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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 02 settembre 2014 alle ore 12:56
    Allegro andante - Intermezzi

    Come comincia: Quella sua vita era piena di segni e respiri lasciati in balìa dei venti, appesi su alberi come bambini lasciati a dondolare raccordando la terra al cielo.

    Ci sono io poi. Ma cos'è la parola io? La rivendicazione superba d'esistenza? Una partita a scacchi col destino, o forse il vessillo egoistico d'una traccia di permanenza che tutto sa e tutto vede?
    Abbandono questi lacci e riprendo l'essere. Sono quindi colei dell'aria e le stelle senza ossa e sangue e, allora, non m'accontento di arrancare, sopravvivere, non mi basta l'aria che respiro.  E in questa milizia rigorosa  di brame, mi prendo il vento e l'altrove.

    I segni, gli oracoli alchemici, la gioia senza ragione, la mente senza nuvole di pensiero. 

    Voglio la parte di me che torna, l'ala che manca al lancio nel vuoto. Te.
    Voglio tutto di te.
    Voglio tutto di me. 

  • 29 agosto 2014 alle ore 16:28
    E VISSERO A LUNGO...

    Come comincia: "Albè guarda stò biglietto." Arianna era rientrata a casa, buttato il soprabito su una sedia dell'ingresso era volata nelle braccia di Alberto che l'aspettava nel salone spaparazzato sul divano a guardare la tv e gli aveva porto un bigliettino: "B.P.E. 1.000" che cacchio vuol significare, è la marca di una moto?" "Se avessi studiato ragioneria al posto del tuo classico avresti capito subito che B.P.E. sta per 'buono per euro' e 1.000 sono gli euro. "Seguito a non capire, in cucina è pronto il pranzo." Alberto,. cinquant'anni, pensionato delle poste, condivideva con la moglie quarant'enne un pentavani all'ultimo piano di via Cerere nella zona nord di Messina, quella snob. Libero da impegni di lavoro, si era scoperto casalingo e faceva trovare un pasto pronto all'amata consorte al rientro dal lavoro di cassiera alla Banca Rurale di Catenanova. Arianna mangiava lentamente facendo crescere la curiosità del marito. Era proprio un essere delizioso la sua Arianna: bruna, 1,70 di altezza, sguardo sbarazzino, bocca turgida ma non volgare, un tre di seno ma il lato più accattivamnte erano le gambe lunghe , affusolate, caviglie sottili, un tipo che non passava inosservato."Pensi di tenermi a lungo sulla corda?" "Gira il biglietto" 'Comm.Nullo Ciavarella - gioielliere - via Alessandria 125 - Messina'." "Inquadrato, è la più importante gioielleria di Messina,ma il titolare è messo male sia col nome che col cognome." "Ma è messo bene a quattrini anche se si è dimostrato uno spilorcio, 1.000 euro, un'offesa!" "Un pò di chiarezza non farebbe male." "Allora sei proprio tonto, mi si vuole fare per 1.000 Euro, t'è capì!" Preso alla sprovvista Al rimase a contemplare la consorte oggetto di desiderio del gioielliere. Non era geloso anzi questa categoria era stata sempre presa di mira dai suoi strali ma dinanzi ad una realtà non prevista..."Secondo stò zozzone io valgo 1.000 euro, sai che faccio? Ci aggiungo uno zero e vediamo la situazione, il signore con scuse varie si presenta quasi ogni mattina al mio soprtello, che ne dici?" "Che ne dico, la patatina è tua, sei tu che gliela devi mollare, eventualmente!" "Hai detto bene eventualmente, quello è pieno di palanche, per 10.000 Euro magari un lavoro orale, fra l'altro ha la pancia e la tua età, vedremo." Quella sera Alberto ed Arianna fecero all'amore in maniera forsennata, l'idea di un'eventuale avventura da parte dells signora aveva acceso il desiderio di entrambi, boh? Alle quindi del giorno seguente Alberto aspettava con ansia il ritorno della consorte e rimase sulla porta d'ingresso per essere messo al corrente delle novità."E allora?" "Il cotale ha messo un bell'O.K. sul bigliettino, mi aspetta in gioielleria questo pomeriggio, mi accompagnerai tu in macchina." "Allora hai deciso?" "Voglio vedere come prosegue stà storia, voglio divertirmi un pò a spese di quel mammalucco, se vuole assaggiarmi deve tirar fuori un bel pò di dindini, intanto lo faccio arrapare ancora di più..." Alberto posteggiò la sua Peugeot a circa duecento metri dalla gioielleria, Arianna scese pigramente dalla mcchina e, ancheggiando, si diresse verso il negozio. Mille  fantasie nella mente di Alberto, cosa stavano facendo i due, Arianna aveva detto di non volersi mollare subito, un bacio, una toccata nelle parti basse, un pompino...questi pensieri fecero uno strano effetto sul povero Al che si trovò con un'erezione non prevista, non sapeva più che pensare. Pian piano 'Ciccio' rientrò nella cuccia, era passata circa mezz'ora quando Arianna si presentò sempre ancheggiando dinanzi alla macchina di Al che mise in moto senza parlare. "Non sei curioso di sapere com'è andata? Si che sei curioso,siamo entrati nel suo studio, la moglie il pomeriggio non va in negozio, Nullo ha cercato di baciarmi, cosa che non gli ho permesso, non mi andava proprio, ci siamo seduti sul divano e Nullo ha preso a pomiciarmi tutta, mani sul fiorellino, sulle tette, sul popò, sembrava impazzito, l'ho lasciato fare tanto era patetico. Sulla scrivania avevo notato un mazzo di banconote da 500 euro, con disinvoltura mi sono alzata e l'ho riposto nella borsetta. In quel momento ho pensato che sarebbero serviti per pagare il costoso condominio con piscina e campo da tennis oltre che il mutuo e bollette varie. Ritornata sul divano l'ho trovato con i pantaloni abbassati, sotto una pancia grossa sbucava una cosa piccolina ma tanto piccolina che sembrava il pene d'un bambino. Ho evitato di ridere e l'ho preso in mano. C'è voluto del tempo prima che diventasse duro e mi ha chiesto di metterlo in bocca. Niente da fare, il pezzo sale e quindi sega e via." Riccardo guidava lentamente, il silenzio era sceso fra i due, diversi i loro pensieri: Arianna pensava che 10.000 euro per una sega era un buon prezzo, Alberto aveva in mente Arianna con in mano un pene non suo, anche se piccolino ma sempre un pene! L'argomento non fu oggetto di discorso per molto tempo, la vita fra i due coniugi si svolgeva come se nulla fosse successo sinchè un giorno al rientro a casa di Arianna all'ora di pranzo: "Al sabato andiamo in gioielleria, ho voglia di un braccialetto particolare a forma di serpente." "Inutile chiederti in quale gioielleria, vero?" "Indovinato ma andremo insieme perchè sarà presente la consorte del cotale." Il negozio era molto ampio, vetrine dappertutto con all'interno vasellame, gioielli, ceramiche, tutti pezzi di gran lusso. Al banco due commesse ed una signora di una certa età che trattavano con i clienti. Nullo comparve da dietro un tenda, forse stava spiando l'arrivo della sua desiderata, baciò la mano ad Arianna e uno strascicato 'piacere' ad Alberto e: "Cosa posso servirle bella signora'" "Un braccialetto alla Cleopatra, a forma di serpente, dottore ne ha?" "Siamo fornitissimi, ne ho un paio che le piaceranno." Nel frattempo la consorte del titolare si era avvicinata al terzetto e: "Nullo non mi presenti ai signori?" "Mia moglie Clara, Claretta per gli amici." "Sono Alberto M. e questa è mia moglie Arianna, siamo abbagliati da tante belle cose!" "Siamo i più forniti a Messina." La signora non dimostrava i suoi cinquant'anni, non alta di statura sfoggiava un corpo giovanile, in viso qualche ruga ben coperta da evidenti ricorsi a saloni di bellezza. "Per 10.000 euro mi farei fare da lei un bel pompino così la signora capirebbe la differenza fra una cosetta minuscola ed un cazzo gigante!" pensava Al sorridendo dentro di sè. Il prezzo del gioiello fu di 3.000 euro che Arianna pagò in contanti (soldi guadagnati col sudore della...) e, ai saluti: "Forse potremmo rivederci, siete una coppia simpatica,vero Claretta?" Claretta non si pronunziò, salutò Alberto e Arianna con un sorriso poco convinto, le donne hanno il famoso sesto senso. La novità comparve all'improvviso: "Per oggi pomeriggio ho invitato Nullo a casa nostra, mi voleva portare in albergo o nella sua villa a Castanea, non mi sono fidata, preferisco che venga qui." Al rimase senza parole. "Caro non ti preoccupare, ci sono di mezzo cento foglietti! Conti presto fatti, 200 x 100 = 20.000 Euro! Non essere geloso, per me sarà una passeggiata." Al aveva i suoi buoni dubbi, per quella cifra Nullo non poteva che pretendere tanti bei servigi! Di comune accordo i due coniugi avevano predisposto un interfono nella camera da letto ed uno nel bagno comunicanti con lo studio così Al poteva tenere sotto controllo la situazione. Alle quindici il campanello, Alberto si rifugiò nello studio, Arianna aprì la porta d'ingresso. "Ti ha visto qualcuno?" "Si una signora che si è fermata al secondo piano, le ho detto che andavo al penultimo. Tuo marito?" "Tornerà tardi, è a casa di amici." In bagno: Cara guarda che bel regalo per te, sono 20.000." Con indifferenza Arianna: "Mettili in quel cassetto, lavati, io ho provveduto a sistemare la mia cosine." Riccardo sentiva perfettamente quello che accadeva in camera da letto, aveva chiesto ad Arianna di parlare molto specificando quello che stava facendo, infatti: ""Vengo sopra di te, lo preferisco, sai la pancia..." "Fatti baciare, ho portato con me un vibratore." "Non capisco a cosa ti serva ad ogni modo niente baci in bocca piuttosto comincia dalle tette con piccoli morsi, attento a non farmi male, ecco bravo così, intanto ti tocco il cosino, guarda è già duro, scendi sotto, la gattina è molto vogliosa, si così,ancora,fammi godere tanto..." Arianna  recitava bene la parte, ad un tratto un rantolo, faceva finta di godere la puttanella! "Smetti un attimo, fammi riprendere...ecco ora vengo di nuovo su di te così potrai rimetterlo in fica." Arianna aveva usato volutamente quel termine volgare per crare una situazione più arrapante per il soggetto e farlo smettere il prima possibile ma aveva fatto male i suoi conti. "Cara ci metto molto a godere, abbi pazienza." Cattiva notizia sul fronte Arianna, doveva fare una bella fatica su quel pancione. Un tratto di silenzio, solo qualche piccolo ansimare, poi: "Cara che ne dici di metterti alla pecorina, hai un popò delizioso, vorrei assaggiarlo!" "Te lo puoi dimenticare, niente culo!" "Raddoppio l'offerta." Dopo un attimo di silenzio: "Sei convincente!" Arianna aveva accettato,altri 20.000 euro! Non doveva provare gran dolore con quella piccola cosa, aveva provato ben altro col 'ciccio' di Riccardo! "Vado in bagno a prendere la vasellina." "Un'altra cosa, vorrei che mettessi il vibratore in vagina mentre ti inchiappetto, proverai doppio gusto!" Fantasioso il panzone. Dopo un pò si udì un rantolo di Arianna, a Riccardo sembrò vero, forse il vibratore aveva fatto il suo effetto, anche Nullo doveva essere soddisfatto. "Cara un'ultima cosa, devi concedermela, voglio entrare nella tua deliziosa pelosa nel frattempo io mi infilo il vibratore nel mio didietro." Arianna non aveva protestato, dopo un bel pò di tempo un rantolo maschile, Nullo aveva goduto, doppio gusto! Al si sentiva frastornato, aveva partecipato a tutte le evoluzioni amorose della consorte e dell'amante, si sentiva svuotato di energie. Dopo l'uscita di casa di Nullo: "Cara, sbaglio o hai goduto veramente col vibratore?" "Te ne sei accorto, quell'aggeggio vibrava sul mio clitoride e sono venuta, tutto sommato penso che potremmo comprarlo." Quella notte Alberto preferì rinunziare al sesso, forse un pò di gelosia ma rivedeva nella mente la sua bella infilzata davanti e di dietro, in parte consolato dai 40.000 Euro. L'episodio erotico-monetario fu messo dfa parte, nessuno dei due coniugi ne parlava, era ritornato il tran tran quotidiano:pranzo pronto alle quindici, il pomeriggio Arianna sbrigava le faccende domestiche, un pò di televisione, qualche puntata al cinema, il sabato o la domenica al ristorante o in qualche agriturismo. In campo erotico una sola novità: Arianna aveva voluto far godere Al con i suoi deliziosi piedini e c'era riuscita in pieno! L'imprevisto dopo circa un mese. A casa M. giunse una telefonata, erano le dieci del mattino: Alberto: "Ciao cara, cosa fai di bello?" "Non sono la sua cara ma Claretta C., desidero parlarle con urgenza, mi troverà nel posteggio dinanzi a casa sua fra mezz'ora."Stupito, imbarazzato, sorpreso Riccardo si sedette in poltrona nel salone, che fare? Per prima cosa telefonò ad Arianna e la mise al correntre della telefonata ricevuta, per risposta una gran risata."Che hai da perdere, non ti violenterà di certo, non sei curioso?" Dopo mezz'ora una Volvo entrò nel cortile, Alberto si era vestito di tutto punto, si sistemò in macchina al posto del passeggero, la signora mise in moto e si diresse verso nord. "Gentile signora gradirei sapere dove siamo diretti." "Puoi darmi del tu, chiamarmi Claretta, ormai siamo parenti..." Più esplicita di così! Al prese ad osservarla più attentamente: capelli a caschetto di un grigio medio, tinta ben fatta, viso regolare (niente naso lungo che Riccardo detestava), labbra carnose quanto basta."Completo io il tuo esame, non ho la dentiera, vado in palestra tre volte alla settimana, due in un istituto di bellezza. Stiamo andando a Castanea delle Furie dove ho una villa, telefona alla tua bella che rientrerai a casa a pomeriggio inoltrato." Questi erano ordini veri e propri, Clara dimostrava di avere una personalità atta al comando. Al come un automa prese il telefonino e comunicò la notizia ad Arianna, la consorte che sapeva con chi era in compagnia non fece commenti.Giunti nella frazizone Clara posteggiò  l'auto dinanzi ad una villa in stile spagnolo a due piani, chi l'aveva progettata aveva buon gusto. Salirono al secondo piano dopo essersi liberati dei cappotti. "Vado ad accendere il 'caldo bagno' in camera da letto e in bagno, quando non si è vestiti è preferibile un ambiente riscaldato. Alberto era stupefatto, affascinato da quella donna che aveva pianificato tutto con tanta naturalezza, nessun commento gli uscì dalle labbra. "Nel frattempo sediamoci nel salotto, penso che tu meriti una spiegazione. Visto il buco di 40.000 euro sul nostro conto ho chiesto chiarimenti a mio marito che ha confessato, siamo ricchi e ci possiamo permettere qualche spesa pazza ma sono curiosa di sapere cosa di particolare ha trovato Nullo in tua moglie, è una donna piacevole ma come lei..." "A questa domanda può rispondere solo tuo marito, io sono il diretto interessato quindi di parte, lui che ti ha detto?" "All'inizio mi ha raccontato un sacco di balle ma poi ha sputato la verità, è venuto a casa tua ed ha avuto rapporti intimi con tua moglie...non dire che non lo sapevi...bene eri al corrente di tutto e quella somma vi ha fatto gola." "Noi siamo una coppia aperta e non ci nascondiamo nulla, all'inizio ero perplesso, ho detto ad Arianna che, essendo lei l'interessata, doveva prendere lei la decisione, non sono un'ipocrita." "All'inizio le aveva promesso ventimila euro, come somno diventati 40.000 non me lo ha voluto dire, ne sai qualcosa?" "Arianna mi ha confidato che il signore ha voluto qualcosa di non programmato, il prezzo è raddoppiato." "Non riesco ad immaginare cosa fosse, a quel punto..." "Mia moglie ha il lato B particolarmente attraente e il tuo bel marito ha insistito per assaggiarlo." "Figlio di gran...20.000 euro per una inchiappettata!" Clara si stava dimostrando molto più furba di quanto Al pensasse. "Ti svelo il motivo per cui siamo qui, ho cinquant'anni, dopo il matrimonio sono stata una sposa fedele ma dopo che due mesi fà si è sposata la mia seconda figlia è scattato in me qualcosa...una ribellione a trent'anni di vita deludente vicino ad un uomo ricco ma senza personalità, fra l'altro ha un pene piccolo, non fare quella faccia, sicuramente tua moglie ti ha informato ed ora ho deciso di andare all'arrembaggio! Quando ti ho visto mi sei subito piaciuto, non voglio un giovane che possa ricattarmi, penso che in campo sessuale tu ci sappia fare, è quello che voglio da te, me lo devi per pareggiare i conti con mio marito.Al contrario di tua moglie non chiederò soldi. Andiamo in bagno, ormai l'ambiente sarà caldo, sempre che tu sia d'accordo..." Clara aveva un bel fisico, la palestra e i massaggi avevano sortito un bell'effetto sul suo corpo, le tette ancora sode, il ventre piatto ed anche il sedere niente male. "Ti riempo la vasca, io sotto la doccia." Claretta prese un flacone di bagnoschiuma molto profumato, lo versò nell'acqua della vasca, si sedettero sul bordo nient'affatto intimiditi della loro nudità. Riccardo 'sprofondò' sotto la schiuma, chiuse gli occhi per rilassarsi. Il caldo dell'acqua gli fece un certo effetto a un certo coso che spuntò dalla schiuma perfettamente 'in armi' Claretta ne approfittò per prenderlo in mano e: "Finalmente un cazzo degno di questo nome. Come ti dicevo non ho mai tradito mio marito anche se ho avuto molte occasioni, sono stata educata dalle Orsoline e questo mi ha condizionato. Per consolarmi del mancato piacere dovuto al pisellino di Nullo, mi son fatto comprare due vibratori, uno per la vagina ed uno, più piccolo per il popò, mi vergognavo ad andare in un sexy shop, lui sa che li uso." Hai capito, i coniugi C. ambedue muniti di vibratori! Avvolto in un accappatoio Al fu accompagnato da una mano gentile ma ferma in camera da letto, il locale era caldo ed accogliente, Ciccio, sempre duro, spuntava dall'accappatoio. "Alberto che buon sapore!" Claretta aveva iniziato a baciare Al sulla fronte, sulla bocca dove penetrò una lingua molto mobile che fece provare all'interessato sensazioni molto piacevoli. Pian piano la lingua scese sui capezzoli, svicolò sotto le ascelle, poi l'ombellico, ignorò il pene, poi luingo le gambe ed infine una per una le dita dei piedi. Una novità piacevole ma Ciccio voleva la sua parte e l'ebbe quando la pulsella ci montò sopra. Fu un'entrata rapida perchè la vagina era letteralamente inondata, la zozzona era talmente bagnata che qualche goccia si sparse sulle lensuola! Ci sapeva fare la baby, riusciva a strofinare il clitoride sul pene emettendo urletti di piacere e seguitò a cavalcare il suo cavaliere provando orgasmi multipli, altro che 'sono stata educata dalle Orsoline', se le povere monache lo avessero saputo! Ciccio era rimasto in pisizione eretta, l'età prolunga i tempi dell'eiaculazione. La signora che ti fa? Va in bagno e ritorna con un tubetto per lubrificare il buchino posteriore, si mette in posizione ovina, guarda in faccia Al che, capita al volo la situazione, provvide alla bisogna.Entrava lentamente, centimetro per centimetro, aveva provato una certa resistenza, non voleva far troppo male alla signora, finalmente la spada entrò sino all'elsa. Ciccio cominciò a godere, madame se ne accorse ed aumentò il ritmo sino a quando Al dette il colpo finale come nei fuochi d'artificio. Così finì l'inconro fra i due, un'incontro indimenticabile! Al rientro a casa Arianna aveva stampato in viso un bel punto interrogativo. "La signora ha recuperato parte dei soldi spesi dal marito!" fu il commento di Al. Passarono vari giorni senza novità sin quando: Caro, Nullo vorrebbe una mia foto significativa." "Specifica il termine 'significativo'." Possibilmente in bianco e nero, vestita succintamente, prezzo da stabilire." Al non era molto d'accordo ma per le insistenze della moglie si fece convincere. Cercando fra le foto da lui stesso stampate, ne selezionò alcune finchè ne scelse una, sicuramente la più bella: Arianna appariva con un sorriso splendente, una camicietta nera trasparente che lasciava intravvedere il seno, un reggicalze con mutandine alla brasiliana, si intravvedeva perfettamente una nera foresta. "Quanto gli chiederai? A questo punto vorrei conoscere se la gentile consorte gli ha confessato il nostro incontro ravvicinato, chiediglielo." Il giorno successivo al rientro a casa di Arianna. "Prima voglio mangiare poi ti racconto." "Appena ricevuta la busta Nullo si è chiuso in bagno e ne è uscito dopo circa un quarto d'ora rosso in viso, scommetto che si era sparato un bel segone, va matto per me. Mì ha detto d'aver saputo dalla consorte del vostro incontro, nessun commento." Due giorni dopo:"Caro Al l'ultima novità, Nullo ha fatto vedere la foto alla moglie che, nel vederla è rimasta, come dire, impressionata, non so se è il termine giusto,  ha anche detto di voler fare una gita insieme all'agriturismo 'La baracca dei Nebrodi'. A questo punto sono curiosa, vorrei andarci." Al pensò: "Nullo si è scopato mia moglie, altrettanto io con la sua e così siamo pari per modo di dire perchè il pollo ha sganciato 40.000 euro ma quest'incontro a che fine?" "Ci vengono a prendere con la loro macchina, appuntamento alle 10 nel nostro cortile." Era primavera, Arianna indossava un vestito fantasia, leggero, quasi trasparente con ampia gonna. All'arrivo della Volvo un collettivo asettico 'buon giorno' poi la partenza. Nessuna conversazione, forse un pò di imbarazzo, prima dell'ingresso in autostrada Claretta ferma la macchina: la conversazione langue, propongo che Alberto sieda vicino a me e Nullo dietro con Arianna, che ne dite?" Proposta accolta. Arianna e Nullo presero a parlare ma il rumore del motore dell'auto impediva di sentire le loro parole. Clara aveva indossato anche lei una gonna molto larga, quando si dice la malignità! "Noto che guidi molto bene, sei sicura e veloce." Guardando nello specchietto di cortesia Al notò che Nullo si era molto avvicinato ad Arianna che, però, mostrava di non gradire molto la vicinanza e si era spostata all'estremo del sedile. Al ne approfittò per insinuare la mano sotto la gonna della guidatrice che si guardò bene dal protestare (che cosce morbide!).
    Al casello la mano fu ritirata ed il viaggio proseguì fra tornanti sicchè giunsero a destinazione. "Albertoo guarda che panorama magnifico, si vede pure il mare." "Arianna: "Lasciamo da parte i convenevoli, sappiamo tutti come sono andate le cose, tutti d'accordo?" Chi tace...Sorrisi da parte di tutti, Al si trovò sottobraccio a Clara ed altrettanto fece Nullo con Arianna. Dopo aver gironzolato nel giardino sottostante, i quattro fecero l'ingresso nel locale. Al loro arrivo un premuroso signore, sicuramente il padrone,venne loro incontro. "Sono il signor C., ho prenotato per quattro, se possibile vorremmo una saletta riservata." Furono accontentati o meglio fu accontantato Nullo che aveva avanzato la richiesta per secondi fini pensò Al. La conversazione fra Al e Claretta era costante, sorrisi, battute, qualche barzelletta mentre fra Arianna e Nullo languiva. Fra l'altro Nullo mangiava poco al contrario del solito tanto che la consorte: "Caro ti senti bene, ti vedo palliduccio." "No cara tutto bene." A questo punto un'alzata d'ingegno di Al: "Col pollo mi sono unto le mani, vado a lavarmi." "Clara: ti seguo, anch'io mi sono impiastricciata." Incontrarono un cameriere: "Io e mia moglie vorremmo lavarci, dov'è il bagno?" Appena all'interno, chiusa a chiave la porta, un polipo entrò nella bocca di Al il quale ricordava bene il precedente, per accontentare 'ciccio' già in posizione orizzontale, piegò a 90 gradi l'accondiscendente Claretta e la penetrò selvaggiamente, ben assecondato dall'interessata. Dopo circa venti minuti uscirono dal bagno ridendo allegramente come due studentelli in gita scolastica. Al tavolo Nullo: "Anch'io mi sono sporcato le mani, Arianna mi fai compagnia?" Malvolentieri l'interessata fece un segno d'assenso. "Ragazzi quando domandate dov'è il bagno dite che siete marito e moglie come abbiamno fatto noi!" Dopo circa un quarto d'ora rientro dei due al tavolo, Nullo rosso in viso, Arianna con la faccia annoiata. Al all'orecchio di Claretta: "Scommetto che tuo marito voleva scopare o farsi fare un pompino ma si è dovuto accontentare di una sega!" Gran risata di Claretta. Il quartetto sembrava affiatato, sembrava.Alberto il più fortunato viaggiava alla meraviglia: moglie e amante, Arianna marito e amante (malvolentieri), Claretta, messi da parte i vibratori, l'amante, Nullo il più sfortunato solo le briciole: nessuna rapporto con la consorte, amante col contagoccie e talvolta il vibratore per il suo poco nobile popò. Così vissero a lungo...Come nelle favole di Esopo anche in questa storia c'è una morale: nella vita c'è chi se la gode alla grande a spese dei meno fortunati!

  • 29 agosto 2014 alle ore 14:52
    Michelangelo Buonarroti

    Come comincia: (Caprese, 6 marzo 1475 - Roma, 18 febbraio 1564)
     
    Viaggiare in aereo per me è sempre un'emozione incredibile, un avvicinarsi un po' di più a Dio, così come lo era per i cristiani nel medioevo quando costruivano le cattedrali che svettavano verso il cielo.
    Lassù, in mezzo alle nuvole, provi a sbirciare attraverso l'oblò e quello che si apre ai tuoi occhi è un mondo fantastico, una diversa prospettiva da quella usuale, più suggestiva e divina. Perché la Terra, il sistema solare, l'intero universo sembrano realmente usciti dalle mani magiche di un essere superiore. Un chiaro spettacolo della natura!
    Sospiro, scorgendo le dolci ondulazioni del Sahara che sembrano flutti dorati e il mio pensiero vola ai giorni mai dimenticati della guerra e scuoto la testa.
    «Se solo avessi potuto osservare il mondo da quassù!»
    Sussulto e mi giro di scatto, rimanendo a fissare quel volto bruttino, dai lineamenti duri, il naso rotto, la bocca piegata perennemente all'ingiù e sbatto le palpebre più volte, incredula e atterrita da ciò che quell'uomo rappresenta.
    «Mi… Michelangelo.» balbetto in un sussurro.
    «Sì, decisamente se avessi potuto avere questa visuale, avrei per certo fatto morire di bile quell'effeminato di Leonardo!» sbotta irato.
    Mi guardo timorosa in giro, ma i passeggeri continuano a godersi il viaggio come se nulla fosse e porto una mano al cuore, sollevata e indispettita al contempo.
    «Leonardo non era effeminato!» ribatto.
    A quelle parole mi degna infine di attenzione e socchiude gli occhi soppesandomi, alzando lentamente il mento.
    «Osi negare l'evidenza?» borbotta.
    «Lui era dolce, bello, elegante…»
    «Oddio, eccone un'altra!» esclama inorridito.
    Lo fisso attonita e lascio cadere l'argomento, consapevole che l'astio esistito tra i due maggiori uomini che il mondo abbia partorito non si è sanato neppure dopo tanti secoli.
    «È vero che a tredici anni sei andato a bottega dal Ghirlandaio?»
    «Verissimo. Mio padre avrebbe voluto che divenissi un avvocato, ma con il greco e il latino non sono mai andato d'accordo. D'accordo andavo con il disegno e fin da piccolo preferivo tratteggiare le chiese che vedevo nella città.»
    «Hai attirato l'interesse del Magnifico.»
    «Sì, si stupì nel vedermi maneggiare lo scalpello con maestria e mi tenne con sé. Era un grand'uomo messer Lorenzo.» aggiunge e la voce gli si incrina un po’, tradendo l'emozione.
    Provo a immaginarmi alla corte del Magnifico ma la testa mi gira e turbina in un ambiente frequentato dai più grandi uomini del tempo e subito torno con i piedi per terra. Se penso che Michelangelo l'ha frequentata all'età di quindici anni…
    «Sbaglio o ammiravi Savonarola?» domando.
    «I suoi sermoni erano sferzate contro tutti i potentati e contro la loro opulenza e richiamavano sempre all'amore del Cristo e alla Sua umiltà.»
    «Ma tu mangiavi al desco del Magnifico!» esclamo sbigottita.
    Lo vedo alzare le spalle larghe e possenti, come se la cosa non lo turbasse e mi domando se io sarei mai riuscita a sopravvivere in un simile periodo, dove la morale era un'utopia.
    [images3] «Dopo la morte del Magnifico ti sei trasferito a Roma, chiamato dal cardinale Riario.»
    «Quel taccagno!» e sembra che sputi le parole. «Per fortuna il Galli e poi il cardinale de Villiers mi hanno notato e ho potuto lavorare, altrimenti sarei rimasto con le mani in mano.»
    «La famosa Pietà.» mormoro incantata.
    Nota il mio sguardo sognante e commenta aspro:
    «Anche i miei contemporanei rimasero a bocca aperta.»
    Inizio a capire per quale motivo Leonardo non ci andasse d'accordo e per quale motivo in una rissa un tipo gli spaccò il naso: è arrogante, attaccabrighe e irascibile. Eppure tutti questi suoi difetti svaniscono dinanzi alle sue opere ed io non posso che inchinarmi al suo genio.
    «La fama a soli ventitré anni. Da allora sei stato richiestissimo.»
    «Me ne sono tornato a Firenze, dove il Duomo mi commissionò una statua ed io tirai fuori il David.»
    «Lo dici come se fosse la cosa più facile del mondo!»
    Emette un grugnito con quella sua voce dura come il carattere e ribatte:
    «Per me lo era. Il David era già lì, nel blocco di marmo; io ho solo tolto il superfluo per farlo venire alla luce.»
    Rimango esterrefatta e scuoto lievemente la testa, come a sottolineare la mia incredulità.
    «E per affrescare una delle pareti di Palazzo Vecchio?» domando.
    Fa un gesto stizzito con la mano, si agita sul sedile e a me incute un po' di timore.
    «Io e lui…»
    «Lui Leonardo?» specifico.
    «Sì, l'effeminato, il damerino. Ci vedi a lavorare schiena contro schiena per affrescare le due pareti? Se solo Giulio non mi avesse voluto a Roma alle sue dipendenze…»
    «Giulio II, il papa battagliero?»
    «Proprio lui.»
    [images1] Sogghigno e provo a immaginare Michelangelo e Giuliano della Rovere, papa Giulio II, faccia a faccia: entrambi collerici, iracondi e insopportabili. Le scintille si sarebbero sprecate e si maltrattarono per tutto il tempo che lavorarono insieme. Cosa avrei dato per vederli!
    «Quindi niente più raffigurazione a Palazzo Vecchio.»
    «No. Il destino aveva deciso che né io né l'effeminato avremmo affrescato le pareti: io per un motivo, lui per un altro.»
    Immagino che se continua ad appellare così Leonardo tra un po' lo strozzo.
    «Papa Della Rovere voleva un mausoleo da te.»
    «Sì, enorme, degno dei tempi antichi. Hai presente il Mosè?»
    «Certo, nella basilica di S. Pietro in Vincoli.»
    «Quello. La tomba del papa. Quella che lui, dietro insistenza di Bramante che doveva progettare la cupola di S. Pietro, mi costrinse a rimandare. Ovvio che me ne tornai a Firenze.»
    «E il papa?»
    Lo vedo sogghignare prima di rispondere:
    «Mi mandava lettere ogni giorno intimandomi di rientrare nell'Urbe, ma io ho sempre fatto orecchie da mercante.»
    «Sì, però alla fine l'ha spuntata il "grande collerico".»
    «Avrebbe messo a ferro e fuoco Firenze, quel pazzo! Sono sì rientrato a Roma, ma mi sono visto incaricato non del mausoleo, bensì dell'affresco della Sistina. A te pare normale?» borbotta incrociando le braccia sul petto.
    Al solo nominare la Cappella Sistina vado in brodo di giuggiole e chiudo gli occhi sospirando.
    «Hai idea, hai una pur solo vaga idea di quanto mi sia costato quel lavoro massacrante?» sbraita irritato. «Da solo, ho dovuto fare tutto da solo, io che di affreschi non m'intendevo, mentre nelle sale affianco c'era Raffaello, che avrebbe potuto benissimo farlo al posto mio. Invece no, quel testardo di Giulio si era incaponito e alla fine l'ha spuntata. Per quattro lunghi anni ho lavorato come una bestia, con i suggerimenti del Sangallo per non rovinare l'affresco, con Giulio che ogni giorno veniva a spiare senza commentare e poi, una volta terminata e aperta al pubblico, il testardo mi lascia, muore!»
    Nel suo sfogo sento il sincero rammarico di colui che perde un padre, un protettore e la cosa mi lascia alquanto stupita. Che, tutto sommato, il misantropo Michelangelo Buonarroti avesse un cuore? Fatto sta che, una volta morto il papa, lui tornò a Firenze, fino a quando, nel 1536, papa Paolo III Farnese gli commissionò il Giudizio Universale.
    [images2] «Nel frattempo avevo portato a termine il mausoleo e le due tombe dei fratelli Medici,» racconta, «e solo Dio sa quanto non avrei voluto mettermi a dipingere di nuovo. Ciò nondimeno alla fine l'ho fatto.»
    «E quale mirabile meraviglia!»
    Lo vedo digrignare i denti, scontroso come sempre e mi passa una mano davanti agli occhi, come per svegliarmi.
    «Li hanno coperti.» commenta lapidario.
    Lo fisso attonita, quindi capisco e ripenso a quanto tutte quelle nudità avessero turbato i meno scandalizzabili uomini del tempo, con il risultato che furono disegnate foglie di fico dinanzi a ogni genitale.
    «Sì, però noi progrediti le abbiamo rimosse, così il dipinto risplende in tutta la sua magnificenza.» rispondo con soddisfazione.
    «Voi progrediti?» ripete inarcando un sopracciglio.
    Devo aver fatto un'espressione simpatica perché scoppia a ridere ed io non comprendo la sua ilarità.
    «Quale assurda pretesa.» mormora scuotendo il capo.
    Rimango a guardarlo, lui, Michelangelo, un genio tra i geni del rinascimento che esalta noi italiani al confronto con gli altri stati e mi chiedo come sarebbe ora Roma senza il tocco delle sue mani. La Sistina sarebbe ancora dipinta di azzurro con miriadi di stelle bianche, insulse e prive di qualsiasi significato dinanzi al capolavoro michelangiolesco, e la navata destra di S. Pietro non vanterebbe la sua Pietà, bella oltre ogni dire.
    «Hai praticamente diviso la tua vita tra due delle più grandi città del rinascimento, Roma e Firenze.»
    «A Roma ci sono pure morto, novant'enne, ma i toscani non mi hanno lasciato in pace neppure dopo trapassato: mi hanno traslato a Firenze e qui sepolto. A Roma ci sono stato bene gli ultimi anni della mia vita, ho conosciuto Vittoria Colonna e siamo diventati molto amici.»
    «Anche Tommaso Cavalieri.» insinuo dolcemente, fissandolo dritto negli occhi.
    Lo vedo agitarsi alquanto e serra le labbra in una linea dura e sottile.
    «Dai dell'effeminato a Leonardo, ma tu non eri migliore.» lo sfido alzando il mento.
    Se il suo sguardo avesse potuto incenerirmi, ora sarei solo un mucchietto di polvere sul sedile dell'aereo e dentro di me sogghigno soddisfatta: il genio di Vinci è vendicato!
    All'improvviso si sporge verso di me e indica oltre l'oblò. Mi giro e rimango esterrefatta dinanzi alla maestosità della Cappella Sistina, priva di mura che la racchiudono, bensì aperta come un foglio in mezzo all'azzurro delle nuvole e mi rendo conto che sono rimasta a bocca e occhi spalancati.
    La visione rimane quel tanto da farmi capire quanto l'uomo possa andare a braccetto con la natura e quando mi volto per ringraziare il genio, il suo posto è vuoto e una hostess mi fissa sorridendo affabile, offrendomi dell'acqua.
    Sospiro dispiaciuta e mi mordo le labbra.

  • 25 agosto 2014 alle ore 20:53
    operazione acqua pulita

    Come comincia: Mi presento
     
    Mi chiamo Elio e l’acqua è il mio mondo.
    Sì mi chiamo Elio, come il gas nobile che fa volare in cielo i palloncini in lattice, quelli tutti colorati e dalle forme più bizzarre, che si vedono spesso nelle fiere di paese.
    Un giorno ho chiesto a mia madre il motivo della scelta di quel particolare nome, mi ha risposto che era il nome di mio nonno materno e, come per discolparsi, ha aggiunto che non poteva immaginare che il suo unico figlio sarebbe stato appassionato di nuoto, attratto dall’acqua e non dall’aria.
    Come spesso accade ho iniziato nuoto da bambino perché ero mingherlino e avevo problemi alla colonna vertebrale, così i miei genitori mi portavano in piscina due o tre volte a settimana. Ho provato anche altri sport, quelli di squadra, ma non riuscivo a essere felice, orgoglioso dei miei risultati come quando sono da solo in acqua, solo contro il tempo, e per vincere devo basarmi soltanto sulle mie forze, senza dipendere da nessun altro.
    Per comodità, da molto tempo, tengo i capelli rasati quasi al massimo. I capelli lunghi non li ho mai sopportati, troppo tempo sotto l’asciugacapelli dopo gli allenamenti. Per non far notare troppo la differenza non mi faccio neanche crescere la barba: appena è di tre, quattro giorni e si nota la differenza con la testa mi dirigo in bagno e mi rado, con pennello e rasoio. Sì, potrei anche usare le macchinette elettriche per tagliare tutto, barba e capelli, ma mi piace sentire l’odore del sapone che monta e la sensazione di freschezza della rasatura. E poi me l’ha insegnato mio padre.
    Inoltre ho paura che, se non mi sbarbassi, la gente mi griderebbe frasi del tipo: “Hai montato la testa al contrario?”.
     
    Il centro sportivo lo frequento diversi giorni a settimana e conosco la maggior parte delle persone che vanno lì regolarmente.
    È un posto molto grande, con piscina, campi da calcetto e da tennis, sauna e palestra.
    È il luogo che considero come la mia seconda casa, o almeno lo era fino a poco tempo fa.
    Dall’arrivo di quel palestrato di Giorgio, non è più così. Giorgio, detto “Bullone” sia per i suoi modi di fare da spaccone sia per il tatuaggio sul collo.
    Lui è il capetto del reparto palestra. Se hai bisogno di qualcosa te la trova subito. Soprattutto sostanze per riuscire a recuperare in poco tempo le forze perse, durante gli allenamenti. Dice che non sono proibite, ci sto facendo un pensiero … 
    Ha una gran bella macchina che io non mi potrei mai permettere e sinceramente non capisco neanche come la possa mantenere lui.
     
    Quando entro in piscina sono in armonia con il mondo. Nella mia vita ho imparato a distinguere i problemi in due categorie: o rimanevano fuori dall’acqua o entravano lì con me. I primi non erano importanti, i secondi a fine allenamento, dopo una lunga nuotata, avevano trovato una loro soluzione, o almeno qualcosa di molto simile.
    I miei allenatori sono stati pochi e tutti importanti: mi hanno fatto crescere, maturare, sia come atleta, sia soprattutto come uomo.
    Quando sono completamente sommerso dall’acqua mi sento libero all’ennesima potenza. I gesti sembrano più lenti, ma è lì che riesco a dare il meglio di me. La virata è il mio pezzo forte, quello dove riesco ad accumulare distacco dagli avversari.
    Odio stare sopra il trampolino, invece. È un posto che non sopporto: l’unico pezzo di ferro in un mondo d’acqua! Ho sempre paura di scivolare e farmi male, non riesco a dare il meglio di me. Non mi mai è mai passato per la testa di scegliere i tuffi come specialità!
    La doccia è la degna conclusione degli allenamenti. Quando sento l’acqua calda scorrere addosso ai muscoli intorpiditi, sento un gran sollievo. È in quel momento che penso al mio domani, al mio futuro. Il rumore dell’acqua che scorre via sulle mattonelle lucide del pavimento per finire dentro lo scarico è una specie di musica.
     
    Ora sono a un punto di svolta della mia carriera di sportivo, un punto di non ritorno. È anche per questo che sto scrivendo queste pagine. Anche se non so se le farò mai leggere a qualcuno, alla mia famiglia, alla mia ragazza, al mio allenatore.  
    Devo capire se voglio diventare un professionista e quindi trasferirmi in un'altra città oppure rimanere qui in provincia, dove ho già vinto tutto e posso solo migliorarmi contro il cronometro e vedere passare il tempo e le generazioni future, invecchiando senza troppi patemi d’animo.
    Siamo in pochi ad avere questa possibilità e credo che alcuni miei compagni di squadra, abbiano iniziato a “barare”, aiutati da Bullone. Non mi piace fare la spia, ma il sospetto ce l’ho...
     
    Aprile
     
    Mi chiedo perché continuo a scrivere questo diario. Forse è un modo per non sentirmi in colpa su ciò che credo di sapere e non voglio scoprire? O forse vorrei anch’io diventare cliente di Bullone e fregarmene di tutto? 
    Non so di chi fidarmi... ho dei sospetti anche sul mio allenatore, Carlo: credo che sia d’accordo con lui, con Giorgio.
    I miei genitori? Hanno già tanti problemi, non posso aggiungere loro questo macigno, non lo sopporterebbero.
    La mia ragazza? Ci frequentiamo da troppo poco tempo. Se sapesse temo che scapperebbe via e non voglio rischiare la nostra relazione.
    Non so se andare a denunciare la cosa dai Carabinieri o alla Polizia, ma non ho prove, solo supposizioni. Magari mi chiederebbero di diventare una spia, di fare l’infiltrato, entrare in contatto con quelli di cui sospetto, cercando di farli ammettere e non so se ne sarei capace.
    Intanto i risultati in vasca iniziano a peggiorare. Il problema è che in poche settimane alcuni miei compagni mi hanno surclassato. Tengono delle capsule nei loro armadietti, mi hanno detto che sono energizzanti, integratori naturali tipo ginseng,erba mate, maca, germe di grano, guaranà, spirulina, la crema di Budwing e altre cose simili... Io personalmente conosco poco queste sostanze... ci sarà da fidarsi?
    Non so se andare dal dottore da cui vanno gli altri a farmele prescrivere: mi hanno dato il suo biglietto da visita e io non l’ho gettato via, l’ho riposto nello scompartimento più nascosto del portafoglio, senza pensarci troppo.
    Da quel giorno c’è un’immagine che ricorre spesso nella mia mente, il nome e il numero stampato sul biglietto: prendono vita e mi si avvicinano. Sta diventando un incubo...
     
    Maggio
     
    Eccomi qui, seduto nella sala d’attesa del dottore, non ci sono molte persone sedute. Ho preso appuntamento, voglio fare una visita, almeno voglio provarci.
    La segretaria mi ha fatto cenno di entrare. Il dottore non è come me lo sono immaginato, davanti a me c’è un bell’uomo, chissà perché me lo immaginavo grasso, con una vistosa pelata. Dopo essermi presentato e avergli fatto il nome del centro sportivo, come se fosse una parola magica, è diventato più gentile, ma anche più pacato nei modi, tranquillo, rilassato.
    Tra i vari discorsi, allora, ho voluto inserire anche il nome di Giorgio e del mio allenatore Carlo. Ma lui mi ha guardato in modo enigmatico, quasi di rimprovero, come se quei nomi non si dovessero mai pronunciare, come da bambino, quando dicevi una parolaccia davanti a tutta la famiglia.
    Mi ha visitato in quattro e quattr’otto e mi ha lasciato una ricetta bianca, direi quasi anonima se non fosse per il timbro e la firma, se vogliamo chiamare così questo scarabocchio. Mi ha anche raccomandato di non esagerare con le pillole... No, niente ricevuta né fattura...
    Il dottore non era nel mio quartiere, quindi ho chiesto alla segretaria dove trovare una farmacia nelle vicinanze. Me ne ha indicata una a pochi metri dallo studio. Sono entrato come se dovessi rapinarla: testa bassa, bavero della giacca rialzato, mi sono diretto al bancone cercando di non incontrare lo sguardo di nessuno. Qui non mi conoscono ma non voglio correre rischi, un conoscente può sempre sbucare all’improvviso da dietro l’angolo. La dottoressa dietro al bancone mi ha chiesto se avevo la tessera sanitaria per scaricare lo scontrino dalle tasse, ma le ho risposto di no, volevo solo sbrigarmi!
    Tornato a casa ho subito cercato su internet le sostanze contenute nelle pillole dentro al flaconcino. Non contento, ho letto anche le “istruzioni per l’uso”, quei foglietti scritti in caratteri piccolissimi, che una volta aperti ti passa la voglia di prendere la medicina e che nessuno riesce a ripiegare in modo corretto e riporre nella custodia.
    Come mi sento, ora? Non lo so. Non so se fidarmi e iniziare a prenderle oppure buttarle nel gabinetto, come accade nei film quando il tossico viene sorpreso dalla polizia in casa con la droga.
    Domani le nasconderò nell’armadietto della palestra, le metterò in fondo, dietro al beautycase uso dove tengo le cose per la doccia.
     
    Giugno
     
    Adesso che si sa che sono andato da quel medico, gli atteggiamenti da parte dei miei compagni nei miei confronti sono migliorati. Io ancora non ho provato quelle pillole, ma glielo sto facendo credere. Alcuni discorsi mi fanno paura, qualcuno ha parlato delle mie “medicine”, dicendo che anche lui aveva “iniziato così”...
    “Iniziato? Ma io non ho cominciato nulla, io le prendo solo come energizzanti, per riprendermi dalla fatica, rimettermi in forze velocemente”.
    “Sì, lo pensavo anch’io in principio! Poi mi hanno convinto a prendere qualcosa di più potente... Stai cominciando a salire su una scala mobile, ma non vedi la fine, e soprattutto, come tutte le scale mobili, non puoi fermarti né tornare indietro, e neanche scendere, puoi solo andare avanti!”.
    Anche Bullone ora mi considera suo “amico”, ma ho paura che se le mie prestazioni non migliorano capiranno che li sto ingannando. È qualche mese ormai che questa storia va avanti, ancora non ho deciso se tentare il passaggio a professionista, ma il tempo sta per scadere.
    Ieri notte ho anche dormito male, tra me e me ho dato la colpa a quello che avevo mangiato. Mi sono alzato dal letto e ho aperto la finestra per far entrare un po’ di aria fresca. Per fortuna è estate e il tempo lo permette. Davanti al panorama il tempo passava, ma io ero sempre in balia dei miei dolori. E dei miei pensieri.
    Le ferie si stanno avvicinando, ma io non ho programmi per quest’anno né voglio pensarci!
    Fare come fanno tutti? Cercare di capire cosa sta succedendo? Andare a denunciare questo giro? Non lo so, non lo so, non lo so! Comunque non oggi, forse domani.
     
    E voglio anche smettere di scrivere questo diario.
     
    Luglio
     
    Era da quasi un mese che non scrivevo più, ma ho dovuto riprendere!
    È successo! Tutti lo conoscevano nel quartiere, tutti pensavano che sarebbe capitato prima o poi… Giorgio è stato arrestato!
    I poliziotti l’hanno preso in una retata, l’altra sera, in un pub malfamato. Lui confessa dice di essere innocente, ma le accuse a suo carico pare siano molte. Sembra che la Polizia lo consideri un pesce piccolo, comunque.
    Sicuramente Bullone aveva dei capi a cui doveva dar conto, lui si occupava della nostra zona e la sua specialità era trovare “carne fresca”, atleti giovani, come me. Non si sa chi lo abbia tradito, si fanno due ipotesi: uno dei suoi collaboratori o uno che si riforniva tramite lui, come me.
    Ora lo interrogherà e probabilmente inizierà a parlare, a dire quello che sa. Ho paura! L’angoscia mi soffoca.
    Ho seguito il telegiornale regionale con molta attenzione, è stato uno dei primi servizi mandati in onda.
    Il capo della squadra mobile ha spiegato che avevano già molte prove e che hanno voluto chiudere l’operazione in fretta, prima di una prossima gara sportiva molto importante. L’hanno chiamata operazione “acqua pulita” e hanno detto che sicuramente “ci saranno altri sviluppi”.
    Ho paura che queste novità riguarderanno anche me, che magari mi vengano a prendere a casa!
     
    Sono passati un po’ di giorni, io ho scelto di non andare più in piscina, voglio che si calmino un po’ le acque.
    Che bello il silenzio: nessuno parla, nessuno può criticare, nessuno può insinuare, nessuno può accusare...
     
    Non c’erano novità sulle indagini, eppure oggi il primo servizio al telegiornale era dedicato proprio all’operazione “acqua pulita”.
    Carlo è stato trovato impiccato nel suo ufficio vicino alla piscina. Lo ha scoperto la mattina presto la donna delle pulizie, entrando nella sede della polisportiva.
    Ha lasciato un biglietto d’addio: “Non posso andare in prigione. Chiedo scusa a tutti, ma non posso continuare a vivere così. Chiedo scusa per il male che ho fatto! Non volevo. È stato qualcosa di più grande di me… Carlo”.
    La polizia stava indagando su di lui. Gli agenti hanno trovato alcuni documenti compromettenti nel suo portatile personale,  anche se prima di morire Carlo aveva provato ad eliminare tutto il contenuto dell’hard disk. I tecnici informatici della polizia però sono riusciti a recuperarli. Ci sono tabelle piene di nomi, medicinali e conti.
    La piscina rimarrà chiusa fino a quando le indagini non saranno terminate.
    Ho pianto in camera mia, da solo, come quando ero piccolo, giocavo con gli amici, cadevo e mi sbucciavo il ginocchio. Allora, però, cercavo con gli occhi mia mamma per gettarle le braccia al collo e farmi consolare.
     
    E’ arrivata, è tra le mie mani, tremo.
    Una lettera da parte della polizia. La apro con il batticuore. Mi hanno invitato a presentarmi al commissariato domani mattina, alle ore 9.00. Mi dico che non può essere una situazione così preoccupante: tra le righe leggo la frase “come persona informata sui fatti”. Ho tirato un sospiro di sollievo così forte che forse i vicini di casa l’ hanno sentito! Porterò con me il flacone delle pillole, la ricetta e questo diario, mi darà forza.
     
    Ottobre
     
    Il giudice ha deciso di non procedere contro di me! Ho trattenuto le lacrime a forza quando l’ho saputo! Ha detto che è stata importante la mia disponibilità a chiarire da subito la mia posizione. Il fatto di non aver mai preso le pillole che il medico mi aveva prescritto, poi, mi ha salvato: la vita e il futuro. Inoltre nel computer di Carlo non è stato trovato nessun indizio a mio carico. Il mio nome e cognome non comparivano, era venuto fuori solo da alcune dichiarazioni di Bullone.
    Non so chi o cosa devo ringraziare, la fortuna, forse la mia paura. O è stata la forza di volontà che non mi ha fatto cedere alla tentazione? Adesso devo rimboccarmi le maniche e dare il meglio di me.
     
    In questi giorni, in piscina campeggia questo cartello:
     
    Apertura del centro polisportivo
    Nuova gestione
     
    Corsi di:
    nuoto
    acquagym
    pallanuoto 

    campi di:
    calcio a cinque
    calcio a sette
    tennise tanto altro!!!!
     
    Accorrete tutti!!!!
    Che cosa aspettate?
     
    Per info rivolgersi in segreteria nei seguenti orari:
    Lunedì - venerdì: 10-13 17-20
    Sabato: 10-13.
     
    E in fondo all’avviso queste parole:
    Istruttore di nuoto: Elio Vitale.
     
    La nuova società mi ha contattato proponendomi questo lavoro! Quando me lo hanno detto non ci volevo credere: dopo essere stato a un passo dalla prigione … Ho detto subito di sì, senza pensarci un attimo …
    Dovrò studiare, seguire un corso e prendere un brevetto di “Docente istruttore di nuoto”.
    Ho deciso. Rinuncio ai miei sogni agonistici, alla carriera, farò l’insegnante.
    Istruttore di nuoto: ai miei allievi spiegherò che l’importante è divertirsi e dare il meglio di sé, onestamente, senza imbrogliare.
    Mi viene da piangere, ma questa volta di gioia!
                                                                                                           

  • Come comincia: Il Parente di Famiglia nasce nell’agosto del 1940, in seconde nozze, quarto dopo tre fratelli di prime nozze. Non sappiamo come abbia trascorso i primi di anni d’infanzia caratterizzati dalla guerra. Sappiamo solo che suo fratello maggiore sfollò a Campagna (SA) e si trovò sotto le macerie dell’unico bombardamento inglese andato a  buon fine (si fa per dire) su Campagna, uscendone fortunatamente abbastanza illeso. Ma del parente di famiglia non sappiamo nulla. Le prime notizie che abbiamo su di lui risalgono al ’51, alla nascita della sua sorellina. Pare che il padre  gli abbia sottolineato il lieto evento con le parole: “E’ nata colei con cui devi dividere le proprietà di tua madre”. Non sappiamo se queste parole furono quelle determinanti per la sua psiche o vennero solo a sigillare un modo di essere già in atto.
    Ad ogni modo il ragazzo cresce, si diploma ragioniere ed entra in banca.
    Il padre ha costruito una casa di due piani per la famiglia. Vi aggiunge un’ala per ricavare due appartamentini per i figli maggiori già sposi. Il padre provvede alla struttura. I due figli provvedono da soli alle rifiniture ed ai pezzi d’opera. Il maggiore si stabilisce in quello al pian terreno. “Perché mio padre mi vuole vicino” è la versione ufficiale. “Perché doveva correre a separare il padre ed il fratello quando si afferravano” è la versione della moglie.
    Alla fine la casa viene divisa in quattro appartamenti. Per il Parente di Famiglia, il padre aveva stabilito che gli venisse acquistato un appartamento fuori di lì. "Altrimenti questo vi farà vedere i sorci verdi", dice. Invece i fratelli costruiscono un ampio appartamento sopra l’ala nuova e parte di quella vecchia. L’operazione è completamente priva di costo per il Parente di Famiglia. Non sappiamo se questo o altro sia stato l’evento che gli abbia inculcato in testa che i fratelli avessero l’obbligo di mantenergli la casa vita natural  durante.
    Anni dopo il Parente di Famiglia si lamenta d’infiltrazioni dal soffitto ed, ancora senza costi per lui, gli viene costruito un bel tetto sulla testa.
    Diventa grande amico di un ragioniere commercialista con cui divide informazioni su investimenti. Fatti suoi. Gli piace anche dare soldi in prestito. Credo anche questo fatti suoi, purché gli interessi non superino il tasso d’usura. 
    Intanto il fratello maggiore si è trasferito altrove.
    Gli anni passano. Anche la sorellina si sposa. Riceve spesso la visita del fratello che le dice: “Io devo sapere quello che è mio”. 
    Intanto la manutenzione della palazzina lascia a desiderare. La sorella che abita a pianterreno ha infiltrazioni di umido dal terreno. Occorre fare i lavori, ma non si fanno. Si attende sempre che provveda il fratello maggiore.
     Anche il secondo fratello lascia la casa ed il Parente di Famiglia prende in mano la gestione spicciola della palazzina.
    Comiciano a staccarsi pezzi d'intonaco, ma non si fa niente.

    L’affettuoso Parente di Famiglia esterna il suo affetto, il suo rispetto e la sua gratitudine per il fratello maggiore, da cui tante attenzioni ha ricevuto, facendogli visita a Natale presentandosi con un panettone.
    Intanto la sorella esegue dei lavori nelle proprietà che ha ricevuto dalla madre. L’affettuoso Parente di Famglia le fa causa per danni spillandole dieci milioni (delle vecchie lire). Non sappiamo se fosse già sua intenzione o una levata di scudi dei fratelli l’abbia indotto a tornare almeno parzialmente sui suoi passi, fatto sta che restituisce quei soldi alla sorella facendo due buoni di cinque milioni ciascuno ai due figli della sorella. Però continua a trattare male il marito della sorella e dà in escandescenze e gli imputa la colpa ogni volta che il cancello della palazzina si rompe. Cancello che si rompe spesso ed aggiustato da una ditta di fiducia del Parente di Famiglia.
    A 52 anni il Parente di Famiglia va in pensione ed ha più tempo per dedicarsi alle sue attività preferite.
    Si realizza l'impianto di messa a terra nelle scale, in contemporanea il Parente di Famiglia si ristruttura e rinnova l'impianto elettrico a casa sua. 
    Anche la sorella lascia la palazzina ed entra un nuovo proprietario. Si fanno i lavori per l'umido dal terreno. Direttore dei lavori un nipote del Parente di Famiglia.
    La figlia del  fratello maggiore va a vivere nella palazzina.
    Il Parente di Famiglia presenta un preventivo per infiltrazioni d'acqua dal terrazzo scritto con una Olivetti uguale alla propria. La nipote non sa quando, se e cosa sia stato fatto. Paga solo le quote richieste. Pochi mesi dopo chi abita sotto il terrazzo, amica del Parente di Famiglia,  si lamenta di nuovo di infiltrazioni. “Ma la ditta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?”, chiede la nipote del Parente di Famiglia. Non riceve risposta e per un po’ non ne sente più parlare.
    Il fratello maggiore deve fare delle terapie. Il Parente di Famiglia, sempre sollecito e premuroso, insiste per essere lui ad accompagnarlo.
    Un anno dopo è il marito della nipote del Parente di Famiglia a svolgere il ruolo di amministratore del condominio. Il Parente di Famiglia non versa mai le sue quote. Continua ad effettuare, non richiesto, spese per il condominio e chiede che le sue quote gli siano compensate per le spese sostenute. Non contento contesta sempre i conti del nipote.
    Il nipote deve anche occuparsi dei calcinacci che cadono da vent'anni, delle pluviali non immesse in fogna, dei danni vecchi che escono fuori, della pitturazione della scale che attende dal tempo in cui fu messo mano all'impianto elettrico, etc. etc.
    Il Parente di Famiglia che quando faceva l’amministratore-ombra non tollerava domande, altrimenti erano urla, e non mostrava mai fatture, contesta in continuazione i conti del nipote e chiede di avere (ed ottiene)  le copie di tutte le fatture e ricevute.
    Quando il nipote dà le dimissioni, il Parente di Famiglia contesta ancora i suoi conti e si rifiuta di pagare quanto richiesto: 198 euro. Riconosce solo un debito di 33 euro. Per tacitarlo, l’assemblea accetta la sua proposta: dividere i 165 euro rimanenti in parti uguali.
    Pochi mesi dopo il Parente di Famiglia cambia idea e manda una citazione al nipote: adesso riconosce che doveva pagare 198 euro, in quanto come “consolidata consuetudine” non versava le sue quote condominiali, però, attesta, ha pagato di sua iniziativa 216 euro al giardiniere quindi cita il nipote perché gli versi i 18 euro di differenza. La citazione viene da un avvocato genero dell’amico ragioniere commercialista.
    Il nipote si era già rivolto ad un avvocato. L’avvocato dice che è sua abitudine ispezionare i luoghi per rendersi conto della situazione. Quello che vede è di suo gusto.
    Il Parente di Famiglia torna a fare l'amministratore-ombra.
    Sottrae 140 euro alla nipote nel bilancio ordinario e le fa avere un decreto ingiuntivo per 240 euro senza alcun documento valido a sostegno.
    La nipote paga. Tre mesi dopo l'ufficiale giudiziario minaccia di sfondarle la porta di casa, come se non avesse pagato. La nipote apre gli occhi. Lo zio agisce da "Amico di Famiglia": vuole mangiarle l'appartamento. 
    Il Parente di Famiglia scrive una lettera di calunnie contro il nipote accusandolo in pratica di aver rubato 80.000 euro (evidentemente gli operai che hanno  installato impalcature e lavorato per tre anni lo hanno fatto gratis). Invia copia della lettera anche ai parenti. Invia la lettera anche all’avvocato del nipote che gli fa presentare denuncia per calunnia.
    Si sposa la figlia del Parente di Famiglia. Il Parente di Famiglia cerca di far avere un biglietto alla nipote dicendo che dovevano tornare ad essere una famiglia, etc. etc. Ma non interpreta il suo ruolo di colomba che reca il ramoscello d’ulivo con il ritiro della citazione in cui chiede 18 euro. Non si presenta con una lettera di scuse. La nipote lo ignora.
    La figlia del Parente di Famiglia si sposa, godendo per lo scenario delle sue foto della palazzina rimessa a nuovo grazie al lavoro di amministratore del cugino acquisito. Come previsto, il giorno dopo il matrimonio il nipote acquisito del Parente di Famiglia riceve la lettera raccomandata di un altro avvocato che chiede i documenti che il Parente di Famiglia ha già in copia.
    Questo nuovo avvocato ha il papà anch’egli ragioniere commercialista. Poco dopo il nipote del Parente di Famiglia riceve un’altra citazione. L’avvocato con il papà ragioniere commercialista, evidentemente ignorando che come “consolidata consuetudine” il Parente di Famiglia non versava le sue quote condominiali, chiede 460 euro di rimborso.
    In più, senza portare alcun documento o prova, afferma che il nipote ha causato “grave danno”.
    Passano gli anni. Il Parente di Famiglia si avvicina di nuovo al nipote tentando l’approccio: lasciamo stare il passato, mettiamoci una pietra sopra. Non si sa a quale scopo o, meglio sì: si diverte di più nel lanciare le sue staffilettate quando l’altro ha abbassato la guardia oppure ogni tanto ha bisogno di rifarsi la facciata di "persona per bene" affezionato alla famiglia.
    Intanto continua a non versare le sue quote, ma a pagare di sua iniziativa le bollette del condominio chiedendo il rimborso o la compensazione e fa scappare tutti gli amministratori esterni che si sono succeduti nel tentativo di gestione del condominio. 
     
    L’avvocato del nipote, che aveva trovato la casa di suo gusto, lascia cadere nell’oblio la citazione in cui il Parente di Famiglia  riconosce che come “consolidata consuetudine” non versava le sue quote condominiali e lascia andare avanti la seconda. Lascia cadere la richiesta di danni, tanto cara e divertente per il Parente di Famiglia. Non c’è consistenza. L’affare è altrove.

  • 25 agosto 2014 alle ore 12:37
    Anamour, Edizioni Creativa 2014.

    Come comincia: capitolo 2_ Solitario
    Gli tengo in piedi la casa perché da solo si perde, questo

    mi ha detto. Fa quasi tutto, ma poi gli manca

    l’attenzione al passar dei giorni e si trova con montagne

    di roba sul tavolo, nei lavelli, e polvere che appare su

    ogni cosa ... non se lo spiega, la vede lì, cresciuta dal

    nulla, e si ferma a osservarla.

    Ha voluto che ci conoscessimo a pranzo, appena arrivati

    in terrazza – era tutto apparecchiato per bene – si è

    presentato: mi chiamo Silvio, mi ha detto.

    Ha preso a parlare come un ruscello che sgorga, fragile,

    dal terreno e te ne accorgi quando la terra si fa scura

    caricandosi d’acqua.

    Così le sue parole, subito piccole, quasi casuali, si sono

    riempite di significato dando vita a un racconto troppo

    intimo per un primo incontro.

    Ora dice che, da quando le sue donne l’hanno lasciato,

    non è più interessato alla vita come vorrebbe.

    Vive di istanti che cuce l’uno assieme all’altro, ma fa

    fatica a cogliere un filo che li unisca come in una storia.

    Si trova solo da poco ma era da tempo destinato a

    questo stato.

    Ha fatto troppi errori che, sommati l’uno all’altro, hanno

    creato una situazione che mi sembra irrimediabile.

    Lo osservo un po’ inespressiva e lui riattacca a parlare

    come se si dovesse liberare di tante piccole noie, stese

    sull’anima come la polvere compatta di tanti giorni.

    Continua spiegandomi perché sta da solo in una casa così

    grande.

    Sua moglie, distratta, ce l’ha lasciato dentro ... senza

    chiedere nulla. Una volta ancora.

    Non ha mai chiesto nulla se non certezze, l’unica cosa

    che lui non avrebbe mai saputo darle.

    Cose come un bel sorriso quieto, una mano tesa

    immobile a mezz’aria, un pensiero cortese, una

    formalità ripetuta uguale a se stessa ogni giorno.

    Giunta allo stremo, nel colmo dell’insicurezza

    economica, ha deciso di partire.

    È scappata come davanti a un uomo violento. Fuggita da

    quelle ombre che incontrava ogni giorno, ormai da troppi

    anni.

    Sagome scure irriconoscibili, disegnate coi margini netti

    e tenaci di un’incomprensione sottile, colma di silenzi

    lontani.

    È sparita mettendo in fretta in borsa quei silenzi

    trasformati in distanze incolmabili. Punti interrogativi

    atrofizzati, timidi, che non meritavano più attenzione.

    Mi racconta tutto e, a questo punto, fatico a seguirlo.

    Un po’ in ansia per l’avvicinarsi dell’appuntamento che

    ho nel pomeriggio, osservo la cura con la quale serve il

    pasto come un atto mirato a calmarmi.

    Deve essersi reso conto di quanto tempo ha passato a

    parlare o, forse, si tratta semplicemente di un’abitudine

    costruita negli anni.

    Nulla che abbia a che fare col rispetto per l’ospite né,

    tanto meno, col fascino che le mie poche, attente,

    parole possono aver avuto al suo orecchio.

    Frasi brevissime sparse qua e là nei pochi momenti di

    silenzio.

    Utili per vendersi al meglio forse, e che mi trovano

    silenziosa ed esausta un attimo dopo esserci riuscita.

    Le risento stentate, forse troppo mielose per produrre

    fascino, me ne rendo conto al cambio di piatto al suo

    ritorno.

    Ho vissuto sempre dentro di me in questi primi mesi

    dopo il mio ritorno, attaccata e centrata sui miei

    pensieri.

    Tanto da scordarmi che il mio aspetto suonava in

    perfetto accordo con la mia voce: nulla oltre pulizia e

    ordine.

    Unghie pulite, non curate, capelli pettinati non

    immaginati, abiti anche troppo stirati, ma banalmente

    comodi.

    Nessun vezzo che esprima il mio amore per il ballo o

    trasformi qualsiasi altro sentimento in un tratto della

    mia immagine.

    Volevo quel preciso aspetto e, allo stesso tempo, lo

    pativo come una punizione.

    Allo stesso modo provavo un certo piacere a confortare

    quell’uomo ma non potevo che farlo in quel modo:

    sufficientemente programmato da sembrare solo

    corretto e un po’ freddino, ad alcuni forse addirittura

    falso.

    Comunque, stanca di quella lunga confessione,

    approfitto della sua assenza in cucina per il caffè o

    chissà cos’altro, mi bastano pochi secondi di vuoto sulla

    terrazza, il vapore caldo che producono ancora i tetti

    che tremano come in un miraggio e scappo via con la

    mente.

    I ricordi sono ancora lucidi, è passato poco tempo dal

    mio ultimo viaggio.

    Parto verso la pioggia quotidiana che segue le mattine

    ventose.

    Vedo le nuvole che scendono dalla cordigliera, il verde

    impenetrabile dei parchi del fine settimana e, lontani di

    giorno e prossimi la sera, i tuguri del bàrrio sulle prime

    pendici a est.

    Ogni colore vivido come gli schizzi di tempera sul foglio

    bianco della mia Stella, ogni foglia pesante dell’ultima

    pioggia subita.

    Sento il profumo della mia terra bagnata e l’odore dei

    freni della Transmilenio sui lunghi binari in discesa.

    La puzza del quartiere con le sue lucine fioche che

    ciondolano, lente, nel buio dei cavi elettrici rubati.

    La voce della gente ... per ultima, sfumata, quasi assente

    fino al silenzio e il suo viso, quello dell’uomo che mi ha

    costretta a fuggire.

    Un viso che sfuma via in fretta su quello di Silvio che

    riappare.

    Ordinato, capelli troppo pettinati anche lui come me ma

    diverso, mi guarda e si accorge che sono partita.

    Deve aver realizzato, anche se non lo spero affatto,

    l’aspetto innaturale di quel pranzo sulla terrazza.

    I tempi troppo dilatati per un primo incontro, l’intimità

    artificiale, forse anche la mia fretta inopportuna e

    improvvisamente vivace.

    Si scusa con poche parole informali, che confermano le

    mie sensazioni, e porta via tutto accatastandolo in

    cucina malamente, con qualche rumore.

    Salutandomi, davanti al caffè della moka, mi dice che

    non è la solitudine a dettargli le mosse e, che gli creda

    per cortesia, intendeva solo mostrare il giusto rispetto.

    Appena scese le scale mi chiama al telefono e mi dice

    che allora, se per me va bene, cominciamo pure da

    domani, e si scusa ancora.

    Ho passato qualche ora, al lavoro nel pomeriggio, su

    quelle due frasi “mostrare il giusto rispetto” e “se per

    lei va bene”, senza capirle.

    Dopo qualche settimana, avendo preso un po’ di

    confidenza, davanti a un altro caffè mi ha raccontato il

    perché della sua solitudine.

    Era una situazione più naturale, ero più presente anche

    io, oltre che libera nel pomeriggio.

    Produceva il busto di papa Giovanni, mi ha detto.

    Ogni anno ne aggiornava il disegno.

    Gli umori della gente inseguono il mutare del tempo e lui

    faceva lo stesso col busto del “papa buono”.

    Un giorno arriva un commerciante che gli propone di

    produrli in Cina.

    Lui, visto troppo vicino il nemico, decide di diventarne

    socio.

    Tre anni dopo le copie perfette del suo modello invadono

    tutti i negozi del Vaticano.

    Le scopre anche sulle bancarelle di Piazza Navona, senza

    che siano transitati dal suo ufficio commerciale e capisce

    che il socio orientale ha scelto di fargli la guerra.

    Di schianto si accorge dell’errore.

    Il fatturato che, di lì a poco, diventa un terzo del mese

    prima e sempre peggio.

    La gente che deve mandare a casa dopo mesi di lotte e

    salti del cuore.

    Non riesce a parlare a nessuno di ciò che nemmeno lui

    accetta.

    Una sera, però, abbandona il suo mutismo e decide che a

    sua moglie ne deve parlare.

    Sbaglia il momento o i modi forse.

    Lei non lo capisce o comunque non gli scusa l’errore.

    Anzi, di fronte alle cifre che le svela mano a mano che le

    domande si fanno più precise e pressanti, lo lascia e di

    colpo quel mutismo si trasforma in silenzio: puro,

    equilibrato e finalmente intimo.

    Le figlie vanno con lei e, poco dopo, lascia il lavoro

    anche l’ultimo dipendente dell’azienda, anch’essa ora

    colma di quello stesso silenzio che sembra ancora più

    assoluto e desolante per quanto è stato improvviso.

    Vede spesso le figlie.

    Ora lo guardano con gli occhi della madre, è normale

    dice, ma lui aspetta con quanta più calma riesce a

    tenere: cresceranno.

    Ha mollato, d’un botto, tutto ciò che parlava di sé: il suo

    ufficio, la politica, la finanza, il partito e gli eventi.

    Da allora passeggia per i vicoli del Vaticano nel tardo

    pomeriggio e, prima o poi, tornerà a lavorare, dopo che

    il tempo avrà cambiato umore.

    Mi racconta tutto questo non riuscendo a nascondere uno

    strano piacere che, di nuovo, non capisco.

    Sottolinea gli sbagli commessi col ritmo lento della voce.

    Sembra volerli memorizzare mettendoli in fila come i

    panni ad asciugare, ben stesi che non ti facciano patire a

    stirarli.

    Riesce a piangere solo quando suona la musica.

    Si chiude nelle note tutti i giorni dalle nove del mattino

    sino a quando vado via, verso l’ora di pranzo, attraverso

    Via del Boschetto.

    Prima di uscire lo vedo che apre la porta di quella

    camera col pianoforte enorme nero e lucido.

    Noto in lui uno sguardo un po’ più leggero, non certo

    spensierato ... sollevato piuttosto.

    Mi rivedo in quegli occhi quando affamata riesco a fare

    uno spuntino, piluccato tra un lavoro e l’altro.

  • 19 agosto 2014 alle ore 23:27
    Tu, che ci sei, non essendoci.

    Come comincia: Il nostro non fu un vero incontro o meglio, sono io che ti incontrai. Ciò che vedevo di te era poco, o quasi niente, una piccola ombra proiettata sul pavimento del negozio. Io aspettavo che la mia amica mi chiamasse per chiedermi quale fosse migliore tra una maglietta viola scolorita e un giacchettino a jeans borchiato, e tu invece eri da sola che, dall’altra parte della fessura, ti cambiavi continuamente. Erano le tue caviglie, quelle che vedevo sul pavimento, un cerchietto, che sembrava fosse d’argento, toccava la tua caviglia provocando un docile suono. Ti alzavi sulle punte per provarti il pantaloncino e poi aspettavi inerme qualche minuto, per decidere se ti stesse bene o meno. La mia amica, di nome Carla, mi chiamò, e mi riportò subito sulla terra ferma. Mi chiese che stessi facendo e io risposi con qualche monosillabo sottovoce. Commentai, e chiusi la porta, ma quando mi diressi dall’altra parte per continuare a sognare, e attendere la tua uscita da quel camerino, tu non c’eri più. Al tuo posto, fissa sul pavimento, c’era una piccola sedia con qualche vestitino sopra. Vidi un camicetta di pizzo bianco, forse troppo grande per il tuo docile corpo che immaginavo nella mia mente.
    Ciò che vidi di te, furono solo le caviglie, con dei lineamenti così precisi e morbidi, che leggiadri si muovevano sul pavimento. E poi il nulla, andai via, e pensai tutta la sera a quanto sarebbe stato bello incontrarti, al nostro primo appuntamento mancato, ai nostri viaggi persi nei sogni, e a te, che di te, non sapevo nulla.

  • 18 agosto 2014 alle ore 18:30
    LA PASSIONE E L'AMORE .

    Come comincia: La marchesa si dilettava a parlare francese così l'Albertone poteva sfoggiare la sua lingua straniera preferita.
    Fuori dalla stazione troneggiava la Silver Cloud III. come sbagliarsi, ad un cenno di Alberto l'autista di precipitò a prendere la valigia dell'ospite e poi aprì la portiera posteriore dell'auto, Alberto la richiuse posizionandosi sul sedile al lato dell'autista.
    "Senta Alfredo, anche se lei è più anziano di me vorrei che ci dessimo del tu, i romani lo fanno non per invadenza ma per un rapporto più amichevole."
    "Come vuole lei, anzi tu."
    Il viaggio fu piacevole, pian piano l'auto percorreva strade in salita, sempre più in salita.
    "Alfredo fra poco arriveremo sulla cima dell'Etna!"
    "No signore, anzi Alberto, siamo quasi arrivati."
    Dinanzi ad un cancello Alfredo azionò un telecomando.
    "Vedi, là in fondo in quella dependence alloggiamo noi della servitù: Carmela la cameriera, Alfio il giardiniere e Cettina la cuoca."
    Al suono del clacson comparve Gea.
    "Benvenuto, mi segua, le mostrerò la sua camera, Alfredo..."
    "Alfredo ha finito il suo compito, la valigia me la porto io."
    "Colazione alle 13,30."
    "Ma io ho già fatto colazione...va bene ho capito."
    Alberto troppo tardi aveva compreso che i nobili chiamano colazione il pranzo, cominciava bene!
    Una sciacquata al viso pantaloni beige, camicia a righe multicolori 'Armani', aperta sul davento per mostrare il pelo mascolino e via!
    Madame la marchesa giunse al braccio di Gea, molto signorile nel vestire sempre di nero ma di stoffa più leggera e senza gioielli.
    Un finto baciamano apprezzato con un cenno del capo dall'interessata ma non dalla dama di compagnia che lo immortalò con uno sguardo gelido.
    Pensiero di Alberto: "Ma guarda sta stronza!"
    "Anche se siamo lontani dal mare riesco a farmi pervenire pesce fresco: ho ordinato pappardelle cozze e vongole, aragosta olio e limone, tanti contorni e le alici marinate che non mancano mai nella mia dieta, il medico afferma che aiutano contro l'osteoporosi, faccio finta di crederci perchè mi piacciono."
    Dopo il caffè i tre 'emigrarono' in giardino.
    "Gea fa fare un giro nel parco al nostro ospite così digerirete, a me la solita sigaretta, l'unico vizio che pratico..."
    "Lei ha il senso dello humor, noi romani..."
    "Ce l'avete sin troppo!"
    "Gea non ama molto i romani, se vuole lei stessa le dirà il perchè."
    I due si incamminarono lungo un viale al centro di un prato all'inglese, lontano, dietro alberi di alto fusto, il parorama di Taormina.
    "Taormina è una città che amo, ci vado spesso perchè..."
    ""È la località preferita per le sue numerose conquiste, si vede subito da quell'aria di supponenza, questa cade ai miei piedi!"
    "Spero di no, sarebbe spiacevole che si facesse male, vorrei che diventassimo amici."
    Sino al rientro in villa silenzio totale. Gea era vestita collegiale:camicietta rosa chiusa sino al collo, ampia gonna nera, scarpe ballerine.
    "Allora com'è andata la passeggiata, le è piaciuto il mio giardino, Gea le avrà mostrato la voliera, era stata messa su da mio marito gran cacciatore..."
    Quella frase sospesa fece capire al bell'Alberto che i maschietti non erano benvoluti da quelle parti, fece buon viso a cattivo gioco:
    "Col permesso della signora marchesa vorrei visitare l'interno della magione."
    "Che bel vocabolo, oggi nessuno lo usa più, Alberto che studi ha fatto?"
    "Liceo classico ma come lingua straniera il francese, purtroppo oggi va di moda l'inglese."
    "Io amo molto il francese, la mia insegnante era di madre lingua francese, potremo fare un pò di conversazione."
    "Io ricordo ancora delle poesie di La Martine e di De Vigny."
    "Un giorno me le reciterà, per ora col suo angelo custode giri per la mia magione."
    Al piano terra un grande salone arredato con mobili antichi, alle pareti scudi, alabarde, corazze e arazzi al centro un grande tavolo. Non erano di gusto di Alberto ma quasi sicuramente quello del defunto marchese amante della selvaggina femminile.
    Cena frugale e poi in giuardino, il clima fresco del mese di luglio allegrò la compagnia che appoggiò le proprie membra su sedie da giardino ben imbottite.
    "Gea per favore va a prendere il mio bocchino e una sigaretta, lei Alberto non fuma?"
    "Il signore ha altri vizi." dopo la battuta Gea scomparve dietro una tenda.
    "Non faccia caso al comportamento di Gea, è stata sposata e poi abbandonata da un architetto romano che, guarda caso, anni fà ha conosciuto proprio al Bellini di Catania."
    "Ben strana coincidenza, cambiando discorso marchesa volevo dirle che sono pratico di fotografia ma sono anche un maresciallo della Guardia di Finanza, ero a teatro per fotografare un tale..."
    "Le assicuro che m'è venuto un dubbio nel conoscerla, aveva qualcosa di militare che mi ha incuriosito, e bravo il nostro maresciallo non appena Gea lo saprà..."
    "Farà salti di gioia!"
    "Importante che non sia un architetto!" La marchesa prese a ridire gioiosamente.
    "Gea indovina che professione esercita il qui presente Alberto, non ci azzeccherai mai!"
    Gea impallidì vistosamente.
    "No non è quello che pensi tu, il signore è un sottufficiale della Guardia di Finanza. ti piacciono le Fiamme Gialle?"
    Gea aveva incollato il suo sguardo sul viso del buon Albertone che stette a rimirarla con sguardo ironico.
    "Sono benemerite!"
    "No quelli siono i nostri cugini Carabinieri, noi non siamo nei secoli fdeli, il nostro motto è 'Nec recisa recedit."
    "In quanto a fedeltà ci credo, conosco il latino ma non capisco che c'è di tagliato che non recede."
    "A Gea, lassamo perde alla romana!"
    Alberto capì subito di aver fatto un errore, il romanesco non era gradito da quelle parti.
    "Ma io ho anche parenti veneti e lombardi, mia nonna..."
    "Lasci stare le parentele, non credo una parola di quello che dice."
    "Gea quando si arrabbia è più bella!"
    "Questa frase è la ciliegina sulla torta, a teatro facevo meglio a restare nel palco!"
    "Ragazzi tregua, intanto penso che siate coetanei e potete darvi del tu, Gea vorrei andare a dormire, non ho bisogno di te, accompagna Alberto nella sua stanza da letto..."
    Questa volta fu la marchesa a scoppiare a ridere.
    "Signora marchesa vedo con piacere che il qui presente le ha fatto tornare il sorriso. è da tempo che non la vedo così, spero tanto che il qui presente faccia lo stesso effetto su di me!"
    "Mi hai letto nel pensiero, Gea cerca di volermi bene, in fondo sono un povero diavolo che non ha colpa di essere nato sotto il cupolone!"
    "Buona notte povero diavolo, ti auguro sogni d'oro ma quello che tu pensi sarà solo un sogno!"
    Mah, poteva andare peggio, Gea prima o poi avrebbe mollato, forse..."
    Sveglia tipo militare:
    "Sono le dieci dormiglione, la marchesa è andata a Catania, mi ha assegnato il compito di essere al tuo servizio nel senso di servirti la prima colazione, che pensavi furbacchione..."
    "Il furbacchione vorrebbe farsi una doccia, scusa ma sento qualcosa nell'occhio sinistro, guarda un pò da vicino..."
    Quella era l'occasione buona, o la va...Alberto trascinò Gea sul letto; presa alla sprovvista la damina non reagì e forse era quello che desiderava, non si saprà mai, la conseguenza fu che i due cominciarono a baciarsi, via la gonna, via anche le mutandine, viam il reggiseno, entrata alla grande nella beneamata.
    Il 'ciccio' di Alberto, da tempo a secco, inondò subito la vagina ma si riprese di buona lena sino ad una seconda eiaculazione, Gea rispose alla grande.
    La baby fu la prima a riprendersi:
    "Vado a lavarmi." e sparì dietro la porta del bagno.
    Al rientro in camera prese lentamente a vestirsi.
    "Adesso che ci penso non ha preso nessuna precauzione, non vorrei..."
    "Adesso che ci penso...non vorrei...sei quello che immaginavo, un incosciente ma non pensarci troppo, non posso avere figli, ci mancherebbe altro che avere un marmocchio che ti somigliasse!" Era ripresa la guerra. 
    Alberto provò il piacere della vasca di idromassaggio, si sbarbò, lentamente si vestì e si posizionò su una sedia al di fuori della villa.
    Dopo mezz'ora comparve la Rolls Royce, ne scese madame la marchesa tutta in ghingheri, niente vestito nero ma una gonna rosa pallido con una camicietta turchese, che cambiamento!
    "Madame dire che non la riconosco è la pura verità, è in gran forma!"
    "Questa mattina mi sono svegliata di buon umore, ho chiesto a Gea di cercare dei vestiti più allegri, era molto che non li indossavo, tutto merito suo!"
    "Mi fa sentira sarto Valentino, in ogni caso è un vero piacere."
    "Permetta che la prenda sotto braccio, mi accompagni dentro."
    A quella vista Gea che si trovava nel salone rimase di sasso, l'Albertone in un sol colpo aveva conquistato la vecchia e la giovane!
    "Cara non fare quella faccia, dì alla cameriera di portare in tavola, ho una fame da lupo!"
    I giorni passavano piacevolmente uguali ma senza quello che Alberto avrebbe voluto: una ripetizione di quella mattina che...Non riusciva a capire quell'astio di Gea, molto probabilmente non le era dispiciuto quell'incontro ravvicinato, anche la marchesa doveva aver intuito che il loro rapporto era cambiato ma, trascorsi cinque giorni Alberto decise di riprendere la via del ritorno.
    "Maresciallo questa magione è sempre aperta per lei, mi telefoni quando vuol ritornare e porti con sè l'atterezzatura fotografica, ho una mezza idea..."
    Accompagnao alla stazione di Catania dal fido Alfredo:
    "Ciao a presto  Alberto, penso proprio che ci rivredremo."
    Alberto aveva seri dubbi a tal proposito, a Messina riprese il solito tran tran, era sempre di cattivo umore, anche il colonnello Speciale se ne accorse:
    "Senti signor marchese piuttosto cher vederti in questo stato ti concedo venti giorni di licenza, fuori dai piedi!"
    Telefonata a casa della marchesa:
    "Sono Alberto vorrei parlare con la padrona di casa."
    "Non ti basta la dama di compagnia, vai sull'alto!"
    "Scusa Gea non ti avevo riconosciuto, ho passato brutte giornate a Messina..."
    "Non fare la vittima, ti passo la marchesa."
    "Bel maresciallo venga subito, io e Gea sentiamo la sua mancanza!" C'era dell'ironia in quella frase.
    "Da parte sua è credibile ma da parte della persona vicino a lei..."
    "È molto cambiatamle manca moltissimo, mi chiede sempre di lei."
    Alberto smise di sentire, la marchesa aveva messo una mano sulla cornetta per non far sentireb la reazione di Gea.
    "Allora a presto!"
    Solito passaggio: stazione di Messina - stazione di Catania, Rolls Royce, arrivo in villa.
    "Per festeggiare il suio ritorno menù speciale: risotto al sugo di anatra, coniglio con peperoni, uccellagione cotta al girarrosto, porchetta di maiale, contorni alla grande, lambrusco di 'Casali' che faccio venire direttamentte da Reggio Emilia, Carmela si è fatta onore!"
    "Non poteva andarti meglio figliol prodigo, come finale che desideri?" Gea aveva detto!
    "Non mettere in imbarazzo il nostro ospite, si vede dal suo sguardo quello che vorrebbe!"
    La marchesa si era sbilancaiata con una battuta decisamente forte.
    Tutto finì con un caffè sul patio.
    "Alberto le ho fatto portare l'attrezzatura fotografica perchè vorrei che riprendesse la villa sia all'interno che all'esterno, voglio mandare le foto a dei miei parenti americani, spero mi accontenterà, ovviamente sarà ricompensato.
    "Madame la marchesa lei mi ha ampiamente ricompensato con la sua conoscenza, ho apprezzato la sua signorilità, quando lei vorrà le reciterò la poesia 'Le lac' di Lamartine, tratta di una coppia di amanti che ogni anno, lasciati a casa di rispettivi coniugi, se la spassano sul lago di Ginevra."
    "Ecco ci mancavano pure i congiugi amanti!"
    "Gea si beccò lo sguardo malevolo sia della marchesa che di Alberto, vista la mala parata la giovin signora prese la via dell'abbandono della sala.
    "Mi prenda sotto braccio, andiamo in giardino e mi reciti la poesia."
    "Ainsi. toujours poussès ver de nouveaux rivages,
    dans la nuite eternelle emportès sans retour,
    ne pourrons- nou sur l'ocean des ages
    jeter l'ancre un sel jour?"
    "È molto romantica, approfitto dellla sua compagnia per passeggiare un pò lungo i viali, non lo faccio mai con gran dispiacere del giardiniere che ci tiene a far vedere la sua opera, ah ecco Alfio che si avvicina."
    "Signora marchesa ci voleva un ospite per vederla fra i miei fiori, guardi che rose, ho fatto vari incroci, vi sono colori che non esistono sul mercato, ammiri i glicini, i salici piangenti, signora marchesa me ne vado, sono commosso!"
    "Alfio è con noi da molti anni ma raramente gli do la soddisfazione di ammirare il giardino, mi ricorda troppo le passeggiate con mio marito anche se..."
    "Ho visto la sua foto nel salone, bell'aspetto dal sorriso accattivante..."
    "Troppo accattivante, l'ho amato molto anche se mi ha fatto soffrire, o mon dieu l'ho trascinata nei miei tristi ricordi, vediamo se riusciamo a ripescare da qualche parte Gea."
    La cotale era seduto nel patio, si avvicinò e prese sotto braccio la marchesa.
    "Questi sono i miei gioielli mi pare la frase di una matrona romana che mostrava i suoi figli alle amiche piene di gioielli."
    Entrrono in casa.
    "Mi sono un pò stancata ma sono felice, lo sarei di più se vedessi un sorriso sul volto di voi due."
    "Io provvedo subito e vorrei essere imitato da quella damina che ho apprezzato sin dalla prima volta..."
    "Questa è la frase riportata nel libro in cui gli spasimanti dell'ottocento traevano ispirazione per le loro lettere d'amore: signorina sin dalla prima volta che l'ho vista sono rimasto folgorato dalla sua bellezza..."
    "Conosco quel libercolo e l'ho usato spesso per le mie conquiste solo che le interessate mi hanno riso addosso!"
    "E hanno fatto bene!"
    "Gea, Alberto ti sta prendendo in giro, questi vostri battibecchi mi intristiscono, pensavo che l'arrivo di Alberto avrebbe portato un'ondata di allegria, Gea..."
    "Riconosco le mie colpe, con l'Albertone pace totale anzi lo prendo sotto braccio e gli faccio vedere la voliera del signor marchese, allons..."
    "Allora coniosci il francese piccola imbrogliona, ti mollerò tutta la poesia di De vigny 'Le cor', si tratta di un corno...attenzione quello è uno che suona!"
    "Guardami negli occhi, noi non potremo mai andare d'accordo, lo so, è colpa mia ma tu oltre ad esssere romano sei pure tifoso della Roma e gli assomigli pure... quel tale quando c'erano le partite della sua squadra si incollava sul televisore e non esisteva più nulla, non voglio più parlarne...ti faccio una proposta: vengo a letto con te ma tu il giorno dopo vai via per sempre..."
    "È un pò duro da accettare ma non vedo bia d'uscita, accetto.Ora incollati un bel sorriso sul volto, facciamo contenta la marchesa."
    "I miei ragazzi finalmente..."
    "Marchesa fotograferò la villa poi rientrerò a Messina, il mio colonnello avrà bisogno del suo fotografo preferito."
    "Sarà per noi un dispicere vero Gea?"
    L'interessata annuì.
    Il giorno seguente Alberto si alzò presto, con la fida Topcon si incamminò nella tenuta, rientrò in villa all'ora di pranzo, il pomeriggio si dedicò agli interni, la sera lavoro eseguito.
    Al termine della cena:
    "Marchesa porto con me i rullini, le spedirò le foto appena possibile, sono un pò stanco e col suo permesso vado a dormire, ciao Gea."
    "Buon riposo, domattina Alfredo lo accompagnerà alla stazione di Catania, buon viaggio se non ci rivedremo."
    L'imbrogliona rideva sotto i baffi, sapeva cosa l'aspettava!
    Dopo la doccia Alberto accese l'abat-jour sul comodino, ci mise sopra un panno azzurro, voleva creare un'atmosfera romantica all'arrivo della beneamata che non si fece attendere.
    Sul vano della porta, illuminata dalla luce del corridoio, le dea apparve in tutta la sua bellezza sotto una vestaglia lunga trasparente.
    "Ti prego un cunnilingus..."
    "Qui comando io, vada per il cunni!"
    Gea cominciò subito ad apprezzare i leggeri morsi e la sapiente lingua dell'amante, gedoette quasi subito ma trattenne la testa di Alberto sul suo pube, voleva ancora...
    Dopo la terza goderecciata:
    "Ti prego vieni dentro piano piano."
    "Piano piano un corno, ci sono scivolato, sei un lago!"
    "Una cosa che a mio marito non ho mai permesso."
    Gea si girò di spalle, prese un vasetto che aveva portato con sè, si lubrificò ben bene il buchino posteriore per la gioia di Alberto che non si aspettava quel finale pirotecnico.
    Un bacino finale e poi la triste uscita di scena, Alberto rimase supino a guardare il soffitto pieno di angioletti.
    Il giovin signore si sveglò alle otto, fece colazione, stranamente in vista nè la marchesa nè Gea, solo Alfredo ad aspettarlo.
    Treno Catania - Messina.
    All'ingresso in caserma il solito paesano caciarone:
    "C'iai l'occhio stanco, quante te ne sei fatte?"
    "Fatti i cazzetti tuoi!"
    Il colonnello Speciale lo accolse con una battuta:
    "Fra nove mesi qualche sorpresa? Se è maschio..."
    "Lo chiamerò Andrea!"
    Alberto inviò le foto alla marchesa che rispose con un mese di ritardo.
    "La ringrazio per le foto, sono molto belle, recentemente non sono stata molto bene, Gea al contrario è ogni giorno più bella, è anche ingrassata un pò. Auguri."
    Alberto rilesse la lettera varie volte, cercò fra le righe un significato recondito che poteva essere:
    - le due signore erano amanti e lui era stato solo un diversivo per Gea;
    - la marchesa voleva un'erede a cui lasciare il suo patrimonio, Gea non era stata sincera, non era vero che non poteva avere figli e quindi...
    Alberto si buttò sul letto: la seconda ipotesi lo sconvolse, sapere di avere un figlio e non poterlo vedere, crescere, coccolare...era stato proprio un imbecille, un fottuto imbecille!

                                                   

     

  • 18 agosto 2014 alle ore 18:16
    Buongiorno Felicità

    Come comincia: Fin dal primo giorno che mi registrai sul social
    anche se non avevo un' idea precisa sul cosa
    volessi fare, col tempo assimilai e accettai
    in modo naturale e spontaneo di usare
    la rete in modo responsabile.
    Amo scrivere da queste parti (in rete).
    Cerco e cercherò nel mio piccolo
    di trasmettervi più emozioni possibili
    con la consapevolezza di essere
    una persona come tante in un luogo come tanti
    in un contesto come tanti... ma dal punto fermo
    su idee e indoli che tengo a me rispettando
    quelle altrui. Buongiono Felicità.

  • 16 agosto 2014 alle ore 14:32
    La gioia di un abbraccio

    Come comincia: La nave si era appena allontanata dal porto. I gabbiani volavano in cielo nel rosso tramonto di Agosto. Mattia continuava a fissare l’orizzonte… Aveva chiesto per anni a Dio di trovare un angolo di Paradiso. D’improvviso si sentì ricolmo di gioia e il cuore gli batteva a mille: due braccia lo afferrarono.

    Il caldo abbraccio dell’amore: aveva finalmente trovato il suo Amore. Sofia, lo stringeva a sé e lui la guardò teneramente. 

    Il mare era calmo e una leggera brezza avvolse i due giovani amanti che, colti da quel dolce torpore, si strinsero e fissarono insieme quell’orizzonte. Il futuro non li spaventava, sapevano che la loro storia d’Amore li avrebbe portati verso l’infinito e oltre e che tutto ciò che sembrava impossibile diventava semplicemente possibile e semplice da vivere. 

  • 16 agosto 2014 alle ore 13:13
    Come vedevo un social

    Come comincia: Fin dal primo giorno che entrai in un social
    vedevo attorno a me delle cose che sembravano vere
    solo nel momento che si osservavano:

    Una foto di un bimbo sorridente, o di una donna contenta e felice
    o altro, e pensavo dentro di me che tale persona era sempre felice
    in ogni momento della giornata.. ma così non è.. ma io sentivo
    invece che era così.

    E col tempo capii che anche se era stupendo mettere su un social
    foto bellissime era anche vero che non rispecchiavano uno stato
    d'animo perenne e costante.

    A tutt'oggi io amo usare il social e lo faccio in modo respinsabile
    e a contario del passato non condivido mai video osceni
    o contenuti ambigui e/ o violenti.

    Fa parte della mia persona, come anche fa parte di un contesto
    che reputo giusto e onesto nei miei e nei confronti altrui.

     

  • 15 agosto 2014 alle ore 16:43
    LA PASSIONE E L'AMORE

    Come comincia: "M'ha telefonato mio marito..."
    "Novità?"
    "Torna dopodomani..."
    "...prima o poi..."
    "Mi sento morire..."
    "Porta Raffaella da tua suocera e poi vieni a casa mia."
    La storia fra Miriam e Alberto era iniziata tre mesi prima. La dama, un metro e ottanta, lunghi capelli biondi, ben proporzionata, dal sorriso affascinante, un passato da atleta (lanciatrice di giavellotto), casalinga, era sposata con un ometto pari età, Andrea M.. trentacinue anni, un metro e sessantacinque, chiuso di carattere ma ricco di famiglia, ingegnere presso L'ENI, rimaneva lontano da casa lunghi mesi impiegato presso piattaforme petrolifere dando la possibilità alla bella Miriam di spassarsela bellamente.
    Alberto, quarant'anni, scapolo incallito, un metro e ottantacinque, tombeur des femmes, prestava la sua opera presso la Guardia di Finanza col grado di maresciallo. Anche la divisa contribuiva ad aumentare il suo fascino e il successo con le femminucce (anche mogli di colleghi) era assicurato.
    Abitavano nello stesso palazzo. Il loro primo incontro era avvenuto un giorno di novembre, particolarmente piovoso, in cui Miriam aveva avuto difficoltà a trasferire i pacchi della spesa dalla sua macchina sino all'ingresso della scala.
    Il bell'Alberto si era premurato ad aiutarla salendo al suo piano con l'ascensore.
    "Qui finisce il nostro percorso." Alberto aveva buttato l'amo."
    "No entri a casa mia, gliela faccio visitare."
    "Proprio bella, mobili moderni anche se io preferisco quelli antichi."
    "Allora mi faccia vedere casa sua!"
    "Scusi il disordine ma oggi non è il giorno del filippino."
    "Vedo che ha ancora il letto sfatto, chissà quante femminucce ci sono passate!"
    "Una meno di quante ne vorrei!"
    "Non capisco.."
    Miriam invece lo capì subito perchè si trovò lunga distesa sul letto non rifatto con Alberto sopra di lei, così era iniziata la loro, storria.
    Domanda immancabile: "Mi domando e penso non essere il solo come o meglio perchè hai sposato tuo marito."
    "Mio padre era morto e la sua pensione di riversibilità non era sufficiente per mantenere la mia famiglia soprattutto per acquistare i medicinali per mia madre gravemente ammalata. Andrea da tempo mi faceva una corte assillante, era ricco di famiglia, sapeva di non avere alcuna possibilità ma non demordeva. Spinta da mia madre e dai suoi parenti mi sono lasciata convincere a sposarlo ben sapendo che mi sarei prese tante licenze extramatrimoniali sin quando ho conosciuto te e mi sono innamorata, maledizione!"
    "Maledizione perchè?"
    "E me lo domandi. Adesso al solo pensiero che mi tocchi mi rende nervosa, infastiita, trovo la cosa insopportabile..."
    "Lascialo."
    "Raffaella è troppo piccola e lo adora, sarebbe per lei un trauma e poi non saprei dove andare lasciando casa nostra, lui mi farebbe la guerra con la separazione per mia colpa, senza alimenti e poi chiederebbe l'affidamento di nostra figlia."
    "Cerco di mettermi nei tuoi panni..."
    "Non penso che possa riuscirci, per un uomo il sesso è qualcosa di più superficiale e poi non sei innamorato di me..."
    "Sai l'amore..."
    "Lascia perdere, sei molto bravo con le parole e forse riusciresti a convicermi che tu.."
    Miriam si era messa a piangere.
    Erano passati vari giorni senza che i due amanti potessero sentirsi.
    Una mattina Alberto sentì bussare alla porta con violenza. Scalzo andò ad aprire., Miriam entrò e si butto sul letto.:
    "Hai staccato il telefono e il cellulare."
    "Si non volevo che mi chiamassero dalla caserma, ho fatto due notti..."
    "Due notti con chi o meglio con quale baldracca!"
    Alberto prese il viso di Miriam fra le mani, il pianto di una donna era per lui il peggior castigo che potesse capitargli, gli toglieva tutte le difese, sentì crampi allo stomaco.
    "Riesci a spiegarmi cosa è successo?" (si era completamente dimenticato del rientro di Andrea in famiglia.)"Il 'padrone' mi ha telefonato dall'aeroporto di Catania: 'fra due ore sarò lì, preparami una buona cena.'"
    "E per una cena la fai tanto lunga!"
    Miriam guardò Alberto con odio.
    "Dopo la cena c'è il digestivo!"
    Alberto capì che non era il caso di fare ancora l'imbecille, Miriam era in piena crisi di rigetto del marito per colpa del bel maresciallo di cui si era innamorata, allora cercò di entrare in campo con la psicologia.
    "Amorino usa un pò di fantasia, chiudi gli occhi e vedi me al posto di tuo marito."
    Un rapporto sessuale violento fu la logica conclusione che però non riuscì ad alleviare le angosce di una sconsolata Miriam.
    "L'ho mandato a far la spesa, gli ho fatto un elenco lungo un chilometro così possiamo parlare più a lungo. È stato tremendo, quando mi si è avvicinato tremavo come una foglia, ha cominciato a baciarmi il fiorellino poi mi ha penetrato con violenza, maledetto, mi ha fatto male non era lubrificata, ha seguitato a lungo malgrado facessi finta di godere tante volte, mi sono mossa col bacino e finalmente si è sbrigato.
    Mi sono voltata di spalle e allora sai che ha fatto il bastardo, ha tentato di inchiappettarmi come dici tu, mi son girata di colpo e m'è venuta voglia di strozzarlo (il culino è solo tuo). Mi ha di nuovo penetrato e qui ho dovuto muovermi molto per farlo venire presto: Sono andata in bagno a farmi una doccia, mi sentivo sporca, sono distrutta."
    Che dire ad una donna disperata:
    "Cara quello che mi hai descritto mi ha addolorato, che dirti?"
    "Che mi ami,"
    "Questa era una domanda alla quale Alberto non  amava rispondere e cercava sempre di svicolare.
    "Lo sai, cara."
    "No me lo devi dire."
    "Certo che ti amo..."
    Il ritorno di 'Ulisse' scombinò i programmi di Alberto, non appena poteva Miriam, allontanato da casa Andrea con motivazioni varie, si infilava nel letto dell'amante per una sveltina e poi rientro a casa e la solita domada:
    "T'è piaciuto?"
    "E me lo chiedi cara, sei stata magnifca come il solito.!" Che palle!
    Poi una combinazione fortunata, il colonnello Andrea Speciale invitò il maresciallo nel suo ufficio:
    "Minazzo ho bisogno di te come fotografo dobbiamo amdare a Catania per un servizio, ce l'hai lo smoking?"
    "Comandante c'è un veglione?"
    "Niente veglione dobbiamo andare in un posto dove tutti lo indossano, ne parleremo strada facendo, mettiti in borghese, elegante mi raccomando."
    La sera, barba rasata, tutto in ghingheri Alberto prese l'ascensore e, caricata la valiga in macchina, si diresse all'uscita del parcheggio sotto lo sguardo della beneamata che spiava da dietro una finestra. Telefonino lasciato a casa, avrebbe usato quello di servizio.
    All'ingresso in caserma il maresciallo di picchetto suo paesano:
    "Arbè 'ndo vai, anche il comandante è tutto incriccato."
    "'Ndo vado? A mignotte e tu sei invidiosso!"
    "Ma vedi d'annattene!"
    "Minazzo hai preso tutto il materiale fotografico, è un servizio impegnativo!"
    "Comandante il novanta per cento del materiale è di proprietà esclusiva del sottoscritto, la sa quanto sono stitici a Palermo?"
    "Vabbè, ma non t'allargà troppo." Il colonnello era siciliano ma aveva prestato servizio a Roma per dieci anni.
    A Catania in un albergo prenotato, niente caserma, non volevano farsi riconoscere, era un servizio concordato con la rete occulta di Roma.
    L'indomani nella hall li colonnello gli presenrtò un maggiore e due marescialli in forza al Nucleo Centrale.
    Il maggiore chiese ad Alberto se l'attrezzatura fotografica fosse valida.
    Il colonnello s'interpose:
    "A Roma dicono che è er mejo ma tu non tirare fuori la solita tiritera che gli aggeggi li hai comprati con i tuoi soldi, ti farò dare un encomio, contento'"
    "Comandante se al posto dell'encomio ci fosse un pò di grana..."
    "Mi. vedi..."
    "Ha capito, ci vado subito..."
    Mangiarono inn due tavoli separati, in uno il cononnello e il maggiore nell'altro i tre marescialli e l'autista ma di sapere notizie sul servizio nisba.
    Di pomeriggio il cononnello Speciale convocò l'Albertone in camera sua.
    "Stasera devi fotografare un trafficante internazionale di droga. A Roma hanno saputo che presenzierà al teatro Bellini, è in programma un'opera, musica che non amo ma che dobbiamo sorbirci, mi pare che anche tu..."  
    "Anch'io ma forse ci consoleremo con la visione di qualche..."
    "La tua è una fissazione, vedi piuttosto di non sbagliare, faremmo una figura di cazzo!" 
    "Comandante ho un circomirrotach che..."
    "Che minchia è sto circ..."
    "È un falso obiettivo, io punto un soggetto e ne fotografo un altro a 90 gradi."
    "Mi affido a te, voglio sia il bianco e nero che il colore."
    All'ingresso del teatro una moltitudine di gente ben vestita, tutta la Catania bene, oltre a vecchie signore incartapecorite deliziose fanciulle 'in fiore' al braccio di giovani rampolli.
    L'unico che rimase fuori fu l'autista che, non di buon umore, parcheggiò la Fiat 131 con targa civile in mezzo a macchine di lusso. Sicuramente avrebbe dovuto aspettare circa quattro ore in mezzo ad autisti gallonati che gli avrebbero fatto domande sui suoi 'padroni', preferì recarsi in un vicino bar con telefonino acceso.
    Nel foyer gli appartenenti alle Fiamme Gialle si erano posizionati lontano dal bar per non dare nell'occhio. Solo il maresciallo fotografo girava fra gli ospiti rimediando sguardi malevoli oltre che per motivi di privacy (non tutte le coppie erano regolari) anche perchè le signore non amavano essere riprese stracariche di gioielli; molto prebabilmente i mariti non erano in regola con le tasse!
    Alberto era in contatto visivo col maggiore di Roma il quale ad un certo punto gli fece un segnale: era giunta la persona da fotografare.
    Il cotale: altezza m.1,65 circa, biondo, occhi azzurri, inquietanti, dava l'idea del killer, fisico tarchiato ingabbiato in uno smoking che gli stava decisamente stretto. Al suo fianco eilah! una  bruna dieci centimetri sovrastante, capelli neri a chignon, occhi verdi sorridenti, fisico intrappolato in un tubino nero di sartoria tagliato più in basso all'altezza del seno che, in seguito a manovre improvvise della proprietaria, mostrava un capezzolo sotto lo sguardo indifferente dell'accompagnatore ma non di quello dei vicini maschietti che mostravano un'espressione da ebete e si beccavano un bel calcio negli stinchi dalle gentili compagne.
    Passato il primo momento di stupore, Alberto mise il famoso circomirrotach sull'obiettivo 300 mm., riprese i due da tutte le posizioni (compreso il capezzolo di fuori), usò due caricatori da 36 pose, sicuramente un bel servizio, il cononnello Speciale avrebbe fatto una bella figura con i signori di Roma.
    Al suono di un campanello tutti ai loro posti, la Fiamme Gialle in platea all'ultima fila, i due di cui sopra in prima fila. l'Albertone, con la solita faccia tosta, aveva fatto finta di sbagliare e si era infilato in un palco occupato da due signore: una circa sessantenne dall'aspetto di nobildonna, l'altra più giovane.
    Dopo le scuse per l'intrusione,la signora anziana, con un cenno del capo, gli fece cenno di accomodarsi. La dama con vestito nero di sartoria, leggermente scollato, mostrava due file di perle non coltivate di notevole valore. La ragazza, pari altezza di quella di Alberto, bruna, capelli corti, sguardo da combattente, bella bocca carnosa, vestito nero al ginocchio, vita stretta, seno terza misura, niente gioielli.
    Ad un certo punto il falso free lance sgusciò dal palco con uno 'scusate' seguito dalla giovin damigella.
    "Sono Alberto M. e, per essere sincero, non amo l'opera o meglio non la capisco, datemi il Duca..."
    "Sono Genoveffa Lucio del Priore... vedo che non fa i commenti dei soliti imbecilli, le sono grata, anch'io non amo l'opera ma a proposito del Duca..."
    "Parlavo di Duke Ellington, un celebre jazzista."
    "Lo conosco, mio padre amava quel genere di musica."
    "Vorrei cogliere l'occasione per immortalarla, con la fotografia me la cavo bene."
    "Non amo essere ripresa, senza offesa ma non amo la sua categotria, i fotografi sono maleducati ed invadenti."
    "Stavolta la foto l'ha fatta lei a me, concordo con lei che talvota i paparazzi sono molto fastidiosi ma campano con gli scoop...facciamo pace, le offro qualcosa al bar, a quest'ora non c'è nessuno."
    "Mi chiami Gea, non mi piace essere chiamata così ma ormai lo fanno tutti."
    "Ho un'idea sulla provenienza del suo cognome, se me lo permette..."
    "Mi ha incuriosita."
    "Sin dai tempi che furono i sacerdoti che si trovavano nelle condizioni di dover dare un  nome ai trovatelli, insomma a quelli che venivano abbandonati nella famosa 'ruota' dei conventi, con un pizzico di cattiveria imponevano ai poveri bambini dei nomi che richiamavano la religione ma che facevano risaltare la loro posizione sociale di figli di n.n.Questa è solo una tesi, forse non è il suo caso."
    "La sua è un'ipotesi alla quale non avevo mai pensato o meglio la sconoscevo proprio."
    "Bene, cosa vogliamo ordinare, per lei penserei ad una Cocacola."
    "Proprio non ci ha azzeccato, sono per il 'Negroni' ma voglio tornare nel palco non vorrei che la marchesa avesse bisogno di qualcosa."
    "Marchesa di che?"
    "Marchesa Eleonora G., vedova, molto benestante, è sua la Rolls Royce posteggiata fuori."
    In verità Alberto, da vecchio amante delle macchine, aveva notato una Silver Cloud III color argento, alla faccia...
    Seguì Gea sino all'ingresso del palco, fece per tornare indietro ma la pulsella lo prese per mano e lo introdusse nel palco; con un sorriso la vecchia signora lo invitò a sedersi vicino a lei.
    Dopo circa dieci minuti il bell'Albertone pensò al colonnello Speciale e agli amici di Roma.
    "Marchesa devo assentarmi per scattare delle foto."
    "Si faccia vedere all'uscita..." non finì la frase che la Fiamma Gialla si era fiondata fuori alla ricerca degli 007 e del comandante di Legione il quale, al suo apparire, lo squadrò in maniera poco amichevole.
    All'orecchio del colonnello: "Comandante tutto a posto, in tasca ho due rullini scattati."
    "Si ma dove ti era cacciato, sicuramente con qualche mignotta, vieni con me nell'atrio."
    "Colonnello ha familiarizzato con una marchesa..."
    "Non fare lo stronzo, io riparto per Messina, tu mettiti a disposizione del maggiore, nei giorni prossimi ha bisogno di un fotografo, mollagli i due rullini e adesso ritorna dalla tua marchesa, marchesa buah!"
    Alberto non se lo fece dire due volte, dopo il saluto d'obbligo 'comandi', con molta calma si diresse verso il palco della nobildonna nel momento in cui scrosciavano gli applausi, l'opera era finita.
    "Marchesa col suo permesso vado a scattare altre foto, ci potremo vedere all'ingresso. sempre che..."
    ""A più tardi."
    Alberto raggiunse il maggiore ed i due colleghi, ricevette l'ordine di stare a dispisizione in albergo, appuntamente fra due giorni alle ore 20.
    Felice come una Pasqua il bell'Alberto si catapultò  fuori dal teatro con appresso l'attrezzatura fotografica, vide la Rolls Royce che emergeva fra le altre auto, l'autista aprì lo sportello posteriore.
    "Entri non azzanniamo i bei giovani vero cara?" La cara era seduta davanti con il viso rivolto all'indietro.
    "Gea le avrà detto che non ama la categoria dei fotografi ma penso che con lei abbia fatto un'eccezione."
    "Penso di si...sono impegnato per tre giorni poi farò rientro a Messina, per ora sono alloggiato all'hotel 'Romano house', devo cercare un taxi per rientrare in albergo."
    "Non ci pensi nemmeno, Alfredo ci condurrà lì, Alfredo conosci la strada?"
    "Si signora."
    Sceso dall'auto Alberto, con finto baciamano alla marchesa, si congedò dalla compagnia. Per due giorni gironzolò per Catania senza acquistare nulla, gli oggetti che gli piacevano avevano prezzi non alla sua portata, il cibo dell'albergo era ottimo servito da camerieri disponibili ed efficienti.
    La sera dell'appuntamento, alle venti in punto, era dinanzi all'hotel con un borsone pieno di materiale fotografico. Un'Alfa Romeo 2000 gli si avvicinò, all'interno i signori romani, si posizionò vicino ai due colleghi, durante il primo tratto silenzio poi il maggiore:
    "Noi ci interpelliamo solo per nome: io sono Ferdinando (da buon romano Nando), l'autista è Romolo, vicino te Nicolò e Oronzo.
    Ci diamo del tu, non siamo formalisti. Sento dall'accento che sei romano di dove'?
    "S:Giovanni, via Taranto."
    "Incredibile, a distanza di chilometri...io abito in via Magna Grecia e Romolo in via Appia, oltre che paesani siamo vicini come abitazione!"
    "Parliamo di cose serie, io Alberto sono romanista e voi?"
    Silenzio da parte di tutti.
    "Ho detto qualcosa che non va?"
    "Purtroppo con due romanisti, io Nando e Romolo abbiamo due laziali! Fra l'altro uno è pugliese e l'altro trentino e ti vanno a farebil tifo per la Lazio...lasciamo perdere, siamo arrivati."
    Dinanzi un grande edificio con una targa 'Import - export', fuori due spazzini che spazzavano dove mondezza proprio non c'era.
    Il maggiore:
    "All'opera ci sono tre cugini prestatici dalla Benemerita che hanno disattivato l'allarme, sono entrati aprendo porte dalla  serratura cifrata, tu devi fotografare dei documenti che non possiamo sottrarre, ufficialmente l'Autorità Giudiziaria non sa nulla dell'operazione, dobbiamo fare tutto bene e in fretta."
    Alberto tirò fuori uno stativo dove poggiare i documenti da riprodurre con la fedele Topcon e obiettivo grandangolare.
    Nessun contatto con i cugini tutti impegnati nel proprio lavoro e poi via ognuno per la propria strada senza saluti nè strette di mano.
    Alberto, consegnati i  rullini al maggiore, fu riaccompagbnato in albergo.
    Nando: "ciaio romanista, questi i nostri indirizzi di Roma, se dovessi passare da quelle parti..."
    Alberto si svegliò alle dieci, telefonata a casa della marchesa.
    "Casa della marchesa G. parla Carmela."
    "Gentile signora Carmela, dica alla signora marchesa che sono Alberto e vorrei parlarle."
    "Un attimo."
    "Allora bel fotografo si è liberato dagli impegni?"
    "Si gentile signora ma debbo rientrare a Messina."
    "Quando vorrà venga a trovarci, sarà un piacere per me e anche per Gea, vero cara?...Chi non risponde assente e quindi a presto."
    A Messina il buon Albertone pensò di chiedere al colonnello Speciale quindici giorni di licenza.
    "Mi piacerebbe sapere dove andrai a fare danno, a Catania? Vuoi diventare marchese?"
    Dopo dieci minuti di presa in giro Alberto ottenne la sospirata licenza.
    "Signora marchesa mi sono liberato dagli impegni, prenderò il treno che arriva a Catania alle 12 di domani  con un taxi..."
    "Niente taxi, Alfredo verrà a prenderla alla stazione, a bientot!"

     

  • 13 agosto 2014 alle ore 15:30
    Jennifer. Bangkok

    Come comincia: Ti chiamavi Jennifer, ma avevi occhi a mandorla e pelle ambrata, lisci capelli scuri e l'aria smarrita di chi, nonostante la vita non glielo permetta più, è ancora innocente dentro. Jennifer e' il nome che tua madre ti diede sperando ti portasse fortuna, un nome occidentale, nell'estremo oriente thailandese, quasi in pegno per una vita di riscatto. Ma non c'era stato riscatto, tuo padre se ne andò, lasciando tua madre e i tuoi quattro fratelli e portandosi via ogni speranza. Ci ha provato, tua madre, a lottare, a lavorare, a cercare in ogni modo di lasciarvi crescere dignitosamente, ma eravate troppi, troppo poveri, troppo soli. Quel giorno eri andata in città, dovevi comprare qualcosa da mangiare, avevi un abitino liscio,chiaro, che lascia intravedere le tue gambe magre e nessuna forma di donna. Tredici anni e ne dimostravi dieci. Ma questo, tu ancora non lo sapevi, era un punto a tuo favore per i predatori che si aggiravano aspettando le loro vittime tra le vie di Bangkok, predatori di carne, sanguisughe di vita, invasori da ogni parte del mondo che volevano comprare, e occupare, coi loro membri adulti, e le loro anime marce, corpi di bambine. Tu ancora non lo sapevi cosa voleva quel signore alto e biondo, che ti avvicinò con fare gentile, parlava in inglese e un poco lo capivi,tua madre in qualche modo era riuscita a farti vedere qualche DVD americano, cartoni animati,film, trovati chissà dove, perché la sua Jennifer imparasse l'inglese...e tu lo avevi imparato, dotata e veloce. Ti stava chiedendo se volevi mangiare, forse non avresti dovuto, ti dicevi, ma avevi fame, tanta fame. Mangiavi, mentre lui riempiva di complimenti e passava la sua mano ruvida sul tuo braccio nudo. Tirò fuori un sacchetto e te lo mise in mano: "Guarda!" A malapena capisti che erano rossetti, ne prendesti alcuni e li apristi, colori vivaci, vistosi, come quelli che vedevi sulle bocche di tante ragazze di Bangkok. Lo guardasti, interrogativa. -"Te li regalo tutti se nei prossimi giorni vieni in città e passi un po' di tempo con me, ogni giorno ne metti uno diverso, ti comporti in modo carino con me e io ti do dei soldi per la tua famiglia". -"Va bene?" Confusa rispondesti di sì e accettasti di tornare l'indomani,in quello stesso locale dove ti aveva portata a mangiare. Volasti a casa, quasi felice, col tuo sacchetto pieno di rossetti coloratissimi dentro un involucro argento e appena arrivata li mostrasti a tua madre. Lei capì. Capì e avrebbe voluto urlare: -" Noooo! Jennifer, noooooo!!!". Avrebbe voluto spiegarti tutto, ma non lo fece,tacque, disperata e sconfitta, consapevole che, forse, immolando la sua bambina avrebbe salvato i suoi figli più piccoli. Uscisti il giorno dopo, un rossetto color fuoco sulle labbra, la gonnellina corta, la maglietta aderente a mostrare il tuo torso di bambina, coi soli capezzoli accennati, e quelle scarpe col tacco troppo alto che tua madre t'aveva dato e ti facevano male ai piedi. Era buio quando tornasti a casa e tutto era diventato chiaro e terribile. Il tuo esile corpo impregnato di umori e secrezioni di un uomo che ti aveva adoperata come aveva voluto. Un dolore acuto ti trafiggeva, stuprata, da chi ti ha voluto credere bambola consenziente per il suo lordo piacere. In mano avevi alcuni dollari e sulla bocca, sul collo, tracce sbavate del tuo rossetto. Lacrime scendevano silenziose, rassegnate. Avevi capito. Tua madre ti abbraccio' e pianse con te. Col dorso della mano asciugasti le lacrime: "Domani...domani metterò un altro colore".

  • 13 agosto 2014 alle ore 11:42
    Phenomena la ballerina di valzer

    Come comincia: Una carriera straordinaria nelle sale del liscio dove la idolatravano per le sue doti mistiche, poi l’incostanza, giri di valzer sbagliati cosi come sbagliato è stato quel taglio di capelli e il matrimonio con quel becco del Civetta. Così è che la ballerina di liscio che credeva di essere un fenomeno, la ballerina che non era capace eccetto quando diventava un fenomeno e che senza sprechi di umiltà credeva di essere la migliore, e solo per una patacca vinta al “Festival del Tacco d’Oro” (e anche lì alla fin fine nessuno era d’accordo) dove si era esibita accompagnata da quella sgangherata orchestra di Triciclo e Balloncini si è trovata nuovamente disoccupata. Anche il ballo liscio ha le sue regole, anche nel ballo liscio, soprattutto nel valzer alla fine conta quello che riesci a produrre e, nel caso di Phenomena poco, troppo poco. Tra i tanti pelati, nani e ballerini è vero che c’era uno che aveva messo gli occhi su Phenomena, ma lei ha preferito coltivare e difendere il suo orticello dalle incursioni, ma appunto un orticello, quando aveva a disposizione intere praterie per i suoi giri di valzer. Così una sera gli amici l’hanno vista ballare dalle parti di Gambolò, in una sera di un giorno di festa in cui anche rumore degli amici fa male perché hai paura che la festa la facciano a te. L’unica misera offerta era arrivata da li, 50 cents a valzer tra coppie danzanti al tempo di tre quarti. Aveva la faccia che ha un tacchino nel giorno del ringraziamento, ripeteva a tutti sto bene e ho fiducia.

  • 09 agosto 2014 alle ore 17:11
    Il pollaio di Taranto

    Come comincia: Nervoso per il caldo, il condizionatore c'è, ma spento.
    Saranno le nove del mattino,  la segretaria dello sportello, giunta da poco, non ha ancora il camice e non ha avuto il pensiero di accenderlo; il dubbio che mi rende irrequieto è se abbia dimenticato di farlo oppure se, sbattuta la borsa di Louis Vuitton falsa sul desk, abbia prolungato il suo caffè nel retro, indolente e cinica rispetto al fatto che nella sala d'attesa siamo già in dieci,  lì seduti da mezz'ora. A squagliare. Senza aver potuto prendere il numero dall'apparecchio elettronico perchè è spento. 
    Impauriti, violentemente zitti, ormai omologati dai nomi delle medicine che quasi hanno sostituito i nostri o almeno quello di mio padre e degli altri pazienti. Ma quando si è in uno studio privato di un primario, pazienti o parenti del paziente, anche i sani diventano un pò pazienti: pazienti impazienti. Senza false morali, la malattia ce l'hai tu, ma io sfogo la mia sanità rubando un pò del tuo cancro: ci si sente diversi perchè in salute, in questi casi; tutto al contrario, qui siamo la minoranza. Un pò come quando sei in ospedale passando le ore al capostipite di un letto e cominci a vagare: vai in cappella, preghi, commenti, ti stendi sulla panca, o vai al bar, nei giardini, ti intrufoli nei reparti, osservi e parli con le infermiere carine o con quelle più materne che odorano di brodo, e giudichi lo stato di igiene dei pavimenti e dei bagni. Fai delle figure di merda elefantiache e leggi nelle colte bacheche di convegni sul morbo di Lowrence d'Arabia, o sulla sindrome dei globuli fucsia. E' la follia. Una sana follia che ti fa scoprire tutto un altro popolo, quello degli ospedali. E' come un viaggio in una terra in cui si parla una lingua a sè, quella del dolore e dell'ironia dovuta alla rassegnazione. Ciò che ho combinato negli ospedali lo sa solo Dio ed i malati di quel momento, sdraiati nei letti: come quando fecevo cantare un reparto intero ed ogni malato riproduceva il suono di uno strumento musicale. Mai come allora le flebo erano state utili.  

    Mio padre è un paziente paziente, almeno in apparenza, ed è di certo più educato di me. Ne guardo la camicia a quadretti, osservo la densità della sua sudorazione, poichè senza il condizionatore potrebbe cominciare a sudare, e non ho acqua con me, ma stranamente è asciutto. La camicia gli sta bene, celeste con quadretti blu, la pelle bianca, qualche pelo, bianco anche lui con la radice ancora nera. C'è un lungo momento della vita in cui bambini ed anziani si assomigliano: nelle esigenze, nei capricci, nel colore della pelle, la delicatezza della pelle, il colore bianco delle pance, la quantità di cibo, la scherzosità ed anche qualche chiaro istinto da rompicoglioni. Ma la camicia lo rende bello, la V del collo lascia immaginare che deve essere stato un bellissimo uomo. Io però sudo e perfino il mio caldo nervosismo sudato diviene schizofrenico, dato che accenno qualche sorriso guardando mio padre di nascosto,di sbieco, mentre lui non se ne accorge. O finge: sarà stato un bell'egocentrico negli anni '60..
    Siamo il numero dieci, prima di noi nove persone, e ad un ritmo di visita regolare per mezzogiorno e mezzo potremmo uscire di lì.  Il condizionatore si accende, il piccolo schermo elettronico della numerazione parte da 01, i caffè sono stati presi, le mani disinfettate, le pareti prendono vita, il colore pastello color giallo-cacca-pergamena diventa un colore serio e borghese,  la stalla di pazienti e impazienti ravviva nella mente il ricordo di aver pagato molto per quella visita, moltissimo. Ci si sente pazienti impazienti importanti. Che squallore, nemmeno un attimo prima di morire i responsabili di quel verdetto ricreano per tutti la decenza di rendere tutti uguali. Ci sono morti di serie A e morti di serie B a questo mondo.
    Si comincia. 
    Nell'istante preciso in cui appare 01 ed apro il mensile sulla salute che non ho mai letto nè leggerò mai al di fuori di quella stanza, ben nove persone si alzano contemporaneamente, chi con un sorriso, chi con rassegnazione.  Io e mio padre alziamo la testa come due galline di fronte alla porta del pollaio che si apre facendo entrare la luce di un sole di campagna accecante: tutti i nove si dirigono verso la porta del "dottor Chiunque tu sia spero di vederti per l'ultima volta". La mente ha un potere eccezionale in certi casi, poichè in un attimo seleziona le immagini e fa la radiografia della situazione, come se fossimo un pò medici anche noi.
    La vecchia è davanti. Tutti gli altri sono dietro, la seguono, hanno età diverse, ma..non posso credere ai miei occhi : si conoscono tutti. Qualcuno si somiglia, alcuni si tengono a debita distanza, alcuni parlano a volume alto, una ride con l'anziana signora, altri sono seriosi, altri ancora sono seri. Vanno tutti insieme nella stanza dello specialista. 
    Rimaniamo io e mio padre, soli nella stanza, come quelle due galline di prima: ci guardiamo inebetite. Se fosse sonoro questo racconto, qui ci starebbe il verso di due chiocce interdette e attonite. E potremmo con ogni probabilità cagare almeno un uovo a testa.
    Ci sentiamo felici, sollevati, liberi dall'umanità, due A-polli della sanità locale, guariscono perfino le nostre sfighe. Per un attimo. Soprattutto quelle di mio padre, sempre per un attimo. Ma siamo italianissimi in questo e la curiosità tipica dell'italietta paesana comincia la sua scalata verso l'appagamento della brama di sapere: vogliamo capire cosa succede! Non c'è nessuno, se non quella segretaria truccata di primo mattino con troppo rossetto, in camice bianco finalmente, da cui pero' si intravede un bel seno meridionale. Mio padre mi fulmina con lo sguardo e mi impone di cioncare su quella sedia e di farmi un anfiteatro di "fatti" miei. Non c'è bisogno di parole quando un padre deve tirare il guinzaglio, ma io in realtà sempre lasciato libero di agire , mi alzo di scatto. Il mio intento è solo conoscere l'andamento della fila, poichè essendosi acceso tardi il conta-esseri umani elettronico, quando tutti noi eravamo già dentro, non so se mio padre sia da considerarsi numero dieci o numero due. E' per il suo bene che lo faccio!  Ma mio padre queste uniche parole mi rivolge :- "Stai a sedere, sennò con me non vieni più". La morale contro la realtà dell'essere, il perbenismo saggio di chi ha 80 anni contro la voglia mortale di conoscenza terra terra. Un ricatto. So perfettamente che anche lui vorrebbe sapere, ma l'essere un paziente paziente si impone sulla comune ed umana impazienza. Non ho certo preso da lui, fortunatamente. Se ad 80 anni avrò il cancro, come è solito averlo qui a Taranto, sarò molto più sfacciato e divertente. Non c'è cosa peggiore dell'etica del paziente quando nessuna etica è stata seguita da parte di chi ha provocato il nostro ammalamento. Credo sia mio diritto vendicarmi su di loro e vivere appieno anche i miei difetti da gallina epica. Del resto non sto ammazzando nessuno. Io. 
    Tutto questo ricopre l'arco di tempo di soli cinque minuti. Padre e figlio alle prese con la morale in uno studio oncologico, d'estate: è  Bio-etica anche questa, mica i soliti dilemmi, cose da matti ! Ma all'improvviso la stessa porta che prima era stata un'entrata diviene un' uscita: tutta la comitiva di amici, capitatanati dalla vecchiaccia forzuta,ma lenta nel suo incedere, saluta roboante la segretaria e gli assistenti del retrobottega. Del dottor "Chiunque tu sia basta che salvi mio padre " si sente una flebile voce plurilaureata nel dire cose, ma non se ne vede la forma. Sono quasi sul punto di salutare, anche io, poichè salutare è salutare, ma mio padre mi si aggancia sul collo come un avvoltoio dittatore, sapendo che saprei andare ben oltre il saluto, col carattere estroverso che mi ritrovo. La porta si richiude al passaggio dell'orda di colleghi pazienti.
    Nuovamente rimaniamo soli. Il silenzio di mio padre è tipico di chi conosce il tempo delle visite: cosa vuol dire quando una visita dura così poco? E' un responso? Un pagamento? Il ritiro di un esame! Un regalo di natale tipico di quelli che si fanno agli specialisti, ma non è Natale, è il 7 agosto ! Che Santo è il 7 agosto? Sarà il suo onomastico. "Ma sciatvene a mare, scià... " (  trad dal pugliese: - "ma andate al mare, andate..." - con  tono di scherno ).  Va bene, è il nostro turno.
    La segretaria ci invita ad entrare per essere accolti da suà maestà il primario specialista. L'incontro è breve ed essenziale, io posso entrare per accompagnare mio padre, ogni nuvola ed ogni pensiero bizzarro di argomenti cui troppo la nostra attenzione si rivolge, riempiendo la vita di tante inutilità, sparisce. Torniamo seri, silenti ed impauriti. Omologati al destino di tanta gente ed ai respiri di un U.F.O. di bianco vestito che è di fronte a noi, uno che fa la professione di medico, possiede la dottrina, lui è la scienza e di lui cerchiamo di non dover interpretare null'altro che ciò che egli dice; non vogliamo avere paura, vogliamo capire ma non capire troppo, non vogliamo ma vogliamo interromperlo, così ascoltiamo ed io per primo divento un pulcino educato che vorrebbe solo imparare il più possibile  per non far parte di quel destino. "Tra un mese il prossimo trattamento".
    Qui c'è l'aria condizionata per fortuna, anche il verdetto è un pò condizionato, più fresco direi, meno caldo sulla pelle scuoiata di mio padre, che si ritrova "dall'altra parte" e sulla sua pelle sente tutte quelle parole come ferri infuocati cui non c'è scampo, se non rendendo vivo ogni momento in cui ancora si è vivi. Quindi caro padre, sono felice se ogni tanto ci ritroviamo insieme come due galline, altre volte come A-polli fortunati se il condizionatore di una pessima sala d'aspetto , cosi incolore e ignava, così odorante di caffè di una segretaria col seno accogliente, si accende per noi.  Almeno morirai ridendo per un figlio un pò matto. E' tutto colore che si sparge su pareti color merda.
    Andando via ringrazio, so essere molto educato quando voglio.
    Ma ...colpo di scena!  Un padre, che era stato un bel matto da giovane, mio padre, Giancarlo, chiede a Vanessa, questo il nome della nostra Giunone al desk oncologico, chi fossero tutte quelle persone, come mai tutte insieme li dentro, come mai così spensierate. Forza papà, sei un grande!  Fanculo la morale!  Ecco da chi ho preso, il carattere del paziente viene fuori, l'impazienza di carattere avanza goliardica tra padre e figlio: siamo una bella famiglia tarantina! E provo fierezza nel vedere come un uomo saggio sappia accondiscendere ai suoi bisogni infantili, come indossare una bella camicia a quadrettini blu per farsi bello di fronte ad una bella segretaria. Ora mi spiego perchè ogni volta che si reca in quello studio mette le sue camice più belle.
    Giunone, così amabile e materna verso il mio vecchio padre, ci informa che trattavasi degli otto figli della signora anziana, venuti per salutare il primario per l'ultima volta, poichè la signora dopo due mesi avrebbe fatto un viaggio lunghissimo, l'ultimo. Non c'era più tempo. Gli otto figli avevano accompagnato la loro vecchia mamma ed uscivano da quella porta, tutti insieme. Come una grande chioccia con i pulcini.
    Mio padre ed io usciamo, sbottoniamo ancora di più le camicie, poichè all'uscita del portone la calura del 7 agosto ci accarezza i peli del petto che gridano pietà. Siamo belli insieme. Ridiamo. Non so perchè. Ma ridiamo.

  • 03 agosto 2014 alle ore 17:18
    Eddie e la sua arte magica

    Come comincia: Un tempo giocoliere e mimo per le strade di Dublino, Eddie adorava smisuratamente le sue mani, che reputava piccoli strumenti dal grande potere demiurgico. Così, stanco di compiere sterili acrobazie in aria con palle variopinte, aveva deciso un giorno di dare una sterzata alla sua vita e di iniziare a plasmare figure con sembianze umane che, cariche di espressività, potessero raccontare una storia.
    Da qui, era esplosa una prepotente passione per la scultura. Dopo aver appreso la storia e i rudimenti di quest'arte, poco più che trentenne e affascinato dalle sculture di Michelangelo studiate sui libri, aveva deciso di imparare la lingua italiana e andare a vivere a tempo debito in un luogo incantato della Toscana.
    Lì, immerso nella natura e lontano da atmosfere cosmopolite e svaghi mondani, sarebbe sbocciata l'incredibile vena artistica che altri hobby sperimentati nel corso della sua pur giovane vita non avevano fatto trapelare.
    Il ragazzo vedeva se stesso come un originale incrocio tra Edward mani di forbici e Leonardo Da Vinci. Con il primo, oltre al nome aveva in comune il fascinoso look da outsider e la strabiliante magia che si sprigionava dalle mani, mentre con il secondo condivideva la grande ammirazione per paesaggi ameni come quello sullo sfondo della Gioconda.
    Trasferitosi finalmente in Italia, si stabilì in un grazioso e spazioso appartamento di un antico borgo medievale in provincia di Siena.
    Da lì, poté gettare le basi del suo successo come artista, confidando sia nella provvida fonte di ispirazione della vista di cui godeva dal laboratorio allestito in casa, sia nell'efficacia di un potente mezzo di diffusione come Internet, che avrebbe reso note le sue opere in tutto il mondo.
    Dalle mani del "ragazzo straniero", come veniva chiamato sul posto, iniziarono così a prendere forma figure di madri e sorelle, padri e figli, virtuosi e peccatori. Un intero "paesaggio" umano, insomma, vettore di storie con trame ben congegnate e con precise collocazioni in uno spazio fisico ben delineato, indipendente dal resto come un palco pronto a ospitare una rappresentazione teatrale.
    Al culmine degli slanci creativi, come per rafforzarne l'afflato, la mente di Eddie proiettava immagini di veri capolavori che, visti dal vivo, lo avevano fortemente impressionato. Uno su tutti era il Cristo velato, che aveva ammirato durante un viaggio a Napoli. Trovava strabiliante la precisione con cui il velo, dalle infinite pieghe che come rivoli si dipartivano da un fiume, seguiva fedelmente le forme del corpo, e sensazionale la vita che animava il volto del Cristo, traboccante di emozioni e tutt'altro che fisso e silente pur nascendo dalla fredda pietra che è il marmo.
    Mentre realizzava le proprie opere, piacevolmente imprigionato in una sorta di distacco dalla realtà, il ragazzo straniero provava la stessa ebbrezza contemplativa con cui Boccadoro, figlio della penna di uno scrittore che amava molto, Herman Hesse, osservando un giorno una statua raffigurante la Madonna fu colto da una rivelazione tale da imprimere una svolta decisiva alla propria vita, indicandogli chiaramente di seguire il destino scritto per lui, quello di scultore.
    Le figure concepite dalla creatività di Eddie erano l'alfabeto di un suo personale linguaggio legato a esperienze, sentimenti e sensazioni del passato ma anche del presente: vi trasferiva infatti, ora nei lineamenti di un volto, ora in un particolare movimento catturato, ora in una data postura, tutto ciò che assimilava costantemente nel luogo incantato in cui viveva. Quasi volesse ripagare la natura per i doni emotivi che ogni giorno gli offriva, il "ragazzo straniero" riversava in quelle sue creature tutta l'energia che l'ambiente intorno elargiva a profusione. Poteva essere un semplice canto di uccelli, uno stormire di fronde, la melodia prodotta dall'acqua che sgorgava da un ruscello poco distante da casa, l'alba che stupiva sempre per l'intensità struggente, il tramonto dai colori fragorosi.
    Gli piaceva pensare di riuscire a trasferire la vita nelle sculture, dotandole di un metabolismo tutto loro con cui potevano assorbire ogni vibrazione proveniente dall'esterno.
    Col tempo e con l'aiuto di qualche conoscenza fatta sul posto, l'artista, appellativo che andò a detronizzare quello di "ragazzo straniero", creò anche un sito Web personale, allestendo così una degna vetrina per i suoi lavori. Grazie all'intraprendenza e all'efficacia dei social network, riuscì dunque a farsi una fama, non solo come scultore ma anche come uomo, per via della scelta di vita in qualche modo estrema che aveva abbracciato e che suscitava ammirazione.
    In molti amavano infatti le opere del suo ingegno, di certo diretto riflesso di un animo eletto, ma venivano conquistati anche dalla forte personalità che lo aveva indotto ad abbandonare i ritmi mondani in favore di un rifugio in seno alla natura, nonostante la giovane età.
    Tale era il consenso che Eddie iniziava a riscuotere anche nei cittadini del piccolo borgo, di colpo percorso da un'energia contagiosa, una sorta di risveglio dopo un lungo letargo, che le madri di alcuni giovani del posto gli chiesero non senza imbarazzo se potesse insegnare ai loro figli, insicuri e timidi, quell'arte tanto affascinante e dal sapore squisitamente antico in grado, chi lo sa, di proiettarli anche verso il futuro, visti i successi lavorativi che lo scultore stava riscuotendo.
    Vinta l'iniziale riluttanza, l'artista decise di dare lezioni a un piccolo gruppo di adolescenti; poi, resosi conto di avere una sorta di vocazione per l'insegnamento e di poter a sua volta apprendere dai ragazzi, migliorando il proprio italiano con la pratica costante, fu conquistato sempre più dall'entusiasmo. Dati gli ottimi risultati ottenuti, prese dunque una decisione: dar vita a una vera e propria officina di talenti che aiutasse tanti "Edward" del borgo a uscire finalmente dal bozzolo.
    Con l'aiuto di molti volontari, animati dall'idea di realizzare un progetto comune e di pregio, BeCreative divenne così una realtà, affiancata da un motto che ne sottolineava l'intento: "Creare per crescere".
    L'intera comunità avrebbe beneficiato dell'iniziativa, come testimoniò il tempo.
    Oltre all'interesse che l'officina di talenti suscitava nei paesi limitrofi, richiamando un numero crescente di visitatori e turisti, Eddie, ora inarrestabile, aveva avuto anche l'idea di ridare dignità, con un tocco artistico, a vecchi tronchi disseminati un po' dappertutto nei pressi della sua casa-laboratorio. Senza abbatterli, in modo da lasciarli a testimonianza di una vita che fu ma che poteva ancora essere, seppure sotto un'altra forma, ne lavorò dapprima la superficie, per poi ricavarne forme quali fiori, funghetti, rami e altre meraviglie della natura.
    Il tocco finale lo lasciò ai suoi giovani allievi, ai quali assegnò il compito di dipingere l'opera finita con colori vivaci che richiamassero il paesaggio intorno, aggiungendo note di colore che costituissero un'attrattiva per tutti.
    Diffusasi la notizia sul territorio, in tanti venivano a vedere entrambe le realtà ideate dall'artista, che nel frattempo aveva separato il laboratorio dal resto della casa aprendolo alle visite a pagamento. Spinto da una logica tutt'altro che commerciale, Eddie aveva pensato che l'accesso al pubblico a un prezzo simbolico potesse contribuire al finanziamento della propria attività in continua espansione, senza sottrarle però la dimensione intima e speciale che lo caratterizzava, l'anelito da cui aveva preso vita.
    La magica creatura, come il giovane outsider di Dublino amava definire la realtà complessiva messa in piedi, sarebbe stata premiata in futuro con vari riconoscimenti, sia per il prezioso contributo dato per la visibilità offerta a giovani talenti del posto, sia per l'impegno profuso per la valorizzazione del territorio.
    Tutto questo, instillò in Eddie un orgoglio tale da potersi definire paterno e che, puro e scevro da fatui sogni di gloria, lo spingeva ogni giorno a compiere la sua missione: lasciare che l'arte trasformasse dei fragili virgulti in solidi arbusti.

  • 30 luglio 2014 alle ore 20:25
    Voce umana II

    Come comincia: Non saprai ch'io parli di te come se tu fossi me.  Non sapranno mai che abbiamo lo stesso contagio di amare liberi ed equidistanti come  con la paura di toccarci e sbriciolarci per sparire e non tornare. Non sapranno che costruiamo per veder distruggere, perché vivere si può solo con lo sguardo all'oltre che a niente s'attacca. E tutto diviene perché così noi siamo, lo sguardo gentile e le magnifiche distrazioni che allontanano e avvicinano.
    Non saprai che abbiamo lo stesso dolore di madre addosso e silenzi di padre. Le stesse cadute e gli stessi voli rapaci. Non sapranno che ci si ama anche senza appartenere, si sfugge e si corre senza respirare. Non sai quanti mari ho addosso e quanto felice io sia, per il solo sapere che esisti. 
    Allora sappi, anch'io cammino su pezzi di vetro e rido forte senza sentire nulla. Costruisco e m'allontano. E non sento nulla.
    Sento te invece
    come fossi io
    a librarmi nel mondo
    come una stella
    spezzata
    o un'altalena
    impazzita

  • 30 luglio 2014 alle ore 18:32
    L'anima di sabbia

    Come comincia: Dai vetri del pullman turistico è come un film, a cui sei abituato. Ci hanno volutamente abituato alla miseria, al degrado, al dolore, all’orrore. Piccole dosi quotidiane, qua e là, un telegiornale, un documentario, una discussione, tra gente in poltrona. Ora siamo quasi vaccinati, possiamo vedere membra a pezzi, mura macchiate di sangue, crateri di bombe, provando una modesta reazione. Socchiudiamo una palpebra, due sarebbero troppo, per un attimo, per cacciare un incubo: “Che non abbia mai ad accaderci”. Poi riprendiamo una commiserazione più ampia, più vigliacca. Postiamo su Face Book la nostra reazione e ci sentiamo migliori di chi non lo fa e parla dell’ultima zuppa di fagioli. E’ finito il Ramadan: oggi è festa. “Come la vostra Pasqua, per intenderci” - mi dice la guida. Siamo fermi, in una fila disordinata, su quella che dovrebbe essere un autostrada, ma è più una pista di un deserto, data la quantità di sabbia che la ricopre, spinta dal vento del Sahara. - “C’è un posto di blocco dell’esercito” - Il paesaggio è grigio, in tutte le sfumature, sino ad accennare un rosa, a tratti. Su case sgangherate (le nostre peggiori periferie, in uno sfacelo inimmaginabile), accenni di monumenti incomprensibili, minareti decadenti, recinti di ovili, intuizioni di piazze. Gente di stracci, neri e bianchi. Nessun altro colore. Devono aver spruzzato sabbia e tu vorresti un enorme aspirapolvere per vedere di scoprire la realtà che c’è sotto. Ci guardiamo e ci salutiamo attraverso i vetri delle auto. Una vecchia Mercedes: la moglie, accanto al marito, al volante, lascia libera solo una striscia bianca con due occhi, il resto è un velo nero. Ma, nei posti dietro, c’è baldoria: conto sette bambini, di cui uno mi saluta dal vetro del portabagagli. Le auto sono piene di viveri, pentole, cocomeri. Sembrano sereni, inconsapevolmente felici. Dove mai andranno, in questo grigiore? Il mare migliore è per gli europei. Su qualche casupola scorgo, ai bordi della strada, una trincea di sacchi scuri. Cela un militare che ci osserva, puntandoci la mitragliera. Ne vedrò altre, prima di giungere al controllo del posto di blocco. A proteggere il nostro pullman, ci scorta una camionetta dell’esercito con quattro mitra a vista. Alla postazione militare si giunge con un tortuoso zig-zag, tra cavalli di Frisia. L’invalicabilità è sottolineata dalla canna di un carro armato, ai lati della strada. Quando chiedo cosa temano, mi risponde: “La Libia è lì, a pochi chilometri”. Controllo la mia apatia, a ciò che vedo. Ho sabbia dappertutto, rosa la mia! Che mi abbia coperto l’anima?

  • 30 luglio 2014 alle ore 17:16
    tre e trentadue

    Come comincia: Il fiato, gli mancava il fiato capisci? Si stringeva a me, quasi per aggrapparsi alla vita, ma almeno le gambe le aveva rotte, e quella lastra sul torace, oddio che brutto ricordo, probabilmente gli aveva leso i polmoni, ecco perché faticava a respirare, povero amore mio; ecco perché faticava, lui così forte, così protettivo, ed io che non potevo fare niente, niente per lui, niente per me, anche io ero bloccata.

    Ma che diavolo era successo? Ah già mamma, non puoi renderti conto se non te lo racconto, ma è brutto, è faticoso ricordare e raccontare quella maledetta notte, quella che ci ha cambiato definitivamente la vita, a me, a lui, e a tutti gli aquilani per la miseria.

    Dai, cerco di farmi forza, ormai un po’ di tempo è passato, ce la posso fare. Scusami se qualche volta… Già, qualche volta, qualche volta: “quella” volta maledizione!

    Del resto è bene ricordare.

    I

    Quell’esame di filologia romanza era stato proprio tosto. Era la terza volta che lo provavo e proprio non riuscivo a superarlo.

    Diego mi aiutava, lui era bravo in tutto, riusciva a fare mille cose senza distrarsi: studiava, giocava a pallone, andava in palestra, usciva con me, mi aiutava… quante cose era capace di fare il mio Diego. E ora…

    Quell’esame dicevo. La mattina del sabato andai a farlo con una paura fottuta, ma presi coraggio, ebbi anche un bel po’ di fortuna, e riuscii a superarlo anche se lui non c’era. Non c’era perché non ce l’avevo voluto, come per scaramanzia e io avevo preso 26. Un passo avanti, ed ero felicissima.

    Quando arrivò in Facoltà mi vide da lontano e mi chiamò forte: “Ale! Ale! Sono qui. L’hai superato? Certo che sì.”

    Mi abbracciò e via di corsa a festeggiare al nostro bar al Corso.

    L’indomani ci vedemmo in Chiesa, ché avevo promesso di andare sulla tomba di San Pier Celestino, se l’avessi passato quell’esame; e allora andammo pure a messa. Non che fosse una cosa frequente, come molti italiani siamo cattolici a rate, ma ci sembrò giusto così.

    Il giorno passò così in fretta e poi la sera c’era la festa di compleanno di Sara, un po’ fuori dal centro: avremmo passato una bella serata da Sara, con tutti gli amici, con l’esame superato, io e il mio cucciolo. E poi dopo la festa sarebbe venuto a dormire da me. Le altre erano tornate a casa dai genitori e casa, per una volta, era tutta per me!

    Maledizione, sarebbe stata l'unica e ultima.

    Andammo a casa verso le due di notte. Facemmo l’amore, poi la stanchezza ci travolse e ci addormentammo felici sul mio lettone, uno a fianco all’altra, mano nella mano.

    Poi quel tuono tremendo e quell’orologio che si ferma alle 3.32.

    II

    Dopo quel rumore infernale, tutta quella roba che ci viene addosso e ci dilania le carni. Io sento un gran dolore, ma sento Diego che urla, un urlo forte, poi fievole, fievole, lento, riesce ad allungare la mano verso la mia, le stringiamo.

    Dio, non posso di più; è tutto buio e il silenzio è ancor più assordante del rumore di prima. Mi sento un macigno addosso, come se avessi sopra una casa, non posso muovere le gambe, sono bloccate, deve esserci caduto addosso tutto il soffitto... ma cos'è stato? Un terremoto, un terremoto, se ne parlava in questi giorni, ma ci hanno detto di stare tranquilli...

    Mi devo esser fatta la pipì addosso, sono tutta bagnata, accidenti e non posso pulirmi. Ma io sto bene. Diego si lamenta e respira male. Sento che ha qualcosa addosso al petto, forse un muro, un pezzo di muro, di legno, che ne so. Accidenti alle case vecchie, accidenti al terremoto.

    “Amore amore, rispondi, come va? Tieniti sveglio”

    “Tesoro ho tanto dolore, non... non riesco a respirare, ti prego tirami su, ho qualcosa sul petto”

    “Non posso amore, non riesco, ma vedrai che verranno a tirarci fuori; siamo vivi e questo è importante. Ce la faremo, dai”

    “Sì amore, ce la faremo... Poi riprenderemo le cose come prima, poi poi... ci sposeremo, poi...”

    Poi, ma ora?

    “Perché non arrivano? Mi manca il fiato, ti prego aiutami a respirare, dammi la mano”.

    Intanto mi passa davanti tutta la vita, quella con Diego, con voi, la scuola, i capricci per i vestiti, le liti con papà... Chissà se vi rivedrò.

    E intanto passano le ore, ma non so neanche come si contano le ore accidenti, e non posso fare niente, e mi fa male tutto e mi sento debole... Che silenzio pazzesco, ce la faremo? Dio ce la faremo? Ci aiuti per favore?

    Ma se non ci hanno aiutato le previsioni, se siamo qui con le case di cartapesta! Chi vuoi che ci aiuti per la miseria!

    E cerco di vedere qualcosa dagli occhi del cuore, di ricordarmi un colore, un profumo, un attimo, una farfalla che vola, in questo buio dannato e in questo spazio dove sono immobile, senza poter fare nulla se non pregare, senza poter aiutare il mio Diego che sta peggio di me.

    Ecco, ecco ora comincio a vedere, c'è un minimo bagliore che viene da fuori, come se ci fosse uno spiraglio.

    “Che bello, se c'è uno spiraglio, anche lontano, c'è aria amore! Amore... Diego!! rispondi ti prego!”

    “Ah am...ore mio. Sì, ci sono, ti prego, ti prego aiutami, ho freddo, ho tanto freddo”

    “Tesoro resisti, ti abbraccio e ti scaldo come tu fai sempre con me”

    Dio, Dio che situazione. Non ce la fa... non riesce e io come faccio? Accidenti, altro che pipì addosso, adesso vedo meglio... mannaggia é sangue! Sono in un lago di sangue e chi ci aiuta ora?

    Non viene nessuno, nessuno.

    “Amore ricordi che ieri siamo stati in Chiesa? Ricordi l'esame di filologia? E tu che sei venuto a prendermi, e il bar e la festa da Sara, e il nostro amore? Diego, rispondi, ti prego...”

    “Sì Ale, eccomi. Ho freddo... ho tanto freddo, non ce la faccio a respirare”

    “Se almeno arrivassero i soccorsi...”

    Sento dei rumori, da lontano delle voci! Arrivano, c'è qualcuno lassù, sì...

    “Ehi, c'è qualcuno lassù? Sono io sono Ale col mio ragazzo! Aiutateci, aiutoooo...”

    Non rispondono e Diego trema come una foglia, ha le mani ghiacce, non ce la fa!

    “E come faccio senza di te amore? Come faccio? Diego, cuccioletto, ti prego, amore, rispondi...”

    Un sibilo. “Sì, amore, sto bene, sto be..”

    “Oddio Diego, amore! Amore! AMORE! No, non lasciarmi. Aiuto! Lassù, fate qualcosa! Diego sta male, maledizione! Aiuto!”

    Niente, rumori, niente. Qualcosa si muove lassù, sento voci concitate e lontane. Ma Diego, Diego non risponde più. No, non è possibile. E ora che faccio?

    “Ehi, chi c'è sotto? C'è qualcuno?”

    Mio Dio, ci sono, stanno arrivando.

    “Sì, ci sono qui io , Ale, con Diego. Ma Diego non mi risponde, è freddo. Vi prego aiutateci!”

    “Ale, Ale, attenzione, non ti muovere ché ti veniamo a prendere, non ti muovere, ci siamo. Resisti ancora un po', arriviamo, eccoci...”

    Nell'attesa devo essermi addormentata.

    III

    Si, stavano davvero arrivando, mamma. Ma Diego non ce l'aveva fatta. Era morto fra le mie braccia. Ah, mamma. Non l'avessi mai portato a casa mia, mamma. Fossimo rimasti a casa di Sara ancora un po'... chissà...

    E ora, i nostri sogni? Quelli di tanti come noi dove vanno?

    Sai, a volte mi chiedono come sto: a me?

    No mamma. Neanche io ce l'ho fatta a salvarmi.

    Ma ora qui sto bene.

    Provate a far fare le cose un po' meglio per chi è rimasto...

    Ti voglio bene.

  • 30 luglio 2014 alle ore 16:43
    Corto # 11 - Inizio e fine

    Come comincia: ​La finestra dava su un cortile visto e rivisto mille volte. Ma quella sarebbe stata l'ultima.

  • 28 luglio 2014 alle ore 23:49
    Una serata speciale

    Come comincia: Si era appena conclusa una favolosa serata d’amore per Mattia e Sofia. Avevano camminato a lungo per giungere a vedere quel tramonto, ma, alla fine, c’erano riusciti. Il loro amore aveva superato ogni ostacolo e più camminavano, stretti l’uno nella mano dell’altra, più i loro cuori rimbombavano all’unisono ed erano legati dalla dolce melodia del loro Amore. Sofia guardò teneramente Mattia: aveva davanti ai suoi occhi il ragazzo con cui avrebbe passato il resto della sua vita. Anche Mattia ricambiò lo sguardo: Sofia lo aveva legato a sé e niente e nessuno avrebbe potuto separarli. In cielo due gabbiani volavano insieme e Mattia non pote’ fare a meno di pensare che lui e Sofia, nel loro candido amore, erano liberi proprio come due gabbiani che si davano forza l’un l’altro e riuscivano a volare anche contro il vento più forte.

    Vorrei dirti che Ti Amo immensamente – sussurro’ Mattia nell’orecchio di Sofia e lei, arrossendo, lo fissò e, abbracciandolo, gli disse: Ti Amo infinitamente.

    Ad entrambi piaceva giocare a mettere gli aggettivi e gli avverbi più assurdi a quelle magiche parole, ma alla fine l’aveva sempre vinta Mattia e Sofia, sorridendo, si arrendeva alla forza dell’Amore che quel ragazzo, giorno dopo giorno, le donava.

    Dopo una lunga passeggiata, decisero di sedersi su una panchina e, nel silenzio di una serata estiva, si scambiarono un intenso bacio. Mattia poi strinse a sé Sofia e, proprio come nei film, in cui a un certo punto parte una musica di sottofondo, i due cominciarono a danzare sulle note della loro canzone.

    Tutto era così magico e quella serata avrebbe segnato per sempre la loro tenera e immensa storia d’Amore.

  • 28 luglio 2014 alle ore 16:35
    Haiko

    Come comincia: Su quell'altalena ci aveva passato l'infanzia, una tavola e due corde colorate legate ad un robusto ramo di ciliegio. Su...verso i nudi rami dell' inverno Su...verso le gemme di fine febbraio Su...verso i fiori di maggio Su...verso le rosse ciliegie dell'estate. Conosceva ogni millimetro di quell'albero, ogni segreto snodo. Lo amava, sempre, mai tanto come quando si vestiva di fiori.Era un incanto, quasi indossasse un abito di seta profumata; un giorno sarebbe voluta essere bella così. Ci sei riuscita piccola Haiko. Perfetta nel tuo kimono nero e rosa ovunque cosparso da ricami di rami fioriti di ciliegio,perfetti i tuoi capelli lucidi, raccolti e fermati con arte dai tanti bastoncini, ammaliante il tuo profumo. Sei la Primavera Haiko. Sei il sinuoso snodo del tuo albero mentre ti sdrai accanto a quell' uomo. Lo farai felice Haiko, ma lui non sa. Non sapra' nella sapienza dei tuoi gesti,riconoscere la bimba sull'altalena che assorbiva fascino, mistero e bellezza dondolando, su, verso la primavera del suo ciliegio.

  • 28 luglio 2014 alle ore 16:31
    Margherita

    Come comincia: Margherita cara, In un tempo tanto tecnologizzato è un regalo immenso ricevere le tue lettere. Annuso la carta a cercare tracce di te, profumo di quelle tue mani affusolate, da pianista, che amavo tanto guardare, e sentire su di me.Bianche, eleganti, magiche...una Fata deve avere mani così. La tua grafia, così familiare, posso riconoscere il tuo stato d'animo ormai, vedere dalla linetta della "t" appoggiata o staccata dalla stanghetta se scrivi di fretta, sovrappensiero, dai puntini che mancano o presenziamo sopra le" i", se sei inquieta o rilassata. Sono sette anni che mi scrivi,ho uno scatolone di tue lettere qui,cerco di proteggerlo dall'umidità di questa piccola stanza, le riordino, le rileggo, le metto a gruppi, le lego con uno spago, poi le scompongo, e ricomincio da capo Vivo di te Margherita. Vivo di te cui ho fatto male. Vivo di te che volevi cancellarmi dalla tua vita e invece hai scelto di mantenere questo filo,niente telefono, mail, foto...solo la tua amata grafia. Non ho niente di più caro qui. Immagino la vita che mi descrivi, i tuoi figli, il tuo amato mare, l'uomo che hai accanto. Tutto ciò che avrei voluto con te. E l' ho sporcato, rotto, irreparabilmente. Pago la mia pena guardando i giorni scorrere oltre questa finestra a sbarre, finirà tra qualche anno,ma la pena più grande, più dolorosa e più giusta, lo so, è non averti più. Nessuno mi ha amato come te, nessuno lo farà mai più. So che in ogni tua missiva riconfermi,silenziosamente, quell' amore che io ti ho impedito di continuare ad esprimere nella vita reale, che avevamo sognato insieme. Grazie per questo regalo che mi tiene in vita. Carezza, come sempre, i tuoi bambini che non sono diventati i "nostri".Chissà come, e se, gli avrai spiegato di noi. Un bacio lieve sulle tue care mani. Perdonami Margherita. Perdonami. Tuo R.

  • 28 luglio 2014 alle ore 14:59
    Il carpentiere e l'ingegnere

    Come comincia: Aveva le mani screpolate e le unghie rotte: anche quel giorno, sotto la pioggia battente, si era spaccato la schiena lavorando in cantiere come sempre succedeva da più di 50 anni. Ormai sessantacinquenne, con il fisico logorato da un mestiere duro e faticoso, era ancora costretto a quella vita perché non aveva maturato la pensione e ai bei tempi aveva sperperato tutti i suoi lauti guadagni in vizi e bagordi; dopo gli ultimi calcoli sapeva che ne avrebbe avuto ancora per un paio d'anni. Sua moglie lo aveva abbandonato da tanto e i figli, pur avendo mantenuto alcuni contatti con lui, avevano le loro vite e non potevano sopperire a tutte le sue mancanze.
    Il furgoncino si fermò davanti a casa sua, era arrivato. "Buona serata e buona domenica, passo lunedì mattina alle 5.00, come sempre. Ciao Beppe"
    "Ciao Mario, buona domenica ragazzi" Disse Beppe mentre scendeva a fatica da quel mezzo che tutti i giorni li portava avanti e indietro dal cantiere. Mario e la sua squadra erano brave persone e grandi lavoratori, lavorava con loro ormai da una decina d'anni, ossia da quando le sue speranze di ritirarsi in pensione si erano infrante contro la dura realtà: per anni i suoi datori di lavoro lo avevano fatto lavorare come uno schiavo senza versare un centesimo di contributi previdenziali e, dopo 40 anni a sgobbare, Beppe si era ritrovato a dover lavorare ancora per parecchio tempo. Si maledisse mille e mille volte ancora per aver vissuto sempre oltre le sue possibilità economiche sperperando l'impossibile e adesso ringraziava il Padre eterno per aver evitato ai figli quella tragica sorte. Infatti, in tempi non sospetti, loro si erano iscritti alle scuole superiori e, ottenuto il diploma, si erano inseriti nel mondo del lavoro in un ambito distante da quello del padre: la figlia era una valida infermiera mentre il figlio era un ottimo chef.
    Mario e i suoi ragazzi avevano accettato di assumerlo nella loro piccola impresa; pur coscienti del fatto che Beppe non avrebbe più retto i ritmi imposti dalle imprese costruttrici, potevano però contare sulla sua enorme esperienza e capacità organizzativa e dopo un decennio il loro sodalizio era più solido che mai.
    Il fine settimana era diventato per lui un momento triste e deprimente, la maggior parte dei suoi amici era in pensione e durante la settimana si incontrava nei vari circoli, prestava volontariato, si occupava dei nipoti o semplicemente si vedeva al bar a giocare a carte e a scambiare due chiacchiere. Lui era fuori dal giro e faticava ad inserirsi nelle varie attività: non faceva volontariato, non partecipava ad escursioni o gite, raramente usciva con loro, anche solo per bere un caffè in compagnia e, cosa che lo rattristava di più, non aveva nipoti da accudire. Da anni suo figlio aveva confessato la sua omosessualità e conviveva con il suo compagno, mentre la figlia, per scelta, aveva deciso di non aver figli; una scelta che lui non condivideva e che era stata causa di forti discussioni tra di loro. Sua moglie se ne era andata tanto tempo prima, quando lui se la spassava con donne e amici.
    Solo, senza legami e senza prospettive, viveva la sua esistenza come un eremita. Preferiva andare a lavorare, infatti in cantiere poteva scambiar due parole con i colleghi, a mezzogiorno mangiava qualcosa di caldo in compagnia e spesso si faceva quattro risate.
    Quella sera fece un bagno bollente, il freddo e l'umidità gli avevano ghiacciato le ossa. Rischiò di addormentarsi nella vasca ma fu salvato dallo squillo del telefono; raggiunse a fatica l'apparecchio che continuava a suonare in cucina e rispose con il fiato corto.
    "Pronto?"
    "Papà?!" Era sua figlia.
    "Ciao Monica, stavo facendo il bagno, cosa c'è?"
    "Sempre gentile" Rispose lei con una punta d'ironia.
    "Senti, ho preso l'acqua tutto il giorno, sono stanco.."
    "Sto venendo da te, preparami il caffè" Monica non lasciò al padre il tempo di rispondere e chiuse la comunicazione. Beppe venne assalito da una strana agitazione, la figlia stava venendo da lui, cosa era questa novità? Il campanello lo sorprese mentre stava litigando con la moka del caffè, raramente la utilizzava, nessuno andava mai a trovarlo e lui preferiva berlo al bar. Aprì la porta e Monica lo anticipò "Stai litigando con la moka, faccio io" E senza aggiungere altro si avviò verso la cucina. Beppe richiuse la porta e sbuffando raggiunse la figlia che nel frattempo aveva già messo su il caffè. I due non parlarono e, come due attori che stanno provando la loro parte, si mossero all'unisono con movimenti studiati e composti, così da trovarsi seduti a tavola, l'uno di fronte all'altra ma ad una certa distanza. Il rumore del fornello spezzava quel silenzio e dopo pochi istanti si udì forte e chiaro il rumore del caffè che saliva nella moka. La donna anticipò il padre e si alzò per servirsi da sola, con un gesto lui fece capire di non volerne e lei si versò tutta la bevanda calda in una capiente tazza da tè. Vi aggiunse 4 cucchiaini di zucchero ed una abbondante dose di grappa, mescolò con energia e cominciò a sorseggiare piano piano. Nonostante tutto Beppe conosceva ancora abbastanza bene i suoi figli e sapeva che tutta quella manfrina era il modo di Monica per fargli capire di avere un problema ed era altrettanto chiaro che lei non avrebbe parlato per prima, venirlo a trovare era stata la sua mossa, adesso toccava a lui.
    "Hai abbondato con la grappa, di sicuro dormirai bene" Disse Beppe per rompere il silenzio. Monica sapeva di non potersi aspettare di più dal padre, ma apprezzò il suo sforzo e la sua calma, era piombata a casa sua in un momento e in un modo del tutto inusuali per lui e sapeva che stava facendo di tutto per accoglierla nel migliore dei modi; meritava di sapere la verità.
    "Sono incinta" Farfugliò nascosta dietro la tazza da tè. Lui sentì quelle parole, ma la stanchezza e l'udito che cominciava a dargli noia gli lasciarono il dubbio e la figlia, che lesse sul suo volto un certo smarrimento, si affrettò a ribadire ciò che aveva appena affermato assicurandosi che lui capisse chiaramente "Papà, ho detto che sono incinta" Disse quasi urlando e dall'espressione del padre le fu chiaro che stavolta aveva capito bene. Lui socchiuse gli occhi, il suo cervello stava eleborando quella notizia e uno spasmo involontario lo fece sogghignare, poi, quando concretizzò ciò che aveva sentito, spalancò gli occhi e fissò la figlia.
    "Sono contento, sei felice?" Era davvero contento, forse adesso avrebbe riallacciato i rapporti con la figlia.
    "No, si, cioè si e no. Insomma, non sono più tanto giovane e poi non è così semplice, il lavoro, la casa.." Sospirò abbassando lo sguardo e in quel momento lui capì "Vuoi abortire" La voce dell'uomo sembrò il rantolo di un cucciolo ferito, la figlia non disse nulla e chinò ancor di più il capo per poi cingerlo tra le mani quasi a voler sparire da quel posto, Beppe si rese conto di esser stato poco delicato e fece un gesto che lei mai si sarebbe aspettata, le posò una mano sul capo e con voce spezzata le disse "Figlia mia, io ti sarò vicino, pensaci bene prima di compiere l'irreparabile" Quel gesto e quelle parole la colpirono profondamente, scoppiò in lacrime e afferrò la mano del padre, senza dir nulla. L'uomo lasciò che lei si sfogasse e dopo alcuni istanti chiese "Perché?" La figlia alzò la testa e vide davanti a se un uomo distrutto, ma a questo punto doveva essere forte e provò a rispondere "Perché mio marito non vuole" Certo, la cosa era plausibile, suo genero aveva sempre detto di non volere figli che rovinassero la loro tranquillità di coppia; Monica tutto sommato era consapevole di questa cosa e non aveva mai obiettato. Ma adesso sorgeva un'altra domanda "Ma come è successo? Se non avete mai voluto aver figli, intendo, non avete preso le giuste precauzioni?" Infatti, ma stavolta no e lei lo sapeva, perché l'aveva fatto apposta "Qualcosa deve essere andato maledettamente storto" Rispose lei "O tremendamente dritto "Replicò solerte il padre. Monica accennò un sorriso e il padre interpretò quel gesto come un'ammissione di colpa "L'hai fatto apposta, ammettilo, l'hai incastrato" La donna tirò un lungo sorso di caffè corretto e confermò "Si, non ho fatto nulla per evitarlo, ma la reazione di mio marito è andata oltre le più nere previsioni" Il padre la guardò invitandola a continuare "Ha detto che se non abortisco la nostra storia è finita e mi caccia da casa sua" Che bastardo, pensò Beppe "E tu cosa vuoi fare? Cosa hai detto a tuo marito?" "Ho detto che voglio tenermi il figlio e lui mi ha dato una settimana per togliere il disturbo" Beppe diventò paonazzo nel sentir quelle parole, aveva sempre ritenuto quell'uomo un egoista egocentrico e megalomane, ma adesso aveva superato il segno "Domani prendi tutte le tue cose e torni a stare qui con me, la tua camera è libera, come ben saprai" "Davvero posso tornare?" "Sei mia figlia e poi questa casa gioverà della presenza di una donna" Lei abbracciò il padre come non faceva da parecchi anni "Grazie papà"
    Quel fine settimana lo passarono a sistemare la casa e a recuperare tutte le cose di lei dall'abitazione del marito che non sollevò la minima obiezione. Beppe non sentiva la stanchezza e alla domenica sera si erano già organizzati per i giorni a venire, avevano il loro lavoro e con un po' di pazienza avrebbero riallacciato i loro rapporti cercando di evitare lo scontro. Dopo cena, mentre bevevano il caffè, lui chiese alla figlia "Hai parlato con tuo fratello?" "No" "Non aspettare troppo, lui non è come me, ti è molto legato, ti vuole bene" Quella frase restò sospesa nell'aria. Lei sapeva cosa volesse dire il padre, ma come al solito sbagliava parole e rischiava di compromettere tutto; questa volta però lei decise di andargli incontro e rispose "Anche io voglio bene a Marco e voglio bene anche a te, come tu ne vuoi a me" Ecco, l'aveva detto, Beppe arrossì immediatamente e, quasi balbettando concluse "Va bene, ora è tardi, domani parto presto, buonanotte" Monica sorrise, l'aveva messo in imbarazzo ma lui riuscì a non essere sgarbato, forse le cose si sarebbero sistemate.
    L'indomani Beppe trascorse una giornata relativamente tranquilla, non pioveva e non faceva eccessivamente freddo e Mario lo aveva incaricato di riordinare la catasta del legname usato; lavorò fischiettando e alla sera, sulla via del ritorno, i ragazzi gli chiesero cosa avesse per essere così felice. Li tenne sulle spine e quando furono davanti casa sua aprì il portellone sorridendo e poi si girò di scatto verso i suoi compagni di lavoro: "Diventerò nonno!" Esclamò con gli occhi lucidi e subito richiuse il portellone per poi girarsi e filare via veloce. In casa lo accolsero un tepore accogliente e un profumo di cibo delizioso. Sul tavolo c'era un biglietto <Finisco il turno alle 22.00. Tu mangia quello che vuoi e non aspettarmi in piedi. T.V.B. Monica" Fece una doccia rigenerante e poi si mise a tavola, la figlia aveva preparato un arrosto con patate al forno e dopo averlo riscaldato Beppe se ne servì una porzione generosa. Assaporò quei gusti con calma mentre guadava il telegiornale, le solite notizie questa volta non lo disturbarono più di tanto, la sua Monica era tornata, doveva però resistere sveglio se voleva vederla, infatti in quella settimana non avrebbero avuto altra occasione di vedersi se non a quell'ora. Tolse le sue cose dal tavolo e preparò apparecchiato per la figlia, poi si mise comodo sul divano ad aspettarla.
    Monica entrò in casa che erano appena passate le 22.15 e trovò Beppe sul divano con il capo reclinato da un lato; la sua esperienza le fece trillare tutti gli allarmi nel cervello e in un balzo fu al fianco del padre. Respirava a malapena ma era chiaro che fosse in corso qualcosa di grave; immediatamente chiamò il pronto occorso. L'ambulanza giunse in pochi minuti, Monica, infermiera esperta, aveva già apportato i primi soccorsi. I volontari caricarono Beppe e corsero all'ospedale dove fu subito portato in reparto; nonostante il suo ruolo non permisero a Monica di entrare in sala operatoria. Il tempo scorreva lento, Monica era agitatissima e una sua collega, che era a conoscenza della sua gravidanza, fece in modo di metterla comoda e a suo agio sistemandola su una poltroncina "Grazie Fausta, io sto bene ma sono preoccupatissima per mio padre. Non ho ancora avuto modo di dirtelo, ma sono tornata a vivere da lui, mio marito mi ha scaricata" Monica stringeva le mani della collega che rispose a quella stretta, poi prese una sedia e si accomodò vicino all'amica abbracciandola affettuosamente "Sei un'amica Fausta" "Stai tranquilla, è in buon emani, cerca di riposare" Lo spavento e la stanchezza la fecero crollare e Monica si addormentò.
    "Dov'è mio padre? E mia sorella?" Marco sembrava una belva in gabbia e Fausta faticò non poco per tranquillizzarlo ma ormai Monica si era svegliata e si alzò dalla poltrona per andare incontro al fratello. I due si abbracciarono, Marco era alto quasi due metri con un fisico atletico e muscoloso mentre Monica, più bassa e minuta, si sentì stritolare dalla presa affettuosa del fratello "Attento!" Esclamò lei quasi urlando e il fratello, sorpreso da quell'avvertimento, si staccò fulmineo dalla sorella e subito notò qualcosa nella sua espressione; nonostante si vedessero raramente il loro legame era fortissimo e lui capì subito cosa bolliva in pentola. "Monica? Sei..? Sei..?" "Si Marco, diventerai Zio" Lui abbracciò di nuovo la sorella, un abbraccio diverso da prima, caldo e protettivo "Sono felicissimo Monica, papà lo sa?" "Si Marco, vieni a sederti che ti aggiorno sulle ultime novità"
    Monica raccontò gli ultimi avvenimenti al fratello, la sua gravidanza, la fine del suo matrimonio e il riavvicinamento con il padre che l'aveva accolta felice a casa sua e adesso, quando sembrava potesse iniziare un nuovo corso, il padre era in bilico tra la vita e la morte.
    "Si riprenderà?" Chiese speranzoso Marco.
    "Lo spero" Rispose la sorella.
    "Andiamo a farci un caffè" La invitò lui.
    "Si, il distributore automatico è  al piano inferiore in fondo al corridoio in una stanzetta laterale"
    Il ronzio del distributore di bevande era l'unico rumore percepibile, in tutto il piano regnava il silenzio e Marco si sentiva a disagio. Monica lo rassicurò "In questi reparti, particolarmente a quest'ora di notte, è normale questo silenzio" Marco non rispose e bevve il caffè in un sorso, mentre lei lo sorseggiò piano. Tornarono su, in attesa di notizie e dopo un quarto d'ora, quando le lancette del grosso orologio appeso al muro indicavano le 3.58, un paio di dottori uscirono da una stanza e si mossero nella loro direzione. Monica li conosceva e sapeva comprendere il loro linguaggio, quindi non fece giri di parole "E' vivo?" "Si Monica, è vivo" Rispose Romano, il più anziano dei due "Ma?" Chiese Monica, c'era sempre un ma. Fu Giulio a rispondere "Ma ha finito di lavorare" I due fratelli si guardarono sconcertati ma allo steso tempo tirarono un sospiro di sollievo e Monica si fece più insistente "Ok, e poi?" Adesso i figli erano tranquillizzati e avrebbero ascoltato attentamente, perciò Romano spiegò loro che il pronto intervento di Monica aveva evitato danni maggiori e Beppe tutto sommato, vista l'entità dell'infarto, aveva subito danni leggeri e non compromettenti: con una buona riabilitazione, con un regime alimentare regolare e alcuni accorgimenti sulle sue abitudini, nel giro di un mese avrebbe potuto riprendersi tornando autosufficiente. Purtroppo però non avrebbe più potuto lavorare nè sottoporsi a sforzi fisici eccessivi.
    "Finalmente, così se ne starà a casa in pensione" Esclamò Marco.
    "Grazie Romano, grazie Giulio, sapevo che avreste salvato mio padre" Monica era visibilmente commossa.
    "Grazie anche a te Monica" La rincuorò Romano e poi i due medici si congedarono.
    Erano quasi le cinque di mattina, avevano sonno ma Monica ebbe un flash.
    "Mario!" Esclamò.
    "Chi?" Chiese il fratello mentre scendevano le scale.
    "Mario, il capo di nostro padre. Alle 5.00 passerà da casa per prenderlo, devo avvisarlo"
    "Ok, chiamalo" La tranquillizzò Marco.
    "Non ho il numero, devo correre a casa immediatamente"
    "Va bene, ti accompagno"
    "No, sono con la mia macchina"
    "E allora ti seguo" Concluse amorevolmente Marco mentre stavano raggiungendo le rispettive vetture. Monica si fermò e abbracciò il fratello "Ti voglio bene, grazie" "Anche io, andiamo adesso o faremo tardi"
    Alle 5.04 giunsero davanti alla casa del padre dove un pulmino, con il motore acceso, sostava davanti al cancello. Monica scese immediatamente dall'auto e si avvicinò al finestrino del conducente che si stava accendendo una sigaretta e aveva il vetro abbassato. L'uomo la fissò con uno sguardo forte e poi, dopo aver sbuffato una nuvola di fumo, scese dal mezzo e parlò con voce rauca "Tu sei Monica" "Si, tu sei Mario?" "Già. Tuo padre?" Monica scoppiò in lacrime mentre Marco l'aveva raggiunta e cercava di tranquillizzarla. I due spiegarono sommariamente l'accaduto a Mario che nel frattempo era stato attorniato dai suoi ragazzi. Alla fine l'uomo ordinò ai suoi uomini di risalire sul pulmino, era tardi e dovevano recuperare il tempo perso e con un gesto paterno prese a braccetto i due fratelli e si spostò di qualche metro "Tranquilli ragazzi, vostro padre è una roccia, si rimetterà presto. Non preoccupatevi e tenetelo a riposo, per quanto riguarda il lavoro non c'è problema, sistemeremo tutto con calma, adesso andate a riposarvi e portategli i miei saluti e quelli dei ragazzi e se avete bisogno di qualcosa chiamatemi"
    "Grazie" Rispose Marco, mentre l'uomo stava già salendo sul pulmino.
    Beppe fu dimesso dopo quasi tre settimane di ricovero, aveva superato positivamente tutti i test e gli esami a cui era stato sottoposto. Trovò un accordo con Mario: sarebbe restato alle sue dipendenze fino al termine della malattia; Monica si era informata, le avevano assicurato che il padre, terminato quel periodo, avrebbe ottenuto la tanto sospirata pensione. Beppe fu felice di quella notizia, ma il suo pensiero era altrove.
    In quei giorni all'ospedale il tempo non passava mai, lui era abituato a non stare mai fermo e l'inattività fisica lo deprimeva. Un giorno portarono in camera sua un uomo di 72 anni, era un ingegnere colpito da un forte infarto e dalle parole dei medici capì che non aveva molte speranze di sopravvivenza. Dopo aver dormito per tutta la giornata alla sera l'anziano si svegliò e fu subito lucido e presente. Beppe lo salutò gentilmente "Buonasera ingegnere, io sono Beppe" L'altro lo fissò attentamente scrutandone a fondo ogni piega del viso e alla fine esclamò "Beppe! Beppe il carpentiere! Io sono Adriano, l'ingegnere, ti ricordi tanti anni fa in quel grosso cantiere in città?" Beppe esitò un attimo, quella voce, quell'espressione; ma certo, Adriano, l'ingegnere e disse "Ossignore! L'ingegnere, el rompi coioni!" I due uomini scoppiarono a ridere.
    Passarono tutta la notte a parlare, i ricordi di un tempo, le relative vite, condite da successi e delusioni. Il lavoro, i figli, le donne e il tempo che passa inesorabile; toccarono i più svariati argomenti passando dalle grasse risate a silenzi carichi di sconforto. All'alba furono interrotti da un'infermiera che stava facendo il giro delle camere per controllare i pazienti. Trovandoli svegli e visibilmente provati li rimproverò ricordando loro che non erano lì per trascorrere le ferie ma per rimettersi in salute. I due la lasciarono sbraitare e appena se ne fu andata scoppiarono a ridere, poi Adriano si fece nuovamente serio.
    "Vedi Beppe, io so che non uscirò vivo da questo ospedale e fino a ieri la cosa mi spaventava. La morte in se non mi preoccupa, ma come avrai capito dalla mia storia io morirò solo, nessuno si ricorderà di me, verrò tunulato sotto una splendida tomba di marmo nel cimitero del mio paese, ho i soldi per permettermelo. Ma la mia sarà una tomba spoglia, spazzata dagli elementi e il mio ricordo morirà con me" Beppe aveva ascoltato quelle parole mentre un nodo alla gola lo soffocava e non ebbe la forza di replicare. Caddero nel sonno, stravolti dopo una notte di veglia.
    Nei giorni seguenti i due strinsero un legame particolare e Beppe si rese conto della solitudine che li circondava, ma lui almeno aveva due figli e Monica, lavorando in quella struttura, si faceva viva più volte al giorno. Adriano ricevette solo una visita da parte di una donna sulla cinquantina molto bella ed elegante e Beppe pensò che fosse la sua donna perchè Adriano gli chiese di poterli lasciare soli in camera. Una sera Adriano si mise a sedere sul letto dell'amico e parlò lentamente "Beppe, amico mio. Sono giunto alla fine, stanotte la cupa mietitrice verrà a farmi visita, me lo sento" "Dai, dai smettila con le stupidate sei un galletto e poi c'è quella rossa che ti aspetta" Beppe non era pronto a simili discorsi "Già, la rossa. Una donna fantastica, non immagini quanto. Ti voglio ringraziare per essermi stato amico, qui, in questa stanza, con tutti i tubicini attaccati al corpo che azzerano ogni differenza sociale o razziale, dove la vita e la morte sono uguali per tutti. Io morirò, solo, ma tu hai ancora tanto da fare, ricordatelo" Beppe tirò su con il naso, le lacrime agli occhi gli annebbiavano la già debole vista e non riuscì a dire nulla. Adriano si infilò nel suo letto, sereno; qualcuno avrebbe versato delle lacrime sincere per lui, poi chiuse gli occhi e si addormentò.
    Fu svegliato da un certo trambusto, medici ed infermieri avevano preso possesso della loro camera e Beppe percepì chiare le parole di una dottoressa "Ora del decesso 03 e 42 minuti"
    Adriano era morto e lui, in silenzio, cominciò a piangere.
    "Sei sicuro di sapere la strada papà?" Domandò Monica preoccupata.
    "Si"
    Dopo alcuni minuti raggiunserò il cimitero e Beppe chiese alla figlia di aspettarlo in macchina. Trovò la tomba agevolmente, si era informato bene. Depose il mazzo di fiori in un vaso tristemente vuoto e vi aggiunse un po' d'acqua.
    "Hai visto, sono venuto a trovarti, non sei solo. Penserò io a te, i fiori e le preghiere non ti mancheranno, sei tu che manchi a me. Adesso vado che mia figlia mi aspetta in macchina e.. ciao, rompi coioni"
    Quel pomeriggio Beppe fu contattato ed invitato a presentarsi presso uno studio legale nel paese vicino, non sapeva cosa aspettarsi e per sicurezza chiese al figlio di poterlo accompagnare. Raggiunsero lo studio in perfetto orario e Beppe, da solo, fu fatto accomodare in uno studio su una comoda poltrona di pelle. Dopo alcuni istanti fu raggiunto da un avvocato  che si presentò a lui "Buongiorno, io sono Debora, la rossa"
    Erano arrivati a casa e Beppe, nonostante l'incalzare del figlio, non aveva detto ancora una parola.
    "Allora papà, mi vuoi spiegare cosa volevano da te?"
    "Sali in casa, c'è anche tua sorella, così parlo una volta sola"
    Beppe spiegò ai figli che Adriano gli aveva donato tutto ciò che gli era stato possibile e, tradotto in cifre, tra beni mobili e immobili si trattava di un sacco di soldi. Beppe chiarì immediatamente che avrebbe destinato solo una parte di quei soldi per le loro necessità, il resto lo avrebbe impiegato per opere di bene; aveva sprecato tutta la sua vita inseguendo il piacere personale, adesso avrebbe pensato al prossimo. I figli lo abbracciarono e in quel preciso istante tutti e tre sentirono chiaramente muoversi la pancia di Monica che disse: "E' d'accordo anche lui"
    Erano passati più di due anni da quei giorni, l'aria primaverile dava nuova linfa alla natura circostante mentre un merlo saltellava vicino alla tomba, incurante della sua presenza.
    "Ti sei fatto un nuovo amico" Disse Beppe " Il mio nipotino mi ha chiesto dove stavo andando, la prossima volta lo porto con me così lo vedi. Monica sembra essere contenta del suo nuovo compagno e io sono felice per loro. Marco si è lasciato con il suo fidanzato, è tornato a casa mia, non sta attraversando un bel periodo ma io e lui ci siamo riavvicinati. Ho donato dei nuovi mezzi alla palestra comunale e ho promosso quel corso di italiano per gli stranieri. Mi sono anche attivato per recuperare delle nuove sedie a rotelle per il centro anziani, insomma, mi sto dando da fare e poi... e poi tu le sai tutte queste cose. la vita scivola via, pregna del nostro egoismo e della nostra ambizione tanto da non accorgerci che il bello della vita è la vita stessa" Beppe sorrise "Questa non è mia, l'ho sentita da qualche parte, però mi piace. Adesso devo andare, il mio piccolo mi starà aspettando, ci vediamo alla prossima e.. ciao Adriano"

  • 27 luglio 2014 alle ore 20:23
    Corto # 10 - Estate

    Come comincia: Un bimbo spia l'alba dai buchi della serranda, pregusta il mare e sente nel vento che tutto è possibile.