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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 31 gennaio alle ore 16:10
    Il coraggio

    Come comincia:  Nella foresta divampo'un incendio immane: tutti gli animali, compresa sua maestà il leone, fuggirono di gran lena dinanzi alle fiamme. Solo un minuscolo colibrì volava in senso contrario, portando una goccia d'acqua nel becco. - Cosa credi di fare? - gli chiese il leone. - Vado a spegnere l'incendio! - rispose il colibrì. - Con una goccia d'acqua soltanto? - Io faccio la mia parte! - rispose il colibrì. 

  • 31 gennaio alle ore 16:02
    Le domande (in) discrete

    Come comincia:                                                                                                              da: Isaak Babel
     
      Come sono fatti gli assassini? Sono passionali o spietati? O forse, entrambe le cose: chissà! Che cosa spinge mai l'assassino ad uccidere? Vanità, forse; senz'altro rabbia e rancore, ma...Una volta ho desiderato ardentemente di uccidere un uomo, il mio peggior nemico; di offenderlo per più di un'ora, martoriarne il suo corpo e le sue membra prima di berne il suo sangue, catturare la sua essenza e ingoiarne le sue melmose viscere, i suoi maleodoranti liquami: volevo scoprire, a quel modo, che cosa fosse mai in realtà la vita, a che cosa assomigliasse la vita di un uomo, quella di ognuno di noi lungo la nostra via, il nostro cammino.

  • 31 gennaio alle ore 10:14
    NIPOTE PREDILETTO

    Come comincia: “Lucrezia sono Mirella…scusami ma mi manca il fiato, aspetta un momenton bevo dell’acqua…eccomi mi sono ripresa: una grande novità per me, alla Pirelli mi hanno promosso dirigente titolo ambito da molti uomini ma hanno scelto me, l’unico problema è che mi devo trasferire a Breuberg in Germania, io parlo correttamente il tedesco ed il francese, me li ha insegnarti da piccola mio padre questo è anche stato il motivo per la mia preferenza nella scelta ma ho un problema da risolvere, mio figlio Baldo ha diciassette anni, frequenta il terzo liceo classico non posso portarlo con me sia perché non parla la lingua e soprattutto perché alla scuola in Germania non lo accetterebbero.” “Finisci il discorso non so come potrei aiutarti.” “Non è facile chiederti questo favore ma solo tu me lo puoi fare…prenderlo a casa tua il tempo necessario sino a che non possa ritornare in Italia.” Lucrezia non sapeva cosa rispondere, da tempo vedova di Doriano si era organizzata la vita senza maschietti, col marito aveva avuto un’esperienza negativa per motivi religiosi, lei aveva solo amicizie femminili con le quali passava il tempo libero, era casalinga, andava in villeggiatura in montagna o al mare e talvolta in crociera nel Mediterraneo, non aveva problemi finanziari in quanto il defunto aveva avuto il ‘buon gusto’ di lasciarla agiata…”Cara non so che risponderti, Baldo mi è tanto caro ma avrà le sue esigenze che non combaciano con le mie…” Un lungo silenzio fra le due amiche poi Lucrezia: “D’accordo sarà un modo per movimentare la mia vita, accompagnalo quando vuoi, gli faccio sistemare da Gina la cameriera la stanza degli ospiti.” “Un bacione grande grande, solo tu mi potevi aiutare non ti dico che ti ringrazierei con delle preghiere altrimenti ti manderei all’Inferno, stavo scherzando, domattina verrò a casa tua con Baldo che provvederò a catechizzare, qualora si comportasse male fammelo sapere…” Roma d’estate non è la migliore città d’Italia e così madre e figlio arrivarono a casa di Lucrezia in Corso Francia tutti sudati con tre valige. “I figli vanno bene quando ci sono anche i padri a prendersene cura, come sai Ettore il genitore di questo signorino ha da tempo preso il volo con una sciacquetta molto più giovane di lui, ormai è di moda, se lo fanno le mogli vengono bollate come…lasciamo perdere. Baldo ha lasciato a casa il computer, andrà a riprenderlo i prossimi giorni.” “Lascia perdere, era mia intenzione rimodernarmi,  ne acquisterò un nuovo per casa mia, lo sai che c’è la possibilità di vedersi in tutto il mondo con un aggeggio chiamato ‘skype’? Così avrete modo di sentirvi.” “Allora scappo, il mio aereo parte alle sedici, non posso perderlo, a te non dico nulla ormai hai capito come comportarti, a te Lucrezia una abbraccio forte forte ed un bacione.” “Questa è la tua stanza, come vedi c’è anche una grande scrivania dove potrai anche sistemare il computer, vicino il bagno, se hai bisogno di qualcosa….” “Grazie zia, cercherò di darti fastidio il meno possibile.” Il giorno seguente Lucrezia si recò in via Merloni per acquistare un computer moderno, poi le venne un’idea: “Egregio direttore vorrei che impiantaste un cimice microspia non facilmente visibile in una  stanza di casa mia in modo che sul mio telefonino possa vedere ed ascoltare quello che succede l’interno della stanza stessa, mandi un suo tecnico domattina, quanto le devo? …. le lascio un assegno.” Vennero due ragazzoni simpatici e sorridenti, avevano capito qualcosa in quella richiesta un po’ inusuale di quella signora, una buona mancia è sempre gradita e fa dimenticare i cattivi pensieri. Lucrezia si accorse di aver guardato quei giovani in maniera diversa dal solito, li aveva trovati piacevolmente mascolini anche comparandoli con defunto marito che aveva ricevuto in dono un nome appropriato alla sua mentalità, Doriano che vuol dire ‘Dono di Dio’. Secondo lui i rapporti sessuali dovevano avere il solo scopo della procreazione con conseguenze immaginabili per la consorte che  era risultata sterile. Baldo stava mettendo in atto le raccomandazioni della madre, Lucrezia era contenta della sua compagnia, talvolta con una battuta romanesca riusciva a farla sorridere poi un  giorno: “Zia se me lo permetti vorrei invitare a studiare una mia amica molto brava in tutte le materie, si chiama Perla è figlia di buona famiglia.” Lucrezia non si aspettava una tal richiesta ma non si oppose, se si trattava di una brava ragazza… La tale era un tipo piacevole: alta di statura, bionda, grandi occhi azzurri sembrava una nordica, frequentava una palestra e si notava dal suo fisico statuario. Lucrezia la accolse con un sorriso e: “Buono studio.” La padrona di casa il pomeriggio si rifugiava in camera da letto per non farsi scoprire dalla cameriera mentre stava spiando il ‘nipote’ e l’amica. I primi due pomeriggi non accade nulla ma il terzo…Perla prese in mano il ‘ciccio’ di Baldo e poi addirittura in bocca dove sicuramente fece provvista di vitamine, bella porca un pompino in piena regola! Finiti gli esami di Stato con esito positivo Perla non veniva più a casa di Lucrezia ma era Baldo che il pomeriggio spariva dalla circolazione per rientrare la sera visibilmente spompato, una immotivata gelosia da parte di Lucrezia nei confronti del ‘nipote’. “Ti vedo deperito, vorrei condurti da un dottore, anzi lo faccio venire a casa, è un vecchio amico.” “Ascanio quando puoi vieni a casa mia, dovresti controllare mio nipote, lo vedo dimagrito e bianco in viso, va bene domai pomeriggio?” “D’accordo.” Ascanio era un anziano medico, misurò la pressione arteriosa di Baldo, gli auscultò il torace e la schiena ed alla fine: “Cara Lucrezia, tuo nipote non sta particolarmente male, forse ha bisogno di cambiare aria, possibilmente in montagna, auguri.” Nel frattempo Baldo si era recato in una scuola guida ed aveva conseguito la patente ma neo patentato non poteva guidare la Volvo della ‘zia’ che per lui acquistò una Cinquecento Fiat con l’obbligo di guidarla con la zia accanto, ‘sun of a bitch’ e così la dama gli precludeva gli incontri con Perla. Ultima trovata: “Caro ho prenotato un soggiorno a Madonna di Campiglio, un hotel a millecinquecento metri di altezza, quello che ci vuole per te, ho parlato con tua madre che è d’accordo. Roma – Fiumicino – aeroporto di Bolzano circa cinquanta chilometri da Madonna di Campiglio raggiunta con una Fiat Panda a noleggio. L’hotel Spinale era di gran lusso con relativa rilevante spesa, non era un problema per Lucrezia che, lontana da Roma, sentiva più vicino il nipote, forse voleva averlo ancora più vicino… Lucrezia chiese due stanze allo stesso piano. Andarono in boutique per rifornirsi di materiale adatto alla montagna e la sera cena insieme. Il maître del ristorante: “Benvenuta a lei madame ed a suo figlio, sono a vostra disposizione, a voi il menu, scegliete con calma.” “Ho sempre desiderato una mammina come te, sicuramente più affettuosa di quella deutschland della mia!” Cena a base di specialità locali mai assaggiate prima, il tutto ‘innaffiato’con l’Amarone della Valpolicella. Passeggiata digestiva, qualche minuto dinanzi alla TV in lingua tedesca, sguardo reciproco e poi: “Tutti a nanna!” “Sogni d’oro mammina!” Invece il sonno tardava a venire, s’erano fatte le ventitré Baldo accese l’abatjour, niente da fare, provò allora a telefonare alla stanza 232 quella della zia ma per risposta un lungo tu tu tu. “Centralinista cerco di mettermi in contatto telefonico con mia zia, non ci riesco, mi da una mano?” “Signore per motivi di privacy non c’è collegamento interno, provo a chiamare io sua zia, se la signora è ‘accordo  le passerò la linea.” “Stavo per addormentarmi…(Non era vero)” “Io invece stavo ripassando la poesia del Pascoli: ‘Fratello non posso prender sonno’ e poi sento dentro di me una tristezza infinita…vorrei parlare con te.” “Son qua, dimmi tutto.” “Lo sai che la telefonata passa dal centralino…vorrei invece venire in camera tua.” “Figurati, questa me l’aspettavo, ti apro la porta.” Lucrezia indossava un baby doll rosa, sotto un corpo ancora desiderabile. “Non fare quella faccia, mai vista una donna?” “Quando siamo soli vorrei chiamarti per nome, un mio capriccio, mi gratti la schiena?” “Sei ancora un cucciolone ma vedo….” Per ‘ciccio’ zia o Lucrezia non faceva  differenza, si era alzato in tutta la sua altezza, Baldo per evitare un diniego si mise prono sul letto, la zia lo rivoltò: “Non ti vergognare, è naturale che…” “Lucrezia che ne dici di una fellatio o di un cunnilingus?” “E tu che ne dici di non parlarmi latino?” Baldo ringalluzzito pose delicatamente ‘ciccio’ in bocca alla zia che rimase perplessa ma non protestò. “Questa è la fellatio…”Lucrezia in poco tempo si trovò con la bocca piena, una sensazione mai provata in vita sua, ingoiò il tutto, non era una sensazione spiacevole. Baldo allora pensò bene di passare al cunnilingus e appoggiò la sua bocca sul pube della zia che, accortasi dell’intenzione del nipote saltò giù dal letto, andò in bagno e ritornò  con la ‘topa’ ben pulita e odorosa. Baldo si mise all’opera e dopo poco tempo Lucrezia per la prima volta in vita sua provò un orgasmo, un orgasmo prolungato che la lasciò basita senza forze, capì cosa le era sempre mancato in vita sua. Qualche lacrima da parte sua, Baldo per sdrammatizzare passò al dialetto romanesco: “A’ zì se ‘na goderecciata te fa st’effetto se te l’infilo dentro me mori!” Ripresasi, Lucrezia: “In quel momento oltre a provare una sensazione meravigliosa ho capito quanto la religione aveva suggestionato quel fesso di mio marito, ora mi sento una donna e per merito di…” “Lascia stare i meriti, dentro sei un lago, ‘ciccio’ non ti farà male.” E così fu, Lucrezia ebbe un altro orgasmo più  prolungato, con la mano fece cenno al nipote che voleva godersi il post ludio, rimase immobile ad occhi chiusi per un bel pezzo. I due si addormentarono sino a che la mattina alle dieci, entrando col pass partout apparvero due ragazze  addette alla sistemazione della stanza che rimasero perplesse nel vedere i due dormienti: “Ragazze dateci dieci minuti e poi la stanza sarà tutta vostra, per favore telefonate al barista, fateci portare due colazioni ‘robuste’.” I due amanti in breve si rivestirono e fecero festa alle leccornie locali poi passarono nella stanza di Baldo lasciando sul comodino due biglietti da venti Euro. Dopo circa un mese di permanenza  a Madonna di Campiglio Lucrezia capì che ‘la favola breve era finita’ e che il ritorno a Roma era d’uopo. Si fecero prenotare due biglietti aerei Trento – Roma Fiumicino e prima della partenza ebbero il saluto corale (ed interessato) del personale nel frattempo ben foraggiato. Gina aveva fatto trovare l’abitazione in ordine e una cena alla romana, finiti gli intrugli alto atesini!  Da quel momento Baldo fu militarizzato dalla zia: iscrizione al primo anno di medicina, studio senza soluzione di continuità sino a venerdì, sabato ‘grandi manovre’, domenica a pranzo in un ristorante. Baldo aderì alle disposizioni di Lucrezia, era per motivi di affetto che la zia aveva imposto quel regime che portò i suoi frutti dopo quattro anni la laurea in medicina ed iscrizione alla specializzazione di ginecologia. “Non pensare che ti darai alla pazza gioia con le femminucce che visiterai, la maggior parte saranno poco appetibili ed in ogni caso per deontologia professionale…””Per gelosia è il termine più adatto, fa pure rima!” “Voglio dirti una cosa seria, ho pensato a lungo alla nostra situazione, o prima o poi troverai, come successo in passato una tua coetanea, forse ti sposerai ed avrai figli che io non ti ho potuto dare ma una cosa ti chiedo: ogni tanto…ricordati dell vecchia zia!” Tu sei una zia che non invecchia, sei giovane dentro e sempre lo sarai! Al conseguimento della specializzazione in ostetricia grande festa con gli amici, Lucrezia apparse completamente diversa, capelli raccolti in un chignon, trucco agli occhi che li facevano sembrare più grandi e luminosi, la bocca ben truccata portava a pensieri lascivi soprattutto del nipote che all’orecchio: “Hai lo stile della pompinara!” Male gliene incolse si trovò con le mani della zia sul collo tipo strangolamento e poi un lungo bacio  dinanzi ad una platea applaudente. Stavolta Hermes, protettore di Baldo non riuscì a salvare la bella Lucrezia, spiegò a Baldo che il fato era superiore anche agli dei e che Atropo con lucide cesoie stava per recidere inesorabile le stame di Lucrezia. Ricovero immediato in una clinica privata, accertamenti a non finire, diagnosi infausta: carcinoma allo stato finale all’utero. Incredibile Baldo specialista in ginecologia non si era accorto… si maledì cento volte ma ogni volta che incontrava Lucrezia le dava buone notizie sul decorso delle malattia. Quando i dolori divennero insopportabili, tutti i medici curanti d’accordo, Lucrezia fu sottoposta a una terapia a base di antidolorifici che la lasciarono incosciente sino alla morte avvenuta dopo quindici giorni. Mirella la madre di Baldo era sparita dal video, forse si era trovata un altro uomo, Baldo fece trasportare la salma direttamente nella tomba di famiglia ed inumata vicino a quella di suo marito. Baldo, dietro consiglio di uno psichiatra amico seguitò nel suo lavoro per evitare di pensare troppo e crearsi problemi psicologici. Ogni tanto accontentava ‘ciccio’ ma era solo una questione meccanica, Lucrezia era rimasta nel suo cervello e soprattutto nel suo cuore, non si sposò mai.

  • 30 gennaio alle ore 19:05
    Il santone e la giovane vedova

    Come comincia:  - Non sapevo fossi in casa, altrimenti non avrei bussato così forte alla tua porta, - disse il prete e santone Isaia alla giovane vedova (la quale li aveva aperto la porta tutta in ghingheri discinta); - ma non avevo cattive intenzioni, sai, mia bella giovin fanciulla, -aggiunse lo stesso, appena un attimo dopo.
     - Pensa alla salute! Pensa alla salute, prete! - fece quella, e poi richiuse la porta sbattendola in faccia all'uomo senza complimenti. Il prete andò via e lungo la strada ripeté più volte a se stesso: - Chissà dove ho sbagliato?

  • 30 gennaio alle ore 18:35
    Visioni notturne

    Come comincia:  dalla II^dimensione, vicina alla III^ed alla I^, ma molto lontana dalla IV^e dalla V^.
     Ho visto in una notte "strana" di marzo un carro funebre giallo passare sulla mia strada: lo guidava un vecchio francese che avea indosso un vestito blu, al suo fianco sedeva uno scheletro, quello d'una maitresse, vestito di nero; portava lo scettro d'un re nella sua mano destra. Nel mentre quel carro passava, dalle finestre chiuse delle case risuonavano note jazz e da una, però, un megafono leggeva poesie di William Blake...La chiesa vicina cominciò a suonare le campane a morto: era già mezzanotte ma nel cielo, illuminato a giorno, sotto forma di un enorme ammasso di nuvole dorate dal sole al tramonto, apparve l'immagine chiara di un cavallo alato bianco che nitriva e scalciava. All'angolo della strada, intanto, uno zingaro nano nudo suonava il suo violino tzigano con note allegre, ma quando il carro li arrivò vicino smise...Svoltò a sinistra, dopo, il carro e non lo vidi più.

    Taranto, 7 novembre 2017. 

  • 30 gennaio alle ore 18:24
    "Katharsis" (liberazione)

    Come comincia:  "Katharsis": parola che deriva dal greco e sta a significare "purificazione" o "liberazione". Una controversa derivazione etimologica, però, ci prospetta che essa potrebbe derivare da un'altro termine greco, ossia "kathairo", che sta per "liberare il paese dai mostri". Questa è l'ipotesi di cui scrive Bruce Chatwyn nel suo noto romanzo "La via dei canti". Che sia, allora, che si faccia quanto si deve fare; ovvero, liberiamo pure i paesi dai mostri, mi viene da dire, ed anche - visto che ci siamo - le genti che popolano quei paesi, ma teniamo prigionieri dentro di noi, dentro la nostra gabbia interiore, gli "altri" mostri: quelli che ci aiutano a vivere!

  • 30 gennaio alle ore 16:50
    Il frugale pasto

    Come comincia:  Dopo aver assaporato il vento del digiuno - accompagnato dal canto rigido ed incompleto di fringuelli ciechi - mi misi a mangiare strani pensieri colorati di vergogna e feci, nottetempo - ameni sogni carichi di incenso; bevvi, poi, spettrali profumi d'ambrosia alla luce del sole: avevano il sapore del nulla, nulla sentii e provai nel bere...Intanto, però, accadde che i fringuelli eran morti ed appassirono, mentre il vento (lui) - codardamente - era volato via.

    Taranto, 30 ottobre 2017.   

  • 30 gennaio alle ore 16:40
    Chiamale (pure) emozioni

    Come comincia: Compagna. - Se ci sono emozioni che non hanno ancora un nome, tu chiamale (pure) emozioni, compagno!
    Compagno: - Una federazione di popoli e di genti sarebbe una grandissima emozione, anzi, più che unica, compagna!
    - Impressione a latere (o: a margine)
    Era una città vuota, quella, una vuota città; era una città vuota (ed asfittica, ed asettica...priva di colori!) come tutte le "vuote" città del mondo, ormai: sono città senza emozioni, quelle...queste; sono città senza emozioni queste: ormai! In quelle città, in tutte queste inutili città non splende più la luna, non riscalda più il sole; ci sono solo strade senza nome e stormi di case inutili e mute: stormi che non voleranno né canteranno mai!

  • 30 gennaio alle ore 16:31
    La teoria "Einstein"

    Come comincia:  Domanda/Postulato (ovvero: postulato sotto forma di domanda) = Einstein:ma chi era costui?
    - Risposta a: un vecchio con la barba che fumava il narghilé;
    - Risposta b: un profeta rumeno emigrato in Palestina;
    - Risposta c: il nipote (illeggittimo) di John Ruskin.
     Soluzione/Risposta (ovvero: risposta sotto forma di soluzione) = Nessuno dei tre: è il nome del primo uomo - zoppo - apparso sulla terra! 

  • Come comincia:  Il giovane poeta riposò le membra tutte, l'anima sua, il corpo e la mente dopo la grande abbuffata di tutto: di fame e di sete, di viltà e di coraggio, di odio e di amore, di grida e silenzio, di gioia e dolore, di passione ed oblio, di liberazione e prigionia, di ispirazione e aridità, di forza e fragilità, di castità, di lussuria e sodomia, di solitudine e di compagnia...dopo la grande abbuffata del nulla e di tutto, di tutto e di niente riposò: alla fine, però, fece ritorno alla taverna del "Paradiso" da dove era partito tantissimo tempo prima...la guerra con sé stessi, in fin dei conti, non è così tanto brutta!

  • 30 gennaio alle ore 16:10
    Le streghe di Canterbury

    Come comincia:  Ho visto un enorme branco di streghe, che venivano da Canterbury e che volavan alla guerra: imbracciavano grossi mazzi di papaveri rossi per darsi forza e coraggio... - Andiamo, sorelle, andiamo! - gridò la strega madre alle altre, senza esitazione. - Dobbiamo padroneggiare la paura per affrontare la grande guerra! -.
     Quel branco di streghe combatté con ardore, con furore, con galiardia sui campi di battaglia ai confini delle terre del ghiaccio: soltanto una tornò indietro - era la giovane strega Solange, delle highlands scozzesi - e visse la sua vita errando in mezzo agli uomini.

  • 30 gennaio alle ore 15:50
    Alberghi &... strane cose!

    Come comincia:  A Djang ci sono ben due alberghi: l'hotel "Windsor" e, di fronte, l'hotel "Anti-Windsor"; uno in più di Gemona del Fiuli, cittadina in provincia di Udine: è l'albergo "Willy", sito in località Ospedaletto, alla via Barigliaria numero cinquantotto. D'altro canto, però, non si trova l'ombra di un albergo in tutta la provincia dello Dzabhan, nella Mongolia estrema nord-occidentale al confine con la Russia, grande quasi quanto tutto il nord-est ed il nord-ovest della penisola italiana messi insieme (non si trova il suddetto neanche a pagarlo un sacco di diamanti!), e non ci sono neanche bed&breakfast, né ostelli o posadas (le famose pensioni "familiari" diffuse in centro e sud-America): tutti dormono "nature", ovvero sotto la luce delle stelle quando sono fuori di casa ed il clima non è troppo inclemente (le temperature medie annue, da quelle latitudini, lontane e sperdute, non superano mai i tre-quattro gradi centigradi!). In compenso, però, in quella provincia vi sono ben tre fiumi (lo Dzabhan, l'Ider e il Tes-Hem) e tanta, tantissima steppa!
     A Dogliòla, paesino collinare ed agricolo della provincia di Chieti, ci sono più pecore (ottocentonovantanove) che cristiani (cinquecentoventi): in compenso, tuttavia, è in costruzione un albergo a quattro piani e tanti posti letto disponibili!
     A Dakar, Senegal, c'è il "Coq Ardi": è l'albergo più lussuoso, rinomato e ricercato della città...ma è anche un bordello. La proprietaria è una certa madame Martine Lagardere la quale - fortuna per i clienti! - possiede una grossa barca da pesca: in questo modo a cena capita spesso di mangiare aragoste freschissime di...appena pescate.
     A Damiétta, invece, città capoluogo dell'omonimo governatorato egiziano, posta tra la riva destra del ramo orientale del Nilo, che da essa prende il nome, e la laguna di Manzala, centosessanta chilometri a nord-est del Cairo, l'unico solitario albergo esistente, il "Villa Floor" crollò per una fuga di gas nel 1980 (l'esplosione provocò trentatré morti e cento feriti!): nessuno dei novantacinquemila abitanti della cittadina, però, se ne da pena più di tanto! Damietta, per la cronaca (o meglio: per la storia) altri non è che l'antica Tamiathis, la quale fu conquistata dagli Arabi nel 641 e tolta loro per breve tempo dai Crociati nel XII°secolo...buono a sapersi, direi!

                                                      = Conclusione =
    In conclusione, è proprio il caso di dire che "tutto è soltanto una questione di alberghi, cose strane o...di punti di vista; ovvero di latitudini!". Oppure: che "ognuno ha gli alberghi (o non ce li ha) che si merita!" (ma comunque, credo sia sempre tutta e soltanto questione di latitudine: sic!).
     A Dakar (Senegal) c'é il "Coq Ardi": è l'albergo più lussuoso, rinomato e ricercato della città...ma è anche un bordello. La proprietaria è una certa madame Martine Lagardiere la quale - fortuna, questa, per i clienti - possiede una grossa barca da pesca: in questo modo, a cena capita spesso di mangiare aragoste freschissime!

    da: "Quaderni psichedelici", 2017. 

  • 30 gennaio alle ore 14:56
    ALLA PIÙ BELLA.

    Come comincia:  Il titolo di questo racconto ci riporta alla storiella  riportata negli annali della mitologia  greca al banchetto  di nozze tra Peleo e Teti quando Eris la dea della discordia, non invitata per motivi ovvi si presentò e gettò sul tavolo degli inviatati una mela d’oro in cui c’era scritto: ‘alla più bella’ e sparì dalla circolazione. Si fecero avanti Era, Arena ed Afrodite per rivendicarne il possesso. Giove chiamato in causa per non inimicarsi nessuna delle dee, (se le scopava tutte e tre) fece il ‘pesce in barile’ e delegò per il giudizio un mortale greco tale Paride. Naturalmente i motivi di quel conflitto decennale fra i greci ed i troiani erano di tutt’altro genere commerciali, ma la prima versione fu quella tramandata da Omero: Paride che preferì Afrodite scatenando così la guerra. Il perché di questo pistolotto iniziale? È l’inizio della storia fra Gerardo e Vanessa, lui giornalista ricco di famiglia, lei amante della velocità si era fatta regalare dal marito una Abarth 595 cabrio con cui scorrazzava per Roma (e accumulava multe non pagate, le targhe erano eternamente coperte di fanghiglia). Erano una bella coppia, ambedue palestrati, belli, sempre sorridenti ed anticonformisti ma Eris o chi per lei decise la fine prematura della signora che, in una galleria non illuminata andò a sbattere con la sua auto contro una macchina ferma senza luci di posizione né di triangolo messo a debita distanza, la sua Abarth un ammasso di ferraglie, lei deceduta sul colpo. Gerardo accusò il colpo apprendendo la notizia, si sentì invecchiato, senza forze, non usciva più di casa, mangiava a mala pena quello che gli preparava la portiera di via dei Mille dove abitava. Il più preoccupato era l’amico del cuore Franco che insieme alla moglie Alessia andò a trovarlo. “Mon ami, non ti dico frasi inutili, devi sbloccarti, dimmi quello che posso far per te, penso che anche  mia moglie …Quella battuta riuscì a far sorridere Gerardo che abbracciò i due amici e: “stasera festeggeremo la tua rinascita a Trastevere, da ‘donna Cencia’, i giorni passati mi domandava che fine avevamo fatto, le ho raccontato la tua disgrazia, ci aspetta.” Appena entrati un cameriere nord africano: “Bona sera signori, prenotato?” “A coso Franco qui è di casa, chiamami la padrona.” “Donna Cencia si presentò, abbracciò Gerardo che: “A’ sora Cencia ti trovo dimagrita!” “Sei il solito bugiardone, stasera vi faccio ingrassare io tutti e tre a spese mie.”  A mezzanotte rientro a casa con la Giulia di Franco, la Volvo di Gerardo era rimasta in garage da tempo, non si sentiva di guidare, aveva sempre dinanzi agli occhi il viso sfigurato di sua moglie. I giorni seguenti Gerardo si mise a rovistare fra la cose di Vanessa, trovò una scatola di fiammiferi con riportato il nome di un locale notturno ‘La Nuvola’, via Matteotti col numero di codice postale. Preso da una gran curiosità, dopo cena con l’aiuto del navigatore satellitare della Volvo si trovò ad imboccare la strada che portava a Grottaferrata, mai stato da quelle parti. Al numero 69 una porta in ferro. Dallo spioncino una faccia butterata da buttafuori: “Signore questo è un club privato.” “Un mio amico m’ha dato questa scatola di fiammiferi e mi ha detto che mi avrebbero fatto entrare.” “Il nome del suo amico?” “Mi ha detto di non farlo presente a nessuno, è sposato, se non è possibile entrare…” “Va bene, stia attento a quello che fa, la controllerò personalmente.” Dopo un lungo corridoio la stanza del guardaroba con una ragazza non molto vestita che: “Signore mi dia la sua roba, questo è il suo scontrino, mille Euro per la tessera, intanto può recarsi al bar.” Un barista vestito in maniera eccentrica che dimostrava subito che da parte …pendeva: “È la prima volta che vieni qui da noi, sei il benvenuto, non capita spesso di vedere bei maschioni, come si chiami?” “Massimo e tu?” “Giangi per gli amici…” “Ho avuto il vostro recapito da un conoscente che mi ha detto che avrei avuto belle sorprese venendo qui da voi, non si è spiegato meglio.” “Ti dico tutto io, mi sei simpatico e se tu volessi…sono a tua disposizione! Allora, ogni volta che un uomo entra in questo locale versa mille Euro, le signore non pagano anzi viene dato un premio di diecimila Euro a chi viene eletta la più bella della serata, poi se vuole può andare con un uomo di sua scelta in una camera riservata, quante donne vengono qui, una concorrenza sleale! Vai nel salone e divertiti…”  Un salone molto grande, alle pareti poltrone occupate da belle donne, al centro tavoli con uomini e donne, era proibito fumare ma i liquori scorrevano a fiumi. Gerardo si sedette vicino ad una biondona non più giovanissima ma ancora appetibile: “Cara sono Massimo, cercavo una tale Vanessa indicatami da un mio amico ma non la vedo, è una bruna altra, seno non troppo pronunciato, occhi grandi di color blu ed un neo sul labbro, la conosci?” “Quella che mi hai descritto si chiama Aurora non Vanessa, ma è più di un mese che non si fa viva, ti prego vota per me, ho bisogno di soldi, poi…” Gerardo rimase basito che Vanessa avesse frequentato quel posto, talvolta la sera si ritirava tardi ma non diceva dove era stata né lui glielo chiedeva, avevano  un patto di non ingerenza nella rispettiva vita coniugale. Naturalmente Giorgia non fu eletta la più bella della serata, c’erano ragazze giovanissime e decisamente belle ed appetibili oltre che quasi tutte in topless e con una minigomma senza slip. Giorgia era indispettita, Gerardo pensò bene col suo aiuto di far luce sul comportamento della consorte, invitò Giorgia a casa sua, le fece vedere per rassicurarla  la tessera di giornalista, dopo un’ora erano a Roma. “Che bella casa, vuol dire i giornalisti guadagnano bene!” Girando per casa Giorgia prese in mano la foto di Vanessa e: “Ma questa è Aurora, allora la conosci!” “In passato le ho fatto un servizio fotografico, è un po’ che non la vedo, io mi chiamo Gerardo non Massimo.” “Che ne dici di riempire il pancino, dopo potrei …se tu volessi…” Fu una nottata piacevole per Gerardo, era da molto che non andava con una donna, per fortuna ‘ciccio’ si fece onore e Giorgia rimase molto soddisfatta. “A letto sei proprio bravo, sei sposato?” “No vedovo, dove posso accompagnarti?” “Lasciami alla fermata del filobus, ciao, spero di rivederti.” Gerardo restò tutto il giorno in casa, aveva ottenuto un  mese di vacanze dal giornale, rimuginava sul comportamento della moglie, i soldi non le mancavano di certo, forse il piacere di una trasgressione, non sapeva che pensare, chiamò Franco. “Vieni stasera a casa mia con Alessia, ‘I will make an offer that you cannot refuse’, ti farò una proposta che non puoi rifiutare come diceva don Corleone. Nel locale dove andremo per le signore è prescritto un abito sexy, a più tardi.” Alessia aveva obbedito ed era abbigliata con minigonna e camicetta senza reggiseno, Gerardo fece finta di nulla, le mogli degli amici sono intoccabili! Durante il viaggio verso Grottaferrata Gerardo raccontò la sua avventura lasciando perplessi sia Franco che Alessia che però fecero finta di niente, sapevano che Gerardo era un tipo fuori del comune, da lui c’era di aspettarsi di tutto ed infatti…Al guardaroba Gerardo versò alla addetta duemila Euro e poi tutti e due gli amici andarono a trovare Giangi il barista che fece loro tante feste: “Che piacere rivederti, vedo che hai portato due amici, bellissima stà signora, vedrò di farla eleggere miss serata, però dopo dovrete darmi la metà del premio, in questo momento…” “Affare fatto, a più tardi.” Giorgia era presente, Gerardo la salutò da lontano.  Come aveva pronosticato Giangi,  Alessia venne eletta la più bella della serata, l’elezione era evidentemente truccata dal barista che incassò con un sorriso i cinquemila Euro. I tre si trovarono ad uscire dal locale insieme a Giorgia che inaspettatamente: “Mi dai un passaggio, son venuto con un’amica che è sparita.” Maschietti davanti, femminucce dietro, la donne trovano fra di loro sempre degli argomenti comuni per parlare, Gerardo le osservava dallo specchietto retrovisore, la sua attenzione fu attratta da Alessia che accortasi di essere osservata alzò la gonna sino a mostrare gli slip rossi, cosa voleva significare boh… “Che ne dici di ospitarmi per stanotte, fuori piove non ho l’ombrello…” La proposta di Giorgia parve avere l’approvazione sia di Franco che di Alessia, il padrone di casa ovattò l’atmosfera con dei CD lenti con una conclusione inaspettata: Alessia prese per mano Gerardo e lo portò in camera da letto, a Franco non rimase che approfittare di Giorgia ben contenta di…La mattina sul tardi si ritrovarono a far colazione, nel guardarsi in viso si misero tutti a ridere, avevano in faccia i segni di una notte di fuoco…
     

  • Come comincia:  Erano grandi ragni blu con le zampe di velluto quelli che saltellavano su e giù per la strada quella notte: li accompagnava un uomo venuto da Marte cogli occhi rosso sangue e le dita delle mani piene di anelli di vetro. - Guarda quell'uomo in fondo alla via - dissi a mio fratello; - guardalo bene...- portava al guinzaglio un topo morto bianco: sembrava l'uomo della lampada. - Guarda quell'uomo, guardalo bene: perché soltanto se un giorno rinascerai maiale verde sotto un cavolo ne vedrai uno simile! -.
    Quell'uomo si fermò davanti alla porta della nostra casa; mia madre aprì e lui li regalò un quadro: vi era dipinta sopra soltanto una distesa di grosse fragole amaranto ed un bouquet di primule gialle. Senza proferir parola quell'uomo andò poi via...dopo un attimo scomparve all'orizzonte insieme al suo topo morto ed ai ragni saltellanti. Dissi ancora a mio fratello: - L'hai guardato quell'uomo? Ricordalo bene perché non ne vedrai più uguali in vita tua! 

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.

  • 25 gennaio alle ore 17:43
    La scritta sul muro

    Come comincia:  "Le nuvole sono i nostri aquiloni", scrisse una volta un barbone ubriaco su di un muro che costeggia un binario morto della stazione di Casalpusterlengo, vicino Lodi. Tre giorni dopo quel barbone fu trovato morto - aveva la gola squarciata da parte a parte - nelle campagne limitrofe: forse, chissà, aveva fatto in tempo ad essere felice. Sotto quel muro, su cui scrisse il barbone, nessuno mai accese una candela: eppure la morte è una cosa seria!

  • 25 gennaio alle ore 17:31
    Il bambino e l'uomo

    Come comincia:  Ogni bambino piccolo normale, se viene lasciato solo si mette a strillare e a piangere; il modo migliore per consolarlo è prenderlo e cullarlo, oppure cantarli una nenia o metterli in bocca il ciuccio, oppure camminare tenendolo in braccio. Invece, se un uomo resta solo nel deserto durante una tempesta di sabbia, attende che [la tempesta] finisca: ma prima, però, la ama e la odia; la corteggia, la venera ed a lei, infine, si abbraccia come fosse la più bella delle donne al mondo!   

  • 22 gennaio alle ore 12:00
    Niente fretta, Auré!

    Come comincia: Mi sveglia! Il rumore del cassonetto mi sveglia. Rovescia benessere scartato. Peccato, avrei voluto completarlo, il mio sogno!
    ***
    Come tanto tempo fa, me ne stavo in precario equilibrio sullo scoglio nero, quello a forma di piramide tronca, di fronte la cucina di Rocco. Ci salivo spesso, un po’ per farmi vedere da ragazze dormienti sui massi arroventati e, tanto, per l’effetto magia che provavo. Da quel punto, infatti, era sempre uno spasso guardare i colori di certi pesci che venivano fino a terra per mangiucchiare. E splendidi, da lì, erano i tetti bassi dell’antico borgo marinaro, specchiati a pastello sul letto d’acqua e sale. Scavate sui muri bacucchi, le finestre irregolari per forma e dimensione, a guardarle, contribuivano a farmi provare un ingenuo senso di novità. Visto dal mare, il passaggio dei turisti che si dinoccolavano per i vicoli di Chianalea mi faceva respirare l’aria festaiola delle domeniche d’agosto scillese. Insomma, un punto d’osservazione ideale.
    Poi, acrobata provetto, pietra dopo pietra saltai le timide onde lunghe verso riva e mi ritrovai su scalini grattati dall’afa.
    «Hai fame?» domandò Peppe.
    Non era cambiato. La pelle cioccolato fondente, gli stessi solchi sulla fronte altera, i calli di sempre nelle mani piene dei tagli di lenze assassine. Gustai con calma, la stessa di quando mi trovavo in quel luogo, pane di grano con l’alalonga sott’olio e una pioggia di olive salate. Salvo e Andrea, i figli del pescatore, mi guardavano con l’aria di chi sembra invidiarti. Ai loro piedi nudi, cento ami erano tutti da fissare ai corti braccioli di un conzo. Luccicavano come curve d’argento sul grigio dei gradini bucati in più parti.
    «I ragazzi non mangiano?» chiesi al mio amico.
    «Quando avranno fame…» replicò Peppe.
    Arrivò il tramonto, puntuale e tiepido. La Nina era pronta, svogliata ed accalappiata a una bitta arrugginita. Avevo con me la lenza a mano regalatami dal pescatore e un cono di carta da pane, riempito a metà di gamberi puzzolenti. Qualche energico colpo di remi fu sufficiente per ritrovarmi nel mezzo di Marina Grande e non riuscivo a capire perché s’indugiasse a calare l’ancora. Peppe perdeva tempo a fissare l’acqua, prima di qua e poi di là. Ma, io penso ancora, il mare non è lo stesso, sia a destra che a sinistra della barca?
    «Guarda questa cicatrice sul polso. Una volta, nel punto dove siamo adesso, tirai su una murena».
    Era felice ed io con lui. I silenzi della sera non mettevano paura, anzi. Quella pace aiutava a riconoscermi nei miei anni. Ero un povero ragazzo ricco di vita. Poche lire, niente abiti griffati, paghetta zero e tanti sogni da fare, disfare e rifare.
    «Non c’è niente. Questo mare oggi è una vasca da bagno!» dissi a Peppe.
    «Niente fretta, Auré! Aspetta…» mi rispose a bassa voce.
    Ripetutamente tirai su i miei tre ami da quattordici ma… neanche un mazzo di posidonia incontrata per errore. Lui, intanto, nel ventre della barca rovesciava donzelle e saraghi, tordi e gronchi, diletto e pacatezza. Finalmente il filo vibrò tra le mie dita come corda di chitarra rock:
    «Deve essere grosso, Peppe!»
    «Portalo su piano piano. Calma e gesso, Aure’!». 
    ***
     Maledetto cassonetto! Ora, davanti al mio caffè fumante, cerco disperatamente di inventarmelo, quel pesce. Passa un minuto e le guance si beano come ogni mattina del passaggio fluido del bilama. La cravatta multicolor sollecita il solito nodo perfetto. Il PC è da spegnere da ieri sera. Corro incontro all'ennesima giornata del lavoro redditizio, dei pretesti per consumare la vita, dei nuovi lampi del progresso. Bello sarà il mio futuro ma solo se staccherò il presente. Magnifico il mio passato e necessaria la mia gioventù, ma solo se la nostalgia arriva sonnambula e mai malinconia opprimente.
    Il sogno di stanotte - l’avrò fatto all'alba di questo giorno nuovo - canta l’inno del normale. L’ordinario senso della vita oggi è ingarbugliato com'era ieri il filo della mia lenza, allorquando l’ammassavo sul fianco della Nina.
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2007
    (Racconto breve pubblicato dal quotidiano E Polis Roma in data 07/05/2007 e sulla testata giornalistica on line www.quicalabria.it)

  • Come comincia:  Quelle che seguono sono le otto quartine, composte in versi a rime incrociate, della bellissima e mirabile poesia, dedicata a Venezia ed inserita nella raccolta "Poesie vecchie e nuove", di Diego Valeri, raffinato e sensibile artista veneto, spesso sottovalutato se non addirittura dimenticato o ignorato dalla critica e dalla "intellighentia" ufficiale (nacque a Piove di Sacco, nel padovano, nel 1887, morì a Roma nel 1976) nonché illustre docente e studioso di letteratura francese. Tra le altre opere sue sono da ricordare le liriche seguenti: "Ariele", "Scherzo e finale", "Tempo che muore". Svolse anche attività di saggista letterario, di critico d'arte, di prosatore ("Fantasie veneziane") e di traduttore (soprattutto lirici tedeschi e francesi).

                                                            = Venezia =
     C'é una città di questo mondo,
    ma così bella, ma così strana,
    che pare un gioco di fata morgana
    o una visione del cuor profondo.

     Avviluppata in un roseo velo,
    sta'con sue chiese, palazzi, giardini,
    tutta soppesa tra due turchini,
    quello del mare, quello del cielo.

     Così mutevole!...A vederla
    nelle mattine di sole bianco,
    splende d'un riso pallido, e stanco,
    d'un chiuso lume come la perla;

     ma nei tramonti rossi, affocati,
    é un'arca d'oro, ardente, raggiante,
    nave immensa veleggiante
    a lontani lidi incantati.

     Quando la luna alta inargenta
    torri snelle e cupole piene
    e serpeggia per cento vene
    d'acqua cupa e sonnolenta,

     non si può dire quel ch'ella sia,
    tanto è nuova mirabile cosa,
    isola dolce, misteriosa,
    regno infinito di fantasia...

     Cosa di sogno, vaga e leggera;
    eppure porta mill'anni di storia,
    e si corona della gloria
    d'una grande vita guerriera.

     Cuor di leonessa, viso che ammalia,
    o tu, Venezia, due volte sovrana,
    pianta di forte virtù romana,
    fior di tutta la grazia d'Italia.

    (da: "Poesie vecchie e nuove").

     Poesia delicata, dal linguaggio semplice ma incisivo, i cui versi - a mio avviso - sono vere e proprie "pennellate" di...parole! (C'é una città...una visione del cuor profondo; avviluppata in un roseo velo; tutta sospesa tra due turchini; è un'arca d'oro, ardente, raggiante; nave immensa veleggiante, etc.). Pablo Picasso ebbe a dire una volta: - Ci sono pittori che trasformano il sole in una macchia gialla, ma ci sono altri che con l'aiuto della loro arte e della loro intelligenza, trasformano una macchia gialla nel sole -. Ebbene: Valeri quì, con i suoi versi, ha reso Venezia, una macchia gialla, nel sole.
     

  • 21 gennaio alle ore 16:07
    Corto: Come il sole nella mente.

    Come comincia: Spingendo la sua bicicletta, girava per le strade in mezzo alla gente, osservando le persone. Amava il caldo di quell’estate asfissiante.
    Di colpo: ‘Vedi queste coppie? Sono in qualche modo riuscite a trovarsi. Alcuni hanno pure una famiglia. Mentre io sono da sola.’
    La sua di lui voce risuonava allegra e felice: “Perchè hai aspettato pazientemente dieci lunghi anni prima di trovare ‘me’.”
    Il suo sorriso scanzonato, ma ombroso la feriva tanto quanto la voglia di baciare le sue labbra.
    “E allora? Sei felice a volte, no? Non posso darti dei figli però...”
    Lei osservò il suo viso che si faceva cupo, cercando di leggere nei suoi occhi turbati uno sprazzo di emozioni che lui non era abituato a esprimere.
    “Non sono preoccupata per i figli che non puoi darmi, ma più per il fatto che non sei reale.”
    “Ma lo sono!”
    “Nella mia testa!”
    “Si!” Il tono stridulo della sua voce la fece sussultare. “È proprio per questo che sono reale! Non mi puoi toccare ma sono reale quanto te, in un’altra dimensione forse, ma lo sono. E tu lo sai!”
    “Si… per quello che vale… rispondere a una voce nella mia testa. Da pazzi.”
    “Non sei pazza, solo differente. E io ti ascolto sempre. Anche quando ci baciamo lì dentro.” Le indicò col dito la fronte imperlata di piccole gocce di sudore. “Io riesco a sentirlo, e tu? Certo che puoi!”
    Scrollando le spalle, lei aspettò che continuasse.
    “Prendi il sole, per esempio: non puoi sentire il suo tocco, ma senti il suo calore e come il sole, io sarò sempre con te. Non sarai mai sola. Te lo prometto.”
    Sospirando profondamente si spaventò e si girò a guardare se qualcuno l’avesse vista. Un sorriso le si formò sulle labbra asciutte mentre le inumidiva con la lingua.
    “Ok... Ti amo, mio sole.”
    “Anch’io, ti amo.”
    “Bene... e adesso chi è il prossimo che uccidiamo?”

  • Come comincia:  Grete Waitz e Ingrid Kristiansen: ovvero, le due più grandi runners norvegesi di ogni epoca, furono entrambe le migliori maratonete al mondo per oltre un decennio ed erano fortissime tanto nelle corse in pista, quanto in quelle su strada e nelle campestri (o cross-country che dir si voglia). La prima nacque a Oslo (nel quartiere di Keyserlokka, zona residenziale del centro cittadino, nel distretto di Grunerlokka) il primo ottobre 1953: figlia di un farmacista (il padre John) e di una commessa in un negozio di generi alimentari (la madre Reidun), il cognome suo da nubile era Andersen (sposò Jack Henry Nilsen nel 1975 ed entrambi presero il cognome Waitz). Fu una vera pioniera della maratona targata al femminile (alcuni la considerano addirittura una sorta di suffragetta ante-litteram della specialità!) e delle grandi distanze, su pista e strada, appunto: nell'agosto del 1983, a Helsinki (capitale della patria dei più grandi fondisti che la storia dell'atletica abbia mai avuto - da Paavo Nurmi a Volmari Iso-Hollo, da Hannes Kolehmainen a Ville Ritola, da Ilmari Salminen a Lasse Viren, Albin Stenroos, Taisto Maki, Toivo Loukola, Pentti Karvonen, Peka Vasala: vere e proprie leggende anche al di fuori della terra dei mille laghi, come comunemente è nota la Finlandia), divenne la prima campionessa mondiale della storia sulla classica distanza dei quarantadue chilometri e centonovantacinque metri, peraltro presente nel programma dei Giochi olimpici - targata al maschile, però - sin dalla prima edizione del 1896 ad Atene (fu lo storico linguista francese Michel Breal che, ispirandosi al mito del soldato Filippide, la fece introdurre). A sedici anni fu campionessa di Norvegia tra le juniores nei 400 e 800 metri. Nel 1971, invece, appena diciottenne, esordì sulla scena internazionale correndo 800 e 1500 metri agli Europei di Helsinki (in quella stagione, tra l'altro, batté il record europeo juniores sulla distanza lunga con 4'17"), mentre l'anno seguente si affacciò sulla scena olimpica in quel di Monaco di Baviera dove corse, però, soltanto i 1500 metri: fu eliminata al primo turno, giungendo settima nella sua batteria! Due anni dopo, agli Europei di Roma, avvenne la definitiva sua consacrazione: fu terza (col tempo di 4'05"21) alle spalle della tedesca-est Gunhild Hoffmeister e della bulgara Lyliana Tomova. In tale occasione la norvegese precedette la sovietica Tatiana Kazankina che due anni dopo, a Montreal, siglò (prima ed unica donna nella storia) il "double" olimpico 800-1500. Da notare che l'atleta di Petrovsk (classe 1951) bisserà il successo sui 1500 metri a Mosca, nel 1980: fu anche primatista mondiale sulle distanze 800-1500-3000 metri ed è considerata una delle più grandi mezzofondiste-fondiste di sempre. La Waitz nel 1975 (24 giugno), ai Bislett Games di Oslo, batté il suo primo record mondiale in pista: sui 3000 metri siglò uno storico 8'46"6, migliore di ben sei secondi del tempo della russa Lyudmila Bragina, precedente detentrice. L'anno dopo (21 giugno), sempre ai Bislett di Oslo, migliorò ancora il record sui 3000 con 8'45"4. Quel record, però, ebbe vita brevissima: la rivale russa, infatti, il sette agosto siglò uno strabiliante 8'27"2 (poi ratificato nel tempo automatico di 8'27"12) nel corso dell'incontro Usa-Urss, a College Park (Maryland, Stati Uniti). Al secondo appuntamento pentacerchiato della carriera, in Canada (quei Giochi si svolsero a Montreal, capitale di Quebec, dal 17 luglio al 1°agosto) le cose andarono leggermente meglio rispetto al primo: la norvegese giunse alle semifinali. L'anno dopo, nel corso della prima edizione della Coppa del Mondo (competizione mista per squadre continentali e nazionali), disputatasi a Dusseldorf (capitale del land tedesco della Renania settentrionale-Westfalia), compì il capolavoro della sua carriera in pista: batté la Bragina e siglò un tempo inferiore al suo secondo record mondiale dell'anno prima (8'43"5). Nel 1978 disputò l'ultima grande manifestazione internazionale interamente su pista - i Campionati Europei di Praga - prima di dedicarsi anima e corpo alle corse su strada ed alla maratona: in quella occasione fu terza nei 3000 (alle spalle della russa Svetlana Ulmasova e della rumena Natalia Marasescu-Andrei), segnando un ottimo 8'34"33, e quinta sulla breve distanza (dietro Giana Romanova, russa, la stessa Marasescu, la bulgara Totka Petrova e l'altra russa Valentina Ilyinykh) con 4'00"58 (personal best sulla distanza). La Waitz, sino ad allora nel corso della sua carriera da pistard (tanto nelle gare outdoor, quanto in quelle indoor) era stata la sola rappresentante occidentale (a dire il vero sarà imitata, in seguito, anche dalla connazionale Kristiansen) capace di battersi ad armi pari con le atlete del "blocco dell'est" e aveva ancora buone possibilità di ben figurare, tuttavia cominciò a maturare la decisione più importante della sua vita (personale e di atleta). La prima Waitz aveva riscosso risultati buoni ma non eccezionali (tra l'altro, risultò essere la migliore nel "World ranking" sui 1500 nel 1975, sui 3000 nel 1975 e 1977), ma la seconda era destinata senz'altro ad entrare nella leggenda dell'atletica leggera. L'atleta norvegese capì, con grande sagacia ed intelligenza, che le sue potenzialità erano ancora rimaste inespresse e potevano essere sfruttate al meglio nelle distanze più lunghe. Nell'autunno del 1978 prese parte così alla prima maratona in assoluto della sua carriera, cedendo alle lusinghe ed all'invito che Fred Lebow (responsabile, all'epoca, ed organizzatore della maratona di New York) le aveva avanzato qualche mese prima. Essa trionfò sulle strade della "big-apple" in maniera alquanto inaspettata ed eclatante assai, ovvero balzando in testa alla gara dal ventinovesimo chilometro, lasciando a ben nove minuti la seconda classificata, la statunitense Martha Cooksey che appena due mesi prima aveva corso la mezza maratona di San Diego in 1h11'04" (il tempo migliore al mondo all'epoca!), stabilendo la nuova miglior prestazione mondiale (per la maratona le tabelle dell'atletica non prevedono un vero e proprio record del mondo) con il tempo di 2h32'29": oltre due minuti più veloce della precedente, detenuta dalla tedesca-ovest Christa Vahlensieck (2h34'49", stabilita il 10 settembre 1977 a Berlino Ovest). Da quel precipuo momento la storia personale dell'atleta norvegese e quella della specialità ebbero una svolta epocale: abbandonò in modo definitivo la sua professione (era insegnante di geografia in una scuola della sua città natale) per dedicarsi a tempo pieno all'atletica; la maratona, invece, che fino ad allora era considerata una garà quasi proibitiva (o addirittura tabù) per le donne, grazie al suo carisma ed al valore tecnico delle sue imprese cominciò ad attrarre su di sé sempre più l'interesse di sponsors, media, tecnici ed appassionati del mondo intero. La Waitz, guidata dal marito (e dall'altro tecnico Johan Kaggestad), abbandonò quasi del tutto le gare su pista in cui, dopo di allora, ebbe solo sporadiche ed eccellenti incursioni: nel 1982, infatti, in quella che resta la sua ultima gara in pista (i 5000 metri ai Bislett Games di Oslo) segnò la seconda prestazione assoluta (col tempo di 15'08"80), ad appena mezzo secondo dal record mondiale che la statunitense Mary Decker-Slaney aveva stabilito tre settimane prima (15'08"26 il 5 giugno a Eugene, nellOregon): tuttavia, è da dire che la specialità era (ed è) assente nel programma di olimpiadi e mondiali e nelle rassegne continentali. Introdusse una metodologia di allenamento del tutto sconosciuta fino ad allora: durante l'inverno, infatti, era solita prepararsi partecipando a gare di sci di fondo; ma anche le gare su strada e le campestri (dove peraltro l'atleta di Oslo ottenne risultati eccelsi) divennero in un certo qual modo propedeutiche e complementari alla maratona. Il successo più prestigioso lo ottenne a Helsinki, come detto (in Finlandia trionfò in 2h28'09", tenendo a debita distanza sia l'americana Marianne Dickerson che la russa Raisa Smekhnova, piazzatesi alle sue spalle nell'ordine!), ma furono i nove successi a New York a decretarne la grandezza assoluta di atleta, a donarle fama, soddisfazioni e quattrini, infine ad issarla al vertice della storia dellla maratona. Stabilì la miglior prestazione mondiale nelle sue prime tre maratone newyorchesi, consecutivamente dal 1978 al 1980: la prima, di cui ho scritto, e poi 2h27'32"6, 2h25'41". Il 17 aprile del 1983 (annus mirabilis per lei!) stabilì la quarta - ed ultima - miglior prestazione mondiale (2h25'29") trionfando a Londra. Il successo nella capitale inglese gli arrise anche nel 1986, in 2h24'54: quel tempo resta il suo personal best sulla distanza e tuttora, sebbene siano trascorsi quasi trentaquattro anni, nelle graduatorie all-time risulta essere il 691° tempo, a testimonianza delle grandissime ed eccelse sue doti naturali e tecniche. Nel suo palmarès figurano ben tredici successi su diciannove maratone disputate (oltre ai nove a New York, i due a Londra e il titolo mondiale dell'83 a Helsinki, di cui ho detto, anche quello del 1988 a Stoccolma col tempo di 2h28'24", che è tutt'oggi il più veloce mai corso da una donna sulle strade della capitale svedese!), a cui sono da aggiungere due secondi posti (nel 1982 a New York, l'anno dopo a Londra) : una media veramente impressionante, non c'é che dire, soprattutto se si pensa che tra gli uomini solo l'etiope Bikila può vantarsi d'aver fatto meglio di lei! L'unico suo cruccio rimasero i Giochi olimpici: nel 1984, a Los Angeles, fu seconda battuta dall'atleta di casa Joan Benoit (maritata con Scott Samuelson): l'americana di Cape Elizabeth, nel Maine, classe 1957, che solo alcuni mesi addietro aveva subito un delicato intervento di artroscopia chirurgica al ginocchio destro, segnò un ottimo 2h24'52", la Waitz invece 2h26'18". Sono da rimarcare due cose importanti: in quella occasione la connazionale della Waitz, Ingrid Kristiansen, giunse quarta in 2h27'14"; la Benoit, invece, era colei che l'anno prima, sulle strade di Boston, il 18 aprile, aveva migliorato il tempo record della norvegese di quasi tre minuti (2h22'43"), facendolo ad appena ventiquattro ore di distanza da quando essa lo aveva stabilito! Fu grandissima anche nelle corse su strada e nelle campestri (o cross-country): tanto nelle une, quanto nelle altre ebbe strisce vincenti clamorose. Nelle prime, infatti, non subì sconfitte in ventotto gare consecutivamente dal 1979 al 1981 quando fu battuta (l'otto aprile a Basilea, nella Svizzera tedesca) dalla rumena Maricica Puica in una corsa sui tremila metri. Da "stradista" mieté successi in giro per il mondo, ovunque lasciando il segno per le sue capacità atletiche, le sue qualità agonistiche e, soprattutto, per le sue spiccate doti umane e comunicative.Tra le vittorie più signficative sono da segnalare: la 10 km. di Madrid (San Silvestre Vallecana) nel 1981; la 10 km. di San Francisco (Bay To Breakers) nel 1986 (da notare che quella edizione della corsa, una delle più antiche e famose al mondo, tenutasi il diciotto maggio e a cui presero parte centodiecimila atleti, entrò nel Guinnes dei primati!); la Peachtree Road Race di Atlanta, in Georgia (la gara più grande al mondo sulla distanza dei dieci chilometri, si disputa ogni anno il 4 luglio, l'Independence Day per gli americani), nel 1983, 1985, 1986 e 1988; la Cooper River Bridge Run a Mount Pleasant e Charleston, in South Carolina, nel 1989; la New York Mini 10k (si svolge per intero a Central Park, l'edizione del 2011 venne dedicata a lei dopo la sua morte) nel 1979, 1980, 1981, 1982 e 1984; la Falmouth Road Race (gara sugli undici chilometri e trecento metri), a Falmouth, Massachusetts, nel 1980. Nella corsa campestre vanta due record davvero strabilianti: il primo fu quello della  sua imbattibilità che durò dodici anni, il secondo fu quello delle cinque vittorie nel Campionato Mondiale, mai più battuto da nessuna nel corso della storia (solo tre atlete sono riuscite ad avvicinarsi alla Waitz, con tre vittorie: la statunitense Lynn Jennings, nel 1990, 1991, 1992; le etiopi Derartu Tulu, nel 1995, 1997, 2000 e Tirunesh Dibaba, nel 2005, 2006, 2008). La prima vittoria a Glasgow, nel 1978, quando precedette la coppia di rumene Marasescu-Andrei e Puica; nel 1979, a Limerick, in Irlanda, batté la russa Raisa Smekhnova e la statunitense Ellison Goodall; nel 1980, a Parigi, batté la coppia di russe Irina Bondarchuck e Yelena Chernysheva, piazzatesi nell'ordine; a Madrid, invece, nel 1981, batté la statunitense Janice Merrill e la russa Yelena Sipatova; nell'83, infine, a Gateshead, nel nord-est dell'Inghilterra, precedette la canadese Alison Wiley e la russa Tatyana Pozdnyakova. Fu anche due volte 3^: nell'82, a Roma, alle spalle della coppia rumena Puica-Lovin; nell'84, a East-Rutherford, negli Stati Uniti, ancora battuta dalla Puica e dalla russa Galina Zakharova. In Italia, la norvegese si affermò nel classico Cross del Campaccio, a San Giorgio sul Legnano, nel 1982 e per ben sei volte (1978, 1979, 1980, 1981, 1982, 1984) nella Cinque Mulini, a San Vittore Olona, in provincia di Milano. Vinse ben trentatré titoli nazionali dal 1971 all'83 (sei sugli 800, otto sui 1500, 5 cinque sui 3000 metri e quattordici nella campestre) e stabilì ventitré record norvegesi nelle gare in pista, dagli 800 ai 5000 metri. Una statua che la raffigura venne eretta, nel 1984, all'esterno del "Bislett Stadium" di Oslo: lo stesso impianto che l'aveva vista tantissime volte protagonista nel corso della sua carriera. Nel 1988 fu la portabandiera della Norvegia a Seoul, nella sfilata di apertura dei Giochi Olimpici.  Abbandono'la scena agonistica nel 1990 (fu 4^nella sua ultima apparizione a New York). Nel 1991 la prestigiosa rivista di atletica "Runner's World" la nominò l'atleta donna più forte del quarto di secolo. L'anno dopo corse la maratona di New York non competitiva al fianco del suo grande amico Fred Lebow, malato di cancro al cervello (morirà nel 1994). Negli anni successivi appoggiò spesso l'attività (partecipando a trasmissioni televisive, rilasciando interviste, parlando nelle scuole o facendo da testimonial) della organizzazione "Gli amici di Fred", fondata dallo stesso Lebow nel 1991 per raccogliere fondi, attraverso la pubblicità dei maratoneti (appunto!), utili alla ricerca sul cancro. Svolse, inoltre, attività di beneficenza per Care International e International Special Olympics e fu ambasciatrice della JP. Morgan Chase Corporates Challenge Series in tutto il mondo per promuovere la salute e il benessere dei lavoratori a tempo pieno. Nel 2005 rivelo'al mondo di essere affetta dal cancro, di cui morì il 19 aprile del 2011, a Oslo. Nel 2007 fondo' l'associazione "Aktiv Mot Kreft" (Active Against Cancer), che da allora sponsorizza numerosi atleti e sostiene ospedalie centri di curaper la lotta ai tumori. Il giorno della sua morte, sulle pagine del New York Times così dichiaro'Mary Wittenberg, presidente della "New York Road Runners": - Credo non solo a New York, ma in tutto il mondo, la maratona sia cio'che è oggi grazie a  Grete. E'stata la prima podista femminile di grande successo a dedicarsi alla maratona e cambiare lo sport intero.- La stessa Joan Benoit-Samuelson, la rivale statunitense che l'aveva battuta a Los Angeles, nel 1984, espresse un pensiero bellissimo nei confronti della rivale: - Ho perso un mentore e un modello, cio'che durerà di lei per sempre è che è stata in grado di coniugare una carriera competitiva con uno stile di vita gentile e un personaggio di buona volontà. -
    Hanno detto di lei.
    "Ogni sport dovrebbe avere un vero campione come Grete, una donna con tanta dignità, umanità e modestia. Ha simboleggiato ciò che è stato di bello nella comunità dei maratoneti";
    "Dico sempre che è la regina della strada, ma lei non si comporta come una monarca (Fred Lebow, organizzatore della maratona di New York). 
    Ingrid Kristiansen nacque a Trondheim il 21 marzo del 1956, il suo cognome da nubile era Christensen: rappresentò l'alter-ego più giovane della Waitz, tuttavia è da dire che tra le due non vi fu mai astio né polemica alcuna (sebbene entrambe corressero per lo stesso paese), bensì un rapporto estremamente amichevole nonché di sana e semplice competizione e rivalità. La Kristiansen nutrì per l'altra enorme rispetto (una sorta di "rispetto agonistico", direi, quasi un tenere a dovuta distanza la rivale più celebre!): quel rispetto che, a onor del vero, la Waitz meritava ampiamente dal punto di vista  tecnico-sportivo come da quello umano. Essa stessa, però, nulla aveva da invidiare alla connazionale più anziana (tanto per le sue qualità tecnico atletiche ed il talento posseduto, quanto per il suo stile di vita e la sua grande umanità) e lo dimostrò ampiamente coi fatti. Nel corso della sua lunga carriera, durata oltre un ventennio (si rititò dalle scene agonistiche nel 1993, sebbene ancor oggi continui ad allenarsi e a correre le gare amatoriali non competitive), ottenne risultati eccellenti (talvolta stratosferici!) in tutte le specialità della corsa (in pista come su strada e nelle campestri), sulle distanze medio-lunghe e in quelle lunghissime. Tuttavia, il suo nome resterà per sempre (ed inevitabilmente) legato a due imprese, difficilmente eguagliabili sia dal punto di vista agonistico che da quello statistico e storico: il 5 agosto del 1986, dopo aver corso a Stoccolma i 5000 metri in 14"37'33, divento' la prima - ed unica finora - atleta donna della storia a detenere contemporaneamente il record mondiale sulla doppia distanza in pista...                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

  • Come comincia:  Il sonetto che segue dopo le mie note (trattasi di quattordici versi endecasillabi a rima), intitolato "Dolore senza tempo", fu scritto da Vittoria Colonna (Marino, Roma, 1490 - Roma, 1547), figlia del celebre condottiero Fabrizio nonché figura di donna aristocratica e colta, "angelicata", quasi, e pura, nonché venerata da molti intelletti dell'epoca sua (tra gli altri, Michelangelo Buonarroti  e Galeazzo di Tarsia li dedicarono versi quando era ancora in vita): è inserito nella prima parte delle Rime, sua opera poetica omnia, edita a Venezia nel 1544 e dedicata tutta alla figura del marito, il marchese di Pescara Ferrante d'Avalos ch'ella avea sposato appena diciannovenne e che perì a causa delle ferite riportate nella battaglia di Pavia del 1525, combattuta da alto ufficiale per gli eserciti di Carlo V°di Valois. La seconda parte delle Rime, invece, è permeata di sentimento religioso ed ha tono molto più riflessivo. La figura del coniuge, nel componimento di cui detto, è evocata dalla donna (e dalla poetessa) con rimpianto e disperazione; esso era stato per lei la "luminosa stella", il faro che la guidò verso una meta sicura illuminando il suo cammino: ora che non c'é più si sente un fragile ramoscello esposto al vento ed alle intemperie, una nave in balia dei flutti del mare, delle acque e della tempesta. Ella, tuttavia, non teme tutto ciò né tali insidie, ma la spaventa invece il pensiero che dovrà "camminare" da sola d'ora in avanti, e continuare il lungo "viaggio" che l'aspetta senza aver al fianco il marito che le infondeva forza d'animo e sicurezza: il suo cuore, però, è di certo insicuro -  e forse perso - ma no spaurito! E'da dire che dopo la morte del marito la donna si dedicò ad opere di carità , e trascorse lunghi tratti della sua esistenza in convento (tra l'altro, visse anche a Ischia e ad Orvieto); morì nel convento romano delle benedettine di sant'Anna.
         Provo, tra duri scogli e fiero vento,
    l'onda di questa vita in fragil legno
    e non ho più, a guidarlo, arte nè ingegno;
    quasi è, al mio scampo, ogni soccorso lento.

         Spense l'acerba morte in un momento
    quel, ch'era la mia stella e 'l chiaro segno;
    or, contro 'l mar turbato e l'aer pregno,
    non ho più aìta, anzi più ognor pavento.

           Non di dolce cantar d'empie sirene;
    non di romper tra queste altere sponde;
    non di fondar nelle commosse arene;

           ma sol di navigare ancor quest'onde,
    che tanto tempo solco, e senza spene:
    ché il fido porto mio morte nasconde.
     
     A proposito delle Rime e dell'opera della Colonna questo scrive Maurizio Cucchi nel suo Dizionario della poesia italiana: - Lo stile è sempre controllato e contenuto - risultato di una rigorosa educazione - ma privo di vere invenzioni. E questi versi - una dichiarazione di poetica forse nemmeno tanto inconsapevole - sembrano confermarlo: "Amaro lagrimar, non dolce canto, / foschi sospiri e non voce serena, / di stil no, ma di duol mi danno il vanto". E forse la fama che l'ha sempre accompagnata si deve più al contegno della sua vita che alle intrinseche qualità della sua poesia. La fermezza del sentire diventa quì un limite imposto alla spontanea espressione dei sentimenti, perché mancano gli abbandoni del cuore. L'adesione alla formula petrarchesca (in particolare agli aspetti più malinconici propri della seconda parte del Canzoniere) è piena, senza incertezze, ma ne accoglie gli aspetti più freddi, quelli che più indulgono al ragionamento, e che perciò stesso conferiscono al corpus di queste rime una certa aura di lontananza statica ed estatica. - Ancora, così conclude il Cucchi: - Una più schietta testimonianaza offrono le Lettere (pubblicate soltanto tra il 1889 e il 1901), in cui, lasciate da parte le pretese e le preoccupazioni letterarie, meglio e più apertamente la Colonna diede la misura del suo fervore e della sua nobiltà d'animo. 

    Taranto, 18 gennaio 2014.  

  • 13 gennaio alle ore 19:36
    Il salto (dell'età)

    Come comincia:  I bambini amano il sole, non amano la pioggia. Da bambino amai tanto la pioggia, non amavo il sole anche se sotto i suoi raggi giocavo, ridevo e spesso piangevo: forse ero già vecchio, chissà, ancor prima che diventassi giovane! 

    Taranto, 13 gennaio 2020.

  • 11 gennaio alle ore 19:54
    Sport's memories: Anne Marie Moser-Proell

    Come comincia:  Dominatrice dello sci alpino femminile degli anni settanta, il periodo che ha prodotto i più grossi talenti di questo sport (Nadig, Mittermaier, Hanny Wenzel, Morerod), è unanimamente considerata la più forte discesista di sempre. Nata a Kleinarl, paesino di poco meno di ottocento anime nel cuore delle alpi salisburghesi, il 27 marzo del 1953, ha esordito sulle scene agonistiche internazionali giovanissima, piazzandosi terza nella discesa libera di St.Gervais del 1969. Mostrò subito mezzi tecnici ed atletici fuori dal comune tanto che tecnici e giornalisti intravidero in lei la futura campionessa e gli predissero una carriera luminosa e ricca di successi. Nel 1970 vinse il bronzo in discesa ai Mondiali della Valgardena e colse il primo successo in Coppa del Mondo, nel gigante di Maribor in Slovenia. Raggiunto l'equilibrio psico-fisico e la maturità tecnico-tattica divenne una macchina da sci inarrestabile. Nel 1971 si aggiudicò la sua prima Coppa del Mondo generale, vincendo anche le classifiche di discesa e gigante. La coppa di cristallo fu sua altre cinque volte (dal 1972 al 1975 e nel 1979): record tuttora imbattuto tra le donne; il suo connazionale Marcel Hirscher, invece, ha siglato ben otto successi tra gli uomini! Nel 1972 vinse in tutte le specialità (cinque discese, due slalom, tre giganti) mentre nel 1973 e 1974 si aggiudicò tutte le discese (record mai eguagliato). Nel 1975 riuscì a fare cento punti (a quel tempo si assegnavano venticinque punti per la vitttoria) in un solo posto, a Grindelwald in Austria, dove vinse quattro gare in due giorni. Grande favorita ai giochi di Sapporo, fu clamorosamente battuta, in discesa e gigante, dalla acerrima rivale elvetica Nadig. Si permise il lusso di lasciare le competizioni prima delle Olimpiadi di Innsbruck per poi tornare in attività e vincere la sua ultima coppa nel 1979 e, finalmente, l'alloro olimpico in discesa a Lake Placid, nel 1980 (in quella occasione fu la portabandiera dello squadrone austriaco nella cerimonia di apertura), al termine di un duello mozzafiato con Wenzel e Nadig. Sposata con Herbert Moser, ha una figlia - Marion - che l'ha resa nonna, e saltuariamente, dopo aver abbandonato le scene agonistiche (al termine della stagione 1980) ha fatto la commentatrice per la televisione austriaca. Attualmente gestisce un bar nel suo paese natale. Era soprannominata la "tigre di Kleinarl". Nel suo palmarès figurano: tre medaglie olimpiche (oro nell'80, due argenti nel 1972) e quattro mondiali (oro in discesa, a St.Moritz, nel 1974, e a Garmisch-Partenkirchen nel'78; bronzo in discesa, in Val Gardena nel 1970 e in gigante nel 1978); sei vittorie in Coppa del Mondo: per lei un totale incredibile di centotredici podi (cinquantatré in discesa, trentuno in gigante, diciassette in slalom e dodici in combinata) e sessantadue successi (primato assoluto tra le donne sino al 2015, quando venne battuto dalla statunitense Lindsey Vonn), ben dieci Coppe di specialità (in discesa nel 1971, 1972, 1973, 1974, 1975, 1978, 1979; in gigante nel 1971, 1972, 1975: terza donna della storia dopo Vonn con sedici vittorie e la svizzera Vreni Schneider, con undici); diciassette titoli nazionali (uno soltanto in libera, otto in gigante, sei in slalom, due in combinata). La sorella Cornelia, più piccola di lei di otto anni, gareggiò in Coppa del Mondo dal 1978 all'82 solo in discesa (vanta un successo a Pfronten, nel 1981), ai Giochi (22^ a Lake Placid) e ai Mondiali (15^a Schladming 1982); mentre nel 1979 fu campionessa austriaca. Ritengo valga la pena concludere questo profilo con il giudizio di due grandi esperti di sci alpino: Mario Cotelli, ex ct.della squadra azzurra maschile di sci alpino negli anni settanta (la cosiddetta "valanga azzurra"), e Paolo De Chiesa, componente di quella squadra e ora commentatore televisivo dello sci alpino. Così il primo: - Era una donna che sciava come un uomo, nel senso che aveva una grande rapidità di gambe, la capacità di cambiare ritmo e di calibrare il peso sugli sci, oltre che una grande forza fisica. Queste doti gli permettevano di esprimersi al meglio in tutte le specialità. - Così, invece, il secondo: - Non penso di esagerare dicendo che sia stata la più grande sciatrice di tutti i tempi. Solo Christi Cranz, la tedesca che dominò fra le due guerre, potrebbe reggere il confronto con l'austriaca ma i parametri di allora erano distanti anni luce dai canoni dello sci moderno! - .

    - Classifiche femminili All-times di Mario Cotelli
    Discesa libera: Proell/Nadig (Svi)/Seizinger (Aut)/Goitschel (Fra)/Hanny Wenzel (Lie);
    Gigante: Proell/Schneider (Svi)/H.Wenzel/Compagnoni (Ita)Wachter (Aut);
    Supergigante: Figini (Svi)/Walliser (Svi)/ Seizinger/Maier (Aut)/Merle (Fra)/Compagnoni;
    Slalom: Schneider/Morerod (Svi)/Erika Hess (Svi).

    - Classifica plurivittoriosi (uomini+donne) in Coppa del Mondo
    1) Ingemar Stenmark            Swe 1973/89        86 vittorie
    2) Lindsey Vonn                    Usa2000/19        82    "
    3) Marcel Hirscher                 Aut   2007/19        67    "
    4) Mikaela Shiffrin                 Usa   2011/attiva    64    "
    5) A. M. Moser-Proell            Aut    1969/80        62    "
    6) Vreni Schneider                Svi     1984/95        55    "
    7) Hermann Maier                 Aut     1996/09        54    "
    8) Alberto Tomba                   Ita      1986/98        50    "
    9) Marc Girardelli                   Lux    1980/96        46    "
        Renate Goetschl                Aut    1993/09          "     "

  • 09 gennaio alle ore 21:04
    Essenza cosciente

    Come comincia: Ha Il capo leggermente reclinato da un lato, e a guardarlo sembra che il peso degli anni e della sua vita sia tutto sbilanciato, a dimostrare che nulla in lui è in equilibrio. I suoi occhi vedono, non guardano, scrutano e navigano in quel nulla dal quale vuole fuggire... Le braccia assomigliano ai rami di un salice, che cercano di raggiungere una terra sempre troppo lontana. In bilico, in equilibrio, tra un mare in tempesta o una spiaggia su cui distendersi a occhi chiusi... O una foresta in cui perdersi o in cui ritrovarsi...

  • 08 gennaio alle ore 20:21
    Noi, che non si aveva il porno.

    Come comincia: Quando scorgete un gruppo di scolari, seri, attorno ad un iphone, se date un’occhiata furtiva, vi meraviglierete di riconoscere una scena di You-porn. Sì, noi, vecchi d’oggi, il porno non l’avevamo, ma possedevamo quella scintilla di fuoco, l’istinto sessuale, che aveva fatto andare avanti l’umanità in migliaia di anni. Questo giocherello della mente, arricchito di fantasia, che aveva saputo trasformare, nella solitudine di una caverna, l’ultimo sculettare di una dinosaura, in una mossa conturbante. Mi sono divertito, sere fa, a riassumermi i primari quadri visivi che mi avevano avvicinato al sesso, in tenera età. Si badi che nel bimbo prevale la curiosità, dietro la proibizione del “non guardare, voltati!”. Questo è lo stimolo iniziale. E subito mi appare zia Maria, ai miei cinque anni, a villa Adela, nei gelidi risvegli di ghiaccio, che versava dalla brocca nel catino della toilette acqua bollente. Io, ancora sotto le coltri, osservavo quello spettacolo di vapore, profumo e schiuma attorno ai suoi seni. Passarono anni e alle elementari arrivò una sera a casa papà. Una grossa spesa a rate, cinque volumi dell’Enciclopedia POMBA. Tra migliaia di pagine vi trovai…. Lei, la prima immagine conturbante della mia vita. Erano 4cm x 3cm, a colori, VENERE AL BAGNO di Delacroix. Venere, nuda ma ingioiellata, baroccamente sontuosa, seduta su uno scoglio, offriva una coscia voluminosa e rosea prima di toccare l’acqua. Potrei ancora descriverla nella sua possente donazione. Questo ci bastava per i primi germogli di un piacere che appena affiorava. L’aprire un cassetto, furtivamente, di nonno Celso e trovarvi delle insolite carte da gioco; sul retro, foto di sorridenti soldatelli italiani abbracciati a nude ragazze abissine. Un lampo di tempo, prima di chiudere il cassetto, ma un primo apporto erotico alla mente di un bambino alle elementari. Quella pessima frase del prete ad ogni confessione in parrocchia: -“Hai peccato nei pensieri e nelle parole?”- Assurda arretratezza della nostra Chiesa che uccideva e metteva in una luce di colpa il germoglio più bello della nostra età. Da allora ho evitato la confessione per una vita. Alle medie, Anna, la nostra cameriera diciottenne, una sera, messa a guardia dai genitori che uscivano, con la sua brandina accanto a noi ragazzi, acconsentì a spiegarmi la toponomastica di un corpo femminile, sino allora sconosciuto. Un solo, ricco incidente formativo. Poi ci fu “il periodo colto”, ma sempre ricco di fantasia. Ho frequentato a sera le suore licenziose di ser Boccaccio! I sonetti dell’Aretino sono stati arricchenti per mesi. A seguire, gli scrittori americani, schietti, igienici, John Steinbeck, Erskine Caldwel. Ci si passava i libri tra noi, oramai adulti, ma minorenni, indicando il numero della pagina fondamentale! I nostri compagni maggiorenni ci raccontavano, all’uscita degli ultimi casini, il sesso trucido. E noi li si ascoltava, con invidia