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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 19 febbraio 2015 alle ore 10:13
    Lacrime e sorrisi senza confini

    Come comincia: Roma.
    Rideva come una matta, piccola creatura senza denti con due ciuffi in testa e tutti restavano incantati a guardarla ed ascoltarla, perché si, pur se piccola il suo sorriso era forte e contagioso e al cospetto di quella gioia incontenibile diventavano tutti più allegri e comprensivi. Ma quella notte pianse a lungo, stavano crescendo i dentini e il dolore era insopportabile, mamma e papà erano stremati, ma ripensando alla loro creatura sorridente la notte passò in un baleno.
    Milano.
    Si sbellicava davanti alla tivù, non comprendeva ancora a pieno il senso di quelle immagini e di quelle parole, ma lui era un bambino così, sempre allegro e sorridente. Da dietro una porta la mamma lo stava osservando senza riuscire a trattenere delle lacrime di gioia, come non esser contenti di fronte al proprio figlio che ride?
    Napoli.
    I bambini ridevano perché un piccione era entrato nell'aula e si era messo a scacazzare a destra e a sinistra; la maestra cercò di riportare l'ordine e il silenzio, ma nel volgere di pochi istanti si lasciò coinvolgere dalle risate sincere dei suoi alunni.
    Torino.
    Il professore di matematica aveva raccontato una barzelletta e tutta la classe scoppiò a ridere in maniera incontrollata tanto che gli schiamazzi giunsero fino all'ufficio del preside il quale, dopo aver individuato da dove giungesse quel trambusto, si diresse in quella direzione. Terza D, in fondo al corridoio, c'era da aspettarselo. Aprì la porta e trovò la classe intenta ad ascoltare la lezione di matematica, ma il suo occhio attento notò le espressioni dei ragazzi: trattenevano a stento le risa e allora si girò verso il professore che, con fare modesto, menzionò la sua barzelletta al preside. Dopo pochi secondi anche il preside scoppiò in una sonora risata e tutta la classe sfogò le risa represse; tutto sonmmato, si disse il preside, ridere fa bene alla salute e distende i nervi, per stavolta niente punizione.
    Palermo.
    A cena l'atmosfera era di quelle pesanti: papà aveva perso il lavoro, suo fratello era stato bocciato, la mamma aveva l'influenza e lei era stata lasciata dal fidanzato. Il minimo errore, una parola sbagliata, un rumore molesto, qualsiasi cosa e sarebbe scoppiata la bomba. E invece suonò il campanello della porta, la mamma si avviò a vedere chi fosse e si trovò davanti l'anziana vicina di casa che era venuta a chiedere di prestarle tre uova. La donna fece accomodare l'ospite e si diresse in cucina per recuperare le uova, mentre la signora, resasi conto dell'atmosfera pesante, provò a sdrammatizzare quella situazione raccontando cosa le era successo. Stava preparando la frittata mentre alla televisione trasmettevano uno spettacolo circense, ad un certo punto uno dei pagliacci si era messo a far volteggiare tra le mani delle palline colorate e lei, presa dallo spettacolo, aveva cercato di imitarlo lanciando in aria le uova con il risultato di fare la frittata sul pavimento. Al sentir quella buffa storiella il papà scoppio a ridere e anche suo fratello rise fino alle lacrime mentre lei, immaginandosi la scena della vecchia che spiaccicava le uova a terra nel tentativo di farle volteggiare in aria, restò per un attimo sconcertata, poi il suo cervello focalizzò la scena e anche lei si mise a ridere. La mamma, che nel frattempo li aveva raggiunti in sala, pur non avendo ben capito tutta la storia fu lieta di vedere i suoi che ridevano beatamente; quelle risa trasmisero in lei gioia e serenità e nel breve volgere di alcuni secondi cominciò a ridere fragorosamente. La vecchia ospite si unì spontaneamente a quella manifestazione di allegria e il frastuono era tale che il ragazzo dovette suonare alla porta ripetutamente prima che qualcuno sentisse. Fu lei ad accorgersi che il campanello trillava e, ancora con la faccia sorridente, aprì la porta e si trovò davanti lui che con in mano un mazzo di fiori la implorò di perdonarlo e di potersi rimettere insieme. Nonostante tutto lei continuò a ridere e in segno di pace lo fece accomodare in sala. Ora tutti avevano smesso di ridera, ma l'atmosfera era più distesa e appena la vicina di casa  li ebbe ringraziati e salutati, squillò il telefono. La mamma rispose immediatamente e disse al marito che era per lui, l'uomo prese l'apparecchio dalle mani della moglie e dopo poche parole un sorriso si stampò sul suo viso; l'avevano ricollocato in un altro reparto e a partire dal giorno successivo avrebbe ripreso a lavorare. Nel frattempo anche il cellulare di suo fratello ricevette dei messaggi; era la scuola che si scusava per un macroscopico errore, le sue schede valutative erano state confuse con delle altre e quindi non era stato bocciato bensì promosso senza nessuna materia da riparare a settembre. Tutte quelle notizie positive ricevute in così pochi istanti riportarono il sorriso a tutta la famiglia e anche la mamma, travolta dall'euforia, riuscì a sopportare meglio la sua condizione febbrile.
    Un paesello in provincia di Brescia.
    Stava leggendo un libro seduta sulla panchina del parco mentre dei bambini schiamazzavano nel prato vicino. Da qualche giorno aveva notato quel ragazzo dai lineamenti orientali che arrivava in sella alla sua scassatissima bici, la appoggiava ad un muretto e poi cominciava a parlare al cellulare. La cosa in se non aveva nulla di strano, ma lei, giorno dopo giorno, si era accorta di come il sorriso di quel ragazzo crescesse fino a diventare gioia allo stato puro; doveva essersi innamorato. Si disse che non avrebbe fatto nulla di male provando a parlare con lui, in fondo era in un parco con tanta gente che li circondava e il ragazzo poteva aver 13 o 14 anni. Quando si accorse che lui aveva finito con il telefono provò a chiamarlo senza metterlo in soggezione, il ragazzo si guardò in giro titubante ma piano piano si avvicinò a lei e quando fu ad un paio di metri di distanza lei si presentò.
    "Buongiorno, io sono Carla, tu come ti chiami?" Il ragazzo non capiva cosa volesse da lui quella donna, ma la sua educazione lo portò a rispondere con garbo "Io sono Akram" Carla intuì il disagio del ragazzo e cercò di conquistare la sua fiducia "Scusa Akram, io facevo la professoressa alle scuole medie e ho sempre vissuto in mezzo ai ragazzi della tua età ed era parecchio tempo che non vedevo più un sorriso come il tuo, solare e spontaneo" Il ragazzo fu tentato di scappare, sapeva che circolavano strani personaggi sempre pronti ad adescare giovani di tutte le età, ma qualcosa nello sguardo della signora lo rassicurò, non sembrava pericolosa "Ho 13 anni ma a scuola non l'ho mai vista" "Infatti, come ti stavo dicendo facevo la professoressa. Poi alcuni anni fa ho avuto dei gravi problemi di salute e ho dovuto abbandonare la mia professione ed ora eccomi qua, seduta su una panchina ad osservare mio marito che gioca con mia nipote ed il cane" Disse facendo cenno con la mano verso il prato. Akram si girò istintivamente e in mezzo a quel mucchio di gente intravide un anziano signore che si intratteneva con una bambina ed un bell'esemplare di Labrador.
    "Hai da fare Akram o puoi dedicare un po' del tuo tempo ad un'anziana signora che adora i bei sorrisi?" Il ragazzo voleva sganciarsi da quella situazione, ma qualcosa lo tratteneva, forse l'educazione, o la compassione per quella stramba vecchietta. Decise allora di sedersi sulla panchina, non aveva nulla di urgente da fare "Ha detto che lei adora i bei sorrisi, come mai?" Quella domanda così diretta, fatta senza malizia, mise la donna in difficoltà, le persone da tempo evitavano di porre domande dirette e ancor meno di rispondere sinceramente. Decise però di aprire il suo cuore a quel ragazzo "Mi piace la gente che ride in modo sincero, senza secondi fini. Il sorriso rende qualsiasi volto disteso e sereno e il suono delle risa mette allegria. Tante persone hanno dimenticato la bellezza delle risate e forse anche io mi sono persa in questo mondo freddo e distaccato. Tu hai un bel sorriso Akram, non smettere mai di ridere, giosci della tua vita, sempre. Sii spensierato e realizza i mille sogni che hai nel cassetto. Adesso se vuoi puoi condividerne alcuni con me" Il ragazzo trovò quella richiesta un po' strana, ma quella signora ispirava fiducia e in un certo senso tenerezza, così cominciò a  raccontarle alcune esperienze e i suoi sogni e il pomeriggio trascorse tra chiacchere e risa di gusto. Poi Akram annunciò che era tardi e che doveva rincasare e lei con un gesto materno lo accarezzò sulla testa e disse "Se vuoi torna a trovarmi, mi troverai qui, tutti i pomeriggi. La tua presenza e il tuo sorriso sono un toccasana per il mio corpo acciaccato"
    Nei giorni seguenti una perturbazione rovesciò pioggia a catinelle su tutta la zona e Akram evitò di recarsi al parco. Dopo quattro giorni di pioggia ininterrotta il quinto giorno il cielo era azzurro e il sole caldo e il ragazzo si recò al parco, in cuor suo desiderava rivedere la vecchia professoressa, ma giunto sul posto non la trovò. Girovagò per circa mezz'ora nella speranza di incontrarla e quando fu sul punto di andarsene riconobbe una signora che aveva salutato la signora Carla e allora, con garbo, chiese informazioni sul suo conto "La signora Carla?" Chiese la donna sbalordita "E' morta ragazzo, è morta!" Akram si irrigidì, alla sua età aveva già elaborato la morte, ma era la prima volta che si trovava di fronte alla perdita improvvisa di una persona con cui era bastato passare un pomeriggio al parco per affezionarsi. La signora comprese lo stato d'animo del ragazzo e gentilmente cercò di consolarlo "Senti ragazzo, se ci tieni tanto vai a farle visita, è morta ieri ed è ancora a casa" Akramm si fece spiegare dove andare e raggiunse l'abitazione della professoressa. Era pomeriggio e a parte i parenti stretti c'erano pochi visitatori, tra cui alcuni giovani, probabilmente ex alunni della signora Carla. La sua religione non contemplava quel rito funebre, ma in quel momento lui vedeva solo un'anziana rinsecchita stesa in una bara di legno e la sua mente da ragazzo spensierato notò un accenno di sorriso in quel viso scarnito. Ripensò a quegli attimi di gioia che avevano trascorso insieme e trasportato da quei pensieri cominciò a sorridere, sempre più forte, fino a scoppiare a ridere. Uno dei presenti lo redarguì severamente, che stava facendo? Era in presenza di una morta, un po' di rispetto. In quel momento il marito della signora Carla si alzò dalla sedia e si rivolse con calma al signore "Lo lasci ridere, non si preoccupi. Mia moglie ha vissuto gli anni migliori della sua vita in mezzo ai ragazzi della scuola e mi ripeteva sempre che le loro risate erano una vera benedizione" Poi appoggiò una mano sulla spalla di Akram e lo invitò a continuare "Ridi ragazzo, ridi. La tua gioia è la mia, il tuo sorriso è il miglior gesto d'affetto nei suoi confronti" Akram sorrise ma poi scoppiò in un pianto sincero e abbracciò l'uomo con forza "Bravo ragazzo, piangi e poi ridi. La gente ha dimenticato cosa vuol dire, non sa più esternare le proprie emozioni e vive in un acampana di vetro"
    Akram uscì da quella casa e si mise a camminare a testa bassa con il cuore gonfio di mille sensazioni, e preso da un turbine di pensieri, con gli occhi ancora gonfi di lacrime, non si avvide di lei che le andava incontro "Sei cieco?" Disse la ragazza con il sorriso sulle labbra. Lui alzò il capo e un sorriso illuminò il suo volto e senza pensarci due volte le chiese "Ti va di venire al parco con me?" "Volentieri" Rispose lei immediatamente. I due ragazzi si fissarono per un attimo, i loro sguardi trasmettevano gioia alllo stato puro. Akram sentiva le farfalle nello stomaco, quindi afferrò delicatamente la mano di lei che strinse leggermente la sua in segno di approvazione; con il sorriso stampato in faccia si avviarono verso il parco, il mondo era loro.

  • 16 febbraio 2015 alle ore 14:33
    Bello Ma Sporco

    Come comincia: “Ti smarrirai nelle orbite oculari dell'angelo caduto e, gridando sotto voce, dire al vento del sud che l’amore è amore se, a darlo, sei tu.”
    Bella la poesia. Riesce sempre a dare quel tocco magico e confortevole di chi, sfrenato sognatore, crede che le cose siano ancora belle; che il mare sia profondo e i gabbiani al meriggio siano l’apice del romanticismo.
    E poi t’imbatti in cose del tipo “Si, come un angelo scopava divinamente, oh sì, se scopava da Dio (o con Dio), non lo so, ma in tutti i casi sapeva fin troppo bene il fatto suo.”
    La poesia può tradursi nelle realtà rude, come un atto sessuale che raggiunge anch’esso l’apice del paradiso sfiorando il “bello ma sporco”, come prendere l’assassinio di una fanciulla lasciata agonizzate sul marciapiede.
    Continuare dicendo “Come se fosse stata la regina delle puttane e meritava molti soldi, oh sì, se li meritava. Una scopata con quella donna e avresti dimenticato ogni cosa, qualsiasi essa sia fosse.
    La sua bocca carnosa così affine ai miei genitali, era l’apoteosi del sesso; il sublime stato di assuefazione frenetica psicofisica dell’uomo! Un solo dito in quella bocca e sarei stato capace di venire dall’unghia se fosse stato anch’esso un organo genitale.
    Aveva lo sguardo di chi sembra farti un piacere, più per te che per lei stessa. Quella sua vagina candida e calda sembrava il morso della morte (e se morte fosse stata, mi sarei lasciato prendere senza pensarci troppo).
    Sapeva metterti il desiderio e sapeva anche come togliertelo. A due passi dal paradiso che si costruiva, era capace di togliertelo come se fosse stata lei ad ingravidare me e non il contrario.
    Oh, mia bella! Scoparti equivale a tutto l’oro del mondo; a tutti gl’occhi che ho potuto vedere in passato e tutte le bocche che avrei baciato in futuro.”
    Non è anch’esso altrettanta bella poesia corporea? Se magari a parlarne fossero le membra stesse potremmo leggere dei suoni che emette ad ogni singolo sussulto per accostarlo a fatti irreali tipo “perché candida giacevi sul cumulo di stracci avidi di piacere, dove dita frenetiche penetravano dolci sulle fosse del viso morente d’ardore”.
    Mostruosamente sublime!

  • 13 febbraio 2015 alle ore 15:30
    Manifestazione Onirica Del Demone

    Come comincia: E’ come se avessi un demone dentro, un demone dalle mille personalità con un solo volto che ha, nel pugno, la mia anima.
    Gli piace giocarci senza mai fermarsi ed io sono in balia di quel suo gioco, senza potergli opporre resistenza; come se la sua mano confortasse più di mille mani reali.

    Nei miei incubi notturni sogno sempre di sfuggirgli o di farlo mio; persuaderlo a lasciarmi andare o lasciarsi andare a me, ma senza ottenere nulla. Due sono le cose che tento di fare: o lo amo o lo odio ed entrambi sono portati all’estremo essere.
    Questi incubi mi folgorano le membra del cervello; cerco di svincolarmi strappandomi al sonno ma invano, la sua perfidia sa sempre come ammaliare il mio tormento mettendomi a tacere, costringendomi a guardare ciò che accade, inerme, spaventato, con quel poco di coraggio che ancora ho dentro.

    Come una Sindrome di Stoccolma amando il mio carnefice allo sfinimento ma tutto attorniato dalla speranza che, un giorno, tutto questo possa finire.
    Nei suoi vari travestimenti, porta un solo volto; ed io conosco bene quel volto.
    Mi rendo partecipe di quella perversa denudazione, come se mi preparassi e agghindassi per il momento in cui mi potrà torcere il collo, sprofondandomi i pollici negl’occhi scabrosamente.

    Mi annoda il ventre ed i polsi, come carne posta sul fuoco ardente; semina dolore e desiderio senza muovere un passo, come se fossi spaventato dalla sua sola ombra offrendo me stesso all’inferno impetuoso e potrei implorarlo dall'oggi al domani; non credo otterrei molto. Alla fine è tutto qui, nella mia testa e fin quando io vorrò che esista, lui non sparirà ma continuerà a farsi spazio disintegrando tutto ciò che di bello resta.
    Com’è possibile che tanta ombrosità sia nata e radicata dal petto alle viscere? Quando è avvenuta la sua nascita, la sua crescita e la mia agonia?

    La sensazione più irreale e veritiera è: seduto nel vuoto una mano trafora il mio metto, abbraccia il mio cuore e quando gli va di giocare, lo stringe avidamente facendolo sanguinare ma costringendolo a restare in vita. Due ferri agl’occhi per tenermeli sbarrati ad assistere alle immagini che mi proietta nel cervello puntellato da un sottile ago infetto che entra ed esce dal mio cranio bagnando le budella che fuoriescono dal mio ventre spappolato.
    Non so se ho reso l’idea.
     

  • Come comincia: Jessie Carter spense la tv, quella sera d’inverno.
    Non valeva la pena di combattere contro le palpebre che sembravano di piombo e il cervello annebbiato dall’età e dal sonno. Così, si aggrappò ai braccioli della poltrona e poco alla volta, nonostante le braccia che tremavano per lo sforzo e le ginocchia instabili, si issò in piedi e si avviò verso la camera da letto.
    Cercò di scivolare a più riprese sotto le coperte, e pensò che gli inverni si erano fatti sempre più rigidi, o forse era semplicemente colpa della cattiva circolazione se il freddo pungente gli assaliva le ossa come tanti, piccoli insetti carnivori.
    Cercò di concentrarsi sul ticchettio regolare della pioggia battente contro il vetro della finestra quando venne rapito da un suono inconsueto come se un gatto stesse raschiando gli artigli contro una porta. Stava per convincersi di averlo immaginato, cedendo con arrendevolezza crescente al sonno, la mente si faceva sempre più evanescente, la vista sfocata, ma neppure quel surrogato di benessere, seppur per una notte, gli fu concesso, non quella sera.
    Rapida la sua figura scomparve nell’oscurità della camera e poi nella pioggia, mentre ciò che rimaneva del suo corpo, una volta prestante ma già consumato dal tempo, veniva prosciugato dei suoi liquidi vitali, come un asciugamano strizzato con forza. Così Faerhglen si arrese nella sua immutabile inconsapevolezza di aver perso un figlio, il primo di quell’inverno.
     
     
    Veronica Monroe quella mattina si era svegliata molto presto. Si sentiva in agitazione ma non sapeva spiegarsene la ragione. Magari è solo lo stress residuo di un periodo intenso, si disse mentre si infilava uno dei suoi maglioni preferiti.
    Aveva un appuntamento, che inciampava nel definire stimolante, con Helen. In occasione del suo ultimo, faticoso esame, aveva chiesto all’amica di vecchia data di accompagnarla nel luogo considerato da sempre il più affascinante in città: il vecchio castello gotico, che un guardiano solerte provvedeva a mantenere in buone condizioni e ad affittare occasionalmente a scorribande di giovani per i loro bagordi trasgressivi dalle sfumature horror. Veronica era giunta a un punto dei suoi studi in cui ogni gesto di supporto, ogni piccolo aiuto proveniente dall’esterno, aveva in sé un grande valore dal punto di vista della motivazione, che era andata pian piano scemando sempre più dall’inizio della sua avventura alla facoltà di architettura.
    Bevve il thè bollente con latte e zucchero, preparato in silenzio per non svegliare sua madre, mentre guardava oziosamente dalla finestra della cucina. Il fluido scivolava giù per la gola come nettare riscaldato. Non sapeva dirsi con certezza se fosse quello, in realtà, il suo stato naturale, l’impostazione di base della sua esistenza, guardare dalla finestra con disincanto un mondo o troppo ozioso, silente, oppure nevrotico e affannato; una modalità d’uso della sua persona che si estendeva e si protraeva con strascichi di sonnolenza per tutto l’arco della giornata, per poi vedere una nuova notte e così via, in un’apatia che avrebbe quasi potuto definire genetica. Scacciò quel pensiero troppo fine da farsi di mattina presto e lo annacquò con il thè riflettendo che forse avrebbe dovuto frequentare di meno gli amici intellettuali dell’università.
    Si chiuse la porta di casa alle spalle e abbottonandosi il cappotto, con tanto di sciarpa ben avvolta attorno al collo, si avviò all’appuntamento con l’amica.
    La cittadina sorgeva su un fazzoletto di roccia vulcanica, frastagliato, ruvido, picco sull’oceano, proprio sul pronunciamento più esposto ai venti del mare della costa e vantava spiagge selvagge e dure come il suo clima, il mare pulito e gelido come i suoi abitanti, uniti alla zona da un legame quasi viscerale, simbiotico.
    Faerhglen in definitiva non era che una piccola e tranquilla cittadina scozzese di provincia, tradizionale, architettura antica mista a tentativi di architettura contemporanea, senza sfarzi. I pub storici, le chiese medievali, per lo più gotiche, e il castello che sovrastava tutto.
    Veronica arrivò a passo svelto davanti allo Starbucks, e trovò Helen già lì ad aspettarla, che spostava il peso del proprio corpo da un piede all’altro per sentire meno il freddo, ma con scarsi risultati, visto come appariva infreddolita. Per Veronica era una sfida avere a che fare con una persona dalle sfaccettature spigolose ed ermetiche, tanto da farle temere, talvolta, che la loro amicizia si basasse su una ricerca perpetua e circolare volta a gratificare il suo ego nel tentativo di espugnare la fortezza di Helen, di risolvere la sua inquietudine, e allo stesso tempo una costante fuga dell’altra, per poi gettare in faccia all’amica il suo senso di incomprensione del mondo, il suo sentirsi perennemente fuori posto.
    Gli anni dell’università le stavano scivolando via dalle mani e il significato di quel correre scalmanata da una lezione all’altra, di quella vita senza sale, si faceva sempre più impalpabile e lontano. Veronica cominciava a perdere di vista il suo obiettivo e si scopriva sempre più spesso annichilita, pensando a se stessa come a un motore ingolfato dalla polvere di un’esistenza frenetica ma non piena, un futuro promettente ma non illuminato dalla passione. Forse ho solo bisogno di un po’ d’avventura, di correre dei rischi, amava ripetersi nei pomeriggi noiosi passati davanti al computer o vagando persa oltre il vetro di una finestra.
    «Non c’è verso che tu possa arrivare prima di me a un appuntamento, vero?» sbottò Helen con un sorrisetto di scherno. Veronica si limitò a rispondere con il sorriso più dolce e innocente che potesse sfoderare, compatibilmente con la sua aria assonnata di chi aveva solo voglia di rimettersi sotto le coperte e girarsi, già con le palpebre appesantite, dando le spalle al mondo reale.
    «Dai, perdonami! Ci sono cose che non cambiano mai, soprattutto i piccoli vizi… Quelli sono i più difficili da sradicare. Ehi, ho proprio voglia di cappuccino!» squillò infine, varcando la soglia del locale.
    «Sì, cambia pure discorso. Non so ancora come mi sono fatta convincere ad accompagnarti in questa uscita!».
    «È perché non avresti saputo che altro fare di interessante nella tua pausa invernale, ammettilo! Io ti offro una stupenda e oltretutto, gratuita occasione di svago e conoscenza, di che ti lamenti?»
    «Ma dai che è solo per il tuo egoistico bisogno di avere un supporto morale per il sopralluogo, perché cominci a non avere più voglia di studiare. Ammettilo tu!»
    Chiacchiere in confidenza, qualche scambio di battute, risate. Questi momenti Veronica li assaporava come aria fresca di montagna, con tutta la purezza che riuscivano infondere.
    La esaltava, stare in sua compagnia la rendeva euforica, ma allo stesso tempo le incuteva un timore appena sussurrato, mai concesso completamente a se stessa, senza sapervi trovare un motivo realmente convincente.
    «Dai, muoviti, finisci quel cappuccino. Il medioevo ci aspetta.»
    «Hai ragione, meglio non tergiversare. Questa cosa la devo fare oggi e togliermi il pensiero.»
    Le due ragazze uscirono quindi dal locale già affollato dai lavoratori del primo mattino, facendosi largo fra ingombranti cappotti gelidi e umidi appena sopravvissuti al rigore dell’esterno e confezioni extra-large di ogni sorta di bevanda a base di caffè, brandite in aria come strumenti di salvezza contro il tedio e la fatica di quella nuova giornata ancora acerba.
    Si incamminarono con andatura veloce, i passi scanditi da ammiccamenti e risate, verso la parte alta del centro cittadino e da lì presero un viottolo che portava dritto al luogo più affascinante della piccola città costiera: l’antico castello. Veronica, ogni volta che posava gli occhi su quella costruzione, non poteva trattenere un brivido, e la sua fronte si corrugava automaticamente, gli occhi diventavano come fessure. Strana sensazione, dal momento che il castello rappresentava quanto di più vicino, in città, alla sua idea di opera architettonica. Sicuramente il senso di inquietudine provato era favorito dal fatto che si ergeva su una collinetta vicino ad un fiordo più elevato, ma forse anche per la sua storia tormentata. Quelle mura possenti trasudavano, in realtà, gocce di drammaticità e un sentore di fragilità, per chi sapeva osservare con attenzione, e questa duplice sensazione al suo cospetto la attraeva in modo irresistibile per questo motivo lo aveva scelto come luogo ideale per l’ultimo di una lunga serie di esami di ristrutturazione.
    Il castello, nel suo attuale aspetto, risaliva al tardo Seicento, ma alcune fonti storiografiche locali ritenevano che fosse stato utilizzato la prima volta, come residenza reale, già nell’undicesimo secolo.
    Le finestre erano piccole e dall’esterno attiravano l’attenzione dell’osservatore meno delle pietre che, ad una ad una, formavano le umide pareti. I pavimenti erano fatti di freddo lastricato, lisci e ampi e le mura portanti interne, che costituivano le grandi e spaziose sale, venivano mantenute raramente e per poco tempo al caldo; l’acqua doveva essere raccolta presso i pozzi che si trovavano nei cortili esterni e trasportata attraverso la fortificazione dai servitori. Le mura apparivano possenti e venivano costruite alte per fornire maggiore protezione nei confronti degli eserciti in avanzata e anche per fornire buone posizioni di avvistamento e panoramica da un’angolazione posta in alto, attraverso le fessure d’osservazione.
    La costruzione della struttura, semplice, fatta di pietra e mortaio rendeva relativamente semplice applicare delle riparazioni qualora fossero stati aperti squarci nella costruzione, ad opera dei nemici in fase d’assedio.
    Il pesante portone di legno massiccio  si aprì solo nel momento in cui Helen rispose alla richiesta di identificazione da parte del burbero guardiano Alex.
    Si ergeva come una imponente figura d’altri tempi, fiero e compassato, quando le due amiche lo incontrarono subito dopo essere entrate. Varcato l’ingresso si arrivava all’imbocco di un lungo corridoio; il castello era costituito da tre ali fondamentali e le due laterali disponevano di una torre ciascuna, il corpo centrale, rettangolare e possente, era una fortificazione che ispirava sicurezza anche solo scrutandola da lontano. Alex si sentiva a suo agio nelle vesti di anfitrione. Veronica ebbe la grande opportunità di ammirare dal vivo gli enormi saloni d’onore ad ampio respiro dove si usavano prendere decisioni di importanza vitale dal punto di vista militare, politico e sociale; i vari torrioni costruiti con una particolare tecnica architettonica atta a conferire la caratteristica morfologia cilindrica, svettante, che toglie il fiato se si guarda in alto durante l’arrampicata per la stretta scala a chiocciola ben aderente alla parete fatta di grandi pietre; sulle pareti campeggiavano i meravigliosi arazzi raffiguranti scene di vita quotidiana all’interno del castellare e scene di battaglie vittoriose. Helen stava vivendo con devozione quell’improvviso e affascinante tuffo nel passato. Ma lo spettacolo più appagante per lei era costituito dalla possibilità di ammirare il rinnovato bagliore negli occhi di Veronica, la pura felicità dipinta sul suo viso ogni volta in cui si immergeva in qualcosa che amava profondamente; e si scopriva ad insistere con lo sguardo su di lei per un tempo maggiore rispetto a quello che riservava ad un arazzo, o al soffitto affrescato di un salone; il tempo si dilatava, tingendosi d’infinito, ma non si concedeva ancora di indulgere per un tempo sufficiente a lasciarsene accorgere, soprattutto da Veronica.
    Alla fine del tour, Veronica aveva riempito pagine di appunti sul suo block-notes, fra nozioni di storia e tecnica di progettazione e veri e propri schizzi, che avrebbero costituito il trampolino da cui il suo guizzo creativo avrebbe preso il volo per nuove idee sul riammodernamento e la ristrutturazione della struttura originale. Se avesse avuto l’idea giusta l’amministrazione avrebbe potuto prenderla seriamente in considerazione e con i giusti appoggi a livello universitario, quel castello avrebbe finito per essere anche un notevole trampolino per la sua carriera. Veronica voleva arrivare, ottenere il successo, aveva una vera e propria ossessione perché il suo tempo su questo mondo non andasse sprecato, aveva la smania di fare, per poter lasciare segni tangibili del suo operato e si affannava per questo nella ricerca di certezze che non fossero qualcosa di evanescente; in questo si sentiva appartenente alla stirpe filogenetica del padre. Eppure questa ricerca di una risposta che fosse qualcosa di più, un interruttore che avrebbe illuminato, squarciato il velo della normalità, strideva con la sua ambizione, con la sua sete di risultati oggettivi.
    Alla fine si ritrovarono nella biblioteca. Alex voleva fare bella figura e il suo orgoglio annebbiava la sua abituale prudenza. Per permettere alle giovani studentesse di riposare le gambe e la testa, aveva proposto, da vero ospite all’inglese elegante e disponibile, di prendere un thè aromatizzato con un’erba dal valore energetico, nella sala adibita a biblioteca, appositamente attrezzata con tavolo del Settecento e poltrone coordinate, rivestite in velluto rosso. Le tre librerie di legno, risalenti all’epoca rinascimentale, occupavano ciascuna una delle pareti libere dall’ingombro della porta e ad una prima occhiata della stanza, apparivano sterminate. Sul pavimento giacevano pesanti tappeti, per coprire la cruda semplicità della scura pietra, già coperta di assi di legno, come a voler a tutti i costi mascherare un’origine ancestrale e grezza di quell’ambiente così complesso, carico di parole, di strutture, di simbologia e pensiero. Nell’insieme, in realtà, infondeva un senso di oppressione e soggezione, ma non se ne poteva negare la maestosità.
    Fu Helen a trovare il libro, o fu lui a trovare lei. Di sicuro spiccava, in mezzo a titoli altisonanti e caratteri araldici fantasiosi e portatori di echi lontani, provenienti da epoche in cui la società era organizzata diversamente, dove gli uomini morivano per le infezioni causate dalle ferite di guerra e le donne morivano di parto. Raramente si moriva di vecchiaia.
     

  • 11 febbraio 2015 alle ore 15:40
    Sessantatré Ore

    Come comincia: Sessantatré ore.
    Sessantatré ore senza mettere un piede fuori.
    Odio il tempo; così linearmente detestabile.
    In dodici ore si possono fare molte cose; in ventiquattro il doppio, ma in sessantatré, beh, il triplo.

    Si potrebbe dire “aprile, dolce dormire” ma cavolo siamo in inverno ed è possibile che in sessantatré ore, non si riesce a fare niente?
    Avevo perso la bussola e non ero molto in me. Steve mi ripeteva che non dovevo demordere, che le cose sarebbe cambiate; piangersi addosso era inutile e che dovevo prendere il mio tempo, organizzarlo, fare, dire, uscire, ecce cc. Che caro amico era quello Steve; anche a distanza sapeva come farmi rinsavire.

    Non vedevo nessuno, non sentivo nessuno, l’unica cosa con la quale parlavo sempre erano quelle maledette sigarette che, però, nel loro far male mi tenevano compagnia. Tra le quattro mura della mia stanza informe, pensavo alle vite che conducevano le persone al di fuori di essa; il panettiere, la signora di sotto, gli uccelli, i ragazzi di ritorno da scuola.

    Scuola. Che bella parola. Quando ero ragazzo mi piaceva molto andarci. Stare con la gente era la cosa che mi faceva sentire bene, una sensazione di sazietà, interezza, benessere fisico e mentale. Ma forse non ero mai riuscito nell’intento di unire utile e dilettevole; o mi dedicavo all’utile passando il tempo libero nell’inutile o mi dedicavo al dilettevole scadendo, poi, anch’esso nell’inutile.

    Eppure c’era qualcosa che mi sfuggiva, qualcosa che era lì, tra le dita delle mie mani irrequiete. Pensieri, parole, immagini, sensazioni e l’unica cosa a cui la mia mente mi riportava era il passato, passato, passato.
    Abbastanza estenuante, direi. Eppure il sole era alto nel cielo, avrei potuto fare qualsiasi cosa. Si, ma cosa?

    Non era la mia aspirazione restare chiuso tra quattro mura e non uscire per sessantatré ore, ma anche se avessi rotto quello scorrere del tempo, non sarei comunque giunto a qualche soluzione. Eppure sapevo che le risposte erano tra le mie mani, tra un dito ed una sigaretta.

    Il caffè, che gran benedizione. Il mattino era troppo bello per passarlo a non viverlo, ma ero troppo rinchiuso in me stesso per far sì che il sole portasse qualcosa di buono. Ero fatto per la notte, per il divertimento, per le illusioni e per l’amore che da un bel po’ non mi faceva visita.

    Del resto, ho sempre fatto così. Nei momenti di inadeguatezza, l’unica cose che mettevo a proprio agio, era il mio corpo e non di certo la mia anima.
    Sessantatré ore; eppure questa parola mi intrappolava e il ticchettio dell’orologio che scandiva ogni secondo, Dio cristiano, era l’apoteosi filmica che faceva vacillare la mia mente.
    Siamo giunti quasi a sessantaquattro.

    Che Dio mi perdoni per tutto questo tempo sprecato a sprecarlo ma se solo mi volesse un po’ più di bene, se realmente vedesse me come uno dei suoi legittimi figli, allora mi darebbe una mano. Una qualsiasi. Magari potrebbe iniziare col darmi l’ispirazione giusta per affrontare diversamente ogni mattino quando, per il troppo sonno, i miei occhi si aprono con un solo pensiero nella mente “sessantatrè ore”; se magari mi facesse svegliare con un pensiero diverso, sarebbe già un inizio. E forse se già mi svegliassi con la frase “sono vivo anche oggi”, forse non sprecherei tutto il tempo a pensare a quante ore sono rinchiuso in casa circondato dalla mia solitudine.

    Oh, Steve! Non sai quanto piacere mi hanno fatto le tue parole; del resto tra amici ci si comprende e ci si rafforza. Spero tu abbia tutte le fortune, più di quelle che hai già e non mi dispiace pensare che, a differenza tua, io sia dannato nell’inferno senza nessuna fortuna alcuna. I disgraziati muoiono soli, non te l’hanno mai detto?
    Se mai verrai a farmi visita, ricordami di non sporcarti troppo con il fluido fetido della mia pazza filosofia.
     
    Sessantatrè ore e mezzo dì appena passato.

  • 11 febbraio 2015 alle ore 3:12
    Occhi Nel Buio

    Come comincia: “Attenta! Non lasciarti ingannare dal triste paesaggio. Ridici su! Non sono che una massa di imbecilli che attendono queste feste per dar sfogo al loro ego! Non farti male”-!
    Non capii le parole di Mia ma la musica distolse la mia attenzione ed a malapena riuscii ad accorgermi che qualcuno mi stava fissando. Per un malore improvviso, fui costretta a dirigermi verso l’immenso terrazzo lungo tutta una facciata del palazzo che collegava la sala principale alle altre venti sale per gli ospiti presso le quali molti gruppi di persone si stavano dilettando con personali giochi erotici e sfrenate orge. L’aria fredda della notte non mi fu mai così piacevole come quella sera. Mi sentii libera e più tranquilla e mi adagiai accanto alla forte ringhiera ammirando la luna che non guardavo da tanto tempo. Dopo un po’, preoccupata per Mia, rientrai nella mischia fetida. Iniziai a insediarmi tra la gente che ballava e rideva; vagavo, toccavo, sentivo, non riuscivo a respirare né a carpire un minimo di dove fosse finita Mia. Ricevetti spintoni, schiamazzi in faccia, chi mi palpava, chi mi invitava a ballare tra un vomito e l’altro e, l’unica cosa che mi ripetevo, era quella di trovare Mia al più presto e scappare via da quel posto, il più lontano possibile. D’improvviso, scorsi una nera maschera dalle sfumature blu acceso con due occhi vitrei dai riflessi aurei incrociare il mio sguardo. Mi fermai e, per un istante, rabbrividii; mi voltai intorno per vedere se mai la vecchia Contessa fosse nei paraggi ma non la scorsi e il mio sguardo si riposò sulla figura nera di quell’uomo inutilmente. Sparito.
    “E’ sparito? Dov’è”-? Mi chiesi mentre lo cercavo con lo sguardo. Ripresi la mia ricerca ma non più di Mia ma di quell’uomo che aveva attirato la mia attenzione. Non lo trovavo da nessuna parte e finii per impazzire quando, ormai stanca del troppo girovagare, del bere e del calore, mi fermai d’improvviso e mi lasciai travolgere dalla massa senza più lottare. Dal nulla sbucò la sua mano che afferrò il mio braccio facendomi rinsavire. Aprii d’improvviso gli occhi e incrociai i suoi.
    “Alzati”-! Mi disse con aria severa.
    “Chi sei… tu”-? Gli chiesi sfinita.
    “Chi sono io, non ha importanza. Alzati e va fuori”-! Mi ordinò.
    Non so perché ma di soppiatto mi alzai e raggiunsi la terrazza con le poche forze che mi rimanevano seguita dall’uomo indiscretamente.
    “Chi siete”-? Chiesi spaventata voltandomi verso di lui.
    “Come vi sentite”-? Chiese impassibile.
    “Meglio, la ringrazio”-! Dissi abbassando lo sguardo quando d’improvviso mi prese il braccio, mi girò il volto col mento e mi guardò negli occhi profondamente. Conoscevo quegli occhi; non li avevo mai dimenticati. Non proferì parola alcuna né si preoccupò del dolore che iniziai ad avvertire al braccio ed al mento. Senza che potessi dire o fare niente, mi baciò perdutamente, avvinghiandosi prepotentemente alla mia vita. Non m’infastidì il suo gesto e non osai chiedere nulla nemmeno quando mi portò nelle mie stanze come se sapesse dove pernottavo. Con violenza mi strappò i vestiti, si tolse i suoi, con passione mi sfilò la biancheria senza mai distogliere ne lo sguardo né la bocca dalla mia. Mi entrò dentro senza batter ciglio, senza chiedermi il permesso, senza togliersi la maschera magari in segno di rispetto e non osò togliersela per tutto il tempo. Mi toccava bramoso, mi stringeva a se, mi palpava come se fossi stata la prima e l’ultima; mi accarezzò il collo, i seni, mi baciava violento penetrando molte e molte volte. Non m’importava di nulla, anch’io con lui mi sentivo persa in quella bramosia dannata; cercavo il suo sesso come una forsennata, accarezzavo i suoi pettorali, lo baciavo sulla bocca e sulla maschera che non volevo si togliesse; i minuti che passavano inesorabili tra le dita delle mani e dei piedi, tra le lingue che si toccavano, incastravano e mordevano, mi avevo fatto capire chi era quell’uomo.
    Piansi ed il mio corpo con me. Consumammo tutta la notte come due animali impauriti lontani dal ballo, lontano da quella vergognosa miscela, lontani dal mondo stesso.
    Al mattino, al mio risveglio, fui sola, lui… non c’era più.

  • 10 febbraio 2015 alle ore 14:33
    [S]fortuna

    Come comincia: La fortuna arriva una volta; poi se la ritenti, scordatelo pure.
    Ma poi davvero si parla di fortuna? Sembra quasi un paradosso. Non è che forse si ha fortuna solo quando i pianeti, le stelle, le persone, la mente e l’anima si allineano? Potrebbe trattarsi di un fatto astrofisico quello della fortuna e potrebbe essere un ipotesi molto romantica del tema in questione ma, se proprio devo dirlo, sembra un po’ tutta una presa per il culo. Quando sembra che la vita prende una piega diversa e positiva, quel periodo dura ben poco e quando dici alle persone che incontri “No vabbè ma io sono felice, sto bene”, cazzo (penso) non dovevo dirlo. Ecco che ti svanisce tutto magicamente e, a volte, anche drasticamente.
    Che strana cosa questa della fortuna; non so mai se crederci fino in fondo o no, se fermarmi a pensare all’essenza vera del concetto di fortuna o meno, vivermela così come va come tutte le cose. Però, quando mi fermo, penso “Che gran rottura di palle”, ed è quello che dico tutt’ora.
    Non ci sono molte domande che uno si può porre per avere altrettante risposte in merito e quindi arrivare ad un punto in cui il filo e la logica si uniscono all’unisono; non ci sono dati certi ne studi abbastanza veritieri che ci portano a capire perché, su questa terra, molte cose vanno così e basta. Ma almeno una cosa risaputa da anni ce l’abbiamo e, come disse un vecchio saggio una volta “La felicità è un attimo”; se fosse realmente così, allora, non posso che pensare “Il mio attimo è arrivato e già passato, aspetteremo il prossimo”. Si, ma se deve essere in eterno, Dio mi aiuti se nel corso delle cose posso rischiare di perdermi.
    Adelaide era stata un punto saliente per la mia andata fortuna, nonostante fosse una persona innamorata della sua malattia (un caso clinico per eccellenza, mi verrebbe da dire). Eppure era stata decisiva ed importante al fine che la mia fortuna si compiesse (magia che ha, poi, abilmente storpiato e rotto data la sua mente malata). Dal bene del pensiero era passata a quello cattivo che si è maturato nel corso del tempo nell’altro emisfero della mia anima.
    Perché le persone devono sempre ingannarci con la “finta falsità” del cuore senza veli ne accortezza? Dio, che rabbia! E non tanto per le cose che ho vissuto in quanto, per l’amor del cielo, era anche normale che andasse tutto male data la brevità del tempo felice, ma proprio dall’inguaribile romantico che sono nel dedicare così tanto tempo, pazienza ecce cc a qualcuno che, inconsciamente, già so che ferirò o che mi ferirà senza pensarci due volte.
    Ho pietà di me stesso ma, almeno, non mi biasimo né mi giudico.
    Se scontrandomi con realtà cattive posso fare cinque passi in più dentro me stesso, allora accetto tutto e vado avanti; almeno posso vivere il restante dei miei giorni con consapevolezze in più su come la gente vive nel mondo.

    Sono incantato. 

  • 08 febbraio 2015 alle ore 16:08
    Fragilità

    Come comincia: Ferma nel campo di granoturco, aveva un soprabito blu e delle scarpine da signorina bianche con piccoli girasoli. Camminava leggera toccando le spighe una ad una aspirandone il profumo secco. Si ricordò del suo sogno; era davvero quello il momento di andarsene? ... si. Rosa era sicura che avrebbe abbandonato per sempre quel posto e tentò di catturare con lo sguardo, con l’olfatto, con le mani e con l’udito tutto ciò che apparteneva a quella terra che avrebbe amato per l’eternità. Dopo di che andò via. Partì distaccandosi da quel mondo che amava più di se stessa, portando via con se solo il ricordo di un infanzia felice. Isidoro non seppe, se non al pomeriggio inoltrato, che Rosa era partita. S’era allontanata dal suo cuore e dalla sua bramosia. L’aveva abbandonato come fece sua madre molto tempo prima. Scomparve così la figura di Rosa tra quel grano, tra le stanze del casolare, tra la stradina tortuosa accanto alla sua casa, la sua risata cristallina che la si udiva al di là del campo. Non avrebbe più sentito le sue dolci ed esili mani sui suoi vestiti, le sue dita affusolate slacciargli le scarpe, il solletico provocato dai suoi capelli sul suo petto nudo, le sue labbra scarlatte col sapore di ciliegia; non avrebbe mai più incontrato i suoi occhi dal graffio felino, non l’avrebbe sentita più parlare, sbraitare irritata contro gl’insetti, non avrebbe più fatto l’amore con lei, ne litigarci, ne parlarci spensierato del lavoro, dei progetti insieme, delle sue erezioni ad un solo sguardo malizioso. I suoi giochi infantili insieme a Rosa erano finiti in un soffio di vento, in un giorno indescrivibile e mai immaginato. Si sentì lacerare le viscere, una tristezza ammorbante e dolorosa pervase il suo corpo. Si sentì mancare delle sue forze, delle sue lacrime, del suo stesso dolore. Rimase immobile in piedi a guardare la lettera che Rosa aveva lasciato. Incurvò i sopraccigli scrutando la busta che conteneva la lettera, come se fosse trasparente e vi si poteva scorgere le parole come “perdonami” oppure “dovevo farlo”. Ma nella lettera c’erano tutt’altre parole che non corrispondevano a quelle che lui pensava avesse scritto. Voleva abbracciarla ancora, respirare l’odore dei suoi capelli strambi, sentire la sua corporatura esile vicino alla sua, vedere le sue labbra tinte di rosso ed il sapore di crema e di finto, voleva passeggiare ancora tra il grano e sentirla dire per un ennesima volta che l’amava. Tutto svanì disperatamente. Il sogno infantile in cui s’era rifugiato con lei s’era spezzato e lui s’era destato nella vita cruda ed amara che l’attendeva da molto. Ma il tempo gli aveva insegnato che piangere era inutile e soprattutto stupido. Era il cuore che stava piangendo e si feriva con le sue stesse mani. Guardò dappertutto, in ogni angolo, spigolo, punto della casa. Notò un tavolino basso messo da parte e sedie altrettanto basse con una lettera posta sopra che attendeva d’esser letta. Alla vista del tavolino s’intristì. Si ricordò di quando le chiese di comprare un tavolo con delle sedie e che lei si era rifiutata perché quella casa troppo bella già in quel modo. Sorrise tristemente, come se avesse sorriso a lei. Prese l’altra, quella datagli dal padre, ed iniziò a leggerla. La fluidità delle parole scritte prese corpo ed il discorso fu così incalzante che sembrava fosse stata lì a parlargli di persona. Cerano scritte frasi tipo che “Il tempo passato insieme è un tempo che non finirà mai. L’amore che mi lega a te è immenso. Odiami, maledicimi quanto vuoi, io non posso biasimarti. L’età infantile che s’è bruciata in un soffio di vento, non terminerà mai, Isidoro. Il tempo c’ha insegnato ad accettare le cose, c’ha forgiato, c’ha accolto. Adesso dobbiamo andare ognuno per la propria strada, quella strada che ci siamo creati entrambi nel nostro piccolo.” E poi “Io sono cresciuta lontano da tutto e da tutti. Sei stata una presenza nuova e confortevole, sei stato un maestro di vita per me, un amante, un amico, un fratello. Ho imparato molte cose standoti accanto, adesso è tempo che impari altre cose andando via perché questa è la mia strada. Tu... troverai la tua” -. Isidoro tacque; rileggeva sempre le solite parole per vedere se mai qualcuna gli dava speranza nel credere che sarebbe, un giorno, ritornata. Ma nessuna lo incitava ad amarla ancora, tutte stroncavano l’età dell’amore ormai passato. Poi s’alzò, girò la pagina; c’era scritta solo una frase. Breve ma molto significativa;   “Aspetto un figlio.”   Non dimenticò mai Rosa e non accantonò mai il suo amore per lei. Si perse nei ricordi, come suo padre. Continuò la sua vita ribelle, ad avere i periodi “si” e quelli “no”, aveva sempre i capelli ribelli schiariti per il sole e arruffati, continuò a dirigere il suo bar nel centro della città, si occupò del casolare, del padre e della casupola.   Rosa sembrava fosse svanita; come una bolla in mezzo al vento, trasportata chissà dove in un giorno di primavera.

  • 07 febbraio 2015 alle ore 19:52
    Cielo e Terra

    Come comincia: Il Cielo e la Terra sono due amanti separati dall'orgoglio. Il primo vanta l'eterea essenza dello spirito, la seconda la vita della materia. Entrambi vogliono il privilegio dell'importanza, ma se pur divisi non riescono a fare a meno l'uno dell'altra. Il Cielo piange la sua pioggia e dalle lacrime la Terra colora la sua esistenza e affida al vento i messaggi da portare al suo amante. Spesso il Cielo si infuria e le invia tutte le peggiori ingiurie. Lei è paziente, ma sa affrontarlo mettendo un muro di nuvole e grigiore. Lui non sa rimanere per lungo tempo in collera con lei e nei giorni più sereni coglie un fiore di tela, ci appende un cuore intrepido e lo lancia a lei come un messaggio d'Amore. Chi vive tra tra Terra e Cielo conosce la Simpatia che c'è tra i due e nel momento in cui discende o sale scorda il messaggio, ma porta un sorriso. ;)

  • 06 febbraio 2015 alle ore 19:53
    MESSINA CHE FIGURA DI...

    Come comincia: ...
    Sicuramente vi sembrerà un po' strano il titolo di questo racconto, lo capirete man
    mano che la storia andrà avanti.
    Parlo di Messina città dove sono nato e dove risiedo ma che vorrei...
    Mi presento sono Salvatore Arena nome e cognome comuni da queste parti; per
    essere riconosciuti molti di noi abbiamo un soprannome, il mio è 'Er mejo' per
    lontane origini romane. (Non mi voglio allargare troppo ma se me l'hanno
    appioppato qualche motivo ci sarà pur stato!)
    Messina, come molti di voi sapranno, è una città situata sulla sponda sinistra
    dell'omonimo stretto con alle spalle i monti Peloritani, un capolavoro della natura
    per la loro incommensurabile bellezza, città che ha o meglio avrebbe molte
    peculiarità per essere considerata una delle migliori d'Italia ma,.,
    Un motivo per essere nota è il terremoto che nel 1908 la distrusse per quasi la
    totalità, terremoto che ovviamente le cambiò il volto. Fu ricostruita con sistemi
    antisismici con strade più larghe e con edifici moderni che sono resistiti al tempo,
    insomma una città più moderna. Allora tutto bene...ma quando mai!
    Questa è un'urbe (vi piace questo vocabolo?) in cui avviene tutto e di più e non
    senso in senso positivo, esemplificando:
    - la città è il passaggio obbligato del traffico sia ferroviario che gommato, quest'ultimo, attraversa il centro della città per raggiungere gli imbarcaderi e crea molti problemi (ci sono stati anche dei morti) e allora che si fa? Si costruisce un porto dove deviare quel benedetto (o maledetto) traffico e dove si costruisce il nuovo porto? A sud, a Tremestieri in zona famosa per le mareggiate e per lo scirocco che in molti giorni dell'anno imperversa in quella zona. I Messinesi sono masochisti? Ma ...La conclusione è che spesso quel porto viene invaso da tonnellate di sabbia che, ovviamente, lo rendono impraticabile (con relativa chiusura) ed i Tir sono di nuovo costretti a transitare per il centro. Ne consegue anche che si è costretti ad usare delle speciali battelli per rimuovere la sabbia con rilevanti spese periodiche. Può capitare che gli amministratori di una città facciano degli sbagli ma questo è stato troppo grossolano (oltre che prevedibile) e risolvibile solo con costosi e lunghi lavori;
    - altro esempio: la provincia acquista un hotel situato dinanzi agli imbarcaderi dei traghetti privati e poi lo gestisce per i passeggeri in transito direte voi, ma quando mai lo abbandona al degrado più assoluto e non riesce a venderlo;
    - la città ha nel porto un'essenziale Infrastruttura sia per i traghetti delle FF.SS. che per le navi militari (Finanza, Marina, Carabinieri ecc.), la famosa 'falce' molto importante per varie attività ma attualmente è nel degrado più assoluto in quanto le due autorità che la gestiscono sono da sempre in conflitto fra di loro;
    - si bandisce un concorso per Vigili Urbani ti cui organico è come si dice 'all'osso', come finisce? Con l'immissione in servizio dei vincitori direte voi, sbagliato; alcuni furbastri presentano certificazione medica da cui risulta che non possono essere impiegati 'in strada' e quindi vengono destinati ai lavori d'ufficio pur intascando l'indennità di vigile. Allora che si fa? Si bandisce altro concorso i cui vincitori (trentadue) saranno destinati a prestare il loro servizio in strada direte voi, penso che sia meglio che non diciate nulla tanto non ci azzeccate, ricordatevi che siamo a Messina. I nuovi trentadue vigili prestano giuramento in divisa con tanto di autorità presenti e televisione locale per far risaltare l'avvenimento ma poi vengono rimandati a casa per mancanza di fondi!
    - l'attuale sindaco 'verde' va sempre in giro con una maglietta Tibet free' come se ai messinesi potessero interessare i problemi di quel martoriato paese a cui nemmeno gli americani, portabandiera di democrazia, possono far nulla. Un giorno ha emesso una ordinanza di divieto di passaggio su alcune strade ed in orari prestabiliti per i Tir sbarcati da navi provenienti da Salerno, tutto normale era sua facoltà. Ma poi il signor sindaco ne ha combinata una delle sue: con indosso sempre la succitata maglietta e con tanto di fascia tricolore si è posizionato in mezzo alla strada per bloccare di persona i camion! Sempre il signor sindaco il 2 giugno, giornata delle forze armate, dinanzi al piazzale del Comune dove erano schierati tutti i militari per la cerimonia, si è presentato con la bandiera dei pacifisti come se i nostri soldati andassero in giro per il mondo a fare la guerra quando invece è risaputo che aiutano le popolazioni locali anche a prezzo della propria vita;
    - andiamo avanti: Messina è nota anche per aver il manto delle sue strade assolutamente disastrato, conducenti di motorini e di biciclette rovinano a terra sia per le molteplici buche ed anche per le radici degli alberi che invadono il sito stradale. Come risolve la situazione il signor Sindaco? Con un'idea fantasiosa, in alcuni tratti della strada Panoramica dello Stretto fa restringere la carreggiata con strisce sul terreno! Altra trovata geniale: costruire vicino alla sede stradale del tram, per circa due chilometri partendo dalla Dogana, un'aiuola larga circa cinquanta centimetri con relative piantine che faranno una brutta fine perché, come tutto il verde cittadino, saranno abbandonate a se stesse. Da rilevare che la strada è stata ristretta di circa sessanta centimetri. Nel centro cittadino c'è la cattedrale con un orologio di antica pregevole fattura meta di numerosi turisti che sbarcano dalle navi di crociera. Come spesso riportato anche dalle TV locali, la piazza è spesso sporca ed è regno di bancarelle abusive; 
    - altro argomento di fondamentale importanza: il ponte sullo stretto. Inutile dire che il signor Sindaco, smessa temporaneamente la famosa maglietta 'tibet free', ha indossata quella di 'no ponte'. Che conseguenze hanno portato le decisione di non costruire più tale manufatto? Lo Stato deve rimborsare alla ditta vincitrice del concorso una somma notevole per non aver rispettato il contratto e per il rimborso delle spese per i lavori già effettuati, A Messina la disoccupazione, soprattutto giovanile, è molto alta, il ponte avrebbe assorbito, per molti anni, un gran numero di lavoratori locali. Lo stesso ponte doveva far parte dell'asse di collegamento fra il nord ed il sud Europa, niente collegamento;
    - altro argomento: le Ferrovie dello Stato hanno in progetto di non effettuare più il traghettamento dei treni di lunga percorrenza sulle due sponde dello Stretto con la conseguenza che i passeggeri provenienti da Siracusa, da Catania e da Palermo diretti al continente dovranno scendere dal treno a Messina e, a piedi, raggiungere i traghetti che li avrebberio condotti a Villa S.Giovanni, stessa storia, aIl'incontrario, per i passeggeri provenienti dal nord. Forse non sarebbe un problema eccessivo per i giovani ma gli anziani? Il ponte sullo stretto, che sarebbe stata l'ottava meraviglia del mondo, avrebbe risolto il problema ;
    - un certo signore, peraltro benestante, ex sindaco che ti fa? Un corso di formazione professionale di giovani per essere avviati ad un lavoro ma si frega i soldini 'sganciati' dalla Regione Siciliana coinvolgendo anche signore mogli di importanti personaggi della Messina bene tutto sommato per pochi spiccioli; attualmente si trova all'hotel 'Gazzi' (carcere di Messina) e qui potrebbe intervenire il buon Emilio Fede, peraltro nativo di Barcellona P.G. città situata vicino a Messina, con la sua classica frase: "Che figura di merda!"
    - mi fermo qui? Quando mai, non posso non sottolineare che quando piove a dirotto il tram non transita perché si allaga la corsia di marcia. Domanda? Chi ha redatto II progetto e chi ha controllato i lavori? Mistero fitto;
    - a proposito di circolazione cittadina l'unico mezzo che funziona (quando funziona) è il tram. In passato all'A.T.M. ci sono state assunzioni clientelari che hanno portato ad avere un numero spropositato di impiegati. Non è mancata qualche furbizia come quella di aumentare il numero dei chilometri effettivamente percorsi dai mezzi per ottenere maggiori sovvenzioni da parte della Regione Siciliana. Con l'arrivo di nuovi dirigenti c'è stato qualche sforzo per migliorare la situazione, in particolare dell'officina meccanica che… (glisson) ma non sono mancati provvedimenti discutibili come quello di acquistare da altri comuni d'Italia autobus dismessi e ovviamente da revisionare dopo tanti chilometri percorsi. Altra questione da risolvere è quella del collegamento dei numerosi villaggi periferici col centro cittadino. Per mancanza di corse di autobus gli abitanti 'periferici' hanno grosse difficoltà per raggiungere II posto di lavoro;
    - altro problema: il secondo palazzo di giustizia. Prima idea: usare la casa dello studente che, fra l'altro, è vicina al vecchio palazzo dì giustizia. Dopo molte polemiche niente di fatto, la casa dello studente non è adatta. SÌ pensa allora agli spazi militari non utilizzati e che sono in gran numero, ci si rivolge al Ministero della Difesa col solito nulla di fatto, niente secondo palazzo di giustizia;
    - ancora. L'Ospedale 'Margherita' è stato chiuso e abbandonato a se stesso con la conseguenza del degrado più assoluto e della sua occupazione da parte di sbandati. Non potrebbe, con i dovuti lavori, ospitare il secondo palazzo di giustizia?
    Potrei continuare ma, per amor di patria, la finisco qui. Forse avrete capito che il mio è lo sfogo di un innamorato deluso,
    Per sdrammatizzare vorrei raccontarvi alcune storie boccaccesche messinesi che, come tutte le consorelle leggende metropolitane, talvolta hanno un fondo di verità. Esemplificando:
    - casalinga che, accompagnato il figlio a scuola, si reca a casa di una sua amica che conosce signori tanto ma tanto per bene;
    - una moglie che torna a casa all'improvviso (non si toma a casa all'improvviso!) e trova il marito a letto con un loro amico, (maschio per essere chiari);
    - altra moglie che anche lei torna a casa all'improvviso e trova il consorte che ripassa una lezione di sesso con la baby sitter;
    - e per ultima ma la più sfiziosa anche perché in città girano i nomi veri dei protagonisti: due sorelle, per arrotondare la paghetta del paparino, sono spesso ospiti della padrona di una villa situata sui monti Peloritani per incontrare signori facoltosi. Un pomeriggio si è appalesato dinanzi a loro il fidanzato di una delle due: casino totale e reciproche accuse!
    Ed ora andiamo alla storiella raccontatami da un vicino di casa dei protagonisti. Come l'è venuta a sapere non mi è noto, ve la propongo come me l'ha spiattellata anche se, malignamente, ho pensato che fosse lui uno degli attori.
    Il 26 giugno ed il 3 settembre vengono alla luce Giammarco e Lorella figli rispettivamente dì Giuseppe e Giulia e di Cateno e Sofìa (preferisco tralasciare i cognomi per non farli identificare), i primi due dottori e gli altri due insegnanti all'Istituto tecnico commerciale Verona-Trento.
    Cosa avevano in comune i due novelli genitori? Abitare nello stesso isolato di via Consolare Pompea 257 dinanzi ad uno stabilimento balneare che frequentavano durante la stagione estiva. Imporre un nome ai propri figli per poi modificarlo è un'abitudine inveterata, peraltro innocua ma incomprensibile, così Giammarco era diventato Gianni e Lorella Lory ( con la ipsilon).
    I genitori per motivi di lavoro avevano orari incompatibili con le esigenze dei neonati e così, amichevolmente, badavano a turno al pargolo o alla pargola degli amici. Un particolare: siccome Giulia non aveva latte per il piccolo Gianni, alla bisogna provvedeva Sofia dotata di tette notevoli e molto produttive, talvolta quello zozzone
    di Giuseppe sbirciava e allungava le mani sulla latteria della vicina, cosa presa molto sportivamente dall'interessata e poi capirete il perché.
    Da genitori anticonformisti non potevano che venir fuori bambini senza complessi così Gianni e Lory, sin da piccoli, venivano lavati insieme nella vasca da bagno, d'estate giravano nudi per casa e, al mare, si cambiavano il costume soli nella cabina, insomma due piccoli svedesi. A undici anni, un'estate, mentre erano in cabina, Lory notò che il pisello dì Gianni era diventato duro."Ti senti male, cosa ti è successo?”  "Non lo so, voglio domandare alla mamma.” "Mammina…” "Non ti preoccupare, stai diventando un ometto e le conseguenze sono...” Sofìa fece un analogo discorso a Lory e così i due, non più bambini, sempre più spesso si rifugiavano in cabina o in casa quando i genitori erano assentì e cominciarono ad esplorare le rispettive cosine."Me lo fai toccare, mi piace quando ti diventa duro, vorrei baciarlo ma mi fa un po' schifo!"   "La mamma mi ha detto che è importante la pulizia, io me lo lavo e poi tu fai quello che ti piace.” Indottrinati dai rispettivi genitori sui rapporti fra i due sessi Gianni e Lory cominciarono ad esplorare i vari modi di fare l'amore, dal pompino pienamente accettato al bacino al fiorellino che si dimostrò molto piacevole da parte dell'Interessata che volle provarlo più volte di seguito sino a che….”Gianni mi sì piegano la gambe, mi sento stanca, non so che mi è successo!" La mamma:"Lory non esagerare, sei ancora piccolina, per ora basta una volta sola.” "Ma tu e papà lo fate?" Piccolo imbarazzo da parte di Sofia: "Certo, è una cosa naturale cosi sei nata tu." "Io quella cosa non l'ho mai fatta con Gianni, ho paura di rimanere incinta'" "Per ora non c'è pericolo, non hai le mestruazioni, quando ti verranno ne riparleremo." Il menarca fu festeggiato dai quattro genitori e dai due rampolli come un avvenimento importante con tanto di torta ma,.."Lory tu e Gianni avete quattordici anni, il papa dì Gianni gli ha comprato dei preservativi, faglielo indossare prima di… e sta attenta a non…" Perfettamente indottrinati Gianni e Lory, ormai allo scoperto, scopavano alla grande, ogni momento era buono per...Un pomeriggio i quattro genitori erano riuniti a casa di Giuseppe e di Giulia quando apparvero i pargoli: "Stiamo andando a studiare.” Giulia: "Ragazzi al cinema 'Metropol’ c'è un film di Walt Disney, qui ci sono i soldi per il biglietto, sbrigatevi altrimenti perderete il principio. " Gianni: "A me i cartoni animati non piacciono..."Lory "Ma si: Topolino, Paperino, Gambadilegno." "Ho detto che non mi piacciono!" "E invece te li fai piacere, andiamo." Lory prese per mano Gianni e se lo trascinò fuori casa, poi:"Sei un immenso Mammalucco, non hai capito niente, i nostri genitori ci hanno sbattuto fuori per fare i comodi loro, ancora non capisci? Allora sei proprio di coccio! Rientriamo in casa e ne vedremo delle belle!” I due congiurati giunsero al loro piano a piedi per non far sentire il rumore dell'ascensore e, appena entrati a casa di Gianni, sentirono provenienti dalla camera da letto lamenti sempre più forti. Giuseppe era nudo beatamente francobollato sopra  il corpo di Sofia altrettanto nuda, era lei che si lamentava, insomma quella situazione era di suo gradimento tanto da farle emettere suoni inarticolati. Lory guardando in faccia Gianni gli fece cenno come per dire "lo avevo immaginato tutto sciocchino!" e all'orecchio: "s'ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo!" di manzoniana memoria e poi lo prese per mano per andare a controllare la situazione casa sua dove, come immaginato, trovarono una scena analoga con Cateno questa volta sotto e Giulia sopra anche lei notevolmente lamentosa. I due giovani non riuscirono a trattenersi e si misero a ridere tanto da far saltare dal letto i due amanti presi alla sprovvista e totalmente confusi. All'ora di cena tutti riuniti a casa di Giuseppe e di Giulia. Fu Cateno piuttosto imbarazzato a prendere la parola:"Ragazzi alla vostra età è difficile percepire delle situazioni un po' fuori dell'ordinario come la nostra, noi quattro siamo anticonformisti, non so se riusciate a capire il significato di questa parola e poi ci vogliamo molto bene per cui..." Fu Lory a prendere in mano la situazione (femminuccia e del Leone!) . “Carissimi...mi vien da ridere perché mi sembra di scimmiottare il parroco durante la predica, volevo anzi io e Gianni vogliamo dirvi che noi siamo molto contenti che voi…insomma se piace a voi a noi non dispiace e non ci permettiamo di giudicarvi vero Gianni?" I due giovani vennero coperti di baci e di abbracci.
    Il giorno dopo Lory; "Voglio andare dal pasticciere per fare una sorpresa ai nostri beneamati." "Si per fare un pasticcio, ti conosco mascherina, io non voglio essere complice!" La domenica successiva Lory a tavola: “ho un debito col pasticcere che ci ha preparato questa torta nuziale.” Ovvia meraviglia da parte dei genitori. Cateno: "Chi sono i fortunati..." "Sono Cateno con Giulia e Giuseppe con Sofia, guardate i nomi intrecciati.” Dopo un attimo di imbarazzo Cateno; "Grandi figli di...papà e mamma, grazie per la sorpresa che ormai sorpresa più non è, vi vogliamo molto bene, saremo sempre uniti ma voi cercate di non farci diventare nonni troppo presto!"

  • Come comincia: Nel Mondo di Luce nessun suono è percepito, se non quella che l'anima emana. Non esistono occhi, orecchie o qualsiasi altro tipo di comunicazione sensoriale, se non i colori del pensiero, i suoi profumi, le sue volute. Le anime riescono a scambiarsi esperienze, insegnamenti, doni e sfumature attraverso gli intrecci ed i colori che propagano. La magia del suono e dei sentimenti che incontrano è percepibile o meglio immaginabile, ad un livello più profondo dell’animo umano. È come l’ammirare un quadro, accarezzare melodie o scrivere poesie, è la grandezza e l’inspiegabilità che tentiamo di chiarire, ma che non riusciamo ad esprimere del tutto, è una parola senza voce, che vibra nell’ etere. E' unione, è poesia. E, poggiata su questi suoni colori parole, che arriva il melodico sussurro della notte.

  • 03 febbraio 2015 alle ore 18:47
    La Poesia

    Come comincia: Amici vicini e lontani, distanti ma presenti, tristi ma anche felici, come potrei definire la parola Poesia qui in poche righe? Come posso rendere giustizia completa di ciò che la Poesia nei millenni come ora faceva e fa nel bene di e per l'uomo? Ecco.. la Poesia per me è questo, è vita, è libertà, ma anche e sopratutto amore e positività, amore per i poeti, amore per gli ultimi, amore per chi scrive avendo spesso o quasi sempre come musa ispiratrice la Poesia stessa.

  • 26 gennaio 2015 alle ore 15:04
    Cantico della solitudine

    Come comincia: Vorrei che, quando verrai  a prendermi per portarmi via, non me lo dicessi, così, di stupore in stupore scoprire il respiro, il sangue delle nuvole, l'eleganza dello zucchero di canna, l'ignoto sguardo degli anfratti. Come colonna sonora vorrei "Free love" dei Depeche Mode, sentirla piovere dal cielo come piovono i coriandoli quando è festa, io, cosi organicamente debilitato, sentirmi all'improvviso come il frugolo impegnato a guardare fuori dal finestrino durante il suo primo lungo viaggio in automobile. Devo ricostruirmi una memoria, il coma dell'esistenza è una foschia di percezioni allusive, sentinella del sentimento è la ragione che non cede il passo fino a intimidire le gocce che cadono disperdendosi nella babele di dolore accumulato dalle preghiere a fondo perduto. Vorrei che, se quando verrai a prendermi per portarmi via, non me lo dicessi neppure con gli occhi, così, di stupore in stupore scoprire che i tronchi portati dal mare hanno un volto, come farfalle sbocciate tra i sassi vederli apparire e dissolversi tra le onde e poi ancora, sorgere in nuovi barlumi. Così, di sguardo in sguardo lasciarmi portare incontro al Natale mai visto, del quale conosco solo l'odore del muschio nei freddi cortili dopo un giorno di scuola. Dai soffitti delle case si scorgono eclissi di realtà, nessuno è nudo tra quattro mura e se ci si sente prova vergogna, mentre è l'uomo vestito a provare vergogna dinnanzi a un uomo nudo sotto le stelle. Vorrei che, se non verrai a prendermi per portarmi via con te, aspettassi un minuto prima di dirmelo, tracce di leggerezza avvolte in disincantati foulard dagli echi dipinti col sangue delle nuvole, fili di vapore zigzagano incerti di bocca in bocca, l'avanzato stato di decomposizione del raziocinio dei tolleranti, cuscini lasciati ad appassire sotto lampade soffocate, olive ricamate nell'ingorgo del velopendulo, così, mano nella mano, in punta di sonno appoggiarmi al tuo seno mischiato a labbra di luna. Ora sai che valgo così poco, di stupore in stupore la vita ha svelato il prodigio dell'incapacità che nutre l'inezia, è precipitato il cielo in un batter di ciglia, singhiozzio di pedali senza via d'uscita, tante piccole crepe a deformare un'idea, pochi spiccioli e un chicco di caffè annegato nel trasparente sorriso di un bicchiere.

  • 25 gennaio 2015 alle ore 9:55
    L'AMORE CONTRO

    Come comincia: Ispirami o diva i voluttuosi canti di fiorellini deliziosi e di gagliardi volatili. Con questa omerica premessa vengo a raccontarvi le delizie ed i casini della mia vita, sempre che vi interessi in caso contrario…vedete voi. In tutta sincerità non posso lamentarmi dei miei quaranta anni di età e venti di carriera dietro gli sportelli di un’ufficio postale. Non mi sono mai lamentato del lavoro anche quando qualche villico se le andava a cercare ma risolvevo tutto prendendolo per i fondelli col mio humor romanesco. Che fa un romano (ovviamente romanista) a Messina, strada Panoramica 1284 ‘me cianno mannato’. Ricordate quella canzone di Alberto Sordi: ‘te cianno mai mannato a quel paese…’ è il caso mio, il motivo non me lo ricordo bene o meglio …va bene ve lo dico ma resti fra di noi. Vinto il concorso alle poste, ero stato assegnato all’ufficio postale di via Taranto a Roma, una fortuna sfacciata proprio vicino a casa mia, abitavo in via Conegliano ma la fortuna talvolta ti gira le spalle o meglio…diciamola tutta è stata colpa mia. Mia collega era una brunona che più brunona non si può, 1,70, seno forza tre, occhi verdi che mi facevano impazzire, sedere prominente ma soprattutto sempre allegra e sorridente. Domanda: era sposata? Maledizione si con un racchio (ovviamente ricco) ma siciliano di una paese dell’interno dell’isola, insomma di mentalità svedese, si svedese un par di balle. Dopo un lungo corteggiamento alla voluttuosa Mariella, andato a buon fine il pomeriggio di un sabato, Crocifisso G.,il marito, (non faccio commenti sul nome) cominciò a prendere violentemente a calci la saracinesca chiusa dell’ufficio postale dove io Alberto M. (scusate se ho dimenticato di presentarmi) mi stavo deliziosamente intrattenendomi con la di lui consorte.(Come avesse fatto a sapere che eravamo chiusi lì dentro è stato per me sempre un mistero, forse un collega invidioso, bah!) Ovviamente noi due fedigrafi restavamo rintanati all’interno dell’edificio completamente atterriti. Il gran chiasso aveva fatto sì che qualcuno che abitava nei pressi interessasse la Benemerita che, a sua volta, aveva telefonato al direttore della filiale postale. All’interno per fortuna penetrarono solo un maresciallo dei Carabinieri ed il direttore i quali, resisi conto della situazione, uscirono dai locali facendo presente che lì dentro non c’era nessuno e riuscendo in qualche modo a calmare il cocù il quale, non molto convinto, fu scortato dal maresciallo sino a casa sua dove, ricomposta e sorridente, dopo circa mezz’ora fece ritorno la consorte che riuscì, a denti stretti, a farsi tante risate quando venne a conoscenza dei fatti. Il direttore generale delle poste capitoline, siciliano di nascita, venuto a conoscenza del fatto,consigliò vivamente (insomma impose) al povero Alberto di cambiare aria il più possibile lontano dalla capitale, un posto libero a Messina faceva al suo caso. Ecco spiegato il trasferimento di un romano nella terra di Trinacria. Alberto veniva trasferito temporaneamente negli uffici postali delle isole Eolie in sostituzione di colleghi che andavano in licenza ma ben presto si stancò di pensioni e trattorie. Un giorno ad un tavolo vicino notò la presenza di una bruna sicula che gli ricordava in parte Mariella (si quella dell’ufficio postale di Roma). Era una maestra che insegnava alle elementari anche lei temporaneamente trasferita dalla sua sede di Milazzo alle isole Lipari. Alberto s’era fatti i conti, come si dice in gergo: voleva una casa sua, sollazzare ‘ciccio’ quando ne aveva voglia, avere biancheria pulita e piatti lavati insomma voleva sistemarsi dinanzi al televisore mentre la consorte ‘badava’ alla casa. Quello che non amava della baby era il nome: Calogera B. che in Sicilia diventava Lilla, ma…c’erano cose peggiori. Il matrimonio per espresso desiderio di Lilla, venne celebrato in chiesa, Alberto, ateo, aveva dovuto cedere. Il rinfresco si era svolto al S.Domenico rinomato albergo di Taormina (anche molto costoso) ex convento con piscina, giardino interno, Santi e Madonne alle pareti. Un solitario tavolo al centro della sala con i due sposi (Alberto era orfano dei genitori) lo aveva indotto a spostarsi in continuazione nella sala per parlare e scherzare soprattutto con femminucce procaci, scollate e ridanciane, cosa che aveva indispettito la sposa che aveva richiamato all’ordine il povero appena coniuge il quale, con la coda fra le gambe, era ritornato al tavolo ad occhi bassi senza mangiare più nulla, solo una fetta di torta, bell’inizio! Una casa già arredata sulla strada Panoramica, con visione sulle coste calabrese, era stato di gradimento di Alberto e di Lilla, anche il canone non era eccessivo in quanto il proprietario, scottato dai precedenti inquilini mal pagatori, aveva preferito loro due dal sicuro stipendio. Due avvenimenti avevano modificato in senso totale la vita del bell’Alberto: il decesso quasi contemporanea dei nonni: Alfredo M. se n’era andato in quel di Montesilvano (Pescara) alla veneranda età di novant’anni con un patrimonio nient’affatto male di case e di terreni coltivati ad olivi e vigneti famosi per il Trebbiano ed il Montepulciano d’Abruzzo. Sinesio S. (nonno materno) dieci anni in meno, aveva lasciato questa terra a Grotte di Castro (Viterbo) anche lui decisamente ricco per possedimenti di terreni agricoli e di numerosi appartamenti nel capoluogo, insomma una pacchia per Alberto e Massimo M., due cugini,  che si erano divisi fraternamente il patrimonio, unici beneficiari per espressa volontà dei due avi che avevano escluso dall’eredità gli altri parenti. Che i soldi non fanno la felicità…un par di balle, in ogni caso ti cambiano la vita e così fu per l’Albertone che pensò bene per prima cosa di cambiare casa: un appartamento di 200 metri quadrati in un condominio di otto inquilini con piscina a campo da tennis sempre lungo la Panoramica. Reso contanti il patrimonio, l’Albertone si presentò con vari assegni decisamente pesanti al direttore della sua banca che, a quella vista, ebbe un rigurgito gastro-esofageo, ripresosi: “Mi dica signor M. come intende investire i suoi soldi, il ragioniere Minutoli sarà a sua completa disposizione.” Anche il ragioniere alla vista degli assegni stralunò passando il suo sguardo dal viso del dottor M. (di colpo Alberto era diventato dottore) a quello degli assegni. “Ragioniere mi affido completamente a lei, intanto vorrei una carta di credito oro con spesa illimitata, bancomat, insomma tutti quegli documenti che mi possono servire.” È cosa risaputa che le donzelle, nominate miss Italia, per prima cosa si disfanno, si disfacino, si disf…insomma mandano a f.c. il fidanzato ufficiale. Alberto seguì il loro esempio anche aiutato dalla sorte infatti Lilla, sempre in giro nelle scuole elementari delle isole Eolie, negli ultimi tempi, nei rari incontri, si dimostrava piuttosto freddina, soprattutto quando si trattava di avere rapporti sessuali, segno evidente di innamoramento di altro maschietto. Confessione reciproca, un assegno sostanzioso da parte del marito contribuì acchè la separazione avvenisse, come si dice, in maniera civile. A questo punto l’Albertone alzò le antenne al fine di individuare una preda appetibile, possibilmente coniugata, al fine di avere ampia libertà nel reperire varie passerotte disponibili, insomma voleva scopazzare in giro senza troppi coinvolgimenti sentimentali e qui… Un giorno di sabato, divenuto proprietario dell’attico all’ultimo piano della strada Panoramica al n.2020, nell’entrare nell’androne pieno di pacchi, incrociò o meglio dire andò ad intruppare (a sbattere) con una signora che stava uscendo dall’edificio. Ovviamente i pacchi finirono a terra, reciproche scuse, sguardo intenso senza profferire parola ed infine grande risata. “Forse c’era un sistema migliore per conoscerci” esordì la signora “sono Regina M., il mio cognome non è siciliano, sono marchigiana di Pesaro…” “Non è possibile, io sono Alberto M., se anagrammiamo i nostri cognomi sono uguali, questo è un segno del destino…” La signora era già dal primo sguardo degna di nota: capelli castani media lunghezza, occhi grigi mai visti da Alberto in una donna, naso deliziosamente all’insù, bocca invitante, orecchie piccole e sorriso smagliante. “Mi sta fotografando…” “Sono appassionato di foto, lei sarebbe un soggetto meraviglioso chissà se…” “Per essere in primo incontro siamo andati abbastanza avanti, non crede?” “Non so che dire, di solito non mi impappino…volevo dire…” “Voleva dire che è stato fulminato dalla mia beltade, glielo concedo, so di essere bellissima…mettiamola sul ridire, mi dia un suo biglietto da visita, forse ci rivedremo.” Il viso sorridente di Regina accompagnò Alberto nei giorni seguenti quando decise di andare all’attacco, al citofono: “Gentile signora M. sono…” “So chi è e sto per uscire, mi aspetti al portone.” “Sa di quei libercoli che andavano di moda al primo novecento per gli innamorati maschi che non sapevano cosa scrivere ad una gentile signorina di cui volevano beneficiare le grazie…” “Lo dica chiaramente, se le volevano scopare!” Il silenzio era sceso nell’androne delle scale, Alberto e Regina si guardavano negli occhi senza parlare. “Ho qui fuori la macchina, se vuole un passaggio.” “Cacchio siamo alla Jaguar, ricco di famiglia o mafioso?” “Eredità di due nonni morti in contemporanea.” “Non è che li ha avvelenati lei?” “Morte naturale, si accomodi in macchina prima che…” “Mi salti addosso, non è il caso, mio marito è dietro i vetri.” “Lei non è abituato a femminucce che lo assaltano, io son fatta così solo con le persone , maschietti, che mi piacciono e lei…” Alberto fermò di colpo la Jaguar in un vialetto della Panoramica e incollò le sue labbra su quelle di Regina. “Così impari ad assaltare i maschietti che, talvolta, mordono.” “Tu non mordi, baci molto bene, lo sapevo che sarebbe finita così sin da quando ti ho visto per la prima volta come dice il libretto del primo novecento…” “Ho bisogno di qualche consiglio per arredare il mio attico, da come ti vesti vedo che hai buon gusto, potresti darmi qualche consiglio, ovviamente ti pagherei la consulenza.” “Moneta contante o…” “Contanti quanti ne vuoi, anch’io appena ti ho vista… maledizione non volevo proprio, mi ero fatto un piano per feste da ballo in casa mia con contorno di conturbanti modelle e tu...” “Spero che non faremo la fine di Paolo e Francesca, Gianciotto…” “Mio marito…la prima domanda che mi farai è il perché l’ho sposato, lui è un buono, buono che talvolta si coniuga con fessacchiotto, l’ho sposato perché era sottufficiale dell’Esercito a Pesaro ed io volevo andare via da casa, mia madre si era risposata e non andavo d’accordo col mio patrigno che voleva…si mi si voleva fare, tutto qua.” I pomeriggi dei giorni seguenti Alberto e Regina li dedicarono alla visita di negozi di mobilia, di servizi igienici, di lampadari, insomma cercarono di fare un piano per arredare con gusto l’attico di Alberto. Regina conosceva il titolare di una ditta che avrebbe fornito la mano d’opera, sembravano due fidanzati che facevano il nido dove abitare da sposati. “È la prima volta che…mi sento strano, non so se sia l’aggettivo adatto ma…ti prego vieni a casa mia, ho una voglia matta di…” “Anch’io ho una voglia matta di…, le uniamo insieme e facciamo due voglie matte! Mio marito (si chiama Nino) domani sera è di guardia in caserma.” Alberto aveva posteggiato la Jaguar fuori dalla vista degli inquilini di casa M., Regina era salita in fretta nell’attico. “Porcellone hai la faccia da satiro arrapato, buonino, dai, tra poco …” L’appartamento era riscaldato, era il 10 dicembre, tutti e due sotto la doccia, nuda era ancora più bella, Regina era il nome che più le si addiceva, Alberto era estasiato. Quello che successe, immaginate voi, di tutto e di più. Sveglia, alle sette Regina rientrò a casa sua, Alberto a pomeriggio inoltrato fu svegliato dal suono del telefono. “Pronto…” “Hai la voce impastata, mi sa che la notte passata hai fatto il porcellone…” “E tu, quante volte sei venuta?” “Le ho contate, undici…stamattina non riuscivo a stare in piedi, mi si ammollavano le gambe.” “Cerco di non pensare a cosa mi sta succedendo, sicuramente qualcosa di molto piacevole ma anche impegnativo, c’è una parola che mi fa paura, si ‘amore’, non vorrei che entrasse nella mia mente, nel mio cuore, nello stesso tempo…” “Non fare il ‘vergine’, parlo del tuo segno zodiacale, che cerca sempre di definire le situazioni, talvolta penso sia meglio lasciarsi trasportare dagli avvenimenti.” “Forse hai ragione, intanto vorrei sapere quando potremo di nuovo…” “Brutto zozzone…ti va bene domani sera?” “Ok. Ma tuo marito?” “Fa il pesce in barile, non pensare a lui.” L’ombra di Nino cominciò a pesare sul rapporto fra Regina ed Alberto. “Vorrei sapere cosa ti dice, quali sono i suoi comportamenti, una moglie che sta fuori tutta la notte,ad esempio stasera che programma hai?” “Andiamo al cinema ‘Bianchini’.” “Mai sentito prima, l’hanno aperto di recente?” “Ma no schiocchino, il cinema ‘Bianchini’ è quello sotto le coperte e sopra i cuscini.” “Non…” “Allora papale papale, stasera scopo con mio marito, a lui non importa se vengo con te, ma vuole la sua parte ed è pure bravo!” “È pure bravo!” la frase rimbombò sulla mente di Alberto, un’ira improvvisa, aveva pensato al grande amore mentre Regina aveva ridotto il tutto una ad volgare relazione. Il telefono fu scagliato contro il muro, in mille pezzi non era andato solo quel povero apparecchio innocente ma anche le illusioni di un povero Alberto invecchiato di colpo che recuperò una certa coscienza verso le tre di notte. Preso da improvviso furore riempì una valigia di vestiti, e dopo poco tempo si trovò imbarcato sulla ‘Caronte’ diretto sull’altra sponda dello stretto a Villa S.Giovanni, destinazione finale…Roma, non sapeva dove altro rifugiarsi. Pian piano la sponda di Messina si allontanava come pure i monti Peloritani dove tante volte era andato a rifugiarsi con Regina, gli sembrava l’addio ai monti di manzoniana memoria. Durante il tragitto si fermò varie volte per riposarsi, arrivò nella capitale nel tardo pomeriggio dirigendosi verso i luoghi della sua infanzia, il quartiere di S.Giovanni, un albergo vicino a casa sua: Hotel Appio. Per due giorni restò la maggior parte del tempo in camera, solo due uscite per andare ad un vicino ristorante. La padrona dell’hotel un po’ allarmata gli chiese se avesse bisogno di qualcosa: “Per ora nulla, sarò io a contattarla.” “Madame, son qua.” “Sono Clotilde M., sono a sua disposizione sempre se riesca a capire quali sono le sue esigenze.” La dama, circa sessantenne, aveva sicuramente molta esperienza sui clienti dell’albergo, aveva intuito del conflitto interno di Alberto e voleva, a modo suo, dargli un a mano. “Signora per ora soggiornerò nel suo hotel, non so per quanto tempo, le dò un assegno per il pagamento mensile di una stanza che vorrei cambiare con una più grande con bagno, penso che resterò a lungo.” Alberto capì che doveva uscire dal torpore che lo aveva invaso. Cominciò con l’andare nei luoghi cari ai turisti: piazza di Spagna, il Colosseo, fontana di Trevi usando i mezzi pubblici, poi cambiò completamente. Di notte con la Jaguar scorrazzava in posti mai visti, talvolta si perdeva ed era costretto ad affidarsi al satellitare per rientrare in albergo. Cambiò ancora: vicino all’albergo c’era un posteggio di taxi, cominciò ad usarli soprattutto di notte. “Dottore dove la porto?” “Dove ti pare, fammi vedere Roma by night, anzi, sai che ti dico, mi metto vicino a te così mi sento meno solo, dammi del tu, io mi chiamo Alberto.” “Romolo, Romoletto per gli amici.” “Romoletto dimmi qualcosa di te.” “Eh, me faccio mette ar turno de notte per guadammiare qualche sordo de più, mia moglie è ammalata ed ho tre figli che vanno a scuola, all’età loro già andavo a bottega ma oggi, stì ragazzini sò schizzinosi, sembrano tutti figli de signori ed io non ho il coraggio…” “Romolè io so fortunato non ho figli in compenso ho avuto un’eredità e ho smesso di lavorare, a proposito…” “A proposito de che?” “No pensavo ai fatti miei.” In verità Alberto aveva abbandonato tutto senza rendersi conto che aveva molto in sospeso: era in regola solo col lavoro, si era licenziato ma per la casa di Messina… si sarebbe rivolto a Nicola F.suo compagno di lavoro, una procura… il giorno dopo avrebbe sistemato tutto. Ad un certo punto ‘ciccio’ reclamò la sua parte, quanto tempo era che non scopava, boh. Albertone si guardò intorno in albergo, spesso veniva a rifare la sua stanza una certa Rosina, l’aveva notata ma prima aveva per la testa solo per Regina. A proposito di Regina…capì che era stato un gran fregnone, si era innamorato come uno scolaretto mentre a lei piaceva solo scopare alla grande, decise che la storia era definitivamente chiusa e rivolse la sua attenzione a Rosina. Descrizione: altezza circa un metro e settanta, capelli biondi lisci, poco seno, vita stretta, gambe ben tornite, bel culo, insomma degna di nota. Una sera volutamente non mise dietro la porta della sua camera il cartello ‘non disturbare’ e così Rosina entrò in camera col pass partout. “Mi scusi signore ma…” “Niente scuse, è colpa mia, anzi voglio dirti la verità l’ho fatto apposta, volevo conoscerti. Mi pare che non abiti a Roma.” “No sto a Frascati, ogni mattina vengo a Roma con mia madre, lei lavora in un altro albergo, torniamo a casa il pomeriggio, ho due fratelli ed un padre invalido, le serve altro?” “Non volevo essere invadente, ti chiedo scusa ma volevo dirti…volevo dirti…” “Provi a dirmelo così lo saprò.” “Volevo dirti che mi piaci molto, all’inizio non ti ho dato confidenza perché ero in crisi, vengo dalla Sicilia ma sono romano, sono nato in via Conegliano, una traversa di via Taranto.” “Mi scusi la domanda ma cosa ci fa in albergo se ha casa a Roma?” “La mia casa è stata venduta tempo addietro, a Messina ho avuto dei grossi problemi e sono, come dire, scappato.” “Una femminuccia, vero?” “Hai indovinato mia bella Rosina ma ormai ho chiuso e sono pronto a…” “Primo: non sono la sua Rosina, secondo io non sono pronta a …” “Bel caratterino, non sarà facile per il tuo fidanzato…” Rosina si mise a sedere sul letto e si prese la testa fra le mani, piangeva. Cosa fa l’Albertone quando si trova dinanzi ad una ‘pulsella flentens’, l’abbraccia per vedere come va a finire. Tutto sommato gli finì bene. Dopo un po’ la baby si asciugò col grembiule il viso, si girò di spalle e prese a sistemare la camera. “Che ne dici se all’uscita dall’albergo ti accompagno a casa con la mia Jaguar.” “A parte che prendo l’autobus con mia madre, non mi fa alcuna impressione la Jaguar, forse lei è un…lasciamo perdere.” “Io non sono un…fino a due mesi addietro ero un’impiegato delle poste, poi ho avuto una grossa eredità, tutto verificabile. Dì la verità il tuo fidanzato ti ha lasciato, così siamo pari solo che la mia bella era sposata…” Rosina prese a guardare negli occhi Alberto: “Quanto anni hai?” “Quanti ne dimostro?” “Cinquanta.” “L’hai fatto apposta, meno dieci, posso farti vedere…” “Non voglio vedere niente, fra l’altro non sei il mio tipo.” “A questo punto una domanda sorge spontanea: qual è il tuo tipo?” “Lasciamo perdere, a domani.” Fine del primo round. Mattina dopo. “Mia bella frascatana stamane ti vedo radiosa, è la mia presenza che…” “Bel quarantenne, potresti anche piacermi ma te la devi meritare.” “A disposizione, senza parlare di soldi che sarebbe volgare cosa ti piacerebbe avere?” “Sto facendo la corte ad un paio di scarpe ma costano troppo, aspetto gli sconti.” “L’Albertone di cognome fa ‘sconti’, ci vediamo all’uscita.” In fondo Rosina era una bambinona, quando prese fra le mani le scarpe cominciò a ridere e abbracciò l’Alberto. “Per ora paga tu, quando prendo lo stipendio ti rimborserò.” “Cosa c’è meglio d’un rimborso se non un bacio diciamo… in fronte.” “Diciamo in fronte.” La notte porta consiglio nel senso che consigliò a Rosina di buttarsi sul bell’Alberto appena entrata in camera sua con la conseguenza che…immaginate come andò a finire. Rosina si dimostrò un’amante appassionata, tette piccole ma molto sensibili, un sessantanove con risucchio da parte della bella e goderecciate multiple. Una particolarità di Rosina: i peli del pube neri in contrasto con la capigliatura bionda naturale. Finale scontato: Alberto comprò casa a Frascati dove alloggiò anche la famiglia di Rosina, comprò anche un pastore tedesco ed un gatto soriano che, cosa strana, condividevano la cuccia e si facevano tante coccole, mah l’amore contro!

  • 24 gennaio 2015 alle ore 21:54
    Il dolce sapore di un'amicizia

    Come comincia: In quel territorio tanto lontano quanto martoriato, in cui si percepivano ancora gli effetti del regime del perfido dittatore Saddam Hussein, la vita normale era ancora una lontanissima utopia. Era comunque un Iraq che tentava una disperata rinascita, e s’incamminava lento verso un futuro migliore. Le migliaia di volontari inviate in quel luogo di guerra e morte, provavano quotidianamente a donare un sorriso a quei volti che per anni avevano vissuto una vita di terrore. Tra loro si distingueva Benedetta, una giovane ragazza italiana inviata in Iraq da un’importantissima organizzazione umanitaria. Aveva ventisette anni di splendente bellezza, due occhi azzurri da far girare la testa e una laurea in giurisprudenza appena conseguita in maniera decisamente brillante. Il volontariato era la sua passione e questa nuova esperienza in Iraq, rappresentava per lei un bellissimo momento di crescita personale. Ogni mattina era solita svegliarsi molto presto per accogliere nella struttura presso la quale era stata assegnata, le persone che avevano bisogno di urgenti cure mediche per dare loro una prima assistenza e un po’ di sostegno morale. La giovane amava anche cucinare per tutti gli ospiti della struttura e i suoi pranzetti all’italiana, riscuotevano sempre un enorme successo.
    I giorni trascorrevano e le persone che si recavano presso la casa d’accoglienza nella quale Benedetta prestava il suo servizio, si facevano sempre più numerose. Le loro storie erano tanto diverse e uguali allo stesso tempo, perché erano tutte accomunate da una voglia di riscatto personale. Tra loro c’era Rajia, una donna di circa trent’anni, con un vissuto davvero drammatico. Rajia era di etnia sciita e il regime dittatoriale aveva portato via la sua famiglia attraverso varie stragi. Sul suo viso era leggibile soltanto tanta tristezza, il dolore che provava era enorme rispetto alla sua età, ancora molto giovane.
    Ogni mattina, alle nove in punto, Rajia si recava presso il centro in cui lavorava Benedetta e qui amava partecipare alle varie attività ricreative proposte dalle volontarie italiane. Fin dal primo giorno, Rajia e Benedetta avevano provato simpatia l’una per l’altra. La giovane irachena vedeva negli occhi della volontaria quella dolcezza e quella bontà d’animo che per anni non aveva mai conosciuto. Ciò che Rajia apprezzava molto, era la capacità di Benedetta di arrivare dritta al cuore, grazie alle sue parole di conforto. Rajia poteva tranquillamente dire di aver trovato un’amica, lei che non sapeva assolutamente la vera amicizia cosa fosse. Le due donne erano solite pranzare e cenare insieme e avevano iniziato a raccontarsi le proprie esperienze di vita. Nei loro racconti, il contrasto era evidente; da un lato Benedetta narrava dei suoi brillanti studi universitari e della sua aspirazione a diventare magistrato. Dall’altro invece vi era Rajia, che tra le lacrime raccontava dei suoi genitori morti a causa di un’esplosione avvenuta nel villaggio in cui vivevano tutti insieme. Il suo pianto toccava il cuore di Benedetta che affettuosamente le faceva appoggiare il capo sulla sua spalla.
    Erano trascorsi diversi mesi dal giorno in cui Rajia e Benedetta si erano incontrate per la prima volta e il tempo aveva permesso che la loro amicizia si fortificasse. Dopo le numerose attività, svolte presso il centro d’accoglienza, le due donne amavano fare delle lunghe passeggiate e come sempre chiacchieravano per ore, con la complicità che caratterizza due amiche di vecchia data. Benedetta aveva inoltre promesso a Rajia di farle visitare l’Italia una volta finita la sua missione in Iraq. Sembrava che il sentimento d'amicizia con Benedetta stesse letteralmente trasformando il cuore di Rajia da sempre pieno di tristezza.
    Sembrava che tutto procedesse per il meglio, Rajia e Benedetta erano davvero inseparabili fin quando un brutto evento si abbatté sulla loro amicizia. Un giorno, mentre Benedetta si apprestava a raggiungere la struttura in cui operava, l’automezzo sul quale viaggiava, fu improvvisamente fermato da alcuni uomini armati, appartenenti ad un gruppo di guerriglieri, ancora fedeli al regime di Saddam Hussein. Parlavano uno stentato italiano ma Benedetta riuscì a comprendere la frase “Siamo del Regime”. La giovane cooperante non ebbe nemmeno il tempo di realizzare cosa stesse succedendo, che uno dei guerriglieri le si fiondò addosso bloccandole le braccia e la trascinò in un’auto. Gli altri gli fecero seguito e una volta entrati nell’auto partirono immediatamente alla volta di un covo segreto in cui Benedetta fu nascosta, in modo che nessuno potesse sapere dove fosse realmente. La giovane si ritrovò così in quel luogo angusto, legata con una catena ai piedi di un tavolo e con pochissimo spazio a sua disposizione. Le forze le venivano a mancare, lei che era sempre stata una combattente, per la prima volta si sentiva piccola di fronte ad un ostacolo che le sembrava insormontabile. Trascorreva gran parte delle sue giornate nella disperazione più totale e le lacrime, più volte solcavano il suo giovane viso. Rajia nel frattempo era preoccupata; da alcuni giorni non vedeva arrivare Benedetta all’interno della sua struttura e perplessa chiese informazioni sulla sua cara amica agli altri cooperanti. La notizia del rapimento di Benedetta, rappresentò per Rajia un vero colpo al cuore. La donna non voleva certo stare ferma ad aspettare gli eventi, voleva fare qualcosa per quell’amica che tanto l’aveva aiutata. “Voglio andare a cercarla e la ritroverò”. Esclamò Rajia. "Devo aiutarla come lei ha fatto con me”. “Dove vuoi andare”? Le chiese un cooperante. “Qui fuori è pericoloso e potrebbero catturare anche te”. “Vado a cercare Benedetta”. Rispose Rajia. “Nessun ostacolo potrà mai fermarmi”. La determinazione di questa giovane irachena era a dir poco impressionante, fu così che Rajia partì in cerca di Benedetta. Camminava in completa solitudine, a piedi, nei vari quartieri di Baghdad. Le poche persone che incontrava in quelle strade semideserte, di quella volontaria ittaliana non conoscevano nulla. Rajia sfidò il freddo, oltre che la concreta possibilità di incappare in qualche tranello da parte dei guerriglieri del regime. Il suo cammino si protrasse per l’intera giornata e intanto la notte aveva oscurato il cielo della capitale irachena. Proprio nel momento in cui stava per perdere le speranze, Rajia passò davanti ad una casa che sembrava abbandonata, dalla quale provenivano delle grida disperate. La donna si avvicinò all’uscio, lo aprì piano e vide una ragazza legata al piede di un tavolo che piangeva con la testa fra le mani e dopo qualche esitazione, si accorse che quella ragazza era proprio la sua amica Benedetta. Rajia le corse incontro tendendole le braccia e nell’abbracciarsi, le due donne si lasciarono andare ad un salutare pianto liberatorio. “Come hai fatto a trovarmi qui”? Chiese Benedetta singhiozzando. “Qui è tutto così pericoloso ed è un miracolo che tu sia riuscita ad arrivare fino a me”. “E’ stato l’affetto che nutro nei tuoi confronti a condurmi fin qui”. Rispose Rajia. “Ora però vieni con me, allontaniamoci da qui, prima che sia troppo tardi”. Rajia liberò Benedetta dalla catena che la teneva legata e insieme fuggirono via e si diressero verso la struttura d’accoglienza in cui si erano conosciute. Al suo arrivo Benedetta fu accolta con una gran festa, organizzata dai volontari che in questi mesi avevano collaborato con lei. Era un giorno di estrema felicità, Benedetta e Rajia si erano finalmente ricongiunte, ma le sorprese per la donna irachena non erano finite qui. Benedetta annunciò il suo imminente ritorno in Italia, per raggiungere la sua famiglia e riprendersi dalla brutta esperienza vissuta. Non aveva intenzione di separarsi dalla sua amica Rajia e decise quindi di portarla con sé per farle ammirare le bellezze paesaggistiche italiane e per stare ancora un po’ in sua compagnia. Qualche giorno dopo, preparato qualche bagaglio, partirono alla volta di Roma. Furono salutate all’aeroporto da tutti i volontari che per mesi avevano operato fianco a fianco con Benedetta e tutti coloro che come Rajia erano stati ospiti della struttura. Per Rajia quella che stava per cominciare una vita tutta nuova, gli stenti e la paura vissuta in Iraq, stavano diventando per lei soltanto un lontano e triste ricordo. Ormai la giovane donna irachena aveva un tesoro molto prezioso da custodire: una nuova amicizia dal dolce sapore, che col tempo le avrebbe riempito il cuore e regalato tanti sorrisi, facendole dimenticare completamente ogni singola lacrima versata.

  • 23 gennaio 2015 alle ore 11:09
    La Sacca

    Come comincia: Il fischio della sirena della nave lo destò dai suoi pensieri, gettò lo sguardo fuori dall’oblò oramai era giunta al porto.
    Il suo viaggio finiva lì non voleva scendere, ma non poteva agire diversamente, la nave avrebbe proseguito per la sua rotta.
    Controvoglia e con fatica si alzò dal letto, prese in mano la sua sacca, era vuota e doveva ancora riempirla.
    Aprì l’armadietto prendendo a caso tutto quel che c’era dentro riponendo con cura ogni cosa all’interno del suo bagaglio: i desideri mai sopiti, i rimpianti ed i rimorsi, i tanti ricordi e le emozioni più forti, non pensava di aver accumulato così tante cose della sua vita che quasi aveva riempito tutta la sacca.
    Poi apri il cassetto e trovò tutti i suoi sogni. Ne afferrò una manciata osservandoli con sospetto, i sogni nel cassetto sono quanto di più pericoloso può avere un uomo, a volte son così nocivi che  possono trasformarsi in illusioni ed allora ti uccidono l’anima.
    Guardò a lungo quei sogni, la mano gli tremava, non ricordava nemmeno più di averli, chissà da quanto tempo giacevano dimenticati in quel cassetto. Provò a sfogliarli uno ad uno, il respiro gli si bloccò in gola paralizzandogli tutto il corpo.
    I sogni non potevano esistere, al più si doveva obbligare i fabbricanti a scrivere sulla confezione una qualche frase che mettesse in guardia il sognatore, come nei pacchetti delle sigarette: “I SOGNI UCCIDONO” oppure “CHI SOGNA NUOCE ANCHE A TE, DIGLI DI SMETTERE”
    D’istinto andò a svuotare il cassetto nel lavandino, aprì il rubinetto e vide subito tutti i sogni ruotare vorticosamente ed infilarsi  nello scarico, sciacquò abbondantemente il lavabo per non lasciarne traccia.
    Chiuse i lacci della sacca, non aveva più nulla da prendere, la gettò sulla spalla avviandosi verso la porta per uscire dalla cabina, afferrò la maniglia e prima di abbassarla si fermò un attimo poggiando la fronte sulla porta stessa,  c’era un’ultima una cosa da prendere, la più importante, forse l’unica da portar via con se, ma sapeva bene che non era più possibile, “Già”, pensò tra se, “non mi entrerebbe nemmeno dentro la sacca, dovrei vuotarla tutta”, ma era solo una banale giustificazione a se stesso.
    Sapeva bene che non era certo quello il problema, quell’ultima cosa doveva rimanere lì, tanto chiunque fosse entrato non l’avrebbe mai potuta vedere, era una cosa che apparteneva solo a lui, ma non poteva proprio più prenderla e ne era dolorosamente consapevole, quel viaggio finiva lì per sempre.
    Usci velocemente senza pensare ad altro, la porta si chiuse di scatto dietro di lui, quasi che una forza invisibile l’avesse violentemente sbattuta tagliando per sempre ogni contatto con la sua vita trascorsa, con la testa piena del nulla si avviò verso il ponte esterno.
     
    Lungo il corridoio c’era un via vai di persone, molti si preparavano a scendere. Cercò un varco tra quella folla ostile, senza parlare dava spinte ad ognuno che gli si parasse davanti, quasi trascinando il suo corpo svuotato raggiunse il ponte dov’era posizionata la scala per lo sbarco.
    Mentre il personale di bordo ultimava le operazioni, il ponte si riempì di passeggeri che, con il naso all’ingiù, cercavano parenti ed amici tra la gente che affollava il molo, le teste si muovevano veloci da destra a sinistra, ogni tanto qualcuno urlava all’indirizzo del vuoto convinto di aver riconosciuto una persona a terra.
    Dalla banchina del porto altrettante persone, con il naso all’insù, cercavano parenti ed amici a bordo della nave, le teste si muovevano veloci da sinistra a destra, ogni tanto qualcuno urlava all’indirizzo del nulla convinto di aver riconosciuto un passeggero.
    Nessuno era lì ad aspettarlo, sarebbe sceso senza nessun desiderio. Con il capo chino, quasi che il mento toccasse il petto, e la sacca sulla spalla, infastidito da tutto quel brusio, prese la via della scala. Le urla dei passeggeri e di chi era a terra aumentavano man mano che scendeva, chi era davanti si fermava per salutare, chi era dietro spingeva per affrettarsi, in mezzo lui vestito del solo dolore e del rimorso di quanto aveva lasciato nella cabina.
    Sceso a terra, senza nessuna idea di cosa fare o di dove andare cominciò ad avviarsi verso il cancello d’uscita dal porto, ed appena varcato si guardò intorno, le voci provenienti dal molo si attenuarono ed all’improvviso il silenzio lo avvolse senza neanche dargli il tempo di accorgersene.
    Non sapeva dove andare o forse non era importante, era sbarcato in un luogo di cui non conosceva nemmeno il nome, non sapeva in quale parte del mondo si trovasse, era lì solo con la sua sacca, il ricordo dei sogni nel cassetto gettati via per sempre e l’unica cosa a cui teneva che era rimasta lì nella cabina, sola ed abbandonata per sempre.
    Oramai la sera stava occupando prepotentemente il posto del giorno, già si vedeva la luna sorgere. Sì, avrebbe seguito la luna, già quella luna, aveva una promessa con la luna, anzi l’aveva promessa, aveva dato la sua parola che un giorno sarebbe andato a prenderla per donargliela.
    Cominciò il suo vagare senza meta, ma più avanzava e più il ricordo ed il desiderio di ciò che aveva lasciato sulla nave gli pesava sul corpo, tutta la sua vita era rimasta lì, il suo futuro era sparito fulmineo.
    All’improvviso fu scosso dai sui pensieri dal fischio della nave, sì la nave stava per lasciare il porto alla volta di una nuova meta ed avvisava tutti delle proprie intenzioni. Si fermò posando la sacca in terra, respirò profondamente per capire se ancora era capace si sentire i profumi.
    Fu un attimo, un attimo estremamente breve, forse un tempo così infinitamente breve che nemmeno si poteva misurare, prese la sacca e la buttò nuovamente sulla spalla, si girò e cominciò a correre verso il porto. Gli sembrò di gridare, urlava o forse farfugliava qualcosa, forse pregava, pregava che la nave non partisse senza che lui fosse nuovamente salito a bordo.
    Corse veloce senza mai fermarsi maledicendo ogni passo, non si era reso conto di quanta strada avesse percorso, sentiva qualcosa dietro di lui come se qualcuno o qualcosa lo seguisse, senza fermarsi volse un attimo lo sguardo all’indietro, era la luna gli correva appresso.
    Entrò nel porto, nella banchina non c’era più nessuno, la nave stava mollando gli ormeggi, ma non si vedeva alcun marinaio alla manovra ed anche le altre imbarcazioni erano sparite.
    Si diresse verso la nave bruciando le ultime forze di cui ancora disponeva e gridando di aspettarlo.
    Era quasi arrivato sotto la murata della nave che essa cominciò a staccarsi dalla banchina. Si fermò sul bordo del molo, incredulo e senza più fiato e senza sapere cosa fare. Il primo istinto fu di gettarsi in mare e raggiungere l’imbarcazione a nuoto, ma non poteva farlo, avrebbe dovuto abbandonare la sacca a terra, non poteva lì dentro c’era tutto il suo passato con cui un giorno poter ricominciare, o almeno quasi tutto, una parte era rimasta dentro la cabina.
    Era fermo a guardare la nave quando all’improvviso scorse una luce sulla poppa, ciò che aveva lasciato a bordo era lì che lo fissava.
    Si guardò intorno, sull’altro lato del molo c’era una piccola barca a remi e dentro un vecchio pescatore intento a sistemare una rete. Si lanciò verso la barchetta e urlò al pescatore: “Devo salire a bordo di quella nave laggiù, portami con la tua barca, ti darò quel che mi chiedi”.
    Il pescatore alzò lo sguardo e senza mostrare nessuna fretta gli rispose: “Io son troppo vecchio per andare ad inseguire ciò che resta della mia vita, ma se vuoi ti dò la mia barca, cosa mi offri?”.
    “Ti darò tutto il denaro che ho con me, guarda contalo” e così dicendo gli porse il portafoglio.
    “Te l’ho detto” gli rispose il pescatore “Io son troppo vecchio, che ci faccio con tutto quel denaro, la sacca, si dammi la tua sacca con tutto il suo contenuto, quella mi sarà più utile”
    No, la sacca no, non poteva chiedergliela: “Se ti do la sacca, la tua barca non mi servirà più, dentro c’è tutta la mia vita, senza di essa non avrò mai un futuro”.
    Allora il vecchio pescatore sorrise, saltò fuori dalla piccola imbarcazione e fece un gesto con la mano per invitarlo a salire: “Va, sali a bordo e rema, rema più forte che puoi, anch’io una volta avevo una sacca come la tua e la barattai per un desiderio … quel giorno la mia vita finì. "Tieni ben stretta la tua sacca, ma ora vai non perder tempo ad ascoltare le parole di un povero vecchio”.
    Senza riflettere su ciò che il pescatore volesse dirgli saltò dentro la l’imbarcazione, mise i remi negli scalmi, mollo la cima che la legava alla bitta, bloccò la sacca tra le gambe, afferro i remi e diede il primo colpo, poi alzò lo sguardo per ringraziare il vecchio, ma lui non c’era più.
    Non aveva tempo per pensare, non capiva cosa stesse accadendo, prima tutto il porto vuoto, poi la nave che salpava senza equipaggio ed ora il pescatore svanito.
    Prese a remare con vigore, si voltò per incanalarsi sulla scia della nave, non sentiva più la fatica, la luce sulla poppa continuava a brillare.
    Remava con tutta la forza che aveva, si stava avvicinando alla grossa nave, sentiva il rumore dei motori, percepiva la rotazione dell’elica, sì si avvicinava velocemente.
    Oramai aveva quasi raggiunto il suo obiettivo, la luce era sempre lì che lo osservava e lo guidava, avevano preso il largo quando improvvisamente il mare cominciò ad incresparsi. Non aveva paura, ma remare era sempre più faticoso e non riusciva a rimanere in scia con la nave. Le onde andavano ad ingrossarsi sempre di più, cominciò ad urlare verso la nave nella speranza che qualcuno udisse le sue grida.
    Poi l’acqua cominciò a saltare dentro la piccola imbarcazione, quasi che le onde si divertissero in quel macabro gioco. Non aveva paura, la luce era sempre lì, si chiese perché aveva lasciato a bordo quella cosa a cui teneva più di ogni altra.
    Non c’era tempo per riflettere e comunque non serviva a nulla, continuava a remare tagliando in due le onde, l’acqua salata del mare gli bruciava gli occhi tanto che doveva tenerli socchiusi per continuare a vedere la luce, i muscoli cominciavano ad indolenzirsi ed il corpo era oramai tutto fradicio.
    All’improvviso un’onda violenta ed assassina sollevò la barca per poi farla cadere pesantemente sul mare, subito dopo un’altra onda senza cuore ne anima schiaffeggiò la piccola barca facendola capovolgere.
    Cadde subito in mare, fece in tempo a tenere strette  le gambe per non perdere la sacca, poi l’afferrò con tutte e due le braccia stringendola a se e così tentò di risalire in superficie.
    Muoveva le gambe per restare a galla, cercava di respirare mentre sputava l’acqua fuori dalla bocca, la nave continuava la sua corsa e con lei la luce, che diventava sempre più flebile, quasi non la vedeva più. Le onde si divertivano ad infierire su di lui, spingendolo sempre più sotto il mare che sembrava ben contento di accoglierlo tra i sui fondali.
    Allora cominciò a sprofondare dentro il ventre dell’oceano, il suo corpo ruotava, continuava a tenere stretta la sacca tra le braccia, lì dentro c’era anche il suo futuro, finché lo teneva stretto a se ogni speranza rimaneva in vita.
    La lotta contro il mare durò per poco tempo ancora, poi all’improvviso tutto si fermò.
    Non riusciva a capire cosa fosse accaduto, ebbe la sensazione come di essere disteso, gli occhi erano chiusi, un silenzio apparente lo avvolgeva.
    Forse era morto e giaceva sul fondo al mare. Gli occhi non gli si aprivano, ebbe però la sensazione di avere le braccia che gli avvolgevano il corpo, come se teneva ancora la sacca stretta a se, era un buon segno forse non era morto, ma se non lo era allora dove si trovava.
    Provò a muovere un braccio, con sua sorpresa ci riuscì, si toccò il corpo, era tutto fradicio, subito pensò che si trovasse in fondo al mare, allora era morto, però il suo cervello ancora funzionava e riusciva a muovere un braccio.
    Tentò una seconda volta di aprire gli occhi, stavolta riuscì ad aprirli leggermente e subito fu accecato da una luce intensa che gli fece immediatamente chiudere le palpebre.
    Cos’era, cosa mai poteva essere quella luce, forse era veramente morto e quella era la luce del paradiso o forse il fuoco dell’inferno.
    Lui si sentiva vivo, magari era sdraiato su di una lettiga e stavano cercando di rianimarlo, ma si era certamente così voleva urlare che era vivo e stava bene, di certo non era in fondo agli abissi, lì non ci sono luci.
    Provò nuovamente ad aprire gli occhi, la luce era sempre lì davanti a lui, sbattendo più volte le palpebre riuscì ad avere il sopravvento su quel lampo assassino.
    Si guardò intorno, c’era qualcosa di strano e di familiare in quel luogo. Non era possibile, era la cabina, sì la sua cabina e quella luce fortissima proveniva dall’oblò, erano i raggi del sole che stava tirando fuori la testa dall’orizzonte. Capì che era sdraiato sul suo letto, si toccò nuovamente il corpo, effettivamente era bagnato, ma si rese subito conto che non era acqua, ma più semplicemente sudore, sì aveva sudato tantissimo.
    Continuò ad osservare la stanza, fissava il soffitto, poi percepì come un sibilo. Un piccolo rumore cadenzato che gli sembrava di conoscere. Con un ultimo sforzo cercò di concentrarsi per capire cosa fosse e da dove provenisse.
    Provò a girarsi su di un fianco, verso il centro del letto, era da lì che proveniva quel suono.
    Guardò meglio e si accorse che quel suono altro non era che il respiro di lei … si lei era lì al suo fianco che dormiva.
    Aveva la gola secca, non riusciva a capire cosa fosse realmente accaduto, sulla sedia c’era la sua sacca ed allora si accorse che tra le braccia stringeva il cuscino.
    Un incubo, aveva avuto un incubo, un terribile incubo e null’altro.
    Mise il cuscino sotto la testa e rimase di fianco ad osservarla mentre dormiva.
    Lo faceva quasi ogni giorno, si svegliava sempre per primo ed allora rimaneva li a fissarla  mentre lei ancora navigava nel mondo dei sogni. La guardava con attenzione e curiosità, le guardava il viso e dalle smorfie che faceva capiva se stava sognando una cosa bella oppure una brutta. Gli piaceva osservare il lento movimento del petto quando respirava, i suoi lunghi capelli scuri che gli incorniciavano il viso, il profilo del suo corpo.
    Sapeva che si sarebbe svegliata da un momento all’altro regalandogli prima un sorriso che ogni volta lo lasciava senza fiato e subito dopo, aprendo gli occhi, gli avrebbe sussurrato: “Buon giorno Baccalà” per poi riempirlo di baci.
    Un incubo, si solo un brutto, terribile incubo.
    Più tardi, quando si sarebbe alzato, avrebbe aperto il cassetto, lì dentro c’erano tanti sogni, era arrivato il momento di tirarli tutti fuori.
     
     
     
    … e, caso strano non mi sento strano
    vuoi vedere che ti amo …
     

  • 23 gennaio 2015 alle ore 10:36
    Una grande famiglia

    Come comincia: 7 anni
    La bambina sta giocando da sola in giardino, sul retro della casa.
    Il cugino Poldo, il cugino “grande”, la chiama dalla porta dello sgabuzzino.
    - Vieni ad aiutarmi. Devo fare un nodo. -
    La bambina corre verso il cugino che le mostra il dito indice dal quale pende uno spago lentamente annodato.
    La bambina mette il dito sul nodo, mentre il cugino armeggia con l’altra mano per stringere il nodo. Il cugino forse indietreggia, perché la bambina si ritrova dentro lo sgabuzzino buio. Il cugino dice: - Adesso stringi! – La bambina stringe il pugno intorno allo spago ed al dito del cugino. Quando il nodo è fatto, il cugino dice: - Va bene, lascia.-
    La bambina lascia il dito e torna in giardino.
    C’è qualcosa che non le quadra. Mentre stringeva nel suo pugno il dito del cugino, aveva sentito le dita di entrambe le mani del cugino armeggiare con lo spago per fare il fiocco.
    Ma se lei stringeva il dito, come aveva fatto Poldo ad usare le dita di entrambe le mani per fare il nodo? Mah!
    La bambina si stringe nelle spalle e ritorna a giocare.
     
    Qualche giorno dopo la bambina sta di nuovo giocando in giardino.
    Il cugino Poldo la chiama dal balcone. “Ho un libro con le figure di tutti gli animali. Se sali te lo faccio vedere”. La bambina fa il giro della casa. Davanti al portone è seduta la mamma a parlare con zia Liliana. “Mamma, Poldo ha un libro con le figure degli animali. Posso salire a vederlo?” La mamma risponde con un secco: “No!”.
    La bambina si allontana chiedendosi cosa ci fosse che allarmasse tanto la mamma nell’andare a vedere un libro di animali. Torna sul retro del giardino. Dice al cugino Poldo affacciato al balcone: “Mamma ha detto che non posso venire”.
    E riprende a giocare.

    8 anni
    Quel dolce era veramente buono. Tutte le compagne di classe avevano voluto la ricetta.
    Anche la bambina trascrisse la ricetta, ma la bambina pensava a qualcosa di più che proporlo alla mamma per farlo a casa nei giorni di festa.
     
    La bambina pensava che quel dolce avrebbe potuto essere prodotto e venduto su larga scala come le merendine che la mamma ogni tanto le comprava.
    Doveva scoprire come modificare la ricetta in modo che il dolce potesse conservarsi a lungo confenzionato in bustine separate.
    La bambina riteneva che avrebbe potuto essere un grande successo.
     
    La bambina cominciò anche a pensare agli aspetti pratici della produzione e della vendita. Avrebbero dovuto cominciare con una produzione limitata, utilizzando la cucina di casa come laboratorio. Un cavalletto con un asse posto davanti alla porta della cucina, che per fortuna dava proprio sulla porta d’ingresso, sarebbe stato il banco di vendita.
    Se le cose fossero andate bene, si sarebbe potuto pensare ad ingrandirsi ed a realizzare un fabbrica vera e propria e vendere all’ingrosso ai negozi.
     
    La bambina aveva bisogno dell’aiuto di una persona adulta che potesse aiutarla a realizzare il progetto.
    Naturalmente i primi a cui chiedere aiuto erano i genitori.
    Ma come esporre la cosa in modo da ottenere il loro consenso ed aiuto?
    La bambina immaginava già le loro risposte:"Ma che stupidaggini vai pensando? Non è possibile. Non si può fare."
     
    Va bene, se non mamma e papà, allora a chi rivolgersi? La bambina pensò al secondo adulto a cui poteva rivolgersi in ordine gerarchico: zio Giulio.
     
    La bambina sapeva già cosa sarebbe successo se avesse raccontato la propria idea a zio Giulio e questi l’avesse considerato buona: l’avrebbe realizzata da solo, negando che era stata lei a fornirgli l’idea.
    Chi le avrebbe creduto?
     
      Va bene, scartiamo zio Giulio. Chi rimane? Zio Furio.
    La bambina immaginava cosa avrebbe fatto zio Furio. Invece di dividere i guadagni a metà, avrebbe tenuto per sé la maggior parte, dando a lei una minima parte, millantando che fosse la metà esatta.
     
    Scartiamo anche zio Furio. Rimaneva zio Alfredo.
    Ma zio Alfredo viveva lontano. Come contattarlo e realizzare l’impresa a quella distanza?
     
     Rimaneva zia Liliana, ultima della nidiata. Ma zia Liliana era piccola e non lavorava. Come poteva aiutarla?
     
    E così, con questi dubbi, l’idea rimase non espressa e non realizzata.
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     Una bambina di 8 anni ha già delle opinioni così nette sugli adulti?
    Da dove venivano quelle opinioni?
     Il suo giudizio doveva essere viziato da ciò che aveva ascoltato.
    Gli adulti tendono a parlare in presenza dei bambini. Ritengono che i bambini non ascoltino o non capiscano.
     Gli adulti dovrebbero fare attenzione a ciò che dicono in presenza dei bambini.
    I bambini ascoltano e capiscono.
    O capiscono in maniera falsata.
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    12 anni
     "Non capisco perché devi pagare sempre tu!".
     La ragazzina alzò leggermente il capo dal libro e sospirò. Non era la prima volta che sentiva quel discorso.
    Era la mamma che parlava col papà.
     Per quanto poteva saperne, la mamma si riferiva a qualche spesa per la palazzina di famiglia, da cui si erano trasferiti da qualche anno e dove vivevano ancora gli zii Giulio, Furio e Liliana.
     La palazzina aveva bisogno di continui lavori.
     La ragazzina pensò che probabilmente papà si stesse sobbarcato da solo qualche spesa per la palazzina di famiglia. O, almeno, che stesse pagando anche parte delle quote che spettavano ai suoi fratelli.
     La ragazzina era orgogliosa del proprio papà!
    Era fiera che nella propria famiglia non vi fosse l’attaccamento al denaro come nelle famiglie di zio Giulio e zio Furio.
     Certo non era bello che zio Giulio e zio Furio se ne approfittassero.
    Come se ne avessero bisogno poi!
    E come se il loro fratello maggiore non avesse figli propri a cui provvedere!
    Però a volte la ragazzina pensava che il papà volesse più bene ai suoi fratelli che ai suoi figli. In fondo papà conosceva ed amava i suoi fratelli da tanti anni.
    Loro erano venuti dopo.
     La ragazzina sapeva come la pensava il papà: una volta assicurato loro il vitto, l’alloggio e la possibilità di studiare, non occorreva altro. Altrimenti si cominciava ad “avere grilli per la testa”.
     La ragazzina condivideva che una volta assicurato loro il necessario, papà dei suoi soldi aveva il diritto di farne quello che voleva.
     

    14 anni
     La ragazzina sta leggendo un libro per l’educazione degli adolescenti.
    Si ferma e ripone il libro.
    Il libro è scritto molto bene.
    Le viene in mente quel vecchio episodio con Poldo.
    Adesso sa cosa stringeva quando il cugino Poldo aveva bisogno di aiuto per fare un nodo intorno al dito.
    La ragazzina è ferita per essere stata ingannata. Però, pensa, Poldo allora era solo uno sciocco adolescente spinto dalle pulsioni dell’età e dalla scoperta di sé.
    Adesso sarà maturato. Magari è pentito e si vergogna pure per quello che ha fatto.
    La ragazzina decide di perdonarlo.
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     25 anni dopo. Perché l’ex-ragazzina è inquieta e pensa che dovrebbe dire ad Andreina di stare attenta quando lascia la bambina sola col padre? Ma quali assurdità va pensando?
    30 anni dopo. L’ex-ragazzina sente la mamma dire: “Poldo è lo stesso di quando aveva sei anni: getta il sasso e nasconde la mano!”
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    21 anni
    Viene a mancare la madre di zia Susanna, moglie dello zio Furio.
    Si recano al cimitero.
    La salma è tumulata nella cappella Landri.
    Nella cappella è già tumulata la salma del padre della zia Susanna.
    Il fratello di zia Susanna ha un caseificio. Ha anche vinto l’appalto per la fornitura alla mensa dell’università del capoluogo.
    La sorella di zia Susanna ha sposato il titolare di una delle prime rivendite di elettrodomestici in B.
    Quando era una ragazzina, l’ex-ragazzina aveva spesso sentito la presidente dell’Azione Cattolica locale dire: “A B. ci sono famiglie che tengono i miliardi, ma non hanno pensato a farsi una cappelletta al cimitero”.
    La ragazzina non aveva mai replicato, ma aveva sempre considerato quel pensiero poco caritatevole.
    Adesso, suo malgrado, le torna in mente
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    25 anni dopo. Il papà dell’ex-ragazzina fa: “Quella cappella l’abbiamo fatta fare solo Giulio ed io.
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    24 anni
     Al telefono è zia Liliana. È sconvolta. Vuole parlare con il fratello maggiore, il papà dell’ex-ragazzina.
     Una volta chiusa la telefonata, il papà della ex-ragazzina telefona al fratello Furio. Durante la conversazione, l’ex-ragazzina vede la madre afferrare la cornetta del telefono ed urlarvi dentro:<<Fai schifo!!!>>. 
     Non chiedete conferme alla madre dell’ex-ragazzina, vi dirà che non ricorda.
     La sera dopo, il fratello minore dell’ex-ragazzina racconta che ha incontrato Lorina, figlia minore di Furio, che gli ha detto:<<Hai sentito che belle parole si sono scambiate ieri i nostri genitori?>>.
     Cosa era successo?
    Zia Liliana e zio Furio avevano delle proprietà a S. ereditate dalla madre.
    Quello che l’ex-ragazzina riuscì a capire ed a sapere fu che zia Liliana aveva fatto dei lavori nella sua parte di proprietà ed il fratello Furio l’aveva denunciata.
    Forse la zia aveva fatto i lavori senza comunicazione al Comune?
     Mesi dopo la madre dell’ex-ragazzina le dice che zio Furio era riuscito a ‘spillare’ dieci milioni alla sorella.
    ‘E perché’ – si chiede l’ex-ragazzina – ‘come risarcimento per l’aumentato valore della proprietà della sorella?’
     La madre dell’ex-ragazzina le dice anche che lo zio Furio aveva diviso in parti uguali la cifra che aveva ottenuto dalla sorella e li aveva versati su due libretti che aveva intestato ai due figli della sorella, affermando che lui ce l’aveva con il cugino e non aveva potuto fare a meno di coinvolgere la sorella.
    Sarà. Per l’ex-ragazzina quello che aveva fatto lo “zio” Furio rimane inqualificabile.
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     20 anni dopo.
    Lo zio Edmondo, marito di zia Liliana, spiega all’ex-ragazzina che Furio aveva citato la sorella per i presunti danni arrecati alla palazzina con i lavori.
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    31 anni
    Erano sedute sotto la pergola della casa al mare di zio Giulio.
    Lo zio Giulio esce di casa, si ferma un instante e fa all’ex-ragazzina:"Li guadagni adesso 3 milioni al mese dove lavori?".
    La figlia dello zio Giulio fa uno sguardo mezzo esasperato e mezzo finto divertito e sbuffa con tono di rimprovero:"Papà?!?".
    L’ex-ragazzina guarda lo zio Giulio e non risponde.

    32 anni
     L’ex-ragazzina sta suonando il pianoforte, quando la raggiunge zia Liliana.
     Zio Edmondo (il marito della zia Liliana) aveva intenzione di costruire una casa su un terreno che aveva a Br.
    Erano in attesa dei permessi.
    Nel frattempo avevano deciso di vendere l’appartamento nella vecchia palazzina di famiglia.
    Avevano l’occasione di una buona sistemazione in affitto a Br.
    L’ex-ragazzina le consiglia:"Zia Liliana, non vendere. Affittala. Quando poi avrete i permessi per costruire, se ne avrete bisogno, la venderete".
    La risposta di zia Liliana è decisa: "No. Voglio chiudere".
    Segue la spiegazione.
    Furio le rende la vita impossibile.
    Appena qualcosa non funzionava nel condominio, Furio si metteva a sbraitare per le scale o nel cortile condominiale contro zio Edmondo.
    Una delle cause più frequenti era il cancello automatico di accesso al cortile che era sempre rotto e Furio ne dava la colpa ad Edmondo.
    La goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stato proprio il cancello.
    Zia Liliana era in casa quando sentì un’ennesima volta Furio fare una chiassata all’aperto, praticamente sulla strada, urlando contro Edmondo, che non era in casa, perché il cancello non funzionava.
    Zia Liliana raccontò:"Non ci vidi più. Mi ero lavata i capelli, stavo con i bigodini in testa. Uscii come mi trovavo, in vestaglia, con le pantofole e con i bigodini. Mi fermai di fronte a lui e dissi:”Io vendo”".
    Oltretutto Furio stava sempre a fare questioni su qualsiasi cosa.
    Zia Liliana continua a raccontare. "Una volta lo vedo presentarsi a casa mia e dire:"Devo sapere quello che è mio!". Hai presente il vaso che tengo nell’ingresso? Lo afferrai e gli risposi:"Se non te ne vai, te lo tiro addosso". Quello uscì e per le scale fece la solita scena di sentirsi male, bussando alla casa di Giulio lamentandosi:"Mi ha cacciato fuori!".
     
    L’ex-ragazzina collega l’esasperazione della zia Liliana alla mascalzonata che lo zio Furio le aveva fatto per le proprietà che tenevano a S. 
    Non insistette oltre.
    All’ex-ragazzina dispiacque quando seppe che la zia Liliana aveva trovato un compratore, ma, rifletté, forse l’unica soluzione era veramente che in quella palazzina entrasse un estraneo.
    L’ex-ragazzina conosceva i problemi di umidità dell’appartamento di zia Liliana. Era l’unico appartamento che poggiava direttamente sul terreno.
    Da anni parlavano di lavori per individuare e risolvere quel problema.
    Parlavano e non facevano mai niente.
    L’ex-ragazzina imputava i ritardi di quei lavori alla tirchieria di zio Giulio ed alla cattiveria di zio Furio.
    Un estraneo avrebbe preteso che i lavori venissero svolti e quei signori forse si sarebbero vergognati di svelare quelli che erano di fronte ad un estraneo.
     
    33 anni
    Sembra che l’ex-ragazzina avesse avuto ragione. Una volta subentrato il nuovo proprietario nell’appartamento di zia Liliana, i lavori per risolvere i problemi di risalita dell’acqua nelle pareti erano iniziati.
    Pareva proprio che i suoi zii ci tenessero a sembrare delle persone per bene di fronte ad un estraneo.
    Il direttore dei lavori era l’ing.Carmelo Landri, secondogenito del sig.Giulio.
    L’ex-ragazzina incontra Ferruccio Soldini che ha comprato l’appartamento di zia Liliana. Le fa: “Tuo padre ha detto che il suo appartamento se lo vende proprio. Ah, ah!”
    E così l'ex-ragazzina dimenticò tutto.
    Dimenticando che aveva detto a Pino: "Papà vuole che vada a vivere in via V., ma se lo può scordare. Non andrò a vivere lì per far passare ai miei figli quello che ho passato io da piccola", decide di assecondare il desiderio che il padre aveva espresso già da dieci anni: voleva che l’ex-ragazzina andasse a vivere e si prendesse cura della casa nella vecchia palazzina di famiglia.
    Il fidanzato non è d’accordo. Le sue resistenze hanno un cedimento quando vede lo stato di abbandono dell’appartamento. Non riesce a tollerare che una casa venga fatta deperire in quel modo!
    L’ex-ragazzina, pensando all’esperienza della zia Liliana, ha ancora dei dubbi: “Pensiamoci bene. Se mettiamo a posto la casa, dobbiamo fare tutto in regola. Quello per niente ci denuncia!".
    Quello sarebbe lo zio Furio.
     
    35 anni
    L’ex-ragazzina alla fine ha deciso di sposarsi.
    Dice alla mamma: - Guarda che non voglio zio Giulio al mio matrimonio.-
    La madre non replica nulla. Non c’è bisogno di spiegazioni.
    L’ex-ragazzina continua: - E, visto che ci troviamo, diciamo che a me direttamente non ha fatto niente, ma per quello che ha fatto a zia Liliana non voglio nemmeno zio Furio. –
    Qui la mamma insorge: - Ma come! So che Liliana e Furio si parlano, si frequentano e tu fai problemi? –
    - Mamma, quello che zio Furio ha fatto a zia Liliana è come se lo avesse fatto a tutti noi. E poi è anche colpa sua se quella casa è andata in mano ad estranei.
     Poi, visto che ci troviamo, non voglio nemmeno Poldo. Per quella volta che si è unito al paparino nel prenderti in giro riguardo all’‘amica’ di Giulfurio[1]. –
    La mamma sbuffa: - Quello! È come il padre. Sempre pronti a farsi belli a chiacchiere ed a sparlare degli altri! L’unico in quella famiglia che si salva è Carmelo!–
    - Facciamo così – continua l’ex-ragazzina – Sono sicura che mi dici  “O tutti o nessuno”. Oltre la famiglia stretta, invito solo gli amici, al massimo invito Giulietta e Dorina[2]  che hanno fatto parte del gruppo di amici. -
    Alla fine, vince la tradizione.
    La madre del futuro sposo vuole invitare i parenti e l’ex-ragazzina, nello spirito del perdono cristiano e della commozione per l’imminente matrimonio, lascia che le cose vadano secondo i canoni. L’unico dispiacere è che per il ritardo della decisione non riesce ad invitare i cugini della madre. Spera di potersi rifare con il battesimo.
    La madre del futuro sposo conosce lo zio Furio la sera di Natale, dieci giorni prima del matrimonio.
    Furio si è recato con la moglie a fare gli auguri al padre dell’ex-ragazzina, come consuetudine. E coglie l’occasione per comunicare alla futura suocera dell’ex-ragazzina:<<Noi lì mica lasceremo così. Faremo i lavori!>>.
    Successivamente il fidanzato riferì all’ex-ragazzina che sua madre aveva commentato: <<Ma quelli aspettano che andate voi lì per fare i lavori?>>.
     

     
     
     
    [1] Giulfurio è il fratello maggiore dell’ex-ragazzina
    [2] Cugine coetanee dell’ex-ragazzina, la prima figlia di Giulio, la seconda figlia di Furio.

     

  • 23 gennaio 2015 alle ore 10:17
    Non date le perle ai porci

    Come comincia: Cari amici ANAKI[1],
    mi è venuta gana (ho letto un racconto di Camilleri su Montalbano di recente) di raccontarvi come mai, pur non dovendo fare l’amministratore di condominio di professione, mi saltò in mente di seguire il corso ANAKI: sentivo l’esigenza di capirne un po’ di più.
    Nel 2002 non sapevo nemmeno che un amministratore fosse tenuto a presentare un rendiconto della sua amministrazione.
    Andavo a vivere in una palazzina a conduzione quasi familiare e figuratevi se mi ponevo il problema.
    A fine anno l’amministratore ufficiale, il vicino di casa Poldo Landri, mi presentò un “foglio contabile”, che io nemmeno mi aspettavo, in cui erano riassunte le quote che avevo versato, le quote spese di mia competenza ed il mio bilancio, cioè se fossi a credito o in debito. Fu mìo marito a spiegarmi che quello non era un vero bilancio, che un bilancio doveva contenere le informazioni su tutti i condomini e lo stato patrimoniale di tutto il condominio.
    Comunque mio marito andò alla riunione ed, a quanto mi è stato riferito, chiese: “Quanto c’è in cassa?”, domanda da vero maleducato e malfidente, o no? Comunque pare che poco dopo, Furio Landri e Poldo Landri lo insultassero e cacciassero fuori dalla riunione. A quell’epoca non si tenevano verbali delle riunioni e di ciò non c’è traccia. Poco dopo sentii squillare alla porta. Il vicino Ferruccio Soldini aveva accompagnato Poldo affinché si scusasse. Mio marito fece entrare Poldo e gli offrì un liquore.
    Nel 2004 diventa amministratore di turno mio marito. A fine anno presenta un bilancio per cassa (non per competenza come mi pare preferiate voi amministratori ANAKI) completo dei dati di tutti i condomini. Il bilancio è approvato. Ah, da fine 2003 si cominciarono a scrivere i verbali delle riunioni.
    Quel condominio era stato sempre caratterizzato dal fatto che pur, essendo l’amministratore ufficiale un altro, Furio in pratica si occupava di tutto.
    Mio marito non aveva bisogno del suo aiuto, ma Furio non se ne dava punto e continuava ad appropriarsi delle bollette del condominio e pagarle e continuava a tenere i contatti con la donna delle pulizie ed il giardiniere. Ricordo che nel 2004 si presentò a mio marito e gli chiese di compensare le sue rate ordinarie, che non aveva mai versato, con quelle spese . Per quieto vivere, mio marito gli compilò una bolletta di ricevuta per 200 euro. Anni dopo ho realizzato l’imprudenza di mio marito di non scrivere sulla bolletta “per compensazione spese”. La cosa si ripete nel 2005 e mio marito gli compilò una bolletta di ricevuta per 260 euro. La cosa non si ripeté nel 2006. Per il semplice fatto che mio marito scrisse esplicitamente sul bilancio approvato che, a seguito dell’approvazione dell’assemblea, al sig. Furio Landri veniva riconosciuto il versamento di 720 euro come compensazione di spese effettuate. 
    Un’altra cosa che ha caratterizzato l’amministrazione di mio marito è che, dopo l’approvazione del bilancio 2004 all’unanimità e tutti i condomini presenti, Furio cominciò a contestare i conti e pretendere dei rimborsi presentando i suoi prospetti contabili. Mio marito, con estrema pazienza, controllava sempre, ma è sempre costretto a dirgli che non trova alcun riscontro. Nel 2006 Furio la smette con la richiesta che aveva presentato con insistenza per tutto il 2005, e, sempre dopo che l’assemblea aveva approvato anche il bilancio 2005, presenta nuovi conti e nuovi prospetti contabili. 
    Alla fine della giostra, alla riunione di approvazione del bilancio 2006, Furio si limita a contestare un addebito di 198 euro (circa), dice che riconosce un addebito solo di 33 euro ma i rimanenti 165 non li paga. Per mettere a tacitare la cosa, l’assemblea approva che i rimanenti 165 euro vengano ripartiti in parti uguali tra tutti i 5 condomini. Ed amen.
    Ma non finisce qui. Mio marito deve consegnare tutta la documentazone e la contabilità dei lavori straordinari al nuovo amministratore, ufficialmente la vicina Gina Pistoia. Ma noooo, gli dicono. Tu già sai tutto inoltre conosci il commercialista e già vai a Salerno. Per favore, finisci di vedertela tu e poi ci fai sapere. Per Gina sarebbe troppo complicato. Dai a Gina solo le carte che le servono per concludere la gestione ordinaria del 2007 e grazie. Siamo parenti, siamo tra di noi, che bisogno c’è delle formalità?
    Tre mesi dopo ricevo un verbale di assemblea (commisi l’errore di non andare alla riunione, non le sopportavo più) in cui i miei vicini dichiarano “sospeso” il bilancio consuntivo che avevano approvato all’unanimità (tutti presenti) tre mesi prima. Inoltre si lamentano con veemenza del ritardo della consegna della contabilità dei lavori  straordinari. Ma non basta, al verbale è allegata una “relazione” che è un agglomerato di insulti, calunnie ed illazioni su me e mio marito.
    Ma non finisce qui. Sei mesi dopo,marzo 2008, mio marito riceve una citazione.
    Furio ci ha ripensato, adesso riconosce che doveva pagare 198 euro in quanto come “consolidata consuetudine” non versava le sue quote condominiali mensili, però aveva versato al giardiniere (mi pare, non ho le carte davanti e mi rompo di guardarle per l’ennesima volta) 216 euro e vuole i 18 euro di differenza. In più vuole indietro la sua quota parte dei 198 euro (sì dice 198, non 165) che avevano diviso in parti uguali tra i condomini. In tutto porta mio marito in tribunale per chiedergli circa 58 euro.
    Ma non finisce qui. Dal 2004 al 2007, mio marito si era occupato di lavori straordinari di manutenzione che aspettavano da almeno vent’anni e tra intoppi, sorprese e richieste di lavori privati da parte dei condomini, la spesa totale era arrivata ad 80000 euro (la mia parte è stata di circa 16000). 
    Il 5 aprile 2008, sabato, mio padre riceve una lettera in cui si insinua che mio marito abbia rubato 80000 euro e che abbia amministrato questi soldi senza mai mostrare un documento. La lettera è firmata da tutti i condomini.
    Probabilmente i signori ritengono che gli operai che hanno visto lavorare per tre anni e le impalcature fossero gratis.
    Io sì che quando c’erano stati lavori negli anni precedenti non solo non avevo visto una carta, ma non avevo visto nemmeno gli operai.
    Mio marito invece aveva fornito:
    • Copia computi metrici estimativi dei lavori;
    • copia verbale del 16/04/04;
    • copia convenzione d'incarico col direttore dei lavori;
    • copia disciplinare di incarico delle ditte;
    • copia documenti trasmissione centro Pescara;
    • copia DIA;
    • copia contratto ditta esecutrice;
    • copia n. 3 computi metrici del direttore lavori al 25/11/04;
    • copia riparto preventivo lavori al 25/11/04;
    • copia verbale del 26/11/04;
    • certificazioni e riparti detrazione IRPEF;
    • riparti consuntivi al 07/09/05;
    • riparto quote consuntivo al 28/09/05;
    • relazione dell'amministratore al 29/09/05;
    • prospetto lavori urgenti;
    • copia scheda di richiesta dei lavori di completamento;
    • copia richiesta capitoli di spesa dei lavori dall’amministratore al direttore dei lavori;
    • riparto consuntivo lavori scala al 06/02/06;
    • andamento cassa lavori al 21/02/06.
    In più Furio aveva chiesto e ricevuto:
    • copia dell'offerta ditta esecutrice lavori;
    • copia contabilità del direttore dei lavori;
    • copia fatture emesse dalla ditta esecutrice lavori;
    • altre 56 (scrivo cinquantasei) fotocopie, tra cui tutti gli estratti conto del conto corrente condominiale e copie dei bonifici.
    Ma la storia non finisce qui. 
    Settembre 2008, mio marito riceve un’altra citazione. Questa volta è Gina che cita mio marito perché Furio aveva pagato bollette Enel o non so che altro (mi rompo di guardare le carte e vado a memoria) e non era stato rimborsato. Pare che Furio abbia dimenticato di informare l’amica Gina che per “consolidata consuetudine” non versava le sue quote mensili e chiedono 461 euro, guarda caso proprio quasi pari alla somma delle due bollette (200 e 260 euro) che mio marito rilasciò a Furio per compensazione delle spese sostenute. In più chiedono altri 1400 euro (più o meno) che mio marito avrebbe gestito per concludere le pratiche dei lavori straordinari senza averne titolo. [Ricordate? Per favore, finisci di vedertela tu e poi ci fai sapere. Per Gina sarebbe troppo complicato.]. Inoltre affermano che mio marito avrebbe causato “gravi danni”.

    Ed il corso ANAKI? Nel 2009 arriva un amministratore esterno, un amministratore ANABBI[1]. Comincio a ricevere richieste che sembrano fotocopia delle richieste che era solito fare Furio.
    Beh, visto che l’avvocato a cui si era rivolto mio marito mi era sembrato un po’ confuso, decido di apprendere qualcosa di più per vedermela da sola.
    Dopo l’ennesima delibera che non mi piace (avrei dovuto versare 250 euro al mese, sì così magari mantenevo da sola tutto il condominio), riprendo ad andare alle riunioni, proprio nel periodo in cui inizio il corso ANAKI ed il corso mi è di aiuto nell’intervenire propriamente nelle riunioni.

    E questo è quanto.
     
    [1] Nome di fantasia per un’associazione di amministratori di condominio

  • 21 gennaio 2015 alle ore 23:46
    Il ruscello e i sassi (dialogo breve)

    Come comincia: 'Ma non corri un po' troppo?'

    'Non importa, sono innamorato.'

    'Come fai a sapere che sei innamorato?'

    'Perché non lo sono stato mai. E allora lo so. Lo so e basta. Come quando mi alzo la mattina e so che respiro e sono vivo. Lo so e basta.'

    'E come "non importa"?'

    'Perché non importa. Mia nonna mi diceva sempre: "Alex, un giorno ti innamorerai. Quel giorno lo saprai. Non importa se la conoscerai da anni, mesi o solo qualche ora. Ti entrerà nel sangue come un virus, ti ammalerai di una febbre sconosciuta e non vorrai guarire. Lo stomaco non ti ubbidirà e ti mancherà l'appetito. Sentirai il tuo cuore scoppiare e il cervello impazzire. Non importa quello che amavi prima di lei, ogni minuto le vorrai stare vicino. Vorrai respirare la sua aria, ascoltare le sue parole, guardare le sue palpebre sfarfallare mentre sogna. Vorrai prenderli quei sogni e farli diventare realtà. Ti sembrerà di volare e avrai i brividi solo al pensiero di sfiorare la sua mano. Nessun secondo, nessun attimo le vorrai stare lontano. La vorrai nella tua vita per raccontarle il tuo mondo: non ci saranno barriere, né timori, né esitazioni. Forzature? Non saprai cosa sono. Spazi? Si fonderanno restando divisi in un modo completamente nuovo. Litigi. Oh si, e non ce ne saranno pochi. Ma come pretendi di amare il miele se non ami anche il fiele? Tutto scorrerà naturale come il ruscello dietro casa. Hai visto quanti sassi ci sono? Ma l'acqua scorre e non se ne cura... passa attraverso ogni fessura. Lo saprai che sei innamorato di lei, come sai che respiri e sei vivo quando ti alzi la mattina. Saprai di esserlo, perché prima non lo sei mai stato.". Quindi ecco perché non importa.'

    'E poi? Cosa succede dopo?'

    'Dopo succede la paura. La paura di perdere te stesso, la paura di sbagliare, la paura di morire o la paura di rischiare. Ma è un istante. Se sei innamorato, la combatti senza accorgertene nemmeno. Allora vinci tu e la paura si trasforma in coraggio. Il coraggio si trasforma in forza. La forza si trasforma in amore, perché si assomigliano come gemelli questi due. Sembrano una cosa sola. Sono una cosa sola. L'amore è forza. E allora che senso ha il 'non è troppo presto?' o il 'non corri un po' troppo?'? La vita è una sola ed essa si che è 'troppo' corta per domande a cui nessuno sa dare una risposta. Comunque se sai cosa vuoi, la risposta già ce l'hai.'

    'Ma...'

    'Niente ma... Non ci sono scuse. Le scuse sono l'arma preferita di chi ha paura e lo strumento migliore per manipolare chi ti ama. Se ci sono quelle, la paura ha già vinto e l'amore si è arreso o forse non c'è nemmeno mai stato.'

    'Mi porti al ruscello?'

    'Si.'

  • 20 gennaio 2015 alle ore 22:38
    Piazza Garibaldi

    Come comincia: Fa parte delle mie passeggiate serali. " Vado in Africa", mi dico, chiudendo la porta, e, subito, sono sul piazzale della ex Pretura, dove stupendi exschiavi neri, con pettorine colorate delle due squadre in lizza, giocano una partita al pallone. Al termine, saranno sostituiti da giocatori di baseball, con le loro mazze. Rari bianchi, sogguardano distratti, dalle loro motorette. Bionde extracomunitarie, di tutte le età, dai vestiti impossibili, bevono birra e addentano un panino, parlando tra loro, sedute dove trovano. Le aiuole, oltre all’immondizia di giorni, hanno i bagliori multicolori di vetri rotti. C’è odore di urina nell’aria. I rom sono più avanti; ti lasciano un niente di marciapiede: braccialetti, chincaglieria infima, femminile, che trova ancora sguardi e mani a rovistare. Eccola, Piazza Garibaldi: se non fosse per la statua di Garibaldi, atemporale, incongrua, scorgeresti un grande catino di ingombri rumorosi. Il telaio di pali dell’architetto Domenique Perraul sembra un’eruzione di freddi acciai, da una voragine del terreno. Promette una nuova stazione europea, a crederci. Le luci di S. Martino, lassù, placano le ansie. Ora si cammina: il marciapiede di sinistra, guardando la stazione, è l’estero in casa. Hotel grondanti di neri. Valige e parabole satellitari ingombrano balconi. L’abbigliamento è vario: dal senegalese a quello di Harlem. Il Mc Donald's è loro. Se c’entri, ti senti in imbarazzo. Bancarelle improvvisate vendono le stesse cose, con monotonia esasperante. Un occhio ai vigili, che spesso girano al largo. Eleganti magnacci, dal passo felpato, alla Obama, si portano dietro puttane, dal corpo felino. Hanno collari d’oro, come ricchi mastini. I cinesi, piccoli e minuti, non si fermano. Hanno da lavorare, loro. Basta un attraversamento ed è Turchia: gli stessi profumi, gli stessi aromi, che sbucano da bettole luminose. Le note musicali sono orientali. Baffi e barbe scure, camice, a volte candide, ti riportano sul ponte di Galata, a Istanbul. Rari, operosi, ma non progrediti, con i tempi, napoletani, tentano di coinvolgerti al gioco dei tre campanellini, avvolti da una piccola corte di attori improvvisati.                                " Possibile – ti chiedi - che gl’imbecilli si riproducano sempre?"                                     La Feltrinelli laggiù, mi attende, linda di specchi serali, rigorosamente incoerente con la cultura che la circonda. Quasi un tentativo di missione, la sua.

  • 19 gennaio 2015 alle ore 17:06
    Felice e le difficili scelte

    Come comincia: Passato lo stupore iniziale Felice si accomodò sul divanetto e invitò Aurora a fare altrettanto, lei sembrava ancora frastornata da quella brutta sorpresa, ma lui la prese per mano e la tirò con decisione a sé. Quel gesto un po' rude ebbe l'effetto di farla riprendere e immediatamente ringhiò verso Beatrice "Maledetta, cosa vuoi da noi?" L'agente speciale era ben addestrato e non si lasciò sfuggire l'occasione per smorzare gli entusiasmi della ragazza "Da te, mia giovane amica, proprio nulla, forse un po' di compagnia a letto, dopo il lavoro, è lui che mi interessa" Con uno sguardo d'intesa Beatrice ordinò ad uno degli energumeni di portarla via ed immediatamente Felice fece per opporsi ma l'altro omaccione lo immobilizzò sul divanetto e Beatrice mise in bella mostra una pistola luccicante "Non vogliamo farvi del male, ma non costringeteci ad usare la forza, in fondo siamo tra persone civili. Adesso tu" Disse rivolta ad Aurora "Seguirai il mio uomo senza far storie, ti accompagnerà in una comoda stanza dove aspetterai tranquilla, ok?" Aurora avrebbe voluto saltarle al collo ma una rapida occhiata d'intesa con Felice la fece desistere dall'intento, avrebbe avuto la sua rivincita in un altro momento e quando fu uscita dal salone con alle costole l'energumeno, Beatrice fece spallucce soddisfatta "Finalmente, non la sopportavo più" Ma notando la feroce espressione di Felice si affrettò a precisare "Tranquillo paladino, alla giovin pulzella non verrà torto un capello" Nessuno afferrò la sua ironia e allora riprese con calma il filo del discorso "Bene, adesso parliamo degli scuri, siete d'accordo?" Felice guardò in direzione di Bocassa, voleva capire da che parte stava, con o contro di lui? La donna evitò il suo sguardo in modo sfrontato, cosa nascondeva? Beatrice, che non era affatto una sprovveduta, notò quegli ammiccamenti e si intromise domandando "Allora signora, il suo pupillo non le ha parlato dell'incontro che ha avuto con uno scuro a Gao?" Beatrice sembrava una maestrina pignola che si presenta alla prima lezione a dei piccoli bambini, voleva metterli contro, ma mentre Felice era in procinto di esplodere, Bocassa restava calma e insensibile alle provocazioni, da anni era abituata a gestire situazioni complicate, ma questo Beatrice non l'aveva capito e infatti sbottò "Allora voi due, vi decidete a parlare o devo usare le maniere forti?" Quei modi rudi e minacciosi stavano infastidendo la signora che era abituata a discutere civilmente in contesti diversi e meno cruenti, quella donna meritava una lezione "Lei non sa di cosa parla" Rispose Bocassa rivolta verso Beatrice "Lei parla di scuri, ma li ha mai visti, li ha mai incontrati? Sarebbe in grado di affrontarli, da sola?" Beatrice accettò la sfida senza pensarci su un solo istante e rispose piccata "E tu, vecchia megera, li hai mai visti? Ti sei mai scontrata con loro? O parli solo per dare aria alla bocca?" Felice era sorpreso ma allo stesso tempo affascinato da quel battibecco; la psicologa che conosceva lui era disponibile e per nulla aggressiva e per quel poco che sapeva di Bocassa non si sarebbe mai aspettato una sfida cosi diretta verso la sua avversaria. In effetti la lotta era impari, Beatrice era armata e praticamente li teneva sotto sequestro, Bocassa invece, pur trovandosi nel suo ambiente, ma chiaramente svantaggiata, avrebbe dovuto sottostare alle regole dell'avversaria. Per nulla scoraggiata da quelle parole Bocassa si alzò in piedi e con incedere deciso si portò al centro della grande stanza sotto lo sguardo attento dei presenti, il bestione non mollava la presa e Felice era costretto ad osservare quella scena ruotando il collo in maniera innaturale provando un certo fastidio, mentre Beatrice si mise da una parte in modo tale da aver sotto controllo tutti i presenti. Poi, quando Bocassa sollevò le mani al cielo in una sorta di gesto propiziatorio, Felice capì e si rallegrò nel vedere lo stupore di Beatrice trasformarsi in sgomento. Al centro della stanza Bocassa lievitava a circa due metri dal pavimento e nel volgere di pochi secondi l'ambiente calò in una penombra che li isolò dal resto del mondo e la donna prese a parlare, ma la sua voce sembrava provenire da un'altra stanza. Beatrice osservava a bocca aperta, mentre l'energumeno mollò la presa quel tanto da permettere a Felice di divincolarsi e prepararsi ad un'eventuale fuga "Ecco curiosa, sei contenta? Io sono uno scuro!" L'agente ascoltava mentre un tremore le scuoteva tutto il corpo, in realtà voleva le prove di ciò per cui era stata inviata sulle tracce di Felice mentre Bocassa proseguì  "Io sono quello che era, prima che la mia razza scoprisse la vostra. Voi siete pericolosi per noi, siete come una droga, da quando vi abbiamo incontrato non riusciamo più a rinunciarvi. Io e alcuni miei compagni abbiamo resistito e nel tempo abbiamo cercato di aiutare quelli della nostra razza che sono completamente dipendenti da voi, alcuni hanno accettato, mentre altri, purtroppo la maggior parte, hanno scelto la via della perdizione. La nostra superiorità tecnologica, fisica e mentale, ha permesso loro di soggiogare al proprio volere milioni di esseri umani e più passa il tempo e più raccolgono consensi; la cosa è semplice, vi offrono quello che desiderate, ma più voi vi legate a loro e più acquisiscono forza e consapevolezza. Tra poco, se non verranno fermati, vi avranno tutti in pugno e senza rendervene conto sarete loro schiavi, per sempre!" A quel punto Bocassa tornò con i piedi per terra mentre la stanza si illuminò nuovamente e tutto tornò come prima della lievitazione. La donna tornò con calma alla sua poltrona mentre i presenti, inchiodati ai loro posti, non proferirono parola, Felice aveva avuto la possibilità di darsela a gambe ma, come gli altri, era restato ad ascoltare le parole dello scuro. Bocassa si era nuovamente accomodata mentre Beatrice le si fece incontro con fare minaccioso e quando fu a un paio di metri da lei le puntò la pistola alla testa "Quindi se adesso ti sparo cosa succede?" L'agente speciale era determinato e per nulla intimorito dal suo avversario, ma come spesso capita si tende a travisare la realtà e anche lei non aveva capito il messaggio di Bocassa che invece rispose con calma "Se mi spari mi uccidi, forse. Perché voi esseri umani siete così banali e ignoranti? Appena qualcosa sfugge dal vostro controllo e dalla vostra comprensione preferite distruggerlo piuttosto che capire di cosa si tratta. Tu non mi capisci, io esco dai tuoi schemi mentali e al posto di confrontarti con me preferisci distruggermi. Non sarà la mia morte a cambiare le sorti della Terra e tu cadrai comunque vittima dei rinnegati della mia razza, lo vedo nel tuo cuore, sei marcia dentro" Beatrice ebbe l'impulso di premere il grilletto, come si permetteva quel mostro di sputare sentenze? Cosa ne sapeva lei di ciò che aveva dovuto passare per diventare uno degli agenti migliori? Come poteva capire le umiliazioni e privazioni a cui si era sottoposta pur di arrivare a quel punto? Il dito stava lentamente facendo pressione, un attimo e lo scuro sarebbe morto, ma a quel punto la parte razionale di Beatrice riprese il controllo e fece desistere la donna dal suo proposito omicida  "Hai ragione, la tua morte non servirebbe a nulla, voi due mi servite vivi, vi porterò dai miei superiori e loro sapranno cosa fare. Non siamo gli sprovveduti che credi, sappiamo di voi scuri e della vostra divisione intestina, come sappiamo che nonostante tutte le vostre capacità avete bisogno di alcune persone, che definite prescelti, per raggiungere i vostri scopi e sappiamo anche che in determinate situazioni perdete il controllo su di noi; saranno i nostri specialisti a risolvere il problema" Felice capì che non avrebbe più rivisto Aurora e quel pensiero gli provocò l'urto del vomito, doveva fare qualcosa e anche se non era un uomo d'azione decise d'improvvisare "Cara la mia dottoressa, Mara o Beatrice che sia, tutto sommato noi due siamo intimi o vuoi farmi credere che il tuo interesse per me era solo ed esclusivamente professionale? Facevi bene la parte della psicologa, ma quando ti guardavo le gambe sotto sotto eri contenta e non facevi nulla per distogliere il mio sguardo; sei davvero disposta a farmi del male se non ti volessi seguire di mia spontanea volontà?" La donna dapprima storse il muso, poi sorrise all'indirizzo dell'uomo e si avvicinò a lui "Caro il mio Felice, le mie gambe piacciono a tanti uomini e ti confesso che adoro quando me le guardano, ma siete tutti cosi prevedibili e monotoni. Sei un bell'uomo e ammetto che a volte quando eri steso sul lettino del mio studio abbia fatto qualche pensierino sul tuo conto, ma io sono una professionista e prima di tutto viene il lavoro. Non voglio usare la forza, voglio semplicemente che decida con la tua testa. Se mi seguirai senza far storie lascerò libera al suo destino la tua ragazza e se saprà cavarsela magari riuscirà a tornarsene a casa, in caso contrario dovrò sbarazzarmi di lei e usare la forza nei tuoi confronti, a te la scelta" E adesso cosa avrebbe fatto? Aurora era la sua priorità, non dovevano farle del male, Beatrice aveva promesso di lasciarla andare, ma lui era convinto che appena fosse stata libera sarebbe diventata la preda di qualche killer; tutto sommato viste le circostanze pensò che comunque era la soluzione migliore. Aveva deciso, si sarebbe consegnato a Beatrice e avrebbe preso tempo, ma gli restava una domanda da fare "E lei? Lei non vi seguirà tanto facilmente, è uno scuro non riuscirete a costringerla a venire con voi" L'agente speciale sorrise ancora "Ma bene, vedo che la nostra signora non ti ha spiegato molte cose; adesso voi due siete una cosa unica dove vai tu viene lei, si è mostrata, ha voluto fare questo passo, tu sei il suo prescelto e lei la tua guida, senza di te morirebbe, vero?" Concluse rivolgendosi a Bocassa che nel frattempo aveva abbassato lo sguardo a terra in segno di resa.
    Fu lasciata libera in una via poco trafficata con il suo bagaglio, tutti i documenti e i soldi, persino il cellulare; Aurora pensò di chiamare qualcuno, ma dopo aver riflettuto un attimo giunse alla semplice conclusione che nessuno avrebbe mai creduto alla sua storia. Era viva e libera e la cosa la fece sentir bene, nonostante il suo carattere combattivo aveva avuto paura, la situazione avrebbe potuto prendere un'altra piega e forse quell'energumeno avrebbe goduto nel farla soffrire fino ad ucciderla. Il suo pensiero si concentrò su Felice che, al contrario di lei, era prigioniero e forse anche in pericolo di vita; doveva fare qualcosa per il suo uomo. Nonostante la brutta situazione la sua prima mossa fu quella di cercare un posto dove passare la notte e mettere qualcosa sotto i denti e doveva fare alla svelta, al buio una donna come lei era una preda appetibile per dei malintenzionati. Dopo aver girovagato per circa un quarto d'ora la sua scelta cadde su una specie di locanda che offriva vitto e alloggio a poco prezzo, i proprietari  erano marito e moglie, sulla cinquantina d'anni e davano l'impressione di essere brava gente; oltretutto capivano e parlavano l'italiano in maniera discreta "Lei è italiana, un nostro cugino vive e lavora in Italia, da tanti anni. In questi giorni è qui con la famiglia, magari avrà modo di conoscerlo" Il proprietario aveva voglia di chiacchierare ma Aurora era stanca e aveva altro per la testa. Si sforzò di sorridere gentilmente e di mostrarsi interessata nonostante fosse tesa come una corda di violino, per fortuna le venne in soccorso la proprietaria che aveva capito la situazione "Va bene Taiwo, adesso lasciamo andare la nostra ospite a riposare, la stanza è al piano superiore in fondo a sinistra. La cena sarà pronta tra circa un'ora, ma può scendere anche più tardi, troverà sempre qualcosa da mangiare" Aurora stavolta sorrise sinceramente alla donna e senza aggiungere altro salì in camera, era stravolta. La stanza era piccola ed accogliente servita da un piccolo bagno con doccia e alla parete era affisso un cartello con una scritta difficile da tradurre, ma il disegno era piuttosto chiaro ed esplicito; non sprecate l'acqua! Si risciacquò velocemente, aveva fame e voleva scendere a cena, ma prima sistemò il suo bagaglio. Da una tasca del suo borsone scivolò fuori una foto di lei con Felice che sorridevano, l'avevano scattata nell'aeroporto di Gao durante la prima attesa, appena arrivati. Quell'immagine le diede nuova energia e la convinse a dover fare qualcosa per il suo uomo; non l'avrebbe mai abbandonato, adesso ne era convinta. Finì di sistemare la stanza e riordinò le idee, poi si avviò verso il piano inferiore canticchiando, dalla cucina arrivava uno splendido profumo, a stomaco pieno avrebbe pensato come agire.
    Aveva dovuto cedere al ricatto mentre qualcosa, dentro di lui, gli diceva che lei era salva e stava bene; l'avrebbe riabbracciata, a tutti i costi. Nel frattempo il pulmino dove lui e Bocassa erano stati caricati procedeva verso una meta a loro ignota, Felice provò a parlare con la donna; basta misteri, basta menzogne, era giunto il momento di sapere tutto. Bocassa si era chiusa in un silenzio imperturbabile e Felice si ricordò di avere a che fare con un essere diverso e quindi poteva aspettarsi delle reazioni non convenzionali da quella donna, sempre che si trattasse di una donna. Inutile insistere, avrebbe affrontato la questione in un altro momento, adesso voleva capire come poter fuggire da quella situazione, ma la stanchezza e la tensione accumulata lo fecero crollare esausto sul sedile. Non sapeva da quanto si fosse addormentato ma si rese perfettamente conto di essere di nuovo in contatto con loro, erano entrati nei suoi sogni "Bentornato Felice, sono contenta di rivederti, stai facendo dei progressi enormi, adesso riesci anche ad invocare i tuoi sogni" "Cosa vuoi dire? Chiese alla figura alta e longilinea che ormai gli era famigliare "Sei tu che mi hai invocata, con il tuo desiderio di saperne di più su questa faccenda, nel sonno la tua mente adesso riesce a liberarsi da vincoli e pregiudizi aprendo al tuo cospetto delle nuove realtà. Io sono qui per te, cosa ti assilla Felice?" Non rispose subito, stava cercando di controllare quell'impulso che lo stimolava a pensare diversamente, finalmente riusciva a vedere alcuni lati di quella faccenda sotto un altro punto di vista; si, era stato lui ad evocare in sogno quell'essere e adesso era consapevole del fatto che volendo poteva anche averne il controllo. Si mise subito alla prova "Non mi avete detto tutto sugli scuri, qualcuno sta facendo il doppio gioco" Si era buttato alla cieca, adesso doveva aspettare la reazione di lei che infatti non tardò ad arrivare "Nessuno di noi fa il doppio gioco, piuttosto, quali menzogne ti ha raccontato la vecchia che sta al tuo fianco? Cosa si è inventata pur di avere il tuo appoggio? Stai attento agli scuri, sono falsi ed ingannevoli, pronti a qualsiasi cosa pur di raggiungere il loro obiettivo. Segui la nostra guida o farai la fine del tuo amico Franco" Felice cercò di restar calmo e dopo aver raccolto le idee ribatté deciso "E tu cosa ne sai di Franco? L'hanno rapito gli scuri e a detta di Bocassa lui è qui, a Sokoto. Aiutatemi a liberarlo e ve ne sarò grato" "Lei mente, Franco è perduto, per sempre. Adesso devi decidere cosa fare, stai con noi o con lei? Fai la tua scelta" Uno scossone lo fece svegliare di soprassalto, il pulmino era giunto a destinazione e l'autista aveva esagerato un po' con il pedale del freno; ormai era notte fonda e Beatrice li invitò a seguirli "Questa notte alloggeremo qui, lontano da occhi indiscreti, poi domani prenderemo un volo che ci porterà a destinazione" "Dove?" Chiese Felice istintivamente "Domani lo saprai. Adesso andate nella vostra stanza e cercate di non creare problemi" Felice cercò lo sguardo di Bocassa che invece si ostinava ad evitarlo. Furono sistemati in una stanzetta arredata con due brande e nient'altro. Strano, pensò Felice, li lasciavano insieme. Appena entrati uno degli uomini destinati a fare la guardia disse loro che a breve avrebbero provveduto a portare la cena e Felice accennò un sorriso di ringraziamento; anche se era prigioniero aveva fame. Fecero appena in tempo ad accomodarsi sulle brande che, come promesso, giunse la cena e Felce mangiò con voracità, mentre Bocassa non toccò nulla restando in silenzio ad osservare lui che si strafogava. Quando l'uomo ebbe finito si alzò dalla branda e si stirò i muscoli del corpo "Ho mangiato troppo" Disse sorridendo " E troppo velocemente" Rispose lei " Ma allora non hai perso la voce, pensavo fossi caduta in letargo" La donna accennò un sorriso "Sono contenta di vedere che nonostante la situazione tu non abbia perso la voglia di scherzare, la cosa è positiva" Adesso si stavano fissando cercando di capire i rispettivi stati d'animo, lei fece un cenno e Felice si guardò in giro, in un angolo, mimetizzato in malo modo, un microfono era lì, pronto a raccogliere le loro parole "Mi manca Aurora, speriamo non le abbiano fatto nulla di male, non me lo perdonerei. E' colpa mia se si ritrova in questa situazione, l'avevo avvertita che ci saremmo trovati in mezzo a qualche guaio ma per averla vicina non ho insistito più di tanto per allontanarla. La amo tanto e spero di riuscire a tornare a casa e poter vivere tranquillo con lei" Felice parlava in modo quasi infantile, Bocassa capì le sue intenzioni e decise di stare al gioco "Beato te che hai questa prospettiva. Io non ho mai avuto un compagno, anche la nostra razza ha dei legami, ti può sembrar strano ma viviamo come voi, abbiamo i vostri bisogni e spesso le vostre emozioni. Io ho deciso di vivere al servizio della mia gente cercando di sostenere il legame tra gli scuri e gli umani. Purtroppo molti di noi si sono fatti prendere dalla sete di potere e hanno deciso di servirsi delle proprie capacità per sfruttarvi a loro piacimento. Tu sei un prescelto perché hai delle doti particolari che riescono a metterti in contatto con le varie razze presenti sulla Terra, altri come te hanno questo dono ma pochi riescono a conviverci. Penso che la bella Beatrice faccia parte di qualche organizzazione che vuole arruolare tutti quelli come te per poi cercare di tenere sotto controllo gli scuri e di fatto l'umanità intera" Felice aveva ascoltato attentamente cercando d capire tra le righe, Bocassa era stata brava, chi era all'ascolto avrebbe sentito cose che già sapeva mentre lui adesso cominciava a vederci chiaro; dovevano sfuggire ai loro carcerieri il prima possibile "Ogni volta racconti qualche nuovo particolare che mi mette in confusione, non devo più ascoltarti, buonanotte!" Le parole di Felice erano dirette a chi li sorvegliava, con lo sguardo infatti fece intendere a Bocassa di aver capito, dovevano solo scappare e riordinare le idee, lei socchiuse gli occhi in cenno di assenso e si distese sulla branda "Buonanotte Felice, sogni d'oro"
    Beatrice schizzò in piedi come una belva furiosa "Maledetti, mi stanno prendendo in giro, hanno capito di essere sotto controllo e si sono raccontati un mucchio di stronzate. Voi due resterete qui tutta la notte e se succede qualcosa di strano venite subito a chiamarmi, sono stata chiara?" I due uomini risposero all'unisono "Si signora, buonanotte signora" Lei stava già uscendo dalla stanza diretta nella sua camera, non sarebbe riuscita a dormire ma aveva bisogno di stendersi sul letto. Stava lavando i denti quando il suo apparecchio emise un suono inconfondibile, risciacquò velocemente la bocca e rispose immediatamente "Si?" "Stavi facendo la doccia?" Lei divagava raramente durante i colloqui di lavoro e Beatrice ne fu sorpresa "Stavo lavando i denti" "Ottimo. Come procede con il nostro uomo?" Il tono confidenziale era già sparito e allora Beatrice le raccontò nei dettagli gli ultimi avvenimenti fino a concludere "Questo è quello che ho raccolto fino adesso, ma confido nei nostri specialisti per ottenere tutte le informazioni necessarie per portare avanti il progetto" "Ok Beatrice, bel lavoro, ma attieniti alle direttive, quando avrai riportato i due soggetti alla base il tuo compito sarà finito e ti sarà concessa una licenza premio per poter ricaricare le batterie ed essere pronta per il prossimo incarico" Beatrice sospirò delusa ma provo a dire "Ecco, per quanto riguarda la licenza, mi piacerebbe poterla passare con.." "Buona notte Beatrice!" La comunicazione si interruppe e lei si ritrovò sola in una misera stanza di una piccola costruzione in mezzo al nulla. Si mise a sedere sulla branda e scoppiò a piangere coprendosi il viso con le mani, ma dopo pochi secondi si alzò di scatto e si pose davanti al piccolo specchio del bagno "No!" Urlò a se stessa "Non è questo che ti meriti, cazzo!"
    Il sapore del cibo rispecchiava le aspettative che si era fatta sentendo il profumo proveniente dalla cucina, Aurora stava mangiando nella sala da pranzo dove c'erano una mezza dozzina di commensali. I proprietari l'avevano accolta a cena con familiarità, erano persone alla mano e quando ebbe finito la titolare si accomodò al suo tavolo con un vassoio e servì due tazze di una bevanda scura e fumante "Posso farti compagnia?" Chiese la donna cordialmente "Certo" Rispose Aurora "Cos'è?" Chiese in merito alla bevanda fumante "E' un infuso di erbe e radici di cui non ricordo la ricetta, non è buonissimo ma ti assicuro che è un digestivo portentoso" Le due donne si misero a ridere, in effetti Aurora aveva mangiato come un orco "Avevo fame ed era tutto così buono che non ho potuto far a meno di ingozzarmi fino a scoppiare" Ancora risa sincere. La donna allungò una mano fino ad afferrare le dita di Aurora e chiese quasi sotto voce "Cosa ti preoccupa ragazza? Di noi ti puoi fidare, siamo gente abituata alle guerre e alle faide, sappiamo aiutare chi è in difficolta e tu Aurora sei chiaramente terrorizzata da qualcosa" Aurora adesso faticava a respirare, un nodo alla gola la stava soffocando e la sua reazione fu quella di piangere, un pianto sommesso, non riusciva a muovere un muscolo mentre le lacrime scendevano copiose sul suo bel viso. La donna le strinse entrambe le mani "Coraggio ragazza, sono qui con te" Aurora non capiva perché quella donna che fino a qualche ora prima era una perfetta sconosciuta, le ispirasse tanta fiducia. Memore della scottatura subita con Beatrice era restia ad aprirsi a lei, ma il contatto sulle sue mani, la voce sincera e la voglia di togliersi un peso dallo stomaco, la spinsero a confidarsi sinceramente. Raccontò la sua storia con Felice, omettendo i particolari relativi agli scuri e spiegò quanto fosse preoccupata per la sua sorte. Poi estrasse dalla tasca della giacca la foto che la ritraeva con lui all'aeroporto di Gao "Ecco A'isha, questo è il mio Felice" Concluse con un sorriso speranzoso stampato sulle labbra "Mmm, un bell'uomo, siete una bella coppia. Io non so se quello che mi hai raccontato sia tutto vero, ma vedo davanti a me una ragazza innamorata ed è giusto che noi ti aiutiamo a ritrovarlo" "Ma come?" "Ci inventeremo qualcosa, tra l'altro stasera dovrebbe arrivare nostro cugino a trovarci e lui conosce un sacco di gente, anche se da anni vive in Italia ha mantenuto tutti i contatti che aveva qui a Sokoto" Proprio mentre A'isha pronunciava quelle parole, dalla zona all'entrata riecheggiarono urla festanti e applausi. Aurora si girò in quella direzione e vide un uomo attorniato da Taiwo, dagli avventori e dai dipendenti del locale "Quello è il cugino di cui ti parlavo, adesso te lo presento" Taiwo stava sommergendo di parole il cugino che ricordava bene quanto fosse logorroico l'altro e mentre ascoltava fu accompagnato dall'ospite italiana di cui gli avevano perlato "Ecco, lei è Aurora, l'italiana di cui ti parlavo, non è una splendida creatura?" Aurora si era alzata e l'uomo si presentò baciandole la mano "Piacere, io sono Sunday, il cugino di Taiwo e A'isha" Aurora fu colpita dai modi di fare di quell'uomo "Piacere mio, io sono Aurora" L'uomo lasciò la mano "Mi hanno detto che hai una triste storia da raccontare" A'isha fulminò il marito con lo sguardo, cosa aveva detto al cugino? "Si, in effetti ho un problema, ma non credo sia giusto approfittare della vostra disponibilità" Sunday fece cenno ad Aurora di accomodarsi di nuovo sulla sedia e con la coda dell'occhio vide la fotografia che lei aveva lasciato sul tavolo e lei notando lo sguardo dell'uomo affermò mestamente "Lui è il mio uomo, l'hanno portato via" Sunday era ancora sconcertato "Io lo conosco, io quell'uomo lo conosco. E' Felice!" Aurora lo fissò sorpresa ma lui insisté "Non ti preoccupare, ti aiuteremo noi a toglierlo dai guai"

  • 15 gennaio 2015 alle ore 20:58
    Emotività

    Come comincia: L’emotività non può essere spiegata a parole; l’emozione è soggettività dell’anima.
    Per quanto mi riguarda, so di essere una persona abbastanza emotiva e, contemporaneamente, anche molto vuota (quando non voglio, ovviamente). Il nostro emozionarci cambia da cosa in cosa, o persona e persona e sono anche certe scelte a renderti più o meno emotivo verso il mondo.

    Come la famiglia; non possiamo scegliere in che famiglia nascere o che parenti avere a seconda di come siamo e come viviamo le giornate. In questo caso, c’è sempre chi sceglie per noi nell’infinito evolversi delle cose.
    Non ho mai scelto la mia famiglia e, se si potesse fare, avrei preferito un’altra. I contrasti familiari se sei troppo emotivo, ti possono cambiare e plasmare a loro piacimento arrivando ad essere una persona che possono amare od odiare ma questo, poi, non dipende nemmeno tanto da noi stessi perché è abbastanza accertato che, per quanti insegnamenti giusti possono darci, una volta entrati nell’età del pensiero proprio, dell’andare contro corrente da adolescenti, nulla può essere tenuto sotto controllo. Alla fine, alleviamo noi stessi in base a quello che c’è fuori, a come essere o diventare, cosa pensare in situazioni spiacevoli e non, a quali logiche ricorrere nel caso qualcuno cerchi di contrastarci. E’ tutto un fatto di logica, se rifletto.

    Amo molto ciò ch’è stato ma, col tempo, non tutto è andato come speravamo. Quando il caso coglie il tuo stelo falciandolo senza indugio, non ti resta che un fiore morto che non puoi più piantare. Le domande soccombono e l’unica cosa certa che hai è che quello che avevi due secondi prima, non ce l’hai più e sai che sarà così sempre. Lì subentra il cambiamento. Le tue logiche iniziano ad attivarsi, il cervello produce una rete di informazioni reali e irreali, il cuore le racchiude e il pensiero le classifica; il tuo essere si plasma. Se l’uomo fosse un calcolo matematico, possiamo dire che in sé potrebbe racchiudere una serie di algoritmi infiniti, un rebus, informazioni su informazioni portando i numeri ad impazzire. Ed è per questo che i pazzi impazziscono; perdono il controllo dei loro numeri e iniziano a darli!

    Che metafora divertente. 

  • 14 gennaio 2015 alle ore 19:45

    Come comincia:

  • 14 gennaio 2015 alle ore 19:26
    Pregh(era)

    Come comincia: Alla fine, le sorprese, non mi sono mai piaciute; un po’ perché ormai son anni (se non da quando ero bambino) che non ne vedo.
    Le sorprese migliori sono quelle che facciamo a noi stessi quando perdiamo, per un attimo, la connessione col mondo e le cose accadono perché le decidi tu, o lui o magari quell'altro e l’ottanta percento dei casi non è mai una sorpresa; se ti muovi per logiche ci arrivi senza stupirti troppo. Sono diventato cinico anche in questo, Pech.
    Mi sento pesante da solo e vorrei non stare qui a pensare o parlare troppo; ma come si fa? Alla fine la vita non è altro che attimi che vivi ponendoti domande e cercando risposte. Sono così sfiduciato che tenterei il suicidio se servisse a liberarmi di tutto questo vivendo comunque lo stesso.
    Tu credi davvero che ciò possa accadere?
    Non faccio altro che pensare al passato, il vecchio, l’andato… anima mia, povera anima mia! Così giovane ma già privo di tutto.
    C’è stata sofferenza, nemmeno troppa (non voglio dire molta o poca, alla fine ogni uomo ha le sue anche peggiori delle mie se pensi all’Africa nera malandata e gettata nella fame); voglio solo uscire da questo vortice lugubre di pensieri! Si! Perché sono i pensieri che mi incatenano al brutto passato e non avendo un roseo futuro (o meglio, un sereno presente) non posso che raccontare di quello che ho di ieri che porto oggi.
    La serenità non so nemmeno più cosa sia; ho sprazzi di rimembranza qua e là, così, per caso. E quando penso “se il mondo venisse capovolto, come una clessidra, forse tutto inizierebbe a scorrere nuovamente con la stessa linfa iniziale”, non riesco a capovolgere quella clessidra (sarà sicuramente perché non voglio, e quindi stupido quale sono, resto fermo in catene dove il boia son io stesso e questo è al quanto grave).
    Pech, io devo andare; devo partire. Questa terra non soddisfa più il mio animo, non voglio pene addosso ma, purtroppo, ne porto.
    L’unica cosa che chiedo all’Iddio è cancellare la mia attuale esistenza, donandomene un’altra.
    Pregherò per questo.
    Pregherò per me.
    Pregherò.

  • 08 gennaio 2015 alle ore 21:44
    Reminescenze

    Come comincia: L’uomo diviene straniero quando s’imbatte in qualcosa per lui sconosciuto e, nel capire quel mistero, danneggia. Come l’amore per Lorenil che, divenuto incontenibile, dal puro si passa allo sporco senza accorgersene e quale peggior inganno del bello che si trasforma in brutto per nostra mano?
    Perché l’amore è vile! Semplice inganno nato per soddisfare l’anima! E tutti devono sapere quanto sia già macchiata in origine (per quanto vogliono farci credere di Adamo ed Eva e il peccato originale). Non sono altro che fandonie per giustificare l’essenza più effimera dell’anima umana, del perché si faccia il bene e il male, della costruzione di famiglie, società, intere nazioni! Iddio ci ha puniti con l’intelligenza! Prenda un animale a caso, ecco, una formica ad esempio; avrà sicuramente il suo ruolo sulla terra nel suo ecosistema animale ecc ecc, avrà le sue colonie, sudditi, re e regine e tutto un sistema regolatore. Ma si è mai sentito di una formica che governa la Terra? O che noi poveri esseri umani sottostiamo alle loro leggi? Ce ne infischiamo altamente! Razziamo terre, sfruttiamo il bestiame, ce ne cibiamo o alleviamo per cibarcene. Abbiamo creato soldi, fama, potere, onore, disperazione verso nostri stessi simili! Come lo spiega tutto questo, Pech?
    Non può farlo per il semplice fatto che non si può.
    Ed è qui che gioca l’amore! Non v’è inganno più dolce di quello, persino di un bignè (il più squisito). Siamo come api bisognosi del nostro nettare e ci fiondiamo ad assaggiarne il gusto con l’avidità dell’uomo (e non col senso del dovere dell’ape verso il proprio frutto).