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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 19 marzo 2015 alle ore 16:11
    La gente è cattiva (2010)

    Come comincia: Non ho tempo da dedicare ai pettegoli che aprono la bocca tanto per dare un pò di fiato alle corde vocali, che si divertono a inventare balle sulla mia vita e a calunniarmi sparando cazzate su di me con l'intento cattivo di distruggermi. Preferisco vivere serenamente la mia vita con le persone a cui voglio un mondo di bene. A certa gente preferisco mostrare il mio sorriso felice, accompagnato dalla mia più totale indifferenza, piuttosto che regalare loro tutta quella importanza che non meritano. Restate pure dove siete, nella vostra ridicola convinzione e nel vostro mondo fasullo di chiacchiere che vi siete costruiti.

  • 18 marzo 2015 alle ore 1:00
    Io...

    Come comincia: Io sono una persona diversa dalla massa.Io non dipendo da nessuno per la mia felicita',ne' sono qui per soddisfare le aspettative di nessuno,ne' di fare ogni sforzo
    per rendere felici gli altri a costo di mettere a repentaglio la mia felicita'.Non permettero' a nessuno di strapparmi la felicita',ne' saro' vittima di inganni o manipolazioni.Io sono uno spirito libero e spensierato e nessuno puo' disturbarmi emotivamente.Io non invidio nessuno,perche' sono fiduciosa delle mie capacita' e non cerco mai di essere cio' che non sono.Non permettero' a nessuno di modificarmi o plasmarmi a suo piacimento,perche' io ho la mia personalita' e so di essere unica.Io so come reagire e sopravvivere alle mie condizioni.Se cado avro' la possibilita' di tornare piu' forte,perche' sono determinata indipendentemente dalle cattiverie che mi circondano.Possono scoffigere il mio cuore solo con l'amore.Me ne frego di quanto il mondo sia pazzo,me ne frego del caos che mi circonda,io so di valere e so di poter gestire la mia vita splendidamente.

  • 17 marzo 2015 alle ore 23:58
    L'amore

    Come comincia: Senza passione, l’amore diventa arido. Senza rispetto, l’amore finisce. Senza stimoli, l’amore diventa noioso. 
    Senza fedelta’, l’amore diventa infelice.Senza fiducia, l’amore diventa insicuro. 
    Nei momenti di dolore,di difficolta’ e di sofferenza, l’amore non muore, si eclissa.

  • 17 marzo 2015 alle ore 10:29
    Felice, nuove rivelazioni

    Come comincia: "Suonano alla porta, vai ad aprire per favore" La donna era ai fornelli mentre il marito leggeva il giornale comodamente seduto sul divano "Si, arrivo!" Imprecò lui mentre con calma si stava avviando verso l'entrata di casa e il trillare del campanello si faceva più insistente "Buongiorno" Lo salutò cordialmente una donna corpulenta dall'aspetto deciso "Buongiorno a lei" Rispose lui educatamente anche se qualcosa non gli quadrava. Alle spalle della donna due uomini dall'aspetto poco raccomandabile lo stavano fissando in modo ostile e lui ebbe l'istinto di richiudere la porta in faccia a quegli sconosciuti. In quel momento sopraggiunse la signora Maria "Aldo, chi è?" Il marito con un cenno della testa indicò alla moglie gli strani personaggi fuori dalla porta. Nel vedere l'anziana signora la donna corpulenta sorrise giovialmente e chiese con garbo "Scusate il disturbo, vorrei darvi delle informazioni piuttosto riservate; posso entrare?" Aldo grugnì sonoramente ma la signora Maria lo fece spostare e rispose entusiasta "Ma certo, entrate pure, stavo giusto sfornando dei biscotti e se vi accomodate posso offrirvi anche una tazza di tè" La donna accettò e dopo aver fatto cenno ai due uomini di aspettarla fuori entrò nella casa dei due anziani "Loro non entrano?" Chiese la signora Maria "Oh no, sono uomini di poche parole abituati ad aspettare, stia tranquilla. Io invece accetto volentieri il suo invito, se il sapore dei biscotti è pari al profumo che proviene dalla cucina sono sicura che ne farò una scorpacciata" Maria fu contenta di quelle parole, da quando Felice era partito solo il marito apprezzava la sua arte culinaria, ma a volte aveva l'impressione che i suoi complimenti fossero scontati e adesso il parere di una sconosciuta l'avrebbe confortata. Aldo continuava a guardare quella donna in cagnesco, era convinto che fosse una portatrice di guai e non fece nulla per dissimulare il disprezzo nei suoi confronti. La moglie, che lo conosceva bene, lo invitò a restarsene in sala sul divano ma a quel punto fu la loro ospite a sorprenderli "Se permettete preferirei parlare ad entrambi una volta sola; in questo modo non vi disturberò più del dovuto" La richiesta della donna aveva una sua logica e i due anziani la invitarono a sedersi su una poltrona mentre loro si accomodarono sul divano "Volevo parlarvi di vostro figlio, Felice" Un brutto presentimento si fece largo nella mente dei due genitori e Maria afferrò la mano del marito cercando conforto e rassicurazione che lui le trasmise stringendola forte. La donna si rese conto di aver spaventato i due coniugi e si affrettò a tranquillizzarli "Non temete, vostro figlio sta bene" Almeno quelle erano le ultime notizie che avevano di lui  prima della scomparsa, ma non doveva allarmarli ulteriormente rischiando di compromettere il suo incarico. Cercò invece di conquistare la loro fiducia sdrammatizzando la situazione "Vostro figlio sta bene, ma non è in Sud America, bensì in Africa, il suo aereo ha avuto un problema" Disse con calma e poi sferrò il suo attacco "Scusi signora, ma il profumo dei biscotti è davvero invitante" Come investita da una folata di vento Maria scosse il capo da un lato e poi si alzò di scatto "Ha ragione" rispose " Vado a prenderli e torno subito" E detto ciò si diresse velocemente in cucina "Lei è un uomo fortunato, ha una splendida moglie" Aldo grugnì nuovamente "Con me non attacca, lei continua a non piacermi ed è solo perché mia moglie l'ha invitata ad entrare che la sto ad ascoltare, ma non provi a rifilarmi qualche panzana; ne ho viste e sentite più di lei" La donna non si scompose e ribatté con assoluta calma "Ha forse visto gli alieni?" La domanda rimase sospesa nell'aria, in quel preciso istante era tornata la signora Maria con i tanto attesi biscotti accompagnati da una brocca di succo di frutta; la padrona di casa non aveva perso tempo a preparare il tè. Per alcuni istanti regnò la tranquillità ma poi l'uomo spezzò gli indugi e rispose a quella donna che sembrava saperla tanto lunga "Si, può essere" Sua moglie lo guardò con aria interrogativa e l'uomo si affrettò a spiegare ciò che era accaduto nei brevi istanti in cui si era assentata e lei, per nulla turbata, si servì un altro biscotto, lo mangiò lentamente e poi bevve un sorso di succo. L'ospite osservava quei due cercando di capire cosa stessero tramando e quando fu sul punto di interrompere il silenzio Maria la anticipò "Senta, lei non è  certo venuta accompagnata dai suoi sgherri per assaggiare i miei biscotti. Lei vuole sapere qualcosa da noi, quindi veda di andare al punto e parli liberamente, altrimenti sa dov'è la porta e non ci disturberemo ad accompagnarla all'uscita" Tosta la donna, pensò l'agente, l'avevano avvisata "Ok, allora giochiamo a carte scoperte. Io e i miei uomini lavoriamo per un'organizzazione internazionale che tiene sotto controllo gli individui come vostro figlio, persone dotate di particolari doti che li mettono in grado di vedere e sentire cose al di là della comprensione umana. I contatti che riescono ad avere non riguardano alieni o presunti tali, bensì una razza umanoide sviluppatasi millenni prima della nascita dell'uomo come lo conosciamo oggi. Questi esseri, simili in tutto e per tutto alla razza umana, vivono in mezzo a loro e usano le proprie capacità per migliorare il proprio tenore di vita, infatti la maggior parte di loro riveste cariche importanti nella società umana e da secoli ci convive senza particolari problemi; sono gli scuri e solo alcuni esseri umani sanno della loro esistenza. Purtroppo non tutti i componenti di questa razza sono devoti alle regole e alcuni hanno preferito manipolare gli uomini per assoggettarli al proprio volere piuttosto che conviverci pacificamente. Per anni sono stati controllati e tenuti a bada dalla loro stessa comunità, ma con il passare del tempo si sono organizzati fino a ribellarsi e separarsi dal resto degli altri. Sono più forti ed intelligenti degli umani e hanno capito che possono agevolmente soggiogare intere comunità al loro volere e la schiera di rinnegati continua ad aumentare di giorno in giorno. Le persone come vostro figlio riescono a mettersi in contatto con questi individui e sono in grado di aiutarci a contrastare la loro espansione che se va avanti di questo passo tra pochi anni avrà soggiogato l'intera razza umana" Tirò un respiro e sbuffò leggermente, poi bevve un sorso di succo e afferrò un altro biscotto. Aldo e Maria avevano ascoltato attentamente le parole della donna e senza dire nulla si guardarono fissi negli occhi; anni di esperienza e stretta convivenza li aveva abituati a capirsi in un attimo. Fu Maria a prendere la parola "Vogliamo credere a ciò che ci avete raccontato, cancellando così decenni di dubbi e convinzioni. Nostro figlio è comunque sotto controllo da quando è nato, quindi qualcuno sapeva già di quali capacità fosse in possesso, qualcuno che ha le sue stesse doti, o qualcuno che non è della nostra razza, vero?" Era vero, ma la donna lasciò l'anziana nel dubbio e mentre afferrava l'ennesimo biscotto si limitò a rispondere con una domanda "Vostro figlio ultimamente aveva intensificato questi contatti con gli scuri, vi ha mai parlato di loro?" "In realtà ci ha parlato di strani incontri e visioni, ma era convinto di essere in contatto con gli alieni e poi voi come fate a sapere tutte queste cose?" Chiese la madre di Felice "Io sono una di loro, sono uno scuro e vostro figlio è stato catturato dagli altri e lo abbiamo perso" I due genitori caddero in preda all'angoscia ma stoicamente mantennero un contegno e non si lasciarono andare a sceneggiate, poi Aldo chiese con voce strozzata "E adesso?" "Adesso vi preparate e venite con noi, abbiamo una missione da compiere e tanto per cominciare mi presento, io sono Lorenza"
    Aveva dormito bene e adesso si sentiva riposato e pronto ad affrontare le avversità di quella giornata. Bocassa, dal canto suo, era sveglia da alcune ore e stava meditando "Dormito bene?" Chiese Felice, ma la donna non lo degnò di una risposta è continuò concentrata nella sua meditazione quando la porta della stanza in cui erano stati rinchiusi si spalancò e di fronte a loro apparve Beatrice che sprizzava rabbia e rancore da ogni poro "Preparatevi, si parte!" Esclamò urlando "Niente colazione?" Domandò Felice ironicamente. La donna non rispose limitandosi a trafiggerlo con lo sguardo; poi sbraitò rivolta verso Bocassa "E tu, sottospecie di illusionista, vedi di prepararti alla svelta, non ho tempo da perdere" Lo scuro si ricompose con calma e appena Beatrice e i suoi uomini li invitarono ad uscire appoggiò una mano  sul braccio di Felice che improvvisamente si ritrovò su una collina divisa a metà da un piccolo corso d'acqua. Una voce riecheggiava nella sua testa, una voce sconosciuta, quasi metallica ma che immediatamente ricollegò a Bocassa "Questa è la Terra prima della comparsa dell'uomo" Oltre la collina si estendeva una grande città costruita con pietre e legno perfettamente inserita nel contesto naturale che la circondava. Felice giunse al limitare delle abitazioni e percepì la felicità degli individui che le occupavano, esseri simili agli umani ma con dei tratti somatici particolari ed assolutamente originali "Il popolo degli scuri viveva in armonia con la natura" Proseguì la voce nella sua testa "La terra forniva tutto il necessario per vivere e così sarebbe stato ancora oggi se non foste apparsi voi, esseri umani. Rozzi e ignoranti non avevate nulla per cui valesse la pena di perdere tempo, ma purtroppo anche nella mia razza ci sono i deboli che hanno ceduto alla vostra carne. Da quel momento, grazie alle nostre capacità e alle nostre conoscenze che apprendevate rapidamente, vi siete evoluti crescendo di numero, senza controllo e avete colonizzato l'intero pianeta costringendo nel tempo il mio popolo a nascondersi, ma dopo secoli di adattamento abbiamo cominciato gradualmente ad inserirci tra voi cercando di non commettere gli errori dei nostri antenati e preservando la nostra razza. Oggi però sopravvivono ancora dei discendenti di quei rapporti, eredi di una stirpe quasi estinta" Felice si guardò alle spalle ma ovviamente non c'era nessuno, la voce che udiva era nella sua mente e ciò che vedeva era frutto di un'illusione. Adesso gli erano chiare altre cose su cui si era sempre posto domande che non trovavano mai risposta, lui era discendente di una razza antica che aveva mischiato il sangue degli umani con quello degli scuri. In quel momento tornò al presente e incrociò lo sguardo di Bocassa che era vicino a lui, come prima, la sua visione era durata una frazione di secondo. Lei lo fissò intensamente e poi disse a basa voce "Si Felice, hai capito bene"
    Con tutta quell'adrenalina in corpo aveva passato la notte insonne e adesso, mentre stava facendo colazione, si sentiva uno straccio. A'isha era dovuta uscire per delle commissioni, mentre il marito era alle prese con il  servizio in sala e ora, sola e stanca, aveva perso tutta la baldanza che l'aveva accompagnata la sera precedente. Stava per mettersi a piangere quando alle sue spalle una voce che non riconobbe subito la richiamò alla realtà "Buon giorno e ben svegliata" Era Sunday, il cugino di famiglia e con lui c'era una bella donna che da come si poneva non poteva che essere sua moglie e infatti "Aurora, lei è mia moglie, Rossana, non è il suo vero nome ma da quando stiamo in Italia ha deciso di farsi chiamare così, in onore di una brava signora che ci è sempre stata vicino" La donna si avvicinò al tavolo e Aurora ebbe un attimo di lucidità, quel tanto da riuscire a dire "Scusate, sono un po' rintronata stamattina, ma prego, accomodatevi così mi farete compagnia a colazione" Marito e moglie si sedettero al tavolo con lei e dopo aver scambiato quattro chiacchere di rito, Sunday andò al nocciolo della situazione "Ascoltaci, in Italia abbiamo conosciuto Felice in un centro commerciale in un occasione particolare" Sunday raccontò ad Aurora del loro incontro con Felice e di una faccenda da 40 euro "Ora capisci perché vi aiuteremo, Felice si è comportato benissimo con noi e adesso è lui ad aver bisogno di aiuto e faremo il possibile per toglierlo dai guai" Nel frattempo era rientrata A'isha che, dopo aver sistemato alcune cose, li raggiunse al tavolo. "Eccovi qui, avete già pensato a qualcosa?" Aurora era meravigliata dalla semplicità di quelle persone che anche in una situazione così difficile non sembravano affatto a disagio e allora, per assicurarsi che avessero capito bene il problema ribadì con calma "Felice è stato sequestrato da persone altamente addestrate che di sicuro hanno alle loro spalle una solida organizzazione, non sarà semplice come la fate voi" Non voleva usare quelle parole ma per fortuna gli altri non capirono i sottintesi e Sunday si limitò a dire "Siamo nati e cresciuti in mezzo ai guerriglieri e alle fazioni che si scannano in faide continue, ogni giorno in questo mondo è una benedizione divina e ti assicuro che non ci spaventa nulla. Adesso vediamo di buttar giù un piano di massima cominciando da ciò che Aurora ricorda degli ultimi istanti passati con Felice e i suoi sequestratori" Quelle parole aprirono un varco nell'animo  della ragazza che adesso tornava a vedere la luce del sole, doveva solo riporre la sua fiducia in quelle persone e tutto si sarebbe sistemato, ne era sicura "Va bene, statemi bene a sentire" Aurora cominciò a raccontare la sua storia dal momento in cui vide Felice la prima volta, nel parco della sua città.
    Lorenza aveva lasciato un'ora di tempo ai due coniugi per prepararsi e sistemare alcune urgenze; li aveva avvertiti, non sapeva quanto sarebbero stati in ballo quindi dovevano essere pronti ad una lunga assenza da casa. La signora Maria inviò un messaggio alla figlia lasciandole alcuni incarichi, aveva le chiavi di casa e avrebbe saputo cosa fare "Eccoci, siamo pronti" L'anziana si era presentata al cospetto di Lorenza in completa tenuta sportiva, voleva essere comoda e suo malgrado anche il marito si era vestito allo stesso modo. L'agente sorrise "Ottimo, sembrate due boy scout alla loro prima missione, sono contenta che non abbiate perso la voglia di lottare" In realtà non aveva bisogno di loro, li stava solo portando in un posto sicuro dove i suoi principali avrebbero deciso il da farsi, Maria però era tutt'altro che un'anziana sprovveduta e appena furono saliti sul mezzo che li avrebbe portati alla nuova destinazione estrasse dalla tasca della tuta una piccola pistola e la puntò verso la sbalordita Lorenza "Sorpresa?" Chiese la donna nel vedere lo sguardo dell'altra "Un pochino" rispose sinceramente l'agente "Sono contenta della sua onestà" Fu un attimo e Lorenza capì "Si Lorenza, nelle mie vene scorre un po' del vostro sangue, io sono una impura e la vostra razza da secoli ci ha sempre tenuto sotto controllo, d'altronde se sei qui non è certo un caso, dovevate sospettare qualcosa, mio figlio è in gamba ed è uno dei prescelti, ma voi vi siete fatti gabbare e gli altri vi hanno preceduto. Per anni ho convissuto con dubbi e sospetti, sapevo fin dal giorno del suo concepimento che Felice sarebbe diventato speciale e la visita di alcuni di voi ha confermato il mio presentimento. Mio marito mi è sempre stato vicino, è al corrente della mia promiscuità sanguigna fin dall'inizio, ma ama me è i nostri  figli senza se e senza ma" Aldo con un cenno della testa approvò le parole della moglie "Fino a qualche tempo fa non ero a conoscenza della storia degli scuri e pensavo veramente di essere entrata in contatto con gli extraterrestri, ma quando Felice ha cominciato ad ampliare la sua psiche e le sue visioni sono riuscita ad entrare in contatto con la sua mente e così ho capito parecchie cose e tu me ne hai dato conferma" Lorenza fece cenno alla donna di abbassare l'arma, poteva fidarsi di lei e la signora Maria rimise la pistola in tasca lasciando all'altra il tempo di dire la sua "Io sono uno scuro, ma la tua mente ha resistito a tutti i miei tentativi di metterla in contatto con la mia, quindi presumo che tu abbia visto nella mia testa delle menzogne ma nessuna intenzione a volervi fare del male" "Infatti" mentì l'anziana "Ed è per questo che verremo con voi dai vostri superiori che dovranno spiegarci tutto per filo e per segno" A quel punto Aldo sbuffò spazientito "D'accordo, vi siete presentate, ma adesso parla, che fine ha fatto nostro figlio?" Lorenza volse lo sguardo verso l'alto e, convinta di non poter mentire, rispose mestamente "Non lo sappiamo"
    Beatrice sapeva di rischiare grosso, l'appuntamento per la partenza era previsto per il tardo pomeriggio e il piano originale prevedeva che sarebbero restati al riparo fino all'ultimo momento, ma il pensiero di farsi prendere ancora in giro da quei due l'aveva fatta imbestialire togliendole la lucidità necessaria per portare avanti il suo compito. Aveva ricevuto una chiamata da parte del suo superiore ma non aveva risposto, sapeva che sarebbe andata incontro alle sue ire ma in questo momento non voleva sentirla; ricordava le parole della sera prima, fredde e distaccate <Buona notte Beatrice> si era limitata a dirle. Giravano a zonzo ormai da più di due ore, i suoi uomini non avevano sollevato obiezioni sul motivo del cambio di programma, ma adesso uno di loro si arrischiò a domandare "Abbiamo cambiato programma, capo?" Lei rispose in cagnesco "E' evidente, sei, sei" Si fermò in tempo, ma il suo uomo abbassò lo sguardo mortificato e lei capì di avere esagerato, non era colpa loro se si era innamorata del su capo mentre lei la usava come scaldaletto. "Scusa, sono un po' nervosa" l'uomo, temendo l'ennesima sfuriata, non rispose, mentre lei, colta da un improvviso presentimento, disse velocemente "Puntiamo all'aeroporto, alla svelta" Adesso Beatrice doveva concentrarsi sul suo incarico, liberare la mente da interferenze e puntare dritta all'obbiettivo, ma proprio mentre faceva quei ragionamenti accadde qualcosa che avrebbe cambiato la sua esistenza. Il mezzo su cui stavano procedendo a velocità sostenuta urtò violentemente contro un ostacolo mimetizzato nel battuto della pista, ciò fece sterzare immediatamente il furgone rovesciandolo rovinosamente su di un fianco. L'autista restò aggrappato al volante fino all'ultimo, evitando così di rompersi l'osso del collo, mentre Beatrice gli cadde addosso a peso morto; il corpo del suo autista attuti l'urto e la donna se la cavò con qualche ammaccatura. Nel vano posteriore la situazione era simile, Felice e Bocassa furono scaraventati contro la parete del furgone travolti dai due uomini che li sorvegliavano, tante botte ed ammaccature ma tutto sommato non si erano fatti niente di grave. Felice fu il primo a riaversi dallo choc e carico di adrenalina urlò all'indirizzo di Beatrice "Ma che cazzo state combinando la davanti?!" Bocassa non disse nulla mentre gli altri due uomini si stavano ricomponendo tra mugugni ed imprecazioni. Il trambusto aveva messo Beatrice in una situazione imbarazzante, in un altro contesto la scena sarebbe apparsa molto erotica, ma lì, in mezzo al deserto con il rischio di essersi rotti le ossa, i due protagonisti avevano tutt'altro per la testa. Eppure la scenetta la fece sorridere, il suo uomo invece era imbarazzato e lei sdrammatizzò con una battuta "Tranquillo, lo sai che ho altri gusti" Quella frase strappò un sorriso anche a lui che nel frattempo stava divincolando la testa dalla presa delle cosce di lei. Nel volgere di pochi minuti uscirono tutti dal mezzo, Beatrice per ultima e la sorpresa fu tale da lasciarla a bocca aperta.
    "Buon giorno Beatrice, tutto bene?" Il tono di Aurora era sarcastico, una ventina di persone, armate fino ai denti, teneva sotto tiro l'agente e i suoi uomini, mentre Felice e Bocassa accuditi da Sunday e sua moglie erano seduti su degli zaini sistemati a terra. Beatrice rispose a quella domanda con fermezza "Voi non immaginate a cosa vi stiate mettendo contro, lasciateci andare e farò finta che questo incidente non sia mai accaduto" Nonostante il tono deciso l'espressione della donna lasciava trasparire tutta la sua insicurezza, era chiaramente spiazzata da quella nuova prospettiva, sapeva per certo che non li avrebbero lasciati andare e temeva il peggio. In quel momento Aurora la fissò dritta negli occhi e come se le avesse letto nel pensiero le rispose "Non temere, non vi verrà fatto alcun male. Ovviamente sarete ospiti dei nostri amici e vi garantisco che finché righerete dritto sarete trattati con i guanti di velluto, in caso contrario lascio alla vostra immaginazione le possibili conseguenze, questa è gente abituata a tutto" La situazione era chiara, Beatrice e i suoi uomini erano prigionieri e la sua missione per il momento era miseramente fallita. I compagni di Sunday si fecero consegnare e sequestrarono tutti gli oggetti dei prigionieri, i cellulari e qualsiasi tipo di apparecchiatura elettronica venne distrutta sul posto e dopo essere stata deposta in una buca venne data alle fiamme e poi sepolta sotto terra. Gli agenti avevano assistito immobili e silenziosi a quel triste spettacolo, ma poi la donna domandò perplessa "Era proprio necessario?" Mentre attendeva una risposta che forse non sarebbe mai arrivata, Felice si alzò in piedi e con incedere barcollante si avvicinò alla sua ex analista "Vedi Beatrice" esordì pacatamente "Da questo momento o siete con noi o non farete più ritorno a casa vostra" Il tono tranquillo, ma nel contempo risoluto, non ammetteva repliche. Lei lesse nei suoi occhi una fermezza mai vista prima, Felice stava cambiando e forse nemmeno lui capiva quanto.
    Era bastata un'ora di aereo, un volo privato appositamente organizzato per loro. Evidentemente erano sicuri di convincerli, pensò la signora Maria, oppure erano super organizzati e nel volgere di pochi minuti avevano organizzato tutto. Non ci volle alcun tipo di contatto mentale per capire quello che pensava, allora Lorenza spiegò con calma "Vedete, ero convinta di riuscire nel mio compito e mi ero portata avanti, ovviamente il nostro programma non cambia, vi farò incontrare i miei superiori e saranno loro a decidere sul cosa dirvi o meno" Dopo circa mezz'ora dall'atterraggio i due anziani coniugi furono invitati ad entrare in un grande e maestoso palazzo posto sulle colline della città, più che una base di un qualsiasi tipo di organizzazione segreta, sembrava la reggia di qualche nobile facoltoso. L'edificio era imponente ma allo stesso tempo armonioso, circondato da un ampio parco curatissimo e con le facciate tirate a lucido nonostante fosse visibilmente lì da parecchio tempo. Salirono lungo un'ampia scalinata e quando furono al cospetto di una porta enorme ma finemente intarsiata, un uomo dai modi gentili li invitò ad entrare e a seguirli, mentre Lorenza e i suoi uomini si congedarono. Maria non apprezzò quel fatto, in cuor suo si era già affezionata a quella donna e le dispiaceva perderla di vista, ma la sua mente, ora consapevole delle proprie capacità, percepiva nuove sensazioni che la distolsero da quei pensieri, l'entrare in quell'edificio le aveva completamente aperto la mente ed ora percepiva il disagio del marito, lui avrebbe voluto tornare a casa, alle sue faccende, alla sua vita di sempre, ma a lei era ormai chiaro che quella vita, se mai fossero vissuti ancora a lungo, non sarebbe più tornata. Afferrò la mano dell'uomo per infondergli calore e sicurezza e immediatamente lo sentì rilassarsi "Stai tranquillo tesoro" disse lei amorevolmente "Andrà tutto bene" A lui bastarono quelle poche parole dette dalla donna che amava per rasserenarsi. Nel frattempo erano giunti al termine di un lungo e largo corridoio e davanti a loro si stagliava maestosa una grande porta di legno scuro e quasi per magia la porta si aprì al loro cospetto e l'uomo dai modi gentili li invitò a precederli. Aldo era titubante mentre la moglie incuriosita da tutto quel mistero non se lo fece ripetere una seconda volta ed entrò decisa in quella grande stanza dove al centro era sistemato un salottino con poltroncine e divanetti. Ad un cenno dell'uomo i due si accomodarono "A breve sarete raggiunti dai miei signori, nell'attesa è di vostro gradimento una tazza di tè?" La donna rispose anche per il marito "Si grazie, è di nostro gradimento" A quelle parole l'uomo si allontanò lasciandoli soli. Dopo alcuni minuti fece ritorno con il tè e allo stesso tempo annunciò i suoi signori. Aldo e Maria cominciavano a risentire degli effetti dell'età e la loro vista non era più quella di un tempo, ma appena i loro ospiti si furono avvicinati i due anziani strabuzzarono gli occhi e Maria esclamò confusa "Nonni!?" "Ciao Maria, è parecchio che non ci si vede" Rispose la donna.

  • Come comincia: Al pontile Ovest disteso sotto un cipresso, un uomo dormiente ubriaco marcio che teneva sotto al braccio una brocca vuota.
    “John, svegli quell’uomo!” Ordina Jona.
    “Subito signore!” a scossoni riesce a svegliarlo e tra urla di sgomento e il pallido intento di alzarsi Jona da inizio al suo interrogatorio.
    “Buon uomo, si alzi! Ho bisogno di porle alcune domande”
    “Sono cinque monete d’oro, bel signore! Lei chiede io rispondo!” schiamazzi d’alcool.
    “Facciamo che le porgo una moneta d’oro ed il permesso di restare ancora in queste terre, signore. Forse non si rende conto che sta parlando con il detective della zona” dice mostrando un tesserino cartaceo che dimostra il suo dire.
    “Oh, signore, mi scusi! Chieda, chieda pure” si alza in un lampo togliendosi il berretto e scusandosi in un inchino.
    “Mi hanno detto che ultimamente sono stato ritrovati cadaveri da queste parti. Sa darmi qualche spiegazione, mio caro?”
    “Non so niente, signore! Due lune piene fa sono stati ritrovate cinque carcasse umane sparse lungo la sponda Est del fiume. Tutte senza testa, un vero obbrobrio!”
    “Uomini, donne o bambini?”
    “Uomini, mio signore! Tutti uomini! Ma le carni restanti erano tutte rosicate.”
    “Come a nascondere il delitto.”
    “Esatto, mio signore. Senza testa e con le membra rosicate. Sono stati gli unici ad essere stati ritrovati in quella maniera. Per quelli di prima solo ossa o maciullamenti vomitati. Un vero scempio, un vero disgusto.”
     “Capisco. C’è una solo una belva che può fare questo, lo sa John?”
    “No, mio signore. Non credo di sapere.”
    “Maiali.” Aldamacco spunta dalle siepi nella notte fonda.
    “Esatto, amico mio. Maiali”
    “Maiali?”
    “I maiali sono gli unici animali che vivono nella quotidianità che sono in grado di mangiare veramente tutto quello che trovano sotto mano. Nei paesi dell’Ovest vengono usati spesso per far sparire tracce, prove, cadaveri o quel che sia. Sono veri e propri mangiatori di tutto. Ma come fa un uomo di qui a conoscere questa cosa?” chiede Aldamacco.
    “Me lo stavo giusto appunto chiedendo. Ma questo potrà essere sicuramente una prova!”
    “Una prova? Per indicare cosa?” chiede Aldamacco.
    “Che il colpevole è un uomo dell’Ovest. Per conoscere questo particolare dei maiali deve avere sicuramente origini del genere; quindi o è un emigrato o un uomo di qui vissuto in quelle terre per chissà quale tempo. O, arrivando ad un ipotesi molto più improbabile…” dice Jona guardando l’amico.
    “Cosa?”
    “Un uomo dalle conoscenze ineguagliabili sulla fauna tanto da conoscerne ogni particolare; tipo uno sfascia carni!”
    “Stai insinuando sia stato io?”
    “Non penso saresti capace ma, in tutti i casi, non è un ipotesi da scartare. Direi che ai miei occhi, mio caro amico, tu sia un sospettato più che valido.”
    “Tu sei pazzo!”
    “O magari potrebbe essere, lei signor ubriacone!”
    “Io? E di cosa sarei sospettato?”
    “Gli omicidi commessi sono avvenuti sempre con la luna piena, nei posti più bui sempre accanto a carceri nascosti. Questo lato della sponda del fiume è famoso per le grotte sotterranee adibite a carceri comuni, non lo sapeva? Anni addietro queste lande venivano usate per far pascolare i maiali perché il terreno fangoso è talmente ricco di proteine che fu stabilito il luogo più idoneo a far pascolare i maiali. Con le carceri vicine, spesso i contadini s’imbattevano in carcasse morte per via delle frequenti colluttazioni che avvenivano tra galeotti e non tutti avevano la meglio; così, chi moriva veniva gettato nel fango e mangiato per sbaglio dalle bestie ma questo non tutti lo sapevano. Sulla sua mano destra ha un tatuaggio non indifferente il che significa due cose: o lei è un ex galeotto scampato a qualche guerriglia carceriera o, nell’ipotesi più fantasiosa, rilasciato per la fine della sua pena di questo luogo o di altri, o ha lavorato in un macello dove insieme alle bestie anche i lavoratori venivano tatuati in segno di riconoscimento. Qui ci sono solo due macelli; uno a Glasville e uno a Poluare e da questo punto esatto sono abbastanza lontane da raggiungere a piedi e non penso che un lavoratore di macello faccia tanta strada per venire ad ubriacarsi su un pontile dimenticato da Dio. Poi se vogliamo aggiungerci la storia degli omicidi che avvengono nei paraggi posso solo pensare che lei sia amante del macabro o che si trovasse di passaggio sul punto esatto dove la luna piena scorsa è stato trovato un cadavere vomitato. O sbaglio, signor… ?”
    “Billie.”
    “Billie Jakins, ex galeotto di Poluare accusato dell’omicidio di Vera Tholk e Cristopher Tyu nella tenuta di famiglia nelle terre di Nuova Scow. Mi corregga se può.”
    Sgomento. Bravo il detective pensa John.
    “Voleva continuare a fingere di essere un ubriaco ai piedi di un cipresso o potevo sperare in un suo auto smascheramento?”
    “Lei è?”
    “Jonathan Walker, detective di Nuova Scow in vacanza a casa mia.” Sorriso.
    “Ho sentito parlare di lei.”
    “Lo so molto bene signor Jakins. Io e il capo della sicurezza Pief eravamo addetti al suo caso a quel tempo; ho avuto modo di studiarla anche se lei non lo sa.”
    “Ha fatto bene i compiti signor Walker.”
    “La cosa che ancora non mi spiego è: Come mai è qui a Manville sotto il travestimento di un ubriaco?”
    Gioco di sguardi tra i due signori.
    “Chi la manda?”
    “Il capo Pief. Sono stato condannato a dieci anni di reclusione di cinque di lavoro forzato e due al servizio dello stato. Ma saprà meglio di me che non tutte le accuse riescono a mantenere le condanne. Al mio terzo anno di reclusione, il capo Pief venne a farmi visita nella prigione di Nuova Scow per dei particolari sul caso Green.”
    “Il caso Green? Ma quel caso è stato archiviato tempo prima. Io stesso insieme al capo Pief lo chiudemmo; il colpevole arrestato e condannato a morte e spero che l’Iddio non abbia avuto pietà della sua anima per nessuna ragione al mondo. Mostro abominevole.”
    “Oh, certo! Condannato, morto e sepolto. Il commissariato di Nuova Scow non le ha fatto recapitare recenti notizie in merito?”
    “Notizie? Sul caso Green? Che volete ci siano notizie s’ un morto? A meno che di un morto si stia parlando.”
    “Lei ha l’occhio lungo. Mi permetta di accompagnarla presso la mia dimora; magari davanti a del buon vino ci si può raccapigliare qualcosa di più, non crede signor Walker?”
    Silenzio. Jona fa cenno a John di seguirlo per capirne di più; Aldamacco sale in groppa al destriero del giovane e tutti insieme si dirigono in una casupola nascosta dai cipressi poco distante dal pontile.
    E’ notte fonda ed in lontananza si odono civette e ululati con la brezza fredda che copre di rugiada i cipressi in dormiveglia.
     
    “Arriviamo al dunque signor Jakins. In primo luogo ci sono una serie di domande che, come mia solita prassi, devo porle.”
    “Mi dica signor Walker.”
    “Chi le ha dato questo alloggio? Cosa ci fa qui e cosa c’entra il capo Pief in questa storia; soprattutto, perché il caso Green sembra essere stato riaperto?”
    “Senza che lei me le ponesse ero già qui pronto a darle informazioni anche perché Pief mi aveva accennato che avrei potuto imbattermi in lei e il suo sagace naso. Le spiegherò brevemente:
    Come ho già detto prima al mio terzo anno di reclusione, il capo Pief venne a farmi visita nella prigione di Nuova Scow per dei particolari sul caso Green e fu lì che il caso venne riaperto. Quando i coniugi Tyu furono uccisi, facevo parte di un gruppo di malavitosi che bazzicavano per le lande in cerca di fortuna e nel mio gruppo faceva spesso capolino un uomo con il viso sfregiato e l’aria tetra che ci dava soffiate in merito a case da depredare o bottini da trafugare e fu in quell’occasione che venimmo a conoscenza della casa dei Tyu e, quindi, a decidere di far fuori i signori e rubare l’impossibile. Ci disse il piano, ce lo illustrò su carta compreso di pianta dell’immobile e fu interessante notare con quanta cura ci desse particolare e di quanta discrezione usasse invece nel non volersi immischiare in ruberie come se volesse farci un piacere senza trarne vantaggi. La sera prima del giorno del colpaccio, si presentò con una bambina incappucciata, la figlia probabilmente.”
    “Lisette…”
    “Probabile. Occhi verdi e capelli biondi? S’è così, si, era lei. Le chiese di bussare alla porta dei Tyu e regalare loro un cofanetto laccato in oro accertandosi che il regalo finiva nelle loro mani e poi doveva allontanarsi canticchiando come una normale bambina felice del dono fatto. Fui l’unico a scorgere tutta la scena, non so dire se per fortuna o sfortuna. La cosa andò in quel mondo. Non diedi molta importanza; era uno svitato, uno strano davvero e quella sua faccia sfregiata era al quanto raccapricciante. La sera del colpo, per nostro stupore, trovammo la casa blindata con una serie d simboli dipinti sulle facciate della casa; ce ne fregammo e irrompemmo brutalmente. Trovammo i coniugi chiusi in una stanza a pregare per la buona sorte ma ce ne infischiammo; prendemmo lui e lo trucidammo, poi passammo a lei. I miei compagni la violentarono poi le legarono i polsi e la gettarono nel fiume e come ben sa il corpo fu ritrovato solo pochi giorni dopo nel lago dove sfociava, morta affogata. Mentre prendevamo il bottino qualcosa attirò la mia attenzione; su di un mobile agghindato un cofanetto d’oro laccato come quello che avevo veduto nelle mani di Lisette. Incuriosito lo aprii e dentro c’erano due occhi verdi ancora con brandelli di carne penzoloni. Schifato lo gettai a terra e sembrava come se mi stessero guardando dritto nelle palle dei miei occhi. Rabbrividii e mi paralizzai; fu per questo che sono stato arrestato. Qualcuno aveva chiamato la sicurezza del posto e mi presero sul tempo.”
    “Un uomo ci urlò dalla porta del commissariato ciò che stava avvenendo per questo ci precipitammo; l’abitazione dei Tyu non era lontana, in un istante eravamo lì.”
    “Qualcosa mi disse che quegl’occhi mi avevano stregato. Quando fui incarcerato feci una serie di ricerche tra i galeotti presenti; i Tyu avevano una figlia anni addietro, Giselle. Bionda, occhi verdi, bella da mozzare il fiato. Morì tragicamente in un incidente in carrozza mentre lasciava Glasville per raggiungere Nuova Scow. Non si è mai saputo molto sul conto dell’incidente e chi ne sa qualcosa in più, non ne parla facilmente. Dovevo corrompere un bel po’ di gentaglia per capirci qualcosa. Tempo dopo venni a sapere dell’arresto di Green e dei suoi misfatti. Prima di venir decapitato, passò due settimane nel nostro carcere sotto stretta sorveglianza. Nessuno lo aveva mai visto; sapevamo della sua presenza ma vederlo, beh, un’impresa per coraggiosi. Ma io dovevo vederlo, dovevo togliermi un po’ di dubbi così, il giorno della decapitazione, sgattaiolai per dei condotti sotterranei spuntando sotto una botola che dava sul campo mortuario. Quando alzai la testa lo vidi; l’uomo sfregiato chino sulla pietra maestra che attendeva il suo boia, carnefice del carnefice di se stesso. La cosa raccapricciante è che alzò lo sguardo e mi fissò, dritto negl’occhi. Quegl’occhi da pazzo che esplosero in una risata schizofrenica. Una risata durata pochi istanti tramortita dall’ascia del boia che gli ha fatto rotolare la testa davanti alla botola dov’ero nascosto. Non so come, ma quella testa era ancora viva; con la lingua zuppa del suo stesso sangue mi scrisse un simbolo. Sconcertato chiusi subito la botola e ritornai alla stanza del carcere. Mi ero cagato sotto nel vero senso della parola.”
    “Che storia è mai questa! Per Dio!”
    “Mandai a chiamare Pief, gli raccontai l’accaduto. Mi disse che non c’era da preoccuparsi; lui era morto, la figlia mandata all’ospedale per bambine abbandonate e che il tutto andava archiviato. Da allora sono passati tre anni. Dopodichè Pief venne a farmi visita e mi chiese di raccontargli di nuovo la storia; completa di particolari mi disse che quel simbolo che mi aveva scritto sul terreno era apparso sulle case di tutte le sue vittime compresa quella dei Tyu e che Lisette era scomparsa. Essendo l’unico a conoscere fatti reali e quelli sconosciuti, mi disse che in tutta questa storia c’erano troppi collegamenti scollegati che avevano bisogno di ricomporsi ed il caso è stato riaperto con priorità la figlia Lisette. In seguito abbiamo scoperto che l’uomo condannato non era effettivamente l’uomo giusto, il Green decapitato non era il Green assassino, ma il fratello gemello che lui stesso ha sfregiato per punizione quando tentò di violentargli la figlia la prima volta. Se l’avessi aiutato nel caso avrei ottenuto la riduzione della pena da dieci a cinque anni con solo obbligo di servizio verso lo stato. Se questo caso viene risolto, io sarei un uomo libero dedito al suo paese.”
    “Mi sento così tradito dal mio partito; vorrei sapere il perché non sono stato messo al corrente dell’evento, signor Jakins.”
    “Semplice, Walker; il piano era di non destar sospetti ed attirarla nella tana del lupo. Mi perdoni.” Ispettore Philipe, braccio destro del capo Pief.
    “Il Capo Pief non voleva alzare polveroni inutili. Quanto meno si sa, meglio è per tutti. I tempi sono stati calcolati a dovere e poi, lei era stato congedato per un riposo più che doveroso, mi ha invitato l’ispettore capo a riferirle.”
    “Oh, cielo! Philipe! Anche lei qui?”
    “Le devo le mie scuse signore, era da un po’ che la stavo spiando; capirà il mio ruolo, non posso che rispettare gl’ordini.”
    “Si, si! So come vanno le cose. Che sciocco sono stato. Con tutta questa storia mi duole il capo.”
    “C’è un collegamento con la storia di questo Green ai morti che si stanno susseguendo a Manville?” chiede Aldamacco che per tutto il tempo è stato in silenzio ad ascoltare.
    Philipe e Jakins si guardano; Jona interviene.
    “Tranquilli, tranquilli! Di lui ci si può fidare.”
    Philipe e Jakins ritornando a guardarsi, poi fanno un leggero accenno col capo verso Jona.
    “Crediamo ci sia un collegamento.” Risponde Philipe.
    “E da cosa lo deduce?” Chiede Aldamacco.
    “Dalle decapitazioni e dall’uso del maiale per nascondere i corpi!” Risponde Jonathan.
    “Come? E da cosa lo si dovrebbe dedurre?”
    “In primo luogo, ragioniamo: se il capo Pief crede ci siano collegamenti uno di questi è senz’altro la decapitazione del finto Green e le decapitazioni attuali. A Nuova Scow, accanto al carcere, sorgevano fattorie di contadini emigranti. Le tecniche di allevamento sono su per giù le stesse se poi ci apporti modifiche lo fai solo se hai in te due consapevolezze differenti e quindi sei in grado di unirle. Quando Green fu decapitato ci fu la questione del cadavere; sotterrarlo e darlo in pasto ai vermi o… in pasto? Ma si! Diamolo in pasto ai maiali!”
    “Oh, si, certo! Ricordo la questione.” Dice Philipe guardando estasiato Jona.
    “Ma agl’uomini di religione sembrò troppo inopportuno far sparire un corpo in questo modo, quindi si decise per sotterrare il corpo in una campagna desolata a poche miglia da Nuova Scow. Il dottor Merendille si occupò delle pratiche mortuarie. La testa di Green, anche se ora mi sovviene da dire, il falso Green, fu riattaccata al corpo con grande maestria. Il dottore sa il fatto suo quando si tratta di curare i morti il che è un po’ strano dato che dovrebbe curare i vivi. Una volta sotterrato, fu emesso un emendamento per tutta la città; il divieto ad allevare maiali a fine di lucro o tutto ciò che non era concerne alla semplice attività di allevamento per la tavola ed al palato. Per questo nel corso degl’anni si è persa questa conoscenza in proposito. Quindi, analizzando un po’ la questione, i due indizi sono collegabili al caso Green.”
    “Lei è brillante, signor Walker!” Gl’occhi di Philipe luccicano per il suo beniamino.
    “Quindi, se diamo per esatte tali teorie…” Irrompe Aldamacco.
    “Il vero Green è ancora vivo.” Risponde il signor Jakins.
    “Bene. Dunque, miei cari, mi giunge al cervello un solo pensiero; nel momento in cui il caso Green è stato riaperto, non ci resta che metterci al lavoro per concluderlo del tutto. Non crede John?”
    “Oh, si signore! Non si dimentichi, però, il pranzo con il signorino Maxime l’indomani.” Dice ponendo il soprabito sulle spalle di Walker.
    “Giusto, John, giusto. Come farei senza di lei.”
    Si congedano e fanno ritorno alle loro case. 

  • 11 marzo 2015 alle ore 20:55
    I giardini della rabbia

    Come comincia: C'erano cose che aveva dimenticato troppo in fretta, il dolore era così forte da voler essere nascosto, coperto . Impedendo così , all'indiscrezione della verità di salire a galla. 
     
    Dalia comprese però, di vivere a metà, andando avanti sospinta da forze sconosciute.  Le ferite erano lì,  risbocciavano a dispetto di tutto, oleandri di veleno e sale. 

    Mi accorsi che viveva schermata dal modo in cui ricacciava di continuo l’anima all’interno di se stessa. Era imponente, una roccia, pareva che nulla potesse scalfire quell’agglomerato di bellezza e forza. 
    Gli occhi la tradirono. Erano due spilli in un vasto campo di grano. Dalia era un paesaggio d’eterea materia, ma disseminato da mine.

    La guardavo come si guardano le aquile ferite. 
    Un maestoso uccello, reso ai minimi termini e offeso. Albatros mortificato da una schiera di stupide creature, che di lei avevano rubato tutto. E a me avevano lasciato i pezzi da ricomporre di quella difficile creatura, che non credeva più in niente.

    Era lì davanti a me, con una chioma di capelli neri corvini adunati sulla spalla destra.
    Fece un gesto con la mano, quasi volesse disegnare un perimetro intorno. 
    Aveva occhi grandi, quasi mai spaventati.
    Disegnava il limite.
    E più era distante da me e più mi sentivo sfidato.  Avevo ad un passo  la sfida più grande della mia vita. 

    Riportarla in vita. Riportarmi in vita.

    Ti odio mi disse. Ti amo le dissi.

    Silenzio.

        ''Amo tutto 
         Ciò che
         in te
         Ancora
         Resiste’’

    ....

  • 11 marzo 2015 alle ore 11:16
    Il cuore di Anna

    Come comincia: Da bambina le dissero che non esisteva il principe azzurro e <<vissero felici e contenti>> si avverava solo nelle favole. Lei ascoltò con attenzione quelle parole uscire dalle bocche dei grandi e in quel momento nel suo cuore si chiuse la prima porta.
    Da ragazzina subì la prima grande delusione d'amore, il coetaneo per cui si era presa la prima innocente cotta le confessò di preferirle la sua amica; fu allora che si chiuse la seconda porta.
    A diciassette anni si chiuse la terza porta. Durante la festa di compleanno di una sua amica, che per l'occasione aveva invitato parecchi amici, trovò il suo fidanzato appartato con una ragazza appena conosciuta e anche in quell'occasione dovette sopportare l'umiliazione del rifiuto.
    Ci vollero quasi tre anni per riprendersi da quella delusione, ma poi all'università incontrò quello che per lei sarebbe stato l'uomo della sua vita. Bello capace ed anche benestante, la trattava come una regina. A volte era fin troppo premuroso nei suoi confronti e a lei avrebbe fatto piacere invece che in alcune circostanze si fosse comportato un po' più da uomo; ma in fondo lo amava per ciò che era. Quella mattina però si chiuse anche la quarta porta: stavano facendo colazione nel bar della facoltà quando lui le prese delicatamente la mano. Un gesto d'affetto che compiva spesso e lei lo interpretò come tale. Ma quella volta la sua mano indugiò e lei capì che qualcosa non andava, lo fissò dritto negli occhi e le fu subito chiara una cosa, lui non la amava più. Ritrasse la mano inorridita, non voleva sentirsi raccontare qualche storia campata in aria e in tutta fretta si alzò dalla sedia pronta a scappare via, lui però riuscì a fissarla intensamente e ad emettere un'unica parola "Scusami!" Quella parola, sincera e spontanea, non ebbe alcun effetto su di lei; ormai le porte del suo cuore si stavano esaurendo. Dopo due giorni lo incontrò mano nella mano con la sua compagna di stanza e le fu immediatamente chiaro perché lui venisse così spesso a trovarla nel suo alloggio. Ma non fu quell'ulteriore episodio a farle chiudere la quinta porta.
    Passarono ancora alcuni anni prima che ciò accadesse, tempo in cui lei si era ripromessa di non voler più aver nulla a che fare con gli uomini, ma come spesso accade al cuor non si comanda e fu così che trovò il suo uomo sul posto di lavoro, in ufficio. Il loro fu amore a prima vista e dopo pochi mesi decisero di sposarsi. Prepararono tutto scrupolosamente e il gran giorno erano entrambi in splendida forma. Avevano optato per una cerimonia ristretta e riservata a pochi invitati. Tutto stava filando liscio, ma quando il celebrante pose la fatidica domanda, dal fondo della chiesa si levò una voce stridula: "Mi domandavo fino a che punto ti saresti spinto vigliacco. Ricordati che oltre me hai anche tre figli da mantenere ed è giusto che la tua nuova fiamma ne sia al corrente"
    Anna si risveglò in una stanza di ospedale, gli occhi gonfi e la testa che rimbombava come l'eco di una caverna. Una dottoressa le sorrise e lei a malapena fece altrettanto mentre nel frattempo si chiedeva dove fosse e cosa fosse successo; la dottoressa sembrò averle letto nel pensiero e anticipando le sue domande spiegò "Si trova in ospedale, al San Martino. Ha avuto un malore durante la funzione, ricorda?" Ricordava  a stento, poi però le immagini e le parole riaffiorarono nella sua mente, ora rammentò tutto. "E lui?" Chiese più a se stessa che a qualcuno in particolare. La dottoressa le si avvicinò e dopo aver constatato che si  fosse ripresa, le parlò con calma "Forse è meglio che parli con sua madre, è qui di fuori che aspetta" "Va bene" Rispose Anna. Sua mamma fu contenta di riabbracciarla e scoppiò in un pianto irrefrenabile; lei aspettò che si calmasse un po' e poi parlò decisa "Adesso mamma mi racconti tutto" La donna a malincuore raccontò tutta la verità alla figlia, quella storia sigillò ermeticamente anche la quinta porta.
    Ci vollero un anno di cure e sedute con vari specialisti per ristabilire un minimo d'equilibrio nella sua testa. L'affetto di amici e parenti furono importanti, ma in particolar modo ultimamente la vicinanza di un volontario fu determinante per la sua ripresa. Era un uomo di qualche anno più anziano di lei e fin dall'inizio le aveva raccontato tutti i dettagli della sua vita, tanto che a un  certo punto fu più lei ad essere utile a lui che viceversa. Le aveva detto di essere separato, con due figli e disoccupato. Riusciva a sopravvivere solo grazie ad un piccolo contributo che la sua ex moglie, ricca e benestante, gli elargiva ogni mese, che si sentiva un parassita ma con il tempo si era abituato a questa situazione e per stare in pace con se stesso si era dato al volontariato. Giorno dopo giorno Anna sentiva crescere qualcosa dentro il suo cuore, non tutte le porte erano chiuse e quell'uomo, premuroso e così indifeso, cominciò a fare breccia nella sua corazza e un dì decise di rompere il ghiaccio invitandolo a cena nel suo appartamento. Per l'occasione cucinò al meglio delle sue capacità, indossò un abito sexi e si tirò a lucido. Lui fu sorpreso nel vederla, era bellissima e non smise di corteggiarla per un attimo.
    Anna si svegliò con un gran mal di testa, dalla finestra della piccola cucina entrava la luce del sole, che ora era? Si alzò a fatica dal divano e nonostante la mente annebbiata si rese subito conto che qualcosa non andava. Lui dov'era? E soprattutto, come mai la casa era a soqquadro? Scoprì di essere stata derubata di tutto ciò che aveva di valore. Gli uomini dell'Arma raccolsero la sua deposizione e dei possibili indizi e il loro superiore concluse amaramente "Lei è l'ennesima vittima di questo truffatore, il suo <<modus operandi>> è come una firma in calce. Adesca donne sole e facilmente raggirabili e quando riesce ad entrare in casa loro le addormenta e poi sparisce con il bottino. Purtroppo signora non è la prima e non sarà l'ultima vittima di questo delinquente" Concluse amaramente il militare.
    Quello fu l'episodio che sbarrò la sesta porta del suo cuore, la penultima e non aspettò l'ennesima batosta per chiudere l'ultima, la settima e senza aspettare oltre la sprangò immediatamente, per sempre; non ci sarebbero stati mai più uomini nella sua vita, solo paura.
    Erano passati diversi anni da quell'ultimo fattto, Anna ora era una splendida trentacinquenne in carriera, il suo cuore di pietra le aveva permesso di farsi strada nel mondo del lavoro e la sua tenacià e le sue capacità l'avevano portata ad aprirsi uno studio in proprio, che ora impiegava una dozzina di persone, tutte rigorosamente donne; Anna aveva fatto un voto, mai più uomini nella sua vita. Quando per lavoro o per causa di forza maggiore doveva avere a che fare con elementi dell'altro sesso si chiudeva nella sua corazza comportandosi da uomo più dei maschi stessi. Ormai nell'ambiente la chiamavano tutti cdp, cuore di pietra e solo sua mamma riusciva a trasmetterle un po' di calore umano.
    Quella mattina, che avrebbe cambiato il corso della sua vita, era in ritardo tremendo e non avendo altre alternative fermò il primo taxi di passaggio. Senza un minimo di educazione prese posto sul sedile posteriore e si rivolse all'uomo alla guida come se stesse parlando ad uno zerbino e con tono autoritario indicò l'indirizzo della sua meta. Senza scomporsi miimamente l'uomo si girò verso di lei e con modi gentili ma allo stesso tempo canzonatori, le rispose "Senti carina, io non sono il tuo galoppino, chiaro? Il mio è un lavoro e anche se vengo pagato pretendo un po' di rispetto ed educazione; e poi a casa tua non ti hanno insegnato a chiedere per favore?" Anna si accigliò, avrebbe voluto sbranare quel cafone ma aveva troppa fretta e il tragitto sarebbe stato abbastanza lungo quindi optò per la moderazione "Va bene buonuomo, come vuole lei; per favore può dirigersi verso l'indirizzo che le ho indicato?" "Ok, così va meglio, tu mettiti comoda che adesso partiamo" Rispose lui gentilmente "E comunque" Precisò lei "A casa mia hanno insegnato a non dare del tu alla prima persona che si incontra" Lui sorrise "D'accordo, hai ragione, io sono Michele e tu?" "Io sono Anna" Si sorprese a rispondere lei. Michele la osservò dallo specchietto retrovisore mentre si immetteva nel traffico della città, era una bellissima donna.
    Io sono Anna, stava ripensando alle sue parole. Da anni non si rivolgeva più così ad un uomo non permettendo a nessuno, neanche ai bene intenzionati, di intraprendere un discorso con lei. Eppure quelle parole le erano uscite spontaneamente come se una parte di lei, una parte sepolta ma evidentemente ancora viva, pretendesse il suo spazio.
    Il viaggio durò meno del previsto, Michele conosceva il suo mestiere e nonostante i modi di fare un po' coloriti raggiunse la meta permettendo ad Anna di non essere fuori tempo massimo. Durante quel tempo i due si erano scambiati alcune frasi di cortesia e lei stranamente apprezzò la genuinità dell'uomo, spontaneo al limite della sfacciataggine ma comunque dai toni e modi di fare da gentiluomo. Doveva avere qualche anno più di lei ed era in splendida forma e non poté fare a meno di osservarlo a fondo cercando di non farsi notare; lui però era un uomo navigato ed esperto del mestiere e gli bastarono alcuni sguardi per capire cosa stesse pensando lei. Quando furono prossimi all'arrivo lui chiese senza mezzi giri di parole "Tu sei libera Anna?" Lei restò colpita da quella schiettezza e si limitò a rispondere "Cosa vuol dire?" "Suvvia cara la mia signora, hai capito bene. Voglio sapere se hai un uomo, o una donna. Insomma devo capire come muovermi" Anna  diventò paonazza e ribatté tutto d'un fiato "Lei è un cafone, un maleducato; come si permette!?" Chi si crede di essere?" Lui sorrise con quella faccia disincantata di chi ne ha viste e sentite tante nella vita e rispose "Io sono Michele e se non sbaglio eravamo passati a darci del tu. Comunque non hai risposto alla mia domanda: sei libera o no? Perché se è si allora posso continuare a farti il filo" Lei stava per rispondere con un insulto ma poi si disse che non ne valeva la pena. Chiese il conto e dopo aver pagato scese bruscamente dalla vettura ma prima che potesse allontanarsi lui la chiamò "Anna" In lei due forze interiori entrarono in conflitto e dopo anni si ritrovò a voler dare corda ad un uomo. Come se le fosse stata fatta vioenza si voltò verso di lui e chiese "Si?" Michele sorrise per l'ennesima volta e lei non riuscì a respingerlo "Questo è il mio bilgietto da visita, mi farebbe piacere rivederti, chiamami se vuoi" Lei afferrò quel biglietto e senza aggiungere altro lo infilò nella borsetta e se ne andò.
    L'impegno di lavoro la tenne occupata per il resto della giornata e la sera non ricordava praticamnte più ciò che era avvenuto quella mattina. Fu solo quando tornò a casa e come al solito rovesciò tutto il contenuto della borsa sul tavolo che vide il biglietto da visita di Michele e con un gesto rabbioso lo scagliò a terra. In realtà quella sera faticò a prender sonno, una fitta al petto le faceva mancare il respiro e dopo ore di strazio si addormentò esausta. Una porta nel suo cuore si era riaperta e a nulla erano valsi tutti i tentativi per tenerla chiusa, gli uomini non le facevano più paura.
    Quella mattina si svegliò stanca e dolorante, aveva dormito poco e non aveva riposato. Inveì contro il tassinaro per tutto lo scompiglio che le aveva creato e poi se la prese con se stessa per non essere stata in grado di gestire la situazione. Si recò al lavoro dopo essersi fatta un'abbbondante dose di caffè nero e forte e si ripromise di cancellare quell'uomo dalla sua testa, ma nonostante tutti i suoi sforzi quel giorno non riuscì a concentrarsi; ogni pretesto era buono per rimandare la mente alla mattina prima. Stanca e frustrata decise di tornare a casa prima del solito e lasciò le ultime mansioni alla sua fidata segretaria. Rincasò con il morale sotto i tacchi, non era da lei trascurare il lavoro,quando un occhio colse per terra il biglietto da visita di Michele; era lui la causa di tutto. Adesso l'avrebbe chiamato spiegandogli che tra loro non ci poteva essere nulla. Compose il numero di cellulare e attese; cinque, sei squilli e lui non rispondeva, forse era alla guida e non poteva distrarsi ma una vocina dentro di lei diceva che non era così.Dopo nove squilli, tempo in cui lei avrebbe anche potuto desistere, lui rispose "Pronto sono Michele, chi mi desidera?" Chi mi desidera? Pensò lei; e con quale presunzione pensi che chi ti chiama ti desideri? "Sono Anna, ti ricordi di me?" Esordì lei con tono aggressivo "Anna? Certo, la bella signora. E come posso non ricordarmi di te?" Rispose lui tra il serio e il faceto. Ciò la fece imbestialire ulteriormente e accecata dalla rabbia cercò di ribattere "Senti, io volevo dirti che" "Che hai accettato il mio invito e, senti, dove vorresti che ti porti a cena? Conosco un sacco di posti ma se hai qualche preferenza sarò ben lieto di accontentarti" Lei restò senza parole, ma che faccia tosta aveva quell'uomo? "Anna, ci sei? Ascoltami, alle otto sarò da te, dimmi dove stai e passo a prenderti. Per il ristorante ci pensiamo dopo, con calma" Lei era sbalordita da quello che stava avvenendo e come un automa fornì il suo indirizzo all'uomo che precisò "Grazie Anna, sei un tesoro. E mi raccomando, fatti bella" Sotto la doccia sentì una fitta al petto, un'altra porta del suo cuore si era aperta e con essa la ritrovata fiducia negli uomini.
    Fu una serata magnifica. Anna riassaporò il piacere di essere corteggiata, la bellezza della compagnia maschile e il gusto per la buona cucina. Michele si comportò da signore e quando furono sotto casa di lei la prese per le mani e Anna chiese "Vuoi salire da me?" Lui la fissò e sorrise come al solito ma rispose seriamente "Tu non immagini quanto lo desideri, ma ho capito che la tua storia è molto complessa e ti chiedo di prenderti tempo e rifletterci su. Adesso abbiamo rotto il ghiaccio, ci stiamo conoscendo, ma io non voglio rovinare tutto per una serata a letto. Hai il mio numero, se domani sei ancora dell'idea allora ci sentiamo" Lei restò un attimo perplessa ma poi capì che lui era serio. Lo baciò teneramente sulla guancia e lo  salutò "Buonanotte Michele" "Buonanotte a te" In quel momento nel cuore della donna si aprì, meno dolorosamente delle altre, un'altra porta facendole riscoprire il rispetto reciproco tra uomo e donna.
    Il giorno successivo affrontò gli impegni di lavoro con una grinta eccezionale e tutte in ufficio si reserò conto che qualcosa era cambiato; cuore di pietra emetteva una luce ed una carica mai viste prima, era radiosa come il Sole. Alla sera rientrò a casa con l'intento di chiamare Michele ma qualcosa la bloccava. Aveva superato la paura, aveva riassaporato la fiducia e il rispetto degli uomini ma adesso temeva l'idea del rifiuto e del tradimento e la successiva amarezza che le avrebbe distrutto il cuore, definitivamente. E se lui ci avesse ripensato? Tormentata da quei pensieri non riuscì a prendere una decisione e per evitare di commettere errori decise di non chiamarlo. Dormì male e fece degli incubi terribili ma alla fine una luce squarciò la nube di dubbi che avvolgeva il suo cuore e quando si destò alla luce dell'alba aveva preso una decisione importante, afferrò il telefono e compose il numero di Michele. Nonostante fosse presto lui rispose con voce squillante, era ben sveglio e pronto ad ascoltarla "Michele, ci ho riflettuto a fondo e credo di essere giunta ad una conclusione" "Ok" La interruppe lui "Ma forse è meglio se ne parliamo a quattr'occhi" "No Michele, non riesco ad aspettare, devo parlarti ora" "E allora fammi salire a casa tua" Era sotto casa in attesa della sua chiamata. Lo fece entrare e prima che  riuscissero a dirsi qualcosa si ritrovarono nel letto e fecero l'amore. Lei riassaporò appieno tutte quelle piacevoli sensazioni che da anni le mancavano e lui le trasmise amore e passione allo stesso tempo. Stremati, ma contenti di ciò che stavano vivendo, si assopirono teneramente abbracciati e si risvegliarono solo qualche ora più tardi. Fu lei a destarsi per prima e si meravigliò di non essere minimamente imbarazzata e quando anche lui fu sveglio lei affrontò con coraggio il tema che le stava tremendamente a cuore. "Ecco Michele, io vorrei chiederti una cosa" "Dimmi Anna" "Tu hai mai tradito?" Lui comprese il suo terrore del tradimento, probabilmente aveva subito qualche trauma ma rispose a sua volta con una domanda "Sei disposta a correre il rischio?" "Si" rispose sicura "Si" ribadì convinta. Fecero ancora l'amore, ormai quella giornata di lavoro era persa e Anna sentì il suo cuore leggero; la porta in cui aveva rinchiuso il terrore del tradimento si era riaperta e lei adesso era di nuovo libera di amare.
    La loro relazione si cementò giorno dopo giorno su solide basi di rispetto e condivisione. Il loro amore permise ad Anna di spalancare l'ennesima porta nel suo cuore e riacquistare così la consapevolezza di essere una donna che sapeva amare e voleva essere amata. Il tempo trascorreva veloce e tra alti e bassi i due affrontarono gioie e difficoltà di una relazione stabile evitando di rivangare il loro passato. Non si sposarono, ma dalla loro unione nacquero due figlie ed un figlio e dopo anni di convivenza che regalò loro parecchie soddisfazioni, Anna sbloccò anche la penultima porta chiusa del suo cuore. Ormai viveva il suo rapporto con Michele in modo semplice ed innocente, erano talmente innamorati ed affiatati che un giorno una loro amica disse "Voi siete come l'idrogeno e l'ossigeno che uniti formano l'acqua limpida e portatrice di vita"
    La loro storia risultò inossidabile e finalmente Anna potè aprire l'ultima porta del suo cuore e proclamare, coronando il suo sogno da bambina <<vissero felici e contenti>>.
    Il suo cuore da quel giorno restò per sempre aperto per tutti pronto a dare e ricevere amore.
    "Vi è piaciuta la mia storia bambini?" "Bellissima nonna Anna" "Bene, quindi ricordate sempre: aprite il vostro cuore al mondo, non fermatevi di fronte alle difficoltà ma affrontatele e superatele, in qualsiasi occasione. Il mondo è pieno di gente che desidera amare ed essere amata, basta trovarla" "Mamma, cosa stai raccontando ai bambini?" Chiese sua figlia che nel frattempo li aveva raggiunti in salotto "La mia storia e quella di tuo padre, il loro nonno" "Oh mamma, ti manca tanto papà?!" "Tantissimo tesoro, tantissimo"

  • Come comincia: Manville, paesino che sorge ai piedi delle montagne del Tenkaai dove la notte è più lunga delle ore giornaliere; si presenta come una vera e propria roccaforte. Le case sono costruite in grotte scavate ai piedi della montagna spuntando qua e là come fuocherelli nella roccia. Accanto il porto, la zona più lugubre e buia del paese dove spesso mercanti e trafficanti si deliziano in rubaglia e omicidi tra furfanti. Poco più distante Glasville la parte più nuova di Manville, dove le case sorgono su piattaforme in legno e paglia nella zona più calda dei piedi della montagna dove il sole regna rispetto alla notte. In quel periodo Manville era soggetta a forti venti del nord dove tegole, alberi, barche e via discorrendo, venivano depredate, sradicate e date in pasto al mare o alle pareti della montagna; il bestiame veniva spazzato via, le terre coltivate perdevano radici e il freddo ammutoliva ogni cosa. In un giorno di fioca luce e di vento incalzante, approda giù al porto Jonathan Walker; giovane uomo sulla trentina, aspirante detective e pupillo dei dottori Merendille e Pief (rispettivamente medico e capo della sicurezza da Manville a Poluare città emergente nella formazione di giovani detective). Città natale Glasville a cui fa ritorno dopo anni di dottorato all’estero per riabbracciare la famiglia lasciata anni prima per dedicarsi agli studi oltreoceano.
    “Signor Walker!” Walker scende dalla nave attraccata da pochi minuti e a riceverlo l’amico di famiglia John.
    “Oh, John! Che piacere rivederla vecchio mio, come sta?” Chiese Jonathan con un caloroso sorriso.
    “Oh, è sempre un piacere rivederla, signore! Io sto bene. A parte il vento, un po’ di amarezza per il bestiame e i campi, signore!”
    “Noto, noto, John! Ma dopo tutto abbiamo sempre saputo che Manville è una città ventosa, passerà passerà! Ma la prego mi porti a casa, sono così stanco!”
    “Oh, signore, sentiti auguri per la sua promozione! Venga, venga, la porto subito a Glasville!”  
    Saltati in carrozza, John porta il giovane Walker a destinazione. Fermi alla tenuta dei Walker, John aiuta Jonathan con le valige aprendogli la porta e annunciandolo alla famiglia.
    “Signori Walker, il signorino è tornato!” urla di gioia nell’atrio della casa e subito a precipitarsi dalle scale delle stanze superiori madre e padre Walker, la figlioletta appena maritata, Diletta e il più piccolo della famiglia, Maxime con otto anni appena compiuti.
    “Calorosi abbracci per il mio primogenito, orsù!” gridò di gioia l’anziano Walker dando pacche sulla spalla al figlio stordito per le feste della famiglia.
    “Oh, Padre! Che gioia infinita! Madre fatevi abbracciare! Diletta, per l’amor di Dio, sempre più bella e tu Maxime, cresci a vista d’occhio anche se il mio è stato lontano!” Feste, calorosità d’animo e la grande cena per deliziare il ritorno dell’amato prediletto del casato Walker. Seduti alla tavola imbandita, Jonathan fu messo al corrente delle novità successe negl’anni; il padre aveva acquistato una raffineria di zucchero nelle lande collinari che gli aveva portato un ingente fortuna, la madre aveva preso a carico la formazione di alcune fanciulle figlie di nobili di Manville; la sorella Diletta aveva trovato un ricco marito venditore di tabacco a Poluare e il piccolo Maxime era diventato muto in seguito ad uno spiacevole incidente al porto dove aveva assistito alla tragica morte dell’amico Joulien per mano di ignoti.
    "Oh Maxime, sono così rattristato della notizia!” disse Jonathan al fratellino abbracciandolo forte e regalandogli, l’indomani, un cagnolino a pelo corto agile e scattante come guardia del corpo.
    Nelle ore di sole, Jonathan accompagnato da John, fa un giro al porto entrando alla bettola ove tempo addietro si sedeva con amici a bere nelle notti insonni.
    “Jonathan!” Urlarono gli amici “Con quale dei venti sei arrivato?”
    “Amici, amici! Con quello dell’Ovest, credo sia stato. I miei studi sono terminati e posso finalmente dedicarmi un po’ a quello che ho lasciato.”
    “Male affare! I detective non sono più ben accetti in queste terre!” proferì Aldamacco.
    “Aldamacco, ma cosa dici? Tu che da piccolo non facevi che parlar di giustizia, proprio tu vieni a dirmi queste cose?”
    “I tempi son cambiati, Jona. Lì fuori fa così spavento che anche la sicurezza notturna è diminuita per la troppa paura.”
    “Le strade di Manville son diventate così oscure, dunque?”
    “Il porto ulula di tormento. Qualcosa si aggira spaventoso nei viottoli e lungo i canali che collegano Manville a Glasville. La notte non è più sicura, qualcosa si nasconde tra le foreste sopra la montagna che di notte scende fin qui a spargere paura e terrore.” “Catastrofico come sempre!” s’intromette Marianne, la bella figlia dell’oste, vecchia amica di Jona e Aldamacco (amante di entrambi, fidanzata di nessuno).
    “Marianne. Il tempo ti rende giustizia, mai più bella di ora!” prendendole la mano, Jona la bacia appassionatamente.
    Gl’occhi azzurri di Marianne si posano sulle mani ben curate del giovane amico, lancia un occhiata ad Aldamacco, poi si morde il labbro e lascia cadere il fazzoletto che aveva nella mano.
    “Oh, mia bella. Hai perso il fazzoletto” lo prende Turin il servetto.
    “Quanto tempo speri di restare?” chiese Marianne all’amico rientrato.
    “Quanto basta per capir se di restare sia il diletto o se desiderato io sia altrove”.
    “Vedo che la mente poetica non ti ha abbandonato”
    “Oh, no, no! Durante i miei studi ho potuto godere anche di buona scrittura e scrittori, romanzieri e narratori. E poi, i tuoi occhi, Marianne, sono turbini di zaffiri che rintoccano il cuore con il suono dell’amore” disse guardando la sua bella congedandosi, poi, arrivando ai colli accanto con l’amico Aldamacco ai piedi della montagna.
    “L’orrore scende da quelle foreste?” chiese all’amico guardando in alto la montagna. “Si, Jona. La polizia di città non è che buona a nulla. In due settimane non so quanti morti abbiamo pescato dal mare, trovato nei campi e scorto appesi ai rami degl’alberi più vicini. C’è qualcosa che non va”.
    “Stanotte starò lungo il fiume, sul pontile a ovest. Ho sentito che lì ci sono più probabilità di pescare un morto dal fiume che un pesce vivo. Starò con John e se vuoi unirti, sei il benvenuto.”
    “Verrò a notte fonda. La sera aiuto Phil e James alla taverna. Sgozzo maiali, lo sapevi?” “Il colmo di un uomo che non mangia carne è di ucciderne. Che testa.” “Signore, si ricordi della cena di stasera! Il marito di sua sorella Diletta è in viaggio per porgerle i suoi saluti, signore!” S’intromette John.
    “Ah! Per Dio, me n’ero scordato. Grazie John! A più tardi Aldamacco porgi i miei saluti a Marianne.”  
    In sella ai cavalli, Aldamacco fa ritorno alla locanda; Jonathan e John fanno ritorno alla tenuta Walker dove tutti sono intenti nei preparativi della cena.  

    “Caro fratello, dove siete stato?” Diletta accoglie l’amato familiare proponendogli una passeggiata nei viottoli di Glasville.
    “Mia cara, cosa dovrò aspettarmi questa sera da tuo marito? Parlami di lui” chiede camminando al suo fianco tenendola col braccio sotto al suo.
    “Oh, mi fai arrossire! Geremia è così gentile! L’ho veduto un giorno al porto appena sceso dalla nave! Era tornato da Megdhir la città più ricca della sponda opposta a Manville. Così composto, bello, i raggi del sole lo rendevano d’oro!”
    “Immagino! L’amore pone sempre un velo d’oro sulle palpebre di chi s’imbatti in esso.” “Ti parlerà sicuramente dell’industria di tabacco che ha in quella città (è un uomo d’affari, lui) ed anche molto considerato nel campo dell’imprenditoria. Cercherà di accattivare le tue grazie come lo è il miele per le api! Dio mi aiuti se dico il contrario! Ci siamo sposati la primavera scorsa e quanto c’è dispiaciuto che tu non sia potuto venire.”
    “Lo so, mia cara. Ma ero nel pieno degli studi e non potevo distrarmi dal mio percorso. Ma vederti felice rende contento anche me!” Risate e schiamazzi.
    Durante la conversazione Marianne spunta nella piazzola principale del porto e scorge i due fratelli conversare felicemente uno negl’occhi dell’altro; alle sue spalle il padre oste la scopre a seguire i due con lo sguardo.
    “Marianne.” Irrompe.
    “Padre. Mi chiedevo dove poter andare a prendere le erbe che mancano alla scorta in magazzino.”
    “Cercavi risposta guardando il giovane Walker tornato da oltreoceano?”
    “Suvvia! Dopo cinque anni vederlo passeggiare qui sembra quasi una visione.” Sorride lei.
    “Mi sono sempre chiesto se quel giovane arguto aspirante detective non fosse mai partito, quale dei due avresti scelto per maritare. Il pezzente sfascia maiali o l’ingente signore della giustizia?”
    “Alla fine ho scelto il rozzo oste e la sua saccente osteria di borgo. No?”
    “La tua lingua è aguzza più delle mille forchette che ho in cucina, straccerebbero le carni di qualsiasi buon partito. Che l’Iddio ti ha fatto bella ma anche maledettamente testarda figlia mia.”
    “Dopo tutto mia madre non era migliore di me, mi pare.”
    “Misera fine, poveretta. Su, torna a lavoro! Dal suo ritorno non so se ne potremmo giovare fortuna o impavido sgomento.”    

    La cena della sera si compie angelicamente tra buon cibo, calici di vino e racconti di lavoro in terre lontane.
    “Ma ci racconti qualcosa di lei, giovane Walker. Avrà sicuramente qualche aneddoto da raccontare durante i suoi studi per diventare detective” chiese Geremia a fine pasto, con tutti i commensali ancora seduti che approvavano la scelta della prossima conversazione.
    “Oh, beh, Geremia, sicuramente. Non credo, però, siano conversazioni adatte alla tavola, per Dio.”
    “Suvvia, fratello, raccontaci; son curiosa anch’io di sapere qualcosa! Da quando sei tornato non ne hai mai fatto parola” la sorella accompagnata dagl’altri.
    “Va bene, va bene. Potrei raccontarvi dei giorni di prova che si sono tenuti alla Nuova Scow.”
    “Siete stato alla Nuova Scow?” chiede Geremia “E’ la città più buia con il maggior tasso di criminalità! Da brivido, mi hanno raccontato ma bisogna sempre vedere con occhi quello che la gente dice, non trova?” Gl’occhi celesti di Jonathan perdono di consistenza; lo sguardo si svuota e facilmente si nota quanto i suoi ricordi stavano facendo a cazzotti con la ragione per i momenti vissuti in quei sobborghi luridi e abietti. “Le dicerie non sono tutte false. Nuova Scow viene chiamata anche la città che non dorme mai; posta a confine tra due terre desolate, spesso accoglie persone scampate a chissà quali storie o angherie e, mosse dalla paura, sono disposte a commettere atti così impuri che vengono giustificati dalla sopravvivenza.”
    L’aria della casa si fa silenziosa e pesante; alcuni commensali rabbrividiscono al tono melodrammatico di Jona.
    “Eravamo in tre insieme al dottor Merendille e l’ispettore capo Pief. Ci avevano detto che in uno dei sobborghi della città si nascondeva un criminale dai gusti… insoliti. Andava in giro di notte a rapire giovani bambine tutte dai capelli biondi e dagl’occhi verdi; le portava nelle grotte imbavagliandole e stuprandole violentemente. Ad atto compiuto, le cavava via gl’occhi e le bruciava appese agl’alberi. Dopo notti di studi e pedinamenti, arrivammo al colpevole; ma solo dopo sette vittime. E non fu nemmeno per la nostra bravura. Fu stesso lui a commettere un errore che ci condusse a braccia aperte all’interessato.”
    “Quale fu l’errore?” chiese Geremia.
    “Nell’ultimo omicidio si ustionò una mano. Fu il medico che lo medicò a darci la soffiata beccandolo in flagrante mentre stava abusando della figlioletta. Ricordo ancora gl’occhi della figlia Lisette; aveva uno sguardo così perso e vuoto, le lacrime uscivano per inerzia come se fosse abituata a tutto quel dolore.”
    “Che n’è stata di lei?” chiese Diletta. “La portai in un’ospedale vicino la città che si occupava delle bambine abbandonate. Quando me ne stavo per andare mi prese la mano, mi avvicinai al suo visino e mi disse – Il mio papà era buono – come si fa a dire una cosa del genere?”
    Silenzio in sala.
    Dopodichè l’anziana Walker prese la parola, esordì con battute fuori dal discorso, riprese un po’ l’attenzione di tutti e riuscì a portare i commensali nel giardino e la tranquillità ripiombò in casa mentre Jona era ancora seduto a tavola guardando il vuoto e fumando un sigaro.

    A sigaro terminato John pone il soprabito sulle spalle del giovane Walker portandolo ai cavalli; destinazione pontile ad Ovest.

  • 06 marzo 2015 alle ore 16:51
    Quando il silenzio uccide (8 marzo)

    Come comincia:  È ormai di quotidiana drammaticità la cronaca di episodi di violenza contro le donne, che coinvolgono tutti i campi della vita sociale e familiare, senza distinzioni di ceto sociale o di identità culturale.
    Indagini tardive, poca comunicazione, scarso spirito di squadra, le stesse forze dell’ordine sembrano annaspare.
    Eppure “l’altra metà del cielo” non è un qualcosa di astratto, di sconosciuto … o forse sì?
    Aldilà dei tanti commenti e delle tante pontificazioni preparate a tavolino, vuoti discorsi di parole di circostanza, rimane la realtà che qualcosa scatta nella mente di un uomo, fino a esplodere, inarrestabile. Perché?
    Fin dalle epoche antiche la donna ha avuto parte attiva nel cammino dell’umanità , ha fronteggiato pericoli ed epidemie accanto al proprio compagno, ha condiviso dolori e lutti, ha contribuito alla sopravvivenza, ha tenuto vivo “il focolare” per un ritorno possibile, ha creduto in un ideale, ha dovuto fronteggiare prese di posizione rigide cercando di non perdere la propria dignità e proteggendo i propri cari anche a costo della vita.
    Eppure, caccia alle streghe, intimidazioni, percosse, segregazioni, obblighi, sottomissioni,  imposizioni, da sempre la figura femminile è stata trafitta da brutali annientamenti e atteggiamenti di odio, quasi che si volesse cancellare l’idea stessa di “femminilità”, dai capelli mossi e setosi, al sorriso dalle lunghe ciglia, alle guance rosee, alle labbra turgide, alle movenze sinuose, tutte caratteristiche che  definiscono l’identità tipicamente femminile nel cammino evolutivo della specie, differenziandola spiccatamente dal partner maschile.
    Seppur sia stato decretato il 25 novembre come Giornata mondiale contro la violenza verso le donne, è in occasione dell’8 marzo che questo tema profondamente attuale viene sviscerato e reso visibile.
    Ma manca qualcosa di più concreto, più incisivo: osservare con occhi diversi, come davanti ad un quadro di rara bellezza, chi ci sta accanto, e cogliere davvero il senso del bello, dell’armonia, della creazione. Ma forse, come in tanti altri problemi d’oggi, bisogna partire dai bambini e dalle bambine, educandoli al rispetto e alla consapevolezza che “il cielo è per tutti”, non esiste una metà da occupare, solo da attraversare, come in una terra senza confini.
     

  • 04 marzo 2015 alle ore 11:03
    Saper vivere

    Come comincia: “Deve uscire?” chiedo al sig. Furio Aristide Landri che sembrava voler sostare l’auto all’inizio della rampa del garage, ostacolandomi nella solita manovra che facevo per uscire.
    “Tu devi imparare a guidare, come devi imparare a vivere” risponde il gentiluomo, risalendo in auto e spostandola, permettendomi così di recarmi al lavoro.
    Però il sig. Furio Aristide Landri aveva ragione.
    Io non so vivere.
    Come Salemme in “Cose da Pazzi” si dichara invalido a vivere in un mondo dove è finito l’ideale (badate bene: l’ideale, non la dura realtà) del comunismo e l’unico modo di vivere è la sopraffazione dell’altro, io non so vivere in un mondo di lestofanti, furfanti, ladri ed assassini.
    E, lo ammetto, non so neanche guidare. O meglio, non ho la pazienza di fare manovre e per me il parcheggio ideale è sempre quello a spina di pesce.
    Peccato però che il sig. Furio Aristide Landri abbia aspettato che io avessi 47 anni per dirmelo.
    Il sig. Furio Aristide Landri è germano di mio padre e credo sarebbe stato suo dovere di zio aiutarmi a crescere e migliorare per tempo. Magari senza danneggiarmi.
    Comunque ritengo che quando diventai vicina di casa del sig. Furio Aristide Landri, un po’ sapevo ancora comportarmi. O forse no, perchè ho permesso ad un sopruso di diventare un diritto.
    Così quando il sig. Furio Aristide Landri sosteneva con vigore che per pitturare due rampe di scale ci volevano 16 milioni (di lire) e l’ingegnere, mentre un altro vicino conosceva uno che avrebbe fatto il lavoro per un milione e mezzo, non profferii verbo. (Poi m’informai ed una ditta che avrebbe rilasciato regolare fattura allora chiedeva 3 milioni. Per la cronaca poi le scale furono pitturate 4 anni più tardi per 3000 euro sotto il controllo di mio marito.)
    Così non profferii verbo quando il sig. Furio Aristide Landri spiegò a mio beneficio che fino ad allora la rata condominiale era uguale per tutti e pari a 80000 lire. Con il passaggio all’euro il sig. Furio Aristide Landri proponeva di passare la quota a 50 euro. Intervenne il condomino che fungeva da amministratore: aveva calcolato che con 80000 lire al mese a fine anno rimaneva circa un milione, quindi 40 euro al mese dovevano bastare. Tutti assentirono, ma io, neo-arrivata, non dissi niente.
    Ancora non profferii verbo quando il sig. Furio Aristide Landri, ancora a mio beneficio, spiegò che la quota era uguale per tutti per comodità, ma a fine anno si faceva il conguaglio, dicendo ad uno ed all’altro quanto dovevano avere. Intervenne la moglie del vicino di prima, dicendo a mezza voce e con ironia: “Qui mi si dice sempre che devo avere, ma io non vedo mai niente”.
    Così non dissi niente quando il sig. Furio Aristide Landri c’informò che c'erano problemi d’infiltrazione d’acqua dal terrazzo e ci presentò un preventivo scritto con una Olivetti, molto comune negli anni '70 e '80, simile a quella che possedeva lui stesso.
    Senza profferire verbo, pagai le prime mie due rate di 200 euro e quando il vicino facente funzione di amministratore c’informò che la ditta aveva presentato la fattura (che non ho mai visto) pagai la mia ultima rata, senza sapere quando la ditta fosse venuta e cosa avesse fatto.
    Però quando tre mesi dopo chi abitava sotto il terrazzo si lamentò di nuovo d’infiltrazioni, mi permisi di chiedere: “Scusate, ma la ditta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?”. Non ebbi risposta e per quell’anno non ne sentii più parlare.
    Comunque ammetto che due anni dopo, quando il sig. Furio Aristide Landri cominciò a disturbare con i suoi conticini mio marito che si era preso l’onere della gestione del condominio, commisi l’errore di iniziare ad innervorsirmi.
    C’erano problemi di salute in famiglia e mio marito ed io avevamo i nostri impegni. Uscivo di casa alle 7 per essere al lavoro alle 8, uscirne alle 14 per correre a Napoli dove frequentavo un corso universitario per rientrare in casa alle 20 ed il giorno dopo ricominciare.
    Poi mio marito cominciò anche lui a frequentare l’università a Napoli, così la sua vita divenne: mattina a scuola, correre a Salerno per accompagnare la madre bloccata dall’artrite in un centro di fisioterapia e scappare ai corsi a Napoli, rientrare, recuperare la madre e finalmente tornare a casa. Per ricominciare il giorno dopo.
    In tutto questo il sig. Furio Aristide Landri, pensionato dagli anni ’90 quando era sui 50 anni, ritenne bene di darci una mano iniziando a contestare i conti di mio marito, sempre dopo che l’assemblea all’unanimità, lui compreso, li avesse approvati. E così vedevo mio marito, cortese come sempre, fare le nottate anche per controllare i conti del sig. Furio Aristide Landri.
    Il sig. Furio Aristide Landri ritenne bene anche di disturbare mio padre per protestare che mio marito aveva ricordato ai vicini di pagare le loro rate mensili, rate che tra l’altro mio marito aveva anche diminuito rispetto alla precedente amministrazione.
    O di disturbare mio padre chiedendogli la sua opinione sui suoi conticini. Il risultato fu che, quando il sig. Furio Aristide Landri ricevette l’opinione di mio padre, mio padre mi telefonò agitato e preoccupato per la mia incolumità ingiungendomi di chiudermi in casa.
    Una vicina fatta accomodare nel soggiorno di casa mia, se ne uscì, senza provocazione alcuna: “Se le cose continuano così, qualsiasi cosa ci sia qui sopra [il tavolo, n.d.r.] la prendo e la butto per terra!”. 
    Lo ammetto, cominciai a non sapermi più comportare. Nell’ultima riunione tenuta in casa mia, non seppi trattenermi dal mostrare ai signori che erano ospiti poco graditi.
    Ed i signori se la sono presa a male.
    Quando una vicina si prese l’onere della gestione del condominio (diventando il braccio esecutivo del sig. Furio Aristide Landri), ritenni che potevo agire come loro avevano agito con mio marito.
    E così, dimenticandomi che per la mia mentalità se qualcuno, magari un miliardario pezzente (prendo in prestito l’espressione dal romanzo “Non avevo capito niente” di Diego Da Silva), è felice nel derubarmi è un problema suo, non mio, smetto di saper vivere e commetto una grande corbelleria ed ingenuità: quando mi comunicano che hanno eseguito gli ennesimi lavori al terrazzo, chiedo di vedere la fattura.
    E chi sa vivere [se vasano, s’abbracciano e se magnano a’ città, qualcuno di voi ne sa niente?] si scatena.
    Mai dare l’impressione ad un cane, e soprattutto ad un cane idrofobo, di volergli levare l’osso.
    a) Ricevo un decreto ingiuntivo per 240 euro, basato su:

    Bollettino di ricevuta compilato dalla vicina amministratore;
    Verbale di assemblea successivo ai detti lavori;
    Riparto spese compilato da mio marito 2 anni prima per lavori eseguiti a quell’epoca.

    Pago e tre mesi dopo trovo un foglio dell’ufficiale giudiziario che mi avverte che sfonderà la mia porta di casa se la prossima volta non mi trova. Cos’era accaduto? Avevo pagato con vaglia quanto gentilmente richiesto alla gentile vicina amministratore. E la gentile vicina aveva creduto bene di trattenere l’intera somma senza informare il proprio avvocato.

    b) Tutti i vicini (siamo 5 in tutto) sposano l’abitudine del sig. Furio Aristide Landri di rivedere i bilanci dopo che li hanno approvati e mi sottraggono 139,90 euro di credito che mi spettavano a conguaglio, ripristinando l’abitudine rivelata dalla vicina anni prima: “Qui mi si dice sempre che devo avere, ma io non vedo mai niente”;

    c) Il sig. Furio Aristide Landri, nella sua abitudine di rivedere i conti da lui stessi approvati, cita mio marito perchè vuole qualcosa sui 58 euro. Noi vorremmo non farci coinvolgere da bassezze e meschinità, ma chiamato in causa, mio marito deve mettere l’avvocato e così entriamo nel sistema giudiziario che, per quanto visto finora, non fa altro che alimentare se stesso;

    d) Il sig. Furio Aristide Landri invia a mio padre ed altri parenti un foglio e lettera in cui s’insinua che mio marito abbia gestito 80000 euro senza averne mai dato conto;

    e) Un vicino mi dice:”Signora state attenta. Siete sul filo del rasoio”. L’avvocato di mio marito gli scrive una lettera dicendo che certi atteggiamenti ed espressioni non sono accettati.Risultato: un pomeriggio di agosto, quando il mio unico pensiero era di andare a mare dopo il lavoro, trovo la mia auto sporcata da una secchiata di acqua e fango. Mentre siamo intenti a pulirla, mio marito ed io veniamo aggrediti;

    f) Il sig. Furio Aristide Landri ci ripensa ancora e fa citare mio marito perchè vuole 461 euro, dimenticandosi che come consuetudine non pagava le rate condominiali e che mio marito accettava, per quieto vivere, di compensargliele per spese effettuate.
    La signora che funge da amministratore, a nome del condominio (e quando glielo hanno chiesto?), nella stessa citazione vuole indietro da mio marito circa 1400 euro che in parte erano la spettanza di mio marito quale amministratore per aver gestito lavori straordinari per l’importo di 80000 euro ed in parte l’ultima quota che mio marito ha già versato al commercialista che ha gestito le pratiche;

    g) arriva un amministratore professionista, conoscente di mio zio Giulio e di mio cugino Poldo. Per un po’ ricevo lettere con richieste che sembrano fotocopie delle richieste del sig. Furio Aristide Landri, tipo documenti che provino la proprietà del mio box nello scantinato (c'è ne uno per ogni appartamento);

    h) poi, guarda caso, ci sono ancora problemi d’infiltrazione dal terrazzo (e quando mi hanno chiesto così gentilmente 240 euro che hanno fatto?). Invece di farmi avere la relazione di un tecnico che comprovi lo stato dei luoghi e le soluzioni tecniche, ricevo la richiesta di versare 200 euro al mese in un fondo cassa in attesa che si stabilisca cosa fare e quando farlo;

    i) l’amministratore professionista dà le dimissioni. Ai primi di giugno del 2011 mi ritrovo nella stazione dei carabinieri con l’ing.Ferruccio Soldini ed un’altra vicina: il sig. Furio Aristide Landri ha citato l’amministratore professionista e siamo chiamati come testimoni. Entra prima l’ing.Soldini. Rimango nella sala d’attesa, seduta su una sedia appoggiata alla parete. La vicina si pone di fronte a me e comincia a dirmi che i soldi sul conto corrente condominiale (nel quale solo io avevo versato le mie quote mensili) sono i suoi. La seguo appena, poi ad un certo punto apro gli occhi: mi rendo conto di essere stata per non so quanto tempo con la testa reclinata all’indietro, gli occhi chiusi, a respirare con la bocca e con la mano destra sul cuore. Mi guardo intorno: la vicina non è più di fronte a me, ma seduta su un divanetto più in la, all’apparenza intenta a sfogliare una rivista, in realtà a guardarmi di sott’occhi a seguire speranzosa l’evoluzione del mio malore. Mi alzo ed esco dalla stanza. Con notevole ritardo rassicuro la vicina che con tanta solerzia mi ha soccorso o chiamato soccorso: pare che il mio malore sia stato dovuto a ernia iatale.

    Ed il terrazzo?
    Quando i signori mi hanno così gentilmente estorto 240 euro, nessuna ditta era venuta a levare i fogli di asfalto danneggiati e rimpiazzarli con nuovi. Qualcuno, non so chi, ha semplicemente spalmato un po’ di bitume sul terrazzo.
    Solo 5 anni dopo, a fine 2013, dopo che l'ultimo amministratore professionista ha dato le dimissioni, è venuta una ditta che ha levato i fogli di asfalto eventualmente danneggiati e li ha sostituiti con nuovi. L’ho saputo perchè ho sentito il rumore del cannello della fiamma ossidrica che saldava i nuovi fogli, ho visto le bombole di gas in cortile ed i fogli rimossi stazionare in cortile per lungo tempo, oltre che le macchie nere lasciate vicino alle pareti delle scale nel trasportare gli stessi fogli.

    E la situazione contabile?
    Dal 2009 si è ripristinata la situazione esistente prima che mio marito si assumesse l’onere di fare l’amministratore: nessuna trasparenza, a parte il fatto che io sono l’unica ad aver versato dal 2008 al 2012 tutte le proprie quote sul conto corrente condominiale. E gli altri? mistero assoluto. Conto condominiale che i nuovi amministratori non hanno praticamente toccato perchè inspiegabilmente non riuscivano a farsi passare la titolarità dal precedente amministratore. . 

    A fine 2013 l’ultimo amministratore professionista ha gettato la spugna ed ha dato le dimissioni.
    Così il grande condominio è tornato pienamente nelle mani del sig. Furio Aristide Landri e dei suoi amici. 

     

  • 03 marzo 2015 alle ore 21:44
    Prime donne

    Come comincia: L’uomo pare quasi non abbia alcuna fretta mentre attraversa la strada; forse, con il suo sguardo apparentemente indifferente, sembra quasi riconoscersi in un passante qualsiasi, ma questo avviene soltanto per un attimo, perché immediatamente dopo lui riprende la sua normale consapevolezza, quella di essere, come è quasi sempre stato, un personaggio principale. Si accosta ad un portone, cerca il nome giusto sopra le targhette, sta forse per suonare un campanello, ma da dietro lo raggiunge una donna, elegante, sorridente, ed ecco che insieme salgono subito dopo sopra ad un taxi che si è appena accostato al marciapiede.
    Non preoccuparti, dice lei, ogni cosa si aggiusterà; sarà sufficiente spiegare a tutti con chiarezza i nostri veri intenti, i nostri comportamenti, e giurare che siamo soltanto dei buoni amici, e nient'altro. L'uomo annuisce mentre detta l'indirizzo all'autista del mezzo pubblico. Quindi partono, e la scena si offusca. Un’ora prima l’uomo le aveva telefonato. Mi stanno ricattando, le aveva detto, e lei aveva fissato immediatamente quell’incontro allo scopo di prendere delle importanti decisioni.
    Il giorno precedente qualcuno, tramite un messaggio, aveva fatto sapere all’uomo che non avrebbe dovuto mai accettare la parte che gli avevano proposto in quella commedia. Altrimenti ne sarebbe andata di mezzo la sua tranquillità attuale, e addirittura il suo futuro. Lei non era stata citata, ma era abbastanza evidente quel riferimento. Recarsi negli uffici della polizia era probabilmente l’unica cosa giusta da fare, aveva pensato lui, ma tutto questo avrebbe gettato comunque un’ombra inquietante sul suo nome e quindi sulla sua carriera.
    Per quanto avesse trascorso l’intera serata a domandarsi chi poteva mai esserci dietro quella vicenda, non era riuscito a trovare un solo elemento di chiarezza. Soprattutto gli pareva quasi impossibile che potesse essere davvero l'invidia il vero movente di quell'operazione, considerato soprattutto che gli era sembrato del tutto naturale scartare ogni altra possibilità.
    Il regista al telefono si era mostrato poco comprensivo e assolutamente recalcitrante nei confronti di una sua eventuale sostituzione, ed a lui in quell’attimo erano tornati a mente i suoi inizi di carriera, quando per una qualsiasi particina in un lavoro minore, sarebbe stato disposto a fare praticamente qualsiasi cosa. Si era preso del tempo, certo, come si fa in questi casi, ma in capo a due giorni avrebbe comunque dovuto dare una risposta definitiva riguardante la sua partecipazione o meno a quell’importante lavoro teatrale.
    Al tassista aveva detto a un certo punto di fermarsi, aveva pagato frettolosamente la corsa, ed era sceso dall’auto insieme alla donna. Si erano rifugiati dentro un caffè lì vicino, ma l’uomo, tornato da solo fuori dal bar, aveva telefonato nervosamente dal marciapiede alla propria moglie. Le aveva detto che qualcuno presumeva una sua relazione con una donna, ma non c’era niente di vero. Lei, dopo una pausa, aveva risposto che gli credeva, e che non sarebbe stato certo uno squilibrato con una sospetta intraprendenza di stupida rivalità ad influire sulla loro vita coniugale.
    Così lui era tornato dentro al locale, aveva preso un caffè frettoloso con la donna rimasta al tavolino ad attenderlo, poi era uscito di nuovo con lei. Avevano camminato a piedi per tutto quel tratto di strada, quasi in silenzio. Poi lui di colpo aveva detto soltanto che ormai si era deciso, avrebbe confermato la sua partecipazione a quella commedia come attore principale, affrontando con fermezza ciò che ne sarebbe potuto conseguire. Ti amo, aveva risposto lei quasi d'istinto, anche se tutto ciò suonava adesso quasi come una sciocca ironia.
     
    Bruno Magnolfi

  • 03 marzo 2015 alle ore 18:44
    Acqua & Anima

    Come comincia: Se ci chiedessimo di paragonare l’Anima ad un elemento conosciuto affinché fosse comprensibile il suo ruolo sulla Terra e nella Vita, potremmo azzardarne la similitudine con l’Acqua. Questa è praticamente ovunque, in ogni essere vivente, ma anche quando le creature terminano il loro ciclo vitale l’acqua non scompare, si trasforma, si combina con altri elementi, magari si colora diversamente o muta stato fisico, ma non scompare. E, l’acqua, dotata di grande memoria, porta con sé il ricordo delle vite passate, dei recipienti che l’hanno contenuta, porta con sé la capacità di riconoscere gli atomi con cui legarsi; in ogni piccola goccia di questo straordinario liquido ci sono milioni di informazioni che le consentono di modificarsi. Ma ogni singola goccia di liquido tende comunque a ritornare alla propria origine, ad un bacino più grande. Così i fiumi confluiscono in mare o nei laghi o, se evapora, costituisce le nuvole, fino a ricadere a terra in un eterno ciclo. Anche quando è stata parte di un essere vivente, alla morte di questi trova comunque la strada per tornare al proprio mare. L’acqua compone in buona parte il nostro sangue e il nostro corpo, ha imparato a convivere in viventi delle più disparate nature, è presente e fondamentale in un’infinità di processi chimici. ma oltre qualunque trasformazione è in grado di ricomporsi, di tornare all’origine, quasi subisse un richiamo ed un’attrazione dal luogo in cui infinite gocce partono per poi tornarvi. Qualunque sia stato il percorso individuale che le porterà di nuovo all’Oceano, lì giunte possono dimenticarsi di tutto, purificarsi totalmente. Hanno fatto la loro strada, sono state frutta, fiumi, sangue, orina, hanno nutrito fiori e piante, ed ogni goccia ha assunto tante forme e ha vissuto tante storie, ma alla fine quello che ha fatto in tutta la sua esistenza non è stato altro che ricercare l’ Oceano, e solo lì si renderà conto di essere tornata a casa. Così è l’Anima o Essenza Divina, abita ogni creatura in gocce diverse, attraversa numerose vite, cambia forma a seconda del “recipiente” che la contiene, porta dentro di sé il bagaglio delle sue esperienze, nutre i corpi e le menti. Ma quando la materia muore questa energia non scompare, ma semplicemente si trasforma pronta ad adattarsi ad altre dimensioni, entrando in circolo in un altro contesto, o purificandosi dall’inquinamento dei peccati, dei sensi di colpa, delle frustrazioni. A volte è costretta a rientrare nel ciclo terrestre perché il passaggio successivo sia più puro del precedente. Spesso resta contigua all’abito materiale, tanto forti sono i suoi legami nei confronti di quel vissuto. A volte ristagna lunghi periodi in squallide pozze morali perché convinta che quello sia il suo posto. Altre volte, invece, scorre velocemente alla ricerca del suo mare sperando che l’accolga tra le sue acque in modo da terminare questa corsa. Quando abbandona la dimensione reale, spesso, è spaesata e disorientata, ma istintivamente sa che qualunque cosa succeda, il suo ultimo scopo è quello di tornare all’Energia Madre che l’ha prodotta e sa, inoltre, che questo mare di energia l’accoglierà solo quando sarà pura e libera da ogni contaminazione materiale. Temporaneamente Corpi, Eternamente Anime, la morte non esiste ... [ ... ] - Ensitiv

  • 03 marzo 2015 alle ore 14:57
    Incipit

    Come comincia: Perché lui è il classico adolescente ribelle, o comunque al di fuori degli schemi: non gli importa come appare agli altri. I vestiti trasandati gli conferiscono forza, addirittura. E poi si sa, i ribelli sono tali perché scoprono prima di ogni altro la realtà, la interrogano e, rompendo le convenzioni, trovano risposte più adeguate ai propri "perché?".

  • 02 marzo 2015 alle ore 16:19
    La collina dei lunghi fucili

    Come comincia: La collina dei lunghi fucili era lì davanti a lui, come sempre immobile nei giorni della storia; storia di un giorno che non ricordo, ma ben visibile nelle mie memorie. Quella di un giovane che, come tanti, all'alba era già sveglio per un nuovo giorno, cuore di giovane, immerso nei suoi sogni, nel ricordo di un amore lasciato a casa per un ideale di libertà. Pronto con l’orgoglio in mano a combattere per ideali altrui, ma nella sua mente in quel momento c’erano le dolcezze del suo amore per lei che amava. Non pensava alla battaglia che l'aspettava, non sapeva se quel giorno sarebbe stato un giorno di gloria! Lui, non pensava ciò! Lui non sapeva che chi doveva affrontare sarebbe stato un altro ragazzo come lui e che probabilmente aveva i suoi stessi pensieri e pensava al suo amore lontano. Memorie confuse ora turbavano i  pensieri di una vita non ancora vissuta, i suoi ricordi non erano molti, solo quelli di un giovane inesperto, un ragazzo che non sapeva nulla della vita e fiducioso di quello in cui  gli avevano insegnato a  credere. Nella cronaca della storia può essere un giorno come tanti, che non ricorderà nessuno, ma non per lui! Quel giorno era speciale, anche se non poteva festeggiarlo: era il compleanno di lei, i suoi 18 anni, poteva viverlo solo in sogno, di essere con lei, per dirle quanto era grande il suo amore, un amore così grande da donargli la sua vita.
    Quanti ragazzi stavano  crescendo in fretta, perché li aspetta un vero campo di battaglia, non più come quando erano bambini che si affrontavano per gioco e morire era cadere per terra per poi rialzarsi e partire a correre più veloce di prima. Sarebbe stato tutto vero e avrebbero messo il loro destino in mano alla sorte che gli attendeva, dove l’odore della polvere da sparo e quello del sangue si sarebbero mescolati in un unico  acre odore di morte. Ma come poteva un giovane pensare alla guerra quando il suo cuore palpitava solo d’amore, un ragazzo pieno d’ardore, con tanta voglia di vivere. Nella sua mente solo un grido echeggiava ”amore, amore” e più pensava al suo amore e più si sentiva scoppiare il cuore. Gli occhi non vedevano più niente e le sue orecchie non udivano più, sembrava che tutto quello che vedeva e sentiva svanisse nel nulla e che quello che stava per vivere fosse solo un sogno, un brutto sogno. Gli sembrava di essere nella sua fattoria, a poche miglia fuori dal paese, di sentire la mamma che lo chiamava al mattino, mentre per tutta la casa si espandeva quel profumo di colazione. Con un balzo e in tutta fretta giù dal letto, la colazione e con il padre a lavorare tutta la giornata nella fattoria, lavori che scandivano la sua giovane vita. Poi c’era la sera e gli amici, il sabato sera la festa in paese, dove si ballava e là con Ann s’incontrava, bella come i fiori che risplendevano al sole della prateria. Mille corse fatte insieme a lei, rincorrersi tra i prati e sfiniti cadere a terra, tenendosi mano nella mano rimanendo a guardare le stelle nel cielo. Ricordare quel primo bacio così intenso e mai dimenticato: ”dolce e bella Ann , diceva, per me sei nata e questa è la nostra storia, la nostra vita e non ci sarà mai nulla che la possa cambiare, perché il nostro amore è infinito come il cielo”.
    Ma gli squilli di tromba ridestarono la sua attenzione e si accorse che stava solo sognando e tutto era solo una sua illusione. Trovandosi catapultato nella dura realtà, tutto intorno a lui si muoveva e c’era un gran baccano, si partiva in marcia con un fucile in mano, il campo di battaglia non era poi così lontano. I due schieramenti si trovavano uno di fronte all’altro, soldato grigio e soldato blu, ma di fronte si trovava solo della gioventù. Urla e grida, la battaglia era cominciata. Sparò senza mirare, perché non volle dare la morte, ma una pallottola lo andò a centrare portando via con sé il suo cuore e, mentre la sua vita se ne andava, un foglio che teneva tra le mani volava via con la sua anima. Quel foglietto io ho trovato e vi ho raccontato,  questa storia, quella  di un ragazzo che una poesia aveva dedicato al suo giovane amore:
     
    Ciao mio piccolo amore
    come eri bella quel giorno che ti ho conosciuta.
    Scusami ancora se quel giorno per nascondere la mia timidezza sorridevo
    e restavo lì fermo ad ammirare la tua bellezza,
    perdendomi nei tuoi occhi colore del mare.
    Mentre parlavi, gesticolavi con le mani facendo si che
    s’incontrassero con le mie, allontanando quella distanza che c’era tra noi .
    Mentre i tuoi lunghi capelli biondi ondeggiavano come il grano mosso dal vento prima di essere mietuto.
    E una lieve brezza disperdeva il tuo profumo di freschezza d’acerba ragazzina.
    Si mio giovane primo amore.
    Tu sei entrata nella mia vita strappandomi il cuore dalle radici, facendomi innamorare follemente di te.
    L’aria oggi profuma di te nei mie ricordi e la mia mente ti sta pensando mio giovane innocente amore, un amore fatto dai sogni di due ragazzini che pensavano di vivere insieme per l’eternità.
    Solo questo ora è rimasto di te, giovane eroe, solo un sogno e un breve attimo di vita volato via, che la storia non racconterà mai, la storia della collina dei lunghi fucili.
     
     
     

  • 01 marzo 2015 alle ore 21:34
    Volare Significa Credere, Paradiso Sinaptico

    Come comincia: Quando la vita andrà oltre se stessa la realtà sorpasserà il sogno! Se sei nato sei già un vincente, nell’Universo  grembo della tua preziosa madre hai battuto milioni di candidati alla vita, sei tu il prescelto, hai già volato una volta. Ora Dio ti chiede di compiere il tuo ultimo volo, conquista la mente dei tuoi fratelli, conquista il Paradiso Sinaptico e conquisterai l’eternità, e il vero Paradiso ai tuoi occhi si aprirà!
    Un cuore di donna accompagnerà il trascorrere senza tempo, simbolo della tua rinascita sarà. Per salvare il Mondo non serve un eroe ma un buon genitore!
    Sei un ricordo, sei rinato, la Terra… avrà Te!
    Sei nella mia mente, volerai tra le menti dei tuoi fratelli, come il Verbo di Dio tra sinapsi, questo sarà il tuo Paradiso, volerai, perché Volare Significa Credere!
    Fabio Meneghella

  • 26 febbraio 2015 alle ore 17:39
    Le vite degli altri

    Come comincia: Il mio mondo era chiuso entro quattro pareti sbiadite. Rubavo attimi di vita spiando le finestre di fronte, dove i balconi si congiungevano a tal punto da consentire un caffè e una chiacchierata.

    La finestra, il nostro sguardo sul mondo, il nostro telefono, il nostro computer.

    Allora c'erano i sassolini, buttati sui vetri per chiamare l'amico e poi si correva via, a giocare per strada o al mare, dove sbuffi di vento alzavano deboli vortici di sabbia, inzaccherando i miseri vestiti. Vestiti che qualche ora dopo avrebbero svettato sulle nostre teste, in cerca di un raggio di sole.

    Quanti vetri rotti! Ma mai il mio. Il mio è stato l'unico sempre intatto. Io c'ero, esistevo, ma gli altri non lo sapevano. Nato senza l'utilizzo delle gambe, ero costretto a restare nella mia stanza, solo, mentre i miei genitori si arrabattavano per guadagnare qualche lira. Non avevo fratelli perché ero un fardello già troppo grande.

    Spiavo il mondo come dal buco di una serratura, ma era la notte che mi parlava, quando mi fermavo ad osservare le ombre dei panni stesi. Spettri che si contorcevano sulle mura, rischiarati da un lampioncino, una luce colore arancio, che serpeggiava fra i miseri tessuti, fluttuanti da un balcone all'altro... Le ombre, più degli stessi abiti, mi raccontavano le vite degli altri... Era di una ballerina, quella veste che danzava sinuosamente fra i mattoni ingialliti e la mia fantasia ballava con lei, sulle tavole di un palco, sulle punte dei piedi, adorni di scarpette di seta.

    L'ombra di un paio di pantaloni mi parlava di un ragazzino, forse un monello, notando che le gambe si muovevano convulsamente. La mia mente lo immaginò correre per la via in discesa e fermarsi urtando contro un passante.

    Ecco quella di un bimbo, sapevo della sua nascita per gli auguri uditi dalla finestra. Ipotizzai la tenera figura dall'ombra dei suoi abiti, braccine e gambine piegate dal vento e mai avrei alzato lo sguardo per vederli, perché le ombre non mi mostravano le toppe e preferivo crederlo un principino.

    Una sera c'era quella di un grembiule, immaginai che fosse di una donna, una mamma che restava a casa per badare ai figli, che preparava torte squisite e regalava carezze alle teste scompigliate. Poco distante penzolavano due vestitini uguali dall'ampia gonna, uniti da un unico nastrino, che li faceva dondolare insieme, così pensai che quelle teste scompigliate fossero di due sorelle gemelle.

    La mia vita correva entro le quattro mura della mia stanza, ma spesso scappava nelle pagine dei libri, che mi hanno aiutato a immaginare le vite degli agli.

    … nessuno buttò mai un sassolino alla mia finestra, ma in fondo, sono esistito anche io.

  • 25 febbraio 2015 alle ore 20:22
    Il Teatro Degli Amori

    Come comincia: In un paese della Valle della Loira ci vivevan due mucchietti di gentil persone che si cibavano di lavoro e d’illusione.
    Nell’occhio del ciclone, Teseo e Giunone, giovani fanciulli dal nobile cuore che sfociano, nel buio, in una clandestina relazione. Sulle bocche inviperite dei popolani,  tiravan su di essi lingue aguzze e peggior infamie.
    In un castello che sorgeva sul pio fiume, le loro voci si udivan squittire e le leggiadri carni ardenti schiudersi in secreti amanti.
    Nel loro viver di beatitudini e magie, il filo della felicità si spezza in un vortice di bugie portando Giunone a decidere di attraversare infinite lande desolate per allontanarsi da quel suo gentil amore.
    Un giorno un coraggioso condottiero giunto nelle terre lì vicine, scorge la bellezza di Giunone che vien rapita dall'impavido marpione mentre, il povero Teseo pieno di tristezza, cede all’inganno del malsano amore.
    Lucilla, figlia del panettiere, rinchiude il cuore dell’amato Teseo che, con la scomparsa di Giunone, tende la mano a quel cattivo affare.
    Ma quando Giunone, scappata dalle grinfie dell’ignoto vigore, viaggia fino a Teseo, sente affine il tradimento dell’amato e con il rammarico sulle guance, scappa verso le nuove france.
    Bella e vispa la Lucilla che, battendo a ridosso sul chiodo ben saldo, accattiva il suo miglior pupillo. Non fu poi tanto brava in quanto, con la ferita ancora aperto nel petto, Teseo donò parole di conforto all’amata fuggita; colpita da così tanto prospetto, la disperata Giunone, abbracciò quel segno come se l’invito fosse aperto.
    Ma quando, innamorata concezione, decide di raccogliere le parole dal vento, il suo Teseo respinse le grazie per dispetto.
    Morta di dolore, derise il suo angelico cuore accontentandosi dei gentil sussurri di quei teneri amanti che nel lungo viaggio le tennero la mano.
    La storia muore con il povero Teseo che diviene vittima di Lucilla, l’infida lucciola di libidine spiglia e della bella Giunone che dà in pasto ai cani il suo cuore, vendendo il corpo in cambio di calore.
    Così Teseo perduto nella scelta presa, domina con insensato sgomento il mostro che si è scelto e Giunone, perduta nel suo amore, accetta con inesorabile rassegnazione un giovinotto di buona intenzione.

  • 24 febbraio 2015 alle ore 14:00
    Isabella, Tempo e Follia

    Come comincia: Avevo intenzione di scrivere parole, di dare sfogo al cuore nel suo momento più delicato, la notte.
    Ma non tutto mi uscì o, se proprio vogliamo, dovevo tenere conto che quello che frenava non era di certo la mente ma la mano stessa.
    Dovevo aspettarmi di pensare che andando contromano qualcosa mi poteva ferire.
    Mi sono fatto prendere dalla frenesia del cuore (oh, menzognero cuore!) e dalla follia e dal tempo:
    Oh, no, dannata follia! Tu che accechi le nostre anime dandole in pasto alla reale virtù del tempo; tu che con la tua cotanta bellezza risplendi nera e furtiva nelle menti di noi giovani mortali, tu!
    Oh, sì, tu, follia! Tu che hai mosso le brutalità e l'ingegno di cui la terra si macchia giorno per giorno, oh, sì, ti prego! Risparmiaci il tedioso momento in cui tu, sublime, esplodi nella mente e pervadi le membra arrivando alla mia mano che commette inganni, prosa e dolore per chi, a quel tempo, di follia mi cibava.
    Tempo, maledetto tempo. Tu che togli piaceri e malori, oh, tempo!
    Se t'ingannassero, tu, troveresti comunque il tempo di capirlo! E fingere che non esisti è come ripudiare che il mio stesso corpo abbia fine! E se pure credessi che tu fossi nullo, ci sarebbe comunque qualcosa che di preciso a te ci ricondurrebbe.
    Oh tempo, maledetto tempo! Vittima e carnefice di te siamo e se ci fosse una terra senza tempo, uguale, noi lo inventeremmo! Perchè senza di te, amico tempo, tutto può sembrare più bello ma noi sappiamo quanto brutto può essere il non averti accanto e se le lunghe distese di erbe e di fiori, e il vivere e morire sarebbe nullo e nullo fosse tutto questo, allora noi non esisteremo.
    Oh tempo, maledetto tempo, con l'aprire e il chiuder delle ciglia è come se rintoccassimo il primo e l'ultimo tocco di te stesso, in balia delle onde nere che contro l’anima si scagliano punendo la parte più pura per sino nel cuore dell’oceano!

    Isabella, di certo non son qui a chiedere perdono; né a te ne ad altri, ma solo a me stesso. La volontà è infida e la realtà ancor di più; e tu sottratta al canto mio giovane, non m’appari che più bella e maestosa ti mostri con mera finzione.
    E in alto si eleva il canto, il grido sordo del disperato chiarore del cielo, che con la mano dico addio a quei sogni di agonie e di puro impero.
     

  • 23 febbraio 2015 alle ore 10:23
    Cantastorie

    Come comincia: Ernèst era figlio del mondo; aveva sui trenta e passa anni e aveva viaggiato molto con in spalla la sua chitarra per mari, monti, campagne, montagne, e oceani burrascosi.
    Figlio dell’arte, si era trovato per caso nei luoghi più svariati delle Americhe e dell’Europa, cantando e suonando senza sosta. Si era insidiato in tribù, accampamenti, tra persone conosciute e sconosciute che gli avevano regalato emozioni, sensazioni e molte storie da raccontare.
    Nel corso del suo viaggio, Ernèst aveva potuto ben vedere quanto bello e sporco fosse il mondo cantandone le lodi e tessendo i suoi ricordi.
    Era un tipo chiacchierone, amava le cose belle e le donne; nelle sue mani era passato di tutto (tra droghe e puttanelle, era diventato quasi un Dio in terre lontane).
    Quando il viaggio lungo vent’anni lo aveva portato a rincasare nelle terre natie, aveva avuto come il bisogno di narrare quelle storie vissute quasi a non dimenticarle mai.
    Chiunque incrociava la sua strada, s’imbatteva in quei racconti fantastici e mistici rimanendo quasi incantato.
    La storia dell’uomo dalla gamba di legno in Messico, il vissuto nelle terre arabe nei campi di coltivazione della marijuana, i teatri in Colorado, il mare della California, le band di musicisti neri a San Francisco, le strade di Granada, le bevute a Berlino, gli amici di Porto, il deserto in Kenya, le oasi di Tenerife, i problemi con la legge negli USA, le passioni in Perù, il caos di Londra, i funghi allucinogeni in Olanda e via discorrendo.  
    Lui parlava, raccontava e pendeva di bocca in bocca fino ad incrociare la mia.
    Un cantastorie vomitato dal mondo, un perenne amante della vita che gli aveva dato tanto più di quanto immaginava e, fermandomi a pensare, posso dire che era stato abbastanza fortunato e coraggioso ad abbracciare così pienamente tutto ciò che la vita gli aveva dato fino a quel momento.
    Impavido e pieno di se, credeva che poteva arrivare molto oltre quel limite ed è così ch’è divenuto piccolo cantastorie della città. L’esperienza ti fa bello sicuramente ma se non sai dosare quel bello che ti è stato regalato, puoi quasi cadere, poi, nel ridicolo a parer mio.
    Ti si crea un personaggio e poi difficilmente puoi abbatterlo od eliminarlo; ed Ernèst era un po’ così. Dal canto mio, di personaggi, ne ho veduti (non tantissimi ma, per la mia classificazione, abbastanza da non volerne vedere o, magari, frequentare altri).
    La sua età avanzata (e che avanza) come per ogni uomo, lo porta a voler ora sicurezza, un cantuccio bello e confortevole dove poter mettere radici e finire la sua vita, si, ma non di certo per me.
    Con lo spirito giovane che si trovava, sapeva che in realtà lo poteva abbandonare in qualsiasi momento e così Ernèst aveva deciso, inconsapevolmente, di attorniarsi di tutto ciò che era bello e giovane e quale meglio di fanciulle delicate e piene di vita a cui poter raccontare storie così affascinanti tanto da indurle a pensare “Oh, sì, bel cantastorie (anche se di bello estetico aveva ben poco) fammi tua e dedicami canzoni d’amore!”?
    Ma non tutti stanno al suo gioco, o almeno, non io sicuramente; poteva anche affascinare Ernèst ma non era di certo ciò che io volevo o cercavo o addirittura che mi servisse in quel momento.
    Il piccolo cantastorie era un ottimo passatempo, dolce e carino per i suoi modi da burlone e cantautore, ma, come si dice, a me non fregava una vera sega! Poteva fare, dire tutto quello che voleva, non ero di certo caduta tra le sue mani come un fagiano o, meglio ancora, come un pesce di mari esotici al suo gentil amo.
    Allora avevo capito che da quell’elemento bisognava prendere il “bello”, farlo mio, e trascrivere il tutto senza mai espormi o dare modo di fargli continuare il giochetto delle storie per farmi abboccare.
    Ovviamente Ernèst n’era totalmente inconsapevole del perché lui facesse e dicesse, racconta e ama, ride e suona; sembra quasi che a volte passi da persona a persona solo per il bello di elogiare le sue gesta.
    Allora posso ben raccontare io una storia, a questo punto; la storia è che un figlio del mondo viaggia, viaggia e viaggia poi ritorna e tra tante persone, imbrocca me.
    Si vive passione, dolcezza e persuasione e la storia finisce che lui muore schiacciato da se stesso con solo i ricordi di quel viaggio nelle mani sue vuote.

    Bel finale direi.

  • 22 febbraio 2015 alle ore 12:15
    il mercatino degli organi usati

    Come comincia: Il mercatino degli organi usati.
     
     
    Era il sabato mattina di una ridente e bla bla. Non vi annoio con la solita tiritera in salsa prosastico-
    poetichese, in quanto so benissimo che darete una rapida occhiata all’intro, vi soffermerete al centro, come se questo contenesse il sugo del racconto, per poi svogliatamente leggere il finale con l’occhio “appannacchiato” del critico provetto.
    Quel sabato, Eulalia, - solo per averle dato il nome, la madre della ragazza, avrebbe dovuto scontare due anni ai domiciliari- prese la meditata decisione di rifarsi: sia la carrozzeria che qualche partuccia interna. Desiderava altresì sostituire qualche tubicino logoro che con gli anni si era reso rigido ostacolandole il flusso del sangue, e anche qualche neurone menefreghista che si rifiutava di ricevere un impulso nervoso.
     Sui banchetti bianco panna acida si trovava ogni genere di ricambio umano, certo contenuto in pozzetti frigo che attraverso pareti di vetro si mostravano vivaci e pulsanti al pubblico.
    Cuori: (con e senza freccia) che ticchettando allegramente instillavano l’ancestrale e primogenito istinto alla vita.
    Fegati: operati una sola volta e ancora in grado di contribuire alla digestione di mezzo chilo di patatine fritte.
    Polmoni: con alveoli appena intaccati dal fumo passivo, con tanto di specificazione del volume d’aria che potevano ancora contenere.
    Poi, ghiandole e ghiandoline, tubicini e grovigli di intestini e frattaglie.
    Eulalia si soffermò davanti a quella che gli sembrò essere un lembo di pelle. Una targa in bella mostra specificava nella sua arzigogolata scritta “isole di Langerhans;” e lei che aveva sempre creduto che fossero un atollo delle Antille!
    Distolse lo sguardo dall’atollo, proseguendo decisa verso il banchetto delle vene usate.
    “Che vene, signorina!” – disse il commerciante allargando le braccia- “sembrano quelle di un ragazzino!.” Vedendo Eulalia interessata, questo, sparò il suo alto prezzo.
    “Non posso permettermele” _-disse la ragazza- “anche se mi piacciono un casino.”
    “Signorina con queste vene, lei, butterà alle ortiche quel gonnone che le nasconde le gambe dalla vita ai piedi! Il prezzo comunque e quello che le ho chiesto; anzi, visto che lei mi sta antipatica, e che è risaputo che godo la fama di essere un poco stronzo, non le le do nemmanco per mille euri! E mica stiamo a vende broccoletti!”
    La ragazza non diede voce al suo risentimento e si limitò ad alzare il dito medio della mano destra, come aveva visto fare nei film americani.
    Girò per ore tra i banchi e avendo trovato e acquistato quello che a lei era d’uopo, compreso un thermos elettronico per mantenere il tutto alla rigorosa temperatura di un grado sotto lo zero, si incamminò verso la vicina clinica “mater corpus usati” dove, dopo avere preso precedenti accordi era attesa da: un chirurgo laureato, una infermiera laureata, e da una matrona normale.
    Un mese dopo, dalla ridente struttura immersa nel solito ridente sabato mattina, gli occhi increduli dei passanti,  poterono ammirare il corpo modellato di una immensa figa. Era la nuova Eulalia. Nei suoi confronti Lady Gaga diventava la “maestrina dalla penna rossa.”
    Giorni dopo la ragazza morì. L’autopsia rilevò l’uso di organi di ricambio di scadente qualità. Eh! Glie lo diceva sempre la mamma! “Figlia mia: chi sparambia, spreca!”
     
     

  • 20 febbraio 2015 alle ore 15:48
    Carcere Rosso

    Come comincia: Ad un certo punto le cose accadono e s’incastrano.
    Come tante celle costruite a modo collegate tra loro da un invisibile filo del destino che tesse ogni singola emozione o situazione; una vedova nera che intrappola le sue vittime in tranelli abietti e poco costruttivi che hanno un lieve senso.
    La situazione mi appariva come un carcere rosso; ed io ero l’imputato, il giudice e l’aguzzino. Che triste realtà contorta.
    Nel mio cervello c’erano troppe informazioni sulle quali affacciarmi ed affrettarmi a risolvere e poi quelle che nulla c’entrano ma che, per via della vedova nera, s’intrecciano alle cose reali nemmeno chiedere il permesso.
    Viktoria e Buba erano i miei compagni di cella (quelli a cui non badavo ne ascoltavo ma, in quanto uniche persone reali con cui condividevo quel buco, dovevo rendere almeno qualcosa che fosse stato un gesto, una parola, una compagnia o semplice falsità quotidiana).
    Poi c’era Melissa, l’unica amica che ho sempre avuto e che desideravo ardentemente rimanesse con me fino al calar della vita; quella mano dolce e confortevole di bella leonessa amante della vita dedita a sol se stessa ed al suo irrequieto cane bianco e nero; e poi c’era lui.
    Ernèst. Ernèst era quel tassello più improbabile che alla mia vita non serviva minimamente eppure era entrato nella mia linea; anche lui aveva un posto nel carcere rosso che mi ero creato nella mente ma aveva un posto riservato, quasi nascosto al mondo. Non che me ne vergognassi, ma essendo lui l’improbabile, mi piaceva fosse quella carta nascosta da scoprire in reale caso di bisogno.
    Artista fin nel midollo, Ernèst cantava e suonava di amore, passione, la vita ed il mondo, di viaggi e di donne, di carne e di fronde.
    L’amico fragile dell’improbabile caso umano qual’ero, messo in un angolo a rimuginare su vita, morte e miracoli passati presenti e futuri senza capirci un emerito cazzo. Sapevo che dovevo campare e cercavo di farlo nel modo più normale possibile (anche se, a dire il vero, sono un tipo abbastanza plateale). Fuggire nuovamente era quello che volevo, ma per farlo dovevo organizzare bene i miei passi e non potevano esserci margini di errori; assolutamente no.
    Jenny sarebbe stata la persona perfetta; ragazza semplice e carina, giovane e innocentemente maledetta (sono sicuro sia così).
    Ma no, no! L’improbabilità non deve aleggiare perpetua nella mia mente; sto mischiando fantasie e realtà, che confusione! Avevo impostato la vita reale in un carcere e quella irreale nel mondo attuale.
    Ernèst era un uomo o una donna ai miei occhi? E Jenny? Era la barista del bar dove andavo di solito a sbronzarmi, o era l’amante uomo del momento?
    E io? Chi sono ora a parlare? Il me prigioniero? La vedova nera? L’amante delusa da Pablo o il dannato Mr X che deve risolvere dei problemi?

    Mi sento un po’ confuso.

  • 19 febbraio 2015 alle ore 10:13
    Lacrime e sorrisi senza confini

    Come comincia: Roma.
    Rideva come una matta, piccola creatura senza denti con due ciuffi in testa e tutti restavano incantati a guardarla ed ascoltarla, perché si, pur se piccola il suo sorriso era forte e contagioso e al cospetto di quella gioia incontenibile diventavano tutti più allegri e comprensivi. Ma quella notte pianse a lungo, stavano crescendo i dentini e il dolore era insopportabile, mamma e papà erano stremati, ma ripensando alla loro creatura sorridente la notte passò in un baleno.
    Milano.
    Si sbellicava davanti alla tivù, non comprendeva ancora a pieno il senso di quelle immagini e di quelle parole, ma lui era un bambino così, sempre allegro e sorridente. Da dietro una porta la mamma lo stava osservando senza riuscire a trattenere delle lacrime di gioia, come non esser contenti di fronte al proprio figlio che ride?
    Napoli.
    I bambini ridevano perché un piccione era entrato nell'aula e si era messo a scacazzare a destra e a sinistra; la maestra cercò di riportare l'ordine e il silenzio, ma nel volgere di pochi istanti si lasciò coinvolgere dalle risate sincere dei suoi alunni.
    Torino.
    Il professore di matematica aveva raccontato una barzelletta e tutta la classe scoppiò a ridere in maniera incontrollata tanto che gli schiamazzi giunsero fino all'ufficio del preside il quale, dopo aver individuato da dove giungesse quel trambusto, si diresse in quella direzione. Terza D, in fondo al corridoio, c'era da aspettarselo. Aprì la porta e trovò la classe intenta ad ascoltare la lezione di matematica, ma il suo occhio attento notò le espressioni dei ragazzi: trattenevano a stento le risa e allora si girò verso il professore che, con fare modesto, menzionò la sua barzelletta al preside. Dopo pochi secondi anche il preside scoppiò in una sonora risata e tutta la classe sfogò le risa represse; tutto sonmmato, si disse il preside, ridere fa bene alla salute e distende i nervi, per stavolta niente punizione.
    Palermo.
    A cena l'atmosfera era di quelle pesanti: papà aveva perso il lavoro, suo fratello era stato bocciato, la mamma aveva l'influenza e lei era stata lasciata dal fidanzato. Il minimo errore, una parola sbagliata, un rumore molesto, qualsiasi cosa e sarebbe scoppiata la bomba. E invece suonò il campanello della porta, la mamma si avviò a vedere chi fosse e si trovò davanti l'anziana vicina di casa che era venuta a chiedere di prestarle tre uova. La donna fece accomodare l'ospite e si diresse in cucina per recuperare le uova, mentre la signora, resasi conto dell'atmosfera pesante, provò a sdrammatizzare quella situazione raccontando cosa le era successo. Stava preparando la frittata mentre alla televisione trasmettevano uno spettacolo circense, ad un certo punto uno dei pagliacci si era messo a far volteggiare tra le mani delle palline colorate e lei, presa dallo spettacolo, aveva cercato di imitarlo lanciando in aria le uova con il risultato di fare la frittata sul pavimento. Al sentir quella buffa storiella il papà scoppio a ridere e anche suo fratello rise fino alle lacrime mentre lei, immaginandosi la scena della vecchia che spiaccicava le uova a terra nel tentativo di farle volteggiare in aria, restò per un attimo sconcertata, poi il suo cervello focalizzò la scena e anche lei si mise a ridere. La mamma, che nel frattempo li aveva raggiunti in sala, pur non avendo ben capito tutta la storia fu lieta di vedere i suoi che ridevano beatamente; quelle risa trasmisero in lei gioia e serenità e nel breve volgere di alcuni secondi cominciò a ridere fragorosamente. La vecchia ospite si unì spontaneamente a quella manifestazione di allegria e il frastuono era tale che il ragazzo dovette suonare alla porta ripetutamente prima che qualcuno sentisse. Fu lei ad accorgersi che il campanello trillava e, ancora con la faccia sorridente, aprì la porta e si trovò davanti lui che con in mano un mazzo di fiori la implorò di perdonarlo e di potersi rimettere insieme. Nonostante tutto lei continuò a ridere e in segno di pace lo fece accomodare in sala. Ora tutti avevano smesso di ridera, ma l'atmosfera era più distesa e appena la vicina di casa  li ebbe ringraziati e salutati, squillò il telefono. La mamma rispose immediatamente e disse al marito che era per lui, l'uomo prese l'apparecchio dalle mani della moglie e dopo poche parole un sorriso si stampò sul suo viso; l'avevano ricollocato in un altro reparto e a partire dal giorno successivo avrebbe ripreso a lavorare. Nel frattempo anche il cellulare di suo fratello ricevette dei messaggi; era la scuola che si scusava per un macroscopico errore, le sue schede valutative erano state confuse con delle altre e quindi non era stato bocciato bensì promosso senza nessuna materia da riparare a settembre. Tutte quelle notizie positive ricevute in così pochi istanti riportarono il sorriso a tutta la famiglia e anche la mamma, travolta dall'euforia, riuscì a sopportare meglio la sua condizione febbrile.
    Un paesello in provincia di Brescia.
    Stava leggendo un libro seduta sulla panchina del parco mentre dei bambini schiamazzavano nel prato vicino. Da qualche giorno aveva notato quel ragazzo dai lineamenti orientali che arrivava in sella alla sua scassatissima bici, la appoggiava ad un muretto e poi cominciava a parlare al cellulare. La cosa in se non aveva nulla di strano, ma lei, giorno dopo giorno, si era accorta di come il sorriso di quel ragazzo crescesse fino a diventare gioia allo stato puro; doveva essersi innamorato. Si disse che non avrebbe fatto nulla di male provando a parlare con lui, in fondo era in un parco con tanta gente che li circondava e il ragazzo poteva aver 13 o 14 anni. Quando si accorse che lui aveva finito con il telefono provò a chiamarlo senza metterlo in soggezione, il ragazzo si guardò in giro titubante ma piano piano si avvicinò a lei e quando fu ad un paio di metri di distanza lei si presentò.
    "Buongiorno, io sono Carla, tu come ti chiami?" Il ragazzo non capiva cosa volesse da lui quella donna, ma la sua educazione lo portò a rispondere con garbo "Io sono Akram" Carla intuì il disagio del ragazzo e cercò di conquistare la sua fiducia "Scusa Akram, io facevo la professoressa alle scuole medie e ho sempre vissuto in mezzo ai ragazzi della tua età ed era parecchio tempo che non vedevo più un sorriso come il tuo, solare e spontaneo" Il ragazzo fu tentato di scappare, sapeva che circolavano strani personaggi sempre pronti ad adescare giovani di tutte le età, ma qualcosa nello sguardo della signora lo rassicurò, non sembrava pericolosa "Ho 13 anni ma a scuola non l'ho mai vista" "Infatti, come ti stavo dicendo facevo la professoressa. Poi alcuni anni fa ho avuto dei gravi problemi di salute e ho dovuto abbandonare la mia professione ed ora eccomi qua, seduta su una panchina ad osservare mio marito che gioca con mia nipote ed il cane" Disse facendo cenno con la mano verso il prato. Akram si girò istintivamente e in mezzo a quel mucchio di gente intravide un anziano signore che si intratteneva con una bambina ed un bell'esemplare di Labrador.
    "Hai da fare Akram o puoi dedicare un po' del tuo tempo ad un'anziana signora che adora i bei sorrisi?" Il ragazzo voleva sganciarsi da quella situazione, ma qualcosa lo tratteneva, forse l'educazione, o la compassione per quella stramba vecchietta. Decise allora di sedersi sulla panchina, non aveva nulla di urgente da fare "Ha detto che lei adora i bei sorrisi, come mai?" Quella domanda così diretta, fatta senza malizia, mise la donna in difficoltà, le persone da tempo evitavano di porre domande dirette e ancor meno di rispondere sinceramente. Decise però di aprire il suo cuore a quel ragazzo "Mi piace la gente che ride in modo sincero, senza secondi fini. Il sorriso rende qualsiasi volto disteso e sereno e il suono delle risa mette allegria. Tante persone hanno dimenticato la bellezza delle risate e forse anche io mi sono persa in questo mondo freddo e distaccato. Tu hai un bel sorriso Akram, non smettere mai di ridere, giosci della tua vita, sempre. Sii spensierato e realizza i mille sogni che hai nel cassetto. Adesso se vuoi puoi condividerne alcuni con me" Il ragazzo trovò quella richiesta un po' strana, ma quella signora ispirava fiducia e in un certo senso tenerezza, così cominciò a  raccontarle alcune esperienze e i suoi sogni e il pomeriggio trascorse tra chiacchere e risa di gusto. Poi Akram annunciò che era tardi e che doveva rincasare e lei con un gesto materno lo accarezzò sulla testa e disse "Se vuoi torna a trovarmi, mi troverai qui, tutti i pomeriggi. La tua presenza e il tuo sorriso sono un toccasana per il mio corpo acciaccato"
    Nei giorni seguenti una perturbazione rovesciò pioggia a catinelle su tutta la zona e Akram evitò di recarsi al parco. Dopo quattro giorni di pioggia ininterrotta il quinto giorno il cielo era azzurro e il sole caldo e il ragazzo si recò al parco, in cuor suo desiderava rivedere la vecchia professoressa, ma giunto sul posto non la trovò. Girovagò per circa mezz'ora nella speranza di incontrarla e quando fu sul punto di andarsene riconobbe una signora che aveva salutato la signora Carla e allora, con garbo, chiese informazioni sul suo conto "La signora Carla?" Chiese la donna sbalordita "E' morta ragazzo, è morta!" Akram si irrigidì, alla sua età aveva già elaborato la morte, ma era la prima volta che si trovava di fronte alla perdita improvvisa di una persona con cui era bastato passare un pomeriggio al parco per affezionarsi. La signora comprese lo stato d'animo del ragazzo e gentilmente cercò di consolarlo "Senti ragazzo, se ci tieni tanto vai a farle visita, è morta ieri ed è ancora a casa" Akramm si fece spiegare dove andare e raggiunse l'abitazione della professoressa. Era pomeriggio e a parte i parenti stretti c'erano pochi visitatori, tra cui alcuni giovani, probabilmente ex alunni della signora Carla. La sua religione non contemplava quel rito funebre, ma in quel momento lui vedeva solo un'anziana rinsecchita stesa in una bara di legno e la sua mente da ragazzo spensierato notò un accenno di sorriso in quel viso scarnito. Ripensò a quegli attimi di gioia che avevano trascorso insieme e trasportato da quei pensieri cominciò a sorridere, sempre più forte, fino a scoppiare a ridere. Uno dei presenti lo redarguì severamente, che stava facendo? Era in presenza di una morta, un po' di rispetto. In quel momento il marito della signora Carla si alzò dalla sedia e si rivolse con calma al signore "Lo lasci ridere, non si preoccupi. Mia moglie ha vissuto gli anni migliori della sua vita in mezzo ai ragazzi della scuola e mi ripeteva sempre che le loro risate erano una vera benedizione" Poi appoggiò una mano sulla spalla di Akram e lo invitò a continuare "Ridi ragazzo, ridi. La tua gioia è la mia, il tuo sorriso è il miglior gesto d'affetto nei suoi confronti" Akram sorrise ma poi scoppiò in un pianto sincero e abbracciò l'uomo con forza "Bravo ragazzo, piangi e poi ridi. La gente ha dimenticato cosa vuol dire, non sa più esternare le proprie emozioni e vive in un acampana di vetro"
    Akram uscì da quella casa e si mise a camminare a testa bassa con il cuore gonfio di mille sensazioni, e preso da un turbine di pensieri, con gli occhi ancora gonfi di lacrime, non si avvide di lei che le andava incontro "Sei cieco?" Disse la ragazza con il sorriso sulle labbra. Lui alzò il capo e un sorriso illuminò il suo volto e senza pensarci due volte le chiese "Ti va di venire al parco con me?" "Volentieri" Rispose lei immediatamente. I due ragazzi si fissarono per un attimo, i loro sguardi trasmettevano gioia alllo stato puro. Akram sentiva le farfalle nello stomaco, quindi afferrò delicatamente la mano di lei che strinse leggermente la sua in segno di approvazione; con il sorriso stampato in faccia si avviarono verso il parco, il mondo era loro.

  • 16 febbraio 2015 alle ore 14:33
    Bello Ma Sporco

    Come comincia: “Ti smarrirai nelle orbite oculari dell'angelo caduto e, gridando sotto voce, dire al vento del sud che l’amore è amore se, a darlo, sei tu.”
    Bella la poesia. Riesce sempre a dare quel tocco magico e confortevole di chi, sfrenato sognatore, crede che le cose siano ancora belle; che il mare sia profondo e i gabbiani al meriggio siano l’apice del romanticismo.
    E poi t’imbatti in cose del tipo “Si, come un angelo scopava divinamente, oh sì, se scopava da Dio (o con Dio), non lo so, ma in tutti i casi sapeva fin troppo bene il fatto suo.”
    La poesia può tradursi nelle realtà rude, come un atto sessuale che raggiunge anch’esso l’apice del paradiso sfiorando il “bello ma sporco”, come prendere l’assassinio di una fanciulla lasciata agonizzate sul marciapiede.
    Continuare dicendo “Come se fosse stata la regina delle puttane e meritava molti soldi, oh sì, se li meritava. Una scopata con quella donna e avresti dimenticato ogni cosa, qualsiasi essa sia fosse.
    La sua bocca carnosa così affine ai miei genitali, era l’apoteosi del sesso; il sublime stato di assuefazione frenetica psicofisica dell’uomo! Un solo dito in quella bocca e sarei stato capace di venire dall’unghia se fosse stato anch’esso un organo genitale.
    Aveva lo sguardo di chi sembra farti un piacere, più per te che per lei stessa. Quella sua vagina candida e calda sembrava il morso della morte (e se morte fosse stata, mi sarei lasciato prendere senza pensarci troppo).
    Sapeva metterti il desiderio e sapeva anche come togliertelo. A due passi dal paradiso che si costruiva, era capace di togliertelo come se fosse stata lei ad ingravidare me e non il contrario.
    Oh, mia bella! Scoparti equivale a tutto l’oro del mondo; a tutti gl’occhi che ho potuto vedere in passato e tutte le bocche che avrei baciato in futuro.”
    Non è anch’esso altrettanta bella poesia corporea? Se magari a parlarne fossero le membra stesse potremmo leggere dei suoni che emette ad ogni singolo sussulto per accostarlo a fatti irreali tipo “perché candida giacevi sul cumulo di stracci avidi di piacere, dove dita frenetiche penetravano dolci sulle fosse del viso morente d’ardore”.
    Mostruosamente sublime!

  • 13 febbraio 2015 alle ore 15:30
    Manifestazione Onirica Del Demone

    Come comincia: E’ come se avessi un demone dentro, un demone dalle mille personalità con un solo volto che ha, nel pugno, la mia anima.
    Gli piace giocarci senza mai fermarsi ed io sono in balia di quel suo gioco, senza potergli opporre resistenza; come se la sua mano confortasse più di mille mani reali.

    Nei miei incubi notturni sogno sempre di sfuggirgli o di farlo mio; persuaderlo a lasciarmi andare o lasciarsi andare a me, ma senza ottenere nulla. Due sono le cose che tento di fare: o lo amo o lo odio ed entrambi sono portati all’estremo essere.
    Questi incubi mi folgorano le membra del cervello; cerco di svincolarmi strappandomi al sonno ma invano, la sua perfidia sa sempre come ammaliare il mio tormento mettendomi a tacere, costringendomi a guardare ciò che accade, inerme, spaventato, con quel poco di coraggio che ancora ho dentro.

    Come una Sindrome di Stoccolma amando il mio carnefice allo sfinimento ma tutto attorniato dalla speranza che, un giorno, tutto questo possa finire.
    Nei suoi vari travestimenti, porta un solo volto; ed io conosco bene quel volto.
    Mi rendo partecipe di quella perversa denudazione, come se mi preparassi e agghindassi per il momento in cui mi potrà torcere il collo, sprofondandomi i pollici negl’occhi scabrosamente.

    Mi annoda il ventre ed i polsi, come carne posta sul fuoco ardente; semina dolore e desiderio senza muovere un passo, come se fossi spaventato dalla sua sola ombra offrendo me stesso all’inferno impetuoso e potrei implorarlo dall'oggi al domani; non credo otterrei molto. Alla fine è tutto qui, nella mia testa e fin quando io vorrò che esista, lui non sparirà ma continuerà a farsi spazio disintegrando tutto ciò che di bello resta.
    Com’è possibile che tanta ombrosità sia nata e radicata dal petto alle viscere? Quando è avvenuta la sua nascita, la sua crescita e la mia agonia?

    La sensazione più irreale e veritiera è: seduto nel vuoto una mano trafora il mio metto, abbraccia il mio cuore e quando gli va di giocare, lo stringe avidamente facendolo sanguinare ma costringendolo a restare in vita. Due ferri agl’occhi per tenermeli sbarrati ad assistere alle immagini che mi proietta nel cervello puntellato da un sottile ago infetto che entra ed esce dal mio cranio bagnando le budella che fuoriescono dal mio ventre spappolato.
    Non so se ho reso l’idea.
     

  • Come comincia: Jessie Carter spense la tv, quella sera d’inverno.
    Non valeva la pena di combattere contro le palpebre che sembravano di piombo e il cervello annebbiato dall’età e dal sonno. Così, si aggrappò ai braccioli della poltrona e poco alla volta, nonostante le braccia che tremavano per lo sforzo e le ginocchia instabili, si issò in piedi e si avviò verso la camera da letto.
    Cercò di scivolare a più riprese sotto le coperte, e pensò che gli inverni si erano fatti sempre più rigidi, o forse era semplicemente colpa della cattiva circolazione se il freddo pungente gli assaliva le ossa come tanti, piccoli insetti carnivori.
    Cercò di concentrarsi sul ticchettio regolare della pioggia battente contro il vetro della finestra quando venne rapito da un suono inconsueto come se un gatto stesse raschiando gli artigli contro una porta. Stava per convincersi di averlo immaginato, cedendo con arrendevolezza crescente al sonno, la mente si faceva sempre più evanescente, la vista sfocata, ma neppure quel surrogato di benessere, seppur per una notte, gli fu concesso, non quella sera.
    Rapida la sua figura scomparve nell’oscurità della camera e poi nella pioggia, mentre ciò che rimaneva del suo corpo, una volta prestante ma già consumato dal tempo, veniva prosciugato dei suoi liquidi vitali, come un asciugamano strizzato con forza. Così Faerhglen si arrese nella sua immutabile inconsapevolezza di aver perso un figlio, il primo di quell’inverno.
     
     
    Veronica Monroe quella mattina si era svegliata molto presto. Si sentiva in agitazione ma non sapeva spiegarsene la ragione. Magari è solo lo stress residuo di un periodo intenso, si disse mentre si infilava uno dei suoi maglioni preferiti.
    Aveva un appuntamento, che inciampava nel definire stimolante, con Helen. In occasione del suo ultimo, faticoso esame, aveva chiesto all’amica di vecchia data di accompagnarla nel luogo considerato da sempre il più affascinante in città: il vecchio castello gotico, che un guardiano solerte provvedeva a mantenere in buone condizioni e ad affittare occasionalmente a scorribande di giovani per i loro bagordi trasgressivi dalle sfumature horror. Veronica era giunta a un punto dei suoi studi in cui ogni gesto di supporto, ogni piccolo aiuto proveniente dall’esterno, aveva in sé un grande valore dal punto di vista della motivazione, che era andata pian piano scemando sempre più dall’inizio della sua avventura alla facoltà di architettura.
    Bevve il thè bollente con latte e zucchero, preparato in silenzio per non svegliare sua madre, mentre guardava oziosamente dalla finestra della cucina. Il fluido scivolava giù per la gola come nettare riscaldato. Non sapeva dirsi con certezza se fosse quello, in realtà, il suo stato naturale, l’impostazione di base della sua esistenza, guardare dalla finestra con disincanto un mondo o troppo ozioso, silente, oppure nevrotico e affannato; una modalità d’uso della sua persona che si estendeva e si protraeva con strascichi di sonnolenza per tutto l’arco della giornata, per poi vedere una nuova notte e così via, in un’apatia che avrebbe quasi potuto definire genetica. Scacciò quel pensiero troppo fine da farsi di mattina presto e lo annacquò con il thè riflettendo che forse avrebbe dovuto frequentare di meno gli amici intellettuali dell’università.
    Si chiuse la porta di casa alle spalle e abbottonandosi il cappotto, con tanto di sciarpa ben avvolta attorno al collo, si avviò all’appuntamento con l’amica.
    La cittadina sorgeva su un fazzoletto di roccia vulcanica, frastagliato, ruvido, picco sull’oceano, proprio sul pronunciamento più esposto ai venti del mare della costa e vantava spiagge selvagge e dure come il suo clima, il mare pulito e gelido come i suoi abitanti, uniti alla zona da un legame quasi viscerale, simbiotico.
    Faerhglen in definitiva non era che una piccola e tranquilla cittadina scozzese di provincia, tradizionale, architettura antica mista a tentativi di architettura contemporanea, senza sfarzi. I pub storici, le chiese medievali, per lo più gotiche, e il castello che sovrastava tutto.
    Veronica arrivò a passo svelto davanti allo Starbucks, e trovò Helen già lì ad aspettarla, che spostava il peso del proprio corpo da un piede all’altro per sentire meno il freddo, ma con scarsi risultati, visto come appariva infreddolita. Per Veronica era una sfida avere a che fare con una persona dalle sfaccettature spigolose ed ermetiche, tanto da farle temere, talvolta, che la loro amicizia si basasse su una ricerca perpetua e circolare volta a gratificare il suo ego nel tentativo di espugnare la fortezza di Helen, di risolvere la sua inquietudine, e allo stesso tempo una costante fuga dell’altra, per poi gettare in faccia all’amica il suo senso di incomprensione del mondo, il suo sentirsi perennemente fuori posto.
    Gli anni dell’università le stavano scivolando via dalle mani e il significato di quel correre scalmanata da una lezione all’altra, di quella vita senza sale, si faceva sempre più impalpabile e lontano. Veronica cominciava a perdere di vista il suo obiettivo e si scopriva sempre più spesso annichilita, pensando a se stessa come a un motore ingolfato dalla polvere di un’esistenza frenetica ma non piena, un futuro promettente ma non illuminato dalla passione. Forse ho solo bisogno di un po’ d’avventura, di correre dei rischi, amava ripetersi nei pomeriggi noiosi passati davanti al computer o vagando persa oltre il vetro di una finestra.
    «Non c’è verso che tu possa arrivare prima di me a un appuntamento, vero?» sbottò Helen con un sorrisetto di scherno. Veronica si limitò a rispondere con il sorriso più dolce e innocente che potesse sfoderare, compatibilmente con la sua aria assonnata di chi aveva solo voglia di rimettersi sotto le coperte e girarsi, già con le palpebre appesantite, dando le spalle al mondo reale.
    «Dai, perdonami! Ci sono cose che non cambiano mai, soprattutto i piccoli vizi… Quelli sono i più difficili da sradicare. Ehi, ho proprio voglia di cappuccino!» squillò infine, varcando la soglia del locale.
    «Sì, cambia pure discorso. Non so ancora come mi sono fatta convincere ad accompagnarti in questa uscita!».
    «È perché non avresti saputo che altro fare di interessante nella tua pausa invernale, ammettilo! Io ti offro una stupenda e oltretutto, gratuita occasione di svago e conoscenza, di che ti lamenti?»
    «Ma dai che è solo per il tuo egoistico bisogno di avere un supporto morale per il sopralluogo, perché cominci a non avere più voglia di studiare. Ammettilo tu!»
    Chiacchiere in confidenza, qualche scambio di battute, risate. Questi momenti Veronica li assaporava come aria fresca di montagna, con tutta la purezza che riuscivano infondere.
    La esaltava, stare in sua compagnia la rendeva euforica, ma allo stesso tempo le incuteva un timore appena sussurrato, mai concesso completamente a se stessa, senza sapervi trovare un motivo realmente convincente.
    «Dai, muoviti, finisci quel cappuccino. Il medioevo ci aspetta.»
    «Hai ragione, meglio non tergiversare. Questa cosa la devo fare oggi e togliermi il pensiero.»
    Le due ragazze uscirono quindi dal locale già affollato dai lavoratori del primo mattino, facendosi largo fra ingombranti cappotti gelidi e umidi appena sopravvissuti al rigore dell’esterno e confezioni extra-large di ogni sorta di bevanda a base di caffè, brandite in aria come strumenti di salvezza contro il tedio e la fatica di quella nuova giornata ancora acerba.
    Si incamminarono con andatura veloce, i passi scanditi da ammiccamenti e risate, verso la parte alta del centro cittadino e da lì presero un viottolo che portava dritto al luogo più affascinante della piccola città costiera: l’antico castello. Veronica, ogni volta che posava gli occhi su quella costruzione, non poteva trattenere un brivido, e la sua fronte si corrugava automaticamente, gli occhi diventavano come fessure. Strana sensazione, dal momento che il castello rappresentava quanto di più vicino, in città, alla sua idea di opera architettonica. Sicuramente il senso di inquietudine provato era favorito dal fatto che si ergeva su una collinetta vicino ad un fiordo più elevato, ma forse anche per la sua storia tormentata. Quelle mura possenti trasudavano, in realtà, gocce di drammaticità e un sentore di fragilità, per chi sapeva osservare con attenzione, e questa duplice sensazione al suo cospetto la attraeva in modo irresistibile per questo motivo lo aveva scelto come luogo ideale per l’ultimo di una lunga serie di esami di ristrutturazione.
    Il castello, nel suo attuale aspetto, risaliva al tardo Seicento, ma alcune fonti storiografiche locali ritenevano che fosse stato utilizzato la prima volta, come residenza reale, già nell’undicesimo secolo.
    Le finestre erano piccole e dall’esterno attiravano l’attenzione dell’osservatore meno delle pietre che, ad una ad una, formavano le umide pareti. I pavimenti erano fatti di freddo lastricato, lisci e ampi e le mura portanti interne, che costituivano le grandi e spaziose sale, venivano mantenute raramente e per poco tempo al caldo; l’acqua doveva essere raccolta presso i pozzi che si trovavano nei cortili esterni e trasportata attraverso la fortificazione dai servitori. Le mura apparivano possenti e venivano costruite alte per fornire maggiore protezione nei confronti degli eserciti in avanzata e anche per fornire buone posizioni di avvistamento e panoramica da un’angolazione posta in alto, attraverso le fessure d’osservazione.
    La costruzione della struttura, semplice, fatta di pietra e mortaio rendeva relativamente semplice applicare delle riparazioni qualora fossero stati aperti squarci nella costruzione, ad opera dei nemici in fase d’assedio.
    Il pesante portone di legno massiccio  si aprì solo nel momento in cui Helen rispose alla richiesta di identificazione da parte del burbero guardiano Alex.
    Si ergeva come una imponente figura d’altri tempi, fiero e compassato, quando le due amiche lo incontrarono subito dopo essere entrate. Varcato l’ingresso si arrivava all’imbocco di un lungo corridoio; il castello era costituito da tre ali fondamentali e le due laterali disponevano di una torre ciascuna, il corpo centrale, rettangolare e possente, era una fortificazione che ispirava sicurezza anche solo scrutandola da lontano. Alex si sentiva a suo agio nelle vesti di anfitrione. Veronica ebbe la grande opportunità di ammirare dal vivo gli enormi saloni d’onore ad ampio respiro dove si usavano prendere decisioni di importanza vitale dal punto di vista militare, politico e sociale; i vari torrioni costruiti con una particolare tecnica architettonica atta a conferire la caratteristica morfologia cilindrica, svettante, che toglie il fiato se si guarda in alto durante l’arrampicata per la stretta scala a chiocciola ben aderente alla parete fatta di grandi pietre; sulle pareti campeggiavano i meravigliosi arazzi raffiguranti scene di vita quotidiana all’interno del castellare e scene di battaglie vittoriose. Helen stava vivendo con devozione quell’improvviso e affascinante tuffo nel passato. Ma lo spettacolo più appagante per lei era costituito dalla possibilità di ammirare il rinnovato bagliore negli occhi di Veronica, la pura felicità dipinta sul suo viso ogni volta in cui si immergeva in qualcosa che amava profondamente; e si scopriva ad insistere con lo sguardo su di lei per un tempo maggiore rispetto a quello che riservava ad un arazzo, o al soffitto affrescato di un salone; il tempo si dilatava, tingendosi d’infinito, ma non si concedeva ancora di indulgere per un tempo sufficiente a lasciarsene accorgere, soprattutto da Veronica.
    Alla fine del tour, Veronica aveva riempito pagine di appunti sul suo block-notes, fra nozioni di storia e tecnica di progettazione e veri e propri schizzi, che avrebbero costituito il trampolino da cui il suo guizzo creativo avrebbe preso il volo per nuove idee sul riammodernamento e la ristrutturazione della struttura originale. Se avesse avuto l’idea giusta l’amministrazione avrebbe potuto prenderla seriamente in considerazione e con i giusti appoggi a livello universitario, quel castello avrebbe finito per essere anche un notevole trampolino per la sua carriera. Veronica voleva arrivare, ottenere il successo, aveva una vera e propria ossessione perché il suo tempo su questo mondo non andasse sprecato, aveva la smania di fare, per poter lasciare segni tangibili del suo operato e si affannava per questo nella ricerca di certezze che non fossero qualcosa di evanescente; in questo si sentiva appartenente alla stirpe filogenetica del padre. Eppure questa ricerca di una risposta che fosse qualcosa di più, un interruttore che avrebbe illuminato, squarciato il velo della normalità, strideva con la sua ambizione, con la sua sete di risultati oggettivi.
    Alla fine si ritrovarono nella biblioteca. Alex voleva fare bella figura e il suo orgoglio annebbiava la sua abituale prudenza. Per permettere alle giovani studentesse di riposare le gambe e la testa, aveva proposto, da vero ospite all’inglese elegante e disponibile, di prendere un thè aromatizzato con un’erba dal valore energetico, nella sala adibita a biblioteca, appositamente attrezzata con tavolo del Settecento e poltrone coordinate, rivestite in velluto rosso. Le tre librerie di legno, risalenti all’epoca rinascimentale, occupavano ciascuna una delle pareti libere dall’ingombro della porta e ad una prima occhiata della stanza, apparivano sterminate. Sul pavimento giacevano pesanti tappeti, per coprire la cruda semplicità della scura pietra, già coperta di assi di legno, come a voler a tutti i costi mascherare un’origine ancestrale e grezza di quell’ambiente così complesso, carico di parole, di strutture, di simbologia e pensiero. Nell’insieme, in realtà, infondeva un senso di oppressione e soggezione, ma non se ne poteva negare la maestosità.
    Fu Helen a trovare il libro, o fu lui a trovare lei. Di sicuro spiccava, in mezzo a titoli altisonanti e caratteri araldici fantasiosi e portatori di echi lontani, provenienti da epoche in cui la società era organizzata diversamente, dove gli uomini morivano per le infezioni causate dalle ferite di guerra e le donne morivano di parto. Raramente si moriva di vecchiaia.