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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 09 aprile 2014 alle ore 14:34
    William viaggiatore solitario

    Come comincia: Il suo volto era quello di un uomo non ancora troppo anziano ma che sentiva già su di sé il peso dei suoi anni. Nella sua vita il dolore aveva più volte prevalso sulla gioia, nei suoi occhi si leggeva la voglia di tornare indietro che non di rado lo assaliva. Uno dei suoi vizi principali era l'alcool che aveva decretato tra l'altro la fine del suo matrimonio. Anche i suoi pochi amici lo avevano abbandonato perché lo giudicavano una persona pericolosa dati i suoi frequenti scatti d'ira. 
    Era questo William, un italo-americano di circa sessanta anni ma che ne dimostrava molti di più poichè fino ad ora aveva dedicato la sua intensa esistenza a quelli che lui amava definire i piaceri della vita, quegli stessi piaceri che lo avevano condannato alla sua perenne solitudine.
    Ritrovatosi da solo ad abitare un modesto appartamento situato nella periferia di New York, dove la sua unica compagnia era un cucciolo di pastore tedesco chiamato Dick, decise un giorno di dare una svolta decisiva alla sua vita che fino a quel momento gli aveva fatto conoscere soltanto amarezza e senso di smarrimento.
    Da sempre, la più grande passione di William, era quella dei viaggi e già da un po' progettava nella sua mente di raggiungere il tetto del mondo a bordo della sua auto sebbene essa non fosse in ottime condizioni. I viaggi lo avevano in più di un'occasione distolto da quel mondo in cui era abituato a vivere fatto di distrazioni non sempre lecite ed è proprio partendo da questa sua grande passione che William intendeva ricominciare a vivere.
    Preparato qualche bagaglio con soltanto il minimo indispensabile, salì a bordo della sua auto in compagnia del suo fedele amico a quattro zampe e cominciò la sua avanzata verso Capo-Nord. Tappa dopo tappa William si rendeva sempre più conto che da qui in poi era quello il tipo di vita che preferiva ossia essere un viaggiatore solitario e stare a contatto perenne con la natura e con le persone che incontrava nei luoghi in cui di tanto in tanto si fermava. I giorni di viaggio erano sempre più numerosi e sul volto di William erano visibili i primi segni di stanchezza a causa del lungo tempo trascorso alla guida. In lui però non si era di certo spento l'entusiasmo di raggiungere quella meta da molto tempo sognata e da sempre così lontana, sebbene la sua passione per i viaggi lo avesse portato a girare quasi tutto il mondo.
    Dopo lunghi ed estenuanti giorni di viaggio ecco arrivare William ed il suo cane Dick, a Capo-Nord; William si rese subito conto di trovarsi ben lontano dalla sua New York e dal caos da cui le strade della Grande Mela sono da sempre caratterizzate. Ad attirare l'attenzione dell'uomo era proprio l'enorme panorama montuoso di quel piccolo angolo di mondo situato a nord della Norvegia e sembrava quasi aver completamente dimenticato gli Stati Uniti.
    Man mano che i giorni passavano William si adeguava sempre di più a quelle che erano le abitudini del luogo e a tutto ciò che lo circondava. Con il trascorrere del tempo l'anziano William entrava in contatto con un numero considerevole di persone tra cui Sara; una donna della sua stessa età, anch'ella di origini italiane, che da anni si era stabilita in Norvegia e con una storia alle spalle molto simile a quella di William. Nemmeno a Sara infatti la vita aveva riservato sorprese non sempre positive. Era la più grande di cinque figli e, rimasta orfana in età giovanissima di entrambi i genitori, era costretta a fare da padre e da madre ai suoi quattro fratelli; inoltre spesso non sapeva come fare per tirare avanti poiché non aveva mai avuto un posto di lavoro fisso ed era costretta a svolgere professioni molto umili. Tra i due nasce subito una certa simpatia tanto che cominciano a raccontarsi le loro rispettive storie così diverse e così uguali allo stesso tempo.
    I mesi trascorrevano inesorabili e nonostante William avesse deciso di diventare un viaggiatore solitario avvertiva una certa simpatia per Sara; decise quindi di fermarsi ancora per un po' a Capo-Nord per conoscere meglio quella donna che fin dal giorno che la aveva incontrata lo aveva reso felice. Ogni giorno trascorso insieme a Sara era sempre ricco di sorprese per William. Infatti nonostante il suo passato non proprio felice, Sara era una donna molto simpatica e piena di vita. Spesso coinvolgeva il suo uomo nell'organizzazione di serate da trascorrere in allegria con gli amici e in tutto ciò in cui il divertimento la faceva da padrone. La donna era inoltre un'ottima cuoca; spesso e volentieri infatti si divertiva a prendere William per la gola preparandogli dei gustosi piatti italiani. Così facendo, Sara sperava di tirar fuori per sempre William dal ricordo del suo doloroso passato e poterlo finalmente trasformare in una persona nuova.
    Il legame tra William e Sara si faceva sempre più solido e il nostro viaggiatore solitario continuava a rimandare la sua partenza per un altro luogo. Sara gli aveva ormai preso il cuore e non sapeva davvero più come fare per distaccarsi da lei per poter riprendere il suo viaggio. Anche Sara contraccambiava l'amore di William e spesso era anche lei a trattenerlo in Norvegia e ad alimentare in lui la voglia di non ripartire.
    Spesso gli diceva:
    - "Resta con me per sempre, insieme potremo ricominciare a vivere una vita serena".
    A queste dolci parole di Sara, William non sapeva proprio dire di no e non riusciva proprio più a resistere alle amorevoli attenzioni della donna. 
    Era ormai trascorso un anno dall'arrivo di William in Norvegia e l'amore di Sara sembrava aver affievolito in lui la voglia di viaggiare perennemente.
    Un giorno però, mentre Sara si accingeva come sempre a preparare la colazione al suo uomo, scorse William in un'altra stanza preparare la sua modesta valigia che per un anno intero era stata riposta nel fondo di un armadio. Vedendo ciò Sara rimase perplessa e cominciò a farsi mille domande e a chiedersi soprattutto che cosa avesse sbagliato. Quello stesso giorno Sara decise di affrontare l'argomento con William e con la voce rotta dal pianto gli chiese:
    - "Perché hai deciso improvvisamente di partire? Ho forse sbagliato qualcosa? Dimmi tutto in modo che io possa riparare alle mie colpe".
    William, con voce altrettanto disperata le rispose:
    - " Mia dolce Sara, un anno fa, quando ho lasciato New York, ho promesso a me stesso di diventare un viaggiatore solitario e solo le tue attenzioni mi hanno spinto a fermarmi qui così a lungo; ma ora per me è giunto il momento di ripartire ed esplorare nuove mete e nuovi mondi anche se mi costa moltissimo farlo".
    A queste parole di William, Sara non potè fare altro che accettare, seppure a malincuore, la sua decisione di allontanarsi da lei. L'indomani, giorno della partenza di William, Sara riuscì a strappargli la promessa di rimanere sempre in contatto con lei. Gli disse:
    - "Mi raccomando scrivimi e se per caso dovessi ripensarci torna qui da me; casa mia è sempre aperta".
    Dopo quest'ultimo saluto William partì, lasciò quel luogo che per un anno era stato la sua casa e nel quale aveva trovato l'amore. Visitò l'Asia, l'Africa, i panorami mozzafiato dell'Australia ma con il cuore sempre in Norvegia perché era consapevole che lì c'era sempre la sua Sara che prima o poi lo avrebbe riaccolto presso di lei con un affetto ancora maggiore della prima volta.

  • 09 aprile 2014 alle ore 14:31
    Dottor Francesco Esposito

    Come comincia: La storia di Francesco è apparentemente uguale a quella di molti ragazzi della sua età; anche lui, come qualsiasi altro suo coetaneo, andava a scuola e amava coltivare quella che lui definiva la sua più grande passione: il calcio. Ogni settimana infatti si recava presso un campetto vicino casa per una partitella tra amici. Purtroppo però a Francesco mancava qualcosa di molto importante di cui davvero non se ne può fare a meno: la stabilità affettiva che solo una vera famiglia poteva offrirgli.
    Francesco Esposito, un adolescente di circa quindici anni, viveva  in un misero appartamento della periferia di Napoli con i suoi fratelli più grandi Vincenzo e Gaetano i quali facevano enormi sacrifici per potergli consentire di studiare. Suo padre, si trovava in carcere per scontare una lunga pena a causa del suo coinvolgimento in un omicidio dopo che già in precedenza aveva scontato altre pene per reati minori. Sua madre invece era stata coinvolta in un giro di prostituzione dal quale non era più riuscita ad uscire e da ormai tre mesi non si avevano sue notizie. Questi episodi spiacevoli avevano portato il giovane Francesco ad essere un ragazzo dal carattere estremamente irascibile e per di più facilmente influenzabile dalle cattive compagnie. Nemmeno il rendimento scolastico di Francesco era dei migliori, spesso infatti i suoi fratelli maggiori, che facevano le veci dei genitori, venivano convocati a scuola dai professori per essere messi al corrente dei problemi di profitto riscontrati dal loro fratello minore.
    - “Potrebbe sicuramente fare molto di più ma non vuole applicarsi”. Era questa la frase che si sentivano dire i fratelli di Francesco ogni qual volta che si presentavano al cospetto degli insegnanti del ragazzo. Francesco infatti non voleva assolutamente saperne di impegnarsi nello studio; i brutti voti si presentavano con una frequenza sempre maggiore ma il giovane non si preoccupava per niente e continuava a trascorrere la maggior parte del suo tempo a giocare a calcio con gli amici e a girovagare in motorino. Vincenzo e Gaetano molto spesso rimproveravano Francesco a causa di questo suo atteggiamento da menefreghista ma il giovane non voleva assolutamente ascoltare i consigli di chi, più grande di lui di qualche anno, aveva sicuramente un po’ di esperienza in più circa le difficoltà da affrontare nella vita. Ogni giorno Vincenzo e Gaetano raccontavano al loro fratello minore di aver vissuto molto da vicino il difficile periodo in cui il loro papà venne arrestato per la prima volta e che per mandare avanti la baracca avevano dovuto cominciare a lavorare nell’età in cui i loro interessi dovevano essere ben altri. Gli raccontavano inoltre di quando la loro mamma cominciò ad avviarsi verso la prostituzione e tornava spesso a casa ubriaca. Malgrado queste tristi rivelazioni, Francesco non sembrava per nulla intenzionato a rimboccarsi le maniche anzi, più i fratelli lo incitavano ad abbandonare il suo stile di vita, più il ragazzo era motivato a non seguire i loro consigli.
    Ogni sabato, un altro adolescente di nome Gennaro, era solito aspettare Francesco sotto il portone di casa per invitarlo ad andare a giocare l’ennesima partita di calcio e trascurare ancora una volta i suoi doveri di studente. Gennaro aveva una storia alle spalle molto simile a quella di Francesco; anche lui infatti mostrava una certa avversione nei confronti dello studio. I suoi genitori si trovavano entrambi in carcere e il ragazzo era costretto a vivere con i nonni materni. Saltuariamente, proprio per volontà di questi ultimi, si recava a lavorare presso un’impresa di pulizie perché, in questa maniera, speravano di fargli comprendere quanto fosse importante avere un lavoro per poi costruirsi un futuro. I due spesso rincasavano tardi perché dopo la partita si recavano nel centro di Napoli a divertirsi. A dire il vero i loro non potevano essere definiti divertimenti; non di rado infatti, i due ragazzi si rendevano protagonisti di episodi a dir poco spiacevoli come scippi e furti di vario genere. Per questa ragione i fratelli di Francesco venivano frequentemente convocati dalla polizia e ogni volta dovevano subire l’umiliazione da parte degli agenti che raccontavano ai due, nei minimi particolari, tutte le malefatte del loro giovane fratello.
    Al contrario di Francesco, i suoi fratelli erano degli onesti lavoratori e di certo non potevano più umiliarsi in quel modo a causa di quel ragazzino che ormai sembrava definitivamente avviato verso una cattiva strada.
    Un giorno, malgrado l’affetto che nutrivano per Francesco, Vincenzo e Gaetano decisero che era il caso di iscrivere il loro terribile fratello in un collegio e dare così una svolta definitiva alla sua vita; le loro intenzioni non erano assolutamente cattive bensì intendevano far capire a Francesco l’importanza dello studio e acuire in lui il senso di responsabilità che fino a quel momento gli era quasi del tutto mancato. L’indomani i due ragazzi comunicarono a Francesco la loro decisione e la reazione di quest’ultimo fu esattamente come essi si aspettavano.
    -“Ma siete pazzi!” esclamò Francesco con un marcato accento napoletano “io non voglio essere chiuso in una gabbia”.
    - “Lo facciamo soltanto per il tuo bene” rispose uno dei fratelli, “per noi è un enorme sacrificio mantenerti in collegio con il nostro misero stipendio ma è molto importante che tu decida di diventare responsabile una volta per tutte”.
    Dopo queste severe parole di suo fratello, Francesco tacque e sembrava quasi essersi rassegnato a questa decisione.
    L’indomani, dopo aver preparato i bagagli, Francesco, accompagnato da Vincenzo e Gaetano raggiunse il collegio che si trovava in un piccolo paesino del Molise. Visto dall’esterno questo luogo sembrava un piccolo angolo di paradiso ma all’interno di esso era tutt’altra musica. Era la severità che spadroneggiava e sembrava che il giovane Francesco avesse davvero trovato pane per i suoi denti. Dopo alcune settimane di permanenza all’interno dell’istituto, Francesco sembrava non aver modificato per nulla il suo carattere e il suo modo di comportarsi. Il ragazzo amava fare scherzi di cattivo gusto ai suoi compagni di stanza i quali puntualmente si vendicavano senza pietà; sembrava perfino che volesse affrontare la severità dei suoi educatori ma ogni volta che lo faceva questi ultimi gli infliggevano severissime punizioni.
    Il tempo trascorreva e Francesco sembrava sempre più incorreggibile e i suoi educatori in collegio riuscivano a stento a tenergli testa. 
    Una notte però accadde qualcosa di molto particolare, un episodio che si rivelò fondamentale per la vita del giovane Francesco. Quella notte infatti, il ragazzo sognò la sua nonna paterna che poco tempo prima era venuta a mancare a causa di un male incurabile. L’anziana donna parlò al ragazzo con un tono molto dolce, quel tono che aveva sempre usato anche quando era in vita.
    -“Ma perché ti comporti così?” chiese la donna rivolgendosi a Francesco “non pensi ai tuoi fratelli che ogni giorno si sacrificano per te?” 
    - “Io non sono cattivo nonna” rispose Francesco “ho solo bisogno dell’affetto di una vera famiglia”
    - “Hai ragione piccolino” rispose la nonna “comunque sappi che ogni volta che ti senti solo pensa a me e inoltre promettimi che d’ora in poi ti impegnerai seriamente nello studio”.
    - “Te lo prometto nonna ci puoi contare” replicò Francesco.
    L’indomani il ragazzo si risvegliò con il cuore gonfio di tristezza; il sogno di sua nonna lo aveva fortemente turbato.
    Da quella notte Francesco sembrava totalmente cambiato; non era più il ragazzo terribile che faceva disperare persino i suoi severi educatori del collegio. Ogni giorno diventava più triste e sembrava sentirsi sempre più solo e nostalgico nonostante, all’interno dell’istituto, ci fossero tanti altri ragazzi. Spesso lo si vedeva piangere e ci si accorgeva di quanta voglia avesse di tornare a casa.
    Ritrovatosi da solo nella camerata del collegio, Francesco decise che era ora di dare un calcio al passato e guardare avanti. Decise di impegnarsi davvero nello studio e, tornato definitivamente a casa, in breve tempo recuperò tutto ciò che aveva perso fino ad arrivare al diploma.
    Durante questo periodo il ragazzo si era molto appassionato alle discipline scientifiche e decise quindi di iscriversi alla facoltà di medicina. Erano passati alcuni anni e Francesco era ormai vicino alla laurea. La sua tesi fu un vero trionfo, molto apprezzata da tutti i componenti della commissione giudicatrice. Francesco era così avviato verso una brillante carriera di primario in un importante ospedale e, ormai per tutti, era diventato il Dottor Francesco Esposito ma soprattutto aveva mantenuto la promessa fatta a sua nonna quella notte ed era sicuro che se quest’ultima fosse stata ancora in vita sarebbe stata davvero felice per lui. Francesco assaporò così il gusto della vittoria, la vittoria contro un passato fatto di sofferenza e di continua infelicità.

  • 09 aprile 2014 alle ore 14:25
    Gli sposi di Auschwitz

    Come comincia: La guerra imperversava inesorabile, per le strade non si udiva altro che il rumore dei fucili e delle bombe che frequentemente venivano lanciate. La gente era costretta a barricarsi in casa per evitare di incappare in qualche colpo d’arma da fuoco. Quasi nessuno però riusciva a sottrarsi alle persecuzioni delle S.S. e ogni giorno erano sempre di più le persone che raggiungevano il campo di sterminio di Auschwitz. C’erano proprio tutti: uomini, donne e persino bambini i quali venivano completamente strappati alla loro identità e improvvisamente catapultati in un mondo fatto di crudeltà e di orrore. Lo spettro della morte viveva quotidianamente con loro poiché temevano di essere uccisi da un momento all’altro.
    Un giorno, a bordo del convoglio che trasportava l’ennesimo carico di prigionieri, vi era Carlo; un giovane di circa vent’anni di origine calabrese strappato alla sua terra e alla sua famiglia e destinato a diventare un’altra delle numerosissime vittime prodotte dal secondo conflitto mondiale.
    Nonostante la giovane età, Carlo era un grande lavoratore; già da piccolo infatti aiutava spesso suo padre nel suo lavoro di falegname e, molto presto anche lui avrebbe imparato a svolgere brillantemente questa professione. Quella di Carlo era una famiglia piuttosto povera e non poteva permettersi di mantenere agli studi il giovane.
    Il ragazzo ancora non immaginava il destino che lo attendeva una volta entrato all’interno del campo di sterminio; egli credeva infatti di essere stato condotto lì per continuare a svolgere il suo lavoro ma fu immediatamente smentito quando uno dei capi delle S.S. si presentò nel piazzale del campo per controllare quanti fossero i nuovi arrivati. Erano davvero tanti, tutti allineati come un grande esercito e nei loro occhi si leggeva la paura di chi stava per prepararsi ad un destino sicuramente tragico.
    Carlo sembrava essersi reso conto di tutto ciò che stava accadendo e le sue sensazioni vennero confermate non appena alcuni militari delle S.S. lo condussero, insieme ad altri prigionieri, in una modesta stanza con soltanto un misero letto in cui tutti erano costretti a dormire come dei veri e propri ammassi di carne umana.
    Anche il cibo che ottenevano lasciava molto a desiderare; ogni giorno infatti Carlo e i suoi compagni di sventura mangiavano soltanto un pezzetto di pane stantio e un po’ di brodo dal sapore molto sgradevole. La sveglia per Carlo e per tutti gli altri prigionieri suonava alle cinque del mattino e immediatamente cominciava per loro una nuova giornata di duro lavoro. Il giovane Carlo sembrava essere stato preso di mira dai militari delle S.S. i quali lo sottoponevano ai lavori più faticosi ma lui non osava mai ribellarsi alla loro volontà perché sapeva che sarebbe andato incontro a torture molto dolorose. La vita all’interno del campo di concentramento diventava ogni giorno più dura ed era sempre più frequente udire colpi di fucile indirizzati a coloro che venivano ammazzati come altrettanto frequenti erano le urla di disperazione dei prigionieri vittime di torture. Da quel luogo inoltre era impossibile qualsiasi tentativo di fuga, infatti, chi in passato aveva provato a fuggire, si era immediatamente trovato di fronte due guardie con i fucili pronti a sparare in qualsiasi momento.
    Erano ormai trascorsi alcuni mesi dall’arrivo di Carlo ad Auschwitz e per lui le speranze di sopravvivenza diventavano sempre più tenui; un giorno però fece il suo ingresso all’interno del campo di sterminio una persona che riuscì parzialmente a distogliere l’attenzione del giovane falegname dall’orrore a cui quotidianamente era costretto ad assistere. La persona in questione era Maria, una ragazza poco più che ventenne anch’ella come Carlo di origine calabrese e figlia di agricoltori. In un primo momento nemmeno la giovane donna sapeva che cosa il destino le riservasse una volta arrivata lì ma guardando i severi volti dei militari delle S.S. avvertiva che quello era un luogo tutt’altro che tranquillo. Appena lo sguardo di Maria incrociò quello di Carlo, il giovane rimase letteralmente rapito dalla lunga chioma bionda della ragazza e dai suoi splendidi occhi azzurri. Fu così che tra i due nacque immediatamente un sentimento di tenera amicizia e man mano che il tempo passava, sembrava che i due non potessero più fare a meno di stare insieme anche se erano costretti a vedersi di nascosto e per pochissimi minuti. Durante il brevissimo tempo che trascorrevano insieme i due ragazzi chiacchieravano del più e del meno raccontandosi le loro rispettive storie; entrambi provenivano dalla Calabria e man mano che la loro conversazione andava avanti Carlo e Maria scoprivano di avere tantissime cose in comune. Talvolta Carlo, quando si sentiva lontano dagli occhi indiscreti dei militari delle S.S., riusciva persino a rubare a Maria un affettuoso bacio sulle sue labbra. Carlo stava imparando a conoscere Maria sempre di più e la sua permanenza all’interno del campo di sterminio sembrava in parte alleggerita da quella ragazza che fin dal suo arrivo aveva conquistato il suo cuore.
    Nonostante tutto però la barbarie ad Auschwitz era senza sosta; ogni mattina i prigionieri si alzavano prestissimo per svolgere lavori molto umili e duri e chi osava ribellarsi alla volontà delle S.S. pagava a caro prezzo il suo rifiuto; spesso infatti i prigionieri ribelli, dopo essere stati barbaramente uccisi, venivano bruciati nei forni crematori in modo che di loro non restasse altro che cenere.
    Oltre che con la bella e dolce Maria, Carlo aveva stretto amicizia con Pasquale, un suo coetaneo napoletano ma purtroppo questo legame durò davvero molto poco. Pasquale infatti aveva infatti sfidato un militare delle S.S. ribellandosi ad un suo ordine e questi non esitò nemmeno per un momento a fucilarlo. La perdita di questo carissimo amico gettò Carlo nello sconforto più profondo anche perché egli temeva che prima o poi sarebbe capitata anche a lui la medesima sorte. Fortunatamente Maria era al suo fianco e in qualche modo cercava di rendergli la vita meno difficile in quel luogo dove la sopravvivenza era quasi impossibile.
    Il destino però si dimostrò tutt’altro che benevolo nei confronti dei due giovani amanti. Una mattina infatti Carlo si sentì male, il suo peso si era notevolmente ridotto a causa della scarsa alimentazione e quando i militari delle S.S. lo esortarono ad alzarsi dal letto il giovane riuscì a stento a muovere entrambe le braccia.
    - “Non riesco ad alzarmi, sto male!” disse Carlo in preda alla disperazione; a queste parole di Carlo uno dei militari replicò con tono molto severo:
    - “Ti aspetti che io ci creda? Alzati e raggiungi gli altri”.
    Carlo stava davvero molto male quel giorno e non sapeva proprio cosa fare per convincere quel militare della veridicità di ciò che diceva.
    I giorni passavano e Carlo peggiorava a vista d’occhio; questa volta nemmeno le premure di Maria erano sufficienti a tirarlo su. Sembrava che il terribile spettro della morte stesse ormai per divorare la vita del giovane falegname calabrese. Nonostante tutto però l’amore per Maria riusciva in qualche modo a tenerlo in vita e fu così che Carlo, resosi conto che ormai non poteva fare più a meno di quella dolce fanciulla dagli occhi azzurri, le fece un’importantissima richiesta destinata a cambiare la vita di entrambi.
    - “Mia dolcissima Maria” sussurrò Carlo “tu mi hai aiutato a sopravvivere in questo maledettissimo luogo e ogni giorno che passa mi accorgo di quanto tu sia indispensabile per me; per questo prima che la morte mi separi da te vorrei che tu diventassi mia moglie”.
    Nel sentir pronunciare queste parole, la ragazza non potè fare altro che accettare questa importante proposta e, con il cuore gonfio di commozione rispose:
    - “Come posso dirti di no mio amato Carlo, anche tu sei stato fondamentale per me e sono disposta a sposarti anche subito”.
    L’indomani la cerimonia nuziale si svolse in una chiesetta non lontana dal campo di sterminio. Non era la cerimonia che Maria aveva sempre sognato per il suo matrimonio; tutto infatti era piuttosto triste e gli unici invitati erano alcuni militari delle S.S. arrivati per sorvegliare i due prigionieri. Le forze di Carlo erano ormai arrivate al limite e sull’altare il giovane riuscì a stento a pronunciare il “sì” che lo avrebbe legato per sempre alla sua amata.
    Alcuni giorni dopo il matrimonio uno dei militari delle S.S. accortosi delle precarie condizioni del giovane Carlo, compì un gesto che nessuno si sarebbe mai aspettato: liberò i due giovani sposi indirizzando Carlo in uno dei più importanti ospedali della Germania affinché potesse guarire al più presto dalla sua malattia affidandosi alle cure dei migliori medici tedeschi.
    Dopo alcuni giorni di degenza Carlo e Maria poterono finalmente fare ritorno in Calabria e riabbracciare i rispettivi parenti. I due giovani, ormai conosciuti al loro paese come gli sposi di Auschwitz, andarono ad abitare in una splendida tenuta situata nelle campagne calabresi e poterono così iniziare una vita serena dimenticando man mano ogni singolo attimo di terrore vissuto all’interno del campo di sterminio. Il ritorno a casa della giovane coppia coincise anche con la definitiva fine delle ostilità e Carlo e Maria poterono tirare un ulteriore sospiro di sollievo consapevoli che la paura di morire la quale per molto tempo li aveva assaliti, questa volta li aveva abbandonati per sempre.

  • 09 aprile 2014 alle ore 14:19
    L' Agnello nero

    Come comincia: L’alba era appena spuntata e una nuova giornata di lavoro stava per cominciare. I giorni erano sempre molto lunghi per quella piccola comunità nigeriana insediatasi nella periferia di Roma e per di più molte volte sembrava che il tempo addirittura si fermasse. Era il duro lavoro nei campi a regnare sovrano e molto spesso anche la severità di un padrone quasi sempre insoddisfatto di ciò che veniva prodotto. I tentativi di ribellione a quello stile di vita così duro erano svariati, ma a questi ultimi corrispondeva sempre una durissima repressione da parte del padrone.
    C’era una persona che spiccava in quella ristretta comunità; egli sapeva infatti distinguersi dagli altri per la sua spontaneità e la sua simpatia. Si chiamava Mohammed; era un giovane nigeriano emigrato in Italia come tanti suoi connazionali alla ricerca di una stabilità lavorativa poiché il suo principale obiettivo era quello di garantire un futuro migliore ai suoi due figli.
    Sebbene avesse soltanto venticinque anni, Mohammed si sentiva già molto vecchio dentro; la vita fino ad allora non gli aveva sorriso per nulla; infatti, dopo la morte dei genitori, avvenuta quando lui aveva solo quindici anni, aveva dovuto fare da madre e da padre ai suoi quattro fratelli più piccoli lavorando duramente per loro.
    Nonostante tutto, il giovane nascondeva bene il suo passato e spesso si divertiva a rallegrare i suoi compagni di lavoro con barzellette e storielle divertenti e, durante qualche rara pausa della sua intensa attività, era solito improvvisare dei veri e propri spettacoli comici per la felicità di tutti i suoi colleghi.
    Anche dal suo aspetto fisico si poteva notare quanto egli fosse abile a nascondere qualsiasi tipo di sofferenza sia passata che presente.
    Era forte, muscoloso e forse proprio per questa ragione il severo datore di lavoro gli affidava spesso i compiti più duri da svolgere, cui Mohammed non si tirava mai indietro. Così facendo si guadagnava sempre di più la stima e l’amicizia dei suoi colleghi i quali ogni giorno lo ringraziavano per la sua enorme generosità e proprio questi ultimi lo avevano soprannominato l’”agnello nero” dato il suo grande cuore.
    In uno dei tanti giorni di duro lavoro, il giovane Mohammed era impegnato nella raccolta del grano appena maturato con la solita dedizione quando all’improvviso sentì una voce che lo chiamava da lontano. Altri non poteva essere che il suo perfido datore di lavoro come sempre non convinto dell’operato di Mohammed e dei suoi colleghi.
    Sembrava quasi come se il giovane fosse stato preso letteralmente di mira dal suo padrone; i rimproveri si facevano ogni giorno più frequenti e, sebbene il ragazzo cercasse in tutti i modi di mostrare i risultati del suo duro lavoro, quell’uomo dal carattere burbero tirava fuori la sua ira in maniera sempre più consistente.
    Questa volta l’elemento del contendere era un quantitativo di grano che, secondo il padrone, non era abbastanza maturo per essere raccolto e Mohammed veniva così inevitabilmente accusato di superficialità.
    - “Come ti sei permesso sporco negro?” chiese irritato il padrone, “Non vedi che questo grano è ancora acerbo? Ti meriteresti proprio un bel po’ di frustate!”.
    - “ Lo guardi bene padrone” ribatté Mohammed con tono altrettanto adirato, “Questo grano è già abbastanza maturo e servirà senz’altro a sfamare le nostre bocche e quelle di tutti coloro che ne hanno bisogno. Non possiamo soltanto lavorare, abbiamo anche il diritto di prenderci ciò che ci spetta!”.
     Queste parole, che per il padrone avevano il sapore di ribellione, costarono al giovane agricoltore l’ennesima dose di frustate che il padrone riservava a tutti i suoi operai che osavano ribellarsi alla sua volontà. Data la sua severità, considerata da tutti eccessiva, era stato soprannominato “Attila”. In realtà egli aveva un nome che non rispecchiava per nulla il suo modo di agire: Angelo. Era un ricco imprenditore romano di circa sessanta anni; possedeva aziende agricole in tutto il Lazio e oltre ma, gran parte della sua ricchezza, l’aveva ottenuta mediante degli affari non propri così leciti. Egli si occupava, infatti, anche di traffico di armi, prostituzione, racket e tutto ciò che aveva a che fare con il mondo della criminalità.
    Per un breve periodo aveva anche conosciuto il carcere ma, grazie alla scaltrezza dei suoi avvocati era riuscito a sfuggire alla macchina della giustizia e a continuare i suoi loschi affari in totale libertà.
    La sua vita era fatta solo di lusso, i suoi affari gli avevano permesso l’acquisto di ville megagalattiche e di mettere su attività commerciali come alberghi e ristoranti.
    Dopo la lunga serie di frustate, che per il povero Mohammed sembrava non terminare mai, il giovane agricoltore ritornò al suo lavoro come se nulla fosse accaduto anche perché non aveva il diritto di lamentarsi perché, se lo avesse fatto, una nuova e ancora più severa punizione sarebbe stata inevitabile.
    Anche in quell’occasione “l’agnello nero” ricevette la solidarietà di tutti i suoi colleghi di lavoro che in maniera sempre più frequente lo incoraggiavano a non arrendersi mai e a liberarsi definitivamente dall’orrore cui veniva quotidianamente sottoposto.
    Erano ormai trascorsi dei mesi dal giorno in cui Mohammed aveva cominciato a lavorare per conto di quel padrone dall’assurda malvagità e sembrava che il giovane si fosse addirittura abituato ai continui soprusi di quell’uomo; ogni giorno Mohammed era costretto a lavorare sempre il doppio rispetto al giorno precedente. Il suo compito consisteva nel caricare su di un camion degli enormi quantitativi di grano che doveva essere successivamente trasportato e venduto.
    Alcuni giorni era costretto persino a svegliarsi prima di tutti i suoi colleghi perché spesso era la gran fatica ad avere la meglio su di lui e il lavoro inevitabilmente doveva essere rimandato al giorno seguente; era stanco Mohammed ma si mostrava sempre allegro e con il sorriso sulle labbra.
    Venne però un giorno in cui la stanchezza e la fatica ebbero la meglio sulla gran voglia di lavorare del giovane agricoltore nigeriano il quale decise di attuare stavolta un vero tentativo di ribellione; pensò quindi, insieme a tutti i membri della sua comunità, di denunciare alle autorità competenti il perfido padrone e porre fine per sempre a quella tortura sia fisica che psicologica che era costretto a subire quotidianamente. Dopo una lunghissima conversazione con la sua giovanissima moglie, sempre prodiga di buoni consigli per Mohammed, il giovane immigrato decise che la denuncia andava fatta sia per il suo bene che per quello di tutti i suoi connazionali che condividevano la sua sventura.
    Fu così che l’indomani convocò tutti i suoi amici a casa sua per comunicare loro la sua decisione e, improvvisando un vero e proprio comizio sindacale disse:
    - “Miei cari amici, anche se siamo solo degli immigrati e il nostro padrone ci considera solo degli sporchi negri, anche noi abbiamo la nostra dignità come tutti gli uomini della Terra e non possiamo assolutamente essere costretti a lavorare in maniera così dura e precaria!”. Dopo queste decise parole di Mohammed partì un grosso urlo di approvazione da parte dei suoi colleghi i quali, ancora una volta appoggiarono Mohammed in questa sua ennesima iniziativa. Alcuni giorni dopo la denuncia presentata dai giovani agricoltori nigeriani diede finalmente i frutti sperati; fecero, infatti, irruzione gli agenti del locale commissariato di polizia i quali disposero il sequestro dell’intera tenuta del signor Angelo detto “Attila” per la parziale contentezza di Mohammed. Il giovane, infatti, era felice a metà perché era consapevole che se la tenuta fosse rimasta a lungo sotto sequestro lui e tutti i suoi colleghi sarebbero rimasti altrettanto a lungo senza lavoro.
    Fu così che Mohammed decise di presentarsi al suo padrone proponendogli la vendita dell’intera tenuta anche se ad una cifra abbastanza modesta. Il giovane promise inoltre al suo ormai ex datore di lavoro che se i guadagni fossero stati consistenti una buona parte di essi sarebbe andata proprio a lui. Dopo qualche iniziale esitazione il burbero “Attila si convinse e cedette davvero quell’immenso possedimento a Mohammed.
    Il giovane era così passato da umile lavoratore ad imprenditore; decise quindi di dare una vera e propria svolta alla sua vita e a quella dei suoi connazionali. Dopo aver espletato alcune pratiche burocratiche per il dissequestro, assunse tutti i suoi compagni di lavoro con un regolare contratto garantendo loro uno stipendio più che dignitoso. L’ “agnello nero” poteva così festeggiare la sua vittoria; era riuscito ad accaparrarsi in modo onesto quell’immensa tenuta, la stessa che fino a quel momento gli aveva causato soltanto tanta sofferenza.

  • 09 aprile 2014 alle ore 12:56
    Nonno Franz

    Come comincia: La seconda guerra mondiale era terminata già da alcuni anni e Franz, ormai quasi ottuagenario, si era ritirato nella sua tenuta di campagna situata a Nord del Canada. Lì sperava di trovare un sicuro rifugio visto che le forze dell’ordine di alcuni stati del mondo lo cercavano con insistenza per avere chiarimenti circa la sua precedente attività. Franz era un ex capo delle S.S. e, durante gli anni della guerra, aveva commesso delitti atroci; proprio quei delitti di cui oggi spesso si fa fatica a raccontare. La nuova vita dell’anziano Franz era del tutto diversa da quella precedente; nella sua tenuta non vedeva nessuno, non usciva mai e sebbene avesse vissuto da vicino le brutture del secondo conflitto mondiale il suo carattere burbero era rimasto invariato. In più di un’occasione i suoi vicini di casa avevano provato ad avvicinarlo e a fare amicizia con lui ma ogni volta Franz li cacciava in malo modo intimando loro di non farsi rivedere mai più in casa sua.
    Dietro il suo cattivo carattere si nascondeva un uomo che, malgrado il tempo trascorso, assaporava ancora il gusto della sconfitta soprattutto dal punto di vista personale.
    Ogni giorno si sentiva sempre più solo e la sua solitudine sembrava distruggerlo; la sua unica compagnia erano i ricordi di quella guerra che aveva combattuto in prima persona nonché i volti di quelle persone di cui lui stesso aveva ordinato l’uccisione nei campi di sterminio. Sembrava davvero impossibile riportarlo ad una vita normale e fargli dimenticare tutto; le poche persone che lo conoscevano bene pensavano ci volesse addirittura un miracolo per far sì che ciò accadesse.
    Un giorno però, nella vita dell’ottantenne Franz fece il suo ingresso una persona destinata sul serio a cambiarlo completamente. Quel giorno infatti passò presso la fattoria di Franz, Antonio; un bambino di circa dieci anni figlio di italiani emigrati in Canada. Il bambino apparentemente sembrava felice ma il passato della sua famiglia annoverava alcuni eventi non proprio così rosei. Il nonno del piccolo Antonio infatti era stato deportato e successivamente barbaramente ucciso in uno dei tanti campi di sterminio nazisti costruiti durante la guerra. Il piccolo quindi non aveva mai conosciuto suo nonno e non aveva la più pallida idea di quanto fosse importante questa figura soprattutto per un bambino della sua età.
    L’accoglienza di Franz nei confronti di questo misterioso pargoletto non fu delle migliori. Il vecchio infatti, appena lo vide aggirarsi intorno alla sua proprietà, lo respinse esattamente come faceva con tutti coloro che tentavano di avvicinarlo minacciando addirittura di picchiarlo se si fosse fatto vedere di nuovo. Le intenzioni del bimbo ovviamente non erano cattive; egli voleva soltanto fare amicizia con quell’anziano uomo che, per uno strano caso aveva identificato come suo nonno; Antonio era inoltre attratto dall’enorme giardino che circondava la tenuta di Franz e sognava sempre di possedere una casa come quella tutta per sé visto che l’abitazione in cui viveva con i suoi genitori era assai più modesta. Quella stessa sera il piccolo raccontò l’accaduto a sua madre la quale, in maniera molto premurosa, raccomandò al figlioletto di non avvicinarsi mai più alla casa di quell’uomo considerato da tutti molto pericoloso.
    Il bambino però non diede ascolto alle parole della madre e il giorno seguente si ripresentò davanti la casa del burbero Franz tentando di nuovo di avvicinarlo e scambiare quanto meno qualche parola con lui. Questa volta il comportamento di Franz fu totalmente diverso. L’uomo, malgrado il suo carattere, comprese che il bambino non aveva nessuna cattiva intenzione e i due cominciarono a chiacchierare piacevolmente.
    - “Chi sei bambino?” chiese Franz con tono sorpreso. 
    - “Mi chiamo Antonio, sono italiano e vivo qui con i miei genitori”.
    Antonio non era affatto a conoscenza del passato di Franz e cominciò a vederlo con una certa adorazione, quasi come se quell’uomo fosse davvero suo nonno.
    L’anziano e il bambino intrapresero un percorso di vita che si presentava lunghissimo ma che li avrebbe portati ad instaurare una grande amicizia e a rispettarsi reciprocamente.
    Il piccolo Antonio, col passare del tempo, vedeva il vecchio Franz come il suo vero nonno senza poter immaginare che, colui che lo aveva accolto così amorevolmente in casa sua, era il responsabile di numerosissimi crimini di guerra. 
    Il tempo trascorreva e Franz si affezionava sempre di più a quella dolce creatura anche se in un primo momento aveva rifiutato di vedere il suo sorriso e di percepire la sua gioia; proprio per questo decise che non era il caso di rivelargli che proprio lui era stato ad ordinare la barbara uccisione di suo nonno. Franz e Antonio erano ormai legati da enorme affetto e il bambino non riusciva più a staccarsi da quell’anziano uomo che considerava ormai la persona più buona del mondo.
    Tutte le mattine Antonio si recava a casa di Franz e guardava attentamente come il vecchio mungeva il latte dalle sue mucche e come quello stesso latte, diventava del buonissimo formaggio. Ogni giorno il bambino riempiva sempre più la vita dell’ottantenne Franz e l’uomo era solito regalargli un pezzo del suo formaggio e talvolta anche dell’ottima frutta di stagione prodotta dai suoi meravigliosi alberi. Molto spesso Franz ed il piccolo Antonio amavano fare delle lunghe passeggiate per le minuscole strade che caratterizzavano quel grazioso paesino della campagna canadese e ogni volta l’anziano uomo raccontava al bambino qualche aneddoto legato a quel piccolo angolo di mondo in cui l’ex capo delle S.S. aveva deciso di stabilirsi dopo la fine della guerra.
    Erano ormai trascorsi due anni dal primo incontro tra Franz ed Antonio e mentre sul corpo del primo, i segni dell’età erano sempre più evidenti, il piccolo Antonio si apprestava a diventare un ragazzo; nel corso di questi anni Antonio aveva sviluppato una forte personalità e una gran saggezza che persino un uomo anziano come Franz ne rimase sorpreso. Il rapporto fra i due era ormai da tempo consolidato e malgrado il vecchio fosse considerato da tutti ancora come un uomo cattivo per Antonio era diventato davvero quel nonno che non aveva mai conosciuto.
    Un brutto giorno però il destino si intromise tra loro tentando di separarli per sempre e annullando quanto di buono avevano costruito durante quei due anni. Franz infatti venne arrestato e, dopo un lungo interrogatorio venne condotto nel carcere di un paese vicino in attesa di essere processato. Il piccolo Antonio, ignaro di quanto accaduto, anche quella mattina si recò presso la tenuta di Franz ma, con sua grande sorpresa non trovò anima viva; una signora che abitava lì vicino lo informò dell’arresto del vecchio e che avrebbe potuto trovarlo nel vicino carcere. A questa notizia Antonio scoppiò in un pianto dirotto; non riusciva infatti a capire di quale crimine fosse accusato quell’uomo che era stato tanto buono con lui.
    Il giorno seguente Antonio si recò a trovare Franz nella sua cella; il vecchio agli occhi di Antonio era irriconoscibile ma, dopo l’iniziale sgomento, il bambino gli chiese:
    - “Cosa hai fatto di tanto grave per essere rinchiuso in questa orribile cella?”
    - “Ragazzo mio” rispose commosso Franz, “durante la guerra ho commesso dei crimini orrendi, io facevo parte delle S.S. e ho fatto uccidere migliaia di persone  e per questo merito di essere qui”.
    Le parole dell’anziano Franz lasciarono perplesso il piccolo Antonio che rimase senza parlare per un po’ di tempo. Nonostante questa triste rivelazione, il fanciullo decise di rimanere ugualmente accanto a Franz perché in fondo gli era riconoscente per ciò che aveva fatto per lui.
    Un giorno però Antonio trovò Franz nell’infermeria del carcere disteso su un lettino; il vecchio era stato colto da un infarto e stavolta sembrava davvero che per lui non ci fosse più nulla da fare. In punto di morte Franz trovò il fiato per fare un’ultima ma molto significativa confessione:
    -“Ragazzo mio, durante il periodo della guerra sono stato io a portarti  via tuo nonno ed è solo colpa mia se non hai mai potuto conoscerlo; se adesso mi odi non ti biasimo”.
    - “Odiarti? Io posso solo perdonarti nonno Franz” replicò Antonio “tu mi hai accolto presso di te e mi hai reso felice; io sono orgoglioso di te”.
    - “Mi hai chiamato nonno”, rispose affaticato Franz “non avevo mai provato la gioia di essere chiamato così; ti ringrazio e ora posso davvero riposare in pace”.
    Poco dopo il vecchio chinò il capo e chiuse per sempre i suoi stanchi occhi; Antonio scoppiò in lacrime ma sapeva che da quel giorno in poi ci sarebbe stato il suo amato nonno Franz che da lassù avrebbe vegliato sulla sua giovane vita.

  • 09 aprile 2014 alle ore 12:50
    Una mamma molto speciale

    Come comincia: Si sentiva sola Monica in quel minuscolo appartamento situato al quarto piano di un enorme palazzo nella periferia a nord di Napoli. A farle compagnia era solo qualche sbiadito ricordo dei suoi genitori prematuramente scomparsi in un tragico incidente stradale e qualche amica che sporadicamente si recava a farle compagnia. Monica aveva soltanto 25 anni ma era già vecchia nel cuore; i problemi che aveva dovuto affrontare nel suo recente passato sembravano davvero insormontabili per la sua giovanissima età. Se ne stava lì seduta sul suo modesto divano stringendo fra le mani l’orsetto di peluche  che sua madre le aveva regalato da bambina: l’unico vero ricordo che aveva dei genitori.
    Fin da ragazzina aveva più volte espresso il desiderio di sposarsi e mettere su famiglia ma purtroppo anche l’amore le aveva sinora riservato delle amarissime sorprese. Spesso infatti si confidava con le amiche dicendo loro di non credere più nel vero amore e ogni giorno che passava se ne convinceva sempre di più.
    La ragazza, per potersi guadagnare da vivere, lavorava come commessa presso un negozio di abbigliamento ma nonostante questa professione le permettesse di vivere in maniera abbastanza dignitosa, nel cuore della giovane Monica persisteva quel senso di smarrimento e di insoddisfazione che aveva contraddistinto la sua persona fin dalla scomparsa dei suoi amati genitori. Sembrava quasi che avesse paura di tutto e di tutti infatti, ogni volta che qualcuno provava a fare amicizia con lei, Monica si comportava sempre in maniera distaccata e fredda come se volesse allontanare chi invece voleva starle accanto. Anna, la sua migliore amica, era disperata nel vedere Monica sempre più triste e chiusa in sé stessa e frequentemente cercava di coinvolgerla nelle sue iniziative. Al contrario di Monica, Anna era una ragazza molto solare e amava tanto divertirsi in compagnia dei suoi coetanei; erano frequenti le feste da lei organizzate a casa di amici che duravano fino a notte inoltrata con tanto di musica ad alto volume e che si concludevano sempre allo stesso modo: tutti infatti divoravano gustosi cornetti caldi alla marmellata.
    Dopo innumerevoli tentativi andati a vuoto, Anna riuscì finalmente a coinvolgere Monica in una delle sue trovate. Una sera infatti Monica si unì alla comitiva di Anna e andarono tutti in un noto discopub napoletano dove a farla da padroni incontrastati erano il divertimento e la spensieratezza. Anche se inizialmente provò un po’ di comprensibile imbarazzo, Monica iniziò man mano a fare conoscenza con tutti i membri della comitiva parlando di sé e della sua vita fino a quel momento non proprio felice. Tutti sembravano ascoltare con attenzione le parole di Monica e dai loro volti era facile intuire che erano tutti disposti ad aiutare la ragazza a superare quel difficile momento.
    Proprio all’interno di quella comitiva, Monica fece amicizia con Giovanni, un ragazzo con una solida posizione sociale e dal carattere a prima vista molto socievole. Quella conoscenza sembrava destinata a stravolgere l’esistenza della dolce Monica; per la prima volta dopo molto tempo la giovane riusciva nuovamente a provare emozioni forti. Il suo cuore aveva finalmente ripreso a battere per un uomo. Giovanni infatti si dimostrò fin da subito un vero gentiluomo e più tempo trascorrevano insieme più i due ragazzi si convincevano di essere fatti l’uno per l’altra. Il giovane corteggiava Monica in maniera spietata; quasi ogni giorno amava regalarle una rosa rossa ed era solito riempirla di quelle semplici e piccole attenzioni che a una ragazza come Monica non potevano fare altro che piacere. Era trascorso pochissimo tempo da quando Monica e Giovanni si erano conosciuti eppure  quella solitudine e quel senso di smarrimento che per anni avevano caratterizzato la giovane vita di quella dolce fanciulla, sembravano un ricordo ormai lontano anni luce. Il tempo trascorreva e con esso cresceva l’amore tra Monica e Giovanni che si preparavano a vivere la loro vita da coniugi felici.
    Arrivò finalmente l’attesissimo giorno delle nozze ed entrambi i ragazzi non stavano più nella pelle per l’emozione. Il banchetto nuziale si svolse in una sontuosissima villa settecentesca proprio come la dolce Monica aveva sempre sognato.
    Monica era davvero felice, la vita matrimoniale procedeva a gonfie vele ma una nuova tegola era pronta ad abbattersi sulla felicità della ragazza. Un giorno infatti Monica cominciò a sentire delle strane nausee e dopo una approfondita visita medica scoprì di essere in dolce attesa. Presa dall’euforia immediatamente corse a casa per comunicare la bellissima notizia a suo marito Giovanni che però non si mostrò felice quanto lei.
    - “Un figlio?” esclamò ad alta voce Giovanni – “Ma sei matta? Non ho alcuna intenzione di crescere un bambino, sono ancora troppo giovane e non voglio assolutamente sentire i suoi continui pianti notturni”.
    A queste durissime parole di Giovanni, Monica non rispose ma si vedeva che il gelo era piombato nel suo cuore. Per un attimo provò la sensazione di essere tornata alla solitudine che aveva contraddistinto la sua adolescenza. Stentava a credere al fatto che colui il quale era riuscito a renderla la donna più felice del mondo le avesse voltato le spalle in quel modo.
    Da quel brutto giorno le lacrime di Monica non si contavano più; non faceva altro che piangere tutto il giorno e, come se non bastasse, si rifiutava di toccare cibo e man mano che il tempo passava appariva sempre più deperita e il suo stato non poteva altro che far male al nascituro; ormai era di nuovo sola e per di più con un bimbo in arrivo. Spesso cercava di rintracciare Giovanni chiamandolo ripetutamente sul cellulare per cercare di convincerlo a ritornare sui suoi passi ma i suoi tentativi si dimostrarono ben presto vani. 
    Con il passare dei mesi il pancione di Monica cresceva ma la tristezza non l’aveva ancora abbandonata fin quando una notte, una delle poche in cui la ragazza era riuscita ad addormentarsi, fece un bellissimo sogno. Monica sognò infatti sua madre ormai da tempo defunta.
    - “Figlia mia” disse la donna stringendo le mani di Monica “il bimbo che porti in grembo è un dono che il Signore ha voluto farti e non sarai sola a tirarlo su. Papà ed io ti aiuteremo da quassù a prenderti cura di lui”. 
    Queste parole rappresentarono una scossa per la giovane donna la quale l’indomani si svegliò di umore decisamente diverso. Raccontò l’accaduto anche alla sua migliore amica che la incoraggiò a intraprendere questo nuovo ruolo: la mamma. Anche gli amici di Anna, che Monica aveva conosciuto durante quella festa, invitarono Monica a scrollarsi di dosso il passato e di godersi questo momento magico.
    Arrivò finalmente il fatidico giorno del parto; Monica venne accompagnata in ospedale da una vicina di casa e dalla sua migliore amica Anna e, dopo un  po’ di iniziale fatica, venne alla luce quel dono che quella giovane e tenera ragazza aveva sempre sperato di ricevere. Era una femminuccia ed aveva i suoi stessi occhi. Da quel giorno, nell’abitazione di  Monica, si registrava un continuo via vai di amici che si apprestavano a rendere omaggio alla piccola appena nata e fu proprio in questo periodo che Monica si rese conto di essere una mamma davvero speciale perché capì di poter allevare quella dolce creatura con il solo aiuto spirituale di sua madre e quello materiale dei suoi amici dimenticando per sempre la tristezza provocatale dall’uomo che tanto aveva amato ma che l’aveva lasciata sola nel momento in cui avrebbe maggiormente avuto bisogno di lui.

  • 09 aprile 2014 alle ore 12:43
    Un giorno meraviglioso

    Come comincia: Era quasi arrivata la primavera, sulle piante di quel paesino situato sulle prime pendici delle Alpi facevano capolino i primi fiori quando Paola si accingeva a preparasi a quello che sarebbe stato il giorno più bello della sua vita. Era una ragazza dolce e molto sensibile e amava a tal punto il suo Alessandro che si diceva pronta a commettere per lui qualsiasi tipo di follia e, da ormai molto tempo, progettava un matrimonio fuori dai canoni abituali. La sensibilità di Paola si notava soprattutto dai piccoli ma significativi gesti che quotidianamente amava compiere. La ragazza infatti era spesso occupata in attività di volontariato perché aveva sempre avuto un occhio di riguardo verso chi, diversamente da lei, soffriva e aveva bisogno d’aiuto. Aveva molti sogni da realizzare questa giovane donna; infatti, dopo essersi brillantemente laureata in giurisprudenza, sognava di diventare un affermato avvocato ed essere continuamente dalla parte di coloro che sono nel giusto.
    In casa della dolce Paola, durante il periodo che precedeva le nozze, erano tutti in costante fibrillazione a causa dei preparativi; la giovane era solita farsi aiutare dai suoi genitori i quali le erano sempre vicini quando si trattava di prendere una decisione importante ma soprattutto in quei piccoli momenti di difficoltà che tutte le ragazze della sua età normalmente si trovano qualche volta ad affrontare. In quella casa, dove tutto aveva un dolce profumo di fiori d’arancio, regnavano sentimenti fortemente in contrasto tra loro. Se da un lato c’era la felicità per quel giorno da sempre atteso da Paola, dall’altro la ragazza si interrogava continuamente circa le sue capacità di essere una buona moglie per il suo Alessandro ma soprattutto una buona madre per i suoi futuri bambini. Paola aveva soltanto ventisei anni e l’idea di essere moglie e madre la entusiasmava ma, allo stesso tempo la spaventava anche un po’.
    Altrettanto contrastanti erano i sentimenti che si leggevano negli occhi dei suoi genitori soprattutto in quelli di suo padre; da un lato la felicità per il matrimonio della sua primogenita dall’altro la consapevolezza che di lì a poco avrebbe dovuto distaccarsi da quella figlia per la quale nutriva un’adorazione senza limiti.
    Nella famiglia di Paola, da sempre molto unita, Alessandro era stato accolto in maniera a dir poco splendida; i genitori della ragazza avevano immediatamente compreso quanto il giovane fosse importante per la loro figlia e, praticamente da subito, avevano cominciato a trattarlo come se fosse anch’egli loro figlio.
    Alessandro, terminata la specializzazione in odontoiatria, era avviato verso una più che promettente carriera di dentista e sperava di affermarsi almeno quanto suo padre che già da molti anni svolgeva con successo questa professione. I sentimenti di Alessandro nei confronti di Paola erano altrettanto intensi ed anche il giovane, come la sua ragazza, si diceva pronto ad affrontare qualsiasi situazione anche la più complicata pur di rendere felice l’amata Paola.
    Nonostante fosse più grande di Paola di qualche anno, anche Alessandro trascorreva gran parte del suo tempo ad interrogarsi circa la buon riuscita del matrimonio e sulle sue capacità di essere un buon marito e un buon padre anche se spesso il desiderio di sposarsi e mettere su famiglia prevaleva sui dubbi del giovane.
    Intanto i mesi trascorrevano inesorabili e la data delle nozze si faceva sempre più vicina e Paola e sua madre erano sempre più indaffarate nei preparativi; c’erano ancora tantissime cose da decidere: le bomboniere da dare a parenti e amici, l’organizzazione del ricevimento nuziale e la chiesa. Paola desiderava una cerimonia religiosa da sogno come, altrettanto da sogno, doveva essere tutta quella giornata che doveva rappresentare una svolta decisiva per la vita di questa giovane donna. Paola diceva sempre che ci si sposa una sola volta nella vita e voleva quindi che tutto andasse liscio secondo i suoi piani. Anche in casa di Alessandro ci si preparava con grande fervore a questo evento; il giovane era impegnato a scegliere il vestito da indossare il giorno delle nozze ma la scelta si presentava molto difficile poiché il ragazzo aveva gusti molto sofisticati per quanto riguarda l’abbigliamento.
    Purtroppo, un brutto giorno, una cattiva notizia finì per offuscare la felicità di questa giovane ed innamoratissima coppia. Già da un po’ di tempo Paola soffriva di forti dolori allo stomaco e dopo aver sottovalutato a lungo il problema, la giovane decise di recarsi da uno specialista che dopo averla sottoposta ad esami più approfonditi le diagnosticò un cancro. Questa triste rivelazione gettò nello sconforto più profondo Paola e la sua famiglia poiché non avevano la più pallida idea di come si potesse sconfiggere quel bruttissimo male. In un primo momento la ragazza decise di non dire nulla al suo promesso sposo per evitargli stress e preoccupazioni; la coppia s’incontrava tutti i giorni e Paola non faceva trapelare nulla della sua malattia mostrandosi continuamente con il sorriso sulle labbra.
    Intanto i genitori della giovane erano sempre più disperati per le sorti della loro figliola anche perché non si riusciva a trovare una cura adeguata a sconfiggere in maniera definitiva la malattia dato che i metodi tradizionali non erano riusciti nell’intento.
    Una sera, mentre le due famiglie al completo si trovavano a casa dello sposo per definire alcuni dettagli del matrimonio, Paola svenne improvvisamente; poco dopo il ricovero nel vicino ospedale ricevette la visita del suo promesso sposo e decise quindi di rivelargli tutto.
    - “Amore mio” sussurrò Paola con voce rotta dal pianto, “mi è stato diagnosticato un bruttissimo male e credo che non potremo mai più coronare il nostro sogno”. Alessandro, con voce altrettanto singhiozzante le rispose:
    - “Ma che dici mio dolce tesoro, presto guarirai, ci sposeremo e andrà tutto come avevamo progettato. La nostra vita insieme ci aspetta e non possiamo assolutamente mancare”. A queste parole di Alessandro, Paola scoppiò in lacrime perché il desiderio del suo sposo era anche il suo desiderio e voleva realizzarlo a tutti i costi.
    Con il trascorrere del tempo il viso di Paola diventava ogni giorno più pallido e più spento affievolendo sempre di più le residue speranze di una guarigione completa della ragazza.
    Dopo molti tentativi falliti, fortunatamente per Paola si aprì un piccolo spiraglio; il padre di Alessandro, affermato dentista, la indirizzò presso un famosissimo oncologo italiano che operava in un importante ospedale di Parigi. Lì Paola sarebbe stata sottoposta ad un delicato intervento chirurgico che avrebbe dovuto restituirle la vita. Fu così che la ragazza decise di partire ed affrontare quella difficile operazione; insieme a lei c’era anche l’amato Alessandro che in questi momenti così critici non l’aveva mai abbandonata. Il giorno dell’operazione era arrivato e mentre Paola si trovava in sala operatoria, i membri della sua famiglia e quelli della famiglia di Alessandro attendevano con trepidazione l’esito dell’intervento. Fu una totale esplosione di gioia, quando uno dei medici dell’équipe uscì dalla sala operatoria e comunicò alle due famiglie che l’intervento era perfettamente riuscito e che la ragazza era fuori pericolo.
    Dopo un lungo periodo di convalescenza la ragazza tornò a casa con il cuore colmo di gioia; ormai aveva sconfitto il suo male e poteva così coronare il suo sogno d’amore con il fidanzato Alessandro. Questa brutta esperienza aveva di certo aiutato Paola a crescere e a capire ancora di più quanto fosse importante avere accanto una persona come Alessandro ma soprattutto una vera famiglia.
    Arrivò il tanto atteso giorno delle nozze; i due ragazzi decisero che la cornice del loro matrimonio doveva essere Parigi: la città che aveva fatto rinascere Paola. Fu così che la tragica esperienza di Paola ebbe il suo epilogo con un giorno davvero meraviglioso, un giorno che avviava Paola ed Alessandro verso una nuova vita da sposi e futuri genitori felici.

  • 08 aprile 2014 alle ore 15:12
    Un angelo chiamato Rashida

    Come comincia: Il suo sorriso sembrava quello di una bimba felice, ma dentro di sé aveva la tristezza di chi ha perso tutto. I suoi occhi verdi rapivano chiunque li guardasse, ma il suo sguardo triste non smetteva mai di chiedere affetto.
    Si chiamava Rashida, una dolce creatura di appena otto anni che viveva in un modesto villaggio situato nella periferia di Nairobi. Dei suoi genitori naturali non conservava altro che qualche sbiadito ricordo; essi, infatti, avevano perso la vita durante una guerriglia fra tribù quando lei era poco più che una neonata.  Benché trascorresse le sue giornate in compagnia degli altri bambini del villaggio, sul suo volto si leggeva l’insoddisfazione di chi doveva lottare contro il mondo per avere scampoli di felicità
    Viveva con l’anziano nonno in una modesta abitazione dove le moderne comodità rappresentavano un sogno irrealizzabile. Il nonno, un uomo dal carattere burbero, l’aveva presa con sé dopo la morte dei genitori, ma la vita di Rashida con lui non era per nulla tranquilla.  Ogni giorno infatti, la piccola era costretta a subire le sue cotinue vessazioni e le sue continue percosse che lasciavano segni indelebili nel suo cuore oltre che sul suo corpo. I suoi pianti facevano ormai parte della normalità prevalendo sui sorrisi: sempre più sporadici. “Ti prego nonnino non picchiarmi di nuovo” era la frase che la piccola Rashida urlava al nonno quando questi era in procinto di mettere le mani sul suo giovane corpicino.
    In quel piccolo villaggio del Kenya, almeno una volta l’anno era solito arrivare un gruppo di giovani volontari italiani tra cui spiccava Carla: una donna dolcissima di Napoli che conservava dentro di sé una gran voglia di aiutare il prossimo. Anche lei come Rashida aveva avuto un’infanzia travagliata ma col tempo era riuscita ad ottenere tutto ciò che voleva: un lavoro redditizio, un compagno di vita meraviglioso e dei figli stupendi che l’adoravano. Carla e la piccola Rashida iniziarono a conoscersi e ben presto tra loro nacque un rapporto di tenera amicizia; trascorrevano molto tempo insieme e la bambina sembrava rinascere. Grazie a Carla, Rashida aveva imparato le prime parole in lingua italiana e a contare fino a dieci. La piccola sembrava divertirsi molto dimenticando le angherie quotidiane di suo nonno. Ogni giorno era pieno di sorprese, ogni volta un nuovo gioco e per Rashida, le giornate in compagnia di Carla sembravano davvero interminabili.
    I mesi trascorrevano e il rapporto tra la piccola Rashida e la volontaria italiana Carla si rafforzavano sempre di più. Dormivano in camere separate ma Carla non disdegnava di mettere personalmente a letto Rashida e di rimboccarle le coperte. Il tempo le rese sempre più come una vera madre e una vera figlia. Molto spesso Carla raccontava alla piccola storie di maghi e supereroi che Rashida ascoltava con molta attenzione. Ogni giorno inventavano sempre nuovo giochi e per Rashida sembrava tutto un sogno; le vessazioni e le percosse subite dall’anziano nonno le sembravano lontane anni luce.
    Arrivò però un triste giorno per entrambe. La permanenza di Carla in Kenya non poteva durare per sempre e giunse così per Carla e la piccola Rashida, il momento della separazione. Quella mattina Carla si era alzata molto presto per sistemare  le ultime cose in valigia, aprì piano la porta della camera di Rashida e la vide che dormiva raggomitolata nel suo lettino. Voleva avvicinarla per darle un bacio sulla guancia ma aveva paura di svegliarla quindi uscì, con gli occhi gonfi di lacrime, richiudendo piano la porta. Carla non aveva ancora trovato il modo per dare alla piccola la notizia della sua imminente partenza e solo il pensiero la faceva star male.
    Poco dopo Rashida si svegliò, andò da Carla e come ogni mattina le tese le braccia al collo ma quell’abbraccio aveva un sapore diverso: quello dell’addio.
    “Ascolta piccolina” disse Carla con voce rotta dal pianto “io oggi putroppo devo partire, devo ritornare in italia. Ho i mei due bimbi che mi aspettano e non posso far mancare loro il mio affetto per troppo tempo. Rashida non capiva ancora benissimo l’Italiano ma comprese che doveva allontanarsi da colei che per mesi era stata come una vera mamma; scoppiò quindi in un pianto dirotto.
    “Perché te ne vai, non voglio che mi lasci” singhiozzava la piccola in un italiano ancora stentanto “ ti voglio troppo bene per lasciarti andare via”.
    Carla era spiazzata dalle parole della piccola, aveva il desiderio di portarla con sé in Italia ma le autorità Keniote glielo impedivano.
    Dicevano che la bambina doveva restare in Kenya con suo nonno, era quella la sua famiglia.
    Carla era disperata, voleva a tutti i costi Rashida con sé e il pensiero di non rivederla le provocava un’enorme stretta al cuore. Carla rientrò in Italia e l’abbraccio dei suoi due bambini le fecero dimenticare, almeno per un po’, il dolce volto bisognoso d’affetto di Rashida ma il suo pensiero volava costantemente in Kenya. La piccola Rashida scriveva a Carla tutti i giorni che tra le lacrime leggeva le sue lettere; dentro di sé sperava sempre di portare in Italia Rashida e di adottarla legalmente. La felicità per Carla non tardò ad arrivare; un giorno infatti ricevette una lunga lettera dall’ambasciata italiana in Kenya in cui si diceva che il nonno di Rashida era venuto a mancare e la bimba aveva bisogno di una vera famiglia. Queste parole provocarono un sussulto di gioia nel cuore di Carla che diede subito la bella notizia ai suoi due figlioletti. I piccoli erano felicissimi della nuova sorellina africana e dopo qualche giorno, Carla, con famiglia a seguito partì di nuovo per il Kenya. All’arrivo in aeroporto trovò l’ambasciatore italiano con la piccola che non esitò ad abbracciare forte Carla non appena la vide. “Piccola” le disse Carla, “domani ripartiremo per l’Italia e resterai con noi per sempre. Sono io la tua mamma. Ecco, questi sono i tuoi due fratellini”. L’indomani ripartirono tutti per l’Italia insieme a quell’angelo chiamato Rashida che con il suo sorriso, aveva dato a quella famiglia, una nuova ventata di felicità.

  • Come comincia:
    Dal libro “Voci dal passato”, di Bianca Fasano (1994), la storia di Alessandrina Samonà, la bimba che visse due volte e divenne studiosa di fenomeni spiritici e medianici e autrice dei libri I misteri della psiche (Fiamma Serafica, Cappuccini, 1966) e Bagliori nelle tenebre (1979). [1]
     
    Resta comunque incombente sulla nostra esistenza "odierna", ossia sulla nostra "unica" personalità , il sospetto o la speranza, come dir si voglia, che questa possa essere il frutto di una serie breve o lunga di successive reincarnazioni. I casi di persone che asseriscono di essere loro stessi dei reincarnati o di riconoscere la caratteristica in altri individui non sono pochi e mi sembra interessante citarne alcuni. Ecco una storia vera,[2] apparsa in un articolo - lettera, sulla rivista "Filosofia della Scienza", Rivista Mensile di psicologia sperimentale, Spiritismo e scienze occulte - Direttore Avv. Dr. Innocenzo Calderone il 15 gennaio 1911. (Tip. Sicula Giannone, 1909-1914). La lettera inizia così:-
     
     "Palermo, Villa Ranchibile. - Carissimo Calderone, nonostante il carattere intimo dei fatti che precedettero la nascita delle mie due bambine, pure io nell'interesse  della scienza, non ho difficoltà alcuna a che siano resi di pubblica  ragione per mezzo della tua accreditata e pregevole rivista senza tacere i nomi di alcune persone che li seppero mano a mano che essi si venne ro svolgendo..."
     
    Effettuando qualche ricerca (anche perché incuriosita dal fatto che, avendo vinto un secondo premio a settembre 2011, per una mia poesia, sono stata proprio a Villa Ranchibile, al cui interno vi è un piccolo teatro in cui si è svolta la cerimonia di premiazione), ho potuto appurare che, a fine Ottocento, a seguito del matrimonio fra Don Carmelo Samonà[3] e la Principessa Adele Monroy di Pandolfina e di Formosa, la coppia visse a Villa Ranchibile, residenza di villeggiatura della poi ceduta dalla stessa Principessa Adele ai Salesiani, che vi fondarono l’Istituto Don Bosco, tuttora esistente. Dal matrimonio fra Don Carmelo e la Principessa Adele nacquero quattro figli maschi ma anche due figlie femmine, Maria Pace e Alessandrina Samonà: quest’ultima fu studiosa di fenomeni spiritici e medianici e autrice dei libri I misteri della psiche (Fiamma Serafica, Cappuccini, 1966) e Bagliori nelle tenebre (1979).
    La missiva, scritta alla rivista proprio dal medico palermitano Carmelo Samonà, è perfettamente confacente alla storia di famiglia da me ricostruita e racconta come, nel marzo del 1910, egli e la moglie vennero colpiti dal dramma di veder morire a causa di una meningite, la loro piccola Alessandra. 
    Tale dolore si fuse a speranza e inquietudine quando, tre giorni dopo, Alessandrina apparve in sogno alla madre assicurando:-
    "Non piangere, mamma! Ritornerò presto e anche con una sorellina."
     Il fatto non parve impossibile al medico, attento studioso delle scienze occulte, che vide finalmente il realizzarsi del messaggio, quando la moglie, incinta, mise al  mondo  due gemelline. Una delle due, sin dalla più tenera età, cominciò ad agire come la loro Alessandrina di cui portava anche il nome, (e viene da chiedersi in  che modo i genitori scelsero, tra le gemelle, colei che avrebbe dovuto portare il nome della sorellina scomparsa), inoltre, crescendo, sembrò assomigliare sempre di  più alla sorellina defunta, mentre non era affatto simile alla gemella, Maria Pace. Il padre, con l'ausilio di alcuni colleghi, l'osservò crescere con grande amore e interesse, scoprendole particolari fisici che aveva già riscontrato nella prima bambina, e inoltre un vero terrore per i mal  di  testa, unito all'abitudine di portare spesso la mano al capo, come aveva fatto Alessandrina prima di morire. La "seconda Alessandra" aveva inoltre memoria della sua prima esistenza, anche su fatti di cui neanche i genitori ricordavano più l'esatto svolgimento. Non stupisce che si sia, più tardi, dedicata allo studio dei fenomeni occulti.
    Come avrebbe giudicato un caso simile uno studioso di psichiatria  infantile? Come l'avrebbero inteso uomini come Freud e Jung? Forse avrebbero ipotizzato che, senza neanche rendersene conto, fossero stati gli stessi genitori a "spingere" la bimba verso la via di ricordi che non le appartenevano. Potremmo persino avanzare l'ipotesi che la madre, nello stesso momento del concepimento, avesse passato alla nuova bimba nozioni di un altro essere, ossia una sorta di "banca dati" preformata, carica di tensioni e sensazioni. Le supposizioni possono essere tante, ma per i genitori non apparve che una verità: 
    Alessandrina era ritornata, come promesso, da un'altra dimensione.
    Occorre precisare che esiste una lettera scritta dall’avv. Calderone su carta intestata de Filosofia della scienza. Rivista mensile di psicologia sperimentale, spiritismo e scienze occulte,di cui era all’epoca direttore, che accompagna un suo volume allo Psichiatra Sante de Sanctis[4], famoso tra l’altro per aver pubblicato nel 1929-1930, il suo fondamentale trattato dedicato alla Psicologia sperimentale, affinché potesse dargli un giudizio critico in merito. Questo a dimostrazione anche del fatto che, agli albori delle ricerche parapsicologiche, vi fosse un’intima e stretta correlazione tra lo studio della psicologia e quello della parapsicologia.

    [1] Voci dal passato. 1994. Rivisitato nel 2011/12 per la pubblicazione Web con la Keitai Bookstore. Per il libro scaricare dall’App Store l’Applicazione Keitai Bookstore (https://itunes.apple.com/it/app/keitai-bookstore/id436108714?mt=8) dove al suo interno si troveranno i libri di Bianca Fasano.
    [2] Bianca Fasano D’Aiuto. Voci dal passato, vol. IV. Pag. 69 e segg.Riemma Editore. Napoli.
    [3] (fra l’altro, autore del libro Psiche Misteriosa (Libreria Internazionale Alberto Reber, 1910), ripubblicato decenni dopo con il titolo I fenomeni spiritici (Reprint, 1988).
    [4] http://www.archiviodistoria.psicologia1.uniroma1.it/opere%20in%20pdf/MgP/SDS/Cicciola,%20E.(a%20cura)%20(2008),%20Fondo%20Sante%20De%20Sanctis%20Inventario..pdf

     

  • 07 aprile 2014 alle ore 13:34
    Un'estate troppo... arida

    Come comincia: I bagagli erano pronti, la meta da raggiungere sconosciuta. La fuga da una scomoda realtà iniziava e la speranza in un domani migliore appariva all’orizzonte. Sarei riuscito a viverla, avrei avuto il coraggio o la presunzione necessari a bagnarmi nella folla dei normodotati? Sapevo di pretendere troppo: avrei dovuto prima confrontarmi con la diversità.
     
    Ricordo l’azzurro intenso del mare di giugno che si riverberava sui pini, cresciuti ai bordi del sentiero che portava alla spiaggia. Il sole del mattino proiettava le nostre ombre allungate sull’inconsistente battigia, avvicinandole in un abbraccio privo di naturalezza, cancellato dalle onde, castigato dal vento. Eri consapevole di non amarmi, mentre il sale d’una lacrima ti bruciava le labbra, mescolandosi alla salsedine ed al sapore indefinito del fallimento dei sogni adolescenziali.
    Un dolce risveglio fu quello che rese la vita degna d’essere vissuta. Un sorriso triste, lacrime di fiele, imperversarono sulla maschera del mio volto, rendendolo irriconoscibile, unico, allucinato, insolente. Su quel volto gli occhi faticavano a dischiudersi, consapevoli che avrebbero incontrato il buio costante d’una notte perenne.
    La sensazione d’aver perduto qualcuno o qualcosa assumeva sfumature grottesche. Mi resi conto d’essere stato vittima d’impietose allucinazioni: la mente vagava nel passato, ritrovando brandelli d’una vita, immolata sull’altare della sconfitta, esaltata dalla perversa presunzione d’essere nel giusto. Nettare ed ambrosia, allora, furono rifiutati dagli Dei, mentre ad essi si sostituì il sapore discutibile della delusione. In quel mentre, la vera storia inventata venne risucchiata dall’incubo della realtà, lasciando poco spazio alle menzogne.
    Il sole era sorto solo da poche ore e già riuscivo ad avvertirne la forza. La vegetazione bruciava, impotente, vittima della siccità. Le acque ristagnavano nei loro alvei, attendendo una pioggia che tardava ad arrivare. Il pensiero correva al futuro, a quando l’afa avrebbe reso l’esistenza ancora più problematica, a quando tu, fingendo insofferenza per la calura estiva, mi avresti allontanato, voltandomi le spalle nude e la schiena abbronzata. Non sarei rimasto a sperare di guardarti negli occhi, né avrei aspettato il giungere della sera a rinfrescare l’aria. In quel momento avvertivo un buio opprimente nel profondo dell’anima .
    Il mare si riproponeva alla memoria, mentre rabbrividivo al gelo dei miei monti. Non riuscivo a dimenticare l’atmosfera coinvolgente ed irreale creata dal sole sui nostri cuori. Al loro battito le pulsioni nascoste vennero a riva travolgendoci. Il rifugio sicuro della banalità non sarebbestato violato, come non avrei potuto impedire al mio essere proiezioni sublimi verso la felicità.
    Con un ghigno perverso la vita sorrideva malignamente ai tiri mancini del destino. Intanto, la risacca degli affetti corrodeval’arenile degli errori, lasciando in gola l’amaro gusto del rimpianto. Nulla era finito. Tutto doveva ancora iniziare, suggerendo agli eventi un’effimera sequenza e alle lacrime il valore dell’inutilità.
     
    Trascorsi la notte a rincorrere le illusioni celate dalla luna, mentre sorgeva dal mare infuocato dal tramonto. Sentii qualcosa spegnersi dentro di me e pensai che sarebbe stato più dignitososparire nel buio d’un cielo stellato.
     
     

  • 06 aprile 2014 alle ore 21:47
    Lasciare andare

    Come comincia: Hai presente quella sensazione che ti pervade il corpo quando fai mille bracciate a mare e poi approdi alla riva, col fiatone?
    disse Zahira volteggiando le mani nell'aria per dipingere con i gesti il suo racconto davanti agli occhi del suo interlocutore. 
    Io mi sento così , proseguì . 
    Come se per tutta la vita avessi dovuto guerreggiare col mare, spingerlo via dalla mia gola per non annegare, andando a picco come un sasso talvolta, sbrinare il mio odore per non farmi ammazzare dai pescicani e poi galleggiare a pelo d'acqua per riposare un po'. Ma la riva era sempre lontana, il mare, il nemico era sempre lì a portare via parti di me ad ogni singola bracciata, ad ogni singola onda.
    Ora qualcosa in me è per sempre mutato. Sono sulla riva, stremata, ma altro ancora deve accadere.
    Qualcosa di me è andato via ed io non sento più il bisogno di guardarlo andare via. Niente più spalle da rimpiangere, niente desideri di onde più grandi da farmi male per ricordarmi di essere viva. 
    Prendo il mio corpo, come un fiore sgualcito, ripulisco i petali, mi sollevo .
    Ma altro ancora dovrà accadere.
    E sarà impercettibile, sarà una nuova vita a espandermi nell'universo.
    Sarà il mio primo volo da aquila e lascerò il corpo passato a quel mare mio nemico.

  • 05 aprile 2014 alle ore 21:59
    Viaggiare nell'Universo

    Come comincia: C’è sempre bisogno di Spazio per allargare la nostra mente, quando cominci il lungo viaggio per scoprire le meraviglie create da Dio, cerchi sempre di uscire fuori dai confini e di pensare all’Universo, cercando di capire dove finisce, e ti accorgi che non riesci mai a trovare l’orizzonte, rimanendo talmente affascinato da incominciare a pensare, che la meraviglia più grande creata da Dio si trova dentro la nostra testa, perché è riuscita a immaginare questo viaggio!

  • 05 aprile 2014 alle ore 6:43
    Il flambè al cioccolato

    Come comincia: Sto ascoltando una lettura della Recherche, “All'ombra delle fanciulle in fiore”. La descrizione del caffè della belle époque, a Balbec, con i camerieri che volano tra i tavoli, tenendo in bilico poderosi e instabili flambé al cioccolato, mi porta ad un ricordo della mia infanzia. La guerra era finita da alcuni anni e mio padre si era lanciato in una spesa inimmaginabile, per un impiegato, l'acquisto di una Topolino usata. Papà era un poeta della vita, cercava di afferrare grappoli d'oro, anche quando non gli spettavano, come impiegato. Appena acquistata, si decise di andare a vedere la favolosa Cote d'Azur, che confinava con la nostra Liguria. Facendo lunghi e discussi conti, sul tavolo della cucina, optammo per quattro giorni di avventura. Si partì, di prima mattina, con una scorta di panini imbottiti, preparati da mamma. Appena il sole divenne caldo, scoprimmo la capote, facendo finalmente raddrizzare il collo, mio e di mia sorella, sino allora tenuto chinato, per non urtare nei ferri dell’intelaiatura. Prima della frontiera, affrontammo i colli della Milano - S. Remo. Sul Beigua forammo, restando senza ruota di scorta. Ci furono commenti e discussioni se affrontare la spesa di una vulcanizzazione non prevista. Preferimmo giocare con la fortuna. Dopo Pont S. Louis il vestito smagliante della Cote ci si presentò nei suoi colori più vivi della stessa immaginazione. Tutto ci sembrava meraviglioso, nuovo, eccitante. La varietà delle insegne, sui negozi, i fiori, presenti un po' dovunque, l'azzurro del cielo, la sonorità musicale della lingua, ci eccitarono nella nuova vita da turisti. A sera, la Promenade des Anglais ci sconvolse. Quello sciamare di gente sul vasto marciapiede, tra la spiaggia e la catena di lussuosi alberghi. Un mondo di benessere, curato, uscito da una pellicola a colori hollivudiana. Ci fermammo sul marciapiede, fuori dal ristorante del favoloso Hotel Negresco. Ci separava una cortina di piante, ma lo spettacolo era visibilissimo, si potevano toccare gli attori. Mi è rimasto, negli anni, questa visione di luce intensa, fatta di gioia altrui e di felicità, in un benessere inarrivabile per noi. Una tavola scintillante di argenti e cristalli, volti sorridenti di giovane e eleganti signore. Uomini poderosi e rassicuranti. Frammenti di sorrisi e di frasi gioiose. Scintillii di gioielli in scollature, che promettevano profumo. Ma eccolo arrivare, tenuto in bilico sul braccio di un elegante cameriere, che avanza tra i tavoli, quasi danzando. Lo depone al centro del tavolo, mentre i commensali si schiudono attorno, come petali di un fiore. Lo vedo, pannoso e tremolante, macchiato di cioccolata, spumoso di bianca panna. Il tocco del cameriere è improvviso e deciso. Una fiammata è al centro del tavolo. Ora i volti ne sono illuminati e ne prendono le tonalità. Le donne hanno sorrisi, che si confondono col bagliore dei gioielli. Un gesto e la fiamma scompare. Eccolo il flambé esuberante, traboccante di forma e di profumi inarrivabili. Ora, noi, si guarda, con stupore, quel affondare la lama del cameriere per trarne porzioni che non ci spettano.                                                                                                                                 "Ho l'acquolina in bocca!!" La voce della sorellina.
     

  • 03 aprile 2014 alle ore 20:58
    La spelonca dei raggiri

    Come comincia: Sentii la pelle accapponarsi, mentre raccoglievo un’infiorescenza dall’erba rorida d’un mattino di primavera. Affondavo nella terra, pregustando il calore di quel sole promesso dalle luci dell’alba.
    Il cielo di cera si scioglieva in suggestivi rivoli, formando impensabili arabeschi tra le nubi di madreperla. La spelonca dei raggiri grondava sangue incolore dalle pareti incrostate di menzogna e annerite dalla notte dell’ottusità. Miasmi mefitici si levavano tra i mostri che la popolavano, mentre urla disumane echeggiavano in quel luogo senza tempo. La fine e l’inizio della mia esistenza erano lì, confuse ed irriconoscibili, dileggiate ed impotenti in balia d’un destino beffardo.
    Una luna nera ruzzolava verso un mare d’assurdità, melmoso ed agitato, pronto ad inghiottirla nei suoi abissi ripugnanti. La determinazione a farcela nonostante tutto, l’impegno a superare se stesso ed i propri limiti, non avevano più ragion d’essere. La speranza era sprofondata insieme alla lanterna che abitualmente rischiara il cielo notturno. Mi resi conto di vestire i goffi panni d’un anacronistico Don Chisciotte, d’aver lottato invano contro mulini a vento che, anziché grano, avevano sempre macinato illusioni.
     
    Iniziai ad attendere la fine, seduto sul ciglio del mio sentiero. La stanchezza fiaccava gli entusiasmi, raddoppiava le fatiche, sviliva i sentimenti, lasciandomi in bocca un gusto decisamente amaro.
    Non mi restavano che pochi passi e tutto sarebbe svanito nel dimenticatoio che accoglie i ricordi, coprendoli con la vernice dell’oblio. Il baratro era lì, pronto ad inghiottirmi... ma non riuscivo a raggiungerlo. I pochi passi che ci dividevano sembravano moltiplicarsi, affannando persino il pensiero. Nel buio del giorno ogni sussulto, ogni gesto richiede impegno, tensione... a volte incoscienza. Ero giunto alla conclusione che il gioco non valeva più la candela, che non sempre si può fingere che nulla sia in grado di causare sofferenza, e, allora, perché provavo difficoltà a chiudere un libro già letto, cancellato dalla cecità?
     
    Decisi d’attendere la fine, seduto sul ciglio del mio sentiero. L’iniziativa ormai non m’apparteneva... e mi rifiutavo d’appartenerle.
     
     

  • 02 aprile 2014 alle ore 11:45
    Felice, l'amico Franco e gli alieni.

    Come comincia: Odiava fare la fila alle casse del supermercato. La signora davanti a lui, con la spesa già caricata sul nastro, aveva appena detto "Oddio! Ho dimenticato il miele. Oggi devo fare i biscotti per i miei nipoti, scusatemi un attimo che vado a prenderlo" Certo, pensò Felice, ma datti una mossa. La cassiera lo guardò con aria divertita, a lei interessava solo finire il turno e lui ricambiò il sorriso a denti stretti. La signora tardava, dove cavolo era maledizione!? Felice era rosso in faccia e in quel momento lei giunse trafelata e ansimante con il suo vasetto di miele che appoggiò sul nastro "Scusatemi" Disse rivolta a tutti i presenti "Non potevo fare a meno di questo ingrediente, oggi vengono i miei nipoti e bla, bla, bla" Non finiva più di parlare e lui, al limite della sopportazione, scoppiò.
    "Senta signora, non c'è ne frega niente dei suoi biscotti, veda di darsi una mossa che la gente sta aspettando" Restarono tutti in silenzio e lei, riempite le borse con calma e ordine, rispose "Lei è un maleducato" E lei una perditempo, pensò lui che evitò di parlare e si mise a caricare la sua roba sul nastro.
    Era sabato, sua mamma lo aveva obbligato ad andare a fare la spesa, non era un ricatto ma poco ci mancava. A 43 anni era scapolo, con un impiego fuori dal comune e viveva ancora con mamma e papà. I suoi fratelli, un maschio e due femmine, erano sposati e avevano dei figli.
    Uscì dal supermercato ancora nervoso per quell'episodio, era arrabbiato perché sapeva di aver fatto la figura del cafone, ma forse anche perché capiva che tanta gente era egoista e indifferente. Rientrò a casa accigliato.
    "Sono tornato mamma, metto le borse in cucina?"
    "Metti a posto la spesa, non fartelo dire tutte le volte" Sua mamma era un'energica signora di 68 anni.
    "Va bene, poi faccio un salto al bar"
    "Prima apparecchia, oggi preparo il risotto"
    "Ok mamma" Che balle, pensò, sempre la stessa storia.
    Al bar trovò il suo amico Franco che si era portato avanti con gli aperitivi, infatti lo accolse sorridente.
    "Ciao Felice, bevi qualcosa?"
    "Certo" rispose "Il solito Piero. E porta un altro giro analcolico per Franco, grazie" Disse rivolto al barista. Il solito consisteva in un bicchiere di vino bianco. Piero servì gli aperitivi accompagnati da alcuni stuzzichini.
    "Allora Franco, quanti campari col gin ti sei fatto?"
    "4 o 5 e forse dopo andrò a casa a fare un riposino"" Rispose l'amico biascicando.
    "Secondo me stai affrontando il problema nel modo sbagliato, anzi, stai evitando il problema e l'alcol non è di sicuro il giusto rimedio"
    "E tu che ne sai? Stai a casa con mammina che ti vizia come un poppante. Mia mamma è morta e mio papà è in un centro per malati mentali. Mia sorella"
    "Le so tutte queste cose Franco" lo interruppe Felice "Ma bevi troppo da quando tua moglie ti ha lasciato"
    "Quella troia! Maledetta! Se ne andata e si è presa i miei figli e" Aveva la mente annebbiata, gli aperitivi stavano presentando il saldo, senza sconti.
    "E sei ubriaco. Adesso bevi e vieni a casa mia a farti una bella doccia fredda; poi un bel piatto di risotto ti farà riprendere"
    Franco vomitò anche le budella e con l'aiuto dell'amico fece una doccia e si rivestì. Felice lo accompagnò nella sua camera dove Franco cadde in un sonno profondo.
    "E' di nuovo ubriaco, non mangia?" Chiese la mamma di Felice.
    "No mamma, è in camera che dorme, lasciamolo riposare"
    "Si rovinerà se va avanti così, deva darsi una regolata"
    "Si papà, hai ragione, ma conosci la sua storia"
    "Non abbastanza per capire il suo comportamento" Disse duramente il padre di Felice.
    "Ha ragione tuo padre" Confermò la moglie.
    "Certo che avete ragione! E lui è un cretino. Ogni volta che lo vedo è sempre peggio e gli dico quanto sia stupido. D'altronde la moglie si è messa con suo cugino perché è ricco, i figli lo considerano un fallito e il fatto che sia disoccupato è solo contorno. Gli amici di un tempo lo evitano come un appestato e lui si attacca alla bottiglia. Sì, è proprio un idiota!"
    "Felice, stai calmo. Sappiamo quanto tu gli voglia bene e lo accogliamo volentieri a casa nostra, ma lui deve provare a rifarsi una vita, così si autodistruggerà"
    "Mamma, penso che sia ciò che desidera: una lenta ma inesorabile autodistruzione, compatito dalla gente e senza prospettiva futura, lui vuole morire"
    "Una cosa bella della vita è la vita stessa e lui vuole morire?"
    "E tu che ne sai papà? Sei in pensione, hai realizzato i tuoi sogni e non hai nessun pensiero per la testa"
    "Infatti, ma ho dovuto fare un sacco di sacrifici e sono contento della mia vita. Il tuo amico, Franco, si è mai sacrificato?"
    Mangiarono in silenzio, Felice assalito da dubbi e preoccupazioni, i genitori stanchi di discutere. Franco apparve sulla porta della cucina con un sorriso sbilenco stampato in faccia.
    "Ho sentito il profumo del risotto, e"
    "Siediti, è ancora caldo" Lo interruppe la signora Maria. Franco divorò il riso in un battibaleno.
    "Avevi fame, dammi il piatto, c'è ne ancora"
    "Grazie signora, è squisito" Stava divorando anche il secondo piatto e Felice lo spiazzò chiedendogli:
    "Tu mi hai raccontato un sacco di palle, mi hai preso in giro fin dall'inizio, perché?"
    A Franco andò di traverso il boccone. Si riprese bevendo una sorsata d'acqua e guardò in faccia l'amico con aria interrogativa.
    "Non guardarmi così, sai bene di cosa sto parlando e i miei genitori hanno il diritto di sapere la verità. Adesso ci racconti tutto"
    Franco fece spallucce, come a dire che non c'era nessuna verità, mentre sentiva addosso sei occhi che lo stavano trafiggendo. Il suo cervello ordinava di stare zitto ma dallo stomaco saliva l'urlo della disperazione. La sua anima stava uscendo dalla prigione di menzogne dove l'aveva reclusa per lungo tempo e adesso reclamava spazio. Senza più freni a contenerla prese il sopravvento e la mente di Franco fu travolta da quella forza esplosiva, due lacrime stavano rigando il suo volto e come in estasi prese a parlare.
    "Io sono un bastardo, lo sono sempre stato. Tradivo mia moglie con le prostitute e con qualunque donna disponibile, l'ho sempre considerata una sorta di schiava, non l'ho mai toccata con un dito ma ho sempre fatto ciò che volevo. Ho speso tutto quello che potevo nei miei vizi: donne, droga, alcol, gioco eccetera. I miei figli li ho considerati sin dall'inizio un peso e li ho sempre evitati di proposito. Mio cugino è una brava persona, lei sarà felice e i bambini cresceranno in un ambiente sano e pulito. Quindi non tormentatevi per la mia sorte, sono un parassita, nessuno sentirà la mia mancanza"
    "Ma cosa stai dicendo?" Chiese la signora Maria.
    "Calmati Maria" disse il marito "Franco è diventato un uomo e adesso, dopo anni, ha capito cosa vuol dire essere padre e capo famiglia" Franco annuì.
    "Quindi cosa hai intenzione di fare? Annegarti nell'alcol?" Chiese Felice.
    "No, ho una zia missionaria in Sud America, le ho chiesto di poterla raggiungere"
    "Oh mio Dio!" Esclamò la signora Maria "Hai intenzione di andare a rovinare qualcuno anche laggiù?"
    "Mamma!" Felice fulminò la donna con lo sguardo.
    "Ha ragione, sono un disastro e combino un sacco di guai" Confermò Franco.
    "Fuggire in Sud America non risolverà i tuoi problemi" Lo ammonì Felice.
    "Lo so, ma lontano da qui spero di alleggerire la posizione di lei e dei miei figli"
    "Allora buona fortuna" Concluse il padre di Felice.
    Una settimana dopo la incontrò.
    "Se ne andato?" Chiese lei.
    "Sì"
    "In Sud America?"
    "Sì"
    "Dalla zia suora?"
    "Sì"
    "E tu te la sei bevuta?!"
    "Sì"
    "Felice, smettila! Almeno tu non raccontarmi bugie, dov'è? Cosa ti ha detto?"
    "Anna, lascia perdere"
    "No accidenti! Cosa ti ha raccontato? Sei il suo migliore amico, io sono sua moglie e ho il diritto di sapere!"
    "Ti ama e ama i vostri figli, ti basti questo"
    "No, non mi basta, è mio marito, il padre dei miei figli, lo amo anche io ma non è più lui, cosa è successo?"
    Fece ciò che aveva giurato di non fare e la accompagnò in quel posto lontano, immerso nella natura. Ci vollero 5 ore di viaggio in macchina, tempo in cui lei continuò ad esasperarlo con domande e provocazioni. Giunti alla meta parcheggiarono in un ampio cortile lastricato di mattoncini autobloccanti.
    "Eccoci arrivati Anna, sei contenta?"
    "Che posto è questo? Dove mi hai portata Felice?"
    Una signora di mezz'età, con camice azzurro, li accolse sotto un porticato di legno.
    "Benvenuti, vi stavamo aspettando" Disse la signora che li fece entrare da un'ampia porta in legno e li accompagnò su da una rampa di scale larga rivestita in marmo e al primo piano li fece accomodare in uno studio dove li accolse una donna sulla quarantina: la targhetta sulla scrivania riportava scritto <Dottoressa Susan Mcgherry>.
    "Mio nonno, era scozzese" precisò lei prima che le venisse chiesto "Accomodatevi, prego" Li invitò a sedere davanti alla sua scrivania.
    "Tu sei Anna, diamoci del tu, sarà più semplice" Chiarì subito la dottoressa.
    "Ok" Rispose lei.
    "Presumo tu abbia assillato Felice a tal punto da farlo cedere; su quella stessa sedia, davanti a me, aveva giurato di non rivelare a nessuno dove sarebbe stato portato tuo marito, Franco. Ed invece eccovi qui, chiaramente non ha mantenuto fede al giuramento, ma vedendoti Anna, credo sia meglio così. Vieni alla finestra, voglio mostrarti una cosa" Anna si alzò, ancora frastornata.
    "Guarda laggiù, in giardino, lo vedi quell'uomo sulla sedia a rotelle? Lo vedi bene, lo riconosci? Guardalo Anna, chi è?" Anna stava guardando mentre gli occhi si riempivano di lacrime, ma non disse una parola.
    "Ok, hai capito. Siediti che ti racconto una storia. Due anni fa ricevetti una telefonata da un mio collega; mi disse di avere tra le mani un caso di sdoppiamento di personalità causato da una massa anomala nel cervello. I primi riscontri escludevano si trattasse di masse tumorali, masse causate da traumi o qualsiasi altra patologia riconosciuta e, sapendo di cosa mi occupo, mi chiese se poteva interessarmi il caso e io decisi di andare da lui, per vedere il paziente. Qualche giorno dopo ero nel suo studio, con lui c'erano due uomini visibilmente alterati, uno è qui con noi, adesso, l'altro è giù in giardino, sulla sedia a rotelle. Felice mi chiese di aiutare il suo amico, una brava persona con moglie e figli, dovevo guarirlo. Dopo un primo contatto decisi di farlo salire qui, nella mia struttura, dove venne sottoposto ad un ciclo di esami per quindici giorni"
    "Altro che lavoro all'estero, era qui" Imprecò Anna.
    "Si Anna, era qui. Lui voleva guarire con tutte le sue forze e ha sempre cercato di proteggervi, ma adesso ascoltami bene perché devi essere forte e sarai tu a decidere a cosa credere. Dopo quindici giorni di prove accurate l'esito finale fu sorprendente ma non unico, nel cervello di tuo marito si era insediata una forma di parassita aliena" L'aveva detto, adesso doveva aspettare la reazione della donna che infatti non tardò a manifestarsi. Anna cominciò a ridere, una risata isterica, sempre più forte, fino allo sfinimento e alle lacrime.
    "Sentimi Susan, mio marito è sempre stato un brav'uomo; nell'ultimo anno, anno e mezzo, ha combinato qualche stravaganza e sono sempre stata disposta ad aiutarlo e perdonarlo. Se adesso mi dici che ha una grave malattia me lo riporto a casa e lo accudisco come si deve. Nella sua pazzia è convinto che io sia scappata con suo cugino e va dicendo a destra e sinistra scemenze di ogni genere, ma è mio marito e lo amo. Questa storia degli alieni mi fa ridere e arrabbiare allo stesso tempo e non capisco Felice che si presta a questa sceneggiata. Allora dottoressa, mio marito cos'ha? Guarirà? Resterà così per sempre? Cosa devo fare?"
    Susan la fissò, mentre Felice la esortava a parlare.
    "Tuo marito è morto, da più di un anno. Quello che vedi è il suo corpo, mantenuto in vita dalla forma aliena che è in lui. Abbiamo esaminato più casi in tutto il mondo, il parassita entra in un corpo, resta in incubazione per circa un anno e poi nasce sfruttando per dodici, diciotto mesi il corpo invaso. In questo periodo si sviluppa uccidendo la persona infetta mentre ne utilizza il corpo come un contenitore per poi poterne uscire, colonizzare la nostra flora e fauna e riprodurre nuovi parassiti invasivi"
    "Voi siete pazzi, pazzi se credete che io mi beva tutte queste fandonie. Se mio marito ha un cancro o una qualsiasi forma di malattia rara nel cervello non vi permetto di tenerlo qui come una cavia"
    "Basta Anna, basta" Felice era rosso come un pomodoro "Io e Franco abbiamo visto altre vittime di questo parassita, è infernale, finché resta nel corpo delle sue vittime è indistruttibile: anche bruciandolo o investendolo con le radiazioni o qualsiasi altra cosa ti venga in mente di fargli, non muore. Bisogna aspettare che abbandoni il corpo per far fiorire i suoi simili, solo in quel momento è vulnerabile e si può intervenire per distruggerlo"
    "Ma di cosa stai parlando Felice?" Udì la voce della madre.
    Felice aprì gli occhi, era disteso nel suo letto, sudato e sconvolto.
    "Mamma, devo andare da Franco, adesso"
    "Felice, Franco, è"
    "No mamma, adesso. Gli alieni, il parassita, Franco è in pericolo, devo avvisare sua moglie Anna, devo"
    "Datti una calmata! Franco è morto l'anno scorso, in Sud America, durante il vostro maledetto viaggio avventura e non ha lasciato nessuna moglie, era scapolo, come te. Adesso tranquillizzati, domani hai quell'incontro importante" Lo rassicurò la madre.
    Certo, doveva riposare, aveva sognato, come accedeva sempre più frequentemente. Si coricò per riaddormentarsi e in quel momento gli venne un dubbio: gli alieni avevano preso il completo controllo delle nostre menti, o forse no? Forse c'è li siamo inventati noi per giustificare i nostri comportamenti sempre più freddi e distaccati, il totale disinteresse per le faccende altrui e l'indifferenza totale a tutto ciò che non ci riguarda, la completa mancanza di solidarietà e tutto il resto? Sono gli extraterrestri a determinare le nostre azioni, il nostro umore, oppure davvero siamo diventati freddi ed apatici come robot? No, pensò Felice mentre stava per riaddormentarsi, meglio gli alieni; domani ci avrebbe pensato su; domani, non oggi.

  • 01 aprile 2014 alle ore 18:36
    La mia città

    Come comincia: La mia città, dove sono nato, dove ho vissuto, e dove alle sue porte vivo.
    Com’è antica la mia città, antica per la sua lingua, fatta di suoni e rumori che provengono dalla notte dei tempi, e si mescolano con tutte le parole delle genti che hanno formato il sangue dei suoi abitanti. Se senti suonare una melodia greca, ti sembra napoletana, se ascolti una canzone spagnola, ti sembra napoletana, se ascolti una battuta di una vecchia farsa, ti sembra francese, se un grido squarcia la notte, non v’è dubbio, è la voce che viene dal levante.
    E’ antica nelle sue pietre, nelle sue strade, nelle sue scale di pietra abbarbicate fino alle colline, è antica nelle sue botteghe, di orafi e librai, di guantai, di falegnami e fabbri. E’ antica soprattutto nelle parole e nei sguardi dei vecchi, che ogni giorno t’insegnano una parola sconosciuta, che t’appare bellissima nel suono e nel riuscire a sintetizzare in un vocabolo quello che in altre lingue ha bisogno di un verbo, un sostantivo, un aggettivo ed una congiunzione. E’ antica, perciò giovanissima, vitale, sfuggente e radiosa, rinnova ogni giorno il suo sangue, perciò non è vecchia, è antica. Città amata per la sua poesia, la sua musica, il suo teatro, e la sua struggente e malinconica bellezza, amata per i suoi vicoli stretti, le sue tragedie consumate al buio, i suoi lunghi lamenti, e le sue grida, e per tutte queste cose odiata. Ma è sempre qui, immobile ed immutabile, eppure cambia di continuo, ma il suo divenire è un dipanarsi nello stretto abbraccio dei limiti imposti dalla sua napoletanità. Napoli sarà eterna, perché non è solo storia, mura, pietra, strade, Napoli è una condizione dello spirito umano, e finquando vi sarà l’uomo, vi sarà Napoli.

  • 01 aprile 2014 alle ore 11:05
    Le orme leggere del cuore

    Come comincia: Estratto

    CATERINA
    (Detesto le storie banalmente scontate come chi le vive).

    L’aria, quel giorno, era fresca, sebbene fosse ancora estate, complice l’ora, il tepore del sole che si era appena levato. Caterina aveva assistito all’albeggiare da dietro la finestra del suo miniappartamento, nel quale viveva ormai da sola, da un paio di anni. Una tazza di tè e cereali in mano. I capelli scompigliati dal riposo notturno, raccolti in una crocchia color grano, le scendevano lateralmente in morbide volute sul collo esile. Lo spettacolo dei raggi sorgenti la incantava da sempre. Le infondeva un’energia eccezionale: quella che le permetteva di rimanere in piedi quando chiunque al suo posto sarebbe crollato. Quella che le consentiva di nutrire pensieri positivi, in qualsiasi frangente. Al di là delle sue delicate sembianze, Caterina era forte. La gente, fuorviata dal suo aspetto etereo, rimaneva spesso stupita dalla capacità che aveva di risollevarsi dopo qualsiasi rovescio, lottando senza mai demordere. Era una combattente. Del resto, aveva dovuto combattere anche per venire al mondo e poi sempre e comunque lottare per ogni minima cosa. Apparteneva a quella categoria di persone cui nulla viene mai regalato. In virtù della sua innegabile sensibilità, viveva molto dentro di sé, in un posto incantato e segreto cui solo un paio di persone, fino ad allora, avevano avuto accesso. Una di queste se ne era appunto andata due anni prima, senza alcun preavviso, gettandola in uno sconforto abissale. Una lettera priva di senso nella cassetta della posta. Andandosene, aveva portato via con sé i suoi segreti più intimi. Andandosene aveva portato via con sé una parte di lei.

  • 31 marzo 2014 alle ore 22:18
    Dell'amazzone e i suoi canti

    Come comincia: Prendi quella donna per esempio è lì seduta da sola.
    Accende sigarette per sparire un minuto alla volta. E il fumo erige un palazzo di pensieri e dietro la sua ombra ha le vibrazioni auriche d'un angelo.
    Ma quel che importa è ciò che ha davanti. Un cumulo di fili spinati ed io lo so, l'ho sentita parlare poco fa quando imparava a difendersi dal mio sguardo impietoso.
    So bene che si difende , non sbatte mai le palpebre , come quando si ha paura di chiudere gli occhi e il buio intorno è insopportabile. E' buio di vuoto, acido per chi non è pronto ancora a splendere.
    E' il coltello delle nostre coscienze lo sguardo. Lo giriamo nell'anima col pungolo per tirarne fuori le miserie , gli ori e gli spettri fumosi. Li stendiamo alla luce del sole per tutte le anime umide che sopportano le gravitazioni della terra.
    Erra eppure è sempre fissa. Seduta col suo filo spinato reso accomodante e meno dispettoso, da qualche fiore sbocciato qua e là.
    Ha lo spirito di qualcosa che ho già visto, quei sogni che ti confondono senza differenza con la realtà. E' un'esistenza già vissuta, ma la mente vagabonda si rifiuta, rigetta , copre con l'oblio.
    Il Lete che abbevera 
    i mendicanti
    E lei che spera
    che le vengano
    strappate le armi
    In tutti
    i sogni
    l'amazzone
    si denuda
    Anela
    seduta
    di perdere
    per una volta
    Lo scudo
    di riuscire
    a vedere
    Nell'eterno
    il suo 
    spirito
    nudo

  • 29 marzo 2014 alle ore 23:03
    L'odore degli zingari

    Come comincia: Guardò l’orologio del campanile e, visto che era quasi ora di pranzo, si avviò; a casa l'aspettava il piatto della domenica: coniglio agli aromi con patate e olive.
    In tanti anni di matrimonio non era ancora riuscito a capire perché sua moglie, brasiliana, si ostinasse a preparare quella specialità tipica della cucina ligure.
    Lei poi era capace di conferire a quel piatto, in apparenza semplice, gusti particolari, capaci di sprigionare sensazioni positive: gustose per il palato, ottime per lo stomaco, colorate per l'umore.
    Camminava soddisfatto degli acquisti fatti al mercatino dell'antiquariato di Borgo San Vito: un libro sui luoghi di soggiorno della Riviera, edito dal Touring in un lontano 1932; alcuni bicchieri decorati, destinati ad arricchire la sua collezione personale e una vecchia foto in una cornice di legno d'ulivo.
    Era una stampa in bianco e nero, con qualche macchia d'umidità sui bordi frastagliati, ma ancora nitida nell’immagine.
    Due adulti, uomo e donna, una ragazza e un bambino: probabilmente un nucleo familiare; alle loro spalle un paesaggio collinare e sullo sfondo il mare.
    Aprì il cancello del giardino di casa ancora concentrato su quell'immagine e quindi senza badare al cane che, praticamente al galoppo, lo stava raggiungendo; si accorse di lui quando gli buttò le zampe sul petto: troppo tardi per cercare di fermarlo.
    Riuscì, con una goffa manovra, a salvare i bicchieri; la cornice invece rovinò tra i sassi che contornavano un’aiuola e il vetro si frantumò.
    Chinatosi per raccogliere ciò che rimaneva, notò che il retro della foto nascondeva un piccolo segreto: una lettera.
    La scrittura era piccola e vibrante; si fermò a leggere.
     
    Sassello, luglio 1885
    Ci aspetta un lungo viaggio; domani, alle prime luci dell’alba, partiremo per Genova e una volta lì saliremo su di un piroscafo che ci porterà in Brasile.
    Sono spaventata, ma con i miei genitori cerco di mostrarmi tranquilla e serena; più volte mi hanno parlato di questo viaggio, del fatto che non partiamo per fame, ma per scelta e che, di là del mare, ci attende un posto dove costruiremo un mondo nuovo.
    Dicono anche che un giorno torneremo e io fingo d’essere contenta; altri però, prima di noi, se ne sono andati, ma i loro parenti li stanno ancora aspettando.
    Oggi, per salutare familiari e conoscenti, ma forse solo per rendere meno triste la partenza, abbiamo organizzato un pranzo da signori.
    Alla fine, rivolgendosi a mia madre, tutti gli invitati hanno convenuto che la Liguria perderà la miglior cuoca che c'è in giro.
    Un amico di famiglia ha portato in regalo degli amaretti: dolci molto buoni, ma anche costosi, che lui vende ad alcune persone benestanti.
    Mio padre gli ha detto che è l'unico, in paese, che riesce a togliere i soldi di tasca ai ricchi.
    L’amico pasticciere, sorridendo, ha replicato che, fra i tanti rivoluzionari, lui è l'unico capace di prendere quei signori per la gola e che, in ogni caso, dei suoi amaretti presto si sentirà il profumo in tutta la valle... e forse anche oltre.
    A tutti i costi ha voluto che li assaggiassimo prima dell'inizio del pranzo, per preparare la strada agli altri piatti.
    Zia Rita di Castelletto D'Erro, decisa a non essere da meno, ha insistito perché, subito dopo, mangiassimo anche le sue fragole; giusto per pulire il palato dai sapori precedenti.
    Lo stesso ha fatto zio Osvaldo con la copia di furmagette di latte di capra che si era portato appresso.
    Abbiamo accompagnato la prima, bianca e freschissima, con dei pomodorini aromatizzati alla menta; l'altra, stagionata e colore del fieno, con dei peperoni quadrati cotti alla brace e conditi con olio d'oliva e finocchio selvatico.
    In genere le furmagette stagionate non superano l'inverno, perché la fame le divora prima; quella invece, zio Osvaldo l'aveva voluta conservare più a lungo per verificare il cambiamento di sapore.
    In pratica oggi abbiamo fatto un pranzo al contrario.
    I piatti migliori però sono stati quelli cucinati da mia madre: "pernici allo spiedo con lardone, salvia e fette di pane fatto in casa" e subito dopo "coniglio alle erbe aromatiche con patate e olive."
    Quest'ultimo è un piatto che noi prepariamo solo in alcuni giorni speciali dell'anno.
    In apparenza potrebbe sembrare una ricetta semplice, ma non è così; dietro c'è un lavoro paziente di ricerca di alcune erbe che solo mia madre sa dove e quando trovare, ma soprattutto come dosare: che è la cosa più difficile.
    Lei afferma che tanti anni fa, con le stesse erbe, ma cambiando le quantità, alcune donne riuscivano a fare miracoli; alla fine però, proprio per quegli intrugli, erano finite sullo spiedo: come le pernici.
    A metà del pranzo è arrivato l'ambulante di Spigno Monferrato, che, come consuetudine, una volta al mese passa da Sassello; lo abbiamo invitato ad unirsi a noi, e lui, per ricambiare, ha messo in tavola una bottiglia di un amaro d’erbe preparato da sua moglie.
    Tutti hanno insistito perché anch'io lo bevessi, visto che non sono più una bambina; e poi hanno aggiunto che la prossima volta che ci ritroveremo dovrò cucinare insieme a mia madre: perché una gran cuoca basta, ma se sono in due è anche meglio.
    Alla fine, alzando i bicchieri colmi d’amaro, abbiamo brindato alla nostra amicizia e alla libertà.
    Domani mio padre chiuderà bene la casa; dice che così, quando torneremo, troveremo tutto quello che abbiamo lasciato.
    Lo spero anch’io, ma ho come l’impressione che presto qualcuno, magari nel cuore della notte, entrerà nelle nostre stanze e si porterà via mobili, oggetti e ricordi.
    A noi resteranno addosso i sapori della nostra terra lontana e l'odore degli zingari; la speranza di un mondo nuovo e la nostalgia per quello vecchio.
     
    Terminata la lettura, sentì un nodo alla gola e un senso di colpa tremendo: quasi fosse stato lui a rubare la fotografia in quella casa.
    Mangiò distrattamente e in silenzio il coniglio alla ligure; riprese a comunicare con il mondo solo quando la moglie portò in tavola i dolci.
    - Che cosa sono? - chiese riprendendosi dal torpore.
    - Amaretti di Sassello. - rispose lei e poi aggiunse: " Aspetta che apriamo la bottiglia di Moscato passito."
    -  Ma tu chi sei? - domandò l'uomo sorpreso.  - Per caso avevi dei lontani parenti liguri?
    - Una volta mi raccontarono che la mia bisnonna era cresciuta in un paese di montagna, ai confini tra la Liguria e il Piemonte, ma non ho mai approfondito. Tu piuttosto, cos'hai?  Sembri strano.
     - Niente, solo un senso di pesantezza; dovevo mangiare meno, e in ogni caso il dolce lo lascio per stasera.
    - Ti porto un amaro alle erbe, l'ho trovato alla Coop tra i prodotti tipici; dicono faccia miracoli.
    Quando la moglie mise in tavola la bottiglia, lui lesse ad alta voce l'etichetta: " Amaro di Spigno Monferrato".
    Non aggiunse altro.
    Lasciò la cucina e si spostò in sala per sistemare i bicchieri comprati al mercatino; su uno di questi erano disegnate tre torri e subito sotto portava la scritta: " Ricordo di S " il resto risultava illeggibile.
    Senz'altro era lo stemma di qualche paese, ma non approfondì, e nemmeno interrogò la moglie in proposito; capace che gli dicesse che quello era lo stemma del comune di Sassello.

  • 28 marzo 2014 alle ore 20:51
    Zero a Religione

    Come comincia: " Non è che io non credo in Dio, io ci credo fermamente, credo in un Dio accentratore dell' Energia Universale, bilancia degli equilibri Cosmici, scintilla di Vita di ogni essere e creatura. Io credo in un Dio supremo a tal punto da non aver nemmeno la voglia di giudicarci . La differenza tra la mia " religione " e le altre è che io non lo cerco in chiese, moschee, templi, rituali, pergamene, o stauette. Non lo cerco nei testi sacri, nelle tradizioni o nei sacramenti. Io cerco Dio in ogni gesto gentile, in ogni buona azione, in ogni stretta di mano sincera o nel semplice miracolo della procreazione. Lo trovo nello sguardo di un canino impaurito, o nella lacrima di un sentimento ferito, lo vedo nei passi lenti degli anziani e nei colori dei fiori. Lo ammiro uscire in tutti i sorrisi dei bambini e amo ascoltarlo in quello strano brusio che fa un gatto quando è rilassato. Da sempre l'uomo a cercato di dare un'immagine a Dio, un ruolo, un compito, quando sarabbe bastato cercare un specchio e guardasi intorno. "

  • 28 marzo 2014 alle ore 15:23
    In partenza (Ieri finirà)

    Come comincia: Non aveva ancora finito di leggere quella lettera che s’era portata dietro, una sequela di luoghi comuni e di frasi fatte da rifare, quando sua moglie si sporse verso di lui e disse: “A cosa pensi, Antonio?”. Quando lo chiamava Antonio, qualcosa probabilmente non andava. E qualcosa, in quel momento, non andava davvero: alla fine della lettera mancava solo il cognome (il nome c’era, c’era eccome), sulla busta che la conteneva erano state impresse due labbra rosse di rossetto - lui adorava quel colore, e il suo cuore sobbalzava al solo riconoscerlo - e la sera prima aveva proposto alla loro proprietaria di fuggire insieme. Il cielo, dal finestrino, sembrava un mare sottovetro e sporco; gli alberi si affrettavano lungo la strada. Antonio non sapeva, a dire il vero, se sua moglie avesse intuito o meno del rapporto fra lui e Linda. Sperava di no. Quello stesso pomeriggio avrebbe preso un altro treno per partire con lei. Era la sua occupazione preferita, studiare fughe come quando era bambino. “Dalla meta capisci il viaggiatore”, aveva letto una volta. Ma non sapeva se ce l’avrebbe fatta sul serio: doveva rispettare le coincidenze, e finire di leggere la lettera, e sopportare la sfuriata di sua moglie, di lì a poco. Che infatti non tardò.
    “Troppo pensieroso, per i miei gusti. Quale altra scommessa hai perso?”. Giulia s’era stretta nelle spalle aggiustandosi il bavero; una sua mossa tipica, da vecchia matrona, che Antonio non aveva sopportato mai. Meno male che fra poco arriviamo, si disse. Controllò l’orologio e notò che mancava un quarto a l’una. A l’una e cinque si sarebbero fermati. Nella lettera al rossetto c’era scritta la destinazione che Linda aveva scelto per la loro luna di miele illegale: Antonio la pregustava come l’isoletta di sugo sulla pasta.
    Però intanto c’era Giulia.
    “Sempre calcio, calcio… so io dove te lo darei. Con quella faccia da morto che ti ritrovi, sempre a pensare a cose inutili !”.
    Sempre gentile, la cara vecchia Giulia.
    Per fortuna il controllore l’aveva tratto in salvo: ad Antonio era bastato il fruscio delle tendine luride del treno, lo spostamento d’aria della porta a scorrimento, per tornare a sentire su di sé i raggi del sole.
    Il silenzio di Giulia, che cosa sopraffina. Specie se unito a quel bacio stampato sulla carta.
    Giusto, la lettera!, pensò Antonio, rifugiandovisi senza proferire altra parola. Perché lì, in mezzo alle frasi fatte e alle sdolcinatezze, sotto il velo sottile di sudore profumato di una mano indaffarata, dietro la scia di grasso vermiglio lasciata dal rossetto; fra tutte quelle cose, c’era scritto il suo destino. Che - qualche volta capita - in tal caso era anche una destinazione.
    La profezia era tutta in un “Ti aspetterò al treno per Venezia”. Il sigillo in un “Per sempre tua”. Di una banalità adorabile.
    “Anto’, ma che leggi?!”, sparò Giulia, facendolo sobbalzare. Per poco la lettera non sgusciò via dal suo astuto nascondiglio: la pagina sportiva della gazzetta locale. Banale pure quello - evidentemente era una cosa contagiosa. “N-n-niete Giulie’, che devo leggere? Controllo i risultati… Non sia mai stavolta c’ho azzeccat…”.
    “E ti pareva! Pure rosso ti fai per quelle quattro stronzate. Secondo me sei arrivato al punto che devi curarti !”, lo interruppe lei, riaggiustandosi il bavero. E Antonio pregò che il treno si trasformasse in aeroplano, e che ci fosse un sedile ad espulsione come nelle auto d’epoca. Ma quello era un treno vero, e purtroppo sapeva (e poteva) soltanto fischiare; almeno, così era una volta. Ora al posto del fischio, una voce metallica e monocorde annunciava l’imminente arrivo nella stazione più vicina.
    La loro.
    Giulia si alzò in anticipo e uscì, lanciando un’occhiataccia al povero Antonio, che intanto estraeva accuratamente, ma non senza emozione, l’amatissima lettera dall’interno del giornale. Era stravolto, il momento era vicino, e le distanze s’accorciavano come il suo fiato. Ebbe a stento l’accortezza di calar giù il bagaglio dalla mensola, e nella sua goffaggine si lesse traditore attraverso gli occhi altrui. Specialmente di Giulia.
    Nel corridoio stretto ed affollato, in attesa di poter scendere, ripensò al suo piano: dopo aver lasciato il giornale sul sedile dello scompartimento, avrebbe avuto il giusto pretesto per simulare un attacco di panico davanti a sua moglie. “Cazzo, la schedina, la gazzetta! Va a finire che stavolta ho vinto qualcosa e me lo lascio sfuggire perché non ci sto con la testa… Scusami, tesoro, torno subito!”.
    È proprio così che avrebbe detto, all’uscita dalla stazione. Sarebbe corso via così, per non tornare più indietro.
    “Anto’… ti svegli?”. Le unghie laccate di Giulia le si agitavano davanti al viso come l’ala di un piccione.
    Antonio si scusò con un sorriso docile - forse troppo, pensò, col rischio di suscitare qualche sospetto. Dopodiché furono fuori, lui davanti a lei per farle strada, con la valigia piena di piombo in una mano e il bacio stampato a tamburellargli nella tasca sinistra dei pantaloni, affianco al pugno chiuso.
    Ogni metro fu percorso a nuoto nel miele, con il sudore che disegnava strani monili sulla fronte e il cuore che batteva all’impazzata. Antonio si sforzò di non guardarsi attorno per vedere se lei era già lì, se anche la serendipità era intervenuta a benedire quel mattino di fine inverno col cielo così blu da fare male agli occhi. A dirla tutta, riuscì a mantenersi più che discreto mentre gettava uno sguardo sul tabellone dei treni in partenza, cercando Venezia e trovandola, gialla e splendidamente lampeggiante, in cima agli annunci.
    Binario 2, 10 minuti alla chiusura delle porte.
    Antonio capì che doveva affrettarsi. Per fortuna, il riquadro luminoso dell’uscita era davanti a loro: a lui e a Giulia. Così iniziò immediatamente a simulare: si batté una mano in fronte e finse; finse fino in fondo d’essersi dimenticato.
    “E ti pareva pure questa! Sei un disastro, diamine!”, ringhiò sua moglie, terminando il ringhio in uno sbuffo. Poi disse qualcosa di simile a ‘sbrigati’, solo che Antonio non poté sentire, perché già non c’era più. 

  • 27 marzo 2014 alle ore 12:55
    Velia , Parmenide e l'eredità culturale

    Come comincia: Narra Strabone:-
    “Chi doppia il capo (Sinus Paestanus)  trova contiguo un altro golfo, in cui è la città che i colonizzatori Focei chiamano  Elea, da cui vennero Parmenide e Zenone Pitagorici. A mio parere, a causa di quelli furono ben governati anche in antico e perciò resistettero ai Lucani e ai Poseidoniati e ne risultarono più forti, benché inferiori e per estensione del territorio e per numero di abitanti.”-
    Da queste poche frasi siamo già in grado di comprendere l’importanza di uomo politico che ebbe Parmenide per la città di Velia; nella quale ancora nel IV sec. si parlava e si scriveva in greco ed a cui il Senato romano aveva riconosciuto il diritto di conservare i caratteri della grecità.
    Lasciamo adesso la parola su Velia all’archeologo che più l’amò, ossia Mario Napoli:- (Civiltà della Magna Graecia-Gennaio 1985)
    “Dati obbiettivi fanno oggi di Velia un terreno ideale per la ricerca archeologica. Infatti, mentre molte città della Magna Graecia, e basterebbe ricordare Neapolis, Reggio e Taranto, hanno continuato a vivere oltre i tempi dell’età antica, senza soluzione di continuità, per cui vivendo hanno cancellato quasi ogni traccia del loro passato, e mentre di molte altre città o si ignora il sito preciso, o fatti dovuti all’uomo e alla natura hanno distrutto tutto o grandissima parte, Velia è, invece, attualmente disponibile per il piccone dell’archeologo.”-
    Mario Napoli ci spiega che:-”La linea della spiaggia era molto più arretrata, per cui il  colle, sulla quale è l’acropoli, in antico si protendeva nel mare, e tutta la collina, sul crinale della quale corrono le mura, divideva l’abitato in due quartieri urbanisticamente distinti. Il quartiere settentrionale, più piccolo, era in funzione del porto fluviale alle foci dell’Alento, che in età antica scorreva leggermente spostato a sud, nel suo tratto finale lambendo il colle di Velia e sfociando immediatamente a monte dell’attuale strada provinciale.”- L’archeologo parla poi delle isole “Enotridi”, attualmente riconoscibili in quanto unici punti calcarei nella piana alluvionale; queste furono ricordate da Strabone e da Plinio (N.H., III, 85) che le ubica con precisione “contra Veliam”, denominandole Pontia et Isacia.  Il piccolo villaggio in “poligonale” venuto alla luce sull’acropoli potrebbe essere la “città” Enotria che i Focei “conquistarono”.  Per quanto riguarda il quartiere meridionale, più ampio del settentrionale, questi aveva un suo porto ai piedi dell’acropoli ed un altro doveva possederlo alle foci della fiumarella Santa Barbara; possedeva  un carattere politico e residenziale e coincideva, secondo il Napoli, alla città costruita dai Focei dopo il 540 a.C.. Il quartiere subì, nel tempo, numerose trasformazioni, specie nella zona portuale, a causa dell’insabbiamento dovuto al mare ed a fatti alluvionali. tra la fine del IV e gli inizi del III sec. a. C., avvenne difatti una  seconda trasformazione che interessò anche la parte del quartiere  oggi visibile ai nostri occhi. L’importanza dei lavori costrinse anche al potenziamento delle fabbriche di mattoni velini, ma, a conti fatti, l’urbanistica non ne venne di molto mutata, a parte l’impossibilità dell’uso delle aree portuali. Per quanto riguarda l’acropoli, che è posta fuori del giro delle mura, questa, con un suo ingresso, appare ben differenziata rispetto ai due quartieri precedentemente annotati. Vi sono state rinvenute ceramiche greche appartenenti al 540 a.C. e si profilano in essa le fasi più antiche della costruzione di Velia. Abbiamo ricordato il villaggio in poligonale, il quale verrà successivamente coperto da un grande muro di terrazzamento verso il 480 a.C.  su cui, nel punto più alto, sarà costruito poi un tempio ionico che appare oggi con una parte dello stereobate. La strada di accesso all’acropoli risale alla terza fase costruttiva , ossia tra la fine del V e gli inizi  del IV sec. a.C. L’elemento di congiunzione tra  i due quartieri, settentrionale e meridionale è  proprio la strada  che, partendo da l porto sull’Alento, penetra da Porta Marina Nord nel quartiere settentrionale, si inerpica sul colle e, attraversando Porta Rosa, discende verso il quartiere meridionale  uscendo da Porta Marina Sud. La famosa “Porta Rosa”, regalataci dall’arguzia e dalla tenacia di Mario Napoli, venne scoperta, come narrano gli stessi operai presenti, quasi per caso. Ma occorre dire che l’archeologo aveva da sempre “intuito” la presenza di un collegamento tra i due quartieri. Si racconta che, in una qualsiasi giornata di lavoro, gli operai, durante una pausa, parlassero all’archeologo di un posto, chiamato in dialetto “voccolo”, dove i pastori si riparavano dal freddo con le pecore, perché formava nel vano della montagna una specie di grotta; fu questa la “illuminazione” che spinse Napoli a cominciare gli scavi proprio in quel luogo dove, alla luce del tramonto, comparvero i primi massi di Porta Rosa, colorati dal sole crepuscolare, di rosa. Essendo proprio “Rosa” il nome della moglie,  Mario Napoli volle battezzare così la splendida costruzione  datata circa alla metà del IV sec. che apparve in giorni successivi di scavo. Ecco come lo stesso archeologo la descrive:-
    “è il più splendido monumento di architettura civile della Magna Graecia. Il solenne arco, costruito in conci radiali, senza malta, costituisce l’anello di congiunzione  tra le espressioni architettoniche simili dell’area greca del Mediterraneo orientale ed il mondo occidentale, e ci chiarisce attraverso quali tramiti  l’area etrusco-laziale abbia appreso a costruire archi a conci radiali. “-
    Difatti, sino alla scoperta di Porta Rosa, si era stati propensi ad attribuire proprio agli etruschi “l’invenzione” di tale tipo di porta, pur tenendo conto che, fin dalla preistoria era in uso una sorta di arco (detto falso arco) costruito non da conci rastremati bensì da pietre piatte per cui era logico pensare che la tecnica costruttiva si fosse affinata poi nel tempo, utilizzata di volta in volta dagli egizi, dai babilonesi , dai greci , (i quali li usavano generalmente nelle costruzioni civili, quali magazzini e fognature), dagli assiri, a cui si devono i primi palazzi con soffitti ad arco e dagli etruschi, che li utilizzavano  soprattutto nei ponti e nelle porte. E’ interessante annotare che, in Moio della Civitella, gli scavi sistematici diretti da M. Napoli nel 1966, riportarono alla luce un “frourio”, ossia un centro fortificato, con le fondazioni di un grande ambiente quadrangolare in cui era inserita un porta ad arco e mura  (detta porta del castagno), risalente al IV sec. a.C.
    Nel tempo, dopo l’interramento dei porti, che sempre più impediva le un tempo fiorenti attività commerciali di Velia, la città venne lentamente abbandonata dagli armatori e dai sapienti medici locali a cui le alluvioni avevano sottratto le terme e gli ambienti di lavoro, coperti dal fango. Nell’VIII sec. d.C. le acque alluvionali seppellirono col fango e coi detriti il quartiere meridionale  e l’edificio, presentante i caratteri di una basilica paleo-cristiana, nella quale si vuole fossero stati conservati i resti di Matteo Evangelista. Gli abitanti furono costretti a trovare sistemazione sull’acropoli e, successivamente all’occupazione Longobarda, la Velia di Parmenide si avviò a finire.
    Ma non può spegnersi invece il ricordo di quanto significhi, per noi meridionali in particolare la storia di questo passato illustre di filosofia, scienza, arte e cultura, compendiamolo con il ricordo di Parmenide da Elea, da molti considerato il fondatore della scuola Eleatica. Dei suoi scritti sono rimasti solo alcuni frammenti del poema in esametri sulla natura, ma resta il fondamento del suo pensiero:- solo l'"essere" è, esiste ed è pensabile, mentre non è pensabile la non esistenza dell'essere o l'esistenza del non-essere; questo, in quanto ciò che non è, non esiste e perciò non è pensabile. Dell'essere Egli asseriva che esso è imperituro, atemporale, intero, continuo, indivisibile, unico, immobile e sferico. L'essere, in quanto immutabile, per Parmenide non si conosce per mezzo dell'esperienza sensibile, mutevole per definizione, ma grazie alla ragione.   Parmenide ci spinge dunque a non restare bloccati nel “tangibile”, ma ad usare “la ragione” a spingere la logica e l’intuizione oltre il visibile, a far volare veloce la navicella spaziale dell’ingegno umano nell’universo, per esplorare con la mente territori che, al momento, nessun uomo può raggiungere con i mezzi che la scienza mette a disposizione. La storia della civiltà insegna all’uomo che i grandi pensatori del passato, con la ragione e l’intuizione, hanno varcato i cieli del visibile, descrivendo cose di cui soltantosecoli dopo la piccola e frammentaria scienza umana ha potuto dimostrare l’esistenza. Oggi la filosofia e la scienza camminano vicine e la cultura continua a rappresentare il faro di luce nelle tenebre dell’ignoranza, dell’indifferenza, della brutalità, della sopraffazione...
     

  • 24 marzo 2014 alle ore 16:15
    Volare Significa Credere, Aurea Resurrezione

    Come comincia: OCEANO e GEA come dinosauri, Titani senza volto dominavano il mondo, come pianta senza Sole o anima senz'amore. Quando i peccati pesavano come lacrime sul viso, e il bene risiedere su un territorio irriso, più lontano delle Caroline, più profondo delle Marianne. Vivevo nel nulla prima del Tempo.
    Il Perdono e l’Amore le mie uniche armi, sostituiscono la vendetta e l’odio, trapassano come la notte e il giorno nell’oblio del mondo.
    Il destino, il riflesso dei miei fratelli sulla mia pelle… Se vuoi slanciarti verso i Cieli, devi prima aver toccato il fondo.
    Oh mia famiglia, miei fratelli… il vostro volto, il vostro riflesso riecheggerà lucido tra le mie ultime lacrime, che come pioggia d’estate vi rinfrescheranno l’anima, scivolando dolcemente sui nostri ricordi.
    Megiddo il mio ritorno attenderà, continuate a Volare e a Credere!
    Gravitoni, come un’alba, come un esplosione sorgono dal mio cuore, innalzando una nuova via, un ponte tra due mondi. Sono qui, l’Iperuranio ad un soffio d’angelo, ora sento il vuoto colmare il nulla, un’aria preme sul mio nuovo respiro, petali invisibili mi sfiorano l’anima e una spirituale armonia sfocia in me. Peccati, leggeri come pianeti, pesanti come uccelli appaiono ai miei occhi.
    Grandi sognatori di Campi Elisi con me vivono, la Fine di tutte le Cose mai giungerà, poiché in natura tutto è circolare!
    Io ho scelto il colore del mio tramonto, un’Alba può cambiare una Vita e la Vita un Tramonto!
    Sarò solo più lontano, la lontananza non elimina il Creato, ma lo rende… Invisibile! Fabio Meneghella

  • 24 marzo 2014 alle ore 11:11
    Il computer di Martino

    Come comincia: Martino era un bambino molto svogliato. A scuola tutti lo deridevano perché era l’ultimo della classe.
    Troppe volte sbagliava i compiti, quello che a lui interessava era il suo migliore amico: il  computer.

    Un giorno, mentre stava giocando, accadde una cosa stranissima …
    a sua sorpresa, vide uscire dallo schermo tante lettere che si tenevano per mano.
    Strabiliato, cercò di afferrarne una, per vedere se era solo la sua immaginazione, ma la lettera A,  gridò forte: “Ahiii, mi fai male!”
    Martino rimase ancora più sorpreso nel sentirne la voce.
    Con molta reticenza e con un po’ di paura, cercò di afferrare la lettera M che, rivolgendosi a lui disse: “Ma cosa fai, stai attento a non rompermi una gamba!”
    Martino sempre più sorpreso domandò:
    “ Ma siete vere?”

    Le lettere risposero in coro: “Sì certo, siamo uscite dallo schermo per dirti di lasciarci un po’ in pace.”
    “Io non ho fatto nulla,” rispose, “come in pace?”
    “Tu non fai altro che metterci nel posto sbagliato, ancora non sai né parlare e né scrivere, faresti bene di prendere un libro e imparare, al posto di giocare sempre; con il computer si fa anche altro, ad esempio, studiare!”
    “Studiare? Non ci penso nemmeno!” Replicò Martino, ridendo.
     “Ecco, vedi?Abbiamo ragione noi! Siamo qui per toglierti la parola, fin quando non saprai scrivere e parlare correttamente.
    Le lettere fecero un girotondo componendo una frase:
    “Finché tu non studierai resterai privo di lettere e consonanti!”
    Martino riuscì a leggere appena, che tutte le lettere rientrarono nel pc, poi si mise a ridere, ma dalla sua bocca non usciva nessun suono, pensò che per un momento le sue orecchie si fossero otturate. Si mise davanti allo specchio e cercò di pronunciare una parola, che non uscì, gridò forte dalla paura, ma anche questa volta nessuno lo sentì; iniziò a piangere e le lacrime uscivano silenziose, senza che un lamento le accompagnasse.
    Martino corse al pc e con il pensiero pregò le lettere d’uscire di nuovo, ma nulla accadde.
    Allora prese carta e penna per scrivere, ma neppure sulla carta la penna lasciava traccia di quello che scriveva.
    Disperato uscì in strada, pensando che era solo uno scherzo di qualcuno, fermò un suo compagno di scuola e quando gli parlò, nessun suono la sua bocca pronunciò.
    Il suo compagno lo guardò e conoscendolo, disse: “ Sei sempre il solito burlone!”
    Martino capì che, l’unica cosa che gli restava da fare era di mettersi a studiare.
    Corse in camera, prese la grammatica ed iniziò a leggere le regole, imparò a memoria i verbi, sfogliò le pagine del suo computer, solo per apprendere e non giocare.
    Poi, con la mente, recitò quel che aveva imparato, studiò la storia che fino a quel momento non aveva mai appreso, cercò di mettere alla prova il suo sapere, ponendosi delle domande, ma ancora non sentiva la sua voce; cercò di scrivere, ma ancora niente, erano ormai passati molti giorni e la speranza di ritrovare le lettere dell’alfabeto rimase vana.
    Martino in lacrime accese il pc, sperando che le lettere avessero pietà di lui …

    La notte arrivò e lui, stanco, si addormentò davanti allo schermo acceso del computer.
    Quando la mattina si svegliò, sullo schermo del pc trovò la scritta: “ Prova a scrivere”
    Martino subito prese un foglio bianco e come vi poggiò la penna sopra, iniziò a vedere le lettere che scriveva.
    Finalmente era stato premiato per i suoi sforzi. Un grido di gioia uscì dalla sua bocca, anche la voce era ritornata, che gioia! Poteva di nuovo parlare e scrivere.
    Da quel giorno, i compagni di classe non lo presero più in giro e Martino capì quanto fosse importante studiare.

  • 18 marzo 2014 alle ore 16:17
    Fermata Fortuna

    Come comincia: Fermata Fortuna. Facoltativa. Aspetta, dimentico del tempo. Fra le labbra spente, un nome, una storia sbiadita… Non si fa vedere. Solo il dolore sale dalla porta anteriore aperta come periscopio. La solita smorfia gli s’incolla sul viso.
    La rosa rossa profumerà, come le altre, la bocca del piccolo cimitero dei rifiuti dietro l’hopital che avvolge, ormai, il suo cordone ombelicale e bagna la sua retina di nervi disseccata dall’angoscia. Il giorno chiude e riapre, sempre uguale.
    La notte si nutre di disperazione, aggrotta arrabbiata le sopracciglia raggrinzite e disdegna la misericordia della blanda luna. Sulla riva del sogno non è bene accolto nemmeno il sorriso.
    Frana il silenzio. Nel microcosmo dell’ultima goccia estremi pensieri in vitro si ingarbugliano nella spirale del vuoto dove il sentimento della speranza
    (forte da sentire), soavemente leggero, si accomuna col sospeso stupore per la vita. Dietro lo specchio insetti iniqui tendono agguati passionali in un fondo senza appigli. Federico ci cade con pesante passione. La corda di sangue che aveva legato al chiodo rovente dell’amore, si è bruciata e la comprensione ghiaccia gradualmente sotto la cenere sepolcrale dell’addio.
    Nella mestizia dei giorni la fermata Fortuna è diventata obbligatoria nonostante egli
    vede,anche di giorno, ciò che in sogno ha paura di vedere. Con mani scorticate continua ad impastare residui di felicità che ha conosciuto quando lei, metropolitana abitudinaria, salì, per la prima volta, sul vecchio tramvai alla fermata…
    La storia che il tempo scrisse con il sole, l’acqua e il vento, sono la fotocopia di tante altre.
    Di tutti i colori rimasti solo il verde non è sbiadito.