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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 27 febbraio alle ore 9:31
    ALBERTO IL BENEFATTORE

    Come comincia: Alberto cinquantenne, dopo trenta anni di lavoro era in pensione con un bel po’ di denaro depositato in banca sia in azioni che obbligazioni. Non vorrei che a questo punto il solito lettore pierino saltasse su col dire ”Col lavoro onesto non si fanno soldi!” A parte caro signore (si fa per dire) che non sono fattarelli suoi se lei ha studiato latino ricorderà il detto ‘pecunia non olet’  e poiché ho qualche dubbio sulla sua cultura glielo traduco ‘il denaro non puzza’. Alberto un pó per il fiuto di guadagno che aveva innato, un  po’ per fortuna impiegò una bella somma su i ‘Bitcoin’ operazione che lo avevano reso milionario.  Da quel momento cambiò il suo tenore di vita comprando un’abitazione di lusso di trecento metri quadrati in viale S.Martino a Messina ed acquistando, pur tenendo la vecchia Cinquecento per comodità di parcheggio, una Alfa Romeo Giulia omnia accessoriata apprezzando in particolare la gentile voce femminile che, una volta inserito il navigatore satellitare gli indicava come giungere a destinazione senza dover consultare carte topografiche. Poi gli era sorto il problema di come impiegare il tempo a parte qualche sporadica avventura con femminucce affascinate dalle sue tempie grigie e dal suo stile di uomo maturo ma ancora in forma. Gli venne in mente quando da suo padre, ateo, era stato iscritto a scuola in un istituto religioso. Il papà  giustificò al figlio questa sua scelta affermando che ognuno doveva avere una sua personalità scegliendo le proprie idee facendosi influenzare solo dalla lettura di testi di differenti opinioni in qualsiasi campo. Alberto si era dimostrato lettore accanito ed aveva dato filo da torcere ai poco illuminati preti che, nei compiti in classe, chiedevano agli allievi di manifestare le proprie idee sulla religione. Male gliene incolse ai ‘bagarozzi ‘ come volgarmente venivano chiamati dal popolino, Alberto una volta scrisse che nel mondo c’erano centotrentasette religioni e solo sette di ispirazione cristiana e quindi…, giustificò poi Giuda per il suo tradimento in quanto questo evento era stato previsto dal  Signore onnipotente e quindi non meritevole di punizione come pure il peccato di Adamo ed Eva con la stessa motivazione di Giuda. Altro argomento scottante: perché i preti facevano i furbi appendendo alle pareti  degli esercizi commerciali  crocifissi  o icone di santi e di madonne al fine di evitare il pagamento di imposte allo stato italiano? Ai preti non restò altro che chiamare il padre di Alberto affinché ritirasse da scuola il suo figlio dichiaratamente ateo. Durante le feste natalizie Alberto venne a sapere di banchetti organizzati dalla Curia in cui ai poveri venivano offerti pasti gratis, domanda ovvia: gli altri giorni dell’anno di cosa si cibavano i poveracci satolli solo a Natale ed a Capodanno? Idea: aprire un locale per ‘dar da mangiare agli affamati’ come prescritto in una delle ‘sette opere di misericordia’ di cristiana prescrizione. Detto fatto: interpellato Franco suo amico e valente avvocato venne a sapere che l’edificio di un istituto di suore in  piazza Castronovo era in vendita motivazione: poche vocazioni. Considerato che nessun acquirente si era fatto avanti, le pretese delle suore si erano notevolmente ridimensionate così Alberto poté acquistarlo ad un prezzo conveniente.  Un architetto di fede atea progettò, gratis, l’interno dell’edificio per ospitare circa cinquanta persone, nome dell’istituto:  ‘Casa di accoglienza Giordano Bruno bruciato vivo per eresia’ come da targa posta sopra la porta d’ingresso.  All’inaugurazione ovviamente non fu invitato nessun appartenente all’Arcivescovado per la benedizione di rito come era avvenuto per altre analoghe occasioni. All’ingresso era stato posto il regolamento che prescriveva che nessuno poteva entrare con indosso distintivi di qualsiasi genere. Questa regola aveva messo in crisi varie categorie di persone: monache, preti in divisa, appartenenti a vari club, insomma chiunque portasse emblemi che identificasse una categoria di persone. Di notte il solito fanatico religioso aveva scritto sul muri del convitto una epigrafe minacciosa nei confronti del proprietario. Alberto dopo aver fotografato la scritta, fece denunzia del fatto ai Carabinieri e fece porre delle telecamere di video sorveglianza al fine di poter rintracciare altri eventuali writers. Altra precauzione: installare delle ‘cimici’ in ogni locale per controllare eventuali infiltrati che potessero danneggiare in qualche modo il buon nome della casa di accoglienza. Alberto si riservò un locale per uso suo ufficio in cui c’erano oltre la scrivania: un lettino,  un computer e un monitor dove venivano riportate le immagini di tutte le stanze. Per il personale scelse solamente delle femminucce giovani impiegate: in cucina, in sala mensa e per la sistemazione delle camere da letto. Unica eccezione Rosalia  (Lia), una signora anziana vestita di nero che aveva rappresentato la sua recente vedovanza con tre figli a carico, aveva il viso quadrato come pure il fisico più alto della media e piuttosto robusto. La stessa era l’unica autorizzata ad accedere nell’ufficio di Alberto, dava maggior affidamento per serietà. Alberto non voleva essere ‘schiavizzato’ dalla casa di accoglienza ed allora convocò Lia, l’unica a cui dava del lei: “Signora per motivi personali non posso passare molto tempo qui dentro, lei sarà il mio alter ego, avrà, in mia assenza la responsabilità dell’andamento della casa, il suo stipendio sarà raddoppiato.” “Grazie” Lia era di poche parole ma dava affidamento. Una mattina Alberto nel suo ufficio leggeva il giornale, dando uno sguardo al monitor si accorse che in cucina Aida, rimasta sola, stava vuotando una bottiglietta di liquido dentro la pentola dove si sarebbe cotta la pasta. Corse verso la cucina, durante il tragitto incontrò Lia: “Venga con me.” Aida fu subito immobilizzata da Alberto e trasportata a forza in ufficio. “Cosa hai messo in pentola?” Scena muta da parte della ragazza. Alberto chiamò il 112 spiegando brevemente la situazione, dopo circa un  quarto d’ora apparvero due Carabinieri che presero in consegna Aida, a lei riproposero la domanda sul contenuto della bottiglietta immesso in pentola, altra scena muta. I Carabinieri allora interessarono i Nas che si presentarono con il loro armamentario, prelevarono vari campioni di acqua della pentola e poi la sigillarono. Fu chiamato un avvocato d’ufficio al quale spiegarono la situazione, i Carabinieri volevano essere in regola con la procedura per evitare ‘furbizie’ da parte dell’interessata. Scoperta dai documenti dove si trovava l’abitazione di Aida, una pattuglia si recò in via Placida dove una donna con indosso lo hijab aprì la porta. “Parla italiano?” “Un poco.” “Abita qui Aida?” “Mia sorella.” “Questo è un mandato di perquisizione, entriamo in casa.” L’arredamento dell’abitazione era a dir poco povero ma in uno sgabuzzino i militari scoprirono un computer, uno di loro pratico del settore dopo molti tentativi riuscì a mettersi in contatto con un sito islamico in cui erano magnificati la lotta armata e come poter colpire i ‘miscredenti’. Dietro autorizzazione del sostituto di turno, i Carabinieri fra la curiosità dei vicini di casa portarono con loro la sorella di Aida che non fece resistenza. Ad Alberto fu richiesta una sua relazione sui fatti, la pentola incriminata fu la sola traccia dell’avvenimento, per il resto silenzio assoluto, dopo vario tempo sulla stampa nazionale apparve la notizia che, partendo da Messina i Carabinieri erano riusciti a smantellare varie cellule islamiche  sparse in tutta Italia, cellule che volevano colpire anche le chiese cattoliche. Passata la buriana, la serenità ritornò all’interno della casa di accoglienza, anzi il mancato pericolo rese più compatta l’amicizia fra i suoi componenti. Alberto una mattina di una domenica  stava poltrendo al caldo del letto (era inverno) quando suonò il citofono, quando il citofono suonò per la terza volta Alberto pensò che fosse cosa importante e: “ Chi rompe?” “Sono la signora Matilde, lei non mi conosce, son venuta a recapitarle la sua pubblicazione ‘L’Ateo’ a me pervenuta erroneamente.” Alberto  riuscì ad aprire completamente gli occhi, indossò una vestaglia sopra il pigiama. Uscita dall’ascensore gli apparve una bionda, una bionda che più bionda non si può (Espressione copiata da un comico televisivo). “Chiedo scusa se sono poco presentabile.” “Mi è pervenuta, insieme alla mia copia della pubblicazione ‘L’Ateo’ a lei indirizzata, eccola qua.” “La ringrazio, la prego di accomodarsi nel salone, mi rendo presentabile e poi, se lei è d’accordo potremmo andare a pranzare in un locale qui vicino dove si mangia bene.” “Accordato, posso visitare la reggia?” “Grazie per il complimento, faccia pure.” Alberto con  calma si rasò la barba, fece una doccia e poi indossò il ‘vestito della festa.’ “Adesso sono presentabile, posso offrile un aperitivo.” “Preferisco mangiare, un certo languorino…” All’ingresso i due furono accolti dal proprietario, Alberto era un cliente di riguardo che, dopo un finto baciamano alla signora: “Complimenti Alberto, ‘semper ad meliora’”, poi vedendo la faccia di disapprovazione di Alberto. “Se me lo permettete provvedo io al menù.” Salvatore aveva compreso la gaffe. Matilde ci rise sopra: “Pare che questo è il posto dove lei conduce le sue conquiste!” “Sempre di meno, ormai l’età…” “Non si sottovaluti, ha il fascino delle tempie grigie.” “E lei della gioventù.” “Non ha il coraggio di chiedermi gli anni? Non ho remore a dirglieli: ventisei e non mi dica che potrebbe essere mio padre!” La frase fu seguita da una risata da parte della signora che seguitò: “Non mi chiami signora, sono signorina e lo ribadisco con forza come dicevano in un film di Frank Capra due zitelle incartapecorite.” “Mi fa piacere esserci scoperti pieni di humour, penso potremo darci del tu e, se me lo permetti pago io il pranzo, sono un po’ superstiziosa e ritengo che porti fortuna quando al primo incontro è la femminuccia a saldare il conto.” La mancia di cinquanta Euro fece sbarrare gli occhi al vecchio cameriere Osvaldo che ringraziò con un inchino. “Facciamo un giro in auto, è posteggiata in garage.” “Complimenti una Giulia allora non sei tanto vecchio se ti sei comprato una macchina sportiva! Me la fai provare?” Alberto sorrise e pensò: “ E tu che mi fai provare?” “Non fare pensieri lascivi, non almeno al primo incontro!” Alberto capì che ‘aveva trovato duro’, scese dalla parte del guidatore dove si istallò Matilde che subito dimostrò di essere un buon ‘manico’ con  partenza con  sgommata. In autostrada verso Catania: “Se vai a questa velocità non solo perdi i punti della patente ma se superi i quaranta più del previsto te la ritirano .” “Ed allora tu mi farai da autista venendomi a prendere a casa, magari anche in orari inconsueti, sarò ad aspettarti.” “Mi fermo in questa piazzola, voglio rilassarmi spostando la spalliera del sedile indietro.” Detto, fatto Matilde afferrò Alberto per il collo e lo baciò a lungo. “Non sono un gallinaccio…” Matilde ripartì “Direzione casa mia hai qualcosa in contrario?” “No visiterò la tua reggia e…” “Non ti aspettare niente , oggi hai avuto un assaggio, ti può bastare!” Tilde, il diminutivo di Matilde, era molto impegnata col lavoro, era capo sala in un Istituto ortopedico in via Ducezio, comunicò ad Alberto l’impossibilità di incontrarlo per motivi che gli avrebbe comunicato a voce. Alberto sopportò un  periodo di astinenza sessuale, che fosse la vecchiaia…Non se ne preoccupò più di tanto, per passare il tempo rispolverò un vecchio hobby, la fotografia. Acquistò una Canon con tutti gli accessori  di ultima generazione, ormai la pellicola era un lontano ricordo, c’era una scheda in cui si potevano immagazzinare anche cinquecento scatti. Non contento, pensò di metter su un laboratorio di sviluppo e di stampa in uno sgabuzzino di casa sua, gli costò un occhio della testa ma poi pensò a quanto fosse più gratificante stampare da solo le foto, magari qualcuna osé, forse pensava a Tilde immaginandola in costume adamitico o meglio evitico. La dama si faceva viva solo per telefono, solita giustificazione lavoro che la impegnava tutta la giornata, sembrava più una scusa che la verità ma…Una mattina di domenica alle undici insistente suono del telefono: “Sto riposando al calduccio del letto, non vengo fuori nemmeno se sei miss mondo!” “Ti deve bastare miss Matilde  che ti viene a trovare a casa e così potrai poltrire ancora a letto!” Alberto comprese che era l’ora del ‘la tromba la mattina è una rottura di coglion’ di  militare memoria e con un balzo lasciò il giaciglio e corse ad accendere il riscaldamento. Dalla finestra vide una Abarth 124 spider entrare in cortile, che fosse lei? Era lei,  svelato l’arcano dell‘amore per la velocità di Tilde! “Mia cara dal viso mi sembri  piuttosto stanca…” “Non ho avuto tempo di fare colazione, per favore preparami un cappuccino con qualche dolcetto.” Nek frattempo Tilde si era introdotta nel bagno per una doccia e ne era uscita con indosso un accappatoio di Alberto. “Posso dire sotto il vestito niente!” “Ho capito, ecco quello che volevi vedere!” “Apparve un corpo longilineo, piccole tette, vita stretta, e, giratasi un bel popò poi un pube con ‘pelame’ nero. “Si, non sono bionda naturale, finito di mangiare  approfitterò del tuo letto penso ancora caldo del tuo corpo e del tuo profumo.” Matilde chiuse gli occhi, si era addormentata. Alberto pensò che non era il caso di andare al ristorante, si mise al lavoro in cucina, era abbastanza bravo e mise su un pranzo con i fiocchi. Dopo due ore decise che la signora si era riposata abbastanza e con la bocca fece il suono della sveglia militare: “Tu tu tu tu tu tu tu tu tu la sveglia la mattina è una rottura di coglion…” “Sei un sadico, nel più bello…” “Non mi va di andare al ristorante, mi accontenterò di un panino.” “Invece l’Albertone ha preparato un pranzo con i fiocchi!” “Mai mangiato un pranzo con i fiocchi, spero non sia avvelenato!” Tilde fece seguire la battuta con un bacio che fece svegliare un ‘ciccio’ ormai a riposo da tempo. “Ora no, voglio che sia una cosa dolce non mi interessa la sveltina, comunicala al tuo ‘socio’. Il ‘socio’ non la prese bene ma si ritirò in buon ordine, c’era odore di ‘cosina’ da gustare più tardi. Alla fine del pranzo riposo sul divano col televisore acceso. Solite notizie negative: omicidi soprattutto di donne, guerre in tutto il mondo ed altre schifezze varie che indussero Alberto di spegnere la TV. “Caro penso sia il caso di raccontarti le mie vicissitudini: sin da piccola sono vissuta in una casa per orfani, mia madre, mai conosciuta, mi aveva abbandonato alla mia nascita. Crescevo senza affetto come puoi immaginare, a sedici anni  un addetto all’istituto mi violentò, tanto dolore soprattutto fisico che mi portò a giurare a me stessa eterno odio per gli uomini. Questo mi portò a ‘frequentare’ da vicino una mia compagna più grande di me che amava  le femminucce più  dei maschietti.  Alla maggiore età l’ho persa di vista, con l’aiuto finanziario di una benefattrice nobildonna io ed altre mie colleghe siamo riuscite a studiare fino alla laurea. Ho vinto il concorso di capo sala e da allora la mia vita è cambiata soprattutto ultimamente quando è stata ricoverata una signora anziana con osteoporosi e con un femore rotto. Mi ha chiesto di starle sempre vicino e quindi, oltre al mio lavoro ho svolto le mansioni di infermiera soprattutto di notte. Una mattina la signora fece chiamare il direttore della clinica a cui chiese l’intervento di un notaio, voleva far stilare un testamento valido a tutti gli effetti, niente ai nipoti. Alla sua morte ho appreso che mi aveva lasciato tutti i suoi beni piuttosto sostanziosi poi sei apparso in qualche tu, fine della storia.” Alberto e Tilde si guardarono a lungo senza profferir verbo, in seguito si abbracciarono ma nulla di sessuale, erano ambedue commossi. Morfeo li colse sino al mattino successivo. “Ho una fame indiavolata, presto amore mio, prepara una colazione coi fiocchi, sono in vacanza per un mese ma non ti illudere… Stavolta i due uscirono e presero la 124 di Tilde la quale stranamente aveva smesso  di fare gli slalom fra le macchine che la precedevano, andava così piano che gli automobilisti dietro di noi, inviperiti,  cominciarono a suonare il clacson. “Che ne dici di fermarti in uno spiazzo?” “Niente da fare, per ora mi sto rilassando tutto rimandato sul tuo giaciglio.” La situazione di evolse come desiderava Tilde: inizio con baci da parte di Alberto su tutto il corpo dell’amata, il fiorellino si dimostrò subito recettivo con orgasmi multipli che lubrificarono la vagina di Matilde tanto da farle percepire con poco dolore l’entrata trionfale di un ‘ciccio’ alla massima potenza. La mattina seguente Tilde trovò sul comodino un bigliettino che recitava: ‘ Un cinquantenne sarà un buon padre?’ Una festa alla grande organizzata da Lia (ma pagata da Alberto) aspettava i due che alla loro entrata alla casa di accoglienza furono gratificati da un forte e lungo applauso da parte dei presenti i quali in coro: ’Discorso, discorso, discorso!’ “Mie cari che dirvi, questa è Matilde  mia moglie con cui spero di avere un erede,  siete tutti nel mio cuore ed ora buon appetito!” L’istituzione voluta da Alberto, per sua volontà, seguitò a funzionare anche dopo la sua morte in seguito alla quale fu apposta, dalla vedova e dal figlio Adalberto, una  targa  all’ingresso per ricordare chi era stato il suo promotore.

  • 26 febbraio alle ore 23:40
    Il taxi giallo

    Come comincia: Tento di scrivere, per immagini o per visioni, un frammento della storia della mia vita di giovanissimo emigrante in Africa che si interseca, umile e posticcia, con la Storia di un popolo, anzi del mondo qual era intorno agli Anni Trenta, in piena crisi economica e sociale.

    Non avrei potuto immaginare che, con il crollo delle Torri Gemelle a New York, quel seguito vincente del mio vivere povero , il mio vero riscatto, la mia stessa vita in lui, mio figlio...tutto questo si sarebbe infranto di colpo.

    La povera Africa mi aveva dato quello che la ricca America mi ha tolto.

    Il taxi giallo

    Sono un uomo anziano, ormai. Il mio sguardo va alle immagini che qui di fronte a me formano, sulla parete che corre bianca dietro alla scrivania, una sequenza che qualcuno ha ricomposto per lasciarmi ricostruire questo viaggio che ti ha portato di nuovo lontano. Molto lontano.

    New York (USA), 10 settembre 2001

    Primo fotogramma.

    C’è un taxi giallo dal quale scendi, giovane imprenditore già di successo, mentre accenni un saluto a qualcuno che ti sta riconoscendo e che imprime rapido con un flash il breve segmento di una tua giornata qualunque che verrà riconsegnata a me con a margine un piccolo numero uno per definire una sequenza.

    Secondo fotogramma

    Il cuore di Manhattan pulsa. “Avenue of the Americas” leggo su un cartello che mi indica un tuo spostamento. Il taxi giallo, piccola tessera del mosaico che si va a comporre, è sempre lì, dopo aver tracciato per te la strada che avevi da sempre sognato di fare. Scendi.

    Terzo quarto quinto fotogramma

    La piccola tessera gialla qui manca. Il fotogramma ti mostra in altri ambienti e in altre circostanze che non so decifrare. Vedo che appari sorridente, vedo che tutto va come deve andare.

    Sesto fotogramma

    Ritorna la piccola tessera del puzzle che ti contiene insieme ad una donna di cui non sapevo. Di cui non so.

    Settimo fotogramma

    La tessera è sparita, per ora non ce n’è traccia. Tu e lei, lei di cui non so. Alle spalle la prima delle Tween Towers.

    Ottavo fotogramma

    Elegante ristorante di un piano certamente alto, se i grattaceli retrostanti sono piccole scatole di fiammiferi e la Statua si scorge appena sul fondo blu dell’East River.

    Nono fotogramma

    New York si è accesa del sole di un’estate tardiva. Lo sguardo del mondo sembra concentrarsi là.

    Sulle mille forme della città che vibra.

    Sul respiro fresco dell’oceano in settembre.

    Quello sguardo si insinua tra voi.

    Fine della sequenza

    I miei fotogrammi sono immagini impresse nella mia vecchia mente lucida e nel mio cuore che si ostina a battere un ritmo sgangherato.

    Asmara (Africa), 10 settembre 1936

    Prima immagine

    Mio padre non voleva che partissi anch’io, già non si rassegnava per la lontananza di Florindo, il maggiore, che ormai si era stabilito in Eritrea, dove aveva trovato, come altri giovani marsicani, un lavoro stabile come saldatore elettrico presso la raffineria americana ARAMCO, dopo aver tentato invano a Rastanura, in Arabia Saudita, dove si diceva che si guadagnasse meglio.

    Toccava a lui, se lo sentiva, di riparare il danno immane che quel maledetto martedì nero di Wall Street aveva prodotto nell’economia mondiale e di cui fece le spese anche nostro padre che aveva iniziato da poco una sua attività imprenditoriale nel settore dell’edilizia. La sua onestà non gli permise di approfittare, come altri fecero in quella circostanza, di certe agevolazioni governative per volgere gli effetti della crisi in suo favore e fu così che il figlio maggiore si trovò costretto a partire.

    Ma Florindo, che aveva anche una sua famiglia da mantenere, non ce l’avrebbe fatta da solo.

    Fu così che dopo un po’ di anni partii anch’io. Non avevo più una madre che mi fermasse e il mio amatissimo padre, da solo, non riuscì a farlo.

    Il taxi era giallo. Tracciò il mio percorso dal porto di Massaua fino all’ Asmara. Avevo visto solo acqua, navigando lentamente sul mar Rosso e non vedevo l’ora di toccare la terra d’Africa.

    Mi lasciò ad una decina di chilometri ad ovest della capitale, su uno spiazzo sterrato tutto buche e pozzanghere.

    Avevo sedici anni, un paio di zuavi color fumo, una camiciuola a righe bianche e blu con le maniche arrotolate sui polsi, una valigia, due occhi spauriti che la testa rasata ingrandiva e che io serravo ogni tanto per non lasciare cadere qualche lacrima che affiorava.

    In mano un biglietto gualcito graffiato a matita da una mano poco avvezza alla scrittura.

    E’ qui, urlava la voce grassa dell’autista nero dal finestrino aperto del taxi giallo, è qui, cerca qui tuoi parenti, good bye!

    Seconda immagine

    Cercai con lo sguardo quello che mi ero figurato nella mente. Niente. Era la riprova, ma non lo compresi allora, che la realtà immaginata era per me sempre troppo diversa e opposta dalla realtà trovata. Anche per le cose minime ebbi modo, in seguito, di sperimentare ciò: pensavo ad una direzione e ne dovevo fare un’altra, pensavo ad una casa e trovavo un palazzo, una ragazza bionda nasceva bruna nei miei pensieri. Era il mio uno strano rapporto con la reltà e l’immaginario. L’una giocava a distanziarsi dall’altra. L’altra giocava a tentare una rincorsa. Mai, quasi mai, s’incontravano. Fu così anche allora.

    Tre o quattro casupole mi apparvero in lontananza, sullo sfondo, dallo sterrato. Mi incamminai in quella direzione. Un gruppetto di bambini neri, i grandi occhi fissi sul forestiero, mi venne incontro; alcuni, cantilenando in una lingua, che poi conobbi come tigrino, qualcosa di rassicurante, mi condussero verso una baracca.

    Terza immagine

    Una donna di colore, coperta da un ampio telo a fiori azzurri, un cespuglio crespo sul viso scarno e sorridente, mi fece strada, entrò da una porta già aperta, mi lasciò entrare, lasciò che io posassi la valigia in terra. Da una porticina in fondo spuntò una giovane donna bianca, aveva per mano una bambina bionda.

    Donato!! riuscì a dire venendomi incontro e mostrandomi la piccola che incominciò a piangere osservandomi. Maria, piccola grassoccia scura nei capelli ondulati divisi da una riga laterale, chiara nei colori del viso e degli occhi, mentre cercava di farmi rifocillare con frutta e bevande, mi raccontava in un modo strano, senz’ordine né coerenza e in un italiano particolare, del loro stare in Africa, lei, mia cognata, lui, mio fratello, la loro piccola Adua.

    Quarta immagine

    Un uomo, vestito quasi di stracci, biondo , la carnagine scurita dal sole africano, è lui. E’ Florindo. E’ mio fratello, quest’uomo invecchiato che mi si stringe forte, ma io non lo conosco. Se ne andò quando io avevo due anni e lui diciotto. Sembra che lui sappia tanto di me, anche Maria sembra conoscermi. Sei stato raccontato a noi da nostro padre, nelle lettere che ci spediva regolarmente, disse dopo avermi accarezzato a lungo.

    Quarta immagine (il mio fotogramma)

    Il fotogramma che aveva preso forma nella mia mente era un altro. Era ancora, quello, il prodotto del mio strano rapporto con la realtà e l’immaginario.

    Florindo era vestito come tutti i giovani del mio paese. Maria aveva una gonna a pieghe ed una camicia azzurra come i suoi occhi, i capelli trattenuti da un nastro che illuminava il suo viso da bambina. La piccola Adua era una neonata con due occhi come fessure umide e scure… La casupola…la casupola non aveva preso forma né consistenza.

    Nel mio fotogramma il tempo non era entrato.

    E neppure la fatica e la miseria erano entrate.

    Tutto era fermo e immobile come la foto che Florindo aveva spedito tempo addietro tra le pagine di una lettera.

    Il taxi giallo mi aveva fatto scendere là dove la mia mente era già stata e permetteva, adesso, che la sequenza reale cancellasse il mio sogno.

    Ma non per sempre, figlio mio.

    Divenni adulto là, lavorai con la forza di chi vuole uscire dalla povertà. Imparai ad amare il mio lavoro e un’Africa primitiva che pure dava lavoro ai figli dei piccoli imprenditori italiani affamati da una crisi nata altrove.

    E intanto i miei fotogrammi si facevano sempre più umani e più veri.

    Arrivò, tardivo, un amore e arrivasti, tardivo, anche tu, figlio del benessere e del riscatto.

    Il racconto amaro del nonno imprenditore sfortunato ti aveva segnato. Io avevo cambiato strada, disgustato dalle fatiche della vita, ma tu no. Caparbio, hai voluto riscrivere quel capitolo di storia di famiglia che era rimasto inconcluso.

    Sei stato bravo e capace e hai realizzato il sogno, perché tu, al contrario di me, mostravi di saper coniugare realtà e immaginario.

    Il taxi giallo continua a correre. Per me. Per te. Per tutti.

    Tween Towers, please, dicesti all’autista quella mattina.

    Tornavi da lei, dalla donna che vedo nella settima immagine e di cui non sapevo e non so.

    Aveva lassù il suo ufficio, mi hanno spiegato poi. Farò presto, ho l’aereo…avevi previsto una breve sosta prima della partenza. Soltanto un saluto.

    Perché tardasti a prenderlo quella mattina?

    Il taxi giallo era giù che ti aspettava.

    Tento di scrivere, per immagini o per visioni, un frammento della storia della mia vita di giovanissimo emigrante in Africa che si interseca, umile e posticcia, con la Storia di un popolo, anzi del mondo qual era intorno agli Anni Trenta, in piena crisi economica e sociale.

    Non avrei potuto immaginare che, con il crollo delle Torri Gemelle a New York, quel seguito vincente del mio vivere povero , il mio vero riscatto, la mia stessa vita in lui, mio figlio...tutto questo si sarebbe infranto di colpo.

    La povera Africa mi aveva dato quello che la ricca America mi ha tolto.

    Il taxi giallo

    Sono un uomo anziano, ormai. Il mio sguardo va alle immagini che qui di fronte a me formano, sulla parete che corre bianca dietro alla scrivania, una sequenza che qualcuno ha ricomposto per lasciarmi ricostruire questo viaggio che ti ha portato di nuovo lontano. Molto lontano.

    New York (USA), 10 settembre 2001

    Primo fotogramma.

    C’è un taxi giallo dal quale scendi, giovane imprenditore già di successo, mentre accenni un saluto a qualcuno che ti sta riconoscendo e che imprime rapido con un flash il breve segmento di una tua giornata qualunque che verrà riconsegnata a me con a margine un piccolo numero uno per definire una sequenza.

    Secondo fotogramma

    Il cuore di Manhattan pulsa. “Avenue of the Americas” leggo su un cartello che mi indica un tuo spostamento. Il taxi giallo, piccola tessera del mosaico che si va a comporre, è sempre lì, dopo aver tracciato per te la strada che avevi da sempre sognato di fare. Scendi.

    Terzo quarto quinto fotogramma

    La piccola tessera gialla qui manca. Il fotogramma ti mostra in altri ambienti e in altre circostanze che non so decifrare. Vedo che appari sorridente, vedo che tutto va come deve andare.

    Sesto fotogramma

    Ritorna la piccola tessera del puzzle che ti contiene insieme ad una donna di cui non sapevo. Di cui non so.

    Settimo fotogramma

    La tessera è sparita, per ora non ce n’è traccia. Tu e lei, lei di cui non so. Alle spalle la prima delle Tween Towers.

    Ottavo fotogramma

    Elegante ristorante di un piano certamente alto, se i grattaceli retrostanti sono piccole scatole di fiammiferi e la Statua si scorge appena sul fondo blu dell’East River.

    Nono fotogramma

    New York si è accesa del sole di un’estate tardiva. Lo sguardo del mondo sembra concentrarsi là.

    Sulle mille forme della città che vibra.

    Sul respiro fresco dell’oceano in settembre.

    Quello sguardo si insinua tra voi.

    Fine della sequenza

    I miei fotogrammi sono immagini impresse nella mia vecchia mente lucida e nel mio cuore che si ostina a battere un ritmo sgangherato.

    Asmara (Africa), 10 settembre 1936

    Prima immagine

    Mio padre non voleva che partissi anch’io, già non si rassegnava per la lontananza di Florindo, il maggiore, che ormai si era stabilito in Eritrea, dove aveva trovato, come altri giovani marsicani, un lavoro stabile come saldatore elettrico presso la raffineria americana ARAMCO, dopo aver tentato invano a Rastanura, in Arabia Saudita, dove si diceva che si guadagnasse meglio.

    Toccava a lui, se lo sentiva, di riparare il danno immane che quel maledetto martedì nero di Wall Street aveva prodotto nell’economia mondiale e di cui fece le spese anche nostro padre che aveva iniziato da poco una sua attività imprenditoriale nel settore dell’edilizia. La sua onestà non gli permise di approfittare, come altri fecero in quella circostanza, di certe agevolazioni governative per volgere gli effetti della crisi in suo favore e fu così che il figlio maggiore si trovò costretto a partire.

    Ma Florindo, che aveva anche una sua famiglia da mantenere, non ce l’avrebbe fatta da solo.

    Fu così che dopo un po’ di anni partii anch’io. Non avevo più una madre che mi fermasse e il mio amatissimo padre, da solo, non riuscì a farlo.

    Il taxi era giallo. Tracciò il mio percorso dal porto di Massaua fino all’ Asmara. Avevo visto solo acqua, navigando lentamente sul mar Rosso e non vedevo l’ora di toccare la terra d’Africa.

    Mi lasciò ad una decina di chilometri ad ovest della capitale, su uno spiazzo sterrato tutto buche e pozzanghere.

    Avevo sedici anni, un paio di zuavi color fumo, una camiciuola a righe bianche e blu con le maniche arrotolate sui polsi, una valigia, due occhi spauriti che la testa rasata ingrandiva e che io serravo ogni tanto per non lasciare cadere qualche lacrima che affiorava.

    In mano un biglietto gualcito graffiato a matita da una mano poco avvezza alla scrittura.

    E’ qui, urlava la voce grassa dell’autista nero dal finestrino aperto del taxi giallo, è qui, cerca qui tuoi parenti, good bye!

    Seconda immagine

    Cercai con lo sguardo quello che mi ero figurato nella mente. Niente. Era la riprova, ma non lo compresi allora, che la realtà immaginata era per me sempre troppo diversa e opposta dalla realtà trovata. Anche per le cose minime ebbi modo, in seguito, di sperimentare ciò: pensavo ad una direzione e ne dovevo fare un’altra, pensavo ad una casa e trovavo un palazzo, una ragazza bionda nasceva bruna nei miei pensieri. Era il mio uno strano rapporto con la reltà e l’immaginario. L’una giocava a distanziarsi dall’altra. L’altra giocava a tentare una rincorsa. Mai, quasi mai, s’incontravano. Fu così anche allora.

    Tre o quattro casupole mi apparvero in lontananza, sullo sfondo, dallo sterrato. Mi incamminai in quella direzione. Un gruppetto di bambini neri, i grandi occhi fissi sul forestiero, mi venne incontro; alcuni, cantilenando in una lingua, che poi conobbi come tigrino, qualcosa di rassicurante, mi condussero verso una baracca.

    Terza immagine

    Una donna di colore, coperta da un ampio telo a fiori azzurri, un cespuglio crespo sul viso scarno e sorridente, mi fece strada, entrò da una porta già aperta, mi lasciò entrare, lasciò che io posassi la valigia in terra. Da una porticina in fondo spuntò una giovane donna bianca, aveva per mano una bambina bionda.

    Donato!! riuscì a dire venendomi incontro e mostrandomi la piccola che incominciò a piangere osservandomi. Maria, piccola grassoccia scura nei capelli ondulati divisi da una riga laterale, chiara nei colori del viso e degli occhi, mentre cercava di farmi rifocillare con frutta e bevande, mi raccontava in un modo strano, senz’ordine né coerenza e in un italiano particolare, del loro stare in Africa, lei, mia cognata, lui, mio fratello, la loro piccola Adua.

    Quarta immagine

    Un uomo, vestito quasi di stracci, biondo , la carnagine scurita dal sole africano, è lui. E’ Florindo. E’ mio fratello, quest’uomo invecchiato che mi si stringe forte, ma io non lo conosco. Se ne andò quando io avevo due anni e lui diciotto. Sembra che lui sappia tanto di me, anche Maria sembra conoscermi. Sei stato raccontato a noi da nostro padre, nelle lettere che ci spediva regolarmente, disse dopo avermi accarezzato a lungo.

    Quarta immagine (il mio fotogramma)

    Il fotogramma che aveva preso forma nella mia mente era un altro. Era ancora, quello, il prodotto del mio strano rapporto con la realtà e l’immaginario.

    Florindo era vestito come tutti i giovani del mio paese. Maria aveva una gonna a pieghe ed una camicia azzurra come i suoi occhi, i capelli trattenuti da un nastro che illuminava il suo viso da bambina. La piccola Adua era una neonata con due occhi come fessure umide e scure… La casupola…la casupola non aveva preso forma né consistenza.

    Nel mio fotogramma il tempo non era entrato.

    E neppure la fatica e la miseria erano entrate.

    Tutto era fermo e immobile come la foto che Florindo aveva spedito tempo addietro tra le pagine di una lettera.

    Il taxi giallo mi aveva fatto scendere là dove la mia mente era già stata e permetteva, adesso, che la sequenza reale cancellasse il mio sogno.

    Ma non per sempre, figlio mio.

    Divenni adulto là, lavorai con la forza di chi vuole uscire dalla povertà. Imparai ad amare il mio lavoro e un’Africa primitiva che pure dava lavoro ai figli dei piccoli imprenditori italiani affamati da una crisi nata altrove.

    E intanto i miei fotogrammi si facevano sempre più umani e più veri.

    Arrivò, tardivo, un amore e arrivasti, tardivo, anche tu, figlio del benessere e del riscatto.

    Il racconto amaro del nonno imprenditore sfortunato ti aveva segnato. Io avevo cambiato strada, disgustato dalle fatiche della vita, ma tu no. Caparbio, hai voluto riscrivere quel capitolo di storia di famiglia che era rimasto inconcluso.

    Sei stato bravo e capace e hai realizzato il sogno, perché tu, al contrario di me, mostravi di saper coniugare realtà e immaginario.

    Il taxi giallo continua a correre. Per me. Per te. Per tutti.

    Tween Towers, please, dicesti all’autista quella mattina.

    Tornavi da lei, dalla donna che vedo nella settima immagine e di cui non sapevo e non so.

    Aveva lassù il suo ufficio, mi hanno spiegato poi. Farò presto, ho l’aereo…avevi previsto una breve sosta prima della partenza. Soltanto un saluto.

    Perché tardasti a prenderlo quella mattina?

    Il taxi giallo era giù che ti aspettava.

    10 settembre 2002

    Ho compiuto ottant’anni.

    Ha ripreso a correre, il taxi giallo.

    Io ho deciso di scendere.

    10 settembre 2002

    Ho compiuto ottant’anni.

    Ha ripreso a correre, il taxi giallo.

    Io ho deciso di scendere.

     

  • 25 febbraio alle ore 16:09
    Il collegio, un'altra cosa

    Come comincia: Il collegio, un'altra cosa.

    Roma, stazione Termini. Arrivai carica di pacchi e di nodi in gola, con le altre cinque ragazze del mio paese che andavano, come me, in collegio e sembravano quasi allegre. Per Franca e Annunziata e Mariella era un rientrare dopo le vacanze estive. Per Maria Luigia, Lina e per me era il primo andare in collegio. Tutte avevano la mamma o il padre con loro, perché solo in seguito si stabilì che ci avrebbero accompagnato a turno, due genitori per noi sei.

    Io non avevo nessuno, perché mia madre si era presa l'asiatica con febbrone e così fui affidata alla mamma di Mariella, che ogni tanto mi chedeva come stai con una carezza sbrigativa sulle spalle che non mi allontanava neppure un attimo dai miei pensieri che poi chiamai, a torto, infelici.

    Ma perché dovevo andare in collegio a Roma... e lì subito le voci di mia madre e quelle di tutte le sue sorelle e fratelli... perché il collegio per studiare, e non solo per studiare, è un'altra cosa!

    Un'altra cosa da che, mi frullava e rifrullava per la testa tra i ricci increspati che invano tentavo di domare con inutili giochi delle dita. Ma io non desideravo un'altra cosa, veramente... veramente neanche quegli orribili ricci in testa desideravo, forse nemmeno le altre cinque studentesse per bene la desideravano, l'altra cosa, certo loro, con anonimi capelli a spaghettino e frangette al taglio di forbice casalinga. E però mi sembravano tranquille. Così incominciai, per via dei tormentoni, a sentirmi diversa. Ero dalla parte degli altri studenti che erano rimasti al paese, che andavano a frequentare, a fare, come dicevano tutti, le medie a Pescina. Con la corriera, con la levataccia, con i ricci ingarbugliati liberi di stare in testa senza imbarazzo, con pane casareccio e frittata nella borsa, con l'autista Francescone sempre in panne alle prese con il motore della corriera più vecchia della ditta"Terra & Caputi"... Francescone che, bestemmiando senza risparmiare neanche un santo, li faceva scendere per far spingere il bestione azzurro puzzolente di gasolio all'ordine "Vussét, vagliùùù!!"...spingete, ragazzi! E tutti sotto a spingere, a ridere, a rallentare la presa per entrare più tardi a scuola.

    Mi ritrovai, per un tempo sospeso, a spingere anch'io la mitica corriera, così che non mi accorsi quasi di essere salita su un tram, di aver sballottolato con la mia valigia nuova sulle rotaie di ferro che segnavano le strade di Roma invisibili ai miei occhi, di essere arrivata davanti a un enorme cancello grigio. Santa Caterina della Rosa, il collegio. "Suonare il campanello con delicatezza", altro che "vussét, vagliùùù!". Un'altra cosa.

    Salvo a capire dopo.

     

  • 25 febbraio alle ore 12:38
    UN'OPERA BUONA

    Come comincia: La timidezza? Coi tempi che corrono sembra non alberghi (vi piace alberghi?) né nei giovani e tantomeno negli anziani, ambedue le categorie hanno un bel da fare nel mantenersi a galla in una società spietata in cui i vecchi valori non hanno più senso, l’unica cosa importante è il guadagno conseguenza del lavoro, che spesso manca o si perde, o la ricchezza ereditata dai soliti culi… fortunati.Ebbene Ferdinando sin da piccolo aveva dovuto combattere con la insicurezza ereditata dalla madre, deceduta troppo presto, e malignamente sottolineata dal padre gran tombeur des femmes ma poco incline a capire la natura del figlio. Ferdy a scuola, dalle elementari alle medie superiori, cercava di mascherare questo suo problema con delle battute di spirito non sempre apprezzate dai compagni, in parole povere era diventato un solitario. L’unica sua fortuna era stata l’aver vinto un concorso  alla Camera di Commercio ma, ottenuta la indipendenza economica, decise di prendere il volo dalla casa paterna a Messina e comprare un’abitazione in provincia, ad Alì Terme, anche se ogni mattina doveva sobbarcarsi il tragitto da casa all’ufficio, l’importante per lui era star lontano da suo padre anche se formalmente i loro rapporti erano buoni.
    In ufficio la situazione non era migliorata, era l’unico scapolo che non faceva la corte alle damigelle dell’ufficio che volentieri di sarebbero accoppiate con lui tenuto anche conto che, tutto sommato, era un bell’uomo  altezza unoesettantacinque,  fisico longilineo, accuratamente vestito ma..ma..con difficoltà a relazionarsi col gentile sesso. Conseguenza che le dame come i compagni d’ufficio lo avevano dipinto come allergico al fascino femminile e quindi…
    L’unica persona che gli stava vicino moralmente era Anna  che spesso si rivolgeva a lui per pratiche d’ufficio per lei ostiche ma anche per alleviare i suoi stati d’animo. Anna era felicemente maritata con Alberto più anziano di lei, anche la baby era oggetto di pettegolezzi soprattutto da parte delle colleghe invidiose sia per la sua eleganza che per il patrimonio immobiliare del consorte ammontante a vari milioni di Euro. (Cosa viene e a fare in ufficio a rubare il lavoro a chi ne ha bisogno!) una delle tante frasi caustiche che però si ritorcevano sulle pettegole dato che non ottenevano alcun risultato.Un giorno Anna: “Ferdy perché non ti fai una crociera, a giorni attracca a Messina la Golden Star, fa il giro del Mediterraneo, è una nave modernissima, lì troverai di tutto dal teatrino alle piscine, alla casa da gioco, al vitto eccellente oltre che qualche bella in cerca di avventure…”Ferdinando nicchiò molto ma alle insistenze della piacevole collega di ufficio si convinse e prenotò una cabina singola con visione esterna, una delle migliori al primo ponte, quello più ambito.
    In sala mensa si trovò al tavolo di due anziani e simpatici signori con i quali legò sin quando la dama, cinquantenne, con un gran sorriso prese l’iniziativa e da sotto il tavolo gli mise un piede fra le gambe,  sicuro segno di gradimento della sua compagnia. Ferdy ancora infantilmente considerava le signore al di sopra di trent’anni anziane e quindi si guardò bene di aderire alla richiesta e cambiò tavolo. Evidentemente le dame della nave avevano scoperto in lui un fascino particolare, in quest’altro tavolo erano sedute tre ragazze decisamente appetitose, Freddy fu invitato mal teatrino, fece amicizia con loro e, alla fine dello spettacolo, si trovò una delle cotali in cabina che, con un gran sorriso, si spogliò completamente ed andò a farsi una doccia. Davanti ad un nudo femminile mai visto, Freddy rimase imbambolato, da quel suo atteggiamento la signorina capì bene che non era il caso di continuare e se ne andò sbattendo la porta e pensando “Proprio a me doveva capitare un omo!”
    Dopo questa figuraccia Ferdy non se la sentì più di continuare la crociera e sbarcò nel porto di Tangeri. Aereo per Catania e poi rientro ad Alì Terme quanto mai frustrato.Rintracciato al telefonino da Anna, quest’ultima capì che non era più sulla nave e si fece confessare, con lacrime amare,  la triste avventura che aveva profondamente colpito il suo collega e amico. Evidentemente Anna aveva l’anima del buon pastore, raccontò tutto al marito e poi una richiesta particolare: “Voglio andare a casa di Ferdy, non vorrei che facesse una sciocchezza, troppo è stato il suo shock!” Alberto la prese sull’umorismo: “Non vorrei che ti violentasse…” “Lo sai che quello è il suo grande problema, da quel punto di vista puoi stare sicuro, non è invece che tu approfittando della mia assenza…” “Mi hai dato un’idea, hai vista quella nuova inquilina del terzo piano, mi fa gli occhi dolci… “Ah occhi dolci non dire fregnacce!”Anna caricò qualcosa per la notte in un borsone, non sarebbe rientrata  in casa e domani era un sabato e quindi libertà anche dall’ufficio. Naturalmente chiamò al telefonino Ferdy che non credeva alle sue orecchie,  con un nodo in gola:“Ti aspetto…” La casa di Ferdinando era un unico isolato ad un piano, un grande giardino ed un canile dove di giorno dimorava Ras un bel pastore tedesco.“Non sapevo che avessi un cane, bellissimo. “ “Vuoi andare fuori a cena o preferisci…” “Preferisco mangiare a casa, ho portato una bottiglia di Lambrusco.”.”“Non so descriverti quello che provo per questa tua venuta, non so quello che penserà tuo marito ma può stare sicuro…” E questo è il punto pensò Anna, voleva aiutare il suo amico ma nello stesso tempo non creargli problemi se fosse stata esplicita in una sua richiesta sessuale e quindi, dopo cena, televisione come due buoni amici ma… “Ferdinando vorrei che tu provassi, insomma se non ti da fastidio che ne diresti di andare a letto insieme, fisicamente sei piacevole …” “Lo sai che per te farei qualsiasi cosa, lo sai che a letto sono un disastro ma…” Doccia insieme, Anna notò che in fondo Ferdy non ce l’aveva troppo piccolo anzi a riposo era più grande di quello di Alberto.Luci attenuate, nudi, Anna prese l’iniziativa chiedendo di essere baciata prima in bocca, poi sulle tettine ed infine sul fiorellino. Ferdy fece del suo meglio ed Anna si prese la sua dote di goderecciata con il cuinnilingus poi a sua volte  cercò una fellatio senza successo perché il ciccio di Ferdy proprio non ne voleva sapere di alzarsi. “Non ti preoccupare, m’è venuta in mente una certa idea e mi domando perché non ci ho pensato prima, ora ninna e appuntamento sabato prossimo a casa mia.”Quella per Ferdy sarebbe stata la settimana più lunga della sua vita, i giorni passavano lenti e il sabato alle diciotto posteggiò la sua Giulietta sulla strada per non dare adito ai vicini di Anna di malignare. Un mazzo di rose rosse precedette l’entrata in casa di Ferdinando che cercava di coprire la sua eccitazione in attesa della messa in atto di quell’idea di Anna che nel frattempo si dava da fare in cucina con piatti a base di pesce. “Ho un Verdicchio dei Castelli di Jesi, il mio amico Giorgio  me ne fa omaggio ogni anno ed io ricambio con dolci siciliani, è un po’ forte di gradazione.” E fu proprio l’eccesso di vino che portò Alberto a salutare e: “Ragazzi non vi offendete ma casco dal sonno, buonanotte!” Nessuno dei due ragazzi si offese anzi: “Ferdy prendi questa pillola, è un digestivo, ti farà bene.” I due uscirono  nel terrazzo anteriore, una vista mozzafiato del porto di Messina e della costa Calabra, Anna prese l’iniziativa e cominciò a baciare in bocca uno stralunato Ferdy che dopo un po’ di tempo ebbe una sorpresa molto gradita: il suo ‘ciccio’ stava aumentando di volume in maniera mai vista, Anna gli abbassò i pantaloni e gli slip dai quali emerse un coso lungo, molto più lungo di quello di Alberto pensò Anna, una sorpresa che si concluse con la masturbazione e la conseguenza goderecciata da parte di Ferdy che finì sulla  macchina di una zitella del primo piano che forse non avrebbe apprezzato…Ferdy sembrava impazzito, trascinato in bagno da Anna, dietro suggerimento di quest’ultima, si lavò ben bene il coso rimasto sul ‘presentatarm’ con gioia della sua compagna che lo trascinò sul divano per un’entrata trionfale nella sua gatta vogliosissima . “Ce l’hai molto lungo, mi sei arrivato al collo dell’utero, mai provato un simile piacere, non ti fermare!”” Nessuna fermata, Ferdy era diventato una locomotiva che smise di viaggiare allorché la sua compagna: “Mi hai distrutto, non ho mai goduto così in vita mia...Quella che hai assunto era la ‘Spedra’, da ora in poi non avrai più problemi di erezione, riposati poi torna a casa tua, preferisco per ora che mio marito non immagini quello che è successo, un bacione finale.” Dire che la vita di Ferdinando era cambiata  era dir poco, il signorino si sentiva sicuro di sé e cominciò a mettere in atto in ufficio una strategia particolare, tenuto conto della sua fama di impotente, decise di seguire una sua collega nel bagno delle signore, collega nota per le sue conquiste amorose: “Scusa cara ma il gabinetto degli uomini è occupato, ti dispiace se, data l’urgenza, uso questo?” e nel frattempo tirò fuori un ‘ciccio’ in piena forma che fece strabuzzare gli occhi alla dama la quale pensò bene di approfittare dell’occasione e di abbassare gli slip con la conseguenza ‘immisio penis gigans’ nel suo fiorellino. Ormai la sua fama era passata di bocca in bocca alle signore della Camera di Commercio e alcune, insoddisfatte delle prestazioni dei relativi coniugi, pensarono bene di ricorrere alle ‘cure’ di Ferdinando il quale però non dimenticava la cara Anna che aveva cambiato la vita. Un fine settimana fu invitato a casa da una Anna piuttosto impacciata : “Ferdy stavolta sono io a chiederti un favore molto particolare, un po’ me ne vergogno ma puoi non accettare…mio marito vuol vedermi far l’amore con te ed anche partecipare io…”Un sabato sera, dopo cena, un trio era affacciato alla ringhiera del salone: in mezzo Anna nuda con una vestaglia trasparente ed i due maschietti di lato in slip che facevano gli indifferenti ma ambedue arrapatissimi dalla situazione. Passaggio sul lettone di casa con Alberto supino, Anna sopra di lui con il ‘micio’ di Alberto in fica e Ferdy immerso nel meraviglioso culetto. Le posizioni cambiarono molte volte fin quando Anna decise  di prendere in bocca il coso lungo di Ferdy per una goderecciata finale e poi: i coniugi nel lettone e Ferdy sul divano un po’ tutti distrutti ma felici di quella esperienza  particolare.Ferdinando trovò una compagna ideale ma non dimenticò mai la bella, dolce e straordinaria amica che le aveva cambiato la vita ed ogni tanto…
     
     

  • 25 febbraio alle ore 9:18
    UNA DAMA DI CLASSE

    Come comincia: “Sto venendo a casa, novità poco piacevoli.” Anna posteggiata la Twingo nel cortile vide Alberto che la osservava dal balcone piuttosto preoccupato. A casa: “Mangia un boccone e raccontami tutto.” Anna dopo due forchettate di spaghetti rinunziò al resto del pranzo e: “Mi butto in braccia a Morfeo.” La situazione in casa M. era di recente peggiorata dal punto di vista finanziario, Alberto direttore di una di quelle piccole banche che in Sicilia sorgono come funghi era rimasto disoccupato per la chiusura del suo Istituto di Credito e attualmente svolgeva le mansioni di…casalingo. Anna, risvegliatasi dopo poco tempo, passò dal letto al divano e si posizionò con il busto sulle gambe di Alberto. “È venuto a Messina il direttore generale della mia banca, da quello che son riuscita a capire è previsto il licenziamento di un cassiere (oggi siamo in quattro) per mancanza di lavoro, oggi con i computer si eseguono operazioni che in passato venivano fatte solo allo sportello e quindi…esubero di personale.” “Perché dovresti essere proprio tu?” “Per un motivo molto semplice: Mauro il direttore della filiale da una vita mi fa una corte ossessionante e questa sarebbe la volta buona per un ricatto sessuale, perso il posto con i tempi che corrono  è inimmaginabile trovarne un altro, conclusione …” Questa la novità spiacevole  preannunziata da Anna. Alberto era rimasto basito: insieme alla consorte abitava a Messina in viale dei Tigli in un appartamento di loro proprietà ma …tutto il resto. Un pesante silenzio era sceso fra i due coniugi, la sera, il buio.La prima a riprendersi era stata Anna, era andata in cucina a preparare la cena seguito da un Alberto con la coda fra le gambe. “Maritino mio, nella vita c’è sempre una soluzione ai problemi ma… fra l’altro il direttore generale, un certo Freddy, mi ha fatto anche lui un sacco di complimenti espliciti e così mi trovo addosso due allupati, ti rendi conto della situazione?” Come dare torto ai due zozzoni?  Anna m.175, longilinea, viso sbarazzino  sempre sorridente, tettine volte in alto forza tre, vita stretta, gambe chilometriche, era un gran pezzo di gnocca che Alberto aveva conosciuto all’Università e da allora era stati sempre insieme. “Ultime novità: alla chiusura della banca siamo rimasti in tre, i due si guardavano e ridevano facendo esplicito riferimento al mio sedere, mi hanno abbracciato, abbassato le mutandine e toccato a lungo il mio popò  tirando fuori il loro uccello duro e chiedendomi di far loro un pompino. Li ho accontentati con una sega ma ho dovuto promettere di invitarli domani a cena a casa nostra anziché seguire i loro desiderata di andare nell’albergo di Freddy, mangiare lì e poi tutti e tre in camera. Mi sarei sputtanata e quindi ho scelto il male minore, molto freddamente ho fatto da sindacalista col mio sesso: rimanere al mio posto di lavoro e aumento di 500 Euro al mese, arrapati come erano hanno acconsentito, ci dobbiamo organizzare per domani sera, spero tu sia d’accordo…Ricordo un aforisma di Omero: ‘A chi è nel bisogno non si addice il pudore.’” Alberto guardava nel vuoto, d’accordo che i tempi erano cambiati e non certo in meglio ma: “Se non c’è altra soluzione…”  Per far venire i due ospiti a casa, Anna decise di usare la sua auto anzichè fruire della Maserati di Freddy, avrebbe dato troppo all’occhio nel cortile. La mattina seguente la padrona di casa si alzò tardi, gli ultimi avvenimenti l’avevano svuotata di energie ma la sua determinazione era rimasta intatta: “Non ho alcuna intenzione di cucinare, ci faremo portare la cena pronta dal ristorante di Salvatore.” E così fu: pappardelle al sugo di pesce, sardine fritte, gamberi panati, trancio di spada, involtini di aguglia e tanta insalata. Ananas e caffè forniti dalla casa. I due compari si presentarono alle sette e trenta prima dell’orario previsto, ovviamente arrapati, il classico mazzo di rosse che Alberto avrebbe volentieri buttato nella spazzatura.  Anna elegantissima fece gli onori di casa, fece visitare ai due tutto l’appartamento indicando loro all’orecchio il bagno che avrebbero usato per…per,  poi si erano affacciati dal balcone anteriore dove si godeva di una vista mozzafiato del porto di Messina e della costa calabra.  Freddy a questo punto si ricordò di aver ‘posteggiato’ sua moglie Gloria all’hotel San Domenico di Taormina, col telefonino le augurò buona notte come pure fece Mauro la cui moglie Ada ben poco gli credette quando le disse che era con il suo capo. La cena ebbe un successo relativo, i due compari avevano ben altro per la testa ma nel frattempo Freddy aveva scoperto un mucchio di CD con musica sud americana e, messo il moto il giradischi, cominciò un ballo strettissimo con la padrona di casa sin quando Mauro: “Freddy guarda che foto magnifiche di Anna al mare.” In verità la baby indossa un bikini molto ridotto. La parte superiore copriva a malapena i capezzoli, il piccolo triangolino anteriore lasciava intravedere davanti qualche capello castano per non parlare del sedere coperto solo da un filo nero. Le foto aveva dato il via alla pugna, Alberto seguì all’inizio le gesta dei due che a turno entrarono nel bagno loro assegnato per poi posizionarsi nel suo lettone  poi  gelidamente rientrò nel soggiorno e si mise una cuffia per sentire l’audio del televisore escludendo ogni altro suono. Anna nuda era stupenda e senza accorgersene si trovò subito un coso duro in fica quasi subito allagata. ”Piano ragazzi abbiamo tutta la sera.” Il primo zozzone era stato Mauro, Freddy si era poi disteso supino sul letto e abbracciando la bella padrone di casa cominciò a baciarla in tutto il corpo. Alberto voleva tenere sotto controllo la situazione, una volta vide la sua beneamata a quattro zampe che succhiava il membro di uno dei due mentre l’altro si era impossessato del buchino posteriore, la seconda volta Freddy era disteso supino con Anna sopra il suo uccello e Mauro anche lui alle prese col culino che stava facendo gli straordinari. Alberto decise di non fare più il guardone, quei tre stavano ripassando tutto il kamasutra. Si era appisolato quando Anna: “Sto riportando a casa i miei amici, vai a riposarti.” Al suo rientro solo un bacino in fronte al marito che non avrebbe di certo gradito un bacio in bocca. Freddy aveva consegnato ad Anna un suo biglietto da visita col nome della moglie e col numero del telefonino pregando Alberto di andarla a trovare a Taormina per farle da Cicerone in considerazione dei molti suoi impegni in Sicilia. Ma quali impegni, il direttore generale aveva chiesto ad Anna di seguirlo nel suo giro turistico dell’isola con la sua Maserati, Alberto non si era opposto ben sapendo che, anche col nuovo stipendio di Anna, di viaggi non se ne sarebbe proprio parlato e voleva anche dire che la sua dama aveva apprezzato quell’invito e poi prevalse la curiosità di conoscere la signora in questione che aveva intuito che doveva essere più anziana di età del marito ma molto ricca. “Signora sono Alberto M., abito a Messina, mia moglie è impiegata presso il vostro istituto, suo marito mi ha chiesto di contattarla a Taormina, se lei è d’accordo…” Perplessità dall’altro capo del telefonino…”Va bene, l’aspetto.” Alberto era tutto eccitato mentre sua moglie si era fatta e tuttora si faceva strombazzare da Freddy chissa che non ci uscisse qualcosa per lui, si vestì in fretta a di volata giunse a Taormina, stanza 223 toc toc. Uno spiraglio della porta aperto, sguardo interrogativo di una signora in vestaglia. “Signora sono Alberto M. vedo che forse sono in anticipo, l’aspetto nella hall.” Il tempo passava ma della signora nemmeno l’ombra, Alberto controllava i vari personaggi che uscivano dall’ascensore finché si stancò e si mise a leggere il quotidianolocale. Ad un certo punto si sentì toccare su una spalla,”Scusi il ritardo, sono Gloria.” Alberto si era trovato dinanzi una signora piuttosto alta di statura, ben truccata, vestita elegantemente perfino con un cappello  cosa inusuale per quelle parti, si alzò in piedi e dopo un finto baciamano. “Dove vuole andare?” “È lei il Virgilio della situazione!” “Andiamo sul classico, il corso principale dove vi sono tanti negozi che credo le interesseranno.” “Senta sono due giorni che sono chiusa in una camera d’albergo, ho bisogno d’aria e sai che ti dico diamoci del tu.” E lo prese a braccetto ridendo “Ci prenderanno per madre e figlio, quanti anni hai?” “Trentadue.” “Quant’é bella giovinezza…” “Gloria penso che ti interesseranno i negozi di abbigliamento, non hai che l’imbarazzo della scelta, se vuoi, io starò a guardarti ed ad approvare o meno le tue scelte.” Ho fatto inviare i miei acquisti in albergo, vorrei bere qualcosa di locale, che mi consigli?” “Ovviamente una granita alla fragola, è deliziosa.” Sulla via del ritorno una gioielleria: “Vorrei acquistare qualcosa , entriamo.” Si era presentata una commessa ma il padrone del locale, visto lo stile della signora: “Teresa ci penso io, madame in cosa possiamo esserle utile?” “Mi consigli qualcosa per mio nipote, qualcosa di classe.” “Andiamo sul classico un orologio marca Rolex sono quelli più di moda, questo in vetrina è un esempio, certo è un po’ caro €.7.500.” “Mi pare che ne esistano di più belli.” “Allora le mostro un pezzo unico, favoloso, certo il prezzo sale  a €. 15.000.” Alberto girava per il locale seguito dalla commessa. “Alberto vieni a vedere se ti piace.” “Molto bello e di classe.” “Allora lo prendo, ovviamente ho la carta di credito quindi le propongo di metterlo da parte, le do un mio biglietto da visita con il numero telefonico del direttore della mia banca, lunedì potrà contattarlo e lei cortesemente me lo farà pervenire all’hotel S.Domenico.” “Madame farò per lei una cosa per me inusuale, le darò fiducia, potrà portare con sé il Rolex.” “Gloria sai che ti dico, invece si infilarci in quei ristoranti di lusso pieni di gente dove ti fanno aspettare molto tempo prima di servirti, cerchiamo una trattoria, una di quelle a conduzione familiare dove si mangia bene e si spende poco.” Scesero vari gradini sinché non incontrarono una scritta ‘Trattoria da Gino, pesce freschissimo.’ Venne loro incontro il titolare con tanto di parannanza: “Signori è ancora presto per il pranzo ma se restate avrete: risotto sai frutti di mare, triglie di scoglio, acciughe e merluzzi, ho una barca, li ho pescati stanotte.” “Bene Gino aspetteremo nel frattempo andremo a rinfrescarci, vero caro.” Il bagno, more solito in fondo a sinistra era grande e ben pulito. Non appena chiusa la porta Gloria francobollò le labbra di Alberto con le sue, sembrava invasata, abbracci prolungati, lingua in bocca, anche un seno venne fuori ed ebbe la sua parte di bacini bacioni, in un abbraccio più prolungato Alberto ebbe la sensazione che la signora aveva goduto alla grande ma ebbe il buon gusto di non fare domande oziose,  era chiaro che la dama aveva una fame arretrata in fatto di sesso, suo marito viaggiava per altri lidi. Gloria si ricompose, più sorridente, distesa e anche più bella. Il pranzo buonissimo, anche per i motivi suesposti, ebbe molto successo.  Alberto aveva portato a conoscenza di Gloria la sua posizione patrimonial finanziaria. “Apri la borsa, cento Euro dovrebbero bastare.” bastarono, i due diedero appuntamento a Gino per i prossimi giorni il che voleva dire che la presenza di Alberto a Taormina si sarebbe prolungata anche perché nel frattempo gli giungevano telefonate da parte di Anna: “Sono a Cefalù, un posto meraviglioso.” “A Trapani abbiamo visitato le saline.”Ad Agrigento nella valle dei Templi.” “A Siracusa nei siti archeologici. “A Noto…” Nella strada del ritorno in albergo Gloria si fermò in farmacia e Alberto in profumeria  per acquistare attrezzi per la barba, il prolungamento della sua visita a Taormina non era stato previsto. Gloria di chiuse in bagno, Alberto nudo come un verme, disteso sul letto ascoltava musica proveniente da un filodiffusore, si era addormentato quando…”Non si viene in posti di villeggiatura per poltrire, alza la bandiera!” e aveva preso in bocca il nobile di Alberto che ben presto rispose all’appello. Un sessantanove è il classico inizio di un rapporto prolungato, dopo le ripetute e rumorose  goderecciate da parte del clitoride di Gloria, il ‘ciccio’ cominciò a penetrare lentamente ma inesorabilmente dentro la bagnata  natura della compagna che: “Accidenti quanto ce l’hai grosso, non mi dispiace anzi, a me piace godere molte volte di seguito anche se avevo perso da tempo questa abitudine.” Un filosofo greco aveva lapalissianamente affermato che anche le cose belle finiscono, e così fu, i due si ritrovarono abbracciati immobili viso contro viso quando: “Caro sono a Catania, andremo a teatro, Freddy mi ha comprato un vestito da sera.” La ditta Freddy Gloria stava foraggiando il duo Alberto Anna i quale preferì restare a impigrirsi nella stanza facendosi portare una cena fredda con del vino bianco dell’Etna. “Amore mio (posso chiamarti così?) avrai notato che i miei peli del pube sono bianchi, nell’istituto di bellezza che frequento volevano colorarli in nero, ho preferito solo cambiare il colore dei capelli, sono di un grigio azzurro molto di moda, ti piacciono?” Ad Alberto aveva cominciato a piacere troppo la signora: il suo sorriso, la sua affabilità, la signorilità e qui cominciarono i suoi problemi psicologici che scacciò subito dal cervello, non voleva complicazioni.  I giorni seguenti visita alle località viciniore e poi scorpacciate presso la trattoria di Gino e di sesso il più frenato in albergo, due sposini in viaggio di nozze. Ultima richiesta da parte di Gloria: “Mi posiziono prona con la gambe aperte e tu approfitta del mio buchino posteriore, con delicatezza dato il calibro del tuo coso. Gloria toccandosi anche il clitoride ebbe orgasmi ripetuti sinché: “Sento che la pressione si abbassa, non vorrei…” Alberto vide i titoli sui giornali: “Signora a Taormina muore di sesso.”
    “Freddy ha deciso di rientrare a Messina domani, fatti trovare a casa.”  La telefonata di Anna ghiacciò Alberto, era un ordine:”Ce la siamo spassati ambedue è ora di tornare alla normalità.” “Mio caro vorrei da te un ricordo, qualcosa di fattivo come per esempio il tuo orologio Seiko, magari uno scambio col Rolex. Alberto c’era arrivato in ritardo, la visita in gioielleria era stata organizzata per lui. “Cosa dico a mia moglie?” “Quello che ti dirà lei quando dovrà mostrarti il regalo di mio marito.” Una famiglia di generosi! Un velo di tristezza calò sui due, Anna aveva ottenuto quello che desiderava (oltre che diciamolo francamente divertirsi sessualmente), Freddy aveva concluso un’altra delle sue tante relazioni extra coniugali l’era spassata alla grande, Gloria era tornata indietro di vent’anni provando sensazioni bellissime non solo dal punto di vista sessuale, capì che si era innamorata di Alberto, un bel guaio! Alberto…Alberto era confuso: aveva immaginato cose irrealizzabili: di lasciare la moglie e mettersi con Gloria, col tempo però avrebbero preso la sua compagna per sua madre e poi non era innamorato di Anna? Non seppe rispondersi, si erano conosciuti da studenti e da allora erano stati sempre insieme ma in fondo non  aveva provato quelle sensazioni che Gloria gli aveva dato, un bel pasticcio.Incontro piuttosto formale fra i due coniugi, la solita frase insulsa: “Tutto bene?” “Tutto bene cosa…” Ambedue compresero che qualcosa era cambiato fra di loro e non solo in fatto  di sesso. Alberto decise di non voler seguitare a fare il casalingo sarebbe stato per lui degradante, chiamò Gloria chiedendogli un grosso favore: un posto nella loro banca. L’ottenne a Catania, a Messina l’organico era in soprappiù. Alberto ed Anna presero ognuno la propria strada, fra loro non c’era più feeling, Gloria di tanto in tanto raggiungeva in aereo Alberto a Catania ma non c’era più lo slancio iniziale non avevano più nulla da dirsi tanto che dopo pochi mesi si lasciarono, una bella storia finita tristemente, così va il mondo!

  • 24 febbraio alle ore 19:27
    Resilienza

    Come comincia: Linda Landi   30 novembre 2018 · 

    Perché far ridere i polli?
    Mi chiede il mio amico Pino

    Non so, forse perché sono rimasta sola.
    O ritrovare me stessa.

    Nel Natale 2012, eravamo solo Annarita N. ed io nel grande Open Space del nostro dipartimento nei due giorni lavorativi tra Natale e Capodanno.
    Il secondo giorno Annarita mi chiese, con educazione e rispetto, delucidazioni sul mio stato che durava da mesi.
    Le dissi solo il 10? il 30%? di quello che mi era capitato.
    Le risposi: "Nel marzo 2011, sulla base di una certa diagnosi, ho subito un intervento. E dopo l'intervento mi hanno detto che non avevano trovato niente. Nel febbraio 2012, a seguito di un controllo, mi hanno fatto la stessa diagnosi dell'anno precedente."
    "Linda!", fece Annarita, "e quello che è capitato a te avrebbe ammazzato un elefante! Comunque puoi stare tranquilla che io non dico niente a nessuno."

    Uno dei primi giorni di novembre Pino mi fa: "Sai Linda, ci stavo pensando proprio uno di questi giorni. Se, dopo quello che ti è capitato, sei ancora in piedi e combatti vuol dire proprio [scusate] che hai veramente le palle!"
    (Scusa Pino, se non ti cito alla lettera, ma credo che il senso fosse questo e le "palle" le ho citate correttamente).

    Ed io ho pensato "Toh, qualcuno se ne è accorto!".
    E nella mia famiglia, incluso quel tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato, stanno solo a criticarmi ed a giudicarmi. Solo mia madre, poverina, anche se (forse) non capisce, mostra un po' di comprensione.

    Comunque mercoledì ho ricevuto altri colpi. Fisici. E pesanti. Oltre che morali. E visto che sento ancora adesso le conseguenze sul mio organismo, mi chiedo quanto ancora potrò resistere.

    Giusto come comunicazione di servizio.

    Un'altra precisazione. Come mai a 33 anni una dottoressa che mi aveva diagnosticato qualcosa di brutto al seno non mi ha fatto scema ed invece a 45 anni mi sono fatta fare scema da un'amica (medico radiologo), con la quale avevo cenato tante volte a casa sua, oltre che da ben due specialisti del settore, uno ex-primario (in pensione) del più grande ospedale di uno dei capoluoghi della Campania, un altro (attualmente ancora primario) del più grande ospedale di un altro capoluogo della Campania, che mi è stato venduto come il numero 2 in Italia del settore?
    Perché a 33 anni non ero in depressione, non avevo contratto regolare matrimonio, e le mie decisioni le prendevo da sola (ed anche perché il Signore mi ha fatto incontrare il dottore Silvio Pignata che mi ha salvato).
    A 45 anni ero andata in depressione da un paio di mesi (ma l'ho accettato solo più di tre anni dopo), purtroppo avevo contratto regolare matrimonio e, grazie alla mia depressione, condividevo, se non addirittura mi facevo guidare nelle mie decisioni, da quel tizio e perché, proprio perché avevo contratto regolare matrimonio (ma adesso sarebbe troppo lungo spiegare), non mi recai in tempo dal dottor Silvio Pignata.
    Comunque il danno fisico di quell'intervento inutile non era grave. E' stato il danno psicologico unita alla depressione che ha portato gravi conseguenze. Principalmente unito al fatto che quando il numero 2 in Italia durante l'intervento non trovò niente, aveva preso una cantonata pazzesca, come scoprii due anni dopo.

    In breve, ritengo che quello che è successo a me ed a mio fratello è stato dovuto al fatto che nella mia famiglia si tendeva a mortificare l'altro (dalla mia analisi, ciò veniva fatto dai due elementi maschili più adulti della famiglia, anche se proprio il più adulto dei due non se ne accorgeva, e non lo faceva in mala fede, perché era buono, lo faceva in linea con uno stile educativo dell'epoca ed era uno stile ereditato, ed io imparai purtroppo solo dopo i 18 anni a difendermi ed, in parte (e non sempre), a correggerlo; solo il pomeriggio del 4 gennaio di quest'anno, troppo tardi per mio fratello, ho capito con sgomento che avrei dovuto (e potuto) usare la stessa tecnica con il secondo elemento maschile più adulto della famiglia, anche se in questo caso a me sembrava che era subentrata "'a cazzimma").
    Inoltre io avevo dovuto vivere i primi 9 anni della mia vita a contatto con zii e cugini che hanno per loro principio che devono "Stare <<'a copp'>>" e non perdevano (e non perdono) occasione per mortificarti. 
    Credevo che mio fratello di questo non ne avesse risentito, avendo vissuto vicino a loro solo per il primo anno di vita, ma ora a pensarci bene, abbiamo continuato a frequentarli e siamo stati vicini estivi sin da quando mio fratello aveva 5 anni e forse anche lui, che ha mantenuto il suo affetto fino all'ultimo per la famiglia 'allargata' (come io, scema, fino a 10 anni fa ed anche oltre ('a ri-scema), dopo che hanno continuato a massacrarmi), è stato vittima.

    Mio fratello ed io siamo degli 'ipersensibili':
    vedi "Mi dicevano che ero troppo sensibile" di Federica Bosco.

    Purtroppo non ho avuto il tempo di leggerlo, ho potuto solo sfogliarlo e leggerne qualche pezzo. 
    Mi ci ritrovo almeno per l'80%.

    E penso solo adesso, da un paio di episodi di quando mio fratello aveva tre anni, che anche lui è un 'ipersensibile'.

    E circa 10 anni fa lessi che la malattia che gli avevano diagnosticato (su questo spero di avere occasione di tornare) negli uomini si sviluppa in genere sui 18-19 anni, mentre nelle donne a 45 (e pensai: devo stare attenta). Tranquilli, nessuno me l'ha diagnosticata: manca il sintomo fondamentale che è associato a quella malattia.
    L'unico neurologo che ha esteso l'ora di visita a tre ore per ascoltare tutta la mia storia (che parte da quando il secondo elemento maschile più adulto della famiglia mi disse: "Se papà muore è colpa tua" ed il giorno dopo mi mise le mani addosso) ha decretato: depressione reattiva.
    "Ovvio, il medico dice "sei depresso", nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento.", cantava Francesco Guccini.

  • 24 febbraio alle ore 19:14
    Come fu e come non fu

    Come comincia: Linda Landi   14 dicembre 2018 · 
    Lo so, voi pensate ad Antonio [Megalizzi] o ai fatti vostri, ma io, dopo essermi scolata mezza bottiglia di Coda di Volpe, penso a questo.

    E così, come fu, come non fu, la sera di un lunedì dei primi di marzo del 2004, mia madre (per telefono?) mi disse che il medico curante di mio padre (che era anche il mio) aveva detto che mio padre doveva ricoverarsi. Si erano recati all'ospedale ed al pronto soccorso non avevano individuato alcun motivo per il ricovero.
    E così il giorno dopo mi reco da Carlo, il medico curante, e gli chiedo: "Cosa ha mio padre?". Esco dal suo studio con le lacrime agli occhi e, poiché Carlo ha urlato abbastanza forte in modo che tutto le persone nella sala d'attesa sentissero, tutti mi guardano con tanto d'occhi. Carlo mi aveva dato ad intendere che sospettava qualcosa di serio alla colecisti e, aveva urlato, che quelli del pronto soccorso dovevano essere denunciati per omicidio.
    Mio padre si reca di nuovo al pronto soccorso e di nuovo gli negano il ricovero.
    Mio padre si reca presso una struttura privata della nostra città e lì il responsabile del settore chirurgia lo assicura che non è necessario alcun ricovero. E' sufficiente una cura che seguirà lui stesso. Questo mi riferisce mia madre due o tre giorni dopo.
    Per mia esperienza personale, consideravo quel medico uno 'scarparo' e lo dico a mia madre. "Come!", fa mia madre, "Ha curato tanto bene tuo padre quando fu ricoverato! Ed ha curato tanto bene zia Gina!". Sì, perché fino a pochi anni prima quel responsabile della clinica privata era stato anche primario di un reparto dell'ospedale locale.
    "E Carlo che ha detto?", chiedo a mia madre. Mia madre mi lasciò intendere che Carlo avesse detto: "Va bene."
    Solo in seguito venni a sapere che Carlo si era stretto nelle spalle con un'espressione dubbiosa del viso.
    Perché consideravo quell'ex-primario di struttura pubblica ora primario di una struttura privata uno 'scarparo'?
    Perché nel marzo 1993 mi ero trovata con una pallina da golf che mi era cresciuta internamente sotto al mento. Non me ne ero curata. Stavo seguendo un corso a Roma per il quale avevo ottenuto la quarta in graduatoria su trenta borse di studio e non avevo tempo. Il mio allora fidanzato diceva ai miei: "Oh, volete vedere di che si tratta?", ma solo dopo la morte del padre del mio allora fidanzato, mio padre andò in panico e, probabilmente mi portò dal responsabile di reparto di questa struttura privata. Questi mi dette appuntamento per un'ecografia. Era la prima volta che sentivo parlare di ecografia. Con questa ecografia mi recai alla clinica Eastman di Roma, probabilmente consigliata da un conoscente di mio fratello maggiore che lavorava a Roma.
    Quando il medico della Eastman vede le ecografie, le lancia in aria chiedendo: "Ma chi le ha fatte queste ecografie, un pagliaccio?" E mi spiega cosa deve fare un vero ecografista. Ne dedussi che il responsabile del reparto della clinica privata del mio paese aveva comprato il macchinario e lo usava senza la dovuta preparazione.
    Quando nel '99 conobbi il dottor Silvio Pignata capii la differenza tra chi usava il macchinario per le ecografie tanto per farlo ed un vero e competente ecografista.
    Ma non finisce qui. Il responsabile della clinica privata mi sottopose anche ad ago aspirato. 
    Mesi dopo, quando finalmente, finito il corso, mi decisi a farmi asportare la palla da golf , dopo l'intervento, ed accertata la natura rassicurante di quanto era stato asportato, mio padre mi riferì che il primario del reparto del I Policlinico di Napoli aveva chiesto: "Ma chi ... ha fatto l'ago aspirato? Per fortuna era una formazione benigna! Altrimenti avrebbe fatto diffondere le cellule malate per tutto l'organismo!".
    Quindi avevo le mie buone ragioni per pensare che quel ex-primario di struttura pubblica, ora responsabile di struttura privata, era uno 'scarparo'.

    Cinque, sei giorni dopo, mio padre si ritrova ricoverato d'urgenza nell'ospedale locale. Questa volta i medici del pronto soccorso non gli hanno negato il ricovero.
    Vengo a saperlo mentre mi sto recando a Monte Sant'Angelo, alla 'Federico II' per il primo esame di uno dei due corsi di specializzazione che sto seguendo. Mi fermo più volte sulla corsia di emergenza della A30 per telefonare e capire cosa stia succedendo. Alla fine decido di proseguire ed andare a sostenere l'esame. Un inaspettato 30 e lode. Soprattutto la lode. La docente ha deciso di darmela all'ultimo momento. Quel risultato sembra indispettire una mia compagna di corso. In seguito mi chiede di vedere la relazione che avevo presentato per quell'esame. Gliela invio. E dopo la mia compagna non ha più niente da recriminare.

    Due, tre giorni dopo i medici del reparto ci dicono quello che ci devono dire.
    Riferisco a Carlo che è sollevato: "Meglio così. Io avevo pensato ad un tumore della colecisti ed il tumore alla colecisti è molto aggressivo."
    I medici del reparto si prendono cura di mio padre come se ne devono prendere cura e mio padre, ricoverato un giovedì dell'ultima decade di marzo, viene dimesso un lunedì della prima decade di maggio.

    Mio fratello che vive e lavora a Roma è qui e mi dice di andare al lavoro: "Vado io a prendere papà. Tu dovrai prendere giorni di permesso per seguire la situazione nei giorni a venire."

    Nel pomeriggio mi telefona: "Al reparto mi hanno detto che tra qualche giorno devi telefonare per farti dire quando papà deve iniziare la terapia".

    Faccio passare qualche giorno e telefono. Mi risponde una voce perplessa: "Deve esserci stato un equivoco: telefoneremo noi".

    [to be continued]

  • 24 febbraio alle ore 18:08
    Maggio 2005

    Come comincia: Maggio 2005. Il mio ultimo mese di vita.

    Anni prima avevo considerato settembre 2010 il mio ultimo mese di vita e, a dirlo con precisione, avevo considerato che il mio ultimo giorno di vita fosse stato il 26 settembre 2010.

    Poi ho riflettuto che in realtà la mia vita era finita quando, il 4 settembre 2007, ero stata così stupida da andare dal vicino che da un paio di mesi fungeva da amministratore del condominio per consegnargli la ricevuta del verbale dell'ultima assemblea alla quale non avevo partecipato e chiedergli di attestarmi a sua volta la data di consegna. 
    No, nemmeno.
    Bene o male ero sopravvissuta. La situazione precipita quando, dopo il 18 ottobre 2007, ricevo la prima lettera di insulti, menzogne, calunnie ed illazioni contro me e mio marito da parte dei miei amorevoli vicini. O ancora meglio, precipita quando mio marito di fronte a quella lettera, dopo avere sopportato tante prepotenze, tante maleducazioni, decide di rivolgersi ad un avvocato. Gli consigliai: "Lascia perdere gli avvocati: a questa gente gli rispondo io".   Ritenevo che c'era un solo modo perché la piantassero di dare fastidio: far capire loro che se non la piantavano, ne avrebbe pagato le conseguenze qualcuno a cui loro tenevano: un loro figlio, un loro nipote, le uniche persone a cui loro, forse, avevano a cuore.
    Gli altri, i figli degli altri per loro sono niente. Meno che niente.

    Ma ancora mi sbagliavo completamente: il mio ultimo mese di vita era stato maggio 2005. E se vogliamo possiamo andare ancora a ritroso.
    Ma fermiamoci a maggio 2005.
    Maggio 2005.
    Come inizia quel maggio 2005?
    Con mio marito che mi chiede: "Ma ti sei fratturata le dita piccole dei piedi?" o con me che rifletto: "Mio fratello è stato gentile con me"?.
    I due eventi andarono quasi a braccetto, quindi probabilmente non è importante quale dei due eventi sia accaduto cronologicamente prima.
    Primo evento. Ti sei fratturata le dita piccole dei piedi.
    Alla domanda di mio marito, mi guardo i piedi ed effettivamente constato che ho entrambe le dita piccole dei piedi tutte 'storzellate'. Una delle mattine successive mio marito mi accompagna dal mio medico curante che mi esamina, va a lavarsi le mani, torna e mi dice: "Tieni ... . Ci hai camminato sopra in modo che non ti facesse male per questo si sono storte le dita. Devi andare dallo specialista all'ASL. Ti scrivo l'impegnativa".
    Secondo evento. Mio fratello è stato gentile con me.
    Era già almeno da marzo che c'era stato un peggioramento, anche se era almeno da settembre che eravamo ripiombati in un nuovo baratro.
    Ma almeno da marzo praticamente non passava sera senza che mio padre ci telefonasse e noi lasciavamo tutto quello che stavamo facendo e ci precipitavamo in auto a casa dei miei.
    Ma all'inizio di maggio ci fu un netto peggioramento ed io pensai: "Mio fratello è stato gentile con me". Prima di peggiorare aveva aspettato che io sostenessi, a fine aprile, l'esame di Stato finale di uno dei due corsi di specializzazione che stavo seguendo alla Federico II. Se fosse peggiorato prima, non credo che ce l'avrei fatta a sostenere quell'esame. E così praticamente tutte le sere andavo a casa dei miei senza aspettare che mio padre mi chiamasse.Ed una sera nello studio di mio padre, con mio padre seduto dietro la sua scrivania, mio fratello ed io in piedi davanti la sua scrivania, mio fratello mi afferra per i capelli. Non reagisco. Aspetto che tiri ed aspetto il dolore.Ma la consapevolezza attraversa lo sguardo di mio fratello: il suo affetto è più grande del suo, lo riconoscevo, anche giustificato rancore e non tira. Lascia andare i miei capelli.Un'altra sera siamo in cucina e mio fratello apre il cassetto delle posate (forchette, cucchiai, coltelli), ma che contiene anche le forbici, ed a me sembra che provocatoriamente, vi armeggi dentro.Ed erroneamente interpretai: "Attenti, potrei usarle contro di voi".No, in realtà voleva dire: "Aiuto. Sono disperato. Potrei usarle contro di me".E, suggestionata dal film "A beutiful mind" che avevo visto due anni e mezzo prima senza sapere che di lì a cinque mesi pur mi avrebbe suggerito qual era la strada seguire, ma che fino ad allora non ero riuscita a perseguire, dissi a mio padre: "La sera, quando andate a dormire, chiudete la porta e mettete una sedia dietro".Ed, in quel maggio 2005, arriva la telefonata di quello che di lì a quattro anni avrei iniziato a chiamare con il nome di ragionier Casoria, dal film "La banda degli onesti" con Totò. Con i precedenti amministratori la rata condominiale era di 40 euro al mese per tutti. Da un anno e mezzo mio marito aveva assunto l'incarico di amministratore del condominio dove vivevamo. Con i precedenti amministratori la rata mensile era fissata a 40 euro al mes eper tutti. All'inizio di quell'anno, mio marito, avendo constatato che quella cifra era superiore alle effettive esigenze del condominio, aveva presentato un preventivo con quote generalmente più basse e differenziate in base ai millesimi per ogni condomino. L'assemblea, all'unanimità, aveva approvato. Il condomino con i millesimi più bassi si vide abbassare la quota da 40 a circa 20, io da 40 a circa 30, ...., solo il ragioniere Casoria, che aveva i millesimi maggiori, aveva visto la sua quota rimanere vicino ai 40. Tutti d'accordo quindi ed invece cosa era accaduto? Fatta eccezione di me, nessuno dall'inizio dell'anno versava la sua rata mensile .Mi ero vista costretta ad anticipare le mie quote affinché mio marito potesse pagare le bollette condominiali.Fino a quel maggio 2005. In quel maggio 2005 si rompe il meccanismo di apertura automatica del cancello. Da quando ero lì avevo verificato di persona che si rompeva spesso. Ed altre persone mi avevano detto che anche in passato si rompeva spesso. Mio marito non mi consente di anticipare altre quote ed informa i vicini che protestano per il cancello rotto che in cassa non c'erano soldi e comunica loro di quanto è il loro debito. Da qui la telefonata del ragioniere Casoria. Il tizio telefona a mio padre per protestare sul fatto che mio marito abbia scritto loro di saldare il loro debito.Mio marito ed io non avevamo mai detto niente a mio padre né tanto meno a chicchessia: che il ragioniere chiedeva soldi per lavori mai attestati; che il ragioniere non pagava le sue quote ma si appropriava non autorizzato delle bollette del condominio (facilitato dal fatto che il ragioniere non aveva mai voluto far installare cassette postali) e le pagava non autorizzato o intratteneva, non autorizzato rapporti con la signora delle pulizie ed il giardiniere, poi si presentava alla fine dell'anno dicendo: "Ho pagato queste cose, compensamele per le quote condominiali non pagate"; che mio marito a fine anno di amministrazione aveva rilevato che 'questo' stava fregando 300 euro al condominio e 'quello' aveva replicato sostenendo che lui era in credito col condominio di 300 euro; che il tizio faceva arrivare in continuazione a mio marito lettere di avvocati sempre diversi. Non avevamo mai detto niente. Ora mio marito è costretto a dirgli tutto. Vediamo mio padre che all'improvviso si piega in due. Ma PdM (PdM nell'azienda per la quale lavoro significa Product Manager) che non sei altro, sai che tuo fratello non sta bene, sai cosa ha passato solo un anno prima, sai che suo figlio non sta bene e deve stare tranquillo e tu che fai? Telefoni e rompi perché non vuoi pagare 40 euro al mese? E non è un sopruso: è solo la tua quota condominiale approvata all'unanimità.Tu, che tra te e tua moglie non sapete più dove mettere i soldi!
    Il fine settimana successivo incontro il ragioniere Casoria e sua moglie. Per la prima volta non lo saluto. Lui, tutto meravigliato ed offeso, si volta verso la moglie e fa: “Non mi ha salutato!” Poche sere dopo, nella mia visita ormai quotidiana a casa dei miei genitori, vedo che la situazione è particolarmente pesante e per dare ai miei genitori qualche istante di riposo chiedo a mio fratello: "Mi accompagni a casa?". Acconsente. Nell’ascensore, mentre scendevamo, facevo la disinvolta e mi mostravo serena, tranquilla, ma dentro di me pregavo: “Fa che non cacci fuori le forbici dalla tasca del giubbotto e me le ficchi nel fianco”. Avrei potuto stare veramente tranquilla.Arrivati nei pressi di casa mia, mio fratello sputa fuori due rospi.
    1) “Ma che cos’è questa storia di zio …”, evidentemente turbato dalla telefonata del ragioniere Casoria di poche sere prima.Glielo spiego e concludo: “Se non pagano le quote, come si fa ad aggiustare il cancello, a pagare le bollette?”Sta un poco, poi, ancora più turbato prorompe: “Ma quando mai zio … non ha pagato le sue quote!?!”. “Sempre”, è la risposta che mi viene in mente, ma non la pronuncio.
    2) Arrivati oramai nei pressi della casa, se ne esce: “Pittatela di giallo, di rosso, di blue, fate come vi pare!”. Si riferiva ai lavori di tinteggiatura della palazzina dove abitavo. Tinteggiatura che aveva seguito i lavori di ripristino dell’intonaco, dato che erano da vent’anni che ne cadevano pezzi nel cortile. Mi avevano raccontato che il ragioniere Casoria erano da dieci anni che ripeteva: “Bisogna fare i lavori, bisogna fare i lavori”, ma non partiva mai niente. Fino a quando l’ultima azione che fa il vicino che funge da amministratore prima di mio marito è di presentare i preventivi di un paio di ditte. Stavolta preventivi effettivamente preparati dalle ditte. Approvata la ditta, l’onere di gestire l’esecuzione toccherà a mio marito. I lavori di tinteggiatura avevano fatto divenire la palazzina da bianco sporco ad un indefinito color ocra. Non replicai nemmeno a questa cacciata. Solo anni dopo, all’ennesima accusa: “Tu lì vuoi comandare tu!” replicai: “Guardate che il colore giallo lo ha deciso l’architetto che abita nel palazzo. Io avevo detto che dovevano rimanere i colori originari.” Intanto arriva il giorno in cui mi è stata fissata la visita all’ASL. Mi ci ero recata a piedi, vista la mia paura di guidare in città ed il mio essere nemica dei parcheggi.E così, uscita di là, invece di salire in auto ed imboccare l’autostrada per recarmi al lavoro, passo da casa dei miei per vedere come era la situazione. Mi apre mia madre, mio fratello e mio padre sono ancora a letto. Me ne torno a casa, sto chiudendo la porta di casa mia per salire finalmente in auto ed andarmene al lavoro. Squilla il mio telefonino. E’ mio padre che mi dice che ha chiamato il 118. “Ed io che devo fare?”, replico leggermente esasperata. Ma lo so cosa vuole mio padre da me: vuole che vada lì e prenda in mano la situazione.Ci vado naturalmente, senza che lui debba aggiungere niente.Quando arrivano gli operatori sanitari vedono un giovane un po’ giù, un po’ provato e non capiscono che cosa sono stati chiamati a fare. Un infermiere dice: “Anche mio figlio è stato così intorno ai vent’anni: gli ho comprato un cagnolino!” “Papà, se firmi i signori se ne vanno!”, imploro io. Ma mio padre è irremovibile. Allora rompo gli indugi e decido di far capire agli operatori com’è la situazione. Non per tema di possibili aggressività da parte di mio fratello, ma mio fratello non mangia da settimane e sta male. Io avevo pensato perché avesse paura di essere avvelenato, ma molto più probabilmente, pensai anni dopo, era perché temeva che per via di qualche patologia se avesse mangiato sarebbe morto. Non gliel’ho mai chiesto. [In seguito mi sarebbe capitata la stessa cosa nell’agosto del 2011. Avevo subito una serie di traumi ed uno di questi, il meno serio, era stata una gastroscopia in cui il sondino mi aveva graffiato l’esofago alla base della gola. L’avrei scoperto in seguito da sola: la gastroscopia era proprio l’esame che ci voleva per diagnosticare il motivo per cui non mi sentivo bene, ma nessun medico mi spiegò niente. E la diagnosi che avrebbero dovuto farmi, me l’avrebbero potuto fare anche solo in base ai sintomi. E così in seguito, cercando su dottor Google quale poteva essere la causa di quel continuo dolore alla base della gola ed altro avevo scoperto che tante persone avevano avuto all’improvviso una perforazione dell’esofago e solo 11 erano state salvate, una o due al Policlinico di Napoli. Ed ad agosto mi ero convinta che avevo l’esofago perforato e mangiando sarei morta. Hai voglia che avevo letto che bastava che l’aria andasse nella gabbia toracica per morire, ma quando le sinapsi si sono scollegate per eccessivo stress e mancanza di sonno, hai voglia a ragionare contro le fobie. A fine febbraio avevo già scoperto di essere passata in due mesi da 65 a 55 kg, quell’agosto arrivai a 47 kg per i miei 165 cm.]
    Ok, torniamo a maggio 2005.Così decisi di rompere gli indugi con gli operatori sanitari. Versai del latte in un bicchiere, ne bevvi un sorso davanti a mio fratello e gli porsi il bicchiere. Gli accostai anche il bicchiere alle labbra. Niente mio fratello si rifiutava di bere. Allora gli operatori sanitari chiesero a mio fratello se acconsentiva ad essere ricoverato. Mio fratello acconsentì.Come immagino che continui questa favola dopo?L’altro fratello, quello ‘buono’, nel senso di quello intelligente, quello in gamba, (nell’azienda dove lavoro (ma anche altre) diremmo quello ‘smart’), almeno così era fermamente convinto lui, [ed è ancora più convinto oggi, ora che lui e la sua compagna hanno raggiunto quasi tutti i loro obiettivi] che se ne era andato da 14 anni a lavorare ed a vivere nella capitale aveva in programma una gita nel Galles con la sua famiglia. Mi telefona e chiede: “E’ inopportuno, sembra brutto se partiamo lo stesso?”.Che gli dovevo dire, rischi immediati di vita non sembrava che ce ne fossero.Partirono per la gita.La domenica ci rechiamo mio marito, mia madre ed io in ospedale. Mio fratello non è lui. Io poggio la fronte sulla spalla di mio marito, mio fratello mi guarda meravigliato come per dire: “Ma che fa questa?”, ma anche come se non mi riconoscesse. Poi la sequenza è confusa nella mia fantasia.Sono in ufficio, squilla il telefono sulla mia scrivania. E’ il primario del reparto dove è ricoverato mio fratello. Ascolto quello che mi dice e scivolo dalla sedia, raggomitolandomi su me stessa per reggere al dolore e rimanere tutta intera. “Non c’è mai limite al peggio”, pensai. Nemmeno un anno prima mi ero ritrovata in circostanze in cui avevo pensato: “Questo è il momento peggiore della mia vita”. Ed ora: “Non c’è mai limite al peggio”.Ed intanto torna l’altro fratello dalla gita, mi chiede il numero di telefono e comincia a subissare di telefonate il reparto. “Non sapevano nemmeno che avesse un fratello!”, protesta con me.Poi il successivo fine settimana scende con la sua famiglia che include un bambino di quattro anni. Al bambino hanno detto che l’amato zio non c’è perché anche lui è andato in vacanza: come lui era andato in vacanza in Galles, lo zio era andato in vacanza da qualche altra parte. Ma vengono tutti e tre all’ospedale a cento km da casa nostra.La compagna ed il bambino si trattengono nel parchetto lì vicino.Siamo nel parcheggio dell’ospedale l’altro fratello ed io, gli riferisco dell’episodio di quando mio fratello mi ha afferrato per i capelli, ma non aveva tirato: “Si è controllato molto meglio di te”, preciso. Capisce subito a cosa mi riferissi e protesta: “Ma quante volte è accaduto: una volta!”. Come fosse normale che uno, anche se solo per una volta, da adulto, aggredisse la sorella.Ora a distanza di anni, mi chiedo: “Ma perché glielo riferii?” Perché io sono una bocca aperta?Perché ero ancora sconvolta dalla sua aggressione dell’anno prima?Sì, la seconda è vera. E quando uno è sconvolto, più facilmente non si trattiene a parlare. E, diciamolo, era da un bel po’ che stavo vivendo situazioni abbastanza anomale.Ci raggiunge mio marito, comincia a parlare delle cose da fare ed aggiunge: “Oramai ho quarant’anni. Ora posso fare ancora qualcosa e già comincio a non farcela più.” A quest’ultima cacciata vedo il ghigno e lo sguardo furbo e cattivo dell’altro fratello. Forse è allora che ho cominciato ad avere paura. In realtà già l’anno prima avevo avuto paura che se mio padre non ce l’avesse fatta nell’ospedale dove lo avevo fatto trasferire, l’altro fratello mi avrebbe ammazzata. Mio padre si era ripreso alla grande ed avevo relegato la paura in un angolo. Saliamo in reparto. Mio fratello chiede del nipotino. L’altro fratello gli spiega che gli hanno detto che lui era in vacanza. “Lo vogliamo far salire?”, chiede mio fratello. “E no, adesso no, poi comincia a pensare che gli abbiamo mentito …”. E’ giusto. E mio fratello ride nel guardare dalla finestra il nipotino giocare nel parchetto. E poi?E poi un pomeriggio di un giorno feriale sono nello studio di mio marito e squilla il mio telefonino. E’ l’altro fratello. Mi comunica una sua preoccupazione: “Ho paura che quando nostro fratello esce poi si voglia vendicare”. “Vendicare?”, penso io, “e se anche fosse? Vorrà vendicarsi di papà, di me. Cosa hai da temere tu che non eri nemmeno qui?”. Lo penso, ma non lo dico.
    E poi arriva il mio compleanno. 27 maggio. Quaranta primavere.
    Invito i miei genitori a cena per regalare loro un po’ di distrazione. E telefona l’altro fratello. Per farmi gli auguri. Ufficialmente per farmi gli auguri. Ma in realtà parla a lungo ed a me dà l’impressione che esprima tutte le belle cose che in realtà ha pensato la sua compagna, che ritiene che noi siamo dei deficienti ed abbiamo bisogno di direttive. O meglio vuole essere sicura che lei non perderà le sue comodità, ossia la casa al mare dei miei genitori, e vuole essere sicura di non dover ospitare mio fratello a casa sua. Infatti il punto centrale è cosa fare quando mio fratello uscirà dall’ospedale e soprattutto dove andrà. Ci avevo già pensato. Casa dei miei non era cosa. Tre anni prima, prima di capire che mio fratello non stava bene, e pensavo che vivesse solo una situazione di disagio (e così era, solo che il disagio era diventato già troppo pesante), avevo comunicato a mio marito che intendevo prendere un bilocale per mio fratello. Quel bel tomo mi aveva bloccato. Dovevo già capire allora che ero già diventata, e da tempo, quello che non mi sarei mai aspettata: una canna al vento al volere di quel bel tomo. Ed adesso rimpiangevo la mia mancanza di polso. Stavo pensando di prendere un appartamento in affitto.Alla fine l’altro fratello conclude il discorso ed arriva dove voleva arrivare: “Non è che può venire da te?”. Una pugnalata. Associando quel “ho paura che si voglia vendicare” e “non è che può venire da te?” ebbi l’immagine che l’altro fratello non solo stava cercando di accontentare la sua compagna che non sarebbe stata disturbata, ma che magari si aspettava che venendo da me, una di quelle volte che le voci che sentiva mio fratello avrebbero avuto il sopravvento sul suo cuore, mio fratello mi avrebbe dato un bel pugno in testa e l’altro fratello si sarebbe sbarazzato in un colpo solo di due terzi incomodi.Fantasia. Immaginazione troppo viva.Ad ogni modo arriviamo al 3 giugno. Incontro una dottoressa che mi dà fiducia, che affronta mio fratello non con le medicine che rilassano, ma con la forza della sua personalità e della sua logica. Con la forza della sua parola.Ci avverte: “Se vostro fratello continua con i farmaci, ogni due anni sarà in una struttura sanitaria. Io posso continuare a seguirlo come ho fatto stasera, ma posso operare solo qui. Dovete occuparvene voi. Si vede che siete persone a posto. Dovrete portarmelo qui.”. Andava benissimo, le pongo solo il problema che noi stiamo fuori casa tutto il giorno. Non le spiego che non consideravo ‘sano’ per mio fratello essere lasciato in balia di quei viscidi dei miei vicini ai quali mio fratello voleva bene e non sapeva fino a che punto fossero infidi. Anch’io gli volevo bene, almeno fino a quella telefonata, ma sapevo che non erano persone fidate.Non pensai che la mia azienda mi avrebbe dato senza problemi tre mesi di aspettativa? No, non ci pensai. Quella ‘tegola’ ci era caduta sulla testa due anni prima ed il contratto metalmeccanico recitava che un dipendente per un parente poteva prendere tre mesi di aspettativa dal momento della diagnosi. Ed io, nonostante le mie quaranta primavera, ero ancora troppo giovane. O troppo stanca.“Ci penso”, disse la dottoressa. E ci lasciammo.In auto pensavo che il giorno dopo sarei andata da Orobello per prendere dei mobili subito disponibili per arredare la camera per mio fratello. Ed anche pensavo alla possibilità di farlo invece alloggiare per un mese al residence che non era distante da casa mia, in attesa di trovare qualcosa in affitto. Ero immersa in queste riflessioni quando mi accorgo che mio marito non si sta dirigendo a casa nostra. “Dove stai andando?” “Andiamo a dare la bella notizia ai tuoi”. Era il ponte del 2 giugno e l’altro fratello era sceso con la sua compagna a farsi i bagni. “No”, replico, “si metterebbero in mezzo ed abbiamo già visto che non sono capaci”. E pensavo a quando l’anno prima ero entrata nella stanza del primario che aveva appena comunicato a mia madre ed all’altro fratello quanto aveva comunicato a me due giorni prima e li trovai tutti rassegnati all’inevitabile. “Oh, ma che? Si sono tutti impazziti? Stanno parlando di mio padre!”, pensai e poi insistetti con mio padre che si fosse fatto trasferire in un altro ospedale, cosa sulla quale entrambi gli ospedali erano d’accordo. Tranne mio padre. E, come riferì in seguito mio marito, feci la pazza fino a quando mio padre non si convinse.Ora, 3 giugno 2005. Alle mie parole “No. Si metterebbero in mezzo ed abbiamo già visto che non sono capaci”, mio marito asserisce in maniera categorica “I genitori devono sapere”. 
    Ed io non replico, anche se so cosa succederà, non replico. 

    E’ possibile che devo sempre mettermi a fare la pazza per salvare i miei familiari? 
    Sì, dovevi metterti un’altra volta a fare la pazza. 
    Ma hai capito solo 13 anni dopo che non sarebbe bastato.
    Dovevi dire a quel bel tomo che poteva, anzi che doveva, tornarsene da sua mamma.
    Sarebbe bastato? Forse no.
    Dovevi metterti a fare la pazza, anche se forse non avresti salvato tuo fratello. 
    Ma era la cosa giusta da fare. 
    E si deve sempre scegliere la cosa giusta da fare.
    Avevi già fatto la scelta sbagliata anni prima, e non solo una.
    E se fai una scelta sbagliata, o non fai una scelta, perché sei una canna al vento degli altri, ne farai altre di scelte sbagliate.
    E ne pagherai le conseguenze.
    Perché tu eri una persona sana, una persona vera, una persona che aveva ancora una coscienza.
    E non ti potevi permetterti di abbandonare tuo fratello nelle mani dell'altro fratello che tu sapevi essere un egoista, un violento, un bugiardo, un ipocrita, un esaurito, un presuntuoso.
    Ma non avevi ancora sintetizzato in una sola parola: l'altro fratello era il vero pazzo, il vero psicopatico.
    Non dovevi abbandonare tuo fratello.
    "I cani abbandonano i fratelli", ha detto Domenico Battisti, fratello di Cesare.

    Seconda stella a destra. E’ una favola. E’ solo fantasia. 

    DISCLAIMER Non è neanche il caso di dirlo. Questo è un racconto. Le persone, i fatti e le circostanze narrate non hanno niente a che fare con persone che hanno potuto vivere circostanze anche lontanamente simili a quelli raccontati.Io non esisto. Mio marito non esiste. Mio fratello non esiste. I miei genitori non esistono. L’altro fratello e la sua compagna non esistono. I vicini non esistono. Il ragioniere Casoria e sua moglie
    non esistono. È solo fantasia.

    [E preciso che l’incipit di questo disclaimer è mutuato dal Disclaimer di “Non avevo capito niente” del salernitano Diego Da Silva.]

  • 24 febbraio alle ore 18:03
    ALBERTO MINAZZO INVESTIGATORE PRIVATO

    Come comincia: Alberto Minazzo era ad una svolta della sua vita. Quarantacinquenne ancora prestante e di bell’aspetto rivestiva il grado di maresciallo aiutante della Guardia di Finanza a Messina. Romano di nascita, al momento della conseguimento dei gradi da sottufficiale era stato trasferito, con sua poca  gioia, in Sicilia, prime sedi Isole Eolie in cui aveva anche la qualifica di Reggente Doganale e di Delegato di Spiaggia della Capitaneria di Porto, non si poteva lamentare sia dello stipendio che dei suoi poteri in quanto un po’ tutti gli eoliani dovevano rivolgersi a lui per le loro esigenze di trasporto via mare, in particolare i pescatori che facevano i ‘furbi’ nello scaricare il consumo del gasolio a prezzo agevolato. il buon Alberto nella maggior parte dei casi chiudeva un occhio anzi tutti e due conoscendo la dura vita di quella categoria per essersi lui stesso imbarcato una notte su  un peschereccio con tanto di lampara. Un discorso a parte per la conoscenza di femminucce soprattutto turiste, che ben volentieri si ‘accompagnavano’ con lui. Durante l’inverno, in mancanza di turiste si era buttato, ricambiato, su una maestra di bell’aspetto per poi sposarla una volta trasferito a Messina. Dopo il primo anno di buoni rapporti erano sorti dei dissidi dovuti al pessimo carattere della consorte con la conseguenza che la cotale, di cui Alberto non voleva ricordare nemmeno il nome, aveva preso il volo con un proprietario terriero lasciando in marito in confusione mentale. Non volendo più restare nell’abitazione condivisa con l’ex moglie, chiese aiuto ad una amica titolare della palestra che frequentava, tale Ambra Cialona la quale aveva per lui una simpatia, ma semplice simpatia in quanto ‘abitava’ nell’altra sponda come si poteva rilevare dalla sua immagine: capelli cortissimi, mascella volitiva, naso non proprio piccolino, bassa di statura ma molto muscolosa. Ambra, conosciuta la ‘fuitina’ della moglie di Alberto, gli aveva proposto di lasciare la precedente abitazione e trasferirsi in un appartamento sfitto sopra la sua palestra in piazza Castronovo. Passato il solito casino del trasferimento della mobilia ed altre rotture di scatole conseguenti, Alberto invitò a cena Ambra  insieme alla sua collaboratrice italo-inglese Alice Valle. Ragazza bionda, longilinea occhi azzurri, insomma con tutte le caratteristiche fisiche  materne. Alberto, che aveva imparato a cucinare quando, da finanziere, era in servizio ad un distaccamento delle Fiamme Gialle sopra Domodossola ricevette i complimenti delle due donne. Alla fine del pasto: “Albertone  di femminucce è pieno il mondo e mi risulta che tu non abbia problemi con loro, anche la tua Jaguar X Type è un’attrazione per le ragazze, insomma sei un tipo ‘papabile’, datti da fare!” Alberto in possesso di un computer personale, di due telefonini, ogni tanto andava in un negozio specializzato ad acquistare gadget moderni: dall’allarme per l’abitazione alle ’cimici’ ed un po’ tutti gli oggetti che potevano  ‘impicciarsi’ dei fatti altrui, era un suo hobby. Fornitore era tale Ciro Esposito, un napoletano trapiantato a Messina per una ‘minchiata’ come diceva lui: aveva messo incinta una deliziosa ventenne che apparteneva ad una famiglia di ‘facce tagliate’ il cui capo famiglia gli aveva ‘consigliato’ di sposare la nipote. Alberto lo aveva conosciuto in occasione di una verifica fiscale durante la quale aveva ‘dato una mano’ al titolare dell’esercizio che non dimenticò il favore. Munito di una ‘cimice’, un giorno si presentò in caserma con l’animo del ‘moquer’ per prendere in giro qualcuno. Quel qualcuno si materializzò nel brigadiere Carmelo Scilipoti con cui aveva un conto in sospeso o meglio lo Scilipoti lo aveva con lui. Il predetto sottufficiale, addetto alla contabilità della Colonia Marina delle Fiamme Gialle di Mortelle, un giorno di luglio era a Messina per disbrigo pratiche inerenti il suo lavoro. Il buon Alberto si era ritirato nella sua cabina lontana dalla sala mensa per sgranocchiare un panino col prosciutto non apprezzando il vitto della comunità. Ad un tratto si era presentata in cabina Anita Impallomeni, consorte del sopracitato brigadiere la quale, senza pronunziare parola,  si era denudata e preso a baciare Alberto il cui ‘ciccio’ prese ad ‘innalzarsi’ e quindi a posizionarsi dentro la dolce ‘gatta’ per un bel po’ sino a quando l’Anita decise di ritirarsi sempre senza pronunziare verbo. Forse qualcuno del lido si era accorto della manovra riferendola al marito della cotale, fatto sta che fra i due non correva buon sangue. Alberto incontrando lo Scilipoti gli pose una mano sulla spalla appiccicandogli una cimice della portata di duecento metri,  fece finta di andare in bagno per spiare quello che avrebbe detto il sottufficiale in sua assenza: “Stò gran cornuto, sapete che la moglie l’ha fatto becco e lui fa tanto lo spiritoso!” “Rientrato nella stanza Alberto aprì il suo telefonico e: “Signori volete sentire l’opinione che ha di me il qui presente brigadiere, ascoltate.” Risuonò la voce dello Scilipoti che, al fine di evitare guai, sparì dalla circolazione. Quello fu il debutto dei gadget acquistati da Alberto dall’amico Ciro dal quale si fece consegnare altri aggeggi come telecamere funzionanti o finte, video registratori, un binocolo di grande potenza, metal detector, occhiali con retrovisione, insomma un armamentario da investigatore privato. Alberto, andando in pattuglia con colleghi per effettuare verifiche tributarie si era accorto che alcuni si facevano corrompere, d’istinto decise di lasciare la divisa non voleva finire in un’inchiesta giudiziaria. Nessuna problema finanziario perché avrebbe percepito una pensione ed inoltre aveva ricevuto in eredità da suoi parenti, un bel gruzzolo. Presentata l’istanza di congedo fu chiamato dal Colonnello Comandante il quale: “Minazzo, premesso che nessuno è indispensabile ma tutti siamo utili vorrei che anche dopo la pensione lei ci desse la sua collaborazione in particolare come fotografo, non ho nessuno con cui sostituirla.” “Comandante sarò lieto di aderire alla sua richiesta.” Ambra venuta a conoscenza della notizia: “Mio caro dato che non sei più in servizio avanzo una proposta: iniziare la carriera di investigatore privato; in una traversa di via Garibaldi c’è lo studio di un investigatore ‘Occhio di Lince’ il cui titolare, ormai anziano, si reca in ufficio solo per passare il tempo, niente più clienti, gli telefonerò e, se sei d’accordo potrai affiancarti a lui.” Amedeo Guttuso, titolare della agenzia accolse calorosamente quell’ex maresciallo che voleva aiutarlo nel suo lavoro. Alberto messi insieme tutta una serie di documenti, ottenne dalla Prefettura, con l’aiuto di un amico lì impiegato la licenza di investigatore privato comunicando la sua nuova attività al Colonnello Comandante il quale: “Giusto a lei pensavo, venga a trovarmi in ufficio.” “Ho un problema che i miei collaboratori non riescono a risolvere: dal Comando Generale mi hanno segnalato che a Messina c’è un mafioso che tratta lo spaccio di notevoli quantità di droga direttamente con fornitori colombiani, non riusciamo ad individuarlo, lei in passato ha avuto contatti per servizio con elementi della mala locale, veda se riesce a scoprire qualcosa, le sarei grato, si tratta anche della mia carriera.” Alberto pensò subito a Ciro il cui suocero era addentrato nel campo della malavita,  invitò a pranzo Salvatore Settineri, il suocero di Ciro e sua figlia Simone, di madre francese, oltre naturalmente Ciro e la consorte Carmela. In un secondo tempo Alberto venne a sapere che la madre di Simone, di nazionalità francese, aveva preferito al sole della Sicilia le brume di Parigi.  Alberto, al fine di far bella figura si fece preparare il cibo da una vicina trattoria facendolo passare per cucinato da lui e, ovviamente ricevendo i complimenti dei presenti. Alla fine del pasto. “Signor Salvatore vorrei parlare con lei di una questione delicata, andiamo nel mio studio.” “Vedo che ha la licenza di investigatore privato, che casi gli stanno capitando?” “Solo corna di mariti fedifraghi ma sto lavorando a qualcosa di più importante, il contrabbando di droga, vorrei il suo aiuto ovviamente con la promessa che il suo nome non verrà mai fuori da parte mia. Mi sono imbarcato in questa avventura quando, visitando un parente in ospedale ho visto dei giovani e meno giovani drogati che urlavano e si rotolavano a terra in attesa del metadone, uno spettacolo tremendo, da quel momento…” “Ci penserò, anch’io odio gli spacciatori di droga.” Dopo due giorni Ciro convocò Alberto e senza profferir parola gli porse un biglietto ( pizzino in termini mafiosi) con un nome e cognome: Riccardo Valenti, residenza Torre Faro – frazione di Messina senza alcuna altra indicazione. Quel che accadde il giorno dopo stupì oltremodo Alberto, in ufficio si era presentata Simone che: “Si ricorda di me?” “Non sei una bellezza che passa inosservata ma le femminucce degli amici per me non hanno sesso.” “Io invece ce l’ho ed ho bisogno di aiuto di un investigatore come te, anche se non più giovanissimo non sei male. Andiamo al dunque, sono fidanzata con Aurelio Prete che una mia amica lo ha visto a Villa Dante baciarsi con una ragazza, non intendo sopportare le corna.” “Ti faccio  risparmiare i soldi, se non ne sei innamorata lascialo senza problemi.” “Il consiglio si paga?” “Si venendo con me a Torre Faro, se non ricordo male sei di madre francese, io ho studiato il francese a scuola, ricordo a memoria alcune poesie, ho sempre amato questa lingua.” “Allora debutto di Alberto come attore, vai.”  “La poesia è di Jacques Prévert, titolo: Paris at night. ‘Trois allumettes une à une allunées dans la nuite, la première pour voir ton visage tout entier, la seconde pour voire tes yeux, la dernière pour voire ta bouche et l’obsurité tout entière pour me rappeler tout cela en te serrant dans mes bras.” Alberto aveva appena finito di recitare che si trovò le labbra di Simone ‘incollate’ sulle sue, due labbra e una lingua calde e profumate oltre che sapienti. “ Ti avevo detto che la femminucce degli amici per me non hanno sesso!” “Invece per me ne hanno quando mi piacciono, sono una romantica e mai un ragazzo lo è stato con me, i giovani di oggi…lasciamo perdere.” Alberto aveva ritenuto opportuno acquistare una Fiat Abarth 595 di seconda mano per non dare troppo all’occhio con la Jaguar. A Torre Faro, dopo il ristorante ‘La Risacca dei due Mari’ stavano sorpassando una villa isolata vicino al mare quando Simone: “Questa è la villa di zio Riccardo, torna indietro voglio salutarlo.” Era quello che Alberto voleva, conoscere di persona quel tale segnalato da Salvatore Settineri, quale migliore occasione? Al citofono “Chi sei?” “Zio sono Simone, vorrei salutarti.” Il cancello si aprì e Alberto posteggiò la sua Abarth vicino ad una fiammante Bentley Continental grigio argento. Alberto ci girò intorno due volte prima di entrare in casa dove un signore alto e panciuto li osservò da cima di una scalinata, capelli grigi, occhiali cerchiati d’oro dava l’idea di un commendatore della Repubblica. C’era un motivo per cui Riccardo non si era avvicinato ai due entrati, diffidenza verso tutto e tutti, d’altronde chi poteva dargli torto! Mohammed il cameriere tunisino che aveva aperto la porta blindata si inchinò ai nuovi arrivati e richiuse dietro di loro il portone. “Qual buon vento…” “Zio Riccardo ti presento Alberto il mio nuovo fidanzato, stavamo facendo un giretto da queste parti…” Hai fatto bene, se posso essere sincero penso che il tuo ‘nuovo fidanzato’sia un po’ …passato di età!” “Zio io sono per metà francese, Alberto è il primo romanticone che ho conosciuto, piacerà anche a te.” Alberto pensò: “Ho i miei dubbi con quel piattino che gli sto preparando!” Riccardo si dimostrò un buon padrone di casa, fece visitare la villa ai due, Alberto  si mostrò sorpreso di tante opere d’arte alle pareti, di mobili antichi e di un impianto stereofonico con altoparlanti in quasi tutte le stanze. “Complimenti per il suo gusto ed anche per l’auto che ho visto fuori, io sono un appassionato di motori  ma ovviamente…” “Ho capito, prima di andarvene, in onore di Simone, vi presterò la Bentley per in giretto intorno al lago, queste sono le chiavi.” Per fortuna Alberto sapeva guidare anche le auto con cambio automatico, fermò l’automobile allorché si rese conto di essere fuori dalla vista di qualcuno della villa, scese e disse a Simone “Mettiti alla guida, io sistemo questo aggeggio.” E pose una cimice nella parte interna sotto il sotto tetto della carrozzeria. Simone partì in modo brusco, era poco pratica di cambi automatici ma c’era un perché Alberto aveva chiesto alla ragazza di mettersi alla guida. Infatti al rientro in villa Alberto ebbe la certezza  che quella decisione era stata presa con ragione. “Perché vi siete fermati, io riesco a controllare la mia auto anche da casa.” “Ho accontentata Simone che voleva guidare lei.” La spiegazione fu accettata da Riccardo che: “Fatti viva più spesso anche se cambierai fidanzato!” frase seguita da una risata, in fondo Riccardo era un simpaticone. “Simone non ti meravigliare di quanto hai visto, tuo padre è d’accordo.” Ottenuta la spiegazione Simone si rasserenò e chiese ad Alberto: “Mi traduci in italiano la poesia di Prévert?” “Si ma senza il finale di prima: ‘Tre fiammiferi di fila accesi nella notte, il primo per vedere tutto il tuo viso, il secondo per vedere i tuoi occhi, il terzo per vedere la tua bocca e l’oscurità intera per ricordare tutto questo mentre ti stringo fra le braccia.’” Simone abbracciò Alberto con le lacrime agli occhi, nessuna conversazione fino all’arrivo a casa della ragazza. Salvatore vide la scena dalla finestra del primo piano, nessun commento. Alberto nei giorni seguenti dentro l’agenzia dell’investigatore privato seguì tutte le conversazioni di Riccardo Valenti che non gli interessavano quando una sera: “Two hours by night of the twenty-five Venetico Marina beach two motorboats and two trucks available” Tradotto in italiano: “Ore due di notte del venticinque, spiaggia Venetico Marina, due motoscafi e due camion a disposizione .” Alberto si recò in caserma a riferì quanto da lui appreso al Colonnello Comandate che lo ringraziò caldamente. L’operazione ebbe una risonanza nazionale: cocaina e hashish per una tonnellata, due scafisti, due camionisti e Riccardo Valenti arrestati, nave madre fermata al largo di Acireale. In famiglia Esposito e Settineri nessuno commentò gli avvenimenti. La notizia che non fece molto felice papà Salvatore fu: “Papà mi sono fidanzata con Alberto, non fare quella faccia, ho preso la testa dura da te, in viaggio di nozze andremo a Parigi a trovare mammina, felice?” “Felice un c…zo!” fu il commento poco convinto di Salvatore. Felice invece fu il Colonnello Comandante  che, in seguito a quel sequestro fece carriera e diventò Comandante in Seconda delle Fiamme Gialle.

  • 24 febbraio alle ore 17:51
    VALERIA LA RIBELLE

    Come comincia: Quando deve nascere un figlio un po’ per tutti c’è il problema del nome. Valeria, Rossi di cognome, era quello della madre di Maurizio Magliarditi la quale, da tradizionalista, partiva dal presupposto, senza eccezione, che il suo dovesse essere imposto alla nascitura se fosse nata una femmina, peggio sarebbe stata la sorte di un maschietto: Asdrubale come il nonno Magliarditi ma la sorte fu benigna col nascituro: femmina e quindi Valeria che vuol dire forte, robusto. Maurizio con gli anni aveva dimostrato che di scuola ne ‘mangiava’ poco e così il padre preferì rilevare per lui  un negozio di ricambi di auto ben avviato sotto casa in via Amba Aradam a Roma. Mauri (per i parenti ed amici) aveva incontrato ad un ballo una certa Gemma Colucci molto corteggiata, alla fine della serata riuscì a ‘strapparle’  un appuntamento e, dopo un po’ di tempo che si vedevano: “Caro sono incinta di te, festeggiamo?” Mauri non fu particolarmente felice in quanto giravano voci che la damina si ‘intrattenesse’ con altri baldi giovani ma, per evitare liti giudiziarie  e riconoscimento di paternità a mezzo del D.N.A., il buon Mauri fece finta di crederci e riportò la notizia, peraltro aspettata con ansia dai nonni, che stabilirono la data delle nozze e comprarono,  facendolo anche arredare, un appartamento nell’isolato da loro abitato per star più vicino al nascituro. Da precisare che il nonno era il ‘paperone’ di famiglia, oltre a terreni, fabbricati ed un sostanzioso conto in banca, teneva in cassaforte molte Sterline e monete Krugerrand affermando: “In tempo di guerra serve l’oro, il denaro è carta straccia. (Il vecchio già prevedeva una guerra!). Valeria faceva onore al suo nome in quanto a forza morale ma non era robusta anzi cresceva con un fisico longilineo, capelli lunghi castani e grandi occhi neri che esprimevano sfida! Fin da piccola era una lettrice formidabile, si riforniva dei libri della fornita biblioteca del nonno. A scuola per bravura superava tutte le colleghe cui era ovviamente antipatica soprattutto quando le insegnanti, in sede di consegna delle pagelle: “Ti diamo nove in tutte le materie, il dieci sarebbe la prima volta in questa scuola e non è il caso.” I professori non avevano citato il fatto che, alla prova del quoziente di intelligenza la baby aveva riportato un numero  alto, chissà da chi aveva preso in famiglia, non certo dal padre! Valeria leggeva di tutto anche libri considerati osé e, a tredici anni cominciò a rendersi conto di cosa volesse dire sessualità. Una volta, sotto la doccia, toccandosi il fiorellino le capitò di provare molto piacere, primo incontro col sesso. Talvolta per le scale le capitava di incontrare un signore circa trentenne di bell’aspetto ma sempre solitario. Notizie da parte della portiera Clotilde: “il professore si chiama Consalvo Freddi, insegna materie letterarie al liceo classico, è vedovo da sei mesi, niente figli.” Quando Valeria si metteva un’idea in testa… l’idea era quella di conoscere meglio Consalvo, solo il nome non le piaceva, lo avrebbe chiamato Salvo ma come agganciarlo? “Mamma ho problemi col latino, mi occorrono delle lezioni private.” Gemma cadde dalla nuvole, sua figlia così brava a scuola…ma l’accontentò a che se, malignamente, pensò, azzeccandoci, che c’era qualcosa di strano sotto quella richiesta. Fu la stessa Valeria a prendere contatti col professore a mezzo telefono il cui numero le era stato fornito dalla portiera. Per un improvviso suo capriccio anticipò il giorno di appuntamento  col professore il quale da dietro la porta:”Ennio ti apro.” E si presentò con i soli slip e rimase senza parole. “Aspettavo un mio amico, l’appuntamento era per domani…” “Non mi sono sbagliata, l’ho fatto apposta volevo vederla ‘nature’.” “Alla faccia della faccia tosta, vado a vestirmi.” “Quanti anni hai?”“L’età non conta ho un quoziente di intelligenza di 130 ed a scuola ho tutti nove, son venuta qui per lei, non è facile che un uomo mi piaccia, lei è speciale per i miei gusti.” “Non mi far dire cose ovvie ma ti rendi conto che potresti essere mia figlia!” “Non lo sono, l’unica cosa che non piace di lei è il nome, la chiamerò solo Salvo, mi dice qualcosa della sua vita o meglio mi dici…” “Ti dico che è meglio che ritorni a casa tua, tua madre…” “No, voglio conoscerla a fondo,  anzi conoscerti mi capisci?” “Io capisco che sei  da codice penale, ti prego torna a casa tua!” “Se insisti comincio a gridare forte dicendo mi stai violentando, mi crederebbero e passeresti un sacco di guai, mò come ti metti?” “Mi metto a sedere sul divano…” “Voglio baciarti in bocca per sentire che sapore ha.” Valeria fece seguire le parole con la ‘messa in opera’ delle stesse. “Il tuo giudizio?” “Non male, per ora non ti faccio vedere niente di me, fra l’altro ho poche tette, ci vediamo domani per…la lezione di latino.” La frase di Valeria fu seguita da una risata, ormai la baby sentiva di aver in mano la situazione ma voleva iniziare gradatamente a provare delle sensazioni sessuali. La sua andata dal professore non sfuggì a Clotilde: “Sei una ragazza intelligente non c’è bisogno dei miei consigli.” Quella più in crisi era  Gemma, si era accorta delle visita di sua figlia al professore sicuramente non per motivi di studio, era il caso di avvertire Maurizio ma non sapeva come l’avrebbe presa, d’altronde anche lei sera in crisi con suo marito il quale non la ‘guardava più’, forse aveva conosciuto qualcuna di cui si era innamorato con la conseguenza che lei aveva ripreso contatti con un suo vecchio amore di gioventù: certo Mario Salimbeni suo coetaneo. Mario era ancora scapolo per una serie di motivi, soprattutto per le malattie gravi dei genitori che seguiva personalmente ma il suo comportamento aveva allontanato un paio di ragazze che gli piacevano ma che non volevano aver problemi con i futuri suoceri. Mario era impiegato quale ingegnere al Genio Civile, talvolta allungava le trasferte per stare di più con i genitori affetti dal mordo di Alzheimer seguiti, talvolta,  da un vicino di casa caritatevole. “Mario sono Gemma, come stai?” “Mia cara ho il problema dei miei genitori, per il resto…” “Ti sei sposato.” “No, le ragazze che ho incontrato non volevano avere problemi con i miei.” “Mi piacerebbe rivederti, abito in via Amba Aradam , se ti va vieni a trovarmi di mattina, prima fammi una telefonata.” La telefonata della mamma era stata per caso intercettata da Valeria che ne pensò una delle sue, ‘beccare’ sua madre sul fatto. Nel frattempo seguitava a frequentare il professore: pian piano era diventata più intima e metteva in pratica gli atteggiamenti erotici visti alla TV di notte. Il professore era un po’ nel pallone, essere stato conquistato da una ragazzina che in campo sessuale ragazzina non era, ci volle del tempo ma giunsero anche a rapporti intimi, per Valeria una situazione normale, non tanto per Salvo che però si stava innamorando come uno scolaretto di una ragazzina che di testa dimostrava molto più della sua età. Gemma un pomeriggio alla figlia: “Mi sa che stai frequentando troppo quel professore, ormai sei alla fine dell’anno scolastico, vedi di smettere.” Mossa sbagliata con una come Valeria che pensò bene di fargliela pagare. Una mattina fece finta di andare a scuola, uscì di casa e vide l’auto dell’amico di sua madre posteggiata vicino al loro portone. A casa fece un’entrata trionfale nella camera da letto di Gemma che in quel momento dispensava le sue grazie all’amante. “Scusate ho sbagliato porta, seguitate pure, buon divertimento!” La sua era stata un’azione di una cattiveria, ma  di una cattiveria… insomma decisamente riprovevole che poteva portare a conseguenze inaspettate e sicuramente spiacevoli se venuta a conoscenza soprattutto dei nonni puritani all’eccesso. Gemma: ”Mia cara, non voglio cercare giustificazioni al mio operato, devi sapere che da tempo io e tuo padre siamo in crisi, sicuramente lui ha un’amante, io ho ritrovato un vecchio compagno di scuola col quale…” “Mamma non ti giustificare ma non chiedermi più nulla sulle mie visite a Salvo il professore, siamo, non so come dire, fidanzati va bene?” “Un giorno fallo venire a pranzo a casa nostra voglio conoscerlo di persona.” Salvo si presentò con un gran mazzo di rose rosse. “I fiori sono per me o per mammina, non ti basta la figlia vuoi farti anche la madre?” “Signora lei conosce sua figlia meglio di me quindi non faccia caso alle sue parole, forse le farebbero bene delle sculacciate!” “Con o senza mutande?” Valeria ancora una volta non si era smentita, in fondo però era una brava ragazza molto ma molto in fondo!

  • 24 febbraio alle ore 17:28
    Reazioni

    Come comincia: 2002.
    Marzo. Un tizio presenta un preventivo nel nome di una ditta dalla quale so che si serve anche mio padre per lavoretti personali. 
    A me il preventivo appare evidentemente scritto dal tizio stesso, ma non parlo. 
    Reazione corretta?

    A luglio sto per assentarmi da casa per lavoro per tre mesi e faccio una domanda [azione scorretta? no lecita, magari imprudente, ma non avevo ancora dato il nome di 'pizzo' a quelle richieste impudenti] sui lavori legati a quel preventivo e per i quali sto pagando, ma di cui non ho alcuna notizia.
    Il tizio si mette ad urlare senza che si capisca niente.
    Siamo in casa d'altri.
    Il padrone di casa scuote la testa e fa: "Ecco lo sapevo".
    Dopo il primo attimo di sbigottimento, mi metto ad urlare anch'io.
    Reazione scorretta?
    Però urlo parole chiare: "Ma che ti urli?"
    Il padrone di casa fa un'aria sbigottita, allora mi rivolgo a lui e urlo: "Ma che si urla? Sappia che se lui urla, io so urlare più forte di lui!".
    Però per rivolgermi al padrone di casa ho voltato la testa ed entrano nel mio campo visivo sua moglie e la sua bambina di circa due anni, sedute sul divano.
    Allora rientro in me, mi metto le mani sulla bocca ed in tono tornato normale dico: "Scusa, ho urlato in casa tua".
    Vado a sedermi accanto alla bambina, mentre quel tizio continua ad urlare, senza che nessuno lo rimproveri o lo butti fuori casa, e la rassicuro: "Stiamo giocando".
    Azione corretta per riparare alla reazione scorretta?

    Dicembre. Il nipote del tizio dice che la ditta, della quale né io né mio marito abbiamo mai visto nemmeno un operaio, ha presentato la fattura e bisogna pagare l'ultima rata. 
    So che non esiste alcuna fattura. Non dico che il nipote mentisse: stava solo ripetendo quello che lo zio gli aveva detto. Pago. 
    Reazione corretta?

    2003.
    Febbraio.
    L'amica del tizio, direttamente interessata a quei lavori, bussa alla mia porta. "Ho di nuovo problemi", afferma.
    "Scusate, ma la ditta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?", rispondo. 
    Reazione corretta?
    La tizia fa: "Ah, oh" e se ne va.

    2004. 
    Maggio.
    Mio fratello maggiore mi aggredisce verbalmente (e naturalmente l'atteggiamento fisico nemmeno scherza) di fronte a nostro padre, uscito di ospedale da meno di due settimane.
    Secondo lui sono una cretina perché non ho capito che devo telefonare io all'ospedale per sapere quando mio padre deve iniziare la terapia e non viceversa.
    Su sua insistenza avevo già telefonato due volte al reparto ed entrambe le volte mi avevano ribadito che avrebbero chiamato loro. E la seconda volte si erano, giustamente, anche mostrati seccati e pensato che io fossi un po' tonta. 
    La mia reazione? Naturalmente non ritelefono ed il sabato successivo, quando so che c'è anche mio fratello maggiore con la sua famiglia a casa dei miei, non ci vado.
    Reazione errata?
    Mi telefona mia cognata per chiedere spiegazioni. Le spiego cosa era accaduto. "Lo sai che animale è! E non capisce che in un momento delicato come questo, uno può anche essere più sensibile e suscettibile.", replica a mo' di giustifica.
    Ed allora? E' un animale: lo devo giustificare gratis et amore deo e bisogna permettergli di continuare ad essere un animale? E' questo che intende mia cognata? Se è un animale, bisogna agire per riportarlo tra le persone civili!
    "Sa dove abito", replico.
    Intendevo dire: "Venga qui a scusarsi".
    Reazione errata?
    Mia cognata sembra risentita e chiude la telefonata. 
    Nessuno viene a scusarsi con me.
    Evidentemente chi è un animale nella mia famiglia e nel mio vicinato, è giustificato e ha il diritto di continuare a comportarsi da animale, mentre chi è in torto è colui che non accetta supinamente che le persone intorno a lui si comportino da animali e si rifiuta di subire in silenzio.
    Per la cronaca, finalmente telefonano dall'ospedale per comunicare quando mio padre deve iniziare la terapia.
    E le cose continuano come prima. Ed io mi ritroverò di nuovo a tavola con mio fratello maggiore e mia cognata. Senza che nessuno si sia scusato.
    Reazione errata? 
    A mio avviso, sì. Continuare a frequentarlo come niente sia successo. E' questa la reazione errata.

    Luglio. Mio padre è ricoverato d'urgenza in ospedale. Me lo sono visto morto tra le mani.
    Il giorno dopo, il primario pronunzia una diagnosi infausta e mi parla di intervento palliativo. Sono sola. Devo decidere io.
    Mio marito mi porta a parlare, giustamente, con chi aveva operato mio padre tre mesi prima. Pronuncia una diagnosi direi quasi di routine e dice: "Portatemelo qui". Non so chi abbia ragione, ma decido di affidare mio padre a lui.
    Con enorme fatica, senza dirgli niente delle due diagnosi, riesco a convincere mio padre a farsi trasferire di ospedale. Non appena accetta, mio fratello maggiore, appena arrivato, si volta verso di me e dice: "Se papà muore, è colpa tua". Una mazzata. Ma reagisco a me stessa. Lo ignoro e continuo a sovrintendere al trasferimento di mio padre.
    Reazione corretta?
    La sera e la mattina dopo sono una pezza, incapace di muovere un muscolo o applicare il cervello a qualsiasi cosa.
    Il pomeriggio vado a casa dei miei per raggiungere il resto della famiglia e andare a trovare mio padre in ospedale.
    Mio fratello maggiore mi aggredisce di nuovo. Verbalmente, ma stavolta anche fisicamente.
    Cado all'indietro. Mi alzo, afferro la mia borsa e scappo via da casa.
    Reazione corretta?
    Mio padre viene operato il giorno dopo, l'intervento conferma la diagnosi di un problema "quasi" di routine, ma, di nuovo, nessuno si scusa con me. 
    Nonostante il primario abbia ingiunto ai miei fratelli: "E lasciate in pace questa povera signorina!".

    (to be continued) .....

    Preciso: favola, storia di pura invenzione ispirata alla massima "Quello che fanno gli altri, fa parte della loro storia. Come reagisco io, fa parte della mia.", magari da continuare se se ne avrà l'occasione.

  • 24 febbraio alle ore 15:15
    Rosicare e cose serie

    Come comincia: Rosicare, ossia rodersi, consumarsi per la gelosia, l’invidia: 

    1973. "Signora maestra, non deve lodare la cuginetta con mia figlia, poi le vengono i complessi!"
    A lei vengono i complessi? Hai trovato il tipo! E' a Liliana che hanno fatti venire, mica i complessi, le orchestre intere!

    Luglio 1998. Il padre della cuginetta alla quale venivano i complessi: "Liliana, li guadagni tre milioni adesso dove lavori?"

    Gennaio 2002. Matrimonio di Liliana. Di nuovo la madre della cuginetta:"Ah, ma Liliana come è spigliata! Ma deve essere sempre così!"

    20 giorni dopo il matrimonio di Liliana. La madrina di battessimo si infila a curiosare in casa di Liliana. Il piano di lavoro in cucina è marmo e non formica.
    "Ah, ma questo è marmo!?! Bene, bene".

    25 giorni dopo. Il cugino vicino di casa: "Ah, ma questa auto è tua?!?"

    Febbraio 2002. Gli zii e cugine vicine di casa: "Ah, come deve essere bello affacciarsi sul giardino!"

    Marzo 2002. La moglie del cugino vicino di casa: "Ma perché qui ci sono gli infissi in legno e da me gli infissi in ferro!?!"
    "Sì, vuoi vedere che con mio padre che è una vita che si lascia derubare facendo finta di niente, mo' il ladro è lui!", pensò Liliana.
    Liliana sapeva perché, ma la prima risposta sintetica che le venne sulla punta della lingua fu: "Perché tuo suocero è tirchio" e quindi cambiò la risposta in "Non lo so."

    Ancora marzo 2002. La giovane donna il cui marito ha comprato l'appartamento della zia di Liliana: "L'appartamento peggiore è il nostro!"
    E per fortuna che il marito la corregge: "Guarda che l'appartamento peggiore è questo."!
    Liliana pensò: "Ma qui si sono tutti impazziti? Ne co', ma perché tu fai parte della famiglia e non ti sta bene quale appartamento ti è stato assegnato? Quello era in vendita e quello ti sei comprato!"
    ...
    2004. La compagna del fratello che ha sempre disprezzato la casa vecchia: "Quanto mi piace questa casa!". Invitata a pranzo: "Quello che mi piace di questa casa è la vista sul giardino dei vicini!"
    E da quel momento il fratello ha un motivo in più per detestare Liliana: si è presa qualcosa che piace alla sua bella.

    E il rosicarsi degli altri sarà la rovina di Liliana.
    Febbraio 2006. La vicina che si è appena accomodata al tavolo del soggiorno nota che Liliana ha cambiato centrotavola e sbotta: <<No, perché se le cose continuano così, qualsiasi cosa ci sia su questo tavolo la prendo e la butto per terra!>>. 

    etc. etc.

    Papa Francesco: “La persona invidiosa, la persona gelosa ... 
    ... sempre guarda ‘che cosa ha quello ed io non ho’.

    Liliana: "Ma guarda questi! Loro hanno 100, io tengo 1: sono invidiosi dell'1 che tengo io."

    Meschinità.  La vita è una cosa seria.

    Cose serie:

    Ho 6 anni. 
    Mi informano che la mia cuginetta Carmen, 4 anni, è volata in Cielo insieme al suo papà per un incidente d'auto.
    La sorellina più grande e la mamma rimarranno mesi in ospedale, ma si salveranno.

    11 anni. Mi dicono che la mia maestra delle elementari è morta. Sapevo che aveva un tumore al cervello.

    Ho 15 anni. Mia zia, 49 anni, muore a tre anni dalla diagnosi di tumore all'utero.

    Ho 22 anni. Il mio compagno di scuola e di Azione Cattolica muore per un incidente sull'autostrada. Si era appena laureato in Economia e Commercio con 110 e lode, dopo il diploma in Ragioneria conseguito con 60/60.

    Ho 30 anni. Un brillante giovane studioso, laureato in Ingegneria Elettronica con il massimo dei voti e la lode, in quattro anni ed una sessione, muore all'improvviso all'età di nemmeno 25 anni. All'Università di Salerno un'aula  è dedicata a lui ed una targa lo ricorda.

    33 anni. Muore mia cugina, 42 anni, durante l'ennesima seduta di chemioterapia. Pochi giorni prima aveva telefonato a mia madre riferendole che aveva detto al medico che non se la sentiva. Aveva anche riso, da persona meravigliosa qual era, parlando dei mondiali in Brasile e dicendo che in Brasile Ronaldo non era tanto considerato come da noi.

    36 anni. Tre miei colleghi, un adulto, un giovane ed un giovanissimo, muoiono nell'incidente di Linate.

    38 anni. Un collega di Roma, più giovane di me, che avevo conosciuto nella sede di Stoccolma, muore, mentre è in viaggio per una vacanza in Grecia con la fidanzata, per una meningite fulminante.

    42 anni. Una collega, di almeno quattro anni più giovane di me, madre di una bambina, serissima e stimatissima sul lavoro, si assenta per un anno per curarsi. Ringraziamo la sua forza, la solidarietà, la lealtà e l'unione della sua famiglia, oltre i medici che l'hanno seguita: torna con la stessa serietà ed efficienza di prima.

    43 anni. Telefono alla compagna di scuola che in quarta liceo mi aveva chiesto di accompagnarla a vedere "Amore senza fine" di Zeffirelli. La sento strana. 
    "Mica avrà litigato col marito?", penso.
    Poi alla fine me lo dice: "Linda, lo sai che mi è successo? Mi hanno diagnosticato un tumore al colon. Mi hanno operato. Vieni a trovarmi?"

    44 anni. Un collega di Roma, 48 anni, esce dall'ufficio del suo capo che gli ha proposto di licenziarsi in cambio di una certa cifra, apre la finestra e si butta. Era al settimo piano.

    45 anni. Una mia coetanea, nuora di una vicina di mia suocera, due figli, diciotto e sedici anni, muore per metastasi al cervello in seguito ad un tumore al seno. Due mesi prima i medici avevano detto che ora era tutto a posto e la sua era solo depressione.

    46 anni. Muoiono due compagne di scuola di mio marito, due figlie l'una, una figlia l'altra, dopo due o tre anni di interventi e cure.

    47 anni. L'amico che a vent'anni mi aveva portato un'iconcina in legno da Assisi, si abbatte sulla sua scrivania in ufficio.

    ...

    2015 e oltre. 
    La moglie del collega, due bambini, catechista, muore, a 40 anni, dopo cinque anni dalla diagnosi di leucemia.

    Il collega, più giovane di me di tre anni, ci lascia a sei anni dalla diagnosi di tumore alle ossa. Una figlia adolescente. Non ci ha mai fatto mancare il suo sorriso e la sua giovialità.

  • 21 febbraio alle ore 17:12
    TRISTEZZE AMOROSE

    Come comincia: Ainsi toujour poussè… Lamartine descrive la relazione di due amanti, ambedue coniugati, che si incontrano una volta l’anno sul lago di Lemano per  rivivere le reciproche  vicende amorose. Non  si può parlare di amore ma di una  relazione puramente letteraria delle loro vicende.  Il sentimento d’amore è qualcosa di molto più profondo che molti hanno cercato di descrivere ma pochi ci sono riusciti. Anche Alberto  aveva iniziato varie volte ma, spesso ne è venuto fuori che il sentimento che provava per le amanti andava in crisi per lo loro reciproche vicende  coniugali. Non si sa se l’amore sia più forte allorché si interpongano difficoltà negli incontri, in ogni caso quel sentimento che ognuno porta dentro di sé può essere meraviglioso ma anche estremamente triste. Ed allora si sbizzarrisce la fantasia: incontri fra la gente che diventa quasi invisibile intorno agli interessati e si sente solo il loro vociare delle persone, stare in un bosco di primavera e gli uccellini nei nidi che emettono i loro cinguettii, in barca in mezzo al mare cullati dal movimento delle onde, in montagna  a spaziare con lo sguardo in un panorama infinito. Tutti questi posti sono un contorno a quello che ognuno prova dentro di sé, purtroppo l’amore può portare ad infinita tristezza; pochi sono i fortunati che non incontrano ostacoli, è piacevole sentire due vecchietti che dichiarano che il loro affetto profondo che resiste sin da quando si sono incontrati. In questo scritto c’è molta tristezza, purtroppo è quello che la maggior parte delle persone prova!

  • 21 febbraio alle ore 17:02
    TRIÁNTA EMERON

    Come comincia: Il mese di luglio faceva sentire tutto il suo potenziale in fatto di caldo. Un famoso detto marchigiano recitava: ‘Se voi patì le pene dell’inferno vai a Jesi d’estate e a Cingoli d’inverno’. Era luglio ed Alberto si trovava a Jesi, per evitare ‘le pene dell’estate’ di notte aveva accesso al minimo il condizionatore e si era ‘rifugiato’ sotto il lenzuolo per evitare problemi respiratori. Non aveva alcuna voglia di spostarsi da quella posizione ma sentendo la campana di una chiesa che comunicava che erano le nove si decise,  un balzo, via dal letto e poi sotto la doccia. Il buon Albertone non era di buon umore, trentenne, scapolo, proprietario terriero di recente era stato abbandonato dall’ultima conquista, Ada piccola nel nome ed anche nella statura ma grande a letto. La sua posizione preferita? Lo ‘smorcia candela’. Il detto è copiato da un aggeggio che si usa in chiesa per spegnere le candele, tradotto la ragazza si posizionava sopra l’amante e si moveva in verticale, in orizzontale in circolare finché raggiungeva insieme ad Alberto orgasmi multipli: una professionista della ‘goderecciata’. La tecnologia era stata usata dalla baby per comunicare ad Alberto il suo ‘ritiro dalla scena’, insomma lo aveva lasciato scrivendo sul telefonino un laconico ‘Ciao’. Alberto rimpiangeva le sue prestazioni ma, guardandosi in giro capì che era facile rimpiazzarla. In pantaloncini corti, infradito e canottiera uscì di casa per andare da Giorgio l’amico giornalaio. “Alberto non mi dire che fa caldo!” “Caro Giorgio, da finanziere sopra Domodossola ho provato d’inverno i dieci gradi sotto zero, giurai a me stesso che non  mi sarei mai lamentato del caldo, dammi la Gazzetta dell’Adriatico e buona sauna!” La sua villa in viale dei Colli era un  Paradiso, circondata di verde  e di alberi di alto fusto con al centro una vasca con pesci tropicali ed una fontana con ‘l’enfant qui pisse’. Era  stata ereditata da Alberto dai genitori di recente deceduti,  tra poco sarebbe giunta Mariola, la donna di servizio, Dario ormai sessantenne, era la suo posto di giardiniere. Sbracato sul divano del salotto Alberto prese a sfogliare svogliatamente il giornale: solite notizie spiacevoli di morti, guerre, uffa già le apprendeva in televisione. Gli annunci economici erano più attraenti soprattutto quelli di donnine disponibili. Stavolta però c’era qualcosa di differente: ‘Villaggio per naturisti ‘Cap Mervelleux’ in Francia, se interessati richiedere dépliant.’ Alberto ricavò dal computer il dépliant che prescriveva: ‘Soggiorno tutto compreso da €.2.000 al giorno per trenta giorni, €.60.000 anticipati rimborsabili in caso di soggiorno interrotto o di decisione del capo villaggio.’ Alberto voleva provare qualcosa di differente rispetto alle affollate spiagge di Falconara o di Palombina,  aderì alla richiesta inviando €.60.000 all’Iban indicato. La fedele Jaguar X type lo condusse in due tappe al villaggio francese. Al suo arrivo fu accolto calorosamente dal capo villaggio monsieur Laurent che in italiano (ma parlava anche francese, tedesco, inglese e spagnolo) disse ad Alberto che, al loro arrivo ad ognuno sarebbe stato consegnato un depliant con le regole del villaggio e successivamente,  sistemati tutti  nelle relative stanze secondo i propri desiderata, alle venti ci sarebbe stata una riunione nel salone con gli ospiti senza vestiti, gli unici che dovevano indossarli erano gli impiegati del villaggio. Ad Alberto,essendo single,  era stata assegnata una camera con due letti e bagno, alcuni potevano usufruire di un letto matrimoniale se già in coppia, in futuro qualora si fossero formate nuove coppie si potevano mutare la sistemazione, per ogni spiegazione occorreva rivolgersi sempre al capo villaggio che volle precisare che era un solo un consigliere e non un ‘despota’. I vecchi clienti non ebbero problemi nel mostrarsi senza veli non altrettanto i nuovi, soprattutto le signore che all’inizio camminavano con la mano sul pube suscitando l’ilarità dei naturisti puri. Laurent: “Signori il pranzo è alla carte, ognuno può scegliere il cibo preferito come pure il vino che, non me ne vogliate, ma vi consiglio di consumare con moderazione.” Un applauso e poi i camerieri cominciarono a girare fra i tavoli per raccogliere le ordinazioni. In tutto gli ospiti erano ventuno, quel numero fece pensare ad Alberto che qualcuno fosse ‘scompagnato’, che fosse proprio lui? Fu l’ultimo ad arrivare ad un  tavolo  dove era stato aggregato  con tre coppie francesi che si presentarono: Daniel con Andrèa, Louis con Sylvie, Lucas con Angèle. “Je suis  Alberto,  je connnais quelques mots de français ma je préfère ma langue,  l’italien.” Rispose Daniel: “Sono anni che veniamo in questo villaggio, siamo diventati un pò tutti poliglotti, va bene l’italiano.” Il cibo era raffinato: caviale con champagne freddo al punto giusto, ostriche ed altri frutti di mare come patelle, telline e aragoste, evidentemente lo chef pensava di dovere dare un ‘aiutino’ ai maschietti di difficoltà sessuali. A proposito di sesso era rigorosamente farlo in pubblico. Alberto notò subito la beltade di Andréa: grandi occhi verdi, bocca carnosa, seni non molto grandi come di suo gusto,  capelli castani con meches ramate a chignon poi sparsi sulle spalle. Il suo interessamento fu notato dagli altri commensali che presero a ridere, Alberto si scusò pensando di essere stato troppo invadente ma fu lo stesso Andréa che alzandosi in piedi: “Mon ami che ne dici di questo coso?” Andréa era un travestito, transessuale o shemale che dir si voglia. Sconcerto di Alberto che : “Sono di mentalità ampia, anche i trans sono persone piacevoli.” “Si ma tu ci verresti con me?” “ In quel posto sono ancora vergine e ci voglio restare!” ” Risate da parte dei commensali che, finita la cena presero a ballare dopo che le luci erano diventate soffuse. Alberto preferì lasciare i compagni di cena, guardando le coppie notò due ragazze dai capelli cortissimi che ballavano fra di loro. Ambedue brune avevano la pelle bianchissima, strano che non avessero preso il sole, si era in estate. Quando si sedettero Alberto, incuriosito, si avvicinò e: “Si je suis de plaisir  j’amairais danser avec l’une de vous.” “Spiacente signore noi siamo italiane, al massimo conosciamo il latino.” “L’ho studiato al classico ma è meglio la nostra lingua, io sono Alberto.” “Noi…Rossana e Sabina.” Alberto rimase un attimo interdetto, perché quella pausa nel dire il proprio nome ma poi si mandò a quel paese da solo. Poi: “Sinceramente devo confessare che il ballo per me è solo una scusa, da un insegnante di ballo sono stato paragonato ad un orso quindi voglio evitarvi qualche pestata di piedi e se mi permettete mi seggo al vostro tavolo.” Un assenso col capo da parte delle due. “Su un giornale alle note di psicologia ho letto dei consigli por rompere il ghiaccio ma penso che la cosa migliore sia quella di essere sinceri: ho trenta anni, nessun legame fisso, le mie incombenze consistono solo nel controllare il lavoro effettuato dai contadini sui miei terreni…a proposito scusate un attimo.” Al telefonino chiamò il suo fattore: “Franco sono in Francia pensa tu a tutto.” “Come al solito, com’è la fauna locale?” “È internazionale, buon lavoro.” “Il suo amico le ha domandato che ragazze ci sono in giro, vero?” Chi aveva parlato era Rossana. “Congratulazioni per la sua perspicacia, era il mio alter ego negli affari ma pensiamo a noi, che ne direste, sempre che ve la sentiate, qualcosa di voi?” La prossima volta, preferiamo conoscere le sue avventure che pensiamo…” “Non esageriamo non sono un tombeur des femmes; conseguita la licenza classica mi sono arruolato nella Guardia di Finanza che, per premio, mi ha trasferito in alta montagna sopra Domodossola. Passati e tre anni di ferma, che mi era servita per evitare la leva militare, mi sono congedato e, dopo la morte dei miei genitori son diventato ricco e fannullone, ho trenta anni di età” Sabina: “Un apprezzamento per la sua sincerità, la nostra storia è complicata, come detto da Rossana ne parleremo un’altra volta, anche se il ballo non è il suo forte proviamoci, mi servirà per abbracciarlo cosa che sinceramente gradirei.” “Vorrei darti del tu per dirti sinceramente che la tua pelle ha un profumo particolarmente piacevole, un po’ fuori dell’ordinario, in parole povere un profumo di donna come dal celebre omonimo film.” “Non ho visto il film ma ti ringrazio per il complimento.” Nel frattempo ‘ciccio’ profumo o non profumo aveva alzato la testa, Sabina se ne era accorta e prese a ridere. “Se ti dico che sei il primo uomo che…”  “Credo alla tua sincerità anche se la cosa mi sembra fuori del comune, ‘ col tuo permesso ‘ciccio’ lo sollazzeremo un’altra volta.” “Un ballo anche con Rossana che senza parlare gli fece gli occhi dolci, le due demoiselles erano da coltivare.” Alle due di notte: “Ragazze ho percorso millecinquecento chilometri con la mia Jaguar, col vostro permesso mi ritiro.” “Ho capito, ci hai fatto conoscere che hai una macchina di lusso, congratulazioni, noi non abbiano la patente ma…” “Ben lieto di farvi i prossimi giorni l’istruttore di guida, bonne nuite.” Alberto amava risolvere i misteri ma questo era di difficile soluzione: due ragazze capelli quasi rasati a zero, pelle bianchissima che non ha mai visto il sole, dove erano vissute sino ad ora e soprattutto perché avevano scelto il campo dei nudisti, non sembravano tanto ‘evolute’ in fatto di sesso. Finito di porsi domande senza risposte Alberto sprofondò in un sonno profondo sino alle undici di mattina, aveva saltato la prima colazione e lo stomaco aveva dei borborigmi. Un panino col prosciutto crudo italiano e poi alla ricerca delle due che non erano in  giro in quanto le stesse avevano voluto immergersi in acqua non profonda in quanto digiune di nuoto. Fecero una gran festa ad Alberto che le seguì e si ‘beccò’ addosso una gran quantità di acqua, si rifece alla grande abbracciandole prima singolarmente e poi in coppia, intorno a loro ognuno si ‘faceva i fatti suoi’ ma chi si non faceva i fatti suoi era ‘ciccio’ che stavolta non  voleva sentire scuse ed uscì dal costume prontamente rimesso a cuccia. “Non abbiamo mai visto un membro maschile e quindi capisci la nostra perplessità, dopo pranzato potremo ‘confessarci’ ma non in senso religioso, abbiamo capito che sei un tipo affidabile ed…anche piacente.” Alberto mangiò poco spinto da ‘ciccio’ invece affamatissimo, situazione ben compresa dalle due signorine che si facevano matte risate. ‘Ciccio’ pensò di punirle per la loro presa in giro ma come? Rossana: “Alberto nella mattinata i vicini della tua camera se ne sono andati e noi abbiamo ottenuto di occuparla, c’è un letto matrimoniale.” “Mie care amo le due piazze in questo caso tre… vado a farmi una doccia ed al ritorno…” Al ritorno Rossana e Sabina erano sdraiate di schiena sulle sponde del letto, al centro lo spazio per Alberto che, occupatolo non sapeva come comportarsi. Per non saper né leggere né scrivere come si diceva una volta, prese a massaggiare loro la schiena sino ai piedi sin quando alle ragazze aumentò la pressione erotica, giratesi, presero a baciare Alberto piacevolmente schiavizzato ma quando giunsero allo ‘zozzone’. Alberto le avvisò della sua abitudine brutta o buona a seconda dei punti di vista  di ‘spargere’ il suo seme. La prima ad essere ‘attenzionata’ fu Rossana che dopo chiuse la bocca non sapendo che fare, Alberto le porse un asciugamano, giorno dopo stessa situazione per Sabina.  Dopo il post ludio Alberto: “Ritengo che sia il momento opportuno di svelare la vostra storia che credo un po’ particolare.” “Rossana: le nostre famiglie abitano a Cupramontana in quel di Ancona. I nostri genitori, soprattutto le mamme sono molto religiosi ed hanno cercato sin da piccole di inculcarci le loro idee. I bambini sono come la carta assorbente e noi ci siamo convinte di essere sulla strada giusta, tanto convinte da farci condizionare da un predicatore di passaggio che la vita monacale era il massimo per una donna. Abbiamo preso i voti con gran festa di tutti i parenti ed amici ed abbiamo iniziato a far parte delle suore di un monastero di clausura. Ben presto però ci siamo accorte che, con la scusa delle preghiere venivano schiavizzate.  Ad ognuna di noi veniva assegnata una stanza spoglia per dormire sino alle quattro del mattino quando dovevamo andare in chiesa a cantare il mattutino poi lavori manuali più impegnativi per noi in quanto eravamo novizie, la superiora aveva il vizietto di amare oltre che Dio anche le femminucce, il confessore, anziano ma maligno voleva sapere tutto sulla nostra vita intima, per non parlare del cibo piuttosto scarso soprattutto nei giorni di digiuno. A mezzo del vecchio giardiniere, unico maschio che poteva entrare in convento, facemmo pervenire alle nostre madri due lettere affermando che la vita monacale non era in sintonia con la nostra natura e che avevamo scoperto di non  aver alcuna vocazione. Grande disperazione delle nostre madri che, anche dietro suggerimento del loro confessore decisero il nostro ritorno in famiglia. Da immaginare  il disagio che regnava in casa ed allora abbiamo deciso di allontanarci per un po’ di tempo, abbiamo un buon gruzzolo ereditato dalle nostre nonne e così, dopo aver letto gli annunzi economici abbiamo deciso di adottare uno stile di vita lontanissimo dai principi che ci avevano inculcati ed eccoci qua. Un particolare: in convento di notte avevamo paura del buio e ci rifugiavano a turno nella stanzetta l’una dell’altra e, a letto  capitava di baciarci e talvolta anche…” “Io non solo vi assolvo dai vostri peccatacci ma vi invito a farne di maggiori e più…consistenti!” Alberto, da buon astrologicamente vergine  pensò bene di prendere precauzioni e prima di…”Signor Laurent vorrei chiederle un favore.” “Sono a sua disposizione.” “Mi occorrono trenta condom.” Il capo villaggio non fece una grinza, alzò solo un sopracciglio dell’occhio sinistro e il giorno seguente si presentò ad Alberto con un pacchetto con l’intestazione di una farmacia. “Ecco a lei, lo consideri un mio regalo personale e…auguri!” Rossana e Sabina ne avevano sentito parlare ma non li avevano mai visti, se li rigiravano nelle mani.” “Sei sicuro che funzionano, non siamo ancora pronte a …” “Permettetemi di essere volgare, voi pensate solo ad allargare le cosce, al resto…” Rossana  volle essere la prima. Alberto aveva messo un CD particolarmente romantico, mise in atto tutta l’esperienza erotica cominciando dal cunnilingus e dolcemente all’immissio penis; la prossima signora strinse i pugni, un dolore sopportabile ed in fondo anche del piacere che la lasciò senza forze, Sabina volle essere presente anche per conoscere quello che la aspettava. Il giorno dopo fu la sua volta, in seguito alle due ragazze sembrava di vivere in un altro mondo, si sentivano vere donne, più consapevoli, più…I rimanenti giorni passarono molto veloci, alla loro partenza in Jaguar furono salutati dal capo villaggio sorridente che aveva compreso la situazione. La prima notte furono tutti a casa di Alberto con curiosità da parte dei vicini. II giorno seguente Rossana e Sabina telefonarono alle genitrici dicendo di essere a Jesi ospiti di un amico. Le due signore si consultarono con gli occhi e: “Care ragazze che ne direste di rientrare al natio borgo selvaggio, vi aspettano  due mamme ansiose di rivedervi, ci mancate da morire.” Il giorno seguente la Jaguar condotta da Alberto entrò nel cortile della abitazione delle mamme in trepidazione. Grandi baci e abbracci e poi Rossana: “Mamma questo è Alberto, l’abbiamo conosciuto in Francia e ci ha dato un passaggio sino a casa sua, che ne dici di pranzare insieme  poi Alberto tornerà a Jesi dove abita.” Le due signore andarono in un’altra stanza e confabularono a lungo poi inaspettatamente: “Care Rossana e Sabina siamo anziane ma non ancora rimbecillite, che ne dite se dopo mangiato andiamo tutti e cinque ospite del vostro, sottolineiamo vostro Alberto, sempre che ci si possa entrare tutti in auto.” Le due signore avevano dimostrato sia una notevole perspicacia e, per amore materno nei confronti delle figlie anche una mentalità molto aperta che meravigliò sia Rossana che Sabina che abbracciarono le loro madri, un bel quadretto familiare anticonformista. Dopo circa un anno di poliginia da parte di Alberto, in una clinica di Ancona nacquero due bellissime bambine alle quali furono imposti i nomi delle due nonne: Sara ed Anna, nomi che avevano qualcosa di biblico, la religione era stata in parte salvata! Il significato della statua sita sulla fontana del giardino di Alberto, ’l’enfant qui pisse’ è una favola belga che racconta di un bambino che salvò Bruxelles facendola pipì sulla miccia di una bomba, talvolta anche una pisciata…
     

  • 21 febbraio alle ore 12:26
    Da "Memoria in forma di fiore".

    Come comincia: Il postino ha suonato due volte. Duettando con Carmine, una mattina..

    Creatività in cucina
    Una mattina ti svegli di buonumore, vai in cucina, dai uno sguardo all'orologio e alla caffettiera: è l’ora di un buon caffè a due. Il tuo amore dorme ancora, ma sicuramente le sue narici non rimarranno insensibili all’odore che emana quell’ultimo pacchetto di caffè appena aperto perché consigliato da un amico amante della “droga” più diffusa al mondo. I gesti sono soliti, collaudati e rituali. Dalla canna caffettaria sta venendo fuori il prezioso “liquido” e già prepari due tazze moderatamente zuccherate. Eccolo, è pronto. Ne versi una tazza e ti dirigi velocemente verso la camera da letto con ancora nelle orecchie il “perentorio” desiderio:” A me piace profumato, dolce e bollente”.”Buongiorno, amore, ecco il nostro caffè”. “Grazie, ne ho sentito l’odore e……... grazie, grazie, che bbbbuono !! “. Torni in cucina e ti prepari a passare le carote, lo zenzero e le arance all’estrattore per preparare una salutare bevanda della mattina, raccomandata da nutrizionisti, opinionisti e da tuttologi. Un altro rituale si consuma e la giornata inizia all’insegna di una dolce bevanda di sapore arancione per due. Finiti i riti della preparazione, iniziano quelli del riordino e della sistemazione della cucina. Caffettiera, tazze ed estrattore richiedono una pulizia degna dei migliori marchingegni della NASA e quindi si passa a svuotare la lavastoviglie, che è condannata per sempre al turno notturno, ma la mattina, mutamente perentoria, chiede di essere svuotata. L’operazione non è banale perché richiede “tempi e metodi” degni della Silicon Valley e – cosa gradevolissima – agevola la creatività e la progettualità. Mentre estrai le forchette dall’apposito cestello, hai l’impressione di cercare dei documenti in un archivio; estraendone i coltelli, pensi a come utilizzate quei documenti che hai appena inforchettato e passi ai cucchiai, che ti fanno pensare a come puoi organizzare una mostra dei documenti d’archivio, che hai appena deposto nel cestello esterno, d’acciaio, posto nelle vicinanze del lavello e a portata di mano di chi sarà ai fornelli per preparare colazione, pranzo e cena. Tirare fuori i piatti dalla lavastoviglie ti fa pensare alla successione dei documenti da esporre ordinatamente e per tema alla mostra di documenti. I bicchieri ti fanno pensare al brindisi di inaugurazione e anche a quello di chiusura. Mentre ti appresti a chiudere la lavastoviglie, pensi che un archivio è proprio uguale a questo prezioso elettrodomestico: entrambi ci aiutano a curare e a tenere “puliti” gli arnesi che ci servono per cibare l’anima e il corpo. Chiudi la lavastoviglie e ti chiedi a cosa ti somiglierà domani questo brillantante aggeggio, complice di creatività progettuale.
    Carmine 

    Ho passato la vita a correre “a scapicollo”in cucina prima di ogni altro perché il caffè, questa fantastica droga che ti mette in marcia, era un rito al quale non avrei rinunciato per nessun motivo al mondo, febbre compresa. In estate, per guardare gli zampilli che irroravano erba e fiori in giardino… in primavera, per gioire delle cinciallegre che, all'aprirsi delle persiane, spiccavano , all'unisono, voli che dal cedro del libano le facevano vibrare verso un cielo chiaro …. in autunno, per cogliere il volo dell'ultima rondine al mattino …. in inverno, per godere la vista di una neve accumulatasi di notte sotto una luna fredda, che si lasciava scivolare, ora, da un ramo carico che di più non si poteva piegare. Sempre io, sempre con la mia tazzina, ogni giorno diversa, a gustare il mio caffè dietro il vetro ampio di una cucina con vista! Sempre io, con il mio stupore di bambina. Con i miei pensieri assorti. Sempre io, che porgevo l'altra tazza! 
    E allora, buona creatività a chi la cerca. A tutti, un buon risveglio al caffè dolce!
    Cesira

     

  • Come comincia: Il quadernetto.

    La vidi arrivare con un quadernetto dalla copertina nera e dai bordi rossi. Lentamente, sollevò i cerchi della stufa. Lingue di fuoco si affacciarono ad illuminare la piccola cucina. D'un guizzo, gettò il quadernetto ad alimentarle. Lo guardò sfiammare, accartocciarsi, diventare cenere rossa. Vidi spegnersi la cenere rossa nei suoi occhi e li guardai quell'attimo prima che non tornassero a tingersi di celeste. Poi, lentamente, rimise i cerchi, uno dentro l'altro, a chiusura del suo segreto.

    Perché? Le dissi piano.

    Perché tu, in seguito, capisca da sola. Non si trasmettono ferite che possano mutarsi in rancori.

    Cesira Sinibaldi, da: Memorie in forma di fiori.

     

  • 19 febbraio alle ore 17:22
    UN CONDOMINIO DI AMOROSI SENSI

    Come comincia: ‘A ciascuno il suo destino’ film del 1946 ma anche frase che poteva fotografare la situazione di un condominio di Roma in via Giolitti, situazione molto particolare in quanto a sesso. Vengono riportati solo i nomi senza cognomi degli interessati in quanto  si tratta di una storia vera e le persone citate potrebbero non gradire una pubblicità non voluta. Alessio e Mia ambedue quarantenni coniugati da dieci anni, erano una coppia felice, senza figli per volere di entrambi, insegnavano ambedue in un liceo cittadino, lui di lettere lei di lingue. Mia da tempo dava lezioni private a Tommaso figlio diciassettenne di Amos  e di Elettra che Mia aveva visto crescere ed a cui dava ripetizioni. La signora non si era accorta che il ragazzo stava diventando un adulto con relative conseguenze sessuali. Un pomeriggio il ragazzo si presentò a Mia bianco in viso e quasi tremante: “Zia Mia ti devo confessare un mio pensiero  ma non ho il coraggio di farlo, non mi sento in forma, da giorni…” “Tommaso puoi confessarti con me come se fossi un prete e, anche se non sono religiosa ti darò l’assoluzione!” “Sono innamorato di te, non sorridere, ora ti considero una donna, io son cresciuto sessualmente e, pensandoti, faccio il…falegname.!” “Se ti spiegassi meglio…” “Pensando a te mi faccio tante seghe!” “Non vorrai che te le faccia io!” celiò Mia che nel contempo cercava di trovare una soluzione a quanto appreso dal ragazzo. “Sai che ho molta fantasia per far partecipare anche tuo marito Alessio ho pensato ad uno swapping tra di noi, io desidero ardentemente avere rapporti con te, tuo marito potrebbe andare con mia madre.” A Mia venne da ridere ma, dinanzi alla faccia seria di Tom cercò di vagliare il progetto fantasioso del ragazzo. “Ammesso che io sia d’accordo non penso che lo sia tua madre, lo sai quanto è  riservata, Alessio sarebbe d’accordo, lo conosco bene!” “Mia madre è una romantica e poi mi risulta che non abbia buoni rapporti sessuali con mio padre, origliando dietro la porta della loro camera da letto una sera ho sentito mia madre dire: “Sei un egoista il solito ‘vado l’ammazzo e torno’ ed io resto a bocca asciutta, va al diavolo!” Mio padre è molto religioso, la mattina prima di recarsi al suo lavoro alle poste dove è impiegato, passa sempre in chiesa e per lui il rapporto sessuale ha come sola finalità il procreare; ho scoperto una scatola di pillole anticoncezionali che  assume mia madre che evidentemente non vuole darmi un fratello o una sorella ma se tuo marito si dimostrasse romantico con lei penso che ci riuscirebbe a...conquistarla.” Messo al corrente Alessio fece salti di gioia, Elettra non era niente male come donna, sua moglie le aprì la strada telefonando ad Elettra una mattina di domenica quando suo marito era in chiesa battersi il petto: “Mia cara scusa se ti disturbo, ti chiedo un favore: Alessio mi parla spesso di te, noi siamo una coppia aperta e vorrei che lo sentissi.” Dopo qualche secondo di silenzio:  “ Fallo venire ora a casa mia, mio marito starà in chiesa sino a mezzogiorno.”  Seduti sul divano: “Anche se non sei truccata sei una donna molto piacevole. Come ti ha riferito  Mia noi siamo una coppia aperta e siamo sempre sinceri l’un l’altro, vedendoti passare ogni giorno di più mi sei entrata nel cuore, vorrei…” “Immagino quello che vorresti ma io sono una donna romantica, il sesso viene dopo …” “A parole non mi esprimo bene, ti comunicherò i miei sentimenti tramite mail, ti prego di credere alla mia sincerità.” Riferito il colloquio alla consorte Alessio, da buon letterato, dimostrò  nello scrivere la sua ‘valentia’. “Cara  Elettra, quando ti guardo mi rispecchio nei tuoi occhi che mi fanno provare un sentimento intenso: il desiderio di poter stare sempre insieme. Provo dolcezza mista a tenerezza che mi fa soffrire pensando che non sarà possibile estraniarci da tutti e vivere la nostra vita in comune. Sogno di stare con te in riva al mare, d’inverno, dinanzi a noi la burrasca, il vento che ti scompiglia i capelli e tu abbracciata alla mia vita, l’effluvio della tua pelle mi stordisce, chiudo gli occhi assaporando con la fantasia quello che purtroppo non potremo avere mai. Finalmente sorridi, anch’io riesco a sorridere, sembriamo due giovani alla prima esperienza amorosa. D’impulso ti metti a correre, sei più veloce di me, mi aspetti, mi abbracci piangendo, il tuo pianto mi distrugge l’anima, ancora una volta provo del trasporto nel cuore, non oso pensare a quel sentimento…si proprio quello, l’amore che dal cervello arriva alle viscere facendomi provare un dolore acuto, te ne accorgi e mi baci a lungo riesci a darmi un po’ di serenità.”Alessio, dopo aver inviato la mail, la fece leggere a Mia che si fece delle sonore risate. “Che hai da ridere, sono o non sono un professore di lettere?” Lo scritto provocò in Elettra uno sconvolgimento nel cervello, mai nessuna l’aveva corteggiata letteralmente in modo così piacevole, invitò Alessio in casa sua durante l’assenza di Amos e di  Tommaso, si presentò truccata e coperta solo di una vestaglia quasi trasparente, durante il rapporto sessuale grazie alla bravura di Alessio provò delle sensazioni mai provate in vita sua, si ripropose di invitare ancora Alessio. Venuto a conoscenza dei fatti, Tommaso chiese ed ottenne dalla ‘zia’ quel qualcosa che aveva desiderato da tempo, Mia capì che la relazione col ragazzo, non più ragazzo, si sarebbe prolungata nel tempo come pure quella di suo marito. Altra crisi di coppia fra Leonardo trentenne per lavoro imbarcato per mesi su una nave mercantile e la consorte Bianca di pari età del marito, donna piuttosto robusta, capelli corti, palestrata che non si lamentava tanto della lontananza del marito quanto… perché non era ancora riuscita a conquistare la sua vicina di casa Marina. Una sera d’estate allorché il marito di Marina Ennio, farmacista, era di turno di notte invitò Bianca a casa sua facendole trovare dei cannoli molto graditi dalla siciliana Bianca  e del caffè sport Borghetti anch’esso molto apprezzato. Il caffè sport conteneva anche dell’alcol che fece effetto alle due signore che sul divano si ritrovarono abbracciate sino al bacio e toccata (senza fuga) sui rispettivi seni. Passate sul lettone furono interessati anche i relativi fiorellini con goderecciata finale. Marina cercò di spiegare il perché del suo comportamento: “Per Ennio non  è questione di età, ha cinquant’anni ma è borzo, la pancia gli sciaborda, è costretto a farsi fare vestiti su misura, ha anche difficoltà a trovare le cinture ed usa le bretelle, uno sfascio totale. Una volta è venuto a casa con la novità di assumere la famosa pillola blu per avere un’erezione, ma quale erezione è caduto a terra tutto sudato e mezzo svenuto, ho dovuto chiamare il medico di famiglia, averlo vicino mi nausea ma sono casalinga, lui è ricco e divorziando dovrei rinunziare a tante cose compreso la frequenza del circolo dei nobili cui lui appartiene perché i suoi nonni erano baroni. Non avrei mai pensato di fare un’esperienza come la nostra ma in fondo ci vogliamo bene ed è quello che conta, qualche volta verrò a trovarti a casa tua.” Non potevano mancare nel condominio gli omo, io non ho nulla contro di loro anzi li considero degli sfortunati sia perché non amano i ‘fiorellini’ ma soprattutto per l’ostracismo che la maggior parte delle persone da loro. Alcuni sono finiti in ospedale picchiati dai sessuofobi, m’è venuto di pensare che in tale categoria ci sia qualche omosessuale che non  accetta la sua diversità. Al primo piano abitavano Riccardo e Nino il primo fisico massiccio altezza un metro ed ottanta centimetri, barba e baffi dava l’idea di grande mascolinità cosa che evidentemente aveva affascinato il compagno Nino biondo, occhi azzurri,  fisico minuto;  conducevano un grande negozio di scarpe da uomo e da donna in via primo settembre; non avendo problemi finanziari da parte di lei (Nino) avevano acquistato due appartamenti che avevano unito ristrutturandoli completamente con mobili moderni, una sciccheria. Nino dal dolce animo femminile voleva fare amicizia con  gli inquilini del palazzo, pensò che ci sarebbe riuscito organizzando una festa danzante; mise nella buca delle lettere un invito a tutti i coinquilini, giorno previsto domenica alle ore quindici. Ad eccezione di Ennio e di Leonardo pian piano si presentarono tutti: Alessio, Mia, Amos, Elettra, Tommaso, Bianca e Marina. Grandi complimenti da parte degli ospiti: Elettra: “Ben contenti di avevi conosciuto, oggi andiamo tutti di fretta e si sono perse la amicizie di una volta” e poi: “Dopo aver assaggiato tutto ben di Dio dovrò mettermi a dieta ferrea, per fortuna non ci saranno altre feste vicine altrimenti diventerei come…” stava per dire Ennio ma si cucì la bocca. Pian piano si formarono delle coppie eterogenee, il più ricercato soprattutto dalle signore fu inaspettatamente Nino il quale, per ripicca, fece le boccacce al convivente Riccardo che invece ballava solo con le signore, forse era bisessuale? Mia si ‘strofinava’ abbastanza con Tommaso ben ricambiato da Alessio con Elettra, Amos con Bianca e Marina. La musica rock ad alto livello incuriosì gli abitanti del palazzo di fronte ma la loro curiosità rimase tale perché erano state tirate le tende. Novità inaspettata: Nino chiese ad Elettra di poterla rincontrare da soli a casa sua. La signora che ovviamente non si aspettava tale richiesta da un omo, consultò il marito Amos che, dopo qualche minuto di perplessità diede, ridendo, il nulla osta alla richiesta della moglie, in fondo una paio o più di scarpe potevano far piacere alla signora. Il pomeriggio dell’incontro Riccardo era sparito da casa sua, Nino indossava un abbigliamento da donna, risultava molto bello o bella alla vista con vestito stile Belle Èpoque con calze e tacchi alti. Prima ballò da solo poi abbracciata Elettra prese a baciarla sul collo ed in bocca, volle toccarle e tette ed il fiorellino e poi: “Io non sono abituata ad andare con le donne, ma lei mi ha incuriosita,  ho provato uno slancio particolare per me sconosciuto sicuramente dovuto al suo profumo non quello di Armani che indossa ma il suo personale che è per me inebriante. Quando vorrà mi telefoni, sarà per me un piacere rincontrarla di nuovo e poi le dico che ho un amico che è il rappresentante in Italia delle auto Mini, qualora avesse bisogno...Se me lo consente mi spoglio nuda vorrei che lei usasse un vibratore nel mio sedere, è l’unico modo in cui riesco a godere ed anche se a lei non fa effetto prendere in bocca il mio uccellino e assaporare …” Un po’ sconvolta dalle sensazioni provate Elettra tornò a casa ed al marito curioso di farsi raccontare la sua avventura disse solo: “Presto sarà padrona di una Mini che sarà solo mia, me la sono proprio guadagnata!”
     

  • 19 febbraio alle ore 11:50
    Diaspora, melanconia e speranza.

    Come comincia: Lo confesso io amo la mia terra, un amore quasi tragico e struggente, che solo i figli della diaspora possono provare.
    Sono andato via relativamente tardi, avevo da poco compiuto i trent'anni, con nel cuore la speranza di tornare e nel cervello la certezza che quel pensiero era sbagliato.
    Ho imparato con il tempo che il posto che ho scelto per costruire qualcosa di solido e duraturo ha sicuramente i suoi concreti meriti.
    Ho convissuto con quella malinconia che in alcuni momenti ti assorbe l'anima, nel ricordo di un'adolescenza e di una giovinezza vissuta a pieno, nonostante le molteplici manchevolezze di un territorio che passa in un breve lasso di tempo dall'essere padre a padre - padrone.
    Non ho mai odiato queste contrade , ma molte volte mi hanno fatto arrabbiare fino al punto di...
    E' per questo che registro con molta felicità timidi segni di miglioramento.
    Girando, oltre al mare stupendo di questi giorni, ho sentito  accendersi la fiamma mai sopita dell'orgoglio.
    L' orgoglio di chi ti propone il servizio della sua nuova attività, di chi pensa che un lido meglio attrezzato, un piccolo esercizio commerciale dove ti propongono detersivi alla spina, un ristorantino dai prezzi modici che propone la tradizione , un' associazione culturale che organizza serate di poesia, possano essere scintilla di rinascita e di una ritrovata comunità di intenti, che faccia uscire definitivamente questa cittadina da una devastante malattia nichilista che porta all'auto implosione.
    Che il mare cristallino di questi giorni,  divenga simbolo di una battaglia vinta da persone di buona volontà e sia bandiera di una cittadina che non merita gli stupri ripetuti di questi lunghi anni bui.
    Non sempre nella notte tutte le vacche sono nere. 

  • 19 febbraio alle ore 10:11
    Lilly B.

    Come comincia: Un’occhiata al giornale, sull’autobus che mi portava nella scuola di paese dove insegnavo, mi ripropose l’inaspettata immagine di Lilly B., che riconobbi subito. Occhi scuri profondi, sguardo dolcissimo pieno di malinconia, capelli corti ricci, piccola bocca dalle labbra ben disegnate. Era lei. Non l’avevo mai dimenticata, pur non avendo avuto più notizie, come del resto era avvenuto per la maggior parte delle candidate da me esaminate. Erano soprattutto ragazze, trattandosi di un concorso per accedere ai ruoli di insegnante elementare. Le commissioni erano sei ed io facevo parte della quinta insieme con altre due colleghe. Ogni mattina, nella fase degli esami orali, le candidate sorteggiavano un numero che corrispondeva alla commissione presso la quale avrebbero sostenuto l’ esame. Era un rito veloce, quasi una formalità, ma esse potevano avere le loro simpatie e perciò le loro facce assumevano diverse espressioni a seconda se il numero pescato rispondeva o no a quello desiderato. Ma lo sbandamento, se c’era, durava un attimo, perché una volta individuata la commissione, esse tendevano a mostrare atteggiamenti di circostanza.

    Quella mattina il sorteggio avvenne con qualche minuto di ritardo perché, al nostro arrivo, di buon mattino, il presidente ritenne di doverci dire qualcosa a porte chiuse prima di incominciare.

    Fummo così messi al corrente che una candidata che aveva già superato lo scritto con un voto medio alto e perciò probabile vincitrice, avrebbe sostenuto l’orale quel giorno e per qualunque commissione cui fosse toccato esaminarla, sarebbe stato un compito delicato e difficile. Massima attenzione dunque, chiedeva il presidente e, ove fosse possibile, senso di umanità.

    Aggiunse che la giovane usciva da un’esperienza di tossicodipendenza, che viveva con la madre, insegnante prepensionata per gli evidenti gravi motivi di famiglia, con un padre ingegnere scomparso con una ragazzina poco più grande di sua figlia.

    Il presidente disse queste ultime cose che per gli ascoltatori costituivano la parte più importante e sorprendente dell’avvertimento, come un’appendice dello stesso, quasi a farci capire che il nostro atteggiamento, la nostra responsabilità, cui ci aveva richiamato, potevano essere più importanti dei fatti per se stessi gravi.

    Ricordo di aver compreso il significato delle parole che andavano oltre la comunicazione ufficiale, tuttavia i fatti mi colsero impreparata quando, più tardi, la candidata mostrò di aver sorteggiato il numero cinque. L’avremmo esaminato noi, le due colleghe ed io, con enorme sollievo per gli altri commissari.

    Nessun segno di disapprovazione o d’assenso sul viso di Ileana B., questo il suo nome, ma si faceva chiamare Lilly.

    Quando entrò in aula non volle altre persone che stessero ad ascoltare. Fuori, in piedi, dietro la porta, una donna sui quarantacinque, alta, elegante, composta, occhi di ghiaccio, aspettava. Nessuna espressione sul viso. Forse nessuna speranza.

    L’esame iniziò assumendo subito i toni del colloquio.

    Lilly, io preferisco ricordarla con questo nome, pur non avendola mai chiamata in quella sede se non come signorina B., si mostrò preparata e ancor più motivata dagli argomenti che possedeva e padroneggiava con naturale familiarità. Si andò avanti per parecchio, non tanto per il nostro domandare, quanto per il suo stesso modo di approfondire. Fermarla era come offenderla. Nelle pause, i suoi continuavano a dire.

    L’entrare del presidente in aula pose termine al colloquio.

    Può andare, disse la mia collega con garbo, e lei uscì salutando con un rapido cenno del capo.

    La vedemmo rientrare. Aveva dimenticato una firma. Ci salutò di nuovo, apparendo sollevata. Si chiuse la porta.

    Votazione segreta, disse il presidente senza aggiungere altro e porgendo un biglietto a ciascuna. Quel voto significava l’ingresso o no di Lilly nel mondo della scuola. Tra i bambini. Quest’ultima parola ci invitava a riflettere ancora.

    Io ricordo di aver dato il mio voto cacciando dai miei pensieri l’idea di un verdetto. Conoscevo io forse le verità di tutte le altre candidate? Che cosa potevo sapere io di loro se non quello che esse stesse cercavano di far apparire? E il loro futuro? Lo avrei forse potuto prevedere se non sapevo nulla, assolutamente nulla del loro presente? E poteva questo apparire dalle due o tre colonne dell’elaborato scritto o dai venti trenta minuti del colloquio orale?

    La richiesta del biglietto da parte del presidente che aspettava da un po’ mi colse assorta in questi pensieri, ma poi scrissi d’istinto il mio voto, piegai, consegnai.

    Quando si andò a leggere non ci fu bisogno di fare la media. Il voto massimo era stato scritto per tre volte. Un lampo di sorpresa passò nello sguardo di noi tre.

    Il simpatico presidente se ne usci con una battutaccia delle sue. Era il modo con cui di solito ci manifestava la sua approvazione.

    Quando i colloqui ebbero termine per quella mattina e i quadri con i risultati conseguiti da tutti i candidati furono esposti nell’atrio, io vidi Lilly B. uscire fuori del portone e accendersi una sigaretta all’aria aperta. La donna che aveva atteso in piedi, fuori dell’aula e fino a quel momento, si avvicinò e lesse. La vidi poi correre fuori e abbracciare Lilly.

    La folla ingoiò madre e figlia. Non seppi più nulla.

     

     

    Quando quella mattina sull’autobus vidi la foto della ragazza nelle pagine dedicate alla cronaca sottotitolata “ancora morte per overdose” compresi. Forse nessuno l’aveva aiutata. Neanche noi quel giorno l’avevamo aiutata. Le avevamo dato il suo. E basta.

    Mi tornò l’immagine delle due donne che si allontanavano mescolandosi alla folla…

    Decisi di andare a trovare sua madre. Ero entrata nella vita delle due donne, in quella storia, solo per una mattinata, potevo sembrare indiscreta. Comunque andai.

    Venne ad aprirmi lei. Non era la donna che avevo già visto.

    Ma lei mi riconobbe, pur avendomi visto per poco e me ne stupii, quasi, pur avendolo auspicato.

    Mi ringraziò per allora. Per la fiducia data a Lilly.

    Sembrava non voler parlare di lei.

    Vado a cena con un’amica, stasera, passerà a prendermi tra un’ora…ma non si preoccupi. Le preparo un the? Dovrei averci dei dolci in frigo, vado a vedere…ne preparo sempre…mi piace preparare dei dolci…trovare e sperimentare nuove ricette…ultimamente mi sto dedicando alla pasticceria francese, sa quelle delizie al cucchiaio…Tornò con un piccolo piatto stracolmo di pasticcini: eccoli, vede, ce n’è sempre, non sarà un assortimento…ma…

    Dovette incrociare uno sguardo dalla parete quando smise di farsi male con quelle frasi innocue che trasudavano un dolore difficile a dirsi.

     

    Si lasciò cadere sul divano e finalmente si abbandonò al racconto. Era il solito racconto di una realtà provinciale che emergeva in tutto il suo egoismo, in tutta la sua falsità, alla quale Lilly non aveva retto.

    Alla quale lei non voleva mostrare le sue lacrime vere.

    Una realtà fatta di gente che parla di aiuto di solidarietà di beneficenza di carità e perfino di Gesù Cristo. Che vuole dare davvero queste cose, che qualche volta le dà. Purchè non si tocchi il proprio chiuso esclusivo ipocrita piccolo mondo, dove è proibito entrare.

    Disse che Lilly, ormai da tempo sana e piena di buone intenzioni, era entrata in ruolo in un paesino della provincia. Dell’iniziale buon impatto con l’ambiente della scuola, con gli alunni e con le loro famiglie. Con l’anziano direttore che mostrava stima per la giovane maestra piena di entusiasmi.

    Poi, la voce. Di chi sapeva.

    La diffidenza delle persone per un passato che non c’era più, ma che vedevano incombere sui loro figli come un male che da un momento all’altro li avrebbe presi tutti.

    Nessun rimpianto per i suoi entusiasmi. Nessun pensiero per le sue premure. Al loro posto, solo formali richieste di chiarimenti.

    Di chiarimenti disattesi. Per orgoglio. Per dignità. Per sfida. Per disprezzo.

    Lilly sola con se stessa..

    Un “pronto, ti ricordi di me? ed un incredibile “ ma certo, Lilly, dove ti eri cacciata per tutto questo tempo?”…

    Silenzio.

    “ Al solito posto?”

    “Al solito posto, alle dieci, da sola”

    Silenzio.

    Lilly riversa sulla panchina che se ne va da tutto.

     

    Non ha lacrime la donna. Io non ho parole.

    C’è un silenzio greve nella stanza.

    Sul piccolo tavolo il vassoio dei pasticcini.

    Alle pareti immagini di vita.

    Lilly B. sorride a tutti.

     

     

  • 18 febbraio alle ore 19:14
    Ti racconto san Valentino

    Come comincia: Ciao cara, passati bene i quasi tre quarti di giornata? Spero di sì, anzi sono certa che chi ha desiderato un momento bello lo ha avuto, è pur sempre san Valentino!...
    Ti racconto come me lo sono ricucito addosso il mio giorno dell'Amore, posso? ma sì, posso.
    Ho rubato mezz'ora al mio "guardiano" (il tempo) e alla chetichella mi sono portata per antiche strade silenziose, dopo aver percorso, sorda al traffico e ai semafori e alla gente con fiori in mano, le strade caotiche principali.
    Le strade antiche... in realtà è una traversa chiusa al traffico, oggi un manto soleggiato, il sole tiepido avvolgente le mie spalle a rendere più alato il mio andare, negli occhi il colore del cielo e nella mente il suono delle voci di bambini cantilenanti il mio nome, il loro coro: "Annamaria la più bella che ci sia"... e sorrido spostando il passo a ritmo della cantilena...
    Mi fermo al terzo cancello e suono al citofono, si apre, salgo i sette gradini e giro la maniglia, mi presento e chiedo di suor Chiara; "arriva" mi viene risposto, "le dia qualche minuto, cammina con le stampelle".
    Mi guardo attorno, la luce illumina di caldo la stanza attraversando le foglie di kenzia, accarezza il tavolo di ciliegio e le sedie rivestite di velluto accanto e attorno alle pareti. Respiro profumi antichi, calore sulle mani e fra i capelli, attutite voci lontane, giovani, acute, ridenti.
    "Chi mi vuole?" sento la sua voce al di là della porta, non aspetto che entri, le vado incontro. E' lei, è sempre lei, uguale. Occhi celesti accesi, il volto di luna e la bocca a quarto di luna sdraiata: sorridente. Come sempre. Non fa molta fatica a riconoscermi, le è sufficiente sentirmi parlare e guardarmi. Siamo nello stesso momento di una vita fa. In questo tempo eppure nell'allora.
    Ci abbracciamo, ricordiamo momenti e ci riabbracciamo, poi ci accomodiamo su quelle sedie rivestite di velluto, la mia mano nella sua e l'altra mia sull'altra sua, un gesto di continuum, di unione.
    La campanella è suonata, le voci argentine superano le pareti che ne attutivano la frequenza, la loro gioia prevarica sulla robustezza dei muri, suor Chiara, luna ridente annuisce guardandomi: ricordi?
    Sì ricordo, feci lì il tirocinio, feci lì il mio primo insegnamento da titolare, divenni lì la "maestra Annamaria la più bella che ci sia". Ricordiamo io e suor Chiara, ricordiamo. Siamo due stelle luminose, due giovani stelle. Per le stelle, cosa vuoi che siano quarant'anni? Ecco, oggi giorno della festa dell'Amore, mi sono regalata un pieno d'amore, fra le braccia di suor Chiara profumate di lavanda, fra le braccia di quella stanza profumata di calore, fra le braccia di quelle voci argentine profumate di Vita, a stracciare qualsiasi velo potesse sostare tra me e il cielo.
    Credimi cara, nessun dolore ci può vietare di essere felici, anche se per un momento terreno, facciamo che diventi momento senza tempo.
    Grazie per la pazienza, se mi leggerai.
    Tua

  • 18 febbraio alle ore 18:30
    Manipolatore

    Come comincia: Manipolatore.
    Non rinuncia a fare il manipolatore.
    E gliel'ho permesso.
    E ci è riuscito.
    Sono anni che aspetta (o meglio che sua moglie aspetta) di monetizzare i sacrifici dei genitori.· 
    Manipolatore. Freddo. Formale.
    Ed io gliel'ho permesso.
    Quando mi avvidi che oltre ad essere violento era anche un tipo aziendale?
    È normale, direte voi, lavora in azienda!
    Sì, ma lui era un tipo aziendale in casa! In famiglia!
    Parlava e si muoveva in casa dei suoi genitori con calcolo, attento e non rilassato, come se fosse stato in azienda invece che a casa sua.
    Manipolatore.
    Stasera ho parlato con un professionista che ha ricevuto una sua e-mail ed in questa e-mail ancora che tentava di raggirare il professionista con il suo modo contorto e non diretto credendo di fargli fare quello che voleva lui. Ed ancora cade dalle nuvole e non sa perché non voglio avere (troppo tardi) più niente a che fare con lui. 
    Stesso stampo dei suoi amici di via Vattelapesca n.0 che fanno la faccia innocente e stupefatta se qualcuno gli rinfaccia qualcosa.
    "Ma con chi crede di avere a che fare?", ha detto il professionista.
    Manipolatore.
    Come quella fatidica volta che mi fece quella telefonata chilometrica che aveva un unico obiettivo: accertarsi che lui non sarebbe stato incomodato e che io mi prendessi ... in casa.
    Ed io intui che, non dico sperava, ma aveva considerato la possibilità che .... potesse darmi un bel pugno in testa e lui si sarebbe liberato in un colpo solo di due terzi incomodi.
    Non aveva capito la natura di .... a quell'epoca.
    Manipolatore.
    E si presenta bel bello dai dottori e con garbo aziendale e sicumera dice che ... può andare a stare con lui.
    E, con arroganza, senza dire niente, telefona di nascosto ai dottori per far saltare i miei accordi con l'unica dottoressa che mi aveva ispirato fiducia, affermando che di tutto poteva occuparsi lui.
    Ed i dottori abboccano. 
    Ed io sono liquidata.
    No. La sera si presenta tutto spaventato a casa mia (dismessa la sicumera aziendale che ha esibito di fronte ai dottori) e dice: "Non è che puoi occupartene tu?" Però senza dottoressa, come dice lui. 
    Di fronte al pubblico forte e sicuro: "Posso occuparmi io di tutto".
    In privato, senza pubblico: "Non è che puoi occupartene tu?"
    Stesso stampo del suo amico del cuore di via Vattelapesca n.0.

    Linda Landi       30 novembre 2018

  • 18 febbraio alle ore 18:17
    Morire di "Chi so' io e chi si' tu"

    Come comincia: A che serve? A niente.
    È la continuazione del gioco di "Chi so' io e chi si' tu" che ha già mietuto tante vittime.
    Le più buone. Le più indifese. Le più ingenue.

    Ed allora perché continuarlo?

    Continua perché gli attori continuano.

    Cosa è accaduto il 2 gennaio 2019?

    Il 2 gennaio 2019 era 1 anno.
    E chi può o vuole intendere, intenda.

    Ma il 2 gennaio 2019 è accaduto anche un'altra cosa.

    Da mesi sentivo recriminazioni che era tutto bloccato per colpa mia e se non provvedevo tutti noi allo scadere dell'anno avremmo dovuto pagare un sacco di soldi.

    Trovandomi fortuitamente a Battipaglia ai primi di dicembre, visto che l'anno stava per scadere. telefono a ... e mi faccio accompagnare alla banca. Dovrò tornare, perché l'addetto che si occupa della pratica non c'è. Lascio il mio numero e un paio di giorni dopo mi telefonano per l'appuntamento.
    Stavolta vado con mia madre.
    L'addetto prende la pratica, dà un'occhiata veloce e mi dice che oramai è tutto chiuso, tutto perso. 
    Traduco: nessuno avrebbe dovuto pagare niente, solo che quei soldi che avevamo stabilito dare a ... non potevano essere ritirati.
    Prego l'addetto di guardare più attentamente la pratica.
    Lo fa.
    Poi esclama: "No, non è bloccato niente! C'è solo questo titolo cointestato che blocca tutto. Per sboccarlo occorre compiere una serie di procedure che comportano delle spese e ... ha giustamente ritenuto che non ne valeva la pena. Però basta una dichiarazione di rinuncia solo di questo titolo sottoscritta da tutti i coeredi, corredata dalle fotocopie dei loro documenti, e possiamo sbloccare il resto".
    Apprendo tra l'altro che su quel titolo della discordia dovevano esserci rimasti solo un'ottantina di euro.
    Chiedo se c'è un modulo da compilare.
    "No. È una semplice dichiarazione che dovete compilate voi."
    Qualche giorno dopo l'addetto mi telefona e mi indica in quali termini doveva essere compilata la dichiarazione e mi detta i codici identificativi del titolo.
    Compilo la dichiarazione, la stampo, la corredo della fotocopia dei miei documenti e prima di Natale la porto a mia madre dicendole: "Quando viene quel tizio da Roma, cortesemente gliela fai firmare, la firmi tu e, se vuole, se può, la porta alla banca, altrimenti la porterò io, però lui, cortesemente la deve firmare. Alla banca hanno già le copie dei vostri documenti."

    Il tizio da Roma si trattiene qui solo il 25 ed il 26, quindi devo pensarci io. 
    Torno da mia madre in un giorno feriale dopo il 26 e scopro che il tizio da Roma non ha firmato, che avrebbe voluto parlarmi per spiegarmi cosa invece andava fatto.
    Per non esplodere, devo andarmene.
    Solo il 2 mattina ce la faccio (per forza di cose) a riprendere l'argomento.
    E chiedo a mia madre: "Va bene. Quel tizio non ha firmato, dice che andava fatta in un altro modo. Almeno ti ha lasciato la dichiarazione come dice deve essere fatta e l'ha firmata?"
    Sì, l'ha fatto.
    Me la dà e mi dà anche la mia dichiarazione tutta imbrattata per indicarmi come andava fatta. In un secondo momento, per fortuna, mi accorgerò che dietro la mia dichiarazione il tizio ha scritto tutto uno sproloquio per spiegare a me, che evidentemente continua a considerare un'idiota, qual è la differenza tra le due dichiarazioni. Come se non fossi in grado di vedere da me la differenza.
    Va bene. 
    Prendo entrambe le dichiarazioni e vado alla banca. 
    Mentre vado prego: "Per una volta, fa che abbia ragione lui. Ti prego, per una volta, fa che abbia ragione lui".
    Per me sarebbe stato un conforto: avrebbe potuto significare che io avessi avuto torto anche sulla questione dei farmaci.

    Faccio chiamare l'addetto e gli spiego la situazione. Fa un'aria imbarazzata e prende la dichiarazione compilata dal tizio. 
    La legge. 
    Dice: "La faccio vedere alla direttrice" e va dentro. 
    Torna: "Mi dia la sua". 
    "Ma l'ha tutta imbrattata". 
    "Non fa niente, me la dia". 
    La prende e torna dentro.
    Torna ancora più imbarazzato: "La dichiarazione di (omissis) non va bene. Va compilata come l'ha compilata lei".
    ...
    Esco, torno a casa, recupero il file dal PC, provvedo a ristamparlo. Lo consegno a ...., le chiedo di farlo firmare a quel tizio che se non è convinto può andare alla banca a chiedere.

    In serata ho la dichiarazione firmata e corredata di tutti i documenti.
    Il giorno dopo la porto alla banca: va bene.

    Perché io sono un'idiota.
    Perché io, laureata con lode, che prima del 2004 mi sono trovata a rappresentare l'R&D italiana dell'azienda per cui lavoro ad Aachen (Aquisgrana) in Germania, a Brighton in Inghilterra, a Stoccolma, etc, ma, secondo quel tizio che se ne è andato giustamente a Roma per vivere la sua vita, ma si sentiva in diritto di venire a fare i bagni al mare nella casa dei genitori ed a distruggere, guidato dalla sua compagna, le nostre vite, io ero un'idiota.

    Nel 2004 sono un'idiota che non aveva capito che doveva telefonare lei all'ospedale e non viceversa.
    Per la cronaca, hanno telefonato dall'ospedale.

    Nel 2004 sono un'idiota che aveva sbagliato a lottare perché il padre venisse trasferito di ospedale. 
    Mio padre si è salvato.

    Nel 2005 sono un'idiota che voleva dare credito a chi voleva usare prevalentemente la terapia della parola e che mi aveva avvertito: se ... continua con i farmaci ogni due anni starà in una struttura ospedaliera.
    E qui sono diventata veramente un'idiota, perché invece di lottare come avevo fatto un anno prima per mio padre, mi sono fatta fare scema dal tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato.
    Ed il tizio di Roma ha preso il sopravvento. E si è permesso di dirigere e criticare le nostre vite.

    E così sono diventata quello che voleva lui: un'idiota.

    Morire di "Chi so' io e chi si' tu"

    Linda Landi
    1 febbraio alle ore 20:41 · 

  • 16 febbraio alle ore 10:00
    GRANDI AMORI E BIMBI BELLI

    Come comincia: Alberto era salito a Firenze sul treno ‘Freccia Rossa’, destinazione Roma. Aveva partecipato al matrimonio di una sua amica professoressa di lingue. Più che amica era  una sua ex cui era rimasto affezionato ma non tanto da portarla all’altare. Aveva avuto con lei come addio un  ‘approccio ravvicinato’, aveva salutato cordialmente lo sposo e ‘avai été témoin au mariage’, per lui finalmente un capitolo chiuso. Il mondo gli appariva stupendo, si sentiva ottimista per non essersi fatto incastrare, era stato lui a presentare a Mariella Alfonso che per fortuna ne era rimasto folgorato con conseguente richiesta di un legame definitivo. Unico posto  libero sul treno  uno nei pressi del corridoio, quello vicino al finestrino era senza passeggero ma occupato da una valigetta. Il viaggio sarebbe stato  breve e Alberto prese a sfogliare una rivista di femminucce non propriamente accollacciate. Poco dopo si era presentata una signora decisamente bella che, spostata la valigia dal sedile vi aveva preso posto. Ad un certo punto la dama aveva preso a sventolarsi le gambe alzando l’ampia gonna e giustificandosi con Alberto: “Soffro molto il caldo e ridendo: non faccia quella faccia non mai visto le gambe di una femminuccia?” “Si ma ho anche visto il finale delle sue meravigliose cosce…” “Per dirimerle ogni suo dubbio le dico che ho gli slip color carne e quindi…” Non si poteva certo dire che la signora fosse una puritana, per Alberto quello era il tipo di donna che preferiva. Giunti alla Stazione Termini di Roma Alberto e la sconosciuta lasciarono passare tutti i passeggeri (erano seduti all’ultima fila) ma la dama oltre alla piccola valigia ne aveva una più grande e pesante, che fare da parte di Alberto? Ovviamente il cavaliere e, senza profferir verbo la prese  e senza chiedere nulla alla padrona si diresse verso l’uscita: “Dopo questa sua chance la ringrazio, cercherò un facchino…”  Alberto non si allontanò anche perché di un facchino nemmeno l’ombra,  una specie che col tempo era andata perduta. “Madame, col suo permesso sarò costretto a far di nuovo il cavalier servente …” “Ed io son costretta ad accettare ma…senza ricompensa.”  “Mi guarderei bene dal chiederla…” La signora si mese a ridere: “Dal suo sguardo direi proprio il contrario!” Alberto aveva ‘trovato duro’ la dama dimostrava di essere una furbacchiona. “Molto probabilmente lei è una psicologa, non mi piacciono le persone che indovinano i miei pensieri, mi  mettono a disagio, ho scritto pure in aforisma che dice: ‘Poter leggere nei pensieri altrui? Meglio di no, potreste avere brutte sorprese!’.” “Allora debbo pensare che i suoi siano stati pensieri…” “Si proprio quelli, non si offenda ma la sua persona li ispira.” “Bene, finite le schermaglie, sta arrivando un  tassì, lei mi è simpatico, questo il mio biglietto da visita, le scrivo il nuovo numero del telefonino l’ho cambiato di recente, anche la via non è quella, mia madre ha cambiato casa di recente, il mio nome è quello vero, sono Gigliola.” Alberto  con un tassì rientrò pure lui in casa in via Manin, durante il viaggio  si domandò perché quell’incontro lo aveva colpito, di donne, modestamente, ne aveva quanto ne voleva ma Gigliola aveva qualcosa di diverso dalle altre, di molto piacevole che non sapeva definire. Lui fisico atletico, sorriso permanente  era il coccolo di Alessandro preside dell’Istituto Albertelli dove insegnava lingue, talvolta in assenza del titolare di educazione fisica svolgeva anche quelle mansioni. Al rientro in servizio Alberto fu festeggiato dai colleghi, soprattutto femminucce dalle quali, per consiglio del preside si teneva lontano, questione di etica o forse meglio perché la maggior parte di loro pensava a un legame definitivo sempre aborrito da Alberto. Passa un giorno, passa l’altro… Alberto andò in lavanderia a ritirare dei vestiti quando il titolare: “Ho trovato nella sua giacca questo bigliettino da visita.” Era di Gigliola. Preso coraggio, l’espressione era quella giusta perché Alberto pensò a eventuali possibili guai amorosi anche se… “Sono Alberto, la disturbo?” “Alberto chi, non la conosco.” “Quello del treno e della valigia.” “Mi scusi adesso ricordo, come va? A me  bene sono incinta, Il ginecologo ha affermato che la piccola sta bene, fra un mese prevista la sua venuta alla luce, non vedo l’ora” “Ed il padre?” “Mater semper certa est, pater nunquam!” “Bene, tanto premesso smetto di fare l’impiccione, vorrei però essere sincero: se possibile vorrei incontrala di nuovo, se mi dice di no sparirò per sempre dalla sua vita.” “Che brutto verbo sparire, in fondo lei mi è  simpatico e di me cosa pensa?” “A questo punto sarò sincero sino in fondo: io riesco a farmi un’idea delle persone, soprattutto donne guardandole in viso. Non sopporto le femminucce col naso lungo, mi sembrano dei maschi, ma dagli occhi desumo le loro caratteristiche. Lei è intelligente, ha personalità, è furba ma sfuggente,  se innamorata diventa dolcissima, piacevole, una gatta senza artigli, potrei usare altri aggettivi. Da appassionato fotografo le ho fatto un ritratto che ritengo veritiero.” Silenzio dall’altra parte, poi: “Lei parla come un innamorato…” “Non so cosa risponderle,  sto facendo delle domande a me stesso, domande senza risposta, la mia è una inveterata abitudine di fuggire dinanzi a sentimenti importanti.” “Vorrei vivere senza problemi gli ultimi giorni della mia gravidanza, la richiamerò dopo aver partorito.” “Auguri.” Alberto riprese la sua vita normale, lavoro, qualche avventura  disprezzata da mamma Rachele che, una delle tante volte: “Mamma ti presento Grazia.” “Si Grazia, Graziella e grazie al cazzo, mai una fidanzata, sempre puttane, mai una fidanzata, sempre puttane, mai una fidanzata, sempre puttane!” La mamma per dar forza al concetto lo ripeteva sempre tre volte. Grazia:  “Sono offesa, lo faccio perché mio marito è malato (solita scusa a cui Alberto fece finta di credere). “Non ci fare caso, mia madre è fuori di testa.”  Mamma Rachele gli faceva trovare tutto a posto anche se talvolta: “Che ne pensi di farmi diventare nonna?” Domanda senza risposta, Alberto pensava solo a Gigliola la quale si fece viva solo dopo due mesi. “Caro Alberto sei diventato zio di  Amanda che mi ha fatto passare un po’ di guai, l’ostetrico si era accorto che il suo corpicino era più grande del normale e così abbiamo deciso per un parto cesareo. Stá  signorina ha preso il fisico dal padre…ossia penso, quando rientrerò a casa ti chiamerò per presentartela.” Dopo quindici giorni:”Io abito in via Cavour, telefonami prima di venire.” Una frenesia da parte di Alberto nemmeno che Amanda fosse figlia sua! La baby, dormiente, era davvero un amore in viso, tutta sua madre. Madre e nonna Adalgisa fecero accomodare Alberto in salotto e lo invitarono a cena. La nonna, diminutivo  Ada era una brava cuoca, ed anche intenditrice di vini Alberto: “Se avessi incontrato prima tua madre me la sarei sposata.” complimento non molto apprezzato dall’interessata, non aveva il senso dello humour. La signora aveva altre ‘qualità’ come quella di essere comproprietaria di industrie a Fabriano in provincia di Ancona, industrie avute in eredità dal marito deceduto. Durante il tempo libero Alberto e Gigliola con in carrozzina la piccola Amanda passeggiavano per Roma, soprattutto a Villa Borghese, sembravano due coniugi, quando incontravano dei conoscenti li salutavano senza fermarsi, non avevano voglia di rispondere alle loro immancabili domande. Ada era una madre e futura suocera impicciona per natura: “Ragazzi datevi da fare, altrimenti sarò troppo vecchia per diventare nonna di un maschietto!” E così fu: Alberto e Gigliola ebbero il primo rapporto sessuale tanto desiderato da entrambi, Alberto fu dolcissimo, Gigliola rispose con tanti orgasmi, erano diventati marito e moglie ma…Mercurio, protettore di Alberto era distratto da avventure con Selene e non si accorse che una bufera si stava avvicinando alla coppia. Un giorno a Gigliola pervenne una telefonata da Bologna, era il suo ex innamorato conosciuto ai tempi dell’università che voleva rivederla, come avesse ottenuto il numero del cellulare di Gigliola era un mistero, forse aveva incaricato un investigatore privato. Alberto e Gigliola preferirono una linea morbida ossia quella di accontentarlo invece di mandarlo a… e così un giorno Ettore, un signore da un metro e novanta si presentò, dopo una avviso telefonico a casa di Gigliola. “Ero di passaggio a Roma, volevo conoscere tua figlia. Resterò in città per sbrigare alcuni affari di mia moglie Elena.” Quella presenza apparve sospetta,  infatti era accaduto che Ettore durante una visita alla bambina, un momento assenti Alberto e Gigliola aveva prelevato dei capelli alla piccola Amanda,  li aveva fatti confrontare col suo D.N.A., risultò che lui era il padre. Forte del risultato si presentò a casa di Gigliola rappresentando i suoi diritti ed anche doveri di padre. Gigliola prese tempo, si consultò con un avvocato amico che le disse che la prova era inconfutabile e che era meglio mettersi d’accordo con Ettore. Nel frattempo, causa la lunga lontananza da casa del marito, Elena la consorte di Ettore si catapultò a Roma, sentiva puzza di bruciato. Prese alloggio nella stessa stanza del marito all’albergo Continental e fu messa al corrente della situazione della piccola Amanda. La signora era sterile,  la notizia non le fece affatto piacere, aveva paura di perdere il marito, entrò in crisi e pensò ad una strategia: suo marito come lavoro amministrava le aziende di proprietà della consorte, da quel punto di vista era ricattabile perché non poteva permettersi di lasciare la moglie e quindi…Nel frattempo Alberto chiese spiegazioni a Gigliola per capire cosa fosse veramente successo fra lei ed Ettore. Gigliola lo mise al corrente del ‘marchingegno’  che aveva messo in atto per rimanere incinta senza che Ettore lo immaginasse; aveva preso un condom pieno del suo sperma, lo aveva messo in frigorifero ed il giorno seguente in cui aveva l’ovulazione si era recata dal suo ginecologo che provvide all’inseminazione, diabolica!  Gigliola convocò Elena, ambedue avevano lo stesso interesse di sistemare la situazione in senso a loro favorevole,  ma Ettore forte di una eventuale sentenza di un giudice pose le sue condizioni: avere  rapporti sessuali con Gigliola ed avere la possibilità ogni mese di rivedere sua figlia. La seconda proposta era di facile accettazione, la prima… Dentro di sé a Gigliola in fondo l’idea non era dispiaciuta, Ettore era stato un suo amore giovanile, non era un gran sacrificio ma  non lo fece capire ad Alberto e ad Elena che salomonicamente decisero di render la pariglia con un loro incontro ravvicinato, evviva la parità! Questa volta Hermes, non più distratto, riuscì a sistemare la questione: una volta al mese con la scusa di far visita ad Amanda, marito e moglie da Bologna si recavano a Roma per un ‘wife swapping’ che si prolungò nel tempo con gran piacere di tutti e quattro. Gigliola rimase di nuovo incinta ma di Alberto. Stavolta nacque un maschietto che aveva il viso del padre, grande piacere di tutti in particolare di nonna Adalgisa che: “Ci voleva tanto avere un figlio maschio? Ai miei tempi era tutto più facile!”

  • 16 febbraio alle ore 9:50
    ALESSANDRO E ROSSELLA I PARAFILIACI

    Come comincia: Dal titolo di questo racconto qualche lettore può domandarsi se la sua cultura sia piuttosto limitata, nessuna paura: il termine di origine greca viene dalle parole parà che significa oltre e filia che vuol dire amore, siete al punto di prima? Seguitate a leggere il racconto, capirete. Alessandro e Rossella si erano conosciuti a scuola al liceo classico, all’università lui iscritto in Agraria e lei a Dietistica. Finiti gli studi universitari Alessandro aveva trovato subito un’occupazione nella sua materia in quanto c’era in Italia un ritorno alla terra, Rossella aveva aperto uno studio frequentato soprattutto da signore che volevano migliorare la loro silhouette.  Al loro matrimonio civile uno dei testimoni era stato  Alberto, un loro compagno di studi che aveva scelto la facoltà di medicina e poi di psicologia. Alessandro,  da sempre inveterato moquer prendeva per i fondelli Alberto affermando che gli psicologi, a forza di frequentare i matti, diventavano loro stessi dei dementi, nessuna offesa erano molto amici. Alessandro e Rossella erano stati fortunati, i relativi genitori, economicamente agiati, avevano acquistato a nome dei nubendi un’abitazione in viale Europa a Messina e l’avevano pure arredata con mobilia seguendo i gusti dei due giovani. Alberto volle vendicarsi delle continue prese in giro di Alessandro dando un suggerimento ai due sposi circa la località dove passare la luna di miele: in Francia a Cap-d’Agde in un campo di nudisti e scambisti! Mentre lo sposo accettò con entusiasmo, Rossella era titubante, non era una puritana ma farsi vedere nuda da estranei…tuttavia accettò, se lo poteva permettere, aveva un bel viso come pure il corpo. Alessandro era più massiccio,  in passato  ‘aveva le donne a profusione e ne faceva collezione’ come nella filastrocca di Petrolini. Una bella giornata di sole  allietò il viaggio di Alessandro e Rossella con la loro Volkswagen Touran avevano fatto tappa a Firenze e poi, grazie alle indicazioni del navigatore satellitare il pomeriggio erano giunti a Cap-d’Agde accolti calorosamente da Pierre direttore della struttura, parlava italiano. “Gli italiani sono i nostri ospiti di maggioranza soprattutto le signore fanno sempre bella figura (una sviolinata per accattivarsi la simpatia degli ospiti.) Accompagnati da un inserviente raggiunsero una dépendance ben arredata:  letto matrimoniale, divano,  due poltrone, una televisione ed un bagno personale. Alessandro e Rossella si misero a ridere, era l’ora del denudamento, Rossella indossò un paio di occhiali scuri e, presa di coraggio si mischiò col marito in mezzo alla ‘pazza folla’ come da romanzo di Thomas Hardy. Il nudo era obbligatorio in tutti i locali tranne al ristorante dove era facoltativo. I tavoli erano per quattro persone, mentre i due erano alla seconda portata furono raggiunti da una coppia un po’ particolare: lei piccolina ma ben fatta lui longilineo capelli tagliato a zero dai lati come da moda corrente. “Pouvons-nous asseoir à votre table?” “Signore capisco poco il francese, siamo italiani.” “Che piacere incontrare dei connazionali a millecinquecento chilometri di distanza, siamo Giorgia e Marcello di Milazzo.” Risata da parte di Alessandro e di Rossella che si presentarono col loro nome “Abitiamo a quaranta chilometri di distanza, siamo di Messina. In viaggio di nozze, è la prima volta che andiamo in una resort di nudisti, mia moglie ancora non si è abituata.” “Noi siamo dei veterani, abbiamo conosciuto molte persone anche di altra nazionalità, ci sentiamo liberi di essere noi stessi sempre nei limiti del buon gusto.” Alessandro e Rossella si alzarono e: “Che ne dite di una passeggiata digestiva?” Marcello era titubante: “Andate avanti voi, vi raggiungerò.” Alessandro: “Se ti senti male chiamiamo un medico.” “Il mio è un altro problema…” “Dicci tutto, siamo connazionali, se non ci aiutiamo fra di noi…” “Spero che siate degli anticonformisti: il problema è che in atto ho una erezione dovuta al profumo che emana Rossella, non mi è mai accaduto ma…” Stupefazione generale da parte degli altri tre e poi Alessandro: “Pensavo ad un tuo malore, ‘res cum ita sint’ , stando così le cose noi  ci allontaniamo, ci rivedremo dinanzi all’ingresso della nostra abitazione che confina con la vostra. “Durante il tragitto Alessandro col solito spirito dissacrante: “Cara fatti annusare vediamo se riesco a migliorare le mie prestazioni.” Rossella e Giorgia si erano prese a braccetto, nel frattempo Marcello aveva ritrovato la sua normale posizione sessuale. “Ti chiedo scusa, non volevo mancare di rispetto a tua moglie.” “Chiamami Ale, non ti porre problemi, io e mia moglie non siamo dei parrucconi puritani cattolici anzi li abbiamo sempre derisi.” Le due signore ritornarono dalla passeggiata, inaspettatamente Rossella abbracciò Marcello: “Anche tu hai un profumo allettante, siamo pari. Andiamo all’interno del vostro alloggio,  accendete la TV, in un canale c’è sempre della musica.”  C’era della musica romantica  adatta all’atmosfera che si era creata, Marcello e Rossella si catapultarono sul lettone e diedero il via ad uno spettacolo degno del kamasutra, Giorgia in disparte, disse di avere le mestruazioni. Ale seduto su una poltrona seguiva le evoluzione dei due improvvisati amanti, questa volta era lui quello che provava un piacere intenso e dinanzi allo spettacolo di Rossella e Marcello, una emozione  mai provata prima di allora dovuta al vedere sua moglie fare sesso con un altro, insomma si trovò ad essere un ‘cocu satisfait’. Finito il lungo show ritorno di Giorgia e Marcello al loro alloggio, i quattro ognuno per proprio conto provavano sentimenti diversi. Dopo un sonno ristoratore e distensivo era giunta l’ora di cena. A tavola Ale riprese il suo spirito di dileggiatore: “Forse è meglio che Marcello si segga vicino a me…” A questo punto Giorgia volle dire la sua: “Mi hanno chiamato la ‘Venere tascabile’ per la mia statura come nell’omonimo  film con Françoise Arnould, ne sono orgogliosa anche perché …sono piuttosto brava in campo sessuale, a fine cena ve ne darò una prova.” Ovviamente , dato il precedente di sua moglie Ale si sentì chiamato in causa ma Rossella propose di andare prima al negozio interno per fare degli acquisti. Volle comprare un  costume, qualcosa che lasciasse intravedere gran parte delle sue ‘grazie’, praticamente avvolta in veli molto trasparenti che lasciavano intravedere tutto il suo ‘ben di Dio’. “Penso che lo indosserò anche a Messina.” “In spiaggia ci sono pure i vecchietti, sarai colpevole di un loro infarto!”  Risata generale e poi rientro alla ‘tana’ di Giorgia e di Marcello. Senza por tempo in mezzo Giorgia si buttò su Alessandro e dette prova di ‘valentia’ posizionandosi sopra il suo corpo con movimenti verticali, orizzontali, circolari che portò alle stelle l’interessato ma anche Marcello che avvertì la stessa forte eccitazione provata a suo tempo da Alessandro. Le fatiche sessuali lasciarono piacevolmente senza forze gli interessati che i giorni seguenti seguitarono nei loro ‘giochetti’. “Domani partiamo, facciamo la strada insieme con  tappa a Firenze.” Dopo aver traghettato da Villa San Giovanni a Messina le due coppie si lasciarono con baci ed abbracci con la promessa di rivedersi in futuro. L’avventura aveva lasciato degli strascichi nella mente di Ale e di Rossella dietro consiglio della quale fu invitato a pranzo l’amico psicologo Alberto. Cibi leggeri per cercare di perdere i chili di peso acquisiti durante il soggiorno in Francia. Alberto fu messo al corrente delle esperienze sessuali di Alessandro e di Rossella e fu chiesto il suo parere di psicologo. “Voi avete provato quello che in gergo medico si definisce  Triolagnia o Parafilia dal greco parà oltre e filia amore. Nel vostro caso l’uomo viene chiamato bull, la moglie sweet ed il marito cocu cuckold. La situazione ha diverse interpretazioni a seconda della mentalità dei giudici. I benpensanti moralisti parlano di queste relazioni con disprezzo e vergogna da correggere con cure psicologiche, le persone di mentalità libera accettano questi rapporti anzi ne provano benefici psicologici, li considerano un antidoto alla noia sessuale che arriva col tempo fra due persone di sesso diverso sempre che ci sia accondiscendenza del proprio partner innamorato, se i due sono sulla stessa lunghezza d’onda  il loro rapporto si rinforza. Da psicologo laico sono di questo secondo parere, l’aiuto dello psicologo dovrebbero riguardare i casi gravi come i killer seriali ed altri reati rilevati che riguardano tutta la società. Potremo prendere in considerazione quei paesi mussulmani in cui gli omosessuali vengono curati da medici ignoranti o in mala fede, ovviamente senza risultati, occorre partire dal presupposto che non si può cambiare la natura degli esseri umani, non penso che nel vostro caso ci sia qualcosa da mutare. “ Alberto se ne stava andando ma i due si accorsero che qualcosa era cambiato in lui, si era troppo immedesimato nel caso e la conseguenza era di un ‘bozzo’ eccessivo nei suoi pantaloni. Rosella consultato con gli occhi il marito, dietro un suo cenno di assenso prese fra le mani il volto di Alberto e cominciò a baciarlo per poi spostarsi sul divano. Alberto era si uno psicologo ma anche un essere umano, anche se il fatto era contrario al suo modo di agire di medico, si lasciò andare, in fondo si trattava di amici. Rossella dietro fondo alle sue esperienze di donna sessualmente evoluta, Alberto, a digiuno da tempo partecipò in maniera totale ed i due restarono uniti in amplessi vari per circa un’ora. Alessandro si masturbò varie volte ‘rifugiandosi’ nella bocca di Rossella. Finale prevedibile fra i cinque che riuscirono a trovare un’intesa  assolutamente anticonformista ma estremamente piacevole.

  • 15 febbraio alle ore 17:48
    La roba e l'invidia.

    Come comincia: In via Vattelapesca n.0 non era solo questione di tirchieria a causa della quale si procedeva a suon di truffe (e la cosa era considerata normale). 
    Non era solo questione di avidità per la quale almeno due o tre nel condominio credevano di avere diritto sulla proprietà del padre di Liliana e poi sulla proprietà di Liliana. 
    (Infatti a capo di meno di due anni, Liliana lì dentro si sentiva come il figlio del Re nella parabola del Re e dei vignaioli disonesti: dopo aver mandato i servi, i segretari a riscuotere il dovuto e dopo che questi erano stati cacciati dai vignaioli disonesti a suon di sassate, il Re mandò suo figlio (avranno rispetto per mio figlio, pensò il Re); i servi, vedendo il figlio, dissero tra loro: Costui è l'erede, uccidiamolo e l'eredità sarà nostra; e così fecero.)
    E Liliana pensava: "Ma mio padre cosa credeva: non hanno avuto rispetto per lui, avrebbero avuto rispetto per me?"

    Non era solo questione di invidia se l'appartamento o i mobili erano belli (anche se i loro magari erano più belli o più preziosi o più comodi).

    Liliana rilevò un'altra verità quando lo zio Casoria si presentò all'ospedale dove il fratello maggiore, il padre di Liliana, doveva essere operato di urgenza una seconda volta nel giro di tre mesi. 
    Liliana rilevò che lo stato dello zio Casoria non era di ansia o preoccupazione. No. Lo zio Casoria era eccitato.
    "Questo è stato mandato qui dalla moglie per avere notizie fresche e magari essere il primo a riportare la ferale notizia."
    Ed a Liliana tornò in mente quando si era operata lei undici anni prima. Era stata in ospedale un mese in attesa dell'intervento e nessuno era venuto a trovarla, mentre il giorno dell'intervento, dopo l'intervento apre gli occhi nel suo letto nel reparto, ancora mezzo addormentata e con la ferita che le faceva male, e vede Dorina, la figlia maggiore di zio Casoria, e Leopoldo (i due compari), figlio maggiore dello zio Giulio. Liliana accennò un sorriso, fece un cenno con la mano, poi riadagiò la testa sul cuscino e si riaddormentò. Non prima però di avere visto la smorfia sul volto di Leopoldo che avrebbe voluto essere un sorriso di solidarietà e di incoraggiamento. Sì, Liliana si riaddormentò, ma non prima di aver pensato: "Ma guarda questi! E' un mese che sono qui e questi si presentano il giorno dell'intervento?".
    Adesso Liliana credette di capire: erano stati mandati dalla madre di Dorina a vedere come era la situazione non per partecipazione e solidarietà, ma per mero e puro pettegolezzo. Mera e pura mania di impicciarsi, di dover sempre sapere i fatti degli altri.

    Comunque l'intervento del padre di Liliana riuscì e lo zio Casoria ed i suoi accoliti rimasero con un palmo di naso.

    Ma quella vittoria di Liliana fu solo una vittoria di Pirro.

    Sì. Perché quella vittoria Liliana la considerava un suo successo.

    Quando il padre era stato ricoverato d'urgenza tre mesi dopo un precedente intervento, Liliana aveva fatto la spola per tre giorni tra due ospedali per capire cosa stesse succedendo e cosa fosse meglio fare. Aveva sfondato porte, aveva costretto un impiegato a farle e darle immediatamente la copia di una cartella clinica (e non tra una settimana), aveva interrogato caposale e primari. E si era calmata solo quando il padre si lasciò convincere a cambiare ospedale.

    Ma quello fu l'ultimo successo di Liliana.
    Non appena il padre disse: "Va bene, allora andiamo all'altro ospedale", fu piantato il germe per insinuare il dubbio in se stessa, la paura.
    E questo dubbio, e questa paura la  faranno diventare una criminale. 
    Una criminale, come e peggio degli altri membri della famiglia.

    Non appena il padre disse: "Va bene, allora andiamo all'altro ospedale", l'altro fratello, appena arrivato, di sabato, da quattro giorni che il padre era in ospedale, si volta verso di lei e fa: "Se papà muore è colpa tua". Una mazzata.
    Ed il giorno dopo, domenica pomeriggio, l'aggredisce verbalmente e fisicamente.
    E così fu piantato il germe perché Liliana un anno dopo abbandonasse il fratello che l'amava, il fratello che si fidava di lei nelle mani dell'altro fratello che si riteneva (e si ritiene) l'unico in gamba della famiglia ed il detentore della verità.
    Ma questa è un'altra storia.

    Passarono altri tre anni, quattro anni ed i vicini di Liliana si avventarono con ferocia su Liliana ed il marito di Liliana, a suon di lettere di insulti e calunnie, a suon di citazioni per richiedere pochi spiccioli sulla base delle loro menzogne solidali e/o omertà.

    E Liliana capì che il problema non era solo che il padre aveva abituato i fratelli (e poi gli estranei che avevano comprato gli appartamenti che alcuni dei fratelli avevano venduto) al fatto che lui da solo pagasse tutte le spese.
    E questo era stato un grosso errore di affetto (o di quieto vivere) da parte del padre di Liliana: poi i bambini crescono viziati e quella che era una gentile concessione per loro diventa un diritto.

    Non era solo questione di truffe per mantenere in piedi la tradizione di uno solo che pagava le spese per tutti.
    Non c'era solo l'invidia e la bramosia per le cose degli altri.
    C'era qualcosa di più.

    Da parte di zio Casoria, c'era l'invidia per la posizione ed il rispetto sociale di cui godeva il padre di Liliana.

    E da parte del neo-arrivato, c'era la voglia di rivalsa del villano rifatto contro il signore di un tempo. Quello che una volta era del signore del luogo, ora doveva essere suo.

    E Liliana comincia a dare segni di cedimento.
    Per poi crollare quando quei signori fanno quello che lei non aveva mai fatto.
    Liliana non aveva mai detto al padre che lo zio Casoria le aveva presentato un preventivo fasullo per sgraffignarle 600 euro.
    Che il cugino Leopoldo aveva millantato l'esistenza di una fattura inesistente.
    Che il neo-arrivato aveva preteso che a pochi mesi dai fantomatici lavori avesse di nuovo dei problemi.
    Che lo zio Casoria non pagava fisicamente le rate condominiali.
    Che lo zio Casoria vessava il marito di Liliana.
    Che zia Casoria, per conto del marito, apriva le sue bollette col vapore.
    Che i vicini avevano firmato tutti insieme una lettera di calunnie ed insulti contro di lei ed il marito.
    Che lo zio Casoria aveva citato il marito di Liliana per chiedere 58 euro.
    Che ...

    E quei signori vedendo che né Liliana né il padre di Liliana (e come avrebbe potuto? non sapeva niente!) erano toccati da tutto quello stillicidio di persecuzioni, pensarono bene di far sapere loro personalmente tutto al padre ed all'altro fratello di Liliana. 
    Oltre che raccontare le loro menzogne ai loro conoscenti.

    E Liliana dovette vedere l'altro fratello prendere le parti dei suoi avversari.
    E Liliana dovette vedere conoscenti comuni che ammiccavano o facevano finta di non vederli.
    Liliana avrebbe dovuto continuare ad essere intelligente ed ignorarli. Quelle persone contavano qualcosa per lei? Che se ne importava Liliana se una nota farmacista di Salerno, conoscenza comune, strabuzzava gli occhi quando li vedeva? Erano mai state veramente amiche? No, ed allora?
    Già, ma altri tradimenti facevano male. E Liliana avrebbe dovuto capire da questo quanto quelle persone valevano e quindi quanta importanza dare loro.
    Una parente di zio Casoria non era andata a riferire quello che lo zio Casoria diceva di loro alla madre di Liliana commentando: "Ma io lo conosco al marito di tua figlia, siamo colleghi (e questo zio Casoria non lo sapeva): non è mica come dice lui!"?

    Ma Liliana cede e cedendo fa il loro gioco permettendo loro di ottenere un successo insperato.

    [Racconto pubblicato in un post il 2 dicembre 2018]