username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 13 luglio alle ore 17:07
    Le mie case

    Come comincia: Sono nata a Prozzolo di Camponogara il 24 gennaio 1949.
    Sono nata in casa. Mia madre mi raccontava che sua cognata, la zia Gigia, le aveva fatto le tacche nere sulle braccia coi pizzicotti per invidia perché aveva partorito una femmina, dato che lei aveva avuto quattro figli maschi.
    Sono nata a distanza di undici anni da mio fratello Remigio, che di secondo nome fa Giancarlo.

    I miei genitori sono emigrati a Venezia quando sono nata io.

    Mio padre mi ha raccontato che al ritorno dalla guerra era stato accusato di essere stato fascista e l'avevano portato anche in prigione e mia madre era andata a prenderselo.
    Suo fratello Lino invece era rimasto a casa ed era comunista.

    I ricordi dei miei primi anni sono vaghi.
    Ho un’immagine di mia nonna Faustina nel lettone comune che mi regala un cuore di plastica rosso con le chiavi d’oro.
    Della casa di Prezzolo mi ricordo che ci andai una volta che ero un po’ più grande.
    C’era un gabinetto all’aperto con un buco per fare i bisogni e ci si puliva con i pampini di vite.
    I miei cugini mi intimidivano perché erano grandi e bruschi, li percepivo come 'sanguigni'.

    Mia mamma mi ha raccontato che i primi tempi a Venezia vivevo in una stanza in affitto sola con mio fratello. Lui diceva che quando ero piccola gli facevo la pipì in braccio.
    In quel periodo mio padre ebbe un incidente in moto.

    Quand'ero molto piccola la mamma mi fasciava le gambine perché venissero dritte e mi dava da succhiare un fazzoletto di tela con un po' di zucchero.
    Diceva che dormivo sempre e fino a sei mesi (?) non sapeva di che colore avevo gli occhi.
    Mi diceva che i clienti dell'osteria mi portavano a passeggio in fondamenta e che qualche volta andavo a dormire dalla ‘carbonera’, una donna che aveva una specie di cantina dove si vendeva il carbone.

    Non so se in quel periodo vivessimo insieme o se io stessi da sola a Prozzolo dalla nonna Faustina.
    So che mio padre diceva che suo fratello gli aveva occupato la sua parte di casa perché la sua era franata e che gli pagava 50 mila lire d’affitto all’anno.

    Avevano preso un’osteria in affitto in fondamenta della Misericordia, si chiamava 'il Remo d’oro'.
    La mamma mi raccontava che papà con gli ubriachi li metteva a mollo nel canale tenendoli dalla riva.

    Poi presero l’osteria 'da Lino', che aveva una saletta privata e una piccola corte col gabinetto.
    Mia mamma aveva avuto la tubercolosi e aveva rischiato di andare in sanatorio, ma questo non lo ricordo.

    Poi presero il ristorante ‘All’antico Pizzo’ a Rialto.
    Ho una fotografia dove sono sorridente seduta su un tavolo, ho i capelli corti con la frangetta, un grembiulino a quadretti bianco e rossi, e porto un paio di scarponcini di stoffa marrone che in veneziano si chiamavano 'scalfarotti'.
    A carnevale la mamma mi fece un vestito da fatina di carta azzurro con il cappello a punta.
    Io avrei voluto essere un maschio per vestirmi da indiano.
    Mamma mi raccontava che ero giudiziosa e aiutavo a portare i piatti.
    Mamma mi raccontava anche che mio fratello non voleva andare a scuola e scappava e lei andava a cercarlo in giro perché temeva che frequentasse cattive compagnie e comunque non finì la prima media.

    Quando morì la nonna Faustina non tornai più a Prozzolo e ho una visione di me bambina di sera che piangevo da sola a Rialto.

    Chissà qual'era la nostra casa allora…

    La prima casa a Venezia di cui mi ricordo è la stanza in affitto un po' scura nell'appartamento dei Rampini a Cannaregio in fondamenta Diedo, al primo piano.
    Il gabinetto era in comune con l’altra famiglia e per le prime necessità si usava il vaso da notte.
    La stanza era divisa con delle tende.
    Entrando c’era il letto grande dei miei genitori e il letto per me. Oltre la tenda c’era la cucina e a fianco, separato da un'altra tenda, il letto di mio fratello Remigio.
    La sera si mangiava con il lume ad olio e questo mi faceva allegria.

    Non ero una bambina triste ed ero attaccatissima a mio fratello.
    Una volta fece un presepio con le stelle e la lampadina e mi piaceva moltissimo.
    Continua a farlo anche adesso, l’ha sempre fatto.

    Ero contenta con la mia famiglia e non mi pesava il fatto che eravamo poveri
    In vita sua mio padre mi ha dato solo uno schiaffetto sulla bocca (avevo quattro o cinque anni) una volta che risposto in modo sgarbato alla mamma, e l’ho accettato come un castigo giusto.

    Ricordo che mio fratello stava a letto fino a tardi e una volta per gioco gli ho gettato un catino d’acqua.
    Non avevamo l’acqua corrente e una volta ho bevuto l’acqua con il sapone.

    C’è stato un periodo in cui erano disoccupati e mio padre e mio fratello cercavano sempre un lavoro.
    Papà si lamentava che non gli permettevano di portare le valigie in stazione.
    Mi ricordo che Remigio vendeva profumi per strada (anche adesso ne tiene sempre qualcuno di sottomarca per regalarli), o anche delle uova fresche di campagna e aveva una sacca di tela blu.

    (continua) ...

     

  • Come comincia: Martino Campari, classe 1909, era un contadino quarantaduenne; aveva i capelli color castano scuro, con qualche rivolo di grigio lungo le basette folte e sporgenti di fianco alle orecchie ed un ciuffetto ramato in mezzo alla fronte, e portava la barba quasi sempre "incolta". Abitava a Verucchio, borgo di antiche origini nel riminese. Rimasto senza senza figli e vedovo da tre anni (sua moglie Fiorella, donna di bell'aspetto, conosciuta in una balera di Sogliano, morì la vigilia dell'epifania del 1948 mentre in bici, una sera, tornava a casa dal lavoro di fantesca a Corpolo, paese vicino, investita da una auto pirata), si occupava, per darsi pane, d'un modesto pezzo di terra, meno grande di un'ara e mezza, poco più di centocinquanta metri quadri: coltivato tutto a pomodori, carote e cipolle.
     Martino aveva fatto la guerra nelle fila dell'esercito, col grado di sergente maggiore: nell'estate del 1942 era stato inviato in Russia, al seguito dell'ARMIR (divisione di fanteria "Ravenna") per difendere le posizioni lungo il Don: quando, però, tra il dicembre del 1942 e il gennaio del 1943 si scatenò la grande offensiva invernale dell'Armata rossa, le forze italiane dovettero ripiegare ed aprirsi il varco per la fuga.

     Il 1942 (terzo anno di guerra) fu quello cruciale nello svolgersi del secondo conflitto mondiale. Le forze dell'Asse (Germania, Giappone, Italia) subirono pesanti sconfitte su vari teatri e fronti di combattimento: in Africa settentrionale, nel Pacifico, in Russia, appunto. Le truppe che Mussolini decise, nella primavera del 1942, di organizzare nell'ARMIR (Armata italiana in Russia) e di inviare a sostegno del contingente italiano preesistente sul fronte orientale (tre divisioni formavano già il corpo di spedizione italiano in Russia, denominato CSIR), erano scarsamente dotate di mezzi mobili e prevalentemente composte da reparti di alpini, perché si prevedeva venissero usate sul Caucaso. Invece, si attestarono lungo il Don a difesa di un fronte di circa duecentosettanta chilometri. Con l'offensiva dei russi, il fronte itlaiano, inferiore di numero e mezzi nonché male equipaggiato, si ruppe in più punti. Le divisioni di fanteria (Ravenna, Pasubio e Torino, a nord; Sforzesca e Celere, a sud) si ritirarono ai primi di gennaio del'43, mentre il corpo d'armata alpino (Julia, Cuneense, Tridentina), il quale aveva indomitamente respinto ogni attacco nel suo settore, ebbe ordine di ritirarsi solo il 15 gennaio quando - invero - era già totalmente accerchiato dal nemico. Dovette farsi strada combattendo e marciare sopportando le avverse condizioni del clima. La stessa Radio Mosca esaltò il valore di quegli uomini affermando: "Solo gli alpini italiani sono da ritenersi invitti in terra di Russia". Le perdite italiane furono 84830 tra caduti e dispersi. Circolava voce trale truppe in ritirata (nessuno mai seppe se si trattasse di una leggenda o di una storia vera, però!) che un tenente maggiore degli alpini, certo Sirtori Albigio, di Castelrotto, provincia di Bolzano, avesse fatto un sogno e lo raccontò poi, pari e patta ai suoi uomini: "Il duce, ormai da alcuni giorni camminava insieme ad un vecchio asino nel deserto della Sirte sotto un cocente sole che avrebbe ucciso anche le pietre. Quando l'asino ragliava, per la sete, egli esclamava: - Zitto, sei solo un asino, tu, non lamentarti! - Ad un certo punto, i due giunsero in prossimità di una piccola oasi. Il duce stesso scese dalla groppa dell'asino, si avvicinò ad una pozza d'acqua e, dop'aver bevuto esclamò: - Boia, quanto è calda! Li apparve, allora, il diavolo (era un miraggio del deserto o una figura reale?Chissà!), che esclamò: - Sei solo un asino, tu, non lamentarti! - A quel punto l'asino ragliò di nuovo: fu per contentezza, forse, o semplicemente per approvazione?!

     Martino fu davvero fortunato: dopo aver camminato per diversi giorni tra neve e ghiaccio, sfidando il terribile inverno russo e l'artiglieria nemica, riuscì a salire su un merci, insieme ai compagni di reparto (sessantadue uomini in tutto), che lo portò a Kiev, in Ucraina; di lì, poi, arrivò in Romania, a Bucarest, ed infine in Iugoslavia, sulla costa dalmata, a Spalato, da dove si imbarcò per l'Italia e raggiunse finalmente casa. Molti italiani, purtroppo, non ebbero egual sorte: chi restò seppellito sotto la neve e il ghiaccio, chi fu mutilato dallo scoppio di una granata o reso sordo dal rumore delle bombe, o orbo per una scheggia rimbalzata negli occhi. Alcuni suoi compagni persero l'uso di gambe o braccia ma lui, invece, alla resa dei conti, se la cavò a "buon prezzo", come recita un vecchio e sempre valido intercalare di Romagna: perse l'uso di due dita della mano destra, rimaste atrofizzate in perpetuo a causa del gelo, e la patria - ahilui! -  ch'egli aveva onorevolmente servito, non li riconobbe un benché minimo, e misero, indennizzo! Egli, però, bontà sua, non s'era affatto perso d'animo come sempre era accaduto dal giorno in cui nacque: dopo aver comprato la terra da un fattore si era messo a fare il contadino, appunto. E sovente, mentre lavorava la terra, pensava - e si poneva domande - o rifletteva su quanto li era successo, sugli avvenimenti che lo avevano visto protagonista, volente o meno che fosse, insieme a migliaia di altri uomini, di quella fiumana che scorre incessante travolgendoli e si chiama storia. Ma, soprattutto, pensava, si interrogava o rifletteva su quel termine, su quella parola di sei lettere: patria.
     - Maledetto colui che lo ha inventato! - diceva fra sé e sé. - Perché mai essa, che sia o meno madre (patria) e, al tempo stesso, padre (che da patria potestà) proprio non conta, debba arrogarsi il diritto di essere giudice e decidere sulla vita e morte di migliaia di uomini? Quelli forse non sono figli, uomini, prima ancora di essere padri? Eppure spesso, anzi, quasi sempre sul tavolo degli eventi che si susseguono vengono trattati  da "cani" (con tutto il rispetto per quei quadrupedi, amici fedeli dell'uomo: molto più, a volte, degli stessi suoi simili!), o, peggio ancora, da "lupi" (con tutto il rispetto per quei quadrupedi, i quali vivono in branco: laddove vige la legge della solidarietà e no dello scannarsi vicendevolmente!); mossi come semplici pedine in un gioco al massacro, barattati sulla scacchiera per meno di un tozzo di pane, come fossero mera merce di scambio, per sete di conquista o per mania di grandezza di qualcuno, per la imperitura gloria oppure semplicemente...perché milioni di morti devono essere messi sul piatto della bilancia, alla fine: in cambio, appunto, d'una dichiarazione di guerra annunciata, o di un armistizio, per una collina (del disonore) o una postazione da conquistare a tutti i costi, per difendere uno stupido, insignificante ed insulso pezzo di terra, magari in una terra lontana e sconosciuta, ma abitata da propri simili, da "fratelli", seppure di diversa razza. Gli uomini, - si ripeteva l'uomo, ex soldato ora contadino, - sono uomini, diamine, esseri viventi e non carne da macello...ma i potenti, gli stati, le nazioni coi loro governi se ne fregano di loro e sempre lo faranno! La patria, puah! Buona, quella, soltanto a rilasciar benemerenze ed attestati, ad apporre medaglie sul petto dei superstiti: quanta inutile ferraglia! Tutto questo a posteriori, col senno di poi (di cui, si dice "son piene le fosse...insieme ai morti, purtroppo!): ma quanto aveva visto coi propri occhi, Martino, e vissuto in prima persona, questa volta (al tempo della Grande guerra, invece,era poco più d'un bimbo), aveva inevitabilmente lasciato il segno nel suo cuore e nella sua coscienza di di uomo e se lo sarebbe portato al fianco sino alla tomba! Ma egli, oltre a essere un tipo alquanto riflessivo, era uomo di ben altre virtù e ideali, di provati sentimenti d'animo: non era nato solo per fare il contadino! Aveva studiato a scuola e poi, allo scoppio della guerra e prima di partire per il fronte, per suo conto a casa, riuscendo a prendere (cosa inusitata all'epoca!) la licenza media prima ed appresso quella liceale; per via della sua aria da intellettuale era noto in paese col soprannome di "prof". Molti, però, lo chiamavano anche "Bolivar" (dal cognome del famoso condottiero e generale venezolano): perché nutriva una sviscerata passione per la storia del centro e sud America e poi perché sul muro della sua stanza da letto era affisso un quadro raffigurante quel personaggio illustre.

     Simon Bolivar fu generale, condottiero e abile diplomatico. A suo modo, anche, un romantico idealista, visionario e sognatore. Dopo aver vissuto a lungo in Europa, tornò in patria e si consacrò interamente alla causa dell'indipendenza delle colonie spagnole in sud e centro America. Ottenne la liberazione del Venezuela (1817); nel 1819, col Congresso di Angostura fu eletto presidente della repubblica della Grande Colombia, a cui fu annessa, nel 1832, l'Ecuador. Quell'anno fu liberato il Perù, parte del quale costituì poi la repubblica di Bolivia  nel 1825. Egli pensava (anelava) di riunire tutte le repubbliche sudamericane in una unica confederazione da contrapporre alla Santa Alleanza (Austria, Prussia, Russia) in Europa: questo progetto fallì per le tendenze separatiste ed unioniste dei vari stati.

     Martino era capace di fare discorsi lunghissimi ed al contempo profondi e lucidi; aveva doti innate di comunicatore e la dialettica scorreva nel sangue suo pari passo ai globuli bianchi e rossi: per questo motivo i capintesta della federazione, tutti uomini in gamba nonché antifascisti di lungo corso e provata fedeltà, sovente lo mandavano in trasferta, quando fosse libero dal suo lavoro, per reclutare nuove leve ne i comuni limitrofi del riminese e del ravennate oppure in quelli lungo l'argine del Savio, nella parte sud-orientale della provincia di Forlì. E'da dire, invero, che tutto ciò egli lo faceva, essendo un impolitico (parola la quale, pur avendo lo stesso prefisso di impotente, ha tutt'altro significato...dicasi, cioé, di colui il quale: sia contrario alla savia politica, meglio ancora inabile verso un pensiero politico limitante la libertà stessa dell'essere umano) soltanto per passione (insana o meno che fosse non li importava più di tanto!), di certo no per soldi o bisogno di rinomanza e successo: non li era mai interessata la "carriera", né avrebbe mai barattato la sua vita semplice per nulla al mondo! Molti verucchiesi, quando esso doveva parlare nei comizi come spalla del politico più noto oppure dell'Azzeccagarbugli di turno, si spostavano in bici, o in moto, o con mezzi di fortuna (inclusi trattori ed affini), per andarlo a sentire. Una volta a Bagnacavallo, paesotto di quindicimila anime (in gran parte contadini mezzadri e gente semplice), venti chilometri da Ravenna, accadde che la gente lo applaudì per dieci minuti ininterrotti dopo averlo ascoltato a un festival dell'Unità! Era davvero un maestro dell'eloquenza o, per dirla alla maniera dei latini, dell'ars oratoria: che aveva appreso leggendo i classici sui banchi di scuola e per proprio conto (tanto Catone, quanto Cicerone: maestro della sostanza, il primo, della forma più pomposa e altisonante, l'altro; ma anche Lucio Licinio Crasso, Seneca, Quitiliano, Frontone, Simmaco ed Apuleio). Lui era un testardaccio figlio di contadini, sempre molto deciso in quello, e su quello, che doveva fare: amava fare da solo, s'era fatto da sé, con le sue forze e col suo intelletto. Ma era anche uomo di grande raziocinio ed estremamente tranquillo: mai una parola fuori posto, un alterco con nessuno in paese; assennato ed equilibrato, insomma, in ogni cosa facesse e per qualunque decisione prendesse. Sin da giovane aveva professato l'ateismo e mostrato scarsa simpatia verso la chiesa (i suoi nonni materni, però, mai lesinarono la dècima al clero in loro vita!) e i preti (ma non era affatto di quelli che buttano bombe sulle sacre processioni né sparano addosso ai suddetti quando pronunciano l'omelia o recitano il "salve o regina"!), tuttavia, negli ultimi tempi aveva modificato le sue abitudini: forse, chissà, preso da una arcana voglia di trasgredire o, più semplicemente per evadere dalla routine del suo duro lavoro. 

  • 10 luglio alle ore 16:24
    STRACCETTO SPELACCHIATO

    Come comincia: Riconosco che il titolo di questo racconto può lasciare perlomeno perplesso il lettore ma c’è una ragione per cui il buon (mica tanto) Roberto aveva qualificato così il ‘fiorellino’ della consorte. Perché disprezzare così platealmente quello che era stato per molti anni il suo più gioioso divertimento? Un motivo c’era: Matilde, la ‘padrona’ si rifiutava di concederlo ulteriormente perché, giunta in menopausa di sesso non si interessava più al contrario del marito sessantenne che ancora…Nel suo sito Roberto, come sua presentazione aveva scritto: ‘Sono nonno bomba che mangia, beve e, talvolta tromba!’ Risposta  acida della consorte: “Vuoi trombare? Comprati uno strumento a fiato!” Pure la presa per i fondelli ma Roberto aveva le sue buone ragioni, da giovane aveva fatto atletica nel gruppo Fiamme Gialle ed il suo fisico anche se un po’ appesantito, con qualche capello in meno e con qualche ruga in più era ancora vigoroso (e voglioso). A chi rivolgersi per sfogare le sue ‘sane’ voglie, alla femminuccia a lui più vicino, una delle tre C cosiddette pericolose: cugina, compare e cognata, scelse quest’ultima, Elisabetta più giovane della consorte ancora pimpante ne valeva la pena. C’era   un problema, il marito siciliano puro sangue era gelosissimo della consorte ed anche pericoloso, era alto e massiccio. Roberto a titolo di sfottò gli aveva dedicato dei versi che vi riporto, li ritengo spiritosi (scusate l’autoincensamento). Titolo: ‘Salvo e la gelosia.’ “Ti vedo inquieto, stralunato, sospettoso verso la tua partner. La gelosia è un mostro dagli occhi verdi che schernisce la carne di cui si nutre, Shakespeare docet.  È un sentimento degli dei pagani verso gli uomini, gli dei non gradivano che i mortali si ‘facessero’ le loro femminucce. È una proiezione della propria insicurezza verso gli altri, è tipica di una mente debole, invidiosa, immatura. È  la profezia di futuri tradimenti, il tuo lato non tanto nascosto, dea velata ed oscura che arde dentro di te. Se ad un cocktail noti gli sguardi assatanati  degli invitati maschi attratti dalle grazie della tua amata, non accendere la sigaretta dalla parte del filtro, ti intossicheresti ancora di più! Se non possiedi te stesso non puoi possedere una donna, Il tuo simbolo? Le Erinni vendicatrici. Cerchi di vincolare la tua partner? Non puoi incatenare un raggio di sole! Una moglie laida non potrebbe sconfiggere la tua gelosia: ti farebbe becco per dimostrare che anche lei…Se osservi delle foto della tua signora fasciata in un succinto bikini la quale, sorridente offre agli astanti la visione di un rigoglioso, prosperoso  e lussureggiante belvedere non devi lamentarti affermando: non dovevi farlo non spiegando a chi ti riferisci: - alla consorte troppo…generosa, - al fotografo che ha guadagnato da quelle foto, - all’allupato, abbagliato spettatore che sbilucia le immagini. Il tuo persecutore più odiato? Andronico 1° imperatore di Bisanzio che codificò le corna facendo appendere quelle dei cervi da lui cacciati sulle mura dei palazzi appartenenti ai mariti cornificati. Per le protuberanze frontali di cui tanto ti adombri rivolgiti agli dei pagani Dionisio e Pan, loro ne sanno qualcosa. Prova a voltare pagina, sdraiati su un morbido giaciglio  con musica romantica in sottofondo, chiudi gli occhi ed immagina  la tua amata che, languidamente emette piccoli ululati di piacere nascosta sotto il corpo di un robusto maschione e che (la consorte) ti sussurra: sto con lui ma è come se  giacessi con te, la mia gioia è pure la tua…ammira la sua faccia tosta! Ecco come dovrebbero andare le cose, lei sarebbe più tranquilla e felice, tu ci guadagneresti perché una moglie allenata è come un’atleta, rende di più! Ed infine non pensi che i miei consigli andrebbero ricompensati? Ti prego metti una buona parola con la tua amata a mio favore, te ne sarei tanto grato!” V’è piaciuta penso di si al contrario del marito cocu. A questo punto vorrete sapere come è finito il corteggiamento a mia cognata? Prima vi trascrivo un’ode che ho dedicato al suo ‘fiorellino’ e con cui ho tentato di infrangere la sua resistenza, titolo: ‘A tata la magica’: “O magica Tata, regina di goduria, meravigliosa dolce compagna delle mie notti insonni appari a me timida, riservata, deliziosa seminascosta in un morbido cespuglio. Ondeggi deliziosamente quando la tua padrona passeggia, invisibile in quel momento, sicura del tuo fascino erotico. Ti immagino, ti vedo, ti sento. Il tuo silenzio è assordante, sei dispensatrice di felicità che stravolge i miei sensi. Parla alla tua signora, dille dei miei fremiti, del tremore che mi assale al pensiero della tua esistenza, dille di essere generosa, sarò il suo eterno schiavo. Mi basterebbero anche dei baci, dei piccoli morsi per inebriarmi della tua intensa fragranza, ti terrei fra le mie labbra succhiandoti dolcemente, lungamente sinché un interminabile fremito non verrà a svegliarti dal sonno con dolci sussulti riversando nella mia bocca un fiume morbido, inarrestabile, profumato. Così ti sogno ma il sogno diverrà mai realtà? Tutto il mio essere te lo chiede, al solo tuo pensiero sento le mie viscere stringersi, il cuore battere velocemente, il respiro diventare affannoso. Ti prego dà un segno positivo al tuo sconsolato e fiducioso innamorato, abbia pietà ed anche un po’ di comprensione, cazzo!” Alla lettura del sonetto Elisabetta ha riso di cuore ed io ho pensato, ricordando IL detto francese: ‘femme qui rit est déjà dans ton lit’, tradotto: ‘donna che ride è già nel tuo letto.’ Allora tutto bene? Ma quando mai: “Sei simpatico e spiritoso ma non sei il mio tipo, mi dispiace!” Affranto, a capo chino come un pinguino al polo Roberto si ritirò nella sua stanza ricordando la canzone: ‘Sono un uomo veramente sfortunato, sono nato disgraziato…’
     

  • 10 luglio alle ore 16:20
    I SIBARITI

    Come comincia: Non sapete chi erano i Sibariti? Quando ve lo svelerò sicuramente penso che vorreste (potendo) imitarli.  Sibari era una città della Magna Grecia che non aveva nulla in comune con l’omonimo mostro leggendario, i suoi abitanti sono ricordati per la loro raffinatezza, per la loro ricchezza, per la dolce vita che conducevano ed anche per i loro banchetti luculliani. Oggi sono conosciuti con altri nomi ma soprattutto la maggior parte tendono a nascondersi per non far conoscere il loro stile di vita e quindi  per non pagare le tasse. I personaggi di questo racconto possono essere considerati in un certo senso sibariti in quanto possedevano ricchezze e mentalità di gaudenti.  Henri era il figlio del titolare di una fabbrica di orologi, Jean erede di un produttore di cioccolato ed affini ambedue ventenni, dal fisico atletico e sempre di buon umore (avevano i loro buoni motivi). Ambedue iscritti all’Università di Ginevra in materie giuridiche di studio ne ‘mangiavano’ poco, sempre circondati da fanciulle disponibili che avrebbero voluto impalmarli ma da quel lato i due ‘ci sentivano poco’ sinché non incontrarono Astrid svedese di Uppsala e Agata italiana di Catania.  Che avevano in comune le due giovani? In primis la loro amicizia ed in secundis la loro furberia. Astrid era la classica ragazza nordica: alta, corpo atletico, occhi verdi, seno non eccessivo e piedi da mannequin, Agata non smentiva la sua sicilianità con capelli corvini, occhi nerissimi, seno prosperoso, vita stretta e un popò… pregevole. Henry aveva adocchiato Agata e Jean Astrid, formarono un quartetto;  con la Jaguar  del papà produttore di orologi invece di dedicarsi a codici e a pandette giravano in lungo ed in largo il territorio soprattutto di notte sperando… ma quando mai, i due ragazzi andavano in bianco nel senso che non potevano andare oltre ai baci, tutto il resto off limits. Asrid, la più furbacchiona citò Schopenhauer: ‘Di una persona si guarda la vetta non la base!’ Solo che ai ragazzi interessava la base… I quattro arrivarono ad un accordo: convogliare a giuste  nozze (mai capito il motivo di aggiungere alle nozze l’aggettivo giuste). I relativi genitori erano dello stesso avviso per motivi differenti: le mamme per diventare nonne, i papà per avere un erede a cui lasciare la fabbrica. Dopo una cerimonia festosa nel giardino di un noto albergo di Ginevra  le due coppie finalmente poterono ‘consumare’ anche se le due ragazze in passato avevano già ‘consumato’… ma oggi c’è più larghezza di vedute e nessuno o quasi  va a guardare il…pelo! Passarono sei mesi nessuna novità in fatto di gravidanza. Per Agata e per Astrid verdetto favorevole da parte dell’ostetrico, nessun problema, per Henri e Jean parere negativo dell’andrologo, quasi assoluta mancanza di spermatozoi e quelli presenti poco mobili, in altre parole i signori erano sterili. I maschietti sono più superficiali, non se la presero più di tanto del verdetto che non comunicarono ai rispettivi genitori.  Abituati ai laghi svizzeri, i quattro decisero a luglio di cambiare radicalmente il luogo della vacanza andando in Italia a Rimini ma non in un albergo snob a cinque stelle ma in una pensione raffinata con annesso lido  al limite della città, pensione gestita da Tommaso e Chiara, due coniugi trentacinquenni, particolari,   con tatuaggi e  piercing, sicuramente anticonformisti. Chiara aveva un fisico da modella: alta di statura, viso sempre sorridente, bocca invitante, seno prorompente ma non eccessivo, gambe chilometriche, insomma una gran pezzo di…Per volontà dei padri  per esperienze accadute in passato, i genitori dei quattro giovani consigliarono di non partire in aereo tutti insieme ma sdoppiare le coppie ed imbarcarsi su due aeroplani, in caso di incidente, facendo le corna….e così Henri si imbarcò con Astrid e Jean con Agata. Durante il viaggio forse per noia o per motivi di ’testosterone’ Jean ed Agata si rifugiarono dentro la toilette. Il giovane dopo molte insistenze e con la promessa del regalo di un gioiello riuscì ad ottenere il ‘gioiello’ posteriore di Agata, un goduria immensa. Il giorno dopo giunsero in volo a Rimini anche Henri ed Astrid…che li avevano imitati!  I quattro fecero presto amicizia con Tommaso e Chiara titolari del Lido Azzurro consumando insieme i pasti anche se la mensa non era prevista per gli ospiti.  Come aiutante del lido giunse un giovane romano, uno e novanta di altezza a nome Romolo che così d’estate si guadagnava il modo di  pagarsi l’università. Tutto funzionava perfettamente nel lido: Romolo si alzava presto e sistemava ombrelloni e sdraie, puliva la sabbia da cicche di sigarette ed accoglieva gli ospiti più mattinieri aprendo il bar per dispensare caffè, cappuccini e brioches fresche consegnate dal padrone di una vicina pasticceria. Romolo fungeva anche da bagnino e talvolta era stato costretto ad intervenire nei confronti di bagnanti in difficoltà. Tommaso e Chiara avevano escogitato un sistema per accontentare anche i villeggianti più particolari, i naturisti che ovviamente durante il giorno non potevano denudarsi dinanzi a tutti ma, dopo le ventidue, col lido chiuso, completamente ignudi passeggiavano, accendevano fuochi e facevano il bagno ben controllati da Romolo che vigilava che nessuno entrasse dal lato mare, in caso di pericolo da parte delle forze dell’ordine (c’è sempre chi non si fa i cazzarelli suoi) Romolo metteva mano ad un fischietto e tutti si rivestivano. Una combriccola  ben affiatata alle cui abitudini i nostri quattro amici si erano ben presto assuefatti con grande piacere. Particolarmente romantico era quando la luna illuminava il paesaggio, talvolta il bagno era foriero di particolari ‘approcci’ ai quali i nostri quattro amici non si sottraevano talvolta …sbagliando partner. Una sera Tom, chiuso il lido, invitò i quattro più Romolo aduna cena a base di pesce e di vino Verdicchio dei Castelli di Jesi, ottima bevanda peraltro premiata al Vinitaly ma che, in quantità eccessive poteva far sparlare…Così accadde che Romolo rivelò che il suo soprannome in romanesco era ‘batacchio’ per le dimensioni del suo pene. Grandi risate da parte dei presenti soprattutto delle signore che si erano incuriosite ed avrebbero volentieri osservare da vicino il ‘batacchio’ e magari…Più tardi Romolo, smaltita in parte la ‘ciucca’ si scusò con i presenti affermando che a Roma quasi tutti hanno un soprannome: i suoi genitori erano chiamati col gli epiteti di Canio e Cencia, nessuno conosceva il loro vero nome. Chiara un po’ per curiosità ma anche per bontà d’animo chiese a suo marito di essere da lui autorizzata per andare a consolare Romolo altrimenti che anticonformisti erano… Romolo giaceva sul suo letto di spalle, non si girò al rumore della porta richiusa, fu Chiara che: “Romolo oramai ti consideriamo uno ci casa, girati e parliamo un po’…ho saputo di uomini che ce l’avevano piccolino con evidenti problemi con le femmine ma uno grosso è la prima volta, che t’è successo in passato?” “L’ultima volta sono andato  in una casa di appuntamento, una napoletana alla vista del mio coso in erezione ha cominciato a gridare come una pazza: ‘stà vallera mettila into mandulino a mammeta.” Quando sono uscito dalla camera i proprietari della casa mi hanno guardato come se fossi stato un alieno, da allora…” “Ci sono tanti modi di fare l’amore, intanto dovresti trovare una ragazza semplice che ti accetterebbe come sei e poi dovresti essere tu a…ti darò io una mano…” Il ciccio di Romolo era veramente fuori del comune, anche  Chiara ne rimase impressionata ma non lo diede a vedere, lo prese in mano e dopo un po’ un ‘getto’ di sperma le arrivò addosso bloccato da un asciugamano che lei aveva portato con se; ‘ciccio’ rimaneva in erezione  e Chiara lo prese in bocca fin quando dovette ingoiare …In bagno madama si sciacquò la bocca e pensò a far entrare almeno la punta nella  vagina…ci volle tutta la sua buona volontà, ci riuscì in parte sino a metà e provò quell’orgasmo proveniente dal ‘punto G’ con goduria alle stelle, prolungata, favolosa, fiabesca mai provata con suo marito. Ci volle del tempo a riprendersi, baciò in bocca Romolo che finalmente soddisfatto ricambiò  dolcemente il bacio. Al rientro in camera da letto nessuna ‘confessione’ di Chiara al marito, considerava quell’esperienza una cosa sua personale. E con le amiche Agata e Astrid? Difficile evitare le domande delle due donne, le femminucce fra di loro hanno un diverso approccio e così Agata ed Astrid vennero a conoscenza dell’esperienza di Chiara e…si misero a ridere senza un perché o meglio pensarono di…Ormai a conoscenza dei ‘pericoli’ cui sarebbero andate incontro.  Agata ed Astrid con la curiosità alle stelle abbordarono il romano che rimase perplesso, in poco tempo stava raccogliendo sessualmente quello che in passato gli era stato quasi sempre negato. Appuntamento  mezzanotte in camera sua, per l’occasione il giovane si fece trovare preparato con doccia fatta e barba rasata ed anche …in posizione, il suo cervello riusciva ad eccitarsi al solo pensiero di quello che lo aspettava. Le due giovani si erano ben lubrificate, il loro fiorellino si lamentò meno del previsto all’ingresso alternato del ‘ciccio’ di Romolo il quale seguitava imperterrito ad entrare ed uscire, per ultimo Agata si girò di spalle e fece un omaggio anche al suo popò, fine della serata erotica. E i due maschietti? Presi dall’atmosfera che ormai circolava in quel lido, non diedero peso alla svicolata delle relative mogli ma pensarono bene di avvicinare  Chiara che, al loro approccio signorile, pensò bene di sfruttare la situazione dal punto di vista finanziario facendo comprendere la sua disponibilità in cambio di una visita ai negozi di lusso di Rimini. La penombra eccitò Henry e Jean che , armati …sino ai denti, si posizionarono: Henry supino con entrata nel ‘fiore’ della giovane, Jean nel popò lubrificato, insomma  un doppio gusto che portò all’Empireo la riminese che, prese talmente parte alla goduria di emanare qualche gridolino di troppo ascoltato da Tommaso che, pur a conoscenza della situazione rimase basito, mai sua moglie con lui… Venne l’autunno, non diciamo cose ovvie come ‘caddero le foglie’ ma che trovò i tre giovani più Chiara in perfetta armonia sessuale, unico escluso Tommaso che pensava più che altro a far cassa.  Chiara,  Tommaso e Romolo furono invitati a seguire Henry e Jean a Ginevra, ormai la loro amicizia era diventata sempre più forte, fuori del comune, fra di loro sentimenti profondi li univano. Per sistemare le cose dal punto di vista lavorativo ci pensarono i genitori di Henry e di Jean impiegandoli nelle loro fabbriche, Tommaso fece amicizia con  Yvette un capo reparto della fabbrica di cioccolato. Tutti dimenticarono le delizie del lido  Azzurro di Rimini  accontentandosi per le vacanze estive del  lago Maggiore, in parte svizzero, per respirare un po’ di aria italiana. Per finire Agata ed Astrid fecero felici nonne e nonni con la nascita di Denis e di  Guglielmo futuri eredi delle dinastie. I bimbi assomigliavano in maniera notevole a Romoletto…
     
     
     

  • 09 luglio alle ore 5:42
    Le due cornacchie azzurre

    Come comincia:  Anselmo Mattioli era un commerciante di borse, stivali e cinghie di pelle a Forlìmpopoli (l'antico Forum Populi, sorto forse per volere di Cesare), importante centro commerciale ed agricolo in provincia di Forlì, distante circa otto chilometri dal capoluogo. Il suo negozio, che il padre Carlo li aveva lasciato in eredità diciassette anni prima, nell'estate del 1904, era ben avviato e si trovava nella via di Mezzo del paese.
     Il padre di Anselmo era morto assassinato da un colpo di fucile, sparatogli a bruciapelo in pieno volto alla locanda Am'arcord, in via Baratti; questioni di gioco, di donne e di politica, dissero in paese: quello, infatti, era un un anarchico e donnaiolo sfegatato, chi li sparò, evidentemente...no!
     I carabinieri (quelli col pennacchio), allora chiusero presto le indagini; dell'assassino, infatti, neanche l'ombra (forse, chissà, si trattava di uno dei tanti mariti, colpiti nell'onore dal padre di Anselmo e venuti di passaggio in paese per una scorribanda spara e fuggi).
     - Tutto archiviato per mancanza di indizi (e di un colpevole, ovviamente!) - affermò all'Anselmo, cinque settimane dopo, il maresciallo Salvemini (e lo trascrisse pure sulle scartoffie). Il giudice capo di Forlì, Matteo Busatta, un veneto trapiantato da due lustri in Romagna, il quale aveva seguito le indagini coi carabinieri, avvalorò la tesi del maresciallo:
     - Tutto è bene ciò che finisce bene (per lui, evidentemente!), - disse al Salvemini, - in fondo, il morto, era soltanto uno di quelli (un anarchico, cioè) e nulla di più, uno in meno sulla faccia della terra! 
     Ogni mattina, tranne il sabato e la domenica quando restava chiuso (oppure nei giorni della fiera di San Pellegrino, in maggio, a Forlì, ed in quelli per i festeggiamenti della sega vecchia, in marzo, a Forlìmpopoli), Anselmo, alle otto e trenta, puntuale come un orologio svizzero o un meteoròlogo inglese, apriva il suo negozio e lo richiudeva soltanto alle diciannove; dopo di che tornava a casa: viveva da solo, in un piccolo appartamento (ben curato) sulla piazza Garibaldi, al centro del paese, proprio di fronte alla massiccia costruzione trecentesca della rocca.
     Anselmo era un uomo tranquillo, senza grilli che li ronzassero intorno o fronzoli che li girassero per la testa, ed amava la vita semplice. Unica sua passione era la buona tavola e, ogni tanto, qualche bicchiere in più di Sangiovese. Cucinava ogni cosa alla perfezione: pasticcio alla romagnola, brufabarba, polenta cogli uccelletti, riso con la tardura, cavoli romagnoli stufati, cappelletti pasticciati con funghi e pancetta, passatelli, pelle di cotechino in umido, agnello alla romagnola, migliaccio, castagnole, sfrappole, etc. Gli unici suoi "clienti", fissi nonchè affezionatissimi, erano i cani ed i gatti del paese a cui l'uomo soleva portare congrue porzioni delle sue squisitezze. Quando una mite mattina di novembre (verso le dieci e trenta, minuto più minuto meno), senza nebbia nell'aria e nembi oscuri in cielo, Anselmo se ne stava sulla porta del negozio (a godersela o, come suol dirsi, a crogiolàrsi al sole come una lucertola, dopo aver servito alcuni clienti ed aver ordinato la merce nelle vetrine) si diresse verso di lui un vagabondo coi baffi, un pantalone alla zuava rosso ed un basco bianco e nero in testa, che portava con sé due cornacchie azzurre chiuse in una gabbia.

     Dicasi, invero, di cornàcchia: quell'uccello, simile al corvo ma più piccolo e meno sgraziato; molto intelligènte, però...oppure di persona, con voce stridula e chiacchierona; o, ancora: cornacchione, cioè, colui che chiacchiera molto...(di) più di una cornàcchia!

     Quando l'uomo gli fu vicino chiese:
     - Signore, volete comperare queste due simpatiche cornacchie azzurre? Sono anche rare, vedete, vengono dall'Irlanda, dalla lontana contea di Louth. Pensate, me le ha regalate un marinaio francese sbarcato con un cargo a Genova, venticinque giorni fa.
     (L'uomo, evidentemente, era stato nel capoluogo ligure ma non era per niente sicuro il fatto se quelle cornacchie fossero realmente originarie dell'Irlanda!).
     Il vagabondo a quel punto si fermò, un attimo appena, poi riprese a parlare:
     - Sono state dipinte di azzurro da un contadino, come il colore del cielo, perchè era solito usarle per allontanare gli altri uccelli dal suo raccolto; così, signore, credetemi, mi ha raccontato quel marinaio.
     Anselmo guardò il vagabondo diritto in mezzo agli occhi, quasi con divertita pietà, e dentro di sé pensò:
     - Chissà chi é costui? Questo, mi sa, deve essere tutto matto...mai sentito che i contadini dipingano le cornacchie di azzurro!
     - No, non ne voglio proprio, - rispose al vagabondo, - non mi interessano.
     - Signore, - replicò l'altro, - la prego, ci ripensi; andiamo, su, ve le vendo insieme a poco prezzo: la coppia per appena nove lire.
     - Mi hai capito o sei sordo? - replicò Anselmo. - Va via che ho da lavorare. Non son mica un perditempo, io!
     L'uomo, così, ascoltate che ebbe quelle parole, chinò il capo con rasseganzione e, dopo aver salutato Anselmo agitando il basco che avea nella mano sinistra, si voltò per andarsene. Mentre se ne stava andando, però, quello lo richiamò:
     - Ehi, tu, colle cornacchie, - disse, - vieni un po' qua (evidentemente, aveva cambiato idea: forse, chissà, pensò bene che quei due strani uccelli li avrebbero tenuto compagnia).
     - Sì, signore, - fece il vagabondo, tornando indietro, - mi dica, ha per caso cambiato idea?
     - Quanto hai detto che vuoi per quei due "tipi" che ti porti dietro?
     - Soltanto nove lire; anzi, visto che mi siete proprio tanto simpatico gliene cerco appena otto: va mica bene per lei, lustrissimo?
     - Va bene, dai, te ne do lo stesso nove, perchè mi sembri un buon uomo, in fondo!
     Il vagabondo, così, prese i soldi e lasciò ad Anselmo la gabbia cogli uccelli. Dopo di che sollevò il basco che aveva rimesso in testa, per ringraziare. Prima di andarsene esclamò:
     - Lei, signore, è un uomo di gran cuore e la vita le vorrà bene!
     Anselmo entrò in negozio pensoso: doveva decidere dove mettere la gabbia con le cornacchie. Dopo qualche minuto prese la decisione. Nel retro del negozio, alla parete erano appesi due quadri: uno era quello con la foto del papà di Anselmo, Carlo; l'altro, invece, raffigurava il ritratto di Gaetano Bresci, l'anarchico che aveva fatto fuori Umberto I° a Monza, nel luglio 1900. L'uomo, allora, prese la gabbia con le cornacchie e l'appese con un chiodo al muro vicino ai due quadri, proprio nel mezzo tra l'uno e l'altro. Dopo di che cominciò, per ischérzo, a ripetere a entrambe:
     - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico.
     In poco tempo gli uccelli impararono quelle parole; e quando avevano sete, poi, o volevano da mangiare, strisciavano il becco sulle grate della gabbia oppure lo battevano contro la base e gridavano all'unisono: - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico.
     Tutto ciò andò avanti all'incirca per un anno. Intanto, dopo la marcia su Roma del 27 ottobre 1922, il fascismo imperversava in tutta la penisola: tra il 1925 e il 1927 si compì la fascistizzazione dello stato, in seguito a cui Benito Mussolini assunse pieni poteri e diventò un dittatore. Le squadracce nere distribuivano, a destra come a manca, manganellate, olio di ricino e, dove occorreva, purtroppo, anche colpi di rivoltella: l'opposizione era ridotta ai minimi termini (il "biennio rosso", ormai, e le ondate di scioperi ed occupazioni delle terre e delle fabbriche apparivano lontanissime chimere. Nell'agosto 1922 l'ultimo sprazzo di libertà aveva illuso i sognatori: la rivolta di Parma, organizzata dagli Arditi del Popolo. Allora, la città, l'unica in Italia, riuscì a tener testa ai fascisti. Il 6 agosto, la spedizione comandata da Italo Balbo si ritirò con la coda tra le gambe senza aver avuto ragione della resistenza dei Parmensi) ma, di tanto in tanto, non faceva mancare la sua voce.
    In paese, ad esempio, due giovani operai delle officine "Liberati" di Forlì (Rinaldo Tofoli, detto "il rosso" e Franco Galimberti, detto "il barbazza") nel 1929, il I° maggio, dettero fuoco alla "Casa del Fascio", in via Spanò: entrambi, poi, riuscirono a scappare oltre confine, in quel di Zurigo (Svizzera tedesca), grazie alla colletta di alcuni compagni; un gruppo di contadini, invece (tra questi anche Giovanni Bicchierai, detto "il lungo", amico fraterno di Anselmo, il quale abitava in via Artusi proprio dirimpetto alla chiesa di San Ruffillo e quasi vicino alla piazza Garibaldi), organizzò, l'anno dopo, uno sciopero nelle campagne del forlivese per protestare contro le inumane condizioni di vita a cui li costringevano i proprietari terrieri ed i latifondisti, aqquartierati spesso coi ladroni e i filibustieri del regime (la Carta del Lavoro, infatti, nel 1927 aveva sancito l'organizzazione statale secondo forme di rappresentanza economico-corporativa limitando, tra le altre cose, sempre più i diritti di uomini e donne nelle campagne, e l'anno prima, inoltre, eran stati sciolti i sindacati liberi a favore di quelli fascisti, gli unici a rappresentare, oramai, i lavoratori). Al termine della manifestazione uno degli scioperanti, soprannominato "fratello sole" (un anarchico venuto in Romagna dall'Umbria, il paese di Bastia, vicino ad Assisi, di cui nessuno conosceva il vero nome) sparò una schioppettata a un padrone, ferendolo ad una gamba: fu subito imprigionato nella rocca di Ravaldino, a Forlì, allora adibita a carcere, dopo di che condannato dal tribunale a dodici anni di confino coatto da trascorrere a Campese, sull'isola del Giglio, in Toscana, e sull'isola d'Elba (la stessa che aveva dato dimora ed esilio, qualche decade addietro, ad un certo Napoleone, alias Bonaparte).
     Nel frattempo accadde che anche le cornacchie di Anselmo, bontà loro, si erano "evolute", insieme ai tempi (oppure, chissà, "involute": dipende, casomai,, dai punti di vista!). Erano, quelle, diventate domestiche uscivano dalla gabbia, sovente lasciata aperta dall'uomo, saltellavano liberamente nel negozio ed a volte, anche, si posavano amichevolmente sulle spalle dei clienti che entravano nello stesso a fare compere.
     Da qualche tempo, inoltre, Anselmo aveva fatto sistemare, nel retrobottèga, un tavolo e delle sedie: alcuni amici del paese, infatti, (tra questi diversi "sovversivi"), vi si riunivano per bere qualche buon bicchiere di rosso, o per fare qualche partitina a briscola e parlare dei tempi oppure del più e del meno. Uno di questi, che si chiamava Giuseppe Guerra (soprannominato dagli amici "la mano destra di Dio", a causa della innata capacità di spennare tutti al gioco!), soleva gridare ai compagni di tavolo, quando vinceva una mano: - Guarda come li faccio fuori tutti!
     Gli uccelli, che nel frattempo Anselmo aveva ribattezzato coi nomi di Cric e Croc per il loro modo, a detta di tutti, alquanto insolito di aprire e chiudere ritmicamente il becco quando parlavano, impararono in fretta anche quelle parole visto che spesso gironzolavano vicino al tavolo da gioco. Da quel momento in poi, infatti, quando meno era previsto, le pronunciavano (ai clienti del negozio, ad Anselmo, agli stessi amici di quello mentre giocavano, etc.), in combinazione a quelle già apprese in precedenza:
     - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico. Guarda come li faccio fuori tutti!
      Le parole pronunciate dalle cornacchie, insieme al loro comportamento, provocavano ilarità e buonumore tra gli amici di Anselmo ma anche, chissà...
     Giunsero, infatti, a distanza di non molto tempo, alle orecchie sbagliate, attraverso il vecchio ma efficace modus del "passaparola" vieppiù noto anche come quello delle spie sempre all'erta: è facilissimo che fosse successo così visto che era antico come il cucco e molto in voga all'epoca!
      Accadde che tre fascisti, amici del ras di Forlìmpopoli Primo Guzzanti, entrarono in negozio, un giorno, con fare non proprio amichevole. Uno di loro, Aldrovandi Saverio (detto "manomorta"), d'amble disse:
     - Ehi, Anselmo, girano strane voci su di te e sul tuo negozio, sai?
     - Che dici? Non so mica di cosa parli!
     - Sì, alle nostre orecchie sono giunte strane voci: dicono che quì dentro si fanno...
     - Ah! Ah! - esclamò Anselmo, interrompendo l'altro. - Certo, sono le mie cornacchie: io gli insegno delle cose buffe da ripetere ai clienti per tenerli in allegria. Niente di altro, credetemi!
     L'uomo, in effetti, aveva mentito (costretto a farlo, dato i tempi in corso, per salvare il suo negozio e, forse, qualcos'altro!): sul fatto, cioè, che il retrobottèga fosse spesso frequentato anche da persone che definire poco simpatiche ai fascisti è di certo un eufemismo!
     - Ma, forse, chissà...sarà pure così! - disse "il Patacca", compagno di squadra del "manomorta", un galantuomo che portava sul fianco destro una vecchia Luger 7,65 (di quelle usate dall'esercito italiano nella Grande guerra) e sull'altro il manganello sempre all'erta.
     - Stai attento a te, però, Anselmo; ti consiglio di non metterti nei guai...e fila sempre diritto se vuoi campar felice!
     - Agli ordini, sarà fatto! - fece quello.
     - Sì, sì...esclamarono in combutta i tre ed andarono via.
     Non appena furono fuori dal negozio, Anselmo andò nel retro ed esclamò, ad alta voce e ben tre volte: - Morte al fascio! Morte al fascio! Morte al fascio!
     Le cornacchie, le quali evidentemente non dormivano mai ed erano, anzi, sempre all'erta e con le orecchie ben diritte, a loro volta ripeterono, insieme, le parole pronunciate poco prima dal loro padrone: - Morte al fascio!
     - Porca puttana zozza...- imprecò, allora, fra sé e sé l'Anselmo - boia d'un mondo ladro e che mi venga pure un cancher: me n'ero proprio dimenticato!
     In effetti, al povero Anselmo era del tutto passato dalla mente che in negozio c'erano sempre i due ospiti: a tenerli compagnia.
     E le cornacchie, ancora (quasi quasi a voler mettere il coltello nella piaga e far adirare il padrone ancor di più!):
     - Sono Getano Bresci, l'anarchico. Guarda come li faccio fuori tutti. Morte al fascio!
     Alle parole che già conoscevano, gli uccelli avevano aggiunto quelle imparate di fresco: proprio una bella filastrocca, non c'è che dire!
     - Porco Dio! - prima borbottò Anselmo a voce bassissima e poi digrignò i denti. - Hanno una memoria di ferro quelle due lì e un'udito finissimo; mica gli sfugge niente, cavolo!
     Nel frattempo nel negozio entrò Giovanni Artusi, il matto di Forlìmpopoli (lo chiamavano tutti, in paese, "Giovanni dalla benda nera", per via d'una benda nera, appunto, con cui, pur non essendo affatto orbo, soleva coprirsi l'occhio destro), il quale domandò:
     - Ehi, Anselmo, hai mica un paio di bretelle di straforo da vendermi? Che i calzoni, sai, non mi stanno più dritti...
     - Senti Giovanni, - replicò l'altro, - non è momento questo: torna nel pomeriggio che vedo se posso aiutarti. Torna più tardi, dai, ho da fare adesso!
     Anselmo era ancora arrabbiato, e non poco, con sé stesso: per le parole nuove che Cric e Croc avevano imparato...suo malgrado. Ma l'Artusi, però, dal suo canto non la prese per niente bene (evidentemente!).
     - Bestia, ricordati che devi morire! Ricordati che devi morire! Ricordati che devi morire!   - urlò il matto ed andò via incazzato nero.
     - Sì, d'accordo: ora me lo segno così non lo dimentico. - replicò sarcasticamente Anselmo. - Fai bene, sai, a scappar via perchè oggi non è proprio aria!
     Nel frattempo, però, gli uccelli erano saltati fuori dalla gabbia, mettendosi proprio alle spalle di Anselmo ch'era in piedi dietro il banco e che, da par suo, non s'era avveduto di nulla. Non appena si voltò venne  colpito di getto dalle loro parole (quasi come fossero pietre scagliate da una catapulta!).
     - Bestia, ricordati che devi morire! Ricordati che devi morire! Ricordati che devi morire!
     - Ma chi me l'ha fatto fare? - esclamò allora Anselmo dentro di sé. - Mio padre, bontà sua, mi ha lasciato una bottega ben avviata, pure un piccolo gruzzoletto con cui andare avanti...dovevo  proprio prendere quelle due lì? Boia d'un mondo lader!
     Le cornacchie, intanto, dal retrobottèga, quasi a volersi prendere giuoco dell'uomo, ripeterono all'unisono: - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico. Guarda come li faccio fuori tutti. Morte al fascio. Bestia, ricordati che devi morire!
     In effetti, le dolci e gentili creature avevano imparato la tiritera per intiero: ossia, alla fine delle parole precedenti avevano aggiunto quelle nuove, come sempre; facendolo in maniera metodica e quasi maniacale: sembrava, insomma, come se seguissero un piano prestabilito, diabolico e ben costruito, forse...quasi umano!
     Passaron così alcuni anni: stancamente e noiosamente, per l'Anselmo, la vita scorreva, seppur - come al solito - in maniera semplice e dignitosa. Venne un'estate, fu quella del 1932, quando cadeva l'anno 10° dell'era fascista (così era denominata quell'epoca iniziata, entrata in "vigore" dalla marcia su Roma in poi). In paese fervevano i preparativi per il grande evento o "giorno dei giorni" (da tutti veniva così chiamato), probabilmente più importante dei sabato fascisti che avevano luogo durante il corso dell'anno: di lì a poco, infatti, sarebbe arrivato in visita il podestà di Forlì Aristide Rampini. Il suddetto, originario di Lugo di Romagna, la cittadina in provincia di Ravenna che aveva dato i natali a Francesco Baracca, eroe dell'aria nella Grande guerra (la moglie, invece, a tutti nota in paese come l'Adalgisa, una bruna con le enormi tette, era invece nata a Luzzara, nel reggiano, capitale del pesce gatto in padella e delle anguille con piselli e polenta), era un tipo arcigno e tutto d'un pezzo (sulla fiancata destra dell'auto con cui solitamente si spostava, una vecchia Alfa Romeo GS marroncino, guidata dal fido autista Manlio, erano incise le seguenti tre parole: "credere, obbedire, combattere!"; ovvero, la sintesi ideale del vero fascista che richiama la mitica figura del guerriero, pronto a tutto per difendere lo stato e il suo capo); carissimo amico, tra gli altri, del ras di Ferrara Italo Balbo e di tutta la cricca ferrarese. Era, il Rampini, un cosiddetto "fascista della prima ora": di quelli, cioè, che avevano sposato la causa sin dall'inizio...(da) subito (o quasi), ed indossato la camicia nera. Il giorno della visita correva di sabato e Anselmo, come suo solito, si alzò più tardi (il negozio era chiuso, come ogni fine settimana e nei giorni di fiera), verso le nove-nove e trenta: appena in piedi, però, si ricordò di aver lasciato aperta la finestra del negozio (quella che da su una strada secondaria); decise, tuttavia, di tralasciare il fatto: ci avrebbe pensato il lunedì seguente.
     Il Rampini, dal canto suo, arrivò in paese alle undici e trenta. Dopo aver pranzato, alle tredici in punto salì sul palco, allestito già dal giorno prima, di fronte alla rocca nella piazza Garibaldi: al suo fianco la moglie ed il fior fiore del fascio emiliano-romagnolo, dal Guzzanti al Corridoni, dal Malinverni all'Arpinati di Bologna e lo stesso Balbo; ospiti d'onore il ras di Cremona Farinacci e quello di Trieste Giunta, a far le veci del Duce.
     La piazza era gremita da oltre ottocento persone (molte venute anche da fuori provincia), tenne un discorso di ben mezz'ora. Al termine della cerimonia la compagnia si recò in visita alla rocca trecentesca eppoi agli altri monumenti. Verso le diciannove-diciannove e trenta andarono di buon grado tutti insieme ad ingozzarsi al Principe, locanda-albergo in viale Bologna, al centro del paese. Dopo cena il podestà preferì salire subito in camera, insieme alla moglie (alloggiavano in camere separate, sullo stesso piano, l'una di fronte all'altra): si addormentò con la finestra aperta. Verso le due e tredici, mentre russava talmente forte da somigliare ad una locomotiva a vapore, sul davanzale della finestra si posarono improvvisamente le cornacchie di Anselmo, le quali erano volate via dalla finestra del negozio che lo stesso aveva lasciato aperta, distrattamente. Gli uccelli cominciarono a gridare:
     - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico. Guarda come li faccio fuori tutti. Morte al fascio. Ricordati che devi morire! 
     Quelle grida svegliarono di soprassalto il Rampini che, spaventato, si alzò dal letto e, dopo aver afferrato la rivoltella dal comodino, si avvicinò alla finestra. A voce alta esclamò: . Maledizione, sto ancora dormendo o son desto? Ma no, sono sveglissimo eppure mi  è sembrato d'aver udito...- si bloccò un attimo, quindi riprese a parlare - Non ho mica le traveggole, per Dio!
     L'uomo, così, puntò la pistola contro le cornacchie che gridarono ancora:
     - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico. Guarda come li faccio fuori tutti. Morte al fascio. Bestia, ricordati che devi morire!
     - Non mi ero sbagliato, boia d'un cane cieco! - esclamò l'uomo. - Siete proprio voi che avete parlato; andate via, bestiacce, prima che vi impallini io e...
     A quel punto il Rampini si bloccò; corse sul letto e vi si adagiò, lentamente: era stato colto da un malore!
     L'Adalgisa, intanto, anch'essa svegliata dal trambusto, fece per entrare nella stanza del marito. Lo vide, disteso sul letto, e gridò:
     - Cielo, Aristide, cosa ti è successo?
     Quello, però, non rispose. Aveva gli occhi di traverso e la lingua penzoloni dalla bocca: sembrava più morto che vivo! Lo portarono in ospedale, a Forlì, i medici li dissero: - E' stato fortunato, eccellenza, trattasi di un lieve attacco di angina!
     Il Rampini, infatti, dopo alcuni giorni in osservazione nel reparto di cardiologia, fu dimesso. Da allora, però, non fu più lo stesso uomo: meno arcigno diventò e, soprattutto, meno...molto meno "tutto d'un pezzo"!
     Le cornacchie, nel frattempo, dopo la "spedizione punitiva" contro il podestà, erano rientrate, per così dire, alla base, cioè, alla stessa maniera in cui erano volate via: dalla finestra lasciata aperta dal loro padrone. Il lunedì seguente Anselmo riaprì regolarmente il negozio, si ricordò della finestra aperta e la richiuse, ma mai seppe di quanto era accaduto: gli uccelli, infatti, erano al loro posto, nella gabbia nel retrobottèga...in riga come due provetti attendenti, e pronte a fare il loro dovere di discrete origliatrici.
     Quaranta giorni dopo, però, ormai sul far dell'autunno, un giovedì, mentre un violento temporale era intento a tormentare il cielo sopra Forlìmpopoli ed i poveri vigneti delle campagne circostanti, accadde ancora l'imponderabile: gli uccelli, d'improvviso, volaron via, dalla stessa finestra della volta precedente. Tutto successe proprio mentre Anselmo, ironia della sorte, serviva una cliente estremamente particolare: l'Adalgisa, moglie del podestà, venuta in paese per far compere.
     Quando Anselmo ebbe finito di servirla, il temporale stesso cessò (nel frattempo s'era fatta la "mezza" e le campane della chiesa di San Ruffillo risuonarono quattro volte: forse, chissà, il sagrestano Gipo aveva sbagliato a far di conto!), ma era uno di quelli veramente speciali, ossia tutti ammantati di un non so che di misterioso...che lasciano nell'aria, subito dopo, qualcosa. Fu così, infatti: un arcobaleno ridondante di luce e di colori, un profumo intenso di mosto selvatico, di quello che soltanto la campagna di Romagna e della bassa sanno dare!
     Anselmo andò nel retrobottèga e si accorse della fuga delle cornacchie. - In fondo, - pensò dentro di sé, - è giusto così, perchè i colori non si possono imprigionare né tenere in gabbia (il colore azzurro delle cornacchie, infatti, è quello del mare, del cielo e della libertà), loro sono come le idee: nessuno mai potrà farlo!

    da: "Storie e racconti della bassa".

    Taranto, 10 marzo 2017.
     
     

     
     
     

  • 09 luglio alle ore 5:08
    Sulla riva andante del lago Bakunino

    Come comincia: Dialogo breve tra l'anima Caronte - di un morto - ed il morto Estragon - da trasportare; liberamente ispirato e tratto da: "Aspettando Godot", di Samuel Beckett.

                                                    =Personaggi=
    +Caronte=l'anima di un morto;
    + Estragon=il morto;
    +il bardo;
    +il filosofo cieco (Andromedo).

    Caronte     Allora che cosa aspettiamo? Andiamo: l'ora è già buona!
    Estragon   Aspettiamo ancora un po': è meglio così. A volte ritornano; aspettiamo di                          sapere: se qualcuno verrà e cosa ci dirà. Qualcuno, sì, penso proprio che                        verrà.
    Caronte     Chi?
    Estragon   [Loro]...I morti a volte ritornano (...almeno loro!). E'meglio così che                                    aspettiamo.
    Caronte     Sai, amico mio, credo che nessuno mai ritornerà da lì, dall'altra sponda. I                        morti: no, di certo...Non sono sicuro di niente, di ciò che dici; del "ritorno"                        come tu parli. Non sono sicuro (mai) di niente: ho visto tanto nella mia vita,
                      ormai! Forse le anime [dei morti] ritornano, a volte. Non sò: mai, però, mi è
                      capitato di vederne una. Dai, su, andiamo.
    Estragon   Non aver fretta, caro amico mio. Ti prego, dai, non avere fretta. Non bisogna                    mai averne nella vita: che la fretta...mai porta (di) buono, niente!
    Caronte     Va bene, va bene. Allora aspettiamo ancora un po'.

    Breve pausa. I due rimangono immobili, le braccia appese, il mento sul petto e le ginocchia piegate. Ad ascoltare il silenzio: grottescamente in attesa. Dopo di che...(ovvero, qualche minuto più tardi).

    Caronte     Dai, su, andiamo: che l'ora è già buona da un pezzo. Andiamo.
    Estragon   Sssssssss! Non senti anche tu uno strano fruscio, laggiù tra i cespugli?
    Caronte     Non sento nulla: eppure non sono (mica) privo di udito!
    Estragon    Senti? E' sempre più forte.
     
    I due - all'unisono - tendono l'orecchio. Caronte perde l'equilibrio e quasi cade. Si aggrappa al braccio destro dell'altro che, a sua volta, barcolla. Rimangono per qualche momento in ascolto...(ancora) del silenzio, abbracciati l'uno con l'altro  e gli occhi negli occhi. Poi...

    Estragon     Eccolo!
    Caronte       Chi?
    Estragon     Sssssssss! Ma...è soltanto un piccolo gatto bianco!

    (Sospiri di sollievo di entrambi. Distensione. Si allontanano l'uno dall'altro). Poi riprendono a parlare.

    Caronte      Mi hai (quasi) spaventato: per un attimo, sai, ho creduto...Anche io ho                             creduto a qualcosa; credevo fosse proprio nero: è invece...
    Estragon     Vedi che anche tu, quando vuoi: allora non sei proprio un maledetto                                  lurido bastardo miscredente! Sei recuperabile!
    Caronte       Ma è stato un attimo, sì un attimo soltanto: ho creduto...sono bastardo                            dentro io!
    Estragon     Sì, lo so quello che sei, amico. Hai creduto che fosse lui?
    Caronte       Chi?
    Estragon     Hai creduto che fosse lui? Che fosse qualcuno?
    Caronte       Ma no, dai, che dici? Ho creduto soltanto per un attimo...Nessuno.                                  Andiamo che l'ora è (già) buona da un bel pezzo, ormai. I morti non                                ritornano mai, forse - chissà - le anime, quelle dei morti a volte, quelle che                      nessuno ha voluto o quelle che non trovano pace neanche dopo la morte:                      ma...non so, non sono sicuro di niente. Ficcatelo per bene in quella testa                        vuota che hai: anche tu, amico, hai la testa uguale alla mia, sai? Andiamo!   Estragon     No, aspettiamo ancora un po': magari fino alle tre e poi andremo, se                                vorrai.
    Caronte        Aspettiamo ancora un po' allora.

                                             =Post dialogo
    il bardo ne: l'appello (degli appelli)  Tappezziamo la realtà di buchi neri: per modo che                       la mente vi si possa dentro infilare, (e) vagare - colà - alla cerca della via                         d'uscita.
    il filosofo cieco (Andromedo) ne: il post-appello  Il tempo è illusione: tutto è illusione; il                       tempo trascorre ma tu puoi solo rincorrerlo, invano! - Il tempo gira su se                           stesso - mi disse una volta un monaco buddista di nome Zarathustra, - ma
                       ogni momento possiede in se il suo senso...Nessuno torna, loro non                               tornano indietro dal viaggio.
     
    Taranto, 27 febbraio 2017.
     

     

  • 06 luglio alle ore 4:01
    Un sillogismo aristotelico

    Come comincia: "Shakespeare sta all'animo umano ed al cuore dell'uomo come Leopardi sta al suo subconscio ed al suo dolore"

                                               = Spiegazione =
     Se Shakespeare é stato (definito) il "poeta dell'animo umano" per eccellenza, colui - cioé - che più (e meglio) di ogni altro abbia cantato, narrato e scritto sull'uomo e i suoi sentimenti e le sue pene d'amore (perdute o meno che siano!), sull'uomo ed i suoi intrighi ed i suoi sbagli, sull'uomo e le sue virtù e le sue debolezze; mettendone pure a nudo la sua quint'essenza e la sua vera natura, scavando - e scandagliando -  all'interno del cuor suo, sezionandolo (l'uomo) e "vivisezionandoli" (il cuore e l'uomo) da ogni lato e da ogni sfaccettatura possibile ed immaginabile per estrapolarne di volta in volta il meglio ed il peggio, Leopardi, invece, é stato il "poeta del profondo" dell'uomo: che ha sì scavato anch'esso nel suo subconscio e nella sua interiorità, nel suo estremo substrato e nel suo lato più oscuro e recondito, ma trovandovi soltanto paure, angosce,  dubbi, perplessità, incertezze, ed amarezze, ed ossessioni. Il recanatese é stato colui che più (e meglio) d'ogni altro si sia fatto carico dei dolori interiori suoi e dell'umanità intera, portandone sulle deboli sue spalle (e fragili) di uomo il fardello, a volte pesantissimo ed a volte insopportabile, ma facendolo pur sempre con dignità, forza e coraggio.
     Entrambi (Shakespeare e Leopardi), a mio modesto avviso, furono, però, pur sempre "inguaribili romantici ottimisti": entrambi, infatti, amarono (seppure in maniera differente l'uno dall'altro) fin troppo la vita; e l'amarono così tanto da non averla potuta odiare!

    Taranto, 14 ottobre 2013. 

  • 01 luglio alle ore 9:11
    PERCHÈ?

    Come comincia: Alberto pensionato ultrasettantenne, abitante a Messina in viale dei Tigli,  come tutti gli anziani non proprio in salute, per usare un eufemismo, passava molto tempo a leggere i giornali o dinanzi alla TV ma questo non migliorava il suo stato d’animo anzi…Cosa stava succedendo ai singoli  individui? Sembra, anzi è accaduto  che la parte peggiore delle persone è venuta  fuori estrinsecandosi in maltrattamenti di anziani nelle case di riposo o di bambini negli asili, di genitori che prendono di petto insegnanti che hanno dato cattivi voti ai loro figli e non ultimi ma, più gravi, gli omicidi per motivi talvolta incredibili come l’ultimo di un uomo che per strada ha ucciso un giovane a lui sconosciuto perché lo aveva notato allegro mentre lui non lo era! E che dire degli omicidi di ex mogli che si erano rifatte una vita con un nuovo compagno dopo aver sopportato per anni le angherie dei mariti senza mai denunziarli, senza tralasciare i reati di concussione e di corruzione dilaganti che erodono l’economia. Ultime ma non meno importanti la mafie nelle loro varie denominazioni che mettono a dura prova la vita dei cittadini onesti e la stabilità del paese. Da non dimenticare gli stupefacenti che, oltre a far arricchire i trafficanti mina la salute soprattutto dei più giovani; è storia recente di loro morti per nuove droghe letali. Altra tristezza vedere in televisione dei pensionati con le lacrime agli occhi che dichiarano di aver perso i risparmi di una vita per il fallimento delle loro banche. Forse ci dobbiamo rifare al pensiero di Socrate che sosteneva che gli uomini sono ignoranti e malvagi, si spera proprio di no, vi sono molti esempi di solidarietà. Gli unici argini a tanto disfacimento sono le forze dell’ordine. Alberto quale ex maresciallo della Guardia di Finanza, in quarantaquattro anni di servizio aveva contribuito a questa lotta ottenendo vari riconoscimenti fra cui la Medaglia Mauriziana privilegio di pochi. L’esiguità del numero di personale, sempre sotto pressione giorno e notte rendeva la lotta impari. Un paese florido si vede anche dal comportamento dei suoi amministratori. In campo nazionale c’è una coalizione con i capi sempre in lite fra di loro, in campo locale gli amministratori spesso vengono rimossi per corruzione o per mafia. Altra piaga i nostri migliori ‘cervelli’ espatriano in cerca di lavoro in quanto i signori politici hanno preso provvedimenti cervellotici come quello di mettere un numero chiuso nella facoltà di medicina. I medici andati in pensione vengono richiamati in servizio per sopperire a ‘buchi’ di organico. Alberto era amareggiato, ricordava con rammarico il dopo guerra quando tutti gli italiani si erano rimboccati le maniche e nel 1960 l’Italia aveva avuto un boom nella ricrescita del paese. Ed ora? Non si sa se ridere o piangere. È accaduto che per un posto di infermiere sin sono presentati duemila dicesi duemila concorrenti, questo è indice di disperazione e di povertà. Una volta ad un poveraccio si  diceva, con senso dello humour,  che dormiva sotto i ponti, oggi purtroppo questo è diventato realtà, l’abbiamo potuto constatare a Roma. In campo internazionale? Meglio nessun commento. Alberto, vedovo, accompagnato dai nipote Marco o Andrea passava regolarmente da un nosocomio a l’altro a seconda delle  patologie, in farmacia mettevano il ‘tappeto rosso’ quando lui entrava ad acquistare medicinali! A casa  cucinava come aveva fatto da finanziere  nei lontani anni cinquanta, alle pulizie di casa era addetta la portiera Gina quarantenne che, talvolta, lo …aiutava in altri campi. Nel suo curriculum aveva scritto: ‘Sono nonno bomba che beve, mangia e, talvolta, tromba’, l’esprit era stato sempre la sua ancora di salvezza. Altra peculiarità: Alberto si era scoperto scrittore e, forte della  sua maturità classica aveva scritto un romanzo sulla sua vita pubblicato da una casa editrice e ben duecento racconti dal ’sapore’piccante come sua abitudine inveterata, in passato le femminucce erano state i suoi svaghi preferiti ora… si arrangiava. Le sue narrazioni vengono pubblicate sul sito ‘Aphorism’ e pare siano apprezzate dai lettori in cerca di svago. Ultima novità: la portiera era andata a casa di sua madre ammalata, era stata sostituita da Gigliola sua figlia ventenne fisicamente niente male. Alberto si era domandato chi poteva aver ispirato i genitori, ex contadini inurbati, ad apporre alla figlia un nome fuori del comune forse per riconoscenza verso l’ex padrone del campo da loro coltivato. Gigliola era iscritta al secondo anno di università in medicina, dimostrava di essere portata verso quella branca di studi,  aveva conseguito con pieni voti il diploma di infermiera. La ragazza era molto affezionata al cavaliere (Alberto aveva ricevuto l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica) anche perché il cotale le mollava sotto banco  bei soldini con la segreta speranza di…Alberto se lo poteva permettere per l’eredità in titoli e denaro nel conto corrente ricevuti da una zia. Un giorno Gigliola: “Cavaliere posso chiederle un favore grosso, col mio fidanzato non posso avere molta intimità perché non possiamo stare insieme né a casa sua né in quella mia e non vogliamo andare in albergo,  che ne direbbe di ospitarci? Ho conosciuto da poco tempo Alessio figlio di persone abbienti,  è una categoria di persone che non amo perché si sentono padroni del mondo, ultima richiesta particolare, vorrei che lei, per mia sicurezza ci controllasse con una telecamera nascosta.” “Insomma dovrei fare il guardone e il cane da guardia, e se poi mi viene voglia di…” “Nessun problema, in viale S.Martino ci sono bei negozi…” Più chiaro di così! Alberto prese contatti con Sergio un venditore di materiale elettronico, gli spiegò la sua richiesta ed il giorno dopo una minuscola telecamera fu istallata in camera da letto con visore nello studio, si vedeva perfettamente tutto anche con poca luce. Dopo una settimana Gigliola ed Alessio, un ‘braciolettone’ come lo avrebbe definito  Alberto si presentarono in casa del cavaliere che aveva lasciato la porta socchiusa. “Mio zio non sta bene, abbiamo tutta la casa a disposizione, questa è la camera da letto con annesso bagno, prima mi faccio io il bidet e poi tu, nel frattempo mi stenderò sul letto.” Sul lettone Gigliola si prese il divertimento di allargare le cosce per mostrare la ‘cosina’, una favolosa foresta nera con le conseguenze che il  ‘ciccio’ di Alberto alzò la cresta  ma poi, sconsolato, capì che non era il momento. Alessio si dimostrò subito di essere imbranato in campo sessuale, Gigliola fece tutto lei: prima prese in bocca l’uccello del fidanzato non  troppo grande, ci volle del tempo prima di riuscire a…, ci volle altro tempo per rinverdire il ‘coso’ di Alessio che ci mise assai per eiaculare nella vagina. Il simpaticone si sentiva un mandrillo, non capiva di essere stato solo uno strumento in mano a Gigliola, forse non aveva mai conosciuto da vicino una donna. Alla fine, dopo il passaggio in bagno la ragazza: “Caro, lo zio se la passa male a soldi, è pensionato, che ne dici di lasciargli qualche Euro?” Alessio fu generoso, si sentiva un dio,  mollò una banconota da cinquecento Euro che, in seguito finì nella borsa di Gigliola. Chiusa la porta d’ingresso: “Che ne dici zio del mio fidanzato?” “Sposalo, quando mai ti capiterà uno come lui ed ora accomando un…allo spirto che non muor!” Alberto con Gigliola ritrovò in parte la gioventù, la situazione si ripeté varie volte sinché Alessio si decise al gran passo. Al matrimonio Alberto fu uno dei testimoni, elegantissimo si presentò zoppicando ed aiutandosi con un bastone, non voleva apparire troppo arzillo…

  • 01 luglio alle ore 9:07
    LA SCONOSCIUTA CHE VIEN DA LONTANO

    Come comincia: Una mattina gli abitanti di un isolato della Panoramica di Messina si trovarono dinanzi una bionda che più bionda non si può come direbbe un celebre comico. Da dove era sbucata? Un mistero. Di bionde al mondo ce ne sono a bizzeffe ma questa era molto particolare: innanzi tutto la statura: col suo metro e ottantacinque sovrastava in altezza quasi tutti gli uomini poi aggiungici i tacchi…Certo il suo numero di scarpe quarantatre non era facile da trovare per una donna ed allora? Scarpe su misura. Quel che colpiva di più nel viso, oltre all’armonia dei lineamenti erano gli occhi di un profondo blu assolutamente fuori dal comune. Altra caratteristica la vita molto stretta, ovviamente gambe  lunghe e piedi affilati, un tripudio per feticisti! A tale beltade non poteva corrispondere un nome qualsiasi infatti si chiamava Deepika provenienza: imprecisata. La signorina aveva acquistato un appartamento nello stesso piano di quello di Alberto, appartamento a lei venduto dal figlio di una signora deceduta per un carcinoma.  Le moglie sciocche fecero delle scenate ai mariti più cretini delle loro consorti, c’era poco di essere gelose, Deepika non dava confidenza a nessuno se non un saluto frettoloso. Anna vista la situazione disse al marito: “Se sei capace provaci, ma andrai in bianco da quello che ho capito.” La consorte di Alberto non era gelosa, ormai in menopausa il sesso per lei non aveva più attrattive, voleva solo avere il marito vicino per il resto…affari suoi. Alberto ebbe modo di avvicinare Deepika in palestra, la ragazza  trentenne lavorava più con i pesi, con i manubri ed i bilancieri che col corpo libero, era una forza della natura. Fu lei stessa ad avvicinare il nostro eroe che a cinquantacinque anni faceva ancora la sua porca figura. “Non faccia quella faccia, mai vista un’atleta donna?” “Non vorrei essere al posto del suo fidanzato o meglio vorrei…” “Deve decidersi vorrebbe si o no?” “Dipende in quale campo, ho detto una fesseria…” “La vedo confuso, io di solito non mordo, sono Deepika e, se non erro abitiamo allo stesso piano.” “C’è un bar qui all’interno che ne dice di una bevanda?” “Un caffè lungo, mi piacciono lo cose forti nel senso che…” “Adesso è lei che è confusa, sono Alberto potremo, se vuole, diventare amici, mia moglie è una donna intelligente e anticonformista, potreste andare d’accordo.” “Bene, tanto premesso riprendo la mia Mini e torno a casa.” “Io la seguirò con la mia Jaguar è una macchina più da signore anziano qual io sono.” “Non faccia il modesto sa benissimo ancora di piacere alle signore, per me i giovani sono tutto cazzo e niente cervello.” “Viva la sincerità, andremo d’accordo, ho sempre vissuto per servizio (ero maresciallo della Finanza) in ambiente tra il cattolico ed il convenzionale, ambiente sempre da me detestato finalmente…” Anna era dinanzi alla porta d’ingresso, visti la ragazza ed il marito uscire dall’ascensore si presentò: “Sono la moglie del qui presente, insegno lingue ad un liceo classico di Messina, lieta di conoscerla.” “Il mio nome difficile da pronunziare per un italiana è Deepika, sono iscritta all’università di Messina, specializzazione in urologia, siete delle persone simpatiche avremo modo di rivederci, a presto.” Alberto, incuriosito dal nome della giovane andò al computer e fu edotto del significato: era ‘buona’ e ‘una piccola luce’ aggettivi di origine araba ma parlando l’interessata un italiano fluente era molto difficile capirne la nazionalità d’altronde ad Alberto poco caleva. Anche dalla sua vettura non era possibile cavarne il nome della giovane era targata EE – Escursionisti Esteri - e quindi non iscritta al P.R.A. Da quel momento il non più giovane signore mise in atto una tattica di avvicinamento alla ‘piccola luce’ che piccola non era, si appostava dietro la porta d’ingresso della sua abitazione e non appena Deepika usciva da casa la invitava a prendere insieme l’ascensore. “Che combinazione, oggi mattina ci incontriamo, siamo sincronizzati, si dice così?” Alberto: “Melius est silere quam disputatio.” “Questa non me l’aspettavo, un poliglotta, anch’io ho studiato latino non capisco perché vuol tacere.” “È lei una sorpresa continua, mi son fatto tante domande tutte senza risposta, se me lo permette vorrei darle del tu.””Permesso accordato, in quanto alle domande meglio  evitarle, per una donna è meglio circondarsi di un po’ di mistero.” “Non ne hai bisogno sei una creatura affascinante, io posteggio al Cavallotti e tu?” “Anch’io, mi è venuta una curiosità dove vai per passare la mattinata?” “In caserma nel nostro circolo Anfi anzi m’è venuta un’idea, vieni con me, voglio far succedere un casino con la tua presenza, dammi un tuo documento. “ Deepika aveva un passaporto da apolide, documento che all’ingresso presentò al piantone, come d’obbligo, solo che il piantone rimase a bocca aperta senza reagire. Alberto gli mise in mano anche un documento suo e si diresse nella stanza dell’Anfi (Associazione Nazionale Finanzieri in congedo). Alcuni degli ex giocavano a carte, altri leggevano i giornali ma all’entrata dei due tutti si fermarono. Alberto: “Ragazzi vi presento mia cugina Deepika, il nome vuol dire piccola luce ma a veder i vostri visi pare che la sua luce sia molto forte!” Il generale presidente si esibì in un finto baciamano e poi invitò tutti al bar della caserma. Anche il barista, un civile, rimase ad occhi aperti a guardare la ragazza la quale: “ “Se chiuderà i suoi occhioni belli dovrebbe farmi un caffè lungo e poi chieda ai signori quello che desiderano.” Deepika ringraziò il generale e, preso sottobraccio Alberto si diresse al corpo di guardia per recuperare il passaporto, salutò il piantone e: “Andiamo  fra la pazza folla, è un romanzo in cui…” “Troy cerca di conquistare Batsceba, lo conosco anch’io.” Stavolta Alberto rimase completamente basito, chi era effettivamente Deepika, un esser venuto dall’altro mondo, era un’enciclopedia, sapeva tutto lo scibile conosciuto. “Non fare quell’espressione, sin da piccola ho letto molti libri, mi è venuta voglia di abbracciarti, non sono un tipo facile, approfitta dell’oggi…” “Quanto meno confidando nel domani, stavolta ti ho preceduto, anch’io nel mio piccolo...” “Ora che abbiamo fatto sfoggio di cultura ripariamoci nella tua macchina,è più comoda della mia.” Il bacio promesso avvenne puntualmente, un bacio profondo, la bocca della ragazza era profumata, il suo corpo emanava in odore profondamente femminile che fece risvegliare ‘ciccio’, Deepika non ci pensò due volte e se lo mise in bocca con ovvia conseguenza. I due rimasero un po’ in silenzio poi la ragazza scese dalla Jaguar e  si diresse verso la sua Mini, rientro a casa. Anna si accorse subito che tra Alberto e Deepika era successo qualcosa e cominciò a dileggiare il marito: “L’amorino mio è andato in manuale o in orale, ti vedo stralunato!” Alberto abbracciò Anna, le voleva bene ma in quel momento era totalmente confuso. Gli avvenimenti si evolsero in maniera repentina, Deepika invitò a cena Alberto che si beccò gli strali di Anna che gli augurò: “ Good luck’,  mi sembra l’ultima cena!” Deepika si fece trovare in vestaglia trasparente, la cena consisteva solo in frutta di tutte le varietà, la ragazza voleva mangiar leggero in attesa…L’attesa non fu lunga, la signorina apparve nel vano del bagno nuda, la sua figura era contornata dalla luce proveniente dalla toilette, una visione surreale e molto sensuale. Alberto anche lui in costume adamitico era seduto sul lettone sino a quando fu raggiunto da Deepika che si sdraiò ad occhi chiusi. Alberto iniziò dal viso che emanava un  odore sensuale, la saliva aveva il sapore di caramelle di miele, le tette, sensibilissime, fecero eccitare la giovane,  il passaggio della lingua di Alberto sul clitoride sprigionò un orgasmo  piuttosto silenzioso ma prolungato. Anche i piedi attirarono l’attenzione del non più giovane che, per la prima volta in vita sua si scoprì feticista con sensazioni mai provate. La delicata immissio penis fu accettata dalla ragazza con un profondo sospiro seguito da orgasmi sempre più violenti al momento dello sfioramento del punto G, il corpo di Deepika cominciò a vibrare sempre più forte, Alberto pensò di ritirare ‘ciccio’ pensava che la ragazza si sentisse male ma quando mai…la baby pensò bene di girarsi di spalle  sempre seguitando nell’orgasmo e volentieri offrì il suo ‘popò’ che aggiunse altre sensazioni erotiche. Alberto ormai anche lui eccitato all’estremo rientrò nella ‘topina’ e fece pervenire uno schizzo violento al collo dell’utero che fu la ciliegina sulla torta di un amplesso eccitante mai provato da entrambi. Il solito raggio di sole rompic…ni sul viso dei due li fece ritornare alla realtà, erano le undici di mattina.  Alberto senza pronunziar verbo rientrò a casa sua dove non trovò Anna. Si rimise a letto, era proprio spossato. Alle diciassette lo stomaco diede segni di languore ed Alberto fu costretto ad alzarsi ed in pantofole dirigersi in cucina dove trovò la consorte dinanzi alla TV. “Caro non voglio fare commenti sullo stato del tuo viso, penso che uno zabaione ti farebbe proprio bene oppure del Vov un liquore a base di uova.“ “Preferisco un buon piatto di lasagne con ragù come inizio poi pensaci tu.” A pancia piena l’Albertone tornò completamente alla realtà, Anna era stata signorile non prendendolo per i fondelli, la ringraziò con un bacio in fronte. Il giorno successivo restò in casa, dopo l’abbuffata di sesso la presenza della consorte gli servì come relax fisico e psichico, chissà cosa passava per la testa ad Anna, a parole non era gelosa ma… Il giorno succesivo: “Vado in caserma, ritorno per il pranzo.” In garage si accorse la l’auto di Deepika era sparita, forse la baby era andata a far delle spese ma il suo pensiero fu contraddetto dalla presenza di una signore che: “Per favore mi indica l’appartamento della signora Deepika, queste sono le chiavi, sono un agente immobiliare ed ho avuto dalla signora l’ordine di venderlo, se a lei interessa, mi pare abiti qui.” Alberto fu ‘preso dai turchi’, la ragazza era sparita definitivamente, accompagnò il venditore nell’alloggio che era stato di proprietà di Deepika e dovette constatare che negli armadi non c’era nessun capo di vestiario, fu la conferma che…Ad Alberto venne in mente la poesia di Jaufré Rudel: ‘La favola breve è finita…’ A lui  era rimasta una moglie innamorata e fedele, novella Penelope che l’avrebbe accompagnato devotamente per tutta la vita.
     

  • 01 luglio alle ore 4:46
    L'ingegnere

    Come comincia: All'ingegnere, che ha negato sul già pattuito 5 milioni (di lire) a mia zia.
    All'ingegnere, dicevo, ricercatore in un importante ente pubblico, pane e pensione assicurate, professore universitario a contratto, che venne a casa di mio padre quando era ancora uno studente universitario per chiedermi degli appunti. 
    Lo fece entrare mio fratello che all'epoca aveva sedici anni.
    Ingegnere che incontro in treno e cerca di farmi parlare del ragioniere Casoria; devio l'argomento sulle sue attività di ricerca; sebbene non mi occupassi più del settore da quasi dieci anni evidentemente intervengo con osservazioni o domande appropriate, perché l'ingegnere ha un moto di stizza ed esclama: <<Ma perché non sei rimasta all'università!?! Una come te!>>.
    Ingegnere al quale mio marito ha sistemato gratuitamente con la sua competenza tecnica un problema di collegamento al contatore dell'ENEL. 
    Ingegnere che aspettava il nostro rientro a casa perché sua suocera era da un'ora bloccata in bagno. E mio marito, di nuovo, gli risolse il problema.
    Ingegnere che lui stesso e sua moglie ed i suoi bambini erano stati ospiti in casa mia. 
    Ingegnere al quale (insieme a tutti gli altri) il lavoro di mio marito ha tolto quella vergogna di abbandono nelle scale condominiali e restituito un aspetto signorile, dignitoso al palazzo per chi li andava a trovare.

    All'ingegnere, dicevo, sono bastate due firme sotto due scritti del ragioniere Casoria per rovinarmi la vita. 
    Due firme. 
    A lui che è costato? Tre, quattro secondi al massimo? 
    A me, una vita (la mia). 
    A me, quattro vite (la mia e quella dei miei figli).
    A me, cinque vite (la mia, quella dei miei figli e quella di mio fratello).
    A me sette (?) vite.

    L'ingegnere che, invitato a casa nostra da mio marito, a mio avviso inopportunamente, per fargli verificare un problema di interesse comune, vedo se la ridacchia e mi chiedo perché.
    Lo scopro il giorno dopo, quando ricevo la prima lettera di insulti e di calunnie che la sera prima l'ingegnere, ospite a casa nostra, già sapeva di avere firmato.

    L'ingegnere, che soddisfatto della seconda firma, fa crocchio insieme ai suoi amici a ridere della reazione di mio padre (del quale pure è stato ospite, oltre che dal quale, come tutti gli altri, aveva ricevuto vantaggi economici) e di mia madre alla ricezione e lettura di quanto tutti, ed anche l'ingegnere, avevano firmato.

    L'ingegnere che se la ride del mio stato di malattia, quando, nonostante tutto, mi presento all'assemblea condominiale e la smette di ridere solo quando dimostro che, nonostante il mio stato di malattia, sono aggiornata sulle nuove norme del codice civile e so ancora ribattere. 
    E quanto mi era costato prepararmi su quelle norme ed a quell'assemblea.

    L'ingegnere, la cui presenza mi aveva dato l'illusione che in via Vattelapesca n.0 si potesse ora vivere in maniera civile e che potessero intercorrere rapporti corretti.

    L'ingegnere al quale insistentemente ho detto: <<Ritirate tutto (le citazioni in cui chiedevano quattro spiccioli), scrivete una lettera di scuse e riprendiamo a vivere come prima>>. E con questa illusione non porto alla guardia di finanza la fattura falsa che i suoi amici mi avevano propinato.

    Vivere come prima?
    Ma loro hanno continuato a vivere come prima.
    Sei tu, che rispetto a loro avevi già tante difficoltà in più, hai avuto la vita spezzata.
    Il cane morsica lo stracciato.
    Il figlio dell'ingegnere è in una prestigiosa università.
    La figlia del ragioniere Casoria, già dirigente in una importante multinazionale all'estero, lavora ora in un organismo internazionale.

    Sei tu, che contenta del tuo modesto (?) lavoro, in una realtà interessante, contenta di stare vicino ai tuoi cari, contenta di coltivare le amicizie di vecchia data, i tuoi vecchi hobby, goderti il mare e l'entroterra della tua zona, sei tu che hai perso anche quel poco che avevi e che a loro faceva gola. 
    A loro che, pur avendo tutto per essere contenti, dà fastidio la felicità degli altri. 
    E li diverte la sofferenza altrui.

  • 30 giugno alle ore 14:27
    I miei radical chic di sinistra

    Come comincia: Orlando nel '98 andò a Baghdad. Mi sembra che in tutto ci sia andato un paio di volte.
    Per il compleanno gli regalai una camicia di Armani presa da Biancullo a via Mazzini (o lì è già via Paolo Baratta?).
    Lui se la guardava e toccava tutto contento e disse che l'avrebbe indossata per il discorso che doveva tenere alle Nazioni Unite (beh, immagino una sede o qualcosa del genere, era a Baghdad, non a New York).
    Quando ci aveva annunciato di quel viaggio, il primo pensiero che avevo avuto era stato: "E' più facile volere bene ai lontani che ai vicini".
    Cinque anni prima mi aveva comunicato: "Io con i vostri problemi non voglio essere scocciato".
    E quando vidi quell'entusiasmo di fronte la camicia pensai: "Curioso (odd) come i comunisti vadano in visibilio di fronte a cose borghesi come un capo di abbigliamento di marca" 
    Non avevo ancora imparato a guardare la trave nel mio occhio, invece che la pagliuzza nell'occhio dell'altro.

    Tempo dopo Orlando ci inviò un suo articolo, pubblicato sulla rivista di "Un ponte per Baghdad", associazione diventata poi "Un ponte per ...". 
    In questo articolo ci faceva immaginare come anche la nostra vita, fatta di ufficio, problemi per i figli, potesse svolgersi sotto le bombe. 

    1993.Orrore!
    Bombardano Bagdad!

    2008. Guarda che stanno bombardando tua sorella.
    E chi se ne frega, anzi fanno bene, li appoggio.
    Il primo a bombardarla sono stato io.
    E poi guarda, non è vero. E' lei che bombarda.
    Ed è una vita che se ne è sempre lavata le mani.

    2015. Orrore!
    Per la guerra in Siria, ci sono migliaia di profughi!
    Guarda che tua sorella ha portato le sue bambine lontano da casa per non farle perseguitare dai parenti e vicini.
    E che me ne frega. Glielo avevo detto anch'io: "Non ti trovi bene là? Vattene!"

  • Come comincia:  La tigre Arshan (in lingua indi sta per "veloce come il vento") era uno splendido esemplare albino di quasi duecentocinquanta chili: ma era anche il terrore del Sundarbans perchè aveva ucciso già cento uomini e sbranato venti bambini nei villaggi lungo la foce meridionale del Gange, guadagnandosi la triste nomea di spietata mangiatrice.
     In una stellata notte, ma illune e umida, di fine autunno, dopo aver camminato per ore nella foresta alla ricerca di cibo, l'animale giunse nel piccolo villaggio di Kalipur: poco più di trecento anime, la metà delle quali dedite alla pesca.
     Tutti dormivano e la tigre, ormai stanca, entrò nella capanna di Vijay, un vecchio pescatore di anguille dai capelli bianchi: il più vecchio di tutti nel villaggio! Aveva fame ma, stranamente, si adagiò per terra e si mise ad osservare il vecchio che dormiva, quasi con ammirazione; dopo circa mezz'ora anche essa si addormentò.
     Al mattino presto il giovane Ramesh, che aiutava Vijay nella pesca, sopraggiunse dal vecchio ed entrando nella capanna lo vide ancora dormiente al fianco della tigre: tra sorpresa e spavento lo svegliò, cercando di non far rumore.
     Il vecchio, che non si era ancora accorto della tigre, quando la vide addormentata prese per mano il ragazzo e lo condusse fuori, dove li disse:
     - Ramesh, corri dal mio amico Diba e digli di venire subito quì, da me...col fucile ed almeno tre uomini!
     Il ragazzo subito obbedì ed andò mentre nel frattempo, però, il vecchio si era già nascosto nella fitta sterpaglia adiacente la sua capanna. Gli uomini (Diba e altri tre) sopraggiunsero insieme a Ramesh, come aveva consigliato Vijay, dopo qualche minuto (che al vecchio, però, erano sembrati un tempo eterno!): imbracciando dei vecchi moschetti. Vijay con un fischio li chiamò, si avvicinarono al vecchio e quello disse al suo amico Diba:
     - La tigre è ancora nella capanna che dorme ma...tra un pò, vedrai! E' Arshan, credo.
     Tutti nella zona la conoscevano (o meglio, avevano sentito parlare delle sue drammatiche gesta: le notizie si diffondevano di villaggio in villaggio come un tam tam rullante ed impazzito!), ma mai nessuno, però, l'aveva vista così da vicino...in carne ed ossa, a Kalipur!
     - Ma quanto è grande? L'hai vista bene? - domandò Diba.
     - E' enorme, quasi duecento chili, forse anche più...- rispose il vecchio.
     Dopo un attimo di silenzio Vijay riprese a parlare e chiese a sua volta:
     - Sono carichi i vostri fucili? Funzionano bene?
     - Sì, sì, non temere! - rispose fiducioso Diba. - Perchè se no li avremmo portati? E sono pronti a sparare, se ce ne fosse bisogno...Anche le pallottole, vedi, sono sempre all'erta come noi altri!
     Ramesh nel frattempo era corso verso le altre capanne ad avvertire il resto del villaggio di ciò che stava accadendo. Intanto Diba ed i suoi uomini si avvicinarono alla capanna di Vijay ma prima di entrare, per alcuni istanti, tra loro si guardarono negli occhi come a dire...Diba entrò per primo, col fucile spianato; poi lo fecero gli altri. La sorpresa, però, e lo stupore, furono grandi quando i quattro si accorsero che non v'era traccia di niente e (di) nessuno; la tigre si era sorprendentemente volatilizzata!
     - Ma dov'è? Dove è andata, maledetta? - disse Diba e uno di loro (il più corpulento ma anche il più pallido in volto), da par suo esclamò:
     - Bombidi ha provveduto, è stata lei con la sua mano santa...
     Bombidi, lungo la estrema riva meridionale del fiume Gange, e soprattutto nei piccoli villaggi di pescatori, è la dea più venerata e "riverita": secondo varie leggende e credenze popolari, tramandate oralmente nei secoli, essa infatti ha sempre protetto gli  uomini e le loro abitazioni, in questi luoghi, dalle scorrerie delle tigri. A volte è stato proprio così, ma tante (tantissime) altre invece no!
     Diba e gli altri tre, a quel punto, uscirono dalla capanna di Vijay e si inginocchiarono a pregare. Nel frattempo sopraggiunsero altri uomini ed anche molte altre donne coi loro bambini, portati in braccio o tenuti per mano: tutti avvertiti da Ramesh. Il vocio si mischiava alle urla di gioia, alle imprecazioni: sembrava la stessa confusione e la stessa disordinata animazione ed eccitazione dei giorni di mercato a Calcutta o a New Delhi. Molta gente, infatti, s'era inginocchiata a pregare, altri ancora invece si abbracciavano, ridevano, sbraitavano o cantavano festanti, e se alcuni ritenevano di averla scampata bella questa volta, proprio tutti quanti erano consapevoli della grande fortuna toccata al vecchio Vijay, nonchè di qualcos'altro...la mano santa di Bombidi!
      Vijay si avvicinò così alla gente e prese a parlare, visibilmente emozionato.
     - Sono stato molto fortunato, lo so; come so che molti di voi lo pensano e ne vanno contenti. Vi ringrazio della vostra gioia per me, per ciò che... - il vecchio si interruppe per un solo attimo e poi riprese: -  che siate felici per quello che non è accaduto!
     - Certo, Vijay, certo! - Si levò una voce anonima tra la gente. - Tu sei uno di noi, un pescatore come noi: un buon pescatore, un uomo buono!
     Il vecchio allora ricominciò a parlare, ancor più emozionato di prima:
     - Sono contento, sì, ma devo dirvi, amici, una cosa importante, che la tigre non è stata fermata da nessuno neanche da Bombidi...la tigre è stata fermata dal colore dei miei capelli!
     - Ma cosa dici mai, Vijay? - esclamò Diba che gli stava accanto.
     - Sì! Sì! Cosa dici, amico? - fecero in coro gli altri ed il vecchio replicò:
     - Dico che la tigre è stata fermata dal colore dei capelli e dalla mia età: proprio così, credetemi! Io penso che le tigri, forse senza volerlo, chissà, e senza sapere il perchè lo facciano, rispettino la vecchiaia. - A queste parole, le ultime pronunciate dal vecchio, nessuno replicò: tutti si ritirarono alle loro capanne o tornarono di buon grado alle loro faccende.
     Dopo di allora il villaggio di Kalipur non fu più "visitato" da Arshan, la grande tigre albina, nè da altre tigri, mentre nei villaggi vicini le scorrerie assassine di grossi felini si susseguirono, nei tempi seguenti, con sempre più sorprendente (anzi, del tutto inspiegabile!) regolarità: a Kalipur, infatti, giungevano spesso notizie di atroci episodi. Dopo di allora Vijay, il pescatore di anguille, diventò per tutto il villaggio "il vecchio dai capelli d'argento".

    Taranto, 10 ottobre 2016.
     

  • 26 giugno alle ore 11:01
    CUORI DI MAMME

    Come comincia: Roma, via Cavour 101, palazzina di cinque piani. Ultimo piano, cinque stanze a sinistra Luciano padre, Arianna consorte, Andrea figlio, a destra Simona, vedova, Federico figlio, i due ragazzi frequentavano l’ultimo anno del vicino liceo scientifico. I loro destini si sarebbero intrecciati in maniera considerevole: Luciano era il titolare di un’impresa di trasporti con vari camion a quattro assi che potevano portare grandi quantità di merci. Essendo il proprietario poteva  stare a tavolino e far lavorare i dipendenti  ma di colpo, con la scusa di un invio in pensione di un camionista aveva ripreso la sua vecchia professione di autista andando soprattutto in Polonia per attaccamento a quella terra? Attaccamento si ma non alla terra ma ad una cittadina di Varsavia a nome Berta, divorziata, quarantenne  di notevole bellezza. La cotale di professione traduttrice simultanea di lingue era stata agganciata da Luciano che le aveva consegnato un pacco col suo camion. Era stato subito un coup de foudre da parte di entrambi e da quel momento la ‘rotta’ principale di Luciano era Roma – Varsavia. Con l’intuito tutto femminile la moglie Arianna aveva avuto sentore di una liaison di suo marito con qualche disponibile femminuccia dell’est ma, ragionandosi a mente fredda aveva preso la decisione di far finta di nulla, sposati da ventuno anni un po’ di stanchezza di rapporti poteva avvenire, meglio non  drammatizzare, o prima o poi i galli rientrano nel pollaio! Luciano ormai cominciava a sentire il peso degli anni, milletrecento chilometri di guida di un camion sono pesanti da sopportare ed allora pensò a suo figlio Andrea, purtroppo il ragazzo non aveva la stoffa del padre, era piuttosto mingherlino e soprattutto non amava guidare, figuriamoci un bestione da quattro assi, soluzione? Rivolgersi a Federico che, assai prestante di fisico accettò volentieri l’offerta. Dopo gli esami di Stato con promozione brillante il giovane, con un po’ di dispiacere da parte della madre Simona si mise in viaggio felice di poter conoscere  persone di un paese a lui sconosciuto, era un allegrone e soprattutto amava molte le femminucce, quelle dell’est godevano buona fama! In un parcheggio di un motel austriaco lungo l’autostrada Luciano fermò il camion e, dopo aver cenato restò a dormire nella cuccetta del camion per evitare qualche sorpresa da parte di eventuali ladri,  fece alloggiare Federico in una stanza del motel. La mattina partenza,  arrivo a Varsavia all’imbrunire con posteggio in uno spiazzo adibito a sosta dei ‘bestioni’. Berta avvisata via cellulare si fece trovare in ghingheri come pure la figlia sedicenne Daniela che fu sorpresa ed apprezzò della presenza di Federico. “Zio non sapevo che avessi in sì bel figlio, complimenti!” “Non è mio figlio in ogni caso è omosessuale!” “Peccato mi sarebbe piaciuto…” Berta si faceva delle matte risate, aveva capito che il suo amico aveva barato in merito a Federico per evitare che Daniela gli si buttasse addosso.  Cena a base di bigos (ravioli ripieni) zuppa di pesce, formaggi, funghi, frutta e poi tutti a riposare Luciano nel lettone con Berta, Federico nella stanza degli ospiti in un lettino singolo, in un altro Daniela, delusa ammirava il fisico scultoreo di un Federico in slip. “Ma sei sicuro che non ti piacciono le donne, io sono bravissima col sesso, vediamo se riesco a …Ci riuscì immediatamente, dentro di sé mandò a quel paese Luciano e per la prima volta in vita sua provò un ‘coso’ italiano dalle alte prestazioni, evviva…I due Si misero d’accordo sulla favola dell’omosessualità di Federico per far stare tranquilli Luciano e Berta. I due novelli ‘sposi’ furono svegliati da Berta che doveva andare ad un congresso per esercitare la sua professione di traduttrice di lingue, ne conosceva quattro fra cui l’italiano, come pure la figlia che si recò a scuola. Luciano e Federico andarono dove era posteggiato il camion e cominciarono a scaricare la merce per consegnarla agli acquirenti che l’avevano ordinata. Finirono nel tardo pomeriggio, un brunch  al posto della cena e poi dinanzi alla TV, furono fortunati perché trovarono un canale in lingua italiana. I quattro andarono presto a letto con una ‘buonanotte’ con sbadigli. I giorni successivi stesso impegno per le due polacche mentre Luciano e Federico facevano i turisti per la città. Rientro in Italia prevista per il dopodomani, la sera, more solito tutti a letto abbastanza presto ma Berta sentì qualche rumore di troppo nella camera degli ospiti, aprì uno spiraglio della porta ed ebbe la conferma di quanto sospettato, altro che omosessuale, Federico si stava bellamente scopando sua figlia. Indecisa decise di far marcia indietro ma svegliò Luciano il quale messo al corrente del fatto chiese di essere lasciato in pace, per lui tutto regolare come per i ragazzi che la mattina si alzarono per primi con facce sorridenti. Cuore di mamma ebbe il sopravvento ed abbracciò la figlia la quale rimase sorpresa poi capì che sua madre…A Roma la situazione era cambiata in maniera boccaccesca: una mattina nella cassetta delle lettera Simona trovò un busta in bianco, l’aprì e lesse il seguente scritto a macchina: “Guardandoti mi viene in mente il famoso detto latino che ti traduco: ‘cogli l’attimo confidando il meno possibile sul futuro.’ Sento che emani un profumo di donna difficilmente riscontrabile in altre signore. Standoti vicino sento una piccola rivoluzione dentro di me, sensazione che mi fa chiudere gli occhi per immaginare di stare insieme ‘nature’ con meravigliose sensazioni che vanno al di la del rapporto fisico. Naturale sorge in me la domanda: che hai più delle altre? Difficile esternarlo: hai seduzione, charme, sex appeal, attrattiva, grazia, carisma. Immagino la tua mano portare il mio viso sulla tua ‘gatta’ tremante dal desiderio con la conseguente inebriante di un lungo tuo orgasmo che mi fa provare un sapore di idromele, qualche lacrima irrora il tuo viso. Il mio ‘ciccio’ si introduce nella tua ‘deliziosa’entrando facilmente sino a metà della tua vagina facendoti provare la sensazione del punto G, sensazione forse da te mai percepita che ti porta all’empireo. Giaci sul letto con le tue deliziose cosce aperte, sei distesa. Il mio ‘collaboratore di gioie’ sembra impazzito, vuol provare a penetrare nel tuo favoloso ‘popò’, pian piano ci riesce senza tuoi lamenti anzi anche tu collabori toccandoti la ‘deliziosa’ e raggiungendo il doppio gusto sempre da te sognato ma mai provato. Anche se si tratta solo di fantasia mi sento privo di forze, una sensazione piacevole. Per provare nella realtà quanto immaginato farei qualsiasi cosa, vienimi incontro mon petit chou chou.” Arianna e  Simona rimasero in silenzio, la prima riconobbe i caratteri della sua macchina da scrivere e quindi anche il ‘colpevole’poi:”Abbiamo capito entrambe chi è l’autore, Andrea è stata sempre la mia preoccupazione, psicologicamente è un debole, avrebbe bisogno di… diventare uomo, anche tu sei mamma e puoi capire.” Simona abbracciò Arianna, comprese il suo cruccio e inaspettatamente: “Manda domattina Andrea a casa mia, sono sola, ho compreso il tuo dramma.” “Te ne sarò per sempre riconoscente.” Andrea messo a corrente della situazione la notte prima…dell’esame dormì poco, la mattina  si alzò presto, si rase la barba e poi una doccia, erano le otto: “Mamma una colazione veloce…” Simona era per lo più curiosa di come si sarebbero svolti i fatti: si fece trovare coperta solo da una vestaglia trasparente, nessun dialogo da parte dei due. Simona rinverdì il suo passato sessuale fino allo sfinimento suo ma non del compagno che avrebbe voluto seguitare ancora, la prima volta non si scorda mai e Andrea non solo non lo scordò ma appena poteva si rifugiava nelle calde…braccia di Simona. Al rientro di Luciano e Federico tutti si accorsero che qualcosa era cambiato, Federico: “Vedo Andrea molto cambiato, mi sa che ha provato la ‘topa’ di qualche ragazzina, auguri fratello.” Nella sua battuta c’era qualcosa di vero, in un certo senso poteva considerarlo suo fratello!

  • 26 giugno alle ore 10:55
    AMORI SENZA FRONTIERE

    Come comincia: Nando e Ylenia abitavano nello stesso palazzo in via Cesare Battisti a Messina: Figli rispettivamente di Nanni e Mela il primo e di Saro e Mimma la seconda si conoscevano sin da giovanissimi e frequentavano il quinto anno di ragioneria all’Istituto Jaci in via Cesare Battisti, a pochi passi dalla loro abitazione. Inevitabilmente erano diventato ‘intimi’ a sedici anni; Mimma pensò bene di far visitare sua figlia da un ginecologo che le ordinò una pillola adatta alla sua età e così la vita sessuale dei due giovani era al sicuro da gravidanze inaspettate ed anche con la certezza dei genitori di non esperienze dei loro ragazzi con sconosciuti. Tutti sapevano tutto, come si dice in gergo ma facevano finta di niente. Nando e Ylenia si ‘incontravano’ il martedì o il giovedì quando i genitori maschi, impiegati al Comune erano in ufficio per il  rientro settimanale, le madri ‘sfollavano’ una in casa dell’altra. Anche se con due entrate, le finanze delle due famiglie non erano al massimo in quanto dovevano anche pagare l’affitto delle loro abitazioni e così i ragazzi giravano per la città sempre a piedi o in autobus al contrario di alcuni loro compagni di scuola che ‘sfoggiavano’ scooter ed anche auto. Ylenia era una giovane veramente bella  di corpo, alta 1,78 cm. ed anche di viso, aveva molti pretendenti che volentieri avrebbero fatto qualsiasi sacrificio anche finanziario per avere la sua ‘compagnia’ ma la ragazza, anche perché innamorata di Nando li respingeva con grosse risate. Tutto sino all’arrivo in classe proveniente da una scuola di Milano di Andrin (diminutivo di Andrea) che si presentò con una Jaguar X type posteggiandola dinanzi alla porta d’ingresso, naturalmente fu multato dai vigili ma era quello che il giovane voleva, essere notato per le sue possibilità finanziarie, non tutti si potevano fregiare di una auto da 39.000 Euro. Andrin sin dal primo giorno si dimostrò un simpaticone, amava la compagnia di maschi e di femmine e al bar era l’anfitrione di tutti. Naturalmente mise subito gli occhi su Ylenia la quale, al contrario del solito si dimostrò abbastanza disponibile alla sua corte. Da femminuccia furba accettò l’invito in macchina  di Andrin ma sempre accompagnata da Nando ‘appostato’ nel sedile posteriore. Andrin in ragioneria era piuttosto scarso al contrario di Ylenia per la quale un sette era una sconfitta e pertanto il giovane, ovviamente con la scusa di una ripetizione da parte della ragazza fu invitato  a casa sua sempre con Nando a fare da ‘chaperon’. La giovin donzella fu una sorpresa per i due giovani, si presentò in minigonna nera con camicetta scollatissima rosa e senza reggiseno, ovvio l’effetto sui due maschietti ma la ragazza smontò i due con: “Mai vista una ragazza in minigonna, ora passiamo alla ragioneria.” Andrin comprese ben poco degli insegnamenti ricevuti ma, nell’uscire di casa si fece dare il numero del cellulare di Ylenia dinanzi all’espressione  frastornata di Nando. Dopo circa un’ora drinn: “Buonasera, sono Ylenia, chi sei?” “Non lo so più nemmeno io, non so come dirtelo, mi hai incantato, devo trovare una soluzione. Io sono a Roma al seguito di mio padre Ambrogio che ha aperto un grande supermercato, ne ha in tutta Italia questo per dirti che non ho problemi finanziari, che ne dici se ti regalo una Mini, ti ci vedrei bene a bordo.” “Si ma di  color verde ed una  Cabrio Cooper.” La giovane aveva sparato in alto, più di Euro trentamila! “Cavalo te ne intendi di macchine, sarai accontentata ma con Nando…” “Me lo lavorerò, se non accetta il trio lo minaccio di lasciarlo e così mollerà, a presto, fammi sapere dove incontrarci.” “Mio padre ha acquistato una alloggio di duecento metri quadrati in via S.Cecilia, quando mi darai il via sarò sotto casa tua con la Mini, conosco il direttore della filiale, è un milanese, fammi sapere.” Ylenia con la l’espressione  triste in volto mise al corrente Nando della proposta avuta e della sua accettazione, sempre dichiarando il suo amore profondo per lui, gli disse chiaramente di non voler perdere quell’occasione, ‘lo sventurato rispose’ accettandola situazione. Il pomeriggio di un martedì una Mini verde parcheggiò in via Cesare Battisti, Ylenia alla finestra se ne accorse ed insieme a Nando scese ed ambedue vi presero posto nella macchina, la giovane era vestita in maniera castigata per non dare all’occhio. Posteggiata l’auto in garage, Andrin prese sotto braccio Ylenia e si diresse all’ascensore, ultimo piano attico con veduta su tutta Messina. “Ho dato un giorno di vacanza alla cameriera, mettetevi a vostro agio (tradotto, spogliatevi.) Ylenia mise in mostra tutto il suo ben di Dio, sempre che Dio si interessi alle femminucce, Nando in costume adamitico si sedette su un divano, piuttosto impacciato, non sapeva qual era il suo ruolo, lo capì subito quando entrò in salotto Andrin armato di un lungo ‘bastone’ e prese a baciare la sua fidanzata per poi portarla in camera da letto. Dopo circa una mezzora: “Che fai lì impalato, vieni a farci compagnia, non dimenticare che sono la tua fidanzata, che ne dici di imitare Andrin magari nel popò che so quanto lo ami.” “Era un modo per consolare il giovane che provvide alla richiesta fin quando tutti e tre rimasero sul letto stanchi delle fatiche erotiche ma pienamente soddisfatti. Il possesso da parte di Ylenia della Mini fu giustificato ai genitori come un prestito,  la ragazza la posteggiò in un vicino garage con canone a carico di Andrin. La situazione si sviluppò in un senso molto  particolare: il milanese confessò di essere molto ‘amico’ di Igor, un transessuale russo che aveva un passaporto falso in cui risultava donna col nome di Irina, Andrin lo aveva fatto alloggiare in un albergo vicino a  casa sua e lo invitava spesso nel suo attico col il consenso del padre che aveva accettato la scelta di suo figlio. Questa volta ad essere basiti furono sia Nando che Ylenia: seguitare a frequentare Andrin voleva dire volere anche la ‘compagnia’ di Igor- Irina con relative conseguenze. Andrin furbescamente disse ai due di accettare in ogni caso era loro la decisione di conoscere o meno il trans. Dopo qualche giorno di riflessione Nando e Ylenia decisero che avrebbero conosciuto Igor-Irina, non erano obbligati a ‘frequentarlo’ da vicino, avrebbero fatto al massimo i guardoni. Alla presentazione rimasero stupefatti: dinanzi a loro una donna bellissima bruna con capelli lunghi sino alla vita, occhi blu, tette in evidenza, vita stretta, gambe chilometriche. La cotale ricevette  le congratulazioni di Nando anche lui sorpreso del suo atteggiamento. Ylenia ebbe un altro comportamento, si avvicinò ad Andrin, lo abbracciò e lo baciò in bocca, era la sua risposta a Nando. La serata finì con una cena ‘innaffiata’ da un Pro Secco veneto che andò un po’ in testa a tutti senza conseguenze particolari, Nando ed Ylenia ritornarono a casa loro senza alcun commento sugli ultimi avvenimenti. Passa un giorno passa l’altro l’argomento venne fuori rispolverato da Nando che chiese alla fidanzata come avrebbero potuto comportarsi, avrebbero preso una decisione a seconda di come si sarebbero svolti gli eventi, tradotto…se ci farà comodo potremo adattarci! E così fu: durante una cena Irina prese l’iniziativa e mise un piede, non tanto piccolo fra le gambe di Nando il cui ‘coso’ rispose alla provocazione alzandosi dal posto ed andando a baciare Irina fra lo stupore degli altri due e poi tornò al suo posto come niente fosse successo. Ed invece era successo che aveva dato fuoco alle polveri perché anche Ylenia andò anche lei a baciare Irina in bocca ed a lungo. L’atmosfera erotica era al massimo ed anche Andrin  vi prese parte in maniera diversa  ma sempre con in mezzo Irina a cui ‘propinò’ il suo ‘sigarone’ in bocca sin a quando la baby ingoiò le sue vitamine. Ormai il ghiaccio era rotto e le coppie  mutarono andando sul lettone di casa con scambio di partner. Il finale: Andrin superò gli esami del diploma di ragioneria con l’aiuto di Ylenia, anche Nando fu ricompensato con il regalo da parte di Andrin di una Fiat 1400 spider. ‘La felicità non è di questo mondo ma dell’altro’ questo il cattolico pensiero ma per i quattro valeva il detto latino ‘carpe diem, approfitta dell’oggi’ perché ‘del doman non c’è certezza’, infatti i giovani se la spassavano alla grande alla faccia del domani dell’altro mondo!

  • 26 giugno alle ore 9:39
    Quasi sera

    Come comincia: Questa è l'ora migliore per stare affacciata al balconcino, il mio dehors. La gente sugli autobus guarda sempre in su, chissà perché, e così mi trovo a scambiare occhiate con qualcuno che mi osserva dal finestrino. E tu credi che sarò io a distogliere lo sguardo? Ti sbagli, continuerò a fissarti fino a quando gli occhi li abbasserai tu. Non sapremo mai chi la vincerà perché il semaforo diventa verde e l'autobus sferraglia lontano. Peccato. C'è un nero che cammina sul marciapiedi di fronte, e guarda il telefono. Io sto qui a chiedermi, a settant'anni, se la ninnananna che cantavo a mia figlia quasi cinquant'anni fa, fosse razzista. "Lo darò all'uomo nero che lo tenga un anno intero" qualcuno ricorda? Lui si allontana e io sono distratta dalla sirena di un'ambulanza che passa e velocemente si allontana, ma c'è una coppia in cammino sul marciapiedi. Una coppia? non so, perché camminano lui davanti a lei. Lei non vede l'ora di arrivare a casa e togliersi le scarpe. Non so se ce l'ha una casa, ma le scarpe io me le toglierei subito. La sua sofferenza è evidente e la sua andatura mette l'ansia. Mi guarda con antipatia, chissà cosa pensa che io pensi, mentre io penso soltanto che dovrebbe avere il coraggio di togliersi le scarpe. Le rondini si sono ritirate nelle loro casette e così faccio anch'io, e subito. La notte incombe. Gli ultimi chiarori si disperdono oltre i tetti dei palazzi e un aereo passa sopra tutto, in silenzio, sembra quasi una visione tanto è silenzioso, e io penso: chissà da dove viene, chissà chi porta, quali storie, quali vite, quali giorni e quali notti. Chissà.

  • 25 giugno alle ore 23:55
    I contenitori delle parole

    Come comincia: Le parole hanno due contenitori: la mente e il cuore. 
    Nella mente le idee vengono elaborate, allineate, costruite, organizzano il pensiero e lo espongono. Plasmano l'ascoltatore e lo allineano al piano del pensiero. 
    Nel cuore le intuizioni si modellano in suoni colori e luci e si esprimono in parole da essi amalgamati. Avvolgono i suoni, colori e luci dell'ascoltatore.
    Ascoltare discorsi della mente con la mente, e discernere. 
    Ascoltare le parole del cuore, e comprenderle: 
    -prenderle e poggiarle sul cuore-.
    Se ascolti parole della mente e ti confondono, richiudi la porta, non ascoltare. 
    Se le parole del cuore ti confondono l'anima, ascolta l'anima: sa difendersi e discernere da sé, ti spingerà ad allontanare i suoni, i colori e le luci che non sono benigni.
    Discerni: ciò che ti fa sentire bene è buona cosa; ciò che ti confonde è il prezzo del dolore... a cui tu stesso dai il valore.
    Le parole della mente possono tradire, quelle del cuore mai; in bene o in male, il cuore parla il vero. 
    Ricorda: discernimento, sempre. 

    25/6/17 h 1,06

  • 25 giugno alle ore 9:27
    L'albero

    Come comincia: Togliere la sua storia ad una persona significa cancellarla, toglierla dal proprio orizzonte. Nella perdita di memoria c’è una perdita di sé, e poiché nessuno vuole perdersi, ma ritrovarsi, deve giustificare il vuoto che si è creato come un qualcosa di amorfo e di negativo

    Ecco dunque che questi sei anni fatti di momenti sono diventati una nebulosa negativa; ma poiché l’apparire di questa nebulosa non si spiega, bisogna estenderne i prodromi più lontano, fino alle origini, come se le proprie radici fossero affondate in una falda secca secca e ghiaiosa che lentamente ha inasprito e rinsecchito la pianta. Allora ci prende la nostalgia per un tempo in cui il tenero virgulto palpitava e tendeva i rami verso il cielo, sentendo dentro di sé una linfa prorompente che tendeva solo a manifestarsi in una campagna mite e rigogliosa.

    Gli esseri intorno rispondevano alla nostra presenza con colori e profumi che riempiono il nostro ricordo di desiderio e di tenerezza.

    Immagini serene ci riempiono di dolcezza e ci richiamano a sé.

    Le ansie, le inquietudini di allora, sfumate dal tempo, ci appaiono come veli evanescenti nella luce di momenti carichi di intensità.

    Il nostro corpo contratto si tende verso di essi e riscopre tensioni irrisolte.

    Una nuova primavera riaccende la linfa che ricomincia a pulsare in noi. Un nome, un volto, una frase, una canzone, riaccendono le nostre speranze e dal tronco rinsecchito erompe un ramo nuovo e si riempie di foglie.

    Tutto l’albero si tende verso di esso per farlo vivere. I rami vecchi rinsecchiscono per non privare l’ultimo di una goccia di linfa.

    Anche le radici si tendono tra i sassi e strappano alla terra insperatamente un succo umido.

    Poter lasciare quella terra, poter trapiantare quel ramo, congiungerlo ad una pianta giovane che lo rafforzi con il suo impeto!

    Ma il vecchio tronco ti stringe con i suoi nodi, a stento e con dolore ancora ti nutre. Spezzandoti potresti morire, e il nuovo albero saprà accoglierti?

    Saprai sopportare il cinguettio incessante degli uccellini, le scorribande degli scoiattoli, l’andirivieni delle formiche?

    Saprà il nuovo albero assorbire i tuoi umori, le tue ansie, i tuoi silenzi? O dovrai inventare ogni giorno nuove storie per non annoiarlo? Si tende come un arco verso di te, ti guarda con occhi lucenti. Come te è senza storia, la sua storia si è interrotta all’inizio del bivio.

    I suoi frutti inaspriscono come i tuoi, privati del loro nutrimento. Anche tu ti tendi, ed è strano quel ciuffo rinverdito sul vecchio albero. Le tue foglie, spropositatamente grandi brillano di luce diafana.

    E mentre tu ti tendi nello spasimo, incapace di spezzarti, vedi improvvisamente intorno a te un boschetto di cedri e di aranci, tra le cui foglie i raggi rimbalzano con giochi di luce saettanti. Senti profumi leggeri e intensi, ti affascina il tremolio delle foglie nella brezza.

    Ti confonde la vista dei tronchi agili, carichi di gemme, e avverti il disagio di essere insieme ramoscello e arbusto rinsecchito.

    Hai perso lo slancio, il vecchio tronco reclama la sua parte di ossigeno, devi spezzarti o rinunciare a togliergli tutto il nutrimento, perché ne va della tua stessa vita. Forse non ci sarà un’altra primavera. E vedi i tuoi frutti che, nonostante te, maturano. Hanno un colore caldo e dorato, sono cambiati, sono cresciuti e presto si staccheranno. Come ti acquieta e ti rassicura la loro vista! Ti prende un desiderio di far loro ombra e come gioisci quando vedi che, dimentico di te stesso, hai dato quel poco d’amore che li rende così smaglianti!

    Ti sembra perfino che quel terreno così aspro che ti soffocava, che ti comprimeva, si sia come sgretolato, consumato, e lasci filtrare tra le fessure un umore tenero che nutre i tuoi frutti.

    Allora è come se le immagini della tua giovinezza si fossero fermate, immobilizzate. Ti fanno un po’ paura, se le guardi da vicino, se le tocchi, ti appaiono come maschere stanche. Provi ancora a giocare con loro e loro con te, ma quel gioco non ti appassiona più e anch’esse ti appaiono segnate dal tempo, caricature dei tuoi sogni, e provi una pena acuta e profonda. Vedi come anch’essi si aggrappano a quel momento antico, ma esso si è cristallizzato dentro di loro, i segni del tempo hanno inciso profondamente.

    Questa visione ti turba e ti senti perduto perché non conosci i fili intrecciati dal momento dell’addio.

    Insieme cercate di rassicurarvi che nulla è cambiato, e insieme sentite che tutto è cambiato, che nessuno è lo stesso di allora.

    Ma non provi amarezza, no, anzi, senti un senso di sollievo, ti senti euforico, liberato! Sei ritornato a te, e ti piace il tuo tronco nodoso, conosci ogni ruga della corteccia, ogni intoppo di resina, ogni ramo mutilato, ogni ferita di grandine e di uccello.

    C’è qualcosa di bello, maestoso, dignitoso, unico nella forma che ha assunto il tuo corpo e ti staglia nel bosco come un prodigio.

    A te guardano con ammirazione i muschi e le betulle, perché ci sei tu ondeggiano i cedri. Nei cavi del tuo tronco hanno fatto i nidi i passeri e lo scoiattolo sfreccia sicuro tra i tuoi rami. Nella notte il gufo e la civetta ti tengono talvolta sveglio, ma spesso tacciono e sorvegliano la quiete del bosco.

    Di giorno, i tuoi frutti pendono rigogliosi e ti ammantano di un’eterna bellezza.

    Le tue radici affondano profonde nella terra e hanno trovato sentieri più larghi; quei sali così aspri sono diventati benefici e il loro sapore famigliare scorre nelle tue viscere come il nettare.

    Con la terra le radici hanno fatto una griglia che rinserra la montagna.

    1990

  • 25 giugno alle ore 3:07
    Ikenunk + 30

    Come comincia:                                                                                                                                            IKENUNK + 30, cento canti dìamore e di lotta'
    C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d'antico' 
    (da: L'aquilone, di  Giovanni Pascoli)

    Ikenunk + 30 (hic et nunc, 30 anni dopo) è un piccolo documento storico, una testimonianza della nostra giovinezza e un frammento di storia del nostro paese.Raccoglie canzoni cantate da soli e insieme, in tanti momenti diversi, nelle manifestazioni, per strada, contro la guerra e per i diritti civili: parlano d’amore e di lotta per la libertà e la democrazia, cento storie personali e collettive, brevi e intense sintesi di ricordi e di sentimenti.Ci stupisce e ci commuove sentire come i ragazzi se ne riappropriano oggi e come le reinterpretano con nuovi ritmi e con nuove strumentazioni, così come noi a nostro tempo avevamo fatto con le canzoni della resistenza e con quelle della tradizione popolare, recepite e trasmesse per via orale.
    Come molti coetanei, e come hanno sempre fatto i ragazzi, anche noi avevamo il nostro quadernetto dove raccoglievamo quelle che ci piacevano di più e quelle che volevamo cantare in coro.Questo libretto è un’antologia raccolta a più mani (alcune canzoni sono meno conosciute perché avevano una diffusione solo locale), alcune sono state rielaborate dai curatori stessi, compresi del fascino della memoria; ma ciascuna di esse è densa di significato, così come i particolari del libretto.
    Quanta speranza in quei ‘cento fiori’, che richiamano in due parole la rivoluzione culturale, Tien an Men, il libretto rosso, l’internazionalismo, un’apertura di orizzonti, un afflato verso un’idea più ampia e più matura di libertà.
    Non cè una data di edizione o di stampa, ma gli diamo noi una data presunta, ma verosimile, della chiusura della raccolta: l’11 settembre 1973, il giorno in cui Salvador Allende si preparava a morire dicendo al mondo: la storia siamo noi e la storia la fa il popolo.C’è una coincidenza inquietante di numeri e di date, quasi un ciclo che si ripete, un eterno ritorno di stagioni e di esperienze, in tempi e forme diverse.Ecco perché questo libretto, nella sua veste artigianale e umile (stranamente riapparso in un periodo oscuro per il nostro Paese, dove si riducono gli spazi democratici conquistati a colpi di maggioranze parlamentari e si tenta di occultare e travisare la memoria con il monopolio dei mezzi di comunicazione) ci è apparso prezioso, quasi una testimonianza agile e tenace che non muore e si trasmette di bocca in bocca, di cuore in cuore.Noi stessi, prima sconosciuti e lontani per età e per esperienze diverse, ci siamo riconosciuti e capiti al volo e abbiamo parlato la stessa lingua.Questo ci ha fatto pensare che anche noi in fondo, molto in fondo, facciamo parte della storia e che potevamo dare il nostro modesto contributo servendoci dei ‘cento canti’.Il valore della tradizione orale è un patrimonio di tutte le civiltà, di tutti i paesi e di tutti i momenti storici, e quindi anche oggi può essere uno strumento utile di conoscenza e di unità con le nuove generazioni.Citiamo ad esempio il volume: Oralità, cultura, letteratura: atti del convegno internazionale (Urbino, 21-25 luglio 1980) a cura di Bruno Gentili e Giuseppe Paioni, pubblicato dal Centro Internazionale di Semiotica e di Linguistica e dell’Istituto di Filologia Classica dell’Università di Urbino).
    Si potrebbe dire di più, si potrebbe dire molto, ma non è il nostro mestiere. Studiosi di tutto il mondo se ne occupano, scrivono libri e approfondiscono le ricerche con profili e modalità diversi.Per noi ‘cento fiori’ vuol dire questo: i volti, le ‘maschere’ sempre nuovi e sempre diversi di uno stesso volto, i cento e mille nomi dello stesso nome; quel nome che ha giustificato le crociate, gli stermini di popoli interi, le deportazioni di massa e i più atroci delitti contro l’umanità, quel nome che anche oggi viene usato per insanguinare la terra e depredare i poveri.Molti sono stati i disvelamenti dell’inganno e molte le nuove forme e ideologie sotto le quali si è manifestato lo stesso disprezzo per la vita umana.
    Su un cartello c’era scritto: pace è il nome di Dio. Forse Lui non è d’accordo, ma noi vogliamo crederci.Shalom shel emet, pace e verità, è un binomio inscindibile: l’uno che è due e diventa tre con il verbo, la comunicazione, e rimane uno nella reciprocità dell’amore.Parole, parole per dire cose in fondo semplici, parole più grandi della cosa che si vuole definire.Quanta ridondanza, quanti travisamenti, inganni, e quanta superbia, nella parola che vuole afferrare e chiudere in un significato definitivo quello che non si lascia afferrare! l‘Avrei voluto essere scabro ed essenziale’ –diceva il Poeta-, ‘e umile’ –diceva il Santo-, ‘e attento’ –diceva il Falegname-.
    Noi siamo soltanto un gruppo di amici e ci piace giocare.Per tornare al nostro libretto: lo sfondo rosso è il fuoco, il sole al tramonto, il sangue e il cuore.La figura del pugno chiuso è l’ira del giusto, è la forza e il coraggio e il silenzio, è il gesto che s’impone alla parola, il senso al significato, in fondo non è che una rappresentazione grafica, un’offesa virtuale che non ferisce e non uccide.Un’immagine non è che un simbolo, ma il simbolo in sé racchiude cento significati e cento fiori.Anche sui simboli ci siamo strattonati e abbiamo messo tenaglie e forbici al posto di falci e martelli, e poi libri, rose, garofani, margherite, querce e ulivi, leoni e asinelli, soli nascenti e soli che ridono, soli che piangono, e un po’ alla volta ci siamo sentiti sempre più soli.
    Nonostante noi e i nostri errori, le nostre piccole meschinità quotidiane, la nostra superbia, la vita si rinnova e nuovi fiori nascono e nuove scuole contendono.Anche noi vogliamo portare un fiore alla festa della primavera, un fiore piccino, come possiamo e sappiamo fare.Lo consegnamo ai ragazzi, perché ci mettano una musica nuova, anzi antica, con la speranza che possa essere utile alla pace, alla verità e alla fratellanza e ci aiuto a restare uniti nel breve tratto di strada che stiamo percorrendo insieme.

    Nota ai testi
    Dovendo cantarle oggi, con una diversa sensibilità che ci è data dal tempo e dalle esperienze vissute, noi faremmo alcune modifiche sostanziali ad alcuni testi.Consapevoli del valore e della forza dell’amore (ahimsa) e dei metodi nonviolenti (satyagraha), proporemmo alcune sostituzioni indicative là dove ci sono parole di rabbia, di odio e di desiderio di vendetta (vedi appendice).
    Alcune di queste canzoni non le conosciamo, non le abbiamo mai cantate. Fanno parte della memoria degli ignoti curatori e quindi abbiamo deciso di fare una forzatura e di sostituire quelle che non sono diventate patrimonio comune con altre legate alla nostra memoria affettiva.L’ordine è del tutto casuale, quindi fedele allo spirito dei ‘cento canti d’amore e di lotta’ originale.
    Forse non saranno le migliori, le più significative, ma sono legate al ricordo di momenti importanti del nostro passato.E d’altra parte il tempo presente è ben più saturo di fermenti e si impone con la sua vitalità.
    Non c’è tempo per piangere, ed è severamente vietato coltivare illusioni. I fantasmi forse ci accompagnano, ma non possono farci daguida.Abbiamo bisogno di uomini e donne e sogni nuovi, anzi antichi.

    Venezia, 24 gennaio 2004

    (segue indice e testi delle canzoni)                                                                                                                                                                                             
     

  • 24 giugno alle ore 9:11
    LA VILLETTA SUL MARE

    Come comincia: Alberto stanco di poltrire al sole nello stabilimento balneare di Mortelle a Messina disse alla moglie: “Vado a battere il ‘crawl’, a più tardi.” “Non capisco perché devi sempre battere qualcuno, fa come ti pare.” Meglio nessun commento, quello era l’ultimo giorno che stavano insieme. Alberto era un maresciallo delle Fiamme Gialle di quarant’anni, Maria  la poco gentile consorte di tre anni meno giovane, maestra elementare, era la conseguenza di una ‘minchiata’ di cinque anni prima, ma ormai il mariage era alla frutta, i due avevano deciso per una separazione consensuale, inutile stare ancora insieme. Niente figli, niente mantenimento il giudice aveva autorizzato Alberto ad uscire definitivamente dalla casa comune. Il giorno dopo  il maresciallo fece armi e bagagli per trasferirsi in un’abitazione presa in affitto già ammobiliata in via Consolare Pompea. La curiosità degli abitanti del suo palazzo li aveva spinti ad affacciarsi alle finestre per commentare il trasloco del coinquilino il quale  non aveva mai dato adito a pettegolezzi e quindi l’interesse era doppio. Cosa era successo ai due? “Cazzarelli mia” avrebbe risposto in romanesco il buon Alberto il quale finito di caricare le sue mercanzie su un camioncino con l’aiuto del collega ed amico Franco,  prima di partire fece il segno dell’ombrello col dito medio alzato, gesto non molto apprezzato dagli ex vicini. Alberto nella nuova abitazione si era volutamente presentato in divisa e fu subito ossequiato dal portiere Saro che si mise a disposizione aiutando i due a scaricare i bagagli ed a riporli  in ascensore, l’abitazione era al quinto piano. Saro presentò Alberto a Nando amministratore del condominio, un consulente tributario che, anche per tenere buoni rapporti con un sottufficiale della Guardia di Finanza, li invitò a pranzo. Furono accolti da Ginevra una signora piuttosto alta ed abbigliata da cucina che si lamentò: “Potevi avvisarmi che avevamo un ospite (Franco era andato via), sono impresentabile tanto più dinanzi ad un rappresentante delle forze dell’ordine!” “Ginevra questo è Alberto Maresciallo della Finanza, è venuto ad abitare al quinto piano, ci vedremo spesso ed adesso fai vedere quanto sei brava in arte culinaria.” Ad Alberto venne da ridere, la signora non grassa aveva un bel popò cui ‘lo zozzone’ ci fece subito un pensierino… Alberto aveva riprese a cucinare a casa sua come quando, da finanziere era in forza ad un reparto di montagna sopra Domodossola. Una mattina alle nove sentì  bussare alla sua porta d’ingresso, dal letto:“Franco stavo dormendo, che ci fai a quest’ora!” Aperta la porta: “Non è Franco ma Ginevra che ha pensato  di offrire al nuovo inquilino  una tazza di cappuccino e due brioches fatte con la sue mani.” “Mani di fata” esordì il giovin maresciallo mettendosi poi a ridere. “A me piacciono i ridanciani, che ne pensa di far ridere anche me.?” “È una storiella vera accadutami quando abitavo a Roma, preferisco non fargliela ascoltare, è un po’ come dire…” “Provi a raccontarmela, non sono una puritana.” “Bene, come dicevo abitavo a Roma in via Taranto, dinanzi casa mia c’era un’edicola in cui avevo spesso notato una bella ragazza. Abituato allo spirito romanesco piuttosto greve mi presentai e le dissi riferendomi ai giornali:’Hai Tempo, Grazia, Mani di Fata, che ne dici di farmi una sega?” Male me ne incolse, la baby riferì il fatto al padre, un omone alto e grosso e da allora fui costretto a fare un lungo giro per raggiungere la scuola, era pericoloso passare dinanzi a quella edicola di giornali.” “Tutto qui, chissà cosa mi aspettavo.” Alberto capì che in futuro ci sarebbe stata ‘trippa pè gatti’, bisognava solo trovare il momento giusto e quello non lo era, Ginevra sparì dalla casa del non tanto più giovin signore con un: “A presto.” Nel frattempo, avuti concessi trenta giorni di licenza, Alberto per meglio sopportare la calura agostea ritornò al Lido di Mortelle e decise di fare un bagno anche se il mare era piuttosto mosso, era un buon notatore e sapeva battere il ‘crawl’ ossia il nuoto libero, la sua ex si era dimostrata un’ignorante. Nuotava lentamente vicino alla battigia, nuotò a lungo rilassandosi come mai negli ultimi tempi e senza accorgersene si trovò molto lontano dal punto di partenza. Decise di spiaggiarsi anche perché gli era venuta una gran sete. A cinquanta metri circa c’era una villetta stile spagnolo, molto bella, da fuori tirò una cordicella che portava ad un campanella che risuonò a lungo prima che  si facesse viva una ragazza dalla faccia assonnata: “Si può sapere chi è lei?” Nel frattempo una cagnetta volpina si era diretta verso Alberto a coda bassa, con tono lamentoso e strofinandosi ad una sua gamba. Ad Alberto venne da ridere, gli era venuta in mente la storiella del: ’Cò stà pioggia e cò sto vento chi è che bussa a stò convento?’ La ragazza non era molto propensa a condividere l’allegria di Alberto, a muso duro: “Guarda stà puttanella di Belle, di solito fa un casino con gli estranei…mi dica quello che vuole.” “Intanto le chiedo scusa, penso di averla svegliata, se possibile vorrei dell’acqua, ho nuotato da Mortelle sino a qui senza accorgermene e sono assetato.” “Venga dentro, sono Caterina.” “Forse è meglio che resti fuori casa, ai tempi d’oggi…” “Si ma io sono campionessa di kick boxing, se la passerebbe male!” Alberto la guardò meglio, effettivamente aveva un fisico da atleta ma non mascolino, una gran pezzo di gnocca ma dall’aria non serena, sicuramente doveva avere dei problemi. Finita la bevuta: “Ora devo tornare a Mortelle, appena mi riprenderò mi ritufferò in acqua, resto ancora qualche minuto.” Nel frattempo era suonata la campanella. “Ho capito di chi si tratta e non ho alcuna voglia di vederlo, è il mio ex uno…lasciamo perdere, quando se ne sarà andato la seguirò in acqua.” Il cotale ci mise del tempo poi, compreso che non era gradita la sua presenza si levò dalle balle. Il due pezzi di Caterina non lasciava molto all’immaginazione, ad Alberto vennero gli occhi di fuori dalle orbite come si dice in gergo provocando una risata sonora della ragazza. “Dì la verità è molto tempo che stai a stecchetto!” “Oltre che atleta sei anche psicologa, sono appena separato, ci farò un pensierino, sto scherzando chissà quanti mosconi…” “Sono di gusti difficili, sinceramente tu sei diverso dagli altri ma non darti tante arie, vieni in acqua.” Come nuotatrice Caterina era una sirena, Alberto faticava a tenerne la scia sin quando la ragazza si fermò, c’era una barca ancorata al fondo, nome ‘Caterina’, Alberto capì che era di proprietà della baby la quale pur restando in acqua improvvisamente: “Ho desiderio di conoscere il sapore della tua bocca.” E prese a baciarlo forsennatamente. ‘Ciccio’ si risvegliò dal letargo ed alzò la testa, cosa notata dalla ragazza che inaspettatamente  scostò  parte  del costume, lo prese in mano e se lo infilò nella ‘gatta’. ‘Ciccio’ ci rimase a lungo anche dopo aver fatto il suo ‘dovere’, Caterina stava godendo alla grande fin quando ne ebbe  abbastanza, si mise a fare il morto. Alberto salito sul natante pian piano riuscì a ‘salparla’ per ritornare a riva a remi. Caterina sembrava assonnata, aprì la porta lato mare e si buttò sul letto ad occhi chiusi, con  il costume bagnato e la gatta ‘lubrificata’. Alberto andò in cucina, bevve a lungo, notò un telefonino, scrisse su un pezzo di carta il suo numero e riprese il mare. Franco al lido di mortelle era preoccupato: “Dove cavolo sei stato?” “A scoparmi una sirena.” “Le sirene non hanno sesso, inventane un’altra!” Con la Y 10 Alberto tornò a casa, il riposo del guerriero finì alla undici di mattina quando il telefono: “Si può sapere cosa ti sta succedendo, io ed Antonella siamo preoccupati per te.” “È una storia incredibile, te la racconterò appena ci vediamo.” “Vieni a cena stasera da noi, ciao.” Sia Franco che Antonella avevano la stessa mentalità di Alberto, assolutamente anticonformisti e ascoltarono con risata finale il racconto di Alberto. “Tutto a te capita, a me…” “Un fracco di bastonate, contentati della fregna legale!” Una mattina Ginevra si era appostata all’ingresso della scala, suo marito era a Gioiosa Marea dove aveva un altro studio di consulenza tributaria, lei niente affatto contenta della suo menage sessuale voleva provare le chances del nuovo arrivato, le dava l’idea che fosse un mandrillone, uno simile lo aveva conosciuto  da giovanissima col primo boy friend ma in quel campo il legittimo consorte non brillava di certo, troppo preso dal lavoro. “Maresciallo che piacere incontrarla, mio marito è fuori tutto il giorno, se non le va di cucinare il pranzo glielo offro io, vorrei conoscere solo i suoi gusti.” “Tutto a base di pesce, stavo andando al mare ma la sua richiesta mi ha fatto cambiare parere, che ne dice se nel frattempo mi fermo a casa sua?” “Con molto piacere…” Ginevra non si aspettava quella richiesta ma ne su felice, andava al di la dei suoi desiderata, mezza giornata disponibile per … Nell’abitazione la solita scusa: “Oggi fa un caldo infernale, se non le dispiace mi metto in libertà.” La libertà consisteva in una vestaglia trasparente con ‘sotto il vestito niente’, non ci volle molto per finire in camera da letto, l’Albertone puntò subito su quello che l’aveva colpito alla prima visione della signora, il ‘popò’ che gli fu subito concesso, Ginevra era disposta a tutto ed infatti i due stettero insieme oltre l’orario del pranzo ripassando tutto il Kamasutra, cosa che li lasciò senza forze ma con un gran appetito. Il prossimo avvento della sera fece capire ai due che: ‘la favola breve era finita’ ed Alberto si ritirò nel suo alloggio addormentandosi subito sino alla mattina successiva. Dinanzi allo specchio uno spettacolo non piacevole: barba lunga, occhiaie, sguardo imbambolato, Alberto capì che i vent’anni erano passati da un pezzo…In mezzo al costume trovò il bigliettino su cui aveva scritto il numero del cellulare di Caterina, se lo rigirò fra le mani e si domandò se era il caso proseguire la liaison con Ginevra o quella con Caterina, optò per quest’ultima che non aveva legami e compose il numero del telefonino. “Ancora tu, non hai capito che è finita, non rompere più le scatole.” “Così tratti i maschietti dopo una sola volta…” “Scusa pensavo fosse quello scemo del mio ex, a proposito non conosco nemmeno il tuo nome.” “Dammene uno tu, quale sceglieresti?” “Quello di una persona intelligente, fuori del comune, penso ad Einstein, che ne dici?” Alberto rimase basito, come aveva fatto Caterina ad indovinarlo, aveva lui lasciato qualche traccia, assolutamente no e quindi…Alberto non voleva darla vinta a Caterina e :”Son d’accordo con te ma non sono tanto intelligente.” “Vieni di nuovo domattina ma passa per la strada, troppa fatica in mare, troverai i miei genitori, anche se sono separati stanno spesso insieme, li ho avvisati che ho un nuovo amico a nome Einstein.” Leonardo e Giulia erano due cinquantenni simpaticoni e ridanciani, accolsero Alberto con stretta di mano lui, con un bacio sulle gote lei, un bell’inizio di amicizia.  A tavola Leonardo: “Alberto penso di averti visto altre volte ma non ricordo dove, mi puoi aiutare, io sono un ex ufficiale dell’Aviazione, attualmente esercito l’avvocatura da privato come pure Giulia.” Alberto: “In passato con la mia ex moglie ho frequentato il Circolo Ufficiali, forse ci siamo conosciuti lì.” “Hai ragione, ora mi ricordo, ci ha presentati un certo Musmeci  maresciallo della Finanza!” “Anch’io faccio parte delle Fiamme Gialle a tal proposito ho capito il perché della vostra separazione, è una furbata per evitare di pagare troppo imposte, te lo dice un Caino come volgarmente ci chiamiamo fra di noi.” “E bravo il nostro Einstein, ad ogni modo io ho fatto le cose per bene, io e mia moglie risultiamo residenti in due case diverse, ed ora brindiamo alla Guardia di Finanza.” Dopo cena: “Vi dispiace se vi rubo vostra figlia per questa notte, ve la riporterò sana e salva.” “Salva si ma sana ho qualche dubbio:” Leonardo aveva buttato là una spiritosaggine che rispondeva a verità. Nel sostare all’ingresso dell’abitazione in via Consolare Pompea Alberto vide  uscire dall’ascensore Nando e Ginevra che salutarono i nuovi venuti, Ginevra con faccia da funerale, aveva capito che aveva perduto per sempre il bell’Alberto. Con intuito tutto femminile Caterina: “Dì la verità ti sei ‘fatto’ quella signora, aveva uno sguardo…” “L’ho notato anch’io, ricordo che scopa benissimo, meglio di te…” Alberto scansò uno schiaffone che lo avrebbe tramortito. “Mo sei pure gelosa del mio passato!” “Non è questo ma il fatto che me la troverò sempre tra i piedi se venissi ad abitare qui, hai capito che sono una tigre, ti faccio mordere da Belle, pure lei è gelosissima! Ho trovato la soluzione, non te la dico, devo parlare con mio padre, stasera vai in bianco che più bianco non si può.” “Ora son diventato un bucato, ‘in casa c’è chi lo fa meglio di te’ è il detto di un antico Carosello della TV, io dormirò sul divano.” “Tu dormirai fra le cosce profumate di una gentil donzella che stanotte ti smonta tutto.”  La promessa fu mantenuta, Alberto si svegliò alle undici del giorno dopo, in garage non c’era più la Y 10 sicuramente presa da Caterina per raggiungere i suoi genitori. Squillo del cellulare: “Caro una bellissima notizia, ti trasferirai o meglio ci trasferiremo in viale dei Tigli, mia madre risulta residente lì, l’abitazione è ammobiliata, festeggeremo con gli amici di quel palazzo tutte persone allegre ed amiche della mia famiglia, a presto ma senza far nulla, la topa è troppo irritata, un po’ di riposo farà bene a tutti e due.” “Io non  ne sento il bisogno, debbo dare un ‘saluto’ di addio ad una certa persona del mio palazzo!” “Penso che resterò vedova molto presto!” Alberto non restò vedovo, al matrimonio celebrato presso il Comune ci fu pure Belle sempre scodinzolante, sempre felice di poter sostare sul letto matrimoniale ma solo quando i padroni non facevano esercizi…ginnici!

  • 24 giugno alle ore 9:05
    CONFIDENZE SESSUALI

    Come comincia: Il libertinismo è stato un movimento filosofico culturale del primo seicento che era distinto in libertinismo culturale e in libertinismo dei costumi, il primo riguardava una elaborazione filosofica il secondo riguardava la ricerca del piacere per soddisfare le proprie passioni e fuggire dal dolore. Oggigiorno la maggior parte delle persone propende per questa seconda interpretazione ovviamente avversata dai cattolici senz’altro complessati dal sesso, quelli che di solito hanno comportamenti ‘situazionali’ con la legittima consorte per  poi andare a rimorchiare qualche ‘signorina’ disponibile  con cui sollazzarsi con i ‘giochetti’ erotici vietati dalla morale religiosa. I personaggi di questo racconto facevano parte dei liberi sostenitori del piacere fine a se stesso, quello che  lascia appagati e gratificati senza sensi di colpa, sempre col limite del buon gusto. Residenti a Roma in un palazzo di quattro piani in via dei Santi Quattro. Ennio e Beatrice, ambedue trentacinquenni, si conoscevano sin dalla scuola media, stessi studi, laurea in lingue lei, laurea in matematica lui, stessa scuola il liceo scientifico Newton. Senza figli per decisione comune, agiati di famiglia, durante le vacanze la spassavano d’estate al mare a Fregene, d’inverno a Madonna di Campiglio località che raggiungevano con la loro Alfa Romeo Giulietta Quadrifoglio verde, Ennio era un patito della velocità. L’abitazione, un attico all’ultimo piano permetteva una visione di tutta Roma, quando il tempo lo permetteva mangiavano sul terrazzo. Dopo tanto tempo passato insieme il sesso era diventato più che altro una abitudine, peraltro rara come capita a tante coppie. L’arrivo di una famiglia al quarto piano aveva cambiato le carte in tavola nel senso che Ennio aveva adocchiato Leda la consorte di Alessandro che per lavoro viaggiava sui treni internazionali. I due avevano messo la mondo due gemelli, due bei ragazzi Flora ed Adriano particolarmente vivaci che propendevano più per il divertimento che per gli studi ragion per cui Alessandro li aveva ‘confinati’ in un collegio vicino a Roma che accettava sia maschi che femmine, ovviamente in locali separati. Ennio quando era libero dagli impegni scolastici frequentava un circolo di ex ufficiali dove  giocava a carte o vedeva la televisione. Un sabato sera Ennio non si sentiva bene, preferì la ‘compagnia’ di un’aspirina ed il riposo a letto. Beatrice aveva preso confidenza con Leda, quella sera era sola in quanto Alessandro era per servizio in viaggio da Roma a Berlino col treno ‘Italo’. In pieno agosto la serata era piuttosto afosa il che portò Beatrice a proporre all’amica  di togliersi i vestiti e restare in reggiseno e slip, richiesta accordata dall’interessata che eseguì la stessa manovra. Ambedue sedute sul  divano a dondolo del terrazzo  sentivano il rumore ovattato del traffico sottostante e quello degli aerei di linea. Ad un certo punto Beatrice muovendo il divano si trovò addosso a Leda ed istintivamente la baciò in bocca a lungo per poi abbracciarla scostandole il reggiseno e prendendo in bocca un suo capezzolo. La situazione si evolse perché anche Leda prese l’iniziativa,  si tolse le mutandine per poi finire sul letto matrimoniale dove  ci fu un rapporto lesbico, una novità per tutte e due peraltro piacevole e ripetuto con baci sulle ‘gatte’ divenute vogliose.  Beatrice ritornò al  talamo coniugale dove Ennio dormiva della grossa. Bea non riusciva a prendere sonno, per lei era stata un’esperienza che l’aveva lasciata intontita. L’arrivo giorno la trovò a letto vicino al marito che finalmente aprì gli occhi per poi richiuderli, era ancora assonnato, Beatrice ritenne opportuno svegliarlo del tutto. Ennio finalmente ritornò nel regno dei vivi e vedendo il viso sconvolto della moglie: “Che ti è successo, debbo chiamare un medico, sei pallida e tremante.” “Fisicamente non sto male, dammi un po’ di tempo, ti dirò tutto, vai in cucina e preparami un caffè.” Sorbita la bevanda Bea mise al corrente il marito dell’accaduto, in passato avevano fatto un patto di reciproca sincerità. Ennio ascoltava le parole di Bea senza interromperla, d’altronde c’era poco da dire. La consorte riportò fedelmente l’accaduto sessuale in cui Leda aveva fatto la parte principale iniziando dal bacio in bocca dal sapore di confetto, bacioni prolungati sulle tette con un inusitato orgasmo,  passaggio sui piedi ed infine sulla sua ‘gatta’ con ripetute ‘goderecciate’ da parte sua. Dopo questa confessione Bea si addormentò, lo sfogarsi col marito l’aveva portata a rilassarsi.  Si svegliò alle tredici, un profumino di ragù le giunse alle narici, suo marito era bravo in cucina e  comprensivo in altri campi. La doccia rimise in forma Beatrice che abbracciò e baciò Ennio e riuscì anche ad essere spiritosa: “Sono di nuovo vergine e tutta tua.” Si può essere anticonformisti ma quell’avvenimento inusitato aveva lasciato un segno. Al suo ritorno in famiglia anche Alessandro fu messo al corrente dell’accaduto e così ‘tutti sapevano di tutto.’ A prendere l’iniziativa fu il ‘ferroviere’  che capì che poteva trarre un suo vantaggio sessuale da quella esperienza della consorte ma fu quest’ultima che prese il telefono e: ”Cara sono Leda, oggi non ho voglia di cucinare, io e Alessandro andiamo a pranzare nel ristorante qua sotto ‘Da Sora Lella’, ci fate compagnia?” “Va bene alle tredici.” All’incontro i due maschietti si diedero la mano, le femminucce un casto bacio  sulle gote. Fu Sora Lella a servirli personalmente con i tipici piatti romani, dopo un caffè le due signore si ritirarono nel bagno per ‘rinfrescarsi’. “Cara Beatrice sappiamo come finirà la storia con un wife swapping per dirla all’inglese, voglio farti presente che Alessandro ha un pene molto lungo e stretto oltre a due testicoli grossi, Ennio come se la passa?” “Mio marito al contrario ha un pene non molto lungo ma grosso e lo sa usare bene!” Al rientro a casa i due mariti con l’accodo delle consorti ‘sbagliarono’ abitazione e affacciandosi da una finestra si salutarono facendosi matte risate, il gioco era cominciato. “Cara Bea penso che mia moglie ti abbia messo al corrente …” “Non ti preoccupare, oggi con  le famiglie arcobaleno, con omo maschi che hanno figli, transessuali che si sposano fra di loro non c’è nulla da meravigliarsi…” Però quando Alessandro sfoderò la sua ‘sciabola’ rimase perplessa che se non lo diede a vedere, il signore aveva un coso non molto grande di diametro ma di una lunghezza pazzesca, forse quaranta centimetri che, in erezione sembravano anche di più. Entrando nella ‘gatta’ di Bea ne rimase fuori circa la metà ma giunse sin al collo dell’utero e le fece provare un orgasmo pazzesco allorché proiettò il suo sperma a lungo e varie volte. I due ‘girarono’ pagina e questa volta il ‘cosone’ entrò tutto con un inusitato piacere da parte di Bea. Ennio e Leda non erano da meno, la signora approfittando del diametro del pene del professore lo fece giungere sino alla metà della vagina trovando il punto G cosa che non le riusciva col marito, una novità piacevolissima anche per lei. Alle diciannove riunione delle legali consorti con risolini  di soddisfazione, Hermes molto amico di Ennio era stato prezioso nel condurre in porto un giochetto che nell’Olimpio non era mai accaduto ma, malignamente volle ancor più complicare la situazione…Al rientro a casa per le vacanze estive Flora e Adriano presentarono la pagella ai genitori con ambedue una materia di riparare a settembre: Flora in matematica e Adriano in inglese…”Che ne dite di dare una mano a questi due sciagurati, ci hanno rovinato le vacanze, avevamo prenotato per Cuba ed ora…Fu Beatrice che: “Anche se non ho figli ho il cuore di mamma, lasciateli qui a Roma, daremo loro delle lezioni  ed anche da mangiare, se Flora non sa cucinare imparerà. E così fu…”Professore io non riesco proprio a mandar giù le equazioni ed i logaritmi, mi dia una mano anche se non so come ricompensarla.” “Primo io sono Ennio e non il professore e poi dammi del tu, per il compenso …ho sgamato la tua faccetta da ingenua, lo sai perfettamente!” “Io non sono più vergine e quindi non abbiamo problemi solo il popò non è stato mai usato, ci ha provato un mio amico ma mi ha fatto un male del diavolo.” “Certe cose si fanno ma non si dicono come da testo di una canzone del 1932, prima il dovere e poi il piacere come recita un vecchio proverbio, qualora non ti dovessi  impegnare…” “Ci andresti male anche tu.” “Si ma ti metterei col culo all’aria per sculacciarti di santa ragione!” Flora ci mise impegno e provò anche le delizie del punto G con orgasmi ripetuti che: “Professore sei un mago!” “Si del cazzo!” Adriano era più timido della sorella, seguiva le lezioni in inglese di Beatrice ma andando avanti nei giorni era sempre più eccitato sessualmente dal profumo personale di Bea la quale fece finta di non capire sino a quando: “Sei un ragazzo serio ma altamente voglioso, che ne dici di una…” “Qualsiasi cosa dolce professoressa, se potessi ti sposerei!” “Contentati di questa pelosona…cavolo ce l’hai grossissimo per la tua età, infilati stò condom e vai facile, sempre desiderato farmi un giovane, mi sono scoperta pedofila come quella insegnante milanese, vai piano abbiamo tutto il pomeriggio perché penso che anche tua sorella…

  • 23 giugno alle ore 16:49
    Emma

    Come comincia: Quando la mamma è morta ho pensato che avremmo continuato a parlare di lei e il suo ricordo ci avrebbe tenuti uniti, invece non è stato così, come se fossimo stati spaventati dalla nostra solitudine e ciascuno avesse tenuto per sè i suoi ricordi senza farne tesoro comune.   
    La perdita di una persona cara è sempre dolorosa, ma ancora di più questa mancanza si fa sentire quando intorno c'è festa: il contrasto è atroce.   
    Quando inizia dicembre, con i preparativi per Natale, ritorna con forza il ricordo dei suoi ultimi giorni, di quell'ultimo Natale insieme. Le sue ultime parole ritornano sempre, e assumono nel tempo significati più profondi: 'Tieni unita la famiglia..." 
    Il Natale accentua l'attenzione sulla famiglia, si fa una ricognizione degli affetti; è come se si dovesse fare l'inventario.La mamma era la famiglia e senza di lei tutti noi ci siamo sentiti più soli.
    Mi ha stupito ascoltare il suo nome nelle messe per i defunti da persone che non sapevano nulla di lei, anche se la sua anima scorre nel fiume universale della vicenda umana.Mi sarei aspettata che qualcuno ci avesse chiesto se era buona e cosa aveva fatto di bello e di importante, ma la sua assenza veniva assorbita nel rituale uniforme: ho sentito tutta la lontananza dalla sua e dalla nostra storia individuale; ciò nonostante sono stata grata a quei preti che ci hanno tenuti uniti e hanno dato solennità alla sua fine terrena.   
    Ho temuto che avremmo perso la memoria e ho pensato di scrivere: volevo tessere una tela cominciando da me e porgerla a quanti l'avevano conosciuta, per completare un'immagine che avevo costruito sui suoi racconti e sui miei ricordi.   
    Se dovessi raccontare la mia vita con lei e il mondo di sogni che ho costruito sui suoi racconti dovrei rivivere la vita trascorsa e non mi basterebbe il tempo.Non ci sarebbe posto per la vita che scorre ogni giorno e per gli affetti he mi circondano.
    Mi ha impressionato un sogno che avevo fatto poco dopo la sua morte.Io e papà eravamo sopra un albero, una specie di quercia, forse era il gelso della casa di Prozzolo. Sotto, intorno all'albero, c'era una folla di parenti (forse tutti quelli che erano venuti al funerale). Ad un tratto la mamma perse l'equilibrio; io e papà cercavamo di trattenerla ma era pesante, ci sfuggì e cadde a terra in mezzo alla folla e noi vedevamo la scena, sconvolti, sull'albero. Ripensandoci, mi sembrò un segno che la famiglia era distrutta. 

    Un dolore acuto mi ha accompagnato in questi anni. So che averla avuta vicina per tento tempo è stato un grande dono, ma è difficile vivere senza di lei.
    Ho iniziato un viaggio interiore, che mi ha portato sui luogi dove lei è vissuta alla ricerca della sua storia. Volevo sapere della sua infanzia e della sua giovinezza, della terra da cui veniva, della parte di vita a me nascosta. Mi ero resa conto che era lei a reggere il filo della famiglia, senza di lei tutto era perduto.
    Avevo provato un senso di vuoto quando sono andata a ritrovare la zia Bruna, attorniata da figli, generi, nuore, nipoti e nipotini. Inoltre, la casa non era più quella della mia infanzia, con gli odori e le cose semplici di un tempo. 
    I miei ricordi erano fatti di capriole sull'erba, del dolore delle spine di frumento tagliato sui piedi nudi, di papaveri, fiori gialli e azzurri (occhi della Madonna), di uva pestata nel secchio di legno per fare il mosto, dell'odore del fieno, della falegnameria delle meraviglie di zio Settimo.Insieme c'era la presenza della nonna, con il suo vestito nero lungo fino ai piedi, la sua bella testa bianca, l'immagine di lei che faceva la lisciva nel pentolone grande; ricordo la tenerezza con cui mi accarezzava, la sensazione di serenità e di sicurezza che provavo accanto a lei; ricordo il pezzetto di cioccolata che mi dette di nascosto dai miei cugini nella sua stanza, e l'odore delle buone croste di formaggio abbrustolite sulla stufa a legna.
    Mi ritrovavo in una famiglia numerosa e prospera con tante macchine e un'officina moderna. Le vigne erano scomparse, i campi vuoti non sembrano più quelli di un tempo. Cataste di legname davanti alla casa (mi ricordavano le banchine del porto) indicano una nuova ricchezza un  tempo sconosciuta.
    Io ero sempre 'la venexiana', una bambina un po' scomoda che veniva dalla città e parlava un'altra lingua, senza tesori da mostrare.
    Cosa c'ero andata a fare? Zia Bruna era venuta talvolta a trovare la mamma in ospedale, l'aveva conosciuta da ragazza, le voleva bene. Io avevo trascorso da lei alcune estati da piccola.
    Adesso andavo a cercare la mamma dov'era cresciuta, i racconti della stalla, l'odore delle mucche e del latte appena munto, tracce di una grande famiglia 'di quaranta persone', le donne attorno al tavolo a ricamare col lume ad olio.Cercavo i fantasmi che avevano colorato la mia fantasia, il luogo incantato da cui veniva mia madre; ma lei non era più là, se mai ci era stata.
    Ebbi un penoso senso di inadeguatezza. La persona a me più cara era per loro distante e mi guardavano un po' stupiti per quel goffo tentativo di ritrovare un passato sbiadito o inesistente.Nelle loro parole, nei loro gesti, non c'era quello che cercavo e l'immagine che mi veniva data di lei mi giungeva come da uno specchio deformato; talvolta non corrispondeva alla mia, talvolta mi giungevano particolari inattesi.

    Oggi che è il sesto anniversario della sua morte e cercherò di cogliere qualche ricordo felice, lasciando nel fondo del cuore quelli tristi, le mille debolezze e le mille occasioni mancate per dirle grazie.

    Ricordo le due settimane che abbiamo trascorso a Prozzolo con Costanza, l'unica vacanza che abbiamo fatto insieme.Che gioia la mattina quando arrivava papà che mi dava la mia bicicletta rossa e correvo a prendere il treno che mi portava al lavoro a Venezia!
    Com'era contenta Costanza di correre dentro e fuori per casa e giocare con la bacinella piena d'acqua!
    Una bambina di nome Sandra veniva a trovarci e ci guardava con gli occhi grandi: 'Ma abitate qui? In questa catapecchia col tetto cadente, qui dove le case sono tutte lustre e rifinite di fòrmica e acciaio inossidabile, con le scale esterne a chiocciola e i macchinoni fuori della porta?' Ma rideva e si divertiva a giocare con Costanza e la mamma le guardava con espressione beata.
    Che risate quel giorno in cui abbiamo mangiato frittata davanti alla casa, sotto il sole cocente (credevamo che fosse già sera) e un passante ci ha detto che erano solo le cinque!
    Come siamo state orgogliose del nostro gelso centenario quel giorno che un giovanotto è venuto a vederlo perchè gli ricordava la sua infanzia!

    Era bello quando facevamo i vestiti per Fantina: io ricavavo il modello, tagliavo la stoffa (perchè lei temeva di non farlo bene), poi lei imbastiva, cuciva, disfava se non era perfetto, e restava alzata fino a tardi per le rifiniture. Com'era dolce lavorare e chiaccherare insieme!
    Il giorno in cui si è sposata Valentina aveva un'espressione stanca ma serena.
    Che agitazione per casa quel giorno, con la mantellina da finire in fretta, la parrucchiera, il bouquet che non arrivava... e poi lei è scesa per farsi ammirare e sembrava una regina col suo vestito lungo bianco!

    Rivedo le case, i negozi, le strade dove abbiamo vissuto insieme a Venezia.
    Ricordo la stanza in affitto con gli spazi divisi dalle tende, il bel presepio che Remigio fece per me. col cielo stellato e la lampadina per illuminarlo.
    Risento i racconti dei cento lavori che lui e mio padre si inventavano per guadagnare qualche soldo, i vassoi di latta con le creme, i profumi da vendere, una bambola grande vinta forse a qualche pesca che troneggiava sul lettone e l'attesa della mamma che tornava la sera dal lavoro portando cose buone da mangiare...
    Il posto più bello è stato Santa Marina: la grande casa con nove stanze (dove si comunicava con Renata battendo sul muro e ci si passava le cose dalla finestra), il negozio con la cucina e la saletta per mangiare e fare i compiti, la cantina con le damigiane, la sala della televisione dove veniva la gente la sera e si guardavano le storie tutti insieme; la mia gatta Mignina, la stufa di terracotta, i giochi nel campo...

    Ricordo i matrimoni, le nozze d'argento, l'aria di festa quando venivano a trovarci i parenti.
    Rivedo il suo viso soddifatto il giorno delle nozze d'oro, con la maglia 'della sposa' e sembrava dire: 'Ce l'ho fatta!'...

    Infine ricordo quella lunga camminata nella sera sulla strada da Dobbiaco a Villabassa, il paesaggio bianco di neve illuminato dalla luna piena che ci ha accompagnato per tutta la strada (eravamo andati a prendere la torta per il Capodanno).

    Sarei dovuta ripartire il giorno dopo, ma dovemmo prendere il primo treno e viaggiammo fino all'alba.

    Venezia, 31 dicembre 2000

     

  • 23 giugno alle ore 9:54
    Questioni di cani

    Come comincia: Il mio 9 giugno 2015 inizia alle 20 dell'8 giugno 2015.

    Arrivo ai piedi della scalinata del convento di S.Antonio del paese di Noukria, dove ci sono le prove del coro, e vedo arrivare l'auto del consorte che era stato tutta la giornata a Batti La Paglia.

    Lo aspetto. Abbassa il finestrino mentre parcheggia e dice: "Marley si è perso". Marley è il nostro secondo cagnolino.
    - E tu che ci fai qua?! Perché non sei rimasto a cercarlo? -

    - E' saltato dal finestrino mentre andavo piano in via Turco. Ma non ti preoccupare. Penso di sapere dove sta etc etc. ...-

    Racconta che pensa che l'abbia preso un signore con il quale aveva anche interloquito quando lo stesso stava al balcone.
    A maggior ragione se sapeva dove stava doveva andare a prenderlo, inoltre non credo alla sua interpretazione.
    Sarà stata la stanchezza, mi lascio imbonire apparentemente e non prendo subito l'auto per andare a cercarlo.
    Non penso di avere dormito molto quella notte.
    Il mattino dopo, telefono in ufficio comunicando che non sarei andata, accompagno le ragazze a scuola e vado a Batti La Paglia.

    Dopo un'ora di infruttuose ricerche nella zona dove si era perso, sono al centro di Batti La Paglia, mi sa che ero andata a trovare mia madre, quando il telefono squilla. E' una signora della Lega del Cane di Salerno che mi comunica che una ragazza aveva trovato il mio cane e che tra un po' mi avrebbe telefonato. Sollievo. Non mi aspettavo che la situazione si sarebbe risolta così rapidamente e positivamente.

    Aspetto impaziente. Quando finalmente la ragazza mi telefona chiedo dove e quando possiamo incontrarci per riprendermi Marley. 
    - No, signora, Marley non è più con me. -
    Il cuore fa un tuffo nuovamente.
    - Io stavo passando in macchina con il mio fidanzato all'incrocio canalizzato della zona industriale dopo la rotatoria di via Rosa Jemma quando ho visto questo cagnolino con collare che correva spaventato. Ho chiesto al mio fidanzato di fermare, l'ho preso e l'ho portato alla clinica veterinaria h24 che è là vicino. Lì hanno letto il microchip così ho avuto il suo numero di telefono (la medaglietta che avevo messo al collare di Marley da pochi giorni si era persa per la seconda volta).
    Poi non l'ho potuto più tenere con me.

    - Ma poteva rimanere alla clinica veterinaria! Avrei pagato lo stallo!

    Comunque così stavano le cose e passo le successive due ore a cercare Marley nella zona industriale ed a via Rosa Jemma.
    Capisco che non tornerò per l'una e trenta a casa in tempo per prendere le ragazze da scuola se voglio continuare a cercare Marley.
    Telefono ad Elena. 
    - Elena, devo chiederti un favore come lo stessi chiedendo ad una sorella. ....
    Le spiego la situazione e le chiedo di andare a prendere le ragazze a scuola (Elena abita lì vicino) e di portarle con sé a casa.
    Mi fa il favore, ma è un po' seccata: "La prossima volta porta con te le ragazze ..."

    Risolto il problema delle ragazze, continuo a cercare Marley in via Rosa Jemma. Alle 12:30 il telefono squilla di nuovo. E' la sezione veterinaria dell'ASL di Batti La Paglia. Un giovane ha trovato Marley, mi comunicano. Il mio interlocutore ha un tono di rimprovero come se stesse insinuando che il mio cane si era perso ed io non me ne stessi curando. 
    - Guardi, sono in via Rosa Jemma a cercarlo, Ora vengo lì.
    - Noi tra poco chiudiamo ...
    - Aspettate! Sono in via Rosa Jemma, con la macchina non ci metto niente.

    Arrivo all'ultimo piano della torre dell'ASL vicino l'ospedale, non so in quale ufficio devo andare e chiamo: "Marley! Marley!".
    Una voce fa: "Il suo Marley non è qui e non sono sicuro se glielo voglio dare".
    Individuato l'ufficio, entro ci sono vari veterinari ed il giovane che ha trovato Marley che dubita che io meriti Marley, visto che era scappato ed io non lo avevo cercato (di nuovo?, penso). 
    Devo spiegare la situazione della mia residenza e del mio effettivo domicilio ed un veterinario fa: "Ah, mi ricordavo di avere già sentito il suo nome!".
    Capisco che era il veterinario che meno di un anno prima si era presentato al mio cancello per via del cane Ambra di mio marito.
    Avevano avuto una denuncia contro Ambra.
    Lo feci accomodare, gli presentai le carte e gli illustrai come si erano svolti i fatti.

    In breve, la mia Ambra si era azzuffata con il cane del figlio di un vicino. Il cane era un ospite occasionale.
    La mia Ambra era con me nel retro del giardino e stava tranquillamente scambiandosi cordialità con i cani del vicino attraverso la recinzione quando all'improvviso era scappata correndo verso la parte anteriore della casa. La inseguo e la trovo intenta ad abbaiare con furia contro il portone. La raggiungo e sento il cane del vicino scendere libero, senza guinzaglio, le scale. Trattengo Ambra per il collare ed urlo al vicino attraverso il portone: "Non apra il portone!" Quello non se ne dà punto. Lo apre ed il suo cane comincia ad aggredire Ambra ed io mi ritrovo con il collare in mano senza più il collo di Ambra dentro.
    Alla fine vedo che Ambra è stata morsa. E' domenica. So di una clinica veterinaria aperta h24 e ci vado. La curano, le fanno un'iniezione di antibiotico. Mi fanno un trattamento di favore facendomi pagare solo 50 euro.
    Sapendo con chi ho a che fare, chiedo un certificato. 
    - Io posso solo attestare che il cane aveva delle ferite da morso ed è stato curato.
    - Va bene.

    Illustrai i fatti al veterinario e presentai il certificato e le prescrizioni delle medicine.
    - E' lei che avrebbe dovuto fare la denuncia! - esclama il veterinario.
    Dopo non ne ho saputo più nulla. Immagino che la cosa non abbia avuto seguito.

    Tornando al 9 giugno. Il giovane mi dice che Marley è da una sua amica ed ora non possiamo andare perché lui deve andare al lavoro, se ne parla dopo le 15.

    Mi segno il suo numero di telefono. Non vuole il mio. Chissà perché avverto il timore che il suo numero non sarebbe stato sufficiente ed insisto a spiegargli dettagliatamente dove lo avrei aspettato.

    Arrivano le 15. Niente. Chiamo ed il numero del giovane risulta inesistente. L'odissea non è finita.
    Inizio a mettere appelli sui social.
    Alle 18 non posso più aspettare: non posso abusare oltre dell'ospitalità di Elena.
    Devo andare via. 
    Arrivata, mi fermo a prendere una scatola di cioccolatini per ringraziare Elena e vado a recuperare le ragazze. Trovo Elena contenta di avere avuto in casa due ragazzine così carine, brillanti ed educate: "Ci siamo proprio divertite", dice.

    Intanto non so dove sia Marley.

    Per telefono racconto la storia al consorte che suggerisce di cambiare l'ultimo numero di telefono del giovane da 'sette' a 'sei'. Ci prende in pieno. Il giovanotto mi risponde.
    Mi dice che aveva fatto tardi e mi rimprovera di non aver aspettato. "Ho due figlie", spiego.
    Intanto il giovane mi informa di essere andato con Marley ed i suoi amici alla casa che gli avevo indicato e, non trovandomi, aveva citofonato ai vicini.
    Sconvolto ed accorato, il giovane mi fa:<<Signora, per carità, non ci vada più a stare lì!>>.

    Il giovane è divenuto più indulgente con me. E' anche imbarazzato. La sua amica verso le 20 aveva fatto uscire Marley per fargli fare i bisogni e Marley era scappato. Avevano così capito che Marley aveva la tendenza a volersi fare delle corse libero per sua indole non perché venisse trattato male.

    Mi assicura che lui ed i suoi amici avrebbero continuato a cercarlo.

    Vado a letto lasciando il telefonino collegato.
    Dopo le tre di notte squilla. Hanno trovato Marley.
    - Vengo a prenderlo domani mattina o vengo adesso?
    Il giovane ci pensa un po' e decide: "Venite adesso".
    Il consorte ed io ci vestiamo, lascio un biglietto alle ragazze che dormono, prendiamo Ambra ed andiamo.

    Quando arriviamo al luogo dell'appuntamento c'è un gruppo di giovani e Marley è in braccio ad uno di loro.
    Fermo l'auto, il consorte scende per primo. Marley si agita tutto contento e vuole essere preso in braccio dal consorte.
    Scendo dall'auto, mi avvicino e Marley si agita ancora di più.
    - Vuole venire da me - dico. Lo prendo in braccio e Marley mi lecca tutta la faccia.
    - Se non mi viene adesso il tifo, non mi viene più -
    I giovani vedendo la reazione di Marley si rassicurano che non lo trattiamo male e diventano decisamente amichevoli.
    intanto Marley si agita un altro po' e capisco: "Vuole salutare Ambra". E lo metto in auto dove Marley e Ambra si scambiano mille feste. 
    Salutiamo, ringraziamo di nuovo e partiamo.
    Quando arriviamo a casa le ragazze stanno ancora dormendo. Non si erano accorte di niente.

    Il mio 9 giugno 2015 termina alle ore 05:45 del 10 giugno 2015.

  • 22 giugno alle ore 16:27
    Il mio ultimo mese di vita

    Come comincia: Maggio 2005. Il mio ultimo mese di vita.

    Per qualche anno avevo creduto che il mio ultimo giorno di vita fosse stato il 26 settembre 2010.

    Poi ho riflettuto.
    Ed ero arrivata alla conclusione che la mia vita avesse cominciato a finire quando, l'11 settembre 2007, ero stata così stupida da andare dal vicino che da un paio di mesi fungeva da amministratore del condominio per consegnargli un attestato di ricevuta del verbale dell'ultima assemblea e chiedergli un attestato di consegna. Non potevo aspettarmi, ed invece avrei dovuto visti i precedenti, che mi sarei vista afferrare per il braccio, che mi sarebbe stato torto il braccio e spintonata, dalla mano che mi torceva il braccio, verso le scale per farmi ruzzolare giù.
    [<<E quelli sono zingari, tu non li devi proprio frequentare.>>, aveva commentato oculatamente Mariella M. quando nel luglio 2012 le avevo raccontato semplicemente come si era comportato quel vicino in casa mia nel febbraio 2006]

    Ma ancora mi sbagliavo completamente:
    il mio ultimo mese di vita era stato maggio 2005.
    Ed il mio ultimo giorno di vita era stato il 3 giugno 2005.
    E potrei andare ancora a ritroso.
    Ma fermiamoci a maggio 2005.
    Maggio 2005.
    Come inizia quel maggio 2005?
    Con mio marito che mi chiede: "Ma ti sei fratturata le dita piccole dei piedi?" o con me che rifletto: "Mio fratello è stato gentile con me"?.
    I due eventi andarono quasi a braccetto.
    Probabilmente non è importante quale dei due eventi sia accaduto cronologicamente prima.
    Primo evento. Ti sei fratturata le dita piccole dei piedi.
    Alla domanda di mio marito, mi guardo i piedi ed effettivamente constato che ho entrambe le dita piccole dei piedi tutte 'storzellate'.
    Mio marito mi accompagna dal medico curante che esamina le mie dita ed i miei piedi, va a lavarsi le mani, torna e mi dice: "Tieni ... . Ci hai camminato sopra in modo che non ti facesse male per questo si sono storte le dita. Devi andare dallo specialista all'ASL. Ti scrivo l'impegnativa".

    Secondo evento. Mio fratello è stato gentile con me.
    Era già almeno da marzo che c'era stato un peggioramento.
    Anche se era almeno da settembre che eravamo ripiombati in un nuovo baratro.
    Ma da marzo praticamente non passava sera senza che mio padre ci telefonasse e noi lasciavamo tutto quello che stavamo facendo e ci precipitavamo in auto a casa dei miei.
    Ma all'inizio di maggio ci fu un netto peggioramento ed io pensai: "Mio fratello è stato gentile con me". Prima di peggiorare aveva aspettato che io sostenessi, a fine aprile, l'esame di Stato finale di uno dei due corsi di specializzazione che stavo seguendo alla Federico II a Napoli.
    Fosse peggiorato prima, non credo ce l'avrei fatta a sostenere quell'esame.
    E così praticamente tutte le sere andavo a casa dei miei senza aspettare che mio padre mi chiamasse.
    Ed una sera nello studio di mio padre, con mio padre seduto dietro la sua scrivania, mio fratello mi afferra per i capelli. Non reagisco. Aspetto che tiri ed aspetto il dolore.Ma la consapevolezza attraversa lo sguardo di mio fratello: il suo affetto è più grande del suo anche giustificato rancore e non tira. 
    Lascia andare i miei capelli.
    Un'altra sera siamo in cucina e mio fratello apre il cassetto delle posate (forchette, cucchiai, coltelli), ma che contiene anche le forbici e, a me sembra provocatoriamente, vi armeggia dentro.
    Erroneamente interpretai: "Attenti, potrei usarle contro di voi".
    In realtà voleva dire: "Aiuto. Sono disperato. Potrei usarle contro di me".
    Ma lo capii solo anni dopo.
    E, suggestionata dal film "A beutiful mind" che avevo visto due anni e mezzo prima senza sapere che di lì a cinque mesi pur mi avrebbe suggerito qual era la strada seguire, ma che fino ad allora non ero riuscita a perseguire, dissi a mio padre: "La sera, quando andate a dormire, chiudete la porta e mettete una sedia dietro".
    Ed, in quel maggio 2005, arriva la telefonata di quello che di lì a poco avrei iniziato a chiamare con il nome di ragionier Casoria, dal film "La banda degli onesti" con Totò. Telefonò a mio padre per protestare che mio marito, il quale da poco più di un anno fungeva da amministratore del condominio, aveva notificato a tutti i quattro vicini (che dall'inizio dell'anno non versavano le loro rate condominiali) che in cassa non c'erano soldi e non era possibile aggiustare il cancello automatico e li invitava a saldare il loro debito.
    Mio marito ed io non avevamo mai detto niente a mio padre né a chicchessia.
    Non avevamo detto che il ragioniere chiedeva soldi per spese, tra l'altro non autorizzate, non comprovate o già rimborsate.
    E che per rivendicare il suo credito faceva pervenire in continuazione a mio marito lettere di avvocati sempre diversi. 
    Che il ragioniere non pagava le sue quote ma si appropriava non autorizzato delle bollette del condominio (facilitato dal fatto che il ragioniere non aveva mai voluto far installare cassette postali) e le pagava, non autorizzato, personalmente.
    Che intratteneva, non autorizzato, rapporti con la signora delle pulizie ed il giardiniere. Che si presentava alla fine dell'anno dicendo: "Ho pagato queste bollette e questi servizi, compensamele per le quote condominiali non pagate".
    Non avevamo mai detto niente.
    Ora mio marito è costretto a dirgli tutto. Vediamo mio padre che all'improvviso si piega in due. Credo di sapere cosa stia succedendo: aveva sentito all'improvviso una morsa allo stomaco.
    Poche sere dopo, nella mia visita ormai quotidiana a casa dei miei genitori, vedo che la situazione è particolarmente pesante e per dare ai miei genitori qualche momento di tregua chiedo a mio fratello: "Mi accompagni a casa?". Acconsente. Nell’ascensore, mentre scendevamo, facevo la disinvolta e mi mostravo serena, tranquilla, ma dentro di me pregavo: “Fa che non cacci fuori le forbici dalla tasca del giubbotto e me le ficchi nel fianco”. 
    Non lo sapevo, ma non avevo niente da temere.
    Avrei impiegato troppi anni a capire che i pazzi scatenati e violenti in famiglia, nella famiglia anche allargata, erano altri.
    A pochi passi di casa mia, mio fratello sputa fuori due rospi.
    1) “Ma che cos’è questa storia di zio …”, evidentemente turbato dalla telefonata del ragioniere Casoria di poche sere prima.
    Glielo spiego e concludo: “Se non pagano le quote, come si fa ad aggiustare il cancello, a pagare le bollette?”
    Mio fratello sta un poco, poi prorompe: “Ma quando mai zio … non ha pagato le sue quote!?!”.
    “Sempre”, è la risposta che mi viene in mente, ma non la pronuncio.
    Non è facile spezzare l'omertà alla quale sei abituata fin da bambina.

    2) Arrivati oramai nei pressi della casa, se ne esce: “Pittatela di giallo, di rosso, di blue, fate come vi pare!”.
    Si riferiva ai lavori di tinteggiatura della palazzina dove abitavo.
    Tinteggiatura che aveva seguito i lavori di ripristino dell’intonaco, dato che erano da vent’anni che cadevano calcinacci nel cortile. 
    I lavori di tinteggiatura avevano fatto divenire la palazzina da bianco ghiaccio ad un indefinito color ocra. 
    Non replicai nemmeno a questa osservazione e non gli spiegai che il colore lo aveva deciso l'architetto che abitava nel palazzo.

    Intanto arriva il giorno in cui mi è stata fissata la visita all’ASL.
    Mi ci recai a piedi, vista la mia paura di guidare in città ed il mio essere nemica dei parcheggi.
    E così, uscita di là, invece di salire in auto ed imboccare l’autostrada per recarmi al lavoro, passo da casa dei miei per vedere come era la situazione.
    Mi apre mia madre.
    Mio fratello e mio padre sono ancora a letto.
    Torno a casa, sto chiudendo la porta di casa mia per andare finalmente al lavoro. Squilla il mio telefonino. E’ mio padre che m'informa di avere chiamato il 118.
    “Ed io che devo fare?”, replico leggermente esasperata.
    Ma lo so cosa vuole mio padre da me: vuole che vada lì e prenda in mano la situazione.
    Ci vado naturalmente.
    Quando arrivano gli operatori sanitari vedono un giovane un po’ giù, un po’ provato e non capiscono per cosa siano stati chiamati a fare.
    Un infermiere dice: “Anche mio figlio è stato così intorno ai vent’anni: gli comprai un cagnolino!”.
    “Papà, se firmi i signori se ne vanno!”, imploro io. Ma mio padre è irremovibile. Allora rompo gli indugi e decido di far capire agli operatori com’è la situazione. Non per tema di possibili aggressività da parte di mio fratello, ma mio fratello non mangia da settimane e sta male. Allora pensavo perché avesse paura di essere avvelenato, ma molto più probabilmente, pensai anni dopo, era perché temeva che per via di qualche patologia se avesse mangiato sarebbe morto. 
    In seguito mi sarebbe capitata la stessa cosa nell’agosto del 2011.

    Versai del latte in un bicchiere, ne bevvi un sorso davanti a mio fratello e gli porsi il bicchiere. Niente mio fratello non lo prendeva.
    Gli accostai anche il bicchiere alle labbra. Mio fratello si rifiutava di bere.
    Allora gli operatori sanitari chiesero a mio fratello se acconsentiva ad essere ricoverato. Mio fratello acconsentì. L'infermiere telefonò e chise possibilmente di mandare l'auto, non l'ambulanza: "E' un ragazzo", spiegò l'infermiere.

    L’altro fratello che se ne era andato da 14 anni a lavorare ed a vivere nella capitale aveva in programma una gita in Scozia con la sua famiglia.
    Mi telefona e chiede: “Sembra brutto se partiamo?”
    Che gli dovevo dire, rischi immediati di vita non ce n'erano.
    Partirono.
    La domenica ci rechiamo mio marito, mia madre ed io in ospedale.
    Mio fratello non è lui.
    Poggio disperata la fronte sulla spalla di mio marito.
    Mio fratello mi guarda stupito come si chiedesse: “Ma chi è? Che fa questa?”

    Poi la sequenza è confusa nella mia fantasia.
    Sono il riferimento della famiglia per il reparto, ho fornito tutti i miei numeri.
    Sono in ufficio, squilla il telefono sulla mia scrivania.
    E’ il primario.
    Ascolto e mi lascio scivolare dalla sedia, rannicchiandomi sulle mie ginocchia per reggere al dolore e mantenermi tutta intera.
    Fortuitamente i miei tre colleghi compagni di stanza, il grande Gianni C., lo squisito Giuseppe M., l'opportunista ma alla fine corretto Luca DS, erano tutti fuori stanza.
    “Non c’è mai limite al peggio”, pensai.
    Nemmeno un anno prima, quando un altro primario mi aveva comunicato la loro diagnosi per mio padre avevo pensato: “Questo è il momento peggiore della mia vita”.
    Mi sbagliavo. Non c’è mai limite al peggio.

    Ed intanto torna l’altro fratello dalla gita, mi chiede il numero di telefono del reparto e comincia a subissare i medici di telefonate.
    “Non sapevano nemmeno che avesse un fratello!”, protesta con me. "E come potevano saperlo?", pensai io, "Non me lo hanno mai chiesto, non ti hanno mai visto ..."

    Poi il successivo fine settimana scende con la sua famiglia che include un bambino di quattro anni. Al bambino hanno detto che l’amato zio non c’è perché anche lui è andato in vacanza: come lui era andato in vacanza in Scozia, lo zio era andato in vacanza da qualche altra parte. 
    Ma vengono tutti e tre all’ospedale, situato a 100 km da casa nostra.
    La compagna ed il bambino si trattengono nel parchetto lì vicino.
    Siamo nel parcheggio dell’ospedale l’altro fratello ed io. E non so come esce fuori l’episodio di quando mio fratello mi aveva afferrato per i capelli ma non aveva tirato.
    “Si è controllato molto meglio di te”, preciso. Capisce subito a cosa mi riferissi e protesta: “Ma quante volte è accaduto: una volta!”. Come fosse normale che uno, anche se solo per una volta, da adulto, aggredisse la sorella perché si era assunta, lasciata sola, le sue responsabilità.
    Ci raggiunge mio marito, comincia a parlare di come è complicata la situazione di mio fratello ed aggiunge: “Oramai ho quarant’anni. Ora posso fare ancora qualcosa e già comincio a non farcela più.” A quest’ultima cacciata vedo il ghigno e lo sguardo cattivo dell’altro fratello.
    Forse è allora che ho cominciato ad avere paura.
    In realtà già l’anno prima avevo avuto paura che se mio padre non ce l’avesse fatta nell’ospedale dove lo avevo fatto trasferire, l’altro fratello mi avrebbe ammazzata. 

    Saliamo in reparto. Mio fratello chiede del nipotino. L’altro fratello gli spiega che gli hanno detto che lui era in vacanza. “Lo vogliamo far salire?”, chiede mio fratello. “E no, adesso no, poi comincia a pensare che gli abbiamo mentito …”. E’ giusto. E mio fratello ride nel guardare dalla finestra il nipotino giocare nel parchetto. E poi?
    E poi un pomeriggio di un giorno feriale sono nello studio di mio marito e squilla il mio telefonino. E’ l’altro fratello. Mi comunica una sua preoccupazione: “Ho paura che quando nostro fratello esce poi si voglia vendicare”. “
    Vendicare?”, penso io, “e se anche fosse? Vorrà vendicarsi di papà, di me. Cosa hai da temere tu che non eri nemmeno qui?”  Lo penso, ma non lo dico.

    E poi arriva il mio compleanno. 27 maggio.
    Quaranta primavere.
    Invito i miei genitori a cena per regalare loro un po’ di distrazione.
    E telefona l’altro fratello.
    Per farmi gli auguri.
    Ufficialmente per farmi gli auguri.
    Ma in realtà parla a lungo ed a me dà l’impressione che sia stato imbeccato dalla compagna.
    Il punto centrale del suo discorso è cosa fare quando mio fratello uscirà dall’ospedale e soprattutto dove andrà. 
    Ci avevo già pensato.
    Casa dei miei non era cosa.
    Tre anni prima, prima di capire che mio fratello non stava bene, e pensavo che vivesse solo una situazione di disagio (e così era, solo che il disagio era diventato già troppo pesante), avevo comunicato a mio marito che intendevo prendere un bilocale per mio fratello. Quel bel tomo mi aveva bloccato. Dovevo già capire allora che ero diventata una che si faceva condizionare dal volere di quel bel tomo.
    Ed adesso rimpiangevo la mia mancanza di polso.
    E stavo pensando di prendere un appartamentino in affitto.
    Erano tre anni che dicevo che mio fratello doveva avere i suoi spazi e vivere da solo.
    Quando la bolla speculativa fece schizzare in alto i prezzi delle case, lo avevo invitato, d'accordo con mio marito a venire a stare da noi. Aveva rifiutato. E solo allora mi accorso che stava veramente male. Inotre pochi mesi prima aveva mostrato avversione per casa nostra.
    Alla fine l’altro fratello conclude il discorso ed arriva dove voleva arrivare: “Non è che può venire da te?”.
    Una pugnalata.
    Associando quel “ho paura che si voglia vendicare” di pochi giorni prima al “non è che può venire da te?” di adesso, ebbi l’immagine che l’altro fratello non solo stava cercando di accontentare la sua compagna che non sarebbe stata disturbata, ma che magari si aspettava che una di quelle volte che le voci che mio fratello aveva dentro la sua testa avrebbero preso il sopravvento sul suo cuore, mio fratello mi avrebbe dato un bel pugno in testa e l’altro fratello si sarebbe sbarazzato in un colpo solo di due terzi incomodi.
    Fantasia.
    Immaginazione troppo viva.

    Il 28 maggio è sabato. L'estate si avvicina e vado dall'estetista.
    Mentre sono sul lettino mi viene in mente che una collega che mi aveva fatto un grande favore mi aveva invitato ad un convegno organizzato da lei. E ci teneva che io andassi ad assistere. Con tutta quella situazione mi era proprio passato di mente. Immagino la mia collega che avrebbe pensato di me: <<Un'altra che "avuta la grazia, gabbato lo santo">>. E, pensando alla situazione, faccio un gesto di disperazione portando la mano alla fronte. La ragazza che è con me mi chiede se qualcosa non va. Le rispondo raccontandole la storia del convegno.

    Il 29 maggio è domenica. E' il compleanno di mio fratello. 32 anni.
    Di pomeriggio è di turno un vecchio compagno di mio fratello con il quale giocavano a calcetto. Gli spieghiamo la situazione e consente a lasciarci scendere al bar per festeggiare. Mio fratello ad un certo punto si avvicina al bancone per prendere dei fazzoletti e notiamo che un infermiere si scosta impaurito. Mio marito ed io ridiamo di quella paura. Ridiamo. Quindi sapevamo che era ingiustificata.
    Arriva il ponte del 2 giugno. Quell'anno il 2 giugno è giovedì. E l'altro fratello con la sua famiglia scende per farsi i bagni.
    Mio marito ed io andiamo a trovare mio fratello che ci chiede cos'è questa storia che non può tornare a casa e deve andare in una casa in affitto. Ne parliamo. Intanto più in là una dottoressa discute animatamente con i parento di un altro paziente.
    A me ed a mio marito pare che la persona 'schizzata' sia lei e la cosa ci 'diverte', vista la scarsa fiducia che abbiamo, fin dai nostri vent'anni, dei medici psichiatri.
    La mattina del 3 giugno sono convocata dal responsabile del centro medico pubblico locale.
    Non ricordo come, probabilmente avevo detto ai miei genitori di quella convocazione e loro avevano spifferato tutto all'altro fratello, nella piazza adiacente il centro mi ritrovai affiancata dall'altro fratello.
    Pensai, ma non lo dissi: "Che ci fai qui? Hanno convocato me."
    Non avevo ancora imparato a non dire niente ai miei genitori?
    Meno di un anno prima mi ero trovata a pensare "Levatevi di torno: ora il capofamiglia sono io" ed avevo agito di conseguenza.
    Finita l'emergenza, non avrei dovuto cedere lo scettro del comando di nuovo a loro.
    So perché lo avevo fatto: perché dopo che avevo agito autonomamente, l'altro fratello mi aveva aggredito: bisogna decidere collegialmente. 
    Sì, mentre i dottori discutono il paziente muore.
    Avevo agito autonomamente ed il paziente non era morto.
    Ma ero stata aggredita e la fiducia in me stessa era stata minata. Di nuovo.
    Oltretutto l'altro fratello aveva, già solo con l'atteggiamento, rivendicato il suo ruolo di capofamiglia, in vece di mio padre, in quanto maschio e primogenito.

    OK, 3 giugno 2005. Arriviamo al centro medico. Il responsabile dice che i medici, parlando con mio fratello, hanno individuato in me la persona di cui mio fratello più si fida. Quando dimetteranno mio fratello, sarebbe potuto venire a stare a casa mia? Esprimo dei dubbi, so che al momento è l'unica soluzione fattibile, ma mio marito aveva cominciato a dire che gente che urlava e che dava in escandescenze lui in casa non le voleva. E questo lo dico. io ho sempre paura che mio fratello possa darmi una botta in testa quando siamo soli in casa, ma questo non lo dico. L'altro fratello interviene e  con sicumera afferma che nostro fratello può andare a casa sua, a Roma. Il responsabile mi guarda e dice: "Sembra che abbia paura, guardi invece suo fratello". Non riferisco al medico quello che penso, ossia che il fratello che ho accanto è un vanaglorioso presuntuoso e falso che non ha nessuna intenzione di portarsi il fratello a casa e che non deve credere una parola di quello che dice. Lo guardo invece fisso negli occhi e dico, storcendo il naso: "Sì, sì, ma lui sta a Roma". Sottointeso: "Lui fa tanto il magnifico, ma questo ultimo mese che sembrava che i miei ed io rischiavamo, lui era al sicuro a 300 km di distanza". Il medico rimane un po' interdetto e prova ad insistere. Io ripeto: "Sì, sì, ma lui sta a Roma". Il fratello che siede accanto comincia già a mitigare i termini: "Certo devo prima parlare con mia moglie".
    Ci lasciamo e la cosa rimane indefinita.

    Il pomeriggio l'altro fratello va con la famiglia a mare.
    Mio marito ed io andiamo da mio fratello.
    Questa volta l'incontro non si svolge nei termini calmi e cordiali del giorno prima.
    Ad un certo punto mio fratello comincia a manifestare insofferenza, anche verso di noi. Interviene la dottoressa del giorno prima, ma non con una iniezione calmante come quindici giorni prima avevano fatto i suoi colleghi.
    Lei, minuta, affronta quel marcantonio di mio fratello con la forza della sua personalità, delle sue parole e della sua logica.
    Con la forza della sua parola.
    Ci ritroviamo come due scolaretti discoli, mio fratello ed io, seduti davanti la scrivania della dottoressa. La dottoressa mi fa una domanda in riferimento a quello che ha appena detto mio fratello. Rispondo. Risposta troppa generica per la dottoressa. Mi costringe ad essere più circostanziata. "Questa può aiutare anche me", penso.
    Promette a mio fratello che quando inizierà il suo prossimo turno, a mezzanotte tra sabato e domenica, lo dimetterà. Ora non può farlo perché il suo turno è finito. Lei era rimasta solo per non lasciare al collega successivo un problema irrisolto.
    Mio fratello ci saluta e torna nella sua stanza.
    La dotoressa parla con me e mio marito.
    Ci avverte: “Se vostro fratello continua con i farmaci, ogni due anni sarà in una struttura sanitaria. Vostro fratello deve venire da voi. Si vede che siete persone a posto. Io posso continuare a seguirlo come ho fatto stasera, ma posso operare solo qui.  Dovrete portarmelo qui”.
    Le pongo solo il problema che noi stiamo fuori casa tutto il giorno.
    Non le spiego che non consideravo ‘sano’ per mio fratello essere lasciato in balia di quei viscidi dei nostri parenti e miei vicini ai quali mio fratello voleva bene e non sapeva fino a che punto fossero infidi.
    Anch’io volevo loro bene, ma sapevo che erano persone false di cui non fidarsi. 
    E non sapevo ancora fino a che punto.
    “Ci penso”, disse la dottoressa. E ci lasciammo.
    In auto pensavo che il giorno dopo, sabato, sarei andata a prendere dei mobili subito disponibili per arredare la camera per mio fratello.
    Ed anche pensavo all'alternativa di farlo invece alloggiare per un mese al residence che non era distante da casa mia, in attesa di trovare qualcosa in affitto.
    Ero immersa in queste riflessioni quando mi accorgo che mio marito non si sta dirigendo a casa nostra.
     - “Dove stai andando?”
    - “Andiamo a dare la bella notizia ai tuoi”.
     - “No”, replico, “si metterebbero in mezzo ed abbiamo già visto che non sono capaci”. 
    E pensavo non solo a mio padre, in quel momento incapace per la sua indole peggiorata dall'età e per la sua malattia, a mia madre che l'anno prima avevo dovuto escludere dalla gestione dell'emergenza per mio padre, ma soprattutto all'altro fratello.  Mio marito, che l'anno prima era stato determinante nel mettermi in condizione di agire e salvare mio padre, replica in maniera categorica: “I genitori devono sapere”. 
    Ed io non replico. Anche se so cosa succederà, non replico.
    So che quel presuntuoso dell'altro fratello si sarebbe messo in mezzo, facendoci saltare i piani.
    Non replico.
    Non dò un pugno in pancia a mio marito e non gli ordino urlando di voltare l'auto e di tornare immediatamente a casa.

    L'anno precedente mio marito aveva poi relazionato che io mi ero messa a fare la pazza fino a quando mio padre non aveva acconsentito a farsi trasferire di ospedale.
    Devo sempre mettermi a fare la pazza per salvare i miei familiari? 
    Sì, dovevi metterti un’altra volta a fare la pazza. 
    Ma hai capito solo tredici anni dopo che non sarebbe bastato.
    Perché solo tredici anni dopo quel bel tomo, quando oramai era troppo tardi, si sarebbe lasciato sfuggire di essere andato a spifferare tutto ai tuoi perché non voleva tuo fratello in casa: "Non avevo mica la patria potestà".
    "E che dovevo pensare a mio cognato?", avrebbe anche ribadito.
    Lui che aveva passato insiema a te le nottate appresso a tuo fratello.
    Anche in seguito sempre presente, o quasi avresti riflettuto poi.
    Sì, sempre presente, ma nelle emergenze. Non per un'azione organca, continua.

    Non sarebbe bastato.
    Avresti dovuto mandare via quel tomo che si era presentato come salvatore della patria. E non lo avevi capito.

    Dovevi metterti a fare la pazza.
    Sarebbe bastato? Forse no.
    Ma era la cosa giusta da fare. 
    E si deve sempre scegliere la cosa giusta da fare.

    Il delitto fu a Granada.

    Seconda stella a destra. E’ una favola. E’ solo fantasia.

    24 febbraio alle ore 18:08

  • 20 giugno alle ore 9:50
    SUOR CANDIDA

    Come comincia: Vi siete mai domandati con quale criterio le ragazze che vogliono prendere il velo scelgono il loro nome da monaca? Non ve ne frega nulla?  Ve lo spiego io: le interessate seguono la loro natura unendo anche la ammirazione verso un determinato personaggio religioso. Viola, ventenne, aveva deciso di farsi monaca per un motivo grave, la morte per tumore del suo adorato padre conduttore di un fondo agricolo a  Frattocchie vicino Roma, la madre da sola non era in grado di sopportare  le fatiche di quel pesante lavoro ed era andata ad aiutare la sorella Enza contadina  anche lei e così Viola, molto timida di natura aveva abbandonato gli studi per rifugiarsi in un convento ed indossare gli abiti monacali per non affrontare le difficoltà della vita. In passato c’era stato Manlio, il figlio del padrone del fondo che le aveva fatto una corte assillante, lei era ancora troppo giovane e non l’apprezzò, il ragazzo malvolentieri non si fece più vivo ma Viola le era rimasta nel cuore. Nel primo anno di convento nessun problema, la vita monastica era rilassante anche se piena di sacrifici, per lei, neofita, erano destinati i lavori più pesanti ma li sopportava pensando a quelli ben più faticosi cui sarebbe andata incontro nel fare la contadina. Al suono del mattutino, alle quattro di mattina, un giorno provò un dolore acuto al ventre, quasi non riusciva a camminare, chiamò suor Benedetta la sostituta di suor Assunta madre superiora e le espose la situazione. In quel periodo la Badessa aveva altri problemi riguardanti l’interno della Chiesa Cattolica, lei faceva parte dell’ala tradizionalista che il Papa stava contestando anche per ‘cacciar fuori’ pedofili e omosessuali religiosi che in tutto il mondo stavano minando la fede dei credenti. Questi ‘classicisti’ venivano accusati dai progressisti di immobilismo eccessivo, venivano coinvolti anche personaggi di alto rango come un cardinale ed il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, insomma questi alti prelati rifiutavano di metter in atto le teorie di Bergoglio perché consideravano le disposizioni papali contrari alla dottrina ed alla tradizione. Con questi pensieri in testa suor Assunta ritenne il problema di suor Candida assolutamente  secondario, invitò suor Benedetta di prendere contatti con una ginecologa dell’Ospedale S.Giovanni per esporle la situazione. La dottoressa Palma, quel giorno era di servizio al reparto di ginecologia,  prese sul serio la segnalazione e consigliò la suora di portare l’interessata in ospedale per gli esami del caso. Alla notizia del ricovero in nosocomio suor Candida si rifiutò decisamente di ubbidire, si vergognava profondamente di mostrare le sue ‘cose’ intime ad una estranea anche se donna. La madre superiora sempre arrabbiata per fatti personali con voce alterata le ordinò di ubbidire senza fare storie. Suor Candida con l’utilitaria del convento guidata da suor Benedetta giunse al reparto ginecologia dell’ospedale dove la dottoressa Palma l’aspettava col sorriso sulle labbra. “Sorella stia tranquilla, da quello che mi ha detto la sua collega può trattarsi di questione senza grandi conseguenze, in ogni caso dobbiamo eseguire delle analisi, alloggerà in una camera singola. Sparita suor Benedetta Viola si trovò sola, per passare il tempo accese la televisione ma male gliene incolse: un suo predecessore in quella camera quando aveva spento l’apparecchio si stava vedendo un film porno. Lì per lì Viola non capì bene di che cosa si trattasse, quando inquadrò la situazione cercò in tutti i modi di spegnere quell’infernale apparecchio che intanto seguitava ad inviare immagini lubriche, la giovane intanto aveva preso conoscenza di cosa fosse un membro maschile in erezione e provò un senso di paura, come facevano le donne ad infilarselo dentro la…”Mia cara domattina le faremo un prelievo di sangue e delle analisi strumentali come la ecografia transvaginale, non è dolorosa, solo un po’ fastidiosa.” “Che vuol dire che mi infilerete uno strumento dentro…” “Saremo presenti io e l’anestesista per evitare di farle provare alcun dolore, si tratta di pochi minuti poi avremo la diagnosi.” “Io non intendo che un uomo veda le mia parti intime!” “Parliamo chiaro suor Candida, potrebbe trattarsi anche di un tumore, volente o nolente quella è la procedura.” “Allora voglio essere addormentata tutta, mi coprirò il viso all’arrivo del dottore.” Il caso volle che anestesista di servizio fosse un amico ‘intimo’ di Palma tale Corrado un  simpaticone, alto e sempre di buon umore. Al bussare nella porta d’ingresso, Viola come promesso alzò il lenzuolo e coprì il viso, ormai si era convinta a far vedere, per motivi medici il suo ‘fiorellino’ e dintorni. Un’iniezione al braccio la inviò nel mondo dei sogni, le parti intime apparvero alla vista dei due medici e Corrado: “Cacchio questa sul pube ha una foresta vergine, mai visti  tanti peli,  le arrivano  all’ombelico, quasi quasi le faccio una foto col telefonino, non fare quella faccia, si vedrà solo  una parte, non sarà riconoscibile la monaca.” Mentre Palma preparava l’attrezzatura per l’esame: “Guarda un po’ che clitoride grande che ha, poi con i capelli corti…” Corrado d’impulso prese in bocca il clitoride della suora che, dopo un po’ di tempo si esibì in un orgasmo non previsto. I due dottori rimasero basiti, non era mai accaduto che un persona in anestesia provasse un orgasmo. “Sei un talent scout, il tuo nome sarà trascritto nei libri di medicina, il primo orgasmo sotto anestesia!” “Mi raccomando alla tua discrezione, immagina se la notizia fosse divulgata, finirei sui giornali di gossip e mi cancellerebbero dall’ordine dei medici!” “Il mio silenzio vale un regalo dal  gioielliere Bulgari!” “Ricattatrice, in compenso mi concederai quello che sinora…” “Lascia perdere, fai rinvenire stà disgraziata, per sua fortuna non ha niente di grave, guarda ha cambiato anche l’espressione del volto, sembra un’altra, è diventata pure più bella.” “A te non fa lo stesso effetto!” “Seguita a sparare spiritosaggini e vedi come ti finisce.” “Suor Candida tutto bene, le darò da ingerire delle pillole per curare il suo ovaio policistico, di solito le assumono le signore per non avere figli, per lei sono una cura.” Tutto sembrava cambiato nella mente per Viola, non aveva più alcun problema nel farsi vedere nuda, si sentiva diversa. “Dottore non riesco a capire questa mia trasformazione, che sia stata l’anestesia?” “Domandiamo alla dottoressa, è lei l’esperta.” ‘Brutto figlio di puttana (pensiero di  Palma). “Vede suor Candida, talvolta l’anestesia produce degli effetti imprevisti, nel suo caso positivi.” Viola si sentiva come da studentessa, non pensava più alla religione anzi dopo aver mangiato tutto il pranzo con gusto, chiuse la porta a chiave e riaccese la TV, trovò lo spettacolo eccitante, anche la sua ‘patatina’si faceva sentire come mai era successo in passato, provò a toccarsi ed ebbe un orgasmo piacevolmente prolungato. Venne il giorno della dimissione dall’ospedale, suor Benedetta, avvisata per telefono si presentò puntuale in auto per ricondurre ‘la pecora nell’ovile’. Anche lei si accorse del cambiamento totale della consorella, non ci fece caso, aveva ben altri problemi per la testa. Da quel momento però la situazione cambiò nel convento: al suonar della campanella del mattutino suor Candida non volle alzarsi, “Sono in convalescenza ordinata dai medici!” In mattinata: “Suor Benedetta non ritengo giusto addossar a me tutti i lavori più pesanti come lavare i pavimenti ed i piatti in cucina, mettere in ordine la cappella ed il giardino, diamoci da fare un po’ tutte!” “Lei è una novizia, è prescritto dalle regole del convento, non faccia storie.” “Voglio conferire con la madre superiora.” Avvisata della situazione la badessa, per evitare problemi invitò in ufficio suor Candida che più candida non si stava dimostrando. “Da quando è ritornata dall’ospedale non la riconosco più, sembra che il diavolo si sia impossessato della sua anima!” “Il diavolo non centra per nulla, sono stanca di lavorare e vedere delle colleghe in panciolle!” “Lo sa che questo suo atteggiamento la può portare alla dismissione della qualità di suora e farle togliere l’abito?” “Allora le dico che fra le sorelle circola la voce di una sua amicizia particolare con suor Benedetta… stando in ospedale ho visto in TV un servizio in cui due suore Federica ed Isabel che, toltesi l’abito si sono sposate fra di loro e sono andate a vivere in Africa, la vita di clausura per i nostri tempi è diventata un non senso, sono apprezzabili preti e monache che si sacrificano aiutando i poveri ed i malati  non a passare la vita pregando, una incongruenza, una assurdità, una sciocchezza  in  contrasto con i santi principi della chiesa. Gesù ha condannato l’ipocrisia non l’omosessualità. Ho finalmente capito che castità, povertà ed obbedienza sono contro natura, il Papa stesso ha detto ‘Chi sono io per giudicare!’  Dentro di me c’è tanta voglia di vivere e non essere seppellita fra quattro mura in compagnia di altre suore che, in attesa di una vita migliore sprecano quella terrena, forse anche lei dentro di sé …, il Padreterno ha tante spose, se ne sparisce una non se ne accorgerà nemmeno, ad ogni modo non intendo più restare in convento, la prego di darmi un elenco telefonico, voglio contattare un mio zio che verrà a trarmi fuori da quest’inferno!” La superiore era basita, non aveva argomenti validi da contrapporre e poi quella minaccia di rendere pubblici i suoi rapporti con suor Benedetta… passò l’agenda telefonica a suor Candida che rintracciò casa del vecchio datore di lavoro di suo padre: “Signor Francesco sono Viola, mio padre, purtroppo deceduto era il contadino che a Frattocchie coltivava un suo terreno, le chiedo un favore, venga a prendermi nel convento di suore vicino a S.Giovanni, vorrei parlare con suo figlio Manlio…” “Viola sto piangendo, non ti ho mai dimenticato, eri troppo giovane quando ci siamo incontrati, ora penso tutto potrà cambiare, verremo il prima possibile.” “Grazie Manlio pensa a  portarmi del vestiario, non mi va ancora di andare in giro  vestita da monaca.” Il pomeriggio padre e figlio posteggiarono la loro Golf dinanzi al convento, andarono in parlatorio dove li aspettava Viola, le diedero il vestiario che avevano portato con loro, uscirono dalla sala quando la ragazza iniziò a cambiarsi. Al “Venite pure” di Viola l’abbracciarono calorosamente e, senza salutare nessuno uscirono all’aperto. Ultima ‘chicca’: Manlio aveva acquistato degli abiti non proprio castigati: una minigonna a fiori ed una camicetta rosa molto scollata in cui sobbalzavano due tettine ‘impertinenti’, il giovane aveva dimenticato di acquistate anche un reggiseno!
     

  • 20 giugno alle ore 9:47
    ADOLESCENTE IN AMORE

    Come comincia: Adriana, undicenne, era l’orgoglio di mamma Sonia; poche giovani erano come lei: era assennata, attenta a scuola, obbediente. La mancanza di un padre, sparito dalla circolazione con una ragazza più giovane di lui sembrava non aver mutato l’equilibrio psichico della ragazza. Adriana fisicamente era ancora una bambina: nemmeno un filo di tette, pube privo di peli come pure le ascelle, solo il sedere era un po’ più prosperoso, come si dice a mandolino. La baby dimostrava meno anni della sua età ma in fondo non era un problema, ancora giocava con le bambole. Iscritta alla prima classe della scuola media Barberini vicino a casa sua situata in via Carlo Felice a Roma, veniva accompagnata a scuola dalla mamma, ma Adriana, ormai sicura di sé preferì recarsi all’istituto scolastico da sola, alcuni compagni le facevano compagnia. La sua vita e quella della mamma scorreva senza sussulti, il padre Federico non lesinava denaro ogni mese, era  ricco e risultava ancora  regolarmente sposato. Non poteva sollevare uno scandalo, era impiegato al Vaticano, avrebbe avuto guai nel caso fosse venuta fuori la sua storia con la giovane Karima, fra l’altro lei, bellezza notevole, era musulmana. Il primo impatto col sesso Adriana l’aveva avuto nella toilette della scuola, un suo compagno le aveva mostrato un pisello piccolo e Sonia si era messa a ridere, pensava che i maschietti l’avessero di ben altre dimensioni. Gli avvenimenti della vita: in un appartamento accanto al suo, era giunto un professore di matematica che insegnava in un istituto fuori Roma, Alessio, questo il suo nome era rimasto di recente vedovo, senza figli aveva preferito allontanarsi dalla natia Bologna dove insegnava in un istituto tecnico, era un uomo  colto e fisicamente piacevole. L’unico suo problema era la solitudine anche materiale, non era abituato alla normali faccende di casa ed andava in giro un po’ trasandato. Sonia attratta dal nuovo venuto, si mise a sua disposizione per quanto riguardava la spesa ed i pasti, per la pulizia di casa e per il bucato provvedeva la portinaia Vittoria. Anch’essa vedova, aveva messo gli occhi sul nuovo giunto ma senza risultati, Alessio era ancora frastornato dalla recente disgrazia e poi Vittoria non era al suo livello. L’unica materia in cui Adriana ‘zoppicava’ era la matematica, il professore per ricambiare la cortesia della madre si offrì di darle lezioni private a casa sua. Qualcosa scattò nella mente di Adriana: si accorse di guardare Alessio non con occhi di bambina (poteva essere suo padre) ma di donna, di colpo si sentì molto più grande della sua età e pensò di essersi innamorata, avrebbe voluto baciare in bocca il professore e toccargli il pisello o meglio il membro che sicuramente era molto più grande di quello del suo compagno di scuola. Un pomeriggio durante una lezione di ripetizione provò per la prima volta un desiderio sessuale, quello di essere baciata in bocca e nelle parti intime come aveva letto in alcuni romanzi, confessò al professore di provare un dolore (inventato) alla pancia e chiese di essere massaggiata. Alessio, anche se perplesso la accontentò ma poi rimase basito quando Adriana prese la sua mano e la portò sul fiorellino, situazione problematica, Adriana per la prima volta in vita sua provò un orgasmo, mise una mano fra le gambe di Alessio, anche lui rimase sorpreso di provare piacere, si trovò il membro in mano alla ragazza che poi lo prese in bocca con la logica conseguenza di dover ingoiare dello sperma, sessualmente era diventata di colpo una donna. Adriana ritornò a casa più allegra del solito, la madre non ci fece caso, sua figlia poteva aver cominciato ad avere ormoni in circolo e quindi questo giustificava il suo comportamento. Il fatto creò problemi psicologici ad Alessio, mai avuto rapporti con una bambina che forse non aveva nemmeno le mestruazioni. Non aveva giustificazioni per evitare che Adriana venisse a casa sua, la ragazza un pomeriggio: “Caro io ho preso in bocca il tuo coso, che ne dici di ricambiare e baciarmi il fiorellino, mi sono innamorata di te.” “Adriana torniamo con i piedi per terra, quello che è successo deve essere un episodio che non deve ripetersi, il perché lo puoi capire anche tu, fai la brava!” “Non ho alcuna intenzione di mollarti, non ci saranno problemi se tu mi accontenti, altrimenti…Quell’altrimenti mise sul che va la il professore, capì a cosa poteva andare incontro se Adriana  avesse divulgato quello che era successo, già si vedeva sulle pagine dei giornali: il mostro e la ragazzina, avrebbe sicuramente fatto visita al carcere di Regina Coeli, prudenza gli consigliò di seguitare ad accontentare i desiderata di Adriana che sembrava, malgrado la giovanissima età avere idee chiare in fatto di sesso. La furbacchiona pensò di mettere la madre con le spalle al muro nel senso di non intralciarla nei suoi desiderata col professore. Una mattina, invece di andare a scuola rientrò in casa e trovò mammina a letto con un amico intimo: “Mamma scusa, avevo dimenticato i libri, buon divertimento!” Anche mammina era sistemata e così la baby ebbe via libera per suoi progetti. Andò in una farmacia di via Cavour, al suo turno presentò un foglio  di carta da lettere con scritto: ‘Vasellina fl.’. Un vecchio farmacista era perplesso, una giovanissima che ci doveva farci con la vasellina ed espresse i suoi dubbio ad Adriana. “Dottore non so di cosa si tratti, il foglio me l’ha dato mia madre, fra l’altro non so cosa significhi fl.” Benché dubbioso il farmacista le consegnò la vasellina che Adriana con indifferenza mise nella borsa. Sonia ed Alessio parlarono della situazione che si era venuta a creare, cuore di mamma era fra lo stupore e la paura di uno scandalo, decisero che era meglio per tutti lasciar fare ad Adriana, o prima o poi si sarebbe stancata e così la ragazza ebbe campo libero. Un pomeriggio di sabato: “Amore mio oggi per me è il gran giorno, sarò tua come si dice nei romanzi, contento? Non mi sembri proprio convinto ma ormai ho deciso, non mi trattare da ragazzina provo un sentimento profondo nei tuoi confronti. Ti prego mettiti a letto supino, al resto penserò io, prima vai in bagno a lavarti ‘ciccio’ io sono già pulita e profumata, per l’ultima volta ho guardato con lo specchio il mio fiorellino che presto diventerà un fiorellone da donna grande, ti prego di essere delicato, per me sarà  un’esperienza che ricorderò per tutta la vita.” Alessio seguì le istruzioni ma ‘ciccio’ stavolta non ne voleva sapere di alzare la testa e così Adriana: “Non avere rimorsi di coscienza, sono io che ho predisposto tutto, non ti tradirei mai, anche mia madre ha capito…” Ad Alessio venne in mente la teoria che il destino è al di sopra degli dei, si arrese. Adriana si mise a cavalcioni sul corpo del professore, prese in mano il suo ‘ciccio’ e molto lentamente cominciò a farlo entrare nel suo buchino voglioso,  era lei che teneva in mano il ‘coso’ che pian piano ‘guadagnava terreno, dopo circa un quarto d’ora il finale, ‘ciccio’ aveva schizzato il suo sperma sulla testa del piccolo utero della neo sposa con gran goduria di ambedue, Adriana non aveva emesso nemmeno un lamento durante la ‘manovra’, si era dimostrata una dura, si rinchiuse in bagno, il non più fiorellino era insanguinato, con l’acqua fresca lo tamponò. Quella sera Sonia invitò a cena il suo amante Giulio, un ragazzone basso e palestrato insieme ad Adriana ed Alessio che dimostravano un’allegria insolita, la mamma capì quello che era accaduto ed abbracciò commossa la figlia, al professore una stretta di mano, era diventato suo genero! Un pomeriggio altra novità: “Caro ho pensato di donarti la parte migliore di me, che ne dici?” “Dipende, conoscendoti posso pensare solo…” “Hai pensato bene, come finale voglio farti suonare il mio mandolino, conosci la musica? Se non rispondi vuol dire che non hai capito o che non sei d’accordo.” Dopo il passaggio in bagno: “Vorrei che prima di…tu mi baciassi in tutto il corpo, vorrei avere degli orgasmi e poi sarò tua di spalle con la solita vasellina.” E così fu, Adriana accontentò il mandolino a lungo, nel frattempo si masturbò, provò il famoso doppio gusto, poi stanca e rilassata si abbandonò a gambe e braccia larghe sul lettone. Era l’ora di cena, mamma Sonia si fece sentire per telefono e i due amanti poterono ancora una volta gustare le delizie culinarie di una ‘suocera’ in fondo contenta di come si era messa la situazione sua e di sua figlia. Non aveva però fatto i conti col carattere irrequieto di sua Adriana. “Con questa coppa di spumante brindo alla esperienza favolosa che ho avuto col Alessio che resterà sempre nel mio cuore ma ora intendo  riprendermi la mia vita di giovin signorina o meglio signora con miei coetanei, di nuovo cin cin. e good luck a noi tutti.” Adriana era sparita dalla circolazione lasciando Sonia ed Alessio di sasso, questa proprio non se l’aspettavano anche se conoscendo la natura della ragazza…Dopo due giorni Alessio lasciò l’abitazione, destinazione sconosciuta, aveva chiesto ed ottenuto il trasferimento ad altra sede. La favola breve era finita…