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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
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  • 24 marzo alle ore 17:50
    Il viaggio

    Come comincia: Avevo chiuso gli occhi, giusto un attimo, per attraversare quella linea di confine che mi aveva sempre ancorato a un modo di essere. Sognare aveva sempre esortato in me il viaggio, bagagli a parte. Era vivere una vita parallela, a misura, perfetta. La perfezione però non è di questo mondo ed io mi ero persa in quel viaggio.
    Non è facile chiudere fuori ogni cosa. Il tempo sbiadisce contorni, non ora. Non voglio svegliarmi da questo sogno.
    -L'amore è vita. Chi ama non deve spiegare nulla, perché è qualcosa che invade ogni remoto angolo di questa caotica vita. È luce che illumina spazi infiniti, carezza di emozione che scivola su ogni centimetro di pelle, che penetra nel piacere di accogliere dei sensi.
    Mi piaceva, disse Sofia, aggrapparmi all'idea che i suoi pensieri fossero rivolti a me; un modo come restare a galla in un mare di tormenti. E non importa se oggi non è uguale a ieri, se i tasselli di questo puzzle non trovano il giusto incastro, se tutto è fermo a quel momento in cui il desiderio era di entrambi. Tu continui a chiamare ed io ti sento forte, ancora mi perdo nella tua eco.

  • 23 marzo alle ore 21:21
    Il Cavalier Covid-19

    Come comincia: Il Cavalier Covid-19 Leggero e invisibile nemico silente avanzi nelle nostre vite senza bussare alle porte dei nostri cuori, i sentieri sono afflitti dal pianto e lo stridore dei denti ora è malinconica melodia che aleggia nelle nostre menti dove ogni nostra fiducia si scioglie nel fango delle tenebre nel momento in cui si spegne pian piano la vita segnando i tristi destini irrimediabilmente in chi ha perso la battaglia, e non restan altro di loro che un numero che li identificano nelle memorie di quel registro ospedaliero segnato con l'inchiostro della necrosi. Dimmi chi sei veramente? Per lungo e in largo le tue scure orme hai impresso nelle nostre anime, lacrime amare a sorpresa ci hai lasciato e lene speranze accendi negli angoli delle nostre case a riscaldarci di gelida psicosi fasciata da inquietudine. Dimmi chi sei veramente? Dimmi chi sei veramente?! Ferrigno e ben corazzato percorri la tua redola senza considerar la fragilità della nostra vita. Dimmi chi sei veramente? Dimmi chi sei veramente?Ma sappi o guerriero di questo tempo così periglioso di cui vuoi intingerlo di dolore che spacca le viscere della pace, noi uomini donne e bambini siamo una umanità dalla quale di tutto puoi privarci tranne la speranza che mai nessuno può estinguere sul volto della terra, ossia quell'amore immenso per la vita che mai nessuno potrà placare, neppure dopo la morte. Ma non si può neppure restare indifferenti allo sguardo del male quando ci sceglie sue predilette vittime, non puoi non tentare di osteggiarlo poiché è in noi la fiamma della folgorante speranza mentre ci indica la strada della sua espugnazione. Lui scenderà e scaverà fino in fondo al nostro più remoto essere per provarci e stancarci fino all'estremo, ma risaliremo se sapremo esser previdenti e circospetti in ogni sua mossa perché di pura speranza è formato il nostro plasma mentre scorre positivo nelle vene. Lui invece così forte e superbo si fa sentire nell'anima quando i suoi abbracci avvolgono la vita dalla sua crudele morsa per farci suoi martiri nel suo preciso obbiettivo di defraudarci dagli affetti più cari, dai sorrisi sinceri di chi amiamo debellando nell'intimo quanto è più prezioso per la nostra vitalità, protraendoci nel tunnel del supplizio ove non molte anime sapranno combattere le sue insidie. Sarà dunque una gran lotta e su una gran moltitudine di gente la sua ombra estenderà diventando loro imponente patrono, ma mai nel loro e nostro cuore noi che ancora siamo al sicuro! Perché proprietà sublime di quella luce fatta di vita ossia l'immortalità della speranza dentro l'anima che resterà in eterno in noi. Dunque dimmi chi sei o guerriero salito dall'inferno col mantello fatto di particelle untuose e avvelenate che al tuo scuoterlo ci allontani dalla libertà sconvolgendo ogni nostra libera scelta e stile di vita! Dillo chi sei perché noi ci siamo identificati! Ma sappi anche che sulla tua meditata rivincita su noi, sappi che saremo più preparati che mai a giocarci la partita perché incredibilmente audaci saremo nella vittoria, e finalmente tu sarai Covid-19 nella scaletta dei sconfitti e archiviati negli scaffali delle memorie del tempo di questo mondo per sempre.

  • Come comincia: "La realtà è la proiezione di tutti i sogni del mondo.
    La bassa marea della vita ti avvicina al fondale della mente.
    Quando il tramonto spegne il nostro cielo e gli occhi chiudono il sipario della realtà, la luce dell'immaginazione accende il firmamento dei sogni.
    Ogni singola Stella che brilla nell’Universo, un tempo, brillava nella mente di grandi uomini:
    noi continueremo ad alzare lo sguardo nella notte, sognando la nostra Stella,
    perché sognare ti insegna a risvegliarti".
    Fabio Meneghella

  • 18 marzo alle ore 15:15
    L'EREDITÀ DELL'AMANTE MATERNA.

    Come comincia: Chiamarsi Vaccaro è una una normalità ma nel caso che tale cognome risulti anagraficamente quello di un contadino la situazione cambia. Era il caso di Calogero ( di origine siciliana che esercitava il suo mestiere in frazione Pavone di Albano Laziale vicino Roma. Sposato con Santa Diotaiuti conduceva la classica vita di coltivatore della terra con la sveglia il mattino presto, mungitura delle due vacche che  venivano poi agganciate ad un aratro per ‘tracciare un solco’  senza  spada come da mussoliniana memoria, solco  dove impiantare i semi  di  frumento o di altri cereali. Il buon Calogero si dedicava anche alla cura della vigna mentre la consorte Santa era addetta al pollaio e alle faccende domestiche. Il cognome era stato apposto ad un  suo antenato da qualche sacerdote integralista che in tal modo aveva per sempre ‘bollato’ la sua condizione di figlio di N.N. I coniugi Vaccaro dopo vari anni di matrimonio avevano messo al mondo Carlo Alberto un  bel pupone biondo e dalla pelle chiara in contrasto con quella dei  genitori bruni. Il nome gli era stato imposto dal marchese Sinesio Langellotti suo padrino di battessimo e proprietario del terreno. Crescendo a Carlo Alberto erano state evitate le fatiche della coltivazione dei campi su suggerimento del marchese che da, buon padrino sovvenzionava ogni mese la famiglia Vaccaro. Il giovane frequentò le elementari nel plesso vicino casa, iscritto alla scuola media cominciarono i suoi guai. I suoi compagni, la maggior parte figli di persone abbienti lo sfottevano per il cognome: “Quante vacche hai?” “Ci porti un po’ di latte?” “Mio padre ha detto che il vostro vino fa schifo!” Carlo Alberto spesso tornava a casa piangendo, i genitori cercavano di consolarlo: “Fai finta di non sentire.”, soprattutto la madre gli era più vicino,  Un giorno Carlo Alberto tornò a casa con un  occhio nero, aveva cercato di difendersi dalle ingiurie prendendo  a pugni i dileggiatori ma ne aveva pagato le conseguenze. Né Calogero né Santa andarono dal preside per informarlo che il loro figlio era oggetto di stalking da parte dei compagni. Dopo un bel po’ tempo il marchese si ritirò nel suo castello adiacente al terreno agricolo dopo un ‘world tour’, era abbronzato e molto dimagrito. Calogero: “Signor marchese lei ha bisogno di riposo e soprattutto di mangiare qualcosa di buono, chissà quante schifezze avrà ingurgitato, mia moglie insieme a sua sorella Gina sarà a disposizione sia per mettere in ordine il suo castello che a preparare intingoli romani.” Santa aveva preso sul serio quell’incarico tanto di rimanere talvolta nel castello del marchese anche la notte, giustificazione al marito: “Caro ero tanto stanca che i sono  addormentata sul letto degli ospiti.”  Calogero non si poneva tante domande, con l’aiuto del marchese aveva acquistato un altro paio di vacche e soprattutto aveva ingaggiato un giovane contadino che lo aiutava nei lavori georgici (dei campi). Un giorno, era domenica, il marchese incontrò Carlo Alberto: “Non so più nulla di te, dimmi qualcosa per esempio che classe frequenti…” Sto per compiere diciotto anni, quest’anno sono di licenza liceale poi si vedrà.”Se non hai la patente datti da fare, vai alla scuola guida ‘Lo specchietto‘, il padrone Giovanni Gerundini è mio amico, digli di mandare a me il conto delle lezioni  poi contatta un meccanico di Albano per sistemare la Lancia Aprilia che è nel mio garage, era di mio padre. Carlo Alberto seguì le direttive del padrino, conseguì la patente di guida,  fece sistemare la Lancia Aprilia con la quale portava in giro il marchese e sua madre, sembravano loro i suoi genitori. Il marchese durante i suoi viaggi aveva pensato solo a divertirsi tralasciando la salute, negli ultimi tempi non stava bene, ricoverato nella casa di cura San Camillo risultò affetto da glaucoma con perdita in parte della vista ma il problema più preoccupante era il cuore affetto da fibrillazione atriale. Fu consultato un cardiologo che decise di operarlo al cuore il giorno successivo, il marchese morì durante la notte. Al funerale parteciparono oltre Calogero, Santa e Carlo Alberto in prima fila dietro il feretro anche molti paesani riconoscenti per le donazioni ricevute dal nobile. All’apertura del testamento depositato presso il notaio D’Arrigo Carlo Alberto risultò l’unico erede, un patrimonio veramente ingente. Da quel momento molto cambiò nel menage della famiglia Vaccaro: Santa a Carlo Alberto si installarono nella villa del marchese, Calogero invece preferì restare nella casa contadina “Cosa farei tutto il giorno, non mi sento di andare in pensione, mi sentirei inutile, seguirò a lavorare nei campi, mi farò aiutare da quel giovane che ho ingaggiato per i lavori più pesanti.” Un giorno Carlo Alberto aveva posteggiato a Roma la Lancia Aprilia presso un negozio dove sua madre era entrata per acquistare dei vestiti, lui era rimasto seduto alla guida perché aveva posteggiato l’auto in divieto di sosta. Gli si era avvicinato un signore anziano che: “Che bella macchina, sono un appassionato di auto d’epoca, che ne dice di vendermela?” Carlo Alberto era perplesso, quell’auto era un ricordo del suo benefattore poi  pensò all’acquisto di una macchina più moderna, una Jaguar che aveva notato su una rivista specializzata. L’affare fu concluso, notevole la somma incassata. Senza porre tempo in mezzo la mattina dopo Carlo Alberto e sua madre si recarono in taxi presso una concessionaria Jaguar. All’ingresso furono contattati da un impiegato della concessionaria che, venuto a conoscenza del desiderio del giovane: “Vado a chiamare il titolare.” Si presentò un signore vestito elegantemente con un abito fumo di Londra, fece un  mezzo inchino: “Sono John Braun a vostra disposizione.” “Signor Braun vorrei acquistare la Jaguar F-Pace 550 CV ADW.” “Ne ho una in concessionaria da molto tempo, il prezzo è elevato, i clienti della Jaguar preferiscono modelli meno cari,  il prezzo è superiore ai centomila Euro, non so se ….” Carlo Alberto comprese che il signor Braun molto probabilmente era uno snob e lo considerava non all’altezza di pagare quella cifra. “Per la mia solvibilità può chiamare al numero telefonico che le fornirò il dottor Mazzarini, è il direttore della Banca Credito Romano.” “Mi scusi, non era mia intenzione…accetto la sua carta di credito platino.” Mamma e figlio uscirono dalla concessionaria con la macchina appena acquistata, passando per Albano Laziale notarono gli sguardi meravigliati dei concittadini, Carlo Alberto si sentiva (ed in verità lo era) figlio del marchese. Con l’aiuto della madre ‘rivoluzionò’ l’interno del castello in cui spesso dava delle feste a cui partecipavano i notabili dei dintorni, soprattutto femminucce che tentavano in tutti i modi di farsi impalmare, fatica inutile, Carlo Alberto seguiva l’esempio  del marchese suo padre: niente legami fissi!

  • 15 marzo alle ore 17:02
    LA GITA SCOLASTICA.

    Come comincia: A giugno di ogni anno nelle scuole di grado superiore vengono organizzate le gite scolastiche col tempo ribattezzate  eufemisticamente di istruzione, didattiche o culturali ma di culturale non  avevano proprio nulla, era un modo acché ragazze e ragazzi,  professori compresi si concedessero una vacanza dopo le ‘fatiche’ di un anno scolastico. ‘Predica’  del preside prima della partenza: “Mi raccomando niente casini, mi rivolgo soprattutto alle ragazze, tenete a bada gli ‘zozzoni’ di turno, buon viaggio.” La meta preferita dagli istituti scolastici di tutta Italia nella maggior parte dei casi è la città di Roma con tutti ‘i fori  e gli  scavi’,  nel nostro caso gli studenti erano romani e quindi gioco forza dovettero scegliere un’altra località. Un sabato mattino alla fine delle lezioni fu indetto un  referendum dove recarsi in gita: le femmine votarono per Venezia, per loro città romantica, i maschietti Aosta, vinsero questi ultimi la ragazze masticarono amaro “volete andare fra i crucchi e le baitane, peggio per voi con noi avete chiuso.” Appuntamento dinanzi all’edificio dell’Istituto del liceo classico ‘Lucrezio Caro’, Giorgio Busalacchi l’insegnante di lettere responsabile della gita era stato preciso, partenza ore nove. Con lui la moglie Patrizia Angeli ed i figli Leonardo e Ginevra. Il buon Giorgio vecchio marpione (non tanto vecchio era quarantenne) trovò l’autista seduto al posto di guida, si aspettava il solito omone corpulento che guidava per molti chilometri senza stancarsi invece gli si presentò un giovane magro un po’ particolare, lunghi capelli castani con una fiezza bionda, lineamenti non proprio mascolini, giacca color giallo, pantaloni rossi, maglietta nera, scarpe basculanti (quelle degli atleti). Il cotale si presentò: “Sono Amelio Perasso, avrò il piacere di condurvi ad Aosta, città che adoro!” Amelio si era svelato, era dell’altra sponda ma ai tempi attuali anche gli omo sono se non rispettati sono almeno tollerati. “Caro Amelio con tutti stí colori addosso o sei della Roma o del Milan.” “Spiacente caro sono della Lazio.” (Per i non appassionati del calcio fra i tifosi della Roma e della Lazio c’è un profondo astio.) “Allora ce li hai proprio tutti i difetti!” Giorgio era quello della battuta facile, vide l’autista arrossire, per scusarsi: “Ti offro un caffè al bar.” Pace fatta, erano scoccate le nove: “Ci siamo tutti?” Patrizia: “Indovina chi manca? La solita ritardataria la contessina Lisa Buonarroti…  sta arrivando una Lancia Flaminia, ci scommetti che dentro c’è lei?” Previsione azzeccata, Lisa aspettò che l’autista, toltosi il berretto le aprisse la portiera posteriore, lo stesso autista gli sistemò la valigia nel bagagliaio  del torpedone. Sedutasi su  un posto vuoto la ragazza salutò tutti con un cenno di mano,  si sistemò una cuffietta alle orecchie  per ascoltare la musica preferita. All’inizio del viaggio solo strade statali sino ad Arezzo poi l’Autostrada del Sole. Superat o lo svincolo di Modena Giorgio: “Autista fermati a quell’autogrill, debbo cambiare l’acqua alle olive.” Battuta di dubbio gusto di cui solo i maschietti compresero il significato.  Tutti studenti e professori scesero dal pullman, dopo circa una mezzora tutti di nuovo a bordo,  mancava solo l’autista. “Dove cacchio s’è infilato quel frocione (pensiero di Giorgio), all’interno dell’autogrill nessuna traccia di Amelio, Giorgio malignò e ci azzeccò: l’autiere doveva essere nella toilette degli uomini, una sola porta era chiusa dall’interno, Giorgio bussò violentemente: “Vieni fuori maledizione stiamo aspettando solo  te!” Ci volle qualche minuto prima che il signor Perasso venisse fuori, rosso in viso a vestito alla meno peggio. Giorgio comprese la situazione, sicuramente aveva trovato una gradita compagnia maschile. “Dammi il numero del telefonino del tuo datore di lavoro, non credo che tu sia in grado di guidare, come si chiama?” ”Romolo Troiani.”  Amelio comunicò a Giorgio anche il numero del suo telefonino. “Signor Trioiani sono un insegnante che partecipa ad una gita scolastica, lei ci ha affittato un autobus, purtroppo il suo autista non si sente bene e non è più in grado di guidare.” “Che è successo a quel maledetto frocio?” “Niente di grave, posso  prendere io il suo posto, sono in possesso della patente D), gliene mando una copia col Whats App, naturalmente se lei ha un’altra soluzione…” “Dove lo prendo un altro autista, i miei sono tutti in servizio.” “Allora resta confermato che guiderò io il pullman, tramite wath app le invio copia della mia patente D), penso che lei non avrà problemi e dare a me il compenso dell’autista oltre le spese  d’accordo? “ Va bene, mi raccomando l’autobus è nuovo!” Amelio: “Che ci faccio qui, non conosco nessuno e come riesco a tornare a Roma…” L’autista aveva cominciato a piangere, spettacolo pietoso, Giorgio era in crisi che fare? Spinto dalla ‘pietas latina’ degli ascendenti romani prese una decisione: “Vieni con noi ma mi raccomando comportati bene soprattutto con i maschi.” Amelio, si sistemò nel sedile vicino alla contessina. Un’altra situazione colpì Giorgio: sua moglie era al penultimo posto vicino ad Efisio Cadeddu insegnante di Educazione Fisica, se la ridevano bellamente, il cotale forse non era una fonte di intelligenza (aveva la fronte bassa) ma quanto a fisico …. Giorgio pensò che stavolta era la volta  sua a dover soffrire di mal di testa, d’altronde non poteva lamentarsi, gli capitava di avere qualche incontro ravvicinato con Anne Moreau insegnante di lingue, pari e patta! Ormai si era formata un’altra coppia Lisa e Amelio che la contessina guardava con ammirazione mah! Alle porte di Milano un autogrill molto bene attrezzato, c’era pure una sala di coiffeur ed uno negozio di vestiti e di scarpe per uomini e per donne. Lisa a Giorgio: “Il mio amico (Lisa era già arrivata all’amicizia) ha bisogno di una  sistemazione migliore, fra circa mezz’ora potremo ripartire.” La mezz’ora divenne un’ora, molto malumore fra i componenti della gita ma all’apparizione di Amelio un  coro di oh oh, il giovane era vestito elegantemente con i capelli a spazzola, sparita la ‘fiezza’ aveva un aspetto più mascolino. Giorgio: “Si riparte e stavolta niente più fermate.” Ad Aosta l’hotel ‘Belvedere’ mostrava di meritare il suo nome, all’orizzonte monti ancora innevati e sotto un bosco i castagni.  Riunione di tutti in  sala mensa, i meno ‘freddolini’ fuori sul terrazzo dell’albergo. Cena con piatti tipici valdostani ‘innaffiati’ da un  Barolo d’annata che portò all’allegria i commensali. Un grande salone, in fondo  troneggiava un giradischi con dei CD indiavolati. Alla spicciolata tutti i componenti della gita pian piano si ritirarono nelle varie stanze senza tener conto delle raccomandazioni del preside, maschi e femmine misti. Seguì un silenzio generale, Giorgio in camera insieme alla moglie, dopo un  attimo di imbarazzo  i due presero a ridere, si abbracciarono affettuosamente,  ci fu un wife swapping con Efisio e con Anne con ovvie conseguenze sessuali.  Al primo raggio di sole in viso Giorgio decise di alzarsi, dopo una doccia e la colazione al bar passeggiata nel bosco, un refrigerio per i polmoni. Proseguendo nel girovagare il professore si imbatté in un capriolo femmina il cui piccolo cercava invano di attaccarsi ad una tetta materna, cattivo esempio di affettuosità animale. Dopo qualche metro Giorgio si imbatté in un grosso cespuglio che sbarrava la strada stradicciola, da dietro provenivano delle risate da parte di giovani, scostate delle frasche apparve la scena di Leonardo e di Ginevra che erano in affettuosità con i figli di Rosalinda proprietaria dell’albergo solo che….cazzo i due maschi si baciavano fra di loro come pure le femmine!  Giorgio si avviò sulla strada del ritorno. Sconvolto e bianco in viso, incontrò Patrizia, la condusse nel salone e le rivelò quanto aveva visto. Dopo un attimo di esitazione: “Caro, i tempi sono cambiati, gli omo sono accettati dalla società, la loro natura non si può cambiare, io sosterrò sempre i nostri figli come spero farai anche tu.” Pura teoria, a Giorgio era rimasto un dolore in cuore, proprio a lui vecchio ‘tomber de femme’ doveva capitare questa disgrazia. A pranzo la famiglia Busalacchi seduta allo stesso tavolo: Ginevra: “Sei il miglior papà del mondo, non ne desidererei averne un altro ma…” Un abbraccio affettuoso, i due fratelli erano stati accettati anche dal ‘pater familias’. Si sa che le cose belle finiscono presto, dopo una settimana,  sistemate le valige nel porta bagagli del  bus viaggio di ritorno per  Roma, alla partenza per i quattro omo solo baci sulle guance con la promessa di tenersi in contatto. Alla guida del pullman si avvicendò anche Amelio con accanto la fidanzata, arrivo verso le venti sul piazzale dinanzi alla scuola. L’autista di famiglia con la Lancia Flaminia era in attesta della contessina; solita levata di berretto, appena una alzata di ciglio nel vedere che un maschietto, a lui sconosciuto entrare in auto con la ‘padrona’, rientro  alla villa ai Parioli. Lisa ed il nuovo venuto vennero festeggiati dalla contessa madre avvisata dalla figlia via telefonino  della novità. Per Giorgio e famiglia su una vecchia Fiat Tipo che aveva bisogno di ‘andare in pensione’,  in via Magna Grecia la loro abitazione. I quattro ragazzi avevano telefonicamente deciso del loro futuro,  Andrea ed Ortensia si iscrissero  ad un corso di infermieri  presso l’Ospedale  Parini di Aosta, Leonardo e Ginevra, conseguita la licenza liceale, superato il concorso a circuito chiuso, si iscrissero alla facoltà di medicina e si  specializzarono rispettivamente in andrologia ed in ostetricia, ognuno di loro aveva un buon motivo per quella scelta! Il tempo passò in fretta, Leonardo e Ginevra accettarono la proposta di Andrea e di Ortensia di trasferirsi ad Aosta per esercitare la loro professione nel nosocomio di quella città. Due novità piacevoli, in seguito ad inseminazione di Ginevra e di Ortensia nacquero Greta ed Edoardo due puponi bellissimi, occasione di un viaggio ad Aosta per Amelio e per Lisa per rivedere gli amici e per far da padrini ai neonati. Amelio non se la sentiva più di vivere alle spalle della fidanzata, dietro consiglio di quest’ultima decise di ‘metter su’ una sua casa di moda al pian terreno della villa appositamente ristrutturato dal nome significativo ‘LES DIFFÉRENTES’. Inaugurazione in pompa magna con invitati tutti gli amici di cui alcuni omo. Considerata la poca conoscenza della professione da parte di Amelio, la contessa madre ricorse ai servigi di un couturier impiegato in una sartoria di cui era cliente, Amelio doveva imparare da lui la professione. Una mattina si presentò in villa Giorgio Impolloni: “Contessa lei mi ha fatto un  piacere immenso, il titolare della ditta in cui lavoravo  mi trattava malissimo dinanzi a tutti,  frocione o Giorgina erano gli epiteti  usuali, spero gli arrivino tutti gli accidenti che gli ho mandato!” La contessa Buonarroti stava invecchiando, espresse il desiderio a figlia e genero di diventare nonna. Inseminazione artificiale, a Lisa dopo due mesi cominciò ad aumentare il pancino, felicità da parte di tutti. Dopo i fatidici nove mesi le voilà: Lisa ‘sfornò’ Patrizio che aveva una caratteristica particolare: l’apparato sessuale molto sviluppato. “Tutto suo nonno il commento della contessa Buonarroti che ricordava ancora le prestazioni della buonanima. Giorgio ripensò a tutta la vicenda, quanti avvenimenti dovuti ad una gita scolastica!

  • 13 marzo alle ore 0:51
    Quanto mi resta?

    Come comincia:                                                             Perché nessun diamante
                                                                smette mai di brillare
                                                                negli occhi di coloro
                                                                che lo hanno ammirato.

     - E' un giovedì qualsiasi, un giorno come tanti altri nella vita di Hans, modesto fattorino nella grande città. L'uomo sta camminando per strada, una via poco affollata in periferia: lo fa immerso nei suoi pensieri. D'improvviso sente qualcosa dentro di sé, nel suo corpo, che non va. Poi avverte una fitta in pieno petto, come una stilettata: dura soltanto un attimo. Poi ancora un'altra, più forte della prima. L'uomo questa volta emette un rantolo e si accascia a terra, privo di conoscenza. Un'ora dopo si risveglia, è disteso sul letto in una stanza del pronto soccorso, in ospedale. E' tutto intubato, ma riesce a parlare. Si avvicina a lui un medico e Hans chiede:
     - Dottore, cosa mi è successo? Mi dica, non ricordo nulla! Non sento più nulla! Il medico risponde, senza esitazione né giri di parole:
     - Hai avuto un attacco di cuore e la situazione è grave! Sei messo molto male, non... - l'uomo allora afferra per un braccio il medico con la sua mano destra e lo interrompe, domandandogli:
     - Quanto mi resta?
     - Non molto, purtroppo! - replica impietosamente l'altro. - Venti minuti, mezz'ora al massimo! Vuoi l'estrema unzione?
     - No! - risponde secco l'uomo. - Voglio che lei faccia una cosa per me, dottore!
     - Dimmi cosa? - chiede il medico. - Vedrò di accontentarti!
     - Mi piacerebbe riascoltare un brano, - fa l'uomo, - un'altra volta ancora, l'ultima, prima di andarmene da questo mondo.
     - Quale? - domanda il medico.
     - "Shine On You Crazy Diamond" ! - replica Hans. - Lo conosce anche lei?
     - Certo! - fa il medico. - Sono anch'io un floydian! E' un brano lungo, ce la farai?
     - Sicuro che ce la farò! Crede che voglia andarmene senza averlo fatto, cazzo? - esclama l'uomo.
     - Va bene! - risponde il medico sorridendo. Dopo aver detto ciò, estrae lo smartphone da una tasca del suo camice e chiama qualcuno. Un minuto dopo appena una ragazza coi lunghissimi capelli biondi si avvicina di corsa al medico e al letto ove giace Hans: è l'infermiera Greta, che ascolta i Pink Floyd sempre, quando è in servizio al pronto soccorso. La ragazza toglie dalle orecchie il suo auricolare Bluetooth e lo porge al medico. Questi lo prende e lo mette intorno alle orecchie di Hans. Poi va via, insieme alla ragazza. Tredici minuti più tardi (il tempo esatto della durata del brano) ritorna dall'uomo. Si avvicina al suo letto: Hans ha gli occhi spalancati e un sorriso stampato sulla bocca. Il medico ascolta il cuore dell'uomo, dopo li prende il polso per sentire il battito. Hans è morto. Il dottore li toglie l'auricolare dalle orecchie e lo mette in tasca. Poi li chiude gli occhi ed esclama:
     - Sei stato di parola! Hai fatto in tempo a riascoltare il tuo brano! Brilla ora, diamante pazzo! - Dopo chiama due inservienti e dice loro:
     - Pensateci voi, per favore!
     - Certo, dottore! - rispondono i due. Dopo si avviano verso il letto su cui giace Hans. Il medico, a sua volta, si avvia all'uscita del pronto soccorso. Quando esce incontra Greta, la prende per mano e assieme si avviano alla macchina. Entrambi hanno terminato il turno in ospedale: l'infermiera è la ragazza del medico. Quando sono in macchina si guardano per un attimo negli occhi, senza dirsi nulla; poi l'uomo dice alla ragazza:
     - Per fortuna esiste ancora qualcuno che sa come andar via da questo mondo! - La ragazza sorride e l'uomo allora avvia la macchina: li aspetta la cena e una buona bottiglia di vino; gli occhi della ragazza brillano e...proprio come brilla il diamante del brano dei Pink Floyd.

    Taranto, 12 marzo 2021.
     

  • 27 febbraio alle ore 16:14
    Il Trench di Alan Ladd

    Come comincia: Raramente, percorrendo una vita intera, si può cambiare disposizione, in maniera così radicale, verso un elemento della natura, quale è la pioggia, come è accaduto a me, negli anni. Sí, Genova è una città piovosa, ma la sua pioggia, anni fa, era lenta, impalpabile, insistente pioggerellina. Non ho portato mai, con me, l'ombrello, da ragazzo. Era un attributo per "figie". Si poteva passeggiare per ore, lungo i viali alberati della circonvallazione, la pioggia sembrava non volerti bagnare. Le
    violente piogge , incontrate a Napoli , divennero per i miei amici genovesi, piogge dal carattere equatoriale, che ben si addicevano al loro concetto di profondo sud, in cui io mi ero andato a cacciare. Avevo ereditato, in vita di mio padre, un suo vecchio trench. Qualche macchia vistosa, mamma l'aveva ridotta con la benzina, il cui odore tendeva a restare nel tempo. Il trench era un icona nel vestiario dell'epoca. Alan Ladd, nella lotta ai gangsters newyorchesi, ne aveva impresso l'immagine in molti films. Humphrey Bogart lo riprese, subito dopo,in Casablanca, e non lo abbandonó più. In realtà poteva sembrare a prima vista un camicione beige, ma due tocchi magici, lo trasformavano in oggetto da piacere. Il bavero alzato ad arte, e la cintura stretta in vita. Solo allora si entrava, in un attimo,nel personaggio holliwoodiano. Averne uno comunque, voleva significare di possedere più chances con le ragazze. Mi ricordo che andavo, in terza media, ad aspettare, all'uscita dalla scuola, Betty, un caschetto nero su di un volto da primavera del Botticelli.
    In un vespasiano ottocentesco, nei giardini della scuola, mi ero precedentemente allenato ad un gesto simbolico, che avrebbe accresciuto il mio fascino. Sigaretta penzolante all'angolo della bocca, gesto elegante della mano destra, nel dare fiamma all'accendino, a pietra focaia. Un solo colpo sicuro, quasi uno schioccare di dita. E oplá: la sigaretta era accesa. La prima boccata, al mentolo, per non vomitare. Una nuvola candida a coprire il mio rossore. Lo sguardo fisso su di lei, che usciva, parlando alle sue compagne. Cercavo i suoi occhi.
    "Ciao, Betty!" Mi usciva appena, quasi una implorazione.
    Lei mi regalava un tenue, indecifrabile sorriso.
    Un lampo e via.
    La ricordo ancora.
     

  • 26 febbraio alle ore 16:59
    Sciantal D'Arco

    Come comincia: Sto facendo il giro lungo appositamente per arrivare tardi, o quasi tardi.
    Ho messo i tacchi più scomodi, il tailleur più stretto in modo da limitare i movimenti.
    Cose come queste hanno consigliato di farle di mattina, di modo che poi se ne parli per tutto il giorno.
    Sono le 10 del mattino e la città è grigia, i palazzoni sembrano gonfiarsi al mio passaggio.
    Fortunatamente trovo un semaforo ogni volta che svolto un angolo, così posso aspettare che diventi rosso e prendermi un altro po’ di tempo.
    Non ci ho fatto l’abitudine, mi chiedo ancora come io possa apparire alla gente che mi vede passare, nascosta nel mio piumino verde bottiglia. Ma viviamo in un’epoca in cui tutti si interessano degli altri solo attraverso lo schermo di un telefono, quindi gli unici occhi che incontro sono i miei, riflessi sui finestrini delle auto parcheggiate.
    Non amo parlare di me, non amo spezzettarmi. Per fortuna queste cose durano un giorno solo, poi ognuno torna a casa propria.
    Pioviggina, l’asfalto si trasforma in un quadretto di piccole stelline che posso attraversare sulle apposite strisce.
    Chi è alla guida delle macchine ferme per farmi passare forse ha più tempo per guardarmi bene, magari mi riconosce e ci sta mettendo tutto se stesso per non abbassare il finestrino e gridarmi qualcosa.
    Sicuramente conoscono il mio nome.
    Mi sono tinta i capelli di nero per sembrare più sicura di me stessa.
    Dopotutto, quelle come me non lo sono mai. Hanno bisogno di crearsi appigli. Zattere di salvataggio.
    Questa camminata decisa su tacco 12 l’ho imparata da un tutorial.
    Piovono stelle, foglie cadute dagli alberi lungo i marciapiedi volano a creare un tappeto sotto i miei piedi.
    Una versione naturale e più sfolgorante di un red carpet.
    Non è un vero e proprio tribunale, quello dove sto andando. Ne abbiamo fatto richiesta, ma la risposta ancora deve arrivarci. Nel frattempo, lo definiamo “Centro vampe di recupero”.
    La sede, per ora, è la casa dei nonni di una di noi, scelta perché il garage è grandissimo.
    In fondo ci bastano due stanze.
    Ad avere l’idea è stata Lepre, dopo essere stata nascosta nella sua tana da settimane.
    Mi ha chiamato mentre ero appena tornata a casa, rientrando dalla porta di servizio.
    In quei giorni per me era sempre così. Un estremo della mia casa era calmo e silenzioso, per poi sfumare in un delirio di pugni alle finestre man mano che mi avvicinavo alla porta d’ingresso.
    Dai suoni che facevano da sottofondo alla voce di Lepre, direi che non se la stava cavando in maniera molto diversa.
    Fu facile poi diffondere il nostro progetto e trovare nuove adepte, diventare come rockstar.
    Questa è la quinta volta che ci incontriamo, ma ogni passo per me pesa ancora tanto.
    Il passato passa quando lo decide lui.
    Lepre ha degli occhi che sembrano schermati, nonostante le minacce non le arrivino più.
    Dalla mia bocca escono solo monosillabi, nonostante nessuno buchi più le gomme della mia macchina.
    Nonostante abbia fatto di tutto per rallentare il passo, d’un tratto le riserve di confortanti palazzoni finiscono, rarefatte da giardini sempre più grandi.
    Quello che fanno è sconvolgermi le unità di misura. Non ci sono più un palazzo, due palazzi, tre palazzi uguali da superare. Ci sono immensi squarci verdi che si confondono come onde, scevri da occhiate mal riposte, ed è lì che passo dal conto alla rovescia all’esserci già.
    Questa è una hall, all’orizzonte piano piano compare già il tetto rosso di una bellissima casetta gialla.
    I balconi sono tutti aperti, probabilmente il bollitore per il tè è già sul fornello.
    Se siamo fortunati, Lepre ha fatto anche i biscotti a forma di stella.
    E' questo che succede. La tensione di pochi istanti prima sfuma, catturata dagli acchiappasogni che tintinnano appesi all’ingresso.
    Ogni volta mi accorgo che è una meraviglia e ogni volta cerco strade che mi aiutino a non arrivarci in tempo.
    C’è una certa sensazione di comfort, nell’odio che possono provare per me.
    Sui tre gradini bianchi che portano all’entrata c’è pochissimo spazio per passare, è tutto occupato da vasi di fiori bellissimi, che ti guardano e sorridono. Ovviamente è stato studiato, l’arredamento è stato pianificato nei minimi dettagli.
    Devi far fatica ad arrivare, per una volta deve essere la bellezza a impedirti di proseguire.
    Quei fiori sembrano tanti fan che ti vogliono toccare.
    La porta è in legno e pezzi di vetro colorati, disposti a formare un pavone.

    Abbiamo riempito ogni stanza di ninnoli. Statuette, vasi, candele, piante, fotografie recuperate dai bidoni e ora diventate veramente importanti. L’abbiamo fatto per riempirci la testa di immagini prima di scendere al piano inferiore.
    Lepre ha trovato anche un orologio a pendolo a forma di Garfield, il ticchettìo è il più forte ticchettìo tra tutti i ticchettii.
    Lo senti dappertutto, come se ti fosse dietro le orecchie, anche mentre scendi le scale verso lo scantinato, per poi interrompersi improvvisamente quando ti trovi davanti alla porta della Sala Saliente.
    Abbiamo deciso di appenderci un cartello al neon luminoso con scritto “On Air” quando si sta svolgendo una sessione, ma il motivo e i partecipanti non li conosciamo finché non entriamo.
    Io, che sono l'ultima a entrare, ho il compito di accendere il neon.
    Da lì in poi nessuno entrerà più, nessuno uscirà più, finché non avremo cambiato il mondo almeno un pochino.

    ON AIR.
    Quello che si vede appena entrati è la luce che entra da una finestrella molto alta. Se c'è il sole, rimani abbagliato.
    Quando gli occhi si abituano, vedi le quattro mura spoglie, azzurrine d'umidità.
    La stanza è piccola, quadrata, sarà all'incirca sei metri per sei.
    Tre sedie sono sistemate in linea, addossate alla parete di sinistra, che guardano verso la parte opposta.
    Sono sempre tre.
    Una è per Lepre, che mette a disposizione la casa, una per me, che faccio da tramite e sbrigo il lato pratico della seduta, e una per l'ospite, che in genere non vuole parlare con noi fino alla fine.
    Tutte quelle che arrivano in genere le conosciamo già, precedute da uno strato di cronache tristi che strisciando per terra fanno un rumore madornale.
    Lei, quella di oggi, la riconosco dalle scarpe.
    Tutti la riconoscono dalle scarpe.
    Le scarpe dovrebbero bastare a capirla.
    Sono eleganti, di raso azzurro, fatto appositamente per sembrare impalpabile, etereo.
    Tacco a spillo altissimo, punta pronunciata e ferma, fermissima, determinata a indicare il colpevole.
    Anche la cavigliera è la stessa che abbiamo già visto, dorata, con un ciondolo a forma di farfalla, e già ammiro questa donna per non aver buttato via tutta quella spazzatura, per non averla bruciata, presa a martellate, tritata con una mezzaluna.
    Da quello che ho imparato fin qui, ci vuole una fermezza mentale invidiabile per non eliminare le prove.
    Le gambe accavallate sono fasciate in jeans chiari, con una fila di perle bianche che ne percorre tutta la lunghezza.
    Ha una giacca rosa appoggiata alle spalle, come il mantello di un supereroe, e un top blu con Topolino disegnato a forza di paillette.
    Qualsiasi cosa di lei grida vitalità, ma è come se si riferisse a un passato in cui è stata fermata e il presente non le fosse così interessante.
    Labbra pompate da mille strati di rossetto rosso, occhi scuri pieni di ciglia nere di mascara, spalancati, come volessero assorbire tutto e non assorbissero niente.
    Ha un'incredibile massa di ricci bruni, quasi una nuvola. Altro suo tratto identificativo, altro suo biglietto per la fama. Quando vidi quello per il quale in seguito sarebbe stata ricordata, speravo che quei capelli le attutissero le cadute.
    Sciantal D'Arco, davanti a me, avrà 40 anni.
    Nella mente di tutti ne ha ancora 29. Forse anche nella sua.
    Serate come queste sono macchine del tempo. Il tempo rimasto in pausa procede velocemente e tu uscirai da qui con la tua vera età sottobraccio.
    Appena entro, la vedo di profilo.
    Davanti a lei, in fondo alla stanza, si ergono le tre croci di legno lucidato che Lepre ha personalmente cesellato. Un capolavoro. Le due più piccole, le più esterne, sono alte due metri. Quella centrale, il posto d'onore, è una croce gigante, enorme.
    A Lepre sono serviti tre mesi per prepararla. Ha perlustrato una spiaggia dopo l'altra per trovare la legna giusta. L'asse verticale è alta tre metri e larga uno, quella orizzontale poco di meno.
    Gli attrezzi usati per lisciarla non sono gli stessi delle altre. Dovevano essere speciali, devoluti solo a questo scopo. Santificati. Martirizzati.
    Abbiamo fatto un rituale, appena comprati. In realtà abbiamo utilizzato il primo rituale proposto da  internet e l'abbiamo usato.
    Mentre bruciava la salvia per disinfestare le case dagli spiriti, Lepre diceva che avrebbe funzionato, l'importante era crederci.
    Non so che prodotti avesse poi utilizzato per trattare e lucidare il legno, fatto sta che aveva assunto un colore bluastro. Quasi spariva nel colore altrettanto scuro della stanza, se non fosse stato per il corpo appeso che ne delineava i contorni.
    La tua croce esiste se la fai esistere.
    Anche per legare polsi e caviglie avevamo trovato corde speciali. Erano metri e metri di organza rosa e gialla, metri e metri di pizzo macramè, scuciti dai nostri vestitini d'infanzia.
    Qualche volta le nostre ospiti portavano speciali ninnoli che reputavano importantissimi per la riuscita dell'operazione, allora Lepre spendeva tempo a cucirli pazientemente sulle nostre funi.
    Sciantal aveva portato un sacco di campanelli, un sacco di sonagli, tutte cose che facevano rumore. E adesso, qualunque cosa gridasse questo omuncolo era accompagnata da un delicato suono di carillon che lo scherniva.
    Sembrava così misero.
    La maestosità della croce contribuiva a renderlo piccolo.
    Tutta la sua spietata violenza ora non si poteva muovere.
    Se di Sciantal mi interessavano tutti i dettagli, al posto di questo tizio ci potrebbe essere stato uno scarabocchio e non mi sarebbe importato.
    Non mi importa mai. Non riesco a ricordare nemmeno una faccia di tutti quelli che abbiamo crocefisso.

    Trasformato in un sonaglio, diceva: Scusa, ma che ti aspettavi?
    Trasformato in un tamburello, diceva: Potevi fermarmi, invece di ridere.
    Trasformato in una renna di Natale, diceva: Dì a queste psicopatiche di mettermi giù!
    Non era nient'altro che un campanaccio e diceva a Sciantal che molte ragazze sognano di diventare popolari come lo era lei.

    Anche se Sciantal non si mosse di un millimetro, io guardai Lepre di scatto e il cenno che lei mi fece fu chiaramente il nostro via alle danze.
    Posizionato sotto la mia sedia c'era un sacco di iuta gigantesco e pesantissimo. Mi ero fatta dei bicipiti incredibili trascinandolo da una stanza all'altra, avanti e indietro.
    Il trascinare sovrastò lo scampanellìo costante che continuava a esserci, sovrastava il tizio che continuava a inveire e il sacco divenne ben presto il vero protagonista, al centro della stanza, a egual distanza da Sciantal e questo Campanellino crocefisso.
    Tutti sapevamo cosa c'era lì dentro e cosa sarebbe successo, bastava solo decidere chi l'avrebbe fatto.
    Di solito passano tra i dieci e i quindici minuti prima che si giunga a una scelta, ma dopo soli due minuti Sciantal si alza dalla sedia e finalmente si sente qualcosa di lei.
    Tacco, punta, tacco, punta.
    Questo rumore lo riconosciamo, ma nel video camminava sul parquet, ora cammina sulla vendetta.
    Prende il sacco, lo trascina ai piedi della croce e lo apre.

    Non gliel'abbiamo dato noi il nome Sciantal, non è nemmeno un soprannome di gioventù.
    Sciantal è il titolo del video che ha iniziato a circolare su internet anni fa.
    Se vogliamo, lei era un supereroe con tanto di divisa offerta dal carnefice. Il suo mantello contro il male erano le scarpe di raso, le uniche cose che Campanellino le chiese di tenersi addosso mentre lui faceva i suoi comodi con il telefonino in mano.
    Non passò tanto tempo prima che cominciassero a chiamarla Sciantal anche per strada.
    Al citofono.
    Al cellulare.
    Sui social.
    Per posta.
    Continuamente.
    Sciantal, le metti anche per me le tue scarpette?
    Erano state create almeno 100 pagine con il suo nome. Alcuni vendevano il suo numero di telefono, l'indirizzo di casa, mutande che lei nemmeno aveva mai visto.
    Sciantal voleva scomparire, e scelse di farlo apparendo ancora di più, iniziando a voler essere chiamata così.
    Le persone fantastiche spesso usano come pseudonimo il nome che è stato loro affibbiato da chi voleva contribuire alla loro rovina, dalle cose che le spaventano di più e che in un certo senso hanno fatto sì che venisse modellata una corazza.
    Batman è diventato un pipistrello perché la cosa che temeva di più erano i pipistrelli.
    Un pittore qui vicino dipinge con una benda sugli occhi perché una volta a scuola l'hanno bendato con la scusa di fargli una sorpresa, poi l'hanno buttato giù da un muretto. Da quel giorno ha il terrore del buio ed è la cosa che ricerca di più. Dipinge paesaggi bellissimi. È famoso in tutto il mondo.
    Lepre si chiama così perché un giorno le hanno teso un agguato mentre portava da mangiare agli immigrati, fatti sloggiare da un centro di accoglienza e ora dispersi per la città. Le hanno teso un agguato e le hanno sparato ai piedi, costringendola a correre velocissima, urlandole che da quel giorno avrebbe dovuto imparare ad essere una lepre e che non avrebbe camminato mai più tranquillamente.
    Quanto a me, mi chiamo Gruccia da quando ho abortito. Qualcuno iniziò a dire che lo feci in casa, da sola, con una gruccia. Che lo facevo almeno due volte l'anno. Da allora iniziarono a fiorire grucce divelte sul mio zerbino.
    Tutti noi, tutte queste metamorfosi, sono avvenute solo per far nascere Sciantal.
    Per farla essere qui adesso.
    Cosa succede se diventiamo quello che ci terrorizza?

    Non è mai una cosa riservata, riguarda sempre tutti. La crocefissione di tutti i nostri mali.
    Il campanellino di oggi suona rabbiosamente i suoi sonagli per tutti i colpevoli, passati e futuri.
    Non è mai una persona sola.
    Molti di noi hanno dovuto rinunciare alla propria vita per diventare un evento solo. Si aggirano per le strade pensando di poter parlare solo di quello. Hanno perso la memoria del resto del passato e reputano impossibile il resto del futuro.
    Qui, in questa stanza, si equilibrano le cose, si equalizzano due frequenze di tempo.
    Sciantal, rimasta impantanata nel fango di un video porno scambiato per amore.
    Campanellino, andato avanti con la sua vita troppo velocemente. Per fermarne la corsa, non c'era altro modo che legarlo ad una croce.

    Io e Lepre, a questo punto, abbiamo il cuore in gola.
    Sciantal è di fronte a Campanellino con il sacco aperto. Di solito non c'è nessuno scambio di parole, la vittima non vuole regalare altra voce al carnefice, soprattutto ora che sa che può solo vincere.
    Di solito, inizia subito il rogo.

    Sciantal si toglie i tacchi, li posa ai piedi della croce, come se d'ora in poi dovessero essere le scarpe strette del resto della vita di Campanellino.
    Si china e rivolta il sacco rapidamente.
    Dalla iuta scende vera benzina.
    Benzina che fa il rumore di copertine rigide di libri che cadono.
    Con un tonfo, dal sacco escono saggi, trattati, biografie, racconti, canzoni.
    Nevica Baudelaire.
    Soffia Tolstoj.
    Fuma De Andrè.
    Fiammeggia Bukowski.
    Armonica De Gregori.
    I libri non sono mai nuovi, li abbiamo recuperati usati perché avessero già una vita, perché fossero già sporchi.
    Le canzoni le abbiamo scritte tutte, tutte, tutte a mano su fogli trovati. E non una volta sola. Tutte le volte che ci venivano in mente, tutte le volte in cui ne avevamo bisogno.
    Ai piedi della croce, il cumulo di volumi e fogli cresce, cresce e inizia a sotterrare le caviglie di Campanellino.
    Lui smette di urlare rabbia. Immediatamente. Viene come cementificato.
    Libri, tomi, tovagliette dei ristoranti con passi di discorsi scritti a matita.
    Bloccano le ginocchia, murano le anche.
    Lui inizia a sospirare tremando.
    È questo il punto, è questo lo scopo.
    Il sospiro dei mille Campanellini è un primo obiettivo raggiunto.
    Nessuno di loro ha mai sospirato così nella vita.
    Nessuno di loro è mai stato abbastanza empatico per farlo.
    I versi che ora lo toccano, lo bruciano, lo ustionano, riducono a brandelli la pelle dura.
    Parlano ai suoi nervi di storie così vivide, descrizioni così delicate, che perfino la sua corazza di mattoni va in fumo.
    Sulla croce sacrificale, Campanellino è coperto fino alle spalle e ora piange di commozione.
    I fiori del male, l'uccellino azzurro nascosto in un mare di whisky e Geordie, impiccato con una corda d'oro, stanno arrivando al cuore.
    La cattiveria brutale è quasi sempre il risultato di parole non ascoltate, non lette, ignorate.
    Sciantal lo guarda singhiozzare come un bambino. Lo guarda diventare umano.
    Io e Lepre assistiamo alla scena senza muoverci da dove eravamo.
    I libri ora lo avvolgono come una fascia avvolge un neonato.
    Spunta solo la testa, ed è ormai deformata dal dispiacere.
    E poi finalmente sibila: Scusami. Ti prego, scusami.
    Sciantal tentenna, io vado da lei.
    Afferrandole un polso, le dico. Aspetta ancora un secondo. Un secondo.
    Come mossa finale, la divina commedia, per mano all'avvelenata, scortati da un assassino e da un pescatore, arrivano alle sinapsi, colonizzano la materia grigia, suonano per cervello e cervelletto.
    Si vede che lui muore dalla voglia di coprirsi la faccia dalla vergogna.

    Puoi slegarlo, Sciantal.

    Il tutto è durato non più di un'ora.
    Lei si arrampica su quella montagna di carta, tira gli estremi dei chilometri di organza e merletti e in un attimo i campanellini cadono, rotolano a terra in una coreografia trionfale.
    Io e Lepre la aiutiamo a scansare i libri ed infine, spossato, Campanellino crolla esausto.
    Si è fatto un silenzio assordante.
    La scena che si va a comporre è questa:
    Sciantal è seduta a terra. Tra le sue braccia, disteso e senza un briciolo di forza, il suo assassino che si sente uno schifo e non fa alcun rumore se non respirare a fatica e chiedere Scusa, scusa, scusa.
    Le parole per spiegarsi quello che ha fatto le ha trovate nelle storie degli altri, nell'arte che hanno creato.
    La luce della finestra li illumina come un occhio di bue. Il resto è un buio bluastro.
    Alcuni pezzi di organza sono caduti sulle spalle di lei, sulla sua nuvola di capelli, e ora creano un velo distratto.

    La pietà di Sciantal D'Arco.

    È inevitabile pensare a tutte noi, a tutte quelle che sono passate di qui con l'unico intento di riprendersi il tempo passato senza una dignità.
    Questa storia la scriveremo su un quaderno, che andrà ad aggiungersi ai chili di carburante chiusi dentro al sacco per roghi, abbracciata ad Anna stella di periferia, rassicurata da una milonga.
    Allo stesso modo in cui, in fogli ripiegati, c'è la storia mia e la storia di Lepre.

    E dal profondo del nostro cuore rovente capimmo che, con la veste di legno che ci avevano forzato addosso, potevamo chiaramente bruciare il fuoco.

  • 25 febbraio alle ore 17:44
    Vacui pensieri

    Come comincia: Era sempre lì a rovistare tra quei pensieri posti in un ordine precario, aspettando il giusto tempo per dargli una posizione di priorità. Tanti piccoli pezzi di un puzzle che non riusciva a incastrare, così diversi tra loro. Giulia non riusciva a immaginare un’etichetta di scadenza posta su ognuno, quindi continuava a rimandare a un domani che non appariva segnato su nessun calendario. In quel divario, che vorticava attorno a una libertà mai raggiunta, si alimentava la sua perpetua condanna. Si sentiva persa in quel labirinto di carezza e voce, sentiva l’aria spostarsi e un brivido attraversarla. Una voce guidava i suoi passi, le giungeva acuita, con un’intensità penetrante fino a causare uno smarrimento tale da non farle trovare la via d’uscita. Il cuore, con i suoi battiti criptati, inviava messaggi che la mente, puntualmente, cancellava. Si era creato in lei uno strano meccanismo di autodifesa, creava e annullava contemporaneamente ogni impulso. Ogni forma di contatto perdeva senso nel contesto in cui si sviluppava, fino a determinare una perdita di coscienza affrancata dalle forme chiuse di un linguaggio non definito.

  • Come comincia: Dedicato a mio padre; in sua memoria, in memoria di tutti i "ragazzi del 1919 e del 1920", morti in mare per la maledetta Patria e di quella di tutti i compagni della "Croce rossonera Anarchica", morti o imprigionati ingiustamente. 

     La mia prima volta a Roma fu...è stato come quando ti fai la prima sega o ti prendi la prima cotta; come la prima volta con una donna (o con più d'una per volta, quando accade, o con un uomo o con entrambi assecondando i propri gusti, le proprie tendenze ed i propri orientamenti sessuali), o come quando impari ad allacciarti le scarpe, ad aspirare la prima sigaretta (magari a farti pure la prima canna!), a raderti per la prima volta: una volta che lo hai fatto, insomma, non dimentichi più, ovvero si stampa nel tuo dna di essere vivente (nel mondo animale è stabilito che avvenga qualcosa di simile per "imprinting", appunto), ti resta fisso nella testa il ricordo tal quale ad un lampo che resta sempre acceso e...non si spegne neanche dopo che vi è stato il tuono. Era l'estate del 1980 (anzi, dovrei scrivere che essa correva: tutte le estati in certo qual modo corrono, lo fanno a doppia andatura rispetto alla vita stessa, spesso sorpassandola nella corsia d'emergenza), cadeva il mese di agosto: prima del ferragosto. Fu una strana estate, quella, ed anche per certi versi maledetta, seppure a suo modo indimenticabile, irripetibile: dapprima la tragedia di Ustica, avvenuta sopra il cielo della Sicilia (uno dei tanti, dolorosi misteri insoluti della contemporanea storia italiana); e dopo la strage alla stazione di Bologna: una delle tante stragi di matrice "nera" , sporca di verità politiche e giudiziarie a volte sottaciute (i silenzi, più o meno noti di Giulio Andreotti, più volte Presidente del Consiglio, nonché dell'intellighènzia della democrazia cristiana, ma anche quelli, non meno colpevoli, di gran parte delle altre forze politiche parlamentari dell'epoca), di collusioni con lo Stato, con i servizi segreti "deviati", con la malavita organizzata e, chissà, con chi...cos'altro; invero, una delle tante stragi avvenute in Italia che affondano radici ben lontano nel tempo, risalgono molto indietro...a quel nostrano "ground-zero" (intercalare di matrice anglosassone, principalmente americana, divenuto tristemente usuale dopo l'attentato alle Twin Towers di New York, o Torri Gemelle che si voglia dire, dell'undici settembre del 2001) che fu Piazza Fontana (l'attentato avvenuto nei locali della Banca nazionale dell'agricoltura, in pieno centro a Milano, il 12 dicembre del 1969, che cambiò il corso della storia italiana e inaugurò, appunto, la lunghissima stagione delle stragi nel Paese): un denominatore comune lega quella alle altre stragi, visto che anche allora si volle fare una squallida (credo anche non casuale) opera di depistaggio. In quel caso, inizialmente, erano stati due incolpevoli compagni anarchici a farne le spese e lo fecero, purtroppo, seppure in maniera alquanto diversa, direttamente pagando, o meno, con la propria vita: in primis Giuseppe Pinelli, ex partigiano nella Brigata "Bruzzi Malatesta", dapprima garzone e poi ferroviere militante della disciolta "Crocenera Anarchica", il quale infatti morì misteriosamente precipitando da una finestra della questura di Milano, dove era stato trattenuto oltre le quarantotto ore previste dalla legge, sospettato di essere l'autore materiale della strage, nella notte tra il 15 ed il 16 dicembre del 1969 ("Quella sera a Milano era caldo./Ma che caldo che caldo faceva./"Brigadiere apra un po' la finestra./E ad un tratto Pinelli cascò": è l'incipit comune alle varie versioni della canzone anarchica "La ballata del Pinelli" tra cui la prima, scritta a più mani lo stesso giorno dei funerali dell'uomo, da alcuni militanti del circolo anarchico "Gaetano Bresci" di Mantova, di nome Ugo Zavanella, Giancorrado Barozzi, Dado Mora, Flavio Lazzarini, e poi modificata dal cantautore pisano Pino Masi e dal cantautore anarchico Joe Fallisi, entrambi vicini al gruppo comunista di Lotta Continua, e quella più famosa del cantautore bolognese Claudio Lolli, contenuta nell'album "La terra, la luna, l'abbondanza", del 2002); in secundis Pietro Valpreda, il quale fu, invece, "vittima di una  drammatica macchinazione" (così scrive Paolo Finzi, suo amico, nell'editoriale che lo ricorda, apparso su Rivista Anarchica pochi giorni dopo la sua morte, avvenuta nella abitazione milanese di residenza il 6 luglio del 2002). Egli era un ex ballerino (l'amore per la danza aveva cominciato a coltivarlo subito dopo aver espletato gli obblighi di leva) e in tale veste partecipò anche a una edizione del noto varietà televisivo della rai "Canzonissima", col balletto di Carla Fracci. La sua morte, è vero, avvenne a causa di una lunga e atroce malattia (cancro), ma l'uomo (ed il suo fisico, oltre che la sua testa) furono indubbiamente minati dalla ingiusta detenzione ("con il morbo di Burger", - malattia delle piccolo e medie arterie degli arti inferiori e superiori, di origine autoimmune o infiammatoria, la quale degenera talvolta in lesioni e cancrena - aggravato dalla detenzione", scrive Finzi, "Valpreda non può più proseguire la sua carriera di ballerino") e dalle estenuanti vicende giudiziarie che lo videro protagonista (un iter lungo ben diciotto anni, che si concluse con l'assoluzione nel 1987 dopo tre processi, di cui due a Roma e uno a Catanzaro). "Per molto tempo l'incubo dell'ergastolo prolunga la sua ombra sulla sua vita quotidiana", scrive Finzi (non ha torto, aggiungo. Io stesso, seguo da un paio di anni vicende di detenuti rinchiusi nella "death-row", il braccio della morte, in attesa della loro esecuzione: l'attesa è qualcosa che uccide, corrode chi la subisce ancor più della condanna stessa!). Valpreda, a mio avviso, era forse morto (inconsapevolmente, chissà) già molto tempo prima di quanto non dica la data stessa del decesso materiale. Forse da quel 12 dicembre, tre giorni prima del suo arresto: "il 12 dicembre 1969 Valpreda è a casa della sua prozia Rachele Torri e vi rimane tutto il giorno, ed anche i successivi, febbricitante. Non ha piazzato lui la bomba nella Banca dell'Agricoltura, in piazza Fontana. Non ha fatto niente, perché è rimasto tutto il giorno chiuso in casa. Ma il 15 dicembre, mentre si reca in Tribunale per una piccola pendenza politica, viene arrestato. Il giorno dopo, Pinelli farà il "volo" di cui detto, ma non avendo - purtroppo - né le ali né tanto meno un paracadute di servizio a bloccarlo...ad attenuarne gli effetti! C'è chi dice che non erano degli "stinchi di santo", Valpreda e Pinelli: possibile, anzi, possibilissimo (non sta a me giudicare, in questo mio scritto che è dedicato innanzitutto a istantanee, o flash-back di memoria, e a varie impressioni - "temporali" - annesse), come ognuno di noi, del resto. Nessuno è perfetto, a questo mondo (chi scrive ha tantissimi "scheletri" rinchiusi nel cassetto di cui non andare di certo fieri!), e lasciamo anche da parte la parabola evangelica del "chi è innocente scagli la prima pietra", ma mi sento di dire - facendolo senza ombra di dubbio alcuno - che nessuno meriti di finire i giorni suoi cadendo dal cornicione d'una finestra (per cause non dipendenti dalla propria volontà: in questi anni, durante i quali mi sono avvicinato alle vicende di Pinelli e Valpreda nonché all'anarchismo in genere, ho anche sentito affermare, da molti, che Pinelli sia "stato suicidato", appunto!), oppure rinchiuso in galera per qualcosa che non ha commesso. La vicenda di Valpreda, a mio avviso, riveste analogie con quella - altrettanto triste e drammatica, nel suo concludersi - di Enzo Tortora. Anche il noto giornalista, autore e conduttore televisivo e radiofonico fu, infatti, vittima del "potere" in Italia: quello politico, mediatico e giudiziario. Io e mio padre alloggiammo all'hotel "Genova", sito al civico numero trentatré di via Cavour, in pieno centro, nei pressi della stazione Termini. Da molto tempo quel viaggio era in programma nel nostro carnet, per farla (anzi, per dirla) più scic! Scherzi a parte (il noto programma televisivo non c'entra nulla, però), debbo dire che mio padre me lo aveva promesso da alcuni anni (almeno un paio, credo) e quell'estate mantenne la promessa, riuscì a farlo. Lo fece in ritardo, - ahilui! - è vero, o diciamo pure a scoppio ritardato (meglio non usare mai questo metodo, soprattutto altrove...a letto, durante un rapporto amoroso; ma anche in generale nella vita, possibilmente, bisognerebbe sempre avere il "timing" giusto, e lo scrivo pur credendo che sia quasi impossibile averlo!), a causa dei suoi impegni di lavoro che sovente non li concedevano molto spazio né tempo da dedicare a sé ed alla famiglia, ma alla fine lo fece; e lui era fatto così, manteneva - quasi - sempre le promesse: quando non riusciva o non poteva farlo, a causa di motivi vari, se ne rammaricava tanto, ma in genere lo faceva anche a costo di tagliarsi un dito o le palle...i baffi, quei baffi alla Tiberio Murgia che portò con sé (sul viso suo stampati) vita sua natural durante (credo che non li avrebbe mai tagliati per nessuno, neanche per me lo avrebbe fatto, o per mia sorella, se glielo avessimo chiesto, nonostante ci amasse più della sua stessa vita, o per qualsiasi cosa al mondo, neanche se fosse sceso - o ridisceso - il Cristo sulla terra: a prescindere, ovviamente, dal fatto che fosse ateo, come me!). Mio padre si chiamava Marco: era il suo nome di battesimo vero, sebbene molti (anzi, tutti o quasi) lo chiamassero Mario. Sinceramente non mi è dato sapere il motivo di ciò e neanche ricordo bene se egli me lo abbia mai detto: anzi, credo che pure lo abbia fatto, qualche volta, ma non ricordo bene (appunto) se lui conoscesse il motivo di tutto ciò. Tuttavia debbo scrivere, in tutta sincerità, che io stesso lo chiamavo Mario (mai l'ho chiamato "padre" o "papà" così come chiamavo per nome di battesimo mia madre) e quindi chi...se ne frega, del resto. Molti lo chiamavano col diminutivo di Mario (Mariolino), per via della sua esile figura, seguito da due aggettivi: il primo era l'"interista", per via delle sue preferenze calcistiche, la "fede" sua nerazzurra che ebbe sin da giovanissima età; il secondo era il "modenese", per via delle sue origini emiliane. Nacque, infatti, nella primavera del 1920 (primogenito di quattro fratelli, da Luigia Cappelli, detta "Gigia", massaia, e da Carlo Ronchetti, detto "Carlon", contadino mezzadro) in un piccolo paese, anzi, nella frazione (Villalunga) d'un piccolo paese (Casalgrande) della bassa reggiana sito al confine con la provincia di Modena. In verità è proprio il fiume Secchia che ad est delimita le due province, separandole tra loro geograficamente e territorialmente. Quel fiume (o meglio la riva del fiume dal versante reggiano, appunto) vide crescere mio padre ed assistette (incolpevolmente inerme, cieco e muto: ma i fiumi quando parlano lo fanno in maniera schietta, senza giri di parole, magari urlando...esondano pure dagli argini, a volte, per farsi sentire) a molteplici bravate sue e dei suoi compagni di infanzia, di merenda e di gioventù. Intorno a quel fiume che bagna la frazione di quel piccolo paese, mio padre crebbe svolgendo una vita semplice: magari anelando a qualcosa di diverso o sognando pure (come accade a tutti i ragazzi di ogni tempo e in tutti i luoghi della terra) qualcosa di grande. Quel paese, poi, nel corso del tempo (quando mio padre era già andato via) crebbe ma in fondo è rimasto sempre piccolo, proprio come accade ad ognuno di noi quando cresciamo, diventiamo adulti e poi vecchi: restiamo sempre piccoli dentro perché non vorremmo mai che il tempo passi e con esso la vita stessa. Quel piccolo paese, così, allo stesso modo degli uomini è cresciuto, ma in fondo penso sia rimasto sempre piccolo nonostante oggi, coi suoi diciannovemila abitanti (forse, all'epoca in cui ci visse mio padre, non erano neanche la metà!) risulti essere al quarto posto (dopo il capoluogo, Correggio e Scandiano) della provincia di Reggio Emilia per popolazione residente. Sempre - e soltanto - di piccolo paese trattasi, nonostante oggi esso formi, con Castellarano (in provincia di Reggio Emilia), Sassuolo e Fiorano (in provincia di Modena) il cosiddetto distretto (o grande conurbazione) della ceramica: a causa, questo (o per merito, forse!) dell'altissima concentrazione di stabilimenti industriali e fabbriche che producono mattonelle (o piastrelle e affini) composte di quel materiale. Io stesso, ironia della sorte, nell'inverno del duemilauno, lavorai per alcuni giorni (cadevano il ventisette e il ventotto dicembre di quell'anno) all'interno di uno stabilimento di mattonelle nell'hinterland industriale di Sassuolo, come addetto alla pulizia dei mulini che frantumano la materia prima da cui si ricavano poi le mattonelle stesse. Quando mio padre lo seppe fu contentissimo: sognava, in pratica, che io andassi a vivere e facessi famiglia dalle sue parti, compiendo a ritroso il percorso rispetto a quello compiuto da lui nella sua vita. A Sassuolo, ma anche a Formigine e a Fiorano, lui - mio padre - ci andava sovente, in bici, cogli amici: al cinema, alle balere; ma anche da solo, alcune volte, per far visita alle sue "morose". Nel capoluogo della ghirlandina (Modena), invece, le incursioni erano meno frequenti, in giovane età...sovente, però, furono di natura "calcistica", quando vi si recava per assistere ad incontri di calcio (appunto), sempre - e rigorosamente - in bici, della squadra gialloblù (una volta, mi disse, che insieme agli amici arrivarono persino a Genova, per seguire il Modena giocare nel capoluogo ligure). A Modena vi si trasferì (per motivi sentimentali) uno dei suoi tre fratelli, Loris (il più vecchio tra i quattro fratelli, dopo mio padre, e uno dei miei zii). Ci andavamo spesso (tutte le estati, o quasi), con mia sorella, a trovare zii e cugine. Un paio di volte ci venne anche mia madre la quale, come mia zia (una delle sue sorelle) era ben restia a viaggiare: fosse dipeso da lei stessa, infatti, non lo avrebbe fatto neanche se il cielo cacava... qualora fossero piovuti soldi dal cielo! A proposito di diminutivi, nomignoli ed affini, invero ben ricordo che mio padre m'abbia pur detto (parlato) dell'esistenza d'una terza via...un terzo soprannome. Qualcuno infatti lo chiamava anche "marinaio della montagna", quel soprannome glielo avevano affibbiato per via del fatto (sacrosanto) che avesse svolto servizio, in gioventù, nella regia marina (era allora così aggettivata in onore di quella combriccola di pezzi di mer...pardon, allegri galantuomini e gentildonne della italica casa regnante dell'epoca: i Savoia!), dapprima sulla nave da battaglia "Caio Duilio", gemellata con l'altra unità della stessa classe (denominata, appunto, Duilio) "Andrea Doria"; dopo sulla "Vittorio Veneto", nave anch'essa da battaglia ma della classe Littorio. Mio padre aveva il grado di marò semplice S. V. (la esse e la vi stanno per servizi vari o mansioni varie: nulla di che), addetto alla pulizia della cambusa (nel lessico marinaresco e navale indica il luogo, stipato sotto coperta, atto al deposito, alla conservazione ed alla preparazione delle vivande: in poche e povere parole, trattasi della dispensa della nave da dove, poi, le vivande vengono somministrate a graduati e no in sala mensa). Mio padre imparò il mestiere del servire ai tavoli: ci si trovò bene a svolgerlo, direi che fosse in sintonia col suo carattere, aperto e gioviale mentre io, talvolta, sono più schivo e taciturno (qualche volta sono anche un pò scostante, dicono forse succede quando ho fatto un brutto sogno, o magari se ho dormito dal verso sbagliato del cuscino!). Il mio vecchio non ebbe mai in simpatia gli alti gradi e neanche le divise li andavano a genio oltre il normale (quasi come il sottoscritto, che nutre una idiosincrasia atavica nei confronti di militari, divise ed affini essendo antimilitarista convinto!); tuttavia, dovette sorbirsi (suo malgrado ed alla stessa stregua di centinaia di migliaia di suoi coetanei) ben sette anni di servizio militare obbligatorio (mi vien da ridere a pensare come io, che non sono riuscito a tenere in mia vita un lavoro per più di tre o quattro mesi, avrei potuto resistere per così tanto tempo: forse, chissà, avrei dato di matto al massimo dopo sei mesi!), durante il secondo conflitto mondiale (tutta la durata dello stesso, in pratica!): fortunato fu, quindi, a "servire" la patria e a non ricevere onori né medaglie, in cambio...magari post-mortem! Le medaglie, puah: quanta inutile "ferraglia", così come io stesso le ho definite in una mia poesia dal sapore vagamente naif...antimilitarista. Scherzi a parte (ancora nulla a che vedere col noto programma televisivo), però, che poi non lo sono per nulla, evidentemente, (né per me né, tanto meno, lo furono per mio padre), ritengo che la sola cosa positiva, ovvero l'unico risvolto positivo della vicenda stia nel fatto che egli abbia imparato un buon mestiere che li permise di andare avanti una vita intera. Ma forse, chissà, c'è qualcos'altro che...non fu l'unico risvolto che ebbe conclusione alla "viva il parroco", quello di cui ho scritto. Quanto seguirà, infatti, potrebbe far ricredere più di qualcuno. A mio padre capitò di servire a tavola, nel corso della sua lunga militanza in divisa, in sala ufficiali, anche l'ammiraglio Bergamini, sulla Duilio. Sì, proprio quel Carlo Bergamini e no altri, cioè colui il quale dall'otto dicembre del 1941 aveva assunto il comando della V^Divisione Navale, proprio a bordo della nave citata con cui effettuò numerose missioni di scorta ai convogli che transitavano nel Mediterraneo centrale: mi si creda quando dico che non è un abbaglio, il mio, in maniera del tutto assoluta, visto che tra l'altro non vado al mare né mi crogiolo sotto i raggi del sole, in estate, per la tintarella, dal lontano duemiladieci. Ebbene, colpi di sole a parte, le cose andarono come vado a scrivere. Quando l'ufficilale venne a conoscenza che mio padre fosse delle sue parti (Bergamini era nato a San Felice sul Panaro, paesino di meno di diecimila anime, in provincia di Modena, situato sulla sponda nordorientale del fiume omonimo, trentacinque chilometri distante dal capoluogo e meno di cinquanta dal luogo in cui nacque mio padre), li propose di seguirlo. 

  • 23 febbraio alle ore 9:34
    LA LEGGENDA DEL MARTIN PESCATORE

    Come comincia: Quando l’Eterno  il settimo giorno se ne tornò in cielo a godersi il meritato riposo non furono ore di calma, quelle, come la Bibbia vorrebbe farci credere. La sua mente analizzò le cose create, aveva fatto qualcosa di veramente grandioso degno di lui gli era però rimasto un dubbio, quel dubbio era l’uomo, forse gli avrebbe  dato delle noie mettendo in subbuglio la terra. L’aveva creato troppo intelligente inferiore solo ai Cherubini, in Cielo intelligenza voleva dire ‘gli altri’, ‘laggiù’, ‘io’, l’uomo sarebbe stato egoista, avrebbe scatenato odii e guerre, stava a lui stabilire le pene, nei casi più gravi l’Inferno, il Purgatorio per chi fosse vissuto senza commetter peccati gravi e che sui fosse realmente pentito dei mal fatti commessi. Poi il Padreterno pensò alle bestie, agli uccelli soprattutto dalle voci celesti ma aveva dimenticato di crearne uno dal color del firmamento tutto azzurro. Pensò di rimediare, si sporse dal trono, strappò due manciate di cielo a le lanciò laggiù attraverso l’etere. “Andate e diventate uccelli, vivrete agli argini dei fiumi, costruirete i vostri nidi  a terra vicino ai fiumi, pesci ed insetti saranno il vostro cibo, vi chiamerete Martin Pescatori, di Marte non avrete il carattere bellicoso, la vostra vita sarà semplice. Ed ecco i due brandelli di cielo scender giù veloci l’uno accanto all’altro verso la terra, a notte erano diventati proprio uccelli, aprirono le ali per rallentare la velocità della discesa, il loro color celeste si incupì sotto la sferza dell’aria buia, divennero turchinicee comprese le teste che però rimasero picchettate di chiaro. Passò una meteora, bianchissima, la terra era vicina, un cozzo  e poi immoti fra le fresche zolle. Erano caduti sulle maggesi, le penne del petto e della parte interna delle ali assunsero il colore della terra. Rimasero storditi, bocconi poi ripresero i sensi e guardarono il cielo con un senso di nostalgia. Il maschio: “frit frit” disse le sue impressioni ed al chiaror delle stelle, fece alla compagna una dichiarazione d’amore, l’avrebbe amata per sempre, c’era un gran fuoco in lui, era bella la vita anche così al buio nel silenzio. Lei rispose agitando le aluzze, anche lei sentiva un gran caldo nel cuore, ora però voleva riposare, riposasse anche lui. S’accoccolarono  l’uno vicino all’altra, il lungo becco era pesante, l’inguainaron sotto l’ala, un sonno profondo. Il sole era già alto quando il maschio si svegliò, un gran caldo, sguainò il becco, una gran luce l’aveva quasi accecato, rinfoderò il becco sotto l’ala, la compagna seguitava a dormire, poi pian piano attraverso le penne un chiarore cui cercò di  abituarsi, si guardò intorno, un panorama meraviglioso, che gran pittore era stato il buon . Martino guardò Martina, una bellezza, era sua moglie, un dono di Dio, lei stessa aveva dimostrato di amarlo. Fece alcuni passi, sentì il bisogno di stirar le ali, le batté con forza,  si sollevava da terra. Ci riprovò, ora  volava, rise, comprese che le zampe servivano a camminare sulla terra, le ali a volare come gli Angeli del cielo. Vide altri uccelli, bestie a quattro zampe, insetti, anche un uomo, fuggì lontano. Volò incerto, scorse lontano una striscia d’argento che si snodava tortuosa, vi si diresse, acqua., una novità per lui. Vi stette sopra sospeso scotendo le ali, fu vinto dal desiderio di immergevi il becco, un refrigerio. Vide guazzarvi dentro qualcosa, d’istinto  rase il pelo dell’acqua, infilò al momento giusto il becco semiaperto, lo rinchiuse, aveva preso un pesce, lo stritolò e lo ingoiò. Si domandò perché avesse fatto questo, si ricordò delle parole dell’Eterno quando fu inviato sulla terra, che ingegno il buon Dio, aveva pensato a tutto. Lì vicino c’era uno specchio d’acqua, una gora,  si avvicinò sull’orlo, l’acqua non scorreva, vi guardò dentro, gli parve di vedervi Martina ma non sentiva la sua voce, gli sorse il dubbio che fosse lui stesso, mosse la testa e poi le ali, si convinse, era lui stesso. “Allora son bello, rifletté, era vero somigliava alla compagna, ambedue erano stati fatti con un lembo di cielo. Orgoglioso si lisciò le penne con il becco e con una zampa, voleva che Martina fosse abbagliata dalla sua bellezza. Si diresse volando verso il punto dove erano atterrati, la trovò sveglia ma abbacinata dal sole, si stava ruzzolando per terra. “Fai così come ho fatto io, ti passerà” e poi la carezzò. Martina quando aprì completamente gli occhi fu tutto un ‘oh, oh’, aveva visto il suo sposo che stava vicino a lei, sentì il  suo cuore allargarsi, ringraziò in cuor suo il Padreterno con un sospiro, sentì  il cuore batterle forte, sentì il bisogno di abbassare la testa vergognosa. , Martino la tolse dall’impaccio, le raccontò della sua avventura con l’acqua e con il pesce, poi le insegnò a volare, la condusse al ruscello, l’acqua serviva a dissetarsi ed a nettar le penne. La condusse poi alla gora. “Qui ti puoi specchiare, guarda quanto sei bella!” Poi le fece notare che altri uccelli avevano fatto il nido sugli alberi ma loro erano esseri acquatici e quindi avrebbero fatto il nido nella sabbia, scegliesse lei il punto. Coi becchi robusti scostarono alcuni rovi, l’argine era molle per recenti piogge. Con le zampette, a turno scavarono una  fossa grande abbastanza  da contenere loro due, avevano il cibo lì vicino, nel ruscello. Il pesce era ottimo ed abbondante come pure ottimi erano certi insetti che scovarono nel terreno. La buca fu ricoperta con dei ramoscelli, era rimasto solo un pertugio per entrare ed uscire dal nido. Pensarono all’amore, si dissero tante cose belle, si carezzarono a lungo e poi ebbero il primo contatto, a lei spuntarono alcune lacrime, era diventata la moglie di Martino. Il tramonto li stupì, quando le ombre della notte si insinuarono fra le foglie di un albero sovrastante  si strinsero fra di loro, avevano scoperto il tramonto. Passarono la notte molto vicini, sentivano il calore reciproco. La mattina Martino riprese a scavare col becco e con le zampette, Martina portava fuori la sabbia scavata, chissà cosa aveva in mente il marito e chi gliela aveva suggerito, forse l’istinto. Il buco si allungò per circa un metro poi: “Cara questa in fondo sarà la camera della nidificazione.” Allora avrebbero auto dei figli? Dopo pochi giorni Martina si lamentava, aveva dei dolori al pancino, sent’ la necessità di accoccolasi, entro nel nido, vi rimase a lungo immobile. Martino le portò del cibo, stava vicino a lei a guardarla, anche lui soffriva con la compagna. Verso sera Martino si allontanò per bere, sentì un verso gioioso, Martina gli si avvicinò con un richiamo acuto, adesso stava bene, che andasse con lei in fondo al nido, c’era qualcosa di ovale di color bianco, Martina da quel momento non si allontanò più dal nido sempre imboccata di cibo dal marito. Dopo pochi giorni una sorpresa: nascita di tre piccoli pulcini dalle bocche sempre aperte in attesa di cibo, i loro figli!  I due genitori provvidero a portar fuori le scorse delle uova, Martina si strappò delle piume dal petto, il nido dei piccoli risultò più morbido. Dopo i primi attimi di sorpresa i due genitori si adattarono ad effettuare in continuazione viaggi nel vicino fiume per accontentare l’ingordigia dei pulcini, solo di notte tacevano, altro problema era quello di catturare pesci piccolini o triturare quelli più grossi,  insomma una faticaccia. I tre crescevano prepotenti, ora potevano rimanere soli, il caldo nel nido aumentava, Qui, Quò e Qua ( questi i loro nomi impostigli da Martino) crescevano, stavano mettendo le prime penne. Qui il più intraprendente  tentò di uscire dal nido, arrivò all’entrata e poi tornò indietro, a modo suo parlottò con i due fratelli. Dopo poco tempo i cinque mi misero a camminare lungo la riva del fiume, Martino in testa per controllare che i figli non cadessero in acqua, sempre Qui uscì furtivamente dal nido cominciò a muovere le ali, era notte, si spaventò e rientrò di corsa nella camera di nidificazione, svegliò i fratelli e raccontò l’avventura. Tutti e tre ci riprovarono quando videro della luce penetrare nel nido, un disco d’oro all’orizzonte, gli volarono contro per curiosità, il disco saliva nel cielo sempre più luminoso. D’istinto presero a volare e si allontanarono sempre più dal nido, assaporarono la libertà. I genitori avevano dormito fuori il nido e cercarono Qui, Quo e Qua, pensarono che qualche brutta bestia li avesse divorati  ma poi si rassicurarono, non c’erano tracce di piume lì intorno, i figli erano fuggiti, avevano assaporato la libertà. Volarono a lungo tutt’intorno, li chiamarono a lungo nessuna traccia, stanchi morti con la morte nel cuore ritornarono al nido. Dall’alto stava scendendo una cappa pesante, grigia, la notte era scura senza stelle. Ciac una goccia d’acqua schiaffeggiò una foglia, poi altre ed altre ancora, pioveva. Un fruscio, fra le frasche, una voce melodiosa, un usignolo che vedendoli rattristati cominciò a consolarli. Si facessero coraggio  non c’era motivo di considerarli morti, i figli non sono di proprietà dei genitori, sono figli del mondo, prendono la loro strada abbandonando i genitori e diventano a loro volta padri e madri, un ciclo come tutto sulla terra. Il cielo si era squarciato sopra di loro portando una aria di ottimismo. Per ultimo un consiglio da parte dell’usignolo: “Avete un nido e da mangiare, mettete al mondo altri figli.”

  • 22 febbraio alle ore 23:30
    La quarta dimensione

    Come comincia: Giravano pollini col vento intorno all’edificio, con le porte interne in cerchio sul corridoio, un’orbita e un centro occupato dalla sala convegni. Fu in quello spazio poco illuminato e vuoto che s’incontrarono la prima volta, dopo che lui l’aveva attesa giorno dopo giorno. In un alterno sentore d’irrealtà si affievolivano certezze, così le identità. Mentre la speranza era agli sgoccioli, Ermanna arrivò, fulcro di svelamenti, dalla voce congedata in distanze incolmabili. La quarta dimensione.
    Prima di entrare guardò le rondini circoscrivere l’aria in un gioco di linee chiuse, senza poter andare né tornare. Non le apparivano disorientate in quel cielo tondo, erano prese piuttosto da un’euforia di forme e spostavano i tigli in un piano secondario. Qualche garrito acuiva il suo stato d’animo, vivido come più non lo era da anni. Una sorpresa imminente doveva essere l’epilogo dell’ultimo raggio.

    Per un attimo le venne in mente il fiume color bordeaux che l’aveva tenuta in ostaggio, mentre scorreva placido intorno alla sua pelle inerme, al suo sguardo imbambolato e vitreo. L’acqua aveva la sua stessa temperatura e si percepiva stranamente densa. Forse non si trattava di acqua, ma di un solvente per il corpo, di quelli che infine liberano l’anima dal gravame e la fanno evaporare nelle parti alte dell’atmosfera, lontano a perdersi in uno sciame di moscerini brillanti, per rasentare il sole.

    Sei mesi prima aveva contattato uno psicologo, le sembrò subito la persona giusta, quella che l’avrebbe liberata dal panico opprimente che puntuale l’attanagliava nei vasti spazi intorno. Fuggiva disorientata da ogni storia che la portava a uscire. Per compensare una perdita la trasformava in mito, ne carezzava strascichi, conservava di essa le tracce. La casa era un museo d’amori soffocati. Viveva, mangiava, lavorava, sognava, il più possibile dentro.
    I colloqui con il suo nuovo amico avvenivano via mail. Provava un senso di affezione via via più profondo e insieme una dipendenza come di un bambino verso l’oggetto transizionale che rappresenta un seno.  Dopo i primi lunghi scambi centrati sul suo grave disagio, cominciò una favola di curiosità e confidenze, attrazione e attese. Non si erano mai visti, neppure in foto, ma correva tra loro un fluido trascinante oltre la realtà materiale, e senza distaccarsene. Era naturale come la goccia che cade dal bicchiere, incomprensibile come la scintilla che dà fuoco a quella goccia.
     
    Avevano deciso di incontrarsi, Ermanna e Livio, dopo il levitare di ore di silenzi, dall’insostenibile vuoto che rimbombava nelle loro dimore di vento, inventate per dirsi vola fino a me, senti com’è facile alzarsi.
    Lui si immaginava un angelo gentile materializzato finalmente in uno sguardo, un corpo, un profumo, un capitolo da scrivere dal vivo. Lei era piena della esuberante fantasia di lui e degli enigmatici aha, quelli che prolungano gli intervalli, le risposte.
    Erano vicini, bastava mezz’ora di autostrada per raggiungersi. Scelsero che sì, nell’inverno avrebbero annullato il gelo intorno, sorriso nella pioggia. Avrebbero pranzato nel piccolo borgo, con vista sulla valle degli echi, gridato insieme Siamo vivi! e riascoltato il grido cento volte.
    Era tardi ormai e di lei nella piazza nemmeno un accenno, fosse stato anche a distanza. Chiuso nella delusione, Livio, dopo aver immaginato infinite circostanze contrarie, concluse che alla dolce compagna di lettere era mancato il coraggio di una leggera follia. Ancora una volta rifuggiva una storia, e ancor prima che iniziasse. Le scrisse per giorni, non ebbe risposte.
     
    Ermanna quel mattino indossò un vestito leggero e sobrio - non amava gli eccessi e tantomeno voleva apparire frivola - ma si concesse un vezzo: le scarpe rosse di vernice, mai calzate prima, che davano un tocco di vivacità femminile. Eccitata e ansiosa di partire, scivolò per la scala che portava al parcheggio. Scivolò in un vortice di stelle nere. Non vide più nulla, dopo il rosso scintillio che l’avvolse, dai piedi in su.
    Seguirono giorni e notti di un colore omogeneo. Un letto di silenzio, fuori dal mondo. Mesi di cui non ebbe cognizione. Era sola e al sicuro, nell’oscurità. Finché un lento fruscio arrivò a muovere il sogno rappreso. Aria viva. Una voce femminile le fu vicina, “Ce l’ha fatta, bravissima!”
    Dov’era stata, in quell’istmo di memoria? Lampi divennero chiari, poi un volto senza voce e un aha senza volto. Era stato da lei, a guardarla dormire, ne era certa. Si era impresso nella mente come un fittone.
     
    Ermanna arrivò dove lui lavorava e l’aspettava, nonostante l’assenza che diventava pietra.
    “Sono appena uscita dall’utero. Caro amore, portami a vivere”.
     

  • 21 febbraio alle ore 8:25
    Itapua

    Come comincia: “Itapuà…Itapuà”... sento ancora il suo canto che mi invia l’ I- pod. Una registrazione di molti anni fa, in qualche locale di Rio. Brusio di parole, tra tavoli di un locale. Vinicius, con la sua voce anziana, roca di fumo ma musicale, parla con Toquino della spiaggia brasiliana, il suo ultimo rifugio, Itapuà. Sono battute allegre. Il pubblico ride, poi Vinicius inizia a cantare. Un poeta che ha saputo musicare i suoi versi, intrecciandoli al suono del canto e della chitarra. Anche la sua figura sembra aver preso la forma delle note. Una coerente metamorfosi.
    Sono arrivato da pochi minuti su questa spiaggia. Sono le 13 di un giorno invernale per i brasiliani, nonostante i 24°. Il mare ha onde colore del cielo. Nuvole dense si aprono su azzurri intensi. Sullo fondo, scorgo le case di Salvador. La spiaggia è deserta. Mi sono seduto a questo barretto, precario, come tutto, qui. Sedie di plastica, rose dal salino, che affondano nella sabbia. Una baracca di paglia e canne. Ho ordinato un caffè ad un ossequioso pescatore che è corso, non so dove, a cercarlo, lasciandomi dubbioso. Sulla sinistra, il Faro, restaurato di fresco, con un rosso che colpisce, tanto da farmi pensare che possa sostituire la sua luce, almeno di giorno. Ho cercato di avvicinarmi , ma una coppia, in intimità, me lo ha precluso. Gabbiani rasentano la spuma e s’immergono nelle onde a riva, in cerca di pesce. . Le note di una chitarra riprendono un motivo di Vinicius, lente, dolci, melanconiche. Non ne scorgo la provenienza, ma mi bastano. Il pescatore è tornato con un termos e mi versa un bicchiere bollente di bevanda. Mi dice qualcosa in brasiliano, ma non lo capisco. Gli sorrido comunque e lo ringrazio. Il caffè scende giù a tratti. Sento di aver afferrato un attimo di vita. Le note sono sempre più vicine. L’ombra di una figura si frappone, di fronte a me, ad un raggio di sole. La chitarra ha una pausa. L’ombra dice qualcosa in brasiliano che capisco. “ Voi rassomigliate a Vinicius, negli ultimi giorni di vita.”

  • Come comincia: Moceo: una recensione di Cinzia Baldazzi 16 Agosto 2015 Quando rifletto sull’attualità degli ultimi anni, degli ultimi mesi, se non fossi cresciuta e maturata all’interno di una “Bibbia operativa”, di un diktat di intervento riparatore immediato, a volte avrei la tentazione di sfidare il presente corrotto, pauroso, non consolatorio, impugnando l’unità perfetta (quella sì, gratificante e protettiva) della cultura trascorsa, ad esempio, del mondo rinascimentale, con alti valori di perfezione stilistica e purezza, per nulla limitativa e priva di rischi, anzi dispiegata nell’intera vita dell’uomo, come mai più si sarebbe verificato nei tempi successivi. No, Cesare, non siamo quel tipo di persone. E se la realtà contemporanea si mostra particolarmente negativa e stravolta, invece di tentare di sanarla o contestarla (senza, peraltro, fare niente di effettivo), mirando a ricomporne purezza e immediatezza ottenute in epoche letterarie precedenti (certo, ora “socialmente” inadeguate se considerate in sé), gettiamo noi stessi nella mischia, nei “salti temporali / seducenti e senza scrupoli / a separare le stagioni della vita”, circondati da “atti intimidatori / ad aumentare fervori senza limiti / e creare strade buie e tortuose”. Non vogliamo essere schiacciati dall’angoscia. Scrive Ezra Pound: «Buon compagno dell’equità / si unisce al processo / esserne privo, ecco l’inedia. / Quando le equità sono insieme raccolte / come uccelli che si posino / balza sul vivido. / Se le azioni non si chiudono e non si depositano nel cuore / ecco l’inedia». Nei percorsi oscuri e di difficile accesso, o da cui è impossibile uscire, gli “alibi incontestabili” per te non contano, non pesano: non appassirai nel dolore e non accetterai di sopravvivere condizionato a te stesso, travolto da inedia e incapacità di reagire paralizzanti. Poco prima, Pound aveva avvisato: «E ora che le formiche», ovvero tutti noi intorno, «sembrano vacillare / ora che all’alba il sole ne ha imprigionato l’ombra», quando ormai si è scoperto il gioco, «questo soffio», cioè il verso forte, chiaro, uno di seguito all’altro, «avvolge interamente le montagne / splende e divide / nutre con la sua rettitudine / non offende / sovrastando la terra colma i nove campi / fino al cielo». E tu sembri rispondere: “Ho già spazzato via tutte le sottili venature di crudeltà”. Tuttavia, mentre vorresti colmare i vuoti temporali dell’anima senza rispondere all’incessante canto delle sirene, seducente ma autoritario e manipolatore, anche io lotto per liberarmi da “miscele di spietatezze e masochismi” e da “affascinanti magnetismi d’equilibri”. È duro, è difficile, poiché la poesia aiuta ma deve anche essere aiutata con il pensiero, il coraggio: hai ragione, non basta l’intuizione dell’alternativa, dell’eversione, di quelle “follie” che spazzerebbero via (anziché essere spazzate da) “spietatezze e masochismi”. Non sarebbe sufficiente l’intuizione, poiché in quel caso, come dice Theodor Adorno nella sua “Teoria estetica”, «l’arte sarebbe semplicemente tutt’uno con la teoria, mentre invece manifestamente essa stessa diventa intrinsecamente impotente lì dove, per esempio, come falsa forma della scienza, ignora la sua differenza qualitativa dal concetto discorsivo». I versi di Cesare Moceo conoscono, al contrario, la propria specificità: non parlano, infatti, non espongono, non rappresentano ciò che è chiaramente incomprensibile, bensì lo spandono in “fervori” da impugnare e, con lui, dissolvere o potenziare tramite la parola poetica. Ma, continua Adorno, «il fatto che nessuna opera sia simbolo», ovvero univoco, monotematico, intraducibile, «rende conto del fatto che in nessuna opera l’assoluto si manifesti immediatamente; altrimenti l’arte non sarebbe né apparenza né gioco ma realtà». Come il Pound nostalgico di un candore ancestrale ritenuto superiore a ogni contraddizione, noi però, Cesare, non sfidiamo la negatività rendendola “pura”, ma contestiamo, con una follia meditata, gli “alibi incontestabili”. Raramente riesco ad accostare la poetica dei “Canti pisani” di Pound ad altre, perché – e la mia generazione lo sa bene, meglio di ogni altra – l’intera sua rivoluzione poetica del ventesimo secolo della quale è stato, con Eliot e la sua “Terra desolata”, tra i massimi e consapevoli promotori, è stata oscurata dal suo pensare che l’idea del regime fascista a lui contemporaneo, ignorandone lo stampo autoritario e liberticida, potesse riportare alla luce, chissà in quale modo, fantomatici sentimenti di purezza, semplicità e bellezza che la società capitalistica aveva dissolto: «Le radici scendono fino all’orlo del fiume» scrive Pound, «e la città nascosta si innalza / candido avorio sotto la corteccia». La nostra città, la tua città, “della” poesia e “nella” poesia, non è mai stata nascosta. E l’abbiamo scoperta prima che fosse costruita. Cinzia Baldazzi La poesia di Cesare Moceo Sempre più spesso risiedo nelle follie Salti temporali seducenti e senza scrupoli a separare le stagioni della vita Miscele di spietatezze e masochismi affascinanti magnetismi d’equilibri spazzati via da sottili venature di crudeltà astuzie rafforzate a proposito con atti intimidatori ad aumentare fervori senza limiti e creare strade buie e tortuose alibi incontestabili a appassire il dolore e sopravvivere a me stesso

  • 18 febbraio alle ore 1:12
    L'incontro

    Come comincia: Al porto quel giorno Chiara volle esserci anche lei ad accogliermi.
    Insieme a Nino un caro amico di famiglia, quella famiglia che avevo perduto in un bruttissimo incidente, dal quale solo io rimasi illeso ma questa è un altra storia.
    Durante questo viaggio non feci altro che ripensare, che finalmente avrei potuto vedere un volto amico, una cara persona che mi riportava a quelle che erano le mie radici, a quella parte integrante di me.
    Vi era un sole caldo che confortava! Nino mi vide, mi chiamò ad alta voce agitando le braccia, ma ad attirare la mia attenzione fu anche quella giovane donna al suo fianco, che con fare garbato se ne stava li indossando una gioia celata, con quella felicità di condividere quel bel momento come se attendesse da tempo di vedere quel qualcuno, che lei fino al giorno prima aveva potuto solo immaginare. Mi attendeva come se fossi stato un caro amico.
    Mi avvicinai stringendo Nino in un caloroso abbraccio, quanti gli anni passati, ma lui mi disse che mi avrebbe riconosciuto tra tanti.
    Restò in tanto il come, sul fatto stesso di come avesse fatto a riconoscermi, visto che non ero più il bambino che vide l'ultima volta.
    Mi presentò Chiara sua nipote! Persona timida, bella come quelle parole che non riesci a dire e a trovare in tali circostanze.
    Forse la mia felicità nasceva in quell'istante! Non avrei potuto fare più a meno di quel viso, dei suoi occhi, del attimo in cui avrebbe sorriso ed incantato così la mia anima.
    Passarono i giorni, dei giorni belli, ed avevo costruito in così poco tempo, un pizzico di tanta desiderata felicità.
    Non mi sentii affatto un ospite in quella tenuta, ma giunse il giorno della partenza.
    Preparando i bagagli, speravo ancora in un gesto, che io non ero in grado di fare, ma in quei giorni mai un accenno da parte sua, mai un segno che potesse far capire un qualcosa in modo chiaro, in modo che io potessi spiegarle.
    Per Chiara forse, anzi di certo, ero un amico. Solo un amico caro!
    Arrivammo al porto, stavo per andare via con dentro di me, un forte sentimento taciuto, di certo il più forte che avessi mai provato prima.
    Salutandoli sulla banchina del molo, mi celavo dietro un sorriso, amaro come non mai.
    Ci rivedremo Andrea... stai tranquillo, così mi diceva Nino facendomi pensare ad un probabile ritorno ad una sua disponibilità sempre presente. Mi raccomando riguardati!
    Sapevo, andato via che fossi, quello sarebbe stato un addio.
    La nave parti non potei più scendervi, ma trovai il coraggio di gridare una parola rivolta a lei, non ti dimenticherò
    Il pianto in tanto inizio a sgorgare imperterrito da gli occhi di Chiara.
    Non potei dimenticare quello sguardo disperatamente affranto. Son passati anni da allora, ed i suoi occhi di un azzurro così intenso sono ancora qui impressi nella mia mente, lucidi più che mai. Laghi profondi bisognosi di quiete.
    Apparentemente esile nel suo aspetto, così elegante nel suo portamento, capelli neri, raccolti e sempre in ordine, la sua pelle come il suo nome, delicata, quasi evanescente bella come il petalo del ramo di pesco, come le cose più irraggiungibili e quindi le più desiderate.
    Una donna estremamente sensibile dall'intelletto poderoso, capace di suscitare emozioni ineguagliabili, vivacemente forti, così da farti perdere completamente la testa e follemente innamorare.
    Restò il fatto che ci siamo ritrovati e da qui non ci siamo mai più perduti.

  • 13 febbraio alle ore 9:03
    Giornata mondiale della radio

    Come comincia: E’ un gesto rapido, forse anche elegante nella sua sinuosità quasi impercettibile, ma il misfatto è compiuto. La mia compagna Ida mi ha spento la Radio! Fosse casa o in auto o in ambulatorio. Si, lo confesso, ho vissuto di radio e lo faccio ancora. Scrivo queste righe mentre il terzo programma mi ricorda la ricorrenza. Il primo ricordo? Cinque anni, non vedo l’oggetto a Villa Adela, ma sento il tamburo iniziale di Radio Londra e l’angoscia dei miei parenti.  I tedeschi accampati nel nostro salotto e i miei genitori sotto una coperta per non far fuggire i suoni ascoltano notizie sulla guerra da una stazione radio clandestina. Sempre alla medesima età, io gioco tra la ghiaia del giardino con una piccola palla di celluloide (?!) che non salta. La guerra è finita. Mimo il gioco del calcio sulla radiocronaca di Nicolò Carosio che papà sta ascoltando nello studio. A scuola brani a memoria su Mazzini, Fratelli bandiera e Guglielmo Marconi! Mamma mi raccontava della sua gioventù bene a Livorno. Aveva conosciuto Elettra, la figlia di Marconi che era in vacanza sul panfilo del padre con il suo nome. Nel dopoguerra le sere in cucina, i gomiti sul tavolo di marmo, mentre Nunzio Filogamo presentava i dilettanti. Silvio Gigli! Volti tesi all’ascolto, commenti minimi per non sopraffare l’ascolto. L’adolescenza e la separazione dalla famiglia: la mia prima radio a “galena” con cuffia. Un paradiso delle mie notti. Un ago su di un luccicante cristallo sapeva cercare stazioni nel mondo. Quel giorno che un impiegato di mio padre a tavola di un ristorante genovese tirò fuori una delle meraviglie della mia gioventù: la radiolina giapponese, un microscopico gioiello. Poi adulto, la Satellite 2000 che ancora ascolto. Portatile, tenerla sulle spalle in villaggio Valtur, d’estate dava acchiappanza sicura! In questa casa, dove abito del 1890 che la vide nascere nel 1901 ne tengo accese a volte quattro contemporaneamente su programmi diversi.. Per Ida, quando arriva, è una fatica spegnermele.
     

  • 06 febbraio alle ore 10:42
    Intorno ad un (mio) aforisma

    Come comincia: Una regola non scritta, ma usuale, stabilisce (o forse, chissà, sarebbe meglio usassi il termine "sentenzia"!) che un autore, poeta o romanziere che sia, o comunque un artista in genere, non debba mai spiegare agli altri quello che scrive o compone: debbono essere gli altri (coloro che lo leggono, che osservano le sue opere, lo ascoltano, etc.) a rendere una interpretazione del suo operato, a giudicarlo, pena...ne andrebbe della sua umiltà, in contrario caso! Ma io questa volta voglio derogare alla regola non scritta, ovvero voglio permettermi di essere scarsamente umile. Una volta un amico mi disse: "Luciano, nella vita devi essere umile, bisogna esserlo!". Non so se avesse ragione o meno, ma alla luce di quello che è accaduto dopo, non mi interessa oramai più di tanto. Forse, chissà, non era un amico: l'amico vero non ti ammaestra, non sciorina di fronte a te i suoi insegnamenti, ti prende e ti accetta per quello che sei, coi tuoi sbagli e le tue virtù, con le tue manie e le tue ossessioni, i tuoi difetti e i tuoi alti e bassi. Non è facile questo, lo so, ma se deve essere tale [amico] dev'esser così, a mio modesto avviso! Eppoi, mi sento di affermare che "il medico mai mi ha prescritto dosi di umiltà" nelle sue ricette: per lo meno non mi ha mai detto di essere umile vita mia natural durante, sempre e comunque. Ma torniamo al nocciolo della questione. L'aforisma che voglio commentare lo passai sul blog qualche tempo fa (sinceramente non sono andato a rivedere la data, ma non è importante questo!), era il seguente: "Odio la primavera perché finisce, ma non la baratterei mai con l'inverno". Sin da bambino, infatti, ho nutrito una sorta di idiosincrasia (termine forse poco digeribile per alcuni: non preoccupatevi, trattasi - né più né meno - di avversione per qualcosa!) per tutto ciocché si consuma, a causa del tempo o magari, semplicemente, per causa della "ruggine" stessa (a volte, infatti, anzi spesso, è proprio la maledetta ruggine che fa trascolorare ogni cosa, nè toglie ad essa l'ancestrale colore!), degli agenti atmosferici, dell'uso stesso che se ne fa (da un semplice oggetto, un soprammobile, un utensile casalingo o da lavoro, a una giacca, una maglietta o un'altro capo d'abbigliamento); per ogni cosa che si perda o vada via, per qualsiasi cosa che finisca. A volte, mano a mano che il tempo scorreva inesorabile davanti a me ed io - inevitabilmente - sono cresciuto (anagraficamente s'intende, ma anche fisicamente e forse, chissà, intellettivamente nonostante per molti sia un tipo strano - alcuni mi hanno giudicato essere "immaturo", anche, per via di questo mio lato caratteriale, diciamo un po'...andanseuse!!!) arrivando anche ad odiare le stagioni (la primavera, in particolare) e la vita stessa: proprio per il loro senso sfuggente (e sfuggevole) di bellezza che portano in sé, misteriosamente racchiudono, il loro trascolorarsi agli occhi di chi le guarda, la loro insita peculiarità di finitudine (e finitezza) che appartiene, del resto, ad ogni cosa (e ad ogni evento) passi su questa terra. Pur essendo, a volte, cupo e malinonico nei miei pensieri (e nel mio essere: ma il mio essere non lo cambierei con nulla al mondo!) tal quale alla fredda stagione (l'inverno), tuttavia essa [la primavera] non è possibile scambiarla o barattarla (appunto) con altro: mai lo farei, infatti, men che meno con l'inverno!

    Taranto, 5 febbraio 2021. 

  • 06 febbraio alle ore 8:26
    Nuova biografia

    Come comincia: BIOGRAFIA Cesare Moceo é nato a Palermo da una famiglia dove la ricchezza era una solo una realtá chiamata dignitá,dove,sono sue parole, l’educazione era affidata “alla cinghia dei pantaloni”.In una adolescenza vissuta di stenti riesce a proseguire gli studi concludendo il liceo scientifico col diploma di maturità e iscrivendosi in seguito alla facoltá di Medicina e Chirurgia,che abbandona dopo il biennio a causa di una sopravvenuta crisi interiore che si risolve con l’aiuto del fratello Pietro lavorando insieme nella ristorazione e divenendo ben presto ambedue importanti e di riconosciuto talento in quel settore.È di quel periodo la nascita della sua passione per la scrittura e per la poesia.Nel 1978 conosce la donna della sua vita,Concetta Cerniglia cefaludese doc,una signorina dolce e sincera che a diciassette anni sacrifica la gioventú per unire la sua sorte a colui con il quale ad oggi sta giá da quarantuno anni, donandogli due splendide figlie Manuela e Vanessa. Adesso,Cesare Moceo vive ed opera a Cefalù, ha compiuto 67 anni ed é marito padre e nonno felice.La sua carriera poetica é ricca di soddisfazioni;é presente in molte antologie (circa 70) che raggruppano affermati e emergenti poeti italiani.Diversi i premi che ha ricevuto nel corso degli anni. Ricordiamo: con la poesia «Il mio essere nonno», è stato premiato a Trevi al primo concorso «Poeta anch’io». Un'antologia nella quale è presente con una sua lirica è stata donata al presidente del museo egizio di Torino.A Roma, è stato premiato con la poesia «In corsia» scritta in occasione dell’intervento chirurgico al cuore che ha subito qualche tempo fa.La sua lirica “La leggerezza dell’essere” è stata premiata con la Menzione di Merito e la Lode alla creatività al 2° concorso nazionale Vox Animae. La sua poesia «E mi accorgo di essere un nuovo povero» ha ricevuto la menzione di merito al Premio Nazionale di Poesia e Narrativa “Città di Genazzano”. La sua poesia «Siamo anime sfuggenti» fa parte in un’antologia dedicata a Papa Francesco e donata al Santo Padre che ha apprezzato con una lettera di ringraziamento al curatore.la sua poesia "Il buio dinanzi la siepe", incorniciata,è stata esposta insieme ad altre nelle sale del Museo Fondazione Venanzo Crocetti a Roma. Una sua poesia sul Natale é stata studiata dagli scolari di una scuola primaria di Palermo. Un’antologia contenente una sua poesia è presente nella biblioteca dell’esimio giornalista e importante conduttore televisivo Maurizio Costanzo.Con una sua lirica scritta per la poetessa Alda Merini,inserita in un’antologia a Lei dedicata,é presente con la stessa presso la sua casa-museo ai Navigli in Milano.Nel settembre 2018 gli é stata assegnata dall’associazione culturale “I Rumori dell’Anima” di Roma la targa alla carriera per meriti poetici.Ultimamente ha ricevuto un encomio dall’associazione Caffe Letterario di Cefalù per una sua poesia sulla Shoah. Insignito per quattro anni consecutivi del riconoscimento di cefaludese dell'anno per meriti culturali,dal febbraio 2021 è stato iscritto nell'albo d'oro dei Poeti Contemporanei Italiani Cefaluart e menzionato nell'enciclopedia nazionale 3° vol.dei poeti contemporanei della stessa Cefaluart .Ha pubblicato per lungo tempo le sue poesie sul giornale della sua Cefalù

  • 04 febbraio alle ore 19:39
    Genova per noi

    Come comincia: Provaci a tornare, ogni tanto, nella tua Genova, se vivi lontano da lei. I colori delle sue abitazioni, ti verranno incontro per primi. Tenui pastelli, in una vasta gamma, a cui non saprai dar nome, ma solo riconoscere dal tonfo al cuore, che ti raggiungerà alla prima visione. Quelle mura arabescate, quelle finestre trompe-l’oeil, disegnate solo per non perdere il ritmo di una visione attesa. Tetti d’ardesia, grigie piramidi nel cielo turchino, che si accendono al sole. Ti sorprenderà di ritrovare la presenza immediata delle colline, a chiudere in un abbraccio la città. Quell’abbraccio sicuro e verde, che ti sarà mancato, se avrai avuto la disgrazia di vivere in un mondo piatto. Il verde della natura scende all’azzurro del mare. Due colori che ti porti dentro per tutta la vita, se sei genovese e di cui hai perenne sete. Alberi, fiori, parchi esuberanti faranno da collante alla scena. Improvvisi, quasi inattesi, arriveranno i ricordi. Ti verranno incontro come fantasmi. Una strada, un nome, un’insegna, un profumo, un sapore. Un vagare disordinato nella memoria, alla ricerca di voci, volti, momenti, che hai perso nel tempo. Vi hai lasciato la tua vita sino ai vent’anni, il meglio che ti è stato concesso. E resti in bilico in una riflessione che ti disarma. – “Se fossi rimasto. Se avessi disubbidito alla mia famiglia?” – Avrei perso un’altra vita, un altro mondo. E sai rassegnarti.
     

  • Come comincia:  - Personaggi: un cane ed un gatto; poi...una voce narrante (cioè: che narra, inizialmente intorno ai personaggi stessi, sul luogo della scena e sulla descrizione; a volte, pure, interviene intromettendosi nel dialogo; mentre lo fa, alla fine del dialogo stesso, soltanto per concludere vestendosi a guisa di pretuncolo...col tirar delle somme e suggerir la morale); infine, un Dubbioso o Malinconico (lo è molto meno del dubbio...), sempre fuori campo, quasi sempre si intromette nel dialogo dopo la Voce narrante (a differenza del dubbio, però, e della Voce narrante, non si pone domande: semplicemente, egli rompe le palle!) ed anche il Bardo, cioè, colui che dice (mette) la parola FINE.   
     - Luogo della scena (la prima scena: le altre, dopo la prima, sono in altro luogo) e descrizione, ad opera della voce narrante.
     - Voce narrante: Da un bel po' il sole è tramontato (di tanto in tanto lo fa: magari per         non incrociarsi colla luna...in tal caso sarebbe eclissi solare, di luna, di sole allunato o     di luna che ha preso un abbaglio?!); in un vicoletto nascosto (non si sa se esso sia         cieco, però) e poco frequentato (nonché abbastanza putrido) d'una strada della città       grande (qualsiasi grande città della terra potrebbe andar bene!), ovvero frequentato       da ratti e da cattivi odori; ricco di cattive soprese, pertanto. Colà, (casualmente)               vanno ad incontrarsi (per fortuna non si scontrano, come spesso accade a soggetti         della loro specie, quadrupedi: i quali, pur non avendo corna...quando lo fanno                 succedono "botte da orbi"!) un cane (Randagio...molto) ed un gatto (Sveglio, ma non     troppo): lo fanno senza luci ed ombre (cinesi) ad intromettersi tra loro.
     - Cane: Ciao! Cosa ci fai, quì, a quest'ora, in un posto di mer...come questo? Non mi                    sembra proprio sia adatto a uno come te...sei tutto pulito e profumato! Io sono                Randagio, di nome eppure di fatto. Tu come ti chiami?
     - Gatto: Beh, forse hai ragione tu! Son capitato quì, per caso, per il mio bisognino...un                  fatto di natura! Piacere di conoscerti: io sono Sveglio, di nome ma no di fatto                     perché dormo metà della giornata e nell'altra metà ozio e mangio ciocché                       passa il convento...pardon, mi da il padrone!
     - Cane: Ah, d'accordo! Fortunato te, allora! Io mangio quando capita (Voce narrante: Il               cane è davvero pelle ed ossa: più pelle che ossa, a dire il vero!), quel che                       trovo in discarica o tra i cassoni del pattume, come questa sera: a volte                           qualche osso, pure, da spolpare (Voce narrante: Chissà, il povero cane, riesce               a trovare anche qualche ossa umana, tra un osso e l'altro...parrebbe cosa                       difficile assai, però, visto che quelle son già tutte belle e "spolpate", ancor                       prima che qualcuno le trovi!) o un po' di minestra, che mi lasciano in scodella                   persone del quartiere: è dura, sai, sbarcare il lunario senza ossi da                                   spolpare...niente di nulla da mangiare! Ma un tempo, credimi, non era                             così...bistecca (Voce narrante: senza osso?!) due volte a settimana eppoi                       spaghetti con polpette, ogni giorno, ossobuco e trippa alla domenica. Una vera               pacchia, per la mia bocca ed il mio ventre: lei non era mai sazia e l'altro non                   restava mai vuoto! Il padron mio l'era proprio un gran bel Signore: ne ha                         spolpato di gente...ossa, lui!
     - Voce narrante: Chissà, se il gatto afferri il senso delle parole del cane? Onori, glorie e               fortune non sempre spettano in vita a tutti - e per sempre. Queste,                                   dicono, che ognuno se le debba meritare: ma il cane, ahilui!, cosa                                   mai avrebbe fatto di male (e, soprattutto, a chi?) per non meritarsele?
      - Dubbioso o Malinconico: Ma si sa, gentilissimo pubblico, come gli stràli dell'avversa                 sorte non conoscano la bussola e si scaglino sovente in ogni direzione: a volte,               però, colpendo in maniera alquanto stramba, irriguardosa e                                               malevolmente...cinica.                   
    - Gatto: E poi, su, dimmi Fido...pardon, Randagio, cosa ti è mai capitato?
       - Cane: Beh, son caduto in disgrazia, il mio padrone è morto e...in quattro e quattro                   otto mi son ritrovato per strada, ramingo e a far la fame. Così io, un Randagio                 di nome, ahimé!, come ben tu vedi, lo sono diventato anche di fatto: è dura,                     sai, senza ossi da spolpare. Lo è davvero, credimi! M'é misero, l'é proprio una                 vita grama, la mia...un tempo ero come te, lustro tutto ed anche pulito; giravo                   al guinzaglio del padrone, ma almeno ero sempre con la pancia satolla e non                 dormivo sotto il cielo come faccio ora!
       - Voce narrante: Cazzo, però!
       - Dubbioso o Malinconico: Che sarà mai? Roba di poco conto, in fondo!
       - Gatto: Ma dai, su, non far così! La ruota gira nella vita, sai? Hai trovato me, se vuoi                  posso aiutarti e farti un po' di compagnia, adesso: almeno non sarai più solo!
       - Voce narrante: Sarà vero? Che strana combinazione! A volte, forse...capita!
       I due si fermano un attimo dal parlare...qualcuno, dal balcone d'una casa che da sulla  aperta strada, di fronte al vicolo in cui si sono incontrati, ha lanciato verso di loro qualcosa...è proprio un osso (così parrebbe essere, a prima vista). Il cane, allora, va verso l'osso, lo imbocca e poi torna nel vicolo dove lo attende il gatto. Riprende il dialogo.
    - Cane: Toh! Hai visto? Ogni tanto qualcosa di buono piove anche dall'alto! Ma cosa                    mi dicevi?
     - Voce narrante: Non è poi granché, quello che è piovuto...non è pioggia né grandine,                neanche la manna; contento lui! Ma si, è sempre meglio che nulla, in fondo!                    Meglio della pioggia e della grandine, non occorre neanche l'ombrello per                        ripararsi quando piovon giù dal cielo i miraco...gli ossi! 
      Il Gatto riprende da dove aveva interrotto.
     - Gatto: Ti aiuterò, eppoi, se ti va, qualche volta faremo una passeggiata insieme...Ti                  va di venirmi a trovare?
     - Cane: Si! Certo che mi va! E' sempre meglio del contrario...che non lo faccia tu, io                  non sono mai nello stesso posto ed a lungo, tanto a lungo da poter essere                      trovato da qualcuno. Sono un randagio, non dimenticartelo! Dimmi, Sveglio: il                  tuo padrone vorrà tutto questo o farà problemi?
     - Gatto: Ma no! Certo che no! Lui sarà contento e non farà nessun problema, vedrai! Il               mio padrone è un buon cristiano (Voce narrante: Sarà vero? Ma è un buon                     cristiano solamente? Oppure è anche democratico?) ed anche democratico                     (Voce narrante: Beh, beh! Allora si che siamo a posto! Il suo padrone è un                       democratico cristiano!). Gatti  e cani, cani o gatti per lui son tutti uguali.                           randagi, lustri o figli di putta...di cagna, senza famiglia oppure senza                                 nome che siano non fa differenza alcuna. Tratta tutti in egual modo: i cani                       son per lui come gatti e quegli altri come fossero cani. Mica roba da                                 piange...ridere, cosa credi?
     - Dubbioso o Malinconico: Mi sa che il gatto è proprio impazzito, no, no, è rinsavito                     eppoi...non mi pare neanche tanto coglione! Sembrerebbe aver proprio                           ragione, e dicasi sembrerebbe senza dubbio. Il suo padrone potrebbe essere                 davvero diverso da tutti gli altri padroni, che sono come gatti e cani, a volte;                     come quei gatti e quei cani cattivi che si azzannano tra loro per spolpare l'osso               di qualcun altro. Questo padrone è un cristiano democratico dal cuore tenero;                 anzi, è un democratico cristiano borghese dal cuore tenero, evidentemente, e                 no un democratico cristiano borghese e basta! Parrebbe non essere neanche                 più di tanto...imborghesito: a differenza del gatto! Sarà forse la pancia piena,                   che fa questo effetto, a volte, sui cristiani...sui gatti!
     - Cane: Va bene, allora! Mi hai convinto, ci sto! Ci vedremo qualche volta, a casa del                   tuo padrone.Ti verrò a trovare. Vivi da solo, con lui?
     - Gatto: No! Non sono solo! Con me c'è un'altro gatto: è femmina, si chiama                                 Dormiente. (Voce narrante: Cazzo! Mi sa che si cucca qualcos'altro, stavolta, il               cane, oltre alle ossa del padro...gli ossi! Dubbioso o malinconico: Siamo messi               male, diciamo che non siamo messi bene tra Randagi, gatti svegli o mezzi                       svegli e metà...dritti, e dormienti!). Viene dalla strada, prima viveva da randagio               come te. Il mio padrone la trovò, sporca ed affamata, lontano da casa, una                     sera, quando rientrava dal lavoro (Voce narrante: Cazzo! E' un padrone che                   lavora! Dubbioso o Malinconico: Non ho parole! Meglio che resti muto, allora!).               Le ha dato quel nome perché mangia dalla mattina alla sera e dorme (pure)                     quasi...nulla! (Voce narrante: siamo al paradosso, mi sa! I padroni sono                           cristiani e democratici, mentre i gatti si rimpinza...imborghesiscono! Dubbioso o               Malinconico: Sono senza parole eppure non dovrei...dovrei averne di cose da                 dire! Dov'è l'inganno? Tra padroni e gatti mezzi...svegli non ci si capisce più                     nulla!). Te la farò conoscere, se vuoi! E' carina, magari, chissà?
     - Cane: Certo! Certo! Non sarai mica geloso? Non voglio rompere le pal...uova nel                     paniere a nessuno, io. Sarò pure Randagio ma il tatto e l'olfatto non li ho                         ancora perduti!
      - Gatto: Non preoccuparti per me, non sono affatto geloso. Lei è carina, dolce e                         simpatica ma a me piacciono i gatti coi baffi e col pisello. Puoi star tranquillo,                   Dormiente ama moltissimo i cani ed andrete d'accordo, vedrai!
      - Voce narrante: Madonna di una puttana santa! Qua le cose si complica...la matassa               forse si sta dipanando?! 
      - Dubbioso o Malinconico: Sarà perché sono Dubbioso...mi nutro di dubbi ed a volte                   non capisco neanche me stesso. Questa volta ho dei forti dolo...dubbi, non                     solo su me stesso. Mi domando quando farà giorno, su questa vicenda...sarà                ora di andare a dormire!
     Scambiate queste parole il cane ed il gatto lasciano il vicolo e si spostano in strada, su un marciapiede vicino. Dopo riprendono a parlare.
      - Cane: Sai, caro gatto, a me non fa specie di quello che ti piace; può piacerti ciocché                ti pare, carote, zucchine, banane ed anche piselli senza baccello...verrò                          proprio a trovarvi; anzi, mi sa che lo farò molto spesso, l'idea di incontrare la                    tua amica gattina assai mi alletta...eppoi, farlo a pancia sazia è tutto un                            luccicar di stelle!
      - Voce narrante: Si! Si! Come no! Evidentemente il cane si riferisce alle stelle che                        luccicano nello stomaco, quando si è innamo...satolli: proprio come le farfalle,                  lustre eppure tutte luccicanti nello stomaco!
      - Dubbioso o Malinconico: Insieme alle stelle, chissà, profumeranno anche le stalle                    piene di mer...se son farfalle fioriranno, come disse il saggio una volta?!
      - Gatto: Ho piacere a sentirti dire quel che hai detto. Conta, in fondo, solo fare quanto                ci piace e no quel che vogliono gli altri si faccia! Ti aspetto quanto prima, caro                  cane. Ora devo proprio andare, ti saluto.
       - Cane: Ciao! Stammi bene pure tu!
       I due, dopo essersi amichevolmente accomiatati, prendono direzioni opposte. Il cane, con calma quasi pia...ossessiva si avvia verso l'opposto marciapiede, il gatto invece va via a passo più solerte: ha degli orari da rispettare, lui...cena e riposo, in fin dei conti, non possono attendere più di tanto! Il cane, poi, giunge in prossimità d'una grossa scatola vuota e si ferma davanti ad essa. Infine la raccoglie colla bocca e la porta via con sé. Si ferma, dopo essere arrivato a destino...destinazione e ci si infila dentro per dormire.
     - Voce narrante: Quando si è a pancia piena ci si innamora davvero d'ogni cosa, a                         digiuno invece è la fame che parla al posto tuo e...a quello dello stomaco,                       delle orecchie, del naso, della gola e degli occhi pure. La fame è nera, ma                       non è mai sorda, né muta, né cieca: ci sente, favella e ci vede pure                                 benissimo! La felicità...fame non guarda in faccia proprio a nessuno: è                             cristiana, democratica e borghese, lei, proprio come i padroni tutti!
      - Dubbioso o Malinconico: Ma quando si è visto o si è sentito dire da qualcuno (che                       cogli stessi suoi occhi lo abbia visto) che le farfalle fioriscono? Casomai,                         muoiono dopo essere sfiori...aver brevemente vissuto, quel poco tempo                           che gli è concesso di vivere in natura; il tempo necessario a non far cose                         inutili e a non sprecar di tempo, che nella clessidra la sabbia è ben poca                         assai e molto presto si consu...passa dall'altra parte. Allora, lei lo usa per                         mettere al mondo altre farfalle, magari sotto le stelle. Nascita, vita, morte,                       senza miracoli e senza domande da farsi né risposte da poter dare. Mi                            domando, però, ora, se la farfalla procrei a pancia piena?!
      - Bardo: La Voce narrante ed il Dubbioso, quei due assieme son peggio dei cani e dei                  gatti divisi tra loro. Meglio che taccian per sempre, meglio è posar sulla                            tomba la pietra...anzi, la pietra tombale e proferir la parola FINE!

                                   = Autocommento = (al Dialogo)
     L'autore, quà, si è (miserevolmente ma anche ragionevolmente) ispirato al teatro dell'assurdo (su tutti il sommo nonché pure magno Tommaso, in arte Beckett), ma anche a certi giovani "arrabbiati" britannici del dopoguerra; infine, ad alcuni autori tedeschi (quelli del "Gruppo 47") e al pazzoide più pazzo di tutti, ossia quel Rainer Werner Fassbinder che sapeva usare il coltello come pochi. Era un romantico nichilista, infatti, lui, anzi, era un nichilista romantico: tagliava, si, ma lo faceva con garbo. Magari, chissà, a qualche compagnia di questo mondo - e di questa epoca - verrà lo sghiribizzo di rappresentare quanto scritto ed al gentile pubblico la pericolosa idea di stare attentamente ad ascoltare. Ad maiora.

     Taranto, 27 ottobre 2020.
     

  • 01 febbraio alle ore 11:45
    Non sparate sulla puttana santa

    Come comincia: La chiamavano tutti la "puttana santa" per via d'un crocifisso d'oro che portava sempre appeso al collo. Il suo vero nome era Jolie, nessuno lo sapeva tranne la sua migliore amica, Christiane. Entrambe bazzicavano il quartiere di Saint-Pauli; entrambe erano scure di capelli: lei, Jolie, mulatta cogli occhi azzurri (suo padre non l'aveva mai conosciuto: dicono fosse sbarcato in città da una petroliera giunta dal Venezuela, trenta e passa anni addietro), l'altra era bruna naturale cogli occhi grigi da gattina impaurita. Ricevevano i clienti per strada, non avevano protettori, e si accoppiavano con loro dovunque capitasse: nelle auto di quelli, in un cantiere edile dismesso, sopra una nave abbandonata al porto, o semplicemente dietro una grande aiuola in un parco. Jolie e Christiane erano inseparabili, come due gatti siamesi; piangevano e ridevano all'unisono persino, sovente erano anche picchiate insieme: era difficile che avvenisse il contrario visto che si tenevano sempre per mano, quando camminavano nel quartiere, tranne...facevano orario continuato, notte e giorno senza sosta: si separavano giusto il tempo che serviva loro ad accoppiarsi coi clienti. Avevano messo da parte un bel gruzzolo, ormai; il loro sogno era quello di imbarcarsi su una nave da crociera per Santo Domingo: il sole, il mare, cielo terso e cristallino dei Caraibi per tutto l'anno. Loro, in fondo, conoscevano soltanto la nebbia dei freddi inverni di Amburgo, la pioggia e quel tanfo di fulìggine delle ciminiere delle fabbriche della periferia nella grande città, il rumoroso frastuono delle gigantesche gru dei cantieri navali al porto; avevano sempre dormito nei quartieri dormitorio della zona est, non facendo altro che battere le strade e fare marchette, sin da ragazzine senza aver mai visto, durante quella squallida vita trascorsa sino ad allora, un pedalò nè una spiaggia dorata o un tramonto in riva al mare. Avevano intenzione di cambiare, lo desideravano con tutte loro stesse: la forza per continuare li veniva di dentro, soprattutto quando incrociavano gli sguardi delle altre ragazze "normali", quando loro stesse si incrociavano con le studentesse liceali o quelle dell'università che parlano nei pub o nei bistrot del centro, oppure mentre si fissavano a spiare le coppiette di giovani fidanzati che limonano seduti sulle panchine dei giardini e degli immensi parchi. Il giorno della partenza era oramai vicino, fissato per l'autunno seguente: all'altro capo dell'oceano sarebbe cominciata invece la stagione del boom vacanziero e del flusso ininterrotto delle enormi navi da crociera provenienti da ogni parte del globo. Una volta sbarcate sull'isola, si sarebbero sistemate nella loro casa di fronte alla spiaggia di Boca Chica (l'avevano acquistata per procura tramite agenzia) e poi avrebbero aperto un piccolo bar insieme ad un amico del posto. Una notte, però, accadde l'imprevisto doloroso, l'imponderabilità del destino o meglio ancora, nel caso delle due ragazze, gli incerti del mestiere: Jolie venne uccisa con due coltellate al cuore. Christiane fu avvertita da alcuni amici, si precipitò sul posto (un vicolo buio) in cui era riverso il corpo esàngue dell'amica: quando si trovò vicina ad essa non pianse neanche un po' ma prese con le sue mani la testa dell'altra, li baciò i capelli e poi la strinse a sé, per alcuni attimi. All'arrivo della polizia, raccontò quel poco che sapeva e che aveva visto prima. Agli agenti poi, ai cronisti e ad alcuni curiosi raggruppatisi sul posto disse ad alta voce (il tono sembrava una sorta di proclama!):
     - Quella ragazza distesa per terra si chiamava Jolie, era una puttana come me; la chiamavano tutti la "puttana santa". Non sparate sulla puttana santa, per favore! Christiane partì in autunno, come aveva programmato di fare insieme all'amica, prima della sua morte. A Santo Domingo aprì il suo bar, coronando il sogno d'una vita intera. Ogni tanto, quando la sera suona la chitarra seduta sulla spiaggia intorno ad un falò, con gli amici, li capita un fatto strano: rivolge lo sguardo alla luna e dentro di essa scorge il volto sorridente di Jolie. Lei, allora, smette di suonare e manda un bacio all'amica morta. Una volta, alcuni ragazzi li chiesero:
     - A chi mandi il bacio, Christiane? - Lei, allora, rispose:
     - A una mia amica, il suo nome era Jolie ma la chiamavano tutti la puttana santa. Non sparate sulla puttana santa, per favore!

    Taranto, 31 gennaio 2021. 

  • Come comincia:  Ambientalismo spicciolo
     Comune di Vicenza - Vietato dar da mangiare agli alberi: non hanno denti per masticare
      -Io porto a cacare il cane sempre nello stesso posto. - Anche io!
     Vaffanculo: città gemellata con "li mortacci tua"
     Frase in tivu' (da rai fiction): - Ma quale diritto! Veramente crede che il test del DNA possa creare dei diritti? Posso capire verso la legge, ma non sono certo i diritti legali che fanno un padre o un figlio! PS. D'accordissimo!!!
     Ho sognato tanti numeri ad occhi aperti, stanotte: i numeri nascondono delle storie, proprio come le parole (le racchiudono); anzi, ogni numero porta con sé una storia, ed è come una scatola cinese: quando l'hai aperta ne trovi subito un'altra da aprire e poi ancora un'altra...
     Sono sempre stato molto tranquillo ma ho visto molte "cose"; ho lasciato presto la scuola perché non significava niente per me, volevo soltanto che mi accadesse qualcosa! (Jimi Hendrix)
    Una ragazza giovanissima ferma un signore di mezza età per strada e li chiede:
    - Vuoi fare l'amore con me? L'uomo risponde: - Quando? - La ragazza, ancora, fa: Anche subito, se ti va. Basta che c'é l'hai a portata di mano!
    Chiuso per ferie. Per preservativi e viagra rivolgersi al biciclettaio via dei Macci. Grazie.
    Chiuso per riposo mentale, cioè sto esaurit...c.vrimm aropp u ferragost!!! (cioé u'21) ciao, Nicola.
    Non rubare! Lo Stato non tollera la concorrenza.
    Quì chiavi in 5 minuti
    Pizzeria da Gino, consegne a domicilio. Anche se non avete un domicilio ci pensiamo noi, basta che ci fate sapere dove abitate.
    Col distanziamento sociale, la scorsa estate, ho prenotato un ombrellone a Gallipoli e me ne hanno dato uno a Rimini. PS. Chilometro più chilometro meno: all'incirca 800 chilometri!
    Dal Corriere della Romagna: "cane trova l'eroina e suona il clacson".
    Roma ai Romani, Anzio agli Anziani
    Ciao, bellissima Amelie! Come stai? A me andrebbe di incontrarti per fare l'amore con te. Che dici, possiamo scambiarci e-mail? Adesso ti mando un bacino. Fammi sapere, ok? PS. La mia mail, comunque, è questa:...porca puttana, non me la ricordo più! 
    Gli idraulici sono in agitazione: non hanno ben compreso alcune indicazioni del "decreto sturacessi"!
    Frasi romantiche
     Questo immenzo amore per te, sei sempre nel mio quore!
     Flavia se non ceri t'i avessero dovutta in vendare
     Ti proteggerò come proteggo il drink passando tra la gente in diskoteka!!!
     Come disse Napoleone a Waterloo: "gli Inglesi? Soltanto una questione di...feeling!". PS. L'esercito francese, il 18 giugno del 1815, sulla piana di Waterloo, località del Brabante Vallone belga, subì oltre 25000 perdite: una delle più grandi disfatte nella storia militare della Francia.
     Due amici si incontrano per strada. L'uno domanda all'altro:
     - Dimmi, come stai? Ti vedo strano, non è che sei un po' stressato, esaurito?  Quello risponde: - Io esaurito? Ma quando mai! E' solo il cervello che non mi funziona tanto bene in questo periodo!
     Annunci vari
     Fittasi monolocale fronte strada, (vascio), angolo cottura, parché nuovo, tivù al plasmon, wai fai, no criaturi, no cani&gatti cannibali, no nonni rattusi
     Svendo tutto e vado a Cuba. PS. L'idea non sarebbe neanche tanto malvagia, tranne che per un piccolo particolare: non ho nulla da svendere!
     Vendesi autentiche borse Luì Vitton perfettamente imitate (sono nostrane no Made in China o coreane)
    Cercasi moglie referenziata "milleusi", senza servizio sveglia incorporato; la preferenza verrà data a candidate con esperienza. No perditempo.
    Si prenotano torte pascquali: da mo fino a Natale. Lasciate numero, sarete richiamati (possibilmente prima di Pasqua...ma non è sicuro al 100%)
    Chi combra e spente un soma di euro 10,00 riceverà una bantiera in omaggio
    Cercasi rosticciere esperto, no zuzzus!
     Locali varie
    Trattoria "Pisciapiano gioia mia"
    Buone vacanze! Il Tè Mat resterà chiuso dal 23 al 38 luglio. Ci rivediamo martedì 39
    Aperti...per incendio!! Pizzeria Gino Sorbello, 80 posti nel vico!!!
    Il negozio riaprirà il prima possibile, appena l'emergenza sarà finita. Coraggio, Dio ci ama! Pensa se je stavamo sul cazzo!!
    Abbi rispetto per il barista perchè neanche un water riesce a servire più di un culo alla volta
    Dal fruttivendolo=tutte le donne sorprese a palpare la frutta subiranno lo stesso trattamento!
    Davanti a una serranda chiusa=non sostare senza di té
    Io non sono dipendente dell'alcool ma titolare
    La direzione valuta pagamenti in natura
    Ricchioni dal 1962
    Non abbiamo il wi-fi: parlate tra di voi!!
    Vengo subito: allora godi poco!
    La Figa (ristorante) - cucina mediterranea
    Super offerta del giorno= 1 pizza euro 1,50; 2 pizze euro 3; e addirittura 3 pizze euro 4,50
    Pesche appena pescate, pensa te se vendeva pure i cachi
    Chiuso per ferie dal 24 luglio. Ritorniamo quando abbiamo finito i soldi, cioé il 27 luglio
    Bar=per evitare inutili discussioni, si avvisa la gentile clientela che nei cornetti vuoti non c'é niente...!!!
    Orari salvataggio in mare, mattino=10-13; pomeriggio=15-18
    Avviso ai signori ladri: io sparo!
    Domenica finita, località gemellata con Cazzo, domani è lunedì
    Varie ed affini
    Per favore non urinare sul portone del palazzo, quì ci vivono persone perbene! Fallo sulla banca quì di fronte!!
    Divieto di fermata per contrattare prestazioni sessuali (su tutto il territorio comunale)
    Muori educato: prima di andartene non sbattere la porta!
    Attenzione: pavimento corridoio sino ad arrivare ai wc pericolo di cunette e d'orsi
    Amore&dintorni
    Porta Elisa...l'ho portata, e adesso?
    Tra due (ex) fidanzati
     Lei: - Tu hai solo paura di amarmi!
     Lui: - No...non ti amo!!!
     Paese=Gnocca (vicino Porto Tolle)
     Nature&varie
    E' assolutamente vietato camminare sulla superficie del lago: potrebbe volersene a mare!
    Trentino - Valduga primo giorno da sindaco. Ecco gli impegni: rapina in negozio col coltello
     Sulla felicità...
     Ci vuole poco per essere felici: basta un niente!
     dal blog: Era meglio quando c'erano gli Squallor
     (voce del canale di destra)
    Signori e Signori buona sera, vi parliamo da una paese torrido come...l'Africa
    E' freddo come il Polo nord, siamo collegati con circa quaranta paesi, quelli che avete ascoltato sono alcuni schiaffi che il tecnico ha mollato al proprio dipendente. Siamo collegati dicevo con circa due paesi, l'Uganda per l'Uganda e il Giappone per il Giappone. Molte sono state le adesioni, per la Germania Est l'est, per la Germania Ovest l'ovest e il Polo sud Nord.
    Se sei d'accordo mi passerei la linea.
    Sì, sono d'accordo e sono sempre quì.
    Ed eccoli quì finalmente da lontano stanno arrivando...
    sì, non vorrei sbagliare,
    sono loro, i Maomettani. Ormai sono passati...i carciofi.
    I carciofi, come sapete è la materia prima di questo luogo che esporta carciofi
    quest'anno c'è stata una specie di carestia
    perché alcuni uccelli passando raso raso hanno incappato nelle punte dei carciofi
    e, i quali non sono cresciuti all'altezza giusta.
    Ed ora alcuni comunicati commerciali:
    "La tazza di caffé non va bevuta, va pisciata."
    "Scarpe ortopediche Velox."
    "Comprate il Vaticano. Il prete a casa vostra. Costruitevi il prete."
     "Mettetevi un dito in culo, e la vita vi sorriderà."
     Va declamando il saggio (ovvero: domandona da cento milioni di lire...pardon euro):
     "E' meglio un uovo oggi oppure una gallina domani?". PS. Come al solito, la risposta al quesito è abbastanza opinabile. Personalmente preferirei la gallina...trattasi sempre di soggetto di sesso femminile; tuttavia, non disdegnerei neanche l'uovo (purchè non sia sodo e sia rigorosamente biologico!).

    Taranto, 30 gennaio 2021. 
     
     

  • 27 gennaio alle ore 7:57
    Lettera ad un ex compagno di scuola

    Come comincia: Caro Renato, quella tua voce stentorea, offuscata da un affanno, che, come medico, so riconoscere, mi ha raggiunto, sere fa, dal vivavoce della mia auto, nel buio, senza luna, della discesa dalla valle del Noce, che scende a Scalea. Guidavo in quell’assenza di pensieri, che ti capita, quando decidi di concederti una breve vacanza. Il ritmo dello sterzo, per le continue curve, si accompagnava al suono del motore, richiamato dallo scalare delle marce, per ridurre la velocità, all’entrata delle curve. Le conifere, a tratti, erano come fantasmi, al lato della strada. Quel trillo…-“Sono Renato, ti ricordi di me?..”- Quel tonfo dell’anima, più sonoro e preoccupante di quello del cuore, che sappiamo. Non era la tua voce di ragazzo, che ho lasciato negli anni, eppure ho saputo riconoscerti, forse anche per quel tanto di accento ligure, che trapelava in quel tuo angoscioso ansimare.
    Scusa la grafia del computer, ma ti evito la decifrazione della mia calligrafia..
    Il tempo ci spaventa e noi spesso lo fermiamo nei ricordi. Così tu sei ancora per me, Renato, il bello incontestabile, che sviava su di se gli occhi di tutte le nostre compagne, al liceo. Quel volto abbronzato, attraversato da un sorriso gioioso. La tua figura, curata dallo sport, che a quei tempi era un lusso di famiglia. Avevi un modo così invitante di saper chiedere i compiti, da me già fatti. Una volta, affascinato dalle prime cuffie militari per radio, che mio padre aveva conservato dalla guerra, mi chiedesti di imprestartele. Non ritornarono mai più .Mi sembrò un gesto naturale di elegante distrazione. Non parliamo di quando ti esibivi al tennis, nei vari tornei. T’invidiavo, guardando il volto acceso delle nostre compagne. Quei commenti verso il tuo fisico. T’invidiavo i calzettoni candidi di marca, che a me, scendevano sempre, inesorabilmente. Le tue racchette poi, erano sculture inarrivabili. Le corde di budella, suonavano come violini, se ci passavi il palmo della mano, con eleganza, quando, a fine partita, tornavi tra noi. Sorseggiavi il Chinotto ghiacciato, alternando frasi e commenti a tutti noi, che mi sembravano d’irraggiungibile originalità. A volte ne ho copiato a mente, qualcuna di quelle frasi.
    Parlarti di me vorrebbe dire fare un riassunto della mia vita; passiamo oltre, gioie e dolori come tutti. Lavoro ancora. Il mio studio in Piazza della Sanità, uno dei rioni a rischio di Napoli ,mi ha dato la possibilità di fare un’esperienza altrimenti impossibile. Scusami se, interrompendosi la comunicazione telefonica, non ho avuto il coraggio, all’arrivo, di ritelefonarti. Il tuo ansimare mi stava cancellando il tuo giovane sorriso e la nostra gioventù. Perdona il mio egoismo.

  • 22 gennaio alle ore 16:31
    INNO AL PIACERE

    Come comincia: Oh PataPina, dolce compagna delle mie notti insonni ti immagino, ti vedo, ti sento, mi inebrio del tuo effluvio chiave d’ingresso del piacere più smodato e di meravigliose sensazioni gustative.  Ti stimolo trattenendoti in bocca per gustare più a lungo la tua sapidità. Il tuo clitoris si innalza come un piccolo pene e ti trasmette sensazioni profonde che ti portano ad  orgasmi incontrollati, ripetuti nel tempo sino allo sfinimento. Come non prestare attenzione alle magnifiche tette dal capezzolo aumentato di volume per il piacere provato. Con l’aiuto di ‘ciccio’, in gran forma il ritrovamento del punto G è un tripudio di sollazzo profondo, illimitato con perdita della visione della realtà fino ad un sonno ristoratore. Sei ad occhi chiusi, abbandonata al godimento  prolungato che non ti ha lasciato e riprende la sua forza quando ti bacio sul collo, è l’apoteosi. Mi distendo vicino a te, ti guardo,  un sorriso di piacere non ti abbandona. Non penso ad altro, per ora sei solo mia e voglio ricordarti così, più bella che mai, non ti risvegliare, con una foto vorrei immortalare il tuo corpo ed in particolare il viso, ma temo che  la foto  potrebbe finire in mani estranee, per un po’ sei stata solo mia, forse la mia passione si è tramutata in amore …

  • 22 gennaio alle ore 12:58
    Dolce&Gabbana

    Come comincia: Amo Portofino. Ogni volta che ritorno in Liguria, prendo il treno da Genova e scendo a Santa Margherita. Poi, percorro a piedi la stretta litoranea, che porta a Portofino. In macchina o in bus sarebbe un reato. Sono passi paradisiaci, di colori, di profumi, di ricordi. Ma l'euforia delle endorfine, che il nostro cervello scatena alla visione del bello, cancella ogni fatica. Povera madre, convalescente da una colonstomia per un cancraccio da due, tre mesi, la percorse con me, costretta, a braccetto, vivendo vita vera. Non me ne pento. Si cammina al suono del frangersi delle onde dabbasso. L’occhio si stende in un azzurro confuso di mare e cielo. Vele invidiate, sono macchie candide. Il verde mediterraneo di contorti pini è quasi un tetto che ti profuma e ti dà macchie d’ombra. Giunto a Portofino, subito a comprare la fugassa in un negozietto fermo nel tempo: scelgo quella sbrodolante d’olio d’oliva che scende tra le dita. Incontro l’odore di mare, di porticciolo. Turisti in sindrome stendhaliana vagano guardando a caso, altri si attardano nelle boutiques di nome. Subito dopo amo alzarmi, a volo d'uccello, sino al castello Brown, uno stretto sentiero tra cancelli e inferriate di ville superbe, che hanno i nomi sottaciuti dei nostri ricchi, imprenditori, politici e attori. La vista è unica. Tra fiori, l'azzurro del mare, violento, quasi una macchia indelebile. Ricordo che mi colpirono, in bilico, su di un dirupo, aldilà dei cancelli di una lussuosa villa, due sdraio da giardino, dalle tele eccentriche, affiancate, strette come da un sentimento.  Erano sospese su di un panorama unico. Un precipizio da estasi.
    "Chi sarà mai questa coppia d'innamorati, così fortunata e doverosamente felice, da potersi unire in questa bellezza?" Dissi a mezza voce.
    "Dolce e Gabbana!" Mi rispose un ragazzetto di passaggio, ammiccando un mezzo sorriso.