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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 25 agosto alle ore 9:19
    La morte della scrittura

    Come comincia: Purtroppo è data già morente dagli scienziati, anche se in 
    un lontano futuro. Il guaio è, che il centro cerebrale della 
    grafia a mano è indipendente da quello da computer, 
    secondo gli ultimi studi. È prevedibile, negli anni, la 
    scomparsa del primo, per la mancanza di un uso costante e lo 
    sviluppo del nuovo centro, il cui impiego si va sempre di più 
    incrementando. I centri e le vie neuronali del nostro cervello 
    rassomigliano ad autostrade. Se non percorse, vi nasce 
    l'erba, non rendendole fruibili. A ben pensarci, chi più, chi 
    meno, tra noi, ha già iniziato il suo cammino a ritroso, 
    tralasciando la penna, per i tasti di un computer. Perde ogni 
    giorno qualcosa della sua personale abilità, acquisita nel 
    tempo, e tramandata da millenni, di trasporre pensieri 
    attraverso segni, creati dalla propria mano. Segni, simboli 
    comuni, univocamente accettati, che hanno la prerogativa di 
    appartenerci, come impronte digitali. Quei segni siamo noi, 
    la nostra storia, con dolori e piaceri, che hanno solcato il 
    nostro corpo. Infatti sanno essere linee e curve di dolcezza 
    raffaellesca, quanto sgorbi e ghirigori di un paesaggio alla 
    Picasso. Tra le bombe, che venivano giù, fu la mano ferma di 
    nonno Angelo sulla mia, a farmi tracciare le prime "aste". Le 
    aste divennero lettere, poi parole, conservando le paure, le 
    ansie, le angosce di un bimbo nato in una guerra, che 
    stentava a capire, ma che doveva subire. Superficiali e 
    incolti maestri e professori, poi, non seppero trarre da quei 
    segni, a volte imperfetti e contorti, altro che rimbrotti del tipo 
    "Ma che scrittura, Raineri!" o " Che zampe di gallina, sono 
    queste?" Infine, la classica incomprensibile calligrafia di tutti 
    i medici assolveva, in un retorico giudizio, ogni mia impronta 
    di sofferenza di vita trascorsa. Un' immane tristezza mi coglie a pensare alle nostre prossime, comuni grafie, dettate da macchine, create da noi, ma che sanno derubarci di pezzi della nostra intimità. 
    Sarà, allora, per fortuna nostra, solo la qualità dei pensieri 
    tracciati, a differenziarci, un giorno, non molto lontano. E 
    non è poco!

  • Come comincia: Niente di nuovo sotto il sole, lo so.
    Ed allora perché sono arrivata al punto di sconvolgermi e scandalizzarmi tanto da distruggermi?
    Non ho battuto ciglio quando il ragioniere ha presentato un preventivo evidentemente scritto da lui millantandolo per quello di una ditta che conoscevo di nome.
    Sono sopravvissuta quando ho avuto evidenza di come incuteva terrore negli altri mettendosi ad urlare (ed in casa d'altri). Mi ha meravigliato che nessuno gli dicesse:"Come ti permetti, esci immediatamente".
    Mi ha dato fastidio che il giorno dopo la sua degna consorte e complice insinuasse che la causa di quell'alterazione fossi io: <<Siamo sempre stati tranquilli! >>. All'epoca il nipote non era diventato del tutto complice e commentò ridendo: <<Ma che tranquilli! Qui sono volate anche le sedie! >>.
    Quel fastidio avrebbe dovuto essere per me un campanello d'allarme: ero ancora la bambina alla quale le bugie e soprattutto le calunnie davano fastidio.
    C'è un episodio della mia infanzia che ha segnato e controllato tutto il mio successivo modo d'agire in situazioni di conflitto.
    Stavo litigando, e di brutto, con mio fratello maggiore sulla soglia della mia stanza. Mio fratello voltava le spalle alla stanza, io al corridoio. Arriva mia madre attirata dall'insolita veemenza di quel litigio e chiede cosa stia succedendo.
    Ricordo che mio fratello comincia a dare la sua versione dei fatti. Per me sfacciatamente falsa. Ed imparai che l'espressione 'non vederci più dalla rabbia' non era solo un modo di dire come fino ad allora avevo sempre creduto. Era un dato di fatto. Un panno bianco calò davanti ai miei occhi. Sentii il mio pugno che partiva e solo quando colpì, quel panno cominciò a squarciarsi in più punti, si dissolse e ricominciai a vedere. 
    Mio fratello era steso lungo lungo davanti a me, lamentandosi e tenendosi il mento con le mani.
    Poi dovetti scappare, perché mio fratello si alzò infuriato e cominciò ad inseguirmi intorno al tavolo del soggiorno.
    Quell'episodio, la perdita della vista, la mia reazione incontrollata mi spaventò tanto che da allora praticamente non ho più reagito.
    Per anni mi sono chiesta: "Ma come è possibile che mio fratello stesse dicendo una bugia, travisando i fatti? Non è proprio il tipo!". Dovevo arrivare a 50 anni per arrendermi all'evidenza: no, no, è proprio il tipo. Stravolge tanto i fatti nella sua mente per auto-assolversi, per non trovare in sé neanche una macchia. 
    "Non è che non sanno chiedere scusa: è che non si rendono neanche conto di dovertele le scuse", recita una frase che gira sui social.
    Ricordo l'unica volta che mio fratello maggiore mi ha chiesto scusa. 
    Eravamo già all'università. Eravamo a tavola a pranzo in famiglia, quando, bello e buono, comincia a criticare una mia amicizia. 
    Un'amicizia che, in verità, aveva suscitato meraviglia nei miei conoscenti. "Liliana", mi chiese una volta un amico futuro ginecologo, "ma ti rendi conto che Maria è salita per la prima volta su un autobus pubblico con te?". Maria alle scuole superiori in un paese a 15 km ci era andata accompagnata dall'autista della ditta del padre.
    A quella critica invadente comunque mi ribello, mi alzo e, con rabbia, con veemenza, che meravigliò anche i miei genitori, gli dico: "E tu? Non critichi, non parli sempre male del tuo amico inglese eppure lo frequenti?". E mi allontano da tavola.
    Solo a quella veemenza mio fratello si rende conto di avermi ferito e di avere sbagliato. Mi raggiunge e mi chiede scusa.
    Prima ed ultima volta.
    Ed avrei dovuto ricordarmelo. Avrei dovuto capirlo. Sono così abituati a criticare, a sparlare degli altri, è nel loro habitus, che non si rendono neanche conto di ferire le persone. Di ucciderle. Bisogna mostrarglielo affinché si rendano conto.

    E così dal tema "BUGIE" siamo arrivati al tema "SCUSE".
    Scusa.
    E' così difficile dire questa parola?
    E' così difficile ammettere di avere sbagliato?

    Mio fratello maggiore all'età di 40 anni avrebbe di nuovo dovuto chiedermi scusa e per ben tre volte. Ma non lo fa. 
    E' superiore. E gli altri sono tutti cretini.

    Avrei dovuto ricordarmi quello che la sua ex fidanzata mi aveva detto dieci anni prima: "Stategli vicino, perché non sta bene".

    Torniamo al tema BUGIE.
    Mentire ai medici è pericoloso. Spesso anche dare ascolto ai medici, ma questo è un altro discorso.
    Mio fratello con sicumera dice al medico che di nostro fratello può occuparsi lui, nostro fratello può andare a casa sua.
    So che sta mentendo. E cerco di farlo capire al medico.
    Bugie. Io non sopporto le bugie, la falsità. E questa bugia, insieme al resto della situazione, mi manda completamente in tilt. 
    I medici decidono di affidare nostro fratello a lui.
    Il giorno dopo mio fratello maggiore, dopo avere insultato una dottoressa di cui mi fidavo, viene a casa mia. E' spaventato e chiede: "Liliana, può venire da te?".
    Sono sicura che non lo ricorda. Che ha completamente rimosso questo episodio, che nella sua mente i fatti sono completamente stravolti così come li stravolse a 12 anni.

    Da un anno ragazzini e ragazzine di sedici anni, amici ed amiche delle mie figlie, mi danno lezioni di vita. Una è: "Signora, non lo sapete che chi nasce tondo non può morire quadro?".

    BUGIE, FALSITA', ASSENZA DI EMPATIA.
    Il ragioniere ed i suoi compari si susseguono in bugie e falsità.
    Non ci tangono.
    Il ragioniere ed i suoi compari raccontano le loro calunnie a mio padre ed a mio fratello maggiore.
    E ridono, divertiti della reazione indignata di un uomo di 81 anni,dal quale hanno avuto tanti benefici, tipo l'appartamento dove vivono o il ripostiglio nel seminterrato in regalo e tante manutenzioni gratuite, operato di tumore quattro anni prima e che si muove appoggiandosi su due bastoni.

    Mio fratello maggiore guarda me e mio marito, seccato, come fosse colpa nostra e continua a frequentare quella gente ed a schierarsi dalla loro parte.

    Mio fratello minore, al quale quelle beghe non fanno certo bene, mi chiede se deve andare a parlare con quella gente.

    ASSENZA DI EMPATIA.
    Sono così abituati a criticare, a sparlare degli altri, è nel loro habitus, che non si rendono neanche conto di ferire le persone. Di ucciderle.
    Il ragioniere senza alcun riguardo per la salute di mio padre e di mio fratello minore telefona a casa di mio padre perché non vuole pagare le bollette condominiali.

    Il ragioniere guarda con intima soddisfazione il manifesto funebre di un giovane di 21 anni: ah, ah, lui è morto ed io sono ancora qua.

    Il ragioniere è all'esequie del figlio giovane del suo benefattore . E se la sta godendo un mondo.

    EMPATIA A SENSO UNICO. 
    Mio fratello maggiore è informato dal nipote del ragioniere che hanno citato mio marito.
    Prima perché vogliono 50 euro, poi un avvocato ha fatto vedere loro che possono pretendere di più e arriva un'altra citazione per 2000 euro.
    Mio marito dà ogni anno 800 euro al Santuario della Madonna di Pompei e altro ad altri enti e gli fanno un baffo. Però dice: <<I soldi preferisco darli a chi ha bisogno, non a loro>>.
    Non fanno un baffo a mio fratello minore al quale quelle beghe fanno male.
    Mo fratello maggiore ride e dice: <<Io aspetto il risultato delle cause>>.
    La seconda causa non fa un baffo a me. La prima, quella dei 50 euro era basata su fantasie alle quali mi ero oramai abituata. La seconda è basata su menzogne e malafede. E vado in tilt. Con mio marito offeso dalle calunnie dei miei parenti, la cosa per me diventa una fissazione.

    Mio fratello maggiore sa delle lettere di insulti e calunnie contro di me e di mio marito. Divertente. 
    Pochi anni dopo legge le mie favole: <<Si possono pure offendere >>

    Mi oppongo ad una delibera che m'imporrebbe di versare 200 euro al mese per chissà quanto tempo in un fondo cassa per lavori imprecisato la cui necessità è attestata solo dalla bocca dell'amministratore e di un altro condomino. 
    Vinco. Mio fratello maggiore, informato sempre dal nipote del ragioniere, s'indigna: <<Eh, e tu fai causa per 200 euro!>>.
    I signori fanno opposizione. Mio fratello minore sta male, sta malissimo. E' un miracolo che non sia morto. Ed anch'io. Chiedo loro di rinunciare, non ce la faccio a seguire la cosa. Mi spiegano: <<Eh, avremmo dovuto pagare 450 euro per spese della causa, mettiti nei nostri panni. Abbiamo speso 750 per fare opposizione e così speriamo di non pagare niente>>.

    Viene la consorte del ragioniere in visita. Mio fratello maggiore: <<Mi raccomando, è malata di cuore>>.
    Alcune delle persone per bene che conosco hanno espresso la loro meraviglia che io sia ancora viva e mio fratello maggiore di me non se ne è mai fregato.
    Gli dico dura e tagliente: <<Tu statti zitto che in passato hai già parlato abbastanza>>.
    Rincula.
    Ed io sono sgomenta. Realizzo: "Sarebbe bastato che avessi parlato sempre così, come quando insultò la mia amica Maria, e tutto questo disastro non ci sarebbe stato".
    Dopo i trent'anni avevo capito come trattare mio padre dopo il primo Buh e Bah, lo facevo sfogare e dopo mi ascoltava.
    Avrei dovuto utilizzare la stessa tecnica.

    Il se è il mantra dei falliti dice la fiction: Fai bei sogni.

    "Mi dicevano che ero troppo sensibile"

  • Come comincia:  Quelle di Monaco furono le mie prime "vere" olimpiadi: quelle, cioé, che io seguii con occhi diversi, da bambino cresciuto. Avevo soltanto nove anni, è vero (a fine estate sarei tornato sui banchi di scuola per frequentare la quinta elementare: scuola "Cesare Giulio Viola", a Taranto in via Zara...è ancora lì!) ma le seguii, appunto, con occhi diversi. La mattina, insieme ad altri ragazzini, le seguivo spesso guardando la tivù dietro le vetrine di un negozio di elettrodomestici (furono quelle tedesche le prime olimpiadi trasmesse col sistema PAL a colori, in tutto il mondo), sempre in via Zara, a Taranto; durante le altre ore del giorno le guardavo in tivù a casa. Quattro anni prima avevo visto qualcosa in tivù delle olimpiadi messicane (quelle tristemente famose per la strage degli studenti a piazza delle "Tre culture", oltre che per i record stellari in atletica di Tommie Smith, Lee Evans e Bob Beamon!): ma sono, i miei, ricordi poco nitidi quasi sfumati. Quattro anni prima, però, ero soltanto un bambino, non ancora un bambino cresciuto!
     Quelle di Monaco furono le olimpiadi macchiate dalle note e sanguinose vicende (strage degli atleti israeliani al villaggio olimpico), ma anche - e soprattutto - quelle di Mark Spitz. L'atleta americano (era nato a Modesto, in California, il 10 febbraio 1950) sbalordì la storia vincendo sette medaglie d'oro (quattro in prove individuali, tre in staffetta) e battendo altrettanti record mondiali. Egli veniva dalle olimpiadi quasi fallimentari di quattro anni prima: in Messico, infatti, sebbene fosse qualificato in sei gare (egli stesso predisse che avrebbe vinto sei ori!), non riuscì a vincerne nessuna individualmente (prese l'argento nei 100 farfalla e il bronzo nei 100 stile libero), ma soltanto le due staffette dello stile libero (4x100 e 4x200); nei 200 farfalla, invece, fu 8° mentre nei 200 stile libero non entrò neanche in finale!
     Con la sua impresa (il connazionale Michael Phelps riuscirà a fare meglio, vincendo otto ori a Pechino, nel 2008!) Spitz offuscò le maiuscole prove del tedesco-est Roland Matthes (doppietta nel dorso come quattro anni prima; nella sua bacheca figurano ben otto medaglie olimpiche e tre titoli mondiali nel 1973 e 1975), di Gunnar Larsson (doppietta nei misti), il quale rinverdì i trionfi che la Svezia natatoria aveva avuto con Hakan Malmrot (100, 200 rana ad Anversa) ed Arne Borg (1500 sl nel 1928 ad Amsterdam) e della magnifica australiana Shane Gould (cinque medaglie, di cui tre tra crawl e misti). L'atleta "aussie" fu una delle assolute dominatrici della scena natatoria nella decade settanta, nonostante la sua carriera agonistica durò solo due stagioni (si ritirò, infatti, nel 1973, all'età di sedici anni e nove mesi!), insieme alla tedesca-est Kornelia Ender e alla statunitense Shirley Babashoff. Nel suo palmares, tra l'altro, figura una eccezionale impresa: tra luglio del 1971 e gennaio 1972 riuscì a battere il record mondiale in tutte le cinque distanze dello stile libero, dai cento ai millecinquecento metri! Gli atleti "stars&stripes" dominarono la scena, come al solito, vincendo la metà delle medaglie in palio (quarantatrè su ottantasette), senza, però, ripetere l'exploit di quattro anni prima: ventuno vittorie su ventinove (dieci su quindici tra gli uomini, undici su quattordici tra le donne). Tra gli uomini colsero lo stesso numero di vittorie (una "triple" nei 200 farfalla con Spitz, Hall, Backhaus nell'ordine sul podio), ma nei 100 rana il nipponico Nobutaka Taguchi, rinverdendo i fasti passati di atleti del sol levante sulla distanza doppia (Yoshiyuki Tsuruta, oro nel 1928 e nel 1932; Tetsuo Hamuro nel 1936, Masari Furukawa nel 1956) battè lo stra favorito John Hencken (uno dei più grandi ranisti d'ogni epoca) provocando la più grossa sorpresa dei giochi bavaresi. Il nuotatore di Culver City, California, classe 1954, laureato in ingegneria elettronica alla Stanford University, si rifece vincendo i 200. Quattro anni dopo fece doppietta (fu oro anche nella staffetta mista) e nel corso della sua carriera, straordinaria, batté dodici record mondiali (sette sui 100, cinque sulla distanza doppia), fu campione del mondo a Belgrado (1973) sui 100, vinse titoli nazionali (diciotto in totale) NCAA e AAU, sia indoor che outdoor. Diventarono leggenda del nuoto i suoi duelli con un altro grandissimo della specialità: il britannico David Wilkie. 
     In campo femminile, invece, gli Usa vinsero diciassette medaglie (su quarantadue in palio), colsero una tripletta (nei 200 farfalla vinti da Moe su Colella e Daniel) ma subirono pesanti sconfitte ad opera della giapponese Mayumi Aoki, classe 1953, nei 100 farfalla, e dalle australiane che vinsero anche con la diciottenne Beverly Joy Whitfield (200 rana) e la diciassettenne Gail Neall (400 misti). Quella tedesca (bavarese) fu olimpiade "storica" anche per il nuoto azzurro perché con Novella Calligaris, che l'anno dopo a Belgrado trionferà negli 800 sl, vincemmo le prime medaglie in assoluto di questo sport (argento nei 400 sl e due bronzi negli 800 sl e 400 misti). La nuotatrice padovana vanta un palmares incredibile: oltre alle citate medaglie ben settantuno titoli nazionali individuali (quarantadue nello stile libero, venti nei misti), ventuno record europei battuti, due bronzi ai mondiali, un argento e due bronzi agli europei. Se Federica Pellegrini è indubbiamente la più grande nuotatrice azzurra d'ogni tempo, la Calligaris fu la prima grande nuotatrice azzurra al mondo, la prima vera ambasciatrice del movimento natatorio italiano: entrambe, però, sono state (in tempi e modi diversi) le prime grandi donne del nuoto italiano nel mondo!
     Ultima quanto doverosa annotazione - di carattere, per così dire storico-statistico (e non solo) - è d'uopo: sul podio di Monaco salirono le atlete della ex Ddr o Gdr (nell'universo, a volte non proprio comprensibile a tutti, delle sigle e abbreviazioni olimpiche, e sportive in genere, le tre consonanti nascondono la completa dicitura della "vecchia" Deutschland demokratisch republik, in tedesco, o German democratic republic, secondo la più usata nomenclatura anglofona; mentre, al contrario, prima della riunificazione quella dell'altra Germania era Frg, ossia Federal republic of Germany o Rft, che in italiano sta per Repubblica federale tedesca!), cioé Roswitha Beier (classe 1956), argento nei 100 farfalla e nella staffetta mista, Gudrun Wegner (classe 1955), bronzo nei 400 sl e, soprattutto, Kornelia Ender, preannunciando un dominio (spesso macchiato dal "doping di stato"!) che si protrarrà per più di tre lustri. L'atleta di Plauen (cittadina del distretto di Chemnitz che gli diede i natali il 25 ottobre del 1958) è da considerarsi una delle più grandi nuotatrici all-time. In Germania vinse tre argenti (nei 200 misti e con le due staffette) ma quattro anni dopo, in Canada, sbaraglierà il campo ottenendo addirittura un poker di successi strabiliante: tre ori individuali (100 e 200 sl, 100 farfalla), uno in staffetta mista. In carriera supererà il record dell'australiana Dawn Fraser, vincendo otto medaglie olimpiche (in totale furono ben diciotto in "big-events"); inoltre, batté ventitré record mondiali individuali (il primo, sui 100 sl, a soli quattordici anni, nel 1973!). Sposò dapprima il dorsista Roland Matthes (la coppia più medagliata del nuoto mondiale di sempre!) e poi il decatleta Steffen Grumt (4°agli europei 1982).

                                                  = MEDAGLIERE =
                                            O      A      B      TOTALE
    USA                               18     13     12       43
    AUS                                 5       3       2       10   
    DDR                                 2       5       2         9
    JAP                                  2       -        1         3
    SWE                                2       -         -         2
    URS                                 -       2        3         5
    GER                                 -       1        3         4
    HUN                                 -       1        2         3 
    ITA                                    -       1        2         3
    GBR                                 -        1        -          1

    fonti bibliografiche:
    - Olimpic Swimming 1988 (a cura dell'ISSA, International Swimming Statisticians Association);
    - The Guinness International Who's Who of Sport, Ian Buchanan, Bill Mallon, Stan Matthews;
    - A Who's Who of American Sport's Champions, Ralph Hicock;
    - I Giochi sono fatti, Mario Gherarducci;
    - Il libro d'oro delle Olimpiadi, Erich Kamper&Bill Mallon.
       
     

  • 22 agosto alle ore 11:02
    NON SOLO FANCIULLE.

    Come comincia: Alberto M., fotografo professionista di Messina aveva ricevuto l’incarico da una casa editrice di una rivista erotica di Roma il compito di fotografare una modella, con e senza veli, una modella il cui nominativo ed indirizzo erano stati forniti dal titolare della casa stessa. Giuseppina M. si era presentata allo studio di Alberto situato a piazza Cairoli una mattina dal tempo uggioso. Il socio di Alberto era Gaetano F., un uomo piccolo scheletrico con gobba ma molto spiritoso malgrado i suoi difetti fisici; quando qualcuno gli era antipatico e faceva malevoli apprezzamenti su di lui,  si toccava la gobba avvertendo l’interessato di futuri suoi probabili guai. Quando Giuseppina entrò nello studio Gaetano alzò gli occhi dalle diapositive che stava controllando e: “Alberto è entrato in negozio un raggio di sole!” Alberto che si trovava nel piano sottostante adibito a studio fotografico: “Ma se sta piovendo, che cacchio dici!” “Sali e vedrai.” Alberto conosceva bene lo spirito goliardico di Gaetano ma alla vista di Giuseppina sgranò gli occhi, poi si riprese: “Signorina siamo a sua disposizione.” “Sono Giuseppina M., Pina per gli amici,  la modella con cui uno di voi deve eseguire un servizio fotografico, chiamo Adolfo F. il capo redattore della rivista a cui interessano le mie foto.” Col suo telefonino: “Adolfo sono nel negozio del fotografo che mi hai indicato, te lo passo.” “Signor M. mi occorrono delle foto di Pina sia con veli che senza veli, la signorina le darà tutte le spiegazioni, il compenso le  sarà da me inviato quando riceverò le foto, potrà essere molto alto, dipende dalla qualità delle foto stesse, a presto.” Alberto: “Sarò io ad eseguire il servizio fotografico, sediamoci in un tavolino del bar qui di fronte, così avrà modo di darmi direttive come eseguire il servizio fotografico, nel frattempo le va bene un Campari soda, è il mio preferito.” “Vada per il Campari, allora le foto saranno scattate in una spiaggia oltre Barcellona P.G., se lei è d’accordo domattina sarò qui, con la sua auto raggiungeremo il posto.” “Per me va bene, a domani.” “Che culo che hai, un pezzo di f…a così mai visto!” “A Gaetà è solo pé lavoro, con quella me sa tanto ‘non c’è ‘trippa pé gatti!’”, Alberto non aveva dimenticato le sue origini romane. Il giorno successivo alle nove Pina si presentò al negozio con un trolley, Gaetano era pronto  con una valigetta con biancheria e con uno zaino in cui aveva riposto il materiale fotografico. Fuori del locale. “Andremo con questa Panda?” “No la mia è la macchina posteggiata davanti.” “Una Jaguar? Complimenti per la scelta, un regalo del classico zio d’America?” “No, quello di una mia zia vedova di un marito mio omonimo.” Uscirono al casello di Barcellona, presero  uno stretto  viottolo che portava al mare. Percorso circa un chilometro sulla spiaggia si trovarono davanti una casetta prefabbricata di legno con pannelli solari sul tetto. Pina aveva la chiave: all’interno non mancava nulla per un comodo soggiorno, Alberto con lo sguardo enumerò i vari oggetti: cucina a gas con bombola, pentole, grande dispensa con cibi in scatola, pasta, biscotti integrali, zucchero macchina con cialde per il caffè ed ovviamente anche un letto che aveva un solo difetto: era di una piazza e mezza, in due ci si stava stretti…Una piccola stanza ricavata in  fondo era adibita a bagno: doccia, bidet lavandino con specchio, water; l’acqua era dentro un serbatoio interrato  nel sottosuolo della casetta. “Qui potremmo stare un bel po’!” esordì Alberto, “Il tempo necessario.” ribatté Pina, frase che non prometteva nulla di buono. Era maggio inoltrato, il sole stava scendendo sull’orizzonte, ormai era tardi per eseguire foto e così, dopo cena, i due seduti sulla spiaggia aspettavano che facesse completamente buio prima di andare a coricarsi. Nessuno dei due parlava, Pina al  cellulare: “Ciao cara, mi sono sistemata, domani cominciamo il servizio, era mia madre.” Il problema del letto si pose ma i due lo risolsero mettendosi ognuno il più vicino possibile alla sponda. Alberto e con lui ‘ciccio’ era  molto sensibile agli odori femminili, non quello dei profumi  commerciali ma quell’effluvio che emanano certe signore e signorine di proprio. Pina era una di quelle, ‘ciccio’ si alzò speranzoso ma, non avuta confidenza da parte di Alberto, ritornò sconsolato a cuccia. Pina si era accorta del problema di Alberto, dentro di sé se la rideva, il signor fotografo avrebbe sofferto molto durante i prossimi giorni. La mattina fu Alberto ad alzarsi per primo, Pina fece la furba, voleva sapere come se la sarebbe cavata l’Albertone che si presentò a letto con un vassoio contenente Buondì Motta, caffè e latte, zucchero, spremuta di arancia: “Se la signora gradisce…” Pina si stirò tutta, si mise seduta sul letto e, alla frase di Alberto scoppiò in una risata, “Che ne dice o meglio che ne dici di far ridere anche me?” “Mi è venuta in mente un famoso verbo pronunziato da Sandra Milo, nuda, dinanzi ad un gerarca fascista in un film di Fellini: ‘Gradisca’ e con tale appellativo venne poi chiamata da tutti.” “Per favore, fai colazione, lavati, truccati nel frattempo vado in spiaggia a sistemare i miei materiali.” Uscendo dalla casetta Alberto si domandò come fosse stato possibile istallare in spiaggia, peraltro sul suolo demaniale, quella casetta in legno, la spiegazione poteva venire dal fatto che, da quello che scrivevano i giornali che a Barcellona la mafia aveva il suo peso, ma in fondo a lui interessava poco. Pina si presentò ben truccata in viso e coperta da un velo trasparente azzurro, una visione, Alberto che cercò di non far trasparire quello che provava. ‘Ciccio’ al solito alzò prepotentemente la cresta, il suo ‘padrone’ per evitare brutte figure, andò in mare si fermò quando l’acqua arrivò alla vita.  Pina se la rideva allegramente, Alberto decisamente incazzato:  “C’è poco da ridere, m’è venuto un colpo di calore!” “Ci credo, mi è venuto in mente un verso della Divina Commedia riferito a Farinata degli Uberti: ‘dalla cintola in su tutto il vedrai.” “Invece di fare sfoggio di cultura appoggiati a quella roccia e cominciamo il servizio fotografico.” Pina teneva ben stretto addosso il velo trasparente ma Alberto: “Mi sembra che il signor Adolfo avesse ordinato foto con veli e senza veli!” “Ho capito non vedevi l’ora che mi mostri nuda, ora come va?” “Per me va bene, assumi vari atteggiamenti, scatterò foto a colori ed in bianco e nero.” “Vedi che ti trema la mano, che ti succede?” “La macchina fotografica ha un dispositivoo che impedisce di far venire le foto mosse, ma a te cosa importa il lato tecnico?” “Tu sei un parapaffio.” “Ti dispiacerebbe smettere di far sfoggio   di cultura e di usare termini aulici!” “Tradotto in termini volgari vuol dure paraculo!” “Ti ricordo che siamo qui per lavoro, che ne diresti di una tregua, io mi sento psicologicamente stanco.” “Il micione è stanco e la micetta gli viene incontro accettando un bacio in fronte.” Alberto scese più  giù e il bacio finì sulla bocca di Pina che non sollevò obiezioni. Il servizio fotografico riprese nel miglior dei modi sino all’ora di pranzo. Il fotografo e la modella mangiarono spaghetti in  salsa già pronta in barattolo e poi formaggi e verdura cotta e, sempre dai barattoli pesche sciroppate. Pina: “Che ne dici di un half?” “Se non erro vuol dire metà, io mi prendo anche l’altra metà e lavo tutti i piatti, contenta?” “Sei da sposare, a proposito sei maritato, fidanzato, convivente o che?” “Solo assolutamente libero, non amo i legami, tanti miei amici, sposati con figli si sono separati e si trovano in un mare di guai, il loro esempio mi basta! Non ti domando di te …non voglio essere invadente.” “Ho una relazione ma non ti dico i particolari.” “Ed io non te li chiedo ma voglio essere sincero, il tuo effluvio mi fa impazzire, forse il verbo è eccessivo ma sicuramente è vicino alla realtà, dormire nello stesso letto soprattutto per il mio ‘ciccio’.” “E tu prendilo a schiaffi!” “Non potrei mai farlo, è il mio fedele compagno di tante avventure, se litighiamo ci rimetto io.” “Allora che chiedi?” “Posso solo esprimere un mio modesto desidero che tu capisci senza essere io esplicito, insomma, come si diceva una volta da parte di chi chiedeva la carità:’Al tuo buon cuore!’” “Ed io ho un cuore sensibile e te la do! Non mi sembri molto soddisfatto.” “Non vorrei che mi prendessi in giro, te ne ritengo capace.” “Ed io…”Pina andò in bagno e ritornò in camera nuda e bella come una dea. Alberto la seguì precipitosamente o rientrò in camera col bidet fatto e ‘ciccio’ in posizione pronto alla pugna. Pina si pose sul letto allargando le deliziose cosce. L’Albertone si impossessò con la lingua del suo fiorellino che poco dopo diede segni di un orgasmo ripetuto poco dopo, la dama evidentemente aveva una fame sessuale arretrata. Alberto allora volle far provare a Pina qualcosa che  forse lei non conosceva, un orgasmo col punto G che lui aveva imparato da una gentile ‘signorina’. Immesso ‘ciccio’ sino a metà vagina lo strofinò in alto fin tanto che la giovane  diede segni di un orgasmo gigante, lunghissimo tanto che Alberto pensò che si sentisse male. Dopo circa dieci minuti:”Non ti preoccupare, non ho mai provato nulla di simile, sei un mago!” “Si mago del cazzo” pensò Alberto contento della piega che aveva preso la situazione. Una mattina mentre Pina era in bagno suonò il suo cellulare, Alberto lo aprì e prima che potesse dire ‘pronto’ una voce femminile: “Ciao amore mio, come vanno le cose?” “Da parte mia bene, per il resto devo domandare a Pina, tu chi sei?” Dopo molti secondi:”Sono Aurora’ una buona amica di Pina, appena puoi passamela per favore.” “Ha telefonato Aurora, ti ha chiamata amore mio ed ha chiesto di chiamarla da parte tua. Pina in francese: “Mon amour ne m’appelle pas comme ça avec des incunnu, je t’appellerai plus tard.” “Mon cher je connais la langue français, vous pouvez parler italien!” “Ecco mò mi capita pure il fotografo poliglotta!” “Il fotografo poliglotta è un anticonformista e non si permette di giudicare i suoi simili qualsiasi cosa facciano, tienilo a mente. Mi piacerebbe restare tuo amico ed eventualmente anche amico di Aurora senza secondi fini.” “A chi la dai da bere, tu sei tutto un ‘secondi fini’.” Finita la settimana e finito pure il servizio fotografico rientro a casa con un po’ di melanconia da parte di entrambi, anche se burrascoso il loro soggiorno in fondo era stato piacevole. “Per favore immetti nel navigatore satellitare il tuo indirizzo di casa così finalmente saprò dove abiti.”  “Ti accontento subito, abito in viale dei Tigli 15, contento? Più contenta sarà la signorina di cui  conosci la voce, si chiama Josephine ed è mia amica. Ti ritengo  un bugiardo matricolato, riesci a cambiare le carte in tavola con facilità ma con me vai in bianco!” “Non mi sembra che in passato sia andato tanto in bianco, ti ricordi il punto G?” “È stata una mia debolezza, l’ho dimenticata!” “Adesso sei tu la bugiarda, finiamola qui.” Pina abitava all’ultimo piano, Alberto prese il suo trolley, la porta fu aperta da una signora di una certa età: “Figlia mia che piacere vederti, ci sei mancata, finalmente un maschietto a casa nostra, si accomodi.” Alberto poggiò a terra il trolley di Pina e si esibì in un finto baciamano alla signora, Pina nel frattempo si stava sbaciucchiando con Aurora. “Finalmente un gentiluomo, ai miei tempi c’era un’altra educazione verso le signore, con lei ci farei un pensierino, peccato i tanti anni di differenza!” Mara, questo il suo nome aveva dimostrato un senso dello humour apprezzato da Alberto  “Tutti a tavola.” “Non so chi sia stata la cuoca, i miei complimenti, anch’io m’intendo un po’ di cucina, l’unica cosa che non va è il vino…se me lo permetterete vi farò dono di uno scatolone di Verdicchio dei Castelli di Jesi, un bianco dichiarato dai giudici di Vinitaly  il migliore d’Italia ed uno scatolone di un vino rosso, un Lambrusco che faccio venire direttamente dal luogo di produzione in provincia di Reggio Emilia. Pina è stata una modella fantastica, penso che il redattore capo della rivista che ha ordinato le foto mi invierà un assegno consistente, tutto merito della modella.” “Non dare tutti i meriti a me, tu sei un buon manico!” Risata generale, Pina senza accorgersene si era esibita in una battuta a doppio senso. Tornando a casa sua in via Cola Pesce Alberto, ragionando con se stesso, capì che non avrebbe mai più potuto avere ‘contatti’ né con Pina e tantomeno con Aurora.  Hermes dio pagano suo protettore ed amico stavolta prese una decisione un po’ particolare con spirito di ‘moquer’: far  ‘incontrare’ il buon Albertone con Mara che aveva dimostrato che avrebbe gradito…”Signora Mara sono Alberto, che ne dice di venire nel mio appartamento per insegnarmi qualcosa in cucina, non penso che le ragazze in quel campo…” “Sarà un piacere.” “La vengo a prendere a casa sua con la mia macchina.” “Caspita una Jaguar, un gentiluomo non si serve di una utilitaria per andare a prendere una signora!” Mara sembrava un’altra, ben truccata, ben vestita, tacchi alti, era diventata appetibile ed Alberto invece di interessarsi  dell’arte culinaria fece provare a madame l’ars amatoria di Ovidio, anche la signora aveva il punto G sensibile…Mara  fu molto esplicita: ”Sei stato un  mago; di c..i in vita mia ne ho provati tanti ma tu…”, Alberto era ormai diventato il re del punto G! Ripensando al suo desiderio di un contatto sessuale a tre e ritornando col pensiero agli studi classici si ricordò che il numero tre era citato da molte fonti: dalla scuola Pitagorica, nell’antico Egitto, dal punto di vista esoterico, nelle religioni sono perfette le triadi divine: le Parche, le Furie e le Grazie, tre come le Caravelle di Colombo ma erano concetti pleonastici, la perfezione del numero non avrebbe portato ad una triplice relazione con le due fanciulle. Con una certa tristezza Alberto talvolta pensava a Pina, al suo meraviglioso corpo ed al suo profumoo inebriante, lui avrebbe accettato qualsiasi compromesso ma le due ragazze avevano gusti particolari che non collimavano con i suoi!
     
     

  • 22 agosto alle ore 10:59
    COL SUDORE DELLA...FRONTE

    Come comincia: Adriana N. stava per giungere al capolinea dell’autobus n.28 di Messina, era in piedi attaccata al una maniglia,  lacrime silenziose le inondavano il viso, non riusciva a trattenerle, una signora che si trovava vicino a lei sul mezzo pubblico la guardò in viso, le si avvicinò e: ”Non voglio essere invadente ma, se me lo permette, vorrei darle una mano di aiuto, scendiamo, mi prenda sotto braccio, la vedo instabile sulle gambe.” Adriana non aveva più forze, si appoggiò alla dama che proseguì: “Io abito qui vicino  nel condominio ‘Villa Luce’, venga con me, quando si sarà rimessa potrò accompagnarla a casa sua.” Adriana ebbe un sorriso di ringraziamento. L’abitazione della signora era di grandi dimensioni, molto ben arredata con mobili moderni, massimi ordine e pulizia. “Si segga sul divano le preparo un caffè.” “Gliel’ho fatto molto concentrato, spero le dia una mano d’aiuto.” Dopo circa mezz’ora: “Sono Adriana N.., abito più avanti in via Consolare Pompea, non si disturbi andrò a piedi.” “Mi sono domandata quale avvenimento l’abbia potuta portare a piangere con a conseguenza che il trucco, con le lacrime,  ha fatto divenire il suo bel volto una maschera da clown, si rilassi e, se non  ha impegni resti a pranzo e nel frattempo se vuole confidarsi… credo potrò esserlo d’aiuto.” “Sono Adriana N. ho trentacinque anni, vedova da pochi mesi, con la morte di mio marito  sono cominciati i miei problemi, Vittorio R. era un ingegnere libero professionista. La sua morte è stata quasi improvvisa, dal medico di famiglia gli era stata diagnosticata una bronchite, non stava particolarmente male, seguitava a frequentare la palestra facendo anche notevoli sforzi fisici, tutto d’un colpo è svenuto, portato in ospedale, dopo vari accertamenti gli è stata diagnosticato un tumore ai polmoni all’ultimo grado, dopo tre giorni è deceduto. Vittorio era ateo ma anche senza il mio consenso (io ero fuori di testa) il cappellano del nosocomio  ha fatto trasportare il feretro in chiesa e qui avrei mandato a quel paese amici e parenti: erano una cinquantina tutti a farmi le condoglianze  abbracciando me e le mie figlie gemelle Giuliana e Simona. Riuscita finalmente a liberarmi di tanto ‘affetto’, seguendo il carro funebre siamo arrivati al cimitero per tumulare la bara nella cappella privata. Il giorno dopo mi si è presentata la situazione di famiglia in tutta la sua drammaticità, mio marito non aveva stipulato alcuna assicurazione sulla vita e non aveva diritto a pensione. Per sua volontà, benché laureata in lettere, mi sono ritrovata a fare la casalinga con la conseguenza di non avere alcun reddito. Ovviamente sono giorni che mi guardo in giro per cercare un posto di lavoro, ma oltre a quello di entrare in una ditta di pulizie (sinceramente non me la sentivo) ho trovato l’occupazione di commessa in vari negozi ma, oltre a guadagnare una paga minima assolutamente non adatta alle esigenze di famiglia, dovevo rimanere al lavoro praticamente dalla mattina alla sera e talvolta anche i festivi; stavo rientrando a casa dopo l’ultima delusione quando ho incontrato lei, a proposito non l’ho nemmeno ringraziata delle sue cortesie.” “Non ce n’è bisogno anzi diamoci del tu, penso che potremmo seguitare a frequentarci.” Nel frattempo Adriana cercò di inquadrare la persona di Violetta: altezza media, capelli castani corti, occhi un incrocio tra verde e grigio, tette non molto pronunziate al contrario del naso un po’ troppo sporgente, insomma dava l’idea di mascolinità. Anche la cameriera Elisa F. era un tipo particolare, quello che più colpì Adriana erano i suoi: ’callidi oculi ancillae ’ robusta tette da balia, divisa da cameriera con in testa la ‘cristina’ entrò sorridente nella sala da pranzo esibendosi anche con un inchino verso le due signore, una sceneggiata che mise in allarme Adriana, in futuro se ne sarebbe guardata! Bevuto il caffè Violetta chiese il permesso di accendere una sigaretta non facile da trovare in Italia, una ‘Roy d’Egypte’ molto profumata, ne offrì una ad Adriana che rifiutò. “Me le porta un buon amico comandante di una nave mercantile, penso che faccia anche del contrabbando.” “Le mie  figlie  dovrebbero essere rientrate a casa, hanno sedici anni e frequentano il secondo anno dell’istituto Tecnico Industriale, almeno con loro non ho preoccupazioni, i professori mi danno buone notizie circa i loro studi. Prima di uscire Adriana si ritrovò in mano un mucchietto di Euro da cinquanta. “È solo un prestito, me li ridarai non appena potrai.” A casa le due baby abbracciarono la madre sorridente: “Hai trovato un posto?” Adriana aveva avuto sempre un rapporto molto franco e sincero con le figlie e raccontò loro gli ultimi avvenimenti, Adriana e Giuliana erano dello stesso parere della madre, oggi difficilmente si incontrano persone che fanno qualcosa per pura liberalità: “Mammina sta attenta alle proposte che ti farà questa Violetta!” e infatti una mattina al telefono: “Adriana è un bel po’ che non si vediamo, m’è venuto a trovarmi un amico cui piacerebbe conoscerti, vieni appena puoi.” La bomba prevista era scoppiata, ovviamente si trattava di far ‘marchette’, Adriana decise di stare al gioco. A casa di Violetta gli fu presentato Carlo V. signore circa cinquantenne, piuttosto robusto, sorridente, vestito all’ultima moda, piuttosto alto, fisicamente niente male ma… Adriana, compresa la situazione,  prese da parte Violetta: “Cara ho le mestruazioni, sarà per un’altra volta.” Informato del fatto, Carlo ebbe una espressione di scontentezza, evidentemente era abituato a non sentirsi dir di no ma quella era una causa di forza maggiore. Rientrata a casa Adriana fu raggiunta da una telefonata di Violetta: “Non credo affatto che tu abbia le mestruazioni, hai rifiutato minimo cinquemila Euro!” “Hai ragione ne voglio diecimila.” “Va bene, sei molto piaciuta a Carlo che è un industriale di Biella, domattina ti aspetto alle nove.” Al rientro di Giuliana e Simona: “Ragazze debbo confessarvi qualcosa di molto intimo e delicato, voglio il vostro parere sincero, conoscete qual è la nostra situazione finanziaria, mi hanno offerto diecimila Euro.” “Se ci fai questa domanda pensiamo che tu abbia già deciso, è una questione delicata e personale, possiamo dirti che ti siamo vicine…” “La mattina dopo Carlo era già a casa di Violetta, sorridente aprì la porta della camera da letto e si dimostrò nel sesso un vero signore, con l’aggiunta di cinquemila Euro ebbe concesso anche il popò che prudentemente Adriana aveva lubrificato. Uscito Marco, dopo circa dieci minuti, mentre Adriana si stava rivestendo si presentò in camera Violetta: “Tutto bene?” “Si perfettamente, è stato un signore.” “Io di signori ne conosco tanti, a me va il dieci per cento.” Era da immaginarselo,  Adriana sborsò mille Euro invece di millecinquecento, ora era evidente che Violetta per mestiere faceva la prosseneta insomma la tenutaria di una casa chiusa. Al rientro a casa Adriana si mostrò sorridente alle due figlie, niente spiegazioni, le persone intelligenti si capiscono anche senza parlare. Adriana dopo varie ‘conoscenze’ di maschietti, era entrata in un giro di uomini facoltosi che, coniugati con mogli  vecchie o in menopausa davano libero sfogo ai loro piaceri sessuali ovviamente pagando profumatamente una Adriana sempre più pimpante ed anche, talvolta, sessualmente appagata. Ritenne troppo oneroso pagare il dieci per cento a Violetta e, dopo aver sistemato a fondo la casetta a due piani di via Consolare Pompea la inaugurò dando una festa da ballo con tutti i suoi clienti più affezionati. Un sabato a pomeriggio inoltrato giunsero circa venti uomini ‘amici’ di Adriana che però non aveva considerato che i maschietti erano in numero preponderante rispetto alle femminucce, praticamente solo lei e quindi chiese a Giuliana e Simona di far da ‘danseurs à louer’. Le bimbe accettarono con entusiasmo però, anche dietro consiglio della madre, si vestirono in maniera castigata per far capire ai signori che: ‘ Il n’y a pas de tripes pour le chats’ tradotto alla romana: “Non cé trippa pé gatti!’ Gonna nera sotto il ginocchio, ampia camicetta rosa chiusa sino al collo, niente tacchi. Simona si distingueva dalla sorella Giuliana per essersi fatta fare dal parrucchiere delle ‘mèches de cheveux biondes.’Come la mamma anche le due ragazze erano sempre impegnate a ballare, la musica venne interrotta solo allorché da un vicino bar apparvero due camerieri col ben di Dio di dolci e relative bevande non alcoliche. Ripresa la musica i signori compresero che la due ragazze erano off limits, si fece avanti un giovane, molto probabilmente figlio di uno degli invitati, che prese il monopolio di Simona alla quale il tale non dispiaceva affatto, anzi. Una settimana dopo si fece vivo Ernesto N. che riferì che il  figlio Lorenzo avrebbe avuto il piacere di poter conoscere Simona. “Niente da fare caro Ernesto, le mie figlie non si toccano mettitelo bene in testa.” “Evidentemente Lorenzo aveva avuto una folgorazione per l’aspetto fisico ed anche per la personalità di Simona. Lorenzo si diede da fare e riuscì a sapere quale fosse l’istituto in cui era iscritta ed a presentarsi alla fine dell’orario. “Ciao cara, ero di passaggio…” “Dato che eri di passaggio, passeggia altrove, ciao.” Nel frattempo  Giuliana se la rideva: “Hai fatto una conquista, è un bel ragazzo.” “Non c’è dubbio ma suo padre sicuramente l’avrà messo al correte dei suoi rapporti con nostra madre ed avrà tratto delle conclusioni sbagliate.” Lorenzo quasi tutti i giorni alla fine dell’orario scolastico si faceva vedere nei pressi della scuola delle due ragazze. Un giorno Simona: “Ma tu non vai a scuola, sei sempre tra i piedi!” “Io studio in Svizzera e lì c’è un mese di vacanze.” “Vai altrove a passare le tue vacanze!” “Lorenzo fece una faccia triste: “Non pensavo di esserti tanto antipatico, se cambi parere mi vedrai da queste parti.” “Simona mi pare che il ragazzo sia sincero, te lo dico da sorella maggiore, io sono nata dopo di te…” “Va bene la corona di regina a suo tempo sarà tua, sinceramente ho paura di dar confidenza a Lorenzo, non so che idea si sia fatta di me.” “Prova a chiederglielo altrimenti non lo saprai mai.” E così finalmente Simona un giorno interpellò  Lorenzo: “Dato che sei tanto insistente dimmi cosa vuoi da me.” “Solo starti vicino e passeggiare a piedi o, se preferisci in macchina.” “Immagino avrai una Porche o una Jaguar.” “Ti sbagli, mio padre ha, fra l’altro, una fabbrica di elettrodomestici a Como, ha preteso che cominciassi a lavorare in fabbrica dal primo gradino, l’anno passato sono stato impiegato come operaio , questa è la sua mentalità, mi ha comprato una Cinquecento di seconda mano.” “Ed io mi dovrei mettere con un morto di fame, giammai!” “Io ho il senso dello humour, prenderò questa frase con una battuta, se non accetti la mia amicizia sparirò per sempre dalla tua vita!” “E che sei un fantasma che sparisci, andiamo su stá Cinquecento, almeno cammina?” Camminava bene  la macchina ed anche la gioia di Lorenzo che però nei giorni seguenti ottenne ben poco da Simona, qualche bacio, una toccatina qua e là e tutto il resto off limits. Lorenzo un giorno che passeggiavano in viale S.Martino: “Vorrei domandarti se sei stata mai fidanzata e se…” “Mai fidanzata ed anche vergine, è il tesoro che porterò al mio futuro marito.” Lorenzo aveva fatto presente del suo legame al padre Ernesto che, pensando alla moralità della madre della ragazza era piuttosto perplesso. “Mio caro sei abbastanza grande da poter giudicare una persona, se dopo averla conosciuta a fondo sarai del parere di sposarla sarò al tuo fianco.” Incontrando Simona all’uscita da scuola Lorenzo quasi si gettò su di lei: “Papà è d’accordo, possiamo sposarci.” “Il fatto è che non sono d’accordo io, te lo devi meritare.” “Vuoi che mi cosparga i capelli di cenere o vada in pellegrinaggio a Compostela?” “Non ti farebbe male!” A tutto c’è un limite, Lorenzo s’era rotto le scatole e si rivolse al padre: “Quella non mi vuole e mi prende in giro, ti prego parla con la madre!” “Adesso faccio pure il ruffiano di mio figlio, vedrò quello che si può fare.” Una sera a cena: “Simona mi ha parlato di te il padre di Lorenzo, se proprio non ti piace diglielo chiaramente, non tenerlo sulle spine.” “Mamma, Lorenzo mi piace ma ho paura di una delusione.” “Fatti passare le paure, fra l’altro Ernesto mi ha promesso un posto di rilievo ben remunerato per voi due non appena avrete conseguito il diploma, io smetterò la mia professione e forse …con Ernesto…” “Mammina sarebbe bellissimo, tutto in famiglia…” “Brutto zozzone, ci sei riuscito, sarò costretta a sposarti ma…” “Niente ma, mi hai folgorato dalla prima volta che ti ho vista.” “Mò sò diventata pure un fulmine, speriamo bene!” Al comune di Messina le due coppie, padre e figlio con madre e figlia  fecero il loro ingresso nell’ufficio di un funzionario comunale che, sbrigate le pratiche burocratiche: “Non riesco a riconoscere quale è la madre e quale la figlia!” La differenza era che  la madre aveva chiuso ‘i battenti’ e la figlia  stava per aprirli… ma  solo per il marito!
     

  • 22 agosto alle ore 10:01
    Roma 1960 e Abebe Bikila

    Come comincia: ​  Io, purtroppo, non ho vissuto né il magico, sano e sincero clima di gioia, fratellanza, unione tra i giovani di tutto il mondo che pervase e percorse Roma durante i giochi olimpici del 1960, né i “momenti” agonistici indimenticabili ed irripetibili di quella olimpiade. Il mio più grande rammarico, però, sta nel fatto di non aver potuto…seguire la gara delle gare, la maratona, e di non aver visto correre sul selciato capitolino (magari attraverso la tivù, già in…uso a quei tempi in Italia) il maggior protagonista di quei giochi nonché, a parer mio, il “corridore” più grande e straordinario che abbia mai calcato le scene dell’arengo atletico mondiale: Abebe Bikila! A dire il vero, però, “fiore che cresce” (traduzione in amarico del suo name and surname) corse, e vinse, anche la maratona di Tokyo, nel 1964 (in carriera ne vinse ben dodici su quindici disputate: percentuale, sic!, da fantascienza!), nonché quella di Città del Messico nel 1968 (dove si ritirò dopo una decina di chilometri): ma, sfortunatamente, anche allora io ero – per così dire -…fuori dal tempo, ovvero ancora troppo piccino, essendo nato nel 1962, per poter ben capire (e valutare) le cose della vita, del mondo e…dello sport! Ho conosciuto Bikila guardando vecchi filmati televisivi (tra tutti ho impresso nella memoria quello del suo arrivo, a piedi scalzi, sotto l’arco di Costantino illuminato a giorno, sul traguardo…romano!) o leggendo libri e vecchie riviste di atletica leggera. Da subito sono rimasto colpito per tre cose: la naturalezza e l’eleganza della sua falcata e della sua corsa da gazzella, la semplicità di spirito e la gioia del suo carattere, l’ingenuità ed il candore della sua figura, quasi come quella di un…bambino! Queste caratteristiche e peculiarità (imprese sportive ed agonistiche a parte) sono state, per me, la forza dell’atleta-uomo Bikila, di quell’omino magro e simpaticissimo venuto dall’Etiopia (era nato a Jatto, Debre Berhan, piccolo villaggio di pastori e contadini nell’antica regione di Ahmara, sull’Acronomo Etiopico, a centrotrenta chilometri da Addis Abeba, il 7 agosto 1932), rendendolo unico ed ineguagliabile! Così scrive Edmondo Dietrich nel libro “I grandi campioni”, a proposito del successo di Bikila a Roma: “…aveva vinto con affondi solitari e imperiosi, con una naturalezza di passo così stupefacente che le sue gesta lo avevano reso simile più a un dio dell’antica Grecia che a un essere umano”; ancora: “…le braccia sottili sembravano fatte di soli tendini e ossa e così le gambe simili a quelle di un’antilope in fuga. Il suo volto non denunciava né ansia né fatica”. Per chi, come me, sin dalla giovane età ha seguito ed amato l’atletica, Abebe Bikila ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà la colonna portante, il punto di riferimento ed il filo conduttore che lega passato, presente e futuro di questo sport.  Per intenderci, qualora non fossi stato abbastanza chiaro: senza Bikila (almeno a mio parere) l’atletica, e la storia dell’atletica, non sarebbero stati la stessa cosa di quello che sono! La vicenda umana di questo grande atleta, però, ebbe amaro epilogo, segnata da un destino crudele ed ingiusto: quello che, spesso, contraddistingue il cammino degli eroi. Nel 1969, infatti, dopo essersi ritirato al culmine della gloria sportiva, quando era felicemente sposato e padre di un bambino, fu coinvolto in un grave incidente d’auto restando paralizzato alle gambe fino al 1973, l’anno della sua fine (mese di ottobre, giorno venticinque), avvenuta per emorragia cerebrale. Ora mi immagino Bikila correre insieme ad i suoi grandi amici: l’eroe di Atene (Spyridion Louis), l’omino di Carpi (Dorando Pietri), lo svedese volante (Gunder Hagg), l’angelo biondo di Turku (Paavo Nurmi), l’uomo-cavallo (Emil Zatopek), lo zar russo-ucraino (Vladimir Kuts), la leggenda dell’Oregon (Steve Prefontaine). Non so dove tu sia, dolce Abebe: ma continua a correre! 
    da: una mail inviata a Rai storia il 25 ottobre 2012. 
                                                                                                     
    Luciano Ronchetti                                                            luciano74121@gmail.com

  • Come comincia: Una scopata, di tanto in tanto e con chiunque sia fatta (con donna bella o brutta, bionda, rossa o bruna, zoccola o fata, amica o compagna di classe o di...merenda, etc., poco importa!) fa sempre, sempre - e di molto - bene: ciò è fuor di dubbio; ma...ve le ricordate voi (parlo soprattutto per quelli che, come me, hanno già da tempo superato gli "anta" e volano ormai ad ampie falcate verso gli "anta-anta" o "anta-extra") quelle belle scopate di una volta? Ed anche un po', diciamo...così (naif!!), e fatte in maniera quasi estemporanea (o d'amble, come direbbero cugini d'oltralpe!), raramente premeditata, sui sedili posteriori d'una utilitaria, la quale spesso, anzi, quasi sempre, era la mitica "Dyane 6" verde o rosa, decappottabile e con tettuccio apribile, della mamma; oppure la "Fiat 127" bianca coupé del papà, essa con tettuccio non apribile e, ahimé,...: emanante, purtroppo, fuoco e lapilli in estate ed invece ghiaccio distillato frammisto a polvere di brina in inverno?
     Già, quelle belle scopate d'una volta eran proprio così...sane, ricche, allegre: e fatte - ancor prima di cominciare - della vana ed improba ricerca del "palloncino" (altrimenti noto come preservativo), il quale, guarda caso, era andato a (con)ficcarsi sotto il tappetino del sedile anteriore (chissà poi, perché, era proprio finito lì?) ed era impresa pressocché da matti riuscire a recuperarlo, oppure non si trovava più; od ancora: il suddetto [preservativo o palloncino] non si trovava più perché nella macchina - e quindi sotto il tappetino - non c'era mai stato; semplicemente perché avevamo dimenticato di acquistarlo in farmacia (oppure, il più delle volte, avevamo finto di dimenticarcene: per timore, per vergogna, per pudore o checchéssia...avevamo volutamente dimenticato di farlo!). Ed allora succedeva...Si procedeva improvvisando (in teatro si dice: "andare a braccio") e facendo a meno del preservativo: e tutti s'era belli e contenti uguale!
     Allora: ve le ricordate quelle scopate d'una volta? Ve le ricordate tutti quanti (così)? E'importante questo: l'importante è proprio ricordarle così, quelle scopate; è importantissimo, anzi, che esse vengano ricordate da (noi) tutti a quel modo!
    Perché una scopata così, oggi, infatti (nell'epoca delle chat a tutto spiano e del mordi e fuggi, o del prendi e scappa, del godi niente, etc.) se la sognano in tanti, una scopata così era come ascoltare musica da un juke-box (Thank You dei Led Zeppelin, Michelle dei Beatles, Angie degli Stones, etc.): ve li ricordate quelli strani aggeggi, tutto valvole  e transistor, sì? (Spero che ve li ricordiate anche loro!). Loro, quélli aggeggi tanto strani davvero, bombardavano le orecchie dei matusa e dei genitori (da cui non poche maledizioni e vaffancu...ricevevano!)?!
     Quelle scopate d'una volta e quella musica, sulla spiaggia o sugli scogli, in riva al mare, sotto le stelle e sotto la luna - in agosto o a dicembre - erano proprio totalmente diverse da quelle di oggi: emanavano calore, davano forza e facevano bene al cuore!...
    ma io continuerò a dire, a prescindere dai tempi, dai modi e dalle mode: fare l'amore e non scopare, sempre!!!

    Taranto, 5 marzo 2016.

  • Come comincia:  Oscar Wilde (vero nome Oscar Fingal O'Flaherie Wills Wilde) nasce a Dublino (1854) e muore a Parigi (1900). Fu poeta, romanziere, narratore, drammaturgo, aforista, saggista, giornalista e traduttore: uno dei più grandi letterati anglosassoni d'ogni tempo! Il suo più celebre ed acclamato romanzo è "Ritratto di Dorian Gray" (1891), capolavoro del decadentismo mondiale. 
     Nel 1895 fu condannato a due anni di lavori forzati, scontati nel carcere di Reading, per "comportamento contrario alla pubblica morale" (pratica dell'omosessualità e della sodomia, in poche parole: amante di lord Alfred Douglas!): la società di allora, perbenista, benpensante, moralista ed ipocrita, perdonava agli artisti (e quindi a Wilde) ogni cosa tranne, ovviamente, l'immoralità alla luce del giorno! (in buona sostanza: se proprio dovete esserlo - omosessuale - fatelo di nascosto!). E Oscar Wilde, comunque, non era certo un tipo qualunque, di quelli che passano inosservati: l'artista, al contrario, che tutti ammiravano; un vero e proprio modello letterario e di vita, tanto per intenderci alla George Gordon Byron!
     Frutto letterario di quella terribile esperienza di vita fu la celebre "Ballata del carcere di Reading": in buona sostanza un vero e proprio apologo della libertà contro le disumane e degradanti condizioni di vita nelle carceri vittoriane (ancora di attualità, visto quello che accade, oggidì, in molti paesi del mondo: nel nostro paese, ad esempio, che si considera di fascia A, in quanto a grado di civiltà, viene attuata - in alcune carceri - la barbara ed inumana pratica del letto di contenzione!) ma, soprattutto, contro la pena di morte (lo scrittore aveva assistito de visu all'impiccagione di un giovane soldato, condannato a morte per l'assassinio della moglie!).
            = The Ballad of Reading Gaol/La ballata del carcere di Reading (1898) =
    Non portava la giacca rossa
    perché rossi sono sangue e vino
    e il sangue e il vino li aveva sulle mani
    quando lo trovarono con quella donna,
    la povera donna morta, che lui amava
    e che aveva ucciso nel suo letto.
    Camminava fra gli altri condannati
    con uno straccio di vestito grigio,
    in testa il berretto da cricket;
    il suo passo correva allegro e leggero,
    ma non ho mai visto un uomo
    guardare il giorno con tale intensità.
    Non ho mai visto un uomo guardare
    con sguardo così intenso
    quella breve tenda d'azzurro,
    che i prigionieri chiamano cielo,
    e contare le nuvole in transito
    su vele d'argento.
    Camminavo con altre anime in pena
    in un braccio differente
    e mi domandavo se fosse lì
    per qualcosa di grave o di poco conto
    quanto dietro di me sento un bisbiglio:
    "finirà sulla forca!"
    Cristo santo! All'improvviso giravano
    tutte le mura della prigione
    e il cielo era un casco 
    di acciaio e di fuoco.
    Ero anche io un'anima in pena
    ma il mio dolore non lo sentivo più.
    Finalmente era chiaro quale tormento
    gli rendeva così eccitato il passo
    e perché guardasse il giorno
    con tanta angoscia negli occhi:
    aveva ucciso la cosa che amava
    quindi doveva morire.
    Eppure tutti uccidono la cosa che amano:
    questo si deve sapere;
    qualcuno lo fa con uno sguardo d'odio,
    qualcuno con parole e lusinghe,
    il vigliacco sceglie un bacio,
    l'uomo di coraggio la spada!
    Alcuni uccidono l'amore da giovani,
    altri in vecchiaia,
    alcuni lo soffocano con mano di lussuria,
    alcuni con mani colme d'oro:
    i più umani usano il coltello perché
    i morti diventano freddi così in fretta!
    Amore troppo breve, amore troppo lungo;
    c'è chi vende, c'è chi compra,
    alcuni lo fanno con le lacrime agli occhi,
    altri senza un sospiro.
    Ogni uomo uccide chi ama,
    ma non viene per questo messo a morte.
    Non muore una morte vergognosa
    in un giorno di estrema infamia, 
    e non si trova un cappio al collo,
    un drappo nero sulla faccia.

    (traduzione di Pina Spelta per i tipi della "Lieto Colle").

     Nessuna nazione, nessun governo di nessuna nazione al mondo, nessun tribunale e nessun giudice, né nessun altro uomo mai, che sia da solo o insieme ad altri - a mio avviso - può decretare (seppur facendolo in virtù di codici e leggi) la fine della vita di un'altro suo simile!
     Da trenta anni, ormai, sono ateo ma per Amnesty International, dal 2004, firmo petizioni contro la pena di morte e la tortura andandone fiero!

    Taranto, 18 gennaio 2019.

     

  • 21 agosto alle ore 17:29
    I SOGNI.

    Come comincia: I sogni ci aiutano a venir fuori da una realtà, spesso spiacevole, ma non certo a cambiarla. ‘Ama il tuo sogno se pur ti tormenta’ chiosava il buon D’Annunzio;  questo aforisma era riportato su una porcellana sita nello studio del padre di Alberto. Sicuramente il  papà di sogni ne doveva aver tanti, era il tempo della seconda guerra mondiale ed il ragazzo sentiva i grandi lamentarsi di un pazzo…lasciamo perdere, andiamo ai sogni di Alberto M. e alla sua vita piuttosto avventurosa. Insegnante di matematica e fisica in un liceo classico di Messina aveva divorziato dalla prima moglie, (donna impossibile da sopportare), e vedovo della seconda di cui aveva un eccellente ricordo (poverina deceduta per un tumore) ma che lo aveva lasciato nell’agiatezza: una villa nel Giardino dei Laghi, bellissima e con annesso giardino tropicale, campi da tennis e piscina in comune con gli altri condomini, insomma un paradiso terrestre. Era divenuto inoltre proprietario di vari  stabili e terreni oltre che di una notevole somma di denaro in titoli, insomma ripeto aveva un buon ricordo della consorte (ti credo!). L’unica cosa che mancava ad Alberto era la ‘materia prima’ che si procurava con delle professioniste ma che lo lasciavano insoddisfatto per motivi ben comprensibili. Doveva trovare una femminuccia tutta per sé.  Il destino, superiore agli dei come Alberto ben sapeva da buon pagano, gli diede una mano con la conoscenza di Corinna e delle due figlie gemelle, sue allieve a scuola: Grazia e Graziella. Lo so che vi vien da ridere perché i due nomi di solito vengono seguiti da un detto volgare. Corinna avrebbe fatto molto volentieri a meno a chiamar così le fanciulle ma quelli erano i nominativi delle nonne materna e paterna. Ma  perché il ‘passaggio’ di nomi? A parte la consuetudine di tramandarli alla discendenza le due vecchie erano ricche, non vi pare un buon motivo? Corinna, un giorno di ricevimento dei genitori alla scuola delle due figlie riconobbe in Alberto quale insegnante delle stesse il suo vicino di casa e, tenuto conto dei voti non buoni in matematica e fisica delle due Grazie, pregò il professore di dar loro delle ripetizioni private. Alberto in fatto di donne preferiva il tipo mediterraneo ma Corinna lo colpì in maniera positiva pur essendo bionda con occhi grigio-azzurri. Fisico da atleta, sorriso accattivante e soprattutto altre cose fisicamente apprezzabili accettò di buon grado con un ma: “Signora le comunico che le mie lezioni saranno un po’ costose nel senso che…” “Non si preoccupi, sono piuttosto abbiente e…” “Mi scusi la non apprezzabile battuta di spirito, io intendevo altro…” Corinna scoppiò in una gran risata che fece girare tutte le persone in quel momento nella stanza. “Io ho sempre amato la gente con la faccia tosta, ma lei…” “Le rispondo io con una detto tradotto dal francese: ‘Donna che ride è già nel tuo letto’ relata refero.” “ Un professore di matematica che conosce anche il latino ed il francese, quante altre lingue conosce?” “Questa volta fu Alberto a scoppiare in una gran risata, i presenti si domandarono che avessero quei due a rider tanto, beati loro! A questo punto Corinna arrossì e, per nascondere il suo imbarazzo cominciò a tossire…”Madame le chiedo scusa talvolta esagero, me lo diceva sempre la mia defunta moglie.” Così Alberto fece capire a Corinna che non c’erano problemi da quel lato, furbacchione! Le due gemelle si presentarono un pomeriggio nella villa di Alberto scortate dalla genitrice, due gocce d’acqua ovviamente fra di loro ma anche assomiglianti alla madre. “Professore sia severo con loro, sono due pesti!” “Non penso proprio dato che le assomigliano in maniera notevole.” Una Grazia esordì subito con :”Certo se assomigliavamo a papà…non ci voglio pensare!” “Professore ne ha avuto subito una prova di quello che ho pocanzi detto, due svergognate, me ne vado.” Accompagnata all’ingresso da Alberto Corinna: “Io sono per i rapporti di empatia, Alberto vorrei darle del tu e…”  “Con piacere Corinna ma tuo marito?” Risposta emblematica “Galeazzo dorme ai piedi del letto!” Intenda chi vuole intendere poi con quel nome! “Ragazze siete intelligenti ed anche furbette, datevi da fare altrimenti perderete l’anno e vi giocate le vacanze!” “Ci mancherebbe altro, con i nostri boy friends abbiamo programmato una gita a Cuba!” Alla faccia della libertà sessuale, d’altronde quelle due avevano diciotto anni e meritavano un premio, sempre se avessero superato gli esami di Stato. Una parentesi: Alberto aveva come ‘Perpetua’ una vedova quarantenne dimorante a Gesso, una frazione di Messina. La cotale, Emma, ogni mattina con l’autobus delle linee extra urbane raggiungeva la villa di Alberto. Purtroppo il servizio funzionava a singhiozzo ed Emma talvolta, all’andata, era costretta ad usufruire del passaggio in macchina di qualche paesano ma, al ritorno? Alberto da buon samaritano le dava un passaggio in Jaguar cosa che inorgogliva Emma che restava un po’ in auto dinanzi casa sua per far invidia ai paesani, Alberto ne era conscio e l’assecondava, quella della sua collaboratrice domestica, sola senza figli né parenti, era una vita agra. Nel frattempo non era accaduto nulla fra Alberto e Corinna; quest’ultima era andata a far compagnia alla madre ammalata e si faceva viva solo con qualche telefonata che lasciava a bocca asciutta un Alberto speranzoso. Una settimana prima degli esami di Stato Alberto scoraggiato dalla poca preparazione delle due gemelle: “Mia care, malgrado il miei sforzi non ritengo riuscirete a superare gli esami, senza il vostro impegno …non posso certo sostituirvi io, spiacente non so che fare per aiutarvi.” Una Grazia:“Volere  è potere.” Alberto: “ Si volare è potare!” “Professore un discorso serio: chi va al classico come noi è portato per le materie letterarie  ma non per quelle scientifiche, conclusione ci vuole un escamotage da parte sua, sapremo noi due come ricompensarla, pensiamo che abbia proprio bisogno di…” Un sorriso da parte delle due facce toste che mise in crisi Alberto che passò la notte insonne, ne aveva ben donde perché aveva pensato ad uno stratagemma particolare ma pericoloso ma aveva bisogno dell’aiuto del Preside Ardito P.(il padre era stato partigiano), suo buon amico. La mattina dopo: “Ar. vieni al bar ti offro un aperitivo.” “C’è puzza di bruciato che hai combinato?” “Dì invece che cosa dobbiamo combinare dietro una ricompensa molto piacevole.” Alberto chiuse gli occhi e tirò su col naso e così Ardito, vecchio puttaniere capì l’antifona. “Merce buona?” “Eccellente ma pericolosa!” Seduti ad un tavolo lontani da tutti Alberto spiegò all’amico Preside che l’unico modo per aiutare le due  licenziande era aprire la busta sigillata pervenuta dal Ministero, fotocopiare  i compiti e risigillarla. Ardito come da significato del suo nome era un tipo d’assalto così girando fra i negozi di ferramenta riuscirono a trovare lo stiletto molto affilato e si precipitarono nell’ ufficio di presidenza chiudendo la porta a chiave e misero in atto il piano programmato, che, malgrado fosse stato eseguito a regola d’arte, mise una certa qual inquietudine nei due ‘congiurati’. Le due Grazie furono convocate nella villa di Alberto, si misero di buzzo buono ad imparare a memoria gli esercizi e, soddisfatte, rientrarono in casa loro. Il giorno dell’esame in aula c’era un commissione composta da professori provenienti da altri istituti, alcuni anche di altre sedi.  Controllarono i sigilli della busta dell’elaborato, li trovarono intatti. Le ragazze uscirono quasi per ultime ma soddisfatte, la loro memoria si era dimostrata buona  con gran sospiro di sollievo dei nostri due amici., ora si trattava di ... passare all’incasso. Emma ebbe mezza giornata di vacanza  dopo aver preparato una pranzo sontuoso (Ma quanti amici avete invitato?). Grazia e Graziella in gran forma si recarono a casa di Alberto dove era già arrivato Ardito tutto profumato. “Mi sembri un magnaccia, vatti a lavare, stò profumo fa schifo.” Alberto anche se scherzando aveva detto la verità, le ragazze non lo avrebbero approvato, avevano troppo stile per accettare  un uomo con un profumo da quattro soldi. Le due G. erano vestite come se dovessero andare al mare, sotto un  bichini ridottissimo coperto da un pareo trasparente. Grandi effusioni giustificate da una promozione che si dovevano ancora meritare. Pranzo appena assaggiato dai quattro, ‘innaffiato’ da un elegante Marsala S.O.M. con cannoli siciliani di grandi dimensioni. Alberto prese in mano la situazione, istintivamente preferì agganciare Graziella indicando ad Ardito qual’era la stanza degli ospiti. “Per fortuna mi hai scelto, il tuo amico non mi piace, sei un uomo favoloso, mi sei piaciuto già dalla prima volta che ti ho incontrato!” “Parli come un libro che usavano gli innamorati timidi dell’ottocento per fare la corte alle ragazze, non è una presa in giro profumi di donna, ti trovo sensuale, vieni in bagno voglio vederti nuda, faremo una doccia insieme.” Graziella si dimostrò subito all’altezza della situazione, in campo sessuale era decisamente brava, provarono un po’ tutte le posizioni e dovettero aver impiegato molto tempo perché ad un certo punto sentirono bussare alla porta della stanza. “ “Siete ancora vivi?” La voce ironica di Grazia fece effetto su i due, erano passate tre ore. Ardito prese la via del ritorno infilandosi nella sua 500 Fiat, i tre si sedettero su un divano e Grazia: “Sorellina non so Alberto ma il mio amante è proprio un imbranato in campo sessuale!” “Cara Alberto è semplicemente favoloso ma non te lo presto! Lo voglio tutto per me.” “Se avete fini di mercanteggiare la mia persona…” Suonò il telefono: “Sono Corinna, non trovo a casa quelle due sciagurate di figlie, sono da te?” “Si stiamo festeggiando la promozione, a voce ti spiegherò tutto.”. “Nei prossimi giorni, dopo i funerali di mia madre, tornerò a casa.” “Corinna le mie condoglianze, a presto.” Le due ragazze si guardarono in viso, col ritorno della madre avrebbero dovuto accontentarsi dei loro boy friends. Dopo tre giorni una telefonata: “Sono ritornata, non mi sento di venire da te, vieni a casa mia.” Corinna era cambiata, i giorni passati vicino alla madre morente le avevano lascito i segni sul viso. La dama parve leggere nel pensiero di Alberto: “Mi vedi invecchiata, lo sono dentro e fuori ma, col tuo aiuto mi riprenderò, sempre che tu…” “Io sarò un buon  samaritano sempre qualora venga ben retribuito!” “Vedo che non hai perso il senso dello humour, intanto ti ringrazio per aver aiutato quelle due sciagurate; per non parlare al telefono mi hanno scritto una lettera raccontandomi come sono andate le cose, manco un padre…” “Si un padre zozzone” pensò Alberto domandandosi come sarebbe andate a finire la situazione, forse si sarebbe sbloccata con l’andata delle due Grazie a Cuba, la soluzione migliore per non aver guai. Il giorno successivo una novità: a casa di Alberto si presentò Galeazzo, padre delle due e titolare di una scuola guida che godeva fama di far promuovere anche i ciechi ah.”Signor Alberto anch’io voglio ringraziarla, se ha bisogno sono a disposizione.” “Alberto pensò ridendo dentro se stesso: “Mi basta tua moglie prossimo cocu!” Finiti i giorni della tristezza arrivarono quelli della felicità ed ancora una volta Emma fu invitata a preparare un pranzo questa volta per due, non disse nulla, si fece onore in culinaria ma dentro di sé…All’arrivo in casa di Alberto Corinna l’abbracciò a lungo, capì di essersi innamorata. Dopo gli aperitivi ed un pranzo che ottenne gli elogi di Corinna passarono sul divano. Siediti, vorrei rilassarmi con la testa sopra le tue gambe. Dopo un po’ Corinna: “Non pensavo che portassi la pistola a cosa ti serve?” “A scoparmi le belle signore!” “Brutto maiale, dopo una figlia anche la madre!” Coirinna non era una ingenua, capì che Alberto…ma poi lo abbracciò baciandolo a lungo. “Sei un angelo venuto dal cielo.” Più che altro dal monte Olimpo, sono pagano e devoto al dio Hermes, con lui sono piuttosto simile di carattere a parte che lui protegge i ladri ed io lo sono solo delle femminucce altrui!” “Va bene solo un piccolo assaggio, non sono in forma ma…accidenti dove l’hai preso quel cosone?” “Madre natura: tutti i maschietti di famiglia sono ben dotati da quello che mi ha detto mio padre, lasciamo perdere i miei familiari maschili, che ne dici di un assaggino…” Dopo un po’ Corinna si trovò la boccuccia piena di…che in parte ingoiò e poi si aiutò con un fazzoletto. “Sei una fontana!” “Lascia perdere i paragoni acquatici, appena ti sarai ripresa …cose di fuoco!” “Ho trovato un mandrillo della foresta africana, dovrò comprare un cesto di banane.”Vacanze per tutti: le due sorelle a Cuba, il papà in giro con la segretaria bonazza, Alberto e Corinna a Panarea nelle isole Eolie, c’era stato in passato ed era rimasto in buona amicizia con Lidia la proprietaria di un grande Albergo con piscina per coloro che non amavano andare in mare. Lidia: “Vedo che ti tratti bene, la signora ha stile e mi piace.” “Si ma ama solo i maschietti!” “Vedo che non hai perso il senso delle humour, posso risponderti: anche a me!” La prima notte di nozze fu favolosa, Corinna si era ripresa ed approfittò in pieno della esuberanza di Alberto anche se poi la cosina si era un po’ troppo arrossata, col quel ‘marruggio!’ A Panarea Alberto oltre che sessualmente si sfogò anche con la fotografia di cui era un appassionato. Fotografò ovviamente Corinna anche in pose discinte ed un po’ tutti i villeggianti che gli capitavano a tiro, specialmente femminucce’, talune in topless, da cui si faceva comunicare l’indirizzo e la città di residenza per inviar loro le foto ovvero, se possibile,  anche per consegnarle loro di persona ma non aveva fatto i conti con Corinna: “Caro io non dormo ai piedi del letto!” Il buon Albertone ancora non aveva compreso che aveva a che fare: con una femminuccia scafata e, come la maggior parte delle appartenenti a quella razza calzava in pieno il detto: “Amenonlasifa!’ e così fu costretto a diventare monogamo, che tristezza! Qualche lettore non avrà compreso il significato della parola ‘marruggio’ riportata nel racconto: nel dialetto siciliano si tratta di un grosso e nodoso legno che regge la zappa!

  • 21 agosto alle ore 12:21
    Riflessioni su un porto di mare

    Come comincia: Ho viaggiato molto in mia vita: spesso con la fantasia ma molto - anche - con i miei piedi (ascoltando, osservando, annusando, meravigliandomi, divertendomi, arrabbiandomi). Ho, però, un cruccio, anzi, ho molto ma molto di più: un rimpianto; e cioé quello di non esser mai stato a Genova...ma mai disperare nella vita; mai "dire mai": chissà, cosa può succedere!
     Genova è un "porto di mare" (sul mar Ligure: Mediterraneo), come la mia città (Taranto); essa, però (come tutti i porti di mare e le città sul mare della terra), è un porto di mare assai speciale: d'una città sul mare e del mare, d'una città "bagnata" dal mare!
     [Essa] è un porto di "mare" speciale, sì, davvero molto speciale: perché porta, anzi, portava in sud-America (quando noi italiani eravamo i "migranti"), in Argentina; perché portava - e porta - ancora altrove; perché guardava - e guarda - altrove!

     " A proposito di...bastimenti, Argentina ed emigranti"
    Il  bastimento avanza lentamente
    Nel grigio del mattino tra la nebbia
    Sull'acqua gialla d'un mare fluviale
    Appare la città grigia e velata.
    Si entra in un porto strano. Gli emigranti
    Impazzano e inferocian accalcandosi
    Nell'aspra ebbrezza di imminente lotta.
    Da un gruppo di italiani ch'é vestito
    In un modo ridicolo alla moda
    Bonaerense si gettano arance
    Ai paesani stralunati e urlanti.
    Un ragazzo dal porto leggerissimo
    Prole di libertà, pronto allo slancio
    Li guarda colle mani nella fascia
    Variopinta ed accenna ad un saluto
    Ma ringhiano feroci gli italiani.
    (Dino Campana, "Buenos Aires")

    Taranto, 10 aprile 2016.
                                         

  • 20 agosto alle ore 15:36
    MATER SEMPER CERTA...

    Come comincia: Un dopo cena triste, televisione spenta causa programmi pieni di cattive notizie, alcune orripilanti provenienti dai paesi arabi,  quelle italiane non migliori. Alberto settantenne, nel calduccio del suo letto immaginava quei poveracci senza tetto che si arrangiavano nelle stazioni ferroviarie o peggio sotto i ponti (aveva avuto modo di visionarli in un servizio di un giornalista che, in vena di sensazionalismo aveva ritenuto  far partecipe il pubblico di scene orripilanti). Il non più giovane signore  preferiva programmi più  distensivi: ballerine in piena forma, comici spiritosi insomma spettacoli di intrattenimento anche se un po’ datati, questi ultimi lo riportavano alla sua gioventù. Fuori una pioggerellina leggera ma insistente, non è sempre vero che a Roma ci sono sempre le ottobrate romane celebrate da Ottorino Respighi. Di lontano giunsero alle orecchie di Alberto gli inconfondibili miagolii bassi e profondi con picchi acuti di una gatta in calore, miagolii che divennero molto più insistenti e prolungati, evidentemente un gatto maschietto aveva preso possesso della sua ‘topa’. Il concerto felino seguitò anche quando nella stanza da letto Si appropinquò la gentile (si fa per dire) consorte Michela che: “Stasera abbiamo anche un concerto felino, non ci mancava altro!” “Almeno loro si divertono al contrario…” “Tu non pensi ad altro, la tua è una fissazione, son finiti quei tempi!” La signora, in menopausa, non apprezzava più il sesso e di conseguenza il marito ‘andava in bianco’, unico suo svago la fotografia. Ex maresciallo della Finanza aveva la qualifica di capo laboratorio fotografico e come tale ‘girava’ in elicottero per scovare  coltivazioni di cannibis indica impiantate nei posti più impervi fra i ‘tutoli’ di mais. Nello stampare le foto Alberto riportava gli estremi delle coordinate geografiche per mettere in condizione i militari del reparto operante di raggiungere il luogo, arestare i coltivatori abusivi e distruggere le piante.  Anche dopo il congedo Alberto veniva chiamato a effettuare quel servizio fotografico che aveva portato alcuni comandanti di far bella figura anche a livello nazionale. Il suo laboratorio o meglio quello della Guardia di Finanza da lui ‘messo su’ era ancora a sua disposizione, lo usava per stampare foto di manifestazioni  del Corpo oltre che quelle personali di amici e talvolta foto di amiche  ma senza conseguirne… risultati tangibili. Che ti capita al buon Albertone, (a lui non capitavano quasi mai situazioni cosiddette normali.) La signora Adalgisa di chiara provenienza romagnola residente al piano superiore al suo, un giorno gli chiese di ritrarla senza veli…La dama era conosciuta in quel palazzo di Roma in viale della Vittoria sia per la sua avvenenza che per la sua spregiudicatezza in fatto di maschietti. Divorziata, quarantenne, come di moda attuale si era ‘procurato’ un toy boy di vent’anni più giovane di lei con cui passava giorni piacevoli e notte favolose. Edoardo, l’amante finanziariamente non se la passava bene ma per Adalgisa non era un problema, lei era facoltosa di famiglia. Il signorino amava vantarsi della sua conquista con gli amici e per questo motivo aveva chiesto ad Adalgisa sue foto nude, chi meglio di Alberto…Con la Mini Cooper della signora i due si inoltrarono nella pineta di Ostia ed Alberto riprese la dama  con scatti artistici, lei sembrava più giovane della sua età e soprattutto più appetibile. Stampò quasi cinquanta foto col computer e di mattina, moglie assente perché insegnante di lettere in località fuori Roma si presentò ad Adalgisa che rimase stupefatta:”Sembro un’attrice, tutto merito tuo, come posso ripagarti, sono abbastanza ricca, chiedimi quanto vuoi.” Alberto sapeva cosa chiedere ma rimase inspiegabilmente  in silenzio e così…andò in bianco. In seguito qualcosa era cambiato in Adalgisa, quando incontrava Alberto lo salutava appena, sembrava dimagrita,  pallida in viso. Un giorno andò a trovare a casa il suo fotografo e: “Debbo dirti quello che mi sta succedendo, Edoardo è un cuckold come dicono gli inglesi, pretende che faccia sesso con suoi amici mentre lui si masturba, non mi piace stà storia ma non so cosa fare.” Alberto rimase senza parole, non era un puritano, in campo sessuale ammetteva un po’ di tutto ma con protagonisti  consenzienti in questo caso…Incontrando il giovane:”Sei Edoardo? Penso di si, sono un  ex maresciallo della Guardia di Finanza, sono in rapporti amichevoli con Adalgisa che si lamenta per un tuo comportamento in campo sessuale…per evitarti guai ti do un consiglio: dimenticala…non vorrei dover interessare qualche amico delle forze dell’ordine!” La lezione servì al giovane che sparì dalla circolazione. Adalgisa  una mattina si presentò a casa di Alberto con … sotto la vestaglia niente, situazione che fece rinverdire le prestazioni sessuali  del signore il quale mascherò con sua moglie la gioia di una nuova vita erotica; sapeva perfettamente che le donne hanno un sesto senso ma riuscì ad occultare la relazione. Una mattina Adalgisa: “Caro non so se ti farà piacere, una notizia per me bellissima…sono incinta!” Alberto cadde sul divano, Michela non poteva avere pargoli ed ora lui a settanta anni …”Non ti preoccupare, nessuno saprà nulla in primis tua moglie, sarà un nostro segreto.” Passano otto mesi ed una mattina Adalgisa dalla clinica S.Rita: “Caro sei diventato padre di una femminuccia, se sei d’accordo la chiamerò Stella, sarà la stella della mia, della nostra vita.” Passa un giorno, passa un mese, passano anni Stella cresceva in altezza ed in bellezza, era sempre circondata da amici, da amiche e da compagni di scuola, era anche brillante negli studi e sempre più assomigliante a suo padre. Alberto partecipava alle feste dei suoi compleanni con regali ben accetti dall’interessata, era lo zio Alberto. Ad ottantatre anni la salute di Alberto era peggiorata, i vari medici consultati prescrivevano sempre più esami e medicinali che gli complicavano la vita, doveva assumere la prima pillola alle cinque di mattina, l’ultima alle ventidue, si faceva seguire da uno neuro psicologo, si accorgeva che di giorno in giorno perdeva la memoria recente. Una domenica mattina mentre Michela si ritirava dal bagno profumatissima di doccia ebbe una crisi di pianto, aveva compreso che Atropo stava per recidere il filo della sua vita. “Caro non ti disperare, avrai altro tempo da vivere e soprattutto goderti la piccola Stella, quasi subito mi sono accorta che era tua figlia, ogni giorno ti assomiglia di più ma dato che tu non volevi farmi conoscere il tuo segreto mi sono messa d’accodo con Adalgisa…Ad Alberto venne in mente un aforisma di Victor Hugo: ‘Dio s’ è fatto uomo, il diavolo donna!’ Era più sereno, che Atropo facesse pure il suoi lavoro!
     

  • 20 agosto alle ore 15:31
    LA PIÚ RICCA DEL REAME

    Come comincia:  
    LA PIÙ RICCA DEL REAME
    Chi vi ricorda il titolo di questo racconto? Aggiungetevi ‘Specchio delle mie brame’ il tutto vi ricondurrà alla favola di Biancaneve. Nella realtà odierna era solo nel finale in cui Alberto, maresciallo delle Fiamme Gialle si trasformò in principe e cambiò la vita di Biancaneve. Era stata per il cotale una nottata orribile per l’alta temperatura, aveva ‘litigato’ con il condizionatore, l’aveva spento ma sembrava che lo stesso, per dispetto, avesse fatto aumentare il caldo notturno, insomma tutti e due notevolmente arrabbiati per non usare un termine più volgare,  non era mai corso buon sangue fra i due. Doccia prima tiepida e poi fredda come consigliato dai ‘sacri testi’ e, consumata la colazione con yogurt e fette biscottate  destinazione lido di Mortelle in quel di Messina. La spiaggia praticamente deserta, Alberto piantò l’ombrellone con i colori dell’arcobaleno vicino alla battigia per usufruire di una leggera brezza, piedi che si ‘sciacquavano’ nell’acqua, il buonumore non faceva compagnia al maresciallo. Dopo la separazione dalla consorte sembrava che tutto gli andasse storto anche in ufficio con i colleghi, aveva ottenuto trenta giorni di licenza che non sapeva come impiegare. Ad occhi chiusi gli giunse una voce femminile: “Stó signore non sa che nel bagnasciuga non si può  piantare l’ombrellone!” Sicuramente si trattava di una vecchia zitella incartapecorita e scassa….Alberto fece finta di non aver sentito e seguitò ad essere cullato dalle piccole onde che si infrangevano sui suoi piedi. Giratosi si accorse che un trio di femminucce aveva sistemato un ombrellone simile al suo un po’ più indietro. Una signora non più giovanissima dal fisico scultoreo e dai capelli azzurrini e due ragazze more piuttosto alte niente male, anzi…’La faccia tosta spesso paga’ diceva nonno Alfredo vecchio donnaiolo, Alberto mise in atto il detto e: “Signore sono Alberto,  ho sbagliato nel mettere l’ombrellone sulla battigia, vi chiedo scusa, che ne dite di una fresca  granita al bar? “Sono Nicole, Colette per gli amici e queste due Beatrice, mia nipote e Ginevra una sua amica, lei ha pontificato sottolineando battigia al posto di bagnasciuga, dal suo dialetto mi accorgo è che romano, i suoi paesani non sono famosi per la loro signorilità…” “Le rispondo per scusarmi ‘m’arrunchio’, non sono sicuro di interpretare bene il siciliano, è sempre valido l’invito al bar.” Inaspettatamente Colette: “Ragazze andiamo ad assaggiare stà granita, sarà sicuramente buona, è siciliana!” “Io so leggere nel pensiero degli altri, vediamo se indovino: stà vecchia quanti anni avrà, sicuramente più di cinquanta ed è tutta rifatta, va in palestra e frequenta istituti di bellezza, deve essere anche ricca…” “Ed io penso: stà signora mi sta facendo fare la figura del ‘frescone’ come dicono a Roma, che ne dice  di  fare pace almeno una tregua!” Le due ragazze ridevano evidentemente conoscevano bene la dama la quale per sigillare la pax abbracciò Alberto il quale le mise una mano sul didietro lasciando  Colette senza fiato ed aggiungendo: “Devo fare come Muzio Scevola che bruciò la mano che…” Stavolta risero tutte e tre, Alberto capì che stava cavalcando l’onda giusta. “Gentili signora e signorine è stato un piacere avervi incontrato, al vostro arrivo ero di pessimo umore ma ora il mondo mi sembra più roseo, se uniamo gli ombrelloni avremo più ombra. E così fu: Alberto si piazzò al centro tra Colette e Beatrice e non poté fare a meno di esibirsi in due battuta: ‘Beatus inter feminas!’ e ‘ginecocrazia imperat!’ ”Ha fatto sfoggio di latino e di greco, ci vuole far partecipi di tutta la sua vasta cultura, quante lingue conosce?” “Ho studiato latino, greco, francese e conosco anche un po’ di inglese, me ne vergogno un po’ ma conosco anche frasi scurrili in altre lingue ma non vorrei scandalizzare le caste orecchie delle signorine. “ “Ed i miei padiglioni auricolari non potrebbero essere casti?””Con tutto il rispetto mi permetto di dubitarne…non è un’offesa, non ha mai amato le ‘vergini dai candidi manti’” “Conosce pure Stecchetti ma lei è un cochon!” “Anche lei è ferrata in lingue, non preferirebbe fare una ‘promenade’ digestiva e lasciar sole le signorine …” “Ragazze se non torno fra un’ora chiamate la Polizia, in giro potrebbe esserci un maniaco!” “Mi posso permettere….e, senza aver ottenuto l’assenso Alberto prese sottobraccio Colette che: “Sei un ‘son of a bitch’ me n’ero accorta subito!” Il braccio passò sulle spalle della signora che non protestò anzi parve stingersi più vicino al maresciallo poi la dama di sdraiò sulla sabbia col seguito di un ‘incollamento’ delle sue labbra su quelle di Alberto. ‘Ciccio’ aveva ben presto annusato l’odore di ‘topa’ in calore e si era eretto dentro il costume. “Torniamo indietro, potremmo scandalizzare qualche famiglia di benpensanti, tutto rimandato a… “Al rientro sotto l’ombrellone Beatrice: “Mamma ti sei perso per strada il rossetto delle labbra!” “Non me lo sono perso, è rimasto su quelle di questo signore che mi ha quasi violentato.” “Mamma raccontala ad un’altra, ti conosco!” “Che ne dici di passare quella famosa espressione inglese dalla mia persona a tua figlia che evidentemente ti conosce bene!” “Il fatto è che non c’è più rispetto per le persone anziane! Meglio andare sul romantico: è l’ora che volge al disio e ai navicanti ‘ntenerisce…” “Cara mamma non mi sembra che si sia intenerito qualcosa ad Alberto…” “Stavolta il maresciallo volle fare il duro anche per difendere l’onore di Colette. Di colpo rovesciò sulla sabbia Beatrice in posizione prona e le mollò un paio di sculaccioni con grande sorpresa dell’interessata.  “A stà zozzola è mancato un padre che ha preferito una sciacquetta ad una moglie come me, ben fatto, applaudo.” Alberto per migliorare l’atmosfera rovesciò  Beatrice in posizione supina e la baciò in fronte: “Pace mia dolce fanciulla!” “Tu cò stà pace mi prendi per il culo, niente pace.” “Si vis pacem para bellum, sono cintura nera terzo dan, ti troveresti un culetto come quello delle scimmie ed ora tutti a casa propria.” “Niente casa propria, tutti alla mia villa ad Orto Liuzzo, Concetta deve aver preparato una buona cena, le ho detto che non sarei tornata per il pranzo.” Davanti allo stabilimento balneare oltre alla Cinquecento Abarth di Alberto era posteggiata una Volvo V60. “Chi viene con me a farmi compagnia nella Cinquecento?” “Non so se fidarmi….” “Mamma fai bene a stare attenta, nella Fiat non c’è il cambio automatico, potresti sbagliarti con il cambio manuale!” Questo era troppo, Beatrice riuscì ad evitare l’ira materna chiudendosi nella Volvo con Ginevra e mettendola in moto. Alberto non riusciva a partire, se la rideva alla grande. “Che ne dici di controllare se tua figlia ha ragione?” Colette mise su un broncio “Hai ragione tu, le vecchie signore debbono essere rispettate e non trattate come delle p…ne!” “In un altro momento avrei apprezzato il tuo spirito romanesco ma è venuta fuori una storia che mi ha colpito profondamente, ne riparleremo in un’altra occasione, aspetta a partire, dammi un abbraccio.” Dopo circa un quarto d’ora Alberto fece ‘cantare’ la sua Abarth, era un bravo guidatore anche se un po’ spericolato per i gusti della passeggera. Beatrice e Ginevra erano già giunte a Orto Liuzzo, avevano spalancato le finestre della villa ed incontrato Concetta cui avevano comunicato la presenza a cena di un’altra persona. “Alberto che ne dici di una doccia, nella camera degli ospiti c’è un bagno personale, ci sono anche un accappatoio e tutto il resto. Alle venti tutti a tavola.” Beatrice lontana dalla madre, Alberto vicino a Colette, a dir il vero aveva sperato che sotto la doccia ci sarebbe stata anche la padrona di casa, ma era chiedere troppo. Concetta era una signora simpatica, moglie del contadino che conduceva il terreno vicino casa di Colette si fece apprezzare per i vari piatti a base di pesce, un ananas digestivo ed un caffè decaffeinato, la padrona di casa non avrebbe riposato la notte con un caffè normale. Alberto chiese il permesso a Colette ed iniziò ad accendere la pipa. A questo punto Beatrice: “A me fai tante storie per qualche sigaretta, il signore…” “Per un po’ di tempo gradirei che girassi alla larga, ai miei tempi i maschietti comandavano, oggi…”Alla fine della cena il campanello: “Deve essere Alfonso il mio fidanzato.” Era Alfonso che: “Chiedo scusa per il ritardo, mi hanno trattenuto in ospedale per un caso urgente.” “Il mio fidanzato è specializzando al Policlinico, specializzando in ostetricia e ginecologia, gli capita spesso di fare tardi.” “Alberto fece la faccia dell’indiano o gnorri che dir si voglia, il significato era chiaro, si era ‘fatta’ qualche paziente. “Il mio fidanzato è persona seria, non come te, mai si permetterebbe…Intervenne Alberto: “Mi presento dato che nessun a di queste signore e signorine l’hanno fatto, sono Alberto un maresciallo delle Fiamme Gialle, da buon romano talvolta mi lascio andare a delle battute salaci, la tua difesa da parte di Beatrice è buon segno, te lo dice chi ha di recente divorziato e conosce le ‘delizie’ di una moglie ‘camorria’.”Alfonso era una persona distinta, ben vestita, magro con occhiali da vista cerchiati d’oro. Profilo di persona  intelligente ma non furba a giudizio di Alberto, i fatti gli avrebbero dato ragione. In giardino ‘si respirava’, anche Alfonso era un patito della pipa e con Alberto si scambiarono notizie circa le miscele di tabacco. Verso mezzanotte tutti a nanna con finestre aperte, Alberto constatò con piacere l’assenza di un condizionatore. Dopo circa un’ora cigolio della porta della stanza degli ospiti, uno spiraglio di luce e poi di nuovo solo luce proveniente dal giardino, un’ombra in camera, sicuramente la signora o una signorina a meno che Alfonso non fosse omo. Prima versione giusta, era Colette in vestaglia, profumata di gelsomino e col classico ‘sotto la vestaglia…’ Accucciatasi vicino al corpo di Alberto cominciò silenziosamente a piangere…ahi, ahi, ahi era la classica situazione in cui il buon Albertone era disarmato. Ci volle del tempo prima che Colette si calmasse. “Non pensare che sono venuta qui per motivi sessuali, c’è ben altro, una situazione che non mi fa dormire la notte: giorni fa, un pomeriggio, ho scoperto Beatrice e Ginevra nude a letto che…io che speravo di diventare nonna di un paio di pargoli rompiscatole, una figlia lesbica! Oggi è di moda l’appartenenza alla LGBT o come diavolo si chiama ma non riesco ad accettare la situazione soprattutto dopo che quell’imbecille di mio marito…”Hai detto bene, tuo marito è stato uno scimunito, anche se hai cinquantasette anni…” Chi ti ha detto la mia età, sicuramente quella mentecatta di mia figlia!”  “L’ho indovinata, ne dimostri venti di meno…il qui presente in fatto di donne…” “Va bene ti do la patente di puttaniere, scusa il linguaggio ma sono arrabbiata e preoccupata. Alfonso è un bravo giovane ma non è in grado di gestire la situazione, tu che mi consigli?” “Pecunia non olet!” “Hai ragione ma c’è il problema che mia figlia potrebbe avvisare Ginevra, intascare i soldi e seguitare la loro tresca.” “Se ti fidi c’è un’altra soluzione, io cerco di portarmi a letto Ginevra poi le offro una grossa cifra in assegno ma il problema che nell’assegno non ci deve essere la tua firma, unica soluzione condividere con me il tuo conto corrente sempre che io non scappi col malloppo come tuo marito! Al posto tuo ci penserei bene, sai come ci chiamano a noi finanzieri: ‘caini’ ossia traditori dei fratelli, vedi tu!” Colette si era talmente fidata del ‘caino’ da passare il resto della notte in un rapporto sessuale come non ricordava da tempo, uno che scopa così bene…La mattina successiva in banca la firma di Alberto comparve  vicino a quella di Colette sotto lo sguardo indagatore da parte del direttore di banca che…non si faceva i fatti suoi. Alberto si recò dalla concessionaria Abarth e cambiò la sua Cinquecento con uno Spider 1400   con l’aggiunta di una somma considerevole di denaro. Ginevra era una maestra d’asilo, Alberto ebbe da Colette le coordinate della sua scuola  ed alla fine delle lezioni si presentò alla insegnante che meravigliata, come ovvio, sparò la classica battuta: “E tu che ci fai qua?” “Secondo te che fa un fanciullone come me dinanzi ad una beltade come te, se la vuole scopare!” ‘Sei il solito, oggi sono di cattivo umore, portami a mangiare in un bel ristorante.” Alberto era un abitudinario, condusse la nuova conquista a  Ganzirri da Salvatore che, imperturbabile fece finta di non conoscerlo. Alla fine del pranzo Ginevra era più serena anche se curiosa di quell’incontro. Il problema era di Alberto che doveva trovare il modo di mollare centomila Euro a Ginevra con una scusa valida…nel frattempo seduti fuori del locale aveva acceso la pipa per ispirarsi. “Sono stato contattato da Alfonso che è venuto a sapere della vostra relazione, al fine di evitare scandali a mio mezzo ti offre una somma notevole per non incontrare più Beatrice, di lesbiche ce ne sono in giro, di moneta poca.” “Sentiamo di quanto si tratterebbe.” “Che ne dici di diecimila Euro?” “Non mi bastano, oggi si spendono facilmente.” “Va bene, ultima offerta centomila Euro, prendere o lasciare.” “Dove sono stí centomila? “ “Ecco un assegno, manca solo la mia firma.” “Non è che l’assegno è scoperto?” “Va in banca e te ne potrai accertare, dimmi dove devo accompagnarti.” Ginevra abitava al Tufello in una casa popolare, centomila Euro le dovevano essere sembrati una cifra spropositata, era diventata una paperona e poteva far la figura della signorona con le sua amiche. Beatrice non si rendeva conto del mutamento del comportamento dell’amica ma non si pose altre domande. Alberto aveva vissuto un periodo particolarmente movimentato, ogni tanto ‘faceva visita’ con la sua Fiat 1400 Abarth a Colette (ed al suo conto corrente). Colette che si rese conto di aver ben investito i suoi soldi.
     

  • Come comincia: Caro figlio,
     ti scrivo questa lettera anche se non sei ancora nato e forse, chissà, non nascerai mai...ma se un giorno verrai al mondo spero tu la legga. Sono tuo padre, un padre "apolide" e solo, cioé, sono un padre senza famiglia, senza donna adesso né patria, anzi, sono un padre che ha molte, tantissime donne, ora, e migliaia di patrie; e lo sai perché?
     La patria di quelli - e per quelli - come me non esiste: quelli come me (e spero, un giorno, se sarai nato e quando crescerai, anche quelli come te) non hanno bisogno di patrie perché la loro patria sono tutte le patrie della terra, la loro patria è il mondo senza patrie. La loro patria - figlio mio carissimo - é il mondo (unico) paese: la loro patria è il mondo intero!
     Quelli come me - figlio - non sono mai soli né senza una donna; cioé, sono soli con la testa ed il pensiero ma no nel loro cuore; quelli come me, infatti, dormono una notte in una tenda con un indio mapuche, sotto le stelle, e si risvegliano il giorno dopo camminando per le strade di Gerusalemme mano nella mano con una donna araba; quelli come me fanno l'amore un giorno con una donna ebrea eppoi fanno festa il giorno seguente lungo i boulevard di Parigi o nelle favelas di Rio insieme agli zingari, o a Calcutta, o a Nairobi con una ragazza punk di Berlino; quelli come me - figlio -  cantano, ballano e bevono con un monaco buddista nei locali gay di Frisco eppoi vanno in Ucraina, o in Moldavia, o lungo la Moscova e mettono un fiore in bocca ai soldati; quelli come me scrivono poesie per i palestinesi ed i berberi nei bordelli della Ville Lumiere eppoi, dopo aver navigato per giorni nell'oceano, le leggono ai gabbiani; quelli come me figlio...li capita, un giorno, di cenare a lume di candela con una ragazza serba in un locale di Vattelapesca eppoi, il giorno dopo, fumano allegri la "colla" con un fratello aborigeno a Darwin, o il narghilé coi bambini di Istanbul, o un sigaro toscano a Guantanamo con un esule cubano.
     Quelli come me - figlio - sono a Katmandù, a Tel Aviv, a Praga, a Tokyo, a Las Vegas: ovunque cittadini del mondo senza patria e senza bandiera, ovunque a sputare in faccia alle patrie sature di tabù.
     Quelli come me, figlio, sono strani: un giorno li capita di prendere a calci nel culo la vita, il giorno dopo prendono calci nel culo dalla vita...poi la baciano, la guardano negli occhi, la abbracciano. 
     Quelli come me: la vita, la morte sono sue sorelle; la vita, la morte sono un quadro di Matisse; la vita, la morte sono una poesia di Pasternak, o di Baudelaire, o di Nazim Hikmet.
     Quelli come me, ricorda, non hanno patria; hanno 10, 100, mille patrie: sono cittadini di ogni patria, del mondo intero!
     Quelli come me, figlio, sono senza patria, vivono senza patria: perché non amano le patrie con i muri, i confini, i reticolati, le dogane e le...ma il mondo intero: soltanto e solamente spazi infiniti, orizzonti senza limiti, isole e terre al di la e al di qua del mare; quelli come me - figlio mio carissimo - amano la linea che si spande altrove, ed oltre il proprio occhio va ed il proprio cuore. 
     Spero che un giorno, figlio, se nascerai leggerai questa mia lettera.
     Spero che un giorno se nascerai in questo mondo, verrai al mondo...tutti viaggeranno insieme, senza patria, per le strade del mondo senza patrie mano nella mano.
     Quelli come me, figlio, sono davvero strani; un giorno si sentono "soli" nel loro piccolo mondo, il giorno dopo viaggiano per il mondo intero senza prendere navi, o treni, o aerei né smartphone o tablet. Semplicemente sognano di viaggiare - sai - quelli come me nei mari e per gli oceani della terra su di una barca alla deriva: sicuri di poter ormeggiare in ogni porto!
      Quelli come me - figlio mio carissimo - sono apolidi senza patria perché la loro patria è la torre di Babele  con tutte le patrie, le lingue e le razze della terra!

    "Il mondo intero è la nostra patria, nostra legge la libertà!".

    Taranto, 18  giugno 2018.

  • 19 agosto alle ore 16:35
    Quando eravamo strani

    Come comincia: Quando - noi tutti - eravamo strani...ma pensavamo ed agivamo normale: ora, però, che siamo normali pensiamo ed agiamo sbagliato?! Come mai questo: le cose sono fatte e vanno a rovescio?
     Boooh! Sarà, forse, colpa di ciò che mangiamo (una pubblicità, infatti, recita: "Siamo ciò che mangiamo!") o di quel che respiriamo: le bombe ad orologeria di nitriti e nitrati che ingurgitiamo ad ogni pasto, o il latte alla diossina che beviamo, noi ed i nostri figli, gli hamburger di plastica che divoriamo ai Mc Donald's, la quantità più o meno nociva e neanche tanto nascosta di amianto che respiriamo al di sopra delle nostre teste, etc.!!
     Tanti anni fa (all'incirca quaranta: anno più, anno meno) i sudditi di sua maestà Elisabetta II^ d'Inghilterra, in particolar modo quelli che seguivano le squadre in giro per tutto il continente e ad ogni latitudine del Regno Unito, si dilettavano a devastare tutto ciò che incontravano davanti dopo ogni partita nonché a darsele di ragione santa fra loro e coi tifosi avversari. Furono condotti studi abbastanza specifici ed accurati, al termine dei quali si disse quanto segue: "Nel sangue di quei tifosi, soprattutto quelli che vivevano nelle contee e città più industrializzate (le conurbazioni di Birmingham, Manchester, Leeds, Sheffield, Liverpool, Newcastle, etc.), vi erano altissime concentrazioni di ossido di piombo (la formula chimica, per intenderci è la seguente: pbO)". In buona sostanza e in buona pace di tutti (chiesa anglicana compresa), si volle allora dare - da parte di certa opinione pubblica britannica - una giustificazione per così dire "chimica", piuttosto che sociologico-ambientale, del comportamento dei cosiddetti "hooligans"!
     Del resto, però, già all'epoca era risaputo che l'assunzione frequente di piccole quantità di piombo, sotto forma di vapor acqueo o granelli di polvere, provocasse pericolose intossicazioni, tra cui il saturnismo, il quale causa la disattivazione degli enzimi preposti alla sintesi dell'emoglobina (è il caso, non infrequente, di ciò che accade ai tipografi o ai verniciatori). E' da dire, oltre modo, che casi di questo genere sarebbero addirittura più antichi se non remotissimi: secondo alcuni storici, infatti, una delle principali cause della decadenza dell'impero romano starebbe proprio (udite! udite!) nello smodato utilizzo di piombo, appunto (esso veniva utilizzato per costruire, ad esempio, utensili da cucina o per coniare monete). Il piombo, inoltre, a tutt'oggi è uno degli agenti inquinanti più...forti in ogni parte del globo terracqueo: basti pensare, per esempio, a quel che combina nella nostra atmosfera il piombo tetraetile, utilizzato come additivo antidetonante della benzina.
     Io penso, però, che in definitiva la ragione di quanto sopra scritto stia soprattutto in questo fatto: prima non eravamo affatto strani, nessuno di noi lo era, né adesso siamo tornati "normali" di botto o rinsaviti; anzi, al contrario, prima eravamo più normali di ora: forse! Ciocché è cambiato, invece, - evidentemente e inesorabilmente - è senz'altro il nostro modo di vedere le cose (e di sentire, e di capire), il nostro modo di osservarle e di porci (o non porci) domande su di esse e sopra la vita ed il mondo: oppure (di) farlo in modo od al momento sbagliato; probabilmente, però, è anche il mondo, sì, proprio il vecchio caro mondo (e non parlo soltanto del nostro...mondo, ma di quello "geografico") che non è più lo stesso, che è cambiato - non solo a causa degli stravolgimenti climatici o del diverso succedersi delle stagioni (come già decenni addietro cominciavano saggiamente ad affermare i nostri vecchi...).
     O  forse, chissà, e con ciò chiudo, tutto sta nel fatto, ovvero la risposta a tutto starebbe semplicemente nel fatto che il tempo passa - le macchine imperversano sempre più - e...tutti diventiamo ogni giorno un po' più vecchi (e stanchi) di prima!

                                              = Serenata delle macchine = (Welcome to the machines)

    Robot meccanico, computer fatto dall'uomo, ama la tua macchina.
    I tempi cambiano: i tempi sono cambiati.
    Dici che non c'é nulla di buono eccetto le cose naturali.
    ...Sei pazzo.
    L'ortica è una pianta naturale,
    perché non ne metti un po' nel tuo cibo?
    Non mi frega un cazzo se dentro c'é una marea di chimica.
    Basta che la mia insalata sia fresca, però!
    - I tempi cambiano: i tempi sono già cambiati -.
    Può darsi che i conservanti ti stiano conservando bene,
    penso che questa sia una cosa che stai trascurando: robot.
    Sei innamorato?
    Sì, l'hai trascurata.
    Robot meccanico, computer fatto dall'uomo, io amo la sua macchina.
    Benvenuto robot, benvenuto computer: fatti dall'uomo;
    welcome to the machines!
    (liberamente tratta da un brano dei Pink Floyd).

    Taranto, 29 settembre 2014.

  • 18 agosto alle ore 15:06
    UNA NONNA Á LA PAGE

    Come comincia: Ci sono tanti nomi buffi in giro per il mondo ma chiamare un circolo di danza di Roma ‘Santa Fresca’ era stato eccessivo anche perché a Roma la fresca è un’altra cosa…Il circolo di ballo era stato rilevato da Ademar un simpatico brasiliano fuggito dal suo paese per motivi politici in quanto l’attuale regime di estrema destra non vedeva di buon occhio gli omo, Ademar lo era sicuramente sia dal portamento che dai vestiti indossati che potevano dirsi variopinti ma nella sua professione era un artista, bravissimo e ricercato soprattutto dalle signore anziane. Nonna Aurora sessantenne era una frequentatrice abituale del locale, solo ultimamente aveva diradato le presenze, a casa sua era accaduto un fatto spiacevole, al nipote Luca era stata diagnosticata una malattia rara e così il padre Riccardo insieme alla moglie Adele  dietro consiglio del medico di famiglia lo avevano accompagnato all’Istituto Gaslini di Genova dove c’erano degli specialisti per quella malattia. Adele, mamma del ragazzo insegnava lettere in un istituto lontano da casa dove risiedeva in via Labicana, la figlia Luisa iscritta alla quinta ginnasiale del liceo classico in via Cavour andava a scuola a piedi o in tram insieme a Leonardo figlio di Emma una vedova residente nello stesso isolato. La partenza di Riccardo e di Luca aveva un po’ sconvolto il menage delle due famiglie, Aurora aveva ritenuto opportuno prendere in mano le redini della situazione, colazione, pranzo e cena tutti a casa sua ed a sue spese, Leonardo ed Emma compresi. La circostanza aveva fatto comodo a quest’ultima che finanziariamente non se la passava bene al contrario  di Aurora che disponeva di un bel patrimonio lasciatole dal defunto consorte. Emma per quel che riguardava il vitto provvedeva tutto lei,  era diventata un po’ la cameriera di tutti. Leonardo si era fatto un giovanotto di bell’aspetto e aveva attirato l’attenzione di nonna Aurora che non sentiva sulle spalle i suoi sessant’anni: sempre ben curata, capelli di un azzurro piacevole, la frequentazione di un istituto di bellezza migliorava di molto il suo fisico, insomma si faceva ancora guardare e lei stessa si guardava intorno in cerca di qualche maschietto con cui…passare il tempo. Un giorno notò Leonardo dal viso triste che stava seduto sul divano con la testa fra le mani. “Giovanotto io alla tua età…mi pare che la gioventù di oggi …io sto andando in un locale di ballo, vestiti e ‘come with me’.  Aurora vestita con camicetta scollata e gonna sopra il ginocchio faceva ancora la sua bella figura, aveva stile ed aveva dimostrato buon gusto anche nell’acquistare un’auto non proprio comune come la DS 3 Crossback che attirava l’attenzione della gente. In garage: “Leo te la senti di guidare? Ho capito meglio di no, pare che t’è morto il gatto come si dice a Roma, in inglese: ‘Did you lose a your cat?, e sorridi cavolo, la gioventù passa in un fiato, goditela, a femminucce come te la passi?” “Qualche volta esco con Luisa ma...combino poco, talvolta me lo prende in mano ma sembra che gli faccia schifo come quella volta che le ho riempito la bocca, ha vomitato e mi ha imposto di non farlo più.” Aurora in silenzio ogni tanto sbirciava il suo giovane amico: “Fermiamoci in questo spiazzo, non c’è nessuno, apri la brachetta e tira fuori ‘ciccio’ vediamo se Luisa aveva ragione.”  Dopo un po’: “Quella è una scema totale, il tuo sperma ha un sapore dolce, piacevole, fra l’altro ce l’hai piuttosto grosso, appena possibile, se ti va, staremo insieme,” “Ma io ho ancora voglia!””Hai capito John Holmes, aspetta, abbasso  sedile e slip, vieni dentro piano, sono fuori allenamento.” Fuori allegamento forse va ultravogliosa sicuramente, Aurora se la stava godendo alla grande anche perché il desiderio  sessuale di Leo pareva non aver mai fine. “ “Risparmiati per un’altra volta, la ‘gatta’ è andata in tilt, quando ritorneremo a Messina usciremo insieme, penso che tu abbia bisogno di vestiario e scarpe nuove.” Entrati nel locale da ballo i due furono accolti da un Ademar sorridente: “Dove l’hai preso stó fustaccio, proprio favoloso, che dici di prestarmelo?” Intervenne Leo: “Non ti offendere ma io amo la carne di vacca e non quella di bovino!” “Peccato ti avrei coperto d’oro, almeno posso darti lezioni di ballo?” All’orecchio:“Leo fammi il favore accontentalo, in fondo è un poveraccio in giro c’è molta omofobia, giorni passati era al centro con un amico e li hanno  picchiati.” Nel ballare un lento Leo si accorse con grande sua sorpresa che ‘ciccio’ si era  armato, lui non amava gli omo, non sapeva spiegarsi quell’effetto. “Caro vieni nella mia cameretta, fammi felice, avvicinati, ti metto un condom ho paura delle malattie, finalmente un coso come Dio vuole!” Dio molto probabilmente si girò dall’altra parte nel vedere Leo impossessarsi del dietro di Ademar. la storia durò abbastanza a lungo, Aurora era preoccupata quando finalmente Leo uscì dalla cameretta. Sguardo interrogativo di Aurora: “Mi ha dato cinquemila Euro, è una esperienza che non vorrei avere più, mi sento un prostituto.” “Non fare il moralista, ricorda un aforismo di Seneca: ‘La vita è come una commedia non importa quanto è lunga ma com’è recitata’. Luisa comprese che Leonardo si era allontanato da lei ma non immaginava mai il rapporto di lui con sua nonna, la considerava fuori del campo sessuale. Non era dello stesso parere Emma che invece apprezzò la ‘liaison’ di suo figlio con Aurora, la ‘vecchia’ elargiva un po’ a tutti regali a piene mani, anche Euro in contanti. Adele si era presa un periodo di aspettativa ufficialmente per motivi di salute, la vera ragione era che per lei ogni mattina era una levataccia per andare a scuola e la sera tornava a casa tardi stanca e nervosa, da giovane anche lei amava molto il sesso ma con l’andar degli anni, in quel campo Riccardo aveva dimostrato  notevoli défaillances. Piuttosto ‘ferrata’ in quel terreno’,  si accorse del legame fra Leonardo e sua madre, non ne rimase basita  era anticonformista. Anche lei avrebbe voluto volentieri una relazione sessuale con un vero uomo ma nella sua scuola non ce n’erano proprio, un branco di studiosi, la maggior parte con la schiena curva e probabilmente col ‘pisello’ poco funzionante. Un giorno, finito di mangiare Leonardo e Adele rimasero soli in sala da pranzo, la signora per scherzare mise un piede fra le gambe di Leo che prima si mise a ridere pensando…poi vedendo l’insistenza di della dama aveva fatto effetto sul suo ‘ciccio’, lo tirò fuori e lo mise in bocca ad Adele, un eccellente digestivo. Adele finito il ‘pipe’ si dileguò in fretta, non voleva che qualcuno la potesse sorprendere in quella occasione. Leonardo ritenne opportuno informare sua madre della situazione creatasi, si considerava troppo giovane e senza esperienza per poterla gestire, non voleva aver problemi che avrebbero rotto un equilibrio di cui tutti erano soddisfatti. Un fatto nuovo, inaspettato avvenne in occasione di una serata danzante organizzata da Scarlett una compagna di scuola di Luisa e di Leonardo di nazionalità inglese. Il padre era un attaché dell’ambasciata inglese a Roma che  aveva affittato  villa Adriana per il suo soggiorno nella capitale italiana. Un sabato in quella residenza confluirono oltre ai compagni di scuola dei due giovani anche altri personaggi non italiani di varie nazionalità, alcuni con costumi tradizionali orientali delle colonie inglesi d’oltremare. Il locale al secondo piano era ampio, dalle grandi finestre, illuminato a giorno da lampadari veneziani ed in fondo alla sala un impianto stereo che trasmetteva musica ad alto volume, era quasi impossibile comprendere quello che un vicino diceva. Leonardo e Luisa preferirono ritirarsi in una vicina  saletta  poco illuminata in cui v’erano dei divani dove sostavano  giovani e meno giovani non molto vestiti, nell’aria un profumo dolciastro di droghe. I due preferirono passare nella stanza vicina e qui lo spettacolo era diverso: alcuni maschi e femmine stavano facendo sesso senza interessarsi di dare spettacolo. Una bellissima ragazza, molto probabilmente indocinese si avvicinò a Leonardo e lo abbracciò, bocca contro bocca e poi un ballo languido che portò il ragazzo ‘usque ad sidera’, Leo si ritrovò su un lettino con ‘ciccio’alle stelle ma la bellissima girl si girò di spalle, preferì un rapporto anale con grande sua satisfaction anche anteriore, era un trans! Anche Luisa, nolente, si trovò nel vortice del sesso, fu preda di un personaggio di colore dal membro smisurato che la penetrò a lungo, al contrario del solito ebbe degli orgasmi ripetuti, erano ormai lontani i tempi del puritanesimo. Dopo un meritato post ludio sessuale Leonardo e Luisa ritornarono nel salone dove la musica era stata molto ridotta di volume, solo brani romantici con coppie abbracciate romanticamente, anche loro dopo un po’ presero a ballare stretti l’uno all’altro come mai prima, qualcosa di importante era cambiato dentro di loro forse dovuto a quella recente inusitata esperienza sessuale. Dopo un mese circa Riccardo e Luca rientrarono a Roma, il ragazzo era in via di guarigione con grande gioia  di tutta la famiglia ormai allargata; Luisa mostrava i segni di una futura maternità, sarebbe nato o nata un erede, un leonardino!
     

  • 18 agosto alle ore 13:08
    In ricordo di un amico: Felice Gimondi.

    Come comincia: Gimondi era un amico, lo era per tutti gli appassionati di ciclismo, un corridore italiano, un uomo vero, un cittadino del mondo come me. Ho appreso della sua morte (avvenuta in mare per un malore, quand'era in vacanza) questa mattina (un venerdì diciassette, purtroppo!), leggendo i sottotitoli del notiziario su raisport hd (canale cinquantasette del digitale terrestre): "E'morto Felice Gimondi, simbolo di un'Italia felice!". Ora, non sono in grado di asserire se l'Italia a quel tempo lo fosse realmente [felice, intendo], perché ero poco meno che un bimbo...eravamo, però, ancora sul binario - anzi, ne seguivamo l'onda lunga - del cosiddetto "boom economico" (Gimondi passò al professionismo nel 1965), ma di lì a poco, in tutto il mondo - Italia compresa - si sarebbe abbattutto il ciclone "sessantotto". 
     Penso che fosse una persona speciale, anzi, lo era per davvero: credo che possa apparire banale e retorico scrivere ciò, come spesso accade quando si rievoca una persona nel giorno della sua morte, ma è proprio così; le mie non sono soltanto parole di circostanza o simili ad un omelia funebre che reciterebbe il parroco in chiesa quando ricorda qualcuno né, giornalisticamente parlando, il solito pezzo (dicasi, in gergo "il coccodrillo") che i quotidiani passano - a volte in edizione straordinaria - in circostanze simili, ossia per rievocare la vita di una personalità politica, artistica o sportiva. Le vicende umane ed agonistiche di questo grande campione sono, del resto, a testimoniarlo in maniera inequivocabile, ovvero a testimoniare della sua grandezza! Mi mancherà molto, Gimondi: mancherà a me come a molti altri e non solo in Italia (anche in Francia era amatissimo!), mancherà a tutto il mondo delle due ruote. Non nascondo di aver pianto alla lettura della notizia ferale, non ho vergogna a scriverlo. Mesi fa (credo fosse intorno a ottobre-novembre o giù di lì) una persona su twitter, commentando alcuni versi di poesia apparsi su un tweet ebbe a dire: "Noi uomini, man mano che il tempo passa e ci avviciniamo alla vecchiaia, diventiamo sempre più coglioni: ci commuoviamo per ogni cosa!". Sarà così, forse sarà vero, anzi, è proprio così! Mi mancherà davvero molto come mi mancano già da tempo, oramai, tantissime altre persone che non sono più su questa terra. Ma tant'é, questa è la vita (recita spesso il saggio, che forse tanto saggio non lo è proprio, ed ammonisce la chiromante, a volte,  leggendo le carte ai creduloni!), sì, la vita - e le vicende umane - altro non è che un contratto a termine, una cambiale a scadenza che ognuno di noi firma venendo al mondo ed il quale, spietatamente, prima o poi ti presenta il conto. Devi solo viverla (o cercare di farlo) senza aspettarti nulla in cambio, senza un compenso ultraterreno di sorta (la mia visione è essenzialmente atea), con semplicità: "così come fa lo scoiatttolo", scrive Nazim Hikmet, poeta turco. Ma io, tuttavia, essendo inquieto per natura, non mi rassegnerò mai dinanzi alla morte né mi piegherò a lei come un misero servo. Lotterò a modo mio, come ho sempre fatto, con i mezzi dell'intelletto e della memoria: sino a che avrò vita e forza o sino a quando essa [la memoria] mi accompagnerà (avendo avuto mia sorella malata di Alzheimer e deceduta a causa di quella malattia, sono un soggetto a forte rischio, direi!). Lo farò ricordando sempre persone (con nostalgia e rimpianto) e cose (con stupore e disincanto) che non ci sono più: forse, chissà, è una cattiva abitudine, lo so, la mia (me la porto dietro sin da piccolo, ahimé!), ma non sono abituato a snaturare le cose che mi riguardano, e poi sono in buona compagnia: lo dice, infatti, lo stesso Primo Levi, ad esempio, in un aforisma che alcune settimane fa ho passato sul blog, che bisogna ricordare e che vivere senza ricordi e come vivere nel terrore; lo praticano, del resto, anche diverse specie animali!
     Ma io, del resto, odio tutte le cose che finiscono ed è per questo, infatti, che spesso e volentieri mi è capitato di odiare anche la vita; ma il mio è stato un odio che significa soprattutto amore: si ama la vita, cioé, o qualsiasi altra cosa, a tal punto da arrivare ad odiarla, proprio per il semplice motivo che prima o poi finirà...anche questo, a mio modo di vedere, è un mezzo per lottare: lo stesso che capita, in un certo qual modo, ai poeti maledetti, oppure a Vladimir Majakovskij o allo stesso Giacomo Leopardi.
     Ma torniamo a Gimondi. Si diceva della grandezza sua come uomo ed atleta. La sua vita e la sua carriera sono state esemplari in tutto e per tutto. Ha corso per tredici anni sulle strade di tutto il mondo: egli ha combattuto con ogni forza (morale e fisica) e impavidamente, sino al limite estremo delle umane possibilità contro quel "mostro a nove teste" (attenzione, però, questo epiteto non lo scrivo con cattiveria, tutt'altro: lo faccio per esaltare ancor più la vicenda del nostro!) che rispondeva al nome di Eddy Merckx; ed il belga, credetemi, era un atleta super, un atleta "monstre", appunto. Per chi non segue le cose ed i fatti del ciclismo o non è addentrato nelle vicende di questo sport in maniera specifica (come me che lo faccio da appassionato da più di quattro decadi, come gli addetti ai lavori, siano essi tecnici o giornalisti, come i ciclisti stessi ed i tifosi), è ben difficile comprendere il valore di questo atleta [Gimondi] e di quell'altro, il suo rivale-nemico [Merckx]. Il belga, non a caso viene unanimamente riconosciuto dagli storici del ciclismo il più grande di tutti i tempi, insieme a Fausto Coppi. La lotta dell'italiano è paragonabile a quella dei lillipuziani contro Gulliver o a quella biblica di Davide contro Golia! Ho conosciuto Gimondi, cioè mi sono interessato alle sue vicende agonistiche, sin da bambino prendendo le mosse da mio padre: egli amò, nella sua vita, oltre al suddetto, Coppi, Francesco Moser, Gianni Bugno e "il pirata" Marco Pantani. Ma Gimondi non fu soltanto un grande campione sulle strade, ma soprattutto un grande uomo nella vita: mai una parola fuori posto o una polemica inutile, mai sopra le righe; il classico uomo con la scorza dura, figlio della generazione post-bellica: insomma, "gambe in spalla e pedalare"! Era nato a Sedrina, un piccolo centro del bergamasco di poco più di duemila anime, nella Valle Brembana, distante quindici chilometri dal capoluogo. Era figlio del profondo nord e mi viene da scrivere, alla luce degli avvenimenti che si stanno susseguendo in Italia in questa strana e afosa estate, ed al contrario di un ministro-manichino del governo-fantoccio in carica da oltre un anno, quanto segue: "Un padano di poche parole e molti fatti!"...ma questa è tutta un'altra storia!
     La vittoria più importante della carriera la ottenne al Tour de France del 1965 (aveva solo ventitré anni e a quella corsa, però, non avrebbe dovuto esserci: doveva correre al suo posto Vittorio Adorni, il quale restò a casa per malattia!), e da allora diventò per i francesi "Gimondì" (lo chiamavano così, accentando come loro solito, l'ultima vocale del cognome); e da allora diventò anche un po' francese, come accade a tutti gli stranieri che trionfano nella "grand boucle" (così è chiamato il Tour in Francia, per via del percorso che ricorda, spesso, la forma di un riccio, appunto!) e come è accaduto per Faustò Coppi e Marco Pantani, "il pirata". La sua vittoria più bella, però, e direi quasi sentimentale-romantica, fu quella al mondiale del 1973 (rivedo davanti a me le immagini di quella corsa, come se fosse ieri!), lungo le strade del circuito del Montjuich, sulle colline che sovrastano Barcelona, in Spagna: colà compì un capolavoro assoluto di sagacia tecnico-tattica (batté in volata il duo belga Maertens-Merckx e l'idolo di casa Luis Ocana!) ma, soprattutto, vinse col cuore!
     Al termine di questo mio breve (e spero non prolisso) articolo-racconto, devo dire che forse a volte ho divagato (anzi, "ho scantonato", come recita un vecchio intercalare che si ascolta nelle strade di Mogadiscio e dintorni!): ma questo è l'inconveniente che accade quando si scrive di getto, dando ascolto al cuore, senza un canovaccio ben preciso; od un copione prestabilito (allo stesso modo in cui scrivevano...pardon recitavano gli attori prima della riforma del teatro goldoniano e della commedia dell'arte). Chiedo venia per tutto ciò, anzi, mi rifaccio chiudendo a questo modo: "Ovunque ora tu sia, Gimondi, continua a pedalare, continua a farlo per tutti noi!".

    Taranto, 19 agosto 2019.
               

  • 18 agosto alle ore 9:29
    Piombi? Sì... Piombo... Piombo

    Come comincia: Voglio raccontare oggi, dopo aver letto un articolo su Daniele Piombi, eccellente presentatore nonchè produttore televisivo degli anni '60/70, a cosa andò incontro egli quando arrivò a Melito di Porto Salvo (RC) per il Cantagiro, senza sapere che la nostra era una cittadina "sui generis" per tanti motivi e soprattutto per personaggi a dir poco stravaganti e originali. 
    Ricordo che noi giovani, che passeggiavamo sul Corso Garibaldi per ore e ore fino a quasi le ore 3, 00, restammo di stucco quando, verso le ore 2,00, si fermò, davanti all' Hotel Principato (a Melito allora ce n' erano solo 2 e l' altro era quello della famiglia Nucera, a capo della quale vi era il signor Fedele, un omone buono, scherzoso ma allo stesso tempo severo e preciso nel gestire il suo Hotel-ristorante), un macchinone (che mai ne avevamo visto uno simile) dal quale scese, con aria quasi da VIP un signore altissimo, ben vestito e con una 24 ore in mano. 
    Non ci volle molto a capire di chi si trattasse anche perché, a quei tempi (parlo degli anni fine '60 inizio '70) vi erano delle manifestazioni musicali itineranti (Cantagiro, Cantasud e Cantacalabria) che spesso si fermavano dalle nostre parti e, qualche volta, anche a Melito. 
    Non poteva che essere lui...uno dei più bravi presentatori dell' epoca che, tra l' altro, spesso produceva e conduceva egli stesso quelle manifestazioni: Daniele Piombi. 
    Ricordo che si fermò proprio al centro del Corso dove vi era situato l' Hotel Principato (qualcuno maliziosamente lo indirizzò lì proprio perché sapeva che vi sarebbe stato sicuramente da ridere per i motivi sopra descritti) e, arrivato poi davanti al portone, incominciò a bussare e, dopo qualche minuto che non apriva nessuno, infastidito anche dall' ora tarda ed anche dalla stanchezza, aumentò il ritmo del bussare...cioè con tanta foga da poterlo sentire anche da lontano. 
    Intanto si era fatto buio pesto anche perché, a causa del risparmio energetico in atto allora, i grossi lampioni del Corso, uno ogni due, venivano spenti e proprio quello che illuminava l'Hotel, sfortunatamente per il Piombi, si era spento proprio in quei momenti. 
    Ad un certo punto vedemmo che il Piombi si ritrasse indietro come se avesse visto il Diavolo e se non lo avessimo trattenuto noi, ch' eravamo, oltre che dell' esser accanto ad un noto personaggio televisivo, incuriositi dal suo nervosismo, impensabile per un personaggio come lui, sarebbe franato a terra. 
    Capimmo subito il motivo e devo dire in verità che rimanemmo tutti colpiti da quello che vedemmo, soprattutto per la atmosfera surreale (direi forse meglio d'oltretomba) che la penombra aveva creato: la signora Principato (anch' ella da poco deceduta quasi centenaria) aveva aperto il portone all' improvviso apparendo al Piombi in modo spettrale e cioè con una sottana lunga e bianca, col viso stralunato dal sonno, con gli occhi tutti aperti ed incattiviti e soprattutto con i capelli bianchi e alzati a mò di strega; da far rizzare il pelo dalla paura tanto che il presentatore fece un balzo all' indietro di quasi 1 metro. 
    Il bello però non finì qui. 
    Intanto il Piombi, ripresosi dallo spavento, al dire che si chiamava Piombi e la signora a rispondergli - sì Piombo...Piombo- dopo qualche minuto, avendo capito con chi aveva a che fare, ci chiese dove si trovasse un altro Hotel e quindi lo indirizzammo, gioco forza, all' Hotel Nucera. Intanto s' eran fatte le 2,30 e di solito a Melito i due Hotel a quell' ora erano chiusi e chi li gestiva dormiva sicuramente alla grande e questo era il motivo per il quale allo sfortunato Piombi quella notte mal lo colse. 
    Arrivato dal Nucera, che invece al suono del citofono non tardò ad arrivare anche se molto accigliato, il Piombi, con fare da divo gli disse, dopo i saluti convenevoli ed ottenuta la camera: "Per piacere i bagagli su in camera, domani mattina sveglia alle 8 e colazione in camera". 
    Al che il Nucera, già di per sè incavolatissimo per il sonno interrotto sbottò: " Senti bello...intanto i bagagli te li porti su da solo, se ti svegli da solo, ti svegli altrimenti mettiti una sveglia e, se vuoi il caffè o altro scendi e te lo prendi qui al bar che alle 7 è già aperto. 
    Il Piombi, a quel punto, strabuzzò gli occhi e si prese i due bagagli che aveva e incominciò a salire le scale imprecando dicendo: " Ma dove sono capitato...in un film horror?"...e noi a scompisciarci dalle risate. 
    Daniele Piombi? E chi lo vide più? 
    Sapemmo che negli anni a venire, se passava da quelle parti, pernottava quasi sempre a Reggio Calabria.

  • 17 agosto alle ore 9:31
    IL RITORNO DI ALBERTO

    Come comincia: “Alberto sono Letizia, la zia Mecuccia è deceduta questa notte per infarto…quando ti sarai ripreso chiamami.” In fondo Alberto questa notizia o prima o poi le la aspettava, Mecuccia, diminutivo di Domenica era sua madre vedova, non aveva malattie particolari oltre ai normali patologie della vecchiaia, il suo problema più grande era l’obesità dovuta al troppo cibo ingerito, il medico di famiglia l’aveva predetto: “O prima o poi il cuore cederà.” L’evento era accaduto una notte di luglio. Letizia era la cugina di Alberto cinquantenne maresciallo della Guardia di Finanza in pensione da pochi mesi, risiedeva a Roma. “Letizia vorrei evitare di venire a Jesi subito, mi conosci, sono un anticonformista e non sopporto di andare in chiesa ed essere circondato da persone, di cui alcune sconosciute che mi abbracciano e mi fanno le condoglianze per non parlare della predica del  prete che ripete la solita storiella  che esalta virtù dei defunti che in vita non avevano, arriverò a funerali eseguiti, mamma potrà essere seppellita nella tomba di famiglia, per le spese provvederò al mio arrivo, ti ringrazio in anticipo.” Due giorni dopo Alberto avvisò il portiere della sua partenza consegnandogli un biglietto da visita con i suoi dati del cellulare oltre ad una consistente mancia, se la meritava sia per la sua devozione che per la presenza in casa sua di cinque figli, non sapeva proprio….” La Jaguar X type era l’acquisto fatto di recente con la somma ricavata dalla vendita di una villa a Jesi in occasione della morte della zia Giovanna. Era da tempo che non percorreva la strada Roma – Ancona, era un po’ migliorata per la presenza di nuove gallerie che evitavano di inerpicarsi sugli Appennini. Nel compact disc musiche rilassanti di Mozart che erano in sintonia col suo stato d’animo. Giunse a Jesi in via San Martino nel pomeriggio, posteggiò nel cortile e suonò a casa di Mariola, cameriera di sua madre che abitava nel piano terra sotto la sua abitazione. La cameriera era un ex contadina molto affezionata alla sua famiglia, non disse nulla ad Alberto, solo un abbraccio affettuoso e lo aiutò a trasportare i bagagli al  piano della  casa di sua madre. “Cavaliere le preparo qualcosa da mangiare?” “Solo un piatto di spaghetti all’olio e della frutta, mi cambio e scendo a casa sua.” L’abitazione materna era in perfetto ordine, Mariola era una donna pulita e precisa nel suo lavoro, una fortuna per Alberto che altrimenti avrebbe avuto problemi alla conduzione delle normali faccende domestiche. Anche Mariola era vedova, suo marito Dario era deceduto per un carcinoma allo stomaco, da quel momento era entrata a far parte della famiglia di Mecuccia, era anche la sua confidente. “Grazie di avermi fatto trovare la casa in ordine, le darò il doppio dello stipendio che le elargiva mia madre.” Mariola non era il tipo che gesti eclatanti, solo un grazie con gli occhi pieni di lacrime, era molto affezionata alla madre di Alberto. “Letizia sono a Jesi, sto venendo a casa tua. “La cugina abitava in via San Francesco, all’attico di un palazzo con vista su tutta Jesi, aveva sposato Guglielmo detto Guy un funzionario di banca, anche con lei nessuna smanceria. “Il giorno del funerale la casa di tua madre era affollata di amici che hanno accompagnato a piedi il feretro sino alla chiesa delle Grazie, alla fine della messa solo io e Guy abbiamo seguito l’auto funebre sino alla vostra cappella dove è seppellito anche tuo padre, nei giorni prossimi sarà apposta la lastra con la foto e indicazioni della zia Mecuccia. Questa è la fattura di tutte le spese ed esclusione di quelle della chiesa.” “Mi risulta che il Papa abbia stabilito che i parroci non possano pretendere dei compensi per la loro opera.” “In teoria, in pratica tutti in chiesa sono andarti in sacrestia ed hanno sottoscritto un ‘fiore che non marcisce’, tradotto hanno sborsato minimo cento Euro, io sono stata costretta a dare cinquecento Euro.” Alberto, notoriamente ateo si augurò che il parroco usasse quella somma tutta per spese in farmacia! “Caro cugino se vuoi puoi mangiare da noi.” “Ti ringrazio ma Mariola si è già proposta alla bisogna e si offenderebbe e poi voglio vivere a casa dei miei, è da tempo che manco.” L’abitazione dei genitori di Alberto era di due piani più la cantina e ‘la grotta’ un tunnel che si espandeva sino alla parte sotterranea di Jesi, al primo piano camere da letto, salotto e servizi, al secondo piano cucina, sala da pranzo e locali dove stipare le vettovaglie, Alberto con piacere riprese possesso  della casa, gli ricordava la sua gioventù. I primi giorni il ‘cavaliere’ (era stato nominato per i suoi ottimi precedenti di servizio) dedicò il suo tempo a controllare un po’ tutta l’abitazione, quello che più lo colpì era uno sgabuzzino a metà scala fra il primo ed il secondo piano: dentro tanti ‘chiaffi’ termine usato da mamma Mecuccia originaria di Grotte di Castro in quel di Viterbo. Una collezione di volumi contenenti cartoline pervenute allo zio Peppino, capo stazione superiore di Foggia marito della zia Maria morto sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale, poi  oggetti opera dello zio Alberto un capitano di Artiglieria deceduto in seguito a tifo, poi tanti suoi giocattoli ed infine una scatola di legno. Dentro qualcosa di particolare: una piccola sacca in pelle contenente tre cristalli di rocca ed un libricino dal titolo ‘Pietre magiche antistress’. Lunga spiegazione: ‘Secondo gli sciamani i quarzi, avendo struttura simile a quella dell’energia umana riescono ad entrare facilmente  in sintonia con essa ed a riportarla in equilibrio. La loro struttura chimica è a base di silicio un elemento che elimina le impurità dell’organismo ristabilendo l’equilibrio energetico. All’inizio tenerlo qualche ora a contatto con il corpo in modo che la sua energia si sincronizzi con la propria. Il quarzo deve imparare a conoscere la persona. Chiudere gli occhi e riaprili e guardare il cristallo come se fosse un amico al quale si può chiedere un favore. Si può comunicare con la pietra il motivo per cui si sta per chiedere un favore, ciò permette all’organismo di liberarsi delle tossine psicofisiche e poi declamare la formula: ‘Da oggi tu proteggi la mia tranquillità, aiutami a rilassarmi ed a combattere lo stress e le tensioni. È possibile anche dialogare con i cristalli, nel nostro cervello essi risponderanno alle nostre richieste.’ Alberto rimase molto perplesso, mai era venuto a conoscenza di questa pratica,  la mise in funzione. Dopo due giorni riuscì a mettersi in contatto con i quarzi chiedendo di poter liberarsi delle tensioni che negli ultimi tempi l’avevano colpito. Il cervello di Alberto percepì una risposta: “Stenditi su un divano, al buio, chiudi gli occhi e pensa ad un cielo stellato.’  Dopo un po’ percepì  un fluido che lo pervadeva in tutto il corpo ed una voce interna: “Ora sei rilassato.” Alberto aveva avvertito una distensione diffusa in tutto il corpo e la solita voce: “Ora stai meglio, se hai bisogno noi siamo a tua disposizione.” Alberto pensò di riprendere i contatti con i suoi ex compagni di scuola, forse dopo tanti anni erano cambiati di aspetto, i cristalli potevano aiutarlo e così una domenica mattina si vestì in modo elegante, prima di uscire chiese loro aiuto: “Che ne è di Raffaella una mia amica…” Risposta: “Abita ancora in un villa dietro casa tua, sta per uscire, affacciati e chiamala.’ Alberto aperta la finestra effettivamente vide una signora che stava uscendo di casa, sicuramente era lei, la chiamò: “Raffaella sono Alberto.” La dama alzò gli occhi, si ricordava bene di Alberto ma era perplessa, dopo tanti anni. “Raffaella se mi aspetti dinanzi al monumento a Pergolesi ci potremo incontrare.” E così fu. Si abbracciarono senza parlare, troppo grande era stata l’emozione per entrambi, si guardavano negli occhi: “Cara mi trovi molto invecchiato?” “In questo campo possiamo dire di essere alla pari anche io…” “Andiamo sul corso al bar Bardi, staremo più comodi.” All’entrata nel locale furono accolti da un vecchio cameriere, Alberto lo riconobbe: “Settimio è un piacere rivederla.” “Mi scusi signore ma in questo momento…” “Sono Alberto, da giovane venivo spesso in questo bar.” “Ora mi rammento di lei, è un gran piacere rivederla, sedetevi, vi offro io un Campari soda come ai vecchi tempi.” Alberto si meravigliò della prodigiosa memoria del cameriere poi d’impulso: “Cara vado in bagno.” Era una scusa per avere dai cristalli notizie su Raffaella:”Che mi dite di lei?” “Possiamo definirla un po’ farfallona, ha tre figli il primo è di suo marito da cui è separata,  le altre due, femmine ‘provenienti’ da un amante sposato che però non intende lasciare la legittima consorte.” Alberto non se l’aspettava ma in fondo era poco interessato alla moralità della signora. Ritornato a sedersi vicina all’amica: “Che mi dici della tua famiglia, io sono vedovo senza figli.” “Io ne ho tre, un maschio Antonio militare di carriera e due femminucce Patrizia e Violetta molto belle, sono la mia gioia.” Alberto pensò di approfittare dell’occasione per usufruire delle ‘grazie’ di Raffaella, era tempo che andava in ‘bianco’, la invitò a mangiare a casa sua avvisando  della novità Mariola che aveva già provveduto a preparare il pranzo. “Se sei d’accordo vorrei far venire anche le mie figlie.” Nuova telefonata a Mariola: “Gli ospiti sono diventati tre.” “Care siamo tutte a pranzo da Alberto.” “Quando venivo qui la tua casa era uguale ad ora, ad ogni modo è un bel ricordo anche se po’ triste…” Violetta e Patrizia suonarono il campanello, evidentemente sapevano dove abitava Alberto, la loro madre doveva aver comunicato loro passata amicizia che li aveva legati. Erano due ragazze alte, longilinee, molto simili fra di loro in quanto a viso e corpo, solo i capelli erano differenti, una bionda l’altra bruna. Violetta: “Cari mamma ed Alberto dev’essere stato triste per voi ritrovarvi imbruttiti ed invecchiati…” “Non essere impertinente more solito, il signore qui presente poteva  essere  vostro padre se…” “Io sono per i vecchi metodi ormai in disuso, care ragazze da padre vi avrei sculacciate alla grande, che mi dite?” “Violetta: “Abbiamo il senso dello humour, nostra madre ci ha parlato di te, saresti stato un padre eccellente vero Patrizia?” “Finita la diatriba vediamo quello che ci ha preparato Mariola, tutto a base di pesce come piace a me, il Verdicchio è del mio amico Giorgio.” Le due ragazze al termine del pranzo accesero una sigaretta Turmac. “A’ cose,  qui il fumo è off limits questo sarebbe stato un motivo per delle  sculacciate!” “Papino perdonaci non lo faremo mai più, se vuoi questo è il mio popò!” Violetta si era alzata la gonna mostrando un bel sedere provocando la risata della madre e della sorella.” “Siete troppo giovani per me, mi contenterò di quello di Raffaella si vi levate dalle balle!” “Mammina preparati ad un assalto all’arma bianca sempre che Alberto…” Le due sparino in un fiat dalla circolazione, la punizione era in vista! “Mettiamo in atto quello che hanno pronosticato le tue figlie o c’è qualcuno che potrebbe risentirsi di una tua performance sessuale.” “Che ne dici di pensare solo  a noi, ho sofferto quando una mattina di tanti anni fa ti ho visto in divisa alla stazione che stavi per partire, mi dicesti che andavi a frequentare il corso allievi sottufficiali, capii che ti avevo perduto per sempre!” In bagno, denudatisi i due si guardarono in viso ridendo, ognuno mostrava qualche pecca della vecchiaia. Raffaella era più piccola di statura delle figlie in compenso era molto brava a letto. Alberto supino, la signora  si gettò sopra di lui ed iniziò una danza rotatoria che la portò presto all’orgasmo ma non si fermò, stava recuperando il tempo perduto, anche qualche lacrima. “Non pensavo di far piangere una femminuccia!” “È stato il rimpianto di quello che poteva essere e non è stato, se sei d’accordo ceniamo e passiamo la notte insieme come se fossimo in viaggio di nozze.” Mariola avvisata di preparare la cena per due non fece commenti, solo un gelido saluto. La mattina appena alzati colazione alla grande, i due dovevano recuperare le forze Col passare del tempo qualcosa stava cambiando nella mente di Alberto, un po’ di noia per la routine di tutti i giorni uguali, lui non era innamorato di Raffaella, solo sesso. Chiese consiglio ai cristalli di come comportarsi in futuro. Risposta tagliente: “Taglia.” E così fu: “Cara devo rientrare a Roma, c’è bisogno della mia presenza per sistemare alcuni affari importanti che ho lasciato in sospeso, potrei perdere molti soldi.” Inutile cercare di imbrogliare una femminuccia, è risaputo che le donne ne sanno una più del diavolo. “Ho capito, ti sei stancato di me, torna a Roma dove sicuramente hai lasciato qualche conto in sospeso con delle giovani donne, auguri.” Raffaella sparì sbattendo la porta, capì che questo era un addio definitivo. Alberto liquidò finanziariamente Mariola, andò presso una agenzia di vendita lasciando  una delega per alienare la casa dei suoi e riprese la via del ritorno con la fida Jaguar. Quello che all’andata era stato un viaggio triste contrariamente, al ritorno fu in allegria, Alberto si ritrovò a cantare insieme ai  cristalli!
     

  • 17 agosto alle ore 9:27
    L'ASPIRANTE SUICIDA

    Come comincia: Mezzanotte, Roma, mese di luglio, l'aria ancora tiepida. Un sole forte aveva battuto per tutto il giorno l'asfalto delle strade ed il calore immagazzinato, pian piano risaliva l'atmosfera rilasciando un lieve tepore. Da via Cavour, dove era ospite della cugina Silvana, Alberto era giunto a ponte Milvio, camminava come un automa: sentiva appena il rumore del traffico, il chiacchierio della gente che gli passava vicino, l'abbaiare dei cani che litigavano furiosamente fra di loro cercando di trascinare gli incolpevoli padroni, un gruppo di ragazzi visibilmente sbronzi e forse pure 'fatti' che rompevano i maroni ai passanti, tutto gli era indifferente, che andassero tutti a fare in culo, Yvette era morta e con lei una parte di se stesso. Eppure la vedeva sempre dinanzi a sé, sorridente come suo solito come a volerlo consolare. Percepiva la gola secca, un dolore continuo ai muscoli, alla testa, alle ginocchia, alle spalle, alla schiena. Giudizio di un amico medico:'dolori da stress con passar del tempo spariranno.'Un forte frastuono in lontananza, una auto era andata a cozzare violentemente contro un autobus, gente che accorreva sul luogo dell'incidente, grida...Alberto era rimasto solo, appoggiato alla balaustra del ponte guardava l'acqua del Tevere scorrere sotto il ponte, inquinata, non invitante nemmeno per un aspirante suicida.
    Alla sua sinistra gli parve di vedere un'ombra, si girò dall'altro lato ma l'ombra lo sorpassò a passi incerti finendo a terra. Non si sentiva di essere il solito Alberto disponibile con tutti, cercava solo un po' di tranquillità ma l'ombra, ormai illuminata da un lampione, era rimasta a terra. Avvicinatosi: era una femmina rossa di capelli che coprivano il viso appoggiato sul selciato."E adesso che faccio, questa è svenuta...""Questa non è svenuta e non vuole rotte le palle!" Alberto si girò dall'altra parte, fine la signora e pure maleducata. Stava per riprendere il cammino quando la vide ancora a terra."Permesso, posso passare?" "Allora sei stronzo, il ponte è largo!" Alberto era contrario a farsi dare dello stronzo anche da una donna ma la curiosità prese il sopravvento: "Tra poco passa un cane e ti piscia sopra prendendoti per un cespuglio."La rossa cercò di recuperare la posizione eretta ma ricadde a terra, al secondo tentativo ci riuscì ma barcollava vistosamente. Alberto la prese per la vita per evitarle una seconda caduta."Che fai, ci marci?" "Senti ho i cavoli miei per la testa e puoi giurarci che non mi interessano i tuoi, cercavo solo di aiutarti.”La rossa si mise a piangere a singulti, era proprio quello che  Alberto non sopportava, riteneva le lacrime delle femminucce foriere di sventure. La prese sottobraccio e la accompagnò ad un a vicina panchina, la fece sedere."Me ne posso andare?'" "Ma chi t'ha chiesto niente." "Dì la verità volevi fare un bel tuffo senza ritorno, come ti chiami?" Di nuovo lacrime.”Sei un lacrimatoio, pensi che a questo mondo solo tu hai  dei problemi, oggi non  ho fatto la buona azione quotidiana, alzati, ho intravisto un bar aperto.” La cotale riprese in qualche modo l’equilibrio, dentro  il bar il padrone sonnecchiava su una sedia, all’arrivo dei due: “Fatemi compagnia,  sto morendo dal sonno, che ne dite d’un caffè?” Alberto immaginò che la ragazza fosse digiuna, infatti:”Per me un cappuccino e due anzi tre bioches. Sono Violetta.” “Un nome perfetto per te, hai la faccia proprio viola!” La ragazza fece sparire in un attimo cappuccino e brioches. “Quant’è che non mangiavi, un altro po’ addentavi pure il tavolo!” La spiritosaggine non fece presa su Violetta che ordinò un altro cappuccino con cornetti, era proprio affamata. Sistemato il pancino Violetta si distese su una poltrona del bar, occhi chiusi, in fondo non era male come donna… “Ragazzi devo chiudere.” “Quanto ti devo?” “Offro io, vado in centro, ho la macchina qui fuori.” Altro boy scout pensò Alberto: “Io devo andare in via Cavour.” “È di strada, a quest’ora niente autobus.” Violetta si era addormentata in auto, giunti dinanzi casa di Silvana: “Io sono arrivato, sei stato veramente gentile, non ti dico che ti ricorderò nelle mie preghiere perché sono ateo.” “Lascia perdere all’Inferno ci vado per i peccatacci miei, auguri, con quella penso che te la passerai male!” Alberto fece le corna, ormai era costretto a portare Violetta a casa di Silvana. “Dove siamo?” “Se non mi dici dove vuoi andare ti porto a casa di mia cugina.” Alberto aprì il portone, con l’ascensore al secondo piano poi entrò casa. “Fai piano, io sto nella camera in fondo, ci sono due letti, usane uno,  lascio un biglietto in sala da pranzo per mia cugina.” ‘Sono a letto con un’amica…”  Un suono di campane svegliò Alberto, ‘a Roma ci sono più chiese che mignotte’, la frase non era sua ma dava l’idea del problema. In bagno fu raggiunto da Silvana, per lui era come una sorella ma anche le sorelle…” “Lo sai che a me capitano sempre situazioni strane, anche stavolta…” “Fatti una doccia e dopo sveglia l’amica tua.”La ragazza dormiva ancora, Morfeo si era impadronita di lei, chissà da quanto tempo…” “Violetta, prova ad alzarti e poi vai in bagno, è in fondo a destra.” “Mi dici qualcosa di lei?” Alberto riportò alla cugina paro paro quello che era successo a Ponte Milvio, non era facile stupire Silvana ma stavolta…”Speriamo che non sia una sbandata, quando  avrà finito di lavarsi falle fare colazione e poi parliamo, oggi è sabato e l’ufficio è chiuso.” Silvana era consulente tributaria. Violetta si presentò con il vestito stropicciato, era proprio logoro, sembrava una pezzente. “Prima che mi racconti i fatti tuoi vieni in camera mia, ti do un mio vestito, abbiamo la stessa taglia e poi pettinati sembri la Strega di Benevento!” Pettinata e vestita con un abito corto e dalla scollatura abissale Violetta era completamente cambiata,  forse Alberto anzi senza forse Alberto aveva mostrato un viso tipo: ‘Io a questa me la farei subito!’ “Cugino sei il solito zozzone…non cambierai mai!” Il racconto della ragazza aveva qualcosa di inusitato come si poteva presagire ed anche una situazione particolare, Violetta era a Roma per motivi di studio, risiedeva a Messina come Alberto che si mise a ridere. “Sono venuta a Roma con il mio amico ora posso dire ex, Alfredo e ci siamo iscritti alla facoltà di giurisprudenza, a Messina  è molto difficile superare gli esami, Alfredo è ricco di famiglia ed abbiamo affittato una appartamento in via Volturno, ieri mattina dovevo andare all’Università, da sola, Alfredo m’aveva detto di non sentirsi bene, dopo mezz’ora ho pensato bene o meglio male di rientrare a casa per vedere come stesse Alfredo. In camera da letto una sorpresa ma altro che sorpresa una bomba: il mio fidanzato si stava ‘inchiappettando’ un giovane biondo, molto femmineo, sembrava una ragazza, forse l’aveva conosciuto all’Università, io non ne sapevo niente. Alla mia vista il ragazzo, che poi è risultato essere uno svedese è saltato dal letto, si è vestito in fretta ed è sparito, Alfredo è rimasto nel talamo con le braccia dietro il collo guardandomi senza  parlare, in verità c’era poco da dire se non che Alfredo era un bisessuale! Io sono piuttosto anticonformista ma odio la mancanza di sincerità, avrei voluto saperlo da lui o forse…diciamo che sono confusa, non mi resta altro che andare a prendere i miei vestiti e ritornare a Messina, me ne frego dell’Università qui non conosco nessuno a sono senza soldi, lui è il paperone che fa rima con….Intervenne Silvana: “Io al tuo posto non mi preoccuperei, mio cugino è…” “Non sparlare di me cuginastra, potrei arrivare a picchiarti!” “Non consci le mie unghie!” “Finiamola stà sceneggiata, Violetta se vuoi ti accompagno in via Volturno a prendere la tua roba, qui sotto in garage ho la mia macchina.” Dinanzi alla Jaguar Violetta: “Allora anche tu sei un paperone, spero che non avrai lo stesso vizietto di Alfredo…” “Sarebbe facile risponderti con una battuta, sappi solo che io ci tengo alle mie chiappe!” “Stavo scherzando, ti devo molto, l’altra notte ero come impazzita, Alfredo era il mio primo e grande amore, una delusione troppo cocente mi ha portato a ….” “Io sono un maresciallo delle Fiamme gialle, sono una persona onesta e le mie finanze oltre che dallo stipendio sono dipese dall’eredità di una mia zia, i miei superiori a Messina mi hanno  messo sotto inchiesta ma hanno fatto un buco nell’acqua, tutto regolare.” “L’abitazione di via Volturno era al secondo piano, fatta la valigia Alberto, da buon cavaliere la mise in ascensore ed al pian terreno sorpresa: Alfredo stava in attesa dell’ascensore e vista Violetta in compagnia di Alberto e con la valigia capì la situazione, forse voleva reagire ma vista la stazza superiore alla sua di Alberto, senza salutare prese l’ascensore: “Sparito per sempre dalla mia vita!” Violetta d’istinto aveva abbracciato Alberto, ‘ciccio’ sempre in agguato alzò la testa, Violetta se ne accorse, si staccò dal non più giovane amico ed entrò in macchina. “Silvana domattina partiremo, non voglio darti altro fastidio.” “Lo sai che a casa mia sei sempre il benvenuto anche se mi fai delle sorprese, niente prediche, voglio solo farti presente che i vent’anni di differenza…fanno la differenza!” “Io chiederò l’aiuto di Priapo, se vieni a trovarmi a Messina sarà per me un piacere inutile che te lo ribadisco, ciao sorellina!” Alberto prese con calma il viaggio, guidava a non più di centotrenta all’ora sia per non perdere punti dalla patente sia per gustarsi l’effluvio piacevole di donna di Violetta, la ragazza era ritornata in forma e sprizzava femminilità da tutti i pori. “Non mi prendere per una sprovveduta anche se ho solo vent’anni, mi accorgo che hai una voglia matta di…sinceramente mi piaci ma non sono in condizione di apprezzare il sesso, poi vedremo….”
    ‘Ciccio’ sconsolato ritornò a cuccia, aveva capito che ‘non c’era trippa pé gatti’ almeno per ora,la speme …”Violetta abitava in via Camiciotti a Messina, in una palazzina di cinque piani, il suo era l’ultimo. Scesa dalla Jaguar la ragazza suonò il campanello di casa, si affacciò una signora di mezza età che, vista la figlia si precipitò in strada, capì che era successo qualcosa a Roma. “Mamma questo è Alberto, mi ha dato un passaggio, poi ti spiegherò tutto, ciao caro, a proposito dove abiti?” In via Cola Pesce, questo è il numero del mio cellulare, a presto.” Alberto aveva acquistato con il soldi della defunta zia Giovanna l’appartamento nello stesso piano di quello della zia Iolanda, una fortuna così evitava di farsi da mangiare e di lavarsi la biancheria, ci pensava Gina la donna di servizio della zia la quale era piuttosto giù di morale, non fece le solite feste al nipote causa suo figlio Armando, diciassettenne, che era stato cacciato dal collegio dei Salesiani per una delle sue: “Poi ti faccio leggere quello che ha scritto sto fijo …proprio come suo padre buonanima, per ora cambiati e vieni a mangiare. “ Presente Alberto e il fijo di…Iolanda: “Stò bel tomo ogni giorno me ne combinava una, sono stata costretta a mandarlo in un collegio di preti, ti leggo quello che ha scritto in un tema riguardante la religione cattolica: ’Senza credere che l’amore di Dio è onnipotente come poter credere che il Padre abbia potuto crearci, il Figlio riscattarci e lo Spirito Santo santificarci?’ Praticamente con quello scritto ha minato tutta la teoria della religione cattolica, il direttore della scuola era tanto infuriato quasi da non riuscire a parlare: “Si venga a riprendere suo figlio, è un antidio ateo!” “Naturalmente ho capito che il signorino aveva trovato un escamotage per farsi cacciare, io lo mando dal falegname qui sotto ad imparare un mestiere, merita solo di andare a pulire i cessi!” “Mamma il preside non ti ha riferito altra frase da me riportata, è di Epicuro…” “Zia Iolanda anche se non ho figli voglio parlare cò stò fijo di…che poi saresti  tu,  giovanotto andiamo in macchina in giro per Roma.” “Armando l’anno prossimo sarai maggiorenne e penso  conseguirai la maturità poi ci sono due vie: la prima quella di iscriverti all’università cosa che non ti consiglio perché, dopo anni di studio ti troveresti a dover cercare un posto di lavoro ed in questi tempi non è facile, altra soluzione quella di arruolarti nel Corpo della Guardia di Finanza, nel frattempo potresti, se vuoi, continuare a studiare, per ora devi diventare pratico di quiz per il concorso, potrei darti una mano, ho delle conoscenze in alto loco, decidi tu.” “Finalmente qualcuno che mi fa delle proposte sensate, sinora solo rimproveri!”  A casa Armando riferì alla madre la conversazione avuta con il cugino Alberto, capì che forse finalmente aveva trovato una soluzione per i problemi di suo figlio. Violetta cambiò facoltà non più giurisprudenza ma lettere moderne e così era saltato l’ostacolo degli esami difficili.  Alberto aveva ripreso il suo lavoro di capo sezione nel Comando  Provinciale delle Fiamme Gialle inoltre era capo laboratorio fotografico e approfittò dei materiali della caserma per fotografare Violetta ogni giorno più desiderabile, foto in parte fatte vedere a mamma Arianna, non tutte ce n’erano alcune molto sexy in cui la ragazza si mostrava senza veli. Arianna venuta a conoscenza dell’esperienza di sua figlia a Roma ripensò il giudizio fatto su Alberto e lo invitò a pranzo. “Scusami se ti ho trattato piuttosto rudemente ma non conoscevo i fatti, per Violetta è stata un’esperienza negativa ma nella vita anche quelle servono.” Il pranzo con tutte le specialità messinesi in fatto di pesce stocco e baccalà in verità non molto apprezzate da Alberto più abituato alla cucina romana. “Mamma vado a vedere la casa di Alberto, vuoi venire anche tu?” Domanda pleonastica in quanto Arianna sarebbe stata d’impiccio qualora i due…”No cara, sarà per un’altra volta.” “Si vede che manca la mano di una donna, se stai bene a quattrini ti rivoluzionerò tutto l’appartamento, la ditta Fucile è molto ben attrezzata.” E ne dici di provare se il letto è comodo?” “Sei fortunato, mi sono appena finite le mestruazioni, il mio non è un sacrificio, frequentandoti ho imparato ad apprezzarti e forse ad amarti, doccia e poi fuochi d’artificio!” Violetta, che Alberto aveva scoperto non essere rossa naturale ma castana, aveva messo tutto il suo sapere sessuale, era scatenata, godeva alla grande e sorrideva in continuazione anche parlando: “Amore mio che ne dici di…” “Non dico nulla, posso solo affermare che sei meravigliosa anche a letto, di natura.” Alla fine della ‘seduta’ Alberto con calma cercò di fare il punto della situazione: i venti anni di differenza erano l’unico vero ostacolo, mentre lui sarebbe andato incontro a problemi di salute come ricoveri in ospedale, visite mediche, esami, acquisto di medicinali insomma tutto ‘l’armamentario’ di un signore di mezza età, Violetta nel fiore degli anni sarebbe potuta diventare la sua badante e forse anche l’infermiera, ci può essere tutto l’amore di questo mondo ma per lei potevano esistere anche maschietti della sua età…”Che ha l’amore mio, ti vedo triste più che triste, ti ricordi quello che scriveva  Lorenzo il Magnifico…” “Alziamoci, devo fare un salto in caserma.” Alberto nella sua casella di posta trovò un invito al ballo del circolo di Presidio, erano per il sabato prossimo, poteva portare con sé tre persone. “Questa è la volta buona che riuscirò a ballare con tua madre, abbiamo stilato un patto di pace penso duratura.” E così fu, posteggiata la Jaguar in caserma della Finanza (era vicino alla sede del circolo) Alberto con Armando, Violetta ed Arianna che, truccata assomigliava molto a sua figlia, fece ingresso al circolo accolto da un T.Col.di sua conoscenza. “Vedo che è in buona compagnia, le ho riservato un tavolo in fondo alla sala, buon divertimento.”  Musica non recente ma distensiva, la maggior parte dei presenti non era di primo pelo e non avrebbe apprezzato il rock scatenato. Armando prese la mano di Violetta ed entrò nel ‘vortice’del ballo, ad Alberto non rimase che invitare Arianna dapprima titubante, era molto tempo che non ballava e poi col…fidanzato di sua figlia. “Madame ti sento dura, rilassati non siamo in uno studio medico.” Alberto non aveva fatto i conti con l’inaspettato spirito di Arianna: “Vedo che duri siamo in due!” così dicendo era diventata rossa in viso. “Il mio ‘ciccio’ è di origine veneta, il suo detto: ‘Mi son Arlecchin quel che trovo mangio!” “Il mio detto invece è: ‘Se si ribella tagliategli d’un sol colpo la cappella!” I due si guardarono in viso e si misero a ridere fragorosamente. Armando: “Che hanno da ridere tua madre ed Alberto, sembrano molto affiatati…” “ È da tempo che mia madre non frequenta maschietti, forse la novità…” Quel che Alberto aveva pronosticato avvenne dopo un mese: Violetta si presentò in casa con un ragazzo: “Signori questo è Alessio mio compagno di Università, lui mi aiuta molto nello studio…” C’era poco da capire, il viso di Alberto divenne cereo:”Signori scusatemi, mi son ricordato di aver lasciato in caserma una pratica urgente, ciao a tutti.” Alberto in crisi profonda non si fece più vivo a casa di Arianna la quale dopo aver capito la situazione pensò di aiutare il bel maresciallo che aveva salvato la vita a sua figlia. “Alberto sentiamo tutti la tua mancanza, che ne dici di farti vivo?” “Sei sicura che tutti sentono la mia mancanza?” “Non giochiamo con le parole, vieni a casa mia, mi militarizzo come tuo superiore di grado e ti do quest’ordine: vieni subito altrimenti C.P.R. camera di punizione di rigore.!” Arianna era sola in casa, si era messa in ghingheri per chi? Alberto pur nella sua confusione mentale ebbe uno sprazzo di realtà: Arianna gli aveva fatto capire che il legame con sua figlia non avrebbe avuto un futuro, Violetta era troppo giovane per lui, la loro relazione non aveva  un avvenire, meglio la madre…
     

  • Come comincia:                                                                                Itaca ti ha dato il bel viaggio,
                                                                                   senza di lei mai ti saresti messo
                                                                                   in viaggio: che cos'altro ti aspetti?                                                                                       
       

     Erano le tre del mattino, il viaggio verso terra di Grecia era a metà strada: non riuscivo a prender sonno e così uscii dalla mia cabina, la numero settantotto, e lentamente mi avviai  verso il pontile di prora del traghetto "Hesperis", partito dal porto di Brindisi qualche ora prima. Appena giuntovi mi appoggiai sulla balaustra e cominciai a rimirare la fantastica luna che si stagliava in cielo e che illuminava quasi a giorno quella notte.
     Mai, in vita mia, avevo visto una luna così né mai mi ero sentito così tanto piccolo e inutile nel mentre lo facevo...direi come un pugno di polvere!
     Forse, chissà, tutto dipendeva dal numero della mia cabina (il settantotto, che era sempre stato un numero magico e tragico allo stesso tempo, croce e delizia nella mia vita: ripensavo a quella magica estate del 1978, due anni prima, quella del fantastico mundial d'Argentina e degli azzurri di Bearzot a farci sognare ed in cui io e mia sorella Anna c'inebriammo di sole, di mare e di arte, o ai settantotto gradini...pardon, baci che diedi alla mia compagna di classe Veronica nel giorno del suo sedicesimo compleanno; ma anche a quando, qualche anno prima, avevo perduto una cifra esorbitante puntando sul settantotto noir alla roulette del casinò di Campione; oppure, che all'età di settantotto anni, ahimé, se n'erano andate da questa vita persone importanti per me: la carissima ed amatissima zia materna Maria, faro della mia esistenza; mio nonno paterno Carlo, ucciso da una malattia incurabile e crudele; e ancora Antonia, cugina buonissima di mio padre), da una qualunque coincidenza astrale o da un qualsivòglia "non so che" che mi balenava dentro. Uno strano stato d'animo, insomma, che ogni tanto prende ad ognuno di noi!
     Ad un certo punto mi balenò nella testa un pensiero altrettanto strano, proprio sul viaggio, anzi, sul viaggio (non quello che mi apprestavo a vivere, ma più in generale) ed insieme sul trascorrere del tempo.
     - Il tempo, - pensai tra me e me - è trascorso veloce in tutti questi anni, e sempre più veloce va, sembra quasi che non si fermi mai.
     - Il tempo, - pensai ancora, - quello spilorcio e inesorabile masnadiero senza riguardo né rispetto verso niente e nessuno (neanche verso la più bella delle donne a questo mondo, o il più saggio profeta o santone della terra!) è proprio un furbo ed abile, infallibile architetto: infallibile ed assai furbo, spietato e infallibile!
     - Allora, - mi dissi, - non c'é più tanto tempo, per fare cose...per andare dove mi piacerebbe andare né per fare ciocché realmente vorrei fare, o per andare dove mi piacerebbe realmente andare!
     Dopo di che mi fermai un po' - il mulinare dei pensieri, infatti, insieme alla luna, mi facevano girare la testa...ma poi ripresi a pensare (sono sempre stato un pensatore, un libero pensatore in vita mia!)...- non c'é più tanto tempo, - ricominciai a dire fra me e me - ma non riesco a vivere come vorrei, forse, anzi, probabilmente; chissà perché? - mi domandai. - Ma forse questo viaggio in Grecia...
     - Forse, - pensai, - questo viaggio mi schiarirà le idee oppure me le annebbierà definitivamente!
     Ripresi allora a pensare e a ripetermi: - non c'é più tanto tempo, non c'é più tanto tempo, non c'é più...- fino a alla nausea, anzi, fino a che d'improvviso udii una voce che mi sussurrò: - Vai ragazzo, vai. Va pure per la tua strada, vai dove ti porta il cuore: va e vivrai!
     Alché cominciai a guardarmi intorno con l'intento di rintracciare colui - o colei - che mi aveva parlato o quanto meno di scoprire il luogo da dove eran partite quelle parole così altisonanti: ma niente, intorno a me niente di niente, neppure l'ombra di un misero fantasma o di un amletico spettro! Mi misi poi a girare in lungo ed in largo per il pontile: ancora niente!
     Fino a che, oramai stanco, mi sedetti per terra ed alazando casualmente la testa al cielo, quasi per istinto - o per celia, chissà, o forse per scorgervi la stella polare - innanzi a me apparve un volto di donna: dapprima poco nitido ma poi, man mano che lo osservavo, diventava sempre più chiaro fino a quando...alla fine lo focalizzai ben bene, cioé, fino a quando in maniera netta e alquanto precisa riconobbi in quel volto la mia cara nonna materna Eleonora, scomparsa ventinove anni prima, quando avevo appena un anno! E quel volto apparve innanzi a me nuovamente e ancora (come fosse un vero e proprio oracolo che emette la sua sentenza!) mi scandì le parole dei prima:
     - Vai ragazzo, vai pure Cianino, - diminutivo con cui spesso mi chiamavano in famiglia, - vai e vivrai, ragazzo mio; va pure dove ti porta il cuore!
     E lo fece, quel volto, quella apparizione, quell'oracolo...lo fece con precisione quasi chirurgica, ancora altre due volte prima di scomparire nel nulla, all'improvviso: così com'era apparsa! Nel frattempo erano ormai giunte le prime luci del mattino ed io, ancora un po' stordito e quasi traballante per l'accaduto (al limite del paranormale e dell'inspiegabile, oppure dello splendidamente immaginifico, dipende sempre dai punti di vista o dal modo in cui si percepiscono cose che ci circondano e gli eventi che accadono intorno a noi!), decisi di rientrare in cabina, dove riuscii miracolosamente a prender sonno e riposare qualche ora. Mi risvegliai intorno alle sette e trenta e svegliai anche il mio amico Antonio, compagno di cabina e di viaggio nonché mio grande amico sin dall'infanzia. Non dissi niente ad Antonio di quanto accadutomi qualche ora prima. Insieme ci vestimmo e salimmo nel salone grande del traghetto, dove facemmo colazione: a base di toast imburrati, marmellata e thé alla menta.
     Il traghetto arrivò nel porto di Argostoli, puntualmente sulla tabella di marcia, alle nove e quarantuno e noi, due minuti più tardi eravamo a terra. Quel viaggio in Grecia durò tre settimane e toccò, manco a dirlo, luoghi da favola: le più belle città delle isole Ionie, da Atheras a Petani, da Mourtos ad Antipata, da Sami a Poros, a Vathi e infine nella mitologica Itaca, la splendida isola patria di Ulisse, il personaggio omerico le cui gesta ed avventure sono narrate con sapienza, acume e immortale maestria letteraria nell'Odissea; la splendida isola cantata dal poeta della nostalgia Kostantinos Kafavis; la splendida isola misteriosa e al tempo stesso mitica per i viaggiatori incalliti come me: quelli, cioé, che sono soliti viaggiare col pensiero e con l'immaginazione ancor prima che con le gambe!
     Ithake, nell'idioma originale, contava all'epoca meno di cinquemila abitanti "fissi", i quali nel pieno della stagione turistica, che da quelle parti dura da marzo ad ottobre inoltrato, come per incanto - o per disgrazia - (occulto potere, chissà, se del turismo di massa, o di quello usa e getta, o mordi e fuggi?!), fluttuano e si moltiplicano a dismisura, diventando oltre un milione!
     Fu quello un viaggio bellissimo, il più bello ed indimenticabile della mia vita, nel corso del quale conobbi una ragazza bruna di nome Sandy, una turista americana di cui mi innamorai perdutamente e con cui feci l'amore, ma che dopo di allora non rividi più! Durante quel viaggio, poi, presi alcune decisioni importanti: ossia, una volta tornato a casa, in Italia, avrei ricominciato a studiare (cosa che avvenne) e dopo gli studi avrei aperto, a Castelfidardo, nelle Marche, un negozio di fisarmoniche, strumento che avevo imparato a suonare sin quasi da bimbo, da alcuni zingari gitani della puszta ungherese (cosa che avvenne e che ancor oggi mi tiene occupato e mi da, anzi, di che vivere),  Dopo quel viaggio sono diventato più saggio. Ho vissuto, dopo di allora, e vivo la vita come una avvventura...Voglio io: secondo ciò che sento e no secondo ciò che vedo; e poi ho imparato a camminare, e cammino, cammino...seguendo vo' la via (forse, chissà, quella che mi indicò mia nonna nell'apparizione sul traghetto "Hesperis"!). Un giorno, forse, tornerò nella terra dei miei avi, l'Australia, in cerca del talismano, ma no - che dico - dell'anziano della terra del ricordo del sogno; e se...là se lo troverò li tenderò la mano e lo porterò via con me!

    Taranto, 25 marzo 2016.  

  • 15 agosto alle ore 17:06
    Amistade

    Come comincia: All'altro mare tese l'occhio.
    Toni d'ombra e luce, uguale al suo.

  • Come comincia:  L'oceano Pacifico, al pari dei suoi due "brothers" più giovani, ossia l'Atlantico e l'Indiano (alcuni considerano anche un oceano Artico a nord, altri inoltre suddividono Atlantico e Pacifico ognuno in due bacini indipendenti, ossia settentrionale e meridionale; in genere, poi, gran parte dei geografi è propensa a rifiutare il concetto di oceano Australe e considera l'Artico come un bacino dipendente dall'Atlantico: i domini dei tre oceani sono anche delimitati verso sud dai meridiani congiungenti America e Africa all'Antartide), è sterminato: esso, infatti, è una immensa distesa d'acqua di quasi centottanta milioni di chilometri quadrati, che ricopre il 35,2% della superficie della terra e bagna ben cinquantadue paesi in tre diversi continenti (Asia, Oceania ed Americhe). Inoltre, è abitato da tantissime specie - sono migliaia e migliaia - da esseri e creature viventi straordinariamente belle ed uniche.
     Una volta, un pittore naif aborigeno, membro dell' Outstation Movement, il quale si batte da decenni per l'integrazione delle minoranze aborigene native nella nazione australiana, ebbe a dire quanto segue: "Adoro disegnare i pesci delle profondità oceaniche perché sono talmente brutti, ma belli a proprio modo. Inoltre, nel fondo degli oceani ci sono cavità talmente abissali, recondite e segrete...incommensurabili all'umano intelletto per cui l'uomo non può avere idea di quali segreti essi contengano". Quell'artista, si chiamava Johnny Dunbar, morì in una prigione di Kalgoorlie (Western Australia), località cinquecentoquaranta chilometri a nord-est di Perth, nota per i suoi immensi giacimenti auriferi.
     Torniamo alle nostre creature...Si pensi, ad esempio, alla tanto incredibile e meravigliosa, fantastica e stupenda megattera bianca, ma anche - direi -  "nonché invero" rarissimamente straordinaria ed alquanto immensa (in tutti i sensi, visto che si tratta pur sempre dell'animale marino più grande circolante in acqua)...: e tale sfilza di aggettivi, - i quali, mi pare siano essi stessi anche in concreta simbiotica sinonimia tra loro, - che ben poco si adatterebbe e mal si concilierebbe, però, a detta di alcuni grandi american writers contemporanei, con l'estro e la creatività della scrittura, o forse - chissà - soltanto coi canoni sanciti e poi quasi beatificati dalla consuetudine, non portrebbe mai esser tanto meritata come in questo caso né più appropriata per definire proprio questo e non qualsivoglia altro essere vivente!
     Essa [la megattera] è soprannominata, da scienziati e studiosi marini del mondo intero, il "leviatano" del mare, sia per quell'alone di mistero frammista a leggenda che l'ammanta, sia per il senso di maestosità e grandezza, appunto, e tranquillità e pace, che la sua figura ispira. Cercate ora di immaginare, cari lettori, la gioia e lo stupore che colse i quindici componenti (cinque dei quali erano donne: fatto insolito all'epoca!) della spedizione Elektra, guidata dal celebre balenologo ed oceanologo uruguayano Rosario Elmir Lopez, quando nel novembre del 1971 essi ne avvistarono una per le ultime volte che la storia naturalistica ed oceanografica ricordi e racconti: e ciò avvenne dapprima il tredici di quel mese (alle diciassette), in un giorno insolitamente freddo (il più freddo degli ultimi cento anni a novembre!), nei pressi di Punta Arenas - regione Antàrtica Chilena - di fianco allo stretto di Magellano; e poi, il giorno seguente, (alle tre del mattino), in un alba insolitamente chiara e luminosa (la più chiara e luminosa che mai ci fosse stata a quella estrema latitudine!) nei pressi di Ushuaia - Patagonia Argentina - di fronte allo stretto di Drake.
     Ed a mio avviso potrebbero essere stati quelli avvistamenti quasi sacre "apparizioni" e magiche da un lato, ma al contempo infauste dall'altro, e circostanze, orari e date non fanno altro che confermarlo. Similmente a ciò che succede all'equipaggio del Veliero quando incontra l'albatro, l'uccello sacro dei naviganti, durante il suo lungo e periglioso viaggio dall'Inghilterra verso Capo Horn ed il polo sud, e poi sino alla tropic-line del Pacifico, in "The Rime of the Ancient Mariner", il capolavoro "fantastico-visionario-ancestrale" di Samuel Taylor Coleridge, sommo scrittore-poeta romantico inglese. Al contrario di quanto accade nel librino, però, nella realtà le cose sono ben diverse; in essa, infatti, non vi è un lieto fine, non succede che un riappacificarsi avvenga tra la natura e l'uomo, un ricongiungersi tra i due sommi vertici ed equilibri dell'universo (il primo, però, tanto perfetto e molto compiuto, il secondo invece alquanto imperfetto e tanto incompiuto!), un ristabilirsi dell'equilibrio rotto.
     I membri della spedizione, quella volta, poterono sì constatare de visu quanto avevano sino ad allora appreso dai loro studi, ossia che l'animale era grande due volte e mezza di più dell'enorme panfilo "Stavros III°" (all'incirca 6,5 tonnellate di stazza e dodici metri di lunghezza), di proprietà dell'armatore greco Aristotele Onassis ed ormeggiato, in quel periodo, nel porto di New York; mentre, d'altro canto, però, dovettero anche riflettere su un fatto ancor più incredibile ed inimmaginabile: ossia, come già a quei tempi, a causa della caccia selvaggia ed indiscriminata posta in essere dall'uomo nei decenni addietro (si pensi che moltissimi di questi giganti mansueti, negli anni cinquanta e sessanta, preferivano volontariamente arenarsi sulle coste o infilzare il capo negli spuntoni degli scogli, dandosi quindi morte certa, piuttosto che finire sotto i dannati arpioni - ed acuminati assai - delle stramaledette baleniere!) la sua popolazione era estremamente ridotta, anzi, ridottissima visto che si parlava di poco più di tre-quattrocento esemplari esistenti. E devo dire, purtroppo, con estremo rammarico, che le cose nei decenni successivi non sono cambiate in meglio ma soltanto in peggio: ed oggidì, infatti, ne sono rimasti addirittura meno di trenta-quaranta esemplari adulti in tutto l'universo oceanico! Allo stesso infausto destino sembrerebbero avviati anche altri "magnifici giganti", che prima solcavano in gran numero le acque del globo: dal lamantino rosa al beluga, dal narvalo australiano al dugongo, dai delfini di Bonaire alle mante a chiazza rossa di Sharm, oppure ai gattucci leone delle Comore, o alle foche lenny delle Svalbard...e via discorrendo.
     La NATURA non è mai futile o casuale né puramente decorativa: essa persegue  -immutabilmente un disegno (ed un piano) ben preciso; essa può apparire spietata (come osservava Charles Darwin) ma fa comunque, sempre, fede (e risponde) - immutabilmente - a leggi ben precise e prestabilite. Pertanto, quando (e se) l'UOMO cerca di rompere questo incantevole nonché magico e superbo, millenario, ancestrale e, per alcuni, sacro nonchè inspiegabile equilibrio, attraverso comportamenti a dir poco incauti, sciocchi ed incoscienti, se non quando addirittura deplorevoli e criminali, non soltanto mette a repentaglio la vita della NATURA, ma anche quella dei suoi simili: infatti egli [l'UOMO] ne è esso stesso parte integrante ma non la possiede, non è il suo padrone...eppur vero è che ad essa appartiene, come alla TERRA ed alla VITA stessa, e non il contrario!
     "E mi viene spontaneo, nonché doveroso, formulare la domanda che segue (che suona, senza mezzi termini, come vero e proprio mio sfogo di rabbia e di rammarico al contempo, oltre che "atto d'accusa" - j'accuse - o "accusatio manifesta", secondo la terminologia giuridica corrente tanto nel dirittto romano che in quello anglofono/anglosassone) per rivolgerla simbolicamente ad un gran numero di ABITANTI del pianeta (siano essi potenti o meno non importa, visto che le colpe sono equanimamente di tutti ad ogni latitudine!) lungo le righe di queste mie strampalate pagine di memorie e di racconto (altrettanto inverosimili quanto straordinarie!)".
     Che ne dite, amici miei - olandesi e russi, giapponesi, cileni, norvegesi, islandesi, peruviani, cinesi e canadesi, o coreani, danesi, indiani, messicani, indonesiani, filippini e thailandesi, spagnoli, portoghesi, inglesi e francesi, argentini e brasiliani, neozelandesi, australiani e sudafricani -, ne sapete forse qualcosa? VOI, che insieme a NOI americani avete deturpato coste, ambienti e paesaggi in nome del progresso tecnologico e della scienza, saccheggiato instancabilmente mari a destra e a manca in nome di un facile profitto ed un utilizzo immediato, arraffando tutto il possibile (ed anche l'inimmaginabile!), allo stesso modo in cui lo facevano bucanieri e pirati nei secoli passati, dopo aver assaltato le navi incontrate sul loro cammino, portato già all'estinzione decine e decine di specie animali e vegetali, in acqua e sulla terraférma, infine scardinato (a volte, addirittura irrimediabilmente distrutto!) habitat a più non posso, incuranti d'ogni cosa?
     Ma alla fine, però, penso proprio che nostra immensa "MOTHER EARTH", il mondo e la NATURA tutta intera sotto sotto se la ridano, anzi, sarcasticamente sogghignino beffardi e fra di loro - probabilmente - dicono questo: "Noi ci saremo ancora, caro uomo, fra milioni di anni quando tu sarai meno di niente, polvere sarai soltanto frammista alla sabbia dei deserti ircani e di quelli...d'Ossezia!

    da: "Le memorie strane d'un asino pazzo a stelle&strisce chiamato Lucky", 2014.   

  • 13 agosto alle ore 11:54
    La mia madrina di battesimo

    Come comincia: Qual è (notate, qual è si scrive senza apostrofo: è troncamento non elisione), qual è, dicevo, il primo ricordo che ho della mia madrina di battesimo?

    Il primo ricordo che mi viene in mente è che il giorno del mio compleanno si presenta a casa mia (dei miei genitori), a volte con la figlia maggiore, per regalarmi una cornice d'argento. 
    Siamo già nei miei anni di università.
    <<Le cornici d'argento portano sfortuna!>>, mi avrebbe avvertito anni dopo il mio fidanzato.
    E questo avvertimento mi preoccupò e dispiacque non poco perché anche la sorella minore di mio padre, che era la mia zia preferita tra sorelle e cognate di mio padre, mi aveva regalato due o tre cornici d'argento e quindi tendetti a non crederci.
    <<L'argento, secondo me, si regala ai nemici>>, avevo sentito dire da mio zio Alberto intorno ai miei vent'anni.

    Della mia madrina di battesimo avevo anche un'informazione riferita: mia madre raccontava che quando a 5 anni mi ero ammalata di una grave malattia infettiva, la mia madrina di battesimo, che abitava due piani sopra, si fermava sempre a bussare ed a chiedere come andassero le cose. Mia madre le diceva: <<Susanna, non venire. Hai la bambina piccola>>.
    <<Eh, tra di noi!>>, protestava la zia Susanna.
    Mia madre invece sottolineava che zia Radaele non si era mai fatta vedere.

    Poi ho un altro ricordo. Quando oramai la tradizione di cenoni, pranzi ed attese della mezzanotte insieme a tutti i fratelli e sorelle di mio padre con le loro rispettive famiglie nel periodo di Natale era oramai alle spalle con noi figli oramai grandi e qualcuno anche sposato, il germano di mio padre con la moglie Susanna si presentava a fare gli auguri nel periodo di Natale con un panettone. E gustava il brandy che mia madre gli offriva nell'apposito bicchiere panciuto.
    Certo mio fratello ed io così ci facevamo l'idea dell'affetto e della deferenza dello zio verso nostro padre, suo fratello maggiore che aveva svolto le funzioni di capofamiglia quando il loro padre era venuto a mancare.
    Io in realtà pensavo anche un'altra cosa: <<Con un panettone all'anno si sdebita dell'appartamento che mio padre gli ha fatto gratis>>.

    Il ricordo successivo è la mia madrina di battesimo che si presenta in gentile visita di cortesia a casa nostra un pomeriggio per scambiare due ciance. Alla fine della conversazione infila l'informazione che sua figlia maggiore aveva superato una selezione di lavoro ed il giorno dopo avrebbe iniziato a lavorare.
    Quella tontolona di mia madre fece: <<Anche Liliana domani ha un colloquio di lavoro>>.
    Quando la gentile parente andò via, dissi a mia madre:<<Mamma, quella tanto te lo ha detto perchè Dorina ha trovato lavoro. E' venuta apposta per vantarsi. Ma sai quanti colloqui di lavoro Dorina ha fatto e non li ha superati? Mica è venuta a raccontartelo!>>.
    Chiedo scusa per l'aggettivo tontolona. Mia madre mi ha salvato la vita a 5 anni, è stata una ottima e stimata maestra, ha saputo portare dalla propria parte genitori criticoni nel periodo in cui i genitori da sostenitori degli insegnanti erano diventati strenui difensori dei loro angioletti, però magari quando è andata in pensione, ritrovandosi "disoccupata" ha cominciato a stare meno attenta a certi dettagli.
    Scelse di andare in pensione uno o due anni prima per occuparsi della madre. Le dissi di non farlo, ma tanto è. Per fortuna, se tutto andava bene, a quei tempi prima o poi la pensione arrivava.

    Ed oramai arriviamo ad una frequentazione assidua. Perché io, tontolona, divento sua vicina di casa, credendo che i nuovi vicini, estranei alla famiglia, funzionassero da eficace cuscinetto. Primo errore.
    Non volevo il marito (e di conseguenza lei) al mio matrimonio. Ma, avendo organizzato il matrimonio in un mese e mezzo, lasciai correre. Secondo errore.
    La mia madrina di battesimo venne subito a ficcanasare in casa mia e si rose perché il piano di lavoro in cucina era in marmo rosa e non formica.
    Pochi mesi dopo la mia madrina di battesimo, per nascondere la storicità delle paturnie del marito, cominciò ad insinuare che un episodio disdicevole fosse stato causato dal mio arrivo nel condominio. <<Siamo sempre stati tranquilli!>>. Andava a bussare alla porta dei vicini a dare fiato alla bocca ed alla fine infilava quella frase. L'altro nipote ancora ogni tanto diceva la verità e commentò quella frase ridendo: <<Ma che tranquilli! Qui sono volate anche le sedie!>>.

    Passa un altro po' di tempo e la mia zia preferita da parte di mio padre, sorella di mio padre, mi riferì un episodio per il quale cominciai a pensare che la mia madrina di battesimo fosse solita praticare il malocchio contro le persone che non le fossero gradite e temeva che persone al quale il marito o lei avessero fatto del male si vendicassero in ugual modo.

    Non passò troppo tempo che la vidi lanciarmi direttamente il suo malanimo (malocchio) dai suoi occhi ai miei.

    La mia madrina di battesimo apre le mie bollette con il vapore su richiesta e sotto la supervisione del consorte.

    La mia madrina di battesimo e la sua figliola guardavano con indifferente curiosità la sua amica e relativa figliola che aggredivano mio marito e me in giardino.
    La mia madrina di battesimo ha testimoniato a favore della sua amica.

    La mia madrina di battesimo ha ricevuto il biasimo di un mio conoscente, titolare di una ditta di pulizie che effettuava la pulizia delle scale nel condominio. <<Mi ha chiesto di pulire gli stipiti della sua porta d'ingresso. "Signora", ho dovuto risponderle, "questi sono lavori privati">>.

    La mia madrina di battesimo ...

  • 12 agosto alle ore 9:19
    UN AMORE INDIMENTICABILE

    Come comincia: “Audentes fortuna iuvat’ recitava un antico detto latino, Alberto non era stato audace ma la fortuna l’aveva baciato ugualmente, una eredità inaspettata gli era giunta da una nobildonna inglese precedentemente conosciuta e deceduta per il solito brutto male. Alberto aveva conosciuto Victoria allorché da maresciallo della Guardia  di Finanza era il capo sezione della Dogana dell’aeroporto di Fontana Rossa di Catania. Era stato chiamato da un appuntato in servizio a quel aeroscalo per una questione sorta con una signora inglese che aveva ‘impiantato’ un casino causa i gioielli che aveva con sé. L’appuntato applicando il regolamento doganale le voleva far pagare i salati dazi doganali, la signora si opponeva fermamente ed anche chiassosamente. “Prego missis.” “Sono Victoria marquise di York, Il qui presente signore vuol farmi pagare tanti soldi per i miei gioielli, li porto sempre con me, ci mancherebbe altro, io amo molto l’Italia ma da ora…” “Missis tutto si può risolvere, penso di aver trovato la soluzione: fotograferò il gioielli, le darò una copia delle foto e durante il suo soggiorno in Italia resteranno nella cassaforte della Dogana, mi creda non c’è altro modo per sistemare la faccenda.” Nel vedere i gioielli ad Alberto scappò un ‘cacchio!’ erano veramente stupendi. Victoria squadrò Alberto e dal suo sguardo si capì che fisicamente non gli era dispiaciuto. “Faremo come dice lei ma questo le costerà un pranzo per me e per il mio maggiordomo Charles.” “Affare fatto, andremo ad un Bed & breakfast qui vicino, useremo un taxi altrimenti se andassimo con l’auto targata G. di F. sembrerebbe che la stiamo portando in prigione!” Arrivati al locale il maggiordomo, aiutato da un cameriere scaricò le valige della signora inglese, furono accolti da Alfio, il proprietario che conosceva bene Alberto. “Maresciallo la ricompenserò per avermi portato due clienti.” “Alfio sarebbe corruzione di pubblico ufficiale, noi mangeremo qui…” “Ho capito, prego accomodatevi, Rosario accompagna i signori nelle loro stanze.” Alberto nell’attesa mise al corrente Alfio di quanto era successo. La dama con al seguito il maggiordomo scesero in sala pranzo, lei si era rifatta il trucco e cambiati i vestiti, fisicamente era veramente appetibile. “Non mi guardi così mi sta spogliando nuda!” “Vedo che da buona inglese ha il senso dello humour, la stavo ammirando…” “Io amo molto l’Italia e conseguentemente gli italiani ma sinora..” “Missis posso ricambiarla affermando che anch’io ho ammirazione per le donne inglesi, in particolare lei mi ha colpito per la sua signorilità e stile oltre che la bellezza.” “Premesso che sono orgogliosamente scozzese e non inglese, per noi scozzesi c’è una bella differenza, io posseggo un castello vicino Edimburgo lasciatomi non volontariamente dal mio ex marito ma questa è una storia a parte, per ora vorrei soddisfare il mio stomaco che langue, per il resto….” Questa volta fu Alberto a sorridere, aveva capito come sarebbe andata a finire la storia, prese una mano della signora per un finto baciamano, il maggiordomo sedette a tavola con loro, la signora lo considerava uno di famiglia. Alfio si fece onore, tutto a base di pesce cominciando dagli spaghetti integrali con cozze, vongole e gamberetti poi pesce spada, aragoste, alici fritte, gran cofana di verdura mista, finale ananas e caffè. “Se resto in Italia a lungo diventerò una botte! La cosa migliore è una passeggiata digestiva, vedo qui vicino un giardino ombreggiato.” Alberto si fece audace e cinse le spalle signora inglese con un suo braccio, nessuna reazione anzi …un bacio profondo da parte della lady. “Io sono molto sensibile ai sapori, la sua bocca sa di caramella, le piacciono le caramelle?” “Le mangiavo da piccolo poi il dentista…” Si sedettero su una banchina, silenzio assoluto solo il cinguettio di uccellini.” Mi sembra di essere tornata al mio castello, forse l’odore del suo corpo…”Alberto capì che la dama inglese, pardon scozzese era su di giri forse anche il Bianco dell’Etna aveva fatto effetto fatto sta che mise le mani sulla patta di Alberto, inutile dire che ‘ciccio’ era già sul presentatarm, Victoria ne approfittò per baciarlo prima delicatamente e poi in bocca sino alla gola, fece anche scorta di vitamine a profusione elargite da ‘ciccio’. Parafrasando il Rigoletto Victoria: “Italiani vil razza dannata…mi hai fatto perdere la testa, non mi accadeva da molto tempo, restiamo abbracciati non vorrei prendermi una cotta per un ‘maccheroni’ come dicono i francesi.” L’imbrunire colse i due neo amanti: “Dear che ne dici di rientrare?” Victoria si era sdraiata sulla panchina poggiando il capo sulle gambe di Alberto. “Stavo sognando del mio recente passato, il mio ex marito…” “Ne riparleremo un’altra volta, vedo Charles che sta venendo verso di noi, forse si è preoccupato della tua lunga assenza.“ “Missis marquise è quasi l’ora di cena, si deve cambiare vestiti.” “Charles, sono in vacanza, niente etichetta.” Cena leggera, Victoria tirò fuori un bocchino metà oro e metà avorio, una sigaretta di piccole dimensioni ed un accendino d’oro.” Missis marquise mi scusi se mi permetto ma dietro di lei c’è un cartello con la proibizione del fumo.” “Rompicazzi italiani! Non meravigliarti del mio linguaggio, in Scozia  quando mi arrabbio uso parolacce italiane e così nessuno si offende perché non ne conoscono il significato.” “My dear sei una fonte inesauribile di sorprese ma te le fai perdonare perlomeno sai miei occhi, le dici con tanto stile che…” “Parli così perché sei arrapato, dì  la verità!” Charles si era prudentemente allontanato, conosceva bene la sua ‘padrona’! “Che ne dici invece di una sigaretta di un bel sigaro?” “Hai acquistato presto lo humour inglese!” Ad un segno della mano il maggiordomo si avvicinò: “Ho sonno preparami il letto.” “Già fatto, il matrimoniale vi aspetta, volevo dire il letto l’aspetta.” Charles aveva inavvertitamente detto quello che pensava, chiese scusa, non era suo abitudine interessarsi delle decisioni della sua signora.” Alfio aveva riservato la migliore stanza, ben arredata  e con un leggero profumo di violetta, Victoria con un grugnito espresse il suo assenso. “Il tuo amico è stato previdente, spogliati, vai in bagno, io ti seguirò.” Senza tante storie madame si era denudata, si era seduta sul bidet da lei apprezzato dato che al suo paese non esisteva. “La mia ‘topina’ è a digiuno da molto tempo, datti un regolata. Il tuo ‘coso è un bel cosone, complimenti, ora datti da fare.” Ad Alberto da come riceveva gli ordini sembrava di essere in caserma alla presenza di un superiore e gli venne spontaneo: “Signorsì.” Il sapore della ‘gatta’ di Victoria era piacevole, un po’ dolciastro, ci volle del tempo prima di un suo orgasmo, era fuori allenamento ma quando arrivò al primo successe un finimondo, Victoria ebbe orgasmi a ripetizione, un vulcano. “Non è che ti senti male…” “Tu pensa ad infilarmelo pian piano, ecco così…oh che bello sei un dio greco.” “Io sono romano,..” Alberto aveva sparato una cazzata, se ne accorse dall’espressione del viso dell’amante che però sembrava inarrestabile, ‘ciccio’ era in forma e la storia andò avanti sin quasi la mattina quando ambedue si arresero. Erano circa le undici allorché squillò il telefono: “Missis marquise mi permetto di farle presente che sono le undici, devo preparale il bagno?” “Ci penso io, dì piuttosto ad Alfio di preparare un pranzo con  molte proteine.” A tavola nessuno parlava, il maggiordomo, anche se imperturbabile aveva ovviamente compreso la notte brava della sua padrona.” Missis marquise se desidera fumare può uscire dal locale.” “ Non sono  d’accordo, odio il fumo ed il sapore in bocca…” “Charles niente fumo, il mio ‘attuale’ padrone non è d’accordo!” La storia andò avanti per venti giorni quando Alberto dovette rientrare in servizio, era spompato ma felice. “My dear il dovere mi chiama.” Verrò con te e ritornerò a casa mia, Charles fa le valige.” Victoria in Dogana recuperò il suoi diamanti, dall’espressione del suo viso Alberto comprese i sentimenti della signora, molto probabilmente si era innamorata di lui, cercava di nascondere la sua tristezza. “Questo il mio biglietto da visita, ci troverai il mio indirizzo ed il modo di arrivarci quando verrai a trovarmi, mi pare manchino due ore alla partenza dell’aereo, ti racconterò come sono entrata in possesso del castello. Ho conosciuto John a venti anni, ero iscritta all’università di Edimburgo, mio padre era un medico malgrado la sua professione non era riuscito a salvare la mia adorata madre, un carcinoma al seno. John era un mio professore, malgrado la notevole differenza di età accettai di sposarlo, era molto ricco ed io già da allora amavo il lusso. Non abbiamo avuto figli, io sono sterile ma questo non era stato importante per noi solo che mio marito aveva un vizietto, era bisessuale, l’ho scoperto un pomeriggio quando sono andata nella stalla, si stava facendo inculare da uno stalliere.” “Guarda che si possono usare altri verbi meno volgari.” “Il che non cambia quello che avevo visto. A cena gli chiesi il divorzio, non mi pareva vero poterlo scaricare, fisicamente non era il mio tipo, gli chiesi metà del suo patrimonio, non poté dirmi di no, lo scandalo lo avrebbe travolto e così mi sono ritrovata ricca e contenta, contenta sinchè…” Una lacrima scese nel viso di Victoria, ci voleva poco a capire che lasciare Alberto era per lei un dolore profondo, rimasero in silenzio sino all’arrivo dell’aereo. “Charles  è stato un piacere conoscerla, vigili sempre sulla sua padrona è una donna eccezionale.” Il maggiordomo rispose con un inchino, anche lui era commosso. Alberto e Victoria si sentivano spesso per telefono ma lei, anche per affari inerenti il suo patrimonio non rientrò in Italia sino a quando: “Dottore sono Charles, la prego venga subito ad Edimburgo, la signora sta molto male!” Alberto prese il primo aereo, Victoria era ricoverata nel locale ospedale, era irriconoscibile, molto dimagrita e cerea in viso; appena lo vide cercò di sorridere, un medico interpellato tramite il maggiordomo disse esplicitamente che la signora aveva poche ore di vita, un male uguale a quello della madre. Durante un funerale in forma privata Alberto fu avvicinato da un notary , tramite Charles venne a sapere di un testamento a suo favore, rimandò la partenza di due giorni. Venne così a conoscenza che era diventato il titolare di una fabbrica di metalli pregiati oltre che del castello e di una somma molto rilevante in titoli depositati in banca, era stato l’ultimo atto di amore di Victoria. Alberto firmò una dichiarazione con cui delegava il notary a vendere tutte le proprietà ed a accreditare il ricavato presso il Banco di Sicilia su un conto a lui intestato. “Charles è stato un piacere conoscerti, quando vorrai…” “Signore io sono solo al mondo, che ne dice se…ho con me il passaporto.” “D’accodo, ormai sono un mezzo lord inglese, mi ci vuole un maggiordomo, come with me.” Alberto si congedò, non aveva vincoli a Catania e così con una Alfa Romeo Giulia, sua antica passione rientrò al natio borgo di Roma, San Giovanni in Laterano dove acquistò un attico panoramico. Ormai il ricordo di Victoria era come sfocato, a fuzzy memory; sempre seguito dal fido Charles riprese a vivere intensamente. Le ragazze sempre più giovani che man mano conosceva non riuscivano però a riempire il vuoto lasciato dall’adorabile e generosa Victoria.
     

  • 12 agosto alle ore 9:12
    ALBERTO E LE BRASILIANE

    Come comincia: Avere un maggiordomo in Italia è un privilegio delle  famiglie altolocate e facoltose e, diciamo pure, un po’ snob. Malgrado non appartenesse a quella categoria Alberto era ‘munito’ di un tale personaggio ‘ereditato’ da una marchese inglese, pardon  scozzese, sua intima amica purtroppo deceduta. Una volta rientrato a Roma ‘rinquattrinato’, Alberto aveva acquistato un attico ristrutturato ed ammobiliato modernamente situato  in via S.Croce in Gerusalemme, si sentiva un pascià; rispetto alla abitazione natia di via Conegliano c’era un abisso. Charles, the butler, era stato  ribattezzato da Alberto Jeeves nome del classico maggiordomo inglese dei romanzi di Wodehouse, era più chic. Facevano parte dello staff di casa anche la cuoca Camilla ed il tuttofare Gaio nome assolutamente poco adatto all’individuo dalla espressione eternamente  triste, assomigliava in modo sorprendente a Sorretino un famoso attore dei tempi post bellici. La mattina solita sveglia , Charles pardon Jeeves: ”Signore sono le otto, il cielo è terzo, temperatura esterna 16 gradi, oggi è il 15 settembre, previsioni: giornata senza nuvole, ho preparato tutto per la doccia, la colazione è nel salone.” “Jeeves mi sembri il colonnello Bernacca dell’Aeronautica militare!” Ad Alberto venne in mente un aforisma del filosofo greco Seneca: ‘La vita è come una commedia non importa quanto è lunga ma come è recitata.” A dir la verità ad Alberto interessava pure che la vita non fosse breve, per recitarla…solite donnine preferibilmente giovani, belle e disponibili. “Signore sul Messaggero c’è un’inserzione su un balletto di ragazze brasiliane che si esibiscono al Volturno.” “Bravo Jeeves, le brasiliane mi mancavano,  organizziamoci, voglio andare all’ultimo spettacolo per vedere se posso rimorchiarne qualcuna.” Al volante della Jaguar XE, con al lato Alberto, Jeeves posteggiò in una via laterale del teatro Volturno, manifesto: “Corpo di ballo di Ipaema’ con foto in costume delle ballerine, gran pezzo di gnocche anche se fra di loro svettava una grassona più alta delle altre. “Che ne dici Jeeves la rimorchiamo non sono stato mai con un’obesa chissà….” “Come desidera signore.” Alla fine dello spettacolo Alberto nel camerino delle ballerine che si stavano struccando. “Io parlo solo italiano, voi portoghese spero che ci capiremo.” “Tutte le ragazze si misero a ridere fragorosamente, la più piccola di statura: “A coso noi semo più romane delle romane, i costumi sò pè attirà la gente, io sò de Torpignattara, se sei ricco e voi rimorchià scegli, non a me, io  ciò mi fijo che m’aspetta a casa.” Alberto partendo dal presupposto che la ‘topa’non ha nazionalità ne scelse tre: Isabeli, Gisele e Lauren la grassa, non erano certamente i loro nomi ma chi se ne fregava, erano gran pezzi di figa pure la grassona nel suo genere. In abiti normali le tre seguirono Alberto, Jeevs sistemò la loro valigetta nel bagagliaio dell’auto, le ragazze si sistemarono nel sedile posteriore della Jaguar posteggiata dinanzi al teatro. “Dove ci porti? Che ne dici di un ristorante siamo affamate.” Al ristorante ‘Cannavota’ stavano per chiudere: “Mi dispiace signore ma…” Dinanzi ai cinquecento Euro di Alberto il padrone del locale: “Sono Romolo a disposizione.” Anche i cuochi furono foraggiati e ripresero il loro lavoro con piacere, non capitava tutti i giorni di….Tutto a base di pesce. Alberto: Un applauso ai cuochi, bravissimi, ci torneremo altre volte.” Ragazze ora a casa mia, fate piano perché io abito al piano attico ma sotto ci sono tanti vecchietti ricchi e rompiballe, romperebbero i zebedei all’Amministratore il quale se la prenderebbe con me.” “Alberto siamo stanche e appesantite dal mangiare, che ne dici di rimandare tutto a domani?” Aveva parlato Lauren anche a nome delle colleghe, furono accontentate, le donne svogliate a letto sono una frana. Le tre false brasiliane erano state collocate ognuna in una camera singola con bagno annesso, si alzarono alle dieci, in poco tempo si truccarono e, dietro indicazione di Jeeves andarono nella sala da pranzo a far colazione, erano tutte in vestaglia che lasciava trasparire ‘cose buone’. “Gentili signore ora che vi vedo in piena forma possiamo fare un programma, che ne dite di restare in casa e mangiare nel giardinetto, c’è frescura anche col sole, a proposito quali sono i vostri impegni di lavoro?” “Ieri sera era l’ultima, poi ci aspettano in Puglia ma possiamo rimandare, sei bello, simpatico e…danaroso.” Alberto prese sottobraccio Lauren, voleva provare la cicciona, ‘ciccio’ era già in posizione di battaglia, avere sotto di sé un monumento,  ad Alberto sembrava di essere in acqua, galleggiava piacevolmente sopra di lei, Lauren era disponibile davanti e darré oltre che in ‘Spagna’ con i due seni grandi ma duri inoltre baciava anche molto bene, un sorpresa eccellente. A pomeriggio inoltrato i quattro scesero le scale senza prendere l’ascensore, una decisione di Alberto sia per fare un po’ di movimento e soprattutto per passare dinanzi alle abitazioni dei coinquilini incuriositi dalle voci delle ragazze che fecero del tutto per farsi notare. Dinanzi alla porta di un appartamento un vecchietto rimase a bocca aperta guardando le tre ragazze, fu rispedito malamente dentro casa dalla moglie: “Sei il solito sporcaccione!” Le tre babys erano piacevolmente distese, oltre che ricco Alberto era un bel signore di circa cinquant’anni, alle colleghe Lauren aveva dato buone notizie sul padrone di casa. Il ponentino romano non invitava i quattro a rientrare fra le mura e così restarono nei giardinetti di S.Giovanni sino alle ventidue, televisione sino mezzanotte e poi tutti a nanna. Alberto fu raggiunto da Jeeves: “Signore sono imbarazzato ma debbo avvisarla che Isabeli ha qualcosa in più…” “A me sembra come le altre.” “Io stavo usando un eufemismo per dirle che è un transgender, l’ho notato perché la ragazza aveva lasciato la porta della camera aperta.” Alberto non era un puritano ma prudente nei rapporti sessuali,  con un trans gender voleva andare sul sicuro e così si recò nella farmacia di un amico: “Ciccio mi occorrono dei condom, di quelli che non si rompono, ho trovato un transgender bellissimo, sembra proprio una donna ma non voglio correre rischi.” “Non c’è problema ma…che ne dici se ci vado anche io, l’ho sempre desiderato, son quelle cose delicate che si riferiscono solo agli amici, a mia moglie dirò che sono a casa tua e non ritorno per la notte.” Era una sorpresa, a tavola erano in cinque, Jeeves  aiutava Gaio nel servire a tavola, in sottofondo una musica rock punk molto forte che stordì i commensali. Ciccio fremeva, mangiò pochissimo seduto vicino a Isabeli poi non resistette più e: “Io e Isabeli andiamo a fare un riposino, buon proseguimento.” Alberto si sistemò con Gisele bionda ma dal pube con peli scurissimi e lisci, vita stretta, seno non molto pronunciato, gambe bellissime e disponibilità massima in tutte le posizioni, era nata per fare l’amore. La mattina presto Ciccio ritornò fra le casalinghe mura prima della levata di tutti gli altri, la cosa fece pensar male ad Alberto che la sera successiva invitò Isabeli nel suo talamo. “Cara ti prego di essere sincera, che genere di rapporti sessuali hai avuto col mio amico, non c’è pericolo che faccia cattivo uso di quello che mi dirai.” “Ciccio all’inizio era titubante, quando ha visto il mio uccellone è rimasto basito, non se l’aspettava così grosso poi ha preso coraggio, si è spalmato con della vasellina il sedere e pian piano son riuscita a penetrarlo con grande suo piacere, ha avuto vari orgasmi, era incontentabile.” “Va bene, ma io non sono Ciccio, tutto tranne il mio popò che è e voglio che resti vergine!” Alberto pensò che quella particolare avventura fosse finita lì ma non aveva fatto i conti con un amico di Ciccio, che lui non conosceva e che gli telefonò: “Sei Alberto? Io sono Raffaele detto Fefè, Ciccio mi ha parlato di una certa Isabeli, bellissima, vorrei conoscerla da vicino, son disposto a pagarla bene ed a fare un regalo a te, sono un antiquario, dimmi quello che desideri.” Alberto preso alla sprovvista non sapeva che rispondere: “Fai tu, sai dove abito?” “Me l’ha accennato Ciccio, a domani sera, se possibile a cena.” “D’accordo, mi raccomando la discrezione.” Isabeli fu informato o informata della nuova richiesta per lei, nessun problema solo questione di quattrini, sempre ben accettati. Fefé si presentò con il regalo per Alberto,  un grande quadro del pittore Tamburi, una natura morta della scuola romana, quella di più valore. Alberto parlando con Jeeves: “Mio caro mi pare di essere diventato un prosseneta, sai che vuol dire questa parola?” “Perfettamente signore ma non ritengo che lei faccia parte di quella categoria, un regalo non è moneta.” Il fatto di ospitare un altro aspirante di fruire delle ‘grazie’ di Isabeli avvenne il giorno dopo: un certo Paolino telefonò ad Alberto  presentandosi come amico di Fefè e chiedendo di essere ‘invitato a cena’, era stato prudente nel parlare, Alberto ne fu contento, sapeva che anche gli ex colleghi intercettavano le telefonate un po’ di tutti, ricordava il detto fascista: “Silenzio! Il nemico di ascolta!” Paolino faceva ‘onore’ al suo nome era piccolo e mingherlino, ridendo dentro se stesso Alberto pensò che a letto se la sarebbe passata male con Isabeli…ma non erano fatti suoi, il signorino si era presentato con una statuetta antica in terracotta di notevole valore probabilmente proveniente da scavi clandestini, era molto bella: una dea nuda abbracciata ad un mortale. ‘E venne il giorno’ non quello del film catastrofico ma della partenza delle tre false brasiliane, Gisele aveva fatto capire ad Alberto che volentieri avrebbe fatto la parte della castellana ma il nostro non più giovane, in base alla sua esperienza capì che c’erano troppi lati negativi in quella liaison, fece lo gnorri ed accompagnò le ragazze alla stazione Termini da dove erano stati spedite le casse con i loro costumi brasiliani, destinazione Brindisi. “Finalmente soli signore!” “Non ti piaceva avere compagnia?” “Un po’ si ma di recente c’era troppo traffico in casa!” “Jeeves posso farti una domanda personale?” “Signore non ho nulla da nascondere.” “Mi dici come te la passi a donne mai ti ho visto…” “Signore i veri butlers inglesi non hanno sesso!” “Pardon Jeeves non sciebam!”