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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 19 aprile alle ore 12:54
    Chi ha paura degli anti-5G?

    Come comincia: Lettera aperta alla redazione di Leonardo, programma di divulgazione scientifica del pomeriggio di RAI3.

    Oggetto: Vostra trasmissione del 10-04-2020. Servizio con il prof. Enrico Bucci.

    Salve,
    non riesco a seguire il vostro interessante programma di divulgazione scientifica tutti i giorni.
    Incidentalmente, venerdì 10 aprile scorso ho potuto.
    E’ stata un’enorme delusione per me constatare come un programma quale è il vostro si prestasse a diffondere quella che A ME (c'è ancora libertà di opinione in Italia?) è parsa disinformazione e cortina di fumo.
    Mi riferisco al servizio che ha avuto come protagonista il prof. Enrico Bucci.
    Non posso riascoltare la trasmissione su Raiplay.
    Farò riferimento all’articolo comparso su Il Foglio lo stesso 10 aprile alle ore 06:00 a firma dello stesso prof. Enrico Bucci, articolo che include le opinioni ed informazioni che il prof. Bucci ha divulgato durante il vostro programma.
    Riporto il link all’articolo: https://www.ilfoglio.it/scienza/2020/04/10/news/ah-una-pandemia-5g-312299/
    L’articolo del prof. Bucci inizia: “A media unificati – almeno due giornali nazionali e due locali – è comparsa il 6 aprile una lunghissima articolessa sui rischi del 5G…”.
    Immagino che il prof. Bucci faccia riferimento all’articolo comparso su La Stampa il 6 aprile 2020 a firma di BENEDETTA PARAVIA. Un articolo il cui titolo e sommario (perdonatemi nel caso non utilizzi la corretta terminologia delle varie parti della struttura di un articolo) mi risultano essere:
    “L’opinione controcorrente. Il valore della salute e quello del profitto: il 5G”
    “Mentre in questi giorni il mondo combatte contro un virus che miete fin troppe vittime; silenziosamente e gradualmente, lo stesso mondo si riempie di ripetitori per le reti cellulari di prossima generazione”
    Devo dire “mi risultano” perché sono venuta a conoscenza di questo articolo uno o due giorni dopo il 6 aprile, quando mi è pervenuta l’informazione che l’articolo fosse stato rimosso dopo la pubblicazione. E mi dispiace tantissimo in quanto, oltre che volerlo leggere, mi sembra che la pluralità d’informazione sia un diritto sancito dalla Costituzione Italiana.
    Ecco il link all’articolo rimosso: https://www.lastampa.it/opinioni/2020/04/06/news/il-valore-della-salute-e-quello-del-profitto-il-5g-1.38686965
    Se poi il prof. Bucci facesse riferimento ad un altro articolo, chiedo scusa per la digressione.
    Tornando alle affermazioni del prof. Bucci, nel suo articolo il prof. Bucci sembra voler confutare una teoria sostenuta dalla “lunghissima articolessa” misteriosa: “Covid-19 sarebbe stato causato almeno in parte dalle antenne installate per il 5G.”
    Ora non so dove il prof. Bucci abbia letto tale teoria, in quanto non ho sottomano l’articolo al quale si riferisce, non sapendo con certezza nemmeno a quale articolo si riferisse.
    Ad ogni modo il prof. Bucci continua che “la lunghissima articolessa”, (peccato che il prof. Bucci non ci fornisca riferimenti più precisi in modo da darci possibilità di verificare personalmente), basi questa teoria su “le opere di un conclamato illustre esperto internazionale, il prof. Martin Pall.”
    Il prof. Bucci continua poi affermando di avere ‘scartabellato’ la produzione scientifica del prof. Martin Pall e “si può notare non solo come nessuno dei suoi articoli possa fornire il più vago supporto scientifico alle teorie sul 5G …, ma soprattutto come in compenso non vi è quasi nessuna fra le teorie più esoteriche del campo medico di cui costui non si sia occupato – dalla sensibilità chimica multipla (una nota bufala) ad altre simili amenità.
    Il prof. Enrico Bucci è laureato in Scienze Biologiche, al momento professore associato presso la Temple University.
    Il prof. Martin L. Pall, è stato professore di biochimica e scienze mediche di base presso la Washington State University.
    Io sono una laureata in ingegneria elettronica che ha frequentato la Scuola Superiore di Specializzazione in Telecomunicazioni presso il Ministero di Poste e Telecomunicazioni, un po’ di tempo fa, e da venticinque anni mi occupo di altri settori.
    Non metto parola in questioni di biologia, biochimica e medicina.
    Ad ogni modo lessi un articolo sulle teorie del prof. Martin L. Pall (ma non solo del prof. Martin L.Pall, nell’articolo erano citate le opinioni anche di altri professori universitari) lo scorso ottobre ed era un articolo dei primi mesi del 2018 e certamente non si faceva riferimento al Covid-19, molto di là da venire. Mi parve l’articolo più interessante e solido sui rischi del 5G che mi fosse mai capitato di leggere fino a quel momento.
    Probabilmente anche perché iniziava con delle considerazioni tecniche che, nella mia modesta competenza, mi sembravano più che plausibili.
    Considerazioni tecniche che riporto qui di seguito (scusate se non traduco):
    5G is predicted to be particularly dangerous for each of four different reasons:
    1. The extraordinarily high numbers of antennae that are planned.
    2. The very high energy outputs which will be used to ensure penetration.
    3. The extraordinarily high pulsation levels.
    4. The apparent high level interactions of the 5G frequency on charged groups presumably including the voltage sensor charged groups.
    [Punto 1] Di recente ho letto anche in un articolo del Corriere che lo stesso CEO di Ericsson ricordava come la rete 5G sia estremamente energivora. E posso crederlo, con quel numero straordinariamente alto di antenne che la rete 5G mette in campo, non può essere che così.
    [Punto 2] Nell’ottobre 2018 agendadigitale.eu ha pubblicato l’articolo: “Ecco perché il 5G mobile obbliga a rivedere i limiti di emissione elettromagnetica in Italia”, dove indica che i limiti in Italia siano 6 V/m e 20 V/m (quest’ultimo per effetti acuti), limiti più restrittivi rispetto ad altri Paesi in Europa dove alla frequenza di 2600 Mhz il limite è fissato a 61 V/m.
    Noi Italiani dobbiamo essere grati alla competenza e lungimiranza di Livio Giuliani, biomatematico e fisico, ex dirigente di ricerca dell’ISPESL, ora in pensione, se il limite in Italia fu fissato a 6 V/m invece che a 61 V/m. Ed ora il professor Livio Giuliani, esperto riconosciuto a livello internazionale, preme che si arrivi a 0,6 V/m. Ridurre ulteriormente il limite emesso di potenza, non elevarlo.
    Il ministro dell’Innovazione Paola Pisano, in occasione del 5G Italy, l’evento promosso dal CNIT e organizzato da Supercom in corso al CNR il 3, 4 e 5 dicembre, pare abbia affermato (fonte key4biz): “… i limiti elettromagnetici è un tema che stiamo dibattendo all’interno del governo, noi ovviamente stiamo seguendo molto l’Europa su tutta la trasformazione digitale.”
    [Salto il punto 3], dovrei parlare delle possibili frequenze “straordinariamente elevate” utilizzate a Wuhan quando il segnale 5G è stato acceso il 1° novembre e delle nuove Linee Guida che l’ICNIRP ha pubblicato circa un mese fa [articolo di La Repubblica, https://www.repubblica.it/tecnologia/mobile/2020/03/13/news/nuove_linee_guida_per_la_5g_nessun_pericolo_per_la_salute_ma_cautela_con_le_alte_frequenze-251171998/?ref=RHPPTP-BL-I251257021-C12-P1-S1.4-T1 :
    “Poche novità, ma un occhio di riguardo per le alte frequenze”
    “"LA COSA più importante che le persone devono ricordare è che quando queste nuove linee guida verranno rispettate le tecnologie 5G non saranno in grado di causare danni", ha assicurato il dottor Eric van Rongen, presidente dell'ICNIRP. […] Da ricordare che in Italia, come in altri paesi europei, verranno impiegate le bande a 700 Mhz, a 3.700 MHz e 26 GHz. Proprio quest'ultima andrà gestita con maggiore cautela.” Cosa dire, siamo lieti che le linee guida siano state modificate rispetto alle vecchie in modo che SE SEGUITE le tecnologie 5G non faranno danni. Mi chiedo, seguendo le vecchie linee guida le tecnologie 5G erano in grado di fare danni? In tal caso, meglio tardi che mai? Forse troppo tardi per qualcuno?]
    [Punto 4]. Quando seppi, praticamente in diretta, dell’incendio delle antenne fuori di quel Centro Commerciale a La Spezia, pensai proprio al rischio indicato in questo punto 4. Ed, in effetti, un paio di giorni dopo, un articolo riportava che l’incendio delle antenne era probabilmente dovuto ad un cortocircuito.
    Tornando alle parole del prof. Bucci “sensibilità chimica multipla (una nota bufala)”, non so assolutamente di cosa si tratti, comunque consiglierei il prof. Bucci di informare della cosa il Ministero della Salute, il ministero infatti vi dedica una pagina: http://www.salute.gov.it/portale/temi/p2_6.jsp?lingua=italiano&id=4405&area=indor&menu=salute
    Infine, tornando alla teoria che sarebbe la causa della levata di scudi del prof. Bucci: “Covid-19 sarebbe stato causato almeno in parte dalle antenne installate per il 5G.”, ripeto, ho sentito/letto questa teoria e/o altre baggianate solo: 1) nel servizio/articolo del prof. Bucci; 2) in un articoletto di Focus a firma di Chiara Guzzonato; 3) pochi giorni fa in un video su youtube.
    Tutti dopo il fantomatico articolo, introvabile, del 6 aprile.
    Per quello che ne so, l’unica relazione che è stata supposta da scienziati e tecnici tra 5G e Covid-19 è che le alte frequenze che possono essere utilizzate nel 5G possano indurre immunodepressione, ossia abbassare le difese immunitarie e quindi essere più attaccabili da agenti patogeni preesistenti, incluso, eventualmente, il Covid-19. Ho sentito avanzare questa ipotesi per la prima volta da un professore ingegnere della Calabria, il quale fa riferimento agli studi del prof. Olle Johansson, svedese: “Electromagnetic fields may act via calcineurin inhibition to suppress immunity, thereby increasing risk for opportunistic infection: Conceivable mechanisms of action” [I Campi Elettromagnetici possono agire attraverso l’inibizione della calcineurina per sopprimere l’immunità, aumentando così il rischio di infezione opportunistica. Meccanismi d’azione plausibili”.] ( Medical Hypotheses 2017;106;71-87)
    La calcineurina è una proteina che attiva le cellule del sistema immunitario, ci informa il professore ingegnere che è anche Consulente Tecnico d’Ufficio della Magistratura per l’Elettrosmog.
    Immagino che vi siano altre fonti oltre il professore ingegnere della Calabria.
    Di più, nin so.
    Cordialmente,
    ing. Linda Landi

  • 19 aprile alle ore 10:05
    LE ALLUPATE

    Come comincia: Dopo un divorzio alcuni vengono presi dalla sconforto, dalla tristezza, dalla delusione, dalla depressione insomma da sentimenti negativi per lo spirito, Alberto, al contrario si sentiva finalmente libero da un legame con una donna con cui non aveva più nulla in comune, anzi si domandava cosa l’avesse spinto ad impalmarla. ‘Libertà va cercando ch’è si cara’ già ai tempi degli antichi romani la libertà era un bene prezioso tant’è vero che Catone preferì suicidarsi piuttosto che perderla. Alberto aveva preferito il divorzio e già dal primo giorno era rinato: il mondo gli sembrava più accogliente, la gente più simpatica, la mattina veniva svegliato dal canto degli uccellini e si sentiva pieno di energie: doccia, rasatura di barba, colazione abbondante, abbigliamento per il mare e telefonata all’amico Franco: “Giovane (si fa per dire era quarantenne come lui) datti una smossa, fra dieci minuti sono sotto casa tua, destinazione Lido di Mortelle, vai!” Ovviamente Franco non era pronto, al citofono: “Maria che fa quel pelandrone di tuo marito, oggi è domenica e siamo liberi dal servizio.” “Sta facendo colazione, appena pronto te lo mando giù, anche a me fa piacere che te lo porti via….” Ci volle ancora un quarto d’ora poi finalmente Franco si appalesò con un boccone in bocca. “Cazzo nemmeno la domenica…” “Giovanotto non dimenticare che io sono maresciallo e tu brigadiere, è un ordine: “SVEGLIA!” La cinquecento di Alberto partì a razzo, “Mettiti la cintura, se incontriamo qualche pattuglia di ‘martelloni’ , loro se ne fregano che siamo della Finanza anzi se ci possono fare uno sgarbo…”Al lido furono accolti da una  signora dal nome impegnativo, Costanza che all’entrata faceva pagare il ticket d’ingresso e di soggiorno ai clienti, per loro due niente ticket anzi cabina gratis in prima fila. Franco si accomodò su una sdraia, aveva ancora sonno, Alberto lo lasciò in pace ed andò in cerca di ‘pollame femminile’ ma a quell’ora c’era poca ‘roba’ in giro anzi ne vide tre ‘horribiles visu’ che, chiamarle donne sarebbe stato offensivo per il genere femminile. Stavolta Hermes, di solito protettore di Alberto mise in atto una cattiveria, non aveva accettato quel giudizio su quelle  tre povere brutte, loro non ne avevano colpa e  così il dio degli imbroglioni fece uno sgarbo al suo protetto: fra la sabbia c’era una bottiglia rotta su cui Alberto mise un piede con la conseguenza di una grossa lacerazione dolorosa e sanguinante. “Franco vieni qui, maledizione mi sono ferito ad un piede!” Oltre a Franco si precipitarono anche le tre sgraziate che si dimostrarono premurose ed affettuose. “Signore forse possiamo aiutarla, abitiamo dall’altra parte della strada, a casa abbiano di che medicarla.” Con l’aiuto dell’amico, zoppicando Alberto raggiunse la villetta delle tre,  si sedette su un divano. “Io sono Catena, ho frequentato un corso da infermiera, qui ci vogliono dei punti, la ferita è troppo estesa o la portiamo in ospedale o si fida di me e le metto dell’anestetico così proverà meno dolore.” Alberto dimostrò di essere un duro, sopportò stoicamente la sofferenza ed alla fine del’operazione ringraziò Catena. Poverina era  tanto magra che in siciliano si poteva soprannominarsi ‘sdisiccata’. Intervenne la seconda delle sorelle: “Sono Crocifissa, non penso che sia il caso che lei cammini, la ferita potrebbe riaprirsi, lei ed il suo amico potreste essere nostri ospiti a tavola, Lorena, la nostra cameriera ha preparato un buon pranzo, basta solo riscaldarlo.” Crocifissa, poverina aveva un gran naso che le arrivava quasi sino in bocca, in siciliano l’avrebbero rinominata ‘nasca’. La terza, al contrario di Catena era obesa, pareva che la natura si fosse accanita contro tutte e tre, Crocifissa era proprio una ‘chiattona’. Il cibo è la panacea di tutti i mali, chi lo aveva affermato molto probabilmente era un crapulone in quanto non risulta proprio a verità, ma nel caso di Alberto aveva fatto un certo effetto benefico soprattutto perché ‘innaffiato’ dal vino rosso di Faro. Catena: “Non penso che possa ritornare a casa sua, abbiamo la camera dei nostri genitori Geremia e Priscilla deceduti, la teniamo sempre in ordine per rispetto loro, signor Alberto lei ha la stessa corporatura di nostro padre potrebbe passarci la notte ed eventualmente usufruire de suo vestiario. “Mi va bene, grazie della vostra ospitalità,  Franco prendi la mia Cinquecento e torna a casa non vorrei che Maria…” Dopo cena  Catena: “Noi guardiamo poco la televisione, sempre cattive notizie di morti, feriti e stragi in tutto il mondo per non parlare degli spettacoli di varietà, tante ragazze scollacciate….Dal suo accento ho compreso che lei è di origine romana, che ne dice di recitarci qualche poesia del Belli o di Trilussa?” Alberto capì che doveva in qualche modo ricompensare le tre ‘grazie’ e: “Ce n’è una molto spiritosa di Trilussa, si intitola l’uccello in chiesa: “Era d’agosto e un povero uccelletto, ferito dalla fionda d’un maschietto andò per riposare l’ala offesa a finire all’interno di una chiesa…” Intervenne Catena: “Vorremmo evitare di parlare di cose sacre, ne conosce qualche altra?” “La luna piena minchionò la lucciola: sarà l’effetto dè l’economia ma quel lume che porti è deboluccio…si ma la luce è la mia!” “Altra e poi finisco: C’è un’ape che se posa su un bottone de rosa, lo succhia e se ne va…tutto sommato la felicità è una piccola cosa! Ed ora vi propongo una cosa seria: io da finanziere allorché ero in forza ad un distaccamento a duemila metri ho imparato a cucinare, se me lo permettete vorrei stendere un menu per aiutare Addolorata a dimagrire ed a Catena a mettere su un po’ di muscoli, se siete d’accordo…” La proposta fu accolta anche se con qualche perplessità da parte delle signorine. “Allora: colazione la mattina con yogurt magro, due fette biscottate integrali e due prugne denocciolate, pranzo pasta integrale condita con: sugo di pomodoro o legumi di tutti i generi, un frutto di stagione, caffè senza zucchero, la sera insalatona mista e poi formaggio non stagionato, oppure  uova, carne magra ed il solito caffè decaffeinato amaro, la domenica due quadretti di cioccolato amaro al 90%. Per Addolorata le porzioni ridotte al 60%, per Catena aumentate del 20% che ne dite?” Un silenzio aveva accolto la proposta ma nessuna aveva avuto il coraggio di contestare e così il menù divenne operativo. Alberto da vecchio ‘sun a bitch’ capì che Addolorata non avrebbe resistito a quelle restrizioni culinarie; una notte si appostò un cucina e alla luce del corridoio vide apparire la chiattuna che furtivamente si stava avvicinando al frigo. “Eh, eh, eh, eh cara con me non si bara!” “Alberto ti prego, sto morendo di fame, almeno qualche mela ed un panino, chiedimi qualsiasi cosa ma accontentami….” Il vecchio Al figurati se non prendeva la palla al balzo: “Che ne dici di ‘fare amicizia’ col mio coso, basta solo che lo pendi in mano poi…”Il cibo per l signorina era diventato quasi una droga, malvolentieri prese in mano il ‘ciccio’ di Alberto che stava aumentando di volume con meraviglia dell’interessata che: “Come fanno le signore a farselo infilare dentro il loro buchino piccolino?” “Non ti porre tanti problemi, prendilo in mano e massaggialo e se ti va prendilo in bocca…”Lì per lì non era possibile, la bocca di Addolorata era piena di cibo ma finito di mangiare la chiattuna obbedì e si trovò ‘in ore’ altro alimento ma liquido che ingoiò senza quasi accorgersene. “Ha un sapore particolare, non  è spiacevole come pensavo, mi dai un’altra mela?” La mattina Alberto telefonò al Dirigente il Servizio Sanitario della caserma: “Dottore sulla spiaggia con un vetro mi sono tagliato un piede, mi dà trenta giorni di convalescenza?” “Esagerato, per un ferita, massimo una settimana.” “E se ci fosse una frattura da lei constatata?” “Ci vediamo fra trenta giorni sempre che la frattura guarisca gran...” Alberto seguitò a presidiare la cucina ma sorpresa… sorpresa una notte comparve Catena che giustificò la sua presenza con: “Hai fatto bene a mettere a stecchetto Addolorata che mi ha riferito quello che è successo la notte passata.” “Ti ha raccontato tutto?” “Si e mi sono meravigliata, di solito lei è molto riservata e mi ha incuriosita…” “Che ne dici di imitarla, alla fine della nostra vita scopriremo che cosa abbiamo seminato durante la nostra esistenza.” “Noi facciamo molto del bene ai poveri ed agli anziani, sovvenzioniamo una casa per emigranti con i loro figli, siamo ricche e ce lo possiamo permettere ma ci hanno insegnato che…” “Anche se la natura non è stata con voi benigna non dovete richiudervi in voi stesse, il sesso non serve solo per avere una discendenza ma dà anche salute fisica e mentale…” Catena aveva già imparato la lezione e accettò di buon grado non solo esibirsi in un  pompino ma per la prima volta in vita sua provò un orgasmo dietro bacio appassionato alla sua ‘tata’ da parte di Alberto. Crocifissa aveva un nome troppo impegnativo come pure il naso ma aveva appreso la lezione dalle due sorelle ormai scatenate, Alberto era al centro dell’attenzione, solo in una cosa era intransigente, il vitto ma per il resto  si era incamminato in una strada impervia per la verginità delle tre sorelle ma se la cavò alla grande. Più che altro il problema era di Addolorata, di Catena e di Crocifissa il cui ‘fiorellio’ a lungo a riposo, dava segni di dolore ben ricompensate da goderecciate alla grande, per loro un mondo nuovo! Alberto pensò che il problema di Crocifissa fosse facilmente risolvibile con una operazione di chirurgia estetica, contattò telefonicamente un collega amico di Milano che gli comunicò il nome di uno specialista che veniva a Messina ogni sei mesi il prof. Pappalardo. Interpellato da Alberto il professionista comunicò che sarebbe giunto in città fra quindici giorni ed avrebbe operato Crocifissa presso la casa di cura privata ‘S.Eugenio’, la signorina fu la prima ad essere iscritta nella lista degli operandi anche se con un certo timore da parte sua: “Cara, sarai completamente sedata, non sentirai alcun dolore mi meraviglio che tu non ci abbia pensato prima.” Alle sette di mattina Alberto si presentò in clinica ed entrò nella stanza dell’operanda che: “Non ho dormito tutta la notte, fammi compagnia.” Alberto ebbe l’autorizzazione ad accompagnarla sin dentro la sala operatoria ‘bardato’ come un infermiere ma non resistette quando il chirurgo mise mano ad attrezzi da ‘fabbro ferraio’, rivide Crocifissa dopo un’ora e mezza quando, ancora intontita uscì dalla sala operatoria, a tratti le fece compagnia nei giorni seguenti, Crocifissa ancora con una vistosa benda si lamentava per il dolore. Dopo quindici giorni finalmente la benda fu tolta e apparve un naso da attrice, l’interessata non finiva di guardarsi allo specchio, Alberto la prese sotto braccio e con un taxi la accompagnò a casa.  Dopo due giorni anche lui ebbe una sorpresa: una Jaguar X type era posteggiata dinanzi la villa,  le chiavi in mano a Crocifissa che baciò a lungo un Alberto frastornato, mai avrebbe pensato ad un sì generoso regalo. E Lorena la cameriera? La ragazza, mentre le tre sorelle e il suo fidanzato Gedeone erano a messa raccontò in breve la sua esistenza. Per motivi economici era andata a servizio dalle tre sorelle che pagavano bene le sue prestazioni, le signorine avevano accettato in casa il suo fidanzato anche lui religiosissimo ma che stava ben lontano dalla sua ‘gatta’, si limitava a qualche furtivo bacio in bocca ma…”Io amo molto il sesso, sono e rimarrò vergine, come preteso  dalle mie padrone, niente peccati in casa loro, uso però molto il mio ‘popò’ e me la godo alla grande se lei….” Alberto constatò personalmente le affermazioni di Lorena, mai gli era capitato in vita sua una donna che provava tanti orgasmi col sesso anale, ma lui nei giorni successivi le offrì anche tenerezza e coinvolgimento emotivo, Lorena ne  rimase affascinata non solo sessualmente, finalmente un vero uomo. “Maresciallo si è rimarginata la frattura al piede o desidera altri giorni per guarire?” “Dottore stavolta fra frattura m’è venuta al pisello, ho trovato quattro allupate che me l’hanno distrutto!

  • Come comincia:                                                  Deve mangiar viole del pensiero, l'avvoltoio? 
                                                     Dallo sciacallo, che cosa pretendete?
                                                     Che muti pelo? E dal lupo? Deve
                                                     da sé cavarsi i denti?
                                                     Che cosa non vi garba
                                                     nei commissari politici e nei pontefici?
                                                     Che cosa idioti vi incanta, perdendo biancheria
                                                     sullo schermo bugiardo?
                                                     Chi cuce al generale
                                                     la striscia di sangue sui pantaloni? Chi
                                                     trancia il cappone all'usuraio? Chi
                                                     fieramente si appende la croce di latta
                                                     sull'ombelico brontolante? Chi intasca
                                                     la mancia, la moneta d'argento, l'obolo
                                                     del silenzio? Son molti
                                                     i derubati, pochi i ladri; chi
                                                     li applaude allora, chi
                                                     li decora e distingue, chi è avido
                                                     di menzogna?
                                                     Nello specchio guardatevi: vigliacchi
                                                     che scansate la pena della verità,
                                                     avversi ad imparare e che il pensiero
                                                     ai lupi rimettete,
                                                     l'anello al naso è il vostro gioiello più caro,
                                                     nessun inganno è abbastanza cretino, nessuna
                                                     consolazione abbastanza a buon prezzo, ogni                                                                   ricatto troppo blando è per voi.
                                                     Pecore, a voi sorelle
                                                     son le cornacchie, se a voi le confronto.
                                                     Voi vi accecate a vicenda.
                                                     Regna invece tra i lupi
                                                     fraternità. Vanno essi 
                                                     in branchi.
                                                     Siano lodati i banditi. Alla violenza
                                                     voi li invitate, vi buttate sopra 
                                                     il pigro letto 
                                                     dell'ubbidienza. Tra i guaiti ancora
                                                     mentite. Sbranati 
                                                     volete essere. Voi
                                                     non lo mutate il mondo.
                                                     (da: Difesa dei lupi, 1957).
                                                     

     Qualche giorno fa Confcommercio ha dichiarato: - Serve liquidità! A ruota le banche hanno tuonato: - Serve liquidità per le imprese! (Mi domando cosa faranno adesso i carognoni di Confindustria, sorella maggiore, ma non meno subdola e diabolica delle tre? Penso, tuttavia, che non mancheranno di far sentire in breve la loro voce!). D'altro canto, Fontana (presidente "emerito"...di regione Lombardia) ed il premier Conte (amatissimo, a quanto pare, in questo scorcio di anno che prelude alla bella stagione, da dolci pulzelle di ogni età in ogni dove della penisola: il fascino degli "anta", si sa, non passa mai di moda!), non perdono occasione di farsi le coccole come due fidanzatini di primo pelo; anzi, direi proprio che giocano ancora a mosca...farsi i dispettucci, come due scolaretti discoli (o due "pischelli cattivi", come affermerebbero in tutta franchezza all'ombra del colosseo!). Il più saggio di tutti, però, come al solito, quello che dalla massa si eleva oltre che dalla mediocrità, dall'ovvio e dalla meschinità in questo delizioso marasma di buone intenzioni, è  come al solito lui, "Giggino fuoricorso" il quale di cognome fa Di Maio, esimio ministro del lavoro (neanche ad interim, per fortuna!): - Estendiamo il diritto di voto ai sedicenni - ha dichiarato il bellimbusto partenopeo, - in fondo anche loro lavorano e pagano le tasse! - Diciamo che il ministro caro a ben ragione si eleva su tutti e tutto: infatti, lui è avanti di una lunga spanna su ogni cosa, è proprio in...già in campagna elettorale! Ma in fondo, tutto quello che importa è una cosa soltanto, anzi, sono ovvie le cose che van ripetendo e riportando tutti da mane a sera e  nottetempo (dalla tele di stato a quelle private, dalle radio ai media, dai social ai blog d'ogni specie ed alle pubblicità d'ogni tipo...finanche lo si trova scritto sulle pareti delle latrine dei cinema di quart'ordine...ma no, lì non può essere: sono chiusi per decreto!) a bella chioma ed a tutto spiano: "resta a casa", "andrà tutto bene", "ricominceremo insieme", "ognuno deve fare la sua parte", "siamo sulla stessa barca" e...bla, bla, bla! Sia chiaro, io sto facendo la mia parte, come tutti, e mi taglierei una mano se potessi, lo farei se servisse a cambiare lo stato delle cose, ma...non stiamo sulla stessa barca, cari signori: io non sto sulla stessa barca degli sciacalli (anche se a me piacciono tantissimo gli animali ed adoro la natura), con quelli sciacalli sciagurati che hanno giocato con la vita e con la morte di tanta gente...semmai dovessi scegliere, semmai fossi costretto a farlo e mi trovassi, in vita mia, da solo e naufrago su una barca in mezzo all'oceano infestato da voracissimi squali, ebbene preferirei gettarmi in mezzo a loro; semmai io sto coi familiari delle vittime di questo virus maledetto, le uniche incolpevoli; anzi, lo sono fermamente. La loro colpa è soltanto stata quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato (da ragazzini avremmo detto che "non hanno avuto culo!") e paradossalmente...addirittura la loro colpa (se di colpa si possa parlare o definirla), ancor più "incolpevole" è quella di essere degli esseri umani, come me possedenti la peculiare caratteristica ed univoca della finitudine! Non è andata bene per niente: ventimila morti (soltanto in Italia: al momento in cui scrivo quest'articolo le cifre staranno variando!) gridano già vendetta (e non è ancora finita, purtroppo!), cazzo! Tante volte penso, tra me e me, quanto sia dovuto al caso e quanto, invece, alla indecisione ed al lassismo delle istituzioni locali e nazionali. Tante volte penso, tra me e me, che è molto probabile che molte di loro siano morte a causa di interessi oscuri o "altri" (diverse testate giornalistiche hanno messo in luce l'interesse che diverse multinazionali, tanto italiane quanto elvetiche, operanti nella Val Seriana, avessero a non chiudere e le loro pressioni fatte sulle autorità politiche dei suddetti luoghi a non dichiarare la "red zone" sin da subito, come del resto avvenne per l'Emilia-Romagna!). E mi domando, soprattutto: perché? per cosa? per chi siano morte quelle persone? Questa volta non è permesso neanche trincerarsi dietro il solito intercalare bergamasco che suona in questo modo: "per la patria"! Né possiamo, per ora, appuntare medaglie sul petto dei superstiti, dei familiari dei "caduti", pardon delle incolpevoli vittime d'una immane tragedia (tra qualche mese, o un anno o due, forse, chissà!). E dire che i bergamaschi (non solo quelli della valle sul fiume Serio, o di Alzano, o di Nembro: località divenute tristemente famose in queste settimane), come i bresciani, o come i lodigiani del resto (a Codogno, la "ground zero" italiana, ci fu il primo infettato in assoluto - quello ufficiale, visto che i dati ufficiosi, ovvero quelli che nessuno, purtroppo, conoscerà mai, raccontano di "polmoniti sospette" avvenute già in dicembre!) abbiano un diavolo per capello (o tra i capelli, per coloro che non sono affatto parvicrinuti!) è davvero un eufemismo ma...c'è l'hanno, eccome se c'è l'hanno; ma non solo quello, purtroppo, visto che accanto alla rabbia, il dolore non si sopirà mai: esso convivrà con le (e nelle) loro vite in aeternum! Mi sovviene ora quanto dichiarato, ad un giornale on line (credo fosse Bergamo Prima), un paio di settimane orsono, da un cittadino del capoluogo bergamasco: - Non dimenticherò mai quella notte maledetta: ho visto settanta camion dell'esercito passare sotto la mia finestra ed eran tutti pieni di bare...ho pianto per tutta la notte! - Quella persona si riferiva a quanto accaduto nel "giorno dei giorni", quello tristemente famoso per i 900 morti, a cui seguì (evidentemente) una notte da tregenda, funerea appunto, funebre; la paragonerei, con le dovute cautele storiche del caso, intendiamoci, a quella del 30 giugno 1934: la "notte dei lunghi coltelli", avvenuta in Germania ed in cui furono bruciate sinagoghe, sedi di partito e di giornali oltre che un numero imprecisato di uomini!. A me vengono i brividi, quando ci penso (a partire da dietro il collo scendono giù giù fino ad arrivare al buco del culo!)...e quando penso che ciò che è accaduto nelle zone del nord Italia, Lombardia in primis (e sta ancora accadendo, purtroppo, nel mentre scrivo questo articolo!), sarebbe potuto accadere in Puglia, la mia regione (fortunatamente, essa è una delle regioni che s'è l'é cavata meglio, tutto sommato, o meglio è riuscita a limitare i danni da "virus", se così si può affermare: se quasi quattrocento morti siano pochi danni o meno!) o ancora a Taranto (la mia città); mi vengono i brividi se penso che tra tutti quei morti avrebbero potuto esserci i miei genitori (per fortuna, però, loro sono andati via tempo fa, per cause naturali, altrimenti, chissà, sarebbero potuti morire in una rsa!), o un mio amico, o un collega di lavoro, o forse (chissà) chiunque altro! Non è andata bene, non andrà bene per niente...troppa faciloneria, troppa retorica, troppo ottimismo a buon mercato (non basta per coprire azioni sbagliate, decisioni prese in ritardo...tutto quello che ha causato lutti e sofferenze ovunque!):  NADA SERA COMO ANTES! Quando tutto finirà (se finirà: in Cina, ad esempio, dopo che le autorità hanno saputo circoscrivere il virus nella zona di Wuhan, parlano già di nuovi casi "importati"!) il governo nostrano (come tutti i governi del mondo, del resto) si prenderà (si prenderanno) meriti che non ha avuto (anche per coprire sue mancanze indubbie: lasciamo stare, ad esempio, alcune decine di vittime - poca cosa, del resto, rispetto alle ventimila di cui sappiamo - nelle case di detenzione durante le rivolte messe in atto nelle scorse settimane: quattordici, quindici, ventidue, ventisei...molti detenuti, secondo le versioni ufficiali, sarebbero morti per eccessiva ingestione di psicofarmaci!). Ma il gioco sporco (al massacro, sarebbe il caso di dire!) sulla pelle dei cittadini continuerà; il gioco sporco e subdolo del capitalismo, del denaro, della produzione massificata, della economia e della politica: nel mentre sto scrivendo giungono notizie sugli scontri "verbali" e le divergenze delle forze politiche nostrane tanto in ambito parlamentare nazionale, quanto in ambito parlamentare europeo (molti governatori, ad esempio, spingono per la riapertura di fabbriche ed altre attività produttive, commerciali e turistiche, c'è chi paventava, settimane orsono, la riapertura di scuole e chiese, sic!); nel mentre sto scrivendo giunge la notizia (vera e no fantastica...orwelliana, direi!), già nell'aria da diverse settimane, della app sulla immunità (ovvero, rintracciare, attraverso le celle telefoniche e le app degli smartphone eventuali contatti "infetti"!)...e per fortuna che non sia, essa, obbligatoria (e per fortuna, direi, che io stesso non possieda uno smartphone ma un vecchio cellulare!). Orwell, docet, mi viene da affermare: quale lucido profeta fu il grande scrittore britannico, che nel suo romanzo per "antonomasia" (1984), paventò un "controllo sociale" sulle vite di ogni uomo, frutto di insicurezze, paure generate dal sistema stesso e dagli uomini che di quel sistema - volenti o nolenti che siano, poco importa - fanno parte. In conclusione di questo articolo mi chiedo se nessuno mai, soprattutto tra i politici nostrani, abbia rivolto, tornando a casa, un pensiero alle vittime della pandemia (in modo del tutto spontaneo e sincero, sia chiaro, non perché dettato dal luogo o dal fare comune, di circostanza, svestendo per un attimo i panni parlamentari ed istituzionali), a quelli che non ci sono più? A coloro che sono andati via, magari, per colpa del loro stesso lassismo, di inefficienza e, nessuno sa (purtroppo) di quant'altro o di cos'altro? Io non sono un boy-scout cresciuto né un prete, non sono un santo né un eroe (anche se "l'Italia è la terra di santi, di eroi, di navigatori e di poeti", recita un vecchio adagio...ma è anche quella - ahimé - di Giordano Bruno, che fu arrostito al rogo per volere della santa Inquisizione ed oggi lo è, anche e soprattutto delle ventimila morti di coronavirus!): non lo sono mai stato, non è nelle mie corde esserlo né mi interessa, a dire il vero; non sono di quelli che ha suonato, suona o suonerà l'inno di Mameli dal balcone (flash moab indecoroso, a onor del vero!), nè (tanto meno) vi espone il tricolore (nel 1982, quando i "ragazzi" di Bearzot trionfarono nella notte del Bernabeu, piansi e non poco: ma quì non si tratta di festeggiare né di essere orgogliosi per qualcosa e di qualcuno, ma solo di essere consapevoli, di fare la conta esatta dei morti e una stima accurata dei danni!); sono soltanto un uomo, tra dieci e 100 mila e non chiedo perdono a nessuno di esserlo. Nel sottotitolo a questo mio articolo ho posto i versi di una poesia del noto scrittore tedesco (ma anche poeta, appunto, nonché saggista, critico, drammaturgo, etc.) Hans-Magnus Enzensberger, a dire il vero duri, veri e crudi, direi, ma voglio chiuderlo col titolo di una nota canzone di Elton John, CANDLE IN THE WIND (candela nel vento è la traduzione letterale in italiano), che il cantautore britannico suonò in occasione della veglia funebre della principessa Diana, nel 1997: non è un controsenso, questo, ma è soltanto essere il mio essere "uomo" a tutto tondo. La rabbia, prima (coi versi di Enzensberger) eppoi il rispetto per la morte, per chi non é più tra noi: candela nel vento...noi tutti siamo come la fiammella di quella candela, null'altro!

    Taranto, 17 aprile 2020.

  • 18 aprile alle ore 18:07
    Non tutti gli aquiloni riescono a volare

    Come comincia: Era trascorso un anno e Sara continuava a sentirlo dentro come quel giorno in cui, con insistenza, la chiamò a se; si era opposta con tutte le forze a quel richiamo, a quel desiderio passionale d’impeto, a quella forza difficile da spiegare. Ora lui era lontano, immerso in un mondo di cui Sara non conosceva i meccanismi, plasmato da un sentimento che assomigliava più a una ripicca verso qualcosa che aveva messo a dura prova la sua fame d’amore. Era giusto che lui vivesse la sua vita, che trovasse un equilibrio dopo l’inclinazione di un pensiero del tutto pretenzioso nell'illusione di poterlo rendere realtà. Sara era dotata di un dono che le faceva percepire le cose involontariamente e sapeva per certo che la donna con gli occhi di ghiaccio non gli avrebbe mai potuto dare l’amore che lui desiderava, aveva gli anni giusti per lui ma non il vissuto, troppo calcolatrice e fatalmente narcisista.  Era giunto il momento per Sara di uscire completamente dalla sua vita, di lasciarlo andare anche nel pensiero, di slegare quella vela della fantasia che continuava a navigare il suo mare senza trovare il porto, di accarezzarlo nel buio della notte quando il manto delle stelle le offriva la luce giusta per illuminare quel che sentiva. La sua carezza non poteva più accompagnarla lungo il sentiero battuto dall’ombra di alti cipressi, doveva strapparsi dal cuore quei battiti che mai una volta la avevano abbandonata, non poteva più sentire nel cuore colui che lo abitava e non gli camminava accanto. Aveva desiderato tanto guardarlo negli occhi, almeno una volta, per avere conferma di quell’anima che Sara aveva saputo leggere anche da lontano. Lei avrebbe continuato a camminare passi nell’apatia del suo vivere, nella consapevolezza di non poter stringere a se colui che, come folata di vento nella quiete di una calda giornata di fine estate, le aveva stravolto la vita con il suo ardente sentire regalandole quel calore che solo un raggio di sole può dare. Ecco cosa li univa: il mistero dell’Amore come sentimento puro, come espressione di una realtà conducibile a una base che ti deve appartenere, uno strato epidermico che non tutti posseggono. Amare significa saper rinunciare pur di non far soffrire l’altro e Sara lo doveva a lui e a se stessa. 

  • 17 aprile alle ore 9:21
    Fronte del porto

    Come comincia:  Alcuni giorni fa ho visto un ragazzo di colore che discuteva animatamente con due poliziotti (- sarà del Gabon? - mi sono chiesto dentro di me. - O forse, chissà, è nigeriano? Ma no, dai, sarà di San Fernando de Monte Cristi oppure di Fort-de-France...ma che importa, in fondo, di dov'é!). Ho assistito alla scena, dall'altro capo della strada. Non  sapevo perché i tre discutessero; quando tutto è finito e i due poliziotti si sono allontanati a bordo della loro auto, ho fatto un fischio al ragazzo e li ho fatto cenno di fermarsi. Mi sono avvicinato a lui (come me, non indossava la mascherina: ma che importa, mi son detto ancora, -forse, è un pazzo, un lucido pazzo come me, o magari soltanto uno di quelli che ha capito tutto, chissà: che ha capito come stanno realmente le cose...chi ti vuol fregare e pensa solo a far rispettare i decreti e chi, invece, ti vuole realmente bene!) e senza neanche chiederli come si chiamasse (forse si chiamava Charles, o forse, chissà, Manuel oppure semplicemente Johnny...ma che importa, in fondo, come si chiamava!) ho battuto un "cinque" sulla sua mano (- chi se ne fotte del virus, chi se ne fotte del decreto! - ho pensato dentro di me.) e gli ho detto: - Ehi, man, va per la tua strada!

    Taranto, 17 aprile 2020.

  • Come comincia: Una gita è sempre gradita.
    Partenza da Messina alle nove, arrivo a Paterno alle undici e poi nei campi insieme ai raccoglitori, tutti giovani, che cercavano di raggranellare qualche Euro.
    "Che bella l'aria di campagna, ci vorrei vivere per sempre."Aveva parlato Assunta che pareva aver preso colore inciso dopo...era proprio cambiata come pure la sorella, la cura Max stava funzionando.
    All'imbrunire furono apparecchiati due tavoli, mischiati padroni e lavoratori tutti allegri oltre che per un buon pasto anche per il vino di Paterno che $Fun po' forte di gradazione, aveva dato alla testa a qualcuno; un paio di coppie erano sparite dietro i filari.
    I tre dopo cena si misero in macchina.
    "Non rientriamo a Messina, siamo troppo stanche, troviamo un albergo."
    Era un tre stelle.
    "Vorremo due stanze, una matrimoniale ed una singola per mia sorella."
    Era chiaro che Giuliana si era ricavata la parte di moglie.
    "Ci facciamo una doccia, non è che sei stanco?" Tradotto dati da fare, voglio scopare.
    Giuliana visto Max nudo sul letto.
    "Sei il dio Apollo ed io il dio Apollo me lo lecco tutto." E cominciò dai piedi sino al viso.
    "Mi hai preso per un lecca lecca?"
    "No, mi piace il tuo sapore, mio marito pouzzava.l"
    Tanto premesso Giuliana andò al dunque, si mise a cavalcioni di Max e cominciò la cavalcata sino ai fuochi di artificio finali.
    "Bene cara, ora mi giro dall'altra parte, ho sonno, buona notte."
    Forse stava sognando o forse no, qualcuno a meglio qualcuna gli aveva preso in bocca l'uccello.
    "Giuliana non fé bastato, ancora?"
    "La succhiatrice non aveva risposto anzi aveva accelerato il ritmo. Max allungò una mano e toccò i capelli, non era Giuliana, aprì gli occhi: Assunta.
    "E tu che vi fai qui?" Domanda di una intelligenza...
    Assunta su di giri non gli rispose, gli montò a cavalcioni come sua sorella, era lo stile di famiglia, Max non aveva preservativi e si lasciò andare, se veniva fuori un pargolo non sarebbe morto di fame.
    Assunta, finalmente doma, restò nella stanza di Maz Max il quale la mattina seguente ebbe una sorpresa,: nel taschino della giacca un assegno di cinquantamila Euro...mih!
    Rientro a Messina, dietro i vetri al primo piano la signora Costa non sembrava apprezzare quello che vedeva, capì di non essere la sola amante di Max, pensò che non poteva competere con quelle due riccone, si sarebbe accontentata delle briciole.
    In seguito un fatto anomalo (capitavano tutte a lui!). Durante le lezioni di francese e di latino alle sorelle D'Arrigo, Grazia prese a piangere a dirotto sulle spalle della sorella che la imitò, Max era in crisi, cosa poteva essere successo di grave:
    "Un brutto voto a scuola, litigio con i genitori o con i compagni?"
    "Se lei è comprensivo glielo diremo ma deve essere comprensivo e non liquidarci come due sceme."
    "Non vi liquido, parlate."
    "Non dormiamo più la notte, non è un modo di dire, è la verità, desideriamo ardentemente stare un po' con lei, solo un pompino, niente fiorellino solo in bocca,non lo diremo a nessuno, siamo pazze di lei, si può fidare" e giù a piangere di nuovo.
    "Max ebbe paura che la storia finisse male, quelle due sembravano capaci di tutto. "Va bene ma solo per una volta."
    Le due misero mano ai pantaloni che furono sfilati, 'ciccio' dinanzi a tanta gioventù innalzò la cresta che venne ingoiata a turno da una bocca; cercò di resistere più a lungo possibile, erano molto brave maledette loro, chissà quanto allenamento con i compagni di scuola. In ultimo 'ciccio' si arrese e cominciò ad emettere lo sperma golosamente ingoiato a turno dalle due sorelle.
    "Grazie e...a presto!"
    Un par di balle, quale a presto! Le due sorelle erano sparite dietro la porta d'ingresso.
    Max non volle porsi domande, ormai aveva capito come sarebbero andate le cose in quel condominio.
    Unica speranza di salvezza i due coniugi settantenni pensionati e tristi nella cui casa Max si rifugiava quando era inseguito da qualche Erinni arrapata!
     

  • Come comincia: Alberto M. maresciallo della Guardia di Finanza, in divisa, a bordo della sua Lancia Ypsilon stava per imboccare l’autostrada che lo avrebbe condotto a Roma, meta finale Messina.Stava andando via o forse meglio dire scappando da Domodossola che per lui era diventato luogo di dolore.La sua amata Flora era deceduta per un tumore al cervello, l’aveva assistita sino all’ultimo anche quando era in preda a dolori atroci che nemmeno i medicinali oppiacei riuscivano a lenire.Dopo quell’evento funesto era rimasto in città per un mese al fine di sistemare la sua posizione per un trasferimento fuori sede.Era rimasto in collegamento con Ignazio Romagnoli suo compagno di camerata alla Scuola Sottufficiali di Ostia, anche lui colpito da un grave lutto per il decesso in un incidente stradale dell’unico figlio.A mezzo di conoscenze comuni al Comando Generale del Corpo, rappresentando i loro rispettivi problemi, erano riusciti: Romagnoli ad essere trasferito a Lecce suo luogo d’origine e dove possedeva un’abitazione e Alberto al suo posto a Messina all’Ufficio Operazioni.Al ,come tutti lo chiamavano, si era fermato vicino Firenze per sgranchirsi le gambe, fare e colazione ed il pieno di benzina.Nel frattempo si era messo in collegamento telefonico con sua cugina Silvana che abitava in via Cavour in pieno centro a Roma.“Silvà (non aveva perso l’accento romanesco essendo nato nella capitale) fra un par d’ore sò da te.” (Gli piaceva, quando poteva, sfoggiare il suo dialetto tipo ‘civis romanus sum’ un po’ , come dire, sono superiore a voi.)“Quando arrivi citofonami, in via Cavour non riusciresti a posteggiare, ti ho riservato un posto in un garage vicino a casa mia.”Silvana era per Alberto più che cugina la sorella che non aveva avuto.Grandi baci e abbracci: “Ci voleva il tuo trasferimento per vederci, ora che stai qui ci resterai almeno quindici giorni.”“Silvana lo sai quando mi fa piacere stare con te ma dopodomani devo essere a Messina.”“Va bene, se non puoi,... non ho voglia di cucinare, stasera andremo al ristorante ‘Urbano ’ubicato sotto casa.Silvana era in confidenza col padrone Romolo: ti presento Alberto mio cugino, attento che è un maresciallo della Finanza, stasera mi devi fare la ricevuta fiscale.”“Io te l’ho sempre rilasciata…”“Ah Romolè lassa perde e facce magnà da re.”I due nella conversazione tralasciarono l’argomento Flora, era troppo doloroso.“Com’è che hai scelto Messina, se venivi a Roma saremmo stati insieme, avresti abitato a casa mia.”“È stata una combinazione particolare, un mio collega ed amico è stato trasferito da Messina a Lecce, io prenderò il suo posto.”
    La mattina successiva in viaggio: via Cavour, via Merulana, S:Giovanni, via Appia e infine l’autostrada. Fino a Salerno tutto liscio poi sulla Salerno Reggio Calabria una serie infinita di cambi di carreggiata, di rallentamenti, di file di auto (era luglio).Giunto sfinito a Villa S.Giovanni due ore di attesa per il traghettamento.“Ignazio sono a Messina all’uscita del serpentone che debbo fare?” “Non ti muovere vengo io.”Ignazio abitava in un casa a cinque elevazioni in una stradina interna della  ‘Panoramica dello Stretto’ con piscina e campo da tennis, al quinto piano abitava Ignazio.“Stasera andremo a mangiare alla ‘Sirena’, un ristorante di un caro amico, si mangia bene e per noi si paga poco, ti ho preparato un letto nel salone.Dopo la presentazione al padrone, Ignazio e Max si sedettero in un tavolo situato su una terrazza con vista sul lago, uno spettacolo.Nessuno dei due amici aveva gran voglia di parlare, ognuno sapeva dei rispettivi lutti che era meglio non ricordare.A casa: “Al io lascio il mio cuore a Messina, qualcosa dentro di me s’è rotto, ricordi la mia allegria, il mio carattere espansivo, tutto finito. Abbiamo portato a salma di mio figlio al cimitero di Lecce, mia moglie è rimasta lì dove abbiamo una grande casa, io la raggiungerò non appena ti avrò passato le consegne. Intano ti porto in garage raggiungile in ascensore. Questa moto era di mio figlio, non la voglio più vedere, ti lascerò un foglio in bianco firmato, andrai dal notaio Nascimbene, è un amico penserà lui al passaggio di proprietà.“Ignazio ho visto di sfuggita che ci sono una piscina ed un campo da tennis, come la mettiamo col condominio e poi devi dirmi quanto tu paghi per l’affitto.”“Per l’affitto e per il condominio niente, non fare quella faccia, poi ti spiegherò il perché.” Molto perplesso Al .Il pomeriggio successivo:“Ti presenterò i vari condomini: al primo piano due coniugi quarantenni senza figli cognome Costa: lui Salvatore lei Maria, Memi per gli amici, secondo piano due pensionati settantenni Di Stefano Vittorio e Francesca, due persone per bene, affettuose, terzo piano le sorelle Musmeci Giuliana vedova e Assunta zitella circa quarantenni. Attenzione a loro sono le padrone dell’isolato ed hanno tante proprietà immobiliari e terreni, devi tenertele buone. Hanno una paura tremenda di accertamenti tributari, hanno voluto che io controllassi i loro conti in compenso niente affitto e niente condominio, quarto piano D’Arrigo Calogero (Lillo) marito, Caterina moglie e due gemelle sedicenni Grazia e Graziella, due pesti.”Primo piano: “Questo è  Alberto  mio collega subentrerà nella mia abitazione, loro sono…”La scena si ripetè per quattro volte, a Max rimasero impresse le caratteristiche di tutte le persone abitanti nel palazzo, alcune molto interessanti…Ignazio partì il giorno dopo:“Per me questa casa è solo un ricordo doloroso, non porterò con me i mobili, te li regalo, a Lecce ho una casa ammobiliata e non saprei dove metterli.”“Fammeli pagare almeno in parte…”“No ho deciso così, voglimi bene.”Il giorno dopo si recarono in caserma.  Presentazione al Comandante Colonnello Andrea Speciale ed al suo Aiutante Maggiore t.colonnello Sebastiano Leotta, poi nel suo ufficio brigadiere Angelo Sferrazza e l’appuntato Franco Iannello. Ignazio partì il giorno stesso.Alberto si mise all’opera, la casa era molto bella: il salone e la camera da letto avevano vista sul mare, i due bagni e lo sgabuzzino su un terreno laterale tutto alberato, lo studio, il soggiorno e la cucina sul retro; dovevano essere circa centoventi metri quadrati.Amante della pulizia e dell’ordine Al si mise all’opera,  finita quest’incombenza aprì il baule e la valigia e sistemò lo sue cose negli armadi, in camera da letto e nel bagno.Accese il televisore ma lo spense quasi subito, a letto sfinito.Alberto andò in centro, per comprare un computer e relativa stampante, per fortuna in casa c’era un telefono fisso funzionante, Ignazio era stato molto generoso con lui.Il giorno successivo due tecnici vennero a casa sua e sistemarono i due apparati.Altra incombenza:  il  conto corrente, a Domodossola aveva come banca il Credito Emiliano che per sua fortuna aveva degli sportelli anche a Messina. Sorpresa, un funzionario di quell’istituto di credito era Salvatore Costa che abitava al primo piano del suo palazzo.“Signor Costa a Domodossola avevo il conto corrente con la vostra banca vorrei passarlo a Messina.” L’interessato si mise a disposizione poi:“Venga a casa mia di pomeriggio, la farò firmare del carteggio e le fornirò la password per entrare nel suo conto corrente e fare le operazioni che desidera.”Alberto aveva ancora dieci giorni di licenza di trasferimento da usufruire e, se anche frastornato dagli ultimi avvenimenti,  sentì che qualcosa di buono era mutato in lui forse dovuto al  cambiamento sia della città che delle persone che aveva conosciuto.  Il pomeriggio verso le diciassette suonò il campanello di casa Costa, venne ad aprire il marito.
    “Venga nel salone ho messo sul tavolo il carteggio da firmare, intanto si era presentata la moglie.”Noi eravamo molto amici dei signori Romagnoli, spesso mangiavamo insieme, giocavamo col figlio a tennis e facevano il bagno in piscina, la morte del povero Paolo  ha distrutto Ignazio, aveva vent’anni. Io vado un bagno un attimo, le farà compagnia mia moglie.”Alberto nel frattempo  studiava la signora: altezza 1,65 circa, seno misura tre piuttosto ben esposto da una camicetta rosa scollata, vita stretta, minigonna, gambe muscolose.“Lei sarebbe un’ottima modella, io ho per hobby la fotografia, quando vuole sono a sua disposizione e la vedrei pure come ballerina.”
    “Ho studiato danza fino a quindici anni, poi mi sono rotta una caviglia ed ho dovuto abbandonare. Amo essere fotografata, mio marito non è pratico e se vuole…domani mattina…”Un’invito esplicito, più di così, certo non voleva fare un passo falso, magari aveva male interpretato le parole della signora, intanto si sarebbe presentato con la fida Canon 450 poi…Alle nove Max suonò alla porta dei signori Costa, la signora Maria venne ad aprire in bichini nero con sopra una vestaglia aperta, buon inizio.“Il mio nome è Maria ma per gli amici sono Memi.”“Io sono Alberto, Al per gli amici.”“Vorrei io proporre io qualche posizione da prendere, andiamo nel salone, c’è una riproduzione della statua di Paolina Bonaparte scolpita dal Canova.”Ad Al cominciò ad aumentare la pressione sanguigna, Memi, sul divano, imitò la posizione della statua.“Ve bene così?”
    Max si fece più audace: “C’è una differenza, Paolina Bonaparte non aveva il reggiseno.”
    “Non c’è problema, Memi rimase in topless, un bel topless, le tette erano a forma di pera come piacevano a lui.”Al scattò le foto da tutte le posizioni poi.“Io vedrei una posa sul letto: seduta, la gamba destra piegata, le mani sul ginocchio.Anche qui nessun problema.“Va bene così, io a letto sono abituata a stare nuda.” Memi mise in atto la posa come suo desiderio.Alberto riprese la signora in costume adamitico da varie posizioni, poi si avvicinò sempre più, posò la Canon sul comodino e abbracciò Memi, prese a baciarla come un forsennato ben coadiuvato dalla signora. Venne fuori di tutto, connilungus, fellatio, sessantanove ed infine entrata trionfale dentro una gatta bagnatissima.“Non ti preoccupare, vai facile non posso avere figli.”Spossato, Al si mise a gambe aperte sul posto del letto che doveva essere del legittimo consorte con ‘ciccio’ ancora inalberato, Memi ne approfittò per montarci sopra per una ‘smorciacandela’.  La candela di Al era alla fine, riprese le sue cose, un bacio di ringraziamento e rientro in casa.Quell’abbuffata di sesso ebbe due effetti: fisicamente mise a terra Al ma psicologicamente lo allontanò dai fantasmi di Domodossola che gli sembrarono più sfumati, lontani…La moto Suzuki fu portata dal meccanico, lo sterzo era rotto. Al prese ad usarla quando c’era bel tempo per andare in caserma. Qui una novità: saputo che il Colonnello Comandante cercava uno pratico di fotografia per metter su un laboratorio per fotografare gli arrestati, prendere le impronte digitali ed in generale riprendere risultati di servizio e cerimonie varie, si presentò ed ebbe l’incarico.La ditta Randazzo era la più fornita a Messina, Alberto si presentò in divisa, conobbe il direttore ed i commessi, si fece fare dei preventivi che furono approvati dall’Ufficio Amministrazione. Il laboratorio fotografico diventò in gioiello: un marmo lungo un muro conteneva le vaschette degli acidi: rivelatore e fissaggio, un ingranditore Durst ed una smaltatrice rotativa, dall’altro lato un lavandino, una rotativa ad acqua per sciacquare le foto, un armadio dove mettere i materiali ed un essiccatore per le pellicole. Ben presto divenne pratico ed ebbe dei complimenti anche da parte di fotografici professionisti che riconobbero la sua bravura nello stampare il bianco e nero.Ora quello che interessava Al era presentarsi alle sorelle Musmeci per sistemare la sua situazione finanziaria. Al citofono concordò con una delle due di cui non riconobbe la voce, appuntamento a casa loro alle diciassette.Seguendo i suggerimenti datigli dal suo collega, si presentò in divisa e vide che aveva fatto l’effetto desiderato: le due sorelle furono molto cerimoniose: "Si accomodi questa è la poltrona più comoda, le possiamo offrire qualcosa, abbiamo dei dolcetti fatti con le nostra mani e del vino delle nostre terre…"
    Al rifiuto di Alberto andarono al dunque:“Il suo collega era così gentile da ricontrollare i conti del nostro consulente tributario,  noi lo ricompensavamo con non farli pagare l’affitto ed il condominio, se lei fosse così gentile…”Al fu gentile ma nello stesso  tempo rimase colpito da ‘le nostre terre’ quelle erano davvero ricche.Giuliana, la vedova circa quarantenne, non era una longilinea a nemmeno una chiattona, una via di mezzo, quel che colpiva era il suo viso triste, non brutto ma triste.“Signora siamo coetanei un po’ di allegria, anch’io ho avuto un lutto, la morte per tumore della mia fidanzata, ne sono rimasto scosso ma ora cerco di riprendermi.”“Anche mio marito aveva un tumore, è deceduto sei mesi fa. Era catanese e mi ha lasciato degli agrumeti che non sappiamo come gestire bene, non ci fidiamo del fattore, se ci potesse dare una mano.”“Signora se mi lascia il carteggio ci darò uno sguardo ma voleva dirvi un’altra cosa, non vi vedo mai in piscina, da militare vi do un ordine: domattina tutte e due in piscina, gli ordini non si discutono! Sto scherzando, mi farebbe piacere vedervi tutte due in costume da bagno alle nove, by by.”Cosa strana i suoi ‘ordini’ vennero eseguiti: le due sorelle,  alle nove erano in piscina ancora non c’era nessuno, era domenica. Quel che colpì Al era il corpo di Assunta, di faccia non era eccezionale ma di corpo sembrava una modella anche se tutte e due avevano un costume intero.“Mi sembrate due signore del primo novecento, oggi i costumi interi non li portano nemmeno le monache!”“Noi abbiamo solo questi…”
    “Alberto vi accompagna domani pomeriggio in centro ad acquistare due bei bichini anzi più di due, farete un figurone, ed ora tutti in vasca.”Il pomeriggio alle sedici Al stava aspettando in garage l’arrivo delle due madame che si presentarono puntuali.
    “Possiamo andare con la nostra Jaguar o meglio quella del mio defunto marito.”
    Alla faccia degli ottantamila euro! “Vede madame, al centro è difficile trovare posteggio, meglio la mia Ypsilon.”In viale S.Martino era proibito posteggiare, Max se ne fregò e tutti e tre entrarono in un negozio di costumi da bagno.Dapprima le signore provarono dei bichini castigati ma poi spinti da Al sempre più si infervorarono soprattutto dietro i suoi complimenti:“Volete coprire un si bel corpo, coraggio bichini mini.”Con sorpresa di Alberto acquistarono qualcosa di brasiliano, per intenderci costumi che lasciavano scoperta un bel pò di 'merce' nient’affatto male, Al era riuscito nel suoscopo!““Domattina li proveremo in piscina!”“Ma domani lei non va a lavorare?”“Sono in licenza.” Mentì Max e si diede malato.Il mattino seguente piscina vuota, le due sorelle apparvero coperte da uno accappatoio lungo sino ai piedi.“Ed ora lo spogliarello!” celiò Al.La sorelle ci misero un po’ di tempo ma obbedirono.“Evviva due sirene, sapete nuotare, no? Non fa niente andremo dove si tocca.”Al intendeva dove l’acqua era bassa ma anche toccare qualcosa di morbido. Nuotando sott’acqua  mise le mani fra le cosce di Giuliana che rimase impietrita ma non disse nulla, poi passò al popò,  quindi fu il turno della sorella, un bel movimento!Chissà che passava per le teste di Giuliana e di Assunta, Al sperava non una sgridata e così fu, con lo sguardo basso le due sorelle si misero l’accappatoio e si accomodarono sulle sdraie.“Lei è un monello, non si fanno certe cose!”La frase era stata detta ridendo, questo confortò Al che pensò ad un piano.“Il pomeriggio vorrei controllare la vostra contabilità, verso le cinque a casa mia, va bene?”Un cenno di assenso.Al si aspettava di vedere le due sorelle invece si presentò solo Giuliana che non fornì alcuna spiegazione del fatto di essere sola.“Queste carte mi danno alla testa, sono la mia disperazione, gliele metto sul tavolo e rientro a casa.”“No è meglio che rimanga, avrò bisogno di spiegazioni.”Al constatò che Giuliana era entrata in possesso di circa venti ettari di agrumeti più altrettanti di uliveti, più vari appartamenti, alla faccia!
    Giuliana venga più vicino, vede qui…le prese il viso e cominciò a baciarla in bocca, quella non solo non fece resistenza ma si abbandonò completamente, destinazione finale il letto.Al si dedicò al fiorellino, era lavato di fresco e profumato, l’interessata aveva messo in conto quello che stava accadendo, prima di entrarci dentro le procurò un paio di orgasmi anche per non farle troppo male, il suo era un ‘ciccio’ piuttosto grosso e Giuliana forse anzi sicuramente era stata a stecchetto per molto tempo.
    L’entrata fu lenta ma ben accetta, la baby dimostrò di gradire molto quello che stava accadendo muovendosi in continuazione sotto Al che ce la mise tutta finchè Giuliana gli fece cenno che ne aveva avuto abbastanza.L’uscita della signora fu silenziosa, forse si era meravigliata di se stessa, prese le carte e dopo un rapido bacio sulla bocca  scomparse nell’ascensore.Al si congratulò con se stesso, in mezzo al letto a gambe larghe si godette il  post ludio, aveva preso in mano la situazione e che situazione!
    Il bel maresciallo non era facile a meravigliarsi di qualcosa ma il bigliettino che trovò nella cassetta della posta era davvero singolare: “Max mia sorella Assunta vorrebbe una spiegazione su quelle carte che ha visto, se lei è d’accordo verrà a casa sua alle diciassette di oggi.”Assunta si presentò in punto ma senza carte e in vestaglia.Pareva proprio che si vergognasse:“È stata mia sorella io non volevo…”Al l’abbracciò, faceva tenerezza, sembrava più piccola della sua età.“Una volta sono stata fidanzata ma lui era un mascalzone ed i miei me l’hanno fatto lasciare, non sono più vergine.”La notizia fece piacere a Max, ci mancava pure che fosse vergine!
    Al iniziò con la solita tattica, prima lungo bacio il fiorellino e poi penetrata lenta e soggiorno prolungato, aveva usato un preservativo che si era dimenticato con la sorella che però non aveva detto nulla, doveva tornare su quell’argomento.Le due sorelle erano sistemate ma Al riflettendo pensò che forse si era messo nei guai, tre amanti!
    Il giorno dopo incontrò nel portone i coniugi Di Stefano:“Perché non ci viene a trovare, noi siamo sempre soli.”“Va bene a casa vostra oggi alle diciassette.”
    Li non c’era pericolo di avere avventure di sesso, un po’ di riposo gli avrebbe fatto bene.
    Alle diciassette suonò alla porta dei due anziani, venne ad aprire la signora che l’abbracciò, era commossa.“Noi abbiamo un figlio della sua età, lavora ad Udine ma non ci viene mai a trovare, a sua moglie... non so perché, non siamo simpatici.”
    Al si domandò il perché di quell’astio, sembravano due persone simpatiche , affabili, mah…”“Ci racconti un po’ di lei.”Al cominciò dal suo arruolamento in Finanza sino all’arrivo a Messina.“Anche lei ha avuto le sue sofferenze, ci farebbe piacere se ogni tanto ci facesse compagnia.”Alberto aveva preso ad ingranare in caserma, ogni tanto andava fuori sede per un servizio fotografico, aveva conosciuto tutti i colleghi con cui aveva stretto buoni rapporti, anche il Comandante di Legione lo stimava, tutto bene. Talvolta mangiava in caserma e si riposava nel primo letto che trovava libero per rientrare a casa la sera.Nel frattempo era accaduto un fatto piacevole ma che poteva portare conseguenze negative: aveva incontrato i coniugi Costa che lo avevano invitato a mangiare da loro alle quattordici quando rientrava dal servizio.“Io cucino per due, un terzo non mi pesa.” Il marito era d’accordo ma talvolta era assente e quindi finiva con una sveltina con Memi e questo,lo schiavizzava un po’.Un giorno dopo pranzo Memi non si accontentò di una sveltina, voglio stare tutto il pomeriggio con te, me lo devi!”
    Al si domandò perché glielo doveva ma non fece storie.Quello che lo meravigliò era che Memi parlava in continuazione:“Vieni leccami il fiorello, fammi godere tanto, mi metto alla pecorina, vieni dentro tanto tanto, anche culino vuole la sua parte, fai piano perché lo uso poco con mio marito, sbrodami in faccia.”Al bacino di rito sulla porta la confessione: “Mio marito ha visto tutto, è un guardone!”Ecco ci mancava pure il guardone, dove cazzo era capitato e non era finita per lui.All’ingresso un giorno incontrò la signora D’Arrigo, era arrabbiata nera.“Una bella signora come lei tutta triste, che le è successo?”“Dovrebbe vedere la pagella di quelle due, quattro in francese ed in latino!”
    Inconsapevolmente Max si mise nei guai:“A scuola ero bravo in queste due materie, potrei dar loro qualche lezione.”“Mi farebbe un favore grande grande, parliamoci chiaro, con lo stipendio di mio marito non posso pagare un insegnante di sostegno, gliele mando a casa sua oggi pomeriggio alle diciassette.”Al pensava a due ragazzine che giocavano con le bambole, pensava male, le due sedicenni gli avrebbero fatto passare la voglia di proporsi a far qualcosa.Grazia e Graziella si presentarono all’ora prevista, cominciarono subito a ridere.“Non vedo nulla da ridere, aprite i libri e vediamo a che punto siete.”“Lei non ci fa la battuta su Grazia e Graziella?”Al la conosceva bene, finiva grazie al cazzo, ma fece finta di nulla.La mise sul serio, prima il latino e poi il francese circa un’ora, le sorelline parevano interessate, meno male fino a che un piede fu insinuato fra le sue gambe toccandogli il  ciccio, all’iniziò pensò di far finta di niente ma reiterata la faccenda.“Ragazze posso essere vostro padre, andate con i vostri compagnia di scuola.”“Loro non ci piacciono, appena glielo prendiamo in bocca se ne vengono subito, lei ci mette più tempo vero?”“Fuori immediatamente se volete delle ripetizioni va bene ma non provateci un’altra volta.”Non aveva voluto tagliare i ponti altrimenti avrebbe dovuto dare delle spiegazioni alla madre. Un invito delle sorelle: “Dobbiamo andare a Paternò per la raccolta degli agrumi, c’è una festa sull’aia, facci compagnia, andremo con la nostra Jaguar.”
     
     

  • 13 aprile alle ore 11:52
    Beatenberg

    Come comincia: “Sulle alture del Lago di Thun, la soleggiata terrazza di Beatenberg offre una veduta panoramica unica sulle cime alpine dell’Oberland Bernese, tra cui l’Eiger, il Mönch e la Jungfrau …”

    Beatenberg

     
    Imprendibili luci ardevano alte.
     
    Sotto di esse, il giovane Erman comprimeva il soffice manto erboso del prato inalando a pieni polmoni la pungente aria pulita.
     
    Soddisfatto di sé e della vita fortunata che conduceva si avvertiva al centro del mondo.
     
    Una morbida felpa bianca con cappuccio, un paio di jeans di marca e degli scarponcini da montagna era quanto indossava al momento.
     
    A non molta distanza da lui un  fuoco fatto di arbusti e robusti ciocchi di legno crepitava salvaguardando i presenti radunatisi all’aperto per assistere allo spettacolo.
     
    Il momento della cena era passato e a piccoli gruppi gli invitati avevano abbandonato la sala.
     
    Il vociare sommesso degli uomini e qualche leggera risata femminile rompeva il silenzio alpino.
     
    Dalle ciarle e dal buon liquido italiano sistemato in un tavolo vicino sarebbero nati amori e forse sciolti con tristezza altri legami.
     
    Lentamente addensava la nebbia rendendo onirici i profili delle cose e le persone.
     
    Elena intravide il volto quadrato ed elegante di Erman oltre le fiamme del fuoco.
     
    Avvertì una fitta allo stomaco e fu sicura di amarlo sin dalla prima volta che ne aveva ascoltata la voce al telefono.
     
    Corse velocemente verso di lui.
     
    Erman la vide stagliarsi dagli altri contorni indefiniti, la riconobbe dai lunghi capelli scuri che aveva, dalle linee dolci del corpo e quando lei fu abbastanza vicina l’afferrò forte su di sé e le baciò la bocca.
     
    Di nuovo la sensazione di essere nel posto giusto e nel momento.
     
    Di essere nato per vivere al meglio.
     
    Percepì aumentare il ritmo del  cuore.
     
    Anche lui amava la ragazza.
     
    Pensare che solo fino a pochi mesi prima fosse alla ricerca disperata di un lavoro e vivesse di pochi franchi in una casa comune senza praticamente mangiare.
     
    Poi aveva risposto a un’inserzione letta su un giornale di città.
     
    Era primavera il giorno in cui l’aveva fatto.
     
    Ricordava che il Dopplestab, giornale locale, quel dì, tra i tanti articoli pubblicitari recasse nello spazio delle offerte di lavoro una nota di questo tipo: “Importante incarico offresi a giovane laureato materie economiche con spirito di iniziativa, multinazionale cerca.”
     
    A lui non mancava iniziativa avendo  a badare a sé stesso da anni e le materie economiche stavano tutte nel corso di laurea frequentato.
     
    Così, prima che finisse il mattino aveva inviato il curriculum vitae e non ci aveva più pensato.
     
    Non era trascorsa che una settimana  che venne contattato al telefono - Il dottor Erman Wagner?  Aveva domandato una giovane voce femminile.
     
    - Sì, in persona;  aveva replicato comprendendo perfettamente che quella fosse una telefonata di lavoro.
     
    - Sono la dottoressa Elena Eller, è per una ricerca di personale a cui ha risposto: le spiace se converso in inglese?
     
    - Per nulla! Aveva risposto, avvertendosi in agio.
     
    Era chiaro che l’interlocutore intendesse saggiare le conoscenze prima di invitarlo a un colloquio.
     
    - Abbiamo letto con attenzione  il curriculum  che  ha inviato la scorsa settimana  e così  lei conosce diverse lingue: inglese; francese e tedesco …
     
    - Si esatto.
     
    - Tutti i nostri dipendenti conoscono almeno due lingue perché abbiamo necessità di colloquiare con i colleghi sparsi nelle varie sedi nazionali.
     
    - Comprendo  perfettamente; aveva risposto con foce ferma e sicura e se l’azienda si occupava di commercio estero aveva sicuramente necessità di personale alle vendite o acquisti e forse il posto sarebbe stato il suo prima di altri.
     
    - Mi parli per favore delle sue esperienze di lavoro – riprese la donna.
     
    Ebbe un momento di esitazione. Riferì  del periodo trascorso  presso McDonald's in piazza Claraplatz  a Basilea, la città dove ora viveva ma questo era stato il primo impiego e durato il tempo di mettere da parte qualche soldo. Decise di passare a elencare gli incarichi migliori:
     
    - Un anno alla GNN, contabilità.
     
    - Partita doppia?
     
    - Presenze e permessi, veramente. Cose semplici  inizialmente ma dopo mi hanno assegnato alla riconciliazione.
     
    - Rapporti con le banche?
     
    - Anche; l’ufficio dal quale dipendevo si occupava della gestione dei beni societari e adeguare il flusso dei pagamenti.
     
    - Ha svolto altro?
     
    - Due anni alla Revisioni Spa: controllo del bilancio.
     
    - Se non erro è una società  assai strutturata.
     
    - Hanno clienti  in tutto il mondo.
     
    Essere stato  impiegato presso di loro era un’ottima referenza ma i pochi i quattrini e la provvisorietà ne avevano decretata la fine e da almeno sei mesi c’era stato nulla.
     
    - La sua tesi?  
     
    - “Adeguatezza del capitale presso le banche internazionali.”
     
    - Bene, anche se la materia non è la mia. Passiamo a parlare in Tedesco?
     
    - Benissimo.
     
    -  Nato a Breagaz nello Stato federato del Vorarlberg, Austria.
     
    - Sì.
     
    -  La conosco sa, è una bella città.
     
    - La Torre di Martino, il lago di Costanza…
     
    - Sì. Solamente qualche giorno da studente …
     
    - Io ci ho vissuto fino all’età di sedici anni.  
     
    - Poi?
     
    - I miei sono venuti a mancare.
     
    - I suoi genitori non sono in vita?
     
    - No. Non lo sono.
     
    - Mi spiace. Cos’è stata?
     
    - Età. Erano anziani
     
    - Avrà fratelli, parenti?
     
    - Una zia. Sono andato a vivere dalla sorella di mio padre a Zurigo.
     
    -Ovviamente lei sta bene …
     
    - No, purtroppo anche lei non c’è più.
     
    - Mi spiace, purtroppo il mio compito di fare le domande e queste riguardano tanti aspetti …
     
    - Non si preoccupi, sono passati anni e sono abituato.
     
    - Direi di cambiare argomento e di passare a parlare tra noi in francese che ne dice?
     
    - Benissimo!
     
    - Dunque ha studiato alla HWZ di Zurigo?
     
    - Sì.
     
    - Il nome del suo relatore?
     
    - Professor Patrik Huber.
     
    - Il presidente della commissione?
     
    - Signora Christina Bauer.
     
    - Direi che il tempo del colloquio sia terminato e ammettere l’ottimo  francese, dove l’ha studiato?
     
    - Mia madre,  era di Lione.
     
    - Davvero internazionale la formazione linguistica.
     
    - Sì. Vero.
     
    - Bene  la ringrazio allora.
     
     La ragazza era tornata  a parlare il tedesco del posto.
     
    - Riguardo al francese, devo dirle che ho pensato che lei lo parlasse meglio di me, disse Erman pensandolo realmente.
     
    Ci fu un istante di silenzio poi la ragazza riprese - Se ha modo, già domani si potrebbe fissare un appuntamento e conoscere, che cosa ne pensa?
     
    - Con lei?
     
    - Ah, no. Non  con me. Io sono alla sede, a Ginevra. Intendevo dire con  il nostro responsabile del personale di Basilea.
     
    - Per me ben volentieri. Mattino oppure è adatto il pomeriggio?
     
    - Direi che le 12, presso la sede in città possano essere il momento giusto.
     
    - E’ richiesta la forma?
     
    - Giacca e cravatta. Grazie.
     
     
    Incrociò in quel momento gli occhi di Elena.
     
    Avvertiva il vento battere sulle spalle.
     
    I seni caldi di lei premevano contro suo petto.
     
    Ricavava sensazioni di piacere.
     
    - Ti è piaciuto? Disse a Elena. Sotto le mani il terreno freddo.
     
    - Sì. Direi che è stato bello! Annui lei.
     
    - Tu sei bella! Lei  parse arrossire.
     
    Dopo l’abbraccio e il bacio nei pressi del fuoco si erano allontanati dal gruppo.
     
    Si erano seduti in terra a guardare le luci della città sotto di loro. Splendevano lividi i colori della cittadina di Thun e poteva intravvedere i riflessi della luna sulle acque. In un attimo Erman ripercorse gli anni dell’infanzia, i primi del liceo. La città vecchia. Il volto della madre gli scorse più volte davanti agli occhi.  Poi aveva baciato Elena e fatto l’amore in quel luogo immutato dal tempo. Brividi e sensazioni mai conosciute lo percorrevano dal fondo dello stomaco alla testa. Essere in quel luogo  e possedere una donna molto bella lo procurava. Dopo la nomina in società,  Elena  l’aveva chiamato al telefono per fargli le congratulazioni. Tra loro era nata una cortese amicizia e si erano ripromessi di conoscersi. I corsi di preparazione obbligatoria al lavoro ai quali si era sottoposto avevano rinviato il momento, almeno fin tanto che l’azienda non aveva organizzato l’incontro in montagna. Il giorno precedente si erano visti al briefing del mattino, senza farsi accorgere avevano ripercorso la prima telefonata e così ironizzato sull’indagine che Elena aveva svolto per  decidere se invitarlo al colloquio  e per tutti i moduli complicati che poi aveva dovuto riempire. La loro intesa  si era rafforzata a pranzo e nel corso del pomeriggio. Giunti alla sera Erman aveva scelto per trascorrere la notte il giaciglio accanto a lei nell’enorme soffitta organizzata a dormitorio comune. Quando tutti si erano addormentati Elena era entrata nel suo letto. Si erano baciati e sondato il corpo dell’altro, trattenendo ogni gemito che potesse svegliare la comunità. Tra loro le cose accadevano spontaneamente. Il giorno successivo, alla colazione, svolta con marmellata di more, burro, insaccati e pane scuro, avevano stabilito che per il resto del giorno sarebbero stati in compagnia degli altri colleghi; questo per non dare nell’occhio.  Al mattino si erano tenute due riunioni in cui erano separati.  Lui  era tra i cadetti dell’azienda e lei tra  gli anziani e nel pomeriggio partecipato a un’ulteriore riunione  questa volta composta dall’intero gruppo di colleghi e manager. Per farli socializzare maggiormente ognuno di loro era stato munito o  di un tamburello o di una trombetta. C’erano anche delle buone chitarre classiche. Con questi semplici strumenti avevano intonato qualche canzone cara agli svizzeri,  come pure qualcosa di un cantautore italiano dal nome di Lucio Battisti. Poi, tutti assieme avevano ascoltato gli ottimi risultati raggiunti dall’azienda e gli obiettivi per il semestre successivo, i premi. Aveva conosciuto il presidente tal Alexander Keller. Un giovane molto magro e di poche parole con cui aveva Erman aveva provato a scambiare qualche parola e che a pelle gli era sembrato abbastanza dispotico. A ogni buon conto poteva anche essere fosse solo preoccupato dall’organizzazione con tanti ospiti in arrivo da ogni luogo del paese. Il pranzo era stato lasciato libero e così l’aveva trascorso assieme a Elena nel bosco presente nel crinale poco lontano. Portarono con loro del pane arrostito al fuoco e della carne in un piatto di porcellana bianca e senza dimenticare lo spumante e due coppe in  cristallo.
     
    Elena era la donna con cui sarebbe voluto stare.
     
    Capelli neri e occhi azzurri.
     
    Labbra morbide e capezzoli lunghi come mai aveva assaggiato.
     
    - Hai visto come sono fatti? Disse toccandosi le tette e sollevando verso di sé il capezzolo.
     
    - Come sono fatti? Molto sporgenti direi.
     
    - Anche mia madre li ha come me.
     
    Pensò a che cosa rispondere, qualcosa di adatto, poi disse ciò che voleva essere un complimento: bacerò anche i suoi non appena me la farai conoscere.
     
    Elena parve avere un momento di malinconia poi  si mise a ridere a crepapelle, voltando la testa un poco da un lato e poi ancora d’altra parte. Raccolse una piccola ciocca di capelli sulle spalle e l’attorciglio con le mani…
     
    - Che c’è? Domandò
     
    Ci fu un nuovo momento di silenzio tra loro in cui percepì il vento risalirli le spalle, raggiungere il collo e la nuca.
     
    -Perché no? E’ tua madre. Mi piace tu. Mi piacerà lei!
     
    - Ma ha più di 50 anni, è vecchia! Ammise Elena che tornò a ridere e scuotere la testa.
     
    - Va bene, ho detto una cosa stupida ma a fin di bene. Risero assieme.
     
    Una voce femminile interruppe il loro gioco:  Elena dove sei?
     
    Le era ancora dentro. Cercò di sfilarsi.
     
    - E’ Verena che mi cerca. Sono venuta alla baita con lei -  tentava forse di giustificare l’intromissione.
     
    In effetti,  Erman aveva trovato posto per la notte accanto a Elena sulla panca di destra, Verena aveva invece preso posto in quella di sinistra.
     
    Possibile che fossero anche amiche e  che Verena intervenisse in quel momento per comunicarle qualcosa di importante.
     
    - La nostra collega Verena, vorrai dire. Rispose lui che adesso era adagiato al lato e direttamente a contatto con il  verde ghiacciato. Si domandò ancora quale relazione intercorresse tra le due che forse non aveva notato.
     
    - Già dimenticavo che ho un impegno! Annui Elena, senza manifestare fretta o preoccupazione.
     
    - Tu sei la mia collega di Ginevra. Disse lui cercando di smorzare il nervosismo.
     
    - E tu il mio di Basilea. Ripete quasi all’unisono Elena.
     
    - Bene: siamo innamorati allora. Concluse in fretta Erman. A questo punto lei gli diede un bacio con forza, poi disse  - Innamorati, è troppo e poi io sono in tuo superiore, sì, questo lo puoi anche affermare.
     
    Ora lei si era girata e cercava di rimettere a posto il pantalone aderente
     
    Se aveva compreso il ruolo in azienda di Elena, questa era davvero un suo superiore e neppure di un solo  livello.
     
    Ad ogni modo non contava; il loro, era amore e non affari.
     
    Verena era giunta tra loro, sembrò non badare a che entrambi si stessero rimettendo a posto i vestiti.
     
    Verena aveva capelli biondi come del resto è comune a quasi tutte le ragazze tedesche.
     
    Più giovane di Elena.
     
    Un volto dolce e delicato in un corpo magro.
     
    - Elena è ora del tuo intervento in sala. Disse in modo laconico.
     
    Erman sapeva di una riunione riservata. Non che Elena partecipasse.
     
    - Sì. Vado, disse Elena,  ma prima, disse a Erman che la guardava senza capire un bel nulla- veloce: dimmi se ti piace Verena.
     
    Corrugò la fronte senza sapere che cosa rispondere.
     
    Elena, insicura di sé, stava mettendo alla prova il loro rapporto o proponeva un gioco nuovo tra loro in cui Verena assumeva una parte?
     
    - Penso sia dolce e molto carina, rispose per non offendere nessuno e prendere tempo.
     
    - Era quello che volevo sapere disse lei, che aggiunse: voi restate qua e Verena mi raccomando, sai cosa voglio. A quel punto Elena passò una carezza sul volto di Verena e poi la baciò teneramente. Ci fu un abbraccio tra loro. Erman osservava la scena senza parlare.  Poi Elena girò su se stessa e incominciò ad andare verso la luminescenza gialla della baita dalla quale adesso si avvertivano uscire suoni musicali senza guardarsi indietro.
     
    Il vento freddo della notte tornò a battergli addosso.
     
    Fu interrotto dall’alito caldo della bocca di Verena sulla sua che dopo averlo baciato  sussurrò invitante: vieni…
     
    Verena lo portò a qualche metro di distanza, più al riparo degli alberi che adesso parevano  flettere le punte all’aria.  Sotto quei rami di pino fece l’amore con Verena in maniera più lenta e cadenzata di quanto non accadde con Elena.
     
    Le baciò il corpo nutrendosi dei sapori come aveva fatto con Elena.
     
    A momenti pensò a lunghi capezzoli di Elena, in altri speculò che non ci fossero odori migliori di Verena.
     
    Ora lei gli era sopra e Erman guardava tra le fronde l’infinito sopra di loro.
     
    Che cosa accadeva, perché Elena gli aveva dato la sua amica? Altra domanda – che cosa significava quello strano  discorso svolto da Elena all’amica un momento prima di andare via?
     
    L’azienda aveva fornito a Erman  una bellissima scrivania, una stanza tutta sua, in ufficio al centro della città e un ottimo stipendio  con cui comprare ottimi vestiti e pagare l’affitto di una bella casa nella zona dei benestanti.
     
    Senza fare sforzi in pochi mesi era uscito con diverse colleghe e finito a letto quasi con tutte loro.
     
    Doveva anche essere stato bravo perché la fama si era diffusa e adesso a turno lo desideravano?
     
    Erman era giovane, forte, sicuro di sé e neppure uno stupido: qualcosa non andava!
     
    Il sottile urlo di piacere di Verena ne risvegliò l’attenzione per farlo concentrare sul culmine di piacere che anche lui realizzava.
     
    Emise un sano fiato.
     
    Ora l’immenso tornava e risaliva dal corpo alle spalle e nel respiro avvertì il benessere della gestualità.
     
    Terminò di porsi domande.
     
    Verena  pose la testa sulla sua spalla.
     
    Arricciò i capelli come aveva fatto Elena.
     
    Pensò che adesso gli avrebbe chiesto se gli era piaciuto.
     
    Fu lei a parlare: hai mangiato lo stufato? Domandò.
     
    - Sì. Buono, disse senza troppo pensare.
     
    -  La carne era morbida e dolce abbastanza?
     
    - Direi di sì  e che a pensarci mi è tornata la fame, torniamo dentro?
     
    Davvero si sarebbe alzato e tornato alla baita ne avrebbe preso ancora e mangiata all’aperto con Elena e Verena se possibile, la sua nuova famiglia, ma sarebbe stato davvero così?
     
    - Ed era dolce il sapore?
     
    - Parli della carne o del tuo? Domando Erman
     
    - Dello stufato! Disse senza percepire ironia Verena.  
     
    - Ah, sì, mai mangiato di questa qualità.
     
    Verena si alzò per rimettere a posto la gonna di lana. Gli scarponcini scuri di una nota marca internazionale le conferivano l’aspetto da guerriera del millennio. Erman pensò in quel momento che la dolcezza mostrata dai lineamenti  fosse apparenza di una mente decisa e complessa. Avrebbe dovuto concentrarsi meglio su quello che lei stava cercando di fargli comprendere? Oltretutto aveva l’impressione che fosse diventata seria e fredda. Probabilmente considerava anche lei che condividere un uomo  con un’altra donna  non fosse l’ideale, ma allora,  perché del gioco? La domanda tornava ad affacciarsi. Domandò: Torna Elena?
     
    Lei non rispose. Restò in piedi e il bagliore della luna, lasciata scoperta della nuvola  andò a riflettersi sul volto, sulla dentatura chiara.
     
    - Dimmi di Elena, domandò secco, dov’è?
     
    - Elena ti ha dato a me e tu sei quanto mi rimane di lei. Io sarò quanto a te rimane di lei.
     
    - Che significa? Che cosa vuoi dire?
     
    - Quello che ho detto. Sono io il tuo superiore adesso.
     
    - Tu e Elena siete amanti?  Lo siete state?
     
    Sopra di loro il veloce battere delle ali di un rapace e poi il silenzio rotto da Verena: Descrivere il nostro rapporto non è così facile.
     
    - Scusa Verena, cerca di capire. Sono confuso.
     
    - Hai trovato ossa nello stufato?
     
    - Non lo so. Non mi sembra. Non mi interessa.
     
    - Ancora non capisci? Lavori in una multinazionale di proprietà  dei fondi che sono chissà dove e come si raccolgono  nel mondo. Ti sei laureato con impegno o l’hai presa con i punti?  L’età dei dipendenti della compagnia non supera i  trentasei anni, l’hai notato?
     
    - Questo perché la compagnia crede solo nei giovani.
     
    -  Sei uno stupido. Questo è perché noi non arriviamo a superarli.
     
    - Di che parli Verena, quali argomenti ti passano per la testa?
     
    - Erman, ti hanno dato un bellissimo stipendio, una splendida scrivania. Ben poca fatica da svolgere. Era quanto volevi?
     
    - Non posso lamentarmi no, ho quanto cercavo. Questo non vuol dire che posso fare di me quanto vogliono.
     
    - Ti è andata bene, dammi retta. Quanti anni hai? Ventotto, ventinove?
     
    - Trenta!
     
    - Bene. Io ne ho trentatré. Elena  aveva compiuto trentasei anni da qualche giorno. Tu sei stato il suo addio. Ti ha scelto a me, non lamentarti.
     
    - Tu sei da legare e voi siete da rinchiudere. Vado a prenderla e la porto via con me.
     
    - Sarà già andata. Come era previsto. Per volere del fondatore, tra il primo venerdì e il sabato del mese di aprile devono compiersi i sacrifici dei dipendenti o manager che hanno raggiunto il momento. Elena era la sola per quest’anno ad avere raggiunto i trentasei anni e si è sacrificata come aveva previsto.
     
    - Come avrebbe fatto? Dimmelo, folle che sei…
     
    - Tagliandosi le vene nella sala del bagno caldo. Lei ha scelto di andarsene così e io ho dovuto distrarti per il tempo che accadesse. Adesso baderò a te. Nient’altro da dire o da fare.
     
    - Ha una madre. Voglio vedere cosa le racconteranno. Ora guardava con odio in direzione dello chalet. La nebbia lo aveva completamente oscurato.
     
    - Ti ha mentito. Non ha mai avuto una madre. Orfana di entrambi i genitori. Se ti ha raccontato qualcosa di questo tipo non era vero. Lei soffriva molto per questo motivo.
     
    - E tu? Tu non hai famiglia? Parenti. Anche tu sei sola al mondo?
     
    - Sì Erman.  Per me è altrettanto. Ho chiesto asilo e l’ho ottenuto.  Non so nulla dei miei da anni. Da quando sono andata via da casa. Avevo diciotto anni quando sono scappata dalla Moldavia e nessuno mi ha mai cercato.
     
    - Impossibile. La nostra polizia farà ricerche, vi troverà…
     
    -E tu Erman, hai parenti prossimi? Vivi nel paese della riservatezza e dei capitali segreti.  Chi vuoi che si interessi a te?
     
    Le luci della città baluginavano in fondo alla valle.
     
    Erman guardò nella loro direzione. Se solo avesse avuto un giubbotto per resistere al freddo, ma così che cosa avrebbe potuto fare?
     
    Verena  si avvicinò, lo prese per mano - Vieni andiamo da loro, saranno ansiosi  di avere il tuo giuramento.
     
    Sopra la testa migliaia di diamanti lontani e attorno,  il suono allegro di un campanaccio di mucche al pascolo.
     
    - Verena disse dolcemente parlando più a sé stessa che a Erman: quando torneremo in questa baita lei vivrà in noi.
     

  • 11 aprile alle ore 10:43
    I VIVEURS DEL SESSO

    Come comincia: L’Estate alle spalle, un autunno portatore di piogge e di freddo, le scuole che riaprono, un sollievo per genitori, un po’ meno per i figli. Roberto Romani non era fra  questi ultimi, il passaggio dalla scuola media alla quarta ginnasiale era stato per lui un accesso nell’ età adulta. Anche la scuola era cambiata, suo padre Giovanni l’aveva iscritto all’Istituto Vivona in via della Fisica a Roma. Primo giorno gran confusione all’ingresso, tutti li studenti consultavano gli elenchi per vedere quale era l’aula  loro assegnata. Dopo circa una mezz’ora tutti in aula. Il collaboratore scolastico (ex bidello)  si recò nell’aula numero uno e: “Ragazzi sono Girolamo Massaccesi ma tutti mi chiamano Nasca, non  mi offendo, tra poco verrà a farvi lezione di lingue il professor Ulderico Bocchini, evitate di far commenti sul suo nome e sul fatto che lui è…del’altra sponda, è una brava persona oltre che un eccellente insegnante ed anche uno che ha il senso dello humour, io sono un grande fumatore…” Romani: “Possiamo sapere quale marca preferisce…così ci regoliamo.” “Io fumo anche la paglia, di preferenza le ‘Marlboro, buono studio.” Il professor Bocchini era proprio come descritto da Nasca. “Ragazzi immagino il fervorino ammannitovi dal bidello, è un simpaticone, chi di voi conosce un po’ il francese?” “ Sono  Roberto Romani: durante le tre classi della scuola media mia compagna di banco era una ragazza francese che mi ha insegnato la sua lingua, fra l’altro era carina…” “Bene, sarai il mio aiuto, come primo giorno non voglio farvi una lezione di lingue ma dirvi qualcosa della vita e dei problemi cui andrete incontro. Una cosa per primo: non date facilmente la vostra fiducia alle persone, mio nonno un giorno mi disse: vedi quella  è la tua ombra, non dare fiducia nemmeno di lei, non avrai  delusioni dalla vita. Aiutate nei limiti del possibile  le persone meno abbienti soprattutto quelle orgogliose che soffrono pur di non dimostrare il loro stato, per ultimo ma non meno importante la religione. Da giovane in un collegio cattolico  hanno cercato di inculcarmi dei principi che col tempo ho capito che erano molto discutibili, quando in un tema ho scritto che nel mondo ci sono centotrentasette religioni di cui solo sette cristiane il che faceva supporre che fossero state create tutte dall’uomo vedi Gesù Cristo, Maometto, Budda, hanno informato mio padre del mio comportamento secondo loro spudorato e mi avevano cacciato dall’istituto. Il principio di democrazia deve essere alla base del vostro comportamento, mio padre mi ha parlato del Fascismo, delle sue storture e dei migliaia di morti mandati a morire in guerra, soprattutto in Russia senza peraltro un equipaggiamento adeguato. Non proseguo oltre, non vorrei sembrare un fanatico predicatore ed ora Roberto dà un saluto ai tuoi compagni in francese.” “Mes camerades vous souhaite une bonne anné scolaire et surtout que vous êtes tous promus en juin. Vorrei aggiungere che mio padre mi ha messo a disposizione una villetta qui vicino in via dell’Elettronica 23, ci sono oltre la camera matrimoniale tre camere con servizi  con due letti singoli per gli ospiti, se alcuni colleghi hanno difficoltà di alloggio li ospiterò volentieri.” Si fecero avanti Ettore Fabiani, Vittorio Mazzarini,  Eulalia Fabretti. “Naturalmente ritengo opportuno dirvi di che i maschietti e le femminucce dovrebbero dormire in stanze diverse, non sono un puritano ma non vorrei avere problemi, dovrei comunicare la vostra presenza all’Autorità di Pubblica Sicurezza, ci sono delle leggi precise. A casa ho come tutto fare una cinquantenne Gina Alessi cui dovrete dare tutti una mano, maschietti compresi. Ed ora senza armi ma con bagagli in marcia. Professore la sua presenza a casa mia sarà sempre gradita, glielo dico col cuore, lei è una persona particolare nel senso di fuori del comune.” “Grazie del tuo invito, ci penserò.” Gina avvisata in tempo preparò un pranzo per tutti, era di natura allegra e tanta gioventù le fece piacere averla in casa anche se talvolta pensava con rimpianto alla sua età, cinquant’anni! Sistemati i bagagli in camera ed il pancino in sala da pranzo tutti a riposare sino al dopo cena ed alla relativa passeggiata digestiva. Vittorio prese sotto braccio Roberto e: ”Tuo padre deve passarsela bene, lo vedo dal buon gusto con cui è arredata l’abitazione.” “Mio padre Giovanni è titolare di un’impresa import export, ha rapporti specialmente col sud America dove invia per lo più trattori, e macchinari per l’agricoltura molto apprezzati specialmente in Argentina ed in Brasile, importa i  frutta locale ed anche animali da compagnia sconosciuti da noi, talvolta anche qualche femminuccia…naturalmente sto scherzando.” Vittorio e Roberto come un po’ tutti gli altri a cena avevano un po’ troppo abusato del vino dei Castelli Romani. Maschietti e femminucce a riposare nella propria stanza con Ettore che seguì nella camera matrimoniale il suo anfitrione. “Purtroppo io non riesco a prendere sonno che molto tardi, nel frattempo comincio a passeggiare per casa, non voglio disturbare gli altri ospiti, vediamo se Morfeo viene a farmi visita disteso nel tuo letto.” Imitato da Roberto Vittorio stava ad occhi aperti guardando il soffitto: “Mi hai contagiato l’insonnia…” “Me ne dispiace, hai un profumo personale molto buono, se permetti vengo più vicino a te.” “Sei inebriante non c’è altro aggettivo, mi fai provare una sensazione che mi ha fatto accelerare i battiti cardiaci, se permetti ti abbraccio…ed anche ti bacio…” Roberto non reagì, anche lui per la prima volta aveva sentito una sensazione di attrazione per un maschio, non l’aveva mai provata, anche lui prese a baciare Vittorio che: “Proviamo una posizione particolare, io supino con il coso anzi  il tuo cosone allungato, tu sopra di me…accetta quello che farò, mi piace…” “Vittorio cominciò a baciare il buco del culino di Roberto, poi i testicoli ed infine il suo membro eretto quanto non mai poi prese una boccettina contenente della vasellina,  ne fece penetrare parte del contenuto nel buco del suo culo ed anche penetrare il pistolotto del padrone di casa sempre più in auge. Successivamente Roberto si accorse che il buco del deretano del suo compagno si apriva e chiudeva ritmicamente col suo pistolone in orgasmo che riempì di sperma in un tovagliolino previdentemente portato con sé. Stava per fare marcia indietro quando Vittorio lo trattenne, aveva ancora voglia…dopo circa un quarto d’ora altro orgasmo stavolta bilaterale poi ambedue sfiniti a gambe aperte sul lettone sino alla mattina quando Gina bussò alla porta della loro stanza ed entrò per poi fare marcia indietro, quella scena la riportò alla sua gioventù quando anche lei…non che ora…Il restante della compagnia aveva già fatto colazione senza porsi domande ed era uscita a  visitare le botteghe delle strade vicine, grandi risate, viva la gioventù. I ‘magnifici’ cinque durante la settimana seguivano diligentemente le lezioni ed il pomeriggio era da loro destinato allo studio, il sabato pomeriggio e la domenica agli amusements sessuali. Eulalia zitta zitta, quatta quatta fece capire che anche lei, unica femminuccia voleva la sua parte.  Roberto invitò tutti in camera sua, per primo abbracciò la ragazza che si dedicò al suo uccello già in posizione e se lo infilò direttamente in fica, gli altri tre seduti sul divano a far da spettatori pronti alla pugna. La ragazza meravigliò tutti, se li fece uno alla volta usando per tutti il preservativo e poi ricominciando il giro, era instancabile, orgasmi uno dietro l’altro, Roberto in un intervallo le si avvicinò per domandarle con lo sguardo: “Tutto bene?” la ragazza sempre con lo sguardo lo rassicurò e riprese le goderecciate!  Ci volle del tempo prima che fosse soddisfatta. Usciti tutti gli altri dalla camera da letto Alberto domandò a Eulalia: “Prima di tutto il tuo nome, vuol dire ‘che parla bene’, io direi piuttosto che scopa bene anzi benissimo, mai conosciuta una donna che gode tante volte, una ninfomane.” “Ho preso da mia madre, ho fatto usare a tutti il preservativo per sicurezza, quando avrò accertato che nessuno ha malattie veneree…proverò anche più piacere. Amo sentir lo ‘zampillo’ sul collo dell’utero di un uccello che gode.” “Mi prenoto, che ne dici di voltare pagina?” “Al padrone di casa non posso dir di no, ma per oggi ho chiuso, ho paura di sentirmi male, il prossimo sabato procurati una boccetta di vasellina ,uso poco il popò preferisco…” “Allora un patto fra di noi, il tuo culo è riservato solo a me.” Roberto era fanciullescamente contento, era l’unico…Entrò in scena Rico Bocchini il professore che preannunziò via telefono la sua venuta. Guidava una Jaguar XJ , una dimostrazione di potenza economica. “Cari ragazzi, diamoci del tu alla romana anche se potrei essere vostro padre, un padre un po’ zozzone ma che vi vuole bene,  avverto  un po’ la solitudine, vorrei la compagnia di uno di voi, Vittorio che ne dici di venire a casa mia? Ho preparato una cena sfiziosa, sono un bravo cuoco.” “Professore a disposizione, si ricordi di me al momento degli scrutini.” Tu impegnati, ti verrò incontro.” Mario: ”Professore che ne dici se  vengo anch’io, un trio sarebbe per me una novità.” Il giovane non aveva capito che Rico si voleva fare solo uno di loro alla volta. “Ho preparato da mangiare solo per due, sei prenotato per la prossima vola, Vittorio vedo che ti sei preparato, buona serata a tutti.” Roberto tutto si aspettava tranne che Eulalia si offrisse: “Signori stavolta senza ‘cappuccetto’, andateci delicati, la patatina senza lubrificazione del condom è più sensibile.” Ormai i tre rimasti sapevano quello cui andavano incontro, a turno si infilarono nella gatta che sembrava impazzita dal piacere finché la padrona chiese una pausa. Il via vai di persone estranee fu notato da due vecchie zitelle dimorati nella vicina villetta, Roberto capì il pericolo che potesse arrivare ai Carabinieri una lettera anonima da parte delle due, bussò alla loro porta e:”Gentili signorine, ho pensato a voi mentre stavo per ordinare del vino Rosso  Lambrusco e Bianco  Verdicchio, mi vengono spediti via corriere, se voi lo gradite. “Mia sorella preferisce il bianco, io il rosso.” “Mi permetto di farvene pervenire due scatoloni direttamente a casa vostra da Reggio Emilia il rosso e da Jesi il bianco, talvolta non siamo in casa ma  a scuola.” Le vecchiette erano felici, finanziariamente non se la passavano bene e non potevano permettersi del buon vino. Gina aveva parlato con Roberto di quanto è brutta la vecchiaia, lei da giovane era bellina ma ora…” A Roberto, animo buono e caritatevole anche in campo sessuale venne un’idea: “Gina vai dal parrucchiere, comprati una baby doll, lavati e profumati tutta e sabato sera avrai la visita di tre di noi, sempre che tu lo gradisca.”A Gina vennero le lacrime agli occhi, mai avrebbe immaginato che quei giovani…Seguì i consigli di Roberto e la sera del successiva si presentò in forma smagliante dinanzi a Roberto, ad Ettore ed a Mario, stavolta a far da spettatrice Eulalia che se la rideva, chissà come se la sarebbero cavata tre diciottenne dinanzi ad una cinquantenne. Gina non solo era andata dal parrucchiere ma si era fatta fare dei massaggi sul viso migliorando il suo aspetto e profumandosi con una acqua di colonia giapponese, era più che passabile, furbescamente aveva provveduto anche a lubrificare la non usata da tempo patatina. Roberto con l’aiuto di Eulalia fece  resuscitare ‘ciccio’ non molto contento di questa nuova conquista ma Gina dimostrò di non aver dimenticato come far divertire un maschietto sollazzandosi lei stessa. Se li fece tutti e quattro poi si ritirò in camera sua sperando che anche in futuro…Nel frattempo i ragazzi tutti maggiorenni erano ‘passati’ al secondo liceo. Altra novità inaspettata, papà Giovanni dal Brasile comunicò al figlio che al suo ritorno a Roma gli avrebbe portato un ‘pensierino’, appuntamento all’aeroporto di Fiumicino alle venti del giorno dopo. Con la Cinquecento acquistata di recente Roberto era in attesa,  una delle prime a scendere dalla scaletta dell’aereo una signora vestita con un abito sgargiante,  la brasiliana era il pensierino d papà Giovanni il quale  fu l’ultimo a scendere dall’aereo. “Papà stó pensierino?” “T’è passata dinanzi agli occhi, non ti piacciono più le femminucce?”  “Papà ti conosco bene, tu ami gli scherzi.” “Se un figone ti sembra uno scherzo, fra l’altro ha parenti italiani, parla la nostra lingua, per il resto non so, non l’ho provata, portala a casa tua e fammi sapere, prendo un taxi.. Beatriz vieni qui, questo è mio figlio Roberto, trattalo bene.” Roberto si esibì in un finto baciamano in seguito al quale la ragazza, non abituata a quel rito italiano rise rumorosamente richiamando l’attenzione della gente, soprattutto i maschietti provarono dell’invidia nei confronti del il giovane. Posta la valigia nel sedile posteriore Bea: “Oh che bello un navigatore satellitare, da noi se ne vedono pochi, dammi l’indirizzo di casa tua.” Quella forma di infantilismo piacque a Roberto aveva un’idea diversa delle brasiliane viste in televisione. La brasileira fu presentata ai sette, fece una doccia nella toilette di Eulalia ,  affamata, fece onore alla cucina di Gina ed occupò il letto vicino  quello di Eulalia la quale  la mattina successiva bussò alla porta della camera di Roberto. “Mio caro un novità che non so come definire, Beatrix uscendo dalla doccia ha messo in mostra un uccello, cosa dico un uccello un batacchio che anche a riposo le giungeva sino a metà coscia, immagino quando…” “Quel figlio di….di mio padre, quella era la sorpresa, ormai è in casa mia, vediamo come si svolgeranno gli avvenimenti, per ora silenzio assoluto con gli altri.” Un messaggio al padre Giovanni: ‘Hai dimostrato ancora una volta di essere un son of the bitch mollandomi un transgender, spero di poterti ricambiare quanto prima.’ Risposta via mail: ‘Non conosci la legge del Menga che recita: ‘chi l’ha preso in culo se lo tenga! Buon divertimento!’  Il pettegolezzo pian piano, terra terra sottovoce sibilando va scorrendo, rozzolando nelle orecchie della gente s’introduce immantinente nei cervelli.’ Roberto non ricordava dove avesse letto questo aforisma fatto che  corrispondeva a verità, tutti in casa erano a conoscenza della novità anche se facevano lo sgorri, gli indiani o il nesci che dir si voglia. Solo Gina era al buio ma  aveva compreso che la sua avventura sessuale sarebbe stata la prima e l’ultima.  A toccare l’argomento era stato Roberto dopo cena, tutti erano riuniti nel salone: “Non vi mollo il detto latino ma stando così le cose dobbiamo prendere una decisione in merito a Beatriz, ovviamente ognuno di noi è libero di chiederle…qualche favore, alzi la mano chi è contrario.” Solo Eulalia si dichiarò non favorevole, evidentemente i maschietti erano pieni di curiosità anche se in fondo timorosi per il loro popò stante le misure del pisello della brasiliana che se la rideva. “Cari amici, col vostro permesso sarò io il primo, Bea ti va?” La ragazza non rispose ma prese sottobraccio Roberto, insieme si incamminarono ed entrarono nella stanza del padrone di casa. Già dopo il bidet Bea mostrò il suo mostro’, Roberto non dimostrò alcuna perplessità, apprezzo i corpo statuario  della ragazza che, tranne quel non piccolo particolare (chiamalo picolo!)era veramente bellissima. Bea dimostrò anche molta abilità in campo sessuale anche col sedere che la portò ad un orgasmo con l’uccellone tanto da riempire un tovagliolino col suo sperma, anche col sedere della compagna ebbe un analogo effetto sino a quando Roberto si dichiarò vinto, era spossato. Anche gli altri tre maschi di famiglia conobbero le gioie dell’amplesso con la brasiliana la quale un giorno successivo rivolgendosi ad Eulalia: “Forse hai paura che ti faccia troppo male alle tua patatina, sarò delicata, se vuoi stasera potremmo riunire i letti.” Riunirono i letti, Bea si ‘lavorò’ per bene tutto il corpo della compagna di stanza la quale provò degli orgasmi inusitati, solo al momento dell’immissio penis guardò in faccia Bea che dopo un lungo cunnilingus le aveva  ben  lubrificato il fiorellino e così non solo sopportò bene quella intromissione ma giunto il pisellone al collo dell’utero con lo schizzo dello sperma le fece provare un orgasmo molto intenso e assolutamente per lei inusitato, tanto piacevole che allorché Bea ritenne opportuno lasciare la ‘cuccia’  Eulalia la fermò, le piaceva ancora aver l’uccellone della brasiliana nel suo ‘antro’.  Col tempo, dati gli esami e conseguito il diploma  di maturità in casa di Roberto rimasero  Eulalia e Beatriz oltre naturalmente Gina affiancata da altra cameriera. Roberto era diventato il re di casa, aveva azzittito col vino le due vicine zitelle pettegole e più nessuno ebbe a turbare il loro menage. Dopo la morte per infarto del padre Giovanni  Roberto venne  in possesso di un notevole patrimonio; più per passare il tempo che altro si iscrisse all’Università alla facoltà di legge dove era oggetto di invidia da parte dei colleghi maschi: un uomo con  due donne per di più di notevole bellezza…

  • 10 aprile alle ore 17:09
    Meno dolorosa

    Come comincia: Quando chiama insistentemente
    obbligando qualcuno a ripetere più volte
    quello che è già stato detto significa
    che è in crisi
    se si rifiuta di capirlo, o non lo capisce
    i rapporti vanno interrotti e lo deve capire
    Se insiste a procedere su quella strada
    allora deve capire che se non cambia vita
    resterà così con una certa agitazione addosso
    che però, non ha il diritto  di addossarla sugli altri
    Quando si da tanto fastidio anche se non si vuole essere
    aiutati bisogna allontanarsi chiarendo alcune cose
    che non si sopportano, con quelli, i quali, si ha a che fare
    vivendoci insieme. Se non lo fa, continuerà, è facile
    ad essere scontrosa, che poi la gente si allontana
    ed è bruttissimo, per lei, innamorata della compagnia
    Arrabbiarsi, sputare fuoco su tutti, rovina solamente
    quello che si è costruito quindi meditare
    per non fare scelte sbagliate. All'inizio chiunque
    sembra bravo, innamorato perso, ma potrebbe fingere
    perchè le piace comandare, sentirsi  vulnerabile
    dimostrare di saper esercitare la sua forza, imporre il suo essere
    maschio, forte e non debole. La vittima se vuole illudersi
    senza ascoltare coloro che ci tengono ad aprirle gli occhi
    ha il dovere di tenersi tutto per sè, pure i figli, debbono esserne
    all'oscuro, perchè sono i primi, a non avere nessuna colpa
    Cercare il pelo nell'uovo per non farsi dire te l'avevo detto
    parlando di argomenti che non sono quelli i veri problemi
    a far scaturire un malessere profondo, non serve nemmeno
    a se stessa, ma di parlarne con uno specialista sì, se la fede
    non basta, dopo ovviamente, trarre delle conclusioni
    che aiutino a trovare una soluzione, meno dolorosa

    NB: Riflessioni rivolte a persone che sono così

  • 10 aprile alle ore 10:44
    DOVE VANNO A FINIRE I PALLONCINI

    Come comincia: ‘L’amore è un uccello ribelle che non ha mai conosciuto legge.’ Può essere un’affermazione di un pessimista o di un individuo tradito. La storia del pensiero e dell’arte è piena di concezioni sbagliate, forse anche quella sopra citata nella Carmen di Bizet. Molto è cambiato di recente nei costumi degli uomini (e delle donne) di tutto il mondo, in particolare degli occidentali accusati dagli islamici di immoralità ma i cotali sono come quelli che non vedono una trave...Le menti più ‘eccelse’ sono indulgenti nei confronti della natura e dei comportamenti dei propri simili ‘diversi’ che sono una minoranza chiassosa, turbolenta ed appariscente come accaduto al  gay pride di Messina il 6 giugno. Tra questi c’era Geena un transgender venticinquenne di lontana origine italiana fuggita dalla natia Rio de Janeiro dopo la morte in un maledetto incidente stradale dei suoi genitori, per sua fortuna piuttosto benestanti. Fra l’altro non è affatto vero che i trans in Brasile abbiano vita facile e così quale nazione scegliere meglio dell’Italia che gli era stata descritta favorevolmente da alcuni amici messinesi. Nella Città dello Stretto Geena aveva acquistato un appartamento al quinto piano in un caseggiato sulla circonvallazione. Lo scenario era magnifico e soprattutto l’abitazione era un Eden oltre che per il panorama anche per la quiete. Naturalmente la sua venuta non era passata inosservata, i maschietti del palazzo avevano aguzzato la vista tenuti a bada dalle legittime consorti con sguardi penetranti e significativi e così Geena poteva star tranquilla. Come impiegare i suoi soldi ed il tempo a disposizione con un lavoro piacevole? Un classico: apertura di un night al posto di un vecchio cinema in disuso il ‘Peloro’. Una ditta specializzata aveva lavorato  un mese per rendere moderno ed elegante il vecchio stabile, l’architetto ingaggiato da Geena aveva dimostrato buon gusto sia per lo stile che per la disposizione delle luci molto importanti per rendere l’atmosfera ovattata ed intima. Inaugurazione in pompa magna con annunzio sui giornali e sulle TV locali. Alle ventidue ancora poca gente, in prevalenza di sesso maschile, pian piano il locale si riempì sin quando allo scoccare della mezzanotte: “Signori sono Geena brasiliana, ho avuto il piacere di essere venuta ad abitare nella vostra meravigliosa città, spero di vedervi in gran numero, potete chiedere all’orchestra musica di vostro gradimento, anche il bar è ben fornito, buon divertimento.” Affascinati dall’aspetto piuttosto provocante della brasiliana, i maschietti facevano a gara ad invitarla a ballare, quel che affascinava di più i ‘peloritani’ erano il seno ed il popò che Geena muoveva in modo provocante. Alle cinque di mattina: “Signori grazie per la vostra presenza, spero vi siate divertiti, la prossima volta portate anche le vostre signore.” Era un modo di far capire ai messinesi che erano stati dei provinciali a venire la maggior parte da soli senza le legittime o illegittime compagne. Naturalmente la presenza di Geena non era passata inosservata nello stabile dove abitava, una sola signora aveva creduto opportuno far amicizia con la brasiliana, si trattava di Diletta  che una mattina alle undici bussò alla porta di Geena: “Sono l’inquilina che abita al piano sottostante il suo, vedo che è ancora quasi addormentata, le chiedo scusa…” “Non si preoccupi, venga, la sua presenza sarà sempre gradita.” Diletta non aveva nulla in comune con Geena: era bionda, longilinea, magra, dal viso deliziosamente  infantile, gambe da modella,  sorridente, insomma piacevole. Insieme sorbirono il caffè e Diletta in vena di confidenze raccontò la sua storia: suo marito aveva ritenuto di rinverdire la sua non più verde età andandosene a vivere con una ragazza più giovane di vent’anni, lei casalinga viveva con quello che le passava il marito, l’unica figlia Maddalena, sedicenne, frequentava il terzo liceo scientifico, la sua vita era piatta…In vena di confidenze anche Geena fece partecipe Diletta delle sue vicissitudine culminate, per suo fortuna nell’arrivo a Messina e l’apertura del night che  le procurava un bel po’ di denaro. Le due signore si rividero il giorno dopo, Diletta era particolarmente giù di morale e ad un certo punto abbracciò Geena a cui spuntò una ‘ciolla’ di notevoli dimensioni che lasciò interdetta Diletta che ben presto si riprese: “Mia cara custodirò il tuo segreto, sinceramente da quando mio marito se n’è andato provo per gli uomini un senso di repulsione, se me lo permetti prenderò in mano il tuo coso.” Dalla mano Diletta passò in bocca e poi dentro il ‘fiorellino’da tempo a riposo, un vero rapporto sessuale completo. Il legame fra le due non passò inosservato a Maddalena figlia di Diletta che, da sedicenne, non riuscì però a capire di preciso di cosa si trattasse anche perché aveva i suoi problemi. Le sue colleghe si vantavano di aver rapporti sessuali completi con i loro boy friend, lei ancora vergine si sentiva sminuita e pensò bene di perdere la verginità con un compagno di scuola tale Roberto ma ovviamente aveva paura di restare incinta qualora il ragazzo fosse stato maldestro. Il problema era di procurarsi dei condom, Roberto era troppo timido per andare in farmacia, idea: chiederli al dottor Riccardo farmacista  che abitava al pian terreno. Una mattina aspettò il cotale all’ingresso e: “Dottore debbo chiederle un favore ma vorrei parlarle in macchina.” “Ho capito hai problemi ginecologici, le mestruazioni sono troppo abbondanti oppure…” “Dottore è fuori strada, mi occorrono dei preservativi…” Roberto rimase inebetito, non si aspettava quella richiesta. “A che ti servono?” Domanda oziosa cui Maddalena: “Ci faccio dei palloncini, ricorda la canzone: ‘Dove andranno a finire i palloncini quando sfuggono di mano ai bambini…’” “Non ti domando più nulla, vieni a casa mia oggi pomeriggio, mia moglie Olga, è pure lei farmacista, ci diamo il cambio al negozio.” Alle sedici Maddalena bussò alla porta di Riccardo che sembrava trasformato; elegante in giacca da camera, sbarbato, anche profumato fece entrare in casa Maddalena con un inchino. “Qui ci sono i  condom, sono venti non penso che te ne servano di più, con chi li vuoi usare?” “Voglio finalmente perdere la verginità che mi impedisce di divertirmi col sesso come le mie amiche, c’è un compagno di scuola che però mi sembra un po’ imbranato, mi ci vorrebbe qualcuno più esperto, che ne dice lei dottore di…” Forse era quello che si aspettava Riccardo il quale: “Se sei d’accordo sarò io il tuo Pigmalione. E così fu, Maddalena si spogliò e mise in mostra un meraviglioso corpo di adolescente che lasciò senza respiro Riccardo che: “Andiamo in bagno, ti laverò il fiorellino…” Sul letto la ragazza  si mise a ridere osservando la faccia stralunata del farmacista che si impossessò del fiore vergine di Maddalena portandola all’orgasmo una prima volta con un cunnilingus,  la ragazza apprezzò e volle provarne un secondo sin quando Riccardo, munito di condom cominciò una lenta penetrazione che la ragazza sopportò stoicamente, era diventata una donna!  Il farmacista aveva previdentemente portato con sé  degli assorbenti che fece indossare alla baby la quale, dopo circa un’ora rientrò in casa come se nulla di particolare fosse successo. Per Riccardo non era stato un episodio quell’incontro sessuale con Maddalena, non vedeva l’ora di rincontrarla. Un giorno l’aspettò mentre usciva dall’ascensore: “Che ne dici di venire a casa mia, ho un regalo per te.” Maddalena seguì il dottore, seduti sul divano: “Questo è un anello di oro bianco e brillanti, è il mio modo per confermare nei tuoi confronti simpatia ed affetto,  ti prego di accettarlo.” Maddalena baciò in bocca, a lungo, Riccardo,  capì il valore intrinseco del dono ma comprese anche che forse era nato nel farmacista un amore profondo che poteva portare a conseguenze inimmaginabili. Sembrava lei la più matura del due: “Mi sei tanto caro ma puoi comprendere che il nostro legame non ha sbocco, non tanto per la differenza di età quanto perché sei sposato, non sto ad elencarti le probabili conseguenze, qualora tu lo ritenga opportuno potremmo vederci di tanto in tanto…” Riccardo accettò il patto, ogni volta regalava a Maddalena un gioiello in oro piuttosto costoso. Ovviamente della cosa si accorse Maddalena che domandò spiegazioni alla figlia. “Ho un fidanzato benestante piuttosto dimmi tu da dove ti provengono il soldi dato che papà non mi risulta sia tanto ricco e generoso da poterti permettere un alto tenore di vita come il tuo.” “Ho capito, teniamoci per noi i nostri segreti ma da madre ti consiglio la prudenza, oggigiorno se ne sentono di tutti i colori.” Passati cinque anni Maddalena annunziò alla madre ed a Riccardo un suo prossimo matrimonio con Roberto, un matrimonio di convenienza dato che la baby non era affatto innamorata del giovane che aveva il solo pregio di essere figlio di persone molto facoltose ed in vista nella società. Testimoni della sposa un Riccardo non molto felice e Geena in compagnia di Diletta che aveva apprezzato le delizie del’amore particolare di un trans. Non si sa come sia finita la storia, forse il tran tran giornaliero aveva spento l’amore oppure erano vissuti tutti felici e contenti compreso Roberto che si contentava quello che ‘passava il convento!’

  • Come comincia:                                               Chi ancora persuadere a stare al tuo amore?                                                                    Chi ti offende? Se infatti fugge presto ti cercherà,                                                              se non vuole doni, te ne farà, se non ama, presto amerà  

    Pamela e Rebecca, due giovani musiciste inglesi (l'una pianista, l'altra suonatrice di contrabbasso), erano amiche inseparabili sin dall'infanzia, vissuta insieme e spensieratamente a Windermere, la più frequentata stazione di soggiorno della regione dei Laghi o Lake District (contea di Cumbria), situata tra le boscose colline del lago omonimo.

     E Windermere, incantevole quanto tranquilla cittadina di appena ottomila anime, è famosissima in tutto il mondo per essere stata, nella prima metà del XIX°secolo, la capitale del romanticismo inglese. La "prima generazione" di poeti e scrittori romantici, infatti, (da William Wordsworth a Robert Southey, da Samuel Taylor Coleridge a Charles Lloyd, Johnny Wilson, Thomas de Quincey, etc.) si riunì e visse in questi luoghi della Scozia sud-occidentale (oltre a Windermere ci sono altri piccoli paesini sparsi nella regione: Ambleside, Hawkshead, Coniston, Patterdale, Keswick, Grasmere, Cokermouth, Kendal), meravigliosamente amèni e incontaminati nonché dalla primordiale natura e semplice che tanto li ispirarono nel loro scrivere e declamare versi.

     Le due ragazze "nutrirono" la loro adolescenza e gli anni seguenti al college (frequentato anch'esso insieme a St. Alban' s, nella contea della Greater London) di poesia, soprattutto, ed idilliaca natura. Già a dodici anni, tuttavia, avevano cominciato a cercarsi per simpatia ed affetto ma anche per qualcos'altro. Un giorno di settembre, infatti, prima di partire per il college, quelle sensazioni, e quei desideri, e quelle pulsioni  sino ad allora rimaste velate e inespresse, uscirono finalmente allo scoperto: Pam e Reby (i rispettivi diminutivi con cui erano chiamate in famiglia), durante una gita in barca a Belle Isle, isoletta al centro del lago ad appena tre miglia da Windermere, si baciarono voluttuosamente, prima, eppoi si accarezzarono sensualmente, si amarono e possedettero perdutamente, eroticamente e omosessualmente. Tornate alle rispettive abitazioni, decisero tuttavia di non riferire nulla dell'accaduto ai propri genitori; di tenere, cioè, nascosto il loro amore sicure che quelli non avrebbero compreso né tanto meno accettato il fatto (le famiglie di entrambe, infatti, appartengono all'alta aristocrazia borghese e nobiliare britannica, legata a logori ed antiquati schemi mentali quanto a principi perbenisti e retrogradi): fino a quando i tempi li avrebbero consentito di fare il contrario. Partirono per il college due giorni dopo, col rapidissimo delle British Railways Harrogate-Leeds-Londra e lo frequentarono insieme per quattro lunghi anni (Pamela studiò letteratura greca e pianoforte; Rebecca, invece, scienze naturali e contrabbasso); facendolo, inoltre, senza mai rivelare a nessuno il segreto condiviso, che le teneva unite in quel momento particolare (quasi come fosse un doppio filo d'étamine, tanto rado ma al tempo stesso talmente congiunto da mostrare di netto la sua trama all'occhio che lo osserva) e che le avrebbe tenute poi assieme per tutta la vita, né mai mostrare ad anima viva le loro tendenze omosessuali e la loro passione "incestuosa e contronatura": una prova eccezionale di carattere, coraggio e determinazione, nonché di forza d'animo, maturità ed abnegazione ma anche, e soprattutto, una immensa prova d'amore. Il giorno della consegna dei diplomi, però (sarebbe caduto in un sabato di metà maggio), le due ragazze decisero che fosse arrivato il momento di cambiare lo stato delle cose e rivelarsi al mondo ed alle proprie famiglie. E così avvenne, infatti! 
    Il padre di Pamela, David Flint (tipo brizzolato sulla cinquantina, aria da baronetto e pipa perennemente in bocca), arrivò sulla sua Jaguar B18 serie Uno color ruggine insieme alla moglie Prudence (donna di mezza età, elegante di portamento, ben vestita e ben...assortita) direttamente da Newcastle dove entrambi avevano trascorso i giorni precedenti (lei partecipando ad un torneo di bridge, invece lui ad un raduno del club della "caccia e della giarrettiera", associazione filantropica, filoaristocratica e ultra conservatrice, nata con l'intento di promuovere in tutto il Regno Unito l'arte venatoria, appunto; oltre a far rivivere lo splendore coloniale dell'impero britannico, rievocandone gesta e imprese passate). Erano le dieci in punto, la cerimonia sarebbe cominciata a mezzogiorno. Pamela attese il padre nella hall dell'aula magna e quando lo vide entrare, insieme alla madre, si avvicinò ad essi notevolmente sbiancata in volto. L'uomo, allora, chiese: - Figliola, siamo forse inaspettati? Sembra tu abbia visto due fantasmi!
     In effetti, la ragazza era abbastanza tesa, no per la consegna dei dilplomi ma per ciò che lei e la compagna avrebbero rivelato, di lì a poco, alle rispettive famiglie. 
     - No, papà, - rispose (quando era nervosa, come in quel caso, lo chiamava per esteso e no "pà"!). - Non preoccuparti, è soltanto l'ansia per oggi: tu è la mamma non avete colpa!
     Era poco sincera, evidentemente: in cuor suo sapeva benissimo ciò a cui andava incontro. I tre, intanto, s'avviarono nell'aula magna (già gremita in ogni ordine di posto, nonostante l'orario) e si sistemarono nella penultima fila sulla destra rispetto al palco, sedendosi sulle poltrone centrali. Nel frattempo Rebecca aspettava ancora i genitori per strada: seduta su una panchina nella Main Street, la via principale di St. Alban's, ch'é tutta inghingherata di pini e lecci e dove si affacciano, a sud il Quirkej Castle, casatorre del secolo XV°, a nord il Cashel Palace, palazzo georgiano del 1730 rimodernato, ora albergo quadristellato (della catena Donovan's&Mc Allister, con sedi sparse in tutto il Regno Unito), con tanto di piscina olimpionica annessa e duecento stanze ultralux, un tempo sede dell'arcivescovado. Dietro, invece, in Dominic Street, di fronte a un grande drugstore abbandonato, sono le rovine del St. Dominic's Friary, chiesa domenicana del secolo  XIII° con torre sulla crociera. Alle undici e trentasette anche i genitori di Rebecca finalmente giunsero (per loro disgrazia, un ingorgo sull'autostrada, tra Cheltenham e Aylesbury, nei pressi di Oxford, a trentacinque miglia da St. Alban's, li aveva rallentati). La madre Frances (della dinastia Rotschild), una donna energica seppur minuta, abbastanza simpatica sui quarantacinque (capelli lunghi e ricci, volto ben truccato, orecchini di perla verdi e rossi portati a mo' di ciondolo ed un diadema di brillanti a diciotto carati a bella mostra sul collo), aveva un diavolo per capello (anzi, sui capelli visto che ne aveva tantissimi!) ed uscendo dalla macchina, una Triumph "Madeira" color caffelàtte, gridò con foga al consorte (Benny Nunn, V° baronetto della dinastia Nunn-Westmoreland), tipo robusto, circa cinquant'anni, coi capelli fulvi e una strana voglia a forma di fragola stampata vicino all'orecchio destro:
     - Diamine, Ben, era ora che arrivassimo, ancora un po' e avremmo fatto in tempo a ripartire senza neanche aver disfatto le valige né visto nostra figlia diplomata!
     La donna aveva ragione: in effetti, mancavano pochi minuti appena all'inizio della cerimonia. Rebecca si avvicinò ai due di corsa (nel frattempo il padre aveva posteggiato la macchina di fianco all'entrata della scuola) e rivolgendosi al padre disse:
     - Papà, come mai così in ritardo?
     - Sai, Reby, - rispose l'uomo, - i contrattempi sull'autostrada sono sempre in agguato!
     - Va bene, - fece la ragazza, - entriamo pure, mi spiegherai dopo, se vuoi!
     I tre entrarono nell'aula magna e si posizionarono (questione di coincidenze fortuite oppure, chissà ?!), manco a farlo apposta, dietro i genitori di Pamela, seduti già da un pezzo insieme alla figlia. Non salutarono, però, i Flint (le due famiglie, oltre a essere dirimpettaie sulla Donovan Street, a Windermere, - le ville di entrambe, anzi, sembrano essere incollate tra loro col nastro adesivo, per quanto sono vicine! - si conoscevano da immemore tempo). La cerimonia cominciò ed il rettore, John Dumbar, professore emerito di scienze naturali (laureatosi ad Oxford nel 1971 con una dissertazione sui coleotteri della Tanzania!), tipo grassoccio ma distinto, sui sessanta ben portati, originario di Lizard, estrema punta nord della Cornovaglia, prese a parlare.
     - Signore, signori, genitori tutti, allieve ed allievi: grazie di essere quì, quest'oggi. E' la 399^cerimonia di consegna, questa - (il St. Alban's è uno dei college più vecchi del Regno Unito: il quinto per "età" dopo i sommi Oxford e Cambridge, Eton ed Edinburgo) - ed è davvero speciale perché cade ad un anno esatto dal 400°anniversario della nostra gloriosa scuola e...bla, bla, bla, andando avanti ancora per altri tredici noiosi e interminabili minuti (lo furono, evidentemente, soprattutto per Pam e Reby!). Dopo di che cominciò a chiamare sul palco, uno per volta, gli studenti (lo faceva, usanza atipica della scuola, per nome e no per cognome), fino a che venne il turno di Pamela, chiamata per prima rispetto alla compagna. Al termine della cerimonia nell'aula antistante a quella posta di fianco alla sala mensa, di solito usata per conferenze ed eventi affini, venne offerto ai convenuti un brunch a base di tartine (con burro, salmone e caviale), aperitivi vari (sherry e vermouth bianco), yorkshire pudding (budino caldo) alla vaniglia e macedonia. Tutto si svolse nel breve lasso d'una ventina di minuti: dopo di che ognuno fece ritorno alle proprie abituali attività. Pam lasciò i genitori e corse da Reby; dopo averla raggiunta, la fissò per un attimo negli occhi eppoi le prese le mani ed esclamò raggiante: - E' il momento! 
     Così entrambe (tenendosi per mano) tornarono in fretta dai loro genitori i quali, nel frattempo, avevano preso a discorrere vicino alla macchina dei Flint, posteggiata di sbiego davanti ad una cabina telefonica e poco distante dalla scuola, sulla Chelmsford Road. Pam, che ancora teneva per mano la compagna (con la sinistra stringeva la destra di Reby, nella destra portava una cola chiusa), fu la prima a parlare rivolgendosi alla madre Frances:
     - Sentite, - disse, - noi due abbiamo da dirvi una cosa...; non appena ebbe pronunciate quelle parole il padre di Reby fece con tono baldanzoso ed allegro:
     - Ah! Ah! Abbiamo capito, ragazze, vi servono dei soldi, volete fare un bel viaggetto, eh?
     - No, non credo pà, - disse questa volta Reby, - sembra che non abbiate capito nulla!
     - Allora spiegatevi meglio, su vìa, fatelo per favore: siamo tutti orecchie, pronti ad ascoltarvi, - fece il padre di Pam, rivolgendosi ad entrambe.
     - Sapete, - fu nuovamente Pam a rispondere, - io e lei, io e Reby... - si interruppe appena un attimo, colta dall'emozione, eppoi riprese a parlare (lo fece in modo molto diretto ed alquanto esplicito), - insomma, io e Reby ci amiamo; sì, siamo amanti! Sono quasi quattro anni che lo siamo e stiamo insieme: questa è la realtà delle cose, è l'unica ed inequivocabile verità!
     (Tutto era accaduto, infatti, durante quella "capatina" a Belle Isle, l'isoletta poco distante da Windermere, dove le ragazze erano state quattro anni addietro, poco prima di partire per il college: lì avevano scoperto di amarsi ed avevano fatto l'amore per la prima volta; da allora erano diventate oramai una cosa sola...come due corpi separati e avvolti in una gigantesca anima!).
     - Cooosa? Ti rendi conto di quello che hai detto e di ciò che state facendo, voi due? - Esclamarono tutti e quattro (cioé, i genitori di entrambe) in coro, anzi, all'unisono, come se avessero un megafono incorporato e fossero collegati tra loro con un filo elettrico ed una spina attaccata ad una presa di corrente. 
     - Certo che mi rendo conto: stiamo facendo la cosa giusta! - replicò Pam con decisione. (Era determinata, la ragazza, come non mai...per far valere le sue ragioni: molto più di qualche minuto prima!). - Sono perfettamente consapevole e del tutto in me, non mi sono fatta di nulla e non ho bevuto neanche un vermouth né una semplice e schifosissima camomilla, sappiatelo!
     Dopo aver ascoltato quelle parole, il padre di Pam si avvicinò alla figlia con piglio ben deciso e poco amichevole, e senza pensarci su neanche un attimo le mollò un ceffone sulla guancia sinistra: l'impronta delle fede nuziale era ben visibile ma lei...la ragazza, però, replicò a quel gesto violento ed inconsulto del genitore con parole altrettanto eloquenti:
     - Sai, pà, - fece, - (lo aveva chiamato così, questa volta e no papà come quando era nervosa: quindi era abbastanza calma e lucida) - non avresti mai dovuto farlo. La state prendendo davvero molto male, tutti voi, ma lo sapevamo, io e Reby; eravamo certissime che sarebbe successo: tantissime volte abbiamo immaginato, io e lei, che sarebbe andata a finire così.
     - Ma dai, su, Pam, non scherziamo! - disse la madre di Reby. - Avete soltanto diciassette anni, siete ancora delle ragazzine, in fondo, e... - la stessa Reby, allora, la interruppe con veemenza e fece:
     - No, mamma, ne abbiamo già diciotto, l'avete dimenticato? (Entrambe, infatti, chissà se per ironia della sorte oppure a causa di semplici coincidenze astrali, avevano festeggiato il compleanno della maggiore età un settimana prima della consegna dei diplomi; entrambe, cioé, nate sotto il segno astrologico del toro, il sette maggio: come se fossero delle gemelle siamesi venute però al mondo da genitori e in famiglie differenti).
     - E' proprio come dici tu, Reby, hai perfettamente ragione! - esclamò il padre di Pam, questa volta, anticipando tempestivamente i genitori stessi della ragazza. - Ma siete ancora delle ragazzine, cresciute, magari, e mature quanto volete per la vostra giovane età, ma sempre e comunque delle ragazzine, no delle donne fatte e compiute che siano magari in grado, già, di prendere una decisione così tanto delicata, di tale spessore etico e morale...sessuale; e poi, su, avete tutto il tempo...e un marito davanti a voi, sì, un marito e dei figli che vi aspettano per la vita!
     Pam, così, del tutto insensibile alle parole del padre (con assoluta nonchalance di stampo puro transalpino), riprese a parlare, e questa volta lo fece con una foga che non aveva mai mostrato in sua vita sino ad allora; ed era anche visibilmente commossa (sui suoi bellissimi occhioni da cerbiatta, azzurri come il mare ed il cielo messi uno sopra l'altro, insieme...sembravano dipinti da un solo pittore ma racchiudevano, in sé, la purezza delle madonne di Caravaggio, la sensualità delle donne di Tiziano o del Veronese e la luminosità d'un ritratto impressionista, vi fecero capolino alcune lacrime). Tuttavia, quei sentimenti contrastanti provati dalla ragazza ma che, al contempo e in un certo modo si completavano tra loro ed annullavano vicendevolmente con estrema rapidità, come una sorta di "turbinio" inspiegabile, fecero sì che essa non perdesse lucidità e... stranamente appariva più decisa di qualche istante prima (era chiaro che in quel frangente cruciale difendeva il futuro con la sua compagna e si batteva per entrambe, difendeva la stessa sua vita, le ragioni del sentimento piuttosto che quelle della logica...del cuore, dinanzi alla razionalità lucida quanto si vuole ma estremamente becera ed un pò retrò degli adulti!):
     - Vedo, cavolo, che non avete capito proprio un bel nulla, - disse - e...
     -  No, ripensateci, ragazze! - esclamarono nuovamente in coro i quattro adulti, (i "vecchi", come li definivano le ragazze stesse, a volte, parlando tra di loro) interrompendola per un sol attimo. Lei, infatti, riprese a discorrere e sempre con più fermezza, ribadì:
     - Ci abbiamo già pensato, sapete, quattro anni fa, cinque, non abbiamo null'altro su cui ripensare! - a quel punto la ragazza si fermò ancora, poi riprese concludendo in modo perentorio: - se solo tornassi indietro, capite, e fossi costretta di nuovo a farlo lo rifarei tale e quale cento volte e no una soltanto, senza esitazione; rifarei quello che ho fatto senza pensarci su un attimo ed amerei Rebecca come se fosse la prima volta, più di prima. Quello che c'é tra me e lei era già scritto nelle stelle da prima che nascessimo: non potrete mai capirlo, voi, neanche se vivreste altri duemila anni! (Probabilmente anche l'altra avrebbe risposto a quel modo: per filo e per segno, con le stesse, identiche e sentite parole; quasi come fossero state registrate in anticipo!).
     Dopo quanto detto da Pam, ascoltato dalla sua bocca che sembrava essere stata quella di un oracolo boscimane, (o forse svizzero, chissà, per la perentorietà con cui le parole erano state scandite!) tutti si zittirono. Poi la ragazza si avvicinò alla compagna, le prese la mano destra con la sinistra ed entrambe andarono via, senza salutare i genitori. Avevano deciso, (e) lo avevano fatto da molto tempo, forse; probabilmente dal giorno della famosa gita (o "capatina" che dir si voglia) sul lago, a Belle Isle. Entrambe, quella mattina, presero alcune decisioni importanti per il futuro e la loro vita: avrebbero fatto un viaggio insieme (in Grecia); al ritorno in Inghilterra, poi, avrebbero lasciato casa, per sempre, ed i genitori, e sarebbero andate a vivere per proprio conto in una dependance nell'east-end londinese. La mattina del diciotto giugno, infatti (erano appena le sei e cinquanta), un giovedì piovoso (come non di rado accade nelle lande di Albione anche a primavera inoltrata o ad inizio estate), le due ragazze presero il treno per Londra: da Victoria Station, poi, un'altro ancora per Folkestone. Dalla cittadina del Kent si imbarcarono sull'overcraft per Calais, in Normandia; di lì, poi, alle diciassette e trentasei pomeridiane, presero il T. G. V. (Train Grande Vitesse) che le portò dapprima a Parigi eppoi a Lione. Nel capoluogo del Rodano giunsero ch'eran quasi le ventitré. Era tardi, il traffico dei treni a La Part Dieu (la stazione centrale) interrotto per la notte: decisero, così, di pernottare e presero una stanza doppia all'hotel "de Gerland", sulla place Vendome, poco distante dalla stazione, di fronte all'Hotel de Ville. L'indomani mattina, dopo aver fatto abbondante colazione, a base di pane tostato, bacon, uova strapazzate e brioches al burro, le due salirono sull'eurostar "197TSS" delle ferrovie  private francesi "Liberté": destinazione Roma! Nella capitale italiana giunsero nelle prime ore pomeridiane (erano le diciassette in punto: alla faccia della superstizione!). Pam scese dal treno per prima e domandò a Reby:
     - E' la stazione Termini, chissà a che ora parte il primo treno per la Puglia?
     - Non preoccuparti, dai, ci penseremo dopodomani! - rispose l'altra.
     - Come dopodomani?- fece ancora Pam. - Non s'era detto che saremmo ripartite subito, appena arrivate quì?
     La "rossa" (Reby, infatti, aveva i capelli naturali biondo-ramati scuri, tendenti al rosso, appunto; mentre Pam, dal suo canto, era invece castana scura sin dalla nascita: entrambe ragazze bellissime!) aveva pensato bene, così, istintivamente (o "a pelle", come spesso era solita dire lei stessa), che avrebbero soggiornato nelle città eterna ("caput mundi", secondo un Caio Giulio che di cognome faceva Cesare) un giorno in più rispetto alla tabella di marcia prefissata; lo aveva fatto soltanto lei, questa volta, senza interpellare la compagna: in passato, infatti, le decisioni importanti (come del resto anche quelle più futili) le avevano sempre prese di concerto ma...Reby disse:
     - Su, dai, Pam, restiamo un giorno almeno quì, dopo tutto Roma è la città più bella al mondo. Ti scongiuro: ho sempre sognato di vedere le bellezze di questo luogo!
     Un sosta forzata ma ben accetta, in fondo: Pam, infatti, annuì piegando il capo in avanti, come un umile servitore, senza dire nulla. Le due presero così una stanza (la numero centoventisette, una doppia: come a Lione), all'albergo "Genova", in via Cavour, poco distante dalla stazione e nei pressi di Santa Maria Maggiore, una delle quattro "grandi basiliche" della città. Vi lasciarono i bagagli e senza neanche cambiarsi d'abito  e rifocillarsi ("en passant", come avrebbero scritto, forse, o meglio ancora detto, Baudelaire o Jacques Prevert), come se fossero state punte da una tarantola di mare o prese, chissà, da una arcana voglia di scoperta della bellezza commista a una sorta di istintiva frenesia artistica (simile alla frenesia "alimentare" che sovviene, a stomaco vuoto, ad amorevoli quanto simpatiche creature quali coccodrilli, piranha e diavoli di Tasmania), cominciarono, senza un attimo di sosta né respiro, a girare per la città in lungo e in largo: un dopo l'altro si gustarono, così, (poi divorandoli, ancor prima che col pensiero o la ragione, cogli occhi e con la bocca...come se fossero delle inermi prede)  Colosseo e Fori Imperiali, piazza del Popolo e Pantheon, Circo Massimo, Castel sant'Angelo, piazza del Vaticano e San Pietro...eppoi a piazza Navona, e su a Trinità dei Monti; con ritmo incessante fino a tardissima sera quando, letteralmente distrutte (solamente nel fisico, però!) e col sole oramai latitante da un bel pezzo, rientrarono in albergo dove si tuffarono sul letto a riposare, una volta ancora senza fare doccia né cenare. L'indomani mattina, prestissimo (eran poco più che le sei: i galletti italici, a quell'ora, sono ancora immersi nel sonno mentre i gentlemen d'oltremanica hanno già aperto gli occhi e forse il becco, chissà, da ben prima...pur non essendo galletti!) ingurgitarono colazione al sacco e poi si recarono in stazione, dove trascorsero le successive ore nell'ampia sala d'attesa, già gremitissima di turisti e pullulante di voci del mondo, nonostante l'ora: le due ragazze, tuttavia, riuscirono stranamente ad estraniarsi da tutto e in tutto quel chiassoso, colorito trambusto che li ronzava attorno, quasi a volersene prendere gioco, caddero in una sorta di dolce e silenziosa trance dove...a farne le spese, ahilui!, fu l'enorme orologio posto sulla parte di parete della sala di bianco interamente colorata (il resto era dipinto di giallo e di rosso a strisce verticali): Pam e Reby, contemporaneamente, lo fissarono in maniera talmente intensa che quello, infatti, sembrava dovesse prendere fuoco da un attimo ad un altro e forse...quasi a volerlo ammalliare (alla stessa stregua di taluni incantatori di serpenti indiani o tamil), a volerne fermare il ticchettio delle lancette per stringerlo, alla fine, tra le loro braccia come fosse un adone. Ma il tempo trascorse e...la rossa fu la prima a risvegliarsi, a "ritornare" da quello strano vagabondare, dal lungo loro vagare dolcemente. Dop'aver consultato la guida presa dalla sua valiga, in maniera abbastanza repentina ma pur minuziosa (era la più metodica, Reby, ed anche quella più precisa tra le due), disse alla compagna:
     - Il primo utile per Bari (era l'intercity che le avrebbe portate in Puglia) è alle undici, sul binario tredici. Andiamo, dai, siamo in ritardo!
     - Va bene! - fece allora Pam. - Prendiamo pure quello: mi fido di te, sei tu il capostazione, tu sei la mia dolce metà, lo sai benissimo!
               
     
     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

  • 08 aprile alle ore 15:40
    Quella parola

    Come comincia:  Non so se ce la faccio, ho un impegno.
    Al telefono, a mio padre che mi invitava a cena, mentivo… non avevo alcun impegno.
    Era il 19 marzo, festa del papà, l'ultimo che avremmo potuto trascorrere insieme.
    Persi quell'occasione e il rimorso di aver negato a quell'uomo buono, che mi amava teneramente, la gioia di vedere me, sua figlia, di abbracciarla e parlarle… mi bruciava, mi faceva star male.
    Avevo cominciato a dire bugie qualche anno prima, dal giorno infausto in cui uno tsunami mi aveva travolto, sconvolto la vita, ed entrato di prepotenza nella mia casa, ospite sgradito a cui non è dato negare l'accesso: la malattia. In quel giorno infausto, sul tram che mi riportava a casa, due giovani donne sedute di fronte a me e a mio marito, parlavano.
    ─ Cosa prepari oggi a pranzo?
    Io non avevo alcun interesse per il pranzo, altri pensieri tenevano prigioniero tutto il mio essere, la mente fissa a una sola parola e non riuscivo a pensare ad altro, se non a quella "parola". La parola concludeva la frase con la quale, al termine della visita, l'esimio professore aveva confermato la diagnosi che dava definitivamente vita allo spettro che io da tempo temevo e di cui sapevo il nome, lo stesso che sentivo riecheggiare in quella stanza anonima di ospedale: "PARKINSON".
    ─ Cosa prepari oggi a pranzo? ─ Continuava a rimbombarmi in testa, mentre tornavo a casa, alternandosi con il chiaro verdetto del luminare
     ─ Lei ha una lieve forma di Parkinson.
    Le due frasi, come palline da ping-pong, martellavano il mio cervello… ero completamente frastornata.
    ─ Ma sa che lei è fortunata. Ci sono tante ragazze con patologie più gravi! Parole gentili, quasi affettuose, con le quali il professionista aveva tentato inutilmente di calmare il mio pianto sommesso. "Fortunata!"
    Guarda che razza di fortuna mi è capitata e io, ancora oggi, non l'apprezzo.
    In tram sentivo crescere dentro di me una rabbia sorda che mi faceva star male, ma non riuscivo a tirar fuori il mio dolore, a urlare la mia disperazione.
    ─ Te la sei tirata, è da tanto che vai dicendo di avere il parkinson!─ Mi rimproverava mio marito.
    Non solo fortunata, ma una fortuna "fai da te". Quasi una colpa, dunque, essermi ammalata. Ero arrivata a casa e, ancora, l'eco di quella frase risuonava nelle mie orecchie e nella mia testa.
    Un tormentone, "Cosa prepari oggi a pranzo?", da cui non uscivo fuori. Era come se la mia vita si fosse fermata nell'attimo in cui avevo sentito quelle parole.
    ─ Le prescrivo un farmaco leggero, altrimenti fra dieci anni… ─ frase infelice del luminare che mi tornava in mente e nel cui ricordo crollavo e mi vedevo disabile in carrozzina.
    Continuai a vivere tra una peregrinazione e l'altra degli ospedali, da un ambulatorio più o meno specializzato a un altro; costretta a dimenticare le certezze e i punti saldi progettati per il futuro per gli effetti di una patologia di cui quasi mi vergognavo e che, per questo, avevo deciso di nascondere. Avevo scelto, infatti, di non dichiarare la verità sull'esito della visita ai parenti, a mio figlio, ai colleghi. Avevo scelto di piangere il mio dolore solo con mio marito e l'amica più cara su cui sapevo di poter contare in ogni momento e per qualsiasi motivo. Per questa decisione fui costretta a nascondermi, a mentire alle persone più care. Avrei voluto, invece, urlare, gridare la verità, vomitando tutta la mia rabbia e liberandomi di quel segreto che mi uccideva più della malattia.
    Mi è costato molto tacere ai miei genitori la verità. Mi è mancato l'abbraccio consolatorio di mamma e papà il cui affetto è e sarà sempre incondizionato. Recitavo un copione dove "quella parola" non poteva essere pronunciata, cosa che mi lasciava l'amaro in bocca e non mi aiutava. Mi rilassavo solo tra le quattro mura della mia casa ma anche il più insignificante degli eventi quotidiani, come l'improvviso suono del citofono, mi mandava nel panico, temevo che qualcuno riuscisse a decodificare e dare un nome all'insieme dei miei sintomi. A scuola, dove insegnavo, lo sguardo insistente di una collega che doveva aver capito e che abbassava gli occhi non appena osavo guardarla, mi infastidiva, mi innervosiva. Modificavo di volta in volta le mie abitudini rinunciando anche a ciò che amavo, evitando di frequentare i luoghi dove mi conoscevano, dove ero stata bene… sempre per la paura che qualcuno potesse arrivare alla verità che avevo chiuso in "quella parola".
    ─ Quest'anno rinunciamo alle vacanze al mare. Non scendiamo al tuo paese… in Sicilia ─ proclamai come un’eroina che si privava del piacere di bagnarsi in quelle acque smeraldine.
    Mi mancò la terra arsa di quell'isola polverosa, il mare cristallino e il profumo intenso dei gigli bianchi che facevo fatica a non raccogliere dalle dune di sabbia finissima di spiagge ancora selvagge.
    In pubblico cercavo di comportarmi in modo disinvolto, con quel fine assurdo che mi ero prefissato.
    ─ Ma tua moglie sta bene? ─ Chiedevano a mio marito che rispondeva mentendo… così mi raccontava. Invece credo che tanti sapessero perché lui non ha mai saputo mentire. Il farmaco leggero prescrittomi dal luminare non era molto efficace, le difficoltà e gli impedimenti erano sempre più evidenti finché mi resi conto di non poter continuare a svolgere la mia professione di insegante in modo corretto, come avevo sempre fatto. Non riuscivo a scrivere, la mano si bloccava ed ero costretta a fare correzioni a voce o alla lavagna, a volte mi si bloccava la gamba destra mentre la classe era in fila per andare a mensa!
    La verità veniva prepotentemente a galla, scalciava, voleva uscire dalla gabbia in cui l'avevo ristretta e io non ero più in grado di contenerla. Lentamente arrivai alla resa, accettai la malattia come compagna di viaggio e decisi di presentarla in società.
    ─ Sono malata di parkinson ─ cominciai a comunicarlo alla mia collega di classe, piangendo e scusandomi per non averlo fatto prima e con un mazzo di fiori per ottenere il suo perdono.
    Finalmente pronunciando "quella parola" mi sentii liberata dal masso che mi stava schiacciando. Stranamente la divulgazione del mio segreto non fu una sconfitta ma l'inizio della lotta, l'uscita dall'apatia e dall'autocommiserazione… inutili strumenti di penitenza di un medioevo ancora fra noi.
     

  • 08 aprile alle ore 11:07
    LE DELIZIE SEX DI PUERI E DI SENIORES

    Come comincia: Naomi e Katia due  sedicenni, Gabriele  pari età delle due gemelle abitavano nello stesso palazzo a Roma. Amici i loro genitori avevano vissuto la loro vita in simbiosi frequentando insieme l’asilo, poi  le elementari ed ora le medie al terzo anno. Superati gli esami di terza media con eccellenti voti (con sorpresa dei relativi mamma e papà) un pomeriggio si erano rifugiati nella camera del padre di lui accendendo il computer e cominciando a smanettare. Naomi: “Voglio telefonare a nostro padre in ufficio, chi ci resiste a Roma con  stò caldo.” La voce della centralinista: “Le passo suo padre.” “Che c’è di tanto importante che rompi pure in ufficio, se non è urgente ne parliamo stasera a cena. Cesira la mamma delle due furbacchione era stata messa al corrente del loro progetto.” Al rientro a casa del  ‘pater familias: “Mi faccio una doccia e vengo a cena.” A tavola le due gemelle avevano l’aspetto  delle alunne di un rigido college inglese. Il padre abituato alle ‘monellerie’ delle sue deliziose figliole: “Quanto mi costerà il desiderio che state per esprimermi?”  Naomi: “Il prezzo di una villeggiatura per le tue amorevoli figliole.”  Alessandro quasi parlando a se stesso: “Il bello che io volevo un solo figlio maschio, mi sono capitate due  femmine e per di più furbacchione che mi fanno fare tutto quello che vogliono!” Grandi abbracci e baci al papino ‘sfortunato’ che: ”Quale direttore di un ufficio import – export in questo momento per fortuna ho molto lavoro,  vi indirizzerò da mio fratello Alessio che con la moglie Aurora passeranno l’estate nella loro villa di Fregene.” Caro una rottura di palle per te, mi dovresti fare il favore di sobbarcarti la presenza nella tua villa al mare delle mie due figlie con annesso boy friend Gabriele non so di quale delle due.” “Sei un grande, quando importerò un pappagallo dal Brasile te lo regalerò, quegli animali sono addestrati a dare delle puttane alle signore ed ai maschietti dei cornuti, siccome però lo dicono in portoghese …” “Ragazzi, se vi comportate male vengo a Fregene e…” “Papino sei un  grande,  arrivederci  a settembre, spero che nel frattempo non diventerai nonno!”  Naomi ancora una volta non  si era smentita., il ‘grande’ non rispose. La mattina alle otto sotto casa ad aspettarli c’era un Volkswagen familiare dello zio Alessio con a fianco la moglie Aurora, i tre ragazzi, sistemati i bagagli si sedettero dietro, alla finestra i genitori, grandi saluti e via in vacanza! Gli zii ambedue quarantenni erano insegnanti lui di materie letterarie lei di lingue presso il vicino liceo classico, passando davanti dell’edificio Gabriele fece il segno dell’ombrello, solo lui poteva capire il perché. Gli zii erano persone allegre, Aurora ex modella con caschetto biondo e corpo longilineo si faceva ancora ‘guardare’, lo zio robusto ma non  grasso da giovane era stato un campione di lancio del peso. Arrivati a destinazione Aurora: “Naomi e Katia nella stanza degli ospiti, Gabri nel salone dove c’è una rete con materasso, qui ci sono le lenzuola, datevi da fare.” Dopo la cena preparata dalle femminucce di casa passeggiata digestiva nelle vie di Fregene. Alessio: “Un gelato per chi mi bacia per primo.” Vinse Katia ma tutti usufruirono del gelato. La mattina fila nei due bagni, uno riservato agli zii e l’atro ai tre fanciulli, le femminucce insieme. Al lido affittata un cabina tutti in costume, la zia aveva esagerato col bikini alla brasiliana , nessuno fece commenti ma a Gabri si alzò la pressione e non solo quella, si sdraiò prono sulla sabbia per nascondere il bozzo. Katia però se ne accorse ed all’orecchio di Gabri: “Quella è la moglie di tuo zio, che hai da…”  Per la sua mentalità i quarantenni erano persone vecchie che non pensavano più al sesso. Gabri fece un’espressione da ebete grandi risate da parte delle due gemelle non comprese dagli zii: “Stì giovani di oggi, mah…” Dopo pranzo gli Alessio ed Aurora andarono  riposarsi, i tre giovani scoprirono nello studio del padrone di casa un computer. “Zitti, non facciamoci sentire, guadiamo quello che lo zio Alessio stava vedendo.” Una sorpresa, quando lo zio lo aveva spento, forse per l’arrivo della consorte, stava ammirando le esibizioni porno di una giovane coppia lui ben dotato. Gabri spense il computer, anche se i tre erano amici da anni mai fra di loro c’era stato qualcosa di sessuale,  il giovane  qualche volta si masturbava senza confidare questa sua abitudine alle due gemelle. Tornato il silenzio Naomi: “Il sesso questo sconosciuto potremmo intitolare il film che abbiamo in parte visto a nostro uso e consumo, se siete d’accordo ne parliamo. Per quanto mi riguarda ho avuto una piccola esperienza con Giulio quel ragazzo della terza media. Eravamo a Villa Borghese dietro un monumento,  ci stavamo baciando quando lui si è sbottonato i pantaloni ed ha tirato fuori…glielo ho toccato sino a quando mi ha sporcato la mano uno schifo, sono scappata e non l’ho più voluto vedere.” “Se siamo in tema di confessioni anch’io ho da dire la mia: io mi masturbo così si dice in termini tecnici e mi succede quello che è accaduto a Giulio.” Katia: Quel coso l’ho visto poco fa nel film porno, non pensavo fosse così grosso!” Si guardarono tutti in faccia ed accesero di nuovo il computer: la scena era cambiata ora la protagonista aveva a che fare con due uomini, li accontentava ambedue mettendo i loro cosi uno in bocca e l’altro nel fiorellino. Gabri in bagno more solito a masturbarsi le due gemelle nel salone, all’arrivo di Gabriele: “Katia: “Abbiamo visto un uomo che ha messo in bocca il suo pisello alla donna e le ha spruzzato dentro, che schifo.” “Ragazze una lezione: quello che avete visto si chiama volgarmente pompino, in latino fellatio, le donne col tempo ci si abituano e le piace pure. La curiosità spinse i tre di nuovo nello studio dello zio per vedere le scene porno, il programma era cambiato, due uomini ed una donna che aveva ricevuto due siluri uno nel fiorellino e l’altro nel popò. Naomi: “Va bene ne fiorellino ma nel sedere dovrebbe fare male!” “Infatti si usa della vasellina, una specie di olio per lubrificare il buchino posteriore e così non  resta incinta, per evitare le gravidanze si usano i preservativi specie di guanti di gomma da applicare sul pene oppure la donna assume la pillola anticoncezionale.” Nei giorni successivi le domande delle due gemelle aumentarono di numero. Sempre Naomi: “Abbiamo letto che la poetessa greca Saffo faceva l’amore con le donne, non le piacevano i maschi, è vero?” “Si chiama amore omosessuale, lo fanno anche i maschi fra di loro.” Sempre più indottrinate le due gemelle si sentivano pronte a passare il guado, Gabri se ne accorse, la sera chiesero allo zio di poter fare un passeggiata in centro, cambiarono destinazione, tutti alla pineta. “Ce lo fai vedere senza toccarlo?” Gabri eccitato dall’atmosfera che si era creata tirò fuori dai pantaloni ciccio in erezione. “Ma ce l’hai come gli uomini grandi!” Noemi si avvicinò, lo prese in mano e: ”Non mi sporcare le mani!” “Ti avviserò quando sto per eiaculare.” Non ci volle molto tempo, Gabri sostituì la mano della ragazza con la sua, dopo poco tempo uno schizzo in alto. “Sembrava un fontanella!” Passata la fase di eccitazione Gabriele: “Ragazze non pensate che sia il momento che ricambiaste facendomi vedere i vostri gioielli, solo vedere.” La due gemelle si misero a ridere, forse si aspettavano la richiesta, alzarono le gonne e si sfilarono gli slip. Gabri ebbe il permesso di toccarle, erano umide anche se le interessate non  capirono il perché.  Altra lezione il giorno dopo Naomi in camera delle ragazze: Se la donna lo prende in bocca penso che anche l’uomo…”  l’interessata si sdraiò sul letto, si tolse gli slip in attesa…un’ attesa breve, Gabri prese a baciarle il clitoride, la risposta del ‘cicciolino’fu breve, un orgasmo piacevole anche se l’interessata non si rese ben conto di quello che le stava succedendo. Nel frattempo Katia aveva seguito la scena eccitandosi e Gabri le fece provare la stessa piacevole sensazione. Rimasero a lungo senza parlare, le due gemelle avevano superato la soglia dell’amore fisico anche se parziale. Gabri comprese che era giunto il momento di passare ‘al sodo’. Siccome le ragazze avevano avuto le mestruazioni andò in farmacia e comprò  due pacchetti di preservativi. Ormai durante il  fisso appuntamento, dopo cena mostrò  il nuovo acquisto. Presentazione: “Questo è un condom o preservativo come detto comunemente, vi faccio vedere come funziona, appena il mio ciccio…”Il coso chiamato in causa reagì prontamente, Gabri ci infilò il condom e…Naomi si era eccitata, aveva compreso la lezione, si tolse gli slip e: “Vorrei provarlo ma sii delicato, ho un po’ di paura.” Gabri nei limiti del possibile delicato lo fu ma ovviamente l’interessata qualche dolorino lo provò, alla fine, dopo un po’ di riposo: “Ora mi sento donna! siamo sposati, dammi un bacio!” Katia più paurosa di natura aveva osservato la scena in tutti i suoi particolari, era perplessa se seguire l’esempio di sua sorella, in ogni caso non quella sera. Un avvenimento cambiò la situazione sessuale di tutti e cinque, rientrati i tre da una passeggiata per le strade di Follonica, pensarono bene o meglio male di fare una sorpresa agli zii, aprirono la porta della loro camera da letto nel momento che i due, usciti dalla toilette stavano recandosi sul letto nudi, lo zio già ‘in armi’, la zia mostrava una bellissima foresta nera, anche il suo corpo era ancora da giovinetta. Chiusero immediatamente la porta, sparirono nelle loro stanze. La mattina i cinque si ritrovarono a colazione, Alessio: “Ragazzi la prossima volta bussate alla porta, quello che avete visto è una cosa normale fra due sposati.” Ma un tarlo era penetrato nel cervello di Gabriele, la zia o meglio il suo corpo. Fra l’altro fece caso al fatto che Aurora  girava per la casa con una minigonna appena sopra il pube, camicetta senza reggiseno, di dietro faceva ‘rimbalzare’ le natiche in maniera molto sensuale, evidentemente su marito era d’accordo sul modo di vestire e di muovesi della consorte. A Gabri venne in mente un aforisma di suo padre: ‘Quando desideri ottenere qualcosa provaci altrimenti andrai sempre in bianco!’ Una mattina mentre Aurora era rimasta in casa a fare il bucato a Gabri in spiaggia venne in fastidiosissimo mal di pancia (inventato), salutò la compagnia e rientrò in casa. Durante il tragitto il mal di pancia migliorò sensibilmente anzi sparì del tutto, il pensiero della zia nuda lo eccitò alla grande e così rientrò nella’bitazione. Aurora era di spalle dinanzi alla lavatrice, si girò, domandò  al nipote il motivo del suo rientro anticipato. Come risposta Gabri le mise una mano fra le gambe arrivando a toccare il fiorellino nudo, la zia aveva ‘dimenticato’ di indossare gli slip. Il pisellone di Gabri inaspettatamente si trovò in bocca della dama, vi lasciò il suo ‘contenuto’ poi penetrò nel voglioso e bagnato fiorellino sino al collo dell’utero, una immensa goduria per entrambi che però non soddisfece completamente Aurora che volle far provare al giovane amante  un omaggio del suo popò, lungo orgasmo da parte dei due, la zia aveva provveduto a toccarsi il clitoride con la mano destra. Il giovin amante, come ricordo aveva strappato due peli dalla fica della zia: “Allora non sei bionda!” Aurora tornò al suo bucato, Gabriele era disteso sul suo letto dove lo trovarono i tre al loro ritorno, stava proprio male.  La sceneggiata era stata digerita dagli interessati, Gabri, però dovette sopportare i crampi della fame, uno che ha un forte mal di pancia non può mangiare!  I giorni seguenti furono densi di avvenimenti. Gabri quando vedeva la zia sola si faceva una ‘sveltina’ con grande piacere di entrambi, Naomi diventata signora voleva ancora provare qualcosa di sessualmente forte, ricordava bene il grosso,pene dello zio Alessio, le venne una gran voglia di provarlo ma come? “Gabri voglio confidarti una cosa delicata, te la terrai per te?” “Sarò una tomba.” “M’è venuta la voglia di farmi lo zio, voglio provare il suo grosso pene, me lo devo portare fuori di qui, dovresti aiutarmi.”  ”Devo confessarti una cosa, mi son fatto la zia Aurora.” “Questo ci aiuta, Aurora non avrà nulla da ridire se io e Alessio andiamo fuori in paese, in questo momento è tutta presa a godere delle tue prestazioni, non penserà a suo marito.” E così avvenne, Alessio comunicò alla consorte che andava al centro con Naomi a  godersi il fresco ed a sorbire un gelato, avrebbero fatto tardi.  Aurora ‘annusò l’aria sessuale che girava dentro casa sua,  si accorse che Katia aveva gli occhi supplichevoli: “Che ha la mia bella nipotina,  vediamo se la zia riesce a  curare la tua tristezza.” Faceva caldo anche se notte,  Gabri rimase in slip, le due femminucce in reggiseno e mutandine, tutti sul terrazzino, erano all’ultimo pino, il panorama del mare calmo. Anche sul terrazzino l’aria era calda. “Andiamo in camera mia, Alessio ci ha fatto  installare l’aria condizionata.” “Questo si che è refrigerio, quasi quasi mi metto nuda sul letto matrimoniale.” Aurora si era tolti slip e reggiseno. “Zia ma sei ancora bellissima!” A parlare era stata inaspettatamente Katia che…”Se non ti vergogni di una vecchia quarantenne vorrei darti un bacino, tanti baci affettuosi, non vergognarti proverai del piacere!” solo che la zia non si fermò alla bocca ed arrivò  al pube della nipotina, le era venuta voglia di un piacere particolare che la bimba provò anche lei un orgasmo alla grande. Gabriele era rimasto a far da guardone, si era eccitato ma non sapeva cosa fare. Aurora si spinse oltre: “Che ne dici di provare le gioie del sesso? vedo Gabri che è pronto, io ho dei preservativi nel comodino…Katia rivide col pensiero la precedente esperienza di sua sorella, non riuscì a prendere nessuna decisione, era paralizzata. Gabri, incappucciato il cosone pian piano cercò di penetrare la cosina di Katia, ci mise molto tempo con piccoli gridolini dell’interessata  che sporcò un po’ di sangue il tovagliolino prudentemente sistematole sotto il sedere da parte di Aurora la quale, visto che Gabriele era ancora ‘inalberato’ ne approfittò e: “Togliti il preservativo, con me non serve!”  Nel frattempo Alessio e Naomi si erano presentati all’ingresso di un albergo, pagato in anticipo il conto della camera con sostanziosa mancia al portiere il quale non li registrò nel libro dei presenti. Naomi ed Alessio fecero ritorno in casa alle quattro, gli altri già erano in braccio di Morfeo sognando cose di sesso, ormai ci avevano preso gusto.  Ritorno a Roma, scaricati i bagagli Alessandro dal balcone: “Come si sono comportati?” “Tre angioletti!” non ricordando che gli angeli non hanno sesso!
     

  • Come comincia:  Il cacapo' (Strigops habroptila, secondo la classica nomenclatura linneiana) è specie endemica e binomiale (nota anche coi nomi di cacapo o kakapo' - in lingua maori kakapo, appunto, "pappagallo notturno" - ma vien detto inoltre strigope e sirocco) della Nuova Zelanda (in particolare dei tre isolotti meridionali di Codfish/Whema Hou, Anchor e Little Barrier, dove sono in atto programmi di recupero e monitoraggio e dove vive in assenza assoluta di predatori, nonché in due grandi isole del Fiordland, Resolution e Secretary, in cui sono in atto programmi di ripristino dell'habitat ed ecosistemi adatti alla specie). Esso vanta un primato alquanto curioso ed ha una precipua nonché stranissima particolarità che lo contraddistingue tra i rappresentanti numerosi della sua specie: infatti, oltre ad essere il pappagallo più pesante al mondo (può raggiungere i quattro chilogrammi di peso) è anche l'unico a non volare! (ben ovvia conseguenza, questa, delle sue notevoli ed inusuali dimensioni). In natura, oramai, esistono non più di duecento esemplari, di cui poco più di centocinquanta sono adulti secondo le stime, risalenti al 2016, della IUCN: la colonizzazione e la caccia spietata da parte dei nativi, prima, e poi l'introduzione senza criterio e logica di mammiferi alloctoni quali gatti, cani, topi, furetti ed ermellini effettuata dagli europei, lo hanno portato sull'orlo di estinzione. Il maschio di questo buffo e curioso uccello, poi, di tanto in tanto (o meglio: quando gli "ormoni" del piacere e della passione amorosa, oserei dire!) svolge un'altrettanto strana attività che di sicuro lo rende tra gli animali più insoliti e stravaganti al mondo (- il pappagallo più insolito del pianeta, - lo definisce, appunto, Lisa Signorile, nota biologa, zoologa e scrittrice barese, che dal 2012 scrive per National Geographic Italia, nel suo "Animali da salvare", apparso tradotto in italiano per il Gruppo Editoriale L'Espresso nel 2016): mentre gli altri simili suoi dormono, accade infatti che esso vada in cerca oltre che di cibo (frutti, semi, radici, foglie, nettare, etc.), anche di una compagna con cui accoppiarsi. Tuttavia, anche per un tipo come lui, che dal punto di vista erotico-sentimentale non si fa mai eccessivi scrupoli di sorta (la pratica della poligamia è pura
    routine per questa specie!), la suddetta impresa sembrerebbe abbastanza ardua, direi, se no addirittura impossibile, visto l'esiguo numero di esemplari adulti esistenti: ma si sa, "l'amore è cieco" (recita un vecchio adagio), ovvero...non conosce confini né orari di sorta, né sa leggere tra le aride e scarne righe di cifre e statistiche!
     Anche il pinguino (phylum Cordati, classe Uccelli, ordine Sfenisciformi, famiglia Sfeniscidi) è un uccello, seppure nell'immaginario collettivo - visto che è sprovvisto di ali e non vola affatto - venga considerato soprattutto parente prossimo all'uomo piuttosto che un provetto icaro. Ed anche costui, purtroppo, è tra gli animali più a rischio di estinzione: triste primato, è da dire, per questo buffo, mansueto e simpaticissimo rappresentante della fauna mondiale! Le specie maggiormente a rischio sono le seguenti: pinguino degli antipodi dagli occhi gialli, pinguino beccogrosso (Eudyptes pachyrhynchus), pinguino ciuffodorato (Eudyptes chrysolophus), pinguino del Capo (Spheniscus demersus), pinguino di Humboldt (Spheniscus humboldti), pinguino saltarocce meridionale (Eudyptes chrysocome). Il pinguino degli antipodi dagli occhi gialli, conosciuto anche col nome di pinguino dagli occhi cerchiati di giallo (Eudyptes sclarteri) o hoiho (in lingua maori) è, appunto, una specie binomiale diffusa nell'emisfero australe, in particolare in Nuova Zelanda: ha il dorso brunastro, ventre e petto invece chiarissimi. Cause del pericolo estinzione sono le seguenti: riduzione di habitat, introduzione di specie alloctone da parte dell'uomo (ad esempio Mustelidi come gli ermellini, oppure gatti e topi), pesca commerciale sfrenata ed inquinamento. Nella penisola di Otago (zona meridionale del paese, a carattere prevalentemente agricolo), negli anni scorsi, è stato avviato un importante progetto a salvaguardia di questa specie: speranza "all-black", dunque!

  • Come comincia:  Il gatto dai piedi neri (Felix nigripes) è senz'altro il più piccolo tra i Felidi africani (circa 1-2,8 chilogrammi di peso) ma è anche il più "grazioso" nell'aspetto per via del suo mantello e del riflesso notturno blu intenso dei suoi occhi; il più...mimetico (o "trasformista") ed infine il meno noto. Vive nella savana e nelle vaste pianure semiaride del Sud Africa ed ha abitudini prevalentemente notturne, pur non essendo assiduo frequentatore di discoteche, pub ed...affini: è questo il precipuo motivo per cui è quasi impossibile osservarlo in natura, anche per fotografi e naturalisti esperti e quand'anche questi usassero le più avanzate e sofisticate tecnologie agli infrarossi o simili. La sua esistenza, come stabilito dallo IUCN nella sua "red list" (meno di diecimila individui ed in netto calo, secondo stime risalenti al biennio 2016-17, con inserimento in fascia gialla, ossia "vulnerabile"), è già da oltre un decennio messa in pericolo, a causa della drastica riduzione dell'habitat (o conversione del suo areale, che dir si voglia, in zone dedite all'agricoltura e alla pastorizia), dalla scarsità sempre più accentuata di prede a disposizione nonché - causa ultima ma non meno importante delle altre - dalle cattive abitudini umane: trattasi, nella fattispecie, di trappole ed esche avvelenate lasciate per predatori di taglia ben più grande, come sciacalli e altri gatti selvatici, che però finiscono sempre per essere letali per lui. All'opposto del gatto (ma in natura, o meglio nel mondo animale, si sa, gli opposti pur non attraendosi, come accade nella fisica, in certo qual modo - e quasi sempre - si completano!), vi è un animale che, oltre ad essere un killer spietato, non ha molto fascino: l'uranoscopide (uranoscopidae). Molti (anzi, la maggioranza assoluta dei "non addetti ai lavori") ritengono - a torto, direi - che il più spietato killer dei sette mari nonché dei tre oceani annessi sia l'orca (ricordate il titolo di un noto film degli anni settanta che faceva "L'orca assassina"?) ma, invero, non è affatto così: la palma del migliore (o del peggiore: dipende da quale prospettiva, se umana o del mondo animale, si considera la questione!) non spetta alla suddetta né, tanto meno, allo squalo bensì al pesce di cui scritto. Si pensi che questo strano figuro (dall'aspetto a dir poco...sgraziato!) può ingoiare un pesce in appena sessanta microsecondi (per essere chiari, ovvero tradotto in...chiarezza: meno di un secondo!). Famiglia di pesci ossei appartenente all'Ordine perciformi (perciformes), quella degli uranoscopidi è difffusa nelle acque marine tropicali e temperate del globo tutto, dalle superficiali a quelle estremamente profonde o abissali (vi sono, tuttavia, anche alcune specie di acqua dolce). L'unica specie nel Mediterraneo (presente anche in Atlantico orientale) è il pesce lucerna o pesce prete (Uranoscopus scaber), il quale è caratterizzato da una livrea di tonalità brunastra. Al mondo vi sono nove Generi comprendenti ben cinquantaquattro specie di questo pesce. La specie più antica è proprio quella mediterranea, scoperta e catalogata nel 1758 dallo stesso Carlo Linneo. 

  • 05 aprile alle ore 0:30
    Il sorriso della dentiera

    Come comincia: Nel paese dei miei suoceri, il mare c’era e non c’era; o meglio, era un’assenza che, a volte, miracolava in presenza.
    Il borgo era posto sopra un’altura e in certi giorni, dalla balconata che circondava il castello, spingendo lo sguardo oltre gli uliveti che disegnavano tappeti di un verde argentato, i vigneti coperti da immensi teli bianchi come la neve e strisce dissodate di terra rossa, il mare appariva: una tavola dipinta di blu che si staccava da quel tricolore e, all’orizzonte, andava a maritarsi con il cielo di un azzurro evanescente.
    I miei suoceri, migranti al nord da quella terra dolce e amara nello stesso tempo, raggiunta l’età della pensione avevano preso l’abitudine di tornarci: dalla primavera inoltrata alla fine dell’estate.
    Toccava a noi, figli o generi, accompagnarli e poi tornare a riprenderli alla fine di quel periodo di villeggiatura.
    Nonostante la lontananza, il viaggio di andata lo si faceva volentieri, perché dopo averli portati a destinazione, potevamo ritagliarci qualche giorno di mare.
    Tutta un’altra storia quando si trattava di riportarli a casa; non era tanto il viaggio ad ammazzarci, piuttosto i preparativi che precedevano la ripartenza.
    Si dice che partire è un po’ morire, ma nel nostro caso il ripartire era pure peggio.
    Prima del lungo viaggio di ritorno, bisognava passare a salutare parenti e amici, praticamente mezzo paese.
    A seguire il giro dei negozi, per le mozzarelle, il pecorino, i dolci di pasta di mandorla; poi al mercato, per le percocche, le olive, l’uva, le cime di rapa, le mandorle da seccare e farci il croccante quando viene Natale.
    Infine le fave, che a mio suocero non è che piacessero molto, troppi piatti ne aveva mangiati negli anni della miseria, al punto che se gli chiedevi un parere su qualsiasi altra cosa stesse mangiando, lui rispondeva sempre: “Megghie di fèv!” (Meglio delle fave!)
    Poteva poi mancare un giro in pescheria per le cozze tarantine e in macelleria per i torcinelli?
    Al tutto andavano aggiunte le decine di boccacci che i miei suoceri, nel periodo lungo della loro permanenza al sud, riempivano di salsa, melanzane, carciofi zucchine, peperoni, lambascioni, questi ultimi amari come il veleno.
    La sera che precedeva la ripartenza si caricava tutto in macchina; bisognava sfruttare tutto lo spazio disponibile e non solo quello del bagagliaio, che comunque non bastava, ma anche quello che, all’interno dell’abitacolo, non occupavano i nostri corpi.
    Praticamente, conducente a parte, gli altri avevano intorno un airbag esploso fatto di scatole, borsette, sacchetti di plastica pieni di cibarie in quantità industriale, che sarebbero bastate per sfamare i Mille della Spedizione Garibaldina, almeno nel tratto che loro avevano fatto via mare e che in chilometri più o meno corrispondeva al nostro via terra.
    Caricare il tutto, sotto la supervisione di mio suocero, era un lavoro infinitamente snervante: un continuo mettere, togliere rimettere, inframmentato da un rosario di sacramenti.
    In aggiunta c’era tutto il guardaroba primavera/estate (dovevate proprio vedere mia suocera con due o tre giacche e cappottini addosso per recuperare spazio); poi ancora lo scatolone dei farmaci e infine, per non farci mancare niente, i grast, cioè alcune piante da vaso che quel pollice verde di mia suocera non voleva in alcun modo lasciare lì e che, comunque, erano quelle che soffrivano meno, ed erano ben felici di trascorrere un periodo di villeggiatura al nord.
    Terminato il carico, dopo sei o sette ore di lavoro, passata un’altra oretta per chiudere l’acqua di casa, la bombola del gas, staccare la corrente, controllare se avevamo dimenticato qualcosa, assolvere gli ultimi bisogni fisiologici (che durante il viaggio non è che ci si potesse tanto fermare), potevamo comodamente incastrarci nell’abitacolo della macchina e, stanchi morti, finalmente partire.
    Ricordo quello che accadde in una delle ultime ripartenze.
    Ci eravamo da poco messi in viaggio e stavamo percorrendo la statale che scendeva verso il mare, improvvisamente un terribile dubbio s’insinuò nei pensieri di mia suocera, che di colpo volse lo sguardo verso il marito e parlò, si purtroppo parlò: “Tonì i tini i dint?” (Tonino hai preso le dentiere?)
    Sudore freddo e panico generale.
    Mio cognato frenò di colpo la vettura ai bordi della strada.
    Scendemmo e cominciammo a svuotare la macchina alla ricerca delle dentiere, che alla fine trovammo “sorridenti” all’interno della borsetta degli spazzolini e dentifricio.
    Dopo una scarica liberatoria di parole blasfeme e di frasi pronunciate in dialetto barese volgare, di cui io non capivo il significato, ma intuivo non essere frasi d’amore, finalmente ripartimmo.
    “Mai più! Mai più un viaggio così!” dissi a mia moglie una volta tornato a casa.
    Poi però ci furono altri viaggi; ma il sorriso di quelle dentiere non l’ho mai dimenticato.
     

  • Come comincia:  La ghiandaia dei pini, scoperta e catalogata dal naturalista ed etnologo tedesco Maximilian Wied-Neuwied nel 1841 (il suo nome scientifico è Gymnorhinus cyanocephalus), è un uccello piccolissimo (al massimo arriva a pesare centocinquanta grammi) ma molto intelligente: come tutti i rappresentanti della sua classe, in genere, e in particolar modo della sua famiglia (Corvidi). E' un uccello tutto di colore azzurro, la testa è però di un tono di blu più scuro. Vive e nidifica negli stati della costa occidentale degli Stati Uniti (in particolare, quelli del sud-ovest): il suo areale è vastissimo, andando dall'Oregon alla California, dall'Arizona al Wyoming, all'Oklahoma, al Nebraska ed al New Mexico, le Montagne Rocciose e lo Utah. Nei suoi spostamenti, spesso lunghissimi, però, questa specie è stata avvistata anche nello stato messicano di Chihuahua e in quello canadese del Saskatchewan. Esso si nutre esclusivamente di pinoli (ricca fonte di proteine) che trova in abbondanza nelle foreste di ginepri, o di pini del Colorado e di varie altre specie di conifere. Accade che li raccolga, durante i mesi caldi, sotterrandoli poi in diversi punti. In inverno si nutre di questi semi dopo averli ritrovati (essendo dotato di una memoria infallibile, quasi a prova di...Alzheimer!) esattamente nei punti in cui li aveva sotterrati. Vive, solitamente, in grandi stormi (da duecentocinquanta a cinquecento individui) e i piccoli (cosa strana assai ma simpatica alquanto), i quali non lasciano mai lo stormo in cui sono nati, durante la loro vita, una volta cresciuti aiutano ad allevare i fratelli più piccoli. Questa specie, come del resto tantissime altre oramai, tra le quasi diecimila conosciute nel nostro pianeta, è in pericolo di estinzione: la IUCN (International Union for Conservation of Nature), infatti, la inserisce in fascia color giallo (vulnerabile), con un numero di esemplari nettamente in calo negli ultimi anni. - La sua distruzione è in gran parte dovuta a politiche miopi - scrive Luisa Signorile nel suo "Animali da salvare - vol. 3°". Per la biologa e naturalista barese, infatti, la colpa del declino di questa specie è da addebitarsi in toto allo United States Forest Service, il quale classificò le foreste di pini e ginepri del territorio americano come "non commerciali" e "prive di valore": questo sancì - in certo qual modo - il de profundis della ghiandaia in quanto - nel ventennio 1940-60 - scrive ancora la studiosa, - le amministrazioni locaIi seguirono una politica di totale eradicazione di questo ecosistema, causando la morte di milioni di uccelli.

  • Come comincia:  Parafrasando il titolo di un noto romanzo dello scrittore colombiano Gabriel Garcìa Marquez, nobel della letteratura nel 1982 ("L' amore al tempo del colera", da cui il regista britannico Mike Newell, nel 2007, trasse una bellissima pellicola con Giovanna Mezzogiorno e Javier Bardem nei ruoli dei protagonisti, Fermina e Florentino) mi è venuto in mente il titolo da dare a questo mio breve racconto: "Accade al tempo del corona virus" . In realtà non si tratta di un vero e proprio racconto (magari romanzato o sotto forma di favoletta per bambini!), anzi, diciamo pure che racconto non lo è per nulla (neanche un po'...forse!). Invero, trattasi, ciò che andrò a scrivere, di vita; di storia di vita: nuda e cruda, sacrosanta, vera, vissuta...che più nuda e cruda, sacrosanta, vera e vissuta non credo possa esistere! Di questa storia (o notizia che dir si voglia) nessuno è a conoscenza (e dicasi letteralmente nessuno...tranne, magari, pochi "intimi": ovvero, coloro che - come me - bazzicano nottetempo su blog e siti anarco-libertari, i quali riportano notizie come queste che vengono dal sommerso; cioè, da un mondo di cui nessuno - o quasi - sa nulla ma...che esiste, cribbio!), di questa storia (o notizia che dir si voglia) non vi è traccia alcuna nei mass media di "regime" e nè - invero - nulla è emerso (messo a tacere ad arte, o ad hoc, come dicevano gli antenati latini, chissà: perchè tutto deve andare - giocofòrza - bene?!), neanche sotto forma di scarno comunicato stampa, da organi costituzionali ed istituzionali: dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri al Viminale, dal Ministero di Grazia e Giustizia alla locale Prefettura. E dire che un noto trailer, che da alcuni giorni passa sulle reti Mediaset, così proclama (anzi, va tranquillamente sbandierando senza mezzi termini): - Le notizie sono una cosa seria, scegli editori responsabili, gli editori veri: scegli la serietà! - Ascoltando il suddetto (sia chiaro, però la mia non è stupida demagogia: anche altre emittenti, appartenenti ad altri gruppi e cordate, non sono da meno nel proporre pubblicità simili e nel tacere su verità "oscure"!), spesso in questi giorni e in queste ore interminabili mi viene da ridere; ma ora, dopo aver letto la notizia di cui ragguaglierò più avanti, mi viene da piangere, direi! Certo, le notizie sono davvero una cosa seria, ma se lo sono perché mai (quasi) nessuno (tranne gli "aficionados" di cui detto sopra) è a conoscenza di quanto andrò ad esporre? Non è forse notizia seria (nonché degna di nota e cronaca) quella riguardante la (misteriosa?!) morte di un ragazzo di appena ventidue anni? Non è (in sè e per sè) già la morte stessa una cosa seria, sempre e comunque? (anche quella che non accade a causa di un virus lo è: cazzo!). Ignorare la morte di un nostro simile significa avere poco rispetto della vita umana: non soltanto di quella altrui ma anche - e soprattutto - della propria. Eppure, c'era già chi lo pensava (chi la pensava come me: fortunatamente!) e lo scrisse anche, da qualche parte (nonché molto tempo prima di quanto lo stia facendo io). Fu Francis Picabia, notissimo quanto eclettico pittore francese, vissuto tra il 1879 e il 1953 (operò, nella sua carriera artistica tanto nell'ambito dell'impressionismo, prima, quanto in quello dell'astratttismo, del cubismo, del dadaismo e del surrealismo, poi), che ebbe a dire, appunto: - La morte è una cosa seria. Si muore da idioti o si muore da eroi: che poi è la stessa cosa! - Eppure quel ragazzo ventiduenne di cui dirò è morto: non era certamente un eroe (di quelli, le cui gesta riempiono le prime pagine dei giornali o sono al centro di tanti servizi di cronaca televisiva o mediatica in queste settimane!), ma è bello che...è morto per davvero: forse ucciso, ancor prima che dal caso, dalle circostanze e dalla natura delle cose ma, soprattutto dalla noncuranza, dalla scelleratezza, dalla insensibilità e dalla mancanza di rispetto verso la vita e la morte che finanche servitori dello Stato - a dir poco vili - hanno mostrato di possedere. Di seguito, quindi, ecco lo stralcio della lettera inviata il ventisette marzo scorso (il mittente stesso ha poi vivamente pregato di farne circolare il suo contenuto ovunque sia possibile farlo) all'Assemblea permanente contro il carcere e la repressione di Udine-Trieste (sembra un nome di fantasia e di stampo, quasi, risorgimentale; una organizzazione di carbonari e reazionari che lottano contro l'usurpatore straniero: è invece quella di un gruppo di persone che oggigiorno lotta contro il potere istituzionale e i suoi soprusi!), in cui si parla testualmente della morte di un detenuto avvenuta il precedente giorno quindici nella casa circondariale di via Spalato, a Udine: "...quel ragazzo aveva ventidue anni ed è morto, era da tempo che stava male, che non veniva preso in considerazione. Si era ripetutamente lesionato, tagliato con lamette. In questi ultimi giorni lamentava febbre e che stava male, ma l'unica cosa che hanno fatto è stata di aumentargli la terapia di metadone e di subitex in quantità spropositate e psicofamaci. Infatti, il tutto ha causato la morte, per lo più. Il defibrillatore era già rotto da mesi e mesi. La cella l'hanno aperta dopo venti minuti quindi alle sette e venti della mattina e l'unico soccorso che ha avuto è stato solo un assistente che ha provato a rianimarlo ma con le mani perché l'apparecchio è rotto. Poi hanno aspettato ore prima che arrivasse un dottore e il magistrato con tutta calma. Il corpo è restato ad aspettare quà dentro fino poco più tardi delle tredici. Vergognoso poi che il ragazzo avesse problemi di tossicodipendenza e lo tenessero al terzo piano, e neanche lo ascoltavano e controllavano. Voglio che queste cose siano riferite così da mettere tutti a conoscenza delle cose vergognose e orribili che succedono nel carcere di Udine. Lo hanno ammazzato. La responsabile dell'area sanitaria non c'era, manca da quindici giorni. E' tutto vero". Parole sconcertanti quelle appena scritte, mi hanno lasciato senza...parole quando le ho lette - allibito quasi - un paio di giorni orsono. Non posso, però, che concludere in questo modo: trattasi dell'ennesima morte di carcere e se essa sia annunciata o meno non sta a me affermarlo; una morte, tuttavia, di cui non importa un fico secco a nessuno e che nessun quotidiano riporterà mai neanche in calce, magari, ai suoi ridondanti titoloni strappalacrime di questi giorni (quelli che spesso aumentano la tiratura...in tempi non sospetti: adesso, invece, si dice che servano per di più a sensibilizzare l'opinione pubblica!); una morte che nessun notiziario annuncerà mai neanche sottovoce (magari dopo l'ennesimo annuncio logorroico: "restate a casa", "andrà tutto bene", "dimostriamo di essere un grande paese", "denunciate i trasgressori" "siate infami e delatori" e...bla, bla, bla!). Ripeto: trattasi dell'ennesima morte di carcere e in carcere, null'altro. Ai tempi del corona virus accade anche questo: non è un "pesce d'aprile"!

    Taranto, 1 aprile 2020. 

  • 29 marzo alle ore 19:33
    Ebbrezze

    Come comincia: Sono ubriaco, Steve.
    Ah, il mio alcolismo, maldetto assuefattore; ti prende l’anima e te la brucia così silenziosamente ma in modo sublime, eh! Sia chiaro.
    Le mie giornate sono così vuote, o forse no, ogni tanto… credo, quando sono sobrio per lo più, per cui solo quando sono a lavoro sicuramente.
    Ah, follie, che follie Steve! Chi l’avrebbe mai detto che avrei concluso la mia vita così, con un bicchiere di vino ed una bottiglia di Vodka.
    Quando morirò, voglio che mi seppellisci in un mare di bottiglie, almeno me le porto all’inferno quelle troie; renderanno sicuramente la mia permanenza più dolce di quanto credevo.
    Ah, tu dici che non posso portarmele? Mi fermeranno alla dogana del purgatorio?
    “Hey, lei, dove sta andando con quelle bottiglie! Qui niente vetro, niente liquidi infiammabili ne armi di alcun tipo!”
    Ma cazzo, Steve, è l’inferno! Se non ci si può finire di ammazzare la, dove cazzo dovrò andare per bermi un bicchierino?
    Al massimo potrò dire “Hey dai, almeno uno, prima di entrare, giusto per tenermi meglio, no? Non farà mica male, che regole sto infrangendo?”
    Ma poi scusa Steve, ci sono regole pure all’inferno?
    Cazzo però, uno non può stare tranquillo nemmeno da morto! Ma poi, non chiedo mica il paradiso? Un bicchiere all’inferno chiedo, che sarà mai? Racconterò ch'è un regalo di un vecchio amico, butto giù due stronzate sull'amicizia, no, come si fa tra noi. 
    Qualcosa me la invento sennò a raccontare troppe cose, mi bevo tutto in fila.
    Come ai colloqui, no? Ma lei è specializzato nel campo? Quanta cattiveria ha usato in vita? Ma si drogava? Ma poi perchè dovremmo farla entrare? Si descriva in tre parole!
    Ma cazzo vogliono? T'immagini? Tre parole poi, non saprei nemmeno quali potrebbero essere. Ma butterò giù qualcosa anche la, come si faceva sempre tra noi.
    Sarebbe un ottimo colloquio. Rido già da ora! 

    L’hai capita la battuta?
    Dai su, Steve, passami la Vodka.

  • 23 marzo alle ore 12:51
    LA BANDA DEI...

    Come comincia: Alberto Minazzo maresciallo della Guardia di Finanza stava vivendo una vicenda di cui avrebbe fatto volentieri a meno ma…Era una uggiosa giornata di novembre, nell’ufficio insieme ai suoi due collaboratori Alberto stava svogliatamente sbrigando delle pratiche noiose quando si presentò Scilio il piantone del Colonnello Comandante che all’orecchio: “I militari del  Servizio Informazioni hanno arrestato quattro dei nostri, prima di portarli in carcere lei deve fotografarli e  compilare la scheda segnaletica, per ora sono nella saletta di ricevimento del pubblico, prenda l’attrezzatura fotografica, le schede segnaletiche le ho portate io.”  Di colpo Alberto si svegliò dal torpore, maledizione una maledetta grana, di quell’avvenimento ne avrebbero parlato i giornali  e forse quelle foto sarebbero servite a documentare l’avvenimento. Munito della Canon 450 di sua proprietà (l’Amministrazione non gliela aveva fornita per la solita mancanza di fondi) entrò nella saletta e vi trovò due Appuntati, un Maresciallo ed un Tenente che nervosamente  passeggiavano avanti ed indietro. Per indorare la pillola:  “Colleghi ci sono momenti spiacevoli nella vita, per voi è uno di questi, vi debbo fotografare di faccia e di profilo…Cominciamo da lei.” Era l’appuntato Floris, sardo che del normale colorito in viso non aveva più nulla, un bianco totale che fece pensare ad Alberto ad un suo prossimo svenimento. Sfoggiando il suo spirito romanesco Alberto: “Signori può capitare a chiunque passare dei momenti non favorevoli, il Colonnello Pedara un giorno mi ha detto che ognuno di noi dovrebbe passare almeno un giorno in prigione…” La battuta non fece alcun effetto positivo sui carcerandi ed Alberto passò al secondo, appuntato  Gregoraci anche lui profondamente bianco in viso, il Maresciallo Ordinario Filippone al contrario dei due era molto rosso in viso, sembrava prossimo ad un colpo apoplettico, il Tenente Argento si rifiutò di farsi fotografare: “Io sono innocente e non intendo essere fotografato da un mio inferiore di grado (dimenticando che fino a nove mesi prima era parigrado di Alberto). Alberto prese il telefono interno e fece il numero del Colonnello Comandante: “Sono Minazzo, il Tenente Argento non vuole farsi fotografare.” “Cerchi di convincerlo, non voglio grane!” “Il Colonnello ha detto di mettere le manette al Tenente, Scilio provvedi, poi andremo  in cortile dove  un nostro furgoncino aspetta i carcerandi, a meno che il Tenente non venga a più miti consigli per farsi fotografare e prendere le impronte digitali, nel qual caso mi prendo la responsabilità di farvi passare tutti e quattro dai sotterranei per non farvi vedere dai colleghi e dai borghesi che si dovessero trovare nel cortile.” Vista la mala parata,  Argento divenne di ‘latta’ ed aderì alla richiesta di Alberto. Una telefonata del Colonnello Comandante: “ Comè andata?” “Tutto bene, tra poco stamperò le foto e le porterò le schede segnaletiche complete.” “Bravo Minazzo, sapevo di poter contare su di lei.” Alberto sperava che la ‘triste historia’ per la sua parte fosse finita lì ma una mattina: “Sono il sottufficiale d’ispezione, c’è una signora che vuole conferire con lei, la faccio passare?” Alberto pensò chi potesse essere, sua moglie Maria era a scuola…”Va bene accompagnala da me.” Una signora dall’aspetto dimesso entrò e quasi di buttò ai piedi di Alberto: “Sono la moglie dell’Appuntato Floris… “Ragazzi andate a prendere un caffè…signora mi dica.” “Mio marito ha rovinato tutta la famiglia, siamo senza una lira, non riesco nemmeno a pagare le bollette,  ho usato tutti i risparmi, non so a chi rivolgermi, tutti gli amici e parenti sanno che mio marito è in galera, io ed i miei due figli evitiamo di uscire di casa, mi hanno detto che lei è un buono d’animo…veda quello che può fare!” “Per far avere a suo marito la pensione ci sono dei passaggi burocratici, mi impegnerò personalmente perché gli atti siano redatti nel più breve tempo possibile.” “Ed io nel frattempo?” “Signora come si chiama?” “Sono Grazia, una volta ero una bella donna, ora sono diventata inguardabile, per …qualsiasi cosa sono a sua disposizione.” Alberto, anche se spesso svicolava dal legame matrimoniale non se la sentiva di avere  dei rapporti sessuali per…pietà.  “Davanti alla caserma c’è la filiale della mia banca, non le posso dare una grande cifra…” Stavolta Grazia baciò in bocca il maresciallo che rimase basito, alcuni passanti li guardarono soprattutto perché Alberto era in divisa, si prese dello ‘zozzone!’ Grazia non si era fatta i fatti suoi tanto che due mattine dopo Il piantone dell’ingresso: “Maresciallo c’è una signorina che desidera vederla.” Ai due collaboratori: “Ragazzi penso di aver capito di cosa si tratta, fatevi un giretto e accompagnate stá signorina in ufficio e non fate quella faccia, l’altra volta..bè lasciamo perdere!” Era un ‘fior’ di ragazza, alta, longilinea dai lineamenti signorili, ben vestita: “Sono Mariella la figlia dell’Appuntato Gregoraci, Grazia mi ha confidato che lei l’ha aiutata per far avere a suo padre la pensione e…” Quella e poteva voler dire che anche lei avrebbe voluto un ‘conquibus’ magari dietro una prestazione…rispetto alla consorte dell’Appuntato Floris Mariella era tutt’altra cosa. “È l’ora del pranzo, non l’invito nella nostra sala mensa per ovvii motivi, se se la sente abbastanza vicino c’è la trattoria dove talvolta vado.” “È li che porta le sue conquiste?” “Marella  te lo dico in inglese con la speranza che tu non lo capisca, sei una ‘daughter of a bitch’! “ “Io all’Università sono scritta in lingue…” “Ho capito, ho toppato, ti prenderei sotto braccio ma in divisa daremmo troppo all’occhio.” “Maresciallo è un po’ che non viene in…” “Calogero la qui presente Mariella è mia nipote, non fare ‘more solito’ il maligno!” “Maresciallo lei è fortunato, io di nipote femmine non ne ho nessuna!” “Potrebbe capitare che tua moglie diventi vedova!” “Ho capito,lasciamo perdere al menù ci penso io.” Mariella se la rideva: “Intanto ti do del tu, vieni spesso qui in compagnia delle nipoti, non sei sposato?” “Sposatissimo ma non ti dico prossimo alla separazione perché sarebbe la solita scusa meschina di chi ha avventure fuori del letto coniugale, volevo dire tetto.” “Ho che bello: linguine cozze e vongole le mia preferite Calogero ci sa fare.” ‘Spazzolato’ il primo Mariella fu entusiasta anche delle acciughe fritte: “Sono il miglior pesce, è quello che costa meno ma le azzurre fanno bene alla salute, specialmente andando avanti con l’età…” “Stavolta non userò l’inglese che tu conosci ma il tedesco per dirti…” “Conosco anche quello quindi puoi fare a meno di darmi della….Forse non ti è piaciuta l’espressione che sei avanti nell’età, io preferisco gli uomini maturi, i giovani sono magari tutto sesso ma niente personalità!” “Ti sei salvata in ‘corner”, finito di mangiare devo andare a prendere la mia macchina posteggiata vicino alla caserma, non voglio che i colleghi mi vedano in tua compagnia, seguimi ad una certa distanza, mi vedrai entrare dentro la mia amata Giulietta  color rosso fuoco.”  “Accessoriata di tutto punto, te la passi bene, non è che farai la fine di mio padre!” “I ‘talleri’, non di provenienza savoiarda, mi sono pervenuti da un’eredità non dal classico zio d’America ma da una mia zia italiana e quindi non seguirò tuo padre nelle patrie galere. Mio padre mi ha inculcato l’idea che la disonestà non paga quasi mai, io la notte dormo saporitamente sognando angioletti femmine che ti assomigliano…” “A parte che gli angeli non  hanno sesso questa è una vera e propria dichiarazione che io accetto volentieri mio bel maresciallo!” “Ancora una volta dimostri di essere una…posso dirtelo in latino?” “Conosco questa lingua.” “Allora in russo.” “Qui mi trovi impreparata… come si dice in russo ‘figlia di puttana?” “Suka doch’, la prima parola in siciliano è una volgarità, me l’ha insegnata un collega siculo.” “Lì ci arrivo anche io, che ne dici di venire a casa mia, mia madre Donatella sarebbe felice di conoscerti. Abito al quinto piano senza ascensore, ti farà bene alla linea, mi pare che stai mettendo su un po’ di epa…” “Talvolta mi scopro un pò sadico, che ne dici di deliziose sculacciate sul bel tuo sederino.” “La mia parte di masochista è d’accordo…Siamo arrivati…mamma questo è Alberto che come vedi dalla divisa è un maresciallo delle Fiamme Gialle, quello che ha messo in galera mio padre, tuo marito; è un simpaticone, non morde!” Mariella era la copia spiccicata di sua madre la quale, anche se con qualche ruga in più era decisamente ancora appetibile.” “Devo o non devo esternare quello che stai pensando della mia genitrice?” “Tutte cose buone, signora come fa a sopportare questa deliziosa furbacchiona scatenata, sono poche ore che la conosco e già mi ha messo K.O. varie volte!” “Ha preso da me…glisson, le offro un caffè o un liquore?” “Qualcosa di mezzo, il Caffè Sport Borghetti che…” “Che ho in casa perché è la mia passione. Domani è domenica che ne dice di pranzare con noi?” “Bien sur, finisco il liquore e men vo, a domani.” Giunto a casa Alberto si trovò dinanzi la moglie Maria, una furia scatenata: “Sento dall’odore che hai frequentato qualche sciacquetta!” “Non so che profumo tu possa sentire, forse di carcere, sono andato a fotografare quattro dei nostri finiti in galera, piuttosto vorrei domandarti ti dice niente la parola Chiesa?” “Che siamo agli indovinelli, è un luogo di culto.” “Non pensi che possa essere un cognome di un maschietto magari il tuo direttore didattico?” “Non  vedo…” “L’ha visto quella tua collega che mi ha inviato questo bigliettino.” “Tutte malignità ed invidia!” “Facciamo una tregua: tu non ti interessi dei fatti miei ed io dei tuoi, good luck my wife!” Anche in borghese Alberto faceva la sua ‘porca figura’, non rispondeva a verità che avesse messo su un po’ di pancia come affermato da Mariella tanto è vero che aveva fatto i cinque piani senza affanno. Suonato il campanello della porta dove era riportato il cognome Gregoraci dall’interno la voce di Mariella: “Caro vai ad aprire non sono ancora pronta.” Si appalesò un giovane castano, alto, sorridente che: “Lei dovrebbe essere Alberto, me ne ha parlato la mia fidanzata.” Altro scherzo da parte di Mariella, questa volta andava sculacciata di brutto! Si era presentata Donatella alla quale, con una giravolta di destinazione Alberto offrì il mazzo di rose rosse che era destinato alla figlia. Mariella si presentò vestita alla gran sexy con minigonna larga e camicetta trasparente, una vera provocazione per ‘vedere l’effetto che fa’ come da canzone di Jannacci. Alberto una mummia come pure Alessio che però doveva essere abituato ai capricci della fidanzata. Tavola da pranzo ben apparecchiata: “Tutto merito di Mariella” il commento del fidanzato il quale fece i complimenti alla futura suocera per le varie portate eccellenti. Tradotto Mariella aveva apparecchiato la madre si era data da fare in cucina, senza l’aiuto della figlia la quale: “Perché non ci traduci quella frase in un’altra lingua?” La domanda era diretta ad Alberto il quale si prese una rivincita: “Quando prestavo servizio a Domodossola sui treni internazionali ho conosciuto ‘da vicino’ una giapponese che durante il  tragitto sino a Milano mi ha insegnato qualche parola della sua lingua, la frase è questa : ‘ Meino no musuko’ traduci un pò se ci riesci!” “E tu vuoi far capire che in un tragitto di massimo due ore hai conosciuto ‘da vicino’una giapponese che ti ha insegnato anche qualche parola della sua lingua?” Intervenne Donatella: “Ragazzi il pranzo si fredda, almeno datemi la soddisfazione di affermare che è buono!” Tutti addosso a Donatella che: “Mi avete spettinata tutta devo andare alla toilette….” “Sei bellissima anche così!” Chi si era sbilanciato era stato Alberto che aveva suscitato la curiosità degli altri due commensali. La serata finì allegramente anche grazie al liquore-caffè, Alberto fu invitato dalla padrona di casa per un altro incontro conviviale. La storia degli arrestati per Alberto non era ancora finita. La mattina successiva: “Sono il sottufficiale d’ispezione, al Corpo di Guardia c’è un giovane che desidera parlare con lei.” La frase seguita da una risatina.“Accompagnalo da me.”  “Ragazzi qui c’è qualcosa di particolare, non ve ne andate. “ Il giovane era veramente particolare: capelli rasati per metà del capo, occhi bistrati, camicia rosa e pantaloni azzurri. Nessuno in ufficio fece commenti. “Sono Umberto il figlio del maresciallo Filippone, vengo a chiederle il favore di avviare le pratiche per far avere a mio padre la pensione.” “Farò del mio meglio, lasci il suo indirizzo di casa col numero del telefono, appena avrò notizie la contatterò.” Ringraziamenti con abbraccio da parte di Umberto ma la scena, avvenuta con porta aperta dell’ufficio fu notata da vari colleghi di Alberto,il più spiritoso: “Carissimo, sei favoloso che ne dici di…” “Vi dico molto volgarmente di andare a fare ….” Pure la presa in giro  ma la storia non era ancora finita, più tardi il piantone accompagnò nell’ufficio di Alberto un giovane che: “Sono Giovanni il figlio del Tenente Argento, mi occorre avere la certezza che al più presto mio padre possa fruire della pensione, le dico al più presto!” “Noi trattiamo tutti i nostri colleghi nello stesso modo, inizierò quanto prima a dedicarmi alla pratica di suo padre.” “Questo è un modo di scaricarmi, mio padre è un suo superiore di grado!” “Suo padre sino a nove mesi addietro era un mio collega ma, come le ripeto provvederò sbrigare la pensione di suo padre, se non ha altro da dirmi…” Il maleducato uscì dalla stanza sbattendo la porta e ad Alberto l’atto non piacque affatto e pensò di vendicarsi tenuto conto di certe notizie che ‘giravano’ intorno all’operato del Tenente Argento. Telefonò ad un suo amico e compagno alla Scuola Sottufficiali: “Caro Pier Luigi sono Alberto, anche se non ci sentiamo talvolta ti penso quando eravamo allievi insieme, ho da chiederti un favore ma non per telefono, ti invierò una lettera indirizzata alla tua persona, ti prego di rispondermi con lo stesso mezzo; qualora venissi dalle mie parti sarai mio ospite.” Nella lettera Alberto aveva chiesto al collega di far indagini ed accertamenti sugli acquisti a Napoli e dintorni di immobili a nome ‘ del Tenente Argento e dei suoi familiari, anche quelli acquisiti.” Alberto prese a frequentare la casa  di Mariella e di Donatella, quest’ultima gli faceva trovare a pranzo o a cena piatti sfiziosi, furbacchiona voleva prendere Alberto per  la gola, un pomeriggio, dopo mangiato, assenti Alessio e Mariella prese a baciarlo sinché il  bel maresciallo sfoderò la ‘sciabola’ alla vista della quale: “Accidenti quanto ce l’hai grosso,  mio marito ce l’ha molto più piccolo e lo usa poco e male, la mia ‘gatta’ potrebbe farsi male!” “La tua ‘gatta’ gradirà per primo un cunnilingus e poi il pisellone di Alberto entrerà dentro alla grande!” E così fu per tutto il pomeriggio. Alle diciotto al rientro di Mariella: “Vi vedo belli riposati, che ne dici Alessio, questi due di sono dati da fare o meno?” “Da fare? Avranno la pressione a zero dopo averla portata alle stelle, complimenti!” I due neo amanti se ne fotterono altamente e:”Tu piuttosto figlia mia cerca di farmi diventare nonna!” “Per me è ancora presto  in ogni caso non vorrei diventare zia!” Ormai tutti i tasselli della storia erano a posto, mancava solo le notizie da parte di Pier Luigi che giunsero dopo una settimana. “Caro Alberto riporto qui appresso tutte le proprietà immobiliari del Tenente Argento e dei suoi parenti, ufficialmente non deve risultare la mia indagine, appena possibile di verrò a trovare, saluti alla signora.” Ad Alberto risultava che il Tenente Argento non era molto simpatico al Colonnello e così una mattina: “Comandante ho notizie non ufficiali sulle proprietà del Tenente Argento, veda lei se vuole fare una richiesta ufficiale al reparto competente per territorio.” Ti pare che Mariella non ne combinasse una delle sue, era più forte di lei. Alle quattordici di un giorno feriale si appostò vicino alla Giulietta di Alberto ed alla sua vista: “Caro mi dai un passaggio?” “Tutto questo puzza, è una frase famosa di un attore russo, un certo Misha Hauer ma si addice al momento, che ti frulla per la testa? “Volevo solo farti una domanda: preferisci il fiorellino o il popò?” “Non hai specificato il nome della  titolare dei due beneamati.” “Se ti dicessi i miei?” “Se la finiamo di dire baggianate direi i tuoi.” “Bene, dove possiamo andare, a casa mia non è il caso.” “Mia moglie e in vacanza come in quel famoso film con Marilyn Monroe.” Alberto, poverino, si sacrificò, si ‘fece’ sia la figlia che la mamma!
     
     
     
     

  • 21 marzo alle ore 17:38
    Quarantine: Me stesso

    Come comincia: “Quando ero ragazzo, non ero molto socievole. Mi guardavo intorno e non potevo far altro che chiudermi. Il mondo non mi piaceva, ma per niente.
    Frenesia, eresia, follia.
    Mi chiedevo ogni giorno se fossi riuscito a scappare, prima o poi, dal quel buco nero.
    Venivo molestato spesso, deriso, corrotto, gettato in pasto alla belva dell’uomo.
    Ero così, così stanco di tutto quello.
    La mia famiglia era povera e numerosa; ero terzo di cinque figli.
    Credo non andassi d’accordo con nessuno di loro, se non con il nostro cane rachitico.
    Quando lo guardavo, rivedevo il me stesso rinchiuso; aveva degl’occhi vitrei ed aurei, come i miei.
    Sbavava molto; pareva sarebbe morto ad ogni passo che faceva, si teneva su per la grazia di Dio.
    Ero l’unico che badava a lui e, questa cosa, mi teneva vivo.
    Vivevo per lui e lui per me; fino a quando non morì per davvero in un giorno di primavera.
    Lo trovai stramazzato nel campo preso a picconate da chissà chi.
    Era un bravo cane e non so come sia stato possibile che l’abbiano ucciso.

    “Vedi William? prima o poi anche tu farai la sua stessa fine.”

    Mi disse una volta mio padre mentre gli scavava una fossa con un piccone.
    La lezione l’avevo avuta. Mi mossi a cercare un lavoro per fuggire.
    Fortuna ci riuscii in fretta ed abbandonai per sempre quella casa.
    Non rividi mai più nemmeno uno di loro; tempo dopo seppi che la casa s’incendiò e morirono tutti.
    Forse la morte del mio cane era stato un segno che mi ha salvato la vita.
    Lo porterò sempre nel cuore, fino alla fine.
    Da lì capii; salvato da un cane per diventare un cane io stesso e, devo dire, non mi dispiacque finire, poi, a fare da balia canina ad una ragazzina egoista e arrabbiata; era come se avessi avuto una seconda possibilità di redimere me stesso, cercando di addestrare un cane più piccolo.
    Fu così che Blues divenne tutto ciò che avevo e l’avrei protetto a denti stretti, come l’amore di un cane verso il proprio padrone.
    Del resto, non aveva scelto la sua vita per cui non aveva colpe e, come me, avrebbe voluto solo fuggire da tutto quello.
    La capivo, per questo decisi di starle accanto senza mai contestarla o aggredirla. Avevo annusato quanto il suo fragile cuore cercasse compagnia in quella solitudine chiamata vita.
    E per quanto mi schernisse o si prendesse gioco di me, sapevo che quello era l’unico modo che aveva per amare.
    Sentire di possedere qualcuno, ci fa sentire meno soli alle volte; e benché non fosse un comportamento adeguato, sano non lo ero nemmeno io. Abbracciai quella creatura con tutto il mio sentimento e nessuno me l’avrebbe portata via se avessi obbedito ai suoi giochi.
    Ma si sa, alle volte, il gioco stanca e quando ciò accadde, qualcosa in me si tramutò per sempre.

    “Un giorno troverai una brava ragazza, ne sono sicura.”

    Mi disse una volta mia madre mentre mi pettinava i capelli.
    Non credetti molto alle sue parole e, di certo, brava Blues non era; ma nelle nostre imperfezioni, eravamo perfetti.
    Dovevo solo arrivarci e lei capirlo.”

  • 21 marzo alle ore 17:07
    Quarantine: Sussulto

    Come comincia: “Non ho potuto non notare quel taglio sotto il mento, Clap. Chi ha osato ferirti senza la mia autorizzazione?”
    “Mh? Ho bisogno delle autorizzazioni se, nel caso, qualcuno volesse farlo?”
    “Ovviamente, Clap! Che discorsi. Non hai capito, allora, che da quando i miei genitori ti hanno portato qui, con il compito di farmi da servitore, in realtà hanno firmato la tua condanna? Che schiocchino!”
    “Ah, mh, no, non l’avevo capito.”
    “Non mi hai risposto. Sto attendendo una spiegazione.”
    “Credo sia stato molto tempo fa, non ricordo come e quando sia accaduto.”
    “Sei un bugiardo, Clap! Com’è possibile che non ricordi chi, come e quando? Mi nascondi qualcosa?”
    “Sono rammaricato, penso… realmente di non ricordare.”
    “Bagianate! Ti prendi gioco di me, ora? Da quando sei tu, adesso, quello che prende in giro me?”

    Si alza Blues, prende uno spillo e lo punta alla gola di Clap.

    “Signorina!”

    Esclama il povero Clap, indietreggiando lentamente.

    “Il tuo viso è troppo leggiadro. Con una sola cicatrice è troppo pulito, ma sono sempre in tempo per fartene un’altra. Ma stavolta infilzandoti un occhio se non ti muovi a parlare.”

    Ride lei.
    Il volto di Clap diventa serio d’improvviso; fa un respiro profondo e, con lenti movimenti, prende la mano di Blues.

    “Probabilmente, se lei mi dovesse infilzare, farebbe meno male.
    Probabilmente, se lei dovesse ferirmi, sarebbe più dolce.”

    Arrossisce lei. I loro occhi si fissano per pochi attimi, minuti, secondi.
    Dopodiché, con scatto selvaggio, la ragazza ritira la sua mano lanciando lo spillo in terra.

    “Ti prego, vattene ora. Verrai punito severamente per questo comportamento poco ordinario. Avrei dovuto tagliarti la lingua, almeno i miei cani sanno di cosa cibarsi.”

    Esce dalla stanza sbraitando qualcosa sotto lo sguardo attento di Clap.
    Una volta solo, si porta una mano alla testa e sospira guardando fuori dalla finestra; vi scorge la cuoca al cancello con uno sconosciuto.

    “Chi sarà mai a bussare alla nostra porta, di questi tempi?”

    Si chiede.

     

  • 20 marzo alle ore 20:43
    PUCCI IL VIZIATO

    Come comincia: Pucci era il cane volpino della zia Maria; voler bene ad un cane è cosa comune, farne un idolo è tutt’altra cosa. Il quadrupede era il ricordo del defunto marito della zia. Quando era un vita  Peppino, Pucci era considerato come il figlio che i due zii non avevano avuto. Viziatissimo, il cane riteneva che tutto gli fosse dovuto, concesso e permesso: d’inverno dormiva sul letto della padrona amorevolmente coperto da un plaid di pura lana, d’estate in una cuccia con rivestimento di fresca seta, non mangiava a terra come tutti i suoi simili ma a tavola con la zia Maria, aveva il suo spazio ed era molti schizzinoso in quanto a cibo, rifiutava ostinatamente quello non di suo gusto e veniva subito accontentato con altra cibaria a lui gradita sino a quando… La zia Maria era proprietaria di una villetta tra Ancona e Falconara acquistata con l’eredità del marito capo stazione ricco di famiglia. Si trattava di un’abitazione elegante provvista di parco con al piano terra uno spazio adibito a garage dove faceva bella figura una Alfa Romeo Giulietta  guidata non dalla proprietaria ma dal nipote Alberto, ventenne che aveva conseguita la maturità classica e frequentava l’Università di Ancona, in verità con poco profitto. Il giovane con papà Armando e mamma Domenica abitava in una villa vicina ma spesso andava a casa della zia che lo ricopriva di regali di ogni genere conseguentemente era molto elegante nel vestire e frequentava la società bene. Un fatto sconvolse il tranquillo menage del cane che di colpo si vide privato delle coccole della padrona. La zia Maria era andata in Sicilia a trovare la sorella del defunto marito, prima della partenza aveva subissato Alberto di  tante raccomandazioni  riguardanti Pucci : “Poverino è tanto fragile e bisognoso di attenzioni, mi raccomando trattalo bene!” Tra i due non c’era mai stata della simpatia, si tolleravano appena e questa era la volta buona che Alberto si prendesse un rivincita ma quale? Idea geniale: il cibo: niente posto a tavola, a terra vicino alla cuccia due ciotole una con l’acqua e l’altra con solo il pane! Giunta l’ora di pranzo Pucci si guardò in giro, vide la tavola non apparecchiata e scorse con orrore le due ciotole, spinto dalla sete bevve dell’acqua ma rifiutò sdegnosamente di cibarsi del solo pane e si rifugiò sotto il letto della padrona. Alberto il giorno successivo prese per la collottola il cane, gli infilò al collo il guinzaglio e lo portò in giro per i suoi bisogni. Il rifugio sotto il letto della padrona era chiaramente un gesto di protesta da parte di Pucci che ogni tanto, speranzoso si avvicinava alle due ciotole usufruendo solo di quella con l’acqua e tralasciando quella col pane. Alberto andava a trovare Pucci, aveva chiuso tutte le finestre e così il buio regnava sovrano, solo uno spiraglio nel soggiorno dove erano situate le due ciotole, more solito usata quella con l’acqua, intonsa quella con il pane ormai diventato duro. La mattina del terzo giorno Alberto andando nella casa della zia ebbe una sorpresa che lo fece sorridere: nella ciotola dell’acqua galleggiava il pane che duro non  era più e risultava sbocconcellato, la fame….Questo episodio fece ravvicinare i due, Pucci in fondo meritava del rispetto, non era colpa sua se era stato viziato e poi aveva dimostrato di essere intelligente col trasferimento del pane duro nella ciotola dell’acqua. Alberto prese il muso del cane, lo guardò negli occhi e gli parlò come fosse un essere umano: “Pace?” E pace fu con la conseguenza che Alberto messo il guinzaglio a Pucci lo portò a spasso sin quando passando vicino ad una villetta il quadrupede con uno strappo scappò di mano ad Alberto ed entrò nel cancello dell’abitazione cominciando ad abbaiare.  Apparve una ragazza, Alberto: “Signorina mi scusi ma il mio cane m’è scappato di mano, se me lo permette entro e me lo riprendo.” La ragazza sorridendo: “Sono Ella, le dico io il motivo per cui il suo cane è entrato a casa mia, anch’io posseggo un volpino ma è femmina ed in calore, il suo cane ha odorato l’aria e…” “Hai capito stò zozzone, mi fa fare pure delle brutte figure!” “Niente brutte figure, è la loro natura, entri così potrà recuperare il suo volpino sempre che….” I dubbi di Ella erano fondati, Pucci se ne stava beatamente ‘cavalcando la volpina che mostrava gradire.”Non ci resta che aspettare, Dora non ha mai avuto cuccioli.” “Siamo alla ‘prima nox’ non mi sembra che la sua cagnolina abbia avuto molti problemi…” “Glisson, le offro qualcosa di fresco, che ne dice di  una amarena con seltz e ghiaccio?” “D’accordo, abbiamo del tempo da aspettare dato che…non mi pare di averla mai vista da queste parti.” “Ho ventiquattro anni, sono qui da poco tempo, da quando mia madre Ena ha sposato Marcello ambedue vedovi, Bella è di proprietà di Marcello, mi dica qualcosa di lei.” “Intanto diamoci del tu, siamo più o meno coetanei, io frequento l’Università in Giurisprudenza ad Ancona, siamo in estate e preferisco il craul di cui sono stato campione regionale a sedici anni, ora dimmi qualcosa di te.” “Io e mi madre siamo di Filottrano un paese in provincia di Macerata, io sto studiando farmacia all’Università di Ancona, le nostre sono due storie comuni. Ora vado a vedere a che punto sono ‘gli sposi’.” Al ritorno: “Penso che dovremo aspettare ancora….sta arrivando mia madre… mamma questo è Alberto, il suo volpino si è infilato a casa nostra e sta facendo… amicizia con Dora, per ora meglio lasciarli soli, che hai comprato di buono.” “Al mercato ho trovato del pesce che mi hanno assicurato freschissimo, preparerò un brodetto con cozze, vongole e seppie e per secondo orate al forno, vado a preparare, invita il tuo amico, ci farà compagnia, Marcello non rientra per il pranzo. Alberto si era ben impresso nella mente le due donne: Ella non molto alta di statura indossava una camicetta leggera da cui si intravedevano due seni non ‘trattenuti’ da reggiseno ed una minigonna, una piccola Venere come quella attrice francese François Arnoul. “Quando hai finito di fotografarmi…” “Hai colpito nel segno, posseggo una Canon 450 e, col tuo permesso, possibilmente in posto isolato per evitare guardoni vorrei immortalarti, scusa l’immodestia ma sono piuttosto bravo, ho vinto un secondo premio ad una mostra fotografica.” I due cani non più ‘allacciati’ se ne stavano allungati godendosi il post ludio, apprezzarono moltissimo il cibo loro offerto da Ena, il sesso e la fame hanno molto in comune. Elogi  alla padrona di casa: “Penso che abbia conquistato suo marito prendendolo per la gola nel senso…” “Pur essendo tu giovane ti dimostri un bel furbacchione, penso soprattutto con le femminucce, Ella sta in guardia…lo dico come boutade.” Alberto a fine pasto, ringraziò le due dame, diede loro l’indirizzo di casa sua e quello della zia Maria e riportò indietro un Pucci un po’ recalcitrante, forse avrebbe voleva ancora…Quando la zia Maria ritornò dal viaggio in Sicilia rimase perplessa, Pucci nonle  fece le feste come al solito quando rientrava a casa, stava vicino ad Alberto come mai succedeva in passato, chiese spiegazioni al nipote: “Cosa è successo a Pucci, mi sembra molto diverso da prima.” “Zia Maria quali sono le cose che fanno girare il mondo?” “Siamo agli indovinelli, va bene: il denaro.” “E poi.” “Il potere.” “E poi.“ “Il sesso.” “Sei giunta la punto: Pucci ha ‘conosciuto’ da vicino una volpina, si sono ‘sposati’ e lui vorrebbe avere di nuovo rapporti con lei ma, come sai gli animali femmine hanno rapporti sessuali sono quando sono in calore, Pucci non lo può comprendere e spera sempre…” Finalmente dopo quattro mesi una telefonata di Ella: “Dora ha avuto tre cuccioli bellissimi, ora è di nuovo in calore…” “Pucci sarà al settimo cielo, che ne dici di chiedere a tua madre di preparare un pranzo a base di pesce come l’ultima volta…” “Va bene, ci sarà anche una sorpresa.” Forse Pucci aveva capito dove erano diretti, per strada tirava molto il guinzaglio facendo correre Alberto e, una volta aperta da Ella la porta di casa di buttò a capofitto nel corridoio con tutto il guinzaglio. Alberto lo seguì, gli tolse il guinzaglio mentre il cotale già era pronto alla pugna…”Mio caro, lavati le mani, e poi in sala mensa dove mamma ha posto tutte le cibarie, c’è pure in fresco il Verdicchio dei Castelli di Jesi, vacci piano ha tredici gradi e non vorrei…” Si era presentata una ragazza abbronzata, alta e robusta, bel viso, grandi occhi e seno piccolo, bel popò, sorridente. “Questa è Camila, l’ho conosciuta a Cuba durante un mio viaggio, siamo diventate molto amiche…” Alberto ci mise un po’ poi mise a fuoco la situazione: Ella e Camila era ‘intime’ tradotto lesbiche ed allora addio al progetto di Alberto di ‘farsi’ Ella, in comune con lei aveva  una inclinazione non compatibile, la preferenza per il ‘fiorellino’! Fare un buon viso a cattivo gioco è dei grandi uomini, Alberto dimostrò di essere un grande, abbracciò Camila ed augurò alle due ‘Good fun.’ Le sorprese non erano finite: in sala si era presentata Ena quasi irriconoscibile, bel truccata, camicetta rosa molto scollata, gonna azzurra, una collana stile hawaiano e braccialetti ai polsi molto appariscenti. “Madame è passata in uno istituto di bellezza? Lei non ne aveva bisogno ma così è irresistibile, quasi quasi rinunzio al cibo per…” Ella il tuo amico è più ‘cochon’ del suo cane ma devo riconoscere che ha il senso dello humour sconosciuto ai più, non dico buon appetito perché è buona norma di evitare questa frase ma io lo dico lo stesso: buon appetito!” L’atmosfera era diventata molto amichevole fra i quattro che avevano fatto ‘festa’ al Verdicchio con ovvie conseguenze di una allegria ‘navigabile’ come avrebbe detto il buon Jacovitti. Ella mise sul lettore compact disc musiche sud americane e le coppie si misero a ballare  Alberto con Ena ed Ella con Camila, queste due diedero il ‘cattivo esempio’ e cominciarono a baciarsi con la conseguenza di essere imitate da Alberto e da Ena poi finiti in camera da letto con ‘sesso selvaggio’, ambedue erano a stecchetto da vario tempo. Ad un certo punto Alberto sentì suonare il telefonino: “Dove ti sei cacciato, sono le venti!” “Scusa zia ma Pucci si è intrattenuto più del solito con Dora, non ho avuto il coraggio di farli smettere…ora ci riprovo!” Il verbo fu esatto nel senso che nei giorni successivi lo studente in giurisprudenza riprovò quasi ogni giorno a sollecitare il fiorellino ed il popò di una Ena sempre più allupata…
     

  • 20 marzo alle ore 13:53
    Quarantine: Radici

    Come comincia: "Ho ricevuto una lettere dai suoi genitori. Dicono che sono rinchiusi in un paese a un paio di miglia dalla tenuta, ma non possono allontanarsi, per cui saranno costretti a fermarsi lì per un tempo da definire."

    "Mmmmh. Lo sapevamo questo, mi pare. Se non fanno allontanare nessuno, non vedo perché avrebbero dovuto farli muovere. Tanto ci sono abituata a questa cosa."
    "A cosa? Signorina Blues?"
    "Alla loro assenza, mi pare chiaro. Secondo te perché ti hanno messo qui a sopportarmi? Loro sono troppo impegnati a girare invece di badare alla loro unica figlia. Del resto, come biasimarli? Anche io sarei fuggita se avessi avuto una figlia come me."
    "Perché pensa questo?"
    "Perché di certo, questa, non era la vita che sognavano. Sono nata perché dovevano avere qualcuno a cui affidare il loro lavoro un domani, costretti dalle proprie famiglie a tenere alto il loro nome e non perché mi desideravano. Allora, a questo punto, mi chiedo quale senso abbia tutto questo? Quale sarà il mio destino? Vivrò per il loro nome o morirò per l'epidemia? 
    I miei quadri non li compra più nessuno, Clap. È anche inutile che io continui a dipingere se non ho compratori. Inutile anche che io respiri se non posso fare ciò che voglio fare. 
    Portami un coltello."

    "Cosa ci vuole fare?"

    Silenzio.

    "Per passare il tempo ho deciso di tagliarti le orecchie, così non mi ascolterai più quando farò discorsi così tedianti. Ma se proprio le vuoi tenere, taglierò i tuoi capelli!"
    "Ma, signorina, le mie orecchie, i miei capelli!"

    Ride lei.

    "Tanto se muori a chi importerebbe dei tuoi capelli lunghi?!"
    "Mmmh... Magari, una volta sotto terra, potrebbe crescere un albero che userà i miei capelli come radici!"
    "Oh, che cosa poetica Clap! Questa volta ti farò un applauso di sostegno! Sai dove le devi affondare le tue radici? Avrei un idea! Mmm, potresti iniziare da dietro al campo accanto lo sterco di vacca! Tu cresci e lei ti concima!"

    Urla soddisfatta del suo pensiero.
    Il volto di Clap mostra interdizione ma, fortunatamente, dopo ha sorriso. Si starà abituando?
    Intanto, al di là della porta in salotto, la cuoca alza gl'occhi al soffitto come in segno di preghiera quando, da lontano, si odono passi. 
    Qualcuno urla qualcosa tanto da far precipitare la donna all'ingresso.

    "Chi, in periodo di epidemia, osa bussare alle nostre porte?"