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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 18 febbraio alle ore 1:12
    L'incontro

    Come comincia: Al porto quel giorno Chiara volle esserci anche lei ad accogliermi.
    Insieme a Nino un caro amico di famiglia, quella famiglia che avevo perduto in un bruttissimo incidente, dal quale solo io rimasi illeso ma questa è un altra storia.
    Durante questo viaggio non feci altro che ripensare, che finalmente avrei potuto vedere un volto amico, una cara persona che mi riportava a quelle che erano le mie radici, a quella parte integrante di me.
    Vi era un sole caldo che confortava! Nino mi vide, mi chiamò ad alta voce agitando le braccia, ma ad attirare la mia attenzione fu anche quella giovane donna al suo fianco, che con fare garbato se ne stava li indossando una gioia celata, con quella felicità di condividere quel bel momento come se attendesse da tempo di vedere quel qualcuno, che lei fino al giorno prima aveva potuto solo immaginare. Mi attendeva come se fossi stato un caro amico.
    Mi avvicinai stringendo Nino in un caloroso abbraccio, quanti gli anni passati, ma lui mi disse che mi avrebbe riconosciuto tra tanti.
    Restò in tanto il come, sul fatto stesso di come avesse fatto a riconoscermi, visto che non ero più il bambino che vide l'ultima volta.
    Mi presentò Chiara sua nipote! Persona timida, bella come quelle parole che non riesci a dire e a trovare in tali circostanze.
    Forse la mia felicità nasceva in quell'istante! Non avrei potuto fare più a meno di quel viso, dei suoi occhi, del attimo in cui avrebbe sorriso ed incantato così la mia anima.
    Passarono i giorni, dei giorni belli, ed avevo costruito in così poco tempo, un pizzico di tanta desiderata felicità.
    Non mi sentii affatto un ospite in quella tenuta, ma giunse il giorno della partenza.
    Preparando i bagagli, speravo ancora in un gesto, che io non ero in grado di fare, ma in quei giorni mai un accenno da parte sua, mai un segno che potesse far capire un qualcosa in modo chiaro, in modo che io potessi spiegarle.
    Per Chiara forse, anzi di certo, ero un amico. Solo un amico caro!
    Arrivammo al porto, stavo per andare via con dentro di me, un forte sentimento taciuto, di certo il più forte che avessi mai provato prima.
    Salutandoli sulla banchina del molo, mi celavo dietro un sorriso, amaro come non mai.
    Ci rivedremo Andrea... stai tranquillo, così mi diceva Nino facendomi pensare ad un probabile ritorno ad una sua disponibilità sempre presente. Mi raccomando riguardati!
    Sapevo, andato via che fossi, quello sarebbe stato un addio.
    La nave parti non potei più scendervi, ma trovai il coraggio di gridare una parola rivolta a lei, non ti dimenticherò
    Il pianto in tanto inizio a sgorgare imperterrito da gli occhi di Chiara.
    Non potei dimenticare quello sguardo disperatamente affranto. Son passati anni da allora, ed i suoi occhi di un azzurro così intenso sono ancora qui impressi nella mia mente, lucidi più che mai. Laghi profondi bisognosi di quiete.
    Apparentemente esile nel suo aspetto, così elegante nel suo portamento, capelli neri, raccolti e sempre in ordine, la sua pelle come il suo nome, delicata, quasi evanescente bella come il petalo del ramo di pesco, come le cose più irraggiungibili e quindi le più desiderate.
    Una donna estremamente sensibile dall'intelletto poderoso, capace di suscitare emozioni ineguagliabili, vivacemente forti, così da farti perdere completamente la testa e follemente innamorare.
    Restò il fatto che ci siamo ritrovati e da qui non ci siamo mai più perduti.

  • 13 febbraio alle ore 9:03
    Giornata mondiale della radio

    Come comincia: E’ un gesto rapido, forse anche elegante nella sua sinuosità quasi impercettibile, ma il misfatto è compiuto. La mia compagna Ida mi ha spento la Radio! Fosse casa o in auto o in ambulatorio. Si, lo confesso, ho vissuto di radio e lo faccio ancora. Scrivo queste righe mentre il terzo programma mi ricorda la ricorrenza. Il primo ricordo? Cinque anni, non vedo l’oggetto a Villa Adela, ma sento il tamburo iniziale di Radio Londra e l’angoscia dei miei parenti.  I tedeschi accampati nel nostro salotto e i miei genitori sotto una coperta per non far fuggire i suoni ascoltano notizie sulla guerra da una stazione radio clandestina. Sempre alla medesima età, io gioco tra la ghiaia del giardino con una piccola palla di celluloide (?!) che non salta. La guerra è finita. Mimo il gioco del calcio sulla radiocronaca di Nicolò Carosio che papà sta ascoltando nello studio. A scuola brani a memoria su Mazzini, Fratelli bandiera e Guglielmo Marconi! Mamma mi raccontava della sua gioventù bene a Livorno. Aveva conosciuto Elettra, la figlia di Marconi che era in vacanza sul panfilo del padre con il suo nome. Nel dopoguerra le sere in cucina, i gomiti sul tavolo di marmo, mentre Nunzio Filogamo presentava i dilettanti. Silvio Gigli! Volti tesi all’ascolto, commenti minimi per non sopraffare l’ascolto. L’adolescenza e la separazione dalla famiglia: la mia prima radio a “galena” con cuffia. Un paradiso delle mie notti. Un ago su di un luccicante cristallo sapeva cercare stazioni nel mondo. Quel giorno che un impiegato di mio padre a tavola di un ristorante genovese tirò fuori una delle meraviglie della mia gioventù: la radiolina giapponese, un microscopico gioiello. Poi adulto, la Satellite 2000 che ancora ascolto. Portatile, tenerla sulle spalle in villaggio Valtur, d’estate dava acchiappanza sicura! In questa casa, dove abito del 1890 che la vide nascere nel 1901 ne tengo accese a volte quattro contemporaneamente su programmi diversi.. Per Ida, quando arriva, è una fatica spegnermele.
     

  • 06 febbraio alle ore 10:42
    Intorno ad un (mio) aforisma

    Come comincia: Una regola non scritta, ma usuale, stabilisce (o forse, chissà, sarebbe meglio usassi il termine "sentenzia"!) che un autore, poeta o romanziere che sia, o comunque un artista in genere, non debba mai spiegare agli altri quello che scrive o compone: debbono essere gli altri (coloro che lo leggono, che osservano le sue opere, lo ascoltano, etc.) a rendere una interpretazione del suo operato, a giudicarlo, pena...ne andrebbe della sua umiltà, in contrario caso! Ma io questa volta voglio derogare alla regola non scritta, ovvero voglio permettermi di essere scarsamente umile. Una volta un amico mi disse: "Luciano, nella vita devi essere umile, bisogna esserlo!". Non so se avesse ragione o meno, ma alla luce di quello che è accaduto dopo, non mi interessa oramai più di tanto. Forse, chissà, non era un amico: l'amico vero non ti ammaestra, non sciorina di fronte a te i suoi insegnamenti, ti prende e ti accetta per quello che sei, coi tuoi sbagli e le tue virtù, con le tue manie e le tue ossessioni, i tuoi difetti e i tuoi alti e bassi. Non è facile questo, lo so, ma se deve essere tale [amico] dev'esser così, a mio modesto avviso! Eppoi, mi sento di affermare che "il medico mai mi ha prescritto dosi di umiltà" nelle sue ricette: per lo meno non mi ha mai detto di essere umile vita mia natural durante, sempre e comunque. Ma torniamo al nocciolo della questione. L'aforisma che voglio commentare lo passai sul blog qualche tempo fa (sinceramente non sono andato a rivedere la data, ma non è importante questo!), era il seguente: "Odio la primavera perché finisce, ma non la baratterei mai con l'inverno". Sin da bambino, infatti, ho nutrito una sorta di idiosincrasia (termine forse poco digeribile per alcuni: non preoccupatevi, trattasi - né più né meno - di avversione per qualcosa!) per tutto ciocché si consuma, a causa del tempo o magari, semplicemente, per causa della "ruggine" stessa (a volte, infatti, anzi spesso, è proprio la maledetta ruggine che fa trascolorare ogni cosa, nè toglie ad essa l'ancestrale colore!), degli agenti atmosferici, dell'uso stesso che se ne fa (da un semplice oggetto, un soprammobile, un utensile casalingo o da lavoro, a una giacca, una maglietta o un'altro capo d'abbigliamento); per ogni cosa che si perda o vada via, per qualsiasi cosa che finisca. A volte, mano a mano che il tempo scorreva inesorabile davanti a me ed io - inevitabilmente - sono cresciuto (anagraficamente s'intende, ma anche fisicamente e forse, chissà, intellettivamente nonostante per molti sia un tipo strano - alcuni mi hanno giudicato essere "immaturo", anche, per via di questo mio lato caratteriale, diciamo un po'...andanseuse!!!) arrivando anche ad odiare le stagioni (la primavera, in particolare) e la vita stessa: proprio per il loro senso sfuggente (e sfuggevole) di bellezza che portano in sé, misteriosamente racchiudono, il loro trascolorarsi agli occhi di chi le guarda, la loro insita peculiarità di finitudine (e finitezza) che appartiene, del resto, ad ogni cosa (e ad ogni evento) passi su questa terra. Pur essendo, a volte, cupo e malinonico nei miei pensieri (e nel mio essere: ma il mio essere non lo cambierei con nulla al mondo!) tal quale alla fredda stagione (l'inverno), tuttavia essa [la primavera] non è possibile scambiarla o barattarla (appunto) con altro: mai lo farei, infatti, men che meno con l'inverno!

    Taranto, 5 febbraio 2021. 

  • 06 febbraio alle ore 8:26
    Nuova biografia

    Come comincia: BIOGRAFIA Cesare Moceo é nato a Palermo da una famiglia dove la ricchezza era una solo una realtá chiamata dignitá,dove,sono sue parole, l’educazione era affidata “alla cinghia dei pantaloni”.In una adolescenza vissuta di stenti riesce a proseguire gli studi concludendo il liceo scientifico col diploma di maturità e iscrivendosi in seguito alla facoltá di Medicina e Chirurgia,che abbandona dopo il biennio a causa di una sopravvenuta crisi interiore che si risolve con l’aiuto del fratello Pietro lavorando insieme nella ristorazione e divenendo ben presto ambedue importanti e di riconosciuto talento in quel settore.È di quel periodo la nascita della sua passione per la scrittura e per la poesia.Nel 1978 conosce la donna della sua vita,Concetta Cerniglia cefaludese doc,una signorina dolce e sincera che a diciassette anni sacrifica la gioventú per unire la sua sorte a colui con il quale ad oggi sta giá da quarantuno anni, donandogli due splendide figlie Manuela e Vanessa. Adesso,Cesare Moceo vive ed opera a Cefalù, ha compiuto 67 anni ed é marito padre e nonno felice.La sua carriera poetica é ricca di soddisfazioni;é presente in molte antologie (circa 70) che raggruppano affermati e emergenti poeti italiani.Diversi i premi che ha ricevuto nel corso degli anni. Ricordiamo: con la poesia «Il mio essere nonno», è stato premiato a Trevi al primo concorso «Poeta anch’io». Un'antologia nella quale è presente con una sua lirica è stata donata al presidente del museo egizio di Torino.A Roma, è stato premiato con la poesia «In corsia» scritta in occasione dell’intervento chirurgico al cuore che ha subito qualche tempo fa.La sua lirica “La leggerezza dell’essere” è stata premiata con la Menzione di Merito e la Lode alla creatività al 2° concorso nazionale Vox Animae. La sua poesia «E mi accorgo di essere un nuovo povero» ha ricevuto la menzione di merito al Premio Nazionale di Poesia e Narrativa “Città di Genazzano”. La sua poesia «Siamo anime sfuggenti» fa parte in un’antologia dedicata a Papa Francesco e donata al Santo Padre che ha apprezzato con una lettera di ringraziamento al curatore.la sua poesia "Il buio dinanzi la siepe", incorniciata,è stata esposta insieme ad altre nelle sale del Museo Fondazione Venanzo Crocetti a Roma. Una sua poesia sul Natale é stata studiata dagli scolari di una scuola primaria di Palermo. Un’antologia contenente una sua poesia è presente nella biblioteca dell’esimio giornalista e importante conduttore televisivo Maurizio Costanzo.Con una sua lirica scritta per la poetessa Alda Merini,inserita in un’antologia a Lei dedicata,é presente con la stessa presso la sua casa-museo ai Navigli in Milano.Nel settembre 2018 gli é stata assegnata dall’associazione culturale “I Rumori dell’Anima” di Roma la targa alla carriera per meriti poetici.Ultimamente ha ricevuto un encomio dall’associazione Caffe Letterario di Cefalù per una sua poesia sulla Shoah. Insignito per quattro anni consecutivi del riconoscimento di cefaludese dell'anno per meriti culturali,dal febbraio 2021 è stato iscritto nell'albo d'oro dei Poeti Contemporanei Italiani Cefaluart e menzionato nell'enciclopedia nazionale 3° vol.dei poeti contemporanei della stessa Cefaluart .Ha pubblicato per lungo tempo le sue poesie sul giornale della sua Cefalù

  • 04 febbraio alle ore 19:39
    Genova per noi

    Come comincia: Provaci a tornare, ogni tanto, nella tua Genova, se vivi lontano da lei. I colori delle sue abitazioni, ti verranno incontro per primi. Tenui pastelli, in una vasta gamma, a cui non saprai dar nome, ma solo riconoscere dal tonfo al cuore, che ti raggiungerà alla prima visione. Quelle mura arabescate, quelle finestre trompe-l’oeil, disegnate solo per non perdere il ritmo di una visione attesa. Tetti d’ardesia, grigie piramidi nel cielo turchino, che si accendono al sole. Ti sorprenderà di ritrovare la presenza immediata delle colline, a chiudere in un abbraccio la città. Quell’abbraccio sicuro e verde, che ti sarà mancato, se avrai avuto la disgrazia di vivere in un mondo piatto. Il verde della natura scende all’azzurro del mare. Due colori che ti porti dentro per tutta la vita, se sei genovese e di cui hai perenne sete. Alberi, fiori, parchi esuberanti faranno da collante alla scena. Improvvisi, quasi inattesi, arriveranno i ricordi. Ti verranno incontro come fantasmi. Una strada, un nome, un’insegna, un profumo, un sapore. Un vagare disordinato nella memoria, alla ricerca di voci, volti, momenti, che hai perso nel tempo. Vi hai lasciato la tua vita sino ai vent’anni, il meglio che ti è stato concesso. E resti in bilico in una riflessione che ti disarma. – “Se fossi rimasto. Se avessi disubbidito alla mia famiglia?” – Avrei perso un’altra vita, un altro mondo. E sai rassegnarti.
     

  • Come comincia:  - Personaggi: un cane ed un gatto; poi...una voce narrante (cioè: che narra, inizialmente intorno ai personaggi stessi, sul luogo della scena e sulla descrizione; a volte, pure, interviene intromettendosi nel dialogo; mentre lo fa, alla fine del dialogo stesso, soltanto per concludere vestendosi a guisa di pretuncolo...col tirar delle somme e suggerir la morale); infine, un Dubbioso o Malinconico (lo è molto meno del dubbio...), sempre fuori campo, quasi sempre si intromette nel dialogo dopo la Voce narrante (a differenza del dubbio, però, e della Voce narrante, non si pone domande: semplicemente, egli rompe le palle!) ed anche il Bardo, cioè, colui che dice (mette) la parola FINE.   
     - Luogo della scena (la prima scena: le altre, dopo la prima, sono in altro luogo) e descrizione, ad opera della voce narrante.
     - Voce narrante: Da un bel po' il sole è tramontato (di tanto in tanto lo fa: magari per         non incrociarsi colla luna...in tal caso sarebbe eclissi solare, di luna, di sole allunato o     di luna che ha preso un abbaglio?!); in un vicoletto nascosto (non si sa se esso sia         cieco, però) e poco frequentato (nonché abbastanza putrido) d'una strada della città       grande (qualsiasi grande città della terra potrebbe andar bene!), ovvero frequentato       da ratti e da cattivi odori; ricco di cattive soprese, pertanto. Colà, (casualmente)               vanno ad incontrarsi (per fortuna non si scontrano, come spesso accade a soggetti         della loro specie, quadrupedi: i quali, pur non avendo corna...quando lo fanno                 succedono "botte da orbi"!) un cane (Randagio...molto) ed un gatto (Sveglio, ma non     troppo): lo fanno senza luci ed ombre (cinesi) ad intromettersi tra loro.
     - Cane: Ciao! Cosa ci fai, quì, a quest'ora, in un posto di mer...come questo? Non mi                    sembra proprio sia adatto a uno come te...sei tutto pulito e profumato! Io sono                Randagio, di nome eppure di fatto. Tu come ti chiami?
     - Gatto: Beh, forse hai ragione tu! Son capitato quì, per caso, per il mio bisognino...un                  fatto di natura! Piacere di conoscerti: io sono Sveglio, di nome ma no di fatto                     perché dormo metà della giornata e nell'altra metà ozio e mangio ciocché                       passa il convento...pardon, mi da il padrone!
     - Cane: Ah, d'accordo! Fortunato te, allora! Io mangio quando capita (Voce narrante: Il               cane è davvero pelle ed ossa: più pelle che ossa, a dire il vero!), quel che                       trovo in discarica o tra i cassoni del pattume, come questa sera: a volte                           qualche osso, pure, da spolpare (Voce narrante: Chissà, il povero cane, riesce               a trovare anche qualche ossa umana, tra un osso e l'altro...parrebbe cosa                       difficile assai, però, visto che quelle son già tutte belle e "spolpate", ancor                       prima che qualcuno le trovi!) o un po' di minestra, che mi lasciano in scodella                   persone del quartiere: è dura, sai, sbarcare il lunario senza ossi da                                   spolpare...niente di nulla da mangiare! Ma un tempo, credimi, non era                             così...bistecca (Voce narrante: senza osso?!) due volte a settimana eppoi                       spaghetti con polpette, ogni giorno, ossobuco e trippa alla domenica. Una vera               pacchia, per la mia bocca ed il mio ventre: lei non era mai sazia e l'altro non                   restava mai vuoto! Il padron mio l'era proprio un gran bel Signore: ne ha                         spolpato di gente...ossa, lui!
     - Voce narrante: Chissà, se il gatto afferri il senso delle parole del cane? Onori, glorie e               fortune non sempre spettano in vita a tutti - e per sempre. Queste,                                   dicono, che ognuno se le debba meritare: ma il cane, ahilui!, cosa                                   mai avrebbe fatto di male (e, soprattutto, a chi?) per non meritarsele?
      - Dubbioso o Malinconico: Ma si sa, gentilissimo pubblico, come gli stràli dell'avversa                 sorte non conoscano la bussola e si scaglino sovente in ogni direzione: a volte,               però, colpendo in maniera alquanto stramba, irriguardosa e                                               malevolmente...cinica.                   
    - Gatto: E poi, su, dimmi Fido...pardon, Randagio, cosa ti è mai capitato?
       - Cane: Beh, son caduto in disgrazia, il mio padrone è morto e...in quattro e quattro                   otto mi son ritrovato per strada, ramingo e a far la fame. Così io, un Randagio                 di nome, ahimé!, come ben tu vedi, lo sono diventato anche di fatto: è dura,                     sai, senza ossi da spolpare. Lo è davvero, credimi! M'é misero, l'é proprio una                 vita grama, la mia...un tempo ero come te, lustro tutto ed anche pulito; giravo                   al guinzaglio del padrone, ma almeno ero sempre con la pancia satolla e non                 dormivo sotto il cielo come faccio ora!
       - Voce narrante: Cazzo, però!
       - Dubbioso o Malinconico: Che sarà mai? Roba di poco conto, in fondo!
       - Gatto: Ma dai, su, non far così! La ruota gira nella vita, sai? Hai trovato me, se vuoi                  posso aiutarti e farti un po' di compagnia, adesso: almeno non sarai più solo!
       - Voce narrante: Sarà vero? Che strana combinazione! A volte, forse...capita!
       I due si fermano un attimo dal parlare...qualcuno, dal balcone d'una casa che da sulla  aperta strada, di fronte al vicolo in cui si sono incontrati, ha lanciato verso di loro qualcosa...è proprio un osso (così parrebbe essere, a prima vista). Il cane, allora, va verso l'osso, lo imbocca e poi torna nel vicolo dove lo attende il gatto. Riprende il dialogo.
    - Cane: Toh! Hai visto? Ogni tanto qualcosa di buono piove anche dall'alto! Ma cosa                    mi dicevi?
     - Voce narrante: Non è poi granché, quello che è piovuto...non è pioggia né grandine,                neanche la manna; contento lui! Ma si, è sempre meglio che nulla, in fondo!                    Meglio della pioggia e della grandine, non occorre neanche l'ombrello per                        ripararsi quando piovon giù dal cielo i miraco...gli ossi! 
      Il Gatto riprende da dove aveva interrotto.
     - Gatto: Ti aiuterò, eppoi, se ti va, qualche volta faremo una passeggiata insieme...Ti                  va di venirmi a trovare?
     - Cane: Si! Certo che mi va! E' sempre meglio del contrario...che non lo faccia tu, io                  non sono mai nello stesso posto ed a lungo, tanto a lungo da poter essere                      trovato da qualcuno. Sono un randagio, non dimenticartelo! Dimmi, Sveglio: il                  tuo padrone vorrà tutto questo o farà problemi?
     - Gatto: Ma no! Certo che no! Lui sarà contento e non farà nessun problema, vedrai! Il               mio padrone è un buon cristiano (Voce narrante: Sarà vero? Ma è un buon                     cristiano solamente? Oppure è anche democratico?) ed anche democratico                     (Voce narrante: Beh, beh! Allora si che siamo a posto! Il suo padrone è un                       democratico cristiano!). Gatti  e cani, cani o gatti per lui son tutti uguali.                           randagi, lustri o figli di putta...di cagna, senza famiglia oppure senza                                 nome che siano non fa differenza alcuna. Tratta tutti in egual modo: i cani                       son per lui come gatti e quegli altri come fossero cani. Mica roba da                                 piange...ridere, cosa credi?
     - Dubbioso o Malinconico: Mi sa che il gatto è proprio impazzito, no, no, è rinsavito                     eppoi...non mi pare neanche tanto coglione! Sembrerebbe aver proprio                           ragione, e dicasi sembrerebbe senza dubbio. Il suo padrone potrebbe essere                 davvero diverso da tutti gli altri padroni, che sono come gatti e cani, a volte;                     come quei gatti e quei cani cattivi che si azzannano tra loro per spolpare l'osso               di qualcun altro. Questo padrone è un cristiano democratico dal cuore tenero;                 anzi, è un democratico cristiano borghese dal cuore tenero, evidentemente, e                 no un democratico cristiano borghese e basta! Parrebbe non essere neanche                 più di tanto...imborghesito: a differenza del gatto! Sarà forse la pancia piena,                   che fa questo effetto, a volte, sui cristiani...sui gatti!
     - Cane: Va bene, allora! Mi hai convinto, ci sto! Ci vedremo qualche volta, a casa del                   tuo padrone.Ti verrò a trovare. Vivi da solo, con lui?
     - Gatto: No! Non sono solo! Con me c'è un'altro gatto: è femmina, si chiama                                 Dormiente. (Voce narrante: Cazzo! Mi sa che si cucca qualcos'altro, stavolta, il               cane, oltre alle ossa del padro...gli ossi! Dubbioso o malinconico: Siamo messi               male, diciamo che non siamo messi bene tra Randagi, gatti svegli o mezzi                       svegli e metà...dritti, e dormienti!). Viene dalla strada, prima viveva da randagio               come te. Il mio padrone la trovò, sporca ed affamata, lontano da casa, una                     sera, quando rientrava dal lavoro (Voce narrante: Cazzo! E' un padrone che                   lavora! Dubbioso o Malinconico: Non ho parole! Meglio che resti muto, allora!).               Le ha dato quel nome perché mangia dalla mattina alla sera e dorme (pure)                     quasi...nulla! (Voce narrante: siamo al paradosso, mi sa! I padroni sono                           cristiani e democratici, mentre i gatti si rimpinza...imborghesiscono! Dubbioso o               Malinconico: Sono senza parole eppure non dovrei...dovrei averne di cose da                 dire! Dov'è l'inganno? Tra padroni e gatti mezzi...svegli non ci si capisce più                     nulla!). Te la farò conoscere, se vuoi! E' carina, magari, chissà?
     - Cane: Certo! Certo! Non sarai mica geloso? Non voglio rompere le pal...uova nel                     paniere a nessuno, io. Sarò pure Randagio ma il tatto e l'olfatto non li ho                         ancora perduti!
      - Gatto: Non preoccuparti per me, non sono affatto geloso. Lei è carina, dolce e                         simpatica ma a me piacciono i gatti coi baffi e col pisello. Puoi star tranquillo,                   Dormiente ama moltissimo i cani ed andrete d'accordo, vedrai!
      - Voce narrante: Madonna di una puttana santa! Qua le cose si complica...la matassa               forse si sta dipanando?! 
      - Dubbioso o Malinconico: Sarà perché sono Dubbioso...mi nutro di dubbi ed a volte                   non capisco neanche me stesso. Questa volta ho dei forti dolo...dubbi, non                     solo su me stesso. Mi domando quando farà giorno, su questa vicenda...sarà                ora di andare a dormire!
     Scambiate queste parole il cane ed il gatto lasciano il vicolo e si spostano in strada, su un marciapiede vicino. Dopo riprendono a parlare.
      - Cane: Sai, caro gatto, a me non fa specie di quello che ti piace; può piacerti ciocché                ti pare, carote, zucchine, banane ed anche piselli senza baccello...verrò                          proprio a trovarvi; anzi, mi sa che lo farò molto spesso, l'idea di incontrare la                    tua amica gattina assai mi alletta...eppoi, farlo a pancia sazia è tutto un                            luccicar di stelle!
      - Voce narrante: Si! Si! Come no! Evidentemente il cane si riferisce alle stelle che                        luccicano nello stomaco, quando si è innamo...satolli: proprio come le farfalle,                  lustre eppure tutte luccicanti nello stomaco!
      - Dubbioso o Malinconico: Insieme alle stelle, chissà, profumeranno anche le stalle                    piene di mer...se son farfalle fioriranno, come disse il saggio una volta?!
      - Gatto: Ho piacere a sentirti dire quel che hai detto. Conta, in fondo, solo fare quanto                ci piace e no quel che vogliono gli altri si faccia! Ti aspetto quanto prima, caro                  cane. Ora devo proprio andare, ti saluto.
       - Cane: Ciao! Stammi bene pure tu!
       I due, dopo essersi amichevolmente accomiatati, prendono direzioni opposte. Il cane, con calma quasi pia...ossessiva si avvia verso l'opposto marciapiede, il gatto invece va via a passo più solerte: ha degli orari da rispettare, lui...cena e riposo, in fin dei conti, non possono attendere più di tanto! Il cane, poi, giunge in prossimità d'una grossa scatola vuota e si ferma davanti ad essa. Infine la raccoglie colla bocca e la porta via con sé. Si ferma, dopo essere arrivato a destino...destinazione e ci si infila dentro per dormire.
     - Voce narrante: Quando si è a pancia piena ci si innamora davvero d'ogni cosa, a                         digiuno invece è la fame che parla al posto tuo e...a quello dello stomaco,                       delle orecchie, del naso, della gola e degli occhi pure. La fame è nera, ma                       non è mai sorda, né muta, né cieca: ci sente, favella e ci vede pure                                 benissimo! La felicità...fame non guarda in faccia proprio a nessuno: è                             cristiana, democratica e borghese, lei, proprio come i padroni tutti!
      - Dubbioso o Malinconico: Ma quando si è visto o si è sentito dire da qualcuno (che                       cogli stessi suoi occhi lo abbia visto) che le farfalle fioriscono? Casomai,                         muoiono dopo essere sfiori...aver brevemente vissuto, quel poco tempo                           che gli è concesso di vivere in natura; il tempo necessario a non far cose                         inutili e a non sprecar di tempo, che nella clessidra la sabbia è ben poca                         assai e molto presto si consu...passa dall'altra parte. Allora, lei lo usa per                         mettere al mondo altre farfalle, magari sotto le stelle. Nascita, vita, morte,                       senza miracoli e senza domande da farsi né risposte da poter dare. Mi                            domando, però, ora, se la farfalla procrei a pancia piena?!
      - Bardo: La Voce narrante ed il Dubbioso, quei due assieme son peggio dei cani e dei                  gatti divisi tra loro. Meglio che taccian per sempre, meglio è posar sulla                            tomba la pietra...anzi, la pietra tombale e proferir la parola FINE!

                                   = Autocommento = (al Dialogo)
     L'autore, quà, si è (miserevolmente ma anche ragionevolmente) ispirato al teatro dell'assurdo (su tutti il sommo nonché pure magno Tommaso, in arte Beckett), ma anche a certi giovani "arrabbiati" britannici del dopoguerra; infine, ad alcuni autori tedeschi (quelli del "Gruppo 47") e al pazzoide più pazzo di tutti, ossia quel Rainer Werner Fassbinder che sapeva usare il coltello come pochi. Era un romantico nichilista, infatti, lui, anzi, era un nichilista romantico: tagliava, si, ma lo faceva con garbo. Magari, chissà, a qualche compagnia di questo mondo - e di questa epoca - verrà lo sghiribizzo di rappresentare quanto scritto ed al gentile pubblico la pericolosa idea di stare attentamente ad ascoltare. Ad maiora.

     Taranto, 27 ottobre 2020.
     

  • 01 febbraio alle ore 11:45
    Non sparate sulla puttana santa

    Come comincia: La chiamavano tutti la "puttana santa" per via d'un crocifisso d'oro che portava sempre appeso al collo. Il suo vero nome era Jolie, nessuno lo sapeva tranne la sua migliore amica, Christiane. Entrambe bazzicavano il quartiere di Saint-Pauli; entrambe erano scure di capelli: lei, Jolie, mulatta cogli occhi azzurri (suo padre non l'aveva mai conosciuto: dicono fosse sbarcato in città da una petroliera giunta dal Venezuela, trenta e passa anni addietro), l'altra era bruna naturale cogli occhi grigi da gattina impaurita. Ricevevano i clienti per strada, non avevano protettori, e si accoppiavano con loro dovunque capitasse: nelle auto di quelli, in un cantiere edile dismesso, sopra una nave abbandonata al porto, o semplicemente dietro una grande aiuola in un parco. Jolie e Christiane erano inseparabili, come due gatti siamesi; piangevano e ridevano all'unisono persino, sovente erano anche picchiate insieme: era difficile che avvenisse il contrario visto che si tenevano sempre per mano, quando camminavano nel quartiere, tranne...facevano orario continuato, notte e giorno senza sosta: si separavano giusto il tempo che serviva loro ad accoppiarsi coi clienti. Avevano messo da parte un bel gruzzolo, ormai; il loro sogno era quello di imbarcarsi su una nave da crociera per Santo Domingo: il sole, il mare, cielo terso e cristallino dei Caraibi per tutto l'anno. Loro, in fondo, conoscevano soltanto la nebbia dei freddi inverni di Amburgo, la pioggia e quel tanfo di fulìggine delle ciminiere delle fabbriche della periferia nella grande città, il rumoroso frastuono delle gigantesche gru dei cantieri navali al porto; avevano sempre dormito nei quartieri dormitorio della zona est, non facendo altro che battere le strade e fare marchette, sin da ragazzine senza aver mai visto, durante quella squallida vita trascorsa sino ad allora, un pedalò nè una spiaggia dorata o un tramonto in riva al mare. Avevano intenzione di cambiare, lo desideravano con tutte loro stesse: la forza per continuare li veniva di dentro, soprattutto quando incrociavano gli sguardi delle altre ragazze "normali", quando loro stesse si incrociavano con le studentesse liceali o quelle dell'università che parlano nei pub o nei bistrot del centro, oppure mentre si fissavano a spiare le coppiette di giovani fidanzati che limonano seduti sulle panchine dei giardini e degli immensi parchi. Il giorno della partenza era oramai vicino, fissato per l'autunno seguente: all'altro capo dell'oceano sarebbe cominciata invece la stagione del boom vacanziero e del flusso ininterrotto delle enormi navi da crociera provenienti da ogni parte del globo. Una volta sbarcate sull'isola, si sarebbero sistemate nella loro casa di fronte alla spiaggia di Boca Chica (l'avevano acquistata per procura tramite agenzia) e poi avrebbero aperto un piccolo bar insieme ad un amico del posto. Una notte, però, accadde l'imprevisto doloroso, l'imponderabilità del destino o meglio ancora, nel caso delle due ragazze, gli incerti del mestiere: Jolie venne uccisa con due coltellate al cuore. Christiane fu avvertita da alcuni amici, si precipitò sul posto (un vicolo buio) in cui era riverso il corpo esàngue dell'amica: quando si trovò vicina ad essa non pianse neanche un po' ma prese con le sue mani la testa dell'altra, li baciò i capelli e poi la strinse a sé, per alcuni attimi. All'arrivo della polizia, raccontò quel poco che sapeva e che aveva visto prima. Agli agenti poi, ai cronisti e ad alcuni curiosi raggruppatisi sul posto disse ad alta voce (il tono sembrava una sorta di proclama!):
     - Quella ragazza distesa per terra si chiamava Jolie, era una puttana come me; la chiamavano tutti la "puttana santa". Non sparate sulla puttana santa, per favore! Christiane partì in autunno, come aveva programmato di fare insieme all'amica, prima della sua morte. A Santo Domingo aprì il suo bar, coronando il sogno d'una vita intera. Ogni tanto, quando la sera suona la chitarra seduta sulla spiaggia intorno ad un falò, con gli amici, li capita un fatto strano: rivolge lo sguardo alla luna e dentro di essa scorge il volto sorridente di Jolie. Lei, allora, smette di suonare e manda un bacio all'amica morta. Una volta, alcuni ragazzi li chiesero:
     - A chi mandi il bacio, Christiane? - Lei, allora, rispose:
     - A una mia amica, il suo nome era Jolie ma la chiamavano tutti la puttana santa. Non sparate sulla puttana santa, per favore!

    Taranto, 31 gennaio 2021. 

  • Come comincia:  Ambientalismo spicciolo
     Comune di Vicenza - Vietato dar da mangiare agli alberi: non hanno denti per masticare
      -Io porto a cacare il cane sempre nello stesso posto. - Anche io!
     Vaffanculo: città gemellata con "li mortacci tua"
     Frase in tivu' (da rai fiction): - Ma quale diritto! Veramente crede che il test del DNA possa creare dei diritti? Posso capire verso la legge, ma non sono certo i diritti legali che fanno un padre o un figlio! PS. D'accordissimo!!!
     Ho sognato tanti numeri ad occhi aperti, stanotte: i numeri nascondono delle storie, proprio come le parole (le racchiudono); anzi, ogni numero porta con sé una storia, ed è come una scatola cinese: quando l'hai aperta ne trovi subito un'altra da aprire e poi ancora un'altra...
     Sono sempre stato molto tranquillo ma ho visto molte "cose"; ho lasciato presto la scuola perché non significava niente per me, volevo soltanto che mi accadesse qualcosa! (Jimi Hendrix)
    Una ragazza giovanissima ferma un signore di mezza età per strada e li chiede:
    - Vuoi fare l'amore con me? L'uomo risponde: - Quando? - La ragazza, ancora, fa: Anche subito, se ti va. Basta che c'é l'hai a portata di mano!
    Chiuso per ferie. Per preservativi e viagra rivolgersi al biciclettaio via dei Macci. Grazie.
    Chiuso per riposo mentale, cioè sto esaurit...c.vrimm aropp u ferragost!!! (cioé u'21) ciao, Nicola.
    Non rubare! Lo Stato non tollera la concorrenza.
    Quì chiavi in 5 minuti
    Pizzeria da Gino, consegne a domicilio. Anche se non avete un domicilio ci pensiamo noi, basta che ci fate sapere dove abitate.
    Col distanziamento sociale, la scorsa estate, ho prenotato un ombrellone a Gallipoli e me ne hanno dato uno a Rimini. PS. Chilometro più chilometro meno: all'incirca 800 chilometri!
    Dal Corriere della Romagna: "cane trova l'eroina e suona il clacson".
    Roma ai Romani, Anzio agli Anziani
    Ciao, bellissima Amelie! Come stai? A me andrebbe di incontrarti per fare l'amore con te. Che dici, possiamo scambiarci e-mail? Adesso ti mando un bacino. Fammi sapere, ok? PS. La mia mail, comunque, è questa:...porca puttana, non me la ricordo più! 
    Gli idraulici sono in agitazione: non hanno ben compreso alcune indicazioni del "decreto sturacessi"!
    Frasi romantiche
     Questo immenzo amore per te, sei sempre nel mio quore!
     Flavia se non ceri t'i avessero dovutta in vendare
     Ti proteggerò come proteggo il drink passando tra la gente in diskoteka!!!
     Come disse Napoleone a Waterloo: "gli Inglesi? Soltanto una questione di...feeling!". PS. L'esercito francese, il 18 giugno del 1815, sulla piana di Waterloo, località del Brabante Vallone belga, subì oltre 25000 perdite: una delle più grandi disfatte nella storia militare della Francia.
     Due amici si incontrano per strada. L'uno domanda all'altro:
     - Dimmi, come stai? Ti vedo strano, non è che sei un po' stressato, esaurito?  Quello risponde: - Io esaurito? Ma quando mai! E' solo il cervello che non mi funziona tanto bene in questo periodo!
     Annunci vari
     Fittasi monolocale fronte strada, (vascio), angolo cottura, parché nuovo, tivù al plasmon, wai fai, no criaturi, no cani&gatti cannibali, no nonni rattusi
     Svendo tutto e vado a Cuba. PS. L'idea non sarebbe neanche tanto malvagia, tranne che per un piccolo particolare: non ho nulla da svendere!
     Vendesi autentiche borse Luì Vitton perfettamente imitate (sono nostrane no Made in China o coreane)
    Cercasi moglie referenziata "milleusi", senza servizio sveglia incorporato; la preferenza verrà data a candidate con esperienza. No perditempo.
    Si prenotano torte pascquali: da mo fino a Natale. Lasciate numero, sarete richiamati (possibilmente prima di Pasqua...ma non è sicuro al 100%)
    Chi combra e spente un soma di euro 10,00 riceverà una bantiera in omaggio
    Cercasi rosticciere esperto, no zuzzus!
     Locali varie
    Trattoria "Pisciapiano gioia mia"
    Buone vacanze! Il Tè Mat resterà chiuso dal 23 al 38 luglio. Ci rivediamo martedì 39
    Aperti...per incendio!! Pizzeria Gino Sorbello, 80 posti nel vico!!!
    Il negozio riaprirà il prima possibile, appena l'emergenza sarà finita. Coraggio, Dio ci ama! Pensa se je stavamo sul cazzo!!
    Abbi rispetto per il barista perchè neanche un water riesce a servire più di un culo alla volta
    Dal fruttivendolo=tutte le donne sorprese a palpare la frutta subiranno lo stesso trattamento!
    Davanti a una serranda chiusa=non sostare senza di té
    Io non sono dipendente dell'alcool ma titolare
    La direzione valuta pagamenti in natura
    Ricchioni dal 1962
    Non abbiamo il wi-fi: parlate tra di voi!!
    Vengo subito: allora godi poco!
    La Figa (ristorante) - cucina mediterranea
    Super offerta del giorno= 1 pizza euro 1,50; 2 pizze euro 3; e addirittura 3 pizze euro 4,50
    Pesche appena pescate, pensa te se vendeva pure i cachi
    Chiuso per ferie dal 24 luglio. Ritorniamo quando abbiamo finito i soldi, cioé il 27 luglio
    Bar=per evitare inutili discussioni, si avvisa la gentile clientela che nei cornetti vuoti non c'é niente...!!!
    Orari salvataggio in mare, mattino=10-13; pomeriggio=15-18
    Avviso ai signori ladri: io sparo!
    Domenica finita, località gemellata con Cazzo, domani è lunedì
    Varie ed affini
    Per favore non urinare sul portone del palazzo, quì ci vivono persone perbene! Fallo sulla banca quì di fronte!!
    Divieto di fermata per contrattare prestazioni sessuali (su tutto il territorio comunale)
    Muori educato: prima di andartene non sbattere la porta!
    Attenzione: pavimento corridoio sino ad arrivare ai wc pericolo di cunette e d'orsi
    Amore&dintorni
    Porta Elisa...l'ho portata, e adesso?
    Tra due (ex) fidanzati
     Lei: - Tu hai solo paura di amarmi!
     Lui: - No...non ti amo!!!
     Paese=Gnocca (vicino Porto Tolle)
     Nature&varie
    E' assolutamente vietato camminare sulla superficie del lago: potrebbe volersene a mare!
    Trentino - Valduga primo giorno da sindaco. Ecco gli impegni: rapina in negozio col coltello
     Sulla felicità...
     Ci vuole poco per essere felici: basta un niente!
     dal blog: Era meglio quando c'erano gli Squallor
     (voce del canale di destra)
    Signori e Signori buona sera, vi parliamo da una paese torrido come...l'Africa
    E' freddo come il Polo nord, siamo collegati con circa quaranta paesi, quelli che avete ascoltato sono alcuni schiaffi che il tecnico ha mollato al proprio dipendente. Siamo collegati dicevo con circa due paesi, l'Uganda per l'Uganda e il Giappone per il Giappone. Molte sono state le adesioni, per la Germania Est l'est, per la Germania Ovest l'ovest e il Polo sud Nord.
    Se sei d'accordo mi passerei la linea.
    Sì, sono d'accordo e sono sempre quì.
    Ed eccoli quì finalmente da lontano stanno arrivando...
    sì, non vorrei sbagliare,
    sono loro, i Maomettani. Ormai sono passati...i carciofi.
    I carciofi, come sapete è la materia prima di questo luogo che esporta carciofi
    quest'anno c'è stata una specie di carestia
    perché alcuni uccelli passando raso raso hanno incappato nelle punte dei carciofi
    e, i quali non sono cresciuti all'altezza giusta.
    Ed ora alcuni comunicati commerciali:
    "La tazza di caffé non va bevuta, va pisciata."
    "Scarpe ortopediche Velox."
    "Comprate il Vaticano. Il prete a casa vostra. Costruitevi il prete."
     "Mettetevi un dito in culo, e la vita vi sorriderà."
     Va declamando il saggio (ovvero: domandona da cento milioni di lire...pardon euro):
     "E' meglio un uovo oggi oppure una gallina domani?". PS. Come al solito, la risposta al quesito è abbastanza opinabile. Personalmente preferirei la gallina...trattasi sempre di soggetto di sesso femminile; tuttavia, non disdegnerei neanche l'uovo (purchè non sia sodo e sia rigorosamente biologico!).

    Taranto, 30 gennaio 2021. 
     
     

  • 27 gennaio alle ore 7:57
    Lettera ad un ex compagno di scuola

    Come comincia: Caro Renato, quella tua voce stentorea, offuscata da un affanno, che, come medico, so riconoscere, mi ha raggiunto, sere fa, dal vivavoce della mia auto, nel buio, senza luna, della discesa dalla valle del Noce, che scende a Scalea. Guidavo in quell’assenza di pensieri, che ti capita, quando decidi di concederti una breve vacanza. Il ritmo dello sterzo, per le continue curve, si accompagnava al suono del motore, richiamato dallo scalare delle marce, per ridurre la velocità, all’entrata delle curve. Le conifere, a tratti, erano come fantasmi, al lato della strada. Quel trillo…-“Sono Renato, ti ricordi di me?..”- Quel tonfo dell’anima, più sonoro e preoccupante di quello del cuore, che sappiamo. Non era la tua voce di ragazzo, che ho lasciato negli anni, eppure ho saputo riconoscerti, forse anche per quel tanto di accento ligure, che trapelava in quel tuo angoscioso ansimare.
    Scusa la grafia del computer, ma ti evito la decifrazione della mia calligrafia..
    Il tempo ci spaventa e noi spesso lo fermiamo nei ricordi. Così tu sei ancora per me, Renato, il bello incontestabile, che sviava su di se gli occhi di tutte le nostre compagne, al liceo. Quel volto abbronzato, attraversato da un sorriso gioioso. La tua figura, curata dallo sport, che a quei tempi era un lusso di famiglia. Avevi un modo così invitante di saper chiedere i compiti, da me già fatti. Una volta, affascinato dalle prime cuffie militari per radio, che mio padre aveva conservato dalla guerra, mi chiedesti di imprestartele. Non ritornarono mai più .Mi sembrò un gesto naturale di elegante distrazione. Non parliamo di quando ti esibivi al tennis, nei vari tornei. T’invidiavo, guardando il volto acceso delle nostre compagne. Quei commenti verso il tuo fisico. T’invidiavo i calzettoni candidi di marca, che a me, scendevano sempre, inesorabilmente. Le tue racchette poi, erano sculture inarrivabili. Le corde di budella, suonavano come violini, se ci passavi il palmo della mano, con eleganza, quando, a fine partita, tornavi tra noi. Sorseggiavi il Chinotto ghiacciato, alternando frasi e commenti a tutti noi, che mi sembravano d’irraggiungibile originalità. A volte ne ho copiato a mente, qualcuna di quelle frasi.
    Parlarti di me vorrebbe dire fare un riassunto della mia vita; passiamo oltre, gioie e dolori come tutti. Lavoro ancora. Il mio studio in Piazza della Sanità, uno dei rioni a rischio di Napoli ,mi ha dato la possibilità di fare un’esperienza altrimenti impossibile. Scusami se, interrompendosi la comunicazione telefonica, non ho avuto il coraggio, all’arrivo, di ritelefonarti. Il tuo ansimare mi stava cancellando il tuo giovane sorriso e la nostra gioventù. Perdona il mio egoismo.

  • 22 gennaio alle ore 16:31
    INNO AL PIACERE

    Come comincia: Oh PataPina, dolce compagna delle mie notti insonni ti immagino, ti vedo, ti sento, mi inebrio del tuo effluvio chiave d’ingresso del piacere più smodato e di meravigliose sensazioni gustative.  Ti stimolo trattenendoti in bocca per gustare più a lungo la tua sapidità. Il tuo clitoris si innalza come un piccolo pene e ti trasmette sensazioni profonde che ti portano ad  orgasmi incontrollati, ripetuti nel tempo sino allo sfinimento. Come non prestare attenzione alle magnifiche tette dal capezzolo aumentato di volume per il piacere provato. Con l’aiuto di ‘ciccio’, in gran forma il ritrovamento del punto G è un tripudio di sollazzo profondo, illimitato con perdita della visione della realtà fino ad un sonno ristoratore. Sei ad occhi chiusi, abbandonata al godimento  prolungato che non ti ha lasciato e riprende la sua forza quando ti bacio sul collo, è l’apoteosi. Mi distendo vicino a te, ti guardo,  un sorriso di piacere non ti abbandona. Non penso ad altro, per ora sei solo mia e voglio ricordarti così, più bella che mai, non ti risvegliare, con una foto vorrei immortalare il tuo corpo ed in particolare il viso, ma temo che  la foto  potrebbe finire in mani estranee, per un po’ sei stata solo mia, forse la mia passione si è tramutata in amore …

  • 22 gennaio alle ore 12:58
    Dolce&Gabbana

    Come comincia: Amo Portofino. Ogni volta che ritorno in Liguria, prendo il treno da Genova e scendo a Santa Margherita. Poi, percorro a piedi la stretta litoranea, che porta a Portofino. In macchina o in bus sarebbe un reato. Sono passi paradisiaci, di colori, di profumi, di ricordi. Ma l'euforia delle endorfine, che il nostro cervello scatena alla visione del bello, cancella ogni fatica. Povera madre, convalescente da una colonstomia per un cancraccio da due, tre mesi, la percorse con me, costretta, a braccetto, vivendo vita vera. Non me ne pento. Si cammina al suono del frangersi delle onde dabbasso. L’occhio si stende in un azzurro confuso di mare e cielo. Vele invidiate, sono macchie candide. Il verde mediterraneo di contorti pini è quasi un tetto che ti profuma e ti dà macchie d’ombra. Giunto a Portofino, subito a comprare la fugassa in un negozietto fermo nel tempo: scelgo quella sbrodolante d’olio d’oliva che scende tra le dita. Incontro l’odore di mare, di porticciolo. Turisti in sindrome stendhaliana vagano guardando a caso, altri si attardano nelle boutiques di nome. Subito dopo amo alzarmi, a volo d'uccello, sino al castello Brown, uno stretto sentiero tra cancelli e inferriate di ville superbe, che hanno i nomi sottaciuti dei nostri ricchi, imprenditori, politici e attori. La vista è unica. Tra fiori, l'azzurro del mare, violento, quasi una macchia indelebile. Ricordo che mi colpirono, in bilico, su di un dirupo, aldilà dei cancelli di una lussuosa villa, due sdraio da giardino, dalle tele eccentriche, affiancate, strette come da un sentimento.  Erano sospese su di un panorama unico. Un precipizio da estasi.
    "Chi sarà mai questa coppia d'innamorati, così fortunata e doverosamente felice, da potersi unire in questa bellezza?" Dissi a mezza voce.
    "Dolce e Gabbana!" Mi rispose un ragazzetto di passaggio, ammiccando un mezzo sorriso.

  • 22 gennaio alle ore 10:38
    Il tornado e il ventaglio

    Come comincia: Sedersi sulla panchina di Piazza Sanità è un lusso da medico in pensione. La vita da seduti è ben diversa. Ti accorgi del sole, del suo calore, di chi ti circonda. Dalla cantina cingalese arriva l'odore intenso del cumino a evidenziare i nuovi abitanti della Sanità. Salvatore Oliva prepara la pasta per le prime pizze del mezzogiorno. Lo vedo attraverso la vetrata. Il traffico è intenso, vario. Marianella si è venuta a sedere accanto a me. Ha posato la borsa della spesa.
    - Marì, è da tempo che non ti vedevo.-
    – Sono stata da mia sorella, a Miami. -
    – In questi giorni? Ti sei presa l'uragano-
    – Eccome, dottò! .-
    Il sole di mezzogiorno si fa sentire. Marianella ha preso dalla borsa un ventaglio e ha iniziato un lento ritmo della mano.
    – Quanto è durato, Marì?-
    – Tre giorni, tre giorni d'inferno. Io sono claustrofobica e ho pensato di morire. Tutto chiuso. Finestre oscurate da tavole inchiodate all'esterno. Mancava la luce. Buio nero, buio. Quindi niente frigorifero, aria condizionata, telefono, tv, radio e possibilità di ricaricare il telefonino. Una vera tomba -
    – Che vedevi? Che sentivi?
    – Attraverso piccole fessure, vedevo dei rami sbattuti dal vento. Nient'altro. Un boato incessante. Una pressione esterna sulle strutture di cemento. Una vibrazione continua, che si trasmetteva a tutto, anche ai nostri corpi.
    – Ma la sensazione più forte, qual'è stata?-
    – Il caldo. La mancanza di condizionatori e non poter aprire le finestre. Sarebbe esploso tutto. Chiusi in una bolla di calore, che aumentava via via. Il non poter avere informazioni dall'esterno è un'esperienza tremenda. Quando sarebbe finito? -
    – Che cosa ti ha aiutato? Quale pensiero?-
    – Vedete questo ventaglio? E' stato lui a salvarmi dal soffocare. Mi ha aiutato, per tutti e tre giorni. Mi ha salvato la vita.

  • 20 gennaio alle ore 16:18
    Piazza Garubaldi - La Stazione - Napoli

    Come comincia: Fa parte delle mie passeggiate serali. " Vado in Africa", mi dico, chiudendo la porta, e, subito, sono sul piazzale della ex Pretura, dove stupendi ex schiavi neri, con pettorine colorate delle due squadre in lizza, giocano una partita al pallone. Al termine, saranno sostituiti da giocatori di baseball, con le loro mazze. Rari bianchi, sogguardano distratti, dalle loro motorette. Bionde extracomunitarie, di tutte le età, dai vestiti impossibili, bevono birra e addentano un panino, parlando tra loro, sedute dove trovano. Le aiuole, oltre all’immondizia di giorni, hanno i bagliori multicolori di vetri rotti. C’è odore di urina nell’aria. I rom sono più avanti; ti lasciano un niente di marciapiede: braccialetti, chincaglieria infima, femminile, che trova ancora sguardi e mani a rovistare. Eccola, Piazza Garibaldi: se non fosse per la statua di Garibaldi, atemporale, incongrua, scorgeresti un grande catino di ingombri rumorosi. Il telaio di pali dell’architetto Domenique Perraul sembra un’eruzione di freddi acciai, da una voragine del terreno. Promette una nuova stazione europea, a crederci. Le luci di S. Martino, lassù, placano le ansie. Ora si cammina: il marciapiede di sinistra, guardando la stazione, è l’estero in casa. Hotel grondanti di neri. Valige e parabole satellitari ingombrano balconi. L’abbigliamento è vario: dal senegalese a quello di Harlem. Il Mc Donald's è loro. Se c’entri, ti senti in imbarazzo. Bancarelle improvvisate vendono le stesse cose, con monotonia esasperante. Un occhio ai vigili, che spesso girano al largo. Eleganti magnacci, dal passo felpato, alla Obama, si portano dietro puttane, dal corpo felino. Hanno collari d’oro, come ricchi mastini. I cinesi, piccoli e minuti, non si fermano. Hanno da lavorare, loro. Basta un attraversamento ed è Turchia: gli stessi profumi, gli stessi aromi, che sbucano da bettole luminose. Le note musicali sono orientali. Baffi e barbe scure, camicie, a volte candide, ti riportano sul ponte di Galata, a Istanbul. Rari, operosi, ma non progrediti, con i tempi, napoletani, tentano di coinvolgerti al gioco dei tre campanellini, avvolti da una piccola corte di attori improvvisati. Possibile – ti chiedi - che gl’imbecilli si riproducano sempre? La Feltrinelli laggiù, mi attende, linda di specchi serali, rigorosamente incoerente con la cultura che la circonda. Quasi un tentativo di missione, la sua.

  • Come comincia:  Il peggior piazzato nel Derby, tra loro, fu Hansel che a Churchill Downs in maggio era stato 10°. Ad onor del vero, tuttavia, è da dire che altri due cavalli (Man O' War, nel 1920, e Pillory, due stagioni dopo) riuscirono a siglare la doppietta ma entrambi non avevano preso il via nel Derby. Man O'War nel 1920 (senza dubbio la sua stagione "monstre", in tutto e per tutto!) restò imbattuto su undici corse disputate (tra di esse una epica match-race con Sir Barton, autore della triple l'anno prima, distanziato di sette lunghezze a Windsor, Ontario, Canada, nella Kenilworth Park Gold Cup), mentre in otto di esse siglò il nuovo record mondiale, nazionale o della pista. Il 4 settembre di quell'anno, sul traguardo delle Lawrence Realization Stakes (una delle più antiche e prestigiose corse americane, la cui prima edizione risale al 1889), a Belmont Park in New York, montato da Clarence Kummer (fantino inserito, in seguito, a sua volta, nella Hall of Fame), portò a termine una delle più epiche imprese mai realizzate nella storia quasi trecentenaria delle corse, trionfando con un margine di ben cento lunghezze sul secondo (il noto giornalista sportivo Joe Palmer, come riportato su americanclassicpedigrees.com, riteneva che il margine fosse vicino alle duecento lunghezze!): il più ampio di sempre ottenuto da un cavallo in una vittoria ufficiale per qualsiasi gara americana. Ancora oggi, questo splendido e potente baio che nel pieno della maturità raggiunse le 16,2 spanne (Charles Hatton, del Daily Racing Form, riteneva tuttavia che ne misurasse 17 nel punto più alto dei fianchi), ed aveva ossa, gambe, piedi e muscolatura impareggiabile, quasi...perfetto, è considerato il più forte cavallo americano di sempre: la prima volta avvenne nel dicembre del 1999, quando un gruppo di esperti e giornalisti convocato da The Blood-Horse, Sports Illustrated e Associated Press lo dichiarò tale (alle sue spalle si piazzarono, in quella sorta di referendum, nell'ordine, Secretariat eppoi, ex-aequo, Native Dancer e Citation). Gli esperti britannici John Randall e Tony Morris, invece, nel loro libro "A Century of Champions", lo pongono al settimo posto tra i più forti cavalli nordamericani di questo secolo. Possedeva un pedigree coi fiocchi, principalmente di stampo britannico: suo nonno materno (Rock Sand), aveva portato a termine la triplice inglese nel 1902; un bisnonno paterno (Bend Or) e due bisnonni materni (Sainfoin e Merry Hampton), avevano trionfato nel Derby di Epsom rispettivamente nel 1880, 1890 e 1887; infine, un suo discendente, West Australian, era stato il primo assoluto vincitore della triplice inglese nel 1853. Non di meno, tuttavia, anche la sua attività stalloniera e, conseguentemente, la sua progenie, furono di prim'ordine: figliò 219 vincitori di corse su 381 monte (57,4%) e l'erede suo più noto fu senza dubbio quel War Admiral che nel' 37 diverrà il quarto "triplettista" della storia. Fu messo a riposo quando era ventiseienne, in seguito ad un infarto. Morì nel novembre del 1947 ed i suoi resti vennero seppelliti nel Kentucky Horse Park di Lexington, in cui egli dimora coi suoi figli War Admiral e War Relic, ed al cui ingresso è posta una statua bronzea, eretta in suo onore, che lo raffigura. Native Dancer fu un'altro famoso nonché sfortunato "doubler". Questo splendido cavallo grigio vide la luce nel marzo del 1950 alla Scott Farm di Lexington, Kentucky, da Polynesian (stallone del 1942, il quale a tre anni aveva vinto le Preakness montato da Wayne D. Wright, fantino dell'Idaho morto nel 2003) e Geisha (figlia di Discovery, che fu Horse of the Year nel 1935 ed è classificato 37°, dagli esperti messi assieme da The Blood-Horse, tra i 100 migliori cavalli americani del XX°secolo). Era animale davvero imponente visto che nella sua maturità arrivò a misurare 16,3 spanne: la spanna è antica unità di misura la quale, in pratica, corrisponde alla distanza intercorrente tra il pollice ed il mignolo nel palmo della mano, tenuto aperto, di un'adulto (all'incirca essa misura una ventina di centimetri). Con Northern Dancer aveva un rapporto di stretta affinità e comunione... invero familiare parentela: nonno materno, infatti (per parte di Natalma), del baio canadese, era - tra l'altro - bisnonno di Nijinsky. Non ebbe di certo un buon carattere e neanche tanto facile da gestire ("nasty animal", lo definirono gli americani!), ma era una vera e propria macchina da guerra, meravigliosa forza naturale...delle corse: ossia, fatto a misura di cavallo per loro! In carriera ne disputò ventidue, vincendole tutte tranne una, la più importante probabilmente: il Derby del 1953. Al proposito, Brian Zipse, che fu editore di Horse Racing Nation dal 2010 al 2017 oltre ad essere grande appassionato e conoscitore di cavalli e corse negli Stati Uniti, scrisse così alcuni anni orsono: "sfortunatamente per lui la sconfitta è arrivata nel Kentucky Derby, poiché The Grey Ghost (così soprannominato Native, per via del colore del suo manto e del fatto che fosse stata la prima star televisiva tra i cavalli: quell'anno, infatti, la NBC trasmise in diretta, su tutto il territorio nazionale, dapprima le Wood Memorial Stakes, importantissimo gruppo uno che si corre in aprile all'Aqueduct Race Track di Ozone Park, nel Queens a New York, che lo videro trionfare, eppoi il Derby in cui giunse secondo), guadagnava ad ogni passo ma poi è arrivato all'improvviso, da dietro, un cavallo veloce, Dark Star. Un salto lontano da un imbattuto campione della Triple Crown, ma ahimé, non doveva essere così per uno dei cavalli preferiti d'America". Dark Star, infatti, avendo doti di grande finisseur (dotato, cioé, di veloci finali), superò Native proprio in dirittura d'arrivo, sopravanzandolo (grazie anche alla monta decisa di Henry Moreno) d'una corta testa sul traguardo. Dark fu un cavallo sfortunato: la sua carriera, che sembrava promettere tanto, si interruppe di colpo a causa di un grave infortunio tendineo occorsogli proprio sul traguardo delle Preakness del' 53, che videro Native trionfare dopo la battuta d'arresto a Churchill Downs. Tuttavia, il suo allevatore, Warner L. Jones, della Hermitage Farm di Goshen, New York (il cavallo era stato acquistato per errore nel 1951, alle aste estive degli yearlings a Keeneland, Lexington, Kentucky, all'esiguo prezzo di seimilacinquecento dollari!), ebbe miglior sorte: diventerà, nel corso del tempo, il primo in assoluto degli Stati Uniti a vincere in carriera Derby, Kentucky Oaks (Nancy Junior, nel 1967) e Breeders' Cup (Is It True, nello Juvenile dell'88). Il cavallo, tuttavia aveva un pedigree di prim'ordine (figlio di quel Royal Gem II°, campione australiano e vincitore in patria, tra il 1945 e il 1948, di ben nove gruppi uno tra cui la Caulfield Cup del'46) ed ebbe anche un'ottima carriera in razza: nelle sue 309 monte figliò 209 vincitori (67,6%) e 26 vincitori di stakes graduate (8,4%). Zipse inserisce Native Dancer al nono posto nella sua personale classifica all-times dei 25 cavalli nordamericani più forti in assoluto, preceduto - nell'ordine - da: Man O' War, Secretariat, Citation, Dr. Fager, Spectacular Bid, Kelso, Count Fleet e Seattle Slew. Nel Derby perduto, Native fu montato da Eric Guerin: la carriera di questo fantino della Louisiana (era nato nel 1924, vicino Baton Rouge) fu legata a filo doppio (o doppiamente arrotolata intorno ad essa!) a quella del cavallo del Kentucky. Egli è stato - con ogni probabilità ed a causa di quello, probabilmente - uno dei jockeys più sottovalutati nella storia del galoppo statunitense (se non il maggiore in assoluto). Non a caso, infatti, viene ricordato innanzi ad ogni cosa per la sconfitta subita cavalcandolo nel Derby del 1953, piuttosto che per aver vinto quella corsa al suo primo tentativo: era accaduto sei anni prima quando montò Jet Pilot e lo aveva con maestria portato al successo - lui, ventitreenne e fresco ancora della gavetta fatta come stalliere presso la scuderia di un suo cugino all'ippodromo di New Orleans - di una corta testa su Phalanx, guidato da quel Eddie Arcaro, già famosissimo e idolo delle corse. Quella edizione del Derby (la settantatreesima) fu una delle più entusiasmanti della decade, anche a causa - e per merito - di quel duello tra cavalieri e cavalli, seguita da oltre centoventicinquemila spettatori (una delle più alte affluenze della storia, a Churchill Downs). Così scrisse, domenica 4 maggio, Frank B. Ward, redattore capo ed inviato al seguito della corsa, a proposito di quel giorno, sulle colonne del quotidiano dell'Ohio Youngstown Vindicator: "  La colpa di quanto accaduto, nel corso della sua carriera, fu di quella macchia - unica in assoluto -, quasi un'onta per il pubblico e per gli appassionati delle corse: soprattutto, però, a causa delle aspettative che la tivù aveva creato attorno ad esse. Quell'anno, infatti, naccquero le dirette televisive in America e i fans non perdonarono alla coppia Native Dancer-Guerin la sconfitta di Churchill Downs. Il 1953, Derby a parte, fu una "cavalcata trionfale" per entrambi: dopo aver perso la corsa clou della stagione, si impose tanto nelle Preakness, quanto nelle Belmont...

  • 13 gennaio alle ore 21:27
    Al caldo è meglio! (insomnia)

    Come comincia:  Faceva freddo quella notte; Sam, però, quasi mai se n'accorgeva o forse - chissà - le sue ossa non ci facevano più caso. Aveva girato tutti i bar della città, oramai non sapeva dove andare...come tutte le notti d'ogni santo giorno dell'anno: in compagnia della bottiglia e di un bicchiere (a volte), insieme ad altri disperati come lui che non hanno domani, sono senza una meta e non sanno neanche di essere ancora al mondo. Era stato anche al "Papillon", una pensione di terz'ordine sulla settima - al quartiere francese - dove affittano stanze ad ore: ci andava spesso; un intermezzo tra un bar e...l'altro; un'ancora di salvezza all'interno del suo girovagare in cerca di nulla. Lì aveva avuto una sveltina con una puttana di colore: l'aveva pagata dopo, quella volta lo fece (di solito non avviene a quel modo: lui saldava tutto prima, compreso il compenso al portiere di notte!), lasciandogli anche venti dollari extra; eppoi li dette un bacino sulla bocca prima d'andar via (anche quello era un suo modo di fare: di un ubriacone si, di un puttaniere, di un fallito ma, in fondo...ancora, a suo modo, egli aveva un pizzico di dignità e di dolcezza dentro di sé che ti permette di restare a galla seppur intorpidito). Tutto sporco di rossetto si ritrovò di nuovo sulla strada e...ne approfittò, così, per scolarsi mezza bottiglia di Chivas: lo fece nature, tenendola per metà dentro un sacchetto di carta marrone. Era quasi alba e mentre camminava, ad un certo momento, si fermò. Un attimo soltanto: decise di tornare a casa, per restare sveglio. Pensò dentro di sé...in fondo, nonostante tutto, al caldo è meglio!

    Taranto, 13 gennaio 2021.

     

  • 08 gennaio alle ore 10:02
    SESSO FANCIULLESCO

    Come comincia: Non risponde a verità che il sesso sia di pertinenza solo dei maggiori di età, quanto di seguito riportato ne comproverà la teoria. Tiziana, viterbese di nascita e di residenza non poteva annoverarsi fra la persone fortunate, suo marito Omero era deceduto per un ictus in età giovanile, da casalinga si vide persa. Per sua fortuna le venne  in aiuto  sua sorella Serena che risiedeva a Roma ed insegnava materie letterarie all’Istituto Centro Modica in via Appia, era vicino alla sua abitazione di piazza Ragusa. Leonardo, dodicenne figlio di Tiziana era stato iscritto alla prima media di quella scuola, andava insieme alla zia alle lezioni  ma non nella stessa classe.  Come rendimento scolastico era un disastro, non era attento in aula, disturbava gli altri alunni, a casa non studiava insomma un pessimo elemento. Uno psicologo amico di Serena aveva interpretato  l’atteggiamento del giovane al fatto che era stato ‘estirpato’ dal suo ambiente, a Roma non aveva amici né poteva contare su insegnamenti dello zio Teodoro marito di Serena che non faceva onore del suo nome. Di mestiere puttaniere, ricco di famiglia cercava sempre di ‘farsi’ tutte le pulselle che gli capitavano a tiro. Serena l’aveva conosciuto all’Università, lo aveva  sposato perché a suo tempo  non aveva un posto di lavoro. Abituatasi al comportamento del marito aveva deciso di ignorare le sue avventure d'altronde ormai non aveva quasi più rapporti sessuali con lui, era stata costretta a passar sopra al fatto che Teodoro fin da subito aveva corteggiato ed infine aveva superato le resistenze di Tiziana, si era ‘fatto’ pure la cognata con l’assenso della sorella, meglio una di famiglia che…Un amico di Teodoro aveva avanzato l’ipotesi che il suo non avere figli poteva dipendere da lui e non dalla moglie. Punto sul vivo il signore era andato in un laboratorio di analisi ed aveva sottoposto ad esame il suo sperma. Nel frattempo era dovuto correre a casa di un suo contadino che era rimasto ferito sotto un trattore ribaltatosi. L’analisi dello sperma era negativo, Teodoro era sterile. Un lampo di genio, Serena andò a trovare in ufficio il titolare del laboratorio, gli chiese di falsificare il certificato facendo risultare suo marito perfettamente in grado di generare trattenendo il certificato originale. Dopo molti tentennamenti il dottor Pigliapoco si fece convincere anche e soprattutto dopo aver incassato due biglietti da cinquecento Euro, non aveva pigliato poco! Chi disse che le donne sono diaboliche ci aveva proprio azzeccato, qual’era il disegno di Serena? Sputtanare qualche signora o signorina che avesse voluto incastrare suo marito con una paternità a lui attribuibile. Ora il problema da risolvere era il comportamento scolastico di Leonardo, il Preside della Scuola, esasperato dal comportamento del giovane voleva sospenderlo dalle lezioni, la madre non era in grado di sistemare la situazione, Serena pensò bene di prendere in mano la situazione, lo prese da parte e: “Leo capisci che così non puoi andare avanti, alla tua età è presto per cercare un lavoro e poi hai solo la licenza elementare, ti faccio una promessa, se metterai la testa a posto dopo quindici giorni o meglio una settimana ti farò un regalo che ti sia gradito, una bici, un motorino, insomma puoi scegliere tu.” Quella promessa della zia fece cambiare completamente il comportamento del ragazzo, dal giorno successivo a scuola era diventato  attento alle lezioni, non disturbava i compagni di classe, faceva domande al professore di turno circa la lezione spiegata, era diventato uno studente modello con gioia e meraviglia degli insegnanti. Non usciva di casa, il pomeriggio lo passava ‘sui libri’, non era più sgarbato con la madre, era sempre sorridente la qualcosa meravigliò e fece insospettire la zia, c’era sotto il suo comportamento che lei non riusciva a comprendere sin quando una sabato pomeriggio mentre il giovane studiava nella sua stanza si fece viva Serena: “Or che bravo sei stato puoi chiedere il regalo che vuoi fatto. Ho copiato una frase del ‘Carosello’ una trasmissione pubblicitaria della R.A.I. che in passato, per fare la reclame di una lavatrice recitava: ‘Or che bravo sono stato posso fare anche il bucato? Risposta: il bucato in casa c’è chi lo fa meglio di te ed a lei dico grazie…’ e la voce in sottofondo specificava  anche il nome della marca della lavatrice, sentiamo ora quale regalo vuoi fatto.” “Cara zietta un regalo molto particolare….che non ti costerà nulla in soldi.” A Serena venne un sospetto che presto si tramutò in realtà. “Zia vorrei baciare una tua tetta.” Serena cercò di ‘buttarla’ sul ridire: “Non sei più un bambino che viene allattato dalla madre.” “Zia fai finta di non capire, non sono più un neonato, cerca di accontentarmi, lo desidero tanto.” Serena uscì dalla stanza di Leo sconcertata, non si aspettava quella richiesta, ne fece partecipe la sorella che nell’ascoltare quanto richiesto dal figlio ebbe una reazione istintiva: ”Vado di là e lo prendo a schiaffoni!” “Cerca di ragionare, se Leo è cambiato è per merito mio che gli ho promesso un regalo, non vorrai che riprenda il comportamento di prima, vuol dire che…” “Caro ho pensato molto a quanto mi hai chiesto, capisci che è qualcosa fuori del normale, ti accontenterò, Teodoro è fuori Roma, ci possiamo incontrare stasera dopo cena.”A tavola Leonardo non fece onore a quanto cucinato dalla madre, la zia cercò di essere brillante scherzando con sua sorella chiedendole se Teodoro ci avesse provato ancora con lei. “Deve avere qualcuna nuova di zecca, è da quindici giorni che non si fa vivo.” Leonardo ebbe la conferma che fra sua madre e lo zio…non gli importò gran che. “Cara sorella, andrò in camera di tuo figlio per ripassare una lezione, buona notte.” “Buona notte a voi due…” Serena era in vestaglia senza reggiseno ma con gli slip, andò in bagno per lavare i gioielli, Leo la seguì ‘armato’ sino ai denti il che fece dire a Serena: “Cavolo nemmeno mio marito…” Il ragazzo avrebbe voluto fare della zia un’amante ma ebbe un chi va là. “Mi hai chiesto di baciare una tetta, qui ne hai due a disposizione, col tempo…” Leonardo, intelligente di suo, divenne uno dei migliori alunni dell’istituto, alla festa di fine anno scolastico risultò il terzo in ordine di bravura. L’andamento della casa di Serena era diventato una routine, Teodoro ad un certo punto fu costretto ad abbandonare le sue abitudini sessuali, il suo ‘ciccio’ non rispondeva più ai suoi desiderata. Leonardo era riuscito a conquistare le grazie della zia, con i soldi dello zio si comprò prima una moto Ducati Monster e poi una Peugeot 308 con cui scarrozzava per Roma mamma e zia sino a quando: “Gentili signore, questa è Lucilla mia compagna di Università, è brava  in tutto… vorrei solo che le insegnaste l’arte culinaria, per dove è piuttosto scarsa, per il resto…

  • 07 gennaio alle ore 17:56
    Porchettone

    Come comincia: C’è stato un momento della mia vita in cui mi sembrava di assomigliare a Bukowski. Avevo circa trent’anni e avevo smesso con tutto, perfino di fare palestra.
    Conobbi una ragazza, lasciai la periferia e andai a vivere con lei in una città di media grandezza, non proprio una metropoli, però piena di palazzi, smog e donnine allegre nei bar. Allora c’erano ancora posti così, ricchi di feste e avvenimenti, risse e prospettive economiche. Sarà stato cosa? Il ’92? Sì, "certo", più o meno quegli anni lì…
    Insomma, come dicevo, mi misi insieme a questa ragazza, in realtà una signora, più grande di me di sette anni, e finii col trasferirmi armi e bagagli nel suo appartamento di due stanze oltre alla cucina e al bagno. Non so ancora adesso con quanto entusiasmo accettò questa mia iniziativa, forse avrebbe preferito continuare a stare sola e io ero troppo invadente. Fu un periodo molto infelice, ero però ancora nel pieno delle forze, alla continua ricerca di un lavoro stabile per poter pagare l’affitto o, almeno, contribuire alle spese di casa.
    Dato che la bella morettina aveva un posto sicuro e una tana al piano terra affacciato al giardino di un condominio molto rispettabile, dovevo darmi da fare. Oltre ai baci e alle carezze, all’alcova necessitava qualcos’altro.
    La città, “Porchettone”, mi aspettava, voleva offrirmi una possibilità.
    Io la colsi, questa possibilità, rispondendo a un annuncio economico apparso sul giornale e, dopo previa telefonata, appuntamento fissato e relativo incontro con i responsabili, capii che mi stavano per assumere.
    L’occupazione consisteva nel preparare grandi pacchi, sigillandoli con del telo plasticato. Dentro questi pacchi c’erano i prodotti che dovevamo preventivamente prelevare dagli scaffali e dai ripiani all’interno di un enorme capannone, in base alle commesse e agli ordini dei clienti del grandissimo magazzino alimentare, un grossista facente parte di una catena commerciale internazionale con ramificazioni in tutto il mondo e di cui, con orgoglio, da quel momento sarei dipeso.
    Ero dentro, avrei procurato cibo, eterno gaudio in scatolame, per le varie bocche da sfamare quali acquirenti nei negozi da fornire. Un’immensa felicità. Anche i gatti, i cani, un po’ tutti gli animali domestici avrei accontentato, grazie ai loro attenti e solerti padroni che compravano mangime, crocchette, antiparassitari ecc. ecc. ecc. Facevo anch’io parte del mondo della produzione! Avrei guadagnato, fatto carriera, ero stato se-le-zio-na-to per questo! Non vedevo l’ora di iniziare.
    Alla fine, risi felice fissando il contratto e mi presentai al primo giorno di lavoro.
    Operazioni sempre uguali, otto ore di su e giù per il magazzino dove erano stipate le merci, robe da spaccarsi la schiena, scendevo e salivo, aprivo, toglievo, mettevo, scaricavo e via a incellofanare; avevo in dotazione un muletto che correva fortissimo, un razzo, per farci risparmiare tempo ed essere più produttivi, talvolta curvavo in bilico col rischio del ribaltamento. Alcuni addetti là dentro ridevano, se cadevi, carico compreso, e non ti aiutavano; c’era concorrenza. Sopra questi mostri elettrici ci stavi sempre in piedi su un’installazione, avevano una specie di manubrio con i comandi a farfalla per alzare e abbassare le forche con i contenuti che ci caricavi sopra, anche botti talvolta, o damigiane. Un triciclo semovente, entravi tra le scaffalature e spostavi bancali, scendevi e smistavi scatole, confezioni, aprivi sacchetti, sollevavi ceste e ordinavi lotti e pezzi. Sempre in piedi, tutto il giorno. Al limite piegato o accosciato, ancora più dura. Mai un minuto per terra disteso a riposare la schiena o seduto. D’altronde, lì non c’erano sedie o divani, solo spazi aperti e giganteschi castelli e scaffali d’acciaio pieni di merce, su ogni parete fino in alto, ad arrivare al soffitto. Potevamo giocare a calcio, là dentro, ma alla sera eravamo tutti talmente stanchi che non ci veniva in mente di portare un pallone, nemmeno per le volte dopo.
    I primi giorni passarono, tornavo a casa come uno zombie, non avevo voglia neanche di parlare con la morosa, soprattutto dopo qualche straordinario suppletivo per richieste del tutto eccezionali che, fatalità e guarda caso, avvennero fin dall’inizio.
    All’ora di pranzo correvo a farmi un panino, se c’era il tempo, perché talvolta dovevo decidere se andare in bagno o mangiare. In pausa, tenevo la pipì e la facevo di nascosto fuori, sul prato, quando non mi vedevano. Perlomeno, pensavo io che non mi vedessero. Salivo nella mia macchina parcheggiata e lasciavo la porta semichiusa, tiravo giù le braghe e fuori il pisello, ero quasi inginocchiato in una posizione intricatissima, pur di compiere l’atto. Alla sera, col buio e al freddo, dopo il sollievo di averla fatta, prendevo fiato e mi avviavo verso casa, dalla mia compagna. Altrimenti rientravo, durante l’orario di lavoro la scusa buona per uscire era quella di aver dimenticato il portafoglio in macchina e, si sa il perché: potevo rischiare che me lo rubassero. Dopo un paio di volte il pretesto non resse più e, quando arrivavo la mattina per timbrare, subito il responsabile mi chiedeva: «Il portafoglio in macchina… l’ha preso?». Quindi in determinate occasioni, proprio perché non resistevo, la feci dietro al carica batterie nel ripostiglio, dentro una bottiglietta di plastica che mi ero portato, con la scusa di mettere sotto carica un muletto e di prenderne un altro. Già, c’era sempre una macchina, un apparecchio, un muletto di riserva, l’attività non poteva mai fermarsi, era tassativo. Di avere un bagno per i dipendenti però, non se ne parlava.
    Quelli originari del posto, i “porchettonesi” insomma, noi, nuovi assunti, a cui avevamo o stavamo per rubare il lavoro, ci chiamavano “i mussi”.
    «Lavora "mus", che ti pagano!», «Lavora "mus"! Schiavo!» ci urlavano dietro.
    Io in quella città non ci volevo più stare, Porchettone mi faceva schifo; volevo andare via, lasciare quel posto e quella ragazza.
    Così feci, dopo appena tre settimane.
    Di quel lavoro non ne volli sapere oltre, mi feci pagare in contanti e in nero; andava bene anche a loro, perché la pratica non era ancora stata inoltrata all’ufficio del lavoro. Furbi. Stracciai il contratto di assunzione, nonostante avessi già superato i due giorni di prova e nessuno avrebbe potuto mandarmi via, volendo. L’impiegata dell’ufficio, dandomi i soldi che mi spettavano, mi disse di essere lì da dieci anni e che la ditta, l’emerita società multinazionale, dopo aver bistrattato gli ex dipendenti iscritti al sindacato, li stava mandando tutti a casa un po’ per volta con un benservito calcio nel didietro, alla faccia dei diritti e delle norme sul lavoro. A lei sarebbe mancato poco, ormai: la settimana successiva se ne sarebbe andata. Era stanca e arrabbiata, non valeva la pena continuare quello stillicidio. Si sentiva sottomessa, perseguitata, vittima di mobbing e me lo disse. Nuovi soci, nuovi capitali, nuovi aguzzini. Io, lì, c’ero finito per quello. Tutto cambia, niente si distrugge, tutto si evolve.
    Datemi qualcosa da nettàre, sono stufo, datemi qualcosa da nèttare.

     

  • Come comincia: …Mirko entrò in casa e accese la luce, ma quella subito dopo si spense; passarono alcuni secondi e si riaccese da sola.
    L’alquanto strana intermittenza continuò per diversi minuti, mettendo in agitazione il ragazzo; alla fine l’illuminazione tornò regolare e lui si tranquillizzò, ma non si accorse che la caldaia nel frattempo era andata in blocco.
    Era stanco e aveva i vestiti impregnati di un sudore tardo- puberale; inoltre era reduce da una gara di braccio di ferro, in cui aveva, ad uno ad uno, abbattuto i suoi avversari, più con l’odore che con la forza.
     -Una doccia calda e veloce di venti, venticinque minuti al massimo e poi a letto.
    Entrò in bagno e aprì l’acqua calda della doccia; nel frattempo si spogliò e, com’era solito fare, sparpagliò i vestiti con noncuranza nei vari anfratti del locale.
    Un calzino finì nel water e lui, per evitare alla madre l’ingrato compito di recuperarlo, tirò lo sciacquone.
    Compiuta l’operazione preliminare della svestizione, si fermò davanti allo specchio a rimirarsi.
    -Che fisico, che muscoli ragazzi! E chi sono io: Spartaco?
    Passato quel momento di estasi estetica, si lanciò sotto la doccia.
    Quando il getto di acqua gelida lo investì, lanciò un urlo, accompagnato da alcune parole che del mitico gladiatore ribelle avevano ben poco:
    -Mamma, aiutoooo!
     
    …Manolo, dopo una lunga e devastante serata al Pub Occidentali’s Karma, rientrò a casa in compagnia dei suoi amici.
    -Namasté! Ci spilliano una birra? – chiese avvicinandosi alla macchinetta e facendo il gesto di congiungere le mani unendo i palmi con le dita rivolte verso l’altro.
    - Alé! – risposero in coro i suoi amici, alquanto felici per quella bevuta extra.
    Pose il bicchiere sotto la spillatrice, ma appena schiacciò il tasto di avvio, con una successione degna del miglior cortocircuito, saltò la corrente in tutta la casa.
    Mimmo, uno degli amici presenti (pugliese di origine), disse:
    -Ue uagliù: NAMA STE’ du o scimaninn?
     

     
    …Camillo, nel cuore della notte, si alzò dal letto e alla moglie, che nel frattempo, per quei suoi movimenti, si era girata verso di lui, quasi giustificandosi disse:
    -Si è accesa la luce di emergenza, vado a vedere il salvavita. E non è una scusa!
    Che palle di uomo, pensò la moglie, una volta: “devo aver lasciato accesa la televisione”, un’altra volta: “ho sentito uno strano rumore in cucina”.
    Tutto per non dire: “devo andare a pisciare”; ma cribbio abbiamo i migliori farmaci al mondo contro l’ipertrofia prostatica, e prendili!
    Sono pure in fascia A, manco li paghi.
     
    …Era tardi, molto tardi, doveva muoversi e anche in fretta, altrimenti sai quanti bambini sarebbero rimasti senza calza.
    A voler guardare, pensò, ai bambini d’oggi stare un po’ senza calze non farebbe poi così male; e anche con poco cibo da mangiare, con poca legna, o carbone, o metano con cui scaldarsi.
    Lei in quella miseria c’era cresciuta e non era certo morta di fame, tantomeno di freddo.
    Subito dopo però visualizzò il volto dei suoi nipoti e quasi si pentì di quei pensieri.
    Riempì il sacco con le calze in cui aveva posto il carbone, qualche sacchetto di caramelle e alcuni pacchetti di dolci e salì sul balcone di casa.
    Una volta lì si mise a cavallo della scopa e si lanciò nel buio della notte.
    Era in ritardo e cercò di accelerare la corsa, ma, per via della pioggia incessante, non riuscì a portarsi in quota: come solitamente faceva per ragioni di sicurezza e per godersi la vista totale del paese, che era l’unica cosa piacevole di quell’ingrato lavoro.
    Si accorse troppo tardi della presenza di un cavo dell’alta tensione posto proprio sulla sua rotta a bassa quota.
    Non fece in tempo a virare e l’esito fu devastante: l’effetto elastico del cavo la fece rimbalzare di alcune decine di metri.
    Solo grazie alla sua antica esperienza riuscì a non perdere il controllo della scopa e in qualche modo ad atterrare in retromarcia senza grosse conseguenze.
    Il sacco delle calze invece andò completamente distrutto, carbone, caramelle, dolciumi giacevano sparsi in tutta la campagna.
    Il cavo dell’alta tensione dopo un lungo ondulare si ruppe e cadde a terra.
    Sotto c’era un signore che stava facendo fare i bisognini al proprio cane; di solito usciva a quell’ora perché non c’era in giro nessuno e poteva evitare di raccogliere le deiezioni, così approfittava anche per buttare in giro qualche sacchetto dell’immondizia.
    Il cavo colpì con tutta la sua scarica elettrica quel signore, riducendolo a un cumulo di cenere.
    Al che il cane, che comunque non approvava il comportamento del suo proprietario, pensò:
    “Giusto punire i proprietari di cani che non raccolgono la cacca dei propri animali, o chi abbandona i rifiuti; ma cazzo, qui stiamo esagerando!”
    La Befana, ripresasi dal terribile rimbalzo e dal conseguente spavento, si lanciò in una lunga imprecazione-riflessione sulla sua condizione.
    - Se nasco un’altra volta nasco Babbo Natale.
    Lui gira con le renne e la slitta, io con una scopa di saggina, che, a differenza di quanto pensa una lunga schiera di maschietti perversi, non è affatto piacevole e comoda.
    Il fatto è che quando si trattò di scegliere il mezzo di trasporto avevamo tre opzione: la slitta con le renne, il tappeto volante, la scopa di saggina.
    Babbo Natale scegliendo per primo prese il mezzo più comodo, allora noi optammo per il tappeto volante, che però risultò non essere ancora disponibile su Amazon.
    Morale della favola ci toccò la scopa.
    Ci offrirono la possibilità di avere, con un piccolo supplemento, la versione elettrica; c’era però un problema: dovevamo farci carico noi del costo della prolunga di cinquanta chilometri abbinata alla scopa.
    Babbo Natale aveva ricevuto in dotazione: un vestito in materiale termico con pelliccia interna, cappellino trapuntato con fiocchetto e luci led esterne a intermittenza, guanti da montagna, grossi e pesanti scarponi con suola in vibram.
    La befana invece che uscisse con quello che aveva, infatti lei nell’impatto aveva perso pure le ciabatte.
    Per non parlare poi di come li dipingevano: Babbo Natale era più anziano di lei e tutti sapevano che aveva grossi problemi di salute, prostata ingrossata all’inverosimile, diabete, discreta miopia e pronunciata obesità: però lui doveva apparire in perfetta forma e in una canuta bellezza, fatta di una folta e fluente chioma, barba lunga e ben curata nel taglio e nelle linee, guance di un roseo quasi infantile, sorriso Berlusconiano.
    Visivamente doveva richiamare alla memoria volti noti e rassicuranti, tipo: Ernest Hemingway o Kenny Rogers.
    Le befane invece venivano dipinte vestite come delle sciattone (tipo Tomas Milian- Er Monnezza o Mauro Corona) e soprattutto brutte.
    Beh proprio belle, considerando l’età, non erano; ma vestite bene, truccate e con qualche piccolo lifting avrebbero fatto comunque la loro porca figura.
    E in quanto a malattie, a parte qualche dolore articolare, erano messe senz’altro meglio di quel panzone pelle di daino di Babbo Natale.
    Per non parlare dei doni: lui portava il meglio che c’era sul mercato, e invece alla befana toccava portare il carbone.
    …Riuscì a consegnare l’ultima calza alle ore undici dell’Epifania.
    Il bambino aprì la calza e trovò solo carbone, allora alzò lo sguardo verso la befana e disse:
    -Ma allora è vero, come dice sempre il mio papà, che oltre a essere brutte voi befane siete anche stronze.
    La befana si fece di marmo, non permettendo a quelle parole d’offesa di penetrarle l’anima; dopo quel momento di fredda impassibilità, rivolgendosi al piccolo demone disse:
    -Ah, quasi dimenticavo: ti ho riportato a casa il cane.
     
     

  • 03 gennaio alle ore 11:02
    ALBERTO IL FINANZIERE

    Come comincia: Alberto Minazzo della sua gioventù ricordava solo gli ultimi avvenimenti della seconda guerra mondiale quando dalla natia Roma si era trasferito con la famiglia a Jesi in quel di Ancona. Suo padre Armando era stato nominato direttore di banca del Credito Jesino. Il papà non era stato richiamato sotto le armi in quanto invalido civile, aveva avuto amputata mezza gamba in seguito ad un incidente con la sua moto Guzzi. In seguito ai bombardamenti degli americani, non ancora alleati, Alberto con al seguito la madre Domenica Sciarra e le zie paterne Giovanna e Lidia si era trasferito a Santa Anastasia, frazione di Cingoli (Macerata) nell’abitazione dello zio Raffaele (Fefè) marito della zia paterna Elena (Lilli). In quella località non vi era la scuola media (si trovava a Cingoli distante quindici chilometri) e pertanto Alberto seguiva le orme di Michelaccio: ‘mangiava, beveva e andava a spasso.’ In una vicina grande abitazione erano giunti sfollati degli abitanti di Ancona, famiglie di pescatori che non sapevano far altro che il loro mestiere che ovviamente non era possibile esercitare in campagna. Unico loro sostegno le signore mogli, ancora piacenti che si guadagnavano il pane non col sudore della fronte ma con quello più remunerativo di ‘dar via la cocchia’ termine locale per indicare il sesso femminile. Figlia di una di queste era Alda Berti, dodicenne, che già da piccola aveva appresa l’ars amatoria dai compagni di scuola. Alberto stanco di fare il ‘falegname’ prese confidenza sino a dividere con la ragazza la sua stanza con piacevoli conseguenze per ambedue peraltro senza problemi, la baby non aveva avuto ancora le mestruazioni. Fine della guerra e della liaison, rientro a Jesi dove Alberto sedicenne riprese gli studi, fece comunella con un compagno di classe ma ebbe un incidente con la mamma di costui, la signora separata dal marito ed in assenza del figlio si era fatta trovare da Alberto deshabillé (sotto la vestaglia niente) con ovvia conseguenza da parte di un ‘ciccio’ arrapatissimo. Il paese è piccolo, la gente non solo mormora ma fa pettegolezzi ormai sulla bocca di tutti, Alberto fu esiliato a Roma a casa della zia materna Armida. La situazione piacque al giovane che superati gli esami di quinta ragioneria presentò domanda di arruolamento nella Guardia di Finanza. Risultando iscritto alla leva di Ancona ebbe la fortuna di ‘scansare’ la Scuola Alpina di Predazzo località freddissima e disagiata e di essere arruolato alla Scuola Allievi finanzieri di via XXI aprile a Roma. Di quel periodo ricordava in particolare modo la stupida cattiveria di alcuni istruttori che, a suo tempo loro stessi vessati, scaricavano il loro sciocco umorismo sugli allievi. Un esempio: “Chi di voi sa suonare il pianoforte?” Ai due allievi presentatisi sorridenti e felici sicuri di far bella figura: “Andate al pian terreno e trasportate il pianoforte a casa del Comandante al terzo piano!” Altra schifezze che Alberto aveva dovuto sopportare: sbucciare patate e pulire il cesso sulla cui porta un bel esprit aveva scritto: “Non dico nel centro ma almeno, figli di puttana cacate dentro!” Passati i primi venti giorni libera uscita per gli allievi che per prima cosa pensarono come poter sollazzare l’augello. Saputo che Alberto era romano lo pregarono si indicare loro dove fossero ubicati i casini (allora la senatrice Merlin non aveva ancora rotto i zebedei con la sua legge). Alberto divise i colleghi in vari gruppi ed a ciascun gruppo indicò una casa di tolleranza, lasciando per sé la migliore e più costosa dove alloggiavano le più belle  gnocche anche straniere, via Degli Avignonesi. Il soldi non erano per lui un problema, papà Armando ogni mese gli inviava diecimila lire sino alla consegna delle Fiamme Gialle, assegnazione ufficiale della qualifica di finanziere. In quella casa di tolleranza conobbe una ‘signorina’ fuori del comune: bellissima, altezza superiore alla media, viso da bambola, occhi mai visti oro grigio azzurro, francese di Nizza. La prenotò ed andò in camera di Gisele e: ”Mademoiselle je connais le français.” “Ed io l’italiano, siamo pari, quanto tempo vuoi stare con me, facciamo mezz’ora, mi piaci, voglio divertirmi anch’io.” Finito l’incontro’ ad Alberto sceso in sala la maîtress chiese la somma di cinquemila lire, prima di andar via rivolto a Gisele: “Mi piacerebbe rivederti ancora ma non ho tanti soldi…” “Vieni quando vuoi, ti sovvenzionerò io.” La relazione fra Alberto e la francese divenne impegnativa per entrambi, si erano scoperti innamorati, Gisele non volle mettere al corrente Alberto del motivo della sua entrata in un casino, Alberto non le  racconto le sue vicissitudini passate, seguirono il detto napoletano: ‘Scurdammoce ò passato’ Venne il giorno del trasferimento di Alberto alla Legione di Torino, avuta la notizia Gisele scoppiò a piangere. Alberto pensò di congedarsi e trovare un lavoro ma dato il tenore di vita della francese lei avrebbe voluto seguitare nella sua ‘professione’, Alberto non lo avrebbe accettato. Alla Stazione Termini sino all’ultimo sperò di rivederla… delusione, Gisele non si era presentata. Dal comando della Legione di Torino fu assegnato insieme a due colleghi marchigiani alla Brigata di Montecrestese in provincia di Novara. Giunsero di notte, furono accolti dal piantone Ambrogio Colombo classico milanese che dopo averli rifocillati indicò loro la camera dove dormire e sistemare i bagagli. I tre furono svegliati alle otto dal casermiere, dopo colazione si presentarono al comandante del reparto brigadiere Guglielmo Angeleri che, benché in età avanzata era stato assegnato a quella brigata di confine per conseguire il requisito di appartenenza a reparto disagiato, motivo: conseguire i requisiti per essere promosso al grado di maresciallo. Brigadiere anziano, moglie molto più giovane,  allorché il marito si allontanava dalla caserma per servizio la signora Sonia Adalberti faceva sollazzare la sua topina dai giovani dipendenti del consorte. “Che titolo di studio hai?” “Ragioneria.” “Bene mi aiuterai a fare  i conti da quelli del vitto sino  alle paghe, io ci capisco poco.” Le cose non andarono come desiderato dal brigadiere, tre finanzieri del dipendente distaccamento di Lago Matogno furono  trasferiti ad altro reparto, tre nuovi giunti dovettero rimpiazzarli. Alberto in compagnia di Sanzio Loretelli, vecchio del reparto e di Biagio Lupini seguì il vivandiere che con un mulo  si recava al distaccamento per rifornire di viveri i finanzieri. Durante il tragitto Sanzio, durante una sosta spiegò ad Alberto ed a Biagio il perché il comandante della Brigata fosse soprannominato ‘balle da vendere.’ Durante la visita ispettiva a Montecrestese del capitano Primo Pagnani comandante della Compagnia al pranzo erano presenti tutti i componenti del reparto esclusi due uomini di pattuglia. In sala mensa a capo tavola il capitano, a destra la signora Sonia, a sinistra il comandante del reparto, fra i finanzieri l’autista del capitano Santo Brecciaroli. Sonia mangiava in silenzio ed a testa bassa, il capitano le domandò: “Signora si sente bene?” “Mai stata tanto bene in vita mia!” Un sorrisetto aleggiò sul viso della maggior parte dei componenti il reparto.  Il capitano rivolto al brigadiere: “Ho notato che lei invia le pattuglie sempre più in alto, non sarebbe meglio fare dei posti di blocco in pianura?” Il buon Guglielmo forse in un momento di ira: “Balle da vendere, so io quello che faccio!” Il capitano non replicò ma il ‘balle da vendere’ restò come soprannome al brigadiere.  Alberto durante il tragitto sino al distaccamento era piuttosto stanco appesantito dallo zaino ed anche perché non allenato, domandò al vivandiere: “Quanto manca?” “Poco finanziere.”  Dopo ventisette chilometri il quartetto giunse finalmente dinanzi al reparto accolti da sottobrigadiere Gavino Pinna sardo di Alghero,  molto religioso che salutò i nuovi venuti con un “Sia lodato Gesù Cristo”, i tre gli risposero salutandolo militarmente, erano atei. I giorni passavano lenti, qualche giro di pattuglia ma il sabato sera le signorine baitane che custodivano le capre, (non le pecore lasciate libere di pascolare) erano invitate dai finanzieri a ‘ballare’ al suono di una radio a batterie, era il pretesto giustificativo per avere rapporti sessuali lontano dal distaccamento. Il sottobrigadiere fidanzato al suo paese non solo non partecipava ma condannava quei rapporti che lui non accettava prima del matrimonio, gli era stato inculcato il principio che i rapporti sessuali erano destinati al solo fine di procreare! Venne l’inverno. Quando liberi dal servizio i finanzieri giocavano a carte, si vestivano da donna o addirittura mettevano su uno spettacolo, in particolare: Sanzio  mentre scorreggiava spudoratamente senza mutande  avvicinava la fiamma del suo accendino al culo procurando una specie di fiammata. “Malaittu porcu” era il commento del sottobrigadiere. Alla radio GF 1 il comandante di brigata domandò: “Tobacco?” Era la frase convenzionale del brigadiere Angelieri per sapere se i militari del distaccamento avessero  eseguito un sequestro di sigarette. Alla risposta negativa del sottobrigadiere: “Bel sardagnolo, ti farò abbassare le note caratteristiche e potrai dare addio alla promozione, datti da fare, cazzo!” Alberto venne in aiuto al povero e affranto Gavino Pinna, contattata una baitana con cui era in ‘buoni rapporti’  si fece indicare giorno e  località in cui il suo fidanzato, cocu sarebbe transitato insieme a suoi colleghi con una bricolla di sigarette di contrabbando. “Brigadiere domani vorrei andare in pattuglia con Sanzio Locatelli e con Biagio Lupini, viveri per tre giorni, porteremo con noi anche i sacchi a pelo, spero di tornare col ‘tobacco’. Il sottobrigadiere lo abbracciò e pregò  la Madonna acché i tre suoi dipendenti portassero a buon fine l’agognato sequestro. La baitana amica di Alberto aveva ‘spiato’ la notizia con precisione, all’alba del terzo giorno in località Agarina Alberto e compagni intravidero tre figure con  indosso una bricolla, con la pistola spararono in aria vari colpi segnale in seguito al quale i contrabbandieri si disfecero del carico e fuggirono per non essere arrestati. Stavolta non andò così: due spalloni sparino in fretta mentre il terzo fu trovato dai finanzieri seduto su di un  masso. Alberto: “Non hai sentito i colpi di pistola, che pensavi fossimo dei cacciatori, ora dobbiamo arrestarti!” “Io sugno calabrisi…” Alberto: “Non mi frega di dove sei, prendi la bricolla e seguici in caserma.” A ‘Lago Matogno’ i tre più uno furono accolti con gridi di gioia ed abbracci come fossero dei giocatori di calcio dopo aver segnato un gol, il comandante di brigata fu informato del fermo. Dinanzi al focolare acceso, si era in inverno, il calabrese interpellato dal finanziere Luca Romeo, suo corregionale riferì in dialetto che con moglie e tre figlie era andato a far fortuna a Domodossola, non aveva trovato altro lavoro che quello di contrabbandiere.  Dichiarò solo i suoi nome e cognome: Giuseppe Morabito, non il luogo di residenza e  nemmeno quello dei suoi colleghi contrabbandieri. Alberto notò che Giuseppe, toltesi gli scarponi aveva i piedi bagnati, tremava dal freddo, era vestito troppo leggero per quel clima invernale, ebbe pietà, credette alla miseria del suo interlocutore, lo fece spogliare, gli consegnò una sua maglia, un paio di mutandoni di lana,  dei pantaloni, una camicia di flanella ed un paio di scarponi. Alberto, non  religioso,   da suo padre aveva appreso la carità per i più deboli, l’aveva messa in atto. Il Morabito ringraziò con gli occhi, si era commosso di tanta generosità. Al calabrese fu consegnato un sacco a pelo, doveva dormire per terra, tutti i letti erano occupati dai finanzieri. La mattina il Morabito era un altro, accettò un’abbondante colazione preparata dal casermiere, fece capire che era pronto ad andare in prigione. Il sottobrigadiere Pinna, consultati tutti i finanzieri presenti: “Caro il nostro calabrese sei libero, non dire a nessuno che non ti abbiamo arrestato, potremmo passare noi dei grossi guai.” Si intromise Alberto, si presentò e: “Vai a Domodossola dal mio collega e paesano  Gigi Gallozzi, digli che ti mando io e che ti trovi un lavoro dignitoso.” Giuseppe Morabito non riuscì a trattenere le lacrime, era stato trattato da  fratello, se lo sarebbe ricordato. Il Comandante della Legione di Torino, venuto a conoscenza del sequestro di T.L.E e che Alberto, uno dei componenti la pattuglia conosceva bene la lingua francese lo trasferì a Domodossola a prestare servizio sui treni internazionali. Libero dal servizio una sera Alberto si recò nella sala da ballo ‘Galletti’, pensava di rimorchiare qualche disponibile  domese, così si chiamano gli abitanti di quella città. Stranamente fu lui ad essere rimorchiato da una bruna niente male: “Lei non mi conosce, io l’ho riconosciuta tramite un racconto di mio padre, mi chiamo Rita Morabito. Tutta la mia famiglia le deve molto, tramite il suo collega Gallozzi mio padre è stato assunto come guardiano notturno in una fabbrica, io e le mie dure sorelle siamo impiegate come commesse in negozi di moda e di profumeria, non faccia quella faccia, il mio è un ringraziamento, se vuole possiamo ballare.” “Sconsigliato, in passato mi sono iscritto ad una scuola di danza, il titolare dopo due lezioni mi ha restituito la caparra, ‘il ballo non è per lei’, questo il suo giudizio. Sono sincero come mio solito, lei o meglio tu hai un effluvio molto piacevole, parlo non di un’acqua di colonia ma un profumo personale…” “Dilla tutta che vorresti fare?” “Non so chi dei due abbia di più la faccia tosta, cosa desidera un maschietto da una dama?” “Scopare caro, c’è solo un piccolo problema, nemmeno tanto piccolo, ho ventitre anni ma sono ancora vergine.” ”A me viene in mente una poesia goliardica che recita: “Noi siam le vergini dai candidi manti rotte di dietro ma sane davanti!” “Frase non valida per me, anche il posteriore è vergine come pure la bocca, altre domande?” “Scusa la mia volgarità, talvolta mi lascio trascinare, restiamo seduti al tavolo ad ascoltare la musica.” “Idea migliore, andiamo a casa mia, abito vicino alla tua caserma, mio padre è al lavoro, in casa troveremo mia madre Assunta e le mie due sorelle, potrai scegliere quella che più ti piace!” “Hai un senso dello humour molto particolare che non si pensavo albergasse in una ragazza del sud, andiamo a conoscere le altre femminucce di famiglia.” “Fai sfoggio di cultura, io ho la licenza classica, non ho potuto proseguire gli studi per difficoltà pecuniarie.” Entrati in casa Morabito la mamma in vestaglia: “Potevi anche avvisarmi che avevi un ospite!” “Mamma questo è Alberto il finanziere di cui ci ha parlato papà.” Assunta squadrò Alberto, dal suo sguardo parve essere soddisfatta, Alberto aveva salvato tutta la famiglia. “Caro ormai è tardi per andare a dormire in caserma, vieni nella mia stanza.” Aurora era stata esplicita, Alberto se pur un po’ meravigliato acconsentì, pensava che le meridionali fossero tutte delle puritane, aveva incontrato una eccezione. Dietro invito della ragazza andò in bagno per lavare i suoi ‘gioielli’, ‘ciccio’ ,sempre all’erta si alzò in tutta la sua magnificenza spaventando Aurora: “Spero sarai delicato…” Alberto fu delicato nei limiti del possibile, Aurora si dimostrò stoica, nessun lamento anzi:”Resta dentro…” “Non vorrei…” “Voglio io: qualora restassi incinta di un maschio gli imporrei il tuo nome col mio cognome.”  Alberto, prima di nascere era stato già battezzato. Alle sei mamma Assunta bussò alla porta della camera di Aurora: “Tuo padre sta per rientrare…” Alberto ancora insonnolito capì l’antifona, si vestì in fretta, baciò Aurora, salutò mamma Assunta e prese la via della caserma. “Cavolo, che ci fai in giro a quest’ora, non eri di servizio!” Il piantone stava dormendo. Alberto si ritirò in camera sua, notò gli slip sporchi di sangue, li avrebbe gettati nella mondezza, non voleva che la lavandaia gli facesse delle domande imbarazzanti. Era domenica, dormì sino all’ora di pranzo, lo stomaco stava reclamando. Chiese al cuoco altra  razione del primo.  il bolognese Silvano Roncaccioli gli preparò un altro piatto di tagliatelle doppio del primo e: “A capè ai ò  metter una pezza fiôl de busona!” Il lunedì successivo Alberto riprese il suo lavoro di controllo dei viaggiatori del treno che dalla svizzera Brig porta a Domodossola tramite il tunnel del Sempione. Solitamente cercava di rimorchiare qualche dame ou mademoiselle, stavolta il suo pensiero era rivolto solo ad Aurora, la ragazza l’aveva stregato, una sensazione o meglio un sentimento nuovo. Alberto comprese che non era il caso di recarsi a casa di Aurora o nel negozio dove esercitava la professione di commessa, sarebbe stato irrazionale. Ogni sabato si recava al ‘Galletti’, ovviamente niente ballo, si rifugiava in un tavolino lontano dall’orchestra e si sorbiva una bibita. Gigi Gallozzi lo incontrò in caserma e rimase basito dall’atteggiamento di Alberto, non era più il solito  ‘caciarone’, comprese la situazione dell’ amico e: “Arbè, er monno è pieno dè fica, lassa perde la calabrese se voi….” Alberto lo ringraziò: “Sei un amico, me la caverò da solo.” La sua presenza al ‘Galletti’ ebbe delle conseguenze positive. Verso le ventidue di un sabato stava per ritornare in caserma quando: “Scusi signore, i tavoli sono tutti occupati mi può ospitare?” “Bien sure mademoisele.” “Mi capita un francese…” “No sono italiano, ero in  sovrappensiero.” “Sono Flora Lucio del Priore, lieta.” “Il suo cognome mi fa pensare che qualche suo antenato sia stato così chiamato da qualche prete che, per lasciargli un marchio indelebile di N.N. lo abbia battezzato col quel cognome.” “Cavolo nessuno me l’aveva detto prima, lei è un insegnante?” “No, un finanziere.” “Non ho un bel ricordo dei suoi colleghi, lavoro a Briga, un pomeriggio avevo con me dieci pacchetti di sigarette Turmac, un suo collega, in verità un po’ effeminato mi ha accompagnata in Dogana e me le ha fatte sequestrare, devo pagare una multa salata…” “Domattina incontrerò quel brigadiere, si chiama Beniamino Barbieri soprannominato B.B., il perché l’ha capito da sola, vedrò quello che posso fare…mi piacerebbe invitarla a ballare ma in quel campo sono un  orso, ci sarebbero in ballo le sue scarpe ed anche i suoi piedi, se le va resti con me al tavolo, ho bisogno di distrarmi.” “Posso fare un’ipotesi, forse il cuore?” “Ha indovinato,  mai accaduto prima:” “Le cito un proverbio che si addice al suo caso:’ chiodo scaccia chiodo.” “Se il chiodo fosse lei…” Era il chiodo giusto, la liaison con Flora ebbe un seguito sino a quando Alberto vinse il concorso e si recò ad Ostia per frequentare la Scuola Sottufficiali ma questa è un’altra storia.

  • Come comincia: Il Grand Prix de l'Arc de Triomphe, nato nel 1920, (la prima edizione arrise a Comrade, cavallo inglese di tre anni) è il gioiello più prezioso dell'ippica francese. Si disputa la prima domenica di ottobre (mancò l'appuntamento soltanto nel biennio 1939-40, per ovvi motivi legati al secondo conflitto mondiale) nell'ippodromo parigino di Longchamp, tempio del galoppo transalpino e mondiale. L'Arc e questo ippodromo, il suo ippodromo, sono legati a filo doppio, l'uno senza l'altro non sarebbero la stessa cosa: entrambi infatti rappresentano monumenti alla "grandeur" francese (la corsa fu ideata per celebrare la vittoria della Francia nella "grande guerra"), ed entrambi hanno accompagnato lo sviluppo e la trasformazione dell'ippica francese; entrambi, infine, rappresentano la più concreta risposta della Francia al predominio britannico in Europa. Longchamp venne costruito nel 1857, su un progetto dell'architetto Antoine-Nicolas Bailly, nella parte sud-occidentale del Bois-de-Boulogne nel luogo in cui precedentemente era sorta una abbazia di clarisse fondata nel 1260 e demolita dopo la sua soppressione nel 1790. Venne inaugurato da Napoleone III° e dalla sua consorte Eugenia. Subì danni notevoli nel 1870 (durante la guerra franco-prussiana) e nel corso della prima guerra mondiale. Nel 1966 fu ricostruito in toto con tecniche ardimentose come l'avanzamento su binari delle nuove strutture mentre si abbattevano quelle vecchie. Al termine del "maquillage" che durò cinque mesi e nel corso dei quali, con l'intervento di ben seicentocinquanta operai, vennero trasportate circa diciottomila tonnellate di materiale, l'impianto potè vantarsi di essere, a giusta ragione direi, il più efficiente e moderno d'Europa. Le tribune potevano contenere quindicimila persone, tutte al coperto: sul suo prato invece, nei convegni più importanti (ad esempio, durante il Gran Prix de Paris in giugno) ne prendevano posto anche più di centomila. Nel 2016, il vecchio ippodromo ha chiuso i battenti per due anni (l'Arc si disputò ugualmente nell'ippodromo di Chantilly, lo stesso che ospita - in maggio - il Derby francese), così subendo un totale rimodernamento. Un progetto arabo, portato a termine dall'architetto Dominique Perrault, ne ha completamente cambiato il volto. Dal 2018 (ha riaperto i battenti l'otto di aprile) si chiama Paris Longchamp: la nuova tribuna della Defense dispone di ben cinque piani con terrazzo, box e ristorante di duecentocinquanta posti annessi. L'odierno sponsor della corsa parigina (lo sarà, per contratto, sino al 2022) è il QREC (Qatar Racing and Equestrian Club), mentre il montepremi attuale, salito alla stratosferica cifra di cinque milioni di euro, non ha eguali al mondo. Sfogliando il libro d'oro dell'Arc si possono scoprire notizie interessanti, estrapolare dati di rilevante importanza tecnico-statistica ma anche di natura storica. Il primo vincitore, come sopra scritto, fu Comrade, maschio di tre anni e figlio di Bachelor's Double e Sourabaga. Quel giorno fu montato dal jockey australiano Frank Bullock il quale trionferà a Longchamp anche nel'22, portando al secondo successo Ksar, e si impose in 2'39 di una corta lunghezza su King's Cross e Pieurs. Allenato dal trainer inglese Peter Purcell Gilpin e di proprietà del francese Evremond de Sant Alary (la sua scuderia trionferà ancora nell'Arc, nel 1935, con Samos, montato da Wally Sabbritt), questo cavallo vanta una 
    curiosa storia ed alquanto singolare, oltre che un palmarès di qualità: tre vittorie su cinque corse disputate in carriera (nell'anno del successo nell'Arc vinse pure il prestigioso Gran Prix de Paris, gruppo uno sui tremila metri in giugno, a Longchamp e le Queen Anne Stakes ad Ascot, gruppo due sulla distanza dei millecinquecentosessanta, in ottobre; infine, si piazzò dietro al connazionale Orpheus nelle altrettanto "classiche" Champion Stakes, corsa di gruppo due sui duemilaundici a Newmarket). Era stato acquistato quasi casualmente da yearling (età di un anno), dal suo futuro trainer, quand'era di proprietà del banchiere inglese di bavaresi origini Ludwig Neumann (morirà a Touquet, nel'34, cadendo accidentalmente dal balcone della sua stanza d'albergo!), per una cifra abbastanza modesta e quasi...simbolica (poco più di venticinque ghinee) alle annuali aste di Newmarket: in caso contrario, ossia se nessuno avesse fatto un'offerta, sarebbe stato rispedito indietro al mittente. In seguito venne rivenduto al nuovo proprietario francese di cui sopra, col quale trionfò a Parigi. Il primatista, in fatto di successi, tra i jockeys, è l'italiano Frankie Dettori il quale ha tagliato da vincitore il nastro d'arrivo dell'Arc per ben sei volte, di cui due di seguito: Lammtarra (1995), Sakhee (2001), Marienbard (2002),  Golden Horn (2015), Enable (2017, 2018). A distanza inseguono in sei con quattro successi: l'inglese Pat Eddery e ben cinque transalpini: Freddie Head, Jako Doyasbère, Thierry Jarnet, Olivier Peslier e Yves Saint-Martin il quale è da molti considerato il fantino francese più forte di sempre. Nato ad Agen (Lot-et-Garonne) nel 1941, ottenne in carriera (calcò i turf del mondo intero dal 1955 all'87) la bellezza di 3314 successi di cui ben 119 in corse di gruppo uno. Fu allenato da due trainers soltanto: François Mathet (dal 1955 al 1970) e Daniel Wildenstein (1971-1977). Nel suo palmarès incredibile figurano successi e riconoscimenti ottenuti su ogni ippodromo del mondo; quindici volte campione del Jockey Club francese o Cravache d'Or (premio al fantino più vittorioso in stagione), Cavalierato della Legion d'onore, Prix "Claude Foussier" de l'Academie français des Sports per servigi resi allo sport ippico, trentacinque classiche francesi, escluso il poker di successi nell'Arc (nove Prix du Jockey Club o Derby, cinque Poul d'Essai des Poulains, quattro Gran Prix de Paris, sette Poul d'Essai des Poulishes, cinque Prix de Diane, cinque Prix de Vermeire); sette classiche inglesi: Derby del 1963 in groppa a Relko, due Oaks (Monade, 1962, Pauwneese, 1976), due 1000 Ghinee (Altesse Royale, 1971, Flying Water, 1976), un 2000 Ghinee (Nonoalco, 1974) e un St. Leger (Crow, 1976); l'Irish Derby del 1974 al Curragh, con English Prince; cinque gruppi uno negli States e Canada: Breeder's Turf e Mile, Hollywood Derby, Washington  D. C. International a Laurel Park, nel Maryland ed E. P. Taylor Stakes al Woodbine Racetrack di Toronto. Il giornalista inglese Nick Higgins, uno dei massimi esperti mondiali di galoppo, nella sua "Top Jockeys of All-Times List" (graduatoria dei più forti fantini di sempre), apparsa su Jockeys Room.com lo inserisce al 19°posto.

  • 30 dicembre 2020 alle ore 14:08
    Natale Rosso Sangue

    Come comincia: E' solitaria la stazione di Crema. Non solo è molto presto, ma è anche la vigilia di  Natale. Giulia ha ricevuto una telefonata urgente e visto che la macchina ha improvvisamente deciso di non partire e di lasciarla appiedata, ha dovuto ricorrere al treno. Non possiede il biglietto ovviamente, ma spiegherà tutto al capostazione sperando di trovarne uno comprensivo. La nebbia, che per il novanta per cento del tempo "allieta" gli inverni della pianura padana, è così fitta che sembra di aver davanti un muro, non si riescono a vedere le piante al di là dell'unico binario, si sente solo il fruscio delle foglie al vento e tutto sembra irrealeGiulia, una ragazza alta, vestita in modo sportivo, si sistema la sciarpa con fare aggraziato: c'è molta umidità che sente penetrare nelle ossa e non vede l'ora che arrivi il treno per poter salire. 
    Pensa al calduccio del suo appartamentino e agli scatoloni delle decorazioni natalizie sparsi sul pavimento del soggiorno che aveva tolto dall’armadio. In un primo momento aveva deciso di non fare nulla, perché non voleva niente che le ricordasse i Natali passati con la sua famiglia. Poi chissà perché, ha cambiato idea.
    I suoi genitori erano morti in un incidente stradale esattamente una settimana prima del Natale dello scorso anno. 
    La mamma aveva preparato il presepio in un angolo del soggiorno durante la festa dell’Immacolata, come al solito.
    Prima lo preparava sul piano della credenza, ma le piaceva costruire casette nuove, che si andavano a sommare alle precedenti, per cui nel corso degli anni non ci stava più. Ricorda come si divertiva la sua mamma a segare i pezzi di legno che servivano a costruire le varie casette, e a quando intanto che le colorava cantava, lei che era stonata come una campana, e suo padre che si tappava le orecchie per non sentirla: quanto amore aveva sempre letto negli occhi dei suoi genitori e, se il dolore della loro perdita era stato immenso, ringraziava Dio che almeno se ne fossero andati insieme.
    Da lontano il fischio, i fari che penetrano la nebbia e finalmente il treno si ferma in stazione. E vuoto. Solo una ragazza, vestita molto dimessamente, si trova su un  sedile accanto al finestrino. Giulia decide di sedersi di fronte a lei. 
    La ragazza guarda fuori con un'espressione assente, è minuta, molto pallida e sembra anche spaventata. 
    - Ciao… io mi chiamo Giulia e tu? 
    - Stella… un nome luminoso come la stella cometa che si mette sulla capannina. 
    - Io mi chiamo Giulia.
    Giulia è abituata a parlare con le persone, ma questa volta si sente molto a disagio e non riesce a comprendere il perchè: il suo istinto le fa intuire che la ragazza è turbata per qualcosa.
    - Scusa se mi intrometto, ma ti senti bene? 
    - No non mi sento per niente bene… mi sento molto stanca e abbattuta.
    -Posso chiederti perché se non sono indiscreta? 
    - Ieri ho litigato con Cesare… che è l'uomo che amo. 
    - Capita anche a me di litigare con il mio compagno, ma poi tutto si chiarisce e si risolve, stai tranquilla.
    - Lui è tanto bello, sempre elegante… intelligente e sa quello che vuole… non come me… me lo dice sempre lui… vedi la mia è una situazione strana, nessuno sa della nostra relazione perchè lui è sposato e non vuole divorziare per i figli… io all'inizio avevo accettato tutto pur di averlo… adesso però comincia a pesarmi e ieri sera gliel'ho detto.
    - E lui? - Chiede Giulia e intanto pensa che la definizione più esatta per descrivere quell’uomo sia arrogante e non intelligente.
    - Come al solito si è messo a brontolare e a urlare… mi ha anche dato uno spintone… sono caduta per terra e ho picchiato la testa contro lo spigolo del cassettone.
    - Spero che tu abbia fatto la denuncia.
    - Noooooooo…  non è possibile, non posso… tutto deve rimanere segreto, figurati che non ha mai voluto farsi fotografare con me… io però di nascosto con l'autoscatto sono riuscita a fare una foto di noi due insieme mentre sul divano guardavamo la televisione… la foto è conservata in una scrivania che apparteneva alla mia nonna… il ripiano del cassetto nasconde uno scompartimento segreto ed è lì che la tengo… insieme ai soldi e ad altre cose di valore… mamma mia, se lui lo sapesse me la farebbe buttare via subito!
    E' vero che Giulia per il suo lavoro è abituata a sentirne di tutti i colori, ma questa storia le sembra tanto strana e poi perchè una ragazza deve raccontare tutto ad una sconosciuta. Addirittura svelare il segreto della scrivania, mah… e quanto gesticolare con le mani mentre parla, con la testa che si muove in continuazione come se avesse paura di vedere entrare qualcuno.
    - Hai provveduto a curare la ferita? Mi sembra di non vedere nulla.
    - La ferita sulla testa? No… no… tanto sangue… tanto... poi il bisturi l’ha messo dentro nella punta color rosso che ho messo in cima all’albero di natale. 
    - Ma che stai dicendo? Che centra il sangue, il bisturi e la punta dell’albero?
    - Scusa… non so neanche io cosa sto dicendo… forse sarà la botta.
    Ormai il treno è arrivato alla stazione e Giulia deve scendere.
    - Ascolta... mi prometti che andrai in ospedale per un controllo?
    - Si Sì… te lo prometto… e tu aiuterai me, vero? 
    - Se hai bisogno senz'altro… guarda, ti lascio il mio biglietto. Puoi metterti in contatto con me in qualsiasi momento ritieni opportuno… ok? 
    - Non avrò bisogno di mettermi in contatto io… sarai tu che mi troverai…
    Giulia la saluta, scende dal treno e si avvia verso l'uscita. Fuori ad attenderla, l’appuntato Angelo Fugazza che tira in dietro la pancia in un ultimo tentativo di abbottonare la divisa. “Dal 7 gennaio a dieta” si ripromette tra i denti, fumando una sigaretta.
    -Buongiorno Dottoressa, ma che faccia ha. Non ha dormito stanotte? Sa pol mia che an bel Magistrato cuma le, i la fa laurà a po ala vigilia da Nedal. - le dice mentre apre la portiera per farla salire mentre con il piede spegne la sigaretta.
    Giulia sorride. Tante volte gli ha detto che non deve parlare in dialetto sul luogo di lavoro, ma come al solito una battuta gli sfugge sempre.
    - Scusa Angelo, ma sono un pò frastornata per un incontro sul treno. Certo che al mondo esistono personaggi molto molto strani... comunque dimmi tutto dai.
    - Dottoressa, come le hanno già detto il fattaccio è successo in via Cavour. Non sto a descriverle lo scenario perchè lo vedrà lei, ma l'è an disastro, an rebelot!!!!
    Come al solito Giulia non fa domande, preferisce arrivare sulla scena del crimine sapendo poco o nulla perchè vuole vedere con i proprio occhi e non con quelli degli altri.
    Il condominio dove si trova l'appartamento è signorile e ben tenuto, senza però essere di lusso. Fuori la solita folla di curiosi e giornalisti di testate e di varie televisioni. L'ingresso dell'appartamento sembra in ordine; il soggiorno invece è un caos: tanto sangue sulle pareti, sui mobili, perfino sull’albero di Natale.
    La vittima giace sul pavimento e il medico legale, un uomo con la barba lunga e gli occhiali spessi, sta ultimando i suoi rilevamenti con molta scrupolosità.
    - Ciao Giulia, hai visto che disastro?
    - Ciao Massimo… vedo…  come è successo? 
    - Qui in questo punto della testa lo vedi? C’è un taglio, ma non è questa la causa della morte. 
    Massimo si alza e con il dito fa notare a Giulia lo spigolo del cassettone che è sporco di sangue.
    - Presumo che sia stata spinta, cadendo ha picchiato la testa contro lo spigolo e poi l’assassino  le ha inciso la giugulare. Praticamente è morta dissanguata… Ehi, ma mi stai ascoltando?
    Giulia è molto turbata… per terra c'è la ragazza del treno.
    - Massimo scusami… ma  la morte a quando risale? 
    - Potrò essere più  preciso dopo l'autopsia, però  posso già dirti tra le 20 e le 4 circa di stanotte.
    - Non è possibile!
    - Come non è possibile? dice Massimo fissandola con uno sguardo basito.
    Giulia non risponde, si guarda freneticamente intorno e il suo sguardo si ferma su una scrivania. Si infila i guanti di lattice, si avvicina, apre il cassetto sotto lo sguardo attonito dell'appuntato e del medico legale non abituati a vederla così: di solito sul lavoro è molto fredda, quasi glaciale, calma e precisa. 
    Come aveva detto la ragazza sul treno, il cassetto nasconde uno scompartimento segreto e Giulia vede subito la foto. 
    - Angelo, prendi immediatamente la punta rossa che è sull’albero di Natale.
    -Ma Duturesa.
    - Fai come ti dico!!!!!! 
    Mentre Angelo, sbuffando senza farsi sentire, va in cucina a prendere una sedia, Giulia cammina avanti e indietro inquieta. Ad un certo momento le sembra di avere un’allucinazione: accanto a lei c’è la ragazza del treno che le sorride e le manda un bacio. 
    Il rumore della sedia che Angelo appoggia accanto all’albero per salire ad afferrare la punta la riporta alla realtà.
    - Dammela subito.
    L’appoggia con delicatezza sul tavolo, chiede a Massimo una pinza e lentamente la introduce nella cavità.
    Sente che c’è qualcosa dentro e cerca di farlo uscire… se lo aspettava, ma rimane ugualmente senza parole.
    La pinza ha afferrato una busta di plastica che contiene un bisturi insanguinato.

  • 26 dicembre 2020 alle ore 16:48
    Il Natale "diverso"

    Come comincia: (C'è sempre la possibilità di vedere ogni faccia del diamante che è la Vita)

    Nelle strade quasi solitarie, sparute figure di coppiette e famigliole illuminate dal riverbero delle luminarie: gocce di luce appese a delicati fili stesi fra un palazzo e l'altro. L'ombra sugli asfalti a disegnare magiche teorie che tanto richiamano un antico percorso di millenni di passi e di occhi, tutti protesi a Camminare di più, a Vedere di più.

    I miei, di passi, risuonano il ritmo del piede calzato in comode scarpe rosse, ne miro il colore cangiante nell’ondeggio di punta tacco punta tacco. l’animo è sempre bambino, l’incanto è il suo vademecum.

    Punta tacco punta tacco la strada semivuota resta alle mie spalle, dinnanzi altre luminarie, altre figure oscillanti fra luci e riflessi.

    Una vettura della Polizia nella stretta stradina del centro rasenta il mio cappotto, all’interno due militari dallo sguardo stanco e dal viso coperto dalla mascherina chirurgica, pure vedo rivolto a me, il sorriso unito al segno di saluto sparso con la mano; un sorriso negli occhi e nel palmo della mano e fra la mascherina che dischiude le sue piegoline.

    Da una finestra illuminata fugge il riso di qualcuno, è argentino, pieno, è gioia. Altre luci continuano ad allagare la piazza; sono davanti al Duomo. Tre giovani militari chiacchierano davanti al portone laterale, quello per “solo entrata”, si scostano per farmi passare. Non ho pensiero alcuno o forse un rsquo;impercettibile senso di controllo, o forse no, forse mi sento rassicurata dalla loro presenza. Penso piuttosto: così giovani, così teneri, fra loro la collega minuta e dai capelli raccolti in una gioiosa coda che spunta dal berretto. Penso ai miei nipoti, avranno la stessa età…

    Sono distratta da codeste considerazioni mentre mi avvicino all’uscio, quasi pronta a tendere il braccio per aprirlo, e… “Buon Natale signora!” Buon Natale signora, echeggiano gli altri due dopo il primo… “Buon Natale ragazzi” rispondo nel mentre il sorriso mi apre il cuore e incontra il loro viso dagli occhi seri e teneri. Torna il sorriso di occhi, mani e mascherina dei poliziotti di pattuglia, e s’incontra con il mio che gorgheggia nel cuore. È un Natale diverso, sì, è diverso. Ho incontrato umanità differente dagli scorsi anni, non ho rivisto occhi sgranati di stanchezza e stress natalizio, e nemmeno ne ho visti sgranati di paura; di seria preoccupazione sì, la seria preoccupazione l’ho vista in tutti, in me e perfino nelle cose inanimate. È un Natale diverso, mostra un volto tutto nuovo, mostra i doni con cui siamo nati e rimasti nascosti per secoli nei vortici del dna: quelle capacità di acconsentire a situazioni negative di sviluppare l’attenzione a quanto di meglio, da esse, si può trarre. Senza soccombere, senza annaspare. Senza affogarci dentro.

    Questo Natale mostra la paura e la via per alchimizzarla, e rendere Vita Nuova a tutto quanto non è nel proprio potere combattere. Le strade sono state mostrate, tocca all’Umano scegliere se fermarsi o camminare…

    Io cammino, non posso fermarmi, non mi sono mai fermata davanti ai mostri della vita; come ora, li ho guardati, mi sono misurata riconoscendo la mia impotenza, ho alchimizzato la paura in un’altra potenza: consapevolezza. Morire in attesa di morire? O vivere senza attendere?

    Quel domani, che non è in mio potere dirigere, verrà forse o forse no. Intanto oggi vivo e m’inonda il sorriso di quei militari che, come me, sono impotenti davanti al domani. Vivo e mi lascio penetrare dall’attimo che mostra luminarie e figure stagliate e moventi fra luci e riflessi, ascolto il suono dei passi miei e di altri, m’incanto nel gioco del vento fra le stelle filanti, m’illumino nell’udire una risata dietro una finestra: là oltre i vetri c’è una famiglia riunita o forse una famiglia dimezzata dalle misure sanitarie, o forse solo una coppia di sposi, non importa chi c’è là dietro; forse qualcuno come me consapevole che morire in attesa di morire non è degno di definirsi Vita. Comunque sia. Comunque sia è vita e va vissuta prima di morire.

  • 19 dicembre 2020 alle ore 17:48
    UNA CUCKQUEAN

    Come comincia: L’Apollo, a Messina, era uno dei pochi cinematografi ancora in funzione, molti altri per cause varie non ultimo il Coronavirus avevano chiuso i battenti, la loro apertura non era più remunerativa. Goffredo era seduto in galleria in un posto vicino alla balaustra, stava più comodo poggiando piedi sul muretto, si era stravaccato. Entrando nella hall del cinema non aveva nemmeno guardato che film ci fosse in programmazione. Quella  decisione era scaturita dal fatto di aver ancora una volta litigato con Gloria sua compagna sia di classe (terzo liceo classico) che nella vita, avevano rapporti intimi già dalla quinta ginnasiale. Un futile motivo alla base della lite, il problema di fondo era che ambedue avevano un  carattere volitivo o, per meglio dire intransigente e non cedevano mai dai propri punti di vista. Avevano provato a lasciarsi varie volte ma poi, con le solite promesse di amore eterno si erano riappacificati ma in seguito tutto era finito in ‘gloria’, forse questa era la volta buona per andare ognuno per la propria strada. Goffredo era nato monello nel senso che spesso riusciva a dileggiare i più grandi, professori compresi e, benché preparato nelle materie scolastiche in condotta aveva spesso riportato un  sei con la conseguenza di dover ripetere tutte le materie ad ottobre. Il giovane viveva a Messina con la madre Mecuccia (vezzeggiativo di Domenica) figlia di un proprietario di edifici in città e di terre coltivabili  a Cesarò. Del padre Alfredo conosceva solo il nome, il cotale era sparito da casa quando Goffredo era giovanissimo, nessuno in famiglia parlava di lui. Quel suo carattere spigoloso di Goffredo forse era dovuto alla mancanza della figura paterna o forse l’aveva ereditato proprio dallo sconosciuto padre. Il giovane con madre e nonna Maria abitavano in una casa vicino al mare in frazione Torre Faro. Gof. frequentava il liceo ‘Maurolico’ in corso Cavour. Raggiungeva l’istituto con lo scooter Aprilia Dorsoduro  in caso di bel tempo, con la vetturetta Casalini M 14 allorché pioveva. Mentre era al cinema Apollo gli venne in mente una sua ‘monelleria’ effettuata al cinema ‘Savoia’ due anni prima. Fatto il biglietto per la galleria non aveva trovato posto a sedere, non la prese bene, si vendicò (che c’era poi da vendicarsi…) svuotando una bottiglietta di birra sugli spettatori della platea per poi scappare dal locale a gambe levate. Il fatto fu riportato da un giornale locale il cui un redattore, bell’esprit intitolò: “Birra gratis al Savoia’. Alla fine del primo tempo si accesero le luci, Goffredo vide nella poltrona accanto alla sua una signora piacente di viso e dal corpo da modella, vicino a lei altra dama piuttosto mascolina anche per i capelli a spazzola ed un viso che sembrava  scolpito nella roccia. Dopo metà del secondo tempo le due dame uscirono dal locale, Goffredo non trovò alcuna scusa per seguirle, rimase al suo posto ma la curiosità gli era rimasta. Fine del film, Goffredo prese l’impermeabile che aveva riposto fra la sua sedia e quella della vicina signora, lo indossò e nel mettere le mani in tasca si accorse che c’era un biglietto da visita con scritto ‘Centro Estetico Sole e Luna  -  via Consolare Pompea 69’. Un chiaro invito della signora viciniora al cine, si ripropose di andarci. Preso dallo studio il giovane non pensò più a quell’episodio sino a quando un giorno la nonna Maria, religiosissima gli si presentò col biglietto da visita in mano: “Adesso frequenti pure istituti di bellezza, lo sai che sono solo una copertura, ci troverai solo ragazze poco perbene, per me sei stato solo una delusione, il tuo nome vuol dire protetto da Dio, mi sa che Dio si sia scordato di te, hai sempre violato la morale, hai calpestato tutte le norme di madre Chiesa, hai sbeffeggiato i suoi sani principi, alla fine della vita ti troverai in una landa desolata!” “Cara nonna sei rimasta indietro di anni, le sacre scritture che tu ami tanto sono state oggetto di revisione, è risultato che Mosè quando andò sul Sinai per ricevere i dieci comandamenti era completamente drogato…” Nonna Maria si allontanò sconsolata, proprio a lei doveva capitare un nipote senza Dio! Mamma Mecuccia non si intrometteva mai nella vita del figlio, non era religiosa, aveva qualche peccatuccio sulla coscienza, si era fatta un amante toy boy. Era d’estate, Goffredo una mattina con la vetturetta si recò in via Consolare Pompea, si fermò dinanzi al numero 69, suonò una campanella esterna, aprì il portone una ragazza in camice bianco: “Signore buongiorno, penso che si sia sbagliato, questo è un istituto di bellezza per sole donne.” “Una signora m’ha consegnato questo biglietto da visita…” Si accomodi.” “La baby si allontanò e poco dopo: “Sono Hedone, la ricordo, ci siamo incontrati al cinema Apollo, la prego di ritornare dopo le tredici.” “Ho un’idea migliore, che ne dice di incontrarci al ristorante Kaleidos’ che ho visto lungo la strada.” “Accettato, io e Nerina verremo appena finito il lavoro.” Alle dodici e trenta Goffredo entrò nel ristorante che si stava riempendo di clienti. Si avvicinò un signore distinto ed elegante dal forte accento straniero: “Sono Zeno il titolare del locale, è solo?” “Aspetto due signore. “Dopo mezz’ora entrata di Hedone e di Nerina, salutarono affettuosamente il padrone del locale che già conoscevano, Goffredo si era alzato e le aspettò al tavolo. Nerina: “Lei sembra molto giovane…” “Ho trent’anni, ne dimostro dieci di meno.” “Lei è un bugiardo matricolato, meglio così, i timidi non ci piacciono! Zeno conosce i nostri gusti.” Infatti dopo un quarto d’ora comparve un cameriere con un carrello, un ben di dio.  Nerina: “Non le dico buon appetito che non è più di moda ma vedrà che apprezzerà il cibo greco.” Previsione avverata tutto buonissimo, Goff fece onore alle cibarie elleniche, solo il caffè era un espresso italiano.  Nerina era la più chiacchierona: “Ti do del tu, non far caso al cattivo umore di Zeno, è omosessuale, è scappato da Atene perché il suo amante gli ha rubato quasi tutto il suo patrimonio, si è confidato con noi, lo abbiamo conosciuto a fondo, è un gentiluomo.” Alla fine del pasto Zeno si presentò al tavolo dei tre: “Permettetemi di offrirvi il pranzo  in onore del signore che vedo per la prima volta e che spero di rivedere quanto prima.” Appena usciti Nerina: “ Caro Goffredo piaci anche agli omo, vedo che rimiri Hedone, se lei non parla vuol dire che…” “Che ne dici di farti i fattarelli tuoi…” “Mi accorgo che ci ho azzeccato, io vengo con te in quella scatoletta di auto, Hedone verrà a casa nostra con la nostra mini.” Il piano superiore dell’istituto di bellezza era la magione delle due dame, arredata con gusto con mobili moderni, il salone poi era un bijou. Hedone mise sull’apparecchio un CD brasiliano indiavolato, invitò a ballare Goffredo che si dimostrò all’altezza, maestra era stata per lui Gloria che era portata sia nella danza che a letto. Dopo un  po’ Goff rivolto ad Hedone: “Mi sono stancato, vorrei riposarmi su di un morbido letto.” Solita Nerina: “Dillo chiaro che ti vuoi scopare Hedone!” Un’ira funesta si stava abbattendo sulla malcapitata che prese una fuga rifugiandosi dentro una toilette e chiudendosi dentro. La chiacchierona ci aveva azzeccato, Hedone condusse Goffredo in camera sua, passaggio in bagno e poi su di un  letto matrimoniale con lenzuola che profumavano di violetta. Goffredo partì all’attacco, prima in bocca un bacio lungo, passaggio sulle tette ed infine sul clitoride piccolino fra pochi peli biondi. Hedone ebbe un orgasmo quasi silenzioso come sua natura, solo al secondo orgasmo si lasciò andare alla grande, all’immissione penis cominciò a tremare tutta, il giovane amante si era dimostrato più che all’altezza. Era quasi sera quando: “Belli di zia, ho visto tutto mi sa che dovrò farmi anch’io il bel Goff anche se preferisco le femminucce, caro amico sono una cuckquean!
     

  • Come comincia:                                                 = Introduzione =
    Sul finire degli anni novanta dello scorso secolo cominciai a prendere appunti su fantini, cavalli e storie legate al mondo delle corse di galoppo. Alla fine del decennio precedente avevo cominciato ad interessarmi a quello sport, a quel mondo e alle sue storie seguendo avvenimenti su quotidiani e riviste, in tivù o nelle sale corse, dove attraverso vari circuiti televisivi privati e network a circuito chiuso venivano sovente irradiate immagini in diretta di corse importanti come, ad esempio, il Derby inglese di Epsom o l'Arc de Triomphe in Francia. Pur essendo appassionato di sport sin da ragazzino, fino ad allora avevo sempre visto con occhio sospettoso e con circospezione quella branca sportiva, ritenendola - a torto - di difficile comprensione. Una cosa ed un mondo a sé stante, sembravano per me, quasi inavvicinabile...una nicchia incomprensibile a tutti quelli che come il sottoscritto non fossero degli addetti ai lavori o  avvezzi alle scommesse; qualcosa per pochi intimi o aficionados e poco più (molti infatti la ritengono un settore di esclusivo interesse di scommettitori incalliti, miliardari o nobili: a misura fatta per i loro interessi, appunto!). E' invero cosa sicura, tuttavia, direi quasi del tutto matematica (o matematicamente esatta), che l'ippica - e le corse di cavalli in genere - possano apparire a volte un tantino noiose mentre cifre e statistiche siano del tutto indigeste talora - e per i più - trasformandosi spesso in un vero e proprio ginepraio in cui è difficile muoversi e districarsi ed altrettanto facile - al contempo - perdersi. Tuttavia essa (soprattutto il galoppo, per quel che più mi tange) riveste un fascino particolare, quasi inspiegabile, e quando la scopri o meglio impari a conoscerla e intendi che è così, allora non puoi più fare a meno di amarla. A dire il vero, però, ho amato, sin dall'infanzia, quegli animali a quattro zampe bellissimi nonché affascinanti che rispondono al nome di cavalli: molti li ritengono - ingiustamente - scarsamente intelligenti se no addirittura stupidi ma non è affatto così; al contrario invece essi sono intelligenti parecchio (molto spesso lo sono più dell'uomo, degli uomini e degli esseri umani tutti insieme!) e sensibili come pochi. Sono, in buona sorte e sostanza degli "spiriti liberi", dotati di un certo quid di selvaggio ma anche pieni di grazia e dolcezza, davvero qualcosa di...speciale! Tornando a quanto sopra scritto, debbo dire che il progetto era quello - tanti anni fa - di dare alla luce una serie di articoli (lunghi, monografici, col taglio a metà tra cronaca e storia da una parte e aneddotica, curiosità, statistica e quant'altro dall'altra) sulle grandi corse nel mondo, ovvero quelle che hanno fatto e segnato la storia del galoppo nel corso del tempo, dagli albori ai nostri giorni:  le corse più importanti, insomma, e prestigiose, in quei paesi dove esso è la specialità regina dell'ippica (dagli Stati Uniti ai Paesi britannici ed anglofoni in genere, come Australia e Canada; dalla Francia all'Italia e al Sud America passando per estremo Oriente e Paesi Arabi) rispetto al trotto. Ebbene, il progetto (quel progetto) l'ho accantonai in seguito ma lo scorso anno (dopo oltre un ventennio) ho ricominciato a mettere in ordine tali appunti, ad assembrarli razionalmente e ad aggiornarli statisticamente servendomi anche dello sconfinato patrimonio di dati, curiosità e notizie (quelle che Americani ed Inglesi chiamano "facts" o "trivia") oggidì disponibile sul web. Lo feci (e continuo a farlo perché trattasi di opera abbastanza lunga e difficile che abbisogna di continui restauri ed aggiornamenti) a partire dall'Arc de Triomphe, la corsa più importante di Francia e tra le più importanti e seguite in Europa, dalle corse inglesi e da alcune americane tra cui quelle della cosiddetta "triplice corona". Ne è scaturita (anzi, ne sta scaturendo perché molte volte mi capita di scrivere in "tempo reale", a braccio o di getto) una serie che ho intitolato"le corse della leggenda". Debbo dire, anzi, evidenziare bene (ritengo sia doveroso farlo per onestà verso molti appassionati e molte persone che operano nel settore come addetti ai lavori e spesso ricavano di che vivere da esso) che non amo particolarmente il trotto (ricordo, tuttavia, una storica edizione, la prima - quella del lontanissimo, temporalmente ma no nei miei ricordi, 1978 - del Gran Premio "Città dei Due Mari" disputata sulla pista dell'ippodromo "Paolo VI°" di Taranto e che vide protagonista principe un cavallo di nome Wayne Eden, leggenda delle corse in carrozzino: fatto curioso è che esso fosse nato proprio negli States per poi essere allevato dalla società Mira, in Toscana), benché esso sia specialità che vada per la maggiore in Italia (ma è così anche in altri Paesi europei come quelli scandinavi, o in Belgio: inoltre, nella stessa Francia, negli Stati Uniti e in Canada esso ha notevole seguito ed enorme volume d'affari sebben non tocchi i livelli della sua consorella). Ritengo, per mio conto, che quella del - ed al galoppo - sia l'andatura più naturale per un cavallo: la corsa, a quell'andatura, non viene snaturata dall'elemento tecnicamente innaturale come può essere il sulky (o carrozzino, o seggiolino che dir si voglia), appunto. Voglio concludere l'introduzione con un pensiero non mio ma da me pienamente condivisibile. Da qualche parte una volta qualcuno scrisse: "che meraviglioso racconto sono i cavalli, vi è qualcosa di memorabile in ognuno di loro!". - La Triple Crown americana: i magnifici "tredici" e il poker di Whirlaway
    La leggendaria "Triple Crown" (triplice corona) è l'evento più atteso della stagione negli Stati Uniti per i purosangue di tre anni. Si articola su tre prove: Kentucky Derby, Preakness e Belmont Stakes. Il termine venne coniato ad hoc ufficialmente da Charles Hatton, giornalista del Daily Racing Form di Chicago (la bibbia dei tabloid per gli scommettitori del Nord America), nel 1930, dopo le vittorie di Gallant Fox nelle tre corse, ma ufficiosamente era già in uso dal 1923, introdotto nel gergo tecnico-sportivo da altri giornalisti. In un secolo di corse soltanto tredici cavalli sono stati capaci di completare il trittico (vincere, cioè, le tre prove che si svolgono annualmente nell'arco di cinque settimane, tra maggio e giugno, nella stessa stagione): Sir Barton (1919), Gallant Fox (1930), Omaha (1935), War Admiral (1937), Whirlaway (1941), Count Fleet (1943), Assault (1946), Citation (1948), Secretariat (1973), Seattle Slew (1977), Affirmed (1978), American Pharoah (2015), Justify (2018). Tra questi cavalli, però, l'unico che sia riuscito ad ottenere il "grande slam" fu Whirlaway. Questo castano puledro, che vide la luce alla Calumet Farm di Lexington, Kentucky, (uno dei sancta sanctorum delle scuderie, dell'allevamento e del galoppo americano) il 2 aprile del 1938, da Blenheim II°(vincitore nel 1930 del Derby di Epsom) e Dustwhirl, dop'aver trionfato - dominandole - nelle prove della "corona" (fu il primo degli otto vincitori di Derby nella storia per i suoi colori: l'ultimo è stato Forward Pass nel 1968) ottenne infatti il poker riportando le Travers Stakes, corsa che negli States è anche conosciuta come il "Mid-Summer Derby" (Derby di mezza estate). Essa si disputa annualmente in agosto nel Saratoga Race Course che è situato nella omonima località dello stato di New York ed è il quarto più antico ippodromo della nazione. Nelle classifiche internazionali è inserita al 57°posto tra le cento pattern races o corse di gruppo uno più importanti al mondo (nel galoppo le corse sono classificate in gruppi, dal primo al terzo, secondo la loro importanza, tradizione e montepremi). La prima edizione si corse nel lontano 1854 e deve il suo nome a William Rubin Travers, avvocato e ricco uomo d'affari che fu uno dei fondatori dell'ippodromo di Saratoga nonché presidente della locale Racing Association (associazione delle corse). Whirlaway fu votato Horse of the Year (cavallo dell'anno) a tre anni di età e l'anno dopo, ottenendo rispettivamente nove e undici successi (prima di lui, l'impresa era riuscita solamente a Chalendon nel 1939 e 1940). In carriera ebbe un record di 32 vittorie su 60 corse disputate e guadagnò la bellezza di 561.161 dollari, cifra altamente considerevole all'epoca. "La maggior parte delle sconfitte", come scrive Peter Matthews nel suo The Guinness International Who's Who of Sport, "fu dovuta al fatto che egli avesse l'abitudine di cambiare condotta e ritmo di gara, quando era messo sotto pressione: il suo tallone d'Achille!". Morirà quindicenne (appena quattro giorni dopo il compleanno) a Haras-de Fresnay-le Burrard, in Normandia, nel nord-ovest della Francia, dove si trovava nell'allevamento di Marcel Boussac, ricco magnate tessile (fu miglior proprietario dell'anno nel 1950 e 1951), il quale lo aveva acquistato per utilizzarlo nell'attività stalloniera solamente l'anno prima a titolo definitivo, dopo averlo tenuto in affitto tre anni. Terry Conway, corrispondente di corse per ESPN.com, nonché cronista e scrittore per il magazine Blood-Horse e per numerose altre testate negli States (non soltanto di argomento ippico ma anche di arte, storia e viaggi) ha scritto: "il più delle volte le sensazionali gare di Mister Longtail (era il suo nick per via della lunga e folta coda che lo contraddistingueva) lo hanno portato sulle prime pagine delle sezioni sportive della nazione sopra Ted Williams che ha battuto .406 quell'anno, e Joe Di Maggio, che ha messo assieme una serie di 56 vittorie consecutive". E' inserito al 17°posto nel ranking dei 250 cavalli più forti d'ogni epoca di Horse Racing Nation, votato dagli stessi fans. Nel biennio 1997-98 due allievi di Bob Baffert (dapprima Silver Charm e Real Quiet l'anno dopo) videro infrangere il loro sogno, diventato evidentemente una maledizione, all'ultimo atto: furono infatti entrambi sconfitti nelle Belmont, dopo aver vinto le prime due prove della triplice. Similmente, nel corso del tempo, è accaduto ciò ad altri diciannove cavalli, di cui ben undici dopo l'ultima impresa degli anni settanta firmata dal fuoriclasse sauro della Florida Affirmed: Spectacular Bid (1979), Pleasant Colony (1981), Alysheba (1987), Sunday Silence (1989), Charismatic (1999), War Emblem (2002), Funny Cide (2003), Smarty Jones (2004), Big Brown (2008), I'll Have Another (2012), California Chrome (2014). Bob Baffert è indubbiamente il trainer (tecnico) più  vincente del galoppo americano nell'era moderna (dal dopoguerra ad oggi ha vinto più di chiunque altro!) e uno dei più carismatici d'ogni epoca insieme a James Fitzsimmons, Horatio Luro, Charles "Charlie" Whittingham e Wayne Lukas. Due suoi cavalli, nel 2015 e 2018 (American Pharoah e Justify) hanno compiuto il triplo vincente mentre nel suo palmarès figurano ben sedici prove singole in totale (record assoluto): sei Derbies (numero di successi di Ben Jones eguagliato nel 2020 con Authentic), sette Preakness (record assoluto detenuto con Robert Wyndham Walden), tre Belmont. La sua storia è davvero fuori dall'ordinario. Egli incarna, infatti, la classica persona fattasi da sé, venuta su da sola (self-made men, son soliti indicare Americani e in genere gli anglosassoni). La sua famiglia, in Arizona, allevava vacche e polli per poi distribuirli a ristoranti e locali della zona, mentre lui cominciò a cavalcare i quarter horses: lo faceva ogni mattina prima della scuola, su una pista in sterrato che il padre avea messo a punto arando un campo di fieno d'avena alle spalle del ranch in cui viveva, a Nogales (curiosamente essa confina, a nord, con la omonima cittadina messicana situata nello stato di Sonora). Ha continuato su quella strada, così negli anni settanta, prima di intraprendere l'università, arrivarono i primi successi da fantino e da tecnico, insieme ai guadagni ("non ho mai imparato da un vero allenatore, quindi sono stati tentativi ed errori. Per lo più errori!", dichiarò una volta egli stesso). Aveva talento, occhio per i cavalli ed anche tanto cervello. Nella metà degli anni ottanta si era fatto un nome, oramai, non soltanto in Arizona, ed era diventato allenatore d'alto livello. Un importante proprietario di cavalli, il magnate dei fast-food Mike Pegram, si accorse di lui e lo convinse a compiere il gran salto nel mondo dei purosàngue veri (thoroughbred o blood horses in inglese). Baffert allora accettò la sfida e nel giro d'una decade di tempo riuscì a farsi strada - a suo modo - anche nel nuovo ambiente: i primi successi infatti non tardarono a venire (nel 1991 vinse la sua prima corsa graduata sul suolo americano: le Junior Miss Stakes, gruppo tre a Del Mar, in California, con Soviet Sojourn montato da Corey Nakatani, top-jockey californiano degli anni novanta e duemila; con Thirty Slew, montato da Eddie Delahoussaye, fantino della Louisiana ritiratosi nel 2003 dopo una venticinquennale carriera e oltre seimila successi, trionfò nel Breeders' Sprint del'92), così come pure piazzamenti di prestigio (nel 1996 si piazzò secondo d'un soffio nel Derby il suo allievo Cavonnier, montato da Chris McCarron). In seguito diverrà fraterno amico di Pegram: i due insieme, tra le altre cose, nel 1998 porteranno al successo Real Quiet tanto nel Derby, quanto nelle Preakness, e Lookin At Lucky nelle Preakness del 2010. L'incontro tra il tecnico ed il miliardario fu importante, quasi fondamentale nella vicenda umana di Baffert: ha dato il via ad una grande storia nel mondo delle corse visto che da quel momento in avanti è cominciata una vera e propria escalation di vittorie e soddisfazioni per il tecnico dell'Arizona che non accenna minimamente a fermarsi. "Baffert ha fatto molta strada nelle corse dei cavalli", ebbe a scrivere Dave Wharton sul Los Angeles Times nel giugno di cinque anni orsono, poco prima che il suo allievo American Pharoah trionfasse nelle Belmont e lui ottenesse la prima Triplice in carriera. Oggidì Baffert è il trainer più famoso e stimato del galoppo targato "stars&stripes", nonché uno dei più noti al mondo. Le sue cifre da sole parlano: dal 1979 i cavalli che egli ha sellato hanno preso il via in 13505 corse, vincendo per ben tremilasettantotto volte (percentuale del 23%) e portando a casa oltre trecento milioni di dollari di montepremi vinti (cifra pazzesca...a dir poco da capogiro!).- A proposito di...quarterI cavalli di razza quarter sono tozzi, meno resistenti e più piccoli rispetto ai purosangue standard (le loro misure, al garrese, ossia l'altezza presa tra il collo e la scapola, possono variare da un metro e cinquanta a uno e sessantacinque). Questa razza è il risultato ottenuto da un ibrido tra i mustang americani e i purosangue inglesi: è riportato che l'incrocio sia avvenuto in Virginia nel 1756 tra un purosangue importato dall'Inghilterra di nome Janus e puledre indigene. Trattasi di animali in genere abbastanza docili, mansueti e propensi all'apprendimento ed al comando da parte dell'essere umano. Queste peculiarità caratteriali fanno si che siano predisposti non solo per la corsa: vengono infatti utilizzati in altre specialità ippiche come il dressage (vi sono stati cavalli, però, che si sono esibiti anche nel salto ad ostacoli) oppure in altri tipi di monte come quelle "western", durante i rodei; sovente e volentieri lo sono anche in attività di lavoro (ad esempio, per l'aratura dei campi là dove tale pratica venga ancora eseguita a quel modo, o per tenere a bada ed ordinare il bestiame nelle mandrie) e nell'ippoterapia. A proposito dell'ippoterapia è da dire che essa rappresenta un aspetto importante dell'attività di questi cavalli: trattasi invero di una pratica utilizzata per curare persone (soprattutto bambini) con limitazioni psichiche e psico-sensoriali, la quale spesso da adito a risultati soddisfacenti. Tornando all'aspetto agonistico è da dire che le corse di cavalli su brevi distanze, negli Stati Uniti, presero piede in Virginia agli inizi del 1600, per opera dei primi coloni insediatisi nei pressi della cittadina di Jamestown. Esse venivano disputate sulla distanza di un quarto di miglio (da cui derivò in seguito il nome di quarter affibbiato ai cavalli), dapprima su ogni tipo di percorso disponibile poi su strade rettilinee vere e proprie. Il miglio è antica unità di misura utilizzata dai Romani. Entrò poi nel Sistema Imperiale Britannico ed è tuttora in uso nei Paesi di estrazione anglofona e negli Stati Uniti, nonché nel traffico per mare e cielo. Il miglio terrestre (o inglese) misura 1760 iarde che corrispondono a 1609,344 metri del Sistema metrico decimale. Le corse organizzate di quarter invece (come riferisce la Britannica Enciclopedia) iniziarono intorno agli anni quaranta del'900 e da allora in poi presero piede su circa 100 piste negli Stati Uniti, soprattutto nell'ovest del Paese. Venivano utilizzati cavalli di quella razza perché meno resistenti dei purosangue "classici" e più adatti, quindi, a distanze brevi. Oggi, negli Usa, sono classificate ben undici distanze di gara ufficiali, comprese tra 220 e 870 iarde (da 201 a 796 metri). Le gare di 550 iarde o meno si svolgono su percorsi privi di curva e le regole - in genere - sono simili a quelle delle corse standard per purosangue. E' stato creato un vero e proprio registro della razza quarter (stud), avente sede ad Amarillo, nel Texas; vi sono poi diverse organizzazioni di breeders (allevatori) ed owners (proprietari) nonché delle aste di vendita e un Jockey Club sul modello esistente nel tradizionale galoppo. Si disputa, annualmente, anche una Triple per quarter che si articola sulle seguenti prove (tutte si corrono al Ruidoso Downs Race Track, New Mexico): Kansas Futurity, a giugno, Rainbow Futurity, a luglio, All-American Futurity, a settembre. L'unico cavallo che sia riuscito a realizzare la tris vincente fu Special Effort nel 1981. Nel pedigree suo figurano due "mostri" sacri dei purosangue standard: Raise A Native (nonno per parte di padre) e, soprattutto, suo padre Native Dancer. L'attività agonistica coi quarter fu propedeutica all'entrata in scena nel mondo del galoppo d'elite (vera e propria gavetta, direi), non solo per Baffert che guidò quattro campioni, ma anche per un'altro grandissimo tecnico della scena statunitense e mondiale come Darrell Wayne Lukas (quattrordici prove della Triple e venti della Breeders' Cup in carriera).
    - Northern e Native: i due "danzatori" sfortunati 
    La vittima più illustre nella storia della Triplice è senza dubbio Northern Dancer, cavallo canadese bàio (colore del mantello rosso scuro, tendente al castagno) da Neartic (figlio, tra l'altro, di quel Nearco che oltre ad essere considerato, insieme a Ribot, il più forte cavallo italiano mai esistito ed uno dei più grandi del novecento, fu anche influentissimo progenitore) e Natalma il quale, dop'aver battuto di una incollatura Hill Rise nel Derby (primo cavallo canadese della storia vincitore a Louisville), e di due lunghezze e un quarto The Scoundrel sul traguardo delle Preakness, fu soltanto terzo nelle Belmont (preceduto oltre che dal vincitore Quadrangle, che a sua volta era stato 5°nel Derby e 4° a Pimlico, anche da Roman Brother). Allievo di Horatio Luro, il trainer che lo guidò nel corso della carriera, è inserito al 42°posto nella classifica dei duecentocinquanta cavalli più forti di sempre stilata da Horse Racing Nation. Dopo aver smesso di correre in pista (lo aveva fatto in eccellente modo, vincendo quattrodici delle diciotto corse a cui prese il via, giungendo due volte secondo e altrettante terzo, guadagnando oltre mezzo milione di dollari), cominciò la carriera di razzatore a Chesapeake City, nel Maryland, e fu campione anche in quella: probabilmente, a detta di tecnici ed addetti ai lavori, il più influente nei tempi moderni. Fu miglior stallone negli Usa e in Nord-America nel 1971 e in Inghilterra nel 1970, 1977, 1983, 1984. I puledri e le figlie che ha generato, così come i suoi nipoti e pronipoti, sono stati campioni nazionali in ben quarantaquattro diversi Paesi al mondo ed hanno trionfato in centoquarantasette gare di gruppo (alcune cifre parlano di centoquarantatre) tra cui Irish Derbies, Prix du Jockey Club a Chantilly (derby francese), in gare della Triple Usa e in tutte quelle della Breeders' Cup. Ha fatto nascere ben 49 yearlings (puledri dell'età di un anno) venduti alle aste a un milione di dollari o più. Era una vera e propria miniera d'oro oltre che una macchina (perfetta e ben...oliata) della monta. La rivista People così scrisse su di lui: "l'unica celebrità in grado di guadagnare un milione di dollari prima di colazione!". Il suo figlio più prestigioso fu senz'altro un tal puledro irlandese chiamato Nijinsky, cavallo preferito di sua maestà Lester Piggott, col quale il fantino di Wantage conquistò la Triple Crown in Inghilterra: 2000 Ghinee, Derby di Epsom e St. Leger. La sua linea di sangue (o consanguineità) si è fatta sentire, nel corso degli anni, perfino in nazioni apparentemente distanti tra loro (seppur abbastanza evolute nel mondo dell'ippica e del galoppo in particolare) come Brasile e Giappone, così come pure in tempi recentissimi: essa arriva, infatti, attraverso pédigrée ed albero genealogico ascendente e discendente dei cavalli, o dei vari incroci delle linee maschili e femminili anche sugli stessi campionissimi americani American Pharoah e Justify, ossia gli ultimi vincitori in ordine cronologico della Triplice Usa (rispettivamente sei e tre anni orsono). Nel 2004 accadde una cosa davvero straordinaria, uno degli eventi più incredibili nella storia dello sport mondiale, paragonabile - a mio avviso - a quel "giorno dei giorni" (25 maggio 1935) in cui Jesse Owens, fenomenale atleta di colore dell'Alabama, stabilendo cinque record mondiali in appena tre quarti d'ora, ad Ann Arbor, nel Michigan, aveva stravolto e al contempo riscritto ex-novo tutta l'atletica e lo sport: ognuno dei diciotto cavalli schierati al cancelletto di partenza dell'Arc de Triomphe aveva il sangue di Northern Dancer nelle ve...nel proprio pédigrée! Joe Hickey, ex direttore pubblicitario dell'ippodromo di Pimlico, a Baltimora, nonché uno degli assistenti di Edward Plunket Taylor, suo allevatore e proprietario, alla Windfiels Farm di Oshawa, Ontario (Canada), ebbe a dire una volta:"è stato il più grande padre commerciale di tutti i tempi. Venderanno cavalli, per molti anni a venire, ma non sperimenteranno mai l'influenza mondiale trasmessa da Northern Dancer!". Morì nel novembre del 1990 (aveva superato i ventinove anni di età da circa sei mesi), a causa dei postumi di una colica intestinale (disturbo non infrequente tra cavalli anziani). Nel 1976 era stato inserito nella Canadian Horse Racing Hall of Fame (Arca della Gloria canadese dei cavalli da corsa), situata nei locali annessi al Woodbine Racetrack di Toronto, Ontario (Canada), al cui ingresso trovasi oggi una statua scolpita in onor suo. Nella primavera del 2011, in occasione del cinquantenario dell'Arca, vennero esposti per tre giorni al Woodbine cimeli, foto e trofei della carriera del cavallo oltre alla proiezione in video delle sue vittorie. In quell'occasione John Stapleton, presidente dell'Arca stessa, dichiarò al quotidiano di Toronto The Globe and Mail: "ciò che lo rende speciale e che aveva il temperamento e la volontà di vincere". La storia della "triplice" è intessuta, invero, di episodi curiosi ed importanti tanto dal lato umano, quanto da quello agonistico o puramente scarno, freddo eppur essenzialmente inevitabile e necessario delle cifre e delle statistiche (così come del resto accade dacché esiste il mondo tutto dell'ippica e delle corse di cavalli in genere). Ci sono cavalli, ad esempio, che hanno compiuto il percorso "incompleto" a ritroso...inversamente: ossia, dopo essere stati sconfitti nella prova d'esordio (Kentucky Derby), sono poi riusciti ad accaparrarsi le due Stakes, Preakness e Belmont. In quel caso, quindi, secondo alcuni esperti ed addetti ai lavori, si dovrebbe parlare di "double" riuscito piuttosto che di triplice...mancata. A giusta ragione, ritengo io stesso, perché comunque trattasi - e sempre - di impresa degna ugualmente di nota: portata a termine, cioé (nessuno dovrebbe mai dimenticarlo ma...soprattutto coloro i quali intendono essere i cavalli delle macchine da monta e da soldi soltanto!), da fantastici animali e bellissimi i quali, seppur siano allevati, curati addestrati e sellati da uomini (o da esseri umani in generale), intinsecamente posseggono dentro di sé (oltre alla bellezza, appunto) particolari doti fisiche, psico-attitudinali e sensoriali che li rendono unici. In totale i "doppiettisti" (gli autori del misfatto...il double) sono stati undici nel corso del tempo: Bimelech (1940), Capot (1949), Native Dancer (1953), Nashua (1955), Damascus (1967), Little Current (1974), Risen Star (1988), Hansel (1991), Tabasco Cat (1994), Point Given (2001), Afleet Alex (2005). 

  • 17 dicembre 2020 alle ore 14:05
    Non posso farlo! (seconda parte)

    Come comincia:  - Comandi! - esclamò Henri all'ufficiale, seduto davanti a lui. Era il capitano Nomas, un tipo simpatico coi baffi e le basette lunghe, il quale comandava la postazione: alle sue spalle due soldati sul riposo, col fucile tenuto basso. - Sono il tenente Henri Galthier, del XV° battaglione di fanteria. Con me porto due miei compagni, il soldato semplice Alain Kantorek ed il sottotenente François Lucy, che mi aspettano fuori.
    - Buongiorno, tenente! - fece l'altro. - Stia pure comodo...riposo! riposo! Siete destinati alla decima compagnia. Quando esce di quì vada sempre dritto, avanti a lei, costeggiando la strada di fianco al bosco. Arriverà giusto in trincea: tre, quattrocento metri ancora da camminare, no di più! Quando sarete là, lei ed i suoi uomini, qualcuno sarà ad attendervi, al comando e poi...vi daranno sistemazione. Buona fortuna! L'ufficiale era stato chiaro, proprio come un libro stampato a differenza però che...i libri, a volte, non seguono fili logici prestabiliti nella loro narrazione, nel loro esporre agli altri parole scritte: spesso scantonano, deragliano sui sentieri dell'animo umano! Il tenente così salutò l'ufficiale di grado superiore, dando un colpo secco ben assestato coi tacchi degli stivali e portando la mano destra sopra il cappello. Poi disse:
     - Bene, signore! Grazie infinite! Henri sapeva già tutto, però; conosceva per filo e per segno dov'era destinato sin da quando aveva lasciato il battaglione ma si sa, in fondo, come stanno le cose tra i militari: tutto ordine, ordini e disciplina, inutili scartoffie, precisione ed ossessiva quanto maniacale ripetitività anche in tempi come quelli. Eppoi, ognuno passava da quel posto quando arrivava: era tappa obbligata, l'ingresso sul fronte occidentale da dove poi gli uomini venivano dislocati in vari punti delle trincee. Quello era il punto di snodo (sembrava - senza esserlo però - il punto d'arrivo d'un treno a scartamento ridotto: quel mezzo di locomozione, cioé, che di lì a poco verrà usato - sovente e volentieri - in vari strategici punti della contesa col nemico per spostare truppe) verso l'infe...la porta che conduce al paradiso dei soldati, alla gloria: quello da dove si "comincia a ballare!", come disse il sergente maggiore Katczinsky, mattina precedente, dop'aver udito alla radio il proclama del governo. Henri uscì con piglio deciso dalla casetta e disse agli altri: - Andiamo, ragazzi!
     
    - Arrivo in trincea. La collina del disonore.
     Erano le otto e quaranta, i tre non portavano ritardo alcuno sulla tabella di marcia. Infatti, dieci minuti più avanti giunsero alle trincee. Quelle erano state scavate alcuni giorni addietro dai soldati del genio per fornire appoggio alle truppe in transito (era da alcune settimane, infatti, che la situazione tra i due Stati vicini, ora in guerra, era tesissima ai confini e ogni cosa lasciava intendere quello che sarebbe accaduto di lì in avanti!), tuttavia diverranno in breve il punto strategico e nevralgico della guerra stessa; luogo di doloroso e sanguinoso stallo; la casa dei soldati da una parte e dall'altra e purtroppo, per molti - tantissimi - anche l'ultima...il loro camposanto, spesso profano!