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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 09 dicembre 2014 alle ore 13:08
    Ospite che non vuole andare via

    Come comincia: Non so parlare la mia lingua, come uno stolto. Conosco la lingua dello straniero: l'italiano. Sono un ospite permanente che non vuole andare via, non troppo ingombrante, come l'erba selvatica nei giardini poco curati. Mi affeziono, come i cani randagi al nuovo padrone, lo difendo, ma so solo abbaiare, non mordo, non ancora, sono un cucciolo. Non so più coniugare i verbi nella mia lingua e non c'è una lingua abbastanza mia che possa permettermi di omologare le parole alla mia carne. La mia carne è tutto e questo non le permette di essere qualcuno. Mi so adeguare al linguaggio delle persone, al loro stile di vita, tanto da poter essere invisibile, un ospite leggero, con il sorriso sulle labbra. Il mondo è nei miei occhi un libro aperto, prevedibile, apro la porta, preparo gli indumenti per l'occasione che mi si presenterà domani e poi, a fine giornata, li ripiego ordinati nell'armadio, per ogni evenienza. Nella mia stanza c'è un libro per fare esempi ad ogni occasione, conosco la vita dei grandi, sono biblioteca polverosa di esempi da seguire, da ammirare, da invidiare, da compatire e disprezzare. E' leggibile, su di me, la penna di altri. Non sono io stessa creatore con radici solide, ma opera di miscugli, schizzo su cui ci hanno messo mani due artisti troppo diversi, pianta spiantata e ripiantata, colori dell'est e lingua straniera, impeccabile esperimento di una geografia pazza, più bizzarra di certi scienziati.
    E' come essere tutto, soffrendo di non essere nessuno, fingendo di essere qualcuno.

  • 05 dicembre 2014 alle ore 15:50
    Felice, Sokoto!

    Come comincia: La sua pelle emanava un profumo delicato, Felice stava contemplando Aurora completamente nuda in posizione fetale. La desiderava ancora, ma avevano un appuntamento e non voleva rischiare di arrivare in ritardo e perdere il contatto, quindi baciò delicatamente la schiena della sua donna e lei, dopo essersi  stropicciata gli occhi, fece un gran sorriso "Dobbiamo prepararci, non voglio fare tardi all'appuntamento" La invitò lui. Lei lo fissò ammaliandolo ma lui oppose resistenza a quella tentazione "Amore, starei qui tutto il giorno con te, ma abbiamo un impegno e dobbiamo rispettarlo" Aurora si avvicinò, lo baciò in bocca e poi schizzò rapida verso il bagno "Hai ragione, niente sesso, siamo in missione" Lui non poté fare a meno di sorridere, lei riusciva sempre a stemperare la tensione. In effetti erano in anticipo e dopo aver fatto un'abbondante colazione decisero di recarsi a piedi al luogo dell'incontro. Nonostante fosse presto faceva già molto caldo e l'idea di dover tornare a piedi, più tardi, aveva smorzato il loro entusiasmo.
    "Dovevamo per forza camminare?" Chiese lei cercando di non polemizzare.
    "No, ma così riesco a pensare meglio e poi due passi a piedi fanno bene alla salute" Lei non disse nulla, lui non avrebbe ammesso l'errore, inutile insistere.
    "Un giorno ero al supermercato" Felice parlava mentre con le mani giocherellava con un legnetto raccolto per strada "In fila alla cassa c'era un'anziana signora che non la smetteva di parlare degli affari suoi e continuava a perdere tempo" Aurora lo guardò invitandolo a continuare "Dopo alcuni istanti ho sbottato e l'ho mandata a quel paese, senza mezze misure. Le altre persone in fila hanno dato ad intendere che erano d'accordo con me; insomma, hai fatto la spesa, c'è la fila e a nessuno frega niente delle tue storie, datti una mossa" Aurora capì che non era sereno e con lo sguardo lo sollecitò a sputare il rospo "Doveva fare i biscotti ai nipoti, una nonna premurosa che nella fretta e nel casino faticava a sistemare le sue cose e io, da perfetto cafone, l'ho anche insultata. Perché non abbiamo più rispetto per gli altri? Perché siamo schiavi del tempo?" Erano domande senza delle risposte chiare che stimolavano riflessioni ma creavano anche sconforto, Aurora lo invitò a fermarsi un attimo e lo fissò teneramente "Forse perché siamo egoisti" La sua era una considerazione, non una domanda; Felice si limitò a socchiudere gli occhi, doveva riordinare le idee. Ripresero a camminare e dopo alcuni minuti giunsero sul luogo dell'appuntamento dove la ragazza, che il giorno prima li aveva accolti con freddezza, questa volta fu piena di premure nei loro confronti.
    "Io sono Nabilah. Prego, accomodatevi, il maestro vi sta aspettando" Entrarono in quel luogo dalle atmosfere misteriose quasi in punta di piedi, la ragazza li accompagnò in una grande stanza dove una splendida donna era seduta su una poltrona di vimini. Alle pareti erano appese raffigurazioni coloratissime poco definite, ma osservandole meglio si intuiva la rappresentazione dell'evoluzione umana vista sia in modo scientifico che religioso. La bella donna si alzò in piedi e si fece loro incontro "Benvenuti, io sono Bocassa Frend" E con un ampio gesto delle braccia li invitò ad accomodarsi su un divanetto di vimini posto di fronte alla sua poltrona. Quando si furono seduti Bocassa li imitò e chiese alla ragazza di preparare del tè per gli ospiti, la giovane fece un cenno con il capo e si congedò in silenzio. Felice e Aurora sembravano spaesati, quindi fu la donna a rompere il ghiaccio.
    "Avete avuto problemi qui a Sokoto?" Chiese la donna "Nessun problema" Rispose Felice restando sul vago "Mi fa piacere, questo è un posto meraviglioso, ma a volte può trasformarsi nell'inferno" Il ghiaccio non si era ancora rotto e quel silenzio sembrava far vibrare le pareti della stanza, mentre Bocassa era lì, con un'espressione che trasmetteva serenità. Aurora calcolò che potesse avere non più di 40 anni, era alta, dai lineamenti non troppo marcati, un corpo tornito e ben proporzionato. I lunghi capelli scuri erano raccolti in una treccia curata nei minimi dettagli ed era vestita in modo sobrio ma elegante. Mentre faceva queste considerazioni arrivò Nabilah con il tè e, dopo averlo servito sul tavolino posto tra la poltrona e il divanetto, con lo sguardo chiese il permesso di ritirarsi a Bocassa che acconsentì. Gustarono la bevanda calda con calma, liberando la mente e quando furono pronti Felice chiese "Tu chi sei? Perché siamo qui? Cosa sai degli scuri? Chi.." Aurora lo afferrò per un braccio per mettere un freno a quel fiume di parole e lui si fermò lasciando a mezzaria le domande che aveva in mente di porre. Bocassa finì l'ultimo sorso di tè, appoggiò la tazza sul vassoio e prese a parlare con calma "Io sono Bocassa, erede del clan dei Frend e custode da ormai 50 anni dei segreti di Sokoto" Aurora strabuzzò gli occhi, aveva capito bene? 50 anni? "Scusa Bocassa chiese immediatamente "Quanti anni hai?" La donna sorrise "Il mio corpo ha quasi 70 anni, 68 per la precisione, ma il mio fulcro è molto più giovane" Felice e Aurora si guardarono stupiti e lei sentenziò "Li porti maledettamente bene, sei una donna stupenda" I tre sorrisero, adesso il ghiaccio era rotto. Bocassa precisò "E' la pace interiore che rende bello il corpo, lo predicano tutte le culture di questa terra. Ma voi siete qui per altro e io non voglio farvi perdere tempo, Felice, tu sei uno dei prescelti, uno dei pochi che ha superato le prove e io sono a tua completa disposizione, il mio compito è quello di istruirti alla conoscenza di ciò che è stato. Questo ti servirà a comprendere ciò che è, ma non sarà compito mio fartelo vedere. La tua compagna potrà stare qui con te, ma non avrà accesso alle prove, dovrà invece essere paziente e dimostrare la sua forza; nel suo cuore vedo amore e questa sarà la sua prova, aspettare con fiducia. Adesso tornate al vostro alloggio e prendete tutte le vostre cose, a partire da oggi sarete miei ospiti e dopo pranzo cominceremo il percorso della conoscenza" Nel frattempo era comparsa d'incanto Nabilah che li invitò a seguirla senza lasciar loro il tempo di replicare.
    "Tu sai quello che stiamo facendo, vero?" Chiese Aurora. I due stavano percorrendo la strada verso il loro albergo e Felice aveva la testa piena di interrogativi e contraddizioni, ma nessuna risposta e quella domanda, posta in quel momento di confusione, lo fece reagire in malo modo "Cosa vuoi che ne sappia io, pensi che mi diverta? Credi che questo sia un gioco a cui abbia voglia di partecipare? Mi hanno strappato dalla mia vita, se mai ne ho avuta una, mi hanno programmato per assolvere dei compiti e tu mi chiedi se so cosa stiamo facendo? Ti avevo avvertita, se vuoi stare con me queste sono le regole" Aveva alzato la voce scaricando tutta la sua rabbia e la sua frustrazione su di lei che invece le era stata accanto pazientemente. Lui capì di avere esagerato, ma non ebbe la forza di fare un passo indietro, chiedere immediatamente scusa e spiegare il suo sfogo chiudendosi invece nel silenzio. Lei, presa dallo sconforto, reclinò il capo ma restò vicino a lui, senza dir nulla. Giunsero così all'albergo con il chiaro presentimento di aver rotto l'incantesimo, lui incapace di chiarire il suo errore, lei arroccata nel suo orgoglio ferito. Prepararono i bagagli in silenzio, quasi infastiditi l'uno della presenza dell'altra, lui sempre più nervoso e lei con le lacrime agli occhi. Non c'era bisogno di parole, la situazione era chiara, era finita. Quando lui fu pronto si limitò a dire freddamente "Io vado" Dando per scontato che lei non l'avrebbe seguito e fu proprio questo atteggiamento a ferire ulteriormente Aurora; lui non le aveva lasciato speranze. Non disse nulla e si limitò a guardarlo uscire dalla stanza, per l'ultima volta.
    Nonostante i bagagli ingombranti aveva preferito percorrere nuovamente il tratto di strada verso l'abitazione di Bocassa a piedi, per scaricare tutta l'adrenalina in corpo, non riusciva infatti a ragionare razionalmente, la sua mente era come sconvolta. Arrivò a destinazione e Nabilah fu lieta di accoglierlo, un ragazzo prese in carico i suoi bagagli e la giovane lo condusse da Bocassa.
    "Lei non è venuta" Disse Felice mestamente ora che aveva capito la situazione.
    "Tu sei un prescelto, seguirai il percorso senza distrazioni mentre lei seguirà il suo destino. Ma adesso accomodati, il pranzo è pronto e abbiamo parecchie cose da dirci" Felice obbedì senza obiettare.
    A bordo di un taxi stava percorrendo la strada in direzione sud, verso l'aeroporto. Con gli occhi gonfi di lacrime guardava fuori dal vetro senza distinguere nulla di ciò che vedeva, la sua mente era altrove. Dopo che lui era uscito dalla stanza senza voltarsi indietro, era scoppiata in un pianto irrefrenabile e aveva dovuto raccogliere tutte le sue energie per riuscire a prepararsi e convincersi di dover lasciare quel posto maledetto. Avrebbe preso il primo aereo in partenza per l'Europa, qualunque destinazione pur di partire, poi avrebbe riorganizzato la sua vita lontano da quell'uomo che l'aveva umiliata, ne era convinta, ma il suo cuore non la pensava allo stesso modo. Giunse a destinazione stravolta nello spirito e nel corpo.
    Stava chiedendo informazioni ad un addetto dell'aeroporto che le stava facendo perdere un sacco di tempo, i suoi documenti erano perfettamente in regola, ma quell'impiegato era lento quanto zelante. Capì che ci sarebbe stato da aspettare parecchio e dopo un rapido scambio di occhiatacce diede ad intendere all'uomo che avrebbe aspettato comodamente su una delle sedie poste contro un muro. Con la testa tra le mani e a occhi chiusi stava ripensando agli ultimi avvenimenti della sua vita e Felice era la parte preponderante di quei pensieri. Riprese a piangere in silenzio, voleva a tutti i costi dimenticarlo, allontanarlo per sempre dalla sua vita, se solo fosse riuscita ad odiarlo e invece no, lo amava ancora e già ne sentiva la mancanza. Straziata da quei pensieri non si avvide di una presenza vicino a lei e quando fu toccata delicatamente su una spalla, trasalì.
    "Qualcosa non va?" Chiese in perfetto italiano una splendida donna che aveva un aspetto familiare "Cose da donna" Rispose Aurora meravigliata di quella confidenza concessa ad una sconosciuta "Un uomo?" "Sì" Confermò Aurora "Tieni, asciugati le lacrime. Che ne dici se ci beviamo qualcosa e facciamo due chiacchiere tra donne?" Propose delicatamente mentre porgeva ad Aurora dei fazzoletti di carta. Lei fu colpita dal fascino e dal carisma di quella donna accettando senza remore l'invito e dopo aver ripreso possesso dei suoi documenti si avviò con lei verso un bar.
    Dopo aver pranzato, Bocassa cominciò il suo programma e si rivolse a Felice con autorità "Sei convinto di ciò che stai per affrontare? Sei sicuro di capire la complessità del tuo ruolo in questa faccenda? Credi che tutto quello che sta accadendo sia un sogno, frutto di allucinazioni o sei certo faccia parte di una realtà fuori dalla tua portata? Vuoi seguire i miei insegnamenti e la via della conoscenza senza ombra di dubbio? Se vuoi tutto questo spoglia la tua mente da dubbi e pregiudizi. Felice, vuoi tutto questo? Sei pronto?" Lui era affascinato da quella donna, il suo carisma e la capacità di trasmettere sicurezza la rendevano irresistibile. Speso aveva riflettuto sulla sua situazione: sogni, realtà distorte, alieni e strani personaggi e adesso anche una matrona pronta ad aprirgli le vie della conoscenza; era pronto?
    "No!" Gli uscì forte dalla bocca mentre un senso di appagamento lo pervase distendendogli i nervi. L'aveva detto, no, non era pronto, non voleva e non poteva affrontare quell'avventura, non senza di lei. Adesso ne era certo, amava Aurora e per lei avrebbe rinunciato a tutte quelle storie di prescelti, alieni e stramberie varie. Doveva ritrovarla, chiederle scusa, sperare di ottenere il suo perdono e costruire una vita con lei, una vita normale.
    Bocassa non aveva proferito parola. Lo stava osservando e dalle sue espressioni capì le contraddizioni che aveva superato fino ad arrivare a quella risposta; aveva fatto la sua scelta.
    "Bene Felice, hai fatto la tua scelta. Hai scelto l'amore per un'altra persona e questo è uno dei sentimenti più forti che si possano provare. L'amore per lei ti darà la forza per superare tutte le tue paure e le tue indecisioni, verrà il giorno in cui tornerai da me per conoscere ciò che era e io sarò qui ad aspettare quel momento. L'amore ti aiuterà in questo difficile percorso, non puoi evitare il tuo destino, sei uno dei prescelti" Non c'erano rabbia o risentimento nelle sue parole, era calma e rilassata, convinta di ciò che aveva detto. Felice pensò di risponderle a tono, voleva dirle che non l'avrebbe più rivisto perché lui adesso sarebbe tornato a casa e avrebbe cancellato dai suoi ricordi tutti quegli avvenimenti. Fissò la donna con fermezza poi si alzò dalla sedia e si diresse verso l'uscita, mentre Nabilah era sulla soglia ad attendere istruzioni dalla sua signora "Nabilah, consegna i bagagli al nostro ospite e accompagnalo all'uscita" Felice si fermò accanto alla ragazza e si girò verso la donna "Addio Bocassa, trovatevi qualcun'altro per le vostre storie misteriose, io me ne vado" "Arrivederci a presto Felice, ti aspetterò pazientemente" Lui si girò di scatto e si diresse verso l'uscita, mentre alle sue spalle risuonò la voce di Bocassa che lo avvertiva "Franco, lui è qui, a Sokoto" Felice sentì quelle parole, ma la sua mente era proiettata verso Aurora e accantonò quella frase in un angolo del suo cervello.
    La bevanda gasata le aveva provocato uno starnuto che la fece sobbalzare dalla sedia "Va tutto bene Aurora?" Chiese premurosamente la donna "Si, è il gas. Mi ha solleticato il naso, tutto ok" Si ricompose immediatamente e riprese il discorso con la donna "Quindi mi stai dicendo che Felice ha dei seri problemi comportamentali e tu sei qui a sorvegliarlo per conto di una misteriosa organizzazione di cui non puoi rivelarmi l'identità; un po' balzana come storia" La donna sapeva che avrebbe incontrato delle difficoltà, aveva studiato il profilo della ragazza: era una giovane intelligente sopra la media, aperta al confronto, preparata e con un buon senso dell'umorismo. Forte di spirito e con una spiccata propensione all'altruismo sapeva essere dura all'occorrenza ma anche dolcissima quando lo riteneva opportuno. La natura le aveva donato un corpo mozzafiato, anche se lei cercava di non ostentarlo preferendo spesso un abbigliamento comodo e sportivo. Sarebbe stata dura.
    "Ok, ricominciamo con le presentazioni; io sono Beatrice e sono una psicologa, e tu?" "Io sono Aurora e sono una turista" Beatrice si sforzò di sorridere "D'accordo, allora ascoltami. Seguo Felice da quando è tornato dal suo viaggio in sud America dove ha perso il suo amico Franco. Non so cosa ti abbia raccontato di preciso, ma posso immaginarlo, storie di sequestri alieni e mondi paralleli, è così?" "Più o meno" Rispose sbuffando Aurora che adesso si era ripresa dallo sconforto e dopo l'iniziale condizionamento subito dalla donna ora ragionava razionalmente. E' tosta la ragazza, pensò la psicologa, doveva inventarsi qualcosa. "Vedi Aurora" Adesso stava cercando di sfondare le sue difese "La perdita di un amico in un contesto fuori dal proprio può provocare delle reazioni a volte incomprensibili. Dopo aver ascoltato Felice ho creato un profilo della sua mente e mi sono convinta che lui, dopo quel viaggio, abbia perso alcune delle sue facoltà mentali" Aurora la fissò dritta negli occhi, uno sguardo che avrebbe ucciso se fosse stato possibile. Il suo cuore batteva ancora per lui e sentirsi dire da quella donna che probabilmente era impazzito la fece diventare più dura nei suoi confronti "Non ho mai avuto la sensazione che lui fosse pazzo, ha sempre parlato e ragionato in modo logico e razionale" Era una mezza verità, ma l'importante era far capire a Beatrice la sua posizione, doveva portarla a dire ciò che voleva lei e la dottoressa, presa dalla foga, ci cascò in pieno "Impossibile! Non puoi considerare sano di mente un uomo che ti ha parlato di alieni, portali, forze del bene e forze oscure" Si era data la zappa sui piedi e nel rendersene conto guardò Aurora che adesso aveva l'aria soddisfatta del gatto che ha mangiato il topo.
    Aurora se ne era già andata, confermò l'inserviente dell'albergo a Felice, riferendo poi di averle chiamato un taxi che l'avrebbe condotta all'aeroporto. Felice confidava sulle lentezze burocratiche di quel paese e si affidò alla sorte, forse lei non era ancora partita, l'avrebbe riabbracciata e implorata di perdonarlo. Mentre faceva quei pensieri stava esortando il taxista a fare più alla svelta e quando fu sicuro che lui ebbe capito, si accasciò sul sedile stravolto. Amava Aurora e l'avrebbe riconquistata, ma ora la sua mente spostò il tiro e le parole di Bocassa riaffiorarono prepotentemente <Franco è qui, a Sokoto> Poteva essere una menzogna, un sotterfugio per trattenerlo in città, forse Franco era davvero morto e tutte le sue visioni, le sue esperienze, erano davvero solo un sogno. Aurora invece era reale, con lei poteva costruirsi una vita vera; basta sogni, basta visioni e basta a tutte le varie stronzate. Nel frattempo era giunto a destinazione, pagò la corsa, prese i bagagli e con qualche difficoltà si avviò di corsa all'interno del piccolo aeroporto.
    "A quanto pare sai un sacco di cose, Beatrice. E' questo il tuo nome o è falso come la storia che ti sei inventa?" Adesso la psicologa era in svantaggio, doveva recuperare posizioni o avrebbe perso il contatto, giocò allora la carta della verità omettendo alcuni particolari "Non è falso, mi chiamo davvero Beatrice e sono una psicologa. Ti basti sapere che lavoro per un'agenzia di servizi segreti tra le più potenti al mondo. Questa, in collaborazione con altre organizzazioni, sta monitorando delle persone con delle facoltà particolari, sembra che in alcuni di essi addirittura sia custodito il segreto dell'origine della razza umana così come la conosciamo oggi e questi soggetti sarebbero in grado di entrare in contatto con entità extraterrestri. Dobbiamo sorvegliarli per evitare che corrano rischi o che compiano gesti inconsulti, mi capisci?" Aurora l'aveva ascoltata bene, ma proprio mentre stava per risponderle a tono il suo viso si illuminò come un faro; dietro Beatrice, sudato e trafelato, era apparso Felice che immediatamente riconobbe la psicologa, che, grazie al suo addestramento reagì prontamente approfittando della sorpresa dei due sfuggendo al loro controllo per poi sparire all'improvviso dalla loro vista. Felice fece per chiedere cosa stesse accadendo ma Aurora si gettò tra le sue braccia e i due si baciarono con passione. Dopo alcuni istanti in apnea, Felice si smarcò delicatamente da quella presa "Ho fatto le corse, così mi uccidi!" Disse sorridendo "Sarebbe ciò che meriti!" Rispose duramente lei ma il suo viso trasmetteva tutt'altra emozione "Credevo di averti persa" Disse lui "E invece ti ho ritrovata. Scusa Aurora. Scusa per questa situazione, scusa per il mio carattere, scusa per" "Shhtt! Taci un momento. Sarà ancora libera la nostra stanza d'albergo?" "Penso di si, possiamo provare a vedere, è quasi sera ma non mi sembrava ci fosse il tutto esaurito"
    Fecero l'amore tutta la notte, con sentimento e passione. Qualcosa li legava profondamente e i loro dissapori in quella situazione fuori dal comune, avevano l'effetto di cementare ancor di più la loro relazione. All'alba, stremati ma sereni, si addormentarono abbracciati e dormirono senza essere disturbati da strani sogni. A tarda mattina uno degli inservienti bussò alla loro porta; era salito per fare le pulizie ma sapeva che gli ospiti erano ancora nella stanza. Aurora si presentò alla porta visibilmente assonnata e in qualche maniera riuscì a far capire al ragazzo di aver pazienza per alcuni minuti e avrebbero tolto il disturbo, il ragazzo sorrise dando ad intendere che a lui non interessava aspettare, non aveva fretta.
    "E' il ragazzo delle faccende, gli ho chiesto di pazientare qualche minuto, il tempo di prepararci" Felice la stava ascoltando con l'espressione di chi ha raggiunto la pace dei sensi. Quella notte, oltre al sesso, avevano capito che il loro amore aveva qualcosa di radicato e profondo, qualcosa che ancora sfuggiva alla loro comprensione ma che ardeva come un fuoco perenne "Sì, prepariamoci e togliamo il disturbo"
    Trovarono un piccolo locale dove poter pranzare tranquilli, il posto non era dei più raffinati, ma a loro bastava mettere qualcosa nello stomaco ed essere di nuovo insieme. Adesso avevano capito, avrebbero agito all'unisono nelle situazioni a venire.
    "Quella donna, è la mia psicologa. Sospettavo che mi nascondesse qualcosa e la sua presenza qui, in questo particolare momento, me ne ha dato conferma. Cosa voleva da te?" Aurora raccontò ciò che si erano dette e dopo aver espresso il suo parere aspettò di sentire cosa ne pensava lui "Si, hai ragione, deve essere un agente speciale ben addestrato e il fatto che me la abbiano appiccicata addosso significa che la faccenda è tremendamente seria. Ascolta Aurora" Adesso Felice guardava la sua donna dritta negli occhi "Adesso che ho te vicino sono sicuro di poter superare qualsiasi prova, anche la più dura. Quando ero a casa e mi chiedevo perché io non riuscissi ad avere un rapporto duraturo con nessuna donna, le ho pensate tutte, anche le più assurde. Ora ho capito perché, non ti avevo ancora trovata" Lei prese tra le sue mani quelle del compagno e trasmise il suo amore incondizionato "Quando sono andato da Bocassa" Proseguì lui "Ero completamente fuori di me, convinto di averti persa per sempre e intenzionato a seguire tutte le indicazioni di quella donna, ma una volta al suo cospetto, in quell'ambiente, ho capito che prima di ogni cosa ci sei tu" Lei ritrasse le mani e si strofinò delicatamente gli occhi, stava pensando e infatti dopo alcuni istanti disse "Sono contenta che tu sia tornato, ti amo anche io, ma per favore non trattarmi più così, mi hai ferito e sono stata davvero male" Lui le rispose con lo sguardo, aveva capito  e lei domandò "Se non vuoi più vedere quella donna e qui non abbiamo più nessun impegno, che si fa? Basta alieni e servizi segreti? Si va in sud America? Si torna a casa?" Felice si alzò e la prese per le mani attirandola a sé esclamando "Sokoto!" Lei lo guardò con aria divertita "Cosa?" "Si resta a Sokoto, lui è qui me l'ha detto Bocassa" Aurora aveva capito ma chiese "Lui, lui?" "Si amore, lui, Franco. Dobbiamo andare da Bocassa e raccogliere informazioni per trovarlo" "E Beatrice? Lei non ci mollerà" "Hai ragione, troveremo il modo di sganciarci da lei, ma adesso corriamo da Bocassa, subito"
    Nabilah li accolse come se non fosse accaduto nulla e con calma li accompagnò dalla sua signora.
    "Benvenuti! Vi stavamo aspettando" Disse la donna con fare teatrale. Il sangue si gelò nelle vene di Felice ed Aurora, mentre Beatrice si stava ricomponendo dopo la sua accoglienza trionfale. Bocassa era seduta sulla sua poltrona e faticava a sostenere i loro sguardi, sorvegliata da due energumeni armati che le erano ai fianchi. Beatrice non lasciò loro il tempo di riprendersi e li invitò ad accomodarsi sul divanetto "Su, venite, qui siete di casa ormai, la nostra ospite sarà contenta di intrattenervi. Abbiamo un sacco di cose da dirci e tutto il tempo che vogliamo" Concluse la psicologa mentre un ghigno sinistro le aveva distorto il volto.

  • 30 novembre 2014 alle ore 17:24
    La scoperta.

    Come comincia: All'inizio fu qualcosa di improvviso, di indefinibile, una sensazione vaga che sembrava salire da arcane profondità, sconvolgente e irrefrenabile.
    Era il Niente e il Tutto insieme; era il Tempo e l'Eternità, la Vita e la Morte confusi.
    Continuava a salire, a salire, a salire.
    Guizzi di luce e subito il buio, suoni lontani e di nuovo il silenzio.
    Misteri difesi da invalicabili barriere per un attimo furono squarciati da fulminei bagliori, e l'apparizione della Verità fu lancinante come milioni di ferite inferte d'un colpo.
    Di nuovo fu il Niente e il Tutto, il Tempo e l'Eternità, la Vita e la Morte.
    Freddi furori ne gelavano l'Essere, invisibili lingue di fuoco gli fluivano silenziose d'attorno.
    Si sentiva dibattere e contorcere, ma era qualcosa che giungeva da lontano perchè sapeva d'essere immobile, rigido nella Sua cieca contemplazione, staccato da tutto.
    Poi, a poco a poco, piano piano, con una lentezza che sembrava venuta dall'eternità, le cose cominciarono a sfumare, qualche remoto contorno ad apparire.
    Molto tempo passò prima che la luce si stendesse su tutto.
    Ed il Tutto era il Niente!
    Si sentì immerso nella profondità incomprensibile di quel Niente e farne parte.
    Era Egli stesso il Niente ed Egli solo poteva farlo Tutto!
    Passò ancora molto tempo, molto, molto, molto..........
    Poi sentì la Morte e capiì d'essere Lui la Morte.
    Diede vita alla Morte e sentì l'immensità della Vita.
    Una stanchezza infinita cominciava a bruciarlo; e tuttavia c'era qualcosa in quella stanchezza che lo alimentava senza posa: era il mistero della Sua esistenza.
    Nebbie continue fluivano intorno: era il tempo che passava.
    E molto altro tempo passò ancora, molto, molto.......
    Quando apparve quel lampo terribile quasi fu scosso dalla Sua immobilità, ma subito si ricompose e guardò fisso nelle tenebre squarciate.
    Tutto bruciava dinanzi a Lui.
    In quella luce sfolgorante vide la Verità.
    Altro tempo passò.
    Improvvisamente scoppiò a ridere, a ridere, a ridere.
    Poichè aveva scoperto d'essere DIO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  • 30 novembre 2014 alle ore 16:58
    Un momento di dubbio.

    Come comincia: Si guardò in giro: niente, assolutamente niente.
    Quanto tempo passò prima che se ne rendesse conto? Non avrebbe saputo dirlo: forse un minuto, forse un'ora, forse una vita intera.
    Il tempo, d'incanto, sembrava sparito.
    Si sentiva leggero, leggero; si chiese, addirittura, se per caso esisteva ancora. Il pensiero gli fece apparire il sorriso sulle labbra; quella piccola reazione istintiva di colpo lo riportò a se stesso. Sì, esisteva, e il tempo non era sparito.
    Tuttavia, quella strana sensazione di leggerezza permaneva, anche se meno accentuata.
    Che cos'era successo? Per qualche secondo tamburellò nervosamente sul tavolino: un'altra reazione istintiva che gli spalancò dinanzi un altro pezzo di realtà. Il contatto col freddo della materia fulmineamente gli fece percepire la luce dell'ambiente e, per un attimo, se ne sentì feriti gli occhi.
    Sbattè le palpebre e fissò attentamente dinanzi a sè: si trovava in un caffè, piuttosto piccolo, ma molto intimo.
    Si disse che non valeva la pena pensare a come ci era arrivato: questo avrebbe presupposto ricordare tutto quello che aveva fatto prima e non sembrava che ciò avesse grande importanza.
    Non doveva essere successo niente di notevole perchè, altrimenti, se ne sarebbe ricordato subito.
    L'importante era il presente, e il presente non era nient'altro che trovarsi seduto in quel caffè, dinanzi a quel tavolino dove era poggiato un bicchiere vuoto.
    Ora percepiva anche i suoni: un rumore di bicchieri che il cameriere, dall'altra parte del bancone, stava lavando, l'acqua che scorreva dal rubinetto aperto ed altri ancora.
    Guardò con attenzione davanti a sè e prese coscienza completamente dell'ambiente. Poi distolse lo sguardo e si concentrò sul bicchiere. Non lo interessava particolarmente, ma era un buon sistema per scaricare la tensione.
    Che cos'era successo? Gli parve di cominciare a ricordare.
    Era successo che, improvvisamente, si era reso conto di non conoscersi.
    Strana idea pensò, ma era così.
    Certo, sapeva perfettamente qual'era il suo nome, che lavoro faceva e così via, ma non si conosceva. E qui stava il nocciolo della questione.
    Strano, pensò di nuovo, non mi conosco, non conosco me stesso.
    Chi sono in realtà?
    Fu preso nuovamente da quella assurda sensazione di leggerezza.
    Il fatto era che non ci aveva mai pensato.
    Pezzi della sua vita si affollarono alla mente. Poteva servire, ma erano ricordi sconnessi e gli dicevano ben poco.
    Chi sono? Chi sono?
    La cosa cominciava a infastidirlo, eppure non poteva liberarsene.
    Quella domanda gli ronzava maledettamente nel cervello.
    Che significava la sua vita, la vita che aveva vissuto fino allora, i momenti in cui aveva riso, i giorni in cui si era sentito stanco, tutte le esperienze, tutte le sensazioni? Che significava tutto questo? Doveva pur esserci da qualche parte la chiave che gli avrebbe permesso di scoprirsi, di dire a se stesso: questo sono io. Ma dov'era questa chiave? Forse nel ricordo di una donna, forse in un luogo in cui era stato, forse nella sensazione di un attimo o forse ancora in una parola che aveva detto o che gli era stata detta? Forse in un libro che aveva letto, in una poesia studiata sui banchi di scuola, forse in un giorno di dolore o in un altro di felicità?
    Provò a pensare, ma non trovava niente.
    La gente gli passava dinanzi e non lo vedeva. Sarebbe stato bello fermare qualcuno e chiedergli: "Dimmi, sai chi sono io?", ma quello, nella migliore delle ipotesi, lo avrebbe respinto annoiato.
    No, nessuno poteva dirgli chi fosse. Doveva pensarci da solo e tuttavia non sapeva venirne a capo.
    Si chiese se, in fondo, tutto quello che aveva fatto, tutto quello che aveva provato, non era stato nient'altro che una pura reazione, a persone, a cose, a circostanze.
    Ma, se era così, poteva allora dire di esistere di esistere di per se stesso, di esistere veramente, o non era piuttosto un prodotto degli altri?
    In realtà, dunque, non esisto veramente, non sono che una pura illusione, un sogno e niente più, pensò.
    Però il discorso valeva per chiunque, per tutti complessivamente. E allora non esisteva nessuno? Tutti erano un sogno? Sono morto o sono vivo? Siamo morti o siamo vivi? Ma che cos'era la morte e che cos'era la vita? Qual'era il sogno e quale la realtà?
    Era stanco ormai e capiva che non esisteva rimedio.
    Pagò il conto e uscì.
    La serata era veramente bella, sorrise contento: la vita, in fondo, era quella.
    Attraversando la strada, un'auto lo investì.
    Mentre moriva si chiese: "Che vuol dire?"; poi, una smorfia ironica gli irrigidì la faccia.
     

  • 29 novembre 2014 alle ore 19:56
    Un giorno, all'improvviso.

    Come comincia: La macchina correva lungo il litorale, in quel tratto dove la costa era deserta. Il paesaggio era stupendo, selvaggio.
    L'uomo nella macchina quel giorno si sentiva stanco, maledettamente stanco.
    Apparentemente non c'era nulla che non andasse. Era uscito di casa come al solito, aveva baciato sua moglie ed era partito con la sua auto. Quel che era successo dopo non sapeva spiegarselo.
    Ad un semaforo, mentre attendeva che scattasse il verde, improvvisamente si era sentito invadere da quella incredibile sensazione.
    Non avrebbe saputo definirla: era qualcosa mai provato prima.
    Come una stanchezza profonda, un senso di insoddisfazione misto a una sottile inquietudine.
    Mentre cercava di analizzarla, fu assordato dallo strepito dei clacson delle auto che gli stavano dietro. Si rese conto che il semaforo segnava via libera e allora ripartì.
    Mentre procedeva, si accorse che quella sensazione gli era penetrata fin nel profondo dell'anima. Non riusciva a liberarsene.
    Quasi automaticamente svoltò in una vietta laterale. Non sapeva bene perchè lo facesse: la strada per il suo studio era dall'altra parte. Capì che non aveva nessuna voglia di andarvi.
    Ripercorse tutto il tratto fino a casa e passò oltre. Desiderava ritrovarsi al più presto fuori dall'abitato.
    Ora percorreva la strada lungo la costa.
    Guardò l'orologio: le 9,30. Allo studio avrebbero cominciato a meravigliarsi di non vederlo ancora arrivare, lui così attaccato alla puntualità.
    Quella mattina gli sembrava che niente avesse più molta importanza.
    La sensazione di insoddisfazione e di inquietudine che lo aveva assalito a tradimento gli faceva respingere annoiato tutto quello che fino allora aveva costituito la sua esistenza.
    Nulla gli sembrava avere un significato vero.
    Eppure era un uomo abbastanza contento di sè, di quel che era, di quel che aveva.
    Ma, allora, perchè quella mattina si stava comportando così bizzarramente? Come se una voce gli avesse insinuato che qualcosa gli mancava?
    Riflettè chiedendosi se ciò era vero. Gli pareva proprio di no: aveva tutto ciò che desiderava.
    Ma la strana sensazione persisteva, profonda, tormentosa, soffocante.
    Abbassò l'aletta parasole per ripararsi gli occhi dalla luce prepotente e accese una sigaretta. Aspirò a lungo: il tabacco forte gli grattò in gola.
    Guardava ammirato il paesaggio che gli si stendeva dinanzi. Si sentiva inebriato dal mare e dalla vegetazione folta e rigogliosa.
    Abbassò completamente il finestrino; l'aria fresca e viva gli penetrò nei polmoni. Respirò soddisfatto e gettò via la sigaretta.
    Pensò di fermarsi da qualche parte; voleva scendere e camminare tra gli alberi.
    Sentiva dentro di sè una tensione lancinante.
    Poco più avanti vide una radura con un sentiero che scendeva alla spiaggia. Fermò la macchina, spense il motore, poi uscì fuori.
    Fu quasi stupito di quel silenzio odoroso di verde e di salmastro.
    Avvertì un senso di libertà infinita, una pagana gioia di vivere che gli metteva nel sangue un'eccitante voglia di correre a perdifiato. Si accorse di stare accelerando il passo, poi, d'improvviso, cominciò a correre, ebbro d'aria e di felicità.
    Parecchi minuti durò quella corsa sfrenata, fino a quando il cuore si fece pesante e fu costretto a rallentare.
    Il suo cervello era leggero, eppure, a tratti, si sentiva stringere da un'angoscia indicibile, assai simile a quell'assurda sensazione che lo aveva spinto a mutare il corso di quella che avrebbe dovuto essere una giornata normale. Non sapeva il perchè di quell'angoscia, ma capiva che qualcosa, in fondo alla sua anima, obbediva a lontani, ignoti richiami.
    Quella sua vita così tranquilla, così apparentemente solida, gli era diventata incomprensibile.
    Scese alla spiaggia, incespicando tra i sassi che rotolavano suonando pesantemente.
    Rimase a lungo in piedi, con gli occhi fissi sull'orizzonte, immobile. 
    Una pace infinita si stendeva all'intorno.
    Si sentiva bruciare nell'anima qualcosa di indefinibile, come un disperato bisogno di uscire da se stesso, di lasciare finalmente alle spalle tutta la sua vita precedente.
    Risalì lentamente su per il viottolo.
    Adesso camminava come trasognato, senza riuscire a vedere chiaramente il cammino davanti a sè.
     

     
     

  • 27 novembre 2014 alle ore 23:09
    E tutto intorno era vita

    Come comincia: Il fontanile dove quella notte aveva deciso di pescare, distante chilometri dalla sua cascina della bassa, versava ormai in uno stato d’abbandono; le tinozze in legno che cingevano le polle erano mezze marce e l’acqua, soffocata dalle erbacce, a fatica trovava una via d’uscita.
    Subito dopo la testa del fontanile, alcuni metri sotto il piano campagna, si snodava il gelido corso della roggia; i rami degli arbusti piantati sui bordi delle rive inclinate s’incrociavano al centro, disegnando una volta.
    Camminando nell’acqua si aveva l’impressione di stare in un tunnel; nelle giornate estive, di calure insopportabili e raggi di sole come morsi di luce, quel cono d’ombra metteva in mostra tutta la sua istintiva vitalità, la sua vergine e spregiudicata bellezza, regalando ai visitatori umori positivi, orgasmi di freschezza.
    Ben altre sensazioni, dopo il tramonto, avvolgevano le persone che lì osavano avventurarsi; nel buio della notte ogni fruscio lungo le rive, nell’acqua o tra le fronde degli alberi liberava paure e disegnava mostri.
    Berto quella sera si era allontanato dai fontanili a lui ben noti perché in quelle sorgive, di pesci, a parte qualche ghiozzo o scazzone, non c’era più traccia.
    Colpa di un suo compaesano che aveva deciso di lavorare senza fare fatica; sì perché pescare di notte con la fiocina in una mano e la lampada al carburo nell’altra, stare per ore nell’acqua e camminarci fino a non sentire più le gambe era proprio un lavoro, e di quelli pesanti.
    Molto più semplice buttarci una bomba e poi raccogliere i pesci che storditi venivano a galla.
    Era andata avanti un bel po’ quella storia, ufficialmente in paese nessuno sapeva chi fosse la persona responsabile del misfatto; ufficialmente, perché per dire la verità un più che sospettato c’era: il padre del Giuanì.
    Giovanni, detto Giuanì, con un corpo sano e la testa deformata, era l’ultimo dei figli di quell’uomo; tra tutti l’unico nato in ospedale e staccato dal ventre di sua madre con le pinze.
    I genitori avevano deciso di non mandarlo al Cottolengo e se l’erano cresciuto armandosi di tanta pazienza.
    Giuanì aveva un legame particolare con il padre; da quando poi il genitore era andato in pensione, il ragazzo stava perennemente attaccato a lui.
    Insieme al circolo, a messa, nell’orto, in casa, di giorno e anche di notte: quando lasciava il suo letto e andava in mezzo a quello dei genitori.
    In paese Giuanì era più stimato del sindaco; di tutti ricordava nome e sopranome, e a tutti regalava saluti, abbracci, buon umore, senza fare promesse e chiedere voti: né per soldi né per altro, solo per istintivo amore del prossimo.
    Negli ultimi mesi però il ragazzo era cambiato e si comportava in un modo strano.
    Per esempio quando passava davanti all’emporio del paese, uno stambugio in cui si poteva trovare di tutto, foriero di novità commerciali, e che proprio in quel periodo aveva esposto un’ampolla con alcuni pesciolini rossi, lui fissava l’acquario artigianale e subito dopo ripeteva sempre la stessa frase:
    -I pesci, i pesci pimm!
    Non ci volle molto in paese a fare due più due, ma nessuno ebbe il coraggio di andare dai carabinieri a raccontare l’evidente verità.
    C’erano ben altri problemi a cui pensare e non era il caso di mettere in scena una guerra tra morti di fame; e poi il padre del Giuanì era stato un eroe della Resistenza, anche se non la diceva giusta quando sosteneva di aver riconsegnato gli strumenti di guerra.
    Del resto dopo il 25 aprile il proclama non era stato chiaro: diceva di riconsegnare le armi, mica le bombe.
    Rimase un segreto corale, ma nel frattempo qualcuno del partito fece capire a quell’uomo che la doveva smettere di andare in giro a lanciare bombe, mettendo a rischio la vita sua e soprattutto quella del Giuanì, che già non era delle migliori.
    Il danno però era ormai irreversibile: a contarli c’erano più pesci nell’acquario dell’emporio che nei fontanili del circondario.
     
    Berto era stufo di quella vita, per diversi mesi dell’anno era più il tempo che passava in acqua che fuori, e per di più sempre di notte: quando non era nei fontanili era in campagna, ad aprire e chiudere le paratie dei vari canali di irrigazione dei campi.
    La lampada al carburo continuava a spegnersi, l’acqua era gelida e l’erba, che credendosi riso vi cresceva rigogliosa, rallentava il passo e rendeva incerta e barcollante l’andatura.
    A un certo punto, nel vano tentativo di recuperare stabilità, mise il piede sul legno del tino che circondava la polla, ma quello si ruppe e lui cadde malamente all’interno della pozza profonda e invasa dalle alghe.
    Gli sembrò di morire, cattivi pensieri passarono nella sua testa in quei secondi, ma l’istinto di sopravvivenza e una buona dose di fortuna lo salvarono.
    Uscì di corsa dall’acqua e raggiunto il piano campagna prese una decisione che avrebbe cambiato lo scorrere della sua vita.
    Un mese dopo, con famiglia al seguito, lasciò la cascina, la folgorante carriera di bracciante e andò ad abitare in una zona di collina, dove prese in gestione un frutteto; mise così fine a quell’esistenza d’acqua.
    Ma il giorno che cambiò frontiera non se la sentì di abbandonare la fiocina e la lampada al carburo.
    Per il lavoro che l’aspettava quei due arnesi non servivano più, ma avrebbe sempre potuto mostrarli con orgoglio ai figli, agli amici, raccontare della bellezza dei fontanili, dove l’acqua come per magia sgorgava limpida e fresca e tutto intorno era vita.
    Narrare,magari moltiplicando un po’, delle tante pesche miracolose e di piatti succulenti da far venire l’acquolina in bocca: zuppa di rane, tinche ripiene al forno con polenta, luccio lessato e insaporito con salsa, anguille alla graticola.
    Raccontare di quella maledetta sera in cui rischiò di annegare.
    E poi ancora del Giuanì e di pesci che volavano in aria per colpa di un pescatore bombarolo, che tutti in paese conoscevano.
    Tutti … tranne il maresciallo.
     

  • 27 novembre 2014 alle ore 12:23
    L'Altro

    Come comincia: 27 ottobre

    Mezzanotte è passata da un pezzo. Ho ancora le chiavi del suo appartamento. Lei dorme, nel suo enorme letto semivuoto. Immagino nel buio i suoi lunghi capelli corvini sparsi sul cuscino. Mi spoglio e mi infilo sotto le lenzuola, la sfioro, sento il calore del suo corpo… Lei non si muove. Mi ignora, chiusa nel suo mondo di sogni custodito dal Valium, dove non posso raggiungerla…
    Una strana sensazione allo stomaco. Mi giro e cerco di dormire ma non mi sento molto bene. La sensazione allo stomaco diventa rapidamente dolore. Sudo e nello stesso tempo tremo dal freddo. Nel buio cerco il bagno con le gambe che non mi reggono. Sono solo pochi metri ma è una distanza infinita. Lo trovo quando inizio a barcollare. Cado in ginocchio, mi aggrappo alla vasca… Il dolore allo stomaco si è fatto insopportabile… Come se due mani artigliate lo stessero strizzando… Apro la bocca per gridare e invece vomito l'anima… La luce dei lampioni che filtra dalla finestra illumina appena una scura massa pastosa che scivola giù lungo la vasca. Un brivido… E se si svegliasse? Mi farebbe mille domande, io non saprei cosa rispondere…Torno brancolando in camera… Lei si muove… mormora qualcosa… si sveglia! No… sta ancora sognando. NON DEVE SAPERE CHE SONO QUI!
    Di colpo non mi sento più a disagio. Cammino al buio come se non avessi mai visto la luce, come se da sempre non conoscessi altro che tenebra. Di colpo so dove devo andare, so cosa fare. Apro un cassetto e tiro fuori un lungo coltello. La lama ha un filo eccellente, l'ho sentito sui polpastrelli che ora pulsano di un bruciore umido.  Le molle del letto cigolano spaventosamente. Sembrano urlare, vogliono chiamarla, svegliarla. Ma lei è qui, di fronte a me. Posso toccarla…
    Accarezzo i suoi lunghi capelli… E lei si muove! Un lampo istantaneo! Se si sveglia adesso urlerà, lotterà, mi caccerà, mi odierà per il solo fatto che sono qui. Ma lei non può, non deve odiarmi. Io l'amo. No, lei non deve svegliarsi.Io sono qui ma lei non deve svegliarsi. Tocco i suoi capelli, annuso il suo profumo, respiro il suo respiro ma lei non deve svegliarsi.
    Ho sentito la morbidezza del suo collo sotto la lama, il suo collo fine, delicato. E lei non si è mossa. E' stata perfetta. L'amo. Come potrei non amarla! La debole luce che filtra fra le imposte illumina ora una linea scura che sta apparendo intorno alla gola… bellissimo, stupendo! L'unico difetto è che adesso i suoi bellissimi capelli sono impastati da un liquido denso e caldo che sta silenziosamente formando una macchia sempre più grande sulle lenzuola. Ma niente deve disturbarla. La bacio dolcemente sulla fronte e lei mi risponde con uno scricchiolio di vertebre… Mi da la buonanotte! La copro con le coperte e le rimango accanto mentre il suo calore dolcemente si spegne e questa sua dolcezza mi innamora ancora di più.
    Il cicalino del mio orologio mi sveglia alle sette. Devo andare al lavoro. Lei dorme ancora. Non la disturbo…

    29 ottobre

    Suonano alla porta. Vado ad aprire. Due tizi in uniforme. Poliziotti. Dicono che Lucia…è morta. Assassinata. La mia Lucia! Il mio amore! Non sanno chi sia stato. Sono venuti a prendermi per interrogarmi. Ma io non so nulla! Mi portano via…
    Non so quanto tempo sia passato. Mi hanno fatto un sacco di domande strane. Dicono che sono stato io ad ucciderla. Che sciocchezza. Io l'amo, come potrei? Dev'essere tutto uno scherzo di Lucia. E 'così dolce con me. Vuole prendermi in giro, lo so. Si, dev'essere tutto uno scherzo. Ma io so stare al gioco. Anche adesso che due tizi in camice mi stanno mettendo questa buffa camicia dalle lunghe maniche girate dietro, so che è tutto uno scherzo, così faccio come niente fosse e mi sforzo per non ridere.
    No, questa è troppo grossa! Dicono che io sono malato e che per questo ho ucciso Lucia. Non resisto più e scoppio a ridere senza riuscire a fermarmi. Mi portano dentro uno strano edificio e io rido. Mi chiudono dentro una strana stanza dalle pareti imbottite di gommapiuma e io rido. Penso alla faccia che faranno tutti quando Lucia tornerà e svelerà lo scherzo e…e…e non riesco a trattenermi e rido… rido… rido.

  • 24 novembre 2014 alle ore 15:47
    BANCA COOPERATIVA DI GNOCCA

    Come comincia: Vi pare un titolo un tantino strano? Più tardi ve lo spiegherò, per ora accontentatevi di sapere che vi trovate dinanzi ad uno scrittore (si fa per dire) fuori del normale sempre che sappiate che vuol significare normale, io non lo so.
    Alberto M., sono io, scapolo, nulla facente, rampollo tretenne di una famiglia di marchesi che, al contrario di altri nobili costretti a vivere in un'ala non 'sdirupata' dell'avito castello, non sono affatto squattrinato perchè i miei avi non hanno sperperato il patrimonio di famiglia in case da gioco o in case di piacere (quanto mi piace questa immagine!). Lo confesso sono edonista ma non epicureo perchè non riesco a credere più di tanto alle varie religioni del mondo, ma questo è un altro discorso.
    Ritorniamo alla banca succitata o meglio alla fauna femminile che la rendeva piacevole ai miei occhi di eterno cacciatore.
    Lì vi era il famoso profumo di donna in termine gasmaniano in quanto, dei sette impiegati, solo il direttore era di sesso maschile, gli altri o meglio le altre sei tutte femminucce degne della mia attenzione, questo era il motivo di aver aperto un conto in quella struttura bancaria,
    Fra tutte spiccava Artemide (per quel nome i genitori erano da mettere al muro, si fucilati) ma in fondo non mi dispiaceva perchè, storpiandolo, riuscivo ad accendere la deliziosa ira dell'interessata, niente affatto docile, soprattutto quando lo mutavo in Ade (aveva ragione) ma non gli dicevo che Ade era un maschietto padrone degli inferi.
    Talvolta mi presentavo in banca quasi all'ora di chiusura quando le impiegate erano un tantino stanche dopo mezza giornata di lavoro e, spesso, dovevan dar conto a persone dalle richieste finanziariamente più strane con la massima calma che, a quell'ora,si era proprio esaurita.
    Artemide era allo sportello ma, alla mia vista in fondo dela fila, si era fatta sostituire da una collega, vano tentativo. 
    "Ho una partica in sospeso con la signora Artemide, gentilmente la vuol chiamare?"
    Immaginate l'espressione dell'interessata.
    "Mi dica cosa vuole, siamo in chiusura."
    "Ho bisogno di un prestito, devo acquistare una casa a Torre Faro (avevo dimenticato di dirvi che abito a Messina, Strada Panoramica dello Stretto 401).
    "Ma se ha un bel pò di quattrini nel conto corrente!"
    "Mio nonno, unico mio parente, me lo controlla e non vuole che acquisti quella casa, lei capisce..."
    "Io capisco ben altro, alle quindici riapriamo, buon appetito."
    "Senza di lei il pranzo mi andrebbe di traverso..."
    "La cosa non mi dispiacerebbe così finirebbe..."
    "Nolite stare ante impedimenta!"
    "Anche col latino non funziona, in ogni caso anch'io ho fatto il classico e'non ti fermare dinanzi ad ostacoli' mi lascia indifferente, lei si fratturerà il capo sul mio muro."
    "Mi farò perdonare, la invito a pranzo al ristorante 'La Stalla',
    "Niente da fare, vado a casa, in ogni caso dal nome il ristorante non deve essere gran che."
    D'un tratto Artemida mi prese sottobraccio: "Andiamo al ristorante."
    Questa decisione non era dovuta al mio fascino ma dalla presenza di un tale dalla faccia poco rassicurante che si era avvicinato a noi.
    Feci cenno alla baby che la Lamborghini grigio argento metallizzato era la macchina dove infilare le sue graziose membra. In un altro momento avrei fatto colpo ma Artemide aveva ben altro per la testa, era sconvolta.
    Partito a razzo, Ade riprese colorito in volto, non le chiesi spiegazioni, non era il momento.
    A tavola Salvatore, cameriere amico, fece il simpaticone nel presentarci i piatti del giorno, senza successo, Artemide era ancora molto turbata.
    "Vorrei dire qualcosa ma forse sbaglierei, meglio il silenzio, vero?"
    "Quel tale mi perseguita da vari giorni, me lo trovo sempre davanti casa e in qualsiasi posto vada, ce l'ha con me perchè gli ho rifiutto un prestito bancario, non aveva le garanzie ma da allora..."
    "Ho un amico poliziotto, andiamo a trovarlo anzi lo chiamo al telefonino."
    "Peppe ho bisogno di un favore, è per una mia amica...vengo in Questura."
    Giuseppe L. era un simpaticone cinquantenne calabrese, si mise a disposizione e verbalizzò il racconto di Artemide.
    "Domattina vado con un collega a trovarlo a casa, so come trattarlo, ha vari precedenti penali, signora stia tranquilla se la disturberà ancora andrò dal giudice per emettere un mandato di cattura in prigione."
    Sentiti ringraziamenti da parte della baby, quasi avrebbe abbracciato il questurino, preferì prendermi sotto braccio, finalmente un sorriso e finalmente alla visione della Lamborghini:
    "Prima non ci avevo fatto mente locale, una macchina da favola, questa volta mi hai impressionato, ti darò del tu ma non farti illusioni, non voglio ritornare in ufficio, telefono al direttore che non mi sento bene, andiamo a casa mia."
    Eravamo arrivati in viale dei Tigli:
    "'Parva sed apta mihi' avrebbe detto Ludovico Ariosto, veramente delizioso questo appartamento, una alcova, il letto d'ottone è di buon gusto, peccato che sia troppo piccolo per due."
    Artemide non rispose, si era fatta di nuovo seria e sedette sul divano, qualche lacrimuccia spuntò sul suo volto. Io con le femminucce in queste situazioni divento vulnerabile, non so come comportarmi, ogni mossa poteva non essere quella giusta, mi sedetti anch'io sul divano in speranzosa attesa.
    L'attesa fu lunga, l'oscurità era scesa, accesi io la luce, il viso di Artemide era terreo.
    "Forse è meglio che me ne vada, ciao deliziosa, se posso far qualcosa..."
    "Resta, stammi vicino, ho rivisto parte della mia vita con tristezza e dolore, non voglio coinvolgerti nei miei problemi, in fondo sei pure simpatico ma non mi sento..."
    Dopo circa un quarto d'ora la signora cambiò completamente, riuscì a stamparsi sul viso un sorriso, un pò forzato ma, meglio di niente...
    "Non per vantarmi ma in cucina ci so fare, tutto merito di mia nonna ma ora non ho voglia di mettermi ai fornelli, ti va del prosciutto crudo, del formaggio, ho del buon vino."
    Ad Alberto sarebbe andato bene anche uno scarafone. " (non so cosa sia ma deve essere una schifezza). Il giovin signore si guardò bene dall'approfittare della situazione, dopo cena dinanzi al televisore, sembravano una coppia di lunga data.
    "Domani devi lavorare, me ne vado e cercherò di non disturbarti più, ho capito la lezione."
    "Tu non c'entri nulla, il problema sono io, il mio passato...vieni nel salotto. Sono stata sposata, lui era il figlio del direttore della banca di Gnocca a Trapani, era stato lui a farmi assumere, suo figlio non mi piaceva gran che ma, dietro insistenze di mia madre e dei suoi ho ceduto.
    Già in viaggio di nozze erano sorte delle incomprensioni ma...c'era qualcosa che non andava in mio marito, lo capivo istintivamente senza spiegarmi il perchè, ero giunta vergine al matrimonio e lui era stato piuttosto brutale poi un giorno...sono rientrata a casa per prendere una pillola contro il mal di testa, l'ho trovato nudo a letto con un suo amico, ho vomitato, sono stata male vari giorni, ho raccontato tutto a suo padre che mi ha fatto trasferire a Messina, fine della storia."
    "E da allora niente, i maschietti ti fanno un poco schifo, ne pas."
    "Proprio così, ci vorrà del tempo..."
    "Ed io paziente aspetterò, giuro che non andrò più con nessuna, ci credi?"
    "Non so che dirti, se riuscirò a cambiare."
    "Lo capirò io stesso,magari potrei dormire sul divano..."
    "Rien a faire mon ami."
    "Col francese mi hai scaricato., un bacino in fronte e...buona notte."
    Quella scellerata promessa cominciava a pesare su Alessio, qualche amica lo aveva chiamato per...e lui ligio, in bianco sinchè un giorno si presentò in fila allo sportello aspettando il suo turno.
    "Non ti vedo bene, hai qualche problema?" C'era dell'ironia nella voce di Artemide, ironia niente affatto condivisa dall'interessato.
    "Ho liticato con 'ciccio' per colpa tua..."
    "Se'ciccio' è quello che penso io..ah ah ah Facciamo una cosa, andiamo al cinema, vienimi a prendere alla chiusura, prendi la 500, lascia stare la Lambo, mi sembra di essere la mantenuta di un ricco rampollo."
    "Andiamno in fondo in galleria mi sembrerà di ritornare studente quando mi recavo al cinema con le compagne di scuola."
    "Massima concessione braccio sulle spalle."
    "Se io mi stanco il braccio può scendere..."
    Nessuna risposta, mano sulle tette, sulla cosina, nessuna reazione, buon segno, 'ciccio'' aveva alzato il livello dei pantaloni.
    "Ho capito andiano a casa mia."
    "Il letto è piccolo, meglio il mio lettone."
    "No chissà quante mignotte ci avrai portato, casa mia."
    Una doccia da ricordare, soprattutto 'ciccio' puntava dritto".
    " Aspetta che siamo a letto, che cavolo..."
    "Sai quanti giorni..."
    "Vacci piano, sii dolce, è molto tempo che non ho rapporti."
    "Che ne dici di un cunnilingus?"
    "Pure a letto il latino, facciamo una fellatio?"
    Insomma finì a sessantanove prima dell'ingresso nella morbida e accogliente cosina.
    "Cacchio non ho messo il preservativo!"
    "Ti è andata bene, domani aspetto le mestruazioni altrimenti col cavolo...anzi pensandci bene ti potrei incastrare con un bel pupo e poi avresti finito di fare il galletto in giro!"
    Alberto cominciò a sudare freddo, una tale ipotesi non solo lo trovava impreparato ma assolutamente contrario, dare addio agli altri fiorellini, non scherziamo!
    "Ti leggo nel pensiero, nel momento che mi accorgessi che sei stato con altre avresti chiuso con me, è come se fossimo sposati, questa è la tua mangiatoia, capì?"
    Alberto rientrò a casa scioccato, si era messo da solo in un cunicolo buio e nient'affatto piacevole, la mattina dopo avrebbe avuto la mente più serena...
    Quando mai, al mattino la situazione gli parve ancora peggiore, rinunziare alle altre passere o ad Artemide,that is the question..,
    Com'è finita? Mi sono innamorato come un pivello, forse proprio questo è l'amore cantato da tanti poeti, mah.
    Ciliegina finale: ho preso a lavorare, si a lavorare, ho rispolverato la laurea in giurisprudenza (si sono laureato che c'è di strano), frequento lo studio di un avvocato amico di mio nonno, non che mi impegni molto, seguo solo le cause che mi fanno andare fuori sede sempre suscitando curiosità con la mia Lambo e poi, lontano dagli occhi...
    Si mio prendo qualche passaggio con le avvocatesse, soprattutto con quelle non più giovanissime, forse sono diventato anusofilo, che vuol dire? Datevi da fare, cercatelo nel vocabolario.
    In quanto al nome della banca, dopo accurate ricerche è risultato che il fondatore della banca proveniva da quella località in provincia di Rovigo, contenti?

                                                f  i  n  e
     

  • 23 novembre 2014 alle ore 20:10
    Cuore di lupo

    Come comincia: Dopo circa un’ora di cammino per la prima volta il sentiero che avevamo intrapreso,affiancato ai due lati da una fitta faggeta,si interrompeva per lasciare il posto ad uno ampio sparzio erboso.In questa riconobbi sparuti gruppi di genziane gialle e lunghe file di orchidee;inoltre essa si presentava riempita parzialmente da una fitta nebbia,creando un atmosfera vagamente fantasy – di quelle dei film in stile “fantaghirò” che ormai trasmettono soltanto la domenica pomeriggio,per intenderci -  e nascondendo parzialmente una piccola costruzione un centinaio di metri più avanti rispetto a noi.
    <<Vedi che adesso da quel banco di nebbia sbuca fuori un folletto:questa valle sembra incantata!>>,dissi ad Aria.
    Aria non è il suo vero nome,ma è così che si faceva chiamare.E le stava proprio bene, quel nomignolo,essendo lei sfuggente e imprevedibile proprio come l’aria.
    Si fece scappare solo un debole sorriso,abbassando la testa:sembrava nervosa.I suoi caldi occhi verde-nocciola celavano del disagio.Immaginai che fosse per via del fatto che avevamo perso il nostro gruppo e che il cielo fosse stracolmo di minacciosi cumulonembi. 
    Inghiottiti dal banco di nebbia avanzammo lentamente fino a che l’edificio – una casetta in pietra dal tetto spiovente -- non fu chiaramente visibile nella sua interezza.Purtroppo non avemmo il tempo per stare ad osservarne i dettagli,perché nel frattempo aveva cominciato a piovere;quindi,approfittando dell’uscio di casa aperto,entrammo di corsa senza pensarci due volte.
    L’interno consisteva in un unico grande salone quadrato ,il quale dava esattamente l’idea di rusticità che mi sarei aspettato di trovare.Le pareti bianche risultavano piuttosto caratteristiche grazie agli svariati attrezzi silvo-pastorali ad esse appesi,assieme alla presenza di un forno a legna fatto in mattoni.L’arredamento,in legno di pino,comprendeva un grosso armadio/biblioteca che copriva quasi tutto il lato sinistro,e un tavolo rettangolare al centro – bagnato da una grossa chiazza d’acqua -- accompagnato da quattro sedie.Inoltre nella parete opposta a quella frontale c’era una porta che riportava la scritta “bagno chimico”.
    Prima che ci potessimo ambientare l’occhio non potè fare a meno di caderci sul sangue che macchiava il pavimento di mattonelle.Queste si concentravano proprio di fronte alla porta del bagno chimico,insieme ad un falcetto anch’esso sporco di sangue.Ci avvicinammo con circospezione alla scena del “crimine”,come se da un momento all’altro potesse saltar fuori il presunto colpevole.
    <<Gian,che cosa sarà successo qui?>>.
    Mi chiamava Gian perché funzionava bene come diminutivo di Gianluca - il mio nome di battessimo - e aveva una pronuncia simile a quella di Jan,il nome del protagonista de “Il mistero della pietra azzurra”,un anime giapponese d’infanzia rimasto nel cuore di entrambi.
    <<Quanto darei per saperlo.La scena lascerebbe pensare al peggio,ma prima di provare a formulare qualche ipotesi direi di ispezionare la casa>>,le risposi.
    Le due uniche cose rilevanti che scoprimmo furono altre tracce di sangue e una cassetta per il pronto soccorso disfatta nel bagno chimico,oltre ad una specie di diario fra i libri della mini-biblioteca inglobata nell’armadio.Al suo interno erano riportate più che altro varie annotazioni di persone -- o gruppi di persone -- che come me ed aria avevano stazionato qui per una notte.Mi chiedo per quale motivo tutte queste persone erano state spinte a trascrivere le loro intime e personali esperienze su questo che ora assumeva tutta l’aria di un diario condiviso.
    <<Non riesco a capire la porta d’ingresso aperta e le condizioni in cui è stata lasciata questa casa>>,esordii.
    <<In che senso?>>.
    <<Voglio dire,in base alle condizioni in cui si trova la cassetta dei medicinali,ne possiamo dedurre che qualcuno si sia medicato.Ma chi?Se fosse stata la vittima,non capisco perché avrebbe dovuto avere tanta fretta da non chiudere la porta d’entrata e lasciare tutto questo disordine.Mentre se fosse stato l’aggressore,non si spiegherebbe l’assenza del corpo della vittima o di qualsivoglia traccia di un suo trasporto fuori da questa casa.Potrebbe anche trattarsi di un tentativo di depistaggio,oppure…>>.
    <<Senti Gian>> - mi interruppe lei – <<mi sa che leggi troppi polizieschi.Non vedo perché debba trattarsi necessariamente di un’aggressione umana.Forse qualcuno è stato aggredito da un lupo,che ne so>>.
    <<Impossibile si tratti dell’aggressione di un lupo.Generalmente questi si tengono ben lontani dalle abitazioni umane,e con l’uomo sono molto schivi ed elusivii>>,sentenziai.
    <<Ah scusami,dimenticavo che tu sei un esperto di lupi,tuttologo dei miei stivali>>.
    <<Un momento,cosa ho fatto per meritarmi tutta questa acidità?>>.
    <<Lasciamo perdere.Intanto che finisce di piovere mi metto a leggere le annotazioni su questo diario che abbiamo trovato.Tu continua pure a giocare a fare il detective da solo>>.
    Lo disse con tono meno provocatorio,ma sempre con una punta di sarcasmo.Immagino fosse ancora arrabbiata con me perché l’avevo convinta a deviare il nostro percorso,rassicurandola che ci saremmo riuniti a breve con il resto dei nostri compagni.
    Data la situazione di stallo e la stanchezza che cominciavo a sentire,chiusi la discussione in maniera diplomatica:
    <<Ci provo.Tu però fammi sapere se scopri qualcosa di interessante in quelle annotazioni>>.
    Quando lo dissi aveva già concentrato tutta la sua attenzione nella lettura,seduta su una delle sedie attorno al tavolo.
    Allora presi ad ispezionare l’armadio/biblioteca,che a quanto pare fungeva anche da dispensa visto che scovai del cibo in scatola,oltre che dei sacchi a pelo.
    L’impressione era che la casa fosse appositamente rifornita di tutto il necessario per pernottarvi all’interno.Stavo pensando di mettermi in uno dei sacchi pera lo quando sentii chiudere violentemente la porta.Girando lo sguardo verso di essa vidi Aria stranamente pallida che le voltava le spalle:la sua carnagione olivastra aveva perso molta della sua luminosità.
    <<Che succede?>>,le chiesi,interdetto.
    <<Leggi l’ultima annotazione del diario condiviso che abbiamo trovato>>.
    Il suo tono imperativo non ammetteva repliche;cosicchè feci ciò che mi aveva praticamente ordinato.
    La nota,che riportava la data di appena una settimana prima,apparteneva ad un medico che parlava di essersi trovato qui per caso ed aver subito l’aggressione di un animale che aveva tutta l’aria di essere un lupo.Riuscitosi a salvare,dopo avergli ficcato un falcetto nell’occhio destro,questi aveva deciso di scrivere sul diario condiviso per raccomandare coloro che come lui si fossero trovati da quelle parti.
    A questo punto il sangue e tutto il resto acquistavano un senso,anche se la storia non mi convinceva del tutto.Aria,dal canto suo,non sembrava essere intenzionata a discutere sulla plausibilità della nota.
    <<In ogni caso,che questa aggressione sia avvenuta o meno,non possiamo di certo rimanere qui in eterno>>,le dissi.
    <<Certo che no.Però credo che mi sentirei più sicura ad aspettare che gli altri vengano a trovarci domattina.Non possiamo passare la notte qui?>>.
    Me ne vergogno un po’ ad ammetterlo,ma a vederla così indifesa ed impaurita mi suscitava una tenerezza che la rendeva ancora più irresistibile.
    <<Beh,l’occorrente per pernottare ci sarebbe…come vuoi.Dopotutto,fino a stanotte non credo ci siano margini di miglioramento per quanto riguarda  il tempo;inoltre,se tutto va bene e torna il proprietario,potremmo chiedere chiarimenti riguardo questa faccenda>>.
    <<Perfetto.Provvedo io ad informare gli altri>>.
    Andati a dormire piuttosto presto,venni risvegliato nella notte da ululati di lupo.Questi partivano come delle melodie,ma poi finivano sempre per armonizzarsi tutti su un’unica nota:sembravano tantissimi.Appena smisero un poderoso rombo di tuono mi fece saltare a sedere,come fosse stata una sveglia imperativa.Guardandomi intorno lucidamente mi resi conto di essere immerso in una scenografia terrificante - anche per una persona poco suggestionabile quale io sono.Con un sottofondo di tuoni e di pioggia incipiente,la luce di un lampo che  filtrava dalle alte finestre della casa illuminava periodicamente gli attrezzi appesi alle pareti – come a ricordare quante armi non convenzionali e potenzialmente pericolose ci fossero in quella stanza --  ed una faina imbalsamata su uno scaffale dell’armadio;quest’ultima,immortalata in una posa minacciosa con i canini affilati bene in mostra,sembrava quasi potesse rianimarsi da un momento all’altro,come se fosse stata paralizzata da un incantesimo invece che morire per poi finire “mummificata”.
    Dopodichè improvvisamente qualcosa cominciò a grattare contro la porta:il cuore prese a battermi freneticamente.Si poteva distinguere in maniera chiara il rumore di unghia ispessite che si incuneavano freneticamente nelle imperfezioni della porta,accompagnato da sommessi gemiti di sofferenza.Mosso dalla pena stavo quasi pensando di andare ad aprire la porta,prima che Aria mi si stringesse in un abbraccio.
    <<Ehi,e tu quando ti saresti svegliata?>>,le dissi.
    <<Quel potentissimo tuono di prima.Gian,e se questo animale fosse il lupo della nota?>>.
    Potevo percepire la sua paura dal caldo respiro che mi accarezzava il petto.
    <<Credo di si,perché prima ho sentito degli ululati abbastanza caratteristici;ma finchè la porta rimane chiusa,naturalmente non abbiamo nulla di cui preoccuparci>>,la tranquillizzai.
    Avrei voluto dirle qualcosa di molto forte in quel momento;tipo che ci tenevo molto a lei,o che avrei dato la mia vita per proteggerla.Ma l’idea di dare in pasto all’oscurità i miei sentimenti più intimi mi terrorizzava a morte,in particolar modo con un interlocutore imprevedibile come Aria.Se fosse rimasta interdetta,costernata o spaventata,come lo avrei capito non potendola guardare negli occhi?Quella situazione mi ricordava l’impotenza comunicativa delle discussioni digitali da tastiera;quel retrogusto amaro che ti lasciava scrivere sui social network,al pari di quello che potevi provare gettando a mare un messaggio in bottiglia.
    “Sembra che abbia smesso.Adesso puoi tornare a dormire”,alla fine mi limitai a dirle.
    Un ultimo ululato risuonò come un urlo disperato nell’incessante scrosciare della pioggia,prima che mi riaddormentassi.
    La mattina successiva ci svegliammo al sorgere del sole.Aria era ancora convinta che avrei aspettato l’arrivo del nostro gruppo,ma dopo quella notte i miei piani erano cambiati.
    <<Aria,io ho intenzione di partire di partire da solo per il monte pollino:ho bisogno di verificare una cosa.Ci rivedremo li sopra>>.
    <<Cosa hai bisogno di verificare?>>.
    <<Sospetto che l’animale responsabile dell’aggressione di cui si parla nella nota – probabilmente lo stesso che si è accanito contro la porta d’ingresso questa notte -- sia un ibrido cane-lupo.Innanzitutto,perché  ieri notte prima di addormentarmi ho sentito un singolo ululato,il quale avevo sentito anche precedentemente quella stessa notte discordare più volte di un’ottava rispetto alla nota su cui si erano armonizzati altri lupi.Quando ululano insieme, i lupi si armonizzano su una nota sola, dando così anche l'illusione di essere un gruppo più grande di quello che sono in realtà.>>
    <<E tu come avresti notato questa discordanza armonica?Non sapevo avessi un senso dell'udito così acuto>>,disse lei,stupita.
    <<E’ dall’età di sei anni che studio solfeggio,suonando il piano.Pensavo di avertene già parlato>>.
    Lei abbassò la testa per nascondere una smorfia di imbarazzo:ci conoscevamo da tre anni e immagino si aspettasse di ricordare un particolare così importante.
    <<Comunque>> – continuai – <<a questo punto si potrebbe pensare che abbiamo a che fare con un lupo solitario.Tuttavia,i lupi solitari tendono ad evitare di ululare in zone che contengono branchi già consolidati;senza dimenticare che,come ti ho già detto,i lupi più in generale si tengono ben lungi dall’avvicinarsi agli esseri umani.
    Quindi,voglio trovarlo per vedere se riesco a confermare i miei sospetti>>.
    <<Ma non puoi aspettare che ci raggiungano gli altri per cercarlo tutti insieme?>>.
    <<No.Da solo darò meno nell’occhio e avrò più possibilità di trovarlo.Porterò il falcetto sporco di sangue con me per stare più sicuro>>.
    Aria rimase in silenzio,cosicchè la salutai e uscii fuori.Lei mi seguì subito dopo,invitandomi a restare;al che mi voltai per controbatterle,ma la mia attenzione fu attirata da un iscrizione incisa sul marmo che imperava sulla parete sopra la porta.
    Le parole riportate a caratteri cubitali erano le seguenti:

    LA TANA A META’ STRADA

    Mi auguro che questa modesta casetta possa fungere da rifugio per tutte le anime vagabonde di questo mondo.Qui,per quanto possibile,troverete viveri e un tetto sicuro sotto al quale ripararvi,in cambio esclusivamente della cortesia di lasciare per iscritto le memorie della vostra esperienza qui trascorsa e di lasciare la porta aperta al prossimo.

    <<Sai,è strano:le memorie che ho letto sul diario condiviso mi sono apparse tutte piuttosto positive:nessuno che abbia lamentato mancanza di viveri o difficoltà a pernottare,neanche quelli che si sono portati i loro cani dietro.Eppure,la prima di queste risale a più di due anni fa.Mi chiedo come questo buon samaritano sia riuscito a rifornire e mantenere in così ottime condizioni questo rifugio:avrà pure subito dei furti o atti vandalici,essendo la porta rimasta sempre aperta!>>.
    <<Io credo che il contatto con la natura tiri fuori il meglio delle persone;le riavvicina all’essenziale.Forse questa casa è diventata come un tempio inviolabile in questo paradiso terrestre che è la montagna>>.
    A quelle parole mi regalò lo stesso sorriso innocente che le esaltava il volto la prima volta che l’avevo conosciuta;con quel nasino leggermente gibboso e le sottili labbra pronunciate in un bacio delicato;con quella grazia da principessa che avrebbe conservato anche con indosso della paglia;con quei lunghi capelli neri che,mossi da una leggera brezza montana,gli accarazzavano gentilmente il viso.
    <<Comunque questa iscrizione non cambia i miei piani.Io vado,Aria.>>
    <<Si,però io vengo con te.Non posso lasciarti andare da solo:sarà più sicuro per te se ci sarà qualcuno che possa soccorrerti o chiamare aiuto nel caso tu rimanga ferito,anche se ne perderai un po’ in discrezione.>>
    Mi aveva lasciato di stucco per l’ennesima volta.Avrei giurato che non avrebbe trovato il coraggio di proporsi per seguirmi,e che mi avrebbe fatto sentire in colpa per averla lasciata da sola.Dall’insolita sicurezza che lasciava trasparire,constatai che non avrei potuto fare niente per farle cambiare idea.
    <<Non ho nulla da obiettare>>.
    Ci inoltrammo di nuovo nella fitta vegetazione seguendo il sentiero in salita,constatando che gradualmente l’associazione dell’abete bianco con il faggio risultava ancora più evidente,nonostante il secondo rimanesse di gran lunga più frequente del primo.
    Usciti finalmente dalla faggeta,giungemmo ad un ripiano concavo delle dimensioni di un campo di calcio,su cui si potevano distinguere numerosi cespugli di ginepro.Inoltre si poteva scorgere chiaramente,più in alto oltre la valle,una vetta parzialmente rocciosa disseminata di pini loricato,i quali sembravano danzare fra loro in un festival di verde per via delle loro ramificazioni che sembravano lunghe braccia.
    Ci fermammo un attimo a riprendere fiato,approfittandone anche per gustarci il panorama.
    Non appena riprendemmo a camminare vedemmo un gruppo di lupi sbucare uno dopo l’altro fuori dalla faggeta che limitava il lato sinistro del fondo della valle.Questi procedevano in fila indiana;quasi sincronicamente e tanto ordinatamente che passando accanto ad una serie di pietre allineate una dietro l’altra,le fiancheggiarono perfettamente quasi come se queste costituissero un enorme livella.In tutto erano sei,anche se l’ultimo di loro si manteneva più distante rispetto agli altri e non sembrava seguire la stessa linea di percorrenza,dando l’impressione di non fare parte del branco.
    Appena fummo notati da quello che sembrava essere il maschio alfa,questo velocizzò il passo dirigendosi in direzione opposta rispetto a dove ci trovavamo io ed Aria,seguito da tutti gli altri;tutti escluso l’ultimo,il quale invece si avvicinava lentamente con aria di curiosità.Dalle dimensioni doveva trattarsi di un esemplare adulto,decisamente più slanciato e possente rispetto a quelli che erano fuggiti,ma con un mantello grigio argento che ne richiamava abbastanza fedelmente i colori.
    Quando fu abbastanza vicino perché potessi distinguere i suoi occhi,notai che uno dei due restava chiuso.Non c’era alcun dubbio:si trattava dell'esemplare che stavamo sercando.
    <<Non ti sembra che si stia avvicinando un po’ troppo?>>,disse Aria,titubante.
    <<Dopo essersi beccato un falcetto nell’occhio non credo che che avrà più il coraggio di attaccare un essere umano:non abbiamo nulla di cui preoccuparci>>.
    La parola “preoccuparci” mi morì in gola.Infatti non ebbi il tempo di finire di parlare che Il nostro lupo scattò nella nostra direzione a gran velocità.D’istinto io ed Aria fuggimmo seguendo il sentiero attraverso il quale avevamo raggiunto la valle,prendendoci per mano;ma rientrati nella faggeta sentivo le sue poderose falcate troppo vicine.A momenti avrebbe azzannato Aria,che non riuscendo a sostenere la mia velocità praticamente si trascinava per inerzia dietro di me.Non potevo permettere che le facesse del male…allorchè frenai bruscamente la corsa con l’intento di girarmi ed affrontarlo con il falcetto;ma scivolai sulla fanghiglia e assieme ad Aria capicollai rovinosamente a terra.
    Vidi il grosso animale superarmi tranquillamente con un balzo,senza che il suo occhio color ambra si fosse degnato per un istante di posarsi su di me,e quando girai indietro la testa si era già dileguato.
    Intanto Aria gemeva dolorante a terra toccandosi la caviglia destra.
    <<Stai bene?>>,le chiesi.
    <<Credo di essermi presa una storta alla caviglia.Ma perché ci è corso incontro improvvisamente senza attaccarci?>>.
    “Non lo so…è come se avesse percepito un qualche cosa in noi che lo ha fatto scattare…>>.
    <<Non potrebbe aver sentito qualche odore che ci siamo portati appresso dalla “tana a metà strada”?>>.
    <<Ma certo!Deve aver sentito l’odore di cibo per cani,ed evidentemente essendo affamato lo avrà associato ad essa!>>.
    Infatti prima di partire assieme ad Aria per cercarlo avevo lasciato una ciotola ricolma di croccantini trovati nella dispensa dell’armadio/biblioteca,in modo da avere una prova che il nostro lupo si fosse reintrodotto nella tana,ed essendomi aiutato con le mani queste dovevano averne ancora un po’ l’odore.
    Avevo ragione di credere che questi fosse stato attirato lì proprio dal cibo per cani,visto che,come confidatomi da Aria,nelle note del diario condiviso si parlava anche di ospiti con amici a quattro zampe.
    <<Sei in grado di camminare?>>.
    <<Ci provo…>>.
    Aria tentò invano di alzarsi in piedi,ma sembrava evidente che spostare il peso sul piede destro le provocava troppo dolore.
    <<Hai  bisogno di metterci del ghiaccio.Adesso chiamiamo i ragazzi e diciamo loro di portarne un po’ in una borsa termica,sperando che non siano già partiti.
    Intanto noi gli andiamo incontro tornando alla tana,con la speranza di intercettare il nostro lupo – se è lì che si è diretto>>.
    <<E come pensi che dovrei arrivarci?>>.
    <<Naturalmente ti porterò io sulla schiena:forza,salta su!>>.
    Non mi risultò particolarmente difficile caricare Aria sulla schiena e trasportarla lungo la strada di ritorno,visto che adesso prevedeva solo discese abbastanza distribuite;oltre al fatto che Aria pesava non più di una quarantina di chili.
    Arrivati a destinazione avremmo solo dovuto aspettare l’arrivo dei ragazzi con la borsa termica,che per fortuna eravamo riusciti ad avvisare in tempo.
    Rimasi un tantino deluso di non trovare il lupo in casa,e ancor di più di aver trovato la ciotola per cani ancora ripiena di croccantini.Dando uno sguardo in giro notai che sembrava essere rimasto tutto come lo avevamo lasciato prima di arrivare qui,anche la macchia d’acqua sul tavolo.Ricordai però che la sera scorsa prima di mangiare avevamo ripulito il tavolo;in quel momento mi sembrò lampante che in realtà quel liquido non era quello che sembrava.
     <<Aria,mica ricordi se per sbaglio ieri ti sei bagnata con quell’acqua che ricopriva il  tavolo,che poi abbiamo fatto asciugare ripulito prima di metterci a mangiare?>>
    <<In effetti si.Ieri prima di mettermi a leggere il diario mi ci sono bagnata poggiando il gomito sul tavolo.Perchè?>>.
    <<Perché ciò significa che l’odore colpevole di aver scatenato il lupo in una corsa per venire qui non è stato quello di croccantini per cani,ma quello della sua pipì>>.
    <<Quindi quella chiazza d’acqua che abbiamo trovato sul tavolo ieri entrando qui in realtà era la sua pipì?>>,disse Aria,con una smorfia di disgusto.
    <<E anche quella che c’è ora:immagino che lasci questi ricordini per marcare il territorio>>.
    <<Cioè,fammi capire bene:questo “meticcio” avrebbe fatto di questa casa il suo territorio?>>.
    La domanda di Aria mi spiazzò.Non sapendo darle una risposta direttamente,provai ad arrivarci mediante una ricostruzione che partiva da lontano.
    <<Recentemente il corpo forestale dello stato ha scoperto svariati incroci illegali di cani-lupo cecoslovacchi -- frutto di vari incroci fra lupi eurasiatici e pastori tedesco ---- con lupi di razza  in allevamenti di tutt’italia.Questi incroci venivano effettuati per accrescere la componente lupina del cane-lupo cecoslovacco.
    <<Scusami Gian>>,mi interruppe Aria,distogliendo lo sguardo dalla caviglia dolorante,<<ma perché mai si dovrebbero effettuare degli incroci in modo da avvicinare un cane-lupo ancora di più ad un lupo…insomma,in questa maniera non si rischia di ottenere un animale non addomesticabile?>>
    <<Per far lievitare il prezzo di vendita degli ibridi,che poteva raggiungere perfino i 5000 euro:sai com’è,le caratteristiche lupine sono molto ambite nei cani.
    Comunque,il punto è proprio questo.La mia teoria è che in uno di questi allevamenti abbiano esagerato con gli incroci,tanto da ottenere un ibrido talmente vicino al lupo da averne perso il controllo.Così come gli allevatori in passato allontanavano gli esemplari che attaccavano il bestiame per selezionare col tempo dei perfetti cani da pastore,così questi allevatori hanno deciso di allontanare questo esemplare per selezionare un ibrido che non si avvicini eccessivamente al lupo.
    Quindi,una volta in libertà,non essendo riuscito a farsi accettare da nessun branco a causa della sua parte canina,è divenuto a tutti gli effetti quello che viene chiamato un “lupo solitario”.
    Accecato dalla fame,perché giustamente troverà molta più difficoltà a sfamarsi rispetto ad un esemplare facente parte di un branco,sarà stato attirato dal cibo per cani di questa casa,la quale è divenuta per lui una specie di rifugio da difendere – vedi l’aggressione al medico>>.
    <<Ma allora come mai ha lasciato la sua urina senza toccare il cibo per cani?>>
    <<Forse con il tempo è divenuto un vero e proprio cacciatore,e come tale si sarà stancato di raccattare il cibo già bello e pronto>>.
    Certo che però doveva trattarsi di un esemplare veramente formidabile per permettersi di rifiutarlo.In effetti per essere sopravvissuto ad una falcettata nell’occhio doveva esserlo,e non solo per la sue capacità fisiche.La vita da “lupo” solitario non dev’essere facile:rifiutato dagli esseri umani per la sua componente lupina e dai lupi per la sua componente canina,vive da solo con la sua irripetibile discriminante.In effetti io un po’ mi ci rispecchiavo:sentivo di pagare il prezzo della solitudine per la mia indipendenza mentale,in questo mondo sempre più omologato e massificato;un tempo in cui paradossalmente la parola “discriminazione” aveva assunto un’accezione razzista,come se fosse diventato politicamente scorretto dare un nome alla cieca legge che tiene da sempre in vita la straordinaria ricchezza del genere umano.
    E un po’ credevo anche di invidiarlo,perché ai miei occhi appariva come una perfetta merafora della libertà che nessun essere umano potrà mai ottenere;come il cuore di lupo che tutti sognano di essere.
    <<Pensi che ci tornerà di nuovo qui?>>,disse Aria dopo qualche istante di silenzio,con quell’espressione di rimorso che potevi scorgere sul viso di chi non non ha avuto la possibilità di accarezzare una bestiola vista per strada.
    <<Se devo essere sincero,a me piace pensare di no…>>.

     

  • 21 novembre 2014 alle ore 12:55
    RIFLESSIONI

    Come comincia: Un sorriso cordiale abbellisce il viso di chi lo dona e per un attimo tace anche la sofferenza di chi lo gradisce.

    La libertà è un’insegnante virtuosa, mentre la coercizione paralizza la mente e genera violenza. La libertà è figlia dell’aria.

    Vivi da libero pensatore e da libero cittadino del mondo, ricordandoti sempre del fondamentale pensiero socratico: “Il vero sapere è sapere di non sapere”, nonché dell’esortazione “Conosci te stesso – Γνῶθι σεαυτόν –”, che può riassumere l’insegnamento di Socrate.

    Quando i politicanti litigano, il popolo è il capro espiatorio dei predetti scellerati.

    L’anarchia è la migliore forma di governo, ma gli uomini non sono ancora preparati a poter convivere in pace, condividendo in maniera sublime i tre sentimenti: la solidarietà, la libertà e la giustizia sociale.

    Un buon libro è come un fiore profumato: orna ed olezza la casa, ma, soprattutto, l’animo di chi vi abita.

    È facile senza riflettere impugnar la penna e scrivere o muovere le labbra e proferir parole a vanvera; far tutto questo, però, significa sparare senza mira e non colpire il segno.

    Le ombre, talvolta, non sono meno importanti della luce.

    Il mio pensiero, forse, non è gemello al tuo, ma della mia fatica cogli, se gradita, la sostanza.

    Essere poveri non dipende da noi, ma dipende da noi far rispettare la nostra povertà.

    Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno.

    La persona bene educata si distingue dalla maleducata in salotto, in camera da pranzo ed al tavolo da giuoco.

    Vivere sulla terra è tanto pesante, che sembra paradiso l’inferno di Dante.

    Io sono vivo perché scrivo. Poesia animi medicina. Ποίησις ψυχής φάρμακον.

    Ho conosciuto la sofferenza, ma, invece di vendicarmi, ho aiutato i deboli.

    Un forte desiderio diviene sogno, che poi il tempo traduce in realtà.

    Non dire mai è troppo tardi, per questo è stata creata la morte.

    Prenome, nome e titoli qui valgono niente, se ai posteri non lasci il bene della mente. (Da scrivere sul muro, sopra il cancello dei cimiteri.)

    Gli elogi scritti sulle lapidi in ogni cimitero son per tre quarti falsi, forse un quarto è vero.

    Un libro sa parlare bene al suo lettore, se lo stesso lettore vi si riconosce alla fine della lettura.

    È meglio per l’uomo un nemico intelligente, che un amico stolto.

    Renditi utile ai tuoi simili e così prolungherai la tua vita.

    La storia potrebbe essere una grande maestra di vita, se noi non mettessimo più in pratica tutte le negatività dei nostri predecessori, ma non è così. Quindi, io credo che, se nelle scuole di ogni ordine e grado non si insegnasse più la storia (non magistra vitae, sed magistra bellorum sanctorum et non sanctorum, vinte da nessuno, nonché magistra di tante altre porcate politiche ed ecclesiali) e si requisissero anche films giornali e quant’altro di nocivo, eroganti rispettivamente scene e notizie violente e pornografiche, in un tempo non lontano, forse, le future generazioni ne trarrebbero
    grande beneficio educativo. Se poi al predetto marciume si opponessero costruttive rappresentazioni ed azioni stimolanti, i semi positivi che sono già dentro di noi, come la fratellanza, la libertà, l’uguaglianza et cetera, germoglierebbero e noi, dimenticando
    e non tramandando più il nostro orrendo passato, forse potremmo davvero costruire una nuova società su solide fondamenta di pace, dove vivere e non a forza sopravvivere, come ancoraoggi avviene. Avremmo reso così un ottimo servigio alle future generazioni.

    La povertà causa la fame, ma, talvolta, anche la fama.

    L’ideale politico dell’uomo non dovrebbe stare né a destra, né a sinistra. L’ideale politico è unico, è solo quello di amare e rispettare la collettività. Il contrario di quanto sopra scritto è dell’uomo ignorante ovvero del delinquente, che da parassita vive a discapito
    degli uomini onesti. L’uomo, che ha un ideale politico, è colui che si adopera con diligenza, come fa il buon padre di famiglia, ad attuare i programmi più idonei e confacenti alla piccola collettività, cioè alla sua famiglia, con mezzi buoni e dignitosi per
    raggiungere ottimi fini. Chi stimola la predetta virtù, poiché già la possiede, è veramente un uomo politico.

    Chi sono i cosiddetti politicanti moderati? Mi viene in mente il “Brindisi di Girella” di Giuseppe Giusti. Sono esseri ambigui e parassiti, che fanno finta di stare nel mezzo, in modo di poter dare all’occasione, da veri girella, per interessi personali una mano a
    destra e l’altra a sinistra e ricevere favori dall’uno capo e dall’altro. Ho sempre ammirato chi, invece, nel bene o nel male, negativamente o positivamente agisce senza “falsa moderazione e con schiettezza”, concludendo poi a costo di qualsiasi sacrificio personale grandi azioni virtuose per la collettività (Gesù, Gandhi, Francesco d’Assisi, Martin Luther King etc.) ovvero commettendo atti dissoluti, depravati e delinquenziali nei confronti della società civile (la mafia etc.).

    L’individuo deve essere assorbito dalla collettività, ma la collettività deve amarlo e rispettarlo.

    La poesia è l’arte di dire più cose in meno spazio, la poesia scatena la fantasia, la poesia è pathos (πάθος), ma è anche anelito.

    Il poeta deve proporsi l’utile per scopo, deve rappresentare le passioni attraverso un processo psicologico, ricavandone un insegnamento morale. Il poeta deve proporsi il vero per soggetto, deve, quindi, rappresentare l’uomo nel suo interiore più vero, scrutare l’intimo delle coscienze. Il poeta, infine, deve prefiggersi l’interessante per mezzo per rendere più facili e più estesi gli effetti della poesia, di guisa che interessino tutte le classi sociali, esercitando così una larga efficacia sulla coscienza collettiva. L’arte deve avere, infatti, una funzione educativa; se così non è, avrà fallito il suo nobile scopo e quindi arte non è.

    Gli asili nido a volte sono tristi luoghi di penitenza infantile ed anche i ricoveri per gli anziani, talvolta, sono le anticamere dei cimiteri. Nei suddetti luoghi, come negli ospedali, con strutture idonee, dovrebbero operare veri e seri professionisti di spiccata umanità.

    Sulla mia strada ho trovato spesso alunni svogliati ed io ho dovuto essere un modestissimo maestro. Avrei desiderato tanto incontrare grandi maestri per essere io un alunno. Sono stato comunque un piccolo allievo delle Muse e ne sono soddisfatto.

    Le dita della mano sono tutte diverse; ma, quando agiscono, l’uno aiuta l’altro ed insieme portano a termine qualsiasi lavoro.

    La grande felicità nella vita di un uomo consiste nel perdonare gli ingrati e donare un sorriso al viso dei suoi simili.

    Le buone azioni purificano i cuori, la cattiveria li sporca.

    Le ricchezze terrene non ci preservano dalla morte, né si possono portare all’altro mondo; perciò in terra possiamo accumulare altri tesori e poi depositarli nei cuori dei nostri simili.

    Il racconto del sacrificio di Cristo sulla croce ci dà un precetto sublime, gli amministratori della sua chiesa, invece, per le loro falsità sono dei farisei; tali individui per me valgono quanto un fiammifero già acceso e consumato, ma, purtroppo, sono la zavorra, il danno più grande dell’intera umanità.

    L’uomo porta la croce dalla nascita al morire ed il suo sembiante lo dimostra quando distende le braccia in posizione orizzontale.

    La croce dell’uomo è l’uomo stesso, per sé e per gli altri.

    Non chiedere al bambino cosa vorrà fare da grande, perché se sarà un politico, un prete, un magistrato, uno spazzino o altro poco importa, se non avrà imparato prima di tutto a vivere ed a far vivere; quindi, a comportarsi da uomo solidale, libero e giusto. A questo dovrebbe tendere l’educazione dei genitori, questo dovrebbe prefiggersi la scuola attraverso l’insegnamento delle varie discipline, a questo dovrebbe mirare la società civile, agendo bene con i fatti e con le parole.

    Ammiro Gesù Cristo, ma detesto il Dio, se esiste, che lo fece crocifiggere. Dio, ripeto, se esiste, protegge i delinquenti e tutti coloro che operano nel male. Gli amministratori della chiesa e i politicanti, infatti, ne sono un esempio eclatante. Fa soffrire, invece, coloro che amano il prossimo e vogliono lavorare e vivere onestamente da uomini semplici una semplice vita.

    Molta gente quando parla non comunica, fa solo rumore; questa gente dovrebbe, prima di parlare, imparare ad ascoltare e poi, dopo aver pensato, esprimere a bassa voce la sua opinione.

    I figli sono figli del tempo, non nostri. Noi possiamo amare i figli del tempo, che la natura per rinnovarsi mette gli stessi al mondo attraverso di noi, ma noi non possiamo mai possederli. Noi abbiamo il dovere di allevarli, di educarli e di istruirli, ma il loro tempo sarà il loro maestro; infatti, il nostro tempo non è il loro tempo. Se così non fosse, non ci sarebbe mai stata in terra l’evoluzione della vita in meglio o in peggio a seconda del tempo, dello spazio e degli accidenti.

    Le istituzioni e gli uomini che le rappresentano sono caduti così in basso, ma tanto in basso, quanto sono alte dalla terra le stelle nell’universo.

    L’orologio segna l’ora sbagliata, se il pendolo non funziona; così, il corpo umano perde il suo equilibrio, se il suo pendolo perde il giusto ritmo, che è, infatti, indice di buona salute.

    I buoni libri sono concepiti da pensatori e si evolvono pian piano nella mente dello scrittore, che poi li partorisce e restano vivi nel tempo, dando degli insegnamenti. I cattivi libri sono sfornati da cattivi fornai, non da pensatori, in breve tempo e del loro pane si nutrono gli stupidi, che sono tanti; infatti, pagano per buono un alimento avariato, intossicando così la loro mente. Tali libri entrano facilmente da porta a porta nelle case e i loro scribacchini fanno soldi, perché questo è il loro unico scopo, ma la loro fine è quella dei giornali. I giornali, infatti, rifiuto di notizie impresse nella carta, dopo una sommaria lettura si buttano nell’immondizia, perché sono irritanti anche per pulirsi il culo. Ahimè! Quanta carta, che potrebbe essere igienica, si perde inutilmente. Che spreco! Io non ho letto giornali quotidianamente, ma quelle poche volte che l’ho fatto, mi è servito solo per potere criticare gli stessi per dire ed affermare oggi quello che già ho sopra scritto. I miei giornali quotidiani sono stati i cittadini di varie estrazioni sociali, con i quali sono venuto a contatto; così ho conosciuto attraverso le loro parole, qual era la loro vita, le difficoltà delle loro famiglie, perché sotto la lingua è nascosto l’uomo e prima o poi, dialogando, si apre a chi sa ascoltarlo. Sono stato un attento ascoltatore dei bisogni altrui e, svolgendo il mio quotidiano lavoro, mi sono adoperato, in silenzio, per quanto ho potuto, ad alleviarli.

    La salute del corpo è direttamente proporzionale al silenzio dei suoi organi, come l’educazione civica e l’educazione politica sono direttamente proporzionali al silenzio delle istituzioni e del popolo.

    La scala che sale sul Parnaso contiene moltissimi gradini ed io ho sollevato a stento il piede destro, che poggia appena sul suo primo gradino.

    Chi sa leggere i libri, lasciatici dai buoni scrittori, impara tutto ciò che occorre per saper vivere bene e in buona armonia col prossimo. Si dice che i morti aprano gli occhi ai vivi; è vero, infatti, l’esperienza di quelli che ci hanno preceduto dovrebbe essere guida
    al vivere civile e solidale.

    Come può un maestro chiamarsi tale, se attraverso l’insegnamento delle varie discipline le sue parole e i suoi atti non generano anche lezioni di vita. Maestro è colui che sollecita la mente dei discenti alla conoscenza senza che questi se ne rendano conto così, come fa il vento quando muove degli alberi le foglie.

    L’uomo, degno di tale appellativo, non è altezzoso con gli inferiori e non striscia mai ai piedi dei superiori. Questo è stato il mio comportamento durante tutte le mie attività lavorative.

    Gli uomini politici dicono sempre di avere ereditato tante cose guaste da chi ha prima governato, ma, poi, venuti al potere, non si adoperano di emendarle; credo, infatti, che siano altrettanto o più colpevoli dei loro predecessori, che le hanno provocato. Che
    delinquenti! Siamo governati da delinquenti professionisti! “Otempora, o mores!”gridava, esasperato, Cicerone nella sua prima Catilinaria.

    La natura è madre e matrigna: ossigena e ossida nello stesso tempo.

    L’istruzione innaffia i semi che sono in te, l’educazione li fa crescere bene.

    Il fallimento, talvolta, stimola la maturità.

    La parità tra gli uomini, forse, è impossibile da raggiungere; le differenze tra gli stessi esistono e credo che esisteranno sempre, ma vanno rispettate. Procedendo in questo modo, credo che si può vivere lo stesso in armonia.

    Ho respinto ogni atto che ho ritenuto ignobile per me e per i miei simili. Sono stato, pertanto, isolato e biasimato dalla massa. Credo, comunque, che era necessario non infangarsi e, così agendo, penso di aver dato anch’ io un onesto contributo alla società.

    La più grande sventura che possa subire l’uomo è l’inesistenza di Dio, in cui ha fede in tutti i sensi. Pertanto, oltre che una grande sciagura di per sé, è un tradimento, perpetrato ai danni delle popolazioni ignoranti e deboli, nonché una truffa commessa dagli amministratori della chiesa cattolica, ma anche dalle chiese delle altre religioni, che hanno da secoli inculcato questo assurdo convincimento non basato su prove o dimostrazioni, traendone credito, potere e benessere economico a discapito delle predette popolazioni. Ma siccome nessuno dall’aldilà ci ha mai rivelato la verità, i predetti amministratori non sono condannabili per i reati, cui ho sopra fatto cenno. Come il sacrificio dell’uomo sulla croce potrebbe essere un racconto vero o non vero, ma di messaggio forte ed umano si tratta, degno di essere veramente applicato
    dall’uomo per vivere in pace sulla terra; così, la fede in Dio, a prescindere dalla sua esistenza o inesistenza, sulla terra porta un filo di speranza, un’illusione, all’uomo disperato, rendendolo, talvolta, più docile e tollerante verso di sé e verso gli altri. Quindi credere in un essere superiore a noi non fa male; fanno male all’uomo, invece, come ho scritto in altre parti, gli esempi deleteri, che gli amministratori della chiesa diedero, hanno dato e danno quotidianamente.

    L’amore è il motivo dominante che più di ogni altro muove e commuove la vita dell’uomo. Chi non ama, seppur vivo, è morto. Per percepire la bellezza del mondo naturale e viverla pienamente bisogna amare con tutte le proprie forze. L’amore, infatti, è il tema precipuo dei miei scritti.

    Tutti gli esseri animati producono letame, ma l’uomo spicca tra tutti i predetti esseri perché, oltre che dai consueti canali escretori, lo produce spesso in abbondanza anche dalla bocca.

    L’uomo si conosce dalle azioni compiute, come l’albero dai frutti che produce.

    Il denaro dovrebbe essere il servo dell’uomo, ma spesso da servo diventa il suo padrone. Lo stesso di può dire del popolo italiano, che, eleggendo i feticci di qualsiasi partito, da sovrano, secondo la Costituzione, diviene servo.

    La Morte incalza l’uomo appena nasce, ma se non riesce ad afferrarlo con la sua falce, la Vita alla germana rende un gran servigio, dando sofferenza all’inseguito, finché, stanco e disperato, poi si ferma, anelando ad essere al più presto avvolto nel nero manto della smunta donna.

    Dal mio libro "LACRIME E SORRISI" - Pellegrini Editore - Cosenza 2014

  • 16 novembre 2014 alle ore 21:48
    Il buio, i cattivi odori e la gioia di vivere

    Come comincia: Ancora quell'odore sgradevole e quell'affanno, si sentiva opprimere sempre più sovente negli ultimi tempi e la cosa la preoccupava, il matrimonio di sua figlia era imminente e lei voleva organizzare una festa speciale; amava la sua bambina adottata in tenera età.
    "Tesoro, ti sembro strana ultimamente?" Suo marito era calmo e razionale, la conosceva; quella domanda non presagiva nulla di buono.
    "Sei splendida come sempre, anzi, con l'avvicinarsi del matrimonio sei più raggiante del solito" Lei non la bevve ma rispose sorridendo.
    "Non sai raccontare le bugie, anche quel giorno sul pullman mi chiedesti che ora fosse per attaccare bottone quando avevi al polso un mega orologio, mi colpirono però i tuoi modi gentili e mi innamorai di te a prima vista" Lei era così, non le scappava nulla e amava ricordare spesso i momenti belli della sua vita.
    "In realtà amore anche io avevo puntato quella bella morettina che tutte le volte mi sorrideva fino a farmi sciogliere il cuore e dopo tanti ripensamenti quella mattina riuscii a rompere il ghiaccio"
    "Meno male, altrimenti saremmo ancora qui a scambiarci sguardi e sorrisi" Lei si avvicinò all'uomo che amava, l'uomo che l'aveva conquistata da giovane e che dopo il matrimonio continuò a corteggiarla e ad amarla come il primo giorno. Colui che quel giorno in clinica non battè ciglio e la aiutò a riprendersi curandola ed accudendola con amore e dedizione. Sapeva di essere fortunata, uomini così sono rari in questo mondo.
    "Credo tu sia un po' tesa, ma è normale, la nostra bimba ci lascia per farsi la propria famiglia; non preoccuparti tesoro, io ti sarò sempre vicino"
    Aveva percepito a malapena le ultime parole, adesso il puzzo saliva dalle sue narici forte ed insistente, eppure la stanza, pur se in disordine, era pulita. Lei si era fatta la doccia e suo marito si lavava regolarmente. Forse quel terribile lezzo arrivava da fuori, si affacciò alla finestra ma stranamente c'era pochissima luce e non riuscì a vedere nulla. Si girò allora verso il marito che la stava osservando con la sua solita calma.
    "Qualcosa non va?" Domandò lui con delicatezza.
    "Tu mi ami come allora?" Adesso fu lui a sorridere, era calmo e paziente ma aveva anche un buon senso dell'umorismo.
    "In effetti no! Non ti amo più come quei giorni, ti amo di più, molto più di allora" Lei lo sapeva, ma godeva un sacco è non perdeva occasione per farselo dire. Adesso l'odore si era affievolito, o forse il suo olfatto si era assuefatto a quella puzza. Con il pensiero tornò a quel giorno in ospedale.
    "Signora, mi addolora confermarle che tutti i controlli e gli esami hanno dato lo stesso esito: lei è completamente sterile, non potrà mai avere figli suoi" La dottoressa aveva parlato in modo informale ma dal tono della sua voce trapelava quel senso di impotenza che a volte si prende gioco di noi. Lei aveva accettato quella notizia facendosene una ragione, in fondo era felicemente sposata con un uomo fantastico; la vita le avrebbe dato altre possibilità.
    "A cosa stai pensando?" Lui capiva i suoi momenti no, vedeva quando si estraniava dal mondo e sapeva sempre dove era in quei momenti.
    "Stavo pensando" Rispose lei distrattamente.
    "All'imminente matrimonio?" Chiese lui sapendo già che lei avrebbe mentito. Già, perché di solito mentiva, non voleva far pesare a lui la sua colpa, lei che non era stata in grado di dare un figlio all'uomo che amava. Ma stavolta, proprio in virtù di quell'amore, non mentì.
    "Stavo pensando a quel giorno all'ospedale, come sempre" Le lacrime le inumidirono il viso fino a congiungersi sul collo lungo e snello. Lui le si avvicinò e la abbracciò teneramente, senza dire una parola, era il suo modo per farle capire quanto la amava.
    "Io non ti ho reso padre, non ho portato a termine ciò per cui sono al mondo, ma tu mi hai tenuto con te, mi hai sempre voluto bene" Lui la fissò con i suoi occhi scuri e profondi che tanto le piacevano "Io ti amo e la vita ci ha donato una figlia da crescere amorevolmente e tu in questo ti sei rivelata una madre eccezionale. Lei ci vuole bene, adesso è il suo momento e ha bisogno di tutto il nostro affetto, dobbiamo aiutarla, siamo i suoi genitori" I due si baciarono teneramente e poi si separarono, lei doveva procedere con i preparativi.
    Eppure sentiva ancora puzza, un odore nauseabondo e allora chiese al marito che stava uscendo dalla stanza "Caro, non senti questa puzza terribile?" Lui si fermò sulla porta e fece il gesto di annusare l'aria, poi disse divertito "Puzza? Io sento profumo, il tuo profumo, il profumo dell'amore e della vita" E mentre usciva sorridendo, lei fu colpita da un bagliore accecante e poi cadde nel buio. Sapeva di essere sveglia, non era svenuta, eppure non riusciva ad aprire gli occhi. Adesso sentiva un peso su tutto il corpo e l'odore nauseabondo si era leggermente attenuato, come se quel peso che gravava su di lei l'avesse ricacciato nelle profondità del buio. Doveva riprendersi e darsi una mossa, aveva poco tempo e non voleva che qualcosa andasse storto, sua figlia avrebbe vissuto un matrimonio memorabile.
    Innanzi tutto doveva sistemare quella stanza, <il decanter> come l'aveva ribattezzata il marito. Era il locale d'emergenza dove lei lasciava a decantare tutto quello che non aveva tempo o voglia di sistemare immediatamente. Con il tempo l'aveva organizzata in maniera tale da avere una sua logica, ma adesso si rendeva conto che era maledettamente disordinata, che ci fosse qualcosa nascosto che produceva quella puzza? Adesso avrebbe cominciato a sistemare e pulire, sua figlia sarebbe tornata per sera e voleva farle trovare la stanza in ordine. Completamente indaffarata nelle sue faccende non si rese conto del passare del tempo e trasalì quando alla porta si affacciò la figlia.
    "Mamma?! Sono tornata" Cinguettò la ragazza.
    "Ciao tesoro, non entrare, non ho ancora finito" Rispose lei perentoriamente.
    "Se vuoi ti posso dare una mano" Propose la figlia.
    "No! E' compito mio. Tu devi rilassarti e stare tranquilla" La ragazza conosceva sua madre, meglio assecondarla "D'accordo mamma, grazie" E senza aggiungere altro si congedò dalla donna richiudendo la porta alle sue spalle.
    "Ottimo" Pensò la donna "Ho quasi finito, lei non deve strapazzarsi" Mentre era assorta in quei pensieri nella sua testa si fece largo una mostruosità; aveva appena parlato con sua figlia ma non era riuscita a vederla in faccia, non aveva riconosciuto il suo volto e il puzzo nella stanza aveva ripreso a perforarle le narici. Si stropicciò gli occhi per alleviare un leggero mal di testa che l'aveva colta all'improvviso e quando li aprì fu di nuovo abbagliata da una luce intensa e fugace per poi ricadere nell'oblio.Stavolta però, oltre alla solita puzza e al senso di soffocamento, cominciò a sentire caldo, un caldo intenso e crescente. Doveva bere e aveva bisogno d'aria, si sentiva soffocare e fu presa dal panico. Pur sofferente riuscì a trovare la porta della stanza e cercò di aprirla, ma sembrava un tutt'uno con la parete e non si apriva. La parte razionale del suo cervello la obbligò a ragionare riuscendo nel contempo a calmare il suo corpo ancora scosso dall'adrenalina causata dalla paura claustrofobica che l'aveva sorpresa. Adesso sentiva il proprio respiro, ma era ancora immersa nel buio, forse si era bruciata la lampadina e sua figlia nel richiudere la porta aveva distrattamente chiuso a chiave; si, doveva essere andata così. Ora il suo udito, reso più sensibile dall'oscurità, percepiva le voci della figlia e del marito che dovevano trovarsi in cucina a preparare la cena, che bravi. Avevano lasciato che lei si dedicasse alle sue faccende senza disturbarla, non capiva le loro parole ma il suono di quelle voci la rilassava dandole un senso di appagamento, ma doveva comunque uscire di lì. Il buio e la puzza cominciavano a darle davvero fastidio, sudava come una fontana e ogni secondo in quella situazione le pesava come un macigno sullo stomaco e senza rendersene conto cominciò a piangere, un pianto silenzioso, ma più piangeva e più si sentiva venir meno e adesso sentiva anche i morsi della fame. Era in una situazione ridicola, chiusa in una stanza di casa sua, al buio e con l'orrenda impressione di soffocare. Ok, si disse, basta piangere, sarebbe bastato chiamare il marito e la figlia e tutto si sarebbe risolto in pochi attimi. Fece dunque per chiamare ma si rese conto che non le saliva la voce, apriva la bocca nel disperato tentativo di chiamare, di urlare la sua sofferenza, ma non riusciva ad emettere alcun suono; nel frattempo si rendeva conto che le voci dalla cucina si facevano sempre più tenue e leggere, come se stessero allontanandosi da lei. La cosa la terrorizzò, si sentiva mancare: buio, puzza, caldo. Stava per morire, dovevano venire ad aprire quella porta, a tutti i costi.Il suo corpo confluì tutte le energie residue in quell'urlo, un unico urlo disperato che squarciò il silenzio e la fece cadere stremata ma ancora vigile. Dopo alcuni attimi, che a lei parvero secoli, sentì delle voci avvicinarsi alla stanza e poi venne investita da una luce accecante e l'aria si fece più respirabile, era salva; adesso poteva riposare.
    L'uomo non credeva ai suoi occhi, quella creatura era nuda, con ancora attaccato il cordone ombelicale. Sua moglie lo aiutò a recuperare il corpicino spostando i vari sacchi della spazzatura, la puzza fece venir loro i conati del vomito, ma non si fermarono e riuscirono ad estrarre la bambina dal cassonetto metallico. Corsero subito all'ospedale più vicino, dove la piccola fu immediatamente affidata alle cure degli addetti e nel frattempo i carabinieri erano arrivati in ospedale per raccogliere le deposizioni dei due soccorritori. I militari furono gentili e comprensivi con la coppia che era ancora in evidente stato di choc e dopo aver espletato le proprie incombenze si congedarono dai presenti.
    L'uomo e la donna si tenevano per mano, lei piangeva e lui cercava di consolarla con delicatezza, la amava molto. Una dottoressa uscì da una porta del corridoio e si avvicinò a loro.
    "Siete stati voi a recuperare quella creatura?" Chiese scura in volto.
    "Sì. Abbiamo sentito un urlo fortissimo provenire dal cassonetto e l'abbiamo trovata lì" Rispose l'uomo "Tutto ok?" Chiese speranzoso.
    "Tutto ok" Adesso la dottoressa si era lasciata andare ad un sorriso "Siete arrivati al momento giusto, la bambina è nata da poche ore e le ha passate in un cassonetto della spazzatura. Il vostro intervento l'ha salvata da morte sicura, ancora pochi minuti e non sappiamo se sarebbe sopravvissuta. Comunque adesso sta bene e se volete potete vederla, venite, vi accompagno" I due seguirono la dottoressa che li fece accomodare in una stanza da dove si poteva vedere la bambina all'interno di una incubatrice e una volta restati soli si abbracciarono emozionati "La figlia che non sono riuscita a darti" Disse lei singhiozzando "Stai tranquilla tesoro, oggi l'abbiamo salvata ed è un po' come se l'avessimo messa al mondo noi. Chissà che brutti momenti avrà passato, l'ha sfiorata la morte" In quel momento la piccola girò leggermente la testa verso di loro e le labbra si incresparono in quello che poteva essere un sorriso "No amore" Rispose la donna "Non ha visto la morte, ha visto la vita e ha lottato per sopravvivere, guarda come è serena adesso" Nel cervello della piccola neonata rimbombarono chiaramente due parole: mamma, papà.
    I due coniugi fecero richiesta ed ottennero l'affidamento della piccola mentre avevano già inoltrato la pratica d'adozione. Il giorno che la portarono a casa si sistemarono sul divano in sala con la piccola e scoppiarono in un pianto di gioia irrefrenabile. Dopo essersi calmati e sistemati cominciarono ad adorare quella piccola creatura e l'uomo disse "Cara, non le abbiamo ancora dato un nome definitivo, come la chiamiamo?"
    "Gioia! La chiameremo Gioia, gioia di vivere!" Concluse la donna.

  • 14 novembre 2014 alle ore 8:43
    Km 35

    Come comincia: Un itinerario in composizione lenta senza frantumazioni alle stazioni, libero come può soltanto lo spirito che si appresta a sviscerare le proprie verità trascurate Tutto per colpa di una ragione attenta che controlla l'emotività e rende certe persino le contraddizioni.

    Ho viaggiato tutta la notte. Gli occhi spaventati aperti sul nulla. Un treno lanciato come un'asta per aria tra vaticini e aruspici inconsapevole del deragliamento. Avevo cominciato bene, forse, ruggendo alla vita con il dinamismo che appartiene all'attore, al funambolo, al mangiatore di coltelli Sì, ogni cosa era mia a vent'anni. Anche il gioco più difficile del mondo ha una logica ed il ragionamento esatto può nascondere un errore.

     Esiste errore tra le costellazioni?

    Ho abbattuto totem con furore, poi con rassegnazione ho accettato tabù invischiati in autocompiacimenti mentali l'ambivalenza che distrugge lentamente crea ohnmachten camaleontici, in stretta simbiosi. In realtà è solo distanza incolmabile

    Ecco è lì l'elan vitale, ancora fermo al km 35.

    Ma oggi dico "chi se ne frega!"

  • 13 novembre 2014 alle ore 18:57
    STELLA DI PAPÀ

    Come comincia: Mi capita, talvolta, di trovarmi impelagato in pensieri strampalati.
    Io e mia moglie non siamo diventati genitori per nostra scelta, soprattutto io non volevo fare il nonno, anzichè il papà, di un discendente ad oltre cinquant'anni di età.
    Con la 'deliziosa' Anna (ventisei anni di differenza) abbiamo preso insieme tale decisione ma, alla soglia degli ottanta anni (i miei) ci siamo ritrovati a fantasticare su un nostro pargolo di cui abbiamo scelto il sesso (femmina)per contrastare un nugolo di figli maschi dei parenti più prossimi.
    Anche al nome abbiamo provveduto: Stella, come quelle che ammiriamo in cielo, una stellina che avrebbe illuminato la nostra bellissima magione.
    Stella avrebbe preso da papà solo i piedini, che lui ha perfetti, al contrario della mancata mamma che li ha proprio bruttini. Con prepotenza la dama aveva deciso che avrebbe ereditato tutto il resto da lei: in primis l'ordine perchè il caos era ed è una peculiarità del maschietto della famiglia di Alberto M. (scusatemi se non mi sono presentato prima), mia moglie Annamaria M. che, oltre ai piedi, pure il cognome ha bruttino (ma non ve lo svelo).
    "Ci mancherebbe altro che fosse disordinata come te, me la sarei messa sotto i piedi." Drastica affermazione della mancata mamma.
    "Povera bambina, sarebbe nata sotto cattiva stella, malgrado il nome,si sarebbe rifugiata fra le gambe di papino. La genitrice, sconfitta, sarebbe stata presa a sonore pernacchie da parte del genitore maschio e della deliziosa bimba, pernacchie che avrebbero causato uno sguardo infuocato della genitrice in erba che non faceva prevedere nulla di buono."
    "Stiamo liticando per una bambina frutto solo della fantasia, ricordati che il disordine è proprio dei geni!"
    "Senti Leonardo da Vinci, mia figlia sarebbe stata solo mia, io me la sarei fabbricata in nove mesi, la tua partecipazione si sarebbe limitata ad una 'sbrodatina' da parte del tuo poco nobile uccello che ha frequentato tanti altri fiorellini le cui padrone erano tutte prese dal tuo naturale fascino, aumentato da una figura slanciata, da un comportamento aitante e distinto e dalla divisa di maresciallo delle Fiamme Gialle con in più un cappello alla 'tedesca' da uomo duro.'Nun ce fa ride' te lo dico col tuo dialetto romanesco. Il tuo cognome viene proprio dai Teutoni, vuol dire uomo che uccide, forse le mosche!!! Di Stella ne avresti voluto fare una guerriera in lotta con l'altro sesso invece di una tenera e dolce femminuccia deliziosamente sempre sorridente."
    "Mia figlia la descrivo come voglio io l'avrei messa in guardia contro gli stronzi maschilisti."
    "Tu ne sai qualcosa per esperienza personale gran furbacchione, io facevo il pesce in barile quando andavamo a ballare e le mogli dei tuoi colleghi, a te avvinghiate, ti sorridevano spudoratamente sbattendotela in faccia. Per tua fortuna non sono gelosa, il rientro in famiglia, dopo una scappatella, è nel DNA tipico del segno della Vergine cui appartieni, Dopo aver intinto il 'biscotto' nell'accogliente 'gatta' della fortunata di turno c'era il rientro all'ovile con la ridicola espressione soddisfatta di 'tombeur des femmes', povero illuso, non ti accorgi che vieni usato al posto dei mariti sessualmente poco performanti. A proposito dell'argomento gelosia, avrei voluto vedere cosa avresti combinato quando la piccola Stella, non più piccola, sarebbe diventata una procace adolescente con un codazzo di ragazzotti sospinti da ormoni in subbuglio!"
    Alberto non  aveva alcuna voglia di controbattere alle argomentazioni della battagliera consorte ma gli era entrata una pulce nell'orecchio, quello che affermava Anna poteva far sorgere degli interrogativi da parte sua, C'era un fondo di verità, come si sarebbe comportato col quel tal giovanotto pieno di acne che sarebbe stato il fortunato della prima volta, che consigli dare alla stellina per un argomento così delicato?"
    "Stai pensando a voce alta, ti si sente lontano un miglio, non avresti voluto mai che fosse giunto quel momento così importante per nostra figlia, come avrai notato ho detto nostra e non mia, anche se il punto di vista di una mamma, in quanto donna, sarebbe stato ben diverso nell'approccio tuo sull'argomento. Guardandoti bene in viso ni accorgo che ti stai domandando: chi è stato il fortunato della prima volta di mia moglie? Ti ho preso in castagna, ti faccio solo una rivelazione: è stato un maschietto che tu conosci ma ti lascerò nel dubbio amletico che ti accompagnerà per tutta la vita, forse in punto di morte...tua naturalmente. D'ora in poi guarderai in faccia tutti i nostri amici maschi sperando...sperando cosa, in una sua confessione 'mi sono fatto per primo quella che ora è tua moglie', magari con un sorrisetto di scherno. Ti è piaciuto il sasso che ho buttato nel tuo stagno?"
    Quella 'sun of the bitch' questa volta era stata malignamente perfida, proprio cattiva, conoscendo a fondo Alberto gli aveva propinato uno scherzo da prete. 
    Un gelo era sceso fra i due coniugi, nemmeno il bacino della buona notte, per non parlare del trombare, meglio non usare con Anna quel termine scurrile, insomma avere rapporti sessuali. Passata una settimana il desiderio del maschietto di casa andava aumentando in senso geometrico, che c...o c'entrava la geometria, bah!
    A rompere per  prima la barriera dei musi lunghi era stata Anna.
    "Vieni qua cucciolone mio, sulla fronte ti leggo che attualmente il tuo problema non è la nostra immaginaria stellina ma...dimmelo tu."
    "Sei una strega, averlo saputo prima..."
    "Mo avresti sposato lo stesso, sei un uomo per me e non solo per me, un uomo stupendo, è troppo? Diciamo piacevole e che in questo momento vorrebbe precipitarsi...vacci piano, entra dolcemente!"
    La lavatrice a portata di mano era stata la testimone di quella scopata o trombata che dir si voglia, saranno termini volgari ma danno un senso pittoresco alla cosa.
    Com'è finita la storiellina di Stella? Nel dimenticatoio, la bimba mai nata era ritornata da donde era venuta, nel meraviglioso mondo della fantasia. 

             
     

  • 08 novembre 2014 alle ore 21:23
    Amore perduto.

    Come comincia: Chissà cosa ne hai fatto di tutti i miei sorrisi ! Cosa ne hai fatto delle mie parole d'amore, dei miei baci e delle mie carezze ! Mi ricorderai o mi avrai dimenticata ? Sarai sempre in me.

  • 07 novembre 2014 alle ore 17:44
    Colpo di fulmine.

    Come comincia: Incontri centinaia di persone nella vita, le guardi e via. Poi uno, solo uno, ti guarda e quegli occhi, quelle labbra, quella voce non la dimenticherai mai più, l'attrazione fisica è fulminea, ti violenta l'anima, ti sconvolge dentro, e da quel momento non ne puoi fare a meno. Lui si è lui, che ti farà impazzire d'amore.

  • 07 novembre 2014 alle ore 11:07
    Il giorno che nacqui.

    Come comincia: Nacqui in un giorno d'estate, tutto era silenzio, poi il vociare, respirai per la prima volta ero felice, sentivo l'amore di mia madre che mi accarezzò per la prima volta. Mi vestirono di candido abito bianco. Ero felice, sentivo lo stesso amore che era dentro di me. Mangiavo al seno, crescevo e imparavo. Quello che vedevo e sentivo, non sempre era come avrei voluto e le prime lacrime scesero dai miei occhi, calde lacrime di un freddo sentir dell'anima mia. Cambiar non volli e rimasi come il cuor mi dettava di esser. 

  • 07 novembre 2014 alle ore 10:55
    Mamma insegnami.

    Come comincia: Mamma dimmi a cosa porta l'odio, la cattiveria, l'egoismo, l'arroganza, l'invidia; perchè non lo so. Voglio capire tutto. Voglio crescere in un mondo sereno pieno d'amore. Insegnami i valori, 
    insegnami il bene. Grazie mamma e papà.

  • 05 novembre 2014 alle ore 23:17
    Gli onesti.

    Come comincia: Sarà sempre così, le persone sincere e oneste saranno sulla bocca di molti, ma nel cuore di pochi, sopratutto chi ha il coraggio di affrontare gli impostori, i falsi e i bastardi. Questo tipo di persone rarissime, sono ammirate per il loro coraggio, ma schivate per paura, non sono quasi mai aiutate ne difese, sempre per paura. Spesso sono solitarie, ma lo preferiscono, vista la falsità odierna.

  • 05 novembre 2014 alle ore 11:55
    La gente è strana.

    Come comincia: Cosa vuole la gente oggi ? Non vuole pensare, non vuole riflettere, non vuole amare, non vuole andare dentro se stessi, non vuole preoccupazioni, non vuole altro che apparire in un involucro vuoto.

  • 04 novembre 2014 alle ore 11:01
    Voglio sapere.

    Come comincia: Voglio sapere come si fa a fare del male gratuitamente. Voglio sapere come si fa ad uccidere bambini, animali e persone. Voglio sapere come si fa a distruggere la natura. Voglio sapere come si fa ostinarsi quando scoprono che sei un impostore... a non chiedere scusa, smettendola invece di continuare. Voglio sapere dov'è finita l'autocritica, la coscienza della gente. Voglio sapere come si fa ad essere invidiosi quando un amico va in vacanza, ma non pensi che è sudata quella vacanza ? Voglio sapere perchè esiste tanta falsità. Voglio sapere perchè la gente non si saluta più. Voglio sapere perchè i soldi hanno preso il sopravvento rispetto ai sentimenti.

  • 04 novembre 2014 alle ore 8:01
    Non ritrarre la mano

    Come comincia: Ti sentivi perduta, avvolta dalle nubi del silenzio, dalla morsa della solitudine, dalla paura dell’ignoto, mentre osservavi fissamente la tua immagine riflessa nello specchio, non riconoscendo quel volto così abbrutito, solcato dal tempo, dalle lacrime, dall’inconsistenza dell’essere...
     
    “Dimmi che devo fare? Mi sento invischiata in una rete senza maglie… Dove andare se la gente non riesce a cogliere il motivo segreto della mia disperazione? Ogni strada mi sembra un labirinto in cui il pensiero s’annulla ed al cuore viene sottratto il sussulto dell’emozioni. Non so perché mi sono fermata al bivio del sentiero, proprio qui accanto a te che hai ancora negli occhi il lampo dei sogni...”.
     
    “Vorrei che t’avvicinassi a me... Sono a pochi passi dalla tua anima. Mi piacerebbe che dimenticassi il passato, ricordando soltanto per non sbagliare ancora, per cancellare le angosce delle notti insonni, gli spintoni ricevuti nella città impietosa, la passione derisa, gli amori falliti...
    Vieni... Guardami. Sono quello specchio che non t’aveva riflesso ancora. Non ritrarre la mano.”.

  • 03 novembre 2014 alle ore 17:35
    Preghiera Laica per i Defunti

    Come comincia: Mi è stato chiesto di dedicare un pensiero '' laico '' ai defunti. Ho elaborato così la mia '' preghiera '' :
    ''Ti ho voluto bene quando eri provvisto di corpo e te ne voglio ora che ne sei privo. Ti auguro di essere sereno nella tua nuova dimensione, di seguire la tua strada senza sguardi nel passato e di essere totalmente consapevole della tua nuova essenza. Svingolati dai richiami della materia e dalle frustrazioni della morte e proteggimi con le potenzialità del tuo nuovo stato. Se per te c'è un percorso che prevede nuova vita, ti auguro di ricordare i tuoi talenti e di far tesoro dei tuoi errori; se per te c'è un percorso che prevede il ritorno all'energia madre, ti prego di illuminare il mio cammino terreno. Ti ho voluto bene quando eri provvisto del tuo corpo e te ne voglio ora che ne sei privo. Tra me, te e tutto il mondo nelle sue varie dimensioni che esista solo Amore e Pace. ''

  • 03 novembre 2014 alle ore 0:31
    Tormento dell'anima.

    Come comincia: L'anima ci parla,credo che noi di un certo spessore dell'anima e del cuore, sappiamo farci un reale esame di coscienza, quando sbagli chiedi scusa e sai che è la cosa giusta da fare. Mi chiedo come vivono dentro se stessi, coloro che pur avendo sbagliato, non solo non sanno riconoscerlo, ma tanto meno sanno chiedere scusa.

  • 02 novembre 2014 alle ore 20:23
    Il male e il bene.

    Come comincia: Nessun essere umano porta in se solo il male o solo il bene, c'è un mix, ma una percentuale più alta di una delle due forze. La rabbia è un energia negativa se ristagna... viene stimolata si presenta come un fulmine, ma si può dissolvere... Il senso di giustizia e di rispetto verso le creature che popolano la terra è o non è in noi, dipende dalle energie che sono dentro di noi.

  • 01 novembre 2014 alle ore 21:03
    La schiavitù

    Come comincia: Scusami, siediti accanto a me e ascoltami, devo dirti una cosa: tanto tempo fa, quando non esisteva il denaro, l'uomo viveva bene grazie al baratto,e ogni cosa aveva un suo valore di scambio naturale. C'erano i valori della vita sana moralmente, il rispetto per gli animali, la natura, vivevano tutti in armonia. Poi un giorno un uomo mal pensante inventò il denaro, gli diede un valore e una forma, e da quel giorno divenne la sua condanna. Ci fu una separazione netta tra ricchi e poveri, i ricchi erano felici e sperperavano, i poveri erano sempre più poveri e divennero gli schiavi dei ricchi. Ora siamo al punto critico. Rifletti.