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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 20 settembre alle ore 16:57
    ALBERTO IL SOLITARIO.

    Come comincia: La vita di Alberto Minazzo, dopo le dimissioni da insegnante di scuola media G. Verga di Messina, era diventata decisamente monotona; aveva insegnato per anni in quella scuola sia le materie letterarie che le lingue, conosceva bene il francese e l’inglese ma gli avvenimenti degli ultimi tempi l’avevano disgustato: alunni sempre indisciplinati in classe, genitori che chiedevano conto e ragione della bocciatura dei loro pargoli, talvolta anche con maniere ‘forti, Alberto aveva detto basta con dispiacere del direttore dell’istituto e dei colleghi, anche se di carattere chiuso era molto stimato per la sua preparazione professionale e per l’impegno nel suo lavoro. L’unica consolazione era abitare in una villa a tre piani sulla circonvallazione ereditata dalla madre insieme ad un patrimonio notevole. La servitù era composta da due donne di mezza età, nubili, da un uomo adibito agli acquisti occorrenti per l’uso quotidiano e da un giardiniere. Alberto teneva molto a vedere il suo giardino in ordine: prato all’inglese perfettamente rasato, siepi tutte alla stessa altezza, alberi sfrondati e fontane sempre pulite, un vero paradiso terrestre.  Anche l’interno della casa era nel massimo ordine: mobili antichi misti a quelli moderni da lui acquistati, bagni con vasche con idromassaggi e docce ma quello che più inorgogliva Alberto era un impianto HI.FI. multiroom che, come dice la parola, diffondeva suoni  praticamente in tutte le stanze. Quando era depresso Alberto ‘metteva su’musica brasiliana pensando al carnevale di Rio ed alle belle ragazze sculettanti, quando era allegro musica classica strumentale, non amava i gorgheggi dei cantanti. Ogni mattina dopo colazione, faceva un giretto nel suo giardino salutato con riverenza da Dario Franceschini, il giardiniere,  padre di una ragazza a nome Stella che frequentava la seconda media e con  cui Alberto ripassava le nozioni da lei apprese a scuola. Alberto era per Stella lo zio Alberto, lui l’aveva vista nascere nella dependance dove abitava tutto il personale di servizio. Dario era sposato con Ida Fabbri una ex contadina ignorante e volgare che un giorno disse chiaramente al marito che non  vedeva bene quella frequenza della loro figlia col padrone di casa. “Sei una stupida, nostra figlia è ancora una bambina, il dottor Alberto una persona seria che mi ‘passa’ uno stipendio doppio di quello di miei colleghi, piuttosto tu trovati un lavoro così non mi rompi più le balle con le tue fisime.” La storia finì qui ma Ida, in fondo, non aveva tutti i torti: Stella stava diventando una donnina, aveva avuto le mestruazioni ed il suo seno cominciava a crescere. La ragazza aveva avuto in regalo da Alberto una bicicletta multiaccessoriata che convinse ancora  di più Ida che la sua idea fosse giusta. Alberto voleva molto bene a Stella, oltre allo stipendio mensile, dava a Dario del denaro per comprare alla figlia vestiti e scarpe per non farle brutta figura con le compagne di scuola tutte un po’ snob. Un giorno: “Stellina non pensi che all’età tua le trecce non vanno più bene, lascia i capelli liberi di fluttuare e vai da un parrucchiere, darò per questo dei soldi a tuo padre.” La ragazza tornò a casa completamente diversa, dal parrucchiere c’era anche una visagista che la truccò in modo leggero ma che cambiò completamente il viso della giovane. La madre stava per fare una scenata ma, alla vista del marito con la faccia di chi sta per incazzarsi di brutto ingoiò ancora una volta le sue paturnie. Era estate, il clima piacevole soprattutto di sera spinse Alberto ad invitare i suoi ex colleghi con relative famiglie, una cena fredda e poi ballo per tutti compresa Stella abbigliata in modo sobrio ma elegante che spinse i maschi giovani a contendersela per un ballo; da lontano la madre parve contenta, finalmente sua figlia a contatto con giovani della sua età. Alla fine della serata, era l’una di notte, spariti tutti gli invitati Alberto: “Ho notato che stasera hai fatto un bel po’ di conquiste, complimenti!” “I miei coetanei non mi interessano sono tutti ragazzini spocchiosi e viziati ed anche maleducati, un paio hanno cercato di…toccarmi, li ho fulminati, con me ‘non c’è trippa pè gatti’ come talvolta ho sentito dire da lei.” Alberto sorrise, quella frase gli ricordò la sua romanità di linguaggio per aver frequentato gli studi nella capitale e poi gli fece piacere anche perché…perché? La cosa peggiore è quella di indagare su se stessi, Alberto se lo ripeteva ogni qualvolta aveva un problema da risolvere. Che Stella fosse diventato un problema? Si mise a ridere, a quarantacinque anni poteva essere suo padre, forse suo nonno! La ragazza superò brillantemente gli esami di terza media con voti superiori a quelli della maggiore parte dei suoi colleghi che si rifacevano con delle malignità: “Certo è stata raccomandata dal professor Minazzo, chissà cosa combinano…” Regalo da parte di Alberto a Stella: il miglior motorino sul mercato; mamma Ida ancora una volta masticò amaro non così la figlia che, quando rincontrò Alberto nel suo studio, lo subissò di baci: “Zio sei stato munifico, vorrei…” “Non devi voler nulla, è stato una ricompensa per il tuo impegno nello studio. Mi pare che tu abbia intenzione di iscriverti al classico, ti seguirò ancora sempre se tu lo vorrai.” “E me lo domandi io…” ”Niente io, vatti a fare un giretto col motorio, mi raccomando prudenza non vorrei venirti a trovare in ospedale.” Venne l’autunno, Alberto la mattina si affacciava al balcone per vedere Stella sfrecciare col motorino anche quando il tempo non era favorevole ma la gioventù…Un giorno: “Stella ormai hai più di diciotto anni, non pensi ad un boy friend insomma ad una ragazzo della tua età…” Alberto non finì la frase, Stella si era messa a piangere ed era scappata via, che significato dare a questo suo atteggiamento? Alberto fece quello che aveva sempre affermato di non voler fare: indagare su se stesso. Non gli piacque quello che venne fuori, si stava affezionando troppo  alla ragazza! Da qui nacque la decisione di ‘cambiare aria’. Comunicò la decisione ai collaboratori domestici cui avrebbe continuato a pagare il salario sino alla loro pensione ed al giardiniere Dario  al quale donò un cellulare molto semplice da usare, praticamente solo per telefonare e per ricevere telefonate, voleva essere sempre aggiornato sulle novità di casa sua. Partì di notte con la sua Alfa Romeo Giulietta caricata di bagagli, tramite un’agenzia aveva affittato un appartamento a Roma in via Conegliano 8 vicino la basilica di San Giovanni. Raggiunse la città eterna dopo dodici ore, l’età cominciava a pesare e si fece aiutare dal portiere dello stabile, Vincenzo Caruso siciliano, in arte ‘Bicienzo’ del quale si accattivò subito le simpatie con una buona mancia. Dario riferì che Stella aveva preso male la sua partenza, si era chiusa in se stessa ed aveva litigato con la madre, si era iscritta all’università alla facoltà di medicina. Alberto aveva sistemato la sua auto in un garage davanti casa sua, una vera fortuna non dover impazzire a cercarne un posteggio. Cercava di fare amicizia con gli abitanti della strada, praticamente un piccolo quartiere comprando regalini e dolciumi ai ragazzi ed aiutando materialmente qualche abitante che Bicenzo gli segnalava essere in difficoltà finanziarie. Ormai lo conoscevano un po’ tutti ed era diventato il dottor Alberto, a Roma si fa presto ad essere classificati dottori! Talvolta sollazzava ‘ciccio’ con la compagnia di qualche gentile signorina che andava via da casa sua soddisfatta del compenso. La sua vita fu in parte sconvolta quando Dario gli comunicò che Stella si era fidanzata ed in seguito sposata con il figlio di un noto e ricco commerciante locale, giovane di bell’aspetto ma con poco cervello. Il cotale, di cui sconosceva il nome si limitava a seguire il padre negli affari, padre da tutti considerato imbroglione oltre che usuraio, una bella famiglia pensò Alberto. Cercò di consolarsi ragionando che in fondo Stella aveva fatto bene a sistemarsi, lui era scomparso dalla sua vita. Un giorno dopo l’altro…i versi della canzone di Tenco riproducevano quella che era la sua vita, unica grossa novità quella di aver acquistato oltre il suo appartamento quello dello stesso piano per avere un’abitazione più grande. In seguito ‘si passò il tempo’ cambiando un po’ tutto dalle pareti  al mobilio, finalmente una casa di suo gusto. Pensò all’inaugurazione invitando a casa sua gli abitanti della strada e facendo loro omaggio di una tavolata di cibi già preparati e di bottiglie di buon vino dei Castelli Romani. Fu un  successo, il dottor Alberto ormai era diventato un mito. Quando si rasava la barba notava dei cambiamenti non piacevoli sul suo viso: rughe più marcate, capelli diradati e di color incerto fra il bianco ed il grigio, qualche occhiaia, capì che ormai la vecchiaia stava prendendo il sopravvento sulla sua persona. Un solo fatto per lui piacevole: Dario gli aveva comunicato che Stella si era separata dal marito ed aveva conseguito la laurea in medicina a pieni voti la qual cosa gli fece pensare a…Non volle comunicare nemmeno a se stesso la sua idea ma poi…Chiamò Dario e lo pregò di comunicare a sua figlia che volentieri l’avrebbe ospitata a Roma a casa sua. La ragazza a quella notizia pianse di gioia, non aveva più nemmeno l’ostacolo di sua madre nel frattempo passata a miglior vita e fece comunicare da suo padre ad Alberto che sarebbe giunta alla stazione Termini dopo due giorni col treno in arrivo a Roma alle tredici, per scaramanzia non volle parlare direttamente con  lo zio. Alberto allergico agli arrivi ed alle partenze pregò Dario di comunicare alla figlia il suo indirizzo e di prendere in tassì per raggiungerlo. Alle tredici si appostò sul terrazzo che dava sulla via Taranto col binocolo per scrutare tutti i tassì in arrivo all’inizio della strada. Ci volle un’ora prima che finalmente vide un classico tassì romano imboccare la via Taranto. Si accorse di essere ancora in pantofole, si mise di corsa un paio di scarpe e si precipitò per le scale per non perdere tempo con l’ascensore. In strada riconobbe da dietro la ‘nipote’ di spalle che si guardava intorno cercando di rintracciare il numero 8 che però mancava per non essere stato sostituito quando la mattonella che lo riportava era caduta. “Stella!” La ragazza  abbandonò il trolley e volò nelle braccia di Alberto con le lacrime agli occhi, lo baciò a lungo in bocca con spettatori gli abitanti della via incuriositi della novità. “Stella amore mio stiamo dando spettacolo…” Recuperato il bagaglio, con  l’ascensore raggiunsero il piano ed entrarono nell’appartamento. “Mi hai fatto trovare una reggia!” “Una reggia per la mia regina! Fatti a fare una doccia poi il pranzo anche se un po’ in ritardo, l’ho fatto venire dal ristorante sottocasa.” Stella entrò in bagno ancora vestita e ne uscì con indosso un accappatoio. “Mio caro la visione del mio corpo a pancino pieno, sarà più bella e desiderabile…lo vuoi vedere subito? Accontentato.” Alberto rimase basito da tanta beltade, forse ebbe in viso un’espressione imbambolata che portò ad una risata sonora la ‘nipote’ ormai sua fidanzata. “Sono indecisa se raccontarti i miei problemi matrimoniali, sono state situazioni spiacevoli.” “Voglio condividere tutto con te anche le cose non gradevoli, dimmi.” “Non so come definire la prima notte passata in casa dei miei ex suoceri, non voglio pronunziare il loro nome. Il cotale, abituato con le mignotte, mi ha trattato come tale non pensando che ero vergine; immagine quello che è successo: un  dolore insopportabile con mie urla che fecero venire in camera nostra sua madre che cercò di sminuire la situazione: “Cara non sei né la prima né l’ultima è un problema di noi donne.” “No il problema è tuo figlio che si è comportato da animale, vado a dormire sul divano, le lenzuola sporche di sangue te le lavi tu!” Come inizio non è stato male! In seguito quell’imbecille ha assaggiato la mia gatta pochissime volte, io assumevo la pillola anticoncezionale, ci mancava solo che restassi incinta. Quello che ha fatto traboccare il vaso è stato un episodio successivo. Il cotale, ubriaco, si è presentato una sera nella stanzetta dove dormivo, ha tentato di entrare nel mio popò, non c’è riuscito ma mi ha fatto male lo stesso, in crisi d’ira mi ha schiaffeggiato in malo molo tanto da lasciarmi i segni sul viso. Dietro consiglio del mio avvocato, padre di un mio compagno di università, mi sono recata al pronto soccorso dell’ospedale ‘Papardo’, diagnosi dieci giorni con tanto di certificato per dimostrare le percosse di mio marito contro di me, nel frattempo armi e bagagli sono tornata casa di mio padre. Il mio avvocato si è accordato con i familiari del mio ex per una separazione per colpa di mio marito e con mio mantenimento a suo carico, evidentemente non volevano pubblicità negativa dato che la loro fama non era certo cristallina. Poi ti darò gli estremi della mia banca così riuniremo i nostri soldini, non voglio far la mantenuta…sto scherzando. È stato un pranzo favoloso, lo sarebbe stato anche se si trattava di pane e formaggio! Ed ora ci vorrebbe un riposino.” “Che genere di riposino?” “Non fare lo gnorri e filiamo a letto.” Alberto ancora non si era ripreso dagli ultimi avvenimenti e stava vicino a Stella senza far nulla, cosa non gradita alla pulsella che: “Che intenzioni hai di andare in bianco la prima notte anzi il primo pomeriggio di nozze, datti da fare, la mia gatta gradirebbe, come inizio, un bacino prolungato, molto prolungato…” Alberto si trovò dinanzi gli occhi una distesa di peli neri quasi sino all’ombelico:”Mi viene in mente la canzone: ‘ c’è un grande prato verde dove nascono speranze…”  “A me sembra che sul mio prato le speranze muoiono!” “Mi sta accadendo che i tuoi lunghi peli mi restano fra i denti e poi finiscono in gola…” “Uffà, vado in bagno.” Stella pensò bene di rasarsi la cosina così il suo prossimo ‘marito’ non si sarebbe più lamentato. Dopo circa venti minuti si presentò con le mani sulla gatta e: “Voilà contento?” Alberto si trovò davanti un fiorellino con bellissime grandi labbra rosee e tutte intere non come quelle che aveva visto in altre donne che erano di colore molto scuro e ‘slabbrate’,  lo disse a Stella. “La vuoi finire con i complimenti, datti da fare nonnetto!” Stella molto probabilmente aveva sognato tante volte quel momento di intimità con Alberto, ebbe subito un orgasmo al che Alberto si fermò. “Hai finito la benzina, vai facile sino a quando non te lo dico io.” La baby ebbe un bel po’ di goderecciate prima di arrendersi. “Avevo paura che ti sentissi male.” “Lascia stare le paure, te lo prendo in bocca e poi entrata trionfale nella gatta.” Quello fu non un ‘mezzogiorno di fuoco’ ma un ‘pomeriggio di fuoco’ che Alberto e Stella avrebbero ricordato per sempre. Matrimonio laico, testimoni il portiere Bicenzo e sua moglie Pina e poi grande mangiata al ristorante sotto casa, prenotato non solo per i neo coniugi ma anche per gli abitanti della via Conegliano con grandi risate, brindisi e baci alla sposa. “Scusate signore lo sposo vorrebbe qualche affettuosità da parte vostra!”  Quando anche l’ultima signora finì di baciare Alberto, Stella: “Non fare il mandrillo altrimenti fai la fine di quell’americano, Bobbit, a cui la cui fidanzata ha fatto un brutto scherzo!” “Gelosona io scoperò solo con te.” “Bene allora tieni la ‘ramazza’ a cuccia!” Stella prese servizio come medico al vicino ospedale San Giovanni come ginecologa; benché fosse proprietaria di una Mini Clubman, Alberto preferiva accompagnarla lui  al lavoro causa difficoltà di parcheggio. I giorni che passavano facevano sempre più bella Stella ma non Alberto che cominciava ad avere i guai fisici tipici della vecchiaia, veniva amorevolmente curato dalla consorte. Il loro era stato sicuramente puro amore, una parola spesso abusata ma che nel loro caso era proprio azzeccata. A novant’anni Alberto capì che la fine era vicina, il cuore stava facendo ‘capricci’ ed allora si mise a letto con Stella vicino, anche lei, da medico, capì…Quando esalò l’ultimo respiro Stella gli chiuse gli occhi, ultimo suo gesto affettuoso. 
     
     
     

  • 20 settembre alle ore 16:53
    Meditazioni di un innamorato

    Come comincia: Mi rispecchio nei tuoi meravigliosi occhi grigi che mi fanno provare un sentimento intenso: il desiderio di stare sempre abbracciato a te. Provo anche dolcezza mista a tristezza che mi fa immensamente soffrire pensando che mai sarà possibile estraniarci da tutti e vivere la nostra esistenza insieme. Sogno di stare in riva al mare, d’inverno, dinanzi a noi la burrasca, il vento che ti scompiglia i capelli e tu abbracciata alla mia vita. L’effluvio della tua pelle mi stordisce, chiudo gli occhi assaporando nella fantasia quello che non potremo avere mai, ma perché sprecare il tempo in malumori, finalmente sorridi, anch’io riesco a sorridere sembriamo due giovani alla loro prima esperienza amorosa. Incontriamo dei pescatori con le reti sulle spalle, tristi, per oggi niente pesca, anche loro hanno i loro pensieri, una famiglia da mantenere. D’impulso ti metti a correre, sei più veloce di me, poi mi aspetti, mi abbracci piangendo, il tuo pianto mi distrugge l’anima, ancora una volta trovo quel trasporto nel cuore, non oso pensare a quella passione…si invece penso sia proprio quello: l’amore, quel sentimento che dal cervello arriva sino alle viscere facendomi provare un dolore acuto; te ne accorgi e mi baci a lungo, riesci a darmi un pò di serenità. Il nostro contatto fisico è deliziosamente dolce!
     

  • 20 settembre alle ore 16:31
    Il ricordo di un suono

    Come comincia: Vorrei avere un altro suono, quello di una trombetta per bimbi, un sonaglino, in fondo alla caverna dei ricordi, purtroppo c’è solo lui, tremendo, possente, inconcepibile, per un cervello appena sbocciato. Un rifugio, sacchi di sabbia, a coprire la luce di una finestrella. Una lunga, serpiginosa, buia, scala porta in alto e cela papà, che non vedo. “Papà non può stare al chiuso, sta sulla porta, rischia la vita”. – Mia madre, rassegnata, di cui sento soltanto la voce, perché, difronte, ho i pizzi odorosi di nonna Olga, i suoi capelli di fine rame. Apre la piccola scatola di mentine colorate, per rasserenarmi. Lei porta con se anche la bottiglietta di colonia francese, da passare sotto il naso, in caso di malore. Il tuono è fragoroso. Un suono inatteso, sconosciuto, che fa vibrare la testa e il corpo. Volano vetri, come neve su tutto. Il telo dei sacchi, lacerato, fa colare sabbia dall’alto. La luce è andata via. Sento piangere, pregare, inveire. Vedo maschere, più che volti, nel lampo di un cerino acceso. (Quest’odore di cera appena bruciata, mi resterà per la vita.) Mamma urla: - “Tullio, Tullio, dove sei?” - Sto vomitando la cena sulle scarpe. Un liquido caldo mi bagna i calzini. Qualcuno mi pone una mano tiepida sulla fronte. La colonia di nonna Olga va su, graffiando le narici, inodore. E' tornato il silenzio, troviamo all’uscita, in via Casaregis, a Genova, un enorme fosso, al posto del palazzo, affianco al nostro. Mi meraviglia che sia pieno di acqua, quasi un laghetto. Ci potrò giocare? Papà c’è, è salvo! Siamo felici.

    l.p.r.

  • 20 settembre alle ore 6:14
    Il torneo delle "Cinque Nazioni" 1978

    Come comincia:  Il torneo delle Cinque Nazioni (Five Nations nella dicitura anglosassone) riuscì a festeggiare ben centosedici compleanni prima di essere soppiantato dal Sei Nazioni attuale, con l'entrata dell'Italia nell'arengo del rugby continentale nel 2000. Nonostante l'avanzare del tempo, l'avvento del professionismo, gli sponsor che premevano sempre più coi loro spietati interessi, l'avvento della World Cup, la quale dopo un'inizio stentato cominciava a raccogliere intorno a sé sempre più larghi consensi e interessi economici e dei network televisivi (l'edizione del 1995, ad esempio, quella culminata con la storica vittoria degli Springbok sudafricani sugli All-Blacks, venne seguita da due miliardi e mezzo di telespettatori sparsi in ogni parte del globo) esso seppe parare il colpo, anzi, seppe ribattere colpo su colpo e difendersi strenuamente. Il torneo mantenne sempre intatto il suo fascino: quello che io spesso definisco, per molte cose che riguardano anche il quotidiano e l'esistenza, il fascino old time o old style! (e non significa questo, sia chiaro, essere ancorati a vecchi principi o a vecchi stereotipi o schemi antiquati, né non essere aperti al nuovo che avanza, tutt'altro: è soltanto un modo di vedere e sentire le cose!); restò, vita sua natural durante, l'appuntamento più atteso della palla ovale nel vecchio continente (ed anche nell'emisfero sud, invero, era seguitissimo!), che ogni anno si svolgeva nel pieno dei mesi invernali sino, a volte, alle porte della stagione primaverile (in genere da gennaio a marzo). Ad esso prendevano parte le quattro nazioni britanniche (Inghilterra, Galles, Scozia, Irlanda) e la Francia. Restò, vi dicevo, un evento unico e straordinario: nesuna altra manifestazione sportiva, infatti, teneva intatte tradizioni secolari accentuando (in senso buono, evidentemente!) rivalità etniche e popolari nonché l'entusiasmo di intere popolazioni di diverse culture e tradizioni, appunto; esso non era solo - ed unicamente - un evento sportivo ma anche religioso, politico, sociale ed ebbe il merito (non da poco!) di accomunare le due Irlande (Ulster di matrice protestante ed Eire cattolico), di renderle un tutt'uno, almeno per ottanta minuti: i quindici giocatori dell'Irlanda, infatti, per poco meno di un'ora e mezza, quattro volte all'anno, dimenticavano asti secolari riconoscendosi nella maglia verde col trifoglio indossata in campo. Il torneo, per tutta la lunga durata, svolse benissimo il suo compito: quello, cioé, di ambasciatore della palla ovale nel mondo e la tivù, la quale contribuì anche in Italia a renderlo popolare, divenne (ma non sempre, però) il veicolo più adatto per offrire al grande pubblico il meglio di questa disciplina, la quale in questa sfida tradizionale riesce a sublimare la bellezza agonistica, spesso drammatica (mai violenta), di uno sport per superuomini che diventa sempre più fisico, veloce e (forse) spettacolare: forse troppo, a volte; devo dire che personalmente preferivo un rugby più fantasioso, un rugby più...champagne, come dicono i francesi! Gli inglesi, tuttavia, enfatizzando un pò, come spesso accade loro, definiscono questo sport: "The endless struggle for the existence!" (la lotta senza fine per l'esistenza!). Ma torniamo al Cinque Nazioni. La nascita del torneo avvenne in maniera del tutto spontanea, nel 1883, quando le nazioni britanniche cominciarono a scontrarsi tra loro. Gli inglesi lo chiamavano "International Championship" mentre i francesi, entrati nel torneo nel 1910 con il placet dell'International Board (il governo del rugby mondiale di cui fanno parte anche Sud Africa, Nuova Zelanda ed Australia), coniarono quella che poi restò per sempre la sua denominazione: Cinque Nazioni. La Francia fu estromessa dal 1932 al 1939 per via di un campionato eccessivamente sentito e per le accuse di professionismo mosse dalle Home Unions (le federazioni britanniche), venendo poi riammessa dalla prima edizione del dopoguerra del 1947. Nel 1972 il torneo rischiò di scomparire per l'inasprirsi della guerra civile in Irlanda e la vittoria non venne assegnata. In realtà, al termine del torneo (le cinque squadre si sono sempre incontrate  tra loro in partite di sola andata, invertendo il campo ogni anno) non vennero mai stilate classifiche ufficiali: a questo ci hanno sempre pensato gli addetti ai lavori, su giornali e
    riviste specializzate. Dal 1993, però, ai vincitori spettò la Coppa d'Argento mentre a chi perdeva tutti gli incontri veniva assegnato il cucchiaio di legno, simbolo di un'onta da lavare l'anno seguente. Inoltre: tra Inghilterra e Scozia era annualmente in palio la Calcutta Cup e tra le squadre britanniche la "triple crown", triplice corona (delle quali si parla anche più avanti); e vi era, infine, la possibilità di ottenere lo "slam", ossia il poker vittorie di una squadra sulle altre. Il record di successi nel torneo (trentatré) spetta al Galles, mentre l'Inghilterra ha ottenuto più slam, undici!
    L'edizione numero ottantatré (si disputò dal 21 gennaio al 18 marzo) partiva con una squadra favorita: il Galles. I "rossi" di Cliff Jones cercavano di bissare il successo del 1976 potendo ancora contare sull'apporto dei "senatori" Gareth Edwards, Gerald Davies, Phil Bennett, J. P. R. Williams, Terry Cobner nonché sulla conclamata forza del pacchetto di mischia. La Francia, vincitrice l'anno prima (collettivo eccezionale, quella squadra, schierava giocatori fortissimi: Haget, Bertranne, Romeu, Paparemborde, Rives, Imbernon, Bastiat, Skrela, etc.), si proponeva come la rivale più agguerrita dei gallesi, nonostante avesse perso il mediano di mischia tascabile Jacques Fouroux, autogiubilatosi. L'Inghilterra, invece, costituiva il solito punto interrogativo del torneo: squadra lunatica, capacissima di vincere o perdere tutti i matches. Irlanda e Scozia, infine, apparivano fuori dai giochi per il successo finale. Nella giornata inaugurale Francia e Inghilterra si affrontano al Parco dei Principi in un incontro esaltante e dai due volti, mostrando un rugby forte,aggressivo e sofferto. Gli inglesi dominano il primo tempo in virtù di un pacchetto più solido, ma soffocano la palla in una serie di raggruppamenti senza valide prospettive.L'estremo Dusty Hare (giocò con Nottingham e Leicester, e segnò 240 punti per i bianchi della rosa nel periodo 1971-89) è assolutamente negato al contrattacco e l'ala Jeff Squires resta spesso e volentieri troppo isolata in avanti. Al 35'avviene la svolta del match allorquando Peter Dixon, perno della terza linea inglese, esce per infortunio. Nella ripresa i "bianchi" subiscono la forza offensiva del gioco transalpino e vengono piegati da una meta di Averous al 16'. Nell'altro incontro, a Lansdowne Road, l'Irlanda piega la Scozia ed il mediano d'apertura "Tony" Ward (vero nome Anthony Joseph Patrick), ventitré anni, esordiente in maglia verde, mette a segno due "penalties" e una trasformazione (alcuni quotidiani titolano: "Ward singlehandedly beat the Scots", cioé: Ward con una mano sola batte gli scozzesi!). Questo giocatore, talentuosissimo, diverrà una delle leggende viventi del rugby irlandese (A great irish "fly" legend, scrive Frank Keating, columnist di The Guardian, nel suo "The Great number tens"), nonché uno dei più grandi numeri dieci d'ogni epoca. In coppia col suo acerrimo rivale (giocava nel Leinster, mentre lui col Munster), Seamus Oliver Campbell, detto "Ollie", formò una delle coppie più celebri del rugby mondiale, ed una linea mediana difficilmente ripetibile. Con la maglia dei "verdi" disputerà sei tornei del V Nazioni, totalizzando quindici caps (in totale ebbe diciannove caps, totalizzando straordinaria media di 6,9 punti a incontro!). L'anno successivo, il suo secondo, fu votato "man of the match" in tre dei quattro incontri del torneo (in cui mise a segno ben trentatré punti). Una curiosità su di lui: quando frequentava scuola a Dublino fu nella rappresentativa Irish Schools, giuocando, lui ala sinistra, insieme a Liam Brady, poi nazionale di calcio con l'Eire!
     Il 4 febbraio il Galles esordisce nel torneo e pone le basi per il successo finale battendo di misura (9-6), i rivali inglesi a Twickenham, in un piovoso pomeriggio. La partita si rivela essere una spietata battaglia per il possesso della palla ed i due mediani, Edwards e Bennett, ne sono i grandi protagonisti (l'apertura di Llanelli segna i nove punti gallesi), vanamente contrastati dai difensori inglesi. Su questa celebre coppia di fly-half ci sarebbe da scrivere più di  un libro: vere leggende, furono entrambi, del rugby gallese e mondiale!
     Phil nacque a Felinfoel il 24 ottobre del  1948. Nel corso della sua carriera, oltre a quella scarlatta, indossò anche le maglie dei Barbarians e dei British Lions. Per lui ventinove caps (otto da capitano) e otto Tests con i Lions (giocò nel tour del 1974 in Sud Africa e in quello del 1977 in Nuova Zelanda quando capitanò la squadra, secondo giocatore gallese di sempre, all'epoca, in tutti i quattro matches). Segnò ben duecentouno punti, con un record di trentotto nella  stagione 1976.
     La Francia, da par suo, soffre ma vince a Murrayfield, santuario del rugby scozzese, mostrando un Jerome Gallion sempre più convincente (già in meta all'esordio con gli inglesi) ed un pacchetto di mischia solidissimo. A  proposito del mediano francese (e del suo "confrère" Jacques Fouroux) Frank Keating così scrive: "most unlikely and ungainly little Gauloise stub!" (la coppia di sigari Gauloise più improbabile e sgraziata!).
      Su Murrayfield è da dire ciò che segue. Esso fu inaugurato nel 1925 con lo storico incontro Scozia-Inghilterra, il quale sancì il primo slam dei "blues" del cardo, ovvero il tubero, simbolo nazionale, rappresentato sulle maglie dei giocatori scozzesi (quella Scozia schierava la linea trequarti più forte di sempre, formata dal "quartetto" di Oxford Wallace-Aitken-McPherson-Smith). Sostituì la vecchia arena di Inverleith, dove sino ad allora la Scozia aveva giocato tutti i matches importanti. Situato tra Roseburn Street e Corstorphine Road, nei pressi della National Gallery of Modern Art ed a poca distanza dal Mount, la collina che porta al magnifico castello gotico che troneggia sul suo sfondo e su tutta la città di Edinburgo, aveva una capienza di sessantacinquemila posti.  Diventò ben presto il vanto di una intera nazione: tutta la Scozia, infatti, simbolicamente accompagnava i suoi beniamini quando si scontravano con gli avversari. Il "ruggito" di Murrayfield si levava alto ogni qualvolta il XV dei blues segnava una meta. 
     Dopo le prime due giornate il "XV tricolore" (quello blu, bianco e rosso francese) guida la classifica davanti a Irlanda e Galles (entrambe con una partita in meno disputata), mentre l'Inghilterra è sorprendentemente al palo con la Scozia. Il 18 febbraio si disputa la terza giornata. La Francia fatica a battere l'Irlanda al Parco dei Principi in un match risolto ancora dal mediano Gallion, autore di una splendida meta. Gli irlandesi, costretti a schierare all'ala l'anziano centro Mike Gibson, si distinguono per il loro "fighting spirit" e la precisione nei calci del giovane Ward. Sorretti dalle prodezze della leggendaria terza linea Slattery-Duggan-McKinney, renderanno la vita dura anche ai gallesi e, in chiusura di torneo, all'Inghilterra. A proposito di Gibson e Slattery è da scrivere quanto segue. Il primo (nome completo è Cameron Michael Anderson) nacque a Belfast il 3 dicembre del 1942; unanimamente è riconosciuto come uno dei più grandi e completi centri della storia rugbistica. La sua carriera, effettivamente, fu davvero straordinaria quanto impeccabile: vestì le maglie del Campbell College, prima, e poi quelle del Trinity College di Dublino, della Cambridge University, dell'Irlanda e dei Barbarians. Con gli Irish collezionò ben sessantanove caps dal 1964 al 1978. Solo lui ed il connazionale William James McBride (noto come "Willie John") hanno preso parte a cinque tour dei British Lions: Gibson giuocò quattro Tests in Nuova Zelanda nel 1966 e 1973 e in Sud Africa nel 1968, ma non giocò quelli contro il Sud Africa nel 1974 e la Nuova Zelanda nel 1977! Procuratore legale di professione, fu insignito dello MBE, il cavalierato inglese per meriti sportivi. Il secondo, invece (nome completo John Fergus), nacque a Dun Laoghaire il 12 febbraio del 1949. Vanta sessantuno caps con i "verdi", dal 1970 all'84 (debutto col Sud Africa): il flanker più presente di sempre! Partecipò a due Tour coi Lions: nel 1971 in Nuova Zelanda (senza giocare), nel 1974 in Sud Africa (giocò tutti i quattro Tests Matches contro gli Springbok).
     Nell'altro matches, invece, il Galles supera la Scozia all'Arms Park di Cardiff soffrendo la tradizionale verve agonistica e la vivacità del gioco dei "blues". Le buone prestazioni degli avanti Tomes e McHarg e del mediano di mischia Morgan fanno sì che l'esito del match resti in bilico sino all'ultimo. La quarta giornata pone di fronte, in un curioso quanto suggestivo scontro incrociato, le nazioni britanniche. Il Galles gioca al Lansdowne Road di Dublino e, grazie alla magistrale prova di Edwards, riesce a superare l'Irlanda aggiudicandosi anche la "Triple Crown" - triplice corona - (il simbolico trofeo che compete idealmente alla squadra britannica che batte le altre tre nel torneo) per la quidicesima volta nella sua storia. La partita verrà ricordata come una tra le più belle e palpitanti nella storia del torneo, quasi centenaria. Questa volta, però, il tradizionale spirito combattivo dei verdi irlandesi non basta, com'era successo, ad esempio in passato, per altre battaglie rimaste scolpite negli annali di questo sport: la prima fu quella del 1947, quando distrussero l'Inghilterra (22-0), guidata da un giovanissimo Jack Kyle; l'altra, invece, quella del marzo 1956 quando, sotto 3-0 alla fine dei primi quaranta minuti, contro il Galles, in corsa per lo "slam", ribaltarono il risultato con due mete nel finale, vincendo 11-3. Anche allora tra i rugbisti del trifòglio (la pianta che simboleggia la nazione irlandese) evoluiva Jack Kyle, detto "Jackie", probabilmente il più forte numero dieci che l'Irlanda abbia mai avuto ed il quale giocò in nazionale ininterrottamente per dodici anni (dal 1947 al 1958), collezionando quarantasei caps e legando il suo nome allo "slam" del 1948. Una curiosità è senza dubbio da sottolineare: l'atleta di Belfast (dov'era nato il 30 gennaio del 1926), il cui vero nome è John Wilson, al termine della sua mirabile carriera esercitò la professione di medico in Malaysia e nello Zimbabwe.
     Nell'altro incontro, invece, gli inglesi battono la Scozia a Murrayfield (l'ultima volta, diciotto anni prima era stato un 12-21) e si aggiudicano la "Calcutta Cup": mera consolazione per i "bianchi" i quali avevano impostato una preparazione lunghissima e ritrovato un pacchetto di mischia sufficientemente compatto.
     Sulla Calcutta Cup sono da sottolineare alcune cose. Annualmente essa è messa in palio tra bianchi inglesi e blues scozzesi: fu coniata con le rupie rimaste nelle casse del disciolto Calcutta F. C. (club formato da ufficiali di un reggimento dell'esercito britannico di stanza in India) nel lontanissimo 1879; viene custodita da un gioielliere londinese in Albermarle Street ed è tolta dalla vetrina ad ogni ricorrenza della sfida. 
     Alla vigilia della giornata conclusiva, così, la situazione è quella che in molti avevano pronosticato e che tutti, invero, speravano si verificasse: Francia e Galles a pari punti (sei) ed in grado di giuocarsi in ottanta minuti vittoria nel torneo e "slam". Il big-match si disputa all'Arms Park di Cardiff: fatto che fa pendere - ed in maniera indubbia - l'ago della bilancia e del pronostico a favore degli "scarlet dragons" (dragoni scarlatti è il nick dei giocatori gallesi: a causa di un dragone giallo - che poi è lo stesso, seppur sia di colore rosso, che troneggia in mezzo al bianco ed al verde del vessillo del Galles - raffigurato sulle loro magliette rosse!). L'Arms fu lo stadio nazionale gallese per più di novant'anni, la "casa" della Welsh Rugby Union, una delle più prestigiose e antiche al mondo (vide la luce il 12 marzo del 1881 a Neath, contea di West Glamorgan). Progettato da Archibald Leitch, ironia della sorte architetto e ingegnere scozzese (i blues sono acerrimi rivali degli scarlets da sempre!), il quale progettò e perfezionò tantissimi stadi britannici (tra cui Ibrox Park ed Hampden Park a Glasgow, Stamford Bridge, White Hart Lane e Highbury a Londra, Old Trafford a Manchester, Villa Park a Birmingham, Goodison Park a Liverpool, etc.), sorgeva nel cuore della capitale gallese, tra Westgate Street ed il fiume Taff, affiancato dal piccolo Cardiff Arms Park (quattordici mila posti di capienza), lo stadio del glorioso Cardiff Rugby Club. La sua capienza, di circa sessantacinquemila posti, non fu mai sufficiente a soddisfare le richieste dei tifosi gallesi: richieste che a volte, incredibilmente, arrivavano anche dall'emisfero sud   (Australia, Sud-Africa e Nuova Zelanda!). Il de profundis di questo stadio fu scritto nel 1997 quando venne demolito per far posto al nuovo, più capiente e funzionale Millennium. Torniamo ora al nostro racconto. I biglietti sono da tempo venduti, le tribune del vecchio stadio si apprestano ad ospitare un nuovo "tutto esaurito" e la città gallese è in tumulto già dalle prime ore del mattino: moltissimi i tifosi transalpini sopravvenuti dal continente. I motivi tecnici non mancano, primo fra tutti il testa a testa Edwards-Gallion, i due numeri nove. Prima del match i sessantamila tifosi gallesi intonano - come al solito - in maniera (ultra) commovente l'inno (Land of My Fathers) e con altrettanto fervore (e meno commozione, evidentemente!) lottano i giocatori di entrambe le compagini in campo. La gara (arbitrata dall'inglese Alan Welsby, classe 1935, di Manchester) vive sull'estenuante duello fra i due pacchetti, i quali entusiasmano con le terze linee. L'attacco transalpino, tuttavia, si mostra meno incisivo del solito, frenando così il buon lavoro delle terze linee Belascain, Bertranne e Bustaffa (sostituto dell'infortunato Gourdon al numero quattordici) vengono imbrigliati dai difensori avversari e la Francia si ferma a sette! Match-winner sono senza ombra di dubbio i due mediani Edwards e Bennett che vincono il duello coi rivali Gallion e Viviès. Bennett segna due mete (trasformandone una) mentre Edwards realizza un drop da due punti. Il Galles, dopo la "triple" conquista anche lo "slam" (sesto della sua storia, dopo quelli del 1908, 1909, 1911, 1950, 1971) e ringrazia ancora una volta i suoi "senatori" che, nonostante i dubbi di tecnici e media, hanno disputato il torneo con estrema perizia tecnica. Quella contro la Francia fu l'ultima partita di Gareth Owen Edwards il quale, ironia della sorte, aveva esordito proprio contro i galletti francesi, a diciannove anni. Lo scrum-half (mediano di mischia) del Cardiff, la squadra di club con cui ottenne tantissimi riconoscimenti e successi (centonovantacinque presenze in dodici anni, dal 1966 al 1978), il quale, però, è nato il 12 luglio 1947 in un paesino dal nome complicatissimo, quasi impronunciabile (Gwaun-cae-Gurwen), ebbe a dire una volta: "I always adored the French match!" (Ho sempre adorato le partite con i francesi!)...e indubbiamente gli "allez-cats" (comunemente sono così chiamati i francesi in Galles) furono i suoi "nemici" favoriti! Al termine del match Jean-Pierre Rives, celebre flanker (numero sette) francese del Toulouse (giocò in nazionale dal 1975 al 1984, collezionando ben cinquantanove caps e lo slam del 1981), al contempo valoroso amico e nemico di Edwards in campo, si avvicinò al rivale, lo abbracciò e poi li disse: "Gareth, mon ami, magnifique, you old fox! See you next year, eh?" (Gareth, magnifico amico, vecchia volpe! Ci rivedremo l'anno prossimo?). L'altro sorrise e fece: "Yes, you bet!" (Sicuro, puoi scommetterci!). L'unico altro match, invece, che Edwards disputò dopo di allora fu a Tolosa: per un Invitational XV contro la vecchia squadra francese vincitrice dello slam 1977! Con la nazionale ottenne cinquantatré caps, record in Galles sino a quando fu battuto da J. P. R. Williams (componente, come lui, della squadra del 1978 e, al pari di Kyle, anch'esso medico di professione - dentista - nella vita!). Inoltre, segnò venti mete (tries), anch'esso record per un giocatore gallese ed anch'esso, poi, battuto da un'altro componente di quella squadra: Gerald Davies (il cui nome completo è Thomas Gerald Reames) da Llansaint, suo compagno di club nel Cardiff, quarantasei caps, che fu  uno dei più entusiasmanti e veloci centro-ala di ogni epoca! Nelle sue note biografiche, nella home page del Cardiff, sul sito del club gallese, è scritto: "Gareth Owen Edwards può o non può essere il più grande giocatore di tutti i tempi ma di certo è stato il più carismatico!".
     A conclusione del presente racconto mi preme l'obbligo di scrivere quanto segue: quel torneo del V Nazioni fu, a mio modesto parere, il più bello ed entusiasmante a cui io avessi avuto modo di assistere (televisivamente parlando, si intende!) sino ad allora. Dopo di allora ho visto e vissuto altri V Nazioni, sia chiaro, ma quello del 1978 resterà impresso nella mia mente per sempre: come il "torneo", quel torneo...il più bello ed il più romantico che io abbia mai potuto vedere. Il Galles vittorioso, quel Galles e soltanto quello, fu nominato la squadra della decade (non poteva essere altrimenti: vinse sette tornei ottenendo tre "slam"!) nel V Nazioni e rappresenta uno dei team più forti d'ogni epoca al mondo: dopo di allora, con il gioco fantasioso e brillante e le incredibili imprese mostrate da quel team, anche la palla ovale fu diversa!

     Risultati
     21 gennaio     Francia-Inghilterra        15-6
                            Irlanda-Scozia              12-9
       4 febbraio     Scozia-Francia               9-16
                            Inghilterra-Galles            6-9
     18 febbraio     Francia-Irlanda              10-9
                            Galles-Scozia                22-14
       4 marzo        Irlanda-Galles                16-20
                            Scozia-Inghilterra            0-15
      18 marzo       Galles-Francia                16-7
                            Inghilterra-Irlanda           16-9

    Squadra vincente 
    Pacchetto di mischia Charlie Faulkner/Bobby Windsor/ Graham Price (1^linea);
                                       Allan Martin/Geoff Wheel/Jeff Squire (2^linea);
                                       Terry Cobner/Derek Quinnell (3^linea);
    Mediani                       Gareth Edwards/Phil Bennett
    Tre quarti, ali              John Williams/Gerald Davies/J. P. R. Williams
    Centri                          Ray Gravell/Steve Fenwick
    Riserve                       Gareth Evans/John Bevan/Brynmor Williams/John                                                              Richardson/Mike Watkins/Trefor Evans
    Marcatori
      38 punti         Tony Ward (Irlanda)
      25 punti         Phil Bennett (Galles)
      24 punti         Jean-Michel Aguirre (Fra)
      23 punti         Steve Fenwick (Galles)
      23 punti         Doug Morgan (Scozia)

     Mete               Jerome Gallion (Francia )  3

  • 15 settembre alle ore 17:36
    I nuovi mestieri (o: mestieri novi)

    Come comincia: Lunga è la lista dei nuovi mestieri (detti anche mestieri novi, secondo la locuzione di stampo medievale): nuove frontiere si aprono, dunque, per chi si avvicina al mondo del lavoro e...speranze a go go per le generazioni più giovani!
     - Il sàvio...è colui che pensa, parla e opera con senno, con prudenza: altresì dicasi pure quieto e posato; uomo sapiente e saggio; uomo assennato, giudizioso, avveduto, benpensante, prudente, sensato, serio, etc., etc, la figura "professionale" che tutti - e tutte - vorrebbero avere, tuttavia: spesso, anzi, quasi sempre resta al palo; ossia, in gergo si definisce quello che "tutti - e tutte - lo vogliono ma nessuno se lo piglia!"; al proposito è d'uopo un distinguo tra la saviezza, cioè la condizione dell'essere savio e saviamente, che è il modo di esserlo...
    - il tappezziere riveste (tappezza) la realtà di buchi neri: per modo che la mente vi si possa infilare (e) vagare - colà - in cerca della via d'uscita: è il classico "sognatore" con la testa tra le nuvole...anzi, senza speranza;
     - l'allumatore dà l'allume alle pelli, alla nostra pelle (ma non alle palle: altrimenti detti testicoli!), prima di tingerla e poi conciarla...per le feste;
     - l'ambulante (o girovago) è colui che ambula: ossia, tappa i buchi (quelli neri o bianchi, o di qualsiasi altro colore essi siano) negli ambulatori, nelle ambulanze ed in ogni andito esistente essi si trovino;
     - indiano=dicasi colui che...un po'ci fa e l'altro pure;
     - reggente: è colui, invece, che regge le sorti della immaginazione tutta; è pagato, in genere, a cottimo dal padrone. Agisce ed opera anche nei circhi equestri, a volte, in vece dei pagliacci;
     - transfuga: èccioé colui che per motivi sconosciuti passa al nemico; ovvero, diserta un sesso e ne abbraccia uno opposto;
     - trasformista=l'attore che da spettacolo, trasformandosi rapidamente nel volto, negli abiti e nell'aspetto. Si muove, opera ed agisce nei teatri (poco) e nei parlamenti (assai di più!) del mondo intero: laddove spesso viene chiamato col vezzeggiativo titolo di "girella". Il trasformismo era una pratica diffusa assai nelle aule del parlamento poco tempo addietro (parlasi dell'italico parlamento in cui, dopo il 1876 - anno più, anno meno - essa divenne una prassi comune grazie all'interessamento di un certo Agostino Depretis, esponente della sinistra storica: era la tendenza a cercare le basi del governo, attraverso abili e più o meno chiare manovre atte a cercare le basi del governo in maggioranze non precostituite e di volta in volta diverse, scavalcando le tradizionali distinzioni ideal politiche tra Destra e Sinistra);
     - il nuovo iconoclasta=è colui che non distingue più le sacre icone, così come faceva il suo (vecchio) predecessore, ma le venera. Resta, però, ugualmente a tutti inviso (tranne che, naturalmente, ad antropologi, filosofi e poeti!), in quanto ritenuto "nemico" delle opinioni universalmente accolte, nonché della morale e delle religioni correnti. Spesso e volentieri ricetta e contrabbanda icone ebraiche al mercato nero, oppure le scambia con quadri e sculture prive di valore;
     - mezzadro "mettifoglio"=è quel contadino che, nel tempo libero, rimbocca le coperte al padrone...dop'essersi scopata la moglie;
     - il preditore (o nuovo quaresimalista): legge le carte, i tarocchi alle vecchie vedove ed alle giovani  in carriera (e single); predice inoltre il passato e pronostica immani tragedie per l'avvenire con intenzioni deliberatamente prave, allo scopo di diffondere paura e pregiudizio;
     - l'educatore (del piffero) o "pifferaio magico": dicasi, cioé, di quella persona addetta all'educazione, ad educare in genere persone più giovani; ossia, colui o colei che educa: ovvero chi o che educa - anche detto precettore, maestro - altre persone al fine di conformarne l'animo a virtù e a sapere. 
     L'educatore "nuovo" (o: novissimo) sovente svolge anche funzione (pro tempore): di incantatore di serpenti, struzzi, fagiani e/o grossi ratti maculati di bianco e di nero...ma non più, come accadeva un tempo, di masse disadattate, diseredate ed inermi di uomini. [Colui] è inoltre: disavvezzo a declamar poesie e poco, anzi, pochissimo consueto nell'uso di computers, smartphone, tablet e marchingegni affini delle ultime tecnologie;
     - venditore di almanacchi // vende almanacchi astronomici o astrolabi (gli abbecedari per i piccoli futuri astronomi) con annesso (e connesso: in epoca internettiana corre d'uopo) oroscopo del successivo triennio (per alcuni addirittura quello di un lùstro), fatto escluso per il segno dello scorpione, ahimé! La vendita è rivolta soprattutto ai passeggeri sopra i trentatré anni di età, nei treni a lunga percorrenza ed avviene soltanto in determinati orari e periodi dell'anno: dalla mezzanotte del primo di gennaio a quella del secondo giorno dell'anno di ogni anno nuovo; inoltre, quando [colui] gira per la vendita va gridando a squarciagola: "almanacchi, almanacchi novi; lunari novi e novissimi. Bisognano, signori, abbisognano di almanacchi?";
     - l'eccèntrico: dicasi di colui che è fuori di testa...dal centro. E'un modo assolutamente errato definirlo quale tipo strano, stravagante e bizzarro, o pazzoide, appartato; né tanto meno sarebbe corretto additarlo come (uno) "lontano o remoto dal centro di una città". E'solito fare bagni di umiltà col Madeira - invecchiato di dieci lustri almeno in botti di rovere francese - immergendosi in vasca avvolto da lunghe tele di madapolam della Turchia e della Persia. E'da dire, inoltre, che [colui] non nutre granché simpatia per: ipocriti e figli di puttana benpensanti ed incravattati, rappresentanti di farfalle imbalsamate, falsi "puritani" e false "madonne", pianisti "sputasentenze", colllezionisti di vecchie icone russe e quadri di Mao-Tze Tung, contro i quali, incontrandoli nelle profumerie o nei self-service del centro, o altrove, spesso spara con fucili a canne mozze caricati con grossi pallettoni (non sempre a salve, purtroppo!). Tuttavia, è da dire che questa, tra le nuove professioni, o professioni nove che dir si voglia (o, meglio ancora, tra le modernissime figure professionali!), è una di quelle che riscuote più largo successo e vanta maggior seguito: sopratutto fra i "figli di papà" e tra le giovani vergini (o giumente che dir si voglia) d'alto bordo;
      - Signor Godot: è il mestiere tra i più simpatici e novi che oggi esistano su piazza; è il mestiere, cioè, di colui che non arriva mai (neanche a farlo apposta, neanche in...ritardo!): è per questo precipuo motivo che tutti l'aspettano sempre, che tutti stanno sempre ad aspettarlo a braccia aperte (soprattutto nelle stazioni e soprattutto le vedove da consolare);
     - l'incantatore della Manciuria (talvolta anche della Kamcatka) è colui il quale, per bramosia di potere ed anche per mania di grandezza (seppur non avendo esso mai frequentato corsi di "grandeur" in Francia o nel Benelux), incanta serpenti con espressioni blasfeme (lo fa, soprattutto, nelle grandi aste d'arte londinesi, parigine e newyorchesi...chissà mai perché?): è per questo che lo amano americani, russi e cinesi, un po' meno - però -  indiani (quelli dell'India, in particolare degli stati del Rajastan, dell'Uttar Pradesh e del Bengala) ed arabi. Tra le nuove professioni, codesta ed al presente "stato delle cose" (nulla a che vedere, sia chiaro, con il titolo di una vecchia pellicola di Wim Wenders!), è quella più consigliata ai giovani: offre, a detta di economisti, sociologi, "dottori" e dottorande, nonché esperti del mondo del lavoro, sbocchi più facili e prospettive più rosee rispetto ad altre;
     - l'ermetista (o ermeneuta nuovo): declama (va declamando) poesie ermetiche dento vecchi bistrot cinesi di quart'ordine e nei sotterranei delle metro; legge, inoltre (soltanto, però, a coloro che ne fanno richiesta verbale) passi del "Libro tibetano dei morti";
     - "psicotico"= colui che possiede la cronica incapacità a valutare in maniera adeguata la realtà: insieme allo imbonitore di marionette è il più pericoloso tra i "nuovi mestieri". Spesso viene utilizzato dai politici per condurre le proprie campagne elettorali, o dalle agenzie di sondaggio e demoscopiche, o/e nei dibattiti politici in televisione nelle vesti di: esperto di...(niente). Offre molteplici sbocchi nel mondo del lavoro e concrete possibilità di "carriera": vivamente consigliato ai giovani!
     - l'anarchico "fannullone"...è un sognatore ad occhi aperti (detto anche il "trasognatore"): colui, cioé, che ancora crede alla "morte dei padroni"; che ancora spera nella "morte delle ideologie, delle religioni, delle filosofie...di cristo". E'un sognatore ad occhi aperti, per di più anche ingenuo (forse un tantino soltanto?!): non sa - purtroppo - che i padroni non moriranno mai, non sa (oppure finge o da a vedere di "non sapere"; fa l'indiano!), inoltre, che le ideologie, le filosofie e le religioni "vere" sono (già) morte - e sepolte - da un bel pezzo (quelle "usa&getta", purtroppo, sono immortali!); ed in ultimo neanche sà - ahilui, ahinoi - che cristo è morto ed è poi risorto ancor da più tempo (senza, tuttavia, essere stato mai neppure sepolto!). E'un mestiere, questo, che - sembrerebbe - un bel po' desueto ma al contempo è anche molto "vintage" e "modé": viene sovente utilizzata - questa figura professionale - da imprenditori (senza scrupoli), politici giovani (in altrettanto modo e altrettanta maniera privi di scrupoli, ma moltissimo in "carriera"), manager (soltanto e prevalentemente in "carriera") in qualità di "illusionista", ovvero allo scopo di diffondere (false) illusioni.
     - quello dell'innamorato (o: moroso, amoroso, etc.) è il mestiere più antico che esista sulla faccia della terra; cioè, il più antico (ma anche, al tempo stesso, il più "novo") che esista su piazza (e no, si badi bene e mi si perdoni questo infimo gioco di parole, sotto il letto a due piazze!): ancor più (antico) del cucco! Nonostante (tutto) questo ecciò nonostante viene praticato,anzi, svolto (che non è, si badi bene e come potrebbe sembrare, la stessa cosa!) dal 90% della popolazione che sia in grado di intendere (pardon, di amare) e di volere, nonché dall'8% che non sia in grado di farlo: il restante 2%, tra cui eunuchi, ciechi, sordi e sordomuti non pratica più niente, neanche la nirvano-therapy o le nuove medicine iurvega e masote...chistiche! Consigliato, anche questo mestiere, vivamente alle nuove generazioni: é [un mestiere], sì,antico, novo e, come sol dirsi, evergreen; ma anche - totalmente -...sicuro: ovvero, è sicuro assai che mai arricchisce né riempie lo stomaco, ma è altrettanto (sicuro) che porta solo guai!

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.                                                                                                                                                                                                               

  • 15 settembre alle ore 9:20
    CORINNA E NAOMI

    Come comincia: Non potevano essere più diverse Naomi Sposito e Corinna Weber, ambedue quattordicenni residenti a Messina in una villetta di due piani in via Marina sul lago di Ganzirri. La prima brunissima, classica mediterranea: lunghi capelli neri,  occhi furbetti di un verde profondo, naso piccolo all’insù, bocca sensuale , tette abbastanza sviluppate, gambe lunghe. La seconda, per chissà quale scherzo della natura molto simile all’amica con la sola differenza dei capelli biondi ed occhi azzurri ereditati del padre tedesco, Adam Weber, nessuna parentela fra le due ragazze. Già a quell’età riuscivano a far girare per strada i maschietti, la qual cosa provocava in loro grandi risate; avevano spiccato il senso dello humour che talvolta, con le loro battute, riusciva a metter in crisi gli adulti. All’istituto di Scuola Media ‘Emeri da Messina’ erano malviste dalle colleghe femmine ed a ragione: i professori maschi avevano sempre un ‘occhio di riguardo’ nei loro confronti, l’unica docente di sesso femminile era un’insegnante di lingua tedesca che le guardava con invidia mista a cattiveria (aveva ragione lei era proprio brutta!) ma non poteva nulla contro le due ragazze che conoscevano perfettamente la lingua appresa da Adam. Altra peculiarità: le due ogni mattina, tranne i festivi, inforcavano i loro motorini e percorrevano la strada del lago contro mano, gli abitanti, soprattutto donne, le minacciavano con le braccia. D’estate poi ce la mettevano tutta per essere notate: indossavano gonne molto larghe che col vento si alzavano e facevano intravedere gli slip. La solita storia: i maschietti ridevano compiaciuti, le femminucce le classificavano molto poco gentilmente ‘p..ne’. E le forze dell’ordine di cui una caserma era ubicata proprio su quella strada? La maggior parte degli agenti erano giovani e facevano finta di nulla, speravano che…non si sa mai! Dei genitori l’unico ad essere contento del comportamento delle due  ragazze era, da buon tedesco, papà Adam. Sua moglie Lisandra Rossi, messinese,  Gennaro Sposito e Clizia Ferrari ambedue napoletani, rispettivamente padre e madre di Naomi, mugugnavano ma senza risultati. Da figlie della nostra epoca, le due ragazze avevano conosciuto il sesso fra di loro: quando erano più piccole si baciavano in bocca imitando i personaggi visti in televisione e poi, crescendo, avevano provato gusto a toccarsi e poi a giocare con la lingua col fiorellino con conseguenti orgasmi, per loro era un divertimento. Di maschietti non ne sentivano il bisogno, almeno per ora,  mandavano in bianco i compagni di scuola che cercavano di ‘rimorchiarle’. Un giorno Corinna, in  crisi di soldi, andò a frugare in un cassetto della camera da letto  dei genitori, in quello del padre rinvenne un coso di plastica che riconobbe come un ‘vibratore’ di cui le aveva parlato una compagna di classe. Era un sabato pomeriggio, Corinna mise in curiosità l’amica: “Domattina ti faccio vedere una cosa!” “Di che si tratta.””Una sorpresa, fatti sentire presto.” Alle otto Naomi era in camera di Corinna che aveva lasciata aperta la porta d’ingresso. Alla vista del vibratore Naomi rimase perplessa,  come usarlo? “Ti sei rimbambita, sostituisce il ‘c…zo’, lo provo prima io.” “Chiusa la porta a chiave Corinna si distese sul letto senza slip e cominciò a strofinare il vibratore sul fiorellino e quasi subito giunse all’orgasmo. “Se non ti senti lascia stare, lo proverai un’altra volta.” “No mi va ora ma fammelo provare tu, io chiudo gli occhi.” Anche Naomi entrò nel mondo dei grandi ed in seguito  pian piano usarono il vibratore inserendolo in vagina sino in fondo, un orgasmo molto diverso da quello sin ora provato. Papà Adam cercò invano il vibratore, capì che era stato prelevato dalla figlia ma dirglielo non sarebbe servito a niente e poi non voleva che della cosa fosse messa al corrente la moglie, ne comprò un altro. Le due signore Clizia e Lisandra (ma dove avevano preso quei nomi i genitori?) gestivano un negozio di articoli sportivi a Messina in via Risorgimento per raggiungere il quale usavano la Cinquecento di Clizia sino al capolinea del tram all’Annunziata, posteggiavano e poi, col quel mezzo, arrivano vicino al negozio così nessun problema di posteggio. Erano imitate dal rispettivi mariti con la Giulietta di Adam che, col tram, si fermavano vicino all’edificio comunale,  Gennaro  era un funzionario del Comune, Adam  un  impiegato del consolato  tedesco. Le due famiglie potevano considerarsi, come dire, normali se non fosse stato per le due ‘sciagurate’ che trovavano sempre il modo di mettere sul chi va là i genitori ed esclusione di Adam che, da nordico, considerava il sesso un supplemento piacevole della vita senza porsi tanti problemi. Una domenica all’invito “Tutti al mare!” da parte di Adam; con due auto i sei si recarono  sul Tirreno in via Marina dove la spiaggia era più larga. Toltesi i vestiti le signore si presentarono con un costume intero provocando la risate ‘navigabili’ delle figlie: “Che razza di venditrici di articoli sportivi siete, avete indossato due corazze come all’inizio del novecento! Ammirate!” La due incoscienti, toltesi il copricostume, erano apparse in bichini stile brasiliano che coprivano ben poco delle loro ‘intimità’. Adam scoppiò in una risata, non altrettanto gli altri tre che però preferirono non fare commenti, sarebbe stato ‘improduttivo’. In acqua Adam, Corinna e Naomi nuotarono verso il largo mentre gli altri tre sguazzavano vicino alla battigia. Corinna: “Naomi che ne dici di mio padre, non è male vero?” “Ragazze lasciate perdere, quando voglio femminucce extra so dove andare.” “E così ho scoperto un padre ‘put…..re!” Corinna:”‘Nihil sub sole novum’” talvolta il latino riproduce meglio le situazioni. Al compimento del diciottesimo anno,  una gran festa nel locale ‘Il Giardino di Giano’ con i compagni di scuola e gran divertimento sino alle due di notte. Due giorni dopo  le ragazze si iscrissero all’università alla facoltà di medicina. Le mamme curiose: “E per la specializzazione penso che preferirete ginecologia, per una ragazza è meglio…” Così parlò non Zarathustra ma Clizia ma male gliene incolse. Corinna: “Gentili signore ci scriveremo ad andrologia, preferiamo…”  “Va bene, fate come vi pare!” Ancora una volta le mamme erano rimaste deluse. Una svolta nella vita delle due giovani avvenne in occasione di un ballo indetto da un collega di università: la conoscenza di Alessio Fazio figlio di un padrone di supermercati a livello nazionale. Il giovane era rimasto affascinato dalle due ragazze e ballava alternativamente solo con loro sino alla fine della festa. “Vorrei accompagnarvi a casa, la cosa è un pochino problematica con la mia Abarth 124 spider che ha solo due posti.” “Sei molto gentile ma abbiamo i nostri motorini, alla prossima.” Alessio venuto a conoscenza durante il ballo che le due erano iscritte ad andrologia, spesso si faceva trovare fuori dei locali di quella facoltà, una corte continua che fece dire a Corinna ridendo: “Non siamo nel Tibet dove regna la poliandria, devi decidere con chi vuoi stare.” “Dovendo scegliere preferirei Corinna, ho avuto sempre un debole per le nordiche, Naomi non penso ti sia offesa.” “Alessio sei un bravo giovane ma io preferisco gli uomini più maturi.” “Trovata la soluzione, mio padre Amos quarantenne, divorziato, da vario tempo si interessa solo del suo lavoro, è difficile di gusti in fatto di femminucce ma penso che sarebbe entusiasta di conoscere Naomi, se sei interessata…” “Perché no, anche se il connubio è abbastanza fuori del comune.” L’incontro avvenne ad un bar all’aperto a piazza Cairoli, papà Amos era giunto col figlio su una Volvo V60.  Anche se quarantenne non dimostrava la sua età; fisico atletico da frequentatore di palestra, anche col suo sorriso  aveva conquistato subito Naomi. “Vorrei condurvi a Catania per pranzare al ristorante ‘I Quattro Mari’, il padrone è un mio amico, si mangia bene.” Naomi: “I catanesi fanno le cose più in grande, noi a Messina abbiamo la ‘Risacca dei Due Mari.’” La battuta fece ridere gli altri tre, si era creata una bella atmosfera conviviale. Il proprietario del locale Alfio Motta dando la mano ad Amos sommessamente: “Complimenti mon ami, ti invidio.” Di ritorno a Messina, a piazza Cairoli” Amos:”Care Corinna e Naomi,  penso che i motorini non siano più adatte a delle signorine cresciute, se me lo permetterete provvederò io a motorizzarvi come si conviene.” Alessio una mattina: “Mio padre possiede una casetta sulla spiaggia fra Tremestieri e Giampilieri Marina, se siete d’accordo vorremmo passare insieme il prossimo  week end, verremo a prendervi in auto a casa vostra.” ”Siamo d’accordo ma posteggiate un po’ lontano, le nostre madri…” Le ragazze giustificarono la loro assenza con una gita in pullman con i colleghi dell’università. Nei due trolley avevano riposto l’occorrente per la spiaggia e per la notte. All’arrivo Corinna: “Chiamala casetta, qui potrebbe alloggiare un plotone di soldati.” Corinna e Naomi occuparono una delle due camere da letto matrimoniali, sembrava tutto predisposto per…Per le vettovaglie Amos aveva provveduto a contattare il padrone di una vicina trattoria tale Gino Fabbri un po’ ignorante ma bravo cuoco. “Dottore posso esservi utile?” “Siamo in quattro nella mia casa a mare, dovresti prepararci le vettovaglie per una settimana.” “Dottore nun canuscio le vettovaglie…” “Da mangiare per pranzo  carboidrati  e per cena proteine .” “Mi scusazze dottore ma io non canuscio né i carboidrati né le proteine.” A mezzogiorno pasta condita come vuoi, pasta integrale, quella scura, la sera carne, pesce o formaggi, pane pure integrale.” “Capito ma picchì la pasta dei poveri, voi non lo site.” “Gino lascia perdere, qui ci sono trecento €uro, se non saranno bastati al ritorno avrai il resto.” Alla vista delle due ragazze Gino rimase fermo, basito sulla porta d’ingresso con le vettovaglie in mano. “Gino entra, Corinna e Naomi non mordono!” Dopo cena nessuna novità se non una passeggiata al chiar di luna, le ragazze a braccetto dei cavalieri che non fecero avances, come si dice: la prima volta... La mattina furono Corinna e Naomi ad alzarsi presto ed a preparare la colazione anche per i due maschietti, c’era di tutto dalla macchinetta per caffè con cialde, marmellate varie e Buondì Motta. I due uomini poltrivano ed allora Corinna e Naomi, indossato il costume ‘brasiliano’ piantarono un ombrellone vicino alla battigia ma, siccome facevano uscire gli occhi dalle orbite dei maschietti di passaggio, spostarono l’ombrellone più vicino a casa. “Benvenuti dormiglioni, è quasi l’ora del pranzo.” Padre e figlio sotto la doccia e entrata trionfale, tutti e due ‘allicchittiati’ con un bacio non tanto casto alle donzelle. “Vedo che vi siete svegliati bene, che ne dite di una passeggiata sulla spiaggia in attesa di Gino?” Proposta accettata, i maschietti circondarono con le braccia i fianchi delle due belle. Fecero appena in tempo a rientrare in casa che si presentò Gino con una casseruola di pasta al forno e con tante verdure crude e cotte e frutta oltre che del vino Rosso dell’Etna. Alla fine del pasto Amos: “Che ne dite di farci sapere qualcosa di voi, per esempio: siete fidanzate?”Prese alla sprovvista Corinna e Naomi non risposero ed allora Amos: ”Facciamo così: io scrivo le domande che voglio farvi sul block notes e una vi voi rispondete nello stesso modo.” “Siete fidanzate?”“Corinna scrisse:”Non lo siamo e non lo siamo mai state.” “Allora siete vergini?” “No, abbiamo usato un vibratore ma mai siamo state con ragazzi o uomini.” Soddisfatti i due maschietti abbracciarono le ‘fidanzate’ e si rifugiarono nelle relative stanze e, dopo un passaggio obbligato in bagno, tutti nudi sul letto matrimoniale. “Cara che ne dici di un bacino bacione al mio coso che già è in posizione?” Amos si era sbilanciato e Naomi obbedì provando una sensazione mai provata, quasi si strozzò e poi quando il ‘ciccio’ di Amos cominciò ad eiaculare resistette sino a bocca piena e poi rigettò il tutto su un asciugamano che prudentemente aveva portato con sé. “Scusa cara…” Nel frattempo la ‘cara’ era andata in bagno e si era lavato i denti col dentifricio. Al ritorno capì che era la volta del ‘fiorellino’ ad essere sotto tiro, Amos prima baciò a lungo il clitoride e poi, indossato un preservativo, fece un’entrata trionfale in una ‘gatta’ ben lubrificata. Un finale ovvio e poi, tolto il profilattico,  lavaggio del ‘coso’ ormai a riposo e ritorno sul letto. “Col tempo diventerò più brava, per ora abbracciamoci, non so se sia un bene o un male ma penso che mi stia innamorando di te, non vorrei provare una delusione.” “Non la proverai, senza falsa modestia posso affermare di aver incontrato molte donne ma, anche se a letto più brave di te mai avevo provato una sensazione...non so come definirla: distensione, benessere e felicità, insomma penso che sarai la donna della mia vita.” L’affermazione  rese felice Naomi che non si aspettava altro.” La simpaticona ebbe un’idea malignetta: “Che ne dici se andiamo a vedere come si comportano Alessio e Corinna?” Detto fatto aprirono uno spiraglio della porta  videro i due intenti nella più classica ‘scopata’ detta del missionario, risero talmente forte che i due ‘scopatori’ si risentirono: ‘Guardoni ite at patres!” Corinna li aveva mandati a quel paese anche se in modo delicato col suo latino. Tutti ovviamente soddisfatti, fecero i complimenti ad un Gino che portava a stento due casseruole di pesce in brodetto, tanta frutta e verdura e del vino bianco dell’Etna. Le precedenti ‘manovre’ avevano svegliato la fame degli ‘atleti.’ Tutte le mattine i due maschietti al lavoro, rientro il pomeriggio e, ‘cotidie’, un riposino rilassante. Il venerdì Amos: “A casa troverete una sorpresa.” “Le ragazze gli si buttarono addosso baciandolo.” “Non vi dico nulla altrimenti che sorpresa sarebbe, domani pomeriggio vi accompagneremo a casa vostra.” E così fu, alle sedici le due figlie incontrarono i rispettivi genitori un po’ in ansia. “Tutto bene?” Alla domanda di Lisindra rispose Clizia: “Basta guardarle!” Ci hanno consegnato per voi questi due pacchetti, non li abbiamo aperti anche se siamo tutti curiosi.” Le chiavi di due auto! Corinna e Naomi uscirono di corsa da casa e notarono due Mini Countryman verdi posteggiate al lato della strada. Le chiavi aprivano le auto, erano di loro proprietà, evviva! Adam esperto di macchine: “Se non mi sbaglio dovrebbero costare sulle trentamila Euro ognuna, chi sono questi munifici donatori?” Corinna e Naomi in corso: i nostri fidanzati!” Piuttosto confusi per gli ultimi avvenimenti i genitori quella sera non cenarono, le rampolle in giro per Messina  circolavano piano per farsi notare da eventuali amici che incontravano infatti: “Ragazze complimenti, il regalone da parte di chi, dei genitori?” “No dei nostri fidanzati, vi inviteremo alle nozze!” I nubendi maschi si presentarono in famiglia, uno, Amos,  non ebbe il gradimento di Clizia per motivi di età ma  fu costretta ad ingoiare il boccone per lei amaro, era una tradizionalista! Le nozze, in grande, nella cattedrale addobbata come un giardino, il prete, ben unto non di olio santo ma di tanti Euro, fece un discorso bellissimo elogiando i quattro ed augurando loro un futuro felice con tanti figli. Fu vero amore? Ai posteri l’ardua sentenza come nella poesia del cinque maggio del Manzoni.

  • 14 settembre alle ore 17:09
    GILDA LA NAVE SCUOLA

    Come comincia: Ludovico Famiglini ed Ermenegilda Zecca (nome e cognome impossibili) erano due coniugi residenti a Roma a Piazza Ragusa, era il 1941 in piena era fascista. Perché quella piazza fosse intestata ad un borgo siciliano, ben lontano dalla città eterna, era  un mistero cosa che non caleva ai due che avevano la fortuna di abitare in una palazzina singola che Alfredo il padre di Ludovico, Commissario di P.S., a quel tempo molto importante autorità, era riuscito a non far espropriare, come quelle dei vicini per costruire brutte e tristi case popolari di cinque piani. A piano terra una cantina, ben arieggiata, adibita a dispensa ed a garage per la Fiat Balilla a quattro marce, per allora un a rarità, intestata a Ludovico che riusciva a trovare la benzina, non si sa come, allora era un bene di difficile reperimento. Come Ludovico avesse potuto ottenere l’esonero dall’arruolamento nell’Esercito, al contrario di tutti i suoi colleghi di scuola (frequentava il terzo liceo classico) era un mistero per gli abitanti del quartiere che si guardavano bene dal manifestare i propri interrogativi, sui muri c’era la scritta ‘Il nemico ti ascolta’ ma non si sapeva di preciso chi fosse il nemico. Mistero  presto svelato: il commissario di Polizia Alfredo, suo padre, ufficialmente fervente fascista (ma dentro di sè niente affatto convinto anzi…) era ben ammanigliato con dei dottori dell’Ospedale Militare ‘Celio’ che, ad ogni visita medica, riscontravano a Ludovico malattie invalidanti tale da non permettergli di indossare le mostrine di soldato. La famiglia Famiglini (scusate l’assonanza) era benestante come si diceva allora, possedeva vari terreni e molte case da cui ricavavano bei soldoni di affitto inoltre il Commissario, prima dello scoppio della guerra, era stato lungimirante ed aveva acquistato lingotti d’oro e diamanti che aveva riposto a casa sua dentro una cassaforte nascosta dietro un armadio. Mentre i comuni cittadini acquistavano i beni indispensabili con la tessera, in casa Famiglini non mancavano mai cibi di prima necessità come pane, salumi, formaggi, olio  provenienti dalle loro campagne. Le signore contadine, anche per loro convenienza, sfornavano del buon pane e confezionavano pasta col grano integrale molto più salubre di quello bianco odierno. Un po’ per generosità ed un po’ per non essere denunziati ai Fascisti, Ludovico e Gilda (questo il nome con cui era conosciuta) foraggiavano gli abitanti della piazza più poveri e con molti figli con i loro beni personali di consumo e per questo erano molto ben voluti da tutti. I due coniugi non avevano figli da ‘dare alla Patria’, lei era stata operata per una  policisti ovarica, tutto sommato ne erano contenti pensando che i giovani non avrebbero avuto un buon avvenire. Gilda passava il suo tempo in casa perché, malgrado fosse laureata in lettere, Ludovico aveva preteso, per egoismo, una consorte casalinga mentre lui se la spassava bellamente con tante ‘donnine’ ma non quelle professioniste che disprezzava, preferiva cornificare tanti mariti: scelte erano le giovani contadine che avevano volentieri ‘contatti’ col figlio del padrone sempre generoso con loro che lasciava sul letto lire di carta che le giovani vedevano solo in quella occasione. Talvolta si era ‘fatto’ sia le madri giovani che le figlie giovanissime ed i mariti e padri? Non andavano tanto per il sottile, dentro le loro tasche di soldi ne giravano ben pochi…Ludovico pur conoscendo la storia di Andronico, re della Tessaglia che attaccava sulla porta dei mariti cornuti delle teste di cervo, si guardava ben dal farlo anzi talvolta portava dei pacchetti di sigarette per i più giovani e di sigari per gli anziani conquistandosi così la loro benevolenza. Gilda pur conoscendo il comportamento di suo marito se ne fece una ragione e passava il tempo dando lezioni gratis ai giovani  abitanti in piazza Ragusa. Un avvenimento importante cambiò la vita della signora: suo marito durante una partita di caccia si imbatté in un temporale con tanti lampi e tuoni,  essendo in pianura un fulmine fu attirato dalle canne del suo fucile ed il povero Ludovico finì carbonizzato. Ai funerali tutti gli abitanti della piazza, Gilda aveva dentro di sé sentimenti contrastanti: la morte di suo marito era un evento tragico ma anche la fine di una schiavitù. Finalmente era padrona della Balilla (per prima cosa prese la patente di guida) e si mise a scorrazzare per Roma facendo acquisti in negozi di lusso. I suoi armadi si riempirono di vestiti di ogni genere e  scarpe di ogni forma allora di patrimonio solo delle signore di alto livello, cambiò parrucchiere e si fece i capelli come allora di moda ‘all’Impero’. Naturalmente attirò l’attenzione dei maschi che conosceva e che in passato non si erano permessi di avvicinarla ma, causa la guerra non vi erano in giro dei giovani, i meno anziani avevano sessant’anni e Gilda non aveva nessuna voglia di far loro da badante. Accade qualcosa di imprevisto: un giorno a casa mentre dava lezione di latino ad un  ragazzo di nome Angelo di sedici anni, il ‘pischello’ le chiese di andare in bagno. Siccome il ragazzo tardava a ritornare andò a controllare cosa fosse successo e nell’aprire la porta del bagno…il ragazzo si stava masturbando. Angelo cercò di rimediare tirandosi su i pantaloni ma il coso non ne voleva di ‘ritirarsi’ e così venne fuori una comica che portò Gilda a ridere sonoramente. “Quando sarai riuscito a rivestirti torna nel salotto.” Il ragazzo rosso in faccia non accettò l’invito e stava per aprire la porta d’ingresso ma Gilda: “Aspetta, hai una faccia stralunata, siediti sul divano e, se ti va, raccontami qualcosa di te.” “Mia madre non vuole che io…mi dice che diventerò tubercoloso, i preti cieco ma io ho sempre voglia, non so che fare…” e si mise a piangere. A Gilda si appalesò l’istinto materno ed abbracciò Angelo ma quell’abbraccio fece un’effetto…ma un’effetto…insomma il  coso del ragazzo, peraltro piuttosto grosso per la sua età, uscì’ dai pantaloni corti. Gilda volle sdrammatizzare: “Non ti preoccupare, è la natura dell’uomo avere… vieni qui che ti faccio provare cosa voglia dire fare l’amore e, abbassandosi gli slip fece entrare con un po’ di resistenza il coso del ragazzo nella sua ‘gatta’ che, dato il lungo digiuno, si era ristretta. Angelo dopo aver eiaculato non si ritirò dalla ‘cuccia’, aveva provato una sensazione per lui nuova e meravigliosa ed il suo ‘ciccio’ seguitò ad essere duro a lungo portando Gilda ad un orgasmo. Passata la buriana sessuale, la signora si rese conto che quanto era successo poteva portarla a serie conseguenze penali e ad Angelo: “Caro promettimi di non dirlo a nessuno, dico nessuno nemmeno ai tuoi, quando vorrai sarò qui ma mi raccomando…” Gli avvenimenti seguenti furono per Gilda imprevisti e soprattutto imprevedibili, imprevedibili perché Angelo un giorno si presentò a casa sua insieme ad un compagno di classe tale Leonardo  Santoro. “Signora io e Leo siamo scarsi in latino e abbiamo bisogno di…una lezione!” I due si erano messi a ridere e contemporaneamente si erano abbassati i pantaloni mostrando due cosi ben messi in quanto a grandezza ed a erezione. Gilda si sentì gelare dentro, cercò di prendere tempo: “Non vi rendete conto della situazione, questa è una violenza nei miei confronti, a parte che potrei essere vostra madre ma…” “Non lo è stata con Angelo, la prego, staremo zitti, lo sappiamo solo noi due ma ci faccia…” e si avvicinarono a Gilda che nel frattempo si era seduta sul divano e si trovò all’altezza del viso e poi i  bocca un pisellone arrapato e… relativa conseguenza. Angelo fece posto a Leo il quale più furbamente fece capire alla signora che preferiva…e fu accontentato: entrò in vagina eiaculò subito, ci rimase sin quando Gilda ebbe un orgasmo. Con la faccia istupidita Gilda dalla finestra vide i due ragazzi entrare nel caseggiato popolare di fronte a casa sua e, in un momento di lucidità pensò che l’unica cosa per evitare guai e per non fare da nave scuola a tutti i giovani del quartiere era quella di cambiare città a meno che i due ragazzi evitassero di  spargere la notizia in giro, in fondo  l’orgasmo le era piaciuto,  un guaio! Un giorno in strada Gilda fu fermata da una signora di circa la sua età che: “Sono Barbara Santoro la madre di Angelo, la ammiro, la vedo passare dinanzi casa mia sempre elegante e sorridente e poi mi risulta che sia generosa con i poveri del quartiere, ha la mia ammirazione, posso offrile un caffè a casa mia?” “Ora ho da fare, può venire da me al mio ritorno.”  Salì in macchina, come interpretare il comportamento di quella tale circa della sua età? Sembrava una signora per bene ma perché si era presentata come mamma di Angelo, forse sapeva e voleva ricattarla, non ci mancava altro. Al ritorno trovò la Barbara dinanzi casa sua: “Da lontano ho riconosciuto la sua Balilla e son qua.” “Ormai è l’ora di pranzo, mi faccia compagnia a meno che non aspetti suo figlio.” “Mio figlio  va a scuola in un collegio di preti, la retta è pagata dallo Stato perché mio marito è morto in Russia, a me danno anche una pensione in quanto vedova di guerra ma sono sola, ho provato a fare amicizia con altre signore ma sono rimasta delusa, ha conosciuto gente volgare e sciocca, lei è tutt’altra cosa.” “Grazie del complimento, diamoci del tu ed ora a tavola. “Dimmi la verità tuo figlio…” “Si ma è un ragazzo serio ed ha un solo amico che mi sembra tu abbia…” “Non sono riuscita a capire quello che mi è successo psicologicamente, poi ho avuto paura delle conseguenze ed ho pensato addirittura di cambiare città, con mio marito praticamente non avevo rapporti, lui se la faceva perlopiù  con  giovani contadine, mi vergogno di dirlo ma la sua morte è stato per me un sollievo, è cambiata la mia vita ma pare che ora…” “Posso dirti che ti sarò vicino, non aver paura,  anch’io ho avuto un marito che mi trattava come una donna di strada, nessun piacere da parte mia nei nostri rari rapporti e questo mi ha portato a…” Barbara prese a baciare Gilda in bocca, un bacio prolungato, appassionato. “Scusa ma è stato più forte di me, se ti ha dato fastidio non mi vedrai più ma qualora…” Quel qualora voleva dire una sola cosa, vorrei avere con te una relazione omosessuale. Gilda  a braccia conserte guardava Barbara che sembrava trepidante in attesa di una risposta che ovviamente sperava positiva. Gilda  prese la situazione con humor: “Vuol dire che sarà una questione di famiglia, dovrei scrivere un romanzo: ‘Due ragazzi, una mamma ed una nave scuola!’” Barbara abbracciò Gilda che con le lacrime agli occhi pensava ad un suo futuro con una grande amica fidata, per aiutare i ragazzi avrebbe potuto fare sesso con ambedue, una situazione fuori del comune ma  sicuramente piacevole. Un pomeriggio di un sabato Barbara, Angelo e Leonardo si presentarono in casa di Gilda, All’inizio dell’imbarazzo soprattutto da parte delle signore che ben presto…”Angelo sai che tua madre scopa proprio bene!” “Stronzo non trattare mia madre da mignotta, pensa a madame Gilda che mi pare stia…
     

  • Come comincia:  Le World Series del baseball professionistico sono l'evento più "catastrofico" e spettacolare dell'anno nel nostro paese: esse, paradossalmente, fermano, da costa a costa, l'intera nazione che le segue con fervore sincero, intensa passione ed enorme interesse attraverso tutti i canali mediatico-comunicativi possibili ed immaginabili. Si svolgono ogni anno, a fine estate o inizio autunno: al termine, cioé, della regular season (stagione regolare) e dei successivi play-off.
    Quelle del 1989, un derby californiano tra i Giants di Frisco e gli Athletic's di Oakland, attesissimo e sentitissimo da entrambe le tifoserie nonché da tutto lo stato, vengono ricordate, altresì, per un evento ancor più catastrofico (e straordinario) del solito il quale, mi viene da scrivere, fu capacissimo di interromperne un'altro della sua stessa portata e del suo stesso spessore: un terremoto (il cui epicentro fu individuato nella zona di Loma Prieta, contea di Santa Cruz) che colpì, appunto, la baia di San Francisco e una vasta zona della California centro-meridionale, tra cui la stessa città di Oakland, proprio nel momento in cui, udite! udite!, il Candlestick Park, gremito da sessantaduemila spettatori coloratissimi, festanti ed ansimanti si apprestava a vivere la terza sfida della serie poi definita, da pochi "Bay Bridges Series" o "Battle of The Bay", invece da molti "Earthquake Series", appunto!
     Quel sisma, quell'evento catastrofico della natura (che si manifestò insieme ad un evento catastrofico organizzato dall'uomo!) fu anche il più moderno e..."mediatico" della storia; quello sopraggiunto, cioé, ed oserei dire quasi diabolicamente materializzatosi, a ridosso dell'entrata del globo intero nell'era internettiana e digitalizzata, la quale sarebbe cominciata appena un lustro innanzi; ma anche fu, ahimé!, il più devastante che la moderna storia delle dottrine telluriche ricordi: era del sesto grado, punto nove, della scala Richter e del nono di quella Mercalli, ovvero il secondo per intensità nella beneamata terra di California (dopo quello del 1926 che colpì Frisco), provocò ben sessantatré vittime!
     Tutti noi californiani mai lo dimenticheremo, nostro malgrado, vita natural durante! E dire che io, che di nome faccio Bryan C. (la C sta per Car, in onore - e gloria - del padre di mio padre), anche se tutti mi chiamano "Lucky" (in onore delle famose sigarette Lucky Strike: forse, chissà, proprio per il fatto che non abbia mai fumato una volta - che è una - in mia vita!), e di cognome Ross (americanizzato dall'originale greco Rossis), da San Isidro (contea di Orange), peraltro incallito tifoso dei Giants e quindi già incazzatissimo nero a causa dell'esito infausto [per i suddetti] di gara uno e due (è arcinoto che la serie finale nel nostro baseball si giochi al meglio delle sette partite), quel giorno (cadeva, manco a farlo apposta, il diciassette seppur non fosse un venerdì ma domenica!), per la cronaca ed a quell'ora (erano le diciassette da appena quattro minuti e non, evidentemente...le diciassette in punto!) proprio mentre quello di cui scritto avveniva, a meno di quattrocento miglia di distanza, ero seduto, solo soletto, su una panchina del nostro bel lungomare, a San Isidro (che io chiamo, sarcasticamente, "Buena vista hospital"!), intento ad ascoltare la radio (la KGO-AM di San Francisco, che di lì a poco avrebbe trasmesso in diretta l'evento, peraltro col commento di Frank Scalise, un mio vecchio amico di Fresno) e - beato me oppure...ahimé!: dipende, se mai, dai punti di vista o dai punti e basta! - a sorbirmi, anzi, a terminare di farlo (nonché a ripetere più volte, tra me e me, mentre lo facevo, e compiaciuto alquanto, l'intercalare "non c'é malaccio! non c'é malaccio!") di certo non un pàsto luculliàno bensì...ma semplicemente un gigantesco hot-dog con wurstel bollito ed annesse patatine fritte (di quelli a "stelle&strisce", direi!), saturo pure di senape, il primo, e inondate di ketchup le seconde; nonché di "ricche calorie": giust'appunto, evidentemente, per ammirare poi il tramonto a pancia satolla (e ascoltare la radio con le orecchie arzille ed il cuore in ansia per i miei Giants!); tutto, ovvio, alla faccia della fame nel mondo, dell'anticonsumismo americano, dei nutrizionisti (o dietologi e salutisti, o vegetariani, o vegani; o dei mangiatori di farfalle di Papua Nuova Guinea o di quelli di serpenti dell'Amazzonia!) e, buon ultimo, del "santissimo" padre colesterolo!...ed invece, mio malgrado, nell'arco di pochissimi istanti, accaddero due imprevisti (il primo, però, molto prevedibile - mi verrebbe quasi da dire - viste le dimensioni dell'hot-dog da poco ingurgitato: è risaputo, infatti, che lo stomaco pieno attiri il sonno come fa il miele con le api o il repellente con le zanzare!; il secondo davvero inaspettato). La radio, infatti, d'un tratto interruppe il segnale (a causa del sisma, evidentemente; ma dopo quasi quaranta minuti di black-out riprenderà a trasmettere: lo saprò soltanto il giorno dopo, però!). Nel fratttempo, però, (giusto per la cronaca), sulla ABC, in diretta coast to coast, anche Tim McCarver annunciava un'interruzione video del segnale: e quella sarebbe durata fino alla sera (anche questo lo saprò il giorno dopo). E poco dopo, a sorpresa (relativa, come ho già detto) anche io smisi di trasmettere il segnale...neuroni al cervello e mi addormentai [sulla panchina di cui sopra]: - addio mio bel tramonto ma...
     Durante il sonno, quel sonno quasi letargico (durò la bellezza di sei ore!), sognai una storia, non "sognata" ma...vera, diciamo, quindi, trasognata!, perché - guarda caso - uguale ad una storia, un racconto che spesso mi raccontava mio padre quand'ero poco meno che ragazzino (o poco più d'un bambino!) e quando entrambi, però, eravamo svegli: una storia, un racconto tramandatogli, a suo dire, dal padre che, a sua volta, lo aveva ricevuto (o ascoltato) dal padre (il nonno di mio padre, quindi mio bisnonno) e così via, a ritroso nel tempo...una storia, un racconto [quello] che lo faceva "sognare" ad occhi aperti, quindi trasognare, e che, quando me la raccontava lui, [mio padre], mi teneva ben sveglio, anzi,...mi faceva "sognare" ad occhi aperti, cioè trasognare...; era-è una storia, un racconto di un'apparizione, era-è la storia dell'apparizione di una fregata (il "grande uccello" per tutti, in Grecia: l'uccello della libertà, degli uomini liberi!), la stessa c'or vado a raccontarvi...così come la sognai, ossia ugualmente a come me la raccontava lui: [mio padre].
     - Sai, Lucky, quando avevo la stessa tua età (più o meno cinque o sei anni) ed ero alto poco più di quanto lo sei tu adesso, quindi meno d'un soldo di cacio, mio padre (cioé tuo nonno Carl), mi raccontava spesso la storia di un'apparizione; dell'apparizione, cioé di quella precipua "apparizione"...della fregata madre di NeverNeverland (un luogo, per i greci, che spesso ha sede nel loro cuore, che spesso è: immaginario e immaginifico al contempo, sognato ed insieme trasognato o semplicemente agognato!). Entrambi, sai, quando lo faceva, eravamo seduti sul balcone di casa, a Tinos (era una vecchia e piccola costruzione in marmo bianco ed azzurro - i colori del mare e della libertà - come la maggior parte delle altre sull'isola, ornate con le loro eterogenee decorazioni di animali - uccelli e gabbiani in gran parte - fiori e scene rupestri), così come lo siamo noi adesso, di fronte a noi avevamo soltanto il mare calmo, quasi piatto, si apriva lontanissimo il vasto ed eterno orizzonte e ci si parava innanzi un tramonto color vermiglio da mozzare il fiato ed oscurare la vista...
     Mio padre e la sua famiglia erano originari di Tinos (Ténos in greco), una delle più grandi isole delle Cicladi, "che molto ha contribuito", come affermò una volta Dimitris Z. Sofianos, direttore del Centro per le ricerche sulla Grecia medievale e moderna dell'Accademia di Atene, "al formarsi della tradizione culturale della Grecia, specialmente in epoca moderna". Secondo Stefano Bisanzio, "Tinos, una delle Cicladi, porta il nome del primo abitante Tinos; noti sono altri antichi nomi: "Idrussa", che manifestava abbondanze di fontane e acque, e "Ofiussa", che testimoniava la abbondante presenza di serpenti sull'isola". Aristotele, a sua volta, aveva scritto un libro dal titolo "La repubblica di Tinos".
     Mio nonno Carlo (il nome venne poi americanizzato elidendo la o finale) ed il mio bisnonno Giorgio (fu chiamato così da suo padre in onore di Giorgio Palamaris, che sventolò la bandiera dell'indipendenza, per primo, a Pirgos, il 31 marzo 1821), erano nati nella vecchia città del porto, al quartiere turco di "Anatolias", ed entrambi divennero intagliatori di marmo (subito dopo la nascita dello stato Ellenico, ingegneri ed architetti europei e greci dell'epoca utilizzarono esclusivamente lavoratori di marmo, artisti e costruttori provenienti da Tinos, per costruire palazzi in Atene e altre città importanti come Efeso, Salonicco o Castorini; e tanto la maestria, quanto la creatività artistica di quegli uomini, spesso rimasti anonimi, sono testimoniate da un vecchio proverbio, il quale afferma che ognuno di loro "con il bacio dello scalpello potesse risuscitare la pietra!"); la mia famiglia, Rossis, entrò da tempo lontano nel novero delle grandi famiglie dell'isola che continuano ancor oggi la tradizione artistica del marmo: Filippotis, Liritis, Collaro, Malakatès, Valakas, Mavrakis, Sparveris, Fòrtomas, Karaghiorghis, Rallis e tante altre.
     Mio nonno emigrò negli States nel lontano 1928, e a bordo della sua nave passeggeri (la "Giannulis Chalepàs" di  Corinto, dell'armatore Stavros) attraccò nel porto di New York, a Ellis Island, nel dicembre dello stesso anno. Era già sposato con mia nonna Ledyas e mio padre, all'epoca,aveva otto anni. Si trasferirono in California quasi subito
    (appena due mesi dopo l'attracco della loro nave a New York), attraversando il paese sulla leggendaria "Southern Railway&Co.", costruita ai tempi dei cowboys e degli indiani, sull'ancor più leggendaria locomotiva "Pacific Rock Express"!
     Mia madre, Adyn Mavroulis, era una avvenente ragazza castana di Itaca (isola montuosa delle Ionie e dell'omerico Ulisse), giunse in America nel 1929 (un anno dopo la famiglia di mio padre), a bordo del transatlantico "Britannia" che aveva fatto scalo a Salonicco e su cui lei si era imbarcata: mio padre la conobbe in una stazione di servizio a San Isidro, i due si sposarono nell'estate del 1954, in una chiesa messicana di Brownsville, nel Texas.
    ...Intanto, dopo un breve attimo di silenzio, mio padre accese un grosso sigaro "Avana", aromatizzato al cedro del Libano, e riprese a parlarmi (cioé, a raccontarmi ciò che a lui avevano già raccontato!):
     - Ed io ora lo faccio con te, - mi disse, - racconto a te quella storia proprio così:
     - La fregata madre di Neverneverland era un uccello grandissimo e maestoso, in volo e con le ali aperte, spiegate al vento (colorate di rosso e di nero), lo sembrava ancor di più, ovvero più di qualunque altro (anche dello stesso albatro, l'uccello "sacro" dei naviganti, capace di ammansire ogni vento!); si chiamava così, lei (tutti la chiamavano così, in Grecia), perché oltre a essere una femmina, era anche la vedetta (come l'albatro, appunto, che nei mari del mondo preannuncia sempre tempeste!), ovvero la "madre" di tutti gli altri uccelli - simili suoi e di altre specie - che arrivava sempre per prima. E quello splendido uccello, Lei [la fregata], puntualmente, ogni anno, nelle mattine d'autunno ammantate di una sottile brina ed avvolte in un lieve e tiepido refolo di vento, residuo piacevole della calda stagione precedente da poco passata, compariva in cielo all'improvviso, quasi come fosse un forte abbaglio, ed altrettanto velocemente, quasi come fosse una saetta, un fulmine o una dolce chimera, scompariva! Ed al suo passaggio, tanto veloce, quanto dolce ed impetuoso, ogni volta e tutti gli anni, v'erano accadimenti a dir poco strani e/o quantunque eccezionali, mi raccontava tuo nonno, di cui lui non riusciva a darsi né farsene ragione alcuna, anzi, di cui nessuno riusciva a spiegarsi il motivo, o quantomeno capire se fossero frutto di banali coincidenze o di qualche altro ben definito disegno (diabolico o divino? Chissà!): accadeva, così, che i vetri di tutte le finestre, nelle case della zona come in quelle di altri paesi o isole lontane dalla nostra, andassero in frantumi ed il cielo tuonasse in maniera inverosimile...-.
     Quasi, chissà, come se ci fosse stato il passaggio di un Boeing 747 o quello di un Concorde B11 francese di futura costruzione (a quel tempo non esistevano ancora), oppure un Tornado 44 o uno Spitfirefox di futuro, largo e drammatico impiego (a quel tempo neanche loro esistevano ancora ma, purtroppo, in conflitti che temporalmente seguiranno, rispetto alla storia di cui scrivo, ossia rispetto a quando mio nonno la raccontava a mio padre e non a quando mio padre la raccontava a me, verranno usati modelli di "aeromobili" sputafuoco ed ammazzagente, o meglio lanciabombe, distruggi città e lanciafiamme ben...altrettanto efficaci!).
     - Lui, tuo nonno, - continuava mio padre, - dop'aver osservato quella "apparizione", anzi, dop'avervi fugacemente assistito, fra sé e sé ripeteva: Ti vedo apparire eppoi scomparire in un attimo...un attimo, così, un niente e passi, velocissima;  voli via e vai, magnifica! Bellissima! Chissà da dove vieni? Chissà dove sei diretta?.
     - E anche io, però, Lucky, ascoltandolo mi domandavo le stesse cose: lo facevo con lo stesso, identico stupore di tuo nonno e probabilmente fremevo ancor di più dalla curiosità! In realtà, però, quello stupendo animale, quell'uccello, - mi diceva sempre tuo nonno, riprendendo il racconto dopo essersi, in certo qual modo, ricomposto, dop'essersi evidentemente..."riavuto" dall'emozione suscitatagli da quella particolare e precipua apparizione, e così come (a sua volta), li era stato raccontato, - proveniva da una terra lontana e sconosciuta (NeverNeverland) e si dirigeva verso luoghi pur essi lontani e miti; che eran verso sud, ossia alla foce del grande fiume Rossonero, passando prima per il mare della Libertà ed attraversando le vaste ed ombrose terre di Nessuno; si dirigeva, per svernare, verso quel luogo...un solo luogo, un luogo ben preciso, ossia al raduno degli uccelli "sacri" di primavera e del primo sole
     - Si dice che molti uomini impazzissero..., - si fermava, ancor preso dall'emozione, eppoi riprendeva, nonno Carl - molti uomini, quando Lei [la Fregata], durante il lungo e freddo inverno, è lontana, cercando di sognarla o per lo meno credendo di immaginarla, senza riuscirci, siano impazziti; e molti altri ancora, invece, abbiano deciso di togliersi la vita gettandosi giù in un burrone da un dirupo scosceso o da uno strapiombo, oppure gettandosi nel mare in tempesta da una scogliera altissima! - Io, - concludeva tuo nonno, - e così racconto a te, figliuòlo, - preferisco invece aspettarla sino alla stagione nuova (l'estate), quando Lei tornerà: per rivederla un'altra volta ancora dal vivo volar sul mio cielo, sopra i miei luoghi d'infanzia e di vita, nel cuore mio!
    ...Mentre ora, quando Lei non c'é, preferisco sognare di viaggi misteriosi e terre selvagge, senza perdermi, però!
     - Bene, Lucky, ragazzo caro, - diceva mio padre, - quando ascoltavo questa storia, questo racconto o...dai, sù, chiamalo pure come ti pare: ma sì, chi se ne frega!  Quando ascoltavo tutto ciò dalla bocca di tuo nonno mi emozionavo (e non poco!) e vagavo con la fantasia, anzi, sognavo anch'io in tempo reale...sognavo di terre lontane, "libere&giuste"; sognavo (forse?!) già di California, cioé, la nostra futura ed amatissima terra: dei suoi dorati tramonti che quasi accendono l'orizzonte, ovunque si osservino...e mi ripetevo: laddove, laggiù, tutto è ordine e grandezza, ogni cosa è bellezza e magnificenza, tutto è splendore, è quiete, è voluttà! - (Forse, anzi, di sicuro è così,direi...terremoti a parte, però!).
      La storia, il racconto, il sogno erano finiti...tutto, oramai, era finito: anche io, finalmente e fortunatamente, mi risvegliai dal lungo sonno sulla panchina del lungomare; ed il terremoto, purtroppo, non era stato un sogno ma triste e veritiera realtà. Dopo essermi alzato in piedi, nonostante fossi ancora un po'assonnato, per prima cosa sollevai lo sguardo al cielo: forse, chissà, con la recondita speranza di veder arrivare la fregata, quella della storia, anzi, del racconto "ascoltato" durante il sonno; di vederla volare sopra la mia testa seppur soltanto per un attimo eppoi scomparire immediatamente...vana illusione, fu - però - la mia! Anche la partita di quel giorno, purtroppo, restò illusione e sogno, ovvero delusione e basta: essa, infatti, non venne più giuòcata; la serie, invece, fu interrotta e, ahimé, la vittoria toccò agli Athletic's! 
      Le prime luci della sera, nel frattempo, erano ormai giunte all'orizzonte ed io mi avviai tranquillo verso casa: il mio appartamento, infatti, è al 2488 di Kettner boulevard, appena due isolati di strada dal lungomare; neanche lui era un sogno, ma mi aspettava solitario ed accogliente come al solito. Non appena vi giunsi, presi la chiave nascosta sotto il tappetino vicino alla porta d'ingresso; insieme alla chiave c'era una busta bianca senza mittente ed indirizzo scritti sopra: presi anche quella. Dopo di che aprii la porta ed entrai in casa; infine aprii la busta e lessi la lettera, dov'era scritto: "Disoccupate i sogni, per favore!".

    Taranto, 11 novembre 2014.

    da: "Le memorie strane d'un asino pazzo a stelle&strisce chiamato Lucky", 2014).

       

  • 12 settembre alle ore 13:27
    Il guerrriero delle due ruote

    Come comincia:                                                                      ...portava nelle vene e nel cuore la forza,
                                                                         il furore, la poesia misteriosa del contadino.
                                                                                          - Luigi Gianoli -   

     
    Nel quasi trentennale della fantastica impresa di Città del Messico, omaggio doveroso e sincero a Francesco Moser, colui che è stato uno dei "miti", degli eroi sportivi (con il rugby del V nazioni, Spitz, la Calligaris e Dibiasi, l'Inter, la nazionale di calcio, il Liverpool di Kevin Keegan, Gimondi, Borg e Panatta, Moses, Mennea e la Simeoni, Meneghin e Gustav Thoeni,  Ayrton Senna, Pantani e Alberto Tomba) della mia adolescenza e prima giovinezza, la mia colonna sonora, il leit-motiv più importante degli anni settanta-ottanta; colui che, con le sue imprese epiche compiute sulle strade di mezzo mondo, con le sue sconfitte "entusiasmanti" ha scandito a lungo il tempo ed i ritmi della mia vita!
     Passista di grande levatura (a mio avviso tra i migliori dieci-dodici d'ogni epoca: dopo Coppi, Merckx, Anquetil, Binda e Girardengo, Van Looy, Van Steenbergen e Gimondi, insieme a Guerra Learco e Bobet Luison, Indurain e Freddy Maertens), fortissimo a cronometro, forte in volata e sul passo, grande discesista, Moser aveva il suo punto debole, il tallone d'Achille nella salita, fatto - questo - che non gli ha permesso di avere un palmarés più consistente e corposo nelle grandi corse a tappe (vanta un solo successo al Giro d'Italia, nel 1984, affiancato - a dire il vero - da diversi podi e piazzamenti di prestigio nella corsa rosa!). Infatti, il trentino (nato a Palù di Giovo nel 1951, fratello di Aldo, Diego ed Enzo, altrettanti corridori professionisti tra il 1954 e il 1973), aveva una endemica ed idiosincrasica avversione per le strade...in alto, per le salite: soprattutto quelle brevi, quelle - cioè - che si inerpicano all'improvviso, spaccano le gambe e tolgono il respiro. In quelle più lunghe, invece, andando su con il suo passo e il suo ritmo, si difendeva meglio e riusciva sovente a...limitare i danni!
     Nonostante la sua carriera (corse dal 1973 al 1988 vestendo le maglie di Filotex, Sanson, Famcucine, Gis, Supermercati Brianzoli, Chateau d'Ax) sia stata "lastricata" di notevoli exploit (record dell'ora all'aperto e indoor, in altura e a livello mare, etc.) e successi di prestigio (Giro, mondiali su strada e pista, Sanremo, Lombardia, Freccia Vallone, Parigi-Tours, Gand-Wevelgem, campionati nazionali su strada, Baracchi e tanti altri), le vittorie più belle in assoluto del suo ampio "repertorio" (276 vittorie su strada e 16 in pista, record assoluto in Italia!), sono, a mio parere, quelle ottenute a Roubaix, nella corsa più atipica del calendario ciclistico internazionale ma anche la più "classica" e la più vera di tutte! La Roubaix, infatti, è una delle più antiche corse internazionali (si disputa sin dal lontano 1896 tranne le due interruzioni dovute ai conflitti mondiali), ma è, soprattutto, uno degli ultimi "monumenti", baluardi, simboli di un ciclismo ardito e...romantico; è la corsa (per me) più affascinante ed autentica perché lo spirito che la pervade, il senso, il gusto, il sapore del ciclismo "old time" che la avvolgono e la ammantano (e che si respira in ogni piccolo tratto del suo percorso, sia pure il più insignificante!) non hanno eguali al mondo! Si pensi che alcuni tratti di acciottolato, di "sanpietrino", come comunemente viene definito in Italia il pavé (a Roma in particolare), sempre più esigui - a dire il vero - (è per questo che sono custoditi e conservati dagli organizzatori come vere e proprie reliquie!), sono talmente sconnessi da costringere spesso i corridori a scendere dalle bici e percorrerli a piedi (si pensi a due tratti famossissimi come quelli nella foresta di Aremberg e del "Carrefour de l'arbre", spettacolari e spesso decisivi per l'esito finale della corsa, sebbene il primo si trovi relativamente distante dal traguardo finale del velodromo di Roubaix!). Una corsa vera, si diceva, la Roubaix, che si corre con la testa - certo - e con il...fegato (meglio direi con le viscere!), ma anche, e soprattutto, col cuore! Una corsa, la Roubaix, poco avvezza a freddi e cinici "calcolatori", la quale non è mai stata troppo generosa con i succhiaruote della bicicletta, bensì adatta esclusivamente a ciclisti (e uomini) "veri", audaci e forti: ad autentici guerrieri delle due ruote, insomma!
     Questa corsa, pertanto, è stata da sempre (mi domando come poteva non esserlo?) la corsa preferita di (e da) Moser, fatta a pennello per le sue caratteristiche "umane" e fisiche, impressa nel suo dna di atleta, di corridore, di uomo. Il trentino calcò il palcoscenico dell'"inferno del Nord" (così è definita la corsa a causa delle difficili, talvolta impossibili condizioni ambientali ed atmosferiche in cui si svolge) solo e sempre da...attore protagonista, mai da comparsa, guerreggiando con autentici satanassi e bucanieri del pavé come Merckx, Roger De Vlaeminck, Marc Demeyer, Godefroot, Maertens: tutti belgi e tutti, tranne l'ultimo, vittoriosi a Roubaix (De Vlaeminck addirittura vanta il record di vittorie: quattro!). Si schierò al via da Compiegne (da oltre quattro decadi la corsa francese parte dalla "storica" cittadina dell'Oise, sita sessantacinque chilometri a nord-est di Parigi) per ben tredici volte dal 1974 (la prima) al 1987 (l'ultima), saltandola soltanto in tre occasioni: nel 1973 (l'anno dell'esordio tra i professionisti), nel 1984 (l'anno del record dell'ora e della vittoria nel Giro) e nel 1988 (l'anno conclusivo della carriera). Il curriculum moseriano a Roubaix (quasi una carriera a...parte, oserei dire, quella del trentino, in questa corsa!) è davvero impressionante: tre vittorie consecutive (1978, 1979, 1980), unico corridore a realizzare la fantastica "impresa" dopo il francese Octave Lapize agli albori del novecento (1909, 1910, 1911); due secondi posti (1974, 1976); due terzi posti (1981, 1983), un quinto posto (1975), un ottavo (1986), un decimo (1982), un dodicesimo (1985), un tredicesimo (1977) e un diciannovesimo (nel 1987, peggior risultato). Concludo scrivendo che la carriera di Francesco Moser e, a mio modesto avviso la sua stessa vicenda umana, non sarebbero state le stesse se non ci fosse stata la Parigi-Roubaix: nessuno, in quel caso, avrebbe potuto parlare del corridore trentino come (di) un autentico guerriero delle due ruote!

    da: una mail inviata a raisport.

    Taranto, 15 marzo 2013.

  • 12 settembre alle ore 9:06
    ALBERTO IL POLIGLOTTA

    Come comincia: Frequentava il terzo liceo classico Alberto M. diciottenne residente a Roma in via Cavour, frequentava il terzo liceo classico dell’Istituto Pilo Albertelli molto rinomato. Il giovane era famoso per le sue burle che metteva in atto nei confronti un po’ di tutti, aveva ereditato tale ‘qualità’ da suo padre Armando maggiore delle Fiamme Gialle. Una mattina che il buon Albertone si sentiva particolarmente in  forma ne combinò una delle sue. In un foglio di quaderno scrisse in latino: ‘ Terque quaterque palleggiatoque augello usque ad sanguinem, pilo admisso, omnia mala fugata sunt.’ Che poi tradusse in greco: ‘Treis kai tretrakeis, catalabonton sfairon kai tu ornizu, panta kaka feugusi’.  In italiano è uno scongiuro contro la mala sorte. Durante l’intervallo tra una lezione di matematica e quella di lettere, mentre la subentrante professoressa Piera F. parlava con Emiliano V. professore di matematica o meglio era il cotale insegnante che cercava di ‘attacar bottone’ con la dama nel corridoio, fra l’altro con poco successo, Alberto mise lo scritto dentro il cassetto della scrivania della cattedra e ritornò al suo posto sfoggiando la solita faccia angelica di chi in dialetto siculo si dice:’ ’cu non ci cuppa’. La professoressa Piera nell’aprire il cassetto notò e prese a leggere il ‘biglietto’ con una certa sorpresa e si domandò chi potesse essere quel simpaticone…”Mi rivolgo a chi ha vergato (talvolta la professoressa usava un linguaggio aulico) questo biglietto, sicuramente quel cotale non avrà il coraggio di farsi riconoscere, in questo caso tutta la classe subirà una punizione. Alberto “Non voglio che i miei compagni siano puniti in mia vece, sono stato io che ho ‘vergato’ lo scritto.” “Intanto un bravo per la tua sincerità e poi ti invito a venire vicino alla cattedra per essere interrogato e così mi renderò conto della tua preparazione. Parlami di Senofonte (la professoressa era in mala fede in  quanto quel personaggio non era stato motivo di spiegazione in una precedente lezione.) Inaspettatamente Alberto: “Senofonte, in greco Xenòphon,  storico greco di famiglia aristocratica, fu soprannominato ‘Suda’ (L’ape antica) per la chiarezza delle sue opere tutte giunte sino a noi. Scrisse l’operetta Agesilao per esaltare le virtù di quel suo amico e protettore. Scrisse anche le ‘Anabasi’ in cui ritroviamo  l’episodio dei diecimila soldati che, in vista del mare, abbracciandosi in lacrime esultarono dicendo ‘Thalatta, Thalatta’ detto rimasto famoso. Scrisse anche…” Alberto era un alunno fuori dell’ordinario, aveva studiato tutto il programma di quell’anno, questo giustificava la sua preparazione. “Basta così, per stavolta la considero  una ragazzata.” Alberto pensò bene si informarsi sulle vicende private della professoressa Piera, quale miglior fonte se non la segretaria della scuola. Sara R. bravissima nel suo lavoro ma come donna era un disastro: piuttosto alta, magrissima, un occhio storto come pure il naso per una testata ricevuta da giovane. La cotale era innamorata di Alberto il quale, interrogato ‘ciccio’ per fare un’opera buona nei confronti della cotale ebbe (giustamente)una risposta negativa, era troppo brutta!“Cara Sara mi occorrono delle informazioni sulla professoressa F., che puoi dirmi?” “Perché ti interessa tanto vuoi…” “Niente di quello che tu pensi, solo che mi ha preso di punta e non fa altro che interrogarmi, mó me só scocciato.” “Madame Piera ha trent’anni, è romana, dopo il divorzio del primo marito si è risposata con un inglese tale John W., non ha figli e, se ti interessa, abita in via Marsala 22.” “No questo non mi interessa, volevo solo un’immagine generale, grazie Sara, sei un tesoro.” Bugiardone, la notizia della residenza della professoressa era quella che più  interessava Alberto il quale un pomeriggio citofonò al numero 22 della via Cavour; rispose in inglese il capo famiglia: “Hello, who palys at the intercom?” “Sono Alberto M. un alunno di sua moglie.” “Open? Wue area one the Fifth floor.” Alla consorte, “C’è un tuo alunno.” Piera rimase sorpresa ma poi capì chi potesse essere quella faccia tosta di venire a rompere i.c… a casa sua. “Bravo, non so come hai fatto a trovare la mia abitazione, siediti così potrò conoscerti meglio di quanto possibile a scuola.” “La mia è una dote ereditata da mio padre maggiore della Finanza. Non vorrei essere indiscreto ma come fa a colloquiare con suo marito, in inglese?” “John capisce l’italiano ma non lo parla bene.” “Altre informazioni?” “Avrei tante domande ma non vorrei essere invadente, per alcune potrei arrossire.” Grande risata da parte di Piera che attirò l’attenzione di John il quale si presentò nel salotto: “Why are you laughing, is the boy witty?” “Mio marito vuol sapere se sei spiritoso, caro lo è anche troppo!” Rimasti soli Alberto e Piera si guardarono in viso sin quando: “Non mi capita spesso di prendere decisioni sbagliate, ho poche amiche per una cattiva esperienza con una che consideravo tale e che invece ha sparso nei confronti di mio marito dei pettegolezzi infamanti, mio marito non è gay anche se talvolta qualche suo atteggiamento lo può far credere, è dell’Irlanda del nord, di Londonderry, lui insegna inglese per beneficienza a ragazze in un collegio di monache, se lo può permettere, è agiato di famiglia perché suo padre è un bravo agente di borsa e in tanti anni si è arricchito. Ho sposato John dopo un matrimonio burrascoso col mio primo marito, ho cercato di non mollarlo sin quando sono venuta a conoscenza che si drogava, fra l’altro voleva dei figli che io non posso avere; John mi dà serenità anche se sessualmente non è gran che ma come si dice:’niente sesso siamo inglesi’. Ti ho fornito delle informazioni intime, non so di preciso perché l’ho fatto o meglio lo so e questo mi preoccupa.” “Se lo desidera me ne vado, non volevo metterla in crisi.” ”Niente crisi anzi ti invito a cena, devi avvisare i tuoi familiari?” “Mio padre, vedovo, è maggiore della Guardia di Finanza, lavora al Comando Generale e mangia alla loro mensa, ci  incontriamo poco. Io mi arrangio con l’aiuto della portiera che fa anche le pulizie di casa, abito in via Merulana.” Piera si esibì in una culinaria tipicamente romana: spaghetti alla carbonara, abbacchio al forno, carciofi alla giudìa supplì al telefono, verdure varie, vino rosso dei Castelli ed un favoloso caffè fatto con una macchinetta e la miscela Illy. John: “Come fatti supplì al telefòno” “John ti son piaciuti? non porti tante domande.” Ti pareva che Alberto non si intromettesse?  “Professoressa suo marito si è abituato al nostro caffè, i britannici ingurgitano dei beveroni spaventosi.” “Gli stranieri venendo in Italia pian piano apprezzano i nostri cibi, una volta a Londonderry i genitori di John in mio onore cucinarono degli spaghetti con l’aggiunta nel sugo della marmellata, marmalade in inglese,  dovetti mangiarli per non offenderli! John ricordando l’episodio sbottò in una risata, Alberto pensò: “Ridi ridi braciolettone ti sto preparando un piattino! Piera anche se con confusione in testa ma stanca del ‘niente sesso siamo inglesi’ si fece coraggio e quando John andò in balcone a fumare la pipa: “Vorrei vedere casa tua, com’è arredata, dove sporgono i balconi, hai i balconi?” Piera si era impappinata, Alberto prese al balzo la situazione: “Anche se la mia abitazione non è molto lontana prendiamo un tassì oppure usiamo la sua macchina, sotto casa mia c’è un garage. Una Mini verde targata inglese era posteggiata dinanzi l’abitazione, in pochi minuti entrarono nel garage, si avvicinò il garagista e: ”Signora può dirmi quanto resta? Poi vedendo scendere dalla macchina  Alberto:”Li mortacci… stavolta te sei buttato sull’estero, complimenti!”  Un’occhiataccia di Alberto fece sparire dalla circolazione lo sprovveduto garagista. “Hai una bella casa, chi l’ha arredata?” “Mia madre era un’arredatrice, è morta di cancro quando io avevo dieci anni, mio padre l’ha ereditata da suo padre.” “Ha due camere da letto con letti matrimoniali, sei sposato, fidanzato?” “No mi piace stare comodo, con un letto singolo una volta, nel girarmi, son caduto a terra!” “Dilla tutta è qui che porti le conquiste?” “Permettimi di darti del tu, in fondo non c’è molta differenza di età fra noi due…” “Sei giunto alla scalata finale, ebbene ti posso dire che sei in vetta, contento?” Il ‘ciccio’ di Alberto sempre attento quando c’erano in giro femminucce, alzò la cresta e fece un bozzo sui pantaloni. “Non sono per i complimenti ma devo dirti che tu alla bellezza di una statua greca aggiungi lo stile di una signora di classe, sei una persona da avere vicino per tutta la vita.” “È una proposta di matrimonio?” “Non celiare, sono stato sincero, tu che ne pensi dell’idea di visitare il mio bagno non per la vasca Jacuzzi, che potremo inaugurare un’altra volta ma per un volgare bidet, io ho già provveduto.” All’uscita del bagno senza veli, l’immagine di Piera fece un effetto dirompente sul cervello di Alberto, si precipitò a baciarla, un bacio lungo, profondo, appassionato deliziosamente dolce. Sul letto una battaglia navale, evidentemente Piera era da tempo a stecchetto e poi sicuramente il partner era di suo gradimento. “E mó come ci mettiamo?” “Cara Piera, non mi par vero quello che accaduto, posso ben dire di non aver mai provato sensazioni più profonde forse perché all’atto sessuale si è accompagnato…non ti porre troppi problemi, oggi son di moda i toy boy, ne hanno diritto tutte le donne non solo le attrici!” Un pianto, Piera non si sapeva spiegare la motivazione se di gioia o di paura per il futuro. Dopo essersi ricomposta Piera ed Alberto andarono a ritirare la Mini in garage, stavolta il proprietario non fece commenti anzi fu carino nel non far pagare la signora, aveva capito la lezione. Ritornati  a casa di Piera si misero d’accordo nell’andar a trovare John al collegio di monache dove insegnava. Era l’ora di uscita delle scolaresche e Piera posteggiò la Mini all’ingresso aspettando, l’auto del marito che passò loro dinanzi sgommando, era proprio la Rover targata Inghilterra ma alla guida c’era una donna con vicino John. “Presto seguiamoli.” Piera dimostrò di essere un buon manico e raggiunta da lontano la Rover restò ad un centinaio di metri per vedere dove venisse posteggiata. Quando i due scesero dall’auto e si inoltrarono in un portone Piera  li seguì lasciando in macchina Alberto ma come rintracciare l’appartamento in cui si erano rifugiati? Piera dimostrò una furbizia tipica delle donne; i piani erano quattro e lei cominciò dal primo: “I’m  sister of John, Id like to talk to him.” Fu fortunata, a citofono aperto sentì una voce maschile: “John c’è tua sorella.” Inutile e non compresa era stata una frase di John: “My sister is in Ireland not here!”  Nel frattempo era stata aperta la porta d’ingresso dell’appartamento dove un signore di una certa età: “Entri signora John è di là.” John era là ma avrebbe preferito esser molto lontano da quel posto. Bianco in viso, alla vista di Piera  stava per svenire, si sedette sul divano con le mani sulla faccia. Vicino a lui una bionda occhi azzurri niente male. Piera ormai sicura di aver fatto bingo rincarò la dose: “Se preferivi una nordica perché hai sposato me, una mediterranea? Ci rivedremo a casa, scusate il disturbo!” La mediterranea fermò l’auto dopo un chilometro, presa da un’allegria pazzesca baciò in bocca Alberto.”Vacci piano mi hai tolto il fiato.” “Non capisci che l’abbiamo in pugno, oltre alla bionda c’erano pure dei testimoni, domani contatterò il mio avvocato.” L’avvocato di Piera era un furbacchione ben ammanigliato in Procura (in passato era stato in intimità con la signora) ed ottenne il massimo possibile: l’abitazione dove abitavano i due coniugi passava di proprietà della moglie con un appannaggio alla stessa  di tremila €uro al mese e poi uscita immediata di casa del marito.  Per sua fortuna dell’inglese suo padre, con amicizie in alto loco riuscì a fargli trovare un posto di impiegato presso l’ambasciata britannica. Piera e Alberto cercarono di non  farsi vedere insieme fino alla proclamazione della sentenza; John andò a vivere con la nuova fiamma a nome Aurora, anche Piera dovette ammettere che la ragazza rispecchiava le doti del suo nome: bella e luminosa,  le aveva fatto un enorme favore nel mettersi con John. Alberto e Piera andarono a vivere insieme, il giovane iscritto alla facoltà di medicina e per la specializzazione  scelse ginecologia. Non aveva perso il vizio di correr dietro alle gonnelle femminili, situazione accettata da Piera che, a parte la differenza di età sapeva che il bamboccione ritornava sempre da lei ogni volta pentito… ma quale pentito!
     

  • Come comincia:  Ho comprato, e letto, per la prima volta in vita mia la vostra rivista e devo dire che l'impatto dell'esordio è stato davvero eclatante, dirompente quasi, clamoroso ed...esaltante. Ciò è accaduto (lo scrivo con sincerità!) soprattutto per merito (o a causa, fate pure voi!) della "All-times list" dei 100 chitarristi pubblicata sulle pagine dell'ultimo numero di Rolling: il suo impatto "visivo" nonché quello emotivo sono stati fortissimi su di me (così come credo, e spero per voi, possa esserlo stato su tantissimi appassionati e non, musicomani e/o chitarromani o meno!) e così, istintivamente, un raptus di quelli improvvisi mi ha portato a prendere la rivista dallo scaffale dell'edicola ed acquistarlo! La prima volta con voi, quindi, e con la vostra rivista (figlia, gemella del magazine "californiano", losangelino per la precisione, ma senza l'articolo The davanti: è questo il...cameo che vi contraddistingue, però!). La prima volta con voi, quindi, l'esordio con la vostra rivista e con la pagina facebook della stessa (già da tempo peraltro inserita, come suol dirsi, tra i miei "mi piace"!) avviene proprio dopo il recente compleanno dei miei "cinquanta" (è soltanto una coincidenza temporale, a mio avviso, di certo non astrale!): è molto strano, però, oserei dire stranissimo che ciò non sia accaduto prima! E'un fatto molto strano (stranissimo), questo, per uno come me che da oltre un trentennio è un'accanito fruitore di musica (in ascolto ma anche, e soprattutto, in lettura!); da oltre un trentennio ascolta e legge musica (al contrario di tanti altri ritengo che sia importantissimo leggere fatti, storie e note di musica, leggere la musica non con le note, ma intendo sui media e sui libri, per meglio capire poi il..."succo", ovvero le vere note: quelle musicali!). Questi sono i fatti strani della vita, oserei dire, e/o...semplici "misteri" della fede, come potrebbe dire qualcun'altro!
     Bene, dopo questa medio-lunga (spero non noiosa) intro e/o disquisizione di carattere, per così dire, personale vado a continuare. "Bando alle ciance" (come direbbero in Toscana!) o alle "quisquiglie" (come avrebbe sicuramente detto un noto principe napoletano!) e...vengo al sodo, al "punto focale" di questa mia mail: il "classificone" dedicato da voi ai chitarristi (cento) migliori d'ogni epoca, o se vi garba meglio chiamiamolo pure dei migliori suonatori di chitarra di sempre (per gli italici fan) del rock e...dintorni! 
     Devo dire che la suddetta vostra [classifica] a me garba abbastanza (qualcuno potrebbe dire "chi se ne frega!", ma scherzi a parte, è soltanto un'opinione, la mia!), non obietto nulla su di essa perché la ritengo essere un...giusto mix tra passato e presente dell'arte della chitarra (è davvero un'arte suonarla: forse la settima, pardon, l'ottava!), new&old music, generi e stili diversi, etc.(al limite, dico solo che avrei messo un po' più in alto, casomai, Dave Gilmour, Santana e Knopfler: cosa, però, forse irrilevante, ovvero che non avrebbe assolutamente aggiunto nulla ai meriti musicali, già grandi, di questo trio!!!). Dico, anzi, che personalmente, la classifica, la allargherei ancor più, magari ampliandola sino ai migliori duecento (forse è un po troppo?!), dando spazio a tanti, tantissimi artisti che, seppur meritevoli, sono rimasti (ahimé!) esclusi dai migliori cento; farei, in parole povere, delle aggiunte...personali, spaziando, magari, il più possibile in altri generi (blues, jazz, country soprattutto). E'chiaro, ovviamente, come ognuno tiri "acqua al suo mulino" (recita un vecchio modo di dire), cioè, alle sue scelte e preferenze, opinabili quanto si vuole ma che, tuttavia, hanno solcato un'intera esistenza, sono state - a volte - il "leit-motiv" della propria esistenza, frutto del...vissuto di ognuno di noi, e che hanno, in certo qual modo, segnato la propria e personale "carriera" di ascoltattore (la t doppia non è errore di ortografia, bensì l'ho messa apposta!) fruitore di note e di musica! Sia chiaro, però, che scrivo tutto questo senza polemica e bonariamente, con l'orgoglio, magari, di sciorinare la mia personale cultura musicale, per il puro piacere di farlo! Passo ora al mio elenco di...aggiunte e citerò, alla rinfusa, a ruota libera (senza, cioé, un criterio cronologico e/o "meritocratico") un bel po' di artisti (direi!) da aggiungere - come detto - ai cento: allegando, per tutti loro, una breve (a volte non tanto, però!) motivazione, una breve nota storica (a volte non tanto, però!!) e/o, magari, di...colore.
    - Wayne Kramer, fu uno dei grandi della "scena" musicale di Detroit; con i suoi mitici MC5 (Fred "Sonic" Smith alla chitarra, Rob Tyner, voce e armonica, Michael Davis, basso e Dennis Thompson alla batteria) si pose alla ribalta per la prima volta insieme al partito rivoluzionario delle Pantere Bianche di John Sinclair; insieme al suo gruppo suonò a Chicago, durante i disordini alla Convenzione Democratica del 1968. Sull'Enciclopedia del rock (edita in Italia dalla Fabbri Editori, Milano, nel 1977), Nick Logan e Bob Woffinden scrivono: "Gli MC5 furono la prima band degli anni settanta fra quelle degli anni sessanta; essi rappresentavano, in parti quasi eguali, l'deologia della droga e quella rivoluzionaria, espresse, musicalmente, in un rock and roll ad alta energia, violento e senza compromessi!". "Back In The Usa", del 1970, (prodotto dal critico John Landau, che poi lavorò con Bruce Springsteen) non incontrò il successo dovuto, ma è considerato unanimamemte uno dei più grandi album di rock ad alto potenziale d'ogni tempo. Kramer è stato, a mio avviso, sottovalutato - e non poco, direi. Forse, chissà, sugli sviluppi successivi della sua carriera ha influito la sua condanna a cinque anni per detenzione di cocaina; ma lui la cocaina, ce l'aveva nel cuore, nel suo talento, in quello che suonava, nelle sue dita, e lo esprimeva con la chitarra: volenti o nolenti, con il suo gruppo aprì la strada al funk-rock revival degli anni settanta!       
    - Country Joe McDonald&Barry Melton. Essi registrarono insieme, nel lontano 1965, (ovvero, in piena epoca "Frisco's&Summer's Love") il superbo e leggendario "Rag Baby". Questo duo, insieme, ha scritto pagine chitarristiche importanti nel rock mondiale. Di McDonald è scritto: "Probabilmente uno dei simboli e dei prodotti più importanti usciti dalle estati di San Francisco alla metà degli anni sessanta, ha rappresentato quella affascinante età forse ancora di più e meglio di Jefferson Airplane e Grateful Dead".
     - Alvin Lee. Con gli Yardbirds (prima) ed i Ten Years After (poi) il "mago di Nottingham" (località dove ebbe i natali nel dicembre del 1944) ha segnato la storia del r&b inglese e quindi europeo, fornendo prove memorabili al mitico Marquee, club londinese, ed al festival del blues di Windsor. "A Space In Time" del 1971 fu l'album che mise più in risalto le sue capacità virtuosistiche e tecniche, secondo quanto affermò gran parte della critica del suo tempo. Mai, come in questo caso, mi sono trovato tanto concorde con essa: "I'd Love To Change The World", infatti, è un pezzo fantastico in cui la sua chitarra, veloce e sgusciante, lancia fendenti in direzione rockn'roll, r&b, psichedelia e...penso proprio che basti! Il pezzo citato fa il paio col leggendario ancorché classico e storico "Goin'home", suonato a Woodstock due anni prima. Lee, dopo la sua performance woodstockiana fu definito dalla stampa americana "la più veloce chitarra del west!". Dopo aver lasciato i Ten, il mago fornì ancora ottime prove da solista (vedi album "In Flight" e "Pump Iron"), suonando in studio (con mostri sacri del calibro di Ron Wood, Jim Capaldi, Steve Winwood, George Harrison, etc.) o live con la Alvin Lee&co. (vedi tournée mondiale del 1975).
     - Ted Nugent, lo showman per eccellenza del rock (in particolare della scena americana: Detroit, Michigan), ma anche straordinario chitarrista con gli Amboy Dukes, prima, e poi da solista. Col suo gruppo sfornò ben undici album: il successo maggiore fu "Journey To The Center Of Your Mind", datato 1968 e definito da Logan e Woffinden (cfr. "Enciclopedia del Rock") "un pezzo di nonsense psichedelico". Gli Amboy, che sono poi spariti nel dimenticatoio, dopo quel successo isolato, allo stesso ritmo con cui erano apparsi sulla scena musicale americana, hanno rappresentato l'archetipo di tante altre band di ispirazione punk. Nugent, si diceva, era uno showman nato, aveva il palcoscenico nel sangue, nel dna...era un vero "animale da palcoscenico", alla stessa stregua, oserei dire, di un Mercury o di uno Jagger: fu questa la sua forza, la peculiarità che lo tenne a galla anche quando nessuno li avrebbe più concesso credito!
    (artistico). Alla storia del rock, infatti, passeranno i suoi "duelli" chitarristici (con il sopra citato Kramer nonché con Mike Pinera e Frank Marino dei "Mahogany Rush"), i quali hanno fatto veramente tanta...storia nel rock: per la loro unicità, per la loro verve e la loro spontaneità, per la loro straordinarietà (quella di Nugent, in particolare!). Avveniva quanto segue: il ganzo (Nugent, s'intende!) saltava fuori dalle casse degli amplificatori come fosse un uomo delle caverne (un moderno "neandertaliano", direi!), con una fascia sui fianchi e brandendo arco e frecce; un altro dei suoi espedienti era quello che egli rompeva una boccia di vetro con la sua chitarra.
     - Franco Mussida, una delle poche eccellenze italiane in una "scena" dominata dai mostri sacri di matrice anglosassone (british&usa): egli fu la colonna portante della più grande band (la PFM) di rock-flash al mondo: in combutta con King Crimson, Yes e Emerson, Lake&Palmer. Le note della sua chitarra si sentono ancora (eccome, direi!) nei "cavalli di battaglia" ("Impressioni di settembre", "Celebrations") del gruppo.
     - Il duo Daevid Allen e Richard Sinclair: entrambi evoluirono nei gruppi più importanti della cosiddetta "scena di Canterbury" (Daevid Allen Trio, Wilde Flowers, Soft Machine, Gong, Caravan, Hatfield&The North, etc.) - la quale fu autentica fucina di talenti ed artisti con la a maiuscola, crogiuolo e crocevia di suoni, commistioni, contaminazioni e..."fusion" musicali - e furono gli antesiniani del prog rock e della psichedelia made in U. K..
     - Paco De Lucia, (il) maestro del flamenco e della musica ispanico-latina, session-men di prim'ordine (tantissime jam-session nel suo carnet e collaborazioni con gli artisti più svariati, di ogni genere musicale e in ogni...dove). Sopra ogni cosa metto i "lavori" con Santana, John McLaughlin e Bryan Adams: solo per questo merita un posto tra i migliori chitarristi di sempre!
      - Syd Barrett. E'superfluo motivare la presenza sua in una classifica dei migliori chiatarristi, (in quelle vesti è stato spesso sottovalutato) soprattutto da parte di chi scrive, fan dei Pink Floyd. Ma è un onore scrivere di lui, risaltare la sua genialità, la sua grandezza di artista: se fosse stato attivo più a lungo avrebbe rivoluzionato la scena dell'arte, della moda, del costume oltre che della musica: le note di "Astronomy Domine" e "Interstellar Overdrive" rimbomberanno in eterno nella storia del rock. Su di lui, sul suo valore di artista, se mai ce ne fosse bisogno, val la pena di citare il giudizio di due eminenti colleghi. Paul MC Cartney disse: "Syd Barrett era un creativo puro: animatore della scena psichedelica, di tutto ciò che era colorato e lontano dal luogo comune". Al pari dell'ex Beatles, anche David Bowie si espresse in termini altisonanti: "Barrett? La sua influenza su di me è stata enorme. Un rimpianto grande è che non l'ho mai incontrato di persona. Un diamante autentico".
     - Toquinho. Fa specie, anzi, potrebbe far arricciare il naso la presenza di un musicista come lui - essenzialmente un "classico", cultore della chitarra acustica - in una classifica dominata da puri rokers e mostri dello strumento elettrico, ma non ce n'é motivo, a mio avviso. Inserire il brasiliano (in arte Antonio Pecci Filho) tra i più grandi chitarristi è giustissimo e non fuori luogo. Egli è stato (e continua ad esserlo) uno dei giganti della musica "popular" brasileira (con altri tre mitici chitarristi carioca del calibro di Caetano Veloso, Gilberto Gil e Joao Gilberto forma il cosiddetto poker dei "fabulous four"). Come potrebbe non esserlo, del resto, un artista che ha pubblicato più di ottanta album in carriera? E come poter dimenticare le centinaia di collaborazioni e presenze in lavori extra con artisti di tutto il mondo. E probabilmente non è un caso neanche se due album della sua discografia immensa e variegata ("O violao de Toquinho" e "O poeta e o violao") abbiano la chitarra (violao in portoghese)...protagonista nel titolo (e non solo!)? Direi proprio di no! "O poeta e o violao", infatti, oltre a toccare il vertice della collaborazione artistica sua con Vinicius de Moraes, rappresenta un capolavoro assoluto della musica mondiale! 
     - Leo Kottke from Athens, Georgia (Stati Uniti), il quale fu influenzato da bluesmen del Delta (Mississippi John Hurt su tutti) ed a sua volta accompagnò bluesmen del Delta (Son House, ad esempio). Logan e Woffinden nella loro "Enciclopedia del Rock" scrivono così al suo riguardo: "Si è guadagnato la fama di uno dei migliori chitarristi acustici americani attraverso regolari concerti (nel 1975 ha suonato al folk Festival di Cambridge, in Gran Bretagna) e, soprattutto, attraverso i dischi incisi". 
     - John Cipollina, fu uno dei massimi protagonisti della scena californiana anni 60-70 e della "Summer's Love", ha segnato - con i Quicksilver Service Messenger, di cui fu fondatore con Duncan, Freiberg e Elmore nel 1965 - momenti fondamentali nella storia del rock. Con Duncan "duettò" fantasticamente nei numerosi concerti live della lunga stagione del 1968: il tutto confluì, poi, in gran parte nel mirabile "Happy Trails", uno dei trentatré simbolo della psichedelia statunitense ("Who Do You Love", "Calvary", "Mona", etc.).
     - Un'altro "girovago" della chitarra e della scena musicale in genere è senz'altro Al Di Meola: egli meriterebbe senza ombra di dubbio di essere in classifica, tra i migliori "guitarists" di sempre, se non altro per le sue numerose collaborazioni avute e le ses= sion svolte con artisti di ogni dove e di ogni genere: da Chick Corea a Jean-Luc Ponty, da John McLaughlin a Paco DiLucia, Steve Winwood, Andy Summers, Pino Daniele, Carlos Santana, etc.Egli ha sondato gli stili ed i generi più vari (dall'electric jazz alla fusion, dal rock al flamenco, ed ancora il folk, la musica latina, la world music, etc.), cimentandosi con successo in ognuno di essi. Con la sua maestria tecnica ed il suo virtuosismo ha influenzato tanti chitarristi jazz e rock e può, senza ombra di dubbio, occupare un posto di preminenza nella storia della chitarra elettrica. 

  • 10 settembre alle ore 13:44
    Sport's memories: Juan Manuel Fangio

    Come comincia:  Quarto di sei figli di emigranti abruzzesi, nacque nella cittadina di Balcarce, quaranta chilometri a sud-ovest di Buenos Aires, il 24 giugno del 1911. Si avvicinò alle corse come pilota nel 1934, guidando una Ford in una gara nei pressi della sua città. All' ambiente dei motori, però, era vicino sin da quando lavorava come garzone in un garage. Prima delle auto aveva tentato, con scarsa fortuna, la via del calcio e della bici. Gli inizi furono abbastanza duri e stentati. Colse la prima vittoria soltanto a sei anni dal debutto, alla guida di una Chevrolet nel G. P. Internarnational del Norte. Nel 1949 varcò i confini del sudamerica ed esordì sulle strade europee in maniera trionfale: vincendo a Sanremo, Pau, Perpignano, Marsiglia (con una Maserati comprata dal governo argentino) ed al G. P. dell'autodromo di Monza, alla guida di una Ferrari. Debutta in formula uno il 13 maggio del 1950 a Silverstone, alla guida dell'Alfa-Romeo, e alla fine della stagione mondiale è secondo in classifica dietro il compagno di squadra Nino Farina (il torinese morirà in un incidente stradale ad Alguebelle, in Francia, nel 1966). Nei successivi sette anni di mondiale (saltò la stagione 1952 a causa dell'incidente di Monza in formula due) vinse cinque titoli al volante di quattro diverse vetture (Alfa, Mercedes, Ferrari, Maserati) stabilendo un record che solo Alain Prost ha saputo sfiorare. Si ritirò nel 1958, a quarantasette anni, dopo aver corso i primi due gran premi della stagione e aver visto morire, uno dopo l'altro, gli amici Musso (a Reims) e Collins (al Nurburgring). Lasciate le corse (tuttavia, ha continuato a guidare in pista sino a qualche anno fa), è stato presidente e testimonial della Mercedes-Benz argentina nonché membro onorario della FISA (la federazione internazionale dell'automobile). E'morto il 18 luglio scorso e la sua salma, posta nel "salon blanco" della Casa Rosada, a Buenos Aires, per volontà del presidente argentino Menem, è stata vegliata da migliaia di persone. Fu definito da Enzo Ferrari, con cui non ebbe mai un buon rapporto "personaggio indecifrabile", perché non sposò mai una casa ma scelse e corse sempre con la macchina migliore del momento, e non esteriorizzava platealmente le sue emozioni. In realtà non è stato un opportunista né pilota freddo e cinico, ma intelligente, abile, leale e combattivo (epici, a questo proposito, furono i suoi duelli con Ascari e Moss), uomo stimato ed ammirato dai colleghi e dalla gente per la sua correttezza, signorilità e professionalità. La sua fu definita una "guida scientifica" perché studiava nei minimi dettagli macchina e percorso di gara: alla vigilia di ogni gran premio, infatti, cosa inusualissima in formula uno, percorreva a piedi il circuito su cui avrebbe poi corso e, inoltre, perché aveva la capacità, in corsa, di recuperare grandi distacchi senza mai rischiare oltre il lecito. La sua grandezza si espresse anche in altre gare, al di fuori della formula uno. Vinse la 12 ore di Sebring nel 1956 (su Ferrari insieme a Castellotti) e nel 1957 (su Maserati insieme a Behra), l'Eifelrennen con la Mercedes nel 1952, la Carrera Panamericana con Brunzo in Lancia nel 1951. L'unico cruccio della sua carriera, però, è rimasto quello di non aver mai vinto due "classiche" dei motori: la 24 ore di Le Mans (dove nel 1955 uscì indenne da una terribile carambola) e, soprattutto, la Mille Miglia (dove fu secondo nel 1953 e 1955). Forse è per questo motivo che alcuni lo pongono alle spalle di Tazio Nuvolari (che ha costruito il suo mito sulle strade della corsa nostrana) in una ideale quanto anacronistica graduatoria di merito. Si ha l'impressione, però, "di abbandonare la realtà e di sconfinare nella leggenda", ha scritto al proposito Athos Evangelisti sulla Gazzetta dello Sport, il giorno della sua morte, perché il pilota argentino è stato il più grande ed il più bravo di tutti con buona pace dell'omino di Mantova e di quanti sostengono il contrario: i numeri, in questo caso come non mai, vanno di pari passo con i fatti.
     - Hanno detto di lui.
    "Ha influenzato tutta una generazione di giovani piloti argentini portandoli  ad amare le corse" (Carlos Reutemann, ex pilota argentino);
    "Emanava una forza fisica e interiore straordinarie" (Alain Prost, ex pilota francese);
    " Era il migliore in senso assoluto, non soltanto per capacità di guida ma anche perché rispettava le parti meccaniche" (Giulio Borsari, meccanico di Fangio alla Maserati e alla Ferrari);
    "La figura più rappresentativa dell'automobilismo, un grandissimo campione dotato di una eccezionale strategia di gara e di una tecnica di guida ineccepibili" (Luca Cordero di Montezemolo, presidente della Ferrari);
    "E'stato il migliore pilota del mondo, un grande maestro" (Stirling Moss, rivale e amico di Fangio);
    "Ha potuto disporre sempre di ottime macchine, sin dal suo esordio: giusto, era il migliore!" (Gigi Villoresi, compagno di squadra di Fangio alla Ferrari);
    "Era così dotato di talento da potersi permettere di esser prodigo di consigli con tutti i suoi avversari, perché era sicuro di sé, ma nello stesso tempo umano, umile e irripetibile" (Romolo Tavoni, ex direttore di pista a Monza);
    "Uno come lui non l'ho più visto. Aveva la classe di Ascari ma era anche un calcolatore. Saliva in macchina e dopo tre giri aveva già memorizzato la pista" (Romolo Tavoni).

    Taranto, 2 agosto 1995. 

  • 10 settembre alle ore 9:00
    TALVOLTA L'AMORE TRIONFA

    Come comincia: Che direste voi se vostra figlia venticinquenne vi annunziasse il suo desiderio di prendere il velo di monaca? Questo era accaduto ad Achille Rogolino proprietario terriero abitante ad Albano Laziale in provincia di Roma, lui fervente ateo e, come si diceva una volta, ‘mangiapreti’? Potete immaginarlo: ”Non capisci che faresti una vita da disgraziata, chiusa fra quattro mura per tutta la vita, non una famiglia, niente figli né amici con cui andare a ballare, sottoposta a leggi religiose aberranti, preferirei vederti morta, tutta colpa di quella baciapile di tua madre , maledizione a lei!” Effettivamente Alessia Vinci la moglie di Achille era molto attaccata alla religione e rea, secondo il marito, di aver fatto  frequentare troppo alla figlia Ambra la vicina chiesa di S.Paolo . La ragazza era cresciuta e diventata amica di Arianna Mugianesi, sua pari età, figlia del contadino conduttore di uno dei fondi di proprietà del signor Rogolino. Anche Arianna aveva esposto in famiglia il suo desiderio di prendere i voti. A casa Mugianesi la richiesta era stata recepita senza drammi per un semplice motivo:  la vita da contadina sarebbe stata molto più dura per la ragazza che però aveva il fratello Elio che poteva dare una mano ai genitori nella coltivazione della terra. Le due giovani seguirono l’iter previsto con la consegna dell’anello quali spose di Cristo e quindi ammesse al noviziato. Rabbia maggiore di Achille Rogolino era che la figlia Ambra si era laureata in lettere con ottimi voti, il ‘padrone’ aveva, a sue spese fatto studiare anche  Arianna poi laureatasi in scienze matematiche: “Due disgraziate rimuginava sempre un Achille ogni giorno più irato perché non era possibile, come sua abitudine riuscire a risolvere il problema. Ovviamente non si presentò alla cerimonia della vestizione delle due novizie, che andassero a fare in c…o loro due e sua moglie! Achille spesso la sera non ritornava a casa, frequentava un club di dubbia fama in cui le cameriere non erano molto vestite ma disponibili. Conobbe una certa Grace Dubois che, oltre al nome aveva una grazia innata. Bruna, altezza media occhi castani molto espressivi e fisico da modella; era molto differente dalle sue colleghe di lavoro, infatti non ‘andava ‘in camera’ con i clienti. Achille da subito affascinato dalla ragazza le fece una corte serrata ma con scarsi risultati anche offrendole oltre al denaro anche gioielli, Grace non era disponibile alle avventure amorose. Ormai innamorato Achille propose a Grace di andare a vivere insieme con la promessa di una separazione prossima dalla consorte. Grace dopo lunga riflessione accettò, capì che Achille che aveva vent’anni più di lei sarebbe stato affidabile come uomo e, non ultima, aveva la ‘qualità’ di essere danaroso. Achille affittò un appartamento a Roma in via Marsala, amava stare al centro ed un pomeriggio, rientrando ad Albano Laziale alla consorte: “Cara ho il piacere di dirti che mi sono trasferito a Roma, finanziariamente per te non cambierà nulla, in compenso io non avrò il dispiacere di avere fra le balle una baciapile che ha rovinato la vita di nostra figlia. Se diventerò di nuovo padre te lo comunicherò, ho incontrato una ragazza deliziosa e non religiosa, ti auguro tanta fortuna.” “Andrai all’inferno con tutte le scarpe!” “All’inferno ci si diverte di più perché ci sono i peccatori, in Paradiso no tutte anime pure come te, adieu.” Arianna ed Ambra seguirono la via della loro vestizione di ‘contemplative’ con cerimonia nella Chiesa di S.Paolo Apostolo alla presenza del Vescovo e di gran parte delle popolazione, un avvenimento eccezionale per i villici, la maggior parte molto religiosa. Le due giovani all’inizio ebbero qualche problema per abituarsi ad una vita dura fatta di sacrifici come quello di dar corso alla regola di Abelardo che prescrive di alzarsi per recitare il mattutino non appena appare la luce del giorno. La loro storia pregressa era stata un po’ particolare: superatigli esami di terza media erano state iscritte ad un liceo classico parificato del convitto S.Anna di Roma. Papà Achille provvedeva a pagare la retta piuttosto salata delle due le ragazze la qualcosa le metteva su un piano superiore rispetto ad altre allieve figlie di persone non abbienti la cui retta veniva erogata da benefattori o dal Comune. Mentre le altre alunne dormivano in cameroni grandi, Ambra ed Arianna avevano a disposizione una camera singola con bagno. Uscivano dal convitto solo allorché un parente veniva a trovarle. Quella solitudine a due le portava a star sempre più vicine soprattutto la notte quando dormivano in un  sol letto. Con l’andar del tempo presero prima a baciarsi per gioco e poi a toccarsi nelle parti intime con la scoperta della sessualità e dell’orgasmo. Ambra, la più intraprendente prese uno spazzolino da denti elettrico, lo rivestì con della tela  e divenne un vibratore artigianale ma efficace: avevano scoperto i piaceri omosessuali. Una volta indossato il velo di monache trovarono il modo di seguitare nei loro giochi omo ma ebbero dei problemi quando si presentò loro don Quintino confessore del convento. Riferire o meno quel loro ‘vizietto’? In caso negativo la loro confessione sarebbe stata nulla e, come scritto nei sacri libri il loro peccato era mortale perché contro il comandamento che prescrive di non commettere atti impuri. Per loro fortuna don Quintino era un giovane prete piuttosto anticonformista e nel constatare che le ragazze erano piuttosto reticenti durante la confessione disse loro: “Apritevi con me, ogni peccato può essere cancellato col pentimento e con la preghiera.” Anche se abituato a sentir tanti peccati, quello era il primo caso di omosessualità e prese tempo prima di concedere l’assoluzione. In crisi con se stesso Don Quintino passò parte della notte in chiesa per chiedere a Dio come comportarsi, verso l’alba andò a dormire, aveva preso una decisione, andare dal Padre Superiore ad esporre il caso ed a chiedere consiglio. Fu ricevuto con tante affettuosità, il padre Superiore era un espansivo di natura ed un ottimista ma quando venne a conoscenza del fatto rimase in silenzio sin quando: “Caro Don Quintino, la risposta dovrebbe essere una sola ma io ho molto meditato in passato sulla nostra religione, senza essere blasfemo penso che ci sia qualcosa da cambiare; nel caso che mi hai esposto ritengo che non si possa mutare la natura umana , non risulta a verità che con delle cure è possibile combattere e vincere l’omosessualità e quindi io e tu ci prendiamo la responsabilità di dare l’assoluzione alle due monache ma che la storia resti fra di noi, i vecchi parrucconi condannerebbero la nostra decisione!” Dopo un anno, un pomeriggio una novità: “Ambra c’è tuo padre in parlatorio.” Le due ragazze si precipitarono ma rimasero perplesse quando videro il buon Achille in compagnia di una donna che sorreggeva una bambina.” “Care ragazze vi presento la mia compagna francese Grace e nostra figlia Elisabetta.” Dopo il primo attimo di perplessità Ambra abbracciò suo padre e Grace e poi: “Mi fai tenere in braccio la bambina, è una bambola per sua fortuna assomiglia alla madre in caso contrario…” “Figlia sciagurata non parlare male di tuo padre..ti voglio tanto bene, potrai immaginare i motivi per cui son andato via di casa.” Intervenne Arianna: signor Rogolino io le debbo tutto” e si mise a piangere. Che brutto effetto faccio alle ragazze, vieni qua, dammi un bacio casto perché Grace è gelosa.” “Non è vero, amo Achille ma non penso che mi tradirà, lo spompo quasi tutti i giorni!” Grande risata da parte di tutti. “Ritornerò non appena possibile, ho impiantato una fabbrica di elettrodomestici che mi assorbe molto tempo, un bacione a tutte e due, qui c’è il mio numero di cellulare.” Don Quintino diede l’assoluzione dei loro peccati alle due monache e prese a frequentarle piuttosto spesso parlando di letteratura e dei loro scrittori preferiti. Stando molto vicini il sacerdote cominciò ad apprezzare l’effluvio sensuale delle due monache, in particolare quello di Ambra ed ‘un giorno dopo l’altro’ in un momento di assenza di Arianna baciò in bocca Ambra, ‘la sventurata rispose’ così pensarono i due ricordando l’episodio della monaca di Monza. Arianna fu messa al corrente dell’episodio e: “Mò che pensi di fare?” “Contatterò mio padre, lui è stato sempre contrario che prendessi i voti, capirà e mi darà una mano per uscire di qui, ormai io e don Quintino (il suo nome è Tommaso) abbiamo deciso di ‘spogliarci’ e andare a vivere
    insieme, lui è laureato in lettere e cercheremo per lui un lavoro con l’aiuto di mio padre, lascerò fuori mia madre per ovvi motivi, non solo non capirebbe ma mi condannerebbe al fuoco eterno!” Evidentemente il legame fisico ed anche sentimentale fra Ambra ed Arianna era ancora molto forte perché Ambra propose alla sua amica  di ritornare ad essere ‘intime’, Arianna ne fu felice, era sola e non intendeva maritarsi. Tommaso ne fu messo al corrente e, dopo un momento di perplessità accettò, non aveva previsto questa soluzione ma, una volta messala in atto ne fu talmente  soddisfatto da cercare di avere rapporti fisici con le due ‘mogli’ quasi giornalmente alla faccia del sesto comandamento!
     

  • 09 settembre alle ore 9:52
    Racconti stellari - In viaggio verso Marte

    Come comincia: Giorno 1962° di navigazione - Anno del dragone.
     Viaggiavamo ormai da due mesi senza (mai) fermarci; gli equipaggi erano fuori di testa; da una settimana si razionavano i sigari verdi: erano tutti stanchi ed arrabbiati..una rabbia mai vista sul volto di quei ragazzi! Le astronavi incrociavano soltanto asteroidi in quel lento andare, nel nostro lento cammino: neanche una misera stella ad illuminarlo o a schiarire la vista e le idee; né a consolare le nostre stanche membra...finché, finalmente, accadde qualcosa: nei pressi d'un bastione del tempo vi scorgemmo in lontananza un pianeta; esso era grande davvero (più grande di quanto la nostra stessa immaginazione avrebbe potuto immaginarlo o neanche "comprenderlo"!) ma, mentre ci avvicinavamo sembrò esserlo meno: non aveva luna ad illuminarlo ed era sempre al buio. Su quel pianeta vi era solo e soltanto notte. Il giorno dopo decidemmo di atterrare: lo facemmo su di una radura immensa di sabbia e ghiaia, vicino ad un bosco di giganteschi cactus rossi. Trentatre uomini misero i piedi a terra, insieme a me: e ci avviammo. Camminammo, così, diverse ore mentre la foresta, innanzi a noi, si infittiva sempre più di cactus e di mangrovie di cristallo. Quando: d'improvviso ci trovammo innanzi ad una caverna; là entrammo e vi trovammo un'enorme monolito luminoso che chiamammo "moai": credemmo fosse il sacro graal e pensammo, così, che il nostro cammino e la nostra ricerca fossero finiti. Ma non era così. Tornammo alle nostre astronavi, infatti, e viaggiammo ancora: nessuno immaginava che lo avremmo fatto ancora per altri tredici anni, da allora: molti di noi s'ammalarono e poi morirono...alcuni persero l'uso degli occhi e della parola.

    Giorno 3977° di navigazione - Al largo della costellazione del sagittario.
    Sono le ore una e trenta della notte: la situazione è tranquilla. Avvistammo, due minuti dopo, un grosso asteroide che sfiorò le nostre astronavi per qualche attimo...ebbi paura: anche i miei capelli l'ebbero, insieme a me, eppure loro restano sempre impassibili di fronte al pericolo! Dopo poco fece capolino uno sciame di Liridi e Perseidi verdi e rosse. La loro è una bellezza senza tempo! Seguì una enorme testa di ippocampo: l'astronave ballò per un attimo ma nessuna paura, questa volta: è un fenomeno di normale routine. Il tenente Darwin Cook, unico superstite della battaglia di Siberiade, mio attendente fedele, mi offre un buon caffé (ne ho proprio bisogno: tutta la notte dovrò stare sveglio!), dopo di che torna a sedersi davanti al radar. Passarono soltanto alcuni minuti ed egli mi chiamò:
     - Comandante, comandante: presto, venga a vedere! Io, allora, corsi da lui: sul radar scorgemmo un grosso punto luminoso; esso cominciò ad emettere strani segnali...i computers di bordo, a loro volta, cominciarono a trascrivere - all'unisono - dei numeri, una strana combinazione di numeri, soltanto di numeri 0 e 1: 001100011100001110....e così via. Proseguirono per diversi minuti, anzi, vanno avanti per un quarto d'ora all'impazzata. Intanto, là fuori, davanti ai nostri occhi e nel cielo, sopra le nostre teste, niente di particolare sembrava accadere. Il radar, tuttavia, continuava a segnalare una presenza luminosa (sembra sempre più vicina a noi!). Dopo di che i computers ripresero a trascrivere le combinazioni di numeri. Al mattino, tutto finisce. Mi ricordai, però, che decenni addietro, sulla terra, lo stesso fenomeno era accaduto a tutti i computers esistenti. Allora, contemporaneamente in diversi posti, lontanissimi tra loro, ci furono eventi naturali inspiegabili: le coste irlandesi, da nord a sud, furono tormentate per ore da un tornado forza dieci; un enorme uccello dalle piume infuocate si schiantò sulle pendici del monte Isa, nel grande deserto sabbioso australiano mentre i radar stessi dell'osservatorio di monte Palomar, in California, captarono - a loro volta - degli strani segnali alfa. Qualcuno disse che "la grande onda stava arrivando"!
     Il tenente Darwin Cook e io stesso andiamo in cabina per un meritato riposo: la notte è stata lunga! 

    Giorno 6382° di navigazione - Al largo del mare della Noia, nei pressi di Arcadia Planitia.
     Era una notte tranquilla, navigavamo tranquilli. Gli strumenti di bordo segnavano: 49,19°di latitudine nord, 197,09 di longitudine est. Vicinissimi ormai al versante nord estremo del pianeta rosso. Ad un tratto, mentre andavo nella mia cabina a dormire, incrociai il marinaio Chrome Nun, un tipo alquanto strano ma tranquillo. Egli veniva dalla sala mensa e ricreazione, di ritorno - probabilmente - dal breakfast notturno. Mi salutò, io risposi al saluto. Dopo di che lo fermai e li chiesi:
     - Guardati allo specchio, ragazzo: non sembri messo bene, sai?
     - Lo so, signore! - Fece lui. - Dopo aver cenato...
     - Dimmi ragazzo, cosa ti è successo? - Gli chiesi. - Sei più bianco di un lenzuolo, hai l'aria di un colpevole: forse il diavolo ti ha guardato in volto?
     Lui mi disse, con fare affranto: - No, signore: ho interrogato me stesso e non ho avuto risposta alcuna alle mie domande!
     - Cosa hai chiesto mai, ragazzo? - feci, allora io.
     - Bene, signore, - disse lui, - perché mai tutto è oscurato da tutto? Così la gioia dal dolore o il pianto dal sorriso, il cuore dalla ragione?
     - Nessuno lo sa, figliolo! - Neanche io...posso aiutarti - queste risposte devi trovarle da te, nessuno può aiutarti! - Cos'altro, dimmi ragazzo.
     Chrome Nun, riprese a parlarmi. - Sì, certo, signore, - mi fece, - e allora il bianco  e il nero, nero e blu...tutto viene oscurato da tutto, da altro. Come mai, mi chiedo? Come il perdono dalla vendetta o la verità dalla menzogna; e così amor dall'odio, la luna dal sole e la bellezza dal tempo, la vita dalla morte, il ricordo dall'oblio, da lui...
     A quel punto lo interruppi e li dissi: - Ecco figliuolo, hai detto bene: il tempo è il vero colpevole di tutto; è il sovrano di tutto, di tutte le cose, sai? Il tempo governa tutto, la ruggine fa il resto! Adesso vai, ragazzo, riposati: ne hai bisogno!
     - Grazie, signore! - rispose quello.
     Quelle parole avevano intaccato le mie certezze...presi a riflettere anch'io - in effetti, però, nessuno sa il perché delle cose...quel marinaio non ha torto: nessuno sa niente, già! Chi conosce cosa è cosa? Chi è chi? Certo, nessuno...andai così a dormire. Il giorno dopo mi aspettava senza riguardo alcuno circa i miei dubbi e quelli di Chrome Nun!

    Giorno 6988 di navigazione - L'arrivo. Il cammino...la speranza.
      Il tenente Cook era molto inquieto, ormai da qualche ora: è come i cani, avverte il pericolo e le cose molto di più e prima degli altri! Alle tre di notte viene da me, sul ponte di comando, e mi dice:
     - Signore, ci siamo ormai, vero?
     - Sì, ragazzo, è fatta: è il momento quasi...
     Un'ora dopo le navi atterrarono nei pressi di Alba Patera, promontorio che sovrasta il versante nord del pianeta rosso.
     - Eureka! - grida alla radio il maggiore Donovan, mio secondo, dalla Viking: è lui il primo a mettere piedi a terra quando scoccano le ore quattro e zero quattro del mattino, io lo seguii due minuti più tardi. Tutto era silenzio, squallido e quasi surreale: neanche il fruscio di un granello di polvere a intromettersi tra noi. Ma anche così, sebbene non vi fosse nulla di vivace da osservare né di strano da ascoltare, provavamo tutti un grande, smisurato senso di piacere, quasi voluttuoso. Si levarono alcune voci: qualcuno domandò da quanto tempo, millenni o secoli, quel promontorio si trovava in quello stato e per quanto ancora sarebbe durato così. Nessuno rispose. Il marinaio Chrome Nun, intanto, affisse la bandiera della Lega terrestre di fianco ad una roccia color ocra pallido e poi, come suo solito (li accadeva da sobrio più di quanto non potesse accadere quando non lo era!), cominciò a farneticare; anzi, questa volta recitò un te deum alle stelle: - Altri mondi in ascolto (desidero), - disse ad alta voce; - altri esseri incombono durante nuove epoche e strane!
     - Ahi! Ahi! Chrome Nun! Sognatore senza testa, ingenuo sognatore senza capo né coda! - gridò forte Freddy Barrimore, il capo-macchinista della Enterprise.
     - Lascialo sognare! - esclamò il tenente Cook. - Lasciaglielo fare adesso che può: poi...chissà! Il maggiore Donovan ed il suo attendente, Mark Columbus, uno degli ultimi superstiti della razza Caledonian sulla terra (i suoi avi fecero parte dell'esercito della "rabbia giovane" che combatté, in remote epoche ed insieme alla "assemblea legislativa del IV°stato" contro il comitato di "salute pubblica" dei foglianti e degli indipendenti delle paludi per la conquista delle terre dell'amore: fu guerra lunga e sanguinosa...che durò ben mille anni!), si avvicinarono e Columbus mi disse:
     - Ecco le mappe del cammino, signore!                       
     Presi il binocolo e mi misi ad osservare: scorsi di fianco a noi la punta dell'Olympus Mons, un'enorme cratere...i vulcani di Marte sono colossali; lessi nei miei appunti: "l'Olympus è alto ventidue chilometri, la vetta più alta del sistema solare; si trova vicino...". Allora Cook, dopo aver preso la bussola, fece:
     - Latitudine da 60°a 90° nord, signore!
     Siamo nell'emisfero nord del pianeta. La mappa topografica di Marte contiene i rilievi più accurati che si possano avere: furono ottenuti dall'equipaggio della sonda Mars Global Surveyor, mill'anni prima. Cento anni prima di quella, anche il Barracuda IV° aveva tentato di fare altrettanto, ma invano...esplose durante la navigazione nello spazio e trecento uomini diventarono polvere: mangime per le stelle!                                              Sono le ore quattro e trentadue del mattino: dopo il rifocillio a base di torta di mais e latte in polvere ci incamminammo; il cammino da farsi è lungo: ce la faremo, però! Il nostro obiettivo è il Bacino di Newton, una zona vérde e rigogliosa nella Terra Sirenum, di fronte al Cratere di Tolomeo...trecento chilometri più ad est dal punto in cui siamo. La temperatura è costante, sui venti gradi: ottimale per noi.
     L'attuale atmosfera marziana non è più costituita, come in tempi lontani accadde, da anidride carbonica in gran parte: non abbiamo bisogno delle maschere; il sole non emette più le radiazioni che tormentavano in secoli passati il pianeta...la pressione media dell'atmosfera, quì su Marte, è quasi come quella terrestre, oggi: - siamo fortunati di tutto questo! - pensai tra me e me. Intanto avanzavamo tranquilli: la brina del mattino andava via via diradandosi ed un alba azzurrata e vermiglia ci osservava muta...perfino il tenente Cook, adesso, aveva smesso di essere inquieto; e persino il marinaio Chrome Nun aveva smesso di pensare: tutti speriamo in una nuova opportunità di vita, quassù.
     "Nell'era Pre-Noachiana, circa cinquecento milioni di anni fa, - lessi ancora nei miei appunti, - vi era grande presenza di acqua dolce, su Marte, e tutto era...". Oggi sarà così, come allora, credo: già sento i ruscelli di quella terra scorrere nelle mie orecchie...
     Calma piatta; andiamo avanti: il cammino che ci aspetta è ancora lungo, ma arriveremo a destinazione, sani e salvi!                     
     
    dal: "Diario di bordo di Hieronymus von Toolbooth, comandante delle astronavi Enterprise&Viking I" ("Quaderni psichedelici", 2017).

  • 08 settembre alle ore 20:45
    Martino e la pietra bucata (seconda parte)

    Come comincia:  Così, ogni fine settimana (soprattutto di sabato), in prossimità delle diciassette, qualunque cosa accadesse, ovvero sia che tirasse vento, ci fosse un'alluvione od un terremoto oppure scoppiasse improvvisa un'epidemia di pellagra o scarlattina, egli prendeva la sua bici e la canna da pesca per recarsi a dieci, dodici chilometri dal paese, lungo l'argine del Marecchia, il fiume, cioé, che ha foce nel capoluogo (venti chilometri più a est di Verucchio), proprio nei punti in cui quello scorre più placido (gli abitanti della zona son soliti chiamarli "bocche delle sirene") ed i luoghi circostanti sono più tranquilli e solitari: per pescare, appunto, rombi, gattucci o branzini. Accadeva, però, sovente e volentieri che l'uomo prendesse a parlare (per ischerzo, chissà, oppure per far scorrere meno noiose le ore di ozio ed attesa durante la pesca, od ancora perché preso dalla mistica crisi di mezz'età!) con le anatre o le beccacce che sguazzano e starnazzano nell'acqua, con le rane che vi gracchiano dentro oppure coi cani randagi ch'eran soliti transitare nelle vicinanze, agli alberi e finanche alle pietre depositate sul greto stesso del fiume: per dirla in breve, si comportava quasi come una sorta di san Francesco della Romagna, senza il saio e in edizione, riveduta e corretta, anni cinquanta!
     Fu un sabato, appunto, in una notte di fine febbraio (durante la "merla", il periodo più rigido dell'anno dalle sue parti), stranamente tersa e mite, verso le ventitré, che Martino si mise a parlare con una pietra bucata che avea scorto in prossimità di un fossato accanto al fiume. L'uomo, però, mai avrebbe potuto immaginare, in cor suo, né (ovviamente!) prevederlo, ciò che sarebbe accaduto: ossia, di ricevere risposta dalla pietra e, addirittura, (di) dover dialogare poi con essa; ma le cose, invece, stranamente ed inverosimilmente, andaron proprio a quel modo. Egli notò subito la pietra (emanava lucentezza fuori dal comune), la raccolse dall'acciottolato e, dop'averla osservata ben bene, esclamò a sé stesso:
     - Cavolo! Una pietra davvero strana: non ne avevo mai vista una così! (Quella, infatti, oltre ad essere tanto lucente, era al tempo stesso abbastanza sgraziata visto che aveva un grosso buco nel mezzo). La tenne così tra le mani appena qualche attimo, dopo di che la ributtò per terra e... 
     - Forse, chissà, sarà colpa del fiume, - disse ancora fra sé e sé; - in fondo è una pietra come tutte le altre, è soltanto una pietra bucata!
     Dopo di che, si domandò (cioé, la domanda se la faceva da sé stesso ma era come se inplicitamente la facesse alla pietra):
     - E'vero o no, pietra: sei come tutte le altre?
     A quel punto Martino riprese la lenza  e si mise ad aspettare che qualcosa abboccasse. Nel giro di qualche minuto, però, udì una voce che lo chiamava:
     - Ehi tu, straniero, mi senti? 
     Così si girò e rigirò alcune volte eppoi, non vedendo nessuno vicino a sé, pose di nuovo gli occhi sulla pietra e...
     - Sì, dico a te: sono proprio io che ti sto parlando!
      L'uomo non voleva credere alle proprie orecchie ma, tant'é...Prese allora a parlare (anzi, a dar corda) alla pietra.
     - Perché mi chiami così? Non sono uno straniero, sai? Sono un uomo; non sarò il più saggio e perfetto sulla faccia della terra, credimi, ma neanche un beòta né un beone. Sono soltanto un uomo: nulla di meno e nulla di più! (Era pur sempre uno straniero per la pietra; un uomo, appunto: cioé, un essere estraneo a lei e senza nome). Quella, però, non rispose alla domanda diretta di Martino bensì iniziò un discorso per suo conto.
     - Sai, straniero, - disse, - sono bucata, è vero, ma sono pur sempre una pietra! Tu, piuttosto, dimmi, cosa ci fai in questi luoghi solitari ed ameni?
     Martino, oramai, era del tutto entrato nella parte e nel giuoco: rispose così alla pietra, mentendo spudoratamente!
     - Sono quì perché volevo fare...- Si interruppe un attimo e poi riprese a parlare. - Cercavo la pietra filosofale della vita, per chiederli tante cose e che mi svelasse pure alcuni perché: ma ho incontrato te sola...soltanto te!
     - E allora, straniero? - replicò la pietra. - Io sono pur sempre una pietra, te lo dico ancora, magari brutta, e deforme, e bucata, ma sono sempre meglio di niente, non trovi?
     - Va bene, pietra, - disse l'uomo: - scusami, non volevo mica offenderti!
     - Ma, non so...- fece quella, e subito Martino la interruppe.
     - Va bene, va bene così, andiamo avanti, dai, è lo stesso! - Disse annuendo. - Dimmi, ora, cara pietra: quanto dura la vostra vita?
     - Le pietre, sai, - rispose quella, - non hanno vita, una vera vita e così la loro vita, non essendo vera vita, dura per sempre! Hai capito? (Sembravano un vero e proprio scioglilingua le parole proferite dalla pietra alla volta di Martino...)
     - Coooome? - replicò quello allibito. - Che cosa significa questo? Voglio proprio ascoltare la tua risposta, ora: sono quì, tutto orecchie!
     - Sì! Sì! - fece la pietra. - E'proprio come ho detto: stanne certo! Ora ti spiego amico straniero (lo chiamava ancora straniero ma anche amico, adesso!), ascoltami attentamente e credo capirai meglio, spero! La vita delle pietre dura per sempre pur non essendo (vera) vita, pur non avendo inizio né fine: proprio per questo è eterna, sai? Ma la vostra, uomo (era la prima volta che lo chiamava a quel modo: ossia, per ciò che l'altro era realmente) che durata ha?
     Martino, invero, non aveva fugato i suoi dubbi ma rispose ugualmente alla pietra.
     - La nostra vita è come quella di ogni essere vivente, ha un inizio ed ha anche una fine: non è eterna...ma per alcuni, invece, lo è!
     - Che vuol dire? - domandò la pietra. - Cosa significa "per alcuni"? Non è forse per tutti la stessa cosa? Spiegami tu, adesso, amico mio uomo (ora, per la pietra Martino non era più soltanto un uomo ma anche un amico).
     - Pietra, - replicò allora Martino, -  alcuni uomini credono, forse a ragione ma probabilmente penso siano essi soltanto degli stolti o degli illusi, chissà, che la loro vita continui dopo la morte!
     - Forse, sai, - fece la pietra, - hanno proprio ragione loro! O forse, chissà, mio amico uomo, nessuno ha ragione...molto meglio noi, credimi: perché non abbiamo vita, come ti ho detto già. Siamo esseri inanimati, soltanto delle pietre noi!
     Pronunciate che ebbe tali parole, la pietra si zittì seppur solo un attimo: ma dopo quell'attimo riprese a parlare. 
     - Vedi, però, mio caro umano, caro uomo vedi - (questa volta, non a torto né senza ragione lo aveva chiamato dapprima in un modo poi nell'altro: probabilmente era meglio della pietra filosofale che Martino li aveva confessato, poco prima, di stare cercando,...e continuò parlando a metà tra il serioso ed il quasi divertito e soddisfatto), che abbiamo una cosa in comune, io e te? Rifletti e troverai...Qualcosa in comune l'abbiamo proprio noi pietre con voi uomini, sai?
     - E cosa? - chiese Martino. - Che cosa sarà mai questa cosa di cui parli?
     - Non ci arrivi da solo prima che ti risponda io? - replicò la pietra.
     Passarono alcuni minuti pria che Martino rispondesse, dopo di che lo fece abbastanza insicuro e titubante:
     - No! No! beh...non capisco; non riesco proprio a rispondermi pur se ci ho pensato intensamente, sai, pietra? Ma forse, chissà, non ho pensato bene! Prova a dirmelo tu, allora, che vivi tanto in basso, sicuramente più di tutti noi umani, ma pensi più alto, spero...molto meglio di noi a quanto pare!
     - Ma no, caro amico uomo, su, dai, non prenderla così! - esclamò la pietra questa volta. (sembrava che quasi volesse rinfrancare moralmente Martino)...dopo di che si interruppe ancora una volta e poi ricominciò a parlare:
     - Guarda, - disse con voce più ferma di prima, - che tutto sta proprio nella durata stessa della vita, la risposta chiara e semplice è tutta lì. Quella di noi pietre, non avendo vita, non ha neanche durata mentre quella di voi umani finisce...non è eterna seppur voi pensiate, a torto o a ragione non so neanch'io di sicuro, che mai finisca: che duri, cioé, anche dopo la sua fine!
     - Ed allora, cara pietra, dove sta la similitudine? Quale sarebbe la cosa che accomuna le pietre agli uomini? - domandò Martino. - Avanti, spiegamelo tu perché non riesco ancora a trovarla; scusami, ma io continuo a non capire!
     La pietra, dal suo canto, così rispose:
     - Ebbene, mio caro amico, dimmi un po'se "non aver durata e senza fine" non trovi siano la stessa, identica cosa?
     Martino, però, udite quelle parole restò di stucco, poi di colpo pensò tra sé e sé:
     - Chissà mai dove vuole arrivare questa strana pietra? Le sue ripsoste, a volte, paiono divine sentenze, tal altre, invece, enigmi d'un oracolo o della sfinge egizia del deserto: non sono risposte d'una pietra le sue, d'un essere inanimato e senza intelletto, tutt'altro...sembra maledettamente, anzi, filosoficamente umana!
     Dopo quell'attimo breve di ripensamento interiore e di silenziosa incertezza, l'uomo guardò nuovamente in basso, verso la pietra, e annuì abbassando tre volte il capo (parea essere il servitore che si prostra dinanzi al suo padrone!): ma non aveva proprio capito...non aveva capito un bel niente!
     Riprese così daccapo a discorrere chiedendo alla pietra:
     - Dimmi, ora, cara pietra, ma voi siete felici?
     Quella, però, non rispose direttamente ma replicò con un'altra domanda:
     - E voi, amico, lo siete mai, dimmi?
     - A volte sì, a volte no! - fece Martino. - Chissà..ma vedi, pietra, quando lo siamo, se lo siamo davvero, dura ben poco: forse perché quella non è affatto felicità, è soltanto una (qualsivoglia) parvenza di esser felici, l'illusione di esserlo veramente!
     - Allora meglio siamo noi, non trovi? - esclamò la pietra: perché non abbiamo vita e non conosciamo tristezza né gioia.
     Al che Martino ancora una volta parlò tra sé e sé:
     - Cavolo, questa pietra è davvero la saggezza fatta persona; anzi, credo proprio ne sappia una più d'un diavolo! - In quello stesso momento all'uomo balenò in testa (fatto stranissimo, questo, sebbene molto curioso!) un antico proverbio australiano che anni addietro aveva sentito pronunziare in paese da un mercante di borse e cappelli del Queensland sbarcato ad Ancona, proveniente dalla Turchia, e poi giunto in Romagna su un carro trainato da buoi in compagnia della sua merce: "uno dei rari momenti di felicità per un uomo è quando i suoi occhi incrociano quelli di un altro uomo al di sopra di due bicchieri di birra". Dopo, però, annuì senza proferire parola alcuna (alla maniera di prima: con un cenno breve del capo, guardando verso il basso dov'era adagiata la pietra) e si mise a camminare lungo la riva del fiume, in direzione di Verucchio: quasi a voler prendere già la strada di casa; ma, al contrario, non appena ebbe fatti alcuni passi, si fermò e tornò indietro. Si sedette per terra, nel punto in cui era poggiata la canna da pesca, poi chiese alla pietra:
     - Dimmi, cara pietra, saggia e sapiente come sei e tutto scruti dal basso, cosa pensi dell'acqua, del vento, del sole, della luna e delle stelle che adesso illuminano il cielo?
     Allora quella, dopo un attimo di silenzio (che a Martino, tuttavia, dovette sembrare eterno!) esclamò:
     - Credimi uomo, amico uomo, siamo meglio noi pietre che non abbiamo vita e non proviamo sentimenti, non temiamo fortuna o avversità; siam meglio noi, sai, in fondo, che siamo solo e soltanto pietre inanimate: non conosciamo niente; nulla ci interessa di ciò che è sopra di noi! 
     A quel punto Martino, seppur a malincuore, si rivolse alla pietra e la salutò.
     - Addio! - rispose quella: dopo di che si zittì per sempre. L'uomo così raccolse le sue cose, salì sulla bici e si avviò verso casa: era oramai quasi l'alba. Sulla via del ritorno si fermò alcune volte per prender fiato e ripensare a quanto li fosse accaduto durante quella strana notte. In particolare, l'ultima risposta della pietra lo aveva lasciato sostanzialmente dubbioso o forse peggio: di sasso!
     - Avrà ragione lei? ripeteva dentro di sé, mentre sorseggiava un po' di caffè dalla sua borraccia per tenersi in palla. - Oppure, chissà, nessuno ha ragione...e nessuno è sicuro di niente: forse sono davvero meglio loro che sono pietre, minerali e basta senza anima; non si pongono mai domande né si guardano mai allo specchio per cercare di darsi risposte o (ri) trovare se stesse. Quelle non vanno mai alla disperata ricerca di qualcosa, come noi esseri umani, quelle non interrogano mai gli astri per avere risposte, non leggono mai sacri testi per trovare certezze, non frequentano veggenti né maghi o streghe per darsi false speranze o credere in effimere illusioni...Ma certo, sarà proprio così: in fin dei conti nessuno possiede il talismano della sapienza o della conoscenza assoluta in questa vita a questo mondo!
     Giunto che fu alle porte di Verucchio, abbastanza stanco ed anche un po' assonnato, Martino incrociò Prisco Tescari, il vecchio guardiano del camposanto. 
     - Preso niente? - fece quello.
     - Macché, Prisco! - rispose Martino. - Neanche per sogno: questa notte ho pescato soltanto una pietra bucata! (mentiva a metà: nulla aveva pescato perché la lenza era stata in acqua ben poco, ma una pietra bucata l'aveva presa per davvero...all'amo!)
     - Ah, beato te che peschi pietre! - disse l'altro. - Almeno loro ti fanno compagnia. Io, invece, sai, sto tutte le notti da solo, neanche un fantasma viene a trovarmi! Ciao, ci si vede.
     - Ciao, Prisco! - esclamò Martino. - Alla prossima, dai!
     Cinque minuti dopo l'uomo arrivò a casa, aprì la porta, si spogliò e si buttò sul letto. Prima di addormentarsi, però (l'aspettava una sostanziosa dormita perché la domenica è giorno di riposo dal lavoro), fece ad alta voce:
     - Chissà se sognerò? Magari sognerò una pietra bucata e di parlare con lei, o forse...     - si interruppe un momento e poi continuò: - ma sì, che fesserie, probabilmente sognerò qualcosa o qualcuno. Meglio dormire, adesso, ho bisogno di riposo perché lunedi mi aspettano trenta bei sacchi da metter sul carro (eran cipolle rosse e patate novelle raccolte qualche giorno prima, che poi avrebbe portato a vendere al mercato): per quello non serve sognare o farsi domande, basteranno le mie braccia!

    da: "Storie e racconti della bassa".

    Taranto, 10 novembre 2014.

  • 08 settembre alle ore 11:45
    Buone idee... e guardare la luna

    Come comincia:  - Buone idee: mai darlo a vedere!
    Una volta, quando ero bambino, al porto vidi un marinaio nudo che saltava su una grossa pianta di cactus. Allora, mi avvicinai al marinaio e li chiesi:
     - Perché lo fai?
     Lui, di rimando esclamò: 
      - Lì per lì mi era parso fosse una buona idea...ma tu, bambino, non farlo mai nella tua vita; non sempre, sai, è buona cosa avere buone idee a questo mondo!
     Detto fatto! - In vita mia, infatti, ho avuto tante buone idee: mai, però, l'ho dato da vedere ad alcuno!".

     - Guardare la luna
    Quando guardo la luna, va balenando nella mia mente un turbinio di pensieri e domande: uno solo, però, anzi, una sola diventa uno squillo assillante e sonante e ritorna metodica come una sorta di tic-tac (proprio come quello, a volte contorto, delle lancette degli orologi!), diventando, a volte, vera fissazione:
     - Quanto sarà lontana? Ed ancora:
     - Potrò mai un giorno arrivare fino a lei?

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.  

  • 08 settembre alle ore 10:44
    Le pietre megalitiche di Carnac

    Come comincia: A Carnac, piccola località francese della Bretagna (dipartimento di Morbihan), posta a metà strada tra Vannes e Lorient, di fronte all'isolotto di Groix, nell'oceano Atlantico, sorge il complesso megalitico più importante - e imponente - di Francia (denominato 2934 menhir) nonché tra i più importanti in Europa (insieme, evidentemente, a quello notissimo di Stonehenge, in Gran Bretagna). Il nome Carnac deriva dal celtico karn, che sta per pietra o roccia, o cairn: ossia, il rivestimento - fatto di ciottoli, pietre e ghiaia - dei dolmen, appunto. Ho appreso dell'esistenza di questo complesso archeologico due anni orsono, guardando in tivù un documentario sul vecchio canale Focus (numero 56 del digitale terrestre): esso trasmetteva interessanti programmi di natura, storia, mitologia, scienza, archeologia, etc. Le gigantesche pietre furono costruite (insieme alle tombe) in epoca antichissima (più o meno intorno al 4000 a. C.) e la leggenda narra che siano stati dei giganti a costruirle. Esse, infatti, sono enormi (la leggenda, quindi, potrebbe essere una ipotesi quanto meno plausibile) oltre a essere numerosissime (circa tremila monoliti). Vengono chiamati dagli archeologi "allineamenti" di Carnac (quelli più importanti sono disseminati nella zona di Kermario, Kerlescan, Mènec, etc.). Per molti rappresentano un modello geometrico ben preciso: ognuna di quelle pietre, infatti, dista dall'altra duemilaottocentosessanta metri o la metà di duemilaottocentosessanta metri! Sono le uniche pietre megalitiche esistenti sulla terra ad essere (ben) visibili dallo spazio: è per questo che alcuni storici, o teorici degli antichi alieni e studiosi di mitologia antica, le ritengono "indicatrici"; ovvero un punto eventuale di contatto con civiltà aliene e/o di antichi mondi, simili a un odierno segnale stradale. L'ipotesi più diffusa è questa: erano l'indicatore di una antica astronave e di un' antico astronauta chiamato Apollo!
     In conclusione voglio dire che il sito di Carnac (al pari di quello di Stonehenge, citato in precedenza; di quello di Ahu Tongariki, nell'isola di Pasqua - Polinesia cilena - nota per le statue moai dal volto umano; o ancora di Chichén Itza, in Messico, noto per le rovine maya) è una delle inspiegabili cose, dei "fatti" inspiegabili del nostro pianeta: è inspiegabile, cioé, come le pietre possano essere state costruite (nella fattispecie di Carnac, appunto) e poi allineate a quel modo precipuo, da esseri che in tutta probabilità (anzi, con assoluta certezza, direi!) non conoscevano ancora le basilari nozioni della geometria né del calcolo matematico. Del resto, quelle costruzioni non sono le uniche cose - o fatti - inspiegabili esistenti. Come non ricordare, altresì, che la vita è la morte siano fatti inspiegabili; così come il fatto, altrettanto inspiegabile, che la terra non sia altro che una minuscola entità inserita all'interno di quelle che io chiamo "scatole cinesi" dell'universo (fatte di pianeti, galassie, mondi sconosciuti che si aprono e rimandano ad altrettanti pianeti, galassie e mondi sconosciuti!); che l'essere umano e la natura stessa siano cose e fatti inspiegabili; che esso stesso [l'uomo] sia una minuscola particella del tutto: il fatto più inspiegabile di tutti, ovvero il fatto dei fatti!

  • 08 settembre alle ore 8:06
    Il Cinematografo

    Come comincia: La presa della mia mano sulla fetta di “pane e burro e zucchero” è insicura. Ma è pur vero che sia l'ora della merenda, dovunque io mi trovi. Mamma è inflessibile su questo. Lo aveva preso dalla borsetta, accuratamente incartato. Percepisco l'untuosità tra le mie dita, mentre cristalli di zucchero mi riempiono il palmo della mano. Quella tenda pesante, di colore rosso scuro, è un muro invalicabile. Di là, oltre quella barriera odorosa di polvere, c'è un suono che mi sembra di riconoscere. Una sirena, più aspra di quella, imponente e lamentosa, che annuncia i bombardamenti in paese. Ci provo a mordere un pezzo di pane, solo per una rassicurazione sensoriale. Il burro va sul labbro superiore, lo zucchero precipita sul cappottino. Mia madre ora crea una fessura in quel antro buio. Ha spostato di poco la tenda. Sento che mi spinge da dietro. -“Entra!”- Il suono m'investe. L'oscurità è rotta da un lampo di luce su di uno schermo bianco, che occupa un'intera parete. Che sarà mai questo luogo misterioso. Vedo ombre umane sedute, bagliori di occhi. Ora il suono è insopportabile per l'orecchio di un bimbo. Esce da un'auto che insegue un'altra auto, sul muro della sala, come se fosse una pittura in movimento. Spari. Ma la guerra non è finita ancora? Vengo preso dal terrore. Piango rumorosamente. Una voce aspra mi zittisce, imperiosamente. Mi sta sfuggendo di mano il “pane e burro e zucchero”. Ora lo sto calpestando. -“Non aver paura, è il cinematografo”- la voce di mamma.
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  • 07 settembre alle ore 17:39
    Si va, Signore!

    Come comincia: Giorni fa, in una libreria di Porta Maiella, a Napoli, ho ritrovato un libro della mia infanzia: “Il negro del Narciso” di Joseph Conrad. Quelle poche righe : “ Barra al vento! “ - “ Fiocchi in centro. Pronti ai bracci di prora al vento “ –
    " SI VA, SIGNORE !"
    Il Narciso scivolava fuori dalla tempesta e tu mi sorridevi, padre, nella tua lettura di vita, a me ragazzo, che altre tempeste avrei dovuto affrontare. Ricordo ancora quel pomeriggio di settant’anni fa. Ne vedo la luce cristallina di una Genova di primavera, quando da via Acquarone, la Lanterna era un quadruccio da portar via da una bancarella di Prè. Forse la merenda di mia madre, parca, fatta di pane e di un velo di panna. La tua vestaglia che odorava di tabacco e di Lavanda Col di Nava. Ne eri entusiasta di quelle pagine di Conrad. Ma era l’avventura di mare che ti chiamava, quell’avventura di vivere che mi hai comunicato.
    "SI VA, SIGNORE !" Quante volte quell’urlo dall’alto dell’alberatura, mi è ritornato nella vita, quando questa sembrava arrestarsi per un contrattempo, un affanno, un disamore. Quante volte nei dei giorni di dolore ho atteso quell’urlo: “ SI VA, SIGNORE !"

  • 06 settembre alle ore 8:09
    CACCIA ALL'INNAMORATO

    Come comincia: Nino V. aprendo le mail del computer trovò uno scritto   non identificabile perché mancante dei dati essenziali e per di più scritto in inglese lingua che lui, impiegato alle poste non conosceva. Chi meglio di sua moglie Fatima R., insegnante di lingue poteva dargli una mano? “Amore mio traduci stó scritto, non sarà qualche tuo innamorato?” “Non può essere perché con quel tale ci sentiamo solo per telefono.” Così eliò Fatima ma quando finì a mente di tradurre rimase basita, chi poteva essere che avesse scritto quel brano amoroso che prima rilesse forte in inglese per essere sicura di poterlo tradurre correttamente, il testo: ‘My Darling, i decided: enough with the vision of your smile that penetrates my brain and gives thee stura to my fantasies; enough to savor your effluvium that radiates in my interior and esplode in a sea of excitingsensations; it is enough with your breath as hot as the sand of the desert and that envelops me in a whirlwind of pleasant sensations; it is enough with your very seet vision that slowly moves away untilit disappears; it is enough with the fantasy of your breast covered by a transposing veil, which rises and falls rhythmically; enough with the diaphanous hands that caress my face; enough with yourthighs that hold my face inondate with sweet, fragrant and warm foam; enough with your eyes half open that penetrate my heart and give me a daily suffering. In the morning I see you leave the house. I walk among the people and I see you by my side smiling but you’re just an elusive ghost!’ “Che ne diresti di far capire qualcosa anche a me?” “Traduzione: ho deciso: basta con la visione del tuo sorriso che penetra nel mio cervello e dà la stura alle mie fantasie, basta assaporare il tuo effluvio che si irradia al mio interno ed esplode in una marea di sensazioni eccitanti, basta col tuo alito caldo come la sabbia del deserto e che mi avvolge in un turbine di sensazioni piacevoli, basta con la tua visione dolcissima che si allontana pian piano sino a dileguarsi; basta con la fantasia del tuo seno coperto di un trasparente velo che si alza e si abbassa ritmicamente, basta con le tue mani diafane che mi accarezzano il viso, basta con le tue cosce che trattengono il mio viso inondato di dolce, profumata e calda spuma, basta con i tuoi occhi socchiusi che mi penetrano nel cuore e mi danno una sofferenza quotidiana. La mattina di vedo uscire di casa, cammino fra la gente e ti immagino al mio fianco sorridente ma sei solo un fantasma inafferrabile!” “Un applauso al poeta. Sarà facile beccare questo signore, ho amici presso la Polizia Postale, domani saprò chi è.” “Non saprai un bel niente, il tale è un furbacchione che è riuscito a scrivere la mail senza mittente e senza dati di riferimento. Nino non replicò, a letto, sino a notte inoltrata cercò una soluzione al problema, trovata: avrebbe interessato tutti gli inquilini perché la mail sicuramente proveniva dal suo palazzo. Nino il lunedì telefonò al direttore dell’agenzia di poste dove era impiegato, chiese ed ottenne sei giorni di licenza e si mise subito all’opera. Il suo era un isolato di quattro piani più il seminterrato situato nella circonvallazione di Messina; cominciò da lì, una palestra grande quanto due appartamenti. La titolare Tecla N. era una signora o meglio signorina non molto alta ma molto muscolosa causa l’allenamento continuo, i capelli corti a spazzola davano più un’idea di mascolinità che di femminilità, anche la voce…”Signor?” “Sono Nino V. abito al quarto piano vorrei farle una domanda, lei possiede un computer?” “Non ce l’ho né mi interessa compralo,  lei è un venditore di computer?” “No signora è che hanno fatto uno scherzo a mia moglie e sto investigando chi può essere stato.” “Conosco sua moglie, bella donna ma non sono stata io, le avrei parlato, volentieri di persona ma la sua consorte va direttamente in macchina e non  si ferma da me, qualora avesse bisogno…” “Grazie madame, riferirò.” Nino comprese troppo tardi delle inclinazioni sessuali  di Tecla! Suonò il campanello dell’appartamento del primo piano a destra. Aprì una signora anziana che dimostrò subito di essere un’allegrona: “Si accomodi anche se non ci conosciamo, mi pare che lei e sua moglie siete venuti da poco ad abitare qui, io sono Eva S. andiamo in salotto, questo è mio marito.” “Sono Attilio R. non sto molto bene in salute, io e mia moglie siamo emigrati per trent’anni in Australia, io per guadagnare di più lavoravo in miniera e questo mi ha portato ad avere, fra l’altro, un enfisema polmonare, siamo ritornati nella nostra bella  Sicilia, voglio morire qui.” “Mio marito ha dieci anni più di me, è un pessimista, io non penso alla morte anzi ho sempre voglia di divertirmi, se potessi...” Eva non finì la frase ma non ci voleva molto a capire il suo pensiero. “Le offro un caffè ed anche dei pasticcini, io sono molto brava in culinaria!” Nino assumeva un solo caffè al giorno e per di più decaffeinato ma dinanzi a quel torrente di donna fu costretto a bere il caffè non decaffeinato ed anche qualche dolcetto in verità buono. Era evidente che i due coniugi non potevano possedere un computer in ogni caso non era certo Attilio a poter aver scritto quella dichiarazione d’amore. Nino si disse che per quel giorno ne aveva avuto abbastanza, a letto prese sonno più in ritardo del solito, la caffeina…La mattina dopo alle dieci suonò il campanello dell’inquilino del primo piano a sinistra. Dopo un po’ un ‘gorilla’ aprì la porta con aria assonnata. “Guardi io non compro nulla, fra l’altro stavo dormendo.” “Le mie scuse.” Si presentò e ripeté la storiellina della mail trovata nel suo computer. “Io sono Golia T. marò delle navi di traghetto private, non conosco né posseggo un computer, non posso esserle utile.” “Di nuovo le mie scuse.” A Nino rimase impresso il nome Golia che si addiceva perfettamente al personaggio. Non si scoraggiò e riprese le sue indagini suonando all’appartamento del secondo piano a sinistra. “Chi è che bussa a stò convento?” La frase era stata pronunziata da chi aveva aperto la porta, un giovane circa trentenne vestito con pantaloni sino alla caviglia neri e con un giubbotto rosa. “Venga signore anche se non ci conosciamo, penso di averla vista qualche volta, io sono Fosco L. complimenti per il suo fisico.“ Pure un omo gli doveva capitare. Volevo sapere se lei possiede un computer…” Si pentì subito della sua domanda, non era certo quell’individuo a poter aver scritto quella mail. “Si ne posseggo uno aggiornatissimo, ricevo molte proposte ma io non sono facile a fare amicizia ma se trovo… sono maestro di ballo, ho la scuola in via Cannizzaro, qualora lei volesse fruire dei miei insegnamenti…” “La ringrazio ma sono un vero orso, grazie comunque.” Appartamento di fronte, sulla porta una targhetta Ennio V. – Adelaide F., a  Nino sembrò strano che ci fossero pure i nomi oltre i cognomi, era inusuale. Aprì la porta una signora circa trentenne vestita, si fa per dire di un baby doll rosa che lasciava ben in vista gambe lunghissime e seno prorompente oltre ad un bel viso, insomma un gran pezzo di…”Cara chi è?” “Penso un signore che abita nel nostro stesso palazzo, si accomodi io sono Adelaide  e quello che sta per arrivare è mio marito Ennio, si accomodi, non si preoccupi di mio marito, siamo una coppia aperta, sono a sua disposizione, certo costo un bel po’ ma ne valgo la pena da quello che mi dicono.” Cazzo pure una mignotta con relativo magnaccia, che razza di scala! “Signora volevo sapere se possedete un computer?” “Ma le pare che io ne possa fare a meno, i miei clienti non usano il telefono, con tutte queste intercettazioni… ma lei ha un interesse particolare per chiedermelo?” Nino ripeté la storiella della mail il che portò i due coniugi a risate omeriche. “Le pare che mio marito…in ogni caso sono a sua disposizione qualora avesse bisogno di…” “Un sentito ringraziamento, lei una donna deliziosa!” Nino non aggiunse ed anche una gran puttana, lo pensò solamente e si domandò se nella sua scala ci fossero delle persone normali, ammesso che oggi esista la normalità. Riposo di mezza giornata dalle indagini ed a sua moglie che gli domandava notizie: “Finora niente ma sono solo al secondo piano.” Nuova giornata, nuova indagine, nel suonare il campanello della porta di un appartamento di destra del terzo piano Nino si domandò che ‘fauna’umana potesse incontrare e fu subito accontentato nelle previsioni negative, da dietro la porta una voce femminile con alto tono: “ ’Mbecille la voi aprì stà cazzo di porta?”  Voce di un uomo: “Ti fa schifo andarci tu?”  Finalmente ‘stà cazzo di porta’ fu aperta dalla  signora spettinata con indosso una vestaglia  ‘sdrucinata’: “Ci conosciamo? Prima di farla entrare voglio sapere cosa desidera.”  “Sono Nino V. dell’ultimo piano. Forse è meglio che torni un’altra volta.” “Oggi o domani a casa nostra c’è sempre buriana con quello stronzo di mio marito, entri pure, io sono Caterina F. quello di là è Carlo N.” Nino per l’ennesima volta ripeté la storia della mail, come conseguenza: “Le pare possibile che un coglione faccia delle proposte oscene ad una signora, a quello non gli funziona più da un pezzo, glielo posso assicurare quindi…” “Grazie signora sarà per un’altra volta.” “Anche un’altra volta troverà una signora incazzata ed un impotente stronzo!” Con questo ‘viatico’  Nino si rifugiò a casa sua senza rispondere alle domande della consorte, desiderava solo un po’ di silenzio rilassante. Ripresa delle indagini il giorno dopo, Nino bussò alla porta del terzo piano di sinistra. Aprì in signore molto particolare: non alto, tarchiato, barba non rasata, panciotto nero come pure giacca e pantaloni, la coppola finiva per far definire il cotale probabilmente un mafioso. “La canuscio, lei abita al piano de supra, io sugno Salvatore G., Maria veni, c’è il signor Nino V. del quarto piano.” Si presentò la signora molto più fine del marito: ”Sono Maria F. nordica per mio marito anche se sono napoletana, lui ha idee molto personali della geografia.” “È un  piacere conoscerla come pure vorremmo  che anche sua moglie ci facesse visita.” “Glielo dirò, a presto.” Nino capì che domandare se avessero un computer era inutile, anche se l’avessero avuto …” Era rimasta l’inquilina dello stesso piano di Nino, una signora divorziata a nome Giulia P. col figlio Matteo N., eh che fare? Fra l’altro la dama quarantenne era decisamente bella e soprattutto di classe, Nino ci aveva fatto un pensierino ma… c’erano troppi ma, Nino si disse che aveva un buon motivo per contattare la signora, suo figlio Matteo N. era ormai un uomo, diciassettenne e dal fisico atletico, che non fosse stato lui? Giulia gli aprì la porta e invitò Nino ad entrare, la signora aveva avuto una non buona esperienza in campo amoroso con un marito ‘mignottaro’ motivo per cui lo aveva lasciato, non aveva voluto nessun assegno di mantenimento da parte sua per non averci più a che fare, era ricca di famiglia. Matteo era un po’ la preoccupazione di sua madre, era in un’età di crescita e non frequentava delle ragazze come i suoi compagni, questo aveva messo in allarme la signora che però non era riuscita a cavar nulla dalla bocca del suo pargolo circa le sue inclinazioni sessuali, era un introverso. Nino riferì anche a lei la storiella della mail lasciando perplessa Giulia la quale fece un gran sorriso a Nino assicurandogli che avrebbe parlato con suo figlio. Stavolta Matteo uscì dal suo guscio e confessò alla madre la verità, era stato lui che, anche se in modo poetico e non volgare, aveva fatto capire alla signora Fatima che…Giulia pensò a lungo come comportarsi, decise di contattare Fatima: “ È stato mio figlio ad inviarti quel messaggio, Matteo mi ha sempre preoccupata perché non frequenta ragazze, non vorrei che…ti parla una madre, anche se tu non hai figli forse mi potrai capire…non so che altro dirti, sono nelle tue mani, sono disposta a  qualsiasi sacrificio anche finanziario purchè Matteo… Fatima rimase ovviamente perplessa, aveva ben capito le intenzioni del giovane ma passando all’atto pratico cosa poteva accadere, suo marito  come l’avrebbe presa? La sera riferì a  Nino quanto appurato e le parole di Giulia. “Dormiamoci sopra mia cara, domani avremo le idee più chiare.” Solo che lo ‘zozzone’ le idee chiare ce le aveva già, in cambio della moglie si voleva ‘fare’ Giulia. I due coniugi guardandosi in viso senza parlare inquadrarono la situazione, si abbracciarono contenti della nuova avventura, Fatima  aveva apprezzato le ‘fattezze’ del giovane, Giulia non aveva una particolare attrattiva per Nino sarebbe stato un sacrificio perché i figli ‘so pezzi e core’, uno swapping effettuato per beneficienza!

  • 06 settembre alle ore 8:04
    MORIRE? È MEGLIO VIVERE.

    Come comincia: Ognuno di noi dirà che è un pleonasmo ma dalla mia esperienza  di vita vissuta m’è venuto qualche dubbio. Recentemente alla televisione si è vista l’intervista ad una certa Amalia Rossi di trenta anni che stava per recarsi nel Nepal per scalare l’Himalaya.  La ragazza,  alla domanda del cronista circa i pericoli cui poteva andare incontro rispose che li aveva messi in conto, anche quello di morire sul posto. E così fu, i giornali riportarono la notizia della sua caduta in un crepaccio e relativo decesso. C’è da domandarsi: che razza di attrattiva poteva avere per lei la montagna per correre il pericolo di morte? Noi persone normali diremmo che è una follia, in democrazia bisogna rispettare le idee degli altri e quindi…Simile discorso vale per tanti giovani che vanno in coma e talvolta perdono la vita per aver assunto droghe sempre più potenti perché assuefatti a quelle leggere. Ai  tempi che furono(scusate la frase un po’ retriva) i giovani pensavano a ‘conquistare’ le ragazze anche perché c’era in giro tanto puritanesimo molto raccomandato dalla chiesa cattolica in osservanza del sesto comandamento ma spesso accadeva, i ‘pischelli’ andavano in bianco. Oggi i giovani maschi, poiché hanno alla loro portata il sesso facile, in qualche caso lo snobbano tanto che talvolta sono le ragazze a prendere l’iniziativa! La mancanza di voglia di vivere può talvolta dipendere da uno stato depressivo dovuto ad eventi spiacevoli cui gli interessati non sanno reagire. Un esempio? Roberto M. la cui bellissima moglie Miranda S. non aveva fatto onore al suo nome ed aveva ‘preso il volo’ con un giovane squattrinato molto atletico. Ora sono di moda i toy boy non solo fra le attrici ma anche per le comuni mortali come accaduto alla moglie di Roberto  che si era portata appresso tutti i quattrini che era riuscita a racimolare. Suo marito innamorato di lei, caduto in depressione era stato costretto a mettersi in aspettativa per motivi di salute dal suo impiego di ingegnere al Genio Civile.  Passava il tempo  a letto o sul divano, si lavava raramente e mangiava quello che la portiera Cesira F., addetta anche alle pulizie di casa le preparava con tanto affetto perché innamorata di lui ma era tanto bruttina che l’Albertone, pur accorgendosi dei suoi sentimenti  non la prendeva in considerazione.  Un giorno piovoso  e dal vento forte che scuoteva le cime degli alberi, Roberto particolarmente depresso pensò che la sua vita inutile non andava più vissuta e pensò di gettarsi dal balcone della sua abitazione di Messina in via Risorgimento ma un lampo nel suo cervello: gli venne in mente la storia di un funzionario di un istituto di credito che si era buttato da una finestra del suo ufficio restando però a terra per una mezzora fra lancinanti dolori prima di morire, questo il verdetto del medico legale che fece desistere Roberto dal compiere l’insano gesto. Dell’assenza dall’ufficio se n’era accorta la collega Raffaella V. che era infatuata dell’ingegnere il quale, prima della ‘disgrazia’ era sempre sorridente ed allegro.  Il marito della cotale si era trasferito in Germania non riuscendo a trovare a Messina un impiego di geometra. Roberto ricevette una telefonata a cui rispose con un ‘pronto’ stentato: “Sono Raffaella avrei bisogno di una spiegazione per una pratica d’ufficio che solo tu puoi darmi, che ne dici se vengo a trovarti?” “Meglio di no, sono impresentabile.” “A me piacciono gli impresentabili” chiosò Raffaella, “Oggi pomeriggio sarò a casa tua, ciao.” Raffa bruna, capelli ricci, media statura occhi sempre sorridenti, vita stretta, sculettante quando camminava (lo faceva apposta.) Si era messa in ghingheri la signora,  conoscendo la storia di Roberto e della sua depressione pensò che la miglior cosa quella di apparire sexy. Ricordò gli aforismi: ‘L’amore  fa girare il mondo, la solitudine si coniuga con le corna, una volta la monogamia voleva dire una persona per la vita, oggidì una persona per volta!’ Alle quindici  suonò il campanello a casa di Roby, come lei preferiva chiamarlo, l’abitazione era stata messa in ordine malvolentieri da Cesira che immaginava l’arrivo di una donna. Roberto si era rasato poi lavato con un bagno-doccia profumato, anche psicologicamente si sentiva meglio. “Pensavo peggio, ti vedo pimpante e deliziosamente profumato, quasi quasi.., “ Raffaella cercava di essere spiritosa, fece vedere del carteggio a Roby che le diede delle spiegazioni e poi:  ”Approfittiamo della giornata soleggiata, andiamo sul lungo mare sino a Torre Faro, sotto ho la mia Mini.” A quel punto Roberto ricordò di aver abbandonato in un garage la sua Alfa Romeo Giulia, telefonò al padrone chiedendogli di metterla qualche volta in moto, appena possibile sarebbe andato a ritirarla. Raffa:“Così mi piaci, ritorno alla vita, anch’io ho dei problemi ma cerco di superarli, io vorrei…” “Non so quello che vorresti ma se parli di sesso ‘ciccio’ non si alza nemmeno con una carrucola!” “Io sono più brava di una carrucola, per ora andiamo a fare un giretto.” Sulla circonvallazione del lago di Ganzirri Roberto fece fermare l’auto  dinanzi ad un ristorante il cui padrone era un vecchio amico. “Roberto è ancora presto per la cena, ti posso offrire un aperitivo, mi presenti la signora?” “Salvatore questa è Raffaella una collega d’ufficio, le ho tanto parlato bene del tuo ristorante che è venuta apposta per conoscerti.”Nel frattempo Raffaella era andata in bagno e Salvatore: “Scusa la domanda ma che fine ha fatto tua moglie?” “Ha preso il volo, si è innamorata di un giovane squattrinato che le succhierà sino all’ultimo centesimo ma ormai è storia passata.“ “La tua collega mi sembra una ragazza in gamba, è solare ed anche affettuosa nei tuoi confronti, l’ho notato quando sottobraccio ti guardava in viso sorridendo.” “Salvo mó ti metti a fare lo psicologo? Ci ripresenteremo allora di cena.” Raffa puntò ‘auto verso i monti Peloritani: “In questo silenzio  il respiro del vento solleva l’anima e intenerisce il cuore.” “Salvo è diventato psicologo, tu poetessa, io…” “Tu per me sei una favola, intanto baciami vediamo se ti ricordi ancora come si fa.” Roberto se lo ricordava e mandò in brodo di giuggiole Raffa. “Questo come aperitivo, andiamo al ristorante mi s’è svegliata una fame, ma una fame… insomma ho fame.” “Non copiare i detti altrui, intanto vorrei sapere a che fame ti riferisci, ti conosco mascherina!” “A tutte le fami del mondo, non fare lo gnorri sto pensando  quale carrucola usare.” Cena splendida, tutto a base di pesce che Salvo aveva acquistato da pescatori locali: tagliatelle ai quattro gusti, cozze galleggianti in un brodetto saporitissimo, seppie e canocchie al sugo, una montagna di insalata mista, ananas e poi vino Verdicchio dei Castelli di Jesi che Salvo offriva agli ospiti di riguardo. Una ananas finale poi: ”Pago io.” “No pago io.” Salvatore: ” Offro io così la finite!” Raffa per ringraziamento abbracciò il padrone del ristorante con la promessa di ritornare. “Si ma da sola senza  lo chaperon!” “Dove cacchio l’hai imparato il francese?” “Alla legione straniera in Algeria, con le donne aiuta molto come quel detto: ‘ Femme qui rit c’è déja dans ton lit.’” “Raffaella non ride e tu vai in  bianco, furbacchione! Di nuovo grazie.” “Vorrei restare a dormire da te, intanto mi faccio una doccia rinfrescante, fa un po’ caldo.” “È luglio cosa pensavi… “ “Pensavo di prendere a schiaffi ‘ciccio’ così si incazza e tira fuori la testa!” “Il mio ingegnere capo, Giuseppe R., ha contattato un suo amico psicologo che, al mio rifiuto recarmi nel suo studio, è venuto qui a casa con mia grande sorpresa. Referto: sono diventato impotente perché ancora innamorato di mia moglie! Il verdetto è deprimente sono condannato per sempre all’impotenza!” Raffaella pensò di aver trovato una soluzione al problema, andò in farmacia di proprietà di una sua amica e si fece dare un prodotto di quelli che sono indicati per chi ha problemi di erezione. “Caro stavolta freghiamo pure lo psicologo, guarda che ti ho comprato, serve…” “Non prendo sté porcherie!” “Ti chiedo un favore, assumi stà ‘Levitra’, così potremo dire di averle provate tutte.” Roberto si fece convincere ma male gliene incolse: dopo circa dieci minuti si sentì svenire e, tutto sudato si stese sul divano, ci volle mezz’ora prima di riprendersi. Dopo l’esperimento non riuscito non si parlò più di sesso fra i due. Raffaella cercava di sminuire la situazione: ”Va bene anche così, siamo come fratello e sorella!” Roberto e Raffaella presero a frequentarsi sempre più, andavano insieme al cinema, al ristorante, in giro per la città e qualche volta anche a Taormina. Il buon Hermes, protettore di Roberto da sempre  pagano pensò ad una soluzione per il suo adepto: far ritornare a casa Miranda e così fu. Una domenica mattina un bussare forte alla sua porta d’ingresso, ancora addormentato Roberto aprì l’uscio e si trovò dinanzi una Miranda irriconoscibile: un occhio nero e tutti i vestiti strappati, non c’era nulla della sua precedente bellezza; in un attimo Roberto dovette prendere una decisione…  fece entrare in casa la sua ex moglie o meglio la moglie perché non si erano mai separati ufficialmente. Miranda senza parlare andò in bagno, si lavò alla meno peggio si rifugiò nella stanza degli ospiti. Roberto, imbambolato ritornò a letto, chiuse gli occhi, non voleva pensare a nulla, la nuova situazione lo aveva trovato totalmente impreparato. Decise di mettere al corrente  Raffa del ritorno di Miranda e…”Tu naturalmente l’hai fatta entrare, dopo tutto quello che ti ha fatto passare, non so come definirti!” Pur nella confusione mentale, Roberto  non volle mandar via di casa la moglie, fra l’altro Miranda non aveva nemmeno un vestito decente ma i problemi erano ben altri: come conciliare la presenza di due donne in casa sua, come si sarebbe comportata Raffaella che ormai si considerava sua fidanzata?  Miranda alle tredici si presentò in cucina, era affamata, mangiò quello che era rimasto del pasto del marito a si mise a sedere sul divano. “Vorrei sapere come è andata a finire la tua storia anche se vedendoti non ci vuole molto a capirlo.” “Quel disgraziato era un magnaccia, alla mia richiesta di farmi conoscere come erano finiti i soldi mi ha preso a botte ed è sparito dall’appartamento che avevo preso in affitto, cercherò di non crearti problemi ti sarei grata se andassi a comprarmi  della biancheria, così conciata mi vergogno di uscire.” La fidanzata per un giorno non si fece viva, poi una sorpresa: Raffaella si presentò con un vestito e della biancheria intima da donna in mano: “Penso che starà bene a tua moglie, è una misura più grande della mia. Non fare quella faccia, mi ritengo una sciocca ma…” “ Sei una donna fuori dal comune, qualsiasi altra…” “Bene stabilito che sono una donna fuori dal comune penso che dovremmo organizzarci, io non ti mollo, t’è capì?” Dopo una doccia ed essersi truccata Miranda, malgrado l’occhio nero sembrava un ‘altra.” Hai visto come facciamo noi donne  a cambiare subito il nostro aspetto, basta un po’ di trucco e, pensandoci bene l’occhio nero le sta bene!” La battuta di spirito era una proposta di tregua fra le due signore, Roberto ne fu lieto, tutti i maschietti dinanzi a due femminucce litigiose non sanno mai che pesci prendere! Chi rimase basita fu Cesira che non riusciva a comprendere in nessun modo la situazione creatasi a casa di Roberto, finì per non recarvisi più, due donne bastavano al signorino! Una notte di un sabato Raffa restò a dormire nel letto matrimoniale di Roberto, Miranda, situata sempre nella stanza degli ospiti, si alzò di buonora e si mise a cucinare. Il profumo dei cibi andò alle nari di Raffa che recatasi in cucina fece i complimenti a Miranda: “Sei una scoperta, non ti faceva così brava come cuoca!” Era una dichiarazione di pace. “Roberto che ne dici di andare in pasticceria, per favore compra dei cannoli.” Quella si dimostrò una scusa perché Raffa voleva avere un  colloquio con Miranda senza testimoni. Al rientro Roberto trovò un’atmosfera completamente cambiata, molto più distesa di prima, chissà cosa si erano dette le due signore. La spiegazione avvenne la sera prima di andare a letto Roberto si trovò dinanzi due bellezze femminili coperte solo da una camicia da notte molto sexy. Alla prova dei fatti si capì che la diagnosi dello psicologo era  esatta, Roberto sempre innamorato di Miranda ebbe la prima erezione dopo molto tempo. Roberto era dubbioso sul funzionamento del trio ma andando indietro nella storia ricordò che quel numero era perfetto nel Taoismo, nell’Induismo, fra gli Egizi e fra i Cristiani e ricordò che i nati sotto quel numero avevano inclinazioni caratteriali come l’ottimismo, la creatività, ed un forte entusiasmo, lui era nato il 3 settembre ed allora via al ‘volemose bene’ alla romana!
     

  • Come comincia:                                                      Ho passato tutto il giorno a bere del thè kukicha e                                                             caffé arabo profumato allo zenzero: la notte, però,                                                             è stata una vera e propria "camomilla"!

     Il thè kukicha è una particolare qualità di thè verde endemica del Giappone, la quale presenta una superba ed insolita combinazione di foglie verdi e piccoli rametti bianchi: ed è proprio l'unione tra questi due componenti che produce il gusto unico di questa bevanda, una sorta di mix tra il sapore perfettamente erboso del thè verde e il dolce gusto delle castagne. E' risaputo come i giapponesi siano grandi bevitori di thè (ed al pari dei britannici direi anche grandi cultori ed esperti dello stesso) ed altrettanto grandi e rinomati consumatori di pesce: è per questi due precipui motivi, infatti (e non a caso) che essi siano anche tra i popoli più longevi della terra. Scientificamente provato è il fatto che tanto il grosso consumo dell'una (la bevanda thè), quanto dell'altro (l'alimento pesce) favoriscano, anzi, rallentino l'invecchiamento cellulare e dell'apparato cardiovasclare nell'essere umano: per una serie di motivi tra cui quelli di essere ricchi di sostanze antiossidanti, fosforo, grassi insaturi (i famosi omega 3), antociani e quant'altro. Ora, però, facciamo un balzo di latitudine non indifferente e rechiamoci, metaforicamente, dalla parte opposta del globo: in Sardegna. Anche lì, a quanto pare esiste (statisticamente provato) una delle più alte concentrazioni di ultra centenari sulla faccia della terra: il fatto strano, però, volete sapere qual'é? Ebbene, scherzi della geografia  a parte, ci sarebbe da dire che da quelle latitudini non sanno neppure come sia fatta una pianta da thè; mi verrebbe quasi da dire...misteri della fede, anzi, del thè!
     I francesi, al contrario dei loro amati-odiati cugini d'oltremanica (li accomunano, beati loro, tantissime tradizioni, tantissime parole, tantissima cultura e, soprattutto, decine di migliaia di anni di buone e salutari guerre!) non sono granché bevitori di thè; al contrario, però, non disdegnano la buona tavola (di molto superiore, direi, qualitativamente parlando, a quella dei loro parenti!) né il buon bere (altrimenti dicasi "qualche quartino di buon rosso" e...non solo!): hanno, tuttavia, un tasso di mortalità inferiore (o meglio: vivono più a lungo) rispetto a finlandesi, lapponi e altri abitanti delle pianure sarmatiche, i quali non bevono per niente vino, poco thè...ma mangiano, però, moltissimo pesce.Quindi molti si domanderanno, ora, come mai non sono longevi quanto i giapponesi? Non occorre sprecare parola per la risposta, ovviamente!
     A proposito di divagazioni antropologico-culturali...quella dei kadar è una tribù di cacciatori dell'India meridionale. Essi non conoscono violenza - è stato detto - né ostentazioni di virilità, in quanto tutti i loro conflitti vengono convogliati all'esterno, ovvero nella pratica (insana o meno non è dato di sapere da alcuno!) della caccia alla tigre: è per questo motivo che molti di loro muoiono giovani...in compenso, però, sono ottimi bevitori di thè. A questo punto mi verrebbe da scrivere "misteri della fede...anzi, miracolo della caccia!".
     Le popolazioni camitiche e berbere del deserto, invece, (è il caso dei nomadi tuareg) sono sempre state ottime bevitrici di thè, ma spesso e volentieri, purtroppo, anche dedite a "guerreggiare": è per questo che non hanno mai avuto, generalmente, vita troppo tranquilla né tanto meno longeva. Direi proprio, nel caso in questione per lo meno, che il thè non è tutto nella vita, o meglio...         
     Al termine di questa piccola rassegna (che definirei una divagazione didattico esplicativa di natura sociologica, ambientale, gastronomico-enologica e....ma, forse, chissà, il troppo thè mi ha dato alla testa!), la conclusione potrebbe essere questa: quando si dice che "è soltanto una questione di...thè"; o meglio:sono solo - e soltanto - in fondo, misere questioni di cuore...pardon di thè! Ed il vecchio saggio va ripetendo ovunque e di frequente: "Chi beve thè campa cent'anni!" Ma sarà proprio vero?...Direi proprio di non credergli ad occhi chiusi, perché molto spesso, anzi, quasi mai è vero: "Campa cavallo che l'erba cresce!" obietterei io che da alcuni anni bevo solo - e rigorosamente camomilla senza zucchero!".

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.

  • 01 settembre alle ore 17:42
    Il falco che pregava al vento

    Come comincia:  Era una mattina di marzo, gelida ma tersa, mentre il sole timidamente faceva capolino sopra le montagne di Birkenstock, nella Frangea meridionale; quelle montagne conosciute in tutto il globo terracqueo, così come nelle più sperdute galassie dello spazio celeste, per una sola fantastica particolarità: le loro vette di cristallo, che brillano da mane a sera fungendo da sorta di stella polare o torre di guardia fluttuante e luminescente per tutti i viandanti che a valle transitano durante il loro cammino, per poi disperdersi tra i meandri dei numerosi antichi borghi della zona. Intanto, il rosso e nero falco pellegrino era già al suo posto, abbarbicato con le zampe sul ciglio d'un dirupo - lassù in alto - pronto a partire; prima di aprire le sue maestose ali, però, e poi librarsi in volo per la solita battuta di caccia (quando il rapace si lanciava in picchiata sulle sue ignare prede - quasi sempre giovani scoiattoli e marmotte oppure appetitosi coniglietti bianchi - sembrava una stupenda freccia infuocata) avrebbe rivolto la sua preghiera al cielo...al vento. Quel falco che gli abitanti e i contadini delle valli circostanti avevano soprannominato "l'ultimo dei mohicani", perché rimasto uno degli ultimissimi esemplari della sua specie, rivolgeva la preghiera al vento per un motivo: esso doveva soffiare forte, portare nuvole e pioggia e così permettergli di volare veloce veloce veloce; più veloce delle pallottole dei fucili dei cacciatori, disseminati lungo il percorso che esso seguiva tutti i giorni. Non c'era un particolare motivo per cui lo facesse: lo faceva da sempre, dacché era venuto al mondo; da quando la madre lo aveva svezzato. Forse, chissà, perché ciò era connaturato nel suo imprinting naturale o perché in lui v'era un qualcosa di umano o...i motivi avrebbero potuto essere molti altri oppure nessuno: a nessuno, comunque, era dato di sapere quali fossero!
     Ma le preghiere del falco sino ad allora erano andate deluse, sino a prima di quella mattina di marzo erano sempre rimaste inascoltate: la speranza del falco che il vento soffiasse forte e giungessero nuvole cariche di pioggia, era sempre rimasta tale: eppure lui era ancora vivo, era ancora lì, al suo posto, come sempre: pronto a cacciare!
     - Vento, sii magnanimo oggi con me, - cominciò a ripetere il falco mentr'era in volo, - soffia forte e sopraggiungi con tante nuvole, portale con te sul mio percorso, tanto che io possa volare alto per cacciare e rendermi invisibile all'occhio dell'uomo ed alle sue bocche da fuoco: micidiali, assassine, voraci divoratrici di prede nel cielo e sulla terra!
     Il falco era ormai abituato, sapeva che la sua preghiera rivolta al cielo sarebbe rimasta  inascoltata ancora una volta. Continuava a volare e, mentre si buttò in picchiata per catturare un piccolo topo bianco che aveva scorto sulla terra, accadde sorprendentemente lo straordinario e l'imponderabile della natura: il vento soffiò forte, le nuvole arrivarono minacciose e madide di pioggia come - e più - dei seni d'una madre che sono madidi di latte quando si appresta ad allattare la prole. Il vento, questa volta, aveva ascoltato la preghiera del falco. Questi tornò a volare infilando una dopo l'altra le nuvole scure in cielo. Nel frattempo i cacciatori avevano cominciato a sparare al falco invano! Il falco pellegrino rosso e nero riuscì a portare a termine la sua "battuta" di caccia nonostante avesse sfiorato più volte la morte: questa volta, la prima in assoluto, lo aveva fatto con l'aiuto del vento e delle nuvole. Ma ancora nulla era concluso, però: le sorprese, infatti, eran vicine da sopraggiungere...
     Il falco si apprestava a far ritorno al suo rifugio scavato nelle rocce sul fianco della montagna e in volo cominciò a farsi alcune domande:
     - Miracolo dei miracoli? disse. - Favorevole destino? Come mai il vento oggi ha ascoltato le mie preghiere? Qualunque cosa sia stata, ciò che conta è che sono ancora vivo e domani...si vedrà!
     Non appena ebbe pronunciato suddette parole il falco, purtroppo, si schiantò contro lo sperone sporgente di una roccia e cadde in un dirupo. La natura era stata sì, benigna, questa volta ma subito dopo, con gli interessi s'era ripresa quanto aveva poco prima generosamente elargito: come una sorta di spietato infallibile usuraio!
     Ma, probabilmente, il falco aveva esaurito le vite a sua disposizione: ne aveva avute ben più di sette e ne aveva già consumato sette volte tante durante la sua esistenza!
     Un'altro falco in quello squarcio di cielo di quella vallata, d'ora in poi avrebbe preso il posto di quello morto: un incessante spietato, darwiniano susseguirsi degli eventi naturali che non conosce sosta e non guarda in faccia a nessuno, senza riguardo per la vita nè della morte di nessuno! La natura, tuttavia, a suo modo ha una giustizia spietata ma "giusta". Anche i cacciatori avrebbero continuato la loro opera. Anche loro, infatti, come i falchi sono perfette macchine di morte. Entrambi sono programmati per uccidere coi loro mezzi a disposizione; la differenza tra gli uni e gli altri, però, è netta: il cacciatore "falco" uccide per sfamarsi e sfamare la prole; il cacciatore "uomo", invece, lo fa per piacere e per vile convenienza...se non addirittura per puro sadismo! 

    Taranto, 17 febbraio 2014.

  • 31 agosto alle ore 16:12
    I CICLISTI

    Come comincia: Mai si erano visti tanti appassionati di ciclismo a Messina, la maggior parte in completo abbigliamento con scritte delle maggiori marche nazionali, , con casco e soprattutto con bici leggerissime in fibra di carbonio che costavano ‘un occhio della testa’. Non tutti erano del paperoni anzi la maggior parte  faceva  sacrifici notevoli per non essere inferiori agli altri. Oltre a quelli che si allenavano da soli per le strade cittadine, molti altri in gruppo girovagano anche in montagna, sui monti Peloritani per saggiare le proprie qualità di arrampicatori o grimpeur come si dice al giro  di Francia. Specialmente d’estate era la loro festa, venivano organizzate a livelli cittadino delle corse che curiosamente prendevano il nome di santi e di sante, alcune un po’ particolari come quella della vergine e martire Santa Liberata che, agli occhi di qualche ateo come Alberto Minazzo erano le più sfortunate: oltre a non aver mai  provato le gioie del sesso erano state pure martirizzate! Recentemente erano accaduti dei gravi incidenti perché i ciclisti, anziché viaggiare in fila indiana si mettevano uno vicino all’altro e qualche automobilista distratto o ’fatto’ ne metteva qualcuno sotto le ruote. Famoso a Messina era il ciclista messinese Vincenzo Nibali vincitore di gare importanti sia in patria che in Europa. Paolo Vanoni, amico di Alberto Minazzo maresciallo delle Fiamme Gialle (lui era brigadiere) era diventato uno dei più accaniti ciclisti, aveva partecipato a corse quasi da professionista nel nord Italia scalando anche vette famose in compagnia di altri suoi appassionati colleghi. Alberto, dallo sfottò facile una volta gli mandò una mail con scritto: “Attento mon ami che qualche vostra consorte potrebbe andare a far le uova in un atro pollaio!” Forse la metafora era troppo sottile per essere compresa fatto sta che Paolo con  i suoi amici  ciclisti seguitò a scalare vette alpine anche di alta quota. Paolo aveva sposato una paesana di Molino, frazione di Messina, certa Elda Bergamini classica bruna siciliana da giovane longilinea ora un po’ appesantita ma sempre desiderabile. Madame Elda aveva ‘sfornato’ una figlia deliziosa, tutta sua madre. La ragazza col tempo aveva dimostrato anche di essere intelligente e studiosa, a Padova aveva conseguito ben due auree col massimo dei voti. Rientrando a Messina le due lauree le erano servite a ben poco, qualche incarico temporaneo all’Università o in qualche struttura di provincia, questo è il sud da cui scappano i migliori ‘cervelli’ che trovano rifugio ed apprezzamento all’estero. Per festeggiare  il suo ritorno in ‘patria’  e le lauree della figlia Violetta, Paolo organizzò una festa con cena in un locale ‘à la page’ di Giardini Naxos. Su suggerimento di Alberto chiese che la serata fosse allietata con un complesso di giovani con musiche sia di autori classici ma anche di autori abbastanza moderni come Buscaglione, Fred Buongusto, Peppino di Capri per poi finire con musiche rock indiavolate. Paolo era circondato da amici ciclisti, ognuno raccontava delle sue ultime imprese mentre le gentili consorti o languivano ai tavoli oppure erano ‘prede’ di qualche signore non interessato al ciclismo ma …a qualcosa di meno faticoso e di più piacevole. Alberto prese per mano Elda ed approfittando di un lento di Buongusto mise in atto il ballo della mattonella sia per motivi…sia anche perché come ballerino era molto simile ad un orso marsicano. “Cara ti trovo in forma, pare che la lontananza di tuo marito di faccia bene, ti ricordo quando eri ancora fidanzata con Paolo, una ragazzina. Voglio essere sincero, durante le lunghe assenze del capo di casa non hai mai pensato ad un piccolo cornetto, mi risulta che lui te ne abbia omaggiato di un numero notevole.” “La persona che mi interessava non se n’è accorto che io…” Nel frattempo Elda aveva abbassato gli occhi ed  era diventata rossa in viso… Alberto comprese al volo e si diede dell’imbecille, cento volte imbecille come non accorgersi… Elda volle ritornare al suo tavolo e questa volta fu Violetta ad invitare a ballare Alberto il quale: “Sono in vena di complimenti: sei bella, intelligente e fortunata…” “Capisco i primi due aggettivi, l’ultimo a che si riferisce?” Al fatto che non assomigli a tuo padre…” “Caro zio Alberto, in passato anche se giovane di età, mi sono accorta dei sentimenti di mia madre nei tuoi confronti, noi donne ci capiamo al volo, non sapevo che decisione prendere, ho fatto la cosa forse più sciocca, me ne sono lavata le mani ma con l’esperienza di vita ho capito che difficilmente è possibile trovare una persona di cui ci si innamora, io finora ho trovato solo sciocchi presuntuosi che pensavano solo al sesso, mi dispiace per mia madre, non so che altro dirti…Alberto rientrando a casa era di pessimo umore, divorziato da due anni aveva pensato solo ad avventure passeggere con ragazze di cui la maggior parte non ricordava nemmeno il nome, Elda sarebbe stata un’amante appassionata e soprattutto innamorata, forse avrebbe anche lasciato suo marito…troppi interrogativi senza risposta. Paolo con i compagni di avventura aveva programmato un'altra gita nel nord Italia da Pordenone sino alla valle d’Aosta, il medico della caserma, benevolmente, gli aveva concesso trenta giorni di licenza di convalescenza, quella ordinaria era stata consumata da tempo ed allora…campo libero ad Alberto che una mattina si presentò a casa di Elda con un bel mazzo di rose rosse (quel colore aveva un significato particolare) e fu accolto sia dalla padrona di casa che dalla figlia Violetta con entusiasmo. Oggi è domenica, non lavori e quindi poi rimanere a pranzo con noi, sto preparando cose buone e da quello che vedo hai bisogno di rinforzarti. La battuta di Elda aveva un secondo fine ben compreso dalla figlia che a fine pasto: “Ho un appuntamento con Mara mia amica dalle scuole medie, dobbiamo parlare di lavoro, stiamo prendendo la decisione di tornare a Padova.” “Non mi avevi detto niente!” “Mamma i figli devono prendere il volo, la nostra terra ci offre poco, a Padova abbiamo degli amici che potrebbero aiutarci, buon divertimento a tutti i due!” Alberto si mise a ridere, aveva capito il significato della frase, Elda era arrossita, pure lei aveva compreso il concetto dell’augurio. “Devo lavare i piatti, tu guarda la televisione.” “Proposta non valida, pensa invece a lavare una cosa più intima e di offrirmela profumata e vogliosa!” Elda si sedette sul divano, un cattolico avrebbe chiosato che dentro di sé la signora  stava combattendo una lotta fra il bene ed il male, Alberto al contrario pensò che la dama finalmente stava decidendo di mollargliela. Fu lui a prendere l’iniziativa ed a baciarla a lungo in bocca, a lungo finché Elda si rilassò ed ambedue si recarono prima in bagno per le abluzioni alle parti intime. Quando uscirono la signora sgranò gli occhi nell’osservare il ‘pino’ di Alberto che molto probabilmente era ben più grande di quello di suo marito ma all’inizio non volle partecipare in maniera attiva alla ‘pugna’. Alberto prese l’iniziativa di baciarle la ‘gatta’ nascosta in una foresta di peli nerissimi poi trovò un clitoride di dimensioni fuori del normale e prese a succhiarlo delicatamente sino ad un orgasmo da parte di Elda. Non si fermò e ci fu il bis da parte della signora che avrebbe forse voluto un po’ di riposo. Alberto però doveva accontentare ‘ciccio’ , penetrò facilmente nella gatta ben lubrificata cercò e trovò il punto G situazione che portò l’interessata ad un orgasmo ‘omerico’, lunghissimo, profondo mai provato. Dopo un bel po’ di tempo ripresasi, Elda mostrò un viso pieno di lacrime: di gioia o di rimpianto? Quando Violetta a serata inoltrata rientrò in casa si rese conto della situazione e baciò entrambi, la felicità della mamma era pure la sua. Dopo una settimana Alberto ed Elda accompagnarono Violetta a Mara al treno diretto a Padova, Elda all’orecchio di Alberto: “Se ti comporti male ti taglio il pisello, ciao zione!” Alberto ed Elda presero a vivere come fossero due coniugi, spesso dormivano nella  casa di Alberto che  con l’eredità di una zia aveva acquistato una spider 1400 Abarth con cui faceva prendere delle paure notevoli all’amante. Violetta e Mara, giunte a Padova andarono ad abitare nel piccolo appartamento affittato a suo tempo da Violetta e che era rimasto a sua disposizione. Il giorno dopo dell’arrivo contatto telefonico con due professori universitari Alessio Faccini e Francesco Rizzo:”Toh chi si sente, siete fortunate, all’Università ci sono liberati  due posti di assistenti, se venite subito ne potremo parlare.” Più che subito le due ragazze furono ‘immediate’ una fortuna notevole anche se pensarono che c’era da pagare pegno ma era ovvio che c’era di mezzo il cosiddetto contratto innominato del diritto romano’, il famoso ‘do ut des!’ I due docenti universitari cinquantenni, erano regolarmente sposati con donne con cui dividevano solo la casa, ognuno faceva vita a sé. “Ragazze, possiamo farci vedere qui al caffè Pedrocchi  perché risultiamo appartenere tutti all’università, ma in futuro nessun incontro, notizie via  cellulare, ne abbiamo tre non registrati, uno è per voi. Se vorrete potrete entrare in un giro particolare di persone ma  dovrete mettere in conto di conoscere individui dai gusti molto particolari, ricchissime, spesso con la maschera in volto per non farsi conoscere, avrete in cambio la proprietà dell’abitazione dove risiedete ed un’auto di media cilindrata di vostra scelta. Non potete rifiutare le avances degli interessati e delle interessate, potrete  solo usare il condom, a voi la scelta, a domani la risposta, good bye.” Notte in bianco delle due ragazze…la mattina: “Speriamo bene, ci sono di mezzo un mucchio di soldi oltre che una Mini Cooper che desidero da tanto tempo, tu potrai tenerti l’abitazione sei d’accordo?” Violetta era d’accordo. Tramite cellulare le due ragazze furono invitate a presentarsi il pomeriggio a Villa Taibah  alla periferia di  Padova, un’auto con autista sarebbe andata a prenderle alle quindici. A quell’ora non c’era nessuno in strada, meglio così in tal modo Mara e Violetta non dettero all’occhio. Una Bentley nera con autista aspettava in strada, le due ragazze si accomodarono nel sedile posteriore, dopo circa mezzora di tempo l’auto giunse dinanzi ad una villa, due colpi di clacson ripetuti fecero aprire un cancello in ferro, arrivate. All’ingresso c’erano Alessio e Francesco, un finto baciamano di benvenuto ed ingresso in un corridoio presidiato da due buttafuori di notevole stazza, il passpartout di Mara e di Violetta erano stati i due professori universitari, tutti e quattro si sedettero ad un tavolo. “Gentili signorine, come promesso avrete in regalo l’abitazione ed una Mini Cooper. Andate dal notaio Luigi Bucci per le pratiche burocratiche, ha lo studio in piazza, buon divertimento!” Mara e Violetta rimasero  basite, si aspettavano che i due professori chiedessero loro una prestazione…Si guardarono intorno, gente di tutte le nazionalità perlopiù arabe, uomini in pantaloni e camicia, come pure ragazzi giovani, donne col classico Abaya che lasciava scoperti solo gli occhi e poi uomini e donne vestiti all’occidentale. Per un pó di tempo non accadde nulla sino a quando un giovane si avvicinò al tavolo di Violetta e di Mara: “Chères jeunes filles, j’aimerais avoir le plaisir de connaître l’un de vous., je suis Hachim.” e indicò Violetta. Piuttosto imbarazzata Violetta seguì Hachim in una stanza con vicino un bagno, tutto organizzato. Ambedue dopo il bidet di rito sul letto matrimoniale, il giovane non era particolarmente dotato e quando entrò nella ‘topona’ di Violetta sembrava un po’ galleggiarvi ed allora: “Je voudrais entrer vostre fond, est plus étroit, je vais vous récompenser avec mille euros.” Come dir di no a due cartoni da cinquecento, vai Hachim, ed Hachim andò sino in fondo aggiungendo altri cinquecento euro per il doppio orgasmo. Rientrata in sala Violetta non trovò più al tavolo Mara che apparve dopo circa un’ora col sorriso sulle labbra. “Dato che sei tanto contenta raccontami prima tu.” “Si è presentata una donna forse brasiliana che mi ha guardato a lungo e poi mi ha preso per mano trascinandomi in una stanza con annesso bagno. Quando ci siamo spogliate per il bidet mi sono accorta che aveva un cosone lungo e duro, un trans brasiliano che palava portoghese, non la capivo, fece tutto lei. Cominciò a baciarmi in bocca, poi sulle tette ed infine prese in bocca il clitoride, era bravissima e mi ha fatto godere varie volte poi è entrata con un po’ di difficoltà nella mia  topina che dopo era diventata topona, schizzi prolungati sul collo dell’utero come un vero uomo, un orgasmo prolungato da parte mia, voleva anche entrare nel popò…mi ha offerto anche del denaro ma ce l’aveva troppo grosso, ho rifiutato e tu?” “Io ho accettato millecinquecento Euro ma il ragazzo ce l’aveva piccolo e mi ha fatto piacere averlo di dietro.” Nel frattempo si erano avvicinati al tavolo Alessio e Francesco: “Come vanno la cose, mi pare che vi stiate divertendo!” “È la novità, mai avremmo pensato di frequentare un posto così, lo stiamo apprezzando in fondo siamo delle anticonformiste e voi?”Francesco: “Ad essere sinceri noi siamo un po’ diversi da quello che voi possiate pensare, in passato eravamo bisessuali, ora solo omo, abbiamo dei figli che vivono con le madri, tutto qui.” “Se vi dico ‘unicuique suum’ non penso di far troppo sfoggio di cultura, noi siamo per la libertà assoluta.” Così si era espressa Violetta quando si avvicinò  una ragazza vestita all’occidentale ma dai chiari caratteri somatici arabi. “Se mi permettete seggo al vostro tavolo,  è la prima volta che vi vedo, io sono Eva anche se il mio nome arabo è un altro, sono la compagna di Demetrio quel signore che suona il piano, sono algerina ma son dovuta scappare dalla mia terra col suo aiuto, lo considero il mio benefattore, sono solo la sua governante ma gli voglio molto bene. I miei parenti erano poveri e già da piccola mi mandavano con gli uomini per sostenere finanziariamente la famiglia. Demetrio mi ha incontrata che piangevo per strada e con l’aiuto di amici altolocati mi ha portato con sé in Italia, come dicevo gli voglio un bene dell’anima, non sono religiosa e non voglio più a che fare con i maschi, ne ho avuti abbastanza…” Mara:“Qui ci sono due femminucce che preferiscono i maschietti ma nel tuo caso…” “Sei una ragazza di classe, io me ne intendo, qualora volessi potremmo…” Mara la  scrutò a fondo, pareva sincera,  da un lato le fece pena, andare da ragazzina con uomini grandi doveva essere stato traumatizzante, accettò l’invito.” In bagno: “Hai un corpo bellissimo, piuttosto infantile, poche tette, vita stretta, fiorellino con cespuglio molto fiorente e piedi piccoli da giapponese, sei piacevole.” “Anche tu lo sei, mi sei piaciuta vedendoti da lontano, guido io l’Alfa Romeo Giulietta del mio compagno, lui non se la sente più, se non avete una vostra auto potrei accompagnarvi a casa. Non importa se non abbiamo fatto nulla sul piano sessuale, talvolta vale più un colloquio …poi abbiamo tempo, noi abitiamo a Padova in via San Francesco.” “Noi abbastanza vicino a piazzale Antenore.” “Accettiamo il passaggio in auto, da domani ne avremo una nostra.” Violetta e Mara si era domandate, senza risposta, il motivo per cui Alessio e Francesco le avevano omaggiate di casa e di macchina, forse per averle portate in quel locale…fatto sta che loro si erano sistemate alla grande anche col lavoro in università. Mentre il prode Paolo seguitava a ‘biciclettare’ la gentile consorte, sempre più innamorata di Alberto aveva lasciato il tetto coniugale ed era andata a convivere con lui che aveva abbandonato la divisa per poi trasferirsi a Roma sua città natale. L’amicizia fra Violetta, Mara ed Eva si cementò sempre più, le due italiane provarono i piaceri dell’amore lesbico sino a quando non trovarono due professori universitari amanti dei ‘fiorellini’. Paolo non aveva compreso il senso dell’aforisma che: ‘talvolta le galline possono andare a deporre le uova in un altro pollaio!’

  • 29 agosto alle ore 11:06
    Serena(mente)

    Come comincia:  La donna di un mio amico si chiamava Serena. La madre la chiamò così affinché avesse la mente libera...e gli occhi - sempre - ben aperti!
     Venne al mondo in una notte di temporale ad aprile...ma poi, al mattino, il cielo si rasserenò (forse, chissà, proprio in onore della nuova arrivata!). Sua sorella (maggiore) si chiamava Fatima, aveva diciassette anni più di lei ma non era mai stata serena dacché era venuta al mondo. Frequentava topaie viscide piene di ubriaconi, e stamberghe di terz'ordine frequentate da puttanieri affamati di sesso ed assetati di whisky e gin, con cui si accoppiava di buona lena ma mai in tutta...fretta. Fatima era conosciuta nell'ambiente, aveva una rinomata reputazione; la chiamavano la "delantera", in quanto dispensava gioia e gioie a go-go...senza seminare lutti!
     Una volta, quando sua sorella [Serena] era cresciuta, Fatima la portò con sé, in un locale - era il "Soledad", a Miami Beach - poi salì in una stanza e la mise a sedere; ivi si scopò un negro di San Francisco e dopo averlo fatto, ovvero dopo che quello [il negro] era più volte penetrato in lei, li disse:
     - Quando la fede non coincide con la ragione bisogna astenersi dal dare ragione alla fede!
     Il negro rispose:
     - Cosa hai preso, stronza? Fottiti...e se ne andò sbattendo la porta. Mentre Serena era rimasta seduta sulla sedia, a guardare i due che scopavano, serena (mente) per tutto il tempo!
     Quando crebbe ancora andò a scuola e poi al college: era una ragazza sveglia e dal piglio sicuro, ed imparava in fretta...prese la laurea in legge e poi quella in lettere.  Serena (mente) cominciò  a viaggiare ed a girare per il mondo (in lungo, quanto in largo; curiosando, annusando, osservando). A Parigi visse due anni: abitò al quartiere latino (boulevard du Port Royal), a Saint-Germain, Montparnasse; suonava l'arpa indiana nei bistrot ed agli angoli delle strade; vi conobbe un pittore, André Fabergé, con cui spesso faceva l'amore...era quel fare l'amore che non si fa alla leggiera; era quel fare l'amore, cioé, delle prime volte, che ti viene senza sapere il perché. Dopo diventò solo sesso, e basta: lui "veniva" sempre prima ma lei godeva ugualmente (faceva finta di godere) per farlo felice e perché la prendeva con filosofia e restava a mente serena.
     Una volta, dopo aver scopato (che non era più, ormai, come il fare l'amore di prima...quella volta, però, era stata l'unica volta buona) André morì:
     - E'scoppiato il cervello e poi il cuore! - disse impietosamente il medico.
     Serena aggiunse:
     - Che bello deve essere stato...venire prima di andarsene!
     Seppellirono André in una tomba anonima a Pere Lachaise, vicino alla tomba di Jim Morrison. Serena (mente) Serena tornò a casa e riprese la sua vita di sempre. Cominciò a lavorare; sua madre Allyson morì la mattina del 24 dicembre (era venuta al mondo il 25 dicembre di sessantadue anni prima: per quello odiava il natale!), di cancro ad un orecchio, quello destro, dove portava un grosso orecchino indiano d'avorio; sua sorella Fatima, invece, fu uccisa a New York - a bastonate - da un gruppo di irlandesi ubriachi del Village che gridarono:
     - Muori, lurida cagna ebrea! (avevano sbagliato persona, forse: Fatima non era ebrea anche se di certo era una lurida cagna!!!).
     Al suo funerale (come prima a quello della madre) Serena pianse due volte: quando il prete disse "riposa in pace" e quando il feretro parti per il cimitero di San Cristobal, in Messico, dove entrambe riposano (in pace?!)...insieme al marito della madre, il quale è il padre (sconosciuto) tanto di Fatima, quanto di Serena. Serena rimase sola ma non si perse d'animo: continuò la sua vita di sempre - come sempre aveva fatto - serena (mente), nonché a mente serena!
     Un giorno partì per Las Vegas, a cercar fortuna (alle slot, al black-jack, al tavolo verde) ed anche un marito: trovò entrambi. Infatti, vinse molti soldi e si sposò con Johnny Brown, un distinto ragazzo wasp, figlio di un petroliere texano. Andarono a vivere a Corpus Christi, in un grande ranch: entrambi erano pieni di soldi, di voglia di vivere e...fare figli. Allevavano cavalli (purosangue di razza appaloosa) e praticavano la tecnica (a letto) del dai, dai e dai...ebbero così tre figli maschi ed una bambina.
     Johnny un giorno morì: aveva soltanto la misera età di quarant'anni (ma la morte non sa far di conto!) e se ne andò in una lurida scura giornata di novembre, ucciso da un pirata della strada mentre usciva da un pub a Dallas. Serena, come al solito, prese tutto serena...mente. Continuò a crescere i propri figli lo fece bene ma, ugualmente, non ebbe fortuna: Billy, il primogenito, infatti, perse la vita in un incidente di macchina insieme ad altri compagni di college, a Tempe in Arizona; qualche anno dopo, anche l'unica figlia femmina, Susan, tragicamente perì a Los Angeles: avvenne nel corso di una sparatoria, e aveva soltanto ventun anni! (ma la morte non sa far di conto!).
     Serena, allora, serena (mente) scrisse una poesia (Pietra di luna, moonstone), che regalò poi ad un barbone, Johnny, conosciuto tempo dopo a Filadelfia; il quale, a sua volta, la scrisse colorata di giallo su un muro tutto blu di un palazzo in rovina, a down-town della città:
             "Pietra di luna" (moonstone)
              era la mia bambina (dura come la pietra
              e lucente come la luna); sì, lo era:
              che vendeva violini tzigani 
              sempre vestita di verde e di giallo
              all'angolo della 38^con Liberty street...
              ma una sera alle ventuno fu spazzata via
              da una pallottola strisciante; già
              fu spazzata via: sputata da 
              una 7,65 di uno dei "falchi dormienti"
              lì venuti per caso ad uccidere
              sulle freccianti loro
              spitfire color cammello.
              L. A. è un buco di culo
              sempre più malsano, quando scocca
              il primo rintocco di bel cucù:
              meglio allora andar per fiori
              sì, nel candido giardino del vicino
              e cogliere un mazzo di belle viole,
              o piuttosto restar tappati in casa
              a pregar che il sole nasca presto!

     Ma Serena aveva la mente libera e - come sempre - continuò la sua vita di sempre: serenamente! Riprese a viaggiare, si appassionò alla xilografia ed alle incisioni su legno e vetro, leggendo di Samuel de Mesquita e Maurits Escher su alcuni libri comprati ad un mercatino delle pulci di Londra. Fece strane (e malsane...ma non per la sua mente) conoscenze strada facendo: come quella, a Laredo, di Stan "nuvola bianca", indiano mezzo sangue della tribù dei figli del sole, con cui convisse per tre anni. Quello spacciava peixote,  mescal e la colla; lei, invece, la nostra cara [Serena] prese a dipingere e a collezionare quadri, soprattutto quelli di Bosch. Una volta, ad un'asta, a Seattle, comprò un quadro di Gauguin (Arearea): era un falso, però, ma lei non lo sapeva; lo avesse saputo avrebbe preso il tutto con filosofia, anzi, serenamente. Il suo uomo morì a Chicago, in uno scontro a fuoco con la polizia. Serena (mente) Serena, anche questa volta riprese la sua vita come se non fosse successo nulla! Un giorno vendette ogni cosa avesse ad un rigattiere (non era diavolo travestito da rigattiere, però!) di provincia; e mandò via da lei la sua anima (ma non la mandò al diavolo, però!). Ricomincò, così, a viaggiare, lo fece senza portarsi dietro nessun rimpianto e neanche un misero ricordo...solo e soltanto serena (mente). Cercò, cercava qualcosa: forse la valle dell'eden sperduta, chissà, per andarci a morire, un giorno, quando fosse giunta la sua ora (ammesso che l'avesse trovata!); o forse...qualcos'altro.
     Serena adesso continua ancora a viaggiare (probabilmente lo farà all'infinito) con la mente, con le gambe e col suo grande cuore di donna: e lo fa sentendosi felice, anzi, serenamente!

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.

    LUCIANO RONCHETTI: GRAZIE!