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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 29 ottobre 2013 alle ore 18:21
    Scoprirsi

    Come comincia: Prato bianco. La neve non ne aveva risparmiato neanche un centimetro. Ci correvo con il mio amico a quattro zampe; le nostre impronte dovevano essere là sotto, sepolte con i miei ricordi. E il cuore? Gelato, sordo, chiuso in una morsa di disperazione:  lui se n’era andato. Ogni volta che ci pensavo, le lacrime affioravano in automatico. Ancora un pianto sgocciola su un album di foto, sulla foto dei capelli ricci, del sorriso aperto, caldo, sul suo sguardo diritto. Guardavo quella foto con occhi diversi. Ero proprio io? Era proprio lei? E dov’era finita la nostra amicizia? Finita in un amore contro natura che cercavo togliermi dalla testa. Benedetta morale che mi aveva bloccato, risparmiandomi chissà quanti guai. Meglio così, meglio restare fedele alla mia vita ordinata, regolare, stimata e un po’ noiosa. Il campanello mi risvegliò da quel senso di sicurezza di chi ha corso un grosso pericolo. Proprio adesso! Il tragitto tra il divano - vuoto, pulito, insolitamente in ordine - e la porta mi sembrò infinito. Ogni passo mi costava la fatica di anni di rinunce, compromessi sbilenchi, relazioni ipocrite, e un misto frutta di divieti e doveri. Quando trovai il coraggio di aprire  - coraggio, ci voleva coraggio, avevo coraggio? – un gigante peloso e sporco cominciò a scodinzolare, e dietro, proprio dietro, qualcuno con la erre moscia, i capelli ricci, il sorriso aperto, caldo, lo sguardo dritto, le braccia spalancate, il sospiro ansimante, la bocca sempre più vicina, i corpi sempre più vicini, le vite sempre più vicine.
     

  • 29 ottobre 2013 alle ore 11:49
    Gita a Firenze

    Come comincia: Ieri sono andata in gita a Firenze con la mia classe e con il “V” B, la classe degli snob.
    Non ricordo nulla di ciò che ho visto, la giornata è stata un incubo. Sembra che quando qualcosa va storto, poi tutto debba continuare sullo stesso tono, almeno per un po’. E’ cominciata come una normale gita fuori porta, il pullman affittato dalla scuola è passato a prenderci puntuale davanti al liceo alle otto e trenta di ieri mattina. Con noi, in veste di accompagnatrice, la professoressa Paiello insieme ad un insegnante dell’altra classe. Non conoscevo nessuno dei ragazzi della sezione B, se non di vista o per averci parlato casualmente in qualche rara occasione. Le uniche due persone che conoscevo per nome erano Angela, figlia della nostra professoressa e un tale Massimo.
    Quest’ultimo, è un ragazzino della nostra età, anzi più grande, è ripetente, ma che dimostra forse dodici anni. E’ bellino, bel viso, lineamenti regolari, occhi chiari molto vivaci, lentiggini, espressione da monello impenitente. Però sembra un bambino, non solo per la statura veramente ridotta, soprattutto per la levigatezza del viso, senza un’ombra di peluria. L’anno scorso mi aveva colpita perché un giorno era entrato nella nostra classe insieme ad un suo amico ed aveva cominciato a fare complimenti alle ragazze, senza rivolgersi a nessuna in particolare:
    “Siete tutte così belle, sembra di stare in un paradiso di vergini. Non come nella mia classe, lì sono tutte brutte!”
    Sì, aveva usato proprio queste parole e mi aveva colpita per la disinvoltura dei modi e per le espressioni usate. Così sono salita su quel maledetto pulmino senza malumori o prevenzioni di nessun tipo. Io e Gaia ci siamo infilate in un posto intorno alla metà del veicolo, dall’altra parte del corridoio, alla nostra stessa altezza, Mara e Caterina. Sui sedili in fondo, notoriamente occupati dal gruppo più turbolento della scolaresca, si era insediato un rumoroso assembramento del “V” B: tra di loro c’era anche questo Massimo.
    Siamo partiti e per un po’ è andato tutto bene; certe situazioni hanno bisogno di tempo per decollare. Ero rilassata, guardavo fuori dal finestrino con Gaia accanto che ascoltava musica dal suo walkman. Intorno a me sentivo ragazze che parlavano, anche dietro erano tranquilli, all’inizio è sempre così. Poi le voci da dietro sono cresciute di tono, ragazzi che si alzavano, ragazzi che si spostavano di posto, che andavano a fare visita ad altri ragazzi seduti in altri posti. Gli elementi perturbatori della mia classe e quelli dell’altra hanno cominciato a scherzare insieme. Mi sono voltata a guardare e ho visto Mauro e Pietro, i galletti della mia classe, che fumavano in fondo insieme a tre o quattro ragazzi dell’altra sezione.
    Queste situazioni mi hanno sempre messa a disagio, non mi appartengono, acuiscono il mio senso di estraneità, mi scatenano elucubrazioni di ogni tipo. Però ero ancora abbastanza tranquilla, sono in buoni rapporti con Mauro, gli altri non li conoscevo, anche se ridevano e scherzavano in modo derisorio. Poi Mauro e Pietro hanno condotto Massimo ed un altro, che in seguito ho scoperto chiamarsi Fabrizio, da Caterina per presentare loro l’idiota della nostra classe e prendersi gioco di lei:
    “Vi presento Kukki, la ragazza più sexi della scuola. Caterina girati, saluta, non essere scontrosa!”
    Lei guardava fuori dal finestrino, faceva finta di niente sperando che perdessero interesse. Ma loro avevano un lungo e noioso viaggio davanti, due lunghe ore da far passare in qualche modo. Allora si è girata, li ha guardati con quei suoi occhietti piccoli e ottusi, poi ha atteggiato le labbra carnose ad un timido sorriso.
    “Ciao.”
    Ha detto loro timidamente, la voce bassa, un bisbiglio, il viso sollevato a guardarli in attesa. Massimo ha ridacchiato, Mauro ha fatto una smorfia simile ad un sorriso, poi ha continuato ad umiliarla:
    “Vedi, questo ragazzo qui si chiama Massimo ed è in cerca di una ragazza. Ho pensato che potevo presentargli te. Ti piace?”
    Caterina è rimasta in silenzio, Mauro ha insistito:
    “Non essere maleducata Kukki, ti piace Massimo? Guarda che bel ragazzetto! Allora rispondi!”
    Sorriso impacciato, un altro bisbiglio:
    “Ma, non lo so, che ti devo dire?”
    Hanno continuato così per qualche minuto, ma lei reagiva poco. Mara stava in silenzio, lei non parla mai in queste situazioni, né loro hanno provato a coinvolgerla. E’ quasi paranormale il modo in cui viene rispettata nonostante stia sempre assieme a Caterina, come se intorno a lei ci fosse una sorta di aura protettiva. Mistero! Mauro e Pietro si sono allontanati, sono tornati dietro, Massimo e Fabrizio sono rimasti a scherzare con due loro compagne di classe, sedute proprio davanti a Gaia e a me.
    Questa circostanza ha decretato l’inizio della mia persecuzione. Mi sono chinata verso Mara e Caterina, ho cominciato a chiacchierare con loro, con Mara per lo più. Le chiedevo se fosse mai stata a Firenze prima d’ora. Massimo si è girato verso di noi, ha notato che Caterina si era animata grazie al mio intervento:
    “Kukki, se non sei interessata a me almeno presentami questa tua amica!”
    Non mi piaceva la piega che stavano prendendo gli eventi e tuttavia ho reagito. Stupidamente, mi sono impegolata in un braccio di ferro verbale dal quale non sono più riuscita a divincolarmi. Mi ha guardata con quella sua faccia da schiaffi, la faccia che ho sempre immaginato dovesse avere il protagonista del “Giornalino di Gian Burrasca”, poi ha teso la mano verso di me: “Piacere, mi chiamo Massimo; lui è Fabrizio.”
    Se li avessi ignorati sarebbe stato anche peggio, così ho accettato di presentarmi. Nel tendere la mano all’altro ragazzo, l’ho osservato per la prima volta. Anche lui un viso liscio, bambinesco, ma alto di statura, ben strutturato. La testa un po’ troppo grande ed il viso un po’ troppo largo, capelli corti ed orecchie a sventola, ma lineamenti gradevoli, occhi espressivi, nel complesso un bel ragazzo. Anche lui aveva sfoderato quel genere di sorriso beffardo, preludio a qualche sfottimento. Massimo:
    “Senti Valentina, ma tu che tipo di ragazza sei? Voglio dire sei una che la dà – risatina di scherno - oppure sei una morta tutta casa e scuola?”
    Fabrizio:
    “Dai Massimo, che domande fai? Non si tratta così una ragazza. Non lo vedi che la metti in imbarazzo?”
    Sembrava una di quelle gag che si vedono nei film americani, l’amico più buono che modera quello sadico e sembra stare dalla tua parte, in realtà si sta divertendo un mondo.
    “E di voi cosa mi dite? Scommetto che a parole muovete i treni, poi ve la fate sotto quando avete davanti qualcuna che fa sul serio!”
    Ostentavo tutta la disinvoltura di cui ero capace, speravo di batterli sul loro stesso terreno. Se gli avessi dato a credere di essere una dura come loro, forse mi avrebbero lasciata in pace. O forse cercavo di dimostrare a me stessa di essere in grado di gestire situazioni ad alto rischio di bruciature. Quali che fossero le mie intenzioni o le loro, il risultato è stato di catturare definitivamente la loro attenzione.
    Gaia ha indossato nuovamente le cuffie del suo walkman, ha cominciato a masticare ostentatamente la sua gomma americana, poi ha abbassato gli occhi guardandosi le mani con insistenza. Si sarebbe alzata e se ne sarebbe andata se non fosse stato troppo evidente il tradimento. La sua vigliaccheria è talmente patetica, le sue reazioni talmente prevedibili, che ho provato pena per lei invece della giusta indignazione.
    Massimo:
    “Ah, allora tu sei una tosta, una che ci sa fare, magari hai anche il ragazzo.”
    Silenzio.
    Fabrizio:
    “Ce l’hai il ragazzo, sì o no?”
     I suoi occhi mi scrutavano, forse era realmente interessato alla mia risposta. E’ un mio difetto, non riesco mai a mentire sulla mia vita privata, nemmeno quando sarebbe opportuno:
    “Mi piace uno, ma lui non lo sa nemmeno.”
    Risposta abbastanza sincera. In effetti, da qualche giorno a questa parte ho messo gli occhi su un tipo del “II” C, compagno di classe di un ragazzo che abita nel mio palazzo. Lo conosco di fama, per essere un ragazzo carino ma molto intellettuale, alto, moro, occhialetti, un bel tipo. L’ho incrociato un paio di volte che andava a trovare il mio coinquilino e all’improvviso l’ho trovato affascinante.
    Fabrizio:
    “Chi è questo ragazzo?”
    Perché non sono stata zitta? No, non potevo, avevo l’ansia di dimostrare a quei due imbecilli, io più imbecille di loro, che esisteva davvero questo ragazzo:
    “Daniele Campagna, lo conosci?”
    Fabrizio:
    “Sì, sta nel “II” C, giusto? Se vuoi vado a parlarci, gli dico che ti piace.”
    Perché non gli ho sparato un nome qualsiasi di qualche ragazzo inesistente?
    “No, non dirgli niente, non voglio assolutamente.”
    Mi ha guardata con uno strano sorrisetto, ho capito di avere sbagliato.
    Massimo:
     “Senti, ma torniamo a noi, scommetto che non hai mai baciato nessuno in vita tua!”
    “E invece ti sbagli, non ho nessun problema a baciare un ragazzo!”
    Massimo:
    “Non ti credo, sei una sparapalle, te la fai sotto all’idea di baciare qualcuno!”
     “Ci vuoi scommettere?”
    Gli è passato un lampo negli occhi, mi si è avvicinato e abbassando la voce ha insinuato mellifluamente:
    “Dimostramelo, baciami adesso, qui, davanti a tutti.”
    Poi si è fatto ancora più vicino, lentamente ha accostato il suo viso al mio, fino a quando la punta del suo naso quasi non toccava quella del mio. I suoi occhi erano fissi nei miei, colmi di sfida, di canzonatura, ridenti di trionfo, verdi come una palude. Non ho retto quello sguardo, ho spostato il mio sulle sue labbra, piccole, schiuse nell’attesa, leggermente screpolate. Quest’ultimo particolare ha in qualche modo scatenato il panico, che già minacciava di aggredirmi dall’inizio della conversazione. Mi sono allontanata e ho cominciato a balbettare frasi sconnesse, prive di senso alle mie stesse orecchie:
    “NNo,nnon qui, non è il momento, poi non bacio mica così, a comando…bla, bla, bla,…” Ho blaterato frasi cretine, odiandomi nel momento stesso in cui mi uscivano di bocca, ma non riuscendo a bloccare il torrente maledetto che sgorgava dalle mie stesse corde vocali. Loro mi fissavano, soddisfatti, Fabrizio forse un po’ accigliato – perché avevo l’impressione che fosse dispiaciuto dell’eccessiva crudeltà dell’amico?-, entrambi soddisfatti di avermi piegata.
    Hanno continuato a tormentarmi per tutta la durata del viaggio, due gatti sullo stesso topo, contenti di giocarci insieme e di palleggiarselo l’un l’altro. Se come un topolino mi fossi arresa, impaurita e paralizzata in un angolo, forse mi avrebbero lasciata in pace. Avrebbero mollato la presa in cerca di prede più reattive. Ma io mi sono messa in testa di uscire da questa storia a testa alta, di trovare il modo per avere l’ultima parola. Il topolino che mostra i dentini sperando che i suoi torturatori li scambino per temibili canini. Patetica. Il gatto e la volpe sull’ingenuo Pinocchio. E Gaia continuava ad ascoltare musica da quel maledetto walkman. Loro sembravano non vederla nemmeno. Riesce a mimetizzarsi talmente bene con l’ambiente da risultare invisibile. La mia amica camaleonte. Mimetizzata con la tappezzeria del pulmino.
    Abbiamo passato il casello per uscire dall’autostrada e loro commentavano la mia camicetta a scacchi rosa e fucsia. Abbiamo parcheggiato e scendendo i gradini del pullman sentivo i loro fiati sul collo che sghignazzando si auguravano che inciampassi. Arrivati a destinazione ho deciso, troppo tardi, che era meglio ignorarli, che forse era possibile essendo ormai in movimento, forse potevo sfuggire le loro insolenze. Mi illudevo. Ho guardato il panorama di Firenze dal belvedere di piazzale Michelangelo attraverso un velo di lacrime, ascoltando i loro commenti beffardi:
    “Mi sembra che abbia il culo basso, che te ne pare?”
     “No, Massi, non direi, dà quell’impressione perché è piatto e largo.”
    Li ho avuti perennemente dietro durante gli spostamenti a piedi per le strade della città, due voci nell’orecchio che mi raggiungevano dovunque decidessi di spostarmi all’interno del gruppo. Mi bruciava anche la magra figura che mi costringevano a fare di fronte ai miei compagni di classe che di certo non erano sordi a questa persecuzione. Non osavo guardarmi intorno per paura di leggere nei loro occhi la pietà o, peggio, una finta indifferenza. Durante la visita all’interno della Galleria Palatina dell’Accademia, i due falchi sempre sulla loro preda, ho sentito Mauro difendermi, debole tentativo per mettere fine alla persecuzione:
    “E dai ragazzi, lei no, lasciatela perdere.”
    Non ho detto nulla, ma in quel momento ho sentito di amarlo, l’unico impulso di affetto che ho provato in mezzo a tutto il livore, il risentimento e l’odio assassino che mi porterò dentro finché campo al ricordo di questa orribile giornata. Giravo per le sale della Galleria Palatina di palazzo Pitti, commentavo gli splendidi Rubens, i Tiziano, i Raffaello insieme a Mara, lei così catturata dalla bellezza dei quadri, e facevamo finta di non sentire i commenti che dietro di noi arrivavano al mio indirizzo. Mara era come sorda alle cattiverie di cui mi omaggiavano ma stava con me, mi parlava come niente fosse e questo era il suo modo per darmi coraggio, per darmi una pacca sulla spalla dicendo:
    “Non te la prendere, ignorali, non vale la pena di amareggiarsi di fronte ad una simile ottusità.”
    Mentre ci aggiravamo all’interno del Duomo, sono riuscita a prendere le distanze, grazie alla vastità dello spazio, breve momento di tregua gradito quanto un’oasi di palme nel deserto. Durante il viaggio di ritorno mi hanno graziata per una buona metà del tempo, stanchi dopo la loro dura giornata di pubbliche relazioni. Si sono ritirati nel fondo, da lì li sentivo ogni tanto ridere ad alta voce, ma per lo più sono stati  tranquilli. All’arrivo, scendendo dal pulmino, mi hanno salutata con un minaccioso:
    “Ci vediamo domani a scuola!”
     Li ho guardati per un momento perplessa, chiedendomi quali fossero le loro intenzioni, ma non ho fatto commenti, ero veramente stanca e me ne sono andata a casa. Ieri sera non ho detto nulla. Ero troppo scioccata anche per confidarmi con mamma. Ho cenato in silenzio, un nodo mi stringeva la gola, impedendomi anche di mangiare. Sono andata a letto presto, ma non riuscivo a prendere sonno. Mi sono rivoltata a lungo su un fianco, poi sull’altro, poi a pancia in sotto. E intanto pensavo, pensavo, pensavo.
    Si dice che l’adolescenza sia un'età difficile, un momento di passaggio tra la fanciullezza e l’età adulta. Per molti di noi la crudeltà è un modo come un altro per affrontare le nostre paure, un metodo a basso costo emotivo. Attraverso l’umiliazione e lo svilimento dei tuoi simili, hai l’illusione di avere il controllo: se riesci a sopraffare allora sei forte, ti sei guadagnato il rispetto del gruppo, sei accettato ed è più facile accettare te stesso. Questo ti permette di ignorare il fatto che i tuoi amici sono tutti più alti e formati di te, nonostante che tu sei stato bocciato e sei più grande di età. Puoi sentirti intelligente, magari astuto, tu conosci la vita, sei un uomo di mondo, che importa se probabilmente non arriverai al diploma perché non riesci a concentrarti sui libri. Studiare in fondo è una perdita di tempo, un’occupazione per gente inferiore, che non vede ad un palmo dal proprio naso. La tua cattiveria è il passaporto per l’accettazione nel gruppo. O forse non è così. Semplicemente esistono persone buone e persone cattive. Queste ultime, probabilmente, non sanno nemmeno di esserlo. I loro sono giochi innocenti, divertimenti innocui, per passare il tempo. E intanto ti fanno a pezzi. Scavano nel profondo e ti colpiscono dove fa più male.
    Ho sbagliato. Per questi individui non esiste niente di più irresistibile di una persona in posizione di debolezza che ostenta una sicurezza fittizia, costruita per orgoglio. E loro lo sanno. Pregustano l’umiliazione e ci arrivano per gradi, sino a piegarti sulle ginocchia, fino a quando non ti vedono piangere o supplicare pietà.
     
     

  • 28 ottobre 2013 alle ore 19:34
    Amicizia

    Come comincia: E successe anche a me di pagare per gli errori fatti, quando capii così severamente che calcolo e valutazione non sono proprio parte di me, e per questo e altri motivi, arrivo troppo tardi alle cose che non vedo, e altre non voglio vedere, e che dietro le paure mi nascondo, prendendo distanze chilometriche.
    Cosa sono io ? Sono la somma delle cose che ho compiuto, di quelle a metà, dei miei desideri, dell'amore per la mia famiglia, delle persone care che non sono più su questa terra, sono le parole taciute, omesse, sono le possibilità che non ho avuto, la vacanza che non posso permettermi, sono il dolore che ho provato, le battaglie che ho combattuto, la fierezza che ho sposato. Eppure certi amici, certi volti, certi colori e visioni parte dei miei ricordi più belli si vanno perdendo, scompaiono, sbiadiscono, e fanno male, un male terrificante, che non ho potuto sconfiggere, un cancro maledetto da cui non potersi più difendere. E' per questo che vorrei azzerare, cancellare, correggere o meglio poter risentire in pancia di sorridere, respirare, e poterlo condividere senza invidie, gelosie. E questo è uno sfogo, un momento che poi al dunque non ho il coraggio di dimenticare, che se ascolto il cuore finisco per proteggere e consolare. Mi sarebbe piaciuto poterti abbracciare ancora e invece ti ho allontanato.
    E ora soffro, soffro tanto quando so che niente ti riporterà da me.

  • 28 ottobre 2013 alle ore 14:34
    Biancanet e i 7 post

    Come comincia: ss
    Mi è successo anche questo, solo per voler raccontare le fiabe ai bambini…
    “Oh mio facebook chissà quanti mi piace ho oggi sulle mie foto, aspetta che controllo “
    Esclamò la vecchia Sonunwc (perché sonuncesso è più volgare, dissero al momento della scelta del nome, i genitori della megera), accorgendosi che qualcuno aveva più consensi di lei, divenne più brutta di quello che già era, uno sguardo truce e cupo.
    Poi venne a scoprire che la bella Biancanet, una giovane d’oggi, molto dolce, graziosa e internauta, aveva ottenuto con una sola foto il doppio dei mi piace suoi.
    E pensare che Sonunwc continuava a inserire foto nel suo gruppo “le belle (più o meno) della rete” praticamente ogni giorno.
    Si fotografava da sola, in tutte le pose e non perdeva occasione per farsi ammirare, ma era brutta, purtroppo, ed anche molto cattiva.
    Nessuno le chiedeva l’amicizia su facebook, anzi era lei che supplicava tutti di chiedergliela, però spesso veniva bloccata perché esagerava.
    Appena si accorse dell’accaduto decise che Biancanet non avrebbe più dovuto batterla e quindi non c’erano tante soluzioni disponibili: toglierle l’accesso ad internet non si poteva, distruggerle il modem nemmeno (ne avrebbe acquistato un altro)…e allora?…
    Allora renderla brutta…anzi sfigurarla…il suo misero e meschino piano iniziò a prender forma…seguendo i consigli di un terribile hacker.
    L’hacker costruisce ed elabora in velocità appositamente una pen-drive per la megera: sarà un ordigno terrificante che adoperato da Biancanet la renderà bruttissima…
    Ma dai come può una pen-drive fare tutto ciò…?
    Fidatevi e leggete avanti questa strampalafavola.
    Biancanet, ignara di quanto le stava per accadere, è sempre alla disperata ricerca di lavoro e di questi tempi avrebbe accettato qualunque offerta…
    Ed è così che riesce a farsi ricevere da Sonunwc , non potendo nemmeno lontanamente immaginare il seguito.
    Ovviamente e prevedibilmente come ogni fiaba thriller che si rispetti, di solito la vittima va ad aprire la porta all’assassino, in questo caso la vittima viene assunta senza tentennamento alcuno dalla sua carnefice…
    Ma perché va sempre a finire così? Biancanet no, non farlo…ti prego, torna indietro, noooooo.
    Niente, oramai aveva varcato la soglia della casa della megera, non si poteva più tornare indietro.
    Inizia a lavorare, a rassettare, a lavare e stirare e a pulire il notevole strato di polvere che ricopriva tutto (e certo se Sonunwc è sempre su facebook non ha il tempo materiale per pulire la casa!).
    Il lavoro procede anche se diventa sempre più massacrante, fino a che un giorno Biancanet sfinita, decide di scappare…senza dare nemmeno il preavviso contrattuale previsto.
    Scappa Biancanet, le urlava una voce dal di dentro…scappa più veloce che puoi…approfitta che la vecchia è al computer…non si accorgerà di nulla.
    E così fece: la ragazza, iniziò a correre forsennatamente, attraversò strade, ponti canali…oltrepassò campagne e laghi…e tutto senza il benché minimo aiuto di un tomtom…
    Ad un certo punto stremata si ritrovò in mezzo ad un fitto bosco di pini…
    Un profumo inebriante, ma non doveva rilassarsi…era sola…e prima o poi Sonunwc se ne sarebbe accorta…doveva mettersi al riparo.
    Calavano le prime ombre della sera.
    Di lì a poco scorse una casetta…probabilmente l’unica, con una gigantesca antenna parabolica: siamo nel 21° secolo, pensò la nostra fanciulla, meglio una casa con la parabola…
    Bussò ma non rispose nessuno…ritentò e poi si accorse che dal camino stava uscendo del fumo…quindi doveva essere una dimora abitata.
    La porta era aperta e così Bbiancanet un po’ timorosa entrò e si trovò davanti una grande sala piena di computer, tablet cellulari: dunque, o si trattava di qualche ladro che usava la casa nel bosco come deposito dei malloppi delle sue ruberie, oppure poteva trattarsi di una postazione di qualche azienda informatica segreta…chissà.
    Però quanta polvere…anche qui come nella casa di Sonunwc: forse era colpa di facebook?
    Seppur poco convinta Biancanet decise di dare una bella pulita…e allora iniziò a risistemare i faldoni di carta che circondavano tutti i macchinari, pulire la polvere, mettere a bollire l’acqua in un pentolone (l’unico trovato) per farsi una pastasciutta…
    Insomma un vero “repulisti”, del resto Biancanet non sopportava la sporcizia, il disordine, ma soprattutto la polvere…
    etciù…
    (scusa biancanet ma ne hai sollevata parecchia ed io sono allergico…scusate l’interruzione)
    Salute, rispose qualcuno…si ma qualcuno chi?….
    La giovane si girò e vide un coloratissimo pappagallo con tanto di pannelli solari, praticamente un papparobot…una novità e sul tavolo vide i documenti che comprovavano l’avvenuto brevetto dell’animale (a cosa servisse lo lascio alla fantasia dei lettori c’era scritto…)un brevetto inventato da chi abitava in quella casa sicuramente…un inventore, pazzo?
    Bello però,Biancanet chiacchierò per un po’ col papparobot o per meglio dire lo ascoltò ripetere le frasi che lei buffamente pronunciava a raffica…
    Poi un attimo di panico…Biancanet sentì un vociare confuso venire da lontano…anche il papparobot misteriosamente si bloccò…non poteva essere un effetto sonoro della bestiola…no infatti era qualcosa che si avvicinava…e man mano che il rumore aumentava la ragazza si rese conto che si trattava di un gruppo di persone e non di una persona sola…
    Ecco si…stavano arrivando dei buffi e alquanto strani personaggi (perché finora tutti normali vero?)
    Erano i 7 post che allegramente cantavano a squarciagola:
    --“andiam andiam
    andiam a navigar
    su facebook twitter e internet però
    non so
    skype ora c’è per te
    adesso puoi guardar
    dal vivo tu mi puoi
    anche telefonar
    la la la la la la”—
    Erano esseri minuscoli compatti tosti e massicci…dei cubi praticamente…entrarono ordinatamente con a capo Facebookilo anche Taggalo, Postalo, Linkalo, , Twittilo, Maililo, Chattalo…
    Biancanet salutò con voce tremolante e Facebookilo, il più vecchio, prese la parola e ammonì la giovane sul fatto che aveva violato una proprietà privata…poi le chiese l’amicizia su facebook…
    Ben presto divennero amici, non solo di facebook, si spiegarono sorseggiando un buon bicchiere di vino e festeggiarono fino a notte fonda…canti, balli e follie.
    Pian piano dopo averla ringraziata delle pulizie si addormentarono uno sulla spalla dell’altro…
    L’alba!
    Era una splendida giornata…il sole iniziava il suo sorgere…quando il suo innalzamento si bloccò bruscamente e tornò il buio più pesto.
    I 7 post e Biancanet si svegliarono praticamente all’unisono e dopo un po’ si sentì bussare alla porta…
    Classica situazione ripetuta…ok…
    Si sentì bussare alla finestra…ecco, meglio?
    Facebookilo andò ad aprire le imposte e si trovò innanzi una vecchietta ricurva sul suo bastone con un sacco all’apparenza pesantissimo…
    La fece entrare…noooooo…non dalla finestra…dalla porta…(ah si giusto)
    La vecchietta era… (per chi non l’avesse capito…ok…ok…non dico nulla…avete capito tutti)
    Dicevo, la vecchietta si spiegò e si giustificò dicendo di non saper usare il pc…facebook twitter…insomma tutti gli aggeggi del progresso e voleva stare al passo con i tempi: aveva sentito molto parlare dei 7 post e quindi…
    Biancanet, malauguratamente volle rendersi utile e così si offrì di dare spiegazioni lei stessa alla vecchietta: bingo!
    (siamo sicuri che avete capito chi si cela così misteriosamente sotto i panni della vecchia?)
    Iniziarono le lezioni…
    Anche i 7 cubi…ops, i 7 post ascoltavano…
    la vecchietta per ricambiare l’ospitalità e la pazienza regalò la terribile pen-drive a Biancanet, che ne fu entusiasta…
    Effettuarono poi l’accesso anche a facebook e quando la vecchia vide che nuovamente la fanciulla aveva superato i mi piace rispetto alle sue foto si agitò tremendamente…
    i 7 post si allarmarono…misero a bollire l’acqua per una camomilla, ma la vecchietta Sonunwc era già scappata urlando…
    Bene la camomilla se la divisero tra loro e finalmente Biancanet inaugurò la pen-drive ricevuta in regalo…e bumm
    Uno scoppio tremendo, un vetro dello schermo scheggiò lo splendido viso di Biancanet e il sangue iniziò a fuoruscire: la ragazza svenne…
    I 7 post in un primo momento pensarono di inserire subito un post (non uno di loro, ma proprio un post scritto) su facebook ma poi convennero che nessuno scrive i affari propri sul social network….ahahahah (qui la risata ci sta)
    Presero degli stracci per tamponare l’emorragia e vi riuscirono…
    Intanto uno dei post (non scritto, quello vero) era corso a telefonare con skype al famoso principe adsl20mega…era l’unico che avrebbe potuto collegare di nuovo con il mondo e con la vita la splendida Biancanet e farle sparire la cicatrice dal viso…
    In men che non si dica arrivò adsl20mega tirò fuori lo spinotto appropriato per medicare la ferita si chinò sulla ragazza la collegò…ops…volevo dire la baciò
    Miracolo: biancanet aprì gli occhi…era di nuovo collegata…e senza cicatrice alcuna…
    subito venne cambiato lo status dei due…da single a fidanzati…
    E come ogni fiaba che si rispetti vissero felici e connessi
     

  • 27 ottobre 2013 alle ore 18:48
    Viaggio

    Come comincia: Aveva sentito dire, o forse letto da qualche parte, non ricordava, che il bello di un viaggio è il viaggio stesso. Prendere la macchina e dirigersi verso una destinazione nota o improvvisata, dava modo di intraprendere un'avventura. Baggianate! Trovarsi nelle ore di punta nelle tangenziali di Milano o nel grande raccordo anulare di Roma, non aveva niente di avventuroso.
    Era della stessa idea quel caldo pomeriggio di fine giugno. Avrebbe  fatto il viaggio, insieme alla moglie, con il preciso intento di arrivare il più presto possibile alla metà, in ferie.
    Faceva molto caldo e l'aria condizionata della piccola utilitaria riusciva a stento a rinfrescare l'abitacolo. La moglie, previdente come sempre, aveva preparato una borsa termica con frutta e acqua fresca, preferivano spiluccare qualcosa in macchina piuttosto che fermarsi nei caotici autogrill.
    Imboccarono l'autostrada A4, direzione Venezia. Alla sinistra si vedevano sfilare le Prealpi, confine naturale che divide le Alpi dalla pianura Padana che si estendeva alla destra a perdita d'occhio.
    "Non è male come paesaggio, tanti capannoni ma anche tante cascine, campi coltivati e montagne"
    "Già" Rispose lei sovrappensiero.
    "Guarda, adesso ci avviciniamo al lago di Garda, che belle colline, che bei vigneti, mmhh"
    "Pensa che buon vinello ah?" La donna conosceva i gusti del marito.
    "Se facciamo sei al superenalotto compriamo una piccola cascina e ci mettiamo a fare il vino" Confermò lui.
    "Si, si. Sei al superenalotto, è subito fatto. Bella zona comunque, davvero"
    Il Sole arroventava la macchina e nonostante l'aria condizionata lui stava cominciando a sudare.
    "Vuoi da bere?" Chiese lei.
    "No grazie. Cerco di resistere altrimenti continuo a sudare"
    "Un po' di frutta?" Insistè la moglie.
    "Si ok, quella volentieri" E' mentre lei lo imboccava amorevolmente arrivarono a Verona, allo svincolo per Modena.
    "Adesso comincia il pezzo noioso" Osservò lei mentre addentava un pezzo di melone.
    "Piattume, campi a perdita d'occhio e zanzare" Confermò lui.
    Lei gli prese la mano poggiata sulla leva del cambio e lui la strinse forte, un gesto affettuoso che i due condividevano spesso.
    "In effetti anche questo paesaggio ha un suo fascino" Disse cauto lui mentre lei stava cercando di infilare un cd nell'apposito spazio e poi lo guardò come a dire <Sei impazzito!>
    "Non ho detto che sia bello, però guarda che belle cascine e i campi come sono tenuti bene" Poi con la coda dell'occhio intravide che dischetto stava per mettere lei ed esclamò:
    "Nooo, che lagna. Metti qualcos'altro dai, lo sai che non sopporto quella musica" E infatti lei non cambiò dischetto e inserì ciò che aveva scelto. Musica che a lei piaceva parecchio ma a lui un po' meno.
    "Dicevi? Un bel paesaggio?" Parlò lei distrattamente.
    "Si, come le canzoni del tuo cd" Grugnì lui.
    "Allora è uno splendido paesaggio" Sorrise lei.
    Il cartellone indicava l'uscita di Mantova.
    "E' una bellissima città Mantova, ricca di storia e a misura d'uomo"
    "Non so, non l'ho mai vista" Rispose lei.
    "Un giorno ci veniamo, con calma"
    "Hai fame?" Chiese lei.
    "No grazie. Ho sete ma non bevo se no mi devo fermare venti volte a pisciare"
    Stavano attraversando il Po, erano in piena pianura.
    "Chissà che nebbia in inverno" Disse lei.
    "E che freddo" Confermò lui.
    La macchinina macinava chilometri alla velocità di crociera di 110, 120 km all'ora; una buona media. Lei guardava fuori dal finestrino e canticchiava sulle note del cd, mentre lui cominciava a soffrire il caldo. Non aumentava l'intensità del freddo perchè sapeva che a lei dava fastidio ma il sudore cominciava ad imperlargli le tempie.
    "Tesoro, aumenta un po' l'aria fresca" Lo invitò lei.
    "Ma a te da fastidio"
    "Non ti preoccupare, oggi fa veramente caldo"
    Lui approfittò di quell'eccezione e abbassò immediatamente la temperatura. Nel frattempo erano giunti all'altezza di Modena, in perfetto orario con la tabella di marcia ed imboccarono la A1, che non sembrava troppo trafficata.
    "Forse oggi ci va di culo" Pregò lui.
    "Dobbiamo ancora passare Bologna" Osservò lei.
    Bologna. Spauracchio per milioni di automobilisti che devono attraversarla in qualsiasi periodo dell'anno, si rischia spesso di trascorrere alcune oer fermi in colonna, ad osservare fabbriche, palazzoni e colline in lontananza. Il paesaggio stava cambiando, ora ai lati dell'autostrada si vedevano frutteti e stabilimenti di vario tipo.
    "Quaggiu si vede un'altra campagna rispetto alla nostra e adesso si cominciano a vedere le colline bolognesi"
    Erano arrivati allo svincolo:a destra si andava per Ancona, Pescara; a sinistra per Firenze, Roma. Imboccarono la destra e pregarono di non trovare colonna o San Lazzaro sarebbe arrivata tardi.
    "Sembra poco trafficata oggi l'autostrada" Affermò la moglie convinta.
    "Lo dicevo io. E' un giorno feriale ed è abbastanza presto e poi la crisi colpisce duro. Ma lo sai che anche l'autostrada da noi è mezza vuota?" L'autostrada da noi era la famigerata A4 nel tratto tra Brescia e Milano andata e ritorno.
    "Mi ricordo i tempi in cui ci volevano anche tre ore per arrivare a Milano. Bisognava partire prima delle 5 alla mattina o eri fregato" Lei lo sapeva, ma non aveva voglia di pensarci. Disse invece:
    "Certo che senza traffico si può ammirare anche questa zona con un altro punto di vista, non è male"
    "Colline e campagna, un po' il sogno di tanta gente e poi sono piuttosto vicini al mare" Lei si stava addormentando, il classico colpo di sonno da viaggio. Lui la aiutò a reclinare leggermente il sedile e le strinse la mano"
    "Riposa tesoro, Bologna è superata" Lei non sentì quelle parole, stava già dormendo. Lui allora approfittò per cambiare cd e inserì un dischetto degli Eurythmics; la musica e la voce di Annie Lennox lo tranquillizzavano molto. Non c'era traffico e la media dei 120 non era pesante da tenere. Mentre osservava il paesaggio fortemente agricolo intervallato da grossi stabilimenti, stava ripensando alla sua vita. I problemi legati al lavoro che non c'era, la consapevolezza di essere di passaggio su questa terra ma di non poter fare a meno di preoccuparsi per il suo futuro e quello della sua famiglia, ma anche la gioa di avere degli splendidi figli e una moglie insostituibile. Da giovane gli avevano detto che con il tempo l'amore va spegnendosi; probabilmente era così, ma lui dopo vent'anni sentiva di voler bene alla moglie più che all'inizio, chissà, il tempo avrebbe dato il suo responso. Immerso in questi pensieri si ritrovò senza accorgersene all'altezza di Cesena, quando lei aprì gli occhi.
    "Siamo a Rimini?" Domandò con voce impastata.
    "Quasi, siamo a Cesena. Dormi ancora se vuoi, io non sono stanco"
    "Sicuro? Hai lavorato tanto questi giorni, vuoi il cambio?"
    "No, no, tranquilla, riposati ancora"
    "No, altrimenti mi viene il mal di testa. Vuoi un po' di frutta?"
    "Volentieri e anche l'acqua. Dopo Pesaro o Fano ci fermiamo al primo autogrill a farci un caffè, e per andare al bagno"
    Mangiarono in silenzio. Adesso il paesaggio stava cambiando completamente. Le colline coltivate a grano, orzo e girasoli avevano preso il posto dei campi coltivati ad ortaggi e frutta.
    "Questo è il paesaggio che piace a me" Sospirò lui sognante. Lei cambiò cd ed inserì una raccolta di musica degli anni ottanta, un buon compromesso per entrambi. Dopo circa quindici minuti si fermarono a prendere un caffè. A lui non piaceva fermarsi in quei posti, troppa ressa, la paura costante di essere derubati, anche se poi si era circondati da gente che, come loro, era in viaggio e non vedeva l'ora di arrivare alla metà.
    Andarono in bagno e una volta fuori ripartirono velocemente senza fare carburante.
    "Costa di più in autostrada e con questa velocità penso che arriveremo a destinazione senza dover fare benzina"
    "Speriamo" Affermò lei "Comunque un buon caffè ci voleva proprio"
    "Si. Hai visto come erano puliti e ordinati i bagni? E poi sempre a parlar male dell'Italia. C'è ancora della frutta?"
    "Prendi queste albicocche, sono buonissime" Mangiarono ancora frutta, con quel caldo era un vero toccasana. Avevano superato Senigallia e più a sud si vedevano chiari il promontorio di Ancona e il suo porto. Adesso l'autostrada entrava nell'entroterra per qualche chilometro, una volta superato l'aeroporto avrebbero costeggiato le alture di Ancona e il monte Conero per poi riavvicinarsi al mare più o meno all'altezza di Loreto, che con il suo imponente santuario svettava sulle colline marchigiane.
    "Guarda amore, Loreto. Ti ricordi anni fa quando ci siamo venuti?" Lei era innamorata di quel posto.
    "Si tesoro e tutti gli anni ci ripetiamo che dovremmo tornarci e ora che i bambini sono cresciuti potremmo portarci anche loro, gli piacerebbe"
    "Sono sicura che resterebbe anche nel loro cuore"
    In breve sorpassarono anche l'uscita di Macerata.
    "Ti ricordi quell'anno che siamo scesi a Macerata al matrimonio di mia cugina?" Esclamò lui.
    "Si, che avventura. E poi che bel posto dove siamo andati a mangiare e dormire, stupendo. In mezzo alle montagna, al verde e alla tranquillità, come si chiamava?"
    "Tolentino? Camerino? Bha, non ricordo, però era proprio bello, anche lì sarebbe da tornarci"
    "Amore, con tutti i posti belli che ci sono da vedere e rivedere non basterebbe tutta la vita per visitarli"
    "Hai ragione, però è bello avere dei ricordi. Guarda le colline che piacciono a noi, qui in primavera ed estate è uno spettacolo"
    "Quando stai bene vedi tutto bello" Confermò lei mentre gli stringeva la mano poggiata sul sedile. Restarono così per qualche minuto, in silenzio, beandosi della presenza reciproca. Un cartello indicava la fine delle Marche e l'inizio dell'Abruzzo.
    "Siamo quasi arrivati. Sei stanca?"
    "Io no. Tu piuttosto, ti fa male la schiena??"
    "Un po'. Con questo caldo si suda comunque e sono tutto appiccicoso"
    "Dai, ancora poco e ti farai una bella doccia. Hai fame?"
    "Adesso si, ma aspettiamo di arrivare, mengeremo a casa" Il viaggio stava per terminare, mancavano sette chilometri all'uscita di Roseto degli Abruzzi. Da lì ancora qualche chilometro di strade interne e sarebbero arrivati a destinazione, dove parenti e amici li stavano aspettando. Uscirono dall'autostrada senza problemi, erano quasi le nove di sera e non c'era traffico. Lui ci mise pochi secondi a prendere il passo urbano, il rischio dopo tante ore di autostrada è di andare troppo forte nelle strade di paese. Adesso respiravano aria di casa, quei posti vacanzieri evocavano in loro gioia e pace, la strada tortuosa che si arrampicava sulle colline scoscese era un segnale di riconoscimento come per dire: ecco, siete arrivati. Entrarono nel paesello a passo d'uomo e videro corrergli incontro i loro ragazzi e la gente del posto sorridente, erano arrivati.
    "Amo, siamo arrivati!" Disse lei sorridente.
    "Si tesoro, siamo arrivati. E' stato veramente un bel viaggio" E mentre finiva di parlare i figli avevano già aperto le portiere della macchina e li stavano investendo con una raffica di baci e abbracci.

  • 25 ottobre 2013 alle ore 23:53
    La rosa nel giardino

    Come comincia: Era da anni che più nessuno si occupava di quel giardino in fondo al parco, circondava una vecchia  villa decrepita. Le erbe infestanti facevano da padrone, avevano occupato tutti gli spazi che ormai da tempo non erano stati più curati.
    Il Giardino si guardava intorno per scorgere se si fosse salvato al meno un fiore di quelli che aveva visto tante volte  colorare i suoi giorni.
    Ogni mattina al sorgere del sole si guardava e ricordava quello che era stato, ornato da tulipani colorati, da primule e viole, mimose e tante margherite che coprivano la sua superficie…  I ricordi lo facevano sognare. Ogni sera prima di addormentarsi raccontava alla luna che gli teneva compagnia, la sua disperazione per l’unica rosa che aveva nella sua terra piantato le radici, sino a toccargli il cuore e della quale si era innamorato, ma che purtroppo, non era più rifiorita. Raccontava di lei, la sua bellezza, sussurrando alla luna il velluto dei suoi petali rosso fuoco, della sua eleganza vestita di spine e foglie verdi e del profumo che l’inebriava ogni sera… La luna l’ascoltava e una sera di maggio, intenerita dalla sofferenza del povero giardino, lasciò cadere una lacrima che brillava di una luce bianca e pura, appena toccò il suo suolo si formò un cerchio,  nel centro del quale spuntò una piccola gemma, con i suoi raggi l’illuminò mostrandola al giardino.
    Poi sparì dietro una nuvola ed il giardino ebbe giusto il tempo per vederla. Un brivido percorse la sua terra e felice del dono si addormentò aspettando il giorno. Quando la mattina seguente si svegliò, la piccola gemma era già cresciuta, era una pianta di rosa, quando se ne rese conto, la gioia lo pervase e tremò tutto il terreno, tanto che le erbe infestanti ne furono scosse.
    La rosa per qualche giorno rimase anonima, nessuno si era accorto di lei, ma le attenzioni che il giardino le prodigava scuotendo le erbacce perché non invadessero il suo spazio, fece ingelosire l’edera e il giorno che la rosa sbocciò e si elevò al disopra delle erbe infestanti, sfoderò tutta la sua bellezza dei petali vellutati cosparsi di brina mattutina, brillava al sole come una regina con il diadema di diamanti gocciolanti, poggiati sulla punta dei suoi petali aperti e sorrideva al giardino innamorato che estasiato teneva a bada le erbacce perché non le facessero male.
    L’edera gelosa strisciò silenziosa ed uno dei suoi tanti tentacoli avvicinò la rosa, poi fingendosi amica elogiò la sua bellezza e le domandò di abbassare le sue spine per poterle porgere una carezza. La rosa gentile acconsentì ed abbassò le spine sotto lo sguardo del giardino che nulla poté fare per impedire all’edera di avvinghiarla. Appena si svestì delle sue spine, con forza estrema, l’edera serrò forte il bocciolo di rosa fino a soffocarlo. Si spezzò e cadde sulla terra del giardino, il quale la strinse  sul suo petto e pianse insieme al cielo il suo amore.
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 22 ottobre 2013 alle ore 23:02
    Mani sconosciute

    Come comincia: Lo sguardo alzato ...il cuore batte a mille ..una goccia scende piano piano dalla fronte sul collo ...fa caldo.Un movimento lento .. stringi la mano..forte forte ..quel pezzo del vestito ..senti un forte dolore nello stomaco, gridi.Le gocce sono ora pioggia ...ti senti inondata .. vuoi scappare ..perché ora il caldo si è trasformato in freddo ... un freddo gelido che ti entra nelle ossa ..nel cuore...nell'anima. Ma la strada è lunga e non c'è nulla per poterti proteggere .E' durato poco quel momento di pace che però ti faceva sentire cosi pesante, cosi confusa ..in attesa ..di tornare alla normalità .Perché niente di tutto ciò era reale ..era tutto senza senso e non era davvero quel che sembrava di essere.Non ti rimane altro che correre, verso quel qualcosa che difficile capirai cosa sarà ..è tutto nella tua testa .Ma corri verso quel che pensi sia libertà, verso quella porta che salverà tutti i tuoi pensieri, quei mostri che ti seguono verso la loro redenzione .. perdere tutto per un po' di pace ..E ti senti come responsabile di tenere chiusi questi mostri...Di tutti quei mostri che ti stano invadendo piano piano i pensieri .. e senti il loro potere ..come una scossa ..ti scorre nelle vene e ti danno l'impressione di essere potente .. immortale .La lasci scorrere senza fare niente perché non porterebbe a nulla ..tu non vuoi quel che non sia tuo...e quei mostri non li vuoi .. non ti appartengono e tu non appartieni a loro ...Cosi che continui a correre ...Intorno a te nebbia, nebbia e pioggia ..ti fermi, non c'è niente, non c'è nessuno..sola ..senti intorno a te le urla .. fa paura ..il tuo respiro diventa pesante..la tosse ..cadi sulle ginocchia ...guardi davanti a te .. nella nebbia si sentono dei passi ..piano piano si avvicinano ..senti una mano sulla spalla ..un'altra sull'altra spalla ...c'è più d'una persona ..ti aiutano ad alzarti e ti senti svenire .. senti tutte quelle mani addosso a te ..ti fanno paura ma non riesci a reagire, non riesci ad aprire gli occhi ...nemmeno quell'oscuro potere nelle vene senti più ... come se tutta questa nebbia te l'avesse succhiato senza nemmeno accorgerti ...Ti senti trasportata ..senti ancora la pioggia fredda cadendo sul tuo corpo come mille aghi che ti pungono la pelle .. ma piano piano ti abitui finché non senti più nulla ... non riesci a parlare ..non riesci a far uscir fuori nessun suono ...Ti lasci trasportare ..verso lo sconosciuto da mani sconosciute ... ti lasci portare verso quel qualcosa ..che magari potrebbe farti compagnia .. e ti chiedi ora ..dov'è la tua testa .. chiudi gli occhi .. e pensi ..pensi a quel sogno che facevi sempre ...alla tua visione di libertà..a quella casa sul lago ...a quel che credevi che sarebbe stata la tua meta, a quel letto caldo ..al camino dentro al quale avresti buttato la legna ..a quell'odore di caldo...E piano piano ... ti senti finalmente a casa ...

  • 22 ottobre 2013 alle ore 23:01
    Riflesso

    Come comincia: Tra me e te ci stava il fumo...Guardavo il fumo per paura che svanisse insieme a te ... cosi che continuavo a fumare ... insaziabile al pensiero che tu rimanessi li.Immobile ,fredda ..come una statua ...Intoccabile ... non ero sicura della tua esistenza .Improbabile la tua esistenza ..cosi perfetta ,cosi ... indescrivibile ...E io ...piccola creatura ... beata di poterti ammirare ..Cosi piccola ,delicata,fragile e superba .ma nello stesso tempo cosi fredda,imponente,forte e violenta ...Contraddittoria ..Lascio spazio alla mia mente di vagare in cerca di poter trovare il modo ...di afferrarti ..di sentirti .La mia realtà richiede la tua presenza ...un bisogno malato che porta avanti un vizio non sano ...Improbabile le mie intenzioni ...Perennemente in attesa di soffocare il mio essere per sostituirlo con il tuo ...Infelice di portare avanti un immagine di te ...una brutta copia di quello che sei...come un falso di Monet...Mi piace

  • 22 ottobre 2013 alle ore 23:00
    Breathe easily ...

    Come comincia: Rabbia ..rabbia che violentemente ti prende, ti possiede .Rabbia per tutto quello che ti circonda..rabbia che ti consuma ..Rabbia per te stessa che non riesci ad andare avanti sulla strada che ti sei scelta ..L'aria pesante , sporca ... tossica .Ti senti pesanti i polmoni ,senti pesanti quei vestiti che ti porti addosso  ...Il peso del tuo corpo è pesante. Vorresti crollare sul pavimento freddo e restare li ...non muoverti ... non lo fare ...Respira, respira profondamente perché è l'unica cosa che non fa rumore . Respira quell'aria che la senti tossica.

     

    Non fa freddo , ma stai gelando ...come se il tuo corpo fosse morto ...un cadavere che cammina ...uno zombie ...Non hai più bisogno di sentire . Sentire è doloroso , sentire ti da brividi ...quella pazza idea di voler sentire ti ha fatto male...più volte.Ti sei arresa e ora vivi senza volere sentire nulla.La tua pelle bianca ... Se potessi rimarresti fredda e immobile come una statua...ma costretta ti muovi ...come ...uno zombie.

     

    Convincerti di vivere , non ci riesci . Perché è cosi difficile ?

     

    Violentemente , estremamente fredda guardi fuori il buio che arriva .... il buio con cui ti sei abituata , come se ti appartenesse ...come fosse una cosa tua .Il buio ti aiuta a nasconderti , ad essere invisibile , a far uscire fuori e negare le tue paure... nel buio ..le tue paure spariscono , diventano una cosa sola con le ombre ...tutte quelle ombre ...Si muovono ...e tu le guardi come se fossero una cosa bella ...lentamente si muovono le ombre ...puoi camminare lentamente in mezzo a loro...di notte ..non possono farti del male ...

     

    Un'altra notte in arrivo ...un'altro giorno passato ...

  • Come comincia: Pensieri scomodi che lasciano scie di amarezza e dolore .Dolore che diventa fisico .Non puoi calmare un dolore essendo allergica agli antidolorifici ...Come non puoi calmare un dolore interiore con qualcosa che non hai...come fossi allergica alla felicità .Disagio interiore ... .Tutto doloroso ..lo senti nelle ossa ,nelle vene ..inonda te stessa con emozioni forti ...incontrollabili. Come una tempesta ..come un tornado ... ti copre di , ti soffoca e per poco non riesci a respirare ...senti il battito del cuore come se fosse talmente forte da farti scoppiare la testa .Vorresti coprirti le orecchie con le mani ma non riesci a muoverti ...ti senti pesante ,tutto è pesante ..l'aria ...E per poco il tempo si ferma ... per te .Guardi scorrere tutto intorno a te, immobile non reagisci e non puoi manco gridare .Come diceva qualcuno ..."Non puoi colmare un abisso con l'aria " ..Come non puoi colmare il vuoto dentro con dolore ...E' angosciante aspettare che ti salvi ..che salvi te stessa dall'inferno provocato dagli altri ... E' angosciante provare e riprovare senza risultati ...E' angosciante vivere cosi .Per chi è nato con il dolore ... è difficile trovare la felicità .E' come cercare di cacciare un raggio di sole per poi rinchiuderlo in una scatola .

  • 21 ottobre 2013 alle ore 10:11
    Amicizia o amore, questo è il dilemma

    Come comincia: Mithra, era un giovane, un bel giovane, alto e altero, dai capelli lunghi dorati, desideroso di vivere. Era molto legato alla vita, soprattutto perché prediligeva il prossimo come se stesso. In altre parole, aveva instaurato un forte legame che gli veniva ricambiato e da questo ricambio egli traeva la linfa vitale necessaria per il suo quotidiano sostentamento. Ricavava, in definitiva, da ciò una carica emotiva eccezionale stimolata ulteriormente dal rispetto reciproco, dalla sincerità viva, dall’attaccamento, dalla simpatia, dall’attrazione e dalla disponibilità del prossimo nei suoi confronti.
    Un bel giorno Mithra, mentre stava percorrendo la strada che quotidianamente lo portava a sfogare questi sentimenti al suo prossimo che, ovviamente, glieli avrebbe ricambiati, incontrò un ragazzo bellissimo, dai capelli ricciuti anch’essi dorati, dalla pelle candida e da un volto che esprimeva armonia, rilassatezza, letizia e serenità al tempo stesso. Egli portava a tracolla un arco e sulle spalle indossava una faretra piena di frecce.
    Mithra si fermò, lo guardò attentamente e gli chiese “Bel giovane, posso farti un elogio che mi viene dall’intimità più profonda?”.
    “Dimmi, non può che farmi piacere” rispose meravigliato da una tale domanda inconsueta il ragazzo.
    “Sei bellissimo, e la tua bellezza esprime ciò che di più bello, di più sublime, si può desiderare, molto di più di quanto io ho cercato finora!” esclamò Mithra.
    “Ti ringrazio, giovane, per l’apprezzamento che mi fai. Mi vuoi dire il tuo nome?” chiese il ragazzo.
    “Mi chiamo Mithra” rispose prontamente il giovane.
    “Non ho mai sentito questo nome!” esclamò meravigliato il ragazzo.
    “Mi chiamano così perché mi piace fare alleanza con tutti quelli che mi danno ciò che io do” proferì il giovane che subito dopo chiese “e tu come ti chiami?”.
    “Mi chiamo Cupido perché bramo ardentemente chi mi brama, con un desiderio disordinato che non riesco a controllare, con un profondo sentimento di affetto indescrivibile che mi stravolge l’anima. A chi mi suscita tale ardore misto a passione sfrenata tiro un mio dardo che lo ferisce per sempre”, rispose il ragazzo.
    “E la ferita non lo porta alla morte?” chiese Mithra.
    “No, perché io gli curo la ferita e, in questo, trova lo sfogo tutto il mio ardore. Si viene ad instaurare una reciprocità affettiva molto intima” affermò Cupido.
    “Allora, tra noi due c’è diversità! Io esprimo nei confronti di tanti il mio affetto basato sulla stima e su rispetto reciproco che mi viene ricambiato. Non c’è intimità. Esso è chiamato Amicizia.” esplicitò Mithra.
    “Il mio affetto, invece è un sentimento irrazionale, incontrollabile suscitato dalla bellezza esteriore di un’altra persona soltanto. La simpatia generata è intima, carnale, profonda, interiore, spirituale, ed ha bisogno di un continuo ricambio. Essa si chiama Amore!” precisò Cupido.
    “Non può capitare che quando tiri il tuo dardo ferisci la persona sbagliata?” incalzò Mithra.
    “Sì, qualche volta mi è capitato!” rispose prontamente Cupido.
    “In tal caso come fai?” chiese Mithra.
    “Non posso farci niente!”esclamò spontaneamente Cupido.
    Dopo questa risposta, Mithra e Cupido si guardarono stupiti in faccia, senza dire una parola e, subito dopo, si salutarono e proseguirono ognuno per la propria strada.

  • 18 ottobre 2013 alle ore 16:15
    Per poco, Antonio, per poco...

    Come comincia: Caro Don Antonio Sartori, ricordo quale fu, la prima volta del nostro incontro. Spesso, poi, nella mia vita, ti ho chiesto rifugio, nella, accogliente, tua Cittadella, ad Assisi. Una fredda notte, la solitudine dei miei fari, che sbagliavano vie su vie, inseguendo pensieri. Tornanti senza stelle, nevischio sul tergicristallo, una pena dentro, incolmabile. Una messa di mezzanotte, un Natale, che osservavo passare su di me, senza traccia di serenità. "Dopo messa, una cioccolata assieme, in cella?" Un tuo invito, che non dimentico. Un salvagente buttato all'anima. "É un grande teologo, vedrai." Mi avevano preannunciato, e temevo la tua vicinanza. Io sono rimasto al catechismo parrocchiale, quello della prima comunione. Sorseggiammo, in silenzio, quel liquido denso, caldo, cremoso. Le stelle sembravano entrare nella buia cella. Non una parola. Il tuo sguardo, su di me, aveva un peso leggero. Una vertigine di corpo e anima.                                      "Può bastare, per stanotte. Va un po' meglio, Lucio?"
    Un pomeriggio domenicale, sul Nevskij prospekt di Leningrado. Un inverno grigio e freddo. Ancora la vecchia Unione Sovietica, povera, cenciosa, buia, come una pagina di Dostoevskij. Marciapiedi colmi di volti senza espressione, vecchi cappotti, incipriati di ghiaccio. Una massa solida, in movimento perenne, senza meta. "Lucio, stamane, non ho detto messa, devo tornare in albergo. Mi accompagni?" In quel polveroso salottino, in un freddo corridoio dell'enorme hotel, due poltrone di pelle consumata e un tavolino sgangherato. Tirasti fuori dalla tua borsa due bottigliette. "Guarda un po', in cucina, se ti danno del vino, acqua e un pezzo di pane". Quando te li portai -"Ora siediti comodo, in poltrona, rilassati, sarai stanco". Che spettacolo, quella messa, che mi offristi! Possibile che la cena del Cristo potesse rinascere, con me e te, in quel momento, con tale semplicità. C'era posto per un Dio, in quel salottino polveroso, ostico? Ne ebbi un’intuizione, grazie a te.
    Un luglio, in Finlandia. Era di primavera. Al tramonto, giungemmo ad una chiesetta di legno, un pezzo d'arte, firmato da Alvar Aalto. La foresta l'avvolgeva, rabbuiandola dall'azzurro dell'immensità del cielo. Vedo ancora la scenografia, dietro l'altare. Un sipario di cristallo apriva la visione di una via, tra alti alberi ventosi.  La croce, ampia, nera, decisiva, chiudeva lo sguardo, in un orizzonte prossimo.                                       -" Lucio, prima d'iniziare messa, vai fuori. C'è una corda che scende dal campanile, suona la campana"-   Ricordo quell'invito, improvviso, che mi mise imbarazzo. Il suono, lanciato da me, nell'immensità, tra i mille laghi e le immense foreste della Finlandia, non terminava mai, si ampliava in cerchi infiniti. C’ero io, al centro di quel suono. Cos'era mai? Un pianto, un lamento, forse, una preghiera. Che mi avevi mai fatto fare? Per poco, Antonio, per poco, stavo per credere.

  • 18 ottobre 2013 alle ore 12:47
    Lara alla tomba di John

    Come comincia: Andava spesso a far visita alla tomba di John. Anche se questa era vuota, dato che il corpo giaceva in fondo ad un burrone e non era stato possibile recuperarlo, lei lo poteva sentire vicino a sé. Le piaceva portargli dei mazzi di fiori di lavanda, quelli che nascevano vicino alla casa di John e che quella sera del loro primo bacio avevano inebriato i loro sensi. Dopo aver deposto i fiori davanti alla sua tomba e aver tolto qualche erbaccia che usciva dal terreno, Lara si stendeva per terra guardando il cielo cercando di parlare con John, per raccontargli di come fosse ora la sua vita e che cosa faceva durante le giornate. Non era sicura che lui l’ascoltasse, ma ogni tanto vedeva dei raggi di sole che apparivano durante una giornata nuvolosa e si diceva che forse l’aveva fatto accadere John per comunicarle qualcosa.

  • 18 ottobre 2013 alle ore 12:41
    Il fatale litigio

    Come comincia: - Che spiegazioni vuoi che ti dia?!- Lucas non sapeva come giustificarsi con Sarah che in quel momento era infuriata con lui.
    - Almeno potevi dirmelo tu. Scoprirlo da un’altra persona mi ha ferito ancora di più!-
    - E va bene! Sono stato con un’altra!- Entrambi tenevano il tono della voce molto alto. – Sei contenta ora? Non ha significato nulla per me, è stata solo una cosa di pochi minuti!-
    - Dovrei sentirmi meglio ora?-
    - Ed io come dovrei sentirmi? Sai cosa vuol dire per un ragazzino come me affrontare una cosa così impegnativa come la tua malattia? Ho sentito il bisogno di essere giovane ancora per un giorno, invece di essere obbligato a comportarmi come un adulto!-
    Gli occhi di Sarah erano pieni di lacrime ed alcune erano scese a bagnare le sue guance rosee.
    - Ah tu devi affrontare la malattia? Sai almeno cosa vuol dire non riuscire a prendere sonno ogni notte per paura che sia l’ultima volta che chiudi gli occhi? O dover ringraziare per ogni giorno in più che ti è stato regalato? Sai come ci si sente ad aspettare un cuore che sai perfettamente che non arriverà mai? O dover fermarti ogni volta che compi uno sforzo perché sei rimasto senza respiro e capisci che dovrai rinunciare a fare le cose più semplici… questo lo sai come ti fa sentire?-
    Lucas ascoltava con il volto inespressivo senza essere in grado di rispondere.
    - Hai ragione tu: sei solo un ragazzino!-
    E detto questo Sarah si mise a correre finché la forza non l’abbandonò. Lucas tentò di afferrarla, ma dopo quella discussione si sentiva come pietrificato e rimase dov’era.
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  • 18 ottobre 2013 alle ore 12:39
    Un momento fra Sarah e Lucas

    Come comincia: Quando il respiro di Sarah si fece più pesante e Lucas fu certo che lei dormisse, le bisbigliò ciò che non aveva il coraggio di dirle mentre lei poteva sentirlo:- Amore mio, non vorrei essere l’aria di cui hai bisogno per respirare: non potresti toccarmi. Non vorrei essere la luce: di notte non mi vedresti. Non vorrei essere pioggia: ti lascerei sola quando mi asciugo. Mi accontenterei solo di essere il tuo amore così sarei ciò che ti fa battere il cuore, ciò che riempirebbe le tue giornate, e i tuoi sogni la notte, ciò che arriverebbe in ogni attimo nei tuoi pensieri… non pretenderei di essere amato, ma di avere l’opportunità di amarti!-
    Sarah che aveva sentito quelle parole, senza aprire gli occhi disse:- Credo che non riuscirei più ad immaginare la mia vita senza di te!- http://www.amazon.it/dp/B0083IG09Q/ref=t...
     

  • 18 ottobre 2013 alle ore 12:37
    La confessione di Sarah

    Come comincia: “Sarah prese aria nei polmoni e tirando fuori tutto il suo coraggio ma senza mai guardarlo negli occhi, gli disse:- Nell’istante in cui mi dissero che ero ammalata di cuore e che sarei potuta morire, mi dispiacque… non per me che avrei lasciato questo mondo, ma per tutte le persone che avrei fatto soffrire, lasciando un enorme vuoto nella loro vita. Pensai a mio padre e a mia madre che non avrebbero mai più potuto né rivedere né abbracciare la loro bambina… a mia sorella che con il suo istinto materno cerca sempre di proteggermi… come avrei potuto far del male a tutte le persone che mi amavano?- Sarah si asciugò una lacrima che le era scesa sulla guancia, poi riprese a parlare:- Io me l’ero promesso! L’avevo promesso a me stessa: nel tempo che mi rimaneva da vivere, non mi sarei mai innamorata, anzi non avrei permesso che nessuno si innamorasse di me, nessuno avrebbe dovuto soffrire per colpa mia!-
    Il sole stava scendendo e il cielo si macchiava di rosa e di arancio. Lucas cercò di tranquillizzarla, le prese una mano fra le sue e le disse:- Dio ha avuto un’ottima mano quando ha colorato questo tramonto… ma credo che sia stato molto più bravo quando ha creato te!-
    Sarah lo guardò perplessa e lui le spiegò:- Se avessi solo questo giorno per amarti, vorrei viverlo fino in fondo! Non m’importa se tutto ciò mi farà soffrire, perché un giorno di felicità con te può farmi sopportare un’intera vita di dolore!-
    A quelle parole Sarah fu ammutolita: mai avrebbe pensato che nel mondo ci potesse essere una persona come Lucas.
    Lucas si alzò in piedi e la tirò a se dicendole:- Seguimi…-“ Dal romanzo “Il sentiero che conduce a casa” http://www.amazon.it/dp/B0083IG09Q/ref=t...
     

  • Come comincia: Si baciarono e si accarezzarono. Lui le accarezzò il petto, sentendolo sodo sotto la camicia, mentre Lara si abbandonò al desiderio. Le sfilò la camicia dall’alto e lei alzò le braccia per facilitarlo. Lara gli baciò il collo, rabbrividendo mentre le mani di Brian le salivano lungo la schiena. Quando anche lui fu con il petto nudo, la strinse a sé sentendo il calore della pelle contro la propria. Le mordicchiò il lobo dell’orecchio mentre, con mani esperte, le slacciava il reggiseno.
    Le sue gambe iniziarono a cedere e Brian la spinse dolcemente. La baciò sul ventre e le passò la lingua attorno all’ombelico, mentre Lara ansimava e reclinava la testa all’indietro. Si spogliarono dolcemente degli ultimi vestiti che avevano ancora addosso e si baciarono su tutto il corpo, senza fretta, lasciando che tutto accadesse da sé. Brian sentì il respiro di Lara farsi sempre più rapido e la sua pelle che, così morbida, sfiorava il suo corpo. Quando, finalmente, i loro corpi si unirono, chiusero entrambi gli occhi, assaporando quegli istanti che tanto avevano entrambi desiderato.
    Alla fine Lara si addormentò fra le sue braccia, con la testa nel suo petto. Mentre Brian assaporò il profumo dei suoi capelli e pensò a quanto fosse stato bello quel momento. Avrebbe tanto voluto essere nella sua testa per sapere che cosa avesse pensato lei di quella sera e che tipo di sentimenti avesse provato per lui, ma per questi ultimi, Brian si rispose che con il tempo l’avrebbe capito senza aver avuto il bisogno di chiederglielo.

  • Come comincia: John Thompson, ormai diventato una persona anziana, ripensa alla sua vita, quando era ancora giovane. A quando un giorno incontrò un bambino mendicante di nome Brian. Da quel momento diventarono inseparabili, anche se, una losca figura di nome Marcus Morrison tentò di separarli, perché, secondo lui, Brian gli apparteneva, come molti altri bambini della zona, costretti a mendicare per lui. Ma John, aiutato dai suoi genitori, face arrestare Marcus e portò a vivere con sé Brian, come se fosse suo fratello.
    Ripensa a quando Peter, suo padre, lo costrinse a lavorare nell’azienda agricola di famiglia e a tutti quei giorni passati ad odiare quel lavoro che gli aveva rubato la gioventù e che lo convinse a lungo di non poter trovare l’amore. Ma si sa che se una persona non cerca l’amore, è l’amore che va in cerca di quella persona. Infatti, è proprio ciò che è successo a John quando incontrò Lara: una sua vecchia conoscenza. A soli 20 anni, John capì che non avrebbe più amato nessun’altra donna, soprattutto dopo che si scambiarono un timido e delicato bacio, di fronte al lago nella proprietà dei Thompson, mentre una sera si celebrava la festa di fine estate.
    Quando sembrava che nulla li potesse dividere, John dovette intraprendere un lungo viaggio di lavoro poiché il raccolto era andato distrutto dopo un uragano. Lara aspettò con ansia per giorni il ritorno di John, ma non ne ebbe più notizia.
    Quello che però metteva di più in ansia Lara, era sua sorella Sarah di 16 anni che, ammalata di cuore, necessitava di un trapianto. Sarah ebbe una breve relazione con Lucas, un ragazzo conosciuto ad una festa. Lei gli disse subito che non potranno stare assieme, data la sua malattia, ma Lucas la convinse a rimanere con sé dicendole:- Se avessi solo questo giorno per amarti, vorrei viverlo fino in fondo! Non m’importa se tutto ciò mi farà soffrire, perché un giorno di felicità con te può farmi sopportare un’intera vita di dolore!-
     

  • 16 ottobre 2013 alle ore 9:49
    MIOSOTIDE

    Come comincia: Sogni di sogni di sogni di sogni.Dentro.Fuori. Grani di miglio e foglie di tiglio…irenico stupore…Illudimi dell’Illusione di Te…come il vento imperioso che più lo contrasti…più lui ti divora…quando cammini da solo sei  Tu a decidere il passo…Nuvola-Partigiana…Romantica Fiancheggiatrice…com/mozione apicale… Misotide noòtropa…il prednisone mi battezza innocuo…Ritratti Lumièrici…vorrei che l’Età del Malessere fosse stato solo un celestiale stupro dell’anima giovane…regalatoci da Dacia Maraini…e fosse terminato lì,all’ultima riga.Lasciatomi schizografici.
    Ipotetiche anime in pena albeggianti al Postoristoro sull’adriatica…senza spadi/(pani)-ni… tra gli arrosticini salmastri ed arsi e qualche foglia danzante di Cynar…pioppi ovattati…
    Io clown tragicomico di me stesso...a tutte le feste di ieri e di domani a cui nessuno m'ha mai invitato e a cui nessuno m'inviterà mai...tentati condizionamenti pavloviani...vorrei che Garrel m'imprimesse con violenza finto-proletaria nella sua pizza di celluloide...per sempre..…mi lascio ipnotizzare da “Tramiti”…un’ipnosi molto più intensa e magnifica di un’intera confezione di flunitrazepam ingurgitata di soppiatto…Thomas mi dice scherzando che non sa cosa siano le royalties…io vorrei ripagarlo con una dose oltremodo smisurata di puro affetto…per le Emozioni che da sempre mi dona…Oggi più di ieri…

    Poi mi son ritrovato casualmente laggiù…e stavo andando fuori quando ti ho riconosciuta …identica alla protagonista di Career Girls di Mike Leigh…con la tua magrezza  lievemente ossessivo-compulsiva…e paradossalmente mi dici di trovarmi magro…ed io rido…per non piangere…ti tremano vertiginosamente le mani…la tua voce è sismografica…rapidissimi movimenti incontrollati dei tuoi bulbi oculari…mi dici che hai una malattia agli occhi... e assumevi anche tu cortisone…ma non oso chiederti quale sia…fumando ininterrottamente Winston Blu…riprendiamo i nostri discorsi interrotti dieci anni fa,appena dietro l’angolo di via Trento…usando gli stessi puntini di sospensione controfattuali…mi fai ricordare che mentre io facevo colazione con i mega cornettazzi e cappuccini non plus ultra, tu venivi a prenderti un catartico bicchiere d’acqua…come Nanni all’epoca del suo linfoma…ora nessuno di noi due fa più colazione…chi l’avrebbe mai detto…mi dici che non usi l’e-mail,detesti facebook e a casa non hai nemmeno internet…anarcoluddismo alto-emiliano…ti stimo molto anche per questo...armonizzazioni notturne e dissonanze diurne… Improvvis-Azioni Rumor-Armoniose rigorosamente Analogiche Attrazioni cosmogoniche tra simil-opposti… il tempo brucia la vita…a volte la fa ritrovare…anche solo per pochi istanti…si dice che dietro ogni coincidenza ci sia sopra un Angel(o)-a….Tu lo sei davvero.

    (…ballon controdeduttiva: Holden sei bravo,buono,dolce,ipersensibile,unico,speciale…però hai rotto un po’ i coglioni…giusto un po’…se hai qualche problema prenditi l’Elopram…)…che non ho mai preso peraltro…

    Disionie primitive…AutoDismorfofobie in modalità ON…Dismnesie transeunti…
    Carlos e i suoi Pinches Tiranos…Agguati Dilatati…la perdita di sé stessi e la MAGNIFICA LUCIDA TOTALIZZANTE RIACQUISIZIONE….”Grandma take me home”…

     

  • Come comincia:                                        Vita in paese.  III°  episodio
                                                 Il battesimo dell’aria

    Mario, il camionista battezzato col nomignolo “il Marziano”da i suoi nuovi amici: il Professore, il Cancelliere, il Nobile e Occhio Fino, passava con loro gran parte del suo tempo libero. Era stato invitato a Londra, dal  suo carissimo amico, Jonn, per passare una settimana a casa sua ed aveva esteso l’invito anche ai suoi amici, di cui aveva fatto la loro conoscenza nel breve quanto movimentato soggiorno al paese durante l’estate.
    Era ormai giunto il giorno della partenza …
    I cinque, avevano preso un taxi per andare all'aeroporto in cui erano giunti per fare il check-in. 
    Il Professore, fu il primo ad arrivare col suo bagaglio allo sportello… gli amici lo seguivano. Registrarono i loro bagagli e si apprestarono a passare l’ultimo controllo al metal detector.
    Il Professore osservava chi lo precedeva e vide che, il metal detector suonava ogni volta che  il signore passava la porta. La scena si ripeté per ben tre volte, fino a che non gli venne chiesto di togliersi le scarpe.  La cosa stupì il Professore e precipitosamente chiese al Cancelliere di prendere il suo posto, poi a tutto il seguito della comitiva. Si fermò dietro di loro, quando, si accorse che una bella signora, elegantemente vestita, lo fissava incuriosita dal fatto che lui fosse retrocesso di cinque posti. Il Professore, sentiva il suo sguardo indagatore e chiese alla bella sconosciuta se le faceva piacere avanzare, anche lei, di un posto. La signora ancora più incuriosita e  diffidente, rispose che non era il caso. Intanto  Occhio Fino che stava davanti a lui avanzò e passò sotto il metal detector tranquillamente, senza alcun problema, lo seguirono il Nobile e gli altri, che si fermarono oltre il metal detector  per aspettarlo.
    Il Professore, con una certa reticenza si avvicinò al passaggio tanto temuto, dopo aver riposto il suo orologio e oggetti metallici nell'apposita cassetta. Purtroppo, quel che temeva accadde: il metal detector suonò. Rivolse il suo sguardo alla guardia e gli sorrise, poi cercò di guardarsi addosso, per vedere cosa faceva suonare l’allarme, si tastò la giacca poi le tasche dei pantaloni, non aveva nulla di metallico, la signora dietro lo guardava con sospetto, era sotto gli occhi di tutti, egli fece cenno agli amici di proseguire, ma loro col capo fecero un gesto di dissenso,  Franco il Nobile gli disse che l’aspettavano.
    La guardia chiese  al Professore di ripassare sotto la porta elettrica e di nuovo suonò, al che, gli chiese di togliersi le scarpe, cosa che non avrebbe mai voluto fare, purtroppo, anche se a malincuore, si tolse le scarpe che  consegnò alla guardia il quale a sua volta le mise nella cassetta, per passarle ai raggi x. Infatti, erano proprio le scarpe che facevano suonare l’apparecchio, avevano un tacco interno di metallo che serviva ad aumentare la statura, di almeno 5 centimetri. Il Professore, guardò i suoi amici, che con una certa incredulità, constatarono la sua vera statura della quale si era sempre vantato dicendo che era pari a quella di un modello. Scalzo e imbarazzato, guardò il suo piede destro, aveva l’alluce che fuoriusciva dal calzino liso all'estremità.

    Le risate trattenute a stento dai suoi amici, lo fecero arrossire, guardandosi ancora una volta il piede, disse al Nobile che era un difetto dell’alluce che toccava sotto la tomaia delle scarpe e che sicuramente il calzino non era così quando l’aveva indossato. La guardia gli consegnò le scarpe che subito infilò, sotto lo sguardo divertito degli amici e quello snob dell’elegante signora. 
    Saliti sull'aereo, i cinque si sedettero gli uni accanto agli altri. 
    Per tre di loro era la prima volta che prendevano l’aereo: il Cancelliere, Occhio Fino e il Professore.  Il Nobile fu il primo a salire chiamò l’hostess e le diede un bigliettino da visita, parlando sottovoce scambiò alcune parole,  l’hostess sorrise ed andò a riferire al comandate la richiesta da lui sollecitata che consisteva nel fare vistare ai suoi amici la cabina del comandante in onore del loro primo volo. Era una richiesta che per ragioni di sicurezza, non si poteva accettare, ma  il cugino del Nobile, anche lui pilota e amico del comandante, gli aveva chiesto la gentilezza e l’aveva avvertito del viaggio di suo cugino ed i suoi amici per cui, accettò la richiesta e fece accomodare i tre amici dopo il decollo che appena poterono slacciare la cintura, entrarono nella cabina. Fu loro offerto una flute di champagne, il comandante chiese loro quale fosse stata la sensazione al decollo, Occhio Fino, rispose: 
    - Non ho visto nulla ma ho avuto la sensazione che il cervello si staccasse e toccasse il cranio, mentre il Cancelliere un po’ timido e confuso disse: 
    - Io ho avuto, mal di pancia e devo dire che ancora adesso ce l’ho…
    Tutto divertito il Professore, con la sua innata spavalderia, aggiunse ridendo:
    - Non è possibile ragazzi avere paura, abbiamo qui un gran pilota, io mi sono divertito, sembrava d’essere sulle montagne russe e non ho paura …
    Nel preciso istante ci fu un vuoto d’aria improvviso che sorprese anche il comandante, il professore con un grido da far risuscitare i morti, gridò:
    - Aiiuutooo!
    E si aggrappò al braccio del Cancelliere che per lo spavento si era irrigidito, in modo tale, da sembrare una statua; Occhio Fino aveva giunto le mani, quasi pronto per la preghiera, l’hostess li invitò a seguirla, ma nessuno dei tre riusciva a dare un passo, e come l’aereo si ristabilì, il pilota ridendo si rivolse al Professore:
    - Allora, e le montagne russe?
    - Beh! Queste però non lo sono, ma a quanti metri siamo da terra?
    - Siamo saliti, in questo momento il tachimetro segna quota ottomila.
    Un glup, s’udì provenire dalla gola del Professore, che non volendo mostrare la sua paura l’aveva inghiottita insieme alla parola. L’hostess si avvicinò a loro li pregò di riprendere posto, Occhio Fino ancora pallido per lo spavento, la seguì senza aspettare, quando si voltò per rivolgere la parola ai suoi amici, vide che due sagome erano rimaste, immobili, davanti alla porta della cabina di pilotaggio. Tornò indietro per domandare cosa stesse succedendo, e vide che il Cancelliere era rimasto con la stessa rigidità al momento dello spavento, mentre il professore l’incoraggiava:
    - Dai tieni duro, non facciamo scherzi, sai che figura che facciamo? Occhio Fino capì subito che non si trattava di paralisi, ma di una forma di paura con i dovuti effetti collaterali.
    Così, propose di prenderlo lui da un lato e il Professore dall’altro e di soppiatto lo trasportarono in direzione del wc. L’hostess vedendo lo stato rigido del Cancelliere si preoccupò e chiese cosa fosse successo, il professore superficialmente rispose:
    - No, nulla signorina è semplicemente una paralisi momentanea. Ha solo bisogno di bagnarsi
    il viso è soggetto a questi attacchi, vedrà, starà subito meglio.
    L’hostess non proprio convinta si fece da parte per farli passare, così sotto lo sguardo incuriosito dei passeggeri, compresi il Nobile e il Marziano, deposero nell’esiguo wc il Cancelliere che nel frattempo era sbiancato. Richiusero la porta e vi sostarono davanti,  in attesa che terminasse...

    Il Nobile e il Marziano, inquieti andarono a domandare cosa stesse accadendo, il professore rispose che un vuoto d’aria aveva imbarazzato il loro amico, al che capirono ed andarono a sedersi non senza voglia di ridere.
    Dopo dieci minuti, la porta si aprì e ne uscì, tutto risollevato, il Cancelliere, che si scusò con i due amici e pregò loro di non dire la verità agli altri. I due si guardarono e poi come se nulla fosse, il Professore disse:
    - Non preoccuparti terremo il segreto, sai, sarà difficile perché bisognerà dare loro un motivo valido, per quello che tutti hanno visto.
    - Ma tu sei bravo, hai saputo dire che era una paralisi momentanea, dai, fallo per la nostra amicizia!
    - Va bene, a condizione che tu non ricominci se dovesse esserci un nuovo vuoto d’aria, anche perché pesi e non ce la faremmo a trasportarti così come l’abbiamo fatto.
    Sorrisero e si avviarono verso i loro posti, il Professore corse per primo per avvertire i due amici di non dire nulla, ci riuscì solo in parte perché subito sopraggiunse il Cancelliere e dovette riprendere posto.
    Il Nobile ed il Marziano che visibilmente erano ancora sorridenti, come videro il Cancelliere scoppiarono in una risata quasi isterica che non riuscivano a frenare, il Professore domandò loro:
    - Raccontate anche a noi la vostra barzelletta?
    Il Nobile lo guardò e senza arrestare la sua risata, con la sua flemma rispose:

    - Sì, è una stoviella che mi ha vaccontato  Mario pochi minuti fa, voi non c’evavate, vi vaccontevemo tutto dopo, adesso lasciateci videve, no ne possiamo più.

    Il Professore almeno in parte aveva salvato la sua faccia, poiché il Nobile aveva capito, dalla sua domanda, che il Cancelliere non doveva sapere che loro sapevano.
    Nel frattempo
    il comandante  annunciò ai passeggeri che, erano giunti su Londra e che dovevano allacciare le cinture di sicurezza, augurando a tutti una buona permanenza … Gli amici si guardarono sorpresi per la rapidità del loro viaggio e con battute scherzose già si preparavano ad affrontare l’avventura metropolitana tutta da scoprire.

     Anna Giordano
     

     

  • 13 ottobre 2013 alle ore 7:42
    Ritorno a Villa Adela

    Come comincia: La salita, dopo settant’anni, è la stessa, ripida, difficoltosa al passo. Ora è asfaltata. Papà, slacciata la cintura dei pantaloni, la lega alla parte posteriore dell’automobilina e frena l’abbrivio della mia discesa.  Una parete di verde mi porta al cancello. “Villa Adela”, un insegna di marmo nuovo. Ancora mi stona quel nome, nella mente, che già d’allora non legava alla sonorità di Adele, il nome della nostra cameriera. La vernice del cancello è fresca di tempo. I cardini oliati hanno perso il canto del ritorno di papà dalla guerra. Sento ancora quel suono di immensa felicità. Correre ad affacciarsi alla balaustra, e vederlo laggiù, che ci saluta con la mano, un valigione di cartone marrone. Il viale, verde di ippocastani, si confonde in una macchia scura nel gomito, che sale a sinistra, in un’ultima rampa, alla villa, che non scorgo ancora. Un faretto e una telecamera fanno da guardia al cancello. Suono al citofono senza nome e attendo. Nessuna risposta. Faccio una foto al viale, posando la macchina fotografica tra le sbarre del cancello. – “Che sta facendo lei, chi le ha dato il permesso? - “ Un ometto, in una camicia a quadri, è apparso e avanza verso di me a passi ampi. Il volto è contrariato. Apre il cancello e la mano cerca di afferrarmi la macchina fotografica. - “Mi faccia vedere cosa stava fotografando?” - Ci metto parecchio a spiegargli, che sono un bambino di settant’anni che viene a rivedere i luoghi dell’infanzia. Lo sento diffidente. Vorrei lasciare tutto lì e andarmene, ma i ricordi mi chiamano. Acconsente, a malo modo, a farmi salire sino alla villa. A metà viale, ci viene incontro la moglie. Guarda me e il marito con un volto dubbioso.  Ora si libera la curva e vedo villa Adela. Irriconoscibile. Il fine ottocento è mutato, in un palazzotto modernizzato dal pessimo gusto. Un patio pseudo messicano, aggiunto di recente, ne protegge l’entrata. Il ciliegio dalla neve di petali, in primavera? -“Lo abbiamo abbattuto. Era troppo vecchio e malato” -. Dalla balaustra, sconnessa, da cui mi affacciavo nella valle, vedo mamma e zia che corrono disordinatamente, gridando, nella neve alta. Un caccia inglese sta giocando con loro, al gatto e il topo. Scende basso su di loro, quasi a sfiorarle, poi risale, rombando, il declivio del monte. Ritorna, scivolando in una picchiata d’ala. Scorgo il volto del pilota. Ma che fa? Ride? - “Le sta corteggiando” - qualcuno alle mie spalle.  Una lastra di marmo con un ampio foro circolare è adagiata alla parete dell’entrata. - “La riconosce? Ci siamo rammodernati.” - Quante volte mi ci sono seduto su quel buco nero, io, timoroso. Una vertigine infinita, sino al pozzo nero, nel gabinetto sospeso nel vuoto, sulla parete posteriore della villa. Entro, a destra, la cucina ha perso tutti i caratteri di un tempo. L’inferriata alla finestra non c’è più. Me la fecero coprire col mio corpo, quando il tedesco che svolgeva il cavo telefonico, si avvicinò per guardare dentro. Un lenzuolo bianco, steso internamente, attraversava in diagonale la cucina, evitando gli sguardi a salami e prosciutti appesi ad asciugare. Tonio, il mio amico maiale, era finito lì. A destra il salottino in vimini ha la porta chiusa. Lo stato maggiore delle SS, ne aveva preso possesso. Di sera sentivamo i canti attorno al camino. Io aspettavo il piatto di bianca pasta, che mi porgevano, quegli esseri biondi, giovani, sorridenti. Erano miei amici. La vetrata delle scale, manda raggi di sole. Il suo frantumarsi in briciole di vetro, al bombardamento sul vicino ponte dello Scrivia. Il ratatàtà delle bombe, che scendono urtandosi. Quel suono metallico, uno scampanellio di morte, che pochi conoscono. Vado via, ora. Il diffidente padrone della villa ha avuto notizie, che non conosceva, della sua casa, da un bambino, dal volto di vecchio.

  • 12 ottobre 2013 alle ore 16:21
    Fabula Opale Nobile

    Come comincia: Stamattina sono uscito con la ferma  intenzione di tornare nel mio amato Abruzzo…poi  il viaggio mi ha portato ad Ascoli…la Scalinata dell’Annunziata,il Caffè Meletti e le sue cartoline dolciastre,Piazza del Popolo,Piazza della Verdura,Piazza della Viola,il Giardinetto del Grande Blek…l’ultima volta che ci son stato ero da solo…la sera dei miei anni di Gesù…e c’era la neve…via Pretoriana e le sue "salate"…mattinate invernali in odor di Martini Bianco…con relative scritte sui sedili del pulman “salare è godere”…e in cuffia delay analogici e la voce di Thurston che sussurrava un po’ melanconica “Schizophrenia is taking me home”… le sue piccole botteghe che ancora resistono agli iper-centri di via del Commercio…aspettando il post-meriggio… le cioccolate calde ritempranti della storica latteria di Piazza Roma…dopo le fumate di oppio,proveniente da sapienti mani rom del litorale giuliese…il Chiostro di Sant’Agostino…coi suoi Angeli Bianchi su S/Fondi Rosso-In-Fuocati...astrattismo antidistimico…marmorei cigni d’acqua alla Pinacoteca…per grazia ricevuta ho lo smart in assistenza tecnica e non posso scattare nessuna foto…le emozioni di vita vissuta impresse solo nei propri occhi scivolano in presa diretta nell’anima e lì restano per sempre…senza che nessuno possa mai scalfirle…le scarpe nuove le ho in repeat-until…ma è iperuranicamente fotonico ri-possedere quella tanto leggiadra quanto monolitica consapevolezza di aver finalmente riacquistato i propri piedi…Holden Martino  Mielestrazio 4 Ever…ma non più bigio…..la mia non-vita violenta-me…di ritorno in mood-loop la melliflua Psyco 41 voce di Elena che vomita infiorescenze umbratili di Pimpinella Anisum,mentre mi comprime il parenchima pleurico sbilenco…urlando “non mi devastare,non mi devastare sai”…

    Ora l'ultimo piano della claudicante palazzina di via Carità a Napoli è relegato per sempre nel file dei ricordi che non fanno più male....

    (…la notte del 5 settembre quei clangori improvvisi mi fecero pensare che fossi tornata…invece era soltanto una mediocre scossa di Terremoto…per mia fortuna…)
     

  • 11 ottobre 2013 alle ore 14:04
    Macchie rosse d'asfalto

    Come comincia: L'ultima volta che attraversai la strada era un giorno d'ottobre. Ero già anziano, il passo lento, gli aculei ingrigiti ma il muso ancora umido umido, non ci vedevo più bene come quando l'attraversai la prima volta, avevo perso mia mamma da pochi giorni, sbranata da un mostro a motore di quelli che ci appaiono in sonno nelle giornate in cui abbiamo gli incubi. Mi ero messo sulle zampe di buona ora, appena fattosi buio, e arrivato alla fine del campo spalancai gli occhietti cercando di udire se quel grigio asfalto tremasse più di me. L'età mi aveva reso quasi un miracolato, in tutti questi anni avevo visto tanti miei simili finire schiacciati come sardine, passati e ripassati, resi a irriconoscibili macchie d'asfalto. Stavolta è toccato a me, devo dire non mi sono accorto quasi di nulla, se non di una luce accecante che mi ha abbagliato, ho provato ad accelerare il vecchio passo ma è stato tutto inutile, un rumore sordo di come quando un umano in cucina strizza una spugna imbevuta di acqua; quell'acqua era il mio sangue, schizzato fuori come una rigogliosa fontana a dipingere il grigio. Dolore? Non lo so cosa ho provato, so solo che all'improvviso mi sono guardato attorno e mi sono visto lì, i miei resti avvolti da una cornice di silenzio, giacevo a quasi tre metri dal punto di arrivo, dall'altro campo, dalla libertà. Un'eternità. Mentre mi osservavo, con apparente distacco, d'improvviso ho udito un rumore sempre più ravvicinato, poi una luce che non abbagliava più, ed ecco un nuovo mostro di ferro a schiacciare i miei resti inermi, spargendo chiazze di colore anche sul bianco delle strisce di mezza via. Sono rimasto non so quanto tempo a osservarmi, a osservarvi, abbiamo giocato a guardarci, anche se voi non vedevate me, ma le mie briciole, i miei miseri resti della vostra misera esistenza, poi me ne sono andato lasciandomi lì sull'asfalto. Una macchia rossa, tipo lo schizzo di un quadro o una dissanguata poesia. I miei brandelli sparsi dal vento qua e là, tra l'erba ed il fosso. Infezioni? Malattie? Sono semplicemente diventato un fiore di campo destinato a venire diserbato o che magari qualcuno, un giorno, raccoglierà.

  • 10 ottobre 2013 alle ore 23:47
    LETTERA DI UN'...ANIMA

    Come comincia: LETTERA DI UN'...ANIMA
    Voglio andare in una nazione dove il comunismo è fuorilegge, l' America magari, perchè anche voi in Italia professate ancora questa assurda filosofia che ha distrutto il mio Paese. Sotto la falsa bandiera dell'uguaglianza ha creato delle caste privilegiate togliendo al Paese ogni possibilità di sviluppo sia economico che culturale. Tutto il Mondo ha visto quale danni provoca questa cultura e ancora non si è deciso a liberarsene. Io sono stata bene in Italia, ma rabbrividivo ogni volta che vedevo la gente manifestare con bandiere rosse e l'effige del partito comunista. Perchè invece di essere un popolo unito siete ancora così divisi dal voler sbagliare in un modo o nell'altro, in nessun colore c'è giustizia; io non credo più in presidenti che fanno grandi promesse per il solo gusto di avere potere, non credo più ai gruppi che vogliono farmi credere di sapere cosa è giusto per me. Io voglio andare in un Paese bello, libero, ma che rispetti le tradizioni e la cultura di ogni popolo. Non credo che l'immigrazione sia sbagliata. E' giusto che ogni persona abbia la possibilità e la volontà di crearsi un futuro migliore. Il Mondo è di tutti e ognuno deve poter essere libero di girarlo come vuole nel rispetto dei propri fratelli e delle leggi umane. Io capisco perchè molti di voi italiani non amano gli immigrati o gli stranieri, perchè in realtà voi non fate altro che accogliere i peggior delinquenti che si approfittano della vostra buona fede e vengono per sfuggire alla giustizia del nostro paese che altrimenti li condannerebbe alla prigione. Voi accogliete ladri, stupratori, assassini, con compassione, ma senza preoccuparvi di sapere cosa hanno fatto nelle loro città e chi sono in realtà. Io non vorrei compassione da parte vostra, ma vorrei il rispetto della mia cultura e delle mie tradizioni. Avete anche messo un ministro di colore per dimostrare il vostro profondo senso di uguaglianza, ma la realtà è che non avete scelto quel ministro per le sue capacità, ma semplicemente per il colore della sua pelle. Che senso ha? Meglio un bianco capace che una donna di colore che deve solo creare l'illusione della vostra tolleranza. Lei non è capace, non comprende le reali necessità di un popolo, si limita a chiedere altra compassione, ma chi desidera tutta questa compassione? Anche gli immigrati hanno dignità ed orgoglio. Date cultura, date insegnamenti, date tecnologia, non compassione. Un bravo ministro è colui che sviluppa idee perchè il proprio Paese cresca, risparmi le proprie risorse energetiche e naturali e perchè i servizi sociali siano efficenti e validi per tutti. Italia è un grande popolo con un grande cuore, ma governato da opportunisti a cui nulla interessa del popolo, interessa solo dei propri loschi affari. Poi vi ritrovate a piangere i morti che non avete saputo accogliere, ma che se fossero rimasti vivi sarebbero stati un problema ancora più grande. Che senso ha? Perchè siete così ipocriti? Io voglio andare in una nazione dove non importa che lingua parlo, di che colore è la mia pelle o che forma hanno i miei occhi, dove posso pregare tranquillamente il mio dio senza scandalizzare nessuno, non deo sentirmi diversa nemmeno se uso una sedia con le ruote per camminare o se non sono bella e magra come le donne delle riviste di moda. Io crdevo che l' America fosse questo genere di Paese, ma poi mi sono accorta che accoglie tutti, è vero, ma tutti sono ghettizzati in comunità o gruppi a seconda della loro provenienza o della loro diversità. Io non voglio che mi illudano di essere uguale a tutti gli altri per poi " rinchiudermi " in aggettivi come asiatica, europea, ispanica, ebrea, cattolica, di colore ecc.. Io voglio andare in una nazione dove mi guardano solo nell' Anima perchè quella, sono sicura è uguale in ogni creatura e se tutti noi imparassimo a guardarci l'anima, scopriremo che siamo tutti fratelli ed è un peccato rimanere divisi.

  • 10 ottobre 2013 alle ore 22:05
    L'ospite indesiderato nella mia infinita dispensa

    Come comincia: _Non  so  quanta strada abbia fatto e da  quale angolo o serratura  si sia innoltrato,l'ospite indesiderato ,per finire nella mia invitante e infinita dispensa.
    Non so quanti anni siano passati e quando é stato;
    Forse fu mentre dormivo in una cantina  un sonno artificiale,oppure quella sera ad agosto dopo un pomeriggio con Silvia ,una violenta  pioggia mi prese all'improvviso come se furono lampi  di avviso, io continuavo a camminare da sola  senza coprirmi.
    Oppure anni prima quando ritornando a casa
    mi prese un'acquazzone che arrivava fino alle ginocchia
    l'avvoltoio impaurito  e io invece camminavo libera sentendo come se quell'acqua  avesse osato sfidare un dio per cercare  di purificarmi da fatti che non mi appartenevano
    ( quella fu una pioggia santa ).
    No,forse l'ospite indesiderato entro' nella dispensa della mia anima quando ero sdraiata al sole...
    no no forse quando  tra  i rovi  coglievo le more..?
    Ah ecco,ho capito,entro' quando per anni fui costretta a guardare  le pietre  implorando salvezza alle stelle,o meglio esse imploravano al loro padre  la mia salvezza..
    si,entro' li  di fretta  approfittando di quei passi frettolosi..
    Ma che importa  come  e quando fu,so solo che si dice che l'ospite dopo un po' di giorni infastidisce,é poco desiderato,allora figuriamoci  quello di cui tu non sai della sua esistenza e mangia  di nascosto nella tua dispensa !!
    Tu non te ne accorgi perché hai carne da vendere,frutti eternamente  acerbi,alberi con foglie verde scuro e nel salotto liquori che stordiscono e nutrono perché si tratta  di amore
    con un bichiere  servito e riempito continuamente a meta'.
    nel tavolo al centro dell'ombellico dell'isola,un centrino ricamato  in un lontano giorno senza data e senza nome destinato a un vaso di fiori che non muoiono mai,pare ci sia un acqua piovana benedetta  da due rondini.
    Saprei come fare  per  sconfiggere  il topo
    ( l'ospite indesiderato),potrei fare uscire un temporale dal mio petto tra la gola  e  i fianchi
    ma poi  uscirebbe dagli occhi  e  non sarebbe  un dipinto
    Allora potrei andare a comprare del veleno come si usa fare  per loro,ma ricordo che  nella dispensa  abitiamo insieme,e allora non posso.
    Intanto lui,l'ospite indesiderato,continua a  mangiare nella mia dispensa..
    credo lo faccia mentre  dormo perché sapete,io  non sento i suoi rumori e non riesco a capire neanche se  mangia qualcosa dagli scompartimenti perché  c'é tanto da mangiare.
    Forse  si  ciba mentre  sto pensando,o magari adesso mentre ho tra le gambe un foglio obliquo e disteso come  un fazzoletto e  tra  le mani un inchiostro con cui far fuori il silenzio e sembra formarsi un ombra sul  foglio come fosse un pugnale,sembra sentirlo nel mio fianco sinistro , camera di ricreazione,stara' facendo un dispetto,lo riconosco da uno strano dolore che sento  per una strana mancanza.
    A volte inizia a mangiare quando mi sto preparando per uscire e  lui infame entra approfittando della mia distrazione  dal  trucco  e  dalla musica
    mentre  faccio un rito nativo  per la terra  o preparo il mio  canto d'amore,forse balla  con me e diventa un fantasma 
    mentre esco  di casa  lo sento nelle colonne  della stanza  tra le caviglie e le ginocchia  lo riconosco dalla  mia stanchezza ,
    forse aveva voglia  di miele e lampone..
    Come potrei fare per  scacciarlo?
    annegarlo non si puo'
    avvelenarlo neanche..
    fare finta  che  lui non ci sia
    ci riesco benissimo  é un potere particolare
    la mente
    ma comunque puo' accadere  che ti appare improvvisamente dopo mesi o anni davanti magari con i suoi occhi o sottoforma  di  donna  vestita da sposa con le zampette rosa
    no no,un vero incubo
    Allora ho trovato,potrei conoscerlo:
    -"Salve,mi chiamo Luna  che nasce  ,i nativi  mi hanno dato questo nome  perché  gia' da bambina parlavo  con l'amica luna e ogni giorno da allora nasco sempre bambina e tu?"
    -"io mi chiamo ospite indesiderato  e  tu mi chiami topo,quello che si ciba senza permesso  e  di nascosto  nelle dispense e nella  tua  c'é cosi' tanto da mangiare e da scoprire che non ho neanche  il gusto perverso di arrivare al sapore  delle tue ossa che quasi quasi scoppio e  muoio prima io"-
    _Ah grazie della sincerita ' topo,farti morire  scoppiando come  un maiale  potrebbe piacere anche  a me  che ho la mente perversa
    ma sono nata  sotto una luna d'argento e ho il cuore tremendo
    dammi la mano andiamo a vedere il sole  e farci  sorprendere  dalla pioggia  ti ricordi?
    urliamo insieme innalziamo il vento tra gioia e dolore  facciamo  nascere  un posto dove  chi non ha un anima non ne sente il rumore,si chiama grand kenyon vieni con me!"
    Dove sei?
    topo..
    topo?