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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 07 settembre alle ore 19:07
    Sweetdog

    Come comincia: Sweetdog era un raccattato di periferia.
    Forse un ladro, forse un tossico, molte volte uomo di strada.
    Mani grosse, barba folta, occhi persi nel suo stesso cielo grigio, una borsa nera e padrone delle sue strade.

    Sweetdog era famoso nella sua città, una piccola cittadine di tot abitanti, con tot case, con tot cose. Ne era il padrone indiscusso. Ciò che accadeva passava da lui, dentro e fuori. La malavita e la buona vita avevano una cosa in comune, Sweetdog. 
    Era un cane bastonato, bullizzato da tutti ma molto amato dai altri tipi di cani, di un certo livello, si intende.

    Quando abbaia alla luna, ogni angolo di città, diviene un paradiso malinconico dove ritrovarsi; quando morde argutamente, ogni angolo buio prende forma e si scatena aria di morte nelle strade adiacenti.
    Questo era il nostro caro amico Sweetdog. Il più grande cattivo che si muove ed il più grande benefattore ed intimo amico del debole povero che arranca nostalgicamente.

    Si diceva che non si separasse mai dal suo sax nero. Molti ne parlavano come se fosse uno strumento di giudizio. Ogni pena veniva spazzata, ogni atto impunito veniva, poi, messo a giudizio.
    Lo si sentiva di notte suonare, per le strade strisciare ed altre cantare le sue pene. 
    Povero Sweetdog. La sua leggenda viene ancora tramandata ai più piccoli, ai sordi, ai ciechi ed ai viandanti. Chi, invece, subì il suo giudizio, non ha più corde vocali per narrare ne occhi per descrivere. Dicono che siano rimasti muti per decenni senza mai avere il coraggio di rammentarlo ne descriverlo.

    Si dice che, quando la morte ha fatto loro visita, l'unico suono che fu udito era il suono del sax nero che, lento, si faceva spazio nella loro mente fino ad ammazzarli. 
    Si dice, eh. Quanta verità possa esserci, non vi è dato sapere.
    L'unico testimone che si vocifera lo abbia visto, abbia sentito e parlato, fosse un cieco sordo muto. Forse più vicino alla morte di tutti gl'altri, forse il più vicino alla vita di chiunque altro. 

    Questa era la leggenda di Sweetdog.

  • 05 settembre alle ore 14:27
    Alberto il pennone

    Come comincia: Alberto Mazzei classe 1935 era un giovane magro , tanto magro che gli spuntavano le ossa sotto la pelle. Mamma Mecuccia (diminutivo di Domenica) era preoccupata ed cercava di ‘abboffare’ il figlio quanto più poteva anche con lo ‘schifoso’ al gusto olio di fegato di merluzzo allora molto di moda ma senza risultati. Il dottore di famiglia aveva rassicurato i genitori: “Alberto è un ragazzo sano, la magrezza è la sua natura che in futuro si estrinsecherà anche in atri modi che non so specificarvi. Alla prima media, alla toilette della scuola Alberto aveva visto il pene di un compagno di classe e si era preoccupato, il suo, al confronto era ben più piccolo, da quel momento evitò di farsi vedere nudo dai suoi compagni. Anche papà Armando era in ambasce, vedeva suo figlio sempre triste e immusonito e dire che a scuola riportava bei voti. Mamma Domenica cercò di cavargli qualcosa di bocca, solo un abbraccio da parte del figlio. Alberto superati gli esami di licenza liceale fece domanda per essere arruolato nella Guardia di Finanza, era giugno e la visita medica era prevista per i primi di ottobre.  Una vacanza al mare o in collina dagli zii a Cingoli, preferì quest’ultima, lì non aveva bisogno di mettersi in costume. Passò delle belle giornate con la trebbiatura del grano e con varie altre manifestazioni contadine, talvolta col caldo preferiva uscire dalla villa degli zii e girovagare nei campi, una volta di notte ebbe la brutta idea di chiudere in un fazzoletto delle lucciole. Com’è noto, questi animaletti hanno la parte posteriore del corpo che si accende e si spegne, girando per casa erano penetrate nelle stanze oltre che degli zii anche in quelle dei nonni e dei cugini impedendo loro di  dormire, il suo gesto non fu molto apprezzato. Nel frattempo era accaduto un fatto imprevedibile: andando in bagno a fare la pipì tenne più a lungo il pene in mano per far cadere le ultime gocce di urina e, meraviglia delle meraviglie il suo pene cominciò a crescere a dismisura, finalmente era accaduto qualcosa che sicuramente gli avrebbe cambiato la sua vita. Cominciarono  cadere le foglie dagli alberi, Alberto ritornò a Jesi in provincia di Ancona a casa dei genitori, sembrava più sereno era sempre sorridente, si mise a leggere vari romanzi della biblioteca paterna. Il 2 ottobre si recò in pullman ad Ancona alla caserma della Guardia di Finanza. All’infermeria tutti gli aspiranti allievi finanzieri erano nudi per essere sottopoti a visita medica. Quando fu il turno di Alberto si sentirono dei risolini ovviamente dovuti al vedere il pisellino di Alberto. Il dottore, un signore di mezza età invitò Alberto dietro un separé: ”Vedi figliolo io vorrei aiutarti ma ti rendi conto tu stesso…” “Dottore mia dia un attimo di tempo: Alberto cominciò a masturbarsi a ciccio arrivò ai diciannove centimetri una volta misurati da Alberto. Al dottore caddero a terra gli occhiali: “Va bene vado a prenderti  le mutande, non voglio che gli altri ragazzi…” Dopo che Alberto fu dichiarato idoneo, due infermieri interrogarono il dottore il quale spiegò loro la situazione e la storia finì lì. Anche l’esame scritto andò bene: A casa: “Papà, mamma tutto a posto, a fine ottobre sarò alla Legione Allievi di Roma.” I genitori ebbero un sospiro di sollievo, finalmente il loro erede era cambiato, sempre magro ma di tutt’altro umore. Grandi baci ed abbracci con i genitori alla stazione ferroviaria, anche un incontro non previsto con una ragazza della classe di Alberto: “Cara Ella sto per essere arruolato nelle Fiamme Gialle.” “A proposito di fiamme, sei sempre stato il mio preferito ma tu non mi hai mai degnato di uno sguardo!” “A Natale avrò delle ferie, avremo modo di avere un incontro ravvicinato…” “È una  promessa, ricordala d’altronde la casa dei tuoi è vicino alla mia villa.” Sul treno che andava a Roma c’erano molti altri colleghi marchigiani che si recavano alla caserma XXI aprile. Brutta accoglienza da parte dei brigadieri istruttori, volevano fare la parte dei duri ma con Alberto si trovarono dinanzi un muro di totale di  serietà nello sguardo e obbedienza assoluta ai loro comandi, il  giovane aveva  compreso la loro pochezza, li avrebbe smontati con qualche battuta spiritosa nei loro confronti che sicuramente loro non avrebbero compreso ma che avrebbe fatto ridere i suoi compagni. Dietro consiglio di nonno Alfredo, ex commissario di P.S., il giovane si guardò bene dall’aderire alle  richieste degli istruttori: “Chi sa suonare il pianoforte?” Si presentarono due allievi. “Bene prendete il pianoforte che si trova al circolo ufficiali e portatelo al terzo piano nell’alloggio del comandante.” “Chi ha fatto gli studi classici?” “Tre imbecilli che non avevano ancora ben compreso quello che era successo ai due precedenti colleghi: “Siamo tutti e tre di Ancona con la maturità scientifica.” “Bene andate a pulire i cessi delle tre Compagnie.”  “C’è nessun  ragioniere?” Stavolta i ragionieri rimasero al loro posto…” “Bene allora voi due che siete  robusti andate in cucina a pulire le patate, per gli altri adunata per l’addestramento in piazza d’armi.” Alberto aveva sempre lo sguardo serio, fu notato da un brigadiere dai piedi più larghi che lunghi! Il quale: “Tu di dove sei?” “Alberto disse la verità: “Sono nato a Roma.” “E allora come mai sei qui e non a Predazzo a fare l’allievo?” “Perché i miei risiedono in provincia di Ancona.”  Piedi larghi si girò scornato, aveva già preso in antipatia Alberto Mazzei. Accadde che Hermes protettore del giovane fosse ‘distratto’ con la solita ‘allegra’umana di turno ed Alberto fece una minchiata. Aveva incontrato sul tram una signora circa quarantenne che prese a guardarlo intensamente, Alberto prese la palla al balzo: “Madame sarebbe mio piacere conoscerla, stasera ho poco tempo ma domani…” “Io amo molto gli uomini in divisa, abito vicino alla basilica di Santa Maria Maggiore, che ne dici se domani alle 18…” “Dico di sì my Darling, io sarò in divisa non vorrei dare troppo all’occhio.” “Nessuna problema io sono separata,  abito all’ottavo  piano del n.243 di via Merulana…” “Sono allenato, a domani sera.” La signora Rosina P. si fece trovare sulla porta di casa in vestaglia, sotto la vestaglia, niente. Alla scoperta del pisellone di Alberto Rosina all’inizio rimase perplessa poi: “Mai assaggiato un cosone talmente grosso e dire che di cazzi ne ho provati tanti, sii delicato!”  Dopo un passaggio obbligato in bagno Alberto provò la perizia sessuale di una esperta ‘scopatrice’, era veramente brava anche col popò. Dopo la terza ‘visita’ alla signora Alberto diede forfait, Rosina lo stava spolpando e così chiuse la partita. Dopo circa una settimana si accorse delle secrezioni che uscivano dal pene con bruciori e prurito. Recatosi in infermeria il dottore: “Giovanotto ti sei beccato una gonorrea volgarmente detto scolo, subito al Celio.” All’ospedale Militare, dopo le solite procedure burocratiche ad Alberto fu assegnato un letto in una camerata di dieci posti, tutti soldati, nessun finanziere. Dopo un pranzo niente male Alberto si trovò dinanzi una suora longilinea di circa cinquant’anni. “Io sono suor Caterina,  figliolo come ti sei preso lo scolo?” “Sorella, una signora…” “Volevi dire una mignotta, tu pensavi di aver fatto una conquista ed invece ti sei imbattuto in  una gran puttana che se la fa con tanti coglioni come te! Tira fuori l’uccello!” “Ma sorella…” “Figliolo in vita mia ho visto e toccato tanti cazzi che manco te li immagini…siamo un po’ sullo scarso, come ti hanno arruolato in Finanza?” “Quando ciccio si alza misura diciannove centimetri!” “Chi l’avrebbe detto, hai ragione  ma intanto ti sei beccato uno scolo, una puntura di penicillina ogni sei ore, fai vedere le chiappe!” Alberto rimase ricoverato per sei giorni, nel frattempo aveva preso confidenza con suor Caterina. Un pomeriggio dopo l’iniezione: “Sorella posso farle una domanda?” “No perché già conosco quello che mi vuoi chiedere, la mia è una storia dolorosa che cerco di non ricordare.” “Mi piacerebbe abbracciala, lei sarebbe stata una moglie ideale con tanti marmocchi!” La suora si era allontanata, forse piangeva, Alberto capì di aver sbagliato a trattare quell’argomento. Finita la cura Alberto prima di rientrare in caserma cercò suor Caterina. “Vorrei mandarle delle cartoline illustrate per farle conoscere dove mi hanno trasferito, mi permetta un abbraccio.” Fu accontentato, Alberto piangeva, cazzo era diventato un piagnone, lui ateo da sempre si era invaghito di una suora…Dopo gli esami sulle materie tributarie studiate, Alberto risultò il terzo in graduatoria di tutto il battaglione con gran scorno di piedi larghi. In licenza di trasferimento a Jesi telefonò ad Ella: “Cara sono rientrato, i miei mi hanno dato il cambio a Roma, sono andati a trovare mia nonna Maria e mia zia Armida, io son qua da solo, mangio in casa della portiera Matilde che provvede anche alle pulizie di casa mia, ho una camera con  letto in ottone e il resto  in stile Chippendale, materassi accoglienti…” “Mia figlia domattina va a scuola, ti raggiungerò verso le nove.” E così fu, Ella vide Matilde all’estremità del giardino del palazzo, fece finta di non averla notata, non poteva certo essere giustificata per la sua andata nell’appartamento di Alberto. In casa di quest’ultimo si spogliò in fretta, se ne fregò dello stile della camera degli ospiti: “Caro sono pulita e profumatissima!” “Anch’io.” Alla vista di Alberto nudo solita manfrina. Ella rideva della grossa: “Dove vuoi andare col quel cosino…” Si ricredette, pian  piano che ciccio aumentava di volume sgranava gli occhi, Alberto ripropose una vecchia canzone: “Chi l’avrebbe mai creduto che tu avessi avuto, valzer! Una nerchia per il tuo buco del cul!” Ella non era molto alta ma aveva un fisico aggraziato ed un viso infantile, altra caratteristica: il sesso gli piaceva  da morire ed infatti col solo cunnilingus ebbe due orgasmi consecutivi, non fece tante storie nell’immisione penis nel fiorellino anzi prese a cantare il peana nell’alto dei cieli con ripetuti ululati soprattutto nella posizione cavalcante, Alberto non riuscì a contare gli orgasmi, quando Ella spossata smise: “Sarà un ricordo indelebile per tutta la vita, non te l’avevo detto ma io di natura ho una vagina larga, nessuno era riuscito prima di te a farmi godere tanto, avevo avuto intuito a volerti agganciare quando eravamo studenti, resti molto a Jesi?” “Altri cinque giorni.” Nel frattempo Alberto sentì la porta d’ingresso sbattere violentemente, non sapeva che Matilde avesse le chiavi di casa sua, solo lei poteva essere. Attraverso la porta d’ingresso della camera: “Matilde oggi mi alzerò tardi, lasci stare la mia camera!” Un grugnito dietro la porta, voleva dire: a me non la si fa! Dopo due giorni Armando e Mecuccia ritornarono a Jesi da Roma, fu la salvezza del loro figlio ossessionato da Ella la quale comprese che ‘la storia breve era finita e che l’immortale…era solo il ricordo.” Da Jesi Alberto inviò una cartolina a Suor Caterina, riproduceva il monumento a Pergolesi; non sapeva se fosse meglio evitare ulteriori emozioni alla suora, se lei avesse avuto vent’anni di meno…

  • Come comincia:  Dal 25 gennaio la sua scomparsa (ironia della sorte, proprio il giorno del quinto anniversario del moto di protesta popolare e spontaneo che portò alla destituzione del Presidente Hasni Mubarak: dalla padella alla brace, direbbero giustamente in molti!). Così scrive Bonini: "...quindi, il ritrovamento "casuale" (quanto lo sia a nessuno è dato sapere, a mio avviso: potrebbe essere stato anche un ritrovamento...ad hoc!), il 3 febbraio, sul ciglio polveroso della strada Cairo-Alessandria. L'ombra di un omicidio di Stato e le stimmate della menzogna del regime militare - "Morto per un incidente stradale" - smascherate da una prima autopsia al Cairo, che aveva fatto dire ai medici legali egiziani che la morte di quel ragazzo era stata un tormento "lento e doloroso". Ma, a questo punto giunti, sento il coscienzioso dovere di aprire una parentesi: un po' fuori luogo (anzi, fuori tema) ma neanche così tanto, direi. Nei primi mesi di questo dannatissimo duemilaventi (per la precisione eravamo al 12 di febbraio) un'altro evento "strano" è accaduto sulla tratta Roma-Cairo: Patrick George Zaki, attivista e studente egiziano (anch'egli, come Regeni, dottorando ma all'università di Bologna), viene arrestato in circostanze poco chiare e trattenuto con accuse alquanto infondate (tra le altre cose li verrà contestato il reato di...       

  • 31 agosto alle ore 22:43
    Il Vampiro di Brewerfou

    Come comincia: L’orologio suonava le 9 di sera. Dal balcone del suo enorme castello, era possibile ammirare la piazza centrale del paese, la luna piena, il suono lento degli alberi che si muovevano in modo lieve lungo la strada che percorreva il porticato. Un vampiro dai modi gentili, così si definiva Vladimir, che a differenza della sua stirpe, aveva scelto di vivere in un castello nelle campagne londinesi: Brewerfou era un paesino di abitato da 3000 anime, molti dei quali studenti, che preferivano la periferia anziché il caos cittadino. Indossò il suo cappotto scuro che Nile gentilmente gli offrì e si avviò verso la porta. Il fresco della sera avvolgeva i suoi passi, nessuno aveva mai fatto caso alle sue malefatte, molti scambiavano i suoi morsi per quelli dei lupi che si aggiravano intorno alle campagne. Arrivò nella piazza dove era posta una fontana in pietra, al centro un cupido con in mano un arco e una freccia. Intorno c’erano negozi, bar e ristoranti, tutti in perfetto stile ottocentesco, inusuale per un paesino degli anni 90. Era come se in quel luogo il tempo si fosse fermato, la nebbia era quasi sempre presente, soprattutto d’inverno. Ad attirare la sua attenzione fu una ragazza seduta sul muretto della fontana: era di media statura, con i capelli rossi ondulati, la pelle diafana, incorniciata da alcune lentiggini e un corpo dalle forme generose. Che strana creatura pensò, le si avvicinò e disse: “Fa freddino stasera, sono in paese da pochi giorni e già non vedo l’ora di ripartire”la ragazza alzò la testa e con i suoi grandi occhi azzurri lo guardò e sorrise: “Io sono qui solo da stamattina, e già incontro il primo rompiscatole che ci vuole provare.” Vladimir rimase un pochino spiazzato dall’atteggiamento della giovane:”mi dispiace, non volevo importunarla” “scusi, forse sono stata un po’maleducata. Il mio nome è Isabelle, sono una studentessa di medicina, lei invece?” “Vladimir, studio lingue straniere, sono in vacanza da alcuni parenti”. I due iniziarono a chiacchierare, la ragazza aveva una bellezza ammaliante, lui si sforzò in tutti i modi di sfoggiare le sue armi migliori pur di arrivare a portarla al castello. Cenarono in un piccolo ristorante posto all’interno di una viuzza. Il posto era decisamente molto elegante, con luci soffuse, il proprietario aveva capito che Vladimir non era uno qualunque, per questo faceva sempre la parte dello gnorri, indubbiamente temeva per la sua incolumità, oltre che essere ingordo delle generose mance che il vampiro gli lasciava. Isabelle era solo una delle tante vittime che sarebbe sparita misteriosamente per poi essere ritrovata azzannata nelle campagne. Erano l’uno di fronte all’altra, due bicchieri di vino rosso e due grandi fette di tagliata di manzo, rigorosamente al sangue condita con olio e aceto balsamico. Gli occhi di lei lo fissarono a lungo: “Cosa ti aspetti da questa serata? Non ci conosciamo, credi realmente che mi lasci sedurre dal primo sconosciuto” mandò giù il suo boccone, poi le porse la forchetta per imboccarla: “È come se ti conoscessi da tempo. Non ti sto chiedendo di venire a letto con me, ma solo di visitare la mia dimora…scusami, casa”. Entrambi scoppiarono in una fragorosa risata, terminarono la cena e si diressero verso il castello. Arrivarono di fronte all’imponente struttura: “Caspita, ma questo è un castello, altro che casa!” disse la giovane. Nile li accolse con lo sguardo rassegnato di chi ormai aveva fatto l’abitudine ai capricci del proprio padrone. Complice il vino e la luna si ritrovarono nudi sul grande letto a baldacchino. I baci di lei erano avidi, bruciavano come la legna nel camino, diversamente dalle altre l’amplesso fu dolce e passionale allo stesso tempo. Per la prima volta fu lui ad addormentarsi tra le braccia della sua vittima, ma non aveva considerato un particolare: mentre era in procinto di svegliarsi, vide uscire dalla bocca di lei due enormi canini in procinto di azzannarlo.

  • 31 agosto alle ore 16:44
    L'appuntamento

    Come comincia: L’ascensore aveva quel classico odore misto tra deodorante dozzinale o dopobarba da discount e quel odore pungente che non riuscivi mai a capire se era di cipolle andate a male o di sudore settimanale. Schiacciai il pulsante del sesto piano, capii che era quello giusto perché, talmente consunto, era sopra quello del quinto. Gli ingranaggi si mossero con un cigolio che mi entrarono dentro al cervello, e incominciai lentamente a salire. In un angolo, sul pavimento, vidi una macchia scura, probabile ricordo di un sacchetto della spazzatura, spero.. non osai pensare ad altro. La luce interna funzionava a intermittenza irregolare,  come se l’energia elettrica che la alimentava arrivasse da un pianeta di un’altra galassia, o dal profondo dell’infero dantesco. I cavi dell’ascensore schioccarono come un colpo di frusta imprimendo un forte scossone alla cabina facendomi temere di sprofondare in chissà quale fossa delle marianne.. non era la prima volta che salivo con quell’ascensore, ma era sempre come se l’esperienza di quel breve ma interminabile viaggio mi scuotesse l’anima, da dentro, come un violento temporale fa con un albero.. terzo, quarto, quinto piano.. la luce dell’ascensore continuava con la sua intermittenza a segnare il tempo e lo spazio.. al sesto l’ascensore si fermò con un sobbalzo improvviso e le porte si aprirono con un cigolio di cardini che mai avevano visto una goccia di lubrificante.. uscii da quella trappola infernale e mi avvicinai alla sua porta, con la coda dell’occhio vidi una persona scendere le scale frettolosamente, probabilmente un altro visitatore che mi aveva preceduto. La porta era in legno massiccio, scolorito e consunto ma ancora molto robusto, con il classico spioncino ad altezza oculare e una vecchia serratura consumata dalla ruggine e da chiavi troppo invadenti. Il dito mi andò automaticamente sul campanello, sotto il quale non c’era alcun nome ma il disegno di una farfalla, sbiadita, e lo schiaccia: il suono che ne venne fuori era una via di mezzo tra una pernacchia e una trombetta di carnevale, mi sfuggi un sorriso.. non mi ci ero mai abituato… sentìì attraverso la porta il classico tramestio, condito da una imprecazione improponibile, di chi sta facendo altro e non vorrebbe essere disturbato. La porta si aprì e Anna mi apparve in tutta la sua imponenza: un donnone alto e grosso che sembrava appena uscito da un incontro di wrestling.. vestiva un baby doll trasparente che nascondeva a malapena le sue forme debordanti, e null’altro.. una sigaretta semi accesa le pendeva dalle labbra, dipinte di un rosso talmente acceso da riflettersi sulle pareti attorno; la tentazione di strapparle dalla bocca quel mozzicone era forte.. ma mi trattenni. I suoi capelli erano raccolti a crocchio, freschi di tinta ma non di shampoo.. “ciao! Sei tu! Ti aspettavo più tardi! Dai entra” la sua voce, a dispetto dell’aspetto, era però di una bellezza disarmante, suadente, dolce e intrigante.. mi volse le spalle ed entro nell’appartamento, strascicando le ciabatte che portava ai piedi ed accendendosi la sigaretta mezza spenta. L’occhio mi cadde sul letto sfatto che si intravedeva da una porta aperta.. conferma della provenienza della persona che avevo intravisto scendere le scale. Nonostante tutto la casa di Anna profumava di pulito, di spezie e di odori di altri tempi.. percorremmo il corridoio che portava a una grande sala, arredata con mobili poveri ma dignitosi e ci accomodammo lei sul divano e io su una poltrona di finta pelle neanche troppo consunta.. “allora? Li hai portati?” mi disse, sempre con quella bella voce che a occhi chiusi faceva sognare.. “certo!” risposi io tirando fuori la scatola che mi ero portato appresso.. e aggiunsi “però questa volta inizio io con il bianco” e lei mi rispose leggermente contrariata “va bene, ma solo questa volta…”.
    Aprii la scatola e incominciammo a ordinare le pedine sulla scacchiera.  

  • 29 agosto alle ore 8:58
    Scomparso!

    Come comincia: Era talmente insopportabile che quando parlava la sua voce stridula mi entrava nel cervello con la violenza di un trapano.. la sua arroganza era talmente debordante che avrei voluto evitare ogni contatto e persino dargli semplicemente la mano mi provocava uno strano prurito che non vedevo l’ora di eliminare con un energico spruzzo d’acqua sotto al rubinetto.. eppure dovevo stare ad ascoltare e sopportare la sua presenza, perché al tuo capo non potevi voltare le spalle ne’ rispondere a tono, non era permesso; quello che poi non sopportavo era quel suo muovere incessantemente le mani come se fossero un’altalena, avanti e indietro, in alto e in basso e poi ancora avanti e indietro, Insomma non vedevo l’ora che finisse di parlare, ostentando arroganza, presunzione, superbia ma soprattutto il potere del forte con i deboli. E mentre ero lì con gli occhi bassi, impotente, cercavo di riempire la mia mente con immagini positive: un bel tramonto, un campo di grano danzante, una bella donna nuda che si abbandonava tra le mie braccia con fare lascivo..ma niente, impossibile sfuggire a quel diluvio di parole e supponenza..
    Dovevo assolutamente trovare una via di uscita…. A un certo punto però mi venne un’idea.. incominciai con gli occhi chiusi a immaginare di svuotare lentamente la stanza da ogni suo oggetto: via le sedie, via le scrivanie, via le finestre, le porte via persino i muri fino a far si che la mia attenzione si concentrasse sulla figura di quel concentrato di arroganza e antipatia, per poi incominciare a a scomporlo come fosse un puzzle alla rovescia..via le braccia, via le gambe e così sino a quando non rimase solo la testa.. un ultimo tocco di immaginazione e… d’improvviso la sua voce si spense.. attesi ancora un poco prima di aprire gli occhi e quando lo feci mi accorsi che era scomparso !permaneva però ancora nell’aria uno strano eco, come se le sue parole fossero rimaste ancora nei dintorni, ma duro poco, e rimase solo il silenzio… a quel punto mi guardai bene in giro e lo sguardo andò verso il basso e mi accorsi, con stupore, che di lui erano rimaste solo le scarpe che, almeno quelle, fortunatamente stavano zitte… però avevo la netta sensazione che mi osservassero…  

  • 27 agosto alle ore 19:25
    Ha parlato...

    Come comincia:  Venti di tempesta: la natura ha parlato; in modo netto, chiaro, preciso...non lo farà di nuovo!
     
    Taranto, 27 agosto 2020.

  • Come comincia:  Qualche giorno fa rovistando tra un nugolo di mie carte e album di foto e cartoline (l'intento era quello di mettere un po' in ordine gli scaffali di alcuni armadietti), mi sono passate tra le mani alcune pagine di un vecchio numero della Gazzetta di Parma: la data è quella del 18 febbraio del duemilaotto (era un lunedì). A pagina sedici, nella sezione Cronaca dedicata alla rubrica "Quartieri" (il quotidiano parmense dedica settimanalmente una intera pagina a vicende riguardanti paesi limitrofi della provincia o addirittura quartieri cittadini), leggo due articoli interessanti entrambi scritti da Isabella Spagnoli, che parlano di storie e personaggi locali ma balzati alla notorietà nazionale ed internazionale (come appurato in seguito). In questo scorcio del mio diario ho ritenuto fosse giusto riproporre integralmente il testo dei due articoli (entrambi abbastanza brevi: il primo di tre colonne, l'altro solo di due). Occhiello - La storia - Ex insegnante della "Pezzali": alla sua esperienza si interessò anche l'Unesco - Titolo - Rizzo, il maestro dei francobolli che portò la filatelia in classe - Sommario - Pioniere di un metodo educativo unico nel suo genere - "Non è esagerato dire che Gastone Rizzo è passato alla storia per essere stato il "maestro dei francobolli". Storia di un Paese, il nostro, che grazie alla passione di questo distinto signore di ottantacinque anni, si è fatto conoscere dalle scuole di numerosi Paesi del mondo. - Sono stato pioniere di un metodo educativo unico nel suo genere. I francobolli mi hanno permesso di insegnare, ad alunni delle elementari, la storia, la religione, la geografia e altre materie, in maniera del tutto innovativa, - spiega Rizzo, veronese di origine a Parma da oltre mezzo secolo. - Quando ero piccino - continua - vidi sulla scrivania di un amichetto una piccola raccolta di francobolli. Me ne innamorai immediatamente e decisi di iniziare a collezionare, facendo del mio hobby un mestiere. - Non si è limitato a raccogliere, Gastone, ma ha deciso di tramandare il suo amore per la filatelia agli studenti dei quali ancora conserva i quaderni. - Nel 1940 ho incominciato ad insegnare in alcune scuole della bassa campagna veronese e, fin da allora mi sono servito dei francobolli come sussidio didattico. Interruppi l'insegnamento perché chiamato alle armi, ma nel '48 ripresi sempre con l'aiuto della filatelia. - Il maestro spiega che chiedeva ai suoi studenti di portare francobolli in classe e, dalla piccola raccolta personale, che i bimbi attaccano al quadernetto, si "partiva" per spiegare le varie materie. I più bravi ricevevano, come premio, un nuovo francobollo regalato dal maestro. - La mia attività didattico-filatelica cominciò ad uscire dal confine in cui operavo. Direttori di scuole mi invitavano a tenere conferenze e autorità mi chiedevano di partecipare a mostre, dove esponevo il mio materiale filatelico unito a quello degli studenti: la più importante a cui ho partecipato si è svolta nel maestoso Palazzo Grassi a Venezia -. Rizzo sfoglia con orgoglio i quaderni degli alunni riempiti da calligrafie infantili e da colorati francobolli e un album colmo di articoli di giornale di tutto il mondo (fra questi anche la Gazzetta di Parma degli anni cinquanta). - Ricordo, con emozione, quando l'Unesco mi chiese una dettagliata esposizione scritta del mio lavoro scolastico e il giorno in cui una casa cinematografica di Torino realizzò sul mio insegnamento un documentario intitolato "Una scuola così" -. Rizzo ricorda anche quando arrivò, nel 1959, nella nostra città dove lavorò come consulente dell'Althea e come insegnante a Sorbolo e poi all'elementare Pezzani, dove si fermò per diciotto anni, sempre usando il metodo dei francobolli. Ora Rizzo, che vive in via Ferrarina, in quartiere Cittadella, coltiva un grande sogno che è quello di pubblicare un libro che raccolga i più interessanti momenti della sua esperienza di filatelico e di educatore. - Ho scritto centinaia di pagine che sono a disposizione di un eventuale editore. Qualcuno vuole pubblicare la storia di un maestro di francobolli in una scuola...così?". A margine dell'articolo sono da aggiungere alcune cose importanti, anzi, fondamentali: la prima, purtroppo, è abbastanza triste e riguarda il fatto che Rizzo sia passato, a miglior vita, come suol dirsi, undici anni dopo la pubblicazione della sua breve chiacchierata con la giornalista. L'ho appreso poche ore dopo aver scritto queste note del mio diario, facendo un breve quanto esaustivo giro sul web: la morte del vecchio maestro, avvenuta alla veneranda età di novantasette (sic!) anni, è datata infatti 4 maggio 2019 (poco più d'un anno fa, quindi); insieme alla ferale notizia (letta sempre sulla Gazzetta di Parma: questa volta, però, nell'edizione on line) vi è anche scritto: "Lo stesso giorno, alla distanza di poche ore dalla sua morte, l'adorata nipote Barbara ha dato alla luce Leonardo, il pronipotino che sognava e che avrebbe teneramente coccolato". Mi viene in mente ora quanto mi raccontavano spesso sia mia madre che mia zia (sua sorella). Quando mia madre tornò a casa dalla clinica in cui mi aveva dato alla luce (la casa di cura "Bernardini" di Taranto), mia nonna Eleonora (la quale, avendo subito una paresi parziale trascorse allettata e senza poter parlare gli ultimi anni di vita) vedendomi in braccio a lei volle a sua volta tenermi in braccio per alcuni attimi. Dopo aver assistito alla scena, il medico che la visitava esclamò: - L'alba e il tramonto! - Ma torniamo al Rizzo. Mi domando ora quanti direttori didattici o presidi di plessi scolastici sarebbero disposti ad accettare un maestro siffatto nella propria "compagine" educativa? Penso ben pochi, evidentemente! L'idea che mi sono fatto di quest'uomo non può essere precisa al millimetro (o al bacio), visto che ho consultato pochi documenti cartacei e non ho avuto mai la possibilità di conoscerlo di persona, tuttavia penso dovesse trattarsi d'una persona estremamente affabile ed alla mano e che fosse uomo (un vecchietto) alaquanto arzillo e simpatico: a questa impressione sono giunto guardando alcune sue foto. Ne concludo, pertanto, che se fossi preside di una scuola (di qualsiasi ordine e grado) darei a lui "carta bianca" sul metodo educativo da seguire, prescindendo da circolari e da annessi - e connessi - ministeriali. Forse sono di parte, é vero, esprimendo tale giudizio, visto che in mia vita, a più riprese, ho collezionato francobolli sin da bambino (i primi li rubacchiavo dagli album della mia povera sorella Anna la quale, alla fine - esasperata dai miei continui "furti" - me li regalò in toto!)...la mia collezione completa - ahimé - l'ho venduta qualche anno fa (correva il 2014) al mio amico Paolo Balestrieri il quale, ironia del caso, risiede a pochi chilometri dai luoghi in cui insegnò il Rizzo: egli vive e lavora, infatti, insieme alla sua consorte, nel centro di Felino (capitale del salame omonimo di cui ho già parlato nel mio diario), poco distante dal capoluogo parmigiano. Anche io, debbo dire d'aver imparato molto dai francobolli, prescindendo dal fatto (assolutamente non trascurabile) che sono in genere sempre piacevoli da vedere in quanto molto colorati ed assortiti nelle forme e dimensioni: date importanti, ricorrenze, località, avvenimenti storici, nomi di personaggi, curiosità d'ogni genere e in ogni campo dell'attività dell'uomo e del suo scibile. La seconda cosa da rimarcare, riguardo Gastone Rizzo, è senz'altro positiva: nel 2012, il suo libro "Una scuola così" ha visto la pubblicazione ad opera della casa editrice Prodigi di Gallarate, provincia di Varese. La seconda storia riguarda un'altro personaggio, anch'egli parmigiano d'adozione: Giovanni Vitale. Sempre sulla Gazzetta di Parma è riportato quanto segue. Occhiello - Personaggi: Giovanni Vitale, l'artigiano di Borgo sul Naviglio; Titolo - Restaurare i mobili da enormi soddisfazioni. - Ha 29 anni, ma ha scelto di fare un mestiere antico (ormai sempre più raro), a contatto con oggetti dei secoli passati. Un lavoro, come sottolinea, - dove la busta paga non é assicurata, così come il profitto che varia, enormemente di periodo in periodo. Questo mestiere non dà sicurezza ma non stanca mai ripagando chi lo svolge con enormi soddisfazioni, - spiega Giovanni Vitale, restauratore di mobili antichi, che opera in un piccolissimo locale di Borgo del Naviglio, in quartiere Parma centro. Una viuzza affasscinante e ombrosa dove scorrevano, secoli fa, le acque di un canale (il Naviglio, appunto) che trasportava, con le sue acque, scambi e storia. Un borgo colmo di memoria. - Compiuti gli undici anni incominciai ad apprendere il mestiere, grazie all'impiego in una ditta che si occupava di restauro - spiega Giovanni -. Non amavo studiare così decisi di investire tutte le energie in questo mestiere che mi ha appassionato da subito. Con poco capitale e con il solo lavoro delle mie mani mi sono fatto conoscere -. Il suo negozietto è colmo di mobili e di attrezzi del mestiere: carta vetrata, martelli, seghetti, sgorbie, scalpelli, segatura. - Non scorderò mai la soddisfazione che mi diede restaurare il mio primo mobile: una vetrinetta in abete rustico. Alla fine del lavoro non potevo credere di averla rimessa a nuovo tutto da solo. L'oggetto più bello di cui mi son preso cura è, invece, un Napoleone III°. Uno spettaco=  lo -. Giovanni, che vive a Parma da una decina di anni, dice di amare la nostra città che - ha rispetto per la memoria storica e gli oggetti del passato - aggiunge -. Sono tanti i parmigiani che mi portano mobili trovati in soffitta. Oggetti che, magari, valgono tanto e alla prima occhiata sembrano cianfrusaglie da nulla. Il mio mestiere richiede tanta calma, buona volontà e attenzione. Ho imparato guardando gli altri lavorare e credo fermamente che questo lavoro non si possa imparare sui libri - conclude Giovanni, l'artigiano di Borgo del Naviglio". Cosa posso dire, in conclusione, da par mio? Soltanto una cosa: gli artigiani sono sempre meno (adesso ancor meno di prima, purtroppo, visto che l'articolo appena riportato risale a più di dodici anni orsono)...per fortuna, però, che ve ne sia ancora qualcuno in giro!
     - Mille proverbi italiani - Nel 1999 uscì la seconda edizione del librino "Mille proverbi italiani" (consta di appena sessantasei pagine, stampate in edizione tascabile), scritto da Massimo Baldini ed edito dalla Newton&Compton di Roma nella serie Tascabili Economici; il prezzo era davvero basso: millecinquecento lire...qualche anno prima dell'avvento della moneta unica in Europa. Nelle pagine introduttive l'autore scrive, tra le altre cose: "Per millenni l'uomo ha trasmesso le proprie conoscenze con il solo strumento della voce. Le informazioni passavano di bocca in bocca e procedevano a velocità pedonale sui sentieri della storia. L'uomo che vive in una cultura orale, in una cultura cioé che non conosce la scrittura, non possiede documenti, ma ha solo la memoria. Egli sa solo ciò che ricorda e per ricordare ha bisogno di formule come ausili mnemonici. In altre parole, in tali culture occorre articolare le conoscenze in pensieri memorabili, in pensieri essenziali o quintessenziali, in breve: in proverbi. Nelle culture orali, scrive W. J. Ong (cfr. Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, trad. it. di A. Calanchi, Bologna, Il Mulino, 1986, pp. 62-63), "il pensiero deve nascere all'interno di moduli bilanciati a grande contenuto ritmico; deve strutturarsi in ripetizioni e antitesi, in allitterazioni e assonanze, in epiteti ed espressioni formulaiche, in proverbi costantemente uditi da tutti e che sono rammentati con facilità". Nelle culture orali (come anticamente è stata anche la nostra, quindi) i proverbi del tipo: "Chi non muore si rivede", "Sbagliare è umano perdonare divino", "Donna e fuoco toccali poco", "Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino", "Presto e bene non stanno insieme", non sono occasionali, essi formano "la sostanza stessa del pensiero. Senza di loro sarebbe impossibile un pensiero che abbia una qualche durata, poiché essi lo costituiscono". I proverbi hanno rappresentato per vari millenni l'enciclopedia tribale degli uomini. Essi sono stati il precipitato dell'esperienza, cioé dei tentativi ed errori di molte generazioni. Ai proverbi è stato affidato il sapere psicologico, sociologico, politologico, filosofico, medico, meteorologico, gastronomico, economico ed etico che gli uomini venivano faticosamente elaborando. E che la stesura di un proverbio fosse il frutto della riflessione di una intera comunità e che ad esso si giungesse dopo molti anni è  ben evidenziato da una celebre massima veneziana, secondo cui "i proverbi li facevano i vecchi e stavano cent'anni e li facevano sulla comoda". I proverbi, dunque, sono pensieri fossili che sono sopravvissuti all'invenzione della scrittura, alla scoperta della stampa e alla nascita della galassia elettrica ed elettronica...oggi non si coniano più proverbi e si usano sempre meno. Secondo l'autore le cause sarebbero essenzialmente tre: in primo luogo, la loro stella si è appannata in quanto la scienza risponde in modo più soddisfacente di loro ad alcuni interrogativi che si pongono gli uomini. Si pensi per fare un esempio all'ambito della meteorologia. In secondo luogo, i proverbi sono stati abbandonati come fonte di sapere, poiché molti si rifanno o rimandano, direttamente o indirettamente, ad un mondo contadino che è, per l'uomo contemporaneo, fondamentalmente estraneo. In terzo luogo, infine, essi sono divenuti un sapere marginalizzato, poiché, tranne pochissimi, non vengono più nell'arco della giornata frequentemente ripetuti e, quindi, non sono stati più memorizzati sistematicamente dalle generazioni più giovani. Tuttavia, siamo convinti che anche nella nostra cultura questa forma di sapere possa avere ancora una funzione e un ruolo di qualche utilità...essi possono oggi informarci di ciò che si nasconde nell'animo e nella mente degli uomini , possono cioè fornirci ragguagli illuminanti sulle passioni che li agitano, sui vizi che li posseggono e sulle virtù che si sforzano di far proprie. Certo, psicologi e sociologi, psicanalisti e pedagogisti hanno anch'essi indagato queste stesse problematiche, ma i proverbi hanno il vantaggio di possedere al massimo grado il dono della concisione e la virtù della chiarezza. I proverbi, infatti, non hanno bisogno di un linguaggio specialistico per comunicare la verità o la verità-e-mezzo che, nei casi più felici, contengono, in quanto adoperano le parole di tutti i giorni. Per capirli, quindi, non c'é bisogno di un diploma né tantomeno di una laurea. Essi parlano alla mente e al cuore di tutti coniugando felicemente il sapere più profondo con il massimo di divulgazione possibile. Anche a mio modo modesto di vedere i proverbi rappresenteranno sempre - e comunque - una insostituibile forma di sapere, pur se inesorabilmente ed implacabilmente vittime sacrificali del tempo (anzi, dei "tempi"); essi resteranno simbolo di saggezza popolare che mai perderà di valore: neanche quando quei tempi di cui sopra diverranno ancor più sfrenatamente digitalizzati e la cultura sarà molto più massificata ed "usa&getta" di ora. Il motivo di tutto sta, invero, nel fatto che essi rappresentino una sorta di ammaestramento morale, di precetto a "presa rapida" a causa, innanzi tutto, del loro elevatissimo grado di semplicità e...onnicomprensione a - e per - tutti gli strati della sfera sociale. La novità della pubblicazione del Baldini (nella sua carriera di docente e cattedratico fu ordinario di Storia della filosofia alla Università di Perugia e insegnò Semiotica alla Luiss di Roma; in quella di autore scrisse varie opere tra cui: "Gli scienziati ipocriti sinceri", "Contro il filosofese", "Le parole del silenzio", "Storia della comunicazione"; per i tipi della Newton curò anche gli Aforismi di Kierkegaard, Gandhi, Proust, Freud, Leonardo, Doyle) risiede nel fatto (come sottolineano anche le note editoriali pubblicate in ultima pagina di copertina del suo librino) di aver raccolto i principali proverbi italiani tutti insieme e nell'averli poi ordinati per temi ed in ordine alfabetico: dalla A di "amare" alla V di "vizio". A onor di cronaca, è da dire che un precedente lontano si era già avuto nella letteratura italiana e ad esso proprio lo stesso autore (anche citandolo nelle note introduttive) si è rifatto ed ispirato: i "Proverbi toscani" di Gino Capponi; raccolti e illustrati da Giuseppe Giusti, essi furono ampliati e poi pubblicati postumi dall'autore a Firenze nel 1853. E' una raccolta che constava in origine di circa 3000 proverbi e a cui l'editore ne aggiunse quasi altrettanti, tolti per la massima parte dal repertorio inedito di Francesco Serdonati. La materia è ordinata per argomento: Abitudini, usanze - Adulazione, lodi, lusinghe - Affetti, passioni, voglie, etc. Quì, di seguito, una serie di proverbi come riportati nell'opera del Baldini, secondo tre lemmi "cardine" dell'esistenza: Amore, Morte, Tempo. Amore - Contro amore non é consiglio. Chi soffre per amor, non sente pene. Il primo amore non si scorda mai. I primi amori sono i migliori. Crudeltà consuma amore. Ogni amore ha la sua spesa. Scalda più amore che mille fuochi. Non c'è amore senza amaro. Nella guerra d'amore vince chi fugge. L'amore é cieco. Se ne vanno gli amori e restano i dolori. Amor nuovo va e viene, amore vecchio si mantiene. Amore e signoria non soffron compagnia. Grande amore, grande dolore. L'amore a nessuno fa onore e a tutti fa dolore. L'amore di carnevale muore in quaresima. L'amore del soldato non dura: dove egli va trova la sua signora. - Tempo -  Il tempo vince tutto. Il tempo è galantuomo. Il tempo consuma ogni cosa. Il tempo divora le pietre. Il tempo bene speso è un gran guadagno. Il tempo viene per chi lo sa aspettare. Con il tempo e con la paglia si maturano le nespole. Chi ha tempo non aspetti tempo. Non c'è cosa che si vendichi più del tempo. Tempo perduto mai non si riacquista. - Morte - A tutto c'è rimedio fuorché alla morte. Il viaggio alla morte è più aspro che la morte. La morte è una cosa che non si può fare due volte. La morte non guarda in faccia nessuno. La morte guarisce tutti i mali. Morte, vita mia. La morte viene quando meno la si aspetta. Ogni cosa è meglio che la morte. La morte paga i debiti, e l'anima li purga. La morte non ha lunario. Contro  la morte non vale né muro né porte.
     - Carlo Bonini, Stefano Cucchi e...i vuoti a perdere - Di solito le note tecnico-artistiche di un autore o di un'autrice (il curriculum-vitae, per intenderci!) vengono riportate dall'editore in seconda, terza o quarta pagina di copertina dell'opera scritta dallo stesso o dalla stessa. In questo caso voglio farlo in apertura del paragrafo che mi accingo a scrivere. Carlo Bonini è nato nel 1967 a Roma ed è inviato speciale del quotidiano "La Repubblica", dove è arrivato dopo aver lavorato per "il manifesto" e "il Corriere della Sera". Ha pubblicato le due biografie La Toga Rossa (1998), storia del giudice Francesco Misiani, e Il Fiore del Male (1999), sulla vita di Renato Vallanzasca, il reportage narrativo Guantanamo (2004), Il mercato della paura, scritto a due mani con Giuseppe D'Avanzo (2006), Acab. All Cops Are Bastards (2009), con Giancarlo De Cataldo Suburra (2014) e La notte di Roma (2015), l'Isola assassina (2018). 

  • 23 agosto alle ore 10:50
    Bella cognome Volpe

    Come comincia: Quando in un palazzo abitato da persone tranquille arriva una signora di una bellezza fuori del comune maschietti e femminucce, per motivi diversi vanno in  fibrillazione soprattutto le mogli: “Non hai ma visto una donna, mi sembra pure volgare, sicuramente non è seria!” Ai signori maschietti la serietà della cotale non interessava proprio anzi… ma si guardavano bene da qualsiasi approccio anche perché la signora rispondeva appena ai saluti di rito. Anche il nome non era male, Bella, cognome Volpe, professione? Bella dimostrava ampie possibilità finanziarie ma non risultava svolgere alcuna professione,  spesso si allontanava da casa per vario tempo con la sua Mini Cooper targata 75, Parigi, Giulia Fabbri, la moglie di Alberto Ferrari era l’unica a non fare commenti, i rapporti col marito erano da tempo solo formali, la situazione era di gradimento di entrambi. Da dieci anni erano finiti i grandi slanci soprattutto sessuali, lei teneva in  ordine la casa ed era una brava cuoca, lui tecnico informatico provvedeva a ‘portare a casa’ soldi  provenienti dalla sua professione esercitata  in un negozio a villaggio Paradiso dove molte persone si recavano ad acquistare congegni elettronici, soprattutto antifurti da piazzare in casa ed anche nelle auto, quelli normali non funzionavano con i ladri esperti. Una mattina Bella si presentò in negozio e: “Se non mi sbaglio lei abita in viale dei Tigli nella mia stessa palazzina.” “Si signora Bella di nome e di fatto, sono a sua disposizione o addisposizione come dicono i siciliani.” “Dal suo accento lei mi sembra un romano, quale motivo… “È una storia lunga, qualora ci dovessimo incontrare di nuovo e lei abbia voglia di ascoltarla…mi dica quello che le occorre.” “Qui fuori ho la mia Mini Cooper, quella macchina nera, voglio essere sicura che nessuno ci abbia piazzato una cimice, lei è in grado…” “Sono in grado.” Alberto prese un attrezzo che era in carica, lo staccò dalla presa ed entrò in macchina. Subito si sentì un suono prolungato.” “Gentile signora lei ci ha proprio azzeccato, non so di preciso dell’auto dove sia stata piazzata la cimice, ormai è ora di pranzo, che ne dice di rivederci il pomeriggio?” “ E se io la invitassi a casa mia, ho una donna tutto fare che è brava anche come cuoca.” “Chiudo bottega e la seguo ma con la mia Giulietta, non mi va di essere spiato.” All’ingresso nel portone dei due sia i signori che le signore risposero a mezza bocca al buongiorno, i maschietti pensarono: “Quel gran figlio di…”, le femminucce: ”L’avevo detto che era una mignotta!” “Un bel cognome, data la targa della sua auto doveva chiamarsi ‘Renard’ e non Volpe.” “Così conosce il francese!” “Si anche altre lingue, che ne dice di cominciare ad assaggiare le composizioni culinarie della sua cuoca?” “Ha un parlare forbito, complimenti chissà quante femminucce…” “Recentemente sono un po’ in disarmo ma sono disponibile…” “Lei è un furbacchione, laviamoci e mani e all’assalto…” La cuoca era stata davvero brava e raffinata: primo: pasta incaciata, secondo: pesce spada alla ghiotta, contorno: caponata ed infine un ananas tagliata  in modo impeccabile. “Che ne dice di invitarmi più spesso?” “Vedremo, per ora la prego di togliermi la cimice dall’auto.” Il tecnico  che aveva istallato la microspia  l’aveva piazzata dentro la fodera del sedile del conducente, fu immediatamente trovata da Alberto. “Bravissimo, quanto le devo?” “Mi basta un altro invito a pranzo o a cena, ‘good luck.” “Aussi à vous monsieur.” La curiosità non è solo femmina, Alberto avrebbe voluto volentieri avere rapporti ravvicinati con Bella e così  mise lui una sua cimice sotto la carrozzeria della Mini  per sapere dove la signorina si recava di solito,  una cimice  molto particolare di costruzione sua e di Armando, suo compagno di studi a Milano non rilevabile dai tecnici che non possedevano un altro congegno sempre inventato da lui e dal suo amico. Un pomeriggio Alberto chiese al suo collaboratore di stare lui da solo in negozio ed aspettò che Bella uscisse con la Mini, la seguì a distanza sui monti Peloritani sino al bivio di Musolino e poi ad una villa isolata. Il caseggiato sembrava disabitato, sul tetto due grandi antenne, sbarre alle finestre anche ai piani superiori,una  massiccia porta blindata all’ingresso, nessun suono proveniente dall’interno. Alberto girò l’angolo dove rinvenne la Mini di Bella, di colpo si trovò alzato da terra da una manona il cui proprietario non prometteva nulla di buono. “Che fai da queste parti, parla!” Alberto quasi strangolato riuscì a malapena a dire: “Mi ha dato quest’indirizzo la signorina Bella…” Poco convinto il bestione scaraventó materialmente Alberto dentro l’ingresso della villa, dopo un lungo corridoio si trovò  su una sedia e poco dopo giunse Bella: “Ha messo nei guai se stesso ed anche me, speriamo di uscirne fuori ambedue sani e salvi.” Bella andò a parlare con un signore con cappello nero e grossi occhiali scuri, dopo un po’ ritornò indietro e: “Sediamoci ad un tavolo, stavolta monsieur Hulot ha creduto o fatto finta di credere alla  mia versione, vada al bar e mi porti qualcosa di forte.” “Alberto fu interpellato dal barista: “Che bello finalmente un vero uomo, io mi chiamo Uberto, senza la m, sicuramente preferirà qualcosa di forte, le preparo un cocktail esplosivo.” Alberto ringraziò con un sorriso, non era in grado di fare conversazione. Bella: “T’avevo detto qualcosa di forte ma questo è una bomba!” Alberto si guardò intorno, in giro c’erano uomini e donne vestiti con abiti inusuali, alcuni dell’estremo Oriente. Ad un cenno di monsieur Holut,  Bella: “Torniamo a casa con la tua macchina non con la mia, poi capirai il perché.” Alberto evitò di entrare nel suo appartamento, seguì Bella nel suo e imitò la padrona di casa rimanendo solo con gli slip, Bella in reggiseno e mutandine. Mangiarono il resti del pranzo  poi si accomodarono su un divano senza parlare sino a che Bella: “Non posso dirti tutto quello che mi è successo, ti posso solo rivelare che sono nella mani di quel signore con gli occhiali neri. Ci siamo  salvati dalle ‘carezze’ di quel bestione a nome Ivanov, lui strangola le persone ‘nemiche’, le chiude in un sacco che viene gettato con delle pietre in mare, fine della storia. Ci sono molti altri episodi che preferisco tenere per me, se dovessero prenderti e torturarti per farti parlare inguaieresti anche i miei familiari, insomma un gran casino, ne parliamo domani, doccia e a letto. Il getto caldo fece svegliare ‘ciccio’ a stecchetto da molto tempo, forse Bella era nelle stesse condizioni e non oppose resistenza anzi collaborò in pieno, una notte di fuoco. La mattina seguente Bella sembrava ancor più bella, i ripetuti orgasmi avevano fatto effetto sul suo viso, nuda il suo corpo era meraviglioso. Alberto aspettò che la ragazza si svegliasse: “Quant’è che mi stavi guardando, ti ho visto con gli occhi semichiusi, un Rublo per i tuoi pensieri.” “Vorrei sposarti, scappare con te in Australia, anche lì sarei apprezzato per il mio lavoro, sono un eccellente specialista nel mio campo, raggiungerei l’amico Armando con cui ho progettato alcuni apparecchi elettronici unici al mondo  che non sono in commercio.” Bella si era girata di spalle, piangeva, non era cosa da lei, Alberto l’abbracciò e non perse l’occasione per accontentare ‘ciccio’ di nuovo in erezione, anche Bella partecipò attivamente.”Forse devo far stare a riposo le mie ‘cosine’ un giorno intero, mai conosciuto…” “Non so se era un complimento o un rimprovero, quando il mio pisello sente odore di topa o di buchino posteriore si scatena, andiamo a recuperare le forze in cucina.” Il pomeriggio ritorno alla villa sui Peloritani, Alberto aveva portato con sé il cerca cimici di sua invenzione. Bella andò a conferire con lo pseudo  signor Hulot, parlarono abbastanza a lungo fin quando Bella ritornò da Alberto. “Resoconto: un tecnico russo ha cercato si localizzare la cimice che tu hai installato nella mia Mini, non  c’è riuscito e quindi il signore con gli occhiali ha voluto sapere da me come stanno le cose, andiamo col tuo congegno alla mia auto.” Lì trovarono un uomo in tuta che, senza salutare chiese in russo a Bella di chiedere ad Alberto di far funzionare il congegno. Subito la cimice cominciò una sinfonia di suoni, il russo l’avrebbe fatto volentieri volare nel terreno sottostante, aveva fatto la figura dell’ignorante elettronico. Monsieur Hulot batté le mani, aveva in mano qualcosa che altri suoi colleghi non possedevano, un’arma in più in suo possesso. Bella con Alberto andò a sedersi ad un tavolino del salone poi ad un segno del famigerato Hulot: “Andiamo in garage, ci sono due auto dell’Ambasciata russa, devi controllare che non vi siano installate delle cimici.” La prova fu positiva, ambedue le grosse auto nere suonarono come campanelli impazziti, il grande capo ancora una volta batté le mani, aveva trovato il modo di sputtanare i colleghi dell’ambasciata. Alberto e Bella rientrati a casa di lei prima si riempirono il pancino e poi alla grande col sesso, la ragazza non si lamentava più per le eccessive prestazioni anzi sembrava presa dal sacro fuoco! Alberto cadde in  un sonno profondo tanto da non riuscire a dare il bacino della buona notte a Bella. Fu un raggio di sole a svegliarlo, le dieci, quanto aveva dormito, bah. Bella non era al suo fianco, Alberto la cercò per tutta casa, invano, i suoi vestiti erano spariti dall’armadio, nessun biglietto. Alberto capì, la signorina la sera prima gli aveva drogato le bevande poi era sparita  avendo compreso la loro storia non poteva avere buon fine. Alberto si ributtò sul letto, le lenzuola ancora avevano il profumo del corpo della ragazza, una tristezza infinita…non gli rimase altro che rientrare a casa sua con la faccia di cane bastonato. La consorte abituata a quelle fughe ed ai ritorni non profferì verbo, gli preparò la doccia e si mise ai fornelli, sicuramente suo marito aveva bisogno di riprendere le forze… 
    BELLA  COGNOME VOLPE
    Quando in un palazzo abitato da persone tranquille arriva una signora di una bellezza fuori del comune maschietti e femminucce, per motivi diversi vanno in  fibrillazione soprattutto le mogli: “Non hai ma visto una donna, mi sembra pure volgare, sicuramente non è seria!” Ai signori maschietti la serietà della cotale non interessava proprio anzi… ma si guardavano bene da qualsiasi approccio anche perché la signora rispondeva appena ai saluti di rito. Anche il nome non era male, Bella, cognome Volpe, professione? Bella dimostrava ampie possibilità finanziarie ma non risultava svolgere alcuna professione,  spesso si allontanava da casa per vario tempo con la sua Mini Cooper targata 75, Parigi, Giulia Fabbri, la moglie di Alberto Ferrari era l’unica a non fare commenti, i rapporti col marito erano da tempo solo formali, la situazione era di gradimento di entrambi. Da dieci anni erano finiti i grandi slanci soprattutto sessuali, lei teneva in  ordine la casa ed era una brava cuoca, lui tecnico informatico provvedeva a ‘portare a casa’ soldi  provenienti dalla sua professione esercitata  in un negozio a villaggio Paradiso dove molte persone si recavano ad acquistare congegni elettronici, soprattutto antifurti da piazzare in casa ed anche nelle auto, quelli normali non funzionavano con i ladri esperti. Una mattina Bella si presentò in negozio e: “Se non mi sbaglio lei abita in viale dei Tigli nella mia stessa palazzina.” “Si signora Bella di nome e di fatto, sono a sua disposizione o addisposizione come dicono i siciliani.” “Dal suo accento lei mi sembra un romano, quale motivo… “È una storia lunga, qualora ci dovessimo incontrare di nuovo e lei abbia voglia di ascoltarla…mi dica quello che le occorre.” “Qui fuori ho la mia Mini Cooper, quella macchina nera, voglio essere sicura che nessuno ci abbia piazzato una cimice, lei è in grado…” “Sono in grado.” Alberto prese un attrezzo che era in carica, lo staccò dalla presa ed entrò in macchina. Subito si sentì un suono prolungato.” “Gentile signora lei ci ha proprio azzeccato, non so di preciso dell’auto dove sia stata piazzata la cimice, ormai è ora di pranzo, che ne dice di rivederci il pomeriggio?” “ E se io la invitassi a casa mia, ho una donna tutto fare che è brava anche come cuoca.” “Chiudo bottega e la seguo ma con la mia Giulietta, non mi va di essere spiato.” All’ingresso nel portone dei due sia i signori che le signore risposero a mezza bocca al buongiorno, i maschietti pensarono: “Quel gran figlio di…”, le femminucce: ”L’avevo detto che era una mignotta!” “Un bel cognome, data la targa della sua auto doveva chiamarsi ‘Renard’ e non Volpe.” “Così conosce il francese!” “Si anche altre lingue, che ne dice di cominciare ad assaggiare le composizioni culinarie della sua cuoca?” “Ha un parlare forbito, complimenti chissà quante femminucce…” “Recentemente sono un po’ in disarmo ma sono disponibile…” “Lei è un furbacchione, laviamoci e mani e all’assalto…” La cuoca era stata davvero brava e raffinata: primo: pasta incaciata, secondo: pesce spada alla ghiotta, contorno: caponata ed infine un ananas tagliata  in modo impeccabile. “Che ne dice di invitarmi più spesso?” “Vedremo, per ora la prego di togliermi la cimice dall’auto.” Il tecnico  che aveva istallato la microspia  l’aveva piazzata dentro la fodera del sedile del conducente, fu immediatamente trovata da Alberto. “Bravissimo, quanto le devo?” “Mi basta un altro invito a pranzo o a cena, ‘good luck.” “Aussi à vous monsieur.” La curiosità non è solo femmina, Alberto avrebbe voluto volentieri avere rapporti ravvicinati con Bella e così  mise lui una sua cimice sotto la carrozzeria della Mini  per sapere dove la signorina si recava di solito,  una cimice  molto particolare di costruzione sua e di Armando, suo compagno di studi a Milano non rilevabile dai tecnici che non possedevano un altro congegno sempre inventato da lui e dal suo amico. Un pomeriggio Alberto chiese al suo collaboratore di stare lui da solo in negozio ed aspettò che Bella uscisse con la Mini, la seguì a distanza sui monti Peloritani sino al bivio di Musolino e poi ad una villa isolata. Il caseggiato sembrava disabitato, sul tetto due grandi antenne, sbarre alle finestre anche ai piani superiori,una  massiccia porta blindata all’ingresso, nessun suono proveniente dall’interno. Alberto girò l’angolo dove rinvenne la Mini di Bella, di colpo si trovò alzato da terra da una manona il cui proprietario non prometteva nulla di buono. “Che fai da queste parti, parla!” Alberto quasi strangolato riuscì a malapena a dire: “Mi ha dato quest’indirizzo la signorina Bella…” Poco convinto il bestione scaraventó materialmente Alberto dentro l’ingresso della villa, dopo un lungo corridoio si trovò  su una sedia e poco dopo giunse Bella: “Ha messo nei guai se stesso ed anche me, speriamo di uscirne fuori ambedue sani e salvi.” Bella andò a parlare con un signore con cappello nero e grossi occhiali scuri, dopo un po’ ritornò indietro e: “Sediamoci ad un tavolo, stavolta monsieur Hulot ha creduto o fatto finta di credere alla  mia versione, vada al bar e mi porti qualcosa di forte.” “Alberto fu interpellato dal barista: “Che bello finalmente un vero uomo, io mi chiamo Uberto, senza la m, sicuramente preferirà qualcosa di forte, le preparo un cocktail esplosivo.” Alberto ringraziò con un sorriso, non era in grado di fare conversazione. Bella: “T’avevo detto qualcosa di forte ma questo è una bomba!” Alberto si guardò intorno, in giro c’erano uomini e donne vestiti con abiti inusuali, alcuni dell’estremo Oriente. Ad un cenno di monsieur Holut,  Bella: “Torniamo a casa con la tua macchina non con la mia, poi capirai il perché.” Alberto evitò di entrare nel suo appartamento, seguì Bella nel suo e imitò la padrona di casa rimanendo solo con gli slip, Bella in reggiseno e mutandine. Mangiarono il resti del pranzo  poi si accomodarono su un divano senza parlare sino a che Bella: “Non posso dirti tutto quello che mi è successo, ti posso solo rivelare che sono nella mani di quel signore con gli occhiali neri. Ci siamo  salvati dalle ‘carezze’ di quel bestione a nome Ivanov, lui strangola le persone ‘nemiche’, le chiude in un sacco che viene gettato con delle pietre in mare, fine della storia. Ci sono molti altri episodi che preferisco tenere per me, se dovessero prenderti e torturarti per farti parlare inguaieresti anche i miei familiari, insomma un gran casino, ne parliamo domani, doccia e a letto. Il getto caldo fece svegliare ‘ciccio’ a stecchetto da molto tempo, forse Bella era nelle stesse condizioni e non oppose resistenza anzi collaborò in pieno, una notte di fuoco. La mattina seguente Bella sembrava ancor più bella, i ripetuti orgasmi avevano fatto effetto sul suo viso, nuda il suo corpo era meraviglioso. Alberto aspettò che la ragazza si svegliasse: “Quant’è che mi stavi guardando, ti ho visto con gli occhi semichiusi, un Rublo per i tuoi pensieri.” “Vorrei sposarti, scappare con te in Australia, anche lì sarei apprezzato per il mio lavoro, sono un eccellente specialista nel mio campo, raggiungerei l’amico Armando con cui ho progettato alcuni apparecchi elettronici unici al mondo  che non sono in commercio.” Bella si era girata di spalle, piangeva, non era cosa da lei, Alberto l’abbracciò e non perse l’occasione per accontentare ‘ciccio’ di nuovo in erezione, anche Bella partecipò attivamente.”Forse devo far stare a riposo le mie ‘cosine’ un giorno intero, mai conosciuto…” “Non so se era un complimento o un rimprovero, quando il mio pisello sente odore di topa o di buchino posteriore si scatena, andiamo a recuperare le forze in cucina.” Il pomeriggio ritorno alla villa sui Peloritani, Alberto aveva portato con sé il cerca cimici di sua invenzione. Bella andò a conferire con lo pseudo  signor Hulot, parlarono abbastanza a lungo fin quando Bella ritornò da Alberto. “Resoconto: un tecnico russo ha cercato si localizzare la cimice che tu hai installato nella mia Mini, non  c’è riuscito e quindi il signore con gli occhiali ha voluto sapere da me come stanno le cose, andiamo col tuo congegno alla mia auto.” Lì trovarono un uomo in tuta che, senza salutare chiese in russo a Bella di chiedere ad Alberto di far funzionare il congegno. Subito la cimice cominciò una sinfonia di suoni, il russo l’avrebbe fatto volentieri volare nel terreno sottostante, aveva fatto la figura dell’ignorante elettronico. Monsieur Hulot batté le mani, aveva in mano qualcosa che altri suoi colleghi non possedevano, un’arma in più in suo possesso. Bella con Alberto andò a sedersi ad un tavolino del salone poi ad un segno del famigerato Hulot: “Andiamo in garage, ci sono due auto dell’Ambasciata russa, devi controllare che non vi siano installate delle cimici.” La prova fu positiva, ambedue le grosse auto nere suonarono come campanelli impazziti, il grande capo ancora una volta batté le mani, aveva trovato il modo di sputtanare i colleghi dell’ambasciata. Alberto e Bella rientrati a casa di lei prima si riempirono il pancino e poi alla grande col sesso, la ragazza non si lamentava più per le eccessive prestazioni anzi sembrava presa dal sacro fuoco! Alberto cadde in  un sonno profondo tanto da non riuscire a dare il bacino della buona notte a Bella. Fu un raggio di sole a svegliarlo, le dieci, quanto aveva dormito, bah. Bella non era al suo fianco, Alberto la cercò per tutta casa, invano, i suoi vestiti erano spariti dall’armadio, nessun biglietto. Alberto capì, la signorina la sera prima gli aveva drogato le bevande poi era sparita  avendo compreso la loro storia non poteva avere buon fine. Alberto si ributtò sul letto, le lenzuola ancora avevano il profumo del corpo della ragazza, una tristezza infinita…non gli rimase altro che rientrare a casa sua con la faccia di cane bastonato. La consorte abituata a quelle fughe ed ai ritorni non profferì verbo, gli preparò la doccia e si mise ai fornelli, sicuramente suo marito aveva bisogno di riprendere le forze…

  • Come comincia: P. S.  Direi che una postilla (anzi, un post-scriptum) a questo punto sia d'uopo. Molte volte in mia vita ho mangiato salame di Felino (non tantissime seppur siano state abbastanza, invero, visti i suoi costi: di certo elevati ma mai così alti da riuscire soltanto a sfiorare quelli del culatello, altro prodotto tipico della norcineria parmense) e fortunatamente sono ancora in vita. Consiglierei inoltre di degustare il salame accompagnandolo con del pane di segale aromatizzato al miele: una vera e propria delizia ma solo per coloro, però, che possiedono palati fini!
     - Partire è un po' morire - L'origine di questa frase (notissima in verità) o modo di dire non la conoscevo affatto. Qualche giorno fa ho appurato che essa è di matrice transalpina: infatti fu il poeta francese Edmond Haraucourt che in primis la usò nel 1902 nella sua poesia "Addio Rondel o canzone dell'addio": quì, di seguito, la prima quartina della suddetta:
                         Andarsene è morire un po'
                         è morire per ciò che amiamo:
                         lasciamo un po' di noi stessi
                         sempre e ovunque...
    I versi, invero, non abbisognerebbero di ulteriore commento. Partire, sì, equivale a morire: perché ogni qualvolta lo facciamo, lasciamo un po' di noi stessi (oltre che dei nostri affetti) laddove eravamo. Ma anche i viaggi, tutti ed indistintamente, prima o dopo finiscono (come tutte le cose, del resto); e da tutti i viaggi, anche da quelli più lunghi, prima o poi si torna indietro, eccezion fatta nei casi seguenti: qualora ci si è fatti con un mix di droghe "biologiche"; se di nome e cognome (meglio sarebbe scrivere name&surname, visto che siamo dinanzi ad un cittadino britannico!) facciamo Syd Barrett e non ci siamo fatti con un mix di droghe biologiche bensì (e più semplicemente) con dell'lsd sintetico; se non sia un viaggio in fuga da noi stessi (quelli sono infiniti...durano oltre la vita stessa!); se non sia un viaggio fatto di - e con - niente ma in cui ci si fa di - e con - tutto.
     - Benedico il "male di vivere" (o: pensierino della sera e del dolce dormire) - Questa frase non è scritta da nessuna parte...non la troverete mai scritta su wikipedia, o nei libri di scuola d'ogni ordine e grado: in quelli italiani come in quelli francesi; sopra quelli della Slavonia  occidentale o su quelli del Burundi. Il motivo è puro e semplice (proprio come colui che l'ha scritta), anzi, è il solo esistente: l'ho scritta personalmente...meglio ancora "io medesimo" (accadde un quadriennio orsono: giorno più, giorno meno). Quel male, infatti, l'ho spesso incontrato nel corso della mia esistenza: affrontandolo sempre vi-a-vis (come direbbero nostri cugini d'oltralpe: ma sarà poi proprio vero, mi chiedo spesso,  che essi siano nostri cugini?Booh...!). Con lui, usando un termine sportivo, ho un bilancio in "rosso": ci ho fatto a botte, infatti, quasi sempre però perdendo, a volte pareggiando ma mai vincendo; eppoi l'ho anche maledetto tante volte, quel grandissimo figlio di puttana e l'ho anche odiato, ma ora invece lo benedico sovente: è lui, proprio lui in persona - e nessun altro - che mi ha temprato e reso più forte alle sofferenze, al dolore e ai cataclismi dell'esistenza; ed invero è proprio grazie a lui che riesco oggi a restare a galla e a sopravvivere. Ricordate ora il film di Giorgio Faenza dal titolo emblematico "Un giorno questo dolore ti sarà utile"? Ebbene, a me è successo proprio così, come il protagonista di quel film: il vissuto precedente è un bagaglio utile, mai zavorra senza senso e...quel film è tratto dal romanzo omonimo del 2007 di Peter Cameron, scrittore statunitense che fu candidato a diversi premi per la sua opera d'esordio: esso racconta in prima persona le vicende del protagonista; o meglio, è il protagonista che racconta sé stesso: ed egli è un "disadattato" della vita. Debbo confessare anche io una cosa importante in prima persona: i perfetti, a mio avviso, non sono di questo mondo e chi si ritiene tale non mi è mai "garbato di molto" (per usare un intercalare del grossetano!)...tranne .- ovviamente - cerchio, quadrato ed il numero tre: ammiro moltissimo le persone che si mettono a nudo (tanto con sé stesse, quanto rispetto agli altri) e lo fanno prescindendo dalla stagione al fine di mostrare il loro vero volto. Questo non vuol dire, però, che non ami la bellezza...il corpo nudo di una donna: ammirarlo, stringerlo tra le proprie braccia, farlo tuo; eppoi mettere un fiore tra i capelli di quella donna e darli un bacio sulla bocca. Ma che sbadato che sono, ho fatto ancora l'alba senza accorgermene: accade spesso quando mi lascio andare ai miei pensieri e trasportare dalla penna lungo il sentiero dello scrivere, attraversando il binario (morto ed incolore) d'un foglio rigato o quadrettato tutto da riempire. Ho perfino dimenticato che siamo in aperto ma...lockdown; in aperta era covid. Là fuori impazza la folla, impazzano i flash-moab, sventolano le bandiere tricolori sui balconi (quasi come fosse la sera di quell'11 luglio a Madrid); le chiese sono chiuse e chi più ne ha, più ne metta...eppoi, vuoi mettere? "Andrà tutto bene, vedrete!" (va ripetendo lo stolto al cieco: che però, cieco non lo è affatto: mi sa allora che si tratti d'un falso invalido!).

    Taranto, 19 marzo 2020.

  • 15 agosto alle ore 14:29
    Diario di bordo - Ricordando...

    Come comincia:  Ieri è stato un giorno importante, per me; una data di importanza primaria, davvero: di quelle da non perdere ed assolutamente da scrivere in rosso sul mio "personalissimo cartellino"...calendario (che sbadato sono, mi sa d'essermi confuso e di aver preso fischi per fiaschi o lucciole per lanterne: a quel modo era solito esprimersi Rino Tommasi, grande giornalista sportivo di qualche decade orsono, concludendo la telecronaca di ogni match di pugilato che egli stesso aveva poco prima seguito e commentato in tivù). Molti, invero, penseranno che si tratti del famosissimo tre di giugno, quello in cui si celebrano ben altre ricorrenze ma invece non è così, per me; io resto coi piedi per terra e celebro, tanto nella mia testa, quanto nel mio cuore, cose meno cariche di gloria (di quelle che se ne occupino pure altri, a me non importa un fico secco!) e di certo più tangibili; molto più "umane"...ben più piccole delle altre, quasi terra terra direi; cose da comune mortale quale sono: il decimo anniversario (correva il tre di giugno del duemiladieci, appunto) della scomparsa della mia adorata madre. E' stupido scriverlo (anzi, forse lo è soltanto pensarlo) ma non posso esimermi assolutamente dal farlo, a costo di dover apparire anche io vittima del conformismo e della retorica preconfezionata, e come farebbe del resto chiunque fosse nei miei panni o indossasse di nuovo, seppur un solo giorno all'anno, le vesti di figlio orfano: "sembra ieri...", eppure il tempo, tiranno come non mai (invero come sempre!) è trascorso; due lustri per intero sono passati come un temporale estivo da quel fatale giorno (il "pomeriggio d'un giorno da cani", come a volte oso definirlo parafrasando il titolo d'una celebre pellicola del 1975, diretta da Sidney Lumet e con la coppia Al Pacino-John Cazale nelle vesti di protagonista); da allora, ogni anno ho commemorato - piucché celebrato - la memoria di mia madre: l'ho fatto come meglio ho potuto (sul web o dove mi sia stato possibile farlo), ora con un pensiero e talvolta con dei versi altrui; altre volte invece rievocando semplicemente piccoli episodi della nostra vita trascorsa insieme. Anche quest'anno, fortunatamente, è stato così; nonostante la pandemia in atto, la quarantena al seguito e tutto il resto. Questa volta l'ho fatto pubblicando nella home del gruppo facebook "Brigate poeti rivoluzionari" un post con tanto di foto allegata (quella che la ritrae nel giorno del suo matrimonio con mio padre, avvenuto nell'agosto del 1960): una breve rievocazione - nulla di speciale né di arzigogolato: semplice com'era lei - con alcuni miei pensieri annessi ed alla fine i versi che io stesso scrissi e li dedicai nel 2016. Quì, di seguito, il resoconto di quanto scritto e pubblicato nel post: "Mia madre, Portulano Ada, nacque a Taranto il 23 marzo del 1925, morì a Taranto il 3 giugno del 2010 nel reparto di chirurgia donne dell'Ospedale "SS. Annunziata", in conseguenza di un edema cardiocircolatorio. Dopo un breve periodo lavorativo svolto con mansioni di impiegata nell'allora "Genio marino" di Taranto (oggi conosciuto come Genio Militare per la Marina o, più...mostruosamente con la sigla MARIGENIMIL; tuttavia non so se sia la stessa cosa!), condusse la vita in famiglia esercitando il ruolo di moglie e di madre. Aveva un carattere dolce, remissivo, taciturno. Visse senza far rumore, quasi in punta di piedi. Due cose sono legate a lei, anzi, mi vengono in mente di getto mentre scrivo queste parole per ricordarla, nel decimo anniversario della sua scomparsa: la prima è che l'ho fatta piangere tantissime volte (non è infrequente il fenomeno, soprattutto tra i figli maschi: ciòcché risalta, però, è il numero delle volte che è avvenuto, appunto!); la seconda è che gli ho dato tanto, di me, negli ultimi anni trascorsi insieme (fantastici e al tempo stesso un po' tumultuosi)..."sono andato in pari", diciamo pure così, anzi, come sono solito dire io, molto spesso! Penso, infatti, che alla fine nella vita si vada sempre in pari; finisce sempre così, in fondo (per lo meno nella maggioranza dei casi credo avvenga proprio questo: tranne per i più fortunati o per i più disgraziati, chissà!) tra gioie e dolori, vittorie e sconfitte, calci dati e pugni presi, ricordi belli e brutti, rimorsi, rimpianti e brevi lampi di felicità (serenità). Ma la vita, però, non è una mera attività commerciale come qualcuno ha inteso o intende quando viene al mondo: essa è tutta un'altra cosa! La poesia che segue la scrissi agli inizi del 2016 per ricordarla. Grazie a te, madre, ovunque tu sia adesso, per avermi lasciato sempre "libero" ".
                   
             = Ode a mia madre (Tu sei) =
    Tu sei in ogni cosa ed in ogni dove:
    sei nelle vele delle navi che fanno rotta negli oceani
    sei nel vento che attraversa le montagne e divora il cielo
    sei nella sabbia che popola i deserti
    e nell'acqua tersa e gelida dei fiumi in inverno
    sei nell'ali di farfalla che grandi
    si dispiegano come fossero quelle di un'aquila
    sei negli occhi d'una tigre ferita.
    Tu sei in ogni cosa ed in ogni dove su questa terra
    tu sei in ogni cosa ch'io faccia o che mi appartiene
    sei nel mio cuore e nel mio spirito
    nel mio amore e nelle mie vene.

    Dalle fessure della persiàna abbassata, nella mia stanza, filtrano prime luci dell'alba. Ho finito di scrivere questa parte del mio diario, mi avvio ad affrontare un nuovo giorno (il secondo - o il terzo...non tengo il conto! - della fase?????): appena con qualche ora di sonno sulle spalle ma consapevole di non essere malato di Alzheimer!

    Taranto, 5 giugno 2020.

  • 03 agosto alle ore 22:50
    Caro Montale

    Come comincia: Accade qualcosa di meraviglioso quando si scopre che la lingua esiste. Il mondo diventa all’improvviso un foglio bianco che finalmente si lascia sfiorare. Ricordo con cura la mia prima filastrocca in italiano e il disegno che feci quel giorno: mia madre camminava con il suo vestito verde su una terra marrone come il suo sguardo e stringeva la mano a papà che aveva il mare disegnato negli occhi.

                               “Mia mamma è bella
                               come una stella
                               Mio papà di più
                               Come il cielo blu.”

    Improvvisamente smisi di fantasticare d’essere una principessa che cantava leggiadra mentre un principe si innamorava di lei; avevo cominciato a sognare di poter dire tutte le cose con voce calda e spontanea. Mentre la maestra Rosetta parlava di Don Chisciotte della Mancia, io la osservavo e sognavo di poter parlare, niente più di come faceva lei, che usava tutte le parole e le coniugazioni come fossero una coreografia e ballava, oh sì, lei saltellava di qui e di là con la punta della lingua come se fosse su un palco, ma era immobile dietro alla sua scrivania e l’unico movimento che si vedeva, meraviglioso, era quello della bocca. Alla fine delle lezioni volevo saltare in piedi, alzarmi ed applaudire « BRAVA! BRAVA!», ma non avevo neanche il coraggio di muovere un ciglio, non fosse mai qualcuno s’accorgesse di me. Mi sarebbe bastato poter parlare almeno come il più fesso della mia classe, poter dire almeno una cosa, un lamento, un commento, mi sarebbe bastato avere appena il coraggio di ridere ad una battuta, ma niente usciva dalla mia bocca, nulla che non fosse un << non parlo italiano>>. I mie compagni mi chiedevano perché non parlavo ed io sussurravo di non sapere l’italiano, qualcuno mi chiedeva come stavo ed io rispondevo di non sapere l’italiano, mio padre mi chiedeva perché non avevo amici ed io gli spiegavo che non conoscevo l’italiano.
    L’italiano era il sole che abbaglia ed io ero dietro alla muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia, Ecco! Ecco cos’è l’italiano! Ho sussultato sulla sedia sbarrando gli occhi e sono scoppiata a piangere, la professoressa Vecchioni ha interrotto improvvisamente la lezione su Montale chiedendomi se stavo bene «Sì porca vacca, sto bene. Sto sanguinando tutta per via dei cocci di bottiglia, ma sto da Dio » ho pensato. Ero entusiasta, perché finalmente avevo capito dov’ero e dove dovevo cercare le mie parole, avevo finalmente trovato qualcosa che poteva finalmente, sì finalmente (FINALMENTE, FINALMENTE, FINALMENTE!), farmi sentire a casa: la metafora.
    Caro Montale, con i tuoi gialli limoni avevi salvato tutte le parole della mia vita, avevi detto loro d’esistere seppur in un universo che non poteva essere questo, ma chi se ne importa? Non c’è nulla di più doloroso per un uomo del dubbio se è vivo o morto. Concorderai con me che è meglio essere una metafora piuttosto che non essere, d’altronde come potrei definire me stessa con un linguaggio terrestre?

  • 23 luglio alle ore 23:16
    Della potenza

    Come comincia: Se avessi dei poteri, ma di quelli veri, quelli puri, spogliati da croste cerebrali ed emozionali, istitituerei un manifesto e lo affiggerei nella tenue sfera che da cuore a mente e a cuore e sterno staziona. Scriverei a caratteri cubitali e indelebili: - VIVI - E se fossi potente, ma potente per davvero, veglierei con attenzione acche' tal manifesto fosse perpetuamente rispettato e onorato. VIVI. Non transigerei, se pur amorevolmente. La vita sfugge stridendo fra binari di concetti e preconcetti, di regole, doveri e presunti doveri, mentre urla la sua Essenza deturpata dai graffi del pensiero costruito. La Vita la mettiamo a sedere accanto a noi chiedendole di sostare finché non abbiamo risolto le "nostre cose". Ma non abbiamo "cose" da risolvere, non c'è una seggiola che fa da seduta alla Vita: con noi, mentre, dietro e dopo, c'è solo l'esistenza che viviamo: siamo imprescindibili, indivisibili. Noi e la nostra vita siamo stessa Cosa. Se fossi potente, ma potente per davvero, toglierei tutte le seggiole sulla cui seduta poggiamo la Vita... e la farei Vivere.

  • 17 luglio alle ore 10:54
    Il sentiero dei guerrieri

    Come comincia: Rodolfo Berni si era da sempre considerato molto fortunato, dalla vita aveva ricevuto praticamente tutto: salute, bel fisico e soprattutto ricchezza da parte dei nonni paterni che a suo tempo erano emigrati in Australia facendo fortuna. Inoltre, a trent’anni aveva trovato l’amore della sua vita, Sofia Ugolini incontrata a Rimini. Amore a prima vista, cerimonia celebrata da un assessore  Comunale e viaggio di nozze..nella sua casa a Rimini, si  era in piena estate il periodo migliore per quella località. Sofia era nata in Olanda da genitori italiani emigrati ad Amsterdam che  avevano fatto fortuna in modo più o meno legale, in quel paese la droga ‘viaggia’ senza problemi…Ritornati a Roma i due coniugi presero alloggio nella villa di Rodolfo denominata ‘Ulisse’ villa facente parte di un complesso intitolato dal costruttore, forse fanatico degli eroi greci: ‘Il Sentiero dei Guerrieri’. Villa meravigliosa a tre elevazioni con al pian terreno un ampio garage dove era sistemata la Giulia di Rodolfo il quale aveva il ‘piede pesante’ e ‘raccoglieva’ troppe multe per eccesso di velocità correndo il rischio di perdere molti punti dalla patente e dover ridare gli esami di guida. Alzata d’ingegno: vendere la Giulia ed acquistare una Lamborghini ed una Fiat 500 intestati alla moglie con targa olandese e quindi praticamente invisibile ai Vigili Urbani ed al fisco italiano! Ma non tutti gli dei dell’Olimpo avevano in simpatia Hermes, protettore di Rodolfo a cui fecero uno sgarbo tremendo facendogli morire l’adorata consorte per un tumore all’utero. Dopo la tumulazione della salma nella cappella di famiglia al Verano Alberto si era chiuso in se stesso, girava per casa come istupidito, la maggior parte dl tempo sul divano, nemmeno la TV lo interessava più. Mangiava qualcosa preparatogli da Lia, Rosalia Cucinotta siciliana che col marito Saro, Rosario Donato risiedeva nella vicina dépendance. I due coniugi messinesi erano giunti a Roma in seguito al suicidio della figlia sedicenne, tramite un paesano avevano trovato lei il posto di cameriera cuoca, lui tuttofare in casa di Rodolfo. In quella infausta occasione: “Cavaliere, anch’io da padre ho provato quel dolore immenso della morte di una persona cara, io e mia moglie le saremo sempre vicini qualsiasi cosa le serva.” “Grazie Saro ed a te occorre qualcosa?” “Veramente io e mia moglie…ma sarebbe chiedere troppo!” “Parla.” “Io e Lia  desidereremmo che la salma di nostra figlia fosse sepolta vicino a quella di sua moglie, ma la spesa per il trasporto sarebbe eccessiva!” “Non ti preoccupare della spesa, prepara la pratica con un’impresa di onoranze funebri poi fammi sapere il costo, ti rilascerò un assegno.” Saro abbracciò commosso il suo datore di lavoro, pensò che non solo i siciliani hanno buoni sentimenti. La pratica fu risolta nel giro di una settimana, i tre erano uniti da un dolore comune, i due dipendenti avrebbe fatto qualsiasi cosa per Rodolfo, Lia addirittura pensò… “Cavaliere non voglio essere cinico né troppo invadente ma anche se grandi dolori ci sconvolgono l’esistenza la vita continua, provi con un avviso insolito su un quotidiano locale, qualcosa che stuzzichi la fantasia di qualche ragazza fuori del comune….” Pian piano l‘idea penetrò nel cervello di Rodolfo, nessuna avrebbe potuto cancellare il ricordo della consorte deceduta ma…Ad un giornale locale: ”Vorrei dettarle un annuncio sulle varie, posso? ‘Cerco ragazza colta, semplice, spontanea, con alto senso dello humour, fisico longilineo, sempre allegra e ottimista che possa farmi compagnia diuturna. Telefonare al n.-------“Rodolfo ebbe molte richieste, ne selezionò una al mattino ed una al pomeriggio, non voleva ragazze vocianti nel suo ingresso. La prima era una bionda (sicuramente tinta) alta, piuttosto magra con camicetta scollata da cui si intravedevano due tette piuttosto voluminose e con una minigonna a quadri: “Signore penso di essere di suo gusto anche se talvolta sono distratta, oggi per esempio ho dimenticato di indossare gli slip…” e mostrò un pube tipo foresta tropicale.” Ignorante e talpa, non aveva capito niente dei desiderata di Rodolfo.”Grazie signorina, mi lasci il numero del suo telefonino, le farò sapere.” Il pomeriggio una bruna media altezza, viso abbronzato o meglio una mulatta che parlava abbastanza bene l’italiano: “Al mio paese mi hanno eletto miss ‘cioccolato’ e mostrò un paio di tette belle ma dal capezzolo grande e nerissimo…” “Rodolfo le diede la stessa risposta come alla prima venuta, gli facevano una brutta impressione sia i capezzoli neri che le grandi labbra nere della cosina. Mattina seguente una castana altezza media, naso  lungo il resto passabile, Rodolfo la scartò subito, i nasi lunghi gli facevano pensare ad un travestito. Il pomeriggio una rossa fuoco, dimostrò di avere cattivo gusto, risposta standard. Il pomeriggio: una biondina occhi azzurri non molto alta parlava un italiano altalenante, sicuramente dell’Est in Italia in cerca di sistemazione per poi ritornare al suo paese ben sistemata finanziariamente rispedita via con solita risposta. La mattina dopo finalmente una castana alta, occhi grandi, naso piccolo come pure le tette ma voce da cartone animato, sembrava paperina. Rodolfo si stava stancando e lo fece presente a Saro il quale: “Cavaliere ricorda il detto ‘perseverando arrivi.’” Cavolo,  Saro aveva citato un detto di D’Annunzio sicuramente non era un’ignorante, dimostrò che aveva studiato. Il pomeriggio riposo, Fofò come lo chiamava la moglie si era stancato e si sentiva disilluso, in giro c’erano tante belle ragazze solo a lui capitavano delle poco raffinate e senza alcuno stile. La mattina dopo  una ragazza di suo gusto: alta, castana, viso regolare, bocca invitante, gambe chilometriche, finalmente pensò Rodolfo una ragazza degna di essere prescelta sino a quanto la stessa non aprì la bocca: “Io vorrei stare da lei ma non capisco perché diuturna, io sono castana naturale!” Rodolfo rimase senza parole, una ignorantona, la scaricò  con la solita scusa.  Nel frattempo  in una villa del Sentiero dei Guerrieri, secondo quanto riportato da Saro era accaduta una tragedia. Un dirigente di una nota banca si era gettato dalla finestra, le indagini erano ancora in corso ma correva voce che ci fossero stati degli ammanchi di grosse somme e se ne cercavano i colpevoli. Quel suicidio poteva essere considerato una confessione ma il morto si era portato nell’aldilà il segreto. Sempre secondo Saro tragedia su tragedia in quanto la vedova era casalinga con una figlia, non aveva diritto a pensione ed inoltre doveva pagare un grosso mutuo acceso per l’acquisto della abitazione. Il caso volle che Rodolfo dovendo uscire di casa scendesse  con l’ascensore a cremagliera trovandosi davanti madre e figlia che dovevano salire alla villa Paride. Rodolfo fece un inchino, non parlò di condoglianze (troppo scontato) e le due entrarono in ascensore. Rodolfo notò che madre e figlia non indossavano abiti scuri, a nessuno in fondo interessa dimostrare in tal modo il proprio dolore, ognuno lo tiene dentro di sé. Rodolfo aveva fatto in tempo a notare lo stile e la signorilità della signora Giorgia, la figlia Aurora, più magra era la copia della genitrice.  Di passaggio Nando che sfoderò un risolino. “Fai ridere anche me, oggi non sono di buzzo buono.” “Dovrebbe far rientrare nelle orbite gli occhi, li ha lasciati appresso alla signora Giorgia ed alla signorina Aurora. Qualora voglia potrei trovare l’occasione di farvi incontrare ma se lei non lo desidera…” “Come si dice in siciliano paraninfo o ruffiano?” “Lei ha svicolato per non rispondermi, ho capito il suo era un si. Una mattina il telefono: sono Giorgia Mariani, mi ha detto il suo attaché che ha studiato lingue, mia figlia Aurora avrebbe bisogno di ripetizioni in quel campo, pensa di poterla aiutare?” “Si madame, ho studiato in Inghilterra ad Eton nello Berkshire, quando vuole sono a sua disposizione, preferirei venire a casa sua.” “Quando vuole io e Aurora siamo qua.” Rodolfo anche se un po’ in confusione, non si aspettava quella telefonata, si vestì di tutto punto ‘all’inglese’  e suonò alla porta di Villa Paride. Venne ad aprire la figlia che, con un cortese ‘si accomodi’ lo fece entrare nel salone dove giunse anche la madre. “Non mi sarei mai permessa di chiamala per telefono se non per quanto dettomi dal suo cameriere circa la sua conoscenza delle lingue.” “A scuola avevo problemi solo con le materie scientifiche, facevo bella figura in latino, in greco, in francese e ovviamente in inglese.” Quanto prende all’ora per le ripetizioni?” “Missis mi mette in crisi, non mi permetterei mai di chiedere un compenso soprattutto ora…sarà solo il piacere di rinverdire le lingue.” Si presentò Aurora con dei libri in mano: “Andiamo nello studio, vieni anche tu mamma, una ripassatina ti farà bene!” Rodolfo sfoggiò subito il suo inglese perfetto con meraviglia di mamma e figlia. Aurora “Lei ha un accento migliore di quello della regina d’Inghilterra, peccato…” “Peccato cosa…” “Seguivo un mio pensiero, seguitiamo la lezione.” Le lezioni proseguirono anche in casa di Rodolfo, i due non erano mai soli per la presenza di Rosalia che faceva le pulizie.  “Sicuramente il suo cameriere le avrà rivelato la nostra situazione finanziaria, mia madre ha ricevuto varie proposte da parte di signori che…immagni lei cosa pretendevano, mia madre è donna di altri tempi, tutta d’un pezzo ‘frangar non flectar’ dicevano i latini, mi spezzo ma non mi piego intanto noi due siamo finanziariamente in un mare di guai. A parte la spesa giornaliera abbiamo sulle spalle un mutuo da settecento Euro al mese…” “Cara Aurora, io oltre a Rodolfo ed a Pericle mi chiamo pure Francesco come quel santo tanto generoso, potrei pagarvi almeno il mutuo annuale che ammonta a ottomilaquattrocento Euro, questo è un assegno che copre la cifra, è della stessa banca dove lavorava tuo padre.” Per ringraziamento Rodolfo ebbe un bacio in bocca estremamente piacevole, ci sapeva fare la ragazza.  Il pomeriggio si presentò Rosario: “Cavaliere ci sono delle novità, La madre di Aurora, visto il suo assegno l’ha strappato in mille pezzi urlando contro la figlia, hanno litigato di brutto,  la signora Giorgia è furente con lei, indossi una corazza se viene a trovarla.” Previsione azzeccata, dopo poco suonò il campanello di casa di Rodolfo il quale pensò bene di indossare un casco di motociclista, aprì la porta e si trovò di fronte madre e figlia, la seconda si mise a ridere come una pazza, la madre rimase interdetta…non si aspettava quella sceneggiata, preferì sparire dalla circolazione. Aurora entrò in casa: “Rodolfo è troppo pomposo, non hai un diminutivo?” “Si da piccolo mi chiamavano Fofò ma è un po’ ridicolo.” “A me piace il nome e chi lo porta.” “Chi lo porta  stacca un altro assegno ma non te lo fare strappare perché è l’ultimo, devo telefonare in banca per farmi portare un carnet nuovo.” “A Fofò piacciono le femminucce?” “Si ma le maggiorenni, alle bambine solo sculacciate!” “Non pensare che con l’assegno mi senta remunerata di quello che voglio fare, tu mi piaci come uomo, ho lasciato il mio boy friend perché è infantile e sciocco, vuoi sostituirlo, intanto fammi vedere…Aurora prese a slacciare i pantaloni di Fofò con ciccio alle stelle, andò in bagno per un bidet. “Se stò coso non smette di crescere mi distruggerà il fiorello!” Il ‘ciccio’ d Fofò non distrusse niente anzi fece provare alla padrona degli orgasmi fortissimi avendole trovato il punto G. Conclusione: mammina si rassegnò al volere della figlia ed ai bei soldini che portava a casa, …pecunia non olet!

  • 17 luglio alle ore 0:58
    La via

    Come comincia: C'è sempre un modo per riconciliare quel quid che ci separa dalla pace. Quel momento che ci ha separati da qualcuno che non ci ha saputo amare, che noi non abbiamo saputo amare. Che sia nel nostro presente o rimasto incastrato nella labile tela di ragno del passato. C'è sempre un modo per riconciliare, per riconciliarsi, per fare pace, per essere pace, per se stessi, per ogni Altro. C'è una strada, stretta, buia, fragile, delicata eppur potente. È la strada dell'incontro di Sé con quell'altro Sé in questo momento, nel momento che nulla ha più delle vesti di "passato", che è ora e qui, nudi d'ogni zavorra della mente, liberi da fardelli e costruzioni emozionali. C'è una strada così facile da percorrere, così uguale alla via del cuore nudo... Così noi, nudi... È codesta la via per la riconciliazione, per la pace: nudità. Nudità è riconciliazione con chi è ancora qui e con chi è già altrove, ché anima/cuore nude: è libertà.

  • 13 luglio alle ore 10:40
    EMOZIONI INCONSUETE

    Come comincia: Alberto Minazzo con il grado di maresciallo  della Finanza  da Domodossola era stato trasferito a Roma alla Compagnia Presidiaria al comando del distaccamento ‘Zecca’. Subito era andato a trovare la zia Armida vedova di un suo omonimo zio. Commozione e feste a non finire, qualche lacrimuccia da parte della zia: “Nipote cattivo, non sei mai venuto a trovarmi.” “Adesso son qui per sempre, spero, sono in licenza di trasferimento,  fammi vedere se sai ancora cucinare senza farmi fare, ‘more solito’ la fine di Gargantua e Pantagruel, Alberto aveva usato il francese in quanto la zia era professoressa di lingue. Il vecchio portiere del caseggiato in via Conegliano, tale Nando soprannominato ‘er cedola’ (per i non  romani scroccone) aveva sparso la notizia in tutto il palazzo dove Alberto era  cresciuto al secondo piano con la zia Armida e la nonna Maria ora deceduta. La notizia venne all’orecchio anche  di Oscar Torregiani un coetaneo con cui Alberto aveva frequentato il liceo scientifico Cavour nell’omonima via poi le loro strade si erano divise. Oscar si era laureato in farmacia, conseguita la laurea, suo  padre ricchissimo gli aveva intestato una farmacia in centro. Allorché frequentavano il liceo scientifico mentre Alberto si dava da fare con le compagne femmine dell’istituto, Oscar in quel campo non era portato anzi rifuggiva in un certo senso le ragazze. Di solito i compagni di scuola in queste occasioni diventano fautori di stalking ma Oscar si faceva benvolere facendo in ogni occasione la parte dell’anfitrione sia al bar che in occasione di feste. Oscar venuto anche lui a conoscenza della notizia pensò bene di organizzare un sabato sera una festa sul terrazzo del suo attico, la notizia fu riportata ad Alberto da ‘er cedola’ che gli comunicò  anche del matrimonio di Oscar, notizia che lasciò perplesso il maresciallo che tuttavia ci  sorvolò, ne aveva viste tante di situazioni particolari in campo sessuale soprattutto a Domodossola, stazione internazionale molto  frequentata da personaggi di tutta Europa. Il  sabato la conoscenza di Aurora Bernardini col bel maresciallo che in quell’occasione si era azzimato alla grande e faceva la sua ‘porca’ figura. Ad Alberto, stranamente venne in mente una frase di un collega  quando era in forza alla brigata di Montecrestese che, in occasione della presentazione  della novella sposa,   disse in siciliano: “addumate torce e lumere cà se cannusce ò sticchio e mà mujere’ il cervello di Alberto talvolta gli faceva questi scherzi! Lui fu uno dei primi a giungere in casa di Oscar accolto con abbracci dal padrone di casa, gli altri erano per lo più vecchi compagni di scuola che si sfotticchiavano fra di loro: “Dì la verità ce la fai ancora altrimenti posso sostituirti.” “Ma vedi d’annattene, non sai più nemmeno tu dove t’è finito il pisello.” Ovviamente tutti attenevano l’arrivo della sposa che volutamente si fece aspettare ma quando  ‘emerse’ dal buio  del salone fu accolta da un applauso scrosciante. Commenti un po’ di tutti: “An vedi stò gran fijo dé zoccola che gran gnocca ha trovato!” e frasi analoghe.  Aurora aveva indossato un vestito nero di seta chiuso sino al collo con una collana di perle di gran pregio, un braccialetto d’oro bianco con brillanti al polso destro, al sinistro un orologio MEGIR con corona diamantata. La dama metteva in mostra un favoloso fisico longilineo, unico difetto agli occhi di Alberto il seno piuttosto abbondante ma…vai a guardare il pelo! C’era una gara fra i maschietti a chi si accaparrava la padrona di casa per un ballo, Alberto furbamente rimase in disparte, aveva un suo piano. Gli si avvicinò Oscar: “Non ti piace mia moglie?” “Ci potremo vedere alla fine della festa o in un’altra occasione, troppa concorrenza.” Alberto aveva giocato bene le sue carte, Oscar lo invitò a cena un sabato, erano soli in tre:”Come vedi questa sera non c’è concorrenza volevo dire confusione, la cena ci verrà fornita dal ristorante di via Aosta, la cuoca cucina divinamente. Aurora si era presentata con minigonna a fiori, camicetta ampiamente scollata che faceva intravedere due piccoli seni che sensualmente si movevano causa mancanza di reggiseno. Alberto prese confidenza e: “Scusa ma quel gran seno che mostravi l’ultima volta?” “Avevo un reggi imbottito come piace ad Oscar, lui ha molte manie e gusti personali…”  Nel frattempo Oscar si era allontano: “Ero iscritta all’Università in lingue quando i miei genitori sono finiti con l’auto sotto un camion fermo ai lati della strada, morti sul colpo.  Mio padre era impiegato al Comune, mia madre casalinga e così accettai la corte di Oscar che poteva risolvere i miei problemi finanziari. Ha voluto ad ogni costo sposarmi ma è stato onesto  mettendomi al corrente  dei suoi problemi in campo sessuale. Io mi ero lasciata da poco col mio fidanzato, un  collega di Università e fu giocoforza accettare, da allora la mia vita è totalmente cambiata ma…Nel frattempo erano giunti due camerieri con dei vassoi contenenti le cibarie, e due bottiglie di vino Sangiovese. Classica cucina romana che Alberto aveva quasi dimenticato quando era in servizio a Domodossola. La serata era piacevolmente fresca ed Oscar aprì la serranda, una luna piena portava al romanticismo. Aurora abbracciò Oscar che rispose con un bacio appassionato nello stesso tempo abbassandosi i pantaloni e gli slip, Aurora lo seguì restando completamente nuda, un corpo meraviglioso che portò il ‘ciccio’ di Alberto ad un innalzamento notevole per finire in bocca ad Aurora mentre suo marito cominciava a masturbarsi, un cuckold questo il segreto del padrone di casa. La situazione ebbe un’evoluzione con il trasferimento dei tre sul letto matrimoniale, Alberto supino con Aurora sopra di lui che, dopo l’immissio penis, prese a muovesi facendo ruotare il bacino, Oscar pian piano riuscì a penetrare nel popò della consorte…e così andarono avanti sin quando il marito si allontanò. Alberto girò il corpo d Aurora anche lui provò le gioie di un popò godereccio in quanto la padrona si toccava nel frattempo il clitoride, un doppio gusto poi Oscar si ripresentò e con faccia sorridente: “Ragazzi che ne dite di una tregua?” La situazione si presentava più o meno nella stessa maniera ogni sabato, Oscar era il più felice in quanto in una analoga passata esperienza il terzo uomo  lo aveva ‘sputtanato’ per fortuna con persone che non facevano parte del giro di amicizie di Oscar e di Aurora. Quest’ultima si stava innamorando di Alberto, quando rimanevano soli le spuntava qualche lacrimuccia, forse la situazione non era di suo gradimento ma secondo il vecchio principio ‘pecunia non olet’ doveva subire in silenzio. Una novità una sera a tavola: “Miei cari, in farmacia ho conosciuto una brasiliana Luanache fa parte di un circo che si è istallato alla periferia di Roma, mi ha chiesto dei condom che io le ho regalato poi l’ho invitata a casa mia, ha accettato anche perché lo ho messo in mano duecento Euro, la sto aspettando. Citofono, affacciatosi al balcone Oscar notò una ragazza con in mano una valigia ed un taxi che si stava allontanando. Le aprì il portone: “Piano attico”. Figurati se Nando non si immischiava: “Signorina le porto io la valigia, entri in ascensore.”  “Grazie Nando (Oscar pensò sei il solito figlio di puttana) e gli mollò un cinquantino. “Signori questa è Luana, il suo circo si fermerà a Roma per circa un mese ed il l’ho invitata a casa mia. “ La notizia fece felice Alberto non altrettanto Aurora, la nuova venuta aveva tette grosse come le amava suo marito. “Luana aveva un  nonno di origine italiana e perciò parla la nostra lingua un po’ a modo suo.” “Come la va signori, spero di non sturbarvi troppo con mia presenza. Io amo molto cibo italiano, il mio stomachino reclama…” “Reclamo accettato.” Poco dopo apparvero i soliti due camerieri decisamente incuriositi ma la loro curiosità sparì di colpo alla visione di un cinquantino ognuno.  Alberto era di buzzo buono, sfruguliò Oscar: “Finalmente il tuo desiderio è stato accontentato.” Si intromise Luana: “Oscar aveva desiderio?” “Si di toccare due tette grosse come le tue!” “Gran risata di Luana che tirò fuori dal reggiseno due palle bellissime a punta, non erano certo rifatte, tutte naturali. Battimani da parte dei due maschietti, indifferenza da parte di Aurora che se ne andò nel salone mettendo sul lettore da salotto un CD con le musiche del Carnevale di Rio de Janeiro che tanto piacevano ad Oscar il quale, approfittando dell’occasione prese a ballare con Luana. Alberto seguì Aurora ormai pazzamente innamorata di Alberto il quale ne approfittò per penetrare una ‘topa’ vogliosa e pienamente accondiscendente. I due non si accorsero che erano stati seguiti da Luana e da Oscar il quale piegò in due Luana e penetrandola nel ‘popò’. Alla fine una sorpresa, Luana aveva qualcosa di più, era un trans, Oscar si trovò in mano un ‘marruggio’ inaspettato e alzò alti gemiti come la vergine Cuccia di  pariniana memoria. Accorsero Alberto ed Aurora i quali allorché si resero conto della situazione si misero a ridere a crepapelle, non la finivano mai. Passata il periodo ridanciano Alberto ed Aurora si avvicinarono a Luana, per curiosità presero in mano il suo ‘cosone’ sempre più incuriositi e Aurora  cominciò a masturbarlo sino alla sua eiaculazione. “Stò zozzone mi ha sporcata tutta!” Così fini la prima entrata in scena di Luana, Oscar era sempre incerto se la situazione fosse di suo gradimento. Dietro la spinta della consorte prese anche lui a giocare col ‘coso’ e se lo posizionò nel suo ‘popò’, si era scoperto anche bisessuale! Il mese di vacanza di Luana finì lasciando un Oscar depresso, si era innamorato di …lei…di lui.L’accompgnò con la sua Jaguar al circo, lasciò che un inserviente prendesse la sua valigia  e sparì dalla sua vista senza nemmeno salutarla. Il menage a tre seguitò, Oscar si era abituato ad eccitasi vedendo Alberto e Aurora fare l’amore, poi talvolta subentrava lui ma non più come una volta. Alberto capì la situazione, si recò in un negozio di sexy toys ed acquistò un vibratore a batterie, aveva compreso i desiderata del marito della sua amante. Talvolta Aurora si recava al distaccamento ‘Zecca’ a trovare Alberto suscitando l’ammirazione dei finanzieri: “Marescià lei c’ià l’occhio bono!” Oscar andava ogni giorno di più deperendo, non aveva voluto farsi visitare, un cancro al colon l’aveva portato  a morte con gran dispiacere (diciamo gioia) di Alberto e di Aurora che poterono sposarsi e godersi la sua eredità.

  • 13 luglio alle ore 2:05
    Fragili e deboli

    Come comincia: Sono piccole e trasparenti agli occhi di un mondo che corre troppo veloce per notarle. Rallentano il passo per paura di apparire e di ricevere ancora delusioni.
    Camminano su strade grigie di un mondo tutto loro e accompagnate dal loro dolore, si dissetano con le loro stesse lacrime e si nutrono della propria solitudine.
    La maggior parte delle volte rimangono in silenzio anche quando di cose da dire ne avrebbero tante.
    Non si aspettano niente le persone "FRAGILI".
    Loro sono creature messe all'angolo da un mondo materialista, fatto di apparenza, opportunismo e cattiveria. Lasciano che le parole gli scavino in profondità, fino a ferirle in modo irrimediabile. Non si ribellano quasi mai, semplicemente accettano... Consapevoli di esser privi di quella forza che non sono mai stati capace di trovare.
    Poi ci sono loro:
    Quelli che fanno leva sui punti deboli dei fragili e fanno di essi il loro punto di forza. Ne approfittano per vederli crollare, sentirsi forti e invincibili.
    Hanno un vocabolario ricco di parole cattive e denigranti e un bagaglio di trofei inesistenti di cui si vantano.
    Camminano sicuri in apparenza, ma lasciano una scia che sa di fango... Quel fango che non vogliono mostrare e ci colorano la vita dei fragili come per liberarsene.
    E' ridicolizzando e distruggendo gli altri che vivono le persone "DEBOLI" consapevoli della loro pochezza e del loro esser niente, nomadi in un mondo in cui non hanno saputo costruire niente.
    Incapaci di accettare i loro fallimenti, godono nel vedere gli altri cadere sotto i propri colpi, esseri poco umani e apparentemente "grandi" solo grazie alla cattiveria e a quella violenza fisica o verbale che adoperano come unica teoria di vita.
    Se sei una persona fragile, pensaci bene prima di definirti niente!
    La fragilità' è un abito che indossa VALORI...
    La debolezza è l'abito di chi valori NON HA!!!!

  • 12 luglio alle ore 20:16
    La Teoria del Tutto

    Come comincia: Introduzione: a fine aprile ancora sentii il Presidente degli Stati Uniti accusare il leader cinese: <<Il virus è uscito dai vostri laboratori!>>.  A sua volta il leader cinese accusava il Presidente degli Stati Uniti: <<Il virus è stato portato a Wuhan da un soldato americano!>>.
    A maggio un virologo italiano affermò: <<Se il virus va attenuandosi, vuol dire che è artificiale.>> Con pacatezza, ma prontamente, intervenne una sua collega: <<Ma non è artificiale: è stato provato.>>
    Ho pensato: ma perché non posso dire anch'io la mia?
    Ed ho inventato una favola per tentare di mettere tutti d’accordo.

    Origine e fine di una pandemia.
    Fatti, opinioni e sogni.

    Dopo la laurea in ingegneria elettronica mi sono specializzata in Telecomunicazioni presso la Scuola Superiore del Ministero PPTT.
    Ho anche frequentato il CEFRIEL, Politecnico di Milano, per il conseguimento del Master in Tecnologie dell’Informazione.
    Un giovedì del settembre 2016 telefonai in azienda per avvertire che non mi sarei recata al lavoro per un paio di giorni. A metà mattinata ricevo una telefonata da Lori, una delle segretarie: <<Lilly, domani ti avevo iscritta al corso 5G!>> Valuto rapidamente la situazione: <<Vengo solo per il corso e vado via.>>
    E così il giorno dopo sono in azienda a seguire la presentazione dell’infrastruttura di rete 5G. Il mio entusiasmo si affievolisce mano a mano che seguo la presentazione ed al termine non mi trattengo dal chiedere: <<Scusate, ma con le antenne così diffuse sul territorio ed a queste frequenze, non è pericoloso per la salute?>> (Praticamente stavo chiedendo: “Acquaiolo, l’acqua com’è?”)
    Mi rispondono: <<No, appunto perché le antenne sono così vicine le une alle altre, la potenza emessa è bassa. Paradossalmente è più pericoloso il 4G.>>
    Accolsi la risposta con beneficio d’inventario.
    Dicembre 2018. Apprendo che l’Internet of Things (IoT) è strettamente legata al 5G.
    5 giugno 2019. Un noto operatore telefonico presenta l'accensione del segnale 5G commerciale, primo in Italia. Sulla Pagina del video 400 Like (pollice su), 30000 DisLike (pollice giù). Bisogna correre ai ripari.
    Agosto 2019. Crisi di governo estiva del Papeetee. 
    Provvidenziale. Il nuovo governo avrà un ministro per l'innovazione tecnologica e della digitalizzazione.
    2019. Politici e tecnici negano la pericolosità delle frequenze del 5G perché le radiazioni si fermano a strati superficiali della pelle.
    Molti scienziati da anni elencano i danni dell’elettromagnetismo e delle alte frequenze in particolare.
    2019-2020. Politici e tecnici negano che il 5G implicherà maggiori emissioni di potenza.

    agendadigitale.eu già nel 2018 scriveva: “Se i limiti di emissione non vengono portati a quelli europei, il 5G in Italia non può funzionare.” (Detta in breve, in Italia il limite è fissato a 6 V/m, in Europa dove vengono seguite le raccomandazioni dell'ICNIRP è di 61 V/m. Se volete informazioni sui limiti di emissione e l'ICNIRP, con comodo, potete sentire questa intervista di circa 40 minuti https://www.youtube.com/watch?v=cTq1kZzFOoo )

    8 giugno 2020. Dal piano per la fase 3 di Vittorio Colao, ex-CEO di Vodafone e membro della Board of Directors di Verizon: «adeguare i livelli di emissione elettromagnetica in Italia ai valori europei, oggi circa 3 volte più alti e radicalmente inferiori ai livelli di soglia di rischio»
     

    Ed adesso … che pandemia sia!
    Da dove è nata questa pandemia.
    Credo che fin dal primo momento pensai: “Ma guarda, il virus si manifesta proprio a Wuhan, dove il 31 ottobre 2019 hanno acceso il segnale 5G a scopi commerciali!”
    Sì. Il 1° novembre 2019 avevo letto la notizia che il segnale commerciale per il 5G era stato acceso in Cina. Due mesi prima della data precedentemente pianificata, ossia il 1° gennaio 2020. In questa nuova Guerra Fredda l’importante è arrivare prima, come per la corsa allo spazio negli anni ’50 e ’60.
    Attenzione! Tra virus e 5G a Wuhan non ci vidi altro che una singolare coincidenza.
    A gennaio leggo un articolo di un ingegnere elettronico di Catanzaro, CTU per l’elettrosmog e professore universitario a contratto. Riprendeva gli studi del professore Olle Johansson, svedese, sulla immunodepressione causata nell’organismo dai campi elettromagnetici collegandola alla propagazione del virus a Wuhan.
    Attenzione! Non ‘origine’ del virus, ma facilitazione del suo propagarsi grazie all’abbassamento delle difese immunitarie.
    Poi a fine gennaio vidi questo video https://www.leggo.it/video/primopiano/coronavirus_persone_collassano_wuhan-5004998.html
    Persone a Wuhan che mentre camminano all’improvviso crollano a terra.
    “E che c’entra questo con l’influenza?” pensai. Ma la cosa rimase là, senza risposta.
    Poi venni a sapere che nello stesso periodo a Wuhan c’erano i soldati statunitensi che partecipavano alle Olimpiadi Militari. “E che diamine! Tutto a Wuhan nello stesso momento!?”, fu l’unico pensiero che mi saltò in testa.
    Intanto alcuni articoli e video mi informavano che le alte frequenze per il 5G erano già usate a scopi militari o anche dalla polizia, credo negli Stati Uniti, per disperdere la folla in caso di manifestazioni. Le frequenze sopra i 24 Ghz.
    In Italia Di Maio nel 2018 firmò, in cambio di 6,5 miliardi, per la concessione delle frequenze 700 MHz (e per questo dobbiamo cambiare di nuovo televisore, e qui parte un altro discorso), 3700 MHz, 26 GHz.
    Cominciai a pensare: “Ma fa che quelle persone crollavano a terra per via delle onde elettromagnetiche del 5G?”.
    Per le alte frequenze del 5G si usano antenne che non sembrano nemmeno antenne. Sono piccoli pannelli quadrati e utilizzano la tecnica del beamforming: il segnale non è irradiato uniformemente tutto intorno, ma viene concentrato verso il dispositivo 5G collegato. Può arrivarti addosso un segnale concentrato ad alta potenza. Tutta la potenza emessa dall’antenna, se tieni l’unico dispositivo 5G nei paraggi? Bah!
    A metà marzo l’ICNIRP, l’ente privato, non governativo, con sede a Monaco di Baviera, che emette le Linee Guida sui massimi valori consigliati di potenza emessa per le onde elettromagnetiche, ha pubblicato nuove linee guida. Le precedenti risalivano al 1998.
    Il quotidiano ‘La Repubblica’ annunciò queste nuove linee guida con le parole: “Nessun pericolo per la salute, ma cautela con le alte frequenze.” Nell’articolo erano riportate le parole del presidente dell’ICNIRP: “Le persone non dovranno avere paura del 5G se ci atterremo a queste raccomandazioni.”
    https://www.repubblica.it/tecnologia/mobile/2020/03/13/news/nuove_linee_guida_per_la_5g_nessun_pericolo_per_la_salute_ma_cautela_con_le_alte_frequenze-251171998/
    Pensai: “Bravi, dopo tre anni di sperimentazione in tutto il mondo, dopo aver acceso il segnale a Wuhan, ora se ne accorgono e dicono: <<Attenzione alle alte frequenze.>>”

    In realtà, confrontando rapidamente alcune tabelle delle due versioni delle linee guida, non vedo nessun abbassamento né delle frequenze ammesse per l’utilizzo, anzi vedo una possibile preparazione per il 6G, né dei limiti consigliati di potenza emessa, anzi vedo l’inserimento di una tabella per tempi di esposizione ‘brevi’, 6 minuti, nella quale il limite indicato è notevolmente aumentato.
    Vedo solo un adattamento delle tabelle ai nuovi metodi di misura per la caratteristica del beamforming.
    Ma dovrei chiedere ad un esperto. Io mi occupo di un altro settore.
     
    Ma non finisce qui, come diceva il buon Corrado.
    In aprile, dopo Pasqua mi pare, leggo un rapporto: <<Voi non avete proprio idea di cosa sia avvenuto veramente.>> Chi scriveva era uno che asseriva di avere lavorato vent’anni negli Stati Uniti per un noto operatore di telefonia. Tra parentesi, l’operatore con il quale ho avuto il mio primo contratto per la telefonia mobile. E non è quello che deriva dall'operatore unico fino al 1993.
    In sintesi quelle persone crollavano a terra non per il coronavirus, ma per altri motivi, e subito venivano avvicinati da persone in completa tuta protettiva che gli facevano il tampone. Ma un tampone già infetto con il coronavirus. Per nascondere le vere cause del decesso.
    Mi svegliai tutta sudata e con il cuore che batteva in gola. Era solo un incubo.

    Chiusi da soli in casa per via del lockdown, uno fa mille pensieri.

    Ad ogni modo, a metà maggio mi decisi a contattare una persona che poteva essere informata dei fatti. Esposi il mio sogno e chiesi: “Quel rapporto è un sogno o è vero?”
    Rispose: “E’ tutto vero. C’è anche una denuncia. La denuncia c’è, che poi abbia un seguito è un altro paio di maniche.”
    Avrei voluto capire ulteriormente:
    1) la pandemia è stata provocata perché hanno messo in giro il virus con questi tamponi infetti con un virus preso dal laboratorio (a Wuhan c’è anche il laboratorio dove conducevano esperimenti su questo virus);
    2) o la pandemia già c’era e ne hanno approfittato per nascondere la causa di quei collassi;
    3) non sono riusciti a contenere la pandemia o l’hanno fatta propagare appositamente, magari perdendone in parte il controllo?

    Non mi ha detto di più.

    E mi svegliai di nuovo. Era un altro sogno!

    Per fortuna il lockdown fu allentato di lì a poco e piano piano ricominciai ad uscire per le commissioni indispensabili e di incubi non ne ho avuto più.
    Ho solo letto articoli e visto video, cercando di distinguere quali fossero veritieri e quali fossero fake.
    Venni a sapere dell’Event201. In ottobre a New York avevano presentato uno scenario nel caso di un virus partito dai pipistrelli, passato ai maiali e poi all’uomo. Ipotizzavano che partisse dal Brasile e si diffondesse in tutto il mondo.
    [Event 201 si é svolto il 18 Ottobre 2019 a New York City, ospitato dal “Johns Hopkins Center for Health Security”, in collaborazione con il “World Economic Forum” e la “Bill & Melinda Gates Foundation”.]
    Report di recente ci ha informato che Bill Gates è il secondo finanziatore dell’OMS.
    L’OMS già dichiarò lo stato di pandemia nel 2009 in occasione della suina, facendo produrre milioni di dosi di vaccino, che, almeno in Italia, rimasero, fortunatamente, in buona parte inutilizzati.
    Gli stessi membri e la presidente dell’OMS che avevano dichiarato lo stato di pandemia non trovarono il tempo di farsi vaccinare.
    Bill Gates, noto luminare della medicina, da anni propaganda la necessità di essere pronti con un vaccino per una pandemia prossima ventura. E pare che si sia già dato molto da fare in India ed in Africa. E forse non solo.
    Intanto da tempo seguivo il fatto che il nuovo oro sono diventati i dati raccolti tramite i collegamenti ad Internet. I ‘Big Data’.
    Gli smartphone ci spiano. Alexa e compagnia cantando ci spiano.
    Ma non basta mai. L’appetito vien mangiando, e ciò vale sia nella tecnologia sia tanto di più negli affari.
    Ora colleghiamo ad Internet tutte le cose. Ed a dicembre un informatico ci informava che il sensore messo nel pannolino ‘intelligente’, già diffuso da una anno in Corea del Sud, che tramite tecnologia Bluetooth avverte lo smartphone dei genitori che il bambino va cambiato, raccoglie anche dati. Che vanno a Google negli Stati Uniti, dove le regole per il trattamento dei dati sono meno stringenti che in Europa, ci informava l’autore dell’articolo.
    Lo smartphone non è sufficiente per il controllo totale? Mettiamo un microchip a tutti.
    Sarà difficile convincere tutti a farsi impiantare un microchip. E noi lo iniettiamo con un vaccino? Un vaccino obbligatorio per tutti. Ma cosa vado a pensare! E’ fattibile?
    Da https://www.sanitainformazione.it/salute/vaccino-contro-il-covid-19-a-che-punto-sono-le-sperimentazioni-condotte-in-tutto-il-mondo/ :
    “IL VACCINO ‘CEROTTO’
    Viene ancora dalla Pennsylvania, ma da Pittsburgh questa volta, il “vaccino-cerotto” di cui si è parlato negli ultimi giorni. Noto come “PittCoVacc”, si tratta di un tentativo sperimentale dei ricercatori della School of Medicine dell’Università di Pittsburgh. Già nel 2003 il team, di cui fa parte anche l’italiano Andrea Gambotto, sviluppò il vaccino per la Sars senza poterlo sperimentare a causa della scomparsa improvvisa della malattia.”
    Nello stesso articolo parlano di un laboratorio non lontano da questo che pure lavora ad un vaccino finanziato direttamente da Bill Gates. Anche questo di Pittsburgh è connesso a Bill Gates? Altri articoli davano ad intendere così, ma da decenni gli articoli sono scritti con superficialità e bisogna stare attenti.
    Ed ora (in maggio) dall’Inghilterra si ‘lamentano’ che se il virus va attenuandosi non si potrà continuare con il vaccino. E ci vogliamo lamentare? Non è una bella notizia se il virus scompare? Bah.
    Dal minuto 2:26 di questo video  https://www.youtube.com/watch?v=fPE6xyZG4n4 
    “E quindi qual è l’obiettivo finale?”
    “Lo scopo finale è quello di impiantare un chip RFID a chiunque. Trasferire tutto il denaro in questi chip. Tenere tutto in questi chip. E se qualcuno protestasse o non rispettasse ciò che noi vogliamo, basterebbe spegnere semplicemente il suo chip.”La Microsoft si sta preparando (e questo non è un fake):
    https://patentscope.wipo.int/search/en/detail.jsf?docId=WO2020060606
    Publication Number WO/2020/060606
    CRYPTOCURRENCY SYSTEM USING BODY ACTIVITY DATA
    Leggo ora che naturalmente qualcun altro già ci ha pensato, ma fu il primo pensiero che mi balzò in testa:
    Apocalisse 13,16-1816 Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; 17 e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. 18 Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d'uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.

    E poi, per metterci nell’organismo un nanochip, un nanosensore, è veramente necessario avvicinarci con un ago o cerotto con tanti microaghi? Abbiamo anche il 5G, secondo le parole di Colao (è un montaggio?)
    (minuto 1:04 https://www.youtube.com/watch?v=cEL8WZ8aBNc)
    “Con il 5G […] sarà possibile a distanza iniettare o rilasciare una sostanza utile per la salute.”
    Il mio timore è: “Solo sostanze utili alla salute o altro?”
     
    Benvenuti ne “Il mondo nuovo”.
     
    P.S. E se volete leggere una ‘summa’ dei progetti di William Henry Gates III (altrimenti conosciuto come Bill Gates), progetti appoggiati da enti internazionali preposti a proteggerci potete leggere ad esempio https://www.startmag.it/innovazione/ecco-i-progetti-hi-tech-di-bill-gates-anti-covid-19/ e cercare ID2020 e tant’altro.
    E guardate cosa ci dice l’italiano di cui siamo orgogliosi che lavora a Pittsburgh al vaccino-cerotto (https://www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2020/05/13/news/il-vaccino-cerotto-contro-il-coronavirus-potrebbe-arrivare-entro-l-anno-1.38839118):Andrea Gambotto, ricercatore italiano dell’Università di Pittsburgh: tempi accelerati e più sperimentazione per battere la pandemia. E in futuro avremo anche vaccini per virus che non esistono ancora.
    E, magari non c’entra niente, penso ai test sierologici tanto propagandati tramite la Croce Rossa Italiana grazie al decreto-legge n.30 del 10 maggio 2020. Il decreto autorizza a ricavare dati genetici e sulla salute.
    Stop. E questa sta diventando “La Storia Infinita”!
     

  • 11 luglio alle ore 9:51
    L'ORSA

    Come comincia: Domenica pomeriggio, Messina, primi di dicembre fuori il tempo non prometteva nulla di buono, Alberto Minazzo maresciallo delle Fiamme Gialle si stava godendo in televisione un documentario girato in Alaska da un fotoreporter coraggioso, in primo piano un’orsa con due cuccioli  che stava traversando il fiume in piena ma, mentre la madre era riuscita a guadagnare la sponda opposta gli orsetti ancora faticavano a nuotare in mezzo alla corrente senza riuscire a raggiungere la genitrice. Due pescatori su una barca assistevano alla scena, malgrado fosse pericoloso presero il coraggio a due mani, raggiunsero i due orsetti e prima l’uno poi l’altro li issarono a bordo del loro natante depositandoli a riva ed allontanandosi velocemente non conoscendo quali sarebbero state le reazioni di mamma orsa la quale invece, inaspettatamente si alzò sulle zampe posteriori emettendo un bramito prolungato come  di ringraziamento. La scena fece commuovere Alberto, gli ricordò quando in tempo di guerra con papà Armando, il fratello Vasco ed il cugino Luciano (tutti deceduti) andava nei quartieri poveri a distribuire beni di prima necessità racimolati presso persone abbienti. Il padre erano l’unico giovane impiegato di un istituto di credito rimasto in Patria in quanto portatore di protesi ad una gamba in seguito ad incidente stradale, i suoi colleghi spediti in Russia, non avevano più fatto ritorno a casa, maledetto quel pazzo che…Alberto non aveva motivi per essere di buon umore, separato dalla poco gentile consorte decise di uscire da casa non che fuori ci fossero motivi di buon umore, a parte il tempo vide sui scalini di una chiesa un poveraccio che cercava di ripararsi dal freddo con una coperta logora, gli si avvicinò lasciandogli in mano cinquanta Euro e domandandosi perché i signori ‘bacarozzi’ non gli aprissero la porta per offrigli un riparo al chiuso. Passò dinanzi ad un cinema e, senza vedere il titolo si infilò in platea mostrando la tessera e quindi…’a gratis’. Cazzo, un film di guerra ma ormai era al caldo, decise di restare fino a quando sentì una mano tastargli le parti intime. Si era appena accesa la luce: “Ti dò cinque secondi, poi ti arresto!” Il cotale sparì dalla circolazione. Alberto non aveva nulla contro i diversi, ormai erano di moda le famiglie arcobaleno, i figli di due padri o di due madri purché tutti consenzienti. Alberto uscì dal cinema ma poiché ‘nullo vivente aspetto gli molcea la cura’ passando d’istinto dinanzi alla caserma si fece aprire il portone e: “Maresciallo che fa qui a quest’ora e di sabato!” “Ho dimenticato qualcosa nella scrivania.” Si accomodò nella sua sedia di Capo Sezione, la mattina circa settanta finanzieri di ogni grado passavano dinanzi a lui per firmare il foglio di presenza, era l’amico di tutti e talvolta metteva delle firme apocrife di qualche calabrese che, causa ritardi dei treni arrivava fuori orario. Non aveva alcuna voglia di ritornare a casa, passando dinanzi al Circolo Ufficiali di Presidio chiese al piantone di parlare col maggiore Strano, suo amico che lo fece entrare. “Ormai è tardi stiamo per chiudere, com’è solo soletto, niente femminucce?” “Son finiti i bei tempi, forse le donne mi considerano un vecchio rudere…” “Ho capito è di cattivo umore, vedo che lei è a piedi, guardi c’è una signora vedova che sta uscendo… signora Aimée c’è qui un maresciallo della Finanza che gradirebbe un passaggio, sta iniziando a piovere e lui è senza macchina.” La signora alta, bionda longilinea non aveva nulla dei caratteri delle donne del profondo sud, squadrò Alberto che passò l’esame: “Dove abita?” “In viale dei Tigli ma se per lei è fuori mano…” “Al contrario ho una villa sulla circonvallazione, mi viene di passaggio…e se la invitassi a casa mia, non ho proprio sonno…sono Aimée Dubois, ma non  faccia quella faccia, sembra le sia morto il gatto!” “Sono Alberto Minazzo, la mia gatta Luna, bellissima e tigrata è in perfetta salute solo che non ama gli estranei, soprattutto donne…” “Bene allora andiamo a conoscerla, lei mi stia vicino non vorrei che mi graffiasse!” Da dietro la porta d’ingresso si sentivano  i miao di Luna, aveva sentito il rientro del padrone il quale quando aprì la porta se la trovò fra le braccia. “Bellissima chissà quanti bei gattini avrà sfornato.” “Ho preferito di no e quindi…” “Che brutta abitudine…” “Luna girò il muso ed inquadrò la nuova venuta, doveva essere di suo gradimento perché non protestò anzi le si gettò fra le braccia. “Stranissimo non lo fa con nessuno soprattutto femminucce, vuol dire che la inviterò più spesso a casa mia, in fondo è lei la padrona, io sono divorziato.” “Ed io vedova di un ufficiale dell’Esercito italiano, una granata…” “Che vogliamo fare, ora che è qui…io non ho sonno anche se domattina il dovere mi chiama ma posso ‘marcar visita’ come si dice in gergo  militare che lei dovrebbe conoscere.” “Cavolo che bel panorama, tutta la Calabria illuminata ed anche il porto di Messina, una visione rilassante, chissà quante belle donne avranno ammirato il panorama.” “Purtroppo di recente zero assoluto, sono divorziato da poco ed ancora mi son rimaste le ferite…ci vorrebbe una buona crocerossina…” “Se è un richiesta ufficiale aderisco, magari riaccendiamo i riscaldamenti, Luna si è rifugiata nel suo bel giaciglio al calduccio.” Dopo circa mezz’ora: “Ora si che mi sento a mio agio, le dispiace se mi spoglio un po’, comincio a sentire gli effetti del riscaldamento.” Aimée rimase in reggiseno e mutandine, Alberto cercò una battuta di spirito per uscirne con stile, non trovò altro che: “Una volta le sarei saltato addosso!” “Meglio saltare sul letto, voi maschietti pensate solo al sesso…talvolta anche la sola compagnia…” Aimée raccontò della sua gioventù, come aveva conosciuto suo marito che l’aveva lasciata vedova non inconsolabile ma decisamente aisée ossia ricca. Anche Alberto descrisse la sua vita passata e poi si addormentarono. Alle sei e trenta suonò la sveglia, Alberto alle sette e mezza chiamò il centralino della caserma: “Sono Mazzoni per favore passami l’aiutante maggiore. “ “Signor maggiore m’è venuta quasi sicuramente l’influenza, chiamerò il dottor Cimarosa per farmi concedere cinque giorni di riposo.” “Si di riposo a letto, chissà con quale mignotta, oggi è domenica, sveglia e buon divertimento!” “Ho capito male ma quel tale mi ha classificato mignotta?” “Ha usato un’espressione sbagliata voleva forse dire simpatica signora!” “Colazione da igienista, fette biscottate integrali, Yogurt con Lactibacillus Bulgaricus, prugne essiccate. “Voglio provare anch’io a cambiare  l’alimentazione, a proposito hai idee dove andare a pranzo?” “Conosco vari ristoranti ma preferisco che lo scelga tu.” “Ho capito, ci hai portato qualcuna delle tue ‘mignotte’ come dice il maggiore e non vorrai che io sia scambiata per una di loro.” “Sei troppo machiavellica…va bene hai ragione andiamo dove vuoi tu.” “In via Ghibellina c’è Alfonso un ex pescatore che ci farà mangiare pesce freschissimo.” “Andiamo con la tua macchina, cavolo ieri sera non avevo fatto caso alla marca della tua auto, una Borgward Isabella sono anni che non la fabbricano più.” “Era di mio marito, la tengo per suo ricordo, siamo arrivati.” “Gentile signora Dubois è un bel po’ che non la vedevo, ho elle aragoste giunte poco fa oltre che il solito brodetto di pesce ed anche  delle linguine ai ricci di mare.” “Egregio signore lei sa che è proibito pescare i ricci, c’è una contravvenzione altissima!” “Caro Alfonso, il signore è un maresciallo della Finanza, per questa volta chiuderà un  occhio anzi tutti e due, vero caro?” Alberto aveva capito di aver toppato, chiese scusa ad Aimée: “Talvolta mi lascio trasportare…” Alla fine del pranzo: “Tutto eccellente, specialmente le aragoste che dicono sono afrodisiache, che ne dici proviamo se è vero?” “Cara…vedremo, non ci tengo a fare brutte figure anche se tu sei una donna meravigliosa ed appetibile.” “Grazie per l’appetibile, cerca di non  mordermi!” La casa di Aimée era una villa a due piani circondata da giardino, vasca con pesci rossi,  cespugli ben tenuti, si vedeva la mano di un giardiniere. All’interno mobili antichi la cui presenza meravigliò Alberto. “Ho acquistato questa villa come la vedi, non ha voglia di comprare mobili nuovi, avere tra i piedi operari che vanno e vengono, sono di natura misoneista, non ti meravigliare del vocabolo, ho studiato al classico e qualcosa ancora me la ricordo.” “Misoneista in generale anche in campo sessuale?” “Diciamo che è un po’ di tempo che non mi ‘esercito’ in quel campo, sono di gusti difficili e mi infastidiscono gli imbecilli, non ti preoccupare tu non lo sei anzi pemettimi…” “Il primo bacio prolungato, saporito ancora di pesce, così iniziò la relazione fra Alberto che aveva ripreso ‘le penne’ ed un’Aimèe anche lei di nuovo in forma. Al Circolo Ufficiali si era formata una nuova coppia che il maggiore Strano volle festeggiare con un brindisi.

  • 09 luglio alle ore 8:20
    Tutto il mondo è paese

    Come comincia: Tutto il mondo è paese.
    Anche sotto il castello che porta il nome di mia nonna siamo stati oggetto di un tentativo di truffa-raggiro-estorsione.

    Mi è stato consigliato di rivolgermi ad un servizio semi-pubblico per una pratica.
    Nel corso dell'allestimento di questa pratica, il titolare dell'esercizio mi accompagna per un paio di volte da un professionista del settore che mi consiglia come procedere. 
    L'iter si conclude presentando la documentazione ad una commissione che deve dare il suo benestare. Dopo tre mesi arriva a casa la raccomandata con l'approvazione.

    Per il prosieguo dico a mio marito: "Veditela tu".

    A distanza di un anno, mio marito m'informa che il titolare dell'esercizio gli ha riferito che il professionista vuole 500/600 euro. Ne è conseguito un battibecco durato mesi. Per farla breve, alla fine mio marito accetta di pagare ma chiede la fattura. 
    Ah, con la fattura sono 1000/1100 euro.
    A parte la discussione, mio marito insiste: "Tu fammi avere la fattura ed io ti faccio il bonifico". Il professionista sostiene che è il contrario: prima mi paghi e dopo ti faccio la fattura. 
    La storia si trascina fino a novembre.
    Ricevo una telefonata. E' il professionista. Mi fa: "Signora, io ho avuto a che fare con lei. E' lei che è venuta nel mio studio, ho visto che è una persona per bene. Se non mi paga il mio avvocato le manda l'ingiunzione.". Non ho proprio voglia di fare polemiche. Comunque ad agosto avevo consultato un mio amico della guardia di finanza che ha confermato: prima la fattura, poi il bonifico o, in alternativa, contestualmente fattura-assegno.
    E’ il ponte del primo novembre e ci accordiamo di sentirci per un appuntamento finite le feste.
    Finite le feste, telefono e non ricevo risposta. Propongo via WhatsApp un giorno per l’appuntamento.
    Due giorni dopo la risposta: il giorno proposto non va bene, facessi il bonifico.
    Ora basta, penso.
    Il giorno dopo esco prima dal lavoro e mi reco alla guardia di finanza.
    Nella sala d’attesa mi raggiunge un brigadiere.
    Gli espongo la situazione. Mi chiede ragguagli e mi fornisce consigli su come procedere.

    Invio al professionista la richiesta di vedere quali accordi abbia firmato nel suo studio relativamente ad un compenso per le sue prestazioni o, in alternativa, un tariffario dell’esercizio semi-pubblico.

    Ricevo dal professionista un messaggio nel quale afferma che per lui la cosa è archiviata, non pretende alcun compenso sulla base di altre considerazioni.
    Il titolare dell’esercizio prova ad insistere, sostenendo che il professionista si era recato davanti la commissione a presentare la documentazione, cosa non corrispondente alla realtà. Tengo ferma la mia posizione su questo punto ed anche il titolare dell'esercizio desiste.

    Perché racconto questo? Perché, con grande rammarico, la scorsa estate mi sono guardata alle spalle ed ho visto che quando ho fatto di testa mia "senza dà retta a nisciuno", anche le situazioni critiche si sono risolte. 

    Attenzione, qui tutti possono sbagliare: solo chi non fa niente non sbaglia.
    E le tegole possono capitare a tutti.

    Linda Fienga lì, 1 dicembre 2018
     

  • 07 luglio alle ore 14:56
    La mia stanza

    Come comincia: Quello che segue non è proprio un racconto, ma trattasi essenzialmente di un "esercizio letterario". Il tutto nacque intorno ai primi mesi del 2014, quando ascoltai su rai storia una vecchia intervista fatta a Corrado Alvaro (spero di ricordare bene, tuttavia, e di non confondermi col nome ed il cognome dell'autore!). Lo scrittore di San Luca (zona della Calabria tristemente nota per fatti non del tutto letterari), nel corso della stessa parlò anche di un esercizio letterario - appunto - da poter svolgere ad opera dei neofiti ed imberbi scrittori come me: concentrarsi, cioé, su un oggetto vicino o a portata di...occhio, oppure su un luogo spesso frequentato e descriverlo. L'attenzione, così, cadde subito (di getto, quasi incondizionatamente!), su quella che definisco essere la "mia" stanza. Ovvero, uno dei luoghi più frequentati nel corso della mia esistenza. Uno dei luoghi compagno della mia vita, sovente e volentieri: soprattutto nell'ultimo anno di tempo. Ne nacque, quindi, la descrizione che segue.
     "La mia stanza è la terza in ordine d'ingresso o meglio di entrata; ovverosia entrando dalla porta d'ingresso che da sull'androne dove scorrono, di fianco all'ascensore, le scale: che non sono, si badi bene, come quelle di Escher le quali girano sempre su sé stesse, senza mai a nulla condurre né da nessuna altra parte...esse - fortuna per loro! - arrivano sino al portone che sfocia, a sua volta, sul marciapiede che costeggia la strada. Essa è la "mia" stanza: in quanto al suo interno vi trascorro gran parte delle ore che il dì scandiscono (eppure la notte), intercalando il tempo - a volte - con numerose divagazioni sui generis...fuori porta!  E' anche la terza per ordine di grandezza: posta in mezzo alla camera da pranzo che da a nord, confinante con una frazione di appartamento appartenente ad uno stabile attiguo, e la camera da letto grande, quella matrimoniale ove soggiornavano nottetempo i miei genitori, dacché sono stati [Essi] in vita ed in figura su questa terra (la mia carissima zia materna Mary che io, inguaribile esterofilo, chiamavo a quel modo proprio a volerne inglesizzare ed americanizzare il nome, mentre sbrigava le faccende di pulizia in alcune stanze - accadeva sempre durante il fine settimana, quando era a casa dal lavoro ed io dalla scuola - sovente mi ripeteva le seguenti parole: - Ricordati che tutti siamo niente. Oggi in figura e domani in sepoltura! - Si riferiva, ovviamente, alla vacuità del destino dell'essere umano e di tutti gli altri esseri viventi, il suo non era, però, un fare noioso e funereo al contrario la definirei saggezza frammista a realismo, meglio ancora realistica accettazione delle cose e dell'esistenza, pur essendo essa credente e cattolica nonché dotata di gran senso religioso... direi che fosse stato quello il mio primo contatto, quand'ero ancora imberbe ragazzino, con l'aldilà e con l'idea della morte più in generale; quelle parole mi ritornano spesso nelle orecchie, ora che sono più adulto, quasi vecchio!). La mia stanza, dicevo, è la terza stanza dell'appartamento che io abito (tre è il numero perfetto: i pitagorici lo consideravano tale in quanto per loro era la sintesi del due - numero pari - e dell'uno - numero dispari -; tante civiltà e religioni lo considerano tale: è per questo, forse, che la stanza di cui vi parlo è quella che considero essere più "mia" rispetto alle altre...o forse è mera casualità!); laddove abito e dimoro, cioé, sin dalla lontanissima estate del 1969, quella che definii essere stata, in tempi recenti, la "lunga estate di Belfagor" (questo nomignolo deriva da un vecchio sceneggiato, "Belfagor", appunto, passato in tivù, e che in una estate lontanissima, ancorché ancora viva e vegeta nella mia mente, tenne ben fermo e quieto me ed altri bimbetti di allora, suppongo, sotto il letto...bloccato dalla paura!): quando vi emigrammo da un'altro quartiere della città io - bimbo allor d'appena un lustro d'età - e la mia famiglia tutta intiera ed insieme; è la terza stanza dell'appartamento sito all'ottavo piano di uno stabile popolare seminuovo (lo é, sebbene esso sia oramai "vecchio" di ben cinque lustri ed abbia dovuto sostenere numerosi maquillage e rifacimenti di viso...facciata!), di quelli inclusi nella categoria "A4" secondo quanto è scritto nella visura catastale originaria (o secondo ciocché essa recita...sarebbe forse meglio dire!); o meglio ancora, in base alla classificazione "arida" assai ed alquanto - nonostante essa sia notevolmente essenziale e pratica - stabilita dal nuovo catasto urbano all'incirca trenta anni fa (la visura originaria, infatti, quella redatta dall'esimio geometra Pantano - non so, però, se fosse anche lustrissimo! - , titolare dello studio omonimo ed al tempo sito alla via Temenide civico diciannove, in Taranto, recava scritto: unità immobiliare A 18): posto [lui], in una zona cittadina la quale, sino a vent'anni fa,  era definita "fuori borgo"; decentrata, cioé, dal centro cittadino, quasi periferia; mentre oggi, invero, è essa stessa diventata borgo, quasi centro, rispetto ad altre zone: fattesi esse stesse periferia o periferie - ad opera e per merito, forse...per colpa più che altro dello sviluppo extraurbano, scellerato e scellerabile, avvenuto d'amblé - quindi sempre più - ed inesorabilmente - lontane dal centro. E' la terza stanza, la mia stanza, se si esclude lo sgabuzzino piccolo il quale, a volta sua, è dirimpettaio dell'ingresso e del disimpegno (frazione più piccola del corridoio che sbocca nella cucina), è funge da ripostiglio o solaio interno (in poche parole, che povere non sono affatto, avente funzione di scantinato o mezzanino) che ben si possa dire, anzi, affermare: colà, cioé, dove la roba vecchia metto a riposare o in stand-by prima ch'essa affronti l'ultimo suo viaggio, insieme al pattume di casa, verso il cassonetto del pattume che abita sotto casa; ivi attendendo d'esser poi trasportata in discarica con l'altro pattume (suo fratello: sebbene sia esso di madre diversa e forse ignota!) ed in compagnia dell'altra roba vecchia e magari dei sorci verdi! E' la mia stanza, adesso, questa stanza: proprio perché adesso è soltanto "mia" (in realtà lo è da ben sei anni, non uno di più e neanche di meno: uno in più, cioé, d'un lustro che di anni ne conta cinque!), mentre pria era in primis la "loro" eppoi anche la mia; è la mia stanza, adesso: perché adesso appartiene solamente a me, così come le altre stanze vuote. Invero, essa reca con sè i segni del tempo, quel tiranno inesorabile che lentamente scorre senza infamia né lode: li porta fiera, però, sulle sue spalle vecchie ma ancora forti; su quelle spalle che sono i muri: avvolti in una carta talmente sottile e lieve da apparire talora quasi eterea...grondano di ricordi, di suoni e di strane voci. Occidua guarda, la mia stanza, il balcone che da sulla strada esterna ed il quale guarda, a sua volta, la strada: ed insieme, come entrambi, guardano lo scorrere del tempo senza ch'essi portino occhiali sopra gli occhi che non posseggono...allo stesso, identico e perpetuo modo la mia stanza osserva il sole nascere e morire, ogni giorno, la luna sorgere e calare ogni sacrosanta sera sopra il cielo; ed ascolta lo scorrere del traffico che percorre la strada sottostante al di sopra di quel cielo che la oscura o la illumina ad intermittenza e secondo l'alternarsi delle stagioni durante l'anno astronomico. Ogni notte, silenziosa e stanca, la mia stanza si addormenta insieme a me: che a volte, a mia volta, sono silenzioso e spesso stanco - ma non sempre, però - quando mi addormento. E' la mia stanza, adesso: solo e soltanto "mia"!

    Taranto, 14 marzo 2014. 

  • 26 giugno alle ore 9:27
    LA PIÚ BELLA

    Come comincia: “Come la immagini la donna più bella con cui potresti far conoscenza, hai un’idea precisa?” Alberto era rimasto sorpreso dalla domanda del suo amico e collega Franco, ambedue marescialli delle Fiamme Gialle, si trovavano ai piedi di una nave da crociera nel porto di Messina con una scaletta poggiata sul molo dalla quale dovevano scendere i passeggeri che andavano a visitare le locali bellezze artistiche o per imbarcarsi su di un pullman per andare a visitare Taormina. “Non so come ti è venuta in testa stá domanda, per puro esercizio di fantasia te la descrivo: altezza circa un metro e settantacinque, capelli castani lunghi sino alla vita, occhi grandi e di color verde chiaro, piccolo naso all’insù, bocca invitante con labbra non eccessivamente grosse, collo alla Modigliani, seno non più della misura tre, vita stretta, pancino piatto, gambe chilometriche, piedi da far impazzire un feticista, ti basta?” “E come personalità?” “Hai ragione, la cosa più  importante: sorridente, sicura di sé, con notevole spirito dello humour.” “Insomma una statua vivente descritta da Prassitele.” “Ecco, bravo ora torniamo con piedi a terra e controlliamo i passeggeri, c’è sempre qualcuno che vuole fare il furbo vendendo provviste di bordo soprattutto stecche di sigarette.” Nessuna faccia sospetta, visi da padri di famiglia con moglie e pargoli al seguito, giovin pulselle non particolarmente avvenenti, vecchie signore che spendevano i soldi della liquidazione sperando di trovare qualche giovane squattrinato a cui riempire le tasche per poi farsi ripagare sessualmente. Per ultimo  un ‘boom’: una ragazza favolosa seguita sulla scaletta da un gruppo di ragazzotti allupati che le facevano da scorta. Alberto non si fece sfuggire l’occasione e mostrando la tessera di appartenente alla G. di F: “Signorina la prego di seguirci in caserma.” Il reparto era abbastanza vicino al porto, i ragazzi non furono fatti entrare, il portone fu loro chiuso in faccia e: “Signorina per favore i suoi documenti.” “Je suis Marianne Montfort, sono francese ma parlo anche italiano come mia madre che era di Roma.” “Bene una mia paesana, “andiamo al nostro bar non è eccezionale ma almeno eviteremo quella moltitudine di ragazzotti che la stavano importunando, io sono Alberto Sassoli e questo è il mio collega Franco Iannello, le consiglierei un Campari soda che io amo ma se lei preferisce un’altra bevanda…” “Va bien le Campari soda, anch’io l’amo.” A Paolo, l’appuntato barista gli occhi erano usciti dalle orbite, sbagliando aveva preso dal frigo tre Aperol.” “Paolo ti sei imbranato, vogliamo tre Campari soda.” “Qu’est il arrivé” “Le barman était confus par votre beauté.” “Maresciallo che le ha detto alla signorina?” “Che sei ricchione, il conto è spese tue bello di papà!” Finito l’aperitivo Albertone ne pensò una delle sue: rimorchiare la baby, farle interrompere la crociera e portarla…dove la ragazza preferiva. A questa proposta  Marianne all’inizio rimase perplessa poi: “Mi fido perché so che sei della Polizia o cosa del genere, andiamo a prendere i miei bagagli. Alberto andò nell’autorimessa dove sostava la sua Jaguar X type acquistata con i quattrini avuti in eredità dalla defunta zia Giovanna, fece salire a bordo la ragazza e suonò il clacson per farsi aprire la porta carraia dove il piantone Nando, suo paesano romano s’era fatto uscire anche lui gli occhi dalle orbite: “Nando aribbutta dentro l’occhi sennò resti cecato, apri sta porta!” Marianne salì sulla scaletta della nave, chiese ad un addetto di portarle le due sue valige, lasciò ad un ufficiale di bordo il suo biglietto della nave e sorridendo riprese posto sulla Jaguar. “Dove siamo diretti a Taormina?” Alberto se la pensò, a Taormina avrebbe trovato la solita confusione di turisti che lui non amava, pensò ad un’altra soluzione: “C’è il padre di un mio amico defunto che ha una villetta a Scaletta Zanclea vicino al mare, sicuramente gli farebbe piacere avere la nostra compagnia.” “Vada per questa Sca…insomma dove vuoi tu.” Marianne curiosa stava giocando con i tasti del cruscotto, ad un certo punto apparve un programma televisivo: “Accidenti a bordo hai anche la TV, sei tutta una sorpresa!” La situazione si faceva interessante, Alberto imboccò la litoranea sino a giungere a Scaletta Zanclea, seconda strada  a sinistra  dove erano ubicate varie ville, quella del dottor Antonelli era la più vicina al mare. Due cani doberman erano fermi dinanzi al cancello, non abbaiavano sono il loro sguardo era poco rassicurante. Alberto suonò al video citofono, non aveva avvertito il dottore della sua venuta, ebbe un’accoglienza festosa: “Chi l’avrebbe mai immaginato, scendo subito.” Il dottor Antonelli richiamò l’attenzione dei due doberman: “Questi due sono amici miei, andate a cuccia!” I due cani sparirono dalla circolazione, Alberto posteggiò dinanzi all’ingresso della villa, abbracci col dottore: “Complimenti per la signorina, hai sempre avuto buon gusto in fatto di donne!” “Marianne è italo-francese, era a bordo di una nave di crociera, dietro mia richiesta ha preferito visitare la terra italica!” “Sei il solito furbacchione, entra, sistematevi nella camera degli ospiti.” Tutto di gran lusso e di buon gusto, si vedeva la mano di una donna. Marianne sistemò nei cassetti di un armoir parte della sua biancheria e in un armadio i suoi vestiti, si sentiva come a casa sua tanto è vero che uscì dalla doccia col solo accappatoio che aveva trovato, color nero, asciugatasi lo fece cadere a terra rimanendo nuda, per lei una situazione normale, per Alberto decisamente meno. “Per fortuna non ho problemi al cuore…” “Sei fidanzato?” “No intendevo in altro senso.” Marianne o faceva la tonta o veramente pensava che presentarsi nuda fosse una cosa naturale non pensando che effetti poteva suscitare su un uomo…”Mai vista una donna nuda?” “Dì la verità mi prendi per il culo?” “Non capisco questa frase in italiano, traducila in francese.” “Est-ce que tu me pisse,  moquer.” “Mais non, je te ne pisse pas, sono stanca di uomini che mi girano intorno li trovo infantili, sciocchi, sprovveduti. Il problema è un altro, mia madre Adrienne è fuggita da casa con un ragazzo portando con sé un bel po’ di denaro…Ora bando alle tristezze, andiamo a trovare il padrone di casa.” “Ragazzi ho chiesto ala cuoca Rosaria di prepararci una cena speciale per festeggiare il vostro arrivo, il marito, tutto fare ha portato a tavola i più bei fiori colti dal mio giardino, un pò di allegria, vi vedo col muso lungo…” La cena era deliziosa, tutto a base di pesce locale, freschissimo, la cuoca fu chiamata per ricevere i complimenti dei tre, si era commossa. Durante la cena Gaetano volle fare un esperimento: “Prendete una porzione di pesce e buttatela a terra vicino ai due cani, guardate quello che succede. Argo e Dingo non accettarono il dono, guardavano il padrone, dopo che Gaetano li autorizzò presero a mangiare. “Ho addestrato i miei cani a non abbaiare e soprattutto a non accettare cibo da estranei, nelle ville vicine ci sono stati molti furti ed i proprietari oltre a subire un danno economico sono stati pure picchiati, Argo e Dingo sono sempre di guardia.” Una passeggiata digestiva per le vie del paese, ad ogni piè sospinto il signor Antonelli riceveva i saluti rispettosi dei paesani. “Commendatore i nostri ossequi!” “Vedo che lei è benvoluto.” “Quando posso aiuto i più poveri ed anche gli ammalati, la vita dei pescatori è veramente dura. Proseguite voi la passeggiata, vi lascio soli…beata Juventus, non la squadra!” Alberto e Marianne andarono sulla spiaggia illuminata dalla luna, un paesaggio romantico che portò la ragazza ad abbracciare il suo pigmalione. “Che succede ti sei convertita ai maschietti?” “Quando me la sentirò ti dirò quello che mi è successo, per ora accontentati di un abbraccio.” Nella stanza degli ospiti i due unirono i due letti, ambedue in pigiama, di seta lei di cotone lui, vicini ma non tanto da….”Beaux rêves…” Sogni d’oro un par di balle…ciccio sentendo odore di…non voleva andare a ciuccia ovviamente impedendo ad Alberto di addormentarsi fin quando capì che ‘non c’era trippa pè gatti’. Alberto era ancora ad occhi chiusi quando un bacio delicato sulle labbra lo fece ritornare su questo mondo. “Ben sveglio amore mio.” Alberto annuì, la speme è l’ultima dea, il Foscolo non era stato ottimista…Colazione abbondante,  Gaetano pensava che i due avessero bisogno di rifocillarsi dopo una notte…quando mai bianca che più bianca non si può nemmeno col candeggio, vecchia battuta di Carosello. Dopo colazione il commendatore in giro per i fatti suoi, i due sulla spiaggia, Alberto supino, Marianne prona vicino a lui. “ “Avevo giurato eterno odio ai maschi, ho cambiato idea quando ti ho visto per la prima volta anche se non volevo…” “Va bene sono un conquistatore di donne a getto continuo come scriveva Trilussa un poeta romano.” “Voglio raccontarti quello che mi è accaduto, sono insegnante elementare a Parisi, ero diciamo in buoni rapporti con un mio collega che non ho voglia nemmeno di nominare. Una mattina ho voluto fare una sorpresa al mio fidanzato che si era dato ammalato per non andare a scuola; sono entrata a casa sua  non facendo rumore, aperta la porta della camera da letto…uno spettacolo degno di Sodoma e Gomorra, il mio…si faceva inculare da un altro uomo…Ho richiuso la porta, sul corridoio ho vomitato pure l’anima, sono scesa in strada, mi sono seduta su una panchina, non riuscivo a camminare. Una signora in macchina  mi ha notato, è scesa dall’auto mi ha chiesto l’indirizzo di casa mia e mi ha accompagnato sino al portone dove il portiere mi ha accolto portandomi sino al mio appartamento. I miei erano fuori. Ritornando a casa furono informati dal portiere del mio stato, fu chiamato un medico che mi diede un calmante, dormii sino al mattino successivo ma ancora ho negli occhi…da quel momento…” “Mi sono scoperto consolatore di donne in crisi, metterò su un’agenzia…” Marianne sorrise, Alberto era riuscito nel suo intento. “Prendo la Jaguar ed andiamo a Taormina, ho bisogno di un bagno di folla…ed anche di qualcos’altro.” Quel qualcos’altro te lo devi guadagnare!” Eccellente granita al limone con brioches al bar sulla piazzetta, lunga passeggiata sino all’ora di pranzo. I due scovarono una ‘taverna’ modesta ma accogliente, il padrone: “Sono Alfio, catanese, vedo che siete affamati, aspettatevi qualcosa di molto sfizioso.” E così fu, a tavola Marianne si accorse dell’alzata di ‘ciccio’ e si fece una gran risata, buon segno! Ritornati a Scaletta Zanclea Alberto prese congedo da Gaetano per rientrare a casa sua a Messina, voleva che la prima notte…E così fu, Marianne si abbandonò completamente al suo novello amante il quale non si risparmiò tanto che la mattina dopo: “Cavolo ho la cosina tutta arrossata!” “Forse per la vergogna!” “Quale vergogna, me l’hai distrutta, bel maialone…” Marianne rimase per sempre a Messina, in un scuola privata ebbe l’incarico di insegnante di francese e dopo qualche mese sfornò un italo-francese con tanto di pisellone, tutto suo padre!

  • 25 giugno alle ore 18:30
    Baby Apple

    Come comincia: L’epidemia è stata un macello.
    Sono morte un sacco di persone. Non so bene, pare che questo virus venisse da un barracuda e ad un certo punto non abbia trovato più barracuda da infettare, così ha fatto il salto di specie. 
    L’hanno chiamato così: salto di specie. In sintesi, il virus adesso non guarda in faccia nessuno ed ha scelto di sterminare noi.
    Sarebbe stato fermo e buono in Nigeria se non ci fosse questo irrinunciabile vizio del turismo sessuale che ha diffuso il virus in tutto il mondo quasi contemporaneamente. 
    È chiaro questo. Sono riusciti a capire che i pazienti zero, i vari pazienti zero provenienti da quel paese, quelli dai quali è partito un gigantesco albero di contagi, fossero tutti ricchi imprenditori  in viaggio di piacere. Piacere. Come spiegarlo meglio.
    Probabilmente la saliva che la loro piccola Mocumba ha per caso perso mentre li chiamava Papi è la causa di tutto. 
    Più che salto di specie, io lo definirei salto di classe. 
    Bambina scalza che balla tra le baracche della sua tribù infetta viscido riccone in procinto di comprare villa con patio.
    In tutto questo, io spero che Mocumba stia bene.

    Non conosco nessuno che sia morto, non direttamente. Conosco qualcuno che conosce qualcuno che è morto, ed è così un po’ per tutti. A parte per quelli morti, ovviamente.

    Le misure del governo sono subito state stringenti, per evitare che continuassimo ad ammazzarci: igienizzante per le mani, disinfettante per le scarpe, metri di distanza, chiusi i locali, non parlate con nessuno, distribuzione gratuita di mascherine chirurgiche, lasciate il lavoro e state a casa. Non uscite di casa se non per fare la spesa, altrimenti vi denunciamo.
    A me andava anche bene, tra le mie quattro mura stavo da dio, ma, dopo le prime lamentele provenienti dai fautori del fitness e dell’aperitivo lungo – lamentele alla moda, lamentele da influencer -, il presidente decise che ognuno di noi poteva incontrare una persona, una sola, per tutta la durata della quarantena.
    In base a come ti sentivi, potevi scegliere l’unico che ti poteva salvare, consapevole che potesse essere anche l’unico ad ucciderti.
    A chi affideresti la tua vita?

    Io scelsi il mio manager.

    Inutile essere ipocriti, noi tutte ex star della tv fiutavamo in questa tragedia un trampolino di lancio. E allora c’era l’ex campionessa di limbo che donava fondi per la ricerca.
    Il bambino che sapeva suonare l’inno di Mameli con i bicchieri andava a suonare i supporti delle flebo in terapia intensiva.
    La banda di ragazzini che dipingeva con i papaveri, ora fa madonne e immagini sacre sul tetto dell’ospedale con il plasma dei donatori.
    Tutto per rilanciare la propria immagine. 
    Per un’ospitata in diretta streaming, per vendere qualche maglietta, per diventare le più famose ed immortali star del globo.
    La gente, effettivamente, li chiamava eroi. 
    Li chiamava eroi finché non spuntavano altri eroi più interessanti, allora se ne dimenticava. Per questo, tutti cercavano di fare qualcosa di spettacolare, al limite, fino a sfociare nel grottesco.
    Ma quando il mio manager mi chiamò, sapevo che aveva avuto l’idea migliore di tutte solo dal modo in cui disse Baby Apple, incontriamoci.

    Non sono mai stata altro che Baby Apple.
    Sono Baby Apple da vent’anni, da quando mi piazzarono davanti ad una macchina da presa con un costume da grossa mela che avevano indossato prima di me almeno cento bambini a quello stesso provino. 
    Lo scopo era trovare il protagonista dello spot per un nuovo dentifricio, e la mela rossa era il simbolo della pulizia, oltre che del peccato originale. 
    Questo bambino vestito da mela doveva stare al centro dell’inquadratura, sorridere e saltare. Ogni volta che diceva “Baby Apple!” arrivava qualche altro bambino a morderlo e a farsi venire immediatamente i denti bianchissimi. 
    Ad ogni morso, un pezzo del costume svaniva, un pezzo del bambino spariva, finché non rimaneva solo il sorriso. 
    Scelsero me come Baby Apple. 
    Avevo 6 anni e mi montai talmente tanto la testa che da quel giorno dicevo Baby Apple! ogni volta che mi piaceva qualcosa. 
    Inconsciamente, o consciamente, avrei voluto che quel qualcosa mi mordesse, si prendesse un pezzetto di me.
    Da quello spot in poi mi invitarono ovunque, sempre vestita da mela, ovviamente. 
    Il mio compito, principalmente, era sedermi di volta in volta sulle ginocchia di qualcuno che durante la trasmissione sembrava triste, abbracciarlo e dire Baby Apple! per farlo contento.
    Continuò così fino ai 13 anni, poi, secondo molte produzioni, quello che faceva iniziò a sembrare ambiguo. 
    Tentai di risollevarmi cercando di mostrare che avevo anche qualcosa da dire, che potevo esprimere opinioni, studiai almeno 5 libri di botanica prima di partecipare ad una trasmissione dal titolo “Per fare un tavolo ci vuole un fiore”, ma era una trasmissione sul fai da te e Baby Apple doveva solo esultare una volta che la brugola faceva il suo lavoro.

    Non stava andando bene, gli ingaggi si volatilizzavano.

    Fu allora che il mio manager mi contattò. 
    Era uno scalzacani, lo sapevano tutti, ma anche lui, come me, stava raschiando il fondo del barile della sua carriera, e questo mi bastò per accettare tutto quello che mi diceva.
    Il costume tozzo da Baby Apple bambina si adattò ad una giovane donna. 
    Diventò più striminzito, velò le gambe in collant bianchi e calzò lucidi tacchi rossi. Due grossi morsi scoprivano entrambi i fianchi e boccoli biondo platino spuntavano da un cappellino a forma di picciolo. 
    Il Baby Apple! urlato di gioia diventò un sussurro alle orecchie di signorotti che frequentavano un certo tipo di trasmissioni, dove si parlava d’affari o di sport. 
    Se le quotazioni scendevano, se la tua squadra perdeva, Baby Apple arrivava. 
    Non cessò il desiderio che mi mordessero, che mi sbrindellassero e mi portassero a casa con loro, che trovassero un posto sul comodino per me.
    Il mio manager, lo scalzacani, continuava a ricevere bonifici con causale Bite Me. 
    Fu proprio quando rifiutai di fila quasi 4 offerte di lavoro come mela a festini privati che venne scoperto il primo caso di contagio nella mia zona, e ovviamente si bloccò tutto di colpo. 
    Nella sua ultima telefonata, il mio manager disse che, quando iniziano offrirti incarichi come escort, sei all’apice della carriera.
    Disse che avremmo dovuto aspettare l’evolversi delle cose, avrei dovuto aspettare una sua chiamata, che presto si sarebbe fatto vivo con un’idea spettacolare.

    Esistono due tipi di degrado. 
    Uno che ti spinge sottoterra ed uno che ti porta al successo.
    Io, chiusa tra le mura di casa, volevo a tutti i costi coltivare la mia favolosa fama nel terreno di detriti dove si era spinta.
    Aprii un canale youtube senza nemmeno sapere cosa dire. 
    Mi misi davanti al telefonino vestita da mela adulta e sorrisi. 

    Era pomeriggio, la luce era stanca, mi si vedeva dal busto in su. 
    Sorrisi per mezzo minuto, poi dissi “Baby apple!”, nel modo in cui lo dicevo da bambina.
    Mi vedevo riflessa nello schermo e davvero mi davo felicità. 
    Chissà cos’avrei trasmesso a chi mi avesse visto su internet. 
    Chissà in quanti mi avrebbero voluta mordere.
    Chissà se ci sarebbero stati pezzi per tutti.
    Un video di 3 minuti, in cui non dissi altro che Baby Apple! ogni 30 secondi.
    Non cambiavo nemmeno posizione, non mi muovevo, ero ferma davanti allo schermo.
    In una piattaforma in cui tutti si adoperavano per avere il trucco più colorato, i capelli più strani, la colazione più calorica, io ero ferma davanti al video vestita da mela, a ripetere la cosa che sapevo dire meglio.

    Successe che il video venne visto.
    Venne visto tantissime volte, ricevette tantissimi commenti.
    Successe che scoprii di essermi creata un pubblico negli anni. 
    Tra loro, i miei coetanei affezionati allo spot del dentifricio, che mi legavano a chissà quali ricordi d’infanzia. Tra loro gli uomini d’affari che a suo tempo tennero alla squadra sbagliata e che mi ricevettero sulle loro ginocchia. C’erano le loro figlie, le sorelle minori, che, spinte dall’ eccitazione dei loro papà, dei loro fratelli, per il ritorno di una figura così importante del loro passato, si iscrissero al canale.

    “Ciao Baby Apple, mi metti il buonumore in questo periodo di quarantena =)”
    “Ciao Baby Apple, sai che ho ancora un tubetto del dentifricio che sponsorizzavi?”
    “Ciao Baby Apple, mi manderesti una foto in cui ti vesti da collegiale e ti allunghi per prendere il cellulare appoggiato ad un tavolo, ma non ci riesci perché sei ammanettata ad un termosifone?”

    Ero stupita che bastasse così poco. 
    Ero euforica.
    Risposi a tutti i messaggi, feci dare a tutti il tipo di morso che volevano darmi.
    Di fatto, alzai le aspettative. 

    Il secondo video che pubblicai una settimana dopo fu sostanzialmente uguale al primo, ma dissi Baby Apple! di spalle, voltandomi verso lo spettatore giusto per fare l’occhiolino di commiato.
    La cosa che quasi tutti morsero via subito dopo, fu parte del mio nome.
    Fu il primo vero e proprio morso. 

    “Ciao Baby, come fai ad avere quelle ciglia lunghe?”
    “Ciao Baby, non riesco a dormire dalla prima volta in cui ti ho visto”
    “Ciao Baby, voglio venirti a prendere. Ti conserverò in una scatolina, saremo felici”

    Nel terzo, volli sperimentare quanto la gente potesse essere condizionabile da me. 
    Pochi lo sanno, ma una mela è capace di alzare o diminuire la propria acidità a seconda delle condizioni. È la verità.
    Davanti allo schermo del telefonino, striminzita nel vestito da mela bambina, con la luce delle sette di sera, abbassai gli occhi e piagnucolai.
    Baby  Apple... baby apple... baby...
    Nei 5 secondi finali, presi un pacchetto di fazzoletti di carta che avevo sulla scrivania, ne estrassi uno e feci finta di asciugarmi le lacrime.

    Fu impressionante quanto poco tempo ci mise la ditta di quei fazzoletti a triplicare il proprio fatturato.
    Usarono il mio video amatoriale come spot ufficiale. La mia immagine sgranata, pixellata, comparì sulle riviste.
    Tutti volevano i fazzoletti dove aveva pianto Baby Apple. 
    Tutti volevano ridere e piangere come Baby Apple.
    Iniziarono ad arrivarmi foto di gente che piangeva, che voleva la mia approvazione sulla posa che assumeva mentre lo faceva.
    La seconda cosa che morsero via fu il saluto.

    “Baby, il mio ragazzo mi lascerà, quindi guarda la mia foto. Sembro abbastanza disperata?”
    “Baby, ho perso il lavoro. Mentre piango dovrei piegare la testa di più?”
    “Baby, oh baby... oh, baby. Oh baby baby mia”

    Gli iscritti al canale erano ormai migliaia. Il più delle volte, se andavi a visitare il loro, di canale, non trovavi niente.
    I seguaci che nutrivo erano completamente vuoti. 

    Il mio manager volle incontrarmi. 
    Mi telefonò proprio mentre stavo aprendo una mail dal titolo “Fonderò una chiesa per te”.
    Ci incontrammo sulla muretta che costeggiava una strada completamente vuota, appena dopo il quotidiano passaggio delle macchine che spruzzavano disinfettante. 
    Eravamo all’aperto, ma la natura sapeva di ambulatorio chirurgico.
    Lo scalzacani disse Hai avuto un’idea geniale aprendo quel canale.
    Disse Hai un seguito di sgallettate e anziani maniaci pronto a fare qualsiasi cosa.
    Dandomi una pacca sul ginocchio disse Cavolo, chiamano perfino me nel cuore della notte!
    Aggiunse che dovevo unire questa mia popolarità all’emergenza sanitaria. Sensibilizzare la gente su tutte le altre malattie della vita.
    Mi spiegò che, durante questi mesi di clausura, si era concentrato sulla psicologia delle masse, notando come l’opinione dei dottori perdesse valore di giorno in giorno.
    Mi chiese: Se un plurilaureato in virologia dice che per non infettarsi bisogna mantenere la distanza di sicurezza, ma un qualsiasi dj di fama mondiale afferma che una specifica tinta platino per capelli basta e avanza per sconfiggere i batteri, chi credi che segua la gente?
    Prendendomi le mani disse Baby, tutte queste persone stanno aspettando che tu dica loro come salvarsi. Indipendentemente da come andranno effettivamente le cose.

    Baby Apple regala sorrisi, Baby Apple sceglie se sei triste, poi ti rende felice.

    Lo scalzacani mi disse che dovevamo iniziare subito da qualcosa di grosso, che distraesse l’attenzione dall’argomento pandemia che ormai aveva annoiato tutti.
    Andammo in un garage. Io mi vestii da mela e lui mi procurò un piccolo coltellino. 
    C’ero solo io, al centro dello schermo, con la migliore faccia inespressiva che riuscivo a tenere. Stavo fermissima mentre passavano le scritte in sovrimpressione.
    “prevenzióne s. f. [dal lat. tardo praeventio -onis; nel sign. 2, dal fr. prévention]. – 1. Adozione di una serie di provvedimenti per cautelarsi da un male futuro, e quindi l’azione o il complesso di azioni intese a raggiungere questo scopo. Genericam., ogni attività diretta a impedire pericoli e mali sociali di varia natura.”
    Pensavo che davvero stessi facendo qualcosa di rivoluzionario.
    Che ero andata oltre il rendere felice la gente, la stavo rendendo libera.
    “La principale causa delle malattie renali sono i reni”.
    E con il coltellino incisi un piccolo tondo nella gommapiuma del mio costume, ad altezza bacino.
    Simbolicamente, mi stavo curando. Stavo curando le fobie di chi aveva avuto un lontano parente morto per insufficienza renale.
    Stavo fregando l’ereditarietà.
    Esplosi in un sorriso, gettai via il pezzetto appena tagliato, e di nuovo l’unica cosa che dissi fu “Baby Apple!”

    Questo  terzo morso fu il primo morso che mi diedi da sola.

    Era facile distrarre la gente da qualcosa di disastroso donandogli qualcos’altro di disastroso di cui potevano realmente occuparsi.
    Era un modo per sentirsi superiori, erano tutti andati oltre la pandemia. 
    Le cliniche furono intasate da gente che voleva asportarsi un rene. 
    Così come fu necessario costruire dei reparti speciali, dei tendoni fuori dagli ospedali per gestire i contagi, fu necessario innalzarne almeno uno anche per gli interventi di asportazione.
    In emergenza sanitaria non c’era tempo di fare troppe domande, troppi esami. Se volevi operarti lo facevi e basta, era sufficiente che lasciassi un posto letto libero in fretta.
    Fu la mia fortuna.

    “Baby Apple, respiro male, cammino male, ma sono convinta sia stata la scelta migliore.”
    “Ciao Baby, ho potuto far esercitare mio cugino, laureando in chirurgia, e tutto è andato bene”.
    “Ti invio la mia cartella clinica e una foto di me all’ultima gara di body building. Se ingrandisci sugli addominali vedi ancora la cicatrice”

    Produssero garze dalle foglie di melo, fili rossi per suturazioni, succhi alla mela al profumo di mercurio cromo. 

    Con quei soldi, il manager si comprò l’attrezzatura per fare dei video in Full-HD, che potessero essere trasmessi anche sui megaschermi allo stadio.

    Nel video successivo ero vestita da mela ed accarezzavo una gabbietta con dentro una bambolina.
    In sovrimpressione, iniziarono ad apparire le scritte.
    “prevenzióne s. f. [dal lat. tardo praeventio -onis; nel sign. 2, dal fr. prévention]. – 1. Adozione di una serie di provvedimenti per cautelarsi da un male futuro, e quindi l’azione o il complesso di azioni intese a raggiungere questo scopo. Genericam., ogni attività diretta a impedire pericoli e mali sociali di varia natura.
    La principale causa del Papilloma Virus è il collo dell’utero.”
    Aprii la gabbietta, presi la bambolina e me la appoggiai sul grembo.
    “Baby Apple!” 

    Sapevamo che non c’era già più bisogno che io mi togliessi pezzi di costume, chi ha bisogno di capire capisce lo stesso.
    Il punto era dire meno cose possibile, così non c’era niente di contestabile.
    Ero solo una mela muta, le scritte dicevano solo cose ovvie. 
    Non era colpa mia se le donne poi presero a volersi asportare l’utero.
    Ci avete mai pensato?
    Meno cose comunichi, più la gente penserà che tu voglia dire esattamente quello che vogliono sentire. Lo amplifica.
    Il silenzio è la migliore argomentazione.

    Nacque il primo franchising della sterilizzazione. 
    “Baby Apple Clinique” venne prese d’assalto da orde di femministe al grido di Libertà, libertà.
    Era il fast food dell’utero, il mc donald del bisturi.
    Davo lavoro a tantissime persone. 

    Il morso, stavolta, me lo diedi proprio a ciò che distingueva una donna da una mela.
    Senza neanche accorgermene, senza nemmeno pentirmene, avevo iniziato a mangiare anche gli altri.

    “prevenzióne s. f. [dal lat. tardo praeventio -onis; nel sign. 2, dal fr. prévention]. – 1. Adozione di una serie di provvedimenti per cautelarsi da un male futuro, e quindi l’azione o il complesso di azioni intese a raggiungere questo scopo. Genericam., ogni attività diretta a impedire pericoli e mali sociali di varia natura.
    La principale causa delle malattie respiratorie sono i polmoni.”

    “Ciao Baby, ho fatto operare mio marito. Ora è attaccato ad un respiratore artificiale e non fuma più. Grazie”
    “Baby, non avrò mai l’asma”
    “Baby Apple, sono terribilmente spaventato per l’operazione della settimana prossima, non so se scegliere di togliermi il polmone destro o sinistro. Fai un video dove lanci una monetina e decidi per me?”

    In pochi lo sanno, ma ci sono specie di mele dette Samurai, che ad un certo punto decidono di uccidersi. Lo fanno quando sentono che le foglie di altre piante vicine sono totalmente invase dagli afidi, e preferiscono morire prima di esserne infestate.
    Semplicemente, mettono in atto il processo che le porterà a marcire molto in fretta e per loro stessa mano. 
    Così facendo, diffondono una tossina, un veleno, insopportabile per i parassiti, che si allontanano evitando di attaccare le piante rimaste sane.
    È per questo che le antiche popolazioni piantavano un Melo Samurai ogni tot metri di mais, ogni tot metri di viti. 
    Le Mele Samurai, le Baby Apple, fanno vivere di più.
    È l’orgoglio di aver fregato tutti.
    È l’orgoglio di aver lasciato tutti a bocca asciutta.

    Qualcuno può biasimarmi se prossimamente dirò che, senza cuore, il cuore non ti si ammala?

  • 22 giugno alle ore 11:41
    In un giorno qualunque

    Come comincia: Oggi non è giornata, continuo a ripetermi mentre stiro gli arti snervati dall'insonnia e dal continuo movimento notturno, l’umore è sotto i piedi e cupo come il cielo che sovrasta questo inizio autunno. Fuori piove, l’acqua continua a scivolare sui vetri creando rigagnoli, goccia dopo goccia si posa sul davanzale della finestra. Come quelle lacrime trattenute e infrante a metà tra il cuore e la ragione. Sempre lei, come oggi, quella malinconia senza nome mi pervade avvolgendomi in un’inquietudine che non ha voce, in un sudario di nebbia. Abitudinaria, rigorosa, precisa, caratteristiche indossate come seconda pelle, difficile entrare in quello che è il mio mondo. Marco, manager di una grossa compagnia, lo avevo conosciuto per caso. Era entrato nella mia vita in un giorno, anomalo, di pioggia. Statuario, occhi cobalto come il mare, con una testa pensante. Al ritmo incessante della pioggia ripensavo al nostro incontro-scontro nella metropolitana, a tutti i fogli della cartellina che stringevo tra le mani, oltre all’ombrello e al cellulare che aveva appena finito di squillare, sparsi sul rivestimento antistante ai binari, al mio trovarmi occhi negli occhi con la disattenzione fatta persona. Il suo scusarsi, attribuendo alla fretta quel gesto maldestro, e l’invito, per farsi perdonare a bere un caffè, e il mio rinviare ad altra data per l’impossibilità di poter accettare; uno scambio di numeri e via al lavoro con larghissimo ritardo. Avevo accettato un lavoro part ime in una testata giornalistica di moda per vivere a Milano dopo la laurea, in attesa di un ruolo nella scuola, il sogno di mia madre quello del posto fisso, in tanto mi dividevo tra supplenze e articoli per il giornale. Il mio sogno quello di diventare una giornalista affermata. Marco ed io demmo inizio a una convivenza dopo poco tempo e già dall’inizio cominciarono le nostre incomprensioni, quella testa apparentemente pensante si rivelò vuota, un uomo con una personalità narcisistica. Le carte del mazzo, sparso sul tavolo da gioco, furono chiare: esisto solo io e tu fai quello che ti dico, una partita truccata dove il vincitore è sempre lo stesso, un vero baro verso se stesso e gli altri. Appropriato il paragone per un malato di gioco come lui, uno che aveva sperperato una fortuna sui tavoli dei casinò di mezzo mondo, passando da un letto a un altro di donne pagate per puro divertimento. La sua gelosia, il suo amore malato alimentavano continuamente la mia frustrazione trascinandomi, giorno dopo giorno, nel baratro dell’incoscienza. Non riuscivo più a sentirmi me stessa e cercavo, continuamente, scuse ai suoi mali; la mia colpa: amarlo di un amore cieco. Sopravvivenza era diventato il mio status, il lavoro: l’unica valvola di sfogo. E oggi, testimone ancora una volta la pioggia, stringo tra le mani una raccomandata che mi porterà via da tutto questo, finalmente il ruolo nella scuola del mio piccolo paese d’origine. Nonostante la bella notizia, che attendevo da tanto, non riesco a sentirmi appagata; una sensazione strana attraversa la mia pelle fino a sentire i brividi lungo la schiena. Devo sbrigarmi altrimenti arriverò tardi all’appuntamento, forse l’ultimo della mia breve carriera giornalistica, ho l’intervista con un modello sul set fotografico al padiglione fiera. Sotto la doccia continuo a pensare a quel ragazzo di cui conoscevo l’immagine e il curriculum attraverso il materiale che avevo raccolto per fare l’intervista. Che cosa avrà mai da dirmi uno che vive costantemente sotto i riflettori, che ha fatto dell’immagine la sua ragione di vita, che gira l’Italia per fare ospitate in tutte le discoteche che lo richiedono, votato allo sballo e rivestito dalla superficialità; un giudizio, il mio, dettato da quello che era la realtà di oggi giorno. M’infilo un paio di pantaloni aderenti, una camicia di seta bianca, scarpe alte con tacco a spillo, anche se scomode per affrontare una giornata di pioggia, devo essere comunque elegante per entrare in quel mondo, un filo di trucco e una sistematina ai miei capelli ribelli. Prendo l’auto in garage e mi dirigo verso il quartiere fiera, arrivo con un leggero anticipo sul set, tra luci macchine fotografiche e un andirivieni di truccatori e operatori del settore, i miei occhi s’incrociano con quelli di Lele, una sensazione difficile da spiegare, mi turba fino a creare in me un grande disagio, una sorta di vertigine s’impossessa del mio equilibrio fino a farmi barcollare. Devo sedermi necessariamente e aspettare che finisca il servizio, intanto cercherò di rilassarmi, pensai tra me. Lele con un fisico mozzafiato, con il linguaggio dell’anima tatuato sulla pelle, inchiostro a definire un’appartenenza a una determinata dottrina, tratti di libertà e condanna, sicurezza di uno stato d’essere con spregiudicata e disinvolta apertura. Un mio primo esame, prima di ascoltare la voce. Eccoci seduti di fronte, io con il taccuino per prendere appunti e lui pronto per condividere con me le fasi determinati le scelte fatte. Ci presentiamo: io che cerco di sfuggire a quegli occhi penetranti e neri, come gli abissi in cui devi avere il coraggio di guardare, e lui, insistente, con i suoi fissi nei miei; una situazione di grande imbarazzo da parte mia. Per sdrammatizzare comincio con le mie domande cui seguono risposte sicure ed esaustive. A intervista finita lui mi stringe la mano e chiede di potermi incontrare in un altro luogo, si giustifica dicendo: vorrei leggere prima dell’uscita quello che scriverai. In macchina, diretta verso il giornale, ripenso all'infortunio che aveva stroncato la carriera calcistica di Lele, alla sua grande forza di volontà per superare il tutto e alla sua entrata nel mondo della moda per la sua fisicità e non per scelta. Due mondi diversi, i nostri, in cui le scelte sono state dettate da avvenimenti che hanno segnato la nostra vita; due anime, però, della stessa grandezza e attraversate dalla stessa voglia di riscatto da un mondo fatto di superficialità in cui i rapporti si consumano in un tempo brevissimo e il più delle volte devastanti. Nello stesso istante in cui i nostri occhi s’incrociarono si creò la magia. Trascorsi tutta la notte a scrivere l’articolo, avvolta da una nebulosa luminosa, curando tutto nei minimi particolari e, solo dopo aver finito, all’alba lo chiamai per dirgli che poteva leggerlo. Le mie parole lo resero prigioniero della mia anima, da quel giorno tutto cambiò. Le nostre strade si erano incrociate in un momento in cui altro era stato deciso, non ora, ma ci sarebbe comunque stato un altro luogo in cui viverci. Arrivò il giorno della partenza, lui mi accompagnò alla stazione per prendere il treno che mi avrebbe riportato a casa, a una vita tranquilla, senza la presenza di Marco che avevo lasciato, finalmente riscattata da quell'inferno, finalmente viva, ma con il cuore nelle mani di Lele che avevo amato dal primo momento. Ci abbracciammo per un tempo infinito, in direzioni opposte prendemmo la nostra strada. In quell'andirivieni di persone, perse nei loro pensieri, e vagoni in movimento, consegnai la mia consapevolezza che non è sempre vero quel che appare, che dietro a volti che infondono sicurezza si possono celare creature orribili e volti, apparentemente, effimeri racchiudono una bellezza d’animo e uno splendore che inonda anche il cielo più cupo. Forse un altro treno, in un giorno qualunque, ci avrebbe condotto alla nostra fermata, a quella del cuore.

  • 22 giugno alle ore 9:34
    M'È RIMASTA SOLO QUELLA

    Come comincia: Classica giornata autunnale,  il due novembre  sembrava voler festeggiare la ricorrenza dei morti: pioggerella insistente, umidità nell’aria, nebbia inusitata a Messina chiamata popolarmente,  va a sapere  perché ’la lupa’, nulla portava al buon umore. Alberto dietro i vetri di casa guardava, al calduccio i rari  passanti che, infreddoliti transitavano sotto il suo appartamento in  viale dei Tigli a Messina. Era domenica, il signore si era accorto di essere rimasto senza una medicina, al computer vide che una farmacia di turno si trovava sulla circonvallazione vicino casa sua, non  aveva alcuna voglia di vestirsi ed uscire, al telefono: “Farmacia Tavilla in cosa posso esserle utile?” La voce squillante di una donna. “Mi occorre il ‘Glucophage 500, l’avete in farmacia?” “Siamo fornitissimi gliela metto da parte?” “In tutta sincerità cò stò tempo non me va d’uscire, ci’avete un commesso…” “Anche in questo campo siamo organizzati, mi dia li indirizzo di casa ed il codice fiscale, Ahmed la raggiungerà quanto prima.” Allora: Alberto Minazzo, viale dei Tigli 23, mnzlrt65p03h501q.” “È sicuro del codice fiscale, dalla q finale capisco che è di Roma come pure dall’accento, mi pare strano il 65 come data di nascita, è sicuro?” “Al Comune di Roma hanno registrato cinquantaquattro anni fa il mio nome e cognome al 3 settembre 1965, se lei mi potesse cambiare l’anno le sarei grato…” “Dalla voce mi sembrava molto più giovanile.” “Mia simpatica signora ci metterei la firma e le offrirei un pranzo, purtroppo di giovanile m’è rimasta solo quella, la voce, resta ferma l’offerta di una libagione a base di pesce al ristorante  ‘Poseidone’’ di Ganzirri.”  “Accettato, non è che lei è sposato?” “Beatamente divorziato…” “Anch’io  divorziata con una figlia e nessuna voglia di stare appresso ad un uomo…” “Una curiosità non è per caso che preferisce i fiorellini…” “Signor Alberto non mi faccia essere volgare, amo i piselli e non  quelli di campo e sono titolare di questa farmacia che porta il nome del mio ex marito,  a domani.”  “Perfetto, una signora con alto il senso dello humour, è un caso raro, appuntamento alle tredici al ristorante, le va bene?” “A me si ma non  penso che trovi posto all’ultimo momento.” “Per Alberto Minazzo ci sono sempre due posti liberi.” “Si ma questa volta siamo in tre.” “Il padrone Demetrio non mi può dir di no, c’è una saletta riservata per i clienti di riguardo, io immodestamente lo sono.” “ Bene signore di riguardo, a domani, io sono Matilde Calabrese, Calabrese solo di nome!” ”  Alberto aveva chiamato subito il ristorante, al telefono  un nuovo cameriere.” “Spiacente signore tutto prenotato.” “Á coso và da Demetrio e digli che il maresciallo Minazzo domani ha due ospiti!” Nel frattempo una suonata al citofono: “Je suis Ahmed de Tunis, j’ai votre médicine.” Evidentemente la farmacista aveva ingaggiato uno del terzo mondo, Ahmed si beccò cinque Euro di mancia e, dopo un: “merci monsieur” si dileguò sotto la pioggia, era venuto in motorino tutto incappucciato. Al ristorante Alberto aveva trovato il posteggio della sua  Giulia Alfa Romeo dinanzi al locale ed aspettava in macchina, con una certa curiosità che si facesse viva stá Matilde e relativa figlia. Precisa come una orologio svizzero la cotale si presentò dinanzi al ristorante con una Mini Cooper,  al volante una ragazza, evidentemente la figlia. La signora Matilde era bionda, scuramente ossigenata, circa quarantenne, altezza media e fisico robusto al contrario della figlia bruna, longilinea più alta della mamma, capelli scuri lunghi sin quasi alla schiena, una bellezza notevole che fece sbriluccicare gli occhi di Alberto. Matilde si accorse subito di quello sguardo di ammirazione e: “Mia figlia Aurora Tavilla ha una fidanzato geloso e campione di karate…” “Io da giovane ho fatto parte della squadra di atletica delle Fiamme Gialle , ero piuttosto bravo nella lotta libera…” Si presentò Carmelo  Giovinazzo, il titolare del ristorante che, dopo un breve saluto con inchino: “Faccio come al solito io?” “Si Carmelo, come al solito.” “La riservatezza di Carmelo mi fa pensare ad una complicità fra di voi, chissà quante fanciulle più o meno giovani hanno frequentato questa saletta!” “Olim, nunc…” “Siamo al latino! Vuol dire che ora ha chiuso i battenti?” Mamma e figlia risero di gusto. Mi avete messo in mezzo, non per farvi un complimento ma un tale che lascia due ‘belle sprit’ come voi è sicuramente uno sciocco! “Il mio ex marito ha preferito una pulsella molto giovane, insomma una toy girl!” “Mi pare che ora sia di moda che anche le signore sono su quella via accaparrandosi dei toy boy.”  “Non è il mio caso, non so che farmene di un giovanotto tutto sesso e niente cervello!” “Bene, una cofana con  brodetto che vedo arrivare in mano ad un cameriere ci metterà tutti d’accordo, non dico buon appetito perché mi dicono l’espressione sia volgare…” Il pane abbrustolito chiesto da Alberto fu di gradimento delle due femminucce che lo intinsero nel favoloso brodetto di scampi, di alici, di seppioline e di  tranci di pesce spada. Alberto aveva lasciato in deposito a Carmelo del Verdicchio dei Castelli di Jesi, vino che aveva vinto un premio al ‘Vinitaly di Verona’.” Lei ha dei gusti raffinati e così che le femminucce cadono ai suoi piedi!” “Recentemente molto meno, un mio amico ortopedico vuole operarmi alle ginocchia che talvolta risentono del cambiamento del tempo e così sono io….” “Sicuramente troverà una anima pia consolatrice, le donne amano anche lo stile dei maschietti!” “Non c’è più religione, una volta erano gli uomini che facevano la corte alle donne, ora lei…” “Lei è un furbacchione ma io ormai ho chiuso in quel campo…” Intervenne Aurora: “Mamma non sei sincera, se trovassi un signore come il qui presente Alberto…” “Non fare l’impertinente un po’ di rispetto per una vecchia signora!” Il finale col un digestivo ananas e poi: “Alberto che ne dice di finire il pomeriggio a casa mia, abitiamo sulla circonvallazione.” “ Bien sur madame.” Si trattava di una villa a due piani con giardino, prato all’inglese e vasca con pesci tropicali arredata in modo moderno, in tutti i mobili si vedeva il tocco della figlia che: “Vado a raggiungere Calogero, fate i bravi!” “Che devo fare con questa figlia, ho già i miei problemi, ci manca solo lei! Per sua fortuna si è fidanzata con il figlio di un ricco proprietario di supermercati, per me è un babbasone come si dice in gergo ma, stavolta me lo permetta ‘pecunia non olet’! Calogero le ha regalato la Mini. Dopo che mio marito ha preso il volo con Orietta  la ragazza che mi aiutava in farmacia la mia vita è cambiata, in sede di separazione legale sono riuscita ad ottenere la proprietà sia della farmacia che di questa villa.” “La cocchia gli è costata un mucchio di quattrini…immagino che non sappia cosa sia la cocchia, è la cosa migliore della donna.” “Vuol dire l’intelligenza?” “ Quando mai, la fica!” Matilde era diventata rossa in viso, Alberto non si aspettava questa reazione, per farsi scusare l’abbracciò. “Non credevo che… mi sembrava un donna più aperta nel senso…” Alberto stava infilando una collezione di gaffes una dietro l’altra, i due rimasero abbracciati, la signora piangeva silenziosamente. Ci volle del tempo: “Forse ti sarò sembrata infantile ma …è tanto tempo che non …sento da vicino un uomo, mio marito andava con quella zozzola e se ne fregava di me…Io talvolta sentivo il desiderio…come adesso…” Alberto stavolta comprese al volo la situazione, fece allungare Matilde sul divano, prese a baciarla in bocca, poi sulle tette ed infine sul fiorellino che riuscì quasi subito a portare ad un orgasmo poi entrò trionfalmente nella ‘cocchia’ con ‘ciccio’ alla massima potenza di ‘fuoco’ che face quasi impazzire Matilde che si abbandonò senza forze sul divano. Ci volle del tempo prima che: “Era una vita che non provavo queste sensazioni, me ne vergogno un po’, di solito al primo incontro…” “Hai recuperato del tempo perduto, posso dirti per esperienza personale che la vecchiaia avanza ogni giorno, senza  che ce ne accorgiamo cominciamo a vedere capelli e peli bianchi dove prima c’erano cespugli scuri…” “Mi vado a ricomporre, tra poco dovrebbe ritornare Aurora e non vorrei…” “Tua figlia non è una sciocca, ti si legge in faccia…” Matilde ritornò nel salone truccata e cambiata di abito, Aurora entrò in compagnia del fidanzato ‘babbasone’ e guardando in faccia la madre scoppiò in una sonora risata, Calogero non capì, l’aggettivo  appioppatogli dalla suocera gli stava proprio a pennello! Matilde cercando di fare l’indifferente: “Vi preparo un caffè” e si rifugiò in cucina. “Mia madre psicologicamente è diventata fragile non deluderla, avresti a che fare con me!” Ma la situazione non  era così semplice in quanto in passato era capitato qualcosa di inusitato e imprevedibile fra Ahmed e Matilde. Un giorno il tunisino in farmacia, prima della chiusura si era ritirato in bagno, dopo un po’ di tempo Matilde preoccupata aprì la porta della toilette …Ahmed aveva un coltello puntato sulla gola: “ Alla vista della signora: “Je suis amoreux de Orietta, je ne peux pas vivre sans elle, je veux me tuer!” Matilde strappò di mano il coltello ad Ahmed, lo abbracciò per consolarlo ma nel frattempo il ragazzo aveva ‘sfoderato’ un pisellone nero e grosso che mise in mano alla signora schizzandole in viso lo sperma che in parte entrò in bocca a Matilde. La cosa poi si ripeté quasi ogni giorno alla chiusura della farmacia, quando i due rimanevano soli. Madame non aveva alcuna voglia di avere un rapporto nella sua cosina, proprio non  le andava ed allora finiva per masturbare il ben contento giovane Ahmed, questo complicava la situazione con Alberto…le circostanze intricate sono le più eccitanti. Aurora si accorse degli armeggi di sua madre e di Ahmed, subito rimase perplessa poi capì che non erano fatti suoi e lo pensò anche perché le si era presentato un problema: i genitori di Calogero, soprattutto il padre volevano diventare nonni per avere un erede a cui affidare il patrimonio di famiglia. Aurora non aveva nessuna voglia di mettere al mondo un pupo che assomigliasse al fidanzato, non aveva alcuna stima delle qualità intellettuali del giovane ed allora pensò: chi meglio di Alberto! Si doveva però organizzare in senso sessuale. Consultò il ginecologo di famiglia dottor Agostino Pileri che la mise sulla buona strada: prima di tutto individuare le giornate in cui lei era feconda per avere rapporti non protetti con Alberto ma usando con Calogero un anticoncezionale meccanico come il cappuccio cervicale, eccellente consiglio messo in atto da Aurora che era riuscita a convincere un riluttante Alberto a diventare padre alla sua età. Il progetto andò a buon fine, ad Aurora non vennero le mestruazioni segno evidente della futura gravidanza ma, mentre la ragazza seguitava ad avere rapporti sessuali col futuro padre di suo figlio, il babbasone andava in bianco con la scusa che il sesso praticato dalla futura madre potevano  nuocere al bambino. Otto mesi di aspettativa e poi la venuta al mondo di un bimbo bellissimo, più di quattro chilogrammi di peso giornalmente visitato dai nonni e dagli amici intimi. Aurora aveva ritenuto opportuno confidare il segreto  sua madre che all’inizio rimase basita ma poi compreso che la sua situazione sessuale doveva mutare, pensò ad avere rapporti con tunisino, in fondo era un bel ragazzo, bravo nel suo mestiere di magazziniere in farmacia e soprattutto intelligente. Per prima cosa iscrisse Ahmed ad una scuola serale,  con l’andar del tempo il giovane riuscì a superare gli esami prima delle elementari che della scuola media. Ci volle più tempo per la licenza liceale ma era quello il traguardo da superare per iscriversi all’Università alla facoltà di farmacia, il disegno di Matilde era chiaro, farsi affiancare d Ahmed nel suo lavoro. La quasi giornaliera attività sessuale del giovane aveva portato a qualche problema alla vagina di Matilde. Il dottor Pileri: “Cara sei tutta infiammata, se proprio non puoi fare a meno del sesso trova altre vie per almeno quindici giorni, usa questi ovuli.” La serenità era approdata su tutti i componenti delle due famiglie, madre e figlia erano in fondo felici su tutti i punti di vista non solo quelli sessuali i quali seguitarono ad andare alla grande anche per un Alberto che sembrava rinato malgrado l’età!