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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 26 novembre 2013 alle ore 20:41
    Il mio primo giorno di scuola

    Come comincia: A noi, bambini, che subirono una guerra, nessuno ha mai pensato. Si sono dedicate domeniche un po' a tutti, ma a noi, no. Noi, che ne abbiamo portati i traumi psicologici per un'intera vita, in silenzio, senza colpa e senza incolpare alcuno. Passando, di mattina, dinnanzi ad una scuola, vedo da ricchi Suv, scendere accessoriati bimbi, salutati da agghindate e sorridenti mamme, e non posso, con lecita invidia, riandare al mio inizio di scuola, così diverso, così triste, così violento. Il primo giorno, quello dell'oggi, gioioso, curato, fu, per me nel '45, il giorno traumatico per eccellenza. La guerra era terminata da pochi mesi. Si era ancora "sfollati" a Serravalle Scrivia, a Villa Adela. La primina non era stata ancora inventata, e la prima, sotto i bombardamenti e i mitragliamenti americani e inglesi, era stata creata, provvisorie e inadeguata, nello studio, fosco e nero, di nonno Angelo. "Lucio, sali" era il comando che mi piombava addosso, con il consenso muto di tutto il clan famigliare, che abitava la villa. Aste e lettere vennero apprese e scritte con una vecchia penna di legno e un raschiante pennino, che trasudava macchie a sorpresa. Il dito indice, da buon scriba, doveva adagiarsi, disteso, sul dorso della penna. Lo scappellotto, improvviso, sul capo, non ancora proibito, arrivava inatteso, scrollandoti le idee e correggendo la posizione dell’indice. "É pronto, scendete!" La voce di mamma, a mezzogiorno, era la campanella di fine scuola. Bambini, amici, non me ne potevo permettere. Un mondo di adulti mi circondava. Ernestino, il bambino della villa più in alto, lo incontravo raramente, alla pompa dell'acqua. Poche parole e un desiderio insoddisfatto di compagnia. Poi, si continuava il nostro colloquio, sventolando le nostre bandiere, da lontano. Lui, Ernestino, una immensa bandiera tricolore, con un regale stemma sabaudo, io, con tre pezze colorate, cucite, con cura, da nonna Amina. Del primo giorno di scuola ho una sequenza indelebile di pochi fotogrammi. Esame di abilitazione alla seconda elementare, per tutto il paese. Un aula, bambini, tanti, troppi, per me, tutti in una volta, in grembiule. Ridacchiano, guardandomi con diffidenza, quasi in un prudente e diffidente cerchio, attorno a me. Una gracchiante maestra, aggrappata alla cattedra, urla “silenzio”, fregandosi ritmicamente, disgustata, le mani. Io, è come se mi fossi svegliato da un lungo sonno, o forse sto vivendo un sogno orrendo. Al centro dell'aula, si sono spostati i banchi. Lo spazzino del paese, in azzurra divisa comunale, apparso senza che io me ne accorgessi, dopo aver sparso segatura, ramazza con una gigantesca scopa di saggina, la mia copiosa colazione, appena vomitata.

  • 26 novembre 2013 alle ore 18:58
    Un Natale tra cocktails e passione

    Come comincia: Percorro il breve tratto di strada che mi separa dal mio luogo di lavoro come se fossi un fantasma. Ogni sera vado a letto tardissimo e, sicuramente, il corpo e lo spirito ne risentono. Il mio desiderio di indipendenza, che mi accompagna sin da quando ero bambina, mi ha portata a lasciare casa dei miei e a guadagnarmi da vivere in maniera alternativa.
    Lavoro in un locale. Uno di quei classici locali frequentati prevalentemente da uomini che adorano guardare le donne in zone strategiche. Ormai ci ho fatto l’abitudine e, devo ammettere, che la cosa mi diverte. Indosso minigonne scure, camicie scollate e mi trucco in maniera pesante, cosicché emerga il mio lato di donna duro e attraente.
    L’aria è gelida e un vento, altrettanto gelido, soffia sul mio viso e sembra quasi che abbia deciso di tagliarvi la pelle. Cammino, lottando per non farmi tirare indietro dalla sua forza, tenendo ben chiuso il cappotto aiutandomi con le mani.
    Dicembre è iniziato da qualche giorno e la corsa ai regali è ufficialmente partita.
    Il mio rapporto col Natale non è dei migliori. Da piccola, adoravo addobbare la casa, preparare l’albero e il presepe e aspettare, impaziente, l’arrivo di Babbo Natale carico di doni.  Sorrido ricordando quei momenti, ma, il mio, è un sorriso malinconico. Sinceramente, oggi, per me, il Natale è una festa che prima passa, meglio è. Sono costretta a trascorrerlo con tutto il parentado – il Natale è la festa della famiglia – tutti uniti e tutti felici, anche se poi non ci si frequenta per il resto dell’anno. Ogni anno tento di evitare questi giorni penosi, ma, puntualmente, ogni anno sono lì,  seduta a quel tavolo a recitare la mia parte nello spettacolo dal titolo “Il Natale perfetto”. L’unica possibilità che avrei quest’anno per evitare almeno la cena della Vigilia, sarebbe l’apertura del locale. Dopotutto, esistono tante persone che sono sole, che odiano il Natale e vorrebbero fuggire da esso affogando i dispiaceri nell’alcol!
    La scritta “Crazy club”, che si accende a intermittenza, mi riporta alla realtà presente. È arrivato il momento di interrompere il flusso dei pensieri. Entro nel locale, con un bel sorriso stampato sul viso, letteralmente congelata. Il proprietario, un omone alto e grasso e dal ghigno beffardo, mi accoglie con aria festosa porgendomi uno scatolone: <<Lisa,  ti aspettavo. Aiutami ad addobbare questo posto anonimo con qualcosa di natalizio.>> Ovviamente non posso dire di no e, così, afferro alcune ghirlande, salgo sulla scala e inizio a fissarle alle pareti, mentre so bene che l’uomo mi sta guardando sotto la gonna. Un po’ pervertito lo è, ma, almeno, da un buono stipendio.
    Un’altra serata da trascorrere tra musica, luci colorate, ma soffuse, cocktails, battute dei clienti e con un ridicolo cappello da Babbo Natale in testa. Trasporto vassoi facendo attenzioni a non inciampare e a non rovesciare nulla, mentre gli uomini contemplano le ballerine di lap dance che si atteggiano come se fossero prime donne di una kermesse teatrale.  
    Il proprietario mi incita: <<Lisa, sorridi un po’, muoviti su!>> Io lo ignoro e proseguo nel mio lavoro. <<Hey, bella folletta, ci fai un “Mojito”?>> <<Babbo Natale, mi porti un “Bloody Mary”?>>  
    Ogni sera trascorre così. Ordinazioni, voci, esclamazioni e tanta confusione. <<Ecco i vostri coktails.>> Mi avvicino a un tavolo  occupato da due uomini e porgo loro i bicchieri sorridendo. <<Grazie mille bella! Ti dona proprio questo cappello!>> <<Grazie>> replico intimidita, poiché non mi sento proprio a mio agio così conciata. <<E non fare la timida!>> Uno dei due mi sfiora una coscia con la sua mano ruvida, mentre l’altro continua: <<Le timide sono odiose.>> E tenta di sbottonarmi  la camicia. <<Basta! Smettetela!>> è l’urlo lanciato da un altro uomo seduto, da solo, a un tavolo poco distante dal loro. Mi allontano bruscamente e rivolgo un frettoloso “grazie” al mio “eroe” il quale, a differenza di tanti altri uomini che avevano visto la scena divertendosi, non ha avuto paura di difendermi. Spero solo che non scoppi una rissa fuori dal locale!
    A fine serata sono distrutta. Getto via il cappello su una sedia, mi infilo il cappotto e, con passo alto e deciso, torno a casa.
    ***********************************************************
    Serate piatte e tutte uguali. La solita folletta col cappello di Babbo Natale che corre avanti e indietro per il locale distribuendo cocktails e ricevendo mance, complimenti e occhiate penetranti.
    Una mancia generosa dipende dalla gentilezza. L’ho imparato sul campo. Gentilezza, sorrisi, occhiate particolari e, a fine serata, si contano i risultati!
     Il mio salvatore, lo chiamo così, poiché, non si è ancora presentato, è sempre lì, allo stesso tavolo. Trascorre il suo tempo a guardarmi, ma le sue occhiate non mi fanno paura, anzi, mi lusingano. Vorrei tanto conoscere il suo nome, le sue abitudini, chiedergli il motivo per il quale viene qui tutte le sere, ma i ritmi frenetici del locale non me lo consentono. Non so spiegare cosa mi affascina in lui, ma, anche io, non riesco a smettere di guardarlo. Ho bisogno di conoscerlo… voglio conoscerlo. Escogito, così, una maniera creativa che non rallenti il mio lavoro. Servo un bicchiere di “Bacardi” su un piatto bianco e, sotto il bicchiere, pongo un bigliettino strappato dal blocchetto sul quale segno le ordinazioni. “Come ti chiami?” scrivo.
    A fine serata la mia domanda ottiene una risposta: “Valerio e tu?” appare scritto sul biglietto. Mentre sparecchio rispondo: <<Lisa>> Lui sorride, mi infila nella tasca della gonna 10 euro di mancia, si alza e va via.
    Con questo sistema diamo vita a lunghe conversazioni, ormai conosco molti particolari su di lui. È il classico quarantenne che ama comportarsi da ragazzino. Lavora in banca, è una persona riflessiva e razionale, ma la sera ama gettare via i panni del perfetto professionista e viene in questo locale. Si siede a un tavolo, fuma parecchie sigarette e contempla ogni mio movimento. Penso che, ormai, conosca molte parti del mio corpo a memoria. Mi affascina ogni sera di più. Ha un’aria misteriosa, molto seducente, dolce, insomma lo considero perfetto. Il giorno e la notte sono due opposti che apparentemente si respingono, ma, in realtà, si attraggono. La luce del sole rispecchia la serietà, l’apparenza, mentre il nero della notte rivela aspetti inediti e intriganti. Un po’ come avviene in “Dottor Jekjil e Mr Hyde”.
    Il Natale è sempre più vicino. E’ già l’antivigilia. Il locale, ovviamente, sarà chiuso per le festività e, già stasera, la gente è diminuita e non ci sono nemmeno le ballerine. Regna il silenzio. Il mio amico Valerio, è sempre lì, al suo posto. Approfittando del fatto che non ho molto lavoro e che il proprietario è assente, mi avvicino al suo tavolo, afferro una sedia e mi siedo di fronte a lui, mettendo ben in evidenza le mie cosce e le mie lunghissime gambe. <<Posso?>> gli chiedo educatamente <<Certo!>> risponde lui. <<Tutte le sere qua stai?>> gli domando con un tono curioso e divertito. <<Ti da fastidio, forse?>> replica lui fingendo di essere infastidito. <<No, assolutamente.>> Questo dialogo si interrompe a causa dell’arrivo di una coppia di fidanzati che prendono posto a un tavolo dal lato opposto del locale, un angolo appartato. <<Arrivo!>> urlo. <<Lisa, vorresti venire da me, dopo?>> mi chiede lui afferrandomi il polso. Resto spiazzata, ma, non so come, non so perché, accetto sorridendo.
    Sistemo i bicchieri, richiudo accuratamente le bottiglie degli alcolici, spengo le luci ed esco. Lui mi attende in macchina. <<Eccoti finalmente!>> <<Andiamo?>> Non voglio assolutamente che qualcuno mi veda nella macchina di un cliente.
    Certo che Valerio deve essere proprio ricco! Che attico meraviglioso, che vista mozzafiato!
    <<Bella la tua casa!>> Esclamo non appena ci sistemiamo nel soggiorno. <<Grazie mille!>>
    Un magnifico albero di Natale occupa il centro della stanza e, ai suoi piedi, numerosi pacchetti colorati attendono il momento di essere scartati. Lascio scivolare dal mio corpo il pesante cappotto, sciolgo i capelli che tenevo raccolti in una coda di cavallo e li lascio cadere fluenti all’interno della camicia.  Valerio mi porge un bicchiere di spumante e insieme brindiamo a un nuovo anno ricco di amore, gioia e pace, insomma le solite cose che si dicono al momento dei brindisi.
    I suoi occhi mi scrutano attentamente e i miei si specchiano nei suoi. Quella sarebbe stata, per me, una notte speciale e perversa.
    Mi avvicino lentamente alle sue labbra e le faccio combaciare con le mie. Lui risponde al mio bacio, quasi senza darmi il tempo di riprendere fiato. Ha fame di me. <<Sei bellissima.>> Mi sussurra. La mia mano gli accarezza i capelli. Infilo le mie dita tra i suoi ricci profumati e lascio che le sue mani scendano lungo la mia schiena e si fermano sul mio sedere palpandolo. <<Cosa vuoi fare?>> gli sussurro usando un tono seducente. <<Divertirmi, cara dirty Lisa.>> Sposto le mie mani sotto il suo maglione notando, con piacere, che il suo addome è perfettamente scolpito. Che addominali!
    Le luci dell’albero di Natale si accendono a intermittenza, andando a illuminare i nostri corpi. Valerio lentamente inizia a sbottonare la mia camicetta e ogni bottone che viene via, è un bacio sulle mie labbra rosse. Percepisco che non riesce più a contenersi. La voglia di me è davvero molta. Ormai è decisamente visibile e si fa sentire contro la mia coscia. Strappa via gli ultimi bottoni e la mia camicia, obbediente, scivola via. Si sfila via il maglione e lo lancia lontano, mentre continuo a bere spumante direttamente dalla bottiglia e a far scivolare, volutamente, alcune gocce lungo il mio petto, cosicché lui possa dissetarsi.  Lui mi prende in braccio e mi porta in camera. Le nostre labbra sono costantemente attaccate, i nostri sapori si uniscono. Mi appoggia al comò e infila le sue mani sotto la mia gonna. All’interno dei miei slip. Le sue dita esperte esplorano la mia parte intima. Stringo i pugni sulla sua schiena, quasi conficcandogli le unghie nella carne viva, che pulsa e, successivamente, cerco di liberarlo dai pantaloni. 
    Ben presto ci ritroviamo nudi. Lui mi pizzica il sedere e mi tira, in maniera violenta, a sé, sul letto. Mi blocca pesantemente col suo corpo ed entra in me con forza, mandandomi visibilmente in estasi. Gioca con i miei seni e li lecca quasi fossero due gelati. Assapora la mia pancia e poi scende verso il basso, verso il desiderio supremo.
    La stanza, appena illuminata dalla luce dell’aurora, si trasforma in un’isola deserta nella quale ci siamo solo noi due, i nostri gemiti, i nostri sospiri e la nostra voglia di trascorrere un Natale diverso da quello che la tradizione impone.
    La mattina seguente, la mattina della vigilia di Natale, mi sveglio, che è quasi mezzogiorno,  racchiusa tra le sue braccia. Questo risveglio così dolce e romantico è decisamente in antitesi con l’esperienza che abbiamo vissuto poche ore prima.
    <<Dormito bene?>> mi chiede dolcemente <<Molto bene>> replico in maniera allusiva.
    Mi alzo dal letto e lentamente (e controvoglia!) mi rivesto. Valerio appare distante e questo mi provoca una fitta tremenda nello stomaco. <<Cosa succede?>> chiedo temendo la sua risposta. <<Niente, Lisa. Penso che sia arrivato il momento di tornare alle tradizioni, oggi è la vigilia di Natale.>> <<Ahimè si. Non ho nessuna intenzione di sorbirmi i soliti discorsi da parte dei parenti. Tu cosa farai?>> gli chiedo, mentre raccolgo la camicia dal pavimento del soggiorno rivolta col sedere verso il suo sguardo. Lui lo osserva ma, intuisco che è a disagio. Sì, è a disagio, ma non capisco il motivo. <<Vedrò mia moglie e mia figlia.>> Replica con un tono impacciato e arrossendo. <<Ah, sei anche sposato?>> Lui annuisce e io continuo: <<Io non sono affatto gelosa. Alla prossima.>> Afferro la borsa e apro la porta. <<Buon Natale, Lisa!>> <<Buon Natale, my darling!>> e sposto i capelli dal viso con aria seducente. So bene, tuttavia, che non ci sarà una prossima volta. Il gioco è bello quando dura poco, si suole dire.
    Per le strade del centro la gente sembra essere stata posseduta dalla frenesia. Gli ultimi regali, gli ultimi preparativi, auguri di circostanza. Cammino rendendomi conto di essere fuori dal contesto, ma, letteralmente, appagata. Torno a casa, faccio una bella doccia calda e mi preparo per la tradizionale cena a casa dei miei. “Dirty Lisa” torna a essere “Sweet Lisa”.
     

     

  • 26 novembre 2013 alle ore 18:24
    il grande amore

    Come comincia: Precipitava. La pietra leggera precipitava nel fuoco che bruciava l’amore che non gli apparteneva.
    Aveva visto il suo futuro in uno specchio: le avrebbe tagliato la gola per il suo continuo rinfacciargli le colpe. Era logico, naturale, che l’acqua delle sue promesse non riuscisse a trattenere i desideri latenti: libertà e amore. Il grande Amore dei suoi sogni.
    “Mi lascerà presto”. Aveva fiutato il dubbio in un universo che ormai aveva assunto un aspetto manifesto: era una pietra fredda, una pietra che cercava di riscaldare con tutta la sua ardente passione. Invano.
    Sapeva che era cambiata, e il vento che era sorto dall’indifferenza calpestava i suoi sentimenti: aveva cominciato a fare l’opposto di ciò che diceva, ignorando le leggi che regolano i rapporti umani.
    Cominciò a gridarle il dolore che gli palpava le ossa, l’aprirsi del giallo e del nero nell’intimo del cuore.
    Le regalava lacrime cucite su foglie e boccioli di rose d’oro; le regalava sospiri cesellati su onde marine, sussurri e dolci parole scritte su raggi di luce.
    Ahimè, le sue mani erano sempre vuote e senza calore. Le sue parole erano secche, indifferenti e silenziose. Di un silenzio lento, morbido e terrificante. Lui continuava generosamente a dare, a dare, sempre a dare. Speranza e disperazione, disperazione e speranza erano ormai le uniche compagne della sofferenza di Pietro.
    Il tradimento gli fu palese quando Lei incominciò a masticare le parole di scusa per le frequenti assenze. Anche i pensieri più dolci non erano immuni dal sospetto.
    Nulla e niente modificava la situazione creatasi e la corda troppo tesa cominciava a sfilacciarsi. Aveva deciso. Sicuro. Inutile aspettare il ritorno del figliol prodigo.
    Un sorriso metallico gli si stampò sulla bocca: desiderava disegnarle un fiore rosso sul petto. Meglio, forse, una collana rosso rubino. Le donava di più.
    Pietro usò un pennello da cucina mentre lei alzava le braccia alla finestra per sollevare
    le tende e salutare il suo nuovo desiderio.
    Pietro le regalò sia il fiore che la collana.

     

  • 26 novembre 2013 alle ore 11:24
    Una foglia

    Come comincia: Eccoti lì, ferma immobile su quel ramo in attesa di un leggero soffio che ti liberi, che ti faccia iniziare quel percorso che ti porterà lontano.
     
    Lì ferma ed immobile cerchi di cogliere ogni minima folata di vento, ma bisogna avere pazienza e il momento giusto arriverà. Poi via, quella ventata arriva e tu ti stacchi da quel ramo che ti aveva tenuto stretto a se, che ti aveva nutrito, fatto crescere ed inizi a volteggiare nell’aria. 
     
    All’inizio la spinta ti ha portato in alto e molto lontano, dove non pensavi mai di poter arrivare e tutto sembra più bello, meraviglioso, lì libera e leggera come non mai hai iniziato il tuo viaggio, il tuo personale e solitario cammino, che sognavi e che ora stai disegnando.
     
    Poi ecco che all’improvviso quel minimo, leggero, impercettibile soffio di vento viene a mancare e tu inizi a scendere, a voltarti, a capovolgerti, a tremare, a guardarti indietro e ad avere paura. Inizialmente scendi piano, poi più velocemente, girandoti sempre su te stessa più e più volte, temi sia la fine di tutto, ma poi con tutta la forza che hai riesci a risalire, ad andare ancora più in alto di dove mai eri stata, ma poi come un ciclo riscendi per poi risalire con più veemenza, e così continui, un sinuoso ed ondulante movimento naturale che ti fa toccare i punti più alti e quelli più bassi.
     
    A volte sembri in caduta libera e sfiori il terreno, ma poi come per magia torni a salire con quell’energia e quella forza che mai hai avuto così e forse mai avrai più, quella forza che piano piano durante il viaggio inizi a scoprire e a comprendere.
     
    A volte, come giusto che sia, hai fatto brusche virate a destra e a sinistra per poi continuare il tuo percorso lungo quel sentiero.
     
    Poi alla fine l’energia finisce, le forze vengono a mancare e tu scendi, ma ormai sei lontana da quel ramo che non vedi da tanto, tantissimo tempo, hai fatto molta strada, hai fatto la tua strada, quella  da te prima sognata e poi disegnata, hai visto molte cose, cercando sempre di acciuffare tutto quello che potevi perché hai capito che solo così potevi andare lontano.
     
    Poi alla fine rasente al suolo fai gli ultimi metri di quello che è stato un entusiasmante viaggio, a volte assai difficile, ma per lo più meraviglioso, sono i tuoi ultimi istanti di felicità, poi quel terreno che hai visto molte volte e da cui sei sempre fuggita ti accoglie con se.
     
    Ormai sei lì ferma su quel campo che da quel ramo non vedevi, ma che hai visto avvicinarsi piano piano con il tempo, lì adagiata fiera di te, fiera di tutte le salite e discese, in ricordo di quel leggiadro svolazzare lentamente morirai, seccherai e alla fine scomparirai.
     
    Quella foglia sono io.......

  • 25 novembre 2013 alle ore 18:55
    invincibile Mario

    Come comincia: Invincibile Mario …

    Il cielo era terso di colori lucidi, quasi autunnali, sebbene fossimo in pieno agosto. 

    Mario camminava su un sentiero vicino al fiume, voleva stare solo, ma, non proprio da solo, esattamente con nessuno …

    Lui era un tipo straordinario, dico era perché purtroppo non è più tra di noi, avrà sicuramente portato la sua “aura”, in un luogo più adatto ad essa.

    Era del “99”, lo avevano buttato in guerra a 17 anni.

    Si era fatto più di 50.000 chilometri a piedi, cambiando le scarpe con i morti, come noi sostituiamo i pneumatici dell’auto.

    Aveva la convinzione che nulla potesse più fargli del male, penso avesse la presunzione di considerarsi immortale … Uno che ha tolto le scarpe ai morti non può che essere così.

    Nell’estate del “73” con la pelle bruciata dal sole battente sulla spiaggia privata dell’hotel Royal di Pietra Ligure, si stancò di star li a fare la lucertola e andò a farsi un Campari soda ghiacciato, poi non soddisfatto decise di fare il bagno. 

    Stavamo giocavamo a fare il castello, quando sentii la voce della Mamma dire: 

    < PAPA’! … >.

    L’ho visto da lontano sdraiato sul bagnasciuga con un capannello di curiosi intorno, e i capelli bagnati tirai indietro … 

    In realtà non l’ho riconosciuto subito, e ho detto a mio fratello: 

    “Mah … Non è il Nonno quello!” …

    … Purtroppo era Lui …

    L’hanno portato al Santa Corona di “Pietra” … e non l’ho mai più visto.

    Gli ho voluto tanto bene …

    Ciao Mario … 

  • 25 novembre 2013 alle ore 13:03
    Metti una sera a cena...a casa mia...

    Come comincia: Dieci persone a cena!

    E ciascuna ha un problema: una non vuole il burro, l’altra non mangia verdure, poi c’è il vegetariano che annusa tutto per paura che una piccolissima particella di carne sia presente nel suo piatto.

    Verrebbe da dire “ci vorrebbe una guerra!”

    Mi blocco e penso “ma la guerra c’è, anzi ci sono molte guerre, non qui ma magari vicino alla porta di casa, e con la guerra la fame quella vera.” Mi si stringe lo stomaco. Troppo o niente.

    Apro il frigo e fortunatamente il mio è sempre ben fornito. Contrariamente ai singles che si rispettano (che usano il frigo part-time), il mio è sempre pieno di verdure fresche. Io adoro le verdure: è per questo che vado molto d'accordo con coloro che "non mangiano tutto ciò che prima aveva un'espressione".

    Bene, cosa cucino stasera? Aguzziamo l'ingegno e mettiamoci all'opera. Ma chi, se siamo solo me ed io? Questa brutta abitudine di usare il plurale maiestatis non mi abbandona mai! Il cane mi guarda con aria interrogativa: "Meno male che ci sei tu -dico- altrimenti i vicini potrebbero pensare che parli da sola...che poi non è così lontano dalla realtà dato che vivo sola con te!"

    Un passo indietro: dov'ero? Ah, si con la testa nel frigo a creare il menù!

    D'altronde escludendo le verdure e il burro, e accontentando il vegetariano e noi carnivori posso sempre preparare qualcosa di leggero ma altrettando sofisticata. Ma è mai possibile che con la gente che muore di fame nel resto del mondo, qui in Occidente ci si debbano creare dei problemi alimentari al contrario? É proprio vero che il troppo stroppia!

    Passi per colei a cui non piacciono le verdure (anche se non è stata molto chiara su ciò e io ho inteso verdure del tipo bietola, cicoria, etc...ma d'altronde non si può sperare che io cucini per dieci persone senza utilizzare neanche un ortaggio!) dove sta scritto che i vegetariani campano più e meglio di noi?

    Uno studio di Key del 2009 dimostra il contrario: i vegetariani muoiono per le stesse cose di cui muoiono i non vegetariani per cui non vi è alcun vantaggio a mangiare vegetariano. E poi c'è la questione burro: posso capire un'intolleranza alimentare al lattosio ma se è per una questione di dieta, bhè con il menù di questa sera ci vorranno almeno due giorni per smaltire le migliaia di calorie che si assimileranno anche se non ci sarà la ben minima traccia di burro da nessuna parte.

    Meno male che le soluzioni, come le trappole, sono sempre in agguato! Ma, al contrario delle prime, basta cercarle con fermezza e pazienza.

    Non posso dirmi d'improvvisarmi cuoca perchè è una passione che ho ereditato da mia madre. Forse mia madre non la reputava tale perchè doveva farlo per dovere coniugale e filiale, ma ricordo che passavo molto ad osservarla.E' così che ho imparato a cucinare: fotografavo mentalmente gli ingredienti dei piatti che preparava, i gesti con cui affettava, sminuzzava con la mezzaluna e girava i mestoli nelle pentole e padelle (eh si perchè il movimento del braccio dipende da ciò che si prepara: ogni cibo ha bisogno non solo del suo tempo di cottura, ma anche di una dose precisa di velocità di mescolamento).

    A ripensarci bene, a volte mi sembrava che passasse da una magia di tarocchi ad una di tegami.

    Mia madre era una donna che cucinava il mondo in tre ore, non un minuto di più, nè uno di meno. In quelle tre ore riusciva a montare la cena dall’antipasto al dolce semplicemente schioccando le dita, e come tutte le mamme del Sud, le sue porzioni bastavano a sfamare un reggimento di persone. Una cuoca perfetta, per di più siciliana. Per cui perfetta e calorica! Se la tavola strabordava di pietanze, aveva anche il coraggio di dire che non era abbastanza, che avrebbe potuto fare di più. Era adorabile anche in questo.

    Di mamma ce n'è una sola e la sua cucina è sempre stata la migliore...E oggi sarebbe una foodblogger perfetta di una cucina verace e low cost ma no quelle da finger food (dove i piatti spariscono in un baleno e nessuno sa cosa ci sia dentro), una foodblogger seria, tradizionale, d'altri tempi ma non nell'accezione di una persona vetusta, ma di una che dietro i fornelli ha un'esperienza da paura: d'altronde credo che oltre a far da mangiare bisognerebbe anche parlarne, ma ci vuole tempo, tanta voglia e soprattutto tanta pazienza e l'arte di raccontare non era il suo forte.

    ...E se facessi delle fettuccine alla zucca? No, c'è il burro...o dei cannelloni gratinati: no! C'è la bietola. Trovato! Cucinerò dei rigatoni al cartoccio: una mezz'oretta e sono pronti. Vediamo se ho tutto: melanzane, pomodori, mozzarella, capperi, basilico, aglio...olio, sale e pepe come da manuale. Ok, può andare ed è anche un piatto ben colorato che ci sta bene sulla mia tovaglia beige a pois bianchi.

    Per il secondo avrei pensato a del caciocavallo alla piastra con un contorno di porri, radicchio e finocchietto selvatico stufati e farò anche delle patate al forno (non si mai il contorno non sia di gradimento per tutti).

    Come dessert proporrò delle coppe pralinate alla nocciola fatte con pan di spagna, scorzette e arance a fette, succo di limone, mascarpone, crema pasticcera, liquore e arachidi...gnam! Un sapore angelico e un'impressionante scioglievolezza in bocca si sposano ad un' altrettante bomba calorica!E i loro palati mi ringrazieranno. Forse i giro-vita un pò meno ma una combinazione alimentare come un dessert di questo tipo, che sprigiona l'energia di un vulcano nel nostro corpo unita al non essere amica della linea, è un connubio perfetto!

    Bisogna andare oltre il concetto che il cibo sia solo un bisogno primario del nostro corpo: il cibo deve diventare trasfigurazione e rappresentazione dell'animo umano e io stasera mi sento così e darò un pezzo della mia anima agli ospiti perchè la possano assaporare. Spero che anche loro siano predisposti a tale sforzo affinchè il tutto diventi un'esperienza extra-sensoriale eclatante e inusitata: in poche parole che escano di qui con la pancia piena e le loro voglie culinarie soddisfatte.

    Ho scoperto di saper cucinare con il naso e questa cena ha l'odore dell'autunno, delle prime foglie che cadono, dei cieli non più tanto sereni, del primo fresco la mattina presto e la sera tardi. E poi i colori diventano caldi e avvolgenti tali da farti sentire a casa. Home sweet home!

    Bene, sono a buon punto: il condimento per i rigatoni è pronto, la pentola per la pasta è sul fuoco (i rigatoni vanno sbollentati un paio di minuti prima di passarli nel forno), i contorni per il secondo a buon punto e la crema per il dessert è lì che aspetta di rassodarsi. Pensando al cibo non potevo non pensare al vino: un Merlot (rosso) per il primo piatto, un Santa Cristina (rosato) per il secondo e un Passito di Pantelleria per il dessert.

    Sono le 18 e ho giusto il tempo di finire, apparecchiare, andarmi a fare una doccia, vestirmi e truccarmi. E poi la cena avrà inizio. Per me la buona cucina è una delle cose più afrodisiache che esistano: è come essere complici nella sopravvivenza; e tuttavia poiché non si tratta di una vera sopravvivenza, ma di puro edonismo, è in tal modo che vi si aggiunge sempre quel qualcosa in più che la rende unica. Ed è gradevole mangiare tutt'insime ciò che ho preparato, in una sera di fine estate come questa, con i colori accesi del rosso, dell’arancio, del marrone e del verde. Cose semplici, accompagnate da un buon vino che scalda non solo le ossa ma anche il cuore.

    E tutti i sapori, gli odori e i colori della mia cucina mi riportano indietro come una petite madeleine di proustiana memoria: sempre lì, nella cucina della mia vecchia casa in cui passavo il tempo da bambina con lei. A volte nel ricordo, tra i profumi e gli aromi, riaffiora la voce di mia madre che, dopo tanta fatica tra i fornelli, richiamava l’attenzione familiare con un semplice: “ E’ pronto!..” così come io farò stasera con i miei ospiti.

  • 24 novembre 2013 alle ore 19:13
    Non era crisi

    Come comincia: '48, '49, '50,'51... anni poveri, poverissimi, altro che quelli di adesso. Non ricordo pianti e tragedie, in casa mia. E' vero, si era dei sopravvissuti alle bombe inglesi e americane. Interi paesi erano stati spazzati via, intere scolaresche massacrate. Anch'io ero un sopravvissuto e non lo sapevo. A mezzogiorno, mamma serviva polvere di piselli, americana, bollita in acqua. Ricordo la schiuma, che non mi entusiasmava. A volte, la sera, insalata di arance, o uovo alla coque, la cui esatta cottura era una disputa famigliare. Papà cenava con castagne bollite nel latte, con una punta di cioccolato autarchico. Ma c'era il pane, che portava nonna Amina, fatto in casa, le sue caramelle di zucchero, ritagliate sul tavolo di marmo della cucina, la crema pasticcera, con frammenti di scorza profumata di limone. Papà, a mezzogiorno, mangiava alla mensa del vecchio INAM. Lo attendevamo, a sera. Ci portava, nella sua cartella di cartone nero, piccoli avanzi del suo pranzo, incartati con cura. Quasi una festa: un pugno d'insalata russa, un'ala di pollo fritto, qualche patatina fritta, una striscia di focaccia. Una sera, sorpresi papà a farsi una sigaretta serale, aprendo i mozziconi, raccolti in ufficio. Quell’immagine l’ho stampata nel cervello. Ne accusai vergogna. I conti di casa, tra lui e mamma, erano il momento più serio della giornata. Rammento i loro dialoghi, pieni di ansia e preoccupazione. Si ascoltava alla radio, Nunzio Filogamo o Corrado, appoggiando i gomiti sul tavolo di marmo di cucina. A volte papà telefonava, in qualche fine mese, a nonno Celso, suo padre, per un aiuto, di poche lire. Nonna Amina, lasciava sempre cento lire, nel cassettone di mamma, per le vere emergenze. Il mese successivo, all’arrivare dello stipendio, tutto andava velocemente restituito. Le scarpe, le si risuolava sino alla distruzione. Il problema era ricomprarle. I miei calzoni alla zuava, fatti da quelli da ski di mamma, in gioventù, mi durarono per tutte le elementari. "Con tutti quei rammendi sotto il culo, puoi sederti sul freddo marmo della cucina". Il cappotto era di zia Maria, bassina, per un incidente alla colonna vertebrale, da ragazza. Lo portai alle medie, invertendo l'abbottonatura. Ma ai miei compagni non andava la pelliccetta sul risvolto del collo. Ne pizzicavano ciuffi, nei momenti di balordaggine. Quale vergogna sopportata, senza alcuna ribellione. I calzettoni, non stavano su, come a quelli dei figli benestanti. L'elastico di gomma, lasciava il segno e prudeva, quando li toglievi. I vestiti si "risvoltavano". Sono nuovi! Ci convincevamo. Colletti e polsini delle camice, avevano un loro commercio a parte. Il cinema era l’unico lusso, raro. Raccontarlo agli altri, con dovizia di particolari, era uno spettacolo accessorio e gratuito. Non ho mai sentito parlare di vera crisi in casa, anzi lo ripenso come uno dei momenti più sereni della nostra famiglia. Forse si era più forti.

  • 14 novembre 2013 alle ore 18:14
    L'ateo che ritrova la fede

    Come comincia: Un giorno un ateo incontra un cattolico e gli chiede:<< ma perché tu credi alla chiesa? Non lo senti di tutti quei preti pedofili? Il cattolico risponde: << la chiesa è la casa del mio Dio>>. Il giorno dopo l'ateo incontra una donna islamica e le chiede: ma perché tu credi al tuo dio se vede le donne come schiave?>> la donna rispose: << io credo al mio Dio e sono queste le leggi della mia religione>>. Il giorno dopo l'ateo va dal parroco del suo paese per avere risposte perché è molto confuso dopo i due incontri. Incontra il parroco e l'ateo gli chiede:<< ma perché la gente difende a spada tratta la sua religione? Sono solo leggende!! Chi puó dire che Gesù o Maometto sia davvero esistito? Non capisco!>>. Il prete, col sorriso in viso, risponde: <>. L'ateo non capisce quello che vuole dire il prete, ma dopo una breve pausa, il parroco continua a parlare: << la risposta è nel tuo cuore, sra a te capirla!>>. Dopo questa chiacchierata l'ateo è ancora più confuso! Durante la notte l'ateo sogna una figura maschile che gli dice: << una persona come può vivere senza credere? Anche tu credi a un dio, ma ti affermi ateo! Tutte le buone azioni che hai fatto, perché le hai fatte? Tu segui la parola di dio senza saperlo!>>. L'ateo si sveglia di colpo e non riesce più a dormire perché ora ha un dubbio! All'alba l'ateo capisce l'errore che aveva fatto in questi anni e la prima cosa che fa è dire un padre nostro. Non credo più che sia il caso di chiamarlo ateo!

  • 13 novembre 2013 alle ore 15:46
    Parentesi di Sudan

    Come comincia: Il clima era insopportabile, un caldo afoso e umido che non faceva sconti e l'odore che vomitava il suolo era nauseabondo, un misto tra piscio, escrementi e residui di cibo. La gente inoltre passava le giornate riversa per terra, a non far niente, ad aspettare che il tempo passasse senza un perché. Mi guardavano come si guarda un oggetto lontano, con lo sguardo stanco di chi ha appena aperto gli occhi dopo una notte di sonno. Anche loro puzzavano, dello stesso appiccicoso puzzo della strada. Il silenzio era interrotto, ogni tanto, dal gracchiare di corvi che si contendevano i resti di un gattino smembrato e corroso dal sole o dal frusciare dei cavi ad alta tensione, sempre scoperti, che arrostivano gli uccelli che incauti vi si appoggiavano. Era il luogo più lontano che avessi mai visitato, fisicamente e non, da casa mia. Eppure, seduto sul ponte della barca, a guardare il porto pieno di navi logore, arrugginite ed affondate e quel vecchio con le cataratte negli occhi intento a calciare un grosso topo lontano dalla sua scodella, mi sentivo in pace. A casa, o come diavolo si voglia chiamare.

  • 13 novembre 2013 alle ore 15:17
    Tragico errore

    Come comincia: Ancora 72 ore e sarebbe stato il gran giorno, 14 anni. Suo padre gli aveva promesso il motorino in regalo e lui aveva adocchiato uno scooter da favola, anche se costava parecchio. I suoi genitori lavoravano sodo e i soldi non mancavano, lui e sua sorella potevano ritenersi molto fortunati, ma non sempre rispettavano il loro lavoro. I suoi amici sarebbero schiattati dall'invidia, soprattutto quello sfigato di Filippo che non aveva mai il becco di un quattrino; i genitori erano disoccupati e con l'affitto da pagare e 5 figli a carico erano sempre alla canna del gas. Lo frequentava perchè era simpatico e quando c'era da prendersela con qualcuno, lui era il bersaglio ideale.
    "Mamma!"
    "Dimmi Alessio, cosa c'è?"
    "Voglio fare una festa per il mio compleanno, in pizzeria e con tanti amici"
    "Voglio, voglio. Sei piuttosto sgarbato"
    "Scusami, hai ragione. Mi piacerebbe invitare degli amici in pizzeria, cosa ne pensi?"
    "Così va meglio, è una buona idea; stasera a cena ne parliamo con papà, ok?"
    "Va bene mamma, stasera, con papà" Era un bravo padre, ma in alcuni casi era inflessibile.
    "Una festa in pizzeria? Con gli amici? Io a 14 anni feci venire qualche mia amica in casa, spero in qualcosa di meglio quest'anno che ne compio 16" A volte era invidiosa del fratello.
    "Ok Chiara. Adesso devo pensare alla mia festa e stasera con papà appoggiami" Non ci sperava.
    "Tutti a tavola! La cena è pronta"
    "Si mamma, arriviamo" Papà era già seduto. Regnava un silenzio irreale e l'uomo captò qualcosa nell'aria.
    "Cosa c'è stasera, vi si è seccata la lingua? Non avete niente da dirmi? Tu Alessio, hai organizzato qualcosa per il compleanno?" Il ragazzo guardò la madre che con un gesto del capo lo invitò a parlare.
    "Io avrei pensato di invitare qualche mio amico in pizzeria" Suo padre, con un gesto da commediante, si pulì la bocca con il tovagliolo.
    "Una festa in pizzeria. E chi paga?" Alessio si girò verso la madre perchè non capiva se stesse scherzando o no. Lei capiva quando i ragazzi erano in difficoltà e accolse lo sguardo supplichevole del figlio annuendo, per poi dire:
    "Vorrà dire che pago io. Il ragazzo si sta comportando bene e merita una festicciola con gli amici" Adeso doveva solo aspettare la sceneggiata del marito atta ad impressionare i figli.
    "Ok, pago io, paga la famiglia. Io non merito mai una festicciola o un ricoscimento, devo sgobbare e basta. Io sgobbo, la mamma sgobba, voi non sgobbate" La donna aveva lasciato parlare l'uomo che, con la solita ironia, voleva insegnare ai figli il senso del dovere e del lavoro, perdendo però il filo del discorso.
    "Quindi il ragazzo può organizzarsi, è d'accordo sua maesta?" Domandò lei.
    "Ma certo, come sempre mia regina" Alessio non aveva ben capito tutta quella manfrina ma prese coraggio e chiese con decisione:
    "Quindi la faccio la pizzata?" I due genitori risposero contemporaneamente
    "Sicuro! E adesso fila in camera a studiare!" Alessio volò mentre sua sorella si piazzò sul divano in sala a guardare la tivù.
    "Sono due bravi ragazzi fondamentalmente e neanche troppo pretenziosi. Una pizzata con gli amici lo renderà felicissimo"
    "Gli abbiamo preso lo scooter nuovo che desiderava tantissimo ed è costato parecchio"
    "Hai ragione, ma lo scooter è suo, il suo desiderio. La pizzata invece è un modo per condividere la sua gioia con gli amici, capisci?"
    "Capisco che bisogna sempre spendere"
    "Ohoo smettila! Sei sempre il solito venale"
    "Infatti. A proposito, invita anche Filippo?"
    "Si, credo di si, perchè?"
    "I problemi dei suoi non migliorano e mi è giunta voce che li abbiano sfrattati. Mi dispiace per loro, sono breva gente, in piena emergenza economica e non vorrei.."
    "Non vorresti mettere in imbarazzo loro figlio, che vistosi invitato ad una festa si sentirebbe in obbligo di fare un regalo ad Alessio pur non potendo"
    "Esatto.Ormai c'è questa abitudine, quando si va ad una festa si è obbligati a portare un regalo e tante famiglie in difficoltà economiche sono alle prese con il solito dilemma; mando il ragazzo alla festa e mi sveno per comprare un regalo all'amico? Lo mando senza nulla, così fara la figura del pezzente? Oppure lo convinco a declinare l'invito e a rinunciare al suo svago? Cose da matti" Aveva espresso il suo parere, senza voler imporre il proprio volere, una delle doti che lei apprezzava, poi con calma sistemò la cucina e infine raggiunse il figlio nelle sua stanza.
    "Allora, dove pensi di andare a mangiare questa pizza?" Alessio abbracciò la madre, che ricambiò felice.
    "Pizzeria Il-traliccio. Hai presente quella nuova che hanno aperto da poco in centro?"
    "Ne ho sentito parlare, un posto allegro adatto per voi ragazzi e anche a buon prezzo"
    "Già. Pensavo di invitare 7 o 8 amici e amiche, si può fare?"
    "Si può fare. Hai detto amiche? Forse anche quella brunetta in classe con te? Silvia? Sara?"
    "Sandra mamma, si chiama Sandra; invito anche lei"
    "E Filippo? Inviti anche lui?"
    "Certo mamma, non sarebbe una festa senza quel pazzoide di Filippo"
    "Ascoltami bene Alessio: la sua famiglia non attraversa un bel periodo, non devi prenderlo in giro ne essere maleducato con lui. Comportati da bravo ragazzo, capito?"
    Conosceva quel tono, aveva parlato con papà e tutto sommato non gli stava chiedendo la Luna.
    "Va bene mamma, messaggio ricevuto, dì a papà di stare tranquillo"
    La sera della festa arrivò in un baleno. Quel pomeriggio gli era stato consegnato lo scooter nuovo, ma dopo aver scorazzato in lungo e in largo per la periferia, suo padre gli aveva detto di parcheggiarlo in garage. All'inizio era meglio evitare di usarlo con il buio, prima doveva fare esperienza, quindi accettò di buon grado, la sera avrebbe festeggiato.
    Erano in otto: lui e sua sorella, Sandra, Sheila, Filippo, i gemelli Fausto e Paolo e Romina, un bel gruppo.
    Il locale era giovanile; l'arredamento semplice e sobrio lasciava spazio alle compagnie di ragazzi. Una cameriera si avvicinò al loro tavolo per prendere le ordinazioni; fu Chiara a rompere il ghiaccio.
    "Mi porti una pizza vegetariana e una birra grande, grazie" La ragazza prese nota, disinterresata dal fatto che fossero tutti ragazzini, mentre Alessio guardava la sorella in cagnesco, niente alcol avevano detto mamma e papà.
    "Io prendo una pizza margherita e una birra grande" Romina era decisa e Sheila la imitò "Stesso ordine anche per me, grazie" Quella disinvoltura nell'ordinare la birra aveva messo in imbarazzo i ragazzi e Fausto si affrettò a dire:
    "A me faccia una pizza marinara e un'aranciata grande, grazie" Paolo colse l'attimo
    "Anche  a me un'aranciata grande e una pizza farcita" Alessio era titubante, Sandra non aveva ancora ordinato. A lui la birra non piaceva, ma non poteva fare la figura del poppante se lei l'avesse ordinata. Filippo stava giocando con la lista delle ordinazioni, chiaramente in imbarazzo e Alessio se ne uscì con una smargiassata delle sue.
    "Tranquillo Filippo, ordina quello che vuoi, pago io" Filippo diventò rosso dalla vergogna, stava per alzarsi e andare via, quando incontrò lo sguardo di Chiara; allora ordinò deciso:
    "Una pizza tirolese e una birra grande, grazie"
    Alessio, preso dala sfida, guardò in faccia la cameriera e disse
    "Vada anche per me, una tirolese e una birra grande" Chiara digrignò i denti e fissò duramente il fratello. La cameriera aveva preso nota di tutto e si rivolse con garbo verso Sandra "Lei ha deciso?" No, non aveva deciso, prese tempo "Da bere una bottiglia d'acqua naturale" non sapeva cosa ordinare e la cameriera si fece insistente "E da mangiare?" Sparò a caso "Pizza della casa" "C'è ne sono varie di pizze della casa, vuol essere più precisa?" "Faccia scegliere al pizzaiolo, sono di bocca buona" "Ok. Nell'attesa volete altro?"
    "Si grazie. Tre porzioni di patatine e un paio di porzioni  di affettato misto" Intervenne Chiara.
    "Perfetto" Rispose la cameriera e si congedò dal tavolo.
    Nonostante le premesse, la serata filò via liscia; si divertirono molto tra battute e pettegolezzi. Chiara fu inflessibile e dopo il primo giro di birra arrivarono solo acqua e bibite. Adesso Alessio stava aprendo i regali ricevuti. Il regalo di sua sorella consisteva in un paio di occhiali da sole belli e alla moda e conoscendola li aveva scovati in qualche mercatino a buon prezzo. "Grazie Chiara" "Figurati" Rispose lei. Aprì poi il pacchetto di Sheila, che aveva una cotta per lui e infatti trovò una felpa blu con cappuccio con stampato davanti un ragazzo e una ragazza seduti su una spiaggia a guardare le stelle.
    "Uahu Sheila, è bellissima!" Esclamò Chiara. Alessio, visibilmente imbarazzato, balbettò un flebile grazie. Romina allungò il suo regalo, un libro dal titolo inequivocabile:
    I GIOVANI ADOLESCENTI E LE LORO TURBE MENTALI. Alessio non negava di essere un tantino presuntuoso ed irriverente, ma lei non perdeva occasione per ricordarglielo. "Grazie Romina, sei grande" Lei lo guardò soddisfatta. I gemelli avevano portato un regalo singolo; si trattava di un minilettore multifunzione di ultima generazione, costava parecchio ma i loro genitori erano piuttosto ricchi. Alessio non era un patito dell'elettronica, ma quell'articolo era fenomenale e anche lui ne avrebbe fatto buon uso. "Grazie ragazzi, vi chiederò assistenza per farlo rendere al massimo" "Sarò felice di aiutarti" Rispose subito Paolo che era l'esperto di elettronica. Sandra e Filippo non avevano aperto bocca in quei minuti; doveva aspettarsi qualcosa anche da loro? Conosceva bene la situazione economica dell'amico e si aspettava di non ricevere nulla; non gli importava, ma da Sandra si aspettava qualcosa, anche solo un gesto. La ragazza esasperò fino all'ultimo la sua attesa, poi si alzò dal tavolo e si avvicinò a lui: rapida come il vento lo baciò sulla guancia e gli consegnò un pacchetto. Al suo interno una scatoletta rossa che non lasciava dubbi, la aprì rapidamente e ne estrasse il contenuto; un braccialetto d'argento. Il cuore del ragazzo pompava a mille e la sua faccia diventò paonazza, contento e imbarazzato allo stesso tempo.
    Sheila invece era impallidita e improvvisamente calò il silenzio. Fu Filippo a stemperare la tensione "Sei fortunato ad aver ricevuto tutti questi bei regali, vuoi vedere il mio?" Tutti si voltarono verso di lui; erano curiosi quanto Alessio di sapere cosa avesse portato.
    "E' inutile che vi sforziate a guardare, il mio regalo è speciale ma può vederlo solo Alessio" Gli altri mugugnarono qualcosa e Alessio domandò impaziente
    "Va bene Filippo, se gentilmente vuoi darmi il tuo regalo, sarò lieto di condividerlo con gli altri" L'amico restò un attimo in silenzio, tutti attendevano.
    "Il mio regalo è in fondo al cuore, è l'amicizia sincera nei tuoi confronti e solo tu, se vuoi, puoi vederla" Alessio ridiventò paonazzo, stavolta per la vergogna. I suoi amici, chiaramente delusi, restarono a bocca aperta. L'unica che aveva capito la bellezza di quel gesto era Chiara che guardò il fratello cercando di trasmettergli le sue sensazioni, ma lui era combattuto da una miriade di emozioni che lo stavano travolgendo. Alla fine l'educazione ricevuta dai suoi genitori lo portò a dire:
    "Grazie Filippo,sei un amico" Nel frattempo si era fatto tardi e cominciarono ad arrivare i vari genitori a prendere i ragazzi. La prima ad andarsene fu Sandra, che dopo aver ringraziato salì in macchina con sua madre. Alessio avrebbe voluto dirle qualcosa, ma era successo tutto così in fretta da lasciarlo senza parole. Poco dopo furono i gemelli ad andarsene "E' stata una bella serata" "Si, davvero bella, grazie" Confermò Paolo. Il padre li attendeva nel parcheggio a bordo di una splendida vettura e Romina, che apprezzava le belle macchine, esclamò: " Cacchio che bella macchina, si trattano bene i gemellini" 
    "Pensa che non è l'unica fuoriserie che hanno" Confermò Sheila, che in fatto di auto non era da meno. "Ecco, invece quello è il catorcio di mio padre" Stava entrando nel parcheggio una vecchia station wagon piuttosto malconcia. "Grazie Alessio, grazie Chiara, veramente una bella festa, ci vediamo"
    "Sheila! Spicciati che è tardi" "Arrivo papà"
    "Il padre di Sheila ogni tanto beve e quando succede non è tanto gentile con la sua famiglia" Filippo sapeva sempre un sacco di cose. Erano andati tutti e Chiara avvisò con il cellulare sua mamma. "Si mamma, è andato tutto bene, ti aspettiamo" "Fra 5 minuti arriva ragazzi, si torna a casa"
    "Mi avvio anche io, mio papà è in leggero ritardo e gli vado incontro. Grazie ragazzi della splendida serata; Chiara sei la migliore e tu Alessio sei un vero amico" Nel pronunciare quelle parole Filippo abbracciò i due ragazzi, poi sorrise loro e si avviò fuori dal locale. Alessio era frastornato: troppe emozioni quella sera. Chiara si rivolse al fratello "Sei un cretino, lui ti vuole bene è un vero amico"
    "E anche un ragazzo educato e gentile!"
    "Mamma! Sei qui!?"
    "Si Chiara, da qualche minuto e non ho potuto fare a meno di ascoltarvi ed osservarvi: Filippo ha un sorriso sincero che viene dal suo animo gentile. Voi non immaginate le difficoltà che deve affrontare la sua famiglia, è talmente umile che non si è permesso di chiedere un passaggio fino a casa ma ha fatto finta di andare incontro al padre. Non hanno la macchina e voi lo sapete"
    "Andiamo a prenderlo e lo portiamo a casa, di corsa!" Gridò Alessio.
    "No, adesso lo umiliereste ulteriormente. Ho già pagato il conto, andiamo a casa"
    In macchina i due ragazzi erano assorti nei loro pensieri, la madre li conosceva bene e sapeva che stavano riflettendo sulla serata appena trascorsa, quindi chiese:
    "Alla fine è andato tutto bene? Alessio, ti è piaciuta la serata? E tu Chiara, come è andata con i bambini?" I figli si miserò a ridere. "Bene mamma, i bambini hanno fatto i bravi" Chiara chiamava bambini tutti i coetanei di suo fratello. "Grazie mamma"
    "Mamma.."
    "Dimmi Alessio"
    "A volte ho preso im giro pesantemente Filippo, lo abbiamo anche insultato e trattato male. Lui è simpatico, ma così debole, è facile prendersi gioco di lui, insomma.."
    "Non è debole, è sensibile. Tu sei un vigliacco quando ti comporti così, stai prendendo il vizio di farti bello davanti ai tuoi amici e non consideri il male che procuri"
    "Ma lui è sempre contento, gli basta stare con noi e poi non gli facciamo del male"
    "Ah no? Non gli fate del male? A quanto pare non capisci ancora niente della vita e dei sentimenti delle persone. Comunque tuo padre è a casa che ti aspetta anche per questo, vuole parlarti" L'ultimo tratto di strada fu per Alessio lungo e angosciante.
    Giunti a casa la mamma parcheggiò l'auto nel box e andò in camera e Chiara, dopo aver messo il pigiama, la seguì. Il papà era in sala, seduto sul divano e stava leggendo il giornale, nonostante fosse tardi; Alessio lo raggiunse.
    "Ciao papà, ancora sveglio?"
    "Ti stavo aspettando per parlarti di una cosa" Era calmo, buon segno.
    "Si papà, ti ascolto"
    "Siediti dove vuoi, ormai stai crescendo e so che non desideri più starmi tanto vicino" Il figlio si mise a sedere sulla poltrona difronte al padre.
    "Ecco papà, qui va bene? Ma non è vero che non voglio starti vicino, insomma non c'è bisogno che.."
    "Ok! Ok! Messaggio ricevuto, ormai sei un ragazzo e ti parlerò da uomo a uomo, anche se sei mio figlio" Aspettò un momento prima di proseguire, Alessio ora era pronto.
    "Anche se giovane avrai notato che in giro c'è la crisi, la gente perde il lavoro e con esso la stabilità economica. Alcuni, tra cui noi, hanno ancora la fortuna di lavorare e prendere lo stipendio, altri lavorano ma faticano a prendere i soldi, altri ancora hanno perso il lavoro e non trovano alcuna occupazione"
    Il ragazzo lo fissava, ma era chiaramente confuso.
    "Alessio. Tu e tua sorella siete fondamentalmente due bravi ragazzi, ma voglio che cominciate a capire, tu soprattutto, che non è semplice tirare avanti. Quindi bisogna essere felici delle proprie fortune e magari condividerle con chi ne ha meno" Il ragazzo continuava a non capire.
    "Mi stai seguendo?" Si era accorto di averlo confuso.
    "Si papà, ti ascolto. Però non capisco cosa vuoi dirmi; c'è la crisi del lavoro e tutti sono a rischio, noi siamo fortunati ma non dobbiamo essere troppo felici perchè altri sono meno fortunati, quindi dobbiamo accontentarci. Ma io cosa devo fare?" L'uomo lo guardò: lo vedeva ancora come il suo piccolo bambino, anche se ormai era alto come lui.
    "Ti ho confuso le idee, scusa figliolo. Quello che voglio dirti è semplice: cerca di essere meno arrogante e pensa invece di essere un privilegiato. Condividi le tue fortune con chi ne ha di meno" Il ragazzo era ancora perplesso.
    "Stasera, mentre eravate alla festa, sono venuti i genitori di Filippo. In realtà li abbiamo invitati noi approfittando della vostra assenza. Hanno grossi problemi economici e il padre mi ha chiesto se riesco ad aiutarlo; gli ho detto che avrei chiesto in ditta se si può fare qualcosa; ma questo non è niente. La mamma sapeva di un grosso problema che hanno e voleva conoscere i dettagli per poterli aiutare. Hanno tergiversato parecchio, poi la mamma del tuo amico è scoppiata in lacrime e si è sfogata. Filippo soffre di una rarissima forma di insufficienza cardiaca, praticamente gli restano pochi mesi di vita, forse un anno. Potrebbe salvarsi solo con un trapianto, ma non tutti i cuori potrebbero andar bene; solo alcuni donatori con determinate caratteristiche farebbero al caso suo"
    Alessio era sconvolto, a 14 anni non si pensa alla morte, gli ormoni scatenano nell'organismo una voglia di vivere ed un'energia inesauribile, si bruciano le tappe e la terra scotta sotto i piedi in una continua ricerca di nuove esperienze e amicizie. Quella sera era passato dall'euforia per il bacio di Sandra, allo scoramento totale nell'udire quella notizia. Suo padre si avvicinò e gli pose una mano sulla spalla.
    "Non volevo rovinarti la sera, ma Filippo è tuo amico ed è giusto che tu sappia"
    "Ma lui, lo sa?"
    ""Si. I suoi genitori hanno detto che è troppo intelligente per non capire e dopo le ultime visite ha voluto parlare con i dottori che lo hanno esaminato. Alcuni dei tuoi amici già lo sanno, comportati di conseguenza"
    "Vuoi dire che dovrò compatirlo fino alla fine?"
    "No figliolo, voglio dire che lui è tuo amico, a prescindere e come tale  devi trattarlo. Adesso è tardi, andiamo a dormire, buonanotte figliolo"
    "Buonanotte papà" Mentre andava in camera incrociò Chiara che era a capo chino e intravide il suo volto in lacrime; mamma le aveva detto di Filippo.
    Non riusciva a prendere sonno, pensava a Filippo e alla festa; si erano divertiti. Sandra lo aveva baciato di sfuggita ma per lui era importante e Filippo si era messo a ridere. Avevano ordinato da mangiare e bere e lui aveva fatto il gradasso con l'amico umiliandolo davanti agli altri; tutti avevano portato regali, lui aveva portato amicizia. Al ristorante Alessio c'era rimasto male, adesso vedeva tutto sotto un'altra luce e con la frenesia tipica degli adolescenti si alzò dal letto e prese carta e penna.
    <Caro Filippo, scusa se tante volte ho fatto lo stronzo con te. Volevo farmi bello davanti agli altri e ti usavo per i miei scopi. Alla festa ho capito che tu vuoi essere mio amico e anche io lo voglio. Se posso fare qualcosa per te sappi che ci sono, ti vorrei aiutare ma non so come. Spero perdonerai le stronzate che ti ho combinato, vedremo di risolvere tutto. Grazie per la tua amicizia. Adesso ho sonno, ciao>
    Aveva scritto in modo impulsivo, tante erano le sensazioni che lo stavano stremando e alla fine cadde in un sonno profondo.
    La mattina seguente, domenica, la mamma li aveva lasciati dormire un pò più del solito. In cucina, mentre facevano colazione, le facce scure la dicevano lunga sul loro stato d'animo.
    "Ho deciso di andare a trovare Filippo" Disse Alessio.
    "Non sei mai andato da lui, dicevi che casa sua è una topaia" Chiara era più acida del solito.
    "Chiaraaa!"
    "Ma è vero mamma. Ieri sera alla festa non ha perso occasione per tirarlo in giro e umiliarlo, ma Filippo è sempre restato calmo e sorridente e i gemelli continuavano a ricordargli quanto sono ricchi e bla bla bla; e lui rideva alle loro battute del cazzo"
    "Chiara!" Il tono della mamma si era alzato di qualche decibel.
    "No mamma, ascoltami. Filippo ha retto il loro stupido gioco per tutta la serata e quando è stato il momento dei regali ha mantenuto un contegno da signore"
    "Hei, hei!? Mi sa che la sorellona ha un debole per il mio amico"
    "Stai zitto brutto.."
    "Ragazzi, siamo a tavola, un pò di rispetto anche per vostro padre" Il marito raramente interveniva in quelle discussioni. Voleva che risolvessero tra di loro certe questioni, stando attento a che non si oltrepassasse il limite. In questo caso sapeva che l'argomento era importante e voleva vedere come se ne sarebbero venuti fuori. Sua moglie aveva capito, ma voleva mantenere i toni sui binari del rispetto.
    "Ok mamma, scusa. Comunque Filippo è un ragazzo stupendo, io lo dico da sempre e Alessio adesso perché sai che è malato vuoi fare il buon samaritano; comoda la vita"
    "Razza di una..."
    "Basta!" Il papà si era stancato. "Adesso basta. La mamma vi aveva avvisato, ma a quanto pare siete ancora dei bambini. State parlando di quel ragazzo come fosse un oggetto: Chiara, se nutri dei sentimenti nei suoi confronti è giusto manifestarli, ma a lui, non contro tuo fratello. Tu Alessio, vuoi andare da lui, ok, ma vola basso" Alessio sbuffò, poi si rivolse alla sorella:
    "Vado da lui perché stanotte ho capito di essere stato troppe volte stronzo nei suoi confronti e voglio stargli vicino, da vero amico"
    "Adesso vuoi fare il martire" "Chiara!" Ruggì il padre.  Alessio proseguì come nulla fosse "Vorrei avere un cuore di scorta e donarlo a lui, ha ragione papà; noi siamo fortunati e non ci accontentiamo mai, mentre Filippo vive in armonia con il mondo" Prese il casco e si avviò verso il box a prendere il motorino.
    "Stai attento Alessio, mi raccomando" Sua madre era una donna apprensiva.
    "Tranquilla mamma, vado piano. Ci vediamo a pranzo"
    La macchina lo investì in pieno senza lasciargli il tempo di capire cosa stesse succedendo. L'ambulanza arrivò in pochi minuti, gli agenti intervenuti sul posto avevano fermato l'investitore che era visibilmente ubriaco mentre uno di loro stava avvisando i familiari del ragazzo a terra, riconosciuto da un passante.
    "Si, pronto?" Chiara diventò pallida come il latte, l'agente aveva detto che suo fratello era stato investito e...
    Arrivarono in ospedale dopo una folle corsa in macchina, i genitori di Alessio entrarono nel reparto come due indemoniati, Chiara non era riuscita a tenere il passo e li raggiunse mentre un medico stava parlando loro.
    "Non ci sono possibilità, vostro figlio è praticamente morto. Mi dispiace, ma le lesioni esterne ed interne sono tante e gravi e se non è ancora morto è solo perchè il suo giovane cuore resiste" La madre di Alessio scoppiò in un pianto irrefrenabile, urlava come una disperata e alcune infermiere si avvicinarono nel vano tentativo di calmarla. Il marito digrignava i denti non riuscendo ancora a realizzare l'accaduto. Chiara piangeva, poi un pensiero attraversò la sua mente.
    "Papà, ha detto che il cuore è sano" Dopo alcune ore Alessio era clinicamente morto.
    Gli esami accertarono l'incompatibilità del cuore di Alessio con quello di Filippo, decisero comunque di donare l'organo del figlio. Amici e conoscenti parteciparono commossi al lutto della famiglia.
    L'investitore era il padre di Sheila, in carcere in attesa del processo. La figlia non si dava pace e la vergogna la stava stritolando, decise di andare da Chiara. La trovò in casa, in compagnia di Filippo; i due erano diventati coppia fissa. I tre amici si abbracciarono e piansero per diversi minuti. "E' colpa mia, quella sera era già ubriaco, mamma era fuori a lavorare e io avevo il compito di nascondere le chiavi della macchina e invece mi sono chiusa in camera per paura di prenderle e lui alla mattina è uscito e..." Scoppiò nuovamente a piangere.
    "Non è colpa tua Sheila, non eri tu al volante" Cercò di calmarla Chiara.
    "Non è colpa di nessuno, a posteriori le possibilità di modificare gli eventi sono infinite. Ricordiamo Alessio portandolo nel cuore per sempre" Concluse Filippo.
    Dopo 2 mesi da quel tragico incidente Filippo morì, la malattia non aveva lasciato scampo; la sua famiglia e quella di Alessio affrontarono questa prova insieme, cercando di superare il dolore facendosi coraggio l'uno con l'altro, dando il via ad una solida amicizia.
    A breve distanza da quel secondo tragico evento i genitori di Alessio ricevettero una raccomandata dall'ospedale che aveva espiantato il cuore del figlio: una verifica accurata aveva accertato la compatibilità del cuore di Alessio con il corpo di Filippo. Lo staff medico si scusava per l'errore.

  • 10 novembre 2013 alle ore 7:33
    Renato, il Bello

    Come comincia: Una di quelle sere d’inverno, in fuga da me stesso e dalla città. Le curve della valle del Noce scendono in un labirinto di ombre. Il cielo spento, copre le mie ansie. Il bagliore di un raggio nello specchio retrovisore, mi avverte che non sono solo. Un grosso Tir mi sta dietro, con la sua massa. Scalo le marce con ritmo, ad ogni entrata in curva. E’un valzer, questo alternarsi dello sterzo nelle due direzioni opposte. Se sai ascoltarlo, anche il motore ha una sua musica. Il mare è oltre quella muraglia scura. Non lo avverto ancora. O forse è quel sentore di muschio che avverto, portato dal vento, da scogli lontani. Il cellulare squilla, inatteso. Ma non lo avevo spento? La mano abbandona il volante e lo cerca nella tasca. Vorrei rifiutare la chiamata, ma la mano, cieca, ha già aperto involontariamente il contatto.                                                                                               – “Pronto? Pronto?” -                                                                               E’ una voce, anziana, stentorea; le ultime sillabe rubate da un soffio di un respiro mozzato. Un mio paziente, a quest’ora? Può essere.  La voce si perde tra le note del motore, che aumenta di giri, nello scalare di marcia. Ha sicuramente una patologia, questa voce. L’orecchio del medico sa riconosce le malattie. Uno scompensato, un grave problema respiratorio, sicuramente. Un neo polmonare?                                      – “Ti ricordi di me, sono Renato?” -                                                                       Quel piccolo volumetto, trovato, nella mia biblioteca. Erano i tempi del risparmio, l’ansia del vivere dei genitori. Il professor Tarditi, ci aveva richiesto un Eneide in latino, e tu, Renato, mi avevi offerto quella di tuo nonno Andrea. Sai, mi ha fatto impressione a riscoprire quella mia calligrafia incerta, se pur giovane, in calce ad alcuni capitoli. Appunti frettolosi, incuranti della preziosità del libricino. Ma servivano a difenderci da un pessimo voto, apposto sul registro dal vecchietto, cosi lo apostrofavamo Tarditi. “Continua tu!” Ricordi? Quel dito che c’indicava, improvvisamente, e noi si cercava quel maledetto verso di salvezza, che avrebbe dato la certezza della nostra attenzione. L’amicizia era un suggerimento a mezza voce. Ho avuto il desiderio di restituirlo dopo una vita. L’ho ridato a un ragazzo, che avevo lasciato in piena gioventù. Tu, Renato il bello della 3°B, l’amato dalle ragazze del liceo Colombo. Ti venivamo a vedere ai tornei di tennis. Vincevi con classe. Mi piaceva quel lancio della racchetta, in aria, al termine di una vittoria. Confesso che ti ho un po’ invidiato, per quel tuo saperci fare con le nostre compagne. Sembrava che vedessero solo te.                                                   - “Pronto, Lucio, ti ricordi?” -  La voce ora è flebile. Il contatto telefonico cade improvvisamente, nella gola delle montagne. Ho desiderato che tu non mi ritelefonassi. E così è stato.
     

  • 07 novembre 2013 alle ore 22:20

    Come comincia:

  • Come comincia:  
    Di anno in anno, più di sempre, a noi insegnanti sembra di comprendere che molti dei nostri allievi non vengano con piacere a scuola. Forse è un gentile eufemismo: non vorrebbero venirci per niente, neanche più per trascorrere del tempo assieme ai loro simili, che possono incontrare altrove, laddove “altrove” può anche significare il variegato mondo del Web. Verrebbe fatto di pensarlo anche ascoltando l’urlo di consenso che sale dalla strada, quando, sotto scuola, l’ennesimo evento di spargimento di creolina li “costringe” ad allontanarsi. Fatti salvi ovviamente coloro che contrastano tale asserzione. E in Campania abbondano anche i veri e propri atti di vandalismo: San Sebastiano al Vesuvio 2 ottobre: allagamento nel  liceo scientifico "S. Di Giacomo".14 ottobre, nuova irruzione nella struttura di Via Falconi e nuovo allagamento con lo sperato (e disperato) blocco delle lezioni. 30 ottobre, nella scuola primaria "Pertini" di Via Falconi (non si può pensare certo ad allievi), ignoti appiccano, il fuoco ad un armadietto pieno di libri  ed i pompieri domano rapidamente le fiamme. Cosa che purtroppo non accade il primo novembre, alla scuola primaria "E. Toti" di Via Principessa Margherita: due aule semidistrutte, ingenti danni all’impianto elettrico e il timore che l'incendio distruggesse l'intero Edificio.
    Eppure la necessità della scolarizzazione viene da lontano ed ha avuto un percorso complesso e difficile, in un mondo dove ai giovani non era permesso di esserlo. Basti ricordare che fino alla metà del sec. XIX i tre quarti circa della manodopera impiegata nelle fabbriche tessili inglesi erano donne e ragazzi fra i dieci e i diciotto anni.
    Per anni, ed occorrerebbe forse ricordarlo ai nostri giovani, l’infanzia non è esistita:
    -“Egli era davvero malvagio contro chi lo maltrattava, torvo, ringhioso e selvatico. Al mezzogiorno, mentre tutti gli altri operai della cava si mangiavano in crocchio la loro minestra, e facevano un po' di ricreazione, egli andava a rincattucciarsi col suo corbello fra le gambe, per rosicchiarsi quel pane di otto giorni, come facevano le bestie sue pari; e ciascuno gli diceva la sua motteggiandolo, e gli tirava dei sassi, finché il soprastante lo rimandava a lavorare con una pedata".[[1]-
    Non è senza ragione gli scrittori dell’epoca ponevano in luce la sofferenza di questi ragazzi privati dell’infanzia e la feroce indifferenza degli adulti nei loro confronti.
    In Italia, con la creazione delle prime Scolette e Custodie, non c’era l’intervento del Governo o di un non esistente “ministero per l’istruzione”, ma di privati ed enti religiosi che assolvevano il compito di ridurre l’altissimo tasso di analfabetismo e di consentire alle madri operaie di andare al lavoro, non lasciando incustoditi i figli. Pessima la qualità dell’istruzione e dell’igienicità dei luoghi in cui questa era impartita. I Brefotrofi accoglievano i bambini del popolo e i bambini abbandonati. Che erano troppi. Giungiamo alla metà dell’ottocento, con la comparsa dei primi pedagogisti, per cominciare a concretare l’idea di una struttura che fosse indirizzata all’insegnamento ed alla cultura, più che alla custodia ed alla sorveglianza Nasce con loro anche una maggiore attenzione nei confronti del bambino, tenendo presente la necessità della sua educazione, cercando, probabilmente, di accentuare l’utilizzo di strutture nate ad hoc anche allo scopo di diminuire i casi di abbandono e morte infantile (cosa che non è risolta completamente neanche oggi).
    In Italia, alla fine del 700, il primo problema era nel far comprendere alle famiglie poverissime che un loro figlio non doveva più essere inteso come forza lavoro utile alla famiglia stessa, ma come individuo che, acculturandosi, avrebbe potuto raggiungere l’emancipazione sociale ed economica. Occorrerebbe ricordare ai nostri giovani che questo problema, per una parte del mondo “civile” e globalizzato odierno, come ben sappiamo, non è per nulla risolto:
     “La povertà aumenta il rischio che i bambini siano coinvolti nel lavoro” – denuncia Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro Secondo le stime ILO (International Labour Organization). 215 milioni di piccoli "INVISIBILI", a livello internazionale, di cui ben 115 milioni svolgono attività pericolose, soprattutto nell’agricoltura. Di questi quarantuno milioni sono femmine e settantaquattro milioni maschi. E’ cosa certa che molti di questi bambini lavorino in condizioni disumane. Mentre i nostri ragazzi urlano di gioia nel non entrare a scuola.
    Tornando in Italia agli inizi dell’ottocento, si cominciò a comprendere che la scuola dovesse essere gratuita, ma anche obbligatoria. Dice in tal senso il Genovesi[2]:
    -“ vi è qui un circolo vizioso: senza scuola non acquista fondamento il concetto di infanzia e senza quest'ultimo concetto non sembra aver senso la scuola. Comunque stiano le cose è certo che in situazioni economiche drammatiche ed assolutamente precarie, il togliere delle braccia lavorative da una famiglia è un momento di ulteriore crisi insopportabile.”-
    Problema che esiste ancora oggi dove la mappa del lavoro e dello sfruttamento minorile si evidenzia chiaramente sia nel Mezzogiorno sia nel Nord-est. Più presente, ovviamente nei casi in situazioni di degrado familiare e sociale, sommandosi a carenze infrastrutturali che permettono maggiore criminalità organizzata, alti tassi di disoccupazione e povertà. Non è dunque cambiato molto dai tempi che lamentava il Genovesi e la cosa dovrebbe quantomeno sorprendere.
    Fatto sta che a fronte della poca o molta voglia di studiare da parte di alcuni ragazzi, si pone la necessità economica delle famiglie (lavoro giovanile), o, cosa ancora peggiore, la possibilità dei ragazzini di entrare a far parte di una manovalanza illegale (di ogni possibile tipologia, compresa quella sessuale).
    Al primo censimento post-unitario del 1861, fu rilevata una media di analfabetismo del 75%, dato tanto più drammatico quanto più si andava a sud e più diffuso tra la popolazione di sesso femminile. Ma tornando ad oggi, Vittoria Gallina (docente dell'Università la Sapienza  di Roma e Roma3) asserisce: «Parliamo di casi di analfabetismo funzionale, o di illetteratismo, nei casi di persone che hanno avuto occasione di sperimentare un percorso scolastico, anche molto breve ma hanno comunque una modalità estremamente ridotta di usare gli strumenti appresi».
    E scopriamo che si tratta dei ¾ della popolazione studiata, suddivisi in un 5% di popolazione che pur avendo frequentato la scuola presenta fenomeni gravi di regressione culturale al limite dell'analfabetismo, e una massa, circa il 70% della popolazione, che ha competenze estremamente limitate.[3]
    ai primi del 900 dobbiamo ricordare che l'inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle province meridionali e nella Sicilia di Francesco Saverio Nitti (1910) rilevò un cambiamento:
    -“Vi era in passato una grande indifferenza da parte delle classi borghesi per la diffusione dell'alfabeto: era in molti comuni una vera diffidenza.
    Ora tutto ciò è mutato, sopra tutto coll'emigrazione. Se ancora i galantuomini sono spesso diffidenti o indifferenti, è spesso il popolo che reclama una migliore istruzione [...]. Molti contadini, invece di dolersi delle sofferenze materiali che li affliggono, si dolevano della poca istruzione [...] si dolevano che le scuole andassero male o per incuria del municipio, o per deficienza di locali, o per colpa del personale insegnante [...]. Molto progresso vi è rispetto alla frequenza delle scuole elementari ed alla coscienza di esigere questo servizio dal municipio. Ciò si deve [...] all'emigrazione. Gli emigrati scrivono dall'America alle loro mogli di mandare i figli a scuola. Si deve a questo se le aule scolastiche sono oggi affollate ed insufficienti, in molti comuni, a contenere gli alunni.”- [4] Condiviso da Gaetano Salvemini, in un’inchiesta affine svolta in Calabria:-  
    “il desiderio dell'istruzione si è manifestato ovunque ardentissimo da dieci anni a questa parte per effetto dell'emigrazione negli Stati Uniti.”-[5]
    Trovo davvero che vi sia qualcosa su cui meditare:
    1) la globalizzazione non ha reso a tutti i bambini del mondo una reale possibilità di vivere la propria infanzia.
    2) Ai primi del 900 gli italiani sembravano avere compreso, soprattutto nelle classi meno abbienti, che la cultura poteva fare la differenza tra una speranza più certa in un domani economicamente e socialmente valido e la negazione di questa.
    3) i giovani non vedono la scuola, la cultura scolastica, il successivo iter universitario (i possibili dottorati di ricerca, laddove possano trovarvi spazio), come una realtà di miglioramento sociale economico. Non sembrano rendersi conto di essere dei fortunati, rispetto ai tanti bambini che non possono recarsi a scuola serenamente e non credono più che cultura e alternative di vita migliori camminino di pari passo.  
    Una ben triste considerazioni da farsi ad oltre 100 anni da quei difficili tempi delle migrazione italiana.

    [1] Rosso Malpelo, in Giovanni Verga. Tutte le novelle, a cura di Carla Riccardi, Mondadori, Milano, 1979, pag. 173.
    [2] Giovanni Genovesi - Storia della scuola in Italia dal Settecento ad oggi - Laterza 2000.
    [3] fonte:  http://www.greenreport.it/_archivio2011/?page=default&id=18467.
    [4] Carlo G. Lacaita - Istruzione e sviluppo industriale in Italia 1859-1914 - Giunti 1973.
    [5] Broccoli, Porcheddu, Menzinger - Ruolo, status e formazione dell'insegnante italiano dall'unità ad oggi - ISEDI 1978.

  • 06 novembre 2013 alle ore 23:19
    Sette anni nuovi

    Come comincia: Quanta desolazione c'è, fuori dal nostro orticello, e quanta dignità, nonostante tutto. Ho visto povertà e umiliazione, bimbi giocare sui tralicci, ridere accanto a fili di corrente scoperti, saltare nell'acqua di pozzi neri mai cotruiti, mamme incinte e stanche trascinare figli stanchi. Ho visto "ospedali" che sono vecchie case fatiscenti, e "dottori" maneggiare strumenti disinfettati in carta riciclata in fornetti a carbone. Ho visto acquistare di nascosto un pezzo di carne per gli "ospiti turisti", e tavole imbandite nel proprio desco: riso e platano e fagioli, il pasto ricco. E bimbi crescere con questo cibo. E bimbi seminudi e scalzi per le strade a imparare la legge del più forte. Ho visto cubani tornare a Cuba inanellati e tirati a nuovo in stretti jeans comprati nei negozi dei cinesi europei, con le tasche piene di pochi euro, comprare la sudditanza di chi è rimasto a mendicare qualche pesos correndo a piedi scalzi con in groppa un risciò. Ho visto strade con buche profonde mai riparate, e vecchi caderci e rialzarsi e continuare a piedi verso le proprie case costruite con materiali di riciclato riciclaggio. Ho visto mezzi di trasporto inventati con carcasse di chissà quale decrepito ricordo. Ho visto risciò ibridi di sedie a rotelle e bici e camion e pezzi stramazzati di poltrona. Ho visto la povertà, quella vera, quella che non ha il problema di arrivare a fine mese, perchè non ha nemmeno le ore. E ho visto donne dagli occhi luminosi di kajal e bimbi ridere a crepapelle, e uomini "machi" esigere il "rispetto" dopo sbronze e violenze. E il silenzio nelle loro case. Cosa non hanno visto questi miei occhi stanchi.Quanta desolazione c'è, fuori dal nostro orticello, e quanta dignità, nonostante tutto.

  • 06 novembre 2013 alle ore 22:48
    Sindrome di Stoccolma

    Come comincia: Lo stridore delle ruote in frenata sugli scogli è atroce. Almeno quanto il sole che picchia senza pietà sul costone e sulla spiaggia.
    Il balordo è così sudato che i poliziotti vedono fin da lassù le gocce luccicanti come resina scendergli lungo il torace lasciato scoperto dalla camicia sbottonata.
    Almeno quel che non è nascosto dal corpo della ragazza che egli serra contro di sé. È verso di lei che gli occhi di tutti sono puntati, o piuttosto alla canna del revolver premuta contro la sua tempia.
    L’ispettore accosta il megafono alla bocca.
    - Non fare scemenze! Butta la pistola!
    - Se fate un passo è morta! - grida l’uomo dalla spiaggia.
    Uno ad uno, i poliziotti scendono dalle auto, imbracciano i fucili.
    - Non sparate. Abbassate le canne.
    Dovranno aspettare l’arrivo del questore di Brindisi. Questi sono gli ordini.
    Restano sul costone a guardare come imbambolati l’uomo che hanno inseguito per mesi, con la preda ancora in suo potere, quella per cui si erano mobilitati polizia e carabinieri di mezza Italia.
    Eppure lei non piange.
    Trema sì, ansa, i lunghi capelli biondi bagnati del sudore suo e dell’uomo, grandi macchie si allargano sulla canotta da quattro soldi e sui pantaloncini che a stento le coprono le cosce, roba rimediata chissà dove.
    Ma non sembra temere la pistola a due dita dal suo cervello. Non guarda la mano di lui. È verso i neri giubbotti antiproiettile che guarda, come se da loro debba arrivarle la morte.
    La macchina con cui sono arrivati fin lì (rubata, naturalmente) se ne sta mischiata a quelle con la sirena quasi alla rinfusa, senza che nessuno pensi di chiudere le portiere o di spegnere il CD. Almeno all’ispettore suona quasi beffardo Santána sparato a tutto volume in mezzo a quel dramma; eppure non ordina a nessuno di interrompere la canzone. La sentono anche il balordo e il suo ostaggio dalla spiaggia, più lontana, soffusa. Egli pare allentare la stretta, senza toglierle la pistola dalla tempia. Quella morsa ha qualcosa di strano, pensa l’ispettore. Non è la morsa del carnefice, che lascia lividi e toglie il respiro; e lui ha un bel paio di braccia, lividi può farne quanti ne vuole. La ragazza ha le mani serrate al braccio di lui ma non cerca di liberarsi. Sembra piuttosto che gli si aggrappi.
    L’ispettore non azzarda giudizi. Chissà cosa scatta nella testa quando sai che da un momento all’altro qualcuno te la può far saltare in aria.
    Arriva un’altra automobile a sirene spiegate. Ne esce il questore, insieme a un uomo molto serio, aria distinta da libero professionista. Il questore dice che si tratta dello psichiatra che segue il caso. Ma un nodo serra la gola dell’ispettore quando vede precipitarsi verso il ciglio un uomo e una donna sulla cinquantina; deve far intervenire gli uomini per non farli cadere di sotto. I genitori di Miriam, ormai li ha visti talmente tante volte alla televisione che non può non riconoscerli.
    - Miriam! Miriam! Bambina mia! - grida la signora con tutto il fiato che ha in gola.
    Miriam riesce a scorgerla prima che il poliziotto la trascini indietro. Ha un sussulto, ma nulla di più.
    - Signora, si calmi - cerca di dirle l’ispettore. - Non è così stupido da fare del male a sua figlia, ha già un omicidio sul groppone. Stia calma perché avremo bisogno del suo aiuto.
    Non è sicuro di dire la verità, la voce gli muore quasi in gola; l’esperienza gli ha insegnato che non si può prevedere niente quando le cose si mettono così. Già non si prevedeva che Riccardo Quadrato detto Rick e quell’altro compagno suo (aveva imparato quasi a memoria le schede, sui trent’anni tutti e due, due vite trascorse a entrare e uscire di galera) dopo una rapina in banca andata male, con la polizia alle calcagna, si sarebbero infilati nella prima casa capitata loro a tiro prendendo in ostaggio quella biondina sedicenne con la sola colpa di trovarsi in casa nel momento sbagliato. La mamma l’aveva raccontato più e più volte al microfono bagnato dalle lacrime: perché lei, Miriam Monteluso, così piccola, fragile, innocente? L’ispettore cerca di stringerla al petto, ma la signora, bionda come la figlia, non smette un momento di tremare.
    - Datela a me. Ci penso io.
    Lo psichiatra prende in consegna la signora, le parla all’orecchio, la rassicura. Il signor Monteluso rimane invece inerte, come le rocce del costone, sembra quasi non accorgersi del metallo della carrozzeria ormai rovente dal sole che gli brucia la mano, il volto come una maschera di creta sotto i capelli bianchi; non vede nulla, non sente nulla, si perde soltanto nella bianca sagoma della figlia inghiottita dalle braccia abbronzate.
    - La mia Miriam - ansima. - Ma l’ha vista... Vestita come una prostituta...
    L’ispettore non riesce a reprimere un gesto infastidito; agli abiti si mette a pensare, quando tra un secondo la ragazza potrebbe esser distesa in una pozza di sangue! Sa che sono testimoni di Geova, tutta la famiglia, ma... No, può essere solo un modo per non pensare a quella dannata canna di pistola; lui ha tre figli ancora piccoli, non sa cosa farebbe se al posto di Miriam ci fosse uno di loro.
    Tutta l’Italia conosce anche i minimi particolari della sera del sequestro; i programmi televisivi li hanno reclamati con morbosa minuziosità. La tavola ancora apparecchiata con la cena finita, i vetri della finestra sul pavimento quando i due l’avevano sfondata per entrarvi, il proiettile che aveva colpito la mano del padre facendogli cadere il coltello istintivamente afferrato, la camicia da notte appena indossata da Miriam, il pugno con cui l’altro balordo l’aveva colpita facendole sanguinare il naso, il suo faccino piangente, l’ultima cosa che i genitori avevano visto mentre i due infilavano la porta trascinandola via con la pistola puntata alla tempia.
    Proprio come ora.
     
    Hoy es adiós,
    mañana quizas
    sé que tu vás a volver...[1]
     
    - Non permettere che mi portino via da te!
    Quel filo di voce solo Rick può sentirlo, ed egli non sa far altro che stringerla ancor più forte, le labbra nascoste le baciano i capelli. Miriam sprofonda nell’abbraccio, sa che può essere l’ultima volta. Se lo sente nello stomaco tutto l’appassionato strazio dell’addio tagliarla in due da dentro, quello per cui legge e rilegge Romeo e Giulietta anche se lo sa a memoria. Ora lo sa, non se l’è inventato Shakespeare; è la verità. Guarda i poliziotti davanti a sé, un branco di cani feroci pronti a mordere.
    Che ne sanno loro di Rick, del vero Rick, quello che solo lei è riuscita a vedere? Rick non è un criminale, è buono, glielo hanno detto i suoi occhi, dal primo momento. Sequestrarla non era stata un’idea sua, ma di quell’altro. Lui sì, era un vero mostro. Ha perso il conto di quante volte aveva cercato di picchiarla, e di tutte le risate che si era fatto nel vederla piangere. Non ci era riuscito solo perché Rick l’aveva difesa. Dai primi giorni, mentre da Viterbo scendevano in macchina verso sud, Rick non aveva voluto che fosse messa nel cofano; legata e imbavagliata va bene, lo aveva sentito gridare, magari anche bendata, ma nel cofano ci muore! L’aveva fatta stendere sul sedile posteriore, assicurata dalle cinture. Non aveva mai voluto lasciarla sola con quell’altro, che cercava sempre di mandarlo da un’altra parte, a telefonare per il riscatto, a prendere contatto con gli amici loro; niente, a farle la guardia c’era sempre rimasto Rick, che non la torturava, che era gentile. Era sempre Rick a portarle da mangiare e da bere, lui a parlarle per distrarla. Rick l’aveva visto quanto fosse sola. Terribilmente sola.
    Se lo prendono ora, lo schiafferanno dentro per almeno trent’anni. E non potrà mai dirgli il suo segreto. Nessuno se ne frega niente. È un delinquente, e assassino per giunta. E questo basti.
    No, non è giusto! Rick non è un assassino! Ha ucciso per lei!
    La colpa era tutta di quell’altro! Voleva mandarla sul marciapiede per avere di che mangiare, e visto che era vergine, voleva violarla lui stesso; Rick aveva provato con le buone, no, aspetta un momento, se ci facciamo dare cinquemila euro dobbiamo anche ridargliela intera! Me ne frego, ammettilo che te la vuoi fare tu, aveva risposto quello mentre si gettava su di lei prendendola per i capelli, il fiato puzzolente di alcool lo sentiva ancora addosso. Rick lo aveva preso a pugni con una rabbia mai vista. Uno lo aveva colpito dritto alla testa. Ci era rimasto a terra, stecchito. Rick è forte; è stato un pugile, è finito in galera per gli incontri clandestini, quelli dove non ci sono regole, quelli dove sul ring ci lasci la pelle. Non è stata colpa sua, ha ucciso per salvarla.
    Miriam non sa se è stato allora che ha cominciato a guardarlo come uomo. Si era sorpresa a spiarlo quando si toglieva quella lurida camicia a quadri a mezze maniche, con il cuore che le batteva forte a vedere il torso possente e bronzeo da pugile, chiazzato di tatuaggi come il vello di un leopardo, brillare per il sudore. Sì, è stato allora che Rick ha smesso di essere per lei il carceriere; ora era la sua guardia del corpo, o il suo angelo custode, o quello a cui poteva raccontare tutto quanto non aveva mai potuto dire a nessuno.
    O semplicemente un uomo, solo come lei.  No, più di lei, molto di più. La solitudine di un uomo cui hanno stampato in fronte “criminale”, e che questo marchio non se lo potrà togliere mai più, nemmeno se volesse.
    È stata la solitudine a unirli, prima di tutto il resto.
    A renderli una cosa sola.
    Anche prima del suo segreto.
     
    …Our breath and our skin,
    our hearths and our minds,
    they’re one and the same.
    You are my kind.[2]
     
    - Come sarebbe a dire?
    - Esattamente quello che ho detto, - risponde lo psichiatra.
    L’ispettore comincia davvero a non capirci più niente. - Il fatto che si fosse rifugiato con Miriam in quella villa in vendita nel Vesuviano, l’avevo sentito dire; che vi fosse stato trovato un materasso macchiato di sangue, pure. Ma qui sfioriamo veramente il macabro.
    - Cosa ci trova lei di macabro? - il fare sussiegoso del dottore è decisamente irritante. - I fatti sono che nel sangue hanno trovato tracce di seme. Di violenza non si è trattato certamente: tutto il resto era più in ordine di un asilo nido, e se avesse voluto cancellare le tracce non avrebbe certo lasciato la macchia di sangue in bella vista proprio lì. E dato che, a sentire i genitori, Miriam era vergine al momento del rapimento, più semplice di così non potrebbe essere.
    - Ma si rende conto di cosa sta dicendo? La vittima di un rapimento un bel giorno si sveglia e se ne va a letto con il rapitore? - protesta l’ispettore sforzandosi di contenere l’irritazione per non farsi sentire dal questore. - Allora noi dovremmo supporre che tutta la storia sia una messa in scena e che la ragazza abbia mascherato una fuga adolescenziale con un finto rapimento facendosi addirittura pestare a sangue... e minacciare con una pistola in fronte!
    - Pensa forse che gli esseri umani siano fatti di ferro? - lo psichiatra non si scompone di un millimetro, sembra stia spiegando l’ultima lezione di psicologia applicata a uno studentello poco diligente. - Sfido lei a subire tutto lo stress che ha subito Miriam in questi mesi senza che il suo cervello ne risenta, specie se Quadrato è stato l’unico contatto con l’umanità che ha potuto avere. È un classico caso di sindrome di Stoccolma.
    Ed ecco, tutto messo in provetta perbenino, etichettato e chiuso nel suo cassetto. La cosa, invece di rassicurarlo, finisce per innervosire ancor più l’ispettore. La musica ora gli riesce insopportabile.
    - Quadrato, lasciala andare! - La voce del questore stronca il suo gesto di ordinare che qualcuno spenga quel dannato CD. - Se ti arrendi ora, il giudice ne terrà conto...
    - Me ne frego del giudice! - grida il balordo troncandogli la battuta. - Voglio parlare con i genitori di Miriam!
    È condotta avanti la signora. Chissà, magari il questore pensa che Quadrato si commuoverebbe all’implorazione di una madre. Lei prende il megafono tremando.
    - La prego, - geme con la voce bloccata dal pianto, - mi ridia la mia bambina...
    - Bambina un corno! E perché dovrei ridarla a voi? Così tornerete a trattarla come una monaca di clausura? Con voi non sarebbe capace di vivere neanche un cane!
    L’ispettore comincia ad avere paura sul serio: un criminale messo alle strette è la specie più imprevedibile che si possa immaginare, e non puoi mai sapere se all’ultimo momento lo afferri una crisi di coscienza o si trasformi in un mostro da film dell’orrore.
    La signora Monteluso cade in ginocchio.
    - Farò tutto quello che vuole, ma non la uccida! La supplico!
    Rick sta zitto per un po’. Pare la stia squadrando da capo a piedi.
    - Tutto?
    - Sì, sì tutto!
    - Mi dia la sua parola, o la uccido subito.
    - Lo giuro su tutto quello che vuole, sulla vita di mia figlia!
    Il balordo ora sta ridendo, di vero gusto. L’ispettore si sente i brividi addosso.
    - Diavolo! E che è successo? Se non sbaglio voi non potete giurare sennò vi casca la lingua nel buco del lavandino, e ora lei giura proprio sulla vita di sua figlia che è in mano mia. Bene, allora a ogni cosa che dirò, lei dovrà rispondere “lo giuro”; così sarò sicuro che lo farà veramente. Si ricordi che se sgarra sua figlia è morta.
    - Sì, sì! Farò tutto quello che vuole!
    Tutti seguono come ipnotizzati ogni movimento del braccio di Rick attorno alla vita di Miriam, la canna del revolver premuta più forte contro la sua tempia.
    Tutto fermo, come al rallentatore, anche nella testa dell’ispettore, che lascia andare il signor Monteluso accorso a sorreggere la moglie. Eppure sarebbe tutto chiaro, come nel film “Arancia meccanica”; crudeltà senza senso, gioco senza ragione se non quella di far soffrire, sempre di più. Ma qualcosa non gli torna: la voce. Quella non è la voce di chi gode nel tormentare.  
     
    You were a victim of my crimes,
    a product of my rage…[3]
     
    A Rick sembra che il cuore cacci sangue dalla bocca. Miriam lo implora di non lasciarla, gli si stringe addosso come volesse inabissarsi nella sua pelle. Eppure deve lasciarla andare; vorrebbe che prima gli imbottiscano le budella di proiettili, ma lo farà.
    Che lo arrestino pure, non gli importa un tubo. Tanto lui ci creperà in prigione, se non crepa direttamente qui; non c’è che dire. È a Miriam che pensa, e a tutto quello che gli ha raccontato. Gli viene da vomitare al pensiero che hanno vinto loro, che le metteranno di nuovo le mani addosso e che la chiuderanno in casa a doppia mandata come fosse una carcerata anche lei. Ma che vita ha fatto finora? Solo casa, scuola e stanzone di preghiera, seppellita anche d’estate in roba che le arrivava al collo, gli amici glieli sceglievano i genitori, neanche una festa non diciamo in discoteca ma nemmeno a casa dei compagni di classe! Separata da tutti perché il mondo fa schifo tranne loro.
    No, non deve finire così! Per lui finisca come deve finire, ma la vita di Miriam deve cambiare da ora, dovesse non uscire vivo dalla spiaggia.
    Dannazione, che gli ha fatto quella ragazzina? 
    Non era stata certo una questione di crisi d’astinenza: si era sfogato abbondantemente anche durante la fuga, con le prostitute che gli avevano dato i vestiti per Miriam; questo erano le donne per lui, letti di periferia piuttosto scomodi e anche puzzolenti dove non si fermava mai per più di una notte.
    Quando erano ripartiti, Miriam gli aveva piantato addosso un paio di occhioni azzurri che gli avevano fatto lo stesso effetto di un gancio sferrato dritto allo stomaco con il guantone imbottito di chiodi. Li aveva già visti: erano gli occhi di sua madre quando aveva saputo che si era messo nella boxe clandestina. No, la crisi d’astinenza non c’entrava un corno, e nemmeno l’attrazione fisica: era stata la voglia rabbiosa di strapparle quella dannata verginità da brava ragazza. Era solo per quella che aveva potuto permettersi di guardarlo dall’alto in basso.
    Comunque, ora non avrebbe il coraggio di andare con nessun’altra. Mai più.
    Non dopo quella notte.
    Si era sentito già abbastanza in colpa quando l’aveva vista dormire tra le sue braccia, nuda, fragile, inerme come non gli era mai parsa. Aveva accettato che gli si coricasse accanto, impaurita dal troppo silenzio della grande villa scheletrita; non aveva respinto i timidi baci con cui lo aveva svegliato; l’aveva trascinata in qualcosa di più grande di lei, forse soltanto per essere sicuro di averla davvero in pugno. Ora sì che non l’avrebbe mai più guardato in quel modo. Non sono migliore di quel pezzo di ruffiano che ho ucciso, aveva pensato vedendo la testolina bionda poggiata sul suo petto e la macchia di sangue risaltare cruda sul materasso: l’ho ucciso perché aveva ragione, volevo solo essere io il primo a godermi questa bambina. E aveva pianto, sulle palpebre seccate da almeno vent’anni senza lacrime.
    Ma che può farci se quello è l’unico modo che conosce di amare una donna? Che può farci se ora senza Miriam tra le braccia non riesce più a dormire? Da allora non è passata notte senza che succedesse, e ogni volta, quando si fermavano per un attimo nella loro folle corsa con il fiato di polizia e carabinieri sul collo, aveva il sapore della passione disperata, di felicità divorata in fretta e furia prima della fine. Da allora non ha più pensato a scampare la galera; non era per quello che voleva raggiungere la Puglia e imbarcarsi sul primo motoscafo che gli capitava a tiro, verso l’Albania o la Grecia. Voleva portare via Miriam, per sempre, vivere con lei. In qualche modo si sarebbe arrangiato.  
    Solo adesso torna alla realtà: aveva voluto sfogare sulla piccola Miriam tutta la rabbia di un cane randagio contro la gente perbene, l’aveva voluta sua, il suo ostaggio, l’aveva voluta drogata di lui, e alla fine l’unico ad essere drogato è lui. Si è innamorato, ecco tutto. Ma Miriam è una brava ragazza, fatta per una vita tranquilla, serena. Lui non gliela può dare; non le può dare niente. Lui è un cane randagio, e da cane randagio morirà. Tutto quello che può darle ora, dopo averle tolto tutto, è una vita un po’ più decente.
    Prima di lasciar uscire dalla sua zozza vita l’unico fiato che avrebbe potuto renderla felice.
     
    ...the one thing
    I left was you,
    and now you’re gone.[4]
     
    Ma vuole decidersi a farla finita con questo teatro?, si contorce l’ispettore mordendosi la bocca.
    Non ha neanche finito di pensarlo che arriva la voce dalla spiaggia.
    - Bene, cominciamo. Dovrete lasciar uscire Miriam con gli amici il sabato sera.
    - Lo giuro, - risponde meccanicamente la signora.
    - Dovrete farle festeggiare il suo compleanno.
    - Lo giuro!
    - E anche Natale, Capodanno, Pasqua, e tutto quello che vorrà.
    - Lo giuro!
    - La lascerete vestire come vuole.
    - Lo giuro!
    - Non dovrete più spiare nel suo diario.
    - Lo giuro!
    - Non dovrete più cancellarle sul telefonino i messaggi che non vi piacciono.
    - Lo giuro!
    - Le lascerete vivere la sua vita, e anche se non vorrà più essere testimone di Geova, voi non deciderete per lei!
    - Lo giuro!
    - Non l’ho sentita abbastanza convinta, - la canna del revolver si schiaccia contro la pelle bianca, sembra che la mano del balordo faccia il gesto di togliere la sicura.
    Subito il muro di fucili si rialza, la signora grida.
    - Giù, giù quei fucili! - sibila concitatamente l’ispettore, mentre vede con la coda dell’occhio il signor Monteluso prendere il megafono dalla mano della moglie, ormai incapace di fare di più.
    - Senta, non ci ha ancora tormentato abbastanza? - Sentirlo parlare è perfino più straziante. Una larva d’uomo, senza la disperata ferocia che hanno le donne quando si tratta della vita dei figli. - Ha voluto la prova che faremmo tutto per nostra figlia? L’ha avuta. Che cos’altro vuole ancora? Vuole che ci facciamo sparare noi al posto di Miriam? Bene, prenda me e facciamola finita. La lasci andare.
    L’ispettore deve farlo fermare, o a farsi ammazzare quello ci va sul serio.
    Ma non servirà comunque: il balordo le ha tolto la pistola dalla tempia. Sembra che la lascerà andare.
    Il questore tuttavia ordina di non intervenire fin quando la ragazza non sarà su, con i genitori, al sicuro. Tanto lui ha il mare alle spalle, non può scappare. A meno che non ci provi a nuoto.
    Ma che succede? Perché non la lascia?
    Passano i minuti, non succede niente.
    È l’ispettore a non sentirci bene o Miriam piange? O è il verso dei gabbiani che non la smettono un momento di girare sull’acqua, dannazione a loro?
    Finalmente, la ragazza si allontana. Con lentezza, girandosi sempre indietro. Uno, due, tre passi.
    I genitori si precipitano giù, verso la spiaggia. L’ispettore va con loro, non si sa mai. Insieme al padre sorregge la signora che per la fretta rischia di rompersi l’osso del collo.
    Ma la lascia andare subito appena vede con la coda dell’occhio Rick gettarsi su Miriam.
    Spara, senza pensare.
    O meglio, pensando solo alla pistola che Quadrato stringe ancora in mano.
    L’urlo di Miriam fende l’aria.
    Lui non ha gridato.
    Il suo corpo non ha fatto quasi rumore cadendo sulla sabbia e rotolando verso il bagnasciuga.
    Dio l’ho fatto fuori, è il suo primo pensiero.
    Non credeva nemmeno di prenderlo, non ha mai avuto una buona mira. Lui è un ispettore da computer e scrivania. Una persona tranquilla.
    Il mare si allunga e si ritira sulla bianca sagoma di Miriam che si stringe al petto la testa di Rick e gli copre la bocca di baci. Non è morto, respira ancora. La pallottola lo ha colpito allo stomaco, più o meno.
    L’ispettore non riesce ad avvicinarsi. Lo fermano i singhiozzi di Miriam più che l’acqua di mare che si tinge di rosso.
    Lo fulmina una consapevolezza: in questa storia lui è un terzo incomodo. Come lo è il dottor “so-tutto-io”, le cui teorie, compresa la sindrome di Stoccolma, non hanno più importanza delle grida dei gabbiani. Come lo sono il questore e tutti gli altri che ora stanno scendendo sulla spiaggia. Come lo sono anche i genitori, che fissano Miriam come non l’avessero mai vista.
    Bisognerebbe soltanto andarsene, lasciarli vivere il loro azzurro, caldo, terso dramma nella sonnolenza del primo pomeriggio, soli con la voce di Placido Domingo che si perde all’orizzonte.
     
    In the dreams of my heart, I see your face
    calling me into the light.[5]
     
    Possibile che le lacrime possano bruciare così tanto?
    Quelle di Miriam che gli bagnano il volto bruciano più dell’acqua di mare che gli mangia la ferita. Come petrolio.
    Chissà, forse bruciavano così le lacrime di quello che aveva visto morire in un incontro della boxe clandestina, prima dell’ultima galera. Gli altri ci avevano riso sopra: se la fa sotto, non è un vero uomo. Le donne si fanno molti meno scrupoli. Piangono e basta. Ma quando piangono loro, qualcosa brucia.
    Se fosse morto allora, sul ring, nessuno avrebbe pianto. Forse solo chi aveva scommesso su di lui, ma non bruciano quelle lacrime.
    Nelle lacrime di Miriam si riflette il sole come sul mare, divengono gocce di luce, forse bruciano per questo. O forse perché sono per lui, per lui che l’ha rapita, per lui che l’ha imbavagliata, bendata e legata al sedile posteriore della macchina. Per lui, che ha stabilito che la sua vita valeva cinquemila euro.
    I suoi genitori ora li pagherebbero perché crepi lì; e Miriam paga le sue gocce di luce perché viva.
    Gocce di luce e basta. Solo questo ha da dare una bambina cambiata in donna troppo in fretta; quella stessa bambina che nessuno riesce più a staccargli di dosso.
    - Vado in ambulanza con lui! Rick deve vivere! Mio figlio ha bisogno di suo padre!
    Bambina un corno. Lui l’aveva detto.

    [1] Oggi, addio,
    domani chissà
    so che vorrai ritornar...
    [2] Il nostro respiro e la nostra pelle,
    i nostri cuori e le nostre menti,
    sono una cosa sola.
    Tu sei il mio tipo.
    [3] Eri vittima dei miei crimini,
    frutto della mia rabbia....
    [4] ... tutto ciò che mi era rimasto
    eri tu,
    e ora te ne sei andata.
    [5] Nei sogni del mio cuore, vedo il tuo volto
    che mi chiama alla luce.

  • 06 novembre 2013 alle ore 17:35
    Attesa

    Come comincia: Il giorno dopo, Carole fu meravigliata di svegliarsi in una stanza sconosciuta.
    Il sole filtrava da dietro le tende. I vestiti in disordine sulla sedia e la valigia le ricordarono subito gli avvenimenti della sera prima.
    Aveva viaggiato per 36 ore ed era arrivata stanchissima alla stazione dov’era ad attenderla un lontano cugino che aveva visto solo in foto.
    Lui l’aveva subito riconosciuta. Lei invece ebbe qualche titubanza dovuta forse anche alla stanchezza, ma dovette riconoscere a se stessa che era un “gran figo”.
    - Ciao, sono Dario. Hai fatto un buon viaggio?
    - Ciao, sono Carole. Il viaggio? Uno schifo.
    Lui la liberò dalla valigia e le offrì una rosa dicendole: pazienta ancora un pò, mezz’ora d’auto e saremo a casa.
    Carole rimase stupita per la rosa, ma lo guardò con riconoscenza.
    - Grazie. Un gesto veramente gentile. Esistono ancora i gentiluomini.
    Il viaggio in auto si rivelò purtroppo molto più lungo del previsto: la nebbia e un incidente costrinsero Dario ad una deviazione che fece aumentare il tempo di circa 40 minuti.
    La conversazione in auto si limitò alla solita generalità e alla richiesta di Dario di fermarsi ad un ristorante per “far eseguire un po’ di ginnastica ai denti”.
    - Grazie Dario, ma preferirei continuare il viaggio. Ho assoluto bisogno di fare una doccia eandare a letto perché sono stanca morta.
    - OK Carole.
    Le palpebre di Carole erano diventate pesanti e cominciavano a chiudersi quando la voce di Dario le annunciò la fine del viaggio.
    Il cancello della villetta si aprì; entrarono in garage e da questo negli appartamenti.
    Carole accettò solo un succo di frutta. Rimandarono all’indomani la discussione sulla presenza e i sui suoi compiti. Carole ringraziò, augurò la buona notte e dopo la doccia si tuffò nelle braccia di Morfeo.
    Si alzò prontamente, procedette alla toilette che fece con più cura del consueto e, con più civetteria (perché?!). Poi scostò le tende ed aprì la porta finestra che immetteva su un piccolo terrazzo. Il sole inondò la stanza. Notò che questa era arredata con gusto. Disfece la valigia e mise in ordine la sua
    roba. Fece il letto come da abitudine. Aprì la porta e s’incamminò nel corridoio che portava in soggiorno. Dario era seduto sulla poltrona e leggeva il giornale. Non appena la vide, il suo viso s’illuminò di un sorriso.
    - Buongiorno Carole. Dormito bene?
    - Buongiorno Dario. Come un ghiro. E’ tardi vero?
    - Ma no!. Sono io che mi alzo presto. Facciamo colazione?
    - Volentieri.
    Si recarono in cucina. Dario presentò Maria, sua tata, come il deus ex machine della casa. Le due donne si piacquero a prima vista. a prima vista. Dopo un’abbondante colazione Dario e Carole si recarono nello studio per definire le competenze di questa ultima e per poi andare a conoscere la padrona di casa: la mamma ammalata di Dario.
    Il giovanotto venne subito al quid: compito principale di Carole doveva essere quello di occuparsi della mamma. Doveva farle compagnia e provvedere che ogni sua necessità fosse espletata tempestivamente dagli addetti, e nel miglior dei modi. Doveva inoltre, in sua assenza, fungere da segretaria e gestire la casa con l’aiuto di Maria. Nella gestione erano comprese le sue attività e il suo tempo libero. Oltre al vitto e l’alloggio per il salario poteva decidere lei.
    Una stretta di mano sigillò il loro accordo.
    La camera dell’ammalata era poco distante dalla stanza di Carole. Dario bussò, entrò, salutò la mamma, le diede un bacio e le presentò Carole.
    Un viso pallido dove la sofferenza aveva segnato la sua battaglia, e la ragione e la ricchezza d’animo avevano steso un dolce velo d’accettazione; fu questo che apparve alla ragazza: una situazione che aveva già conosciuto e vissuto.
    Il ricordo della mamma l’assalì con tutta la sua forza. Un nodo le serrò la gola e le parole ruzzolarono a fatica dalle sue labbra.
    Luigia, la madre di Dario, notò subito lo stato d’animo di Carole e la rasserenò con parole dolci e con una carezza affettuosa. Le chiese poi un bacio. Carole non riuscì più a trattenersi per la commozione e pianse.
    Il tenero quadretto toccò il cuore di Dario che con una scusa lasciò sole le due donne.
    Col trascorrere dei giorni l’affetto strinse sempre di più la sua corda tanto che Luigia e Carole divennero la simbiosi dell’amore familiare.
    La felicità aveva trovato finalmente dimora nel cuore di quella ragazza che la vita aveva sottoposto a durissime prove e a difficili esami. Ora era tutto OK e non chiedeva altro, ma la dea bendata volle regalarle anche la cosa più bella e più dolce della vita: l’amore.
    Il fiore sbocciò timidamente e, con lentezza e con grazia divenne frutto: Dario, quando era all’estero per il suo lavoro di giornalista, le telefonava spesso; al rientro aveva sempre un presente per lei. La portava poi a cena, a teatro, a qualsiasi manifestazione importante e la colmava di gentilezze e di attenzioni. Fra loro vi fu un’unione d’intenti e di condivisione che fece nascere un reciproco affetto tenero e sincero e li portò a prodigarsi l’uno per l’altro.
    Dubbi, incomprensioni e conflitti (cose normalissime) furono solo fugaci ombre che scomparivano al primo raggio di luce di un sorriso.
    Testimone del loro primo bacio fu la vecchia e romantica luna. Erano seduti sulla panchina del viale alberato della collina che degradava verso la piana e spogliandosi s’inoltrava verso la sabbia bianca dell’azzurro mare. Tra loro era sceso il silenzio gonfio di passione e di desiderio. I loro occhi s’incontrarono ed entrambi vi lessero la parola AMORE a caratteri cubitali. Il profumo delle rose e dei gelsomini, con tutta la loro fragranza, si posò sulle loro labbra.
    Le parole tenere, dolci, belle, vibranti di poesia, erano nel loro abbraccio, nel loro sguardo, nel silenzio e nell’ambiente che li circondava.
    La vecchia e dimenticata luna incontrò gli sguardi dei due innamorati e sorrise felice scoprendo i suoi denti gialli: “Allora c’è ancora qualche romantico” disse alle stelle con enfasi.
    La buona novella fu per Luigia un toccasana. La malattia che la costringeva a stare a letto sembrò regredire, di pochino pochino ma era regredita.
    Madre e figlia, erano oramai diventate tali, attendevano con ansia e trepidazione il ritorno di Dario, quando questi era inviato dal suo giornale nelle zone calde estere. L’attesa era lunga e angosciosa soprattutto se Dario non poteva o non riusciva a telefonare. La paura e ogni preoccupazione sparivano al solito “ciao” di Dario nella cornetta. Quel “ciao” era diventato il suono dolcissimo che apriva la porta più intima e segreta dell’amore, della felicità e della vita.
    Accadde che il “ciao” si fece attendere più del solito. I giorni divennero pesanti, troppo pesanti e l’angoscia e la paura stringevano nella loro morsa il cuore di Luigia e di Carole.
    L’estate cedeva il passo all’autunno e fu in una giornata uggiosa che arrivò la notizia: Dario era stato rapito da… (?!) supposizioni, solo supposizioni.
    I giorni trascorrevano senza tempo in un buio totale, squarciati di tanto in tanto da qualche flash di luce. Una luce costante, calda e luminosa non abbandonò mai le due donne: la fede e la speranza. E queste furono premiate dopo tre mesi

    ATTESA

    Il giorno dopo, Carole fu meravigliata di svegliarsi in una stanza sconosciuta.

    Il sole filtrava da dietro le tende. I vestiti in disordine sulla sedia e la valigia le ricordarono subito gli avvenimenti della sera prima.

    Aveva viaggiato per 36 ore ed era arrivata stanchissima alla stazione dov’era ad attenderla un lontano cugino che aveva visto solo in foto.

    Lui l’aveva subito riconosciuta. Lei invece ebbe qualche titubanza dovuta forse anche alla stanchezza, ma dovette riconoscere a se stessa che era un “gran figo”.

    - Ciao, sono Dario. Hai fatto un buon viaggio?

    - Ciao, sono Carole. Il viaggio? Uno schifo.

    Lui la liberò dalla valigia e le offrì una rosa dicendole: pazienta ancora un pò, mezz’ora d’auto e saremo a casa.

    Carole rimase stupita per la rosa, ma lo guardò con riconoscenza.

    - Grazie. Un gesto veramente gentile. Esistono ancora i gentiluomini.

    Il viaggio in auto si rivelò purtroppo molto più lungo del previsto: la nebbia e un incidente costrinsero Dario ad una deviazione che fece aumentare il tempo di circa 40 minuti.

    La conversazione in auto si limitò alla solita generalità e alla richiesta di Dario di fermarsi ad un ristorante per “far eseguire un po’ di ginnastica ai denti”.

    - Grazie Dario, ma preferirei continuare il viaggio. Ho assoluto bisogno di fare una doccia e

    andare a letto perché sono stanca morta.

    - OK Carole.

    Le palpebre di Carole erano diventate pesanti e cominciavano a chiudersi quando la voce di Dario le annunciò la fine del viaggio.

    Il cancello della villetta si aprì; entrarono in garage e da questo negli appartamenti.

    Carole accettò solo un succo di frutta. Rimandarono all’indomani la discussione sulla presenza e i sui suoi compiti. Carole ringraziò, augurò la buona notte e dopo la doccia si tuffò nelle braccia di Morfeo.

    Si alzò prontamente, procedette alla toilette che fece con più cura del consueto e, con più civetteria (perché?!). Poi scostò le tende ed aprì la porta finestra che immetteva su un piccolo terrazzo. Il sole inondò la stanza. Notò che questa era arredata con gusto. Disfece la valigia e mise in ordine la sua

    roba. Fece il letto come da abitudine. Aprì la porta e s’incamminò nel corridoio che portava in soggiorno. Dario era seduto sulla poltrona e leggeva il giornale. Non appena la vide, il suo viso s’illuminò di un sorriso.

    - Buongiorno Carole. Dormito bene?

    - Buongiorno Dario. Come un ghiro. E’ tardi vero?

    - Ma no!. Sono io che mi alzo presto. Facciamo colazione?

    - Volentieri.

    Si recarono in cucina. Dario presentò Maria, sua tata, come il deus ex machine della casa. Le due donne si piacquero a prima vista. a prima vista. Dopo un’abbondante colazione Dario e Carole si recarono nello studio per definire le competenze di questa ultima e per poi andare a conoscere la padrona di casa: la mamma ammalata di Dario.

    Il giovanotto venne subito al quid: compito principale di Carole doveva essere quello di occuparsi della mamma. Doveva farle compagnia e provvedere che ogni sua necessità fosse espletata tempestivamente dagli addetti, e nel miglior dei modi. Doveva inoltre, in sua assenza, fungere da segretaria e gestire la casa con l’aiuto di Maria. Nella gestione erano comprese le sue attività e il suo tempo libero. Oltre al vitto e l’alloggio per il salario poteva decidere lei.

    Una stretta di mano sigillò il loro accordo.

    La camera dell’ammalata era poco distante dalla stanza di Carole. Dario bussò, entrò, salutò la mamma, le diede un bacio e le presentò Carole.

    Un viso pallido dove la sofferenza aveva segnato la sua battaglia, e la ragione e la ricchezza d’animo avevano steso un dolce velo d’accettazione; fu questo che apparve alla ragazza: una situazione che aveva già conosciuto e vissuto.

    Il ricordo della mamma l’assalì con tutta la sua forza. Un nodo le serrò la gola e le parole ruzzolarono a fatica dalle sue labbra.

    Luigia, la madre di Dario, notò subito lo stato d’animo di Carole e la rasserenò con parole dolci e con una carezza affettuosa. Le chiese poi un bacio. Carole non riuscì più a trattenersi per la commozione e pianse.

    Il tenero quadretto toccò il cuore di Dario che con una scusa lasciò sole le due donne.

    Col trascorrere dei giorni l’affetto strinse sempre di più la sua corda tanto che Luigia e Carole divennero la simbiosi dell’amore familiare.

    La felicità aveva trovato finalmente dimora nel cuore di quella ragazza che la vita aveva sottoposto a durissime prove e a difficili esami. Ora era tutto OK e non chiedeva altro, ma la dea bendata volle regalarle anche la cosa più bella e più dolce della vita: l’amore.

    Il fiore sbocciò timidamente e, con lentezza e con grazia divenne frutto: Dario, quando era all’estero per il suo lavoro di giornalista, le telefonava spesso; al rientro aveva sempre un presente per lei. La portava poi a cena, a teatro, a qualsiasi manifestazione importante e la colmava di gentilezze e di attenzioni. Fra loro vi fu un’unione d’intenti e di condivisione che fece nascere un reciproco affetto tenero e sincero e li portò a prodigarsi l’uno per l’altro.

    Dubbi, incomprensioni e conflitti (cose normalissime) furono solo fugaci ombre che scomparivano al primo raggio di luce di un sorriso.

    Testimone del loro primo bacio fu la vecchia e romantica luna. Erano seduti sulla panchina del viale alberato della collina che degradava verso la piana e spogliandosi s’inoltrava verso la sabbia bianca dell’azzurro mare. Tra loro era sceso il silenzio gonfio di passione e di desiderio. I loro occhi s’incontrarono ed entrambi vi lessero la parola AMORE a caratteri cubitali. Il profumo delle rose e dei gelsomini, con tutta la loro fragranza, si posò sulle loro labbra.

    Le parole tenere, dolci, belle, vibranti di poesia, erano nel loro abbraccio, nel loro sguardo, nel silenzio e nell’ambiente che li circondava.

    La vecchia e dimenticata luna incontrò gli sguardi dei due innamorati e sorrise felice scoprendo i suoi denti gialli: “Allora c’è ancora qualche romantico” disse alle stelle con enfasi.

    La buona novella fu per Luigia un toccasana. La malattia che la costringeva a stare a letto sembrò regredire, di pochino pochino ma era regredita.

    Madre e figlia, erano oramai diventate tali, attendevano con ansia e trepidazione il ritorno di Dario, quando questi era inviato dal suo giornale nelle zone calde estere. L’attesa era lunga e angosciosa soprattutto se Dario non poteva o non riusciva a telefonare. La paura e ogni preoccupazione sparivano al solito “ciao” di Dario nella cornetta. Quel “ciao” era diventato il suono dolcissimo che apriva la porta più intima e segreta dell’amore, della felicità e della vita.

    Accadde che il “ciao” si fece attendere più del solito. I giorni divennero pesanti, troppo pesanti e l’angoscia e la paura stringevano nella loro morsa il cuore di Luigia e di Carole.

    L’estate cedeva il passo all’autunno e fu in una giornata uggiosa che arrivò la notizia: Dario era stato rapito da… (?!) supposizioni, solo supposizioni.

    I giorni trascorrevano senza tempo in un buio totale, squarciati di tanto in tanto da qualche flash di luce. Una luce costante, calda e luminosa non abbandonò mai le due donne: la fede e la speranza. E queste furono premiate dopo tre mesi

    ATTESA

    Il giorno dopo, Carole fu meravigliata di svegliarsi in una stanza sconosciuta.

    Il sole filtrava da dietro le tende. I vestiti in disordine sulla sedia e la valigia le ricordarono subito gli avvenimenti della sera prima.

    Aveva viaggiato per 36 ore ed era arrivata stanchissima alla stazione dov’era ad attenderla un lontano cugino che aveva visto solo in foto.

    Lui l’aveva subito riconosciuta. Lei invece ebbe qualche titubanza dovuta forse anche alla stanchezza, ma dovette riconoscere a se stessa che era un “gran figo”.

    - Ciao, sono Dario. Hai fatto un buon viaggio?

    - Ciao, sono Carole. Il viaggio? Uno schifo.

    Lui la liberò dalla valigia e le offrì una rosa dicendole: pazienta ancora un pò, mezz’ora d’auto e saremo a casa.

    Carole rimase stupita per la rosa, ma lo guardò con riconoscenza.

    - Grazie. Un gesto veramente gentile. Esistono ancora i gentiluomini.

    Il viaggio in auto si rivelò purtroppo molto più lungo del previsto: la nebbia e un incidente costrinsero Dario ad una deviazione che fece aumentare il tempo di circa 40 minuti.

    La conversazione in auto si limitò alla solita generalità e alla richiesta di Dario di fermarsi ad un ristorante per “far eseguire un po’ di ginnastica ai denti”.

    - Grazie Dario, ma preferirei continuare il viaggio. Ho assoluto bisogno di fare una doccia e

    andare a letto perché sono stanca morta.

    - OK Carole.

    Le palpebre di Carole erano diventate pesanti e cominciavano a chiudersi quando la voce di Dario le annunciò la fine del viaggio.

    Il cancello della villetta si aprì; entrarono in garage e da questo negli appartamenti.

    Carole accettò solo un succo di frutta. Rimandarono all’indomani la discussione sulla presenza e i sui suoi compiti. Carole ringraziò, augurò la buona notte e dopo la doccia si tuffò nelle braccia di Morfeo.

    Si alzò prontamente, procedette alla toilette che fece con più cura del consueto e, con più civetteria (perché?!). Poi scostò le tende ed aprì la porta finestra che immetteva su un piccolo terrazzo. Il sole inondò la stanza. Notò che questa era arredata con gusto. Disfece la valigia e mise in ordine la sua

    roba. Fece il letto come da abitudine. Aprì la porta e s’incamminò nel corridoio che portava in soggiorno. Dario era seduto sulla poltrona e leggeva il giornale. Non appena la vide, il suo viso s’illuminò di un sorriso.

    - Buongiorno Carole. Dormito bene?

    - Buongiorno Dario. Come un ghiro. E’ tardi vero?

    - Ma no!. Sono io che mi alzo presto. Facciamo colazione?

    - Volentieri.

    Si recarono in cucina. Dario presentò Maria, sua tata, come il deus ex machine della casa. Le due donne si piacquero a prima vista. a prima vista. Dopo un’abbondante colazione Dario e Carole si recarono nello studio per definire le competenze di questa ultima e per poi andare a conoscere la padrona di casa: la mamma ammalata di Dario.

    Il giovanotto venne subito al quid: compito principale di Carole doveva essere quello di occuparsi della mamma. Doveva farle compagnia e provvedere che ogni sua necessità fosse espletata tempestivamente dagli addetti, e nel miglior dei modi. Doveva inoltre, in sua assenza, fungere da segretaria e gestire la casa con l’aiuto di Maria. Nella gestione erano comprese le sue attività e il suo tempo libero. Oltre al vitto e l’alloggio per il salario poteva decidere lei.

    Una stretta di mano sigillò il loro accordo.

    La camera dell’ammalata era poco distante dalla stanza di Carole. Dario bussò, entrò, salutò la mamma, le diede un bacio e le presentò Carole.

    Un viso pallido dove la sofferenza aveva segnato la sua battaglia, e la ragione e la ricchezza d’animo avevano steso un dolce velo d’accettazione; fu questo che apparve alla ragazza: una situazione che aveva già conosciuto e vissuto.

    Il ricordo della mamma l’assalì con tutta la sua forza. Un nodo le serrò la gola e le parole ruzzolarono a fatica dalle sue labbra.

    Luigia, la madre di Dario, notò subito lo stato d’animo di Carole e la rasserenò con parole dolci e con una carezza affettuosa. Le chiese poi un bacio. Carole non riuscì più a trattenersi per la commozione e pianse.

    Il tenero quadretto toccò il cuore di Dario che con una scusa lasciò sole le due donne.

    Col trascorrere dei giorni l’affetto strinse sempre di più la sua corda tanto che Luigia e Carole divennero la simbiosi dell’amore familiare.

    La felicità aveva trovato finalmente dimora nel cuore di quella ragazza che la vita aveva sottoposto a durissime prove e a difficili esami. Ora era tutto OK e non chiedeva altro, ma la dea bendata volle regalarle anche la cosa più bella e più dolce della vita: l’amore.

    Il fiore sbocciò timidamente e, con lentezza e con grazia divenne frutto: Dario, quando era all’estero per il suo lavoro di giornalista, le telefonava spesso; al rientro aveva sempre un presente per lei. La portava poi a cena, a teatro, a qualsiasi manifestazione importante e la colmava di gentilezze e di attenzioni. Fra loro vi fu un’unione d’intenti e di condivisione che fece nascere un reciproco affetto tenero e sincero e li portò a prodigarsi l’uno per l’altro.

    Dubbi, incomprensioni e conflitti (cose normalissime) furono solo fugaci ombre che scomparivano al primo raggio di luce di un sorriso.

    Testimone del loro primo bacio fu la vecchia e romantica luna. Erano seduti sulla panchina del viale alberato della collina che degradava verso la piana e spogliandosi s’inoltrava verso la sabbia bianca dell’azzurro mare. Tra loro era sceso il silenzio gonfio di passione e di desiderio. I loro occhi s’incontrarono ed entrambi vi lessero la parola AMORE a caratteri cubitali. Il profumo delle rose e dei gelsomini, con tutta la loro fragranza, si posò sulle loro labbra.

    Le parole tenere, dolci, belle, vibranti di poesia, erano nel loro abbraccio, nel loro sguardo, nel silenzio e nell’ambiente che li circondava.

    La vecchia e dimenticata luna incontrò gli sguardi dei due innamorati e sorrise felice scoprendo i suoi denti gialli: “Allora c’è ancora qualche romantico” disse alle stelle con enfasi.

    La buona novella fu per Luigia un toccasana. La malattia che la costringeva a stare a letto sembrò regredire, di pochino pochino ma era regredita.

    Madre e figlia, erano oramai diventate tali, attendevano con ansia e trepidazione il ritorno di Dario, quando questi era inviato dal suo giornale nelle zone calde estere. L’attesa era lunga e angosciosa soprattutto se Dario non poteva o non riusciva a telefonare. La paura e ogni preoccupazione sparivano al solito “ciao” di Dario nella cornetta. Quel “ciao” era diventato il suono dolcissimo che apriva la porta più intima e segreta dell’amore, della felicità e della vita.

    Accadde che il “ciao” si fece attendere più del solito. I giorni divennero pesanti, troppo pesanti e l’angoscia e la paura stringevano nella loro morsa il cuore di Luigia e di Carole.

    L’estate cedeva il passo all’autunno e fu in una giornata uggiosa che arrivò la notizia: Dario era stato rapito da… (?!) supposizioni, solo supposizioni.

    I giorni trascorrevano senza tempo in un buio totale, squarciati di tanto in tanto da qualche flash di luce. Una luce costante, calda e luminosa non abbandonò mai le due donne: la fede e la speranza. E queste furono premiate dopo tre mesi

     

  • 05 novembre 2013 alle ore 17:08
    Rosa dopo l'amore

    Come comincia: Marco ha un odore acre appena fatto l'amore, acido. Non mi piace. Persino il suo
    seme ha un sapore più buono del suo odore. Peccato perché mi piace stare accucciata
    all'uomo dopo aver fatto sesso. Mi fa stare serena, mi fa sentire protetta e partecipe. È
    solo che spesso non ci riesco. Marco sa di buono prima e durante ma quando cala
    l'eccitazione e si addormenta secerne qualcosa che mi respinge. Sembra quasi una
    reazione inconscia, animale. Forse un retaggio genetico, preistorico, qualcosa che teneva
    lontano le bestie feroci quando le difese personali erano abbassate dal torpore profondo in
    cui sprofondi dopo l'accoppiamento.
    Ma guarda un po' che cosa mi deve venire in mente. Che cazzate! Ne faccio un sacco di
    questi pensieri, poi me li tengo quasi sempre per me. Forse se li raccontassi
    smetterebbero di dire che sono una ragazza troppo convenzionale. Poi con questa storia
    della “ragazza”. Ho più di trent'anni, ma quante ne devo passare ancora prima che
    comincino a chiamarmi donna? Per la natura sei donna a 13 anni. A me è successo
    addirittura prima: sono diventata donna quando mi hanno rotta dentro per la prima volta.
    Molti pensano che quando una cosa si rompe è meglio buttarla e ricomprarne una
    nuova. Nessuno ha più voglia di aggiustare nulla, nessuno è più capace di aggiustare
    nulla: persino le relazioni. Il consumismo delle relazioni.
    Se l'avessi pensata così avrei dovuto suicidarmi dopo quella cosa, buttarmi via. Si dice
    che il grosso delle violenze sulle donne avvengono in famiglia e non vengono denunciate.
    Sono stata convenzionale anche in questo. Solo che a me la nonna mi ha insegnato ad
    aggiustare tutto. Gli oggetti di casa, gli utensili, i vestiti, le persone che mi stanno vicino.
    La nonna mi ha insegnato ad assaporare il dolore e a sorridere per superarlo. Ce l'aveva
    dentro il dolore la nonna, quel dolore ancestrale da contadina del sud. Era tutto nel suo
    sorriso. La mamma dice che ho il sorriso di nonna. So che non le piace.
    Sarà per questo sorriso che faccio così tanta rabbia a tutti. Come al professore di
    calcolo quando mi ha rimandata. Io continuavo a sorridere anche dopo aver visto i quadri
    e lui mi ha presa a schiaffi, lì, davanti a tutti. Ed io ho sorriso. E lui ha pensato che ero
    scema. Luisa diceva che mi aveva rimandato perché era geloso ed io gli piacevo. E allora
    perché mi doveva dare gli schiaffi? Le carezze mi doveva fare!
    E così è stato sempre. Anche ieri, quando mi hanno licenziata. I colleghi non hanno detto
    niente ma io lo capivo, lo sentivo che gli facevo pena. Attraversavo l'openspace sorridendo
    e lo capivo dal loro odore e da quel silenzio irreale che pensavano che ero stupida perché
    mi avevano licenziata e sorridevo!
    Mi ha licenziata una donna: qualche anno, qualche parallelo di latitudine e tanta
    emancipazione in più di me. Tailleur di ghiaccio, occhi come fessure, laurea, master e
    anni spesi a pensare come un uomo per farsi una posizione.
    Mi ha detto: stiamo facendo un po' di pulizia, sai c'è crisi. Poi vi conosco a voi donne del
    sud. A trent'anni pretendete il contratto e vi fate mettere incinte per non lavorare e
    prendervi i soldi. Si teneva il seno con il palmo della mano. Poverina, chissà quanto ha
    sofferto nella vita.
    Certo su una cosa aveva ragione: aspetto un bambino. Solo che non avevo nessuna
    intenzione di fregarla, è capitato! Gli esseri umani procreano. È la natura, mica no! D'altra
    parte mia nonna la vagina la chiamava proprio “la Natura”.
    Ho più di trent'anni, sono incinta e mi hanno licenziata: un archetipo della
    contemporaneità. Sempre più convenzionale!
    A Marco non ho detto nessuna delle due cose. Non credo che gliele dirò. Non ho
    intenzione di creargli casini con la famiglia e in fondo cosa importa. Potrebbe anche non
    essere il suo e comunque, non sarebbe un buon padre. Se fosse di Luca, lui sarebbe un
    buon padre ma non puoi incasinare un buon amico per quell'unica volta che vi siete leccati
    le ferite dopo una serata troppo intima per essere vera.
    Me ne torno al paese e mi trovo un lavoro, uno vero, di quelli che quando torni la
    sera sei stanca sul serio e vuoi solo stare con tuo figlio e dormire. Me ne diranno di tutti i
    colori e nessun uomo si avvicinerà più a me. Sono una donnaccia che ha fatto un figlio
    con un forestiero e in fondo mi sta bene così. Per una volta tanto non sarò convenzionale.
    E poi non sarò sola, non sono sola: non più! Almeno per un po'...

  • 05 novembre 2013 alle ore 3:53
    Il dono illustre

    Come comincia: Una frizione d’animo e un sottile taglio metallico per un orizzonte senza natura . Un autunno ulcerato da singhiozzi d’esistente indifferenti. L’anima si accartoccia e scolora, muore per una stagione e nulla preannuncia, si inaridisce in una speranza rassicurata dalla consuetudine. Intorno tutti i tuoi fiori e due foto che trattengo a fatica dal vento. Ho la bocca crespa e inseguo qualcosa; una volta è un odore, a tratti è uno specchio che mi rifiuta: vedo i fiori, le foto ma non la mano che le trattiene, il mio volto che le osserva. Forse questo è il fedele riflesso di un terrificato stupore: ci sono, so di osservarmi ma non mi vedo. Mi fermo ai piedi di un lenzuolo bianco e chiudo gli occhi, cadono petali e lacrime sulle fisse onde quell’oceano candido, e da quelle dune bianche precipito in una vertigine di silenzi. Conosco senza mai tradurre tutto ciò che precede il sonno, quello zampillio incontrollato di immagini che come una ferita sgorga da una coscienza prossima alla resa. Indizi, tracce lucide ma scomposte di un arabesco folle, illuminazioni strappate al confine ultimo della veglia, banalità nobilitate dalla rinuncia della concentrazione. In questo tempo di in commensurabili istanti  non posso avere dimora, tutto è mio ma nulla trattengo.  Attraverso come uno straniero questo congedo perenne dove ogni cosa tesso e perdo in un’eresia di prossimità e lontananza. Qui il presente lascia impercettibili orme in un altrove sconfinato, qui si evoca l’indicibile a labbra mute e socchiuse , qui tu mi uccidi ogni sera nell’assenza!, e la tua arma è una tarsia di cobalto piantata nell’anima! E’lucida e delicata, nel suo notturno perlato vive qualcosa di familiare e continuo. Ancora un odore mai raggiunto, un’altra duna percorsa dal palmo della mano, che arresa dall’approssimarsi del sonno lambisce involontariamente il sottile ordito del tempo,  e tutto sta per scivolare nell’oblio. Sento affievolire tutti i sensi e non oppongo quasi più resistenza … ancora qualche istante e desidererò abbandonare ogni cosa a sé stessa,  il sonno non ha pietà neanche di quella lacrima che mi taglia di trasparenza il volto.  Lancio un ultimo sguardo in quella pietra assoluta, e nella sue  oceaniche profondità vedo quel volto negato dallo specchio, il suo stupore nel guardarsi e non vedermi, tutta la sua stanchezza nel resistere inutilmente alla notte, lo vedo chiudere gli occhi e versare lacrime davanti a un lenzuolo bianco dove sono caduti i petali di tutti i tuoi fiori. Mi ero già arreso senza saperlo e un sogno resisteva alla notte per me.

  • Come comincia: Da qualche giorno mi capita di parlare, durante la ricreazione, con una ragazza che sta in classe di Nuccio, quello che mi ha corteggiato inutilmente per settimane. L’avevo conosciuta quando ancora lo frequentavo ed era stata subito molto amichevole. E’ piccolina di statura, magrolina e sembra più giovane dei suoi diciotto anni. Si chiama Simona e fin dal primo momento mi aveva colpita per i suoi modi franchi e spontanei. Ultimamente, mi aveva anche presentato un suo amico di nome Stefano che, come lei, si è dimostrato subito più che disponibile a fare nuove amicizie. In settimana mi hanno detto che frequentano una comitiva di ragazzi che si riunisce ogni sabato pomeriggio e mi hanno chiesto se mi sarebbe piaciuto andare con loro questo sabato. 
    Ho detto sì, non mi sembrava vero, poter far parte di una comitiva, per di più di ragazzi così simpatici e accoglienti.
    Però non avevo voglia di andarci da sola e allora ho pensato di invitare Anna Rosa, l’edera rampicante che dove trova linfa lì si attacca. Lei ha una personalità poco sviluppata, vive per conformarsi il più possibile al gruppo senza però imporsi, piuttosto essendone trascinata. Lo si vede già da come si veste, indossa l’uniforme tipica della nostra generazione: jeans a cavallo bassissimo, converse  e piumone blu; viso truccatissimo, capelli ricci e neri con un taglio corto. Lei ha bisogno di appoggiarsi a qualcuno che reputi interessante e questo qualcuno al momento è Fabiana, la vamp della classe. La segue docilmente dappertutto come un cagnolino, in adorazione quasi, ed è proprio quello di cui ha bisogno una primadonna come la Marra. Con me non le era riuscito. Aveva provato un paio di volte a portarmi fuori, ma ci siamo trovate male fin da subito e la cosa è cessata spontaneamente e senza traumi. Non potevo certo trovarmi a mio agio con una che cammina due metri sopra il livello di tutti gli altri, mentre lei probabilmente non si sentiva abbastanza riverita da me.
    Comunque, conoscendo l’ansia di Anna Rosa di sentirsi inserita e di conoscere gente, per farmi bella e dimostrarle che posso essere più interessante di Fabiana, le ho chiesto di accompagnarmi a conoscere questo nuovo gruppo di persone e lei ha accettato.
    L’incontro era alle cinque ad un indirizzo ad un paio di fermate di autobus da casa mia. Dovevo vedermi alle quattro e mezzo con Anna Rosa per recarci insieme  all’appuntamento. Arrivate all’indirizzo che mi era stato dato, ci siamo trovate davanti ad un portone dall’aspetto alquanto dimesso, incorniciato dalle rovine di un palazzetto popolare, che doveva aver visto giorni migliori intorno al periodo postbellico.
    Abbiamo suonato e ci hanno fatto entrare all’interno di una grande stanza vuota. C’erano solo una ventina di sedie, tipo quelle scolastiche, disposte in cerchio e per la maggior parte già occupate da ragazzi e ragazze dalla faccia pulita e vestiti in modo semplice, senza omaggio alcuno all’ultima moda: Anna Rosa in mezzo a loro spiccava come un fagiolo in mezzo alle lenticchie. Simona e Stefano ci sono venuti incontro affabili e sorridenti e ci hanno invitate a sederci, dopodiché è iniziato l’incontro.
     Inizialmente pensavo che avremmo fatto o detto qualcosa di interessante. Invece questi ragazzi si sono limitati a stare seduti e a parlare del più e del meno. Mi è stato subito chiaro che molti di loro, come me e Anna Rosa, erano nuovi e rimorchiati come noi allo scopo di allargare la comitiva. La conversazione procedeva stentava, in modo forzato e innaturale, la situazione è ben presto diventata patetica.
    Mi sono girata un poco verso Anna Rosa, volevo spiare la sua reazione. Era seduta rigida alla mia destra, immobile come uno stoccafisso, se possibile più a disagio di me. Probabilmente dentro di se stava pensando:
    “Ma chi me lo ha fatto fare a seguire questa deficiente, lo sapevo che non dovevo fidarmi e rimanere con Fabiana.”
    Che mortificazione!  Stefano faceva da intrattenitore,  cercando cose interessanti da dire, ma stavamo tutti fermi e imbarazzati, giurerei a sperare di trovare qualche scusa per sgattaiolare via da lì. Una comitiva non si può creare semplicemente assemblando un certo numero di persone e certamente in quel gruppo a conoscersi veramente non erano in più di sei o sette.
    Credo di essere diventata rossa come un peperone e successivamente bianca come un lenzuolo e poi nuovamente rossa e così via per tutta la mezz’ora che sono riuscita a costringermi a stare seduta. Poi, soprattutto vedendo crescere sempre più l’irrequietezza di Anna Rosa, ho preso coraggio e con una scusa ho salutato e me ne sono andata seguita dalla mia amica.
    Inutile dire che non ci andrò mai più ed inutile anche dire che ho perduto quel minimo di considerazione che Anna Rosa aveva ancora per me. Non che mi importi molto del suo rispetto, figuriamoci! Però sarebbe stato gratificante dimostrare almeno a me stessa di avere la capacità di inserirmi in modo così naturale in un gruppo. Ma a tutto c’è un limite! Preferisco stare sola, piuttosto che insieme a degli adolescenti che si comportano come vecchietti.

  • 03 novembre 2013 alle ore 22:18
    Il Genio del Natale e il dono della seconda chance

    Come comincia: Nonno Geremia aprì il grande libro, rilegato in  pelle di capra e marocchino, che ogni anno, a Natale, non mancava di porre sotto l’albero insieme agli altri doni per i suoi otto nipotini, e cominciò a leggere la sua storia tanto straordinaria quanto incredibile, ambientata in un tempo senza tempo e in un luogo senza luogo.

    La fiamma del grande camino diffondeva tutt’intorno, nella stanza del castello, un tepore rassicurante, mescolando il suo scintillio con quello delle dodici candele del  prezioso lampadario sospeso al soffitto da enormi catene di bronzo massiccio. Distesi su comodi triclini rivestiti di velluto color porpora, otto giovani sorseggiavano del buon Falerno, invecchiato di tre anni, godendo tranquillamente del dono straordinario e inaspettato che il Genio del Natale aveva fatto loro. Con l’aiuto della Buona Sorte, da sempre in rotta con la sorellastra Mala, aveva deciso di ribellarsi all’inflessibilità del Fato e si era divertito a capovolgere il destino di otto famosi amanti della storia, tanto presi dalla loro passione d’amore  da esserne condotti a morte. “Che tu lo voglia o no - aveva urlato sul volto imbronciato del grande Vecchio -  Amor omnia vincit e io riscriverò l’ultimo capitolo delle più belle storie d’amore finite male a causa della tua caparbia insensibilità.- E la Buona Sorte aveva accettato di aiutarlo in quella missione ai limiti della credibilità.
    -Aggiungi un po’ di legna al fuoco, Tristano! – disse Isotta la Bionda con la sua voce cristallina -  Temi forse che re Marco, tuo zio, decida di ripensarci e per vendicarsi di noi smetta di inviarti legname dalla Cornovaglia? –
     - Non credo proprio! – intervenne Francesca, con un sorriso sornione negli occhi. – I vecchi sanno bene quando è il momento di farsi da parte e lasciare spazio ai giovani innamorati e lo sanno anche i brutti come Gianciotto, non è vero Paolo?-
    - Certo che siamo stati fortunati, amici miei. Immaginate la scena: mio fratello entra in camera e vede sua moglie, seduta sul letto accanto a me, che mi bacia appassionatamente, con quel benedetto libro di Lancillotto sulle ginocchia. Io credo che chiunque avrebbe perso le staffe e ci avrebbe trapassati con la spada senza pensarci su due volte.-
    - E invece lui cosa fece? – continuò Francesca, intromettendosi come al solito nel discorso del cognato amante – Si voltò verso il grande specchio che troneggiava a lato del nostro letto e rimase ad osservare a lungo se stesso. Poi gettò a terra la spada e gridò: “Gianne lo sciancato! Dovevi aspettartelo. Il potere e il denaro nulla possono contro l’amore, soprattutto se sei brutto e deforme come sono io. Dovevo sposare Zambrasina di Tebaldello Zambrasi da Faenza, ed è quello che farò non appena  voi due sarete spariti dalla mia vista. Andate via, prima che ci ripensi”- E mentre Francesca parlava, Paolo sorrideva soddisfatto, centellinando lentamente il buon Falerno.
    - Non siate così sicuri che solo la bellezza e la gioventù possano generare amore mentre la bruttezza debba essere sempre ed esclusivamente fonte di dolore e di rinuncia.-  Intervenne un po’ stizzita Saffo, staccandosi malvolentieri dalle braccia di Faone – Se io l’avessi pensata come voi, ora non sarei qui con l’uomo che amo e che il Fato malvagio stava inducendomi ad abbandonare per sempre, spingendomi giù dalla rupe di Leucade. Per fortuna, pochi minuti prima che io compissi quel gesto irreparabile, una vecchia viandante mi vide là, sul bordo della rupe e mi si avvicinò cautamente, senza parlare. Si sedette accanto a me e cominciò a canticchiare una nenia dolcissima, una di quelle che solo le madri sanno inventarsi per rassicurare i loro bimbi spaventati dal buio della notte.-
    - E doveva essere davvero dolcissima – continuò al suo posto Faone, accarezzandole il viso nascosto da un velo ricamato di fili d’oro – se la mia Saffo decise di allontanarsi dal baratro e di accoccolarsi sulle sue ginocchia piangendo in silenzio. La vecchia le disse di essere la sua Buona Sorte, intervenuta in tempo per impedirle di compiere un atto tanto doloroso quanto inutile, che avrebbe reso infelice per sempre l’uomo che l’amava e che non aveva mai osato avvicinarsi a lei perché intimidito dalla sua straordinaria capacità poetica e dalla bellezza sublime dei suoi versi. –
    - Quel giovane era il mio Faone – concluse raggiante Saffo – e io stavo per rinunciare a lui e alla mia vita solo perché condizionata dalla mia bruttezza fisica.-
    - Vi sbagliate di grosso, se date credito al detto “La bellezza apre tutte le porte” – disse Euridice, col volto dolcissimo illuminato dalla fiamma del fuoco – Per godere anzitempo della mia vista, mentre risalivamo a fatica verso una nuova vita, Orfeo rischiò di chiudere per sempre dietro di sé nientemeno che la porta degli Inferi, lasciandomi per sempre nel buio della morte. –
    - Ma per nostra fortuna – aggiunse umiliato Orfeo -  Buona Sorte mi prese per mano e mi trascinò su, verso la luce, prima che la passione mi accecasse. Anche saper attendere il momento giusto, senza bruciare le tappe, aiuta a vincere, se l’amore è grande.-
    - Non dirlo a me - intervenne di slancio Tristano, gettando un altro grande ciocco di legname di Cornovaglia sul fuoco - Io ho dovuto mettere a rischio la vita almeno cinque volte per conquistare la libertà di amare Isotta! In fondo convincere zio Marco a lasciarla a me non fu difficile, ma rischiare di morire per l’inganno di una donna gelosa (Isotta dalle bianche mani, naturalmente!) e per il colore bianco o nero delle vele di una nave è davvero troppo. -
    - Anche per nostra fortuna – lo interruppe sorridendo Isotta -  il vecchio Genio intervenne in tempo, facendo ravvedere la mia rivale sulla sua pretesa assurda di prendere il mio posto nel cuore del mio amato con l’inganno. Amor omnia vincit, giusto? Pensate che fu proprio lei, alla fine, a rassicurarlo che le vele della mia nave erano bianche e che presto mi avrebbe riabbracciata. –
    Poi, alzando il calice colmo di rosso nettare, aggiunse raggiante: - Ma ora è il momento di festeggiare il Natale, in questo tempo senza tempo, in questo luogo senza luogo, e di ringraziare all’infinito il nostro Genio protettore, che ha voluto riavvolgere il filo delle nostre vite, riannodando con il fiocco della felicità i nostri rapporti d’amore.-
     
    Tutto ciò avvenne in un tempo senza tempo e in un luogo senza luogo – concluse nonno Geremia rivolto ai suoi otto nipotini – Ma nulla toglie che, con un po’ di fantasia, ognuno di noi potrà attribuire a se stesso una parte  di questo splendido racconto e trarne un insegnamento utile per darsi, eventualmente, una seconda chance come dono di Natale.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 03 novembre 2013 alle ore 14:25
    Corto # 9 - Rumore

    Come comincia: Ho gridato così forte che nessuno mi ha sentito.

  • 01 novembre 2013 alle ore 17:44
    Meglio cane

    Come comincia: Una giornata come tante per Corso, il levriero di villa Bel Colle: le coccole della signora, la passeggiata per lo shopping mattutino, il pranzo dietetico seguito dal riposino, l'oretta libero di scorazzare nel parco, la carezza e il boccone del padrone rientrato dagli affari. Una vita dorata la sua controllata dal veterinario e con l'addestratore-allenatore per le competizioni di sport e bellezza in cui primeggiare. Piatti, coppe, targhe e diplomi in giro per la casa attestavano la sua eccellenza. E aveva tanti figli, futuri campioni, dalle spose volta a volta coperte. Eppure non si sentiva contento...Da qualche tempo, fosse stata la noia o forse l'osservazione del bel mondo dei signori, nello sguardo era entrata un'ombra cupa e sempre più spesso faticava a prendere sonno. Non gli piaceva più quel suo corpo canino, invidiava le forme dell'uomo! Così sognò....Si chiamava Mario, sposato con tre figli piccoli e una moglie assillante, pendolare per lavoro. Si svegliava alle sei e dopo un'ora di treno era in banca allo sportello a affrontare i clienti. Nelle pause un panino, lo spuntino coi colleghi, poi di nuovo scartoffie e l'uscita al tramonto, altra ora di viaggio e la cena alle 20. Niente bestie per casa, i bimbetti a strillare e la madre col muso a dir scarsi i guadagni. Era ormai come un incubo e tremava il levriero, abbaiò spaventato, si svegliò per davvero. "Meglio cane, che uomo!" e poi visse sereno.

  • 31 ottobre 2013 alle ore 11:34
    Un litigio tra fratello e sorella

    Come comincia: Ho litigato ferocemente con mio fratello, uno di quei litigi che rimangono nella storia.
    Era quasi ora di pranzo, l’acqua per la pasta bolliva, mamma ci ha chiesto se doveva buttare giù i risoni o gli spaghetti. Io volevo gli spaghetti, lui naturalmente voleva i risoni. Odio i risoni. Già amo poco il riso, mangiare addirittura una pasta che ne imiti forma e consistenza è veramente troppo. Ho cercato di spiegargli con tutta la diplomazia di cui sono capace (poca in realtà quando si tratta di lui) che mangiare spaghetti per lui sarebbe stato un sacrificio molto più piccolo di quello che avrei dovuto fare io per mangiare i suoi maledetti risoni. Niente da fare. All’improvviso non poteva più vivere senza mangiare quella schifosissima pasta. Mi sono irrigidita anch’io. Mamma, subodorando l’imminente burrasca, tentava di mediare proponendo un terzo tipo di pasta, i rigatoni. Per me andava bene, ancora tentavo di mostrarmi ragionevole. Ma lui no. O risoni o niente. Allora sono esplosa. Abbiamo cominciato a lanciarci l’un l’altro insulti di ogni tipo, liberando tutto il rancore reciproco che abitualmente teniamo a freno per quieto vivere. Quando Valerio lascia uscire la belva che è in lui, diviene come folle di rabbia, incontrollabile, spaventoso. Appena ho visto che cominciava a tuonare, schiumando quasi bava dalla bocca spalancata nel suo urlo selvaggio, ho valutato per un secondo la situazione, guardandomi intorno. Mamma era già tra noi, pronta a dividerci, papà si intravedeva attraverso la portafinestra della terrazza che si affrettava nella nostra direzione. Zia Assunta e Serena ci guardavano allibite vicino alla tavola apparecchiata con le posate ancora in mano in attesa di essere posizionate accanto ai piatti sulla tovaglia. Potevo abbandonarmi alla mia rabbia.
    Mi sono riempita i polmoni di aria, poi ho aperto la bocca.  Ne è uscito un suono talmente belluino, stridulo, acuto, isterico che ora stento a credere possa essere scaturito dalle mie corde vocali. In quel momento non capivo più niente. Ho urlato, urlato, urlato, fino a farmi dolere la gola, fino a perdere la voce, che al momento è ancora rauca. Attraverso il rosso velo di rabbia che ormai mi accecava, sentivo l’essere infame che mi gridava di volermi ammazzare e vedevo le sue mani protese verso di me, nel vano tentativo di afferrarmi, mentre papà lo teneva fermo con tutto il peso del proprio corpo. Mamma gridava che non ce la faceva più a sopportarci, papà si frapponeva fisicamente tra noi, tentando di mantenere il controllo, zio Saverio, accorso nel frattempo dal giardino, ci guardava a bocca aperta dalla soglia di casa. Quando ho perduto la voce non avevo per questo esaurito il mio odio, così ho optato per una mossa ancora più plateale. Sono fuggita a precipizio attraverso la terrazza della mansarda, ho sceso le scale esterne fino in giardino, mi sono diretta al cancello e sono uscita in strada. Sono scappata per la campagna senza una meta precisa, con il solo scopo di vendicarmi contro i miei genitori per non avermi difeso abbastanza contro quell’animale di mio fratello. Volevo farli  preoccupare a morte.
    Inizialmente ho preso a vagare in direzione delle vigne e dei campi incolti di sterpi che si trovano a ovest della nostra proprietà. Ma faceva un caldo spaventoso, la strada sterrata rifletteva il sole sui ciottoli bianchi di cui è composta abbagliandomi ad ogni passo, mentre i campi  gialli di erba ormai secca completavano la sgradevole sensazione di soffocamento. Inoltre, nella mia foga rabbiosa, non mi ero resa conto di indossare soltanto il pareo sul mio ridotto bikini rosso, ai piedi zoccoletti col tacco, eleganti e femminili, ma poco adatti alle fughe. Così, esaurita in fretta la rabbia, mi sono voltata e sono tornata sui miei passi. Ma non volevo ancora capitolare. Ho aggirato la nostra proprietà e mi sono messa a spiare i movimenti all’interno di essa dal campo incolto dove c’è il fontanile, attraverso la rete verde e la siepe di alloro che dividono i due pezzi di terra. Non ho percepito nessun suono, né alcun movimento. Sembrava tutto immobile e silenzioso, pietrificato nella canicola della più calda ora di sole che potessi scegliere per darmi alla macchia. Cominciavo a pentirmi della mia impulsività che mi aveva spinto a comportarmi in modo tanto stupido, intrappolandomi con le mie stesse mani in una situazione che diventava ogni minuto più intollerabile.
    Ho fiancheggiato la rete fin dove ho trovato un grosso foro al livello del terreno, sicuramente praticato dai cani che da lì vanno e vengono a loro piacimento. Avevo i piedi ormai feriti da una miriade di tagli e taglietti perché, per quanto facessi attenzione nei movimenti, era impossibile evitare di ferirsi con le spine dei rovi che crescono in modo incontrollato in ogni angolo di quel terreno abbandonato. Passando attraverso il buco mi sono anche graffiata una spalla, aggiungendo quel trofeo agli innumerevoli altri collezionati sui piedi. Mi sono tenuta ai margini della proprietà, sono salita in silenzio nel bosco e da lì, dominando dall’alto la casa, ho continuato a spiare i movimenti all’interno di essa. Dopo qualche minuto di apparente silenzio, ho visto mamma uscire sul terrazzo insieme a zia Assunta. Era fuori di sé dalla preoccupazione, era agitata e le stava dicendo che non sapeva più dove cercarmi, ai piani inferiori non c’ero, aveva guardato in ogni angolo polveroso senza trovare la più piccola traccia. Mio padre non si vedeva. Mi ha colto l’improvviso sospetto che fosse uscito con la macchina per cercarmi sulle strade intorno casa. Provavo rimorso per il mio gesto sconsiderato, ma se mi fossi presentata così, in quel momento, avevo paura che la loro arrabbiatura superasse la preoccupazione e mi impartissero qualche memorabile punizione. Ho maledetto cento volte in cuor mio quel neurone impazzito che ogni tanto prende il comando all’interno del mio cervello e mi spinge a commettere gesti tanto idioti quanto insensati. Mi sono rannicchiata tra le felci e i cespugli di asparagina e lì, in posizione fetale, ho cercato di raccogliere le idee per cercare di uscire al meglio dalla penosissima situazione.
    Che potevo fare? Presentarmi in terrazza come niente fosse e aspettare le loro reazioni? Non ne avevo il coraggio. Aspettare nel bosco sperando che mi trovassero rannicchiata e spaurita, suscitando così la loro compassione? Poteva fare effetto a livello psicologico, ma potevano non trovarmi per ore ed io mi sentivo sempre più nervosa e insofferente. Alla fine ho optato per una soluzione più diplomatica. Ho deciso di avvicinare mia cugina Serena e parlare per prima con lei per capire fino a che punto i miei fossero arrabbiati o preoccupati. L’occasione era a portata di mano, lei era sola in giardino, dalle parti della piscina e si aggirava sul prato. Chissà, forse pensava che mi avrebbe vista emergere dalle acque come la Venere del Botticelli! Secondo me faceva finta di girare per empatia con gli altri, in realtà era quella meno agitata, per cui la persona giusta da avvicinare. Le sono arrivata dietro in silenzio, fermandomi in piedi in attesa che mi vedesse: non sono riuscita ad evitare di commettere un ultimo gesto teatrale. Ci ha messo qualche secondo a prendere atto della mia presenza poi si è girata, mi ha vista ed è sobbalzata. Non sono riuscita a reprimere un ghigno di soddisfazione:
    “Valentina, ma dove eri? Qui sono tutti preoccupati a morte, tua madre è distrutta!”
     Ho atteggiato il viso ad una  finta indifferenza e le ho risposto sulla difensiva:
    “Ho fatto una passeggiata, così, per schiarirmi le idee e smaltire l’arrabbiatura.”
    Lei ha scosso la testa e mi ha guardata con rimprovero:
    “Vieni, andiamo su casa.”
    Lo so, mi comporto in modo sciocco a volte. Divento come pazza quando litigo con mio fratello e lui fa lo stesso. Non lo meritavo, eppure quando mi ha vista Ublina è venuta da me, gli occhi rossi e lucidi, il viso come invecchiato dalla preoccupazione. Mi ha chiesto premurosamente come mi sentivo. Cosa avrei dovuto risponderle, mi sento l’ultimo dei vermi sulla faccia della terra? Sì, ma non l’ho fatto. Anzi, ho recitato biecamente la parte dell’offesa fino in fondo, parlandole a malapena e quel poco in modo brusco. Papà era più ombroso, meno propenso a concedermi una tanto rapida assoluzione. Si è limitato a rimanere in silenzio, lo sguardo torvo e severo.
    Perdonatemi mamma e papà, ma il tarlo che mi rode dentro non mi ha permesso di implorare umilmente il vostro perdono! Forse un giorno.

  • 30 ottobre 2013 alle ore 22:30
    Ritratto mio

    Come comincia:  
    Ero entrato quasi di corsa dentro la stanza, e avevo cercato velocemente di osservare tutto quell'ambiente per capire grosso modo in quale zona dell'edificio fossi capitato. Da quanto riuscivo a vedere però, intorno a me praticamente niente sembrava avere la possibilita di aiutarmi: almeno ad una prima occhiata l'arredamento di quel luogo appariva ordinario, come quello di una qualsiasi casa benestante, e gli elementi in giro, pur di una certa raffinatezza, parevano del tutto abituali, sennonché sulla parete principale sembrava come mancasse un quadro: un quadro importante, un grande dipinto, una tela che fino a poco prima sicuramente doveva aver troneggiato al centro di quella vasta sala, un lavoro pittorico rimasto talmente a lungo là appeso per farsi ammirare a fianco del monumentale caminetto, da aver lasciato sul muro bianco, solo un po' ingrigito dal tempo, la sua esatta forma pulita sopra l'intonaco.
    Mi parve strana la scelta di togliere qualcosa da un luogo dove al contrario tutto il resto era stato lasciato perfettamente al proprio posto, così immaginavo un furto da parte di qualcuno che introducendosi là dentro, forse proprio come me, con grande perizia avesse staccato il dipinto dal sostegno per poi portarselo infine chissà dove, magari, per non dare troppo nell’occhio, fingendosi un fattorino oppure un operatore dei traslochi. Più mi guardavo in giro in quell’ambiente quasi familiare e più mi pareva mancasse profondamente quel quadro, quasi come se tutta la stanza fosse stata arredata soltanto in funzione di quello, e cosi ne immaginavo una cornice dorata, assolutamente importante, ed in mezzo il ritratto di qualcuno di cui restare senz’altro impressionati: una figura della quale doversi ricordare quasi per forza, una persona famosa, certamente, un insigne, un vero personaggio di cui conservare esatta memoria sia del volto che dei lineamenti.
    Riuscivo quasi ad immaginare una gran faccia seria, un'espressione magari leggermente appesantita dalle preoccupazioni, forse una persona raffigurata quasi anziana, che in mezzo al suo daffare di vita attiva si era lasciata immortalare da un pittore probabilmente molto noto, un ritrattista famoso, sicuramente tra i più in auge in quel momento. Se ci pensavo bene pareva mi osservasse quel signore, posasse quel suo sguardo inquietante dal centro vuoto del muro proprio su di me, io che ero lì quasi per sbaglio, come se fosse una colpa precisa essere arrivati in quel luogo proprio mentre lui non c'era. Ne sentivo la presenza grave, il silenzioso rimprovero per quella mia sgarbata intromissione, quasi un giudizio senza appello, ma nonostante il quadro non esistesse neanche più in quel suo posto dove aveva troneggiato chissà per quanti anni, non riuscivo a sentirmi a mio agio in nessun modo.
    Indietreggiavo lentamente, come cercando di non dare mai le spalle a quel ritratto o al suo fantasma, e sfiorando la parete di fronte, andavo infine ad appoggiare la mano sulla maniglia della porta. La sentivo debole, arrendevole, e in un attimo mi appariva la
    porta spalancata, senza che ne fossi stato io l’autore. Due facchini allargavano le ante quanto più potevano e lasciavano introdurre un quadro ben coperto. Naturalmente chiedevano scusa per la loro operazione, e infine innalzavano una tela incorniciata e andavano a riappenderla esattamente dove questa era mancante, in quel vuoto che mi aveva quasi fatto venire i brividi, lasciandomi osservare con nettezza che si trattava semplicemente di un paesaggio.

  • 30 ottobre 2013 alle ore 12:19
    Un incontro moooolto romantico

    Come comincia:  
    Non avrò mai più il coraggio di rivolgere la parola ad un ragazzo che non conosco. Non per prima.
    Tutto è perduto. Il castello di sabbia, da me costruito granello su granello in tutte queste settimane e cementato con le lacrime, con i sogni e con i sospiri, si è dissolto all’improvviso, spazzato via da una gelida ondata di indifferenza che mi ha aperto gli occhi lasciandomi svuotata di ogni illusione. Niente era come credevo che fosse. Possibile che tutto sia avvenuto nel mio cervello? Se così fosse, vorrebbe dire che ho completamente smarrito il contatto con la realtà. Tanto ciò che è successo è lontano da quanto sognato.
    Ma veniamo ai fatti. Ieri sera sono stata quasi un’ora al telefono con Elisabetta. Lei sospirava sul suo Nicola (con il quale aveva, se non altro, avuto una breve storia, pur se contrastata dalla lontananza e dai suoi genitori), io sul mio ermetico Danilo, vivo solo nello sguardo, rigido ed inespressivo nel linguaggio di tutta la sua restante anatomia (se avessi dato maggior peso a questo strano particolare, forse non mi sarei prestata alla figura barbina che ho fatto poco fa).
    Ely, amica mia, questa volta non mi è stato di aiuto il tuo ottimismo, né la semplice ironia con la quale affronti la vita e che per magia riesci ad infondermi ogni volta che parlo con te. Quella telefonata, ieri sera, è riuscita a trasformare i miei sospiri in singhiozzi di ilarità, tanto mi hai fatto ridere mentre scherzosamente mi descrivevi il nostro prossimo incontro romantico: io guardo lui, lui guarda me, ci corriamo incontro ognuno perso negli occhi dell’altro, lui non vede una buccia di banana e mi atterra rovinosamente sui piedi. Ho ritrovato la mia grinta (non lo avessi mai fatto!) e questa mattina mi sono svegliata più decisa che mai a parlargli a qualunque costo.
    Per tutto il giorno ho creduto di scorgere segnali propiziatori, incoraggianti. Sono arrivata in classe e sulla porta c’erano Dario e Mauro che mi hanno salutata in modo straordinariamente amichevole. L’entusiasmo è cresciuto, la mia determinazione, già salda come una roccia, si è ulteriormente rafforzata, caricandosi anche di un’eccitazione che mi ha accompagnata per tutta la giornata. Quando lui mi ha guardata in corridoio, ho scorto sulle sue labbra un accenno di sorriso (l’ho forse immaginato?) e questo segnale mi ha più che mai convinta nella mia risoluzione.
    Sono tornata a casa, ho mangiato in fretta, sono uscita di nuovo per recarmi al galoppatoio, il pensiero sempre fisso su di lui, concentrato, per paura che lasciandomelo scappare di mente, non sarei poi più riuscita a portare a termine l’impresa. La giornata è stata un successo anche al maneggio, sono riuscita a montare il mio Domingo, abbiamo galoppato a lungo insieme, il freddo mi arrossava le guance, il naso era un pezzo di ghiaccio, ma non sentivo niente, ero solo felice. Ho persino avuto l’impressione che Alba e Antonietta mi dedicassero più attenzioni del solito, tutto il mondo ruotava intorno a me. Sono tornata a casa, ho studiato senza problemi storia e italiano, non c’era altro perché domani si esce prima, mi sono appostata in balcone. Erano le cinque e mezza. Non volevo correre il rischio di lasciarmelo sfuggire. È passato alle sei e dieci, mamma nel frattempo era tornata, mi ha incoraggiata una volta di più, dandomi la spinta definitiva verso il disastro.
    Che stupida, che idiota! Mentre aspettavo il suo ritorno sono corsa in bagno. Mi sono pettinata con cura, ho applicato la matita agli occhi, il fard sulle guance, il rossetto sulle labbra. Ho messo gli orecchini più belli che possiedo, quelli d’oro e smalto, a forma di cuore. Ero così carina! Ho misurato a larghi passi la mia stanza, avanti e indietro, poi la stanza dei miei, poi il salone, poi indietro di nuovo. Fino alle sei e trenta. Poi mi sono appostata di nuovo, un nodo in gola ed uno nello stomaco. Quelli non ho potuto proprio evitarli. Però non ho esitato. Come l’ho visto girare l’angolo in lontananza ho guardato mamma che mi stava a fianco:
    “Corri, senza pensarci due volte!”
     Mi sono precipitata giù, volando sulle rampe di scale che separano il mio appartamento al secondo piano dal piano terra. Ho aperto il portone a vetri e in piedi sul gradino esterno che separa l’androne del mio palazzo dal marciapiede, ho atteso che mi passasse davanti. Deve avermi vista per forza quando è arrivato a pochi metri di distanza, eppure non ha battuto ciglio, non ha modificato l’andatura indolente e non mi ha nemmeno guardata come fa sempre a scuola. Nulla. Se fossi stata una perfetta sconosciuta avrebbe sicuramente preso atto della mia presenza posando gli occhi su di me almeno per una frazione di secondo. Ma su questi particolari ho riflettuto soltanto in seguito, sul momento ero troppo concentrata su me stessa e su quello che stavo per fare per essere recettiva ai segnali respingenti che mi stava mandando. Mi ha oltrepassata continuando a guardare diritto. Sono rimasta spaesata da questa completa indifferenza ma solo per un istante, tanto grande era ormai la mia determinazione, impossibile per me continuare a vivere nel limbo di incertezza nel quale ero sprofondata. L’ho chiamato per nome da dietro e mi è sembrato strano sentire me stessa pronunciarlo ad alta voce. Si è voltato, la precedente inespressività sostituita da uno sguardo interrogativo, sorpreso dalla mia audacia. Almeno credo, perché alla luce dei fatti non sono più sicura di nulla.
    “Danilo”
     ho ripetuto il suo nome
     “Ti ricordi di me? Sai chi sono?”
    Mi ha risposto con voce piatta:
    “No, non lo so.”
    “Ma come....” - ho insistito – “...frequento la tua stessa scuola, ci vediamo sempre in corridoio, a ricreazione.”
    Non ha battuto ciglio, nella voce si intuiva giusto un filo di fastidio:
    “No, ti ripeto che non ti ho mai vista.”
    Ero incredula di fronte ad una tale menzogna. Quanto andava affermando era impossibile, incredibile anche solo da concepire per la mia mente. Tutte le volte che ci eravamo guardati! Forse è stata la totale inaccettabilità di quanto stavo sentendo, come se non potessi credere alle mie orecchie, come se aspettassi da un momento all’altro lui mi dicesse che stava scherzando, come se dovessi risvegliarmi da un brutto sogno, che mi ha costretto ad andare fino in fondo, ad insistere nonostante il rifiuto:
    “Ma non è possibile che tu non mi abbia mai vista, ci incontriamo tutti i giorni!”
    Ha cominciato a manifestare impazienza, il fastidio non più dissimulato:
    “Senti, ti dico che non ti ho mai vista, né a scuola né altrove, adesso devo andare.”
     Così dicendo ha fatto per voltarsi e riprendere il suo cammino. Caparbia, ormai preda di un’inarrestabile follia che mi costringeva ad insistere a dispetto di ogni buonsenso, forse proprio per tentare di dare un senso a quanto stava succedendo, ho continuato a placcarlo:
    “Aspetta, non andare via così, anche se non mi hai mai notata, comunque sto a scuola con te, parliamo un po’. Io mi chiamo Valentina.”
     Si è voltato solo per un altro istante, il tempo di rispondermi brevemente:
    “No, ho fretta, devo tornare a casa.”
    Neanche il tempo di finire la frase che già si era incamminato di nuovo. Ottusamente ho insistito, contro ogni ragionevolezza, contro ogni speranza di successo, contro ogni senso di dignità. Gli sono corsa dietro e mentre lui tirava dritto senza minimamente decelerare io gli saltellavo intorno come meglio potevo:
    “Ti prego, fermati un attimo, parliamo solo per cinque minuti!”
    Su quest’ultima affermazione mi ha guardata un attimo negli occhi. Aveva uno strano luccichio nello sguardo, come di bestia braccata, che comincia a sentire il panico montargli nelle viscere:
    “Lasciami andare, ti ho detto che ho da fare!”
     Un accenno di allarme nel tono di voce. Non ci potevo credere e non ci posso credere tuttora! Si sentiva molestato da me, lo stavo turbando e reagiva in modo quasi isterico. Ma chi diavolo sei Danilo Bonanno? Di cosa è fatta la tua vita per dover reagire in questo modo agli assalti innocenti di una piccola ragazza quindicenne? Quali gli arcani meccanismi che governano quella spugna grigia e gelatinosa che si trova nella tua scatola cranica? Purtroppo queste considerazioni le sto facendo solo adesso, a mente lucida, che in strada, con lui davanti a me, di lucidità me ne era rimasta molto poca.
    “Va bene, allora ti accompagno per un pezzo di strada, così parliamo camminando.”
    Ha accelerato il passo, io ho accelerato con lui, decisa a rimanere al suo fianco sino a quando non avesse varcato la soglia del suo portone. In quei pochi minuti di strada ho cercato come meglio potevo di attirare il suo interesse, facendogli domande e strappandogli riluttanti risposte:
    “Stai andando a studiare?”
     “Sì, ho molto da fare per domani.”
     “Che cosa stai studiando?”
     “Filosofia.”
     “Che bella materia, sono sicura che mi piacerà moltissimo l’anno prossimo quando comincerò a studiarla anch’io!”
    Silenzio. Insisto:
     “Com’è la filosofia, a te piace?”
     “Non particolarmente.”
    Uno squallido botta e risposta, penoso per entrambi. Ma ormai dovevo - come si dice? - bere l’amaro calice fino in fondo. Non riuscivo a costringermi a voltare i tacchi, andavo avanti calpestando il mio orgoglio nella irrazionale speranza che mi concedesse qualcosa di più che il suo fastidio. Non volevo tornare a casa con una tale cocente umiliazione nel cuore, dovevo fare qualcosa che modificasse la tragi-comicità della situazione. Siamo arrivati davanti all’androne del suo palazzo, lui più ansioso che mai di varcare l’ingresso e buttarsi la rompiscatole alle spalle. Non sapevo più cosa fare così, come umiliazione finale, mi sono trovata quasi ad implorarlo di salutarmi domani a scuola. Mi ha promesso che lo avrebbe fatto, credo più per togliersi di torno la pulce fastidiosa che per altri motivi. Tornata su casa ho raccontato a mamma l’esito del nostro “romantico incontro”. Svuotatosi poco a poco il cervello dell’insania che lo aveva colpito, mi sono trovata scioccata da quanto fatto e soprattutto da quanto suscitato. Non ho pianto, non mi sono disperata, non ho fatto nulla. Ora mi sto solo chiedendo come ho potuto travisare in questo modo quanto avevo davanti, al punto di decidermi a fare quello che ho fatto. Lui mi guardava. Di questo sono sicura. Chissà per quale motivo.