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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 09 giugno 2014 alle ore 13:16
    Il legionario

    Come comincia: Cammino sotto il sole infuocato del deserto, arranco con la gola riarsa e sento la mente che inizia a vacillare, facile preda dei dardi mortali di Helio.
    All'orizzonte, bagnato per effetto del riverbero, intravedo una palma ondeggiante -almeno credo sia una palma- e già pregusto la sorsata d'acqua che può salvarmi la vita, quando, in un barlume di lucidità, mi accorgo che la supposta palma si muove, mi si avvicina a passo addirittura sostenuto.
    Stringo gli occhi e porto la mano a visiera e lentamente l'immagine prende forma, una forma umana più che vegetale. Il sole risplende su un'armatura a placche d'acciaio, su un elmo stondato e su uno scudo con fregi gialli e rossi. Il gonnellino è rosso, le calighe marroni e la cuspide della lancia risplende incutendomi un timore reverenziale.
    Mi fermo, priva di forze, il fiato corto e il mio sguardo si posa sul minaccioso gladio che sporge al fianco dell'uomo e che mi abbaglia all'improvviso.
    [Immagine] Con estrema tranquillità, come se il caldo non lo sfiorasse neppure, appena arriva vicino mi assesta una cordiale pacca sulla spalla ed io cado a peso morto sulla sabbia sottile del deserto.
    «Ehi!» esclama aiutandomi a tornare in piedi. «Non immaginavo fossi così gracilina.»
    Mi pulisco dalla sabbia, sputo un po' di granelli, sbatto le ciglia e sospiro.
    «Ma chi diavolo sei? E come ti viene in mente, poi, di abbattermi così?»
    «Aho, e mica è colpa mia se sei fatta di gelatina.» ribatte quasi offeso. «Io volevo solo essere gentile, scambiare un saluto. Non si incontra molta gente nei paraggi. Comunque, io sono Caio, uno dei legionari del grande Giulio Cesare.» si presenta raddrizzando le spalle.
    Per una frazione di secondo rimango senza parole, quindi, cercando vanamente di pararmi dal sole accecante, borbotto:
    «Ecco. Dovevo immaginarlo. Siete tutti così gentili voi legionari?»
    Sorride e si toglie l'elmo, mettendomelo in testa e studiando la mia espressione titubante.
    [Immagine3] «Questo ti riparerà.» mormora conciliante.
    Avverto la pesantezza dell'acciaio sulla testa, ma non riesco a replicare, troppo sfinita e prossima al collasso. È incredibile, eppure quell'elmo offre un'ottima visuale e lascia scoperte le orecchie, nonostante i guanciali che riparano i lati del volto.
    «È per ascoltare bene gli ordini in battaglia.» spiega.
    Lo vedo prendere una borraccia che porta in spalla insieme ad altre cose e me la offre per dissetarmi. La prendo con avidità e ne tracanno un lungo sorso, sentendomi subito meglio.
    «Mi sembra giusto. Ma quanto pesa quest'armatura?» domando porgendo la borraccia che, nel frattempo, si è miracolosamente riempita di nuovo di acqua.
    «Suppongo quindici, venti chili. Ma noi legionari siamo addestrati a marciare con questo peso addosso, pertanto non lo avvertiamo più. Ti basti sapere che, seguendo il nostro generale, abbiamo coperto duecento chilometri in soli tre giorni. A piedi, ovviamente.»
    Il suo orgoglio è tangibile e gli occhi gli brillano di fierezza ed io mi sento di gelatina dinanzi a lui.
    «Le legioni hanno reso grande Roma.» rammento, guardando la scritta "Legio" sullo scudo e il numero di appartenenza.
    Annuisce e porta le mani sui fianchi, inspirando a fondo.
    «Agli inizi la legione era composta da 6000 uomini che prestavano servizio solo in caso di guerra. In seguito, con l'espandersi del territorio, ci siamo dati un ordinamento e il servizio non si prestava più in modo sporadico.»
    «Questo, però, non è stato sufficiente quando i Celti hanno invaso l'Urbe, nel 390 a.C.» commento.
    «È vero.» ammette riluttante. «In quell'occasione i biondi barbari del nord ci hanno sopraffatto e noi legionari abbiamo dovuto rivedere la nostra tattica. Qualcosa, ovviamente, non andava.»
    «Ossia?» domando curiosa.
    «Be', innanzitutto il servizio di leva non poteva essere più a carattere facoltativo, bensì doveva divenire obbligatorio per tutti; di conseguenza, una volta arruolati, affrontare un faticosissimo ed estenuante addestramento che durava quattro mesi, dove facevamo marce forzate con tutta l'armatura addosso. Di pari passo l'addestramento con il gladio.» e tira fuori questa spada corta e larga che incute paura.
    «Sembra un grosso pugnale.» noto deglutendo.
    «E quasi lo era. Venivamo addestrati per colpire di punta, diritto allo stomaco dell'avversario, la parte più molle e priva di protezioni. Sotto il nostro assalto nessuno resisteva.» ammicca arricciando il naso.
    «Posso benissimo immaginarlo. Siete diventati l'esercito più temuto dell'antichità, il più efferato, ma anche il più disciplinato.»
    «Già.» sogghigna, mostrando una fila di denti bianchi. «L'astinenza forzata prima della battaglia aveva il potere di renderti più crudele contro il nemico. La legione, nel periodo di massimo splendore, era composta da 4800 soldati, suddivisi in 10 coorti di 480 uomini e questi suddivisi in 6 centurie di 80 uomini. I centurioni erano coloro che, alla fine, comandavano, essendo i più vicini ai soldati; un po' come succede alle basi di un esercito moderno. Non andavano mai in pensione e terminavano la loro vita facendo carriera militare. Ho conosciuto centurioni che combattevano pur essendo ottuagenari.»
    [Immagine2] Trattengo un sorriso divertito, immaginando un attempato vecchietto con i radi capelli bianchi che ancora urla ordini ai suoi uomini. Ma, a parte questo, Caio ha ragione.
    «Vedervi schierati doveva apparire terrificante per il nemico.»
    Mi si avvicina con aria complice e sussurra:
    «Se pensi che ogni legione possedeva anche 300 cavalieri, figurati il terrore.»
    Provo solo a immaginare un esercito di decine di legioni, schierato dinanzi a un nemico più caotico e roboante che addestrato e disciplinato e rabbrividisco.
    «Le battaglie sostenute dai legionari erano sanguinose.» ricordo.
    «Sì, è vero. Però noi romani, a differenza dei barbari e dei Cartaginesi, potevamo permetterci il lusso di perdere anche 50.000 uomini al giorno, perché il giorno dopo erano comunque rimpiazzati. La legione era sempre pingue.» commenta con un sorriso di superiorità.
    Inorridisco al pensiero e riesco a credere, a quel punto, alle parole di Giulio Cesare, quando disse che la guerra contro i Galli era costata due milioni di morti.
    «A proposito di Cartagine.» inizio con cipiglio. «L'avete rasa al suolo con una violenza inaudita.»
    Sbuffa e sposta il peso da un piede all'alto ed io mi soffermo sulle calighe, inarcando le sopracciglia: come diavolo facevano a combattere con quelle cose addosso? All’apparenza sembrano delicate.
    «Tre sanguinose guerre puniche, durate decenni e costate molte vite. Sì, avevamo timore di Cartagine e non ci abbiamo pensato due volte a raderla al suolo quando ne abbiamo avuto l'occasione. Ma noi,» aggiunge scurendosi in volto, «non eravamo spietati solo contro i nostri nemici; anche con noi stessi.»
    «Ossia?»
    «Mai sentito parlare della decimazione?»
    «Be', sì, quando il vincitore decima il nemico…»
    «No, no.» mi interrompe con un gesto secco della mano. «La vera decimazione significa prendere un uomo su dieci e passarlo per le armi. I nostri uomini.»
    Sgrano gli occhi inorridita e chiedo:
    «E perché mai?»
    Fa una smorfia e si avvicina per osservarmi bene.
    «Sei mai stata sotto le armi?»
    «No.»
    «Allora è tutto chiaro.» commenta quasi con disgusto.
    «Chiaro cosa?» insisto.
    Si gratta il mento sbarbato e mi accorgo che, a dispetto delle apparenze, è molto giovane e mi sovviene anche il perché: l'età media, all'epoca, era di venticinque anni. Pertanto, come si entrava nella pubertà si veniva subito arruolati per un periodo non inferiore agli otto anni.
    [immagi] «Chiunque si dimostrava codardo in battaglia, era causa della decimazione del proprio reparto.»
    «Oh, mio Dio!» sussurro inorridita. «Non era più logico colpire il pusillanime?»
    «Occorre disciplina.» replica perentorio, da buon legionario. «Non mi meraviglia che tu sia stata renitente alla leva.»
    «Io non sono stata…»
    Scuoto la testa, sorvolando sull'insinuazione e lui continua, come se non fosse stato neppure interrotto:
    «Se ero consapevole di poter causare la morte dei miei compagni, preferivo superare la paura e morire in battaglia. Tu sopravvivresti con un fardello simile?»
    «Assolutamente. Ora mi spiego perché le legioni romane erano temute in tutto il mondo.»
    «Già. Il nostro arrivo era sinonimo di morte e distruzione. Io ero e sono tuttora fiero di essere un legionario di Cesare.» dice portando il braccio piegato all'altezza del petto, il pugno sopra il cuore.
    «Be',» rispondo sorridendo, «in qualche modo, anche noi siamo legionari, legionari di una Roma diversa.»
    «Quale Roma?» grugnisce e la sua irruenza quasi mi spaventa. «Di Roma ce n'è una sola.» puntualizza con occhi che scintillano.
    «Non esattamente.»
    «Sai cosa vuol dire "Legionario"?» incalza, provando a incutermi soggezione.
    «Ammetto di essere molto ignorante.» rispondo con un sorriso accattivante.
    «Nel nostro latino, la nostra bellissima lingua, significa "raccogliere in armi". Anche voi vi raccogliete in armi?»
    Il mio sorriso si illumina maggiormente, pensando ai colori dello stadio e rispondo:
    «Non proprio.»
    «E allora, cara mia, di legionari esistiamo solo noi, la vera macchina da guerra di Roma.»
    Lo vedo alzare il mento con fierezza e comprendo che non può capire quello che intendo io e lascio cadere il discorso, un attimo prima di sentire un tuono rombare sopra la mia testa. Alzo gli occhi al cielo e vedo un gruppo di nubi nere che arrivano con il loro pesante carico di pioggia e sorrido, rincuorandomi non poco.
    Quando la pioggia scende, mi accorgo che l'uomo non c'è più, svanito come un miraggio, ma in testa porto ancora il suo brillante elmo d'acciaio e un sorriso mi piega le labbra.

  • 09 giugno 2014 alle ore 10:43
    25 aprile 1797

    Come comincia: 25 Aprile

    Prologo

    Il 25 aprile 1797 S. Marco decise che era ora di intervenire nella storia della sua protetta, la Serenissima Repubblica di Venezia. Contrariamente all'opinione di molti anche tra i suoi amici, ch'egli d'altronde non aveva mai apertamente contestata, Marco non era particolarmente affezionato alla città. Quell'infantile pretesa d'essere sorta sull'isola da lui sognata, idea assurda, che nessuna persona dotata non necessariamente di fede, ma di buon senso, avrebbe sostenuto per più d'un giorno e che Venezia invece andava ammantando d'una sua storicità, completamente inventata, lo indisponeva. Quell'isola era un'immagine materializzata della gloria futura, un'anticipazione del regno promesso apparsogli nell'estasi dopo una vita di rigorosa, ascetica dedizione alla parola... e parola non è abbastanza "Logos sceso a dimorare fra noi" diceva, con felice intuizione, Giovanni! Ed ora quel popolo di pastori o naviganti che fossero, s'arrogava il privilegio di essere quella dimora!

    Non era proprio il caso di sentirsi onorato, niente affatto. Come se non bastasse gli erano stati fatti altri torti. Intanto il suo nome era Giovanni, anzi, Johanan; non che gli dispiacesse, in vita, essere chiamato col gentilizio romano, che era stato motivo d'infantile, ma legittimo orgoglio per la sua famiglia, anzi, dato che il maestro aveva cambiato il nome di Simone in Pietro e quello di Saulo in Paolo gli era parso naturale, iniziando a professare la nuova fede, rispondere ad un nome nuovo, astratto, romano, che tagliasse i ponti con un'infanzia troppo felice a cui il pensiero poteva tornare spesso, distraendolo dalla preghiera.

    Per i contemporanei dunque era Marco e basta.

    Ma questa città che si pretendeva sua patria, con Dogi che affermavano d'avergli parlato, avrebbe potuto informarsi un po' meglio ed invocarlo, almeno una volta, col suo nome: "Johanan prega per noi..." sentiva che un'evocazione così lo avrebbe davvero commosso.

    Nessuno ci aveva mai pensato.

    Preferivano inventarsi storie esorbitanti e strane, passi per le pretese vittorie a lui attribuite, ma quell'idea che fosse stato lui a colorar le rose di rosso... curioso intervento davvero, da parte d'un santo, modificare il colore dei fiori, che già Dio ha creato appunto variopinti! E comunque, se davvero lo avesse fatto, le avrebbe colorate d'azzurro o d'oro... le rose rosse sono le più comuni del mondo!

    In ogni caso la Serenissima, pur affermando d'essere la sua repubblica, se la cavava benissimo senza di lui, non soltanto perché, come tutti i paesi del mondo, godeva dell'inalienabile sostegno di Dio, ma perché qualcuno che avesse un debole per la città in Paradiso c'era eccome... ed era la Vergine Maria!

    Nessuno avrebbe potuto spiegare il motivo di tale preferenza e, naturalmente, nessuno aveva mai avuto l'ardire di chiederglielo! Il 7 ottobre 1571, addirittura, la Vergine aveva fatto cadere il vento all'improvviso per favorire la flotta cristiana contro i Turchi, ottenendo una vittoria che aveva sorpreso persino il Maestro.

    - Donna - aveva chiesto allora con la sua voce dolcissima, ma non per questo meno autoritaria, - perché intervieni in una realtà che non ci riguarda? La caduta di Bisanzio è la giusta punizione per i peccati d'orgoglio... - Non aveva potuto terminare la frase, perché la Vergine, con un gesto arditissimo che solo una madre poteva permettersi, gli aveva chiuso la bocca con una mano, sorridendo tristemente. - Povera piccola Venezia - aveva osservato - nata dal fango di una palude e sola in lotta contro un nemico tanto spietato... gli altri stati cristiani, forse, peccano d'orgoglio. La piccola Venezia cerca solo di chiudere gli occhi davanti alla nera voragine che minaccia d'inghiottirla, non hai forse insegnato tu stesso, caro, che è peccato cedere alle tentazioni? Non è prova di grande virtù, da parte sua, mantenersi "Serenissima" nonostante i ripetuti assalti del maligno? In ogni caso non sono stata io sola a mutare il corso degli eventi... sai bene che non sono così potente... Sua Santità Pio V ha sognato che una corona di rosario stringeva in un nodo di fuoco la flotta turca ed il sogno è piaciuto al Nostro Padre Celeste, senza l'intervento del quale io non potrei fare nulla! -

    Non c'era possibile risposta di fronte a tanta luminosa umiltà.

    Comunque permaneva il fatto che la Vergine guardasse alla città con un'indulgenza, certo non si può dire eccessiva... tutto è misura ed armonia nel cuore d'una donna amata da Dio... ma insomma, questa passione nessuno avrebbe potuto spiegarla.

    Non poteva essere dovuta al fatto che Venezia festeggiasse insieme la propria fondazione e l'annuncio fatto alla Vergine. Lo sapevano tutti, in Paradiso, che le date che fiorivano il calendario religioso cristiano non avevano niente a che vedere con la realtà. Anzi, a rigore, la Vergine avrebbe dovuto offendersi a quel parallelo assurdo, ne' più ne' meno come Marco s'offendeva giustamente all'idea che Venezia pretendesse d'essere la sua patria.

    Forse però le donne, anche quando sono sante, conservano un modo d'agire e d'amare diverso da quello degli uomini e la Vergine continuava a prediligere la città ed a intercedere per lei anche quando Marco pareva dimenticarsene.

    I Patti di Leoben, comunque, gli fecero mettere da parte i vecchi dissensi.

    Il fatto che Napoleone disponesse della città prima ancora d'averla vinta e si preparasse, non già ad esercitare un potere su di essa, ma a cederla addirittura ad una potenza nemica, come se fosse una moneta di scambio, gli fece d'un tratto cambiare parere sulla Serenissima. La vide all'improvviso fragile e precaria in mezzo a mostri demoniaci, come da secoli predicava la Vergine. L'idea che l'ufficiale corso, invece di ringraziare umilmente Dio della fortuna grande che gli era toccata, osasse posare gli occhi sulla "sua" Repubblica gli divenne intollerabile.

    Allora divenne sensibile alle invocazioni di quel popolo che continuava a chiamarlo Marco, tanto che il suo spirito si materializzò durante la "Messa granda" che la mattina del 25 aprile la città gli dedicò per festeggiarlo, ancora completamente ignara dei disegni tramati alle sue spalle e dei terribili editti di maggio, che avrebbero posto fine, di fatto, alla sua vita politica, nonostante qualcuno si illudesse ancora del contrario; solo un po' turbata dalla rivoluzione, questo sì. La Rivoluzione aveva spaventato tutti, in Europa, anche più delle guerre precedenti.

  • 01 giugno 2014 alle ore 23:00
    Un Natale con i fiocchi

    Come comincia: Per le strade si respirava già un’atmosfera festosa, sui tetti s’intravedeva il fumo dei camini e si sentiva il dolce odore delle caldarroste. L’atmosfera dell’imminente Natale era percepibile lungo le strette vie di quel paesino della Valle D’Aosta. Tutto era miracolosamente magico con le urla dei bambini che, accompagnati dai loro genitori, osservavano festanti i possibili regali di Babbo Natale. Grandi e piccini si apprestavano a vivere la nascita del Signore con serenità e gioia stando seduti davanti a una tavola imbandita in compagnia di amici e parenti.
    Purtroppo quel Natale per Luigi aveva un sapore diverso. Luigi era un bimbo di dieci anni, tanto dolce quanto sfortunato. Sua madre era morta mentre lo stava dando alla luce mentre suo padre aveva perso la vita in un grave incidente automobilistico qualche anno prima. Viveva con una zia che l’aveva preso con sé dopo la morte di sua madre e nonostante la sua premura e la sua dedizione, il bambino mostrava dei chiarissimi segni di infelicità. I suoi pianti erano molto frequenti, specie in quel periodo che precedeva il Natale in cui i bimbi della sua età erano in una dolcissima e trepidante attesa dei regali.
    Per il piccolo Luigi purtroppo i problemi non erano finiti qui. Un giorno infatti, sua zia da tempo malata di cuore, si spense improvvisamente a causa di un malore.
    Luigi si ritrovò da un momento all’altro solo al mondo e con un macigno che si sarebbe trascinato per tutto il resto della sua vita. Per quel grave lutto, il piccolo aveva versato tante lacrime, troppe per un bimbo della sua età e i suoi occhi azzurri trasmettevano tutta la tristezza di chi è abbandonato al suo destino.
    Il bimbo non aveva altri parenti diretti e fu così necessario l’intervento dei servizi sociali al fine di trovargli una giusta collocazione. Fu così che, dopo aver trascorso qualche giorno presso alcuni conoscenti di sua zia, gli fu comunicato l’imminente trasferimento in una casa famiglia in cui, come gli avevano assicurato, avrebbe trovato delle persone che si sarebbero amorevolmente prese cura di lui. L’indomani  Luigi si svegliò di buon mattino e, dopo un’abbondante colazione, fuori il portone della casa di quei conoscenti, si ritrovò dinanzi a due assistenti sociali, che immediatamente lo condussero in una vicina casa famiglia. Il piccolo portò con sé i pochi giocattoli che aveva e qualche necessario indumento. A prima vista quel luogo sembrava un piccolo angolo di paradiso. Intorno all’enorme fabbricato vi era un immenso giardino in cui i bambini ospiti della struttura, si divertivano giocando allegramente. Appena varcò il cancello della casa famiglia, il piccolo Luigi pensò che lì si sarebbe divertito e che presto avrebbe avuto quegli amici che ogni bambino della sua età desirerebbe avere. Luigi fu accolto molto affettuosamente da Suor Daniela, la direttrice della struttura che immediatamente gli mostrò la sua stanza cercando di metterlo subito a suo agio. Il bimbo, seppur con tanta tristezza nel cuore, appariva tranquillo, aveva già subìto troppe ingiustizie e pensava che nulla di peggio potesse intaccare ulteriormente la sua giovane vita.
    Luigi iniziò subito a familiarizzare con quella sua nuova dimora, diede uno sguardo qui e là nella sua stanza e si accorse che era proprio come se la immaginava. C’erano tre lettini e di fronte una piccola scrivania che i bambini usavano per eseguire i compiti. Si si stese su uno dei tre lettini, in attesa che suonasse la campanella dell’ora di pranzo. Sembrava tranquillo ma soprattutto aveva deciso di familiarizzare con quella nuova realtà.
    Purtroppo, il piccolo Luigi dovette per forza cambiare opinione sul luogo in cui si trovava e i problemi non tardarono ad arrivare. Mentre era seduto a tavola con gli altri bimbi, si accorse che alcuni di essi lo fissavano e ridacchiavano tra loro. Fece finta di nulla continuando a mangiare, sembrava non dare peso a quello spiacevole episodio.
    Verso sera invece arrivò per Luigi una triste conferma. Mentre si apprestava a prepararsi il suo lettino per la notte, si accorse che i suoi compagni di stanza avevano rovistato fra le sue cose per poi riferire alla direttrice del disordine di Luigi. Il piccolo fu così rimproverato e messo in punizione per l’intera giornata, ormai stava cominciando a capire che quello non era certamente il posto adatto a lui e di essersi sbagliato nelle sue valutazioni iniziali.
    Era ormai trascorsa qualche settimana da quando Luigi era arrivato alla casa famiglia, il Natale era ormai alle porte ma il bambino sembrava estraniato da tutto, messo da parte dagli altri bambini che consideravano quel nuovo arrivato un bambino sciocco.
    Tutti i bimbi della struttura erano intenti a preparare, con l’aiuto delle educatrici, l’albero di Natale e i vari addobbi per le stanze. Luigi purtroppo non prese parte ai preparativi, ormai trascorreva le sue giornate chiuso nella sua stanza, steso sul letto a fissare il soffitto. Si vedeva soltanto a scuola la mattina e durante il pranzo, era continuamente preso in giro da alcuni ragazzini più grandi e a causa di ciò si era chiuso sempre più in se stesso. Nonostante il grande impegno delle istitutrici nell’invogliarlo a partecipare alle attività della struttura, il piccolo Luigi aveva il viso ogni giorno più spento; il suo sogno ricorrente era una vera famiglia: una mamma, un papà e qualche fratellino. Spesso la notte sognava tutto ciò e il mattino seguente si svegliava con gli occhi pieni di lacrime.
    Un giorno arrivò in quella struttura un giovane e distinto signore, che si rivelerà, determinate per la vitadi quel bambino dagli occhi azzurri. Si chiamava Andrea, apparteneva a una nota famiglia d’imprenditori del luogo ed era il principale finanziatore di quella casa famiglia. Aveva una compagna, due bellissimi figli e una smisurata passione per i bambini. Si recava periodicamente nella struttura a trovare quei bambini che amava tanto, conosceva le loro situazioni ed era considerato un po’ il papà di tutti. La sua attenzione immediatamente si diresse verso Luigi che se ne stava seduto in un angolo mentre gli altri giocavano allegramente nel giardino della struttura. Si avvicinò lentamente al piccolo e gli disse: “Ciao, come ti chiami? Perché non sei a giocare con gli altri”? Luigi, con gli occhi pieni di pianto gli rispose: “Gli altri bambini non mi vogliono con loro, dicono che sono sciocco e non fanno altro che prendermi in giro”. “Non è vero” rispose Andrea “Tu non sei sciocco, sei un bimbo speciale e molto sensibile ed è evidente che gli altri non hanno la tua stessa sensibilità per comprenderlo”. Luigi prestò molta attenzione alle parole di Andrea ma il sorriso stentava ad arrivare; fu così che il bambino se ne ritornò mestamente nel suo angolino con gli occhi sempre più tristi. Mancavano ormai pochi giorni al Natale e le visite di Andrea al piccolo Luigi erano divenute sempre più frequenti. I due avevano instaurato un rapporto di tenerissima amicizia. Ogni volta il giovane Andrea era solito portargli qualche regalino che era sempre ripagato con un sorriso e un dolce abbraccio. I due trascorrevano tutto il tempo della visita di Andrea, a giocare insieme e Luigi sembrava divertito. Andrea oltre ad essere una persona di cuore, era anche molto simpatico e man mano era riuscito a conquistarsi la simpatia di Luigi.
    Mancavano ormai due giorni al Natale, al centro del giardino della casa famiglia spiccava un enorme abete addobbato con palline di carta preparate dai bambini ospiti della struttura. Andrea anche quel giorno arrivò puntuale nella struttura come faceva da qualche tempo a questa parte. Nel periodo in cui era stato a far visita a Luigi era sempre tornato a casa con un senso di amarezza. Gli capitava di guardare i suoi figli e nello stesso momento, pensava a quel bambino e a come sarebbe cambiata la sua vita se avesse trascorso il Natale con una famiglia vera. Quando si ritrovò per l’ennesima volta davanti a Luigi, con il sorriso sulle labbra gli comunicò una decisione che lo rese improvvisamente il bimbo più felice del mondo. “Piccolino” gli disse “Ho deciso di portarti a casa mia affinché tu possa trascorrere il Natale con una vera famiglia e resterai con me per sempre”. Il giovane imprenditore Andrea aveva deciso di adottare legalmente quel bimbo che tanto lo aveva affascinato. Luigi non stava più nella pelle, non vedeva l’ora di conoscere la sua nuova famiglia.
    Era finalmente arrivato il giorno di Natale e Luigi si ritrovò per la prima volta nella sua vita, seduto davanti ad una grande tavola con una vera famiglia al completo. La compagna di Andrea e i suoi figli lo accolsero a braccia spalancate, erano felicissimi di quel nuovo arrivo in famiglia al quale avevano promesso di amarlo rispettivamente come un figlio e come un fratello. Per il piccolo Luigi quello fu davvero un Natale con i fiocchi, trascorso con quella famiglia che aveva sempre sognato e che ora poteva avere tutta per sé.

  • 01 giugno 2014 alle ore 12:39
    Il settimo giorno

    Come comincia: Domenica è Fellini, Amarcord, La Strada, le strade ferite da motori rampanti. 
    Finestre aperte e l'aria di stagioni mutanti, di possibilità nuove e vergini impreparate al crollo ; anziani alberi fermi sotto cieli rotanti al settimo girone.

    La bellezza e Harmonia Mundi sovrastante un tempo precario che tutto nasconde. Il vuoto di calma iniziatica, il vuoto che spezza nella sorpresa infantile.

    Manifestazione sublime di quel che ancora deve accadere.

    Quel che ancora
    deve
    accadere.

  • 30 maggio 2014 alle ore 15:45
    Felice, due passi sul marciapiede.

    Come comincia: Incontrò la signora Emilia sul marciapiede e in maniera educata le chiese notizie sulla salute del marito.
    "Le sue condizioni sono stazionarie, ma il medico è fiducioso; con i nuovi ritrovati della farmaceutica presto potrà riprendersi"
    Povera signora Emilia, suo marito di 85 anni era in stato vegetativo da ormai più di 40 anni a causa di un incidente domestico e lei, a 82 anni, credeva ancora di poterlo veder guarire. Si congedò dall'anziana signora notando il suo sguardo stanco ma speranzoso allo stesso tempo. In realtà lui sapeva delle enormi difficoltà in cui navigava; abbandonata da tutti i parenti e da quelli che un tempo considerava amici, la signora aveva l'appoggio di alcuni volontari e basta, gli dispiaceva ma anche lui aveva i suoi problemi. Nel frattempo raggiunse un incrocio dove i pedoni avevano diritto di precedenza, eppure fu quasi investito da un auto. Fece un salto per evitare la collisione e riconobbe l'autista distratto; era Giulio, un ragazzo che aveva avuto seri problemi di droga. La sua era una storia come tante altre, il padre operaio e la madre casalinga avevano sempre cercato di non far mancare nulla ai figli, poi lui cominciò a drogarsi pesantemente e la sorella se ne andò presto da casa. I genitori cercarono di stare vicino ad entrambi i figli, ma Giulio assorbì tutte le loro risorse. Poi per fortuna riuscì a smettere con quelle porcherie e suo padre chiese di poterlo fare assumere presso la ditta in cui lavorava; ma per Felice in quel momento il ragazzo era allucinato. Un signore si avvicinò a lui chiedendo se avesse bisogno di qualcosa, Felice ringraziò e disse di star bene.
    "Questi giovani pirati della strada, tutti a piedi dovrebbero andare, a piedi!" L'uomo pronunciò quelle parole quasi urlando e lui lo riconobbe; era il signor Grassi, un uomo sulla cinquantina tragicamente rimasto solo. Infatti circa 20 anni prima sua moglie e i due piccoli figli furono investiti all'uscita della scuola materna: erano morti tutti e 3 sul colpo mentre il marito era all'estero per lavoro. Al suo ritorno fece cremare i tre corpi e li portò a casa dove dovevano essere tuttora.
    "La ringrazio signor Grassi, ma le assicuro di star bene" Non voleva dar corda a quell'uomo altrimenti lo avrebbe costretto, per l'ennesima volta, ad ascoltare la sua tragica storia. Controllò che tutto fosse a posto e riprese a camminare lungo il marciapiede ripensando alla faccia di Giulio, era convinto di aver notato un'espressione sconvolta. Giunto all'altezza di via Roma entrò in tabaccheria e salutò l'anziana proprietaria.
    "Buongiorno signora Lisetta, sempre in forma e allegra" La signora Lisetta aveva 74 anni e gestiva da decenni quella tabaccheria, ereditata dai genitori, che con il tempo era diventata anche ricevitoria per svariati tipi di giochi e scommesse. Il marito, ora in pensione dopo aver lavorato una vita in fabbrica, le dava una mano; era una piccola tabaccheria che doveva le sue fortune alla posizione strategica e alle gestione oculata della proprietaria.
    "Buongiorno" Rispose lei che stava servendo un cliente, mentre il marito era alle prese con due ragazzine che pretendevano le sigarette nonostante fossero visibilmente minorenni.
    "Ogni giorno è sempre peggio: ragazzini maleducati che ci minacciano, cialtroni che si alterano dopo aver perso al gioco, ubriaconi e drogati che pretendono di essere serviti a credito, siamo stanchi e avviliti. Ma tu sei venuto per altro non per sentire le lamentele di un'anziana bisbetica. Cosa ti serve?"
    "Due pacchetti di caramelle e mi gioca un fortunello per stasera"
    "Ecco. A te come va? Tua mamma mi ha detto che non ti sei ancora ben rimesso da quel viaggio, vero?" Chiese Lisetta che era amica di famiglia.
    "La mamma si preoccupa troppo. Ho solo avuto un po' di problemi a riprendere i soliti ritmi"
    "Sì, ma il tuo amico, quel Franco?"
    "E lascialo un po' in pace Lisetta. Avrà già i suoi pensieri, ti ci metti anche tu?" La riprese il marito che nel frattempo si era sbarazzato delle ragazzine. Felice restò  a bocca aperta, adesso non sentiva più nulla, attorno a lui tutto sembrava soffice ed ovattato. Dalla porta nera Franco gesticolava velocemente e gli stava dicendo qualcosa, ma lui non capiva, sentiva solo dei rumori e delle urla e vedeva Franco che si agitava sempre di più. Voleva fare qualcosa, ma l'immagine davanti ai suoi occhi si era cristallizzata, come in un fotogramma.
    "Felice!? Felice, stai bene?" La voce del signor Mario lo ridestò da quell'allucinazione.
    "Bene, si, tranquilli. Grazie, adesso vado che ho da fare" I due anziani non dissero nulla, lo conoscevano da troppo tempo e sapevano dei suoi comportamenti alle volte originali, quasi bizzarri limitandosi ad un cenno di saluto con la testa.
    Felice uscì dalla tabaccheria e riprese a camminare sul marciapiede dove trovò un barbone appoggiato ad un muro che chiedeva l'elemosina. Senza esitare infilò la mano nella tasca dei pantaloni per recuperare delle monete, quando notò lo sguardo di quell'uomo: non era umano, i suoi occhi non erano di questo mondo, era sicuramente uno di quegli esseri incontrati laggiù, nella foresta. L'uomo allungò verso di lui il cestino facendo tintinnare le poche monete appoggiate sul fondo e lui esitò un momento, poi prese coraggio e guardò nuovamente gli occhi del mendicante, due occhi neri, profondi e ammaliatori; gettò le monete nel cestino e si ritrovò al buio.
    Non era spaventato, in un certo senso aveva già vissuto un'esperienza simile anche se l'altra volta non si trovava per le vie della sua città e mentre era assorto nei suoi pensieri una voce improvvisa lo fece trasalire.
    "Felice. Tu sai perché ti trovi qui?" Non lo sapeva ma voleva prestarsi a quel gioco e chiese sicuro
    "Ci siamo già incontrati, vero?"
    "Forse. Dipende da cosa credi di aver visto e sentito, da ciò che vorrai vedere e sentire questa volta, dipende da te, come sempre" Felice avrebbe voluto rispondere a tono, dire che lui non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno, ma non ne ebbe la forza, né il coraggio.
    "Ma perché proprio io? Perché?" Chiese allora sconsolato.
    "Perché hai pagato, come sempre. Tu riesci a superare l'ostacolo che invece paralizza quasi tutti gli altri"
    "Allora qualcun altro prima di me ha visto e sentito, il cestino non era vuoto"
    "Hai ragione, ma il fatto di pagare dà accesso solo ad alcuni a ciò che è e non tutti sono disposti a vedere e sentire; ma tu, cosa vuoi fare?" Felice si pizzicò ripetutamente le chiappe per convincersi di essere sveglio; sentiva il dolore ma da qualche parte aveva letto  che in certi sogni si è talmente coinvolti da avere la sensazione di percepire anche il dolore, quindi chiese al suo interlocutore
    "Dimmi la verità, sono sveglio o sto sognando?" L'altro non rispose subito, per alcuni istanti Felice ebbe il timore di essere sopraffatto da quel buio e quel silenzio, cominciò a tremare.
    "Nei sogni non si trema. Allora, cosa vuoi fare?"
    "Fammi vedere e sentire"
    Era di nuovo sul marciapiede, invisibile agli altri. Percepì immediatamente tanta solitudine, ma anche invidia e odio, indifferenza, rassegnazione, cattiveria. Gente che si incrociava, ognuno con la sua storia; ognuno con i suoi problemi. Persone che si evitano per non rischiare di dover condividere qualcosa con gli altri, egoisti al punto da ignorare il prossimo a costo di restar soli. Ma cosa stava succedendo alle persone, possibile che il genere umano si fosse ridotto a questo punto? A nessuno interessava nulla di niente e nessuno all'infuori di se stessi. "Non vorrai farmi credere che siamo ridotti così male, mi stai ingannando" Accennò Felice poco convinto "E' tutto lì, davanti ai tuoi occhi, sforzati ancora un po', cerca una storia interessante e seguila"
    Felice scandagliò il marciapiede e sentì fortissimo l'odio e poi la rabbia emessi da un uomo che camminava a passo spedito; decise allora di seguirlo per capire cosa provocasse tutta quella rabbia. L'uomo camminò sul marciapiede per qualche minuto per poi prendere una via laterale e dopo alcuni metri si fermò davanti al portone di un palazzo dove suonò ad un citofono, di lì a qualche istante si aprì un portoncino e lui vi si infilò velocemente. Raggiunse il quarto piano salendo dalle scale, l'ascensore era guasto, giunto sul pianerottolo suonò un campanello. Una donna aprì lentamente la porta e lui spinse con tanta forza da scaraventarla a terra, lei si rannicchiò in un angolo e lui prese a darle dei calcioni tremendi "Ma che sta facendo?" Felice era sconvolto, ma l'altro non proferì parola. Intanto l'uomo aveva smesso di prendere a calci la donna che lentamente si stava rialzando in piedi e a passo deciso si diresse in quella che doveva essere la camera da letto. Al buio, nascosti sotto le coperte, due bambini di circa sei sette anni tremavano e piangevano; l'uomo li strappò dal letto e cominciò ad infierire anche su di loro e in quel momento sopraggiunse la donna che brandendo un coltello da cucina cercò di colpire l'aggressore. L'uomo evitò il fendente e fulmineo colpì la donna con un manrovescio facendola cadere rovinosamente contro lo spigolo dell'armadio, immediatamente il pavimento si tinse di rosso e il volto della donna parve sfigurato "Nooo!!!" urlò Felice stravolto da quello scempio "No, no! Fermati! Fermali!"
    Il mendicante lo stava fissando tendendogli il cappello per l'elemosina, Felice aveva il pugno chiuso sopra di esso e stava per aprire la mano ma si bloccò e parlò rivolto al poveraccio: "Ma tu, chi sei?" L'altro lo guardò intensamente e poi rispose "Senti amico, vuoi sganciare la grana o intendi startene lì impalato tutto il giorno?" Felice lasciò cadere una manciata di monete nel cappello aspettandosi qualcosa, ma non accadde nulla e vista la faccia del mendicante si convinse di aver avuto un altro incubo. Decise dunque di tornare a casa, sua mamma avrebbe saputo consolarlo con un buon pranzo e così si avviò lentamente sul marciapiede. Dopo alcuni passi incrociò un uomo dall'aspetto familiare che camminava spedito a capo basso e istintivamente lo fermò per chiedergli: "Ehi amico, dove vai così di fretta?" Era impazzito? L'uomo, senza scomporsi rispose sorridendo "Ma è ovvio, a fare un massacro" Felice strabuzzò gli occhi e l'altro scoppiò a ridere "Certo che è un tipo strano lei" E senza aggiungere altro riprese a camminare velocemente, mentre lui, Felice, era ancora impalato a bocca aperta. Quel giorno non riuscì più a fare nulla, nemmeno a mangiare e dopo aver passato una notte insonne l'indomani si recò in edicola dove acquistò il quotidiano della provincia. In prima pagina, in basso a destra, c'era la seguente notizia:<trovata morta, vittima di un incidente domestico, una donna di 32 anni> E poi:<I 2 figli, di 6 e 7 anni, visibilmente provati e sotto shock, non hanno ancora parlato e quindi non hanno aiutato a far chiarezza sulla dinamica  dell'incidente" L'articolo continuava all'interno con tutta una serie di ipotesi più o meno fantasiose su come fosse avvenuto l'incidente, un funzionario ipotizzava che la donna avesse subito delle percosse prima di morire, ma nessuno aveva visto o sentito nulla e il marito, avvisato dell'accaduto, aveva lasciato immediatamente il posto di lavoro per raggiungere la propria abitazione, teatro della disgrazia. Una foto ritraeva la famiglia al completo e Felice riconobbe le facce del suo incubo tranne l'uomo, infatti non somigliava minimamente al pazzo omicida della sua visione, né tanto meno all'uomo incontrato sul marciapiede, eppure la dinamica dell'incidente e le vittime coinvolte erano identiche a quelle che aveva visto. Si recò al lavoro con molti interrogativi che gli martellavano in testa; troppe cose erano cambiate dopo quel maledetto viaggio. La mattinata filò via liscia e a pranzo parlò ai suoi di quel fatto di cronaca.
    "Poverina, così giovane, con i figli piccoli e poi chissà il povero marito" Sua madre era veramente addolorata.
    "Ma se la picchiava" Rispose il marito.
    "Ma non dire eresie" Ribatté lei.
    "Ma è scritto sui giornali e poi ne parlano, la gente dice che lui è un poco di buono"
    "Saranno le solite dicerie. Tu Felice cosa ne pensi?"
    Stava rivivendo la scena dell'omicidio, gli sfuggiva un particolare, ne era sicuro.
    "Felice, mi stai ascoltando?"
    "No mamma, scusa. Sto ripensando a una cosa"
    "Cosa ti turba, possiamo aiutarti?" Chiese suo padre.
    "No grazie, esco a fare due passi e poi rientro al lavoro a sistemare dei sospesi"
    "E il caffè?"
    "Lo bevo al lavoro mamma, non ti preoccupare"
    Stava percorrendo il marciapiede, come faceva spesso, voleva solo camminare e schiarirsi le idee o forse no, aveva una speranza in fondo al cuore, sperava di incontrare il mendicante del giorno prima. Mentre camminava intravide dall'altra parte della strada un ragazzo che spacciava, la cosa era talmente evidente che, schifato da quella scena, Felice attraversò la strada e stava per raggiungere il giovane spacciatore quando lui se ne accorse e se la filò a gambe levate insieme a tutti gli acquirenti. Solo uno di loro restò lì, fermo, lo sguardo a terra, ma Felice lo riconobbe subito: era Giulio.
    "Ma cosa stai facendo ragazzo, avevi smesso con questa merda. Ai tuoi verrà un colpo se sanno che sei qui" Il ragazzo alzò la testa, le lacrime gli avevano inumidito tutto il viso e con fatica pronunciò alcune parole sconclusionate "Tu vedi, tu senti, sei uno di loro, salvami!" Felice restò per qualche istante zitto ad osservare Giulio che sembrava più stralunato del solito "Senti ragazzo, ti eri già fatto quando sono intervenuto? Stai calmo che adesso ti porto a casa, tranquillo, con i tuoi troveremo una soluzione. Su avanti, appoggiati a me, non sembri in grado di camminare da solo" Felice prese sotto braccio Giulio che in quell'istante prese a parlare "Lo vedi? Sei sempre il solito, cuore d'oro e animo gentile. Devi rientrare al lavoro, sai che farai tardi, eppure non esiti ad aiutare chi ne ha bisogno" Felice stavolta non ebbe esitazioni e rispose duramente "Senti, chiunque tu sia. Io non capisco tutta questa sceneggiata, questo mistero, dimmi chi sei, cosa vuoi?" "Sono Giulio, sono Armando, sono Roberta, Luisa, Enrico, Mara. Sono chi vuoi, sono chi ha bisogno di aiuto e da te è questo che voglio, aiuto" Felice si convinse di essere impazzito, doveva fare qualcosa o quella situazione lo avrebbe annientato. Preso dai suoi pensieri non si accorse di essere giunto a casa di Giulio e fu sorpreso quando davanti a se riconobbe la madre del ragazzo che, visibilmente agitata, stava chiedendo spiegazioni. In quel momento Felice riprese possesso dei suoi pensieri e con uno sforzo non indifferente riuscì a focalizzare la sua mente su quella scena.
    "Cosa è successo a mio figlio? Perché e qui con lei? Come.."
    "Si calmi signora, si calmi. Mi dia una mano a portare suo figlio in casa, le spiegherò tutto, ma si calmi"
    Portarono Giulio in camera sua e lo fecero distendere sul letto, poi la madre avvisò il medico di famiglia che promise di passare velocemente per una visita a domicilio. Felice spiegò con parole comprensibili, cercando di non confondere ulteriormente la donna, la situazione del ragazzo secondo il suo punto di vista e si meravigliò del fatto che una madre, sconvolta dal problema del figlio drogato, prestasse ascolto ad un uomo che conosceva solo di vista e fu ancora più sorpreso quando davanti a loro comparve Giulio, che lo ringraziò e promise di chiudere per sempre con quelle schifezze. La donna fu travolta dall'emozione e si lanciò verso il figlio abbracciandolo e baciandolo. Poi si rivolse a Felice e disse:
    "Grazie, grazie lei è, lei è un santo"
    Lui non era un santo e per giunta era in ritardo, il suo capo l'avrebbe richiamato, come sempre. Per fortuna il suo ruolo nell'azienda gli permetteva una certa elasticità di orario, la sua mansione non era collegata direttamente alle altre attività e, d'accordo con il suo superiore, aveva una certa libertà a patto che rispettasse i tempi di consegna.
    Il boss non c'era, risparmiandogli così una lavata di capo e lui avrebbe recuperato agevolmente il tempo perso. Era riuscito anche a fissare un appuntamento con il suo psicologo, dopo i fatti del sud America aveva sostenuto alcune sedute e adesso sentiva il bisogno di riesaminare alcune questioni.
    Avvisò la madre dicendo che sarebbe rientrato tardi, infatti a tarda ora uscì dal lavoro e si recò direttamente dallo psicologo. Giunto davanti alla palazzina ristrutturata da poco ebbe un attimo di esitazione, stava facendo la cosa giusta? Sì, doveva farlo.
    Lei lo accolse nel suo studio arredato sobriamente ma con un particolare tocco di femminilità che lo rendeva agli occhi di Felice molto erotico.
    "Bentornato Felice, accomodati pure" Felice sapeva già come muoversi e si accomodò su una poltrona. Lei si avvicinò e si mise seduta davanti a lui accavallando quelle lunghe e sinuose gambe che lo facevano impazzire "Dottoressa, eccomi di nuovo qua" "Felice, ti ho già detto che io sono Mara, la dottoressa lasciala stare" Disse lei cordialmente "Certo, mi ricordo. Allora Mara, da dove cominciamo?" Chiese Felice "Ma è ovvio, si ritorna in sud America"
    Felice, come colpito da una mazzata, scivolò nell'oblio e dopo un tempo indeterminato riaprì gli occhi: davanti a lui si materializzò una scena che lo perseguitava da allora, era di nuovo in sud America e Franco stava chiedendo disperatamente il suo aiuto.

  • 27 maggio 2014 alle ore 1:43
    Il grande amore di Emily

    Come comincia: C’era una volta, in un villaggio molto popoloso, una dolce fanciulla chiamata Emily. Viveva lì da quando era rimasta orfana della sua mamma e aveva come unica amica Laila, una fatina dei boschi che spesso andava a trovarla per darle qualche buon consiglio. Emily, nonostante cercasse in tutti i modi di sorridere, aveva una grande tristezza nel cuore; trascorreva le giornate da sola e tutto ciò che amava fare, era curare le piante del suo giardino o raccogliere fiori e frutti dagli alberi del bosco situato intorno alla sua piccola dimora. Ciò che la rendeva felice, erano le visite di Laila, con la quale amava chiacchierare per ore e ore parlando di tutto. Emily le confidava la sua infelicità, spesso piangendo a dirotto. La ragazza aveva sempre sognato l’amore della sua vita e quella solitudine in cui viveva, non la avrebbe certo aiutata a coronare questo sogno.
    Un brutto giorno, arrivò in quel villaggio, il potente e cattivo mago Hans che aveva deciso di impossessarsi di quell’angolo di paradiso per attuare la sua magia negativa. La fatina Laila fu così catturata dal mago Hans e imprigionata in un’altra dimensione. Questo episodio rattristò ulteriormente la dolce Emily, che si ritrovò, da un momento all’altro senza la sua confidente di sempre. La presenza di quel mago cattivo, aveva trasformato il villaggio, da sempre tranquillo, in un luogo in cui ormai regnava la paura. Le tante persone che vi vivevano uscivano di casa molto raramente per il timore di incappare in uno degli incantesimi di Hans.
    Un giorno, mentre era intenta a raccogliere i frutti e i fiori del bosco, Emily udì dei lamenti disperati in lontananza. Fece qualche passo e si accorse che quelle urla provenivano da una casa a pochi metri dalla sua; la porta era aperta e la giovane decise di entrare. Non vedeva nulla quindi si addentrò ancora di più in quell’abitazione che sembrava abbandonata. Si accorse finalmente che i lamenti che aveva udito provenivano da uno scantinato dove, in mezzo a dei ferri vecchi si trovava un giovane ragazzo seduto per terra e legato con delle catene. Emily rimase perplessa, si avvicinò e chiese “Come ti chiami e cosa ci fai legato lì”? “Mi chiamo Edward, mi trovo prigioniero qui per volontà del mago Hans” La ragazza ebbe un sussulto, conosceva la malvagità di quel terribile mago che aveva rapito la sua fatina Laila. “Aspetta, ora ti libero io” disse Emily. “Non credo tu possa liberarmi” ribatté Edward. “I poteri del mago Hans sono molto forti e io sarò libero solo se sarà lui a deciderlo”. Sul volto di Emily si leggeva tanta rabbia, non voleva rassegnarsi a tanta cattiveria e in cuor suo doveva esserci un modo per annullare la magia negativa di Hans. La ragazza salutò il suo nuovo amico promettendogli che sarebbe ritornata il giorno successivo per portargli un po’ di frutta del bosco, affinché non morisse di fame.
    L’indomani Emily si recò di nuovo a casa del giovane Edward, il quale fu molto contento di rivederla; portò con sé un cesto pieno di fragoline di bosco, mele e ciliegie. “Sei gentile a preoccuparti per me” disse Edward con voce risollevata “Figurati” rispose sorridendo Emily. “Tu sei stato vittima di quel mago cattivo e farò il possibile affinché tu soffra meno possibile la tua prigionia”. Edward voleva stringere le mani di Emily in segno di ringraziamento, ma era incatenato e si limitò quindi a ringraziarla con un dolce sguardo.
    Nonostante avesse ancora molta tristezza nel cuore, la dolce Emily, dopo l’incontro con Edward, aveva ricominciato a sorridere. Sembrava che quel giovane prigioniero di Hans le avesse fatto ritrovare un po’ di quella serenità che forse non aveva mai avuto del tutto.
    I giorni successivi Emily ritornò da Edward con dei cesti sempre più pieni di frutta, Edward ogni volta la accoglieva col sorriso, era molto grato alla ragazza che spontaneamente si era offerta di aiutarlo. Emily però lasciava ogni sera Edward con un filo di tristezza, voleva a tutti i costi salvare quel ragazzo per il quale cominciava a nutrire una certa simpatia. La giovane andò a dormire sperando che la notte le consigliasse sul da farsi.
    Quella notte non fu come tutte le altre per Emily, mentre gli occhi le si stavano per chiudere, iniziò a vedere una strana luce provenire dal corridoio di fronte la sua stanza. Si avvicinò e vide in lontananza una fatina, molto somigliante alla sua amica Laila che non vedeva ormai da qualche tempo. “E tu chi sei” domandò la ragazza incuriosita. “ Come non mi riconosci”? Rispose la fatina “Sono proprio io, Laila, la tua amica del cuore, quella con cui ti sei sempre confidata”. Emily la riconobbe e scoppiò di felicità. “Come hai fatto a liberarti dall’incantesimo di Hans”? Chiese commossa Emily. “Non sono libera purtroppo” rispose Laila con voce triste “Il mago Hans mi ha rapita e mi ha portata in un’altra dimensione e vorrei che mi liberassi.”. La giovane rimase perplessa, non sapeva minimamente come fare a liberare la sua amica. “Ascoltami attentamente” disse Laila “C’è un solo modo per liberarmi, percorri il viale più lungo del bosco. In fondo troverai una fonte; la chiamano fonte della felicità, vai lì e riempi tre secchi d’acqua poi mi farò viva di nuovo e ti dirò cosa dovrai fare in seguito”. Emily seguì alla lettera il consiglio di Laila e l’indomani si recò di buon mattino verso la fontana che la fatina le aveva indicato. Si avvicinò a piccoli passi e con cautela riempì i tre secchi d’acqua come le era stato indicato. Incamminatasi verso casa vide di nuovo apparire Laila che le disse: “Brava Emily, vedo che hai seguito il mio consiglio. Ascoltatami ora, non è finita qui. Porta quest’acqua a Edward il ragazzo prigioniero in quella casa e fagli bere tre sorsi d’acqua, uno per ogni secchio”. Emily rimase spiazzata da quella richiesta, si chiedeva come mai, il suo amico Edward dovesse a tutti i costi bere quell’acqua e come mai fosse considerata magica. Laila continuò: “So che quel ragazzo ti piace molto e se gli darai da bere quest’acqua miracolosa saremo liberi entrambi”. “Davvero”? Ribatté Emily con voce sorpresa. “Si cara” rispose Laila “Ci libereremo così io potrò tornare da te tutte le sere e lui potrà essere l’amore della tua vita, quello che hai sempre cercato. Stai attenta però, perché potrai farlo solo a mezzanotte in punto”. Nel cuore di Emily cominciò così a spuntare la felicità. Stava iniziando a credere nella veridicità delle parole di Laila e non stava più nella pelle dall’emozione.
    La ragazza attese con ansia la mezzanotte, tra lei e la felicità c’era soltanto qualche ora di distanza; quel ragazzo che aveva conosciuto da prigioniero in quella casa stava per diventare il suo amato sposo.
    L’ora fatidica era quasi giunta, Emily arrivò puntuale fuori quella casa in cui Edward era prigioniero. Appoggiò le mani sul pomello della porta ma proprio in quel momento ebbe una tristissima sorpresa, quella porta che fino ad allora era sempre stata spalancata, era a chiusa a chiave e dai vetri della finestra scorse Edward che giaceva legato a terra apparentemente morto. La ragazza iniziò a piangere disperata, il suo sogno stava per svanire improvvisamente.  Le sue urla arrivarono per fortuna a  Laila che le comparve improvvisamente. “Laila, amica mia, ti prego aiutami”! Implorava Emily “Edward sta male, non riesco a entrare, qui è tutto chiuso”. “Lo sai Emily non posso aiutarti”. Rispose Laila “Il mago Hans mi tiene qui e non posso usare la magia. Ricordati però che tu potrai aprire quella porta quando lo vorrai veramente. Desideralo con tutta te stessa e vedrai che ci riuscirai”. Emily fece tesoro di ciò che disse Laila, fu così che prese una lunga rincorsa e riuscì a sfondare quella porta con le sue forze. Entrò e vide Edward per terra in fin di vita e gli disse: “Edward, bevi quest’acqua, ti rimetterà in sesto” Il giovane si avvicinò lentamente a uno dei secchi d’acqua, sorseggiò lentamente e ripeté lo stesso movimento per gli altri due. Edward si riprese improvvisamente, l’acqua della fonte della felicità gli aveva restituito la sua vita. “Mia dolce Emily” disse alla ragazza “Ti sei presa cura di me fino a liberarmi e adesso sarai la mia sposa, la donna che amerò per sempre”. Ormai l’incantesimo del mago Hans era svanito e anche Laila ritornò a essere libera. “Mio caro Edward, ormai più nulla potrà separarci e saremo felici per sempre e grazie anche a te Laila per non avermi mai abbandonata”. Il giorno delle nozze di Laila e Edward fu davvero un evento straordinario. Vi parteciparono tutti gli abitanti del villaggio che resero omaggio agli sposi con canti e balli. Emily aveva finalmente trovato il grande amore e la tanto sospirata felicità accanto a quell’uomo che aveva aiutato per lungo tempo e che si apprestava ora a diventare suo sposo e compagno fedele per tutta la vita.

  • 25 maggio 2014 alle ore 14:41
    Melanie e Dorian.....

    Come comincia: Altera....signorile.....marziale......le labbra di Dorian Gray sapevano di liquido seminale e farfalle ubriache....usciva qualcosa dalla sua bocca....ma non era né vomito né saliva....era Pura LUCIDA FOLLIA....Melanie fissando Dorian non capì di primo acchitto.....Tutto le apparve chiaro quando la sua coscienza si dilatò percependo il meta-Orgone che tanto agognava.....raggiungendo finalmente il Solipsismo Assoluto di riuscire a Godere di Luce....Mentre si lasciava penetrare l'Anima a sangue, scopandosi DORIANSONG.....

  • 25 maggio 2014 alle ore 14:39
    Anèmone Irredento

    Come comincia:  
    Tu sei la mia Orlogcta Venerea....Il mio Anemone Irredento....la mia Ninfea Blue Impressionista....la mia Orlisea Argisolare.....la mia Almandra Gostantica.....il mio Cobalto Esplosivo Espressionista.....il mio Cespuglio neroluccicante pulcioso Dove rifugiarsi per respirare....la Mia Alba Dissonante che non tarderà mai ad arrivare....la Mia Piccola Bambina Zoppa Scaccia/Tristezza.......la Mia Làmia Melanie Klein/Kief....il mio Alto Tradimento ribaltato semanticamente.....il Mio Lilium Partigiano d'Alta Montagna....la Mia Anarchia Iconoclasta...la Mia Musa Luziana Schizografica.....Il mio Epos matrilineare cromatico.....Tu sei il Mio Angelo Iridescente Quasi Blue.....TU SEI IL MIO AMORE ASSOLUTO.
     

  • 25 maggio 2014 alle ore 12:00
    Risveglio

    Come comincia: Cazzo duro alle sette del mattino… non sai mai se esserne contento, per la sensazione ancora di virilità e di forza che ti da oppure rattristarti perché al fianco non hai nessuna che possa apprezzare… dura sveglia alle sette del mattino… se apri gli occhi prima che suoni stai lì a domandarti se sarà ora o no, e poi ti incazzi quando suona perché ti rendi conto che non hai più tempo per dormire… la condensa sui vetri forma quel leggero velo patinato che ti viene sempre voglia di sverginare con la punta del tuo dito.. freddo ? No .. sempre meno di quello che ho dentro… chiederti il senso delle cose a volte non ti aiuta, te le rende più fumose, più irreali, te le fa sentire più lontane, al di fuori del tuo tempo.. e il tempo è la mia unica unità di misura…
    Misuro le distanze con il tempo che i miei passi ci mettono a percorrerle, calcolo il peso degli oggetti che prendo in mano dal tempo che ci metto a sollevarli, riconosco i profumi e i suoni dal tempo che essi ci mettono a provocarmi emozioni
    Il tempo è la mia unica unità di misura… calcolo la quantità di alcool che sta in una bottiglia dal tempo che ci mette a farmi girare la testa, misuro la quantità di parole che stanno in una poesia dal tempo che ci metto a leggerle… e io annuso il tempo, e lui mi misura.
    Il tempo è l’unica cosa che mi lega al mondo, è l’unica cosa che mi fa vivere nel presente, è l’unico mio motivo di sopravvivenza.. e io annuso il tempo, e lui mi misura.
    Faccio mio il tempo di pensare, per misurare la mia coscienza, faccio mio il tempo di fare all’amore, per misurare il mio piacere, faccio mio il tempo per respirare, per misurare quanto ho vissuto e quanto mi resta da vivere… perché.. il tempo è la mia unica unità di misura.
    Ma ora la sveglia suona, e mi ricorda che ora è il tempo, e gli occhi appiccicosi per l’alcool e il fumo sono sempre chiusi.. e la cosa semidura che esce dalle mutande mi ricorda che siamo fatti di desiderio incontrollato, di istinto, di pensieri compressi… e annuso il tempo, e sento a volte profumo di terra, e puzza di fogna… e lui annusa me, e sente emozioni, piatte, fredde, rigide.. sente la paura che ho di esistere. Il calore è solo quello della fiamma che accende l’ennesima sigaretta, pronta a riempirmi ancora una volta di fumo i polmoni e il cervello… e nient’altro… nient’altro… che un cazzo ormai moscio, a misurare il tempo che ho passato a esistere, che ho passato a provare emozioni, che ho speso nel misurarlo e ad averne paura…
    Meglio spegnersi con un soffio di vento improvviso che bruciare lentamente..

  • 22 maggio 2014 alle ore 12:34
    Beatrice Cenci

    Come comincia: (Roma, 12 febbraio 1577 - Roma, 11 settembre 1599)

    Avete mai imparato a sciare? Io ci ho provato quando ero ragazzina e la cosa mi ha talmente impressionato che ho preferito scendere con lo slittino per il resto della vita.
    È un piacere enorme quando sfrecci sulla neve indurita, quando il gelo ti sferza le gote e il naso fino a renderli rossi come un ubriaco e senti l'adrenalina aumentare con l'aumento della velocità. Lo è un po' meno quando ti imbatti in un punto dove la neve è soffice e lo slittino ti si inchioda e tu sfrecci sopra di lui fino a ruzzolare giù come una palla impazzita. È un miracolo se non ti rompi nulla e rimani a sedere mezzo intontita prima di scoppiare a ridere per la scena buffa con la quale hai dato spettacolo.
    «Beata te che puoi godere delle gioie della vita.»
    Sbatto le palpebre al suono di quella voce sommessa e malinconica e mi alzo da terra, sgrullandomi la neve di dosso. La vedo, accanto a un albero dalle fronde basse, l'abito candido come la neve e rimango a fissarla a lungo, rapita dalla sua bellezza che non riesce a nascondere il dolore. Esito a lungo e chiamo titubante:
    «Beatrice Cenci?»
    Annuisce appena e sorride indicando la propria testa.
    «Preferisco non muoverla troppo: dopo sarei costretta a raccoglierla. Durante tutti questi secoli,» commenta in un borbottio, «ancora non sono riuscita a capire come fare per riattaccarla.»
    Rabbrividisco, a dispetto del caldo provocato dalle tante discese con lo slittino e porto istintivamente una mano alla gola, come a sincerarmi di avere ancora il collo.
    «Vuoi vedere?» mi domanda e senza attendere risposta si prende la testa tra le mani e la stacca dal collo.
    A quella vista raccapricciante divento più bianca della neve e un attimo dopo mi ritrovo di nuovo seduta per terra, gli occhi sgranati per l'orrore. Mi sembra di vivere un incubo scozzese, dove i fantasmi girano indisturbati nei meandri di castelli antichi e fatiscenti.
    Tremando appena mi metto in ginocchio e porto le mani in avanti, a mo' di scudo e supplico:
    «Ti prego, ricomponiti.»
    Lei lo fa ed io rinsanguo visibilmente. Mi rialzo con lentezza, ancora sconvolta e mormoro:
    «Comprendo il tuo stato d'animo e mi spiace per quello che hai passato.»
    Sospira mesta e ricordo con chiarezza la brutalità e la crudeltà di suo padre, Francesco Cenci, nobile romano gottoso e rognoso, erede di una ingente fortuna che lui, con il suo stile di vita, aveva sperperato.
    «Già.» mormora, come se mi avesse letto nella mente. «Soldi ereditati da suo padre e che è stato costretto a versare come risarcimento alle famiglie dei giovani da lui sodomizzati.»
    Faccio una smorfia, pensando che gli uomini non cambieranno mai e domando:
    «È per questo che non voleva farti maritare? Per non dover pagare la dote?»
    «Esattamente. I miei stessi fratelli hanno provato più volte a parlare con il pontefice per spiegargli l'impossibilità di vivere accanto a un mostro simile, ma il papa, benché conoscesse la situazione, non ha potuto far nulla, se non esiliare i miei fratelli maggiori.»
    «Pertanto, tu e gli altri siete rimasti alla sua mercé.»
    China appena la bellissima testa e i lunghi capelli castani le incorniciano il volto dalle guance ancora paffute.
    «Io e la mia matrigna, Lucrezia, siamo state rinchiuse nella rocca di Petrella Liri, in Abruzzo, in modo tale che lui potesse continuare a trattarci con estrema violenza lontano dagli occhi di Roma. I suoi continui soprusi, le sue svariate sevizie, alla fine mi hanno costretto a chiedere aiuto. Ho scritto alcune lettere al papa, Clemente VIII Aldobrandini, per spiegargli in quale situazione ci trovavamo io e Lucrezia e ho scritto lettere anche ai miei fratelli maggiori in esilio, nella speranza che qualcuno venisse a liberarci.»
    «Ci sei riuscita?»
    «Sì, le lettere sono giunte a destinazione, tuttavia nessuno si è preso la briga di aiutarci. Le mie erano parole al vento. Auspico che oggi si dia più credito a una fanciulla che versi nello stato pietoso in cui ho vissuto io.»
    «Per certo, oggi le tue lettere non sarebbero cadute nel vuoto.»
    Sorride soddisfatta e gira lo sguardo all'albero carico di neve che svetta alle sue spalle, commentando lapidaria:
    «Allora, la mia morte è servita a qualcosa.»
    «Indubbiamente. Le donne romane hanno guardato a te come a una vittima e come tale ti hanno onorata nei secoli.»
    «È già qualcosa.» risponde con un cenno impercettibile della testa, gli occhi dolci velati di lacrime.
    Mi soffermo sul suo turbamento e non riesco a dirle che, in fondo, era una colpevole che, oggi, avrebbe potuto usufruire delle attenuanti.
    «Una di quelle lettere,» riprende a raccontare, «giunse nelle mani di mio padre ed io venni brutalmente percossa. Ero certa che sarei morta sotto i suoi colpi, invece ne uscii con un po' di ossa rotte e molte ecchimosi.»
    «Tuo padre non andava per il sottile.» commento acida.
    «No. Era un mostro, nel vero senso della parola. E quando, nel 1597, si trasferì in pianta stabile a Petrella, per me e Lucrezia fu la fine.»
    «È stato allora che hai iniziato a pensare all'omicidio?»
    A quella parola gli occhi le si illuminano e sembrano prendere fuoco come tizzoni ardenti, mostrando tutta la voglia di vivere che aveva.
    «Già.» sussurra in un sogghigno. «Solo la sua dipartita ci avrebbe liberato dalla sua violenza. Non credi?»
    Rimango un attimo in silenzio, ripensando a tutti i processi subiti da Francesco per la sua crudeltà e tutte le volte condannato, e mi domando se, in questo caso, la vittima non sia giustificata. Ma non sono un leguleio, non capisco nulla di leggi e mi astengo dal rispondere.
    «Si dice che tuo padre avesse abusato di te sessualmente.»
    «No, non giunse a tanto, per mia fortuna.» risponde nauseata.
    «Hai organizzato tu il parricidio?» domando.
    «Io, con la connivenza di Lucrezia e dei miei fratelli Giacomo e Bernardo, con il castellano Olimpio Calvetti e il maniscalco Marzio da Fioran.»
    «E come avete agito?»
    «Be'…»
    Esita e si morde le labbra, mentre le guance le si imporporano, rendendola ancora più bella.
    «A dire il vero, i primi due tentativi fallirono.»
    [300px-Hosmer_Beatrice_Cenci] «Due tentativi?» ripeto incredula.
    «Eravamo un po' maldestri, devo ammetterlo. Noi non eravamo avvezzi a far del male. La prima volta provammo con il veleno e la seconda con un'imboscata, e sono giunta alla conclusione che questi due tentativi andati a male fossero un avvertimento divino, un tentativo di dissuadermi dal portare a compimento l'opera.»
    «Ciò nonostante non gli hai dato ascolto.» faccio notare con un vago gesto della mano.
    «No, infatti. Ma il terzo riuscì. Mio fratello Giacomo mi procurò l'oppio per stordirlo e dopo che si fu addormentato, Marzio gli spezzò le gambe con un martello, mentre Olimpio lo finì conficcandogli un chiodo alla base del cranio e uno nel collo.»
    Inorridisco alla raccapricciante scena che mi rimanda la mente e scuoto la testa, inalando a pieni polmoni il freddo dell'inverno.
    «Quindi tentammo di simulare un incidente,» continua, «facendo credere che fosse caduto dalla balaustra. Quando, due giorni dopo, il corpo fu rinvenuto, seguì il funerale e la sepoltura e noi tornammo finalmente a Roma.»
    Il suo racconto freddo e distaccato gareggia con il clima rigido, eppure non me la sento di accusarla; in finale, si è solo difesa con le proprie mani, visto che nessuno accorreva alle sue invocazioni di aiuto.
    «Ma poi si iniziò a sospettare di omicidio.» ricordo.
    La vedo chiudere gli occhi e inspirare a fondo, prima di ammettere:
    «Sì. Il suo cadavere fu esumato e risultò chiaro che non si trattava di incidente. E poiché tutta la famiglia lo odiava, i sospetti caddero subito su noi.»
    «Foste imprigionati.»
    «Sì, tutti quanti. Olimpio ammise le sue colpe e poco dopo lo uccisero. E lo stesso Marzio, torturato a morte, confessò prima di morire. Anche i miei fratelli confessarono. Solo io, all'inizio, mi dissi estranea ai fatti, ma dopo la tortura della corda, dovetti ammettere la mia colpa.»
    «Confessione spontanea, vero?» commento sarcastica.
    «Il papa decise di dover dare il buon esempio per cercare di arginare la violenza che dilagava nell'Urbe.» risponde con disprezzo. «Che ci vuoi fare? A quei tempi la tortura era tollerata, anzi, la si esigeva. Solo ai nobili era risparmiata, anche se per noi il papa fece un'eccezione.» aggiunge caustica.
    «Ci fu un processo che coinvolse e fomentò tutta Roma.»
    «Certo, ma ormai Clemente VIII aveva deciso che io dovevo essere il monito per tutti coloro che osavano ribellarsi.»
    «So che al patibolo siete andati in tre: tu, Lucrezia e Giacomo.»
    «Sì. Bernardo, che era giovane, fu risparmiato. A noi ci portarono nella piazza di Castel S. Angelo, in modo che tutta Roma potesse godere dello spettacolo. Ci furono tagliate le teste con una spada: prima Lucrezia, poi io. Mio fratello subì anche una tortura atroce durante il tragitto e sul palco venne squartato.»
    Deglutisco e sento che conclude sconsolata:
    «Tra la folla c'era pure Caravaggio.»
    Rimango attonita e perplessa e guardo quel volto giovane e bello che emana una dolcezza infinita e mi domando come si sia potuto infierire su una simile creatura che aveva solo voglia di vivere e che gli eventi glielo avevano negato. È morta due volte e di questo tutta Roma dovrebbe rammaricarsi.
    «Anche tu sei pronta a condannarmi?» s'informa studiandomi.
    Scuoto la testa e rispondo con fermezza:
    «No, assolutamente. C'è tanta gente al mondo che ha fatto cose peggiori di te e che vive liberamente.»
    «Io so solo ciò che ho fatto io e non mi pento. Tanto,» conclude con tono amaro, «se non mi avesse ucciso la mano del boia, mi avrebbe uccisa mio padre. Per me, il finale non sarebbe cambiato.»
    «Roma ti ha visto morire con dignità.»
    Alza il mento con fierezza e mi fissa a lungo, prima di mormorare:
    «Anche una giovane come me poteva mostrare come si muore. Avevo ventidue anni e per me abbandonare questa valle di lacrime ha solo significato iniziare a vivere.»
    Esito dinanzi a questo commento, ma poi comprendo e sorrido annuendo.
    La vedo farmi un inchino di complicità e le rispondo goffamente, scatenando la sua ilarità. Rimango incantata dinanzi alla sua gioia e rido anch'io con lei, fino a quando la mia attenzione è catturata da uno scoiattolo che si affaccia da un ramo imbiancato dalla neve. Lo guardo per un attimo, quindi torno a posare gli occhi su di lei, ma non la distinguo più e la neve candida torna a predominare, purificatrice e silenziosa testimone.

     

  • 22 maggio 2014 alle ore 12:21
    Raffaello Sanzio (Santi)

    Come comincia: (Urbino, 6 aprile 1483 - Roma, 6 aprile 1520)

    La canicola romana, per noi romani, è un incubo. Non solo il sole estivo picchia sodo, facendo la felicità delle cicale, ci si mette anche l'umidità a rendere tutto più insopportabile. L'asfalto si scioglie sotto i piedi, si lasciano le impronte lungo i marciapiedi e si gronda sudore peggio della fontana di Trevi. Nei giorni del solleone Roma è una città piena non di uomini, bensì di pesci simili a esseri umani che boccheggiano.
    E allora, ligi al buoncostume, noi cittadini dell'Urbe arroventata ci dedichiamo alla "pennichella", giusto per fuggire le ore più cocenti. Io non faccio eccezione. Dopo il pranzo cedo al cosiddetto "abbiocco" romano e svengo letteralmente sul letto, dove le lenzuola sono più bollenti dell'asfalto.
    E mentre me ne sto lì in catalessi a fissare il soffitto, attenta a non muovere un solo muscolo per cercare di sudare il meno possibile, annuso all'improvviso un odore che ha un che di familiare: i colori sulla tavolozza. Mi volto e lo vedo, in piedi, dritto accanto al mio letto, in mano un pennello e l'occhio critico che osserva il soffitto come me poco prima.
    «È interessante tutto bianco,» commenta alzando la mano ingioiellata, «tuttavia io proverei a dargli un tocco di colore.»
    Scatto seduta e lo fisso attonita, incapace di aprire bocca. Istintivamente mi sistemo i capelli, un vezzo tutto femminile dinanzi a un personaggio di cotanto spessore, che ha fatto girare la testa a tutte le donne che incontrava.
    «Mio Dio! Raffaello!» sussurro e subito dopo arrossisco imbarazzata, ripensando ai miei miseri disegni attaccati alle spoglie pareti di casa, che cercano vanamente di trasmettere un minimo di calore.
    Lui abbassa lo sguardo e mi sorride con estrema dolcezza.
    «Io, per servirti.» e s'inchina elegante.
    «Be', per servirmi…» ripeto trasecolata, indecisa -in un barlume di pudicizia- se scendere di volata dal letto e andare a staccare tutti i disegni.
    «Desideri che affreschi il tuo soffitto?» si offre con estrema amabilità.
    Accidenti! Affrescarmi il soffitto? Sbatto le palpebre come per svegliarmi da un sogno e per un secondo accarezzo l'idea, la splendida idea di avere un Raffaello in casa mia, inedito e tutto per me. Possedere un'opera simile mi darebbe letteralmente alla testa e diniego seppur controvoglia.
    «Sarebbe un onore immenso che non merito.» ammetto.
    «Sciocchezze. Lo farei ben volentieri, dopo questi secoli di oblio. A lungo andare la mano si atrofizza e per noi pittori è un evento terribile.»
    «Ti ringrazio, ma non dormirei più, intenta a osservare il tuo affresco notte dopo notte. Piuttosto,» inizio cambiando discorso, «perché non mi parli di te?»
    Lo vedo grattarsi la cute, l'aria assorta, e poco dopo posare il pennello sul mio comodino e sedersi accanto a me. Mi sorride accattivante ed io rimango incantata dinanzi alla sua celeberrima bellezza.
    «Cosa vuoi che ti dica? Sono nato per dipingere. Non ho fatto altro per tutta la mia breve vita.»
    [300px-Sanzio_01] «A parte correre dietro alle gonnelle.» sottolineo pungente.
    Ride di gusto e annuisce, un secondo prima di accarezzarmi il volto con delicatezza. Rimango esterrefatta e mi accorgo che lui mi osserva attento, prendendo nota dei miei lineamenti, con l'occhio critico del pittore.
    Non è un segreto che lui, il "divino Raffaello", abbia amato oltremodo le donne di ogni costume, ricevendo in cambio il loro amore eterno, tanto che al suo funerale tutta la Roma femminile seguiva il corteo piangendo a dirotto.
    Mi scuoto dall'oblio e torno lucida quanto basta per dire:
    «Sei di Urbino, la città dei Montefeltro.»
    «Sì, nato durante il principato di Guidobaldo, figlio del grande Federico.»
    «La corte dei duchi di Urbino era facoltosa e ridondava dei massimi esponenti in tutte le arti e le scienze. I Montefeltro erano veri e propri mecenati illuminati.»
    «Vero. Mio padre, Giovanni Santi, era un pittore e i primi anni li ho trascorsi con lui, alla corte dei Montefeltro. È stato lui a indirizzarmi verso questa sublime arte, fino a quando sono rimasto orfano, ancora bambino. Allora ho frequentato la bottega di Pietro Vannucci, detto il Perugino e ho imparato tanto presso questo pittore di grandissima fama. La mia prima commissione è stata una Pala per Città di Castello quando ero ancora adolescente.»
    «La città dei Vitelli.»
    «Esattamente.»
    «Quindi, hai lasciato Urbino in giovane età.» noto.
    «Morti i miei genitori, non avevo nulla che mi trattenesse lì, a parte la mia sorellina Elisabetta.»
    «Tu hai vissuto il periodo di maggior rilievo artistico del nostro paese, l'invidiatissimo e ineguagliabile Rinascimento italiano.»
    Rimane in silenzio per un lungo momento ed io inizio a credere che non mi abbia udita. Ma poi alza una mano e la muove dinanzi ai miei occhi, fin quando, sospesi nell'aria, mi appaiono i suoi capolavori, uno dietro l'altro, dalla Scuola di Atene alla Fornarina, dalle varie Madonna con il bambino alle Stanze Vaticane ed io per poco non ho un colpo apoplettico. L'emozione è così forte che rimango di granito, senza fiato, gli occhi sgranati dinanzi a quelle meraviglie uniche e irripetibili. Se solo il mondo intero potesse vederle!
    «Ho lavorato e assorbito le tecniche dei maggiori pittori e scultori del mio tempo e di quello precedente: Perugino, Luca Signorelli, Pinturicchio, Leonardo, Michelangelo, Bramante, i Sangallo, Piero della Francesca, Verrocchio, Donatello, Masaccio, Giotto, Beato Angelico…»
    Al solo udire quei nomi vengo colta da vertigine e impallidisco: cosa sono io in confronto a questo giovane che ha avuto la fortuna di vivere fianco a fianco con geni simili? E divenire lui stesso un "divino"? Mi gira la testa al solo pensiero e lui se ne accorge. Mi tocca un braccio ed io sussulto, tornando con i piedi per terra. Lo fisso attonita, notando la sua bellezza delicata, i suoi occhi grandi e limpidi, la sua bocca piena e piccola, i capelli che gli lambiscono le spalle e comprendo il motivo per cui tutti lo amavano.
    «Non è un caso che ti hanno soprannominato "Il divino Raffaello".» commento in un sussurro.
    «Io ho solo assorbito e riunito in me tutti questi pittori che stimo oltremodo e che ho sempre ritenuto i miei maestri, cercando di dare vita ai loro studi.»
    «Tu sei un genio della pittura. I tuoi ritratti sono praticamente perfetti.»
    «Un artista non considera mai terminata un'opera. Leonardo non considerò mai ultimata la sua Gioconda, sebbene io la considerassi perfetta già ai tempi di Roma.»
    «Oh, Roma.»
    Per un attimo rimaniamo in silenzio, ognuno perso in reconditi ricordi, mentre le sue opere continuano a scorrere dinanzi ai miei occhi, catturando il mio sguardo e il mio cuore.
    «Dopo Firenze, sei venuto a Roma.» ricordo.
    «Sì, presso papa Giulio II Della Rovere. Ero accompagnato da Bramante, che mi ha introdotto alla corte papale.»
    Be', a quanto pare, anche allora andavano di moda le raccomandazioni.
    «E qui hai affrescato le Stanze Vaticane.» sospiro rapita.
    Mi guarda di sottecchi e sorride.
    «Sì, nello stesso periodo in cui Michelangelo dipingeva la Cappella Sistina.»
    «Mio Dio! Quale spettacolo di mirabile bellezza deve essere stato! Tu in una stanza e Michelangelo in quella accanto!»
    «Non era la prima volta che accadeva un fatto simile: per l'affresco nel Palazzo Vecchio di Firenze, erano stati chiamati Leonardo e Michelangelo, i quali dovevano lavorare schiena contro schiena. E tu sai quanto quei due geni si odiassero.»
    «Cosa avrei dato per poter vivere in quegli anni di risveglio artistico e culturale!» sospiro.
    «Erano tempi duri, non dimenticare.» mi rimprovera dolcemente.
    «Oh, ma tu parli di Michelangelo e pretendi che io non rimanga incantata da un simile personaggio che ha regalato al mondo un capolavoro come la Cappella Sistina.»
    «In effetti ero anch'io un suo estimatore e, per omaggiarlo, l'ho raffigurato nei panni di Eraclito nella Scuola di Atene.»
    «Così come hai raffigurato Leonardo e Bramante.»
    «Vero. Personaggi simili, di tale levatura artistica e scientifica, non si incontrano spesso nella vita.»
    «Sacrosante parole. Sei stato il pupillo di Leone X, papa Medici.»
    «Sì, è vero. Io e lui la pensavamo uguale in fatto di gusto per l'estetica, amore per il lusso, la buona cucina e le buone cose che ci dona la vita, tranne le donne.»
    «Già. Tu le amavi da morirne, mentre lui preferiva i giovani.»
    «Non giudicarlo solo per questo. È stato un papa del suo tempo.»
    «Non lo giudico affatto. Anzi: se ritieni che possa avere dei pregiudizi, allora non mi conosci.»
    Mi fissa a lungo, quasi a sondarmi ed io rimango incatenata ai suoi occhi, un libro aperto per lui. Quando lo vedo piegare le labbra in un sorriso di accettazione, mormoro:
    «Tu hai ridato splendore a Roma e la tua luce si riflette ancor oggi.»
    Resta un attimo in silenzio ed io sbircio il suo profilo delicato, chiedendomi per quale recondito fine il Signore avesse deciso di riprendersi la vita di questo giovane che tanto avrebbe potuto dare all'umanità.
    [250px-Transfiguration_Raphael] «Ricordo che quando vidi la Gioconda, rimasi paralizzato: era di una bellezza così irreale, sensuale, sfuggente, che ho invidiato la felice mano del maestro. Non ho fatto nulla di così grandioso, ma solo quello per cui venivo pagato.»
    «Non hai fatto nulla?!» ripeto scandalizzata. «Ma se il papa stesso ti nominò direttore della Fabbrica di S. Pietro, accanto ai Sangallo!»
    Mi guarda dritto negli occhi e trattengo il gemito di soggezione di fronte a un simile pilastro dell'umanità che, oltre a essere eccelso, è gentile, dolce e modesto, sebbene ignorante nel senso originale della parola. Lo vedo piegare le labbra in un sorriso e alzare le spalle in segno di rassegnazione e con tono mesto spiegare:
    «Io non avrei saputo maneggiare una spada come Guidobaldo di Montefeltro, come il Carmagnola, come il Gattamelata o come Giovanni dalle Bande Nere; però sapevo usare il pennello e mi è parsa la cosa più naturale del mondo metterlo al servizio dei potentati.»
    «Il pennello al posto della spada. Tu sì che possiedi un animo nobile. È per questo che noi romani ti amiamo e ti abbiamo sepolto nel nostro Pantheon, degno di riposare al fianco dei nostri re.»
    In quel momento davanti ai miei occhi appare la Trasfigurazione, l'ultima sua opera e un attimo dopo lo vedo alzarsi dal letto e allungare la mano, come per riprendersi le sue meraviglie. I suoi incantevoli dipinti iniziano a sfumare lentamente, lasciandomi smarrita, gli occhi mobilissimi in cerca di quei quadri che hanno segnato un'epoca e mi rendo conto, mio malgrado, che anche lui se ne sta andando, lasciandomi di nuovo sola.
    Lo vedo inchinarsi e mi posa un bacio in fronte, prima di sussurrare:
    «Un giorno, forse, farò il tuo ritratto.»
    Deglutisco a una simile prospettiva e arrossisco come una scolaretta, mentre la canicola torna ad assalirmi con il suo pesante carico di umidità.
    E mentre sbatto le palpebre, ancora stordita, qualcosa attrae la mia attenzione, qualcosa che mi lascia con il fiato sospeso e gli occhi spalancati: il pennello che il "divin pittore" ha lasciato a suo perenne ricordo sul mio comodino.

     

  • 22 maggio 2014 alle ore 3:04
    Il coraggio di Lucrezia

    Come comincia: Altezza un metro e ottantacinque, occhi azzurri come il cielo e una femminilità che stava per fiorire con i suoi diciotto anni. Questa era Lucrezia, una ragazza appartenente all’alta borghesia napoletana che, data la sua bellezza, tra i suoi coetanei riscuoteva un successo da fare invidia ad una stella del cinema. In realtà Lucrezia era una ragazza come tutte le altre, frequentava la scuola con grande serietà e impegno coltivando un bellissimo sogno: quello di diventare una famosa modella. Aveva un carattere molto solare la giovane Lucrezia; la sua risata era contagiosa e, anche grazie a questo, si era guadagnata la simpatia di amici e conoscenti. Nonostante fosse molto corteggiata, Lucrezia aveva un fidanzatino all’interno della sua classe, si chiamava Luca e lei diceva spesso che non desiderava cambiarlo con nessuno. Nemmeno la sua famiglia le aveva mai fatto mancare nulla, i suoi genitori erano benestanti e le avevano sempre dimostrato un amore incondizionato cercando di accontentarla il più possibile. Quella di Lucrezia era quindi una vita felice, spensierata come dovrebbe essere la vita di qualsiasi ragazza della sua età.
    La ragazza aveva sempre mostrato, fin da quando era più piccola di tenere molto al suo corpo e crescendo aveva imparato ad amarlo sempre più. Era molto attenta alla linea e non disdegnava di seguire un’alimentazione controllata. Ai suoi genitori sembrava eccessiva tutta quell’attenzione per il proprio corpo e la sua poca voglia di mangiare.
    Spesso la giovane subiva i rimproveri di sua madre che la esortava ad alimentarsi di più ma lei rispondeva, spesso in maniera arrogante, di stare bene così.
    Un giorno, data la sua passione per la moda, Lucrezia fu notata da un fotografo che le propose di realizzare un servizio per una famosa casa di moda di Milano. A quella proposta la giovane ebbe un sussulto di felicità perché vedeva il suo sogno che cominciava a realizzarsi. “Mamma, Mamma” gridò entrando dalla porta di casa “ho incontrato un fotografo che mi ha vista e mi ha proposto un servizio fotografico, è meraviglioso”! A quelle parole la mamma di Lucrezia rispose con un mezzo sorriso; da un lato era felice che sua figlia realizzasse il suo sogno ma dall’altro era anche perplessa per le brutte soprese che a volte questo mondo riserva alle aspiranti modelle. “Va bene” rispose la madre con tono deciso “devi fare ciò che più ti rende felice figlia mia”. A quelle parole Lucrezia fece partire un fortissimo urlo di felicità, non stava più nella pelle per il consenso ricevuto da sua madre.
    Il giorno stabilito per il servizio fotografico, Lucrezia si presentò al cospetto del fotografo spaccando il minuto, era molto emozionata ma allo stesso tempo non vedeva l’ora di iniziare. Sentiva il tipico tremore nelle gambe che accompagna tutti gli artisti prima di un importante debutto. Il servizio fu un vero successo e Lucrezia cominciò a ricevere contatti da decine di agenzie di moda pronte a scommettere su di lei e lanciarla in una grande carriera nell’ambito che lei amava tanto.
    Da quel giorno fu un susseguirsi di servizi fotografici e piccole sfilate a cui Lucrezia partecipava con enorme entusiasmo e professionalità. I suoi genitori la accompagnavano spesso ed erano davvero felici che la loro figliola stesse percorrendo la strada che desiderava tanto. Ogni giorno Lucrezia saltava come un grillo da un set fotografico all’altro tornando a casa molto tardi la sera, ma era comunque felice che quel sogno, che da tempo inseguiva, si stava realizzando.
    C’era però una cosa che preoccupava e non poco i genitori di Lucrezia tanto che cominciava a insospettirsi e a pensare al peggio. Vedevano la ragazza sempre più magra e che rifiutava il cibo in maniera sempre più costante. Sospettavano che il progressivo dimagrimento della loro figliola fosse dovuto a quella nuova avventura che stava affrontando. “Figliola cara” le diceva “sono giorni che quasi non tocchi cibo, ma cosa ti sta succedendo”? “Ma non vedete come sono”?, rispondeva Lucrezia con tono adirato "non vedete la ciccia che ho nelle gambe"?  "Voglio che il mio fisico sia sempre perfetto per questo mio lavoro quindi per favore adesso lasciatemi stare”. Le parole di Lucrezia furono un vero e proprio macigno per i suoi genitori, avevano avuto la conferma che ciò che sospettavano da sempre era vero. La preoccupazione era sempre più leggibile sui loro volti, volevano a tutti i costi fare qualcosa per aiutare Lucrezia a uscire da quel tunnel, ma ogni volta che ci pensavano, per loro era come trovarsi in un vicolo cieco. Trascorsero alcuni mesi e il lavoro di Lucrezia come modella era sempre più frequente. Fortunatamente la giovane era riuscita a conciliare il lavoro con lo studio poiché di lì a poco avrebbe affrontato l’esame di maturità. Nell’ambiente della moda era descritta, da chi l’aveva conosciuta, come una delle più belle modelle emergenti. Gli addetti ai lavori le attribuivano un fisico perfetto nonostante avesse soltanto diciotto anni. Questi giudizi positivi non facevano altro che entusiasmare Lucrezia che era portata a credere sempre di più in quella bella esperienza che stava vivendo.
    Rimaneva però lo spinoso problema legato all’alimentazione sempre più povera della ragazza. Man mano che il tempo passava, diventava sempre più magra tanto da avere difficoltà nei movimenti. Il suo tono muscolare si presentava ogni giorno più debole e ciò le provocava enormi difficoltà specie la mattina quando si alzava dal letto. Lucrezia continuava ad affermare di vedersi grassa e brutta e questa sua convinzione la portava a rifiutare il cibo in maniera sempre più frequente.
    Purtroppo per lei, anche il mondo della moda iniziava pian piano a mortificarla.  Gli addetti ai lavori la vedevano eccessivamente magra quindi i servizi fotografici e le sfilate per Lucrezia cominciavano a diminuire sempre più. La ragazza era adesso nello sconforto più totale, non riusciva a spiegarsi come mai, nonostante i suoi mille tentativi di apparire bella, continuava a incassare pareri negativi dalle case di moda a cui si presentava. Nemmeno a scuola era più a suo agio, spesso i suoi compagni la prendevano in giro per il suo aspetto fisico senza comprendere ovviamente la triste realtà che vi era dietro il corpo sempre più esile di Lucrezia. La ragazza era sempre più spenta e il suo malessere si era trasformato con il passare del tempo in una profonda depressione; oltre a rifiutare il cibo, erano frequenti adesso le sue crisi di pianto e gli attacchi di panico. Non si rendeva conto che la sua malattia la stava portando verso una morte annunciata, pesava ormai solo trenta chili.
    Il peggio però non era ancora arrivato; un giorno, infatti, mentre stava per recarsi a scuola cominciò ad avvertire dei forti dolori allo stomaco e improvvisamente cadde per terra svenuta. Fu soccorsa da alcuni passanti che provvidero a chiamare un’ambulanza che, dopo le prime cure, la condusse nel più vicino ospedale. I genitori, avvertiti dalla direzione dell’ospedale, accorsero subito e spaventati chiesero notizie al primario del reparto. “Ci dica dottore cosa è successo a nostra figlia”? Chiesero spaventati. “Vostra figlia è molto debilitata” rispose il medico “ha urgente bisogno di una cura adeguata e di nutrirsi”. Lucrezia giaceva in quel letto d’ospedale, si era ripresa ma era ancora molto debole. Appena vide entrare i suoi genitori in camera scoppiò in lacrime dicendo: “Perdonatemi, non pensavo di ridurmi così, del resto volevo solo vedermi bella soprattutto per il sogno che inseguo”. “Figlia mia” rispose sua madre “noi vogliamo che tu stia bene e che ritorni la ragazza solare che eri prima". Aggiunse poi: "Non si diventa belle rifiutando il cibo, la tua bellezza è lì, rinchiusa nel tuo cuore”. Quelle parole furono uno stimolo per Lucrezia che, con grande coraggio e tenacia, decise di sottoporsi alle cure necessarie per riprendere i suoi chili. Col passare del tempo aveva anche ripreso a mangiare un po’ di più e da trenta chili ne arrivò a pesare sessanta. Lucrezia cominciava a rivedersi con il sorriso, si rendeva conto che il suo aspetto fisico stava mutando, questa volta in positivo. Stava ritornando quel fisico che un tempo le permetteva di far girare la testa a tutti i ragazzi della scuola. Erano trascorsi alcuni mesi e Lucrezia si era completamente ristabilita, era ritornata a sorridere grazie al suo coraggio. Anche il suo lavoro era ripreso alla grande, le case di moda ricominciarono a contattarla per proporle nuove sfilate e nuovi servizi fotografici. Tutti ormai vedevano una Lucrezia tutta nuova, rinata dopo quella terribile esperienza. La ragazza stessa non smetteva mai di ringraziare i suoi genitori che le erano rimasti accanto in questo periodo terribile. “Devo ringraziarvi” diceva loro “senza di voi non so come avrei fatto” “Non devi ringraziarci” rispondeva sua madre “la tua ripresa è il risultato del tuo coraggio” Lucrezia ormai era felice, si era riappacificata con il suo corpo ma soprattutto aveva compreso qualcosa di molto importante, ossia che nella vita è sempre meglio avere qualche chilo in più, che molti sorrisi in meno.

  • 19 maggio 2014 alle ore 20:39
    Benvenuto Cellini

    Come comincia: (Firenze, 3 novembre 1500 - Firenze, 13 febbraio 1571)
     
    Credo non ci sia nulla di più piacevole che andarsene in vacanza dopo un intero anno lavorativo, dimenticando le arrabbiature, le delusioni, le battaglie verbali con l'eccentrico, con il perfettino, con l'ignorante, con il saccente e con il prototipo del cafone romano. Sì, perché noi romani, quando ci mettiamo, sappiamo essere ignoranti e sgradevoli come pochi altri al mondo. Inutile illuderci.
    Allora, dopo un intero anno a combattere con gente simile, la vacanza sembra una vera manna dal cielo, un modo per ritemprarsi e fare rifornimento di buonumore per poter sopravvivere a un altro anno di duro lavoro.
    È meraviglioso starsene su una barchetta a remi a crogiolarsi sotto il sole, sopra un lago piatto e invitante, la mente vuota e il cinguettio melodioso degli uccellini che corrobora lo spirito abbrutito dal caos cittadino. E poi, se decidi di fare un bagno rinfrescante, hai la possibilità di godere della fauna marina che pullula, vive e prolifica sotto la barchetta.
    E non solo la fauna: anche un uomo ormai in là negli anni, che se ne sta lì, sul fondale, accovacciato su uno scoglio sommerso, le braccia incrociate e l'aria bellicosa.
    «Era ora.» esordisce acido. «È da un bel po' che ti aspetto e tutta questa umidità non fa certo bene alle mie povere giunture.»
    Sgrano gli occhi incredula e porto la mano alla maschera e al boccaglio che indosso, prima di dire:
    «Benvenuto Cellini?» e mi domando come diavolo faccio a comunicare con lui sotto la superficie del lago.
    «Io, sì, in persona.» ribatte con tono burbero e cipiglio fiero.
    «Ma cosa ci fai qui?» domando sorpresa e in quell'istante mi accorgo che è il mio pensiero a parlare, non io.
    Lo sento borbottare qualcosa di incomprensibile, circondato da un branco di bellissimi pesciolini gialli e rossi, prima di bofonchiare:
    «Aspettavo te. Chi altri?»
    «Be', tutto ciò è alquanto lusinghiero e sono onorata di trovarmi al tuo cospetto.»
    «Dacci un taglio figliola e vieni al sodo: cosa vuoi sapere?»
    Santo cielo! Ma allora è proprio vero che Cellini era scontroso, irascibile, attaccabrighe e violento, al pari del suo genio. Sì, perché nel Rinascimento italiano un solo nome si ergeva al di sopra di tutti gli altri in fatto di arte orafa: Benvenuto Cellini. E non solo orafo alla corte papale e coniatore della zecca, ma anche scultore, visto e considerato che ci ha lasciato in eredità un Perseo di mirabile bellezza.
    «So che sei nato a Firenze, la città dei Medici, da un suonatore di flauto.» inizio, decidendo di ignorare la sua maleducazione.
    Fa una smorfia e con la mano scansa i pesci in malo modo, prima di controbattere:
    «Discendo da un capitano di Giulio Cesare.»
    Sorvolo su quell'affermazione inventata di sana pianta e continuo:
    «Sei stato amico di Michelangelo, che tu hai sempre considerato un idolo e un modello da seguire.»
    Gonfia il petto come un attempato pavone e subito dopo dal naso gli escono migliaia di bollicine d'aria che provocano la mia ilarità.
    «Quale amicizia, eh? Puoi vantare lo stesso?»
    «No, purtroppo no.» rispondo alzando le spalle.
    «A quel tempo, nella Signoria, si incontravano persone fuori dal comune.»
    «Non stento a crederlo. Tuttavia tu a Firenze non ci sei rimasto a lungo.» faccio presente.
    «Vero. Mi sono spostato a Roma non ancora ventenne, presso papa Leone X Medici, il quale mi ha preso a servizio come incisore della zecca e suonatore di flauto. Ma questo secondo mestiere lo facevo solo a ricordo di mio padre.» ammette con una certa riluttanza.
    «Un bel lavoro.»
    «Sì.» conviene con superficialità, osservandosi le punte delle dita. «Ero un genio: tutto ciò che toccavo trasformavo in oro. Un dono che nessun altro, nel corso dei secoli, è riuscito ad avere.»
    «La modestia non è il tuo forte, vero?» replico con evidente sarcasmo.
    Vedo le sue narici dilatarsi dall'ira e con stizza ribadisce:
    «Checché tu ne dica, il mio era un dono che tu, per certo, non hai e mai avrai.»
    «Un dono, sì, ma lo usavi male.» gli rammento, per nulla intimorita dalla sua arroganza. «Non facevi che giocare d'azzardo e andare a donne, ignorando tua moglie, e ogni volta avevi problemi con la giustizia.»
    Lo vedo sbuffare con irritazione e portare una mano al fianco, in posa prosaica, l'aria meditabonda e infine china appena la testa e ammette:
    «Era l'unico inconveniente che mi costringeva a cambiare città. Però a Roma sono sempre tornato. Il fascino dell'Urbe è irresistibile.» commenta annuendo.
    «E a Roma stavi, durante il sacco del 1527.»
    Lo vedo sogghignare strafottente e mi sistemo meglio la maschera sul naso per osservarlo più nitidamente. Quest'uomo, un genio nel far uscire dalla sua fucina monete, monili, medaglie, intarsi e via dicendo, era, tutto sommato, un mezzo delinquente, un furbacchione, un ladruncolo che si spacciava per erudito e che riusciva a farsi perdonare ogni marachella, ogni omicidio, ogni rissa grazie al tocco magico delle sue mani. Un novello re Mida.
    «Sì, ero a Roma quando giunsero i lanzichenecchi di Georg von Frundsberg. Mi sono offerto di divenire artigliere del papa, Clemente VII Medici, ed è stato un mio proiettile, sai, a uccidere il Conestabile di Borbone e a ferire il principe Filiberto d'Orange.»
    «Tu?» esclamo inarcando le sopracciglia.
    «Io, sì!» ringhia furente, convinto che non gli credessi.
    «Ottimo.» rispondo malleabile, per calmarlo. «Potevi ammazzarne altri, visto che c'eri.»
    «L'ho fatto. Ho anche provato ad accoppare quel vecchio volpone del Frundsberg, ma non ci sono riuscito. Vedere Roma devastata da quell'orda barbarica… Ah, quale atroce spettacolo!» esclama con un gesto della mano.
    «Il Frundsberg non ci è arrivato a Roma.» commento condiscendente. «Comunque, papa Clemente ti nominò mazziere a ringraziamento del tuo servigio e sei rimasto a Roma fino…»
    «Fino a quando,» conclude per me, «il papa si è accorto che facevo la cresta sull'oro destinato alla zecca e sostituivo i metalli buoni con quelli vili e falsificavo le monete e via dicendo.»
    Sgrano gli occhi dinanzi alla sua ammissione e chiedo:
    «È vero?»
    «Certo.» risponde fiero. «Per questo, dopo che il papa mi aveva condannato a morte -ingiustamente secondo me- sono fuggito a Napoli, presso una delle mie amanti. In seguito, al cambio di papa, sono rientrato nell'Urbe, per poi fuggire di nuovo a gambe levate, riparando in Francia presso re Francesco.»
    «Il munifico Francesco I?» ripeto incredula.
    «Lui, proprio lui, quel gigante in persona.» borbotta, in qualche modo contrariato al ricordo.
    «Era davvero così alto?» m'informo curiosa.
    «Altissimo. Suppongo arrivasse a due metri; non ho mai visto un uomo simile in vita mia.» risponde pensieroso, grattandosi il mento barbuto.
    «E poi?» domando, conquistata dalla sua vita avventurosa e irriverente.
    «E poi… I francesi, quei bastardi di prima categoria, non mi hanno trattato affatto bene ed io ho rifatto fagotto e sono tornato a Roma.»
    «Roma. Sempre Roma.»
    «Eh, che vuoi.» sospira malinconico. «La città eterna era la mia gallina dalle uova d'oro. Il guaio è che la stessa gallina si è arrabbiata e mi ha rinchiuso in Castel S. Angelo per una sciocchezza commessa durante il sacco del '27.»
    [Benvenuto Cellini - Perseo (Firenze, Piazza della Signoria, 1545-55)] «Una sciocchezza?» ripeto chinando appena la testa per guardarlo di sottecchi, maledicendo l'acqua che non mi fa vedere le giuste proporzioni.
    «Mi accusarono di aver rubato nelle casse. Tst! Che taccagni!»
    «Ci risiamo.»
    «Erano trascorsi tanti anni, undici per l'esattezza ed io non ci pensavo più. Ovvio, non trovi? Ma, a quanto pare, qualcun altro ci aveva pensato al posto mio, rimuginando e aspettando il momento favorevole.» commenta acido. «Quel Pier Luigi Farnese ce l'ha sempre avuta con me, bastardo pusillanime!»
    «Suppongo avrà avuto i suoi validi motivi.» borbotto.
    Mi fissa a lungo, con sguardo truce e senza accorgermene deglutisco, ammonendomi di non commettere altri errori.
    «E poi dicono a me che sono scontroso!» sibila.
    Provo, per quanto l'acqua me lo concede, a fare un gesto di scusa per non irritarlo maggiormente e incalzo con noncuranza:
    «Allora? Ti hanno rinchiuso.»
    «Sì. E lì ho bestemmiato, urlato, pregato e alla fine ho tentato la fuga. Volevo emulare il gesto di Cesare Borgia quando è riuscito a fuggire dalla rocca della Mota: a lui andò bene, a me no. Mi calai con le lenzuola annodate, ma caddi e mi ruppi una gamba.» ricorda scuotendo la testa canuta.
    «Ed è stato allora che, dopo aver scontato il fio, sei tornato in Francia.»
    «Sì, e stavolta accolto con tutti gli onori. Purtroppo il mio caratteraccio mi ha ributtato in mezzo ai problemi e sono stato costretto a far di nuovo fagotto e tornare di gran carriera a Firenze. È stato allora, presso il duca Cosimo de' Medici, che ho creato il Perseo. Oh, ma a Roma ci sono tornato un'ultima volta, ammaliato dalla sua eterna bellezza.»
    «E poi sei ritornato definitivamente a Firenze, quando, in un impeto di espiazione, hai preso gli ordini e ricevuto la tonsura.»
    China la testa e annuisce mesto.
    «Ho trascorso la vita intera nella sregolatezza, nella violenza, nell'imbrogliare il prossimo e nel maltrattare le mie mogli e le mie amanti. Avevo cinquantotto anni quando ho preso i voti e mi sono messo a scrivere la mia biografia. Non mi sono pentito della scelta fatta. Alla fine, dopo tanto vagare alla ricerca di me stesso, ho trovato la pace e il conforto nella Fede.»
    «Sei stato un rivoluzionario ante litteram.» commento.
    Alza le spalle, come se la cosa non lo interessasse e un pesce gli passa davanti agli occhi perspicaci e attenti.
    «Addio, figliola. Auguro anche a te di riuscire a trovare te stessa. E se, per caso, in questo tuo girovagare tra le anime del passato, incontrassi il Frundsberg, porgigli i miei più calorosi saluti.»
    Rimango letteralmente spiazzata e lo fisso attonita, comprendendo che il vecchio detto ha un fondo di verità: il lupo perde il pelo ma non il vizio. Ed è con perplessità che mi allontano nuotando, chiedendomi se, tutto sommato, il genio immorale quanto inimitabile che risponde al nome di Cellini, non abbia ragione.

  • 15 maggio 2014 alle ore 2:19
    Quel grande amico blu chiamato mare

    Come comincia: Lungo quelle strettissime viuzze regnava ancora il silenzio, la luce bianca della luna piena stava per cedere il posto ai raggi del sole quando in lontananza si scorgevano le lampare dei pescherecci di ritorno dall’ennesima  battuta di pesca notturna. Un’altra notte in barca era terminata ed era tempo di riposare. Era questa la vita che si svolgeva in quel piccolo borgo di pescatori situato nella penisola sorrentina. Un minuscolo angolo del mondo in cui viveva Salvatore, un giovane pescatore originario di Sorrento, che aveva fatto della sua passione per il mare, il suo modo per guadagnarsi da vivere. Salvatore viveva in un modesto appartamento con sua moglie Luisa e i suoi quattro bambini. Non erano ricchi ma il lavoro del giovane aveva permesso a lui e alla sua famiglia, di vivere in maniera sufficientemente dignitosa. Amava il mare da sempre e per questo, aveva anche messo da parte la sua laurea in ingegneria conseguita qualche anno prima. Ogni mattina, la sveglia per lui suonava molto presto e, dopo aver dato un bacio a sua moglie e i suoi bambini, si dirigeva verso il largo con i suoi compagni di pesca. Nonostante il suo lavoro fosse molto faticoso, Salvatore tornava a casa con il sorriso sempre stampato sulle labbra; ogni giorno, con il pesce pescato, poteva sfamare le bocche dei suoi quattro bimbi che ne mangiavano in quantità industriale e con un appetito da fare invidia ad un leone.
    Il giovane Salvatore divideva spesso le sue battute di pesca con Pasquale, un pescatore di circa sessantacinque anni, anche lui sorrentino da molte generazioni. Al contrario di Salvatore, Pasquale aveva alle spalle una storia molto dolorosa. Aveva perso sua moglie da qualche tempo e aveva da sempre il rimpianto di non avere mai avuto figli. Salvatore considerava Pasquale un secondo padre, grazie a lui, infatti aveva imparato, sin da piccolo, i segreti del buon pescatore ed ora poteva finalmente metterli in atto.
    Sembrava che tutto procedesse per il meglio in quel piccolo borgo di pescatori, ma purtroppo i problemi erano dietro l’angolo e non tardarono a farsi sentire.  Un giorno infatti, durante una normalissima sessione di pesca, i componenti del peschereccio di Salvatore e Pasquale non si accorsero dell’arrivo di un violento temporale. Scorsero le nuvole nere da lontano mentre i primi lampi dividevano il cielo in due parti; si affrettarono a tirare le reti che avevano calato in mare e tentarono una disperata fuga verso la riva. Tra le grida disperate dell’equipaggio, il giovane Salvatore e l’anziano Pasquale si adoperavano a tirar su le reti con la forza delle braccia, mentre il timoniere spingeva il motore dell’imbarcazione il più possibile per guadagnare la costa. Il temporale li aveva ormai raggiunti e l’impresa diventava sempre più disperata. Arrivati ormai a pochi metri dalla riva, un violento fulmine si abbatté sull’imbarcazione provocando la caduta in mare di alcuni pescatori. Qualcuno riuscì a raggiungere a nuoto la riva ma sfortunatamente si accorsero che mancava uno di essi e nessuno riusciva capacitarsene. Salvatore, il membro più anziano era disperso come se fosse stato inghiottito dalle onde. Iniziarono immediatamente le ricerche ma purtroppo non diedero l’esito sperato. Qualche ora più tardi arrivò la triste conferma. Il corpo senza vita di Pasquale era stato ritrovato a distanza di alcune centinaia di metri. La brutta notizia fece immediatamente il giro del borgo e tutti scoppiarono in un pianto dirotto. Per alcuni giorni dal porticciolo situato davanti alle case dei pescatori nessun peschereccio prese il largo.
    Il più addolorato per la scomparsa di Pasquale, era sicuramente il giovane Salvatore. Aveva perso la sua guida, colui che lo aveva introdotto nel mondo della pesca e incoraggiato più volte a svolgere questa professione. Il giovane provava dentro di sé un senso di smarrimento e trascorreva la maggior parte del suo tempo in silenzio. Aveva anche perso l’abitudine di giocare con i suoi bambini a cui aveva sempre dedicato quei piccoli attimi di libertà che il suo lavoro gli concedeva. Salvatore era ormai un’altra persona; il suo sorriso, la sua energia e la sua voglia di vivere sembravano lontani anni luce. Continuava ad andare a pescare tutte le mattine ma senza Pasquale, l’equipaggio di quel peschereccio aveva perso il suo leader, oltre che un amico sincero.
    Il morale del giovane Salvatore peggiorava di giorno in giorno tanto che, nella sua mente, stava maturando l’idea di lasciare per sempre la sua Sorrento e il suo mare per trasferirsi nel nord dell’Italia e cambiare vita. Salvatore era un ingegnere e questo suo titolo poteva facilitarlo nel trovare una nuova occupazione. “Voglio lasciare per sempre questo posto” ripeteva sempre “il mare adesso mi fa paura”.
    Fu così che grazie a un suo caro amico, che da qualche tempo viveva a Milano, riuscì a trovare lavoro come ingegnere in una grande azienda. Quella nuova realtà lo entusiasmava, ma allo stesso tempo prese quella decisione con la morte nel cuore. Per la prima volta nella sua vita stava lasciando qualcosa che gli era veramente caro. Arrivò il giorno della partenza, quella mattina Salvatore si alzò molto presto e, preparata una valigia con le cose essenziali, si avvicinò all’amore della sua vita Luisa e ai suoi bimbi e disse loro: “ Io adesso parto, vado via per garantirvi un futuro migliore e un luogo migliore in cui vivere". "Appena mi sarò sistemato con il lavoro mi raggiungerete e non ci lasceremo mai più”. “Abbi cura di te amore mio, ci vediamo presto” gli rispose Luisa con le lacrime agli occhi. Subito dopo quel commovente saluto Salvatore uscì di casa; ad attenderlo, un taxi che lo avrebbe accompagnato alla stazione. Aveva sul viso un’espressione piena di tristezza, mai nella sua vita avrebbe pensato di abbandonare la sua famiglia e il mare. C’era però il nuovo lavoro, quella nuova esperienza di vita e soprattutto la speranza di ricongiungersi ai suoi cari tra le motivazioni che lo spingevano ad accettare la sua condizione di emigrato nel Nord Italia.
    L’entusiasmo per Salvatore non tardò ad arrivare, si apprestava infatti a vivere il suo primo giorno di lavoro in quella grande azienda. L’accoglienza che gli fu riservata fu delle più calorose, nonostante fosse l’ultimo arrivato, riuscì in poco tempo a catturarsi le simpatie di colleghi e superiori che lo apprezzarono per la sua grande umanità oltre che per la sua grande professionalità. In poco tempo Salvatore diventò il perno fondamentale della sua azienda; tutti i suoi colleghi infatti, andavano a chiedergli consigli su questioni lavorative, sapevano che sarebbe stato in grado di risolvere anche le situazioni più intricate. Ogni sera parlava al telefono con sua moglie e i suoi bimbi, rassicurandoli sul fatto che si sarebbero presto ricongiunti in quella nuova città. Salvatore ormai sembrava completamente ambientato in quella nuova realtà professionale. La sua azienda non poteva fare a meno del suo talento e spesso gli erano offerti dei leggeri aumenti di stipendio come segno di riconoscenza per il suo operato.
    Trascorsi alcuni mesi dal trasferimento, il giovane Salvatore, seppur soddisfatto della sua nuova posizione, iniziò a provare un senso di nostalgia per il suo paese, i suoi familiari e per il mare che ormai non vedeva da un po' di tempo. A lavoro tutti si accorsero che il giovane non era più lo stesso, sentivano che gli mancava qualcosa. “Mi manca il mio paese, la mia famiglia, il borgo, dove sono nato e le battute di pesca.” Diceva Salvatore confidandosi con un collega. “Ho tanta voglia di tornare a casa e rifare tutto ciò che facevo prima”. Quella stessa notte, gli venne in sogno Pasquale, il suo amico scomparso, il quale gli disse: “Figliolo caro, sei stato catapultato in una realtà che non ti appartiene". "Tu sei nato per fare il pescatore e io ti sarò vicino come facevo esattamente quando salivo con te sulla barca”. Attraverso quelle parole, Salvatore comprese realmente che il suo posto era quello in cui era nato e cresciuto e che l’amore per il mare non gli era mai passato. Qualche giorno dopo Salvatore consegnò le sue dimissioni all’azienda in cui lavorava e fece ritorno a Sorrento. Ad accoglierlo ci fu l’abbraccio della moglie Luisa, dei suoi bambini e di tutti i pescatori del borgo. Il giovane pescatore era al settimo cielo e rivolgendosi ai suoi figli disse loro. “Bambini miei, papà è tornato ed è qui per non lasciarvi mai più". C’era il tramonto nel cielo di Sorrento e per Salvatore era tempo di un lauto riposo. L’indomani lo attendeva una nuova battuta di pesca. Questa volta però tutto aveva un sapore diverso, perché salire di nuovo sul suo peschereccio, rappresentava per il giovane Salvatore, la riconciliazione con quel suo grande amico blu che nonostante tutto non aveva mai lasciato i suoi pensieri: il mare.

  • 12 maggio 2014 alle ore 17:51
    La metamorfosi della crisalide

    Come comincia: Aveva appena terminato il suo faticoso lavoro, lo aveva fatto meticolosamente preoccupandosi di creare quel giaciglio che lo avrebbe custodito e protetto ma che, allo stesso tempo, lo avrebbe visto morire. Con precisione e istinto aveva scelto il posto più adatto per collocarlo, lontano da occhi indiscreti e al riparo dalle intemperie più dure. Nessuno sapeva che età avesse, quanto sarebbe rimasto all’interno del suo giaciglio o lo scopo di quello strano percorso, ma chiunque lo avesse visto avrebbe saputo già che di lì a breve ci sarebbe stato un grande mutamento. Da questi piccoli passi, da questo naturale evento il Bruco diventa Farfalla. Metamorfosi, Trasformazione, Morte e Rinascita? Non è importante trovare il nome adatto o corretto, non è nemmeno importante comprendere l’esatto meccanismo che regola questo passaggio, ma quello di cui ci occuperemo è di scoprire se entrambi possono comunicare tra loro. Da una parte abbiamo il nostro bruco/crisalide la quale termina la prima parte della sua esistenza che lo ha visto strisciare sulla terra per iniziarne una totalmente nuova che lo vedrà svolazzare di fiore in fiore, dall’altra una farfalla che forse non si ricorda affatto di essere stata bruco, ma sa che la sua “prole” avrà nuovamente quelle sembianze. Un bruco e una farfalla, aventi entrambi la medesima origine, nati l’uno dall’altra riusciranno a comunicare? Ogni essere vivente della stessa specie ha una sua forma di comunicazione per cui, se si analizzasse tutto in modo scientifico, dovremmo scoprire che dall’alto del suo volo, la farfalla avrà il modo di contattare un bruco, non ovviamente quello da cui è nata poiché non esiste più, ma un altro bruchetto che magari è in ritardo nel suo percorso evolutivo. Da profano quale sono credo che la comunicazione tra i due non sia più necessaria, poiché ormai è terminato quell’ evento che  garantisce la continuità della specie. Bruco e Farfalla provengono l’uno dall’altra e non possono" parlarsi “; appartengono a due realtà diverse, ma solo per il fatto che il bruco non vedrà mai la farfalla e viceversa, non si può certo dire che l’uno e l’altra non esistano o non siano esistiti. Il corpo muore e l’Anima prosegue la sua eterna esistenza svolazzando tra una dimensione e l’altra, gli altri corpi attendono il momento del loro mutamento ma ad entrambi non è consentito più interagire fra loro perché ormai è terminato il percorso che garantiva la continuità della specie. Ho fatto spesso questo paragone, e non credo di essere stato l’unico, poiché si sposa perfettamente con il normale processo di separazione tra Anima e Corpo. La morte non è mai la fine di tutto come alcuni si ostinano ancora a pensare, ma non è altro che una trasformazione e un passaggio, dove un corpo prettamente fisico, ma con al suo interno una parte energetica, termina di esistere e lascia libera la sua essenza vitale. I viventi difficilmente riusciranno a comunicare con questa eterea essenza, ma l’incapacità o la non possibilità di contatto non devono certo essere il presupposto per credere che l’essenza vitale, con tutto il bagaglio di ricordi ed esperienze accumulate in vita, non esista o costituisca il motivo per disperarsi per il resto della propria esistenza. Sono profondamente convinto che ci sia una legge matematica che regola il passaggio tra la Dimensione Reale e quella cosiddetta Astrale e quando questa legge sarà scoperta o comunque codificata, la comunicazione tra le due realtà diverrà sicuramente più facile.
    In attesa che sia fatta più luce su questo aspetto non possiamo far altro che cercare di comprendere, per ciò che ci è concesso, i meccanismi che regolano questo evento. Come in ogni buon film, il finale è quello che determina il significato della storia, solo dopo aver visto il finale siamo in grado di giudicare in modo obbiettivo il film, perciò possiamo dire, con un’ampia licenza da regista, che il fine ultimo di una storia, un racconto o un percorso in genere lo si comprende dalla sua fine. Se chiedessi quale è lo scopo ultimo della vita potrei ottenere una serie di risposte a seconda dei soggetti interpellati, chi direbbe la realizzazione, chi la serenità, chi la procreazione ecc.. Tutte tappe importanti, ma molto soggettive e se queste fossero lo scopo finale vorrebbe forse dire che chi non è riuscito a realizzarsi pienamente, non ha compreso il fine ultimo dell’esistenza? Non credo che un progetto così bello come la Vita di qualunque creatura, sia soltanto finalizzato al raggiungimento delle proprie aspettative. Mi piace di più pensare che lo scopo che legittima la vita non sia altro che la morte. Io esisto e vivo in questo Mondo terreno con il solo ed unico fine di Amare, Capire e Morire e solo attraverso questo passaggio sarò in grado di comprendere il significato della mia esistenza per rinascere o tornare all’energia di origine.
    Purtroppo nella quotidianità siamo costretti ad assistere ad ogni genere di morte e, che ci tocchi da vicino o in modo marginale, ne rimaniamo sempre sconvolti, angosciati e spesso spaventati. La cronaca della tv o dei giornali ci narra ogni giorno di incidenti, omicidi, malattie ecc... E da un po’ di tempo a questa parte si sono anche moltiplicati quei programmi che ricercano case infestate, disturbano anime e cacciano i così detti fantasmi, aumentando ancora di più il timore che abbiamo nei confronti del trapasso e dell’aldilà. La morte è talmente naturale che è concessa a tutti, ma sull’eternità dell’elemento anima penso ci sia ancora molto da imparare.  Chi diventerebbe triste per la farfalla sapendo che si sta godendo tutte le migliori bellezze della natura? E’ ovvio che la perdita di una persona cara ci lasci sempre tristi e più soli, ma se sapessimo con esattezza cosa succede ai nostri cari defunti, saremmo sicuramente meno addolorati per la loro dipartita Ci stanno vicino, ci parlano, cercano continuamente di comunicare con noi e le nostre lacrime, la nostra disperazione non fanno altro che renderli tristi, aumentare la loro frustrazione e il proposito di rimanere più a lungo nella dimensione reale, non perché lo desiderino, ma semplicemente per cercare di alleviare il dolore che noi stiamo provando. La morte da sempre un problema solo per i vivi, ma il dolore dei vivi, può creare qualche problema anche ad un defunto, perché può ritardare il suo percorso di purificazione. Dobbiamo essere consapevoli che il distacco non è mai una perdita definitiva, nell’immediato procura tristezza, ma è finalizzata ad una gioia futura. A tal proposito mi viene in mente una definizione che un personaggio, di cui non ricordo il nome, diede sulla morte quando gli fu chiesto cosa ne pensasse. La paragonò ad una Stazione di partenza ed una di arrivo. Nella prima amici, famigliari e conoscenti che salutano addolorati colui che se ne va, nella seconda invece altre mani e voci che festosamente applaudono il suo arrivo. Se poi volessimo sperimentare la capacità del “ nostro caro” di comunicare con noi, almeno per il tempo di permanenza nella dimensione astrale, io azzarderei a proporre un accordo con la persona che sta per lasciare questa vita in modo consapevole. Supponiamo che la vostra adorata nonnina abbia ormai raggiunto i 119 anni e sia pronta, in modo abbastanza lucido, ad entrare nel “ fantastico “ mondo dell’aldilà. In una situazione del genere, cercherei di mettermi d’accordo con la nonna per una sua manifestazione in un determinato punto della casa, magari richiamata da un brano musicale che le piace o da un oggetto che le sta particolarmente a cuore e che racchiude parte della sua “ energia “. Mi accorderei anche sulle modalità con cui dovrebbe o potrebbe farmi avvertire la sua presenza, ad esempio l’accensione e lo spegnimento, senza cause apparenti, di un qualche dispositivo luminoso o elettrico particolarmente sensibile ai cambi di flussi energetici. Sappiate che non sarà possibile fargli accendere l’aspirapolvere e tanto meno fargliela passare, ma ci sono alcuni “ apparecchi “ che si illuminano con il passaggio di una fonte energetica o alcuni tipi di sensori che possono essere manipolati e attivati con piccoli movimenti o cambi di intensità del campo magnetico. Questo esperimento può sembrare banale e superficiale, ma se darete alla vostra cara nonnina i riferimenti giusti e gli strumenti adatti per manifestarsi e, ovviamente, se ne avrà voglia ed interesse, vedrete che i risultati vi stupiranno. Non può essere provato per lungo tempo poiché la permanenza consapevole nella dimensione interagente con quella reale ha una sua durata definita, successivamente la nonnina potrà anche diventare uno spirito guida ma comunque sarà sempre lei a decidere come interagire con voi. L’energia Anima ha la sua conoscenza e consapevolezza, ha i suoi ricordi, recepisce le emozioni e vede ciò che succede nel mondo reale, di diverso da noi, ha solo la consistenza e la visione degli ambienti che frequenta. Per questo motivo è importante, per rimanere nell’esempio di cui sopra, che prima che avvenga il trapasso, precisiate i dettagli che entrino a fare parte del suo ricordo e che siano semplici da seguire anche nella nuova condizione.  Provo in modo semplice a spiegarvi cosa potrebbe succedere se tutto sarà fatto con molta serenità e tranquillità.
    L’Energia Anima del vostro caro (nel caso del nostro esempio della “ nonnina “ ) porterà nel suo bagaglio di ricordi questi appunti mentali che le avete lasciato, come un qualcosa da fare e da ricordare. Come vi ho detto non sarà semplice perché il tempo ed i modi con cui l’Anima interagisce nelle Dimensioni sono totalmente diverse dai nostri concetti, ma per assurdo possiamo supporre che questa energia consapevole mantenga la “ memoria “ e sia attratta da un ipotetico oggetto che contiene la sua “ essenza “. Una volta che avrà compreso di trovarsi vicino a questo, ricorderà, presumibilmente, l’accordo fatto precedentemente al trapasso e tenterà di far sentire la propria presenza. Come ho spiegato se fosse tutto così semplice, ci ritroveremo una casa psichedelica per l’accensione e lo spegnimento delle luci, ma se alcuni fattori importanti, quale la consapevolezza della propria morte, l’accettazione di questa nuova dimensione e la volontà di interagire con il mondo reale, coincideranno, nei giorni successivi alla morte della vostra amata nonnina centenaria, sarà possibile assistere a qualche fenomeno confortante. Oltre a questo vorrei però ricordare che il mondo degli spiriti è costantemente in contatto con noi, interagisce con la nostra anima con interventi spesso essenziali alla nostra sopravvivenza: intuizioni, colpi di fortuna, interventi miracolosi, coincidenze o casualità sono tutti nomi che abbiamo dato a particolari eventi che spesso ci hanno sorpreso e di cui non sappiamo l’esatta origine. Una frenata improvvisa, una cintura allacciata all’ultimo momento, o quello strano presentimento che ci ha fatto fare la giusta valutazione sono, frequentemente, interventi del mondo spirituale e dei nostri cari che intendono preservarci, aiutarci o proteggerci. Non bisogna essere religiosi per credere agli Angeli Custodi o agli interventi Divini, bisogna semplicemente avere una mente aperta a tal punto da rendersi conto che oltre la nostra Dimensione fatta di “ realtà “ tangibile, ne esistono altre prettamente energetiche, con altre frequenze vibratorie ed altre densità. L’uomo è da sempre molto egocentrico, convinto di essere il padrone dell’Universo e attaccato a questa tradizione culturale che lo vede protagonista nella Creazione o nella scelta Divina, ma la sua esistenza nella forma attuale è dovuta più ad una casualità che ad una volontà e non preclude né esclude altre forme vitali pensanti. Per assurdo, noi siamo l’ibrido più sconosciuto a noi stessi. Abbiamo imparato ad aggiustare la macchina, sappiamo tutto o quasi delle componenti del veicolo, di come funziona il carburante che lo spinge, del cervello che lo guida e di cosa succede al mezzo quando ha terminato la sua funzione, ma della scintilla che lo mette in moto e consente a tutto questo insieme di elementi di funzionare non sappiamo assolutamente nulla, come del resto non sappiamo con certezza cosa ci aspetti alla fine della nostra esistenza terrena. Nell’antichità c’era molta più consapevolezza del destino dell’uomo, del suo stretto rapporto con le Stelle e l’Universo, ma con l’evoluzione anche se sarebbe più opportuno, a mio parere, parlare di evoluzione inversa, ha perso la capacità di comunicare con la parte spirituale di se e con il resto delle creature viventi. Ha drasticamente distrutto gli elementi naturali che favorivano questa comunicazione, ha ridotto il rapporto con le altre specie animali ad una sorta di sudditanza o sfruttamento, distruggendo lentamente il proprio naturale habitat per crearne uno tutto nuovo improntato sulla materialità, sullo spreco delle risorse e sulla sopraffazione dei fratelli più deboli. A completare questo quadretto di autodistruzione una casta di faccendieri che hanno privato l’Umanità degli elementi che avrebbero favorito il vero sviluppo spirituale e la rinascita di una nuova consapevolezza.  Ed ecco che ancora oggi, molti di noi, sono convinti che una Religione sia più giusta rispetto ad un'altra, che i precetti scritti dagli uomini e spacciati come parola di Dio vadano seguiti alla lettera anche a scapito dei nostri simili; che l’Universo sia abitato esclusivamente dalla razza umana, che l’Anima non esista e che la Morte sia la fine di tutto. Auguriamoci che i nostri figli siano i portatori di una nuova consapevole realtà, fatta di altruismo, amore, ecologia, solidarietà e rispetto per ogni forma vivente. Che possano sentire meglio di noi quel legame che rende ogni essere umano fratello e sorella dell’altro, non perché provenienti dallo stesso ceppo genetico, ma perché portatori di un’essenza vitale che ha per tutti la medesima origine. Auguriamoci che possano comprendere di non essere, prevalentemente, un corpo fisico con dentro un’Anima fatta di spirito, ma soprattutto uno Spirito Energetico a cui è stato dato un corpo affinché interagisse e vivesse l’esperienza terrena. Forse per molti di noi è tardi e difficile sdoganare centinaia di anni di tradizioni e cultura per guardare con occhi diversi la vera natura umana, ma possiamo far si che, alle nuove generazioni sia data l’alternativa di scegliere in cosa credere o cosa pensare semplicemente non nascondendo più dietro dogmi o segreti le poche conoscenze che abbiamo sulla realtà spirituale e cosmica, ricordando loro soprattutto che l’Anima non è una prerogativa delle religioni, se ne può parlare anche senza dover frequentare chiese, templi o moschee, si può credere in un Dio senza per forza doverlo chiamare con un nome che altri hanno scelto, si può essere buoni senza dover seguire nessun comandamento o testo sacro, anche perché i precetti morali sono già stampati in noi, ma soprattutto sarebbe bello che imparassero e si rendessero conto che la Morte è soltanto l’inizio di una nuova ed eterna esperienza che va oltre la conoscenza e l’immaginario umano. La Vita è un bene prezioso ed una scuola essenziale perché la nostra eternità si realizzi e tutti tornino a far parte dell’unica matrice. Ogni esperienza vissuta nel Mondo reale rientra in un progetto divino che non ha inizio con la nostra nascita, ma che fa parte del ciclo stesso dell’Anima che ci viene affidata, pertanto, indipendentemente dalle esperienze che siamo costretti a subire e che a volte ci sembrano così ingiuste ed inopportune, dobbiamo renderci conto che rappresentano un piccolo passo di questo grande percorso previsto appositamente per noi. Le macchine si rompono, invecchiano, si distruggono o purtroppo spesso non fanno nemmeno in tempo ad uscire dalla fabbrica e viaggiare per pochi km che già sono costrette a fermarsi, ma per ogni mezzo, auto o veicolo che finisce di trasportare il pilota, ce ne è uno nuovo pronto a sostituirlo e, magari, a colmare i difetti del primo. Auto e pilota avranno così la possibilità di ripartire per un nuovo tratto di strada, un percorso che cercheranno di finire nel migliore dei modi, fino al punto in cui non ci sarà più bisogno dell’uno e dell’altro. Ho usato questo paragone perché rappresenta perfettamente quello che è in realtà un essere umano. Il veicolo è il nostro corpo e il pilota la nostra Anima, per comunicare hanno bisogno entrambi della Mente che funziona da traduttore, ma quello su cui mi voglio soffermare è l’importanza che nella quotidianità diamo al veicolo e al pilota. Per buona parte della nostra esistenza siamo più preoccupati dell’auto che di chi la guida, facciamo di tutto perché il nostro mezzo piaccia, sia in forma, abbia successo, possa godere dei benefici di un buon stato sociale, si approfitti della quantità di risorse che la Terra offre ecc.. senza minimamente dedicare anche solo la metà del tempo che dedichiamo al corpo anche alla nostra Anima. E’ normale allora che dando così tanta importanza al veicolo, nel momento in cui questo, viene meno alla sua funzione, siamo presi dalla disperazione e dallo sconforto e ci sembra di aver perso totalmente la persona a cui eravamo tanto affezionati. Se dessimo, invece, più importanza alla parte spirituale, come facevano alcuni popoli antichi, scopriremmo che la persona venuta a mancare,  non è affatto scomparsa, ma non avendo più il naturale mezzo di trasporto userà obbligatoriamente un modo diverso e complesso per interagire con la realtà e quindi comunicare con noi. Saremmo sicuramente meno disperati se riuscissimo a comprendere che il nostro caro non era soltanto rappresentato dai lineamenti  del viso o dal colore dei capelli e degli occhi, dalla struttura fisica ecc.., ma dall’insieme dei suoi pensieri, dei suoi sentimenti e delle sue esperienze, che di sicuro non avranno fine con la morte terrena, ma rimarranno vive in quel complesso energetico che proseguirà l’esistenza in una nuova dimensione.  Come in ogni competizione automobilistica che si rispetti, non a tutti è concesso poter parlare con i piloti o venire in contatto con loro, ma questo non vuol dire l’impossibilità assoluta di comunicare. La nuova dimensione che ora lo ospita si interseca e interagisce costantemente con quella dove noi siamo rimasti, ma avendo queste due frequenze vibratorie diverse non possono essere attraversate in modo visibile e concreto. A noi, rimasti fuori dai box, a malapena è concesso di sbirciare ogni tanto in questa differente realtà poiché è solo la nostra anima che ha le “ chiavi “ ovvero la frequenza vibratoria giusta per entrarvi, ma essendo l’anime chiuse in un veicolo, queste sbirciatine sono concesse solo nei momenti in cui il  rapporto con il mezzo diventa meno “ limitante e  morboso “. Quando il corpo riposa, o è poco vigile, il pilota che ha la frequenza corretta per entrare nella Dimensione Astrale, apre spesso il “ finestrino “ mette un braccio fuori e si gode la “ brezza” dell’aldilà. Ogni tanto capita anche che apra lo sportello e faccia qualche passo lontano dal suo mezzo, anche se non conviene mai lasciarlo troppo incustodito. In queste rare occasioni avrà modo di scoprire e rendersi conto non solo del concetto di eternità, ma anche di quanto mondo ci sia altre quello terreno che conosciamo. Alle entità energetiche invece, è concesso visualizzare la Dimensione Reale ed interagire con l’elemento Anima dentro i nostri corpi, ma a causa della ormai scontata diversità vibratoria dei due differenti piani, queste entità non potranno più avere tangibile contatto con i mezzi appartenenti alla dimensione terrena. Due mondi che si intersecano, ma con permeabilità e densità diverse, un po’ come quando mettiamo dentro un contenitore acqua e olio. I due liquidi non hanno lo stesso peso specifico, per cui l’olio si dispone sempre sopra l’acqua, possiamo agitare il contenitore e per un attimo vedremo le goccioline dell’olio che si mescolano con l’acqua, senza tuttavia contaminarlo. Sono in contatto, scorrono l’uno sull’altra, ma ciò non consente né all’acqua di entrare dentro le gocce di olio, né all’olio di mischiarsi all’acqua. Due elementi all’apparenza così simili e vicini, ma allo stesso tempo privati della possibilità di ricongiungersi in un solo elemento.  La nostra “ coppia “ ama cercarsi, inseguirsi, ed evolversi insieme. A volte i disagi dell’una si rispecchiano nell’altro, oppure i mali dell’altro aumentano le facoltà dell’una, ma che lì si chiami Bruco e Farfalla, Auto e Pilota, Olio ed Acqua o Anima e Corpo, saranno sempre lì a “ giocare “ tra loro per convincerci della reale esistenza dell’eternità.
     

  • 10 maggio 2014 alle ore 4:01
    Ti stringerò forte

    Come comincia: In quel reparto d’ospedale in cui il contrasto fra il pianto dei nuovi arrivati e i sorrisi di chi riceveva in dono la nuova vita appariva evidente. Un luogo in cui le esistenze di uomini e donne del futuro cominciavano il loro regolare corso apprestandosi ad affrontare le difficoltà quotidiane. Era qui che operava Anna, una giovane ginecologa che aveva deciso di dedicare la sua vita e la sua carriera ad aiutare, nel miglior modo possibile, le gestanti che si rivolgevano a lei. Aveva studiato con tenacia per raggiungere questo importante traguardo e, nell’ospedale in cui lavorava, era apprezzata, oltre che per la sua professionalità, anche per le sue spiccate doti umane. Aveva per tutti una parola di conforto e, anche se doveva comunicare una brutta notizia, lo faceva con enorme dolcezza e tatto. Anna era felicemente sposata e madre di due bellissimi bambini e proprio per la sua passione per i bambini aveva scelto di fare questo lavoro.
    Un giorno, durante quella che sembrava una normale giornata di lavoro, nel reparto di ginecologia, dove Anna prestava servizio, si presentò una giovane donna destinata a lasciare il segno nella vita professionale e umana della giovane dottoressa. Si chiamava Francesca aveva circa ventuno anni aveva scoperto da qualche settimana di essere in dolce attesa ma non aveva ancora comunicato la notizia al suo compagno; era certa che quest’ultimo ne sarebbe stato contento. La felicità di Francesca nell’aspettare quel figlio si leggeva a chiare lettere sul suo volto, la gravidanza la rendeva ogni giorno più bella con i suoi occhi che emettevano ogni giorno una luce sempre nuova. Francesca apparteneva a una famiglia benestante, i suoi genitori non le avevano mai fatto mancare nulla e condividevano con la ragazza la sua gioia di diventare madre e nel contempo, l’idea di diventare nonni li entusiasmava ulteriormente. Francesca era anche molto devota, infatti una volta saputa la lieta notizia, si recava quotidianamente nella chiesa del suo quartiere per recitare un’ Ave Maria e accendere una candela alla Madonna: la madre di tutte le madri.
    Anna dedicava a Francesca la maggior parte della sua giornata lavorativa, aveva compreso che quella ragazza aveva in sé qualcosa di speciale. Durante la sua seppur breve carriera di ginecologa, Anna non aveva mai percepito nelle sue pazienti un desiderio di maternità così forte come quello di Francesca che, nonostante la sua giovanissima età, era decisa più che mai a portare a termine la sua gravidanza. Quel primo appuntamento tra Anna e la giovane Francesca non si limitò soltanto a una visita medica; le due parlarono molto, Anna spiegò a Francesca l’importanza del passo che stava per compiere non disdegnando di raccontarle la sua personale esperienza di quando anche lei aspettava i suoi due bambini. Fin dal primo giorno il rapporto tra Anna e Francesca aveva assunto le sembianze dell’amicizia: non erano solo medico e paziente. Le due si lasciarono dandosi appuntamento la settimana successiva con Anna che raccomandò a Francesca la massima tranquillità e di affrontare il tutto con il sorriso.
    Purtroppo il successivo incontro non fu allegro come il primo. Anna vide arrivare Francesca con un’espressione cupa in volto e comprese subito che qualcosa non era andato per il verso giusto. Francesca si accomodò, come la volta precedente, sulla sedia di fronte alla scrivania di Anna e quest’ultima, stringendole la mano le disse:” Francesca cara, come mai sei così triste"? "Il tuo sogno si sta avverando e dovresti essere al settimo cielo”. La ragazza continuò a rimanere in silenzio, aveva una grande amarezza nel cuore e non riusciva a esporre con tranquillità ciò che le era successo. Anna strinse a sé Francesca che a quel punto, scoppiò in un pianto dirotto: “Ma come mai piangi in questo modo, il tuo bambino aspetta solo di nascere”. “Ho detto della mia gravidanza al mio compagno e lui mi ha abbandonata”! rispose Francesca singhiozzando. "Ha detto di non volermi più vedere e che non vuole sapere nulla né di me né della creatura che porto in grembo”. Anna rimase in un primo momento impietrita, questa rivelazione di Francesca l’aveva molto colpita soprattutto in quanto donna.
    Passavano i giorni e il morale di Francesca era sempre più giù, adesso la giovane aveva mille paure e mal sopportava l’idea di crescere quel bambino da sola data la sua giovanissima età. Pensava che tutti, compreso i suoi genitori l’avrebbero abbandonata in quel tunnel da cui non riusciva ad uscire. La depressione della ragazza diventava sempre più profonda tanto da far maturare in lei una decisione che sarebbe andata certamente contro i suoi principi da cattolica praticante qual era: l’aborto.
    Francesca ormai trascorreva le sue notti a riflettere su ciò che le era accaduto chiedendosi continuamente perché fosse successo proprio a lei. Stringeva forte a sé il suo cuscino sempre più bagnato dalle sue lacrime di disperazione. Accanto a lei c’era la sua mamma che non la lasciava sola un minuto, aveva compreso il dramma della figliola e non si stancava mai di ascoltare i suoi sfoghi. “Mamma cara” diceva Francesca singhiozzando “Sento che non ce la farò a crescere questa creatura da sola, domani comunicherò alla mia ginecologa la mia intenzione di abortire”. “Cosa dici”? Ribatté la madre, “questo figlio è un dono del Signore e anche se non avrà un papà, sarà una gioia immensa per te e per tutti noi”. Francesca non rispose, era ferma sulla sua decisione.
    L’indomani si recò in Ospedale da Anna per informarla del suo intento. La giovane dottoressa rimase sbigottita, non si aspettava che dalla bocca di Francesca potesse venir fuori la parola aborto. “ Va bene” disse Anna “se questa è la tua decisione faccio preparare subito la sala operatoria per l’intervento". Francesca svenne improvvisamente dopo le parole della dottoressa. Lo stress che aveva accumulato dopo l’abbandono del suo compagno era tanto e questa sua decisione le stava infliggendo il colpo di grazia. Fu portata con urgenza in sala di rianimazione e la preoccupazione dei genitori  era tanta: non sapevano se la giovane ce l’avrebbe fatta. Finalmente dopo ventiquattro lunghe ore Francesca iniziò a muovere la mano e aprì gli occhi. Al suo fianco trovò i suoi genitori e Anna, la sua ginecologa di fiducia alla quale chiese subito notizie del bambino. “Il tuo bambino cara Francesca è miracolosamente salvo” le disse Anna “e non aspetta altro che essere stretto tra le tue braccia”.  Le parole di Anna diedero un sorriso tutto nuovo a Francesca, adesso quel bambino lo voleva a tutti i costi e maturò in lei di nuovo quel forte senso di protezione che solo una mamma può avere.
    Da quell’ultima visita passarono alcuni mesi e per Francesca arrivò il giorno del parto. Dopo alcune interminabili ore di travaglio diede alla luce un bellissimo maschietto che le somigliava tanto. La ragazza chiese di averlo subito con sé, aveva qualcosa da dirgli, anche se era molto piccolo. Appena fu lasciata sola, Francesca prese il bimbo fra le braccia e cominciò a sussurrargli parole uniche.
    “Piccolo mio” gli disse “tu sei mio figlio e ti stringerò forte". Sarai avvolto nel mio abbraccio finché sarò in vita. Francesca era finalmente felice; si era lasciata alle spalle la sofferenza, il dolore e si apprestava a calarsi nel ruolo più spettacolare che ci sia al mondo: quello di mamma ed era consapevole che accanto a lei ci sarebbero stati i suoi genitori, ormai nonni felici e Anna, che nel frattempo, era diventata la sua migliore amica.

  • 09 maggio 2014 alle ore 2:42
    Via Portocastro 12

    Come comincia: E' difficile capirlo finchè non lo senti fischiare nelle orecchie.
    Per tutte le volte che t'innamori distrattamente, dovresti appuntare una medaglia sul tuo cuore. Le lame sono meno affilate, il fuoco brucia con leziosità le tue carni e la malinconia non graffia via la ruggine dal tuo cuore. Sembra una vittoria. Lo è. Un trionfo di Pirro però.
    Cosa significa non essere innamorati?
    Significa vivere un'esistenza per tre quarti.
    Io mi ricordo benissimo il senso di quei giorni dettati dall'Amore. Piangevo, mi isolavo. Mi sembrava di essere il protagonista indiscusso di un fim maledetto, dove la trama cadeva via come la sabbia in una clessidra. L'erba dei boschi mi accoglieva come la moquette del paradiso, il sole si gettava nelle acque marine come un amo speranzoso in cerca di una vittoria. Acceleravo e frenavo sulla strada della mia vita come un vecchio volpone delle gare; viaggiavo per le vie delle mie città come la più gioiosa delle anime in pena. Io me lo ricordo.
    Non vedevo l'ora di scorgere le mie lacrime sul viso, un assetato di sentimenti  che tirava giù le stelle dalla notte per lanciarle al destino, una folle carcassa che guardava senza impegno e senza dispiacere il suo cuore cozzare contro le pareti della razionalità. Il cuore di cristallo.
    Quanto ero debole...
    Sentivo il profumo delle sue incrinature, provando poi quella balorda sensazione di appagamento, scaturita dalla malsana voglia di autodistruzione... distruzione? No.
    Ora ho il mio tanto agognato cuore di diamante ed il resto del mondo lo sa. Ciò che quest'ultimo non sa è che mi manca l'Amore. Mi mancano i silenzi nello stomaco, la ressa nella mente e i baci maliziosi della mia anima, il calore di una strategia per averla, per avere lei, la persona che sembra fatta per strozzarmi e rianimarmi finchè il veleno non ci separi. Io mi chiamo Andrea Bastiani e questa è la canzone della mia vita. No, non parto dalla fine, parto in media res.
    Odisseo non me ne avrà, ero anche io sulla sua nave martoriata per Itaca e lui, lo so, se lo ricorda.

    Cap I

    Non che il nome della via di casa mia non mi piacesse ma avrei tanto voluto abitare in un posto chiamato  "Via del Campo". Certo, considerando che il paese ha un nome meraviglioso, un po' di fantasia per la toponomastica non avrebbe nuociuto. Vivo a Portocastro, via Portocastro 12.
    Sembra un motto, quasi un coro: "Portocastro, viva Portocastro!"
    Non mi delizia. A quattro passi dal mare, otto da una collina, il classico neo di casette tra un'enorme pozzanghera e un giardino prensile. Farei molta fatica a descrivere quel paesino così rurale, così voglioso di stare al passo coi tempi. Se dovessi personificarlo sarebbe una anziana donna che appare ridicola con i suoi tentativi di sembrare giovane. Antenne e parabole malefiche, zone WiFi, un parcheggio che puzza di lager e quell' internet cafè tanto inutile quanto cacofonico. Portocastro sa di arancia.
    A differenza di quanto si possa pensare, in questa cittadina vivono tante persone, sembrano troppe, la gente è bellicosa e la loro natura è asfissiante. La gente è viola.
    La odio.
    Le stradine sono fatte di sassi, pietre; le fughe sono sempre piene di muschio come un labirinto di siepi. le casette ammassate una vicino l'altra mi hanno sempre dato l'impressione di un gruppo di vecchiette intente a ricamare, a fare la calza, tutte in fila, gomito a gomito, con i loro sorrisi da nonne, le loro rughe, le calze marroncine, gli scialli e quei capelli vaporosi, a volte radi. Via Portocastro poi è meravigliosa: la piccola grotta della Madonnina, la signora Manni e le sue gerbere sempre in fiore, il postino in bicicletta sempre inacidito con la barba incolta. Il signor Claudio che va giù d'imprecazioni dal balcone e i vasi di tutto il resto del vicinato che fanno fiorire arcobaleni ad ogni estate. 
    La signora Manni è bianca, mentre il signor Claudio è blu cobalto.
    Al N° 12 ci sono io, casa Bastiani. Lo zerbino sempre pulito e la porta castana, la cassetta della posta blu con quella ammaccatura che ha sempre destato in me una certa curiosità. E' sempre stata lì: chi? Come? Quando?
    Di solito le mattine d'estate prendo la bicicletta e vado giù ai moli, mi siedo sulla mia panchina preferita, quella verde con la ruggine, dando sfogo alla mia mente. Guardo il mare.Le vecchie barche di legno di un tempo se ne stanno distese a riposare, mentre qualche vecchio pescatore passa le ore ad accarezzarsi la folta barba con gli occhi fissi nel vuoto e le mani intente a crocifiggere un'esca sull'amo. Così, tutto a memoria.
    Vorrei che la mia vita fosse un romanzo pregevolmente incastonato tra i Malavoglia giù ai moli, le atmosfere amene di Portocastro  e la melodia di "Via del Campo" fuori casa mia. In fondo gia lo è.
    E a ricordarmelo però è una lettera che trovo nella vecchia cassetta ammaccata, un messaggio senza mittente: il cuore inizia a palpitare con violenza ancestrale.
    Non la apro. Puzza d'Irlanda.
    Senza pensarci più di una volta, mi dirigo nella mia dimora e sbatto con tenacia la porta. Matilde mi spia dalla veneziana.

    - Perchè andrà così di fretta Andrea? Non voglio pensare che abbia deciso di ripartire. Che testa calda. Alla sua età me ne stavo le ore a chiacchierare con  Franca e Ada al bar in piazza, suonavo il flauto mentre il mio fidanzato dormiva sulla brandina. Perchè spreca il suo tempo ad arrovellarsi nei pensieri come un idiota ? Così giovane ed intelligente poi... 
    L'ultima volta che è andato via sembrava un cadavere e quando è ritornato, uno scheletro. Non viene più a prendere il caffè con me ed i ragazzi, passa le sue giornate in modo scialbo, sembra un monaco benedettino. Certo, anche io dietro questa veneziana non sembro una persona equilibrata. Cosa ci posso fare? E' come fosse un nipote per me.
    Non andare. -

    Zaino in spalla. Tutto pronto.
    La mia meta è Corsello, 700 km da Portocastro, una città molto grande e satura di cemento. La farò tutta d'un fiato. Un bacio alla Madonnina nella piccola grotta, rubo una gerbera. Un bacio anche a Portocastro e via.
    E' arrivato il momento di viaggiare nella mia anima, nella mia mente, voglio abbattere il muro del suono, voglio riverniciare la staccionata del sole; ho un cielo incredibilmente terso dalla mia parte e una ventina di gradi centigradi che sono ottimi compagni, mai lagnosi e sempre spiritosi. Tempo dieci minuti a piedi e sarò sulla provinciale, forse è meglio decidere il mezzo di locomozione: autostop o bus? Il primo mi sembra rischioso quanto improbabile, chi si fermerebbe? Non sono mica Jack Kerouac. Prenderò il bus, il T80 giallo.
    E' incredibile pensare che ci si possa dimenticare quante salite e discese ci siano in un paese tanto piccolo, ho già un fiatone scandaloso. Non appena mi lascio alle spalle l'ultimo salumiere, riesco ad intravedere la pensilina claudicante della fermata. Sopra c'è la pubblicità di un circo di talmente tanto tempo fa che probabilmente quegli animali si saranno anche estinti. Una locandina gialla da far schifo, una cornice di chewing gum appiccicate e le solite scritte dei mocciosetti. Dei seggiolini non è rimasta nemmeno l'anima, quindi mi siedo sul marciapiede che fa tanto beat-generation.Ah se potesse vedermi Sal di "Sulla strada": verdi  bermuda larghi con i tasconi, ginocchia martoriate dalle rovinose cadute e scarpette da ginnastica logorate da qualsiasi agente atmosferico; maglia a tinta unica, un arancione che più spento non si può e una sola manica arrotolata verso l'altro. Viet Nam.
    Le macchine sfrecciano con una lentezza impercettibile mentre arrotolo una sigaretta. Il tabacco si confonde con la carnagione delle mie braccia abbronzate, lecco la cartina fissando un camion accostato sulla corsia di fronte, quella che porta a Casal Marsina. Bestemmia come un cane: il camionista ha forato un pneumatico ed allo stesso tempo sta facendo scricchiolare la piccola grotta della Madonnina fuori casa mia. Mi vien quasi da ridere. E' sudato da far schifo ed ha le scarpe bucate; non ce la faccio a guardarlo, o lo contemplo o lo ascolto con un religioso umorismo. Ultimo tiro di tabacco e T80 che procede come un ippopotamo altezzoso, tempismo perfetto. 
    Mi lancio a bordo come una cartaccia e mi piazzo indietro, lato finestrino con una puzza di whisky sorprendente, sembra il Roxy Bar itinerante. Con me ci sono due vecchiette che, a giudicare dall'espressione da iena ridens, stanno spettegolando sulla propria comare assente, le solite pezzenti; l'autista, che balza all'occhio per quella che penso sia una voglia di caffè enorme sul collo e la mancanza di un pollice, poi un militare ed un anziano uomo con la coppola cui  manca solo una lupara. Il panorama inoltre non è male. Nel seguente ordine: lungomare di Cupoli, stazione di Monte Piano e la chiesetta di Sant'Irene; a sinistra gli amarissimi Monti Elcidi costantemente in camouflage, quasi avessero vergogna dei loro dirimpettai premiati dal mare e dalla luce che in esso riflessa. Che battaglia tra mari e monti.
    Ecco Agoli, il paese delle focacce, del teatro e della cernia fritta. Vada per la prima, si scende. Guardataccia alle iene ridens, balzo sul marciapiede e mi ritrovo dopo venti metri davanti al forno di Mastro Giorgio. In realtà non ci ero mai venuto, ho sempre ascoltato dei racconti sulle gesta culinarie di quel cinquantenne che tutti chiamano Mastro, era la prima volta che avevo la possibilità di testare con il mio palato queste leggende gastronomiche. Frugo con indice e pollice nel portafogli per raccattare qualche spicciolo, poi mi blocco sull'uscio della bottega. 
    Una fiamma di bellezza mi esplode in piena faccia come una stella lontana che collassa su se stessa.

    - Se ne stava lì impalato con gli occhi in quel che definire portafogli sarebbe un complimento azzardatissimo. Frugava come un demente alla ricerca di un po' di rame e nichel a forma di buco di ciambella: mi dava l'impressione di un minatore sgangherato.
    Quando si accorse di me, i suoi occhi color ****** si spalancarono come due porte sbattute dal primo vento d'autunno, le sue dita svenirono e vidi il suo pomo d'adamo fare su e giù come su un'altalena. C'era poco da pensare, lo avevo stordito.
    La scollatura era impavida, per carità, ma gli si incendiò lo sguardo nel fissare i miei capelli rosso rabbia, non guardava il seno, ne ero sicura. 
    Sospirai e lo servii come un cliente qualunque.-

    Paradossale. Jessica Rabbit con gli occhi e la spartana gestuaità di Rosso Malpelo.
    Una tigre sporca di farina, forse è la figlia di Mastro Giorgio.
    I miei occhi iniziano a navigare sui suoi capelli color tramonto, poi scivolano come un rivolo d'acqua piovana sulle sue braccia, sbattono contro l'arcipelago di lentigini per poi risalire su verso i suoi occhi verde bottiglia; muove la bocca. Sento un suono.
    Maledizione mi sta parlando!
    Grattandomi l'angolo sinistro della bocca rispondo alla domanda più ovvia che una situazione del genere potesse dettare: " quella lì bruciacchiata."
    Poi d'un tratto i suoi occhi si sbarrano, schizzandomi addosso tutta la loro iraconda curiosità:
    "Guarda che ti ho chiesto di che colore hai gli occhi. Cos'è? Hai troppa fame?"
    Sbagliare risposta ad una domanda così semplice è come aprire una porta e, invece di chiedere permesso, dire "pronto!", come in una conversazione telefonica. In ogni caso, una goccia di sangue nero raggiunge il mio cuore: "Vedo che dalla mia risposta non ti si è manifestata la mia voglia di rendere la nostra conversazione quanto meno protratta possibile."
    Il suo viso inizia a fare pendant con i capelli per quanto sta arrossendo, tira fuori la focaccia abbrustolita e me la serve come si serve un drink di cicuta. Come un giocoliere prendo la focaccia con una mano, mentre con l'altra afferro il mio rettangolino di carbone commestibile continuando, però, a fissarla quasi fossi un pellegrino a Fatima. 
    Girandomi, esco. Per quanto mi riguarda, ogni marciapiede è una sala da pranzo vittoriana, quindi senza fare complimenti, mi accomodo qualche passo più in là di distanza dalla panetteria; mi gusto la sapienza di Mastro Giorgio. 
    Sigaretta gusto sole.
    Dopo un'oretta a contemplare il più poetico "nessuno" che mi sfila davanti, decido di fare una breve passeggiata per Agoli, città della cernia fritta, del teatro e delle panettiere color pomodoro. Arrivato alla fontana della piazza, scorgo i soliti vecchietti che si dannano a briscola, se ne stanno in silenzio, ho sempre pensato che fosse una specie di guerra fredda tra loro; muti come dipinti fino alla carta vincente. Voglio morire prima di arrivare a questo. Continuo il giro.
    Mentre faccio per inciampare su una pietra, mi ritrovo al porticciolo. Se c'è una cosa più poetica della maledetta cernia qui ad Agoli, sicuramente è la storia degli attori innamorati, la amo:
    Un giovane attore di Ajaccio si trovò per caso a far parte di una famosa compagnia teatrale che, visto l'incredibile lustro di cui godeva il palcoscenico agolese una cinquantina di anni fa, non poteva perdere l'occasione di esibirsi al famoso teatro Plauto di Agoli. Alain Desprè era il suo nome. Giallo ocra.
    Sulle ali dell'ambizione si catapultò anima e corpo nell'opera che lo vedeva come protagonista, " Le Saette di Frederich", una tragedia d'amore che gli sembrava cucita addosso. Dopo due settimane di studio per imparare alla perfezione la parte, fece la conoscenza di colei che avrebbe interpretato il ruolo di Charlotte: Serena Portinoni. Azzurro e Rosso.
    Per qualche mummia del paese è stata e sempre sarà la più bella agolese mai nata. Gli occhi del cielo di Settembre, capelli color Marilyn che componevano odi insieme alla sua pelle fatta d verginità. Alain e Serena si confusero in un solo corpo al primo sguardo, recitavano nella realtà, mentre sul palco, durante le prove , facevano l'amore sotto le vesti di Frederich e Charlotte. Si amarono all'unisono, ebbero bisogno l'uno dell'altro come due indemoniati, la loro passione scoppiava come un tappo di champagne ogni volta che le loro dita si baciavano. Il regista si spellò le mani a forza di applaudirli e di far finta di contare tutti i soldi che avrebbe guadagnato con quel successo stratosferico. Un giorno però Serena ebbe una notizia selvaggia. Keynes, un produttore americano che si era infiltrato in sala durante le prove, mandò lei un messaggio che la invitava a recarsi nella sua tenuta poco fuori Agoli. Alain sentì puzza di bruciato sin da subito ed ingaggiò con la sua amata un singolar tenzone a colpi di sguardi per farla desistere. Il risultato fu un litigio monumentale che fece deflagrare quel sedimento d'amore che faceva da vaso ai fiori che profumavano di passione eterna. Dopo l'ennesimo urlo sbattuto sulla faccia di lei, Alain si beccò uno schiaffo pesante da far schifo. Tutto secondo i piani: buone maniere, proposta indecente e senso di colpa fugace, troppo. Serena vendette la sua anima ad un porco per una parte, anche molto marginale, nel prossimo spettacolo di Keynes. Mentre ella era via, Alain si pentì di aver pensato male, di aver subito giudicato e soprattutto di aver urlato su quel viso che sembra paradiso sul mare. Era notte.
    La vide fare capolino da dietro l'angolo della strada. Alain le corse incontro come un bambino africano che vede per la prima volta la neve ma lei, più che neve, fu ghiaccio, bollente.
     La Luna sta per stramazzare al suolo, tramonta.E' la Prima.
    Il pubblico ha il fiato sospeso, Alain e Serena stanno recitando l'ultima scena. 
    Si tengono per mano. Non riescono a guardarsi.
    Il copione prevedeva che Charlotte, accortasi di amare Friederich, facesse bere allo stesso un filtro che lo rendesse immortale, ascendendo così entrambi al cielo.
    Con gli occhi colmi di lacrime nere, Alain si voltò verso Serena e quest'ultima lo guardò come si guarda la lapide del proprio nemico: con una malinconica indifferenza.
    "Dammi il mio veleno, fa di me ciò che vuoi."
    Bevuto l'intrugio, sia Frederich che Alain si accasciarono a terra e perirono sia nella realtà che nella finzione.
    Dopo la confessione amara, brusca e malefica di Serena, Alain decise di finire mentre godeva dei suoi più grandi amori: il teatro e quell'angelo maldestro. Mise dell'arsenico nell'ampolla di scena.
    Sconvolta, Serena Portinoni fuggì da Agoli per non farci mai più ritorno.
    Salito in cielo, Alain Desprè ritorna ad Agoli ogni anno sognando la sua Corsica.

    Sono le sei, faccio giusto in tempo a prendere il bus. Buonasera Signor Desprè.

    Cap II

    Sono le sei e quaranta.
    Con un profumo di sera prendo il bus, salgo e faccio per accomodarmi. Solita lotteria dei miei compagni di viaggio. Faccio in tempo a scorgere un uomo di colore in fondo al bus e sento un movimento anormale del bus, sembra un serpente che si sta accoppiando: sbanda. Poi il buio.

    - Quella sera ero estremamente riottosa, non sarei andata a lavoro nemmeno per tutto l'oro del mondo. Alle venti di tutti i maledetti giorni iniziava il mio calvario che poi sarebbe finito con la vittoria dell'alba sulle tenebre, per fortuna. Feci il borsone e mi avviai verso il patibolo: pantofole ortopediche, guanti di lattice non gentilmente offerti dall'ospedale e la mia divisa verde prato. L'auto, purtroppo, si accese al primo tentativo mentre un'altra sciacquetta si lamentava nelle casse del mio stereo. Arrivai in cinque minuti ma ebbi la sensazione di aver sbagliato luogo, il pronto soccorso quella sera era calmo come una sala da tè. Chiesi ai miei colleghi se ci fossero delle novità o qualche caso "scottante", fonte inesauribile delle nostre risate in reparto: solo un ragazzo senza documenti e con un fortissimo trauma cranico. Con la pacatezza di un soldato che ha saputo che la guerra è finita posai il borsone nel mio armadietto e mi cambiai. Caffè.
    Miriam la caposala mi chiese di cambiare la flebo al ragazzo e in un attimo mi calai completamente nel ruolo per il quale Dio, o chi per lui, mi aveva creata: l'infermiera.
    Entrai nella stanza e vidi due polizziotti intenti a frugare nel portafogli del ragazzo alla ricerca di qualche indizio sulla sua identità. Non feci caso a quel ragazzo molto abbronzato, era intubato.
    Poi si rivolsero a me:"Lei è?"
    Risposi piccata: "Dalila Maielli e ovviamente sono un'infermiera del reparto"
    Mi guardarono come si guarda un indovino. Idioti.
    Cambiai la flebo a quel ragazzo in coma, la situazione non era delle migliori, avrebbe potuto perdere l'uso di qualche arto, la ferita era bella profonda. Chiesi come era successo e mi dissero che il bus su cui era ha frenato bruscamente e lui è caduto all'indietro, battendo la testa su un corrimano. Sospirai. 
    Uscii a fumare e a godermi la notte. Fino alle quattro del mattino fu un continuo susseguirsi di dottori che entravano ed uscivano dalla stanza, era in bilico.
    Erano ormai le sei del mattino ed il mio turno stava per spirare, diedi un ultimo sguardo di compassione a quel ragazzo e mi voltai per prendere la strada di casa: "Non riesco a capire di che colore sono i suoi occhi."
    Quella frase mi fece cadere il cuore nello stomaco, tornai indietro ed alzai con ira le palpebre di quel ragazzo fra lo stupore dei miei colleghi di reparto.
    "Bastiani, si chiama Andrea Bastiani."
    Con stizza invereconda mi inarcai verso l'uscita. Vomitai nel garage di casa mia.
    Conobbi Andrea sugli scogli di Casal Marsina, lui se ne stava lì a canticchiare da solo, con gli occhi lanciati come dardi verso il cielo e la bocca che grondava fumo. Si lasciava cadere addosso la cenere della sua sigaretta, sembrava in coma proprio come ora e mi avvicinai per avvisarlo che di lì a poco avrebbe preso fuoco a forza di comportarsi come un posacenere. Quando si girò, caddi dal grattacielo della mia mente e mi innamorai di lui con una intensità che metteva in imbarazzo il mio stomaco.
    Non aveva niente di straordinario, era un ragazzo abbronzato e anche abbastanza trasandato, mani grandi e delle dita affusolate. E allora?
    Quante volte me lo sono chiesta...
    Posso dire solo che la sua voce era figlia di un gigante della scandinavia e una candida melodia ricamata con un'ocarina, non riusciuvo a definirla. Dalla sua bocca nevicava dolcezza e grandinava virilità, mi stordiva ad ogni parola. Quel suo modo di parlare così alieno mi ipnotizzò e cancellò ogni traccia della mia vita prima di quell'incontro, pretesi che la sua lingua deliziasse il mio udito e poi il mio corpo nelle sere roventi di Casal Marsina. Fu una relazione fatta di incredibili silenzi e mistici segreti che mi svuotavano e mi sommergevano come un'onda anomala, avrei voluto tenerlo tra le mie braccia e soffocarlo, Non seppi mai da quale famiglia venisse, cosa ci facesse sugli scogli e perchè fissasse il cielo.
    Per un'intera estate diventò la mia ossessione, la malaticcia ragione della mia esistenza che ad ogni orgasmo diventava sempre più misera e ad ogni parola che sgorgava dalle sue mani diventava sempre più lodevole. Era dolce e determinato nella sua afasia, restava muto davanti alle mie domande su di lui mentre una nuvola di fumo gli entrava in corpo. Le Nuvole.
    Ogni notte mi denudavo davanti ai suoi occhi, quegli occhi bastardi. 
    Aveva un temporale negli occhi, l'impetuosa tempesta che vomita in mare i suoi uragani, delle onde di amarezza che cozzavano contro la scogliera del suo viso, e più li scrutavo più si agitavano. Avevo paura. Facevamo sesso. Avevo paura.
    Ero attanagliata da un dubbio atavico: sindrome di Stoccolma o vero amore? L'avrei scoperto di lì a poco. Quando l'estate andò a riposare, nei suo occhi scorgevo sempre più fulmini e i suoi silenzi erano diventati orchestre infernali. Gli chiesi di rimanere qualche settimana a dormire da me ma senza la giusta convinzione, lui si voltò e mi rispose:
    "No, mai. In questo preciso istante ti sto uccidendo lo sai?"
    Raggelai. Non lo vidi per sue settimane. 
    Mi ero innamorata di lui, il mio carnefice; mi aveva riportata sulla nave dell'amore dopo una vita di delusioni e adesso mi aveva lasciata da sola a governare quel vascello nella tempesta dei suoi fottuti occhi. Quando lo reincontrai sugli scogli avevo già il discorsino pronto e glielo sputai in faccia:
    "I tuoi silenzi sono fucilate nel petto, ti odio. Sei una maledetta carogna. Perchè hai fatto sesso con me come quando si fa l'amore con la propria amata? Perchè è maltempo dentro di te? Cosa diavolo devo fare per volerti bene? Voglio sapere.
    La tua pioggia infame ha sfasciato l'ombrello del mio cuore, hai seviziato la mia anima con le tue parole che profumavano di "sempre". Ti odio. Io ti odio. T'odio.
    Spero che un giorno tu diventerai cieco. Spero che un giorno diventerai muto. Spero che un giorno sia giorno nella notte della tua anima. Ti amo, maledetto Andrea Bastiani. Ho perso tempo. Addio."
    Mi girai e gli diedi le spalle. Sentii il suo accendino sedurre un'altra sigaretta ed il fumo che usciva dalla sua bocca. 
    Non lo vidi più fino a quella notte.
    Presi un mese di malattia ed al mio ritorno era stato trasferito all'ospedale di Camogli.-

     

  • 03 maggio 2014 alle ore 18:30
    Può accadere a chiunque...

    Come comincia: Di solito funziona così: c’è un ragazzo speciale a  cui vogliamo un mondo di bene, che sentiamo ogni giorno al telefono, che sa tutto di noi, a cui raccontiamo ogni guaio ed avventura sentimental-affettiva, al quale chiediamo senza vergogna ogni consiglio, che ci accompagna ovunque e del quale ci fidiamo ciecamente, un ragazzo con il quale siamo certe non potrebbe mai accadere nulla…
    Fino a quando accade l’ineluttabile, l’imprevedibile;  una sera, complice qualche bicchiere di troppo, le lacrime o le risate, scatta il bacio. Un bacio appassionato, un vero bacio.  Anzi, il più delle volte, una serie di lunghi e appassionati baci.
    L’indomani è la catastrofe, mille dubbi e pensieri ci assalgono la mente: cosa accadrà ora? come cambierà il nostro rapporto? siamo ancora amici?....
    Queste sono solo alcune delle tante domande che possono salire alla mente dopo  quell’”incidente” con il nostro migliore amico, ma forse la domanda più realistica che dovremmo porci è: possiamo ancora rimanere amici dopo esserci “esplorati” tanto insieme?
    Seneca diceva che l’amore non è altro che una amicizia impazzita! Seppure, talvolta, l’amicizia e l’amore sembrano molto diversi, pochissime sono in realtà le differenze.
     Ecco allora com’è andata questa storia…
    Sarà capitato a tanti, prima o poi, di innamorarsi perdutamente di qualcuno, forse si e forse no, ma bisogna dire che non c’è cosa peggiore di esserlo del proprio migliore amico.  Fidatevi.  Anni di risate, di compagnia, di confidenze, era la persona con la quale passavi i più bei momenti dl tante giornate, non vedendo l’ora di incontrarla. All’inizio è semplice compagnia, magari c’è anche attrazione, perchè  no… è umano… anche se è assai più piccolo ( è più grande in tante altre cose… ) di te.  Ma no!!! .. di LUI no, di LUI non vuoi approfittartene, lo conosci da così tanto tempo, sì, è attratto da te, e TU lo sei da lui, ti piace assai e su questo non ci sono dubbi.
    Ma dopo l’”incidente” di cui sopra, le cose cambiarono bruscamente…  
    Dopo un po’  hai iniziato a “messaggiare” anche per il semplice buongiorno, ti faceva piacere leggere la risposta seguita per lo più dal ”   ”, comunque era piacevole la risposta, quanto era piacevole il giorno dopo ricevere da LUI quel buongiorno!  Poi  uscivi  assieme e magari lo vedevi anche salutarsi con qualcuna…  ovvio, normalissimo, ma TU comunque eri felice perché stava bene, si divertiva… sorrideva.  Sorrideva.. era quel sorriso che ti piaceva vedere… Dopo qualche tempo LUI si rivede - così, casualmente -  con la sua antica fiamma, LUI ti racconta tutto, non ne era mai stato innamorato LUI, era una tal pizza poi…  TU l’ascolti sorridente, sei sempre presente alle sue confidenze, sei felice perché lo vedi e lo senti felice. Ma ancora non hai capito, LUI incomincia a cambiare, è teso, preoccupato, così pian piano inizi a capire che LUI non riesce a “sganciarla” e stai male quando anche LUI sta male.  Che ti succede, ora? E no.. non ti basta più l’amico occasionale nel letto, o rientrare a casa e sfogliare la rubrica per capire con chi passerai la serata..
    Perchè LUI sta male. Quindi il tuo amico ha bisogno di te.. anche se non te lo dice.. TU ci sei, sempre.  Corri quando sta male, quando ha bisogno, quando anche non ha bisogno perché, poi, quel bisogno inizia ad essere il tuo.  Il buongiorno che dai al mattino inizia ad essere seguito dal ”caro” nel solito omessaggino .. e  “l’anima vola” ma ancora no.. non ti entra in testa che lo vuoi vedere tutti i giorni, ancora sei confusa… e passa il tempo… i giorni…e TU continui a stare male.
    Nascono e finiscono i piccoli e grandi problemi della vita, i tuoi ed i suoi, dove continui ad essere presente anche se sai che LUI non lo è come lo sei TU, ma per te conta solo il suo sorriso. Nella tua casa entrano ed escono uomini di cui a malapena ti ricordi il nome ed inizi a renderti conto che è diventato come un lavoro per te, un lavoro che non ti soddisfa più come “prima” e TU, oramai, non sei il tipo di persona che vive solo per quel tipo di lavoro…
    Amici che se ne vanno, amici che non erano poi così amici, tutto si sta modificando ai tuoi occhi, cominci a considerarti una perdente, poi si aggiungono altri dispiaceri, altri problemini di normale presenza. Vedi solo nuvole all’orizzonte, il sole riesci a vederlo solo quando vedi LUI… Dove LUI è ormai diventato la tua famiglia, dove ormai non esiste altro che LUI, e comunque, anche se si tratta di una frase fatta, LUI è il primo pensiero quando ti svegli e l’ultimo prima di dormire, sempre se non lo sogni, sempre se riesci a dormire.. Quindi passi notti in bianco, ti alzi, lavori, sbatti la testa dentro casa… ormai sono passati quasi 2 anni e non ti spieghi ancora perché è con il pensiero di LUI che alla fine riesci ad addormentarti.
    Prendi i tuoi rumorosi hobby e cerchi di colmare la distanza tra te e la serenità.. ma neanche questo funziona, accidenti a LUI.
    Ancora non hai realmente capito.
    Un giorno ti dice “Sai.. sto frequentando una persona” e lo vedi finalmente sorridere.  FANTASTICO!  inizi a pensare.. bene!  ora ha qualcuno che può pensare a LUI, ora LUI ha qualcuno che gli può dare serenità, gioia, amore. Ma no.. la situazione peggiora e tu entri in depressione. Depressione che nella vita hai visto solo un’altra volta, in un altra tua amica. Poverina, che pena ti faceva! E ora che ti succede, sì, qualcosa  che veramente ti logora dentro, quella “campana che suona per te” e batte fortissima nella testa… e in quel momento inizi a capire cosa vuol dire dormire due ore in una settimana, tralasciare la tua salute, essere in pena per ogni cosa, guardare un film e piangere, ascoltare una canzone e commuoverti,  non riuscire a scrivere sulla tastiera per il singhiozzo ed il dolore che stai provando e non riesci ancora a spiegarti perché stai crollando in questo modo, per quale motivo sei pervasa da emozioni che non riesci a controllare, TU che finora sei stata la SOLUZIONE a tutto, TU che finora hai pianto tre volte in vita tua.. TU che credevi di essere FORTE.
    Iniziano veramente allora i problemi con questa persona, e TU ti senti in obbligo di difenderlo, vuoi vederlo tornare a sorridere, vuoi vedere ridere i suoi occhi, vuoi vedere LUI tornare a star bene come una volta.
    E lo capisci. Lo capisci che sei stata sempre innamorata, lo capisci che la persona che hai sempre voluto è LUI, lo capisci che non è solo un amico, è la tua vita. Finalmente riesci a capire tutto, riesci a vedere oltre il dolore, la disperazione e l’ansia.  In quel momento capisci perché chi in quegli anni è entrato nel tuo letto è solo un numero di telefono, lo capisci perché nessuno ti va bene.. perché non sarà mai come LUI.  LUI che è irraggiungibile, LUI che ormai è “compromesso” da quel sentimento di amicizia pulito che trascende da ogni desiderio e da ogni maliziosità.
    Cosa fai TU da idiota patentata, prendi coraggio dopo mesi di riflessione, e tra un momento ed un altro, quasi balbettando, gli dici che sei innamorata di LUI.  E non hai il coraggio di guardarlo negli occhi mentre gli dici queste cose… come non hai avuto il coraggio di guardare la sua reazione, ma solo di percepire il suo silenzio ed il rumore dei suoi pensieri, la sua preoccupazione ed ansia per te, perché vedeva il tuo malessere senza tuttavia identificarlo. Eccome se la sentivi!
    Gli avresti anche voluto dire che lo amavi, che saresti stata  vicino a lui sempre, che ti saresti occupata di LUI, che LUI è la tua vita, invece cosa hai fatto..
    Gli hai detto che non sarebbe stato possibile, dicendogli prima “SONO INNAMORATA PERDUTAMENTE” e subito poi  “NON SARA MAI POSSIBILE, PERCHE SIAMO AMICI, abbiamo troppi anni di differenza, non sono così stupida da non capirlo...”.
    No, non sei stupida, sei soltanto una perfetta demente!  e gli hai tolto anche la possibilità di poter dire la sua…
    Poi.. il silenzio. Il suo terrificante, angoscioso silenzio.
    Ora è passato non molto tempo e quel poco tempo che è passato - scusate il  gioco di parole! – TU lo hai passato a recuperare la sua amicizia, per fargli capire che comunque da prima a dopo non è cambiato nulla, che TU ci sei e ci sarai sempre come ci sei sempre stata.
    Hai sbagliato. TU quel giorno SEI MORTA DENTRO, non riuscivi a pensare ad altro che a LUI, gli stai vicino come prima, sempre presente, sempre con il sorriso sulla faccia e con il cuore che piange. E’ così, certo. Così, quando senti che il tuo mondo non gira come vorresti, la vita perde sapore… allora vorresti morire. Salvo poi ritrovare il desiderio di rivivere non appena uno spiraglio di luce torna ad illuminare i tuoi giorni. Ma lo vedi TU questo spiraglio? 
    Se almeno LUI pensasse…  “Io ci provo a mettermi nei suoi panni, ma mi vien da piangere. Che coraggio! E riesce ancora a sorridermi…”. Ma niente di tutto questo accade. E TU che gli vorresti gridare… mentre lo vedi col pensdiero altrove…
     “Ciao, ti amo tanto, ciao, mi vuoi solo tanto bene, e poi, dovrei essere felice?”
     
    E ancora, dover chiamare 'amico' chi vorresti chiamare 'amore' ti devasta…

    Non sai più se preferiresti perdere la sua amicizia e non vederlo mai più, proprio TU che invece  avresti voluto e dovuto  dirgli che l’amavi e basta, e che non era più la sola amicizia… non lo sai neppure TU, sei troppo confusa, avvilita.  Sei tanto stanca, questo ti fa davvero troppo male, anche se vorresti vederlo sorridere e ti importa solo di questo, gli vorresti stare vicino, respirare insieme, vivere insieme.. e non saprai mai, per colpa tua, perché non l’hai mai chiesto, perché hai semplicemente subito chiuso il discorso per paura della sua risposta.
    Ora sei ancora la sua amica ma non è più come prima, non hai più quel buongiorno così impregnato di buonumore, non vedi più il sole come una volta… Dormi solo per sfinimento e lavori per inerzia. Non vivi più. Ma davanti a lui, fingendo e morendo dentro, ci sarà sempre in te il sorriso che ha sempre ricevuto da te, l’amica che ha sempre cercato nel bisogno, la persona sulla quale potrà sempre contare. Ma TU…
    Chiunque legga queste mie parole, ragioni bene prima di dire una cosa cosi importante alla persona che realmente ama, perché anche se TI AMO non è una domanda, può esserci una risposta. Non siate come LEI! Siate coraggiose e sappiate ascoltare il SILENZIO. Perché a volte, dietro certi silenzi si celano risposte imprevedibili, come quella che TU non hai saputo ascoltare.  E, forse, era solo per quello che la risposta era nel silenzio.
    Ma questo LEI non lo saprà mai…

  • 02 maggio 2014 alle ore 0:10
    Nebbia fatale

    Come comincia: L'impatto tremendo lo schiacciò completamente all'interno dell'abitacolo, mentre suo figlio volò fuori dall'auto.
    Si svegliò dolorante e intontito, ma si rese immediatamente conto di essere in ospedale, dagli occhi tumefatti riconobbe sua moglie, dalle orecchie udì dei suoni e infine le voci dei presenti. La donna si accorse che si era svegliato e urlò, un urlo forte e acuto; non gli era chiaro se fosse stato un grido di gioia o disperazione, non ebbe il tempo di capire perché ripiombò nel buio.
    Una settimana prima.
    "Devi portare la macchina dal meccanico" Disse la moglie.
    "Il mese prossimo cara, questo mese ci sono troppe spese da sostenere e non possiamo permetterci il meccanico" Rispose lui sorridendo, ma lei ribadì decisa
    "Falla riparare lo stesso e poi pagheremo appena possibile" Lei non sapeva tutta la verità; il meccanico, pazientemente, stava ancora aspettando di prendere i € 300,00 dell'ultimo intervento eseguito sei mesi prima.
    "D'accordo, vedrò di fare così" Concluse lui. Era sabato, giorno di riposo, i due figli erano a scuola e lui uscì a piedi per recarsi in tabaccheria dove acquistò due pacchetti di sigarette, sufficienti per il fine settimana. Da li si spostò nella vicina sala da gioco dove, mentre beveva il solito aperitivo, fece alcune puntate senza vincere nulla. Sua moglie gli aveva fatto i conti in tasca una volta: tutti i giorni, tra bar, sigarette e giocate spendeva circa € 15,00 ma lui sapeva di spenderne quasi il doppio.
    Continuava a ripetersi che si sarebbe dato una calmata, il lavoro era quello che era e le spese da sostenere in casa sempre maggiori; si, da lunedì ci avrebbe dato un taglio.
    A mezzogiorno, come tutti i sabati, prese la macchina e si recò a prendere i figli a scuola, la figlia frequentava la terza media, il figlio era in prima. Nonostante l'orario, una fitta nebbia copriva il sole tanto da far fatica a vedere la strada, i ragazzi salirono sull'auto e il figlio disse al padre:
    "Papà, non funziona un fanalino anteriore dell'auto, è da sostituire"
    "Ok figliolo, la settimana prossima porterò la macchina dal meccanico a farlo cambiare" Rispose il padre.
    "Ma con questa nebbia è pericoloso" Lo ammonì la figlia.
    "Ma cosa vuoi che succeda, la settimana prossima sarà tutto ok" Tagliò corto l'uomo.
    Il fine settimana trascorse tranquillo. Sua moglie era stata indaffarata con i preparativi natalizi e lui aveva poltrito sul divano, mentre i ragazzi si erano divisi tra uscite con gli amici e ore in casa a sonnecchiare.
    Il lunedì mattina, a colazione, la donna si rivolse al marito.
    "Senti, mi ha detto nostro figlio che non funziona un fanalino dell'automobile, con questo nebbione è pericoloso andare ìn giro, vai subito a cambiarlo, ok?" Lui rispose, quasi sofferente "Ok, ok, tranquilla"
    Uscì di casa per recarsi al lavoro, prese l'auto e verificò di quale lampadina si trattasse; faro anteriore lato guidatore, un bel problema. Allora aprì il portafoglio, solo €10,00. Sigarette, caffè, giocata; non aveva i soldi per la lampadina, avrebbe provveduto con calma. Quella sera si recò al paese vicino, aveva infatti l'incarico di recuperare suo figlio ed un suo amico dall'allenamento del basket, erano circa 8 km di strada tra andata e ritorno. Partì in anticipo, la nebbia sembrava ulteriormente aumentata e non si vedeva a un palmo dal naso; poco male, conosceva la strada a memoria. Invece raggiunse la palestra in leggero ritardo e il figlio salì in macchina intirizzito.
    "Dov'è il tuo amico?" Chiese il padre
    "Deve fare degli allenamenti supplementari per recuperare dall'infortunio, ha già sentito i suoi, arriva suo padre a prenderlo"
    "Ok, allora noi filiamo a casa"
    "Siamo ancora senza fanalino anteriore" Osservò il ragazzo
    "Oggi non ho avuto tempo, ma sta tranquillo, vado domani, tra un attimo siamo a casa"
    Aveva viaggiato tutto il giorno in mezzo alla nebbia e non vedeva l'ora di arrivare a casa, anche per quello aveva deciso di fare quella strada secondaria con il suo autoarticolato; scomoda ma molto più veloce. La nebbia fittissima lo aveva rallentato parecchio e anche adesso che stava affrontando quel tracciato tortuoso viaggiava a velocità moderata. All'ultimo momento intravide davanti a se una lucina rossa, una moto o una bici, conosceva la strada e sapeva che allargandosi leggermente sarebbe riuscito a passare agevolmente; dall'altro lato non arrivava nessuno ma quando stava effettuando la manovra vide un faro procedere verso di lui dall'altra parte della strada che costeggiava la carreggiata tenendo la destra; un altro motorino, ci passo, fu il suo ultimo pensiero e poi avvenne il terribile schianto; non era un motorino, era una macchina con i fanalini bruciati e lui con quella nebbia l'aveva scambiata per un motorino. L'autista del camion uscì illeso dall'impatto, mentre per gli occupanti della macchina non sembrava esserci scampo. I soccorsi furono tempestivi, pompieri, croce rossa e polizia stradale arrivarono in pochi minuti, eseguendo alla perfezione i propri compiti, i due occupanti dell'auto furono trasportati d'urgenza al più vicino ospedale in condizioni gravissime.
    Oggi.
    Si svegliò con un teribile mal di testa, in bocca sapori strani e forti che gli davano il voltastomaco e quell'odore penetrante di disinfettante che sembrava bruciargli le narici. Un'infermiera si avvicinò a controllare i valori dalle varie apparecchiature collegate a lui senza accorgersi che fosse sveglio e lui provò a parlare chiamando:
    "Infermiera!"
    La donna si girò di scatto e vedendolo sveglio inarcò le labbra in un sorriso di gioia ed immediatamente uscì dalla stanza. Nel volgere di pochi istanti la camera fu invasa da dottori ed infermieri che confabulavano usando termini a lui ignoti, finché dopo qualche istante tutti tacquero e una dottoressa si rivolse a lui gentilmente.
    "Buon giorno, mi sente?"
    "Si" Rispose.
    "Ottimo" Confermò la dottoressa "Ha dolori, fastidi, qualche particolare sensazione?"
    "Si, come se mi avesse investito un camion" In mezzo a tutta quella gente si stava facendo largo qualcuno e quando fu davanti a lui il cuore gli sussultò di gioia, era sua moglie. Senza chiedere il permesso lei lo abbracciò e baciò sulla fronte mentre le lacrime le rigavano il viso. Un infermiere fece per farla smettere ma la dottoressa lo fermò "Li lasci fare" Poi si rivolse alla donna "Signora non lo faccia agitare troppo, le concedo dieci minuti" E con un gesto invitò tutti i suoi colleghi e collaboratori ad uscire dalla stanza. La moglie non parlava e lui faticava a riordinare i pensieri ma un triste ricordo folgorò la sua mente.
    "Nostro figlio, come sta nostro figlio?" La donna si staccò delicatamente da lui, si asciugò il viso con un fazzoletto, respirò a pieni polmoni e lui si irrigidì mentre lei apriva bocca:
    "Sei ancora frastornato, sappi però che il tuo intervento tempestivo ha salvato due persone da morte sicura" Lui non capì.
    Quel maledetto lunedì.
    Uscì di casa per recarsi al lavoro, prese l'auto e verificò di quale lampadina si trattasse; faro anteriore lato guidatore, un bel problema. Allora aprì il portafoglio, solo €10,00. Un salto dal meccanico, la promessa di pagare al più presto il debito di €300,00 e i €10,00 per la lampadina. Il meccanico, amico di vecchia data, non volle quei soldi e cambiò la lampadina, fidandosi della promessa; c'era ancora gente di cuore.
    La giornata finì rapidamente e alla sera si recò a prendere suo figlio al basket. Arrivò puntuale e aspettò pochi attimi prima di vederlo uscire dalla palestra in compagnia del suo amico.
    "Presto ragazzi, salite in macchina, fa un freddo bestiale"
    "Ciao papà" Disse il figlio "Buonasera" Aggiunse l'amico.
    "Ciao ragazzi. Partiamo, con questo nebbione sarà un rientro più lungo del solito"
    "Hai cambiato lampadina papà?" Chiese il figlio.
    "Certo, non potevo rischiare oltre, in particolare con questo tempo" Poi tutti tacquero, l'uomo era concentrato alla guida e i ragazzi non volevano distrarlo. Dopo aver percorso un paio di chilometri quasi a passo d'uomo, i due ragazzi attirarono la sua attenzione.
    "Papà, guarda, appena più avanti, una macchina fuori strada" L'uomo rallentò ulteriormente, fino a fermarsi; a pochi metri di distanza sulla carreggiata opposta una piccola utilitaria era ferma sul ciglio della strada con i fari spenti e qualcuno a bordo. Accostò la propria macchina in una rientranza alla sua destra e decise di scendere a dare un'occhiata, non prima di avere indossato il gilet catarifrangente "Ragazzi aspettatemi qua, vado a controllare" Si avvicinò alla macchina, al suo interno un'anziana signora piangeva e urlava, lui bussò al finestrino e lei si mise a urlare, quindi scese dalla macchina goffamente e tutta tremante parlò singhiozzando "Mio marito non si sente bene, mi aiuti per favore" "Stia calma signora, chiamo subito i soccorsi" Chiamò i soccorsi che confermarono il loro rapido intervento "Ok signora, i soccorsi arriveranno a breve. Adesso pero devo chiederle di calmarsi, devo fare in modo di spostare suo marito e poi l'auto, siete praticamente in mezzo alla strada ed è pericoloso"
    Delicatamente riuscì a spostare l'anziano, che adesso era cosciente ma ancora instabile, sul sedile passeggeri e con una piccola manovra spostò la piccola vettura quel tanto da non lasciarla im mezzo alla strada. Tirò il freno a mano e scese dall'auto per dare conforto ai due anziani.
    Aveva viaggiato tutto il giorno in mezzo alla nebbia e non vedeva l'ora di arrivare a casa, anche per quello aveva deciso di fare quella strada secondaria con il suo autoarticolato; scomoda ma molto più veloce. La nebbia fittissima lo aveva rallentato parecchio e anche adesso che stava affrontando quel tracciato tortuoso viaggiava a velocità moderata, ma solo all'ultimo momento intravide davanti a lui una luce catarifrangente; l'impatto fu inevitabile.
    Oggi, in ospedale.
    "Capito? Devi riposare e riprenderti con calma" Lo stava abbracciando forte quando un medico la richiamò "Signora, adesso lui deve riposare" La donna si alzò e uscì dopo averlo nuovamente baciato sulla fronte. Il dottore entrò nella stanza richiudendo dietro di se la porta e disse:
    "Adesso che si è ripreso ha bisogno di riposo, tanto riposo"
    "Dottore"
    "Si?
    "Io ricordo di aver fatto un frontale con un camion, un incidente tremendo e mio figlio è volato fuori dall'auto, mi sembra. Invece mia moglie mi dice che ho salvato due persone, due anziani, senza menzionare mio figlio. Mi state nascondendo qualcosa?"
    "Le mando la dottoressa, le spiegherà tutto" Rispose il medico senza guardarlo in faccia mentre usciva dalla stanza. Dopo qualche minuto si presentò una donna, una dottoressa, accompagnata da un infermiere, da una donna che disse di essere un avvocato e da un uomo che invece era il legale incaricato di tutelare gli interessi del paziente.
    "La trovo bene, il mio collega mi ha detto che ha delle domande senza risposta, vuole confidarsi con me?" Esordì la dottoressa. Lui esitò un attimo, era confuso e un po' intimorito, ma voleva vederci chiaro.
    "Si dottoressa, ho bisogno di alcune risposte"
    "Certo, ha ragione, ormai è da una settimana che si è ripreso ed è giusto che sappia, ora è pronto" Lui sgranò gli occhi, mentre lei proseguì "Lei è qui da più di un mese, come da contratto stipulato con la nostra azienda, ed è stato in coma fino alla scorsa settimana, un coma indotto e controllato con un sistema innovativo. In questi ultimi giorni abbiamo agito su di lei con una nuova terapia post traumatica per far ripartire i suoi centri nervosi e probabilmente in alcuni momenti il suo sub conscio ha elaborato dei ricordi distorti miscelati tra realtà e sogno, ma tutto ciò ha una spiegazione. Vede, lei fa parte di un programma sperimentale all'avanguardia, stiamo testando dei nuovi farmaci per la risoluzione dei casi di coma o perdita delle facoltà cognitive temporali o definitive. I nostri futuri clienti pagheranno fior di quattrini per poter avere questa cura, con essa avranno la garanzia di poter proseguire a vivere nella loro mente una vita virtuale precedentemente programmata. Volendo, se ci saranno disposizioni o validi motivi, anche chi non ha firmato un contratto potrà ricevere lo stesso trattamento: che so, nel caso di un giovane che resti in coma a causa di un incidente o di qualsivoglia disgrazia"
    "Ma è una cosa orrenda!" Esclamò lui.
    "Non ci interessa il suo parere, le avevamo sottoposto le condizioni del nostro contratto e lei ha accettato senza riserve. Appena si sarà ripreso definitivamente passeremo alla fase finale dell'esperimento e lei dovrà raccontarci tutto ciò che ricorda, per filo e per segno"
    "Io, io devo parlare con mia moglie, devo avvisarla, devo vedere i miei figli prima di andare avanti con questa pagliacciata" La dottoressa lo fissò e poi guardò i due avvocati.
    "Senta, lei non ha dei figli e neppure una moglie, quindi e lei che deve smetterla di dire sciocchezze" La dottoressa se ne andò, seguita dall'infermiere e dal legale della ditta, mentre restò il suo avvocato che lesse nei suoi occhi la paura e lo sconforto.
    "La dottoressa è stata poco delicata, ma la situazione è questa. L'anno scorso lei si è presentato di sua spontanea volontà per aderire al programma sperimentale già menzionato. Si è sottoposto a tutti gli esami per accertare la sua integrità fisica e mentale e dopo aver superato tutti i test abbiamo letto e controfirmato il contratto con tutte le clausole Come d'accordo ha incassato il 25% del compenso previsto e quando questa storia sarà finita, tra circa un mese, incasserà il saldo di €75.000 per un totale di €100.000. Dopo di che sarà libero di fare ciò che vuole"
    "Ma?"
    "Aspetti, le ho esposto solo la parte contrattuale, adesso le ricordo ciò che è successo, anche se comunque è a sua disposizione un database contenente le sue memorie. Allora, lei ha aderito a questo programma nel pieno delle sue facoltà mentali perché non aveva un soldo, i suoi vizi l'hanno portata sull'orlo del precipizio. La sua ragazza, la donna che ha visto prima e che le è sempre stata vicino, ha partecipato al programma, sotto compenso e con il suo benestare. Lei non ha figli ne tantomeno una moglie, ma il programma di condizionamento mentale concordato insieme ai medici prevedeva l'ipotesi di vivere una realtà virtuale con tanto di famiglia. Il fatto che lei creda di essere sposato con la sua ragazza è un successo per l'esperimento, lei ha fuso la realtà con le aspettative indotte e questo, glielo garantisco, potrebbe portare ancora un sacco di soldi a voi e di conseguenza a me. I medici sono molto interessati al suo caso, ha fatto registrare enormi progressi alla loro ricerca e nei giorni successivi se ne renderà conto"
    Dopo aver constatato che non aveva alternative proseguì a fare da cavia.
    I seguenti trenta giorni furono stressanti, fu sottoposto a tutta una serie di test e controlli medici che lo stremarono e, nonostante le sue continue richieste, non gli fu permesso di rivedere la sua ragazza e nessun altro al di fuori della cerchia ospedaliera, l'avvocato gli aveva riletto le rigide condizioni contrattuali; fu dura, ma il mese terminò e i medici si dissero felici per gli ottimi risultati ottenuti. Come previsto dall'avvocato, gli venne proposto un prolungamento del contratto con aumento dei compensi.
    "Lasciatemi qualche giorno per pensarci" Fu la sua risposta.
    Prima di congedarsi definitivamente dalla clinica ebbe l'ultimo incontro con il proprio legale.
    "Allora, come è andata questo mese?" Chiese avidamente l'avvocato.
    "Come previsto" Rispose tranquillamente.
    "Quindi hai accettato?" Insisté il legale.
    "Ho detto che ci avrei pensato"
    "Cosa?"
    "Ascoltami, ascoltami bene. Il maledetto contratto capestro, con tutte le sue clausole, ha una cosa positiva: permette ai pazienti, che un giorno saranno i clienti, di registrare delle memorie a cui possono avere accesso i clienti stessi o chi da loro nominati. Io avevo nominato la mia ragazza e in questo mese, anche se separatamente, abbiamo rivisitato le mie memorie. Ora, non so che conclusioni ne possa aver tratto lei, ma io ho raggiunto le mie. Ho 27 anni, sono orfano da 10 di entrambi i genitori e non ho fratelli o sorelle. I miei parenti prossimi a malapena sanno che esisto e dopo aver passato un periodo di merda ho conosciuto lei, la mia ragazza. Sono riuscito a trovarmi un lavoro e a smetterla con la droga, ma nonostante tutti gli sforzi e il suo aiuto ho continuato a giocare spendendo tutto ciò che guadagnavo e forse più. Insieme abbiamo deciso di provare questa strada, consapevoli dei rischi e dei problemi che ci avrebbe causato, ma quei soldi ci servivano per sposarci e l'assicurazione copriva il premio anche in caso di fallimento dell'esperimento. Adesso quei soldi sono nostri, io non ho sognato di avere una famiglia, dei figli; io l'ho ardentemente desiderato e se lei sarà d'accordo con me, manderò tutti al diavolo e mi rifarò una vita nuova, punto"
    L'avvocato trattenne il fiato, diventò paonazzo e perse tutto il suo autocontrollo.
    "Tu sei pazzo, hai l'occasione della vita e te le lasci sfuggire sotto il naso. Ti copriranno d'oro se continui con il programma, ripensaci bene prima di mollare"
    "Ecco, se avevo il minimo dubbio ora me l'hai definitivamente dissipato"
    "Idiota, sei un miserabile fallito, sei un numero, sei uno dei tanti. Ne troveranno altri dopo di te, stanne certo"
    "Ne sono certo, purtroppo" Lasciò la clinica sicuro di aver chiuso con quella drammatica esperienza.
    Fuori nel parcheggio c'era Sonia, la sua ragazza, che lo stava aspettando in macchina e quando lo vide le corse incontro e lo abbracciò mentre le lacrime le riempirono il volto.
    "E' finita?" Chiese lei.
    "E' finita per sempre" Confermò lui mentre lei lo stringeva forte a se.
    "Senti Sonia, ci sposiamo e facciamo dei figli, che ne dici amore?"
    "Dico di si amore, facciamolo presto" E così dicendo lei prese una mano di lui e se la appoggio sul ventre.
     

  • 01 maggio 2014 alle ore 3:52
    Il folletto Amalad e il principe Ernest

    Come comincia: C’era una volta, in un bosco di alberi alti e folti, un giovane folletto di nome Amalad. La sua casa era un enorme pino secolare in cui viveva con la sua mamma, il suo papà e i suoi tre fratellini. Amalad era molto amato dalla sua famiglia e da tutti gli animali del bosco con cui in breve tempo aveva stretto amicizia grazie al suo carattere gioioso. Tutti i giorni gli animali gli chiedevano di giocare con loro e Amalad sembrava divertirsi molto, specie con il leone che considerava da sempre il suo migliore amico.
    Il giovane Amalad, come tutta la sua famiglia, era dotato di poteri magici; era una magia positiva la sua che serviva ad aiutare gli animali suoi amici tutte le volte che questisi trovavano in difficoltà. In quel bosco vi era un’atmosfera felice e la presenza di Amalad rendeva quel luogo ancora più magico di quanto già lo fosse.
    Un brutto giorno, quel luogo magico, che Amalad e la sua famiglia tanto amavano, si trasformò in qualcosa di molto diverso che nessuno mai avrebbe immaginato. Nel giro di qualche giorno quegli alberi maestosi furono misteriosamente abbattuti e, al loro posto, venne costruito un enorme castello con due altissime torri. Il suo proprietario era il principe Ernest: un uomo cattivo e senza scrupoli che non esitò a catturare il giovane Amalad e tutta la sua famiglia e a farli imprigionare nella torre più alta del suo castello. Il giovane folletto si ritrovò, suo malgrado, in una realtà a lui sconosciuta. Non poteva più mangiare quella buona frutta che raccoglieva quotidianamente dagli alberi del bosco, ma doveva accontentarsi di una minestra dal sapore acre che, una sola volta al giorno, veniva servita a lui e al resto del suo nucleo familiare.
    Il principe Ernest, proprietario di quell’immensa dimora, era ossessionato da Emily, una dolce e bella fanciulla che viveva in una modesta abitazione situata a pochi chilometri dal suo castello. Emily era una ragazza di umili origini, i suoi genitori erano contadini e avevano dedicato la maggior parte della loro vita al lavoro nei campi e, come tutte le ragazze della sua età, sognava di incontrare il grande amore.
    Quella di Ernest nei confronti di Emily era una corte spietata ma lui non conosceva la dolcezza ed era quindi costretto a subire continui rifiuti da parte della ragazza.
    Spesso si rivolgeva ad Amalad chiedendogli di utilizzare uno stratagemma magico affinché Emily potesse finalmente innamorarsi di lui. “Tu adesso sei mio prigioniero” ripeteva continuamente Ernest al folletto “sarai libero soltanto se sarai disposto a fare in modo che Emily si innamori di me” Amalad, che era un folletto dal cuore d’oro, rispondeva dicendo: “Emily non potrà mai innamorarsi di te se non ti deciderai a corteggiarla dolcemente". "La mia magia funziona solo con chi lo merita davvero, con chi è disposto ad usare la forza del cuore e non con una persona arrogante come te”. Le parole del folletto facevano incattivire ancora di più Ernest; il perfido principe non riusciva a credere che Emily non potesse innamorarsi di lui. Ogni giorno si recava presso la casa di Emily, la aspettava sperando di incrociarla. I loro incontri si trasformavano ben presto in veri e propri scontri date le maniere violente di Ernest. “Tu sarai mia” le diceva “dovrai fartene una ragione prima o poi”! “Lasciami stare” rispondeva Emily con voce adirata “non potrei innamorarmi mai di uno come te.” Ernest ritornava al suo castello sempre più arrabbiato e tutto il suo risentimento lo riversava su Amalad. Lo accusava di non averlo mai aiutato a conquistare Emily minacciandolo di tenerlo prigioniero a vita se non fosse riuscito nel suo intento. Amalad in cuor suo, avrebbe davvero voluto aiutare Ernest a conquistare il cuore della bella Emily; sapeva che un domani l’amore avrebbe trionfato. Non poteva credere che Ernest fosse tanto cattivo e voleva a tutti i costi trovare il suo lato buono.
    Una sera, mentre stava per addormentarsi, dall’alta torre in cui era rinchiuso, Amalad udì un forte pianto proveniente dalla camera di Ernest. Decise allora di andare a vedere di persona cosa stesse succedendo. Scavò quindi un grande tunnel che conduceva  fino alla stanza di Ernest e si accorse che quel pianto che era arrivato alle sue orecchie, era proprio al suo carceriere. Il giovane folletto tentò di entrare nella stanza senza farsi sentire ma Ernest si accorse di lui e gli disse con tono minaccioso: “Cosa ci fai tu qui, come hai fatto a liberarti senza che io sapessi nulla”? “Ho scavato un tunnel e sono arrivato da te”. Rispose Amalad con voce commossa. “Ho sentito che piangevi e credo che tu abbia bisogno d’aiuto”. Le parole di Amalad fecero si che Ernest abbandonasse, anche solo per un attimo, quell’aria da cattivo che lo caratterizzava e aprisse il cuore a quel giovane folletto suo prigioniero da qualche tempo. Ernest cominciò così a raccontare la sua storia ad Amalad, gli spiegò il motivo di quel suo carattere burbero che secondo lui era dovuto al fatto che era stato abbandonato dai genitori in tenera età ed era dovuto crescere da solo senza l’affetto di nessuno. Il racconto del principe Ernest commosse fortemente Amalad il quale disse. “Dalle tue parole, caro Ernest, emerge il lato buono di te che Emily vorrebbe vedere". "Non preoccuparti, ti aiuterò a diventare una persona completamente nuova”. “ Grazie” rispose Ernest “ma adesso torna sulla torre e ricorda che fino a quando non avrai portato a termine il tuo compito tu e la tua famiglia non sarete liberi”. L’indomani Amalad, sempre più deciso nel suo intento, preparò una speciale pozione magica da far bere a Ernest che lo avrebbe trasformato in una persona completamente diversa. Andò da lui e gli disse: “Bevi questa pozione, vedrai sarai la persona che Emily vuole accanto a sé”. Ernest la bevve tutta d’un fiato e iniziò a sentire una strana sensazione di piacere e gli pareva di vedere le cose con occhi diversi; sembrava che la vita stesse cominciando a sorridergli. Si recò nuovamente  presso la casa di Emily e incontratala, le prese teneramente la mano e cominciò a sussurrarle all’orecchio dolci parole d’amore. La ragazza rimase piacevolmente sorpresa dall’atteggiamento di Ernest e accettò finalmente il suo corteggiamento. I due continuarono a vedersi per molto tempo ed erano sempre più felici l’uno tra le braccia dell’altra tanto che Ernest propose alla bella Emily di sposarlo e quest’ultima non poté che esserne felice. Ernest ringraziò Amalad per averlo aiutato, lo liberò ma gli chiese un ultimo favore. Quel luogo che un tempo era il bosco che il giovane folletto amava tanto, doveva appunto ritornare com'era in origine perché voleva sposare Emily in quell’enorme distesa di alberi secolari. Arrivò finalmente il tanto atteso giorno delle nozze e Amalad, grazie alla sua magia, fece ritornare quel luogo buio e triste, il bosco che da sempre era la sua casa. Il matrimonio tra Ernest ed Emily fu memorabile e vi parteciparono tutti gli animali e i folletti del bosco. Amalad scoppiava di felicità, perché la sua magia aveva contribuito a cambiare il cuore di una persona ed Ernest gli fu grato per tutta la vita mentre si apprestava a vivere, con la bella Emily, un futuro fatto di dolcezza, amore e tanta felicità.
     

  • 29 aprile 2014 alle ore 21:22
    La rosa che non colsi

    Come comincia: In una stanza immersa nell'oscurità, nubi plumbee pendevano dal soffitto come lumi spenti.
    Non erano altro che un grumo di pensieri rifiutati da chi non riusciva a comprenderne l’essenza.
    M’avventurai allora fuori di casa, iniziando a trascinarmi lungo il greto d’un fiume di cui ignoravo il nome. Le sue acque verdastre mi accompagnavano, producendo un tintinnio argentino carico di musicalità. Da lontano era possibile scorgere il campanile svettante d’una chiesetta, mentre si piantava nel cuore etereo del cielo invernale. La ferita iniziò a sanguinare d’un sangue candido, lieve, quasi fosse una pioggia d’ovatta in fiocchi cristallini. Il corso d’acqua risplendeva sotto i primi raggi solari, lambendo le mie scarpe, ansando tra pietre molate dalla perpetua carezza dei flutti. Mi vidi riflesso in quelle onde tumultuose e realizzai di vivere un sogno: avevo nuovamente smarrito il mio sole e rincorrevo chi me lo aveva sottratto...
     
    Il suono delle campane mi ricordò che era domenica. Il messaggio proveniva dalle torri consacrate, squillante come un salvadanaio mezzo vuoto, quasi fosse una richiesta d’aiuto lanciata all’indirizzo del buonismo. Già... domenica, ma quale festività aveva il potere e il diritto di turbare la silenziosa atmosfera d’un mattino affrancato dalla logica dell’efficientismo?
    Le imposizioni dei campanili scacciavano gli uccelli che avevano trovato rifugio sulle loro sommità. Una nube canora e palpitante si disperdeva all’orizzonte, alterando i richiami tonanti dell’ipocrisia.
     
    Diamanti di pioggia ornavano le braccia nude degli alberi, brillando attraverso i primi avamposti dei monti, squarciando le nuvole nere che ne ornavano le cime innevate.
    I volti di muti passanti sembrava attendessero un inverno spietato, trovando nell’acqua piovana preghiere non sempre esaudite.
    Ripensai alla rosa che non fui capace di cogliere, sapendo di pungermi, temendo di macchiarne i candidi petali e tra le lacrime mi parve d’avvertirne il profumo.
     

  • 29 aprile 2014 alle ore 18:31
    Si inseguiva il cielo dagli alberi

    Come comincia: Erano i tempi in cui si inseguiva il cielo dagli alberi di ciliegio e si credeva davvero che un giorno se ne sarebbe trovato uno dal quale poter immergere la mano nell'azzurro e magari assaggiare il dolce dello zucchero filato che erano le nuvole e non avremmo più dovuto aspettare le feste per riempirci la pancia.
    Erano i giorni in cui gli adulti avevano sempre la pancia vuota, affinché la nostra fosse sempre piena e le parti più buone del pollo andavano a chi aveva lavorato di più.
    Erano i tempi in cui si decorava la tomba dei nonni con i fiori più belli che si trovavano nei campi ed anche se si conosceva bene la morte, non si sapeva che fosse una cosa brutta.
    Erano i tempi in cui le ragazze avevano le trecce lunghe e leggere, svolazzavano come le farfalle e si sapeva volare veramente, con il corpo e con il cuore. La mia aveva il colore della terra fertile coltivata dai vecchi che stavano sempre con il sedere all’insù, avevano sempre la fronte bagnata ed il sudore si incastrava tra le loro rughe che sembravano scavi ordinati. Il loro sorriso era fatto di un dente bianco seguito da uno giallo. Ma era così bello, perdio, era bellissimo, ci si sentiva a casa in quel sorriso, ci si sentiva a casa.
    Erano i tempi in cui si beveva l’acqua del pozzo e dovevamo essere almeno in cinque bambini per riuscire a tirarne fuori un po' e bere e bere e poi immergerci il pane per poi coprirlo con lo zucchero.

  • 28 aprile 2014 alle ore 11:43
    Senza limite

    Come comincia: Sempre – disse l’uomo con la barba folta e nera – cosa intendi per sempre – rispose l’uomo senza barba e con gli occhiali – quello che intendi tu per sempre, che poi è quello che intendono le migliaia di persone la fuori come te che si chiedono cosa s’intenda per sempre – sì ma io te l’ho chiesto per sapere quale sia il tuo reale pensiero – tu cosa intendi – te l’ho chiesto prima io – così sei proprio un bambino – e tu non mi hai ancora risposto – sai che in latino molte parole sono senza vocale finale – si, come se non avessero una ringhiera, infatti poi il latino è morto, suicidato, puff, buttato giù da un balcone – ma i latini avevano ragione su molte cose – tipo – tipo la parola sempre – ma allora lo fai di proposito, rispondimi e basta – dimmi sempre in latino – sempre in latino – no, idiota, traducimelo – semper – ecco, vedi, semper non ha ringhiere, semper non si pone dei limiti, semper non ha un carburante che finisce in riserva, semper è libero, libero fino all’infinito e anche oltre – ora finiamo ai cartoni animati – ma anche loro avevano ragione, semper è quel tempo che comincia ma non finisce mai – ah, come quando vai alla posta, sai quando entri ma non sai quando esci – la tua cultura spicciola è disarmante – ma ammetti che ti ho lasciato senza parole – sempre – cosa intendi per sempre.

    I due uomini continuarono all’infinito, lui a non capire mai e l’altro a capire troppo, finché l’altro decise di abbandonarlo sulla sponda del fiume che aveva accolto tutte le parole e nessuna parola, quando – Addio – disse l’uomo con la barba – cosa intendi per addio – rispose l’altro, perché le cose è sempre meglio dirle tutte che non dirle mai.

  • 27 aprile 2014 alle ore 20:32

    Come comincia:

  • 27 aprile 2014 alle ore 11:23
    Il segreto

    Come comincia: Era uno dei più famosi eroi del suo tempo. In un'epoca in cui le grandi imprese erano sempre seguite da fama e gloria, la sua vita aveva intrapreso la strada verso l'immortalità. Quell'onore concesso solo a pochi, che sopravvivono alla propria morte nelle canzoni dei menestrelli e nei sogni di avventura dei fanciulli. Tutti nel regno avevano udito il suo nome almeno una volta e gran parte delle persone potevano citare almeno due delle sue molteplici avventure. Schermidore senza eguali, cuore di drago, paladino della giustizia, messaggero degli dei, si potevano comporre libri soltanto elencando gli epiteti che il suo coraggio gli aveva fruttato. Egli era un esempio per la società e, come sempre accade, questa responsabilità opprimeva e appagava il suo animo, come una droga a cui ormai era impossibile rinunciare.
    Era una notte estiva come tante, limpida e inondata dalla luce lunare che lasciava poco spazio all'immaginazione svelando ciò che l'oscurità voleva nascondere. Tutto all'interno della stanza era immobile, come assopito in un profondissimo sonno durante il quale il tempo pareva essersi fermato. L'unico a non dormire era Daneb, "il grande" come tutti usavano chiamarlo. Era in preda a quel genere d'insonnia molto cara ai poeti, perché porta con sè fantasmi del passato e ombre dei propri pensieri, che in un'interminabile parata sfilano dinnanzi agli occhi accompagnati da una musica magistralmente prodotta da un'orchestra di sentimenti. Tale sensazione, impagabile per chi è schiavo di una capricciosa dea chiamata ispirazione, è invece fonte di dannazione per chiunque abbia nell'animo un peso troppo grande per essere sopportato. Daneb apparteneva a quest'ultima categoria.
    Si girò nel letto per abbandonare la posizione che aveva portato le coperte ad una temperatura insopportabile e, posizionandosi sull'altro lato, sperò che questa forma di sollievo potesse finalmente accompagnarlo fra le braccia di Morfeo. I minuti passavano e il sonno non dava il minimo segno di voler abbandonare quell'ostinata fuga.
    Nella sua mente riviveva ogni singolo istante della giornata appena trascorsa. La festa in suo onore, come ogni anno, si era rivelata un successo epocale. Poteva ricordare uno per uno i volti delle persone che al colmo dell' ammirazione si accalcavano per il solo desiderio di poterlo toccare, di poter sfiorare con la punta delle dita un sogno inarrivabile. Desiderò ardentemente che insieme ai pensieri tornasse il sole della giornata appena trascorsa a scacciare i fantasmi che non gli davano pace. Desiderò trovarsi ancora una volta in quel bagno di folla che lo faceva sentire vivo e potente, in grado di sconfiggere qualsiasi nemico. Desiderò sentire di nuovo l'affetto della gente, ed essere acclamato come il più grande eroe mai esistito.
    Ripensò a quando era bambino e ingenuamente fantasticava su un futuro simile a questo. Egli era figlio di un fabbro e da piccolo aveva imparato a maneggiare la spada più per diletto che per interesse. All'epoca non sapeva nemmeno cosa volesse dire uccidere una persona e la spada, più che un'arma di morte, era un giocattolo come tanti. Crescendo dimostrò un'abilità innata per la scherma e il suo arruolamento nelle guardie fu qualcosa di automatico. Per un giovane privo di educazione con una spiccata propensione alla guerra, le alternative sul futuro non erano molte: o continuare l'attività di famiglia, oppure entrare a far parte delle guardie. La seconda scelta oltre a garantirgli un'istruzione di base, appagava il suo indomito spirito adolescente promettendogli grandi avventure e una carriera emozionante.
    La sua vita nelle guardie trascorse veloce e più di una volta dimostrò il suo valore sia in battaglia che fuori. Era dotato di una spiccata intelligenza logistica che, combinata al suo spirito altruista, gli permetteva di eccellere nel suo lavoro. In pochi anni arrivò a ricoprire ruoli sempre più importanti e il tutto fu coronato da una bellissima storia d'amore con una donna di nome Elsa, da cui ebbe una splendida figlia. La fama e il successo giunsero pochi anni dopo, quando fu inviato insieme ad una manciata di guardie a investigare su strani assassini nelle pianure ad ovest della città.
    Al pensiero di quei tempi provò una fitta al cuore. Un rimorso tanto potente da somigliare al dolore fisico. Si alzò seduto sul letto e si coprì il volto con le mani, come per calmarsi e scacciare i pensieri tanto insistenti da condurre la sua mente a sfiorare la follia. Scese dal letto per guardar fuori dalla finestra. La luna era ancora alta nel cielo, segno inesorabile che ancora molte ore lo separavano da un misericordioso mattino. Si voltò a guardare la sua stanza, silenziosa e immobile. Si trovava in una locanda al momento, non aveva più nulla che somigliasse ad una casa, abbandonata per il continuo bisogno di viaggiare e compiere le grandi gesta per cui era tanto famoso. Osservò l'armatura e la spada ammucchiati a fianco del letto che risplendevano di tenui riflessi lunari. Quei compagni di viaggio gli avevano salvato la vita centinaia di volte e ognuno di questi eventi era scritto con violenza sul metallo in caratteri che solo i ricordi erano in grado di leggere. Lasciò scorrere lo sguardo fino al letto completamente disfatto, come un fedele ritratto del suo attuale stato d'animo. Indugiò oltre in una veloce panoramica e vide pochi mobili, disposti strategicamente a ridosso delle pareti per nasconderne i fatiscenti difetti. Era solo. Questo era la cosa che più lo tormentava, il fatto di essere solo con se stesso. Nessuno che potesse onorarlo o che ne ricordasse i numerosi pregi. Nessuno che potesse difenderlo da quel mostro terribile chiamato coscienza, che periodicamente tornava a riscuotere un pegno di paure e rimorsi.
    Si costrinse a pensare, a indugiare con i propri pensieri sugli aspetti piacevoli della giornata appena trascorsa per impegnare la mente. Ricordò l'affetto della famiglia che aveva salvato dalle grinfie di quella tribù di orchi. Gli occhi dei bambini colmi di ammirazione e i volti dei genitori che esprimevano una gioia difficilmente riconducibile a parole. Ripensò alla fanciulla che, per ringraziarlo di averle salvato la vita, gli regalò una torta il cui profumo lasciava intuire tutto l'amore che la ragazza aveva dedicato alla sua preparazione. Senza che se ne accorgesse si mise a sorridere. Quella riconoscenza nei suoi confronti era ciò che nutriva la sua vita, che illuminava le sue giornate. Per questo ora maneggiava la spada, per questo si lanciava in imprese disperate al limite del suicidio. Ogni vita strappata alla morte era per lui la prova di essere utile agli altri, di più, la prova di meritarsi il titolo di eroe. Soddisfatto di quei pensieri piacevoli ed avendo ritrovato la sicurezza in sé stesso fece per andare a letto, quando udì una campana risuonare nella piazza della città. Si affacciò alla finestra che dominava l'ormai deserto luogo della festa, ma non vide nulla, solo striscioni i cui colori avevano perso la vivacità del giorno e bancarelle abbandonate. Stava per considerare ciò che aveva udito un semplice scherzo dei sensi quando un sommesso vociare gli giunse alle orecchie. Di nuovo osservò con attenzione la piazza e questa volta vide le ombre della notte animarsi. Ognuna di esse, come su un immenso palco, recitava il ruolo degli spettatori che si erano avvicendati durante la festa appena trascorsa. Come colui che in piena notte viene colto dalle allucinazioni e incredulo sottopone i suoi occhi ad un attento esame del cervello, egli continuò ad osservare, incapace di farsi un'idea precisa su ciò che stava accadendo. Sentì un brivido dietro la schiena quando udì una voce dominare il vociare della folla.

    Madame e messeri. Accostatevi, accostatevi a me poiché io conosco la verità. Venite e prestate orecchio al cammino che conduce un uomo al cospetto degli dei, facendone impallidire il nome!

    Daneb trasalì. Non di nuovo. Non poteva sopportare un'altra volta il racconto di quella che per tutti era la sua consacrazione ad eroe, ma per lui che conosceva la verità non era altro che la voce del rimorso. Si costrinse a ignorare i sensi che volevano ingannarlo, si convinse che quelle fossero allucinazioni. Si allontanò dalla finestra e tornò a sedersi sul letto, cominciando a sudare freddo. La voce continuò tanto improvvisamente da farlo sussultare.

    Voi tutti ora abbandonate i vostri sensi in favore unicamente dell'udito. Cedete alla pazzia e abbandonate la logica, poiché in nessun'altro modo potrete partecipare al viaggio nel tempo in cui io sto per condurvi. Se farete questo, vi prometto che i sensi sopiti si animeranno autonomamente come per magia e la realtà che ora vi circonda diventerà il racconto, mentre il racconto diventerà la realtà.
    Ogni storia che si rispetti ha un inizio ed è esattamente dove sto per condurvi. In questo momento ci troviamo nel passato, precisamente dieci anni fa, in un piccolo paesino poco distante dalla nostra bella città il cui nome è Senvel.

    Daneb si allungò fino ad impugnare la spada, era certamente opera di un qualche creatura. Il fantasma di quel bardo doveva essere un trucco per ingannarlo, ma a quale scopo? Se avessero voluto fargli del male avrebbero creato l'illusione di qualcosa di più spaventoso. A che pro fargli rivivere il racconto delle sue gesta epiche? E se la creatura sapesse il suo segreto? Le forze cedettero a quell'ipotesi e la spada si abbassò, mentre invece la voce del menestrello risuonò più alta. Impotente riascoltò il racconto che già aveva dovuto sopportare quello stesso pomeriggio. La voce parlò dei misteriosi assassini che infestavano le campagne, ripercorse le sue indagini condotte per ordine del re, fino al fatidico punto in cui i ricordi si distaccavano nettamente dalla storia. Per tutti, quando Daneb scoprì che un malvagio demone era celato dietro a quelle brutali uccisioni sfoderò la sua spada e in nome della giustizia lo trafisse ponendo fine al massacro, ma realtà voleva diversamente.
    Le sue difese crollarono mentre la voce del bardo svaniva nel suo inconscio e continuava quella della coscienza, a cui inutilmente aveva tentato di opporsi.
    Quando finalmente si trovò al cospetto della creatura colpevole degli assassinii, provò una paura viscerale. Si trovava su di una piccola collina poco distante da Senvel. Si era recato li per investigare sull'ultimo crimine quando, d'improvviso, il giorno si trasformò in notte. Una notte spietata senza luna ne stelle e accompagnata da gemiti e lamenti che sembravano trasudare dalla terra stessa. Voltandosi vide il demone: alto quanto due uomini, la forma vagamente umanoide, le ali artigliate conserte dietro la schiena e il volto sfigurato in una maschera di zanne e corna. Con la disperazione degli animali in trappola Daneb si scagliò contro il suo nemico urlando e volteggiando la spada in una serie di fendenti menati alla cieca. La creatura evitò gli attacchi e lo colpì, con tale potenza da gettarlo qualche metro più avanti. Prima che potesse riprendersi il demone si era già avventato su di lui, cingendone l'intera testa con la sua enorme mano artigliata. Avrebbe potuto concludere la cosa di li a poco fracassandogli il cranio, invece gli rivolse la parola.
    "Mortale. Attendevo il tuo arrivo."
    La voce del demone era accompagnata dai gemiti e dai singhiozzi di Daneb che si trovava ora a dover fronteggiare una morte terribile, completamente impreparato.
    "Le linee del destino sono per me un libro che posso leggere con facilità, tuttavia sono vincolato inesorabilmente al vostro libero arbitrio."
    La guardia paralizzata dal terrore tremava e faticava anche a seguire quelle poche e semplici parole che, nella sua mente, apparivano inconsistenti di fronte all'orrenda fine che lo attendeva.
    "Io ti pongo una scelta, mortale. La tua vita è vincolata a questo luogo del tempo e dello spazio. Spetta a te decidere se trasformarlo in un epilogo o in una svolta. Da una parte avrai una morte vana e ingloriosa compiuta in nome di quelle illusioni che voi mortali chiamate valori, affetto e giustizia. Dall'altra, io ti offro la vita e la gloria eterna, in cambio di un pegno di pari valore. In cambio di una vita, il prezzo da pagare è ciò che di più prezioso questa vita possiede."
    Daneb incapace di una qualsiasi riflessione piangeva come un fanciullo e non accennava a dare una minima risposta. Il demone perdette quindi la pazienza e stringendo la morsa sulla testa dell'uomo urlò con una voce terribile.
    "SCEGLI MORTALE! VUOI VIVERE O VUOI MORIRE?"
    L'urlo disperato di Daneb che conteneva la risposta echeggiò per le valli circostanti fino a svanire del tutto. Quando l'uomo riaprì gli occhi si trovò nuovamente solo in cima alla collina. Era tornata la luce del sole che rinfrancava il suo animo, allontanando il freddo della morte con un piacevole calore. Si guardò intorno incredulo, incapace di ricordare cosa fosse successo. Ai suoi piedi vide la spada insanguinata conficcata profondamente nel petto della creatura demoniaca, ormai senza vita. La confusione l'assaliva ed era incapace di ragionare. Gli tornò in mente la sua missione e come qualcuno che si aggrappa con tutta la forza ad un impulso razionale per non cedere alla pazzia, stacco la testa della creatura e si avviò per ritornare dal suo re a fare il rapporto sull'accaduto.
    Al suo ritorno venne accolto con grandi festeggiamenti. La vittoria di un uomo sulle forze del male è un impresa che non passa inosservata e in breve tempo, in tutta la città si diffuse la storia di Daneb "l'eroe". Ancora faticava a comprendere cosa fosse successo, ma lo scoprì poco dopo, quando giunto a casa trovò la moglie e la figlia brutalmente massacrate. Un lampo di bruciante lucidità lo travolse e d'improvviso capì cos'aveva fatto. Ricordò le parole del demone e comprese che questo era il prezzo che aveva dovuto pagare in cambio della sua vita. Cadde sulle ginocchia e vi rimase per ore in un fiume di urla e di singhiozzi tanto forte da attirare l'attenzione dei passanti e delle guardie. Scoperto l'accaduto il re lo convocò e gli assicurò che avrebbe dato la caccia ai colpevoli per punirli di quell'efferato crimine, ma Daneb sapeva che non sarebbe servito a nulla. L'unico colpevole dell'accaduto era lui.
    Dopo quel fatto cadde in profonda depressione e perse ogni interesse verso il mondo. Più volte fu sul punto di togliersi la vita, ma i continui onori e l'ammirazione della gente servirono a consolarlo quel tanto che bastava a provare di nuovo timore nei confronti della morte. Tormentato dal senso di colpa e incapace di fare un passo coraggioso come dire la verità o uccidersi, approfittò di ogni opportunità che aveva per fare ammenda dei suoi peccati e tenere la mente occupata. Essendo la sua unica abilità quella di maneggiar la spada si gettò in imprese dove anche i più grandi guerrieri avevano fallito, ma egli riuscì a compiere ogni incarico. Più volte fu sul punto di incontrare la morte, ma ogni volta questa lo evitava, come se qualcuno le avesse proibito di cogliere quell'anima. Con un successo dopo l'altro la sua fama crebbe all'inverosimile e così l'affetto delle persone. Ben presto sviluppò una forma di dipendenza verso le sue onorificenze, perché grazie ad esse aveva l'illusione di essere una persona nobile e coraggiosa. Grazie ad esse poteva dimenticare il dolore, che puntualmente lo visitava per ricordargli a cosa era dovuta quella fortuna.
    Si riscosse da quei dolorosi ricordi. Gli uccelli cominciavano a cantare per accogliere il mattino che tra poche ore sarebbe finalmente venuto in suo soccorso. Ancora una volta, come sempre, provò l'impulso di dire la verità, per liberare la sua coscienza da da quel peso terribile, per poter finalmente allontanare i fantasmi che lo visitavano la notte, per potersi lasciare alle spalle quel dolore che portava portava dentro di se, ma le paure lo assalirono. Temeva di perdere tutto quello che era diventato, temeva di dover affrontare la realtà che lo voleva unicamente come un vile assassino e temeva che tutto questo lo avrebbe ricondotto alla morte miserevole che aveva tentato di fuggire.
    Daneb "il grande" decise ancora una volta di tacere, di sopportare silenziosamente le strazianti grida del rimorso che gli impedivano il sonno, in favore di uno splendente mattino che lo attendeva ogni volta al termine degli incubi.