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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 11 agosto alle ore 12:10
    2012

    Come comincia: Vuoi sapere cosa devi fare per vivere la vita al massimo ed essere felice? Devi svegliarti la mattina senza lamentarti. Devi sapere che meriti di sorridere.Devi sapere che stai facendo la cosa giusta, non importa cosa. Devi fare cio’ che vuoi senza guardare quanto sia stupido farlo. Si tratta di essere te stesso/a, perchè nessuno può dirti che quello che stai facendo è sbagliato.

  • 11 agosto alle ore 12:09
    2012

    Come comincia: Voglio ringraziare tutte quelle persone che in un modo o nell’altro hanno colorato la mia vita, a chi è rimasto per poco tempo , ma ha reso indimenticabili certi momenti, a chi mi ha fatto piangere, a chi mi ha fatto star male perchè mi ha recato dispiaceri e delusioni. Voglio dire grazie anche a chi mi ha fatto star bene e mi ha regalato sorrisi, a chi c’è sempre stato e ci sarà ancora per me perchè mi stima per come sono. Si è grazie a voi se oggi sono una persona sicura.

  • 11 agosto alle ore 12:08
    2012

    Come comincia: Le persone più si proclamano oneste e più sono scorrette, più si dipingono sincere e più dimostrano solo falsità. Poi c'è quella categoria di persone che parlano molto e non concludono niente, molti si dichiarano amici, ma solo a parole e a nessuno importa dei tuoi problemi. In questo mondo di chiacchiere bisogna farsi furbi, ricordatevi che nessuno vi regala niente per niente!

  • 11 agosto alle ore 12:07
    2012

    Come comincia: Non è colpa tua se sei il pensiero principale di quei poveri mediocri, perdenti e falliti, la colpa è del tuo saper fare, delle scelte che hai fatto e delle tue capacità. Loro continuassero a seminare merda, tu procedi verso la strada della realizzazione !

  • 11 agosto alle ore 12:06
    2012

    Come comincia: A chi mi ha tradito, a chi mi fatto piangere, a chi mi ha ferito voglio dire Grazie, perchè ciò che sono oggi lo devo a voi infami. Sono fiera di me, quindi se credevate di potermi distruggere e mettermi in un angolino vi siete sbagliati,i vostri piani andranno sempre in fumo. Anzi,colgo l'occasione per ringraziarvi anche per avermi fatto aprire gli occhi, ed è sempre grazie a voi se oggi sono diventata piu' forte che mai!

  • 11 agosto alle ore 11:49
    2012

    Come comincia: Chi dice che valgo zero non solo mi dedica attenzioni per ore e ore e intere giornate, ma mi fa capire che non è colpa mia se sono diventata/o il centro della vita di chi mi invidia. Si nota chiaramente che quando il culo brucia e la bocca sparla è perchè vedono in me pregi che loro non possiederanno mai.

  • 10 agosto alle ore 22:27
    Occhio per occhio, mano per mano

    Come comincia: Luca era mio, ora sta con Tamara.
    Lo voglio, mi vuole, però non deve avermi.
    Giovedì, tre del mattino.
    Sono sveglia come un grillo e il cervello, affamato di sonno, proietta densi spettri nel buio fitto che avvolge la stanza.
    Tamara, la ragazza che vive al piano di sopra, è rientrata incespicando, sfatta e ridacchiante, poco dopo la mezzanotte insieme a Luca, il suo ragazzo: da allora non sono più riuscita a chiudere occhio.
    L’anno scorso abbiamo frequentato lo stesso corso di Etica e le ho fatto ottenere un voto eccellente, ma ora- sarà il senso di colpa, sarà l’imbarazzo, saranno entrambe le cose quasi non riesce a guardarmi negli occhi.
    Però ho sentito mentre amoreggiavano.
    Alle cinque rinuncio definitivamente all’idea di dormire. Mi infilo un pullover e mi muovo in punta di piedi verso la cucina, che è in comune. Mi appollaio sul davanzale e guardo la città davanti a me. Una fioca luna sembra vigilare sui palazzi del quartiere. Poi nella calma assoluta dell’alba, un cane emette un grido. 
    Un attimo dopo sento lo strisciare di pantofole nel corridoio, la porta si apre e un fascio di luce mi acceca. "Spegnila", sibilo. 

    E’ Luca. Si scusa e spegne immediatamente la luce. Ammorbidisco il tono. "Non riesco a dormire", dico.
    Si versa un bicchiere d’acqua e si siede sul davanzale di fianco a me. E’ in boxer."Nemmeno io" risponde a bassa voce. Il suo torso di ragazzo mi attira, e la linea di peluria che prosegue oltre l’elastico dei boxer mi eccita all’istante. E’ bello Luca: grosse labbra screpolate, capelli nero vinile, e una carnagione bianca farinosa. Al punto che viene quasi voglia di soffiarla via.
    Si sistema dall’altro lato del davanzale. Il cane guaisce di nuovo, in lontananza.
    "La prima volta che l’ho sentito ho pensato che stessero uccidendo un bambino" dice.
    Sbuffo sentendolo pronunciare quelle parole: "la settimana scorsa, là fuori è stata stuprata una donna. I residenti hanno ignorato le sue grida d’aiuto, pensavano fosse un cane".
    Luca guarda in basso e fissa la piazza vuota, gli occhi grandi da bambino piccolo. 
    Devo fare uno sforzo per non allungarmi verso di lui e togliere con una carezza quell’inquietudine dal viso. Accavallando le gambe per crearmi una base d’appoggio, lascio che il pullover scenda lentamente verso il basso facendo intravvedere il mio corpo. Il pensiero che Luca possa guardarmi, odorarmi, allungare una mano e toccarmi mi scatena piccole scariche d’eccitazione. Accendo una sigaretta, tengo la punta verso l’alto e da sopra quel luccichio lo osservo, me lo gusto. Appoggiandomi al muro, raccolgo le ginocchia al petto. Mentre gli passa il fumo si sforza di mantenere il contatto visivo, di guardarmi negli occhi, ma non resiste e lo sguardo scivola in basso verso quel triangolo scintillante nell’annacquata luce della luna. Mi accorgo che cambia posizione, il petto si gonfia, si contrae e riesco quasi a sentire il battito del suo cuore.
    Restiamo seduti in quel silenzio carico di tensione, senza dire una parola, quindi lascio cadere le gambe per attirare il suo sguardo. Fissa a lungo e in modo ostinato combattendo con la coscienza.
    "Devo andare" dice serio e se ne va.Più tardi sobbalzo nel sonno, quando Tamara sbatte la porta uscendo per la lezione del mattino.
    Resto in ascolto: sento Luca annaspare fino al bagno, poi tornare a gettarsi pesantemente sul letto, infine il lieve oscillare del materasso. Salgo nella stanza di Tamara. Busso una sola volta ed entro. 
    Con un gesto repentino, furtivo, si alza fino a sedersi.
    Non dico una parola, mi limito ad avvicinarmi e scivolo sotto il rifugio offerto dalle coperte.
    "Non posso farlo", dice. "Lo voglio, ma…". 
    Mi tolgo il pullover."Non ti preoccupare,cerco solo un po’ di compagnia. Non dobbiamo nemmeno toccarci". Mi sdraio di nuovo e con un gesto gli indico di fare lo stesso.
    Spalla a spalla ci masturbiamo come due adolescenti a occhi spalancati.
    Luca geme fuori di sé, cerca di trattenersi per non venire rallentando il ritmo mentre accellero per mettermi pari. Raggiungiamo l’orgasmo assieme, i nostri corpi si contraggono verso l’alto e di lato, le anche si sfregano l’una contro l’altra, gli spasmi continuano anche dopo l’abbandono finale.
    Mi sollevo mentre lui mi guarda con occhi imploranti, desideroso di possedermi decentemente – ancora, ancora. indica il suo corpo che si solleva in modo regale.
    Una parte di me vorrebbe accondiscendere al bisogno espresso dal suo sguardo, un’altra e ancora affamata, non appagata, desidera essere soddisfatta.
    Ma sono già in ritardo per la lezione.
    Mi infilo il pullover ed esco dalla stanza.

  • 08 agosto alle ore 16:46
    Respiro profondamente.

    Come comincia: Il riposo non è inutilità, sedersi talvolta sull'erba
    In una giornata estiva ascoltando il mormorio dell'acqua,
    O guardando le nuvole che galleggiano attraverso il cielo,
    È forse un spreco di tempo?
     
    Le piccole perline di condensa sul piatto d'argento della torta gelato.
    I segni incisi su cosce nude dalle sedie di vimini all'aperto.
    Il metronomo sonnolento che vortica dal ventilatore a soffitto e la frescura del condizionatore.
    I raggi del sole che sembrano fiamme appena coperte dalle tende che rende il brillare di arancione in un breve secondo prima di rilasciarlo alla notte.
    Il cane pigro dorme con la testa in grembo.
    Le felci del portico.
    Ie ortensie blu.
    L'odore di mais fresco sulla griglia.
    La sensazione di una notte ancora calda.
    Lo schiaffo della vecchia porta schermata.
    Sabbia.
    Rose.
    Anguria.
    Estate.

    È una tale ironia che l'ora in cui celebriamo l'arrivo dell'estate è l'ora in cui iniziano il viaggio in inverno. I giorni si limitano da qui. A un tratto, questi pomeriggi estivi così amati hanno i loro secondi baciati dal sole, rasati dal tempo, ognuno crescendo più brevemente, infinitesimilmente, appena notato, finché non solleviamo i nostri volti a un cambiamento del vento e un incantesimo che trasforma l'acero Verdi a ruggine e margherita gialle all'oro. Di tutte le stagioni, l'estate sembra effimera. Come le meravigliose memorie di spiaggia che facciamo in questo momento, i bordi di ogni giorno d'estate si sente morbidamente sfocata, come le vecchie fotografie così tante di loro sono destinate a diventare.
    Quindi chiudo gli occhi. Respiro profondamente.
    E amore ogni giorno d'estate.

  • 07 agosto alle ore 10:14
    Amiche

    Come comincia: Linda guardava il paesaggio attraverso il finestrino del taxi. Tanta campagna, verde e lussureggiante. Pensò che però d’inverno doveva essere molto triste, almeno lo sarebbe stato per lei, ma forse per Loredana no. Non si vedevano da molti anni e lei si sentiva inquieta e impaziente allo stesso tempo. Il suo sguardo divorava la strada, quanto aveva desiderato questo incontro! Ma non era stato facile rintracciare Loredana. Quando finalmente si erano sentite per telefono lei aveva capito che il tempo non era trascorso, la loro amicizia era lì, viva e consapevole come sempre. Un discorso mai veramente interrotto, che aveva solo usufruito di una pausa lunga trenta anni ed era ripreso subito, come se il tempo non fosse passato e loro due fossero ancora ventenni, anzi lei ventenne, e Loredana più vecchia di quindici anni. La differenza d’età non aveva impedito il nascere di una grande amicizia, di un affetto profondo, poi la vita aveva dettato le sue regole ed ognuna aveva proseguito per la sua strada. Linda riconobbe subito la casa perché Loredana gliela aveva descritta minuziosamente. Sorrise e pensò che non avrebbe potuto essere diversa da così quella casa. Tanto verde intorno, il patio, il dondolo, un roseto, una panchina di legno e ferro battuto. Loredana la chiamava la panchina del pensiero. Lei si sedeva lì a pensare, a ricordare, molto spesso a commuoversi. Congedato il taxi, Linda premette il pulsante del campanello e rimase subito affascinata dal suono: una leggera, sottile armonia di campanelle molto incisiva ma che non disturbava per nulla l’udito. Un cane scodinzolante e accogliente si presentò dietro al cancelletto, e subito dopo Loredana apparve nel patio. Istintivamente allargò le braccia mentre andava verso Linda, e l’abbraccio fra le due amiche fu lungo e pieno d’affetto. Quando Linda entrò nella piccola cucina si sedette sulla sedia di formica e appoggiò le braccia sul tavolo di formica, mentre dall’altra parte del tavolo Loredana faceva la stessa cosa. Loro erano abituate così, la cucina era il luogo aggregante, il luogo delle confidenze. Prima di parlare si guardarono a lungo, con tenerezza. Avevano condiviso davvero tanto ed entrambe lo sapevano. Nei loro occhi però era rimasto quel giorno, quel particolare giorno, quell’11 settembre 1986. Loredana aspettava un bambino ed aveva appena completato il secondo mese di gravidanza. Si sentiva male e avvertiva la necessità di andare in bagno, non sapeva perché, non capiva ciò che stava accadendo, ma d’istinto nel bagno anziché sedersi sul wc si era seduta sul bidet e lì, in preda ad una grande sofferenza, aveva visto materializzarsi quel poco che c’era, quel poco che avrebbe dovuto diventare il suo bambino. Disperatamente aveva chiamato Linda, che per fortuna era lì, fra i singhiozzi avevano raccolto quel poco residuo di una futura vita e messo in un vasetto di vetro. Il dolore, l’angoscia, non sembrava altro che un grosso grumo di sangue, di cellule, ma quello era il bambino, il bambino di Loredana che non sarebbe mai nato. E poi la corsa in auto dal medico attraverso la città...
    Adesso nei loro sguardi c’era quel momento, e il “come stai?” di Linda, chiedeva di quel terribile giorno, chiedeva di tutti gli anni dopo, di tutti gli anniversari, di tutti gli 11 settembre, così tanti! Quando Loredana pensava: oggi avrebbe 20 anni, oggi 22, oggi 30, chissà come sarebbe! Chissà come sarebbero i suoi occhi, le sue labbra, chissà cosa penserebbe! Linda prese le mani di Loredana abbandonate sul tavolo e le strinse, e le strinse forte. Entrambe avevano gli occhi pieni di lacrime. Linda sentì la necessità di stringere al petto l’amica e accarezzarle i capelli. E si accorse che stava pensando ciò che l’amica le stava sussurrando fra le lacrime:
    -Sai Linda, un bambino mai nato rimane con te tutta la vita.

  • 04 agosto alle ore 2:33
    Il raccolto

    Come comincia: Alzandosi di buon ora, come ogni dì, il seminatore uscì per compiere il suo operato.
    Intento alla semina, con lena e vigore, sparse i semi in svariati punti del suo podere; distrattamente alcuni semini caddero sul muretto adiacente l’aia.

    A sera inoltrata, mentre il contadino riposava, stanco per l’intensa giornata lavorativa, alcuni vandali si introdussero di soqquatto nel podere, e, per sfregio appiccarono il fuoco al campo del seminatore e si diedero subito alla fuga.

    Verso notte fonda cominciò poi a piovere forte e il campo in fiamme venne invaso da tantissima acqua scrosciante, che spense del tutto le fiamme.

    L’indomani, di buon ora il contadino si alzò al canto del gallo e con suo immenso stupore vide ettari di steppa arsi, successivamente spenti dalla pioggia intensa della nottata.

    Disperato per l’accaduto, cercò di racimolare i semi rimasti, ma, ispezionando con lo sguardo il terreno si accorse a malincuore che i pochi semi residui erano andati a male bruciacchiandosi per il forte calore emanato dall’infame vampa. Fortunatamente, gli unici semi precedentemente rimasti sul muricciolo, scorti all’improvviso vennero accuratamente colti dal seminatore, il quale li controllò singolarmente con pazienza e diligenza da certosino.

    Contento, decise di aspettare qualche altro mese per seminare nuovamente il campo.

    Purtroppo, lo sfortunato contadino di lì a poco si ammalò, contagiato da un virus che aleggiava in quel periodo nella sua contea.
    Pieno di sconforto, decise quindi di abbandonare il lavoro e i progetti rurali.

    Come se non bastasse, i semini precedentemente scampati al rogo vennero divorati da alcune fameliche locuste in migrazione verso paesi più caldi, le quali entrando da uno spiraglio lasciato aperto per sbaglio dal contadino, si intrufolarono così nel magazzino dove giacevano i semini superstiti.

    Irato, e al contempo demoralizzato, il povero fattore non avendo né amici con cui aprirsi, né alcun appoggio materiale o morale, all’apice dell’esasperazione e al culmine dello sconforto, decise tristemente di togliersi la vita, che Dio gratuitamente gli aveva donato.

    Preso ormai dal panico e dall’afflizione, irruppe dunque con risolutezza e veemenza in cantina.
    Preso un cappio, decise di farla finita con quell’esistenza scellerata e sventurata.
    Si recò lestamente alla più vicina quercia dove avrebbe consumato il gesto letale.

    Miracolosamente, mentre ormai era deciso sulla sua sorte, con un colpo d’occhio scorse su di un ramo della quercia un qualcosa, un oggetto che lo avrebbe distolto dal gesto folle.
    Quell'oggetto, era una splendida Corona del Rosario, il cui legno simile al tronco rimembrò al seminatore il colore del suo podere, e, i grani stessi del Rosario vennero da lui associati mentalmente ai semini.
    Pazzo di gioia, il contadino afferrò la fortuita Corona, e baciandola cominciò a lodare, ringraziare Dio per quel dono che indubbiamente veniva dal Cielo.

    Sgranando ogni singolo grano del Rosario, cadde in profonda e ardente preghiera. Iniziò una meticolosa, spontanea contemplazione della sua vita passata, piena di rimorsi, ipocrisie, omissioni, odi e profondi rancori.

    Piangendo con contrizione e dolore, rendendosi conto che aveva sfiorato la morte col suo insensato gesto, decise che da quel momento in poi avrebbe rivoluzionato la sua vita.
    Difatti, l’indomani, a mente serena scelse di recarsi in chiesa.

    Dopo aver assistito alla celebrazione, e dopo aver fatto un attento esame di coscienza, decise di confessarsi.Si sentì ritemprato, finalmente libero, e, il Signore in breve tempo gli fece percepire nell’animo la sua nuova vocazione.
    Infatti, da quel momento in poi non sarebbe stato solo un semplice seminatore, ma anche un operaio celeste mandato da Dio a testimoniare la propria conversione e il suo miracolo personale ai fratelli, spargendo così nei solchi palpitanti dei loro cuori la Grazia che viene dall’Alto, con semi che sarebbero poi germogliati per chi li avrebbe accolti, in frutti d’Amore e Salvezza.

  • 04 agosto alle ore 1:56
    Il killer del chicco nero

    Come comincia: Ore 7:30
    L'aroma inconfondibile che proveniva dalla cucina, svegliò il detective Cromwell, che destandosi, si diresse celermente verso la fonte di quel profumo unico ed inebriante.
    Entrando in cucina il detective venne accolto dalla moglie e dal suo unico figlio, Scott, il quale era intento ad assaporare la sua tazzona di caffelatte.

    La signora Cromwell servì al marito il caffè ancora caldo, mentre il piccolo Scott osservava beato in Tv le movenze del suo idolo, Jack Morel, il quale si stava esibendo in scatenati passi di stepping al ritmo delle hit più quotate dell'ultimo decennio.

    <<Scott! Scott! Sei sordo per caso? Non senti che la Tv ha un volume troppo alto? Abbassalo, o stacco io stessa la spina!>> esordì Martha.
    <<Cara, non fa niente! A me non dà fastidio la Tv; non rimproverare nostro figlio Scott in quel modo!>> disse il detective.
    <<Ma, caro, dobbiamo insegnargli le buone maniere, o no? Io dico di sì, David!>> ribattè la moglie.
    <<Ok...Ok! Non adirarti mamma, rimedio subito!>> esclamò il piccolo Scott, il quale, obbediente decise di spegnere la televisione per prepararsi ad andare alla gita organizzata dalla scuola che frequentava.
    L'istituto, aveva prescelto come meta domenicale una rinomata piantagione di caffè.

    David e Martha si scambiarono uno sguardo fugace, e, il piccolo Scott con il sorriso stampato in volto, corse su per le scale diretto alla sua stanzetta, dove cominciò lesto a preparare lo zainetto per la gita scolastica.

    David decise di accompagnare personalmente il figlio alla vicina fermata dello scuolabus, ed entrambi salutarono affettuosamente Martha, che era occupata a rassettare la camera da letto.

    Ore 8:15
    Lo scuolabus di Scott riparte, mentre David manda saluti al figlioletto, che dal finestrino ricambia calorosamente il saluto, e gioioso si unisce alle discussioni dei suoi compagnetti.

    David prima di tornare a casa, passa dall'edicolante di fiducia, il buon vecchio Joe, per acquistare la sua copia del quotidiano locale.

    In prima pagina, accompagnato da titoloni e foto, David nota subito un articolo interessante e al tempo stesso raccapricciante:
    "Misteriosi omicidi, casi irrisolti. Il killer del chicco nero colpisce ancora".

    Da buon detective, David cerca di tracciare mentalmente un possibile profilo dell'insolito killer, ma si rende conto di non avere molte informazioni al riguardo se non delle foto in bianco e nero, e poche righe stampate sul quotidiano. Decide quindi di abbandonare momentaneamente la sua breve analisi.

    Ore 9:00
    Martha e il marito sono a Messa, ma, David è pensieroso, non riesce a partecipare spiritualmente al solenne rito domenicale.
    Ripensa ossessivamente alle due foto delle vittime viste sul quotidiano, al loro squallido assassinio; entrambi deturpati in viso, con un chicco nero al centro della fronte, un chicco di caffè.

    Martha si accorge dello stato di disagio del marito, ma decide di non disturbarlo per il momento.

    Ore 11:00
    I due coniugi sono adesso a casa.
    David, sulla poltrona, con gli occhi strabuzzati e la mente altrove; Martha intenta a preparare il pranzo.

    Martha, aspettando il momento opportuno, decide quindi di chiedere al marito il perché di quel suo stato di assenza e stranezza, e, con la scusa di dare un'occhiata al quotidiano ancora tra le mani del consorte, nota inebetita le foto in prima pagina, e caccia un urlo agghiacciante.
    David balza in aria, come destatosi da un coma. Guarda il volto terrorizzato della moglie.
    Martha, dal canto suo, cerca di darsi un controllo, ma la paura è palese, e il marito per tranquillizzarla la stringe a sé con dolcezza, le bacia le gote, pallide per lo spavento.

    Ore 13:00
    La gita domenicale di Scott si svolge tranquilla, tra giochi di gruppo, cori, cenni sulla coltura e lavorazione del caffè, che gli insegnanti illustrano con maestria ai giovani.

    Intanto, tra le verdi macchie, una figura misteriosa si nasconde camaleonticamente, spia le mosse dei bimbi in festa e dei rispettivi insegnanti.
    Il malintenzionato indossa astutamente una tuta mimetica, che lo cela perfettamente in quell'habitat.
    Attende paziente il momento più idoneo per agire e uscire così allo scoperto.

    Ore 13:40
    Un manipolo di contadini, è dedito alla paziente e certosina raccolta di caffè in un'immensa piantagione, a circa un miglio di distanza dal possibile killer e delle sue probabili vittime, le quali, all'insaputa del pericolo in agguato ascoltano con attenzione gli insegnamenti sui metodi di lavorazione della pianta del caffè in quella regione soleggiante e rurale, dove il "culto" per il caffè è un consolidato stile di vita, che permette ai contadini di guadagnare dignitosamente, senza più vivere di espedienti.

    Ore 14:10
    Il silenzioso killer, ben camuffato, nota che il piccolo Scott si è allontanato dal gruppo, mentre il resto della scolaresca gioca ancora a nascondino.

    Il piccolo, si trova a pochi metri dal killer, ignaro del pericolo incombente.

    Con passo felpato, il killer si avvicina rapido alla vittima, e, senza fare il minimo rumore rapisce il bambino serrandogli la bocca, e, trattenendolo con forza corre via portandolo con sé.

    Ore 14:30
    David e Martha intanto sorseggiano dopo il pasto un rigenerante e fumante caffè.

    Il detective si accende una sigaretta, e, ormai rasserenatosi, scruta nuovamente la prima pagina del quotidiano.

    <<David, a che ora andrai a prendere nostro figlio?>> dice Martha.
    <<Non preoccuparti cara, gli insegnanti hanno comunicato che il rientro dalla gita è previsto per le 18:00>> risponde David.

    Ore 15:10
    i contadini intanto si riposano dal lavoro nella piantagione, concedendosi una meritata pausa.

    Jimmy, uno di loro, esclama:
    <<Ragazzi, è trascorso appena un mese da quando lavoro con voi, e già siete per me come una seconda famiglia! Amo questo impiego!
    Ho deciso di festeggiare questo mio primo mese di lavoro; siete tutti invitati a casa mia per sorseggiare un caldo cappuccino preparato da mia moglie, che è anche un'ottima cuoca!>>.

    <<Wow! Jimmy ci invita tutti da lui!
    Ragazzi, andiamo a fare gli onori di casa!>> dice Donald rivolgendosi agli altri compagni di lavoro.

    Ore 16:20
    Scott si ritrova bendato, con la bocca coperta, legato ad una seggiola.

    Sente dei rumori non precisati.

    Annusando l'aria, crede di capire in che posto si trovi: una fabbrica di caffè.

    L'odore forte che permea l'aria lo desta dal torpore, ma, il piccolo imbavagliato, non può fare la minima mossa falsa o attirerebbe l'attenzione del suo non ancora identificato rapitore.

    Il killer misterioso intanto si bea tra i macchinari del "suo piccolo regno", e macina sapientemente del buon caffè tostato.

    Ore 16:40
    Donald e gli altri contadini, dopo aver assaporato le prelibatezze della moglie di Jimmy, elogiano la donna per la sua cucina, cominciano quindi ad intonare un ritornello in onore di Jimmy e del suo primo mese lavorativo con loro.

    Passato un po' di tempo, tutti i lavoranti si dirigono nuovamente verso la piantagione e tornano al proprio operato, tra canti e letizia.

    <<Jimmy!>>, esclama Donald <<Non ti ho ancora portato alla fabbrica abbandonata!
    Si trova a poche miglia da qui; è un vero peccato che il proprietario abbia chiuso i battenti. Ma, avrei una mezza idea!
    Potremmo riaprirla e allestirla a nuovo, noi stessi! Credo che ci siano buone possibilità di farla rifiorire come ai vecchi fasti!>>.

    <<Beh! È un'idea da prendere in considerazione, Donald! Intanto portami lì, sono curioso di vedere questa fabbrica!>> risponde Jimmy.

    Ore 17:30
    <<David, credo che tra un po' dovresti cominciare ad andare per prendere nostro figlio. E' quasi l'ora del rientro!>> dice Martha.

    <<Sì, stavo giusto per prepararmi ad andare, cara. Allora a dopo, ciao amore!>> esclama David, e bacia con passione la moglie.

    Ore 18:00
    David è alla fermata dello scuolabus.

    Il pullmino arriva, e David vede con sorpresa che suo figlio non è tra i presenti.

    Uno degli insegnanti accorre verso lui, e gli dice: <<Signor Cromwell sono mortificato! L'abbiamo cercato per ore, in lungo e in largo! Oh, Dio mio, che disastro! Scott, il piccolo Scott, abbiamo perso le sue tracce! Giocavano a nascondino, ma poi si è fatto tardi..e lui è...e lui è..svanito nel nulla! Signor Cromwell, non so come possa essere accaduto!>>.
    <<Co-come!? Io vi lascio il mio bambino, e voi...! Ma come avete po-potuto!?>>
    urla furioso David.

    Ma, David, non si vuole dare per vinto.

    Dopo aver imprecato verso gli insegnanti e la scolaresca, si precipita verso il luogo della scomparsa, rubando agli occhi di tutti il pullmino della scuola, ormai vuoto.

    Una volta giunto nella piantagione, corre per ore a perdifiato gemendo, urlando il nome del suo piccolo, ma, niente.
    Nessun segno, nessuna pista da seguire per il detective.

    Ore 18:15
    Jimmy e Donald giungono alla vecchia fabbrica.

    Intanto Scott ode in lontananza dei vocii e uno scricchiolio; è la porta del fabbricato che si spalanca, e i due contadini si accingono a varcarne la soglia.

    Il killer accortosi di nuovi "ospiti" nel "suo regno", afferra di peso il bambino ancora attaccato alla sedia, e lo scaraventa nel ripostiglio.
    Dopo ciò, con nonchalance va ad accogliere i suoi due nuovi "ospiti", e, con fare dannatamente cordiale e falso, li riceve come due vecchi conoscenti.

    Li fa accomodare nella "sua" magione, mostrandogli orgoglioso quanto egli si prodighi per reggere da solo il fabbricato ormai in disuso.

    I contadini entusiasti e stupiti, ascoltano con estrema sollecitudine l'uomo, ignari di chi costui sia veramente.

    Donald si allontana un attimo, e stranito sente dei sordi tonfi giungere dal ripostiglio.

    E' Scott, che, come un forsennato si agita imbavagliato sulla seggiola, cercando di attirare l'attenzione dei nuovi arrivati.

    <<Cavolo! Che diamine...!?>> esclama Donald, vedendo Scott nel ripostiglio, e subito provvede a slegarlo.

    Intanto il killer, con i suoi panegirici intrattiene Jimmy; ma, non appena l'uomo si distrae un attimo, il killer lo colpisce con forza alla nuca con un oggetto contundente stordendolo.

    Ore 18:20
    David, in preda al panico, è ancora in cerca del piccolo.
    Ormai stremato e senza voce, decide di avvisare telefonicamente qualche suo collega ispettore della scomparsa del figlio.
    Ma, ahimè, in quella maledetta campagna non c'è campo, e David in piena crisi isterica scaglia il cellulare lontano da sé.

    Si accascia con le ginocchia in terra, frigolando come un bambino.

    Ore 18:30
    Il killer ha perso le tracce del piccolo Scott e di Donald, il quale, capendo la situazione di estremo pericolo è fuggito via in cerca di aiuto.

    Ma, il killer ha preso adesso in ostaggio Jimmy e vuole divertirsi a torturarlo con i suoi modi bruti.

    Jimmy, ancora stordito, tenta di reagire; prova a rialzarsi.

    Scopre con sgomento di essere stato incatenato a un pilastro arrugginito.

    L'uomo tenta di liberarsi, da' potenti strattoni, ma non ha scampo.

    Il killer gli si avvicina, e, in preda al suo malato delirio, lo tagliuzza con sadismo deturpandogli il viso con una scheggia lunga e aguzza, per poi dargli il colpo di grazia con un affilatissimo stiletto dritto al cuore.

    Una volta ucciso l'uomo, il truce killer compie ancora una volta il suo macabro rituale, mettendo sulla fronte del defunto un nero chicco di caffè.

    L'astuto assassino fugge poi come nulla fosse, orgoglioso di aver mietuto la sua terza vittima con il suo rituale orrendo.

    Ore 19:00
    Ancora in fuga a rotta di collo, Donald e Scott cercano aiuto e soccorso nei paraggi, per denunciare l'accaduto.

    Poco dopo, si imbattono in David, ancora sgomento, lacrimante ed accasciato al suolo per la perdita del figlio.

    Scott, vedendo il padre con le lacrime agli occhi, subito gli si butta tra le braccia, e Donald gli spiega l'accaduto.
    Ma nessuno sa ancora della tragica fine toccata al povero Jimmy.

    Ore 19:10
    Il killer è in fuga tra la piantagione; nella corsa, addenta alcuni steli d'erba con voracità, sghignazzando nel suo delirio.

    Un passo falso; l'omicida inciampando sul terreno, cozza la testa su un grosso masso e cade tramortito.

    Ore 19:15
    Donald, David e Scott giunti al fabbricato, vengono a conoscenza della brutale uccisione di Jimmy, e ripartono alla ricerca dell'assassino.

    Ore 19:25
    Il killer, con il sangue che gli scorre ancora dalla ferita alla fronte dovuta alla caduta tenta di rialzarsi e vacilla, ma viene improvvisamente assalito dagli istinti feroci scatenati in Donald e David, i quali lo tartassano con colpi decisi fino a porre fine alla sua insulsa esistenza.

    David, in particolare, riversa sull'assassino tutta la sua giusta rabbia e odio primordiale.

    L'indomani, dopo che la polizia ha rinvenuto il corpo di Jimmy e del killer, uno degli ispettori decide di accusare David e Donald della barbara uccisione commessa nei confronti dell'assassino del chicco nero, e, nonostante sappia che abbiano agito per una giusta motivazione, ordina ad alcuni subalterni di metterli in manette conducendoli poi alla prigione più vicina.

    Fortunatamente, passato qualche mese, sia Donald che David vengono quindi scagionati durante un'udienza in tribunale tenutasi dopo un periodo trascorso in cella.

    Intanto, la stampa locale e tutti i mass-media si incentrano a lungo sulla vicenda, che fece poi molto scalpore anche negli anni successivi all'accaduto.

    Trascorso qualche tempo, Donald, dal canto suo decide di contattare David, proponendo di riaprire insieme il vecchio fabbricato, in memoria della promessa fatta un tempo all'amico Jimmy.

    Dopo circa due anni di sodo lavoro, la fabbrica di caffè dei due divenne nota.
    Acclamata da tutti come la più produttiva e proficua dell'intero Stato.

    David, avendo ormai abbandonato i panni del detective, dedicò la sua restante vita all'industria di caffè insieme alla moglie, al figlio e all'amico Donald.

    Le loro vite cambiarono in meglio, e tutto prese una nuova svolta.

  • 04 agosto alle ore 1:53
    L'Alchymien

    Come comincia: Così comincia la storia di Gilbert Kassinski, giovane sognatore dotato di gran perspicacia e genialità oltremisura, il quale cercava la formula perfetta per la sua nuova invenzione, l’Alchymien....

    L’Alchymien era un grosso mosaico mobile, una macchina rotante i cui ingranaggi erano tasselli dalla forma prismica, che, per mezzo di giochi di luce e spostamenti molecolari variava vorticosamente il corso del suo movimento in asincroni sbalzi e flussi di materia sospesa e fluttuante. Gilbert aveva ideato questo stranissimo congegno, dedicando ad esso studi e test approfonditi e lavorando interi giorni e intere notti alla sua creazione; il fine ultimo del congegno doveva essere quello del teletrasporto; ma, ancora il macchinario doveva essere perfezionato a dovere e Gilbert era persino pronto ad usare se stesso come cavia per l’esperimento, e presto l’avrebbe fatto di sicuro. Gilbert era un tipo solitario, il suo unico vero “amico” era il suo fido maggiordomo androide, Rod (modello 3-omicron).
    Rod era anche il suo insostituibile mentore, la sua balia, il suo factotum. Difatti Rod aveva assistito sin da piccolo Gilbert, il quale si rivolgeva a lui come se fosse un vero umano, pur sapendo che Rod non poteva mai eguagliare una creatura umana in sentimenti e stati d’animo; si trattava pur sempre di un automa, una macchina tecnologicamente avanzata progettata dal defunto padre di Gilbert. La casa in cui viveva (e lavorava) Gilbert, era più simile ad un laboratorio-officina piuttosto che ad una vera abitazione, e le pareti erano tappezzate di formule complesse e labirintici schemi di progettazione. La dimora di Gilbert sorgeva isolata, su una collinetta alle falde di Monte Titanium, ma il panorama da lì era maestoso e si poteva dominare con lo sguardo l’intero complesso residenziale di Nova City, colonia e costola della fiorente Vega. Al calar delle tenebre si udivano gemiti sinistri e ululati da far accapponare la pelle. Si trattava dell’ennesima faida tra le gang dei bassifondi: i nosferatu e gli uomini lupo, creature mutanti orrende, che, a causa di esperimenti genetici militari erano diventati dei mostri senza pace e vivevano nascosti nei meandri più squallidi di Nova City, celati nell’oscurità e in continuo conflitto tra la loro natura bestiale e il loro lato umano. I nosferatu erano del tutto simili a dei vampiri, con canini spropositatamente sviluppati, artigli affilati e corpi scheletrici e deformi. Gli uomini lupo erano dei freak denutriti e colpiti da ipertricosi, il cui corpo era orridamente cosparso di ispidi peli simili ad aculei. La lotta senza sosta tra le due gang nasceva dal loro bisogno primordiale, il cibo. I capoclan delle due fazioni un tempo erano alleati, ma da quando venne proclamato ufficialmente il coprifuoco notturno dal sindaco di Vega City a causa dei continui raid cannibalistici delle due gang, il cibo venne a scarseggiare per le orrende creature e nacquero così scontri per la sopravvivenza, ed i due clan da allora non si danno più pace, attaccandosi e depredando a vicenda i bottini ed i trofei dei loro rivali. Dunque, Vega City e la sua costola abitata erano costantemente in all’erta nel cuore della notte, mentre di giorno la vita degli abitanti era salvaguardata e protetta dai Borg, androidi armati e corazzati, il cui sistema di rilevamento di minacce ostili era infallibile di giorno, ma di notte nemmeno loro potevano dominare la furia distruttiva e i continui assalti dei mostri mutanti, dotati di agilità e poteri telepatici, i quali sfruttavano l’oscurità per attaccare senza tregua in cerca di cibo, razziando e devastando la qualunque.

    <<Mister Gilbert>> esclamò con alcuna inflessione vocale Rod <<è già l’una di notte; è ora che lei vada a riposare>>.
    <<Preferisco rimanere ancora un po’>> rispose Gilbert << piuttosto preparami un po’ di thè caldo, Rod!>>.
    <<Come desidera signore>> e Rod si allontanò.

    Gilbert andò a controllare nuovamente le serrature del portone di casa, poi tornò al suo meticoloso operato.

    Una scintilla di genio si sprigionò in Gilbert, e immediatamente ebbe come una rivelazione. <<Credo d'aver capito…finalmente, era così semplice, ed io invece….!!>> e provò a posizionare due prismi alla volta in senso opposto nel congegno, fino a quando non ottenne la combinazione perfetta e l’Alchymien improvvisamente cominciò ad emettere strani ronzii simili all’oscillare di onde magnetiche.

    Rod intanto tornò con la caraffa di thè caldo, e rimase abbagliato da una luce caldissima ma piacevole.

    L’Alchymien proiettava fasci di luce in ogni angolo della stanza ed un portale cominciò a materializzarsi dal suo nucleo.
    Gilbert, in preda alla frenesia e alla contentezza, cominciò a saltellare di gioia stringendo a sé l’inamovibile Rod.
    In men che non si dica vennero entrambi risucchiati nel gorgo del portale luminoso; ma qualcosa andò storto, e i due dopo una rapidissima scomposizione molecolare si ritrovarono esattamente al di fuori dell’abitazione di Gilbert.

    Sinistri ringhi e risa sguaiate si sovrapposero, ed un nugolo di uomini lupo circondò i due. D’improvviso una decina di nosferatu apparve dal buio, e si lanciò sugli ignari uomini lupo; scoppiò così una zuffa furiosa e bestiale per accaparrarsi le due prede.

    Gilbert e Rod si fissarono per alcuni istanti, e lestamente si allontanarono dalla ressa in atto. Magicamente a pochi metri da lì un nuovo portale di luce apparve dal nulla, e i due si lanciarono a capofitto e senza tentennamenti in quel globo luminoso.

    Dopo circa tre secondi il portale si chiuse, e Gilbert si ritrovò in una celletta buia e squallida, ma non c’era nessuna traccia del fido Rod.

    <<Rod! Rod, dove sei?!?>> esclamò Gilbert <<Dove mi trovo? Ma che posto è mai questo..??>>.

    Gilbert, in preda al panico, si scaraventò contro le fredde grate della celletta spingendo con tutte le sue energie, ma nulla. Le sbarre erano solide e impossibili da forzare, e gli occhi di Gilbert cominciarono a lacrimare per lo sconforto e la paura.

    Dopo un tempo indefinito Gilbert cominciò ad udire dei passi; la porta della celletta venne aperta con forza dall'esterno.
    Una mano gelida enorme afferrò dall’oscurità della cella Gilbert, e, dopo averlo strattonato con violenza lo tramortì e lo portò a spalla.

    In un altro luogo lontano nel tempo apparve una luce abbagliante e Rod si ritrovò catapultato dall’alto per una decina di metri, rovinando con un tonfo al suolo.

    Si rialzò di colpo, osservandosi subito intorno con diffidenza e sospetto.
    <<Prego, identificarsi!>> trillò alle sue spalle una voce robotica e tonante. <<Mi fornisca le sue generalità!>>.

    Rod, ancora intontito per via della caduta, notò che l’alba stava sorgendo, e, tentando di rispondere al Borg, si accorse però di non poter emettere alcun suono, a causa di una avaria al suo sistema vocale provocata dalla forte caduta.
    <<Signore, lei è un intruso!>> squillò la voce del Borg. <<La dichiaro in arresto, mi segua o sarò costretto a spararle!>> e, gli puntò all’altezza del volto una fiocina a raggi stordenti, costringendo Rod ad avanzare.

    Rod venne condotto alle porte di Vega City.
    Con stupore, comprese che la situazione cominciava a peggiorare e non c’era la benché minima traccia di Gilbert.

    Le enormi porte di Vega si spalancarono.
    Tra brusii e chiasso, Rod si ritrovò nel bel mezzo di una megalopoli assordante e caotica.

    L’androide venne poi portato con forza al Reparto Sospetti della giurisdizione locale, dove fu sottoposto a indicibili torture ed interrogatori, ma, il povero Rod non poté ribellarsi in alcun modo, né quantomeno proferire parola a causa dell’avaria al sistema vocale.

    Venne poi rinchiuso in una sala di quarantena ed isolamento, dove notò tutt’attorno scheletri in decomposizione avanzata, lordura e carcasse arrugginite di antiquati modelli androidi.

    Intanto, lontano da lì, Gilbert si destò.
    Con suo profondo sconcerto capì di trovarsi in un’altra epoca, in un maniero medioevale dove cavalieri, paggi, giullari di corte e monaci lo fissavano con meraviglia, ridendo sommessamente e confabulando tra loro sullo strano arrivato.
    Donzelle danzanti si contendevano ridacchiando la giubbetta anti-termica di Gilbert, piroettando allegre intorno allo strano ospite.

    Gilbert sentì stringersi i polsi e riconobbe la gelida mano del suo carceriere, un mastodontico energumeno dal volto coperto da un cappuccio nero in parte lacerato, che lasciava intravedere delle profonde cicatrici e dei segni di bruciatura sul volto.

    Il bestione condusse Gilbert in una stanza adiacente l’atrio del maniero, e lì venne spogliato da capo a piedi da alcuni nani, che lo rivestirono con una tunica accessoriata di svariate fibbie e cinghie.
    Posero sul suo capo un pesante copricapo bronzeo che a stento il povero Gilbert riusciva a sostenere. Poi gli venne messa con brutalità una grossa benda di grezza lana attorno alla bocca, che gli impediva quasi di respirare.

    L’energumeno, lo strattono' poi con forza conducendolo in un’arena dove una folla schiamazzante lo derideva e scherniva con parole a lui incomprensibili.

    Gilbert si ritrovò solo tra una folla in putiferio, quando tutto d’un tratto vennero chiuse le inferriate dell’arena con un tonfo metallico.

    Trascorsi pochi secondi, i due cancelli si spalancarono all’unisono, e, due feroci pantere imbizzarrite si diressero correndo verso Gilbert, il quale serrò gli occhi e si preparò al peggio.
    Due dardi avvelenati sibilarono d’improvviso nell’aria, e le due pantere si accasciarono a terra, in preda a convulsioni e ruggiti di dolore.

    Gilbert non ancora resosi conto di nulla, spalancò di colpo gli occhi e vide ciò che era accaduto. Tutti i presenti volsero lo sguardo verso l’artefice di quel gesto inconsulto, scorgendo un uomo tarchiato e robusto, abbigliato esoticamente, con la benda ad un occhio.

    <<Gra…grazie…chiunque tu sia, mi hai salvato da morte certa!>>, disse Gilbert con un groppo in gola. L’uomo, a sua volta, non degnò nemmeno di uno sguardo Gilbert, e, senza pronunciare alcuna parola si diresse velocemente verso una trave posta al di sopra degli spalti, e da lì si lanciò all’esterno dell’arena con un balzo felino.

    La folla sugli spalti cominciò a irritarsi, e tre guardie irruppero nell’arena cingendo Gilbert in modo bruto, trascinandolo fuori da lì.
    Gilbert, ancora esterrefatto per l’accaduto, venne ricondotto nella buia cella e venne lasciato lì per interi giorni senza acqua né cibo.

    Il poveretto, ormai allo stremo delle forze, urlò a voce sguaiata in cerca d’aiuto e comprensione, ma, per tutta risposta, udì solo il confuso vocio e le suppliche incomprensibili di altri carcerati.

    Trascorsero parecchie ore; Gilbert rimuginando e patendo pensava ancora al suo ignoto salvatore.

    L’uomo misterioso intanto era già a diverse miglia di distanza dalla cittadina. Si fermò per bere della limpida acqua da una sorgente e ritemprarsi. Dopo essersi dissetato, cominciò a prepararsi per la notte, rifugiandosi in una grotta naturale dove accese un bivacco nel quale arrostì della selvaggina che portava con sé. L’uomo aveva il corpo cosparso di strani tatuaggi, i suoi tratti esotici mettevano in evidenza una natura avventuriera e una indole nomade.

    Il mattino seguente, l’uomo si medicò con delle strane erbe l’occhio nascosto sotto la benda, per poi ripercorrere i passi del suo tragitto senza meta.

    Gilbert dal canto suo stentava ancora a credere di essere vivo e vegeto, anche se la mancanza di cibo ed acqua unita alla desolazione lo assalivano.

    Improvvisamente un bagliore fece capolino nel buio della cella. Un nuovo portale luminoso apparve ancora. Gilbert si precipitò a testa bassa verso il portale, e dopo pochi istanti venne scaraventato fuori ritrovandosi così tra una fitta e rigogliosa vegetazione.
    Si trovava ancora nel Medioevo, ma all’esterno del maniero; subito cominciò a correre a perdifiato sino a quando non giunse nei pressi di un ruscello, dove con suo stupore incontrò l’uomo misterioso che lo aveva salvato.

    <<Straniero, chiunque tu sia, mi sei debitore!>> disse l’uomo. << Il mio nome è Rudolph, sono un viaggiatore del tempo, e come te mi ritrovo qui a causa del portale>>.
    <<Qui.. quindi tu parli la mia lingua…grazie ancora d’avermi salvato, te ne sono infinitamente grato!>> replicò entusiasta Gilbert. << Mi chiamo Gilbert, sono un inventore e provengo dal futuro…ma tu, da che epoca provieni?...e cos’è un viaggiatore del tempo??>>.
    <<Bene, io appartengo alla dinastia dei Travellers, sono un nomade da sempre e non appartengo al vostro pianeta. La mia missione sulla terra è recuperare da varie epoche i sigilli del tempo, dei manufatti occulti che permettono ai signori del Maelstrom di viaggiare nel tempo per variare il corso delle cose, riducendo così la Terra ad una valle desolata e deserta dove gli unici padroni saranno loro. Questi signori devono essere assolutamente fermati, ed io sono stato inviato dal Consiglio per fermare le loro abominevoli mire>> spiegò Rudolph.
    <<Credo d’aver compreso; ti sono debitore, sono con te e ti aiuterò nella tua impresa se possibile…>> disse Gilbert con gli occhi pieni di gratitudine.
    <<Come preferisci Gilbert! Sarò ben lieto di ricevere un aiuto…intanto mangia qualcosa e dissetati, o non andrai da nessuna parte!>> rise sommessamente Rudolph.

    Dopo essersi rifocillato, Gilbert disse a Rudolph di essere pronto, e così un nuovo portale, generato dallo stesso Rudolph tramite un comando vocale apparve, ed entrambi si lanciarono verso la fonte di luce.

    Riapparvero in un battibaleno nel laboratorio di Gilbert.
    Rudolph sbottò: <<Mi manca adesso l’ultimo manufatto, e prima che possa essere preso dai signori del Maelstrom devo averlo!>>, e mostrò a Gilbert una serie di piccoli oggetti dalla forma prismica, ognuno preso in varie epoche.
    Gli oggetti somigliavano molto ai prismi del macchinario di Gilbert, avevano dei numeri stampigliati in lettere romane su ognuno di essi; erano i numeri relativi alla data storica di ogni epoca nella quale erano stati nascosti, e Gilbert comprese di trovarsi in una situazione di estrema urgenza per tutti gli abitanti del suo pianeta e sulle loro sorti.

    Rudolph inserì tutti i prismi nell’Alchymien.
    Un boato assordante seguito da vampate di luce si propagò nel laboratorio per brevissimi istanti.

    <<Adesso manca l’ultimo manufatto, si trova proprio nella tua epoca, Gilbert!>> disse Rudolph. <<Tu mi sarai d’aiuto come promesso…>>.
    <<Aspetta..!>> replicò Gilbert. <<Prima dovresti aiutarmi a trovare il mio amico Rod, è il mio maggiordomo androide…non so che fine abbia fatto!>>.
    <<Non c’è tempo adesso per altro! Dobbiamo assolutamente recuperare l’ultimo manufatto prima che finisca tra le grinfie dei signori del Maelstrom!>> ribattè Rudolph. <<Non appena avremo compiuto la nostra missione, stai pur certo che ti aiuterò a ritrovare il tuo amico androide>>.
    Gilbert scosse la testa in segno di approvazione, e i due uscirono quindi dall’abitazione.

    Intanto Rod era stato sottoposto dai Borg ad attente analisi, e, gli stessi per ordine di alcuni ufficiali avevano dissezionato l’androide col fine ultimo di esaminare ogni possibile sospetto, credendolo una minaccia per gli abitanti di Vega City.

    A diverse miglia da li un altro portale.
    Tre figure umanoidi emersero dal nulla.
    Si trattava dei famigerati signori del Maelstrom, degli alieni dalle fattezze umane, bramosi di scovare l’ultimo manufatto per i loro vili interessi. Questi alieni erano alti all’incirca due metri, con il volto umano, ma con il corpo ricoperto di squame e la pelle olivastra.
    Erano a torso nudo, ed indossavano soltanto degli ampi pantaloni biancastri e degli stranissimi stivali. Ai polsi portavano dei bracciali aurei, e brandivano delle lame dall’aspetto insolito.

    <<Gilbert!>> disse Rudolph. <<Il mio indicatore rileva delle strane presenze nei dintorni…credo proprio si tratti dei signori del Maelstrom! Presto dileguiamoci!>>.

    I due trovarono un rifugio tra le fronde di un maestoso albero secolare dove si arrampicarono freneticamente sino in cima.

    Trascorsi pochi minuti entrarono in scena i signori del Maelstrom, che farfugliando tra loro con versi gutturali, si diressero verso le porte di Vega City alla ricerca del manufatto prezioso.

    <<Dobbiamo agire.. fare qualcosa, Rudolph!>> esclamò con fermezza Gilbert.
    <<Aspetta amico!>> rispose subito Rudolph, <<Non possiamo affrontarli così a viso aperto, di sicuro ci ucciderebbero senza pensarci due volte!>>.

    Gilbert, nonostante i premurosi avvertimenti di Rudolph scese rapidamente dall’albero e cercò di attirare l’attenzione degli alieni che si girarono di scatto verso di lui.
    Gilbert cominciò a correre a gambe levate verso casa sua ed uno degli alieni lo inseguì immediatamente.

    Gli altri due alieni scorsero Rudolph, e con grida taglienti e terrificanti si avventarono contro lo stesso, che subito scagliò dei grossi dardi avvelenati contro i due umanoidi, i quali caddero al suolo contorcendosi con urla sovrumane.

    Sistemate le due creature, Rudolph corse in aiuto di Gilbert, e giunto sul posto afferrò alle spalle l’alieno e lo tempestò di colpi di machete, sino a stenderlo e finirlo con un secco e netto colpo alla gola.

    <<Rudolph! Rudolph!>> esclamò Gilbert <<Perdonami…non avrei dovuto disobbedirti…>>.
    <<Non importa mio giovane amico. Ormai ho sistemato una volta per tutte gli alieni. Adesso incamminiamoci prima che faccia buio!>> replicò Rudolph.

    Giunsero quindi alle porte di Vega City quando stavano già per calare le tenebre, ma, prima che potessero entrare nella metropoli due Borg dall’aria minacciosa gli intimarono di fermarsi. Rudolph sfoderò il machete e colpì con tutta la sua forza uno dei robot, ma, l’acciaio impenetrabile del Borg assorbì del tutto il colpo, ed il machete venne respinto a pochi metri da Gilbert.

    Il gigantesco portone a sensori digitali della metropoli stava per chiudersi, ma, prima che potesse serrarsi del tutto due ombre leste e minacciose si infiltrarono all’interno.
    Come un fulmine a ciel sereno uno dei cupi figuri si scagliò con veemenza su uno dei Borg disabilitando i suoi circuiti.
    Approfittando del buio, l’altro oscuro figuro assalì il secondo Borg alle spalle, dilaniando in pochi attimi il suo casco di metallo ed i suoi rilevatori ottici.

    Gilbert indietreggiò intimorito, ed uno sprazzo di luce lunare rivelò la natura dei due esseri oscuri; si trattava di un nosferatu e di un uomo lupo, che ringhiando e sbavando cominciarono ad osservarsi inferociti per il possesso delle due povere prede.
    Così Rudolph, approfittando del momentaneo scontro tra i due mostri, afferrò precipitosamente una delle sue granate scagliandola verso le orripilanti creature, che però balzarono distanti dalla deflagrazione prima di poter essere inceneriti, e si nascosero nell’ombra.

    Gilbert con coraggio e grande audacia prese da terra il machete del compagno, e stringendolo forte tra le mani tagliò l’aria in segno di sfida.

    <<No, Gilbert! No!>> gridò Rudolph, che fulmineo afferrò per la collottola l’intrepido amico, e lo portò lontano dall’imminente pericolo. <<Non possiamo affrontare adesso quelle belve… fuggiamo!>> e si diressero all’interno di una palazzina diroccata.

    Le mostruosità si lanciarono all’inseguimento dei due, sospendendo per il momento la loro lotta e le loro rivalità.

    Gilbert e Rudolph salirono di corsa per gli scalini della palazzina, finché giunsero in un attico all’aperto da dove si lanciarono nel vuoto, atterrando in modo brusco ma salvifico su un tendone sottostante. Le due orripilanti creature arrivarono anch’esse all’ultimo piano della palazzina in rovina, ma non trovarono le loro prede e ripresero così il loro feroce scontro azzannandosi vicendevolmente, ma, durante la colluttazione precipitarono inavvertitamente dall’alto, atterrando privi di vita su una cancellata appuntita.

    Rudolph vide il sangue che sgorgava a fiotti dai corpi esanimi delle due mostruosità, e coprì con una mano gli occhi del giovane Gilbert.

    <<Non guardare amico mio! E’ meglio che tu non assista a questa scena truculenta!>> e con fare paterno e protettivo portò per mano Gilbert lontano da quel posto macabro.

    Dopo una lunga marcia arrivarono pressappoco alla zona centrale di Vega City, i cui abitanti erano rintanati in casa come dettava il coprifuoco notturno. Gilbert si accorse fortuitamente di un luccichio proveniente da un angolo; quel bagliore era emanato da un talismano che Rod portava al collo, e Gilbert non faticò a riconoscerlo. Esultante per il ritrovamento, Gilbert fissò il talismano ed alzando lo sguardo si accorse di trovarsi dinanzi al palazzo della giurisdizione locale, e chiamando in aiuto Rudolph provò a scassinare le porte dell’ingresso con la punta acuminata del talismano stesso.

    Riuscirono nell’impresa e si infiltrarono nel palazzo muovendosi con cautela ed estrema lentezza per non fare il minimo rumore.
    Si ritrovarono in una sala immensa, dove una guardia appisolata di tanto in tanto osservava i monitor dello stabile.
    Fortuna volle che i due riuscirono a sgattaiolare inosservati, e dopo aver aperto varie porte ed esaminato con circospezione i vari locali trovarono finalmente Rod, il quale era in uno stato pietoso e i cui pezzi organici erano stati smontati in parte dal corpo, lasciando così scoperti fusibili, chip e parti meccaniche sotto la cute.

    <<Rod! Rod!>> singhiozzò Gilbert <<Cosa ti hanno fatto amico mio?!>>.
    Ma Rod non rispose. Era ormai inservibile, ed i suoi circuiti erano in tilt.

    Gilbert pianse amaramente, e disse:
    <<Non temere amico mio, verrò presto e ti riporterò con me appena posso…!>>.

    Ma, prima che Gilbert potesse terminare la frase, Rudolph lo scosse e gli ricordò della promessa fattagli, e della sua scelta di aiutarlo nel ritrovamento dell’ultimo manufatto.

    Dopo diverse ore cominciò a sorgere in cielo il sole, e la città riprese la sua quotidiana attività, ed ogni cittadino tornò alle proprie mansioni.

    Intanto Rudolph e Gilbert girovagavano in lungo e in largo per la metropoli, fino a quando il rilevatore di Rudolph captò un forte segnale provenire dal sottosuolo.

    Rudolph senza esitare scoperchiò un tombino e invitò l’amico a seguirlo nelle putride fogne.

    Il segnale si faceva mano a mano più forte, sino a quando Rudolph trovò il prezioso oggetto.

    <<Adesso non mi resta che portare a termine la missione per cui sono stato mandato qui!>> -disse Rudolph. <<E’ tempo che ogni possibile minaccia per il vostro pianeta termini!>>.

    E così i due si avviarono al laboratorio di Gilbert, dove Rudolph collocò nell’Alchymien il tassello mancante ed una forte luce invase la stanza come una supernova.

    Ma, non appena il bagliore cessò, Rudolph era svanito con esso, e Gilbert stupito sgranò gli occhi in cerca dell’uomo.
    Poi comprese, e notò con aria soddisfatta che l’Alchymien adesso brillava e baluginava di una nuova luce, fioca ma meravigliosa.

    Gilbert da quel giorno in poi decise che non avrebbe mai più utilizzato il suo macchinario e pensò di nasconderlo in un bunker sotterraneo, dove nessuno potesse più farne uso.

    L’indomani Gilbert si recò a Vega City in pieno giorno ed andò a riprendere Rod come promesso.

    Riportandolo poi al laboratorio lo rimise nuovamente in sesto, e l’androide tornò perfettamente in funzione.

    Fu così che tutto tornò alla sua giusta collocazione.

    Negli anni a venire Gilbert trovò una compagna. Ebbero quindi degli eredi.
    Tramandò ai figli, e poi ai nipoti la sua avvincente storia.

    Da allora, di generazione in generazione, un membro scelto della famiglia vigila sull’Alchymien, custodendo gelosamente la sua segretezza, fino alla fine dei tempi.

  • 03 agosto alle ore 16:13
    Helios (4 mani con Giuseppe Iannozzi)

    Come comincia: Mi siedo e guardo dalla finestra.
    Anche se la nostra terrazza è lussureggiante di fiori e arazzi, siamo sicuramente intrappolati dentro di noi. Già dall’alba la calura si spande sopra il giardino, sbianca i fiori, gli conferisce un colore, per così dire, appassito, e fa presto l’erba a perdere la sua freschezza quasi volesse diventare paglia. Soltanto una camera, di tanto in tanto, riceve un po’ d’ombra. Helios fa fin troppo bene il suo dovere, porta in alto il suo carro di fuoco e il cielo lo illumina e lo riscalda: forse non vede che l’azzurro è bucato, o forse gliene frega niente, perché siamo stati noi, noi uomini a rovinare tutto con l’inquinamento. Fa il suo lavoro Helios perché così gli è stato comandato da un’autorità che sta più in alto di lui. Da oriente a occidente si muove, spunta delle montagne i ghiacciai, e giorno dopo giorno prosciuga fiumi e torrenti. Si specchia Helios sul mare che subito si scalda ma troppo davvero; e si frangono le onde contro scogli e faraglioni, non è però felice il mare inquinato com’è, e agonizzano le tante creature marine che, forse, mai noi vedremo. È di un blu sporco il mare, di un blu che non è bello, che non è più quello che un Dio, o chi per esso, pensò all’inizio dei Tempi.
     
    Parole amare, quasi orwelliane, le ascoltiamo alla radio: il consiglio che da un po’ tutti ci viene dato è quello di non uscire nelle ore più calde del giorno. Avventurarsi fuori di casa non è facile per nessuno, nemmeno per i più giovani: il caldo sfianca, fa lacrimare gli occhi, e non basta tenere un passo misurato e calmo, e non sempre è possibile camminare riparati dall’ombra di qualche caseggiato e più di rado da quella di qualche macchia verde. Quel che ci resta è di spiare il mondo di fuori affacciandoci alla finestra, consolazione ben magra questa. Sono giorni torridi, roventi, che non lasciano respirare, sono giorni pazzi che ci conducono alla follia. Aspettare l’autunno, questa sembrerebbe la soluzione, avere una pazienza mica da ridere. E però tutte le stagioni, anche quelle che dovrebbero essere fresche, sono oramai bizzose: un giorno fa un caldo da morire, quello appresso invece ci investe con un freddo straordinario. Ecco, siamo noi testimoni di un mondo che, lentamente e in maniera inesorabile, sta andando a farsi benedire. Il domani è incerto e non solo sul piano climatico: i poveri diventano sempre più poveri per colpa di una società egoista all’ennesimo grado, l’etica e la cultura si perdono e nessuno se ne cura, e avanza solo chi non guarda in faccia nessuno, chi vende panacee e menzogne. 
    Un giorno ci affacceremo alla finestra e scopriremo un paesaggio triste, deserto, sbiadito, privo di quella sana lussuria che certi romanzi classici ci hanno insegnato ad amare. Un giorno spalancheremo le nostre finestre e ci sarà poco o niente da ammirare. L’estate non è più l’estate florida di un tempo che sembra lontano un’eternità, e nemmeno la primavera, l’autunno e l’inverno sono più quelli di una volta.  
    È tutto molto triste, è qualcosa che non può non deprimere chi ama la vita, o no?

  • 28 luglio alle ore 13:59
    2013

    Come comincia: Le persone piangono poverta' e poi le vedi buttate nei ristoranti e pizzerie.
    Piangono poverta' e girano con l'iphone.
    Piangono poverta' e le vedi in giro con abiti firmati.
    Piangono poverta' e le vedi con unghie e capelli rifatti e con una bella macchina.
    Io l'unica poverta' che vedo e' quella dei veri valori,e' quella di quei principi sani di una volta.Quei valori che facevano di una persona educata e gentile con tutti,quella persona umile che non ti guardava dalla testa ai piedi per criticare,ma ti guardava negli occhi.

  • 27 luglio alle ore 16:18

    Come comincia: La persona DAVVERO SPECIALE è quella che non sa di esserlo…
    che fa ogni cosa mettendoci il cuore..
    che non dà per ricevere, ma per il solo piacere di vederti sorridere..
    che gioisce con te per i tuoi successi
    e ti asciuga quelle lacrime che nessun’altro vede…
    è una PERLA…e come tale è rara e preziosa!
    Se la incontri…abbine cura e tienitela stretta.

  • 25 luglio alle ore 11:02
    2014

    Come comincia: Sostienimi, quando mi vedi vacillare e quando mi vedi fragile.
    Sostienimi, quando nei miei occhi leggi che non ho più la forza di combattere.
    Sostienimi, quando appoggiata con la schiena contro il muro non avrò la forza di rialzarmi.
    Sostienimi, quando sto cercando rifugio in un vecchio libro. Quando andrò in quelle pagine sbiadite, a colmare la mia nostalgia .
    Sostienimi, quando la sera torno a casa stanca, e le lacrime scorrono sul mio volto, ma soprattutto nel mio cuore. Quando in una mattina di freddo, mi vedi stringermi da sola con le mie braccia, per scaldarmi dall'assenza di te, di un tuo abbraccio.
    Sostienimi quando mi vedi fissare a vuoto un sms sul cellulare o leggere una e-mail con le lacrime agli occhi. Quando la sera mi addormento sul divano, davanti alla tv, con il mio volto inumidito dalle mie lacrime amare.
    Sostienimi, quando mi vedi affacciata alla finestra, quando mi senti cantare canzoni tristi persa nelle grinfie della mia situazione.
    Sostienimi nei miei momenti di debolezza, quando sentirai la mia voce fioca senza aver urlato, ma solo per aver sofferto a causa del passato.

  • 25 luglio alle ore 10:48
    2014

    Come comincia: Nella vita si commettono molti errori, ma quelli che non devi mai rimproverarti sono quelli per i quali hai sofferto e amato… soprattutto quando hai creduto che fosse possibile e che fosse un amore ricambiato, perché, quando quel velo di falsa speranza è stato squarciato dalle umane esperienze della vita, hai capito che dietro quel velo si nascondeva il nulla e che l’amara realtà era fatta di bugie e tradimenti.

  • 25 luglio alle ore 10:28
    2014

    Come comincia: Un uomo, a volte è freddo e distaccato, riesce a ferirti di più con i suoi atteggiamenti, che con le parole. Ti disperi per colpa sua, per giorni,settimane, mesi, mentre lui non è capace di versare una lacrima per te. Se tradisci la sua fiducia ti reputa troia, se è lui a tradire la tua, è un figo. Lui sorride spesso anche quando tu piangi e ti disperi. Lo vedi disperato solo se gli hanno graffiato la macchina o la moto. Se lo lasci dirà a tutti che ti ha lasciata, se gli dici che hai dei casini per la testa, che sei confusa, ti lascia. Se sei gelosa dice che sei paranoica, se lo è lui è perchè non si fida di te. Se litigate spesso è perchè c'è troppo amore. Se lo ami troppo ti darà dispiaceri, se non lo ami ti senti spenta. Se ti tradisce non è detto che non ci tenga più a te, ma ti sta lasciando lo spazio di cui hai bisogno e intanto va a sfogare le sue voglie con le troie. Se non ti cerca è perhè non vuole essere seccante. Se ti lascia, fidati, non l'ha fatto definitivamente, a volte vuole metterti alla prova per vedere fino a che punto lo ami, poi torna, altre volte lo fa per non essere lasciato. Quando un uomo ama veramente lo fa esattamente come la donna, anzi a volte anche di più e soffre di più. Se lo lasci, quelle lacrime che non vedi sgorgare dai suoi occhi, sono presenti nel suo cuore. Sai perchè? Perchè per lui la sua donna è la sua ragione di vita e anche se dice che sei complicata, lui lo è di più.

  • 25 luglio alle ore 10:10
    Lui ...

    Come comincia: Lui mi diceva ti amo, mi parlava del futuro che avremmo avuto insieme e della famiglia che avremmo costruito. Mi accarezzava il viso, condivideva le giornate e i sentimenti insieme a me. Quando l'ho lasciato ha pianto, mi stringeva forte a sè per non lasciarmi andar via. Se guardo al passato faceva il geloso se altri uomini mi guardavano, mi baciava, mi incoraggiava quando avevo paura. La sera quando mi accompagnava a casa e mi augurava la buonanotte, andava con la troia a mia insaputa. Io mi domando: "Come si fa a mentire così spudoratamente? Come può un uomo che dice di amarmi, fare tutto questo? Io non riesco a capire!"

  • 25 luglio alle ore 10:07
    2013

    Come comincia: Quanta strada, quante lacrime e quanto dolore ho dovuto percorrere per arrivare ad essere ciò che sono oggi. Non rimpiango nulla, perchè ogni cosa fatta mi ha insegnato davvero qualcosa, se in passato ho amato chi non meritava e se ho ricevuto ingiustizie e i torti da gentaglia infame, invidiosa e cattiva, ha solo fatto in modo da rafforzare me stessa e ha fatto di me la stronza che sono oggi, devo dire grazie a tutto quello che ho vissuto e devo ringraziare gli infami. Ben venga il mio essere stronza perchè ho capito che tutto serve nella vita, anche questo serve per andare avanti!

  • 22 luglio alle ore 9:59
    Ciao Raffaella, ho qualcosa da dirti

    Come comincia: Mi fa riflettere la festa della mamma. Io sono stata figlia di una prima mamma che mi ha lasciata quando avevo solo 13 anni, e poi sono stata figlia di una seconda mamma, mia sorella maggiore che ha 16 anni più di me. In seguito sono stata mamma di Raffaella e lo sono ancora, in teoria, lo sono ancora. Il destino però ha voluto rendermi nuovamente figlia, figlia di mia figlia. Sono faccende private,direte, sì sono faccende private che però a volte meritano di essere conosciute. Mia figlia mi ha festeggiata, mi ha portata a fare una lunga passeggiata in moto, un fatto goliardico che forse capiterà ancora o forse no. Ma mia figlia mi accompagna, mi soccorre, sopporta la mia insofferenza alla dipendenza, anche da lei, sì anche da lei, tace di fronte alle mie crisi di orgoglio, misura le risposte e gli umori, controlla che le dita delle mie mani non siano cianotiche e, se lo sono, mi sgrida perché tengo l'ossigeno "troppo basso". Mi porta a fare le analisi,
    a fare la spesa, a fare le visite, e si occupa anche di Paolo, facendo per lui tutto quello che io non riesco a fare. Le nuvole che incombevano sul nostro percorso, nuvole ce ne sono sempre, discussioni quasi sempre vane e inconcludenti, picchi di testardaggine a volte incontrollabili conditi da frasi sibilline e mai pensate veramente, non ci sono più, tutto sparito. Io e lei, lei e io. Noi stiamo combattendo la stessa battaglia, la mia, e ciò che mi sorprende è che questa battaglia lei l'ha fatta sua trasmettendomi tutta la forza che a me adesso manca. E' finito il tempo dei battibecchi, adesso è il tempo di stare insieme, di ridere molto, come ridono molto le persone che pur condividendo un problema enorme, non vogliono trascurare neppure un attimo di attenzione per la vita in tutti i suoi aspetti, anche quelli più ironicamente bastardi. Le sensazioni sono più che mai a fior di pelle e l'osservazione della vita altrui si è affinata, gli eventi hanno perso il potere di affossare, e si guarda da fuori, da un osservatorio privilegiato, perché è da privilegiati poter allungare lo sguardo sul resto, su tutto il resto, sentendosi coinvolti non già dal dramma ma soltanto dalla comicità, la sottile comicità di cui tutto è impregnato, la triste comicità che si è spogliata della sua tristezza mantenendo per se stessa soltanto il grottesco. E perciò sì, io e Raffaella ridiamo molto, insieme. In questo immenso casinò ( e casino) che è la vita siamo sedute al nostro tavolo da gioco e il nostro croupier lascia scivolare la pallina nella roulette. "Rien ne va plus". I giochi sono fatti e qualunque cosa noi siamo, ne siamo il risultato. Ho sempre pensato che i genitori debbano occuparsi dei figli sempre, se i figli lo desiderano. Non ho mai pensato che sia scontato e automatico che i figli debbano occuparsi dei genitori. Sono perciò molto riconoscente a mia figlia che si occupa di me con così tanto amore, e la ringrazio pubblicamente: grazie di tutto, Raffaella.

     

  • 20 luglio alle ore 1:21
    Storia breve dell' infermiera di paese

    Come comincia: Ecco che ritorna il bel tempo del tempo brutto. Una bottiglia di vino e due fette di prosciutto come compenso per una iniezione. Ti ricordi? Mi ricordo Annam? Sì, mi ricordo quando andavo per i campi e le lunghe strade sterrate accecate di sole con in fondo il colore del mare per portare le mie mani a quei corpi sofferenti e vecchi. Non avevano soldi da darmi ma mi riempivano borse di omaggi, omaggi alimentari. 
    Tornavo a casa con lo zucchero e il caffè e la bistecca appena macellata e i funghi freschi e patate e frutta.
    Andavo a piedi con gli scarponcini dalla suola più volte incollata ma sempre lucidi di cromatina, il mio cappotto con la mantellina che in caso di pioggia sbottonavo dalle asole e diventava il mio ombrello. Avevo sorrisi nelle tasche dove riparavo le mani fredde e viola e chiavi di case, della mia e di quelle dei miei malati. Me le davano fiduciosi le loro chiavi, e io arrivavo puntuale all’ora di colazione per preparare un po’ di latte col caffè che offrivo loro come fosse il pasto di un re e poi li lavavo, li massaggiavo, e raccontavo cose belle per accendere un sorriso nei loro occhi spenti. Mi aspettavano, i miei malati, senza sveglie né orologi, sapevano quando era l’ora in cui sarei arrivata. E sollevavamo il corpo stanco e maltrattato dal tempo afflitto colorando di chiaro il loro momento di cure e attenzioni. 
    Compresse, iniezioni, bendaggi e bisturi per le zone in cancrena, sorridevano alle mie parole, ai miei racconti romanzati di fatti veri e piccoli ma ingranditi, ironizzati per suscitare il loro riso. Ridevano i miei malati e mi benedicevano, benedizioni per le mie mani calde, a bollore dicevano, le mani a bollore che risucchiavano ogni loro male e lo gettavano via, lontano dai loro corpi. Ah! I miei malati che mi consegnavano il loro dolore fisico e morale affinché lo portassi via, ad annegare nel mare, a bruciarlo nelle sere di falò sulle spiagge gremite di marinai appena rientrati dalla pesca. Mi consegnavano i loro mali e un chilo di zucchero e magari le due tazzine del servizio ormai spaiato che con cura tenevano come importanti cimeli di grande fattura nella credenza, però me le davano, con amore e malizia mi hanno dato due tazzine perché chissà, fuori, tornando verso casa potrei incontrare un uomo, un principe azzurro che di azzurro potrebbe colorare il mio solitario andare. Sì, è per questo che Amina mi regalò le due tazze del servizio ormai spaiato e morto di porcellana inglese; nel rigo d’oro vedeva la corona dell’immagine di me ridente insieme ad un sorriso di uomo. Si dilettò a raccontarmi della perfezione di quelle dita che strinsero i manici di quella tazza che mi mostrava: dita affusolate d’uomo molto colto ed elegante, che non conosceva calli da zappatore, ma la seta delle pagine dei tomi che a getto continuo leggeva, mai affettato però se pur distinto e di buon linguaggio, dotto e forbito, uomo che per lei nutriva un grande amore nascosto eppure svelato ai quattro venti, sussurrato, urla sussurrate ai venti per un amore che mai avrebbe potuto consumare. È bella Amina mentre rievoca queste cose, si rianimano le tazze e la stanza buia e grigia di polvere antica diventa ridondante di suoni e luci a festa e fra tanti ospiti cinerei si illuminano le due figure, lei e il capitano, bello nella sua divisa bianca e blu. La mano inguantata stringe quella tazza e poi si sveste per stringere la delicata mano di Amina e l’accarezza, accarezza il viso e il ricciolo ribelle che ribelle non è, è inanellato sulla fronte a bella posta, per farsi accarezzare, e tra la ciocca e la fronte ben poco è lo spazio per poter consentire alle dita di lui per non poggiarsi sulla pelle in un elettrico frammento di istante, un istante lambito dal calore della mano d’uomo sulla tenera pelle del viso di una giovane e bella Amina, istante che è rimasto impresso sul manico della tazzina e sul suo bordo l’impronta di un bacio che mai toccò la bocca di Amina. Amina, Amina ora sfiora la tazza con le sue dita raggrinzite dall’artrite, accarezza il bordo poi lo porta alle labbra e torna giovane donna innamorata, nel suo cuore pulsa lo stesso sangue giovane che irrora il corpo in un fremito di piacere e accende la gioia rimasta chiusa nel cassetto dei ricordi. 
    Quella tazza era una storia, era un film a lento tempo fermo su quel ricciolo accarezzato, su quelle dita scivolate sulla pelle del viso di giovane donna ora rugoso e spento che per un attimo si è riacceso, per il tempo del racconto si è illuminato di quel tempo fermo fra le rughe e le ha ringiovanite. E quella tazza me l’ha regalata, due tazze, l’altra è riservata a me per quando mi innamorerò di un capitano bello e colto ed elegante e con lui, fra sguardi d’intesa amorosa e lievi carezze rubate, sorseggerò il caffè. 
    I miei malati, quante storie belle ora racchiudono fra le piaghe cancerose i miei malati, e quanta storia mi porto a casa racchiusa in quelle tazze che non userò mai, che guardo oggi vedendo l’ ieri.
    Ecco, che ritorna il bel tempo del tempo brutto. Una bottiglia di vino e due fette di prosciutto, oggi, come compenso ad un ago infilato nel gluteo di una donna ammalata oggi, ma che domani guarirà perché è giovane, lei è giovane e guarirà, lei l’accompagneranno le mie mani a bollore e i miei racconti sereni e le mie dita precise sulla siringa.

  • 18 luglio alle ore 15:04
    2013

    Come comincia: Fregatene di quello che dice la gente, non ti curare delle cose che non vanno nel verso giusto. Fregatene di chi invidia la tua vita, lo fa perchè vorrebbe essere al tuo posto e l'unica cosa che gli rimane da fare è puntarti il dito contro e giudicarti, si sà è solo invidia. Fregatene di chi non è capace di distinguere i fatti dalle parole e dice di essere coerente. Fregatene perchè qualsiasi cosa farai troverai sempre chi avrà da parlare, ma tu continua per la tua strada.

  • 18 luglio alle ore 14:53
    2014

    Come comincia: Io ce l'ho fatta, puoi leggerlo nei miei occhi, mi sento più bella adesso. Dopo aver versato troppe lacrime per lui, per la sofferenza che mi ha recato, ora mi ritrovo uno sguardo più vero e più limido. Questi stessi occhi hanno visto l'amore frantumarsi e hanno visto lui andar via con un'altra. Questi occhi appartengono a chi ha tanto amato e perso. Le mie mani non tremano più, le uso solo per spostarmi i capelli dagli occhi, per sfogliare le pagine di un libro. I miei piedi non sono più indecisi nel proseguire il cammino, ma sono pronti per avviarsi a seguire un nuovo amore, per mettersi in discussione, sono pronti ad inciampare un'altra volta nel grande labirinto dell'amore, sono pronti ad ascoltare nuove bugie. I miei piedi hanno saputo rialzarsi e oggi sanno dove dirigersi, hanno la forza di rincorrere i sogni a cui aspiro, adesso cammino senza paura. Le mie notti sono dolci, non più insonni come prima, ora vivo di speranza, sorrido, abbraccio le persone a cui voglio un mondo di bene. La mia vita è nelle mie mani, decido con la mia testa, tutto questo l'ho imparato dopo essermi persa e, credetemi, se vi dico che non è stato facile superare. Un amore che si perde non è mai facile. Decidere di ricominciare una nuova vita, non è mai facile. Oggi posso dire che ce l'ho fatta. Mi sento bellissima, mi sono vestita dei miei tanti sbagli, con la mia nuova forza e anche se ho perso l'amore, non ho perso la voglia di amare.

  • 18 luglio alle ore 14:52
    2012

    Come comincia: Sono felice, sto bene e vivo alla grande, questo da fastidio a chi non mi sopporta. Il mio sorriso è motivo di rabbia per chi vorrebbe vedermi a pezzi, distrutta e chiusa in un angolino, ma nessuno potrà spegnere il mio sorriso, la mia forza, la mia voglia di vivere, l'amore che ci metto nelle cose che faccio e la grinta con cui perseguo i miei obiettivi. Io sprigiono vitalità da tutti i pori, amo divertirmi e i momenti felici li condivido con i miei veri amici. Sorrido alla vita e apprezzo tutto quello che mi da. Alla faccia di chi mi odia, io vado avanti senza curarmi minimamente di loro, che vorrebbero vedermi strisciare e implorare aiuto!