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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 25 agosto 2014 alle ore 12:37
    Anamour, Edizioni Creativa 2014.

    Come comincia: capitolo 2_ Solitario
    Gli tengo in piedi la casa perché da solo si perde, questo

    mi ha detto. Fa quasi tutto, ma poi gli manca

    l’attenzione al passar dei giorni e si trova con montagne

    di roba sul tavolo, nei lavelli, e polvere che appare su

    ogni cosa ... non se lo spiega, la vede lì, cresciuta dal

    nulla, e si ferma a osservarla.

    Ha voluto che ci conoscessimo a pranzo, appena arrivati

    in terrazza – era tutto apparecchiato per bene – si è

    presentato: mi chiamo Silvio, mi ha detto.

    Ha preso a parlare come un ruscello che sgorga, fragile,

    dal terreno e te ne accorgi quando la terra si fa scura

    caricandosi d’acqua.

    Così le sue parole, subito piccole, quasi casuali, si sono

    riempite di significato dando vita a un racconto troppo

    intimo per un primo incontro.

    Ora dice che, da quando le sue donne l’hanno lasciato,

    non è più interessato alla vita come vorrebbe.

    Vive di istanti che cuce l’uno assieme all’altro, ma fa

    fatica a cogliere un filo che li unisca come in una storia.

    Si trova solo da poco ma era da tempo destinato a

    questo stato.

    Ha fatto troppi errori che, sommati l’uno all’altro, hanno

    creato una situazione che mi sembra irrimediabile.

    Lo osservo un po’ inespressiva e lui riattacca a parlare

    come se si dovesse liberare di tante piccole noie, stese

    sull’anima come la polvere compatta di tanti giorni.

    Continua spiegandomi perché sta da solo in una casa così

    grande.

    Sua moglie, distratta, ce l’ha lasciato dentro ... senza

    chiedere nulla. Una volta ancora.

    Non ha mai chiesto nulla se non certezze, l’unica cosa

    che lui non avrebbe mai saputo darle.

    Cose come un bel sorriso quieto, una mano tesa

    immobile a mezz’aria, un pensiero cortese, una

    formalità ripetuta uguale a se stessa ogni giorno.

    Giunta allo stremo, nel colmo dell’insicurezza

    economica, ha deciso di partire.

    È scappata come davanti a un uomo violento. Fuggita da

    quelle ombre che incontrava ogni giorno, ormai da troppi

    anni.

    Sagome scure irriconoscibili, disegnate coi margini netti

    e tenaci di un’incomprensione sottile, colma di silenzi

    lontani.

    È sparita mettendo in fretta in borsa quei silenzi

    trasformati in distanze incolmabili. Punti interrogativi

    atrofizzati, timidi, che non meritavano più attenzione.

    Mi racconta tutto e, a questo punto, fatico a seguirlo.

    Un po’ in ansia per l’avvicinarsi dell’appuntamento che

    ho nel pomeriggio, osservo la cura con la quale serve il

    pasto come un atto mirato a calmarmi.

    Deve essersi reso conto di quanto tempo ha passato a

    parlare o, forse, si tratta semplicemente di un’abitudine

    costruita negli anni.

    Nulla che abbia a che fare col rispetto per l’ospite né,

    tanto meno, col fascino che le mie poche, attente,

    parole possono aver avuto al suo orecchio.

    Frasi brevissime sparse qua e là nei pochi momenti di

    silenzio.

    Utili per vendersi al meglio forse, e che mi trovano

    silenziosa ed esausta un attimo dopo esserci riuscita.

    Le risento stentate, forse troppo mielose per produrre

    fascino, me ne rendo conto al cambio di piatto al suo

    ritorno.

    Ho vissuto sempre dentro di me in questi primi mesi

    dopo il mio ritorno, attaccata e centrata sui miei

    pensieri.

    Tanto da scordarmi che il mio aspetto suonava in

    perfetto accordo con la mia voce: nulla oltre pulizia e

    ordine.

    Unghie pulite, non curate, capelli pettinati non

    immaginati, abiti anche troppo stirati, ma banalmente

    comodi.

    Nessun vezzo che esprima il mio amore per il ballo o

    trasformi qualsiasi altro sentimento in un tratto della

    mia immagine.

    Volevo quel preciso aspetto e, allo stesso tempo, lo

    pativo come una punizione.

    Allo stesso modo provavo un certo piacere a confortare

    quell’uomo ma non potevo che farlo in quel modo:

    sufficientemente programmato da sembrare solo

    corretto e un po’ freddino, ad alcuni forse addirittura

    falso.

    Comunque, stanca di quella lunga confessione,

    approfitto della sua assenza in cucina per il caffè o

    chissà cos’altro, mi bastano pochi secondi di vuoto sulla

    terrazza, il vapore caldo che producono ancora i tetti

    che tremano come in un miraggio e scappo via con la

    mente.

    I ricordi sono ancora lucidi, è passato poco tempo dal

    mio ultimo viaggio.

    Parto verso la pioggia quotidiana che segue le mattine

    ventose.

    Vedo le nuvole che scendono dalla cordigliera, il verde

    impenetrabile dei parchi del fine settimana e, lontani di

    giorno e prossimi la sera, i tuguri del bàrrio sulle prime

    pendici a est.

    Ogni colore vivido come gli schizzi di tempera sul foglio

    bianco della mia Stella, ogni foglia pesante dell’ultima

    pioggia subita.

    Sento il profumo della mia terra bagnata e l’odore dei

    freni della Transmilenio sui lunghi binari in discesa.

    La puzza del quartiere con le sue lucine fioche che

    ciondolano, lente, nel buio dei cavi elettrici rubati.

    La voce della gente ... per ultima, sfumata, quasi assente

    fino al silenzio e il suo viso, quello dell’uomo che mi ha

    costretta a fuggire.

    Un viso che sfuma via in fretta su quello di Silvio che

    riappare.

    Ordinato, capelli troppo pettinati anche lui come me ma

    diverso, mi guarda e si accorge che sono partita.

    Deve aver realizzato, anche se non lo spero affatto,

    l’aspetto innaturale di quel pranzo sulla terrazza.

    I tempi troppo dilatati per un primo incontro, l’intimità

    artificiale, forse anche la mia fretta inopportuna e

    improvvisamente vivace.

    Si scusa con poche parole informali, che confermano le

    mie sensazioni, e porta via tutto accatastandolo in

    cucina malamente, con qualche rumore.

    Salutandomi, davanti al caffè della moka, mi dice che

    non è la solitudine a dettargli le mosse e, che gli creda

    per cortesia, intendeva solo mostrare il giusto rispetto.

    Appena scese le scale mi chiama al telefono e mi dice

    che allora, se per me va bene, cominciamo pure da

    domani, e si scusa ancora.

    Ho passato qualche ora, al lavoro nel pomeriggio, su

    quelle due frasi “mostrare il giusto rispetto” e “se per

    lei va bene”, senza capirle.

    Dopo qualche settimana, avendo preso un po’ di

    confidenza, davanti a un altro caffè mi ha raccontato il

    perché della sua solitudine.

    Era una situazione più naturale, ero più presente anche

    io, oltre che libera nel pomeriggio.

    Produceva il busto di papa Giovanni, mi ha detto.

    Ogni anno ne aggiornava il disegno.

    Gli umori della gente inseguono il mutare del tempo e lui

    faceva lo stesso col busto del “papa buono”.

    Un giorno arriva un commerciante che gli propone di

    produrli in Cina.

    Lui, visto troppo vicino il nemico, decide di diventarne

    socio.

    Tre anni dopo le copie perfette del suo modello invadono

    tutti i negozi del Vaticano.

    Le scopre anche sulle bancarelle di Piazza Navona, senza

    che siano transitati dal suo ufficio commerciale e capisce

    che il socio orientale ha scelto di fargli la guerra.

    Di schianto si accorge dell’errore.

    Il fatturato che, di lì a poco, diventa un terzo del mese

    prima e sempre peggio.

    La gente che deve mandare a casa dopo mesi di lotte e

    salti del cuore.

    Non riesce a parlare a nessuno di ciò che nemmeno lui

    accetta.

    Una sera, però, abbandona il suo mutismo e decide che a

    sua moglie ne deve parlare.

    Sbaglia il momento o i modi forse.

    Lei non lo capisce o comunque non gli scusa l’errore.

    Anzi, di fronte alle cifre che le svela mano a mano che le

    domande si fanno più precise e pressanti, lo lascia e di

    colpo quel mutismo si trasforma in silenzio: puro,

    equilibrato e finalmente intimo.

    Le figlie vanno con lei e, poco dopo, lascia il lavoro

    anche l’ultimo dipendente dell’azienda, anch’essa ora

    colma di quello stesso silenzio che sembra ancora più

    assoluto e desolante per quanto è stato improvviso.

    Vede spesso le figlie.

    Ora lo guardano con gli occhi della madre, è normale

    dice, ma lui aspetta con quanta più calma riesce a

    tenere: cresceranno.

    Ha mollato, d’un botto, tutto ciò che parlava di sé: il suo

    ufficio, la politica, la finanza, il partito e gli eventi.

    Da allora passeggia per i vicoli del Vaticano nel tardo

    pomeriggio e, prima o poi, tornerà a lavorare, dopo che

    il tempo avrà cambiato umore.

    Mi racconta tutto questo non riuscendo a nascondere uno

    strano piacere che, di nuovo, non capisco.

    Sottolinea gli sbagli commessi col ritmo lento della voce.

    Sembra volerli memorizzare mettendoli in fila come i

    panni ad asciugare, ben stesi che non ti facciano patire a

    stirarli.

    Riesce a piangere solo quando suona la musica.

    Si chiude nelle note tutti i giorni dalle nove del mattino

    sino a quando vado via, verso l’ora di pranzo, attraverso

    Via del Boschetto.

    Prima di uscire lo vedo che apre la porta di quella

    camera col pianoforte enorme nero e lucido.

    Noto in lui uno sguardo un po’ più leggero, non certo

    spensierato ... sollevato piuttosto.

    Mi rivedo in quegli occhi quando affamata riesco a fare

    uno spuntino, piluccato tra un lavoro e l’altro.

  • 19 agosto 2014 alle ore 23:27
    Tu, che ci sei, non essendoci.

    Come comincia: Il nostro non fu un vero incontro o meglio, sono io che ti incontrai. Ciò che vedevo di te era poco, o quasi niente, una piccola ombra proiettata sul pavimento del negozio. Io aspettavo che la mia amica mi chiamasse per chiedermi quale fosse migliore tra una maglietta viola scolorita e un giacchettino a jeans borchiato, e tu invece eri da sola che, dall’altra parte della fessura, ti cambiavi continuamente. Erano le tue caviglie, quelle che vedevo sul pavimento, un cerchietto, che sembrava fosse d’argento, toccava la tua caviglia provocando un docile suono. Ti alzavi sulle punte per provarti il pantaloncino e poi aspettavi inerme qualche minuto, per decidere se ti stesse bene o meno. La mia amica, di nome Carla, mi chiamò, e mi riportò subito sulla terra ferma. Mi chiese che stessi facendo e io risposi con qualche monosillabo sottovoce. Commentai, e chiusi la porta, ma quando mi diressi dall’altra parte per continuare a sognare, e attendere la tua uscita da quel camerino, tu non c’eri più. Al tuo posto, fissa sul pavimento, c’era una piccola sedia con qualche vestitino sopra. Vidi un camicetta di pizzo bianco, forse troppo grande per il tuo docile corpo che immaginavo nella mia mente.
    Ciò che vidi di te, furono solo le caviglie, con dei lineamenti così precisi e morbidi, che leggiadri si muovevano sul pavimento. E poi il nulla, andai via, e pensai tutta la sera a quanto sarebbe stato bello incontrarti, al nostro primo appuntamento mancato, ai nostri viaggi persi nei sogni, e a te, che di te, non sapevo nulla.

  • 18 agosto 2014 alle ore 18:30
    LA PASSIONE E L'AMORE .

    Come comincia: La marchesa si dilettava a parlare francese così l'Albertone poteva sfoggiare la sua lingua straniera preferita.
    Fuori dalla stazione troneggiava la Silver Cloud III. come sbagliarsi, ad un cenno di Alberto l'autista di precipitò a prendere la valigia dell'ospite e poi aprì la portiera posteriore dell'auto, Alberto la richiuse posizionandosi sul sedile al lato dell'autista.
    "Senta Alfredo, anche se lei è più anziano di me vorrei che ci dessimo del tu, i romani lo fanno non per invadenza ma per un rapporto più amichevole."
    "Come vuole lei, anzi tu."
    Il viaggio fu piacevole, pian piano l'auto percorreva strade in salita, sempre più in salita.
    "Alfredo fra poco arriveremo sulla cima dell'Etna!"
    "No signore, anzi Alberto, siamo quasi arrivati."
    Dinanzi ad un cancello Alfredo azionò un telecomando.
    "Vedi, là in fondo in quella dependence alloggiamo noi della servitù: Carmela la cameriera, Alfio il giardiniere e Cettina la cuoca."
    Al suono del clacson comparve Gea.
    "Benvenuto, mi segua, le mostrerò la sua camera, Alfredo..."
    "Alfredo ha finito il suo compito, la valigia me la porto io."
    "Colazione alle 13,30."
    "Ma io ho già fatto colazione...va bene ho capito."
    Alberto troppo tardi aveva compreso che i nobili chiamano colazione il pranzo, cominciava bene!
    Una sciacquata al viso pantaloni beige, camicia a righe multicolori 'Armani', aperta sul davento per mostrare il pelo mascolino e via!
    Madame la marchesa giunse al braccio di Gea, molto signorile nel vestire sempre di nero ma di stoffa più leggera e senza gioielli.
    Un finto baciamano apprezzato con un cenno del capo dall'interessata ma non dalla dama di compagnia che lo immortalò con uno sguardo gelido.
    Pensiero di Alberto: "Ma guarda sta stronza!"
    "Anche se siamo lontani dal mare riesco a farmi pervenire pesce fresco: ho ordinato pappardelle cozze e vongole, aragosta olio e limone, tanti contorni e le alici marinate che non mancano mai nella mia dieta, il medico afferma che aiutano contro l'osteoporosi, faccio finta di crederci perchè mi piacciono."
    Dopo il caffè i tre 'emigrarono' in giardino.
    "Gea fa fare un giro nel parco al nostro ospite così digerirete, a me la solita sigaretta, l'unico vizio che pratico..."
    "Lei ha il senso dello humor, noi romani..."
    "Ce l'avete sin troppo!"
    "Gea non ama molto i romani, se vuole lei stessa le dirà il perchè."
    I due si incamminarono lungo un viale al centro di un prato all'inglese, lontano, dietro alberi di alto fusto, il parorama di Taormina.
    "Taormina è una città che amo, ci vado spesso perchè..."
    ""È la località preferita per le sue numerose conquiste, si vede subito da quell'aria di supponenza, questa cade ai miei piedi!"
    "Spero di no, sarebbe spiacevole che si facesse male, vorrei che diventassimo amici."
    Sino al rientro in villa silenzio totale. Gea era vestita collegiale:camicietta rosa chiusa sino al collo, ampia gonna nera, scarpe ballerine.
    "Allora com'è andata la passeggiata, le è piaciuto il mio giardino, Gea le avrà mostrato la voliera, era stata messa su da mio marito gran cacciatore..."
    Quella frase sospesa fece capire al bell'Alberto che i maschietti non erano benvoluti da quelle parti, fece buon viso a cattivo gioco:
    "Col permesso della signora marchesa vorrei visitare l'interno della magione."
    "Che bel vocabolo, oggi nessuno lo usa più, Alberto che studi ha fatto?"
    "Liceo classico ma come lingua straniera il francese, purtroppo oggi va di moda l'inglese."
    "Io amo molto il francese, la mia insegnante era di madre lingua francese, potremo fare un pò di conversazione."
    "Io ricordo ancora delle poesie di La Martine e di De Vigny."
    "Un giorno me le reciterà, per ora col suo angelo custode giri per la mia magione."
    Al piano terra un grande salone arredato con mobili antichi, alle pareti scudi, alabarde, corazze e arazzi al centro un grande tavolo. Non erano di gusto di Alberto ma quasi sicuramente quello del defunto marchese amante della selvaggina femminile.
    Cena frugale e poi in giuardino, il clima fresco del mese di luglio allegrò la compagnia che appoggiò le proprie membra su sedie da giardino ben imbottite.
    "Gea per favore va a prendere il mio bocchino e una sigaretta, lei Alberto non fuma?"
    "Il signore ha altri vizi." dopo la battuta Gea scomparve dietro una tenda.
    "Non faccia caso al comportamento di Gea, è stata sposata e poi abbandonata da un architetto romano che, guarda caso, anni fà ha conosciuto proprio al Bellini di Catania."
    "Ben strana coincidenza, cambiando discorso marchesa volevo dirle che sono pratico di fotografia ma sono anche un maresciallo della Guardia di Finanza, ero a teatro per fotografare un tale..."
    "Le assicuro che m'è venuto un dubbio nel conoscerla, aveva qualcosa di militare che mi ha incuriosito, e bravo il nostro maresciallo non appena Gea lo saprà..."
    "Farà salti di gioia!"
    "Importante che non sia un architetto!" La marchesa prese a ridire gioiosamente.
    "Gea indovina che professione esercita il qui presente Alberto, non ci azzeccherai mai!"
    Gea impallidì vistosamente.
    "No non è quello che pensi tu, il signore è un sottufficiale della Guardia di Finanza. ti piacciono le Fiamme Gialle?"
    Gea aveva incollato il suo sguardo sul viso del buon Albertone che stette a rimirarla con sguardo ironico.
    "Sono benemerite!"
    "No quelli siono i nostri cugini Carabinieri, noi non siamo nei secoli fdeli, il nostro motto è 'Nec recisa recedit."
    "In quanto a fedeltà ci credo, conosco il latino ma non capisco che c'è di tagliato che non recede."
    "A Gea, lassamo perde alla romana!"
    Alberto capì subito di aver fatto un errore, il romanesco non era gradito da quelle parti.
    "Ma io ho anche parenti veneti e lombardi, mia nonna..."
    "Lasci stare le parentele, non credo una parola di quello che dice."
    "Gea quando si arrabbia è più bella!"
    "Questa frase è la ciliegina sulla torta, a teatro facevo meglio a restare nel palco!"
    "Ragazzi tregua, intanto penso che siate coetanei e potete darvi del tu, Gea vorrei andare a dormire, non ho bisogno di te, accompagna Alberto nella sua stanza da letto..."
    Questa volta fu la marchesa a scoppiare a ridere.
    "Signora marchesa vedo con piacere che il qui presente le ha fatto tornare il sorriso. è da tempo che non la vedo così, spero tanto che il qui presente faccia lo stesso effetto su di me!"
    "Mi hai letto nel pensiero, Gea cerca di volermi bene, in fondo sono un povero diavolo che non ha colpa di essere nato sotto il cupolone!"
    "Buona notte povero diavolo, ti auguro sogni d'oro ma quello che tu pensi sarà solo un sogno!"
    Mah, poteva andare peggio, Gea prima o poi avrebbe mollato, forse..."
    Sveglia tipo militare:
    "Sono le dieci dormiglione, la marchesa è andata a Catania, mi ha assegnato il compito di essere al tuo servizio nel senso di servirti la prima colazione, che pensavi furbacchione..."
    "Il furbacchione vorrebbe farsi una doccia, scusa ma sento qualcosa nell'occhio sinistro, guarda un pò da vicino..."
    Quella era l'occasione buona, o la va...Alberto trascinò Gea sul letto; presa alla sprovvista la damina non reagì e forse era quello che desiderava, non si saprà mai, la conseguenza fu che i due cominciarono a baciarsi, via la gonna, via anche le mutandine, viam il reggiseno, entrata alla grande nella beneamata.
    Il 'ciccio' di Alberto, da tempo a secco, inondò subito la vagina ma si riprese di buona lena sino ad una seconda eiaculazione, Gea rispose alla grande.
    La baby fu la prima a riprendersi:
    "Vado a lavarmi." e sparì dietro la porta del bagno.
    Al rientro in camera prese lentamente a vestirsi.
    "Adesso che ci penso non ha preso nessuna precauzione, non vorrei..."
    "Adesso che ci penso...non vorrei...sei quello che immaginavo, un incosciente ma non pensarci troppo, non posso avere figli, ci mancherebbe altro che avere un marmocchio che ti somigliasse!" Era ripresa la guerra. 
    Alberto provò il piacere della vasca di idromassaggio, si sbarbò, lentamente si vestì e si posizionò su una sedia al di fuori della villa.
    Dopo mezz'ora comparve la Rolls Royce, ne scese madame la marchesa tutta in ghingheri, niente vestito nero ma una gonna rosa pallido con una camicietta turchese, che cambiamento!
    "Madame dire che non la riconosco è la pura verità, è in gran forma!"
    "Questa mattina mi sono svegliata di buon umore, ho chiesto a Gea di cercare dei vestiti più allegri, era molto che non li indossavo, tutto merito suo!"
    "Mi fa sentira sarto Valentino, in ogni caso è un vero piacere."
    "Permetta che la prenda sotto braccio, mi accompagni dentro."
    A quella vista Gea che si trovava nel salone rimase di sasso, l'Albertone in un sol colpo aveva conquistato la vecchia e la giovane!
    "Cara non fare quella faccia, dì alla cameriera di portare in tavola, ho una fame da lupo!"
    I giorni passavano piacevolmente uguali ma senza quello che Alberto avrebbe voluto: una ripetizione di quella mattina che...Non riusciva a capire quell'astio di Gea, molto probabilmente non le era dispiciuto quell'incontro ravvicinato, anche la marchesa doveva aver intuito che il loro rapporto era cambiato ma, trascorsi cinque giorni Alberto decise di riprendere la via del ritorno.
    "Maresciallo questa magione è sempre aperta per lei, mi telefoni quando vuol ritornare e porti con sè l'atterezzatura fotografica, ho una mezza idea..."
    Accompagnao alla stazione di Catania dal fido Alfredo:
    "Ciao a presto  Alberto, penso proprio che ci rivredremo."
    Alberto aveva seri dubbi a tal proposito, a Messina riprese il solito tran tran, era sempre di cattivo umore, anche il colonnello Speciale se ne accorse:
    "Senti signor marchese piuttosto cher vederti in questo stato ti concedo venti giorni di licenza, fuori dai piedi!"
    Telefonata a casa della marchesa:
    "Sono Alberto vorrei parlare con la padrona di casa."
    "Non ti basta la dama di compagnia, vai sull'alto!"
    "Scusa Gea non ti avevo riconosciuto, ho passato brutte giornate a Messina..."
    "Non fare la vittima, ti passo la marchesa."
    "Bel maresciallo venga subito, io e Gea sentiamo la sua mancanza!" C'era dell'ironia in quella frase.
    "Da parte sua è credibile ma da parte della persona vicino a lei..."
    "È molto cambiatamle manca moltissimo, mi chiede sempre di lei."
    Alberto smise di sentire, la marchesa aveva messo una mano sulla cornetta per non far sentireb la reazione di Gea.
    "Allora a presto!"
    Solito passaggio: stazione di Messina - stazione di Catania, Rolls Royce, arrivo in villa.
    "Per festeggiare il suio ritorno menù speciale: risotto al sugo di anatra, coniglio con peperoni, uccellagione cotta al girarrosto, porchetta di maiale, contorni alla grande, lambrusco di 'Casali' che faccio venire direttamentte da Reggio Emilia, Carmela si è fatta onore!"
    "Non poteva andarti meglio figliol prodigo, come finale che desideri?" Gea aveva detto!
    "Non mettere in imbarazzo il nostro ospite, si vede dal suo sguardo quello che vorrebbe!"
    La marchesa si era sbilancaiata con una battuta decisamente forte.
    Tutto finì con un caffè sul patio.
    "Alberto le ho fatto portare l'attrezzatura fotografica perchè vorrei che riprendesse la villa sia all'interno che all'esterno, voglio mandare le foto a dei miei parenti americani, spero mi accontenterà, ovviamente sarà ricompensato.
    "Madame la marchesa lei mi ha ampiamente ricompensato con la sua conoscenza, ho apprezzato la sua signorilità, quando lei vorrà le reciterò la poesia 'Le lac' di Lamartine, tratta di una coppia di amanti che ogni anno, lasciati a casa di rispettivi coniugi, se la spassano sul lago di Ginevra."
    "Ecco ci mancavano pure i congiugi amanti!"
    "Gea si beccò lo sguardo malevolo sia della marchesa che di Alberto, vista la mala parata la giovin signora prese la via dell'abbandono della sala.
    "Mi prenda sotto braccio, andiamo in giardino e mi reciti la poesia."
    "Ainsi. toujours poussès ver de nouveaux rivages,
    dans la nuite eternelle emportès sans retour,
    ne pourrons- nou sur l'ocean des ages
    jeter l'ancre un sel jour?"
    "È molto romantica, approfitto dellla sua compagnia per passeggiare un pò lungo i viali, non lo faccio mai con gran dispiacere del giardiniere che ci tiene a far vedere la sua opera, ah ecco Alfio che si avvicina."
    "Signora marchesa ci voleva un ospite per vederla fra i miei fiori, guardi che rose, ho fatto vari incroci, vi sono colori che non esistono sul mercato, ammiri i glicini, i salici piangenti, signora marchesa me ne vado, sono commosso!"
    "Alfio è con noi da molti anni ma raramente gli do la soddisfazione di ammirare il giardino, mi ricorda troppo le passeggiate con mio marito anche se..."
    "Ho visto la sua foto nel salone, bell'aspetto dal sorriso accattivante..."
    "Troppo accattivante, l'ho amato molto anche se mi ha fatto soffrire, o mon dieu l'ho trascinata nei miei tristi ricordi, vediamo se riusciamo a ripescare da qualche parte Gea."
    La cotale era seduto nel patio, si avvicinò e prese sotto braccio la marchesa.
    "Questi sono i miei gioielli mi pare la frase di una matrona romana che mostrava i suoi figli alle amiche piene di gioielli."
    Entrrono in casa.
    "Mi sono un pò stancata ma sono felice, lo sarei di più se vedessi un sorriso sul volto di voi due."
    "Io provvedo subito e vorrei essere imitato da quella damina che ho apprezzato sin dalla prima volta..."
    "Questa è la frase riportata nel libro in cui gli spasimanti dell'ottocento traevano ispirazione per le loro lettere d'amore: signorina sin dalla prima volta che l'ho vista sono rimasto folgorato dalla sua bellezza..."
    "Conosco quel libercolo e l'ho usato spesso per le mie conquiste solo che le interessate mi hanno riso addosso!"
    "E hanno fatto bene!"
    "Gea, Alberto ti sta prendendo in giro, questi vostri battibecchi mi intristiscono, pensavo che l'arrivo di Alberto avrebbe portato un'ondata di allegria, Gea..."
    "Riconosco le mie colpe, con l'Albertone pace totale anzi lo prendo sotto braccio e gli faccio vedere la voliera del signor marchese, allons..."
    "Allora coniosci il francese piccola imbrogliona, ti mollerò tutta la poesia di De vigny 'Le cor', si tratta di un corno...attenzione quello è uno che suona!"
    "Guardami negli occhi, noi non potremo mai andare d'accordo, lo so, è colpa mia ma tu oltre ad esssere romano sei pure tifoso della Roma e gli assomigli pure... quel tale quando c'erano le partite della sua squadra si incollava sul televisore e non esisteva più nulla, non voglio più parlarne...ti faccio una proposta: vengo a letto con te ma tu il giorno dopo vai via per sempre..."
    "È un pò duro da accettare ma non vedo bia d'uscita, accetto.Ora incollati un bel sorriso sul volto, facciamo contenta la marchesa."
    "I miei ragazzi finalmente..."
    "Marchesa fotograferò la villa poi rientrerò a Messina, il mio colonnello avrà bisogno del suo fotografo preferito."
    "Sarà per noi un dispicere vero Gea?"
    L'interessata annuì.
    Il giorno seguente Alberto si alzò presto, con la fida Topcon si incamminò nella tenuta, rientrò in villa all'ora di pranzo, il pomeriggio si dedicò agli interni, la sera lavoro eseguito.
    Al termine della cena:
    "Marchesa porto con me i rullini, le spedirò le foto appena possibile, sono un pò stanco e col suo permesso vado a dormire, ciao Gea."
    "Buon riposo, domattina Alfredo lo accompagnerà alla stazione di Catania, buon viaggio se non ci rivedremo."
    L'imbrogliona rideva sotto i baffi, sapeva cosa l'aspettava!
    Dopo la doccia Alberto accese l'abat-jour sul comodino, ci mise sopra un panno azzurro, voleva creare un'atmosfera romantica all'arrivo della beneamata che non si fece attendere.
    Sul vano della porta, illuminata dalla luce del corridoio, le dea apparve in tutta la sua bellezza sotto una vestaglia lunga trasparente.
    "Ti prego un cunnilingus..."
    "Qui comando io, vada per il cunni!"
    Gea cominciò subito ad apprezzare i leggeri morsi e la sapiente lingua dell'amante, gedoette quasi subito ma trattenne la testa di Alberto sul suo pube, voleva ancora...
    Dopo la terza goderecciata:
    "Ti prego vieni dentro piano piano."
    "Piano piano un corno, ci sono scivolato, sei un lago!"
    "Una cosa che a mio marito non ho mai permesso."
    Gea si girò di spalle, prese un vasetto che aveva portato con sè, si lubrificò ben bene il buchino posteriore per la gioia di Alberto che non si aspettava quel finale pirotecnico.
    Un bacino finale e poi la triste uscita di scena, Alberto rimase supino a guardare il soffitto pieno di angioletti.
    Il giovin signore si sveglò alle otto, fece colazione, stranamente in vista nè la marchesa nè Gea, solo Alfredo ad aspettarlo.
    Treno Catania - Messina.
    All'ingresso in caserma il solito paesano caciarone:
    "C'iai l'occhio stanco, quante te ne sei fatte?"
    "Fatti i cazzetti tuoi!"
    Il colonnello Speciale lo accolse con una battuta:
    "Fra nove mesi qualche sorpresa? Se è maschio..."
    "Lo chiamerò Andrea!"
    Alberto inviò le foto alla marchesa che rispose con un mese di ritardo.
    "La ringrazio per le foto, sono molto belle, recentemente non sono stata molto bene, Gea al contrario è ogni giorno più bella, è anche ingrassata un pò. Auguri."
    Alberto rilesse la lettera varie volte, cercò fra le righe un significato recondito che poteva essere:
    - le due signore erano amanti e lui era stato solo un diversivo per Gea;
    - la marchesa voleva un'erede a cui lasciare il suo patrimonio, Gea non era stata sincera, non era vero che non poteva avere figli e quindi...
    Alberto si buttò sul letto: la seconda ipotesi lo sconvolse, sapere di avere un figlio e non poterlo vedere, crescere, coccolare...era stato proprio un imbecille, un fottuto imbecille!

                                                   

     

  • 18 agosto 2014 alle ore 18:16
    Buongiorno Felicità

    Come comincia: Fin dal primo giorno che mi registrai sul social
    anche se non avevo un' idea precisa sul cosa
    volessi fare, col tempo assimilai e accettai
    in modo naturale e spontaneo di usare
    la rete in modo responsabile.
    Amo scrivere da queste parti (in rete).
    Cerco e cercherò nel mio piccolo
    di trasmettervi più emozioni possibili
    con la consapevolezza di essere
    una persona come tante in un luogo come tanti
    in un contesto come tanti... ma dal punto fermo
    su idee e indoli che tengo a me rispettando
    quelle altrui. Buongiono Felicità.

  • 16 agosto 2014 alle ore 14:32
    La gioia di un abbraccio

    Come comincia: La nave si era appena allontanata dal porto. I gabbiani volavano in cielo nel rosso tramonto di Agosto. Mattia continuava a fissare l’orizzonte… Aveva chiesto per anni a Dio di trovare un angolo di Paradiso. D’improvviso si sentì ricolmo di gioia e il cuore gli batteva a mille: due braccia lo afferrarono.

    Il caldo abbraccio dell’amore: aveva finalmente trovato il suo Amore. Sofia, lo stringeva a sé e lui la guardò teneramente. 

    Il mare era calmo e una leggera brezza avvolse i due giovani amanti che, colti da quel dolce torpore, si strinsero e fissarono insieme quell’orizzonte. Il futuro non li spaventava, sapevano che la loro storia d’Amore li avrebbe portati verso l’infinito e oltre e che tutto ciò che sembrava impossibile diventava semplicemente possibile e semplice da vivere. 

  • 16 agosto 2014 alle ore 13:13
    Come vedevo un social

    Come comincia: Fin dal primo giorno che entrai in un social
    vedevo attorno a me delle cose che sembravano vere
    solo nel momento che si osservavano:

    Una foto di un bimbo sorridente, o di una donna contenta e felice
    o altro, e pensavo dentro di me che tale persona era sempre felice
    in ogni momento della giornata.. ma così non è.. ma io sentivo
    invece che era così.

    E col tempo capii che anche se era stupendo mettere su un social
    foto bellissime era anche vero che non rispecchiavano uno stato
    d'animo perenne e costante.

    A tutt'oggi io amo usare il social e lo faccio in modo respinsabile
    e a contario del passato non condivido mai video osceni
    o contenuti ambigui e/ o violenti.

    Fa parte della mia persona, come anche fa parte di un contesto
    che reputo giusto e onesto nei miei e nei confronti altrui.

     

  • 15 agosto 2014 alle ore 16:43
    LA PASSIONE E L'AMORE

    Come comincia: "M'ha telefonato mio marito..."
    "Novità?"
    "Torna dopodomani..."
    "...prima o poi..."
    "Mi sento morire..."
    "Porta Raffaella da tua suocera e poi vieni a casa mia."
    La storia fra Miriam e Alberto era iniziata tre mesi prima. La dama, un metro e ottanta, lunghi capelli biondi, ben proporzionata, dal sorriso affascinante, un passato da atleta (lanciatrice di giavellotto), casalinga, era sposata con un ometto pari età, Andrea M.. trentacinue anni, un metro e sessantacinque, chiuso di carattere ma ricco di famiglia, ingegnere presso L'ENI, rimaneva lontano da casa lunghi mesi impiegato presso piattaforme petrolifere dando la possibilità alla bella Miriam di spassarsela bellamente.
    Alberto, quarant'anni, scapolo incallito, un metro e ottantacinque, tombeur des femmes, prestava la sua opera presso la Guardia di Finanza col grado di maresciallo. Anche la divisa contribuiva ad aumentare il suo fascino e il successo con le femminucce (anche mogli di colleghi) era assicurato.
    Abitavano nello stesso palazzo. Il loro primo incontro era avvenuto un giorno di novembre, particolarmente piovoso, in cui Miriam aveva avuto difficoltà a trasferire i pacchi della spesa dalla sua macchina sino all'ingresso della scala.
    Il bell'Alberto si era premurato ad aiutarla salendo al suo piano con l'ascensore.
    "Qui finisce il nostro percorso." Alberto aveva buttato l'amo."
    "No entri a casa mia, gliela faccio visitare."
    "Proprio bella, mobili moderni anche se io preferisco quelli antichi."
    "Allora mi faccia vedere casa sua!"
    "Scusi il disordine ma oggi non è il giorno del filippino."
    "Vedo che ha ancora il letto sfatto, chissà quante femminucce ci sono passate!"
    "Una meno di quante ne vorrei!"
    "Non capisco.."
    Miriam invece lo capì subito perchè si trovò lunga distesa sul letto non rifatto con Alberto sopra di lei, così era iniziata la loro, storria.
    Domanda immancabile: "Mi domando e penso non essere il solo come o meglio perchè hai sposato tuo marito."
    "Mio padre era morto e la sua pensione di riversibilità non era sufficiente per mantenere la mia famiglia soprattutto per acquistare i medicinali per mia madre gravemente ammalata. Andrea da tempo mi faceva una corte assillante, era ricco di famiglia, sapeva di non avere alcuna possibilità ma non demordeva. Spinta da mia madre e dai suoi parenti mi sono lasciata convincere a sposarlo ben sapendo che mi sarei prese tante licenze extramatrimoniali sin quando ho conosciuto te e mi sono innamorata, maledizione!"
    "Maledizione perchè?"
    "E me lo domandi. Adesso al solo pensiero che mi tocchi mi rende nervosa, infastiita, trovo la cosa insopportabile..."
    "Lascialo."
    "Raffaella è troppo piccola e lo adora, sarebbe per lei un trauma e poi non saprei dove andare lasciando casa nostra, lui mi farebbe la guerra con la separazione per mia colpa, senza alimenti e poi chiederebbe l'affidamento di nostra figlia."
    "Cerco di mettermi nei tuoi panni..."
    "Non penso che possa riuscirci, per un uomo il sesso è qualcosa di più superficiale e poi non sei innamorato di me..."
    "Sai l'amore..."
    "Lascia perdere, sei molto bravo con le parole e forse riusciresti a convicermi che tu.."
    Miriam si era messa a piangere.
    Erano passati vari giorni senza che i due amanti potessero sentirsi.
    Una mattina Alberto sentì bussare alla porta con violenza. Scalzo andò ad aprire., Miriam entrò e si butto sul letto.:
    "Hai staccato il telefono e il cellulare."
    "Si non volevo che mi chiamassero dalla caserma, ho fatto due notti..."
    "Due notti con chi o meglio con quale baldracca!"
    Alberto prese il viso di Miriam fra le mani, il pianto di una donna era per lui il peggior castigo che potesse capitargli, gli toglieva tutte le difese, sentì crampi allo stomaco.
    "Riesci a spiegarmi cosa è successo?" (si era completamente dimenticato del rientro di Andrea in famiglia.)"Il 'padrone' mi ha telefonato dall'aeroporto di Catania: 'fra due ore sarò lì, preparami una buona cena.'"
    "E per una cena la fai tanto lunga!"
    Miriam guardò Alberto con odio.
    "Dopo la cena c'è il digestivo!"
    Alberto capì che non era il caso di fare ancora l'imbecille, Miriam era in piena crisi di rigetto del marito per colpa del bel maresciallo di cui si era innamorata, allora cercò di entrare in campo con la psicologia.
    "Amorino usa un pò di fantasia, chiudi gli occhi e vedi me al posto di tuo marito."
    Un rapporto sessuale violento fu la logica conclusione che però non riuscì ad alleviare le angosce di una sconsolata Miriam.
    "L'ho mandato a far la spesa, gli ho fatto un elenco lungo un chilometro così possiamo parlare più a lungo. È stato tremendo, quando mi si è avvicinato tremavo come una foglia, ha cominciato a baciarmi il fiorellino poi mi ha penetrato con violenza, maledetto, mi ha fatto male non era lubrificata, ha seguitato a lungo malgrado facessi finta di godere tante volte, mi sono mossa col bacino e finalmente si è sbrigato.
    Mi sono voltata di spalle e allora sai che ha fatto il bastardo, ha tentato di inchiappettarmi come dici tu, mi son girata di colpo e m'è venuta voglia di strozzarlo (il culino è solo tuo). Mi ha di nuovo penetrato e qui ho dovuto muovermi molto per farlo venire presto: Sono andata in bagno a farmi una doccia, mi sentivo sporca, sono distrutta."
    Che dire ad una donna disperata:
    "Cara quello che mi hai descritto mi ha addolorato, che dirti?"
    "Che mi ami,"
    "Questa era una domanda alla quale Alberto non  amava rispondere e cercava sempre di svicolare.
    "Lo sai, cara."
    "No me lo devi dire."
    "Certo che ti amo..."
    Il ritorno di 'Ulisse' scombinò i programmi di Alberto, non appena poteva Miriam, allontanato da casa Andrea con motivazioni varie, si infilava nel letto dell'amante per una sveltina e poi rientro a casa e la solita domada:
    "T'è piaciuto?"
    "E me lo chiedi cara, sei stata magnifca come il solito.!" Che palle!
    Poi una combinazione fortunata, il colonnello Andrea Speciale invitò il maresciallo nel suo ufficio:
    "Minazzo ho bisogno di te come fotografo dobbiamo amdare a Catania per un servizio, ce l'hai lo smoking?"
    "Comandante c'è un veglione?"
    "Niente veglione dobbiamo andare in un posto dove tutti lo indossano, ne parleremo strada facendo, mettiti in borghese, elegante mi raccomando."
    La sera, barba rasata, tutto in ghingheri Alberto prese l'ascensore e, caricata la valiga in macchina, si diresse all'uscita del parcheggio sotto lo sguardo della beneamata che spiava da dietro una finestra. Telefonino lasciato a casa, avrebbe usato quello di servizio.
    All'ingresso in caserma il maresciallo di picchetto suo paesano:
    "Arbè 'ndo vai, anche il comandante è tutto incriccato."
    "'Ndo vado? A mignotte e tu sei invidiosso!"
    "Ma vedi d'annattene!"
    "Minazzo hai preso tutto il materiale fotografico, è un servizio impegnativo!"
    "Comandante il novanta per cento del materiale è di proprietà esclusiva del sottoscritto, la sa quanto sono stitici a Palermo?"
    "Vabbè, ma non t'allargà troppo." Il colonnello era siciliano ma aveva prestato servizio a Roma per dieci anni.
    A Catania in un albergo prenotato, niente caserma, non volevano farsi riconoscere, era un servizio concordato con la rete occulta di Roma.
    L'indomani nella hall li colonnello gli presenrtò un maggiore e due marescialli in forza al Nucleo Centrale.
    Il maggiore chiese ad Alberto se l'attrezzatura fotografica fosse valida.
    Il colonnello s'interpose:
    "A Roma dicono che è er mejo ma tu non tirare fuori la solita tiritera che gli aggeggi li hai comprati con i tuoi soldi, ti farò dare un encomio, contento'"
    "Comandante se al posto dell'encomio ci fosse un pò di grana..."
    "Mi. vedi..."
    "Ha capito, ci vado subito..."
    Mangiarono inn due tavoli separati, in uno il cononnello e il maggiore nell'altro i tre marescialli e l'autista ma di sapere notizie sul servizio nisba.
    Di pomeriggio il cononnello Speciale convocò l'Albertone in camera sua.
    "Stasera devi fotografare un trafficante internazionale di droga. A Roma hanno saputo che presenzierà al teatro Bellini, è in programma un'opera, musica che non amo ma che dobbiamo sorbirci, mi pare che anche tu..."  
    "Anch'io ma forse ci consoleremo con la visione di qualche..."
    "La tua è una fissazione, vedi piuttosto di non sbagliare, faremmo una figura di cazzo!" 
    "Comandante ho un circomirrotach che..."
    "Che minchia è sto circ..."
    "È un falso obiettivo, io punto un soggetto e ne fotografo un altro a 90 gradi."
    "Mi affido a te, voglio sia il bianco e nero che il colore."
    All'ingresso del teatro una moltitudine di gente ben vestita, tutta la Catania bene, oltre a vecchie signore incartapecorite deliziose fanciulle 'in fiore' al braccio di giovani rampolli.
    L'unico che rimase fuori fu l'autista che, non di buon umore, parcheggiò la Fiat 131 con targa civile in mezzo a macchine di lusso. Sicuramente avrebbe dovuto aspettare circa quattro ore in mezzo ad autisti gallonati che gli avrebbero fatto domande sui suoi 'padroni', preferì recarsi in un vicino bar con telefonino acceso.
    Nel foyer gli appartenenti alle Fiamme Gialle si erano posizionati lontano dal bar per non dare nell'occhio. Solo il maresciallo fotografo girava fra gli ospiti rimediando sguardi malevoli oltre che per motivi di privacy (non tutte le coppie erano regolari) anche perchè le signore non amavano essere riprese stracariche di gioielli; molto prebabilmente i mariti non erano in regola con le tasse!
    Alberto era in contatto visivo col maggiore di Roma il quale ad un certo punto gli fece un segnale: era giunta la persona da fotografare.
    Il cotale: altezza m.1,65 circa, biondo, occhi azzurri, inquietanti, dava l'idea del killer, fisico tarchiato ingabbiato in uno smoking che gli stava decisamente stretto. Al suo fianco eilah! una  bruna dieci centimetri sovrastante, capelli neri a chignon, occhi verdi sorridenti, fisico intrappolato in un tubino nero di sartoria tagliato più in basso all'altezza del seno che, in seguito a manovre improvvise della proprietaria, mostrava un capezzolo sotto lo sguardo indifferente dell'accompagnatore ma non di quello dei vicini maschietti che mostravano un'espressione da ebete e si beccavano un bel calcio negli stinchi dalle gentili compagne.
    Passato il primo momento di stupore, Alberto mise il famoso circomirrotach sull'obiettivo 300 mm., riprese i due da tutte le posizioni (compreso il capezzolo di fuori), usò due caricatori da 36 pose, sicuramente un bel servizio, il cononnello Speciale avrebbe fatto una bella figura con i signori di Roma.
    Al suono di un campanello tutti ai loro posti, la Fiamme Gialle in platea all'ultima fila, i due di cui sopra in prima fila. l'Albertone, con la solita faccia tosta, aveva fatto finta di sbagliare e si era infilato in un palco occupato da due signore: una circa sessantenne dall'aspetto di nobildonna, l'altra più giovane.
    Dopo le scuse per l'intrusione,la signora anziana, con un cenno del capo, gli fece cenno di accomodarsi. La dama con vestito nero di sartoria, leggermente scollato, mostrava due file di perle non coltivate di notevole valore. La ragazza, pari altezza di quella di Alberto, bruna, capelli corti, sguardo da combattente, bella bocca carnosa, vestito nero al ginocchio, vita stretta, seno terza misura, niente gioielli.
    Ad un certo punto il falso free lance sgusciò dal palco con uno 'scusate' seguito dalla giovin damigella.
    "Sono Alberto M. e, per essere sincero, non amo l'opera o meglio non la capisco, datemi il Duca..."
    "Sono Genoveffa Lucio del Priore... vedo che non fa i commenti dei soliti imbecilli, le sono grata, anch'io non amo l'opera ma a proposito del Duca..."
    "Parlavo di Duke Ellington, un celebre jazzista."
    "Lo conosco, mio padre amava quel genere di musica."
    "Vorrei cogliere l'occasione per immortalarla, con la fotografia me la cavo bene."
    "Non amo essere ripresa, senza offesa ma non amo la sua categotria, i fotografi sono maleducati ed invadenti."
    "Stavolta la foto l'ha fatta lei a me, concordo con lei che talvota i paparazzi sono molto fastidiosi ma campano con gli scoop...facciamo pace, le offro qualcosa al bar, a quest'ora non c'è nessuno."
    "Mi chiami Gea, non mi piace essere chiamata così ma ormai lo fanno tutti."
    "Ho un'idea sulla provenienza del suo cognome, se me lo permette..."
    "Mi ha incuriosita."
    "Sin dai tempi che furono i sacerdoti che si trovavano nelle condizioni di dover dare un  nome ai trovatelli, insomma a quelli che venivano abbandonati nella famosa 'ruota' dei conventi, con un pizzico di cattiveria imponevano ai poveri bambini dei nomi che richiamavano la religione ma che facevano risaltare la loro posizione sociale di figli di n.n.Questa è solo una tesi, forse non è il suo caso."
    "La sua è un'ipotesi alla quale non avevo mai pensato o meglio la sconoscevo proprio."
    "Bene, cosa vogliamo ordinare, per lei penserei ad una Cocacola."
    "Proprio non ci ha azzeccato, sono per il 'Negroni' ma voglio tornare nel palco non vorrei che la marchesa avesse bisogno di qualcosa."
    "Marchesa di che?"
    "Marchesa Eleonora G., vedova, molto benestante, è sua la Rolls Royce posteggiata fuori."
    In verità Alberto, da vecchio amante delle macchine, aveva notato una Silver Cloud III color argento, alla faccia...
    Seguì Gea sino all'ingresso del palco, fece per tornare indietro ma la pulsella lo prese per mano e lo introdusse nel palco; con un sorriso la vecchia signora lo invitò a sedersi vicino a lei.
    Dopo circa dieci minuti il bell'Albertone pensò al colonnello Speciale e agli amici di Roma.
    "Marchesa devo assentarmi per scattare delle foto."
    "Si faccia vedere all'uscita..." non finì la frase che la Fiamma Gialla si era fiondata fuori alla ricerca degli 007 e del comandante di Legione il quale, al suo apparire, lo squadrò in maniera poco amichevole.
    All'orecchio del colonnello: "Comandante tutto a posto, in tasca ho due rullini scattati."
    "Si ma dove ti era cacciato, sicuramente con qualche mignotta, vieni con me nell'atrio."
    "Colonnello ha familiarizzato con una marchesa..."
    "Non fare lo stronzo, io riparto per Messina, tu mettiti a disposizione del maggiore, nei giorni prossimi ha bisogno di un fotografo, mollagli i due rullini e adesso ritorna dalla tua marchesa, marchesa buah!"
    Alberto non se lo fece dire due volte, dopo il saluto d'obbligo 'comandi', con molta calma si diresse verso il palco della nobildonna nel momento in cui scrosciavano gli applausi, l'opera era finita.
    "Marchesa col suo permesso vado a scattare altre foto, ci potremo vedere all'ingresso. sempre che..."
    ""A più tardi."
    Alberto raggiunse il maggiore ed i due colleghi, ricevette l'ordine di stare a dispisizione in albergo, appuntamente fra due giorni alle ore 20.
    Felice come una Pasqua il bell'Alberto si catapultò  fuori dal teatro con appresso l'attrezzatura fotografica, vide la Rolls Royce che emergeva fra le altre auto, l'autista aprì lo sportello posteriore.
    "Entri non azzanniamo i bei giovani vero cara?" La cara era seduta davanti con il viso rivolto all'indietro.
    "Gea le avrà detto che non ama la categoria dei fotografi ma penso che con lei abbia fatto un'eccezione."
    "Penso di si...sono impegnato per tre giorni poi farò rientro a Messina, per ora sono alloggiato all'hotel 'Romano house', devo cercare un taxi per rientrare in albergo."
    "Non ci pensi nemmeno, Alfredo ci condurrà lì, Alfredo conosci la strada?"
    "Si signora."
    Sceso dall'auto Alberto, con finto baciamano alla marchesa, si congedò dalla compagnia. Per due giorni gironzolò per Catania senza acquistare nulla, gli oggetti che gli piacevano avevano prezzi non alla sua portata, il cibo dell'albergo era ottimo servito da camerieri disponibili ed efficienti.
    La sera dell'appuntamento, alle venti in punto, era dinanzi all'hotel con un borsone pieno di materiale fotografico. Un'Alfa Romeo 2000 gli si avvicinò, all'interno i signori romani, si posizionò vicino ai due colleghi, durante il primo tratto silenzio poi il maggiore:
    "Noi ci interpelliamo solo per nome: io sono Ferdinando (da buon romano Nando), l'autista è Romolo, vicino te Nicolò e Oronzo.
    Ci diamo del tu, non siamo formalisti. Sento dall'accento che sei romano di dove'?
    "S:Giovanni, via Taranto."
    "Incredibile, a distanza di chilometri...io abito in via Magna Grecia e Romolo in via Appia, oltre che paesani siamo vicini come abitazione!"
    "Parliamo di cose serie, io Alberto sono romanista e voi?"
    Silenzio da parte di tutti.
    "Ho detto qualcosa che non va?"
    "Purtroppo con due romanisti, io Nando e Romolo abbiamo due laziali! Fra l'altro uno è pugliese e l'altro trentino e ti vanno a farebil tifo per la Lazio...lasciamo perdere, siamo arrivati."
    Dinanzi un grande edificio con una targa 'Import - export', fuori due spazzini che spazzavano dove mondezza proprio non c'era.
    Il maggiore:
    "All'opera ci sono tre cugini prestatici dalla Benemerita che hanno disattivato l'allarme, sono entrati aprendo porte dalla  serratura cifrata, tu devi fotografare dei documenti che non possiamo sottrarre, ufficialmente l'Autorità Giudiziaria non sa nulla dell'operazione, dobbiamo fare tutto bene e in fretta."
    Alberto tirò fuori uno stativo dove poggiare i documenti da riprodurre con la fedele Topcon e obiettivo grandangolare.
    Nessun contatto con i cugini tutti impegnati nel proprio lavoro e poi via ognuno per la propria strada senza saluti nè strette di mano.
    Alberto, consegnati i  rullini al maggiore, fu riaccompagbnato in albergo.
    Nando: "ciaio romanista, questi i nostri indirizzi di Roma, se dovessi passare da quelle parti..."
    Alberto si svegliò alle dieci, telefonata a casa della marchesa.
    "Casa della marchesa G. parla Carmela."
    "Gentile signora Carmela, dica alla signora marchesa che sono Alberto e vorrei parlarle."
    "Un attimo."
    "Allora bel fotografo si è liberato dagli impegni?"
    "Si gentile signora ma debbo rientrare a Messina."
    "Quando vorrà venga a trovarci, sarà un piacere per me e anche per Gea, vero cara?...Chi non risponde assente e quindi a presto."
    A Messina il buon Albertone pensò di chiedere al colonnello Speciale quindici giorni di licenza.
    "Mi piacerebbe sapere dove andrai a fare danno, a Catania? Vuoi diventare marchese?"
    Dopo dieci minuti di presa in giro Alberto ottenne la sospirata licenza.
    "Signora marchesa mi sono liberato dagli impegni, prenderò il treno che arriva a Catania alle 12 di domani  con un taxi..."
    "Niente taxi, Alfredo verrà a prenderla alla stazione, a bientot!"

     

  • 13 agosto 2014 alle ore 15:30
    Jennifer. Bangkok

    Come comincia: Ti chiamavi Jennifer, ma avevi occhi a mandorla e pelle ambrata, lisci capelli scuri e l'aria smarrita di chi, nonostante la vita non glielo permetta più, è ancora innocente dentro. Jennifer e' il nome che tua madre ti diede sperando ti portasse fortuna, un nome occidentale, nell'estremo oriente thailandese, quasi in pegno per una vita di riscatto. Ma non c'era stato riscatto, tuo padre se ne andò, lasciando tua madre e i tuoi quattro fratelli e portandosi via ogni speranza. Ci ha provato, tua madre, a lottare, a lavorare, a cercare in ogni modo di lasciarvi crescere dignitosamente, ma eravate troppi, troppo poveri, troppo soli. Quel giorno eri andata in città, dovevi comprare qualcosa da mangiare, avevi un abitino liscio,chiaro, che lascia intravedere le tue gambe magre e nessuna forma di donna. Tredici anni e ne dimostravi dieci. Ma questo, tu ancora non lo sapevi, era un punto a tuo favore per i predatori che si aggiravano aspettando le loro vittime tra le vie di Bangkok, predatori di carne, sanguisughe di vita, invasori da ogni parte del mondo che volevano comprare, e occupare, coi loro membri adulti, e le loro anime marce, corpi di bambine. Tu ancora non lo sapevi cosa voleva quel signore alto e biondo, che ti avvicinò con fare gentile, parlava in inglese e un poco lo capivi,tua madre in qualche modo era riuscita a farti vedere qualche DVD americano, cartoni animati,film, trovati chissà dove, perché la sua Jennifer imparasse l'inglese...e tu lo avevi imparato, dotata e veloce. Ti stava chiedendo se volevi mangiare, forse non avresti dovuto, ti dicevi, ma avevi fame, tanta fame. Mangiavi, mentre lui riempiva di complimenti e passava la sua mano ruvida sul tuo braccio nudo. Tirò fuori un sacchetto e te lo mise in mano: "Guarda!" A malapena capisti che erano rossetti, ne prendesti alcuni e li apristi, colori vivaci, vistosi, come quelli che vedevi sulle bocche di tante ragazze di Bangkok. Lo guardasti, interrogativa. -"Te li regalo tutti se nei prossimi giorni vieni in città e passi un po' di tempo con me, ogni giorno ne metti uno diverso, ti comporti in modo carino con me e io ti do dei soldi per la tua famiglia". -"Va bene?" Confusa rispondesti di sì e accettasti di tornare l'indomani,in quello stesso locale dove ti aveva portata a mangiare. Volasti a casa, quasi felice, col tuo sacchetto pieno di rossetti coloratissimi dentro un involucro argento e appena arrivata li mostrasti a tua madre. Lei capì. Capì e avrebbe voluto urlare: -" Noooo! Jennifer, noooooo!!!". Avrebbe voluto spiegarti tutto, ma non lo fece,tacque, disperata e sconfitta, consapevole che, forse, immolando la sua bambina avrebbe salvato i suoi figli più piccoli. Uscisti il giorno dopo, un rossetto color fuoco sulle labbra, la gonnellina corta, la maglietta aderente a mostrare il tuo torso di bambina, coi soli capezzoli accennati, e quelle scarpe col tacco troppo alto che tua madre t'aveva dato e ti facevano male ai piedi. Era buio quando tornasti a casa e tutto era diventato chiaro e terribile. Il tuo esile corpo impregnato di umori e secrezioni di un uomo che ti aveva adoperata come aveva voluto. Un dolore acuto ti trafiggeva, stuprata, da chi ti ha voluto credere bambola consenziente per il suo lordo piacere. In mano avevi alcuni dollari e sulla bocca, sul collo, tracce sbavate del tuo rossetto. Lacrime scendevano silenziose, rassegnate. Avevi capito. Tua madre ti abbraccio' e pianse con te. Col dorso della mano asciugasti le lacrime: "Domani...domani metterò un altro colore".

  • 13 agosto 2014 alle ore 11:42
    Phenomena la ballerina di valzer

    Come comincia: Una carriera straordinaria nelle sale del liscio dove la idolatravano per le sue doti mistiche, poi l’incostanza, giri di valzer sbagliati cosi come sbagliato è stato quel taglio di capelli e il matrimonio con quel becco del Civetta. Così è che la ballerina di liscio che credeva di essere un fenomeno, la ballerina che non era capace eccetto quando diventava un fenomeno e che senza sprechi di umiltà credeva di essere la migliore, e solo per una patacca vinta al “Festival del Tacco d’Oro” (e anche lì alla fin fine nessuno era d’accordo) dove si era esibita accompagnata da quella sgangherata orchestra di Triciclo e Balloncini si è trovata nuovamente disoccupata. Anche il ballo liscio ha le sue regole, anche nel ballo liscio, soprattutto nel valzer alla fine conta quello che riesci a produrre e, nel caso di Phenomena poco, troppo poco. Tra i tanti pelati, nani e ballerini è vero che c’era uno che aveva messo gli occhi su Phenomena, ma lei ha preferito coltivare e difendere il suo orticello dalle incursioni, ma appunto un orticello, quando aveva a disposizione intere praterie per i suoi giri di valzer. Così una sera gli amici l’hanno vista ballare dalle parti di Gambolò, in una sera di un giorno di festa in cui anche rumore degli amici fa male perché hai paura che la festa la facciano a te. L’unica misera offerta era arrivata da li, 50 cents a valzer tra coppie danzanti al tempo di tre quarti. Aveva la faccia che ha un tacchino nel giorno del ringraziamento, ripeteva a tutti sto bene e ho fiducia.

  • 09 agosto 2014 alle ore 17:11
    Il pollaio di Taranto

    Come comincia: Nervoso per il caldo, il condizionatore c'è, ma spento.
    Saranno le nove del mattino,  la segretaria dello sportello, giunta da poco, non ha ancora il camice e non ha avuto il pensiero di accenderlo; il dubbio che mi rende irrequieto è se abbia dimenticato di farlo oppure se, sbattuta la borsa di Louis Vuitton falsa sul desk, abbia prolungato il suo caffè nel retro, indolente e cinica rispetto al fatto che nella sala d'attesa siamo già in dieci,  lì seduti da mezz'ora. A squagliare. Senza aver potuto prendere il numero dall'apparecchio elettronico perchè è spento. 
    Impauriti, violentemente zitti, ormai omologati dai nomi delle medicine che quasi hanno sostituito i nostri o almeno quello di mio padre e degli altri pazienti. Ma quando si è in uno studio privato di un primario, pazienti o parenti del paziente, anche i sani diventano un pò pazienti: pazienti impazienti. Senza false morali, la malattia ce l'hai tu, ma io sfogo la mia sanità rubando un pò del tuo cancro: ci si sente diversi perchè in salute, in questi casi; tutto al contrario, qui siamo la minoranza. Un pò come quando sei in ospedale passando le ore al capostipite di un letto e cominci a vagare: vai in cappella, preghi, commenti, ti stendi sulla panca, o vai al bar, nei giardini, ti intrufoli nei reparti, osservi e parli con le infermiere carine o con quelle più materne che odorano di brodo, e giudichi lo stato di igiene dei pavimenti e dei bagni. Fai delle figure di merda elefantiache e leggi nelle colte bacheche di convegni sul morbo di Lowrence d'Arabia, o sulla sindrome dei globuli fucsia. E' la follia. Una sana follia che ti fa scoprire tutto un altro popolo, quello degli ospedali. E' come un viaggio in una terra in cui si parla una lingua a sè, quella del dolore e dell'ironia dovuta alla rassegnazione. Ciò che ho combinato negli ospedali lo sa solo Dio ed i malati di quel momento, sdraiati nei letti: come quando fecevo cantare un reparto intero ed ogni malato riproduceva il suono di uno strumento musicale. Mai come allora le flebo erano state utili.  

    Mio padre è un paziente paziente, almeno in apparenza, ed è di certo più educato di me. Ne guardo la camicia a quadretti, osservo la densità della sua sudorazione, poichè senza il condizionatore potrebbe cominciare a sudare, e non ho acqua con me, ma stranamente è asciutto. La camicia gli sta bene, celeste con quadretti blu, la pelle bianca, qualche pelo, bianco anche lui con la radice ancora nera. C'è un lungo momento della vita in cui bambini ed anziani si assomigliano: nelle esigenze, nei capricci, nel colore della pelle, la delicatezza della pelle, il colore bianco delle pance, la quantità di cibo, la scherzosità ed anche qualche chiaro istinto da rompicoglioni. Ma la camicia lo rende bello, la V del collo lascia immaginare che deve essere stato un bellissimo uomo. Io però sudo e perfino il mio caldo nervosismo sudato diviene schizofrenico, dato che accenno qualche sorriso guardando mio padre di nascosto,di sbieco, mentre lui non se ne accorge. O finge: sarà stato un bell'egocentrico negli anni '60..
    Siamo il numero dieci, prima di noi nove persone, e ad un ritmo di visita regolare per mezzogiorno e mezzo potremmo uscire di lì.  Il condizionatore si accende, il piccolo schermo elettronico della numerazione parte da 01, i caffè sono stati presi, le mani disinfettate, le pareti prendono vita, il colore pastello color giallo-cacca-pergamena diventa un colore serio e borghese,  la stalla di pazienti e impazienti ravviva nella mente il ricordo di aver pagato molto per quella visita, moltissimo. Ci si sente pazienti impazienti importanti. Che squallore, nemmeno un attimo prima di morire i responsabili di quel verdetto ricreano per tutti la decenza di rendere tutti uguali. Ci sono morti di serie A e morti di serie B a questo mondo.
    Si comincia. 
    Nell'istante preciso in cui appare 01 ed apro il mensile sulla salute che non ho mai letto nè leggerò mai al di fuori di quella stanza, ben nove persone si alzano contemporaneamente, chi con un sorriso, chi con rassegnazione.  Io e mio padre alziamo la testa come due galline di fronte alla porta del pollaio che si apre facendo entrare la luce di un sole di campagna accecante: tutti i nove si dirigono verso la porta del "dottor Chiunque tu sia spero di vederti per l'ultima volta". La mente ha un potere eccezionale in certi casi, poichè in un attimo seleziona le immagini e fa la radiografia della situazione, come se fossimo un pò medici anche noi.
    La vecchia è davanti. Tutti gli altri sono dietro, la seguono, hanno età diverse, ma..non posso credere ai miei occhi : si conoscono tutti. Qualcuno si somiglia, alcuni si tengono a debita distanza, alcuni parlano a volume alto, una ride con l'anziana signora, altri sono seriosi, altri ancora sono seri. Vanno tutti insieme nella stanza dello specialista. 
    Rimaniamo io e mio padre, soli nella stanza, come quelle due galline di prima: ci guardiamo inebetite. Se fosse sonoro questo racconto, qui ci starebbe il verso di due chiocce interdette e attonite. E potremmo con ogni probabilità cagare almeno un uovo a testa.
    Ci sentiamo felici, sollevati, liberi dall'umanità, due A-polli della sanità locale, guariscono perfino le nostre sfighe. Per un attimo. Soprattutto quelle di mio padre, sempre per un attimo. Ma siamo italianissimi in questo e la curiosità tipica dell'italietta paesana comincia la sua scalata verso l'appagamento della brama di sapere: vogliamo capire cosa succede! Non c'è nessuno, se non quella segretaria truccata di primo mattino con troppo rossetto, in camice bianco finalmente, da cui pero' si intravede un bel seno meridionale. Mio padre mi fulmina con lo sguardo e mi impone di cioncare su quella sedia e di farmi un anfiteatro di "fatti" miei. Non c'è bisogno di parole quando un padre deve tirare il guinzaglio, ma io in realtà sempre lasciato libero di agire , mi alzo di scatto. Il mio intento è solo conoscere l'andamento della fila, poichè essendosi acceso tardi il conta-esseri umani elettronico, quando tutti noi eravamo già dentro, non so se mio padre sia da considerarsi numero dieci o numero due. E' per il suo bene che lo faccio!  Ma mio padre queste uniche parole mi rivolge :- "Stai a sedere, sennò con me non vieni più". La morale contro la realtà dell'essere, il perbenismo saggio di chi ha 80 anni contro la voglia mortale di conoscenza terra terra. Un ricatto. So perfettamente che anche lui vorrebbe sapere, ma l'essere un paziente paziente si impone sulla comune ed umana impazienza. Non ho certo preso da lui, fortunatamente. Se ad 80 anni avrò il cancro, come è solito averlo qui a Taranto, sarò molto più sfacciato e divertente. Non c'è cosa peggiore dell'etica del paziente quando nessuna etica è stata seguita da parte di chi ha provocato il nostro ammalamento. Credo sia mio diritto vendicarmi su di loro e vivere appieno anche i miei difetti da gallina epica. Del resto non sto ammazzando nessuno. Io. 
    Tutto questo ricopre l'arco di tempo di soli cinque minuti. Padre e figlio alle prese con la morale in uno studio oncologico, d'estate: è  Bio-etica anche questa, mica i soliti dilemmi, cose da matti ! Ma all'improvviso la stessa porta che prima era stata un'entrata diviene un' uscita: tutta la comitiva di amici, capitatanati dalla vecchiaccia forzuta,ma lenta nel suo incedere, saluta roboante la segretaria e gli assistenti del retrobottega. Del dottor "Chiunque tu sia basta che salvi mio padre " si sente una flebile voce plurilaureata nel dire cose, ma non se ne vede la forma. Sono quasi sul punto di salutare, anche io, poichè salutare è salutare, ma mio padre mi si aggancia sul collo come un avvoltoio dittatore, sapendo che saprei andare ben oltre il saluto, col carattere estroverso che mi ritrovo. La porta si richiude al passaggio dell'orda di colleghi pazienti.
    Nuovamente rimaniamo soli. Il silenzio di mio padre è tipico di chi conosce il tempo delle visite: cosa vuol dire quando una visita dura così poco? E' un responso? Un pagamento? Il ritiro di un esame! Un regalo di natale tipico di quelli che si fanno agli specialisti, ma non è Natale, è il 7 agosto ! Che Santo è il 7 agosto? Sarà il suo onomastico. "Ma sciatvene a mare, scià... " (  trad dal pugliese: - "ma andate al mare, andate..." - con  tono di scherno ).  Va bene, è il nostro turno.
    La segretaria ci invita ad entrare per essere accolti da suà maestà il primario specialista. L'incontro è breve ed essenziale, io posso entrare per accompagnare mio padre, ogni nuvola ed ogni pensiero bizzarro di argomenti cui troppo la nostra attenzione si rivolge, riempiendo la vita di tante inutilità, sparisce. Torniamo seri, silenti ed impauriti. Omologati al destino di tanta gente ed ai respiri di un U.F.O. di bianco vestito che è di fronte a noi, uno che fa la professione di medico, possiede la dottrina, lui è la scienza e di lui cerchiamo di non dover interpretare null'altro che ciò che egli dice; non vogliamo avere paura, vogliamo capire ma non capire troppo, non vogliamo ma vogliamo interromperlo, così ascoltiamo ed io per primo divento un pulcino educato che vorrebbe solo imparare il più possibile  per non far parte di quel destino. "Tra un mese il prossimo trattamento".
    Qui c'è l'aria condizionata per fortuna, anche il verdetto è un pò condizionato, più fresco direi, meno caldo sulla pelle scuoiata di mio padre, che si ritrova "dall'altra parte" e sulla sua pelle sente tutte quelle parole come ferri infuocati cui non c'è scampo, se non rendendo vivo ogni momento in cui ancora si è vivi. Quindi caro padre, sono felice se ogni tanto ci ritroviamo insieme come due galline, altre volte come A-polli fortunati se il condizionatore di una pessima sala d'aspetto , cosi incolore e ignava, così odorante di caffè di una segretaria col seno accogliente, si accende per noi.  Almeno morirai ridendo per un figlio un pò matto. E' tutto colore che si sparge su pareti color merda.
    Andando via ringrazio, so essere molto educato quando voglio.
    Ma ...colpo di scena!  Un padre, che era stato un bel matto da giovane, mio padre, Giancarlo, chiede a Vanessa, questo il nome della nostra Giunone al desk oncologico, chi fossero tutte quelle persone, come mai tutte insieme li dentro, come mai così spensierate. Forza papà, sei un grande!  Fanculo la morale!  Ecco da chi ho preso, il carattere del paziente viene fuori, l'impazienza di carattere avanza goliardica tra padre e figlio: siamo una bella famiglia tarantina! E provo fierezza nel vedere come un uomo saggio sappia accondiscendere ai suoi bisogni infantili, come indossare una bella camicia a quadrettini blu per farsi bello di fronte ad una bella segretaria. Ora mi spiego perchè ogni volta che si reca in quello studio mette le sue camice più belle.
    Giunone, così amabile e materna verso il mio vecchio padre, ci informa che trattavasi degli otto figli della signora anziana, venuti per salutare il primario per l'ultima volta, poichè la signora dopo due mesi avrebbe fatto un viaggio lunghissimo, l'ultimo. Non c'era più tempo. Gli otto figli avevano accompagnato la loro vecchia mamma ed uscivano da quella porta, tutti insieme. Come una grande chioccia con i pulcini.
    Mio padre ed io usciamo, sbottoniamo ancora di più le camicie, poichè all'uscita del portone la calura del 7 agosto ci accarezza i peli del petto che gridano pietà. Siamo belli insieme. Ridiamo. Non so perchè. Ma ridiamo.

  • 03 agosto 2014 alle ore 17:18
    Eddie e la sua arte magica

    Come comincia: Un tempo giocoliere e mimo per le strade di Dublino, Eddie adorava smisuratamente le sue mani, che reputava piccoli strumenti dal grande potere demiurgico. Così, stanco di compiere sterili acrobazie in aria con palle variopinte, aveva deciso un giorno di dare una sterzata alla sua vita e di iniziare a plasmare figure con sembianze umane che, cariche di espressività, potessero raccontare una storia.
    Da qui, era esplosa una prepotente passione per la scultura. Dopo aver appreso la storia e i rudimenti di quest'arte, poco più che trentenne e affascinato dalle sculture di Michelangelo studiate sui libri, aveva deciso di imparare la lingua italiana e andare a vivere a tempo debito in un luogo incantato della Toscana.
    Lì, immerso nella natura e lontano da atmosfere cosmopolite e svaghi mondani, sarebbe sbocciata l'incredibile vena artistica che altri hobby sperimentati nel corso della sua pur giovane vita non avevano fatto trapelare.
    Il ragazzo vedeva se stesso come un originale incrocio tra Edward mani di forbici e Leonardo Da Vinci. Con il primo, oltre al nome aveva in comune il fascinoso look da outsider e la strabiliante magia che si sprigionava dalle mani, mentre con il secondo condivideva la grande ammirazione per paesaggi ameni come quello sullo sfondo della Gioconda.
    Trasferitosi finalmente in Italia, si stabilì in un grazioso e spazioso appartamento di un antico borgo medievale in provincia di Siena.
    Da lì, poté gettare le basi del suo successo come artista, confidando sia nella provvida fonte di ispirazione della vista di cui godeva dal laboratorio allestito in casa, sia nell'efficacia di un potente mezzo di diffusione come Internet, che avrebbe reso note le sue opere in tutto il mondo.
    Dalle mani del "ragazzo straniero", come veniva chiamato sul posto, iniziarono così a prendere forma figure di madri e sorelle, padri e figli, virtuosi e peccatori. Un intero "paesaggio" umano, insomma, vettore di storie con trame ben congegnate e con precise collocazioni in uno spazio fisico ben delineato, indipendente dal resto come un palco pronto a ospitare una rappresentazione teatrale.
    Al culmine degli slanci creativi, come per rafforzarne l'afflato, la mente di Eddie proiettava immagini di veri capolavori che, visti dal vivo, lo avevano fortemente impressionato. Uno su tutti era il Cristo velato, che aveva ammirato durante un viaggio a Napoli. Trovava strabiliante la precisione con cui il velo, dalle infinite pieghe che come rivoli si dipartivano da un fiume, seguiva fedelmente le forme del corpo, e sensazionale la vita che animava il volto del Cristo, traboccante di emozioni e tutt'altro che fisso e silente pur nascendo dalla fredda pietra che è il marmo.
    Mentre realizzava le proprie opere, piacevolmente imprigionato in una sorta di distacco dalla realtà, il ragazzo straniero provava la stessa ebbrezza contemplativa con cui Boccadoro, figlio della penna di uno scrittore che amava molto, Herman Hesse, osservando un giorno una statua raffigurante la Madonna fu colto da una rivelazione tale da imprimere una svolta decisiva alla propria vita, indicandogli chiaramente di seguire il destino scritto per lui, quello di scultore.
    Le figure concepite dalla creatività di Eddie erano l'alfabeto di un suo personale linguaggio legato a esperienze, sentimenti e sensazioni del passato ma anche del presente: vi trasferiva infatti, ora nei lineamenti di un volto, ora in un particolare movimento catturato, ora in una data postura, tutto ciò che assimilava costantemente nel luogo incantato in cui viveva. Quasi volesse ripagare la natura per i doni emotivi che ogni giorno gli offriva, il "ragazzo straniero" riversava in quelle sue creature tutta l'energia che l'ambiente intorno elargiva a profusione. Poteva essere un semplice canto di uccelli, uno stormire di fronde, la melodia prodotta dall'acqua che sgorgava da un ruscello poco distante da casa, l'alba che stupiva sempre per l'intensità struggente, il tramonto dai colori fragorosi.
    Gli piaceva pensare di riuscire a trasferire la vita nelle sculture, dotandole di un metabolismo tutto loro con cui potevano assorbire ogni vibrazione proveniente dall'esterno.
    Col tempo e con l'aiuto di qualche conoscenza fatta sul posto, l'artista, appellativo che andò a detronizzare quello di "ragazzo straniero", creò anche un sito Web personale, allestendo così una degna vetrina per i suoi lavori. Grazie all'intraprendenza e all'efficacia dei social network, riuscì dunque a farsi una fama, non solo come scultore ma anche come uomo, per via della scelta di vita in qualche modo estrema che aveva abbracciato e che suscitava ammirazione.
    In molti amavano infatti le opere del suo ingegno, di certo diretto riflesso di un animo eletto, ma venivano conquistati anche dalla forte personalità che lo aveva indotto ad abbandonare i ritmi mondani in favore di un rifugio in seno alla natura, nonostante la giovane età.
    Tale era il consenso che Eddie iniziava a riscuotere anche nei cittadini del piccolo borgo, di colpo percorso da un'energia contagiosa, una sorta di risveglio dopo un lungo letargo, che le madri di alcuni giovani del posto gli chiesero non senza imbarazzo se potesse insegnare ai loro figli, insicuri e timidi, quell'arte tanto affascinante e dal sapore squisitamente antico in grado, chi lo sa, di proiettarli anche verso il futuro, visti i successi lavorativi che lo scultore stava riscuotendo.
    Vinta l'iniziale riluttanza, l'artista decise di dare lezioni a un piccolo gruppo di adolescenti; poi, resosi conto di avere una sorta di vocazione per l'insegnamento e di poter a sua volta apprendere dai ragazzi, migliorando il proprio italiano con la pratica costante, fu conquistato sempre più dall'entusiasmo. Dati gli ottimi risultati ottenuti, prese dunque una decisione: dar vita a una vera e propria officina di talenti che aiutasse tanti "Edward" del borgo a uscire finalmente dal bozzolo.
    Con l'aiuto di molti volontari, animati dall'idea di realizzare un progetto comune e di pregio, BeCreative divenne così una realtà, affiancata da un motto che ne sottolineava l'intento: "Creare per crescere".
    L'intera comunità avrebbe beneficiato dell'iniziativa, come testimoniò il tempo.
    Oltre all'interesse che l'officina di talenti suscitava nei paesi limitrofi, richiamando un numero crescente di visitatori e turisti, Eddie, ora inarrestabile, aveva avuto anche l'idea di ridare dignità, con un tocco artistico, a vecchi tronchi disseminati un po' dappertutto nei pressi della sua casa-laboratorio. Senza abbatterli, in modo da lasciarli a testimonianza di una vita che fu ma che poteva ancora essere, seppure sotto un'altra forma, ne lavorò dapprima la superficie, per poi ricavarne forme quali fiori, funghetti, rami e altre meraviglie della natura.
    Il tocco finale lo lasciò ai suoi giovani allievi, ai quali assegnò il compito di dipingere l'opera finita con colori vivaci che richiamassero il paesaggio intorno, aggiungendo note di colore che costituissero un'attrattiva per tutti.
    Diffusasi la notizia sul territorio, in tanti venivano a vedere entrambe le realtà ideate dall'artista, che nel frattempo aveva separato il laboratorio dal resto della casa aprendolo alle visite a pagamento. Spinto da una logica tutt'altro che commerciale, Eddie aveva pensato che l'accesso al pubblico a un prezzo simbolico potesse contribuire al finanziamento della propria attività in continua espansione, senza sottrarle però la dimensione intima e speciale che lo caratterizzava, l'anelito da cui aveva preso vita.
    La magica creatura, come il giovane outsider di Dublino amava definire la realtà complessiva messa in piedi, sarebbe stata premiata in futuro con vari riconoscimenti, sia per il prezioso contributo dato per la visibilità offerta a giovani talenti del posto, sia per l'impegno profuso per la valorizzazione del territorio.
    Tutto questo, instillò in Eddie un orgoglio tale da potersi definire paterno e che, puro e scevro da fatui sogni di gloria, lo spingeva ogni giorno a compiere la sua missione: lasciare che l'arte trasformasse dei fragili virgulti in solidi arbusti.

  • 30 luglio 2014 alle ore 20:25
    Voce umana II

    Come comincia: Non saprai ch'io parli di te come se tu fossi me.  Non sapranno mai che abbiamo lo stesso contagio di amare liberi ed equidistanti come  con la paura di toccarci e sbriciolarci per sparire e non tornare. Non sapranno che costruiamo per veder distruggere, perché vivere si può solo con lo sguardo all'oltre che a niente s'attacca. E tutto diviene perché così noi siamo, lo sguardo gentile e le magnifiche distrazioni che allontanano e avvicinano.
    Non saprai che abbiamo lo stesso dolore di madre addosso e silenzi di padre. Le stesse cadute e gli stessi voli rapaci. Non sapranno che ci si ama anche senza appartenere, si sfugge e si corre senza respirare. Non sai quanti mari ho addosso e quanto felice io sia, per il solo sapere che esisti. 
    Allora sappi, anch'io cammino su pezzi di vetro e rido forte senza sentire nulla. Costruisco e m'allontano. E non sento nulla.
    Sento te invece
    come fossi io
    a librarmi nel mondo
    come una stella
    spezzata
    o un'altalena
    impazzita

  • 30 luglio 2014 alle ore 18:32
    L'anima di sabbia

    Come comincia: Dai vetri del pullman turistico è come un film, a cui sei abituato. Ci hanno volutamente abituato alla miseria, al degrado, al dolore, all’orrore. Piccole dosi quotidiane, qua e là, un telegiornale, un documentario, una discussione, tra gente in poltrona. Ora siamo quasi vaccinati, possiamo vedere membra a pezzi, mura macchiate di sangue, crateri di bombe, provando una modesta reazione. Socchiudiamo una palpebra, due sarebbero troppo, per un attimo, per cacciare un incubo: “Che non abbia mai ad accaderci”. Poi riprendiamo una commiserazione più ampia, più vigliacca. Postiamo su Face Book la nostra reazione e ci sentiamo migliori di chi non lo fa e parla dell’ultima zuppa di fagioli. E’ finito il Ramadan: oggi è festa. “Come la vostra Pasqua, per intenderci” - mi dice la guida. Siamo fermi, in una fila disordinata, su quella che dovrebbe essere un autostrada, ma è più una pista di un deserto, data la quantità di sabbia che la ricopre, spinta dal vento del Sahara. - “C’è un posto di blocco dell’esercito” - Il paesaggio è grigio, in tutte le sfumature, sino ad accennare un rosa, a tratti. Su case sgangherate (le nostre peggiori periferie, in uno sfacelo inimmaginabile), accenni di monumenti incomprensibili, minareti decadenti, recinti di ovili, intuizioni di piazze. Gente di stracci, neri e bianchi. Nessun altro colore. Devono aver spruzzato sabbia e tu vorresti un enorme aspirapolvere per vedere di scoprire la realtà che c’è sotto. Ci guardiamo e ci salutiamo attraverso i vetri delle auto. Una vecchia Mercedes: la moglie, accanto al marito, al volante, lascia libera solo una striscia bianca con due occhi, il resto è un velo nero. Ma, nei posti dietro, c’è baldoria: conto sette bambini, di cui uno mi saluta dal vetro del portabagagli. Le auto sono piene di viveri, pentole, cocomeri. Sembrano sereni, inconsapevolmente felici. Dove mai andranno, in questo grigiore? Il mare migliore è per gli europei. Su qualche casupola scorgo, ai bordi della strada, una trincea di sacchi scuri. Cela un militare che ci osserva, puntandoci la mitragliera. Ne vedrò altre, prima di giungere al controllo del posto di blocco. A proteggere il nostro pullman, ci scorta una camionetta dell’esercito con quattro mitra a vista. Alla postazione militare si giunge con un tortuoso zig-zag, tra cavalli di Frisia. L’invalicabilità è sottolineata dalla canna di un carro armato, ai lati della strada. Quando chiedo cosa temano, mi risponde: “La Libia è lì, a pochi chilometri”. Controllo la mia apatia, a ciò che vedo. Ho sabbia dappertutto, rosa la mia! Che mi abbia coperto l’anima?

  • 30 luglio 2014 alle ore 17:16
    tre e trentadue

    Come comincia: Il fiato, gli mancava il fiato capisci? Si stringeva a me, quasi per aggrapparsi alla vita, ma almeno le gambe le aveva rotte, e quella lastra sul torace, oddio che brutto ricordo, probabilmente gli aveva leso i polmoni, ecco perché faticava a respirare, povero amore mio; ecco perché faticava, lui così forte, così protettivo, ed io che non potevo fare niente, niente per lui, niente per me, anche io ero bloccata.

    Ma che diavolo era successo? Ah già mamma, non puoi renderti conto se non te lo racconto, ma è brutto, è faticoso ricordare e raccontare quella maledetta notte, quella che ci ha cambiato definitivamente la vita, a me, a lui, e a tutti gli aquilani per la miseria.

    Dai, cerco di farmi forza, ormai un po’ di tempo è passato, ce la posso fare. Scusami se qualche volta… Già, qualche volta, qualche volta: “quella” volta maledizione!

    Del resto è bene ricordare.

    I

    Quell’esame di filologia romanza era stato proprio tosto. Era la terza volta che lo provavo e proprio non riuscivo a superarlo.

    Diego mi aiutava, lui era bravo in tutto, riusciva a fare mille cose senza distrarsi: studiava, giocava a pallone, andava in palestra, usciva con me, mi aiutava… quante cose era capace di fare il mio Diego. E ora…

    Quell’esame dicevo. La mattina del sabato andai a farlo con una paura fottuta, ma presi coraggio, ebbi anche un bel po’ di fortuna, e riuscii a superarlo anche se lui non c’era. Non c’era perché non ce l’avevo voluto, come per scaramanzia e io avevo preso 26. Un passo avanti, ed ero felicissima.

    Quando arrivò in Facoltà mi vide da lontano e mi chiamò forte: “Ale! Ale! Sono qui. L’hai superato? Certo che sì.”

    Mi abbracciò e via di corsa a festeggiare al nostro bar al Corso.

    L’indomani ci vedemmo in Chiesa, ché avevo promesso di andare sulla tomba di San Pier Celestino, se l’avessi passato quell’esame; e allora andammo pure a messa. Non che fosse una cosa frequente, come molti italiani siamo cattolici a rate, ma ci sembrò giusto così.

    Il giorno passò così in fretta e poi la sera c’era la festa di compleanno di Sara, un po’ fuori dal centro: avremmo passato una bella serata da Sara, con tutti gli amici, con l’esame superato, io e il mio cucciolo. E poi dopo la festa sarebbe venuto a dormire da me. Le altre erano tornate a casa dai genitori e casa, per una volta, era tutta per me!

    Maledizione, sarebbe stata l'unica e ultima.

    Andammo a casa verso le due di notte. Facemmo l’amore, poi la stanchezza ci travolse e ci addormentammo felici sul mio lettone, uno a fianco all’altra, mano nella mano.

    Poi quel tuono tremendo e quell’orologio che si ferma alle 3.32.

    II

    Dopo quel rumore infernale, tutta quella roba che ci viene addosso e ci dilania le carni. Io sento un gran dolore, ma sento Diego che urla, un urlo forte, poi fievole, fievole, lento, riesce ad allungare la mano verso la mia, le stringiamo.

    Dio, non posso di più; è tutto buio e il silenzio è ancor più assordante del rumore di prima. Mi sento un macigno addosso, come se avessi sopra una casa, non posso muovere le gambe, sono bloccate, deve esserci caduto addosso tutto il soffitto... ma cos'è stato? Un terremoto, un terremoto, se ne parlava in questi giorni, ma ci hanno detto di stare tranquilli...

    Mi devo esser fatta la pipì addosso, sono tutta bagnata, accidenti e non posso pulirmi. Ma io sto bene. Diego si lamenta e respira male. Sento che ha qualcosa addosso al petto, forse un muro, un pezzo di muro, di legno, che ne so. Accidenti alle case vecchie, accidenti al terremoto.

    “Amore amore, rispondi, come va? Tieniti sveglio”

    “Tesoro ho tanto dolore, non... non riesco a respirare, ti prego tirami su, ho qualcosa sul petto”

    “Non posso amore, non riesco, ma vedrai che verranno a tirarci fuori; siamo vivi e questo è importante. Ce la faremo, dai”

    “Sì amore, ce la faremo... Poi riprenderemo le cose come prima, poi poi... ci sposeremo, poi...”

    Poi, ma ora?

    “Perché non arrivano? Mi manca il fiato, ti prego aiutami a respirare, dammi la mano”.

    Intanto mi passa davanti tutta la vita, quella con Diego, con voi, la scuola, i capricci per i vestiti, le liti con papà... Chissà se vi rivedrò.

    E intanto passano le ore, ma non so neanche come si contano le ore accidenti, e non posso fare niente, e mi fa male tutto e mi sento debole... Che silenzio pazzesco, ce la faremo? Dio ce la faremo? Ci aiuti per favore?

    Ma se non ci hanno aiutato le previsioni, se siamo qui con le case di cartapesta! Chi vuoi che ci aiuti per la miseria!

    E cerco di vedere qualcosa dagli occhi del cuore, di ricordarmi un colore, un profumo, un attimo, una farfalla che vola, in questo buio dannato e in questo spazio dove sono immobile, senza poter fare nulla se non pregare, senza poter aiutare il mio Diego che sta peggio di me.

    Ecco, ecco ora comincio a vedere, c'è un minimo bagliore che viene da fuori, come se ci fosse uno spiraglio.

    “Che bello, se c'è uno spiraglio, anche lontano, c'è aria amore! Amore... Diego!! rispondi ti prego!”

    “Ah am...ore mio. Sì, ci sono, ti prego, ti prego aiutami, ho freddo, ho tanto freddo”

    “Tesoro resisti, ti abbraccio e ti scaldo come tu fai sempre con me”

    Dio, Dio che situazione. Non ce la fa... non riesce e io come faccio? Accidenti, altro che pipì addosso, adesso vedo meglio... mannaggia é sangue! Sono in un lago di sangue e chi ci aiuta ora?

    Non viene nessuno, nessuno.

    “Amore ricordi che ieri siamo stati in Chiesa? Ricordi l'esame di filologia? E tu che sei venuto a prendermi, e il bar e la festa da Sara, e il nostro amore? Diego, rispondi, ti prego...”

    “Sì Ale, eccomi. Ho freddo... ho tanto freddo, non ce la faccio a respirare”

    “Se almeno arrivassero i soccorsi...”

    Sento dei rumori, da lontano delle voci! Arrivano, c'è qualcuno lassù, sì...

    “Ehi, c'è qualcuno lassù? Sono io sono Ale col mio ragazzo! Aiutateci, aiutoooo...”

    Non rispondono e Diego trema come una foglia, ha le mani ghiacce, non ce la fa!

    “E come faccio senza di te amore? Come faccio? Diego, cuccioletto, ti prego, amore, rispondi...”

    Un sibilo. “Sì, amore, sto bene, sto be..”

    “Oddio Diego, amore! Amore! AMORE! No, non lasciarmi. Aiuto! Lassù, fate qualcosa! Diego sta male, maledizione! Aiuto!”

    Niente, rumori, niente. Qualcosa si muove lassù, sento voci concitate e lontane. Ma Diego, Diego non risponde più. No, non è possibile. E ora che faccio?

    “Ehi, chi c'è sotto? C'è qualcuno?”

    Mio Dio, ci sono, stanno arrivando.

    “Sì, ci sono qui io , Ale, con Diego. Ma Diego non mi risponde, è freddo. Vi prego aiutateci!”

    “Ale, Ale, attenzione, non ti muovere ché ti veniamo a prendere, non ti muovere, ci siamo. Resisti ancora un po', arriviamo, eccoci...”

    Nell'attesa devo essermi addormentata.

    III

    Si, stavano davvero arrivando, mamma. Ma Diego non ce l'aveva fatta. Era morto fra le mie braccia. Ah, mamma. Non l'avessi mai portato a casa mia, mamma. Fossimo rimasti a casa di Sara ancora un po'... chissà...

    E ora, i nostri sogni? Quelli di tanti come noi dove vanno?

    Sai, a volte mi chiedono come sto: a me?

    No mamma. Neanche io ce l'ho fatta a salvarmi.

    Ma ora qui sto bene.

    Provate a far fare le cose un po' meglio per chi è rimasto...

    Ti voglio bene.

  • 30 luglio 2014 alle ore 16:43
    Corto # 11 - Inizio e fine

    Come comincia: ​La finestra dava su un cortile visto e rivisto mille volte. Ma quella sarebbe stata l'ultima.

  • 28 luglio 2014 alle ore 23:49
    Una serata speciale

    Come comincia: Si era appena conclusa una favolosa serata d’amore per Mattia e Sofia. Avevano camminato a lungo per giungere a vedere quel tramonto, ma, alla fine, c’erano riusciti. Il loro amore aveva superato ogni ostacolo e più camminavano, stretti l’uno nella mano dell’altra, più i loro cuori rimbombavano all’unisono ed erano legati dalla dolce melodia del loro Amore. Sofia guardò teneramente Mattia: aveva davanti ai suoi occhi il ragazzo con cui avrebbe passato il resto della sua vita. Anche Mattia ricambiò lo sguardo: Sofia lo aveva legato a sé e niente e nessuno avrebbe potuto separarli. In cielo due gabbiani volavano insieme e Mattia non pote’ fare a meno di pensare che lui e Sofia, nel loro candido amore, erano liberi proprio come due gabbiani che si davano forza l’un l’altro e riuscivano a volare anche contro il vento più forte.

    Vorrei dirti che Ti Amo immensamente – sussurro’ Mattia nell’orecchio di Sofia e lei, arrossendo, lo fissò e, abbracciandolo, gli disse: Ti Amo infinitamente.

    Ad entrambi piaceva giocare a mettere gli aggettivi e gli avverbi più assurdi a quelle magiche parole, ma alla fine l’aveva sempre vinta Mattia e Sofia, sorridendo, si arrendeva alla forza dell’Amore che quel ragazzo, giorno dopo giorno, le donava.

    Dopo una lunga passeggiata, decisero di sedersi su una panchina e, nel silenzio di una serata estiva, si scambiarono un intenso bacio. Mattia poi strinse a sé Sofia e, proprio come nei film, in cui a un certo punto parte una musica di sottofondo, i due cominciarono a danzare sulle note della loro canzone.

    Tutto era così magico e quella serata avrebbe segnato per sempre la loro tenera e immensa storia d’Amore.

  • 28 luglio 2014 alle ore 16:35
    Haiko

    Come comincia: Su quell'altalena ci aveva passato l'infanzia, una tavola e due corde colorate legate ad un robusto ramo di ciliegio. Su...verso i nudi rami dell' inverno Su...verso le gemme di fine febbraio Su...verso i fiori di maggio Su...verso le rosse ciliegie dell'estate. Conosceva ogni millimetro di quell'albero, ogni segreto snodo. Lo amava, sempre, mai tanto come quando si vestiva di fiori.Era un incanto, quasi indossasse un abito di seta profumata; un giorno sarebbe voluta essere bella così. Ci sei riuscita piccola Haiko. Perfetta nel tuo kimono nero e rosa ovunque cosparso da ricami di rami fioriti di ciliegio,perfetti i tuoi capelli lucidi, raccolti e fermati con arte dai tanti bastoncini, ammaliante il tuo profumo. Sei la Primavera Haiko. Sei il sinuoso snodo del tuo albero mentre ti sdrai accanto a quell' uomo. Lo farai felice Haiko, ma lui non sa. Non sapra' nella sapienza dei tuoi gesti,riconoscere la bimba sull'altalena che assorbiva fascino, mistero e bellezza dondolando, su, verso la primavera del suo ciliegio.

  • 28 luglio 2014 alle ore 16:31
    Margherita

    Come comincia: Margherita cara, In un tempo tanto tecnologizzato è un regalo immenso ricevere le tue lettere. Annuso la carta a cercare tracce di te, profumo di quelle tue mani affusolate, da pianista, che amavo tanto guardare, e sentire su di me.Bianche, eleganti, magiche...una Fata deve avere mani così. La tua grafia, così familiare, posso riconoscere il tuo stato d'animo ormai, vedere dalla linetta della "t" appoggiata o staccata dalla stanghetta se scrivi di fretta, sovrappensiero, dai puntini che mancano o presenziamo sopra le" i", se sei inquieta o rilassata. Sono sette anni che mi scrivi,ho uno scatolone di tue lettere qui,cerco di proteggerlo dall'umidità di questa piccola stanza, le riordino, le rileggo, le metto a gruppi, le lego con uno spago, poi le scompongo, e ricomincio da capo Vivo di te Margherita. Vivo di te cui ho fatto male. Vivo di te che volevi cancellarmi dalla tua vita e invece hai scelto di mantenere questo filo,niente telefono, mail, foto...solo la tua amata grafia. Non ho niente di più caro qui. Immagino la vita che mi descrivi, i tuoi figli, il tuo amato mare, l'uomo che hai accanto. Tutto ciò che avrei voluto con te. E l' ho sporcato, rotto, irreparabilmente. Pago la mia pena guardando i giorni scorrere oltre questa finestra a sbarre, finirà tra qualche anno,ma la pena più grande, più dolorosa e più giusta, lo so, è non averti più. Nessuno mi ha amato come te, nessuno lo farà mai più. So che in ogni tua missiva riconfermi,silenziosamente, quell' amore che io ti ho impedito di continuare ad esprimere nella vita reale, che avevamo sognato insieme. Grazie per questo regalo che mi tiene in vita. Carezza, come sempre, i tuoi bambini che non sono diventati i "nostri".Chissà come, e se, gli avrai spiegato di noi. Un bacio lieve sulle tue care mani. Perdonami Margherita. Perdonami. Tuo R.

  • 28 luglio 2014 alle ore 14:59
    Il carpentiere e l'ingegnere

    Come comincia: Aveva le mani screpolate e le unghie rotte: anche quel giorno, sotto la pioggia battente, si era spaccato la schiena lavorando in cantiere come sempre succedeva da più di 50 anni. Ormai sessantacinquenne, con il fisico logorato da un mestiere duro e faticoso, era ancora costretto a quella vita perché non aveva maturato la pensione e ai bei tempi aveva sperperato tutti i suoi lauti guadagni in vizi e bagordi; dopo gli ultimi calcoli sapeva che ne avrebbe avuto ancora per un paio d'anni. Sua moglie lo aveva abbandonato da tanto e i figli, pur avendo mantenuto alcuni contatti con lui, avevano le loro vite e non potevano sopperire a tutte le sue mancanze.
    Il furgoncino si fermò davanti a casa sua, era arrivato. "Buona serata e buona domenica, passo lunedì mattina alle 5.00, come sempre. Ciao Beppe"
    "Ciao Mario, buona domenica ragazzi" Disse Beppe mentre scendeva a fatica da quel mezzo che tutti i giorni li portava avanti e indietro dal cantiere. Mario e la sua squadra erano brave persone e grandi lavoratori, lavorava con loro ormai da una decina d'anni, ossia da quando le sue speranze di ritirarsi in pensione si erano infrante contro la dura realtà: per anni i suoi datori di lavoro lo avevano fatto lavorare come uno schiavo senza versare un centesimo di contributi previdenziali e, dopo 40 anni a sgobbare, Beppe si era ritrovato a dover lavorare ancora per parecchio tempo. Si maledisse mille e mille volte ancora per aver vissuto sempre oltre le sue possibilità economiche sperperando l'impossibile e adesso ringraziava il Padre eterno per aver evitato ai figli quella tragica sorte. Infatti, in tempi non sospetti, loro si erano iscritti alle scuole superiori e, ottenuto il diploma, si erano inseriti nel mondo del lavoro in un ambito distante da quello del padre: la figlia era una valida infermiera mentre il figlio era un ottimo chef.
    Mario e i suoi ragazzi avevano accettato di assumerlo nella loro piccola impresa; pur coscienti del fatto che Beppe non avrebbe più retto i ritmi imposti dalle imprese costruttrici, potevano però contare sulla sua enorme esperienza e capacità organizzativa e dopo un decennio il loro sodalizio era più solido che mai.
    Il fine settimana era diventato per lui un momento triste e deprimente, la maggior parte dei suoi amici era in pensione e durante la settimana si incontrava nei vari circoli, prestava volontariato, si occupava dei nipoti o semplicemente si vedeva al bar a giocare a carte e a scambiare due chiacchiere. Lui era fuori dal giro e faticava ad inserirsi nelle varie attività: non faceva volontariato, non partecipava ad escursioni o gite, raramente usciva con loro, anche solo per bere un caffè in compagnia e, cosa che lo rattristava di più, non aveva nipoti da accudire. Da anni suo figlio aveva confessato la sua omosessualità e conviveva con il suo compagno, mentre la figlia, per scelta, aveva deciso di non aver figli; una scelta che lui non condivideva e che era stata causa di forti discussioni tra di loro. Sua moglie se ne era andata tanto tempo prima, quando lui se la spassava con donne e amici.
    Solo, senza legami e senza prospettive, viveva la sua esistenza come un eremita. Preferiva andare a lavorare, infatti in cantiere poteva scambiar due parole con i colleghi, a mezzogiorno mangiava qualcosa di caldo in compagnia e spesso si faceva quattro risate.
    Quella sera fece un bagno bollente, il freddo e l'umidità gli avevano ghiacciato le ossa. Rischiò di addormentarsi nella vasca ma fu salvato dallo squillo del telefono; raggiunse a fatica l'apparecchio che continuava a suonare in cucina e rispose con il fiato corto.
    "Pronto?"
    "Papà?!" Era sua figlia.
    "Ciao Monica, stavo facendo il bagno, cosa c'è?"
    "Sempre gentile" Rispose lei con una punta d'ironia.
    "Senti, ho preso l'acqua tutto il giorno, sono stanco.."
    "Sto venendo da te, preparami il caffè" Monica non lasciò al padre il tempo di rispondere e chiuse la comunicazione. Beppe venne assalito da una strana agitazione, la figlia stava venendo da lui, cosa era questa novità? Il campanello lo sorprese mentre stava litigando con la moka del caffè, raramente la utilizzava, nessuno andava mai a trovarlo e lui preferiva berlo al bar. Aprì la porta e Monica lo anticipò "Stai litigando con la moka, faccio io" E senza aggiungere altro si avviò verso la cucina. Beppe richiuse la porta e sbuffando raggiunse la figlia che nel frattempo aveva già messo su il caffè. I due non parlarono e, come due attori che stanno provando la loro parte, si mossero all'unisono con movimenti studiati e composti, così da trovarsi seduti a tavola, l'uno di fronte all'altra ma ad una certa distanza. Il rumore del fornello spezzava quel silenzio e dopo pochi istanti si udì forte e chiaro il rumore del caffè che saliva nella moka. La donna anticipò il padre e si alzò per servirsi da sola, con un gesto lui fece capire di non volerne e lei si versò tutta la bevanda calda in una capiente tazza da tè. Vi aggiunse 4 cucchiaini di zucchero ed una abbondante dose di grappa, mescolò con energia e cominciò a sorseggiare piano piano. Nonostante tutto Beppe conosceva ancora abbastanza bene i suoi figli e sapeva che tutta quella manfrina era il modo di Monica per fargli capire di avere un problema ed era altrettanto chiaro che lei non avrebbe parlato per prima, venirlo a trovare era stata la sua mossa, adesso toccava a lui.
    "Hai abbondato con la grappa, di sicuro dormirai bene" Disse Beppe per rompere il silenzio. Monica sapeva di non potersi aspettare di più dal padre, ma apprezzò il suo sforzo e la sua calma, era piombata a casa sua in un momento e in un modo del tutto inusuali per lui e sapeva che stava facendo di tutto per accoglierla nel migliore dei modi; meritava di sapere la verità.
    "Sono incinta" Farfugliò nascosta dietro la tazza da tè. Lui sentì quelle parole, ma la stanchezza e l'udito che cominciava a dargli noia gli lasciarono il dubbio e la figlia, che lesse sul suo volto un certo smarrimento, si affrettò a ribadire ciò che aveva appena affermato assicurandosi che lui capisse chiaramente "Papà, ho detto che sono incinta" Disse quasi urlando e dall'espressione del padre le fu chiaro che stavolta aveva capito bene. Lui socchiuse gli occhi, il suo cervello stava eleborando quella notizia e uno spasmo involontario lo fece sogghignare, poi, quando concretizzò ciò che aveva sentito, spalancò gli occhi e fissò la figlia.
    "Sono contento, sei felice?" Era davvero contento, forse adesso avrebbe riallacciato i rapporti con la figlia.
    "No, si, cioè si e no. Insomma, non sono più tanto giovane e poi non è così semplice, il lavoro, la casa.." Sospirò abbassando lo sguardo e in quel momento lui capì "Vuoi abortire" La voce dell'uomo sembrò il rantolo di un cucciolo ferito, la figlia non disse nulla e chinò ancor di più il capo per poi cingerlo tra le mani quasi a voler sparire da quel posto, Beppe si rese conto di esser stato poco delicato e fece un gesto che lei mai si sarebbe aspettata, le posò una mano sul capo e con voce spezzata le disse "Figlia mia, io ti sarò vicino, pensaci bene prima di compiere l'irreparabile" Quel gesto e quelle parole la colpirono profondamente, scoppiò in lacrime e afferrò la mano del padre, senza dir nulla. L'uomo lasciò che lei si sfogasse e dopo alcuni istanti chiese "Perché?" La figlia alzò la testa e vide davanti a se un uomo distrutto, ma a questo punto doveva essere forte e provò a rispondere "Perché mio marito non vuole" Certo, la cosa era plausibile, suo genero aveva sempre detto di non volere figli che rovinassero la loro tranquillità di coppia; Monica tutto sommato era consapevole di questa cosa e non aveva mai obiettato. Ma adesso sorgeva un'altra domanda "Ma come è successo? Se non avete mai voluto aver figli, intendo, non avete preso le giuste precauzioni?" Infatti, ma stavolta no e lei lo sapeva, perché l'aveva fatto apposta "Qualcosa deve essere andato maledettamente storto" Rispose lei "O tremendamente dritto "Replicò solerte il padre. Monica accennò un sorriso e il padre interpretò quel gesto come un'ammissione di colpa "L'hai fatto apposta, ammettilo, l'hai incastrato" La donna tirò un lungo sorso di caffè corretto e confermò "Si, non ho fatto nulla per evitarlo, ma la reazione di mio marito è andata oltre le più nere previsioni" Il padre la guardò invitandola a continuare "Ha detto che se non abortisco la nostra storia è finita e mi caccia da casa sua" Che bastardo, pensò Beppe "E tu cosa vuoi fare? Cosa hai detto a tuo marito?" "Ho detto che voglio tenermi il figlio e lui mi ha dato una settimana per togliere il disturbo" Beppe diventò paonazzo nel sentir quelle parole, aveva sempre ritenuto quell'uomo un egoista egocentrico e megalomane, ma adesso aveva superato il segno "Domani prendi tutte le tue cose e torni a stare qui con me, la tua camera è libera, come ben saprai" "Davvero posso tornare?" "Sei mia figlia e poi questa casa gioverà della presenza di una donna" Lei abbracciò il padre come non faceva da parecchi anni "Grazie papà"
    Quel fine settimana lo passarono a sistemare la casa e a recuperare tutte le cose di lei dall'abitazione del marito che non sollevò la minima obiezione. Beppe non sentiva la stanchezza e alla domenica sera si erano già organizzati per i giorni a venire, avevano il loro lavoro e con un po' di pazienza avrebbero riallacciato i loro rapporti cercando di evitare lo scontro. Dopo cena, mentre bevevano il caffè, lui chiese alla figlia "Hai parlato con tuo fratello?" "No" "Non aspettare troppo, lui non è come me, ti è molto legato, ti vuole bene" Quella frase restò sospesa nell'aria. Lei sapeva cosa volesse dire il padre, ma come al solito sbagliava parole e rischiava di compromettere tutto; questa volta però lei decise di andargli incontro e rispose "Anche io voglio bene a Marco e voglio bene anche a te, come tu ne vuoi a me" Ecco, l'aveva detto, Beppe arrossì immediatamente e, quasi balbettando concluse "Va bene, ora è tardi, domani parto presto, buonanotte" Monica sorrise, l'aveva messo in imbarazzo ma lui riuscì a non essere sgarbato, forse le cose si sarebbero sistemate.
    L'indomani Beppe trascorse una giornata relativamente tranquilla, non pioveva e non faceva eccessivamente freddo e Mario lo aveva incaricato di riordinare la catasta del legname usato; lavorò fischiettando e alla sera, sulla via del ritorno, i ragazzi gli chiesero cosa avesse per essere così felice. Li tenne sulle spine e quando furono davanti casa sua aprì il portellone sorridendo e poi si girò di scatto verso i suoi compagni di lavoro: "Diventerò nonno!" Esclamò con gli occhi lucidi e subito richiuse il portellone per poi girarsi e filare via veloce. In casa lo accolsero un tepore accogliente e un profumo di cibo delizioso. Sul tavolo c'era un biglietto <Finisco il turno alle 22.00. Tu mangia quello che vuoi e non aspettarmi in piedi. T.V.B. Monica" Fece una doccia rigenerante e poi si mise a tavola, la figlia aveva preparato un arrosto con patate al forno e dopo averlo riscaldato Beppe se ne servì una porzione generosa. Assaporò quei gusti con calma mentre guadava il telegiornale, le solite notizie questa volta non lo disturbarono più di tanto, la sua Monica era tornata, doveva però resistere sveglio se voleva vederla, infatti in quella settimana non avrebbero avuto altra occasione di vedersi se non a quell'ora. Tolse le sue cose dal tavolo e preparò apparecchiato per la figlia, poi si mise comodo sul divano ad aspettarla.
    Monica entrò in casa che erano appena passate le 22.15 e trovò Beppe sul divano con il capo reclinato da un lato; la sua esperienza le fece trillare tutti gli allarmi nel cervello e in un balzo fu al fianco del padre. Respirava a malapena ma era chiaro che fosse in corso qualcosa di grave; immediatamente chiamò il pronto occorso. L'ambulanza giunse in pochi minuti, Monica, infermiera esperta, aveva già apportato i primi soccorsi. I volontari caricarono Beppe e corsero all'ospedale dove fu subito portato in reparto; nonostante il suo ruolo non permisero a Monica di entrare in sala operatoria. Il tempo scorreva lento, Monica era agitatissima e una sua collega, che era a conoscenza della sua gravidanza, fece in modo di metterla comoda e a suo agio sistemandola su una poltroncina "Grazie Fausta, io sto bene ma sono preoccupatissima per mio padre. Non ho ancora avuto modo di dirtelo, ma sono tornata a vivere da lui, mio marito mi ha scaricata" Monica stringeva le mani della collega che rispose a quella stretta, poi prese una sedia e si accomodò vicino all'amica abbracciandola affettuosamente "Sei un'amica Fausta" "Stai tranquilla, è in buon emani, cerca di riposare" Lo spavento e la stanchezza la fecero crollare e Monica si addormentò.
    "Dov'è mio padre? E mia sorella?" Marco sembrava una belva in gabbia e Fausta faticò non poco per tranquillizzarlo ma ormai Monica si era svegliata e si alzò dalla poltrona per andare incontro al fratello. I due si abbracciarono, Marco era alto quasi due metri con un fisico atletico e muscoloso mentre Monica, più bassa e minuta, si sentì stritolare dalla presa affettuosa del fratello "Attento!" Esclamò lei quasi urlando e il fratello, sorpreso da quell'avvertimento, si staccò fulmineo dalla sorella e subito notò qualcosa nella sua espressione; nonostante si vedessero raramente il loro legame era fortissimo e lui capì subito cosa bolliva in pentola. "Monica? Sei..? Sei..?" "Si Marco, diventerai Zio" Lui abbracciò di nuovo la sorella, un abbraccio diverso da prima, caldo e protettivo "Sono felicissimo Monica, papà lo sa?" "Si Marco, vieni a sederti che ti aggiorno sulle ultime novità"
    Monica raccontò gli ultimi avvenimenti al fratello, la sua gravidanza, la fine del suo matrimonio e il riavvicinamento con il padre che l'aveva accolta felice a casa sua e adesso, quando sembrava potesse iniziare un nuovo corso, il padre era in bilico tra la vita e la morte.
    "Si riprenderà?" Chiese speranzoso Marco.
    "Lo spero" Rispose la sorella.
    "Andiamo a farci un caffè" La invitò lui.
    "Si, il distributore automatico è  al piano inferiore in fondo al corridoio in una stanzetta laterale"
    Il ronzio del distributore di bevande era l'unico rumore percepibile, in tutto il piano regnava il silenzio e Marco si sentiva a disagio. Monica lo rassicurò "In questi reparti, particolarmente a quest'ora di notte, è normale questo silenzio" Marco non rispose e bevve il caffè in un sorso, mentre lei lo sorseggiò piano. Tornarono su, in attesa di notizie e dopo un quarto d'ora, quando le lancette del grosso orologio appeso al muro indicavano le 3.58, un paio di dottori uscirono da una stanza e si mossero nella loro direzione. Monica li conosceva e sapeva comprendere il loro linguaggio, quindi non fece giri di parole "E' vivo?" "Si Monica, è vivo" Rispose Romano, il più anziano dei due "Ma?" Chiese Monica, c'era sempre un ma. Fu Giulio a rispondere "Ma ha finito di lavorare" I due fratelli si guardarono sconcertati ma allo steso tempo tirarono un sospiro di sollievo e Monica si fece più insistente "Ok, e poi?" Adesso i figli erano tranquillizzati e avrebbero ascoltato attentamente, perciò Romano spiegò loro che il pronto intervento di Monica aveva evitato danni maggiori e Beppe tutto sommato, vista l'entità dell'infarto, aveva subito danni leggeri e non compromettenti: con una buona riabilitazione, con un regime alimentare regolare e alcuni accorgimenti sulle sue abitudini, nel giro di un mese avrebbe potuto riprendersi tornando autosufficiente. Purtroppo però non avrebbe più potuto lavorare nè sottoporsi a sforzi fisici eccessivi.
    "Finalmente, così se ne starà a casa in pensione" Esclamò Marco.
    "Grazie Romano, grazie Giulio, sapevo che avreste salvato mio padre" Monica era visibilmente commossa.
    "Grazie anche a te Monica" La rincuorò Romano e poi i due medici si congedarono.
    Erano quasi le cinque di mattina, avevano sonno ma Monica ebbe un flash.
    "Mario!" Esclamò.
    "Chi?" Chiese il fratello mentre scendevano le scale.
    "Mario, il capo di nostro padre. Alle 5.00 passerà da casa per prenderlo, devo avvisarlo"
    "Ok, chiamalo" La tranquillizzò Marco.
    "Non ho il numero, devo correre a casa immediatamente"
    "Va bene, ti accompagno"
    "No, sono con la mia macchina"
    "E allora ti seguo" Concluse amorevolmente Marco mentre stavano raggiungendo le rispettive vetture. Monica si fermò e abbracciò il fratello "Ti voglio bene, grazie" "Anche io, andiamo adesso o faremo tardi"
    Alle 5.04 giunsero davanti alla casa del padre dove un pulmino, con il motore acceso, sostava davanti al cancello. Monica scese immediatamente dall'auto e si avvicinò al finestrino del conducente che si stava accendendo una sigaretta e aveva il vetro abbassato. L'uomo la fissò con uno sguardo forte e poi, dopo aver sbuffato una nuvola di fumo, scese dal mezzo e parlò con voce rauca "Tu sei Monica" "Si, tu sei Mario?" "Già. Tuo padre?" Monica scoppiò in lacrime mentre Marco l'aveva raggiunta e cercava di tranquillizzarla. I due spiegarono sommariamente l'accaduto a Mario che nel frattempo era stato attorniato dai suoi ragazzi. Alla fine l'uomo ordinò ai suoi uomini di risalire sul pulmino, era tardi e dovevano recuperare il tempo perso e con un gesto paterno prese a braccetto i due fratelli e si spostò di qualche metro "Tranquilli ragazzi, vostro padre è una roccia, si rimetterà presto. Non preoccupatevi e tenetelo a riposo, per quanto riguarda il lavoro non c'è problema, sistemeremo tutto con calma, adesso andate a riposarvi e portategli i miei saluti e quelli dei ragazzi e se avete bisogno di qualcosa chiamatemi"
    "Grazie" Rispose Marco, mentre l'uomo stava già salendo sul pulmino.
    Beppe fu dimesso dopo quasi tre settimane di ricovero, aveva superato positivamente tutti i test e gli esami a cui era stato sottoposto. Trovò un accordo con Mario: sarebbe restato alle sue dipendenze fino al termine della malattia; Monica si era informata, le avevano assicurato che il padre, terminato quel periodo, avrebbe ottenuto la tanto sospirata pensione. Beppe fu felice di quella notizia, ma il suo pensiero era altrove.
    In quei giorni all'ospedale il tempo non passava mai, lui era abituato a non stare mai fermo e l'inattività fisica lo deprimeva. Un giorno portarono in camera sua un uomo di 72 anni, era un ingegnere colpito da un forte infarto e dalle parole dei medici capì che non aveva molte speranze di sopravvivenza. Dopo aver dormito per tutta la giornata alla sera l'anziano si svegliò e fu subito lucido e presente. Beppe lo salutò gentilmente "Buonasera ingegnere, io sono Beppe" L'altro lo fissò attentamente scrutandone a fondo ogni piega del viso e alla fine esclamò "Beppe! Beppe il carpentiere! Io sono Adriano, l'ingegnere, ti ricordi tanti anni fa in quel grosso cantiere in città?" Beppe esitò un attimo, quella voce, quell'espressione; ma certo, Adriano, l'ingegnere e disse "Ossignore! L'ingegnere, el rompi coioni!" I due uomini scoppiarono a ridere.
    Passarono tutta la notte a parlare, i ricordi di un tempo, le relative vite, condite da successi e delusioni. Il lavoro, i figli, le donne e il tempo che passa inesorabile; toccarono i più svariati argomenti passando dalle grasse risate a silenzi carichi di sconforto. All'alba furono interrotti da un'infermiera che stava facendo il giro delle camere per controllare i pazienti. Trovandoli svegli e visibilmente provati li rimproverò ricordando loro che non erano lì per trascorrere le ferie ma per rimettersi in salute. I due la lasciarono sbraitare e appena se ne fu andata scoppiarono a ridere, poi Adriano si fece nuovamente serio.
    "Vedi Beppe, io so che non uscirò vivo da questo ospedale e fino a ieri la cosa mi spaventava. La morte in se non mi preoccupa, ma come avrai capito dalla mia storia io morirò solo, nessuno si ricorderà di me, verrò tunulato sotto una splendida tomba di marmo nel cimitero del mio paese, ho i soldi per permettermelo. Ma la mia sarà una tomba spoglia, spazzata dagli elementi e il mio ricordo morirà con me" Beppe aveva ascoltato quelle parole mentre un nodo alla gola lo soffocava e non ebbe la forza di replicare. Caddero nel sonno, stravolti dopo una notte di veglia.
    Nei giorni seguenti i due strinsero un legame particolare e Beppe si rese conto della solitudine che li circondava, ma lui almeno aveva due figli e Monica, lavorando in quella struttura, si faceva viva più volte al giorno. Adriano ricevette solo una visita da parte di una donna sulla cinquantina molto bella ed elegante e Beppe pensò che fosse la sua donna perchè Adriano gli chiese di poterli lasciare soli in camera. Una sera Adriano si mise a sedere sul letto dell'amico e parlò lentamente "Beppe, amico mio. Sono giunto alla fine, stanotte la cupa mietitrice verrà a farmi visita, me lo sento" "Dai, dai smettila con le stupidate sei un galletto e poi c'è quella rossa che ti aspetta" Beppe non era pronto a simili discorsi "Già, la rossa. Una donna fantastica, non immagini quanto. Ti voglio ringraziare per essermi stato amico, qui, in questa stanza, con tutti i tubicini attaccati al corpo che azzerano ogni differenza sociale o razziale, dove la vita e la morte sono uguali per tutti. Io morirò, solo, ma tu hai ancora tanto da fare, ricordatelo" Beppe tirò su con il naso, le lacrime agli occhi gli annebbiavano la già debole vista e non riuscì a dire nulla. Adriano si infilò nel suo letto, sereno; qualcuno avrebbe versato delle lacrime sincere per lui, poi chiuse gli occhi e si addormentò.
    Fu svegliato da un certo trambusto, medici ed infermieri avevano preso possesso della loro camera e Beppe percepì chiare le parole di una dottoressa "Ora del decesso 03 e 42 minuti"
    Adriano era morto e lui, in silenzio, cominciò a piangere.
    "Sei sicuro di sapere la strada papà?" Domandò Monica preoccupata.
    "Si"
    Dopo alcuni minuti raggiunserò il cimitero e Beppe chiese alla figlia di aspettarlo in macchina. Trovò la tomba agevolmente, si era informato bene. Depose il mazzo di fiori in un vaso tristemente vuoto e vi aggiunse un po' d'acqua.
    "Hai visto, sono venuto a trovarti, non sei solo. Penserò io a te, i fiori e le preghiere non ti mancheranno, sei tu che manchi a me. Adesso vado che mia figlia mi aspetta in macchina e.. ciao, rompi coioni"
    Quel pomeriggio Beppe fu contattato ed invitato a presentarsi presso uno studio legale nel paese vicino, non sapeva cosa aspettarsi e per sicurezza chiese al figlio di poterlo accompagnare. Raggiunsero lo studio in perfetto orario e Beppe, da solo, fu fatto accomodare in uno studio su una comoda poltrona di pelle. Dopo alcuni istanti fu raggiunto da un avvocato  che si presentò a lui "Buongiorno, io sono Debora, la rossa"
    Erano arrivati a casa e Beppe, nonostante l'incalzare del figlio, non aveva detto ancora una parola.
    "Allora papà, mi vuoi spiegare cosa volevano da te?"
    "Sali in casa, c'è anche tua sorella, così parlo una volta sola"
    Beppe spiegò ai figli che Adriano gli aveva donato tutto ciò che gli era stato possibile e, tradotto in cifre, tra beni mobili e immobili si trattava di un sacco di soldi. Beppe chiarì immediatamente che avrebbe destinato solo una parte di quei soldi per le loro necessità, il resto lo avrebbe impiegato per opere di bene; aveva sprecato tutta la sua vita inseguendo il piacere personale, adesso avrebbe pensato al prossimo. I figli lo abbracciarono e in quel preciso istante tutti e tre sentirono chiaramente muoversi la pancia di Monica che disse: "E' d'accordo anche lui"
    Erano passati più di due anni da quei giorni, l'aria primaverile dava nuova linfa alla natura circostante mentre un merlo saltellava vicino alla tomba, incurante della sua presenza.
    "Ti sei fatto un nuovo amico" Disse Beppe " Il mio nipotino mi ha chiesto dove stavo andando, la prossima volta lo porto con me così lo vedi. Monica sembra essere contenta del suo nuovo compagno e io sono felice per loro. Marco si è lasciato con il suo fidanzato, è tornato a casa mia, non sta attraversando un bel periodo ma io e lui ci siamo riavvicinati. Ho donato dei nuovi mezzi alla palestra comunale e ho promosso quel corso di italiano per gli stranieri. Mi sono anche attivato per recuperare delle nuove sedie a rotelle per il centro anziani, insomma, mi sto dando da fare e poi... e poi tu le sai tutte queste cose. la vita scivola via, pregna del nostro egoismo e della nostra ambizione tanto da non accorgerci che il bello della vita è la vita stessa" Beppe sorrise "Questa non è mia, l'ho sentita da qualche parte, però mi piace. Adesso devo andare, il mio piccolo mi starà aspettando, ci vediamo alla prossima e.. ciao Adriano"

  • 27 luglio 2014 alle ore 20:23
    Corto # 10 - Estate

    Come comincia: Un bimbo spia l'alba dai buchi della serranda, pregusta il mare e sente nel vento che tutto è possibile.

  • 23 luglio 2014 alle ore 20:53
    Messaggio d'amore al vetriolo

    Come comincia: Non manca che la forma all'essere immanenti.
    E' l'oracolo del deserto che non risponde. La statua fissa nel tempo riverbera da sola e dice '' imperturbabile''. L'anima del demiurgo che innalza e fa crollare, tu sei. La cicatrice e il coltello che scava, sotto il ghigno maledetto di quel che mai si è detto. C'è un luogo dove vanno a finire i dolori, tutti, e s'arrampicano tra loro su specchi senza coscienza alcuna. C'è un luogo dove son nascosta e  il mio mondo è tutto fuori. Io non sono più io e tutto è sempre più in me
    Il mio mondo è tutto dentro 
    E non piango mai
    Non piangi mai

  • 21 luglio 2014 alle ore 16:11
    Con le orecchie sotto il pelo dell'acqua

    Come comincia: Le erano sempre piaciuti i litorali rocciosi, di quelli quasi senza sabbia, ciottolosi, dove predominano i sassi, piccoli e colorati, come se ne trovano sullo Ionio o alle Cinque terre. Pietre che sembrano preziosi minerali, opali, acque marine, zaffiri, e invece sono soltanto semplici ciottoli o fondi di bottiglia, ma levigati dalle onde per un tempo così lungo da trasformarli in oggetti  pregiati, dalle sfumature che solo la natura incontaminata sa creare.
    Da ragazza aveva trascorso intere estati a cercare le pietruzze più belle e strane e poi ne aveva riempito tutti gli angoli della sua casa, custodite in ciotole di coccio o in piatti di madreperla. E periodicamente le immergeva nell’acqua e rimaneva a lungo ad ammirarne le forme e i colori, ravvivati dall’elemento naturale a cui le aveva sottratte, portandole via dalle rive, preferibilmente all’alba, quando sul bagnasciuga solitario si mostravano in tutta la loro policroma bellezza e quasi pareva che le chiedessero di essere scelte.
    Le erano sempre piaciuti i litorali rocciosi!
    Ma si sa, quando si usano i verbi al passato, vuol dire che le cose sognate sono rimaste nei desiderata  nella realtà del quotidiano (che è l’unica a contare veramente nella vita di ciascuno). Pazienza!
    Quasi sgomitando, si fece largo tra i bagnanti che affollavano la riva sabbiosa del solito litorale … sabbioso, dove si recava perlopiù la domenica, dopo un’intera settimana di lavoro.
    Ad un certo punto bisogna adattarsi, pensò tra sé, scacciando a forza dalla mente quel  diavoletto capriccioso che le suggeriva di abbandonarsi ai rimpianti e alle recriminazioni.
    Ci sono mille e mille cose che si possono creare con la sola forza della mente, figuriamoci immaginare di essere su una spiaggia diversa, tra gente diversa, a diretto contatto con se stessi e la natura, la grande, benefica e severa madre Natura, che non smette di amarci malgrado gli scempi che noi essere umani perpetriamo quotidianamente a suo danno.
    Dieci metri, venti, trenta e l’acqua sempre al ginocchio. Quaranta e un’altra secca, a far riemergere persino le ginocchia. Cinquanta metri: superato il cartello di limite sicuro di balneazione, con poche, decise bracciate, si portò dove finalmente non c’era più piede e spingendosi a chiodo sul fondo, seppe che la meta era raggiunta.
    Dolcemente riemerse e si lasciò andare, distendendosi sul pelo dell’acqua. Rilassò ad  uno ad uno tutti i muscoli del  corpo e la pressione sottostante fece il resto.
    Produceva una sensazione straordinaria quel lasciarsi galleggiare senza più peso, le gambe e le braccia abbandonate al movimento oscillante delle piccole onde , senza che nemmeno uno schizzo si alzasse a bagnarle il viso rivolto in alto, verso il sole, gli occhi chiusi, tutto il resto del capo sommerso e le orecchie appena sotto la superficie di quel mare divenuto d’un tratto il “suo” mare.
    Non percepiva più alcun rumore esterno, solo il suo respiro, regolare, rilassato. Assaporava il silenzio o meglio quel dolce fruscio prodotto dai movimenti involontari del corpo.
    Si realizzava così la riconquista del sé, della propria entità fisica, con la percezione della vita attraverso il solo respiro: inspirare, espirare, così, piano, con regolarità.
     “Se il corpo prova disagio, la mente si agita; se la mente si agita, non è possibile il silenzio interiore. Il silenzio si fonda sulla quiete del corpo, la quiete sull'equilibrio. Il silenzio è il luogo della lucida, silenziosa, a-verbale, intro-versione della coscienza. Quando la coscienza si ripiega, in un muto domandare, su se stessa, può presentarsi l'intuizione che cambia la vita: la Grande comprensione. Si può scoprire ciò che dà alla vita un indubitabile, sacro, senso.”
    E adesso, standosene così, con le orecchie sotto il pelo dell’acqua, capiva perfettamente il senso di questi concetti bellissimi, letti una volta, chissà quando, chissà dove.
    E si sentiva perfettamente felice.
     

  • 18 luglio 2014 alle ore 7:20
    Flamme Jumelles - lettera a Chiara

    Come comincia: Carissima Chiara, sono molto felice che finalmente ci siamo conosciute. La tua sensazione di conoscermi da sempre, è stata la stessa anche per me. Mi rendo conto che ciò che ti dirò in questa mail, ti sembrerà' assurdo e fuori da ogni logica razionale, ma..se anche tu hai percepito le mie stesse sensazioni, lo comprenderai senza difficoltà, con la consapevolezza che ciò che sto per dirti, corrisponde a verità. L'amore che ti unisce a Francesco è..senza dubbio, un amore divino: le Vostre anime si sono finalmente ritrovate dopo tanta solitudine. Il velo che avvolgeva il vostro spirito sin dal principio e' caduto e vi siete finalmente riconosciuti...risvegliati da un sonno eterno che solo il vero amore puo' interrompere. Hai ritrovato la tua " flamme jumelle"..fiamma gemella, il tuo completamento, la tua perfetta metà. Ora capirai cos'è l'amore, non solo quello verso il tuo amato, bensì ne conoscerai la sua forma più elevata: l'amore incondizionato verso Dio e verso ciò che Vi circonda. Sono lieta che tu e Francesco, abbiate avuto questa immensa fortuna, e sono altrettanto lieta che tu abbia compreso il rapporto che lega me ad Edward. Noi come Voi, abbiamo ricevuto questo immortale dono, che ci unisce nell' infinito per l'eternita'. Arduo è il compito che condurrà noi tutti alla salvezza, ma siamo guidati. Ma fate molta attenzione miei cari fratelli: voi oggi siete Luce e avete dei nemici giurati. Le Forze Oscure faranno il possibile per separarvi...adotteranno i metodi più subdoli e vigliacchi per impadronirsi dei vostri ricordi e della vostra allegria. Vi getteranno nello sconforto, domineranno la vostra mente e vi tenteranno. Useranno i vizi capitali per farvi cedere e rinunciare alla missione che Dio vi ha destinato. Non abbiate paura. L'amore che vi unisce è l'arma migliore che possedete. Davanti all'amore il male non può nulla. Non dubitate. Mantenetevi integri e non sarete soli. Sarete guidati dai cori degli Angeli, gli stessi che Vi conoscono e vi accompagnano da sempre. Essi saranno uno scudo dove trovare riparo, ali calde e sicure da cui ritornare. Per questo mi sento di dirti..amatevi senza misura. Cogliete ogni attimo e fatelo Vostro. Rimanete fedeli a Cristo e nulla potrà toccarvi. Numerosi saranno i segni che incontrerete sul vostro cammino. Seguiteli, e non dubitate mai dell'amore sacro che vi unisce. Cara sorella mia, la tua dolcezza e' sempre la stessa, come il tuo amore tenero e compassionevole. Duemila anni fa, eravamo insieme, e le nostre anime si sono ritrovate ora, per portare a termine il compito divino che ci vede unite in quest' epoca e in questo tempo. Sono così felice che abbiate preso la decisione di diventare marito e moglie anche qui sulla terra, accettando il vostro compito, con onore e devozione. Non esitare mia cara, ora che sei all' inizio di questa avventura a chiedere se sei nel dubbio: meglio tu faccia una domanda in più, piuttosto che una in meno. Vi aspettano molte prove, in qualità di esseri umani e in qualità delle creature celesti che siete. Non sarà sempre semplice, coniugare la quotidianità di una coppia terrena, con lo spirito che vi rende unici, ma ricordate che Dio ha predisposto ogni cosa per voi. Non temete per me nè per Edward: la nostra vita e' un campo di battaglia, la nostra una missione che portiamo avanti per Cristo nostro Signore. Che San Michele Arcangelo possa proteggere il Vostro Amore da ogni Male. Fino alla fine del Tempo. Con infinito affetto, Sophie

  • 15 luglio 2014 alle ore 13:21
    Cristina di Svezia

    Come comincia: (Stoccolma, 18 dicembre 1626 - Roma, 19 aprile 1689)
     
    Il freddo a Roma, quando decide di fare sul serio, è insopportabile. Ma non a causa delle basse temperature, bensì per l'umidità che ti si insinua nell'epidermide, supera lo strato di grasso, trapassa i muscoli e si impianta nelle ossa provocandoti perenni brividi. Il freddo che si percepisce è di gran lunga superiore a quello indicato dal termometro, così come, in estate, la calura è maggiore di quanto stabilito dal mercurio dentro la colonnina.
    Noi romani siamo vessati dal clima umido e solo chi è avvezzo a rigidità maggiori può ridere dei nostri brividi. Proprio come il sorriso beffardo che vedo spuntare su questa creatura apparsa all'improvviso, annunciata da un lieve tintinnare di campanellini attaccati a una slitta trainata da magnifici cavalli bardati.
    Una slitta in piena Roma? Rabbrividisco e mi stringo nel cappotto, fissando questa figura esile, ancora giovane, un tantino bruttina, con i capelli acconciati in lunghi boccoli che fuoriescono da una cuffia ingemmata.
    Mio Dio, penso attonita, ma costei è la famosa regina Cristina di Svezia, la quale abdicò a favore di suo cugino per venire a stabilirsi in pianta stabile a Roma! Una regina testarda, avida di sapere, munifica; in realtà intenta a ricercare se stessa come donna, perché tale non si sentiva e per tutta la vita tentò inutilmente di apparire la donna che la natura le aveva negato di essere.
    «Tu…» balbetto e non per il freddo, «sei la figlia di Gustavo Adolfo, il re guerriero protestante che ha dominato durante la guerra dei trent'anni.»
    Sogghigna come un maschiaccio e appare ancor più bruttina di quello che è.
    «Sì, e aggiungerei che mi ha lasciato orfana all'età di sei anni pensando che era dovere di re morire su un campo di battaglia piuttosto che pensare alla figlia.» risponde con malcelato sarcasmo.
    «Ma ti ha lasciato con tua madre, una principessa Hohenzollern di Prussia.»
    Fa uno scatto con la testa, risoluta, e la slitta da dove è scesa svanisce così come era apparsa, in un tintinnare dolce di campanellini.
    «Faresti meglio a dire che mi ha lasciato nelle mani del solerte e devoto cancelliere Axel Oxenstierna. È stato lui il mio reggente fino al compimento dei miei diciotto anni. Mia madre, da ferrea prussiana, mi rinfacciava sempre di essere nata donna ed io, per non deluderla, mi comportavo da quel maschio che tutti avevano sperato che io fossi quando sono venuta alla luce.»
    Percepisco di nuovo un sottile sarcasmo nel suo tono e domando:
    «Per questo ti sei rivolta all'ambasciatore inglese dicendo che la tua damigella era la tua compagna di letto?»
    «E lo era!» ribatte alzando fieramente il mento. «Ho sempre odiato gli uomini, benché ne cercassi la compagnia, sebbene il rapporto intimo con loro mi abbia sempre disgustato. Come si può solo pensare di rotolarsi in un letto con questi esseri rozzi e privi di attrattive?»
    Rimango attonita, in silenzio, impreparata a quell'ammissione senza peli sulla lingua e deduco in un sussurro:
    «Amavi le donne.»
    «Ovvio.» risponde come se fosse la cosa più naturale del mondo. «Mi si è sempre chiesto e comandato di comportarmi da uomo ed io così ho fatto, in tutto e per tutto. Ti dirò,» aggiunge insinuante, «la cosa mi allettava non poco.»
    La osservo di sottecchi e, tutto sommato, un po' mascolina lo è. Le mancano la grazia di una donna, l'eleganza, il portamento e la dizione, mentre abbondano e trasudano la sfrontatezza, l'aggressività e la risolutezza tipica degli uomini. Tutto sommato, questa giovane regina mi fa tenerezza.
    «Tu eri figlia di protestante, nata in un paese luterano e, alla fine, ti sei convertita al cattolicesimo.»
    Alza le spalle esili, non ancora pingue come lo era diventata durante la seconda metà della sua vita e con un gesto secco tira indietro un boccolo.
    «E allora? In realtà, non me ne importava nulla della religione, intenta com'ero a studiare i grandi del rinascimento italiano. Le guerre di religione non le ho mai condivise, le ritenevo e ritengo puerili, una facciata per nascondere problemi più gravi.»
    «Ma tuo padre morì sul campo di battaglia per difendere il protestantesimo!» esclamo scandalizzata.
    «La sua vita era sua, poteva farne ciò che voleva.» risponde con fredda indifferenza. «Io ho sempre di gran lunga preferito lo studio dei classici alle continue amarezze che ci propinava la religione.»
    Mi fissa con alterigia, stringendo gli occhi per sondarmi e continua sibilando:
    «Vuoi mettere la bellezza di tutto lo scibile umano dinanzi ai futili battibecchi di vecchi prelati che si credono portatori della voce di Dio e che scatenano rancori che sfociano in guerre fratricide? Io ho preferito dilapidare il mio patrimonio aprendo la mia corte a tutti gli uomini di cultura, dai filosofi ai pittori, dagli scultori ai professori e ne sono stata ben ripagata.»
    Sentirla parlare così mi fa venire i brividi e mi domando come sia sfuggita alle maglie dell'Inquisizione. Ma, probabilmente, si teneva per sé queste osservazioni. Facendo bene, aggiungo.
    [cristina2] «So che sei stata una grande mecenate e la Svezia, sotto il tuo regno, è diventata la più grande potenza europea, al pari dell'Inghilterra sotto la regina Elisabetta. Tutto ciò, però, è andato inevitabilmente a cozzare con la supervisione di Oxenstierna.» le rammento.
    Scoppia a ridere e si porta una mano alla fronte, scuotendo la testa.
    «Sì, è vero. Il devoto Axel si preoccupava delle casse dello stato, io mi preoccupavo delle casse intellettuali. E questo mi ha inevitabilmente indotto ad abdicare, alla veneranda età di ventotto anni. Sai,» aggiunge avvicinandosi e facendo l'occhiolino, «ho sempre odiato le convenzioni.»
    «Lungi da me simile dubbio.» ribatto e il pensiero mi vola in un'epoca remota, dove una giovane e irrequieta regina scorrazzava insieme ai gentiluomini della sua corte, in abiti maschili, cacciando come una indemoniata in mezzo alle lande ghiacciate della Svezia.
    Una cosa è certa: questa donna tutto era tranne che una donna. Per lei gli uomini erano il mezzo per imparare qualcosa e come tali li considerava. L'idea di sposarsi non le aveva mai sfiorato la mente e il pensiero di avvizzire su un trono gelido come quello svedese le faceva accapponare la pelle.
    La sua salute gracile e le continui bronchiti non si adattavano al rigido clima nordico e lei smaniava e scalpitava per liberarsi da quel compito al quale era stata chiamata dalla tenera età di sei anni. Il solo pensiero di dover dare un erede alla corona la faceva stare male. E a sue spese dovette capirlo anche suo cugino Carlo Gustavo, il quale vanamente le aveva ripetuto di sposarlo, ricevendo in cambio sempre secchi rifiuti.
    All'ennesimo tentativo, Cristina altro non fece che abdicare in suo favore, senza prestare orecchio al suo cancelliere, e voltargli le spalle per partire alla volta dell'assolata Roma.
    «Il giorno dell'abdicazione, nessuno ha avuto il coraggio di toglierti la corona dalla testa.» rammento.
    «No, infatti. Ho dovuto dare un ordine, il mio ultimo ordine come sovrana. Ma quale soddisfazione!» aggiunge esultante. «Lo stolto di mio cugino era a tal punto innamorato che mi ha rincorsa per propormi nuovamente di sposarlo e dividere il torno con lui. Povero idiota.» commenta scuotendo il capo.
    Rimango di ghiaccio, pensando che si sta rivolgendo niente di meno che a Carlo X!
    «Di Roma mi attraeva tutto, a partire dalle sue opere.» mormora con tono nostalgico, dimentica della fredda Svezia.
    Scorgo i suoi occhi prendere vita all'improvviso, come se stesse parlando di un amante e continua con voce vibrante:
    «L'Urbe era, per me, un ricettacolo di bellezza e di cultura come nessun altro luogo al mondo e il solo poter mirare le opere di Raffaello e Michelangelo mi riempiva il cuore e fortificava l'anima.»
    «Sì, posso capirlo.» convengo trattenendo l'emozione.
    «Le basiliche per me erano solo meravigliosi musei, altro che luoghi di culto!»
    Sgrano gli occhi e rabbrividisco: se solo l'avesse urlato ai quattro venti, l'avrebbero processata e condannata per eresia. E la cosa strana, è che condivido la sua visione.
    [cristinasv] Tuttavia questa donna, toccata dall'arte, dalla bellezza della natura e dai classici greci e latini, sapeva essere crudele e spietata come un uomo. Così come avvenne per una rivolta in Svezia, prima della sua abdicazione: la soffocò con un massacro, non risparmiando né provando pietà per nessuno. Come non risparmiò uno dei gentiluomini della sua corte allorché le giunse all'orecchio che potesse essere un sicofante.
    «A Roma hai gettato le basi per un'accademia che, in avvenire, sarebbe diventata la famosa Arcadia.»
    «Già. Ho sempre amato circondarmi di uomini eccelsi. Sai, andavo a veder lavorare il Bernini e tutte le volte mi dispiaceva di non poterlo avere al mio servizio: le sue mani erano un dono di Dio. Così come le belle donne romane.» aggiunge ammiccante.
    Rimango immobile e provo a fare un sorriso, mentre la vedo avvicinarsi con passo misurato e quando è a pochi centimetri da me mi posa una mano sugli occhi e in quell'istante mi appare Roma in età barocca, così diversa dalla Roma imperiale e medievale. Sembra un ribollire di attività frenetiche, dedite a ridare lustro e belletto a una città che, per secoli, è stata la capitale del mondo prima e della cristianità dopo.
    Vedo scalpellini intorno alle fontane e alle scalinate, sommersi di polvere di marmo, felici di arricchire l'Urbe con ridondanti tocchi che sfiorano la tracotanza e il popolino che neppure li vede, avvezzo a scene simili.
    «Allora?» mi chiede ritraendo la mano. «Non era magnifica?»
    Sbatto le palpebre e rispondo:
    «Sì, come sempre. Anche in momenti di declino la nostra amata Roma ha sempre brillato come un faro. Ma tu, nonostante l'abdicazione, hai brigato per divenire regina di Napoli e dei Polacchi.»
    Reprime un gesto di stizza e fa un cenno, come a sottolineare che non voleva neppure sentirne parlare.
    «Dovevo pur fare qualcosa, no? Regina sono nata e regina mi sono sempre sentita. Sono solo nata nel posto sbagliato. Per questo sono voluta venire qui a morire. Non si potrebbe scegliere città migliore per lasciare un segno nella Storia.»
    «Ho veduto il tuo catafalco in S. Pietro.»
    La vedo fare una smorfia e commenta acida, con tono quasi isterico:
    «Il mio testamento parlava chiaro: volevo essere sepolta nel Pantheon, accanto al mio amato Raffaello.»
    Sorrido condiscendente e inarcando le sopracciglia le faccio notare:
    «Vedila così: S. Pietro non è certo un luogo comune dove venire inumati.»
    Sbuffa e porta le mani sui fianchi, mi fissa a lungo, borbotta qualcosa di inintelligibile in svedese, quindi inspira a fondo e annuisce.
    «E sia. Sono pur sempre una regina.» commenta con vana superbia.
    «Di spessore notevole.»
    La vedo chinare la testa in segno di accettazione e un attimo dopo batte le mani e di fianco a lei si materializza un cocchio trainato da quattro magnifici cavalli bianchi, un lacchè a cassetta e due dietro la carrozza.
    Resto incantata dalla sontuosità della scena e vedo un cardinale, probabilmente il suo fedele amico Decio Azzolino, che le porge la mano per aiutarla a salire. Lei mi manda un bacio a distanza e subito dopo svanisce insieme al codazzo ed io rimango impietrita nel freddo umido di Roma, incredula dinanzi a ciò che ho visto.
    Volgo lo sguardo al cupolone che svetta dinanzi a me in tutto il suo splendore e sorrido.

  • 13 luglio 2014 alle ore 7:24
    Una sera

    Come comincia: Note lente al piano, alle mie spalle. Mi è sfuggito l'autore. Ma non giova che le note abbiano un autore. Esistono in questo tramonto e mi stanno bene. L'estremità della canna fumaria della casa di fronte, ruota al vento e mi rimanda gli ultimi raggi. Il Vesuvio è celato da frammenti di nuvole incerte. I passeri si contendono, con breve canto, il cavo telefonico, che costeggia la strada. Il mistral spolvera la calura e fa suonare la selva. Ogni tanto, ho rospi disgustosi dentro di me. Questa calma non cura.