemporanei (il titolo della serie era "Europa tra le righe", ad opera della televisione francese, e seguiva quello dedicato agli scrittori americani: "America tra le righe"). L'Encyclopedia Britannica, una delle più autorevoli in lingua inglese al mondo, oltre che tra le più antiche (la prima edizione risale addirittura al 1768!), così scrive riguardo alla O'Brien: "Edna O'Brien (nata il 15 dicembre 1930 a Twamgraney, contea di Clare, Irlanda), romanziera irlandese, scrittrice di racconti e sceneggiatrice il cui lavoro è stato notato per il suo ritratto di donne, descrizioni evocative e candore sessuale. Come le opere dei suoi predecessori James Joyce e Frank O'Connor, alcuni dei suoi libri furono vietati in Irlanda. I suoi romanzi esprimono disperazione per la condizione delle donne nella società contemporanea e, in particolare, attaccano l'educazione repressiva delle donne. Le sue eroine cercano senza successo la realizzazione nei rapporti con gli uomini, in genere impegnandosi in appuntamenti d'amore condannati come rimedio alla loro solitudine e isolamento emotivo. Il tono cupo è tuttavia interrotto da voli di descrizione lirica e dal raggiungimento di brevi periodi di felicità delle eroine". La sua opera più celebre è la "Trilogia delle ragazze di campagna". Ha scritto anche opere teatrali, sceneggiature per la televisione ed il cinema, saggi critici e storici, libri per ragazzi e di viaggi, raccolte di poesie, etc.
     "Gli scrittori vivono davvero nella mente e negli hotel dell'anima". Dopo aver letto questa citazione (tratta da una intervista che la O'Brien concesse nella primavera del 1995 al periodico statunitense "Vogue", una delle più celebri voci editoriali al mondo in tema di moda e del costume), mi sono reso conto, per davvero, della grandezza di questa scrittrice: certamente una delle più fervide nel firmamento letterario europeo contemporaneo. Ha usato (poteva farlo soltanto una mente raffinata e "diabolica" come la sua, anzi, raffinatamente diabolica!) due sostantivi molto "strani" e metaforici (quasi di stampo ermetico, mi verrebbe da scrivere) ma ben appropriati per definire i luoghi in cui vivono gli scrittori, ovvero dove risiederebbe la loro vita interiore: (nel) la mente, quindi il pensiero, e (negli) hotel, quindi le stanze, dell'anima...l'anima è un luogo pensante ma al contempo dotato di una sua coscienza; di una propria vita interiore (non a caso, come detto, é simbolo per antonomasia dell'interiorità dell'essere umano). E quale cosa migliore sia se non quella di raffrontare i suoi meandri più profondi (quelli della sua coscienza e del mondo suo interiore, appunto), paragonarli con l'hotel, ricco di stanze? Mi viene in mente un famosissimo brano degli Eagles degli anni settanta dal titolo "Hotel California" (famoso anche - e soprattutto - per il riff finale di chitarre del duo Joe Walsh-Don Felder) in cui un uomo, ospite di una stanza del Beverly Hill Hotel (da molti conosciuto o identificato come Pink Palace Hotel) si mette a girare tutto l'albergo senza mai riuscire a trovare l'uscita: un giro senza fine all'interno della propria coscienza interiore, ovviamente.
     "Gli scrittori sono sempre ansiosi, sempre in fuga - dal telefono, dalle responsabilità, dalle distrazioni del mondo".
     Premesso che sono soltanto un umile scrittore dilettante, debbo dire che in parte mi riconosco nella citazione suddetta: più che ansioso, infatti, a volte in mia vita sono stato depresso; più che in fuga da qualcosa e/o da qualcuno ritengo d'aver spesso aggirato le responsabilità, di rifulgere dalle distrazioni del mondo e...di tener sempre chiuso il telefono, anzi, il cellulare: perché, ahimé, tendenzialmente sono un orso molto pigro...e meno male che non posseggo uno smartphone con opp, ipp, app varie: altrimenti sarebbero stati cavoli amari!
     - Da dove a dove (origini e luoghi della scrittura)
    L'ultima citazione aforistica della O'Brien è questa: "Per scrivere bisogna provenire da qualche remoto luogo del cielo o della terra e giungere sino ad uno strano dove - non a tutti noto - situato ai confini del profondo o sopra le stelle". Diciamo che questa è solo in parte una citazione della O'Brien: a quella originaria (non ricordo quale sia, però) vi ho aggiunto delle mie parole (non ricordo quali, invero)...a latere scrissi il seguente mio pensiero: - Io, allora, provengo sì dall'inferno ma giammai giungerò sino al paradiso, in quanto sempre prima mi fermerò ossia al di quà dei cancelli del cielo (e vivamente spererei che essi restino sempre aperti - anche nottetempo...visto che spesso dimentico le chiavi di qualche porta da qualche parte!).
     - Le anime (varie specie)
    Quelle dei dannati e dei pazzi (da stramonio) gravitano intorno agli inferi: nell'attesa di ardere in eterno, esse stanno sotto una caterva di fango putrido ai confini della "caina vociante" (oh! oh! mi sa tanto che ho parafrasato un certo Alighieri...?!); quelle dei beati (beati loro!) placidamente dormono in un limbo soffice e profumato (proprio come se fossero avvolti nei pannolini Lines: tal quale, direi!), anzi, profumato e soffice: nell'attesa...; le anime dei morti, invece: hanno smesso di attendere.
     - A proposito di attesa...
     Aspettare è bello...il suono delle campane a festa meno dispiace del rintocchio macabro di quelle a morto. Spesso, quando si sente quel rintocchio, ci si pone la seguente domanda: "Per chi stanno suonando quelle campane?". La risposta, in genere, non è facilissima da aversi; tuttavia, ricordo che tanto tempo fa un tale (mai saputo chi fosse, in vita mia: diciamo, allora, ch'era il tal dei tali) a domanda così rispose: "Non preoccuparti, un giorno quelle campane suoneranno anche per te!". La risposta fu chiara e precisa, veritiera ed alquanto "cruda"; propriamente non sibillina né, tanto meno, eufemistica...di certo, però, io non mi sono mai dato pena o preoccupato (più di tanto) per essa! 
     - Passato e futuro
     Sostengono in molti (troppi, forse?!) che non si può vivere nel - e del - passato, ma che si deve andare avanti (sincroni con la vita?!); si deve guardare avanti e farlo cogli occhi rivolti al...futuro. Ora, io non obietto su ciò né sono in grado di dare perentorie - e definitive - risposte: dico solamente che per quel che mi riguarda il "passato è il mio futuro!".
     - Strano dilemma, anzi, divertente assai...
     Vado leggendo in un mio vecchio notes del duemilasedici gli appunti che seguono.
     E' meglio esser felici o esser contenti? A mio parere modesto sarebbe meglio essere tanto l'una, quanto l'altra cosa: ovvero, nessuna delle due!
      Il perché è presto detto; tali stati d'animo dell'essere umano, infatti, esplicitamente nascono sì d'improvviso ma poi pur svaniscono nel volgere breve d'un attimo: cioé, entrambi hanno la concreta e bellissima quanto però pur ineffabile durata d'un battito d'ali di farfalla...non a caso la vita delle farfalle dura poco più di un nonnulla (molte specie restano al mondo il solo tempo necessario a procreare). Tutt'al più, quindi, converrebbe esser malinconici. La malinconia, infatti, può trovarsi insita nell'uomo sin da prima ch'egli cammini a "quattro zampe", ovvero fin da prima che esso esca dall'utero materno ed emetta il primo suo vagito; e può durare, a volte, anzi, diciamo che può accompagnarlo vita sua tutta natural durante: adunque, senza mai lasciarlo solo. E sapete che bello essere accompagnati per mano da una siffatta compagna? Nulla al mondo può essere paragonato a tutto ciò, credetemi...mi vengono in mente, a chiusura del paragrafo (molti si domanderanno se centrino come i cavoli a merenda?) le parole del titolo di una canzone inglese, l'inno ufficiale del Liverpool FC.: "You'll never walk alone". Infatti, coloro i quali camminano fianco a fianco con la malinconia nel corso della loro esistenza non saranno mai soli: proprio come i  "reds" (così sono conosciuti i giocatori che militano nella squadra della città della Mersey, tanto nel Regno Unito, quanto altrove), a cui i propri tifosi intonano l'inno ogni qualvolta entrano in campo prima che cominci la partita. 
     - Il "ciclo del vino" (mia teoria)...
     Nel novembre del 2015 scrissi una poesia e in alcuni versi citai il "ciclo del vino", una mia teoria che qui vado ad esporre. Ossia, esso avrebbe inizio quando le foglie cominciano a cadere dagli alberi in autunno; quando, cioé, le suddette cadono ed il contadino, contemporaneamente, comincia la mescita, la decantazione ed infine arriva all'imbottigliamento del vino stesso. Il primo vino, ovvio, non si scorda...è sempre il novello, ovvero il primo della stagione nuova.
     - Guida Pan Am, Webster e...un proverbio indiano
     Quando lessi la prima volta ciò di cui vado a scrivere pensai mi si fosse offuscata la vista, anzi, pensai proprio d'aver all'improvviso perduto decine e decine di neuroni; quanto letto allora e poi riletto in seguito, molte altre volte, è però tutto vero! Nei primi mesi del 1982 acquistai nella libreria "Leone" di Taranto, sita in via Di Palma (la più fornita libreria che mai ci sia stata in città: al suo posto vi è ora un negozio di scarpe, credo), la "Guida Pan Am" degli Stati Uniti, edizione 1980 (la più recente, all'epoca, pubblicata dalla Calderini, casa editrice bolognese). La suddetta era in quegli anni (e lo è stata anche dopo, invero, per molto tempo ancora!) il non plus ultra tra le guide turistiche nonché la bibbia dei viaggiatori (virtuali o "reali" che fossero). La comprai perchè avevo in programma un viaggio coast to coast negli States (di cui ho già scritto in altre occasioni), mai svolto - purtroppo - e pensando che mi sarebbe stata utile durante lo stesso: di quelli da farsi a bordo dei Greyhounds, i famosi autobus extra-urbani che trasportano passeggeri ad ogni ora del giorno e della notte, toccando anche il più sperduto buco di culo della provincia americana...oppure "on the road", come affermava un certo Jack Kerouac, facendo cioé l'autostop. All'epoca la casa editrice emiliana aveva già pubblicato, oltre a quella sugli Stati Uniti, altre guide importanti come quella ai "Musei d'Italia"; aveva anche in preparazione la "Guida ufficiale della Repubblica Cinese", quella di Macao (che per decenni fu territorio battente bandiera portoghese) e quella di Hong-Kong (sotto controllo britannico sino al 1997): oggi entrambi territori autonomi ma amministrativamente "regioni speciali" cinesi. Ebbene, sfogliando la Guida, a pagina centonovantaquattro (la ottava del capitoletto dedicato allo stato del Massachusetts, senza ombra di dubbio il più "letterario" tra i cinquanta che annovera il vastissimo territorio americano) i miei occhi posero lo sguardo sulle seguenti parole: A Webster, centro di sci d'acqua, c'é il più vasto lago naturale del Massachusetts. Il nome è indiano: Lago Chargoggagogmanchaugagogchaubunagungamaung. Tradotto significa: "Tu peschi dalla tua parte, io dalla mia e nessuno in mezzo". Davvero impressionante, direi: senza ombra di dubbio trattasi del lago più "insolito" al mondo, ma anche quello col nome più lungo...mostruoso, anzi, mostruosamente lungo; nonché molto saggio: il titolo indiano (ho scoperto dopo che si tratta di un proverbio della tribù nativa dei Nipmuc, discendente dagli indigeni Algonchini che popolavano anticamente la regione) racchiude in sé una morale abbastanza semplice seppur precisa, la quale si potrebbe racchiudere in queste parole: "Vivi e lascia vivere!". E' da dire infine che Webster è una piccola quanto amena località della contea di Worcester, situata nella zona centro meridionale dello stato, a ventinove chilometri dalla omonima città, vicino al confine col Connecticut. Fu fondata intorno al 1713 e nel 1832 prese il nome attuale dallo statista ed oratore Daniel Webster. E' famosa anche per un'altro precipuo motivo: fu frequentata spesso e volentieri da una certa Emily Dickinson, a detta di molti la più grande poetessa americana d'ogni epoca; lungo le rive del lago la stessa Dickinson solea trascorrere ore tranquille e da quel luogo trasse ispirazione per molti suoi scritti. 
     - Detti&frasi celebri...con commento (a modo mio)
     Vedi Napoli e poi muori - Meglio sarebbe, però, che ciò avvenisse dopo aver fatto l'amore (non importa se con una donna etero o una donna trans, con un uomo oppure con una puttana da quattro soldi: purché venga fatto seguendo le proprie voglie liberamente), o magari - chissà - dop'aver mangiato del salame di Felino (notissimo salume col marchio Igp, prodotto nel comune parmense ed in altri limitrofi della valle del Taro) o bevuto un bel quartino di buon rosso (magari un Barbera dell'81 o un Castelvetro Grasparossa del 2004), oppure...anche se, in fondo, penso che morire non sia mai meglio! (di nulla o di niente altro: che poi è la stessissima cosa!).

    Taranto, 18 marzo 2020. 

  • 13 maggio alle ore 9:45
    DAIANA BRASILIANA DEL NORD

    Come comincia: Daiana Ferreira da brasiliana poteva essere classificata con i  canoni con cui l’immaginario comune  distingue le ragazze di quel paese: alta di statura, tette prorompenti, vita stretta, gambe chilometriche e soprattutto un popò che muoveva in maniera  molto sensuale da far esaltare la fantasia dei maschietti, in particolare di quelli  italiani. Ma la ragazza aveva una particolarità: era bionda con gli occhi verdi segno tangibile che qualche nordico si era ‘intrufolato’  nella sua stirpe conoscendo da vicino qualche femminuccia della sua famiglia. La ragazza aveva vinto una borsa di studio all’Università di Bologna e stava percorrendo, in aereo i novemila chilometri di distanza dal suo paese. Durante il viaggio per sgranchirsi le gambe aveva preso a camminare lungo il corridoio e poi, supportata dal battimano dei maschietti presenti si esibì in un ballo in cui il popò aveva la sua parte preponderante. Il personale dell’aereo le chiese di smettere, secondo loro ci andava di mezzo la stabilità dell’aereo, forse una scusa delle assistenti di volo femmine un po’ invidiose,  fisicamente non erano alla sua altezza.  Daiana, ventenne era in compagnia della madre Denise quarantenne bruna. Guardandole bene era difficile distinguere la madre  dalla figlia anche se differente era il colore della loro pelle., un bel duo! A Madrid l’unico scalo aereo, prima di giungere a Bologna. In quell’occasione le due brasileire furono circondate da maschietti che facevano a gara a chi offrirle la colazione al bar dell’aeroporto. Denise era nata in un quartiere povero di Rio de Janeiro, da piccola era stata affidata ad una sarta per imparare il mestiere. Era subito diventata brava e tanto intelligente da imitare nei vestiti delle signore i capi più rinomati rinvenuti nelle riviste di moda europee. Andando avanti negli anni aveva aperto una sartoria sua che presto era diventata rinomata presso le signore ‘bene’ della città. Nel frattempo le era capitato un ‘incidente’ che aveva portato alla nascita di Daiana. La  ragazza nel tempo si era dimostrata brava negli studi ed aveva conseguito la maturità a pieni voti. In un giornale locale aveva notato un concorso in cui un benefattore italiano di Bologna metteva in palio una borsa di studio per una ragazza brasiliana, Daiana aveva superato la prova e questo il motivo della sua andata nella città felsinea. Aveva ricevuto il nome e l’indirizzo di una pensione in cui alloggiare, la mamma aveva ritenuto opportuno accompagnarla, cuore di mamma sempre in ansia per i figli, e così aveva venduto la sua attività ricavando un bella somma di denaro. A Bologna le due donne si erano  istallate alla pensione ‘Mazzoni’ la cui titolare, romana, era particolarmente  affabile. Armida, questo il suo nome sistemò Daiana e Denise in una camera matrimoniale con bagno. La mattina dopo la neo matricola si presentò alla segreteria dell’Università e così iniziò il suo corso di studi in medicina. Vedendo alcuni poveri dei bassifondi della sua città ammalati senza cure mediche aveva promesso a se stessa di aiutarli nel curarli gratis. Denise passava il tempo girando per Bologna e facendo qualche acquisto di scarpe e di vestiti, nei momenti liberi faceva compagnia ad Armida vedova, simpatica ed allegra. Avviati con successo gli studi Daiana pensò ad uno svago il sabato e, dietro consiglio della padrona della pensione scelse il Disco Club in cui si suonava musica rock dal vivo. Appena giunta in sala in compagnia della madre, la ragazza fu presa d’assalto dai ragazzi, per loro una brasiliana era una novità sperando soprattutto che fosse disponibile, pia illusione. C’erano anche alcuni giovani vestiti  all’ultima moda, azzimati e pieni di borie con fuori una Ferrari o una Bentley,  si consideravano quelli che non devono chiedere mai ma,  con un sorriso di Daiana li mandava in bianco e per ripicca andava ad invitare lei il più scalcinato della sala. Dopo due anni di permanenza nella città dotta, un pomeriggio in sala da ballo  si presentò a Daiana un giovane che con un inchino, educatamente le chiese il permesso di ballare con lei, non era il solito sciocco. La giovane acconsentì e rimase sorpresa quando il cotale, presentatosi col nome d Andrea le parlò in portoghese: “o que faz una mueher brasileira un Bolonha?” “Balla e parla italiano.” “Sono Andrea Ferrari, meglio così, il mio portoghese zoppica un po’.” “ Sono studentessa all’Università in Medicina, ho vinto una borsa di studio messa in palio in Brasile da un benefattore di Bologna, appena laureata ritornerò al mio paese, son qui con mia madre.” Cosa strana Daiana si era aperta col Andrea, gli aveva ispirato fiducia. “Una confessione, come ballerino sono un ‘pista piedi’ alle signore quindi  evito di chiederle di ballare, se non le dispiace mi piacerebbe parlare con lei, vorrei sapere qualcosa della sua terra.” A quel punto Daiana pensò: “Tu vorresti ben altro….Il Brasile è un grande paese ricco ma pieno di contraddizioni, ancora ci sono la favelas, in modo indegno di vivere per le persone civili, quando tornerò al mio paese mi darò da fare per aiutare i più poveri, torniamo al mio tavolo dove c’è mia madre.” Andrea rimase basito: “Questa è tua madre? L’avrei scambiata per tua sorella, penso di trasferirmi nella tua terra!” Denise accettò il complimento, diede la mano ad Andrea e lo invitò a sedersi.  Poco dopo furono raggiunti da un signore anziano che: “Andrea vedo che hai fatto amicizia, mi presenti le signore?” “Mio padre Bertoldo (Bartòld in bolognese), Daiana Ferreira, figlia e Denise Costa madre.” Anche Bertoldo ebbe la stessa impressione del figlio ma evitò di commentare le uguaglianze delle due donne.” Daiana e Andrea si recarono al bar: “Mi pare di aver visto nella  biblioteca dell’Università un libro dal titolo: Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, chi ha dato questo nome strano a tuo padre?” “Evidentemente mio nonno per un motivo ben preciso, per far contento suo padre piuttosto ricco e che voleva che il suo nome si tramandasse, se avrò un figlio mi guarderò bene dall’appiopparglielo!” Alle due Andrea venne fuori con una proposta: “Che ne dite di passare la notte nella nostra villa vicino Bagnarola, non vi stupite del nome, è un bel posto domani vi riaccompagnerò dove vorrete.” Le due donne si consultarono con lo sguardo e: “Va bene, telefoniamo alla padrona di casa che non ci venga a prendere.” Daiana nel vedere la Stelvio Alfa Romeo rossa: “È la macchina che ho sempre  sognato, vorrei guidarla…ho la patente italiana.” ”Intervenne Denise: “Vorrei arrivare ala vecchiaia…” I due signori accondiscesero alla richiesta e l’improvvisata autista si mise al volante con vicino Andrea che mise in azione il satellitare che ben presto accompagnò i quattro sino a destinazione. Villa Sofia era a tre piani: sotto il garage e ripostigli, al primo piano cucina, salone e sala da gioco (Bertoldo era amante del poker), al terzo piano camera matrimoniale e stanze per gli ospiti con servizi, sopra una colombaia dove in vari ‘cassetti’ sostavano dei piccioni viaggiatori, un hobby di Bertoldo. Al’attivo dell’auto un abbaiare forsennato di un volpino che  aveva annusato degli estranei. Andrea  prese Pucci per la collottola ma quando le due donne scesero dall’auto l’animale prese a far le fusa ed a muovere la coda. “È strano stò cane, alcune volte è ‘camurriuso’ come dice Alfio il mio amico siciliano ora tutto miele.” Andrea aperto il portone  prese in braccio Daiana per farla entrare. Bertoldo: “C’è stato un matrimonio o mi sbaglio?” Tutti risero ma era evidente il gesto del giovane aveva per lui un significato ben preciso (anche per Daiana). Nel salotto gli accordi: la mattina Bertoldo sarebbe andato in  azienda con la Stelvio, Andrea avrebbe ceduto la sua Fiat 594 Abarth a Diana per recarsi all’Università e lui sarebbe andato con la vecchia 500 di suo padre nello studio dell’avvocato dove era apprendista. Denise come passava il tempo dato che alla conduzione della casa provvedevano due cameriere ed un uomo tuttofare? Aveva scovato in garage una bici e con questa girava per le vie della cittadina e di quelle vicine. Il prode Bertoldo occupato nel mandare avanti la sua ditta di import di caffè, piante e frutti tropicali oltre che di pappagalli, altro suo hobby oltre quello dei piccioni. Un giorno non si sentiva particolarmente bene, non aveva digerito e pensò bene di rientrare a casa e chiamare il suo medico. All’arrivo in villa incontrò Denise che stava uscendo con la bici per il suo giro mattutino, vedendo il biancore del suo viso Denise scese dalla bici e si precipitò a sorreggere Bertoldo accompagnandolo sino al salone. “Per favore chiama il dottor Gatti, il numero telefonico e nella rubrica sul tavolo. Dopo circa mezz’ora si presentò un giovane biondo, sorridente che: “Devo stilare un certificato di morte, chi è deceduto?” Bertoldo alzò una mano, si sentiva svenire. “Il dottore visitò sommariamente Bertoldo e: “Sono disturbi neuro-vegetativi, una pillola e rimettiamo in piedi questo signore, gli ho detto di sposarsi, sarebbe la cura migliore per lui.” “Grazie, sei sempre caro, prenditi una bottiglia qualsiasi nella vetrinetta, ti chiamerò come testimone alle mie nozze!” Bertoldo forse per effetto psicologico della visita del dottore si stava riprendendo rapidamente, tanto rapidamente che prendendo spunto dalle parole del medico: “I consigli dei dottori debbono essere seguiti, che ne dici se ci sposiamo?” Denise rimase sorpresa, non era cosa di tutti i giorni che le mancassero le parole…Cercò di cavarsela con una battuta: “Debbo chiedere il permesso a mia figlia!” Bertoldo si allontanò e ritornò con un astuccio, lo aprì, anche stavolta Denise rimase basita, un anello con un brillante veramente grosso, probabilmente della defunta moglie. Approfittando della confusione mentale di Denise Bertoldo si fece più audace: “Che ne dici di un assaggino della luna di miele?” Il disturbo neuro-vegetativo era scomparso come pronosticato dal dottor Gatti. Il pomeriggio al rientro in villa di al rientro di Andrea e di Daiana Denise, piuttosto timidamente mostrò il regalo del padrone di casa, i due giovani lì per lì con commentarono poi capirono che la cosa migliore erano le congratulazioni e così fecero. Sicuramente Bertoldo aveva più volte assaggiato la topa di Denise perchè dopo un mese, a tavola: “Non so se vi farà piacere ma avrete una fratellino o una sorellina, quali dei due preferite?” Ad Andrea venne in mente una vecchia barzelletta che ad analoga domanda, il nuovo nato già grande di età rispose: “Mio papà voleva un maschio, mia mamma una femmina, sono nato io….li ho accontentati entrambi.” Andrea si rifugiò sul classico: “Citando il Rigoletto di Verdi vi dico:’questo o quello per me pari sono, m’è venuta in mente un’idea, il pargolo potrà far imparare a Daiana come cambiare pannolini e delizie del genere.” “Se è una proposta di matrimonio te lo puoi scordare, ho promesso a me stessa di rientrare in Brasile per aiutare i poveri, se te la senti di seguirmi…” Andrea orami si era innamorato  di Daiana, quella affermazione fu un duro colpo per lui, lasciare Bologna era praticamente impossibile e quindi… Il giovane sembrava un cane bastonato, spesso quando era in casa passava il tempo con le cuffie all’orecchio per ascoltare musica, Daiana per conto suo studiava o leggeva un libro allora fine della storia? Il buon Mercurio protettore di Andrea fece commuovere Daiana che un pomeriggio che erano soli in casa lo invitò con gli occhi ad andare in camera da letto. Li per lì  Andrea non si rese conto dell’invito ma quando Daiana fu più esplicita: “Braciolettone vuoi o no venire a letto con me?” Immediatamente la prese in braccio e la depositò sul letto matrimoniale del padrone di casa. Nel rapporto intimo Daiana dimostrò di non essere più vergine, cosa che poco importò ad Andrea che malignamente, invece della classica marcia indietro restò a lungo nella topa della novella sposa. Anche Daiana ebbe come regalo di fidanzamento un  gioiello di un maestro orafo di Valenza, un collier bellissimo e costosissimo. Quando dopo un mese a Daiana non vennero le mestruazioni la ragazza si recò da un ginecologo ed ebbe la conferma, sarebbe diventata mamma. Rientrata a casa si chiuse nella sua stanza, ad Andrea che aveva bussato ala porta: “Sparisci maiale, hai infranto tutti i miei sogni!” Ovviamente la notizia venne a conoscenza di Denise e di Bertoldo che invece si fecero delle  matte risate, madre e figlia incinte, un bel quadretto! Daiana restava chiusa in casa, non frequentava più l’Università, era in profonda crisi, non sapeva che decisione pendere quando l’esperienza e  la saggezza materna… “Ti sei prefissata e aiutare i poveri del nostro paese, non  c’è bisogno che rientri in Brasile, ogni mese puoi fare una donazione ad un istituto  per anziani o ad una casa per bambini abbandonati e così avrai realizzato  la tua promessa. Daiana si convinse, riprese la vita di prima, si riappacificò con Andrea e a distanza di due mesi vennero alla luce Anna e Sofia, bellissime. Quella nascita fece affermare a Bertoldo: “Figlio mio noi maschietti siamo in minoranza, il mondo è delle donne come da un vecchio film di Lauren Bacall.

  • Come comincia: Pam, dal suo canto, voleva arrivare a qualcos'altro: invero, tutti i riferimenti nonché le implicazioni artistico-letterarie l'avevano intrigata sempre parecchio, sin da piccola, stimolandone la sua fantasia e la sua curiosità, già allora molto fervide. Il nuovo amico (lo era, già, Julien, tanto per l'una, quanto per l'altra: la scintilla era scattata all'unisono, in entrambe; a causa del savoir-faire del ragazzo ed anche per qualcosa di...innaturale ed inspiegabile!) ne aveva uno di non poco conto, di quelli che le si addicevano come non mai: i suoi, infatti, erano un nome e cognome alquanto altisonanti.
     - Sai, Julien, - fece Pam, - il tuo nome è veramente molto strano (prese il tutto alla lontana...eppoi sarebbe arrivata al punto).
     - Trovi? - rispose quello. - Perché mai? A me non sembra: è un nome abbastanza comune in Francia, credimi. 
     - Sì, sì, certo. Ti credo, sai? - ribatté subito la ragazza. - Ma, vedi, insieme al tuo cognome è proprio strano... davvero, ascolta, Julien, i tuoi sono lo stesso nome e cognome di un certo Julien Sorel; era, esso, il protagonista di un romanzo di Stendhal (è lo pesudonimo di Henri Beyle: un nome ed un cognome che alla gran parte della gente non dicono un fico secco!): Il Rosso e il Nero, credo che fosse ma, mmm... - Pam titubò un attimino (anzi, fece la parte dell'imbranata, per tastare la cultura letteraria del francese e poi perché aveva il gusto per l'ironia impresso nel suo acido desossiribonucleico - più comunemente noto come dna -: forse, chissà, lo aveva preso dalla madre, per "imprinting", appunto, come avviene nel mondo animale!).
     

     Ma Julien non era Julien (anzi, come il Julien) Sorel del romanzo notissimo di Stendhal: molti connotati caratteriali, infatti, erano ben distanti da quello che era lui;i riferimenti, quindi, potevano definirsi poco più che di natura...ortografica?! Di certo no. Vi erano anche delle importanti convergenze..."caratteriali" tra i due. Così è scritto nella introduzione al romanzo proposta da una nota casa editrice inglese, in una vecchia edizione degli anni sessanta, a proposito di Julien Sorel: "I connotati spirituali di Julien Sorel corrispondono abbastanza strettamente alla definizione che l'Enciclopedia (Saint-Lambert e Diderot nel caso specifico) aveva dato del Genio. Egli ha una mente vasta ed attenta, un'immaginazione vigorosa, una memoria straordinaria, un'attività interiore incessante: a ciò si aggiungono alcune caratteristiche "post-rivoluzionarie", che al Genio degli Enciclopedisti - ipostasi dell'artista e non dell'uomo di azione - erano completamente estranee: un orgoglio selvaggio, un rifiuto accanito della condizione servile, e, differanza capitale, una tensione spasmodica di tutte le facoltà verso l'azione, l'affermazione pratica, il "successo" nel senso più concreto e meno letterario del termine. Julien è perciò un genio in attesa di un'occasione che mobiliti le sue energie, lo tragga fuori dalla sua indeterminatezza e gli consenta di realizzarsi interamente. Attesa fatalmente vana: in ciò sta la sua condanna. Non esistono nel suo tempo imprese che richiedano l'apporto che egli potrebbe dare. Egli è una forza che nulla rende "necessaria": dal punto di vista della società, dunque, egli è un pericolo, ed è tanto più esposto ad essere combattuto quanto più tende ad affermarsi libero ed a distinguersi dalla folla anonima dei "collaboratori". Soggettivamente, egli è un essere disorientato e scisso; condannato a fare uso delle proprie facoltà soltanto in modo disordinato e casuale, a compiere prodigi di autodisciplina per superare ostacoli meschini o infrangere i più gretti divieti, per resistere, da solo, alle grevi mistificazioni che ciascuno degli ambienti con cui viene a contatto genera e conserva con zelo, per comprendere ciò che nessuno gli insegna. E il suo modo di procedere è fatalmente incerto e tortuoso, i suoi sforzi si irretiscono in un groviglio di scopi casuali, illusori e contraddittori. Della sua memoria prodigiosa non potrà fare altro uso che imprimervi prima lunghi passi di scrittori latini e versetti biblici, per la meraviglia dei commensali del sindaco di Verrières, o per la delizia d'una sera dell'arguto vescovo di Besancon, poi quattro pagine da recitare ad uno scettico uomo di stato straniero, quattro pagine in cui si condensano le deliranti eleucubrazioni politiche di un gruppo di aristocratici ossessionati dal terrore d'un nuovo sussulto rivoluzionario. Della sua volontà d'acciaio egli sarà ridotto a fare soprattutto un uso ascetico, rivolto contro se stesso, contro i suoi smarrimenti e la sua timidezza, ora per resistere all'angoscia e alla solitudine nel seminario, ora per imporsi, come una prova, di sedurre la signora Renal e Matilde de la Mole, donne in cui vede dapprima soltanto il simbolo di un mondo che non gli appartiene, e un'occasione per riscattare le proprie umiliazioni; per costringersi ad andare ad un appuntamento amoroso in cui gli par di vedere un agguato mortale, come poi per pronunciare da sé la propria sentenza, e non avvilirsi davanti ai giudici che lo condanneranno a morte. La sua intelligenza gli servirà per meritare incarichi di fiducia casuali, discontinui e senza alcuna importanza reale, e soprattutto per  comprendere ciò che non può trasformare e vedere lucidamente le forze che lo schiacciano. Julien pensa, ama, odia, agisce "a corpo perduto", lanciandosi con una inesauribile violenza verso obiettivi confusi. Egli è solo, anche se non ripiegato su se stesso: il suo è un eroismo negativo, sterile; quasi irriconoscibile nei suoi atti...". Julien Sorel del romanzo è questo, a grandi tratti. Il Julien Sorel incontrato sul Filiki da Pam e Rebecca differisce ed è al contempo simile al Sorel "letterario": innanzi tutto non è un personaggio inventato ma è un individuo in carne ed ossa; poi è senz'altro un genio ed un affabulatore di grande fascino; non è timido pur essendo gentile e discreto...infine, la sua intelligenza la userà per far colpo sulle due ragazze...

      - Credo di sì, - disse, da par suo, Julien, - anzi, è proprio così, hai ragione! Ma io non ci ho fatto mai caso, non sono appassionato di lettere e poesia (era vero, ma lo era altrettanto che fosse anche molto erudito!): a me piace viaggiare, piace soltanto andare...in cerca, te l'ho detto. Comunque, adesso che ci penso, sai Pam, è vero: mio padre ama leggere Stendhal, sarà per questo che mi ha battezzato con quel nome. Forse, però... - si fermò per un attimo e poi riprese a parlare, anzi, a discorrere.
     - Quando ero al liceo, a Orlèans, la cittadina dove vivono i miei nonni paterni (capoluogo del dipartimento del Loiret e della regione del Centro, è posta sulle rive della Loira alla confluenza del canale di Orlèans: centro fortezza dei Galli (Cenabum), fu distrutto da Cesare nel 52 a. C. e ricostruito da Aureliano; si trova a poco più d'un centinaio di chilometri dalla capitale, è famosa per la produzione di aceto, vini e soprattutto...spumante "champenois"), lessi qualcosa al proposito in un vecchio libro, i cui non ricordo il nome ma credo che fosse sugli usi, le tradizioni popolari ed il folklore in Francia: dalla metà del XVI° secolo, mi pare fosse precipuamente il 1536 o 1537, ogni francese ha un nome e cognome ben definito; quell'anno, infatti, fu resa obbligatoria la registrazione delle nascite in appositi registri parrocchiali. Capita, così, che molti cognomi derivino da nomi topogràfici o di artisti e letterati in genere (Montaigne, La Fontaine o Sorel, appunto), da nomi di piante, fiori o alberi (Pommier, Dubois), di mestieri (Meunier, Favre, Leclerc), di paesi o regioni (Picard, Lebreton, Aragon) o da soprannomi(Lesage, Leblond). Inoltre, sai, (Julien, in quel frangente, sembrava una vecchia ciminiera che quando comincia a sbuffare non si ferma più: neanche se la colpisci con palle di cannone!), vi sono anche nomi che derivano da altri idiomi: Le Hir e Le Floch, ad esempio, sono nomi bretoni, mentre Bernard e Walter sono nomi di derivazione germanica (tipici delle regioni alsaziane e della Lorena, al confine nord-orientale con la Germania) oppure Irigoyen e Etcheverry sono baschi (tipici dei dipartimenti pirenaici del sud-ovest, in prossimità con la Navarra spagnola ed il Principato di Andorra)... -. All'improvviso, poi, si fermò nuovamente esclamando:
     - Bene, ragazze, ora devo proprio lasciarvi: sono un po' stanco. Ci rivedremo all'arrivo, se vi va! - Così salutò ed andò via: forse non aveva gradito molto l'ultima parte del colloquio con Pam; oppure, chissà, era realmente stanco. 
     - Sicuro, ci rivedremo! - fece Pam, lanciando uno sguardo malizioso al francese. Poi, dentro di sè pensò: - alla faccia, Julien; e dire che non ti interessa leggere: mi sembri, invece, una enciclopedia vivente!
     Alla ragazza quel francese, dai modi scanzonati ma anche gentili e discreti, nonché per il fare suo un po' lunatico ed al contempo da persona riflessiva e colta, era ben simpatico e forse, chissà...la sua sarebbe potuta diventare, da lì in poi, anche qualcosa di più d'una semplice simpatia. A quel punto Reby, rimasta a lungo silenziosa, la prese per un braccio e la strattonò, poi disse:
     - Andiamo, su, professoressa! - (Era un po' gelosa, evidentemente!). Dopo di che le due tornarono in cabina. Alle ventuno e cinque minuti primi, spaccando simbolicamente le lancette degli orologi di tutti i turisti e dei membri dell'equipaggio che sopra di esso si trovavano, il Filiki riprese il mare aperto. Pam, allora, si sdraiò sul suo lettino e, poco dopo, si addormentò; Reby, invece, indossò una cuffia nelle orecchie collegandola ad un i-pod e si mise ad ascoltare musica. Nel breve volgere di venti minuti il traghetto ebbe circumnavigato l'estremità sud-orientale dell'Attica, fiancheggiando la regione montuosa di Làurio, zeppa di miniere di argento, piombo e manganese. Dopo dieci minuti letteralmente passò in mezzo tra Makronesos e Zèa, le due isolette gemelle delle Cicladi minori, a sud-est di Atene. Un'antica leggenda, risalente all'epoca micenea, narra che alcuni pescatori di spugne avessero visto e poi avvicinato due sirene sugli scogli di Zèa: restarono ammaliati dalla loro seducente bellezza...qualche giorno dopo, però, coloro, forse ebbri di pazzia per quella visione, si buttarono giù da un dirupo, alle pendici del monte Theodoros che sovrasta l'isola. Nel frattempo, visto che la serata era abbastanza afosa, Reby decise di fare una doccia. Quando ebbe finito si sdraiò sul lettino. Pam, intanto, si risvegliò e la compagna, così, si distese di fianco a lei poggiando la testa sulla sua spalla: entambe restarono in silenzio a contemplare il soffitto bianco della cabina. Il Filiki, però, non contemplava proprio un bel nulla: quel "mostro", impietosamente, andava diritto per la sua strada, anz, per i suoi mari. Dop'aver attraversato lo stretto tra Petralia (di fronte al Capo d'Oro, in terra di Eubea o Negroponte) e l'isola di Andro la quale, essendo la seconda per grandezza e la più settentrionale delle Cicladi, forma la barriera superiore delle stesse insieme a Tino (Tinos), Migono, Paro, Nasso, Amorgo e Stampalia, esso navigava, oramai, in aperto (e docile, per fortuna!) Egeo e, finalmente, davanti a lui (seppur, però, ancora in discreta lontananza), all'altezza del fatidico 39° parallelo e alla longitudine ventisei da Greenwich (il meridiano dei meridian o numero zero, che dir si voglia!), cominciava a far capolino la fatidica Lesbo. 
     Pam e Reby ricevettero una inaspettata visita, nella loro cabina: il simpatico Julien, il quale recava con sé alcuni croissants ripieni con marmellata di mirtillo, da gustare insieme alle due ragazze. Entrando, dopo aver bussato, il suddetto esclamò:
     - Ragazze, cosa fate di bello?
     - Nulla di che, - rispose Reby, - siamo in dolce contemplazione...del soffitto!
     - Bella cosa, sapete? - replicò, altrettanto ironicamente il francese. - Forse è una contagiosa epidemia: anch'io facevo lo stesso in cabina! Ho deciso, così, di venirvi a trovare: vi da noia, per caso?  

  • 08 maggio alle ore 18:12
    Caro Paese

    Come comincia: Il cursore ammicca e aspetta. Io lo guardo e penso che ogni cosa che si scrive ha un punto di partenza, o almeno lo dovrebbe avere, certo, ma quello che voglio scrivere io è tutto da districare come si fa con la lana quando si trasforma da matassa in gomitolo. La matassa sembra molto ordinata, lineare e piacevole, ma non è così. La matassa nasconde ingorghi, garbugli, nodi, asperità che obbligano a passaggi sotto e sopra, o anche sopra e sotto, come è necessario. Importante è creare il gomitolo, bello rotondo, liscio e vellutato. Il gomitolo è quello che ho in mano oggi, adesso che sono arrivata ai settantadue anni, e il mio intento è di tornare alla matassa, all’inizio di tutto, alle origini. La vecchiaia è nostalgica? Può darsi, ma credo che nel mio caso si tratti di affetto, legame profondo, necessità di curare, dissodare il terreno, ringraziarlo per come si è preso cura delle mie radici appena nate e poi cresciute piano piano in quella inconsapevole culla che mi avvolse fin da subito, che oggi è una città, ma che allora era un paesone pieno di verde, circondato dalla campagna. Un paesone dove campi di grano si prestavano, dopo la mietitura, ad essere saccheggiati da bambini vocianti che andavano a spigolare per inventarsi, con le spighe di grano rimaste sul terreno, biancastre elastiche gomme da masticare. E c’ero anch’io fra quei bambini. Campagna, ruscelli, viottoli sterrati, rovi, more, viole, primule, piccoli garofani selvatici rosa e bianchi profumatissimi, e quel meraviglioso melograno nel giardino della mia vicina di casa. Sei casette a schiera, sei famiglie un’unica famiglia. Non si rimaneva mai senza qualcosa di urgente in casa perché era normale chiedere un po’ di sale, di farina, di zucchero, o donarlo, fra noi tutti. Era normale attardarsi nelle lunghe sere d’estate a chiacchierare davanti casa. I ragazzi erano tanti nella mia via e i più grandi giocavano con i più piccoli: mago libero, palla avvelenata, monopoli, e tanto d’altro. Io crescevo in una comunità che mi donava non una mamma, bensì sei mamme. Nulla sfuggiva alle sei mamme, proprio niente. Nemmeno un tizio in auto che quando avevo dieci anni mi aveva avvicinata con la scusa di chiedermi dove fosse un certo cinema, cercando di attirare la mia attenzione su qualcosa che stava facendo, ma che non ero in grado di capire. Ma oltre la siepe c’era una delle mamme che, anche senza poter vedere, chissà come, aveva capito che qualcosa non andava e immediatamente mi aveva chiamata: cosa succede? Mettendolo in fuga. Già, tutti sapevano tutto di tutti. Paese pettegolo? Certamente, come gli altri. Bisogna diventare adulti e anche andarsene altrove per capire quanto ci sia di peggio, come l’indifferenza, la diffidenza, sentirsi soli e magari indesiderati soltanto perché provenienti da un’altra città, anche se della stessa nazione. Bisogna diventare adulti per imparare a riflettere su cosa ci è stato inculcato da un certo modo di vivere, da un tipo di scuola, da un’insegnante severissima alla quale non si è mai riusciti a non volere bene. Bisogna diventare adulti ed essere lontani per ripensare alle paste la domenica mattina, al bar Centrale sotto i portici, dopo la messa grande, quella delle 11, con sfilata di moda e messa in piega appena fatta, sguardi curiosi e maliziosi, il profumo intenso di incenso, l’irrefrenabile voglia di ridere (la mia) , e i canti dei fedeli a riempire di echi la chiesa. Scarpe bianche e calzettoni bianchi, golfino sulle spalle, libretto delle preghiere in mano, velo da mettere in testa e quella era la domenica mattina, una bella domenica mattina che poi l’ignoranza di certo clero, e non solo, provvide a demolire senza nemmeno rendersene conto. Lunghi viali alberati, via Marconi, Viale Locatelli, Viale Betelli, e poi le Vasche, il grande piazzale. Allora abitavo alla Bagina e la mia vita si svolgeva in bicicletta, a piedi, o sugli schettini. Giocavamo noi bambini divertendoci a farci scivolare giù dalle costruzioni che rappresentavano i rifugi in cui si era riparata la gente durante i bombardamenti, tranne uno devastante di cui tutti sanno. Adesso penso che bel messaggio potessero essere per gli adulti che avevano subito la guerra e la distruzione, i lutti e il terrore, tutti quei bambini che giocavano là sopra. Fra quegli adulti c’era anche la mia famiglia, tutta tranne me che sono fortunatamente nata nel 1948. Ogni metro di asfalto di quelle strade era ed è ancora casa mia, ogni foglia di quegli alberi mi raccontava la mia storia, ovunque appoggiassi la mia bicicletta, ovunque dirigessi ogni mio passo a piedi, ero a casa mia, in mezzo a facce conosciute, cordiali, persone sempre pronte a fermarsi per due chiacchiere, a chiedere notizie dei fratelli, dei genitori. Luoghi rassicuranti in cui mi sentivo protetta. Gente spesso pettegola, ma pronta ad aiutare e soccorrere. Se oggi sono una persona solidale l’ho imparato allora, da quella gente lì, la famiglia, gli insegnanti, dai miei compaesani generosi e sempre pronti a dare una mano, e anche ad essere un bel deterrente dal comportarmi male perché in tempo zero la mia famiglia lo avrebbe saputo. Che meraviglia! Come mi sembra dolce, accattivante, oggi, tutto questo! Tanto quanto mi faceva rabbia allora perché poi arrivò l’adolescenza...e si sa com’è.
    Sarà molto difficile che io possa tornare là per ovvie ragioni, ma il mio paese che oggi è una città, lo so, ma io preferisco continuare a chiamarlo “il mio paese” perché è come lo ricordo, lo penso, e lo rimpiango, spesso viene da me alla sera prima di addormentarmi, e mi sembra che dietro la finestra ci siano le gelosie di allora, e oltre le gelosie, Via Gorizia con i suoi pini marittimi, così sgraziati e così commoventi, le voci ovattate della gente, con la loro inflessione dialettale, e l’articolo davanti al nome proprio. Allora eccomi arrivata fino alle Vasche, e lì mi siedo su una panca. Di questi tempi non c’è tanta illuminazione perciò, più che vedere le persone, ne scorgo le ombre e ne ascolto il chiacchiericcio, oltre allo sciacquio che giunge dalla fontana. E’ primavera e il bar Centrale è aperto, proprio là di fronte. Non ho soldi in tasca, ma ormai non mi servono. Rimango qui in silenzio seduta sulla panca e mi sento bene, ma questo viaggio a ritroso mi sta emozionando troppo. Chiudo gli occhi. Là, dietro tutto, c’è la portineria dello stabilimento, e penso che se fossero le diciassette suonerebbe la sirena e da lì a breve comincerebbero ad uscire i lavoratori che hanno finito il turno, frettolosi e diretti verso le corriere che li aspettano sotto la tettoia. Ma è sera, e solo la fontana continua a donare quieta la sua sommessa sinfonia. La gente chiacchiera sottovoce quasi fosse in chiesa, chissà perché, sarà il buio? Sarà quest’atmosfera rarefatta, sarà la mia mente che non vuole essere dominata dal rumore esterno per non perdere neppure per un attimo il sottile filo conduttore, così esile, fragile, di un’ emozione nata da sé, magari impossibile da ricreare. Le voci si affievoliscono sempre di più e ora sento solo il ritmo lento della fontana, lo stesso ritmo lento di una grossa cesta appesa ai rami di un pesco, nell’orto della vecchia casa, una cesta che mi appare all’improvviso e io ci sono seduta dentro, non so quanti anni ho, è il ricordo più lontano nella mia mente, una cesta che i miei fratelli più grandi fanno dondolare come un’altalena per farmi divertire.
    La matassa non ha più nodi né garbugli, è liscia e vellutata proprio come il gomitolo. E’ l’età? O la vita che scorre e finisce per pareggiare tutto? E’ il sentimento che vuole debordare in un momento così complicato per tutti noi? Per il mondo? E’ quell’affetto così ostinato, testardo e spesso anche irrazionale che vuole sempre germogliare nonostante tutto?
    Grazie caro vecchio mio paese, ti dedico ancora e sempre le parole che ti dedicai tempo fa:
    “Fu uno sbaglio lasciare il paese. Sornione e sonnacchioso, il paese mi lasciò fare: sapeva ciò che io ancora non sapevo, e cioè che gli appartenevo. La vita lì era lenta, pettegola e spiata, ma anche morbida e avvolgente come un abbraccio: un abbraccio che, lontana, non ho mai più ritrovato.“

  • 06 maggio alle ore 13:18
    LA SOLITUDINE

    Come comincia: Alberto, sessantenne congedato col grado di maresciallo dalla Guardia di Finanza di colpo si accorse che qualcosa era cambiato nel suo cervello: da amante della compagnia, delle feste e soprattutto delle belle donne una mattina di colpo si scoprì scontento della vita sin lì vissuta e decise di colpo di cambiarla radicalmente. Uscì nel cortile della sua villa di Torre Faro in quel di Messina,  abitazione situata vicino al mare e si accorse che il mare, una volta per lui fonte di piacere gli era diventato estraneo, triste, quasi nemico. Salì sulla sua Panda  e si avviò verso la città. Da via Garibaldi imboccò la via Palermo che conduceva ai monti Peloritani. Giunto sin quasi alla vetta, a mille metri di altitudine scorse sulla destra un piccolo sentiero che conduceva all’interno, lo imboccò stando attento a non strusciare l’auto alla sinistra sulla montagna ed ad destra per non finire nel burrone, il sentiero era più che altro una trazzera. Ad un tratto scorse un cartello: ‘Vendo terreno di  cinquemila metri quadrati, telefonare al numero….’ Quella scritta, in quel posto era perlomeno inusuale, Alberto notò che vicino scorreva una specie di fiumiciattolo proveniente dalla montagna sovrastante, il posto gli piacque. Girò l’auto in una spiazzo e rientrò a casa soddisfatto…ma di che, dentro di sé aveva preso una decisione importante. A casa, acceso il telefonino che non aveva ancora messo in funzione, cosa strana perché era la prima operazione che faceva la mattina chiamò il numero trovato su quella scritta in montagna: “Sono Alberto Minazzo, mi interessa il terreno che ho visto sui Peloritani.” “Sono Salvatore Celi, non ho la macchina,  deve venire a casa mia a Galati San Anna.” Cacchio, quello abitava dall’altra parte della città, Alberto usò il navigatore satellitare e dopo mezz’ora si trovò dinanzi ad un’abitazione a tre piani. Suonò al citofono con la scritta Celi e gli rispose una voce di donna: “Sono Antonella, chi vuole.” “Alberto Minazzo, ho un appuntamento col signor Celi.”  “Terzo piano.” La ragazza non era niente male anzi era proprio una bellezza tipica  siciliana, capelli neri lunghi sin quasi alla vita,  occhi verdi, altezza media, sorridente, in un altro momento Alberto si sarebbe buttato. ”Forse vuole mio nonno, si accomodi in salotto glielo chiamo, nonno…” “Salvatore Celi dimostrava tutti gli ottant’anni di età che aveva, non sembrava in buona salute,  fu  cortese con l’ospite. “Mi scuso ma non mi sento molto bene, anzi per niente bene, maledetta la vecchiaia…se lei è interessato al mio terreno possiamo metterci d’accordo, tempo addietro volevo costruirvi una casetta ma ora…Mi fa piacere aver trovato qualcuno che lo apprezza, mi ci ero affezionato.”  “Anch’io vorrei andare a stabilirmi lassù, è un posto meraviglioso, aria pulita, paesaggio distensivo, gli uccellini di contorno, un fiumiciattolo…quanto ho sempre sognato.” “Dato che lo apprezza sarò più contento venderlo a lei, un mio amico notaio ha tutte le carte da me firmate, si chiama Santo Diotallevi, ha lo studio in via Ghibellina, gli telefonerò per avvisarlo, il prezzo per lei è ventimila Euro, buona fortuna.” Alberto si ritrovò dinanzi Antonella che: “Spero che quando avrà costruito una casetta mi inviterà a visitarla.” Alberto  rispose solo un sorriso, una volta non si sarebbe fatta sfuggire l’occasione ora…che gli stava succedendo?  Contattò Franco Tomasello geometra conosciuto durante una verifica fiscale ed a cui aveva fatto un grosso piacere, gli spiegò la situazione e gli chiese di elaborare un progetto per realizzare una casetta sui monti Peloritani, per l’energia elettrica pannelli fotovoltaici sopra l’abitazione, per l’acqua una vasca sotto il pavimento, acqua proveniente dal fiumicello, probabilmente non potabile, per bere avrebbe comprato la minerale. Dopo quindici giorni: “Caro Maresciallo, venga nel mio studio in via Garibaldi, le sottoporrò il mio progetto.” Alberto lo apprezzò subito: gli spazi era ben divisi e funzionali, al piano terra cucina, con annesso salottino, televisione e, a parte i servizi, sul soppalco raggiungibile con scala a chiocciola la camera da letto e gli armadi. “Questo è l’indirizzo di due operai, Gino ed Alfio di cui mi faccio garante, sono bravi professionalmente, sono pure muniti di auto, provvederanno anche all’ acquisto dei materiali occorrenti, verrò, col suo permesso all’inaugurazione.” Dopo un mese la casetta aveva preso forma, la mano d’opera con i materiali era costata altri trentamila Euro compreso un recinto in ferro e le sbarre alle finestre, Alberto ringraziò Gino ad Alfio e diede loro ulteriori mille Euro ciascuno, erano stati proprio bravi.  Per precauzione si era munito di licenza da caccia ed aveva acquistato un fucile e delle cartucce non per uccidere quei poveri uccellini ma per difesa personale, era un posto troppo isolato. Nel frattempo aveva venduta la villa di Torre Faro recuperando un bel po’ di denaro che, oltre alla liquidazione era diventato una somma notevole tale da consentirgli un futuro assicurato insieme alla pensione. La prima notte Alberto la passò in bianco, quel silenzio assoluto era per lui inusuale abituato com’era al rumore del mare, solo la mattina riuscì a prendere sonno. Un po’ di ginnastica per non perdere l’allenamento e poi colazione, in cucina c’erano tutti gli elettrodomestici trasportati dalla vecchia abitazione, una novità: dei cinghiali allo stato selvaggio giravano intorno al recinto. Alberto munito di scarponi girò per la sua proprietà, si sentiva felice, pensò agli anacoreti…ma lui non aveva nulla in comune con quei fanatici. Prima di lasciare l’abitazione a Torre Faro aveva incontrato il parroco con cui aveva rapporti di amico-antagonista. Il cotale dal nome religioso simile al suo, don Roberto spesso lo punzecchiava per la sua qualità di ateo, pronosticando un futuro di andata all’Inferno, Alberto gli opponeva la solita storiella che gli appartenenti all’Inferno che erano si peccatori ma che si divertivano da matti rispetto agli appartenenti al Paradiso che il sesso non lo praticavano. “Finalmente lassù nella nuova casa sarai più vicino alla Madonna, chissà che non ti possa convertire.” “Non sei ben informato, in passato tutti cercarono la tomba della Madonna, non trovandola misero in giro la favoletta che la Madonna era ‘salita’ in cielo, ci sarebbe molto da ridire anche perché avrebbe avuto  qualche problema a respirare dove non c’è ossigeno oltre al fatto che lassù fa molto freddo…” “Andrai all’Inferno con tutte le scarpe e non avrai modo di divertirti, all’Inferno c’è solo penitenza…” Passa un giorno, passa l’altro venne l’inverno, qualche spruzzata di neve ed un avvenimento inatteso: un passerotto, infreddolito si era posato all’esterno di  una finestra, Alberto la aprì ed il volatile entrò dentro casa, ne aveva apprezzato subito il calore ma non abituato alla compagnia dell’uomo si era rifugiato sul soppalco. Unico modo di avvicinarlo era offrirgli del cibo, sicuramente era affamato, Alberto sbriciolò del pane, lo mise sul tavolo con vicino una tazzina d’acqua. Ciccio, così lo nominò Alberto dopo un attimo di incertezza scese dal soppalco e si mise a beccare il pane ed a bere dalla tazzina. Alberto non si avvicinò, Ciccio guardava il padrone di casa con un  misto di diffidenza e  di gratitudine, Alberto sicuramente gli aveva salvato la vita, era un maschio, lo dimostrava il nero delle piume sotto la gola. Il padrone di casa prese una scodella, ci mise dentro del cotone idrofilo e la posizionò sopra il frigo, dopo un attimo di incertezza Ciccio ci si posizionò felice e contento, gli animali sono intelligenti forse quanto gli uomini. La mattina dopo Ciccio era vicino alla finestra, forse voleva andar fuori, Alberto gli aprì la finestra, il passerotto volò via, forse amante della sua libertà, il padrone di casa ci rimase male ma capì che era meglio non costringere il pennuto a restare dentro casa contro la sua volontà. Alberto si era recato in un supermercato per far il pieno di vettovaglie, c’era molta gente, in fila dinanzi a lui capitò una biondona poco vestita, la classica che si domanda ‘chi è la più bella del reame?’ e che ‘tutto concede’. Il suo carrello era pieno sino all’orlo, Alberto non poteva cambiare fila e quindi restò speranzoso che la cassiera, in verità molto veloce sbrigasse gli acquirenti prima di lui. Che ti fa la biondona? Lascia il carrello e sparisce, forse aveva dimenticato qualcosa  da acquistare. Rottosi i zebedei, dopo un  po’ di tempo Alberto spostò il carrello dinanzi a lui e si posizionò col suo dinanzi alla cassiera. Nel frattempo ritorno della signora che in tedesco cominciò ad inveire contro Alberto il quale, pur non conoscendo quella lingua capì che non erano complimenti. Arrabbiatosi, in perfetto romanesco: “ A’ kartofen vedi d’annà a fanciullo!” Nel frattempo era intervenuto il direttore che parlava tedesco e riuscì a calmare la Valchiria. Tornando in ‘villa’ Alberto notò che Ciccio era rientrato dalla finestra aperta, era l’ora del pasto pure per lui.  In un negozio per animali ed aveva acquistato del mangime adatto ad un passero, Ciccio lo apprezzò moltissimo e lo ‘fece fuori’ quasi tutto poi, posizionatosi sopra una spalla di Alberto prese a beccargli dolcemente un lobo dell’orecchio, forse era un modo per ringraziarlo. La primavera portò delle novità: una mattina Ciccio uscì more solito dalla finestra ma non fece più ritorno, Alberto capì che per lui era stato un richiamo della primavera per cercarsi una compagna. A quell’altezza l’estate non era fastidiosa per il caldo anzi di notte Alberto usava mettere sul letto una copertina leggera. Il signore passava il tempo passeggiando per il bosco, talvolta trovava dei frutti molto a lui graditi, la solitudine non gli pesava anche se avrebbe voluto avere con sé Ciccio ormai suo compagno fisso. Il suo desiderio fu accolto un pomeriggio di settembre quanto Ciccio si presentò in casa in compagnia di un suo simile, sicuramente una femminuccia, lo si rilevava dal grigio chiaro delle penne sotto il petto. Dapprima Ciccia si rifugiò sul soppalco poi, visto il comportamento del compagno si avvicinò anche lei al becchime, erano ambedue affamati. A rompere il tran tran giornaliero era stato l’improvviso arrivo di Antonella la nipote dell’ex proprietario del terreno che bussò alla porta piuttosto energicamente. Alberto un po’ meravigliato la riconobbe, la fece entrare stringendole la mano. Spettava alla ragazza dare spiegazioni: infatti poco dopo: “Mi ero rotta dei miei compagni di Università, su di loro ho un giudizio pessimo: superficiali, vanesi che pensano solo al sesso, non fanno altro che vantarsi delle loro imprese sessuali, pietosi…” “Allora sei venuta a cercare un vecchietto che nulla chiede in quel campo…” “No, molto probabilmente sento il bisogno di staccare la spina e, col suo permesso vivere qualche giorno in isolamento stile eremita…guarda guarda due passerotti…un novello San Francesco.” “Ti presento Ciccio e la consorte Ciccia, spero che si abitueranno alla tua presenza, hai portato una ventata di gioventù, benvenuta! Per il vitto nessun problema, per l’alloggio, se resti, ti devi accontentare di dormire sul letto matrimoniale vicino a stò vecchietto.” “Ma quale vecchietto! Sei più giovanile di tanti giovani, posso darti del tu?” “Vada per il tu ed ora che pensi di dimostrare le tue virtù nell’arte  culinaria?” “Non sono una chef ma ci metterò tanta buona volontà.” “Io nel’armadietto tengo dei medicinali contro il mal di stomaco” celiò Alberto, ormai si era creato u n clima di piacevole intesa. Al momento di coricasi grandi risate, Antonella aveva indossato il pigiama in bagno, lo stesso aveva fatto Alberto che: “Non sono un puritano e lo stesso penso di e, che ne dici di mettere da parte la pudicizia, d’altronde sai bene che sono fuori allenamento e quindi…” Inaspettatamente Antonella: io ho il brevetto di allenatrice che ne dici….” Antonella mise in atto la sua abilità con la ciolla di Alberto e, dopo vario tempo riuscì nel suo intento, il pisello aveva rialzato la testa con ovvie conseguenze piacevoli per il padrone. La ragazza rimase vari giorni sin quando suonò il suo telefonino: doveva rientrare in città per sostenere degli esami all’Università. Un arrivederci silenzioso, solo un abbraccio e poi la baby ripartì col suo motorino. Primavera, Ciccio e Ciccia avevano preso il volo, Alberto capì  il richiamo della natura, sperava solo di rivederli in autunno. Antonella si faceva viva a tratti, per lei quel posto era diventato un rifugio, riferiva a suo nonno della casa messa su da Alberto, quella casa che aveva imparato ad apprezzare come pure il suo padrone. Gli anni passano in fretta soprattutto quando non si è più giovani, Alberto pian paino dovette riconoscere ch le sue forze diminuivano di giorno in giorno, tutto intorno a lui era cambiato, Ciccio e Ciccia non si erano fatti più vivi, Antonella gli aveva comunicato che si sarebbe maritata, a questo punto provò il peso della solitudine. Non aveva paura della morte che ormai sentiva imminente che infatti lo raggiunse una sera di un giorno di novembre particolarmente uggioso conforme con l’avvenimento luttuoso. Antonella sentì di dover andare a trovare il vecchio Alberto e con la station wagon del marito Fabio si recarono all’eremo. Aperta la porta la ragazza si trovò di fronte la scena che non aveva immaginato: Alberto si trovava immobile sul divano al pian terreno, gli occhi aperti, sicuramente deceduto da qualche giorno. Sul tavolo documenti circa la proprietà dell’immobile, la carta di identità di Alberto ed un testamento olografo con cui lasciava tutti i suoi beni ad Antonella. Dopo un attimo di smarrimento la ragazza chiese a suo marito di caricare il cadavere sulla sua auto per consegnarla ad un’impresa di pompe funebri in viale della Libertà a Messina. Il titolare dell’esercizio chiese i documenti del morto ed assicurò che avrebbe provveduto lui alle numerose pratiche burocratiche, a mezzo di ‘amici’ avrebbe evitato l’autopsia del cadavere. Antonella scelse la più bella e costosa bara. “Mi sembra eccessivo spendere tutti quei soldi, nessuno la vedrà più una volta inumata.” Antonella non rispose a Fabio ma non gradì la sua osservazione, lasciò al titolare dell’impresa un assegno di cinquemila Euro. Fra le carte di Alberto c’era anche un fac simile di cosa scrivere sul marmo della tomba: ‘Una nuvola impalpabile mi ha dolcemente abbracciato. Saluti a tutti e….a presto!’ Spiritoso sino all’ultimo. Alberto fu inumato nella cappella della famiglia Celi sopra quella del nonno anche lui deceduto. Dopo quindici giorni Antonella al marito. “Andiamo a vedere se il marmista ha posto la lastra sulla tomba di Alberto.” “La tua è diventata una fissazione, sempre di mezzo stò Alberto, ormai è morto…” Antonella guardò in viso il marito, in un attimo prese una decisione: “ C’è un altro morto, sei tu perché te ne andrai via subito da casa mia, ha capito subito!” “Ma cara…” “Ti do il tempo di raccogliere le tue cose e poi chiamerò i Carabinieri denunziandoti per stalking…” Fabio sparì dalla vita di Antonella che, finiti gli studi e con seguita la laurea in lettere prese ad insegnare, non  ne volle più sapere di maschietti, le bastava il ricordo del suo vero amore per quel delizioso vecchietto di nome Alberto.

  • Come comincia:  Ieri sera sono uscito di casa verso le diciannove per recarmi ad uno dei supermercati siti nel quartiere. Dopo aver imboccato via Genova, una delle stradine interne rispetto a viale Magna Grecia, la via su cui vi è la mia abitazione (lo faccio sempre, anche quando non è necessario e siamo in tempi diversi da quelli attuali visto che sono un uomo di sani principi, pardon di abitudini sane: per allungare, per prendere una boccata d'aria dopo aver trascorso, a volte, l'intera giornata in casa...per fare qualche passo in più e sgranchirmi le gambe, oltre al cervello!) ed aver percorso non più di trenta-quaranta metri, sulle inferriate del cortile di uno stabile (una piccola palazzina di appena tre piani, posta sulla destra del marciapiede su cui camminavo e che spesso incrocio - in passato vi abitava, insieme ai genitori, Antonio D., un vecchio amico che è anche nel mio profilo facebook e magari leggerà ciocché scrivo!) noto un annuncio mortuario (di quelli con la foto allegata...proprio come accade sulla patente di guida o sul passaporto; anzi, come accadeva visto che ora tutto è digitalizzato, smartforizzato; anche le foto segnaletiche non sono più come quelle di una volta!), mi avvicino, lo leggo con attenzione (mi capita di farlo spesso quando cammino, anche in tempi non sospetti, perché penso che facendolo scopri, a volte, che quell'annuncio possa riguardare magari qualcuno che conoscevi e poi, perché, come ho scritto qualche giorno fa, commentando un'altro post ed anche scrivendo un articolo-racconto - o meglio, racconto-articolo, - la morte è una cosa seria...lo è sempre stata per me; essa incute paura ma anche rispetto per chi è andato via ma, soprattutto, per la vita stessa!), noto che il morto ha quarantun anni e lascia moglie e figli, che - ahimé! - lo conoscevo di vista (nel quartiere, nei quartieri popolari delle nostre città, sebbene gran parte di esse, oramai, non siano più a misura "popolare", a misura di...quartiere, ci si conosce tutti, bene o male, di vista!). In fondo all'annuncio la dicitura che non avrei voluto trovare scritta e neanche leggere: "per decreto ministeriale le esequie avverranno senza la presenza dei congiunti". Dop'aver letto ciò batto il pugno sul petto tre volte (è un gesto che mi è venuto spontaneo: cazzo, un uomo è andato via per sempre da questa terra...se n'é andato da solo, come un cane!); riprendo a camminare, alcune lacrime stanno cadendo dagli occhi, mi incrocia un uomo (conosco di vista anche lui, credo!)...mi giro ed osservo che anche lui si è fermato a leggere l'annuncio ( - per Dio! - ripeto a  me stesso, - allora non siamo diventati delle bestie: c'é ancora qualche uomo come me, in giro!), forse il morto - seppur per un attimo e forse, chissà, soltanto nella mia testa bacata, di essere umano, non sarà più solo!). Dopo appena cinque minuti arrivo al market, sito in via Cagliari quasi angolo via Alto-Adige (marchio "Penny", uno dei due presenti in città, credo), le luci sono accese ma è tutto vuoto; leggo l'annuncio affisso su una vetrina che mi dice che gli orari di apertura sono i seguenti: "dal lunedì al sabato ore otto e trenta-diciotto e trenta"; giuro che non sapevo nulla...ahimé!, non riesco a tener dietro le postille dei decreti governativi: sono soltanto un uomo, io, non sono un robot telecomandato, non sono una macchina...con le mie idee, coi miei sentimenti, con i miei alti e bassi, con le mie certezze (che adesso, però, non saranno più come prima, non saranno più le stesse solide certezze di qualche giorno o settimana prima: ma forse, chissà, "nada sera como antes", recita un vecchio ma sempre attuale intercalare iberico!). Nel tragitto che mi riporta a casa (non più di centocinquanta metri, giusto alcuni minuti...sono riuscito a stare nei canonici duecento imposti dal decreto, credo?!) ripenso ancora a quell'annuncio letto poc'anzi (quello mortuario), noto le vetrine chiuse di un'altro market recanti lo stesso cartello dell'altro, incrocio un uomo che butta il pattume, una signora col cane al guinzaglio. Rientro in casa: sono solo, adesso (il ragazzo cinese che ospito, Sun Cho, è andato via da dieci giorni, la sua roba è ancora tutta da me...non ho più notizie di lui: speriamo bene; l'altro ragazzo mio ospite, Francesco, un operaio siciliano addetto al soccorso alla raffineria Eni, nella zona industriale lungo la statale per Reggio Calabria, è andato via, invece, un'oretta prima: ha anticipato il rientro a casa d'una settimana...- C'é casino! - mi ha detto. - Ho paura di restare imbottigliato a Villa San Giovanni!); mi adagio finalmente sulla poltrona nel soggiorno, resto seduto per qualche minuto a riprendere fiato (ho appena fatto otto piani di scale: non prendo l'ascensore...è una mia scelta, come quella di non portare mascherina)...tra me e me penso: - Questa sera ho conosciuto il virus: l'ho fatto apprendendo de visu della morte di un'altro uomo e, semmai ve ne fosse stato bisogno, ho avuto conferma che tutti, a prescindere da esso, andiamo via in solitudine da questo mondo: perchè la morte, pur riguardando un essere umano (o un essere vivente che sia, non importa!), un nostro simile, resta pur sempre un fatto, un evento individuale! Chiudo questo mio racconto-articolo scrivendo quanto segue: - ciocché leggerete non è frutto della mia immaginazione (seppur essa sia fervidissima, a volte, non lo è affatto!) ma, purtroppo, è tutto vero; in epoca di corona virus (o covidottocento...diciannove) accade anche questo!

    da: un commento scritto su facebook a margine di un post pubblicato sulla home della rivista anarchica "Umanità Nova".

    Taranto, 24 marzo 2020.      

  • Come comincia:  Giunte che furono nei pressi dell'odeon romano (costruzione antecedente allo stesso suo simile ad Atene) e delle rovine del tempio di Demetra, che si ergono ancora in tutta la sua maestosità, di fronte al cielo, sulle colline che sovrastano Patrasso, al culmine della città alta (Anopoli), ad ovest dell'Acropoli, intravidero, fermo davanti a loro, un uomo di spalle: vi si avvicinarono e Pam scoprì ch'era suo zio Jack. Lo chiamò e disse:
     - Zio, ma sei proprio tu oppure ho le travéggole, oggi? Dimmi un po', cosa diavolo ci fai quì?
     - Ehi, Pam, sono proprio io! - rispose quello. - Sono quì per piacere e per affari.
     Lo zio paterno di Pam, Jack Flint, un tipo attempato, sui sessanta (ben portati), fratello maggiore di David (appunto) era in "rotta di collisione" con la famiglia e dopo la morte della moglie Wendy, avvenuta nel 2003 in un incidente d'auto a Inverness, nel nord della Scozia, era andato in pensione dal suo lavoro di trader alla City, e aveva preso a girare il mondo, da solo e con un camper, dipingendo e vendendo i suoi quadri: a mercanti d'arte (ricchi o squattrinati, un po' bohemien, zingari, scapigliati come lui, a volte), galleristi o semplici appassionati; la cosa li dava di che vivere, abbastanza bene.
     - Sono contenta di rivederti, sai, Jack! - fece Pam, con voce squillante (lo aveva sempre chiamato per nome). - Era da tanto, tantissimo tempo, ormai, che non vedevo il tuo grugno da brutto scozzese ubriaco davanti ai miei occhi: avevo dimenticato quasi come fosse fatto! (Ovviamente scherzava: lei, infatti, sin da bambina nutriva gran simpatia e profonda ammirazione per lo zio).
     - Anche io, piccolina! - esclamò allegramente l'uomo. - Ma dimmi, piuttosto, cosa fai tu, da queste parti, con Reby? (Lo zio conosceva benissimo la compagna di Pam, visto che le loro famiglie si frequentavano sin da quando le due ragazze erano nella culla).
     - Siamo in viaggio! - rispose a bella prima la ragazza.
     - Questo l'ho capito! - replicò allora Jack. - Sono maturo ma no rincoglionito, cara nipotina, credimi!
     - Dai, su, Jack, non prendertela, scherzavo! - disse così Pam. - Siamo in viaggio, insieme, io e Reby; è il viaggio della nostra vita: abbiamo lasciato casa entrambe ed al ritorno...- Al che lo zio la interruppe: aveva capito tutto ciò ch'erano intenzionate a fare le due ragazze, bontà sua! Così le prese per mano, le guardò negli occhi senza dire nulla ed un istante dopo le abbracciò (sono gli abbracci, quelli come quello che lo zio diede alle ragazze quel giorno, che non si dimenticano facilmente: appartengono ad una specie sempre più rara ed in disuso, oramai, al giorno d'oggi, in ogni parte del globo terracqueo e forse, chissà, anche altrove, ed i quali Carlo Linneo classificò duecentocinquant'anni fa, o giù di lì, della famiglia "Cordi bene facere"!).
     - Sai, abbiamo le ore...ma no, che dico, i minuti contati! - disse Pam allo zio, agitatissima. - Il Filiki ripartirà tra non molto, purtroppo!
     - Va bene, non preoccuparti! - fece Jack. - Voglio chiederti ancora qualcosa e poi vi lascerò andare...libere di volare. Come stai? Come state voi due? E dimmi di loro, se "quelli" stanno bene? (Si riferiva a suo fratello David ed alla moglie Prudence, sua cognata, ovviamente...li aveva chiamati in maniera voluta a quel modo e no per nome!). Fu Reby, però, questa volta, a rispondere:
     - Noi stiamo benissimo e siamo anche ultra felici, lo hai capito già prima, credo! Sai, Jack, andiamo a sposarci e a consacrare il nostro matrimonio, proprio a Lesbo, l'isola dell'amore, per cui non potremmo essere più felici di quanto siamo adesso né potremmo desiderare null'altro di diverso da ciò che stiamo andando a fare, io e Pam...a casa stanno tutti bene, i miei ed anche quelli, come li hai chiamati tu: tutti quanti stanno meglio di noi, credimi!   

     

     
     

  • 01 maggio alle ore 17:09
    Un cielo (così) diverso

    Come comincia:  Ero bambino e mio padre spesso mi portava in riva al mare a guardare il cielo e le stelle al crepuscolo. Poi, mi prendeva la mano e diceva: - Sai, figliuolo, quando io ero lontano da casa, tanto tempo fa, spesso guardavo il cielo, come facciamo noi ora, ma non lo riconoscevo perché esso era "diverso" dal posto in cui sono nato. Anche se la terra si trova sotto un'unico cielo, cioé lo stesso cielo, penso che ogni luogo abbia comunque un cielo "diverso", e quello dove si é nati non puoi ritrovarlo da nessuna altra parte: tienilo sempre a mente!". Ed io così ho fatto, da allora; ho fatto ancora meglio di ciò che mi diceva mio padre...tutti i cieli della terra mi appartengono: ognuno di essi è il mio cielo, appartiene al mio cuore!

    da: "I ricordi nella casa sul lago del tempo".

  • 01 maggio alle ore 12:02
    Il quadro di sant'Anna

    Come comincia: Millenovecentocinquantatrè, assegnazione di casa popolare e da via Roma ci trasferiamo al Rione Tanucci allora estrema periferia casertana nel pieno delle proprietà Preziosi il “latifondista dai guanti bianchi” perché, in banca, prima di toccare le banconote usava infilarsi guanti bianchi profumati. Quattro blocchi contrapposti a due a due per novantasei appartamenti - copia e incolla - nuovi di zecca. Fummo i primi a prendere possesso del nostro e, per qualche giorno fummo i padroni assoluti del rione entrando ed uscendo da tutte  le abitazioni. Nei giorni precedenti c’erano stati gli addii di rito ed i relativi brindisi beneauguranti ed avevamo rivisto la signorina Carmelina che praticamente da qualche mese si era barricata in casa avendo subito lutti e malanni ravvicinati. Mia madre era riuscita a scardinare quell’isolamento e si trovò a consolare la poveretta che sembrava non avere nessuna voglia di essere confortata perché il crogiolarsi nel lutto sembrava darle un motivo per sopravvivere.  
    Girammo pagina.
     Si mettevano a posto i mobili, si trovavano soluzioni più calzanti con i nostri bisogni ed ovviamente era mia madre Adele che proponeva i piccoli accorgimenti ed in quel periodo nacque la frase che poi sarebbe stata il leit motiv della vita a due di mio padre e mia madre. “Ugo, in bagno si potrebbe mettere una tendina di plastichetta americana alla vasca e ci mettiamo una doccia?” “Adè, ma quanti anni vuoi campà?” Non era altro che la sintesi del ragionamento – vale la pena di metterla se fra poco ce ne andiamo al Creatore? – ed ovviamente gli scongiuri si sprecavano. Comunque la tendina si realizzò, come la veranda etc…
    Il rione in poco tempo si popolò ed ovviamente si intrecciarono nuove amicizie, rapporti e consuetudini e il complesso pian piano acquistava una sua fisionomia che somigliava sempre di più alla realizzazione di una “diocesi” di Adele. La gente fu attratta dalla simpatia napoletana di mia madre , dalla sua capacità di essere rassicurante e pian piano ne fece un punto di riferimento confortevole. La nostra casa conobbe un andirivieni molto fitto e, per certi versi,  incredibile. Il primo reale segno di questa comunanza fu segnato da un avvenimento caratterizzato da un quadro che, attualmente, è sotto i miei occhi. Una quindicenne molto avvenente che abitava nel primo edificio rimase incinta ed ovviamente scoppiò la tragedia. Erano i tempi dei matrimoni riparatori, delle donne tutte puttane, delle minacce e della mammane che lucravano sugli aborti. Per un po’ di tempo da quell’appartamento si sentivano le urla e i litigi sino a che non fu coinvolta mia madre. La madre della ragazza venne a parlare con lei e parlottarono a lungo. A sera, con il buio rassicurante, bussò alla porta la ragazza e c’era un letto in sala che l’accolse. Per una decina di giorni visse con noi. Nessuno doveva sapere niente e a noi figli fu promesso  un “paliatone” epocale se avessimo spifferato solo un dettaglio. Il tempo incominciò a lavorare per una soluzione accettabile e, dopo due settimane, la ragazza fece ritorno a casa.
    “Acqua ca  nun corre fa pantano e fete”
     Il commento di mia madre mi piacque, era azzeccuso. Nei giorni successivi il problema sembrava essersi risolto per il meglio ma non sapemmo come finché un giovedì di giugno all’ora  di pranzo non bussarono alla porta. Era la madre di Rosalia, la ragazza incinta, che molto timidamente chiese di entrare. “Accomodatevi signora.” ”Scusatemi per l’ora ma, non so cosa dire, nun ne potevo fare a meno.” “Nun ve preoccupate signò, è succieso qualcosa a Rosalia?” “No niente, signò sule ‘na cosa…” “Dite, in che posso essservi utile?” “Aggiu saputo che vuie ogni mercoledì facite sempe pasta e legumi…” “Si, signò, è vero.” “Oggi avite fatte pe’ ccaso pasta e fagioli?” “Si, certo, oggi l’ho fatta…” “Meno male signò…Rosalia mi ha detto che come la fate voi non la fa nessuno…”
    Intervenni io “Si, è vero, come la fa mamma non la fa nessuno.” “E allora signò, volete la ricetta?” “No, signò, nun voglio la ricetta anzi…la voglio… ma ora…ora… Vulesse ‘nu piatto ‘e pasta e fasule…Sa, mia figlia è incinta e…è ‘na voglia e voi sapete…” “Lo so, lo so, venite in cucina cu’ mme.”
    La nostra porzione si riduceva ma trattandosi di Rosalia… Senza secondi scopi, s’intende…Almeno per me.
    Le scuole si chiusero e noi partimmo per le nostre abituali vacanze a Monte di Procida. A metà luglio dall’ufficio postale arrivò una chiamata per mia madre. La telefonata proveniva da Caserta da parte della madre di Rosalia. In breve: erano sopraggiunte le doglie e lei era terrorizzata. Non voleva partorire perché era sicura di morire durante il travaglio. “Signò putite ffà qualcosa?” Ovviamente mia madre sentitasi chiamare in causa si organizzò e, con mio padre, partirono per Caserta. Si partoriva in casa allora e molto raramente, se si avevano soldi, lo si faceva  in clinica e Rosalia aveva saputo che una sua conoscente non era sopravvissuta al parto. Mia madre tentò di convincerla ma, vedendo i suoi tentativi naufragare, si giocò l’ultima carta. “Rosalia, ti faccio proteggere io.” “Da chi?” “Senti, io in casa ho un quadro miracoloso. Il ritratto di Sant’anna, la madre della madonna. Questo quadro protegge le partorienti. Se lo tieni in camera nun te succede niente ed il maschietto che ti porti dentro nasce sano e robusto.” “Che ne sapite vuie che è maschietto?” “Ehhh…Si vede subito. Tu tiene ‘a panza comme a n’acino d’ uva. E’ nu piccerille…” “E vuie state vicino a mme?” Si Rosalia, sto vicino a te…”
    E così  il quadro in questione, che abitualmente era posizionato sulla testata matrimoniale fu trasportato nella casa di Rosalia. Parto senza problemi e maschietto urlante!
    Da quel momento raramente la testata del letto matrimoniale di mio padre e mia madre era sormontato dal quadro di Sant’Anna (erano tempi in cui non c’erano altri “passatempi”) e bisognava “programmare” con cura i tentativi per non sovrapporre le date. Il rione Tanucci aveva una protezione speciale!
     
     

  • 01 maggio alle ore 7:34
    ALBERTO IL BENEFATTORE

    Come comincia: Alberto cinquantenne, dopo trenta anni di lavoro era in pensione con un bel po’ di denaro depositato in banca sia in azioni che obbligazioni. Non vorrei che a questo punto il solito lettore pierino saltasse su col dire ”Col lavoro onesto non si fanno soldi!” A parte caro signore (si fa per dire) che non sono fattarelli suoi se lei ha studiato latino ricorderà il detto ‘pecunia non olet’  e poiché ho qualche dubbio sulla sua cultura glielo traduco ‘il denaro non puzza’. Alberto un pó per il fiuto di guadagno che aveva innato, un  po’ per fortuna impiegò una bella somma su i ‘Bitcoin’ operazione che lo avevano reso milionario.  Da quel momento cambiò il suo tenore di vita comprando un’abitazione di lusso di trecento metri quadrati in viale San Martino a Messina ed acquistando, pur tenendo la vecchia Cinquecento per comodità di parcheggio, una Alfa Romeo Giulia omnia accessoriata apprezzando in particolare la gentile voce femminile che, una volta inserito il navigatore satellitare gli indicava come giungere a destinazione senza dover consultare carte topografiche. Poi gli era sorto il problema di come impiegare il tempo a parte qualche sporadica avventura con femminucce affascinate dalle sue tempie grigie e dal suo stile di uomo maturo ma ancora in forma. Gli venne in mente quando da suo padre, ateo, era stato iscritto a scuola in un istituto religioso. Il papà  giustificò al figlio questa sua scelta affermando che ognuno doveva avere una sua personalità scegliendo le proprie idee facendosi influenzare solo dalla lettura di testi di differenti opinioni in qualsiasi campo. Alberto si era dimostrato lettore accanito ed aveva dato filo da torcere ai poco illuminati preti che, nei compiti in classe, chiedevano agli allievi di manifestare le proprie idee sulla religione. Male gliene incolse ai ‘bacarozzi ‘ come volgarmente vengono chiamati dal popolino, Alberto una volta scrisse che nel mondo c’erano centotrentasette religioni e solo sette di ispirazione cristiana e quindi…, giustificò poi Giuda per il suo tradimento in quanto questo evento era stato previsto dal  Signore onnipotente e quindi non meritevole di punizione come pure il peccato di Adamo ed Eva con la stessa motivazione che per Giuda. Altro argomento scottante: perché gli ecclesiasti facevano i furbi appendendo alle pareti  degli esercizi commerciali  crocifissi  o icone di santi e di madonne al fine di evitare il pagamento di imposte allo stato italiano? Ai preti non restò altro che chiamare il padre di Alberto affinché ritirasse da scuola il suo figlio dichiaratamente ateo (e rompiballe). Durante le feste natalizie Alberto venne a sapere di banchetti organizzati dalla Curia in cui ai poveri venivano offerti pasti gratis, domanda ovvia: gli altri giorni dell’anno di cosa si cibavano i poveracci satolli solo a Natale ed a Capodanno? In seguito i signori sacerdoti per non essere sorpassati in beneficenza da istituti laici, obtorto collo approntarono  mense giornaliere. Idea di Alberto: aprire un locale per ‘dar da mangiare agli affamati’ come prescritto in una delle ‘sette opere di misericordia’ di cristiana prescrizione. Detto fatto: interpellato Giovanni suo amico e valente avvocato venne a sapere che l’edificio di un istituto di suore in  piazza Castronovo era in vendita motivazione: poche vocazioni. Considerato che nessun acquirente si era fatto avanti, le pretese delle suore si erano notevolmente ridimensionate così Alberto poté acquistarlo ad un prezzo conveniente.  Un architetto di fede atea progettò, gratis, l’interno dell’edificio per ospitare circa cinquanta persone, nome dell’istituto:  ‘Casa di accoglienza Giordano Bruno bruciato vivo per eresia’ come da targa posta sopra la porta d’ingresso.  All’inaugurazione ovviamente non fu invitato nessun appartenente all’Arcivescovado per la benedizione di rito come era avvenuto in altre analoghe occasioni. All’ingresso era stato posto il regolamento che prescriveva che nessuno potesse entrare con indosso distintivi di qualsiasi genere. Questa regola aveva messo in crisi varie categorie di persone: monache, preti, appartenenti a vari club, insomma chiunque portasse emblemi che identificasse un genere di individui. Di notte il solito fanatico religioso aveva scritto sul muri del convitto una epigrafe minacciosa nei confronti del proprietario. Alberto dopo aver fotografato la scritta, fece denunzia del fatto ai Carabinieri e fece porre delle telecamere di video sorveglianza al fine di poter rintracciare altri eventuali writers. Altra precauzione: installare delle ‘cimici’ in ogni locale per controllare eventuali infiltrati che potessero danneggiare in qualche modo il buon nome della casa di accoglienza. Alberto si riservò un locale per uso ufficio in cui c’erano oltre la scrivania: un lettino,  un computer e un monitor dove venivano riportate le immagini di tutte le stanze. Per il personale scelse solamente delle femminucce giovani impiegate in cucina, in sala mensa e per la sistemazione delle camere da letto. Unica eccezione Rosalia  (Lia), una signora anziana vestita di nero che aveva rappresentato la sua recente vedovanza con tre figli a carico, aveva il viso quadrato come pure il fisico più alto della media e piuttosto robusto. La stessa era l’unica autorizzata ad accedere nell’ufficio del padrone di casa, dava affidamento per serietà. Alberto non voleva essere ‘schiavizzato’ dalla casa di accoglienza ed allora convocò Lia, l’unica a cui dava del lei: “Signora per motivi personali non posso passare molto tempo qui dentro, lei sarà il mio alter ego, avrà, in mia assenza la responsabilità dell’andamento della ‘baracca’, il suo stipendio sarà raddoppiato.” “Grazie” Lia era di poche parole. Una mattina Alberto nel suo ufficio stava leggendo il giornale quando dando uno sguardo al monitor si accorse che in cucina Aida, rimasta sola, stava vuotando una bottiglietta di liquido dentro la pentola dove  sarebbe  stata cotta la pasta. Corse verso la cucina, durante il tragitto incontrò Lia: “Venga con me.” Aida fu subito immobilizzata da Alberto e trasportata a forza in ufficio. “Cosa hai messo in pentola?” Scena muta da parte della ragazza. Alberto chiamò il 112 spiegando brevemente la situazione, dopo circa un  quarto d’ora apparvero due Carabinieri che presero in consegna Aida, a lei riproposero la domanda sul contenuto della bottiglietta immesso in pentola, altra scena muta. I Carabinieri allora interessarono i Nas che si presentarono con il loro armamentario, prelevarono vari campioni di acqua dalla pentola e poi la sigillarono. Fu chiamato un avvocato d’ufficio al quale spiegarono la situazione, i Carabinieri volevano essere in regola con la procedura per evitare ‘furbizie’ da parte dell’interessata. Scoperta dai documenti dove si trovava l’abitazione di Aida, una pattuglia si recò in via Placida dove una donna con indosso lo hijab aprì la porta. “Parla italiano?” “Un poco.” “Abita qui Aida?” “Mia sorella.” “Questo è un mandato di perquisizione, entriamo in casa.” L’arredamento dell’abitazione era a dir poco povero ma in uno sgabuzzino i militari scoprirono un computer, uno di loro pratico del settore dopo molti tentativi riuscì a mettersi in contatto con un sito islamico in cui erano magnificati la lotta armata e come poter colpire i ‘miscredenti’. Dietro autorizzazione del sostituto di turno, i Carabinieri fra la curiosità dei vicini di casa portarono con loro la sorella di Aida che non fece resistenza. Ad Alberto fu richiesta una sua relazione sui fatti, la pentola incriminata fu la sola traccia dell’avvenimento, per il resto silenzio assoluto, dopo vario tempo sulla stampa nazionale apparve la notizia che, partendo da Messina i Carabinieri erano riusciti a smantellare varie cellule islamiche  sparse in tutta Italia, cellule che volevano colpire anche le chiese cattoliche. Passata la buriana, la serenità ritornò all’interno della casa di accoglienza, anzi il mancato pericolo rese più compatta l’amicizia fra i suoi componenti. Alberto una mattina di una domenica  stava poltrendo al caldo del letto (era inverno) quando suonò il citofono, quando gracchiò per la terza volta Alberto pensò che fosse cosa importante e: “ Chi rompe?” “Sono la signora Matilde, lei non mi conosce, son venuta a recapitarle la sua pubblicazione ‘L’Ateo’ a me pervenuta erroneamente.” Alberto  riuscì ad aprire completamente gli occhi, indossò una vestaglia sopra il pigiama. Uscita dall’ascensore gli apparve una bionda, una bionda che più bionda non si può (espressione copiata da un comico televisivo). “Chiedo scusa se sono poco presentabile.” “Mi è giunta, insieme alla mia una copia della pubblicazione ‘L’Ateo’ a lei indirizzata, eccola qua.” “La ringrazio, la prego di accomodarsi nel salone, mi rendo presentabile e poi, se lei è d’accordo potremmo andare a pranzare in un locale qui vicino.” “Accordato, posso visitare la reggia?” “Grazie per il complimento, faccia pure.” Alberto con  calma si rasò la barba, fece una doccia e poi indossò il ‘vestito della festa.’ “Adesso sono presentabile, posso offrile un aperitivo.” “Preferisco mangiare, un certo languorino…” All’ingresso i due furono accolti dal proprietario, Alberto era un cliente di riguardo. Dopo un finto baciamano alla signora: “Complimenti Alberto, ‘semper ad meliora’”, poi vedendo la faccia di disapprovazione di Alberto. “Se me lo permettete provvedo io per il menù.” Salvatore aveva compreso la gaffe. Matilde ci rise sopra: “Pare che questo sia il posto dove lei conduce le sue conquiste!” “Sempre di meno, ormai l’età…” “Non si sottovaluti, ha il fascino delle tempie grigie.” “E lei della gioventù.” “Non ha il coraggio di chiedermi gli anni? Non ho remore a dirglieli: ventisei e non mi dica che potrebbe essere mio padre!” La frase fu seguita da una risata da parte della signora che seguitò: “Non mi chiami signora, sono signorina e lo ribadisco con forza come dicevano in un film di Frank Capra due zitelle incartapecorite.” “Mi fa piacere esserci scoperti pieni di humour, penso potremo darci del tu e, se me lo permetti pago io il pranzo, sono un po’ superstiziosa e ritengo che porti fortuna quando al primo incontro è la femminuccia a saldare il conto.” La mancia di cinquanta Euro fece sbarrare gli occhi al vecchio cameriere Osvaldo che ringraziò con un inchino. “Facciamo un giro in auto, è posteggiata in garage.” “Complimenti una Giulia allora non sei tanto vecchio se ti sei comprato una macchina sportiva! Me la fai provare?” Alberto sorrise e pensò: “ E tu che mi fai provare?” “Non fare pensieri lascivi, non almeno al primo incontro!” Alberto capì che aveva trovato ‘duro’, scese dalla parte del guidatore dove si istallò Matilde che subito dimostrò di essere un buon ‘manico’ con  partenza con  sgommata. In autostrada verso Catania: “Se vai a questa velocità non solo perdi i punti della patente ma se superi i quaranta più del previsto te la ritirano .” “Ed allora tu mi farai da autista venendomi a prendere a casa, magari anche in orari inconsueti, sarò ad aspettarti.” “Mi fermo in questa piazzola, voglio rilassarmi spostando la spalliera del sedile indietro.” Detto, fatto Matilde afferrò Alberto per il collo e lo baciò a lungo. “Non sono un gallinaccio…” Matilde ripartì: “Direzione casa mia hai qualcosa in contrario?” “No visiterò la tua reggia e…” “Non ti aspettare niente , oggi hai avuto un assaggio, ti può bastare!” Tilde, il diminutivo di Matilde, era molto impegnata col lavoro, era capo sala in un Istituto ortopedico in via Ducezio, comunicò ad Alberto l’impossibilità di incontrarlo per motivi che gli avrebbe comunicato a voce. Alberto sopportò un  periodo di astinenza sessuale, che fosse la vecchiaia…Non se ne preoccupò più di tanto, per passare il tempo rispolverò un vecchio hobby, la fotografia. Acquistò una Canon con tutti gli accessori  di ultima generazione, ormai la pellicola era un lontano ricordo, c’era una scheda in cui si potevano immagazzinare anche cinquecento scatti. Non contento, pensò di metter su un laboratorio di sviluppo e di stampa in uno sgabuzzino di casa sua, gli costò un occhio della testa ma poi pensò a quanto fosse più gratificante stampare da solo le foto, magari qualcuna osé, forse pensava a Tilde immaginandola in costume adamitico o meglio evitico. La dama si faceva viva solo per telefono, solita giustificazione lavoro che la impegnava tutta la giornata, sembrava più una scusa che la verità ma…Una mattina di domenica alle undici insistente suono del telefono: “Sto riposando al calduccio del letto, non vengo fuori nemmeno se sei miss mondo!” “Ti deve bastare miss Matilde  che ti viene a trovare a casa e così potrai poltrire ancora a letto!” Alberto comprese che era l’ora del ‘la tromba la mattina è una rottura di coglion’ di  militare memoria e con un balzo lasciò il giaciglio e corse ad accendere i riscaldamenti. Dalla finestra vide una Abarth 124 spider entrare in cortile, che fosse lei? Era lei,  svelato l’arcano dell‘amore per la velocità di Tilde! “Mia cara dal viso mi sembri  piuttosto stanca…” “Non ho avuto tempo di fare colazione, per favore preparami un cappuccino con qualche dolcetto.” Nel frattempo Tilde si era introdotta nel bagno per una doccia e ne era uscita con indosso un accappatoio di Alberto. “Posso dire sotto il vestito niente!” “Ho capito, ecco quello che volevi vedere!” “Apparve un corpo longilineo, piccole tette, vita stretta, e, giratasi un bel popò poi un pube con ‘pelame’ nero. “Si, non sono bionda naturale, finito di mangiare  approfitterò del tuo letto penso ancora caldo, del tuo corpo e del tuo profumo.” Matilde chiuse gli occhi, si era addormentata. Alberto pensò che non era il caso di andare al ristorante, si mise al lavoro in cucina, era abbastanza bravo e mise su un pranzo con i fiocchi. Dopo due ore decise che la signora si era riposata abbastanza e con la bocca fece il suono della sveglia militare: “Tu tu tu tu tu tu tu tu tu, la sveglia la mattina è una rottura di coglion…” “Sei un sadico, nel più bello…” “Non mi va di andare al ristorante, mi accontenterò di un panino.” “Invece l’Albertone ha preparato un pranzo con i fiocchi!” “Mai mangiato un pranzo con i fiocchi, spero non sia avvelenato!” Tilde fece seguire la battuta con un bacio che fece svegliare un ‘ciccio’ ormai a riposo da tempo. “Ora no, voglio che sia una cosa dolce non mi interessa la sveltina, comunicala al tuo ‘socio’. Il ‘socio’ non la prese bene ma si ritirò in buon ordine, c’era odore di ‘cosina’ da gustare più tardi. Alla fine del pranzo riposo sul divano col televisore acceso. Solite notizie negative: omicidi soprattutto di donne, guerre in tutto il mondo ed altre schifezze varie che indussero Alberto di spegnere la TV. “Caro penso sia il caso di raccontarti le mie vicissitudini: sin da piccola sono vissuta in una casa per orfani, mia madre, mai conosciuta, mi aveva abbandonato alla mia nascita. Crescevo senza affetto come puoi immaginare, a sedici anni  un addetto all’istituto mi violentò, tanto dolore soprattutto fisico che mi portò a giurare a me stessa eterno odio per gli uomini. Questo mi portò a ‘frequentare’ da vicino una mia compagna più grande di me che amava  le femminucce più  dei maschietti.  Alla maggiore età l’ho persa di vista, con l’aiuto finanziario di una benefattrice nobildonna io ed altre mie colleghe siamo riuscite a studiare fino alla laurea. Ho vinto il concorso di capo sala e da allora la mia vita è cambiata soprattutto ultimamente quando è stata ricoverata una signora anziana con osteoporosi e con un femore rotto. Mi ha chiesto di starle sempre vicino e quindi, oltre al mio lavoro ho svolto le mansioni di infermiera di notte. Una mattina la signora ha fatto chiamare il direttore della clinica a cui ha chiesto l’intervento di un notaio, voleva far stilare un testamento valido a tutti gli effetti, niente ai nipoti. Alla sua morte ho appreso che mi aveva lasciato i suoi beni piuttosto sostanziosi poi sei apparso  tu, fine della storia.” Alberto e Tilde si guardarono a lungo senza profferir verbo, in seguito si abbracciarono ma nulla di sessuale, erano ambedue commossi. Morfeo li colse sino al mattino successivo. “Ho una fame indiavolata, presto amore mio, prepara una colazione coi fiocchi, sono in vacanza per un mese ma non ti illudere… Stavolta i due uscirono e presero la 124 di Tilde la quale stranamente aveva smesso  di fare gli slalom fra le macchine che la precedevano, andava così piano che gli automobilisti dietro di noi, inviperiti,  cominciarono a suonare i clacson. “Che ne dici di fermarti in uno spiazzo?” “Niente da fare, per ora mi sto rilassando tutto rimandato sul tuo giaciglio.” La situazione di evolse come desiderava Tilde: inizio con baci da parte di Alberto su tutto il corpo dell’amata, il fiorellino si dimostrò subito recettivo con orgasmi multipli che lubrificarono la vagina di Matilde tanto da farle percepire con poco dolore l’entrata trionfale di un ‘ciccio’ alla massima potenza. La mattina seguente Alberto trovò sul comodino un bigliettino che recitava: ‘ Un cinquantenne sarà un buon padre?’ Una festa alla grande organizzata da Lia aspettava i due che alla loro entrata alla casa di accoglienza furono gratificati da un forte e lungo applauso da parte dei presenti i quali in coro: ’Discorso, discorso, discorso!’ “Mie cari che dirvi, questa è Matilde  mia moglie con cui spero di avere un erede,  siete tutti nel mio cuore ed ora buon appetito!” L’istituzione voluta da Alberto, per sua volontà, seguitò a funzionare anche dopo la sua morte in seguito alla quale fu apposta, dalla vedova e dal figlio Adalberto una  targa  all’ingresso per ricordare chi era stato il suo promotore.

  • 01 maggio alle ore 0:37
    Ultimo giorno di lavoro

    Come comincia: Quando la sveglia iniziò a trillare, Bortolo (così, troncandogli il cognome, lo chiamavano gli amici) era già in piedi da un pezzo, aveva già fatto la barba, infilato la tuta da lavoro e calzato le scarpe antinfortunistica.
    Lasciò suonare la sveglia per alcuni secondi e poi, senza spegnerla, la posò per terra, quindi, in uno sfogo emozionale di dolore e gioia, con un colpo di tacco da ballerino gitano, la fracassò.
    Quello era il suo ultimo giorno di lavoro al “Consorzio Vitivinicolo di Dolcenero- Vignaioli dal 1919”, che in sigla faceva … (vabbè, lascio a voi immaginare).  
    Quarantadue anni e dieci mesi più altri tre di finestra si era fatto. 
    La storia dei tre mesi aggiuntivi non la sapeva, era stata Ileana, la volontaria dell’Inca a spiegargli che avrebbe dovuto lavorare ancora un po’ prima della pensione
    -Non lo capisco ma mi adeguo – così aveva risposto lui usando una battuta che aveva sentito in televisione.
    Al che Ileana, ironicamente, aveva replicato: -  L’Italia è l’unico paese al mondo dove le finestre si misurano in mesi: tre mesi una finestra, sei mesi una doppia finestra, un anno una porta finestra.
    L’azienda vitivinicola, distante circa tre chilometri dalla sua abitazione, era posta sulle alture che segnavano il confine tra il paese e i comuni limitrofi: un vecchio casale ristrutturato a dominare filari di vite che a ogni nuova stagione regalavano antichi sentori e colori.
    Bortolo non aveva la macchina, per alcuni decenni risolse il problema della mobilità casa – lavoro – tempo libero con una Lambretta; poi anche quella si era fatta vecchia e non conveniva più ripararla, da lì la decisione di passare in modalità pedalata.
    Da Vilcher, segretario della Lega Spi Cgil di Dolcenera, a un prezzo decisamente politico, aveva comprato una bicicletta Atala vintage appartenuta a suo suocero e che lui non usava più perché, da quando era andato in pensione, era passato alla cyclette in camera da letto.
    Quando, sceso in cantina, afferrò la bicicletta, si accorse che un copertone era afflosciato.
    -Mi ricorda qualcosa - pensò in un momento di fuggevole autoironia; poi, tornato alla realtà, si rese conto che il copertone e la camera d’aria avevano uno squarcio di alcuni centimetri provocato, probabilmente, da qualcosa di tagliente, forse un pezzo di vetro di bottiglia.
    Inutile tentare una qualsiasi riparazione e poi nemmeno aveva i ricambi, che tra l’altro per quella bici, vintage più di lui, si facevano fatica a trovare.
    -E adesso cosa faccio? – pensò
    L’unica soluzione era farsi prestare una bicicletta da qualcuno, ma da chi?
    -Amilcare cazzo!  Potrei passare da lui; mi scoccia disturbarlo, ma oggi è l’ultimo giorno di lavoro mica posso mancare, senz’altro avranno preparato un rinfresco d’addio.
    Amilcare era un suo compagno di lavoro che grazie a “Quota cento”, pur avendo cominciato a lavorate quando altri erano già stanchi di faticare, era riuscito ad andare in pensione prima di loro.
    S’incamminò quindi verso la casa del suo ex collega.
    La loro era un’amicizia di vecchia data, si erano conosciuti in giovane età frequentando la sede della P.C.I.
    Nel tempo, anche se il partito aveva cambiato pelle, lui era rimasto di sinistra; Amilcare invece era diventato leghista e da quel momento la loro amicizia aveva cominciato a vacillare.
    Ogni tanto quando il discorrere si spostava sulla politica litigavano di brutto e per un po’ si guardavano in cagnesco, ma poi la convivenza forzata sul posto di lavoro li costringeva a riappacificarsi.
    Bortolo ogni tanto gli diceva: - Amilcare sembriamo quei due braccianti morti di fame che litigavano su chi, tra i rispettivi padroni, aveva più mucche; mentre loro due andavano avanti a polenta e cicoria e non avevano mai mangiato una bistecca.
    Avrebbe potuto telefonare per chiedergli se gli prestava la bicicletta, ma lui di notte metteva il silenzioso, anche perché l’Adalgisa, la moglie di Amilcare, che pesava assai ma aveva il sonno leggero, non sopportava di essere svegliata di soprassalto.
    L’Adalgisa era stata la prima morosa di Bortolo, ma la loro storia era durata poco e alla fine si era messa con Amilcare.
    La bicicletta del suo amico era una gran bella bicicletta, elettrica per di più, l’aveva comprata recentemente con un finanziamento di 84 comode rate mensili da 30 euro cadauna.
    Bortolo, canzonandolo, gli diceva: - Caspita Amilcare, quando finirai di pagare la bicicletta sarà ora di fare un altro mutuo per la dentiera.
    -Chissà se me la presta? E’ molto geloso delle sue cose se poi si mette di mezzo la moglie, ciao bambina.
    Con quella bicicletta Amilcare arrivava sempre in anticipo al lavoro, mentre lui, spesso, molto spesso, arrivava all’ultimo momento o in ritardo.
    Allora Amilcare gli cantava: -E stamattina/ non mi son svegliato/ o bella ciao/ bella ciao...
    Bortolo, al sentir quelle parole, la prima volta si era messo a ridere, la seconda un po’ meno, dalla terza volta in poi aveva reagito urlando parole orfane, sin dall’infanzia, di buona educazione.
    - “Bella ciao” è sacra e non si tocca!
    A un certo punto del suo cammino verso la casa di Amilcare, sentì il telefono squillare, guardò lo schermo e vide che era Ermanno, il Presidente del Consorzio.
    -Ciao Bortolo, ascoltami bene, oggi non venire al lavoro, abbiamo dovuto chiudere per il virus che c’è in giro, dobbiamo sanificare tutto prima di riprendere la produzione.
    -Che botta di culo! – pensò Bortolo
    Si sentì come quella mattina di un “secolo” prima, quando entrando in classe si ricordò di non aver fatto i compiti, però nello stesso momento era entrato nell’aula il bidello ad annunciare che la maestra non sarebbe venuta perché ammalata.
    Quando arrivò sotto la casa di Amilcare, suonò a lungo e ripetutamente il campanello.
    Lui dopo alcuni secondi aprì la porta finestra del balcone e si attaccò alla ringhiera con tutte e due le mani (tipo Mussolini durante i suoi farneticanti discorsi)
    -Bortolo, che cazzo! Ti sembra la maniera di suonare? Qui c’è gente che dorme, hai svegliato anche l’Adalgisa! Si può sapere cos’è che vuoi?
    - Amilcare sai cosa ti dico?
    Dai, sentiamo cos’è che mi vuoi dire, così poi torno a dormire.
    -Amilcare: va a dà via i ciapp ti e la to bicicleta!
     

  • 30 aprile alle ore 20:08
    Il banderillero

    Come comincia: José Luis aveva provato a fare l’espada in due occasioni, ma la critica fu sfavorevole e le sue ambizioni vennero meno. La rivista Fiesta, diffusa nell’ambiente della tauromachia in Estremadura e in Andalusia, aveva in una cronaca additato Josè Luis come un torero affetto da “inutile barocchismo”. Non ho mai capito, in verità, quale fosse il significato di queste parole, ma per Josè dovettero essere decisive per abbandonare ogni velleità di imporsi come matador. Come banderillero era invece considerato tra i migliori e ancora, a trentasei anni, mantiene il suo prestigio. Privilegia la modalità “de frente”, la più rischiosa, lui è velocissimo e,  puntualmente,  le banderillas,  infisse sul dorso del toro, scendono a destra e a sinistra con simmetrica precisione, riuscendo puntualmente a entusiasmare gli appassionati più competenti.  
    Alejandro lo ha voluto nella quadriglia e questo è stato un vantaggio anche economico, perché Alejandro con la sua squadra, nonostante la grave crisi della tauromachia, è  molto richiesto dagli organizzatori delle sagre, dove è ancora permesso la corrida de toros.
    Josè è un uomo riservato, molto serio, virile, ma umano e tollerante. Non gli ho mai sentito, per esempio, una parola di biasimo o di rancore verso gli abolizionisti e verso i più accesi sostenitori della corrida come spettacolo di barbarie e criminalità, negando in toto ogni dimensione artistica ed ogni radice storico-culturale. In quel mondo Josè è un protagonista, ma senza mai raggiungere la spavalderia e il fanatismo o il compiacimento per i suoi indiscutibili successi. Gli sono amico anche per questo. Ho conosciuto Luis anni fa, tramite alcuni amici americani al seguito di Orson Welles, e via via ho avuto modo di stimarlo e volergli bene come un fratello. 

    Luis Josè ha un segreto che nessuno deve conoscere, nemmeno la sua donna, Maria Pilar, che gli ha dato una figlia bellissima: è stato colpito dal cancro ai polmoni. Io sono l’unico che è a conoscenza del suo dramma e lo accompagno, due volte la settimana, di sera, in macchina nella villa (a dodici chilometri da Malaga) del professor Morales Ortega, che, segretamente, lo cura con i protocolli della chemio. Se si venisse a sapere del suo male, Josè entrerebbe nel cono d’ombra e uscirebbe certamente dal giro. Il professore  mi ha detto che uscirà comunque dal giro in poco tempo, anzi uscirà dalla vita stessa, perché le probabilità di salvarsi sono meno di zero.
    Ortega sostiene che sia un dovere professionale dire la verità al paziente. “Noi dobbiamo tentare tutte le strade – dice - per guarire o ridurre il dolore, ma non possiamo ingannare i malati e creare illusioni. Io invece penso che sia una barbarie spegnere una fiammella di speranza a quest’uomo coraggioso, che lotta eroicamente e scende nelle plazas de toros sotto l’effetto di forti sedativi.  
    Ottenere il silenzio del professore sulla imminente morte del mio amico non è stato facile, ma  ho molto insistito e alla fine, mugugnando, mi ha accontentato.
    Eccolo José Luis! Compare in fondo alla strada, con la sua caratteristica andatura agile ed elegante. lo stavo aspettando da un paio di minuti  e mi chiedevo se lo avrei visto anche quella sera, me lo chiedo ogni volta, nei nostri appuntamenti per la visita, con commozione e un atroce nodo di pianto alla gola.

  • 30 aprile alle ore 9:57
    GLI ICONOCLASTI DEL SESSO

    Come comincia: Alberto non era più giovanissimo (per usare un eufemismo) e poi in quanto a malattie…Un suo amico medico romanogli aveva detto: “Arbé, famo prima a le malattie che nun c’ihai che quelle che c’ihai!”  informazione poco confortante oltre che presa per i fondelli, belle notizie per un vecchio tombeur des femmes settantenne purtroppo quasi a risposo! Sul suo sito aveva scritto. ‘Sono nonnobomba che mangia, beve e talvolta tromba!’ Con quel ‘talvolta’ aveva cercato si salvare la fama di ‘fucker’. Ricordava quante gaffes aveva volutamente commesso col suo spirito, la più rilevante quando, alla facoltà di architettura sulla lavagna aveva scritto: ‘Il  culo è architettura’ solo che l’insegnante femmina era brutta, antipatica, presuntuosa a soprattutto piatta! Richiamo orale da parte del Rettore dell’Università che lo aveva in simpatia che se si era fatto delle matte risate, ufficialmente non poteva tollerare quell’aforisma fuori posto. Ma non era la prima volta che il buon Alberto si faceva richiamare dagli insegnanti: allorché frequentava il terzo liceo classico in un istituto religioso di Roma si era esibito con: ‘Il culo? È la vagina dei cattolici!’ Inutile dire la buriana che aveva innescato, cacciato in malo molo dalla scuola, per evitare guai  agli esami di Stato aveva cambiato città beccandosi i rimproveri di mamma Adele ma con qualche sorriso di papà Armando fervente ateo. Alberto anche da anziano aveva mantenuto il suo studio di architetto in via Condotti a Roma, aveva pochi clienti perché non aveva molta voglia di impegnarsi in progetti importanti, il suo studio era frequentato da ragazzi e ragazze iscritti alla facoltà di architettura che andavano a prendere lezioni dal vecchio maestro apprezzato anche per il suo spirito romanesco. Aveva un po’ lo stile di Vittorio Gasmann che si era esibito con questo aforisma: ‘Il sesso, le cosce, due belle chiappe ecco la vera religione, la sola idea politica, la vera patria dell’uomo.’ Alberto enunciava con enfasi sacri principi dell’architettura prendendo in giro anche se stesso, per far scena nello studio vestiva come quei pittori impressionisti dell’ottocento francesi tipo Degas o Manet. Talvolta non rientrava a casa in via Merulana, dietro lo studio aveva fatto approntare un letto ed un bagnetto che in passato erano serviti per…ora quasi solo per riposare, Alberto non era nato per fare il vecchio! Per sua fortuna le testa ancora ‘gli reggeva’  ed i suoi insegnamenti erano apprezzati dagli allievi, lui invece avrebbe apprezzato le grazie di qualche allieva particolarmente procace! I genitori di Alberto  provenivano  da Jesi una cittadina in quel di Ancona. Era nato in quel centro marchigiano dove il padre era direttore di una banca, aveva studiato al liceo classico sino alla quinta ginnasiale poi si era trasferito a Roma con la famiglia. Un giorno, per festeggiare il 71° compleanno gli venne in mente di intraprendere  con la sua  Stelvio Alfa Romeo un viaggio superando le montagne dell’Umbria per approdare nella città del Verdicchio. Nell’albergo ristorante in viale della Vittoria dove aveva preso alloggio quotidianamente apprezzava saporiti piatti a base di pesce ‘innaffiati’ dall’eccellente vino locale, a Jesi non aveva più parenti dei suoi genitori. Una mattina entrando nel bar Bardi, il più grande e lussuoso del paese vide seduta ad un tavolo una ragazza che assomigliava moltissimo ad una sua compagna del liceo classico, certa Rosanna con cui aveva amoreggiato ai tempi della scuola. Con la faccia tosta di cui era  provvisto si avvicinò al tavolo e:”Mi presento, sono Alberto a suo tempo compagno di liceo di Rosanna, lei le assomiglia in maniera notevole, dovrebbe essere sua figlia.” “Si accomodi, Rosanna è mia nonna, io sono la nipote Matilde, mia madre si chiama Mirella.” Alberto rimase basito, aveva saltato una generazione, dimostrazione della sua sopraggiunta vecchiaia, rimase muto in  piedi sinché Matilde: “Si accomodi, mi faccia compagnia, aspetti faccio una telefonata e si allontanò: “Nonna sono da Bardi, per te una sorpresissima, vieni subito!” “Vedo cha lei ha già consumato, cameriere per me  un Campari Soda.”  Dopo un quarto d’ora: “Mirella vedo che sei in buona compagnia, mi presenti il signore?” “Alberto riconobbe Rosanna, anche se ovviamente invecchiata ancora portava i segni dell’antica beltade, era elegantissima in un vestito spezzato rosa e nero. Un po’ di imbarazzo da parte dei due poi Matilde: “Vi lascio soli avrete tanto da raccontarvi!” Alberto e Rosanna si guardarono a lungo negli occhi, era passato un lungo lasso di tempo, con la mente stavano passando in  rassegna i momenti passati insieme. A scuola erano compagni di banco, fuori, entrando nel portone di casa di Alberto si scambiavano qualche bacio appassionato ma tutto finiva lì, oggi…Alberto parlò per primo: “Mi sono sposato ed ho divorziato dieci anni addietro, assoluta incompatibilità di carattere, me la sono spassata con femminucce varie senza impegni sentimentali, ho svolto la mia professione di architetto, i miei progetti andavano quasi tutti bene, solo qualche ponte cadeva…” “Non hai perso il tuo spirito salace, ti ho pensato tante volte, la mia vita non è stata fortunata, mio marito Gennaro in associazione col cugino Gianni erano titolari di una fabbrica di macchine agricole e di strada. Purtroppo Gianni morì per un tumore e mio marito per un ictus, era grasso ed amava troppo il bere. Mi sono trovata sperduta con una fabbrica sulle spalle, non mi sono persa d’animo, ho radunato i capi reparto della fabbrica ed abbiamo deciso che avremmo diviso i guadagni a secondo delle entrate, tutti furono d’accordo altrimenti ci sarebbe stato un fallimento con conseguente licenziamento collettivo. Il bilancio sino ad ora è stato positivo. Nel frattempo era nata Mirella che già da piccolissima girava per la fabbrica coccolata da tutti specialmente dalle operaie. I figli saranno pure ‘pezzi ‘e core’ ma danno grandi preoccupazioni. Mirella a diciotto anni rimase incinta, l’interessato, tale Settimio non poté legalizzare la loro unione, era sposato, fra l’altro i componenti della sua famiglia e quella della consorte erano molto religiosi ed alcuni apparentati alla curia locale, conclusione la piccola Matilde ha il mio cognome. Ci sarebbero tante altre cose da raccontarti ma per ora…”Rosanna prese una mano di Alberto, dinanzi a quei ricordi si era commossa, una lacrima sul viso subito rimossa, Rosanna era stata ed era tuttora una dura. “Cara che ne dici se andiamo a pranzare al mio albergo in viale della Vittoria, prima passerò dal mio amico Giorgio produttore di Verdicchio.” Con Giorgio altra grande commozione, erano pari età ed anche lui aveva avuto problemi dalla vita, Giorgio non volle accettare l’invito a pranzo, capì che non era il caso. “Cara fa onore a stó piatto cappelletti ed anche al  brodetto, è favoloso, se non ricordo male sono afrodisiaci!” “Non sei cambiato, sei il solito…mi stavo domandando che tipo di vita avremmo condotto se ci fossimo sposati.” “Gros baise!” “Stai parlando con una signora!” “Con me saresti diventata una signora mignotta!” “Ho capito,  con la vecchiaia sei peggiorato ma mi piaci lo stesso, durante la mia vita ho avuto vicino solo uomini pedissequi, pedanti e niente affatto divertenti, tu riesci a farmi sorridere.” Allora ti recito il detto francese: ‘Femme qui rit est dejà dans ton lit!” “Io rido senza andare a letto…scusa sono una bugiarda, vorrei abbracciarti, il nostro incontro ha cambiato qualcosa in me, andiamo in camera tua, non voglio farmi vedere in casa da mia figlia e da mia nipote.” In bagno ognuno mostrò all’altro i segni della vecchiaia, ne risero abbracciandosi a lungo sul letto sin quando Alberto si appropriò della gatta di Rosanna e del suo clitoride portandola ad una orgasmo prolungato che lei aveva completamente dimenticato, stavolta la signora non riuscì a fermare le lacrime, erano di gioia. Passato il pomeriggio si fecero portare la cena in camera, una sostanziosa mancia fece dimenticare la loro presenza al  cameriere che si allontanò con tanto di inchino. “Cara Mirella sono ancora in compagnia di Alberto, voi due mangiate pure non so quando ritornerò.” “Mammina sei fuori allenamento, non svenire altrimenti dovremo portarti in ospedale!” Rosanna inaspettatamente rispose con una frase in inglese: ‘daughter of the bictch’ cosa che non era nel suo stile, fra l’altro aveva classificato se stessa in maniera volgare! La mattina Alberto fu svegliato da un fastidioso raggio di sole sul viso, guardò l’orologio erano le dieci. Sul comodino un biglietto da visita di Rosanna con tanto di numero del cellulare. Rimessosi in piedi, presentabile, mise sul satellitare dell’auto l’indirizzo della villa di Rosanna al Cavallotti, giunto dinanzi al cancello si appalesò un pastore tedesco particolarmente incazzato che latrava alla grande. Si era avvicinata Matilde che preso per la collottola il cane: “Tralla non fare casino il signore è un amico!” Pareva che la cagna avesse compreso le parole della ragazza. Aperto il cancello e sceso Alberto dalla macchina, Tralla prese ad annusarlo ed a scodinzolare. “ “Sta puttana, prima fa tanto di casino e poi…” “Nipotina non consideri il fascino profumato dello zio Alberto!” “Daremo il tuo nome ad un profumo per cani!” “Penso che dovrò spazzolarti il popò, con me non si scherza!” “Nemmeno con me so benissimo fare una cravatta!” Alberto ricordò,  la cravatta era una mossa di judo particolarmente pericolosa, in America aveva provocato la morte di uno judoca  ma non volle darsi per vinto. “Io indosso solo cravatte di classe, quelle disegnate da maestri napoletani, tu?” “Quelle insegnatemi da Nerina la mia maestra di fitness, quella che sta venendo verso di noi.“ Alberto la osservò: circa quarantenne, altezza nella media, robusta, capelli corti, faccia quadrata,  cipiglio duro, l’architetto capì subito di che ‘razza’ si trattasse, meglio averla amica. “Gentile signora, Matilde mi stava magnificando le sue doti ginniche, forse anch’io avrei bisogno di qualche lezione, dove si trova la sua palestra?” “Dopo un attimo di perplessità Nerina: “Non sono sposata, la mia palestra si trova all’Appannaggio’ tra via San Martino ed il Corso, quando vuole a disposizione.” Nel frattempo era giunta Rosanna: “Matilde sta attenta a Tralla, non vorrei…” “Ma quando mai, sta mignotta non fa altro che strofinarsi col tuo amico!” Tutti in giardino a godersi il fresco che pian piano stava scendendo dalle vicine montagne. Alberto era su di morale e si esibì in una battuta: “Sono in netta minoranza quattro a uno, chi passa dalla mia parte?” Rosanna: “Penso che resterai in minoranza, in tutto il mondo le donne sopraffanno in numero i maschietti in tutti i campi anche perché i signori uomini, sin dall’antichità si distruggevano la vita con le guerre invece di impegnarsi in pugne più piacevoli con le legittime o illegittime consorti!” ”Sei una scoperta, una femminista, solo che la situazione non è come tu la descrivi, ora i maschietti cucinano, lavano i piatti, cambiano i pannolini ai figli, talvolta anche lavano e stirano…” “Tutte fantasie, io non ne ho mai conosciuti di quella razza che tu descrivi e poi, sinceramente preferisco l’uomo che non deve mai chiedere!” Res cum ita sint, usando un termine siciliano ‘mi arrunchio’ ed alzo bandiera bianca,  sento un gorgoglio nel mio pancino che ne dite di…” Sistemato il pancino  di nuovo tutti in giardino col profumo del tabacco proveniente dalla pipa di Alberto. Nerina: “conosco questo tabacco è un Latakia siriano, lo fumava una mia amica.” Nessun commento, peraltro inutile, come si dice in gergo ‘tutti sapevano di tutto.’ Alberto capì che ‘il gatto sarebbe rimasto senza trippa’, salutò la compagnia e fece ritorno in albergo. Qui una sorpresa, incontrò un deliziosa ragazza vestita da cameriera: “Signore la vedo solo soletto, ha bisogno di un pó di compagnia?” Alberto maledisse la sua vecchiaia e: “La ringrazio ma sono stanco.” Pensiero della baby: Sei vecchio e non ce la fai più!’ Alberto si era accorto che Nerina, di sottocchio l’aveva osservato a lungo, si mise a ridere, era diventato il bersaglio di un omo donna, forse era stata solo un una sua impressione. La mattina dopo alle dieci bussò alla porta della palestra, dopo un po’ comparve la titolare, scapigliata e ancora sonnolente. “Cara apri gli occhi belli…” “Gli occhi belli avrebbero preferiti restare chiusi per un’altra oretta…dato che sei qui entra, vado a farmi un caffè, lo preparo pure per te.” La donna era sparita in fondo alla palestra dove c’era un mini appartamento. Alberto aspettò a lungo, la signorina si presentò  più rassettata e con i due caffè in verità deliziosi. “Sediamoci  sul divano, ieri mi hai incuriosito, di uomini non ne capisco gran che ma tu hai qualcosa che attira…chiudi gli occhi e, se ti va  accetta le mie avances. ‘Lo sventurato rispose’, Nerina prese possesso del suo corpo iniziando dal viso sino a i piedi, lunghi baci, piccoli morsi eccitanti, graffi forse questa era la sua tecnica con le femminucce? Fatto sta che ad Alberto ‘ciccio’ cominciò ad innalzarsi come non succedeva da tempo, destinazione finale una gatta dalle pareti robuste forse per  troppo allenamento! Poi avvenne l’imprevisto, l’imprevisto che si associa alla logica azione reazione che può cambiare il finale di ogni storia. Dinanzi ad Alberto ed a Nerina era comparsa Matilde che impallidì…senza pronunziare verbo sparì dalla circolazione, quelle erano corna anche se effettuate con un maschietto. Alberto restò ancora un po’ in ‘cocchia’ come si dice in dialetto marchigiano poi pian piano ‘ciccio’ si ritirò come pure il titolare. “Ciao cara, questo è il mio biglietto da visita, qualora dovessi venire a Roma…”un bacio come finale. Alberto preferì pagare il conto in  albergo, salire sulla Stelvio e prendere la via della capitale. Si fece guidare dal navigatore satellitare, la solita voce femminile gli suggeriva il percorso. Ad un certo punto dal telefonino uno squillo e dopo una scritta anonima: “Buon viaggio!’ L’autrice era evidentemente Rosanna che, ancora una volta aveva dimostrato la sua signorilità. L’arrivo di Alberto in via Margutta fu motivo di una festa fra tanti maschietti e femminucce affezionatissimi all’architetto il quale  commosso  abbracciò le ragazze, del sesso femminile ‘particolare’ aveva un ricordo …particolare.

  • 30 aprile alle ore 9:30
    Il duro mestiere di cognato

    Come comincia:  
    Più che un mestiere la definirei una missione, la missione del
    cognato. Che mestiere è quello del cognato? Il più duro del mondo,
    a mio parere. Scordatevi i luoghi comuni: i minatori, gli
    scaricatori di porto, i camionisti, gli infermieri al tempo delle
    pandemie, tutte balle. Il mestiere più faticoso è il mio, ne
    volete una prova? Prima le presentazioni, come da etichetta:
    Alberto da Roma, primogenito di sei figli, l’unico di sesso
    maschile all’anagrafe. Provate a immaginare cosa significhi
    crescere con cinque sorelle cinque, al tempo della dittatura del
    matriarcato. Eppure sono sopravvissuto, anche se per farcela ho
    dovuto mimetizzarmi con l’ambiente, imparare l’arte della cucina,
    del trucco e del parrucco e specializzarmi in chiacchiericcio e
    gossip. E sapeste quanto m’è servito!
    Poi le sorelle hanno raggiunto l’età da marito. Tutte da dieci in pagella come bellezza, per passare il tempo nelle serate d’inverno di tanto in tanto si organizzava una sfilata, una Miss Italia in salsa familiare, un concorso di recitazione. Non ricordo quando ho deciso di fare il cognato a tempo pieno: non so nemmeno, anzi, se posso esibirlo come mestiere sul biglietto da visita.
    Cognato di Tizio e Di Caio, di Sempronio, di Gianfranco e di Antonio: le feste di famiglia vanno convocate dal presidente del Senato, visto che quello della Camera, vi partecipa di diritto? Il sabato e la domenica prima delle elezioni, le riunioni di famiglia possono essere indette senza incorrere nelle sanzioni previste dalla legge?
    Procediamo con ordine: da giovane ero un ribelle che si occupava di politica; manifestazioni, dazebao, slogan, scontri con la polizia erano il mio pane quotidiano. Mi sforzavo di fare opera di proselitismo, con poca fortuna: solo le sorelle più grandi mi davano retta, seguendomi alle manifestazioni, per convinzione o per rimorchiare qualcuno; il leader del movimento, un aitante poliziotto della Celere, un vip di passaggio incuriosito dai colori del corteo.
    Una mattina ero davanti a Montecitorio, per protestare contro l'ennesima stangata di fine anno, la solita finanziaria lacrime e sangue: i deputati attraversavano la piazza alla spicciolata; quelli della maggioranza con il bavero alzato per non farsi riconoscere e la coda tra le gambe, quelli dell'opposizione col sorriso a trentadue denti stampato sul volto, in gruppi di dieci a fare la ola come allo stadio.
    Massimo era un peones ossia un esordiente della politica che volle concedersi un bagno di folla come un leader affermato: trovatosi davanti le curve e le grazie della maggiore delle mie sorelle, però, non poté fare altro che arrossire come un liceale dinanzi alla ragazza dei suoi sogni. Balbettò, incespicò sulle parole, farfugliò qualcosa, ma riuscì ugualmente a fornire a Marcella-questo il suo nome- indirizzo mail e numero del cellulare. Corteggiamento, fidanzamento e matrimonio seguirono in rapida sequenza e fu così che ebbe inizio il mestiere di cognato.
    I passi successivi furono più facili: ben introdotta nei salotti della politica, grazie al matrimonio, a Marcella non fu negato di farsi accompagnare a turno da sorelle non meno attraenti e appariscenti di lei. Le proposte fioccarono: gli onorevoli già sposati promisero attici in centro e auto di grossa cilindrata, ma solo per una relazione clandestina. Non mancarono gli imprenditori prestati alla politica che proposero ville ai Caraibi o in Costa Smeralda, comparsate in televisione e cessione di quote consistenti di azioni della propria azienda.
    Il consiglio di guerra fu riunito in seduta permanente per vagliare le candidature dei futuri consorti: chi spingeva per scegliere i pretendenti più ricchi, chi come me si sforzava di preferire coloro che avevano maggiori probabilità di fare carriera e di arrivare ai vertici della politica.
    Fu deciso di valutare le candidature di parlamentari di maggioranza e opposizione, in modo da proteggersi dai capricci dell'elettorato e dalla pratica dello spoiler system. La scelta cadde su un deputato del Fdi, uno della Lega per il centrodestra, uno del Pd e uno della sinistra radicale.
    E furono cerimonie sfarzose, quasi matrimoni di Stato, per il numero di deputati e senatori, di generali delle forze Armate, di ambasciatori e di alti funzionari presenti. A me toccò la regia degli eventi e mettere d'accordo cognati tanto diversi e diffidenti richiese capolavori di diplomazia.
    Il bello, però, venne dopo, servì un lungo lavorio ai fianchi delle sorelle per farmi rivelare quelle confidenze e quei retroscena di cui si nutrono giornali e riviste e che sono disposti a pagare a peso d’oro.
    Nel tempo restante, poi, c’erano case da visitare e costruttori da contattare: fosse stato per loro, i miei cognati intendo, mi avrebbero liquidato con due stanze male arredate a Canicattì o a Soresina.
    Poi soffiò forte sul nostro paese il vento dell'antipolitica e fu l’inizio della disfatta: senza più sorelle da sposare, con i cognati in fase di avanzata rottamazione, divenne problematico persino sbarcare il lunario. Per me cui non spetta un generoso vitalizio o una pensione d'oro capace di farmi dormire sogni tranquilli per l'intera vecchiaia.
    Urgevano soluzioni originali, per non essere costretto a imparare il mestiere di barbone, dopo quello più redditizio di cognato dei potenti.
    Decisi di cambiare mestiere, in fondo anche quello di suocero pensai, non era male. Come fare, però, senza avere figli e meno ancora figlie in età da marito? Adottare una figlia vicina alla maggiore età, ecco la trovata geniale… magari una ragazza carina e sveglia, da far convolare a nozze, a ridosso delle elezioni, con un candidato dei grillini, scegliendolo tra i più giovani e ingenui del lotto. Bastò una raccomandazione in fondo per accelerare le pratiche di adozione, pratica ancora in auge anche in tempi di furori anticasta.
    Consultai mia moglie, tornai a riunire il consiglio di guerra, cognati di grido compresi: per elaborare un piano e per adottare strategie adeguate alla nuova realtà della politica.
    La Dea bendata non mi abbandonò: nella lista delle adozioni scovai due gemelle diciassettenni, l’ideale per sposarne una con un deputato di maggioranza e l'altra con un rappresentante dell'opposizione, ammesso che si riesca a distinguerle maggioranza e opposizione, a queste latitudini.
    Il piano riuscì alla perfezione: ungendo le ruote giuste, scucendo fior di bigliettoni, battei il record mondiale di velocità delle adozioni. Poi ecco pronto il nuovo piano: le gemelle, due ragazze belle e sveglie, senza peli sulla lingua, disposte a tutto per raggiungere ricchezza e popolarità, lo avrebbero eseguito alla perfezione. La scrematura dei candidati non fu semplice, quello che fu disastrosa fu la gestione dei contatti e delle trattative. Come potranno fare questi figuranti a rappresentare gli interessi della nazione? Gente senza cultura, preparazione e persino identità sessuale.
    Pur abbassando l'asticella il risultato fu lo stesso: sembra che in certi ambienti, ormai, imbattersi in un eterosessuale sia come cercare un ago in un pagliaio.
    E le gemelle? Con chi avrei potuto sposarle se anche dalle parti di Arcore, ormai, si trovavano veline in mobilità, soubrette che tiravano avanti col sussidio di disoccupazione e consigliere regionali in svendita su Ebay?
    Mi guardai intorno demoralizzato: cosa sarà mai successo a questo paese nel giro di qualche anno appena, per costringermi a fare ciò che non avrei mai pensato. Andare a lavorare.  
     
     
     
     

  • 29 aprile alle ore 19:19
    Una sera, al LonginBar

    Come comincia: Quella sera ci si organizzò per andare in un locale "dalla musica carina ed allegra", avrebbe detto Emil ma io avrei descritto con "piccolo ma confortante."
    Si era preparata a festa Emil, sorridente ed allegra come sempre (lei si che sapeva come tenere alto il morale di tutti).
    Aveva aperto da poco un locale sulla strada che faceva angolo tra il Soviet Dream ed il Pittaroom, il suo nome era LonginBar.
    Musica dal vivo, gruppi di giovani neri e bianchi sparsi ma uniti.
    Me ne aveva parlato molto bene un caro amico che vi era stato parecchie volte: "Devi assolutamente venirci, Denny, è molto alla mano! E c'è musica, ci sono balli, ottimi drink! E a noi cosa piace? La musica e, molto di più, i drink!" Mi disse Phil, un uomo ma una donna al tempo stesso! Grande amico, ottimo ascoltatore.
    Fu così che una sera decidemmo di andarci, io ed Emil con Phil e Gray.
    Ci vestimmo di tutto punto e via, spediti a bere un drink in questo nuovo rinomato locale. Piccolo ma piacevole, tavoli e sedie in legno intagliato, pavimento opaco di un bel colore smeraldo, luci soffuse, palchetto ben organizzato; il proprietario era un uomo tutto d'un pezzo! Grosso, robusto, un omone! Con sempre il cappello e folti baffi, sorridente ed ospitale. Quella sera suonava un gruppo di un posto lì vicino, i "Boomerang", musica jazz molto dinamica. Ci sedemmo ad un tavolo posto al centro della sala ed ordinammo da bere. Emil non era in se dalla felicità; indossava un abito che sicuramente non le rendeva giustizia, di un blu notte a tratti nel verde, un cappellino a fiori viola ed un sorriso che illuminava. 
    Bevemmo un paio di drink, forse tre o quattro e via, partimmo in una serata di vero divertimento. Si ballava e si rideva, mi perdevo negl'occhi di Emil e negli abbracci di Phil mentre Gray parlava d'affari, mezzo sbronzo, con un uomo del tavolo affianco. 
    Quella gatta morta di Phil agganciò, ad un certo punto della serata, un uomo dai gusti promiscui con cui parlò tutto il tempo, civettava e si dilettava. Dal tavolo, Gray passò al bancone; bevve un paio di whiskey chiacchierando con il proprietario, Phil si congedò per andare in intimità con il tipo conosciuto, io ed Emil ci guardavamo mentre l'ultimo goccio di amaro scendeva nelle nostre gole. Ci prendemmo per mano, salutammo Gray ormai ubriaco, intento a seguirci verso la porta e tornammo nei nostri appartamenti.
    Che notte che fu; pensare che non era neppure mia Emil ma di un altro chissà chi, con un nome, magari, ma che io, di certo, non conoscevo. 
    Ma tanto i miei cari amici erano così, chi più chi meno! A parte Gray, uomo più dedito al lavoro del governatore stesso. Ne sapeva sempre una più del diavolo e, ad un certo punto, mi venne anche da pensare che, magari, il diavolo era lui.
    Ma intanto, in tutta quella bella serata, arrivato a casa non potei che pensare ad una sola cosa: chi ha pagato tutti i drink che avevamo preso? 
    Risi, risi tanto mentre abbracciavo il bel corpo di Emil che, nel mio pensare, si era assopita come una bambola sorridendo serena. 
    Mai più tornato al LonginBar ma lo consiglio, vivamente. 

  • 29 aprile alle ore 16:56
    Simulazione: Un caso

    Come comincia: Buongiorno.
    Buongiorno a lei.
    Si sieda pure, prego.
    La ringrazio. (Si siede)
    Come si chiama? 
    Tommaso.
    Salve Tommaso, io sono Alberto. Quanti anni ha,Tommaso?
    Quaranta.
    Che lavoro svolge?
    Operaio presso una ditta di pulizie. (si sfrega le mani)
    Si sposta molto per lavoro?
    Abbastanza.
    Svolge questo lavoro da parecchio tempo?
    Abbastanza.
    Mi definisca abbastanza.
    Ecco, non so, saranno più o meno venti anni o poco più.
    Le piace il lavoro che svolge?
    Non saprei.
    Si spieghi meglio.
    Lo faccio da così tanto tempo che, ormai, è quello.
    È sposato, Tommaso?
    Si.
    Ha figli?
    Due.
    Che lavoro fa sua moglie?
    Segretaria in uno studio legale, si chiama Gilda. (Si sfrega le mani)
    A Gilda piace il lavoro che svolge?
    Mah, penso di sì. 
    Suppone o crede che veramente sia così?
    Non saprei, penso sia così. (Si sfrega le mani)
    Chi si occupa dei suoi figli? Immagino che Gilda abbia molto lavoro da fare.
    Mia madre. Vive con noi da diversi anni, quindi mentre noi siamo a lavoro, lei si occupa di loro.
    Sua madre quanti anni ha?
    Settanta.
    Vedova?
    Si. (Si sfrega le mani)
    Da quanto tempo?
    Penso cinque, sei, sette anni. (Si sfrega le mani) Posso andare un attimo in bagno?
    Certamente, si accomodi. 

    Tommaso, posso chiederle come mai ha deciso di venire da me?
    Mia moglie crede che io abbia un problema (si sfrega le mani) crede che abbia bisogno di parlare con qualcuno.
    E sua moglie che problema crede che lei abbia?
    Dice che il lavoro mi sta ammazzando.
    Per quale motivo Gilda pensa questo?
    Perché anche a casa sono molto preciso nel pulire e, ammetto, spesso rimprovero i miei figli di non prestare molta attenzione alla pulizia generale. Ma l'igiene è importante, penso, è giusto tenere tutto pulito. Mi piace che sia tutto in ordine, che profumi, che ogni cosa venga purificata, in un certo senso. Ma lei crede che sia sbagliato. Ma io non sono d'accordo. Posso andare un attimo in bagno? (Si sfrega le mani).
    Certo, prego. 

    Soffre di Pollachiuria?
    Non capisco.
    Sente spesso il bisogno di urinare?
    Oh, no, no. Come le ho detto, mi piace che le cose siano pulite e profumate, quindi preferisco che le mie mani siano sempre pulite. Guardi, senta, sono pulite!
    Capisco. È una cosa che le dà sollievo? Come la fa sentire?
    Contentissimo. Sollevato. Come se non ci fosse peccato!
    Come mai ha usato l'espressione "Come non ci fosse peccato"?
    Quando una cosa è immacolata, non so se mi spiego. Pura, incontaminata! Come quando sono a lavoro; appena finisco di pulire, ricontrollo tutto per vedere se ho fatto un ottimo lavoro senza lasciare tracce di contaminazione.
    Capisco.
    Guardo bene sui tavoli, le mattonelle, mi abbasso sul pavimento. Immacolati se si pensa a quante persone toccano un tavolo e quante camminano su un pavimento. Così sporco e lurido e poi quando passo io, tutto è pulito e profumato. Come fosse stato sempre così! Mio padre diceva sempre che la pulizia è sacra. Più teniamo pulito tutto, più noi stessi siamo lavati e puliti dal peccato. Come se niente avesse cambiato lo stato di qualcosa.
    Quando tempo fa è venuto a mancare suo padre?
    Abbastanza. (Si sfrega le mani più frequentemente)
    Mi descriva abbastanza.
    Dieci, undici, dodici anni. (Si agita sudando)
    Vuole andare in bagno?
    Si, grazie. 

  • 29 aprile alle ore 13:48
    Io, Carl e Jessy

    Come comincia: Il sole era alto ed era anche caldo, una normale giornata estiva dove acqua e sudore andavano di pari passo.
    Io, Carl e Jessy decidemmo di andare a fare un giro sul lago posto a pochi isolati dalle nostre abitazioni; ci si andava spesso in quelle giornate, lavoro permettendo.
    Pranzo al sacco, camicina, bicicletta e via verso la natura soleggiata che ci attendeva scalpitante quanto noi.
    Arrivati al lago, incredibile fu notare che non vi fosse nessuno!
    Ci adagiammo sotto un pesco fiorito, stendemmo coperte e corpi e baciammo il sole come dei poveri disgraziati.
    Carl tirò fuori le birre, Jessy l'abbronzante ed io mi tuffai allegramente iniziando a cantare qua e là come un coglione.
    Partì il momento "ricordi", risate e sfottò vari; Carl mi seguì in acqua mentre Jessy ci scattava foto ridendo come un'oca.
    Quelli sì che erano momenti unici, i migliori che potevo mai vivere in giornate asettiche e vuote. Guardavo Jessy contorcersi dalle risate per le battute di Carl e lui che s'inventava di tutto pur di farla ridere. 
    Trovai una roccia abbastanza alta dove poterci ben tuffare ed urlai Carl per farmi seguire. Iniziammo ad improvvisare tuffi olimpionici, a sfidarci animatamente per proclamare il più bravo ma ottenemmo solo alzate d'acqua a caso e segni sul corpo. A competizione finita, esausti, ci stendemmo sulle coperte per prendere fiato tra un sorso di birra e l'altro, stanchi ma contenti.
    Jessy iniziò a raccontarci della sorella che sarebbe partita dopo l'estate, con dubbi e rammarichi annessi; Carl ci raccontò di quanto lo stato mentale della madre stesse degenerando ed io, nel mio silenzio, avevo raccontato la disagiante situazione di vivere in un posto in cui non volevo stare. Che trio eravamo, gli amici di una vita che avrei perso sicuramente.
    All'improvviso, dal sole estivo e dalla brezza serena, il cielo iniziò a coprirsi e capimmo che era in arrivo un temporale; ci guardammo tutti e tre, ci alzammo e iniziammo  a togliere tutto ridendo e cantando "Singing in the rain" di Gene Kelly. Arrivati vicino casa, ci scambiammo saluti vari a caso e di fretta, posai la bici e rientrai. Corsi in camera a cambiarmi i vestiti e diedi uno sguardo alla finestra; pioggia sottile come lame ma così dolcemente lieve cadeva dal cielo plumbeo; da un lato un raggio di sole che solo ed unico riuscì a durare. 
    Ad un tratto mi venne in mente di aver dimenticato la camicia al lago, che rincoglionito ero stato ma me ne feci una ragione subito dopo. Cose che accadono, mi dissi.
    In quel preciso momento mi arrivò un messaggio da Carl in cui si dilettava in tenere parole verso Jessy e, dall'altro lato, Jessy che mi ricordava di aver scordato la camicia al lago. 
    Risi tanto per tutte e due.
    Che strana giornata, pensai, un attimo prima il sole ci sorride e, l'attimo dopo, la pioggia spazza via tanta luce. 
    Tirai un lieve sbuffo, dopodiché mi misi al computer e scrissi di quella giornata.
    Iniziava un po così:
    Il sole era alto ed anche caldo, una normale giornata estiva dove acqua e sudore andavano di pari passo..

  • 29 aprile alle ore 9:09
    I TRE DIAVOLETTI

    Come comincia: Era un palazzo nuovo quello di cinque piani  inaugurato di recente in via Amercio Vespucci ad Ostia,  un palazzo di lusso  in cui giungeva la sempre piacevole brezza del  mare.  I proprietari degli appartamenti, tutti facoltosi erano un coacervo di razze e di nazionalità. Lewis, pilota della British Airwais aveva scelto quella località per allontanarsi dalle nebbie londinesi, la sua era una storia particolare: vedovo con tre figli aveva conosciuto in Giappone Ayana e l’aveva assunta come baby sitter o seconda madre come nel suo caso, la ragazza parlava varie lingue fra cui l’italiano e l’inglese. Aveva accettato con entusiasmo di trasferirsi in Italia, era molto amante della storia romana. I tre bimbi: Jason, Joe e Jerry rispettivamente di otto, sei e quattro anni  non erano degli angioletti, ci voleva tutta la forza e l’autorità di Ayana per tenerli a bada. Stranamente  a scuola  erano attenti, educati, disciplinati ma fuori si scatenavano, purtroppo avevano imparato molte parolacce, per fortuna in inglese e così si salvavano le orecchie di molti italiani. Al quinto piano del palazzo era  venuta ad abitare anche Ambra, trentacinquenne che poteva definirsi signorilmente bella. Insegnante di materie letterarie  aveva vinto il concorso in una scuola media al Lido di Roma ed aveva preferito non viaggiare da via Margutta  dove possedeva un bellissimo attico. C’era un motivo di quell’allontanamento dalla capitale: per anni Ambra aveva avuto una relazione con Fulvio squattrinato pittore. Dopo vari tradimenti, Fulvio aveva stretto  definitivamente ‘amicizia con Lucilla molto più giovane di lui con l’ovvia conseguenza che Ambra la prese  male  pronunziando, per la prima volta in vita sua una frase volgare “pittore del c…o, vai a farti f…re .” All’inizio tutti i proprietari di un nuovo stabile si sentivano un  po’ spaesati. Ambra conobbe  Ayana ed i tre fratelli inglesi sul pianerottolo, i giovani avevano salutato la nuova conoscente in maniera del tutto british dandole la mano con un  inchino e pronunziando la classica frase: ‘Nice to meet you’ seguita dal proprio nome, buona la prima impressione. Ayana: “Noi stiamo andando in spiaggia, abbiamo la fortuna di avere il mare vicino,  lei?” “Anch’io, ci faremo compagnia.” Nello stesso capanno Ayana, Arianna, Jason, Joe e Jerry indossarono a turno i costumi,i ragazzi tutti insieme imbastendo la solita buriana redarguiti da fuori da Ayana. Per far passare le fatidiche tre ore dopo l’abbondante colazione all’inglese, Jason, Joe e Jerry  mescolando la sabbia con acqua impiantarono la classica pista da spiaggia  molto ben fatta tanto da attirare l’attenzione degli altri bagnanti, erano stati proprio bravi. Cominciò la sfida fra i tre fratelli con le palline di vetro che correvano veloci spinti da un colpo del dito medio. I ragazzi presto si stancarono e lasciarono via libera agli altri bagnanti. “Ayana è l’ora.” Jason in un attimo superò i primi metri di acqua bassa per poi sparire più a largo. Ambra lo guardava affascinata, lei era una ‘gatta’ non amava particolarmente nuotare anzi non sapeva proprio nuotare;  dopo due minuti si mise in apprensione: “Ayana il ragazzo non è riemerso dall’acqua, che gli è successo…”  “Non ti preoccupare, sono dei pesciolini.” Ed infatti Jason ricomparve in superficie soffiando un grande sbuffo di aria come una piccola balena. Anche i due fratelli lo seguirono in mare sotto lo sguardo perplesso e preoccupato di Ambra.  Ad un certo punto Jason: “Can we call miss aunt?” Ayana si mise a ridere e comunicò la richiesta, traducendola in italiano:  “Sarà piacere nostro insegnarti a nuotare vero zia Ambra?” “E qui ti sbagli, sono come le gatte, aborrisco l’acqua.” Risposta di Jason: “Never say, never again!” La zia preferì non replicare, aveva compreso il senso della affermazione del giovane. Nei giorni seguenti i tre presero più confidenza con la zia tanto da indurla, pian piano ad avvicinarsi alla battigia fino ad entrare in acqua sino alla cintola. Ayana era in apprensione vedendo i quattro allontanarsi sempre più dalla spiaggia ma, miracolo miracolo Ambra aveva preso tanta confidenza col liquido marino da riuscire a nuotare in parte sorretta da Jason.  A tavola la situazione era cambiata,  Lucilla la cuoca preparava ottimi piatti romani, Ambra cercava di evitare gli eccessi, non voleva perdere la linea. Una novità: il piccolo Jerry una volta si installò sulle gambe della zia e chiese di essere imboccato. Ayana stava per intervenire ma Ambra: lascialo fare, forse gli manca la mamma. Forse non  era il concetto giusto perché il piccolo,  ridendo mise una mano dentro la scollatura di Ambra toccandole una tetta. Intervenne Ayana che prese Jerry per un orecchio e: “Little pig apologize to Ambra!” “Non fa niente.” Il piccolo rimediò un bacio in fronte della parte della zia. Qualcosa di inaspettato accadde un pomeriggio quando Ayana fruì della doccia di Ambra per mancanza di acqua del suo serbatoio. Ambra aveva urgente bisogno di usare il suo bagno, entrò e si trovò dinanzi Ayana nuda ma con qualcosa di non previsto…un pene lungo e duro, un trans. Nessuna delle due commentò la situazione erano imbarazzate, meglio il silenzio che non fa domande che può dare una risposta a tutto. La situazione cambiò col ritorno  di papà Lewis. Stile irreprensibile, atteggiamento ironicamente distaccato, ricercato nel vestire fece buona impressione ad Ambra che però dimostrò indifferenza, non aveva alcun a intenzione di allacciare una relazione sentimentale, aveva un pessimo ricordo dei maschietti. Anche Lewis non era grande amico dell’acqua e così si trovarono in mare in cinque con i tre a prendere in giro il papà e la zia. Ayana sotto l’ombrellone era di pessimo umore, non sapeva come avrebbe agito Ambra, la considerava troppo conformista. Il suo atteggiamento non cambiò a tavola, ormai mangiavano sempre insieme tutti e sei, anche ai ragazzi che stavano crescendo di giorno in giorno era permesso assaggiare il vino dei Castelli Romani annacquato in acqua minerale. Ambra, per migliorare l’atmosfera una sera andò nella camera di Ayana e: “Ti vedo preoccupata, non aver alcun timore, ti dico che gli ermafroditi sono sempre esistiti, i greci avevano addirittura una dea, Cibele non si cambia la natura delle persone anzi, sai che ti dico, sono incuriosita come possa essere il contatto con un transgender, se permetti te lo prendo in mano…” Che la mente umana sia imperscrutabile è cosa nota, Ambra contro tutti i suoi principi aveva cominciato a ‘massaggiare’ il ‘ciccio’ di Ayana che era diventato quanto mai ‘tosto’ e, cosa ancora più strana pian piano prese ad immetterlo nella sua cosina a digiuno da tempo, poco dopo se la trovò inondata ma non smise, aveva riprovato le gioie di un orgasmo prolungato. Ci volle del tempo per riprendersi e ritornare nella propria stanza,  La zia non si sentiva affatto  a disagio, anzi si sentiva euforica, era stato sbagliato il suo precedente rapporto col  pittore Fulvio. Quando incrociava Ayana sentiva una voglia sessuale crescere dentro di sé, ormai quasi tutte le sere aveva preso l’abitudine di passare nella stanza della giapponese che ricambiava le sue ‘affettuosità’ sessuali usando anche il popò di Ambra, altra novità per quest’ultima. Il movimento non passò inosservato  al pilot in  command che scoprì le due signore in piena ‘pugna’.Rispettando il suo aplomb:  “J can join you?” , senza porre tempo in mezzo si infilò nel primo buchino che si trovò dinanzi, era quello di Ayana che si stava ‘facendo’ Ambra, venne fuori un trenino...che correva nei binari quasi tutte le notti, c’era pure il ciú ciù di un’Ambra sempre più presa dal fascino  sessuale della situazione che però… dopo trenta giorni: “Lewis questo mese non mi son venute le mestruazioni!” Cosa fanno in questi frangenti i maschietti, gridano felici: “Sarò padre!” Quando mai: “Mi hanno richiamato in servizio, “good luck.” e sparì dalla circolazione. Ambra si recò a Roma da un ginecologo che le confermò la prossima maternità. Prendendo spunto dalla lingua che insegnava a scuola nella mente di Ambra: ‘summa confusion in animo segnavat’ Solo Ayana le stava vicino, chi era il padre del futuro erede, tralasciando il  classico ‘mater sempre certa…Ambra sperò vivamente che non nascesse un bambino con gli occhi a mandorla, come spiegarlo ai ragazzi? Ambra era tutto un interrogativo peggiorato quando il pancione divenne ben visibile ed i tre ‘sun of a bicht’ cominciarono a prendere in giro la zia:”The aunt is pregnant!” rimediando schiaffoni da parte di Ayana quando riusciva a raggiungerli!  Ylenia nacque in una clinica Romana, pareva assomigliasse molto alla madre, appena nati i lineamenti dei bambini sono difficili da decifrare, in ogni caso non aveva gli occhi a mandorla. Per i tre fratelli era un bambolotto da accarezzare e curare, sembravano dei piccoli papà, Ylenia apprezzava molto le coccole dei tre che ne frattempo erano diventati dei giovanotti, ora erano loro gli zii.  Lewis avuta la notizia per telefono si limitò al solito ‘good luck’ non chiedendo nemmeno se ci fossero delle somiglianze, le sue passioni erano il volo e le assistenti al volo!

  • Come comincia: “Piedone! Bassettino! Sdentato!”
    Lo chiamano in tanti modi il nostro amico Ribigeir.
    “Non sarò il bellone ADONE, ma faccio numeri da campione quando tiro col pallone.”
    “Bla, bla, bla. Che SIM–PA–TI–CO–NE! Dai Ribigeir, ma dove ti sei nascosto?”
    “Sono qui!”
    “Dove?”
    “Lì!”
    La PALLA rotola e Ribigeir la insegue in cortile, al parco, in palestra, sulla neve, sulla sabbia... Qualsiasi TERRENO DI GIOCO va bene.
    “Hey, stai calma palla!” la chiama Ribigeir.
    Quella, però, ha fretta e sfreccia fino al cielo come una SAETTA.
    Ribigeir riuscirà a raggiungerla?

  • Come comincia:  Le due si spostarono velocemente (erano al binario tre, infatti, all'altro capo della stazione): avevano i minuti contati prima che il treno, già fermo da un quarto d'ora sul binario, partisse. Così, senza neanche ascoltare gli annunci, al volo si imbarcarono (o meglio "intrenarono"), alle undici e zero zero (il treno partì puntualmente, ed era cosa insolita se no rara per quelli italiani... - "alla maniera svizzera!": avrebbe probabilmente affermato Toshiro Mifune, il più famoso ed il più bravo attore giapponese contemporaneo, se fosse stato ancora vivo e si fosse, casomai, trovato insieme alle due ragazze in quel momento): destinazione Bari, sud dell'Italia (in Puglia, appunto). Da lì, avrebbero poi raggiunto Brindisi per imbarcarsi (e no intrenarsi, questa volta!), successivamente, (la partenza prevista per la domenica a seguire) sul traghetto per la Grecia. Infatti, Pam e Reby, per celebrare e consacrare la amorosa passione che da tempo le legava, oramai, avevano deciso di andare ad amarsi ancora una volta (e poi "sposarsi": ovvero rendere materialmente indissolubile la loro incestuosa unione) nel posto più consono ad esse ed al contempo il più profano esistente sulla faccia della terra; cioé, proprio quello in cui l'amore omosessuale femminile era stato consacrato a livelli altissimi di arte e bellezza: (a) Lesbo, l'isola greca nel mare Egeo di fronte alla costa anatolica, la maggiore delle isole egee (quattro volte più grande di Lèmno, quaranta di Agiostrati!); quella in cui nacque, visse e regnò artisticamente la poetessa dell'amore (e degli effetti amorosi, e della gentile ed amorosa tenerezza), chiamata Saffo, che vi creò una scuola per le figlie dell'aristocrazia...e lì ardentemente amò amiche e scolare: il suo amore, tuttavia, mai trascese nel peccaminoso e nell'illecito o nella volgarità, ma restò sempre permeato da un'alone di eleganza, delicatezza, soavità e candore. Sul treno Pam tirò fuori dal suo tascapane un librino (non più di venticinque, trenta pagine: erano i "Frammenti" di Saffo, appunto) e cominciò a leggere ad alta voce:
                                                   
                                                         Belli ti guidavano
                                            e veloci i passeri sulla terra nera
                                             con rapido palpito d'ali dal cielo
                                                               per l'aria.

     Sono alcuni passi dell'inno ad Afrodite scritto da Saffo per invocare, tramite la dea (appunto) il ritorno a lei d'una fanciulla che l'aveva abbandonata. Lasciano trasparire tanto delicatezza, quanto mitezza di sentimenti.
     - Dei versi bellissimi, mio dolcissimo amore! - disse Reby. Poi mise il braccio destro intorno al collo della compagna, lasciò  cadere il capo sulle sue spalle e si addormentò. Pam, allora, accarezzò con la mano sinistra i capelli dell'altra e riprese a declamare:
     
                                                       Presto giunsero e tu, o beata,
                                                       sorridendo nel viso immortale
                                                      chiedevi: perché ancora soffrire,
                                                            perché ancora invocarla,
                                                   che cosa per me sperare che accadesse
                                                        alla mia folle anima, chi ancora
                                                        persuadere a stare al tuo amore? 

     Infine si fermò e disse tra sé e sé: - Riposa pure, amor mio! - poi, poggiò la testa ed il mento sullo schienale del sedile e chiuse anch'essa gli occhi (senza, però, prender sonno). In prossimità di Brindisi (era il paese di Mesagne, una quindicina di chilometri distante dal capoluogo pugliese) Reby si risvegliò e Pam fece:
     - Ben tornata, bellissima; hai dormito per un po', sai? Hai fatto proprio una bella tirata. Sei stata quasi puntuale, come una sveglia: ci siamo quasi, oramai...Reby, allora, la interruppe (come spesso accadeva le aveva letto nel pensiero), ed esclamò con gioia: - Eppoi la Grecia, che ci aspetta a braccia aperte e noi a braccia aperte l'abbracceremo, vero?
     - Certo, Reby, - rispose Pam, - lo faremo: puoi starne certa e non solo la Grecia abbracceremo!
     Non appena ebbe pronunciate quelle parole, Pam poggiò la mano destra sul viso di Reby, e dopo averlo accarezzato con estrema dolcezza avvicinò la sua bocca a quella della compagna e la baciò. Intanto, la voce dell'altoparlante sul treno preannunciava: "Siamo in arrivo alla stazione di Brindisi, il treno è in arrivo alla stazione di Brindisi, fine..." Pam sovrappose la sua voce a quella - Dolce mio amore, ti desidero come non mai!
     Le due si ricomposero, il treno nel frattempo entrò in stazione a Brindisi. Pam scese per prima, come a Roma (era abbastanza superstiziosa, sin da piccolina), ed entrambe, poi, mano nella mano (come al solito), si avviarono all'uscita. Il tempo era bello (suonavano già le diciotto eppure il sole brillava ancora in cielo come al mattino presto). Pam chiese ad un passante:
     - Scusi, per il porto?
     - Sempre diritto avanti a lei, signorina: dieci minuti di strada e siete arrivate.
     - Grazie, - rispose.
     Le ragazze imboccarono dapprima corso Umberto I°, la grossa arteria che taglia in due il centro cittadino eppoi, all'incrocio con piazza del Popolo, si incamminarono su corso Garibaldi. Appena cinque minuti dopo furono alla stazione marittima, di fianco al Seno di Levante (la parte interna e chiusa del porto); la partenza per la Grecia era prevista per il pomeriggio del giorno dopo, la coda alla dogana, tuttavia, sembrava lunga come l'infinito. Pam fece a Reby:
     - Sai, penso che faremo notte, piantate quì!
     - Non preoccuparti! - ribatté Reby. - In fondo neanche le attese sono fatte per non consumarsi...nulla dura in eterno; eppoi ci aspetta lui, ci aspettano loro: a braccia aperte, vedrai!
     Evidentemente, si riferiva al mare greco che nei giorni successivi avrebbero dapprima solcato e veduto, poi anche annusato, ed anche all'isola di Lesbo che avrebbero finalmente toccato con mano, non solo col pensiero, lei e la compagna. In effetti aveva ben ragione Reby; il tempo di attesa per espletare le formalità dell'imbarco, alla dogana, fu meno lungo del previsto: poco più di un'oretta e mezza e le due erano belle e libere.
     Decisero di pernottare all'aperto, sotto il cielo dell'antica Brundisium (i romani la collegarono direttamente a Roma con le vie Appia e Traiana, punto di arrivo e di partenza dei traffici con l'Oriente: era quì, appunto, che si brindava pria di lasciare le sponde italiche). Piazza Vittorio Emanuele, quella tutta infiorata di fronte alla Capitaneria di Porto e dove, solitamente, i turisti trascorrono le ore precedenti gli imbarchi, era già "sold-out": pullulava, cioé, di sacchi a pelo e bivacchi vari.
     - Santo cielo! - esclamò Reby. - Sembra di essere su un campo di battaglia con tanti morti e feriti sopra!
     Pam, allora, la afferrò per un braccio e le disse:
     - Dai, andiamo, non è mica la fine del mondo! Li c'é una panchina libera, vedi? Ci piazzeremo vicino a quella. Una panchina sulla piazza, infatti, era rimasta (sorprendentemente) proprio sola, soletta...libera ed illesa; miracolosamente scampata all'onda vacanziera della stagione quasi estiva: di certo poco anomala da queste parti. Le due, così, vi si avvicinarono e cominciarono, in tutta calma (ossessiva, quasi certosina e flemmaticamente inglese!), e dopo avervi pure poggiato sopra il resto dei bagagli, a srotolare i sacchi a pelo dentro cui si sarebbero infilate di lì a poco. Erano intanto giunte le ventidue, prima di mettersi a "letto"...per dormire, fecero abbondante cena a base di scatolame freddo (carne, legumi e mais) e birra calda (era talmente calda ed abominevole che una tazza di buon brodo, chissà, soltanto tiepido, sarebbe risultato di certo più consono ed intonato allo scatolame!).
     - E' una cena coi fiocchi! - sarcasticamente esclamò Pam. - Una vera e propria cena "nature"!
     - Sì, lo é! - fece l'altra di rimando. - Vedrai che non la dimenticheremo tanto facilmente né tanto presto!
     La cena non fu certo il massimo e non sarebbe stata indimenticabile ma il tramonto sopra le loro teste...quello, sì, le ripagò abbondantemente delle disavventure culinarie capitategli.
     - Guarda, Pam, quella luna, - disse la "rossa" (alla nera) - e quel cielo stellato, così abbaglianti entrambi...non ho mai visto niente di simile e di così bello, da noi a Windermere: neanche in piena estate o nella notte di San Lorenzo, o in quella dell'ultimo dell'anno!
     La compagna allora annuì, con un breve cenno del capo in avanti, e poi esclamò:
     - Verissimo, neanche io! (risposta ineccepibile ma del tutto scontata, visto che le due abitavano una di faccia all'altra!). Si presero, poi, per mano (la cena era un brutto ricordo, ormai!) e si sedettero per terra: ad osservare all'unisono, ed in silenzio, il cielo sopra le loro teste. Dopo qualche minuto si infilarono nei sacchi a pelo e si addormentarono. Alle sette e dieci Pam aprì gli occhi e svegliò Reby. La piazza era già in fermento: di lì a poco, infatti, avrebbe attraccato al molo grande il traghetto "Filiki Etereia" della compagnia greco-cipriota Paximidis-Zouvanas, la più importante di tutte nel Mediterraneo, con sedi centrali a Corfù e Nicosia (la sua flotta, di proprietà dell'armatore Kristos Karamanlis, conta ben dodici "caravelle" come il Filiki: mostri lunghi centottanta metri, alti circa sessanta - come sei piani di uno stabile - e pesanti centodieci tonnellate e passa!).
     - Sono tutti in ansia! - disse Reby.
     - Lo siamo anche noi, - replicò Pam; - lo siamo più degli altri!
     Alle sette e tredici il suddetto, la...suddetta (mostro o caravella che dir si voglia) apparve all'improvviso, nel porto interno, costeggiando viale Regina Margherita;  -"sembra emerso dalle profondità del mare!" - dissero, allora, ad alta voce, alcuni turisti americani (uno di loro, il più anziano, a occhio e croce, portava sul capo uno stranissimo pastrano da bersagliere con piume bianche sopra): in realtà era entrato nel Seno di Ponente dal canale Cillarese, il quale si trova alla estrema punta occidentale del porto brindisino. Poi si fermò quasi davanti a Pam e Reby; sulla banchina ormeggiò l'ancora in un battibaleno, piazzando la chiglia di prua proprio di fronte alle colonne romane (si ritiene che queste segnassero il termine della via Appia stessa), in prossimità della Capitaneria. Una coppia di russi di mezza età (lui aveva un tatuaggio strano sull'avambraccio destro, la stella di Davide e un'aquila reale dipinta d'azzurro e bianco, lei, invece, portava in testa un basco nero con la croce anarchica rossa dipintavi sopra), si avvicinò a Pam, ch'era rimasta sola (Reby si era allontanata per un attimo), e brindò a vodka e gin; l'uomo, ch'era particolarmente su di giri, dopo di che, ad alta voce esclamò: - Spassiva! Spassiva! Spassiva!
     La ragazza non conosceva il russo ma ugualmente capì ciocché l'uomo aveva gridato: "Grazie! Grazie! Grazie!". Poco dopo Reby raggiunse la compagna e la strinse con vigore tra le sue braccia. Alle dodici in punto (il sole sembrava dovesse spaccare le pietre e...sciogliere i visi dei poveri turisti in attesa!) il portellone centrale del traghetto si abbassò: dapprima cominciarono ad entrare i passeggeri fermi sulla banchina, poi fu la volta dei mezzi meccanici (macchine, camper, tir e quant'altro). Alle quindici "spaccate" prese le mosse (anzi, il mare, come son soliti dire tanto i marinai di lungo corso, quanto quelli di lungo sorso!) con tutto il suo prezioso carico ed armamentario a bordo: tremila passeggeri e cinquecento mezzi meccanici (più due centinaia di "ospiti" extra tra cani, gatti e...qualche pappagallo!). Dieci minuti più tardi, alla velocità di crociera di 11,5 nodi, il mostro (o caravella che dir si voglia) fu già al largo, a Punta Contessa, in aperto mare Adriatico. Reby e Pam erano sul pontile posteriore. La prima fissò l'altra negli occhi eppoi le prese la mano sinistra stringendola. Entrambe restarono per alcuni minuti in silenzio, a fissare il mare che scorreva davanti ad esse. Poi, Pam, all'improvviso disse:
     - Finalmente, ci siamo, mia tenera amante!
     Il viaggio sul Filiki sarebbe durato quasi due giorni (poco più  di quarantadue ore) con due fermate: la prima a Patrasso, sulla costa del Peloponneso; l'altra nel porto del Pireo, ad Atene. A quel punto le ragazze tornarono in cabina, la 777; ordinarono le loro cose e comodamente si sdraiarono sulle rispettive lettighe a riposare. Intorno alle venti e trenta cenarono e alle ventidue in punto, dopo cena, Pam salì sul pontile (Reby, invece, preferì restare in cabina); l'aria era abbastanza frizzante, così decise di tornare in cabina a prendere un gilet e lo indossò mentre si godeva, per qualche minuto, il rumore lieve delle onde e dei flutti sottostanti e il dolce refolo che le accarezzava il viso. Il traghetto, intanto, proseguiva spedito (all'incirca 13 nodi all'ora); da un pezzo, ormai, aveva lasciato il canale d'Otranto e le acque territoriali italiane, passato poi l'isoletta di Fano, nello Ionio, e la cittadina di Saranda (conosciuta anche col nome di Santi Quaranta), lungo la costa meridionale albanese: di lì a poco sarebbe entrato nel canale di Corfù (Kérkyra, possedimento veneziano nel XV°secolo), capoluogo, a sua volta, del nomo omonimo, porto sulla sponda orientale della omonima isola delle Ionie (l'antica Corcira, colonia dei Corinzi nell'VIII°secolo a.C., annessa dai Romani alla provincia di Macedonia). Alle ventidue e trenta le prime luci del porto erano già ben visibili agli occhi dei turisti affacciati sulle balaustre di poppa e di prua: erano molto più che un consueto skyline notturno d'estate...vene che pulsano, sembravano, e riflettori colorati riverberanti sulla chiglia della nave. Tutti erano oltremisura affascinati da siffatto meraviglioso spettacolo e grida estasiate si levavano un po' ovunque. Il quadro di un pittore greco del trecento, anonimo, ben conservato al museo Benaki di Atene, è intitolato (non casualmente) "Luci della baia": a testimoniare la bellezza e la spettacolarità delle luci del porto di notte: nello stesso museo, inoltre, (chissà se casualmente o meno?!) è una icona bizantina del XVI°secolo, anch'essa di autore sconosciuto: raffigurante, invece, una vela colorata di bianco e di azzurro issata sulla fortezza veneziana che sovrasta le colline della città di Corfù. Pam corse in cabina a chiamare la compagna. Non appena le due furono sul pontile di prua, Reby, esclamò: Beh, questo è uno dei migliori spettacoli notturni ch'io abbia mai visto in vita mia!
     Cinque minuti più tardi era tutto finito; il Filiki era già oltre Corfù e proseguì, per un'oretta abbondante ancora, lungo la frastagliata costa che si snoda nel canale ad andatura notevolmente ridotta (non più di 7-7,5 nodi), a causa della conformazione naturale della zona, appunto, e dei fondali molto più bassi delle acque solcate: tuttavia, intorno alla mezzanotte aveva già passato lo stretto. Pam e Reby, intanto, dopo essere tornate in cabina, dormivano a "spron battuto" (sembravano due gattine innamorate, ognuna distesa teneramente sulla propria cuccetta!); da par suo, invece, il traghetto
    ingurgitò, una dopo l'altra (come fosse un rompighiacci polare), le isole di Passo e di Léucade, nello Ionio (quella che fu feudo di casate italiane ed era nota col nome di Santa Maura): quando esso fu, però, in prossimità di Itaca, la leggendaria isola dell'eroe mitologico Ulisse, di colpo si udì un tonfo terribile (sembrava come se il Filiki dovesse colare a picco da un momento all'altro...una infausta riedizione del Titanic: nel Mediterraneo!) e...puff! Di colpo la nave si fermò: molti passeggeri furono svegliati di soprassalto e si riversarono sui pontili. Stranamente, però, tanto Pamela, quanto Rebecca continuarono a dormire (cioè, il rumore non aveva minimamente intaccato le loro corde uditive, pardon il loro sonno: non le aveva affatto svegliate!). La sosta, fortunatamente, durò solamente una ventina di minuti, visto che si trattava d'un guasto e di un inconveniente di poco conto: giusto il tempo di sostituire, infatti, alcuni fusibili ch'erano saltati nella sala macchine provocando un piccolo corto circuito e il conseguente arresto del Filiki. La navigazione, così, riprese tranquilla ma...ad un certo punto Pam si risvegliò anch'essa di soprassalto (certamente non a causa di un guasto meccanico!): fu così scaraventata, con un movimento quasi felino, giù dalla lettiga e in un battibaleno si ritrovò col suo bel cu...sedere per terra. Il tonfo precedente, quello dell Filiki, non l'aveva svegliata ma ora era accaduto, invece, qualcosa di assolutamente straordinario: forse, chissà, un vero e proprio richiamo del mistero, dell'imponderabile o, meglio ancora, dell'imponderabilità misteriosa che racchiude la natura! La ragazza si sollevò da terra e in tutta fretta si rivestì (Reby, invece, dal suo canto continuava imperterrita a dormire!), dopo salì sul pontile di prua. Erano le tre di notte, quasi, nell'aria non v'era neanche un misero refolo di vento né si sentiva volare una emerita mosca. Pam si guardò intorno ma al primo acchito non scorse nulla. Il Filiki, intanto, dop'aver lasciato le Ionie (l'isola di Zante, antica Zacinto, quella natia del poeta Ugo Foscolo, a cui lo stesso dedicò un sonetto, si intravvedeva ancora, in lontananza, quarantacinque gradi a sud-ovest rispetto al traghetto), si apprestava a virare verso est per immettersi nel golfo di Patrasso e circumnavigarlo. Non appena fu giunto dirimpetto a Kato Achaia ed aver puntato di proda, a nord-ovest, Missolungi (la greca Mesologgion che Pam e Reby conoscevano benissimo: colà vi è seppellito, infatti, il poeta e romanziere romantico-libertario George Gordon, lord Byron, di stirpe inglese e nobile discendenza), Pam volse lo sguardo suo al cielo vedendovi un enorme bianchissimo albatro che si stagliava innanzi a lei e stava volando veloce sopra la sua testa; la ragazza, d'altronde, non avea mai veduto un così grande uccello: la sua apertura alare, infatti, rasentava quasi i quattro metri. Non era un sogno, ma immaginifica seppur misteriosa realtà. Pam, così, sbiancò in volto: le sue guance presero lo stesso colore dell'uccello; poi si riebbe ed esclamò: - Uaoooh! 

     Anticamente, l'albatro era ritenuto un animale sacro dai naviganti di ogni mare e di tutti gli oceani del globo, una sorta di metronomo volante, tanto per chiarire: la sua apparizione, infatti, preannunciava tempesta e li metteva, pertanto, sul "chi vive". Lo stesso poeta romantico inglese Samuel Taylor Coleridge, che Pam e Reby conoscevano benissimo, del resto, ne parlò (un secolo e mezzo prima...decade più, decade meno) in un suo noto romanzetto dal titolo "La ballata dell'antico marinaio". 
    In quel caso l'autore porta alle estreme conseguenze "l'apparizione" stessa: l'uccello verrà ucciso dal membro dell'equipaggio d'un vascello (il vecchio marinaio, appunto)...e simboleggia, quel gesto, un solo unico ed insano atto che distrugge l'unità preesistente al mondo; il millenario ed ancestrale equilibrio creato dalla natura stessa piuttosto che dall'ordine naturale delle cose. Ma quella notte, però (e fortunatamente!) non andò così; la realtà è ben diversa sul Filiki (o meglio, sopra la testa di Pam)...
     Infatti, dopo qualche minuto trascorso in uno stato di quasi incoscienza, la ragazza tornò in cabina: non seppe spiegarsi quella strana seppur meravigliosa apparizione, la quale l'avea quasi stregata, addirittura ammaliata, né il precipuo motivo per cui si fosse svegliata all'improvviso dal suo sonno, nel bel mezzo della notte. Si sdraiò, tuttavia, sulla lettiga e si rimise a dormire: lo fece digiuna di risposte ma di buona lena. Alle cinque e trentacinque in punto, finalmente il Filiki toccò terra ammarrando nel porto di Patrasso (capoluogo del nomo di Acaia, nel Peloponneso settentrionale, essa fu colonia romana col nome di Colonia Augusta Aroe Patrensis). Il sole, nonostante l'ora, era alto già all'orizzonte e i raggi suoi, invece, bruciavano il viso come fossero un ferro da stiro (la temperatura, infatti, rasentava abbondantemente i trenta gradi!). La sosta sarebbe durata quasi quattro ore. Pam e Reby salirono sul pontile. Intanto, alcuni mezzi, soprattutto grossi tir carichi d'ogni cosa e diretti verso l'interno, sbarcarono sulla banchina del molo nuovo; identica cosa stavano facendo moltissimi passeggeri a piedi: il richiamo del porto e delle bellezze della città, evidentemente, era per tutti quanti fortissimo! Reby disse all'altra:
     - Finalmente un po' di riposo, ne avevo proprio un gran bisogno, sai?
     - Ehi, cucciola, - replicò, allora Pam; - cosa dici mai? Parli di riposo: proprio tu che hai dormito di filato tutta notte. Ah! Ah! Ah! 
     - Sì, hai ragione, come sempre, amore mio, ma mi sento davvero un po' strana, sai?
     - Certo, ti capisco, - rispose allora l'altra, - sarà forse, chissà, colpa del fuso orario o del jet lag...(era una battuta ironica, ovviamente!). A quel punto Reby si avvicinò a Pam e la baciò, senza preavviso, sulla bocca. Poi le disse, ad alta voce:
     - Sbrigati, dai, lumaca: è ora di andare! (In effetti, le due avevano in programma di fare un bel giro in città ma...doveva attendere anche quello).
     - Ancora un attimo, ti prego! - fece Pam. - Ho da scrivere alcune cose.
     La ragazza, così, estrasse il suo taccuino dal tascapane color marroncino che portava sempre a tracolla (non si separava mai da quello: lo teneva con sé anche quando dormiva, a volte!) e scrisse un pensiero su Patrasso: "Questa mattina, alle ore cinque e trentasei, abbiamo attraccato nel porto di Patrasso. Il traghetto è fermo sulla banchina. La vista, ai miei occhi, è singolarmente limpida e le montagne distanti (la città, infatti, si trova ai piedi del gruppo montuoso del Panacaico) si proiettano su uno strambo ed enorme cumulo di nembi colorato d'azzurro scuro: essi sembrano, addirittura, il loro specchio interiore...".

     - Ancora? - chiese a quel punto Reby. - Quanto ci metti? Su, dai, andiamo. Ma cosa hai scritto? Non penso proprio sia un trattato di parapsicologia o di metempsicosi...ma dev'essere tanto lungo ugualmente visto il tempo che ci hai messo a scriverlo!
     - No, certo! - fece Pam. - Sai, cara, mi sembri davvero molto arguta in questo periodo: non sarà tutta colpa degli ormoni in subbuglio? Oppure, chissà, delle fasi  lunari di traverso? Ma dopo te lo dirò, forse, se vuoi... - si fermò un attimo eppoi riprese a parlare:
     - anzi, credo proprio che non lo farò affatto! E' il mio diario, in fondo, questo, bellissima: non lo leggerai mai; non te lo farò mai leggere neanche dovessimo vivere mille anni, io e te. Neanche tu puoi farlo, a questo mondo e in questa vita! 
     - D'accordo, Pam, andiamo allora: non abbiamo molto tempo!
     Reby, così, si avvicinò alla compagna e li mollò un'altro bacio: questa volta sulla guancia sinistra. Pam, in tutta risposta, sorrise senza dir nulla. Le due, poi, mano nella mano (proprio come due fidanzatine provette!) si avviarono finalmente all'uscita: le aspettava il sostanzioso giro turistico ed un...incontro alquanto inatteso. Le bancarelle sulle banchine del molo vecchio "Kariskaki", quello opposto all'altro, vicino al faro, intanto già pullulavano di clienti, indaffarati a comprare oggetti e souvenir d'ogni sorta, mentre le grida degli ambulanti simpaticamente si sovrapponevano a quelle dei pescatori. Pam allora pensò, fra sé e sé: 
     - Caspita, la vita ricomincia presto da queste parti!
     Dopo di che si avvicinò ad una bancarella ed acquistò alcune cartoline illustrate di Patrasso. - Ho da scrivere un po', - disse rivolgendosi alla compagna.
     Reby, così, ridacchiando fece:
     - Ah! Ah! Ma non mi dire; come se fosse una cosa strana, questa. Sei tu, in fondo, l'intellettuale tra noi due, io so a malapena leggere!
     Pam, in realtà, scrisse ad alcune ex compagne del college: dop'averlo fatto e dopo averle affrancate, imbucò le cartoline nella buca di fianco al "Central Bar", sulla piazza Anteras. E poi...si avvicinò a Reby, la guardò dritta negli occhi, per un sol attimo, e le disse: - Ho finito! Infilò, poi, il suo braccio sinistro in quello destro dell'altra ed insieme si avviarono. Salirono su per la scalinata Aghiou Nikolau, famosissima strada pedonale che si inerpica, coi suoi centonavantadue gradini, sino alla città vecchia, dove comprarono un mazzo di rose bianche da un bambino cipriota, (circa nove o dieci anni), che le vendeva ai turisti per due dracme l'uno: fu una passeggiata romantica, quella, con le due mano nella mano, svoltasi su strade lastricate di pavé azzurro e bianco (i colori della bandiera di Grecia), costeggiando alcuni grandi e colorati palazzi neoclassici, simbolo del glorioso passato della città, sino a quando...