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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 21 febbraio 2014 alle ore 18:51
    Droga

    Come comincia: Basta. Sovente le azioni umane, dietro muri tremendi, vengono a testimoniare la loro gravezza, il loro peso, la loro leggerezza.
    E’ opportuno rilevare il profilo di un’anima che esprime il senso del tempo.
    Il tempo che passa e che non ha età.
    Ecco il giorno che segue la notte. Lui (quello che tu conosci molto bene) se ne sta in una delle sue tante case dalle quali fugge per fuggire la solitudine e la paura. Scruta dalla finestra gli altri e pensa… E l’anima saccheggia il cafarnao dei sentimenti. La capacità di meditazione cade negli spazi vuoti della fantasia dove l’indifferenza buca una nuvola creativa e spezza le dolci ali dell’amore.
    Difficile farsene poi una ragione tanto che, forse, una ragione non c’è.
    Giorni terribili. Arrivasse almeno una parola, qualcosa, qualcuno che induce a minimizzare la situazione. Niente. Nessuno. Dal torcersi le mani non se ne spreme nulla. Occasioni per sfogarsi non gli si presentano, né li cerca. La pietra diventa sempre più pesante. Sostanze euforizzanti danno un diverso coraggio. Un coraggio che sa di niente. Impotenza a fermare ciò che fugge. La mente si fa debole e la conoscenza si allontana sempre più dalla verità. Il carico di promesse diventa ansia fissata ad un’esistenza incompiuta con una catena così forte da non poter essere spezzata. Si mette a cantare un motivo popolare che nessuno ascolta. Giorno dopo giorno, ora dopo ora le parole si annodano alle note. All’improvviso… Mio Dio, che cosa ha fatto? L’azzurro degli occhi si accende di rosso… era un bravo ragazzo. Era un ragazzo sensibile. Era…

    Egli è ancora qui con noi.

    Ricordi ?… C’è poca, pochissima luce! Si fa buio. Buio profondo negli angoli della memoria.

    E’ la pura verità.

     

  • 17 febbraio 2014 alle ore 18:20
    Caio sul traliccio

    Come comincia: Appollaiato su un traliccio dell’alta tensione Caio aveva raggiunto la dimensione reale del sé. Al calar della sera, poco prima che il tondo arancio s’inabissasse dentro la riga dell’orizzonte, l’anziano poeta si arrampicava  con l’aiuto di vecchie cinghie da taglialegna fin sopra l’apice della torre di ferro. Talvolta tornava subito giù: il ronzare dei milioni di watt che con l’aria troppo umida correvano lungo i grossi cavi, proprio non lo poteva sopportare. Disturbavano quella quiete finalmente ritrovata, in un osservatorio unico, dove i versi uscivano dalle labbra sottili mentre la brezza  d’estate lambiva le gote rugose e un po’ spente .
    - Nuvole come vesti di seta fremono sul cor già mio tremante, mi par d’essere in Africa, come un tempo fui, tra i fuochi ardenti e le mèssi attonite. -
    Ripeteva le sue poesie a lungo, riempiendosi lo sguardo e l’anima del paesaggio campestre a perdita d’occhio.
    Seduto in bilico sulle staffe estreme aspettava il brulicare delle stelle, la luna che raggiungesse il pieno della luminosità, il passaggio di qualche astro cadente. Ascoltava il silenzio finito, attorno a sé, quello che poteva toccare e respirare. Poi quello  infinito, ad di sopra della  sua testa, e a occhi chiusi immaginava di perdersi nello spazio immenso.
    Il canto dei grilli lo accompagnava a notte inoltrata, quando era ora di scendere dal suo trespolo argentato.
    La borsa di pelle a tracolla, il  cappellone a larghe falde ,  gli anfibi con la suola in gomma , Caio ritornava  a casa.
    Meditò che il traliccio sarebbe diventato molto più che un luogo di contemplazione, e s’ingegnò per costruire a quelle folli altezze un’amaca accogliente per addormentarsi in quel paradiso.
    - Ehi, lassù! Ehi, dico a te! Si può sapere cosa ti è saltato in mente?Scendi subito di lì! -
    Due carabinieri in divisa si stavano sbracciando dal basso, intimando a Caio di tornare sulla terra.  Stava albeggiando. Era uno spettacolo unico. Colori giallo , azzurro intenso e strisce rosso sangue pennellavano il cielo ad est, proprio davanti a lui.
    Caio si affacciò dall’amaca incuriosito. La volante e i due omini in blu erano macchie nel grano maturo.
    Poi diede un piccolo colpo di reni e l’amaca cominciò ad oscillare.
    - Ehi! Attento!…Vuoi sfracellarti? Fermati! -
    Il vecchio scese dall’amaca, si mise in piedi su una staffa, si sbottonò i pantaloni e fece pipì. I carabinieri si scansarono in tempo. Guardavano allibiti con il naso all’insù e le mani sui fianchi. Decisero di cambiare tattica.
    - Siamo qui per aiutarti, non devi aver paura! -
    Il vecchio li salutò cordialmente agitando un braccio. Sorrise e si mise una mano su una fronte per riparare la vista dal sole accecante del primo mattino.
    - Albanese? Romania? Sarajevo? Sei italiano?- Non la finivano di gridare.
    Caio avvicinò i palmi aperti agli angoli della bocca per convogliare meglio i suoni.
    - No! sono un poeta! - Ma perse l’equilibrio e per un  momento sembrava che tutto fosse perduto. Dopo svariati goffi tentativi per non precipitare riuscì per un pelo ad aggrapparsi con gli avambracci a un ferro restando con una gamba a penzoloni nel vuoto. Agilmente tornò ritto.  I due graduati restarono senza fiato. Poco dopo uno dei due si avvicinò all’auto e parlò alla radio. L’altro non staccava gli occhi dal trapezista.
    - Tu, madre terra, restituisci a me quel calore che dall’universo rubasti per farti viva, e io sono vivo, grazie a te. - Declamava con fervore gli ultimi versi che aveva composto la sera prima.
    - Eh? Hai detto qualcosa? -
    - I miei occhi non videro mai la tua interezza, posso solo immaginarla, ma il mio cuore tutta ti respira. -
    - Non scendere da solo! Aspetta! Stanno arrivando i vigili del fuoco! -
    - Non voglio scendere! - Caio si sedette su un ferro e incrociò le braccia. Cominciava a innervosirsi.
    - Per l’amor del cielo, reggiti!
    - Cosa? -
    - Aggrappati! Usa anche le mani!
    - Mani di carta sono le tue mani, fiere di esserlo, narrano da sole una storia intera. -
    - Cerca di stare calmo! Fra poco veniamo a prenderti! -
    - Ma io sono calmissimo! - Caio si mise in piedi con le braccia distese in avanti - Le mie mani  non hanno mai tremato, guardate!
    Il vecchio li stava mettendo a dura prova. I carabinieri si portarono all’unisono un fazzoletto bianco sulla fronte, dopo aver tolto il cappello dalla testa madida. Di lì a poco un puntino rosso con un lampeggiante blu apparve all’orizzonte.
    Si era alzato un forte vento di maestrale che faceva ondeggiare il frumento come mare. Caio ebbe la forte sensazione di trovarsi in cima ad un albero maestro. Avvertì persino il profumo della salsedine. Gruppi di nuvole bianche e gonfie correvano con le loro ombre sopra i campi spumeggianti.
    Finalmente nei pressi del traliccio giunse un camion antincendio con una serie infinita di scale.
    I pompieri scesero dal mezzo e cominciarono a rincorrere i caschi che volarono subito via dalle loro teste. I carabinieri si precipitarono a soccorrerli. Volarono anche fogli, documenti, un verbale e una paletta dell’”Alt”.Un fischietto non venne mai più ritrovato.
    Sembrava per un momento che avessero tutti dimenticato lo scopo della loro visita.
    Caio si divertiva un mondo. Ma un velo di tristezza si fissò ben presto sul suo volto appiattito dal vento.
    - Maestrale impetuoso, a te affido ogni mio desìo. Illuminami . -
    Sciolse i nodi dell’ amaca ed armeggiò pieno di eccitazione con i capi della fune. Tirò fuori dalla borsa una piccola carrucola e una bottiglia di vin santo. Bevve con ardore, bagnandosi tutto il mento.
    - Ora sono pronto - Disse asciugandosi la bocca con il dorso della mano.
    Dabbasso i servitori del popolo avevano appena terminato di raccogliere con difficoltà i loro ammennicoli. Li infilarono in tutta fretta dentro l’automobile che aveva preso ad ondeggiare pure lei.
    Carabinieri e pompieri dovettero a turno mettersi a favore di vento per comunicare e intendersi sul da farsi.
    Era troppo tardi.
    Quando alzarono gli occhi al cielo videro in lontananza un omino in fuga, seduto con le gambe a penzoloni dentro un’amaca chiusa alle due estremità, appesa su un filo dell’alta tensione e sospinta dal maestrale a velocità della luce.
    Nessuno ebbe il coraggio di parlare né di muoversi. Non potevano nemmeno ascoltare le poesie declamate nel vento e il canto a squarciagola di immensa felicità.
     
    fine
     

  • Come comincia: Quella domenica stavo apparecchiando la tavola, un forte vento freddo sbatacchiava le ante annunciando l'arrivo del gelo Artico. Mia moglie e i bambini sarebbero tornati dalla chiesa intirizziti e un buon pranzo caldo, accompagnato dalla polenta, avrebbe scaldato la nostra giornata. Mentre compio il mio dovere di casalingo, sbircio le notizie sportive sul televideo e subito mi balza all'occhio una notizia: pronto il rinnovo del contratto di Wayne e bla bla bla, il giocatore percepirà 18 milioni di euro a stagione pari a circa 350 mila euro a settimana ovvero 50 mila euro al giorno. La notizia non fa scalpore, quanti personaggi dello sport guadagnano un sacco di soldi e poi, se qualcuno è disposto a darglieli meglio per lui. Chiudo il televideo e mi concentro su uno dei tanti canali che affollano i palinsesti televisivi, sono un appassionato di ufo e misteri di vario genere e quel canale sta trasmettendo qualcosa in cui si ipotizza la venuta degli alieni tanti anni fa con tutta una serie di indizi, veri o falsi non sta a me giudicarlo, ipotesi plausibili o balzane, collegamenti con fatti storici e leggende; insomma, una bella puntata. Eppure il mio piccolo cervello, in un angolo remoto, ha cominciato ad elaborare numeri e tempi fino a prendere il sopravvento.
    Ricordo che da adolescente, come molti miei coetanei, abbandonai gli studi per andare a lavorare e guadagnare i miei primi soldi.
    Al lunedì mattina Wayne si alza, fa colazione, saluta la moglie e i figli e va all'allenamento; defatigante perché domenica ha giocato la partita e non può strapazzarsi troppo. A pranzo va in un ristorante con dei compagni di squadra e al pomeriggio si dedica anima e corpo ai figli; infine, alla sera, dopo una cene leggera, a letto presto perché l'indomani c'è la doppia seduta di allenamento, meglio essere freschi e riposati. Alle 22.00 Wayne dorme, mentre sua moglie mette i bimbi a nanna; domani, al risveglio, altri 50 mila euro  gonfieranno il loro conto corrente.
    L'adolescenza è volata, ormai maggiorenne si comincia a pensar di mettere la testa a posto, iniziare a risparmiare qualcosa per affrontare le spese di una vita: il matrimonio, la casa, i figli. Wayne ci ha messo un giorno a guadagnare quello che io ho dovuto sudare da giovane.
    Al martedì Wayne è carico, il doppio allenamento lo esalta, lui è un gladiatore e domani sera c'è la partita di coppa, arrivano gli spagnoli e lui vuole dargli una lezione. Il tempo è inclemente e il mister li fa sgobbare più del solito; anche lui vuole vincere con gli iberici. Alla sera Wayne è cotto e declina l'invito di un paio di compagni, niente pub; un bel film con la moglie e poi a nanna, domani c'è la partita e nel frattempo il conto corrente si gonfia ancora, come un fiume che accoglie i suoi affluenti in piena.
    Intanto io sto per sposarmi, la casa è quasi pronta, la mia ragazza è tesa come la corda di un violino e io vedo i risparmi di una prima decade di lavoro spazzati via, per fortuna i nostri genitori ci danno una mano. Non fa nulla, entrambi abbiamo lavorato per far si che questo momento sia il più bello e sereno possibile, siamo giovani, il lavoro non manca; c'è la faremo.
    Wayne quella mattina si alza con degli ottimi presentimenti, ha sognato di vincere e fare gol contro gli spagnoli, perfetto. Sua moglie lo incoraggia e lui prima di uscire la bacia e poi bacia i figli. E' prevista una seduta di allenamento leggero per la mattina poi tutti a pranzo, insieme. Al pomeriggio lezioni di tattica ed ennesima visione di filmati vari degli avversari <Certo che sono forti> pensa Wayne <E poi quel loro attaccante è proprio un fuoriclasse> Al termine della seduta si va tutti allo stadio. Quella sera, sotto una pioggia torrenziale, Wayne segna una doppietta, la sua squadra vince ed è grande festa, i tifosi stravedono per lui. Dopo la doccia e i canti negli spogliatoi, alcuni dei suoi compagni decidono di andare a fare festa in un locale rinomato della città, Wayne è la star della serata e viene portato in trionfo. Le mogli e le compagne vigilano attente, niente eccessi. La lunga notte non placa la loro euforia e alla mattina, dato che non c'è l'allenamento, tutti a casa di Wayne; la festa continua a sue spese, i soldi non mancano.
    Nel frattempo mi è nato il primo figlio e sta per arrivare il secondo, io e mia moglie siamo al settimo cielo, desideravamo tanto una famiglia numerosa. Il lavoro va bene e facendo un pò di sacrifici si riesce anche a risparmiare qualcosa che in futuro servirà ai nostri figli; nessuno ci ha detto che la pacchia sta per finire.
    Quel pomeriggio Wayne fa fatica e l'allenatore lo riprende in continuazione, sono tutti un po' sotto tono ma lui è la star, lui è il trascinatore e deve dare il buon esempio. Ce la mette tutta ma non è proprio giornata, per nessuno. Il mister, esasperato, lancia un urlo; l'allenamento è finito, tutti a casa e da domani si ricomincia.
    Wayne è talmente stanco che, fatta la doccia, torna a casa e dopo aver mangiato qualcosa di leggero si addormenta sul divano con i figli sognando il suo forziere che continua a riempirsi.
    Adesso i figli sono tre, tre splendide creature. La crisi ha cominciato a mietere le prime vittime, il lavoro è calato e di pari passo le entrate, mentre le spese aumentano sempre più. Sono lontani i tempi spensierati dell'adolescenza, o i tempi dell'attesa, prima del matrimonio, quando bastava dire <volere è potere> Oggi la situazione è difficile, complicata, si lavora vivendo alla giornata senza prospettive per il futuro; non siamo abituati a questa situazione e tanti mollano, noi teniamo duro, per noi, per i nostri figli, sperando che qualcosa cambi.
    Quella mattina Wayne e compagni subiscono una bella lavata di capo, il loro mister li vuole più maturi, in più di un'occasione gli ha ricordato di essere dei privilegiati: quattro calci ad un pallone e stipendi faraonici; milioni di persone non guadagneranno in tutta la loro vita quello che loro prendono in alcuni mesi. Wayne si sente punto nell'orgoglio, sa di essere il più pagato e conosce un sacco di ragazzi della sua infanzia che si spaccano la schiena tutti i giorni per arrivare a fine mese. Il mister ci va giù pesante, doppia seduta, domani pomeriggio in campionato arrivano quelli di Londra e lui vuole vincere, a tutti i costi.
    Da qualche parte è passato un altro giorno e qualcuno ha guadagnato 50 mila euro, i miei figli stanno crescendo e vanno alle scuole superiori, il grande all'università. Anche volendo non c'è uno straccio di lavoro e loro cercano di impegnarsi in quello che è il loro di lavoro, lo studio. Mia moglie è sempre più stanca, gli anni che passano logorano il suo corpo, ma la sua forza e determinazione la portano a superare qualsiasi ostacolo. Anche io sono stanco, lavorare per sopravvivere, non ci abitueremo mai a questa semplice equazione; non vogliamo abituarci, speriamo ancora, forse i nostri sogni si avvereranno.
    Sabato mattina Wayne è nuovamente carico, sente la pressione, arrivano quelli di Londra, spocchiosi e baldanzosi. Quest'anno vanno forte, ma lui e i suoi compagni vogliono vincere, vogliono vedere stampata sulle loro facce la rabbia e la delusione. Al campo il mister ha preparato una seduta d allenamento specifica per la partita del pomeriggio, i ragazzi si impegnano come matti e a pranzo sono tutti di ottimo umore. Piove ancora e la partita sarà una battaglia. All'andata, giù nella capitale, hanno perso malamente e oggi vogliono vendere cara la pelle. Alla fine le due squadre pareggiano, Wayne segna ancora e viene eletto miglior giocatore dell'incontro e quel pomeriggio festeggeranno ancora con le loro compagne, senza eccedere: il mister è stato categorico, martedì si va in Spagna per la coppa e lui vuole passare il turno. Wayne e i ragazzi rispettano il suo volere e quella sera lui se ne torna a casa con la moglie e i figli. Contemporaneamente il suo conto in banca continua a crescere.
    Per fortuna i miei ragazzi, tra alti e bassi, vanno bene a scuola il che ci permette di concentrarsi su altre problematiche. Da anni ormai si vive sul filo del rasoio, ogni volta che si supera un mese è un successo. Tanti miei amici e conoscenti vivono come noi, sempre al limite delle proprie risorse, ma nessuno ha perso il sorriso, tutti vedono crescere i propri figli con tutte le loro prolematiche, tutti, tra mille peripezie, hanno avuto le proprie soddisfazioni e intanto gli anni passano e da qualche parte qualcuno diventa sempre più ricco dando calci ad un pallone.
    La domenica il mister ha previsto una doppia seduta di allenamenti, vuole la squadra carica e concentrata per la coppa e i ragazzi rispondono a tutte le sue istruzioni e alle sue richieste in maniera perfetta arrivando alla fine esausti, ma pronti per la sfida. Wayne e la moglie quella sera sono ospiti, in incognito, di una coppia di amici che stanno tenendo lontano dai riflettori. Lui è un amico d'infanzia di Wayne che ha trovato lavoro in città, fa l'impiegato in un'azienda di trasporti e la sua compagna fa la cassiera in un negozio di periferia. Hanno un figlio di tre anni che va all'asilo, la retta è cara e Wayne ha deciso di occuparsene personalmente creando un piccolo fondo che aiuti i due amici a superare quell'ostacolo. Quella sera lei ha preparato un piatto di cui i due ragazzi vanno pazzi fin dall'infanzia e dopo aver mangiato  la discussioone si sposta sull'argomento per cui si sono ritrovati, mentre il suo amico prende sulle gambe il figloletto che, nonostante la giovane età è già un fan di Wayne e la stella del calcio gli fa un gran sorriso; il bambino è in estasi.
    Wayne è lì per convincere l'amico a comprare casa, lo aiuterà lui con i soldi, non è quello il problema e anche sua moglie è d'accordo, ma l'amico e la sua compagna non accettano, fanno già tanto per loro e non vogliono approfittarsene. Wayne gli ha chiesto perché quando si diventa ricchi alcuni degli amici di una volta sono riluttanti ad accettare di essere aiutati, ma il suo amico lo ha avvertito: guardati alle spalle dagli sciacalli, gli amici, quelli veri, ti accetteranno sempre per quello che sei. Wayne lo sa e dopo aver ringraziato e salutato consegna al piccolo un regalo e poi se ne va con la moglie. Quando sono andati il piccolo apre il regalo, un paio di scarpette da calcio firmate da Wayne e una busta indirizzata a lui, all'interno un assegno con 5 zeri.
    Bravo Wayne, un bel gesto. Così mi piace immaginarti, mentre da noi il tempo vola e per vedere tutti quei soldi dobbiamo lavorare una vita. Adesso i miei ragazzi hanno finito gli studi, stanno impazzendo per trovare un impiego qualsiasi, qualcosa che permetta loro di provare a farsi una vita propria, non interessa come. Io e mia moglie continueremo ad aiutarli fino a quando verranno meno le forze e per allora spero di essere riuscito a mettere via due risparmi tali da garantirmi una vecchiaia tranquilla, oggi però continuiamo a lavorare e sperare.
    Il martedì sera in Spagna perdete, tu non segni ma giochi come un leone e alla fine la qualificazione è vostra; altra festa, altri soldi, tutti i giorni.
    Tu guadagnerai in un mese quello che io e miliardi di persone non guadagneremo in una vita di lavoro, dire che i soldi non fanno la felicità è una cavolata inventata da chi non li ha. Io sono felice della mia vita, della mia famiglia, non ti invidio niente, sei il prodotto della nostra società e ti auguro ogni successo sportivo e nella vita. Ma quando incassi lo stipendio ricordati di quel bambino che dorme con le tue scarpette da calcio.

  • 15 febbraio 2014 alle ore 17:28
    Terre Lontane

    Come comincia: La vita continua.
    Seduto sui gradini del mio giardino, mi ritornavano alla mente molti episodi della mia vita passata.

    Ermès aveva ragione quando diceva “che la vita è vita quando i colori, le immagini, le persone e le parole ti rimbalzano negl'occhi quando meno te lo aspetti” e guardando infinite distese di verdi terre non potevo che dagli ragione.
    Il sole era l'unica cosa che poteva riscaldare il mio cuore e benchè spesso assente, quando appariva era una calda mano sul viso.

    Ermès era il mio sole sempre lì a portata di mano e quando mi accorgevo di questo, cercavo di chiudere tutte le finestre al fine che non potesse mai andare oltre quella soglia.
    Pablo mi scuciva avidamente ed Ermès riempiva.
    Non ho mai capito se ne fosse al corrente o meno, Ermès non parlava facilmente; i suoi pensieri erano a me celati nel mistero e forse, alle volte, era meglio così.
    Sapeva dare ogni singolo “tutto” con parsimonioso segreto.
    Pablo avrebbe anche avuto il mio cuore ed il mio passato ma Ermès aveva la mia anima, custodita in un piccolo angolo di se stesso in attesa della sua fuoriuscita.
    Aveva nelle mani il mio “vero me stesso” e, per quanto fosse difficile (alle volte) sopportarlo, lui teneva stretto tutto come in una morsa sanguinosa.
    Non potevo possederlo interamente; l'errore porta con se insegnamento ed esperienza e porre il medesimo errore nel mio presente, sarebbe stato sintomo di stupidità.

    Ermès era un uomo libero ed un uomo libero non imprigiona se stesso in un dubbio mistico e disonesto.

    Ermès poteva amarmi come voleva; ed io?
    Potevo amare Ermès come volevo?

  • 14 febbraio 2014 alle ore 23:43
    L'ultimo vigneto

    Come comincia: Ho incontrato Eliseo mentre, a piedi e distratto da mille pensieri, procedevo verso casa.
    E' stato lui a riconoscermi; appena mi ha visto ha suonato ripetutamente il clacson della macchina, poi si è accostato e con una manovra impacciata ha abbassato il finestrino richiamandomi a sé.
    Eliseo è una persona già avanti con l'età, ma il suo fisico, a prima vista, sembra non risentire del tempo che passa.
    E' alto e robusto, al punto che l'utilitaria lo contiene a fatica, ne limita i movimenti, lo ingobbisce; il sedile del conducente, spinto indietro a toccare quello posteriore, lascia uno spazio enorme tra lo schienale e il volante, ma lui lo satura completamente e a vederlo sembra stia guidando una macchinina degli autoscontri.
    Dopo i saluti di rito ha cominciato a parlarmi di politica e ha finito per ricordarmi alcuni compagni di viaggio che non ci sono più e che invece secondo lui oggi dovrebbero essere qui: a mettere ordine in questo casino in cui ci siamo cacciati, a cercare, se non di cambiare la società, almeno di tornare a farci sognare un futuro.
    Ascolto volentieri, anche perché a guardar bene la penso proprio come lui, ma dopo un po' quei ragionamenti mi mettono addosso tristezza e rabbia; allora, nel tentativo di dare una svolta al suo monologo, cerco di fargli cambiare argomento e chiedo della sua campagna e del vigneto.
    Lui guarda l'orologio e, vista l'ora, di colpo si ricorda che deve correre a casa perché la moglie lo sta aspettando per il pranzo; mi lascia con l'invito a ritrovarci nel pomeriggio.
    Quando arrivo a casa sua è nel cortile che sta combattendo con la magnolia, rastrella le foglie e aiutandosi con gli scarponi le raggruppa in piccoli mucchi.
    - E' una bella pianta, ma sporca troppo - dice con un tono di voce tremula.
    Mi accorgo che è diventato lento nei movimenti e stenta a piegarsi; un vero supplizio vederlo chinarsi per raccogliere le foglie e poi sollevarsi per metterle nel secchio.
    Se continua così facciamo notte, penso, allora decido di aiutarlo.
    Quando terminiamo il lavoro, mi porta in garage e una volta lì riempie due bicchieri di vino.
    Lo trovo esageratamente dolce: più che fruttato direi zuccherato.
    Naturalmente non faccio apprezzamenti e lui nemmeno chiede; subito dopo da un mobiletto toglie una bottiglia e me la porge: è grappa di sua produzione aromatizzata al cumino, sostiene che tale spezia facilita la digestione ed elimina i gas che escono dalla bocca e anche da altre parti del corpo considerate meno nobili.
    L'avvolge in un foglio di carta e mi raccomanda di non dire niente in giro; prometto che la berrò solo io e farò il possibile per fare scomparire in fretta ogni traccia.
    Ride di un bel ridere, ed è proprio un piacere vederlo così.
    Lasciamo il garage e ci spostiamo nella vigna: una delle poche rimaste, forse l'ultima.
    Gli racconto che tempo fa, in un libro di storia locale, ho visto una vecchia stampa del nostro paese: fuori dal centro storico, dove ora ci sono palazzi, ville, capannoni, boschi, prima c'erano immensi e ordinati vigneti, prosperosi frutteti.
    La vite è sostenuta da pali in cemento, unica concessione alla modernità; il rasato tappeto verde del fondo esalta la bella geometria del vigneto, i filari seguendo il profilo della collina disegnano un'onda marina.
    L'unica cosa che stona, in quell'intreccio perfetto di ordine, lavoro, amore per il paesaggio, è la sbilenca casupola costruita con materiali di riciclo e posta proprio nel bel mezzo del vigneto.
    Fuori è proprio brutta, ma dentro è una guerra.
    La visione però più di tanto non mi scandalizza, anche perché sono cresciuto in una cascina della bassa in mezzo a bestie di ogni tipo, al fieno, agli attrezzi agricoli, al letame con i suoi gradevoli sentori; quindi so benissimo che per un contadino i concetti di ordine e utilità non sempre coincidono, anzi spesso divergono.
    Nel rustico c'è di tutto: cassette piene di sarmenti tagliati in piccoli pezzi (buoni d'inverno per accendere il fuoco nella stufa) badili, vanghe, zappe e altri ferri del mestiere, poi damigiane, bottiglie; il tutto ricoperto di polvere e con una nuvola di mosche e moscerini a fare da contorno.
    Eliseo toglie il tappo da una damigiana, ci ficca dentro un pezzo di tubo di quelli da irrigazione e aspira, appena il vino gli entra in bocca, sposta il tubo in una bottiglia impolverata che ha preso da una cesta; terminato il riempimento cerca un tappo ma non lo trova, allora prende un mezzo foglio del quotidiano l'Unità, lo accartoccia e lo preme nella bottiglia.
    Prima di togliere la canna dalla damigiana spina un bicchiere di quel vino, ne sorseggia un po' e mi porge quello che rimane.
    Sono imbarazzato, ma non posso rifiutare; assaggiandolo però mi rendo conto che è migliore di quello che prima avevo bevuto in garage.
    Nei gesti del mio volto Eliseo intuisce approvazione e, compiaciuto, mette la bottiglia di vino in un sacchetto e me la porge.
    Sinceramente non so che cosa ne farò una volta arrivato a casa, e di colpo mi ricordo di aver già vissuto una situazione simile.
     
    Con lei, che da lì a poco sarebbe diventata mia moglie, stavo trascorrendo alcuni giorni di vacanza a Vernazza: paese delle Cinque Terre.
    Oggi quella frastagliata costa della Riviera Ligure di Levante, a cui sono aggrappati i borghi, è universalmente riconosciuta come un'area turistica di pregio, capace di farsi ammirare da una frenetica, invadente e straripante platea di visitatori.
    Invece nel tempo del nostro soggiorno prematrimoniale non era proprio così, quei paesi avevano ancora il respiro lento dei borghi di pescatori e contadini; ma erano anche gli anni in cui gli abitanti cominciavano a intuire le potenzialità dei luoghi in cui vivevano e a pensare che la bellezza e la generosità di quelle terre di mare potevano diventare fonti di un buon reddito aggiuntivo.
    Da quel momento in poi fu tutto un fiorire di nuove attività, inizialmente di tipo individuale e spesso condite da qualche furbizia casereccia.
    Avevamo lasciato il mare e stavamo percorrendo i caruggi, gli stretti e ombrosi vicoli caratteristici di Vernazza e di quasi tutti i borghi liguri; volevamo salire alla fortezza, da dove la vista a tutto campo spaziava sul golfo, il paese sottostante e le colline dell'entroterra.
    Arrivati a un piccolo slargo del caruggio, notammo alcune persone sedute fuori da una cantina: stavano imbottigliando del vino e nello stesso tempo ne bevevano in abbondanza esaltandone le qualità.
    Uno di loro ci offrì un assaggio, faceva un caldo infernale e quel fresco bicchiere di vino bianco era proprio un toccasana; subito dopo ci propose di acquistarne un po', ma noi anche volendo non avremmo potuto farlo, eravamo venuti in treno e sulle spalle avevamo già gli zaini che sembravano carichi di pietre.
    Giusto per non essere scortese, dissi che al massimo avrei potuto comprarne due o tre bottiglie.
    Il cantiniere, attaccandosi alle mie parole, affermò che non c'erano problemi.
    In men che non si dica prese da una cesta tre bottiglie, le riempie e con un gesto altrettanto veloce vi conficcò i tappi; poi, porgendomele, sparò una cifra esagerata.
    Non mi andava di mettermi a litigare e quindi pagai.
    La prossima volta non mi freghi più! pensai allontanandomi da quel teatrino in versione ligure; ma la fregatura oltre che nel prezzo, stava anche nella qualità del vino.
    Quando alcune settimane dopo feci per aprire la bottiglia (le altre due le avevo regalate a degli amici) il tappo, di pessima qualità, si disfece lasciando cadere i trucioli nel vino; lo filtrai con un panno, ma a quel punto mi accorsi che oltre ai pezzi di sughero c'era dell'altro, evidentemente la bottiglia non era stata lavata.
    Alla fine, quando insieme a tutto il resto trovai anche un lungo capello grigio, dissi basta e buttai il tutto nel lavandino.
    Penso che i miei amici fecero altrettanto, ma non ebbi mai la conferma perché non li rividi più.
     
    Usciamo da quel posto e ci spostiamo nell'orto che sta sull'altro lato della strada.
    Un disordine quasi autunnale ha invaso il terreno, rimangono alcune file di paletti a cui sono aggrappati i rinsecchiti e sterili fusti dei pomodori, pochi ceppi di insalata che hanno nelle foglie la stanchezza del vivere e, in controtendenza rispetto alla tristezza che le circonda, una bella fila di verze con un futuro da cassoeula. In un angolo del coltivo ci sono anche alcune piante cariche di peperoncini di un bel colore rosso carminio.
    Eliseo ne prende uno e se lo mangia in un boccone, poi ne coglie un altro e me lo porge dicendomi di assaggiarlo; ormai pronto a tutto, ma pure fiducioso nella mia resistenza ai sapori forti, lo porto alla bocca e morsico con decisione.
    Nel giro di pochi secondi mi ritrovo il palato in fiamme; per un po' fingo e resisto, quando però mi accorgo che sto per esplodere, prendo la bottiglia di vino, tolgo il tappo de l'Unità e bevo senza ritegno.
    Lui stavolta non ride, però butta lì una delle sue battute.
    Questa settimana ne ho quasi ammazzati tre con i miei peperoncini.Lascio un po’ di spazio alle sue parole, giusto per riprendere fiato, poi rispondo:
    Bell'amico che sei! 
    Adesso Eliseo ride, ed è di nuovo un piacere vederlo così.
     

  • 14 febbraio 2014 alle ore 5:25
    Bianca e Airis

    Come comincia: Bianca:- "La femmina va in calore, il maschio deve montare,e cerca, punta, si gonfia, cambia colore e canta , attira l’attenzione lottando con altri maschi del branco per farsi scegliere dalla femmina che non lo accetta subito, prima si difende , poi si accovaccia..perchè è la femmina a scegliere.. nel caso di alcune specie, rimarranno insieme per sempre, , nella specie umana capita che il maschio finge che la sua criniera punterà per sempre quella femmina, per poi lasciarla come una bestia putrida in una angolo. Gli animali non conoscono l’inganno. Gli uomini usano l’inganno tra le peggiori armi di cui vanno fieri.
    Airis …che amore aveva! Un ragazzo italiano,  da questo amore è nata  Betmej.  Airis è una rom, ed era un’infermiera;  l’animale dalla folta criniera era in vacanza. Una vacanza durata ben tre mesi, giusto il tempo di conoscere l’Est: e “se le femmine balcaniche per le strade italiane sono alte e belle, e costano 50  euro per un pompino, quelle in madrepatria, -il cavallo pensava-,  me lo faranno gratis o al massimo per 10 euro!” Bianche, scure o bionde che siano. L’animale realizza il suo sogno. E via!  A cercare la femmina!  Ma una zingara mai! Perché gli zingari sono meno di noi, gli zingari puzzano, rubano, vivono per strada. Airis si lava, Airis profuma di vento, Airis è una farfalla che vive un giorno ,  Airis non ha il tempo di spiegare all’animale che è una rom.
    Airis non lo dice all’animale per paura di essere gettata via, Airis ama quell’animale. Il tempo di far fare all’animale i suoi bisogni, , di fare l’amore con lei, di farsela aggrappata a un albero, il tempo di poter dire ai suoi amici del branco che s’è scopato la bellezza dei balcani, il tempo di scoprire che Airis gli sta per dare una figlia, il tempo di scoprire che Airis è una zingara,  di tornare in Italia e promettere permessi di soggiorno per farla venire con la loro piccola, il tempo di scappare dalla zingara e sparire per sempre. Una donna incinta e sola in una campo Rom, è una donna disonorata: Airis, ti ho chiamata puttana. Scusa, mi sono sbagliata. La puttana sono io. Tu non hai venduto nulla,  ti hanno rubato tutto. Il capo-villaggio infatti, pensa bene di porle una condizione per salvare l’onore della famiglia  macchiata dalla vergogna di avere in casa una donna incinta e sola: “ Va in Italia- le dice- tre mesi di tempo, trova un lavoro, cerca di avere un permesso di soggiorno e potrai portarti via tua figlia, altrimenti non la rivedrai piu’, ora Betmej è  ostaggio del villaggio.” Ed è cosi che inizia la corsa di Airis verso le nostre città, Airis in Italia, Airis in una paese “civile”, Airis e la corsa verso l’occidente evoluto e alla ricerca di un lavoro: una corsa non libera, ma profuga e già prigioniera, in mezzo a bestie mascherate da esseri umani con la criniera che odora di inganno
     
    Airis :-"Scappai, non ho mai saputo il vero nome di Bianca .Rividi mia figlia, Betmej. Ho potuto crescerla e le ho insegnato tante parole che Bianca mi aveva insegnato, soprattutto insulti e parolaccie per difendersi….tipo….”No mi tuccà ca sci no ticcido!”( - non toccarmi senno’ ti ammazzo) Ma quella che mi piace di piu’ è "Ardoro", l’odore. “Betmej -le ho detto- sii fiera del tuo odore,e se hai bisogno di aiuto,  danne un po’ a chi non ne ha'."

  • 14 febbraio 2014 alle ore 5:15
    L'undicesimo comandamento

    Come comincia: 1  Non avrai altro Dio all’infuori di me.  Vedremo
    2. Non nominare il nome di Dio invano.  Vedremo
    3. Ricordati di santificare le feste .  Bel Natale di merda
    4. Onora il padre e la madre. Sono morti di cancro quando avevo 10 anni, non ho potuto onorarli abbastanza!.
    5. Non uccidere. Ah Ah Ah 
    6. Non commettere atti impuri. Amo solo mia moglie, pure da morta.
    7. Non rubare.  Mi hanno tolto tutto.
    8. Non dire falsa testimonianza.  E’ tutto sotto gli occhi di tutti e nessuno fa un cazzo!
    9. Non desiderare la donna d'altri.  Sempre fedele a Pinuccia
    10. Non desiderare la roba d'altri.  Al massimo un loculo piu’ pulito
    Ne manca uno , l’undicesimo lo scrivo io, posso?
    Non ti vendicare! E io non mi vendico, ma voglio ridere. Ridere.

    Un operio dell' ILVA, morto, decide di vendicarsi; vuol fare uno scherzo al dottor Riva,il capo dell'azienda che lo ha ucciso, farlo solo un po' spaventare, facendo il fantasma, cosi un mattino, intorno alle 10.30 lo raggiunge nel suo ufficio.
     
    "Buongiorno sono Cosimo Annicchiarico, vorrei parlare col dottor. Riva
    No... non è una maschera, non indosso nessuna maschera..
    Devo attendere? Ma come? Cosa devo attendere?? Ma gli devo parlare? Devo attendere il mio turn...mha....va bene...tanto di tempo ne ho quanto ne voglio …
     
    Si?? Eccomi!
     
    Buongiorno dott. Riva! Si ricorda di me?
    Ho un viso che non gli è nuovo eh…..si lavoravo nel reparto di...
    Senta ..no nulla…..io volevo……no è che venendo qui mi sono impolverato tutto di diossina…
    No, si sto bene, anzi no…. Non mi sento bene….scusi…ogni tanto mi prende la follia...sa mi sento come se fossi morto. Da quando non lavoro piu’ qui, mi manca il posto di lavoro, allora ero venuto per salutarla. Si la mia famiglia sta bene, veramente mia moglie è già morta. E’ mia figlia Dina che, poveretta, sta crescendo e io non posso piu’ accompagnarla a scuola….eh perché non mi sento piu’ tanto bene...Ecco pensavo...dato che lei ha già regalato al cimitero di Taranto le fontanelle per i defunti di cui personalmente la ringrazio…non è che lei magari potrebbe pensare non so, ad un servizio navetta per i bambini del quartiere Tamburi? Cosi la mattina non devono farsi quelle strade soli,  con quell’odore orribile, sa fa  male ai polmoni, mia moglie è morta cosi.
    Non ci sono i soldi…ah…eppure…insomma…l’azienda produce….
    Oppure non so…..perchè sa mia figlia è proprio rimasta da sola… io devo andare via per curarmi….come le dicevo non mi sento abbastanza bene…….si si….nello stabilimento ho sempre lavorato benissimo, certo, quindi non mi devo lamentare e quello che chiedo è troppo. Certo. No allora scusi il disturbo dottore, è stato un piacere lavorare per lei per 14 anni, sà, sono entrato che ne avevo 19..e ne sono morto a 30.
    No, non si preoccupi mia figlia a scuola ci andrà a piedi, è forte, ha preso dal padre. Si ha 9 anni adesso. Userà il mio fazzoletto e la sciarpina. Certo, la sciarpina verde. Grazie presidente, grazie per avermi fatto lavorare qui. Mi scusi il disturbo presidente. Si sono morto presidente, ma non fa niente. Si mia moglie pure, ma non fa niente. Mia figlia... scusi ora deve andare a scuola. Con la sciarpina verde.
     
    Che gentili sono stati, quando eravamo piccoli, a farci credere che l'inferno fosse fatto di fiamme. Forse un modo per dare colore alle pareti di un luogo tutt'altro che infuocato di rosso e bollente arancio. Fiamme che danno calore in un luogo tutt'altro che caldo.
    L'inferno ha pareti bianche, che spesso , essendo piastrellate, riflettono sagome, o i colori di luci notturne.
    Le vestaglie sono tuniche mortuarie, finchè, addosso, non cominciano a puzzare di sudore e il cibo si accumula tra i denti per giorni. L'inferno ha piu' le caratteristiche dell'immobilità. il terremoto in un punto fermo e quante urla ci sono nel silenzio.
    Non ci sono mani tese a salvarti, ma sono il disegno di mammocci che sperano di comprendere quel frastuono, senza sapere cosa è la morte. Nell'inferno si è morti da vivi. Tutto lo sforzo è pari ad una resurrezione. E chi puo' testimoniare? Chi puo' sapere? Chi puo' sostituirsi allo sforzo che tu devi compiere per non vedere piu riflessa in uno specchio, o in una piastrella, la tua immagine defunta? I vivi pregano i morti. I morti pregano i vivi, ma non si vedono mai. E non c'è della sacralità in questo. Sono due mondi separati. Nell'Inferno fa freddo. Nessuno puo' riscaldarti. Sei livido e gelido. Il sangue non circola piu'.
    Sagome di vestaglie rosse sulle piastrelle bianche. Vestaglie bianche sulle piastrelle delle sagome rosse. Piastrelle rosse di sagome di vestaglie bianche.
     

  • 14 febbraio 2014 alle ore 0:47
    Erotismo

    Come comincia: Ho desiderato il tuo corpo; ho desiderato mi toccassi così, dolcemente, come toccassi una preda pregiata senza che essa venga rotta, tagliata, deturpata da un tuo violento gesto di possedimento.

    Ho desiderato mi sfiorassi le labbra con le dita, a piccoli tocchi, per testare la morbidezza della pelle candida che non tocchi da tempo e poi, sempre più giù;
    ho implorato che desiderassi i miei seni collinosi, che testassi quanto i miei capezzoli fossero duri al sol pensiero che tu, bestia, stai toccando con la punta del tuo desiderio più acuto.

    La tua mano callosa sul ventre morbido e sinuoso scivola;
    ho desiderato mi penetrassi così e ho immaginato il tuo sesso dentro di me, prima piano e poi forte, sempre più forte, così forte da farmi vacillare, da farmi desiderare si sdoppiasse per penetrare anche la mia cavità orale che tu, da bestia, penetri con le dita che s'intrecciano con la mia lingua bramosa mentre stacchi la tua mano dal mio basso ventre e lecchi il sapore della tua vittoria erogando nella bocca il sidro del piacere più e più volte, tenendomi stretta a te con le tue braccia possenti e ardenti di me su di te.

    Ho desiderato tutto questo in un istante toccando me stessa come se tu stesso lo facessi.
    Ho inserito le mie dita dentro di me e con la forza della gloriosa fantasia che ho di te ho immaginato il pene che mi penetrava ovunque fosse possibile entrare, come se avessi avuto un palo di ferro tra le cosce pronto a donarmi piacere eterno.

    Oh si, cos'ho desiderato! e i tuoi occhi che mi guardano dimenare il corpo in un vortice di spregevole passione erotica che non riuscivo a spegnere nemmeno assopendomi tra il calore delle lenzuola che non sapevano di te ma io si;
    emanavo il tuo sapore da ogni singolo poro del mio tessuto epidermico che urlava il tuo calore dentro, sempre più affondo.

    Mi sono sfinita da sola pur di sentire, in un'attimo di assenza, il tuo possedimento corporeo.

  • 11 febbraio 2014 alle ore 16:40
    ‘U munaciello

    Come comincia: Questo è un fatto vero, alquanto strano, forse incredibile, ma veramente accaduto.
    Avevamo ventidue anni io e Pigi, mio collega di università e di scappatelle. Pigi ora non c’è più, mi ha preceduto e da Lassù sorride sapendo che vi sto raccontando una delle nostre avventure, certamente indimenticabile.
    Nel nostro quartiere correva voce che la signora Pina, pace all’anima sua, avesse un amante che la pagava profumatamente. Molto strano però, perché la signora Pina era un doppio armadio e difficile da abbracciare, non c’era in giro un uomo dotato di braccia per tale circonferenza! Non avevano pensato a questo quelli che la criticavano e sparlavano alle sue spalle. La gente mormorava e la poverina era sulla bocca di tutti! <<Il marito oggi ha trovato una mazzetta di cinquemila lire sul tavolo; la settimana scorsa la tavola era imbandita a festa con tovagliato pregiatissimo e cristalleria di Boemia, mai posseduti. Il marito si è chiesto perfino da dove fosse uscito un diamante da 2 carati.>> Di questo, e di più, si diceva della sfortunata o fortunata signora. Del marito poi, anche se cornuto a tutti gli effetti, erano tutti invidiosi: con tutto il denaro che intascava, era ben ripagato e poetava sopportare una moglie così brutta.
    Noi, che la conoscevamo bene, non la pensavamo allo stesso modo. Certo, qualche dubbio c’era venuto, ma prevaleva in noi l’idea che non poteva esserci un uomo così coraggioso da avvicinarla.
    La signora era avvilita e amareggiata e non negava la manna di tutto quel denaro, ma sosteneva di subire spesso delle vere e proprie angherie. Le lo chiamava “munaciello pazzariello”, una specie di folletto giocherellone. Raccontava che non si limitava a farle doni, ma molto spesso le metteva in subbuglio la casa: sedie e tavoli capovolti, cassetti svuotati, bicchieri e piatti rotti. Tollerava tutto la nostra amica, tranne di esser chiusa fuori, perché doveva ricorrere ai pompieri per rientrare in casa. Era stata lei a chiudere a chiave il portoncino prima di uscire, era lei in possesso della chiave, come mai non poteva riaprire quella porta che lei stessa aveva chiuso? Ci raccontò e ci portò a constatare di persona che dietro il portone c’era un’ulteriore chiusura di sicurezza che si poteva azionare solamente da dentro.
    Alla sua casa si accedeva da una scala esterna di circa quaranta scalini, divisa in due rampe e fiancheggiata da una vecchia ringhiera di ferro. Non vi erano altri ingressi ad abitazioni, né sul primo, né sul secondo e ultimo pianerottolo dal quale si accedeva solo alla sua. L’ingresso era costituito da un antico portoncino di legno, ancora molto solido e ben tenuto. La signora fece girare nella serratura per ben quattro volte una vecchia chiave a tubo lunga circa 15 cm e la porta si aprì su un soggiorno, modestamente arredato e con un grande tavolo al centro. Si preoccupò di farci constatare che l’abitazione era costituita solamente dalla cucina e da altre due camere da letto. La sua affacciava sulla strada principale con un balconcino alto da terra circa 10 metri; precisò, ed era vero, che affianco esisteva solamente il balcone di casa mia, distante una decina di metri. L’altra camera, nella quale dormivamo le sue due figlie di 16 e 18 anni, era totalmente buia. La cucina, nella quale si fermò a fare il caffè, obbligatorio per noi che non lo avevamo mai preso prima d’allora, ci mostrò la finestra, confinante con quella del mio bagno e distante un paio di metri. Dopo questo doveroso sopralluogo, servito a scartare ogni possibilità di altre entrate in casa sua, ci mostrò il retro dell’incriminato portoncino. Notammo subito un grande chiavistello di ferro massiccio situato in orizzontale, lungo più di mezzo metro, largo 5 e spesso quasi 1 centimetro. Non aveva nessun contatto con l’esterno, poteva essere azionato solo dall’interno. Scorreva in 6 massicce asole di ferro, avvitate tre su un battente della porta e tre sull’altro. Per assicurarci che non ci fossero trucchi, io e Pigi abbiamo azionato più volte il chiavistello; lo abbiamo fatto scivolare avanti e indietro spingendolo con una rozza maniglia, un solo pezzo di ferro cilindrico, liscio, senza capocchia all’estremità e anche difficile da afferrare. Il catenaccio serrava perfettamente i due battenti dell’uscio, ne eravamo certi e non poteva essere assolutamente mosso dall’esterno. Il dubbio non solo restava, ma era aumentato.
    La signora Pina aveva ragione. Allorché uscita, nessuno avrebbe potuto attivare il chiavistello senza essere in casa; allora, chi serrava il portoncino lasciandola fuori di casa?
    Dopo di allora, non la cercammo più, anzi la evitavamo per non sentire le solite lamentele. La gente continuava a mormorare, certa che i doni arrivassero regolarmente e il marito era sul punto di rompere il rapporto con la moglie.
    Continuavano anche gli episodi di sabotaggio, lei lo raccontava in giro: letti e tavoli capovolti, piatti e bicchieri rotti, ma sempre largamente risarciti. Venne il giorno in cui rimase ancora una volta chiusa fuori casa. Era disperata, non sapeva cosa fare e non aveva il coraggio di chiamare di nuovo i pompieri. Mi venne a pregare di aiutarla. Fortunatamente la finestra della sua cucina era aperta, quindi vi potevamo accedere dalla finestra del mio bagno; era l’unico modo per aprire la porta e farla rientrare in casa. Rimasi alquanto interdetto; malgrado le due finestre ad angolo fossero abbastanza vicine, sarebbe stato comunque pericoloso, ma l’incoscienza giovanile prevalse. Analizzammo la cosa con il mio amico Pigi, molto più alto e snello di me, e decidemmo di servirci di un asse per muratori che mio padre aveva in soffitta.
    Non senza fatica, la tavola pesava ed era sporca di calce, l’appoggiammo a ponte sui due davanzali e, con una certa tremarella, passammo anzi saltammo nella cucina della signora Pina. Il portoncino d’ingresso era chiuso a quattro mandate con la serratura a chiave e sbarrato perfettamente dalla barra di ferro. La casa era deserta e immersa nel silenzio, tanto che, non vi nego, quasi ci tremavano le gambe dalla paura! <<Ci siete, ci siete? Gridava la Pina fuori dall’uscio, in attesa di aprire con la chiave. <<Apra pure>>, quasi balbettammo e contemporaneamente facemmo scivolare indietro il pesante chiavistello. <<Avete visto che avevo ragione, vedete che non me le invento le cose io!>> Blaterava la signora mentre noi la guardavamo attoniti e col sorriso tra i denti, per non palesare il nostro imbarazzo misto a paura.
    Rientrammo dalle scale e levammo l’asse tirandola dal mio bagno. Restammo muti per un po’, poi commentammo la situazione e anche Pigi la trovava strana, irreale, quasi soprannaturale, voleva dire che il “monaciello” esisteva davvero. Quindi solo un muro mi divideva dal fantasma, ma era buono e generoso, e poi ce l’aveva con la Pina, io non c’entravo. Dopo discussioni e lunghe riflessioni, mi balenò un’idea: <<La Pina si chiude fuori con l’aiuto di uno spago! Lo arrotola con due giri intorno alla maniglia del chiavistello, fa scorrere i due capi fin fuori da sotto la porta, esce e chiude a chiave. Si sposta lateralmente, afferra lo spago per i due capi e lo tira fino a far scorrere la sbarra sull’altra anta e la serra la porta; quindi tira per un capo lo spago in modo da slacciarlo dalla maniglia  e lo recupera lo spago facendolo scorrere nel piccolo e sufficiente spazio sotto la porta. È questo il marchingegno, è questo il sistema che usa per fregare la gente e il povero marito, e si che gli fa le corna.>> Anche Pigi ne era convinto, era così che faceva, bisognava rinfacciarglielo subito, ma ci ripensammo. <<Dobbiamo chiederle di farci fare una prova>>, disse Pigi, <<ma dobbiamo rimanere soli, lei non deve assistere.>>
    Decidemmo di attendere l’indomani, era troppo fresco il fattaccio…e avrebbe potuto irritarsi. Il giorno dopo, quando fummo certi che fosse sola, le proponemmo la prova e la invitammo a lasciarci soli. La Pina non si scompose, anzi accettò con piacere e convenimmo che sarebbe dovuta ritornare non prima di un’ora.
    Rimasti soli, procedemmo come avevamo pensato. Avvolgemmo lo spago intorno alla maniglia del chiavistello, facemmo scorrere fuori i due capi attraverso il breve spazio che era sotto la porta, Pigi uscì fuori e io rimasi dentro, per riaprire in caso l’esperimento fosse riuscito. Pigi si spostò lateralmente e tirò con forza i due capi dello spago, ma la sbarra non si mosse di un millimetro, anzi lo spago slittò più volte dalla maniglia. Non convinto, presi io il posto del mio amico e ancora ripetetti l’esperimento: nulla da fare, la sbarra non scorreva, rimaneva immobile. Riprese a tentare Pigi e poi ancora io, il sistema non era valido e dovemmo convincerci che non ne esistevano altri.
    Non informammo la signora Pina del nostro esperimento, avrebbe potuti avere qualche reazione inaspettata alla quale non avremmo saputo rispondere.
    Il folletto bonaccione continuò le sue elargizioni e le sue persecuzioni e i pompieri non vollero più intervenire per aprire la porta di casa alla Pina.
    Questa intanto, che nel frattempo era anche dimagrita, pur di salvare il rapporto col marito e la pace della famiglia, decise di trasferirsi in un'altra città.
    Noi non potemmo che accettare il mistero e continuammo a raccontarlo in giro, così come ho fatto io con voi.

  • 08 febbraio 2014 alle ore 16:19
    Il macinino berbero

    Come comincia: Il ricordo dI Nonna Ida è nitido. Avevo otto anni, ma già allora sentivo il bisogno di fermare nel tempo la sua immagine, tanto da ricordarla, come in una fotografia, in tutti i particolari che caratterizzavano quella figura altera, bellissima. Nonna era alta un metro e ottanta, capelli candidi e occhi come smeraldi. Una luce così intensa che non aveva perso il suo vigore nemmeno quando sul letto, figli e nipoti attorno al capezzale, pronunciava con un filo di voce  le sue ultime parole, scandite per bene, in modo che nessuno potesse fraintendere o mistificare.
    Figghi mia, cca nun si babbia… iu vi taliu e si nun faciti so' cchi vi dicu, iu v'ammalidicu… Tuttu scrissi. Tuttu. S'hava leggiri e s'hava ffari. Nun vi scurdati:v'abbenedicu  v'ammalidicu.... iu mi nni vaiu, ma st'uocchi mia nun si chiuinu... Sempri apierti sunnu, sempri apierti…(Figli miei,qua non si scherza. io vi guardo e se non fate quello che vi dico, vi maledico. Ho scritto tutto, tutto. Si deve leggere e si deve fare. Non vi scordate: vi benedico o vi maledico. io me ne vado ma questi occhi miei non si chiudono. sempre aperti sono, sempre aperti.)
    Le parole di nonna Ida, che morì a occhi aperti, fissi e luminosi come quando era viva, destarono non pochi timori in quella decina di persone che affollavano la camera da letto. Da quel momento non si finiva mai di raccontare la sua vita come qualcosa di magico e misterioso, perché, lo credo fermamente ora che ho quarant’anni, nonna un po’ magica lo era.
    A nessuno venne in mente di mancare di rispetto alle sue ultime volontà. I parenti stretti, quelli nominati nel suo testamento, si ritrovarono nello studio del Notaio per l’apertura della busta e la lettura delle disposizioni.  La nonna aveva lasciato la casa di Marzamemi allo zio Gaetano, il primo figlio, e la casa di città, quella di Ragusa Ibla, alle sorelle, mia madre e le zie Nuccia e Caterina, con tutto quel ben di Dio di quadri, arazzi, e suppellettili di pregiata fattura. Una suddivisione equa, ebbero ad ammettere tutti, ma, anche se non era vero, si rimandava alle ragioni della nonna, che mai avrebbe potuto cadere in errore nei suoi princìpi di spartizione.Piansi molto per la sua morte. Gli occhi di nonna Ida erano imbevuti di una premura elettiva. Solo a me riservava quella sua malcelata dolcezza, e il timbro della sua voce, da scuro e stentoreo, indietreggiava verso i toni alti del falsetto, come per accogliermi, e rendermi partecipe alle sue visioni della vita, perché non si disperdessero i tesori di famiglia, quelli importanti: i ricordi. Così mi invitava sulla bella loggia su cui si affacciavano i finestroni della sala da pranzo, e io mi sedevo accanto a lei, ad ascoltare le sue storie, rapita. I personaggi di quelle fiabe straordinarie erano tutte persone realmente esistite, ma non avendone conosciuta nemmeno una, per me appartenevano al mondo della fantasia.
    Aspettavo l’estate con desiderio. Le vacanze nella casa dei miei nonni in Sicilia, era l’incontro con Nonna Ida, trascorrere il mio tempo con lei, accompagnarla nelle passeggiate nel giardino curato, abitato da lecci e carrubi secolari. 
    Quando mi fece guardare, senza toccare, il prezioso macina caffè che le regalò Nonno Petruzzo per il suo primo anniversario, sembrava che mi offrisse allo sguardo la corona inglese. Lo teneva nelle sue mani candide e affusolate, che lo giravano e rigiravano con sorprendente lentezza. La  voce  si era addolcita ulteriormente, lo sguardo perso lontano, e le labbra  volgevano al sorriso. Il suo racconto era un dipanarsi di ricordi, di fuga nel passato. Un passato lezioso, a tratti commovente.
    Non arrivavo a comprendere tutto, nonna sovente si lasciava andare al dialetto, che io non capivo, ma la musica della sua narrazione, unita all’espressione del viso, lasciava intendere che la sua storia fosse la più bella e interessante del mondo, niente a che vedere con le fiabe che mia madre mi leggeva la sera prima di addormentarmi. Quel macinino da caffè aveva per la nonna un significato speciale. Era in metallo, con decorazioni in oro in rilievo, lei lo chiamava “U macininu berberu”, il macinino berbero. Diceva che quell’oggetto sarebbe appartenuto a me, e una volta salita  in cielo, lei mi sarebbe apparsa in sogno e mi avrebbe fornito le istruzioni per cercarlo in quello che lei aveva stabilito fosse il nascondiglio segreto. Mi indicò una scritta, sul fondo di quell’oggetto fantastico che mi portava nel mondo di Alì Babà: أنا ولكن ليس منحنى كسر لي.
    Mi disse che in quella scrittura c’era una formula magica, e che ogni volta che le capitava qualcosa di brutto, lei tirava fuori il macinino, lo teneva tra le mani, faceva un lungo sospiro, e tutta la tristezza fuggiva via lontano. Più di qualsiasi altra medicina, più di una preghiera, più di un miracolo.
    Nonno Petruzzo era morto giovane. Quella dipartita segnò il primo grande dolore per la nonna, che dovette crescere quattro figli. Le agiate condizioni economiche che non mutarono mai e non furono scalfite da nessuna guerra, consentirono a nonna Ida di affrontare i problemi pratici del vivere quotidiano senza particolari difficoltà. Il suo carattere divenne più duro, pragmatico, i figli crebbero come soldati, scelse loro mogli e mariti e li mandò via di casa con la sua benedizione. Mia madre sposò un ufficiale dell’Aeronautica, di origini pantesche, perchè anche sull’argomento “legàmi di sangue” la specie non avrebbe dovuto disperdersi con contaminazioni non gradite. Per fortuna i matrimoni reggono ancora, nonostante influenze superiori, ma io mi ritrovo romana di nascita e di cultura.”Lu munnu cancia, niputi mia... Sicuramenti, lu maritu nun t'o pigghi 'n Sicilia......”, mi diceva fissandomi negli occhi, i miei occhi, verde smeraldo come i suoi. E io avevo la sensazione che lei si specchiasse dentro di me, vedesse il futuro, il mondo che andava avanti, pur cambiando, ma portando con sé i suoi tormenti, i suoi desideri. Anch’io  ero attratta profondamente da quella nonna alta, imponente, dominante. Mi lasciavo dominare con gioia e con orgoglio.
    “La storia di questo macinino da caffè parte da molto lontano, bedda mia. Le vedi queste decorazioni? Vengono dalla Terra D’Africa, dove abita un popolo ricco e nobile, sono i Berberi. Loro avevano terre, Re e Regine, le donne erano importanti, e contavano molto, quanto gli uomini. Poi un giorno vennero i francesi, per dominare popolo e terre, e costruirono fortezze, piene di soldati, ma nessuno si poteva avvicinare. Per i Berberi furono soltanto sofferenze, vennero ammazzati, e quelli che sopravvivevano dovettero scappare, lontano. Uno di questi era un poeta, uno di quelli che scriveva e cantava l’amore, ma dopo, anche il dolore dell’esilio. E il suo popolo lo amava tanto, lo fece grande di gloria. Lui si chiamava Si Mohand, era un poeta bravo e pieno di passione. Viveva come uno zingaro, da una città all’altra, senza casa, senza meta.
    Tuo nonno Petruzzo era un ragazzino, si trovava a Tunisi con suo padre, per questione di affari. Si Mohand  era seduto a un tavolino, stava fumando la pipa, e Petruzzo, con quella curiosità che i ragazzini si ritrovano, si era avvicinato, colpito dal fumo, dalla pipa, e da chissà cos’altro ancora.
    “ Ti piace il fumo? “ Gli chiese Si Mohand, il poeta.
    Petruzzo non rispose. Aveva un po’ di paura, si capisce. Ma continuava a guardarlo.
    “Vieni, ragazzino, che ti faccio vedere una cosa” Si Mohand, vedendo che Petruzzo non si muoveva, smise di fumare, si alzò dal tavolino e infilò la mano dentro un sacco che aveva con sé. Tirò fuori un oggetto strano e lo appoggiò sul tavolo.
    “Sai cosa è questo?” E’ un macina caffè. Oltre a questa pipa, non ho nient’altro. Niente. La mia famiglia, quello che ne è rimasta, vive lontano, in un paese che neanche so più qual è. “ Si Mohand lo sollevò e lo porse a Petruzzo. “Lo vuoi? Te lo regalo. Ma tienilo bene. Era di mia madre Fatma. Lei preparava per noi un caffè buonissimo, che faceva passare tutti i mali. Lo devi dare alla donna più attraente che incontrerai. Sicuro che non riceverà dono più bello.”
    Petruzzo gli sorrise, senza parlare, e timidamente prese in mano quel dono. Si Mohand recitò allora dei versi composti al momento:
    Quanto è bella la mia terra,
    Canto ogni sera le sue grazie,
    Come una donna generosa
    La sogno ogni notte sotto la luna piena.
    Tutto quel sangue sulla sua coltre
    Non mi scalfisce e non mi turba,
     
    Nessuno di quelli mi comanderà,
    mi spezzo ma non mi piego,
    preferisco essere maledetto
    in un paese governato da ruffiani
    l'emigrazione è il mio destino...
    meglio l'esilio che la legge dei porci
     
    Un  tale che poteva sembrare un mercante che aveva assistito alla scena, prese da parte Petruzzo e suo padre, e sussurrò loro:
    “ Voi sapete che quello è un grande poeta, un uomo d’onore. Tutti lo conoscono, tutti lo amano. Era ricco e nobile, ma ora vive vagabondando da una città all’altra. E’ un grande privilegio averlo incontrato, e aver ricevuto un regalo così prezioso.”
    L’uomo vide che Petruzzo e suo padre erano molto interessati e continuò:
    “ La sua famiglia fu sterminata dai francesi, e nelle sue poesie arde il desiderio di resistenza a tutti i soprusi, gli inganni, le prepotenze che hanno fatto versare sangue sulle nostre terre. Si Mohand è un simbolo per i popoli berberi, ed è grazie a lui che noi manteniamo la nostra dignità di popolo nobile. - Mi spezzo ma non mi piego - è il suo motto.”
    Petruzzo guardò suo padre e sorrise, con gli occhi neri neri pieni di luce. Guardava il macinino e aveva capito che quello era un oggetto magico, che avrebbe fatto tanta strada.
    Si Mohand era malato. Morì a Tunisi, in ospedale. Petruzzo lo seppe molti anni più tardi. Forse quel giorno che lo incontrò era uno degli ultimi della sua vita leggendaria.
    E sai perché, bedda mia, ti dico che il macinino è magico? Quando tuo nonno e il tuo bisnonno si imbarcarono per il rientro, affrontarono una tempesta in mare e la nave si riempì d’acqua e morirono tutti. Solo loro si salvarono su una barchetta di salvataggio, appena sotto le coste della Sicilia. E il macinino intatto era, bello e splendente come sempre, come lo vedi. Adesso prova ad annusare…” La nonna avvicinò la scatolina aperta al mio naso. “Lo senti? Questo è il caffè di Si Moahnd, pensa da quanto tempo si conserva l’odore, forse cento anni, nemmeno il mare in tempesta l’ha cancellato…”
    Lo annusai e sorrisi. Ero felice che la nonna l’avesse destinato a me, sarei diventata la proprietaria dell’oggetto a cui lei teneva di più, tra tante ricchezze di famiglia.
    ***
    Roma.
    Claudio è assorto nei suoi libri.  Come al solito. Dopo un pasto fugace, durante il quale non ci guardiamo nemmeno negli occhi, si rannicchia sulla sua poltrona e lì ci resta fino alle due, anche le tre di notte. Sgombro la tavola e cerco di riordinare le carabattole della cucina, lo faccio per scaricare un po’ di nervosismo, che oggi è particolarmente insistente e non se ne vuole andare.
    Sono stanca. Il figlio desiderato non arriva. Dopo tentativi di diversa natura siamo stremati, e silenziosamente, più o meno inconsciamente, uno colpevolizza l’altro. Di adozione non abbiamo mai parlato, ma so già che Claudio non vuole prenderla in considerazione. Lo conosco bene.
    Credo che non mi ami più. E’ una pianta secca, questo amore, faccio persino fatica a chiamarlo così.
    Mi siedo davanti alla tv, guardo un po’ di notizie dal  mondo. A Tunisi c’è una folla scatenata che grida contro le guardie. C’è una repressione. Il popolo berbero insorge e rivendica i suoi diritti. Sono giovani. Urlano uno slogan in lingua araba, che il cronista traduce con la frase “ Mi spezzo ma non mi piego”.
    Mi immobilizzo e cerco di capire, di ricordare…la poesia di Si Mohand…incredibile, è diventato uno slogan che vive ancora oggi…Nonno Petruzzo, Nonna Ida…il macinino del caffè…
    Ma che vado a pensare, la fantasia galoppa, e in questi  momenti di tristezza e rassegnazione, la testa se ne va un po’ troppo lontano.
    La notte è particolarmente agitata. Mi giro e rigiro prima di prendere sonno, poi, all’improvviso, cado in catalessi.
    “ Bedda mia, sono tua nonna… Ti avevo promesso che sarei apparsa in sogno… Ricordi?. Vai da Sant’Agostino, nel convento vecchio, e conta fino a sette, sul coro a destra c’è un legno sordo, lì c’è quello che è tuo.”
    Al mattino la testa è confusa. Raramente sogno o mi ricordo di aver sognato, ma stavolta è diverso. Sento addosso una smania, vedo il volto di Nonna Ida con gli occhi di smeraldo come se fossero lì, davanti a me. Per giorni mi interrogo sul significato di quel sogno, di quelle parole, sull’immagine della nonna. Mentre sono in metropolitana, gli occhi si imperlano. Sto piangendo. Il cuore mi si stringe di nostalgia, avverto una leggera nausea e mi gira la testa. Ma è un malessere che passa presto.
    Quando torno a casa mi rendo conto del vuoto che c’è. Claudio resta in ufficio fino a tardi oggi, e io non ho voglia di mangiare. Mi butto sul divano, mi avvolgo in una coperta di pail e piango fino ad addormentarmi.
    Quando mi sveglio c’è Claudio, di fronte a me. Mi sta guardando, senza parlare. Forse vuole dirmi qualcosa,  leggo nel suo sguardo un turbamento che vorrebbe uscire, ma resta lì: una dura tenerezza. Mi rimbocca la coperta e mi accarezza appena una spalla, poi si siede su un angolo libero del divano.
    “ Domani partiamo, ho preso cinque giorni di ferie”. Mi dice sottovoce, con una nuova dolcezza.
    “ Ma come…” faccio io “Dove andiamo…”
    “A Ragusa” Continua lui.
    “ E’ incredibile…ci stavo pensando in questi giorni…è tanto che non torniamo giù.”
    “ Ne ero certo. So che ti fa piacere, e in fondo anche a me fa piacere un viaggio in Sicilia. Abbiamo bisogno di un po’di pace, tutti e due.”
    Non so esattamente cosa stava per accadere, di certo si stava aprendo una porta.
    Nella casa di Ragusa Ibla, l’eredità della nonna, vive la zia Caterina, sola e anziana. La zia Nuccia e mia madre non ci sono più, la zia aveva rilevato anni fa le parti spettanti alle sorelle, offrendo in cambio una somma in denaro. Ma il Palazzo è piuttosto grande, una parte è stata destinata al Bed and Breakfast, di cui si occupa una famiglia del luogo che lo ha preso in gestione. Zia Caterina ci accoglie con grande affetto, e ci invita a soggiornare in quella che fu la camera di mia madre, dove ci sono ancora i vecchi letti e un armadio primo Novecento, con un grande specchio. Sento ancora il profumo di mamma, il sigaro di mio padre, sento gli odori della mia giovinezza. Zia Caterina ci ubriaca con del buon moscato, e poi ci lascia liberi.
    Ragusa Ibla è bella, intatta, come sempre. Il mio cuore è gonfio di nostalgia, e godo di una rinnovata serenità che non provavo da tanto tempo. Guardo Claudio, che è concentrato nel mirino della sua Canon, e mi rendo conto che il suo è stato un gesto d’amore, grandissimo.
    A lui non ho parlato di quella strana apparizione di Nonna Ida in sogno, ma cerco di indirizzare la nostra passeggiata verso il Convento di Sant’Agostino. C’è un viale alberato e un odore di frati, in lontananza scorgo il portale della  piccola vecchia Chiesa.
    “ Santo cielo… Sant’Agostino è di origini berbere…” dico a voce alta.
    “ Ebbene?” Domanda Claudio, sorpreso.
    “ No…ecco…una strana coincidenza. Vieni , entriamo, voglio vedere una cosa.”
    Claudio mi asseconda senza fare domande, mi segue, si segna come me e cercando di non fare rumore ci avviciniamo verso l’altare. C’è un frate che sta inginocchiato sul primo banco ma è assorto e sembra non accorgersi della nostra presenza.
    Ripeto a memoria dentro di me le parole di Nonna Ida:
    “Conta fino a sette,sul coro di destra c’è un legno sordo…”
    Con circospezione, lanciando un occhio al frate in preghiera mi avvicino al coro di destra, proprio dietro all’altare. E’ un vecchio coro ligneo, ma in buone condizioni. Come posseduta comincio a contare le sedute, alla settima mi fermo. Picchietto dolcemente con le nocche , mentre Claudio si allontana attratto da una statua di Sant’Agostino, poco più indietro. Una di quelle tavole in legno è più chiara, provo a sollevarla. Viene via senza forzature e un nodo mi prende la gola: vedo una piccolo pacco avvolto in carta di giornale ormai consunta. Lo svolgo piano piano, per scorgere qualcosa che mi aspetto ci sia…è il macinino di Nonna Ida, di Nonno Petruzzo, di Si Mohand…Mi assale un ansia molto vicina a un attacco di panico, raggiungo Claudio e velocemente lo trascino fuori del convento.
    Lungo il viale alberato racconto tutto a Claudio, cominciando dalle narrazioni fantastiche di Nonna Ida. Ci fermiamo, apro il cassettino e a turno, apprezziamo l’odore di caffè, che è ancora lì, intatto, come se qualcuno avesse usato il macinino fino a un giorno prima. Proseguiamo nella passeggiata, Claudio assorto ma non incredulo, mi cinge le spalle, e lentamente ce ne  torniamo verso casa.
    ***.
    “ Si, la traduzione di questa iscrizione in lingua berbera è - Mi spezzo ma non mi piego -, mi disse Alì, il proprietario di un alimentari di Ragusa, una vecchia conoscenza di famiglia.
    “Conosco questo motto” Continuò Alì “ E’ lo slogan dei rivoluzionari berberi”.
    Ringraziammo Alì, che mi aiutò a consolidare le mie intuizioni riguardo quella scritta incomprensibile impressa sul macinino da caffè e mi fermai a riflettere con Claudio.
    “ Nonna era molto legata a questo macinino. A suo modo anche lei ha combattuto le sue rivoluzioni nella vita. Da quando morì Nonno Petruzzo, per lei fu come morire con lui . Era legata e totalmente dipendente dal Nonno. Ma riuscì a sopravvivere, forse grazie anche al significato intrinseco di questo oggetto, che lei considerava magico. Voleva dire che non bisogna arrendersi mai, la vita è una lotta, bisogna trovare il modo di vincere le battaglie contro la disperazione, le avversità.”
    Non osai confessarlo, ma credetti che Nonna desiderasse dall’alto che io entrassi in possesso del macinino berbero nel momento più difficile della mia vita, per cercare e, ritrovare, la forza perduta.
    Sentii di nuovo un vuoto nello stomaco, e poi ancora nausea, la stessa che provai  a Roma , giorni prima.
    Ebbi un strano presentimento.
    Ti voglio bene, Nonna.                                      

  • 07 febbraio 2014 alle ore 9:21
    Beni materiali

    Come comincia: Il rintocco non lasciava dubbi: mezz'ora! Niente da fare, solo mezz'ora ed era già in astinenza. L'avevano avvisata:< Sarà dura, non te ne rendi conto ma sei assuefatta, completamente dipendente> Non aveva dato peso a quegli ammonimenti, lei era una tosta, si era fatta da sola e se aveva deciso di disintossicarsi lo avrebbe fatto senza se e senza ma. Invece 30 miserabili minuti avevano fatto crollare tutte le sue convinzioni e le sue sicurezze. Il campanile, nascosto dietro la collina, aveva emesso la prima sentenza: lei era debole. Decise di uscire da quella stanza così spartana, fredda e poco accogliente. Appoggiato sul comodino in fianco al letto faceva bella mostra una copia dei Promessi Sposi; le avevano chiesto di provare a leggere e lei aveva grugnito in segno di diniego, quindi si avviò fuori dalla camera lungo il corridoio deserto fino ad arrivare alla stretta scala che conduceva giù, sotto il porticato. L'odore di legno invecchiato misto a quello della terra arata le dava fastidio e con una mano si portò un fazzoletto al naso per ripararsi. La giornata aveva preso la piega prevista; prima di rinchiudersi in quella specie di convento aveva dato una sbirciatina alle previsioni del tempo: temperature in forte ribasso con possibili piovaschi sparsi, il freddo era pungente e le nuvole nere all'orizzonte avrebbero portato l'acqua annunciata.Decise comunque di prendere un ombrello e si diresse verso la staccionata piantata sul confine della fattoria adiacente alla strada che portava al paese, dietro la collina. Appena arrivata non aveva fatto caso a quanto fosse grande quel posto, ma ora che stava percorrendo i circa 100 metri che la separavano dalla strada si ritrovò con il fiatone. Di solito non camminava mai, ogni sua mossa era programmata per raggiungere degli scopi ben precisi e ora che si trovava nel bel mezzo del nulla faticava a capire cosa spingesse una persona a camminare senza scopo. Raggiunse il punto che si era prefissata, la staccionata, il limite tra la prigionia e la libertà; il suo istruttore era stato chiaro, non c'erano regole particolari da rispettare durante la prima settimana di permanenza, oltre oviamente ai divieti istituiti in quellla sede, non si poteva però superare la staccionata: pena l'espulsione immediata. Dopo circa un'ora di isolamento stava pensando di superare quella barriera, sarebbe tornata al suo mondo, alle sue abitudini, al suo lavoro e... alla solitudine. Mentre formulava quei pensieri la parte più intima del suo cuore frenò il suo impulso di fuga, era lì dopo averci pensato parecchio convinta di dover dare una svolta alla sua vita da eremita, doveva farcela.
    La sua era una triste storia: orfana, figlia unica e senza relazioni stabili, aveva dedicato tutto il suo tempo al lavoro, ai beni materiali e alle apparenze. Viveva per apparire, voleva che gli altri, chiunque, vedessero quanto fosse brava nel suo lavoro, quanto fosse bella ed affermata, voleva dare un segnale di potere chiaro e forte. Nel tempo era riuscita ad affermarsi, aveva rilevato la ditta di grafica pubblicitaria presso cui lavorava da anni, il suo titolare si era ritirato senza aver piazzato nessun erede alla guida dell'azienda e lei, che negli anni si era arrampicata fino ai livelli più alti, era riuscita, grazie anche al suo fascino, a farsi cedere la quota di maggioranza a prezzo stracciato. In 2 anni raddoppiò il fatturato dell'azienda assumendo 2 nuovi addetti. La sua era una cavalcata senza sosta, lavorava sempre e quando alla sera rientrava a casa, sola, si attaccava al computer o al cellulare o a qualunque mezzo di comunicazione elettronico. Nel volgere di poco tempo si ridusse all'isolamento, lavorava 13-14 ore al giorno, aveva tagliato tutti i ponti con le sue vecchie amicizie e non aveva tempo per le relazioni; la sua solitudine le stava bene. Ma come qualsiasi essere umano sano di mente, alla lunga si rese conto di soffrire di strani disturbi: inappetenza, difficoltà respiratorie, insonnia e tutta una serie di sintomi che piano piano la stavano logorando. Decise quindi di rivolgersi ad un medico con la speranza di ottenere qualche aiuto farmacologico che le permettesse di superare quel momento. L'anziano dottore si rifiutò di prescriverle qualsiasi medicinale prima che si sottoponesse a dei controlli specifici ma lei rispose che non aveva voglia di farsi sforacchiare la pelle e lui la rassicurò dicendo che l'avrebbe indirizzata da uno specialista di quei casi. Pur riluttante decise di seguire il consiglio del dottore e si rivolse alla specialista che, dopo averla visitata e sottoposta ad una serie di test, la convinse a seguire un programma specifico che l'avrebbe fatta rinascere; poi avrebbe deciso da sola se proseguire con il programma affidandosi alle cure di un centro specializzato.
    Cancellò quei pensieri e si diresse nuovamente verso la sua stanza e sotto i portici incontrò il suo istruttore, una donna sulla trentina che l'avrebbe seguita nel suo percorso.
    "Come va?" Chiese la donna.
    "Di merda, come vuoi che vada" Rispose lei acidamente.
    "Ci facciamo una camminata?"
    "Sei impazzita? Io mi sono già rotta i..."
    "Sssht, niente parolacce. Seguimi, andiamo sulla collina"
    "Ma io non posso superare la staccionata"
    "Non puoi superare la staccionata o non vuoi venire sulla collina?"
    "Salgo in camera. A che ora si mangia in questo posto?"
    "A mezzodì e a fine giornata"
    "Quindi?"
    "La mensa è in fondo al portico, se non sai capire quando è l'ora dei pasti vai là e aspetta pazientemente"
    Salì rabbiosamente nella sua camera; il non poter comunicare con il mondo esterno la stava esasperando, aveva un disperato bisogno di un cellulare o di un computer. Crollò seduta sul letto e si strinse la testa tra le mani; aveva deciso, avrebbe preso e se ne sarebbe andata da quel posto, immediatamente. Stava per dar seguito al suo proposito quando udì bussare alla porta e rispose automaticamente:
    "Avanti!" Era la sua istruttrice.
    "Il pranzo è pronto, ho pensato che all'inizio avresti avuto difficoltà a comprendere i tempi dellla nostra comunità, perciò voglio darti una mano"
    "Non ho bisogno del tuo aiuto, mi arrangio da sola. Anzi, ti dico che me ne vado" La reazione della giovane specialista però, la spiazzò.
    "Ok, come vuoi, ma la tavola è già apparecchiata e avrei piacere se tu mi facessi compagnia mentre mangio, poi sarai libera di andare dove vuoi"
    Psicologia per bambini, pensò lei "Non mi incanti, vacci tu a mangiare, io me ne vado"
    "D'accordo, buona fortuna" Altra psicologia del cavolo, non aveva intenzione di abboccare all'amo. Preparò sommariamente i suoi bagagli e scese per farsi consegnare le chiavi della macchina che era parcheggiata sotto gli ulivi. Attraversò velocemente il porticato e quando fu all'altezza della mensa un profumo intenso la paralizzò: il cervello stava cercando di tradurre gli odori percepiti dalle narici.
    "Zuppa di verdure fresche, minestrone insomma" Anna, la sua istruttrice, la stava fissando "Ripeto, se vuoi farmi compagnia un po' di minestrone c'è anche per te" Quel profumo aveva stimolato il suo stomaco; in fondo una ciotola di zuppa non l'avrebbe smossa dalla sua decisione, cosi seguì Anna in mensa.
    Il tavolo quadrato di legno e le sedie massicce le ricordavano qualcosa della sua infanzia ma non riusciva a collegare quell'immagine a niente. La volta del soffitto in mattoni rossi sorretta da archi di ferro battuto, i muri in pietra calcarea qua e là intonacati, il pavimento in cotto antico e le travi sopra le porte in legno, al centro della stanza una stufa a legna rivestita e le finestre scure adornate da tendaggi decorati, le lampade a muro e le panche vicino alla piccola legnaia e poi tutta una serie di dettagli che rendevano la mensa calda ed accogliente. La cucina attigua da cui arrivavano profumi squisiti e genuini, tutte quelle cose, quelle sensazioni a cui non era più abituata, tutto ciò la stava travolgendo.
    "Ti piace il minestrone?" Chiese Anna. Impiegò più del previsto per rispondere a quella semplice domanda.
    "Si, penso di si. Da bambina lo mangiavano spesso, mia nonna diceva che faceva bene, forse non mi piaceva ma lo mangiavo"
    "Bene, allora prendi il tuo piatto e seguimi, qui ci si serve da soli" Si servirono due abbondanti razioni e si accomodarono a tavola. Lei esitò un attimo, in realtà le piaceva quel profumo ma non sapeva cosa aspettarsi, da anni mangiava cibi precotti o piatti serviti al ristorante, l'alimentazione per lei era solo una questione di sopravvivenza. Mangiarono in silenzio e alla fine Anna chiese:
    "Ti è piaciuto Laura?" Si, le era piaciuto, un sacco.
    "E' buonissimo, complimenti allo chef"
    "Grazie" Rispose Anna sorridendo e poi, notando lo sguardo meravigliato di Laura proseguì "L'ho preparato io, sono contenta che ti sia piaciuto"
    "Tu? E come hai fatto?" Laura sembrava non crederle.
    "Abbiamo un orto e una serra ricche di ortaggi e frutta, ho raccolto quello che mi gustava, l'ho pulito, preparato e poi cotto sopra la stufa a legna, niente male eh?"
    Laura stava pensando ad altro, riaffioravano vecchi ricordi, quando da bambina amava giocare con gli amichetti in campagna, a piedi nudi. Poi era cresciuta rapidamente, la ragazzina era diventata donna per forza, i genitori erano morti in modo tragico, violento e lei aveva rimosso tutto quello che riconduceva a loro, anche le giornate passate in campagna dai nonni. Anna la richiamò al presente.
    "Laura, ci sei?" Lei rispose come se Anna avesse partecipato ai suoi ricordi.
    "Quante caz.. ops scusa, quante sciocchezze. Mi vien da ridere se penso che questa situazione mielosa è contro tutti i miei principi: io, immersa nella tranquillità a mangiare verdure cotte raccolte dall'orto di casa. Nel mio mondo sono cose ridicole, scempiaggini da romanzo. Il mondo reale non è questo, nella vita bisogna farsi strada con la forza, sempre sulla cresta dell'onda e se voglio un minestrone me lo preparo al microonde o vado in qualche trattoria a farmelo servire" Anna non si scompose, era una professionista ed anche una donna dall'animo sereno e rispose:
    "Non ti ho vista ridere" Laura la guardò di sbieco "Hai iniziato il tuo discorso affermando che ti veniva da ridere, ma al posto di ridere ti sei fatta venire la bava alla bocca" Laura bofonchiò sconsolata e stava per rispondere a tono quando iniziò a ridere, una risata spontanea che le saliva dal profondo dell'animo fino a farla piangere "Vaffanculo Anna" Anna la guardò intensamente e scoppiò a ridere, una risata fragorosa, sincera. Le due mangiarono anche il secondo, una frittata di uova fresche accompagnate da patate lesse, continuando a beccarsi e a ridere come bambine.
    "Grazie Anna, un ottimo pasto e tante risate, come non mi capitava da anni. Ma questo posto è finto e io devo tornare alla realtà" 
    "Ho raggiunto il mio scopo; farti ridere. Il sorriso non era finto e te lo porterai ovunque tu vada, in qualsiasi situazione. Vai per la tua strada Laura, ma sii felice e sorridi alla vita, sempre"
    Si congedò da quel posto convinta di aver perso tempo, un buon pasto, due risate, tutte cose che poteva avere come e quando voleva; classificò l'episodio come un piccolo contrattempo nella sua vita organizzata. Rientrò a casa quando ormai era già buio e per prima cosa recuperò i suoi adorati accessori elettronici e li accese tutti. Sul cellulare, di ultima generazione, c'erano diversi messaggi e li aprì avidamente: <Ho chiamato per quella questione con la banca, fatti sentire> <Il cliente di Milano vuole vedere solo te, non gli interessa se ti sei presa qualche giorno di riposo, che gli dico?> <Entra a far parte del nostro club, abbiamo bisogno di persone come te: belle, affermate...> Uscì dall'applicazione un po' delusa senza guardare gli altri messaggi. Sul computer nel frattempo l'indicatore segnalava l'arrivo di numerose cartelle. Cominciò a scorrerle con meno entusiasmo del solito. <Laura dove sei? Dopodomani c'è la cena di presentazione dei...> "Affanculo!" Andò in bagno per farsi un bel idromassaggio ma istintivamente optò per una rapida doccia. Dopo essersi asciugata e cosparsa di prodotti per la pelle si diresse in camera e aprì l'armadio per prendere l'abbigliamento da notte. Stava per indossare un capo di seta quando gli occhi caddero sui pomelli dell'ultimo cassetto; da tanto tempo non lo apriva. Con le mani tremanti tirò con eccessiva cautela quel cassetto dove, ripiegati, due pigiamoni di lana emanavano odore di chiuso e naftalina. La sua mente tornò a quella sera; lei, tredicenne e già signorina, era scappata nella sua cameretta con il suo pupazzo di peluche e aveva indossato il pigiama di lana regalatole dalla nonna per poi ficcarsi sotto le coperte, testa compresa. Le urla provenienti dalla cucina non promettevano nulla di buono: stavano litigando furiosamente come sempre, o più del solito?
    Afferrò il pigiama tastandone la consistenza e le sembrò di sentire la mano di sua madre sulla spalla, come quella sera.
    "Laura. Laura, piccola mia. L'orco non c'è più, la mamma l'ha eliminato, ma anche lei è una brutta strega e tu non vuoi le streghe in casa, vero? Dormi piccola mia dormi, hai avuto un incubo" Non riuscì a prendere sonno ma restò sotto le coperte fino a che, dopo un tempo indefinito, sentì vicino a lei delle voci e una giovane donna che le chiedeva di alzarsi; sbirciò da sotto le coperte e intravide una ragazza in divisa.
    La madre e il padre erano morti, lei si era buttata dal balcone dopo aver infierito sul corpo del marito con un coltello da cucina. Laura, dopo un primo periodo di ricovero, venne affidata ai nonni materni con cui sarebbe andata a vivere in campagna. Quella sera però aveva lasciato un segno indelebile nella sua mente e pian piano si rifugiò nel suo mondo fino ad arrivare ad essere quello che era oggi, una donna tutta presa dalla carriera e dalla voglia di apparire.
    Decise di indossare quel pigiama per la notte; oggi, a 44 anni, aveva più o meno la stessa taglia di quando ne aveva 13 ed infatti lo indossò senza problemi, investita da quel calore che fece riaffiorare vecchie emozioni. Aprì un altro cassetto e da un sacchetto di plastica estrasse un pupazzo di peluche, ancora intatto, come tanti anni prima. Si sdraiò sul letto e si coprì con il morbido piumone stringendo a se il pupazzo, poi spense le luci. Si addormentò senza televisione accesa come non capitava da parecchio tempo e dormì serena, senza incubi. Alle 5.15 la sveglia la sorprese in un sonno profondo, quel suono le dava fastidio e si affrettò a spegnerla. Uscì dal letto controvoglia, strano pensò: di solito si alzava prima del suono della sveglia, forse non aveva digerito i cibi mangiati a pranzo, non era più abituata a certe porzioni. Si recò in cucina per prepararsi la colazione, caffè nero e forte e yogutr magro accompagnati da succo d'uva e pane integrale. Mangiò e poi si preparò per la giornata; alle 6.00 in punto era in azienda. A quell'ora era sola e fino alle 8.00 sarebbe stato così, quelle erano le ore che rendevano meglio, nessuno a disturbare il suo lavoro e soprattutto nessuno a cui dover ricordare il proprio mestiere; eppure quella mattina non riusciva ad ingranare, qualcosa la distraeva. Si concentrò su dei grafici elaborati al computer, ma più si sforzava di lavorare e più il suo cervello divagava.
    "Merda!" Esclamò furiosa. Decise allora di fare una perlustrazione della ditta, era stata assente per quasi 2 giorni e non voleva trovar sorprese. Ispezionò ogni angolo e ogni scrivania trovando tutto a posto, forse i suoi dipendenti non erano così male come pensava; impossibile, li sorprendeva spesso a ridere e scherzare, comportamento che distrae dal lavoro e causa errori su errori.
    Sorridi alla vita, udì nella sua testa.
    "Maledizione! Anna" Parlò tra se e se senza accorgersi della presenza di una delle sue dipendenti.
    "Signora? Sta bene?" Era Manuela, la sua più preziosa collaboratrice.
    "Manuela!?" Non ti ho sentita entrare, cosa fai qui cosi presto?"
    "Sono le 7.55 signora, alle 8.00 comincio, come sempre"
    Le 8.00. Erano passate 2 ore e non aveva concluso niente.
    "Come è andata in mia assenza, tutto bene?"
    "Si signora, tutto bene. Se vuole le faccio il riepilogo di ciò che abbiamo fatto" Rispose l'impiegata in modo servile.
    "Senti Manuela, quanti anni hai? 37? 38?"
    "39 signora"
    "Infatti, 39. Potresti essere la sorella minore che non ho e avrei piacere che tu mi chiamassi per nome, io sono Laura, ok?"
    "Si signora, certo Laura"
    "Bene. Appena arrivano tutti gli altri radunali nella sala riunioni, devo fare un annuncio" Manuela fu sorpresa da quelle parole, ma con un cenno del capo si congedò. Laura tornò nel suo ufficio e sul computer diede uno sguardo alle previsioni meteo; quel fine settimana era prevista una risalita delle temperature e cielo sereno. Poi prese a smaltire un po' di mail arretrate e dopo circa un'ora Manuela le comunicò che tutto il personale era riunito nella sala riunioni e lei rispose che entro 5 minuti sarebbe arrivata. Il suo cervello stava combattendo una guerra intestina, ma in cuor suo sapeva che qualcosa era cambiato, che lei lo volesse o no.
    Entrò nella grande stanza e trovò tutti i suoi dipendenti in piedi ad aspettarla.
    "Sedetevi ragazzi, non sono mica un giudice" Si guardarono tutti sbigottiti per poi accomodarsi sulle numerose sedie.
    "Signori, buongiorno. Questo fine settimana dovrò assentarmi per delle faccende personali, in mia assenza sarà Manuela a prendere il comando, mi fido di lei e altrettanto confido nella vostra collaborazione. Inoltre vi concedo il pomeriggio di venerdì libero e retribuito. E' tutto e ora buon lavoro" Lo sbigottimento era sfociato nell'incredulità, fu così che Manuela si calò subito nel ruolo di vice.
    "Su, avete sentito cosa ha detto Laura? Al lavoro"
    Fu la settimana più strana degli ultimi anni. Lavorava tanto e riusciva anche a scambiare qualche parola con i suoi dipendenti, in particolare con Manuela che ogni tanto le strappava un sorriso e di sera, quando rientrava a casa, si dedicava alla cucina preparando torte e piatti mai fatti prima. Il giovedì pomeriggio portò una torta alle mele in ufficio e chiamò Manuela.
    "Assaggiala, dimmi cosa ne pensi" Manuela prese un pezzo di torta e se lo portò alla bocca, il suo olfatto finissimo la avvertì che qualcosa non andava ma ormai era troppo tardi per non assaggiarla e così ne addentò un pezzo. Non riuscì però a mascherare una smorfia di disgusto che non sfuggì a Laura.
    "Non è buona?"
    "Fa schifo" Manuela si meravigliò della risposta che aveva dato ma ormai era troppo tardi. Laura non si scompose e per tutta risposta prese un pezzò di torta e la assaggiò.
    "Pthu! Hai ragione, fa veramente schifo" Le due donne scoppiarono a ridere "Se vuoi posso venire a casa tua e insegnarti a fare una torta decente" Quelle parole cristallizzarono l'aria dell'ufficio, le due donne si trovarono a fissarsi intensamente e Laura faticò a rispondere, le mancava il fiato.
    "Sarò via per qualche giorno, devo risolvere delle faccende. Forse, quando torno, potremmo riparlarne"
    "Scusami Laura, non volevo essere inopportuna. Adesso vado che c'è tanto lavoro da fare"
    "Manuela!" Laura quasi urlò "Si?" Rispose lei "Mi mancherai questi giorni" "Anche tu Laura e spero possa trovare quello che vai cercando"
    Quella mattina, in portineria, le dissero che Anna era nella serra e lei, dopo aver parcheggiato l'auto sotto l'ulivo della prima volta, la raggiunse. Era accovacciata a raccogliere dell'insalata, ma con la coda dell'occhio si accorse del suo arrivo e si alzò in piedi.
    "Laura!?" Disse sorpresa.
    "Sono tornata" Rispose lei.
    "Mi fa piacere rivederti, ti fermi a pranzo?"
    "Anna, io sono tornata per curarmi, ho bisogno del vostro aiuto del tuo aiuto"
    "Ok, andiamo a mangiare così mi spieghi tutto"
    Davanti ad un piatto di pasta al pomodoro fresco le donne cominciarono a chiacchierare come due vecchie comari e Anna si fece raccontare gli ultimi giorni trascorsi da lei. Laura raccontò tutto nei minimi particolari, sorridendo e a volte vergognandosi di alcune cose. Finirono il pranzo e si alzarono per fare due passi, dirigendosi verso la staccionata "Andiamo sulla collina?" Chiese Anna. Stavolta Laura la seguì e raggiunta la cima restò senza parole. Da lì poteva osservare un panorama che dalla strada non si scorgeva, le dolci colline facevano da cornice allo splendido paesello, dove troneggiava il vecchio campanile.
    "Ti piace Laura?"
    "E' stupendo! Credo che questo mi aiuterà a guarire"
    "Ma tu sei già guarita!" Esclamò Anna. Laura restò in silenzio a fissare quel paesaggio incantevole meditando per qualche attimo sugli ultimi avvenimenti, sulle ultime parole scambiate con Anna. poi si girò verso di lei, con calma e le poggiò una mano su una spalla. Le due si abbracciarono e laura cominciò a piangere, mentre Anna le accarezzava dolcemente la testa e dopo aver avvicineto la bocca ad un orecchio le sussurrò in modo amorevole:
    "Va da lei, chiamala, dille quello che provi, apri il tuo cuore e vedrai che tutto andrà bene" Laura strinse ancora più forte l'amica, fino a toglierle il respiro per poi staccarsi da lei e ringraziarla di cuore. Adesso stava sorridendo "Grazie Anna, grazie all'infinito, sarò sempre felice di rivederti e ti aspetto a trovarmi su in città" "D'accordo Laura, ma adesso corri da lei o farai tardi" "Volo! Anna?" "Dimmi" "Ci sono ancora in serra quelle splendide mele?" "Passa in cucina, c'è ne sono due cassette, prendine quante ne vuoi" "Grazie, sei un tesoro" "Anche tu Laura"
    Recuperò alcune mele e si fiondò in macchina. Non vide la strada e non si accorse del tempo che scorreva tanta era l'euforia, giungendo in ditta al giusto orario. Salì in ufficio trovando tutto deserto, solo una stanza aveva ancora la luce accesa, la sua. Varcò la soglia e trovò lei intenta a sistemare la scrivania e sentendola sollevò lo sguardo sorpresa nel rivederla ora e non riuscì a proferir parola. Laura allora le si avvicinò e le mostrò un cestino contenente delle mele "Se vuoi puoi venire da me e insegnarmi a preparare una torta di mele, non ho impegni stasera" Manuela la fissò incredula e dal profondo della gola uscì un suono di assenso.
    Le due donne andarono a casa di Laura a preparare la famosa torta di mele e quella notte scoprirono che l'amore, la serenità e la complicità tra di loro, tra due persone, sono più importanti di qualsiasi bene materiale.

  • 05 febbraio 2014 alle ore 14:11
    Festa in maschera

    Come comincia: Tra la gente mascherata notai un personaggio che indossava il costume di Diabolik. Lo avvicinai incuriosita, ansiosa di smascherarlo; Eva Kant non teme le sorprese. Nella sala, dimenticati in un angolo, i panni logori d’un cieco vennero alla luce di quell’attimo buio, in cui strappai il nero cappuccio del mio compagno d’avventure, scoprendone l’identità. Era l’uomo dei miei sogni... Lo attendevo, pervasa dal timore d’incontrarlo. Le sue parole vennero coperte dall’incessante rumore del bastone bianco, battuto contro il muro dall’orbo in maschera, deciso ad impersonare se stesso, celando quello che gli straziava l’anima: l’indifferenza.
    Lo show continuò, allietato dalla diabolica musica d’un’orchestra invisibile, mentre io e Diabolik indirizzavamo lo sguardo verso l’uscita, avvedendoci dell’assenza del non vedente. Al suo posto il candido bastone, appoggiato alla parete; simbolica e smisurata bacchetta magica, pronta a trasformare i presenti in comuni mortali. Il panico, allora, si sostituì alle risate, inducendoli a rifiutare il probabile rischio di pensare, di comprendere, d’appartenere al genere umano!

  • 04 febbraio 2014 alle ore 16:50
    Storia Dell'Arca Di Nooel

    Come comincia: Dio c'è… L'Universo pure, non manca "LEI LA PIA DONNA", colei che sussurra al branco dei cavalli, colei che in un raro momento di anormale bontà, per opera e virtù dello Spirito Santo ha concepito e partorito " LA BANDA COLPISCIE FUGGI".
    Uno alla volta "LEI" INVITA A SALIRE TUTTI sull'ARCA DI NOEL che non può salpare per via del mare che ha prosciugato in una sola bevuta.
    Trasparente e innocente annota sul "BROGLIACCIO DI BORDO" i nomi dei signori "ARMIAMOCI E PARTITE", vale a dire:
     
    1- "LO ZIGRINATO", e il signor "TENENTE, BRIGADIERE COLOMBO" soprannominato "RAVANELLI, L'INDIANO PENNA BIANCA", e li colloca, non avendo la magia di farli sparire, nella stiva di bordo per non vederli.
     
    2- Dopo chiama "IL MARESCIALLO O TENENTE ALBERTONE IL SIMPATICONE" specialista in evasioni a ripetizioni.
    Albertone il brigadiere dei sogni per non perdere lo scettro di imperatore chiama subito al suo fianco…
     
    3- "IL SIGNOR SI E MAI SIGNOR NO CARLO ALBERTO DI SICILIA" che in materia di latitanza è il " LEGALE RAPPRESENTANTE".
     
    4- Per fortuna che c'è " IL CONTE DRACULA" il quale gode e sguazza nella "calma del silenzio" e non riesce mai a mordere la preda perché dalla bara esce solo di giorno temendo la luce.
     
    5- Ora è il turno dell'Imperioso " ROSSO MAL PELO" ovvero "PAGLIA RICCIA E CANCELLO" il carceriere che non aspetta altro che rinchiudere gli spavaldi " ATTENTI A QUEI DUE".." CAVALLO PAZZO E TUONO ROVENTE" che messi insieme si complementano nel " GIUSTIZIERE DEL GIORNO".
     
    6- A questo punto ci vuole solamente la benedizione della serata, quella di " DIO CHE RICADE SU DI VOI", ce la impartisce " IL CHIERICHETTO DALLE BUONE MANIERI", il rumina emozioni dai cattivi pensieri e non solo quelli.
     
    7- Volutamente ho tralasciato fuori dall'ironia " I MAGNIFICI DUE" austeri, imperiosi e pacifici che non si salveranno nella cena del prossimo futuro…

    Firmato
    Lo Zigrinato che saluta
    Trilussa e Company
     

  • 03 febbraio 2014 alle ore 12:49
    Claudio Cesare Nerone

    Come comincia: (Anzio, 15 dicembre 37 - Roma, 6 aprile 68)
     
    È buio ed io vago per il Colosseo illuminato a giorno dai riflettori, come una qualsiasi turista, immaginando i giochi, le battaglie, le grida, il sangue che i secoli hanno cancellato, lasciando solo il ricordo di un'opera mastodontica e di sicura invidiabile bellezza. I gatti sono ora i padroni indiscussi e nei loro dolci miagolii riecheggiano i ruggiti di leoni, tigri e leopardi che un tempo vi soggiornavano e vi banchettavano.
    «Se solo avessi potuto cantare qui!»
    A quelle parole improvvise mi fermo e mi giro, fissando quel volto largo, non particolarmente bello, che risplende alla luce dei riflettori. Se ne sta lì, seduto come poteva esserlo un semplice romano dell'epoca e lo sguardo gli brilla di malinconica eccitazione.
    Esito, nonostante tutto timorosa, ben conoscendo la sua indole crudele e rimango a debita distanza.
    «Non è questo il tuo posto, Nerone.» gli faccio notare. «Gli imperatori sedevano laggiù.» e ammicco verso il palco.
    Lui scuote la bionda testa e ribatte, come se neppure avessi parlato:
    «Se solo questa meraviglia fosse esistita ai miei tempi, non me ne sarei andato in Grecia per recitare, cantare e partecipare ai ludi equestri.»
    È vero, conosco queste sue passioni e so bene pure che, se solo chicchessia avesse osato vincere una gara canora al suo posto, lo avrebbe fatto uccidere seduta stante. Quando recitava o scendeva in pista come auriga, pretendeva di vincere anche se arrivava ultimo e tutti l'avevano capito a menadito dopo i primi morti.
    Mi guardo attorno, per accertarmi che i turisti non lo vedano e muovo cauta un passo verso di lui. In mano ha la lira e di tanto in tanto pizzica una corda, creando una straziante melodia.
    «Il nipote di Caligola.» commento. «L'ultimo della stirpe Giulio-Claudia.»
    «L'ultimo folle.» sogghigna ironico.
    «Io non ci credo. Non ho mai creduto che tu abbia deliberatamente incendiato Roma nel 64.»
    Quella affermazione cattura la sua attenzione e posa i suoi occhi inquietanti su di me, incutendomi un sano terrore.
    «Non l'ho fatto, difatti. Quando l'incendio divampò io ero ad Anzio, la città che ha visto i miei natali; ma non per questo me ne sono dispiaciuto.» ammette con aria birichina.
    «Ah, no?» esclamo allibita, tenendo a freno l'ira che in un solo secondo mi ha infiammato il cuore.
    «No. Desideravo l'Urbe più bella di come era diventata e dopo l'incendio l'ho fatta riedificare in pianta diversa, aggiungendoci la mia bellissima Domus Aurea. Una delizia per gli occhi, non sei d'accordo?»
    «Un tocco di megalomania.» sottolineo. «Però, indubbiamente meravigliosa.» concedo.
    Mi guarda, studiandomi dalla testa ai piedi e sotto quello sguardo acuto mi innervosisco. Così, per evitarlo, mi siedo su uno scalino accanto a lui, mantenendo una certa distanza di sicurezza. Non so, eppure di quest'uomo rubicondo non mi fido abbastanza.
    «Tutti, però, hanno sempre pensato che la colpa fosse tua.» insinuo.
    «Se colpa ho avuto, è stata quella di dire pubblicamente che avrei voluto radere Roma al suolo per riedificarla. Non si può condannare un uomo solo per quello che proferisce.»
    Avrei molto da ribattere su quell'affermazione, tuttavia lascio perdere, ricordando chi ho di fronte e che ruolo ha ricoperto e borbotto:
    «Ma tua è stata la colpa di punire i cristiani come rei dell'incendio.»
    Alza le spalle con indifferenza e borbotta:
    «Non conoscevo questi cristiani; sapevo solo vagamente della loro esistenza e mi è parsa la giusta mossa per far sfogare il rancore del popolo dopo il rogo che ha distrutto le case. Qualcuno doveva pur pagare, no? E chi meglio dei remissivi cristiani poteva essere innalzato a capro espiatorio? A chi vuoi che importava?»
    Rimango allibita e senza parole e la mia espressione deve avere un qualcosa di buffo, perché lui si mette a ridere con spregio, lasciandomi capire come la pensassero, all'epoca, sulla religione che stava piantando solide radici per divenire mondiale. Scuoto la testa e lo vedo che torna a pizzicare le corde, intonando una canzone in voga ai suoi tempi: tutto sommato, devo riconoscere che non ha una brutta voce.
    «Tua madre era Agrippina minore, la sorella di Caligola.» inizio.
    Al solo nominare sua madre, si scurisce in volto, smette di cantare e mi fissa con astio, come se avessi appena attentato alla sua vita.
    «Già.» biascica e il suo tono mi sorprende. «È stata lei a spianarmi la strada per divenire imperatore, affiancandomi Seneca come consigliere.»
    «Per i primi anni sei stato un buon sovrano.» ricordo.
    «Sì, ma poi il rifiuto di mia madre a concedermi di divorziare dalla mia prima moglie Ottavia, mi ha irritato a tal punto che l'ho esiliata.»
    «L'hai anche fatta uccidere dai tuoi pretoriani.» aggiungo.
    Fa' un gesto di insofferenza, come se il ricordo lo infastidisse ancora dopo tanti secoli e spiega:
    «Sono salito al potere a diciassette anni e lei ha guidato le mie azioni con l'appoggio di Seneca, fino a farmi soffocare. Era invasiva all'inverosimile, tanto da giungere a offrirsi a me, suo figlio, purché non divorziassi da Ottavia.»
    [Nerone1] Sgrano gli occhi e inorridisco al solo pensiero e vedo che anche lui scuote la testa con rassegnazione.
    «Non capirò mai,» conclude meditabondo, «perché non volessi che sposassi Poppea.»
    «La Poppea che hai ucciso tirandole un calcio in grembo, dove cresceva tuo figlio?»
    Chiude gli occhi e inspira a fondo, mentre un velo di malinconia lo sfiora, rendendolo quasi umano.
    «Ho amato molto Poppea e ho sofferto per la sua perdita. In seguito, errando come un pazzo per le vie dell'Urbe invocando il suo nome, mi sono imbattuto in Sporo, un giovane che le somigliava tantissimo. L'ho sposato dopo averlo fatto castrare.»
    «L'hai sposato?» ripeto come se non avessi ben capito e il tono aspro della mia voce sorprende me stessa.
    Riapre di scatto gli occhi e mi fissa con evidente astio.
    «Sì, l'ho sposato, e allora? E dopo di lui ho sposato Statilia Messalina.»
    «"Quella" Messalina?»
    «Ma no!» esclama facendo un gesto di stizza con la mano. «Quella era la quarta moglie di Claudio. Noto che hai un po' di confusione in testa.»
    «Be', con nomi uguali… Ma tu,» riprendo cambiando discorso, «alla fine hai esiliato pure Seneca, prendendoti Tigellino come amico e consigliere.»
    Lo sento grugnire qualcosa e dalla sua lira parte un suono stridulo che mi fa serrare i denti prima che cadano a pezzi.
    «Bell'affare feci.» commenta acido. «Mi ha fatto credere di essermi amico e poi mi ha tradito. La prima congiura per uccidermi è costata la vita a Calpurnio Pisone, Lucano, Petronio e lo stesso Seneca. Via,» conclude con tono spicciativo, facendo schioccare le dita, «morti tutti per aver osato alzare la mano armata su un dio.»
    «Tu?» insinuo mordace.
    «Io, sì.» sibila minaccioso, puntandomi addosso due occhi fiammeggianti. «Non digerivo granché l'idea che a qualcuno piacesse vedermi morto. Ero giovane e non gradivo divenire cibo per far banchettare i vermi.»
    «Però li hai rimpinzati a dovere con la carne di tutti coloro che hanno provato a ribellarsi alla tua monarchia assoluta.»
    «E dunque?» mi sfida ergendosi fin dove possibile stando seduti. «Non vedo dove sia il problema.»
    [images] Rimango sconcertata, apro la bocca per replicare, quindi la richiudo di scatto e dopo un po' ripeto:
    «Già. Nessun problema.»
    Il mio tono non deve fargli molto piacere, poiché stringe gli occhi, fissandomi a lungo da sotto le ciglia bionde.
    «Tu, figliola, non hai buon animo verso di me.» commenta.
    Sorrido e mi rialzo, volgendo l'attenzione ai turisti che, ignari, ci passano accanto sfiorandoci senza vederci.
    «La tua condotta immorale e violenta non ha mai influito sull'amministrazione pubblica e questo va a tuo vantaggio.» mormoro.
    «A mio vantaggio pure il fatto che il popolo non ha voluto credere alla mia morte e che ha sempre sperato nel mio ritorno.» aggiunge alzando l'indice come un maestro che sta spiegando una lezione.
    «Vero.» concedo. «Eppure il senato e i pretoriani ti odiavano e ti hanno isolato, condannandoti a morte.»
    Si scurisce in volto, quel volto massiccio e duro e digrigna i denti sibilando furente:
    «Quel fedifrago di Tigellino! Mi ha tradito, quel bastardo!» ripete ed io mi accorgo che la cosa gli rode ancora l'anima.
    «Non mi risulta sia mai stato uno stinco di santo.» gli faccio notare con condiscendenza. «Avresti potuto essere un po' più oculato nello sceglierti gli amici.»
    Sogghigna, lo sguardo perso in un periodo lontano che io non vivrò mai e mormora:
    «Non gli ho dato la soddisfazione di uccidermi: l'ho fatto da solo.»
    «Come un vero commediante. Così come hai vissuto.»
    «Hai paura della morte?» domanda a bruciapelo, scrutandomi fin dentro l'anima.
    «Sì.» non esito a rispondere. «Come tutti, del resto.»
    «Io non ho avuto timore.» risponde gonfiando il petto.
    Inarco le sopracciglia, ricordando che la paura l'aveva trattenuto dal pugnalarsi da solo e che era stato aiutato da un liberto suo amico; ma non ribatto, lascio che si crogioli in un ricordo affievolito dal tempo, un ricordo che gli fa credere di essere stato migliore di quanto in realtà fosse stato.
    «Quindi, deduco che tu abbia avuto a cuore Roma.» commento cambiando discorso.
    Con un gesto della mano mi mostra il Colosseo e il suo volto si illumina.
    «Tu non l'hai a cuore?» rimanda. «Per Roma ho sopportato che la Storia mi bollasse come piromane, quando in realtà ho portato solo migliorie. Ma, si sa, la Storia la scrivono i vincitori ed io, purtroppo, ne sono uscito vinto.»
    Lo studio a lungo, mentre riprende a pizzicare le corde della lira e intona una canzone dolce, che non comprendo e mi rendo conto che quest'uomo, tutto sommato, è stato sì crudele nella sfera affettiva, ma nei romani ha lasciato un senso di vuoto e di rimpianto che noi, romani di oggi, stentiamo a comprendere.
    E non è un caso se la sua tomba è rimasta sempre coperta di fiori, a dispetto dei congiurati e a testimonianza dell'affetto di un intero popolo.

     

  • 02 febbraio 2014 alle ore 23:23
    Quella notte eravamo in dodici

    Come comincia: Ho lasciato una carezza sull’asfalto, una minuscola virgola di gomma nera incisa sul manto, come una punteggiatura senza significato ma che indica, al motociclista attento, la perizia del gesto. Altri segni che alterino il paesaggio non ne sono rimasti: lo stesso muricciolo basso che si affaccia sul dirupo con l’aria densa e azzurra delle colline e i medesimi aromi forti di un’estate che pareva all’alba; ma così non era.
    Ricordo appena la voce stridula dell’ambulanza che, passando, graffiava gli intonaci delle case che le facevano da sponda, il volo di farfalla dell’elicottero che mi tratteneva con frastuono alla vita.
    E’ difficile spiegare come un suono possa rievocare un odore, eppure, in tutto quel trambusto, in quella confusione di mani e cannette di plastica, avevo nella testa un solo verso, che andava a ripescare nella memoria un odore familiare: il ticchettio della goccia d’acqua era il rumore, e l’odore era quello della muffa. Era come se le pale facessero cascare perle liquide nello stagno della memoria e riaffiorassero ricordi lontanissimi e imprendibili. La sensazione era che l’aria del velivolo fosse satura dell’odore di muschio, di quello che si forma sui muri umidi delle cantine in campagna dove ho vissuto per tanti anni, o si avverte sulle sponde dei fiumi, dove l’aria bassa consente ai canneti di frusciare di continuo.
    Credo che il medico di bordo voglia parlarmi. Lo vedo articolare nell’aria semplici operazioni aritmetiche alle quali non so dare un significato preciso. Sono stordito, confuso, forse già imbottito di tranquillanti e morfina, oppure è la “strada bianca” che porta verso l’altra dimensione. La sensazione di non esserci è in ogni modo persistente. Il medico-aviatore continua i suoi algoritmi nell’aria e io continuo a non comprenderli. Ho la nausea e per la prima volta mi sento incapace di colloquiare con il resto del mio corpo. E’ come se l’istinto della sopravvivenza cercasse con veemenza di sopraffare quello dell’oblio attraverso il codice consueto dei movimenti. Il mio corpo vuole parlarmi, ma non sono capace di tradurre con parole semplici nemmeno l’ovvietà della situazione: sono paralizzato e sento che la vita sta scivolando via, aspirata anch’essa verso il basso dal vortice dell’elicottero.
    La stanza nella quale mi sono risvegliato dopo l’operazione, è confortevole; grandi finestre in alluminio dalle quali si gode la vista di un campanile e dei tetti della città, due soli letti, aria condizionata e colori tenui alle pareti. Inoltre, il mio letto si muove da solo; si gonfia e si sgonfia centinaia di volte il giorno modificando il profilo del mio corpo e l’angolo della visuale. Così, quando sono in una data posizione, riesco a spiare il mio vicino di letto. E’ un ometto anziano, sicuramente emiliano, forse di Parma, che brontola sommessamente quasi tutto il giorno. All’arrivo del figlio, nell’orario di visita, sento la sua voce distendersi, lasciare uscire la paura come un palloncino che si svuota lentamente. Si rasserena. Si parlano con dolcezza, i toni della voce sono bassi e le vocali assumono un’importanza musicale non consona ai meneghini. E’ dialetto e faccio fatica a seguire anche il più piccolo dei discorsi, ma il filo oscuro di quei suoni acquieta anche me.
    Il vicino si chiama Artemio, ha ottantadue anni e ha fatto il soldato. La notte, mentre dorme, parla nel sonno, o meglio, straparla, bofonchia senza sosta, come se il suo dormire fosse alimentato dalla caldaia invisibile dei sogni e il silenzio diviene una specie di piccola morte alla quale non vuole abdicare. Ed ecco le sue profusioni, gli eccessi di parole notturne, che poi, forse, sono lamenti. Deve essere operato di un’ernia cervicale che da anni lo tormenta ed è, comprensibilmente, impaurito. I medici e gli infermieri della sala operatoria hanno provato a portarselo via ma, inspiegabilmente, è ritornato in camera. La paura lo fa tremare e si fa venire delle convulsioni che gli fanno rigettare un liquido verdastro simile alla bile: operazione rinviata.
    Io sono attaccato a una siringa con un congegno elettrico che spinge ad orari prestabiliti una dose di morfina nel sangue, tanto per sedare i dolori delle vertebre operate e delle varie altre fratture (che mio figlio chiama, forse non a torto, “fritture”) ancora non perfettamente saldate. La morfina è un oppiaceo potente e, oltre a non farti bestemmiare per i dolori, ti mantiene in uno stato di sospensione elettiva. Mi sento come spettatore delle vicende che accadono attorno a me, come se la paralisi non mi appartenesse. Esterna da me, come se il corpo fosse un luogo “altro”, dove non accade nulla di veramente importante.
    Una notte sono disturbato da un rumore, un suono simile allo sciabordio delle onde nei porti: è Artemio con un sogno colto sul fatto. E’ un’eruzione di parole confuse, sbiascicate, ma costantemente intervallate da una frase nitida, che pare scartata dalla bocca come un regalo prezioso: “Quella notte eravamo in dodici”.
    L’episodio si ripete la notte successiva e lo stesso avviene due volte dopo. (A ben ricordare, è stata una costante di tutte le notti trascorse con lui, tanto che, alla fine, mi sono convinto che prima non lo potevo sentire solo perché ero troppo “fatto” di tranquillanti, ma lui, tutte le notti le trascorreva in compagnia d’undici fantasmi che si ridestavano tra i merletti della sua memoria).
    La cosa inizia ad incuriosirmi, così nelle veglie notturne, provo a carpire qualche parola in più a quel vagare disarticolato di suoni, nel tentativo di aggiungere un tassello ad una storia che, pur non appartenendomi, sembra voglia farmi entrare come ultimo attore. I suoni dialettali dell’Emilia stavano diventando sempre più familiari, e la nostra timidezza si era ormai sciolta sotto l’effetto dei brindisi consumati con bibite gasate, bevute in vece del bel rosso rubino di Sangiovese. Così una notte osai; al primo “Quella notte eravamo in dodici”, gli domandai sommessamente: - Ma dove, Artemio? – e, incredibilmente, mi rispose: erano in Siberia, nella primavera del quarantatre.
    Eravamo inseguiti da quei cani dei cosacchi, e mica te li puoi immaginare i cosacchi fino a che non te li trovi davanti. E fin quando te li vedi di fronte, puoi ancora aver fiducia in te stesso o nei compagni. Anche dello schioppo devi aver fiducia. “Son mica più forti di noi, son mica più bravi a sparare con ‘sti schioppi gelati” continui a ripeterti, ma quando li hai visti in faccia, perché erano così vicini che sentivi i loro aliti puzzare come pelli marcite, e in trincea ti toccava di inciampare nei tuoi compagni fottuti da un proiettile o da una scheggia di granata, allora iniziavi a fartela sotto, ad aver paura. Ci accucciavamo, stavamo giù bassi a strisciare sui morti mentre si aspettava con fifa che la notte arrivasse.Le luci notturne dalla città, con i loro riflessi viola, alimentano enormi ombre nella nostra stanza, e il racconto, nel suo svelarsi, mi appassiona. Le pause narrative, profonde come buche nelle quali Artemio casca addormentato, mi permettono di ricostruire il fondale immaginario della battaglia. Così mi è facile vedere in lontananza, imbottigliata nel cunicolo nero della trincea, una moltitudine uniforme di soldati, ingobbiti nello sforzo di sfuggire alle scie dei traccianti nemici. Non so come avvenne, ma infilata la divisa che il racconto mi prestava, fui anch’io in mezzo a loro ad ascoltare l’agonia in differita di quella gente che moriva, e anch’io, come loro, non sapevo dove andare per scappare alla tragedia, al terrore che mi torceva l’anima come un veleno.
    - Tal dich me, bagai – riprende Artemio uscendo dalla spugna del risveglio – stare lì era proprio brutto, ma bisognava pur essere da qualche parte ad aspettare che la notte menasse via; non si poteva mica evitare tutto! Il nostro tenente era l’unico ancora con la divisa in perfetto ordine, senza una macchiolina di fango. Anche i bottoni lucidi, teneva, e ci chiedeva d’essere coraggiosi. Che faccia tosta... – e si riappisola, accompagnando il suo viaggio notturno con il fragoroso russare degli esausti, lasciandomi lì, in compagnia del suo tenente lindo e timoroso. M’immagino quella “faccia tosta” del graduato impartire ordini senza senso, chiedendo agli uomini di esporre la propria vita a beneficio dell’impresa bellica, nella speranza di attrezzare il proprio petto coi minuscoli quadratini colorati dei meriti di guerra, forse persino una croce al Valor Militare, o forse era solo lì a comandare perché i gradi glielo imponevano. Ma è il coraggio ad essere indecente, non la richiesta, penso, perché anche lui, il tenente, ha le brache piene di merda peggio di loro. “Provi Lei, Signor tenente, ad aver coraggio col suo corpo”, mi viene voglia di urlargli attraverso questa trincea lunga più di cinquant’anni, ma di nuovo Artemio si desta e ricomincia il suo motivo.
    - Quando un compagno muore, in trincea la voce si sparge che neanche ci puoi credere, e subito senti qualcuno che dal fondo maledice, sbraita, urla. Piange, magari anche. Anch’io ho pianto, laggiù. Ma aveva ragione quella voce, quel compagno maledetto, rintanato anch’esso sotto l’acquerugiola che ci faceva diventare lucidi di fango, che continuava ad urlare senza sapere più da dove prendere le lacrime, perché urlava la sua rabbia d’uomo cui han rubato i sogni, costretto a sparare contro uomini che non ci avevano fatto nulla, solo per soddisfare qualche gerarca fascista che ci mandava in avanscoperta, facendoci scoprire la vocazione dei condannati a morte. Ah...roba da esserci per capire. Dormi va, che mi fan male le gambe, almeno tu che puoi.
    Una chiazza scura di nuvoloni, volando bassa, sembra voler sfondare tutti i lucernari della città, e l’albeggio si perde all’infinito sopra i tetti di Parma, miscelando monotonamente il colore dei coppi con il grigiore del cielo, fino all’esaurimento della vista. La stanza mi sembra più stretta, meno accogliente. Forse l’eco della morte in battaglia restringe il cuore e la vista. Chissà.
    L’infermiera entra con a seguito il codazzo dei medici curanti. Mi comunicano che domani cambio reparto e, con le lastre in mano della mia tibia, mi annunciano un nuovo intervento. Non sono preoccupato, almeno non più di prima, e allora mi domando cos’è la pazzia, se non un conflitto irrisolto tra gli orrori interni e quelli esterni. Mi volto cercando la silhouette del corpo d’Artemio; è lì, piccolo, persino goffo sotto il lenzuolo, ma immenso ai miei occhi. E’ lì con quel suo corpo tutto intero che ha attraversato terre, regioni e stati, e ha sbaragliato la pazzia dell’uomo senza trattenerne traccia, ma conservando la dignità di chi non ha dimenticato, perciò non è sconfitto.
    (Più tardi, gli infermieri con i camici verdi della sala operatoria verranno a prenderselo per tentare l’intervento all’ernia cervicale, ma, meno di un’ora dopo, lo vedo rientrare in camera accompagnato dal personale del piano: li ha buggerati un’altra volta! Operazione rinviata di nuovo).
    E’ finita da poco la cena, il materasso continua ad inventare per me posizioni nuove e fuori, il chiodo rosso del campanile appunta un cielo sgombrato dalle nubi del mattino. Tra poco si spengono tutte le luci, fuori e dentro l’ospedale. Tra non molto sarà ora di dormire...
    - “Eravamo in dodici quella notte” – se ne esce Artemio ad un certo punto del suo vocio sommesso, come se quella fosse la parola d’ordine per avere accesso ai suoi rimpianti più intimi, una specie di chiave della città dei ricordi – e il tenentino s’era fatto beccare da un pallettone proprio nella testa, il giorno prima. Guardando le sue cervella spappolate e il nero del sangue raggrumato che gli copriva la faccia per intero, pensavo con dispiacere al fatto che, secondo me, gli ufficiali non dovrebbero morire come i soldati. Bisognerebbe dargli una morte bella, e magari seppellirli perché non si veda che i vermi non hanno complessi di grado. Così, morto il tenente e dopo che il sergente non si trovava più, ero diventato il graduato più alto in carica: ero caporale. Mica ci credi te, se ti dico che non avevo mai dato un ordine in vita mia. Neanche a un cane, e boia, mi toccava decidere cosa fare di tutti quei disperati, che ce l’avevano mica la voglia di combattere. Come me, del resto. Le trincee iniziavano a crollare e a puzzare. I sacchi di sabbia erano tutti bucati o rovesciati dentro, sopra i compagni stecchiti. Anche i cosacchi erano stanchi perché sparavano meno ed erano più imprecisi, e poi le linee erano così vicine, che sentivamo i loro superiori impartire ordini e urlare quanto i nostri, finché ce n’erano rimasti. Insomma, sta guerra non piaceva a nessuno, ma noi eravamo in casa loro e bisognava andarcene senza dar troppo fastidio, che era meglio. Della brigata ce n’erano rimasti che undici, e con me faceva dodici, che ero anche graduato, appunto. Allora decido che è meglio se ce ne andiamo quando cala la notte.
    Il tono della sua voce si è abbassato, come se i nemici di allora potessero sentirlo ancora adesso. Il materasso mi consente anche una buona visuale. Si mette seduto sul letto e beve dell’acqua. Si alza e arriva scalzo fino alla finestra. Fissa qualcosa fuori, in lontananza. Le mani appoggiate alla mensola della finestra e le spalle che lentamente gli mangiano il collo. A guardarlo così, mette tenerezza. Poi, d’improvviso, un brivido lo scuote, si volta e senza guardare un punto preciso della stanza  riprende la sua storia.
    - A un bel momento eravamo tutti pronti. Era già tutto nero il cielo, e c’era un’aria fredda che faceva bruciare le dita e le orecchie. Nessuno parlava perché era l’ordine, e si camminava accucciati dentro quel tubo di terra che sembrava infinito. Io avevo pensato di annotare i nomi di tutti i compagni morti che stavano dentro alla trincea, e così ero l’ultimo della fila. Andavo piano io, ma mica mi davano una mano quei briganti dei miei compagni. Dovevo girare i corpi e riconoscerli uno ad uno e, quando non ci riuscivo 'ché il viso non c'era più nemmeno, cercavo di strappare loro la mostrina di riconoscimento che portavano al collo. Un lavoro merdoso peggio che se me lo avesse ordinato il tenente. Ogni morto una bestemmia. Capirai, la rabbia e la paura fanno pensare male di Dio, quando sento davanti a me un’esplosione. E’ un rumore che non si può mai più dimenticare quello delle granate dei mortai...ma te che non hai fatto la guerra, puoi mica sapere.
    Un’infermiera molto giovane fa capolino dalla porta. Si è incuriosita perché ha sentito il parlottio nella stanza. Artemio non se n’è accorto e continua a confabulare con gli spettri dei suoi compagni. La giovane è piena di compassione per le cannule che mi si attorcigliano come edere sulle braccia, forse conosce la mia storia clinica e mi sorride. Poi alza lo sguardo sull’ignaro Artemio, e abbassando gli occhi, scuote la testa ed esce.
    - Non sapevo cosa fare – continua il suo racconto - ero rimasto solo, con tutte le mostrine di quei morti che pendevano dalle mani come refurtiva. Ho iniziato a correre, per come potevo, verso il luogo dell’esplosione cercando i miei compagni. Appena più avanti, ho sentito delle voci: pensavo al nemico, così mi sono acquattato. Urlavano tutti come pazzi, e subito dopo, degli spari. Molti spari, e poi di nuovo silenzio. Nemmeno loro, i russi, si sentivano più. Allora ho capito: i miei erano tutti morti ammazzati. Ho iniziato a piangere e urlare dalla fifa e, nel frattempo, cercavo di correre verso il luogo della mattanza, perché volevo meritarmi anch’io di morire da soldato, 'ché non sapevo comandare, e per colpa mia... Ma il caso ha voluto che, stremato com’ero, mi sento svenire e finisco a terra. Bam, giù anch’io come secco. Quello stesso mattino fui fatto prigioniero e sono stato tra gli ultimi a fare ritorno dai campi di prigionia di Novosibirsk, nella tarda estate del quarantacinque, insieme a centodiciotto prigionieri italiani. I miei compagni...be, loro li sogno ancora. E allora chiedi sempre ad un uomo se riesce a dormire, la notte, perché se ci riesce e dice d’essere infelice, è un bugiardo.
    L’irruzione celeste dell’alba mi sorprende con l’amaro che risale da dentro e si arresta alle labbra, arginato come una piccola onda di melanconia. Artemio s’è di nuovo addormentato. Offre le spalle alla luce che allaga la stanza. Credo di intravedere gli occhi seminascosti dalle lenzuola disordinate della notte appena trascorsa: sta piangendo nel sonno.
    Prima delle mie dimissioni dall’ospedale di Parma, voglio ritornare nel reparto di neurochirurgia. Desidero avere notizie d’Artemio, sapere se è riuscito a superare quel vuoto riempito di colpa che quella notte disgraziata gli ha lasciato dentro. Incontro gli stessi volti di prima, gli stessi infermieri indaffarati ma gentili. Si avvicina la capo sala che sorridendomi, si ferma per i convenevoli di rito. I saluti non superano la soglia della buon’educazione e poi gli intrecci delle mani si disfano velocemente. Chiedo d’Artemio. La capo sala sembra non ricordare. Ripeto senza indugio il nome del mio compagno, ma lei continua a non capire. Mi dice di aspettare. La vedo sparire all’interno del suo studio ed uscirne con un quaderno di plastica blu; è la cartella dei ricoveri. La sfoglia con attenzione e poi, con un gesto regolare, si abbassa sulle ginocchia fino a sfiorare la mia carrozzella, dicendomi:
    - Guardi lei stesso. Nei venti giorni di ricovero in reparto, nella sua stanza non è stato ospitato nessuno, oltre a lei, naturalmente. Non si starà confondendo con il reparto di ortopedia? Ha subito degli interventi importanti e nella fase post-acuta è stato bombardato di morfina con dosaggi intensivi...mi dispiace, non so come altro potrei aiutarla -.
    Mi tende la mano di nuovo, mettendo in mostra il sorriso protocollare dei saluti. Sono annichilito ma ho voglia di sorridere, e senza nemmeno sapere perché, mi spingo per i corridoi del reparto arrivando davanti alla camera che mi ha visto, apparentemente, ospite di un fantasma. Faccio capolino con discrezione. La stanza è disabitata. Ci entro. Riconosco subito l’odore forte di varechina che usano per lavare le lenzuola. I due letti sono sfatti e mostrano le reti metalliche come le brande vuote dei soldati. Dilato fino allo spasmo i polmoni cercando tra le dalie dell’aria anche la minima traccia odorosa della presenza di Artemio. Sospiro sgonfiando l’illusione e me ne vado.
    Milano è già sull’orizzonte dell’automobile, ma so che Artemio è rimasto là ad aspettare il suo prossimo compagno.
     
    FINE

  • 30 gennaio 2014 alle ore 16:12
    Secondo te...

    Come comincia: Secondo te. . . infondo infondo , nel fondo del fondo ( di IN-FONDO) insomma, tu credi di far parte di una generazione? Hai mai pensato ci han fottuti tutti? Insomma, sempre li nel fondo di infondo io penso, ci han fottuto alla grande, tutte queste  stronzate qua “l'ammore”, l'odio, la rivolta, la politica, lo spazzolino ultra white , la storia, l'università , il lavoro , il caffè caldo versato nel giaccio, mah. . . Pure io sai, ti dirò bevo succo al ribes nero. O il tipo che ti guarda con lo sguardo penetrante , di associazioni in associazioni, lo yogurt ai cereali, quella si è stata la “genialata” del secolo anche se ormai nella noia del annoiarsi, mi ha annoiato anche quello, quello! Lo yogurt ai cereali, e cosi ho pensato fosse giusto darsi al caffè amaro, per cambiare abitudine e non sentirsi correlata a quell'abitudine di prendere il caffè con pochissimo zucchero. Ora ho una nuova abitudine guardare il soffitto: credi abbiano messo anche nei soffitti qualcosa per fotterci?

    L'ho pensavo questa mattina alle cinque mentre osservavo quel soffitto.

    Poi mi son spostata in un altra stanza per guardar un altro soffitto e capire se la sensazione fosse tale a quale alla precedente, con sorpresa mi son resa conto che no!Non era più tale a quale  precedente, c'era qualcosa che era cambiato: la fatica di essermi spostata da una stanza all'altra.

    Io credo ci han fottuti, si , ci han fregati, in fondo in fondo (del fondo del mio profondo) ho pianto.



    Siddharta-Asia Lomartire 

  • 28 gennaio 2014 alle ore 12:10
    Rappresentazione

    Come comincia: Cavoli. La sera del debutto il giovane, alto e magrissimo, sedeva al centro del palco. Per nulla emozionato. Incosciente ed arrogante. Guardava un punto bianco che copriva, come una pezza male tagliata, la parete grigia della sua verità.
    Uscito per tempo aveva preso il vento buono per le corna, ma non aveva potuto legarlo perché non aveva un laccio. Come re di un perduto reame aveva costeggiato tutti i fiori della strada, le case, il castello, il fiume, l’aria, la luce…
    Tutto aveva costeggiato correndo sul filo della speranza senza trovare il filo.
    Un filo, anche sottilissimo. Di qualsiasi genere.
    Corse allora sul filo dell’intelligenza, senza incespicare. Si fermò in riva al mare e abbracciò la luna dilatata in un cielo di cristallo. Si rotolò con lei sulla sabbia ascoltando una musica che non aveva mai sentito. Amò i suoi mille volti con amore, oltre l’amore.
    Finalmente si addormentò stanco fra le sue braccia. Nel buio completo vide una folla di gente sconosciuta scorrere come una fiumana.
    Si accostò a questa folla e guardò le loro facce. Bianche, nere, rosse, gialle. Allegre, tristi, sveglie, assonnate, stanche. Interessanti, insignificanti. Facce, facce, facce… ovunque facce. All’improvviso la folla si fermò e fu un continuo scambio frenetico di facce e di … parole. Sì parole, senza suono e senza significato. Lontano da questa babele, sopra uno schermo gigante, la piccola ombra di un bambino inginocchiato raccoglieva una rosa dal fango.
    Il giorno arrivò piangendo in un tassì sgangherato.

    Rappresentazione molto apprezzata. Il successo sale sulla limousine bianca per entrare nella quotidianità trasformista.
    E con ciò?

     

  • 25 gennaio 2014 alle ore 20:29
    Ai mercatini natalizi aquilani...

    Come comincia: La bocca inquietante della galleria di San Rocco s’apriva alla sommità della salita, pronta a divorare il nostro pullman Gran Turismo che procedeva impavido sull’Autostrada dei Parchi. Ci ritrovammo nella semioscurità, in attesa dell’uscita che non avremmo raggiunto, se non dopo aver percorso quattro interminabili chilometri. Luci giallognole scivolavano sul parabrezza, indugiando sul volto assonnato di ognuno di noi. I sobbalzi dell’automezzo mi riportarono alla mattina del sei aprile duemilanove, quando L’Aquila fu sfigurata dalla violenza d’un terremoto devastante.
    I tragici eventi di quel giorno scorrevano davanti ai miei occhi, come se non fossero trascorsi cinque anni da quando la terra iniziò a tremare con inaudita irruenza. Onde rabbiose s’abbatterono sulla casa in cui abitavo, trasformando i sogni che immaginavo di vivere in una realtà da incubo, ancora lontana dalla sua conclusione. Il letto non era altro che una barca alla deriva in balia d’un mare in burrasca ed il soffitto si squarciava, lasciando cadere sulle carcasse dei mobili mattoni e calcinacci di svariate dimensioni. Un sordo boato segnò la fine di quella danza infernale, durata appena trentaquattro secondi. Una notevole quantità di polvere saturava l’ambiente, procurandomi una tosse stizzosa che non accennava a placarsi. In strada regnava il silenzio, rotto dall’ululato delle sirene, dalle imprecazioni, dalle urla di terrore, dall’angoscia e da una palpabile sensazione d’impotenza. Recuperati frettolosamentei documenti, qualche effetto personale ed i vestiti, mi avventurai, a tentoni, verso la porta d’ingresso. Soltanto allora realizzai d’essere scampato miracolosamente alla morte, allontanandomi di corsa da quel luogo, divenuto improvvisamente inospitale. Sembrava che qualcuno avesse cancellato dal cielo il tremulo bagliore delle stelle, sostituendolo con un chiarore sanguigno che illuminava lo scenario apocalittico sottostante. L’erogazione di corrente elettrica fu interrotta e la città precipitò nelle tenebre, trascinando gli aquilani in un mondo senza futuro, in cui era stata bandita la speranza. Salii in macchina e, zigzagando tra le macerie, tentai d’uscire dalle mura cittadine. Sulla Statale diciassette mi resi conto di sbandare, ritrovandomi spesso sulla corsia opposta della carreggiata. Decisi di rischiare e tirai dritto verso occidente, intenzionato a raggiungere il primo centro abitato che ospitasse un albergo dalla struttura antisismica. Qualche mese prima avevo attraversato il paesino di Cotilia, situato sulla linea di confine tra Abruzzo e Lazio. Lì mi soffermai ad osservare “I tre orsacchiotti”, un grazioso Hotel che s’affacciava sulla Via Salaria con la sua insegna spiritosa. Mi sarei trovato così a soli trenta chilometri dall’epicentro del sisma ed avrei potuto raggiungere la mia città natale ogni qual volta ve ne fosse stato bisogno. I notiziari radiotelevisivi si susseguivano, conferendo al dramma la connotazione della catastrofe. Si parlava del ritrovamento di circa trecento vittime, per lo più giovani studenti universitari, colti nel sonno dal crollo della “Casa dello studente”.
    Non era ancora possibile avere informazioni precise e, come spesso accade in questi frangenti, la realtà si confondeva con il “sentito dire”.
     
    “Signore e signori buongiorno! Tra pochi minuti saremo a L’Aquila. Scenderemo all’Hotel “Canadian”, nella cui sala ristorante ci attende una sostanziosa colazione!” annunciò Giulia, la guida del gruppo.
    La vetta innevata del Gran Sasso d’Italia s’ergeva davanti a noi in tutta la sua imponenza, mentre affondava nel cuore etereo del cielo invernale. La ferita iniziava a sanguinare d’un sangue candido e lieve, quasi fosse una pioggia d’ovatta in fiocchi cristallini. I primi, deboli raggi d’un sole sbiadito s’allungavano sulle acque increspate del fiume Aterno, rimbalzando tra le onde argentate.
    Una breve discesa e lasciammo l’autostrada”A24”, uscendo al casello di “L’Aquila Ovest”.
    Il viaggio era stato confortevole, nonostante le undici ore, trascorse all’interno del pullman delle “Autolinee Piemontesi” che aveva fatto soltanto tre brevi soste lungo la strada. Ottocentocinquanta chilometri, percorsi senza problemi da Mondovì a L’Aquila per visitare i caratteristici mercatini natalizi del capoluogo abruzzese: un’escursione enogastronomica alla riscoperta dei sapori d’un tempo, attraverso il pregio dei monumenti, l’originalità dell’artigianato,la storia religiosa e la cultura, nel contesto di suggestivi paesaggi montani.
     
    Giulia s’avvicinò ai tavoli, pregandoci di raggiungerla nella saletta riunioni dell’albergo per programmare una prima visita della città. I lunghi capelli biondi le scendevano sino alle spalle, sfiorando la lana di un maglione blu attraversato orizzontalmente da tre sottili bande bianche.
    Si muoveva con agilità, padroneggiando il portamento d’un fisico atletico e slanciato. Dal suo metro e settanta di statura riusciva a dominare gli sguardi di tutti, spostando i grandi occhi celesti con un movimento impercettibile, ma attento. Il tono di voce, fermo e persuasivo, era quello del leader, velato da una gradevole inflessione piemontese.
     
    “Sono certa cheanche voi avvertiate la necessitàdi riposare, fare una doccia calda e sistemare i bagagli. Nel pomeriggio avrei intenzione di mostrarvi la Basilica di S. Maria di Collemaggio. Il pranzo sarà servito alle dodici e trenta. Dimenticavo... devo notificare a chi non intendesse essere dei nostri, una disposizione della Protezione Civile: è vietato e pericoloso avventurarsi nella cosiddetta “Zona Rossa”. I trasgressori saranno fermati e multati dalle forze dell’ordine. Un provvedimento necessario a prevenire atti di “sciacallaggio”, verificatisi dopo il sisma ed ancora attuali. Grazie dell’attenzione e... a più tardi!”
     
    Rimasi nella saletta, provando ad immaginare cosa avrei visto una volta uscito dall’Hotel.
    Un atroce dubbio iniziava a farsi largonella mia mente: le promesse di allora, l’interesse dei politici, le gare di solidarietà, l’impegno a ricostruire avevano segnato i mesi immediatamente successivi alla catastrofe, ma dopo alcuni anni i fatti avrebbero dovuto sostituirsi alle parole, restituendo le case a chi le aveva perdute e la dignità agli abitanti d’una “città fantasma”. Le pastoie burocratiche a cui tutti noi c’eravamo dovuti sottoporre avrebbero dovuto cedere il passo al lavoro dei tecnici, delle ruspe, degli operai e a chiunque avesse voluto contribuire ad una rinascita della speranza. Senza dubbio, le mie, erano considerazioni pessimistiche che non trovavano alcun riscontro nella realtà. La mia particolare condizione d’esule in patria, di profugo in Piemonte e i tempi esagerati prospettatimi per tornare nell’abitazione dalla quale ero fuggito anni addietro, mi rendevano poco obiettivo. Mi sembrò di rivedere il depliant in cui si pubblicizzavano i viaggi organizzati per scoprire i più singolari mercatini natalizi italiani e provare di nuovo quella nostalgia che aveva risvegliato in me il morboso desiderio di tornare nella mia terra. La stanchezza iniziava a farsi sentire e pensai che sarebbe stato meglio andare a dormire, smettendo di giocherellare ossessivamente con le chiavi della stanza.
     
    Alle quindici ci ritrovammo nel parcheggio del ”Canadian”. L’aria era pungente ed unvento gelido ci schiaffeggiava, obbligandoci a cercare riparo a bordo del Pullman. Il cielo slavato del mattino aveva avuto il tempo di ripulirsi dalle nubi, lasciando che il bagliore dorato del sole lambisse i candidi fianchi dei monti. I miei compagni di viaggio erano meravigliati da quel clima, molto simile a quello prealpino, ma di gran lunga più rigido. L’entusiasmo per l’escursione aveva confuso le loro cognizioni geografiche, allontanandoli dalla realtà in cui erano venuti a trovarsi. Giulia ci raggiunse, mentre io mi guardavo intorno con curiosità, sforzandomi di decifrare l’incredibile visione che mi si parava davanti. Il passato mi trascinò con sé, riproponendomi quello scorcio di periferia, attraversato per fuggire da L’Aquila, da quell’incubo che spesso tornava a popolare i miei sogni.
    Mi sedetti dalla parte del finestrino e rimasi a pensare, mentre il resto della comitiva prendeva posto sull’autobus. Giulia era in piedi, accanto all’autista, pronta a rispondere alle domande che sapeva le sarebbero state poste di lì a poco. C’inserimmo nel traffico cittadino, percorrendo Viale Corrado IV.
    “Che orrore!... Questi edifici pare abbiano subito un vero e proprio bombardamento! E... gli aiuti inviati da tutta Italia dove sono finiti? Dove si sono cacciati gli esponenti del governo che si soffermavano davanti alle telecamere contriti e pieni di buoni propositi?... E’ vergo...”
    “... Vergognoso… sì... vergognoso è la parola giusta per definire una situazione inimmaginabile, grottesca! Cinque anni per imbragare costruzioni destinate all’abbattimento! Ora capisco il perché della reticenza che riscontravo nelle risposte dei miei amici... le mie domande erano naturali, ma imbarazzanti! Giulia... speriamo che una volta in Centro lo scenario cambi, che l’espressione di sconcerto dipinta sul tuo viso scompaia.”
    Un mormorio eloquente si levava alle mie spalle, variando di tono ogni qual volta incontravamo gli scheletri di palazzine pericolanti o cumuli di macerie coperte da rovi. Giulia mi sfiorò il braccio in segno di partecipazione e, impugnato il microfono, esordì: “Non sarò io a commentare la triste verità che andiamo scoprendo lungo la strada, ma un cittadino aquilano: il nostro amico Renzo!”. Ero stato chiamato in causa senza preavviso, ma mi sentii in dovere di esprimere il mio sdegno e lo scoraggiamento che mi affliggevano. Mi avvicinai alla ragazza con l’intento di trovare le parole per raccontare il dramma che m’aveva portato in Piemonte, quando sentii lacrime copiose scorrere in gola e mi lasciai andare ad un pianto convulso. La disperazione mi aveva sopraffatto, ma riacquistai rapidamente il controllo, iniziando a narrare la mia storia, simile a quella di tanti miei concittadini. Arrivammo così sul Piazzale di Collemaggio, portando nel cuore la segreta speranza di cambiare opinione su quanto avevamo visto precedentemente. Al limite opposto d’un grande spiazzo erboso, attorniato da panchine in pietra, si poteva scorgere la prestigiosa facciata della Basilica. La porta centrale era sprangata ed un’imbragatura metallica la percorreva in lungo e in largo, quasi a nasconderne la pregevolezza e l’austerità. La nostra guida c’invitò a seguirla, dirigendosi verso la costruzione. Ci arrestammo a circa trenta metri di distanza, avvolti da un silenzio irreale che trasmetteva una deprimente sensazione d’abbandono. Giulia decise di fornire particolari più dettagliati sul luogo di culto: “Questa è la basilica di Santa Maria di Collemaggio, fondata nel milleduecentottantasette per volere di Pietro da Morrone, incoronato Papa Celestino V, nel milleduecentonovantaquattro. E’ il più importante monumento religioso della città. Contiene la prima Porta Santa del mondo ed è sede di un giubileo annuale unico nel suo genere. La Chiesa è stata gravemente danneggiata durante il terremoto. In seguito a una relazione predisposta da esperti, a metà agosto dell’anno in corso è stata chiusa con un'Ordinanza Municipale. I lavori di restauro dell'intero complesso, finanziati dall'E. N. I., dovrebbero terminare nel duemilasedici... Per la verità quest’ultima notizia l’ho appresa stamane tramite Internet e non so quanto sia credibile!”
    La mia mente era lontana, persa a rincorrere i ricordi suggeriti dalla malinconia. Ripensavo alle lunghe passeggiate nel Parco del Sole, poco distante dall’enorme sagrato naturale offerto dalla morfologia del posto; agli spettacoli all’aperto, tenuti da famosi cantanti del momento; alle fresche serate d’estate in cui gli amici ed i conoscenti si ritrovavano per bere un cocktail ghiacciato.
    La jeep dei militari ferma sul ciglio della strada, però, mi riportava a quell’assurda realtà che avrei voluto cancellare. Era il giorno precedente la festività dell’Immacolata e rammentai l’usanza cittadina di allestire un mercatino tra le aiuole dei giardini pubblici del Centro storico. Avrei illustrato a Giulia la mia idea, convinto che quello era il momento adatto per allentare la tensione che incombeva sul gruppo.
    “Renzo... siamo letteralmente basiti! Comprendiamo quanto sia spiacevole vivere in prima personaquesta evidente dimostrazione di superficialità e d’indifferenza... Vorremmo manifestarti tutta la nostra solidarietà... Abbiamo pensato che non sarebbe male curiosare in qualche negozio prima di tornare in Albergo. Mi piacerebbe che tu prendessi momentaneamente il mio posto... Ti va?”
    Gli amici monregalesi avevano saputo leggere nel profondo del mio animo ed avevano deciso di allontanarmi dai cupi pensieri che soffocavano un cuore in tumulto.
    “E’ un’ottima trovata! Sarò felice di farvi da guida... seguitemi!”
    Mentre ci dirigevamo verso il mercatino, riemergevo da quel torpore mentale che m’aveva isolato dagli altri escursionisti, riacquistando la voglia d’esistere e la ferma intenzione di non mollare. Numerose bancarelle occupavano la Villa Comunale, esponendo i più svariati prodotti abruzzesi. Iniziammo così ad aggirarci tra di esse, soffermando lo sguardo sui dolciumi, i formaggi, gli insaccati, le ceramiche e gli oggetti in rame, forgiati da impareggiabili artigiani.
    Giulia sgranocchiava un torrone morbido di cioccolato, ripieno di nocciole, la cui antica ricetta risaliva al milleottocentonovantatré, mentre molti acquistavano manufatti in rame, raffiguranti i monumenti più importanti de L’Aquila. Anch’io avevo fatto delle compere, giungendo ad una elementare decisione: guardare ciò che era ancora distrutto e fissarlo nella mente con l’aiuto dipreziosi dipinti o di stupende incisioni. La debole luce dei lampioni faceva capolino tra le chiome degli ippocastani, quando, tra la folla, notai una figura sfuggente, una sorta di spiritello barbuto che indossava l’inconfondibile costume di Babbo Natale. Mentre lo seguivo con lo sguardo, fui distratto dalla voce di Rosanna, una delle prime amicizie fatte a Mondovì.
    “La tua terra mi ha conquistato! Le montagne, i sapori, la gente, gli odori… potrei giurare che siamo in... Piemonte!”
    In quel mentre, mi accorsi di non avere più con me le sacche della spesa e vidi allontanarsi, correndo, l’essere stravagante che aveva attirato la mia attenzione qualche minuto prima.
    Il ladruncolo era ormai irraggiungibile... lontano. Con lui si volatilizzava la memoria della gioventù, delle amicizie, della mia amata città, delle mie radici! Il buio s’era fatto più fitto e non riuscii a sfuggirgli, precipitando nelle tenebre della mia cecità! Mi chiesi, allora, se fossi mai stato a L’Aquila...

  • 25 gennaio 2014 alle ore 15:44
    Lei, la casa.

    Come comincia: La fredda serata invernale invogliava a starsene al caldo sul divano e a Lei, la casa, piaceva quella sensazione di famiglia, riunita dopo un'intensa giornata. L'uomo lavorava in una piccola officina di paese, mentre la donna era impiegata part-time all'ufficio postale, lavoro che le permetteva di seguire i due figli adolescenti impegnati nello studio e nelle loro attività extrascolastiche. Di lì a qualche mese la figlia avrebbe affrontato gli esami di maturità, mentre il fratello frequentava la quarta superiore con alcune difficoltà. A volte i due giovani non seguivano le direttive dei genitori e in loro assenza trasgredivano ad alcune regole ma senza eccedere. La ragazza ogni tanto ospitava il suo fidanzato e alcuni pomeriggi, programmati per studiare, finivano in cameretta sotto le coperte mentre Lei, la casa, si divertiva ad osservare i tentativi della giovane di nascondere le tracce e le altrettante volte in cui la madre scopriva tutto tenendolo nascosto al marito perché non gradiva, anche se probabilmente aveva dei sospetti ma faceva finta di niente. Ma Lei, la casa, lo vedeva, lo sentiva brontolare e anche quando lui riprendeva i figli, Lei sentiva tutto l'affetto che l'uomo provava per loro. Adesso i due genitori erano comodi sul divano, lui che massaggiava le gambe stanche della moglie mentre lei faceva il resoconto della giornata e alla tv stava passando uno speciale sull'ennesimo cataclisma tropicale. Osservavano quelle scene raccapriccianti eliminandole automaticamente dalla loro mente; spesso, purtroppo, i ritmi imposti dalla vita non lasciavano spazio ai problemi altrui. Eppure un'immagine attirò l'attenzione della donna che si irrigidì all'istante, colpita nel suo animo sensibile; scena che invece era sfuggita al marito intento a massaggiarla e ad ascoltarla, perciò la reazione della moglie lo sorprese.
    "Hai visto? Caro, hai visto quelle immagini?"
    "Quali in particolare? Sono 20 minuti che passano scene tremende"
    "No, no. Quell'immagine, le due donne che si sono abbracciate dopo aver fatto il segno della croce e sono poi state travolte dal fango"
    "Avranno affidato la loro anima al signore consapevoli della fine imminente"
    "Infatti. Sono state lucide fino alla fine, niente isterismi, niente pazzie, un segno della croce che è il gesto di fede estrema e poi un abbraccio a significare che la morte non le avrebbe separate"
    "Si, forse è così,o forse la tua fervida immaginazione ti fa interpretare dei semplici gesti come avvenimenti eccezionali, ma in fondo il tuo animo gentile è più delicato del mio" Si amavano.
    I ragazzi erano nelle rispettive camere; la figlia stava finendo una ricerca da presentare a scuola mentre il fratello era impegnato in una conversazione telefonica con il suo amico del cuore. Lei, la casa, sapeva delle sue inclinazioni affettive e spesso condivideva i suoi difficili momenti. Essere gay non era un peccato, la società moderna sbandierava apertura e accoglienza per chiunque, ma nella realtà quotidiana era difficile far capire la propria situazione, rischiando di essere marchiati a vita. Sentire la sua voce melodiosa e felice impegnata in quella conversazione, faceva comprendere come la vita non rendesse giustizia a tante persone e Lei, la casa, avrebbe voluto far vedere quelle scene e sentire quelle parole al mondo intero e forse anche i cuori più duri si sarebbero inteneriti, ma non poteva far nulla.
    In sala i due genitori avevano cambiato canale; basta disastri, basta lacrime. Adesso stavano guardando una commedia con forti risvolti comici, era venerdì sera e avevano voglia di rilassarsi. Si accese la luce, la figlia aveva l'aria stanca di chi ha studiato parecchio.
    "Hai un'aria stravolta tesoro, fai una  pausa?"
    "Si mamma e mi preparo una tisana calda"
    "Tuo fratello?"
    "E' in cmera sua, al telefono"
    "Con il suo amico?" Chiese il padre.
    "Si papà" Calò il silenzio e la ragazza si rifugiò in cucina. Lei sapeva della storia del fratello e lo sapeva anche sua madre, mentre il padre aveva solo dei forti sospetti; l'uomo non soffriva di questa cosa, voleva bene al figlio e avrebbe sostenuto qualsiasi sua scelta. Soffriva invece del fatto che non lo coinvolgessero direttamente nella faccenda, forse temendo la sua reazione. Strinse forte la mano della moglie che, capendo il suo stato d'animo, ricambiò la stretta.
    Era una famiglia unita, le tribolazioni quotidiane cementavano ogni giorno di più il loro rapporto e Lei, la casa; era in prima fila a godersi lo spettacolo della vita.
    Il ragazzo era ancora al cellulare, ultimamente faceva sempre più fatica a chiudere la conversazione; parole dolci e sincere, fra due cuori aperti. Era bello sentire quella gioia, priva di censure perché protetta dall'intimità della sua camera ma il mondo, fuori dal nido, era ben altra cosa. Alla fine chiuse la telefonata e strinse il cellulare a se; era un ragazzo dolcissimo e Lei, la casa, lo adorava.
    Il ragazzo decise di andare in cucina a farsi uno spuntino e trovò la sorella intenta a bere una tisana fumante, i loro sguardi si incrociarono e lui abbassò il capo.
    "Parla con papà, è giusto che anche lui sappia" Disse la ragazza.
    "Cosa dovrebbe sapere?" Rispose seccamente il fratello.
    "Non fare il finto tonto, lo sai a cosa mi riferisco"
    "Non posso"
    "Perché?"
    "Perché non posso, non voglio"
    "Hai paura? Vergogna?"
    "O cazzarola quante storie! Non voglio, punto"
    "Non è scemo, capisce e soffre, si sente tagliato fuori"
    "E allora? Vado da lui e gli dico <papà, sono frocio> è questo che devo fare? Mi devo umiliare davanti a lui?"
    "Non capisci una mazza, ti vuole bene, non sarebbe umiliarsi davanti a lui ma renderlo partecipe"
    "Ha sempre avuto idee strane a riguardo"
    "Ma ha sempre detto che il mondo è vario e che alcune cose sono più grandi della sua comprensione"
    "Non ora, ci devo pensare"
    "Ha chiesto di te prima, parlaci" In quel momento entrò in cucina la madre.
    "Ecco i miei tesori" Era sorridente, poi notò le loro facce scure e chiese sottovoce:
    "Qualche problema?"
    "Ho detto che deve parlare con papà" Disse la figlia. I tre restarono in silenzio, soppesando quella ipotesi.
    "Si, è giusto che vi parliate, da uomo a uomo"
    "Ma mamma!?" Imprecò il figlio.
    "Si, da uomo a uomo" Confermò la madre. Si servirono qualcosa da bere e da mangiare senza più dire una parola. Quante volte Lei, la casa, aveva assistito a scene del genere; anche in una famiglia dove ci si vuole bene captano dei momenti di tensione e spesso il silenzio evita di peggiorare la situazione. Avevano parlato liberamente esponendo i propri pensieri, cosa sempre più rara al giorno d'oggi e Lei, la casa, aveva la fortuna di vivere le loro emozioni e di sentire il loro calore, tutti i giorni.
    "Va bene mamma, hai ragione, devo affrontare questa cosa da uomo" La donna si commosse e i suoi occhi diventarono lucidi. Anche la figlia fu scossa da un fremito lungo la schiena e istintivamente afferrò la vicina mano della madre. Erano quelle le scene preferite da Lei, la casa, quando i sentimenti veri riempivano ogni anfratto rendendola felicissima.
    La madre si avvicinò al figlio.
    "Noi andiamo in camera, stai tranquillo, tuo padre ti vuole bene" Lo baciò teneramente sulla testa e si avviò verso la camera matrimoniale e anche sua sorella lo baciò, senza dir nulla.
    Adesso Lei, la casa, era curiosa di vedere cosa sarebbe successo. Il ragazzo sembrava deciso e il padre era in sala, seduto sul divano, come se lo aspettasse. Uscì deciso dalla cucina e si diresse dal padre avvicinandosi a lui senza far rumore.
    Il genitore si accorse della sua presenza e accese la lampada poggiata a lato del divano, i due si ritrovarono faccia a faccia a pochi centimetri di distanza. Il figlio respirò a fondo e poi disse tutto d'un fiato:
    "Papà ti devo parlare di una cosa importante e vorrei che tu mi ascoltassi" Temendo la reazione del genitore, si strinse tra le spalle abbassando la testa, in modo da proteggersi. Il padre capì quel gesto ed ebbe un sussulto di vergogna <Ma che razza di padre sono se mio figlio ha paura di parlarmi?> Pensò rabbuiandosi in viso; suo figlio gli aveva chiesto una cosa, doveva rispondere.
    "Sediamoci. Dimmi cosa ti turba, non avere paura ne tantomeno vergogna, sono tuo padre e prima di tutto voglio il bene della mia famiglia" Il ragazzo allentò la tensione e si mise a sedere sul divano con suo padre. L'uomo apprezzò quel gesto e parlò per primo.
    "Prima che tu parli, voglio raccontarti una storia. Non la conosce nessuno, nemmeno tua madre. Sai quanto le voglio bene, ma ho tenuto questo segreto per tutti questi anni e penso che tu, adesso, abbia la maturità e l'intelligenza per capire ciò che sto per dirti e sono altrettanto sicuro che terrai questa storia per te" Fece un grosso respiro prima di proseguire "Avevo più o meno la tua età, non andavo a scuola, lavoravo in officina come apprendista. Il figlio del mio capo aveva un paio d'anni più di me, vestiva sempre elegante e guidava macchine che io apprezzavo solo sulle riviste. Ogni tanto scendeva in officina e si fermava a parlare con me, aveva un carattere espansivo e spesso mi abbracciava con forza mettendomi tremendamante in imbarazzo; per prima cosa era il figlio del padrone e non volevo si pensasse che fossi un perditempo, ma il motivo principale della mia vergogna era che in paese girava voce che fosse gay. Oggi sembra ridicola la cosa, ma ai tempi, se ti marchiavano, restavi segnato a vita e io non volevo sentirmi dire frocio per il resto dei miei giorni. Sta di fatto che lui veniva a trovarmi sempre più spesso, anche fuori dall'orario di lavoro. Conoscevo già tua madre e anche se non eravamo ancora fidanzati a sua insaputa ho finto spesso di esserlo pur di far capire al figlio del mio capo che non mi interessavano gli uomini.
    Una sera eravamo al bar, era piuttosto tardi ed eravamo restati in pochi amici, le ragazze erano già andate a casa e tutto ad un tratto arrivò lui, al volante di una spider e visibilmente ubriaco. C'erano anche due donne, due prostitute e i ragazzi pensarono che volesse far colpo su di noi, ma io sospettavo che il motivo fosse un altro. Alcuni giorni prima mi aveva fatto una dichiarazione; quel pazzo si era innamorato di me.L'educazione ricevuta dai miei genitori, i tui nonni, mi impose di mantenere una calma che in quel momento mi sembrò fuori luogo. Avrei voluto gridargli in faccia di togliersi dalle scatole, che io non ero frocio e che lui poteva andare a prenderselo in quel posto da un'altra parte, ecco cosa avrei voluto dirgli. Invece mi limitai a rispondere vagamente senza metter in chiaro le cose, forse stavo difendendo il mio posto di lavoro. Non la prese male, anzi, disse che la cosa lo eccitava e quella sera al bar ne era la dimostrazione. Il giorno successivo, in officina, ancora annebbiato dai fumi dell'alcol tornò alla carica e io persi la pazienza; lo insultai pesantemente, alcuni operai presenti si avvicinarono per capire cosa stesse succedendo e non mi accorsi che c'era anche suo padre; per farla breve fui licenziato e non seppi più niente di loro. Dopo circa un anno trovarono il ragazzo impiccato nell'officina del padre, nessun biglietto, nessuna spiegazione. La notizia fece rapidamente il giro del paese e alla sera tutti sapevano dell'accaduto. Il giorno seguente mia mamma mi consegnò una raccomandata indirizzata a me, arrivava dalla capitale. La aprii con curiosità, chi mi scriveva dalla capitale? Restai di sasso, era lui, poche parole ma dritte al cuore: <Ti amavo veramente, ma il TUO destino era un altro. Non piangermi, ricordati di me> Nessun accenno, niente nomi, ma io sapevo che era lui. Quell'evento mi segnò profondamente, non so dirti se positivamente o meno. Oggi però penso di essere pronto a qualsiasi cosa" Il figlio l'aveva ascoltato attentamente, senza mai interromperlo, sentire il padre confessare il suo segreto lo aveva meravigliato: lui, l'uomo tutto d'un pezzo, aveva aperto il proprio cuore al figlio.
    Lei, la casa, avvertiva chiaramente la tensione e l'emozione dei due uomini emanava una tale energia da far risplendere la stanza mentre Lei si beava di tutto ciò. Il ragazzo si avvicinò al padre e con un gesto affettuoso lo abbracciò e gli sussurrò nell'orecchio "Papà, sono gay" E poi scoppiò in lacrime, anche il padre prese a piangere e l'abbraccio tra i due si fece intenso, quasi a voler fondere le proprie sensazioni l'uno con l'altro. Poi il padre baciò il figlio in testa e con voce strozzata dal pianto riuscì a dire "Grazie figliolo, grazie. Tuo padre è qui, con te. Ti voglio bene, sempre e comunque" Continuarono a piangere e a tenersi abbracciati per parecchi minuti poi l'uomo disse al figlio di andare a riposare e di star tranquillo, la sua famiglia era con lui. Il ragazzo raggiunse la sua camera e prima di coricarsi inviò un messaggio al suo amico del cuore.
    Nel frattempo il padre aveva raggiunto la moglie che era sveglia ad aspettarlo; dalla faccia del marito capì che si erano parlati "Vi siete chiariti?" Chiese lei speranzosa "Più di quanto immagini tesoro, credimi, più di quanto immagini" "Si sdraiò nel letto e i due si addormentarono abbracciati.
    Quante emozioni quel giorno e che rivelazioni alla sera. Adesso erano tutti nel letto, soto le coperte. Fuori la temperatura si era leggermente alzata e grossi fiocchi di neve avevano cominciato a ricoprire le superfici ghiacciate. Dormivano, circondati da quel silenzio irreale che si crea quando nevica forte, nel giro di qualche ora sarebbe stata mattina e una nuova giornata avrebbe accompagnato il cammino di quella famiglia che le regalava gioia e serenità. Avrebbe pensato Lei a proteggerli e coccolarli, con il suo calore, con la sua intimità. Si dice che quattro mura e un tetto sulla testa bastano per vivere, ma Lei non era solo un tetto e quattro mura; Lei era la loro casa e loro la sua famiglia.

  • 24 gennaio 2014 alle ore 0:02
    Certi pensieri di ghiaccio

    Come comincia: - Guardi che in casa nostra si cucina con il burro e lo strutto; l'olio lo usiamo solo per non fare cigolare i cardini delle porte.

    Così rispose al medico di famiglia che poco prima, ironizzando, gli aveva chiesto di cambiare almeno i condimenti, perché il livello del sangue nei trigliceridi e nel colesterolo era troppo basso.

    Oltre che con l'olio anche con i dottori aveva un pessimo rapporto, e pure con l'acqua, che appena poteva sostituiva egregiamente con altri liquidi.

    Per esempio placava la sete, scacciava i momenti brutti e ricamava quelli belli con un buon bicchiere di vino, ma in caso di necessità andava bene anche quello di qualità inferiore.

    L'unica concessione che dopo la visita fece al medico fu di prendere le pastiglie prescritte, naturalmente senza l'ausilio dell'acqua.

    Per dire la verità più di una volta ci aveva provato, ma gli erano sempre andate di traverso, cosa che invece con il vino non succedeva.

    Non che considerasse l'acqua un bene superfluo, tutt'altro: aveva sempre fatto il contadino e capiva benissimo l'importanza di quella risorsa per la campagna, l'orto, il frutteto, le bestie.

    Il fatto era che l'acqua aveva riempito la sua vita di fatica e rabbia, lacrime e sensi di colpa.

    Notti intere a bagno nei freddi fontanili per portare a casa un po' di pesce da vendere per poche lire alle famiglie che abitavano con lui alla cascina; ore e ore di lavoro per aprire e chiudere le pesanti paratoie delle rogge e dei canali d'irrigazione; spesso il lavoro di mesi perso in poco tempo a causa della pioggia che sembrava buttata giù a secchi, o della grandine che a volte aveva la forza devastante di una fitta gragnuola di sassi e bastonate.

    Per non parlare di quando, lasciata la cascina, prese in gestione un frutteto di collina.

    Diverse volte l’anno doveva fare i trattamenti contro i parassiti che aggredivano le piante.

    Sopra un carretto metteva una grossa cisterna, la riempiva di acqua e veleno e poi, a forza di braccia, via lungo il sentiero in salita che collegava le fasce della collina dov'erano sistemate le piante di frutta da irrorare.

    Un massacro a cui, come aiutanti, dovevamo partecipare anche noi ragazzi.

    Immensa la fatica, soprattutto nei mesi estivi, quando il caldo africano sbottava; forte, in quei momenti, la voglia di essere altrove.

    Capitava anche che se c'era qualche improvvisa folata di vento, l'acqua marcia spruzzata sulle piante tornasse indietro, con gran soddisfazione dei parassiti; quando succedeva non era certo una situazione piacevole: oltre alla fatica la beffa.

    Noi ragazzi poi eravamo svantaggiati: per via della giovane età e del fatto che frequentavamo il corso di catechismo, non potevamo imprecare; cosa che invece regolarmente faceva nostro padre, subito rimproverato dalla moglie che lo richiamava all'istante ai suoi doveri educativi nei nostri confronti.

    Lui allora si azzittiva, poi prendeva il fiasco del vino che teneva di fianco alla botte e ne tracannava una discreta quantità.

    Ricordo ancora oggi la fatica di quelle ore rubate al gioco, la sensazione sgradevole degli spruzzi di acqua e merda che andavano ad aggiungersi al sudore, il prurito e l'odore pungente che impregnava la pelle e ti restava addosso come una rogna.

    Ci fu però un fatto che segnò profondamente la sua esistenza e scavò un solco profondo tra lui e l'acqua.

    Accadde tutto al ritorno da Barbata: paese della bassa bergamasca, dove in quei giorni ci eravamo recati per far visita ai parenti.

    Avevamo lasciato da poco la stazione e stavamo percorrendo il viale alberato che conduceva al frutteto; a un tratto si avvicinò una persona in bicicletta e disse a nostro padre che doveva andare subito ai canali perché era annegato un ragazzo che forse lui conosceva.

    Quando arrivò sul posto e il carabiniere tolse il telo che copriva il giovane, lui lo riconobbe e per un momento sentì il corpo abbandonarlo.

    Era il nipote, il suo nipote preferito che trascorreva le vacanze estive al frutteto, ma che in quei giorni, per la nostra assenza, era ospite in casa d'altri.

    E pensare che pochi mesi prima il fiume che dava l'acqua a quel canale maledetto gli aveva regalato un momento di felicità: lui e un suo amico avevano pescato un luccio di dieci chili.

    Un evento straordinario, al punto che nei giorni successivi uscì persino un articolo sul quotidiano locale con tanto di foto: lui sorridente e orgoglioso che sollevava deciso la pesante preda.

    Pianse molto quel giorno maledetto e anche nei giorni successivi, e offuscò con il vino la visione che spesso tornava del nipote, poco più che un cucciolo d'uomo, rigonfio d'acqua e lo strisciante senso di colpa che lo opprimeva.

    Non andò più a pescare, e restò per sempre alla larga dal fiume, dai canali e, per quanto possibile, dall'acqua stessa.

    Quando alcuni anni dopo arrivò l'età della pensione, lasciò la campagna e comprò una casa nel centro storico del paese, attaccata al circolo vinicolo cooperativo.

    Un giorno il barista gli chiese perché non aveva scelto un'abitazione con del verde intorno.

    Lui, che stava bevendo del vino, posò il bicchiere sul banco e poi, cercando lo sguardo dell'uomo che aveva di fronte, rispose:

    - Ho sempre fatto il contadino, in mezzo all'acqua, alla terra, al letame; e ho visto tanto di quel verde, che se anche non ne vedrò più sono a posto per il resto della vita!

    Ostia come mi mancano le sue istintive battute! Come mi manca lui!

    Se oggi fosse qui, lo porterei in quel ristorante del biellese che anche lui conosceva, dove fanno la polenta concia (che i medici chiamano polenta assassina) gravida di formaggi e liquida di burro fuso.

    Da bere, per sciogliere certi pensieri di ghiaccio, ordinerei una buona bottiglia di rosso con sentori di frutteto: che l'acqua, come la vita, a volte fa male, e il vino...

  • 19 gennaio 2014 alle ore 21:26
    Il ponte di Eraclito

    Come comincia: "Mamma mamma, ma è vero!!!!" l'ho visto con questi occhi! L'altra metà del ponte non c'è più, è caduto in acqua! solo i pesci possono andare dall'altra parte del fiume perchè lì è intero!"
    "Gigi, la tua fantasia è illimitata! Ma come fa un ponte a non esserci più!Dal giorno alla notte? e poi scusami, ma ai pesci non serve il ponte in acqua, loro possono nuotare e in ogni modo li hai mai visti uscire dall'acqua? Morirebbero! Se non vogliamo bagnarci , siamo noi uomini a dover avere qualcosa sotto i piedi, per spostarci da una parte all'altra del corso d'acqua. Ora, per favore vai in camera tua a studiare!".
    Gigi se ne andò offeso in camera sua. chiuse la porta a chiave e uscì furtivamente dalla finestra. Non poteva fare le sue operazioni di matematica con questo dubbio. Armato del suo zainetto, si diresse fuori dalla città. 
    Il ponte era lì, come l'aveva descritto alla mamma, si fece coraggio e si avvicinò, con ancor più coraggio percorse la metà del ponte visibile ai suoi occhi. 
    "Gigi, e ora che cosa vuoi fare?" Gigi sobbalzo, chi era che parlava? Chi conosceva il suo nome? Si guardò attorno, ma non vide nessuno. "Sono quaggiù... ehilà!"
    Una buffa creatura lo salutò. Era di verde vestito con un buffo cappello a punta e delle strane scarpe con la punta a ricciolo. "Chi sei?" chiese Gigi, "Mi presento sono Fantasy, il folletto guardiano del ponte. Ciao Gigi!" Gigi rimase a bocca aperta, il folletto continuò: "Ti chiedi come faccio a sapere il tuo nome? E' una magia..."
    Gigi si sedette con le gambe penzoloni e magicamente la metà del corpo sparì inghiottita da una soffice nuvola grigia. Si divertì a far muovere la mano avanti e indietro, ora c'era, ora non c'era più. Fantasy con un balzo gli saltò sulla spalla destra e iniziò: "Io sono un tuo vecchio amico, ma forse non ti ricordi di me; succede sempre così a voi umani, più andate avanti nella vostra vita e più diventate ottusi, tonti, stupidi. 
    Dall'altra parte del ponte c'è il nostro mondo magico. Solo i bambini come te riescono a vederlo, ma più si diventa grandi e meno si riesce a distinguere, a credere nella magia, nella fantasia..."
    "Perchè lo vedo intero nell'acqua? I pesci sono più magici e più fantasiosi di me?" Lo interruppe Gigi. "No, i pesci non c'entrano nulla, è l'acqua l'elemento importante, perchè se rimane pura e limpida è l'unico elemento terrestre a poterlo rispecchiare, a condizione che anche chi vede sia spontaneo, e tu Gigi lo sei, per ora... Ti darò un oggetto per farti ricordare queste parole: "Cerca sempre nella vita di conservare un po' di magia in quella testolina" e bussò sulla fronte di Gigi.
    Il dolore del "toc toc" sulla fonte a poco a poco divenne suono.
    "Gigi è permesso? Dai apri, sono la mamma..."
    Gigi si ritrovò in camera sua con la testa sul quaderno di matematica, seduto alla scrivania, lo zainetto sulla spalliera del letto con la targhetta del suo nome che usava alla scuola elementare, sul comodino il suo peluche, con l'etichetta del marchio di fabbrica, Fantasy.
    "E' stato tutto un sogno" si disse Gigi tra sè e sè. Alzandosi dalla sedia gli cadde a terra un piccolo bracciale, mai visto prima di allora, se non in quel sogno.

  • 18 gennaio 2014 alle ore 7:53
    il Bail-in della Nonna

    Come comincia: Nonna, Nonna; guarda che mi ha portato la Befana!
    Dimmi, dimmi che t’ha portato,
    il BAIL-IN, Nonna;  un bel  BAIL-IN !
    E che è??... Uno di quei balli americani che ti muovi come una tarantola?
    Ma che dici nonna, non è un ballo caraibico! Però! Ora che mi ci fai pensare, in un certo senso, ti fa agitare molto! E comunque viene dall’Europa.
    Dall’Europa?
    Si nonna! Dall’Europa; dall’Unione Europea, per essere precisi.
    Ed è un valzer, una polka?  Sai, quando ero giovane io e tuo nonno eravamo una gran coppia di ballerini.
    Beh! Nonna, il valzer e la polka non c’entrano nulla.
    E ti pareva! Voi giovani con questi balli moderni…
    Ma che balli e balli Nonna!  BAIL-IN significa che se la tua banca fallisce non viene più salvata dallo Stato.
    Oddio! I miei risparmi! La mia pensione! che fine fanno?
    Se hai azioni di quella banca, diventeranno carta straccia!
    Che spavento mi hai fatto prendere! Io le azioni non ce l’ho, per fortuna!
    Meglio per te Nonna! Ma per caso hai delle obbligazioni?
    Non lo so! Che cosa sono le obbligazioni?
    Sono quegli investimenti che  mi dicevi, ti danno un interesse ogni sei mesi…
    Ah! Ora ho capito. Si quelle ce l’ho, ma non mi pare si chiamino così; il direttore della banca mi ha detto che sono titoli sicuri e che, quando scadono, mi rimette i soldi sul conto.
    Non è proprio cosi nonna. Con il BAIL-IN anche chi possiede le obbligazioni rischia di mettersi a ballare se la banca fallisce…
    O mamma mia, ma io sono vecchia non ce la faccio più a ballare… era una volta!
    E ci rifai col ballo! Nonna! Ascoltami, qui se c’è qualcosa che balla, sono i tuoi risparmi, e pure io, visto che sono il tuo unico nipote!
    Stammi a sentire bene, con il BAIL-IN che ci ha portato la Befana Europea, se la tua banca fallisce, tutti i creditori dovranno ripagare il fallimento. Quindi anche quelli che hanno obbligazioni. Ti è chiaro?
    Ora mi stai facendo preoccupare. Accompagnami subito in banca, vendo i titoli e lascio tutto sul conto.
    Ok Nonna, andiamo! Ah! Quasi mi dimenticavo di dirti che una volta venduto tutto, se la liquidità del tuo conto corrente supera i 100.000 euro e la tua banca fallisce, qualcosina ti verrebbe comunque prelevata dal conto, proprio per ripagare il fallimento; come è accaduto a Cipro, ricordi?
    BELIN!
    No Nonna! Si dice BAIL-IN!
    No, nipote mio, stavolta non hai capito tu!  Tuo nonno buonanima era genovese, e BELIN in genovese significa….. Cazzo!!!!

  • 17 gennaio 2014 alle ore 20:32
    Mi capitava di non reggere l’alcol

    Come comincia: Volevo della birra, tanta. Desideravo una bionda fredda, piena di schiuma che gli fuoriuscisse dall’orlo, fino a scivolare velocemente lungo tutto il boccale. Che lo circondasse fino a farne sparire il fondo sul legno del bancone. Quel legno consumato, a tratti ruvido, intagliato. Accarezzato, maltrattato, unto, pieno di soldi lasciati cadere, di monete lasciate alle ragazze. Una birra che mi facesse compagnia a un tavolo. Una bionda. Alzai il culo dallo sgabello e mi avviai al centro della sala. Urtai una trave in legno che divideva le due sale del locale, finendo con la spalla vicino al muro, dove rimasi fermo per un po’. Mi riconobbi in uno degli specchi che riempivano le pareti, illuminato dalle luci soffuse che mi facevano buio. In quello specchio ero finito tra le gambe di due modelle che ballavano il can can. Pensai che bella la Francia e che bon le francesi.
    I tavoli erano tutti occupati e la musica pompava come i litri di birra che scorrevano nelle vene degli avventori. Le ragazze che servivano ai tavoli avevano braccia tornite e muscolose, come chi si allena in palestra. Due di loro mi passarono accanto, e io per accertarmi che effettivamente si allenassero, mi abbassai per guardarle da dietro. Quello che ti dicono i glutei non te lo può dire nessun’altro. Mi abbassai troppo, al punto che stavo quasi per cadere, se non fossi finito con la testa sulla schiena di un ragazzone, tifoso del Chelsea. Il blu reale della sua maglietta con il numero 7 mi entrò negli occhi. Pensai che fosse già mattina. La bionda che stava con me era sparita. Tornai al bancone e ne presi un’altra. Alle spalle del ragazzo del bar, c’erano tante di quelle bottiglie che mi sembrava di stare al luna park. Alzai il boccale pieno, stesi il braccio tremolante, puntai le due bottiglie di Jack Daniels che erano proprio di fronte a me, ed ero pronto ad effettuare il miglior tiro della mia vita. Arrivarono due omoni alti alti, altissimi, quasi quanto il cielo in una stanza, che mi invitarono a darmi una calmata. Gli raccontai di quella volta che da solo ne picchiai tre, e loro capirono. Capirono di sicuro, perché si girarono e andarono via subito. Ridendo. Intanto io e la mia bionda ritornammo al centro della sala. Salutai le signorine francesi e continuai verso la porta stile saloon che stava di fronte a me. Avevo la vescica piena come una palla da bowling, dura e pesante. Alzai la testa all’indietro con il boccale attaccato alle labbra e guardai negli occhi la bionda, che continuava ad entrarmi dentro e ad impossessarsi di me. Non ce la facevo più, mi sentivo esplodere. Ad un certo punto, in preda a visioni idrauliche, salii su un tavolo del pub, pieno di boccali vuoti. Mentre per una mano tenevo stretta la bionda, con l’altra tirai fuori l’uccello e inizia prendere la mira, puntandolo verso i bicchieri ai miei piedi. Tutti iniziarono a gridare, a scappare, a mettersi a distanza di sicurezza. All’improvviso vidi avvicinarsi i due uomini alti alti, con fare arrabbiato, allora pensai: meglio farla, prima che sia troppo tardi. Alzai il tiro e senza spremermi più di tanto iniziai a pisciare sulla gente, a bagnare tutto quello che mi capitava a tiro. Una gioia indescrivibile. Ma piano piano, lentamente, la magia finì, rimasi senza munizioni e senza scuse. Gli uomini alti alti erano su di me e, come mi succedeva ogni volta, oltre ad essere buttato fuori dal locale, avevo visto andar via l’ennesima bionda che mi aveva amato.

  • 17 gennaio 2014 alle ore 18:53
    Intervista impossibile con il padre

    Come comincia: D) Caro papà, che mi osservi dalla foto posta all’ingresso della mia camera da letto, certa del fatto che tra noi il filo del discorso, muto o parlato, non si sia spezzato quel lontano giugno del 1973, vorrei farti una piccola intervista da inviare ad un premio letterario, me la concedi?
    R) Vedo che non sei cambiata molto in tutti questi anni: la tua passione è restata quella di scrivere… perché dovrei dirti di no?
    D) Mamma diceva che la foto da cui mi sorridi con i tuoi osservatori “occhi a triangolo” ti fosse stata scattata da una donna. Questo il motivo, a detta di lei, del tuo sorriso affascinante…
    R) Mamma Gelsomina è sempre stata gelosissima, ma non potevo prendermela con lei: ero geloso anche io.
    D) Anche di me?
    R) Certo: anche di te, altrimenti non sarei stato così attento a ciò che facevi… ricordi come tenevo sotto controllo te e mamma al cinema e vi chiedevo se qualcuno vi infastidisse?
    D) Sì, ma le domande le faccio io, altrimenti che intervista è? Sai che sono giornalista…
    R) Non lo eri quando ti ho lasciato, ma di te non mi stupisce nulla, sei sempre stata una fanciulla piena di iniziative e curiosità. I libri della mia biblioteca, partendo da Pirandello li ha letto a meno di dodici anni. Anche D’Annunzio.
    D) Una domanda avrei voluto farti, dopo che ci hai abbandonati così all’improvviso: hai lasciato un testamento olografo a soli 56 anni. Tu sapevi?
    R) Vuoi dire se sapevo di essere a rischio? Sì, lo sapevo. Ma dirvelo sarebbe stata una inutile cattiveria. Ho sempre avuto la sensazione che tu lo avessi capito, almeno con chiarezza da tempo e con dolore una settimana prima che…
    D) Lo avevo capito. E’ vero. Ricordi che ti presi la mano e per quello scherzoso gioco che facevamo tra noi provai a leggertela?
    R) Già. Mi fissasti il palmo e mi chiedesti se mi ero fatto visitare dal medico ed io ti chiesi, a mia volta: -“Cosa vuoi dire, che debbo morire?”-
    D) Lo chiedesti tu a me. Allora non ne eri davvero certo?
    R) Chi può dire di essere davvero certo della propria fine? Sapevo di star male con il cuore, ma speravo di vivere ancora. Sapevo, anche che tu hai doti acquisite da tua madre, che a sua volta le prese da nonna Michela. Ho sempre saputo che sei una medium. Anche adesso che fingi di fare questa intervista, in realtà sta parlando davvero con me.
    D) Sì papà, credo di esserne cosciente. Forse è questa la ragione per cui non mi sono mai sentita davvero lontana da te. Ma è vero che mi sei stato vicino?
    R) A mio modo, sì: ricordi quando piangevi disperatamente in bagno, dopo l’addio? Tu attendevi la prima bimba, quella Fiammetta che non mi ha mai conosciuto. Ti venni in sogno e ti dissi-: "Biancolina, sono papà. Non è necessario che tu senta troppo dolore per me. E dato che ti stai impressionando, adesso stacco…”-
    D) Eri tu, davvero? Mi svegliai con il cuore in gola e la tua voce all’orecchio, come quando chiamavi dalla banca per parlare con mamma…
    R) Sì, ero io davvero.
    D) E’ per questo che Fiammetta, da piccola, osservava la tua foto e sorrideva come se ti conoscesse?
    R) Mi conosceva attraverso te.
    D) Vorrei domandarti qualcosa della tua vita che non ho avuto modo di chiederti mai, me lo permetti?
    R) Che problema c’è? Fai pure.
    D) Tu hai perduto tuo padre che avevi 9 anni. Lo ricordavi?
    R) Sì e no: mio padre era un medico. Aveva lo studio in casa e la porta restava chiusa. Non c’era concesso di entrare. So che aveva fatto il medico in guerra e che, nel corso di una operazione ad un militare a cui dovette amputare un arto per la cancrena, si era ferito ad un dito. So che, cosciente del rischio che correva (non c’erano ancora né penicilline né antibiotici), se lo amputò da sé.
    D) Terribile. Lo raccontava lui?
    R) No: lo raccontava mia madre. Nonna Bianca.
    D) Che mamma è stata la nonna?
    R) Una madre preoccupata ed affettuosa: mi portava a mare, in barca per farmi respirare l’aria iodata che al tempo si diceva facesse bene. Mi lavava con l’alcool quando non voleva usare l’acqua in quanto soffrivo di febbri. Ero un ragazzino delicato.
    D) Ma è vero che la nonna, dopo la morte di tuo padre, fu fidanzata per un periodo con Enrico De Nicola?
    R) Alla morte di mio padre i parenti di papà cercarono di far sì che non ricevesse tutto il patrimonio del marito e ci furono molte lungaggini. Pare che De Nicola, che al tempo era un giovane avvocato pieno di fascino, difendesse nonna Bianca. Nel tempo, poi, l’amicizia divenne affetto. Ma era trascorso più di un anno dalla morte del nonno. Pensa che mia madre, restando vedova, aspettava il terzo figlio, zio Vincenzo…
    D) Si fidanzarono?
    R) Durò poco. Mi dissero che lui volesse mettere in collegio noi tre figli: io, zia Maria e zio Enzo. Mamma non volle e lui la lasciò… ma sono soltanto cose che ho sentito dire.
    D) Davvero tu non ne sapevi proprio nulla?
    R) Non posso negare che, anche da figlio, fossi un po’ geloso. Da nato sotto il segno dello scorpione, può darsi che abbia fatto con la mamma le storie che un ragazzino di dieci undici anni poteva fare…
    D) Già: credibile, conoscendoti. Te ne sei mai pentito?
    R) Senza dubbio. Per noi sarebbe stato meglio che nonna facesse una vita meno solitaria e che avesse un compagno al suo fianco.
    D) Amavi la nonna?
    R) Tantissimo. Una donna bellissima, con lunghi capelli del colore dei tuoi. Dolce, elegante. Vestiva alla “merveilleux”, una casa di mode napoletana molto “in”. Camminava in carrozza, andava all’opera…
    D) Ma era davvero tanto ricca?
    R) Visse con il padre, assieme a noi. Mio nonno era certamente agiato ma l’eredità di mio padre in breve tempo venne usata. Male, forse. I terreni furono venduti, uno ad uno. Tanti che portavano dai paesi vicini alla città. Anche gioielli, quadri…
    D) Vuoi dire che l’eredità fu sperperata?
    R) Mia madre era abituata a vivere bene e le donne del tempo non lavoravano e non erano educate al risparmio o all’economia. Facilmente sbagliavano.
    D) Tu non lo impedisti?
    R) No: volevo che godesse finché poteva. Poi ho ricostituito un mio piccolo patrimonio personale.
    D) Ti dispiace se questo nostro dialogo lo rendo pubblico?
    R) Dialogo? E chi mai potrà accusarmi di avere detto cose sbagliate o false? Io sono morto da oltre quarant’anni. Vuoi forse far credere davvero che tu abbia intervistato tuo padre? Sai bene che è frutto della tua fantasia di scrittrice…
    D) Vuoi dire che dovrei completare con la solita frase:- “Ogni riferimento a fatti e persone è da ritenersi puramente casuale?” Da avvocato quale sei, cosa mi consigli?
    R) Penso proprio che tu non abbia nulla da preoccuparti. Pubblica pure la tua “intervista impossibile” e faremo finta che sia stata tutta inventata. Mi ha fatto piacere parlare con te. Lo sai che non ti lascio mai.

  • 14 gennaio 2014 alle ore 16:57
    Le mani

    Come comincia: un grido al cielo e uno a te, che tanto siamo qui a impastarci, a passarci gli aquiloni sugli occhi, a mettere terra, a mettere mare come distanza. Intanto, se vedi, si spaccano le mani d'inverno e passa fra i campi della bassa il mio treno. Non la vedo io questa splendida bellezza, o la steppa sicilia, in estate. la mia gente ha ancora le mani di grano, e internet per fare impresa, per la spesa che gliele riga. Al mio paese gli alberi resistono, come i vecchi in fondo alla strada, con la borsa per il tumore, con la tristezza di essere uomo da prima e ancora, da una parte all'altra del tumore. O di quando mi regalavano le racchette da Tennis che i figli no, non giocano più, e chissà che avvocati, chissà che ingegneri che si sono fatti. Io poi le perdevo nelle sciare, fra scrosci di serpi e pacchetti di patatine, è andata sempre così, io bambino, la mia meraviglia nello sciupare il dismesso e divertirmi, nel contare le palline gialle sul cemento e pregare di non averne delle nuove, che non sapevano di campo, non avevano storia e io: non c'era l'età per fargliene una. Poi una volta volevano che mio padre facesse il sindaco, anche lui, anche lui disse amici, amici, non siamo amici e le mie mani, le mie mani conoscono la penna come il giallo del campo e lo scrivono e no, grazie ma chiudo le serrande, scrivo qualcosa cheppoi questo mi rimane, scrivere e giocare a calcio sul cemento se si disfa e si fa campo buono, terra grassa. Io non capivo, mi stavano venendo le mani a stelo, lunghe, magre, contadine. Le ho volute portare fra le vie delle città, mi mancavano le idee, adesso sono nere, al mio paese non ci sono più i vecchi con la borsa del tumore, sono passati all'altra riva, a essere, e con che sorpresa, a essere uomini, tremendamente uomini da prima e ancora, ancora.