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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 03 aprile alle ore 9:09
    IL COMMENDATORE

    Come comincia: Brando era il titolare di una negozio di abbigliamento di lusso in via Centonze a Messina. Sempre spaparazzato in una poltrona dell’esercizio si alzava solo quando arrivavano clienti di riguardo, la sua merce era molto costosa e unica nel suo genere: vestiti confezionati da sarti famosi come pure le camice, le scarpe  e le cravatte di produzione degli specialisti napoletani, maglieria di lana proveniente dall’Australia, i clienti erano solo persone facoltose. Il nome del negozio? ‘Lord Brummel’ Alberto maresciallo della Finanza una mattina insieme al brigadiere brigadiere Folco in divisa si fermarono dinanzi all’esercizio e si misero ad osservare le merci in vetrina, il commesso Giovanni avvisò il commendatore di quella presenza, Brando  ritenne opportuno alzarsi dalla fatidica poltrona, ad aprire la porta dell’esercizio e ad invitare i due all’interno del negozio.  “Posso esservi utile, sono a vostra disposizione.” “Commendatore sono Alberto e questo è Folco, stavamo solo curiosando, ha della merce veramente elegante ma fuori della nostra portata.” “Ho prezzi scontati per le forze dell’ordine, soprattutto per le Fiamme Gialle, entrate anche se non è vostra intenzione acquistare nulla. Giovanni ordina al bar un caffè per i signori o preferiscono qualcos’altro?” “Vanno bene il caffè.” Maresciallo approfitto della sua presenza per farle controllare la mia contabilità, non mi fido del miuo consulente tributario è diventato troppo vecchio.” “Commendatore sicuramente lei sa che ci è proibito controllare la contabilità dei contribuenti se non in visita ufficiale il che non è il caso in questione.” “Mi farebbe un grosso piacere, le do l’indirizzo dello studio del mio commercialista, può contare sulla mia assoluta riservatezza, questo è il mio bigliettino da visita, grazie comunque.” Alberto, di recente diviso dalla consorte Stella con cui aveva avuto continui dissapori era in crisi di denaro perché doveva ‘passare’ alla consorte, che era andata ad abitare a Milazzo una consistente somma per il mantenimento, conseguenza accettò la richiesta del commendatore e si recò, in borghese nell’ufficio del consulente tributario tale Giulio. Il cotale non fece buona impressione ad Alberto sia per l’aspetto di vecchio trasandato che per  il carteggio depositato in disordine sulle scrivanie. In ufficio c’era anche un giovane a nome Tommaso che si presentò come aiuto del titolare. Alberto si rese subito conto che la contabilità era, per dirla con un eufemismo piuttosto caotica cui il giovane  non poteva porre rimedio per la sua inesperienza. Prima di metter mano per sistemare il carteggio Alberto ritenne opportuno interpellare Brando andando al suo negozio. “Commendatore la prego di uscire, debbo parlarle.” Non intendo avere con lei un colloquio nel suo negozio, per esperienza personale, so di ‘cimici’ che noi installiamo in locali ai fii di conoscere le situazioni riservate dei contribuenti, al bar può andar bene.” “Allora caro Brando, mi permetto chiamarla per nome, dire che la sua contabilità è disastrata è un eufemismo, se un nostra pattuglia si recasse ora nello studio tributario di Giulio il suo portafoglio alzerebbe ‘alti lai’, in altre parole occorre risistemare a fondo l’ufficio acquistando anche materiali moderni per effettuare la contabilità.” Al commendatore era aumentata notevolmente la pressione: “Cosa mi consiglia?”  “Potrei sistemare tutto in quindici giorni sempre che lei mi dia il nulla osta per il mio operato anche se ancora non ho deciso, non vorrei avere guai col mio comando.” “Le do carta bianca e naturalmente saprò ben ricompensarla, da domani si metta all’opera, avviserò Giulio.” Alberto, per evitare guai chiese un mese di licenza e si mise subito all’opera dando a Tommaso una lista di macchinari da acquistare cominciando da un computer, non voleva esporsi facendolo in prima persona. Dopo una settimana pervenne tutta l’attrezzatura ma ci vollero altri sette giorni  per riuscire ad inquadrare la situazione tributaria. Soddisfatto del risultato una mattina Alberto posteggiò la sua Cinquecento dinanzi al negozio del commendatore e lo invitò a sedersi in auto. “Allora che mi dice?” “Tutto a posto, una bella faticata, sto istruendo al meglio il giovane Tommaso, l’apprendista, con la mia costante consulenza la contabilità sarà impeccabile.” Un abbraccio da parte di Brando ad Alberto. “Cummenda non è ce ci pigliano per due…” “Non c’è pericolo anzi voglio informarti dell’ultima novità, l’altro giorno si è presentata in negozio una ragazza, si chiama Desiré, è figlia di un mio affezionato cliente che in futuro non sarà più tanto affezionato: è finito in galera per un giro di fatture false, , falso in bilancio,  falsi incidenti stradali e di collusione con la mafia, gli hanno sequestrato tutti i beni. Inoltre ha la moglie  malata e deve assumere medicinali di prezzo elevato. Desirè era giustamente affranta, mi ha chiesto aiuto, l’ho assunta come commessa, mi fa pena.” Nel frattempo la situazione di era evoluta: Brando venuto a conoscenza della situazione familiare di Alberto lo invitò in via permanente a  casa sua a pranzo ed a cena con l’assenso della consorte Isabella che, col marito non aveva buoni rapporti personali; in considerazione che lui era il paperone di famiglia aveva preferito non chiedere la separazione. Della famiglia faceva anche parte Brunella la figlia dei due ragazza scialba, studiosissima al terzo liceo classico, per lei un sette era un voto basso! Lei aveva accolto Alberto con indifferenza, i maschietti per lei non erano un problema anche perché nessuno sinora si era fatto avanti con lei. Isabella era una donna intelligente, si vedeva dagli occhi, aveva personalità, di fisico di media statura, non male di corpo anche per la frequenza di una palestra. Già dalla prima volta aveva guardato Alberto con un certo interesse ma, data la sua riservatezza non lo aveva fatto a vedere. Ultima novità: il commendatore aveva deciso di recarsi in giugno a Firenze per visitare l’esposizione Pitti uomo, moda maschile di risonanza internazionale, volle portare con sé Desirè per…farsi consigliare nella scelta dei vestiti da acquistare. Isabella non fece commenti, era da tempo che i rapporti col marito erano praticamente assenti, insomma ognuno viveva la sua vita. Alberto seguitava ad usufruire della cucina di Isabella talvolta con la presenza a tavola della figlia Brunella che la maggior parte delle volte preferiva rimanere a scuola sino al pomeriggio. Hermes stavolta si mise di buzzo buono ed un giorno a tavola fece bere più del normale del buon Chianti ad Isabella che si avvicinò ad Alberto tanto da cominciare a baciarlo in bocca per poi passare sul letto matrimoniale con permanenza sino alle cinque al rientro della figlia da scuola. Alberto e Isabella digiuni ambedue di sesso da molto tempo avevano sfogliato quasi tutto il Kamasutra. Senza forze per non dimostrare quello che era accaduto fra di loro si erano seduti sul divano del salotto a vedere la tv.  Brunella era brutta ma non stupida, guardando in faccia i due si mise a ridere fragorosamente e si rifugiò in camera ma non gliene importò gran che, non era in buoni rapporti con suo padre. Poi un avvenimento impensato: Brunella un dopo pranzo si avvicinò ad Alberto mentre la madre era in cucina a rigovernare: “Già da quando ti ho visto per la prima volta ho capito che eri un furbacchione ma non un imbroglione, avresti potuto chiedere ed ottenere da mio padre somme notevoli, ti abbiamo adottato per le cibarie, hai avuto rapporti con mia madre per sopperire alle …chiamiamole mancanze paterne, ormai ti considero di famiglia, vorrei chiederti un favore, accompagnami in un istituto i bellezza, sono stufa di fare la secchione racchia, forse si stanno svegliando gli ormoni, cosa dici a Brunella?” “Io ho ammirato in te l’intelligenza ed ora anche la personalità, chiamerò la mia amica titolare del Centro Estetico di viale S.Martino.” Il giorno successivo Alberto accompagnò Brunella al Centro Estetico e la presentò come cara amica alla titolare  Arianna che: “Fatti vivo alle diciotto, ora sparisci.” Alle diciassette e trenta, la precisione era propria di Alberto vergine di oroscopo, il buon maresciallo in borghese entrò nell’istituto e si accomodò nel salottino all’ingresso, ad un certo punto vide entrare una ragazza con tanti pacchetti in mano,  non era Brunella allora andò a cercare Arianna: “Dov’è la mia amica?” Grande risata da parte della titolare del Centro: “Mi fa piacere che non hai riconosciuto la tua amica, è nel salottino e non ti ha chiamato per prenderti in giro.” A vis a vis con la ragazza si trovò con le labbra risucchiate da Brunella, era un suo ringraziamento, era diventata molto bella.” “Adesso ti debbo presentare un fidanzato che ne dici di un mio collega?” “Di Fiamme Gialle me ne basta una ed a quella fiamma donerò la parte mai usata di me, che ne dici?” “Dico che sei una meraviglia,, sediamoci restiamo fermi per un attimo mi debbo riprendere, troppe novità tutte insieme.” Anche mamma Isabella fece i complimenti alla figlia e ad Alberto:”Ora la smetterai di incurvarti sui libri, trovati subito un bel maschietto…” “Già trovato e presto l’userò…” Isabella capì al volo la situazione, non ne fu contenta ma cuore di mamma abbracciò la figlia e: “Ti auguro tanta felicità quella che non ho mai provato in vita mia.” Non tutti gli avvenimenti furono benigni per il commendatore. Ritornato da Firenze, in un momento di crisi profonda riferì ad Alberto che, malgrado pillole varie il suo ‘ciccio’ aveva fatto cilecca più volte con  Desirè anzi le famose pillole lo avevano portato ad un svenimento e la ragazza era stata costretta a chiamare un medico, peggio di così! Brando  era invecchiato di colpo, si vedeva dal suo viso mai sorridente, aveva lasciato il negozio in mano a Desirè ed a Giovanni. Finale col botto: Alberto e Brunella si sposarono e misero subito al mondo un maschietto cui fu imposto il nome del nonno, Brando, unica soddisfazione del vecchio proprietario di Lord Brummel.
     

  • 01 aprile alle ore 23:34
    L'ufficio postale.

    Come comincia: Una gelida giornata di un inverno appena iniziato, arrivo a casa e subito si prospetta una fila interminabile alle poste: la missione è pagare il tanto vituperato canone rai.
    Fuori la gelida galaverna ha preso il sopravvento sulle piante stanche e fiaccate da una stagione autunnale strana, che alternava giornate finto estive a umidità e pioggie monsoniche mai viste nel catino padano.
    Decido , forse in maniera affrettata che non è il caso di rimettersi in macchina , dopo la strada provinciale affollata; da post giornata di lavoro.
    Coraggiosamente e incoscientemente, a piedi con con passo sicuro da militare in pensione, mi avvio verso l'ufficio postale.
    Dopo un centinaio di metri, percorsi con sicurezza e cercando di non pensare all'ennesimo fatto scolastico che ha visto protagonisti quelle " simpatiche belve " dei miei alunni, le mie difese immunitarie incominciano pericolosamente e inesorabilmente a cedere il passo a starnuti sempre più frequenti e ad un mal di ossa, che in maniera subdola mi dice che forse era meglio coprirsi e ascoltare i consigli di mia moglie; che con la sua solita grazia mi ricorda che non ho più vent'anni.
    L'ufficio postale intanto si materializza all'orizzonte, io ed il mio bravo bollettino postale, targato Agenzia delle Entrate di Torino, ci infiliamo con passo sicuro in questo edificio risorgimentale ed austero, nella speranza di trovare conforto dopo la passeggiata " salutare " nella gelida nebbia padana.
    Da dietro la porta guardo speranzoso all'interno dell'ufficio, per capire se lo stesso, anche durante le ore che precedono la sera, fosse affollato da vecchietti/e speranzose  di incontrare qualcuno/a con cui intavolare un discorso sui destini del mondo, su quanto la gioventù odierna fosse maleducata, volgare e inconsistente; mentre ai tempi loro...
    Stranamente l'ufficio è semivuoto, due avvocati reazionari, animano l'atmosfera, stizziti dal fatto che le loro raccomandate non partono immediatamente ma la mattina successiva: -dipendenti pubblici del cazzo , seduti tutta la giornata a non far niente, l'Italia non può funzionare con questi lavativi- fanno finta di non sapere che il lavativo seduto su quella sedia è da una giornata che combatte, per la " congrua "  cifra di mille e duecento euro al mensili, con persone che vogliono cambiare le loro cinquanta euro a monetine da dieci centesimi, con altre che confondono mittente con destinatario nella compilazione di un modulo, con anziani arrabbiati che dopo minuti e minuti di spiegazione capiscono che la pensione sociale la si prende una volta al mese e non una a settimana- i comunisti, i sindacati, gli extracomunitari è notorio hanno rovinato l'Italia- il tempo scorre, guardo distratto queste scene, metafora di un paese sempre uguale a se stesso; intanto i sintomi influenzali da quarantenne finto giovane mi ricordano che forse è meglio sbrigarsi e tornare a casa .
    Si materializza a pochi metri il dipendente tardo hippie, che con un sorriso sincero mi comunica a suo modo che la meta è vicina, a questo punto dietro di me una vecchietta con occhi verde smeraldo e capigliatura ancora fluente, nascosta sotto un elegante cappellino sollecita la mia attenzione con un buffetto sulla schiena - mi scusi signore - ed io - mi dica - con quel briciolo di gentilezza rimasta- non mi dica che quello che ha in mano è il versamento per il canone della televisione - gli astanti esplodono in una grossa e grassa risata; la mia stanchezza si trasforma in uno sguardo ebete, in silenzio faccio il mio dovere, esco dall'ufficio postale, pensando che stasera qualcuno usufruirà di un film datato e scadente o di un documentario targato Istituto Luce, pagato dal sottoscritto.
    P. S. " La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile".
    Corrado Alvaro.    

  • 30 marzo alle ore 7:26
    La vita spezzata

    Come comincia: Linda Landi  23 dicembre 2018 · 

    Il 19 novembre ho letto un post che pubblicizzava il libro 'Le Regine della Terra di Mezzo' di Maristella Granato.

    E lo presentava così:
    Quando una Donna si accorge di aver superato l'età della giovinezza… cosa prova veramente? Cosa vede nel suo futuro? Come vive questa stagione della sua vita?
    E, soprattutto, come può viverla da vera Regina del suo tempo e godere appieno di tutti suoi tesori?
    A queste domande, e a molte altre che spesso le Donne non osano nemmeno farsi, questo libro vuole dare risposte.
    .....

    Ed a me è venuto questo pensiero:

    Magari una donna per farsi queste domande vorrebbe che le avessero lasciata vivere tranquilla le ultime fasi della giovinezza.

    Magari avrebbe voluto che il giorno del suo compleanno dei 40 anni non avesse ricevuto una telefonata, ufficialmente fatta per farle gli auguri, ma in realtà fatta per manipolarla (e non c'era bisogno, perché il suo dovere, che coincideva con il suo volere, lei lo conosceva), lasciandola annientata.

    Magari avrebbe voluto che due vecchi pensionati, che avevano già passato le fasi turbolenti della vita (ma sempre meno turbolenti della sua, essendo entrati nel mondo del lavoro quando il lavoro te lo gettavano appresso e tutto era più facile) e più che tranquilli economicamente, avendo una pensione retributiva e tanto altro, le lasciassero vivere la sua vita, già complicata, come è complicata per tutti, per l'ingresso negli -anta, per i problemi di salute in famiglia (due delle tre malattie per cui il contratto metalmeccanico prevede la possibilità.di prendere tre mesi di aspettativa dal momento della diagnosi ad un familiare) e per la continuità lavorativa, senza vessarla per il loro divertimento, la loro avidità, il loro ingiustificato rancore (vedi "Ingrati. La sindrome rancorosa del beneficato", di Maria Rita Parsi) nei confronti di chi (il padre della donna) a loro aveva fatto solo del bene e, da parte del pirucchio sagliuto in gloria, il piacere, di cacciare via e maltrattare l'antico signore.

    Magari avrebbe voluto che due dipendenti statali, con lauti stipendi, non si unissero ai due pensionati per divertimento, per tirchieria, per un atavico rancore uno (se tu stai bene, io mi rodo d'invidia; se tu hai una bella casa, io mi rodo d'invidia; se tu compri la macchina nuova, io mi rodo d'invidia; se tu hai un buon lavoro, (anche se io ce l'ho meglio di te) io rodo di dispetto; se tu stai male, io godo perché posso gioire e vantarmi di essere più in gamba di te), o per essersi lasciato irretire dall'andazzo generale l'altro o magari perché in fondo è anche lui "un pirucchio sagliuto in gloria".
    ["La gente è stupida: non è contenta quando sta bene, è contenta quando vede gli altri stare male", scriveva Giovanni Guareschi]

    Magari avrebbe voluto ... ·

  • 26 marzo alle ore 12:19
    GRANDI AMORI

    Come comincia: Talvolta il progresso crea molti problemi più di quelli che risolve, questo era il caso di Max Arbusi, fotografo messinese, che al momento del passaggio delle foto dalla pellicola al digitale  si trovò di non poter più far uso delle sue macchine fotografiche a pellicola peraltro pagate un occhio della testa. Con i telefonini  anche gli sprovveduti riescono a eseguire servizi fotografici tipo cresime, comunioni, anche matrimoni e così il buon Max si girava i pollici dentro il suo negozio di piazza Cairoli a Messina. E dire che la sua ditta era molto conosciuta anche in tutta la provincia, era anche fotografo ufficiale di un giornale locale, del tribunale e di altri organi cittadini. Inoltre aveva dovuto sostenere la spesa per l’acquisto di una pluriaccessoriata  Canon che veniva usata in ben poche occasioni. Questa era la situazione quando al buon Max giunse inaspettata una proposta di una società di navigazione svedese di imbarcarsi sulla loro nave ‘The Great Beauty’ per riprendere la vita di bordo. Vedovo con due figlie maggiorenni pensò bene di aderire alla richiesta. Spese gran parte dei suoi risparmi per acquistare un vestiario degno di una nave dei gran lusso i cui passeggeri avevano pagato una cifra enorme per fare la crociera. Altro valido motivo per accettare la proposta era il fatto che la recente morte della consorte lo aveva portato ad una profondo prostrazione con  l’allontanamento dalla vita e dagli amici e, dietro consiglio di uno psichiatra, l’assunzione di farmaci antidepressivi. Giunto a bordo, si presentò al primo ufficiale che gli assegnò una cabina ovviamente senza vista esterna ma a lui poco caléva: piccola ma con aria condizionata e bagno annesso, per lui una reggia. Prima incombenza importante: visita dei vari locali dove doveva operare. Il suo compito era quello di documentare la vita di bordo in tutti i suoi aspetti, non solo le solite ovvie cartoline ma soprattutto luoghi e personaggi particolari: sala macchine, cucina, sala giochi, piscine,sale convegno, ascensori che sembravano aerei, palestre,  i vari ristoranti per vegani, vegetariani, ebrei, mussulmani ed altri di cui non riusciva a capire la destinazione oltre ovviamente a quello italiano sempre molto frequentato per la bontà e varietà delle cibarie di cui approfittava appena libero dal servizio. Quello che più apprezzava erano cibi particolari come la cacciagione, stambecchi, carni di tutti i tipi, pesce e piatti romani (il capo cuoco era di Trastevere). Altra puntata al teatrino in cui ogni sera si esibivano varie compagnie di varietà in cui facevano bella mostra ballerine poco vestite e maschioni muscolosi per le signore o per quei signori dai gusti particolari, ce n’era per tutti! La mattina presto, al rientro in ‘cuccetta’ era sfinito, dopo le ultime foto scattate ai signori mangioni delle tre di mattino; ogni giorno macinava chilometri, la nave era immensa con cinque ponti, per fortuna non soffriva del mal di mare. Dopo qualche giorno ‘ciccio’ prese giustamente a lamentarsi, i suoi quarantacinque anni ebbero il sopravvento una mattina quando una cameriera venne a mettere in ordine la sua cabina, Max provvide a far mettere in ordine anche il suo coso ma gli costò una cifretta, la tipa non era là per divertirsi e così Max decise di guardarsi intorno per sollazzarsi si ma senza sborsare i soldini che si stava guadagnando con grande fatica . Sul primo ponte di buona mattina signore non più giovani, probabilmente vedove o nubili  certamente piene di grana, chiacchieravano per far trascorrere il tempo. Alla vista del fotografo, fecero segno di non voler essere riprese ma Max, vecchio del mestiere, aveva prevista la situazione ed aveva acquistato  un apparecchio, il circomirrotach, che fotografava a novanta gradi; semplificando puntava dritto l’obiettivo dinanzi a sé ma riprendeva le persone senza che queste se ne accorgessero. Dopo un bel po’ di scatti, mostrando,una notevole faccia tosta, recuperando quel po’ di francese che ricordava: “Mesdames, voici vos fotos, vous étes fabuleux!” Dopo un attimo di perplessità le signore si misero a ridere e una dama in italiano: “Lei è un simpaticone, apprezziamo la sua faccia tosta ma vorremmo sapere come ha fatto a riprenderci.” Max mostrò sorridendo il trucco e spiego che molti non volevano essere ripresi ma lui era a bordo con quel compito e quindi…”“Venga a colazione con noi, due di noi parliamo italiano, una il francese e le altre inglese ma non ha importanza, venga” e prese sotto braccio un Max sorpreso ma contento di aver fatto breccia…  in fondo quella signora  al suo braccio poteva avere cinquant’anni ma ben portati e soprattutto migliorati dalla frequenza di case di bellezza. “Sono Marisa, romana,  non le dispiace se l’ho presa sottobraccio?” “E’ un piacere, sono solo a bordo e per il mio lavoro frequento molte persone ma non parlo quasi mai con qualcuno e poi…” “Non mi dica che le piaccio! Una proposta, stasera c’è il ballo del capitano, si faccia vedere con o senza il suo attrezzo, parlo della macchina fotografica…” e gran risata, la signora aveva il senso dello humour. Max col nuovo smoking faceva la sua porca figura e fu apprezzato da Marisa e dalla sua amica  seduta al tavolo, ragazza trentenne, longilinea, ex modella, molto bella con la caratteristica di aver un viso molto più giovanile della sua età. “Questa è Chantal, francese di Parigi, ex modella è pittrice e ospite a casa mia ai Parioli.” Dopo un classico ‘enchanté’ Max si mise subito all’opera e riprese la baby sia da sola che abbracciata alla sua amica, le foto furono apprezzate. “Lei è molto bravo, anzi niente lei passiamo al tu: io sono sentimentalmente libera, non me la passo male finanziariamente e mi piace girare il mondo e conosce persone nuove, Chantal è venuta a Roma per una mostra dei suoi dipinti, si è innamorata…della città e da allora siamo buone amiche.” Ormai era diventata una consuetudine, Max tutte le sere si univa alle due nuove conoscenti e, dopo aver scattato delle foto al personale dell’orchestra, agli attori, ai locali del back stage e passava con loro il resto della serata ballando saltuariamente con le due dame, anche loro si  davano al ballo fra di loro con passione naso naso, guardandosi negli occhi, sembravano due innamorate…Marisa aveva notato che Max ogni sera assumeva una pillola, l’ultima volta andò a recuperare l’involucro della medicina e rimase basita: il  Valdoxan era il prodotto antidepressivo usato da suo fratello che era morto suicida un anno prima, non era riuscito a superare il dolore per la morte della sua amata consorte, si era gettato dal terrazzo di casa loro. Marisa preferì non fare domande, sarebbe stato inutile e spiacevole ma quando una sera Max non si presentò all’appuntamento alla solita ora, Marisa  lasciò Chantal e si recò nella cabina del fotografo il quale, dopo molte insistenze, aprì la porta. Non era lo stesso,  stravolto in viso, si era gettato di nuovo sul letto, non riusciva a stare in piedi, era senza forze. Marisa riuscì a scuoterlo e venne a sapere che Max aveva finito le pillole che assumeva ed era in crisi di astinenza. “Andiamo dal medico di bordo…” “Non posso, se si viene a sapere che sono un depresso c’è il pericolo che mi sbarchino al primo porto.” Marisa con piglio guerresco, ricordando la tragica fine di suo fratello, si recò dal medico di bordo il quale dopo molte resistenze e cedendo al fascino della sua interlocutrice, le diede una sola pillola del prodotto ma le prescrisse, in francese,  una sua confezione che Marisa stessa avrebbe potuto acquistare la mattina dopo in una farmacia di Tangeri dove la nave sarebbe attraccata. Presa dal sacro fuoco Marisa, sbarcata dalla nave, ebbe la fortuna di trovare lì vicino una farmacia e si presentò con la ricetta per la somministrazione di  10 e non di 1 confezione del prodotto dopo aver modificato così la richiesta. IL farmacista, ex legionario, si accorse subito del trucco e in un primo tempo si rifiutò di consegnare il Valdoxan ma alla vista di 500 Euro… E così la vita del trio riprese regolarmente anche se con qualche variazione: mentre ballavano Marisa si accorse che qualcosa al centro dei pantaloni di Max aumentava notevolmente, si mise a ridere e lo baciò in bocca con la conseguenza che ambedue, chiesta scusa a Chantal si recarono nella cabina del fotografo il quale, messo da parte il suo attrezzo di lavoro, ne sfoderò un altro decisamente allungato che fece dire a Marisa: “Mon ami mai visto un aggeggio così… così grande, sii delicato!” Come inizio un bacio prolungato, profondo sensuale e poi alle ancora deliziose tettine sensibilissime che portarono alla padrona ad un orgasmo per lei inusuale, anche l’ombelico prese parte al banchetto ma la chatte, baciata magistralmente, fece impazzire la padrona che godette alla grande varie volte, alla fine Marisa prese lei stessa ‘ciccio’ in mano e lo introdusse con un po’ di dolore ma molto piacere nella ‘gatta’ ormai inondata, resistette a lungo ma poi: “Mi hai distrutta”, ciao.Durante il consueto incontro serale Max notò che Chantal lo guardava in modo diverso dal solito, capì che Marisa le aveva parlato del loro rapporto ravvicinato e prese anche lui a guardarla negli occhi come per dirle alla volgare messinese: “Camaffare?” (tradotto che vogliamo fare?). Inaspettatamente la baby, di solito  molto riservata, lo abbracciò e in un italiano rabberciato: “ Tu stato molto bene con mia amica, pure io…ma non amo uomo con barba…”Il che voleva dire : se vuoi venire con me  tagliati il pizzo! Il giorno successivo ‘l’onor di barba’ sparì dal viso di Max il che fu il lasciapassare nella cabina di Chantal. “Io mai amato maschietto, tu molto gentile, prima fare foto a me nuda.” Chantal aveva dettato le sue condizioni e, dopo una rapida doccia, presentò il suo ‘merveilleux’ corpo agli occhi attoniti di Max il quale attinse alla sua professionalità per ottenere foto ad alto livello: le gambe lunghissime incrociate con le mani sul volto; mezza rovesciata col sedere in primo piano preso dal basso e poi il fiorellino sempre dal basso contornato da una foresta bionda; raggomitolata sul letto, gambe aperte, indice e pollici a forma di occhiali sugli occhi, viso truccatissimo  a mò di ragazza orientale, viso in primissimo piano con bocca ed occhi invitanti; le mani abbracciate al suo corpo girato di spalle e tante altre pose seducenti. Fu la baby a stabilire la fine del servizio fotografico, con le mani spinse Max nudo sul lettone che da supino mostrò subito la sua dote principale sorprendendo  la mademoiselle la quale:”Mais est une chêne! (quercia)”;  ma non si perse d’animo, forse ricordando i vibratori che usava con la sua amica cominciò a strofinare ‘la quercia’ sul suo clitoride e poi cercare di farsi penetrare ma… allora ricorse alla masturbazione per lubrificare la vagina senza alcun risultato… infine  prese con tutte e due le mani il ‘pirla’ del suo amante finché  lo stesso prese ad ‘eruttare’ ed allora raccolse lo sperma e si impiastricciò il clitoride e vagina facilitando, anche se con un po’ di dolore, l’ingresso  del non amato cazzo sino al fondo a toccare il collo dell’utero  finalmente provando un orgasmo al quale non era mai giunta in quelle condizioni. Felice prese a baciare in bocca un istupidito Max che rimase a lungo  nelle sapienti mani di Chantal finché la stessa: “Jamais entendu autant de plaisir que nous ferons ensemble.” Al telefonino di Chantal giunse da parte di Max il seguente messaggio: “Sono in libera uscita sino a quando…non mi riprenderò dalle fatiche erotiche!” e cominciò a disertare la compagnia serale, situazione non  passata inosservata  ad una cotale normalmente seduta ad un tavolo vicino al trio che prese al balzo la situazione: “Mi scusi se la disturbo, vorrei un ricordo di questa crociera e se lei ha tempo e voglia vorrei che mi scattasse delle foto nei vari locali della nave.” La cotale altezza media, bruna con lunghi capelli ricci che incorniciavano un  viso piacevole anche se un po’ triste, tette non eccessive, longilinea,  gambe affusolate, vestita elegantemente non era stata mai notata da Max che però l’apprezzò sin dal primo sguardo. “Sarà per me un piacere.” e la seguì sino alla sala da gioco. “Se ha finito di fotografarmi con gli occhi vorrei che …” “Mi scusi ma sinceramente mi ha incuriosito, di solito non vengo agganciato da…” “E invece stavolta le parti si sono capovolte ma se a lei non va.” “Ricominciamo da capo: sono Max Arbusi fotografo di Messina  a sua disposizione…” “Caro Max mi chiamo Calogera per tutti Lilla, non amo il mio nome ma l’ho ereditato da una nonna benestante a cui i miei genitori hanno voluto fare questo omaggio.” “Mi permetto di darle di tu, per me sarai Cherì alla francese, un aggettivo che penso ti si addica, di solito  ritengo sciocco fare dei complimenti ma nel tuo caso… sei una signora di gran classe anche se mi meraviglio che sia sola, non vorrei tornare al teatrino, meglio mangiare qualcosa in uno dei bar della nave.” Così iniziò la relazione fra i due che cominciarono a frequentarsi quasi tutti i giorni anche in considerazione di un fatto imprevedibile e particolare:  Marisa e Chantal decisero di sposarsi sulla nave, matrimonio non valido civilmente ma non perseguibile penalmente perché celebrato fuori delle acque territoriali, agganciarono con un ‘cadeau en argent’ il buon capitano, prossimo alla pensione, a cui quei soldini fecero  molto comodo e così, con testimoni due ufficiali di bordo divennero marito e moglie (marito Marisa ovviamente) e poi una gran festa  nel gran salone della nave alla presenza dei croceristi entusiasti di quell’avvenimento particolare. Ovviamente Max fotografò sia la scena del matrimonio che dei festeggiamenti ma ad un certo punto consegnò a Marisa la scheda delle foto, lei:“poi ti manderò un regalone.” Max sparì dalla scena in compagnia di una cheri ansiosa di abbracciare e baciare la sua nuova conquista. “Non vorrai seguire l’esempio delle mie amiche…” ”Più in là ti racconterò la mia complicata storia anche se mi ero prefissa di non farne partecipe nessuno, mi stai diventando molto caro anche se forse non vorrei…” una piccola lacrima sgorgò dai meravigliosi occhi di Lilla, Max capì di non era in caso di insistere a chiedere spiegazioni e l’accompagnò alla sua cabina senza chiederle di entrare. “A domani  sogni d’oro.“ Appuntamento la mattina successiva a bordo piscina a quell’ora quasi deserta e cheri: “È per me doloroso ripercorrere la mia vita passata ma…ero molto giovane, abitavo con i miei in provincia di Catania, conobbi un giovane del posto fascinoso, sicuro di sé, elegante, apparentemente agiato che mi convinse alla solita fuitina siciliana ma, al rientro, si dimostrò un errore imperdonabile; nel frattempo sposati, mio marito di dimostrò violento tanto di dover ricorrere alle cure al pronto soccorso, ai miei dissi di essere caduta dalle scale. Un giorno bussarono a casa nostra due carabinieri con un mandato di cattura, mio marito era un mafioso ma nella notte, avvisato da una talpa, era fuggito dandosi alla latitanza. Dopo un mese,in un incidente stradale, morirono i miei genitori che mi lasciarono una buona eredità in denaro, in abitazioni e in negozi ma i parenti di mio marito si fecero avanti e mi fecero capire che avrei dovuto dare a loro la maggior parte dei miei beni. Ricorsi allora ad un amico avvocato che si rivolse al Tribunale il quale con una sentenza  dispose che: potevo cambiare nome e documenti, vendere tutti i miei beni, avere la separazione per colpa del coniuge e scegliere una residenza, sconosciuta all’anagrafe. Per caso venni a sapere di questa crociera e così mi sono imbarcata sulla Great Beauty, decisione allora per me inspiegabile ma ora…Max ho paura, mi sto innamorando di te anche se mi piacevi di più col pizzo, che fine ha fatto? Ho capito, rasato a richiesta delle due signore di cui…non ti domando nulla, per te deve essere acqua passata altrimenti…” “Non uso mai la parola amore, per scaramanzia ma nel nostro caso…sei tutta la mia vita e vorrei anch’io festeggiare un nostro matrimonio virtuale, che ne dici stasera? Niente cena, panini alla piastra e poi…” La dolcezza fu alla base del rapporto sessuale fra Max e Lilla, una odorosa crema aiutò la baby a sostenere l’assalto di un ‘ciccio’ arrapatissimo e l’inizio di un amore con la A maiuscola che Venere, Giunone e Mercurio, amico di Max videro di buon occhio dando la loro benedizione.

  • 26 marzo alle ore 9:05
    MIMMA LA CALDA

    Come comincia: Alberto si ne stava disteso nella sdraia  vicino alla battigia del lido marino di Mortelle a Messina, leggeva malvolentieri il quotidiano locale che riportava le solite notizie spiacevoli di coniugi che si ammazzano fra di loro, di appartenenti all’ISIS che tagliano la testa agli avversari e non dando valore nemmeno alla loro vita con motivazioni assurde, una tristezza. Alberto era di cattivo umore malgrado non si potesse lamentare della sua vita di uomo seducente, trentacinquenne dal fisico palestrato; apparteneva alla Guardia di Finanza col grado di maresciallo. Era un luglio afoso ed il buon Albertone stava vicino al mare sia per la brezza che mitigava la calura che per l’effetto di aerosol che l’acqua  marina produceva. Con la braccia incrociate dietro la nuca e gli occhi semichiusi concepiva con la fantasia immagini piacevoli di giovani ragazze nude danzanti quando spalancò gli occhi nel vederne una dal vivo che, muovendo sensualmente le anche  passava dinanzi a lui. Tette non eccessive, capelli castani a chignon, vita stretta e gambe chilometriche, una dea! anche il ‘popò’ non era male, altezza: superiore alla media, bikini non eccessivo e con le foto del Carnevale di Rio, decisamente elegante. La cotale passando dinanzi ad Alberto si era girata con un sorriso, forse si riferiva alla molto probabile faccia di imbecille che il signore aveva messo in mostra. La mente del maresciallo si mise in moto per programmare un piano, era o no un militare! Nel frattempo la signora era sparita Alberto cominciò a girare per il lido per finire al bar dove ebbe fortuna, madame era lì, stava sorbendo un caffè. Fu lei ad attaccar bottone: “Dopo quella faccia che ha fatto nel vedermi me l’aspettavo che mi venisse appresso, non sono solita attaccar bottone con chi non conosco ma lei mi ispira fiducia, spero non mal riposta, sono Domenica, Mimma per tutti.” Io Alberto, non ho con me i documenti ma posso dirle che sono un maresciallo della Finanza in vacanza.” “Io ho sempre ammirato le Fiamme Gialle più degli altri corpi di Polizia, li trovo più preparati nel loro lavoro e poi lei…” “Grazie del complimento, io non gliene farò , chissà quanti mosconi che ci avranno provato!” “Si ma con me sono rimasti senza ali. Qui c’è un ristorante, siccome sento un languorino andrò a prendere posto ad un tavolo con mio marito Armando, se verrà potremo pranzare insieme, à  bientôt.” Alberto eccitato quanto non mai andò nel salone a cercare la consorte Anna che aveva finito di giocare a carte con delle amiche. “Lupus in fabula, stavo per venirti a cercare, ho un  languorino…” Alberto si mise a ridere, due signore con lo stesso problema di stomaco,  raccontò in sintesi alla moglie gli ultimi avvenimenti con grande curiosità da parte di Anna che non fece commenti. Da sempre anticonformisti, prima di sposarsi avevano promesso di essere sempre sinceri fra di loro e così Anna accettò con un risolino e con tanta curiosità di andare a pranzare insieme a Mimma ed al marito.  A tavola le presentazioni: Armando era meno alto di Alberto ma aveva molto stile, era un medico di famiglia, Mimma una psicologa, abitavano al primo piano di un isolato in via Garibaldi a Messina, al pian terreno gli studi dei due coniugi.  Si presentò il padrone del ristorante al posto di un cameriere, si capiva che i signori non erano la solita clientela: “Benvenuti a lor signori, sono Alfonso, se me lo permettete indovinerò i vostri gusti e penserò io al menù.” Alfonso ci aveva proprio azzeccato: primo: pappardelle con cozze, vongole e gamberetti, per secondo trancio di pesce spada e frittura di alici, contorno di insalatona mista, ananas ed un liquore particolare il Caffè Sport Borghetti al posto del caffè, Armando volle essere lui l’anfitrione.  Mimma invitò i due novelli amici a casa sua in via Garibaldi che raggiunsero: Armando e Mimma con la loro Volvo, Alberto ed Anna con una Giulietta. L’abitazione era arredata in maniera signorile, ovunque si intravvedeva il buon gusto dei padroni. C’era anche l’aria condizionata in tutte le stanze molto apprezzata nel mese di luglio. I quattro ne approfittarono per spogliarsi: i maschietti rimanendo con i box, le femminucce in reggiseno e mutandine tutto questo  spontaneamente, già da questo si capì che i quattro erano in sintonia in quanto ad anticonformismo, si sedettero su due divani scambiandosi i relativi coniugi. Mimma: “Alberto raccontaci qualcosa della tua vita, mi hai incuriosito sin dall’inizio.” “Da giovane mio padre, ateo,  mi ha iscritto a scuola in un convitto cattolico, diceva che la mia doveva essere una scelta personale. Intanto io mi acculturavo con i libri della biblioteca paterna, ero diventato così bravo in fatto di religione cattolica che nei vari temi riguardanti la religione la cointestavo in toto ragion per cui mio padre fu poco gentilmente invitato a farmi iscrivere in una scuola pubblica. Poi accadde un fatto singolare: aveva quindici anni e frequentavo l’abitazione di un compagno di scuola con cui studiavo; la mamma, quarantenne, separata dal marito pensò bene di portarmi in camera da letto con ovvie conclusioni. Abitavo allora a Jesi una città delle marche e fui spedito a studiare a Roma per evitare problemi dato che la storia,  non si sa come, era venuta a galla. Decisi di arruolami in Finanza e passai un bel po’ di guai per il mio spirito di moquer non apprezzato dai miei istruttori.  Dopo un periodo passato al confine  dove veniva esercitato il contrabbando di sigarette ed orologi dalla Svizzera. Anche qui ero malvisto dai funzionari di Dogana perché non coprivo i loro intrallazzi che non vi sto ad elencare, vinsi il concorso e fui ammesso alla scuola sottufficiali. Vi tralascio il resto, da vari anni sono a Messina ed ho avuto il piacere di impalmare la qui presente Anna, sono stato fortunato perché siamo molto simili in quanto ad idee antitradizionaliste, in parola povere siamo simili in tutti i campi.” “Io, in sostituzione del meritato applauso ti invito nel mio letto per esplorarti da vicino, a voi due: good luck. Nuda Mimma era uno spettacolo ma Alberto non ebbe il tempo di ammirarlo che l’interessata: “A me piace molto il sesso fatto a modo mio quindi ti prego di seguirmi: baciami il fiorellino che come vedi è depilato, prima che lo noti tu ti dico che ho un clitoride più grande del normale, amo uomini e donne sempre nei limiti del buon gusto e riesco ad avere degli orgasmi anche col popò, ed ora comincia col cunnilingus e poi entra dentro la vagina sino a metà.” Alberto da buon scolaretto eseguì alla perfezioni quanto ordinatogli, nel frattempo si accorse che Anna ed Armando li stavano osservando dallo spiraglio della porta per poi scomparire, anche loro…Mimma sapeva come avere degli orgasmi multipli e prolungati conoscendo il suo punto G, era instancabile e per evitare che Alberto uscisse dalla vagina usò un vibratore per accontentare anche il popò. Anche se molto resistente in ultimo Mimma si arrese e ringraziò Alberto con un lungo bacio in bocca. Alberto era molto curioso di quello che stava avvenendo tra sua moglie ed Armando, si mise a spiare dalla porta della loro camera da letto e vide Anna piegata in due con Armando che la penetrava dal didietro e lei alzava alti lai di piacere, forse stava avendo un orgasmo cosa che con lui non le riusciva. Infine si ritrovarono tutti e quattro nel salotto su due divani questa volta mariti e mogli senza scambi di persona. Dopo un lungo silenzio dovuto al post ludio Armando: “La prossima volta mi improvviserò barbiere e taglierò il delizioso e lungo pelame di Anna di cui ho qualche ricordo fra i miei denti, lo metteremo in un contenitore per ricordo. Erano scoccate le sette e le fatiche erotiche avevano stuzzicato la fame dei quattro ma Mimma dichiarò di essere una frana come cuoca, ci pensò Anna sempre seguita da Armando che ad un certo punto in cucina trovò il buchino anteriore di Anna e ci si intrufolò, era più in forma di Alberto!
     A tavola Anna domandò se il wife swapping Mimma ed Armando lo praticavano con altri. Mimma: “Lo abbiamo fatto con una coppia che credevamo persone per bene, poi stavano spargendo la voce dei nostri rapporti e li ho fatti ‘richiamare’ da qualcuno di cui si sono impauriti, non li ho più visti.” Alberto aveva come autista un brigadiere a nome Francesco, si davano del tu anche se c’era differenza di grado, erano diventati molto affiatati e così Alberto gli raccontò l’ultima sua avventura con grande meraviglia da parte di Francesco che: “Che ne dici se ci intrufoliamo fra di voi anche io e mia moglie Marisa, sono curioso.” “Ho qualche dubbio su tua moglie, è religiosa e non penso…” “Lei molto innamorata di me, è successo in passato che la stavo lasciando per una più giovane, farà qualsiasi cosa.” Marisa alle proposte di Francesco si fece il segno della croce, brutto inizio ma Francesco mise in atto la pratica di non parlare più con la consorte, di rimanere fuori casa tutto il giorno e la sera di coricarsi senza il bacino della buona notte. Marisa capì la situazione e cedette anche se a malincuore, si fece spiegare dal marito quello che poteva succedere ed ad un certo punto fu presa dalla curiosità e quindi acconsentì di recarsi una sabato pomeriggio in casa di Mimma e di Armando i quali furono molto accoglienti nel riceverli, lodando la bellezza di Marisa ed il suo stile, parole ben accette dall’interessata. Il suono di un compact disk romantico migliorò l’atmosfera, Mimma e Anna presero a spogliarsi in salotto rimanendo in reggiseno e mutandine. Ballo  con scambio di mogli e mariti, a Marisa per primo capitò Alberto verso il quale aveva una certa simpatia  poi la volta di Armando che non le dispiacque, ammirò il suo stile. Era giunto il momento fatidico, Mimma ed Anna si spogliarono nude, Marisa era incerta e non le seguì allora Alberto: “Armando l’altro giorno ha chiesto di far da barbiere ai peli pubici di Anna, facciamola sdraiare sul tavolo e poi via alla rasatura. Dopo una insaponatura col pennello da barba di Armando, questi cominciò il ‘lavoro’ con una battimani da parte degli altri, Marisa era entrata nello spirito giusto per…ed infatti fu lei stessa a prendere Alberto per mano e ad infilarsi nella prima stanza che si trovò davanti. Gli altri quattro curiosi come scimmie curiose da una spiraglio della porta d’ingresso della camera seguirono gli eventi. Marisa al culmine dell’eccitazione, di sua iniziativa mise il viso di Alberto fra le sue morbide cosce, dopo un po’ cominciò a guaire come una cagnetta, stava godendo alla grande ma il massimo suo godimento avvenne quando Alberto le trovò per la prima volta il punto G sembrava impazzita dal piacere, strinse forte il corpo di Alberto che rimase quasi senza fiato, il buon Albertone approfittando dell’eccitazione di Mariella la girò di spalle e delicatamente entrò nel suo popò che lei mai aveva voluto concedere al marito il quale, dentro di sé pensò: “Brutta mignotta con  me fai tante storie e poi…” ma capì che ormai la strada del godimento supremo da parte di sua moglie era aperta anche per lui. Marisa, da intelligente qual era capì che i principi religiosi che le avevano inculcati erano sbagliati, facendo del sesso non si offendevano né santi e né madonne ma era un piacere che migliorava sia il corpo che lo spirito.

  • 25 marzo alle ore 19:58
    La vita sbagliata

    Come comincia: Ti devi curare.

    E per cosa?

    Da bambina mi dovevo curare
    .
    Ed il mio problema era questo:
    "Prima di diagnosticarti depressione o bassa autostima, assicurati di non essere semplicemente circondato da stronzi."
     William Gibson

    Sì, William Gibson è uno scrittore, non un neurologo o un neuropsichiatra pediatrico.
    Ed allora? Non sappiamo tutti che il senso comune vale molto di più di tanta millantata scienza?
    Cantiamo “Dotti, medici e sapienti” di Edoardo Bennato?
     
    E mi sa che questa era pure la malattia di qualcun altro, accentuata da una ipersensibilità maggiore della mia e da altri fattori

    Ipersensibilità.
    I "cattivi" lo sapevano.
    Una dei capi dei 'cattivi' ha detto: <<Era troppo buono per questo mondo di cattiveria>>.
    Ma un 'Mea culpa' mai, eh?
    I "cattivi" lo sapevano.
    Ed altri, che pur ne conosceva la bontà, cosa diceva? <<E' genetica. E' chimica. Ci vogliono i farmaci>>..

    Curati, perché non sei quello che vogliamo noi. Curati, perché non fai quello che vogliamo noi. Curati, perché non sei negli 'standard'. Curati, perché ...
    E se si risponde con la parola che molti post indicano come la panacea per tutti i mali (Vaff...), magari rimangono basiti, si scandalizzano.

    Avevo in mente la stesura di un libro.
    Titolo: La vita sbagliata.
     
    Ho cominciato a scrivere racconti nel 2009. E li avevo tenuti gelosamente per me.
    Sono stata così imprudente da farli conoscere a partire da fine 2012, quando, a seguito della concomitanza di varie circostanze, ero convinta che sarei morta di lì a breve. E così veramente ho probabilmente anticipato l’evento.
    E questa imprudenza mi è rimasta attaccata alla pelle.

    E questo libro mutua l'inizio dalla biografia di Luciano De Crescenzo che inizia così:
    "Una famiglia non si sceglie: nasci e te la trovi intorno che ti sorride. Buoni o cattivi che siano, i parenti non si possono permutare come se fossero auto. Io sono stato fortunato: erano tutte persone di animo gentile. ….”

    Invece “La vita sbagliata”, inizia così:
    "Una famiglia non si sceglie: nasci e te la trovi intorno che ti tiranneggia. Buoni o cattivi che siano, i parenti non si possono permutare come se fossero auto. Io sono stata sfortunata: i parenti più prossimi erano quasi tutte persone di animo maligno. ….”
    Purtroppo sono cresciuta senza i fratelli di mia madre che erano andati in Brasile. Buon per loro.
    Ed ho saputo solo dopo che sono stata così stupida, così idiota da tornare a vivere vicino la famiglia che mi tiranneggiava, come mai mia zia materna fosse sulla spiaggia di Agropoli dove conobbe il suo futuro marito, un agropolese che era andato ad impiantare una fabbrica a S. Paolo del Brasile.
    Mia madre arrivò intorno ai 18 anni a Battipaglia con la sua famiglia.
    Il fratello si era appena diplomato in ragioneria e zia Nannina Benesatto in Catarozzo disse a sua cugina, mia nonna materna (che era cugina sia di Nannina Benesatto sia del marito di zia Nannina, cosa che zia Nannina sottolineava sempre per rivendicare con orgoglio che mia madre, che zia Nannina adorava, era come fosse una nipote di primo grado): <<Ma che fai lì a Maddaloni dove non tieni nessuno? Vieni qua, che Peppino inizia a lavorare con noi>>.

    Poche settimane dopo che erano a Battipaglia, la sorella maggiore di mia madre se ne uscì: <<Ma dove mi avete portato? Qui non parlano che di soldi! Io me ne vado dai nonni ad Agropoli.>> E così fece.
    Buon per loro, ma male per me.

    Due o tre anni fa, zia Iride, stufa di sentirmi lamentare con mia madre, da almeno altri due o tre anni: <<Ma con tante cugine brave che tieni a Battipaglia, proprio in braccio a quella strega mi dovevi mettere appena nata? E come potevi pensare che le cose mi andassero bene?>>, disse: <<Senti, vuoi essere battezzata di nuovo? Ecco qua! Ti battezzo io.>>.
    E Maria Boccuti, altra cugina di mia madre, lo scorso febbraio cercava di spiegarmi: <<Devi capire che a quei tempi si dava priorità alla famiglia del marito>>. [Temo di ricevere una querela per la parola ‘strega’].

    E perché dico che le cose non mi sono andate bene?
    Lo scorso agosto mi sono fermata a riflettere: secondo il parametro dei Battipagliesi, i soldi, considerando la mia situazione, non stavo per niente male. [Ma qui è meglio fermarmi. Con tutti i parenti, i vicini che vogliono spolparmi ho già detto troppo. Per non parlare di alcuni 'amici'.]
    Probabilmente per me il 'successo' è un'altra cosa.

    La vita sbagliata.
    Quando inizia la mia vita sbagliata?
    Quando il professore Davide, professore di educazione artistica alle medie, dice a me ed alla mia compagna che siamo brave a recitare e sarebbe bene che continuassimo in quel settore, peccato che intorno a noi non ci fossero scuole qualificate?
    Il professore Davide, di cui Daniele Feola nel 1987 avrebbe detto: <<Un professore che la scuola italiana di oggi non merita>>.
    A me piaceva tutto ciò che fosse recitazione, tranne il teatro d’avanguardia, però pensai: “Probabilmente lo starà dicendo per Antonietta e coinvolge pure me per non mortificarmi”. Pensai di andargli a chiedere in disparte se lo pensasse veramente, ma non lo feci.
    Carrellata veloce su tutti i vari step della mia vita sbagliata, qualcuno lo salterò.
    18 anni. Confermo che il mio obiettivo è l’indipendenza economica al più presto possibile e non voglio fare l’università. No. Con un diploma di liceo scientifico devi fare l’università, sentenzia mio padre.
    Mi laureo. 110 e lode. Vuoi rimanere all’università? mi chiede il mio professore. Ci penso, ci perdo un po’ di tempo, ma è una strada incerta che implica anni di precariato e vedrò l’approdo? E poi non mi sono mai sentita portata per la fisica, per quanto il professore avesse voluto assolutamente mettermi la lode all’esame di campi elettromagnetici, apprezzando le mie capacità logiche e di intuito e nonostante ancora diciott’anni fa il mio professore sostenne che la mia tesi sul sistema Virgo per la rivelazione delle onde gravitazionali fosse ancora la migliore tra le tesi che avesse seguito in quel dipartimento.
    Vita sbagliata. Quel tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato, non si accontentò della frase che avevo detto già ad altri due compagni di università che si erano eclissati immediatamente: <<So come sono fatta ed è meglio che rimanga da sola>>.
    Frase che più o meno nello stesso periodo non ebbi bisogno di dire a due o tre di Battipaglia con i quali sono rimasta amica.
    Saltiamo gli altri step ed arriviamo al semi-disastro definitivo.
    L’approdo in via Vattelapesca n.0, approdo effettuato perché, da vera cretina, per me la cosa più importante era la famiglia di origine. Volevo regalare a mio padre il mantenimento della palazzina fatta fare dal padre, cosa che era sembrata possibile poter realizzare con l’arrivo a via Vattelapesca n.0 di una persona per bene, al di sopra di ogni sospetto: un ricercatore del CNR, nonché professore universitario a contratto.
    E perché dei parenti era rimasta solo la cornacchia lì in alto, sembrava (a me, ingenuona, sembrava) reso nell’impossibilità di agire dall’arrivo di estranei.
    Ma poi inaspettatamente un appartenente della famiglia che temevo di più arriva anche lui.
    Avrei dovuto tirarmi indietro e non l’ho fatto. Per tranquilizzarmi, pensai: "Va be', a me hanno fatto vedere i sorci verdi perché non dovevo stare sopra Gisella, con Piero non c'è mai stato alcun confronto.”
    Ma che, per realizzare il desiderio di mio padre, mi ero messa i prosciutti davanti agli occhi ed avevo mandato il cervello all’ammasso?
    Per chi ama Battipaglia e la sua storia, come la amavo io, volevo tenere intatti lo stato dei luoghi.
    La vita, mia e di mio fratello, era più importante.
     
    E non mi accorgo subito che accanto, invece di avere un altro alleato, come sembrava, attento al benessere psico-fisico di mio fratello, avevo un altro stronzo.
    Può sembrare ingiusto. Chi avevo accanto ha fatto tanto. Sembrava essere il fratello ed il figlio che l’altro fratello e figlio non era mai stato. E’ stato ingiuriato e vessato ingiustamente da carogne patentate.

    E dopo quell’enorme errore (errore? no vigliaccata) del 3 giugno 2005; dopo che la cornacchia dell'ultimo piano e sua figlia aggrediscono per telefono mio padre, MIO PADRE, nel Natale 2005, i continui attacchi dei parenti e vicini mi esasperano ed in poco tempo divento imprudente. E non controllo, anzi subisco, le successive azioni difensive e di attacco di mio marito.

    Battipaglia, 24/03/2019

  • 25 marzo alle ore 19:26
    Bullismo

    Come comincia: Da wikipedia. 
    Bullismo.

    Il bullismo è una forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, di natura sia fisica che psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuto nel corso del tempo e attuato nei confronti di persone considerate dal soggetto che perpetra l'atto in questione, come bersagli facili e/o incapaci di difendersi.

    «Il termine bullismo non indica qualsiasi comportamento aggressivo o comunque gravemente scorretto nei confronti di uno o più [...], ma precisamente [...] "un insieme di comportamenti verbali, fisici e psicologici reiterati nel tempo, posti in essere da un individuo, o da un gruppo di individui, nei confronti di individui più deboli".
    [...] La debolezza della vittima o delle vittime può dipendere da caratteristiche personali [...] o socioculturali [...].
    I comportamenti (reiterati) che si configurano come manifestazioni di bullismo sono vari, e vanno dall'offesa alla minaccia, dall'esclusione dal gruppo alla maldicenza, dall'appropriazione indebita di oggetti [...] fino a picchiare o costringere la vittima a fare qualcosa contro la propria volontà.»

    (Guarino, A., Lancellotti, R., Serantoni, G. Bullismo. Aspetti giuridici, teorie psicologiche e tecniche di intervento, pp. 13-14. Franco Angeli, Milano 2011, ISBN 978-88-568-3803-9.)

    Per chi è arrivato fino a qui, si fermasse.
    Non leggete il resto.

    Questo è un inutile memorandum, una inutile sintesi per chi non vuole sentire, per chi non si rende nemmeno conto che deve (doveva) chiedere scusa, per chi si preoccupa delle bombe su Bagdad e per chi ama gli extra-comunitari, se musulmani, e ride dei cattolici italiani, soprattutto parenti, se si trovano in difficoltà, i radical-chic di sinistra che mi sono trovata in casa [attenzione, per i porti sono con Emma Marrone!], per chi "amando solo i tornesi, non ama nessuno", per chi non ha coscienza. 
    E magari avrebbe dovuto fare marcia indietro quando era ancora in tempo. Per salvare una, due, cinque, sette vite.
    Ma a loro che gliene importa? Mica si tratta della loro vita o quella dei loro cari?

    Faccio questa sintesi e me ne libero una volta per tutte?

    Maggio 2004. GF mi aggredisce verbalmente perché sono una cretina che non ha capito che devo chiamare io all'ospedale e non viceversa. Avevo già telefonato due volte, la prima su sua indicazione, la seconda su sua insistenza ed entrambe le volte avevano ribadito che avrebbero chiamato loro. La seconda volta mi avevano anche presa per una persona un po' stolida.
    Non telefono una terza volta.
    Finalmente chiamano dall'ospedale.
    GF non si scusa.

    Luglio 2004. Appena arrivato, di sabato, dopo che io per tre giorni, non andando in ufficio, ho fatto la spola tra due ospedali per capire cosa bisogna fare, mi dice: "Se papà muore è colpa tua".
    Il pomeriggio del giorno dopo mi aggredisce verbalmente e fisicamente. Sta per colpirmi in faccia, ma vedo che riesce a trattenersi e mi dà "solo" uno spintone. Cado all'indietro.
    Papà non muore.

    Maggio 2005. Mio fratello che vive con i miei non sta bene. GAL telefona a casa di mio padre protestando che mio marito, che sta fungendo da amministratore, ha scritto quanto devono pagare (nessuno versava le quote dall'inizio dell'anno). Mio fratello è molto turbato da quella telefonata. Come è turbato dal colore giallo (ma non solo) che l'architetto che vive nella palazzina ha scelto, ma non gli spiego che l'ha scelto l'architetto. Avrei dovuto dirglielo, gliel'ho detto solo anni dopo.

    Ancora maggio 2005. GF mi telefona e dice che ha paura che mio fratello si voglia vendicare. Pochi giorni dopo, la sera del mio compleanno, mi telefona ufficilamente per farmi gli auguri e chiede: <<Non è che può venire da te?>>

    3 giugno 2005. Il responsabile mi convoca e mi dice che hanno individuato in me la persona di cui mio fratello più si fida. Non invitato si presenta anche GF che con sicumera interviene e dice che mio fratello può andare a casa sua. Cerco di far capire al responsabile di non dare retta, di non fidarsi e di non credere a quello stronzo. Ma solo con lo sguardo e con il tono di voce che dò ad un commento. Il 'rispetto umano' mi impedisce di parlare chiaramente?
    Il pomeriggio, mentre GF va a mare, vado da mio fratello ed incontro una specialista che secondo me imbocca la strada giusta. E questa specialista vuole affidare mio fratello a me ed a PM, che è con me. Sono d'accordo. Le faccio presente un paio di problemi logistici. La specialista dice: <<Ci penso>> e ci lasciamo. 
    Al ritorno scopro che PM vuole andare a riferire i nostri accordi con la specialista ai miei genitori. GF è a casa loro. <<No>>, gli dico, <<si metterebbero in mezzo ed abbiamo già visto che non sono capaci>>. <<I genitori devono sapere>>, replica.
    E qui il demonio, che era all'opera già da tempo, vince. Non replico, lo lascio fare. So cosa succederà. GF, nella sua presunzione, si metterà in mezzo, impedendomi di agire. Ed io non dovrò accogliere mio fratello a casa mia. E perché non replico? Sapevo (o meglio credevo di sapere) che intraprendere la strada proposta dalla specialista poteva implicare un pericolo per me ed i miei genitori (la seconda cosa mi preoccupava di più), ma secondo me era la strada giusta. La migliore per mio fratello. E perché non impedisco a PM di andare a spifferare tutto? Mi prende uno spirito di rivalsa, di vendetta (?) nei confronti di GF. So che la sua presunzione lo farà agire per poi trovarsi impelagato in una situazione in cui non avrebbe voluto in realtà trovarsi. Ed io non agisco? Non impedisco con la forza a PM di andare a spifferare tutto? Non lo faccio. Perché? Per mie caratteristiche personali?
    Quando PM riferisce la bella notizia, vedo che hanno tutti paura. Sì, la loro era paura, ma nessuno dice niente.
    Il mattino dopo, mentre sto progettando di uscire ed andare  a comprare i mobili per arredare la stanza per mio fratello, squilla il telefono e mio padre mi ordina di non andare a prendere mio fratello. Da almeno cinque anni dico che sul mio manifesto funebre (se ne avrò uno) dovranno scrivere "Figlia obbediente": ho fatto l'università che voleva mio padre, sono andata a vivere dove voleva lui, e devo aggiungere anche questo. Ricordo che capii che GF aveva telefonato alla struttura dove operava la specialista chiedendo urlando chi fosse quella stronza che non sapeva tenere in mano la situazione e che il dirigente della struttura aveva decretato che mio fratello fosse ospitato da GF e che io non dovevo farmi vedere nella struttura. Era sabato mattina.
    GF avrebbe dovuto andare a prendere mio fratello lunedì mattina.
    Domenica pomeriggio prima di andare a messa (ed avevo pure la faccia di bronzo di andare a messa? oramai mi ero accodata a tutte le facce di bronzo che mi circondavano, ma quella era la loro natura, non la mia.) passai dai miei. C'era GF. Dopo la messa torno a casa mia. Bello e buono mi vedo arrivare GF a casa. Era venuto a cercarmi all'uscita della messa, ma non mi aveva scorto. Lo faccio entrare. Nel salotto, in piedi, nervoso, non riesce a stare fermo, senza quella sicumera sfoggiata davanti al responsabile, con il volto che esprime terrore, mi fa: <<Non è che può venire a stare da te?>> Perché non gli dico quello che si merita, ossia:<<Pezzo di stronzo, ma che ti sei messo in mezzo a fare?>>
    Per mie caratteristiche personali o socioculturali?
    Gli rispondo: <<Sì, se seguito dalla specialista>>.
    No. Secondo lui devo occuparmene io, mio fratello deve venire a stare a casa mia, ma seguito da chi e nei modi che dice lui. Non riesco, non so (forse non voglio) riprendere in mano la situazione. Gli avrei potuto dire: <<Tu ora telefoni alla struttura, gli dici loro che non gli somministrassero quella schifezza che tu vuoi fargli somministrare (ma il mio timore era che lo avessero già fatto, ed allora? si poteva recuperare, sarebbe stato meglio di no, ma era da recuperare le conseguenze di una schifezza somministrata per un periodo limitato di tempo, non per anni) e che dovrà essere seguito dalla specialista di cui mi fido>>.

    5 giugno 2005, lunedì mattina. E così, il mattino dopo, preso in trappola dalle sue stesse manovre, GF deve andare a prendere mio fratello per ospitarlo a casa sua e fargli seguire la strada che ha deciso lui. Telefono a GF e dico che voglio andare con lui. <<Il dirigente ha detto che tu non devi venire. Non mi credi? Telefonagli!>> E poi mi urla: <<Tu te ne sei lavata le mani!>>.

    Passo indietro.
    Bullismo a partire dal 2001 (ma era anche antecedente).

    [Per chi è arrivato fino a qui e vuole tagliare corto può saltare in fondo: alla sezione Bullismo di condominio in breve, aggiungendo che GF e la sua compagna si sono schierati dalla parte dei quattro bulli da giardino, recriminando contro gli abusi perpetrati da mio marito (secondo loro) e gli abusi e le prepotenze commesse da me (sempre secondo loro) ed a me non è rimasto che scrivere racconti per far capire a GF la verità, ma avrei fatto meglio a pensare alla mia vita ed alla salute, tanto non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire.]

    Entro nell'appartamento che devo ristrutturare. Mia zia vi ha lasciato un divano per la vicina ed il servizio di tazze della nonna per mio padre. Non trovo né l'uno né l'altro.
    Durante i lavori, i miei vicini entrano ripetutamente a ficcanasare e chiamano gli operai a casa loro ad effettuare riparazioni.
    GAL nasconde che possiede la chiave del mio ripostiglio nel seminterrato.
    GAL segnala al Comune che sto facendo i lavori e mio padre deve correre al municipio per dimostrare che ha fatto tutte le segnalazioni del caso.
    Mio marito lascia l'auto un momento in sosta vietata, GAL chiama il carro-attrezzi.

    2002. GAL spaccia un preventivo che ha scritto lui per quello di una ditta di cui mio padre si serve.
    GAL si mette ad urlare quando chiedo informazioni.
    GAL fa dire al nipote che la ditta ha presentato la fattura. So che non esiste, ma non chiedo di vederla (evidentemente le urla hanno fatto effetto). 
    Alla fine GAL mi ha sgraffignato 600 euro. La quota di spesa annuale per l'ordinario è di 500 euro.
    GAL dice al suo amico vigile urbano di non far risultare il mio trasferimento di residenza.
    Vado a protestare presso la sede, l'amico di GAL viene a trovarmi di persona, con atteggiamento da mamma santissima.
    Gran Premio mi tende ripetutamente agguati all'ingresso del palazzo per ordinarmi che la luce fuori il portone deve essere spenta.
    Prodotto Lordo, amministratore interno, insulta e caccia via mio marito dall'assemblea condominiale convocata per discutere il bilancio consuntivo. Il bilancio consuntivo non c'è. Mio marito ha chiesto: <<Quanto c'è in cassa>>.

    2003. Gran Premio viene a dirmi, dopo due o tre mesi dalla fine dei presunti lavori per i quali ho cacciato 600 euro e per i quali non ho mai visto passare un operaio né sentito dei rumori, che ha di nuovo dei problemi. Rispondo: <<Scusate, ma la ditta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?>>. Gran Premio fa "Ah, eh" e se ne va.
    Di nuovo non mi viene presentato il bilancio consuntivo.

    2004. Mio marito è amministratore interno. L'ultimo atto di Prodotto Lordo è stato selezionare una ditta per dei lavori di cui GAL parlava da almeno dieci anni. E' toccato a mio marito iniziarli.
    GAL ha cercato di ostacolarne l'inizio in ogni modo, poi ha cercato di lucrarci su urlando che occorreva fare tutto non solo i lavori di somma urgenza: se gli altri non avevano i soldi, li avrebbe prestati lui. 
    Deciso di iniziare, io, Gran Premio e Ferruccio versiamo la prima quota per i lavori. GAL ed il proprietario dell'appartamento dove abita Prodotto Lordo no.
    Vado a parlare con il secondo. Verserà la sua quota e dirà a GAL di fare altrettanto. GAL esegue.
    A fine anno prepara il bilancio consuntivo: pare che GAL stia trattenendo 300 euro.

    2005. GAL non solo nega di essere debitore di 300 euro, ma addirittura pretende di essere creditore di 300 euro. Poi quando vede confutati i suoi calcoli, ne presenta altri, cambiando cifra. GAL fa pervenire a mio marito tre lettere da tre avvocati diversi.
    Ad inizio anno mio marito ha abbassato le quote ordinarie. Nessuno, tranne me, le paga più (GAL non le aveva mai pagate nemmeno prima). A metà maggio mio marito è costretto a chiedere ai vicini di saldare le loro quote. GAL telefona a mio padre per protestare. 
    A dicembre GAL chiede a mio padre di controllare i suoi conti. Adesso limita la sua richiesta a 200 euro. Mio padre gli invia una risposta che GAL riceve la mattina di Natale. GAL la legge e telefona a mio padre in preda ad un accesso di furore. Mio padre mi telefona esagitato esortandomi a chiudermi dentro.

    2006. Le rampolle di GAL vengono a discutere con mio marito, colpevole della situazione.
    Gran Premio si presenta alla mia porta perché vuole parlare con mio marito. La faccio accomodare e quella : "No, perché se le cose continuano così, qualsiasi cosa ci sta qua sopra la prendo e la butto per terra!".
    Prodotto Lordo ed il professore universitario che come amministratori non hanno mai presentato un bilancio consuntivo, né nessuno ha mai chiesto loro di vedere una fattura, una ricevuta, si presentano da mio marito e chiedono di vedere ogni bolletta pagata, ogni ricevuta, ogni scontrino della gestione ordinaria. Non manca niente, c'è fino all'ultimo scontrino di 80 centesimi.
    Per la gestione straordinaria ci pensa GAL a chiedere copia di ogni fattura, di ogni bonifico.

    Continua integrando
    https://www.aphorism.it/liliana_landri/racconti/grave_turbamento/
    https://www.aphorism.it/liliana_landri/racconti/lonore_dei_landri/
    e continuando con
    https://www.aphorism.it/linda_landi/racconti/grazie/

    https://www.aphorism.it/liliana_landri/racconti/terza_generazione_cresce/

    Con un grande sforzo, a quattro mesi dall'intervento vado alla riunione condominiale, cerco di presentarmi al meglio per non dare loro soddisfazione. Il professore universitario se la ride, soddisfatto di avermi atterrato insieme ai suoi complici.

    E continuano. Fino alla tomba (mia e di chi mi vuole bene):

    https://www.aphorism.it/liliana_landri/racconti/a_mamma_dispiace/

    https://www.aphorism.it/liliana_landri/racconti/morire_di_chi_so_io_e_chi_si_tu/

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    Bullismo di condominio in breve:
    Post di
    Linda Landi
    13 luglio 2018 · 
    Le favole del grottesco.

    Io non posso vivere a via Vattelapesca n.0 perché così piace ai furbi ed ai prepotenti.
    No, ad essere precisi all'inizio mi hanno detto: guarda tu qui ci puoi pure stare però devi pagare il pizzo, stare zitta e fare finta di niente.
    E guarda che qui comandiamo noi: noi decidiamo quali piante devono stare in giardino, noi decidiamo chi deve raccogliere i frutti e persino chi può starci o no. Noi decidiamo se le luci devono stare accese. Noi decidiamo chi può usare l'acqua condominiale per scopi privati (solo noi, io credevo nessuno). 
    Il primo anno il pizzo è stato sui 600 euro.
    C'è stato un tentativo di rubarmi anche altri tre milioni di lire, ma è sfumato.
    Il secondo anno non so a quanto sia ammontato il pizzo. Hanno fatto un tentativo di estorcermi altro denaro con la stessa scusa con cui mi hanno estorto 600 euro il primo anno, ma li ho bloccati.
    Per i successivi tre anni hanno perso il controllo diretto e sono diventati ancora più subdoli e prepotenti.
    Una in casa mia ha minacciato di buttare in terra gli oggetti che erano sul tavolo. Mio marito si è sentito continuamente insultare e minacciare. 
    E poi hanno ribadito: guarda che su di te abbiamo il diritto di sapere tutto. Le tue lettere, soprattutto bollette, le apriamo con il vapore. 
    Poi hanno ripreso il controllo e si sono scatenati. Guarda che noi qua viviamo interamente a tue spese e tu non puoi farci niente.
    E la roba tua è nostra.
    E noi ti dimostriamo che siamo felici, ti provochiamo scendendo e salendo le scale fischiettando. Borbottando e dicendo: "Che schifo" o "Che puzza" quando passiamo davanti la porta di casa tua o ti incrociamo
    E se provi a chiederci una prova del nostro diritto ti buttiamo immondizia davanti la porta e ti imbrattiamo l'auto e ti picchiamo.
    E come ti permetti? Noi siamo dei signori.

    E visto che ci hai dato fastidio, svieni davanti a noi per quello che sembra un attacco di cuore? Facciamo finta di non accorgercene e non chiamiamo aiuto.

    Sei sopravvissuta?

    Ricordati che devi pagare il pizzo.
     

  • 24 marzo alle ore 16:14
    LE BELLEZZE DELLA THAILANDIA

    Come comincia: Alberto M. ed  Anna M. ambedue insegnanti,  lui  di matematica lei di materie letterarie nella scuola media Giovanni Pascoli di Roma, stanchi delle bellezze monumentali della loro città, da tempo avevano deciso di effettuare un viaggio in un paese orientale al di fuori dei soliti giri turistici, Alberto in particolare, appassionato fotografo, aveva acquistato per l’occasione una Canon 516 , insomma voleva, al rientro in Italia, stupire gli amici mostrando le bellezze di una terra tanto lontana conosciuta soprattutto per i panorami meravigliosi. Con volo AirAsia erano atterrati a Bangkok all’aeroporto di Don Mueagan e poi, con un tassì, erano arrivati all’albergo Amara che, già da fuori, si dimostrava lussuoso con un portiere vestito da ‘generale’. Alberto sperava di cavarsela nei contatti con i nativi col suo francese che, per sua fortuna, era parlato e conosciuto specialmente nei luoghi turistici. Alla réception una…dea: bellissimi occhi grigi, grandi  che illuminavano un viso sorridente. Alberto era rimasto affascinato, senza parole. “Quando avrai rimesso nelle orbite i tuoi occhi chiederemo alla affascinante nostra dirimpettaia notizie…” Una gran risata della ragazza: “Io parlo italiano, ho studiato lingue all’università di Perugia, sono a vostra disposizione.” Lo sguardo di Anna diceva chiaramente: “Ti piacerebbe brutto maiale averla a disposizione.” il tutto coperto da un  sorriso di sfida. “Mi chiamo Radaa che nella mia lingua vuol dire persona felice, vorrei indirizzarvi prima al Lollipop, il bar, e poi alla mostra interna al nostro albergo dove l’artista Thomas Erber ha esposto le sue opere; potreste acquistare un orologio particolare, unico al mondo,  un orologio Terrascope in alluminio anodizzato blu poi, al vostro ritorno, potrò indirizzarvi verso mete esterne interessanti.” La colazione consisteva in dolcetti vari e latte e caffè all’occidentale che parve lenire la crisi di gelosia di Anna. L’orologio era magnifico, costava ventimila baht pari a cinquemila €uro. Alberto pensò che era inutile infoltire il numero di ‘cipolle’ che già aveva a casa e rinunziò all’acquisto. Al ritorno alla réception, Alberto: “Vorremmo visitare dei luoghi in cui scattare delle foto specialmente di panorami.” Vi accompagno ad un taxi che potrà portarvi al porto dove imbarcarvi su una giunca per turisti, vedrete bei panorami e potrete mangiare e dormire a bordo, per cinque giorni la spesa è seimila baht pari a circa millecinquecento €uro, buon divertimento.” A bordo della giunca di stazza notevole, il comandante vestito come ufficiale di bordo di una nave da crociera li accolse con un sorriso, parlava francese: “Je suis à votre disposition, je vais vous montrer la cantine et votre cabine.” Il comandante era di altezza superiore a quella di Alberto, fisico atletico, viso abbronzato dal sole, sicuramente piacevole così almeno apparve ad Anna che ne rimase affascinata.”Questo non capisce l’italiano, facciamo un patto: io mi scopazzo Radaa, sempre che sia disponibile, e tu…il comandante!” “Sei maligno, gli ho dato appena uno sguardo.” Anna era diventata rossa in viso con conseguente risata ‘navigabile’ (così avrebbe detto il buon Jacovitti) da parte di Alberto che attirò l’attenzione dei presenti turisti e dei tailandesi. Riposino in cabina sino alla cena, l’atmosfera fra i due coniugi era ritornata normale, almeno nelle apparenze. “Commandant nous aimerions manger du poison.” Il comandante rise della grossa attirando anche lui l’attenzione dei presenti che si domandarono che cacchio avessero quei tre da dirsi di tanto spiritoso, forse con un po’ d’invidia da parte loro. (Tradotto Alberto aveva chiesto del veleno e non del pesce). La mattina presto Alberto ed Anna, più Alberto che Anna si alzavano presto per ammirare panorami esotici bellissimi dai colori mai visti in occidente. Alberto scattava foto a ripetizione da tutte le posizioni, per fortuna il dischetto della macchina fotografica poteva contenere circa cinquecento fotogrammi. La vita non era monotona a bordo, la sera c’era un’orchestrina che in sottofondo rallegrava i naviganti, alcune coppie ballavano, Anna non propose alcun ballo ad Alberto, sapeva che in quel campo era un orso, in compenso fu invitata da alcuni passeggeri eleganti e fisicamente non disprezzabili. Il giorno seguente gettata l’ancora su un fondo ribollente di fiori di mare bellissimi e dai colori sgargianti e di pesci anch’essi coloratissimi., Anna fu invitata dal comandante ad esplorare il fondale con bombole, pinne ed occhiali. La consorte chiese ad Alberto il permesso, anche se non molto convinto il coniuge non negò l’assenso ed al comandante: “Controlli bene mia moglie, non è un esperta sott’acqua!” Per un po’ di tempo Alberto seguì le bolle d’aria lasciate in superficie dai due, poi non più nascosti dietro una roccia. Dopo circa mezz’ora i due riapparvero in superficie salutando, stavano rientrando. Anna: “L’acqua era un po’ freddina ma poi mi sono abituata, potevi venirci pure tu.” Il dialogo finì lì ma la dama aveva avuto una dimenticanza, quella di aver visto sott’acqua ed ‘assaggiato’  una specie di ‘remo’ che sporgeva dalla pancia del comandante, remo che ben presto si era messo a remare dentro la cosina della signora facendole provare un orgasmo particolare, il collo del suo utero era stato ‘mitragliato’ da potenti schizzi di sperma e poi in acqua Anna non l’aveva mai fatto, in seguito una sensazione di piacevole stanchezza. Al rientro in albergo Radaa chiese notizie sul viaggio dei due coniugi che risposero con un mugugno. Alberto domandò alla consorte se sapesse il nome del comandante. “Si chiama Chaivat.” “Nomen omen appropriato alla situazione!” “Ma di quale situazione parli, da quando in qua un anticonformista come te è diventato un gelosone!” La conversazione finì lì, d'altronde…quello che è fatto è fatto pensò l’Albertone il quale ricordando  alcune avventure riportategli da amici che erano stati in Thailandia chiese a Radaa di poterle indicare dei locali dove le giovani ragazze si prostituivano, voleva fotografare i visi delle prostitute ragazzine nel loro ambiente ed anche quello della maîtresse. Radaa si fece seria: “Può essere pericoloso, la Polizia è corrotta ma talvolta mette in galera tutte le persone che trova in quei locali per dare una dimostrazione di forza per poi rilasciare i detenuti dietro forte compenso, in ogni caso la signora non dovrebbe andarci.” Alberto, per ogni evenienza,  si mise in tasca cinquemila €uro e con un taxi fu condotto a Soi Cow Boy un quartiere a luci rosse. Dinanzi al locale una lanterna rossa ed un buttafuori da cui era meglio stare alla larga. All’ingresso un lungo corridoio conduceva ad una grande sala dove c’erano delle ragazze molto giovani, seminude che aspettavano i clienti. Alberto non provò alcuna sensazione erotica, come descritto da Radaa, quelle erano ragazze vendute ad alcuni cinesi dai loro genitori in miseria che così pagavano i loro debiti. Una ragazza in particolare attrasse l’attenzione di Alberto: era rannicchiata in fondo al locale con gli occhi pieni di lacrime, non era di razza tailandese: bionda, occhi azzurri, piuttosto alta, un tipo alla svedese. Colpo di testa di Alberto: si recò dalla padrona del locale la quale gli offrì le grazie delle presenti; la megera parlava un francese stentato ma capì le intenzioni di Alberto che voleva poter con sé la ragazza bionda. La donna sin esibì in una risata maligna: “Rien à faire mon ami, c’est ma esclave.” “Combien d’argent voules-vous pour me la vendre? ” “ Vingt mille baht!” “Bien je vous donne cinq mille €uros c’est la même chose,  bien?” La prosseneta dinanzi agli €uro non fece una grinza anzi…”Tout à toi, bonne chance!” Il buttafuori, dietro indicazione della maîtresse lasciò passare i due  i quali si infilarono nel primo taxi di passaggio. “All’hotel Amara,  nel salone dell’albergo seduti in comode poltrone “Anna tu che a scuola hai studiato l’inglese fatti raccontare da questa ragazza cosa le è successo.” “Amalie tel me your story.” “My father Thomas Larsen was the commander of a cargo ship from India carrying goods to Denmark. I Amelie and my mother Sofia were on board as  a passenger. One night the pirates got on board, they overwhelmed the sailors, put them together with my father on a raft and abandoned them at sea. My mother and I were brought ashore and then I shared in a chinese broche and my mother did not know.” “La ragazza più o meno ha detto che viaggiava  su un cargo, comandato da suo padre con a bordo anche sua madre, il cargo salpato dall’India era diretto verso la Danimarca. Dei pirati di notte erano saliti a bordo, hanno abbandonato in mare l’equipaggio e suo padre su una scialuppa, lei e sua madre portate a terra, lei in un bordello, sua madre non sa dove sia.” Alberto: “Storia tremenda, dobbiamo trovare una soluzione, mi hanno riferito che dietro il nostro albergo c’è una chiesa cattolica, chiederemo aiuto ai preti.” Un sacerdote non più giovane aprì la porta e dopo il saluto di rito: “Sia lodato Gesù Cristo, sono don Angelo” e la risposta di Alberto:”Sempre sia lodato.” tutti entrarono in sacrestia e si sedettero sulle panche. “Padre Angelo le racconto in breve la storia di questa ragazza, solo lei può darci una mano d’aiuto.” Venuto a conoscenza dei fatti Il prete rimase pensieroso per un bel po’: “Non sarà facile trovare una soluzione, innanzi tutto ci vogliono molti quattrini, qui si fa tutto per il dio denaro e poi dovremo falsificare un passaporto per la ragazza, dove siete alloggiati?” “Al qui vicino hotel Amara, spero che alla concierge ci sia una certa Radaa e così potremo far alloggiare  Amalie in camera nostra.” Radaa era al suo posto, all’arrivo dei tre all’inizio rimase senza parole, aveva intuito che c’era una problema con quella ragazza bionda non certo tailandese. “Cara abbiamo un problema che spero tu potrai risolvere.” Alberto a sommi tratti raccontò quello che era loro capitato, compreso il colloquio con padre Angelo e, dopo molte esitazioni da parte di Radaa furono autorizzati a far accedere alla loro stanza, una Amalie finalmente sorridente. La danese dopo una doccia, indossò dei vestiti di Anna, i suoi erano da buttare, e fu messa a dormire sul divano. Alberto telefonò a Roma all’amico fraterno Franco I.”Caro come stai, ho bisogno del tuo aiuto.” “A dir la verità stavo dormendo, dimmi tutto.” “Scusa ma non ricordavo del fuso orario differente, sono a Bangkok ed ho bisogno di un favore, trasferisci trentamila  €uro sul mio conto corrente, sono rimasto a secco di quattrini.” “Come cacchio li hai spesi, ti sei comprata una tailandese?” Gran risata di Alberto, quel figlio di buona donna…”Hai indovinato ma me la pappo solo io, quando saremo a casa te la farò conoscere.” “Va bene, provvederò domattina, salutami Anna, buonanotte.” Alle donne delle pulizie dissero di lasciar perdere il bagno dove si era rifugiata Amalie con Alberto. Si fecero portare i pasti in camera con laute mance ai camerieri sempre felici di servire gli occupanti di quella stanza. Alberto contattò don Angelo il quale riferì che aveva trovato l’aggancio giusto per un passaporto falso, occorrevano una foto della ragazza e quarantamila baht pari a circa diecimila €uro. Alberto scattò subito delle foto e portò la scheda ad un vicino fotografo che sembrava ben organizzato. In francese chiese di poter avere i positivi della ragazza fotografata il pomeriggio. Il fotografo si mise a ridere, non era possibile ma cambiò opinione allorché Alberto fece ‘brillare’ nella sue mani ventimila baht. Dopo due giorni, ottenuto il passaporto, invitata Radaa a visitare Roma, i tre riuscirono col batticuore ad imbarcarsi in aereo diretti a Fiumicino dove giunsero a sera inoltrata. Tassì e poi  a casa un sorriso di sollievo. Per quella sera si arrangiarono con scatolette, grissini e crackers, doccia per tutti, Anna insieme ad Amalie, e poi tutti a nanna, la danese sul divano abbracciata ad un cuscino, nel suo viso l’espressione della gioia intensa, era passata dall’inferno al paradiso. Naturalmente Franco si fece vivo con una faccia incuriosita e vedendo Amalie “Ma allora veramente si sei comprato una schiava!” Alberto raccontò a modo suo la storia, quella sua e di Anna era stata un’opera buona… Nell’orecchio:”Arbè, valla a raccontà a n’artro, gran figlio di…” Amalie, dopo lunghe e noiose pratiche burocratiche fu iscritta ad una scuola di suore che chiesero  un compenso più alto in quanto dovevano  dedicare una insegnante disponibile solo per la ragazza che parlava  l’inglese ed il danese;  problema risolvibile, i coniugi M. erano abbienti di famiglia. Ma la storia non finisce qui: Alberto talvolta andava con la sua Alfa Romeo Giulia a prendere Amalie alla fine delle lezioni. La ragazza si era impegnata negli studi e cominciava a parlare l’italiano. Alberto vicino ad Amalie provava sensazioni erotiche fortissime, il suo solo profumo di gioventù lo ammaliava, talvolta un bacio nel collo, poi in bocca, una mano fra le gambe, insomma una strategia di avvicinamento. Anna se n’era accorta ma, pensando alle conseguenze di una sua scenata, conseguenze che sarebbero state molto spiacevoli per tutti, (fra l’altro Amalie era ancora minorenne) fece finta di nulla, d’altronde anche lei aveva qualcosa da farsi perdonare, un ricordo bellissimo dell’incontro subacqueo col comandante Chaivat. Un giorno di domenica una telefonata da Bangkok: “Sono Radaa, come state? Io ed il mio fidanzato abbiamo in programma di venire a Roma, io sono molto appassionata dei monumenti antichi.” Anna: “Ben felici c’è un albergo il Metropolitan vicino alla stazione Termini, vi prenoteremo una stanza, quando contate di arrivare?” “Fra due giorni.” “Verremo a all’aeroporto a prendervi, buon viaggio.” Ad Alberto l’arrivo di Radaa, soprattutto in compagnia del fidanzato, non fece alcun effetto, la sua preda era una sola ma ancora non raggiunta. I due coniugi romani arrivarono a Fiumicino mezz’ora prima, in attesa dell’aereo sorbirono dei rinfrescanti intrugli di un barista allegrone e poi si recarono all’uscita dei passeggeri che nel contempo stavano recuperando i propri bagagli. Per prima si presentò Radaa luminosa nella sua bellezza; bacio di rito ai due coniugi e poi arrivo del fidanzato con i bagagli: Sorpresa, sorpresa:“Questo è Chaivat, lo avrete conosciuto perché comandava la giunca dove avete passato dei giorni in mare.” Strette di mano e poi Alberto: “Anna lo ha conosciuto meglio di me, insieme hanno esplorato i fondali con bombole, pinne ed occhiali, Anna ne ha un buon ricordo!” Solo i due interessati capirono la battuta ma fecero lo gnorri.  Cena casereccia al ristorante sotto casa di via Merulana molto apprezzata dai thailandesi e poi un arrivederci al giorno seguente, era di luglio e le scuole erano chiuse. Radaa aveva telefonato alla sua ambasciata dove lavorava una sua cugina Malee, le chiese di accompagnarla per un giro su Roma monumentale munita di guide per orientarsi e così la compagnia si ridusse a quattro. “Tutti al mare a mostrar le chiappe chiare!” Alberto si era esibito in una boutade per rallegrare l’atmosfera, ad eccezione di Amelie, tutti sapevano tutto di tutti come da celebre frase ma la cosa non pesò sulla compagnia. Si recarono allo stabilimento Kursaal con la Mini Clubman di Anna; le femminucce mostrarono il loro ben di Dio in costumi brasiliani, si fecero baciare dal sole per un quarto d’ora poi si ritirarono sotto l’ombrellone, come pure i signori che erano di ritorno dopo aver fatto il bagno. Sparita dalla circolazione Radaa, si erano formate due coppie come dire, eterogenee: Alberto quarantenne con una diciassettenne,  Anna trentacinquenne con un trentenne ma, guardandole bene l’età non aveva importanza: Amelie guardava con ogni sognanti Alberto, Anna nello stesso modo il fustaccio thailandese. I quattro avevano preso a girare per Roma centro per fare acquisti e regolarmente Amelie passava per figlia di Alberto ed Anna per la moglie di Chaivat, ormai i quattro avevano di fatto accettato la situazione. Anche se avevano svicolato in quanto a posizione amorosa, i due coniugi, dato il loro lungo legame, si capivano al volo e così a casa loro, la notte: Anna e Chaivat nel letto matrimoniale la bimba (si fa per dire) e l’Albertone nella stanza degli ospiti dove finalmente avvenne il matrimonio fra il padrone di casa e la danese che dichiarò di non essere più vergine da tempo e si dimostrò molto abile in quanto a sesso, Alberto era al settimo cielo. E vissero a lungo…no questo non fu il finale della storia. Hermes protettore del pagano Alberto  non poté far nulla per il suo assistito, il destino è al di sopra degli dei e così Amelie, piangendo, raccontò ad Alberto di essersi innamorata di uno studente romano, Chaivat ritornò in patria, Radaa rimase quale impiegata nell’ambasciata della Thailandia a Roma ed Alberto ed Anna, con tanto rimpianto, ritornarono ad essere marito e moglie, la loro era stata solo una bella avventura da ricordare per sempre.
     

  • 24 marzo alle ore 16:06
    UN CONDOMINIO DI AMOROSI SENSI

    Come comincia: ‘A ciascuno il suo destino’ film del 1946 ma anche frase che poteva fotografare la situazione di un condominio di Roma in via Giolitti, situazione molto particolare in quanto a sesso. Vengono riportati solo i nomi senza cognomi degli interessati in quanto  si tratta di una storia vera e le persone citate potrebbero non gradire una pubblicità non voluta. Alessio e Mia ambedue quarantenni,coniugati da dieci anni erano una coppia felice, senza figli per volere di entrambi, insegnavano ambedue in un liceo cittadino, lui  lettere lei  lingue. Mia da tempo dava lezioni private a Tommaso figlio diciassettenne di Amos  e di Elettra che Mia aveva visto crescere. La signora non si era accorta che il ragazzo stava diventando un adulto con relative conseguenze sessuali. Un pomeriggio il ragazzo si presentò a Mia bianco in viso e quasi tremante: “Zia Mia ti devo confessare un mio pensiero  ma non ho il coraggio di farlo, non mi sento in forma, da giorni…” “Tommaso puoi confessarti con me come se fossi un prete e, anche se non sono religiosa ti darò l’assoluzione!” “Sono innamorato di te, non sorridere, ora ti considero una donna, io son cresciuto sessualmente e, pensandoti, faccio il…falegname.!” “Se ti spiegassi meglio…” “Pensando a te mi faccio tante seghe!” “Non vorrai che te le faccia io!” celiò Mia che nel contempo cercava di trovare una soluzione a quanto appreso dal ragazzo. “Sai che ho molta fantasia per far partecipare anche tuo marito Alessio ho pensato ad uno swapping tra di noi, io desidero ardentemente avere rapporti con te, tuo marito potrebbe andare con mia madre.” A Mia venne da ridere ma, dinanzi alla faccia seria di Tom cercò di vagliare il progetto fantasioso del ragazzo. “Ammesso che io sia d’accordo non penso che lo sia tua madre, lo sai quanto è  riservata, Alessio sarebbe d’accordo, lo conosco bene!” “Mia madre è una romantica e poi mi risulta che non abbia buoni rapporti sessuali con mio padre, origliando dietro la porta della loro camera da letto una sera ho sentito mia madre dire: “Sei un egoista il solito ‘vado l’ammazzo e torno’ ed io resto a bocca asciutta, va al diavolo!” Mio padre è molto religioso, la mattina prima di recarsi al suo lavoro alle poste dove è impiegato passa sempre in chiesa e per lui il rapporto sessuale ha come sola finalità il procreare; ho scoperto una scatola di pillole anticoncezionali che  assume mia madre che evidentemente non vuole darmi un fratello o una sorella ma se tuo marito si dimostrasse romantico con lei penso che ci riuscirebbe a...conquistarla.” Messo al corrente Alessio fece salti di gioia, Elettra non era niente male come donna, sua moglie le aprì la strada telefonando ad Elettra una mattina di domenica quando suo marito era in chiesa battersi il petto: “Mia cara scusa se ti disturbo, ti chiedo un favore: Alessio mi parla spesso di te, noi siamo una coppia aperta e vorrei che lo sentissi.” Dopo qualche secondo di silenzio:  “Fallo venire ora a casa mia, mio marito starà in chiesa sino a mezzogiorno.”  Seduti sul divano: “Anche se non sei truccata sei una donna molto piacevole. Come ti ha riferito  Mia noi siamo una coppia aperta e siamo sempre sinceri l’un l’altro, vedendoti passare ogni giorno di più mi sei entrata nel cuore, vorrei…” “Immagino quello che vorresti ma io sono una donna romantica, il sesso viene dopo …” “A parole non mi esprimo bene, ti comunicherò i miei sentimenti tramite mail, ti prego di credere alla mia sincerità.” Riferito il colloquio alla consorte Alessio, da buon letterato, dimostrò  nello scrivere la sua ‘valentia’. “Cara  Elettra, quando ti guardo mi rispecchio nei tuoi occhi che mi fanno provare un sentimento intenso: il desiderio di poter stare sempre insieme. Provo dolcezza mista a tenerezza che mi fa soffrire pensando che non sarà possibile estraniarci da tutti e vivere la nostra vita in comune. Sogno di stare con te in riva al mare, d’inverno, dinanzi a noi la burrasca, il vento che ti scompiglia i capelli e tu abbracciata alla mia vita, l’effluvio della tua pelle mi stordisce, chiudo gli occhi assaporando con la fantasia quello che desidero ardentemente. Finalmente sorridi, anch’io riesco a sorridere, sembriamo due giovani alla prima esperienza amorosa. D’impulso ti metti a correre, sei più veloce di me, mi aspetti, mi abbracci piangendo, il tuo pianto mi distrugge l’anima, ancora una volta provo del trasporto nel cuore, non oso pensare a quel sentimento…si proprio quello, l’amore che dal cervello arriva alle viscere facendomi provare un dolore acuto, te ne accorgi e mi baci a lungo, riesci a darmi un po’ di serenità.”Alessio, dopo aver inviato la mail, la fece leggere a Mia che si fece delle sonore risate. “Che hai da ridere, sono o non sono un professore di lettere?” Lo scritto provocò in Elettra uno sconvolgimento nel cervello, mai nessuna l’aveva corteggiata letteralmente in modo così piacevole, invitò Alessio in casa sua durante l’assenza di Amos e di  Tommaso, si presentò truccata e coperta solo di una vestaglia  trasparente, durante il rapporto sessuale grazie alla bravura di Alessio provò delle sensazioni mai provate in vita sua, si ripropose di invitare ancora Alessio. Venuto a conoscenza dei fatti, Tommaso chiese ed ottenne dalla ‘zia’ quel qualcosa che aveva desiderato da tempo, Mia capì che la relazione col ragazzo, non più ragazzo, si sarebbe prolungata nel tempo come pure quella di suo marito. Nell’isolato altra crisi di coppia fra Leonardo trentenne per lavoro imbarcato per mesi su una nave mercantile e la consorte Bianca di pari età del marito, donna piuttosto robusta, capelli corti, palestrata che non si lamentava tanto della lontananza del marito quanto… perché non era ancora riuscita a conquistare la sua vicina di casa Marina. Una sera d’estate allorché il marito di Marina Ennio, farmacista, era di turno di notte invitò Bianca a casa sua facendole trovare dei cannoli molto graditi dalla siciliana Bianca  e del caffè sport Borghetti anch’esso molto apprezzato. La bevanda conteneva anche dell’alcol che fece effetto alle due signore che sul divano si ritrovarono abbracciate sino al bacio e toccata (senza fuga) sui rispettivi seni. Passate sul lettone furono interessati anche i relativi fiorellini con goderecciata finale. Marina cercò di spiegare il perché del suo comportamento: “Per Ennio non  è questione di età, ha cinquant’anni ma è borzo, la pancia gli sciaborda, è costretto a farsi fare vestiti su misura, ha anche difficoltà a trovare le cinture ed usa le bretelle, uno sfascio totale. Una volta è venuto a casa con la novità di assumere la famosa pillola blu per avere un’erezione, ma quale erezione è caduto a terra tutto sudato e mezzo svenuto, ho dovuto chiamare il medico di famiglia, averlo vicino mi nausea ma io sono casalinga, lui è ricco e divorziando dovrei rinunziare a tante cose compreso la frequenza del circolo dei nobili cui lui appartiene perché i suoi nonni erano baroni. Non avrei mai pensato di fare un’esperienza come la nostra ma in fondo ci vogliamo bene ed è quello che conta, qualche volta verrò a trovarti a casa tua.” Non potevano mancare nel condominio gli omo, considerati dagli anticonformisti degli sfortunati sia perché non amano i ‘fiorellini’ ma soprattutto per l’ostracismo che dà loro la maggior parte delle persone. Alcuni sono finiti in ospedale picchiati dai sessuofobi, m’è venuto di pensare che in tale categoria ci sia qualche omosessuale che non  accetta la sua diversità. Al primo piano abitavano Riccardo e Nino il primo fisico massiccio altezza un metro ed ottanta centimetri, barba e baffi dava l’idea di grande mascolinità cosa che evidentemente aveva affascinato il compagno Nino biondo, occhi azzurri,  fisico minuto;  conducevano un grande negozio di scarpe da uomo e da donna in via primo settembre; non avendo problemi finanziari da parte di lei (Nino) avevano acquistato due appartamenti che avevano unito ristrutturandoli completamente con mobili moderni, una sciccheria. Nino dal dolce animo femminile voleva fare amicizia con  gli inquilini del palazzo, pensò che ci sarebbe riuscito organizzando una festa danzante; mise nella buca delle lettere un invito a tutti i coinquilini, giorno previsto domenica alle ore quindici. Ad eccezione di Ennio e di Leonardo pian piano si presentarono tutti: Alessio, Mia, Amos, Elettra, Tommaso, Bianca e Marina. Grandi complimenti da parte degli ospiti: Elettra: “Ben contenti di avevi conosciuto, oggi andiamo tutti di fretta e si sono perse la amicizie di una volta” e poi: “Dopo aver assaggiato tutto ben di Dio dovrò mettermi a dieta ferrea, per fortuna non ci saranno altre feste vicine altrimenti diventerei come…” stava per dire Ennio ma si cucì la bocca. Pian piano si formarono delle coppie eterogenee, il più ricercato soprattutto dalle signore fu inaspettatamente Nino il quale, per ripicca, fece le boccacce al convivente Riccardo che invece ballava solo con le signore, forse era bisessuale? Mia si ‘strofinava’ abbastanza con Tommaso ben ricambiato da Alessio con Elettra, Amos con Bianca e Marina. La musica rock ad alto livello incuriosì gli abitanti del palazzo di fronte ma la loro curiosità rimase tale perché erano state tirate le tende. Novità inaspettata: Nino chiese ad Elettra di poterla rincontrare da soli a casa sua. La signora che ovviamente non si aspettava tale richiesta da un omo, consultò il marito Amos che, dopo qualche minuto di perplessità diede, ridendo, il nulla osta alla richiesta della moglie, in fondo una paio o più di scarpe potevano far piacere alla signora. Il pomeriggio dell’incontro Riccardo era sparito da casa sua, Nino indossava un abbigliamento da donna, risultava molto bello o bella alla vista con vestito stile Belle Èpoque con calze e tacchi alti. Prima ballò da solo poi abbracciata Elettra prese a baciarla sul collo ed in bocca, volle toccarle e tette ed il fiorellino e poi: “Io non sono abituata ad andare con le donne, ma lei mi ha incuriosita,  ho provato uno slancio particolare per me sconosciuto sicuramente dovuto al suo profumo non quello di Armani che indossa ma il suo personale che è per me inebriante. Quando vorrà mi telefoni, sarà per me un piacere rincontrarla di nuovo e poi le dico che ho un amico che è il rappresentante in Italia delle auto Mini, qualora avesse bisogno...Se me lo consente mi spoglio nudo vorrei che lei usasse un vibratore nel mio sedere, è l’unico modo in cui riesco a godere ed anche se a lei non fa effetto prendere in bocca il mio uccello e assaporare …” Un po’ sconvolta dalle sensazioni provate Elettra tornò a casa e al marito curioso di farsi raccontare la sua avventura disse solo: “Presto sarà padrona di una Mini che sarà solo mia, me la sono proprio guadagnata!”
     

  • 23 marzo alle ore 20:14
    Zia Gina

    Come comincia: Ho letto che il 6 novembre 2007 moriva Enzo Biagi. Ricordo "Il fatto", in particolare due puntate: una in cui era d'accordo con la frase finale di Fronte del Porto "La mia casa è dove è il lavoro" (e mi sono sempre chiesta, su queste premesse, perché Berlusconi lo avesse inserito nell'editto bulgaro); l'altra in cui confrontava filmati in cui, a distanza da un anno all'altro, i politici cambiavano opinioni sui loro avversari che diventavano alleati (in particolare prima uno in cui di Buttiglione Berlusconi diceva peste e corna, poi uno: "Buttiglione è un amico ...").

    Il 3 novembre 2011 moriva mia zia Gina, 92 anni, la sorella più piccola di mia nonna materna (su sei fratelli). L'unica che non si era sposata. "Tenevo tutto pronto per il matrimonio, vestito, tutto. Morì mia sorella Maria [26 anni, per una gravidanza extrauterina] e rimandammo il matrimonio. Lui se ne andò a Milano e si sposò là", mi raccontava. Per qualche anno è stata dalla sorella Francesca a Lucca. Grande donna zia Francesca. Forse l'ho incontrata una volta sola, ma mi è bastato. Me ne accorsi da come si preoccupava che mia madre avesse lavorato troppo per preparare il pranzo per tutti e lavorasse troppo per servirlo etc. Non c'era affettazione nei suoi modi, era sincera. La falsità si riconosce. Poi zia Gina tornò a Battipaglia. La domenica veniva a pranzo da noi. Prima la andavo a prendere io e venivamo a piedi, piano, piano col bastone. Poi quando non ce la fece più a camminare, la andava a prendere con l'auto mio fratello Alberto. Qualche estate è anche stata almeno una settimana da noi alla casa al mare. Mio padre si occupava di tutte le sue pratiche (quanti giri per gli uffici che ha fatto per lei!) e mia madre delle sue finanze e dei rapporti con le badanti.(Va be', giusto per ricordare qualche malignità da quei uno o due parenti leggermente leggermente maligni da parte di madre, non si sono mai presi nemmeno uno spillo). Ricordo una delle ultime volte che si presentò l'avvocato che curava gli interessi del padrone di casa di mia zia per precisare che l'affitto subiva un aumento; mio padre ebbe qualche osservazione e l'avvocato replicò: "Il mio cliente potrebbe metterci sei extracomunitari lì dentro!". 
    Zia Gina mi ha fatto il costume da Pierrot per il carnevale della terza liceo, e poi lo ha modificato per farlo diventare un costume da baiadera in quarta. Quando al liceo per qualche motivo non s'entrava spesso andavo a fare visita a lei ed a zia Sisina, la vedova di mio nonno paterno, che mi aveva insegnato a lavorare a maglia quando avevo 6 anni, seduta sulla sedia di legno nero dall'alto schienale diritto addossata sulla parete di sinistra dello studio. Quando ci fu il terremoto dell'80, il palazzo dove abitava mia zia Gina fu l'unico (o uno dei pochi?) ad essere sgomberato a Battipaglia, in attesa delle iniezioni di cemento. Mia madre si arrabbiò tanto con sua madre (sempre chioccia con la sorella minore) quando mi condusse con sé per prelevare qualcosa dalla casa della sorella. Mia zia aveva i suoi 'tic', lo sapevamo tutti. E mia madre lo aveva sperimentato a 9 anni, quando, ospite nella casa dei nonni ad Agropoli, doveva 'carriare' secchi d'acqua dal pozzo, mentre la zia, 23 anni, stava seduta che le facevano male le mani, le gambe ... Comunque si arrivò che in pratica mia zia non si muoveva più dal letto e dopo qualche anno le badanti non ce la facevano più e mia zia dovette andare in una casa di riposo. 
    Una domenica di novembre 2002 mi svegliai che smaniavo: "Oggi andiamo a trovare zia Gina", dissi a mio marito. Avevo contratto regolare matrimonio nel gennaio dello stesso anno e tra abituarsi a gestire una casa grande con cinque giorni a settimana in ufficio, tre mesi di trasferta in Svezia, e altro era un bel po' che non andavo.
    Approssimatosi l'orario di visita mattutina, andammo. Quando arrivammo, invece di condurci nella sua camera, ci fecero entrare in una spoglia camera al pianterreno dove mia zia, stesa in un letto a barre metalliche tipo ospedale, letteralmente rantolava. Mi avvicino incredula, chiedendo all'addetta che ci aveva accompagnati: "Perché non ci avete chiamati?".
    A mia zia comincia a scivolare un rivo di saliva sulla guancia. L'infermiera non fa niente. Apro la borsa, prendo un pacchetto di fazzolettini estraggo un fazzoletto e comincio ad asciugarla. Guardo l'infermiera che solo in quel momento sembra scuotersi e comincia a darsi da fare. Arriva altra gente e cominciano a prendersi cura di mia zia. Andiamo a casa da mia madre, dove comunque eravamo attesi per il pranzo. Mia madre si fa accompagnare alla casa di cura. Viene chiamata un'ambulanza e mia zia viene ricoverata. Si riprenderà. In seguito mia zia mi racconterà divertita: <<Mentre mi sistemavano in ambulanza, il direttore mi salutava: "Gina!". E piangeva, pensava che non tornavo più.>>.
    Per il giorno del suo 90° compleanno, mio marito ordina una torta adatta all'occasione ed andiamo a festeggiare.
    Il 3 novembre sera del 2011 ero a Salerno per il festival organizzato dall'Associazione Regionale Cori Campani. Arriva una telefonata di mia madre, le dico dove sono, mia madre scambia due parole e riaggancia.
    Il giorno dopo verso le 11 in ufficio arriva un'altra telefonata da parte di mia madre. Mi dice che nostra zia è morta la sera prima all'ospedale di Salerno.
    Le ho sempre rimproverato: "Ma perché non me lo hai detto? Ero lì, le andavo a tenere la mano!"
    Mi ha rassicurato di recente che quando lo ha saputo lei stessa era già tardi e che anche lei si era arrabbiata con la casa di cura.
    Comunque mio cugino Maurizio (o un altro dei figli di Ernesto cugino di mia madre) il giorno dopo mi rassicura che era andato lui la notte alla camera ardente dell'ospedale.

    ​Linda Landi
    6 novembre 2018

    P.S. Zia Gina raccontava sempre che lei stava per sposarsi. Teneva tutto pronto, incluso l'abito da sposa, ma morì [per una gravidanza extrauterina, N.d.A.] sua sorella Maria, all'età di ventisei anni. Zia Gina diveva avere all'epoca 22 o 23 anni. Il matrimonio fu rinviato. Il fidanzato se ne andò a Milano. E lì rimase. [Probabilmente meglio così, aggiungo io ora, visto il soggetto (quello che se ne va a Milano e non torna).]

  • 23 marzo alle ore 17:21
    La parola magica

    Come comincia: Una sola, semplice parolina.
    Una parolina che, se pronunciata, avrebbe potuto salvare tante vite.
    Ma chi non la pronuncia, perché troppo orgoglioso, perché non capisce nemmeno di averti ferito, è una persona che alla vita degli altri, e in particolare alla tua, non ci tiene per niente.

    Una parola magica.
    Scusa.

    ​Linda Landi   2 marzo alle ore 14:49 · Favola.

  • 23 marzo alle ore 15:38
    Sindrome di Stoccolma

    Come comincia: Sindrome di Stoccolma.
    Da Wikipedia: "Con l'espressione sindrome di Stoccolma si intende un particolare stato di dipendenza psicologica e/o affettiva che si manifesta in alcuni casi in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica".

    E' solo da pochi giorni che Liliana pensa: "Ma fossi affetta da sindrome di Stoccolma?"

    Dai parenti aveva ricevuto tante angherie psicologiche ed anche soprusi, eppure Liliana voleva loro bene.

    Eppure non era cieca, infatti aveva più volte detto al fidanzato: "Papà vuole che vada a vivere nella vecchia casa di famiglia, ma se lo può scordare: io non vado lì a far passare ai miei figli quello che ho passato io da bambina".

    Eppure è bastato che:
    - la zia Liliana vendesse il suo appartamento ad un estraneo, facendola sentire colpevole del fatto che la palazzina di famiglia smettesse di essere di famiglia per non aver aderito immediatamente alla proposta della zia che Liliana lo comprasse lei;
     - zio Alfredo (che da signore qual è, quando dieci anni prima zia Radaele gli aveva offerto di comprare le il suo appartamento a metà del valore corrente di mercato aveva risposto che aveva cambiato idea e non vendeva più) si sentì così autorizzato  anche lui a a vendere ad un estraneo;
     - la cugina Giulietta, con la quale c'era sempre stato il confronto diretto, lasciasse l'appartamento  e zio Giulio mettesse anche lui in vendita il suo,

    che Liliana cedette (ma è possibile che quella palazzina a cui papà tiene tanto deve finire tutta in mano ad estranei?).

    Però due anni dopo Poldo (Leopoldo, ma detto Poldo), fratello di Giulietta ebbe bisogno di un appartamento e zio Giulio, la cui moglie a suo tempo voleva comprare l'appartamento del cognato a metà prezzo, che non era ancora riuscito a vendere il suo, avendo posto un prezzo 40% maggiore rispetto al prezzo di vendita degli altri fratelli, glielo assegnò.
    E qui Lilaina ebbe dei dubbi e pensò di fare marcia indietro, ma cercò di tranquilizzarsi: "Va be', a me hanno fatto vedere i sorci verdi perché non dovevo stare sopra Giulietta, con Poldo non c'è mai stato alcun confronto");

    Ed è stata la sua fine.
    Chi ti ha fatto del male te ne farà ancora. Liliana non conosceva questa semplice regola?

    E non aveva visto come quegli spocchiosi avevano trattato il marito di zia Liliana?

    Giustamente il marito di Liliana ora le chiede risentito: "Che c'entravo io con voi?".

  • 23 marzo alle ore 9:52
    LA BELLEZZA DI LORY

    Come comincia: Alberto a bordo della sua Alfa Romeo Stelvio Quadrifoglio stava percorrendo l’autostrada che lungo la tirrenica conduce a Roma. L’acquisto dell’auto era recente, un suo desiderio finalmente appagato dopo la morte della moglie Donna per un male incurabile. Alberto  maresciallo della Guardia di Finanza  a Messina era a capo della Sezione Volante. L’acquisto di quell’auto costosa era stata oggetto di controlli da parte dei superiori di grado che, tuttavia, non avevano trovato nulla di irregolare, la moglie Donna era ricca di famiglia. Il suo era stato un matrimonio non felice  anche se il significato del nome della consorte voleva dire ‘signora’ la cotale non si era dimostrata tale, voleva un figlio ad ogni costo ed era diventata paranoica, maniaca, sgarbata con tutti, le cure ormonali per favorire la gravidanza forse erano state la causa del suo decesso. Alberto a metà viaggio si era fermato ad un autogrill quando gli si avvicinò una bionda alta e belloccia che: “Signore che bella auto!” Rispolverando il suo idioma d’origine Alberto: “Cocca nun riusciresti a fammelo rizzà nemmeno cò una gru…” La cotale si allontanò bofonchiando frasi non proprio gentili riferite  alla mascolinità di Alberto che riprese il viaggio fino ad arrivare a via Appia a Roma dove i parenti avevano una villa. Era arrivato in un momento in cui la nonna Maria e la zia Armida erano in crisi per la morte di Rosilde, sorella di Armida avvenuta giorni prima. Alberto fu ugualmente accolto con baci ed abbracci da parte delle due donne, era il nipote preferito anche perché portava il nome del defunto marito di zia Armida e fisicamente gli assomigliava molto. Nonna Maria: “Ci potevi avvisare, fra l’altro oggi non si è presentata Gina la cameriera, chissà cosa le è successo, di solito è puntuale.” Alberto stava aprendo i bagagli per sistemare i suoi abito nella camera degli ospiti quando la zia Armida: “Gina è all’Ospedale  S.Giovanni, l’hanno picchiata in strada, ce l’ha comunicato il poliziotto di servizio, facci un salto per vedere come sta.” Alberto, stanco del viaggio ne avrebbe volentieri fatto a meno. All’ingresso del nosocomio l’agente di servizio: “Signore non è orario di visite, si ripresenti alle diciotto.” Mostrando il tesserino:“Sono un collega della Finanza, dovrei andare a vedere una mia parente ricoverata per fratture al viso in seguito ad un tentativo di scippo.” “Va bene, cerchi di non farsi notare dal responsabile del reparto.” Gina era ricoverata in un camera a quattro letti, aveva la faccia tumefatta e un occhio semichiuso. “Gina come è stato?” “Dottore un delinquente mi voleva strappare la borsetta, ho resistito e quello mi ha riempito di botte.” “Che c’era nella borsetta?” “Venti Euro ma è per una questione di principio…” “Per principio ti sei fatta riempire di bastonate, se hai bisogno di qualcosa faccelo sapere.” Alberto stava per risalire sulla Stevio quando fu avvicinato da una tale piuttosto corpulente che con fare guardingo: “Dottore le propongo un affare unico, un Rolex d’oro a duemila Euro, è rubato ma se va in gioielleria le chiedono quindicimila Euro.” “Io in gioielleria non ci vado perché insieme a te mi recherò in piazza S.Maria Maggiore dove c’il Comando della Polizia Tributaria, non hai occhio a riconoscere un finanziere?” “Dottò sto ‘nvecchiando, le chiedo un grosso favore faccia finta di non avemme ‘ncontrato, sò in licenza premio di quindici giorni dar ‘gabbio’ di Regina Coeli, si me denunzia sò rovinato pè sempre, io sò Nando detto ‘er mariolo.’” Alberto ci pensò un attimo poi guardando in faccia ‘er mariolo’, decise di soprassedere, dall’espressione del viso non sembrava un delinquente incallito e allora: “Caro Nando ho il piacere di dirti che per questa volta sei libero, se al posto mio…” “Dottò è sicuro che lei è ‘n maresciallo della Finanza, me pare strano…” “Questo è il mio tesserino ed ora sloggia.” “Le chiedo  ‘nurtimo favore, potemo annà a pià mì fijia a scola, voglio famme vedè cò stà machina rossa, un figurone coll’amiche della mia Loredana, la scola Ascolani è più avanti in via Appia.”  Giunti sul posto Loredana con la sua cartella era seduta su un muretto ad aspettare, non fece caso alla Stelvio e seguitò a guardare lontano…” “Lory amore mio vieni in macchina, st’amico mio ce dà ‘n passaggio.”  Alberto d’un colpo era diventato amico di un carcerato ma finì presto le riflessioni guardando la ragazza messasi in piedi. Favolosa., alta, capelli lunghi castani, viso dallo sguardo intenso con occhi che esprimevano forza di volontà, determinazione, intelligenza a parte il corpo perfetto. ”Prima che Lory salisse in macchina: “Sei sicuro che quella è tua figlia?” “Dottò proprio sicuro no…” La ragazza non fece caso al guidatore dell’auto, si sedette nel sedile posteriore guardando fuori,  immaginava che tipo fosse un amico del padre.  Dinanzi casa, una ex abitazione di contadini a due piani Loredana scese di corsa e si infilò nel portone, Nando entrando in casa: “Cara ti ho portato un amico…” “’’mbecille, t’ho detto che ho le mestruazioni!” Alberto capì tutto, dentro di sé si mise a ridere, che razza di famiglia incasinata…”Signora mi scusi, io non volevo…sono un maresciallo della Finanza, stò per andarmene.”  “Ci mancherebbe altro, un amico di mio marito, resti al pian terreno in salotto, mi vesto e vengo. “ Dopo dieci minuti : “Sono Dalida, non aspettavo nessuno, cosa posso offrirle?” “Niente madame, forse un’altra volta…” Nel frattempo si era presentata Loredana che: “Maresciallo ci scusi se non siamo stati molto ospitali il fatto è che…” “Loredana  non ti scusare, le scuse possono essere indice di debolezza ma nel tuo caso propendo per considerarle un atto di forza, di ricerca di dialogo, una riflessione di come agire diversamente.” “Per essere un maresciallo della Finanza  trovo che ha un eloquio brillante, io frequento il terzo liceo classico…se avessi bisogno di ripetizioni saprei a chi rivolgermi!” Dalida e Nando erano rimasti ammutoliti dinanzi alla conversazione fra Alberto e  Lory, per loro quei concetti erano astrusi. Nando: “Dottò resti a cena con noi, mì moje quando ce se mette in arte culin. insomma in cucina è brava!” Alberto telefonò a casa: “Nonna Maria sono a cena a casa di amici, torno tardi a casa.” Verso le ventidue, tutti satolli Loredana accompagnò Alberto sino alla macchina: “Maresciallo è stato un piacere, conosco pochi uomini con la sua personalità, da me cercano solo prestazioni sessuali, il fatto è che mia madre… esercita il mestiere più antico del mondo, non abbiamo entrate perché mio padre è in galera, la rivedrei volentieri lei è…” “Io sono, tu sei egli è…ti ho ammirato dal primo momento che ti ho visto, non aggiungo altro, se non ti dà fastidio verrò a prenderti a scuola, mi sembra che esci alle diciassette.” “D’accordo, a domani.” Puntuale come un orologio svizzero alle sedici e trenta del giorno dopo Alberto volutamente posteggiò la Stelvio dinanzi alla porta d’ingresso dell’istituto. All’uscita degli studenti dal plesso fu la curiosità dei ragazzi e delle ragazze coetanei di Loredana che salutando gli amici: “C’è il mio fidanzato che mi dà un passaggio, a domani.” Commenti dei giovani: “Non vi sembra che sia troppo ‘maturo per Loredana?” “Si ma con quella macchina…” “Cara Lory dato che siamo fidanzati possiamo darci del tu, che ne dici?” “Volevo far morire d’invidia due mie compagne molto ricche che viaggiano in macchine di lusso, io sempre con l’autobus.” Mamma Dalida era stata avvisata dell’arrivo pomeridiano di Alberto e quindi aveva fissato i propri ‘appuntamenti’ al mattino; il pomeriggio Alberto e Lory furono accolti da una cane di razza Pit Bull che, ad un ordine di Lory si sedette a terra senza abbaiare . “Non ti preoccupare per Bolt, ubbidisce a tutti i miei comandi, certo se mi fai arrabbiare…” risata della ragazza che abbracciò Alberto il quale, ben felice, prolungò l’abbraccio sino alla comparsa sull’uscio di casa di Dalida. “Ragazzi se siete d’accordo cena ogni sera, se possibile vorrei che Alberto mi accompagnasse al supermercato, devo fare acquisiti.” Dalida fu accontentata ma in macchina: “Giovanotto anche se io faccio la mignotta mia figlia è di un’altra razza, falle qualche sgarbo e te le dovrai vedere con me, come tutte le mamme…” Lo sguardo intenso di Dalida fece  capire ad Alberto che non scherzava ma lui ancora non aveva fatto niente anche se…Dopo quindici giorni Gina si era rimessa in piedi più pimpante che mai, il suo assalitore era stato messo in galera dai Carabinieri e lei era soddisfatta di prestare di nuovo servizio. Alla notizia che Alberto portava a cena una sua amica si impegnò per fare bella figura e così fu. Loredana ovviamente sollevò la curiosità di nonna Maria e della zia Armida che considerava Alberto come suo figlio e presolo  da parte: ”Sei sicuro di quella ragazza, mi sembra troppo …sveglia.” “Cara zia, io le gatte morte non le sopporto, Loredana è una ragazza intelligente e molto seria, anche troppo per i miei gusti.” Ovviamente successe quello che doveva succedere: un pomeriggio Lory incollò le sue labbra su quelle di Alberto il cui ‘ciccio’ sentendo odore di ‘topa’ alzò la testa ma senza risultati per lui, era troppo presto e quindi si rassegnò. Alla fine dell’anno scolastico, superati gli esami di maturità, ritornato al gabbio papà Nando,  Alberto per festeggiare invitò al ristorante Lory e sua madre, Dalida era elegantissima come sua figlia sembrava che Alberto e Dalida fossero i genitori e Loredana la figlia. Entrati al  ‘Chattanooga’ ristorante in stile saloon  ebbero la conferma di quanto pensato da Alberto. Appena seduti al tavolo si presentò il padrone del locale che, dopo,un inchino: “Col vostro permesso vorrei provvedere io al vostro menù differente fra quello dei  genitori e quello della signorina figlia.” Nessun commento da parte dei tre, Alberto in quel momento si rese veramente conto della differenza di età fra lui e Loredana, circa vent’anni…ma non volle rovinarsi la serata, ‘sarà quel che sarà’ la sua riflessione come da canzone di Tiziana Rivale. Ovviamente un bacio tira l’altro come le ciliege ed Alberto e Lory divennero sempre più ‘intimi’ ma non sino al punto di…”Non ti offendere, devi capire che dopo l’esempio di mia madre per me il sesso è diventato un problema anche se non lo do a vedere, sarà un cadeau a mio marito.” “Tradotto volgarmente, quando mi sposi te la do altrimenti… fischi.” “La frase non è delle più felici, ho capito che ti amo, sei l’uomo della amia vita ma…” “A me mi fregano i ma…sto scherzando, per ora mi contento del sapore della ‘gatta’ piacevolissimo.” Pace fatta fra i due,  anche Bolt era ormai diventato amico di Alberto. Nonna Maria e la zia Armida anche senza parlare con gli sguardi cercavano di capire  a che punto fosse la relazione tra il nipote e la ragazza, ai loro tempi un fidanzamento lungo non era previsto ed infatti: “Cara nonna e cara zia io e Lory abbiamo deciso di sposarci, sarà un matrimonio molto particolare, speriamo di vostro gusto.” Alberto si era messo in aspettativa senza assegni, troppo tempo lontano dal servizio, vi era stato costretto dal proprio Comandante Provinciale. Nonna e zia si domandavano in cosa potesse consistere quel matrimonio particolare, forse al Comune anziché in chiesa, sarebbe stato un affronto alla loro religione ma furono smentite.” Care nonna e zia, per un piccolo ‘inconveniente’ il padre di Lory è temporaneamente ristretto a Regina Coeli e così ci sposeremo nella cappella di quel carcere.” Occhi sbarrati da parte delle due donne che rimasero senza fiato, mai sentito che…Anche i giornali parlarono di quel matrimonio particolare, la sposa bellissima con abito acquistato dalla madre fece impazzire i detenuti che volentieri avrebbero voluto essere al posto dello sposo, Nando e Dalida testimoni della sposa, nonna Maria e zia Armida dello sposo, ricevimento all’interno del carcere con la partecipazione ‘mangereccia’ di alcuni detenuti amici di Nando. Prima notte…tutto rimandato a Messina dove Alberto, con l’aiuto finanziario di nonna e zia avevano acquistato un appartamento ammobiliato  in via della Zecca. La promessa alle magnanime donatrici di portarle in auto a Messina per visitare il loro acquisto. La prima notte: “Mò so c…i tua , ti sdereno la cosina, me l’hai fatta troppo desiderare!” Al contrario della volgare battuta Alberto fu molto delicato, cosa apprezzata da Lory sempre più innamorata di Alberto invidiato dai suoi colleghi per il fascino della sua sposa. E vissero sempre felici e più ricchi con la scomparsa della nonna e della zia di Alberto.

  • 23 marzo alle ore 9:45
    MOTHERS SWAPPING

    Come comincia:  Se conoscete l’inglese dal titolo avrete capito subito di che si tratta, in caso contrario lo capirete nel prosieguo del racconto. Un gruppo di persone eterogenee, come spesso capita,  abitava nello stesso stabile a Messina in via Garibaldi. Primo piano: Fabio sposato con Rossella, lui ginecologo lei insegnate di lettere presso la scuola Media Mazzini. La loro prole ‘consisteva’ in due gemelle a nome Alice e Beatrice (significato del loro nome felicità) che già da piccole erano, più che vivaci, pestifere per quanto riuscivano a combinare nei confronti dei coetanei ed anche dei grandi. Esempio: durante una festa con tutti gli amici per il compleanno della mamma si erano presentate con due regali di una famosa ditta consistenti in una borsa ed in un paio di scarpe, ovviamente dal prezzo altissimo solo che le due baby le avevano acquistate da un rivenditore che smerciava merce contraffatta e quindi dal prezzo notevolmente più basso. Cuore di mamma aveva  restituito alle due fanciulle il prezzo pieno e ovviamente le due furbacchione ci avevano guadagnato di brutto. In aula facevano le gatte morte per non essere scoperte ma una volta uscite si scatenavano. L’ultima volta avevano preso di mira un coetaneo  Alessandro figlio di papà, tutto acchittato e gli avevano imbrattato il viso con il rossetto della mamma. Ale si era messo a piangere ed aveva commosso Alice e Beatrice che lo avevano ripulito per poi abbracciarlo e baciarlo, cosa peggiore dello scherzo in quanto il buon Alessandro fu sbeffeggiato dagli altri alunni. Un altro caso problematico era capitato ad Ada, casalinga moglie di Armando titolare di una scuola guida. I due erano genitori di Cesare un fustaccio da un metro e ottantacinque, palestrato che frequentava il primo anno della facoltà di legge all’Università di Messina. Il giovane era paragonabile alla statua di un dio greco, molto ricercato dalle colleghe si rifiutava di aver con loro dei rapporti sessuali affermando di essere innamorato e fidanzato con una ragazza siciliana gelosissima,  si era fatta l’immagine di un inavvicinabile e quindi le pulzelle giravano al largo. Ada si era accorta che suo figlio non invitava a casa nessuna ragazza, era perplessa ma  attribuiva il fatto ad una certa riservatezza di Cesare che  impegnava molto tempo nello studio. Una mattina nel rifare il letto del figlio si accorse che la federa del cuscino era bagnata, perplessa si domandò il motivo di quel pianto, siccome il giorno seguente accadde lo stesso evento, piuttosto preoccupata pensò a qualcosa di grave accaduto a Cesare, una malattia o qualcos’altro di spiacevole. A tavola, assente more solito il marito che viveva più al lavoro che a casa chiese spiegazioni a Cesare che abbracciò sua madre e confessò il suo problema: aveva un pene piccolo, lo aveva confrontato con quello degli uomini  che vedeva nei film porno, aveva usato dei rimedi consigliati in quei siti per farlo aumentare di volume senza risultati, questo il motivo per cui non avvicinava le ragazze e della sua tristezza. Ada rimase senza parole e pensò che l’apparenza inganna, suo figlio con quel fisico…Mamma e figlio rimasero abbracciati poi Ada: “Cesare ho appreso dalla vita che, tranne casi eccezionali c’è sempre un rimedio a tutto, lo troverò anzi ho in mente una certa idea…” L’idea era perlomeno un po’ folle, in ogni caso fuori dell’ordinario, cercare una femminuccia per suo figlio ma non una professionista e allora chi conosceva che potesse… “Mamma vado all’Università, non ti preoccupare per me…” Ada mise in atto il suo progetto, al telefono e compose il numero di Paola la vicina di casa: “Carissima è un po’ che non ci vediamo hai avuto problemi?” “Siamo alle solite, Alfredo mio marito che come sai è ingegnere al Genio Civile passa la maggior tempo in missione, dice lui, qualcuno mi ha invece fischiato alle orecchie che ‘frequenta da vicino’ una ragazza del suo ufficio, la cosa non mi interessa gran che, è finito il tempo dell’innamoramento ma lui è ricco di famiglia e non vorrei che mi abbandonasse per quella sciacquetta, inoltre di mio figlio Andrea non so cosa pensare, invita a casa solo amici maschi…” Cara Paola quasi mi vien da ridere, forse abbiamo un problema in comune, vieni a casa mia non voglio comunicarti per telefono notizie riservate su Cesare.”  Paola fu messa al corrente del problema del giovane, rimase perplessa e: “I  figli sono la cosa più importante che abbiamo tenuto conto che i nostri mariti… pensi che possa fare qualcosa per Cesare?” “Il cuore di mamma può superare tutti gli ostacoli  non credi che potresti sacrificarti  e…” Le due donne, anche se in crisi stavano cercando una via d’uscita  non convenzionale ma si capirono in fretta. ” Pensi che  Cesare si vergognerebbe di venire a letto con me, lo conosco da bambino…” “Ricordo il detto latino ‘Extremis malis, extrema remedia’ , è applicabile nel nostro caso. Cercherò di convincere Cesare che tu sei entusiasta e che non si deve vergognare, vieni domattina alle nove, spero bene.” “D’accordo ma se io avessi bisogno di te?” “Qualsiasi cosa, per ora pensiamo a Cesare. Il giovane la sera trovò a tavola una cena speciale con aragosta ed altri frutti di mare. “Mamma cosa festeggiamo?” Cesare messo al corrente delle ‘manovre’ della mamma all’inizio rimase senza parole poi abbracciò sua madre. “Passa una notte serena, Paola è una donna eccezionale da tutti i punti di vista, fra l’altro è ancora bella.” Cesare riuscì a dormire qualche ora ma quel pensiero…Alle otto mamma Ada:  “Devo rifare il letto con lenzuola pulite, vatti a fare una doccia.” Cesare pensò bene anche di sbarbarsi, nei film porno aveva visto che era in voga il cunnilingus, chissà se Paola avrebbe gradito…La signora pensò bene a mettere in piedi una sceneggiata, nell’entrare in camera da letto di Cesare: “Stanotte non ho dormito bene , che ne pensi se riposo nel tuo letto.” Nel frattempo, toltasi la vestaglia rimase nuda e sul giaciglio si coprì col lenzuolo. Quello che accadde dopo fu quasi un sogno per Cesare, il suo cosino divenne duro ma prima di farlo penetrare nel ‘fiorellino’il ragazzo imitò quel che aveva visto nei film porno, un cunnilingus che portò all’orgasmo una stralunata Paola che proprio non se l’aspettava poi l’entrata nella ‘topa’ ed orgasmo da parte del ragazzo il cui schizzo del suo ‘ciccio’arrivò sino al collo dell’utero di Paola. Cesare  fece pure il bis restando lui stesso meravigliato, come finale bacio in bocca per ringraziamento. Ada aveva seguito tutto da dietro la porta, quando Paola uscì la baciò in bocca, a lungo, piangendo, Paola aveva fatto una cosa che solo una madre può capire. A pranzo inaspettatamente c’era pure Armando che guardando in faccia il figlio: “Ti vedo diverso, più rilassato.” “Ho dato un esame importante ed ho avuto un trenta.” “Anch’io a suo tempo…” “Papà mi risulta il contrario, io avrò preso dalla mamma.” Cesare era diventato irrispettoso verso il padre, aveva un grosso debito con sua madre. Il pomeriggio una sonata alla porta di Ada, era Paola. “Carissima devo dare un gran voto a tuo figlio anche se ha il cosino non molto grande ed ora tocca a te ricambiare il favore. Andrea come ti dicevo ha più familiarità con i maschietti che con le femminucce, ho capito che molto probabilmente non è molto attratto dalle donne, spero che tu entrerai in scena a casa mia possibilmente domattina.” “Per fortuna mi sono finite le mestruazioni, ne hai parlato con Andrea?” “Si, inaspettatamente è entusiasta di avere rapporti con te, ti farò trovare un letto profumato, tratta bene il mio cucciolone!” Andrea era un giovane longilineo, fu lui stesso ad aprire la porta d’ingresso ed a prendere per la vita Ada che non si aspettava tanta irruenza. “Cara zia Ada è una vita che ti ammiro e sinceramente quando ieri mia madre mi ha detto del nostro incontro mi sono masturbato ma ancora sono in piena forma. Non mi aspettavo che avessi un bel corpo, sei magnifica, beato Armando che ti può avere tutta per sé, dimmi da dove devo cominciare.” Ada rimase perplessa, si aspettava un giovane timido ed a quella domanda rispose: “Comincia dalle tette e poi scendi giù sino alla cosina che mi hai fatto diventare vogliosa, sono tutta per te.” “Anche il popò?” “Non esagerare se ci sarà un’altra volta vedremo.” “Ci sarà di sicuro anche perché mi risulta che tuo figlio se la passa bene con mia madre!” Quello che non facevano i mariti era compensato dalle prestazioni dei due giovani sempre più arrapati. Finale inaspettato, Ada e Paola quasi contemporaneamente rimasero incinte con grande sorpresa dei relativi mariti, valeva il detto latino: ‘mater semper certa est, pater numquam’. Per quanto riguarda ‘l’approccio’ di Andrea con Ada, quest’ultima capì che l’amica aveva voluto far sollazzare il suo ‘bambino’, al ragazzo le femminucce  piacevano eccome! In conclusione era avvenuto quello che gli inglesi indicano come:  mothers swapping! La storia non è finita, Fabio, il ginecologo aveva la sua parte. Troppo ‘vicino’ spesso alle ‘cosine’ femminili non le apprezzava gran ché, soprattutto quelle  delle signore anziane, con le giovani qualche avventura che ripagava  con  la prestazione gratis. Un vizio però l’aveva: niente fumo né droghe ma qualcosa di più coinvolgente dal punto di vista finanziario: il gioco d’azzardo. Un giorno era giunta nello studio una signora alta, magra, distinta con grande cappello nero in testa, dello stesso colore il vestito attillato lungo sino a terra. Era in compagnia di un uomo cinquantino, di media statura, robusto e scuro di pelle che si presentò: “Io sono François cameriere della qui presente contessa Elena, la signora vuole essere visitata, io mi ritiro.” Fabio sin dall’inizio rimase perplesso, istintivamente pensò che quella coppia aveva qualcosa di fasullo ma a lui…”Signora un po’ di anamnesi, quali disturbi accusa?.” “Delle perdite gialle maleodoranti, sono preoccupata.” Dopo una visita accurata: “Gentile contessa, solo un po’ di infiammazione, le prescrivo qualcosa per bocca e degli ovuli, in una settimana dovrebbe guarire.” “Quanto le devo?” “Contessa la prima visita non si paga e, se mi permette sono affascinato dal suo stile.” “La invito nella mia villa sui Peloritani, svolti a  destra all’incrocio di Musolino  e dopo un chilometro sulla destra c’è una villa isolata, non può sbagliare, se viene questo sabato potrà partecipare ad un tavolo di chemin de fer o di poker sempre che sia interessato, au revoir.” Il cacio sui maccheroni, Fabio non cercava altro che un posto elegante dove giocare, la sua passione. Il sabato pomeriggio entrato nel cortile della villa intravide nel garage una Bentley grigio argento…Fabio all’ingresso fu accolto da François che, con inchino lo invitò nella saletta dove la signora era seduta su un divano fumando con un bocchino d’oro una sigaretta egiziana ‘Le Roy d’Egypte’ molto difficile da trovare sul mercato. In un salone vicino c’erano due tavoli pronti per accogliere  i giocatori che man mano stavano arrivando. Dietro lo sfarzo della villa e dell’auto inglese c’era una storia durata circa trenta anni in cui la signora Elena, autoproclamatasi  contessa, aveva esercitato la professione di croupier sulle navi da crociera. Aveva fatto un patto di collaborazione con un cameriere, appunto François,  per ‘spennare i polli’. Elena era un’eccellente baro e riuscì a mettere da parte un bel po’ di quattrini. Scelse Messina come località in cui passare la non meritata pensione sia per il clima ma soprattutto perché era riuscita a vincere ad un giocatore ‘sfortunato’ una villa sui Peloritani.. Il prode François era diventato oltre che collaboratore anche un amante  molto apprezzato dalla ‘contessa’. La situazione era a  questo punto quando nella routine di madame si era intrufolato l’ingenuo Fabio che a poker, in una serata aveva perduto i suoi risparmi, cinquemila Euro. Affranto e non sapendo che scusa inventare con la moglie Rossella, uscito dalla villa era rimasto dentro l cinquecento con la testa fra le braccia sul volante. Quando François andò a chiudere il cancello notò Fabio e riferì ad Elena di quella presenza inaspettata. In un attimo la contessa fece il punto della situazione, qualora il ginecologo avesse fatto una ‘sciocchezza’ sarebbero intervenute le forze dell’ordine e allora addio alla casa da gioco oltre alle conseguenze penali. Porta dentro quell’imbecille!” “Dottore carissimo  nella vita si può sistemare tutto, la invito a cena, dopo  le restituirò i  soldi che ha perduto al poker, faccia il numero di telefono di casa sua e mi passi sua moglie.” “Gentile signora suo marito è in villa con tutti i miei amici che festeggiano il mio compleanno, glielo passo.” “Cara, la contessa ha insistito tanto, non mi aspettare alzata.” Rasserenata l’atmosfera il trio andò in sala da pranzo dove François aveva aggiunto un coperto, era lui il cuoco di casa. Con l’aiuto di un Lambrusco d’annata l’atmosfera divenne cameratesca, Elena abbracciò il dottore, era passato il pericolo e per festeggiare alla grande madame andò nello spogliatoio e ritornò vestita, si fa per dire, con una minigonna dimenticando di  indossare gli slip e con un reggiseno che copriva a mala pena i capezzoli e, al suono di un lento cominciò a muoversi  sensualmente. La sua era voglia di sentirsi ammirata, il suo esibizionismo fece eccitare i due uomini. François circondò con le braccia il corpo di Elena  e cominciò a ballare baciandola sul collo. In piena atmosfera erotica  i due si stesero sul divano, il marocchino approfittò della mancanza di caleçon da parte di Elena per infilarle la sua ‘spada’ sino all’elsa. Fabio fu anche lui preso dall’atmosfera, si denudò e si avvicinò ‘in armi’alla coppia ‘. Elena scoppiò in una gran risata e si mise in bocca il ‘sigarone’ del dottore che pensò bene di passarle un bel po’ di vitamine bene accette dall’interessata. Poi i corpi si incrociarono  con  Elena sempre al centro sino a quando. “Ragazzi basta, la mia cosina si è arroventata, dottore domani mi devi visitare!” Finale: Fabio seguitò a frequentare la villa della contessa  ben tenendosi lontano dai tavoli da gioco ma usufruendo delle favolose prestazioni della padrona di casa, padrona anche dei due maschi.  

  • 18 marzo alle ore 10:44
    A Casa Della Madre

    Come comincia: Da giorni guardi le chiavi posate sul cruscotto dell’auto. Sono le chiavi di casa, della casa di tua madre. Le guardi, sì, e le prendi anche fra le mani, e pensi che non potrai aspettare ancora molto tempo, ci dovrai andare, dovrai andare a casa di tua madre, per svuotarla, per mettere in ordine. Devo respirare profondamente, pensi, mentre ti manca il fiato, mentre le lacrime scorrono sul viso, devo respirare profondamente, continui a pensare, ma ti senti soffocare mentre le fronde degli alberi si muovono, ondeggiano fra le tue lacrime, così vicine, così lucenti, così tristi. Provi a camminare per quei sentieri che sei abituata a percorrere, ma non serve. Niente ti può aiutare, nessuno ti può consolare, la consapevolezza della tua solitudine è così concreta, che ti senti schiaffeggiata, indifesa, vinta. Forse è meglio che non ci vada da sola, pensi, ma subito dopo pensi che invece devi andarci da sola, perché da sola? Forse in cerca di quella intimità che adesso ti è negata ma che potresti ritrovare in mezzo alle sue cose? In mezzo alle piccole e grandi cose, innocenti, o colpevoli di piccole manie, a quegli oggetti per cui spesso l’hai affettuosamente derisa, per quel suo allegro disordine dove però lei trovava sempre tutto? Perché da sola? Per scoprire che appena aperta quella porta ti investirà un silenzio sconfinato, ti accoglierà un vuoto devastante, per resistere alla tentazione di richiudere la porta e scappare via? Ma tu resisterai alla tentazione di fuggire, e timidamente entrerai in quel silenzio, in quel vuoto, fino a farne parte, fino a lasciarti avvolgere e scoprire che lei è ancora lì perché è soltanto finita l’epoca del rumore, ma l’anima non fa rumore, l’anima impregna di se stessa tutto ciò che sfiora, tutto ciò che ama. Ti siederai da qualche parte, su una sedia, su un divano e aspetterai fino a quando, incredibilmente, ti sentirai bene, consolata. Comincerai a prendere in mano le sue cose, a riflettere sul significato diverso che avranno, diverso da prima, diverso da quando frettolosamente davi un’occhiata intorno senza cogliere il senso della loro presenza. Ogni oggetto ti racconterà qualcosa di lei, magari che sapevi già, ma anche che non sapevi, e forse sarà meglio che lei non sia lì a spiegarti, così potrai fantasticare e sorridere. E sarà sorridendo che uscirai dalla casa di tua madre, con leggerezza richiuderai la porta dietro di te, con tenerezza, come con tenerezza avrai sicuramente preso qualcosa che volevi avere subito, che volevi subito portare con te.
    Perciò, adesso sei arrivata. Sei scesa dall’auto e hai preso con le mani tremanti le chiavi dal cruscotto. Sei salita e sei davanti alla porta della casa di tua madre. Entra.

  • 17 marzo alle ore 9:34
    DONNE...DONNE...DONNE.

    Come comincia: In via Placida a Messina, in una palazzina a due piani abitavano due famiglie di marocchini, ormai erano alla seconda generazione ed i maschi si erano integrati in quanto a lavoro. Ahmed da semplice muratore era diventato costruttore sia perché lavoratore indefesso sia perché riusciva  ad eseguire costruzioni a minor prezzo della concorrenza  perché si riforniva di materiali presso negozi arabi. Ultima furbata, disonesta, quella di pagare meno del previsto gli operai, tutti paesani, facendosi restituire in contanti parte dello stipendio ufficialmente erogato. Altra peculiarità, che non aveva nulla a che fare col lavoro era quella di ‘avvicinare’ donne  italiane che, sia per curiosità che per l’avvenenza del marocchino ben volentieri lo facevano usufruire delle loro ‘grazie’. Allora tutto bene? Non proprio:  Un dio non  della sua religione, Hermes, pensò bene di ostacolarlo facendolo cadere dal quinto piano di un palazzo in costruzione con ovvia conclusione. Le forze dell’ordine e l’Autorità Giudiziaria non ritennero opportuno far eseguire l’autopsia al cadavere, sembrava un  incidente di lavoro come purtroppo ne succedono tanti in Italia ma Malika, la moglie, per istinto pensò che qualcuno interessato alla sparizione del marito lo avesse spinto nel vuoto per motivi…ce ne potevano essere vari: da concorrenti nel campo del lavoro od anche da parte di mariti che non avevano apprezzato gran che le corna arabe. Ahmed oltre che con la moglie  conviveva con una concubina a nome Naima e con la figlia Amina diciassettenne di rara bellezza, sembrava un’indossatrice per altezza, comportamento e faceva la sua bella figura anche perché, vestiva all’occidentale e si era sempre rifiutata di indossare il burqa come le donne di casa sua. Amina frequentava la seconda classe di un liceo di via Cavour. Inutile dire che i compagni di classe erano come i mosconi sulla marmellata ma la ragazza se ne faceva beffe, i giovani non la interessavano anche perché non avevano le possibilità di far a lei raggiungere gli obiettivi che si era prefissa. Leggendo Platone aveva compreso il concetto che ‘chi più sa più vale’ ed allora, oltre ad impegnarsi sui  libri di testo si recava spesso in biblioteca per farsi prestare romanzi per migliorare la sua cultura. Il giovane bibliotecario, molto volentieri, le forniva i libri dei vari autori: gli italiani  Moravia, Svevo, Pirandello e Flaiano,i francesi Camus e Yourcenar, l’ungherese Szabó, gli americani Steinbeck e Cronin, il russo Dostoevskij.  Amina  così impegnata non usciva di casa se non per frequentare le lezioni.  La madre Malika, che nel suo paese non aveva frequentato la scuola era preoccupata: “Figlia mia non studiare troppo, a che ti serve, sei una donna!” “Mamma non voglio diventare una schiava come te e come Naima, in Italia le donne posso far carriera in qualsiasi campo, dovresti essere orgogliosa di avere una figlia come me.” Malika dopo la morte del marito era stata avvicinata da Said capo cantiere di Ahmed  che abitava al piano terreno del suo stabile e che le aveva proposto di firmare un atto per delegarlo a seguitare il lavoro del marito, le avrebbe dato metà degli intrioti. Malika accettò, non aveva altre forme di guadagno e  strinse amicizia con Said che aveva circa la sua età. Vedendo le donne italiane che si godevano la libertà di far quello di loro gradimento, prese anche lei a vestirsi all’occidentale seguita da Naima, erano rinate a nuova vita. Ovviamente in fatto di maschietti non se ne parlava proprio,  le due donne rimpiangevano  certe buone prestazioni  sessuali di Ahmed. Stavolta Hermes, ormai diventato, sua sponte, protettore delle due signore pensò come aiutarle in quel campo…il candidato più indicato era  Said  il quale, però’  non aveva mai avuto il coraggio di avanzare proposte alle due dame anche se dal suo sguardo di poteva capire che…Hermes ancora una volta si diede da fare: Malika una mattina si risvegliò con un febbrone da cavallo, Naima non sapeva a chi rivolgersi ed interpellò Said il quale fece venire in casa un medico amico che sentenziò un forte mal di gola e prescrisse delle medicine che Said andò a comprare in farmacia a sue spese. “Dimmi quanto ti debbo dare.” “È un mio omaggio anche se tu potresti sdebitarti…” Il ghiaccio era rotto, in due giorni la febbre di Malika diminuì sino a scomparire, madame si era ripresa in piena forma ed una sera: “Said mi son finite le pillole contro il mal di gola, che ne dici domattina per andare in farmacia?” Malika al ritorno di Said si fece trovare abbigliata con una vestaglia trasparente e… ‘sotto il vestito niente’ come da film di Carlo Vanzina, conclusione: un ‘approccio’ sessuale durato tutta la mattinata con Naima che controllava la situazione per accertare  che Amina non rientrasse in casa prima del tempo. L’eredità sessuale di Ahmed era stata doppia e quindi anche la concubina, alternativamente usufruiva delle ‘grazie’ del focoso Said. Anche se la situazione era gestita dagli interessati con la massima discrezione, le frequenti assenze dal lavoro di Said erano state notate dagli operai che sparsero la voce ed il pettegolezzo si diffuse fra gli abitanti della via fino a giungere alle orecchie di Amina la quale, benché non accettasse le severe leggi islamiche era preoccupata che qualche fanatico islamico  potesse fargli fare la fine di suo padre. Anche l’Imam intervenne e, con molta diplomazia ricordò ad Amina i principi indissolubili della religione musulmana. Amina ricordò all’Imam un pensiero filosofico di Nietzsche per cui ‘fra religione e scienza non esistono parentele né amicizia né inimicizia, essi vivono in sfere diverse’, lei con lo studio aveva compreso ed applicava questo principio. Aggiunse anche che era amica di una maresciallo dei Carabinieri a cui avrebbe fatto riferimento in caso che dovesse accadere qualcosa di spiacevole alla sua famiglia. L’Imam sicuramente non gradì la spiegazione della ragazza ma non lo fece comparire, ormai considerava quella famiglia ‘perduta’ per quanto riguardava la fede ma non trovandosi al paese di nascita…. Amina convocò la madre e Said e fece loro comprendere che la miglior soluzione era per loro quella di sposarsi in maniera laica al comune e così finalmente sarebbero cessate le chiacchiere anche se qualcuno si domandava che ruolo potesse avere Naima in quella famiglia…il maligno c’aveva azzeccato nel senso che la ragazza riprese il ruolo di concubina quando era vivo Ahmed. Amina malgrado i molti pretendenti alla sua mano si dedicava solo allo studio. Una mattina nella sua classe entrò il bidello: “La direttrice desidera parlare con la signorina Amina.” La ragazza si domandò quale potesse essere il motivo di quell’incontro, a scuola era brava in tutte le materie, non aveva problemi disciplinari…”Carla, la preside le andò incontro sorridendo: “Cara eccellenti notizie per te, il notaio Ruggero ti ha convocato perché tu prenda visione del  testamento di tuo zio  Nabil recentemente deceduto in Algeri. Il signore era un paperone in senso finanziario, récati appena possibile dal notaio, auguri.” Amina ricordava che da piccola il padre Ahmed le aveva parlato di un suo fratello ricco ma con cui però non aveva rapporti e allora…” La ragazza, eccitata dalla notizia preferì usare un taxi per raggiungere viale Europa, aprì al secondo piano una porta a vetri con la scritta ‘Matilde notaio’ e si trovò dinanzi ad un donnone. “Signor notaio io sono Amina, ha notizie per me.” Il donnone aveva poco di femminile, a parte l’altezza superiore alla media aveva una mascella quadrata, poco seno, capelli corti ed espressione piuttosto maschile. “Novità stupende per lei, Hassan un mio collega di Algeri mi ha trasmetto via fax il testamento di suo zio Nabil, ora è lei molto ricca, è divenuta proprietaria di raffinerie, centrali elettriche, stabilimenti balneari ed altro, legga lei stessa il fax e poi prepari un viaggio ad Algeri, le ci vorrà una guardia del corpo per allontanare i mosconi, lei è così bella…” Lo sguardo della professionista era diventato languido, probabilmente  avrebbe voluto tramutarsi lei in moscone… Amina rientrando in casa voleva dare lei  alle due signore la buona notizia ma fu preceduta dalla madre che abbracciandola: “Cara una novità bellissima, diventerai zia…” A dir la verità la novità della madre non era stata di suo gradimento, la vecchia (per lei una quarantenne era vecchia) poteva starci attenta, rimandò a più tardi fornire le sue novità, nel frattempo  compose il numero telefonico del notaio Nabil: “Dottor Nabil sono Amina, ho letto il suo fax.” “Carissima le faccio innanzi tutto le mie congratulazioni e poi le chiedo di venire appena possibile ad Algeri  per sistemate le pratiche burocratiche.” “Egregio dottore, non è mia intenzione ritornare in Marocco per dei fatti accaduti a ragazze tornate in patria, fatti di cui lei  è  sicuramente a conoscenza quindi la prego di contattarmi tramite  la notaia Matilde di Messina,.” “Mi dispiace avrei voluto conoscerla, mi risulta che lei è molto bella…” ‘Si ed anche molto ricca.’ pensò Amina. Malika ed Naima avevano  appreso  della fortuna capitata a Amina ma non fecero commenti. La ragazza incaricò Hassan di vendere i suoi beni, ci vollero due mesi prima che il suo conto corrente  si gonfiasse a dismisura con lo stupore del direttore e degli impiegati della sua banca con la conseguenza che quando Amina entrava nell’istituto di credito la ossequiavano con un inchino. Alberto,  il nome del dirigente era un classico impiegato di banca: elegante ma non pacchiano, cravatta in linea con il colore della giacca, camicia con risolti, scarpe in pelle e non come quelle di moda che sembravano scarpe da tennis, insomma un tipo piacevole anche fisicamente. Quello che più Amina apprezzò in lui era l’eloquio brillante ma non esagerato, lo sguardo serio e soprattutto il fatto che le aveva dato dei consigli come investire il denaro lasciandone poco nel conto corrente. “Signorina non vorrei essere considerato invadente, se lo desidera potrei invitarla a pranzo in un ristorante qui vicino ma qualora…”Amina lo scrutò a lungo, voleva rendersi conto di che tipo fosse il direttore poi: “Mi sembra che il nome Alberto voglia significare illustre e famoso, lei lo è?” “Non penso proprio, i miei genitori erano agricoltori, hanno fatto molti sacrifici per farmi studiare, li ho ricompensati con una laurea in economia e commercio con 110 e lode, purtroppo sono deceduti, il nome Alberto era quello del padrone del terreno coltivato dai miei.” Il proprietario del ristorante era un signore anziano, ex pescatore aveva messo i remi in barca, come si dice in gergo ed aveva aperto quel locale famoso per il pesce freschissimo, lui se ne intendeva. “Allora Salvatore che ci propina oggi?”  “Di propina non ne ho posso servirvi saraghi, gamberi, polipi, seppie, un brodetto misto o, se avete qualcosa da festeggiare ho un’aragosta viva che ancora sta  nuotando nel mio piccolo acquario.” Alberto guardava in faccia il padrone del locale senza ordinare, era in panne, venne in suo aiuto Amina: “Signor Salvatore vada per il brodetto come secondo, per  primo fettuccine al sugo di gamberi, poi un’insalatona mista mi raccomando senza cipolla!” Alberto era diventato rosso in viso, se ne accorse Amina che volle venirgli in aiuto ma mettendosi a ridere  peggiorò la situazione. “Io ho diciott’anni, sto frequentando il terzo liceo classico, in questo momento m’è venuto in mente un verso di Dante: ‘Un picciol fiumicello la cui rossore ancora mi raccapriccia’, mi scusi se l’ho messa in difficoltà, di solito non sono invadente, non so cosa mi sia successo.” “Io sono un vecchietto di trentadue anni, voglio stupirla con dirle il significato del suo nome appreso in passato da una sua conterranea: vuol dire ‘che dice la verità ed anche moglie fedele’.” “Io le rispondo citando Telemaco figlio di Ulisse: ‘l’onore degli uomini dipende dalla lor fedeltà verso le loro mogli.’”  “Ora che abbiamo fatto sfoggio di cultura caro il mio direttore che ne pensa se riempiamo il pancino che sta gorgogliando?” Consumato il primo piatto  Amina: “Vado in bagno.” Bugiarda, la signorina si era diretta in cucina ad ordinare l’aragosta che quando giunse in tavola, Alberto…”Salvatore non ti ho ordinato l’aragosta, non ho nulla da festeggiare.” “Dottore si metta d’accordo con la sua fidanzata!” “Allora sei stata  tu ad ordinare l’aragosta cara la mia fidanzata!” “Che ne dice se la innaffiamo con un buon Prosecco!” “Mi vuoi far ubriacare ma te lo puoi dimenticare…”Alberto non riuscì a finire la frase, la sua bocca era stata occupata dalle labbra di Amina. Quando il direttore era riuscito a riprendersi: “Dicono della riservatezza delle donne musulmane, a me sembra il contrario…” “Ti assicuro che è la prima volta che mi succede, non ti chiedo scusa, spero ti sia piaciuto.” “In passato ho avuto una triste esperienza con una ragazza e per questo sono…sono…”  “Ormai sei mio, mi sei piaciuto dal primo istante, non ti mollo, le donne marocchine hanno un carattere forte, lo proverai a tue spese, bello mio.” “Salvatore il conto…”Questa volta offro io per festeggiare dottore il suo fidanzamento, auguri.” “Ormai hai sparso la voce, cosa dirò alle mie amiche?” “Non fare il buffone, io sono possessiva con le persone che amo, attento a te, non ti illudere, la cosina te la dovrai conquistare!” Il direttore con la sua Golf accompagnò a casa Amina che trovò le due donne in apprensione:”Che t’è successo?” “Mi sono fidanzata ma non vi dico con chi, buona notte!” Gli esami di stato furono superati senza problemi, ora c’era l’università ma Amina non aveva ancora deciso in quale facoltà. Alberto ‘non stava più nella pelle’ ma pensò ad una tattica dilatoria per far arrabbiare la ormai fidanzata, dopo due giorni: “Stai facendo il furbastro, ti pagherò con ugual moneta anzi pensandoci bene ti farò fare un figura di c…o davanti ai tuoi dipendenti. E così fu, Amina una mattina di agosto si abbigliò in modo provocante: camicetta senza reggiseno scollatissima, minigonna abissale con slip dello stesso colore della pelle per far sembrare che…, tacchi vertiginosi, andatura ondeggiante, entrata trionfale in banca. Il direttore era nel suo ufficio nel retro, fu avvisato dell’entrata  della ragazza da un suo dipendente. Alla vista di Amina Alberto quasi svenne, la portò di corsa dentro il suo ufficio questa volta pallido in viso. Nessuno dei due profferiva verbo ma Alberto questa volta decise di reagire: prese Amina per mano e la condusse al centro della sala: “Signori impiegati questa è Amina che si dichiara mia fidanzata e addirittura vorrebbe sposarmi, giudicate voi se potrei mai convivere con un clown di tal genere, meglio farmi frate francescano…” La ragazza cercò di imitare il romanesco appreso leggendo i versi del Belli e di Trilussa ed in tale dialetto gli rispose: “A cocco nun te dimenticà la mia origine marocchina, se ce ripensi e nun me metti l’anello ar dito farai la fine di quell’americano… sui giornali apparirà  n’articolo così concepito: ‘anche in Italia abbiamo il nostro Bobbit per mano di una bellissima ragazza marocchina, si chiama Alberto ed è un direttore de banca o meglio era perché senza attributi nun potrà più esserlo’, che me dichi?” Il vicedirettore: “Alberto  mi sa che è meglio che te la sposi, se la lasci me la prendo io!” “Tu t’attachi  come il Taracchi, forse ci stò ripensando, siete tutti invitati alla cerimonia in Comune poi pranzo afrodisiaco da Salvatore.” Grande battuta di mani, dopo un mese la cerimonia:  Malika con in braccio il neonato Hassan seguita da Said e da Naima testimoni. Il ristorante era stato prenotato tutto per neo sposi e invitati che poterono dar la stura ad un casino indiavolato. La sera, a casa: “Anche se non ne abbiamo parlato ti debbo dire che sono vergine.” “Vergine in senso zodiacale o quella dai candidi manti?” “Dì un’altra spiritosaggine e…” L’amore fisico prevalse, Alberto fu molto delicato cosa  apprezzata da Anima che finalmente comprese che Alberto era ‘l’omo suo’. Nei giorni seguenti Alberto e consorte erano in salotto dinanzi alla TV quando passò dinanzi a loro Naima, Alberto: “Lo sai che quella ragazza non è male, ci sto facendo un pensierino.” “ Dicono che i marocchini ce l’abbiano più grosso degli italiani, vorrei provare se è vero, chissà com’è quello di Said…”Alberto finalmente comprese che per lui ‘non c’era trippa pè gatti!’

  • 15 marzo alle ore 20:13
    Terza generazione cresce

    Come comincia: Un post di #MaestraMary recita:
    <<I bambini non ricordano ciò che cerchi di insegnare loro. Ricordano ciò che sei>>

    Ho mutuato la frase in: <<I bambini imparano da ciò che sei, ed anche da ciò che dici, se le tue parole sono coerenti con ciò che fai>>.

    E, come mi capita da quando ho l'età di sei anni, mi ha ispirato una favola.

    Titolo: Terza generazione cresce.

    L'insegnamento di irridere gli altri, parlare male degli altri così sei più in alto tu, essere contento che gli altri stanno male: significa che sei meglio tu.

    23 maggio 2013.
    Esequie di mio padre.
    Ferruccio Amoloro, 15 anni, mi guarda e ride sotto i baffi che non ha.
    Sa che sono una 'malata immaginaria' da due anni e ride.
    L'ipocondria che non mi abbandona da due anni ha avuto una recrudescenza da fine aprile: mi sono sottoposta ad un esame ed il 'salsicciotto' che mi hanno visto nell'addome due anni prima ed anche l'anno successivo è diventato un palloncino e di nuovo mi parlano di intervento chirurgico.
    Ma io sono una 'malata immaginaria' di cui ridere. 
    Non una persona da aiutare a valutare il da farsi e da confortare.

    Il papà di Ferruccio l'estate precedente ha aiutato a trasportare mio padre, sulla carrozzina a rotelle, dal piano superiore al piano terra della casa al mare. Per ringraziarlo di questo atto di carità di cristiana, mio padre gli ha regalato la propria minicar che i sedicenni possono guidare senza patente. L'estate ancora prima, il papà di Ferruccio aveva manifestato interesse per quella minicar e mio padre gliel'aveva offerta per mille euro. Il papà di Ferruccio aveva declinato l'interesse.
    Questa estate invece, gratis, l'accetta.

    14 maggio 2017.
    Incrocio nel sottopasso Bibiana Landri, 16 anni. Anche lei se la ride sotto i baffi. 
    Sì, sono molto paranoica.
    Quando era una bimbetta di due o tre anni per Natale le regalai uno zainetto di Winnie the Pooh: avevo deciso fin dal primo momento di fare un regalino a tutti i bambini del palazzo, dato che eravamo una piccola comunità. Bibiana corre tutta contenta del regalo e strilla entusiasta: "Sono contenta che Lilly e Pino sono venuti a stare qua!". I genitori mi spiegano che avevo proprio indovinato il regalo: Winnie the Pooh era il suo personaggio preferito.

    Febbraio 2004. Il ragioniere Casoria invita insistemente me e mio marito ad una cena. Adduco scuse vere ed inventate, ma queste scuse non fannoo desistere l'aspirante anfitrione, lasciandomi come ultima spiaggia quella di dire la verità: "Voi non siete gente che vogliamo frequentare". Purtroppo non approdo a quest'ultima spiaggia. Purtroppo riferisco ai miei genitori che hanno una mezza parentela con il ragionier Casoria di questa insistenza. Ed i miei genitori, sempre aperti e disponibili verso tutti, fanno: <<E perché non ci andateeeee?>> Che dovevo fare dire loro la verità? Sì, avrei fatto molto meglio. Non si può salvaguardare se stessi ed i propri cari se alle soglie dei quaranta ti ritrasformi in una bambina obbediente. E la verità era: <<Quillo è 'na carogna.>>. 
    Qualcosa che disse il mio ospite durante quella cena, mi dette l'occasione di dire: "Zio Furio, tu leggi Guareschi, Guareschi diceva: <<La gente è stupida: non è contenta quando sta bene, è contenta quando vede gli altri stare male>>. Guardavo il mio interlocutore, ma osservavo le reazioni del'altro commensale, il padre di Bibiana e potei constatare che la frase aveva colto nel segno. Ma naturalmente il padre di Bibiana non cambiò. E come poteva essere diversa la figlia con cotale padre e cotale nonna?

    DISCLAIMER. Non è neanche il caso di dirlo. Questo è un racconto. I nomi, i cognomi, i fatti e le circostanze narrate non hanno niente a che fare con omonimi o altri che hanno potuto vivere circostanze anche lontanamente simili a quelli raccontati. E' pura invenzione. Sono solo le mie favole che prendono spunto dai fatti di cronaca e dai post che mi capitano davanti gli occhi. Favole per far ridere i polli.

  • 14 marzo alle ore 9:38
    TUTTO BENE QUEL...

    Come comincia: Alberto un pomeriggio stava passeggiando in via Risorgimento a Messina quando, passando dinanzi ad un negozio di biancheria intima ricordò di dover acquistare degli slip. All’interno c’erano due signore che stavano perdendo tempo nello scegliere delle magliette. Quando si decisero e ‘sloggiarono’ Alberto si trovò dinanzi alla ragazza longilinea, piuttosto alta vestita di nero, priva di trucco in viso e dall’aria triste, doveva esser molto giovane e quell’aria dimessa era inusuale ai tempi d’oggi quando le signorine si riempiono di piercing e di tatuaggi. Alberto nel ragionare doveva aver perso del tempo e fu richiamato da un: ”Posso esserle utile?” “Mi occorrono tre slip.” “Non preferisce dei box, sono più alla moda.” “Io sono ancora ‘ancorato’ai vecchi e simpatici slip, misura cinque.” “Mi sembra una misura eccessiva per lei.” “Vorrei provarli, col suo permesso vado in camerino.” Al rientro dinanzi al bancone: “Aveva ragione lei, la quattro va bene per me.” Alberto era stato colpito dall’aspetto della giovane, volle rivederla ed il pomeriggio successivo si presentò in negozio, era vuoto.” Signorina mi occorrono due paia di calzini rossi e due marroni, porto il quarantuno di piede.” “Non mi dica che vuole provarli come ha fatto con gli slip  ieri.” Un pallido sorriso era apparso sula volto della signorina. “Non penso…mi cambia cinquanta Euro? Grazie e arrivederci.” E l’arrivederci fu il pomeriggio successivo. “Oggi mi occorrono tre magliette misura quattro.” “Che ne dice di guardarsi intorno e vedere tutto quello che le occorre…” Al silenzio di Alberto proseguì: “Non capisca male, non volevo essere garbata, sono Leda, faccia con comodo.” “Io sono Alberto, non mi sono offeso ho il senso dello humour, le debbo confessare che più della merce mi interessa…io abito qui vicino in via Centonze, sono di passaggio.” “Io non sono in vendita ma se le fa piacere venga in negozio, , ci sono pochi clienti, la crisi si fa sentire.” Per Alberto passare a vedere Leda in negozio era diventata un’abitudine alla quale si era abituata anche la ragazza. “Che ne dice se stasera ceniamo insieme, qui vicino c’è un ristorante in cui hanno una cucina casalinga, io benché orfano ricordo ancora i sapori della cucina di mia madre.” “Vada per la cucina di sua madre, io chiudo il negozio alle diciannove, abito qui sopra al quinto piano, le do anche il numero del mio telefonino, a stasera.” Ad Alberto non parve vero aver ‘strappato’ un appuntamento a Leda che si presentò sempre vestita di nero e senza trucco ma era molto affascinante.  “Sono amico del padrone, Flavio…” “Amico mio benvenuto, è da tempo…vedo che sei in buona compagnia.” “Ottima direi è… (è una vecchia battuta di Carosello), ci affidiamo a te per il menu” Dopo un quarto d’ora si presentò al loro tavolo Omar un giovane marocchino che Flavio aveva assunto come cameriere, portava due piatti di un brodetto che alla sola vista faceva venire l’acquolina in bocca. In seguito Omar si presentò con pesce alla griglia spinato ed una frittura di gamberi poi un’insalatona e solito ananas con finale un caffè lungo, caldo aromatico, Flavio aveva fatto onore alla fama del suo ristorante. Omar da parte di Leda ricevette una mancia di cinquanta Euro, moneta che il marocchino girò fra le mani incredulo e poi un inchino di ringraziamento. “In giro fa freddo, preferisco rifugiarci a casa mia, come ti ho detto abito sopra il negozio ma…non sperare nulla!” “Io non spero…” “Dal tuo sguardo grifagno…” “Mai nessuna mi aveva detto che ho uno sguardo ….” “Questo bel calduccio invita a …rilassarsi, io sono rilassato e tu…” “Gutta cavat lapidem, ci stai riprovando…” “Dare da mangiare agli affamati, è un’opera di misericordia, non sei religiosa?” “A parte la religione, la tua è un'altra genere di fame, seriamente non me la sento, ti avvertirò io quando…” E così il buon Alberto andò in bianco! “Una sera di sabato Leda era particolarmente triste, Alberto: “Confessati con l’Albertone tuo, si fa per dire, dimmi quel che ti porta a tanta inquietudine.” “È un fatto accaduto mesi fa, mio padre era il padrone di una falegnameria in via don Blasco, un giorno mentre tagliava un pezzo di legno si è avvicinato troppo alla sega elettrica ed….è morto, una morte atroce, non mi hanno fatto vedere il suo cadavere, da allora le cose sono peggiorate, mia madre è risultata affetta da ‘sclerosi multipla’, non poteva essere ricoverata troppo a lungo in ospedale e quindi ora si trova in una casa di cura per lungo degenti, sono sola ma…” “Ho capito, è piovuto sul bagnato, volevo invitarti ad una gita a Parigi organizzata dal Comune di Messina dove sono impiegato, ho accettato per il prezzo particolarmente conveniente.” “Buon viaggio sono contenta che almeno tu possa svagarti.” Aereo da Catania fino all’aeroporto Charles De Gaulle’  di Parigi e poi in pullman sino all’albergo De La Paix, in serata riposo dopo la cena all’interno dell’hotel. La Torre Eiffel si trovava  a cinquecento metri dall’albergo, Alberto prima di salire sulla celebre torre, passando dinanzi ad una edicola: “Monsieur je voudrais un journal italien.” “Io parlo italiano, le posso dare il ‘Messaggero’ e poi una pubblicazione particolare dato che lei è italiano.” L’opuscolo  era una rivista di donne ‘scollacciate’, particolarmente una foto colpì Alberto, era in prima pagina ed assomigliava in modo notevole a Leda col titolo: ‘Une beautè de Messine (Sicile) solo che la ragazza era truccatissima e quindi Alberto scartò l’idea che fosse lei.  Alberto si mise un tasca la rivista, visitò in una settimana i luoghi più cari ai turisti e all’ottavo giorno fece il viaggio inverso rispetto all’andata ritrovandosi a casa in una serata uggiosa. Per prima cosa telefonò a Leda: “Novità?” “Ci possiamo vedere domani sera, stasera vado a trovare mia madre.” Era una scusa, Leda per mantenere se stessa e la genitrice si era messa in mano ad un prosseneta di nome Adelfo con abitazione a Musolino sui Peloritani che  ad ogni ‘incontro’ con un professionista del porno gli ‘mollava’ cinquemila Euro. Leda aveva avuto una motivazione importante per prendere quella decisione, era per soddisfare il bisogno  di sopravvivenza,  esigenza impellente quanto essenziale era stata la ragione  a spingerla a realizzarla, la mancanza di soldi. Ovviamente durante gli amplessi venivano girati sia un filmino che delle foto. Adelfo aveva preteso da Leda di firmare un contratto in cui lei,  qualora avesse rifiutato le sue ‘prestazioni’ doveva pagare una penale di cinquantamila Euro, la ragazza nel contratto aveva fatto aggiungere di voler  lei scegliere  le persone con cui avere rapporti sessuali. Leda non aveva messo al corrente Alberto di quella parte importante della sua vita, anche se poteva avere rapporti sessuali di suo gradimento non voleva più saperne, si era innamorata di Alberto ma quel contratto scritto… La situazione era a quel punto. Il pomeriggio successivo alla vista dell’amato Leda lo abbracciò e: “Devo raccontarti quanto mi è successo: il giorno dopo che tu sei partito si sono presentati in negozio tre brutti ceffi che mi hanno obbligato ad aprire la porta di casa mia, cercavano qualcosa che non hanno trovato, mi hanno lasciato la casa in subbuglio, non li ho denunziati, non sapevo nemmeno chi fossero o almeno…Quei tali hanno frugato particolarmente in questo armadio che abbiamo alle spalle, l’ha costruito mio padre che mi confidò che all’interno c’era una sorpresa, non mi sono mai interessata di scoprila ma il giorno stesso della perquisizione, nel togliere un cassetto e dopo aver fatto scorrere un piccolo pannello in basso ho scoperto una cavità, dentro tanti Euro ed un biglietto con una numero di cellulare, questa era la sorpresa di cui parlava mio padre.” “Che intenzione hai di fare?” “Non mi resta che comporre il numero del telefonino, lo farò dinanzi a te.” “Sono la figlia di…ho bisogno di parlare con qualcuno amico di mio padre.” “Domattina.” La conversazione fu interrotta. Come promesso dall’anonimo interlocutore per telefono, la mattina dopo una Jaguar si fermò dinanzi al negozio di Leda, ne scese uno dei due occupanti, sicuramente un mafioso,  che fece cenno alla ragazza di venire fuori dal negozio.  Senza presentarsi: “Dimmi quello che ti è accaduto.” Leda raccontò sia della perquisizione subita che del fatto che era costretta a …Il cotale, peraltro elegantissimo risalì in macchina. La sera sul telefonino di Leda apparvero due ‘OK’ bisognava interpretarli.  Leda capì tutto quando telefonò ad Adelfo per un incontro. “Da ora in poi sei libera, ho stracciato il tuo contratto.” Un evviva dentro di sé da parte di Leda. Il sabato sera successivo: “Domani gran giorno, pranzo leggero e poi e poi e poi…” Finalmente Leda si era sbloccata, ‘ciccio’ percepì che per lui c’era della ‘pappatoia’ in arrivo ed esultò come solo lui sapeva fare. “Calma amico mio, ancora siamo a casa nostra!” Alberto e Leda decisero di sposarsi, la neo sposa riprese a truccarsi, a vestirsi di abiti con colori vivaci e dopo nove mesi mise al mondo una piccola e bellissima ‘Ledina’ cui venne imposto il nome di Anna che vuol dire molto desiderata. Gran festa con tutti gli amici dei due genitori, ovviamente esclusi quelli ‘particolari’di Leda!

  • 14 marzo alle ore 4:24
    Un giardino

    Come comincia: Non vorrei scriverle queste cose.
    Ma sono a Battipaglia.
    C'ero anche una decina di giorni fa.
    Dieci giorni fa sono uscita verso le 13:00 dal portone con il mio cagnolino Oscar e nonostante il freddo pungente era uscito un bel sole e lo spettacolo poteva rallegrarti il cuore.
    Ho detto ad Oscar: "Oscar, hai capito che (omissis)".
    Poi, uscendo uscendo, ho continuato: "Hai capito che per questo giardino ... è morto?".
    Oramai ero fuori il cancello e, camminando camminando, continuavo: "Hai capito che per questo giardino che, ancora adesso, fa gola a tanti, sono morta pure io?".

    Poco fa sono rientrata dalla passeggiata con il mio Oscar, c'era il sole (ora, come potete vedere anche voi, ha ripreso a piovere). 
    Oscar si è messo a piagnucolare perché voleva affacciarsi alla finestra della cucina per comunicare con i cani nel giardino della villa dei vicini. Così ho aperto la finestra e l'ho posizionato sull'ampio davanzale. C'era il sole e di nuovo la vista del giardino dei vicini dove tante volte ho giocato da bambina (mio fratello piccolo no, perché aveva un anno quando ci siamo trasferiti) poteva rallegrare il cuore. E la strada che separa la nostra 'villa' da quella dei vicini, dove pure ho giocato da bambina e sono andata sul calessino tirato dal pony dei vicini pure poteva rallegrarti il cuore.

    Tutte bellezze che tanti ti invidiavano e sembravano contestartele come se gliele avessi rubate loro.

    Una persona sensibile come te (ma tu non lo sapevi di essere una persona sensibile) non poteva sopravvivere circondata da tanta invidia.

    P.S. Chi mi ha detto che sono molto sensibile?
    Lo so, non farà loro piacere essere nominati, ma lo faccio lo stesso.
    Un anno fa, in separata sede ed in tempi un po' sfalsati tra loro, mi hanno detto: "Si vede che sei molto sensibile":
    - mia cugina Ant...... Cat......;
    - la cugina di mia madre M..... B......;
    - il mio amico di vecchia data R...... C........

     
    Un commento: Lotta per il solo giardino per cui vale la pena,quello interiore, perché tutti gli altri non appartengono alla realtà, ma a alla idealizzazione che ne abbiamo fatto.I giardini in cui giocavamo da piccoli,i giardini dei nostri nonni o i giardini in cuiabbiamo passeggiato con il primo amore,sono innanzitutto entità fisiche mutevoli e caduche, mentre rimangono immutabili solo nel contesto sentimentale ed emozionale che non sempre coincide con la realtà. Lascia il giardino della tua infanzia dove deve stare, nel ricordo indelebile,ed accetta che non coincide con quello fisico attualmente esistente. Accettare i cambiamenti e le diversità non significa uniformarci ad essi se non li condividiamo, ma imparare a vivere nonostante e insieme ad essi.

    Linda Landi
    3 febbraio

    Linda Landi
    3 febbraio · 
    Stamattina mi ha svegliato un lamento. Un lamento continuato "Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa..........."
    Mi sono chiesta: "Sono io che mi sto lamentando?". E mi sono svegliata. Così ho realizzato che prima stavo dormendo.
    Quindi mi sono chiesta: "Ero io che mi lamentavo nel sonno?"
    Mi è venuto il sospetto di no. Mi è venuto il sospetto che il lamento fosse di qualcuno che vorrebbe che mi comportassi e pensassi meglio, così starei meglio io, le persone intorno a me e lui stesso.

     

  • 12 marzo alle ore 17:27
    L'onore dei Landri

    Come comincia: Il profilo FB #Briganti ha commentato questa notizia:
    https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/napoli_sgominata_paranza_bambini_verbali_pizzaiolo_di_matteo_spremuti_come_limoni-4351262.html

    Commentandola così:

    <<I soci della pizzeria Di Matteo:

    «La verità è che questi per troppi anni ci hanno spremuti come dei limoni. 
    Prima i cento euro alla settimana per le famiglie dei carcerati, poi 5 o 10mila euro per Natale e Pasqua e non è ancora finita».

    Aggiunge un altro socio: «Vengono nel locale, sono venti di loro, si seggono e prendono panini, pizze, panzarotti, oppure se li fanno mandare a casa senza pagare».

    I pizzaioli, non sanno di essere intercettati dai carabinieri mentre danno vita allo sfogo che dà il via alle indagini sul racket nel centro storico.

    Dopo gli spari nella saracinesca nella notte tra domenica 25 e lunedì 26 febbraio rompono il silenzio, lasciano alle spalle il regime di omertà, ed è grazie alle loro testimonianze che i carabinieri del comando provinciale di Napoli hanno eseguito il fermo di Ingenito, Matteo, Napolitano e Sibillo al termine delle indagini condotte dai pm Francesco De Falco e John Henry Woodcock, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli.

    Non abbiate paura, lo stato c’è, e ha bisogno del nostro coraggio contro questo cancro chiamato camorra.

    “Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola”.

    Giovanni Falcone.

    da Luigi Leonardi>>

    Estrapolando le seguenti parole
    <<...
    Non abbiate paura, lo stato c’è, e ha bisogno del nostro coraggio contro questo cancro chiamato camorra.>>

    ho commentato

    Speriamo. Per Libero Grassi, e chiedo scusa se una persona indegna come me si permette di scrivere questo nome, lo Stato forse non c'è stato abbastanza.
    Libero Grassi che chiese di sorvegliare la sua fabbrica perché non dovevano pagare i suoi dipendenti per le sue scelte, ma non volle una scorta per sé.

    Mentre dalle seguenti parole ho estratto una favola.
    “Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola”.
    ... >>

    Una favola di pizzo ed omertà. E di risate da parte di chi legge la favola.
    Favola:

    Veramente Liliana, detta Lilly, fino a quando ha taciuto, ha vissuto. Magari non felice e contenta, ma serena. No, veramente Liliana credeva anche di essere felice e contenta.
    Ma quando (per quale sghiribizzo?) le è saltato in testa di parlare, la sua pace, e quella della sua famiglia, è finita. 
    E se vogliamo dirla tutta non è chissà cosa avesse detto.
    Aveva chiesto semplicemente: "Mi attestate la data di consegna del verbale di assemblea?". Apriti cielo! 
    Il suo interlocutore ha scambiato anche questa semplice richiesta come una ribellione, come una minaccia.
    E per Liliana è stata la fine.
    I signori hanno interpretato la richiesta come una ribellione al pagamento del pizzo.
    Figurati!
    Cinque anni prima Liliana aveva pagato un pizzo annuale ammontante a più di 600 euro, figurati se non poteva pagare adesso un pizzo di 240 euro!

    Liliana voleva solo assicurarsi che il pizzo non fosse troppo esagerato.
    Cinque anni prima il tentativo di estorcerle altri tre milioni di lire (l'euro era appena nato e si usavano ancora entrambe le valute) era fallito grazie alla solidarietà delle altre vittime del pizzo. 
    Ed a pensarci bene 600 euro sembravano niente cioè seicentomila lire, ma in realtà era già un'estorsione di un milione e duecentomila lire. 
    Ma, in seguito, una o due vittime del pizzo si sono trasformati in pizzaioli pure loro, vedendo che il loro interesse era stare con il capo-pizzaiolo.

    Ed invece è proprio così: Liliana sa da anni che la sua vita è stata rovinata, ed addirittura accorciata, per 240 euro.
    Ma poi ha capito che non si è trattato solo della sua vita.
    Quei signori, magari indirettamente, hanno provocato una strage per 240 euro. O Liliana ha provocato una strage per aver dato involontariamente ad intendere (grazie all'intervento di un avvocato messo in mezzo dal marito dopo aver ricevuto una lettera di insulti e calunnie) che non voleva pagare 240 euro?

    Dalla fiction L'Ispettore Coliandro. "Quando hai a che fare con criminali da quattro soldi ed in mezzo a loro c'è una psicopatica ...", ha replicato il magistrato al commento dell'ispettore: "Oh, e questi hanno fatto una strage, hanno combinato tutto questo casino per 100000 euro!?!".

    E' proprio così. Tante vite rovinate e terminate anzi tempo per 240 euro.
    E non è ancora finita.
    Le bimbe di Liliana hanno detto anni fa: "Ma noi pensavamo di andare a vivere in via Vattelapesca!". "No", ha dovuto rispondere Liliana, "Quello è un posto pericoloso: vi fanno il malocchio come la mia madrina di battesimo lo ha già fatto a me".

    Ma è stato uno stillicidio continuo.
    Un anno prima Liliana era corsa nella città vicina ad aprire una casella presso l'ufficio postale perché aveva scoperto che le sue bollette, prima di arrivare in mano a lei, venivano aperte con il vapore. 
    Arrivano le prepotenze che già c'erano state in passato.

    Ed arriva una citazione per chiedere 58 euro.
    ["58 euro?!", ha esclamato questa estate un'amica sedicenne, molto matura, della figlia maggiore di Liliana, "ce li ho io 162 euro nel salvadanaio! Glieli davo io". Questa ragazzina vive con la sua famiglia di cinque persone in un bilocale.]

    Il giudice, paziente, chiede: "Volete fare a metà?"
    Il convenuto, anche se sa che non deve quei soldi, dice: "Va bene".
    Ma l'attore non è d'accordo.

    Ed arriva un decreto ingiuntivo di 240 euro. 
    Liliana, stupefatta, va a vedere in Tribunale su quali documenti fosse basato il decreto ingiuntivo. Aria fritta: due dichiarazioni (parole) dell'attore, un riparto spese approvato dall'assemblea due mesi dopo l'esecuzione dei presunti lavori ed un computo metrico di due anni prima per altri lavori per un ammontare totale completamento diverso dalla cifra dichiarata adesso. Ma il marito di Liliana le consiglia di non perdere tempo e non fare opposizione. Sul non perdere tempo Liliana è più che d'accordo.
    ["Ha sbagliato!", le ha detto di recente un brigadiere della Finanza, "Doveva fare opposizione e denunciarli per truffa".]

    Già, figuratevi che Liliana poteva fare anche una cosa molto più semplice. Senza che Liliana se lo aspettasse, i pizzaioli si erano sentiti alle strette e le avevano mandato per la prima ed unica volta la copia di una fattura. Una fattura che sapeva di falso lontano un miglio. "Aspetto un anno e la porto alla guardia di finanza", aveva pensato Liliana. Perché un anno? Perché Liliana pensava che la ditta avesse ancora tempo di mettere i registri in ordine. Dopo un anno ci saremmo visti. Le cose vanno fatte a tambur battente. Un anno dopo Liliana ha altri pensieri, altri pesi si sono aggiunti, ma fermare quella gente avrebbe dovuto essere prioritario, vitale. Con quella fattura in mano alla finanza chi aveva fatto emettere decreto ingiuntivo contro di lei avrebbe dovuto pagare una multa perché non aveva funto da sostituto d'imposta. 
    E Liliana ancora tratta quella gente con i guanti gialli? Ma Liliana, come Andreotti, a sentire Massimo Troisi, è 'fesso', nel senso buono, napoletano, precisa Massimo Troisi, nel senso di ingenuo. Ancora crede che quella gente, grata per l'attenzione, scriva una lettera di scuse e ritiri tutto? E crede che si possa continuare a vivere in quel condominio come tra persone per bene? E poi oramai Liliana è succube del marito che dice: "Ogni volta che ti muovi tu, succede un disastro!" ed ha paura di prendere l'iniziativa per timore di conseguenze peggiori.
    [""Non si tratta di essere scemi: è che lei è buona.", le ha detto ancora una volta lo stesso brigadiere della Finanza di poc'anzi, "Doveva venire da noi. Quelli sono come bambini: hanno bisogno di uno scappellotto ogni tanto!". Oh, in due parole che ha detto Liliana, quel brigadiere ha compreso immediatamente la psicologia di quei personaggi.]

    Ed arriva l'ufficiale giudiziario davanti la porta di Liliana: anche se Liliana aveva pagato quanto richiesto, aveva sbagliato. Aveva fatto il vaglia direttamente al richiedente e non al suo avvocato. Ed il richiedente aveva nascosto al proprio avvocato di aver ricevuto quanto richiesto, pensando di intascarsi anche il compenso dovuto al proprio avvocato.

    E l'avvocato, che come amico di famiglia, aveva prestato gratuitamente la sua opera per la citazione dei 58 euro, per quella gente non farà più niente.

    E questo è un guaio.
    Perché si affidano ad un avvocato ancora più agguerrito. Talmente sfrontato che fa arrivare un'altra citazione per chiedere: 1) 460 euro, negando o nascondendo anche quanto, nero su bianco, è dichiarato nella citazione che chiede 58 euro [ha visto che era possibile alzare il tiro]; 2) 1500 euro, negando, visto che non siamo tra galantuomini, che erano stati gli attori a chiedere al marito di Liliana, per cortesia, vuoi occuparti tu, con questi 1500 euro, di pagare i restanti creditori del condominio?

    Ma gli attori sono pensionati con pensione retributiva, mica devono pensare a sbarcare il lunario come devono fare Liliana ed il marito.

    Va bene, ci pensano gli avvocati. 
    Poco tempo dopo Liliana vede entrare nella sala ristoro dell'azienda un collega con l'aria stravolta. Era stato in Tribunale, racconta, per un rimborso per un incidente stradale. Era sconvolto: aveva assistito alla scena dei due avvocati delle controparti ed il giudice che si mettevano d'accordo come spartirsi tra di loro i 700/800 euro di rimborso.
    Avrà capito bene?

    E che gliene importa all'attore del fatto che vive da quarant'anni in un appartamento che gli ha regalato il padre di Liliana?
    E che gliene importa all'attrice del fatto che vive nel suo appartamento (e possiede un ripostiglio gratis et amore deo nel seminterrato) anche grazie al lavoro ed all'impegno gratuito (ed al fare finta di chiudere gli occhi ed il naso) del padre di Liliana?
    E che gliene importa ad entrambi che nella famiglia di Liliana ci sono seri problemi di salute? 
    Cosa è la vita di una terza persona in confronto a 5 centesimi in tasca loro?

    Che cosa è un po' di onore di fronte a 2000 euro? 
    (Mutuo la frase dal film "L'onore dei Prizzi".
    Nel film, se non erro, la frase era: "Che cosa è un po' di onore di fronte ad un milione di dollari?". Ai Landri bastano 50 euro ed anche meno per vendersi l'onore.)

    OK. Siamo ancora al ridicolo.

    Ma poi il pizzo sale. 
    Liliana dovrebbe pagare 250 euro al mese.
    50 per l'amministrazione ordinaria.
    200 fondo cassa per non precisati lavori di cui alcun documento né perizia attesta la necessità. Solo le loro solite dichiarazioni. nessuna prova documentale.
    Liliana sa che il capo-pizzaiolo ha per vizio di dire: faremo i lavori, faremo i lavori, e poi i lavori non cominciano mai.
    250 euro al mese, pensa Liliana 
    50 la mia quota ordinaria. 
    Con le altre 200 pago le quote ordinarie di tutti gli altri.

    Cento niente ammazzarono il ciuccio.
    E dal comune di ... in Calabria le arriva di nuovo una richiesta di pagamento per tasse non pagate. Richieste che arrivano da un anno o due. Non sono per lei, Liliana lo sa. Sono per la sua zia omonima. Liliana le ha chiesto più volte di chiarire l'equivoco, ma la zia le ha sempre detto: "Non li pensare! Quelli ancora devono capire che io ho venduto e queste tasse le deve pagare il nuovo proprietario." Sì, intanto le richieste arrivano a Liliana e Liliana capisce che quella è l'ultima richiesta prima magari di un altro decreto ingiuntivo. Prende la lettera, la manda per raccomandata alla zia. Poi scrive lei una raccomandata al comune di ... in Calabria e, facendo presente il proprio codice fiscale, fa notare loro che non è lei la Liliana Landri che cercano. Senza fare la spia però: non rivela dove possono trovare la Liliana Landri che a loro interessa.
    Ma da quando riceve quella lettera via raccomandata, Liliana ha l'impressione che la zia le metta il muso. La zia che le aveva proposto di comprare il suo appartamento, facendole così intendere che riteneva non ci fossero problemi per la nipote ad andare a vivere in via Vattelapesca, mentre sarebbe dovuta andare dalla nipote e dirle: "Liliana, so che tuo padre vuole che tu vada a vivere in via Vattelapesca. Ti scongiuro in ginocchio, non ci andare!"

    Ed uno dei parenti di Liliana si aggrava, ma Liliana sta tutta 'scimunita' e mortificata per l'indignazione del marito che non molto tempo dopo dirà: "Gente 'e m.... l'ho conosciuta, ma gente 'e m.... come la famiglia Landri non l'avevo mai vista."

    Ed il marito di Liliana procura una perizia tecnica sullo stato delle cose e quei signori, visto fallito il colpo dei 200 euro in più al mese, chiamano un architetto loro amico che fa un computo metrico, facendo risultare la spesa cinque volte maggiore rispetto a quello che realmente vogliono fare.
    Come, nei primi mesi quando convivevano ancora lire ed euro, volevano far passare una pittatella nelle scale per sedici milioni di lire, mentre ne bastavano tre.

    E Liliana, inaspettatamente scopre di 'attendere', ma oramai sta talmente stanca che la sua mente, ed il suo organismo, non ce la fa.
    Ci sono carezze che aggiunte sopra un carico lo fanno vacillare. [Erri De Luca, Il peso della farfalla]
    E Liliana si ammala.
    E non è più in grado di aiutare chi aveva bisogno di lei.
    O aiutare se stessa.
    Fine della favola.
    Seconda stella a destra. E' una favola. E' solo fantasia.

  • 12 marzo alle ore 10:56
    Ritornando a casa...

    Come comincia: Ritornando a casa scopro i sapori di un tempo, quando tutto sembrava non avesse mai fine. La città non è cambiata e mentre mi dirigo verso il tetto natio, camminando sui marciapiedi dall'asfalto brunito, sferzate di vento salmastroso mi sfiorano il viso.
    Sui binari di una piccola stazione ormai abbandonata, rivedo una figura conosciuta e subito accenno un sorriso...... E' mio padre, che veniva a prendermi, quando tornavo dall'università, mentre mia madre era a casa, intenta a cucinare cibi succulenti.
    Poi all'improvviso mi soffermo e mi rendo conto che quell'immagine è solo la flebile trasfigurazione di un ricordo indelebile nella mia memoria.
    Che brutti scherzi gioca l'età, oppure è solo colpa del caldo estenuante e afoso di un maggio senza stagione.

  • 11 marzo alle ore 20:21
    E ADESSO...

    Come comincia: I rimpianti solo la peggior cosa per un anziano, Alberto ottantaquattrenne tornava indietro con la memoria quando ventenne, finanziere, guidava una Alfa Romeo 1900 che poteva paragonarsi ad un camion, senza servo sterzo e con volante durissimo, per non parlare della moto Guzzi Falcone  che non aveva alcuna ‘parentela’ con gli ammortizzatori, al contrario i contrabbandieri  erano dotati di Lancia Aurelia auto decisamente più performanti e signorili. D’accordo qualche soddisfazione gli veniva elargita quando una macchina dei contra forzavano un posto di blocco e duecento metri più avanti le gomme cominciavano a fare ‘slap slap’ per essere passate su una catena chiodata. Unica gratificazione, si fa per dire, era il fumare gratis eccellenti sigarette svizzere e talvolta anche ‘sgranocchiare’ cioccolato che venivano condivisi con i colleghi ed amici. Come ricambiava lo Stato i suoi dipendenti delle loro fatiche diurne e notturne? Con una misera paga, non stipendio, paga vuol dire remunerazione per ogni giorno di servizio, stipendio sempre uguale ogni mese. Altro compenso di altro genere la possibilità di avvicinare qualche pulsella indigena, magari parente di contrabbandieri sia per motivi …personali e talvolta per conoscere i segreti itinerari dei loro congiunti. Unico lato positivo ‘la giovinezza che si fugge tuttavia…’, come dice Lorenzo dei Medici tanto è vero che Alberto,  dopo anni di servizio si era ritrovato a Messina da maresciallo aiutante, grado guadagnato faticosamente durante gli anni con frequenza di corsi, di  campi invernali ed estivi, con l’appartenenza presso reparti disagiati e per finire, con un divorzio alle spalle, in questo caso la Guardia di Finanza non centrava nulla, era stato una ‘minchiata’ (termine siciliano) in quanto la ex consorte apparteneva alla Trinacria. Alberto aveva messo a frutto un suo hobby giovanile, quello della fotografia in quanto, oltre ad essere comandante di Sezione era anche capo laboratorio fotografico, qualifica che portava con sé qualche disagio come quello di essere chiamato di notte per fotografare gli arrestati ma anche qualche soddisfazione quando si trattava di riprendere i signori ufficiali che nel loro circolo tenevano feste con le autorità della città e con le relative consorti che talvolta apprezzavano la professionalità di Alberto ma più spesso la sua prestanza fisica in paragone di quella dei relativi mariti che talvolta lasciava a desiderare. Alberto per i suoi…bisogni personali aveva affittato una stanza in via Ghibellina dove teneva i suoi vestiti borghesi ed anche dove sollazzarsi con  ‘vogliose’signore. Il Comandante della Legione lo aveva nominato suo segretario, sapeva delle sue ‘scappatelle’ e lo seguiva in quel campo. Durante le feste anche presso altri circoli, ambedue col petto pieno di medaglie folleggiavano e rimorchiavano anche se una volta…”Alberto quella è la figlia del  Generale Comandante di Zona, è una ‘chiavica’ tu me la fotografi e domani mattina le sue foto sul mio tavolo!” “Comandante lei scherza, manco un miracolo, la cotale ha la bocca in dentro, il naso lungo, la ‘scucchia’ interminabile, i capelli alla negra, è piatta di petto…” “È un ordine!” Alberto fra di sé  ‘ordine un cazzo’ intanto si scervellava come trarsi d’impaccio. “Signorina il sono Alberto il fotografo della Legione, il mio comandante mi ha ordinato di fotografarla…” “Il Colonnello è il suo Comandante non il mio!” Alberto le prese le mani e guardandola in viso: ”Signorina io vorrei fumare la pipa, qui è proibito che ne dice di seguirmi nell’altra stanza del circolo?” “Non penso che voglia far fumare la pipa anche a me…” Alberto pensò: ‘non ti farei fumare nemmeno il mio ‘sigarone’ invece: “È un favore personale che le chiedo, io sono militare, lei da figlia del Generale sa come vanno le cose di chi indossa le stellette, vorrei…” Va bene, mi chiamo Sofia…” “Un nome che le si addice perfettamente, vuol dire saggia, lo sia con me, nell’altra stanza c’è un lettore di compact disc, io da anziano, amo i vecchi brani di Sinatra, Armstong, Bongusto…” Le musiche ammorbidirono la ragazza che prese a ballare con Alberto che la abbracciò sempre più stretta sino a che si accorse che ormai la ‘racchia’ era cotta. E qui venne fuori la maestria del fotografo: posizionò le luci in modo di  minimizzare i difetti di Sofia, le slacciò un fermaglio che tenevano alti i capelli, si accorse che l’espressione della ragazza si era addolcita, forse si era eccitata nel contatto col corpo di Alberto fatto sta che sembrava un’altra ovviamente entro certi limiti. Alberto scattò tre rullini in bianco e nero così aveva la possibilità di ritoccarli. Prese congedo dalla baby e, ricordando che la mattina dopo doveva consegnare le foto al Colonnello si ritirò nel laboratorio e si mise all’opera. I negativi erano perfetti, li  posizionò su un vetro trasparente e cominciò a ritoccarli con uno ’sgarzino’ (una specie di bisturi) riuscendo a eliminare i lati negativi del viso, e ottenendo anche di far ‘crescere’ il seno a Sofia. Ci volle del tempo, mise i negativi nell’ingranditore e stampò trentasei foto 18 x 24 e li asciugò col la smaltatrice poi  la stanchezza gli consigliò di andare in branda. Un furioso scuotimento del suo letto lo fece svegliare, era il piantone del Colonnello che: “Il Comandante lo cerca da stamattina, si alzi.” Alberto sapeva che il Colonnello ci teneva per quelle foto, per lui volevano dire la promozione la grado superiore e così senza guardarle si presentò dal Comandante e le posizionò sul suo tavolo. Il viso del Colonnello cambiò più volte espressione, Alberto non sapeva che pensare, più di quello che aveva fatto…”Il Comandante chiamò il suo aiutante maggiore: “Bastiano che ne dici di queste foto?” “Comandante di chi si tratta, non conosco questa ragazza.” “Imbranato, è la figlia del Comandante di Zona il nostro fotografo ha fatto un miracolo, dagli cinquantamila lire dagli utili dello spaccio.” Lo cosa non finì lì in quanto il Generale fece pervenire ad Alberto un biglietto significativo: “Bravo il nostro fotografo, anche il fidanzato non ha riconosciuto mia figlia!” L’episodio ebbe più di un seguito non apprezzato dall’interessato: era luglio e la moglie del Comandante che risiedeva a Roma con la figlia, decise di passare le vacanze a Messina in particolare al mare alla Colonia della Guardia di Finanza di Mortelle. La prima volta che Alberto la vide in costume rimase basito, come aveva fatto il Colonnello ad impalmarla, boh un mistero. La cotale piccola di statura aveva una naso lungo e bocca in dentro, seno eccessivo e pancetta che non mimetizzava con un costume intero, col due pezzi assomigliava ad un  clown. Dopo un doveroso saluto con finto baciamano Alberto si allontanò in fretta da quella bruttura e domandandosi il motivo per cui il Colonnello l’aveva sposata, in seguito  venne a sapere che la cotale era ricchissima ed aveva anche una villa splendida a Patti. Il Comandante al mare si avvicinò ad Alberto il quale prevenendolo: “Comandante non mi faccia lo scherzo dell’altra volta, niente foto per favore.” “Peggio devi accompagnare mia moglie in giro per i negozi di Messina, deve fare delle compere, io ho preso la scusa di motivi di servizio e sparirò per dieci giorni, andrò a Catania, Siracusa e Ragusa.” Una mattina Alberto era in ufficio a sbrigare delle pratiche quando si presentò il piantone del Colonnello. “Quando ti vedo sento puzza di guai, il Capo è fuori che cacchio debbo fare?” “Accompagnare la moglie, è in ufficio del marito e l’aspetta. Madame si era appropriata della poltrona del consorte  fumando una sigaretta con bocchino.”È un po’ che l’aspetto, mio marito m’ha detto che lei conosce vari negozi di Messina dove posso fare delle compere, che ne dice di accompagnarmi?” Quell’ ’a disposizione’ di Alberto era stato pronunziato a denti stretti, si andò a cambiare in borghese e si presentò alla signora già scalpitante. “Non amo aspettare ma lei è un così bel giovane…” “Cazzo, ci mancava pure che la vecchia facesse delle avances. Madame pure il nome aveva brutto  Adalgisa (vuol dire nobile ostaggio); a piazza Cairoli cominciò dal primo negozio di scarpe sempre seguito dal ‘prode’ Alberto per poi passare in tutti gli altri, nell’ultimo, una gioielleria, il padrone che conosceva bene Alberto lo prese bellamente per i fondelli: “Mi fa piacere maresciallo conoscere sua madre!” “Ma quale madre, sono la moglie del Comandante della Legione!” Alberto fu interpellato da Adalgisa: “Le piace questo Rolex d’oro?” “Gentile signora non posso dire altro che è favoloso.” Al padrone del negozio: “Lo metta in un astuccio con confezione di regalo, questa è la mia carta di credito.” Hemes, protettore di Alberto era more solito ‘a mignotte’ e così il buon maresciallo ebbe una cattiva sorpresa: un pomeriggio mentre usciva dal portone dove aveva affittato una stanza incrociò Adalgisa che: “Hai capito il signorino, non si fa mancare nulla nemmeno una stanza per portare le sue conquiste, mio marito lo sa?” Valle a rispondere. “Veramente…” “Veramente non lo sa, io sono curiosa, mi fa visitare il suo boudoir?” “Non è gran che ma per quello che le serve, a proposito com’è il letto, non male che ne dice…prima una sorpresa per lei, riconosce questo astuccio?” “Mi pare quello
     visto dal gioielliere, ma non ne sono sicuro.“ “Lo apra.” Era il Rolex.  Adalgisa cominciò a spogliarsi, aveva pagato il prezzo della prestazione e mise mani sul vestiario di Alberto che ben presto si ritrovò ignudo con ‘ciccio’ che non ne voleva sapere di alzare la testa, ti credo a quella visione! Adalgisa non si perse d’animo, sbatacchiò Alberto sul letto e si mise in bocca ‘ciccio’,che fu costretto a rizzarrsi sempre più in alto sino a quando la signora: “E tu volevi nascondere stò cosone!” La dama aveva una fame arretrata, ingoiò un bel po’ di vitamine, poi, in posizione cavalcante entrata nella cosina piuttosto stretta (forse non la usava da tempo) ed infine finale trionfante nel popò che la portò all’estasi, ormai era senza forze. “Cazzo mi hai distrutto!” Alberto pensò il contrario ma tenne per sé la riflessione. Il ritorno del Colonnello fu per Alberto una liberazione. “Giovane ti vedo sciupato, datti meno da fare!”  Alberto non capì se il Comandante lo prendeva per il culo essendo venuto a sapere delle ‘prodezze’ della moglie fatto sta che gli concesse quindici giorni di licenza, una liberazione! Alberto si ‘rifugiò’ presso i genitori a Roma, ripensando agli avvenimenti passati capì che in fondo Adalgisa erano una povera donna, disprezzata dal marito,  si era presa una ‘vacanza’ con lui, non era certo da condannare. Al ritorno a Messina Alberto pensò giustamente di disfarsi del Rolex, poteva esser accusato di essersi fatto corrompere ed andò dal gioielliere che l’aveva venduto per riportarglielo e farsi restituire la somma pagata. Il cotale fece il furbastro riconoscendo una cifra ben inferiore al valore dell’orologio. Per principio Alberto rinunzio e pensò ad una vendetta che ‘giunse sulle spalle’ dell’orefice una anno dopo con una verifica fiscale effettuata da un collega di Alberto che fece all’orafo pelo e contropelo in senso fiscale. E il Colonnello Comandante? Ritornata la moglie a Roma ‘prese amicizia’ con la formosa consorte di un brigadiere il quale ogni sabato accompagnava al cinema le due figlie dalle diciassette alle diciannove… il graduato, in compenso, divenne l’autista del Colonnello Comandante della Legione.

  • 11 marzo alle ore 18:06
    AMORI APPASSIONATI

    Come comincia: Cominciare un racconto con una sequela di nomi molto probabilmente vuol dire che l’autore è un pò ‘partito di testa e quindi vuole trascriverli per non dimenticare i personaggi che sono: Zeno, Isotta, Marbella, Rodolfo, Zaccaria,  Gioele . Vi sarete accorti che sono nomi non proprio comuni, i meno giovani ricorderanno che era  abitudine consolidata degli antenati, soprattutto di quelli più ricchi di pretendere che i loro nomi fossero ’appiccicati’ ai discendenti forse pensando che sarebbero stati meglio ricordati, bah! Cominciamo da Zeno, sapete il significato? Vita, solo che il cotale era deceduto per il solito  male incurabile che la consorte Isotta, che vuol dire colei che protegge, medico  presso l’ospedale S.Giovanni di Roma non lo aveva proprio protetto! Marbella proviene dall’arabo Marbil-la, dal significato oscuro, i genitori Zeno ed Isotta l’avevano cambiato in Mia più adatto alla beltade di cui la baby era dotata. Rodolfo (lupo glorioso) era il vice direttore di una nota banca, dotato di un  fisico non eccezionale (per usare un eufemismo) il cotale lo faceva dimenticare con la sua generosità pecuniaria soprattutto verso le femminucce. Zaccaria, che vuol dire memoria di Dio era istruttore di body building presso una palestra, il significato del suo nome non aveva nulla a che fare con la sua professione ed infine Gioele, (Dio è il mio signore) morto il padre, era diventato il padrone di una farmacia in via Cavour. Una strana sorte li aveva riuniti tutti nello stesso stabile in via Alessandro Manzoni a Roma la cui portiera  Alma longilinea, alta, sguardo fiero  il cui nome era appropriato al suo seno prosperoso, il significato di Alma è balia! Che ti combinano queste signore e signori? Tutti decisamente anticonformisti avevano elevato il sesso a loro divertimento precipuo cominciando dalla piccola, di età, Mia che a quattordici anni cominciava ad avere pruriti dovuti al cambiamento ormonale ma, alunna di terza media presso un istituto di suore veniva ammonita dalla incartapecorita madre superiora a non toccarsi le parti intime, avrebbe fatto piangere Gesù! Mia invece fece piangere Gesù, nel toccarsi il fiorellino provò un piacere inusitato tanto che ogni giorno il povero Gesù versava lacrime a più non posso! Mia talvolta incontrava Zaccaria dal sorriso invitante il quale le faceva  domande sui suoi studi talvolta addentrandosi sui suoi amori giovanili da teen. A Mia il giovane non dispiaceva affatto  e pensò che le sarebbe piaciuto un bacio appassionato ma dove? Un pomeriggio: “Mamma a scuola la professoressa di ginnastica mi ha detto che per evitare problemi alla colonna vertebrale debbo andare in palestra, forse il nostro vicino di casa Zaccaria potrebbe darmi qualche lezione.” “Sei sicura di quello che ti ha consigliato la professoressa di ginnastica?” “L’anno passato ad una mia collega hanno dovuto mettere il busto per la colonna vertebrale cresciuta  storta, dovrei fare esercizi di pilates per migliorare la postura e dello stretching per mettere in asse la colonna.” “Da come parli sembri il gobbo di Notre Dame!” Mia si era trascritti i termini dettati da Zaccaria, per lei ardui da comprendere. Il pomeriggio successivo  si presentò in palestra in tuta, fu accolta molto calorosamente dal titolare che affermò che, prima degli esercizi occorreva massaggiare il corpo per evitare strappi muscolari. Mia si stese su un lettino che si trovava in una stanza in fondo alla palestra, si tolse i pantaloni della tuta e, rimasta in slip e postasi in posizione supina cominciò a sentire le sapienti mani di Zaccaria prima sfiorarle le gambe, poi salire un po’ più in su per poi trovarsi sdraiata sul dorso con  Zaccaria che le baciava il fiorellino… ’lo sventurato rispose!’ Rimasta sola Mia un po’ confusa rientrò in palestra: “Cara per oggi basta, quando vorrai un pomeriggio sono a tua disposizione.” Subbuglio totale nella mente della ragazza, era entrata di colpo nel mondo dei grandi, doveva abituarsi all’idea di…oppure era troppo presto? Per fortuna la gioventù ebbe il sopravvento, la notte Mia fece un lungo sonno tanto da dover essere svegliata dalla madre. “Stai male?” “No mammina sto benissimo, ieri sera ho studiato sino a tardi ed ho dormito poco.” Mia pensò allora a ricorrere a quella ragazza che aveva avuto problemi alla spina dorsale, più grande di età molto probabilmente aveva avuto delle esperienze sessuali. “Amelia sono Mia, quando possibile vorrei incontrarti.” Quando vuoi anche subito, vengo a casa tua, abitiamo vicino.” Amelia il cui nome significava ‘vergine dei boschi’ era piuttosto addentrata nella materia sessuale: spiegò a Mia, piuttosto impressionata,  quali erano di solito gli ‘approcci’ fra uomo e donna. “Ma tu li hai provati tutti?” “Io sono fidanzata, se Amleto non viene con me va con altre femminucce, ne sono innamorata, prendo la pillola e tutto va bene.” A Mia si era aperto un mondo nuovo, sconosciuto, un po’ pauroso soprattutto pensando al coso dell’uomo così grosso ed al suo fiorellino sì piccino per non parlare del resto degli approcci, sentirsi in bocca quel liquido …mah se lo hanno fatto tutte le donne anche lei si sarebbe adattata, forse le sarebbe anche piaciuto ma…occorreva scegliere la persona giusta che le andasse a genio,  Zaccaria non era affidabile, aveva intorno troppe femminucce. Il destino che, a detta degli antichi greci era superiore agli dei e quindi anche agli uomini le diede una mano. Una mattina che Alma, la portiera, aveva lavato in terra l’ingresso del palazzo, Mia scivolò e batté il popò rimanendo a terra. Stava entrando Gioele che si precipitò ad aiutarla. “Ti sei fatta male?” “Un pochino ma penso di riuscire a camminare, preferisco rientrare a casa.” Gioele era un ragazzo di media statura, sempre sorridente, in passato aveva notato Mia ma la sua timidezza gli aveva impedito di contattarla, quella situazione gli fu provvidenziale. Aiutò Mia ad entrare in ascensore, ad andare a casa e a sdraiarsi sul letto, premurosamente la coprì con una copertina e rimase a guardarla. Mia aveva gli occhi chiusi, sperava di non essersi procurata una frattura,  il dolore era sempre persistente. “Cara resto sino a quando non rientra tua madre.” “Mia madre è di servizio all’Ospedale per ventiquattro ore, torna domattina, non ti preoccupare, mi arrangerò.” “Ora entra in funzione la mia qualità di boy scout, oggi ancora non ho effettuato un’opera buona, andrò a casa mia, spiegherò la situazione a mia madre e poi ritornerò.” Dopo un quarto d’ora mamma Emma (significa gentile) e Gioele si presentarono col ben di Dio da mangiare. “ “Siete due angeli custodi, grazie di tutto, potete andar via, mi spoglierò e, dopo mangiato mi metterò a dormire.” Il dolore era ancora forte ed Emma, cacciato dalla stanza il figlio, aiutò Mia a spogliarsi a mettersi il pigiama ed a rifugiarsi fra le coperte. La giovane fu anche imboccata da Emma, un bel quadretto di bontà. “Ora devi riposare, stasera verremo a vedere come stai.” Gioele voleva rimanere ma, guardando in viso la madre capì che non era il caso. Alle venti in punto una cena leggera, Mia disse di sentirsi un po’ meglio, fu ripulito tutto il cibo, non era la fame che le mancava, madre e figlio augurata la buona notte rientrarono in casa. Gioele  pensò intensamente a Mia, tutto di colpo era nato in lui in sentimento mai provato, la madre se ne accorse e lo baciò in fronte, suo figlio era ancora un  cucciolone! Nel teatrino del palazzo non mancava che la presenza di Alma (colei che nutre) figlia del portiere che faceva le veci del padre ricoverato in ospedale. Stava scopando l’ingresso del palazzo quando si presentò Rodolfo al solito sorridente. “Buon giorno signorina vedo che sta…facendo pulizie.” “Lei si vede poco in giro ma quando appare ha la battuta facile, si sto scopando ma con la scopa, lei ha l’espressione del grifagno ma con me non attacca!” “Non sono un attacchino, quale funzionario di banca…” “Anche i funzionari possono essere degli zozzoni, lei…” “Ha detto bene possono ma nel mio caso…stavo notando che le sue ballerine hanno…ballato per troppo tempo, andrebbero cambiate!” “E se la padrona delle ballerine non ha la pecunia per comprarle nuove?” “C’è il qui presente Rodolfo che conosce vari negozianti di scarpe, qualora volesse acquistarle delle nuove potrei darle dei consigli…” “Consigli pelosi bello mio le ho detto che non ho soldi, quelle che ho debbono bastare.” “Io sono addetto ai prestiti potrebbe approfittarne senza secondi fini…” Alma era perplessa, in fondo il giovane sorridente non sembrava il solito maiale: “E se io dicessi di si…nel senso che potrei acquistare scarpe nuove?” “Potremmo andare in un negozio in via Condotti, il padrone è un mio cliente ed amico, potrà scegliere quelle di suo gusto.” Rodolfo, da galantuomo, aprì la portiera di una vecchia Cinquecento Fiat per far salire Alma. “Tante arie e poi hai un rottame, ma almeno cammina?” “Uso il rottame come la definisci tu perché in città ho più facilità di parcheggio, la prossima volta verrò con una Alfa Romeo Giulia rossa fiammante!” Il locale, immenso, sembrava la hall di un albergo di lusso, si vendevano sia scarpe che vestiario di alta moda, i commessi e le commesse erano impeccabili,  alcuni  stranieri, ce se ne accorgeva dal loro accento.” Si era avvicinato un addetto alle vendite dallo stile non proprio mascolino per usare un eufemismo: “Madame in cosa posso esserle utile?” “Te che me proponi, me sa che non ciai niente pé me!” La situazione  stava per farsi pesante, fu risolta con l’arrivo del direttore del negozio, Venanzio (vuol dire cacciatore) che non aveva nulla in comune col suo commesso, alto massiccio, faccia quadrata, stretta di mano forte: “Rodolfo è una vita che non ti fai vedere, non mi dire che si tratta di lavoro, vedo che ti tratti bene…”disse lo ‘sciagurato’ riferendosi ad Alma. “A coso hai capito male, io so venuta qui pé comprà, non te fà idee sbajate!” “Signorina mi dispiace di essere stato male interpretato, vi invito a prendere un aperitivo nel nostro bar interno. “A te il solito Campari soda con buccia di limone ed alla signorina? Ancora non ne conosco il nome.” “Signore mi scusi, talvolta esagero ma mi capitano certi…sono Alma, prendo lo stesso del mio amico Rodolfo.” La ragazza aveva sottolineato con la voce il sostantivo amico. “ “Ora che bravo sono stato posso ….” “Venanzio ha riproposto una battuta di un vecchio ‘Carosello’, Alma ti affido al altro commesso non gay, scegli tutto quello che ti piace.” Venanzio e Rodolfo si allontanarono per parlare dei loro problemi. Dopo circa mezz’ora trovarono Alma con a terra cinque scatole di scarpe e due scatoloni contenenti  dei vestiti.  Rodolfo dentro di sé: ‘Alla faccia!’ “Cara preferisci che portiamo con noi la merce o ce la facciamo recapitare a casa?” “Intanto penso al prezzo totale, lo salderò a rate se il signore lo permette.” “Il signore lo permette perché garantisco io per te, ciao Venanzio, a presto.” “Non mi hai chiesto quanto vale tutta la merce, mi ci vorrà un anno per pagarla.” “Ho sistemato io il conto ma non ti porre problemi non mi devi nulla e soprattutto...” Istintivamente Alma baciò in bocca Rodolfo che rispose al bacio e conseguentemente ‘ciccio’ alzò le testa…”Non ti preoccupare, lo metto a cuccia.” “Sono confusa, portami a casa, questo è il mio numero del telefono, chiamami fra qualche giorno, per ora non me la sento di…” Alma era una forza della natura dovuta ad una infanzia travagliata, figlia di contadini appena adolescente aveva dovuto difendersi da assalti sessuali di giovani e meno giovani, non aveva ceduto, credeva al vero amore…Drin, drin: “Sono Rodolfo il banchiere, se hai bisogno di qualcosa sono a disposizione, qualcosa di lecito ovviamente.” ”Sono in crisi, non riesco a capire quello che mi è successo, qualcosa di mai provato, quando puoi vienimi a prendere, devo trovare chi mi sostituisca in portineria.” “Se a te va bene propongo sabato pomeriggio, Alfa Romeo Giulia perfettamente lucidata, destinazione una villetta che posseggo in riva al mare.” Alma si era presentata elegantissima indossando un vestito ‘comprato’in via Condotti; truccata faceva una bella anzi bellissima figura, Rodolfo la guardava estasiato. “Quando avrai finito  di ammirarmi che ne dici di mettere in moto?” Dove siamo diretti?” “Guarda il navigatore satellitare.” “Sperlonga! È tua la casa?” “Ereditata da mio nonno come il nome, rilassati, ti vedo sempre tesa.” La villetta era situata a dieci metri dalla battigia, la baby si mostrò in tutta la sua bellezza indossando un costume non proprio castigato, la pressione arteriosa del giovin signore era alle stelle...La cena consisteva in panini farciti di formaggio e di prosciutto’innaffiati’ da birra, cena che interessava poco ai due giovani che si recarono sulla spiaggia al chiaror lunare, tutto molto romantico ma….”Mio caro, penso proprio di poterti chiamare così, sei il primo uomo che… ho paura del sentimento che provo per te…vorrei dirti tante cose…sto pensando a come finirà questa mia gita… sono vergine…sarà il  dono all’uomo di cui mi sarò stata innamorata, l’idea mi è stata inculcata da mia madre.” Si baciarono a lungo e poi rientro in casa con la conseguenza che la mattina inoltrata li trovò diventati marito e moglie. Un po’ tutti gli abitanti dell’isolato di via Manzoni a Roma trovarono la giusta dimensione amorosa compresa Isotta che scoprì in un giovin collega un toy boy di suo gusto, ovviamente diventò oggetto degli strali di dileggio da parte della figlia Mia ma l’amor…
     
     

  • 11 marzo alle ore 11:24
    Il dolce pentagramma

    Come comincia: E adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino, ovunque spingano la barca. 
    Dare un senso alla vita può condurre alla follia ma una vita senza senso è la tortura dell'irrequietudine e del vano desiderio.
    Edgar Lee Masters

    E' uno di quei giorni in cui vorrei essere su una barca a vela. 
    Non necessariamente in mezzo al mio adorato mare. 
    Magari in un piccolo porticciolo, o in una caletta, raggiungibile solo con il flusso della marea.
    Me ne starei un pò sul ponte a godermi la brezza di questa fine d'inverno, inaspettatamente dolce e temperata.
    Al calare del sole scenderei sottocoperta.
    Aspetterei la quiete del sonno ascoltando lo sciabordio delle onde, il tintinnio delle sartie mosse dal vento e il cigolare dei cavi di ormeggio al ritmo della risacca.
    Poi, ammaliata dai colori dell'aurora, isserei la vela al vento propizio, e sulla mappa dei miei giorni a venire imprimerei una nuova rotta alla mia anima.
    Il dolce pentagramma di Offenbach agevola il pensiero.

  • 10 marzo alle ore 14:58
    Volevo solo vivere

    Come comincia: "Volevo solo vivere treno 8017 l’ultima fermata."
    E' il titolo di un film di 30 minuti che narra la tragedia ferroviaria di Balvano.
    Prodotto da Giuseppe Esposito, regia Antonino MIele e Vito Cesaro.
    Nel cast anche Carlo Croccolo, che compare, mi sembra, come commentatore. Compare spesso il suo volto che ripete in continuazione:
    Volevo solo vivere.
    Volevo solo vivere.
    Volevo solo vivere.

    Volevo solo vivere.

    Non 'fare i soldi'.

    Volevo solo vivere.

    Non diventare dirigente d'azienda.

    Volevo solo vivere.

    Non trovarmi in mezzo ad una stupida guerra.

    Ad una guerra iniziata da chi, pur avendo ricevuto solo bene, deve dimostrare che è il più grande, è il migliore.
    Non il suo benefattore.
    E' il migliore: tiene i soldi ed i suoi figli sono dirigenti, "hanno fatto i soldi".

    Però è geloso, perché i figli, per diventare dirigenti, per "fare i soldi", se ne sono andati lontano.
    Mentre il figlio del suo benefattore ha un buon lavoro ed è rimasto vicino ai genitori. Inammissibile per un cuore geloso.
    Ed in questa guerra coinvolge altri.
    Altri sciacalli famelici.

    Volevo solo vivere.

    Volevo solo vivere.

    Volevo solo vivere.

    Linda Landi 
    17 febbraio alle ore 07:46