username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 27 aprile 2014 alle ore 11:20
    Un'avventura per due

    Come comincia: “Fidati, non è difficile.”
    Era quello che continuava a ripetergli Paul, e lui gli credeva, semplicemente aveva rivalutato l'aggettivo “difficile” che invece di corrispondere a “qualcosa che richiede sforzo o impegno” era diventato qualcosa del tipo “affrontare un'intera mandria di bufali in carica, armato solo di un pomodoro e di una quantità di paura sufficiente a uccidere sedici deboli di cuore”.
    Il piano era perfetto: attendere nascosti che i pirati abbordassero il vascello, a quel punto, approfittare della confusione e gettarsi a mare nuotando verso la nave nemica, dove poi si sarebbero intrufolati senza farsi scoprire. Fatto questo, tutto quello che gli rimaneva da fare era ricordare tutte le dormite fatte in chiesa durante le funzioni e convincere uno per uno tutti i santi del paradiso che quella non fosse altro che una forma di estrema devozione. Se ci fossero riusciti, sicuramente quelle pie e ingenue creature che vegliavano dall'alto dei cieli avrebbero fatto in modo che nessun pirata, nel tempo necessario a raggiungere la terraferma, avrebbe scoperto il loro nascondiglio o i continui furti nella stiva a cui si sarebbero dovuti attenere per non sostituire una morte a fil di spada con una morte per fame.
    “Scusami Paul” chiese perplesso il giovane “Ma cosa facciamo se invece di condurci sulla terraferma nei pressi di qualche città, mettessero la fonda in qualche isola sperduta dove hanno posto il loro covo?”
    Paul lo fissò con uno sguardo che tutti hanno avuto una volta nella vita. Il tipico sguardo di chi, dopo aver costruito nella propria testa un bellissimo castello fatto di propositi ed iniziative, si accorge di aver dimenticato di applicarvi l'entrata.
    Fortunatamente Paul era persona dotata di spirito e perspicacia, sempre pronta a trovare una soluzione ad ogni problema e il più delle volte questa soluzione consisteva nell'evadere il discorso.
    “David! Non puoi affrontare ogni cosa con questo spirito pessimistico altrimenti non otterrai mai nulla nella vita! Guarda! Hanno accorciato le distanze, ormai saremo a portata dei cannoni.”
    I cannoni, orgogliosi di questa presentazione, tuonarono a poppa del vascello. Due proiettili sibilarono minacciosamente ai lati dell'imbarcazione, ma il loro assalto si concluse con il classico, e mai come ora appropriato, buco nell'acqua.
    Sul mercantile ormai vi era una crescente agitazione. Il capitano urlò ai marinai di agguantare le armi, ma si sa che essendo la gente di mare molto superstiziosa, le cose agguantate in quel momento fossero altre.
    I pirati virarono sino a posizionarsi dietro il vascello in fuga in modo da sottrarre il vento alle loro prede e accorciare le distanze. L'abbordaggio era imminente, ed essendo il mercantile sprovvisto di veri e propri soldati la battaglia era più che altro una mera formalità.
    Avrebbero potuto arrendersi, ma “fortunatamente” il capitano era uomo ligio al proprio dovere e completamente devoto alla corona. Il tipo d'uomo che morrebbe piuttosto che disonorare la sua patria e questo era esattamente ciò che si accingeva a fare, l'unico problema è che trascinava con sé tutto l'equipaggio che ad un eventuale referendum, avrebbe sicuramente esposto il voto contrario. Sfortunatamente la democrazia in questo momento non poteva essere applicata in quanto non si aveva tempo di litigare per dire tutti la stessa cosa e in ogni caso di li a poco si sarebbe comunque venuti alle mani, quindi a tutti piacque lasciare le cose come stavano.
    V'è da dire a onore del vero, che spiegare il significato di resa ad un gruppo di analfabeti smaniosi di trapassarti da parte a parte per accertarsi che non hai nascosto preziosi nello stomaco, non era un'alternativa che garantiva migliori speranze di salvezza.
    David e Paul, osservavano con crescente agitazione la nave nemica fendere le onde e avvicinarsi con furiosi sobbalzi sulla superficie dell'acqua.
    "Ascoltami bene" disse Paul "Non appena il capitano virerà per esporre il fianco e la piena potenza di fuoco sui pirati, noi correremo dalla parte opposta e ci tufferemo in mare."
    "Ma ci vedranno!" protestò David.
    "Ma chi vuoi che ci veda?! Tutti saranno impegnati a osservare la nave pirata e noi approfitteremo della confusione, nessuno si accorgerà di noi"
    Il grido del capitano sembrò confermare le parole del ragazzo.
    "VELATURE DA BATTAGLIA, TUTTA A TRIBORDO, PRONTI CON I CANNONI!"
    David osservò quelli che il capitano chiamava "cannoni". Delle grosse bocche di bronzo che si affacciavano sul mare come se il movimento ondulatorio stesse avendo la meglio sul loro stomaco. Erano indubbiamente delle armi letali, ma la questione era, letali per chi?
    Il ragazzo ripensò a quando Phil, un collega marinaio, poche settimane dopo la partenza decise che la sua vita non poteva dirsi vissuta se almeno una volta non avesse sparato una cannonata.
    In seguito a quel tentativo, effettivamente, la sua vita venne considerata vissuta, per intero.
    Evidentemente gran parte della ciurma ricordava ancora molto bene l'episodio perché all'ordine del capitano tutti si allontanarono immediatamente dalle armi nella speranza che eventuali esplosioni travolgessero solo lo sventurato artigliere. Ciò a cui nessuno aveva pensato era il fatto che non ci fosse una persona incaricata al ruolo di artigliere, e quindi i cannoni si ritrovarono ben presto ad occupare, in una pietosa solitudine, il lato sinistro della nave.
    Dapprima il capitano si stupì di quanto prontamente i marinai avessero risposto al suo ordine, ma ci vollero pochi istanti per capire che l'ordine eseguito non era il suo, bensì quello che la loro testa saggiamente gli suggeriva. Furioso e all'apice della frustrazione il capitano si mise ad urlare una serie di appellativi ben poco lusinghieri che mi trattengo dal riportare per non urtare la sensibilità del lettore, è bene invece spostare la nostra attenzione su di un paio di ragazzi che stavano mettendo in atto i loro propositi di fuga.
    Approfittando del caos generato dall'istinto di sopravvivenza dell'equipaggio contrapposto agli ordini del capitano, i due si gettarono in acqua e, proprio come aveva predetto Paul, la loro fuga non venne notata da nessuno. Quello che Paul invece non aveva predetto era che gettandosi in acqua prima che la manovra di virata fosse terminata, avrebbero visto le due navi allontanarsi fino a restare completamente scoperti in acqua prima ancora dell'inizio della battaglia.
    David provò ad accennare la cosa con filosofia, per non urtare la sensibilità dell'amico "Paul, hem..."
    Paul, conscio anche lui dell'errore, decise di tagliare corto nel timore che i pirati avvistandoli volessero urtare molto più che la loro sensiblità e si limitò a rispondere "Lo sò! Zitto e nuota!"
    E' un peccato che i record sportivi vengano registrati solo nelle competizioni ufficiali, perché se invece venissero convalidati anche per prestazioni occasionali, quei due si sarebbero di sicuro guadagnati un premio per i 100 metri di nuoto in stile "arrancamento terrorizzato". Quanto meno avrebbero generato una nuova disciplina, garantendosi comunque il record di partenza.
    Quando ormai avevano quasi raggiunto la nave pirata senza essere notati da nessuno, le due imbarcazioni si stavano ormai fronteggiando esponendo l'intera fiancata l'una verso l'altra. La prima a dar voce ai cannoni fu il vascello corsaro che scaricò tutta la potenza di fuoco sul mercantile in un'ovazione di detonazioni. Con sommo stupore dei due ragazzi anche i cannoni del mercantile parteciparono all'attacco e con sommo stupore dei membri dell'equipaggio, nessuna delle armi esplose travolgendo il malcapitato, occasionale, artigliere; questo ruolo fu però eseguito egregiamente dalle terribili palle di cannone pirata, che devastarono il mercantile generando una pioggia di scheggie e di detriti scagliati in ogni direzione.
    Per un attimo non si udì altro che un rapido susseguirsi di bordate alternate a grida di dolore e di rabbia. I due giovani, seppur estranei alla traiettoria dei cannoni, si ritrovarono a fare i conti con una pioggia di macerie che precipitava con violenza su di loro.
    Dando fondo a tutte le energie rimaste riuscirono a raggiungere il lato destro della nave pirata, ossia quello opposto a dove si stava consumando la battaglia, questo offrì loro un minimo di tregua e una discreta copertura.
    "E' fatta!!! L'abbiamo scampata! Ora non dobbiamo far altro che arrampicarci e scivolare nella stiva"
    David vide scorrere nella sua mente un'ondata di obiezioni a quella singola frase e tra le molte vi era anche "Ma perché ti ho rivolto la parola quel pomeriggio di 10 anni fa?!", tuttavia una nuova esplosione molto vicina a loro, lo dissuase dall'esporle e lo convinse nell'affrettarsi ad eseguire qualsiasi ordine che lo portasse lontano da li, fossero anche i pazzi piani di Paul.
    I due giovani si arrampicarono agilmente su per la scala che dalla murata conduceva al ponte e a metà strada, si precipitarono dentro una delle feritoie riservate ai cannoni, non senza prima assicurarsi che il cannone presente non fosse presidiato, carico, o propenso ad esplodere alla minima sollecitazione.
    Giunti all'interno si trovarono in quella imbarazzante situazione che si presenta quando ti accorgi di entrare erroneamente nella stanza sbagliata, come quando inavvertitamente entri in un bagno già occupato. Forse il metodo classico per uscire da questa situazione, ossia trasformare la faccia in un peperone e chiedere scusa prima di uscire e di chiudere la porta dietro di sé poteva rappresentare un metodo di fuga, ma la mancanza di una qualsiasi porta vanificava tutta questa prerogativa. Anche il fatto che i pirati non avessero ancora notato il loro ingresso presi com'erano dall'attività dei cannoni sul lato opposto della nave, rendeva lo scusarsi una possibilità da escludere.
    Appurato quindi che il metodo classico non poteva essere applicato, i due giovani, immobili e terrorizzati nell'angolo della stanza, optarono per una soluzione alternativa.
    Ancora una volta fu Paul a prendere l'iniziativa e portandosi il dito sulle labbra, fece segno a David di seguirlo nel modo più silenzioso possibile.
    Il modo più silenzioso possibile in mezzo a dodici persone che urlano le avventure sessuali delle madri altrui, una decina di cannoni che scaricano le loro letali munizioni con boati assordanti e un susseguirsi di esplosioni che devastano la nave in piogge di detriti, potrebbe benissimo essere tramite una banda di elefanti percussionisti con il supporto dell'intera squadra dei trombettieri di corte, motivo per cui, i due ragazzi che correvano a perdifiato verso la porta più vicina, non incontrarono alcun problema di segretezza.
    Rapidamente corsero su per le scale, aprirono la porta e si precipitarono all'esterno. Giunti sul ponte si resero conto che forse avrebbero dovuto cercare un'altra strada per la stiva.
    Tutto intorno a loro la battaglia infuriava. I pirati scaricavano le armi sulla nave nemica e i pochi soldati del mercantile che erano riusciti ad abbordare la nave corsara, resistevano all'assalto accompagnati dal clangore assordante delle sciabole. Urla di dolore e di rabbia riempivano l'aria in cui si sentiva distintamente l'odore della polvere da sparo.
    A David venne da piangere, tuttavia non riuscì a capire se ciò derivasse dal terrore o dal nervoso provocato dalle rovinose iniziative dell'amico. Esasperato dal continuo peggiorare della situazione decise che fuggire era completamente inutile e se volevano avere qualche speranza di salvezza, l'unica possibilità consisteva nel difendersi. Impugnò una spada insanguinata che trovò ai suoi piedi e si gettò sul pirata più vicino sfogando tutte le sue frustrazioni. Sfortunatamente per il corsaro, Paul gli aveva fatto accumulare tante frustrazioni negli ultimi venti minuti che chiunque, anche il più abile spadaccino, avrebbe trovato difficoltà ad affrontare quella belva assatanata che menava fendenti in preda ad una rabbia furiosa.
    Paul fece per urlare un avvertimento all'amico, ma non fece in tempo. Il pirata, colto di sorpresa, non fece nemmeno in tempo a difendersi e morì trafitto dalla spada del giovane sotto lo sguardo sconvolto di tutti i presenti. L'uomo che David aveva ucciso infatti non era un pirata qualunque, bensì il capitano della nave.
    Ci furono pochi lunghissimi istanti in cui la battaglia si interruppe e tutti posarono lo sguardo su David: i pirati terrorizzati, i marinai del mercantile increduli e Paul entrambe le cose.
    Un'ovazione di gioia proruppe dalle file dei marinai del mercantile che si scagliarono contro i pirati ancora sconvolti dall'accaduto.
    La battaglia si concluse di li a poco. I pirati che non si arresero perirono sotto i colpi dei marinai esaltati, mentre gli altri furono arrestati e ridotti in catene. Mentre il capitano del mercantile illustrava ai prigionieri la viltà che si celava nel commettere atti di pirateria contro la corona, un metodo di tortura che sarebbe stato invidiato dagli stessi pirati se non fossero stati troppo occupati a inventare nuove bestemmie soffocate tra i denti, i membri dell'equipaggio del mercantile gettarono in una forsennata ricerca del bottino accumulato da quei delinquenti. Dovevano trovarlo prima del capitano, per evitare che "l'imbecille", appellativo affettuoso attribuitogli dalla ciurma, lo confiscasse per offrirlo al re una volta tornati in madrepatria.
    Fortunatamente il discorso dell'ufficiale si soffermò molto sulla terribile punizione che attendeva quei criminali, anche se i pirati non riuscivano ad immaginare nulla peggiore di quel discorso, e quindi i marinai ebbero il tempo di ispezionare minuziosamente il vascello.
    Ciò che trovarono fu di poco conto, perché il bottino consisteva principalmente in spezie e stoffe pregiate, tutte cose che non potevano essere nascoste in tasca per sfuggire allo sguardo severo del capitano e l'equipaggio ne rimase deluso.
    Chi non rimase deluso furono David e Paul, ma per capire il motivo di tutto ciò, facciamo qualche passo indietro nel tempo.
    Subito dopo l'uccisione del capitano, allo scoppiare della furiosa battaglia David si trovava ancora sul ponte, immobile e sconvolto, mentre osservava in rapida successione, prima la spada e poi il corpo esanime del corsaro morto, cercando di trovare un nesso tra le due cose che non mettesse a repentaglio la sua immediata incolumità.
    Fu Paul a tirarlo fuori dai guai e la parola "tirarlo" va presa letteralmente. Si precipitò sul ponte e lo trascinò lontano dalla battaglia fino al castello di poppa della nave.
    "Io... io.... io....." fu tutto ciò che riuscì ad articolare David con il massimo sforzo.
    "Già tu! Hai fatto un bel casino! E adesso come ne usciamo?!" Paul iniziò a guardarsi intorno freneticamente, mentre i rumori della battaglia fuori dalla stanza si facevano più furiosi. Considerato l'arredamento fatiscente ma comunque lussuoso della cabina, subito si accorse che quello doveva essere l'alloggiamento del capitano. Mappe gettate alla rinfusa e affrancate con dei coltelli coprivano il tavolo. Proprio sotto un'ampia vetrata che si affacciava a poppavia si trovava un letto che un tempo si sarebbe definito a baldacchino, ora, con quei grattacieli per tarme che si innalzavano dagli angoli e quella coltivazione di pidocchi che si trovava al di sotto delle coperte, era già tanto se poteva essere chiamato "letto". Accanto ad una rastrelliera su cui erano disposte una serie di sciabole, vi era un armadio contenente giusto quei due o tre vestiti che permettevano al capitano di cambiarsi circa una volta ogni due-tre mesi, il che lo rendeva, agli occhi del suo equipaggio, una persona raffinata. Un grosso tappeto posizionato al centro della stanza occupava gran parte del pavimento e, apparentemente, considerati gli inquietanti rigonfiamenti che lo caratterizzavano, aveva la funzione di pattumiera. Nulla di questo riuscì a catturare l'attenzione di Paul come il grosso forziere posizionato ai piedi del letto con un grosso lucchetto che sussurrava "aprimi" alla mente del ragazzo.
    "Paul... io..." disse David, mentre con la mano tremante mostrava all'amico la spada insanguinata.
    L'amico si riprese dall'ipnosi che lo scrigno esercitava su di lui e guardando ciò che il compagno gli offriva disse: "Uh! Si grazie, questa dovrebbe andare."
    Impugnò la spada e in men che non si dica ingaggiò un serrato e furioso duello con il lucchetto dello scrigno. Seppur resistendo con coraggio, la tenacia del piccolo tesoriere venne meno dopo una decina di colpi e con un rumore sordo abbandonò la sua presa sul coperchio.
    Subito Paul spalancò le fauci di quel diavolo tentatore e le sue aspettative non furono affatto deluse. L'intero contenuto era composto da collane, gioielli e pietre il cui valore aveva ben presto superato la limitata capacità di calcolo del giovane. La vista terapeutica di tutto quel ben di Dio, subito fece rinvenire anche David che, dimenticati gli affanni e i timori che l'avevano ridotto a un vegetale poco prima, si gettò accanto all'amico per ammirare quell'immenso spettacolo.
    Un forte colpo alla porta della cabina li riportò alla realtà, facendogli notare che la battaglia all'esterno non era ancora terminata. Con uno sguardo d'intesa, i due giovani trasferirono tutto il contenuto dello scrigno nelle tasche e in piccoli sacchetti che nascosero sotto i vestiti, a quel punto, tintinnando come la slitta di Babbo Natale la notte del venticinque dicembre, si precipitarono a nascondere il tutto all'interno del mercantile. Fortunatamente per loro, seppure la battaglia volgeva quasi al termine, continuava a generare un certo fracasso e quindi, poterono raggiungere la stiva della loro nave senza incontrare troppi pericoli o attirare l'attenzione.
    Da qui in poi sapete come si sono svolti gli eventi, ciò che vi manca da scoprire è come la ricchezza accumulata dai due ragazzi li cacciò in guai sempre maggiori una volta giunti a terra, ma questa, concedetemi il clichè... è un'altra storia...

  • 27 aprile 2014 alle ore 10:52
    Un libro sconosciuto

    Come comincia: Esiste un libro nascosto, o per meglio dire custodito, all'interno di un grande albero. Questo libro non ha mai conosciuto altri lettori oltre allo scrittore e all'albero stesso. Il titolo inciso sulla copertina recita Merle, mentre al suo interno è contenuto quanto segue: Prefazione Esiste un unico libro che non ho mai voluto pubblicare. Il motivo non è qualcosa di chiaramente definibile, ognuno di noi nella sua vita vive momenti che gli penetrano nella carne e si posizionano accanto al cuore. Rimangono dentro di noi e diventano un punto particolarmente sensibile del nostro animo. Come una ferita aperta, il cui solo sfiorare ti fa sobbalzare, non tanto per il dolore, quanto perchè senti che li sei vulnerabile e che tutte le barriere da te costruite a difesa del tuo essere in quel punto perdono ogni loro solidità. Non c'è nulla che debba essere mantenuto nascosto di ciò che è scritto all'interno di questo libro, eppure una parte di me teme di ciò che il mondo potrebbe fare con queste informazioni. Io, che ho raccontato di guerre e tradimenti, io che mi sono macchiato di crimini che ancora oggi mi perseguitano la notte eppure si trovano vergati più col sangue che con l'inchiostro in molte biblioteche del nostro mondo, io che ho affrontato demoni, draghi, sempre con il dovuto timore, ma mai esitando e mai lasciandomi cogliere dall'indecisione, io che mi sono trovato al cospetto di dei il cui solo sguardo poteva annientarmi.... io temo a raccontare la storia contenuta in questo libro. Una storia innocente che parla più di sogni che di fatti. L'animo dei mortali può raggiungere confini agognati anche dagli dei stessi eppure è fragile nel suo essere e se si vuole mantenere una parvenza di dignità in questa vita, bisogna fare i conti con questa insuperabile debolezza.

    Tutto avvenne più di 200 anni fa. A quell'epoca Yondalla non mi aveva ancora benedetto con il dono dell'immortalità e io non ero nulla di quello che sono oggi. Al tempo giravo il mondo più per necessità che per dedizione e la mia fama più che ai racconti era dovuta alle bricconerie che mi contraddistinguevano. Ero nulla più che un ladruncolo di strada, avevo un gran talento nel cercare guai compensato dalla mia stessa capacità di uscirne, il più delle volte correndo. Fu proprio in fuga da alcuni mercanti molto interessati a rivendere la mia pelle che raggiunsi per la prima (ed ultima) volta le foreste della vita. Non so quanto sia noto al lettore di questa locazione, quindi cercherò di illustrarla brevemente. Le foreste della vita sono quello che si potrebbe definire il cuore pulsante della natura. Chi di voi non ha mai sentito i racconti dei druidi parlare della vita che si trova nell'ambiente, negli alberi, nella terra e persino nelle rocce? Solitamente questi racconti vengono considerati come una lieta novella volta a far amare la terra che gentilmente ci ospita, ma all'interno della Foresta della Vita, tutto questo è pura verità. Immaginatevi un luogo in cui l'aria è talmente pregna di vita che ogni cosa intorno a voi sembra respirare. Un luogo in cui le piante e gli alberi sembrano sussurrare linguaggi che voi non potete comprendere, fatti di vento, scricchiolii e fruscii di foglie. Un luogo in cui gli animali scambiano il copione con gli umani e osservano gli intrusi con curiosità, come se la paura più che a loro dovesse appartenere a chi valica quel confine sacro. Un luogo in cui la luce che penetra dalle fronde degli alberi è poca e nell'aria si alternano impercettibili bagliori colorati la cui fonte è sconosciuta, sebbene molti druidi la attribuiscono agli spiriti dell'aria. Più volte è stato fatto il paragone di questo luogo con la foresta eterna, patria degli elfi, ma si tratta di due cose completamente diverse. Nonostante anche tra gli alberi argentati che ospitano le razze silvane si possa percepire la vita, questa è dovuta più alla bellezza del luogo. L'aria che traspira tra i bianchi cancelli di Lohndnimm trasmette nobiltà, fierezza e tranquillità, ciò che si trova all'interno della Foresta della Vita è qualcosa di più selvaggio e istintivo. Sono in molti a temere di avventurarsi nella patria della natura e i loro non sono timori infondati. Ma torniamo al nostro racconto o il lettore penserà che si è trasformato in un trattato geografico. Entrai nella foresta senza sapere cosa mi aspettasse. Li per li non ebbi timore, le mie attenzioni erano tutte rivolte agli inseguitori piuttosto che a rimirare il paesaggio circostante, ma quegli umani avevano già abbandonato l'inseguimento quando videro che mi addentravo nella vegetazione. Quando pian piano mi accorsi del luogo in cui mi trovavo, la morbosa curiosità che contraddistingue gli appartenenti alla mia razza ebbe la meglio sulla prudenza e sulla paura. Continuai ad avanzare sempre più nel folto della vegetazione, ma più andavo avanti più la mia presenza diventava scomoda ed evidente come una torcia nella notte. Dopo diverse ore di cammino mi imbattei in una donna che, stesa a terra, sembrava sull'orlo di varcare il sottile confine fra la vita e la morte. Mi precipitai al suo fianco e istintivamente presi la sua testa fra le mie braccia, ella aprì gli occhi e mi guardò intensamente. Non dimenticherò mai quello sguardo. I suoi grandi occhi color ambra scavarono dentro la mia anima strappando, come fosse un ciuffo d'erba novello, una compassione che nemmeno io credevo di possedere all'interno del mio animo. Venni colto dal panico, volevo aiutarla ma non sapevo che fare, provai ad urlare aiuto ma il grido venne soffocato, quasi volontariamente, dagli alberi intorno a me. La donna prese le mie piccole mani nelle sue e le strinse forte, potevo rispecchiarmi nei suoi occhi lucidi che mi fecero sentire nudo ed impotente, dopodichè il suo sguardo si spense e le sue mani caddero senza vita. Incredulo continuai a fissarla per qualche istante, probabilmente tremavo ma non me ne accorsi, ero incapace di distogliere lo sguardo da quella creatura che giaceva d'innanzi a me. Quando dopo qualche istante ripresi coscienza mi accorsi che nelle mani stringevo una piccola ghianda. Mi guardai intorno, ero circondato. Animali, alberi e altri spiriti mi fissavano con sguardo truce. Non ebbi nemmeno la forza di reagire quando un ent, mi raccolse come fossi nient'altro che un sassolino e mi portò nel cuore della foresta. Mi trovavo ora al cospetto della vera essenza della Foresta della Vita, uno spirito chiamato dagli elfi Enil'Andur, molti ritengono si tratti dello stesso spirito del mondo, quello che viene comunemente chiamato Gaia, ma tutti i druidi smentiscono la cosa. All'apparenza sembrava essere un gigantesco albero traslucido, ma capii che era solo la forma che aveva deciso di assumere per colloquiare con me, in realtà avrebbe potuto assumere qualsiasi forma avesse desiderato. Mi intimò di consegnargli la ghianda e io pretesi spiegazioni in merito. Decise di rispondere alla mia insolenza con pazienza, e mi spiegò l'infausto spettacolo a a cui avevo presenziato. Il tutto gettava le sue radici secoli prima. A quell'epoca, come ora, la foresta considerava un intruso qualsiasi essere umano, o halfling, come nel mio caso, e benchè non attaccasse a vista chi si addentrava al suo interno, lo osservava con attenzione, pronta se necessario a rispondere alle offese. Alcuni druidi e ranger si presentarono al cospetto di Enil'Andur, dichiarandosi al suo servizio e spiegando che volevano dedicare i loro sforzi e la loro esistenza a difendere e preservare tutto ciò che si trovava all'interno della Foresta della Vita. Il primo impulso fu ovviamente di respingere questa proposta, poiché è comunemente noto che le creature appartenenti alle razze sono incapaci di adattarsi al ciclo della natura e spesso lo sconvolgono per i propri bisogni. Lo spirito accolse tuttavia la loro proposta, come mi spiegò, per dare una possibilità se non a tutte le creature, almeno a quelle che sembravano voler rispettare i dogmi da lui imposti. Per secoli la convivenza si dimostrò un successo, con il passare del tempo nacquero nuove generazioni di alberi, animali e folletti, ognuno di loro considerava questa situazione come la normalità, tanto che presto i fantomatici intrusi divennero invece dei fratelli. E' in questo contesto che si introducono i due personaggi principali della vicenda: Nhel e un ranger il cui nome non mi fu mai riferito poiché bandito per sempre dalla Foresta della Vita. Nhel era una driade nata nel periodo di convivenza con i druidi, la stessa che morì fra le mie braccia, l'innominato invece fu la causa diretta o indiretta della sua morte, ma procediamo con ordine e limitiamoci per ora alle parole di Enil'Andur. Era ormai consuetudine che spiriti e folletti trascorressero le giornate in compagnia dei druidi e quindi, come lo stesso spirito ribadì a causa delle mie insistenti domande, non si diede mai molto peso agli incontri fra Nhel e il ranger senza nome. Le giornate sembravano susseguirsi liete e tranquille, scandite dal canto degli uccelli unito a quello delle fate, ma i più attenti già si erano accorti di un cambiamento all'interno dell'innominato. Mi raccontarono di quest'uomo come di un personaggio tranquillo e gentile. Questo prima della pazzia. Così la definirono. Nessuno seppe dare una motivazione in merito, l'umano di punto in bianco iniziò a covare dissapore verso la foresta e le sue leggi, dapprima con il semplice malumore poi con litigi sempre più frequenti e per motivi sempre più banali. Il culmine si ebbe in una sorta di consiglio organizzato per affrontare la sua questione. Scoppiò un diverbio fra l'umano e i suoi fratelli e questo degenerò fino alla violenza. Alla fine della baruffa, che coinvolse non solo i druidi, ma anche alcuni abitanti del bosco, l'uomo spirò in quello stesso letto di foglie che mi accoglieva mentre io incredulo ascoltavo l'evolversi della storia. La gravità di questo fatto servì a provare ad Enil'Andur che non poteva esserci coesistenza tra il popolo della natura e le razze umane. Se un solo uomo aveva creato un tale disastro, temeva al solo pensiero di cosa sarebbe potuto accadere se altri avessero seguito il suo esempio. Decise che nani, elfi e umani sarebbero dovuti tornare al loro luogo d'origine, lontani dalla foresta della vita. Fu una decisione molto sofferta, sia dallo spirito stesso sia da tutti gli abitanti della natura che ormai si erano affezionati ai visitatori. I druidi sebbene con rammarico, accettarono la decisione e si allontanarono pacificamente dalla foresta per non tornarvi mai più. I giorni seguenti furono i più difficili. La foresta sembrava aver perso una parte della sua catena e per la natura questo significava riflettere un imperfezione inaccettabile a molti di loro. Gli anni passarono, seguiti dai decenni fino ad arrivare al secolo. Ormai solo alcuni alberi ricordavano cos'era accaduto e tutto era tornato alla normalità. Tutto tranne Nhel. La driade fu quella che soffrì di più per l'allontanamento dei druidi, o come io credo, per l'uccisione dell'innominato. Quando avvenne, il suo albero si ammalò di un mare incurabile, anche per i poteri dello stesso Enil'Andur. Le foglie cominciarono a cadere e il legno a marcire, una lunga agonia che durò per un secolo, finchè, inaspettatamente, compì il folle gesto di fuggire dal suo albero, una cosa che significa morte certa per una driade, poiché esse sono magicamente vincolate alla loro controparte arborea e l'allontanamento le porta ad ammalarsi e morire poco dopo. Anche in questo caso nessuno seppe darmi una motivazione, ma l'esito mi è ben noto, visto che lo stesso giorno in cui fuggì fu quello in cui io, seppur per un breve istante, la conobbi. Ricordo che mentre Enil'Andur mi parlava un percorso si creò nella mia mente, un tragitto che congiungeva tutti i punti oscuri del racconto, fino a formare un chiaro disegno di ciò che era accaduto. Potrebbe non essere vero naturalmente, potrebbe essere solo la mia interpretazione dei fatti, ma io ed un'altra persona amiamo credere che le cose siano avvenute in questo modo. Nhel trascorreva molte delle sue giornate in compagnia del ranger ed egli trascorreva lunghe e interminabili ore a parlare dei viaggi che lo avevano portato sino in capo al mondo. La driade ascoltava rapita, pendendo da ogni parola, cullata da quella voce, che inspiegabilmente la confortava e allo stesso tempo la scuoteva, come il vento di un burrascoso temporale che scuote l'albero fino alle sue radici, ma porta seco il dolce nutrimento dell'acqua. Le sembrava tutto un interminabile gioco, affascinare il ranger non era come per tutti gli altri poiché verso di lui ogni gesto, ogni parola, assumeva un carattere totalmente diverso. Si accorgeva che il potere esercitato su di lui sortiva uno strano effetto di ritorno, come se ogni flirt fatto all'uomo si ripercuotesse su se stessa vincolandola, con un legame molto simile a quello che aveva con il suo albero. Le stagioni si alternarono insieme ai racconti; Nhel, sempre più affascinata, ascoltava le descrizioni di luoghi meravigliosi e totalmente diversi dalla foresta in cui viveva. Questa fu la scintilla della “pazzia” nell'umano. D'altronde, ciò che per Nhel era un gioco, per l'umano era qualcosa di molto più chiaro e devastante. Un'amore proibito verso una creatura che sarebbe per sempre rimasta vincolata ad un fazzoletto di terra da cui non avrebbe mai potuto allontanarsi. L'impossibilità di poterle mostrare tutti i luoghi di cui narrava lo portò a odiare le stesse regole naturali che aveva giurato di proteggere. Ogni volta che al termine di un racconto vedeva i grandi occhi color ambra della driade tornare a posarsi su quello stesso paesaggio che la accompagnava in tutte le sue giornate era per lui qualcosa di straziante. Io non so se al lettore sia mai capitato di sperimentare il complesso sentimento dell'amore, ma se così non fosse, donate fede alle mie parole quando dico che non esiste cosa al mondo che possa allontanare maggiormente la mente di un uomo dalla ragione. Nulla è banale in amore, le stesse leggi che hai sempre rispettato e seguito giorni prima, divengono inaccettabili quando tra loro si insinua il sentimento. L'umano non poté mai accettare ciò che il destino aveva disposto per la creatura che amava e questa sua utopistica battaglia, lo portò alla fine che già vi è nota. Per una battaglia che finiva un'altra cominciava. Nhel non aveva mai desiderato nulla di diverso dalla sua vita, perchè non aveva mai conosciuto nient'altro. Era felice in quello strano gioco che avvicendava le sue giornate e ora che tutto era terminato si sentiva più che mai smarrita. Gli unici ricordi che la avvicinavano all'innominato erano tutti luoghi lontani che non aveva mai neppure sfiorato se non con il lungo sguardo della fantasia. Persino gli altri abitanti di terre lontane, che tanto erano simili al suo compagno e con cui si divertiva a praticare la sottile arte della seduzione erano stati allontanati. Non era rimasto nulla nella foresta di ciò che aveva amato con tutta se stessa, si sentiva come una pianta a cui venisse strappata la terra dalle radici, per poi essere lasciata a morire su di un arido terreno. Un giorno non molto diverso dagli altri, in cui il dolore era insopportabile, decise che avrebbe visto i luoghi di cui le avevano parlato. Sarebbe uscita dalla foresta per esplorare il mondo, per alleviare quel cuore di legno stanco delle continue erosioni dovute alle tarme del rimpianto. Avrebbe portato con sé una ghianda, una figlia, ella non doveva patire la sua stessa sofferenza all'interno della foresta, una volta all'esterno sarebbe stata libera e avrebbe potuto crescere dovunque avesse preferito. Un ultimo sguardo al suo albero e poi corse via senza voltarsi. Corse. Corse per un tempo indefinibile e più correva più si sentiva esausta. Più avanzava più le gambe le dolevano, il respiro le mancava e la vista si annebbiava, fece ancora qualche passo, prima di accasciarsi al terreno, troppo stanca per comprendere cosa stesse succedendo. Le parole di Enil'Andur mi strapparono ai miei pensieri. Lo spirito voleva la ghianda. Era una loro sorella, gli apparteneva, e io un semplice ladro la cui vita e i cui diritti si assottigliavano ogni secondo che passavo in possesso di quel seme. Difficile descrivere cosa provai in quel momento, era come se per la prima volta nella mia vita sapessi cosa stavo facendo. Come se il mio solito tirare a campare fosse stato completamente spazzato via per forgiare nel mio animo quell'unico e incontrovertibile obbiettivo. Fuggii. Non so nemmeno io dire come feci, creai il più grande trambusto possibile, ricordo che più volte venni bloccato e immobilizzato e più volte mi dimenai fino a liberarmi, lasciando parte del mio sangue sulle mani dei miei assalitori. Non vedevo chi mi assaliva, vedevo solo il tragitto che cercavo di raggiungere e superare il più in fretta possibile. Correvo, saltavo, rotolavo, ogni modo, possibile pur di avanzare verso l'esterno della foresta. Inspiegabilmente riuscii nel mio intento. La fortuna deve aver giocato un ruolo fondamentale per consentirmi una fuga tanto improvvisata, ma il risultato rimane. Quando fui lontano un centinaio di metri dal limitare della foresta, caddi e rimasi a terra, incapace di muovere un qualsiasi muscolo. Mi doleva ogni parte del corpo e avevo più di un osso rotto, ma sopravvissi anche a quello. Intrapresi un viaggio che non aveva una meta, ma solo l'intenzione di allontanarsi il più possibile dalla partenza. Giunsi all'altro capo del continente in un posto a me noto chiamato Finrias, una piccola comunità di halfling che hanno perduto parte della loro inclinazione al viaggio, in favore di una comunità dove la tranquillità non è che qualcosa da fuggire. Scelsi un posto poco lontano dal villaggio e li, 187 anni fa, piantai Merle. A lungo mi sono domandato su cosa mi spingesse. All'epoca pensai fosse un atto di ribellione contro lo spirito e gli abitanti della foresta, ma è innegabile che la storia di Nhel ebbe un ruolo fondamentale nelle mie intenzioni. Probabilmente nel mio animo decisi di concederle quel sogno che le era stato negato, decisi che l'avrei portata a vedere quei luoghi tanto ambiti che non le era permesso di raggiungere. Merle crebbe subito, ansiosa di uscire dal terreno per potersi cullare alla luce del sole primaverile. Io continuai i miei viaggi ovviamente, incapace di rimanere stabile in un qualsiasi luogo, ma da allora, Finrias divenne una tappa fissa al termine di ogni mio pellegrinaggio. C'era un piccolo germoglio che mi attendeva ogni volta, saziandosi dei racconti delle mie avventure; ogni giorno cresceva forte e vigoroso. Il germoglio divenne pianta, la pianta divenne albero, passavano gli anni ed al ritorno c'era sempre il medesimo sorriso e il tocco delicato ad attendermi. Non ebbi mai l'occasione di conoscere Nhel o di constatare se la mia ricostruzione degli eventi corrispondesse o no a verità, ma una cosa è certa... Merle, sin da quando era piccola, ama ascoltare le mie storie di posti lontani e avventure entusiasmanti. Ad ogni racconto i suoi grandi occhi color ambra, gli stessi occhi color ambra, mi ringraziano profondamente per ciò che le regalo.

  • 22 aprile 2014 alle ore 1:11
    Il Sogno Di Annètt

    Come comincia: Annètt era all'uscio di mattoni e davanti a sè distese di verdi rugiade notturne.
    Fumava, lei, con il suo scialle nero arancio che le copriva a stento il petto; i suoi capelli raccolti erano troppo pesanti per l'esile collo.
    Guarda la penombra sui cipressi cullati ed ogni movimento lento era un pensiero che nasceva e si compieva nella nascita di un altro.
    E suoi occhi neri semichiusi per abbandonarsi alla tranquillità del luogo.

    La bella Annètt sola nel suo mondo inguantato dall'illusione di una qualche possibilità di riuscita.
    Quanto fragile può essere una goccia di rugiada nei pensieri eterei dell'anima illusoria di un uomo?

    Annètt inala l'ultimo respiro di quiete, poi si volta e varca la soglia; piccoli passi su marmo, la leggera mano posta sulla nera ed esile ringhiera.
    Nella sua stanza la gatta bianca che dorme sicura nei suoi vestiti e stanca del troppo sognare, china si posa su morbidi pensieri, assopendo se stessa in concessione a Morfeo.

  • 20 aprile 2014 alle ore 21:12
    La Primavera Di Balòn

    Come comincia: Balòn credeva ai sogni, amava i fiori e desiderava il sole.
    Passeggiava spensierata per le strade della città con la musica nei passi e la speranza nel cuore.
    Diffidava della gente e l'amava al tempo stesso; tre ore di solitudine e mille di compagnia.
    Questa era Balòn; una ragazzina persa in se stessa troppo furba per il divertimento, troppo ingenua per scelte importanti.

    Una sera Balòn incontrò per caso un uomo durante il suo lavoro; persona socievole dal simpatico approccio straniero: Mallè.
    Mallè coltivò il cuore di Balòn con regali e divertimenti, semplice compagnia, svago, pena e ingenuità straniera.
    Ma Balòn cercò di porre limiti ad ogni altra forma di pensiero se non semplice predisposizione all'essere socievoli.
    Il suo era un periodo così strano che decise di prendere tutto ciò che le veniva dato senza però essere troppo disponibile; per quell'essere straniero spuntato all'improvviso in una sera dove beffardo fu un alcolico sorriso, nulla diede se non amico caro.
    La purezza delle donne è troppo casta per la mano esperta di chi, per sopravviver in terra straniera, molto gli fu insegnato.

    Nei primi dì di primavera, Balòn fu portata da Mallè nel paradiso terrestre della stagione; fiori, piante, prati, alberi e buon sole.
    Risi, vapori magici, alto in cielo il sole del meriggio, assorta nell'inebrio del rilasso paradisiaco, la mano bramosa colse il collo di Balòn.
    Nel suo pugno stracci e morsi, silenzi vegetali e la macchia rossa del peccato spruzzata sulle candide e bianche margherite in sboccio. 
    In attimi quieti, cruda violenza tolsero vergini pensieri.

    Balòn, tramortita, pensò che anche in paradiso v'è la crudeltà dell'uomo che innaffia, con premeditato intento, le argute voglie del dissenso.

  • 19 aprile 2014 alle ore 22:33
    Felice e i 40 euro

    Come comincia: Stava fissando quella cifra, € 990,00! Sua moglie gli strinse il braccio, segno inequivocabile che aveva scelto, una scelta che lui condivideva ma che era fuori budget, di poco ma pur sempre oltre le loro risorse. Per mesi avevano fatto la cresta sulla spesa, tirando la cinghia e dopo mille sacrifici erano riusciti a racimolare € 950,00 da spendere per acquistare la tanto desiderata cucina. In realtà dopo molte visite nei vari punti vendita sapevano di poter spendere meno, ma adesso sembrava avessero trovato qualcosa di speciale che piaceva a entrambi. Lei stringeva sempre più forte finché lui si divincolò delicatamente e la guardò negli occhi. Amava sua moglie e lei era fiera di quell'uomo che era riuscito dove moltissimi suoi compatrioti avevano fallito; si era integrato.
    Nove anni prima era arrivato con il suo carico di speranze e tanta volontà sicuro di poter costruire una base solida per accogliere la sua famiglia. A quei tempi erano ancora fidanzati e lei era scettica sulla sua idea di emigrare ma dopo giorni di confronti con i vari familiari lui era riuscito ad ottenere il benestare della maggioranza del clan così che, raccolti i soldi per il viaggio, lasciò il paese in cerca di un posto dove avere una prospettiva di lavoro per il futuro. Fu fortunato perché il suo viaggio via terra e via mare filò liscio come l'olio, nessun incidente, nessun contrattempo; in seguito avrebbe realizzato come finissero spesso in tragedia quei viaggi. Dopo un anno di sfruttamento da parte di una società agricola che lo faceva lavorare oltre il limite umano, ebbe la fortuna di conoscere un suo conterraneo che era riuscito a trasferirsi in una zona dove i lavoratori africani venivano assunti regolarmente per i più svariati tipi di impieghi e dopo qualche giorno di titubanze, decise di tentare la fortuna e di raggiungere il suo nuovo amico. Trascorsi alcuni giorni dal suo arrivo in città riuscì, grazie anche ai suoi conterranei presenti da tempo, ad ottenere un colloquio di lavoro e l'immediata assunzione: avrebbe cominciato il giorno successivo come manovale in un'impresa che si occupava di opere stradali. Il suo carattere mite e il sorriso sempre stampato sulle labbra lo fecero diventare una sorta di mascotte per tutti i colleghi che chiedevano spesso di poter lavorare con lui e con il tempo riuscì ad imparare così bene il mestiere fino a diventare capo squadra, e dopo due anni decise di farsi raggiungere dalla sua fidanzata. Lei poté raggiungerlo per vie ufficiali, senza dover affrontare il dramma del viaggio da clandestina e, come ad una principessa, lui le riservò all'arrivo una splendida accoglienza, infatti per l'avvenimento aveva chiesto, ed ottenuto, due giorni di permesso al suo capo. Nel frattempo era riuscito ad affittare un monolocale dove si rintanarono per due giorni interi. Nei giorni a seguire anche lei trovò un'occupazione presso una ditta di pulizie industriali. Lavoravano sodo e tutti i mesi spedivano un forte contributo ai loro familiari restati in patria. Poi si sposarono e lei rimase incinta, tuttavia lei lavorò fino a quando fu in grado di farlo e dopo un anno dalla nascita della bambina, nacque il fratellino. Il monolocale non bastava più e dopo un'attenta ricerca trovarono un piccolo appartamento in una zona abitata da parecchi connazionali. Questo permise a sua moglie di non perder completamente il lavoro riuscendo ad ottenere un part time; infatti le donne anziane del quartiere, dietro compenso, erano ben disposte a prendersi cura dei bambini di chi lavorava. Avevano delle spese piuttosto elevate, ma lavorando in due riuscivano comunque ad arrivare sempre a fine mese. L'abitazione non era ben messa, i vecchi mobili e l'angolo cottura arrugginito non facevano bella mostra e un po' alla volta, anno dopo anno, riuscirono a rendere sempre più accogliente la loro casa. Purtroppo sua moglie perse il lavoro e la crisi dilagante le chiuse qualsiasi strada per trovarne un altro e anche lui cominciò a fare i conti con la crisi; si lavorava sempre meno ed ovviamente il salario era sempre più basso. Continuando a far sacrifici erano riusciti ad accantonare un piccolo gruzzolo per comprare finalmente la tanto desiderata cucina e sua moglie, dopo anni costretta a cucinare con un fornelletto attaccato alla bombola del gas e a farsi prestare il frigo dei vicini, avrebbe realizzato il suo sogno; avere una cucina nuova.
    Leggeva negli occhi della donna il desiderio e la gioia di poter prendere quella cucina, in fondo si trattava di €40.00, una sciocchezza per una catena di distribuzione del genere. Aspettò che passasse un addetto a quel reparto e dopo alcuni minuti vide avvicinarsi una ragazza che poteva avere si e no 25 anni e si rivolse a lei in maniera educata e gentile.
    "Scusi signorina, posso chiedere a lei?"
    La ragazza rispose altrettanto gentilmente.
    "Mi dica, in cosa posso esserle utile?"
    "Io e mia moglie avremmo deciso di acquistare questa cucina"
    "Ottima scelta" Disse immediatamente la commessa senza lasciarlo finire di parlare "Se vuole le spiego alcuni dettagli sul come le verrà consegnata la cucina, gli eventuali accessori che potreste abbinarle e bla, bla bla" La ragazza non finiva più di parlare.
    Felice stava sorseggiando il suo cappuccio accompagnandolo con un cornetto alla crema e, isolato dai rumori del grande centro commerciale, rivisitava con la mente gli ultimi avvenimenti della sua vita. Il viaggio in sud America l'aveva segnato profondamente: la morte di Franco, la convinzione di aver trovato qualcosa di eccezionale ma non riuscire a focalizzare cosa, la mente avvolta da sogni e immagini mescolate con realtà ed infine i suoi genitori, mamma e papà che lo trattavano come un ragazzino, nonostante i suoi 43 anni. Tutti questi pensieri furono interrotti dalle urla di un uomo che distava pochi metri da lui. Sembrava c'è l'avesse con una commessa del centro per qualche preciso motivo, lo vedeva chiaramente fare segni e gesti all'indirizzo di un cartellino affisso ad una cucina in esposizione; da quel che poteva capire lui, l'uomo doveva avere qualche problema con il prezzo della merce esposta. La sua curiosità prevalse su ogni altra distrazione e dopo aver pagato la consumazione si avvicinò, senza farsi notare, ai due litiganti. In realtà c'era una terza persona, una donna, che però sembrava non voler prendere parte a quella discussione. Adesso era veramente vicino e poteva sentire distintamente ciò che si stavano dicendo la commessa e l'avventore.
    "Senta, lei mi ha detto che volevate comprare questa cucina e io mi sono immediatamente adoperata per venirvi incontro, quindi non continui a sostenere le sue strampalate teorie" La commessa non urlava ma era decisa a non mollare un colpo, al contrario l'uomo rispose urlando e faticando ad esprimersi correttamente, l'ira lo portava a mescolare l'italiano con il suo idioma d'origine tanto da farne scaturire una lingua incomprensibile. La donna al suo fianco, evidentemente la moglie o la sorella, tentava di calmarlo prendendolo per un braccio parlando nella loro lingua. Ma lui non voleva sentire ragioni e dopo aver tratto un bel respiro, probabilmente per calmarsi, proseguì nel sostenere le sue ragioni.
    "Non mi hai lasciato finire di parlare, stavo per dirti che vogliamo questa cucina ma non abbiamo abbastanza soldi per comprarla, ma se ci fai un piccolo sconto la paghiamo subito, in contanti e ci arrangiamo a portarla via"
    "Qui non siamo in una bottega o in un mercato, i prezzi esposti sono definitivi e nessuno può farle lo sconto. Si procuri il denaro mancante e avrà la sua cucina" La ragazza aveva parlato con tono distaccato senza lasciar trasparire emozioni, probabilmente era abituata a situazioni del genere e non farsi coinvolgere emotivamente doveva essere una difesa a simili situazioni. L'uomo non rispose, adesso la donna lo stava consolando ma entrambi avevano gli occhi lucidi, nei loro sguardi Felice vide sconforto e rassegnazione, non erano arrabbiati, erano avviliti. Certe scene lo colpivano nel profondo dell'animo, suo padre l'avrebbe esortato a girare i tacchi e proseguire per la sua strada, non poteva riparare a tutti i torti di questo mondo. Al contrario sua mamma avrebbe insistito, bisogna aiutare chi è in difficoltà, senza se e senza ma. Che situazione del cavolo, pensò Felice, dai papà, stavolta ha ragione la mamma, vediamo cosa posso fare. Si avvicinò ai due che nel frattempo erano restati impalati davanti alla cucina in esposizione e chiese a bassa voce:
    "Qualcosa non va?" L'uomo neanche lo sentì mentre la donna si girò di scatto verso di lui, gli occhi grandi sgranati e ancora umidi trasmettevano comunque calore. Felice provò ad insistere.
    "Vi ho sentito discutere, posso esservi utile?" Adesso anche l'uomo si accorse di lui e quasi ringhiando rispose "E tu chi sei? Cosa vuoi? Sei un commesso o un curioso?" La moglie lo trattenne "Stai calmo, ci ha solo fatto una domanda" "E io non voglio rispondere!" La donna invece era di tutt'altra idea.
    "Ci scusi, abbiamo appena finito di discutere con una ragazza che lavora qui e siamo ancora un po' agitati"
    "Questo lo avevo capito, mi interessava sapere perché avete discusso e soprattutto se posso esservi utile" Felice voleva capire fino a che punto potersi spingere e la donna pareva contenta del suo intervento.
    "Ecco, ci servirebbero" Suo marito la strattonò pesantemente riprendendola nella loro lingua.
    #Ma cosa fai? Vuoi farti prendere in giro? Stai zitta e andiamocene a casa, subito!#
    #Mi sembra una brava persona, potremmo chiedere un prestito#
    "Scusate" Li interruppe Felice "Ovviamente non ho capito una parola di ciò che avete detto, ma è altrettanto chiaro che la signora sia disposta ad ascoltarmi, al contrario di lei. In fondo vi ho solo chiesto se posso esservi utile, nient'altro" Il suo tono pacato e lo sguardo sincero calmarono l'altro che poi fece cenno alla moglie di parlare.
    "Ci scusi di nuovo" Disse lei.
    "Ok, ok me l'ha già detto, vada avanti"
    "Vede, mio marito è in questo paese da nove anni e dopo tanti sacrifici!" La donna raccontò brevemente la loro storia ad un perfetto sconosciuto, ma qualcosa la induceva a non fermarsi. Felice ascoltò attentamente mentre il marito della donna annuiva con eloquenti gesti del capo, e alla fine.
    "40 euro. 40 dannatissimi euro, tutto questo can can per 40 euro; siamo ridotti male" Sospirò Felice e poi proseguì con nuova spinta "Mi permettete di fare un esperimento?" La coppia adesso sembrava pendere dalle sue labbra, senza capire il perché stavano riponendo fiducia in quello che poteva benissimo essere uno squilibrato o un perdigiorno qualsiasi, ma lo invitarono a provare a fare ciò che voleva.
    "Bene, grazie" Felice si mise in mezzo alla corsia del centro commerciale e, come fosse un intrattenitore del medioevo, cominciò ad attirare l'attenzione dei passanti.
    "Vedete signore e signori, i miei due amici vorrebbero comprare quella cucina. Da anni risparmiano per realizzare il loro sogno e oggi sono ad un passo dal dovervi rinunciare. 40 euro li separano dal loro desiderio, sì, avete capito bene, 40 euro. Se ognuno di noi rinuncia a qualcosa e gli regala un euro, nel giro di un quarto d'ora avremo risolto il loro problema; chi è disposto a rinunciare ad un caffè per aiutare i miei amici?" Nel frattempo si era radunato un nutrito gruppo di passanti attorno a lui e le sue ultime parole furono sentite chiaramente da almeno una ventina di persone. Alcuni di loro ripresero a camminare nella direzione in cui si stavano dirigendo, altri fecero finta di niente e poi presero direzioni diverse, infine solo una donna con due bambinetti restò lì e resasi conto di essere osservata da quello strano personaggio prese per mano i due piccoli per andarsene via. Ma i due bambini puntarono i piedi e la bambina, che poteva avere 9 o 10 anni si rivolse alla madre.
    "Ma su mamma dai un euro a quel signore" "No mamma, danne tre, uno per me, uno per te e uno per lei" Intervenne il maschietto appena più piccolo della sorella. La donna stava sorridendo a denti stretti, paralizzata dall'imbarazzo era indecisa sul da farsi e Felice cercò quindi di toglierla da quella situazione.
    "Non si preoccupi signora, vada pure. Avrà le sue faccende da sbrigare e io non voglio farle perdere tempo"
    Ma i bambini sembravano irremovibili "No mamma! Dai, aiutiamo i poveri, lo dici sempre che bisogna aiutare i poveri" Adesso l'imbarazzo era generale e la donna infilò la mano nella borsa da dove estrasse il portafoglio. Lo aprì cercando delle monete ma non ne trovò. Afferrò allora a malincuore una banconota da 5 euro e la tese a Felice che, dopo averla presa, la restituì ai bambini.
    "Grazie bambini, adesso con questi soldini vi fate comprare il gelato dalla mamma"
    "Siiii!!" Ulularono i due piccoli e senza aggiungere altro la donna si allontanò rapidamente senza voltarsi a guardare.
    "Ecco, questa è la dimostrazione di ciò che penso, lo sapevo" Felice parlava da solo ma ad alta voce e i due nuovi amici lo sentirono chiaramente, allora la donna domandò:
    "Tutto ok?"
    "No!" Rispose lui "Oggi avete potuto vedere con i vostri occhi quello che sostengo da parecchio tempo: gli alieni ci stanno invadendo, il loro è un piano lungo e articolato che ci porterà al completo annullamento, non avremo più una nostra personalità, non" Si interruppe di colpo, stava esagerando "Ma prima che mi prendiate per pazzo ecco, tenete, io spero di avere ancora un cuore. Siete una bella coppia, vi auguro ogni sorta di felicità e gioia"
    "Ma tu, come ti chiami?" Chiese l'uomo che fino a quel momento non aveva aperto bocca.
    "Felice, io sono Felice, di nome e di fatto" E si allontanò da loro fischiettando.
    "Caro guarda!" La donna teneva in mano delle banconote: 40 euro.
    "Quello non è Felice" Rispose l'uomo "E' un santo"

  • 18 aprile 2014 alle ore 21:25
    Il colpo

    Come comincia: «Fermi tutti, questa è una rapina!»
    Minchia, l’ha detto!, penso dentro al passamontagna di lana già inzuppato di sudore acido misto all’odore mentolato del Proraso. L’ha detto per davvero. E gli è pure uscito in tono cazzuto, da film americano. Guardo Carluccio alla mia destra. Gli occhi sbarrati nella fessura del suo cappuccio nero non promettono niente di buono. La mano tremula, tesa, con la pistola puntata sugli ostaggi, ancor meno. Io almeno la pistola me la son fatta dare giocattolo. Quello pure vera l’ha voluta. Chi si crede di essere, John Wayne? Incrocia disperato il mio sguardo. Se la sta facendo sotto di brutto quel ciccione di merda. Figuriamoci. Troppo emotivo. Pure al Sorcio gliel’avevo detto. Finirà col combinarci qualche casino, vedrai. Meglio fargli fare il palo a quel cacasotto.
    Ma lui, niente. Anzi. Uno così ci serve da spaventapasseri, aveva aggiunto mostrandomi tutti e trentadue i denti marci da tossico lercio. Come no. Un quintale di lardo invertebrato, altro che storie.
    Stringo appena le palpebre cercando di comunicargli di stare tranquillo, che va tutto bene, che tra pochi minuti il Sorcio ci porterà fuori di lì. Che tutto andrà per il meglio. Ma glielo leggo negli occhi che sta per sbroccare. Capirai. Il grassone si starà sparando il film della Luisa, a casa, gravida, mentre gli stira calzini e mutande. O del figlio obeso con gli occhiali a culo di bottiglia appannati. O della madre in carrozzina coi neuroni fritti da quel cazzo di giornale radio. Pensa la faccia della vecchia quando sentirà: «Rapina a mano armata stamane in un quartiere periferico di Roma. Tra i malviventi un insospettabile. Si tratta del disoccupato Carlo Rondinini…». Sai l’angina!
    «Stai calmo Carle’. Statti calmo, per la madonna» gli dico a denti stretti sperando mi possa sentire.
    «Ehi, niente scherzi del cazzo bello. Intesi?» sento intanto urlare al Sorcio rivolto al cassiere, mentre gli scodinzola la pistola sotto il naso. Per la madonna gli dovesse partire un colpo!, penso spruzzando sudore come olio fritto.
    «Avanti, apri ‘sta cassa e togliti dai coglioni. Vatti a mettere con gli altri. Corri!» gli fa poi indicando con il ferro il gruppetto di clienti sotto tiro di Carletto. L’impiegato esegue terrorizzato. C’avrà sessant’anni il poveraccio, magari è sotto pensione. Ha la pelata lucida, i ciuffi di capelli ai lati della boccia e due basettone bianche che gli arrivano sotto le orecchie. Alle sue spalle il calendario del 1978 con le date di oggi e domani segnate in rosso e sotto la scritta crociera, sottolineata tre volte. Dai Basettoni, fatti forza, che fra due giorni te ne stai stravaccato sul ponte di un ferryboat a sbirciare minorenni nascosto sotto il panama bianco, destinazione Il Cairo.
    Porta una giacca a quadri grigia e un cravattone scozzese dal nodo enorme. Come diavolo fa a non soffocare con ‘sto caldo asfissiante? Ci saranno quaranta gradi qua dentro. Il ventilatore a pale sul soffitto è fermo. Sono in maniche di camicia ma mi sento di impazzire. Sarà il passamontagna. Saranno le coronarie.
    Il vecchio raggiunge gli altri tre ammassati davanti a Carluccio, senza fiatare, le mani per aria, in segno di resa. Non sarà mica finocchio? Gli punto anch’io la pistola addosso invitandolo a inginocchiarsi. Lo stesso faccio con gli altri. Sono tre donne. Due sembrano fotocopiate, solo una versione giovane, l’altra datata. Senz’altro mamma e figlia. Si vede da come si tengono strette. Accanto a loro invece una matrona vestita a lutto, agita le mani tozze per aria, come zampe di un enorme bagarozzo. Vestita di nero da capo a piedi, piange e si dondola come le vedove a Beirut. Ciondola avanti e indietro implorandomi di non sparare. Ha lo sguardo del bovino prima di andare al macello. Cristo santo, quel lamento mi sta già trapanando il cervello. In che cazzo di lingua sta pregando? Mi metto la canna della pistola davanti al naso facendole segno di tacere.
    «Che cazzo state a fare lì impalati, le belle statuine?» ci urla addosso Enzo, facendoci segno di andarlo ad aiutare. È dietro il bancone e sta svuotando le casse. Mi avvicino io lasciando Carluccio con gli ostaggi. In quello stato meglio non metterlo troppo a contatto col capo. Agitato com’è finisce che ci scappa il morto. Con la polverina c’avrà dato dentro parecchio stamattina. Sta schizzato di brutto. Impensabile contraddirlo. Tiro fuori dai jeans un sacco di plastica, di quelli neri per l’immondizia, e glielo porgo, pregando in cuor mio di uscire da lì il più in fretta possibile. La filodiffusione sta mandando il GR1.
    Enzo controlla le mazzette una ad una per vedere se sono segnate, poi le infila nel sacco. È tirato come un’acciuga, tutto nervi e cocaina. Dalla camicia quadrettata a mezza manica spunta la testa di un cobra tatuato sull’avambraccio rachitico. Volto lo sguardo. Carluccio è talmente inzuppato di sudore che la maglietta celeste della Lazio è già pezzata di chiazze scure, grosse come pozzanghere. Ma si può andare a fare una rapina con la maglia di Chinaglia? Ha sempre la pistola puntata dritta su quei disgraziati e lo sguardo imperterrito fisso su di me, neanche fossi la Madonna pronta a rivelargli il terzo segreto di Fatima. Ma come cazzo mi ci sono infilato qui dentro? Posso mica mettermi a pensare anch’io a Franca a casa che non può lavorare, a Franca convinta che sia uscito per andare anche stamattina a timbrare il mio cazzo di cartellino. A Franca che non sa che il cartellino son più di sei mesi che non lo timbro più, visto che m’hanno sbattuto fuori a calci nel culo e mò non c’ho manco le palle di andarmi a confessare per non umiliarla. Posso mica mettermi pure io a pensare a tutte ‘ste stronzate adesso, brutto panzone di merda che continui a fissarmi in continuazione. Non ti ci ho mica portato io sulla giostra, vorrei urlargli in faccia a quel manzo flaccido.
    Cerco di modulare il respiro. Lento, sempre più regolare. Calmare. Almeno io. Mi devo cal-ma-re. Ma sudo e soffoco sotto il peso del passamontagna di lana. E non è facile ragionare così. Ho una voglia matta di nicotina. Sento il fiato stantio risalirmi su per il naso. Mi potessi almeno fumare una paglia. Mi volto di nuovo a guardare alle mie spalle. All’esterno è ancora tutto tranquillo.
    «Carlo, fatti portare dal vecchio alla cassaforte che a questi ci penso io. Forza!» tuona il Sorcio.
    Cristo santissimo. L’ha chiamato per nome. Ha chiamato il grassone col suo nome davanti a tutti. Cazzo santo, adesso gli prende un infarto a quello. Guardo Enzo nel tentativo di comunicargli di non tirare troppo la corda se non vogliamo giocarcelo, ma il suo sguardo mi restituisce due pupille inespressive, rosse e appuntite come spilli. Sembrano gli occhi di un dobermann. A questo non gliene frega un beneamato stamattina. È in sbrocco. Completamente fuori di testa, impossibile da gestire. Me l’avevano detto che era uno un po’ schizzato, che la coca se l’era mangiato, ma mica potevo organizzare un colpo da solo con quella merda obesa? Mi serviva uno già rodato. Un professionista.
    Per fortuna Carlo non sembra dare peso al lapsus del Sorcio. Al solito cerca conferma nei miei occhi. Gli faccio segno con la testa di seguire il cassiere verso il caveau. Guardo ancora alle mie spalle. Fuori la vita sembra scorrere normalmente, almeno per ora. Il solito traffico rovente, dissennato e caciarone di metà agosto. Ma chi l’ha detto che d’estate Roma si svuota?
    Abbiamo scelto la Cassa di Risparmio di Parma perché è piccola e si riesce a tenere tutto sott’occhio. Oltretutto non c’hanno manco la guardia giurata, ‘sti pezzenti. E poi è vicina al Raccordo, che se non ci muoviamo finisce che arriva già la macchina con Bruno.
    Bruno sì che è uno a posto. Ha detto che ci dà una mano, senza nemmeno niente in cambio. «Lo faccio perché sei ‘n fratello» m’ha detto ieri abbracciandomi. Ma io un regalo glielo faccio lo stesso quando esco di qua. Ci verrà a prendere fra un quarto d’ora. Poi ci accompagna alle nostre macchine e ognuno per sé. E dopo solo libertà, grana e vaffanculo mondo!
    Ho già pensato a tutto. Sei mesi in Germania. A Franca dico che vado per lavoro. Le mando un po’ di testoni per non far mancare niente alle bambine e il resto del gruzzolo lo metto in qualche banca tedesca coi controcazzi. Al ritorno investo tutto nel mattone e in sei mesi torno pulito e immacolato come un vitello da latte.
    Dalla filodiffusione adesso sta suonando Liù, degli Alunni del Sole. Gesù, mi fa venire in mente Fregene. Che cazzo non darei per starmene stravaccato ancora su quella spiaggia. La pelle arrostita dal sole, la Peroni gelata tra le mani e le tette dure di Graziella a strofinarmi giorno e notte la schiena. Quella sì che era vita!
    All’improvviso uno sparo secco seguito da un urlo di donna mi fa trasalire.
    «Porca di quella mignotta! Ce sta una qua» si sente gridare Carluccio dall’altra stanza con quella sua vocina da finocchio.
    «Per la puttana, che cazzo stai a fa?!» sbraita il Sorcio abbandonando la cassa e precipitandosi di corsa di là. Gli ostaggi, sempre inginocchiati sul pavimento, allo sparo hanno lanciato un urlo che m’ha fatto saltare più dello scoppio.
    «Enzo, nun volevo spara’ – sento Carlo piagnucolare – te lo giuro, m’è sbucata fuori all’improvviso. Me so’ messo paura!»
    Cerco di affacciarmi per capire cos’è successo ma non posso abbandonare le tre grazie. Mi sporgo un po’. C’è il cassiere seduto su una sedia girevole, le mani in faccia e ai suoi piedi le gambe di una donna stesa sul pavimento sporco di sangue. Lo sapevo, lo sapevo, cazzo! Mi mordo un labbro. Ma che madonna ha combinato quel coglione, penso sempre più sfiancato dall’afa, mentre sento Enzo cercare di tranquillizzare la donna che non è niente, di non agitarsi, che è stata colpita solo di striscio. «Tu, – sento poi il Sorcio dire all’impiegato – vai a prendere la cassetta del pronto soccorso. Disinfetta la ferita e stringigliela con uno straccio più forte che puoi. Hai capito?»
    Quello si alza di scatto e scompare in bagno. Enzo torna, guarda quei disperati per terra inginocchiati come fossero al refettorio. «Visto che succede a voler fare i furbi? State in campana.»
    Poi mi dice di farmi dare dal cassiere le chiavi del caveau e di svuotarlo.
    Neanche il tempo di muovermi che mi sento il sangue surgelare nelle vene. Un colpo secco sulla porta a vetri alle mie spalle e l’ombra di un’uniforme si materializza all’istante sulla mia cornea. Non ho il tempo di reagire. Sto istintivamente alzando le mani quando il Sorcio si butta nel gruppo e afferra la donna vestita di nero per i capelli, costringendola ad alzarsi. Col corpo di quella balena a mo’ di scudo davanti a lui e la pistola puntata alla testa si mette davanti alla porta girevole, proprio di fronte al poliziotto. Quello alza le mani. Fa cenno a Enzo di stare calmo. Poi si allontana di qualche passo e si va a nascondere dietro la Giulia verde della pula. Il Sorcio con la donna stretta al fianco ci chiama a raccolta e ci dice di andare tutti nella stanza dove c’è la ragazza ferita.
    Chiudo gli occhi e deglutisco. Lo sapevo. Lo sapevo che andava a finir male. Ma che cazzo m’ero messo in mente?
    Raggiungo gli altri di là mentre di fuori in un attimo è scoppiata l’apocalisse. Ci sono già decine di curiosi assiepati sul marciapiede, le mani sulla bocca e tra i capelli. Ingorghi di macchine, traffico in tilt. In lontananza si sentono sirene e due volanti della polizia sono di traverso, a bloccare il transito. Fra un po’ arriverà l’esercito intero. Dove cazzo credevamo di andare?
    L’ufficio dove siamo stipati è minuscolo e rovente. Neanche le pale ferme del ventilatore ci sono qui. Guardo la donna per terra. Quanti anni avrà ‘sta poveraccia. Cinquanta? O forse è la divisa che l’invecchia. Ha un tailleur grigio e la camicetta bianca. Sotto la testa il collega le ha infilato la sua giacca. Neanche a dirlo, tra tutti i presenti è me che fissa con lo sguardo disperato. La fronte le gronda goccioline di sudore. Le calze di nylon sono inzuppate di sangue nero all’altezza della caviglia. Per terra accanto alla gamba ce n’è un lago. Cristo santissimo, devo spostare gli occhi se no vomito. Il cassiere le deterge la fronte di continuo e la rassicura. Sembra di essere in un film di Dario Argento. Le tre donne sono addossate alla parete senza fiatare. Non sanno se sperare o disperare. Il Sorcio guarda me poi Carlo. «Abbiamo gli ostaggi» sentenzia neanche fossimo a Cinecittà a girare uno spaghetti western. «Non ci possono fare un cazzo!» chiude poi, solo un po’ più convinto di noi.
    È proprio quello che non avrei mai voluto sentire. Mi sento mancare. La puzza di sudore, sangue e deodoranti mischiati, mi dà il voltastomaco. Finiremo con un buco in fronte, me lo sento. Carlo ha gli occhi sbarrati. Abbassa la testa e si fissa la punta dei piedi. Non si rende neanche conto di quello che ha detto Enzo, probabilmente. Scivola con le spalle sul muro fino ad accartocciarsi su se stesso.
    Il cassiere ci guarda. Vuole capire le nostre intenzioni. Incrocio il suo sguardo. «Sta male» mi dice serio, indicando col mento la donna stesa fra le sue braccia. Enzo si volta verso di lei, poi guarda noi. Per strada oramai è tutto un ululare nauseabondo di sirene. Avranno circondato tutta Torpignattara a quest’ora.
    «Ehi Stramaglia. Che vi siete messi in testa lì dentro?» sentiamo all’improvviso gracchiare da un megafono all’esterno.
    Per la puttana, ditemi che è un sogno. Persino Enzo che fino a quel momento s’è tenuto freddo, sentendo il suo nome gridato per strada come fosse un BR, ha un sobbalzo di sorpresa.
    «Avanti, non fate stupidaggini. Se uscite adesso non vi succederà niente.» Carlo è alle mie spalle, ma sento il rantolo respiratorio del suo terrore.
    «Sanno chi siamo, Enzo – lo sento sibilare sfinito al Sorcio – arrendiamoci, è finita!»
    Mi stringo nelle spalle per attutire il colpo che come un fulmine intuisco partire dall’avambraccio ossuto di Enzo per abbattersi con tutta la sua forza sul cranio del povero Carluccio. Le donne scoppiano in un urlo sincronizzato.
    «Vai, brutto pezzo di merda porta rogna. Se ti stai a caca’ sotto esci e fatti arrestare!» gli urla addosso il Sorcio strattonandolo come un pupazzo.
    «Io piuttosto esco steso da qua dentro. Mettitelo bene in testa… e pure tu!» conclude puntandomi la pistola contro, tanto per essere chiaro anche con me. Poi tira la ragazzetta per la blusa, le punta la pistola in fronte e se la trascina a forza di là, verso la vetrata. «Ehi, Serpico! – sbraita diretto al poliziotto di fuori che lo tiene sotto tiro – Se non vi togliete da qui fuori immediatamente, giuro che finisce male, cazzo!»
    La bimba piange disperata tra le grinfie lerce del Sorcio, mentre la mamma ulula tutti i suoi decibel di disperazione a un metro dalla mia angoscia. Poi Enzo rientra e molla la ragazzetta tra le braccia protese della madre. Si lascia cadere su una poltroncina e con un colpo secco si sfila il cappuccio. Ci zittiamo tutti all’istante nel vederlo così. È spettinato, bianco da far paura, la barba incolta e due occhiaie nere sotto gli occhi, nonostante tutto ancora vispi e glaciali. «Sanno tutto di noi oramai – dice lanciando il passamontagna per terra – non ci servono più a un cazzo questi!»
    C’ha ragione. Lentamente ci scappucciamo pure noi. Mi sembra di rinascere, senza quel cazzo di coso a soffocarmi. Gli occhi delle tre donne mi scrutano con compassione. Carluccio è paonazzo in volto. Sembra una vescica piena di sangue pronta ad esplodere.
    Il Sorcio si accende una Marlboro, poi si avvicina alla donna ancora stesa per terra mettendole un palmo sulla fronte. «Prendi il telefono e chiama quelli lì fuori. Digli di portare un’ambulanza qua davanti che c’è un ferito» dice rivolto all’impiegato.
    Penso a Franca, alle bambine. Ho un groppo in gola che non mi fa respirare. Vorrei farmi due tiri a una paglia pure io, ma lì dentro di ossigeno non ce n’è più, e poi c’è una ferita. Carluccio seduto nell’angolo, per terra, pare una mongolfiera senz’aria. Ha lo sguardo allucinato e ha preso a piagnucolare peggio del bagarozzo.
    Sento la sirena dell’ambulanza in lontananza.
    «Stramaglia portaci fuori il ferito, forza!» si sente echeggiare dal megafono all’esterno.
    Il Sorcio prende il bagarozzo per un braccio. Si para dietro di lei. «Smetti di piangere o ti sfondo la testa» le sussurra delicatamente in un orecchio prima di piantarle la pistola sulla nuca. La matrona obbedisce.
    «Tu e Basettoni prendete la ferita e seguitemi» dice poi Enzo rivolto a me e al cassiere.
    «E tu coglione alzatati da lì e tieni d’occhio ‘ste due» conclude poi rivolto a Carlo.
    Carluccio resta immobile al suo posto.
    «Ehi, mi hai sentito, brutto testa di cazzo?»
    Ma Carlo non sembra sentirci né vederci più. Sta accovacciato su se stesso, la testa reclinata sul petto a farfugliare roba senza senso. Sento la densità acida dell’aria ribollire di tensione negativa in ascesa fino al soffitto. Enzo ha qualche secondo di pausa indecisa e incredula. «Avanti Stramaglia, che cosa stai aspettando? Portaci il ferito e lascia andare gli ostaggi» si sente ancora gracchiare dal megafono in strada. Il Sorcio molla il bagarozzo nella stanza e come un cobra scatta sul povero Carlo con una furia inaudita. «Cristo santo, che cazzo state a fa’?» provo a urlare, ma le sirene di fuori, le urla degli ostaggi, i colpi sordi che sento piovere sul corpo flaccido di Carletto alternati alle sue lagnose preghiere e alle bestemmie del Sorcio, non mi permettono di muovere un dito. «Dio mio, lo ammazza» sento invece sussurrare al cassiere alle mie spalle. Un attimo dopo lo vedo buttarsi sul corpo secco di Enzo cercando di farlo arrestare. Cazzo, cazzo, cazzo. Le grida delle donne mi stanno mandando in vacca il cervello. Non so più che fare. Il caldo mi divora. Qua fra un po’ finisce tutto a puttane.
    Neanche il tempo di pensarlo che sento il colpo secco di una pistola. Il groviglio di corpi davanti a me per un attimo s’immobilizza. Il cassiere stravolto è il primo a balzare in piedi. Si guarda il petto. Ha la camicia sporca di sangue. Si tappa la bocca con una mano come voler soffocare un’atroce scoperta. Sento una specie di risucchio con la gola al mio fianco. Mi volto. Il Sorcio è seduto per terra con gli occhi spiritati e le mani premute su un fianco. Grondano sangue denso e nero. Mi scruta terrorizzato. Le tre donne urlano isteriche di spavento. La prima che vedo schizzare ululando di là è la matrona. Dopo un attimo di incertezza anche la mamma e la figlia schizzano a gambe levate verso l’uscita. Il cassiere ha un lampo nello sguardo quando realizza che il sangue sulla camicia non è il suo. Osserva le donne scappare all’esterno, mi fissa interrogativo, quasi a chiedermi il permesso anche lui di scappare. Sento le lacrime sciogliersi sulle guance. Gli faccio cenno di sì con la testa e lo vedo, camminando lentamente all’indietro, sparire rapido dalla mia visuale. Per terra giace con gli occhi spalancati dalla paura la loro collega ferita.
    «Che diavolo sta succedendo?» urla il megafono dall’esterno. Mi volto a guardare Carluccio. Ha il sorriso ebete perso nel vuoto e la pistola fumante ancora tra le mani.
    Ho bisogno di un sostegno. Sento che sto per cadere. Mi appoggio alla parete alle mie spalle e senza togliere lo sguardo da quei tre, come agissi al rallentatore, comincio leggermente a scivolare anch’io verso la porta. Di là è tutto un lamento di sirene e urla concitate. Sporgo la testa verso la hall. I poliziotti hanno forzato la porta a vetri e stanno facendo uscire lentamente gli ostaggi. Guardo i tre davanti a me. Sono statue di sale. La rabbia cieca e disperata del Sorcio in un lago di sangue, la tranquillità incosciente di Carluccio, il terrore dell’ultimo ostaggio nell’intuire la mia vigliaccheria. Continuo a sgusciare verso l’uscita spalle al muro. Sento il legno della porta scivolarmi sulle dita umide di adrenalina. Vedo l’ultimo ostaggio uscire e la fessura di libertà spalancarsi davanti a me forse per pochi secondi ancora, prima dell’irruzione delle forze dell’ordine. Chiudo per un attimo gli occhi inzuppati di lacrime e sudore. Mi bruciano. Quando li riapro focalizzo solo il passaggio di luce tra me e l’esterno.
    Schizzo verso quel varco senza pensare più a niente, senza pensare alle centinaia di persone assiepate lì fuori, senza immaginare le conseguenze. M’infilo in quel cono stretto fra facce incredule e mani che cercano di afferrarmi. E finalmente corro. Il più veloce possibile, il più in fretta che posso, il sole in faccia a bruciare, l’aria rovente a mulinarmi nelle orecchie, i clacson impazziti, le gambe a galoppare che nemmeno Mennea, le urla alle mie spalle, le sirene, il rombo di un elicottero sulla testa. E poi lo sparo.

  • 18 aprile 2014 alle ore 20:17
    La strega e l'ingenuo

    Come comincia: Nel buio sconosciuto d’una città sconosciuta voci stridenti raccontano la stessa leggenda: tu, la strega cattiva, io, l‘ingenuo di turno. I silenzi mi assordano, infastidendomi e rendendomi insofferente ai pettegolezzi. Ti trovo qui, inerme, alla gogna dei benpensanti, indifesa, vittima e carnefice allo stesso tempo. La luce dell’intelletto, allora, mi apre gli occhi spenti, narrando il male oscuro che ti governa, l’ingenuità che lo genera, l’incoscienza che lo esalta. Ascolto la tua voce, la tua indecisione.
    “Non ti conosco ancora! Temo di sbagliare… di far parlare nuovamente di me. Dammi tempo... Non appartieni alle mie stesse allucinazioni, né allo stesso incubo. Mi fai paura, paura di non essere al tuo livello, di non avere a che fare con un tossicodipendente dai neuroni impazziti. Ti amo... come non amarti? Tu, però, non mi dai certezze... sei troppo normale... direi strano. Non ingannarmi!”.
     
    ”Ti sono vicino... traduco il linguaggio incomprensibile della tua essenza, pronto a guidarti in quel mondo oscuro in cui ti sei ritrovata a camminare senza appoggi, sprovvista di qualsiasi orientamento... Dal pozzo tetro della mia cecità ti condurrò in un luogo dove regna il silenzio, la pace, l’equilibrio... Non temere la realtà… Essa non ti giudica, non ti aiuta, non ti delude... E’ sufficiente accettarla!”.
     
    “Buonanotte!”.
    La tua replica non è altro che un gelido augurio formale. Echeggia nel cielo di pece, concludendo la giornata senza senso appena trascorsa.
     
    “Buonanotte mia principessa, tanto innamorata da immolare la tua esistenza alla notte perenne d’un uomo. Il buio di queste riflessioni non macchierà il manto scintillante del tuo futuro, non ti declasserà agli occhi altrui, fiera d’aver abbracciato la causa della solidarietà.”.
     
    La dura realtà si faceva avanti, ponendo in evidenza il particolare di quella notte che stava per iniziare: una solitudine deprimente. Il buio più pesto mi bendava, raggelando il sangue nelle vene, trasmettendo al mio animo una sorta di subdola sensazione di sicurezza. Il lento e inesorabile scorrere del tempo veniva scandito da un orologio immaginario che colpiva i miei timpani con la petulante insistenza d’ingranaggi arrugginiti. Nulla era certo, nemmeno che fossi solo. Tutto era stato concepito e vissuto in un incubo ricorrente dal quale mi risvegliavo puntualmente con la fronte madida di sudore. I rumori della strada andavano spegnendosi, rendendo la stanza ovattata, lontana, pronta ad amplificare i guaiti del mio cane guida che si tormentava, aspettandoti invano.
    Le promesse, la violenza compiuta verso le mie più intime aspirazioni, la prospettiva della giornata seguente illuminata dal sole dell’abbandono e dell’indifferenza mi proiettavano in una dimensione surreale, ai limiti del verosimile. La fosca atmosfera si diradava, squarciata dallo straziante latrato d’un randagio, reso guercio dall’uomo e scacciato dal branco. Quello stesso branco e gli stessi esseri umani che m’avevano ingannato, convincendomi a pensare d’essere l’unico nocchiero capace di governare il timone d’una nave in balia delle tempeste. L’oblio, sotto forma di sonno,si presentava a dispensare torpore, tentando di addolcire le lacrime salate che segnavano le mie gote. Era un pianto liberatorio, catartico, utile a cancellare la credulità che sorella ombra amava donarmi quotidianamente. Perché, dunque, incolpare altri di qualcosa che mi apparteneva? Nessuno, proprio nessuno m’aveva costretto a dar credito agli impostori.
     

  • 18 aprile 2014 alle ore 3:42
    Suor Teresa

    Come comincia: “ Forza ragazzi, andiamo”. Era la frase che Teresa ripeteva alla sua comitiva quando veniva organizzato un evento che accomunava tutti. Teresa era l’anima del suo gruppo di amici, sempre disponibile con tutti nei momenti di necessità.  Era descritta da coloro che la conoscevano come una persona dolcissima e sempre con il sorriso stampato sulle labbra. Teresa apparteneva ad una famiglia napoletana benestante; suo padre era titolare di un’azienda alimentare che da molti anni contribuiva a sfamare l’intero nucleo familiare. Teresa lavorava al suo interno e, a detta del genitore, svolgeva la sua attività con estrema professionalità e dedizione.
    La giovane aveva trovato anche il tempo per innamorarsi. Era fidanzata con Fabio: un giovane, anche lui di buona famiglia, che non le faceva mai mancare le sue piccole attenzioni quotidiane. Quasi ogni mattina Teresa riceveva da parte di Fabio mazzi di fiori e regalini di ogni genere: piccole dimostrazioni d’amore che per lei significavano molto.
    Anche il volontariato faceva parte della vita della ragazza. Quando il suo lavoro glielo permetteva, prestava servizio presso alcune organizzazioni umanitarie grazie alle quali aiutava le persone bisognose.
    Tutto sembrava girare per il verso giusto per la giovane Teresa e glielo si leggeva nel profondo dei suoi occhi azzurri come il mare che trasmettevano tutta la sua felicità.
    Nonostante la sua giovane età, le prime delusioni per la ragazza non tardarono ad arrivare. Fabio, il ragazzo che amava tanto e in cui aveva riposto molte delle sue aspettative  perse improvvisamente la vita in un brutto incidente stradale.
    Questo evento portò un’enorme tristezza nel cuore di Teresa, aveva perso da un giorno all’altro la persona che amava e con cui aveva deciso di costruirsi una famiglia tutta sua. Ben presto la personalità della ragazza mutò in maniera repentina; l’incidente del suo fidanzato modificò notevolmente il suo modo di essere. Trascorreva ore intere fuori di casa spesso tralasciando anche il suo lavoro nell’azienda di famiglia. Quasi ogni giorno usciva a tarda sera per poi rincasare a notte inoltrata provocando l’ira dei genitori. “Teresa” le dicevano “E’ mai possibile che tu sia cambiata di punto in bianco"? "Dov’è nostra figlia, la ragazza dolce e disponibile di un tempo e sempre dedita al lavoro e al volontariato”? Era un ritornello che si ripeteva spesso e puntualmente Teresa rispondeva fra le lacrime: ” Basta, della mia vita ne faccio ciò che voglio”.
    Ormai Teresa era una persona diversa, quel brutto evento l’aveva portata ad una vera e propria morte interiore e, al suo posto, aveva fatto nascere una ragazza ribelle e a volte anche molto superficiale.
    I suoi genitori, che nonostante tutto continuavano ad amarla di un sentimento incondizionato, facevano anche l’impossibile per riportarla sulla retta via.  Avevano consultato i migliori psicoterapeuti ma nessuno era riuscito a curare il malessere che Teresa si portava dentro dal giorno di quel maledetto incidente.
    Sembrava ormai che quel brutto male interiore si fosse divorato la giovane vita di questa ragazza, ogni giorno era sempre più scostante, era diventato quasi impossibile parlarle e farla ragionare, come se vivesse in un mondo parallelo tutto suo.
    Anche ai suoi amici mancava Teresa, quella di un tempo e nemmeno loro riuscivano a riportarla in sé.
    Un giorno, l’organizzazione per la quale faceva volontariato, le propose un viaggio di beneficenza in Africa per offrire aiuto alle popolazioni in difficoltà del luogo.
    A questa richiesta la giovane, seppur ancora scossa dalla terribile perdita, accettò e dopo pochi giorni volò in Congo.
    Giunta sul posto, Teresa dovette scontrarsi con una realtà molto diversa dalla sua. Era abituata alla ricchezza, al suo lavoro e, nonostante la grande esperienza maturata nel volontariato, mai avrebbe immaginato che potessero esistere persone con quegli enormi problemi. Ogni giorno i suoi occhi erano costretti a vedere famiglie che per procurarsi da vivere erano costrette ad ammazzare animali o andarsi a procurare l’acqua al pozzo più vicino. C’erano addirittura bambini, anche molto piccoli, che presentavano sui loro corpicini segni evidenti di malnutrizione.
    Lo spettacolo che si presentava agli occhi di Teresa era dei più allucinati; ogni sera si addormentava pensando a ciò che aveva visto durante il giorno e ciò le provocava un’enorme tristezza nel cuore. Capì ben presto che voleva fare qualcosa per aiutare quelle persone e questa convinzione maturò ancora di più in lei quando conobbe suor Angela: una suora missionaria che da anni viveva in Africa. Spesso Suor Angela raccontava a Teresa delle sue esperienze e la ragazza era molto interessata ai racconti della religiosa.  I giorni passavano e Teresa si legava sempre di più a Suor Angela e ai bimbi che aiutava tanto che stava valutando un’importante idea per il suo futuro. Durante quel soggiorno in Africa le venne in sogno un angelo che le disse che il suo destino era di aiutare quella gente e che il Signore voleva che lei entrasse nell’ordine di Suor Angela per affiancarla in questa bellissima missione.
    Al ritorno dal viaggio comunicò la notizia ai suoi genitori che la accolsero con un sentimento misto tra felicità e perplessità. Non riuscivano a immaginare la loro figliola con l’abito da suora.
    “Sei sicura cara che questa è la tua strada”? Le chiesero i genitori “tu hai un lavoro importante nella nostra azienda, sei sicura di volerlo lasciare”?  “ Si certo” rispose Teresa con voce tremante: “questa è la strada che il Signore ha scelto per me e devo seguirla. Quelle persone hanno bisogno del mio aiuto ed io so che posso fare qualcosa per loro.” Le parole della ragazza provocarono un sussulto al cuore di entrambi i genitori che le dissero: “Figliola cara, se questo è il tuo desiderio noi, ti appoggeremo come abbiamo sempre fatto e che Dio ti benedica.”
    Qualche giorno dopo Teresa rincontrò Suor Angela che nel frattempo era tornata in Italia, per un breve periodo e insieme si recarono in convento, dove Teresa venne presentata alla madre superiora e alla sua maestra di noviziato. In convento quasi tutto il giorno era dedicato alla preghiera e alla meditazione e la ragazza sembrava essersi ben adattata a quel tipo di vita, del resto si trattava di ciò che ultimamente aveva tanto desiderato. Anche la Madre Superiora era molto contenta della nuova arrivata; lei e Teresa avevano avuto modo di parlare molto e di conoscersi e anche qui la giovane era apprezzata per la sua dolcezza e la sua semplicità. Sarebbe diventata certamente un’ottima suora. Gli anni del noviziato passarono in un batter d’occhio e arrivò il tanto atteso giorno dei voti. La cerimonia si svolse all’interno del duomo di Napoli alla presenza del vescovo e delle più alte cariche della Chiesa. Teresa era emozionatissima, proprio come una sposina nel giorno delle nozze e lei infatti stava per sposare il Signore.  A quell’evento accorsero tutti i parenti e gli amici più cari di Teresa per ammirare la novella sposa di Cristo. La cerimonia si concluse con un lunghissimo applauso e quella ragazza, che era stata a un passo dal baratro, era finalmente diventata Suor Teresa. Da religiosa Teresa si recò in moltissime altre occasioni in Africa ma, a differenza della prima volta, aveva una maggiore consapevolezza di poter aiutare tutte quelle persone grazie anche al suo cuore  sempre colmo d’amore verso il prossimo.

  • 17 aprile 2014 alle ore 22:46
    LETTERA

    Come comincia: «Antonella, o Nella come amava farsi chiamare, non sopportava il rumore della sveglia.
    Il suono stridulo, il più forte ed insopportabile che avesse mai ascoltato, sopraggiungeva all’improvviso ad interromperle la storia di un sogno, una qualsiasi storia della quale non avrebbe mai saputo il finale. Anche questo la infastidiva.
    Avrebbe voluto alzarsi e romperla una volta per tutte. Ma si girava semplicemente per cercarla e pigiare quell’odioso tasto di stop. «Ne comprerò una nuova un giorno e tu sai bene la fine che ti aspetta…» diceva a se stessa mentre infilava le pantofole ai piedi. Poi accendeva il computer prima ancora di andare a preparare il caffè. Era ansiosa di vedere se il suo amato Idag le avesse risposto. Intendiamoci bene, amato in senso metaforico, considerato che Nella non aveva nessuna intenzione di metter su una relazione seria, almeno per il momento.
    Il suo amore per Idag era lo stesso che aveva per i gatti, colmo di identica tenerezza per qualcuno che, a suo dire, aveva bisogno di un sostegno, qualcuno che fosse capace di dimostrare di esserci, veramente.
    Era un’idealista Nella, altro se lo era. Ma questa parte di se era nascosta al resto del mondo, alla maggior parte del mondo, quello che avrebbe incrociato di li a poco, fatto di visi anonimi, di gesti ripetitivi, di sguardi stupidi ed interessati.
    Idag stava li, dentro ad un pc, ed era il suo tramite verso ambizioni perdute, sogni infranti, amori impossibili.
    Quante volte era ricaduta e si era ripresa? Non lo ricordava nemmeno più. Quante volte si era detta: «Basta. Da domani si ricomincia?!»
    Eppure sentiva dentro di se l’energia inesauribile di chi vuole credere che un sogno possa trasformarsi in realtà.
    Spesso le veniva in mente una vignetta in cui Charlie Brown assiste ad un incontro di baseball. Nel corso della partita viene battuto un fuori campo e, incredibile, la palla gli si avvicina a velocità inaudita. Charlie, il buon vecchio Charlie, alza il braccio e blocca la palla con una sicurezza che certamente non è mai stata sua. Mentre si stupisce della sua presa, dal campo si sente la voce dell’allenatore che urla «Ingaggiate quel ragazzo».
    Ecco com’era Nella, ma lei non lo sapeva.
    Mentre il caffè iniziava ad uscire con il noto ribollio, la posta elettronica mostrava la presenza di un nuovo messaggio: era Idag.
    Corse a versarsi il caffè e a prendere le sigarette. Non avrebbe mai interrotto la lettura di una risposta tanto attesa.
    La mail così diceva:
    «Cara Antonella,
    certo non avrei pensato che alla mia età ancora qualcuno, o qualcuna, potesse raggiungermi per girovagare, o giocare, con quella parte di me così nascosta, da essere a volte sconosciuta a me stesso.
    È vero quello che ti ho scritto, che uno stimolo non può venire da dentro se il pensiero ti dice che tutto è compiuto, che quindi nulla di originale potrà mai nascere in tutto l’umano futuro. Ma questa notte, mentre meditavo sulle tue parole e su di me, mi sono reso conto di aver sbagliato a dire ciò che ho detto, a scrivere così ciò che realmente pensavo allora.
    Ma vedi Antonella, non dico questo perché tra le persone che mi hanno letto ci sei anche tu, che dall’alto della tua sensibilità hai vissuto, ed interpretato, e rielaborato il mio pensiero. Dico questo perché il pensiero cambia, come le trame dei libri. Oggi è una storia domani un’altra. Ognuno di noi è ciò che è, nel momento in cui manifesta se stesso. Dopo un secondo, un’ora, un anno, è una persona diversa, che pensa diversamente, che elabora diversamente perché tutto si modifica ed ogni cosa si evolve.
    Tu hai ventisei anni e non puoi far tue mie idee, che strisciano lentamente sotto il peso di ciò che è stata la mia vita, la mia personalissima storia.
    Devi scrivere la tua storia. E alla tua età non sempre fa bene ascoltare parole come quelle che ho scritto.
    Io non sono poi tanto speciale come tu mi descrivi. Faccio una vita come la possono fare tutti e, probabilmente, se mi vedessi rimarresti delusa. Si, delusa. Ma non parlo del mio aspetto fisico o della sovente mancata corrispondenza con il suono che dona una voce. Rimarresti delusa perché infrangeresti la bolla in cui galleggia il tuo sogno. Parlo dell’immaginario che è in noi, di quelle sensazioni che ci esaltano, e ci sostengono, aiutandoci a vivere.
    Questo io oggi sono per te e te lo dico in nome della tenerezza con cui le tue parole mi hanno segnato, affinché le prospettive di una donna, all’alba della vita, varchino la soglia del locale dove ti rechi ogni mattina, per ridiscendere in un mondo reale, in cui si concretizzi ciò in cui credi.
    Ed io, in questo senso, forse, non ti ho aiutata. Scusami.
    Con grande e tenero affetto.
    Idag.»
     
     
     

  • 16 aprile 2014 alle ore 22:11
    Tu ci credi nel destino?

    Come comincia: «Annie si guardava il palmo della mano sinistra. Lo chiudeva. Lo riapriva e guardava le linee più o meno profonde. Le avevano contemplato in molti quel palmo. E qualcuno di eccessivamente speciale ci aveva visto dentro un intero mondo, di avventure e grandi vittorie.
    Quel qualcuno le aveva realizzato tanti sogni. Tutti in una riga indelebile. Le aveva vinto le guerre dopo avergliele predette. Le aveva regalato una lunga vita e così tanti sorrisi da rendergliela perlomeno serena, quanto accettabile.

    Lei guardava il palmo ogni giorno e proseguiva la sua vita a puntate.
    Si incrociava con i dispiaceri. Si buttava a terra. Poi ripensava a quel destino e piano piano riusciva a tirarsi su. Infondo era stato predetto quindi non poteva che rialzarsi.
    Incrociava le pene nei vicoli e guardandole fiera negli occhi le affrontava senza alcun timore.
    Poteva tramutare il cielo in un tappeto di stelle accese. Poteva riempire i bicchieri mezzi vuoti con i colori della gioia. Riusciva a fare tutto, semplicemente osservandosi la piccola mano incancellabile.
    Annie, ragazza fragile, nessuno le aveva predetto il futuro. Quella persona dal cuore amico le aveva solo ridato fiducia. Le aveva avvolto l’insicurezza del suo respiro con un fazzoletto di linee trionfanti. Il resto lo stava compiendo semplicemente da sola.»

  • 16 aprile 2014 alle ore 22:09
    Bambina utopica

    Come comincia: «Ciao. Sono la bambina seduta sul muretto di pietre piene di sguardi e sto osservando le stelle. Sono la bambina utopica dei tuoi pensieri nel buio. Loro si sono uniti alle danze tenendosi per mano. Hanno labbra uguali appoggiate agli stessi bordi sottili, di calici pieni di vino vermiglio. Si sono uniti alle danze a colpi di tamburo borioso anche stanotte, per la loro festa senza stanchezza. Ti hanno già parlato di prolificazione infinita. Vogliono tenere in piedi un mondo che sta già cadendo a pezzi da troppo tempo. Lo vogliono rendere immortale. Un’ invulnerabilità rabbiosa direi.
    Parlano di aborti e peccati. Di salvezza per vite innocenti. Di votazioni da dare in base a riferimenti del tutto instabili. Soggettivi di ogni male misantropo. Ma sanno quale sia l’aborto più colpevole? È proprio la vita. La vita di chi viene messo al mondo e poi lasciato lì a non comprendere. Pieno di colpe cicliche che si rigenerano in un misero non agire.
    Sono la bambina della bambina.
    Partoriscimi solo se saprai parlarmi di ciò che ti chiederò. Raccontarmi favole di cui conosci il vero lieto fine. Vestirmi di sogno che colora i miei capelli. Se puoi. Oppure non crearmi. Lasciami qui. In un utopico pensiero di vita, dentro al tuo ventre. Scaccialo. 
    Devi pensare prima a te stessa bambina dai lunghi capelli pieni di perché.
    Non sei pronta per un altro corpo che ha freddo. Non hai spazio a sufficienza per asciugare altre lacrime. Non potrai tapparmi la bocca quando griderò forte.
    Non ho sonno stanotte. Non ne avrò domani. Cancellami se non sai dirmi quale sia la strada. Se sai già di non poter riempire di zucchero le mie domande. Agrodolce dei pensieri malsani.
    Lasciami e vivi la tua vita fino alla fine, meglio che puoi. Te lo chiedo mentre dormi rannicchiata fra le tue braccia. Da questo mio muretto. Così che al tuo risveglio io non ci sia già più. Ti voglio bene mamma e ricorda che lo sto facendo per entrambe. Questa è la salvezza. La più sincera di tutte. In mezzo a verità raccontate vigliaccamente. Non permettere che altri occhi vedano. Che altri cuori si intorpidiscano. Altre menti impazziscono. Altra pelle venga auto lacerata. E così sia.»

  • 16 aprile 2014 alle ore 22:07
    Ricomincio dalla Bellydance

    Come comincia: Leda guardava le pagine bianche del suo quaderno in cerca di un'ispirazione.
    In alto aveva scritto il tema del concorso: «L'inizio», ma più ci pensava più le si presentava davanti sempre e solo la fine.
    La fine di ogni sua scelta. La fine della scuola, quando aveva deciso di abbandonare gli studi, la fine del lavoro che aveva appena perso, la fine della sua amicizia storica con Patty e soprattutto la fine recente del suo matrimonio.
    Appena chiudeva gli occhi, rivedeva quelli di Ringo, con le venature rosse e la rabbia di un forsennato.
    Rivedeva le botte, le mani bellissime che diventavano enormi e violente contro la sua faccia.
    Rivedeva quell'ultimo giorno orrendo, dove lui aveva tentato di ucciderla, preso da un ennesimo estremo raptus di gelosia.
    Ringo era stato, il primo, l'ultimo e anche l'unico uomo che avesse amato e poi sposato.
    L'aveva conosciuto d'estate ad una festa in riva al mare qualche anno addietro, una serata di quelle alle quali di solito non partecipava, fatte di ragazzi, musica, alcol e molta euforia.
    Non ricordava nemmeno perché avesse deciso quella sera di uscire.
    Aveva indossato un vestito carino, bianco e blu a righe, un pò stile marinaretta, arruffato i capelli per renderli più gonfi e sentirsi più interessante e un paio di sandali con il tacco, decisamente scomodi per una festa in spiaggia.
    Era single da troppo poco tempo per volersi impegnare nuovamente con qualcuno e non era certo uscita per rimorchiare ma si sa che quando meno te lo aspetti le cose accadono e soprattutto quando ti prefissi di non farle assolutamente accadere.
    Si era messa in disparte, col suo bicchiere di Mojito in mano che le faceva girare appena la testa e si rilassava.
    Ringo era arrivato proprio in quel suo momento di assenza. Le si era seduto accanto e, in un batter d'occhio, aveva attaccato bottone e non l'aveva più lasciata andar via.
    L'amore è così, un colpo di fulmine in una serata apparentemente uguale a tante altre, che ti rapisce senza avere il tempo di accorgertene ma Leda aveva dimenticato tutto questo: il batticuore, la bellezza di quel sentimento rosa ed il fruscio delle onde che cullavano quel momento e custodivano quel ricordo.
    Lei ormai era solamente un contenitore di paure e delusione.
    Se ne stava lì, sul marciapiede di cemento, con lo sguardo fisso a centrare il vuoto.
    I passanti la osservavano con una certa pena, così minuta e dagli occhi infossati e stanchi ma lei nemmeno se ne accorgeva.
    Poi ad un tratto una mano le arrivava contro, a distrarla, insieme ad uno di quei sorrisi che non ricordava più.
    «Hey, posso lasciarti questo? Se vuoi, stasera puoi venire da noi per provare, la prima lezione è sempre gratuita. Ciao, ciao.»
    Leda non rispose, forse sorrise, mentre afferrava distrattamente il volantino.
    Quella ragazza le aveva interrotto i ricordi tristi e avvizziti con quel suo look tutt'altro che femminile e non capiva se dispiacersene o meno.
    Aveva i capelli corti, scuri, un pò spettinati e un piercing piccolissimo spostato a destra sopra il labbro superiore, come a simulare un piccolo neo d'argento.
    I jeans larghi a vita bassa ed una maglietta nera con su scritto «Peace & Love» come una beffa della sorte che le si presentava per deriderla.
    «Si, proprio pace e amore, che grande utopia!» pensò e rapidamente, mossa da una certa irritazione, accartocciò il volantino e fece per tirarglielo dietro, poi si fermò.
    Infondo non c'entrava niente quella ragazzina brillante col suo umore nero e la sua devastazione e fare qualcosa di nuovo, invece di crogiolarsi con gli inganni del passato, non sarebbe stato affatto un errore.
    Riaprì il pezzo di carta ormai tutto spiegazzato e ci appiccicò il chewing-gum, che teneva in bocca da più di mezz'ora, proprio nel mezzo.
    Fu in quel momento che notò la pancia nuda della ragazza in foto, nemmeno a farlo apposta le aveva centravo con la gomma l'ombelico.
    Spostò lo sguardo sulla scritta :
    «Balla che ti passa. La danza del ventre ti allunga la vita!»
    Una seconda beffa.
    La vita le sembrava già insopportabile così, figuriamoci volerla allungare eppure, una strana inconfessabile curiosità, le si era mossa dentro.
    Piegò il foglietto e lo chiuse nel quaderno poi si tirò su avvertendo un leggero mancamento.
    Era piccolissima, i capelli sbiaditi a coprirle quasi tutta la faccia e un'aria davvero triste.
    Sospirò un attimo poi si avviò lentamente verso casa.
    L'aria era fresca ed iniziava a scendere la sera.
    Una volta a casa si rese conto di quanto fosse sola ed annoiata.
    Non aveva voglia di mangiare, di scrivere, né tanto meno di dormire.
    Afferrò «Vanity Fair», la sua rivista preferita, ed iniziò a leggere articoli qua e là.
    «Se gli uomini mentono», si soffermò proprio su quella recensione di un libro, inevitabilmente attratta dal titolo, che narrava di uomini in cerca di sesso nei siti d'incontri.
    Uomini che in chat barano sull'età, sulla posizione sociale, sulla loro fisicità. Maschi che cercano di abbordare nella maniera più semplice: mentendo.
    Ringo l'aveva abbordata allo stesso modo, ma non da dietro uno schermo, bensì su una spiaggia. L'aveva sedotta con il suo fascino e non le aveva nascosto né l'età, né la posizione sociale bensì una relazione parallela.
    Chiuse il giornale, riprese il volantino e guardò la via della scuola. Era a pochi metri da casa sua e farci un salto le avrebbe magari regalato  un po' di sonno e allontanato i ricordi persistenti sulla fine della sua relazione.
    Quando entrò e vide la sua immagine riflessa nell'enorme parete di specchi, ebbe un improvviso senso di sconforto, come un irreparabile ripensamento.
    Stava per fare dietro front quando riconobbe la ragazzina col piercing.
    Era seduta a terra, sopra un tappetino azzurro con le gambe divaricate che sembrava dovesse spaccarsi a metà e a tratti tendeva il corpo verso la gamba destra, a tratti verso la sinistra e alla fine in avanti con la schiena completamente tesa ed il mento quasi a toccare per terra.
    Tutto questo riusciva a farlo con una naturalezza impressionante, flessibile come un elastico da bungee-jumping e un pò di invidia la faceva.
    Quando la vide impalata lì a pochi metri dalla porta, che la scrutava stupita, subito le sorrise e le fece cenno di avvicinarsi.
    «Ciao, scusami… è che… sei così brava.»
    «Grazie. Anni di allenamento e passione. Da piccola impazzivo per la ginnastica artistica e come vedi, qualcosa mi è rimasto.»
    Leda sorrise e non disse nulla.
    «Comunque piacere, io sono Maya.»
    Maya le tese la mano e in contemporanea si tirò su per presentarsi a modo.
    «Piacere mio, Leda.»
    «Bel nome. Mi piace e ancor più mi piace che tu sia venuta. Il mio lavoro di volantinaggio non è andato del tutto perso.»
    Maya fece una buffa risata poi rimise a posto il tappetino.
    Non aveva più voglia di fare stretching e poi la lezione stava per cominciare.
    «E' la prima volta che danzi?»
    «Si, beh diciamo che sono qui solo per guardare, in realtà non danzerò.»
    «Ma dai! Qua non si guarda, si balla! E tu non farai eccezione!»
    Leda ebbe uno dei suoi soliti attacchi di ansia e se lo sentì tutto salire nello stomaco, ma cercò di far finta di niente.
    «Scusa ma sei tu l'insegnante?»
    «Io? Eh magari, mi piacerebbe, ma no, non sono io, la nostra super danzatrice sta per arrivare, vedrai ti piacerà.»
    Non fece in tempo a finire la frase che dal retro sbucò una ragazza che sembrava un angelo vestito di strass.
    «Allora ragazze iniziamo?»
    Entrò sorridente poi si girò verso di lei compiaciuta.
    «Ciao, sei venuta per la prova?»
    «Beh si , vorrei solo guardare.»
    «Guardare non è consentito, sei qui ormai devi provare, ti divertirai, non preoccuparti.»
    «Ma io veramente…non ho nemmeno i vestiti adatti», farfugliò titubante.
    Leda, in effetti, era uscita di casa senza preoccuparsi dell'abbigliamento ma aveva un pantacollant ed una gonna corta di jeans, con sopra una maglietta viola aderente, e sarebbe andato benissimo.
    L'insegnante infatti la guardò un attimo e la incitò nuovamente a non tirarsi indietro.
    «Togli la gonna e le scarpe e sei pronta.»
    Ormai non aveva scampo e poi sarebbe stato più imbarazzante restarsene lì imbambolata e con tanti occhi puntati contro, così si sfilò gonna e scarpe e si mise dietro a Maya.
    La lezione iniziava e con essa anche la sua nuova vita, perché, anche se ancora non lo capiva, la danza le avrebbe ridato ben presto la carica per ricominciare, nonché un buon tema per il suo concorso.

    Nadia Nunzi ©

  • 15 aprile 2014 alle ore 8:44
    Occhi di Cielo&Stelle

    Come comincia: (...) «I giorni stavano scorrendo col solito ritmo sempre uguale.
    Erano mesi. Forse anni che era così. Così tutto senza novità.
    La biografia era rimasta nei fogli fermi senza variare. Assopita.
    Nives non si era dimenticata di lei. No. Aveva solo spostato la testa su qualcosa di più vivo. Di più urgente di se stessa, che non voleva soffiasse via.
     
    Le note di quella mattina sostituivano la loro dolcezza con l’antipatia per chi non ha voglia di alzarsi.
    Aveva fatto tardi spesso e per di più si sentiva parecchio spaesata. Un po’ giù di morale. Non sarebbe andata a lavoro se avesse potuto. Ma lei non ne era il tipo. Non sgarrava mai quando aveva un impegno.
    Si era tirata fuori da sotto le coperte. A passi svelti era corsa in bagno con i vestiti raccolti da terra e si era preparata con la schiena attaccata al radiatore. Soffriva molto il freddo e uscire d’inverno, se non per andare a guardare il mare, non le piaceva particolarmente.
     
    Con gli occhi pieni di sonno era uscita e si era diretta a lavoro.
    Aveva portato con sé anche le parole del suo amato notturno. Aveva acceso il computer senza resistere. L’aveva cercato di nuovo timida. Con un occhio aperto e uno chiuso ed il viso di traverso di chi vuole vedere e non vedere e l’aveva trovato lì. Il suo piccolo desiderio si era avverato e aveva trascorso la notte con lui. Davanti allo schermo luminoso e alla sua voce cupa.
    Il cuore le dava un palpito distinto ogni volta che incrociava quel nomignolo. Per un attimo. Poi il ritmo tornava alla normalità. Lo aveva osservato e ascoltato tanto. Lentamente. Cercando di capire. Capire lui e allo stesso tempo capire se stessa. Di nuovo.
    Non era molto eloquente, spesso sfuggevole e lei, aveva conservato tutto il suo dire, non solo nella mente, ma su carta, salvando i file dal computer. Li aveva stampati e lo rileggeva come una terapia forse malsana, ripercorrendone le scene.
     
    «Ciao Cielo. Disturbo?»
    «No, ti aspettavo piccola. »
    «Speravo di trovarti. Ho voglia di sapere di te. Ancora. Mi dicevi che sei uno scrittore e poi...?»
    «Sì, uno scrittore. Uno che ha fatto soldi con i suoi testi quando altra gente moriva di fame. Uno che ha detto tanto e che non ha intenzione ora di scrivere il nulla.»
    «Sono giorni che penso a questa strana coincidenza di noi. Del nostro scrivere.»
    «Non è poi così strana. Una brava scrittrice è sicuramente anche molto attenta agli altri. Più sensibile. Disposta ad ascoltare. A riconoscere.»
    «Sto scrivendo proprio in questi giorni una specie di biografia. Magari te la mando così mi dici cosa ne pensi.»
    «Volentieri. Appena l’avrai finita sarò qui a leggerla con piacere.»
     
    Nives era stata curiosa quella notte. Avrebbe voluto sapere e chiedere molto ma allo stesso tempo non voleva essere indiscreta. La affascinavano quelle parole e non se lo spiegava.
    Aveva sempre dato ascolto al suo istinto un po’ stregato. Viveva di quello. Trascinata dal filo delle sensazioni buone. Quell’uomo le trasmetteva tanto e lei non voleva perdersi nemmeno le briciole. Andava a caccia di vissuto. Alla continua ricerca di un qualcosa di vero da condividere.
    L’incontro dei nomi. La casualità della loro stessa passione che era divenuta parte indispensabile di vita. Uno scrittore famoso. La curiosità cresceva.
    Quel nick poteva essere la maschera scura di chiunque eppure lei sapeva che non le stava mentendo.
    «Cielo. Cosa fai nelle tue giornate ora?»
    «Oh beh, ora che ho un mare di tempo libero posso fare molto. Come ad esempio tenere compagnia alla mia solitudine. Sai, è diversa da come ne parlano. Quando si è giovani, si ha un estremo bisogno di farsi capire, anche solo per uno sfogo del proprio ego. Poi ci si rende conto che gli altri sono, quasi sempre, solo un bagaglio inutile da portarsi dietro e si rallenta. Si riflette. Come faccio io, senza più accanimento. Ora vivo di rendita e non ho bisogno di cercare nessun editore per pubblicare. Eppure il vuoto mi sovrasta. Arrivati alla fine ci si rende conto che nulla è servito a riempire quel vuoto che la vita ti offre. Che la felicità che si cerca all’esterno in ogni cosa, non si può trovare in quelle cose stesse.»
     
     
    Nives aveva i lineamenti fermi. Rileggeva quelle tracce e una silenziosa lacrima le percorreva la guancia.
    Non riusciva a non farsi colpire da quella mestizia infinita d’animo.
    Non aveva mai incrociato gli occhi di quella persona né ne aveva mai fatto specchio del suo sorriso eppure era riuscita involontariamente a prenderne la dolcezza e la malinconia. Quasi magicamente.
    Sarebbe stata la sua amica speciale. Questo era certo e avrebbe provato a regalargli ancora qualcosa di bello anche se per pochi momenti.
     
    «Sei una persona molto dolce. Si nota sai, la tua sofferenza di vita, di cui trascini appresso le cicatrici stanche. Forse potrò capire molte cose solo nel tempo. Con l’avanzare della mia età. Eppure adesso non posso fare a meno di vivere anche con gli occhi degli altri. È nel mio carattere. Sembra un pregio ma questa sensibilità riesce a rendermi ancora più triste e complicata di quanto non lo sia già. Proprio come la felicità di cui parli. Forse non si può raggiungere nemmeno in mezzo a tutti i desideri esauditi dalle stelle cadenti. Forse perché la felicità è continua ricerca e continua insoddisfazione. Forse perché la felicità è arrivare senza la consapevolezza che all'arrivo non è cambiato nulla o semplicemente la ragione sta nei pensieri di certi sciamani che illustrano libri, dicendo di non desiderare. Che il segreto sta in quello e noi invece non ne siamo capaci. Forse perché la solitudine dà spazi e tempo ma toglie sicuramente dell'altro.»
    «Piccola. Il tempo scorre, lo fa sempre, alla fine sostituisce il dolore con la rassegnazione. Non è poi così drammatico. Non rifletterci.
    Ora ti lascio. I miei occhi stanchi chiedono riposo. Non sono più abituato a stare in piedi a lungo. E pensare che all’inizio era proprio la notte la mia compagna. Quando avevo pagine e pagine da riempire. Quando anche il dialogo degli uccelli mi sembrava cosa da dover fermare sui miei blocchi bianchi come un bisogno irrefrenabile.
    Buonanotte a presto.»
    «Non andare...»
     
    Cielo&Stelle si era sconnesso.
     
    Non era stato facile prendere sonno dopo quelle frasi.
    Aveva provato tenerezza per quella persona fragile da proteggere quasi quanto se stessa ma la distanza abissale di anni che li separava e che aveva avvertito le lasciava il lato più brutto.
    I suoi sogni erano gli arrivi di lui, le sue delusioni in un certo senso e questo non poteva che farle male.
     
    Ci aveva messo una vita Nives per accettarsi.
    Una vita a trasformare l’odio verso un mondo che non poteva cambiare, in pensiero positivo.
    Lei era stata la ragazza ribelle vista in tanti film. Dai tatuaggi facili. Era stata la bambina che aveva perso Dio nella sua crescita come si può perdere la bambola più cara in un pozzo buio e profondo, poi il treno della sua irrequieta rabbia mista a voglia di distruggere tutto compresa se stessa, ad un certo punto aveva rallentato. Senza un preciso motivo. Solo per uno scorrere di vita. E si era ripresa fra le braccia. A fatica ma con dolcezza. Forse perché aveva capito che doveva cercare prima dentro sé, quella libertà tanto desiderata. Prima che in ogni altro luogo. Aveva accettato i colori oltre al nero assoluto. Era riuscita ad amare anche il sole col suo calore a scaldarle la pelle oltre che alle tenebre
    ed ora aveva nuovamente il pedale dell’acceleratore premuto. Si stava trovando pericolosamente davanti ad un pensiero instabile.
    Di nuovo si trovava ad aggiungere domande al questionario già avviato della sua vita. Perché quel fantasma era apparso e le stava spifferando tutto in questo modo da sotto le lenzuola bianche? Perché? Non capiva. Non avrebbe voluto ascoltarlo più, perché la tristezza è un contagio appiccicoso come miele acerbo, eppure non riusciva a non farci caso. A non cercarlo negli armadi di notte.
     
     
    Sono un’anima dispersa tra i fili di una maglia tessuta con l’infelicità. Questo le aveva detto tra una frase rassicurante ed un’altra e lei si era commossa. Perché si sentiva uguale, nonostante tutto. Così in lotta con se stesso. Così vinto eppure ugualmente rasserenante e Nieves aveva tirato fuori la sua parte sensibile. L’essere debole in un ritratto di una diversa fragilità eppure così alla pari.
    Aveva sempre avuto lacrime semplici. Ogni parola detta in tono severo era un’offesa per lei. Ogni parola scritta invece con dolcezza era motivo di emozione.
    Era per questo che finiva sempre col farsi male.
    In quell’uomo aveva scoperto una doppia lama.
    Si affliggeva con lui ma voleva stargli accanto. Voleva essere la sua compagna speciale. La sua piccola dal cuore immenso che poteva fargli nascere nuovi sorrisi stanchi, nonostante temesse di ricadere.
     
     
    Così si era immersa nel suo essere. Era entrata di nascosto nell’abitazione e lo osservava da dietro.
    Ne percorreva i contorni con le dita. Sfiorava le sue spalle un po’ curve senza farsi accorgere. Leggera. Era un respiro infiltrato. Poteva vederla quella maglia, addosso, pesante. Intrisa di pene. Di gente venuta a mancare all’improvviso. Magari nell’ingiustizia di una guerra piena di sangue che non lascia il tempo di agire.
    Se si fosse voltato lento, con i movimenti faticosi degli anni e degli acciacchi, sarebbe riuscita a leggergli gli occhi scuri, piccoli, piccolissimi, con tutti i tormenti della sua esistenza.
    Avrebbe visto le macchie sulla pelle. Le rughe profonde. Ma allo stesso tempo delicate come lui.
    Ne prendeva solo un’angolazione. Quella di spalle. Senza disturbarlo. Lui intento a scrivere e leggere ancora. Proprio come lei. Su una grande poltrona.
    Era una penombra quella figura gracile. Illuminata soltanto da una piccola lampada antica sulla scrivania.
    Libri sugli scaffali. Libri a terra. Polvere muta. Eppure odore di borotalco. Di profumo buono come quello di un bambino indifeso.
    Così era. Stava tornando indietro in un conto alla rovescia. Stava quasi immobile a contemplare la clessidra che scorre nella sua sabbia senza aspettare.
    Gli avrebbe voluto prendere la mano per fargli sapere che lei era lì. Che lo avrebbe ascoltato. Che gli avrebbe regalato ancora qualcosa o forse solo qualche sorriso timido nell’attesa, ma non poteva. Non poteva raggiungerlo. Non poteva guardarlo negli occhi persi nel viso magro. Solo restare lì a seguirne il contorno e le increspature per chissà quanto ancora.
     
    Poi rinveniva.
    Era scorso un round di pochi attimi. Come un’Alice che si perde nel suo paese delle meraviglie ma in mezzo ad una strada. Con i fogli in mano e le ciglia lucide. A proteggerle gli sguardi. Con le auto davanti improvvisamente chiassose. Con l’aria fredda del mattino e la mente persa in un sogno. Osservava tutto farsi sempre più vivo. Più forte. Fastidioso. Poi raccoglieva se stessa. Piegava in quattro quelle copie e riprendeva rapida il suo passo interrotto, per avviarsi verso lo stabile.»(...)
     
     
     
     
     
     

  • 14 aprile 2014 alle ore 20:59
    Domenica d'aprile

    Come comincia: Stamane pensavo: ancora una volta torna a sorgere il sole . Torna la luce sul mondo rimasto in bianco e nero durante la notte. Gli uccelli impazziscono nel dedalo dei loro voli, atterriti dal cielo primaverile, grondante di pioggia. Aleggia nell’aria il timore d’aver smarrito il significato della vita.
     
    Lacrime di rabbia, di dolore, di sconfitta hanno iniziato, allora, a bagnare le tue gote, scavandoti il viso sofferente. L'amore a lungo vagheggiato è svanito come in un incubo: non intendevi ascoltare le mie parole e il tonfo preoccupato del mio cuore.
     
    Non lacrime, ma dolci sorrisi, non pianto, ma languidi baci, dovranno sfiorare il tuo viso, nella consapevolezza d’avere al tuo fianco la persona che hai sempre sognato, che t’ha amato e t'ama da quella misteriosa domenica d’aprile.
     
    Ho supplicato: “chiare onde marine trasportate la certezza dei sentimenti nel cielo di madreperla, ricamate nel fuoco delle stelle le nostre iniziali, affidate ai voli di bianchi gabbiani l’incredibile storia d’amore che non so raccontare. Sarà sospinta nel vento oltre la riva scogliosa, urlata nel mare in tempesta su spiagge deserte dove si ascoltano, perduti nel sole, i battiti folli del cuore.”

  • 14 aprile 2014 alle ore 19:07
    Calzanti Scarpate

    Come comincia: Logora, vecchia e sudicia, stava lì, sotto l’incerto sole d’aprile in quell’ora del pomeriggio, che le nonne fanno la maglia accanto alla finestra per racimolare quel che resta della luce del giorno.

    Se ne stava immobil...e sotto il gradino che dava sul cortile, mentre la compagna, un poco più in la, era riversa su un fianco. Sembravano urlare la loro rassegnata condizione di vita destinata alla polvere e al fango. Ogni volta che sentivano metter loro, i piedi in testa, sapevano che c’era una ragione per accettare quel supplizio.

    Il loro sacrificio assecondava una chiara necessità. In fondo era il loro lavoro, quale altro compito avrebbe potuto svolgere una scarpa, un paio di scarpe, se non quello di consumare l’esistenza calpestando il suolo nella speranza di non dover mai strisciare.

  • 12 aprile 2014 alle ore 9:50
    La Nuvola Capricciosa

    Come comincia: Dopo una notte invecchiata, sull’ uscio della porta della mia casa di campagna volevo salutare la prima luce, ma una nuvola randagia e dispettosa, si è permessa di velare il giovane sole, il quale cresciuto un pochetto l’ha dissolta con il suo calore.
    E così in questo giorno di calma estate mi sono goduto il tepore del fanciullo giorno.
    A sera avanzata ha fatto la stessa cosa con la luna, che indispettita ha chiesto aiuto ad Eolo il quale rabbiosamente l’ha spazzata via e, per lungo periodo mi ha fatto gioire fra la pace di tante aurore e molti tramonti.
     

  • 12 aprile 2014 alle ore 2:11
    Egoista per amore

    Come comincia: Un anziano signore ogni giorno, come d’abitudine, faceva la sua passeggiata pomeridiana lungo il viale che costeggiava il bosco. Un giorno vide cadere da un nido, situato su di un albero da lui poco distante, un piccolo uccellino. Lo raccolse, aveva giusto qualche piuma e non potendolo rimettere nel nido, poiché troppo in alto, decise di prenderlo con sé per evitargli una sicura morte. Pensò subito che avrebbe potuto allietare le sue giornate grigie e solitarie, con il suo canto. 
    L’uccellino aveva ricevuto tutte le cure di cui necessitava e in poco tempo, dopo che l’anziano signore lo aveva messo in una bellissima gabbia, l’uccellino cantando, ringraziava il suo benefattore. Aveva l’abitudine di cantare da quando il sole nasceva fino al tramonto, solo per allietare i giorni di chi gli aveva dimostrato amore, dandogli a mangiare, evitandogli il freddo durante l'inverno, aiutandolo ad apprendere a volare nell'esigua stanzetta del soggiorno, diventando così a sua volta, confidente delle malinconie dell'anziano signore, quando, preso dalla solitudine parlava con lui. Intanto, l'uccellino era cresciuto ed era diventato un bellissimo usignolo, era come un figlio per l’anziano, egli riversava su di lui tutto il suo affetto ed amore, non avendo nessun’altra persona d’amare.
    Il tempo scorreva e l’inverno volgeva alla fine, i giorni iniziarono a vestirsi di luce e nell'aria c’era  profumo di primavera. Fiorirono i mandorli, i ciliegi e tutta la natura si vestì a festa, la vita s’era risvegliata dal lungo sonno invernale, lasciando la tristezza dei giorni freddi e grigi alle spalle.
    L'uccellino continuava a cantare per il suo benefattore, ma in cuor suo, aveva voglia di volare e non sapeva come farlo capire a lui che, era così buono ed aveva bisogno del suo canto, per sopportare la sua solitudine.
    Passarono alcuni giorni, e l'usignolo cantava, sì, ma non metteva più tanta armonia nel suo gorgheggio, l'allegria era latitante e c'era una nota di tristezza nel suo canto. L’anziano che lo conosceva bene, si domandò perché quella nota fosse così malinconica, tanto da toccargli il cuore.
    Si accostò alla gabbia e vide che l'uccellino non mangiava più ed il suo occhio piccolo e vispo era chiuso a metà, allora domandò lui che cosa l’angosciasse. Non ebbe risposta. L’usignolo continuava a deperire.
    Pensò: “Forse non è contento, chissà, il cibo non gli piace più?” Cambiò mangime, ma l’uccellino continuava a deperire e la sua tristezza era palpabile.
    Una mattina, l’anziano signore si affacciò alla finestra, poggiò vicino a lui la gabbia sperando che il suo piccolo amico si riprendesse, ma l’uccellino ormai era debole e triste e non si mosse dal suo giaciglio situato nell’angolo della bellissima gabbia, l’anziano, alzò gli occhi verso il cielo e vide che gli uccelli riempivano gli spazi azzurri dei loro voli e con i loro canti colmavano l'aria d’allegria. Si girò e guardò il piccolo uccellino triste, che aveva accennato un volo che terminò tenendosi appena aggrappato alla sua altalena, l’anziano avvicinò la sua mano alla gabbia, e con il dispiacere che gli serrava il cuore, aprì la porticina, dicendogli:
    "Vai sei cresciuto e la tua vita è là, fra il cielo e la terra negli spazi che ti sono stati riservati per allietare tutti con il tuo canto e non solo me, povero egoista che sono.Vola e vivi la tua vita, quando vuoi vienimi a trovare, qui ci sarà per te sempre da magiare e dormire."
    L'uccellino volò sulla sua spalla, e aprì l’occhietto che subito diventò vispo, guardò il suo benefattore fino a trasmettergli la sua contentezza e farlo sentire felice per il suo gesto pieno d’amore, poi spiccò il volo lasciando dietro di sé l’anziano che lo salutava con la mano sorridendo, anche se in cuor suo soffriva tanto.
    Da quel giorno, l'usignolo riprese a cantare regalando a tutti la sua gioia, ogni giorno, non essendosi dimenticato del suo amico anziano, andava a trovarlo facendolo felice, sostava sul davanzale della sua finestra e cantava solo per lui, vivendo comunque la sua vita, come tutti gli uccelli di questa terra fanno dopo che hanno appreso a volare.
    L’anziano, nonostante la sua età, aveva capito ancora qualcosa della vita, si avvide che il suo amore per l’uccellino era paragonabile a quello di un buon genitore che sa mettersi da parte al momento giusto. I figli, come gli uccelli quando imparano a volare devono lasciare il nido per costruire a loro volta il proprio.

     

  • 11 aprile 2014 alle ore 23:37
    Donna Sofia

    Come comincia: Ore cinque del mattino: il mercato rionale della domenica si svegliava puntualmente. Si udivano già le grida dei primi venditori ambulanti intenti a catturare i clienti più mattinieri. Era un mondo suggestivo con un folklore decisamente fuori dal comune.
    Tra fruttivendoli agguerriti e venditori di abbigliamento usato, spiccava Donna Sofia, una signora sulla ottantina particolarmente amata dai bambini per la sua bancarella piena di dolciumi e caramelle di ogni genere. La sua voce squillante aveva il potere di farsi sentire più delle altre in quel mercato da molti definito magico e i bambini si accalcavano festanti sperando di accaparrarsi il dolce più buono e la caramella più gustosa.
    Donna Sofia era conosciuta da tutti gli abitanti del quartiere che la descrivevano come una donna piena di vitalità nonostante l’età avanzata e i numerosi dispiaceri che la vita le aveva riservato.
    L’anziana donna aveva perso i genitori quando era molto giovane e aveva dedicato tutta la sua vita al lavoro nei campi. Aveva sposato un uomo che l’aveva lasciata quando aspettava il suo primo ed unico figlio con cui da tempo aveva tagliato ogni rapporto. Tutto ciò che possedeva era un piccolo appartamento situato al piano terra di un palazzo che era riuscita ad acquistare con i risparmi di una vita. Nonostante il suo volto segnato da episodi spiacevoli aveva sempre il sorriso sulle labbra. Erano infatti i bambini, che lei considerava come dei nipotini, a mantenerla allegra. La loro spensieratezza e le loro allegre risate erano capaci di cancellare tutto ciò che di negativo c’era stato nella sua esistenza.
    Tra i tanti fanciulli che quotidianamente popolavano la bancarella di Donna Sofia, c’era Elena, una dolcissima bambina, figlia di una famiglia benestante del quartiere. Ogni mattina, prima di andare a scuola, si recava puntualmente da Donna Sofia a comprare le solite caramelle all’arancia di cui era ghiottissima. La sua allegria era davvero contagiosa e Donna Sofia non poteva che sorridere nel vederla arrivare.
    “Per favore Donna Sofia, sarebbe così gentile da darmi le solite caramelle all’arancia? Ne vado matta e piacciono tanto anche alla mamma”. Chiedeva Elena con voce allegra. “Eccole qui piccolina, ma attenta a non farne un’indigestione” rispondeva  Donna Sofia con tono altrettanto gioioso.  L’incontro tra Donna Sofia e la piccola Elena aveva portato gioia nel cuore di entrambe; Elena non aveva mai conosciuto i suoi nonni e quindi vedeva in Donna Sofia quella nonna che non aveva mai avuto.
    Nemmeno Donna Sofia aveva mai avuto dei nipoti e quella bimba, incontrata per caso, sembrava davvero averle cambiato la vita. Anche la famiglia di Elena era contentissima della nuova conoscenza fatta dalla loro figlioletta e spesso non si sottraevano dall’invitare a pranzo Donna Sofia evitando così che l’anziana donna potesse cadere sempre più nel baratro della solitudine. Durante il pomeriggio Elena si recava spesso in visita a casa di Donna Sofia e quest’ultima la intratteneva raccontandole favole o storie della sua giovinezza trascorsa nei campi. Tra le due si era instaurato un rapporto che aveva un sapore speciale, dove entrambe non riuscivano a fare a meno dell’altra.
    Arrivò però un bruttissimo giorno, uno di quelli che si fa fatica a dimenticare. Mentre era intenta a vendere le sue caramelle, Donna Sofia avvertì dei forti dolori ad un braccio e al petto e di lì a poco si accasciò sull’asfalto. La donna era stata colta da infarto e i tentativi per rianimarla non andarono a buon fine. Fu ricoverata nel vicino ospedale ma ogni giorno che passava, sembrava portare via la speranza di rivederla di nuovo nel suo ruolo di simpatica venditrice di dolciumi. La piccola Elena trascorreva ore intere al suo capezzale sperando che quella dolce vecchietta, che aveva imparato ad amare come una vera nonna, si risvegliasse. Anche gli altri bambini del quartiere andavano a trovarla spesso e, senza di lei, il mercatino rionale aveva perso quel tocco di dolcezza che solo Donna Sofia sapeva dare.
    La dolce e tenera Elena parlava a Donna Sofia e sperava che, ascoltando la sua voce, l’anziana donna si risvegliasse dal coma. “Ti prego Donna Sofia riapri gli occhi, come faremo noi bambini senza le tue caramelle ed io come farò senza la mia nonnina”? Erano le parole che Elena, tra le lacrime, ripeteva alla donna mentre si trovava in quella buia camera d’ospedale. La bimba non aveva perso la speranza, sentiva che prima o poi avrebbe riabbracciato la sua nonnina adottiva. Ogni sera, prima di andare a letto si ricordava di recitare una piccola preghiera per Donna Sofia, raccomandando al Signore la sua guarigione.
    La bella notizia non tardò ad arrivare. Una mattina infatti, mentre Elena era intenta, come ogni giorno, a sorvegliare Donna Sofia nel suo letto, si accorse che la vecchietta  aveva cominciato a muovere una mano.  La afferrò e vide che Donna Sofia aveva ormai aperto gli occhi. La donna, con voce flebile, si rivolse alla bambina e le disse: “Mia dolce Elena, devi scusarmi se ti ho spaventata, non volevo. Il Signore non ha voluto che andassi da lui ma ha deciso di farmi rimanere qui, accanto a te. Tu non hai conosciuto i tuoi nonni ma ci sono io adesso e non ti farò mancare l’affetto di una vera nonna”. Con il passare dei giorni le condizioni di salute di Donna Sofia miglioravano a vista d’occhio e poté finalmente lasciare l’ospedale e tornare dai bambini del mercato rionale. Ci fu un’ulteriore novità nella vita di quella tenera vecchina. I genitori della piccola Elena infatti le proposero di andare a vivere a casa loro. “Sei stata importante per la nostra piccola” le dissero “ e non vorremmo che tu  soffra di solitudine”.  A queste parole Donna Sofia scoppiò in un pianto di felicità. La vita le stava restituendo, seppur con notevole ritardo, tutto quello che in passato le aveva tolto dandole una nipotina e il calore di una vera famiglia che aveva scelto di prendersi cura di lei, facendo sparire dalla sua memoria le pene sofferte in giovane età.

  • 09 aprile 2014 alle ore 20:38
    L'Entomologo

    Come comincia: Mi vide proprio di fronte a una Madonna del Parmigianino, mentre senza ritegno mi ingozzavo di patatine fritte.
    La grande sala dedicata al Parmigianino si era svuotata di visitatori. Lo sgradevole rumore dei miei denti che trituravano le patate fritte croccanti in busta, riempiva la stanza. Guardavo con  occhio ormai  assente, con il capo leggermente reclinato a sinistra, il manto della Madonna, restaurato di fresco. Mi sembrava, in quella penombra artificiale, che lungo le pieghe morbide di un azzurro acceso, avanzasse una colonna di grandi formiche nere che si dileguavano infine sotto il piede sinistro, tenue nudità al di sotto del  manto. Cominciai a battere con intensità le palpebre per focalizzare meglio l’immagine, allungai il collo oltre la spessa transenna di passamaneria rossa, trattenni il fiato: le formiche erano là. Istintivamente distesi il braccio sinistro in avanti,come a voler rimuovere le dolci bestioline da quel capolavoro, ma subito la ritrassi; non volevo essere sorpresa a commettere gesti inconsulti.
    Percepii una presenza dietro di me. I miei occhi incontrarono i suoi, e lui accennò un sorriso.
    Ha visto ?- Gli chiesi eccitata indicando il quadro.
    Si. È una vera  meraviglia – 
    Intendo. Le formiche sul manto della Madonna, le vede ? –
    Certo. A quest’ora escono sempre allo scoperto. Succede anche al Tondo Doni e alla Venere del Botticelli,  ma solo d’estate, quando fuori è molto caldo. -Era serissimo, non traspariva alcuna ironia da quella conversazione.
    - Lei come fa a sapere queste cose ? –
    -Sono un entomologo.-
    - Già, ovviamente – Dissi io, ormai del tutto smarrita.
    Avrei voluto svenire, per poi risvegliarmi in un altro posto.
    Mi venne invece una forte nausea che mi indusse a riporre la busta di patatine in borsa. Con il fiato a  metà osservai velocemente la figura di quell’uomo, partendo dai piedi: elegante, alto e con gli zigomi un po’ pronunciati e una macchina fotografica al collo, con uno potente teleobiettivo.
    Mi scusi, dovrei fare qualche fotografia – Mi disse invitandomi a lasciargli il campo. Scattò con perizia alcune foto, puntando sempre l’obiettivo proprio lì, dove viaggiavano le sue creature.
    Sono una specie rarissima, in via d’estinzione –Tacqui, poiché non avevo nulla di sensato da dire.
     Appena terminato il suo reportage, inaspettatamente mi invitò con garbo a prendere un caffè in piazza della Signoria. A causa del suo potente fascino non potei rifiutare, e ci ritrovammo così in gioiosa conversazione seduti ai tavolini del Cavallino Bianco, come due turisti autentici. Parlammo di tutto, fuorché di arte e di formiche. Seppi che amava il cinema di Kubrick e di Antonioni, Odiava  le fettuccine al ragù , mentre era un forte sostenitore della zucca al radicchio. Un autentico snob: Amabile, divertente, sensuale. Distante dalle caratteristiche di  un entomologo , di quelli che io potevo conoscere o immaginare.
    Improvvisamente si alzò di scatto dalla sedia, guardando l’orologio.
    _ Tra quindici minuti esatti devo essere in piazza del Duomo. Se non ha nulla da fare gradirei molto che venisse con me.
    Quasi ipnotizzata, senza alcuna possibilità di replica, lo seguii, e in un lampo, camminando a passo svelto, fummo alla base della Torre di Giotto. Mi prese  la mano, e mi guidò in silenzio, a passi lentissimi, lungo il perimetro della torre. Notai che fissava una linea del muro, a circa un metro e mezzo d’altezzaTra pochissimi minuti dovrebbero comparire – Disse a voce bassissima. – Eccole, sono straordinarie, non mancano mai all’appuntamento del sabato.Formiche. Anche in Piazza del Duomo. Queste avevano  scelto un giorno della settimana, il sabato, appunto, e un posto fisso dove fare la loro bella processione a un ora stabilita, per poi scomparire di nuovo in un buco del muro.
    L’entomologo estrasse dalla tasca della giacca un taccuino e cominciò a scrivere appunti indecifrabili, mimando con la bocca frasi incomprensibili. Lo scrutavo in silenzio. L’occhio finì sulle scarpe eleganti, lucidissime, con piccoli disegni traforati sulla punta. Ebbi un sussulto quando notai  minuscole formiche che entravano e uscivano da quei buchi e che finivano presumibilmente anche nei suoi calzini. Avrei voluto parlarne, ma il fiato mi rimase in gola. Restai immobile : forse a lui, in fondo, piaceva così.
    Trascorremmo il resto del pomeriggio  nei punti strategici della città dove l’entomologo avrebbe dovuto incontrare i suoi insetti ; in ogni posto una specie diversa, rara, e a rischio di estinzione. Le formiche che viaggiavano nelle crepe del Davide avevano il dorso giallognolo e si nutrivano principalmente di polvere di marmo.
    Quelle che trovammo sulla lapide di Foscolo, a Santa Croce, si muovevano solo a scacchiera, in una forma sorprendentemente perfetta.
    All’uscita della basilica ero esausta. Avvertii un leggero prurito sulla schiena. Forse era la mia immaginazione.
    Attraversammo la bella piazza, che si stava tingendo di  sole al tramonto.
    Avevo un gran dolore ai piedi, ma non riuscivo a staccarmi da lui. Amavo quella compagnia inconsueta, attratta com’ero soprattutto dalla forte avvenenza, incuriosita dai suoi interessi, e rapita dalla sua voce calda, che mi riempiva i sensi.
    L’entomologo mi cinse la vita, come un amico affettuoso, ma sempre con tatto. Quella delicatezza di modi m’intrigava fortemente.  Si fermò all’improvviso, in una strada attigua, mi fissò a lungo negli occhi. Ero inerme. Mi prese le mani, le baciò, senza smettere di guardarmi. Avvicinò piano le sue labbra alle mie e mi baciò con passione, a lungo.
    Dopo minuti interminabili fu lui a sciogliere l’abbraccio, e sorridendo si allontanò, mormorando qualcosa che io non compresi.
    Lo seguii con lo sguardo fino a che non scomparve dietro l’angolo di un palazzo. Mi appoggiai ad una vetrina, completamente senza forze, consumata da quella breve e intensa passione, come una tempesta di sabbia nel deserto, sorprendente e dolorosa
    Potevo ancora sentire il suo sapore,dolcissimo.Non solo. Sentivo qualcosa di impalpabile, ma solido. Cominciai a cercare con la lingua tra i denti e le gengive. Sputacchiando e rimuovendo guardai gli incresciosi ospiti sulle punta della dita :  piccole, numerose, e nerissime formiche.
     
    fine
     - Tra pochissimi minuti dovrebbero comparire – Disse a voce bassissima. – Eccole, sono straordinarie, non mancano mai all’appuntamento del sabato.
    Formiche. Anche in Piazza del Duomo. Queste avevano  scelto un giorno della settimana, il sabato, appunto, e un posto fisso dove fare la loro bella processione a un ora stabilita, per poi scomparire di nuovo in un buco del muro.
    L’entomologo estrasse dalla tasca della giacca un taccuino e cominciò a scrivere appunti indecifrabili, mimando con la bocca frasi incomprensibili. Lo scrutavo in silenzio. L’occhio finì sulle scarpe eleganti, lucidissime, con piccoli disegni traforati sulla punta. Ebbi un sussulto quando notai  minuscole formiche che entravano e uscivano da quei buchi e che finivano presumibilmente anche nei suoi calzini. Avrei voluto parlarne, ma il fiato mi rimase in gola. Restai immobile : forse a lui, in fondo, piaceva così.
    Trascorremmo il resto del pomeriggio  nei punti strategici della città dove l’entomologo avrebbe dovuto incontrare i suoi insetti ; in ogni posto una specie diversa, rara, e a rischio di estinzione. Le formiche che viaggiavano nelle crepe del Davide avevano il dorso giallognolo e si nutrivano principalmente di polvere di marmo.
    Quelle che trovammo sulla lapide di Foscolo, a Santa Croce, si muovevano solo a scacchiera, in una forma sorprendentemente perfetta.
    All’uscita della basilica ero esausta. Avvertii un leggero prurito sulla schiena. Forse era la mia immaginazione.
    Attraversammo la bella piazza, che si stava tingendo di  sole al tramonto.
    Avevo un gran dolore ai piedi, ma non riuscivo a staccarmi da lui. Amavo quella compagnia inconsueta, attratta com’ero soprattutto dalla forte avvenenza, incuriosita dai suoi interessi, e rapita dalla sua voce calda, che mi riempiva i sensi.
    L’entomologo mi cinse la vita, come un amico affettuoso, ma sempre con tatto. Quella delicatezza di modi m’intrigava fortemente.  Si fermò all’improvviso, in una strada attigua, mi fissò a lungo negli occhi. Ero inerme. Mi prese le mani, le baciò, senza smettere di guardarmi. Avvicinò piano le sue labbra alle mie e mi baciò con passione, a lungo.
    Dopo minuti interminabili fu lui a sciogliere l’abbraccio, e sorridendo si allontanò, mormorando qualcosa che io non compresi.
    Lo seguii con lo sguardo fino a che non scomparve dietro l’angolo di un palazzo. Mi appoggiai ad una vetrina, completamente senza forze, consumata da quella breve e intensa passione, come una tempesta di sabbia nel deserto, sorprendente e dolorosa
    Potevo ancora sentire il suo sapore,dolcissimo.Non solo. Sentivo qualcosa di impalpabile, ma solido. Cominciai a cercare con la lingua tra i denti e le gengive. Sputacchiando e rimuovendo guardai gli incresciosi ospiti sulle punta della dita :  piccole, numerose, e nerissime formiche.
     
    fine
     
     
     
     
     

  • 09 aprile 2014 alle ore 14:58
    Un figlio venuto da lontano

    Come comincia: Una passeggiata al chiaro di luna in riva al mare in una sera d’estate o una cenetta romantica a lume di candela in una fredda serata d’inverno; la vita di Elena e Massimo si svolgeva come quella di tante altre giovani coppie, cose semplici ma che servivano senz’altro a riempire il cuore di entrambi. Erano sposati da pochissimo tempo ma la loro unione sembrava durasse da molti anni. Occupavano anche una posizione sociale alquanto elevata, infatti, entrambi erano degli stimati avvocati ma senza dubbio ciò che prevaleva era il loro valore umano. Massimo era pieno di attenzioni per la sua Elena;  ogni occasione era buona per farle un regalo e inoltre era molto attento nel ricordarsi ogni ricorrenza che faceva parte della loro storia. Anche Elena non era da meno in fatto di premure e spesso si inventava per lui qualche bizzarra sorpresa.
    C’era soltanto una cosa che mancava e che sarebbe servita non poco a rendere questa giovane coppia di sposi ancora più felice: la nascita di un bambino. Elena, infatti, aveva un fortissimo senso di maternità e non faceva altro che sognare di mettere alla luce un bambino per poterlo stringere fra le braccia strapazzarlo di coccole. Più volte i due ragazzi avevano pregato il Signore affinché desse loro la gioia di essere genitori ma tutte le volte si erano visti negare questo privilegio; persino quando Elena rimase incinta ma un brutto incidente non le consentì di portare a termine la sua gravidanza. Nonostante un periodo trascorso in totale tristezza per quel figlio mai venuto al mondo, Elena non aveva mai smesso di accarezzare il sogno di avere un bambino tutto per sé. Spesso confidava il suo desiderio al suo dolce consorte e questi la rassicurava dicendole che il bimbo che entrambi desideravano sarebbe arrivato presto a costo di qualsiasi cosa.
    Gli effetti dell’incidente per la dolce Elena si rivelarono più gravi del previsto; dopo vari accertamenti medici arrivò per lei una notizia che non avrebbe mai desiderato apprendere: non poteva avere più figli.  Il responso datole dai medici fu come una pugnalata al cuore per la ragazza la quale cadde nella tristezza più profonda e, nonostante fosse circondata da tante persone che le volevano un gran bene i tentativi per tirarla su erano vani. Trascorreva le sue giornate seduta su una sedia accanto alla finestra della sua stanza e stava per ore a guardare nel vuoto. C’era sempre Massimo al suo fianco ma anche lui si dimostrò impotente di fronte allo stato d’animo di Elena. Massimo non ne poteva più di vedere la donna che aveva sposato in quello stato così pietoso; soprattutto se pensava che fino a poco tempo prima era allegra e molto solare. Voleva assolutamente fare qualcosa per la sua Elena e dopo qualche giorno le propose di adottare un bambino. La proposta sembrò ravvivare un po’ la giovane donna dallo stato di depressione in cui era piombata anche se lei avrebbe preferito un figlio tutto suo. La coppia dialogava spesso su questo argomento e Massimo non disdegnava di ripetere ad Elena tutti i giorni le stesse parole: “Vedrai tesoro adotteremo un bambino e lo ameremo come se fosse nostro. Il Signore ci assisterà in ciò che facciamo e sono sicuro che quel bambino sarà felice di avere una famiglia”. Elena, che aveva sempre avuto un grandissimo cuore,  sembrava galvanizzata dalle parole di suo marito; l’idea di avere un bimbo tutto da coccolare, anche se non partorito da lei,  cominciò a farsi strada nella vita della ragazza. Ogni giorno pensava al modo in cui doveva educarlo e coccolarlo per farlo crescere con gli stessi valori che i suoi genitori le avevano insegnato quando era bambina. Come ogni giovane donna che si appresta a compiere questo grande passo, la dolce Elena era solita chiedersi se sarebbe stata davvero una buona madre per il bimbo che stava per arrivare; spesso si confidava con sua madre la quale la rassicurava dicendole: “Figlia mia, anch’io mi ponevo le stesse domande quando aspettavo la tua nascita ma poi man mano che ti vedevo crescere ero sempre più orgogliosa di me stessa e di te perché ero consapevole di aver messo al mondo una creatura meravigliosa”. Elena rispose: “Le tue parole mi rincuorano mamma e posso solo ringraziarti per tutto ciò che hai fatto per me e per i valori che mi hai insegnato. Ti prometto che cercherò di trasferire tutto questo al bambino che adotterò”. I giorni passarono e arrivò finalmente il momento in cui il pargolo fece il suo ingresso nella vita di Elena e Massimo. Dall’orfanotrofio che si trovava poco distante dal loro paese arrivò il piccolo Ximen, un dolcissimo bambino cinese di circa tre anni e con il sorriso sempre stampato sulle labbra nonostante non avesse mai conosciuto i suoi genitori naturali. Massimo ed Elena erano felicissimi di averlo in casa anche perché per la prima volta potevano provare l’immensa gioia di essere chiamati mamma e papà. Ogni volta che la coppia aveva un po’ di tempo libero era una buona occasione per accompagnare Ximen al parco e farlo socializzare con gli altri bambini i quali sembravano contentissimi di accogliere il nuovo arrivato.
    Elena e Massimo erano praticamente invidiati da tutto il paese; chiunque li vedesse passare per strada in compagnia di Ximen vedeva in loro il ritratto di una famigliola felice.
    Purtroppo una nuova tegola era pronta ad abbattersi su quei due ragazzi che tanto avevano lottato per adottare quel bimbo. Un giorno, infatti, Massimo ed Elena si videro recapitata nella loro abitazione una lettera del tribunale che comunicava loro alcune irregolarità burocratiche circa l’adozione di Ximen  e che di conseguenza il bambino sarebbe dovuto ritornare in orfanotrofio. Questa notizia fu un colpo al cuore per la coppia e in particolare per Elena che tanto aveva desiderato il bambino. L’indomani, con la morte nel cuore riaccompagnarono Ximen nel luogo dal quale lo avevano prelevato promettendogli che sarebbero presto tornati a riprenderlo. I due giovani sposi si recavano ogni giorno a trovare il piccolo Ximen e quest’ultimo non disdegnava di gettare le braccia al collo dei due ragazzi non appena li vedeva; sebbene ancora in tenerissima età sapeva esprimere la sua gratitudine per coloro che lo avevano accolto e coccolato con amore. Spesso il piccolo chiedeva ai suoi genitori adottivi quando lo avrebbero riportato a casa e Elena tra le lacrime lo rassicurava dicendo che ciò sarebbe accaduto di lì a poco. In realtà l’inconveniente era dovuto al fatto che la madre naturale del piccolo Ximen aveva saputo tutta la verità sul bambino e voleva riaverlo con sé.  Nei mesi successivi Elena e Massimo, data la loro professione di avvocati, tentarono ogni possibile scappatoia legale allo scopo di riportare il bimbo a casa ma tutti i loro esperimenti si rivelarono ben presto vani. La madre naturale di Ximen  era davvero agguerrita e voleva a tutti i costi riprendersi il bambino. 
    Ximen aveva soltanto pochi mesi quando fu tolto alla madre; poiché la donna soffriva di disturbi psichici e venne giudicata non in grado di accudire un figlio. I giorni trascorrevano inesorabili e per Massimo ed Elena le speranze di rivedere nuovamente Ximen  sgambettare nella loro casa si attenuavano sempre di più. Elena era sempre più triste, sempre più annientata dal dolore e il suo viso era costantemente bagnato di lacrime. Anche i suoi sogni erano molto spesso all’insegna del ricordo del piccolo Ximen; si girava costantemente nel letto ripetendo tra sé: “Bimbo mio torna dalla tua mamma” Massimo le stava vicino e, da marito premuroso qual era, non le faceva mancare il suo appoggio nemmeno per un attimo. Tutti i giorni, quando si recava a trovare il bambino in orfanotrofio, Elena trascorreva tantissimo tempo con il piccolo Ximen e ogni volta che doveva separarsene, era per lei un duro colpo al cuore; era il suo bambino e l’amore che provava per lui non aveva confini.
    Fortunatamente le gioie per Elena e Massimo e anche per il piccolo Ximen non tardarono più ad arrivare. Venne finalmente il giorno dell’ultima udienza del processo che avrebbe dovuto decidere chi tra Elena e Massimo e la donna che aveva partorito Ximen, avrebbe dovuto prendersi cura del piccolo. Ci fu il colpo di scena che i due giovani sposi attendevano da ormai troppo tempo: il giudice diede loro ragione e il bambino poté finalmente fare ritorno dai suoi genitori adottivi.
    L’indomani, giorno del ritorno a casa di Ximen venne organizzata una grande festa in suo onore; c’era praticamente tutto il paese perché tutti vollero partecipare alla rinnovata felicità della coppia e brindare alla nuova vita del bambino. Elena tenne stretto a sé Ximen per tutta la durata della festa dicendogli: “ Bimbo mio ora resterai per sempre con noi, nessuno potrà mai più separarmi da te”. Il sorriso tornò a splendere sul volto di Elena e Massimo perché ora potevano finalmente svolgere i rispettivi ruoli di papà e mamma di quel bimbo che, seppur non avessero aspettato per i canonici nove mesi, lo avevano comunque atteso con lo stesso amore e lo stesso entusiasmo di due genitori naturali.

  • 09 aprile 2014 alle ore 14:34
    William viaggiatore solitario

    Come comincia: Il suo volto era quello di un uomo non ancora troppo anziano ma che sentiva già su di sé il peso dei suoi anni. Nella sua vita il dolore aveva più volte prevalso sulla gioia, nei suoi occhi si leggeva la voglia di tornare indietro che non di rado lo assaliva. Uno dei suoi vizi principali era l'alcool che aveva decretato tra l'altro la fine del suo matrimonio. Anche i suoi pochi amici lo avevano abbandonato perché lo giudicavano una persona pericolosa dati i suoi frequenti scatti d'ira. 
    Era questo William, un italo-americano di circa sessanta anni ma che ne dimostrava molti di più poichè fino ad ora aveva dedicato la sua intensa esistenza a quelli che lui amava definire i piaceri della vita, quegli stessi piaceri che lo avevano condannato alla sua perenne solitudine.
    Ritrovatosi da solo ad abitare un modesto appartamento situato nella periferia di New York, dove la sua unica compagnia era un cucciolo di pastore tedesco chiamato Dick, decise un giorno di dare una svolta decisiva alla sua vita che fino a quel momento gli aveva fatto conoscere soltanto amarezza e senso di smarrimento.
    Da sempre, la più grande passione di William, era quella dei viaggi e già da un po' progettava nella sua mente di raggiungere il tetto del mondo a bordo della sua auto sebbene essa non fosse in ottime condizioni. I viaggi lo avevano in più di un'occasione distolto da quel mondo in cui era abituato a vivere fatto di distrazioni non sempre lecite ed è proprio partendo da questa sua grande passione che William intendeva ricominciare a vivere.
    Preparato qualche bagaglio con soltanto il minimo indispensabile, salì a bordo della sua auto in compagnia del suo fedele amico a quattro zampe e cominciò la sua avanzata verso Capo-Nord. Tappa dopo tappa William si rendeva sempre più conto che da qui in poi era quello il tipo di vita che preferiva ossia essere un viaggiatore solitario e stare a contatto perenne con la natura e con le persone che incontrava nei luoghi in cui di tanto in tanto si fermava. I giorni di viaggio erano sempre più numerosi e sul volto di William erano visibili i primi segni di stanchezza a causa del lungo tempo trascorso alla guida. In lui però non si era di certo spento l'entusiasmo di raggiungere quella meta da molto tempo sognata e da sempre così lontana, sebbene la sua passione per i viaggi lo avesse portato a girare quasi tutto il mondo.
    Dopo lunghi ed estenuanti giorni di viaggio ecco arrivare William ed il suo cane Dick, a Capo-Nord; William si rese subito conto di trovarsi ben lontano dalla sua New York e dal caos da cui le strade della Grande Mela sono da sempre caratterizzate. Ad attirare l'attenzione dell'uomo era proprio l'enorme panorama montuoso di quel piccolo angolo di mondo situato a nord della Norvegia e sembrava quasi aver completamente dimenticato gli Stati Uniti.
    Man mano che i giorni passavano William si adeguava sempre di più a quelle che erano le abitudini del luogo e a tutto ciò che lo circondava. Con il trascorrere del tempo l'anziano William entrava in contatto con un numero considerevole di persone tra cui Sara; una donna della sua stessa età, anch'ella di origini italiane, che da anni si era stabilita in Norvegia e con una storia alle spalle molto simile a quella di William. Nemmeno a Sara infatti la vita aveva riservato sorprese non sempre positive. Era la più grande di cinque figli e, rimasta orfana in età giovanissima di entrambi i genitori, era costretta a fare da padre e da madre ai suoi quattro fratelli; inoltre spesso non sapeva come fare per tirare avanti poiché non aveva mai avuto un posto di lavoro fisso ed era costretta a svolgere professioni molto umili. Tra i due nasce subito una certa simpatia tanto che cominciano a raccontarsi le loro rispettive storie così diverse e così uguali allo stesso tempo.
    I mesi trascorrevano inesorabili e nonostante William avesse deciso di diventare un viaggiatore solitario avvertiva una certa simpatia per Sara; decise quindi di fermarsi ancora per un po' a Capo-Nord per conoscere meglio quella donna che fin dal giorno che la aveva incontrata lo aveva reso felice. Ogni giorno trascorso insieme a Sara era sempre ricco di sorprese per William. Infatti nonostante il suo passato non proprio felice, Sara era una donna molto simpatica e piena di vita. Spesso coinvolgeva il suo uomo nell'organizzazione di serate da trascorrere in allegria con gli amici e in tutto ciò in cui il divertimento la faceva da padrone. La donna era inoltre un'ottima cuoca; spesso e volentieri infatti si divertiva a prendere William per la gola preparandogli dei gustosi piatti italiani. Così facendo, Sara sperava di tirar fuori per sempre William dal ricordo del suo doloroso passato e poterlo finalmente trasformare in una persona nuova.
    Il legame tra William e Sara si faceva sempre più solido e il nostro viaggiatore solitario continuava a rimandare la sua partenza per un altro luogo. Sara gli aveva ormai preso il cuore e non sapeva davvero più come fare per distaccarsi da lei per poter riprendere il suo viaggio. Anche Sara contraccambiava l'amore di William e spesso era anche lei a trattenerlo in Norvegia e ad alimentare in lui la voglia di non ripartire.
    Spesso gli diceva:
    - "Resta con me per sempre, insieme potremo ricominciare a vivere una vita serena".
    A queste dolci parole di Sara, William non sapeva proprio dire di no e non riusciva proprio più a resistere alle amorevoli attenzioni della donna. 
    Era ormai trascorso un anno dall'arrivo di William in Norvegia e l'amore di Sara sembrava aver affievolito in lui la voglia di viaggiare perennemente.
    Un giorno però, mentre Sara si accingeva come sempre a preparare la colazione al suo uomo, scorse William in un'altra stanza preparare la sua modesta valigia che per un anno intero era stata riposta nel fondo di un armadio. Vedendo ciò Sara rimase perplessa e cominciò a farsi mille domande e a chiedersi soprattutto che cosa avesse sbagliato. Quello stesso giorno Sara decise di affrontare l'argomento con William e con la voce rotta dal pianto gli chiese:
    - "Perché hai deciso improvvisamente di partire? Ho forse sbagliato qualcosa? Dimmi tutto in modo che io possa riparare alle mie colpe".
    William, con voce altrettanto disperata le rispose:
    - " Mia dolce Sara, un anno fa, quando ho lasciato New York, ho promesso a me stesso di diventare un viaggiatore solitario e solo le tue attenzioni mi hanno spinto a fermarmi qui così a lungo; ma ora per me è giunto il momento di ripartire ed esplorare nuove mete e nuovi mondi anche se mi costa moltissimo farlo".
    A queste parole di William, Sara non potè fare altro che accettare, seppure a malincuore, la sua decisione di allontanarsi da lei. L'indomani, giorno della partenza di William, Sara riuscì a strappargli la promessa di rimanere sempre in contatto con lei. Gli disse:
    - "Mi raccomando scrivimi e se per caso dovessi ripensarci torna qui da me; casa mia è sempre aperta".
    Dopo quest'ultimo saluto William partì, lasciò quel luogo che per un anno era stato la sua casa e nel quale aveva trovato l'amore. Visitò l'Asia, l'Africa, i panorami mozzafiato dell'Australia ma con il cuore sempre in Norvegia perché era consapevole che lì c'era sempre la sua Sara che prima o poi lo avrebbe riaccolto presso di lei con un affetto ancora maggiore della prima volta.

  • 09 aprile 2014 alle ore 14:31
    Dottor Francesco Esposito

    Come comincia: La storia di Francesco è apparentemente uguale a quella di molti ragazzi della sua età; anche lui, come qualsiasi altro suo coetaneo, andava a scuola e amava coltivare quella che lui definiva la sua più grande passione: il calcio. Ogni settimana infatti si recava presso un campetto vicino casa per una partitella tra amici. Purtroppo però a Francesco mancava qualcosa di molto importante di cui davvero non se ne può fare a meno: la stabilità affettiva che solo una vera famiglia poteva offrirgli.
    Francesco Esposito, un adolescente di circa quindici anni, viveva  in un misero appartamento della periferia di Napoli con i suoi fratelli più grandi Vincenzo e Gaetano i quali facevano enormi sacrifici per potergli consentire di studiare. Suo padre, si trovava in carcere per scontare una lunga pena a causa del suo coinvolgimento in un omicidio dopo che già in precedenza aveva scontato altre pene per reati minori. Sua madre invece era stata coinvolta in un giro di prostituzione dal quale non era più riuscita ad uscire e da ormai tre mesi non si avevano sue notizie. Questi episodi spiacevoli avevano portato il giovane Francesco ad essere un ragazzo dal carattere estremamente irascibile e per di più facilmente influenzabile dalle cattive compagnie. Nemmeno il rendimento scolastico di Francesco era dei migliori, spesso infatti i suoi fratelli maggiori, che facevano le veci dei genitori, venivano convocati a scuola dai professori per essere messi al corrente dei problemi di profitto riscontrati dal loro fratello minore.
    - “Potrebbe sicuramente fare molto di più ma non vuole applicarsi”. Era questa la frase che si sentivano dire i fratelli di Francesco ogni qual volta che si presentavano al cospetto degli insegnanti del ragazzo. Francesco infatti non voleva assolutamente saperne di impegnarsi nello studio; i brutti voti si presentavano con una frequenza sempre maggiore ma il giovane non si preoccupava per niente e continuava a trascorrere la maggior parte del suo tempo a giocare a calcio con gli amici e a girovagare in motorino. Vincenzo e Gaetano molto spesso rimproveravano Francesco a causa di questo suo atteggiamento da menefreghista ma il giovane non voleva assolutamente ascoltare i consigli di chi, più grande di lui di qualche anno, aveva sicuramente un po’ di esperienza in più circa le difficoltà da affrontare nella vita. Ogni giorno Vincenzo e Gaetano raccontavano al loro fratello minore di aver vissuto molto da vicino il difficile periodo in cui il loro papà venne arrestato per la prima volta e che per mandare avanti la baracca avevano dovuto cominciare a lavorare nell’età in cui i loro interessi dovevano essere ben altri. Gli raccontavano inoltre di quando la loro mamma cominciò ad avviarsi verso la prostituzione e tornava spesso a casa ubriaca. Malgrado queste tristi rivelazioni, Francesco non sembrava per nulla intenzionato a rimboccarsi le maniche anzi, più i fratelli lo incitavano ad abbandonare il suo stile di vita, più il ragazzo era motivato a non seguire i loro consigli.
    Ogni sabato, un altro adolescente di nome Gennaro, era solito aspettare Francesco sotto il portone di casa per invitarlo ad andare a giocare l’ennesima partita di calcio e trascurare ancora una volta i suoi doveri di studente. Gennaro aveva una storia alle spalle molto simile a quella di Francesco; anche lui infatti mostrava una certa avversione nei confronti dello studio. I suoi genitori si trovavano entrambi in carcere e il ragazzo era costretto a vivere con i nonni materni. Saltuariamente, proprio per volontà di questi ultimi, si recava a lavorare presso un’impresa di pulizie perché, in questa maniera, speravano di fargli comprendere quanto fosse importante avere un lavoro per poi costruirsi un futuro. I due spesso rincasavano tardi perché dopo la partita si recavano nel centro di Napoli a divertirsi. A dire il vero i loro non potevano essere definiti divertimenti; non di rado infatti, i due ragazzi si rendevano protagonisti di episodi a dir poco spiacevoli come scippi e furti di vario genere. Per questa ragione i fratelli di Francesco venivano frequentemente convocati dalla polizia e ogni volta dovevano subire l’umiliazione da parte degli agenti che raccontavano ai due, nei minimi particolari, tutte le malefatte del loro giovane fratello.
    Al contrario di Francesco, i suoi fratelli erano degli onesti lavoratori e di certo non potevano più umiliarsi in quel modo a causa di quel ragazzino che ormai sembrava definitivamente avviato verso una cattiva strada.
    Un giorno, malgrado l’affetto che nutrivano per Francesco, Vincenzo e Gaetano decisero che era il caso di iscrivere il loro terribile fratello in un collegio e dare così una svolta definitiva alla sua vita; le loro intenzioni non erano assolutamente cattive bensì intendevano far capire a Francesco l’importanza dello studio e acuire in lui il senso di responsabilità che fino a quel momento gli era quasi del tutto mancato. L’indomani i due ragazzi comunicarono a Francesco la loro decisione e la reazione di quest’ultimo fu esattamente come essi si aspettavano.
    -“Ma siete pazzi!” esclamò Francesco con un marcato accento napoletano “io non voglio essere chiuso in una gabbia”.
    - “Lo facciamo soltanto per il tuo bene” rispose uno dei fratelli, “per noi è un enorme sacrificio mantenerti in collegio con il nostro misero stipendio ma è molto importante che tu decida di diventare responsabile una volta per tutte”.
    Dopo queste severe parole di suo fratello, Francesco tacque e sembrava quasi essersi rassegnato a questa decisione.
    L’indomani, dopo aver preparato i bagagli, Francesco, accompagnato da Vincenzo e Gaetano raggiunse il collegio che si trovava in un piccolo paesino del Molise. Visto dall’esterno questo luogo sembrava un piccolo angolo di paradiso ma all’interno di esso era tutt’altra musica. Era la severità che spadroneggiava e sembrava che il giovane Francesco avesse davvero trovato pane per i suoi denti. Dopo alcune settimane di permanenza all’interno dell’istituto, Francesco sembrava non aver modificato per nulla il suo carattere e il suo modo di comportarsi. Il ragazzo amava fare scherzi di cattivo gusto ai suoi compagni di stanza i quali puntualmente si vendicavano senza pietà; sembrava perfino che volesse affrontare la severità dei suoi educatori ma ogni volta che lo faceva questi ultimi gli infliggevano severissime punizioni.
    Il tempo trascorreva e Francesco sembrava sempre più incorreggibile e i suoi educatori in collegio riuscivano a stento a tenergli testa. 
    Una notte però accadde qualcosa di molto particolare, un episodio che si rivelò fondamentale per la vita del giovane Francesco. Quella notte infatti, il ragazzo sognò la sua nonna paterna che poco tempo prima era venuta a mancare a causa di un male incurabile. L’anziana donna parlò al ragazzo con un tono molto dolce, quel tono che aveva sempre usato anche quando era in vita.
    -“Ma perché ti comporti così?” chiese la donna rivolgendosi a Francesco “non pensi ai tuoi fratelli che ogni giorno si sacrificano per te?” 
    - “Io non sono cattivo nonna” rispose Francesco “ho solo bisogno dell’affetto di una vera famiglia”
    - “Hai ragione piccolino” rispose la nonna “comunque sappi che ogni volta che ti senti solo pensa a me e inoltre promettimi che d’ora in poi ti impegnerai seriamente nello studio”.
    - “Te lo prometto nonna ci puoi contare” replicò Francesco.
    L’indomani il ragazzo si risvegliò con il cuore gonfio di tristezza; il sogno di sua nonna lo aveva fortemente turbato.
    Da quella notte Francesco sembrava totalmente cambiato; non era più il ragazzo terribile che faceva disperare persino i suoi severi educatori del collegio. Ogni giorno diventava più triste e sembrava sentirsi sempre più solo e nostalgico nonostante, all’interno dell’istituto, ci fossero tanti altri ragazzi. Spesso lo si vedeva piangere e ci si accorgeva di quanta voglia avesse di tornare a casa.
    Ritrovatosi da solo nella camerata del collegio, Francesco decise che era ora di dare un calcio al passato e guardare avanti. Decise di impegnarsi davvero nello studio e, tornato definitivamente a casa, in breve tempo recuperò tutto ciò che aveva perso fino ad arrivare al diploma.
    Durante questo periodo il ragazzo si era molto appassionato alle discipline scientifiche e decise quindi di iscriversi alla facoltà di medicina. Erano passati alcuni anni e Francesco era ormai vicino alla laurea. La sua tesi fu un vero trionfo, molto apprezzata da tutti i componenti della commissione giudicatrice. Francesco era così avviato verso una brillante carriera di primario in un importante ospedale e, ormai per tutti, era diventato il Dottor Francesco Esposito ma soprattutto aveva mantenuto la promessa fatta a sua nonna quella notte ed era sicuro che se quest’ultima fosse stata ancora in vita sarebbe stata davvero felice per lui. Francesco assaporò così il gusto della vittoria, la vittoria contro un passato fatto di sofferenza e di continua infelicità.

  • 09 aprile 2014 alle ore 14:25
    Gli sposi di Auschwitz

    Come comincia: La guerra imperversava inesorabile, per le strade non si udiva altro che il rumore dei fucili e delle bombe che frequentemente venivano lanciate. La gente era costretta a barricarsi in casa per evitare di incappare in qualche colpo d’arma da fuoco. Quasi nessuno però riusciva a sottrarsi alle persecuzioni delle S.S. e ogni giorno erano sempre di più le persone che raggiungevano il campo di sterminio di Auschwitz. C’erano proprio tutti: uomini, donne e persino bambini i quali venivano completamente strappati alla loro identità e improvvisamente catapultati in un mondo fatto di crudeltà e di orrore. Lo spettro della morte viveva quotidianamente con loro poiché temevano di essere uccisi da un momento all’altro.
    Un giorno, a bordo del convoglio che trasportava l’ennesimo carico di prigionieri, vi era Carlo; un giovane di circa vent’anni di origine calabrese strappato alla sua terra e alla sua famiglia e destinato a diventare un’altra delle numerosissime vittime prodotte dal secondo conflitto mondiale.
    Nonostante la giovane età, Carlo era un grande lavoratore; già da piccolo infatti aiutava spesso suo padre nel suo lavoro di falegname e, molto presto anche lui avrebbe imparato a svolgere brillantemente questa professione. Quella di Carlo era una famiglia piuttosto povera e non poteva permettersi di mantenere agli studi il giovane.
    Il ragazzo ancora non immaginava il destino che lo attendeva una volta entrato all’interno del campo di sterminio; egli credeva infatti di essere stato condotto lì per continuare a svolgere il suo lavoro ma fu immediatamente smentito quando uno dei capi delle S.S. si presentò nel piazzale del campo per controllare quanti fossero i nuovi arrivati. Erano davvero tanti, tutti allineati come un grande esercito e nei loro occhi si leggeva la paura di chi stava per prepararsi ad un destino sicuramente tragico.
    Carlo sembrava essersi reso conto di tutto ciò che stava accadendo e le sue sensazioni vennero confermate non appena alcuni militari delle S.S. lo condussero, insieme ad altri prigionieri, in una modesta stanza con soltanto un misero letto in cui tutti erano costretti a dormire come dei veri e propri ammassi di carne umana.
    Anche il cibo che ottenevano lasciava molto a desiderare; ogni giorno infatti Carlo e i suoi compagni di sventura mangiavano soltanto un pezzetto di pane stantio e un po’ di brodo dal sapore molto sgradevole. La sveglia per Carlo e per tutti gli altri prigionieri suonava alle cinque del mattino e immediatamente cominciava per loro una nuova giornata di duro lavoro. Il giovane Carlo sembrava essere stato preso di mira dai militari delle S.S. i quali lo sottoponevano ai lavori più faticosi ma lui non osava mai ribellarsi alla loro volontà perché sapeva che sarebbe andato incontro a torture molto dolorose. La vita all’interno del campo di concentramento diventava ogni giorno più dura ed era sempre più frequente udire colpi di fucile indirizzati a coloro che venivano ammazzati come altrettanto frequenti erano le urla di disperazione dei prigionieri vittime di torture. Da quel luogo inoltre era impossibile qualsiasi tentativo di fuga, infatti, chi in passato aveva provato a fuggire, si era immediatamente trovato di fronte due guardie con i fucili pronti a sparare in qualsiasi momento.
    Erano ormai trascorsi alcuni mesi dall’arrivo di Carlo ad Auschwitz e per lui le speranze di sopravvivenza diventavano sempre più tenui; un giorno però fece il suo ingresso all’interno del campo di sterminio una persona che riuscì parzialmente a distogliere l’attenzione del giovane falegname dall’orrore a cui quotidianamente era costretto ad assistere. La persona in questione era Maria, una ragazza poco più che ventenne anch’ella come Carlo di origine calabrese e figlia di agricoltori. In un primo momento nemmeno la giovane donna sapeva che cosa il destino le riservasse una volta arrivata lì ma guardando i severi volti dei militari delle S.S. avvertiva che quello era un luogo tutt’altro che tranquillo. Appena lo sguardo di Maria incrociò quello di Carlo, il giovane rimase letteralmente rapito dalla lunga chioma bionda della ragazza e dai suoi splendidi occhi azzurri. Fu così che tra i due nacque immediatamente un sentimento di tenera amicizia e man mano che il tempo passava, sembrava che i due non potessero più fare a meno di stare insieme anche se erano costretti a vedersi di nascosto e per pochissimi minuti. Durante il brevissimo tempo che trascorrevano insieme i due ragazzi chiacchieravano del più e del meno raccontandosi le loro rispettive storie; entrambi provenivano dalla Calabria e man mano che la loro conversazione andava avanti Carlo e Maria scoprivano di avere tantissime cose in comune. Talvolta Carlo, quando si sentiva lontano dagli occhi indiscreti dei militari delle S.S., riusciva persino a rubare a Maria un affettuoso bacio sulle sue labbra. Carlo stava imparando a conoscere Maria sempre di più e la sua permanenza all’interno del campo di sterminio sembrava in parte alleggerita da quella ragazza che fin dal suo arrivo aveva conquistato il suo cuore.
    Nonostante tutto però la barbarie ad Auschwitz era senza sosta; ogni mattina i prigionieri si alzavano prestissimo per svolgere lavori molto umili e duri e chi osava ribellarsi alla volontà delle S.S. pagava a caro prezzo il suo rifiuto; spesso infatti i prigionieri ribelli, dopo essere stati barbaramente uccisi, venivano bruciati nei forni crematori in modo che di loro non restasse altro che cenere.
    Oltre che con la bella e dolce Maria, Carlo aveva stretto amicizia con Pasquale, un suo coetaneo napoletano ma purtroppo questo legame durò davvero molto poco. Pasquale infatti aveva infatti sfidato un militare delle S.S. ribellandosi ad un suo ordine e questi non esitò nemmeno per un momento a fucilarlo. La perdita di questo carissimo amico gettò Carlo nello sconforto più profondo anche perché egli temeva che prima o poi sarebbe capitata anche a lui la medesima sorte. Fortunatamente Maria era al suo fianco e in qualche modo cercava di rendergli la vita meno difficile in quel luogo dove la sopravvivenza era quasi impossibile.
    Il destino però si dimostrò tutt’altro che benevolo nei confronti dei due giovani amanti. Una mattina infatti Carlo si sentì male, il suo peso si era notevolmente ridotto a causa della scarsa alimentazione e quando i militari delle S.S. lo esortarono ad alzarsi dal letto il giovane riuscì a stento a muovere entrambe le braccia.
    - “Non riesco ad alzarmi, sto male!” disse Carlo in preda alla disperazione; a queste parole di Carlo uno dei militari replicò con tono molto severo:
    - “Ti aspetti che io ci creda? Alzati e raggiungi gli altri”.
    Carlo stava davvero molto male quel giorno e non sapeva proprio cosa fare per convincere quel militare della veridicità di ciò che diceva.
    I giorni passavano e Carlo peggiorava a vista d’occhio; questa volta nemmeno le premure di Maria erano sufficienti a tirarlo su. Sembrava che il terribile spettro della morte stesse ormai per divorare la vita del giovane falegname calabrese. Nonostante tutto però l’amore per Maria riusciva in qualche modo a tenerlo in vita e fu così che Carlo, resosi conto che ormai non poteva fare più a meno di quella dolce fanciulla dagli occhi azzurri, le fece un’importantissima richiesta destinata a cambiare la vita di entrambi.
    - “Mia dolcissima Maria” sussurrò Carlo “tu mi hai aiutato a sopravvivere in questo maledettissimo luogo e ogni giorno che passa mi accorgo di quanto tu sia indispensabile per me; per questo prima che la morte mi separi da te vorrei che tu diventassi mia moglie”.
    Nel sentir pronunciare queste parole, la ragazza non potè fare altro che accettare questa importante proposta e, con il cuore gonfio di commozione rispose:
    - “Come posso dirti di no mio amato Carlo, anche tu sei stato fondamentale per me e sono disposta a sposarti anche subito”.
    L’indomani la cerimonia nuziale si svolse in una chiesetta non lontana dal campo di sterminio. Non era la cerimonia che Maria aveva sempre sognato per il suo matrimonio; tutto infatti era piuttosto triste e gli unici invitati erano alcuni militari delle S.S. arrivati per sorvegliare i due prigionieri. Le forze di Carlo erano ormai arrivate al limite e sull’altare il giovane riuscì a stento a pronunciare il “sì” che lo avrebbe legato per sempre alla sua amata.
    Alcuni giorni dopo il matrimonio uno dei militari delle S.S. accortosi delle precarie condizioni del giovane Carlo, compì un gesto che nessuno si sarebbe mai aspettato: liberò i due giovani sposi indirizzando Carlo in uno dei più importanti ospedali della Germania affinché potesse guarire al più presto dalla sua malattia affidandosi alle cure dei migliori medici tedeschi.
    Dopo alcuni giorni di degenza Carlo e Maria poterono finalmente fare ritorno in Calabria e riabbracciare i rispettivi parenti. I due giovani, ormai conosciuti al loro paese come gli sposi di Auschwitz, andarono ad abitare in una splendida tenuta situata nelle campagne calabresi e poterono così iniziare una vita serena dimenticando man mano ogni singolo attimo di terrore vissuto all’interno del campo di sterminio. Il ritorno a casa della giovane coppia coincise anche con la definitiva fine delle ostilità e Carlo e Maria poterono tirare un ulteriore sospiro di sollievo consapevoli che la paura di morire la quale per molto tempo li aveva assaliti, questa volta li aveva abbandonati per sempre.

  • 09 aprile 2014 alle ore 14:19
    L' Agnello nero

    Come comincia: L’alba era appena spuntata e una nuova giornata di lavoro stava per cominciare. I giorni erano sempre molto lunghi per quella piccola comunità nigeriana insediatasi nella periferia di Roma e per di più molte volte sembrava che il tempo addirittura si fermasse. Era il duro lavoro nei campi a regnare sovrano e molto spesso anche la severità di un padrone quasi sempre insoddisfatto di ciò che veniva prodotto. I tentativi di ribellione a quello stile di vita così duro erano svariati, ma a questi ultimi corrispondeva sempre una durissima repressione da parte del padrone.
    C’era una persona che spiccava in quella ristretta comunità; egli sapeva infatti distinguersi dagli altri per la sua spontaneità e la sua simpatia. Si chiamava Mohammed; era un giovane nigeriano emigrato in Italia come tanti suoi connazionali alla ricerca di una stabilità lavorativa poiché il suo principale obiettivo era quello di garantire un futuro migliore ai suoi due figli.
    Sebbene avesse soltanto venticinque anni, Mohammed si sentiva già molto vecchio dentro; la vita fino ad allora non gli aveva sorriso per nulla; infatti, dopo la morte dei genitori, avvenuta quando lui aveva solo quindici anni, aveva dovuto fare da madre e da padre ai suoi quattro fratelli più piccoli lavorando duramente per loro.
    Nonostante tutto, il giovane nascondeva bene il suo passato e spesso si divertiva a rallegrare i suoi compagni di lavoro con barzellette e storielle divertenti e, durante qualche rara pausa della sua intensa attività, era solito improvvisare dei veri e propri spettacoli comici per la felicità di tutti i suoi colleghi.
    Anche dal suo aspetto fisico si poteva notare quanto egli fosse abile a nascondere qualsiasi tipo di sofferenza sia passata che presente.
    Era forte, muscoloso e forse proprio per questa ragione il severo datore di lavoro gli affidava spesso i compiti più duri da svolgere, cui Mohammed non si tirava mai indietro. Così facendo si guadagnava sempre di più la stima e l’amicizia dei suoi colleghi i quali ogni giorno lo ringraziavano per la sua enorme generosità e proprio questi ultimi lo avevano soprannominato l’”agnello nero” dato il suo grande cuore.
    In uno dei tanti giorni di duro lavoro, il giovane Mohammed era impegnato nella raccolta del grano appena maturato con la solita dedizione quando all’improvviso sentì una voce che lo chiamava da lontano. Altri non poteva essere che il suo perfido datore di lavoro come sempre non convinto dell’operato di Mohammed e dei suoi colleghi.
    Sembrava quasi come se il giovane fosse stato preso letteralmente di mira dal suo padrone; i rimproveri si facevano ogni giorno più frequenti e, sebbene il ragazzo cercasse in tutti i modi di mostrare i risultati del suo duro lavoro, quell’uomo dal carattere burbero tirava fuori la sua ira in maniera sempre più consistente.
    Questa volta l’elemento del contendere era un quantitativo di grano che, secondo il padrone, non era abbastanza maturo per essere raccolto e Mohammed veniva così inevitabilmente accusato di superficialità.
    - “Come ti sei permesso sporco negro?” chiese irritato il padrone, “Non vedi che questo grano è ancora acerbo? Ti meriteresti proprio un bel po’ di frustate!”.
    - “ Lo guardi bene padrone” ribatté Mohammed con tono altrettanto adirato, “Questo grano è già abbastanza maturo e servirà senz’altro a sfamare le nostre bocche e quelle di tutti coloro che ne hanno bisogno. Non possiamo soltanto lavorare, abbiamo anche il diritto di prenderci ciò che ci spetta!”.
     Queste parole, che per il padrone avevano il sapore di ribellione, costarono al giovane agricoltore l’ennesima dose di frustate che il padrone riservava a tutti i suoi operai che osavano ribellarsi alla sua volontà. Data la sua severità, considerata da tutti eccessiva, era stato soprannominato “Attila”. In realtà egli aveva un nome che non rispecchiava per nulla il suo modo di agire: Angelo. Era un ricco imprenditore romano di circa sessanta anni; possedeva aziende agricole in tutto il Lazio e oltre ma, gran parte della sua ricchezza, l’aveva ottenuta mediante degli affari non propri così leciti. Egli si occupava, infatti, anche di traffico di armi, prostituzione, racket e tutto ciò che aveva a che fare con il mondo della criminalità.
    Per un breve periodo aveva anche conosciuto il carcere ma, grazie alla scaltrezza dei suoi avvocati era riuscito a sfuggire alla macchina della giustizia e a continuare i suoi loschi affari in totale libertà.
    La sua vita era fatta solo di lusso, i suoi affari gli avevano permesso l’acquisto di ville megagalattiche e di mettere su attività commerciali come alberghi e ristoranti.
    Dopo la lunga serie di frustate, che per il povero Mohammed sembrava non terminare mai, il giovane agricoltore ritornò al suo lavoro come se nulla fosse accaduto anche perché non aveva il diritto di lamentarsi perché, se lo avesse fatto, una nuova e ancora più severa punizione sarebbe stata inevitabile.
    Anche in quell’occasione “l’agnello nero” ricevette la solidarietà di tutti i suoi colleghi di lavoro che in maniera sempre più frequente lo incoraggiavano a non arrendersi mai e a liberarsi definitivamente dall’orrore cui veniva quotidianamente sottoposto.
    Erano ormai trascorsi dei mesi dal giorno in cui Mohammed aveva cominciato a lavorare per conto di quel padrone dall’assurda malvagità e sembrava che il giovane si fosse addirittura abituato ai continui soprusi di quell’uomo; ogni giorno Mohammed era costretto a lavorare sempre il doppio rispetto al giorno precedente. Il suo compito consisteva nel caricare su di un camion degli enormi quantitativi di grano che doveva essere successivamente trasportato e venduto.
    Alcuni giorni era costretto persino a svegliarsi prima di tutti i suoi colleghi perché spesso era la gran fatica ad avere la meglio su di lui e il lavoro inevitabilmente doveva essere rimandato al giorno seguente; era stanco Mohammed ma si mostrava sempre allegro e con il sorriso sulle labbra.
    Venne però un giorno in cui la stanchezza e la fatica ebbero la meglio sulla gran voglia di lavorare del giovane agricoltore nigeriano il quale decise di attuare stavolta un vero tentativo di ribellione; pensò quindi, insieme a tutti i membri della sua comunità, di denunciare alle autorità competenti il perfido padrone e porre fine per sempre a quella tortura sia fisica che psicologica che era costretto a subire quotidianamente. Dopo una lunghissima conversazione con la sua giovanissima moglie, sempre prodiga di buoni consigli per Mohammed, il giovane immigrato decise che la denuncia andava fatta sia per il suo bene che per quello di tutti i suoi connazionali che condividevano la sua sventura.
    Fu così che l’indomani convocò tutti i suoi amici a casa sua per comunicare loro la sua decisione e, improvvisando un vero e proprio comizio sindacale disse:
    - “Miei cari amici, anche se siamo solo degli immigrati e il nostro padrone ci considera solo degli sporchi negri, anche noi abbiamo la nostra dignità come tutti gli uomini della Terra e non possiamo assolutamente essere costretti a lavorare in maniera così dura e precaria!”. Dopo queste decise parole di Mohammed partì un grosso urlo di approvazione da parte dei suoi colleghi i quali, ancora una volta appoggiarono Mohammed in questa sua ennesima iniziativa. Alcuni giorni dopo la denuncia presentata dai giovani agricoltori nigeriani diede finalmente i frutti sperati; fecero, infatti, irruzione gli agenti del locale commissariato di polizia i quali disposero il sequestro dell’intera tenuta del signor Angelo detto “Attila” per la parziale contentezza di Mohammed. Il giovane, infatti, era felice a metà perché era consapevole che se la tenuta fosse rimasta a lungo sotto sequestro lui e tutti i suoi colleghi sarebbero rimasti altrettanto a lungo senza lavoro.
    Fu così che Mohammed decise di presentarsi al suo padrone proponendogli la vendita dell’intera tenuta anche se ad una cifra abbastanza modesta. Il giovane promise inoltre al suo ormai ex datore di lavoro che se i guadagni fossero stati consistenti una buona parte di essi sarebbe andata proprio a lui. Dopo qualche iniziale esitazione il burbero “Attila si convinse e cedette davvero quell’immenso possedimento a Mohammed.
    Il giovane era così passato da umile lavoratore ad imprenditore; decise quindi di dare una vera e propria svolta alla sua vita e a quella dei suoi connazionali. Dopo aver espletato alcune pratiche burocratiche per il dissequestro, assunse tutti i suoi compagni di lavoro con un regolare contratto garantendo loro uno stipendio più che dignitoso. L’ “agnello nero” poteva così festeggiare la sua vittoria; era riuscito ad accaparrarsi in modo onesto quell’immensa tenuta, la stessa che fino a quel momento gli aveva causato soltanto tanta sofferenza.

  • 09 aprile 2014 alle ore 12:56
    Nonno Franz

    Come comincia: La seconda guerra mondiale era terminata già da alcuni anni e Franz, ormai quasi ottuagenario, si era ritirato nella sua tenuta di campagna situata a Nord del Canada. Lì sperava di trovare un sicuro rifugio visto che le forze dell’ordine di alcuni stati del mondo lo cercavano con insistenza per avere chiarimenti circa la sua precedente attività. Franz era un ex capo delle S.S. e, durante gli anni della guerra, aveva commesso delitti atroci; proprio quei delitti di cui oggi spesso si fa fatica a raccontare. La nuova vita dell’anziano Franz era del tutto diversa da quella precedente; nella sua tenuta non vedeva nessuno, non usciva mai e sebbene avesse vissuto da vicino le brutture del secondo conflitto mondiale il suo carattere burbero era rimasto invariato. In più di un’occasione i suoi vicini di casa avevano provato ad avvicinarlo e a fare amicizia con lui ma ogni volta Franz li cacciava in malo modo intimando loro di non farsi rivedere mai più in casa sua.
    Dietro il suo cattivo carattere si nascondeva un uomo che, malgrado il tempo trascorso, assaporava ancora il gusto della sconfitta soprattutto dal punto di vista personale.
    Ogni giorno si sentiva sempre più solo e la sua solitudine sembrava distruggerlo; la sua unica compagnia erano i ricordi di quella guerra che aveva combattuto in prima persona nonché i volti di quelle persone di cui lui stesso aveva ordinato l’uccisione nei campi di sterminio. Sembrava davvero impossibile riportarlo ad una vita normale e fargli dimenticare tutto; le poche persone che lo conoscevano bene pensavano ci volesse addirittura un miracolo per far sì che ciò accadesse.
    Un giorno però, nella vita dell’ottantenne Franz fece il suo ingresso una persona destinata sul serio a cambiarlo completamente. Quel giorno infatti passò presso la fattoria di Franz, Antonio; un bambino di circa dieci anni figlio di italiani emigrati in Canada. Il bambino apparentemente sembrava felice ma il passato della sua famiglia annoverava alcuni eventi non proprio così rosei. Il nonno del piccolo Antonio infatti era stato deportato e successivamente barbaramente ucciso in uno dei tanti campi di sterminio nazisti costruiti durante la guerra. Il piccolo quindi non aveva mai conosciuto suo nonno e non aveva la più pallida idea di quanto fosse importante questa figura soprattutto per un bambino della sua età.
    L’accoglienza di Franz nei confronti di questo misterioso pargoletto non fu delle migliori. Il vecchio infatti, appena lo vide aggirarsi intorno alla sua proprietà, lo respinse esattamente come faceva con tutti coloro che tentavano di avvicinarlo minacciando addirittura di picchiarlo se si fosse fatto vedere di nuovo. Le intenzioni del bimbo ovviamente non erano cattive; egli voleva soltanto fare amicizia con quell’anziano uomo che, per uno strano caso aveva identificato come suo nonno; Antonio era inoltre attratto dall’enorme giardino che circondava la tenuta di Franz e sognava sempre di possedere una casa come quella tutta per sé visto che l’abitazione in cui viveva con i suoi genitori era assai più modesta. Quella stessa sera il piccolo raccontò l’accaduto a sua madre la quale, in maniera molto premurosa, raccomandò al figlioletto di non avvicinarsi mai più alla casa di quell’uomo considerato da tutti molto pericoloso.
    Il bambino però non diede ascolto alle parole della madre e il giorno seguente si ripresentò davanti la casa del burbero Franz tentando di nuovo di avvicinarlo e scambiare quanto meno qualche parola con lui. Questa volta il comportamento di Franz fu totalmente diverso. L’uomo, malgrado il suo carattere, comprese che il bambino non aveva nessuna cattiva intenzione e i due cominciarono a chiacchierare piacevolmente.
    - “Chi sei bambino?” chiese Franz con tono sorpreso. 
    - “Mi chiamo Antonio, sono italiano e vivo qui con i miei genitori”.
    Antonio non era affatto a conoscenza del passato di Franz e cominciò a vederlo con una certa adorazione, quasi come se quell’uomo fosse davvero suo nonno.
    L’anziano e il bambino intrapresero un percorso di vita che si presentava lunghissimo ma che li avrebbe portati ad instaurare una grande amicizia e a rispettarsi reciprocamente.
    Il piccolo Antonio, col passare del tempo, vedeva il vecchio Franz come il suo vero nonno senza poter immaginare che, colui che lo aveva accolto così amorevolmente in casa sua, era il responsabile di numerosissimi crimini di guerra. 
    Il tempo trascorreva e Franz si affezionava sempre di più a quella dolce creatura anche se in un primo momento aveva rifiutato di vedere il suo sorriso e di percepire la sua gioia; proprio per questo decise che non era il caso di rivelargli che proprio lui era stato ad ordinare la barbara uccisione di suo nonno. Franz e Antonio erano ormai legati da enorme affetto e il bambino non riusciva più a staccarsi da quell’anziano uomo che considerava ormai la persona più buona del mondo.
    Tutte le mattine Antonio si recava a casa di Franz e guardava attentamente come il vecchio mungeva il latte dalle sue mucche e come quello stesso latte, diventava del buonissimo formaggio. Ogni giorno il bambino riempiva sempre più la vita dell’ottantenne Franz e l’uomo era solito regalargli un pezzo del suo formaggio e talvolta anche dell’ottima frutta di stagione prodotta dai suoi meravigliosi alberi. Molto spesso Franz ed il piccolo Antonio amavano fare delle lunghe passeggiate per le minuscole strade che caratterizzavano quel grazioso paesino della campagna canadese e ogni volta l’anziano uomo raccontava al bambino qualche aneddoto legato a quel piccolo angolo di mondo in cui l’ex capo delle S.S. aveva deciso di stabilirsi dopo la fine della guerra.
    Erano ormai trascorsi due anni dal primo incontro tra Franz ed Antonio e mentre sul corpo del primo, i segni dell’età erano sempre più evidenti, il piccolo Antonio si apprestava a diventare un ragazzo; nel corso di questi anni Antonio aveva sviluppato una forte personalità e una gran saggezza che persino un uomo anziano come Franz ne rimase sorpreso. Il rapporto fra i due era ormai da tempo consolidato e malgrado il vecchio fosse considerato da tutti ancora come un uomo cattivo per Antonio era diventato davvero quel nonno che non aveva mai conosciuto.
    Un brutto giorno però il destino si intromise tra loro tentando di separarli per sempre e annullando quanto di buono avevano costruito durante quei due anni. Franz infatti venne arrestato e, dopo un lungo interrogatorio venne condotto nel carcere di un paese vicino in attesa di essere processato. Il piccolo Antonio, ignaro di quanto accaduto, anche quella mattina si recò presso la tenuta di Franz ma, con sua grande sorpresa non trovò anima viva; una signora che abitava lì vicino lo informò dell’arresto del vecchio e che avrebbe potuto trovarlo nel vicino carcere. A questa notizia Antonio scoppiò in un pianto dirotto; non riusciva infatti a capire di quale crimine fosse accusato quell’uomo che era stato tanto buono con lui.
    Il giorno seguente Antonio si recò a trovare Franz nella sua cella; il vecchio agli occhi di Antonio era irriconoscibile ma, dopo l’iniziale sgomento, il bambino gli chiese:
    - “Cosa hai fatto di tanto grave per essere rinchiuso in questa orribile cella?”
    - “Ragazzo mio” rispose commosso Franz, “durante la guerra ho commesso dei crimini orrendi, io facevo parte delle S.S. e ho fatto uccidere migliaia di persone  e per questo merito di essere qui”.
    Le parole dell’anziano Franz lasciarono perplesso il piccolo Antonio che rimase senza parlare per un po’ di tempo. Nonostante questa triste rivelazione, il fanciullo decise di rimanere ugualmente accanto a Franz perché in fondo gli era riconoscente per ciò che aveva fatto per lui.
    Un giorno però Antonio trovò Franz nell’infermeria del carcere disteso su un lettino; il vecchio era stato colto da un infarto e stavolta sembrava davvero che per lui non ci fosse più nulla da fare. In punto di morte Franz trovò il fiato per fare un’ultima ma molto significativa confessione:
    -“Ragazzo mio, durante il periodo della guerra sono stato io a portarti  via tuo nonno ed è solo colpa mia se non hai mai potuto conoscerlo; se adesso mi odi non ti biasimo”.
    - “Odiarti? Io posso solo perdonarti nonno Franz” replicò Antonio “tu mi hai accolto presso di te e mi hai reso felice; io sono orgoglioso di te”.
    - “Mi hai chiamato nonno”, rispose affaticato Franz “non avevo mai provato la gioia di essere chiamato così; ti ringrazio e ora posso davvero riposare in pace”.
    Poco dopo il vecchio chinò il capo e chiuse per sempre i suoi stanchi occhi; Antonio scoppiò in lacrime ma sapeva che da quel giorno in poi ci sarebbe stato il suo amato nonno Franz che da lassù avrebbe vegliato sulla sua giovane vita.