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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
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elementi per pagina
  • 22 luglio alle ore 9:59
    Ciao Raffaella, ho qualcosa da dirti

    Come comincia: Mi fa riflettere la festa della mamma. Io sono stata figlia di una prima mamma che mi ha lasciata quando avevo solo 13 anni, e poi sono stata figlia di una seconda mamma, mia sorella maggiore che ha 16 anni più di me. In seguito sono stata mamma di Raffaella e lo sono ancora, in teoria, lo sono ancora. Il destino però ha voluto rendermi nuovamente figlia, figlia di mia figlia. Sono faccende private,direte, sì sono faccende private che però a volte meritano di essere conosciute. Mia figlia mi ha festeggiata, mi ha portata a fare una lunga passeggiata in moto, un fatto goliardico che forse capiterà ancora o forse no. Ma mia figlia mi accompagna, mi soccorre, sopporta la mia insofferenza alla dipendenza, anche da lei, sì anche da lei, tace di fronte alle mie crisi di orgoglio, misura le risposte e gli umori, controlla che le dita delle mie mani non siano cianotiche e, se lo sono, mi sgrida perché tengo l'ossigeno "troppo basso". Mi porta a fare le analisi,
    a fare la spesa, a fare le visite, e si occupa anche di Paolo, facendo per lui tutto quello che io non riesco a fare. Le nuvole che incombevano sul nostro percorso, nuvole ce ne sono sempre, discussioni quasi sempre vane e inconcludenti, picchi di testardaggine a volte incontrollabili conditi da frasi sibilline e mai pensate veramente, non ci sono più, tutto sparito. Io e lei, lei e io. Noi stiamo combattendo la stessa battaglia, la mia, e ciò che mi sorprende è che questa battaglia lei l'ha fatta sua trasmettendomi tutta la forza che a me adesso manca. E' finito il tempo dei battibecchi, adesso è il tempo di stare insieme, di ridere molto, come ridono molto le persone che pur condividendo un problema enorme, non vogliono trascurare neppure un attimo di attenzione per la vita in tutti i suoi aspetti, anche quelli più ironicamente bastardi. Le sensazioni sono più che mai a fior di pelle e l'osservazione della vita altrui si è affinata, gli eventi hanno perso il potere di affossare, e si guarda da fuori, da un osservatorio privilegiato, perché è da privilegiati poter allungare lo sguardo sul resto, su tutto il resto, sentendosi coinvolti non già dal dramma ma soltanto dalla comicità, la sottile comicità di cui tutto è impregnato, la triste comicità che si è spogliata della sua tristezza mantenendo per se stessa soltanto il grottesco. E perciò sì, io e Raffaella ridiamo molto, insieme. In questo immenso casinò ( e casino) che è la vita siamo sedute al nostro tavolo da gioco e il nostro croupier lascia scivolare la pallina nella roulette. "Rien ne va plus". I giochi sono fatti e qualunque cosa noi siamo, ne siamo il risultato. Ho sempre pensato che i genitori debbano occuparsi dei figli sempre, se i figli lo desiderano. Non ho mai pensato che sia scontato e automatico che i figli debbano occuparsi dei genitori. Sono perciò molto riconoscente a mia figlia che si occupa di me con così tanto amore, e la ringrazio pubblicamente: grazie di tutto, Raffaella.

     

  • 20 luglio alle ore 1:21
    Storia breve dell' infermiera di paese

    Come comincia: Ecco che ritorna il bel tempo del tempo brutto. Una bottiglia di vino e due fette di prosciutto come compenso per una iniezione. Ti ricordi? Mi ricordo Annam? Sì, mi ricordo quando andavo per i campi e le lunghe strade sterrate accecate di sole con in fondo il colore del mare per portare le mie mani a quei corpi sofferenti e vecchi. Non avevano soldi da darmi ma mi riempivano borse di omaggi, omaggi alimentari. 
    Tornavo a casa con lo zucchero e il caffè e la bistecca appena macellata e i funghi freschi e patate e frutta.
    Andavo a piedi con gli scarponcini dalla suola più volte incollata ma sempre lucidi di cromatina, il mio cappotto con la mantellina che in caso di pioggia sbottonavo dalle asole e diventava il mio ombrello. Avevo sorrisi nelle tasche dove riparavo le mani fredde e viola e chiavi di case, della mia e di quelle dei miei malati. Me le davano fiduciosi le loro chiavi, e io arrivavo puntuale all’ora di colazione per preparare un po’ di latte col caffè che offrivo loro come fosse il pasto di un re e poi li lavavo, li massaggiavo, e raccontavo cose belle per accendere un sorriso nei loro occhi spenti. Mi aspettavano, i miei malati, senza sveglie né orologi, sapevano quando era l’ora in cui sarei arrivata. E sollevavamo il corpo stanco e maltrattato dal tempo afflitto colorando di chiaro il loro momento di cure e attenzioni. 
    Compresse, iniezioni, bendaggi e bisturi per le zone in cancrena, sorridevano alle mie parole, ai miei racconti romanzati di fatti veri e piccoli ma ingranditi, ironizzati per suscitare il loro riso. Ridevano i miei malati e mi benedicevano, benedizioni per le mie mani calde, a bollore dicevano, le mani a bollore che risucchiavano ogni loro male e lo gettavano via, lontano dai loro corpi. Ah! I miei malati che mi consegnavano il loro dolore fisico e morale affinché lo portassi via, ad annegare nel mare, a bruciarlo nelle sere di falò sulle spiagge gremite di marinai appena rientrati dalla pesca. Mi consegnavano i loro mali e un chilo di zucchero e magari le due tazzine del servizio ormai spaiato che con cura tenevano come importanti cimeli di grande fattura nella credenza, però me le davano, con amore e malizia mi hanno dato due tazzine perché chissà, fuori, tornando verso casa potrei incontrare un uomo, un principe azzurro che di azzurro potrebbe colorare il mio solitario andare. Sì, è per questo che Amina mi regalò le due tazze del servizio ormai spaiato e morto di porcellana inglese; nel rigo d’oro vedeva la corona dell’immagine di me ridente insieme ad un sorriso di uomo. Si dilettò a raccontarmi della perfezione di quelle dita che strinsero i manici di quella tazza che mi mostrava: dita affusolate d’uomo molto colto ed elegante, che non conosceva calli da zappatore, ma la seta delle pagine dei tomi che a getto continuo leggeva, mai affettato però se pur distinto e di buon linguaggio, dotto e forbito, uomo che per lei nutriva un grande amore nascosto eppure svelato ai quattro venti, sussurrato, urla sussurrate ai venti per un amore che mai avrebbe potuto consumare. È bella Amina mentre rievoca queste cose, si rianimano le tazze e la stanza buia e grigia di polvere antica diventa ridondante di suoni e luci a festa e fra tanti ospiti cinerei si illuminano le due figure, lei e il capitano, bello nella sua divisa bianca e blu. La mano inguantata stringe quella tazza e poi si sveste per stringere la delicata mano di Amina e l’accarezza, accarezza il viso e il ricciolo ribelle che ribelle non è, è inanellato sulla fronte a bella posta, per farsi accarezzare, e tra la ciocca e la fronte ben poco è lo spazio per poter consentire alle dita di lui per non poggiarsi sulla pelle in un elettrico frammento di istante, un istante lambito dal calore della mano d’uomo sulla tenera pelle del viso di una giovane e bella Amina, istante che è rimasto impresso sul manico della tazzina e sul suo bordo l’impronta di un bacio che mai toccò la bocca di Amina. Amina, Amina ora sfiora la tazza con le sue dita raggrinzite dall’artrite, accarezza il bordo poi lo porta alle labbra e torna giovane donna innamorata, nel suo cuore pulsa lo stesso sangue giovane che irrora il corpo in un fremito di piacere e accende la gioia rimasta chiusa nel cassetto dei ricordi. 
    Quella tazza era una storia, era un film a lento tempo fermo su quel ricciolo accarezzato, su quelle dita scivolate sulla pelle del viso di giovane donna ora rugoso e spento che per un attimo si è riacceso, per il tempo del racconto si è illuminato di quel tempo fermo fra le rughe e le ha ringiovanite. E quella tazza me l’ha regalata, due tazze, l’altra è riservata a me per quando mi innamorerò di un capitano bello e colto ed elegante e con lui, fra sguardi d’intesa amorosa e lievi carezze rubate, sorseggerò il caffè. 
    I miei malati, quante storie belle ora racchiudono fra le piaghe cancerose i miei malati, e quanta storia mi porto a casa racchiusa in quelle tazze che non userò mai, che guardo oggi vedendo l’ ieri.
    Ecco, che ritorna il bel tempo del tempo brutto. Una bottiglia di vino e due fette di prosciutto, oggi, come compenso ad un ago infilato nel gluteo di una donna ammalata oggi, ma che domani guarirà perché è giovane, lei è giovane e guarirà, lei l’accompagneranno le mie mani a bollore e i miei racconti sereni e le mie dita precise sulla siringa.

  • 18 luglio alle ore 15:04
    2013

    Come comincia: Fregatene di quello che dice la gente, non ti curare delle cose che non vanno nel verso giusto. Fregatene di chi invidia la tua vita, lo fa perchè vorrebbe essere al tuo posto e l'unica cosa che gli rimane da fare è puntarti il dito contro e giudicarti, si sà è solo invidia. Fregatene di chi non è capace di distinguere i fatti dalle parole e dice di essere coerente. Fregatene perchè qualsiasi cosa farai troverai sempre chi avrà da parlare, ma tu continua per la tua strada.

  • 18 luglio alle ore 14:53
    2014

    Come comincia: Io ce l'ho fatta, puoi leggerlo nei miei occhi, mi sento più bella adesso. Dopo aver versato troppe lacrime per lui, per la sofferenza che mi ha recato, ora mi ritrovo uno sguardo più vero e più limido. Questi stessi occhi hanno visto l'amore frantumarsi e hanno visto lui andar via con un'altra. Questi occhi appartengono a chi ha tanto amato e perso. Le mie mani non tremano più, le uso solo per spostarmi i capelli dagli occhi, per sfogliare le pagine di un libro. I miei piedi non sono più indecisi nel proseguire il cammino, ma sono pronti per avviarsi a seguire un nuovo amore, per mettersi in discussione, sono pronti ad inciampare un'altra volta nel grande labirinto dell'amore, sono pronti ad ascoltare nuove bugie. I miei piedi hanno saputo rialzarsi e oggi sanno dove dirigersi, hanno la forza di rincorrere i sogni a cui aspiro, adesso cammino senza paura. Le mie notti sono dolci, non più insonni come prima, ora vivo di speranza, sorrido, abbraccio le persone a cui voglio un mondo di bene. La mia vita è nelle mie mani, decido con la mia testa, tutto questo l'ho imparato dopo essermi persa e, credetemi, se vi dico che non è stato facile superare. Un amore che si perde non è mai facile. Decidere di ricominciare una nuova vita, non è mai facile. Oggi posso dire che ce l'ho fatta. Mi sento bellissima, mi sono vestita dei miei tanti sbagli, con la mia nuova forza e anche se ho perso l'amore, non ho perso la voglia di amare.

  • 18 luglio alle ore 14:52
    2012

    Come comincia: Sono felice, sto bene e vivo alla grande, questo da fastidio a chi non mi sopporta. Il mio sorriso è motivo di rabbia per chi vorrebbe vedermi a pezzi, distrutta e chiusa in un angolino, ma nessuno potrà spegnere il mio sorriso, la mia forza, la mia voglia di vivere, l'amore che ci metto nelle cose che faccio e la grinta con cui perseguo i miei obiettivi. Io sprigiono vitalità da tutti i pori, amo divertirmi e i momenti felici li condivido con i miei veri amici. Sorrido alla vita e apprezzo tutto quello che mi da. Alla faccia di chi mi odia, io vado avanti senza curarmi minimamente di loro, che vorrebbero vedermi strisciare e implorare aiuto!

  • 18 luglio alle ore 14:41
    2012

    Come comincia: Non sempre le cose vanno come noi vorremmo. In questo mondo di merda ci sono infami che giudicano la vita degli altri, parlano senza sapere e senza conoscere. Chi vive di invidia, di cattiveria e di odio sono piccoli esseri infelici, non sanno che la felicità sta nelle piccole cose e che sono proprio quelle piccole cose a portare in alto o lì lontano dove si vuole arrivare. Non serve odiare, non servono i rimpianti. Alcune cattiverie, alcuni gesti o parole offensive non possono ricevere perdono e certe persone non serve farle rientrare nella propria vita, chi ha approfittato della tua bontà una volta lo rifarà. Perdonare sè stessi, piuttosto, per aver dato fiducia a persone sbagliate.

  • 18 luglio alle ore 14:41
    2012

    Come comincia: Non sempre le cose vanno come noi vorremmo. In questo mondo di merda ci sono infami che giudicano la vita degli altri, parlano senza sapere e senza conoscere. Chi vive di invidia, di cattiveria e di odio sono piccoli esseri infelici, non sanno che la felicità sta nelle piccole cose e che sono proprio quelle piccole cose a portare in alto o lì lontano dove si vuole arrivare. Non serve odiare, non servono i rimpianti. Alcune cattiverie, alcuni gesti o parole offensive non possono ricevere perdono e certe persone non serve farle rientrare nella propria vita, chi ha approfittato della tua bontà una volta lo rifarà. Perdonare sè stessi, piuttosto, per aver dato fiducia a persone sbagliate.

  • 17 luglio alle ore 14:45
    La slitta

    Come comincia: Questa è una piccola storia di un piccolo grande sogno: oggi i bambini trascorrono l'estate divertendosi e giocando, come è giusto che sia, ma un tempo i fanciulli trascorrevano l'estate aiutando i genitori nella stalla, con le mucche e nei campi per la fienagione. Un bambino come  tanti del paesino di Amora, sull'Altopiano di Aviatico, Orobie Bergamasche, a metà degli Anni Sessanta, aveva però un sogno: aveva adocchiato da tempo nel negozio della Elena di Ama (che fungeva anche da bazar e consorzio di mangimi) una slitta in legno, bella, lucente e liscia, con i pattini che sembravano luccicare. Stava appesa sopra il bancone accanto ai salami e agli attrezzi della campagna, quasi in attesa. Il ragazzino desiderava quella slitta con ardente struggimento: si informò del prezzo e decise che sarebbe stata sua. Cominciò a darsi da fare. Era usanza a quel tempo tra compaesani di scambiarsi favori e aiuti attraverso una sorta di baratto basato sul sistema del "ritornare il tempo”. Anche il ragazzino veniva spesso mandato dai compaesani a svolgere mansioni di tuttofare e bergamino, teneva le mucche, tagliava i prati fin nei punti più scoscesi e irti di rovi dove gli adulti non riuscivano a chinarsi, portava i "masöi" di fieno fino alla porta del fienile delle cascine sotto il Poieto... Ma questa volta in cambio voleva le uova. Gli servivano per pagare a rate di quella slitta speciale. A dozzine ne portò alla Elena di Ama, durante tutta l'estate. Ad ogni consegna vedeva avvicinarsi sempre più il traguardo desiderato. Al termine dell’estate la slitta fu sua. Era talmente felice che anche se non era ancora tempo di neve, il ragazzino appena ne aveva la possibilità si metteva seduto sulla sua slitta in mezzo al prato ancora verde vicino a casa sua e accennava a brevi discese.  Una slitta di legno è per sempre. 
     

  • 11 luglio alle ore 15:59
    14827932227

    Come comincia: Non penserete mica che l'aldilà sia etereo, pieno di angeli che se la ridono sulle nuvolette scherzando con le rondini. Niente affatto. Grande fabbricato, grandi uffici:
    - Scusi, lei dove vuole andare?
    - Io sono appena arrivata e mi hanno detto che qui dentro c'è l'ufficio reclami.
    - Ah sì, terzo corridoio quarta stanza, la n.28 per la precisione. Attenda che le do il pass, lo tenga bene in evidenza. Si comporti educatamente altrimenti sarà sbattuta fuori.
    - Bella accoglienza. Grazie.
    Stanza n.28, mi accoglie una signora vestita come certe impiegate di cinquant'anni fa. Mi scappa da ridere.
    - Desidera?
    - Buongiorno, sono qui per reclamare.
    - Ah, va bene, si accomodi pure, ma prima dovrà rispondere a un questionario, lo poniamo a tutti, è obbligatorio.
    Caspita, penso, non solo tutto il mondo è paese, anche fuori dal mondo tutto il mondo è paese.
    Mi siedo, e lei continua a guardare le sue scartoffie. Aspetto, fino a quando si appoggia allo schienale della poltrona e...
    - Cominciamo: lei ha mai patito la fame?
    - No!
    - E la sete?
    - Ma no!
    - Lei ha vissuto guerre?
    - No.
    - Lei è stata ammalata?
    - Accidenti, certo che ho sofferto. Ho avuto un tumore maligno.
    - E poi?
    - Come e poi! Non le sembra sufficiente? E poi sono stata abbastanza bene, fino a quello che... mi ha portata qua.
    - Lei sa quanta gente ha avuto un tumore maligno?
    - No, immagino tanta.
    Seguono numeri a otto e nove cifre e più.
    - Ritiene, sentiti questi dati, di avere sofferto nella norma oppure oltre?
    - Beh, certo, nella norma.
    - Lei ha avuto problemi economici?
    - Lasci perdere questo argomento che mi manda in bestia anche da morta. Comunque ho già capito, nella norma, nella norma.
    - Lei è stata amata?
    - Sì.
    - Sa quanta gente non è stata amata, sa quanta gente è stata dimenticata, torturata, emarginata, lasciata sola nella sua disperazione?
    - No, non lo so, ma immagino tanta, non mi dia dei dati, non mi servono.
    - Comunque signora...
    - Lora, mi chiamo Lora, anzi per la precisione Lora Beatrice Ludovica.
    - Non ha alcuna importanza come lei si chiami, lei è la numero 14827932227.
    - Cosa?
    - E attualmente la sua posizione in graduatoria è al numero 6599766827. Quando ci arriveremo esamineremo il suo reclamo, che adesso lei ha la possibilità di esprimere.
    Non mi ci vuole molto per riflettere:
    - Non importa, credo di avere sbagliato ufficio, forse dovevo andare all'ufficio ringraziamenti.
    - Sì, ma guardi che là, la sua graduatoria è anche molto più bassa.
    - Ma insomma, come fa lei che è all'ufficio reclami a conoscere così bene la situazione dell'ufficio ringraziamenti?!
    -Oh, cara n.14827932227, è molto semplice, perché tutti quelli che sono arrivati là, prima sono passati di qua.  ;)

  • 11 luglio alle ore 9:29
    Una vita avventurosa

    Come comincia: “Tirate fuori agnelli e cacciagione, le scatolette di carne ve le mangiate voi, non prendetemi per i culo!” La frase decisamente sboccata proveniva dal capitano Primo Tabani comandante delle Compagnia della Guardia di Finanza di S.Maria Maggiore (Novara) da cui dipendeva il distaccamento di Lago Matogno, m. 2.000 di altezza, reparto che il cotale ufficiale era venuto ad ispezionate in una bella giornata di luglio. “Intanto presentatevi prima che vi rompa le corna, non avete prese una sola bricolla, bravi, qui siete in villeggiatura, grandi dormite e mangiate  a spese dei poveri baitani, vi fottete le loro donne, intanto presentate le vostre schifose persone , allora..” “Brigadiere Vazzara Efisio, comandante del distaccamento.” “Senti susardo pecoraio qui non comandi un cazzo e poi ricordati che si dice prima il nome e dopo il cognome, ignorante! ” “Finanziere Alberto Minazzo, romano ex studente.” “Con te ci vediamo dopo.” “Finanziere Alessandro Loretelli  coltivatore diretto di Foligno.” “Ti fa schifo dire che sei contadino?” “Finanziere Lupini Antonio contadino di Foligno.” “Ah due paesani, due crucchi senza offesa per i crucchi.” “Finanziere Mauro Roncaccioli di Bologna cuoco.” “Ecco tu mi sei più simpatico, sicuramente ci preparerai qualcosa di buono.” “Finanziere Luigi Martinese macellaio.” “Sei  la persona adatta per scuoiare gli agnelli, a proposito andate a dissotterrarli, li voglio mangiare a mezzogiorno. “ “Finanziere Cesare Mattioni.“ ” Bello robusto non come quello sdrucinato che ti sta vicino che sembra la morte in vacanza, come ti chiami?” “Sono Piero Nisseno siciliano studente.” Il capitano non aveva fatto alcun commento, dalla voce  si evinceva che era omo. “Finanziere Giacomo Minardi di Loreto (An) disoccupato o meglio…chierichetto.” “Sono senza parole, prima un frocio e poi un pretacchione, ma chi cazzo stanno arruolando in Finanza, bah. Lasciamo perdere, Roncaccioli fatti onore, la passeggiata mi ha fatto venire fame e poi ho portato del Barbera, ho visto due fucili da caccia, sicuro sono dei due crucchi e quindi…” Loretelli: “Io e Lupini abbiano cacciato  galli cedroni, pernici e altri uccelli, li faremo un po’ alla brace un po’ nel sugo della pasta, l’agnello arrosto.” Roncaccioli si era fatto onore. Il capitano era un po’ brillo: “Ho mangiato benissimo ma che dico al comandante del Gruppo di Novara che i miei finanzieri sono bravi cuochi ma di contrabbando non ne mangiano proprio…, mettetevi d’accordo con i contrabbandieri, insomma non devo spiegarvi io come fare. Minazzo  vieni con me. Conosco tuo fratello Tenente che comanda la Tenenza di Laglio sul lago di Como dove mia moglie ha un albergo, mi ha pregato di trasferirti a Piaggio Valmara sul lago Maggiore, così ti levi da stè montagne, ti va bene?” Alberto era rimasto senza parole, una notizia meravigliosa, non ce la faceva proprio a  fare chilometri con zaino  in posti pericolosi, l’anno prima un collega era caduto in un dirupo ed era stato ricoverato in ospedale con fratture. “Grazie signor capitano.” “Non devi ringraziare me ma tuo fratello che si scopa mia moglie, non fare quella faccia, potrei separarmi ma la mignotta è piena di soldi…” L’unico non propriamente contento era Piero Nisseno, innamorato pazzo di Alberto era andato a piangere fuori dalla caserma. Alberto lo seguì, gli faceva pena. Considerava gli omo persone sfortunate senza quel disprezzo che la maggior parte della gente provava per loro anche se a lui piacevano i fiorellini. “Alberto te ne andrai presto, per me è una tragedia, anche gli omosessuali si innamorano ed io lo sono di te, pazzamente, prima che tu vada via vorrei…ti ricompenserò, i miei in Sicilia sono ricchi.”
    Alberto lo guardava con aria triste, che fare? Piero prese a sbottonare i pantaloni di Alberto che stranamente non riuscì a ribellarsi. “Ce l’hai grossissimo, mai visto un coso così, il mio pompino lo ricorderai per tutta la vita!” Piero era più bravo di tante ‘signorine’ che aveva incontrato, resistette sin quando…Alberto due giorni dopo rientrò alla Brigata di Montecrestese da cui dipendeva il distaccamento di Lago Matogno destinazione Piaggio Valmara dove giunse nel pomeriggio. L’ingresso non poteva essere stato migliore: casermiere era un certo finanziere Nando Gallozzi  romano del Testaccio. Grandi abbracci: “I colleghi sò tutti burini del nord, attenzione al brigadiere Comandante è basso e grasso, come statura arriva alle spalle della moglie che è un corazziere, si chiama Ambrogio  Bentivoglio soprannominato ‘balle da vendere’ non domandarmi il perché in ogni modo è uno stronzo, attenzione a lui è invidioso soprattutto dei giovani finanzieri che lo fanno sfigurare, a te ti vedo male, vatti a presentare, è in ufficio. Dopo l’avanti l’Alberto sfoggiò una forte battuta di tacchi in l’aggiunta ad un saluto militare. “Sono Alberto Minazzo, vengo dalla Brigata di Montecrestese.” “Ah sei il raccomandato del capitano Pagnani, qui non valgono le raccomandazioni, che titolo di studio hai?” “Ho il diploma del liceo classico” “Abbiamo uno istruito, darai una mano a fare i compiti a mia figlia Irene. Sistemati poi vai in Dogana dai vicebrigadieri Tuminello e Ferrara che ti istruiranno.” Per fortuna i due erano due simpaticoni e lo sottoposero alla  cerimonia di benvenuto portandolo a bar per pagare da bere a tutti i finanzieri in servizio. Anna la barista, dopo una stretta di mano aveva soffermato a lungo lo sguardo di Alberto, aveva fatto colpo ma l’interessato capì che era meglio non sbilanciarsi, chissà con chi se la faceva la cotale e non voleva casini. Naturalmente si beccò una settimana di casermiere che consisteva nei due incarichi contemporanei di piantone e di cuciniere, un lavoro pesante dato che la brigata era composta da 15 elementi, ma se la cavò bene con i complimenti dei due vicebrigadieri ma non del comandante che sembrava sempre incazzato di fresco (in verità aveva i suoi buoni motivi per esserlo, la natura non era stata benigna con lui.) Nà rottura di palle le ripetizioni a Leonora la figlia del brigadiere, la cotale era occhialuta e grassa come una palla (che si poteva pretendere da cotali genitori!). La baby guardava Alberto con occhi sognanti. “Leonora o impegnati nello studio altrimenti riferisco il tuo comportamento a tuo padre e non vengo più.”  “No ti prego voglio almeno vederti!” “Hai detto bene, vederti.” Alberto era il collega di un certo Carlo Toppi che sfoggiava sul braccio destro la scritta ‘Français’ e allora lo apostrofò in quella lingua che lui conosceva bene ma non ebbe risposta. “Carlo fa una cosa, togliti quella fascia, se viene uno straniero di lingua francese fai la figura del pirla.” Un giorno si presentò inn caserma un postino con un pacco raccomandato: “Chi è Alberto Minazzo.” Son io.” “Firmi qui. Sorpresa sorpresa, un biglietto di Piero – spero apprezzerai il regalo, ti ricordo sempre.” Certo che apprezzava il regalo un Rolex d’oro, valeva una fortuna! La cosa più interessante di far servizio ad un valico di frontiera è quella di avere la possibilità di conoscere  gente di tutti i tipi sia italiani che stranieri, ad Alberto interessavano la persone, soprattutto femminucce, che provenivano dalla vicina Svizzera ticinese. La sua attenzione diciamolo francamente di natura sessuale fu attratta dalle ragazze che dall’Italia andavano in Svizzera per lavoro. In particolare una di loro che in bicicletta tutte le mattine  traversava il confine. Al ritorno una sera con la scusa di controllare che non avesse merce di contrabbando  la fece accomodare nel Corpo di Guardia. Documenti: Doris Adamini anni 23 nata a Brescia a residente a Cannobio. “Dove lavora a Brissago?” “Nell’albergo Morettina, come vede non ho nulla.” “Dipende da cosa cerco io.” “Doris guardò a lungo Alberto, inquadrò la situazione e: “Potrei non essere d’accordo non che lei mi dispiaccia ma…” “Va bene domani  sera quest’ora?” “Ehum ehum…” Puntuale alle 19 Doris si presentò al valico, ad aspettarla un Alberto in borghese con l’ormone alle stelle. Andiamo nella caserma dei finanzieri di mare, mangeremo con i colleghi tutti amici. Alberto si era procurato una cassetta di vino Barbaresco, suo prediletto, e lo offrì a tutti i commensali. Vi domanderete come era possibile invitare una ragazza in una caserma  senza creare problemi. Presto detto: il brigadiere di mare comandante della Squadriglia abitava Cannobio e la sera…lontano il gatto i topi ballavano. Il casermiere: “C’è un letto nell’ufficio del comandante che lui usa per il riposino pomeridiano, qui ci sono due lenzuola ed una federa, 100 lire per farle lavare, buon divertimento. Doris non aveva dimostrato alcun imbarazzo, si spogliò completamente. Bruna, capelli lunghi, viso sorridente, belle tette, piuttosto robusta ma non grassa, una natura pelosissima. “Allora sei della Leonessa d’Italia.” “No di Brescia.” Bello stronzo, da una cameriera pretendere che fosse aggiornata con la storia!” La ragazza si dimostrò molto portata per il sesso con grande goduria del suo amante a digiuno da un po’ di tempo, dopo la terza goderecciata ambedue decisero di dormire. Furono svegliati alle sei dal piantone. “Può arrivare il comandante, datevi una smossa.” Doris dopo il bacino finale prese a bici e sparì oltre confine, Alberto a dormire nel suo letto, era di turno alle dodici.  Venne a sapere più tardi che il brigadiere di mare, responsabile del reparto, era stato punito perché lo spione di turno aveva comunicato ai superiori comandi che di notte in quella caserma…Commento dell’interessato: “Voi scopate e a me me l’hanno messa in c…” L’affare Doris fu presto chiuso,la baby doveva aver trovato un altro amore in Svizzera e non rientrava più in Italia. Al valico un giorno Alberto fu colpito dalla vettura di due signore di classe che transitavano con una ‘Borgward Isabelle’ auto piuttosto rara e costosa. Dato il loro passaggio giornaliero pian piano Alberto prese confidenza con le due dame. Un giorno chiese loro dove fossero dirette. “A Intra a prendere un aperitivo, se vuole…io sono Carla Roppi francese di nascita ma residente in una villa sopra Ascona insieme alla mia amica Maria Martens belga indossatrice.”  “Come vedete oggi sono di servizio, se non avete impegni domani  pomeriggio…” “D’accordo, appuntamento a domani, spero che sia simpatico a Fru Fru la nostra cagnetta che vede nel sedile posteriore. Alberto aprì lo sportello e cautamente allungò un braccio, la cagnetta gli leccò una mano.”È piuttosto strano, Fru Fru non fa facilmente amicizia…au revoir.” Alberto indossò il suo abito migliore, non era molto elegante ma…quello offriva la ditta. Precise come un orologio svizzero le due signore si presentarono al confine, Alberto le aspettò un po’ più lontano munito di macchina fotografica, la sua passione. “Ho preferito non farmi vedere dai colleghi, c’è sempre l’invidioso di turno che mi può creare problemi. Intanto le inquadrava: Carla bruna, capelli corti, occhi nerissimi, naso piuttosto pronunziato, bocca carnosa, Carla biondissima, capelli lunghi, occhi di un verde profondo, delizioso naso all’insù, bocca…invitante. “Dopo averci fotografato con gli occhi in seguito potrà farlo con la sua macchina fotografica, Maria è abituata ad essere ripresa, è una modella.” C’era dell’ironia nel tono di Carla e per sottolineare la frase gratificò l’Albertone di un sorriso. Ad Intra posteggiarono dinanzi ad un negozio di moda maschile. Appena entrati furono accolti da un giovane elegantissimo, forse il padrone, che apostrofò le due signore: “Bellissime, cosa vi porta da queste parti, io tratto solo abbigliamento  per i maschietti…”  Carla: “E qui c’è un maschietto da vestire da capo a piedi, Giangi questo è Alberto un nostro caro amico, saprai tu consigliarlo nella scelta di vestiti, camice, cravatte e scarpe, all’opera.” E poi all’orecchio: “Non spogliarlo con gli occhi, lui ama i fiorellini e tu non hai il fiorellino!” Alberto prese da parte Carla: “Mi ha messo in imbarazzo, io non sono all’altezza di…” “Ma io si, non faccia quella faccia, si rilassi a si lasci consigliare da Giangi  e poi diamoci del tu, non siamo ancora due vecchie mammalucche!” A Giangi non parve vero di poter fare un affarone nel vestire da capo ai piedi il nuovo cliente: camice estive ed invernali, pullover, gilet, vestiti interi e spezzati, calze di tutti i colori, scarpe all’ultima moda. “Giangi questo è un assegno in bianco, scrivi tu la cifra senza esagerare, carica il tutto nel bagagliaio della nostra vettura, au revoir.” Seduti al bar Alberto era diventato taciturno, perché tanta generosità, di maschietti in giro ce n’erano tanti e le due signore potevano…”Non ti porre tanti problemi, la vita è breve, appena sarai libero  manderò l’autista a prenderti a Piaggio Valmara per farti conoscere la mia villa, dove vuoi mettere tutta la mercanzia?” Alberto capì che non poteva portarla in caserma e così telefonò ad Anna proprietaria del bar vicino alla Dogana per essere autorizzato a  depositarli a casa sua. Anna gli chiese di passare a casa sua dopo mezz’ora per lasciare suo fratello Ambrogio al bar. Alberto lasciò la maggior parte del nuovo guardaroba portando con sé solo un completo.“Accidenti hai svaligiato un negozio!” “Non io quella signora in macchina…” ”Ricevuto, auguri sei un bravo ragazzo, lo meriti.”
    La situazione ebbe sviluppi imprevisti: Carla invitò Alberto nella sua villa sopra Ascona. “Ti manderò il mio autista a prenderti in Dogana.” “Preferisco che si fermi alla dogana svizzera, non voglio farmi vedere dai miei colleghi.” La solita Borgward era posteggiata sul lato destro della dogana svizzera, all’arrivo di Alberto l’autista scese dall’auto, si tolse il berretto, fece un inchino e chiese la conferma al Alberto della sua identità poi aprì lo sportello posteriore dell’auto. “Come si chiama?” “Fulgenzio signore.” “Bene Fulgenzio, mettiamoci d’accordo: io sono anticonformista, con me niente apertura dello sportello, niente saluto col berretto in mano, io salgo davanti e poi se lei vuole diamoci del tu.,” “Signore come dice lei.” Il lago dalla parte svizzera sembrava diverso, meglio curate le sponde, più cristallina l’acqua, molti alberi ai lati della strada. Dopo due chilometri di salita, veduta della villa veramente imponente, la signora doveva essere molto abbiente. Fulgenzio aprì il cancello col telecomando. “Siamo arrivati.” Carla apparve all’entrata e salutò calorosamente il bell’Alberto. “Benvenuto a casa mia, Maria è a Parigi per una sfilata. L’immancabile Fru Fru,  scodinzolando, diede a suo modo il benvenuto al nuovo arrivato. Contrariamente alle sue aspettative che pensava ad un arredamento all’antica, Alberto si trovò dinanzi ad un arredamento molto moderno, ampie vetrate illuminavano i locali, i mobili di buon gusto  tutti di colore chiaro, un inno all’ottimismo. Un lungo viale, di lato piante basse ben curate, in alto un terrazzamento con delle statue di antichi romani, un vero Eden.  “Vedo che stai apprezzando la mia modesta magione.”  “Chiamala modesta, sono in Paradiso.” A tavola furono serviti da una cameriera in divisa, tutto molto formale, gli unici maschietti erano l’autista ed un vecchio giardiniere a nome Adolfo che, al passaggio della padrona si era inchinato piuttosto servilmente. Il dopo pranzo fuori in giardino. “Io fumo delle Pall Mall e tu.?” “Ho smesso su consiglio del dottore della caserma, un ispessimento del palato poteva portare a conseguenza spiacevoli.” “Bene allora non fumo nemmeno io.” Il pomeriggio passò in una sala con televisione ed un impianto high  fidelity da cui proveniva musica degli anni quaranta, tutto molto rilassante. Ad un certo punto si era materializzato un gatto bianco di grosse dimensioni, occhi azzurri che si avvicinò al Alberto, e, dopo averlo squadrato, si rifugiò sotto il divano. “Cosa strana, sei simpatico a Fru Fru ma non  a Pablo.” “Forse è castrato?” Carla rispose con un sorriso, evidentemente Pablo non apprezzava molto le persone dato il suo stato. Alberto aveva ottenuto quindici giorni di licenza, una sera dopo cena: “Ho pensato molto a te, ho domandato a me stessa questo trasporto verso di te, è la prima volta che mi capita con un uomo o meglio un ragazzo data la tua giovane età, sono in… buoni rapporti solo con Maria. Ho molte difficoltà a raccontarmi, penso possa fidarmi di te dato che con le mie confidenze metto nelle tue mani praticamente la mia reputazione. Come avrai notato conduco un tenore di vita molto alto grazie all’eredità dei miei genitori morti in un incidente aereo. I miei erano persone formidabili, anticonformisti, avevano accettato e protetto il mio essere… fuori del comune, sono un ermafrodita…, i mei all’anagrafe avevano fatto trascrivere il mio sesso al femminile.” Alberto ripresosi dall’iniziale stupore: “Sono un anticonformista convinto e per tale motivo spesso ho dovuto lottale contro i ben pensanti, puoi fidarti di me, permettimi un abbraccio affettuoso, immagino quanto ti sia costata questa confessione.” La sera stessa appuntamento in camera da letto di Carla. La padrona di casa si fece trovare sul vano del bagno, in controluce, la stanza era illuminata da luce soffusa, un letto matrimoniale troneggiava al centro della stanza, lenzuola di seta di gran classe. Carla abbracciando Alberto lo condusse sul talamo nuziale dove si era appostata Fru Fru evidentemente abituata a far da spettatrice alle esibizioni della sua padrona.  La nudità di Carla era piacevole, ad Alberto non erano mai piaciuti i seni troppo prosperosi, gli davano l’idea di volgarità, in questo Carla eccelleva, piccoli ma sensibili al bacio di approccio del giovin signore. Carla delicatamente posizionò il capo  dell’amante sulla sua  sua ‘gatta’, Alberto notò che il ‘ciccio’ di Carla non era troppo grande né in erezione e così poté dedicarsi al clitoride della padrona di casa molto sensibile al contatto della  sapiente lingua di Alberto e dopo un po’ si esibì in un profondo orgasmo che fece vibrare tutto il corpo di Carla  che insistette per averne un secondo e dopo abbracciò Alberto in segno di riconoscimento e lo baciò in bocca, un bacio appassionato, sensuale che come conseguenza portò all’erezione del ‘ciccio’ di Alberto che si manifestò in tutta il suo splendore. “Non ho mai avuto rapporti con uomini, con Maria uso un vibratore, sii delicato.”’ L’allagamento’ precedente della vagina aiutò molto l’ingresso di ‘ciccio’ che giunse sino al collo dell’utero per poi esibirsi in una goderecciata con schizzo finale che fece impazzire la gentile padrona di casa. “Mai provato niente di simile, sei un grande! Che ne pensi di far esibire il mio lato maschile? Mi piacerebbe che lo baciassi a lungo sino a…” “D’accordo ma non godermi in bocca.” Il membro di Carla era di misura inferiore al normale ma molto duro, ci volle del tempo fino a quando Carla  sfilò ‘ciccio’ dalla bocca di Alberto per godere sulla propria pancia, un mare di sperma, evidentemente la signora aveva dell’arretrato da smaltire. “ “Che ne dici di…” “Ho compreso il tuo desiderio ma  sinceramente non mi sento di farti usare il mio popò…” “D’accordo mi accontenterò delle cosine di Maria, penso che anche tu  abbia fatto un pensierino su di lei, sii sincero, sarebbe un bel trio.” Grandi festeggiamenti al ritorno della modella da Parigi la quale comprese subito la situazione e diede il suo beneplacito con un bacio ad entrambi. Il bel trio viveva serenamente incurante degli immancabili pettegolezzi che erano ‘fioriti’ nei loro confronti. Alberto, dietro segnalazione dell’invidioso brigadiere Bentivoglio fu trasferito di sede; per tale motivo chiese ed ottenne di essere congedato. Per non per apparire un fannullone e ‘magnaccia’,  dietro raccomandazione di Carla, si impiegò a Locarno in una ditta di consulenza tributaria. Finale come quello delle favole (ma la loro era realtà), e vissero… 

  • 04 luglio alle ore 20:08
    I sette anni nuovi- la donna nuda

    Come comincia: L’albero dei cento uccelli

    La luce del mattino successivo mi diede il buongiorno con un freddo e azzurro cielo, insieme al cinguettio degli uccelli annidati a centinaia sulla grande quercia, “l’albero dei cento uccelli”, così l’avevo battezzato al mio arrivo in quell’ameno paese marino. Oasi di ogni mio rientro a casa, convolvolo dove riparava il mio animo taciturno.
    L’albero dei cento uccelli mi veniva incontro, sulla strada del ritorno al mio rifugio alla sera, e mentre lentamente scendeva il silenzio fra i rami, arrivava forte il profumo dei ceppi nel camino che si insinuava nelle narici evocando immagini di famiglie riunite, di paioli sul fuoco, di tavole imbandite. Scoppiavano i profumi della mia famiglia, del mio focolare, della mia vita, nella mente scoppiavano i giorni andati e si dibattevano in una immane lotta per fermare il tempo perduto. Scoppiavano lacrime pesanti che come petardi cadevano incandescenti sul mio cuore e bruciavano le viscere, il sangue era lava che nel passaggio ardeva la pelle.
    La mano dei miei bambini, dei mie figli o dei miei nipotini, di chi? Di chi era la mano che solleticava leggera la mia? Sulla pelle violacea e gelida per il freddo, mi sembrò di sentire la mitezza di quelle dita e fra i suoni delle fronde al vento, le loro risa squillanti e le loro corse di corpi leggeri, danzanti nella giocosa scorribanda.
    Non c’erano bimbi sulla strada buia, tanto meno i miei, c’era il vento impietoso che sferzava il mio corpo indifeso; e lontano, grida di gabbiani spruzzate di onde.
    Eppure sotto la grande quercia li sentivo, sentivo le loro mani cercarsi sfiorando la mia gonna nel rincorrersi, sentivo le manine stringersi ai miei vestiti e tirarmi nel loro gioco, e nei gorgoglii delle vocine il mio nome: “mamma! Mamma, nonna, mamma, cercami, sono qui, lui è lì, non ci vedi? Siamo più furbi di te, ma mamma… nonna! Mamma, nonna, hai perso!…”
    Ho perso.
    Ho inciampato e sono caduta, nel passato.
    Volti e immagini di istanti si sovrappongono, emozioni identiche si abbarbicano a tempi diversi, a bimbi diversi. I miei figli? I miei nipoti? Di chi sono queste voci e questi teneri corpicini, questi amori, di chi sono.
    Il cuore si arrotola su se stesso, confonde il suo compito e non pompa nei suoi ritmi, si arrotola e conforma ogni orizzonte.
    Muta e ferma e rinchiusa nel debole involucro di me stessa, mi vedo centrifugare nel vortice di un dolore che non sa mostrarmi vie di scampo. Animale ibrido, feto indeciso in un utero sconosciuto; scalcio nel tempo liquido che non mi riconosce, e non mi riconosco nel mio tempo, annaspo in acque che non so se sono le mie, follia di un'anima in cerca del suo corpo. Del suo tempo.
    Il mio tempo di mamma dov'è, quando finisce il tempo di una mamma.
    Lontana dai miei figli sento ingrandirsi sempre più il vuoto del mio ruolo sospeso in un argine di mondo che oggi mi ospita, che tenta di riconciliarmi, di mostrarmi quali siano i ruoli di ognuno, quali siano i dispiaceri che abbiano diritto di alloggiare momentaneamente in un essere umano. I miei figli, bimbi ormai adulti, ma figli. I figli di mio figlio, bimbi.
    Rivolta ai pochi bagliori rimastele, l'anima mia sussurra parole e in cunicolo del cielo, a loro le invia:
    Ti ho lasciato
    Ti ho lasciato, figlio mio
    andare via in un sussurro
    mentre un urlo avrei voluto
    lanciare dallo sterno
    Ti amo, ti amo mio bambino
    uomo d’oggi ormai adulto
    eppure ‘si piccino
    e d’amore bisognoso
    di mamma e braccia larghe
    che avvolgendoti cancelli
    tutto il male e le tristezze
    che il destino ci ha donato
    per condividere il bisogno
    d’esistenze rinnovate
    Ci vuol forza bimbo mio,
    uomo ormai adulto,
    per percorrere la vita
    che ignari abbiamo scelto
    quando nell’ombra di un’aurora
    il nostro sì alla vita è stato detto
    Ti amo, figlio mio
    e se una piuma mai vedrai
    sulla tua spalla abbandonata
    accarezzala e sorridi
    che mamma tua è lì appoggiata.

    E sotto l'albero dei cento uccelli, carezzata da una piuma scivolata dal vento, lascio la mia anima appoggiata sulla spalla dei miei figli.
    Non sono strilli di bimbi, né figli né nipoti che accarezzano la mia aria, e il tepore che mi sembra di assaporare sulle mani non è il tocco di manine di bimbi, né miei né di altri, è il sangue che ancora come lava arde, e vuole irrorare queste mie mani gelide e violacee dal freddo che mi pervade, dentro e fuori. Cado sulle ginocchia su quest'asfalto che pure sembra abbracciarmi e consolarmi. Sono caduta, ho inciampato nel passato e sono caduta.
    Sono caduta nel passato, in un giorno del giorno di ieri.

     

  • 03 luglio alle ore 17:43
    Mio padre...Saverio Sergi, "u pintu"

    Come comincia: Mio padre, Saverio Sergi detto "u pintu" (dipinto) per le macchie del vaiolo contratto da bambino, calzolaio e fervente comunista... italiano...diceva lui e a capo di una famiglia che, come tantissime dei suoi tempi, era numerosa e composta da 6 fratelli ed 1 sorella di cui 2 non ci sono più ed io ero il più piccolo.
    Non ho mai saputo il perché mio padre aveva un debole per me…(non so…forse perché ero l’unico che aveva continuato gli studi e quindi riponeva una speranza in me…non so) e aveva gesti verso di me estremamente cari e pieni d’affeto ma anche duri per impartirmi l’educazione giusta ed anche ai miei fratelli…naturalmente.
    Questo lo dico perché non era uno che faceva molte smancerie e non dimostrava a parole il suo affetto e penso che in 24 anni (avevo quest’età quando è mancato) lui non mi abbia mai detto ‘ti voglio bene’. 
    Sia a me che ai miei fratelli non ci ha mai abbracciato e nemmeno ci ha mai baciato se non in rare occasioni, nè tanto meno ci ha mai accarezzato ma il suo affetto ce l’ ha dimostrato sempre e giornalmente con piccoli gesti in quel poco tempo che aveva fuori dal lavoro: una disponibilità illimitata, abbracci al momento giusto, la parola giusta al momento giusto, la sua presenza al momento giusto…insomma …una persona equilibrata ma con pochi sorrisi, a dir la verità.
    Abbiamo imparato a capire il suo modo di fare e di essere e lo rispettavamo.
    Lo dico senza peli sulla lingua: mi ritengo fortunato per aver avuto un padre così....per tutto quello che mi ha insegnato e per esserci sempre stato. 
    Penso di non avergli mai detto ‘ti voglio bene’ a voce e devo dire che a volte mi sarebbe piacuto dirgli tutto ciò che penso... dirgli quanto lo stimavo, quanto per me era importante e quanto gli volevo bene sebbene la sua durezza per il rispetto delle regole familiari.
    Mi piacerebbe dirgli che se oggi io sono così lo devo soprattutto a lui (e ovviamente anche a mia madre), che con enorme pazienza mi ha insegnato tante cose... cose importanti come l'onestà, la lealtà, la semplicità, l'umiltà, la correttezza, il rispetto per ogni essere vivente...dalla natura all'uomo, il non perdersi d'animo e la voglia di fare qualcosa per gli altri. 
    Negli ultimi tempi, prima di mancare parlavamo molto e mi ha insegnato tante altre cose.
    Mi ha insegnato che prendersi cura della natura e degli animali significa poi prendersi cura di sè stessi e dell'uomo. 
    Mi ha insegnato che sognare non fa male se si tengono i piedi per terra e che è giusto inseguire i sogni. 
    Mi ha insegnato che tutto si può fare, basta impegnarsi e provarci. 
    Avrei voluto poter trovare un modo per fargli capire quanto gli sono stato grato per tutti quei 24 anni e dirglielo in faccia ma non ho fatto in tempo…purtroppo.

  • 02 luglio alle ore 11:30
    Sorrisi da trasmettere

    Come comincia: Ho menzionato i miei genitori, Sergi Saverio e Surfaro Concetta, in varie poesie in vernacolo calabrese ma questo che oggi mi va di raccontare li riguarda in un giorno particolare.
    Gli ero attaccatissimo e ancora oggi, a tantissimi anni dalla loro dipartita, rivolgo un pensiero soprattutto negli anniversari di morte e nelle feste tradizionali.
    Racconterò di quando compirono i 25 anni di matrimonio che non festeggiarono come si usa adesso ma in modo sobrio e con mia madre che cucinò come fosse una domenica come tante altre e con i figli che comprammo delle paste e dello spumante per brindare con loro a quell'evento importante che avevano raggiunto.
    Avevo 12 anni e ricordo che stetti bene veramente perché, come mai negli anni passati, li vidi allegri e sorridere veramente di cuore.
    Ricordo che la cosa che mi lasciò anche un pò meravigliato, perché in famiglia non succedeva spesso, essendo noi figli un pò restìi a rispettare delle regole, e non solo familiari, ch'egli voleva rigidamente impartirci, è che ho visto mio padre ridere di gusto ed è stato bellissimo, abituato a vederlo spesso corrucciato e arrabbiato con me ed i miei fratelli.
    Poi ricordo i sorrisi di mia madre che invece lei elargiva spesso e che poi, purtroppo, finirono con la malattia di mio fratello Ninì e con la sua morte.
    Vederla godersi quella giornata mi riempì di una felicità così immensa che non riesco a descrivere e proprio quel giorno mi resi conto, vedendola così felice, di volerle un bene infinito.
    Volevo bene a entrambi ma mentre il rapporto con mio padre era diverso, poiché scoprivo giorno per giorno, in base ai suoi consigli ed insegnamenti, ch'ero simile a lui, per mia madre invece sentivo quel "qualcosa" in più che me la faceva voler bene in modo più intenso e particolare rispetto a lui e certamente avrei fatto di tutto per vederla sempre felice come quel giorno.
    Comunque, tutti quei sorrisi ed emozioni provati soprattutto da loro quel giorno, aumentarono nel momento del brindisi e così felici a loro volta resero felice me ed i miei fratelli per vederli così lieti in quel bellissimo evento che, per colpa del destino, non si sarebbe più ripetuto.
    Questa giornata è rimasta indelebile nella mente e nel cuore e avrei voluto che si fosse ripetuta negli anni a venire ma purtroppo la vita, come riserba gioie riserba anche dolori e anche se si dice sempre e banalmente che "bisogna andare avanti", sì...si va avanti ma non sarà più lo stesso.
    So solo che i sorrisi di quel giorno bastano ed avanzano per me per poterli, come già sta succedendo, trasmetterli sempre e comunque alla mia famiglia, a mia moglie e a mia figlia e perché no...al mondo intero.

  • Come comincia: Guardando un video e lieto della tenerezza e della simpatia della coppia protagonista che fa manualmente il pane casereccio, mi vengono in mente tanti mestieri ma tra questi ricordo quelli che ritengo i più importanti perché di gran lunga più in uso e che adesso sono quasi scomparsi come per esempio i calzolai, dei quali a Melito di Porto Salvo si sono perse le tracce.
    Tra questi vi erano Domenico (Mico) Scordo, Scapolla e mio padre che, a detta dei melitesi, miei compaesani, come loro ce n'erano pochi bravi nel rattoppare scarpe e, nel caso di mio padre, anche a farle nuove.
    A dire il vero anche panettieri ce n'erano poco e tra questi Ciccio (Baffa) Toscano del Paese Vecchio (che dicevano facesse il miglior pane con i famosi "biscotti di pane"), Saverio Tripodi alla frazione Lacco e Benito Romeo al rione marina; con loro ricordo che in casa avevamo sempre buon pane fresco e fragrante.
    Di falegnami non ce n'erano neanche tanti ma questi pochi erano veramente bravi come i "maestri" (come venivano definiti) Salvatore (Turi 'u nòbili), Pietro Patera e Giacomo (Black) Romeo che fra i tre era il meno richiesto.
    Devo far presente, per diritto di cronaca, che, sebbene tutt'e tre fossero accaniti fumatori, non vi fu alcun caso d'incendio nelle loro falegnamerie.
    Come dicevo questi mestieri erano pochi mentre ora sono meno di poco e se adesso le scarpe che possono esser riparate le butti e le compri nuove come le porte o le finestre o i portoni, un motivo ci sarà.
    Tra i tant'altri mestieri solo il panettiere ancora resiste e che, vuoi per l'importanza del prodotto o per il fatto che gli odierni supermercati sono provvisti di panettieri ed anche bravi, fan sì di aver tutti i giorni sulla tavola del pane di ottima fattura e di tutte le speci e forme possibili ma che io, personalmente, non cambierei con quello dei maestri panettieri della mia fanciullezza che ancora ne ricordo il profumo che aleggiava in cucina quando mia madre, dopo averlo ricevuto perché, (come il Toscano) lo portavano anche a domicilio, lo adagiava sulla tavola dopo averlo affettato delicatamente.

  • 02 luglio alle ore 7:52
    Dolci ricordi

    Come comincia: Oggi è stata una splendida giornata di sole e so che parecchi amici e conoscenti si sono riversati al mare a prendere il sole e a tuffarsi…dove sarei andato volentieri anch'io ma, purtroppo, lavoravo.
    Penso però che anche con un caldo asfissiante mi sarei incamminato volentieri in uno di quei sentieri su in collina in cui puoi trovare e raccogliere more, lamponi, mirtilli e farne poi un'ottima marmellata.
    Allora la mia mente è ritornata indietro nel tempo quando ancora ragazzo, d'estate, insieme agli amici partivamo per raccogliere questi frutti di cui eravamo golosissimi (soprattutto delle more, in una zona in cui se ne trovavano tante) perché poi le nostre mamme insieme alle nonne facevano le marmellate.
    Mi ricordo ancora il profumo che si spandeva per tutta la casa, quando bollivano: un odore inconfondibile, intenso.... di buono.
    Mi ricordo anche che era una delle poche cose che mangiavo volentieri, spalmata su delle fette biscottate o su una fetta di pane casareccio insieme a un pò di ricotta fresca insieme al latte appena munto.
    Sapori di una volta che non ho più ritrovato.
    Se ci penso e chiudo gli occhi mi ritrovo ancora lì, nella casa colonica di zia Cata in cui ho trascorso i migliori anni della mia infanzia... gli anni più spensierati e felici della mia vita....

  • 26 giugno alle ore 9:04
    Poliamori

    Come comincia: “Mi ha telefonato Adrian, sarà a casa domani pomeriggio…” Un lungo pianto era seguito a questa frase, Lory era proprio disperata, durante i quattro mesi di assenza del marito, ingegnere impiegato presso una piattaforma petrolifera allacciato una relazione con Roberto abitante nel suo stesso palazzo in via Cavour a Roma e se ne era innamorata pazzamente ,il ritorno del legittimo consorte l’aveva trovata impreparata ad accettare le sue richieste sessuali. Era proprio distrutta, i rossi capelli arruffati, i meravigliosi occhi verdi pieni di lacrime, il bel seno sussultava per i singhiozzi, che ne era della statuaria Lory ammirata da tutti i maschietti che incontrava? Anche Roberto erta entrato in  crisi vedendo la disperazione dell’amante, ogni frase sarebbe stata inadeguata, forse inopportuna e così rimasero abbracciati in silenzio. Quella sera sua moglie Liliana gli aveva preparato una cena a base di brodetto di pesce molto gradito di solito dal consorte ma…”Mi si è chiuso lo stomaco, oggi in palestra mi sono innervosito con un cliente (era un personal trainer) sarà forse un po’ di gastrite, vado a letto.” Liliana, delusa, mise il tutto in frigo. Roberto ebbe un breve sonno, si alzò quando udì dei rumori provenienti dal sovrastante appartamento dove alloggiavano Adrian e Lory, non ci voleva molta fantasia per capire cosa stesse succedendo, sentì un groppo allo stomaco. Liliana lo raggiunse sul divano del salone e prese fra le lunghe mani diafane il volto del marito. La consorte era veramente attraente, alta, bruna di capelli, occhi nocciola, seno non molto prosperoso, gambe da ammirare ma soprattutto intelligente, aveva compreso la situazione anche perchè…”Voglio metterti al corrente di un fatto che non ho avuto modo di…o meglio quando una sera sono rientrata a casa tardi, eri a letto e non ho potuto metterti al corrente della liaison particolare che si era creata fra me e Lory. Avevamo bevuto un po’ troppo dello Cherry Brandy che  piace ad ambedue ed abbiamo avuto un rapporto… intimo. Dapprima Lory ha preso ad accarezzarmi, poi mi ha baciato a lungo in bocca e poi..si è spinta più in basso, mi sono fatta coinvolgere anch’io e…”  Roberto si era sempre dichiarato anticonformista ma alla confessione di Liliana rimase perplesso, troppi pensieri di colpo in testa. “Debbo, come dire, digerire la situazione, penso che  Lory ti avrà messa al corrente del…nostro rapporto, non ti preoccupare, in fondo una situazione boccaccesca è divertente!” I giorni passavano senza  che Roberto e Liliana avessero notizie dei sovrastanti vicini finché un giorno: “Sono Adrian, è qualche giorno che sono rientrato a Roma, vorrei dare a casa mia una festa per il mio ritorno, è per sabato sera alle 20, ci sarete?” Rispose Liliana: “Certamente, sarà un piacere, dobbiamo portare qualcosa?” “No ho provveduto ad interessare i proprietari del bar Old Station vicino a S.Maria Maggiore, provvederanno tutto loro, a sabato.” L’appartamento di Adrian sovrastava quello di Roberto e di Liliana ma il padrone di casa aveva comprato quello vicino così da crearne uno da 300 metri quadrati, una reggia con immenso salone. Era ricco di famiglia, svedese di nascita, adottato da due coniugi romani benestanti, era rimasto orfano a vent’anni per la morte in un incidente stradale dei genitori adottivi, si poteva permettere una vita lussuosa. Dopo la laurea in ingegneria aveva ottenuto un posto di tecnico presso una piattaforme petrolifera dell’ENI, unico inconveniente la lontananza dalla moglie. Il sabato pomeriggio era stato dedicato da Roberto al barbiere e  Liliana in un vicino istituto di bellezza, era veramente in forma poi con un vestito largamente scollato e corto era veramente sexy. Il loro ingresso nell’appartamento di Adrian fu trionfale, il padrone di casa diede la mano a Roberto ma prese sotto braccio Liliana riempendola di complimenti. “Non ti ricordavo così sexy, sei uno schianto, immagino quanto mosconi tuo marito dovrà allontanare da te.” Per ora il moscone era lui, per quasi tutta la serata si impadronì di Liliana che sembrava divertita. Roberto prese a ballare con Lory, sembrava dimagrita non riusciva a sorridere, facile capire la situazione. “Cara Liliana, sai che sono un immaginifico, troverò una soluzione, stringimi forte, non vedi tuo marito che se la sta facendo tutta la sera con Liliana, imitiamoli.” Lory si allontanò, stava piangendo, al ritorno sembrava rinfrancata. “Roberto al solo vederti mi son sentita meglio, mi dici che troverai una soluzione , sicuramente Liliana ti avrà messo al corrente delle nostre…non mi giudicare male, voglio molto bene a tutti e due, sono sincera ma…” “Ti ho promesso una soluzione , se convinco Liliana a seguirmi…” Roberto si avvicinò alla consorte: “Strofinati con Adrian finchè lo fai partire di testa, vedo come ti guarda a soprattutto stringe…” “Non ci vuole molto, quando balliamo si strofina in continuazione col  suo coso duro, m’ha confidato che da buon svedese ama di fatto di donne le brune ed io…bruna sono!” Roberto e Liliana ripresero il solito tran tran, Roberto in palestra a far il personal trainer, Liliana in farmacia dove lavorava sinché un pomeriggio: “Adrian è uscito, vengo da voi.” “Liliana ti prego dammi una mano, tuo marito mi manca da morire, se tu potessi…” “Parlerò con Adrian da uomo a uomo,venite sabato sera a casa nostra, Liliana è una buona cuoca.” E così fu, Adrian in compagnia della consorte si presentò con una cassetta di Dom Perignon ed un vassoio di dolci. “Sono deliziosi come la padrona di casa.” Lo svedese si era sbilanciato, Liliana gli piaceva troppo si vedeva da lontano come la guardava, d’altronde le signore avevano fatto a gara in fatto di vestiti sexy. Lo champagne aveva fatto effetto soprattutto su Adrian che prese a ballare con Liliana sempre più stretto incurante degli sguardi della consorte e di Roberto. Si erano fatte le due: “Adrian che ne dici se domani andiamo  a fare un passeggiata a Colle Oppio, sotto l’ombra di un pino, potremo parlare su un argomento penso per noi importante. Buona notte.” Lory ebbe uno sguardo di ringraziamento. “Allora Adrian cerchiamo di inquadrare la nostra situazione familiare, con tutta sincerità. Vedo che ti piace molto mia moglie, io non sono geloso e, se le signore sono d’accordo, vorrei proporti un come si dice in gergo un’poliamore’. Si tratta di avere l’uno con la consorte dell’altro una rapporto più intimo, ma la situazione è complessa: occorre avere la padronanza delle proprie emozioni, gestire la gelosia, avere una buona apertura mentale e molta lealtà, Essere legati affettuosamente e  sessualmente è complicato, pensa bene prima di rispondermi, parla, se vuoi con Lory, vedi se è d’accordo…” Adrian: "Voglio dividere la mia vita con voi, sento nei vostri confronti un'attrazione particolare mai provata prima d'ora, spero sia contraccambiata." e poi prese a baciare in bocca Liliana la quale, benché sorpresa, rispose al bacio, in fondo lo svedese non era male e poi si era fatta sua moglie!

  • 23 giugno alle ore 14:05
    Aspettando l'uccello a cantare

    Come comincia: Comincia spesso intorno alle due del mattino. Una canzone così lirica come qualsiasi angelo, scivola fuori dagli alberi quasi casualmente, come se il cantante non avesse idea di come è magico. È un canto di pura gioia, i suoi lillies e trilli sono come la risata attraverso l'oscurità. Spesso scivolo dalla biancheria fresca di aria condizionata e vado alla finestra della terrazza  per ascoltare, per stupirmi, per applaudire. Non ho idea di che tipo di uccello sia, o anche se qualcuno altro possa sentirlo. Forse canta solo per me, una creatura spettrale che visita una che sa è sveglia e ascolta.
    E naturalmente sono sveglia.
    Sto leggendo.
    Notti estive, quando l'aria è ancora come uno sguardo fisso e si siede pesante sul tetto della casa, spesso mi trovo a leggere. La pila di nuovi libri sul mio letto è una torre di tentazione che mi è impossibile resistere. Ci sono nuovi libri e alcuni vecchi che mi sono persa.Sto facendo la mia strada attraverso la pila come se fosse una scatola di cioccolatini preferiti, ognuno più delizioso dell'ultimo.
    In questi momenti difficili trovo che sto raggiungendo sia comfort che fuga. Forse. 

  • 21 giugno alle ore 12:09
    Doppio incidente

    Come comincia: Attraversò la strada in tutta fretta e fu preso sotto da un’auto. Non aveva gettato una sola occhiata al semaforo.
    Rimase a terra per qualche secondo, poi si tirò su in piedi grugnendo.
    Un uomo, grande e grosso, uscì dalla sua Audi A4. Imbufalito si fece subito dappresso al tizio che aveva investito.
    I due vennero alle mani.
    Un capannello di curiosi rimase a godersi lo spettacolo, non capitava difatti tutti i giorni che due energumeni se le suonassero di santa ragione. I bambini erano i più divertiti: c’era chi tifava per l’uno e chi per l’altro.
    I pugni volavano veloci e precisi, quasi sempre al volto.
    I due contendenti pareva fossero uguali per forza e carattere.
    L’incidente aveva inciso poco o niente sul loro spirito battagliero.
    Con il volto tumefatto, nessuno dei due intendeva gettare la spugna. Grugnivano e la gente si divertiva proprio come a un incontro di boxe.
    Un pugno raggiunge alla tempia uno dei due, che cadde a terra senza un lamento.
    Immobile.
    Era chiaro che era morto sul colpo.
    Lo spettacolo era finito. Alla fine qualcuno aveva chiamato il 113.
    Quello che era stato preso sotto dall’Audi A4 scosse il capo mentre gli venivano messe le manette ai polsi.

  • 20 giugno alle ore 13:53
    Gli amori del giovane Alberto

    Come comincia: L’amorale, chi è l’amorale? Non andiamo a scomodare il vocabolario o il Boccaccio, ognuno di noi può avere un’opinione al riguardo ma con certi limiti come quelli del buon gusto, della non violenza e del non creare problemi agli altri anzi cercando invece di aiutare quelli che soffrono e gli indigenti, un utopista ed anche uno zozzone come direbbero i ben pensanti. io sono fra questi ultimi non i ben pensanti ma fra gli zozzoni, la assoluta libertà delle proprie azioni parlo principalmente nel campo del sesso. Inorridisco quando vengo a conoscenza di certe punizioni nei paesi mussulmani a cui vengono sottoposti gli omosessuali che, a dire di alcuni dei loro medici possono essere curati ma di quale malattia? Quella di avere un corpo diverso dalla natura del proprio cervello? Dove voglio arrivare, forse lo avete capito: al sesso, lo amo profondamente, mi dà e mi ha sempre dato sensazioni meravigliose. Ne ero venuto a contatto sin da bambino, parlo di un ragazzino di dodici anni che era a contatto con una realtà esterna diversa da quella di casa sua dove il puritanesimo era imperante. La seconda guerra mondiale scatenata da pazzi sanguinari mi avevano portato ad essere trasferito, in qualità di sfollato da Jesi, cittadina vicina ad Ancona, dove dimoravo con i miei genitori, a S.Anastasia frazione del Comune di Cingoli in provincia di Macerata. Abitavo nella grande  casa dello zio Fefè (ricco proprietario terriero) che aveva sposato zia Lilli, sorella di mio padre, io e vari zii ed i nonni paterni. Vicini a noi in altro grande edificio di proprietà dello zio Camillo: (parente dello zio Fefè) magrissimo, altezza 1,90 un solo dente visibile si erano ‘accampati’ varie famiglie di anconetani fuggiti dai bombardamenti da parte degli allora non ancora alleati. Il loro problema era quello di sopravvivere finanziariamente, i maschietti erano tutti pescatori ed a S.Anastasia di pesce ce n’era ben poco anzi proprio niente e quindi chi portava a casa il ‘mangime’ quotidiano? Bella domanda le loro femminucce tutte piuttosto giovani e se non  proprio dee della bellezza erano sicuramente apprezzate dai locali villici le cui mogli, anche per le molte gravidanze, non erano propriamente appetibili. I cotali pagavano le loro prestazioni sessuali in contanti (raramente) o con prodotti della terra sempre apprezzati dalle famiglie delle signore. Io ( a proposito mi chiamo Alberto) ero diventato amico di Alda una mia compagna di scuola di due anni più grande  che abitava con i genitori nel casermone degli anconetani. La cotale chissà per quale recondita ragione diceva di saper cucinare e mi portava nel sottosuolo del loro casermone dove c’era un frantoio e una cucina in disuso da anni. Io, innamoratissimo della bionda ed alta Alda mi prestavo malvolentieri ad far l’assaggiatore delle sue schifezze finché un giorno glielo dissi apertamente ed Alda, con una grande risata: “Ti farò divertire in altro modo.” E prese a spogliarsi nuda, mutandine comprese mostrando un buchino circondato da tanti peli… Quella visione per me assolutamente nuova mi fece un effetto strano ossia il coso, con cui normalmente facevo la pipì, divenne duro e Alda lo prese prima in mano e poi in bocca… evidentemente era già un’esperta nel campo del sesso. Cielo toccato con un dito, i pomeriggi, sistemata la questione dei compiti (svolgevo anche quelli di Alda), ci davano al sesso non più da bambini, insomma ero diventato maschietto a tutti gli effetti. Il problema sorse quando mi accorsi che Alda era in intima amicizia con ragazzi di età più avanzata della mia, circa 18 o 20 anni che non tolleravano la mia invasione sessuale in quello che consideravano il loro campo e così, mio malgrado, dovevo accontentarmi dei..rimasugli cosa da me non gradita e così presi guardarmi intorno  ebbi la gradita sorpresa di incontrare Fulvia figlia di un contadino di zio Fefè che spesso lavorava nell’orto dello zio. Alta, bionda, occhi verdi, formosa, sempre sorridente non sembrava proprio il prodotto di genitori bassi e neri di capelli e di carnagione scura (troppo sole) ma forse qualche svedese di passaggio…Mi domandai come conoscerla più da vicino e idea idea pensai di immedesimarmi fotografo avendo notato che lo zio Fefè era proprietario di una Kodak con la quale riprendeva i paesaggi ma soprattutto le contadine sue dipendenti in pose come dire discinte e le interessate ‘ci stavano’, si trattava sempre del loro padrone ed allora erano tempi ben duri per i coltivatori della terra non proprietari della stessa. Lo zio Fefè, vecchio mignottaro, aderì alla mia richiesta sorridendo con fare di complicità, d’altronde in giro si diceva che due figlie di contadini gli assomigliassero un po’ troppo…D’altronde lo zio aveva per moglie una insegnante elementare una puritana ingenua in fatto che di sesso non ne mangiava proprio. Più in là vi racconterò una disavventura della zia Lilli per la quale risero a lungo un po’ tutti gli abitanti di S.Anastasia. Ritornando a me, con la Kodak un pomeriggio mi presentai da Fulvia chiedendo di mettersi in posa per delle foto. La cotale in principio rimase senza parole ma poi aderì alla richiesta (ero pur sempre il nipote del padrone). Fulvia per quei tempi era una anticonformista, d’estate aveva l’abitudine di non mettere il reggiseno che la faceva sudare, indossava solo una leggero vestito, fra l’altro corto. Mi tremavano un po’ le mani quando Fulvia sfoderò un seno e più tardi si girò di spalle e mise in mostra un bel popò. Come Dio volle (ma non penso che Dio in quei momenti si interessasse a me, non che per me fosse importante dato che ero ateo come mio padre) finii di scattare venti fotogrammi. Il successivo giorno mi recai a Cingoli e portai il rullino ad un fotografo. “Ragazzo passa fra due ore.” Girai per la città fra turisti vocianti, la maggior parte romani, e dopo due ore mi ripresentai al fotografo. “Giovane non sono foto che posso darti, sono pornografiche!” Lampo di genio da parte mia: “Sono di mio zio Fefè U, non ne so niente.” Il nome di mio zio fece ‘impressione’ al fotografo che, preso il compenso, mi consegnò le foto senza ulteriori commenti. Il pomeriggio successivo condussi Fulvia nello sgabuzzino degli attrezzi e le mostrai le ventiquattro foto, un successo. “Sembro una diva del cinema, grazie tante quanto ti devo?” “Puoi ricompensarmi in natura.” La baby non capì il mio asserto, pretendevo troppo da una illetterata (allora le femminucce contadine non andavano a scuola.) Mi espressi più chiaramente abbracciandola e mettendole in mano ‘ciccio’ ben duro paventando una sua risposta negativa che non solo non venne ma la cotale lo prese in mano  facendo su e giù con ovvio finale. “Le farò vedere al mio fidanzato, abita a Troviggiano e fa il sarto.” “Ora farà anche il cornuto” pensò Alberto e da quel giorno il loro appuntamento fu quasi quotidiano. Lo zio Fefè si accorse della situazione e: ”Giovanotto stai esagerando, sei troppo dimagrito, non più di due volte alla settimana, comprendi?” Compresi e seguii le sue direttive sino alla fine della guerra quando rientrai a Jesi con grandi pianti della ormai innamorata Fulvia. Vi avevo promesso un episodio della ingenua zia Lilli: Come precedentemen- te detto le ragazze non sapevano leggere al contrario dei maschietti che frequentavano la scuola sino alla quinta elementare e quindi, quando dal fronte di guerra scrivevano alle loro fidanzate le lettere venivano loro lette dalla maestra Lilli . Durante la festa della trebbiatura Spera, una figlia del contadino vicino casa loro chiese a zia Lilli di leggere la lettera del suo ragazzo presenti tutti i contadini della zona. La zia come precedentemente detto era ingenua da morire lesse: “Ti ho rotto la cocchia ma ti sposo.” Anche se non siete cingolani avrete capito coss sia la cocchia ma non la zia che rimase basita nel vedere il risultato delle sue parole. A Concetta il vino uscì dal naso, Peppe, suo marito si stava soffocando con un boccone, Giovanna scappò via per essersi fatta la pipì addosso, insomma un caos generale che rimase a lungo nella mente dei contadini. Ritornati a casa Lilli al marito: “Imbecille mi potevi avvertire cosa voleva dire quella parola!” Fine della guerra, ritornato a Jesi fui iscritto alla prima media nel collegio dei Francescani così rimanevo fuori di casa sino alla sera (i miei genitori lavoravano, papà in  banca mi madre aveva un negozio di coloniali) ma le cose fin dall’inizio non andarono nel verso giusto nel senso che io contestavo la religione cattolica forte dei libri letti sull’argomento. Il direttore aveva l’abitudine il sabato di ‘metter su  un processo ai vari personaggi della Bibbia. Quando fu la volta di Giuda come pubblico ministero si propose il secchione della classe ed io mi autonominai difensore d’ufficio. Quello del Pubblico Ministero fu un ovvio sproloquio infarcito di paroloni e luoghi comuni quando venne il mio turno dissi solo poche parole: “Chiedo l’assoluzione di Guida in quanto non poteva sfuggire ad un destino già a lui assegnato dalla divinità.” Dopo vari processi a personaggio famosi in cui era sempre l’avvocato difensore, il preside si ruppe le palle e chiese a mio padre di ritirarmi dal collegio: “Suo figlio non  solo è ateo ma mi sobilla tutta la classe, lo scriva ad un istituto pubblico.” E così fu. Il mio profitto scolastico era buono, mi piaceva fare bella figura in classe. Ero compagno di banco di una certa Laura ingenua ragazza di un paese vicino alla quale propinavo gli scherzi più cattivi dopo aver capito che con lei non c’era niente fa fare in fatto di sesso. Laura da buona credente cristiana ogni mattina, prima di entrare in classe, si recava in chiesa per pregare. Io malignamente riferii la cosa al prof. Gatti, insegnate di materie letterarie, ateo e mangiapreti come si diceva allora con la conseguenza che Laura veniva interrogata con domande astruse alle quali non sapeva rispondere e tornava a posto piangendo. “Signorina invece di andare in chiesa studi di più!” era il verdetto del prof. Gatti. Non le feci più scherzi, mi sentivo un po’ verme anzi presi a passarle dei compiti in classe, in fondo sono un buono! In seguito sono venuto a sapere che Laura si era sposata con un altro cattolico praticante, in tre anni aveva messo al mondo quattro figli (due coppie di gemelli) ed era rimasta vedova.
    Come me la passavo col sesso? Niente male. Nello stesso pianerottolo della mia abitazione abitava una coppia senza figli, lei  alta bruna, seno quanto basta, occhi bellissimi, vita stretta, gambe chilometriche in somma un gran pezzo di…Per caso venni a sapere che mio padre, da sempre dedito al sesso extra, aveva provato a farla capitolare con risultati negativi per suo grande scorno che si considerava un gran tombeur de femmes. Mia madre, filosofa per natura, preferiva far finta di nulla per non rovinare il matrimonio. Un pomeriggio madame Letizia, questo il suo nome, bussò alla porta del mio appartamento: “Ti chiedo scusa (mi dava del tu data la differenza di età, aveva quaranta anni) mi occorrono altre due pentole, stasera ho degli invitati, ti dispiacerebbe prestarmele, posso telefonare a tua madre.” “ Non è il caso, venga pure e se le scelga potrà sempre ricompensarmi in natura…” Letizia rimase senza parole, mi guardò a lungo e rientrò nel suo appartamento senza profferir parola. Dopo qualche giorno rincontrandola nel pianerottolo le ricordai il suo debito. “Giovanotto potrei essere tua madre…” “Ma non lo è e…”. “Di solito è difficile che qualcuno mi metta in difficoltà tu ci sei riuscito.” Capii che la signora stava capitolando, doveva avermi inquadrato bene,  ormai ero diventato un bel giovanotto ben messo fisicamente. “Signora so che lei fuma anche se suo marito non è d’accordo, son riuscito a trovare un pacchetto delle introvabili ‘Roy d’Egypte’ (le avevo sottratte a mio padre) e così potremo fumare il kalumet della pace.” Senza profferire parola Letizia mi fece entrare a casa sua, mi portò in camera da letto, si spogliò completamente e: “Vieni sotto la doccia.” Un finale al fulmicotone, la signora dimostrò grande maestria nell’ars amatoria. Dopo circa un’ora “Non giudicarmi male, io amo il sesso, mio marito è quello di ‘vado, l’ammazzo e torno.’ Tradotto soffriva di ejaculatio praecox e la signora non ne era soddisfatta, tutto lì, l’Albertone dovette provvedere alle mancanze del consorte con sua grande gioia sinché un giorno papà Armando: “Caro figlio, ormai sei grande,  come ben sai non sono un moralista ma la tua storia con Letizia deve finire per vari motivi: stai dimagrendo in modo preoccupante ed inoltre il marito Oddo, lo so è stronzo anche nel nome è gelosissimo e non vorrei che uscisse di testa. D’accordo con tua madre andrai a studiare a Roma e abiterai presso tua zia Armida e la nonna Maria, Partenza domattina.” Era un vero e proprio ordine,  non mi restò che ubbidire. La zia Armida era sorella di mia madre e vedova dello zio Alberto fratello di mio padre ed aveva un’adorazione per me che gli ricordavo suo marito. Fui iscritto all’Istituto Scientifico Cavour, vicino al Colosseo e ci arrivavo prendendo l’autobus 85. Il biglietto del mezzo di trasporto ammontava a 20 lire ossia l’ammontare di due sigarette Sport (allora per sentirmi grande fumavo) e così mi scarpinavo due chilometri all’andata e altrettanti al ritorno consumando in modo notevole le scarpe. La zia Armida non riusciva a capacitarsi della cosa e  la confidò alla signora Denise, francese, 40enne  moglie di un proprietario terriero marchigiano che passava la maggior parte del tempo nelle sue terre lontano da casa. La cotale abitava nel nostro stesso pianerottolo,  era una accanita fumatrice e pensai di sfruttare la situazione di povero studente senza una lira (la zia e la nonna non mollavano soldi) e così:  zia lontana ad insegnare in un paese vicino e  nonna in chiesa a cercare di guadagnarsi il Paradiso mi recavo a far visita a madame Denise, bionda tinta, un po’ pesante di figura ma ancora abbordabile poi con la fame di sesso che avevo…Madame con un sorriso di complicità assecondava il mio (e suo) vizio foraggiandomi con sigarette ben più costose delle mie Sport. Io girando molto alla larga, cercavo di farle capire che, anche se giovane di età rispetto a lei, avrei gradito…Rien a faire, ce la mettevo tutta, avevo imparato a memoria poesie romantiche di De Musset e di De Vigny ma Denise non mollava proprio, con grandi sorrisi mi prendeva bellamente per il sedere. La svolta fu quando al rientro a casa del marito sentii un litigio fra di loro piuttosto prolungato, il marito il giorno dopo si levò dalle balle e così bussai alla porta di madame e la trovai in lacrime. “Una bella signora come lei merita ben altra sorte.”  La baciai in bocca e la sciagurata rispose, non essendo la monaca di Monza non  ebbe conseguenze se non quella  di prendere l’abitudine di scopazzarmi bellamente e spesso. La storia durò circa un mese sin quando la portiera ‘fece la spia’ e così la zia Armida le fece una scenataccia bollandola come puttana che si era messa con uno molto più giovane di lei. Conclusione porta sbarrata e non solo la porta di Denise per me sconsolatissimo che non sapevo dove portare il mio nobile a divertirsi ma il destino…A casa nostra veniva a far pulizie Maria figlia ventenne  di Mimma (quella che aveva fatto la spia) e del portiere Nando un ex contadino inurbato con l’aiuto di un politico locale perché stanco di lavorare la terra con poco riscontro economico. Dopo i soliti discorsi
    “Sei fidanzata?” “No mio padre dice che sono troppo giovane” cominciai a farle dei complimenti la gratificai di qualche regalino con i soldi che mettevo da parte non andando al cinema la domenica. Un giorno finalmente Maria si mollò a prese a baciarmi con conseguenze ben prevedibili da parte mia ma spaventando la baby quando vide il mio ‘ciccio’ “È enorme, no non voglio, io sono vergine!” La scalata fu lunga, ci vollero bacini sul collo, carezze sul viso, abbracci appassionati e finalmente un cunnilingus che mandò fuori di testa la bella mora. Un giorno, fuori di casa zia e nonna, avvenne il matrimonio. “Ti prego piano piano, ho molto paura di farmi male, prima baciami molto lì.” Maria si era portato appresso un asciugamano (le donne sono più previdenti dei maschietti) e così quel sangue che uscì non finì sul lenzuolo del mio letto. Da quel momento, aperta la via, la situazione migliorò, Maria di era scoperto sessualmente molto calda, per me era piacevole toccare quelle tette e  cosce dure dovute al lavoro campestre (pensai che avrebbe rotto una noce di cocco!). Ormai un giorno dopo l’altro…papà Armando, sentita la zia Armida, decise di far finire il mio ostracismo a Roma ed io mi ‘imbarcai’ sul treno Roma – Ancona, fermata Jesi. L’addio con Maria fu straziante, la baby si era follemente innamorata e mi pianse addosso tutte le sue lacrime e, come ricordo, mi permise con grande goduria di ‘ciccio’ di usare il suo buchino posteriore che era stato sempre off limits! Vi sono sembrato un po’ cinico, forse si ma a quell’età l’ormone comanda più dei sentimenti. All’arrivo a casa grande commozione soprattutto da parte di mia madre ingrassata sino all’inverosimile ma quello che più mi colpì furono le notizie dei miei amici: Giovanni (orfano di padre e di madre) si era suicidato con la pistola dello zio cui era affidato, la moglie di Augusto si era impiccata forse perché depressa, Roberto mio coetaneo, da sempre omosessuale, era stata cacciato dalla scuola insieme al professore di francese sorpresi dal bidello mentre lo gratificava di un pom….o; ma i guai nella famiglia di Roberto non erano finiti: suo fratellastro famoso scopatore (che strano il destino) era morto per infarto mentre si intratteneva con la moglie  di un impiegato del Comune, sua sorella Stefania era deceduta per tetano, Marco aveva messo incinta una minorenne, Quinto, detto ‘cascappezzi’, commesso del negozio di mia madre, era in ospedale con un tumore al pancreas. A questo punto ripensai con nostalgia al mio soggiorno romano ed alle grazie della mia georgica amica Maria che in  fondo mi era rimasta nel cuore, la vita che tristezza!
     

  • 19 giugno alle ore 20:17
    Lettera a Isotta

    Come comincia: Lettera a Isotta.
    Cara mia seconda mamma, era destino che dovessi avere a settant'anni un'altra mamma, e sei tu. Tu non mi allatti, non mi nutri, posso farlo benissimo da sola, ma senza di te, cosa farei? Osservo il lungo cordone ombelicale, cinque metri di cannula che mi separano da te e allo stesso tempo mi uniscono intimamente a te, cinque metri legati morbidamente intorno al mio collo che mi tengono stretta a te, ma nemmeno troppo. Cara Isotta, tu non avresti potuto fare più di quello che fai: sei
    stata disponibile, quieta, mansueta fin da subito, e io non capivo che di più non potevi fare. Ero nervosa, mi impigliavo continuamente nel cordone, movimenti incoerenti mi lasciavano avvolta come un salame, e così mi arrabbiavo, ti maledivo. Ma poi ho capito, ho imparato ad essere gentile, ho imparato a volerti bene, e di sera, quando ti porto in camera con me perchè possiamo insieme affrontare la notte, ti sento parte di me, ti sento un cuore che pulsa e il tuo rassicurante brontolio  mi ripete: sono qui, non ti abbandono. Sai Isotta, sono nata per la seconda volta quando ho cominciato a respirare l'ossigeno che tu mi doni incondizionatamente. Ho potuto nuovamente usare la mia mente, la mia preziosissima mente che non riuscivo più a usare perché certi dolori fisici erano troppo ingombranti perché mi fosse permesso ancora pensare.
    Tu mi hai ridato la libertà, la lucidità, ed io ti sono tanto tanto riconoscente, al punto che ormai riesco perfino a scherzare. Quando mi "carico" la piccola bombola da passeggio, "La Totta", come l'ho battezzata io, ed esco, incontro i miei conoscenti, amici, o anche soltanto curiosi che si fermano a guardare i piccoli "nutrienti" che mi entrano nel naso e sì, scherzo. Ragazzi, dico, respiriamo lo stesso ossigeno, soltanto che il vostro non si vede, il mio sì.
    Di una cosa sono certa: io e te faremo ancora tanta strada insieme, e so che  dovrò soltanto a te il piacere di scrivere cose che senza questa esperienza, non sarei mai
    riuscita a scrivere. Il meglio deve ancora arrivare e ce lo vivremo insieme.

  • Come comincia: I bambini sono l’altra parte di noi stessi, una parte che purtroppo tendiamo a dimenticare, come succede ai grandi. Perché l’innocenza di un bambino, la sua ingenuità, il suo lieve respirare accanto al frenetico mondo degli adulti, il suo zampettare continuo a contatto con le vicende della vita quotidiana di familiari e parenti, giungono direttamente al cuore meglio di mille parole: un bambino è indifeso, solo, senza secondi fini, si consegna a noi senza ombre, senza riserve ma proprio per questo è fragile e prezioso.
    Ciò che ferisce un bambino ci colpisce profondamente, le lacrime di un bambino scavano solchi dentro di noi. Perché tutti noi siamo stati bambini una volta e sappiamo come stanno le cose.
    Eppure perché, perché proprio i bambini vengono abbandonati in un angolo come straccetti buttati via, perché sono i primi a essere dimenticati, resi muti e silenziosi dall'ira dell'uomo, perché sono i primi a cui viene rubato il giorno, a cui si acceca la luce, a cui si strappa la voce?
    Eppure ricordiamo bene la nostra fragilità di bimbi, le ferite dell'infanzia sono marchiate a fuoco sulla pelle, indelebili, vivide, a tratti grossi di pennarello.
    Eppure... sorridiamo e cantileniamo davanti ad un bimbo paffuto e roseo nel suo passeggino, lo vezzeggiamo e tubiamo come tortore al suo primo vagito, tenero fagottino caldo. Un fagottino di vita, poche gocce di storia, frammenti di sogni friabili come pergamena antica, ancora imbevuti di rugiada come le prime ali di farfalla. Scricchiola solo un poco sotto le scarpe, mentre avanza l'uomo lungo il sentiero degli incanti. E non si volge indietro.
     

  • 01 giugno alle ore 20:53
    2017

    Come comincia: Il tempo scorre velocemente. Per alcune coppie invecchiare insieme è diventata un'utopia ormai. Li osservo e penso: "Si amano da una vita". Lei tiene stretta la mano di lui. Lui la abbraccia circondandola con un braccio, la stringe a se come se avesse paura di perderla. Passeggiano, parlano, sorridono, guardano avanti al futuro al calar del sole. Questo per me è il vero amore!

  • 01 giugno alle ore 14:12
    <3

    Come comincia: Mio padre è stato un grande uomo. 
    La prima cosa che mi ha insegnato è stata l'umiltà la seconda l'educazione e il rispetto verso le cose e le persone. Oggi più che mai lo ringrazio in modo particolare, perché in questo mondo di bastardi incivili, mi sento speciale e correttamente in pace con me stessa. Ai vili che si credono furbi glielo lascio credere, tanto io non sono fessa e prima o poi la vita gli presenterà un conto molto salato. L'educazione, il rispetto e la correttezza sono abiti che non vanno indossati se non si hanno le giuste misure e soprattutto se ad indossarli sono i demoni a cui neanche i santi riusciranno a salvali. Più in la io riderò tantissimo.

  • 31 maggio alle ore 20:50
    Mary solo per un giorno

    Come comincia: Mary camminava su e giù per la stanza. 
    Era sua consuetudine ogni qualvolta si sentiva agitata.
    E ci stava stretta in quella stanza!
    Troppo piccola per viverci in tre.
    Sua madre Vivien era uscita insieme alle altre sorelle e sarebbero rientrate tardi.
    Uscivano spesso la sera. A fare il mestiere più antico del mondo. A lei, la più piccola di tutte, sua madre aveva assegnato il compito più duro. 
    Intrattenere lupi affamati, dentro quella stanza puzzolente di sesso. L’aveva iniziata a quell'arte, sin da piccola. Quando, lei se lo ricordava bene. A soli otto anni le aveva aperto le porte  di quella miserabile vita. Una maniglia che si apriva, un uomo basso che si avvicinava a lei. 
    Le sue mani dappertutto. Fino ad entrarle dentro. Fino alle sue mutandine bagnate.
    Così era iniziata e, per anni, aveva continuato a respirare il puzzo di maschi divorati dal germe della depravazione.
    Adesso aspettava l’ennesimo cliente.
    Aveva 16 anni e gli ultimi otto le avevano cambiato  il cuore.
    Odiava profondamente sua madre, le sue sorelle e quella vita di fango che conduceva a stento. Ma non poteva fare nulla per ribellarsi. Non ne era capace. Non ne aveva la forza.
    Vide la maniglia muoversi e cercò di prepararsi mentalmente a quell’incontro, con l’orco di turno. 
    Quando entrò si trovò davanti un uomo sulla cinquantina, grasso e malvestito. Le sembrò di intravedere un rivolo di pervertito piacere scivolare da un lato della sua bocca. Iniziò a spogliarsi davanti a lui. Con il tempo era diventata molto brava e, abile, aveva imparato a fare in fretta. Ogni volta faceva in modo che durasse sempre meno.
    Appena giunto al culmine, l'uomo si alzò e si rivestì. 
    Le lasciò i soldi sul comodino e chiuse la porta dietro di sé.
    Mary si sdraiò sul letto appena fatta la doccia.
    Come sua abitudine.
    Adesso non aveva più bisogno di sciogliere la sua paura. Non aveva più bisogno di camminare su e giù per quella stanza. Voleva solo chiudere gli occhi e non pensare più fino al giorno dopo.
    Si addormentò. 
    Alle prime luci dell'alba si alzò.
    Ma quella sarebbe stata un'alba diversa da tutte le altre. Un'alba muta come il suo dolore.
    Con sé prese solo un marsupio e un paio di occhiali scuri. 
    Chiuse la porta e si diresse verso il parco, come ogni mattina. 
    E fu proprio lì che tutto ebbe inizio e fine.
    Le aveva lasciate così. 
    Sparse lungo il marciapiede a ridosso del parco.
    Gettate per terra come non fossero mai appartenute a nessuno.
    Come se chi le aveva indossate non fosse mai stato niente. Immondizia e null'altro.
    Tre paia di scarpe colorate e un altro spaiato. Nessuno l'aveva vista mentre, furtiva, le spingeva per terra. 
    L'estate non era ancora arrivata ma lei sentiva un fuoco attraversarle il corpo.
    Quello scorcio di tempo appena trascorso le martellava nella testa. E, per quanto camminasse veloce, i suoi pensieri lo erano di più.  
    In quel parco, tra i raggi di sole appena accennati, una molla le era scattata dentro.  
    Senza darle più tregua. 
    Era stato un gioco facile attirare sua madre e le  tre sorelle nel parco.
    Loro rappresentavano per lei l'unica famiglia.
    Una famiglia disperata che non le aveva risparmiato nessuna sofferenza della vita.
    Più pensava più la rabbia diventava accecante. E, quello che voleva essere solo un gioco, pian piano si trasformava in un chiodo fisso.
    "La mia famiglia" pensò! Proprio quella che le aveva distrutto la vita. I progetti. I sogni nel cassetto. 
    E non aveva trovato alcun modo di liberarsene, fino a quel giorno. 
    Fino a quel pensiero. Aveva dato appuntamento ad ognuna di loro, in una panchina diversa. Lontane una dall'altra. 
    Ad ogni panchina, un sorriso.
    Ironico beffardo e poi sempre più macabro.
    L'ultimo sorriso più sordo degli altri finiva con un pugnale, conficcato nella schiena di tutte. 
    Con sua madre era stato più difficile.
    Era riuscita a fuggire dopo il colpo infertole e nella corsa aveva perso una scarpa.
    Mary l’aveva raggiunta con un balzo per finirla subito dopo con il pugnale nel cuore. 
    Il posto in cui le aveva fatto più male.   
    La scarpa non era stata più in grado di ritrovarla.
    Ma tante erano le cose che Mary non ritrovava più di sè. 
    Perse per sempre negli anni di quell'adolescenza rubata, che mai più sarebbe ritornata.
    Adesso, le scarpe erano tutte lì. 
    Ai margini di quel marciapiede, dove camminano le vite di ognuno. 
    Tra tutte le foglie, dove muoiono gli alberi. 
    Dove muoiono le vite di nessuno.
    Così come oggi, moriva la sua.

  • 31 maggio alle ore 18:08
    Camera d'ospedale numero 17

    Come comincia: Il nonnetto viene dimesso. E’ guarito.
    E’ arzillo, felice di tornare a casa.
    La nonna se lo coccola come fosse un bambino.
    Il letto accanto è vuoto da qualche minuto. Il paziente che l’occupava ha reso l’anima a Dio da pochi minuti. La moglie raccatta le cose del marito defunto, il rasoio elettrico, il cellulare, la radiolina a pile e poche altre cose. Non si cura affatto del poco vestiario del defunto: magliette, calzini, calzoni li lascia dove sono, sul letto. Sospira mentre si deterge la fronte. In ospedale fa un caldo infernale, i termo sono tenuti molto alti.

    Con gli occhi lucidi, la nonna accarezza la pelata del marito. Questa volta il nonnetto Beppe l’ha scampata per il rotto della cuffia: una broncopolmonite a ottanta e passa anni è un gran brutto affare. Ma nonno Beppe se l’è cavata, ha rimandato la Nera Falce a tenere compagnia a chi non crede in Dio. Il nonnetto è un uomo di fede, lo è sempre stato, ciò però non toglie che sia un gran rompicoglioni e una testa di mulo. La sua caparbietà e la sua fede hanno forse operato il miracolo. Un altro, al suo posto, poco ma sicuro, avrebbe tirato le cuoia.

    La nonna si fa vicina alla vedova. “Le mie condoglianze, Signora…”, farfuglia con un nodo in gola.
    La donna sgrana gli occhi. Poi, subito, schiude la bocca: “Non ce n’è bisogno!”
    “Mi spiace…”
    “A me no”, replica secca lei, con tono minaccioso.
    La nonna rimane impietrita.
    “Ho avuto un uomo accanto per quaranta anni. Adesso ne ho sessanta. Non sono ancora da buttar via. Ho una vita davanti. E’ risaputo che le donne vivono più a lungo dei maschi.”
    La nonna tace e fa dietrofront. Prende la mano del suo compagno d’una vita e la stringe con forza. Insieme escono dalla camera d’ospedale numero 17.