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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
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  • 19 marzo alle ore 15:51
    Quarantine: Inutilità

    Come comincia: Questa quarantena inizia a diventare una tortura, Clap. Perché ci tengono ancora qui?"
    "C'é un'epidemia in corso, signorina Blues. Per ora la situazione è molto complicata e per la sua sicurezza, é bene che rimanga qui. Purtroppo non ho ancora notizie della sua famiglia ma vedrete che prima o poi ci scriveranno."
    "Non sei molto di conforto Clap. Reclusi in casa insieme a te e la vecchia cuoca, sento vacillare la mia fanciullezza. Sono sicura che se, crescerò vecchia dentro, sarà sicuramente per colpa vostra."

    Silenzio.

    "Vuole un succo al mirtillo?"
    "Mmm... Naah. Voglio un bacio, Clap. Fammi schioccare un po' le labbra."

    Sussulta Clap. 
    "Mi perdoni ma, non credo ne sia capace." 
    "Eh? Non hai mai baciato una donna?"

    Chiede perplessa Blues.

    "A mio malgrado, temo di no. Mai accaduto."
    "Ahhhh Clap! Sei proprio un idiota, puro nel suo termine. Ma come sia possibile? Un uomo di trent'anni che non ha mai provato l'ardore di una donna!"

    Ride lei.

    "Sono mortificato." 

    Arrossisce Clap, tutto intimidito. I suoi due anni di servizio, non lo avevano ancora formato ed affrontare i discorsi impertinenti di Blues, lo destabilizzavono. Ragazzina di diciotto anni viziata e sfrontata, cresciuta in una grande casa spoglia di affetti, senza arte né parte, ma solo enormemente ricca.

    "Almeno il servitore che c'era prima di te, sapeva come tenermi compagnia. Quanto sei inutile."
    "Sono costernato."
    "Vai a costernarti altrove. La tua vista inizia ad annoiarmi terribilmente."

    Silenzio. Clap lascia la stanza con una lieve demoralizzazione sul volto.

    "Non darle ascolto, Will. È molto sola e la sua famiglia è sempre in giro, lo sai. Non sa con chi prendersela."
    "Mmm, Marì. Non è un problema."

    Esce Clap, congedandosi dalla cuoca.

  • 19 marzo alle ore 13:54
    Quarantine: Stelle

    Come comincia: "C è un po' di ghiaccio stasera o sbaglio?".
    "Sente freddo..?"

    "Ma no che dici! C'è il ghiaccio e sento caldo! Me le farai consumare queste mani prima o poi Clap!"
    "'Mmm...."  

    Con espressione al quanto infastidita, Clap prende la sua giacca e la posa sulla ragazza.

    "Può andar meglio così, signorina Blues?"
    "Ah! Allora t'era arrivata l'informazione al cervello. Come sei caro, Clap. Grazie. 
    Guarda su, guarda su! Magari questa notte si potranno vedere le stelle! 
    Hai mai visto una stella cadente?"
    "Credo che l'unica cosa di cadente che abbia visto nella mia vita, é il mio umorismo."

    Silenzio. La ragazza si gira verso Clap.

    "Ah. Era una sorta di battuta? No perché, tra che passa una stella cadente e le tue battute, penso possa andare anche a dormire." 
    "Cercavo di essere... Di spirito? Mi perdoni."
    "Qua l'unica cosa di spirito che abbiamo, è l'alcol che ti getterò per darti fuoco. Così invece delle stelle cadenti, faremo un bel falò per riscaldarci."

    Clap sorride.

    "Vado a prendere dei fiammiferi?"
    "Sei serio, Clap?"
    "Mi perdoni. Mi ero fatto prendere la mano."
    "La mano usala per andare a prendere del cibo. A stomaco vuoto potrei assalirti; almeno così ho del peso che mi trattiene."
    "E le stelle?"
    "Bruciate."

  • 19 marzo alle ore 12:41
    Quarantine: Occhi

    Come comincia: "A volte quando ti guardo, Clap, vedo un firmamento di pensieri e parole che navigano vorticosamente e che non dici mai. Vorrei tuffarmici dentro e nuotare alla scoperta di te stesso. Poterli toccare con mano e stupirmene gioiosamente. Sarebbe meraviglioso!
    Almeno così potrei non pensare che tu sia vuoto."

    Ride.

    "Credo che non ci sia molto da scoprire, signorina Blues. Si bagnerebbe per poco."

    "Ah, Clap. Ogni volta che apri bocca, dai sempre conferma ai miei pensieri.
    Mi farai bagnare di noia, un giorno o l'altro."

  • 19 marzo alle ore 12:40
    Quarantine: Il fiume

    Come comincia: "Quando guardi questo fiume, a cosa pensi?"

    "Mh? Mah.. Non credo mi sia fermato molto a pensare a questa cosa. Credo.. che sia un fiume che scorre."

    "Come sei vuoto Clap. Non ti suscita niente guardare un fiume che scorre in tutta la sua naturalezza? Che so, ti potrebbe trascinare in un ricordo, magari nel viso di qualcuno o che ti faccia sentire in qualche modo. Mmm, tipo dirti "oddio mi sento così malinconico a vedere che gli anni scorrono via così ed io nn ho fatto niente di concreto! La mia vita vuota! Cosa posso fare per migliorare il mio stato sociale? No?"

    "Mmmm... Credo che il mio nome non sia esatto, signorina Blues."

    "Eh?.... Sarà per questo che quando ti ho sentito parlare per la prima volta, ti ho chiamato Clap; il suono delle mie mani che implode quando dici qualcosa di questo genere. Sei così inutile, Clap."
     

  • 16 marzo alle ore 19:08
    Il profeta

    Come comincia: La realtà, invece, erano miserabili città in rovina dove gente denutrita si trascinava su e giù con scarpe che lasciavano scoperti i piedi, dentro certe case novecento che si tenevano su a furia di toppe e di cartone e di tela cerata, e che puzzavano sempre di cavoli e di cessi otturati. (George Orwell, 1984). 

  • Come comincia: La noia è il prodromo principale dell'oblio: il quale, quando arriva e se arriva, è quello stato in cui si perde, non sempre però, la percezione dell'io assoluto (oppure, se credete, quella assoluta dell'io); e non si ha più memoria, e non si hanno più ricordi, e non si ha più il senso del tempo, delle cose e delle persone che sono intorno a noi. Per alcuni, però, esso (ossia quello stato) può rivelarsi, per certi versi ed aspetti ed in determinati momenti dell'esistenza, taumaturgico se non addirittura catartico.
    "Tutto sommato c'è la caviamo egregiamente: sotto questa cascata di stelle d'oro...e perline filanti (almeno una volta all'anno è così!)".

  • 16 marzo alle ore 13:30
    Ehi man! (il monito e l'appello)

    Come comincia: Puoi essere tutto ciò che vuoi; puoi fare tutto ciò che vuoi; puoi avere ciò che vuoi, puoi dire ciò che vuoi: se lo vuoi; puoi avere, dire e fare ciò che vuoi: se lo vuoi! Puoi sognare e camminare sull'acqua: puoi persino sognare di camminare (davvero) sull'acqua! Ma puoi davvero farlo?...Soltanto, però, uomo: non devi mai esser triste, non puoi farlo perché non è cosa ben accetta; perché è cosa invisa assai su questa terra a questo mondo! Ehi man, puoi esser tutto ciò che vuoi...davvero?! 

  • 16 marzo alle ore 13:20
    La sentenza, la voce... l'incontro

    Come comincia:  Qualcuno disse un giorno: - Non siamo programmati per amare, credere&sognare; ricordare, sperare o distruggere ciocchè abbiamo costruito; lo siamo soltanto per nascere, vivere eppoi (in un battibaleno) morire! -. Tanti anni dopo, in una sacra assoluta notte da tregenda, però, una voce profonda ed oscura, arcana mi sussurrò, nell'orecchio destro più volte e più volte (più e più volte ancora lo fece, quasi infinite: ma non era la befana!): - Vieni, oh sì vieni, nei sogni vieni; troverai ciocché ti serve, quì vi troverai l'impossibile e il nuovo!...Un simoniaco incontrai, allora, ed una giovane vergine nuda, dai biondissimi capelli e cogli occhi azzurri: entrambi mi presero per mano ed andammo insieme verso la casa del rabbino.

  • 15 marzo alle ore 9:25
    O BRASILEIRO

    Come comincia: Il motivo per cui Felipe con il suo yacht aveva preferito attraccare nel porto di  Messina era un mistero per gli abitanti di questa città, il natante era un favoloso RIVA da 50 metri, nome  in  portoghese ‘Sexo Louco’ tradotto: ‘Sesso Matto’. La Capitaneria di Porto di Messina in un primo tempo aveva autorizzato l’attracco del ‘Sexo Louco’ solo per due giorni poi, in seguito a ‘suggerimenti’ giunti da Roma i due giorni si mutarono in attracco permanente. Più di una persona si era domandata, senza risposta chi potesse essere quel brasiliano tanto ricco e potente,  il ‘ricco e potente’  acquistò una villa di tre piani sulla Circonvallazione con tanto di giardino, piscina, alberi di alto fusto e voliere dove aveva sistemato uccelli tropicali, insomma una persona che si faceva notare anche per la sua stazza di uomo da un metro e ottantacinque, palestrato e sempre ben vestito. Girava per Messina con una Bentley Mulsanne guidata da Pedro  autista della stessa statura del suo datore di lavoro che fungeva anche da guardaspalle. Non poteva mancare un segretario inglese poliglotta, tale Oliver che lo seguiva nei suoi spostamenti e che gli aveva insegnato varie lingue fra cui l’italiano. Per farsi conoscere dagli ‘indigeni’ importanti Felipe aveva organizzato una festa sul suo yacht invitando le persone più conosciute della città, molti vi aderirono se non altro per curiosità. Alle ventidue il padrone di casa si presentò in cima alla scaletta del ponte e: “Signori, grazie per essere intervenuti,  mia moglie Mariana, mio figlio Caio Cesar, vi auguro buon divertimento, spero apprezziate le musiche del mio paese. Gli altoparlanti diffondevano balli e canti  del carnevale di Rio de Janeiro che davano un senso di piacevole relax ai presenti. Tancredi era il direttore di una piccola ditta di import export che si diceva fosse stata acquistata da O Brasileiro. Cercò di approfittare dell’occasione per presentarsi ma male gliene incolse. La risposta piuttosto brusca di Felipe: “Le pare il momento di parlare di affari, si presenti domattina al suo posto di lavoro…”Tancredi impallidì, una cazziata così non l’aveva mai ricevuta, in ogni caso aveva compreso che rispondeva al vero che il magnate aveva acquistato quell’esercizio. Martina, la consorte il cui nome vuol dire dedicata a Marte e quindi combattiva fece onore al suo nome  agganciando Felipe: “Signore sono la moglie di quel signore che lei ha  rimproverato poco fa, le chiedo scusa a nome di mio marito, talvolta i maschietti non hanno il senso della misura.” Dinanzi ad una signora per di più molto attraente O Brasileiro si squagliò come neve al sole e: “Senhora sono io che  chiedo scusa, talvolta sono un po’ brusco, le chiedo un favore: faccia ballare mio figlio Caio Cesar è molto timido con le donne, vorrei che qualcuna lo svegliasse un po’…Caio Cesar vieni a ballare con Martina, attenta ai suoi piedi senhora!” Il ragazzo fisicamente non aveva nulla in comune col padre: biondo, longilineo, occhi azzurri qualità che sicuramente aveva ereditato dalla madre. Il ragazzo era stato educato in un collegio inglese e facendo sfoggio della sua educazione: “Missis talvolta mio padre è un po’ come dire ‘impetuous’ come dicono gli inglesi, mia madre era di Cardiff ed io ho preso da lei sia le sembianze che lo stile,  sono timido e questo mio comportamento non è molto apprezzato da mio padre, se me lo permette vorrei ballare con lei sempre che suo marito…” “Permesso accordato, ti do del tu, sei un giovane piacevole oltre che educato, di questi tempi…” Tancredi inquadrò  la situazione, apprezzò ancora una volta la consorte che lo aveva tolto da probabili problemi. “Missis le scatto delle foto, il mio hobby e poi le faccio visitare la mia cabina, non capisca male.” I due scomparvero dalla vista degli astanti a prua dello yacht, ogni tanto si vedeva il lampo del flash, il ragazzo stava effettuando delle riprese a Martina poi i flash non comparvero più…”Missis non so cosa mi sia successo questa sera, di solito sono un ‘wimp’ con le signore ma con lei…se me lo permette un bacio in fronte…” Il bacio passò sulle labbra sino a quando Martina ritenne opportuno tornare nella sala comune, non sapeva come comportasi con Caio Cesare. La festa finì poco dopo; in macchina Tancredi fu messo al corrente di  quanto accaduto alla consorte, tutti e due erano perplessi, Tancredi il giorno seguente doveva avere un colloquio importante col O Brasileiro. Notte passata quasi in bianco, c’era di mezzo il menage della famiglia. La mattina presto il titolare della ditta import export aprì insieme ai commessi la saracinesca del locale e si rimase in attesa del neo padrone che si fece vivo verso le dieci. Rivolgendosi a Tancredi: “Riunisca tutto il personale. “ “Signori, sono il nuovo proprietario di questa baracca, dico baracca perché intendo cambiarla in modo totale, farò rifare tutti gli interni, mettete fuori un cartello chiuso per restauri, intendo importare dal Brasile i prodotti tipici del mio paese  anche pappagalli brasiliani che sono i più belli del mondo, nessuno di voi sarà licenziato sempre che facciate bene il vostro lavoro.” Dopo un mese l’inaugurazione: all’ingresso due pappagalli che continuamente dicevano: ‘Bem-vindo prostitutas e cornetas’. All’inizio molti ridevano ma allorché se ne accorse Felipe diede l’ostracismo ai pennuti maleducati dentro uno stanzino chiedendo scusa agli intervenuti che ridendo ripetevano le frasi dei due pappagalli. Tancredi andava da un reparto all’altro per controllare che tutto fosse in ordine poi si presentò in maniera militare a O Brasileiro il quale: “ Lei mi ricorda il tempo di quando ero soldato, si rilassi, è tutto a posto. Mio figlio è cambiato da quando ha conosciuto sua moglie, non lo riconosco più, una volta era timido e riservato come sua madre inglese ora…facciamo una cosa, venite questa sera nel mio yacht a cena  troverete delle aragoste e del Pro Secco il mio vino italiano preferito.” A casa Tancredi riferì dell’invito a Martina la quale…”Io non so come comportarmi, Felipe è un uomo finanziariamente potente oltre ad essere il tuo datore di lavoro, suo figlio…” “Regolarti come meglio ritieni opportuno, non ti avevo detto che Felice mi ha raddoppiato lo stipendio…” A prendere Tancredi e Martina era venuto personalmente Felipe con la Bentley, giunti nel giardino di casa: “Devo farvi delle confessioni molto importanti per me, non scendiamo dalla macchina che è stata predisposta per non far funzionare alcuna cimice che qualcuno dovesse avervi istallato. Ovviamente come tutti vi sarete domandati da dove proviene la mia ricchezza. Quello che sto per dirvi è a conoscenza solo di mia moglie, ricordatevi che qualora doveste divulgarlo sarebbe la vostra fine, vi raggiungerei in qualsiasi parte del mondo. Quando deciderò di andar via da Messina l’abitazione e la ditta saranno vostri, lascerò un mio testamento in tal senso ad un notaio. Sono stato nella prigione di Cândido Mendes di Rio de Janeiro per una fatto di droga. In cella ho conosciuto il capo dei capi il quale mi ha preso a ben volere, benché ricchissimo non era riuscito a corrompere qualcuno molto in alto che ha voluto ad ogni costo la sua morte, era affetto da un tumore ai polmoni e prima di morire mi ha lasciato un bigliettino con scritto OK su cui ha impresso il sigillo di un suo anello. Era omosessuale, avendo contatti con lui sono diventato bisessuale, altra peculiarità: mia moglie Mariana è un trans, me ne sono innamorato alla sfilata del Carnevale di Rio, è bellissima come avete potuto constatare. Quando sono uscito di prigione ho contattato un notaio indicatomi dal mio benefattore che alla vista del bigliettino mi ha consegnato l’elenco e le password di alcuni conti sparsi in banche di tutto il mondo. Come sigillo del nostro patto vi dirò che mi comporterò seguendo le leggi del codice mafioso, ed ora allegria, ci aspetta Caio Cesar che si è innamorato di Martina, spero che non sarai geloso di lui, è ancora un ragazzo che deve trovare la sua via in campo sessuale e penso che Martina farà al caso suo.” Caio Cesar era si un ragazzo ma un ragazzo oltre che ben dotato ed anche  eccitato per la prima volta in vita sua,  fregandosene della presenza del marito di lei, di suo padre e della matrigna prese a baciarla finché: “Caro ci aspettano le aragoste, rimanda le tue effusioni a più tardi.” Le aragoste erano poco interessanti per Caio Cesare ma non poteva lasciare gli ospiti, mal volentieri prese a mangiare.A metà cena prese per mano Martina e con lei sparì dalla circolazione. Felipe: “Scusami se ti lascio con Mariana ma voglio vedere se il ragazzo finalmente…” Il ragazzo era uscito dal bagno con un membro inalberato che finì subito nella topa di Martina incredula di quello che stava avvenendo, mai aveva tradito suo marito anche se dovette ammettere che il ragazzo ce l’aveva ben più grosso di quello del suo consorte forse allenato da masturbazioni. Constatato il buon esisto della ‘prima volta’ di Caio Cesar, Felipe rientrò in sala da pranzo dove ebbe la sorpresa di trovare Tancredi che masturbava un cosone del transessuale con schizzo finale.  Felipe: “Mio caro come da patto di mafia ti bacerò in bocca è la prassi, vale più di un giuramento.” Tancredi per la prima volta baciò un uomo, non gli piacque ma per i soldi…. La vita era ripresa in modo abbastanza regolare quando, dopo quindici giorni Felipe molto probabilmente stanco del solito tran tran riunì tutti i conoscenti  e: “Signori ho deciso di partire, di natura non sono uno stanziale, prima darò una festa che voi tutti ricorderete per sempre, non dico altro, appuntamento nella mia villa il sabato pomeriggio. Tancredi interrogò con gli occhi Martina che fece spallucce, Felipe era capace di qualsiasi performance soprattutto anticonvenzionale e così fu. Pranzo in un ristorante del Porto pieno di clienti, per Felipe, ormai conosciutissimo c’era sempre posto. Menù semplicissimo con lasagne allo scoglio, frittura di sardine, niente frutta, caffè. Pagato il conto con grossa mancia, Felipe: “Conducici alla nostra villetta, Tancredi e Martina ci seguiranno con la loro Golf. Questi ultimi non erano mai stati in casa di Felipe, furono abbagliati dal buon gusto e dallo sfarzo dei locali e dell’arredamento. “Signori niente visita ai locali, vedo che  qualcuno già scalpita, allora  dinanzi ma voi un letto matrimoniale comodo, le lenzuola profumate al mughetto come mio gusto, il primo sarà Caio Cesare che potrà scegliere fra Marianna e Martina, son sicuro della sua scelta, Pedro andrà con Marianna ed io resterò con Tancredi, una coppia alla volta si esibirà sul letto matrimoniale i restanti a fare da guardoni, prima un passaggio in bagno per lavare i propri ‘gioielli.’  Caio Cesare prese per mano Martina, ritornati dal bidet si allungarono sul letto, quello che più si allungò fu il pisello di Caio Cesar che più che ad ortaggio assomigliava ad un salame, Tancredi dovette constare che il ragazzo ce l’aveva più grosso del suo, chissà se Martina avrebbe fatto dei paragoni. Dopo il primo orgasmo del ragazzo Martina stava per andarsene quando Caio Cesar: “Cara io sono un cultore dell’ass come dicono gli inglesi, se mi fai provare il tuo popò sono disposto a donarti un collana d’oro e diamanti di mia madre, dimmi di sì, hai un bellissimo culo, l’ho desiderato sin dalla prima volta che ti ho vista.” “Il colloquio era stato seguito da tutti i presenti compreso naturalmente Tancredi al quale la consorte rivolse lo sguardo per avere un suo parere, Tancredi si girò di spalle, voleva solo che tutto finisse presto il resto…Trascorso un bel po’ di tempo (il ragazzo non voleva uscire dal caldo popò della donna) fu la volta di Pedro che scelse  Marianna che molto probabilmente già conosceva, diedero spettacolo di orgasmi particolari ambedue col pene , oltre l’autista anche la moglie di Felipe era ben munita sessualmente. Finito il loro show: “Signori voglio restare solo con Tancredi, andate nel salone guardate la TV, sentite della musica in altre parole levatevi dai coglioni.” “Ho voluto restare soli perché non voglio farmi vedere nudo dal mio autista, ho un pene lungo ma piccolo di diametro, è un  mio segreto.” Tancredi costatò quanto affermato da Felipe, non aveva mai immaginato che esistessero di tale lunghezza, forse di venti centimetri, quel coso doveva finire nel suo culo. “Sei mai stato con un uomo?” “No ma capisco che non posso evitarlo.” Felipe cercò il popò di Tancredi, senza molte difficoltà ci entrò sino ‘all’elsa’, ci rimase a lungo, Tancredi provò una sensazione strana con quel coso che sembrava gli avesse fatto un clistere ma si accorse che inopinatamente aveva avuto un orgasmo col suo ‘ciccio’. Fu la volta di Tancredi sollecitato da o’ brasileiro che prima ispezionò il ‘siluro’ di Tancredi poi: “Cavolo ce l’hai corto ma grossissimo, mettimi nel popò tanta vasellina, so che mi farà male ma talvolta il dolore è sinonimo di piacere.”  Tancredi aveva ragione, Felipe si lamentò a lungo ma infine ebbe un orgasmo lunghissimo.”Complimenti mio caro, sei stato il primo che mi ha fatto provare un piacere tanto intenso!” Dopo il post ludum Felipe e Tancredi si riunirono agli amici nel salone: “Signori ho deciso, domani riprenderemo il mare, voglio approdare all’isola di Panarea nelle Eolie, Tancredi recati dal notaio Mario Piersanti in via dei Mille, ha il mio testamento a favore tuo e di tua moglie, vi ricorderò sempre, buona fortuna.” Tancredi  dormì pochissimo la notte, la mattina posteggiò la Golf dinanzi allo Yacht di Felipe ch non si decideva a salpare. Solo alle tredici il ‘Sexo Louco’ lasciò gli ormeggi, un sospiro di sollievo, era domenica. Il giorno successivo nello studio del notaio Tancredi ebbe la conferma del testamento a suo favore, rientrò a casa ed abbracciò  Martina. Molto era cambiato fra di loro, innanzi tutto erano diventati padroni di un supermercato e di una villa ma qualcosa era cambiato dentro di loro, si volevano sempre bene ma la passata esperienza aveva lasciato qualcosa di indefinito nel loro corpo e soprattutto nel loro spirito.

  • Come comincia: L'epidemia fa paura, potremmo essere fra le persone infettate e non riuscire a farcela; l'economia si ferma, molti settori non possono essere operativi; le famiglie separate dalla distanza non possono incontrarsi, bambini e anziani degenti negli ospedali non possono ricevere visite, così come gli ammalati in casa. Le città si sono fermate, tutte le città si fermeranno, il mondo si ferma. Siamo bloccati da un esserino appena appena visibile al microscopio: un virus e che virus, ha la Corona!
    Il Mondo del XI secolo, quello del'ACCELERAZIONE è costretto a FERMARSI, lo ha deciso questo esserino microscopico nato da chissà dove e al momento non importa a dire il vero, a che serve spremere le meningi per conoscere la sua origine quando ora bisogna attivarle per combatterlo?
    E così si attiva l'Intelligenza, l'Abnegazione, la Compassione, la Riflessione. Medici e infermieri e personale sanitario finora dimenticati e sempre sotto assedio, fisico, mediatico e burocratico, sono ora in prima linea a salvare più persone possibili, anche quelle che fino a un mese fa lanciavano pietre e invettive su loro. Loro chinano il capo e salvano... non ascoltano le idiozie, salvano e rassicurano, anche chi sanno non ce la farà. Da qui parte la riflessione sull'operato del minuscolo virus coronato, su come sta stravolgendo il Mondo. Uomini e donne in unica attitudine: fare il Bene proprio e dell'altro, in unione, sottovalutando ogni divergenza per il bene comune, che se finisce il mondo, finisce per tutti...
    Siamo tutti uniti da stessa identica preoccupazione: Vivere. Finalmente ce ne ricordiamo che dobbiamo vivere e non ucciderci l'un l'altro in parole, offese, discriminazioni, truffe, omicidi! Grazie a quel microscopico esserino stiamo spostando la visuale di noi nel mondo, non più noi unico centro ma "nel - con - per", siamo tutti sulla stessa barca in un oceano a forza 10 tutti e tutti pensiamo a come approdare da qualche parte. Siamo obbligati a rimanere a casa, quanti di noi non ne conoscevano più i suoni gli odori gli spazi, della propria casa? e quanti non vivevano più i momenti dei propri figli, dei propri familiari, quante vite vissute ognuno per conto suo, oggi sono costrette a rapportarsi, a ri-conoscersi, a riabituarsi al concetto di "famiglia", a dividere e condividere pensieri e tempo e attitudini e spazi, a riscoprire l'attenzione e l'accettazione. A me sembra un forte incentivo a "vivere" e non più "sopravvivere" in famiglia. Con tutti i pro e i contro che senza lotta non c'è vittoria.
    La situazione di "resta a casa" impone il raffrontarsi, il conoscere quanto le abitudini acquisite nell'ultimo secolo hanno cancellato il "vivere - insieme".
    I soli, i senza famiglia di ogni età possono scegliere se passare il tempo al chiuso in compagnia di una tv gracchiante o di una radio o magari di un bel libro che oltre che fare compagnia aiuta la mente a sconfinare oltre gli aridi orizzonti; oppure riprendere in mano quell'hobby per troppo tempo abbandonato a causa delle troppe cose da fare perché trascinati dalla centrifuga dei giorni "normali", oppure mettere mano finalmente a quel piacevole lavoro lasciato indietro: scrivere, dipingere, suonare e anche danzare, perché no.
    Noi tutti, i soli e le famiglie siamo portati a riflettere, ne siamo obbligati, come si fa a non farlo davanti alle nostre abitudini sconvolte? e se pur con sofferenza, ritroviamo il senso delle Cose che abbiamo perso durante l'Accelerazione".
    Non è un male.
    Il Mondo, anzi gli Umani nel mondo, volere o volare devono mettere la loro boria a riposo, soprattutto i "grandi" della Terra, non è tempo per giocare alla guerra quando non possono mandare militari al fronte per via del contagio; né ci sarà denaro per fabbricare armi, bisogna pensare al virus, all'antidoto, a pagare medici e medicine e strumenti sanitari e così via...
    Non c'è tempo per fare propagande elettorali e sermoni né per correre verso traguardi di potere, non è tempo, non ce n'è, bisogna salvarsi, tutti. Questo, quell'esserino coronato sta imponendo a una Umanità divenuta impietosa.
    Siamo obbligati a capire che uno strumento come Internet può e deve essere usato per il nostro agio e non disagio, come facciamo solitamente con il dileggiare tutto e tutti sul web; può essere il tramite del nostro Lavoro, della sana diffusione di notizie, di intelligente scambio, di amorosa compagnia...
    Io penso al messaggio del coronato e lo ascolto: "State a casa e usate quel che avete finora prodotto per il bene vostro e del resto del mondo, per una nuova sana vita..."

  • 12 marzo alle ore 13:02
    Il lupo Pitagora

    Come comincia: C’era una volta, un giovane lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro e una macchia nera sul muso, di nome  Pitagora.
    Dal carattere nobile ed altruista, grande sognatore, adorava lui dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante dei colori sfavillanti dei fiori nei campi, del respiro lieve dei ruscelli all’aria aperta, del brillio della luna, perennemente col muso rivolto verso l’alto, perso nei suoi pensieri.
    Acquazzone/dondola fra i ciliegi/la primavera ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, cullando il sogno di portare la sua poesia sempre più in alto, fino al cielo.
    Ferito ancora cucciolo da alcuni cacciatori di passaggio, che puntatogli contro un fucile, l’avevano fatto ammutolire sotto i loro spari, Pitagora ritrovatosi riverso al suolo sanguinante e storpio - perduta una zampa - si era trasformato in una creatura muta e solitaria sempre un passo dietro gli altri, cercando di non essere un peso per il suo branco.
    “La Vita è il dono più prezioso! Perché farci questo?” si era chiesto addolorato “Perché puntarci contro i loro fucili se non abbiamo fatto alcunchè? Se nemmeno ci conoscono? Perché agire senza alcun briciolo di rispetto?”
    E seppur storpio, arrancando a fatica, non aveva mai smesso di cantare la sua poesia, ugualmente orgoglioso di riempire coi suoi versi il creato “Sono vivo e posso muovermi, anche se con lentezza, e non mi fermerò di certo!”.
    “Ma così ridotto!” ciarlava il chiacchiericcio intorno “Quella zampa fa orrore!” “Quella macchia nera!” “Non potrà mai trovare una compagna!” “Così conciato no!” “Come potrebbe” “E’ lapalissiano!”
    Ma docile e mite, lui sorrideva alle loro parole, senza remore.
    E una notte girovagando per la Foresta, intento a soffiare nell’aria i suoi haiku, udendo all’improvviso una voce vibrare nel buio, il suo cuore mancò di un battito.
    “Che stupenda poesia! E’ un haiku! Complimenti!” si fece avanti una lupa dagli occhi d’ambra “Che meraviglia! Il mio nome è Gala!”
    “Grazie!” la salutò Pitagora, felice che la sua poesia le fosse piaciuta tanto “Gala!” continuò “Un nome bellissimo, che in greco antico significa Γαλάτεια Galateia, dal termine γάλα gala, "latte" e vuol dire "bianca", "lattea", "bianca come il latte", proprio come il tuo manto bianco!” sorrise lui, voltandosi adagio “Grazie per i tuoi complimenti!”.
    E la lupa avvicinatasi a lui, scorgendo sul suo muso quella macchia nera, squadrando la zampa zoppa, balzò all’istante, indietreggiando.
    E leggendo l’incredulità sul viso di lei, comprendendone il motivo, Pitagora chinò il capo “Sono contento che ti sia piaciuto, non tutti conosco gli haiku! Ma probabilmente, non mi avevi riconosciuto nel buio!” balbettò.
    Lui, con una macchia nera sul muso e una zampa storta, chiamato per quelle sue caratteristiche col nome di “Nero”  in maniera dispregiativa.
    “Hai amato così tanto il mio haiku, dal non esserti fermata nemmeno per un istante a chiederti chi ne fosse l’autore!” scodinzolò suo malgrado Pitagora, ben avvezzo a reazioni del genere.
    “Il lupo con una macchia nera!” “Il lupo con una zampa storpia!” “Quanto è brutto!” “Storpio e nero!” “Non è  gradevole a vedersi!” “E’ meglio starne alla larga!” sbarrò gli occhi la lupa, guardandolo da vicino.
    E facendo per andarsene Pitagora assentì “Grazie per aver amato il mio haiku, Gala! La poesia è il mio respiro, il mio sogno, ciò che mi rende felice! Nonostante per molti il mio fisico non sia quello idoneo, la poesia spezza ogni mia catena! Quando compongo il mio animo è libero, e anche se malfermo, con una macchia nera sul muso, brutto, inadeguato, mi ritrovo sano, veloce! Non esistono più fragori di fucile a scoppiare! Sillaba dopo sillaba ritrovo la Vita, i miei colori!” riprese il suo sentiero.
    E la lupa nel vederlo andar via, col cuore in gola, abbassò la coda, contrita.
    “Hai fatto bene!” “Quella zampa è rivoltante!” “I cacciatori lo hanno ridotto così!” “Fa paura!” “E’ sempre solo!” “E’ sempre in disparte!” “Fa orrore!” “Non lo si può guardare!”
    Ma allontanatosi di appena pochi metri, Pitagora udendo di colpo un urlo disperato fendere l’aria,  riconoscendo la voce di Gala, corse indietro in volata  col cuore in tumulto.
    “E’ la mia fine!” gridava la lupa “E’ la mia fine! Che qualcuno mi aiuti!”
    E giunto sul posto, lo stupore di lui fu enorme nello scoprire la sventurata intrappolata in una rete, nascosta da mano umana alle radici di una vecchia quercia, impaurita.
    “Sono caduta in questa trappola come una stupida! Come farò?” lo guardò lei, terrorizzata.
    E senza porre tempo in mezzo il lupo, accostatosi alla rete, le intimò la calma “Non muoverti, Gala! Non aver paura!” soffiò “Ci sono qui io!” modulò la voce con dolcezza “Sta ferma! Oppure sarà peggio!”
    “Uscire da questa trappola è impossibile!” continuò lei “I cacciatori in giro da queste parti mi uccideranno!” 
    “Sono qui io!” continuò Pitagora “Insieme possiamo farcela! Ora tenterò di aprire uno spiraglio fra le trame della rete, per fortuna non è molto stretta! Gli uomini ne usano di più inaccessibili, questa è piuttosto blanda! Tu segui quello che ti dico! Tranquilla!” la incoraggiò lui “Stai calma!”.
    E cercando di rasserenarla, levò in alto il muso recitando uno dei suoi haiku più belli, come gli accadeva sempre quando le parole lasciavano il posto alle emozioni, avanzando retrocedendo in un tripudio di sentimenti incontrollabili “Sogno/dondola tra i rami/una piuma” tentando di chetarla col dono della poesia.
    E nell’ascoltare quel canto d’amore, Gala sentì i suoi occhi inumidirsi di lacrime “Pitagora, scappa! Qui intorno è pieno di cacciatori! E se ci scorgono uccideranno anche te!” inghiottì “Tu col tuo passo non riusciresti mai a scappare in tempo!” scosse il capo nel vederlo al suo fianco mettere a repentaglio la sua stessa Vita, pur di trarla in salvo “Scappa!” ringhiò dimenandosi con foga ancora maggiore “Questa trappola è ben fatta non potrai mai riuscire a liberarmi! Corri via!”.
    E Pitagora sordo a quelle parole, destreggiandosi con fermezza, incurante della sua zampa storpia, utilizzando le zanne e gli artigli ben affilati, deglutendo, goffo, impacciato ma tenace, prese ad agire sulla rete tentando di aprire un varco, caparbio “Forza! Insieme! Insieme possiamo riuscirci! Per fortuna non sei ferita, spingi quando ti dico di farlo e non aver paura! Ci riusciamo!” desideroso solo di proteggerla e portarla in salvo.
    “Lui sta rischiando la sua Vita per te! Ti sta dimostrando il suo coraggio, mettendo la tua Vita prima della sua”
    “Coraggio viene dal latino coratĭcum o cor habeo, aggettivo derivante dalla parola composta cŏr, cŏrdis 'cuore' e dal verbo habere 'avere': avere cuore! E lui si sta esponendo per te, offrendo il suo cuore al fucile del cacciatore!” udì una Voce soave al suo orecchio Gala.
    E inspirando forte l'odore di lui, riconoscendolo buono, la lupa prese a strattonare con impeto, seguendo le sue indicazioni, con un misto di sudore e fatica, ingoiando la paura, collaborando.
    “Spingi quando ti dico di farlo!” prese a guidarla il lupo “Forza puoi farcela, Gala! Spingi! Ora!” col fiato corto, infaticabile “Spingi!”
    E ad un tratto, apertosi uno strappo fra le trame della rete, Pitagora lanciando a Gala uno sguardo d’intesa, senza proferire parola, lasciò che la lupa saltasse fuori in un sol balzo, sana e salva, dritta sulle zampe.
    “Grazie per avermi salvato la Vita!” si sciolse lei in un pianto liberatorio.
    “Di nulla! Non mi ero allontanato molto e per fortuna tu hai seguito alla lettera ciò che ti dicevo di fare, dandomi fiducia, senza ascoltare quelli che di tutto il mio pelo, vedono solamente la macchia nera che porto sul muso e la mia zampa zoppa, ed in base a ciò mi chiamano con disprezzo col nome di Nero!” le confessò sottovoce  “Quando quel nomignolo mi era stato dato alla nascita come vezzeggiativo!” grattò lui la nuda pietra.
    “La prossima volta stai più attenta!” guaì “La Vita è il dono più prezioso! Perché farci questo? Perché volerci uccidere? Non continuare a fare questo senza che abbiamo alcuna colpa!” gemé “Perché puntarci contro un fucile? Nascondere trappole?!” e accomiatandosi con un sorriso, fece per riprendere il suo sentiero.
    “Non andare via!” trasalì la lupa, facendo per fermarlo “Ecco…lupo prima di te, nessuno aveva mai prestato tanto valore al mio nome, sai? Gala si, significa bianca come il latte! E volevo dirti grazie per avermi aiutata col dono della poesia!” lo guardò tremante d’emozione.
    “Grazie a te per aver cullato il mio haiku nei tuoi pensieri, sono così pochi quelli che si fermano ancora ad amare la poesia! Specie poi i miei haiku! Per  molti, basta scorgere il colore della macchia che ho sul muso, oppure scorgere la mia zampa, per fuggire via senza pensarci due volte!”
    E lei chinando il capo sussurrò “Chi crea versi talmente belli non può non essere una creatura sensibile!” scodinzolò “La poesia è un atto d’Amore! L’Amore che abbiamo dimenticato, l’Amore a prescindere! L’Amore gratuito, l’Amore che è l’unico respiro dell’Amore!” calò lo sguardo.
     “Ma cosa sta facendo!” “Quella lupa è folle!” “E’ pazza!” “Non vede quanto è brutto?” “Non sente repulsione?” “Quella zampa fa spavento!” “Non è maleodorante?!” “Che voltastomaco!”
    “Gala a te non provoca ripugnanza questa ferita? Non mi trovi brutto? Non pensi sia repellente?” buttò lui di un fiato “Non cogli un ché di raccapriccio?”  brillò fra le sue ciglia una lacrima “Ormai ci sono abituato! Ciò che provo non conta, i miei pensieri, i miei desideri, quello che sento dentro non interessa a nessuno, né alcuno vi pone ascolto! L’universo delle mie emozioni spesso resta inascoltato! Non è importante per gli altri! E’ così da tempo!”
    “Ecco perché è sempre così solo! Ecco il motivo per cui vive in disparte!” udì Gala nuovamente quella Voce al suo orecchio “Tu hai guardato oltre la sua zampa per tutti così disgustosa e quella sua macchia nera a colorargli il muso alla nascita! E per questo lui ti ha aperto il suo cuore! Tu ascoltalo!”
    E per tutta risposta, la lupa si chinò delicatamente a leccargli la ferita con cura, tratto a tratto, adagio, con premura, inalandone l’odore “Come fai a pensare di essere brutto…se sei così bello!”
    E lui guardandola così vicina, farfugliò “Gala…”
    “Lupo, vogliamo giungere fin sopra la roccia? Vuoi cantare da lassù la tua poesia?” lo guardò lei portando negli occhi il dono della tenerezza.
    “Beh, non so se potrei riuscirci, il mio passo è troppo lento!” bofonchiò lui “E se poi non…” aprendosi poi in un largo sorriso “Ma si! E se non dovessi farcela potrò dire almeno di averci provato!” strizzò lui l’occhio.
    E ridendo alla sua affermazione, la lupa salterellò “Insieme, Pi-ta-go-ra? Mi piacerebbe tantissimo...”
    E lui udendo per la prima volta il suo nome pronunciato dalla voce di lei, l’accolse dentro il suo cuore “Ti va davvero di salire l’altura e veder nascere la luna da lassù?  Sai, c’è un posto, un’angolazione, da cui è possibile poter ammirare appieno le Pale delle Montagne in tutta la loro smisurata bellezza, quando la luna si apre ad illuminare coi suoi raggi il creato! E’ lassù che vorrei giungere! Veramente lo vuoi?"
    “Ma sarà difficilissimo!” “Con una zampa così!” “Impossibile!” “Con quel fisico!” “Storpio! Brutto!” “Come potrebbe?” “Zoppo giungere fin là!”
    E insieme presero il cammino, dapprima con esitazione, poi sempre più sicuri, con maggior fermezza, energia, risolutezza, forti, incantevoli nelle movenze, cuore-muscoli, anima-fiato, inspirando la Vita a pieni polmoni. Sorreggendolo lei quando la salita diveniva più dura, attendendolo lungo le zone più impervie, uniti, ridendo a crepapelle, fermandosi a divorare la frutta dividendola festanti, un passo dopo l’altro.
    Fino a toccare insieme la vetta, all’unisono, in alto, in alto laddove il cielo s’apriva in tutta la sua maestosa, imponente magia.
    “In-sie-me!” brillò la voce del lupo, levando in alto il suo canto, facendo risplendere col proprio ululato la mezzanotte, riconoscendo nello sguardo di lei la paura, ma insieme la forza di essergli accanto, ritrovando nella sua tenerezza la propria poesia “Amor Vincit Omnia!” rivestì col suo verso la montagna “Grazie mia bellissima Gala!”
    “Tu non devi ringraziarmi, Pitagora! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia …dove tu, oh Gaio sei, lì io, Gaia, sarò! Dovunque tu sarai Felice, io sarò Felice! Le cose che ti rendono Felice, rendono Felice anche me! Se tu sei Felice, io sono Felice!” ribadì la lupa tirandogli giocosamente l’orecchio con le zanne.
    “Felix qui quod amat defendere fortiter audet. Beato colui che ha l'ardire di difendere ciò che ama. Disse un tale. E quel tale, aveva ragione!” mugolò “Non andare mai più via, Pitagora!” guaì la lupa posando la fronte contro quella di lui “Non farlo mai, tu per me sei importante, Importante una parola bellissima: dal latino, portare dentro. Ed è proprio così. Io ti porto dentro di me, ovunque io vada tu ci sei. SEMPRE. … Ti fidi di me?”
    E lui sorridendo, ricambiando il suo amore nel muto linguaggio dei loro due cuori a fondersi in uno soltanto, soffiò “Seppure tu ti trovassi dinanzi un branco formato dai più bei lupi dei dintorni a farti la corte, si, sono sicuro tu sceglieresti sempre me! Invece di farmi sentire inadeguato, mi hai fatto entrare nel tuo cuore, cucciola, facendomi sentire insostituibile!”  
    E da quella notte i due lupi non si separarono mai  più, per sempre insieme, felici e contenti.
     
     
     
     
     

  • 12 marzo alle ore 11:47
    LA RIFFA

    Come comincia: La riffa è una parola non molto usata  comunemente, è sinonimo di lotteria. L’annuncio apparso su un giornale della capitale era molto particolare, pubblicato fra le inserzioni varie era piuttosto criptografico ma non come quello delle ‘manicure’ dietro cui si nascondono di solito delle prostitute. ‘Signora di alta classe indice concorso per  conoscere  vero uomo, si prega fare offerta che dovrà essere aggiornata ogni settimana.’ Anche i lettori più scafati erano rimasti perplessi nell’interpretare l’annuncio, certamente la dama chiedeva un compenso in denaro ma in modo molto ‘aristocratico’, ‘la alta classe’ faceva presupporre a una donna fuori del comune per bellezza e per stile e già la settimana successiva erano giunte al giornale delle offerte partendo da mille Euro che la settimana seguente arrivarono sino a cinquemila.  La curiosità non è precipua delle femminucce fatto sta che quando le proposte giunsero a ventimila Euro la dama, sempre tramite avviso sul giornale ritenne opportuno dare altre specificazioni: ‘la gara avverrà su un natante fuori delle acque territoriali.’ Alcuni indecisi che non si erano fatti avanti per paura di sanzioni da parte degli organi di Polizia inviarono la loro offerta: la cifra arrivò a cinquantamila Euro e diventò  un fatto all’attenzione un po’ di tutti, organi della chiesa in testa che stigmatizzarono l’episodio: ‘Con tanta povertà che c’è in giro!’ Le persone ricche ed allupate di solito non si interessano dei poveracci e così fu,  incredibilmente le offerte, dopo due mesi erano arrivate a quota centomila Euro. Piuttosto soddisfatta la signora offerente,  vista la piega che aveva preso la situazione portò lei stessa la cifra a cinquecentomila Euro sperando che … La speranza non fu vana, ben otto le profferte giunte ma come selezionarle per non far intrufolare i soliti furbastri che cinquecentomila Euro non sapevano nemmeno scriverli. Eleonora, questa il nome della bellissima, dietro consiglio del marito Leopoldo agente di borsa un po’ in crisi finanziaria, sempre tramite avviso sul giornale chiese agli otto di accreditare la somma sul suo  conto corrente di cui aveva comunicato solo l’IBAN. Aveva aspettato cinque giorni per evitare che il solito furbastro cancellasse l’accredito e comunicò all’indirizzo fornito dagli interessati una password ciascuno. Ebbe una sorpresa non prevista: un trans si fece avanti scoprendo la sua identità. Eleonora ed il marito restarono perplessi ma, in fondo una persona in più voleva dire che aumentava il ‘monte premi’ a quattro  milioni e cinquecentomila Euro! Ultima disposizione un po’ particolare: il vincitore sarebbe stato colui che avesse raccontato la barzelletta più divertente. Leopoldo era in rapporti amichevoli con una noleggiatore di motoscafi di Ostia, lo contattò per comunicargli che doveva trasportare undici persone su una nave russa fuori delle acque territoriali. Giammarco, detto ‘el trivella’ si presentò con un grosso motoscafo, ebbe le coordinate per raggiungere la nave  ed alle sette di mattina prese il largo con i passeggeri senza far domande, Leopoldo era un amico di vecchia data e spesso lo aiutava negli investimenti finanziari. Eleonora si era presentata con una maschera in viso, voleva l’anonimato e la sorpresa sino all’ultimo. La presenza di Kamilla, il trans, mise in po’ in subbuglio gli altri partecipanti alla riffa ma solo all’inizio, anche la loro ‘spedizione’ aveva qualcosa di anomalo. Dopo un’ora e mezza apparvero le luci della nave passeggeri russa ‘Neva’.  Per primo salì sul natante Leopoldo con in mano cinquecentomila Euro che il capitano Alisher contò prima di far salire a bordo gli altri dieci. Tutto ben organizzato, ad ognuno una cabina con bagno, sala mensa con bar e salone delle riunioni. Già dalla cena gli undici compresero che sarebbe stato un bel soggiorno, il cuoco era un italiano. La bellezza in viso di Eleonora colpito molto gli invitati, negli ultimi giorni la signora aveva frequentato un istituto di bellezza che aveva ancor più messo in risalto la sua aristocratica beltade. Anche Kamilla, brasiliana, spiccava per l’armoniosità delle forme e dei lineamenti accompagnati da disinvoltura e spontaneità di comportamento. Il pranzo era veramente eccellente, tutto a base di pesce, alla fine tutti al bar: caffè all’italiana con Leopoldo che aveva ottenuto il permesso dal comandate di  fare l’aiutante barista, nessun altro membro dell’equipaggio si era fatto vivo. Riposino post prandium e dopo la cena inizio delle operazioni. Leopoldo: “Come stabilito ognuno di voi dovrà raccontare una barzelletta.” Iniziò Epifanio: “Al mondo ci sono due tipi di donne: le troie e le pure, le troie sono troie, le pure…pure!” Gran battimani e poi Liborio: “Ieri ho visto tua moglie, sembrava un cane da caccia. ‘Ah si, puntava le pellicce? No aveva in bocca un uccello!” Anche questa barzelletta ebbe uno scroscio di battimani di apprezzamento come le seguenti. Felice: “Tra gay: pronto sono Dario, c’è Marco? No è a letto con gli orecchioni. Che stronzo poteva anche dirmelo che c’era una festa!” Gabriele: “Un turista cinese  in  vacanza sulla riviera romagnola chiede un’informazione: scusi signole qui Emilia Lomagna? No ma se va più avanti trova Luisa lo Succhia!” Tommaso: “La moglie trascurata dice al marito: Le vedi questa? Si chiama lumachina, se la tocchi fa la bava, se non la tocchi le corna!” Mattia: “Annullati i festeggiamenti per il Natale in Vaticano a causa dell’assenza del cardinal Martini. Il Papa: no Martini, no party!” Leonardo: “Un bambino di notte sbircia dalla serratura della camera da letto dei genitori e pensa: e loro si incazzano quando mi succhio il pollice!” Edoardo: “Differenza fra una Ferrari e una moglie: la Ferrari non se la fanno in molti!” Inaspettatamente Kamilla: ”Due contadini decidono di festeggiare andando a puttane. Il primo torna scontento: Sai è molto meglio mia moglie. Anche il secondo torna scontento: È vero, è meglio tua moglie!” Prima di nominare il vincitore Epifanio: “Cara Eleonora anche se i patti erano differenti ti chiedo di ‘dare audizione’ a noi tutti, la somma versata è stata veramente fuori della norma, insomma sicuramente la vali ma non vorrei che fossi io…” Anche gli altri sette si unirono alla richiesta e inaspettatamente Eleonora fece segno col viso che era d’accordo, solo Leopoldo capì il perché di quell’assenso: sua moglie era una ninfomane ed amava moltissimo il sesso! Il primo ad ‘assaggiare’ le performances sessuali  della signora fu proprio Epifanio, se l’era meritata quella notte con Eleonora anche se la mattina seguente si ritrovò con la pressione arteriosa molto bassa: mai era stato così ‘strapazzato’ da una dama! E Leopoldo? Si trovò vicino a Kamilla e fu lei a prendere l’iniziativa.  Non era stato mai con un trans: baci appassionati, uccello fra le tette, uccello in bocca, uccello nel popò di Kamilla che ebbe orgasmi ripetuti col suo uccellone. Gli otto giorni passarono in fretta. El trivella un pomeriggio successivo si fece trovare con il suo motoscafo sotto la nave russa, il comandante Alisher augurò a tutti ‘udachi vsem’ e mise in moto i motori della sua nave. All’imbrunire arrivo al porto di Ostia, c’erano delle auto in sosta che accolsero gli otto, era rimasta sola Kamilla che chiese ed ottenne un passaggio da parte di Leopoldo nella sua Golf. Eleonora aveva dato un suo biglietto da visita a tutti gli amanti occasionali, dove avrebbe mai trovato altri personaggi tanto ricchi e munifici!  Nei giorni seguenti  telefonata da parte di Edoardo. “Cara sento il desiderio di rivederti, se siete d’accordo tu e tuo marito vorrei  venire a casa vostra, dal tuo biglietto da visita risulta che abiti in via Magna Grecia.” “Nulla in contrario sappi però che abbiamo con noi Kamilla che ha litigato col suo amante e non  sapeva dove andare…” “Va bene anche la presenza di lei, di lui…  ma ricordati che mi interessi solo tu!” Il pomeriggio una Audi A 8 posteggiò sotto casa di Eleonora che dalla finestra si accorse della venuta di Edoardo e si precipitò all’ingresso: “Presto vieni dentro casa mia, siamo al primo piano, non voglio che gli altri inquilini…” Appena entrati, all’ingresso Edoardo baciò in bocca una Eleonora stupita e nello stesso tempo abbagliata da quell’auto che sicuramente valeva sui centomila Euro. “Non voglio usare frasi roboanti ma mi sei entrata nel cuore, nell’anima, dentro me stesso…voglio stare di nuovo con te…” “Va bene, Leopoldo  con Kamilla sono  andati a far delle spese, anche io ho un ricordo magnifico di te ma non solo per il sesso, ho notato subito la tua signorilità, non mi hai detto se sei sposato….” “Sono divorziato, abito con mio padre in un attico in viale Bruno Buozzi, ho pensato a te ed a tuo marito per…” “Ti prego non dirmi nulla, andiamo nel salone, sul divano voglio godermi la tua presenza, del resto parleremo più tardi.” Eleonora aveva compreso che il signore era cotto e soprattutto ricco, come poteva sfruttare la situazione? I suoi pensieri vennero interrotti dall’arrivo di Leopoldo e di Kamilla che rimasero basiti con in mano le borse della spesa poi fu Leopoldo a riprendersi: “Questa si che è una sorpresa, Eleonora l’altro giorno mi parlava di te…” Anche il signorino aveva capito come sfruttare la situazione. “Mi sono domandato di chi potesse essere quella Audi posteggiata sotto casa, complimenti!” Rotto il ghiaccio la situazione fu presa in mano da Eleonora: “Caro Edoardo  non sono molto portata per la cucina, mio marito ha imparato a cucinare da militare, vediamo quello che può prepararci insieme a Kamilla, noi restiamo sul divano.” Insomma si era disfatta dei due per far ancora più eccitare Edoardo che si era risvegliato sessualmente come da bozzo sul suo pantalone. I surgelati avevano fatto fare bella figura a Leopoldo ma aveva interessato poco Edoardo che chiaramente avrebbe voluto….”Cara c’è qualcosa che non va nella mia Golf, vado dal concessionario Volkswagen per vedere di che si tratta, porto con me Kamilla...” Appena chiusa la porta d’ingresso Eleonora: “Vieni in bagno, dopo il bidet voglio rinverdire quello che ho provato sulla nave con te, sei stato meraviglioso!” Leopoldo e Kamilla rientrarono in casa verso le venti: “Cara ho dovuto lasciare la macchina in officina, il guasto è più importante di quanto previsto, tornerò a riprendere la Golf domani.” Edoardo decise di non tornare a casa sua: “Papà dormirò a casa di un amico, ci vediamo domani, buona notte.” “Si ho capito, buon divertimento!” Con molta naturalezza Eleonora alle ventidue si recò nella sua camera da letto in compagnia di Edoardo dopo un ‘sogni d’oro’ ai presenti. La mattina l’ospite aveva bisogno di un paio di zabaioni accompagnati da cornetti, non quelli che Leopoldo aveva in fronte…Usciti di casa Leopoldo e Kamilla,  Edoardo: “Cara ho pensato a quello che posso fare per voi, non mi piace questo appartamento in cui siete solo inquilini, sotto il mio attico c’è un pentavani arredato lasciatomi da mia madre, farebbe al caso vostro.” Faceva al caso loro: “Papà questa è Eleonora, Leopoldo è suo marito e Kamilla è una brasiliana….” “Il padre Lorenzo da vecchio putt…re capì subito la situazione: “È un  piacere conoscere i tuoi nuovi amici, quelli vecchi erano decisamente noiosi, da questi mi aspetto tanta allegria specialmente da Kamilla che da brava brasiliana saprà ben muovere le chiappe!” Edoardo Leopoldo, Eleonora e Kamilla si trasferirono nel nuovo appartamento,  per festeggiare andarono nel vicino ristorante tipico ‘Vecchia Roma’ dove il cavalier Lorenzo era ben conosciuto. “Cavaliere è fortunato, mi hanno portato del pesce freschissimo, anche aragoste…penso io al menu.” Serata in allegria, il vecchio Lorenzo non era affatto vecchio nello spirito, ritornati tutti in viale Buozzi: “Signori che ne dite se parlo un po’ con Kamilla, una volta conoscevo un po’ di portoghese, vediamo se me lo ricordo ancora.” Nel frattempo aveva preso per mano il trans e se l’era portata in camera sua. Eleonora aveva fatto acquisti, nel suo guardaroba spiccava una camicia da notte che faceva trasparire le tette marmoree ed una selva oscura ma non quella di Dante Alighieri…
     

  • 12 marzo alle ore 11:41
    BSL-4

    Come comincia: Caro Jude,
    l'aria ogni giorno si fa di piombo.
    I provvedimenti statali sono sempre più restrittivi e la fuga di notizie, aggiunge quotidianamente una maglia d'acciaio alla catena che ci tiene segregati.
    Provo con doviziosa volontà, un'organizzazione mentale, affinché non impazzisca del tutto. Ma ti confesso non senza, vergogna, che i tentativi sono spesso fallimentari.
    Odio e ostilità imperano come giganti d'amianto, frapponendosi nelle pieghe di quel che resta del nostro essere, ancora, umani.

    Le ore ci sembrano tutte uguali, così come i giorni, che vanno avanti lenti come senza strutture, come quel tuo racconto, ricordi, di quel giorno che assumesti il cip66 e ti sembrava di scioglierti sotto un sole che non c'era.

    La stasi cui siamo sottoposti però, improvvisamente viene turbata dall'esterno solo dai discorsi presidenziali a reti unificate. Ci permettono la tv e ancora la connessione internet, per tenerci a bada, e ci offrono un po' di adrenalina, solo per spaventarci.

    Disciplina. Atti giuridici. Controlli. Chekpoint.

    Disciplina Jude.
    Nel contempo, credo di aver maturato un distacco spaventoso di cui non pensavo di essere capace. Nemmeno quando tempo fa mi allenai, col maestro Kim Sun Shi in Tibet.

    Questo distacco è diverso, quasi assorbe ogni fibra del mio essere, imponendomi di restare vigile, ma senza provare alcuna emozione.

    I momenti in cui mi sembra di cadere all'indietro e benedire la vertigine del precipizio è quando ascolto al mattino il canto degli uccelli.
    In questo caos militarmente disciplinato, la natura conserva ancora con austera gelosia, tutta la sua incorruttibile bellezza.

    Posso osservarla solo da qui, da lontano. Ma è l'unica cosa che riesce a penetrare questo muro che anche io ho costruito per difendermi.

    Qualcosa si è abbattuto sui nostri volti, Jude, ormai coperti solo da maschere.
    Qualcosa è ormai cambiato e quando Mark ci raccontava del suo timore di esprimere un parere al riguardo, rispetto alle misure eventuali del governo, aveva ragione.

    Perché si ha paura anche solo di pensare Jude, perché il pensiero ha come una forza sconosciuta, trasforma l'astratto in concreto. Prima o poi.

    Ti saluto, senza abbracci

    Lo farò quando mi ricorderò che cosa significa, sentire la pelle di un altro contro la mia.

    Tua Artemis.

  • Come comincia: Perché sa, signora mia, io sono troppo umile: è questo che mi frega. Me lo dicono tutti, tirale fuori, quando è il caso, ma non ne sono capace. Che ci vuol fare? Sarà una questione di educazione o di geni, ma proprio non ce la faccio a essere maleducata o solo a esprimere il mio pensiero. Perché sa… anch’io penso almeno una volta al giorno, però non mi vanto delle mie profonde riflessioni. Un esempio? Delle riflessioni o della mia umiltà? Sapesse signora, sono talmente umile da avere rifiutato una carriera da cantante… da giovane ero stata scritturata per un ruolo da soprano in un’opera lirica di quelle importanti…mi pare fosse la Traviata, se non ricordo male. Solo a pensare al teatro pieno, agli applausi, ai fiori in camerino, alla fila di corteggiatori… mi sarei sentita fuori posto. Sa anche oggi, quando sfaccendo a casa e canto, sento dei rumori di pentole battute l’una contro l’altra, in segno di approvazione dai condomini. E allora che faccio signora mia? Smetto all’istante, per non dare alimento al mio orgoglio. Anche a letto con mio marito sono l’immagine perfetta dell’umiltà: non mi muovo, nemmeno un verso, un sospiro di piacere. Questione di frigidità? No, signora mia, è che non voglio rubargli la scena, preferisco lasciargli recitare in pace il suo monologo. Anche con l’amante? Quale dei tre? Sa, sono talmente umile che non riesco a dire di no a nessuno. Certo non faccio differenze, solo che l’ultima volta… è una confidenza tra donne, mi raccomando. Allora l’ultima volta ho proprio fatto una fesseria, ho dato appuntamento al solito Motel a due dei miei spasimanti alla stessa ora. Sapesse la vergogna, ma che avrei dovuto fare secondo lei, mandarli in bianco tutti e due? O fare i turni? Ho proposto di fare del sesso di gruppo, ma in umiltà… che vuol dire? Che sono stata in ginocchio tutto il tempo…
    E poi signora mia, non sono abituata a dare ordini, ma a ubbidire, anche con i miei figli. L’altro giorno per esempio il più grande mi ha ordinato di andare a malmenare la sua professoressa di lettere, perché aveva avuto l’ardire di mettergli un’insufficienza, nonostante avesse fatto scena muta durante l’interrogazione. Si può, dico io? Vede i miei figli sono tanto educati, se sono interrogati fanno presente all’insegnante di essere preparati, di conoscere alla perfezione l’argomento, ma che per non volersi mostrare troppo intelligenti, preferiscono non rispondere. Una questione di umiltà, insomma. E questa stronza di professoressa che fa? Gli mette un due, che assurdità! Che ho fatto allora? Ho ubbidito… l’insegnante ora è in ospedale con trenta giorni di prognosi. Niente di grave, qualche costola fratturata, il naso rotto, una gamba malconcia…spero abbia imparato la lezione. Di queste cose di solito si occupa mio marito, ma quel giorno era lontano per lavoro e allora è toccato a me difendere l’onore della mia famiglia. Vuole sapere se leggo? Non mi permetterei mai, signora mia. Dickens? David Copperfield? Mai sentiti nominare, mi racconti signora, sono tutta orecchie. Allora se non ho capito male in questo romanzo c’era un tizio, Uriah Heep che faceva sfoggio di umiltà, ma in realtà tramava per impossessarsi dello studio d’avvocato del suo datore di lavoro e per sposarne la figlia. E’ così? Non è che signora mia mi sta dando della bugiarda e della stronza? Come si permette? A me che ho una voce da soprano, che potrei cantare in tutti i teatri del pianeta, che ho un marito e tre amanti che mi adorano, ma come si permette! Sa che le dico? Che lei è un’arrogante, signora mia e che è meglio non parlare con certi esseri inferiori. Tanto non sono in grado di capire una virtù come l’umiltà!
     
     

  • 04 marzo alle ore 8:24
    La lupa/La loba Evìta

    Come comincia: La lup Evìta
     
    C’era una volta, una giovane lupa dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Evìta.
    Perduta una zampa, lei non si era mai persa d’animo, e pure se storpia e malferma, obbligata a mangiare solo semi e bere tanta, tanta acqua, non aveva mai smesso di cantare la sua poesia alla luna, anche se con tono più basso, come la sua condizione le imponeva, ugualmente orgogliosa di riempire col suo canto il creato.
    “Però con quella zampa! Così conciata!” “Fa voltastomaco!” “Poverina!”  giungevano di quando in quando, voci al suo orecchio.
    “Sogno/ dondola fra i rami/ una piuma”  cantava lei, un passo dietro gli altri.
    “Ma d’inverno i semi scarseggiano, e se tu non ce la dovessi fare a trovarne sulla nuda pietra, e dovessi per questo cercarne altrove?”
    “Ma sulla roccia come si fa a vivere?”. E  Evìta per tutta risposta cantava facendo risplendere col suo canto il creato.
    “Alla festa della primavera, mi sembra, non sia mai stata invitata?”, e la lupa annuendo si destreggiava in gorgheggi ancora più brillanti.
    “E come potrebbe mai riuscire ad arrivarci?”, “Evìta?!” ,“Sarebbe un viaggio troppo lungo per lei!”, “Dovrebbe fermarsi troppo di frequente per dissetarsi!”,  “E poi come farebbe ad affrontare un viaggio così lungo?”
    “Poverina!” “Zoppa!” “E’ così’ brutta!” “Una strega!”
    “Ma se sei bellissima!” sospirava Dario, lupo dagli occhi d’ambra, per cui Evìta era perfetta, forte, coraggiosa, l’unica in grado di guardarlo facendolo sentire amato, invincibile.
    “Ma la mia zampa? anche se sono così brutta?” guaiva lei.
    E lui tirandole giocosamente l’orecchio con le zanne, dinanzi alle sue paure rideva “Amore mio! Cucciola!” scodinzolando. Facendole dimenticare le malelingue.
    “Evìta! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia …dove tu, oh Gaio sei, lì io, Gaia, sarò! Dovunque tu sarai Felice, io sarò Felice! Se tu sei Felice io sono Felice!" ululava lui, cuore nel cuore, raggianti.
    “L’Amore!” batteva le zampine, commossa, la lontra Cordelia.
    E lei cantava a quelle parole ancora più forte,  giungendo con la sua poesia fino al cielo, lassù, in alto, in alto, oltre le nuvole, l’azzurro, fra i veli dell’aurora, con la sua voce: melodia d’amore, d’impareggiabile bellezza.

    ********************
    La loba Evìta

    Érase  una  vez, una  joven  loba con unos  ojos  morados  oscuros con mucho matices, llamada Evìta.
    A pesar de que había perdido una pata, ella nunca perdió el ánimo, y además, aunque era deformada y enferma, obligada a comer sólo semillas y tomar mucha agua, nunca había dejaba de cantar su poesìa a la luna, aunque lo hacía desde tonos bajas, tal como su condición le obligaba, pero igualmente orgullosa de llenar con su bel canto la creación.
    "¿Pero adónde va con esa pata? Ay, ¡qué pintas!", “¡Da asco!", "¡Pobrecita!" les alcanzaban, de vez en cuando, las voces a su oído.
    "Sueño /se balancea entre las ramas / una pluma" cantaba ella, un paso detrás de los demás.
    “Pero en el invierno las semillas son escasas, ¿y si no las encuentras sobre las rocas desnudas, y tienes que para buscar en otras?”
    “¿Qué tal se vive sobre la roca?” Y, por respuesta, Evìta cantaba, haciendo resplandecer la creación con su canto.
    “A la fiesta de la primavera, me parece, nunca fue invitada?”, y la loba asintía con la cabeza e se las apañaba con las palabras para cambiar discurso.
    “¿Cómo podría alguna vez ser capaz de llegar?”, “¿Evìta?”, “¿Sería un viaje demasiado largo para ella”, “Debería pararse con demasiada frecuencia para satisfacer su sed!”,  “¿Y luego cómo se enfrentan a un viaje tan largo?”
    “Probecita!” “Cojeara!”  “Ella es tan fea!”  “Una bruja!”
    "¡Pero si eres hermosa!" suspiraba Dario, lobo con ojos color ámbar. Para él, Evìta era perfecta, fuerte, valiente, la única capaz de mirarlo haciéndole sentir amado e invencible.
    "Pero ¿y mi pata? incluso si soy tan fea? ", murmuraba ella.
    Y él, jugando, tirándole de su oreja con sus colmillos, viendo sus miedos reía y le decía "¡Mi amor! ¡Cachorrita!”, meneando la cola. Haciéndolos olvidar los chismes.
    “Evìta! Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia: donde tú si feliz yo soy Feliz, si tú si Feliz Yo soy Feliz!” aullaba el, corazón en corazón, radiantes.
    "¡El amor!" golpeaba las patas, emocionada, la nutria Cordelia.
    Y la loba cantaba esas palabras aún más fuerte, llegando con sus poesìa desde el cielo, allá arriba, en alto, en alto, muy por encima de las nubes, entre los velos del el amanecer, con su voz: melodía de amor y de incomparable belleza.
     
    (Traducción  al español por Fabio Pierri)

  • 28 febbraio alle ore 9:47
    UNICUIQUE SUUM

    Come comincia: C’era una volta…Iniziare un racconto con questa espressione può sembrare troppo favolistico. Tempo addietro Alberto, superato brillantemente gli esami alla Scuola Sottufficiali della Guardia di Finanza di Ostia aveva indossato il grado di sottobrigadiere, denominazione  variata in vicebrigadiere da qualche ufficiale intelligente del Comando Generale forse domandandosi che ci dovesse fare un neo sottufficiale sotto un suo superiore di grado. A quei tempi, correva l’anno 19..c’erano ben altre assurdità nella vita militare, Alberto era in parte riuscito a ‘tamponarle’ con suo spirito romanesco, in altre parole prendendo poco benignamente in giro i suoi istruttori per lo più ignoranti. Esempio: un tale brigadiere, dai piedi più larghi che lunghi, invece dell’espressione  ‘adunata’ chiamava a raccolta gli allievi con ‘radunata’…tutto dire! Alberto neo promosso si era presentato al maresciallo della Legione di Messina addetto ai trasferimenti il quale lo assegnò a Lipari facendogli presente che nelle isole Eolie c’era una buona produzione di vino Malvasia, di capperi e soprattutto di pesce in primis le aragoste…Alberto capì subito l’antifona e si comportò ‘in maniera adeguata’. Ovviamente fu accontentato quando,  ‘onusto’ di prodotti eoliani chiese di essere trasferito alla sede di Messina. Non si poteva lamentare del soggiorno a Panarea, a Salina e a Filicudi  infatti durante l’estate c’era in giro molta ‘passera’, soprattutto straniera ma trascorrere l’inverno a Stromboli, ultima sua destinazione non se la sentiva proprio. Una sistemazione al Gruppo verifiche era quello che desiderava ed ottenne,  trascorreva le ore lavorando  nella sede delle ditte controllate poi era libero dalle diciassette in poi, festivi tutto il giorno. Stanco di dormire in caserma  con ovvi  rumori notturni dovuti al personale che montava e smontava dal servizio, arrivo di nuovi finanzieri in forza ai reparti alla sede, col pretesto di far posto a questi ultimi chiese di andare ad alloggiare fuori dalla caserma. Un colpo di fortuna: aveva conosciuto durante una verifica fiscale Riccardo Parisi commerciante di prodotti alimentari all’ingrosso che, in cambio di un ‘aiuto’ da parte di Alberto, gli aveva offerto un’abitazione in una villetta isolata di sua proprietà nella Strada Panoramica dello Stretto dove lui risiedeva con la moglie Olga Di Benedetto ed il figlio Valerio. Magnifico panorama specialmente di notte con la costa calabra illuminata e con il faro della Capitaneria di Porto che saettava nel buio rischiarando la costa siciliana, un silenzio rilassante e di primavera, la mattina, il canto degli uccellini, un Eden! Un sabato sera Alberto non aveva in programma di uscire, la giornata piovosa invitava a restare a casa e stava per andare in cucina per preparare la cena quando squillò il campanello di casa: era Riccardo: “Brigadiere che fa solo soletto, non penso che con questo tempo voglia uscire, che ne dice di mangiare da noi, mia moglie è brava in culinaria…nel senso che cucina bene.” Quella precisazione parve strana ad Alberto ma non volle essere maligno. “Olga, Alberto ha portato due bottiglie di vino bianco Verdicchio dei Castelli di Jesi, mettilo in frigo, penso che possiamo darci del tu, Alberto è un romano molto alla mano ed anche spiritoso come piace a noi.” L’Albertone era dello stesso parere anche perché aveva adocchiato Olga che vestita, in maniera piuttosto succinta gli aveva smosso l’appetito sessuale, era un po’ di tempo che andava in bianco… In camicetta senza reggiseno con conseguente movimento di tette e gonna mini. Olga era particolarmente allegra e portò in tavola un piattone di spaghetti cozze e vongole seguito da alici fritte e pesce spada alla griglia oltre che un’insalatona il tutto ben accetto da parte di Alberto. “Vedo che hai fatto onore al mio cibo, vorrei qualcosa da parte tua in compenso, che ne dici se ci sediamo sul divano e parliamo un pó…” Olga aveva scambiato il verbo parlare con quello più gradito di pomiciare, cominciò a baciare Alberto in bocca per poi aprire la camicetta ed alzare la gonna sotto cui aveva dimenticato’ di mettere gli slip… un invito palese che prese Alberto in contropiede per la presenza di Riccardo il quale: “Non ti preoccupare, a me piace accontentare mia moglie e tu le piaci…” Avuto un insperato nulla osta, Alberto lasciò libero di alzarsi il suo ‘uccello’ il quale fu imprigionato dalla bocca ardente della padrona di casa che, come digestivo ingoiò un bel po’ di prodotto del cotale ma non contenta si girò e mettendosi carponi da sola si infilò ‘ciccio’ in vagina. Allo ‘zozzone’ non parve vero poter fruire di un rifugio caldo ed accogliente e ci rimase a lungo con orgasmi multipli sia suoi che da parte di Olga. Nel frattempo Riccardo di stava masturbando guardando Alberto e la moglie, un cuckold! Nessun commento da parte dei due, c’era poco da dire se non che ‘contenti loro’. Alberto ad un certo punto della serata baciò in bocca Olga per ringraziamento, fece un inchino al ‘cocu’ e rientrò in casa felice e soddisfatto, aveva un futuro assicurato in quanto a sesso! Qualcosa cambiò nel loro ménage à trois: la notizia che l’otto giugno ci sarebbe stato a Messina un corteo del ‘gay pride’  peraltro patrocinato dal Comune. Partenza da Piazza Antonello arrivo a Piazza Unione Europea. Per questa occasione si fece vivo Valerio figlio di Riccardo e di Olga, notoriamente Gay che andò a trovare Alberto nel suo appartamento: “Caro anche se non vediamo quasi mai ti conosco per averti visto in compagnia di mia madre… a modo nostro tutti in famiglia amiamo il sesso. Ti invito al corteo del Gay Pride, c’è bisogno di far partecipare il più alto possibile di persone, qui a Messina si professano tutti religiosi per far piacere agli appartenenti alla Chiesa e preferiscono le processioni…” “Se potessi sarei felice di accontentarti ma conosci la mia posizione di appartenente alle Fiamme Gialle, i giornalisti potrebbero fotografarmi e passerei dei guai con i miei superiori.” Valerio, arrabbiatissimo, se ne andò sbattendo la porta d’ingresso ma per Alberto la storia non era finita, poco dopo si presentò Olga desiderosa di far felice il figlio, chi meglio di lei per convincere Alberto? “Caro ormai mi sono innamorata di te, per te farei qualsiasi cosa ma anche tu vienimi incontro, fai contento Valerio, ci penserò io a non farti riconoscere mentre marcerai in prima fila al corteo del Gay Pride. Primo: maschera da Carnevale in viso e poi indosserai i vestiti un po’ eccentrici di mio figlio, ricompensa da parte mia? Qualcosa di veramente speciale che ora non ti dico per non scoprire la sorpresa, intanto che ne dici di far suonare il tuo batacchio nella mia vogliosa bocca?” Il batacchio suonò ed Alberto la mattina del 6 giugno si trovò nel suo appartamento un Valerio travestito ed in gran forma, sembrava proprio una bella donna. Per forza di cose usarono l’autobus per raggiungere piazza Antonello dove sicuramente non avrebbero trovato posteggio. Durante il viaggio col mezzo pubblico ebbero un assaggio di quello che sarebbe  avvenuto più tardi, un dileggio da parte di alcuni passeggeri. Alberto sperava almeno che il ‘regalo’ da parte di Olga valesse la pena di questo sacrificio. Si trovò a sorreggere unitamente ad altri nove partecipanti alla manifestazione un lungo striscione con varie scritte tra cui ‘VIVA LA  L.G.B.T.’ di cui sconosceva il significato e poi finalmente il corteo si mise in marcia, c’erano pure dei gay calabresi. La Chiesa tramite un suo rappresentante aveva commentato: ‘Dissentiamo augurando un comportamento costruttivo’, non voleva dire niente ma ribadire che anche la Chiesa aveva i suoi bei problemi in fatto di sesso. Alberto ai lati dei marciapiedi riconobbe alcuni finanzieri che se la ridevano alla grande, se avessero saputo…Il cuore di Alberto diminuì dei battiti quando il corteo si sciolse dinanzi al Comune. Riccardo era stato previdente ed aveva posteggiato la sua Golf in via Argentieri, col cellulare aveva avvisato della sua presenza Alberto che non vedeva l’ora di poter ritornare a casa e tornare alla normalità. Un sabato sera il saldo della promessa: Olga in camicetta trasparente che lasciava intravedere le tette ancora in forma ed uno slip con dietro un filo e dinanzi un triangolo che lasciava trasparire una foresta nerissima. Con Alberto in camera da letto c’era l’onnipresente Riccardo più eccitato che mai, stavolta volle lui essere il primo ad entrare in bocca ad Olga che provò una sensazione nuova per lei, pareva avesse il clitoride in gola come Linda Lovelace. Rabbonito il marito, la padrona di casa di impossessò  del pisellone di Alberto e cominciò a strofinarlo fra le tette, poi tra i piedi ed infine direttamente nell’ano con qualche difficoltà ma con doppio gusto dato che aveva provveduto ad inserire un vibratore dentro la ‘tata’, orgasmo lunghissimo anche perché la signora era riuscita a farsi sollecitare il punto G da un Alberto in preda ad un delirio sessuale mai provato. Riccardo al solito faceva il ‘solitario’, scena da Kamasustra cui aveva partecipato visualmente, a mezzo di una telecamera anche Valerio dalla sua stanza insieme a Mirko, suo amico calabrese ben dotato di ‘batacchio’ su cui si era seduto andando su e giù magno cum gaudio…

  • Come comincia: dal teatro dell'assurdo; a: Samuel Beckett&Eugene Ionesco.
    Personaggi
     - Bardo scemo;
     - Coro (fuori scena);
     - Spettro (giovane);
     - Watt Molloy (nel racconto dello spettro).

    (contro; l'assurdità delle convenzioni "reali" e della realtà che le circonda, già scritta dagli uomini e...standardizzata, appunto, dalle convenzioni e dalla routine); pro: fantasia ed immaginazione.
                                               = Protasi o introduzione = 
    (lettura facoltativa ad opera del bardo scemo)
    - Perché - mi domando - realtà e immaginazione non possono coesistere?Il divario tra le due sfaccettature della nostra esistenza è, a pensarci bene, meno marcato di quanto non si creda e di quanto, in realtà, non lo sia...e le convenzioni di routine (o consuetudinarie) entrambe mortificano, anzi, mortificano eppure stroncano e tarpano le "ali" tanto all'una (la realtà), quanto all'altra (l'immaginazione). E pensare che non servirebbe tanto, anzi, ben poco basta - dico io, che sono solo scemo anziché altro! - affinché le due facce della stessa medaglia possano coesistere e pacificamente convivere: ci vuole soltanto un po'di fantasia, di minuta e povera fantasia (magari comprata alla rinfusa o di contrabbando, chissà!) - o immaginazione - appunto (nonché un foglio di carta bianco ed una penna a sfera che lo percorra tutto, in lungo ed in largo, apposta per riempirlo!)... Sì, basta poco; poco basta (me lo diceva anche il mio trisavolo, il duca di Camembert, che per niente era scemo come me, anzi, non lo era proprio ma che morì pazzo in un castello della Cornovaglia durante un temporale estivo: la sua morte fu meglio di un temporale, di quel temporale!); davvero veramente poco (ma poco poco, eh: non di più!) per creare una realtà diversa, una realtà "autre": una realtà di immaginazione. 

                                              = MONOLOGO =
    (lettura facoltativa al pubblico: da parte dello spettro).
    Per: masochisti lucidi - ed un po'scemi, forse - ma di certo non malati di "grandeur" (come lo sono, invece, gli abitanti della Franca Contea); intellettuali pazzi ed anarcoidi - di certo non masochisti mansueti, a riposo né a corto di idee - ma di certo non malati di "autocompiacimento" masturbatorio ed eiaculatorio: ovvero, giammai atti a masturbarsi la mente (no l'ano né il clitoride, direi!) di autocompiacimento.
    - Luogo della scena = Elsinor, regno di Danimarca (sopra una botola chiusa piena di pattume).
     - Sapete? - vi domando (e mi domando, chissà, me lo domando anch'io?!) dove sia l'isola di Carnascialia, anzi, vi domando (e mi domando, purtroppo!) dove si trova? (Diciamo che non ce l'ho presente...anzi, non lo immagino proprio!).
     (Coro): - O potenze onnipotenti del cielo, fatelo guarire; fatelo rinsavire dal (suo) male di vivere...riportatelo cortesemente, se potete (voi che tutto potete), sulla retta via!!! -.
     - Ma è molto, molto semplice, direi; anzi, piùcché semplicissimo, oserei proprio dire: si trova (cioé, si troverebbe) ad est, anzi, ad ovest ditutte le isole che non ci sono e non ci sono mai state neanche una volta (ma non essendo, però, essa medesima, né a est né a ovest - ed invero né a sud né a nord di...nessun posto!); e di fronte, in veritas, alla terra che non c'é e in dentro fino all'arcipelago di Nessuno (proprio come il nome di  colui che "non uccise" Polifemo...avete inteso bene: non siete sordi né claustrofobici!), cioé di Altrove; ossia: in qualche posto...sarà! (questo è sicuro: più certo di un assioma di fiori appassiti!).
     (Coro): - O potenze onnipresenti nel cielo, fatelo smettere, per favore; fatelo smettere davvero dal (suo) impossibile blaterare, dal suo farneticare rumoroso ed inverosimile!
     - Balle, son tutte balle: ma balle vere (sono), però...mic'altro! - Lo scorso anno un mio amico (Watt Molloy, un quarantenne brizzolato di Dublino, cioé un dubliners puro, figlio di Aaron&Rebecca) è stato lì; sì, per davvero...è proprio stato su quell'isola, tutto seriamente per intero e tutto d'un fiato: (vi) soggiornò per più di un mese (beato lui, forse; anzi, spero!), un fottutissimo disperso mese sul calendario (era febbraio o era dicembre? Chi può mai dirlo: nessuno sa quale esso fosse!)...soggiornò su quell'isola, sconosciuta e dimenticata dagli uomini e dal divino: aveva letto (dissero) del suo esistere su un depliant, che lo aveva trovato - bontà sua - in una agenzia turistica a Calcutta nord, la quale credo proprio si chiamasse (la) "Khamasutra's Farm 88&son".
     (Coro): - Dio mio! Questa non è follia cieca: è solo pura follia! -
    - Aveva letto, [lui], mi disse a bruciapelo senza urlare, tanto sul viso, quanto in dentro le orecchie (sì, era proprio lui, solo e soltanto lui, il mio amico Watt Molloy: il dubliners di prima!) quanto segue sopra quell'isola: "Trattasi di un luogo ove tutto evapora, anche l'aria; e (ladd) ove vi sono immense distese di papaveri gialli (di quelli coltivati nelle serre che non sono mica come quegli altri coltivati alacremente dai contadini del Kurdistan settentrionale: quelli sono altri papaveri...appunto!) e di mimose verdi (quelle coltivate in Brasile dai coloni portoghesi, non quelle coltivate ovunque dalle donne senza speranza ogni sette di marzo degli anni bisesti!). I fiori, anche quelli che non vengono coltivati (chissà perché mai succede così?) emanano, nottedì e nottegiorno, cioé quello dopo la notte precedente, un intenso profumo di mirto e di ambrosia (proprio quella tanto cara ai poeti): talmente spiccato da rendere l'aria (che, però, non c'è in quanto evapora ancor prima di venire al mondo!) quasi del tutto nulla...direi irrespirabile!
     (Coro): - Oh, angeli del cielo, pensateci voi; pensateci voi ve ne preghiamo!
     - Ora, credo, che in molti si domanderanno (non certo su "due piedi", ma senza ombra di dubbio con la voglia in canna di spa...sapere!) così: - Ma l'aria è davvero irrespirabile, pro...tanto irrespirabile su quella dannata isola? - Sì, sì, proprio tanto - rispondo io; allora...- lo è talmente (almeno tanto quanto) che neanche una coppia di cani segugio, accoppiata da molti anni, ed anche perfettamente addestrati (poco importa se a Camp David: nei pressi del luogo in cui, nel 1979 si riunirono i più grandi coglioni della terra, vi è un CAC = campo addestramento cani; o in Transilvania: nei pressi delle tenute di appartenenza, un tempo, al Principe Vlad III°di Valacchia, vi è un ulteriore CAC = più rinomato dell'altro!) nella ricerca di tartufi...no, di cadaveri morti (o di persone scomparse&presunte vive) riuscirebbe a trovare, in una fogna, il cadavere - appunto - in avanzato stato di putrefazione di un barbone (morto), nascosto perdipiù in un sacco per la spazzatura: pieno di escrementi (sterco&urina tutti insieme!!) di cavallo! Ora...- capito l'antifona?; no, no...avete capito che razza di profumo giri e che vige su quell'isola? - .
     (Coro): - Fatelo rinsavire: vaneggia!
     - Balle, belle e buone: ma sempre balle; non vaneggio: sono più lucido di ieri; e ancor più di ieri l'altro, direi! Allora, dicevo che il mio amico (Watt, sempre lui: è l'unico che io abbia mai avuto!) - poi - mi disse d'esser stato lì un mese intero (potrebbe essersi trattato di un mese tra agosto e settembre: ma come dettovi innanzi nessuno lo sa per certo!), senza - tuttavia - esserci mai sta...arrivato; & di esserci arrivato senza esserci mai stato: lo fece con un aereo invisibile (lo era, seppur non fosse un'aereo "privato"!), privo di equipaggio ma col pilota automatico perfettamente addestrato per la bisogna (credo si trattasse di un Boeing 747 della linea tutta d'un pezzo, battente bandiera di Andorra, "Direkt where you want") che lo portò sin quasi vicino all'ingresso di un hotel trasparente (anzi, pressappoco invisibile!); ch'era (già) - uno dei due hotel esistenti sull'isola - (l'altro esiste già, ma...deve ancora esser costruito!): tutto ricoperto d'oro blu (fu importato - deve essere così - con containers tascabili modello, "Maske"&"Tex", tutti provenienti dalle terre sottovento, su una nave che si chiamava "Beagle" o forse...era proprio la "Hesperance", chissà!) e magnòlie rosse lustre e luccicanti; anzi, luccicanti e basta...di rosso!
     (Coro): - Santo Iddio: sei proprio sine speranza, caro spettro!
     - Eppure il mio amico, si proprio lui; anzi, ancora - e sempre (di) più - lui, pure mi disse, però, d'aver prenotato una room (con bagno senza doccia, ma con vista sul mare: beato, beatissimo lui!) in quel dannato fottutissimo hotel: tuttavia, a parer mio, resta il fatto che è inconfutabilmente certo - o quasi - che quell'hotel, essendo piùcché trasparente, anzi, invisibile non avesse né room, né reception, né tantomeno altro...nulla, nulla e nulla di niente! Lui, però, il mio amico (era sempre e solotanto Watt Molloy, di Dublino: anzi, direi proprio  quel particolare Watt Molloy e no un'altro!) mi disse di avervi soggiornato in quell'hotel: è contento lui, contenti tutti quanti!
     (Coro): - il tuo amico, caro spettro, era proprio sine speranza e quando ti raccontò ciocché tu vai dicendo, vai blaterando ora, era proprio in quello stato...così, ancor prima che lo fossi e diventassi come e peggio di lui!
     - Senza speranza non lo è mai nessuno: anzi, sine speranza, qualche volta, qualcuno lo diventa; cammin facendo e suo malgrado...mettendoci del suo, magari, ma senz'altro a furia di prender calci nel culo! Ma mettiamola pure così, riguardo al mio amico: diciamo che non essendo mai stato un lurido e sacrosanto bugiardo e neanche uno squallido baro della mente di professione, cioé, non avendolo conosciuto io mai come tale, perché mai, mi domando, non avrei dovuto credergli?
     (Coro): - siete proprio "senza speranza", tu e il tuo amico, caro spettro!
     - Balle! Son tutte balle vere queste che racconto; dovete credermi! Infatti, infatti, sono tutte vere...proprio tutte quante: per filo e per segno, sennò perché le racconterei?! Alla fine di tutto, perciò, dovrei; anzi, devo proprio dirvi ciocché vado a dire...segue: il mio amico (Watt Molloy, di Dublino), che non è mai stato (bontà sua!) - credo (anzi, lo spero vivamente...lo penso!) - vita natural durante un figlio di puttana emerito né tanto meno matricolato (e ci sarebbe, chissà, pure da giurarci!), visto che sua madre, il cui nome da nubile era Rebecca Twist &...Wilson, e la quale fu una santa donna, lo mise al mondo in uno spedale cattolico di Belfast dopo averlo "regolarmente" concepito in una volta sola insieme al padre, il quale da celibe, nonché pure da sposato, faceva di nome e cognome Aaron O'Gara Molloy...- lo lessi proprio avanti ieri, casualmente, sfogliando gli obituaries del Wall Street Journal, anzi, sul Times (mica "pizza&fichi" a cena, mica roba da ridere da quattro soldi bucati:mica...o sti cazzi!) alla pagina 999 dell'edizione del giorno prima, anzi, della sera precedente - è morto molto prima d'un anno fa (probabilmente sarà un anno e mezzo) non lasciando in giro né figli orfani, né mogli vedove, però: (e) quindi - é - probabile, quasi piùcché facile, che non ci sia mai stato a Carnascialia!
     (Coro): - Sei proprio senza fondo, spettro...irrimediabilmente!
    - Tuttavia, io stesso il giorno prima dell'altro avevo già letto sul World Almanac of Mysterious Land del 2016, edito dalla casa editrice Penguin di Londra (roba grossa davvero, mica cavoli verdi a colazione!) dell'esistenza dell'isola suddetta, di quella detta isola...di Carnascialia. Tengo a precisare tantissimo, infatti, che il suddetto libro, a pagina 869, riporta la dicitura seguente: "Carnascialia, è l'isola (dis) abitata da circa 3800 abitanti, con la superficie di 0,000,000 chilometri quadrati. Essa si trova...bla, bla, bla; comunque, di certo da qualche posto si trova: visto che é scritto in quel po'po' di libro deve essere per forza cooosì! Per cui, da ciò tutto di cui "sopra" dettovi - e delucidato - (ne) deduco due salienti fatti, che sono assurdi sinanche all'inverosimile ma di certo non fantastici, anzi, direi che essi sono assurdi (assurdamente) veri, cioé inconfutabilmente veri e piucché certi: in primis, che il mio amico carissimo (Watt Molloy: uomo integerrimo e giusto che però non è stato incoronato santo da nessuno!) è stato su quell'isola almeno una volta, nella sua vita; la quale isola, tuttavia, forse non c'é; in secundis, che quell'isola forse - sì - non c'è, ma il mio amico - proprio là - c'é stato per davvero...seppur dopo esser morto, a seguito di una lunga e sfortunata malattia: e non prima!
     (Coro): - Sei proprio senza fondo, spettro...irrimediabilmente (come è vero che le calendule sono dei fiori e no delle scimmie antropomorfe della Nuova Guinea!). Pregheremo per Voi, per te e per lui, con solerzia; pregheremo ogni giorno per la vostra salvezza anche se non c'é speranza per due tipi come voi...sarà perfettamente inutile: nulla potrà mai salvarvi!   

     
       

  • 27 febbraio alle ore 18:02
    Sport's memories: Orenthal James Simpson

    Come comincia: E'stato uno dei più grandi runners (corridori) nella storia del football americano. Nato a San Francisco il 7 luglio del 1947, fu soprannominato "the legend" al termine della finale di college del 1967 tra U. S. C. (University of Southern California, la sua università) e U.C.L.A. (University of California - Los Angeles). Nel corso della gara Simpson aveva segnato la meta decisiva dopo una corsa di ben sessantaquattro yards. Nel suo anno da senior vinse l'Heisman Trophy, riconoscimento che premia il miglior dilettante della stagione. Fu anche sprinter di valore eccelso: durante la carriera universitaria aiutò U. S. C. a battere il mondiale della staffetta 4x110 yards (402,34 metri) per ben tre volte (tutte nel 1967) correndo insieme ai compagni Earl McCullouc, Fred Kuller e Lennox Miller, giamaicano; nello stesso anno stabilì anche il personale di 9'4 sulle 100 yards che gli valse il sesto posto ai campionati N. C. A. A.

  • 21 febbraio alle ore 16:15
    I due giunchi (la ragazza di fiume)

    Come comincia:  - Allora, mi vuoi portare ad appoggiarti sulle sponde del tuo corpo nudo? - Chiese Dalila al suo amante.
     - Certo, - rispose quello, con voce lieve; - mi piacerebbe tantissimo abbracciarti, stringerti tra le mie braccia e poi fare l'amore con te...a suggellare la nostra passione e il nostro volerci bene attraverso indimenticabili momenti di voluttà e piacere. Poi, insieme, come due giunchi inermi lasceremmo le sponde dei nostri corpi e ci faremmo trasportare dalla corrente: restando in balia di essa, delle nostre fantasie e dei nostri sogni...

    Taranto, 21 febbraio 2020.

  • 18 febbraio alle ore 10:13
    Non si può imprigionare il cielo...

    Come comincia:  Una volta mi trovavo disteso a terra su uno sterminato campo pieno di fiordalisi e girasoli in amore; e mentre andavo osservando in faccia il tersissimo cielo presente sopra i miei occhi, una piccolissima farfalla arcobaleno di getto si avvicinò a me e mi parlò:
     - Ehi, tu, steso a terra; si tu, proprio tu, quando osservi così il cielo te lo puoi disegnare in te stesso il suo immenso spettacolo, il suo grande palcoscenico: e qualora passi l'ombra di una nuvola sul tuo corpo disteso, e se lo racchiuderai (poi) nel tuo cuore e nel tuo (di) sguardo avvertirai "qualcosa". Dopo di che, la farfalla volò via...ma io, dentro di me, pensai: - come si fa a racchiudere il cielo nel cuore, imprigionarlo in uno sguardo...significherebbe, semmai, fermare l'orizzonte in un ricordo!

  • 18 febbraio alle ore 10:12
    Il circolo degli zozzoni

    Come comincia: Facevano parte del ‘Circolo degli Zozzoni’ non delle persone ‘litigate’ con l’igiene ma degli anticonformisti in senso sessuale. Per lo più benestanti, la maggior parte abitavano a Borgo Pinti a Firenze. Fra di loro vi erano anche delle persone cosiddette normali per lo più impiegate in uffici pubblici e privati. Cosa poteva capitare di peggio ad una ragazza timorata di Dio? Dover frequentare il circolo suddetto non per sua scelta ma per decisione  del marito. Cristiana era una ventenne figlia di Lorenzo, direttore di un Ufficio Postale e di Laura casalinga che sino al diploma di ragioneria era stata in collegio in un istituto religioso. Era tanto devota alla fede cattolica da pensare di farsi monaca ma un episodio increscioso accadde nell’istituto dove la ragazza era interna. Un giovane prete nominato confessore delle suore aveva avuto una liaison con la madre superiora, scoperti sul fatto i due furono ‘consigliati’ dal Vescovo a tornare allo stato laicale, lo stesso alto prelato riuscì a non far trapelare la notizia al di fuori dell’istituto ma Cristiana ne fu turbata tanto da rinunziare ai voti. Un lutto tremendo colpì la ragazza,  i suoi genitori inviatati a pranzo dal contadino che conduceva un loro terreno, malgrado le assicurazioni del fittavolo di loro innocuità mangiarono dei funghi velenosissimi, persero la vita dopo due giorni di ricovero in ospedale, solo un trapianto di fegato avrebbe potuto salvare la loro vita ma non c’erano donatori disponibili. Cristiana per rispetto dei suoi genitori fu assunta come impiegata all’Ufficio Postale del padre, il resto della giornata lo passava nella casa ereditata dal gnutore, in solitudine, strettamente vestita di nero. In ufficio, aveva attirato l’attenzione di Giovanni (Vanni per gli amici) che aveva preso a farle una corte discreta. Intrisa della mentalità della sua famiglia che una ragazza non deve restare nubile ma essere affiancata un marito affidabile, accettò la corte di Vanni e dopo due mesi si sposarono in chiesa, la sposa rigorosamente in bianco e lo sposo con smoking affittato, non era ricco di famiglia come Cristiana ma era stato attirato dal denaro della consorte la quale come primo atto affettuoso pensò bene di regalargli una Alfa Romeo Giulia, auto tanto da lui magnificata. Prima notte di nozze a Roma in un albergo con garage per gli ospiti, posteggiare nella capitale era un’impresa. Dopo una cena sobria prima sorpresa per Vanni, Cristiana pretese prima di andare a letto di spegnere tutte le luci della stanza, il neo sposo avrebbe voluto per la prima volta vedere in costume adamitico e meglio evitico la consorte, mah… Previdente e immaginando la verginità di Cristiana , le pose sotto le natiche un asciugamano, mossa previdente perché dopo una bella fatica in quanto la ragazza si ritirava dinanzi ad un ovvio dolore riuscì a far diventare signora la signorina Cristiana. Quella fu la prima e ultima volta, Vanni comprese che per lui c’era poca ‘trippa pé gatti’come si dice nella capitale.  In seguito provò col cunnilingus, con la fellatio, con la masturbazione, niente da fare: tutte opere del diavolo. Un diavolo per capello ce l’aveva Vanni,  abituato a femminucce disponibili non riusciva a comprendere la riottosità della sposa. Tornati a Firenze lo sposo la sera tornò a frequentare il ‘Circolo degli Zozzoni’ come da sua inveterata abitudine, non ebbe il coraggio di invitare  la moglie, le disse di un circolo cui era iscritto ma non il nome e chi lo frequentava, avrebbe provocato in lei un collasso! Accolto con grandi feste dagli amici dovette confessare la sua situazione sessuale, gran stupore da parte di tutti maschi e femmine e poi il solito ‘aggiusta cose’ Cecco che: “Io una soluzione ce l’avrei, Vanni non so se sarai d’accordo perché è, diciamo così un po’ drastica.” “Fatti uscire il fiato, ormai sono disposto a tutto.” “Bene, si dovrebbe presentare uno di noi a casa tua, far finta di essere  il marito legale, dopo una ovvia risposta stupefatta di Cristiana, farsi fare due carte d’identità scambiandoti con …vediamo un po’, ci vedrei bene Fredo ha la faccia tosta, è scapolo, ricco, nulla facente ed è un bel tipo, certo ci potrebbero scappare le corna ma penso che ‘a mali estremi estremi rimedi’” Vanni accettò facendo presente all’interessato che non sarebbe stato facile recitare la sua parte ed infatti il giorno dopo Fredo  prima di pranzo suonò il campanello di casa Vanni. All’apertura della porta: “Cara ho dimenticato le chiavi a casa, un bacino come stai?” Cristiana si ritrasse confusa e inorridita, chi era costui, un Carneade di manzoniana memoria? Quando riuscì a riprendere fiato: “Guardi questa è la casa mia e di Vanni, mi dispiace per lei signore, buongiorno.” “Cara dimmi che è uno scherzo…” Come risposta ebbe una porta sbattuta di porta in faccia. Nel frattempo Vanni era entrato con Fredo in casa di quest’ultimo, sarebbe stata la sua residenza per chissà quanti giorni finché lo scherzo non avrebbe avuto una soluzione. Il giorno successivo sempre dopo pranzo Fredo si ripresentò in casa di Cristiana che era preoccupata sia per lo scambio di persona che per il non ritorno a casa del marito. “Cristina ieri ho dovuto dormire a casa di un amico, basta cò stò scherzo che non mi riconosci, guarda questa è la mia carta di identità.” Cristiana controllò il  documento e: “Sono confusa, torni domani….” Don Duccio confessore di Cristiana prima ascoltò tutta la storia, ma da un punto di vista religioso non c’era soluzione: “Figliola prova a contattare uno psicologo, non so che altro consigliarti.” Cristiana aveva imparato a non fidarti degli psicologi, finora nella religione cattolica  non erano considerati dei buoni consiglieri, la maggior parte erano atei o agnostici, credevano solo nella scienza ed allora? Anche in considerazione della assenza dall’ufficio ufficio di Vanni (messosi in aspettativa), Cristiana cominciava a credere che effettivamente quello presentatosi in casa sua fosse suo marito, dopo tanti tentativi da parte di Fredo lo fece entrare anche se riluttante. “Senta ha mangiato?” “Cara darmi addirittura del lei, sei rimasta ai tempi del ‘Gattopardo’! Quante  buone qualità penso avrai ereditato da tua madre Laura compresa l’arte culinaria.” Questa frase fu il tocco finale a convincere Cristiana, era sicuramente suo marito altrimenti come avrebbe fatto a conoscere il nome di sua madre peraltro deceduta. Fredo era un ‘conquistatore di donne a getto continuo’ di Petrolinaria memoria. “Cara vorrei abbracciarti, hai un profumo meraviglioso di donna…” e fece seguire le parole al gesto. Anche Cristiana percepì la stessa sensazione mai provata prima, lasciò che ‘suo marito’ le mettesse le mani fra le cosce e la baciasse a lungo, aveva chiuso gli occhi ormai abbandonata alle deliziose sensazioni sessuali. Fredo era un furbacchione e al momento in cui Cristiana era al culmine del piacere: “Mia cara sinora mi hai respinto, se andassi avanti mi sembrerebbe di stuprarti…” La ‘cara’ ci rimase male ma dovette dare ragione al marito, si abbandonò sul divano ad occhi chiusi. Per Fredo fine del primo round vinto per KO. Dopo cena dinanzi al televisore poi: “Vanni sono un po’ stanca che ne dici di andare a letto?” “Mi vedo un altro po’ di TV e poi vengo.” L’attesa fa aumentare il desiderio, e così fu, a Cristiana, inaspettatamente anche per lei, venne una voglia smodata di sesso, prese in bocca il membro eretto di Fredo ingoiando pure senza problemi lo sperma, non appagata da sola si mise nel fiorellino un pisellone che all’inizio le fece un po’ male ma poi…Dopo circa un’ora Cristiana riprese il ‘ben dell’intelletto’ nel senso che si rese conto del suo operato ma pensò che finalmente… Volle uscire di casa nell’auto Mini di Fredo, Vanni dalla finestra vide la scena e pensò che finalmente anche lui avrebbe potuto usufruire delle grazie della consorte, povero illuso. La sera Fredo e Cristiana fecero un ingresso trionfale nel ‘Circolo degli Zozzoni’ con ovvio tremendo casino: Cristiana riconobbe il suo vero marito in Vanni che speranzoso si avvicinò alla consorte rimediando uno schiaffone tremendo, tutti compreso Cesco batterono le mani senza un motivo preciso, i toscani sono famosi per essere degli apprezzatori delle burle già dai tempi del Boccaccio. Vanni cercò di abbracciare  la consorte, non solo non ci riuscì ma Cristiana andò lei a prendere sotto braccio Fredo e lo trascinò in auto, destinazione casa sua, (era di sua proprietà).Vanni completamente instupidito pensò di ‘farla finita’ ma circondato dagli amici prese per buone le parole fi Gigi l’unico romano del circolo: “A’ coso, ricordete che pè ‘na fregna persa ne trovi cento, guardete ‘ntorno …” Nessuno si offese, erano tutti dei buontemponi! Vanni imparò la lezione, cambiò la sede di lavoro, ci guadagnò perché nel nuovo ufficio incontrò una signora Selvaggia, di nome e di fatto che lo apprezzò come uomo anche col beneplacito del marito Cosimo che, oltre che vecchio e malandato in salute era un filosofo: meglio un amante della moglie in casa che…’ boh il resto nella mente del cocu.

  • Come comincia:  -  Quella montagna, laggiù, sembra così insignificante ma potra decidere il nostro destino! - Disse il capitano Akab all'equipaggio in fermento, mostrando ben alta la croce rosso fuoco che teneva stretta nella mano destra.
     - Signore, signore, signore! - Gridò il piccolo mozzo Jim Hawkins.
     - Che c'é ragazzo? - Disse allora Akab.
     - E'la montagna incantata, quella, signore? - Chiese Jim.
     - No, ragazzo, - rispose Akab; - assolutamente no, ma alle sue pendici costruiremo la nuova grande arca e veleggeremo verso il "futuro".
     
    da: "Quaderni psichedelici", 2017. 

  • 17 febbraio alle ore 10:42
    Amori folli... ancora (ancora&ancora!)

    Come comincia:  Il mio amico Johnny amava tantissimo le rondini: un giorno, però, sparò a due di loro che volavano in cielo tra le nuvole, uccidendole. Egli amava la sua donna, l'amava più della sua stessa vita: un giorno, però, la uccise sparandoli in mezzo agli occhi; egli amava la (sua) vita, l'amava alla follia: un giorno, però, la prese a calci e si impiccò!

    da: "Quaderni psichedelici", 2017. 

  • 16 febbraio alle ore 9:51
    UNA STORIA ROMANTICA

    Come comincia: In pensione da qualche anno, moglie più giovane ancora a lavoro come passare il tempo? Questo era l’interrogativo di Alberto Proietti che ormai …enne ripercorreva la sua vita passata aggiungendovi un pizzico di fantasia che è come il peperoncino, sta bene dappertutto. A trent’anni, maresciallo delle Fiamme Gialle, in divisa faceva la sua ‘porca figura’ (scusate l’espressione) con le femminucce sia giovani che meno giovani, forse il fascino dell’uniforme con un ‘pizzico’ di charme personale, ed anche per qualche battuta di spirito romana. Era stato trasferito d’ufficio in quella terra meravigliosa che è la Sicilia soprattutto da un punto di vista paesaggistico:  mare e montagne compresi due vulcani attivi (Etna e Stromboli) che ogni tanto facevano sentire la loro presenza, lati negativi? Ovviamente la mafia, negli ultimi tempi combattuta con un certo successo ma purtroppo anche di una classe politica degna…di miglior causa. E dire che in passato alcuni politici si erano fatti onore a livello nazionale, ora purtroppo la corruzione ‘magna inundat’, detto in latino fa maggiore effetto ma il concetto è sempre quello: disonestà dei pubblici funzionari. Alberto era preparato nel suo lavoro di esperto in verifiche tributarie ed era riuscito a farsi apprezzare anche per un suo hobby, la fotografia. Aveva attrezzato in caserma un laboratorio fotografico in cui sviluppava sia le foto degli arrestati che le cerimonie e soprattutto foto scattate dall’elicottero per scoprire piantagioni di cannabis fra quelle di mais nascoste in terreni impervi. Aveva ottenuto risultati degni di rilievo molto apprezzati soprattutto dal suo Comandante di Legione che aveva avuto riconosciuti meriti a livello nazionale. Piccola dimenticanza: a Messina dove Alberto era di stanza ci sono due laghi vicino alla frazione di Ganzirri, laghi in passato adibiti all’allevamento di cozze molto apprezzate dai buongustai. I predetti laghi erano stati abbandonati, nessun commento altrimenti bisognerebbe stigmatizzare che le sopracitate cozze che si trovavano sul mercato messinese venivano importate dal nord Italia! Alberto aveva due ‘hobby: le femminucce e le auto.  Per quest’ultime era stato fortunato perché, in seguito al lascito in contanti da parte di una zia, aveva potuto soddisfare finalmente il desiderio di possedere una Alfa Romeo Stelvio. Anche per l’abitazione era stato fortunato: aveva acquistato una villa a schiera  vicino alla spiaggia di Mortelle, località balneare. L’altro condomino era un certo Alfio Marino proprietario di un grosso peschereccio che esercitava la professione in tutto il Mediterraneo. Per non rientrare ogni volta col pescato a Messina lo affidava alle navi di linea che da Lampedusa arrivavano nella Città dello Stretto. La consorte Fiorella Lombardo, da poco maritata con Alfio non sapeva come passare il tempo soprattutto d’inverno. Da subito aveva adocchiato Alberto  che all’inizio aveva pensato di ‘buttarsi’ ma, ragionandosi sopra capì che non era il caso per una serie di motivi e così faceva lo gnorri agli sguardi invitanti di Fiorella venendone ovviamente mal giudicato. Alberto spesso si accompagnava con femminucce non tanto silenziose facendo adirare ancor più Fiorella che pensava di essere (ed era)  un bel pezzo di mora molto appetibile. L’episodio più eclatante fu quando Alberto, di ritorno da Catania dove in un famoso night aveva fotografato un contrabbandiere internazionale di droga, era stato rimorchiato da una biondona da  togliere il fiato, tale Daiana Santos una miss che gli aveva chiesto un passaggio in auto sino a Messina prontamente accontentata da Alberto. Sistemata in villa la ragazza aveva dovuto lasciarla per recarsi in caserma al fine di sviluppare subito le foto del  contrabbandiere, foto richieste urgentemente dal Comando Generale della Guardia di Finanza. Passata tutta la notte, erano le sette di mattina quando finito di  stampare tutte le foto in bianco e nero e, consegnatele al Colonnello Comandante fece ritorno a casa speranzoso, anche se stanco, di godere delle grazie di Daiana ma…”Caro maresciallo una sorpresa per te, vuoi sapere qualcosa di speciale sulla tua amica?” Fiorella era dinanzi alla porta del garage in nuda coperta da  una vestaglia. “Non vorrei essere scortese ma…” “Non la faccio lunga, la tua amica ha qualcosa in più che tu non sai, è un trans, ha un uccello pronto per il tuo poco onorevole culo, buon divertimento!” Alberto rimase seduto in macchina, quelle poche forze che gli erano rimaste erano sparite, chissà come Fiorella aveva scoperto l’inghippo, in ogni caso decise di non dargliela vinta. Entrato in casa fu accolto con slancio da parte di Daiana che in baby doll era ancora più attraente. La ragazza per fortuna parlava italiano che aveva appreso Rio de Janeiro dai nonni siciliani. Dire che Alberto fosse confuso era un eufemismo, per prima cosa riempì d’acqua la vasca da bagno, la profumò con  dei sali alla violetta e fu raggiunto da Daiana che inaspettatamente era nuda o nudo con tanto di ‘ciccio’ in evidenza. “La tua vicina mi ha vista nuda dal buco della serratura, sicuramente ti avrà riferito che sono un trans e quindi nessuna novità per te, se non accetti la mia presenza accompagnami alla stazione, ritornerò a Catania:” Chi disse che le donne ne sanno una più del diavolo certamente si riferiva ad un episodio che circolava nel Medio Evo ma che, come in questo caso rispondeva a verità: la parte femminile di Daiana le aveva consigliato di dire subito ad Alberto la verità sulla sua vera natura. Alberto riguardò bene la brasiliana ed inaspettatamente: “Se sei d’accordo ‘userò’ solo la tua parte femminile…” Daiana era d’accordo e Fiorella per giorni masticò amaro dato che Alberto, tappato il buco della serratura di casa sua non usciva più volutamente dalla sua abitazione. In compenso  usando le peculiarità di Daiana conobbe in campo sessuale sensazioni mai provate prima. Dopo una settimana, di notte Alberto accompagnò Daiana alla stazione ferroviaria e rientrò a casa senza che Fiorella se ne accorgesse. Altra novità: Alfio il marito della vicina di casa col suo peschereccio fece ritorno a Messina per una verifica ai motori. Volle che la consorte gli presentasse Alberto e talvolta i due andavano insieme in auto sino a Messina centro. Alfio era il classico marinaio: non molto alto col viso e le braccia bruciati dal sole e dalla salsedine. Rimase a casa sua per quindici giorni ed alla partenza:”Penso che mia moglie possa essere rimasta incinta, per favore dagli una mano qualora avesse bisogno…” Come da previsione del marito  a Fiorella mese dopo mese aumentava il pancione finché una notte Alberto sentì bussare alla porta da casa sua: Fiorella aveva le doglie ed Alberto infilatesi un paio di scarpe, in pigiama (era luglio) la accompagnò al pronto soccorso dell’Ospedale Papardo, dopo un paio di giorni la notizia del lieto evento: era nata Rossella paffuta bambina di quasi quattro chili. La notizia fu comunicata al padre che seguitò la sua vita sul peschereccio senza far ritorno a Messina. La vita di Alberto e di Fiorella proseguiva su binari paralleli, Alberto in servizio e talvolta in buona compagnia, Fiorella si prendeva cura della figlia a tempo pieno. La bimba crescendo diventava sempre più bella, era una longilinea (al contrario della mamma) con gradi occhi verdi (quelli della mamma) e soprattutto intelligente che già a quattro anni all’asilo sapeva leggere e scrivere merito dello ‘zio’ Alberto presso la cui abitazione passava molto tempo. Fiorella ormai aveva rinunziato ad avere rapporti sessuali col bel maresciallo, aveva conseguito la patente di guida e con una Cinquecento, acquistata di seconda mano, andava a  Messina centro a…far le spese. Una volta fu notata da Alberto ad uscire da un palazzo di via Risorgimento, non ci volle molto per l’investigatore collegare l’episodio con un  suo amante che, probabilmente ricco  le permetteva di sfoggiare abbigliamenti all’ultima moda ma ad Alberto poco caleva. Il suo attaccamento  per la piccola, che cresceva a vista d’occhio, era ogni giorno più forte, era la figlia che non aveva mai avuto. Lavorando  al computer Alberto non si era accorto dell’entrata nello studio di Rossella che, messigli le mani da dietro sul viso: “Caro zio una grande novità…guardami in faccia, sono diventata una donna!” Alberto la abbracciò commosso, le mestruazioni per una ragazza sono un traguardo importante. La baby iscritta alla seconda media (era un anno avanti con gli studi) usufruiva sempre più dei suggerimenti dello ‘zio’ un po’ in tutti mi campi, Alberto aveva conseguito la licenza di liceo classico. Passarono tre anni:“Mia cara sei giunta a quindici anni, alla tua età non pensi al primo flirt, non c’è nella tua classe un ragazzo che ti piace…” “Non c’è nessuno che ti assomigli, i maschi sono tutti oltre che infantili anche brutti e antipatici, alcuni hanno provato a mettermi le mani addosso, ad uno ho fatto un occhio nero…” “Sei una amazzone sai chi sono le amazzoni?” “Si quelle che si tagliavano un seno per combattere meglio in battaglia, io ci tengo ai miei seni, guarda il mio ti sembra da tagliare?” Alberto aveva assunto una espressione sconcertata, non aveva mai visto Rossella sotto il profilo sessuale. “Sarebbe un incesto…ti considero mia figlia.” “Intanto sarei tua nipote essendo tu mio ‘zio’ e poi saresti uno zio morganatico! Ti prego non dire nulla a mia madre, a parte che lei pensa solo a Popo diminutivo di Liborio suo amante da anni, penserebbe che sei stato tu a….” ”Ma non sono stato io…” Alberto non si era accorto che quella sua frase era infantile ma si rese conto che poteva trovarsi in un mare di guai, Fiorella poteva ricattarlo per giustificare il suo legame con l’amante…Rossella capì che lo zio era in crisi, lo baciò per la prima volta in bocca e…peggiorò la situazione. Alberto ebbe ordine dal Colonnello Comandante di riprendere i voli in elicottero e le perlustrazioni via mare con le motovedette e così rimase lontano da casa per quindici giorni, quando ritornò gli venne incontro Fiorella: “Rossella è giorni che sta male, il dottore non capisce da cosa possa proviene la sua febbre alta, gli antibiotici non le hanno fatto effetto…” “Vediamo se lo zio stregone la guarisce!” Rossella era a letto con gli occhi chiusi, Alberto aprì gli scuri: “Fiat lux my Darling mischiando latino ed inglese fece il suo effetto sulla ‘nipote’ che balzò dal letto abbracciandolo a lungo e piangendo. “Ho sognato cose bruttissime, che il tuo elicottero era caduto e tu eri morto!” “Non faccio quel segno volgare di scaramanzia ma come vedi l’elicottero non è caduto ed io sono vivo e vegeto sempre che tu mi permetta di respirare!” Alla scena era stata presente Fiorella che capì la situazione  ma non ne rimase sconvolta, pensava che sua figlia avesse un male incurabile, Alberto era il male minore anche se inaspettato. Rossella ben presto ‘rifiorì’, il padre benché informato della malattia della figlia aveva fatto orecchie da mercante, era lontano molte miglia da Messina e così la situazione era in mano di Fiorella che disse una sola frase ma significativa: “Vogliale bene più di un padre e di uno zio” dando praticamente il via libera ai loro rapporti che avvennero in modo graduale e piacevole per entrambi. Intanto Rossella rientrò a scuola, per far contenti mamma e zio studiava molto e negli intervalli cominciò a prendere confidenza con…Primi approcci: ”Ti dispiace se…” “Oggi mi piacerebbe…” “Chissà se ci provassi piano piano…” e così fu che Rossella divenne una signora e poi moglie  di molti anni più giovane di un Alberto felicissimo ma preoccupato del futuro consolato dalla giovin consorte: “Non vedi quanti attori e persone comuni hanno mogli minori di età, i giovani di oggi sono viziati e mammoni…non saprei che farmene di uno di loro! Ecco perché: ‘In pensione da qualche anno, moglie più giovane…una toy girl!
     

  • 15 febbraio alle ore 15:24
    Intorno alla natura

    Come comincia:  La natura non è mai futile o casuale né puramente decorativa: essa persegue - immutabilmente - un disegno (ed un piano) ben preciso; essa fa fede (e risponde) - perpetuamente ed incessantemente - a leggi ben precise e prestabilite. Pertanto, quando (o se) l'uomo cerca di rompere tale incantevole, magico e superbo nonché millenario equilibrio che per alcuni è sacro, per altri invece soprattutto inspiegabile, attraverso comportamenti a dir poco incauti, sciocchi ed incoscienti, se non quando addirittura deplorevoli e criminali, non solo mette a repentaglio la vita della natura ma anche quella dei suoi simili: infatti, egli [l'uomo] ne è esso stesso parte integrante ma non la possiede, non è il suo padrone...eppur vero è che ad essa egli appartiene come alla terra, alla vita ed alla morte stessa e no - invece - il contrario!