username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • Come comincia:  Senza arrivare ad asserire, magari ricorrendo all'ausilio della teologia, o scomodando addirittura l'antropologia (penso sarebbe cosa non priva di rischi addentrarsi in detti "meandri" e - forse - troppo poco divertente, direi, anzi, alquanto noiosa!), che i postiglioni (coloro, cioè, che guidavano i cavalli sulle vetture di posta un pò di tempo addietro, i quali eran chiamati cocchieri da un certo Giuseppe Gioachino Belli, poeta italico di secoli passati che sarcasticamente fustigò in sua vita papi, sovrani, cardinali e potenti d'ogni risma e dimensione, cantando, però, anche - ed in maniera proba - le azioni della gente umile e del popolo: ossia gli antesiniani o progenitori del moderno chauffeur, per dirla alla francese, o tassista, per dirla all'italiana!) e gli asini sono immortali, vi dico invece quanto segue, il quale non è, purtroppo, frutto della mia pur fervida (molto spesso ) e lucida (di tanto in tanto, qua e là e...tanto meno, credo!) fantasia, ma fu da me medesimo letto una ventina d'anni orsono nella biblioteca di San Isidro - la quale non è monumentale nè statale o quant'altro, ma è veramente fornitissima e aggiornata, credetemi! -, sfogliando un librino, sine data di stampa - dalle riparazioni che trasparivano lungo il bordo e dall'evidente stato di ingiallimento delle pagine dedussi che dovesse essere molto vecchio - di un certo Yorick Sterne (nulla da spartire, evidentemente, col più famoso scrittore d'Irlanda Laurence, 1713-1768, il quale, però, nel suo più celebrato e popolaresco romanzo, "The life and opinions of Tristram Shandy", apparso sulla letteraria ribalta tra il 1759 e il 1765, ampiamente scrive di uno Yorick, personaggio di origine danese e forse, chissà, discendente dal suo omonimo dell'Amleto shakespeariano, che ha molto a che fare con cavalli, ronzini e via discorrendo...ma penso fosse soltanto banale seppur contorta assai "coincidenza letteraria", sic!) e intitolato "Strange and amusing histories of the Irish country":
    "Pare che nessuno abbia mai visto, da quando, mmm...Da quando se ne ha notizia, visitando il padiglione delle puerpere o quello psichiatrico d'uno spedale (come dicasi, di tanto in tanto, anche dei fantasmi e degli zombies degli schiavi delle colonie francesi d'oltremare), un postiglione né mai abbia scoperto un cimitero (quand'anche fosse quello del modesto villaggio di Clogher, nella contea di Tyrone, oppure di Dryburgh Abbey, magari accanto alla suggestiva dimora di sir Walter Scott, che ivi riposa dal 1832 insieme alla moglie, al genero ed al feldmaresciallo lord Haig; o quello di una qualsivoglia sperduta altra landa nelle remote highlands settentrionali) dove vi fosse la tomba di un postiglione o visto un postiglione morto: né mai succederà tanto!
     Ed egualmente nessuno vede mai un asino morto. A nessuno, infatti, è mai capitato di avere quelle sciagurate e tanto strambe visioni né di fare quel brutto incontro, tranne che ad un tale signor Flanagan, distinto impiegato statale cinquantenne, sempre impomatato e vestito con giacca e pantaloni grigi e camicia di seta rosa, durante il suo giornaliero tragitto di quindici miglia, fatto in carrozza, - certamente tirata da un cavallo, di sicuro non da asino - dalla sua casa di Cellbridge, cittadina di campagna nei pressi della magnifica dimora palladiana di Castletown House, disegnata dall'italiano Alessandro Gallilei e "stuccata" dai fratelli Francini nel'700, al luogo di lavoro, un ameno ufficio del ministero dei Beni Culturali sito al numero 81 di O'Connell street, a Dublino (proprio di fianco al General Post Office, un grande edificio in stile neoclassico con portico su colonne ioniche, quartier generale dell'insurrezione del 1916), alle ore sette e quaranta in punto del 23 marzo di tanti anni fa...: ma era quella tutta un'altra storia, ossia una storia a parte perché quello fu un asino francese e quindi è molto facile che non fosse di razza pura. Quando, però, tanto i postiglioni (di prima classe o meno), quanto gli asini (francesi o meno che siano) incominciano a sentirsi imbastiti nelle movenze, lenti di riflesso e fiacchi sul lavoro oltre che di carattere e di tono, allora se ne vanno via insieme, compiendo un atto di consapevolezza e responsabilità senza eguali nei confronti dei loro simili (quelli a due zampe per gli uni ed a quattro per gli altri!), al ritmo di un postiglione per ogni due animali, come al solito. Che fine facciano a niuno è dato di sapere, ma è molto probabile che essi vadano a divertirsi in qualche altro mondo, magari portandosi dietro una rilevante scorta di buon gin scozzese o di whiskey maltato irish e di grosse carote da ingurgitare nel mezzo, nonché di sani sigarini "meharis" alla menta da aspirare ed assaporare nel dopo, perché non c'é persona vivente che abbia mai visto un asino e un postiglione divertirsi in questo!".
     Devo dire, purtroppo, che pur non essendo mai stato in vita mia un postiglione (né francese, o inglese, o di vattelapésca) di mestiere, io (Lucky: tanto di nome, quanto di fatto!) sono certamente un "asino" di pura razza yankee (neanche francese, come detto, o con un po' di sangue irlandese o russo nelle vene), ma non aspiro in nessun modo all'immortalità: spero, però, che quanto fu letto allora (cioé, molti anni orsono) nella biblioteca della mia città (la piccola ma ridente San Isidro, che tutto il giorno si specchia nell'oceano Pacifico), non sia stato soltanto e solo frutto della fantasia, pura e stucchevole dello Sterne (quello sconosciuto ai più o...poco noto, intendiamoci!), ma contenga in sé - invero - qualcosa di reale e "vero". Ad ogni modo ed anche a qualunque costo, cercherò di attrezzarmi al meglio per ogni letale evenienza futura...anzi, direi proprio d'esser già pronto al peggio, fortunatamente! E, scherzi a parte, spero con tutto me stesso e con tutto il cuore - anche se ne dubito fortemente (eccovi dispiegata, dunque, la mia natura di asino...pardon, di ateo abbastanza convinto e ben "ritrovato"), - di ritrovare, quando disgraziatamente (ma inevitabilmente) lascerò questo mondo, da qualche luogo od in qualche dove e per qualsiasi tempo e spazio, tutte le persone che io ho amato profondamente in questa vita e che, a loro volta, mi hanno amato, accompagnandomi - "cammin facendo" - nei meandri dell'esistenza - a volte insidiosi ed alquanto strani - e che sono andate via e probabilmente perdute per sempre ed irrimediabilmente.

    (da: "Le memorie strane d'un asino pazzo a stelle&strisce chiamato Lucky", 2014).      

  • 08 agosto alle ore 9:30
    SESSO ARDENTE

    Come comincia: Il sei gennaio era passato da qualche giorno, si sa che l’Epifania tutte le feste porta via e così la vita di Alberto, cinquantaquattrenne, aveva ripreso il suo tran tran niente affatto  piacevole: Anna, moglie, molto più giovane di lui in ufficio, lui pensionato, da solo in casa in via Taranto a Roma disteso sul divano. Prima pillola alle cinque di mattina, pillola pórta dalla gentile consorte molto mattiniera e poi dopo i ‘lavacri’ d’obbligo ginnastica sul divano, una rottura di palle ma importante a detta dei medici che, suo malgrado era costretto a frequentare. Ogni specialista ordinava l’ingerimento di pillole che Alberto trascriveva in ordine cronologico di assunzione, l’ultima la sera alle ventidue. L’unica auto di famiglia era in uso esclusivo della gentile consorte per andare al lavoro, Alberto, pur nolente era diventato il passeggero della macchina, erano finiti i tempi quando, da giovane finanziere, ai confini di terra guidava una Alfa Romeo 1900 per inseguire i contrabbandieri di sigarette, allora era giovane e forte…ma non era ancora morto come i trecento della spedizione di Pisacane. Né era la religione a migliorare l’umore di Alberto come accadeva d alcuni suoi amici: per lui il concetto di Dio era paradossale, non riusciva a credere che l’amore di Dio fosse onnipotente come credere che il Padre abbia potuto crearci, il Figlio riscattarci e lo Spirito Santo santificarci. Il suo pensiero era che siamo stati cresciuti inculcandoci il concetto che la vita è dolore ma che un giorno saremmo stati ricompensati nell’aldilà. Niente di più sbagliato, è meglio essere felici ora perché la sofferenza può essere uno stato passeggero. Occorre non perdere l’occasione di essere ottimista: celebrare la gioia, la vitalità e l’autenticità di ciò che stiamo vivendo regalandoci così un’esistenza piena. Più facciamo progetti più ci concediamo la possibilità di aprire la mente ed il cuore a nuovi incontri. La felicità non è il piacere: qualunque cosa accada sarà un’occasione di crescita , un profondo senso di pace e di completezza e non dipende da fenomeni esterni. Questa dottrina Alberto l’aveva appresa da un trattato sul Buddismo, eccellenti principi teorici ma difficili da mettere in pratica. Ritornando alla realtà,  Alberto era sempre in lotta con malattie varie ed ovvii conseguenti dolori in tutto il corpo. Del suo stato approfittavano i vari medici specialisti che, alla fine della visita: “Si accomodi dalla mia segretaria”, non avevano la faccia tosta di chiedergli  duecento Euro in contanti, peraltro senza fattura. Alberto ricordando il suo passato di maresciallo delle Fiamme Gialle ogni volta la pretendeva con gran scorno del dottore evasore tributario. Nello studio Anna aveva appeso al muro una sua fotografia scattata molti anni prima in cui Alberto appariva in gran forma in divisa con baffi e pizzo, allora gran ‘tombeur des femmes’, una tristezza! Qualcosa doveva accadere per cambiare la vita di Alberto ed era accaduto. Anna aveva stretto amicizia con Aurora una signora che abitava con la famiglia al piano di sopra, per una serie di motivi non si erano sentite da vario tempo ed una mattina di sabato Anna pensò bene di chiamarla al telefono: “Cara Aurora ci siamo perse, t’è successo qualcosa.” “Vieni a casa mia, non mi va di comunicartele per telefono.” Aurora era cambiata, era dimagrita e niente solito viso sorridente. “Ho problemi con mio marito e con mio figlio. Tommaso, come sai frequenta l’istituto musicale ‘Corelli’, ha sedici anni, gli hanno pronosticato una brillante carriera come pianista ma negli ultimi tempi non vuole più andare a scuola e non suona più nemmeno il pianoforte di casa, sta chiuso in camera sua, unica compagnia il computer. Non risponde alle mie domande né a quelle di mio marito Edoardo. Abbiamo consultato uno psicologo ma anche con lui non si vuole confidare, l’ultima speranza sei tu che l’hai visto crescere e ti chiama zia. Prova a bussare alla sua porta e vedi se ti risponde.” “Caro Tom ho voglia di vederti…ed anche si sentire quei notturni di Chopin che sono i miei preferiti, ti prego apri la porta.” “Inaspettatamente il giovane decise di farsi vedere da Anna: era inguardabile, capelli arruffati, barba non rasata, occhi affossati e sguardo nel vuoto. Anna provò a smuoverlo: “Sei inguardabile, va in bagno fatti una doccia, rasati la barba e …mettiti del rossetto sulle guance, sembri un morto! Sto scherzando, datti una ripulita e vieni in salotto.” Tommaso si presentò dopo circa mezz’ora, la lezione della ‘zia’ era servita a scuoterlo un po’ dalla sua apatia. “Ora sei almeno  guardabile, hai fatto colazione, presumo di no ed allora ti invito a mangiare a casa mia, tutti cibi a base di pesce che ricordo erano i tuoi preferiti, Alberto verrà a fare compagnia ai tuoi genitori, vedo che anche loro non se la passano bene, stà casa sembra un cimitero!” Tommaso ed Anna scesero di un piano, Anna passando dinanzi alla porta della sua vicina le mostrò il dito medio alzato, la padrona di casa Berta, (nome per lei appropriato perché assomigliava ad una bertuccia) era notoriamente sempre a caccia di pettegolezzi dietro la porta di casa o alla finestra. Alberto prima di uscire di casa sparò una battuta: “Oh non mi strapazzare la moglie, ormai sei grande!” Il detto napoletano che Pulcinella scherzando…proprio quello che Anna aveva in mente. Tommaso prima di pranzo, anche se riluttante raccontò la sua avventura che lo aveva portato a chiudersi in se stesso: una compagna di corso l’aveva raggiunto nel bagno dei ragazzi , si era spogliata in attesa che Tom…approfittasse di lei ma il suo ‘coso’ non ne voleva sapere di alzarsi, dopo un po’, visti gli inutili tentativi, la giovane si rivestì e sparì dalla circolazione. Era una sciocca, pensò bene di ‘sputtanare’ Tommaso facendolo passare per omosessuale, di qui la reazione del giovane. “Tommasino della zia, sai quanti uomini fanno cilecca, uh! dopo mangiato faremo una prova che ne dici, dico si io per te. Tutto buono? Non approfittare troppo del Verdicchio, ho i riscaldamenti al massimo e sto sudando, mi tolgo la camicetta, la gonna e la sottoveste,  poi andremo in bagno, un buon bidet…Tommaso si lasciava guidare dalla ‘zia’, sembrava imbambolato ma si risvegliò quanto Anna rimase nuda e prese a baciarlo in bocca: ”Zia sei bellissima, hai tette ancora da giovincella e poi quella foresta…” “Tutto a tua disposizione sul letto matrimoniale, aspetta, giro al contrario la foto di mio marito, non vorrei che si ingelosisse!” La battuta piacque a Tom che si mise a ridere e cominciò a baciare in bocca Anna per poi scendere sulle tette e sul fiorellino ma lì Anna dovette aiutarlo, il giovane non conosceva il clitoride, la zia glielo mise in bocca. Anna aveva notato che Tommaso era sessualmente diverso da suo marito: aveva un pisello più stretto e più lungo in compenso era dotato due testicoli molto grossi. Appena entrato nel fiorellino il ’ciccio’ di Tom ebbe un orgasmo ma non si fermò e proseguì sino al collo dell’utero che ‘mitragliò’ con uno schizzo violento, grande orgasmo anche da parte di Anna, questa volta era lei ad essere basita. Tommaso sembrava impazzito, seguitava a muoversi a lungo dentro la vagina di Anna che ad un certo punto: “la ‘gatta’ è stanca ed arrossata, suona la ritirata!” Suonò anche il telefono a casa di Anna: “Cara quando avrai finito il ‘pisolino’  vorrei tornare nella mia magione.” “Dammi un quarto d’ora, mi troverai distesa e sorridente, cuntent?” “Da quando in qua una romana parla milanese, qualcosa deve essere cambiata nel tuo cervello e non solo in quello!” Tommaso riprese la via del ritorno a casa sua, passando dinanzi alla porta di Berta imitò quel gesto che aveva fatto Anna in precedenza, incontrò Alberto: “Ciao zio.” Forse era una presa per i fondelli perché si sentiva superiore avendo…Ma  le cose non erano andate come Tom pensava nel senso che anche a casa sua…Un passo indietro come nei romanzi di Carolina Invernizzio: Aurora si sentiva più sollevata da quando suo figlio era ‘in mano’ all’amica, era convinta che il ragazzo sarebbe tornato a casa ‘sgrezzato’ in senso sessuale e questo pensiero la portò a pensare a suo marito che le aveva confidato un suo desidero mai prima a lei confessato: voleva essere un cuckold termine proveniente dal re di Lidia Candaule che fece vedere la moglie nuda alla guardia del corpo Gige. Nel suo caso fare avere un rapporto sessuale di Aurora con Alberto  mentre lui si masturbava. Sguardo d’intesa dei tre trasferitisi in camera da letto: Aurora faceva ancora la sua bella figura e fece eccitare Alberto a tal punto che ‘ciccio’ innalzò la cresta più del solito con gran gioia di Aurora abituata a qualcosa di più modesto. I due novelli amanti non si fecero mancare nulla, finita la prima ‘pagina’ Alberto girò Aurora che anche col popò mostrò di gradire molto il passaggio al posteriore con conseguenti orgasmi doppio gusto mentre Edoardo si limitava a fare il….falegname. E per tutta conclusione…lasciamo stare il cordone e facciamo il punto della situazione: quello più fortunato era stato indubbiamente Tommaso che, grazie ad i suoi testicoli superattivi aveva riacquistato la sua piena virilità ‘facendosi’ tutte le compagne di studio disponibili, ad esclusione della prima che lo aveva sputtanato e talvolta anche la ‘zia’ e poi Alberto che oltre alla consorte era intimo di Aurora, Edoardo aveva contatti con la legittima consorte solo in presenza attiva di Alberto con Aurora. La più scornacchiata era Berta che spargeva i suoi strali velenosi sui rapporti fra le due famiglie ma, pur dicendo la verità non veniva creduta, i condomini erano per la maggior parte conformisti e per loro quelle verità non erano credibili.
     

  • 08 agosto alle ore 9:28
    LA POLIANDRA

    Come comincia: Zio Maurizio avrei bisogno di un favore, un favore grande, non dirmi di no!” “Dimmi quanto ti serve.” “Non è questione di soldi, non riesco a superare un esame all’Università e così ho pensato di aiutare la sorte conquistando un professore, certo Daniele che ci ha sempre tentato con me e forse per questo mi boccia ogni volta, devi prestarmi casa tua per un breve incontro…”Esmeralda era la figlia di un amico di suo padre, Ignazio proprietario di una grande officina di auto a Messina in via Antonio Maria Jaci, Maurizio quarantenne, scapolo, titolare di un negozio di computer era perplesso, non aveva mai visto Esmeralda sotto l’aspetto sessuale, l’aveva vista crescere, un po’ una nipote tanto e vero che lei lo chiamava zio ma a questo punto…”Zio poi penserò pure a te…” Un momento di silenzio, non era facile sorprendere Maurizio ma  in seguito a questa seconda affermazione… Esmeralda faceva onore al suo nome, era veramente affascinante: longilinea, corpo da modella con gambe perfette, la sua caratteristica principale grandi occhi verdi. “Mi hai rivoluzionato il cervello, forse è una iperbole ma risponde a verità, ti vedo con altri occhi…va bene, conosci la mia abitazione in una villa in via Consolare Valeria, unica condizione voglio essere in casa quando incontrerai il tuo professore,  in un certo senso è per tua difesa, ai tempi d’oggi non si sa chi puoi incontrare.” “Grazissime zio.” Maurizio pensò bene di istallare una telecamera con tanto di sonoro nella camera da letto, visore nello studio, fece delle prove,  tutto funzionava.  “Zietto domani è sabato, che ne dici l’appuntamento per il pomeriggio, mi pare che non lavori, e che il tuo negozio sia chiuso.” “D’accordo vieni a casa mia alle sedici.” Maurizio si ricordò che Esmeralda non aveva le chiavi di casa sua e così lasciò accostata la porta d’ingresso. Poco dopo le sedici una Volvo fu posteggiata all’interno del giardino della villa di Maurizio, ne scesero Esmeralda sfavillante in minigonna e con camicetta senza reggiseno ed un ‘ elemento’ piuttosto grassone ed avanti nell’età, giudizio di Maurizio: uno schifo. I due si diressero in camera da letto, sparirono per un po’ dalla vista di Maurizio, erano andati in bagno e poi riapparvero, lei una statua greca novità piacevole per lo ‘zio’ che non l’aveva mai vista nuda. La ‘nipote’ si diede da fare per ‘rinvedire’ il coso del professore ed ‘incappucciarlo’ con un condom poi lei preferì la posizione dello ‘smorcia candela’ per evitare di sentirsi addosso il panzone. Il professore, forse digiuno da tempo, fece presto a farsi la prima, seguitò poi per molto tempo sin quando fece segno ad Esmeralda che ne aveva avuto abbastanza. Rivestitosi il buon Daniele levò le tende, Esmeralda si era guadagnata la promozione. “Zietto ho notato la telecamera e quindi hai visto tutto, ho imparato dalla vita che talvolta si debbono avere dei compromessi, i miei si aspettano molto da me per quanto riguarda lo studio, non voglio deluderli e per questo che…” “Non ti devi giustificare, dopo il primo momento di perplessità ho compreso la giustezza della tua decisione.” “ Zietto, ti è diventato duro, che fa lo accontentiamo?” Senza porre tempo in mezzo la ragazza prese in bocca il ‘coso’ di Maurizio che, ad occhi chiusi, poco dopo si accorse che la nipotina stava ingurgitando tante vitamine. “Maurizio il tuo è stato il più buono di sapore in senso assoluto, non sei più mio zio ma un mio marito, io sono poliandra come le donne del Tibet.” Ormai Maurizio si aspettava di tutto da Esmeralda e preso da curiosità domandò chi fosse stato il primo della sua vita. Risposta  assolutamente inaspettata: “Mio padre, avevo sedici anni ed è stata tutta colpa mia: quel pomeriggio mia madre non era in casa, sempre curiosa in fatto di sesso gli ho chiesto di farmi vedere il suo ‘coso’, non ne avevo mai visto nessuno, quando l’ho visto diventare grosso e duro prima l’ho preso in mano e poi ho deciso che papà sarebbe stato il primo uomo della mia vita, è stato un rapporto magico, denso di emotività, non meravigliarti, mi sono scoperta anticonformista.” “Mi hai aperto una visione del sesso a me sconosciuta, d’altronde anche nell’antichità esistevano rapporti fra consanguinei, Cleopatra si era sposata con suo fratello. Ti riaccompagno a casa, per oggi ho fatto il pieno di sensazioni fuori del comune, stranamente mi sento più vicino a te e, quando vorrai vorrei essere uno dei tuoi mariti.” Un bacio lungo, profondo profumato,m Maurizio non aveva mai provato tante belle sensazioni in un bacio, ormai anche lui era nel ‘giro’ di Esmeralda. Una festa da ballo in casa di Ignazio: a fare gli onori di casa mamma  Alice e naturalmente Esmeralda vestita contrariamente al solito in modo ‘castigato’. Altra sorpresa, la ragazza aveva invitato Carlo un suo compagno di università, uno spilungone niente affatto bello ma…chissà che ci aveva trovato in lui la ‘nipote’, mah. Maurizio chiese il permesso al padrone di casa per ballare con sua moglie, riposta: una risata da parte di Ignazio:”Sei rimasto ai primi dell’ottocento, in ogni caso con Alice non c’è nulla da fare, è puritana e pure religiosa!, vai facile!” “Maurizione bello, in passato mi avevi detto che ballavi come un orso, ora ti sei scoperto ballerino!” “È l’unico modo per stati vicino e parlare un po’ con te. Posso farti una domanda intima, ma tu a tuo marito l’hai tradito mai perché mi risulta che lui …ti ha fatto diventare come un cesto di lumache!” “È un paragone da Esopo o da La Fontaine, suggestivo ma in confidenza posso dirti che anche se talvolta…mai l’ho fatto becco anche se se lo merita, con lui ho rapporti sessuali fuori del normale, la mia religione mi impedisce di usare la pillola o il condom e così lo ‘zozzone’ entra nella mia cosina quando mi stanno per venire le mestruazioni o poco dopo, in altri periodi son costretta a concedergli il mio ‘popò’, stasera sono un poco brilla e voglio farti un confidenza: qualora decidessi di fare un peccato mortale, tradendo mio marito lo farei, indovina con chi?” “Con un giovane bello e palestrato.””Sbagliato con te, mi sei piaciuto sin dalla prima volta che ti ho conosciuto…forse mi sono spinta troppo nelle confìdenze, io non reggo gli alcolici e questa è la conclusione, fai finta che non ti abbia detto nulla, ti prego…” “No mia cara, il Maurizione come tu lo chiami ama le belle donne e tu sei una dea come tua figlia, sarò sempre in attesa di una tua chiamata, magari quando sei brilla, ed ora ritorniamo a sederci, mi hai aperto il cuore, anch’io la prima volta che ti ho visto…” Una telefonata: “Maurizio che ne dici se sabato sera vengo a trovarti nel tuo negozio, vorrei…comprare un computer nuovo.” “Lallero come dicono a Roma, sono a tua disposizione, non vedo l’ora che passino i giorni, troverai cannoli siciliani e spumante in fresco, grazie anticipate cara.” E così fu: Esmeralda non più vestita castigata si presentò in negozio, grandi baci ed abbracci e poi sollevata la gonna, una sorpresa, la ragazza aveva ‘dimenticato’ di indossare gli slip, una foresta nera come quella delle favole dei fratelli Grim. ‘Ciccio’ era già in posizione ma Esmeralda: “Dì all’amico tuo’ che prima voglio mangiare, oggi ero all’università e non ho pranzato.” Riempito il pancino di ambedue Esmeralda: “Sicuramente ti sarai domandato il perché mi sono fidanzata con Carlo, lo so che è brutto ma la sua ricchezza fa dimenticare la sua poca avvenenza,  ha ordinato per me una Mini verde, per il sesso niente di particolare, ce l’ha piccolo e fa fatica ad ‘alzarsi’ per questo c’è lo zio ossia il Maurizione come ti chiama mia madre, a proposito che avevate da dirvi, avete ballato, si fa per dire, a lungo.” “Alice mi ha confessato che gli son piaciuto sin dal primo momento che mi ha conosciuto ma per motivi religiosi non me la molla, la figlia mi compenserà…Il loro rapporto fisico fu lungamente piacevole, anche il popò della ragazza ebbe la sua parte col famoso doppio gusto.” Per ora ho fatto il pieno, niente maschietti per una settimana.” “Se riesco a convincere tua madre?” È come vincere al lotto, se ci riesci ma poi mia madre dovrà andare dal confessore e fare penitenza, mi vien da ridere, è brutto essere degli schiavi complessati dalla religione, viva il sesso!” Passa un mese poi una telefonata: “Sei tu zione?” “Adesso sono ritornato zione, dimmi le novità ed una tua sicura richiesta.” “Ho superato un gran numero di esami tutti insieme, ma ora ho trovato uno scoglio.” “Il solito maschietto arrapato?” “Quasi, stavolta si tratta di una femminuccia o meglio femminona, si chiama Isabella e sotto la sua ‘mannaia’ sono caduti molti studenti e soprattutto studentesse, non voglio fare la stessa fine, vorrei studiare un solo capitolo e farmi interrogare su quello, il compenso? Un rapporto lesbico mi ha fatto la richiesta a mezza bocca come si dice in gergo ma l’ho capita benissimo, mi ha dato il numero del suo telefonino e aspetta una mia chiamata.” “Bene appuntamento a casa mia con telecamera in funzione, non è che posso unirmi e fare un trio?” “Per me sarebbe la prima volta come il rapporto lesbico, dovrei domandarlo a Isabella che bella non è: alta, robusta, capelli corti, naso pronunciato, tette piccole, gambe due colonne, potrebbe schiacciarci le noci.” Isabella arrivò nel cortile della casa di Maurizio  con l’aiuto del navigatore satellitare, posteggio la Fiat Abarth 595 dietro casa e con passo marziale entrò nel portone attesa da Esmeralda. “Professoressa benvenuta, siamo fortunate è pure una bella giornata.” “Non tergiversiamo, della bella giornata non me ne frega nulla, andiamo in camera da letto!” Le due signore dopo un soggiorno nel bagno riapparvero nel monitor di Maurizio. Nuda Isabella sembrava ancora più massiccia, prese Isabella per una mano e la posizionò non molto gentilmente sul letto, era proprio arrapata. Seconda mossa si mise a cavalcioni sul corpo della ragazza e cominciò a baciarla in bocca poi scese sui capezzoli ed infine sulla gatta dove sostò a lungo portando Esmeralda ad orgasmi ripetuti. Poi fu la sua volta, pretese da Esmeralda lo stesso trattamento sessuale che aveva avuto con lei, ad ogni orgasmo vibrava tutta, uno spettacolo decisamente fuori del comune anche perché aveva ripetuti orgasmi senza mai stancarsi, forse un digiuno protratto. Fu Esmeralda che dichiarò forfait: “Cara Isabella sei stata bravissima ma mi hai distrutta, un po’ di tregua.” “Hai detto bene tregua che vuol dire sospensione temporanea.” Esmeralda giocò l’ultima carta, non aveva più nessuna voglia di sesso: “Isabella in casa c’è anche il mio fidanzato, é assolutamente affidabile e serio…” “E vediamolo stó fidanzato, non sarà per caso un racchio…” A voce alta: “Maurizio Isabella ti vuol conoscere, fatti vedere.” “Lui ha registrato le nostre performance, è un tecnico informatico,  se non sei d’accordo possiamo distruggere le immagini.” “Ormai siamo in ballo…” “Pensavo peggio, ti sei scelto proprio un fusto, vediamo quello che sa fare con me!” Punto sul vivo della sua sessualità Maurizio prese possesso del corpo di Isabella, dalla bocca sino al fiorellino che tanto fiorellino non era, un clitoride simile ad un piccolo pene molto recettivo con orgasmi multipli e anche rumorosi. Anche le lesbiche hanno  un punto di rottura dal piacere, Isabella si mise prona, voleva riposarsi. Maurizio ed Esmeralda ritennero opportuno lasciare sola l’insegnante che apparve loro nel salone dopo circa mezz’ora, aveva le occhiaie. “Ti ho portato il capitolo che devi imparare, studialo a fondo perché agli esami son presenti i tuoi colleghi ed io devo essere severa con te come con gli altri, buona fortuna ragazzi e…a rivederci!” Col cavolo pensò Esmeralda, passati gli esami…il segno dell’ombrello! Per Maurizio un fiume di novità, l’ultima telefonata da parte di Alice: “Maurizio che ne dici di venirmi a trovare, mi sento sola…” Alice aveva la voce ‘impastata’, Mauri non se lo fece ripetere un’altra volta e partì a razzo, qualsiasi fosse il vero motivo della telefonata voleva andare sino in fondo, in fondo erta stato lui a mettere una pulce nell’orecchio di Alice in fatto di sesso. Ebbe la conferma quando la signora aprì la porta di casa, barcollava leggermente ed odorava di alcool. “Oggi mi sento diversa, avevo bisogno di compagnia ma non di mio marito, volevo solo te, solo te…Aperta la vestaglia apparve un corpo ancora appetibile, Mauri prese in braccio Alice e la depositò sul letto matrimoniale, la signora sembrava immobile ma stava reagendo alle coccole prolungate di Mauri, dopo che lo stesso si impossessò del suo clitoride scintille da parte della padrona, un tremolio molto prolungato e poi una girata di spalle da parte della signora, significato esplicitò, anche il popò voleva la sua parte, un popò molto recettivo tanto la portare la padrona ad orgasmi inusitati per lei. Dopo un po’ Mauri pensò bene di sparire da casa di Ignazio, si può essere conformisti quanto si vuole ma allorché si tratta della propria moglie, boh. Giorni appresso una telefonata di Esmeralda: “Carissimo che ne dici di un colloquio tra di noi?” “Con o senza sesso?” “Poi si vedrà vengo al tuo negozio, se ci sono i commessi parleremo in macchina. E così fu: “Sentiamo il motivo della richiesta di colloquio, sento puzza di bruciato.” “Non brucia nulla se non l’anima di mia madre, mi ha raccontato del vostro rapporto ed il confessore non le vuole dare lì’assoluzione, lei è disperata, lo sai quant’è religiosa maledizione, potevi fare a meno…” “Ti sembro il tipo di offendere una signora non accettando un suo invito, non è da gentiluomini.” “Non fare il furbo con me, io voglio molto bene a mia madre, lei di mentalità è ancora una ragazzina e si crea problemi per una scopata extra, mio padre che non conosce la verità, è preoccupato per il comportamento di mia madre, non sappiamo che fare.” Allo zio Mauri venne un’idea brillante che tenne per sé, domandò a Esmeralda la chiesa dove sua madre andava a messa. Anche se incuriosita la ragazza senza chiedere spiegazioni riferì il nome della chiesa: Santa Maria dell’Arco. Mauri il pomeriggio si recò in quel luogo santo e chiese ad un chierichetto dove potesse trovare il parroco: si chiamava don Luigi, era in sacrestia. “Padre sia lodato Gesù Cristo.” “Sempre sia lodato che posso fare per lei, non mi sembra di averla mai incontrata.” “È una storia molto delicata decisamente importante e vitale per l’interessata, si tratta di Alice che lei certo conosce, è disperata, non vuole parlare nemmeno con i suoi familiari, secondo lei ha commesso un peccato mortale, lei parroco non vuole darle l’assoluzione per un peccato…della carne di cui si è subito pentita, io sono il colpevole, addossi a me la colpa del peccato.” “Giovanotto io  son ben più vecchio di lei, lei è un furbacchione che tuttavia apprezzo per il suo buon cuore, sicuramente non è religioso altrimenti saprebbe che quello che mi chiede è impossibile da mettere in atto, faccia sapere ad Alice che son pronto a riceverla di nuovo.” Dopo una settimana una telefonata di Esmeralda: “Carissimo zietto tutto è tornato come prima, mia madre è rinata, allegra ed affettuosa, ne sai niente?” “Non mi voglio allargare troppo ma posso riconoscermi il merito del cambiamento di tua madre, ho appreso molto da uno sciamani che ho conosciuto anni addietro, son contento per la mia cura abbia sortito l’effetto sperato.” “Lo conosci il detto ‘a me non la si fa’, sei un imbroglione simpatico, non so quello che sia effettivamente successo a mia madre in ogni caso  ricompenserò un tuo capriccio sessuale, hai qualche idea?” “Leggerò il kamasutra, ci deve essere una posizione con cui riesca a restare a lungo dentro la tua deliziosa.” “Domanda notizie a ‘ciccio’ non mi sembra più tanto giovane da mettere in atto il tuo desiderio, a presto!” Maurizio tristemente dovette convenire con la nipote, ormai ‘ciccio’, anche se volenteroso non era più quello di un a volta!

     

  • Come comincia: Questo è il racconto di una strana storia a "trois": che si concluse in maniera imprevista alquanto. Ho conosciuto Bon Miller (il nome glielo appioppò, mi disse lui stesso una volta, la madre Rosalind, bellissima mezzosangue bruna di origine messicana, sfegatata fan del duo Delaney&Bonnie, noti singers degli anni sessanta-settanta i quali evoluirono anche con George Harrison e Eric Clapton) tanti anni fa (sono quasi trenta, oramai!): vale a dire nell'autunno del 1989. Non ricordo bene in quale occasione, ma credo fosse proprio ad un "Sauna&fishing beache's party" (cosa strana, anzi, turca, turchissima di California su cui -  credetemi - è meglio non dilungarmi!) a Sausalito, in ottobre o novembre: periodo il quale, non so proprio perché, da sempre si ripropone nel corso della mia vita, e spesso facendolo per le date importanti e per le cose che contano...Diciamo pure di un certo peso e valore (nascita di mio figlio John e separazione da mia moglie Karen, inizio malattia di mia sorella Allison e dipartita della mia cara zia materna Mary, etc.): forse, chissà, per congiunzione astrale (a quel tempo, infatti, avviene ogni anno in cielo l'allineamento della costellazione di Andromeda con quella di Callimaco), o forse solo - e soltanto - per mera casualità!
     E' anche vero, però, e guarda caso (pur avendo ciò poco a che fare - oppure no?! - col discorso, pardon, col racconto iniziato), che i suddetti [ottobre e novembre], nonostante siano dei mesi intermedi nonché molto atipici e quasi anonimi, probabilmente, anzi, direi porprio sicuramente, per questo motivo ben si addicono al mio carattere essenzialmente schivo (altra combinazione...sic! sic! - congiunzione astrale o casualità?)...e non è neanche tanto strano, del resto, che molti miei amici mi chiamino "il gatto" (notoriamente è risaputo come quel felino lo sia come e più di me!).
      Ma (vi) parlavo di lui, ossia del mio amico che... Sì, Bon, proprio lui il quale è stato vicinissimo a me durante gli ultimi drammatici eventi (la perdita dei due "grandi vecchi" alias mother&father) che hanno contraddistinto, cambiandolo e stravolgendolo per sempre, il mio cammino esistenziale o meglio il "viaggio", come forse scriverebbe (o racconterebbe, chissà!) qualche autore di romanzi (non so se ottimi o mediocri: non sta certo a me dirlo!) e dimostrandosi, per questo, molto più di qualcun altro - che invece avrebbe dovuto esserlo e non lo è stato...cioè, rivelandosi, per me, un preziosissimo sostegno morale!
     Ma Bon, bontà sua (e che "la botte lo preservi" - e lo migliori - "come fa con il vino e con le pistole", ammonisce un vecchio proverbio d'Arizona), non ha condiviso con me solo dolori e mestizia (fortunatamente, direi, perché la vita, come può non essere fatta solo e unicamente  di felicità, non può neanche esserlo - per la cosiddetta legge, la quale non so da chi fu promulgata, dei due pesi e delle due misure, orbene della compensazione degli opposti, - soltanto di sofferenza e infelicità...come a dire che non si vive di solo miele, come fanno i fiori, né di solo fiele, come spesso facciamo noi uomini masturbandoci la mente; bensì dell'uno quanto dell'altro!).
     Io e lui, infatti, in queste tre decadi di conoscenza, amicizia e frequentazione (a volte metodica e stabile, altre sgangherata e disordinata, tal'altre strana e naif) abbiamo condiviso ben altro ancora, ben altre cose piacevoli e appaganti (della mente, dello spirito santo e anche dei sensi); io e quel cattivo ragazzo (più cattivo, a volte, lo è, credetemi, ma con un cuore gigantesco assai, dei ragazzi più cattivi che siano mai esistiti sul globo terracqueo: gli Stones...Rolling, evidentemente, e non certo Flinstones!) abbiamo condiviso una eterogenea girandola di esperienze e di vita, viaggi, donne...interessi diversi e svariate passioni: in primis quella per la musica, ovviamente, anche quella per la buona cucina (italiana soprattutto), ma anche quello per le donne (noir et rouge sopra tutte), per le moto (Harley unicamente), per le auto (soltanto rouge e con tanti cavalli rombanti all'interno) e per i cavalli (le nere giumente ed i purosangue sauri: che non rombano, evidentemente, ma assai scalciano e nitriscono!). 
     E' da dire che per darmi pane (ed anche qualche cosa d'altro, fortunatamente, dato che non si vive solo di quello!) faccio il vocalist (da non confondere, però, con il frontmen, ossia figura di ben più ampia e vasta portata e capacità artistico-musicali!), cosa invero un tantino inconsueta dalle mie parti per uno come me che ha la pelle bianca, da oltre due decenni al servizio di artisti più o meno noti, tanto in sala d'incisione, quanto in live sessions o vere e proprie tournée. Attualmente, vista la profonda crisi che ha colpito l'intero comparto della musica, incontro sempre maggiori difficoltà a trovare lavoro stabile (uno degli ultimi, alla corte di king Prince, durò appena dieci settimane: ovvero, giusto il tempo, da parte di sua maestà, di incidere il nuovo disco "Walking Through The Stones", che ovviamente ha scalato le hit!) e quindi, spesso, cerco di arrabattarmi come meglio posso in extra working-time: ad esempio aiutando a montare o a smontare i palchi dei concerti oppure cantando, insieme al mio amico, nei locali più squinternati ed insalubri che ci siano nell'entroterra, nella valley e lungo la costa sud californiana.
     Fu proprio durante una delle nostre [intendo mia e di Bon], per così dire, avventurose scorribande musicali (o meglio disavventure notturne mordi e scappa - come le chiama lui, il mio amico - o prendi e fuggi...Goliardiche alquanto e tanto, tantissimo bizzarre, per arrotondare o rinvigorire il portafoglio ed il budget mensile) che conobbi, tredici mesi orsono (sabato più sabato meno), una ragazza...si chiamava Liberty ed era una brunetta snella ed alquanto graziosa, coi capelli tagliati cortissimi - all'inglese, come si diceva una volta, o da maschiaccio birbante che la sa molto lunga davvero, come dico io oggi - e portati con la frangetta sulla fronte; indossava, vieppiù, una vistosa canottiera rossa che rendeva giustizia dei suoi seni piccoli ma turgidi, un attillatissimo jeans bianco marca "wampum" che rendeva giustizia del suo posteriore  bello sodo (messo in risalto, tra l'altro, insieme al suo cespuglioso pube o monte di Venere - spero che abbiate proprio capito di cosa parlo, anzi, scrivo, - dal fatto che non indossasse neanche un misero alcunché di mutandina!) ed un paio di stivaloni neri (stile road-western) che la slanciavano di molto; inoltre, la damigella aveva il tatuaggio di una rosa gialla inciso sul polso sinistro, portava un orecchino a forma di anello che li ciondolava sul lobo dell'orecchio destro e degli occhialini con la montatura dorata che le donavano una grand'aria da intellettuale e le conferivano quel quid di classe che mai guasta, anche rendendola davvero molto sexy: devo dire, infatti, che è sempre stata quella in una donna, insieme al fatto che essa indossi o meno camicie con pantaloni e giacca, oppure che le porti sopra una minigonna, la cosa che più mi fa impazzire; invero, stuzzicando certe voglie strane e provocandomi un "non so che" di paradossale...Ovvero, paradossalmente pruriginoso! Forse, chissà, - è questione di ormoni in disordine, -  mi direbbe don Alfonso Prada, parroco della monumentale chiesa di Santa Dolores del Carmen a Carpinteria, centro ridente sul Pacifico, lungo la litorale della Santa Barbara County, noto ai surfisti per le onde "gentili" e ai più per i suoi straordinari tramonti vermigli e la meravigliosa fauna tropicale che frequenta le sue acque, il quale una volta confessò mio padre tenendolo - ahilui! - sotto i "ferri" per oltre un'ora (spesso mi sono domandato, a distanza di molti anni dall'accaduto, quali monumentali peccati o malefatte dell'altro mondo avesse mai potuto compiere - sic! - il mio vecchio!); anzi, più semplicemente, - trattasi di ipertestosteronemia - come, invece, salomonicamente ma con tono deciso, affermerebbe il mio vecchio medico, George Sullivan, di Sacramento!!
     Tutto avvenne [l'incontro casuale, si intende] in un batter d'occhio (o in un baleno se vi suona meglio!), quasi senza che nessuno di noi due se n'accorgesse né avesse potuto proferire parola alcuna (sia che fosse di piacere piuttosto che di disapprovazione) o farfulliare un alcunché di amen (o "squirrt": la classica e goduriosa affermazione, il tipico intercalare d'uso corrente pronunciati, di solito, nelle nostre amene lande centrali di California tanto da una donna che sia venuta dopo l'amplesso, quanto da un uomo che  abbia avuto la capacità, il timing giusto ed il sangue sufficientemente freddo da farla "venire"!), dapprima tra un bicchiere di whisky, mandato giù a bruciapelo, nature - senza ghiaccio e sels - una parola e uno sguardo ammiccante, eppoi tra un ballo guancia a guancia ed un bacio, al Dusty Spring di Torrance, cittadina distante otto miglia da Long Beach e posta in direzione nord (ovvero San Francisco), dove lei [Liberty] svolgeva mansioni di barwoman e miscelatrice  di cocktail ammazzacristiani (e forse anche, chissà, di scopamica alla bisogna: termine ben poco romantico, direi, ma ben appropriato, credo!) -  al termine della "serata" (niente di speciale: solito compenso di cento-centocinquanta dollari più mance dei clienti ed extra dei proprietari del locale per il pieno dell'auto), e si concluse con una indimenticabile, colossale sveltina anale nel bagno delle signore (o dame che dir si voglia), mentre il mio amico era intento - ed indaffarato, evidentemente, più del solito - a svuotare la vescica nel bagno dei signori(o cavalieri che dir si voglia) dai liquidi malsani ingurgitati in abbondanza nelle precedenti ore! Al termine dell'accaduto, o meglio dicasi dell'avventuroso e consenziente misfatto (o fattaccio), la bella Liberty, nel mentre che si ricomponeva e rivestiva, esclamò:
     - Io, di solito, ho voglia di fare l'amore, poi penso, casomai, con chi e come farlo!
     - Va bene! - li risposi. - E' tutto a posto, tutto è okey, baby! Siamo stati bene, ci è piaciuto, cosa vogliamo di più, cosa si può cercare di meglio dalla vita se non stare bene e fare le cose che ci piacciono?
     Liberty, allora, con fare malizioso ma gentile mi prese entrambe le mani ed esclamò:
     - Sei in gamba, tu, Lucky! Lo sei davvero: sei veramente una gran bella persona (mi sentii orgoglioso di quelle parole perché era quello che pensavo anche io di lei, cioé una donna molto bella che si era concessa al primo venuto, liberamente, soltanto per il piacere intrinseco di farlo: forse aveva letto dentro di me, scandagliato empaticamente nei miei pensieri...Ma non glielo dissi). Dopo di che mi lasciò le mani, mi strinse le sue braccia intorno al collo e mi diede uno smack sulla guancia sinistra: di quelli che trinciano in due l'universo, che lanciano l'eco e lasciano un timbro indelebile nella testa e nel cuore di chi li riceve...ancor oggi, infatti, lo ricordo come se fosse oggi e non ieri!
     Poi, la bella brunetta mi lanciò uno sguardo, coi suoi nerissimi occhi di rugiada (ancor più penetrante e profondo dello stesso smack di prima!) e dopo essersi ricomposta e rivestita tornò in sala, dove nel frattempo, tutti i clienti erano andati via.
     - Tutto è bene quel che finisce bene, - pensai fra me e me, mentre anch'io, pian piano, mi rivestivo; - e fa pure bene alla salute ed al morale! (e lui, quel losco e strano figuro che ci cammina di fianco come un fantasma, credetemi, era realmente alle stelle!). Ma neanche per idea né per sogno: perché...proprio nulla era concluso e le soprese, - o meglio, la sorpresa, - eran poco più che dietro l'angolo.
     La bella, infatti, - proprio lei, - cominciò a discorrere (indovinate? indovinate?) con la bestia...pardon, con il mio amico il quale, nel frattempo, si era a sua volta riavuto dalla sbornia; i due andarono avanti tutta notte (non capii cosa mai avessero avuto da dirsi ma...non importa!), mentre io nel frattempo appisolato su una poltrona in sala. Al mio risveglio (erano poco più delle quattro del mattino: ovvero quattro ore dopo la mezzanotte e otto prima del rintocco delle campane a mezzogiorno, quando avremmo dovuto pranzare, evidentemente!), i due si scambiarono un bacio e cordialmente si salutarono (sembravano, direi, dei vecchi amici piuttosto che persone conosciutesi da poche ore soltanto); poi, io e Bon ci avviammo alla macchina, una vecchia Mustang decappottabile del 1966 (costata la bellezza di sessantaduemila dollari: esclusi cents e nichelini!), color rosso fuoco e un grosso cuore nero dipinto sulla fiancata sinistra. Sulla stada del ritorno non ci scambiammo neanche una parola: la tensione tra noi due era talmente densa che si sarebbe potuta tagliare col coltello. Arrivati a San Isidro ognuno andò per proprio conto ma...
     Volete ora sapere, miei cari, quale fu lo "strascico" di quell'incontro a due, ovvero tra me e la lei, così fortuito e...diciamo pure fottutamente godibile (e voluttuoso) nonché alquanto veloce? O meglio, quello [intendo sempre lo strascico] precedente al successivo? Ebbene sì, a sei mesi di distanza dall'inconsulto "fattaccio", cioé da tutto il resto (cadeva il 17 novembre del 2012 ed era pur sempre un venerdì - sebben esso fosse tiepido e assolato - sic!: alla faccia della superstizione!), Bon convogliò (o si arenò, impantanò: dipende, ovvio, dai punti di vista) a giuste nozze con Liberty, infilandogli la fede al dito sull'altare della chiesa Sacra Caridad, a San Isidro: è proprio il caso di dire (per Bon, chiaramente!) che niente è mai impossibile...ovvero: non è mai troppo tardi per niente e nessuno su questa terra!
     Ripensandoci ora (a distanza di un po' di tempo: ma a mente fredda e lucida, forse) mi vien da ridere, anzi, da piangere (per l'occasione persa, evidentemente; avrei potuto esserci io, infatti, al posto del mio amico...e Liberty è davvero una gran bella ragazza e una bellissima persona!): io, sempre impeccabile e a modo, dolce e garbato, resto ancora single mentre Bon, un filibustiere con la effe maiuscola, invece...
     Quel giorno, al termine della cerimonia nuziale e dop'aver sceso le scalinate della chiesa, mi avvicinai a Bon, ch'era freneticamente intento a stringere mani di parenti e amici e a dispensare sorrisi, baci ed abbracci di circostanza, lo fissai negli occhi ("dritto per dritto": come avrebbe detto di fare il mio vecchio coach dei quarterback, Sonny Sterling, al college, tempo fa!), naturalmente con ghigno bonario, e li sussurrai nell'orecchio destro:
     - Finalmente, vecchio mio, hai smesso di fare il puttaniere!
     Lui, in tutta risposta, dapprima mi disse: - sì, è vero, Lucky, finalmente è tutto finito, lo è davvero questa volta; ho proprio messo la testa a partito! - Dopo di che, col suo fare da figlio di cagna bastonato e remissivo, mi guardò (anche lui dritto negli occhi) e con fare sincero mi abbracciò fraternamente. Si infilò, poi, tenendo per mano Liberty, nella cadillac bianca e nera ch'era ferma davanti alla chiesa, in attesa degli sposi. Non appena il veicolo si mosse, lui, Bon, uscì la testa dal finestrino di destra e rivolgendosi agli invitati, fermi sul piazzale antistante la chiesa, esclamò:
     - Arrivederci, coglioni!
     Era il solito Bon, quello; ma aveva messo la testa a posto (a partito, come aveva detto  lui stesso, poco prima) per davvero.
     - Era ora che lo facesse! - pensai così tra me e me ed aggiungo, sperando che lui [Bon] non debba mai leggere queste righe; - era proprio ora, dopo aver svolto una onorata ed ultra quarantennale carriera in quelle vesti oltre che in quella di single impenitente, impavido ed arcicontento o spensierato...Impunito.
     Si pensi che quel povero ragazzo (Beh!...definirlo ragazzo andrebbe pure bene, ma povero, invece, è davvero un eufemismo!) ricordava a menadito, anni fa, e suppongo li ricordi ancora, i recapiti telefonici delle squillo (altrimenti dette, in Quebec, "entraineuses" oppure, altrove, "ricamatrici borderline" di preservativi!) più rinomate che operassero nel raggio di cinquanta miglia (sicuramente quelle marine o nautiche americane, non certo quelle terrestri o inglesi!) dalla nostra città!
     I novelli sposi tornarono a San Isidro dopo lunga luna di miele (durò quaranta giorni) trascorsa prima in giro per il Canada e il centroamerica, dopo (dalla Baja California, in Messico, al Belize, dal Costarica a Panama, Cuba, Giamaica e Santo Domingo).
     Adesso, però, dopo aver praticato con tanta devozione e discretissima quanto sistematica léna e caparbietà (così per gioco...ma tanto caparbia d'aver avuto bisogno, a volte, per riprendersi, d'annusare i sali -  come fanno i boxeur durante il match - o sniffare un po' di finisssima, e sicuramente non candida, "spring's snow", altrimenti nota come mescalina bianca!), nonché numerose volte (anzi, direi proprio dop'averlo fatto tante, tantissime volte, sinanche a rasentare la nausea) il tira e molla, ovvero il dacci dentro c'altri non è se non la millenaria arte e sopraffina (per alcuni, e molte volte, a mio avviso, lo è: basta frequentare alcuni popoli e studiare la loro cultura, o leggere determinati testi come il Khamasutra, per averne sentore e conferma!), della copulazione, i due soggetti (o meglio soltanto lei, Liberty, visto che, sino a contraria prova, e nonostante i progressi fatti dalla medicina, in particolare la moderna ginecologia, - vitro, provette, elisir magici e quant'altro - la gravidanza resta ancora una prerogativa della donna piuttosto che dell'uomo), aspettano una puer...ovvero una bambina che, come lui stesso [Bon] mi confessò tempo fa (essendo, però, d'accordo con la sua dolce metà), chiameranno Janis in onore, evidentemente, della famosa rock-singer degli anni sessanta-settanta Janis Joplin, appunto, di cui entrambi sono sfegatati cultori: molti la ricorderanno (spero, però, siano ancora di più, ossia milioni!), la soprannominarono "The Pearl" o "brutto anatroccolo" (nomignoli affibbiatili dalla critica e dai media piuttosto che dai fans), aveva una splendida voce, ruvida e pungente (pungenti erano pure i suoi testi, scritti e poi da lei stessa cantati), il sangue black nelle vene e l'anima black. Andò via dalla  musica e dalla vita troppo presto e divenne una icona al femminile della decade d'oro del rock mondiale, al pari dei due Jimmies, Morrison e Hendrix, che lo sono al maschile.
     Orbene, mi domando ora quale possa essere la morale di questa breve storia del "circular triangle" o menage (veloce) a trois tra me, Bon e Liberty appena raccontatavi? (Ammesso e non concesso, però, che debba giuoco forza essercene sempre una). Direi proprio che potrebbe essere la seguente: il susseguirsi delle casualità - davvero mai banale - (è) correlato agli imprevisti nella vita di ognuno di noi: ovvero, la stessa cosa (che) va in un modo ad una persona - bene o male, chissà ,-  al contrario va o può andare, - bene o male, chissà, - ad un'altra!

    da: "Le memorie strane di un asino pazzo a stelle&strisce chiamato Lucky", 2014).

  • 05 agosto alle ore 9:46
    I DUE SEMINARISTI

    Come comincia: Questa è la triste istoria (finita bene) non di Stefano Pelloni detto il Passatore bandito romagnolo ma di Pilo e Follì due figli di contadini. A parte i loro nomi non proprio comuni consigliati (diciamo imposti) dal padrone del terreno coltivato dai genitori vicino Tivoli, un certo Camillo da tutti conosciuto come lo zio Camillo. I due ragazzi avevano forzatamente seguito le orme familiari di contadini. Purtroppo lo zio Camillo zitello incallito e vecchio spilorcio, non aveva voluto modernizzare il modo di coltivare il terreno di cinquanta ettari e pertanto Dario, Concetta genitori ed i due figli erano costretti ad usare l’aratro tirati da buoi oltre che zappe, forconi e vanghe con notevole fatica fisica. Con la morte del padre per infarto, per la madre e per i due ragazzi la fatica era molto aumentata, il colpo finale alla decisione dei tre di cambiare vita venne dal cattivo tempo che mandò a monte i raccolti. Concetta andò ad aiutare la sorella anche lei contadina, i due ragazzi? Scelsero quella che nel medio evo era la via di fuga degli agricoltori: farsi prete partendo dal proverbio ‘contadino scarpe grosse e cervello fino.’ Si presentarono al parroco del paese don Sinesio rappresentando la loro  vocazione sacerdotale e chiesero di inoltrare una loro istanza in tal merito. Il vecchio parroco, ormai rotto a tutte le esperienza di vita era molto scettico anche perché i due avevano fama di andar troppo appresso alle gonnelle femminili ma partendo dalla esperienza di vita e dal presupposto volgare: ‘fatti i cazzi tuoi e ti troverai bene’inoltrò la domanda dei due giovani, istanza che fu accettata, in tempi di poche vocazioni… Pilo e Follì entrarono nel Pontificio Seminario ed iniziarono il loro percorso sacerdotale. Dopo sei anni Pilo e Follì stavano per diventare diaconi ma un evento imprevedibile cambiò la loro vita: zio Camillo per un cancro alla prostata stava per passare a miglior vita, il cotale in lite con tutti i siuoi parenti chiamò al suo capezzale i due giovani facendo loro presente che sarebbero stati gli unici eredi delle sue ricchezze purché ogni mese avessero fatto celebrare una messa in suo suffragio, forse la paura di andare all’Inferno! Pilo e Follì per prima cosa lasciarono l’abito talare, ecambiarono i loro nomi in Alessio ed in Antonello ed andarono al Banco di Roma dove ebbero modo di constatare la consistenza delle loro ricchezze, alle delucidazioni del direttore di filiale rimasero sbalorditi: il vecchio li aveva lasciati abbienti, agiati, facoltosi in altre parole: ricchi! Subito muniti di carta di credito oro si recarono prima in negozi di vestiti e di scarpe per cambiare il loro abbigliamento poi in una filiale di auto Alfa Romeo dove presero possesso di una ‘Stelvio’ di color rosso pluriaccessoriata già pronta con cui si recarono a Tivoli per pavoneggiarsi in paese. Presero alloggio al primo albergo che incontrarono sulla loro strada, alla presentazione della carta oro il  portiere sgranò tanto di occhi, si inchinò ai due signori ed offrì la miglior camera dell’albergo. “Ce ne occorrono due e, se possibile una compagnia di due ragazze disponibili.” È noto che in questo campo i portieri di albergo sono piuttosto aggiornati e così dopo mezz’ora comparvero una bruna ed una mora. “Siamo Simona e Sofia, che bei giovani, si avvicina l’ora di cena che ne dite prima di un buon pasto, per motivi di ‘lavoro’ abbiamo saltato i pranzo.” A tavola grande allegria, il cameriere, di stretta osservanza romanesca si chiamava Romoletto, ben foraggiato servì a tavola i migliori piatti del ristorante, finale un ananas digestivo. Sulle scale Antonello: “Cacchio non abbiamo i preservativi!” “Sofia fece onore al suo nome ‘saggezza’: “Tutto a posto ne abbiamo una riserva!” La mattina dopo aver riprovato le gioie terrene, liquidate le due squillo Alessio ed Antonello andarono in canonica per salutare il vecchio parroco, non c’era più nel senso che era passato a miglior vita, al suo posto un giovane tutto profumato e vestito in nero con collare bianco, niente tonaca in compenso poteva portare delle gonne era un omo! Brevi saluti e poi andata a Roma per affittare un alloggio possibilmente vicino alla stazione Termini. Lungo la strada incrociarono l’insegna di una società che vendeva abitazioni. Alla richiesta dei due un impiegato: “Signori sono fortunati, abbiamo un alloggio in vendita in via Marsala è un po’ costoso ma è stato di recente ristrutturato ed è pure ammobiliato.” “Lo prendiamo a scatola chiusa, telefoni al Banco di Roma per convalidare un nostro assegno.” “Scusate la confidenza, sono Eugenio il direttore, mi avete fatto simpatia e mi fido di voi. Un giorno se mi invitate verrò a trovarvi.” “Con piacere Eugenio se ha qualche cara amica…” “Capito tutto, a presto.” L’estate si stava avvicinando, c’era da scegliere una località dove allontanarsi dalla calura, un cartellone in via Marsala reclamizzava un percorso da Livorno verso la Corsica, esattamente a Porto Vecchio. Decisione immediata di Pilo e Follì, pardon di Alessio ed Antonello che, navigatore adjútor giunsero a Livorno e si imbarcarono su una nave dalla Corsica Sardinia Ferries, destinazione Porto Vecchio in Corsica. I due giovani presi dall’entusiasmo delle novità non avevano previsto dove andare, incontrando un giovane ufficiale di bordo: “Ci scusi, è la prima volta che andiamo in Corsica, ci potrebbe indicare una località di villeggiatura?” “Dipende se volete recarvi in un posto dove vanno le famiglie oppure siete anticonformisti e volete alloggiare un villaggio per naturisti.” Antonello: “Siamo per la natura.” Allora voi suggerisco il villaggio ‘la Chiappa’ dal nome significativo, buon soggiorno.” Alessio e Antonello rimasero perplessi, non avevano capito bene di cosa si trattasse ad ogni modo presero per buono il suggerimento. Sempre con l’aiuto del navigatore satellitare il pomeriggio arrivarono in località Porto Vecchio dove era ubicato quel villaggio dal nome particolare. All’ingresso: “Messieurs avez vous réservé?” I due avevano studiato francese al classico: “Siamo italiani ad ogni modo ho capito, no non abbiamo prenotato.” “Noi parliamo bene l’italiano, non c’è problema,ci sono dei bungalow liberi, Serge verrà con voi per indicarvi la strada.” Alessio ed Antonello rimasero basiti, tutti i villeggianti erano nudi, l’ufficiale di bordo che aveva fornito l’indicazione del villaggio parlando di naturisti intendeva nudisti, si misero a ridere. Si presentò un signore vestito: “Je suis Charles, à votre disposition.” “Siamo Alessio ed Antonello, siamo in vacanza non sappiamo per quanti giorni, a tavola vorremmo possibilmente avere la compagnia di ragazze.” Charles guardando i documenti: “Qui ci son scritti altri vostri nomi.” “In italiano si chiamano soprannomi.” “Bien, tavolo ventitré, cena dalle venti alle ventidue, buona permanenza. Alessio ed Antonio si spogliarono ed uscirono al di fuori del bungalow ma nel vedere tante giovani donne nude ebbero la sorpresa di vedere il loro ‘ciccio’innalzarsi, nel regolamento c’era scritto che era proibito avere rapporti sessuali in pubblico e così rientrarono nel bungalow, l’unica soluzione era indossare un costume, si avvicinarono di nuovo a Charles ed esposero il loro problema. Il direttore dimostrò molto sangue freddo: “Può capitare, potreste indossare un asciugamano e togliervelo quando…avete capito.” I ‘cosi’ dei due capirono la lezione e ritornarono alla cuccia. A tavola erano già seduti dei giovani di varie nazionalità, anche italiani, Alessio ed Antonello si presentarono ed ebbero una buona accoglienza, erano tutti allegri. Dinanzi a loro due francesine non molto alte ma belle in viso ed anche di corpo niente male. Alla fine della cena: “Nous sommes Aline e Ambra parliamo poco l’italien.” “Siamo pari, noi parliamo poco il francese, andiamo in riva al mare.” I due ‘cosi’ di ragazzi presero vigore ed alzarono la ‘testa’: “Chiediamo scusa, non lo abbiamo fatto apposta…” Gran risata delle due ragazze: “Hier nous sommes passé avec deux françois qui l’avaient piccolo et mou!” “Andiamo nel bungalow.” Aline con Alessio ed Antonello con Ambra dimostrarono subito si essere in sintonia in fatto di sesso, avevano affermato di usare la pillola, Alessio ed Antonello si consultarono se usare o meno il condom, forse le ragazze si sarebbero offese, corsero il rischio ma ne valeva la pena,  in posizione cavalcante erano fantastiche. I due ex seminaristi arrivarono in Paradiso, ma non quello predetto dalle sacre scritture e poi loro due erano dei peccatori! Le due francesi furono rimpiazzate da Aurora e da Martina residenti a  Pizzo Calabro, la specialità della loro città i coni gelati, le due napitane dimostrarono di apprezzare molto anche un altro genere di coni! Casa dolce casa: Pilo e Follì nell’attico di via Marsala a Roma ripresero le ‘penne’ come si dice in gergo, erano veramente spompati ma felici, l’anno prossimo avrebbero cambiato nazione forse la Croazia, anche li in un villaggio di naturisti o nudisti che dir si voglia.
     

  • 05 agosto alle ore 9:43
    LA ANDROMANE

    Come comincia: Talvolta i destini delle persone si incrociano, era quello che era  accaduto a Mattia direttore di una filiale del Banco di Roma la cui consorte, Martina, era deceduta per un carcinoma alle ovaie non diagnosticato in tempo dai medici. Nello stesso istituto di credito era impiegato Matteo, impiegato modello da poco maritato con Aida che una mattina era stato colpito da un infarto fulminante che nemmeno i medici del pronto soccorso del vicino ospedale San Giovanni erano riusciti a curare. In chiesa cerimonia funebre comune. Dopo i soliti abbracci di parenti ed amici e consueto discorso del sacerdote che esaltava le doti dei due deceduti, seppellimento al Verano. Da quel momento erano sorti problemi pratici per i due vedovi. Mattia era impegnato sino alla sera per il suo lavoro, Aida con la morte del marito Matteo si era trovata, da casalinga, a dover sbarcare il lunario, suo marito non aveva mai voluto che insegnasse malgrado la sua laurea in lettere, niente pensione del defunto che non aveva raggiunto gli anni utili per il pensionamento. Mattia si rese conto di non poter lasciare solo suo figlio a casa per tutta la giornata, a sedici anni non sarebbe stato in grado di gestirsi nel quotidiano, ci voleva una presenza femminile che Mattia individuò in Aida che fu costretta ad accettare l’ospitalità del direttore del suo defunto marito, non aveva altre soluzioni, si installò nella camera degli ospiti. Non aveva problemi col precedente alloggio, era in affitto, vendette a poco prezzo tutta la mobilia, d’altronde quell’abitazione le ricordava il caro Matteo di cui era stata innamorata. In poco tempo si era inserita nella nuova vita. Mattia era una persona per bene, le domandava sempre di cosa avesse bisogno senza avanzare pretese sessuali, il figlio Andrea iscritto alla quarta ginnasiale non dava problemi, studioso, era molto amico di Riccardo un suo compagno di classe che abitava al piano superiore nel suo  stesso palazzo. Aida aveva preso in mano il menage familiare, sostituiva Martina di cui era stata amica; solito tran tran: la mattina colazione per tre, successivamente spesa al mercato e nei negozi viciniori, cucina per due in quanto Mattia rientrava a casa la sera, Andrea e l’amico Riccardo andavano a scuola al liceo scientifico Cavour il pomeriggio, la mattina studiavano alternativamente a casa dell’uno o dell’altro. A parte la solitudine che le portava una tristezza infinita e la prospettiva di un futuro incerto, Aida non si poteva lamentare, di questi tempi è molto difficile trovare un lavoro se non quelli umili di pulizia. Eris, dea greca della discordia pensò bene di rompere l’equilibrio di quella famiglia, una mattina Aida andò more solito a far la spese, arrivata al mercato si rese conto di aver lasciato il borsellino con il denaro in cucina, rientrò nell’abitazione, uno strano silenzio, di solito i due ragazzi studiavano a voce alta, non erano nello studio, li scovò nella camera da letto di Andrea e quasi svenne: Andrea nudo era penetrato col suo pene nel sedere do Riccardo messo piegato un  avanti sul letto. Appena il suo cuore tornò quasi ai battiti normali,  riprese il suo sangue freddo, aprì la porta di casa, la richiuse con fragore e: “Ragazzi sono tornata, ho dimenticato il borsellino sul tavolo della cucina, dove siete? Entrò in camera da letto, i due ragazzi si erano rivestiti, meglio così, per il futuro avrebbe pensato ad una strategia come comportarsi e se avvisare Mattia della situazione da lei scoperta. Invece di andar a far la spesa si sedette al bar sotto casa ed ordinò ad Amleto il barista un caffè. Rimase seduta circa una mezz’ora poi si rese conto che doveva preparare il pranzo e rientrò in casa. Al rientro di Andrea da scuola nessun dialogo, Aida non sapeva come comportarsi, all’arrivo di Mattia dal lavoro, rimasta solo con lui in sala da pranzo lo mise al corrente  del fatto da lei scoperto la mattina. Il direttore di banca stanco del lavoro e triste per il recente suo lutto rimase annichilito, senza parole. Ci volle del tempo prima che riuscisse a riprendersi: “Aida che mi consigli, conosco vari psicoterapeuti posso concordare con loro una soluzione, non so che altro fare, forse tu da donna…”  “Debbo inquadrare la situazione, non ti offendere ma spesso le femminucce sono più concreti dei maschietti, ci penserò stanotte.” Il sonno tardava a venire come pure la soluzione del problema, la cosa migliore forse era quella di parlare ai due ragazzi della sessualità alla loro età e soprattutto di non dar peso ad eventuali deviazioni dal comune agire. Stabilito questo principio Aida riuscì a prendere sonno. La mattina dopo colazione Riccardo era rimasto a casa sua, un ostacolo imprevisto, Aida telefonò a casa dell’amico di Andrea, rispose la madre affermando che il figlio non si sentiva bene, ovviamente era una bugia ed allora Aida: Andrea non voglio rifilarti frasi inutili come quelle di: posso essere tua madre, non dare peso a certe situazioni e via dicendo, ti faccio sapere che l’altra mattina ho visto te e Riccardo in camera tua. La scienza dice che non esistono solo gli etero sessuali puri, soprattutto nelle prime fasi della sessualità sia maschile che femminile possono avvenire degli occasionali incontri omosessuali senza per questo intaccare proprie inclinazioni, ci sono molti esempi anche in campo animale, non dimentichiamo che discendiamo dalle scimmie con cui abbiamo molto in comune, il tuo rapporto con Riccardo era uno sfogo puramente sessuale, se aveste avuto vicino una femminuccia avreste avuto un rapporto con lei, quindi niente allarmismi, Andrea vieni vicino a me, dammi un bacione, sei un bel ragazzo e farai strage di tue coetanee.”L’abbraccio con  Aida fece effetto su Andrea che si accorse che il suo pisello dentro i pantaloni era diventato un pisellone, ora il problema si era spostato su Aida, le sue belle parole avevano fatto presa sul ragazzo ma ora doveva mettere in pratica la sua teoria. D’istinto abbassò i pantaloni di Andrea, prese in mano il pisellone che in breve tempo eiaculò sulle sue mani. “Questo è la riprova di  quello che ti ho detto poco fa, chiama Riccardo e digli come sono andate le cose. Mattia ogni sera domandava ad Aida se avesse fatto progressi con i due ragazzi, Aida svicolò nel rispondere, immaginava come sarebbe finita la situazione ed era fra la contentezza e la preoccupazione del futuro, cosa sarebbe accaduto? Riccardo evidentemente informato da Andrea di quanto dettogli da Aida riprese  a frequentare la casa dell’amico sperando che anche lui avrebbe avuto un trattamento simile se non migliore del suo amico, insomma ambedue volevano provare la ‘topa’ di Aida, ormai si sentivano grandi per provare finalmente le gioie di un rapporto sessuale con una femminuccia ma Aida si allontanava dai due con ogni scusa possibile, aveva intrapreso una strada che era stata fruttuosa per i giovani ma lei non si sentiva di fare la nave scuola come si dice i  gergo. Una mattina i due ormai eccitatissimi andarono in cucina, abbracciarono Aida e: “Ora metti in pratica quello che ci hai insegnato.”  Le abbassarono gli slip entrando a turno nella ‘topa’ un po’ fuori allenamento ma ancora recettiva. Finito il rapporto sessuale apprezzato dalla signora, ad Aida venne in mente che i ragazzi non avevano presa alcuna precauzione, ci mancava solo che fosse rimasta incinta, andò in bagno a lavarsi sperando nel meglio. Per fortuna stavolta Etis era distratta e così ad Aida vennero le mestruazioni con grande suo sollievo, i ragazzi incoscientemente ridevano, viva la gioventù, ormai si sentivano adulti. Aida pensò bene di recarsi in una farmacia lontano da casa per acquistare pillole anticoncezionali, ormai la via era tracciata ed i ragazzi non si sarebbero certo fermati, tutto sommato non le dispiaceva, due torelli in fase di crescita sono instancabili ed a lei in passato era mancato il sesso. Dato le insistenze di Mattia nel voler sapere come era finita la storia di suo figlio con Riccardo, Aida fu costretta un pomeriggio che Mattia era libero a raccontare la verità anche per tranquillizzarlo,  il padrone di casa che ebbe una reazione non prevista: “Cara che ne pensi se io… in fondo sono ancora giovane, se vuoi potremmo sposarci, intanto vorrei un assaggino!” Altro che assaggino il padre era più eccitato dei due ragazzi, meglio fornito sessualmente ed anche viziato perché pretese anche di assaggiare il ‘popò’ di Aida che, anche se sessualmente soddisfatta si sentiva sempre le gambe mosce, troppa goduria dopo tanto tempo di astinenza. Col tempo la situazione inaspettatamente cambiò: Aida divenne molto più ricettiva al sesso, riusciva ad avere orgasmi a ripetizione sia con i due amici che con Mattia, di colpo di era scoperta ninfomane. Anche la sua vita era cambiata: la mattina usciva di casa vestita di nero come per dimostrare che portava ancora il lutto per il defunto marito, niente trucco, confidenza a nessuno. Amleto il barista cercò di avvicinarla, un pomeriggio suonò alla porta di casa di Aida e: “Signora sono Amleto il barista, il signor Mattia ha ordinato dei cannoli, ne ho un vassoio con me, mi apra la porta per favore.” “Al momento non sono presentabile, lasci tutto sullo zerbino e così Amleto non solo non combinò nulla ma ci rimise pure i soldi dei cannoli. Aida rientrando dalla spesa a casa cambiava completamente aspetto: si truccava in modo magistrale bocca ed occhi, era veramente sexy, camicetta senza reggiseno minigonna senza slip pronta alla bisogna, talvolta anche con una sveltina coi ragazzi riusciva ad avere un orgasmo, niente più gambe molli, una nuova energia la pervadeva tutta. Andrea e Riccardo, finito di studiare  ne approfittavano a turno riacquistando energie con successive succulenti libagioni. La sera era il turno di  Mattia che talvolta riusciva ad uscire dall’ufficio il pomeriggio per godersi da solo la ‘topa’ di Aida senza la presenza dei due giovani. Sia la cosina che il popò di Aida reggevano alle continue intrusioni anzi talvolta era lei stessa a cercare un rapporto intimo, quasi riusciva ad imitare ‘Gola profonda’ nei rapporti orali. Il tempo passa e va come da nota canzone, Andrea e Riccardo si fidanzarono con due belle ragazze loro compagne di università non tralasciando però qualche saltuaria visita ad Aida sempre disponibile ad accogliere i loro ormai diventati ‘cosoni’. Mattia divenne nonno e sposò Aida che rimpiangeva i tempi passati e si doveva contentare delle prestazioni sempre meno performanti di Mattia, così va la vita, così va l’amore (Jovanotti).
     

  • 04 agosto alle ore 19:56
    Non posso mentire ancora (seconda parte)

    Come comincia:  L'indomani, al ritorno in ospedale, ritrovai mia sorella abbastanza intontita (o intronata: che è poi identica cosa, detta solo con meno tatto!): era l'effetto della fiala di Toradol (la terapia d'urto, a base di rinforzo delle difese immunitarie al mattino e, soprattutto, per arginare i dolori, era di due fiale da 20 mg/ml pro die: le cose andavano benino, per il momento!)...al risveglio, ovvero di rientro dal suo viaggio, Sara mi salutò e sorrise; poi, però, si ammusonì di colpo.
     - Un bacio per i tuoi pensieri, - feci io - (era un gioco che entrambi facevamo spesso da ragazzini: la metteva di buon'umore).
     - I miei pensieri...non val la pena conoscerli, oggi, credimi! - disse lei. - Ma sì, dai...(lei stessa si contraddisse e riprese a parlare), quando mi farai conoscere Laura? Allora, scemo, quando?
     - Presto! - feci io. - Dimmi il tuo pensiero, ora.   
      Leggimi il nostro libro…(era Le avventure di Huckelberry Finn, di Mark Twain, glielo leggevo spesso prima di farla addormentare, quando erano ancora vivi i nostri genitori). Cominciai a leggere ma lei si addormentò di nuovo. Al risveglio, pensai, sarebbe stato il momento buono di dirgli tutto oppure… Al risveglio, due ore dopo, mi precedette (forse, chissà, mi aveva letto nel pensiero!):
    - Devi dirmi la verità, Luciano. Almeno tu devi essere sincero, con me; sono tutti gentili e vaghi: il professore mi dice sempre che passerà…ma io non credo a niente di quello che mi dicono, neanche una parola. A te, invece, crederò: qualunque cosa mi dirai! 
     - Non potevo mentire ancora! - dissi tra me e me. -
     Dopo quelle parole neanche una statua di marmo avrebbe potuto esimersi dal parlare. Era mia sorella e non meritava di essere presa in giro: del resto, - pensai ironicamente
     - anche un vecchio montagnardo francese mi avrebbe detto “Luciano, la vérité, l’apre vérité!".
     A quel punto una lacrima sgorgò dalla ciglia del mio occhio destro, ma rimase in bilico, quasi fosse stata strozzata anch’essa dall’emozione, e non volle cadere…- Non c’è più speranza! - le dissi tutto d’un fiato mentre al contempo le stringevo la mano. Lei, sorprendentemente, ebbe una reazione che non mi sarei mai aspettato, di quelle che solo io, freddo per natura, avrei potuto avere…mi chiese senza tentennamenti:
     - Quanto tempo ho ancora? Giorni? - chiese, ferma e decisa. – Oppure soltanto minuti? 
     - Non lo so, credimi, mm…- tentennai un po’, poi mi ripresi – qualche settimana, mi ha detto il prof per telefono, quando tu sei stata male, sabato scorso. 
     - Bene! - fece lei, con fare quasi sarcastico ed ironico. - Allora siamo a cavallo, non credi? Pensavo avessi meno tempo, in fondo! 
     - Tu sei tutta matta, - esclamai io - sei proprio mia sorella, lo sai? 
     - Domani, Luciano, mi porterai la rivista di cui ti ho detto (la povera sorellina pensava ancora di potermi e dovermi aiutare a trovare l’abito per il mio matrimonio, quello “fasullo” di cui le avevo detto: di organizzarlo insieme a me… ma che importa; contava solo che vivesse attimi di serenità e, forse, di gioia insieme a me!) e dopo…- Si fermò per un attimo, aveva avuto una fitta fortissima in mezzo alla fronte (effetto collaterale del Toradol), ma poi riprese:
     - Prendi carta e penna, - disse, - devi aiutarmi a scrivere. 
     A quel punto mi ammutolii per un attimo (sembrava quasi che fossi io ad avere un male che mi divorava dentro e che, di lì a qualche settimana, forse meno, mi avrebbe portato via da questa terra!), mi venne in mente un aforisma della grande scrittrice e poetessa franco-belga Marguerite Yourcenar (lo avevo letto da qualche parte, ma non ricordavo dove, però): "Dobbiamo entrare nella morte ad occhi aperti"…e lei, Sara, la mia dolce sorellina lo stava proprio facendo: ad occhi aperti e con coraggio, prendendo di petto (anzi, a calci nel culo!) la vecchia signora con la falce! 
     - Dimmi, vecchia, (ogni tanto la chiamavo in quel modo, per prenderla in giro e farla arrabbiare) -  cosa vorresti fare con carta e penna: hai da fare testamento? Se non hai un soldo bucato! – esclamai. (Anche io, a quel punto, avevo ripreso le mie forze e riuscivo a reggere il suo gioco…ricominciavo ad essere ironico e un pò pagliaccio). 
     - Una cosa del genere: - mi rispose Sara - devi aiutarmi a scrivere a tutte le persone che conosco, a cui ho voluto bene e che mi hanno voluto bene (erano tante, tra parenti ed amici: ma non mi scoraggiai). E poi voglio organizzare il mio funerale, voglio essere cremata e seppellita accanto a mamma e papà (la cappella di famiglia, quella dove riposavano i miei genitori, insieme ai nonni, era a Castellania, piccolo borgo dell’alessandrino di appena centocinquanta-cent’ottanta anime, dedito alla viticoltura, in cui si passavano le vacanze estive: sù, in cima al colle di San Biagio che sovrasta l’abitato, vi è il piccolo cimitero in cui riposa anche il “campionissimo” Fausto Coppi; - di li a poco anche lei…- pensai, tra me e me - sarebbe stata lì!). Sara a quel punto si bloccò un attimo e si asciugò una lacrima: poi continuò imperterrita a parlare e a darmi disposizioni sino all’orario di uscita. Nei giorni che seguirono, sino al venerdì 18 aprile, il giorno, cioè dell’antivigilia di pàsqua (sarebbe stato, insieme al successivo, quello cruciale!), aiutai mia sorella a scrivere le lettere di cui detto (lei era fantastica, come al solito: scrisse anche una bellissima lettera all’ex fidanzato, in cui diceva di non aver rancore per lui, per il fatto che l’avesse lasciata due anni prima!); poi lei aiutò me a trovare il vestito giusto per il mio fantomatico matrimonio (il suo, invece, glielo avevo comprato io, qualche giorno prima; cinquantanove euro in svendita – anche quel tipo di vestito, forse, risente della recessione! – in un negozietto vintage in largo Belgio al quartiere Vanchiglia, poco distante dal centro). Stentavo a credere a tutto quanto stava avvenendo, cioè, stentavo proprio a crederci, letteralmente: non riuscivo a capire dove mia sorella prendesse tutta quella energia e quella forza interiore.
     - Chissà, - dicevo a me stesso - se era opera di un dio o di un diavolo…avevo, però, altro da fare, in fin dei conti, e restavo, per così dire, agnostico! Alcune volte, tuttavia, il dolore (il suo, quello vero, alle braccia, o al collo, o al fianco destro) era insopportabile; mia sorella, però, mi toccava con la sua mano, dolcemente (era sempre la sinistra, quasi a tranquillizzarmi...lei, sic!, lo faceva a me!!) ed io capivo: allora Alfredo, o Gino, o la caposala Grimaldi entravano nella stanza, en passant, e ironicamente esclamavano:
     - Bimbi, è l’ora della puntura (il Toradol era rimasto tal quale a prima: in aggiunta, però, li iniettavano una dose di Contramal da 1,5). Il venerdì suddetto arrivò. Entrai nella stanza: Sara era colorita in volto (per via della febbre, probabilmente, e della dose più alta di antidolorifici iniettatagli), la baciai sulla guancia destra. Nel frattempo entrò anche l’infermiera Sallusti, una milanese trapiantata a Torino, bionda e bella da impazzire.  Somministrò a Sara la dose di immunostimolante e poi le prese la temperatura:
     - E’ scesa - disse; poi andò via. Io ero uscito in corridoio, nel frattempo, a fumarmi una sigaretta (è da una vita che fumo le Merit senza filtro: più che fumarle, però, faccio due o tre tiri e poi le getto via; è per questo che consumo circa quattro-cinque pacchetti da venti al giorno!). Rientrai in stanza e mia sorella, di getto, cominciò a parlare. 
     - Sai, Luciano, - mi disse, decisa e sicura (sembrava quasi un kapò di Auschwitz!) - penso che non importi, in fin dei conti, quanto tempo vivi né il tempo che trascorri su questa terra, a questo mondo: ciocchè conta, invece, è quello che hai fatto durante il viaggio, le persone che hai amato e ti hanno amato. Quello che conta è la vita terrena, non quell’altra che probabilmente non c’è, e se hai lottato e vissuto con fierezza, dignità e coraggio. Sai, fratellino – continuò - pensa alle farfalle, che vivono una settimana soltanto da quando hanno terminato di essere crisalidi: giusto il tempo di fecondare…mentre ci sono persone che vivono cent’anni e passa ma non fanno nulla di buono! Questo pensiero bellissimo espresso con poche, essenziali parole in un momento così difficile e drammatico nella vita di entrambi (non era una stolta, tuttavia, mia sorella, lo sapevo: non a caso si era laureata in filosofia, a Roma, con tanto di lode sulla tesi!) mi diede serenità e coraggio: avevo capito che lei, pur essendo atea come me, oltre ad entrare nella morte ad occhi aperti (come dice la Yourcenar) ed a sua volta coraggiosamente, era pronta ad affrontare la situazione senza patemi di sorta, con la ben chiara consapevolezza di ciò a cui andava incontro. Ironia della sorte, era proprio lei che in quel frangente riusciva a darmi buone sensazioni e, inconsapevolmente, a donarmi ancora una volta aiuto e sostegno morale! Il resto della serata, prima che tornassi a casa, lo passammo uno seduto sul letto e l’altra con la testa appoggiata sulle mie gambe. In quei momenti, dentro me stesso, pensai:
     - Darei qualunque cosa, anche la mia vita, perché la mia Sara non dovesse fare quella brutta fine, scambierei più volte, persino dieci, la mia vita con la sua, ma…non si può avere sempre quello che si desidera nella vita! 
     Terminato l’orario di visita ci salutammo e la lasciai (non sapevo, però, che quello sarebbe stato l’ultimo saluto tra noi, l’ultima volta che l’avrei vista in vita!). L’indomani sera, infatti, arrivato sull’uscio della porta della stanza mi accorsi che il letto era vuoto. Si avvicinò a me il dottor  De Carlo e fece:
     - Luciano, Sara è entrata in coma stamattina, alle dieci e trenta in punto. Abbiamo tentato di contattarti più volte ma il tuo cellulare era sempre senza segnale. Vieni con me, ti accompagno in rianimazione; animo dai! 
     In effetti il mio cellulare era scarico dalla sera precedente: avevo disgraziatamente dimenticato di porlo sotto carica! Giunti in rianimazione, non ebbi il tempo di dire neanche un amen e…mi avvicinai al letto di  Sara, nella stanza con la luce rossa soffusa, e mi accorsi che non respirava; venne vicino a me, allora, il professor Anselmi e mi disse:
     - E’andata, Luciano!
     Erano le ventitrè, mia sorella non c’era più: non potevo crederci ma dovevo farlo.   Dentro di me pensai: 
     - Ora sì che sono solo! 
     Al tempo stesso, però, pensai che in quelle settimane dolorose ma anche, a loro modo spensierate, era stata proprio mia sorella che mi aveva insegnato a capire alcune cose sulla vita e l’esistenza: non fui io, invece, ad aiutarla a morire! Qualche settimana dopo, un venerdì, mi recai sulla tomba di Sara, nella cappella di famiglia, nel cimitero di Castellania. Lessi: "Sara De Bernardi, nata il 1°aprile 1988, morta il 19 aprile 2017".  Sotto le date, sul lato sinistro del marmo tombale, vi sono scritte in corsivo piccolo, stile Ar Berkley, coi colori bianco e nero, le seguenti parole (io stesso avevo incaricato il marmista, a tumulazione avvenuta, di farle incidere): "Tutto quello che hai visto ricordalo, perché tutto quello che dimentichi ritorna a volare nel vento" (Claudio Lolli, profeta di un sogno). 
     - Parole stupende! – dissi tra me e me. – Ora, pensai, anche Sara è lì, insieme a Coppi, in compagnia dei miei genitori. La morte è uguale per tutti, la sola cosa che rende uguali a questo mondo. Tutti uguali dinanzi all’ignoto, solo e soltanto uguaglianza “per i piccoli come per i grandi”! Nel tragitto che mi ricondusse a casa, a Torino, in macchina, mi tornarono in mente anche alcuni versi, in latino, che mio padre spesso leggeva a me da ragazzino; facevano il paio, quelli (ironia della sorte, forse) con il pensiero che Sara aveva esternato a me, poco prima di lasciarmi per sempre: "Damna tamen celeres reparant caelestia lunae: nos ubi decidimus quo pater Aeneas, quo Tullus dives et Ancus, pulvis et umbra sumus". Sono versi di Orazio (la celebre ode dedicata a Torquato): il più realista, in fondo, dei poeti latini. Sottolineano la caducità e la precarietà delle vicende umane ed il fatto che né pietà, grandezza, onori o ricchezza possano sottrarre ogni essere vivente dal suo destino di finitudine (…di polvere e di ombra soltanto siamo fatti). Permeato di crudo realismo ma anche di velata speranza ed estrema dolcezza, giunto che fui sull’uscio di casa, era qualcos’altro: 
     - Adesso sono davvero solo?! - feci a me stesso; - ma no che non lo sono, pensai poco dopo: d’ora in poi il ricordo di mia sorella sarà per sempre al mio fianco!   

    Taranto, 17 dicembre 2017.                                               luciano74121@gmail.com

  • Come comincia: L'elefante è un mammifero proboscidato appartenente alla famiglia Elefantidi (ordine Proboscidati). E' il più grande animale terrestre esistente al mondo. Le due specie esistenti sono quella africana (Loxodonta africana) e quella asiatica (Elephas maximus). La seconda è di dimensioni - e dalle orecchie - più piccole rispetto alla prima. Sottospecie di elefante africano sono le seguenti: elefante comune o di savana (Loxodonta africana africana), diffusa, al pari del cugino più grande, in tutta l'Africa centrale e nota per il fatto di avere le orecchie col bordo inferiore triangolare; elefante di foresta (Loxodonta africana cyclotis), la quale è più piccola dell'elefante comune e presenta un numero maggiore di unghie negli arti. Sottospecie dell'elefante asiatico, invece, sono le seguenti: quello indiano (Elephas maximus indicus), quello di Sumatra (Elephas maximus sumatranus) e quello nominale, endemico dell'isola di Srilanka, catalogata da Linneo col nome scientifico di Elephas maximus maximus. L'elefante asiatico e le sue tre sottospecie sono tutte a rischio: più di tutte, però, lo è quella di Sumatra, la quale dalla IUCN (International Union for Conservation of Nature) è catalogata con la fascetta rossa ("pericolo critico"). Secondo ultime stime la popolazione dell'elefante asiatico comune è ridotta a non più di quaranta-cinquantamila individui. Cause del calo demografico sono: riduzione e stravolgimento dell'habitat e caccia spietata per l'avorio da parte dell'uomo. Gli elefanti sono i più grandi vegetariani del globo terracqueo: essi trascorrono diciotto ore del giorno a mangiare, in cui arrivano a consumare anche cinquecento chili di cibo...Come dire che: "erbivori si nasce non si diventa!". Potrebbe sembrare pazzesco o quanto meno stravagante e fuori gusto quanto leggerete di seguito ma è tutto vero: appurato, cioè, e certificato da studi specifici altamente attendibili. Da millenni questi pachidermi, - ossia ancor prima della comparsa dell'uomo sulla terra - venerano i defunti, ovvero hanno innato il culto dei morti (non a caso un tale di nome Aristotele li definì, millecinquecento anni fa, "gli animali che superano tutti gli altri per intelligenza e spirito"): essi, infatti, tornano - di frequente - nel luogo in cui i propri simili (familiari e altri membri del branco) sono morti e vi restano per giorni...è proprio il caso di dire, allora - a mio modesto parere - quanto segue: "molti umani dovrebbero prendere esempio da questi pachidermi" (c'é gente - e lo affermo con cognizione di causa, a ragion veduta ed assumendone la piena responsabilità - ad esempio, che non presenzia neanche alle esequie della propria madre!), oppure, per stemperare i toni del racconto, secondo il vetusto ma sempre efficace sense of humour made in England, "un sano week-end col morto!". Chapeau, dunque, agli elefanti e lunga vita alla regina...pardon a loro!
     L'inseparabile guancenere (Agapornis personata nigrigenis), dal suo canto, è un animale diverso, se non altro per le dimensioni, ma non meno intelligente e sensibile degli elefanti. Trattasi di un pappagallino simpaticissimo, multicolorato e minuscolo (pesa appena cinquanta grammi) che vive in Africa (il suo areale è ristretto, oramai, a zone limitate dello Zambia). Costituisce un gruppo di nove specie di cui otto suddivise nell' Africa continentale e una in Madagascar, dell'ordine Psittaciformi e della famiglia Psittacidi. Deve il suo nome all'intenso legame di coppia che stabilisce col partner. Negli anni passati venivano catturati in gran numero per farne animali da compagnia. Hanno, però, una precipua particolarità: se privati di un compagno o una compagna, essi considerano l'uomo (inteso in generale come essere umano) loro partner e ciò li rende desiderabili e, al contempo, fragili e disperati se il proprietario li trascura. E' una specie in notevole pericolo di estinzione (popolazione ridotta a duemilacinquecento-diecimila individui adulti): causa cambiamenti climatici, riduzione dell'habitat e caccia dell'uomo. Secondo la IUCN è in fascia gialla: ossia vulnerabile! Gli inseparabili esistenti: inseparabile dalle ali nere (Agapornis taranta), inseparabile capo grigio (Agapornis cana), inseparabile dal collare nero (Agapornis swinderniana), inseparabile dal collo rosa (Agapornis roseicollis), inseparabile dalla testa rossa (Agapornis pullaria), inseparabile di Fischer (Agapornis personata fischeri), inseparabile di Nyassaland (Agapornis personata lilianae), inseparabile mascherato (Agapornis mascherata mascherata).

  • 29 luglio alle ore 10:30
    PIERINO IL CHIACCHIERONE

    Come comincia: “Papà perché alla televisione hanno detto che si lamentano nove morti? I morti si lamentano?” Pierino F., figlio di Gaetano impiegato in un ufficio postale era solito far domande su qualsiasi argomento gli passasse per la testa. Il nome Piero gli era stato ‘appiccicato’ dalla madre Lorenza V. in onore della nonna materna che tutti ricordavano come incallita chiacchierona. “Vedi Pierino in questo caso il verbo lamentarsi indica un evento spiacevole.” “E perché non dicono evento spiacevole?” “Pierino ti deve bastare quanto ti ho detto!” ed a sua moglie. “Mi sa che gli dobbiamo cambiare nome, è preciso a sua nonna!” Il ragazzo tredici anni compiuti frequentava la seconda media, a scuola era molto bravo e talvolta metteva in difficoltà i suoi professori con domande cui era complicato rispondere. Appassionato lettore, prendeva ‘a piene mani’ i libri dalla fornita biblioteca paterna con conseguenze di far aumentare il numero delle sue domande. “Papà ho letto i libri di Pitigrilli,  di Guido da Verona, perché i critici dicevano che scrivevano libri a sfondo sessuale? Ti recito una poesia in romanesco del Belli che  ho imparato a memoria:‘Bbe’! Ssò pputtana, venno la mi’ pelle; fo la miggnotta, sì sto ar cancelletto; lo pijjo in cuello largo e in cuello stretto; c’è ggnient’antro da dì? Che ccose bbelle!’” “Complimenti per la memoria se a scuola…” “Papà a scuola ho tutti otto! Ho capito non mi sai rispondere!” La curiosità di Pierino non si fermava alla lettura, una sera percepì dei rumori provenienti dalla camera da letto dei genitori, dal buco della serratura vide papà e mamma che si muovevano sul letto in maniera strana con conseguente domanda il pomeriggio successivo. “Papà ieri ho visto te e mamma sul letto che facevate rumore, forse litigavate?” “No Pierino, la mamma aveva un dolore alla schiena ed io le ho fatto dei massaggi!” ed alla moglie: “Tappa il buco della serratura, maledizione!” Farla a Pierino era difficile e così preclusagli la vista dei genitori a letto dal buco della serratura mise in atto una delle sue. Comprò in un negozio di ferramenta dei tappa buchi in legno con vite, col trapano del padre fece quattro fori ai lati del quadrato della porta della camera da letto dei genitori e vi istallò quattro tappa buchi che, girandoli con la vite nel legno  diventavano inamovibili. Gaetano li notò, non ricordava di averli mai visti, cercò di toglierli, non ci riuscì e si convinse che la sua memoria cominciava a perdere colpi. Pierino una sera svitò un tappa buchi e vide chiaramente i genitori che si spogliavano nudi entrare nel bagno e poi tornare a letto per il solito massaggio del padre alla madre. Notò in particolare che Gaetano e Lorenza avevano dei peli sul pube. Giorno seguente: “Papà perché i grandi hanno dei peli tra le gambe?” “Veramente…penso per proteggere le parti intime come i peli sotto le ascelle.” “Lorenza questo lo ficco in collegio, è ossessionante, come le pensa tante domande strane, preciso sua nonna di cui porta il nome.” “Lascia stare la defunta, è un bambino che cresce e vuol sapere…” “Cresce e rompe i coglioni!” Per fortuna del padre, Pierino aveva fatto amicizia con una ragazza diciassettenne della stessa scala che frequentava il secondo anno liceo classico ed a lei si rivolgeva per avere delle spiegazioni in  lingua francese. In fondo era una scusa, a Pierino Ginevra N. piaceva molto e la ragazza gli dava corda, era diventato un bel giovane, intelligente, curioso non come i suoi compagni di scuola che lei considerava sciocchi e viziati. Pierino si era accorto che Ginevra aveva una agenda su cui scriveva le date e l’ora degli appuntamenti di sua madre Diletta F. Con la curiosità alle stelle chiese a Ginevra il perché di quegli appuntamenti della madre. Ginevra se la cavò con: “Mia madre è consulente tributaria e dà consigli ai suoi amici.” Pierino non si convinse della risposta, talvolta Ginevra si alzava dalla sedia e faceva entrare degli uomini nel soggiorno che poi sua madre accompagnava in camera da letto. Ginevra capì che era meglio essere sinceri, d’altronde era convinta della serietà di Pierino e gli comunicò che sua madre, vedova, alla morte del marito era casalinga e il marito stesso non gli aveva lasciato dei soldi né aveva diritto a pensione e così…si arrangiava. Pierino rimase pensieroso e naturalmente ‘partì’ con una domanda: “E tu hai conosciuto qualche signore che ti ha fatto delle proposte?” “Ora non mi va di parlartene.” La palazzina di quattro piani in via Garibaldi a Messina era abitata prevalentemente da persone anziane e malate che non si interessavano dei fatti altrui ma la ‘vita’ di Diletta era a conoscenza di Gaetano che un giorno alla moglie. “Non so che pensare della frequenza di nostro figlio a casa di una che fa ‘marchette’, tu che ne pensi?” “Il ragazzo è amico della figlia, a noi non interessa quello che fa la madre o tu ci hai fatto un pensierino?” “Con un consorte meravigliosa come te non mi passa per la testa e poi non pagherei per quello che mi consente deliziosamente mia moglie!” Un ‘mah’ di Lorenza inficiò le affermazioni di Gaetano. Un pomeriggio Pierino si accorse che Ginevra era giù di morale, aveva delle occhiaie, forse la notte non aveva dormito, l’abbracciò e furbescamente: “Tu sei come una sorella maggiore, anche se sono giovane non mi ritengo uno stupido, a me puoi dire tutto quello che ti accade.” Ginevra allora confidò che una mattina non era andata a scuola perché sua madre le aveva chiesto di ‘far compagnia’ ad un suo amico ammiratore fervente della figlia. L’ammiratore fervente voleva una sola cosa dalla ragazza, facilmente comprensibile sborsando un compenso enorme  intascato dalla madre,  diecimila Euro! La persona non più giovane con pancia prominente, forte di aver sborsato quella somma notevole non fu molto delicato con Ginevra che era vergine, il dolore, non solo fisico, le perdurava. Pierino impietosito chiese a sua madre se potesse invitare a cena Ginevra che aveva qualche problema in famiglia. Diletta acconsentì, inutile dire la curiosità di Gaetano che accolse con un sorriso la ragazza. Ginevra al termine della cena, sdraiata sul divano del salotto sembrava più distesa. “Potresti essere mia figlia, quando hai qualche problema vieni a trovarmi, d’altronde mi sembra che tu dia qualche lezione a Pierino.” Poi avvenne un fatto non previsto: talvolta Diletta veniva ‘retribuita’ per le sue prestazioni, da parte di proprietari  terrieri anche con beni in natura come frutta e verdura provenienti dai  loro appezzamenti  oltre che con polli,  conigli e costolette di maiale, un ben di Dio. Pierino notò il fatto ed elaborò una strategia: suggerì di far offrire a sua madre, da parte di Ginevra, parte dei prodotti che, data la notevole quantità sarebbe andata perduta. A quella proposta Lorenza rimase perplessa e chiese un parere al marito il quale con faccia indifferente:”Fai come vuoi.” ma si capiva che lo zozzone avrebbe volentieri…Lorenza, aiutata da Ginevra, una domenica mise su un pranzo coi fiocchi, pranzo abbondantemente ‘innaffiato’ con del Lambrusco DOC di Reggio Emilia cui fecero onore tutti gli invitati ad esclusione di Pierino cui toccò mezzo bicchiere di vino annacquato con acqua minerale. La mattina successiva  Diletta telefonò a Lorenza chiedendole il permesso da andarla a trovare. “Possiamo darci del tu Diletta, ti vedo giù di morale e, non ti offendere, un po’ invecchiata. Non voglio dire la solita frase trita e ritrita ma mettiti al posto mio, rimasta vedova senza un centesimo non son riuscita a trovare un lavoro decente, quello che mi proponevano aveva sempre da parte dei maschietti un sottofondo sessuale, alla fine di giornata di lavoro,stanca, avrei dovuto soddisfare il capo servizio o chi per lui allora ho pensato di farne una professione a casa mia, non giudicarmi, la mia vita è dura, gli uomini mi trattano come un oggetto, nessuna carezza, gentilezza o complimento, talvolta anche con disprezzo, son cose che tengo dentro di me ma che mi fanno male. Lei è fortunata, ha un marito…” “Cara Diletta, non è tutto oro…il signorino ogni tanto svicola con qualche ventenne o giù di lì e le fa dei regali togliendo ovviamente soldi alla famiglia, non ho il coraggio di confidarmi con mio figlio e…”Diamoci del tu, mi pare che siamo sulla stessa barca.” Le signore ogni mattina prendevano insieme il caffè poi una sigaretta e qualche affettuosità per ripagarsi delle mancate coccole dei maschietti, se ne fecero molte fra di loro sino a diventare tanto intime da finire sul lettone matrimoniale. Ambedue si guardavano un po’ stupite di quello che era loro successo ma, allorché erano lontane non vedevano l’ora di rincontrarsi, insomma una relazione! Ginevra decise che non avrebbe più aderito a richieste sessuali di qualche ‘maiale’, spesso  coccolava Pierino che cominciò ad …alzare la cresta. Una mattina che Diletta era andata a fare spese al centro invitò Pierino a non andare a scuola promettendogli una novità. E che novità: sotto la vestaglia si fece trovare completamente nuda. Alla vista di quel corpo delizioso Pierino si accorse che un certo ‘coso’ era aumentato di volume, si spogliò in fretta, Ginevra lo invitò in bagno, lavò il ‘ciccio’ di Pierino che diventava sempre più voluminoso e se lo mise in bocca. Ci volle poco che il cotal ‘sputazzò’ il suo liquido in ‘ore’ a Ginevra che: “Ha un buon sapore, se ti va baciami i ‘fiorellino’, t’insegno io come si fa.” Conclusione? Quella delle favole? No, non tutti vissero felici e contenti perché Gaetano restò fuori dai ‘giochi’ consolandosi con qualche giovin pulzella ma pagandola profumatamente mentre gli altri seguitarono col loro ménage in buona armonia.
     

  • 29 luglio alle ore 10:27
    GLI ANTICONFORMISTI DEL SESSO

    Come comincia: Facile da spiegare chi sono gli anticonformisti del sesso sia maschi che femmine. Ai miei tempi (scusate la citazione  priva di originalità) erano sicuramente i maschietti sempre alla ricerca della ‘pelosa’ le cui proprietarie, nella maggioranza dei casi se la tenevano ben stretta, usando talvolta il ‘secondo canale’ per paura di non potersi più maritare data la mentalità allora corrente, oggi…tutto il contrario: sono le femminucce che, allupate corrono appresso ai maschietti i quali, avendo la…pancia piena non sempre le apprezzano. Parlando con i suoi coetanei di…tanta anni di età, Alberto si accorse che anche loro erano  della stessa opinione chiaramente col rimpianto di essere nati troppi anni addietro. Conclusione: alcune giovani donzelle si rivolgevano agli ‘attempati ma non troppo’ per provare le gioie del sesso. Anche l’esperienza degli ‘anziani’ era un punto a loro favore, i giovani talvolta erano troppo sbrigativi e per loro valeva l’allocuzione: ‘Vado, l’ammazzo e torno.’ E così Arianna diciottenne alunna del terzo liceo classico a Messina, guardandosi attorno ’approdò’ su  Alberto che era stato il suo compare di battesimo, lui, ateo era stato costretto a quel ‘sacrificio’ perché amico di  Edoardo e di Greta genitori della ragazza. Abitavano  in una villetta bifamiliare nella frazione di Torre Faro. L’essere rimasti soli  era stata per la baby la possibilità ‘sconcicare’  il padrino il quale, pur anticonformista: considerava Arianna un po’ sua figlia, una figlia ormai crescita e diventata donna ma…”Zio ti prego, la mentalità delle persone è molto cambiata da quando eri giovane, sono le ragazze che danno la caccia ai maschietti e tu sei più che un maschietto un maschione appetibile!” “Mi risulta che tu sei fidanzata con un compagno di scuola.” “Si chiama Paolo, sto con lui perché è di famiglia molto abbiente ma, come dice il suo nome, è piccolo non solo di statura ma anche di…Io ho visto il tuo ‘uccellone’ quando un giorno ti lavavi sotto la doccia esterna, tutta un’altra cosa.” “Mia cara, dire che non sei piacevole sarebbe una falsità ma venendo con te mi sembrerebbe di fare un affronto ai tuoi genitori.” “I miei non sono puritani ho scoperto che…” “Mi hai messo in crisi, fammici pensare…” Le avances di Arianna avevano mandato in depressione il povero Alberto che combattuto se approfittare o meno della ‘ghiotta’ occasione. Cinquantenne maresciallo delle Fiamme Gialle in pensione ancora aveva idee personali sull’onore, quello vero non quello dei mafiosi che talvolta, quando era in servizio aveva combattuto. Se ne accorse Anna: conosceva suo marito da molto tempo, gli voleva bene come quando lo aveva conosciuto, tanto bene da averlo seguito nelle sue idee di anticonformismo un po’ in tutti i campi. Un giorno finalmente: “Caro dimmi quello che ti sta succedendo, ti starò sempre vicino qualsiasi situazione tu debba affrontare.” Alberto mise al corrente la consorte di quello che era successo soprattutto del fatto che non sapeva come comportarsi. Anna scoppiò in una risata: “Pensavo a qualche malattia o altro guaio, tanto casino per una puttanella che te la sbatte in faccia, ha ragione Arianna sei rimasto a trent’anni addietro, tu che hai studiato latino ‘carpe diem’ in questo caso ‘carpe statum’ e poi se fosse capitato a me…” “Invece di aiutarmi mi metti in crisi, non ti ho mai pensato fra …le braccia di un altro.” “E invece ci devi pensare, un po’ di variazioni sul tema aiuta la coppia. Edoardo e Greta stanno fuori casa tutto il giorno per mandare avanti la loro libreria, io sparisco dalla circolazione e così avrai campo libero, attenzione a non…” Era chiaro quello a cui aveva accennato Anna, Alberto ed Anna non avevano voluto diventare genitori, genitori si nasce e loro non erano nati per quell’impegno. Al telefono: “Arianna che ne dici se vengo a trovarti a casa tua.” “Preferisco il contrario, i miei se ne potrebbero accorgere, ho visto tua moglie uscire in auto, tra poco sarò da te.” Arianna si era presentata in vestaglia ‘sotto il vestito niente’ come il celebre film di Carlo Vanzina o meglio un corpo meraviglioso da adolescente, una fitta peluria scura sul pube, tette marmoree gambe bellissime. Alberto si accorse che il suo ‘priapo’ era già in erezione, Arianna se ne appropriò con la bocca e, ‘per tutta conclusione’ ad occhi chiusi ingoiò piacevolmente il … di Alberto, era buono di sapore al contrario di quello di Paolo. “Io prendo la pillola e quindi…”e quindi Alberto si appropriò della ‘gatta’ di Arianna, la strapazzò per bene sinché la giovin signorina disse: “ Basta, mai goduto tanto in vita mia.” Alberto fu orgoglioso della sua prestazione in considerazione anche della sua età non più verde, ora sorgeva il problema di rispondere alle domande che sicuramente Anna gli avrebbe posto, decise di essere sincero come al solito. Nessun problema anche perché la consorte aveva fatto un pensierino…” Greta era venuta a conoscenza da parte della figlia Arianna delle sue ‘gesta’, pensò di approfittarne per… “Anna che ne dici se ti vengo a trovare?” “È da tempo che non ci vediamo pur abitando tanto vicine, ti lascio la porta interna aperta.” “Amica mia sei uno schianto, ti ho sempre ammirata sin da quando sei venuta ad abitare qui…” Una frase palese alla quale Anna rispose con un sorriso, forse, chissà se…Greta si lanciò e prese a baciare Anna in bocca, l’amica ne apprezzò il sapore  e ci mise del suo per andare più a fondo. Finirono sul lettone e misero a nudo le loro nudità facendosi dei complimenti vicendevolmente per i loro corpi,  Arianna ricominciò a baciare Anna dal viso a tutto il corpo finendo al clitoride con goduria molto maggiore di quando lo faceva suo marito. ‘La storia durò a lungo sin quando le due pulselle ne ebbero abbastanza, ovviamente era una via aperta per il futuro. Alberto nel frattempo era stato in caserma nella stanza dell’A.N.F.I. dove gli ex appartenenti al Corpo talvolta si riunivano per passare il tempo giocando a carte. All’ora di pranzo si recavano in sala mensa dove consumavano il vitto insieme ai colleghi in servizio. Talvolta fra di loro c’era un certo sfottò: “Cari ex colleghi chi di voi prende la pillola blu, penso un po’ tutti….ah ah ah.” Alberto punto nell’orgoglio guardò in viso quel tale spiritoso e: “Guardandoti bene ti vedo pallido, troppo pallido, non credo che arriverai alla pensione come noi, inutile che ti tocchi i ‘gioielli’, farai la fine che ti ho predetto.” Una risata generale seguita da un applauso. Tornando a casa Alberto istintivamente capì che c’erano delle novità. “Cara che mi dici, qualcosa di nuovo?” “Anna si mise a ridere e riferì al marito quanto accaduto, Alberto ne prese nota chissà se in futuro…Passa un giorno, passa l’altro …il prode Anselmo non c’entrava nulla ma c’entravano Anna, Edoardo e Greta nel senso che…Un giorno Arianna era a scuola, Alberto in caserma Edoardo e Greta a casa perché la libreria era chiusa per riposo settimanale ed allora quale migliore occasione…”Caro che ne dici se andiamo a trovare Anna?” “Non so se gradirà la mia presenza, prova a telefonare.” “Carissima Anna mi ospiti per stamattina a casa tua?” “Vieni pure, ho finito di farmi la doccia, sono profumatissima! Ho lasciato la porta aperta.” I due coniugi erano appena entrati che Anna uscì dalla toilette nuda ma quando si accorse della presenza di Edoardo rimase senza parole. “Anna se la presenza di mio marito ti disturba non c’è problema lo rispedisco a casa nostra.” La mancata  risposta di Anna incoraggiò Greta che prese in mano la situazione. “Se sei d’accordo ti lubrifico il buchino posteriore.” E mise in atto quanto dichiarato facendo piegare sul letto una Anna ancora silente. “Guarda c’è Edoardo in posizione, ti entrerà nel popò molto delicatamente, mettiti di spalle su di lui.” E così fu che Annina pian piano si trovò un ‘ben dur’ di Ifigonia memoria fino in fondo senza alcun dolore anzi quando prese a muoversi cominciò a provare un qualcosa di molto piacevole anche perché Greta si era impadronita del suo clitoride portandola all’orgasmo. Finalmente Anna provò il doppio gusto di cui tanto aveva sentito parlare senza mai provarlo, provò tanto piacere da seguitare a muoversi col bacino con conseguenti orgasmi multipli. Dopo un bel po’ di tempo Greta ritenne di fare una pausa, l’espressione del viso di Anna era paradisiaco ammesso che in Paradiso avvengano certe situazioni. Tutti e tre sul lettone spaparanzati e soddisfatti, siccome il sesso porta ad acuire la fame: ”Anna che hai di buono in frigo, ho un languorino…Fu proprio Greta che ritornò con panini con prosciutto e con formaggio. Finite le mangiurie  Anna finalmente fece sentire la sua voce con una richiesta che fece sorridere i due coniugi: “Che ne dite se riprendiamo la posizione di prima, m’è rimasta un po’ di fame!” Detto, fatto i tre ripresero le rispettive posizioni e ricominciò il carosello. Greta pensava: “Stà porcellona ci ha preso gusto, va a finire che mi spompa il marito.” Così non fu perché Edoardo reggeva bene gli assalti di una ancora allupata Anna. Fu Greta a dichiarare la fine dei giochi e: ”Noi ritorniamo a casa, quando vorrai…” ma dentro si sé pensò che l’amica ci aveva preso troppo gusto, forse un po’ di gelosia. Stavolta i due coniugi non informarono la figlia delle loro ‘acrobazie’sapevano di Alberto e di Arianna che seguitavano a ‘divertirsi’ sul loro letto, se ne accorgevano al rientro a casa, i due parevano aver fatto una lotta e non  del sesso, forse per la giovane età la ragazza strapazzava più del dovuto il non più giovane Alberto in sostituzione di Paolo ricco ma povero in campo sessuale. In seguito i due si maritarono, Alberto con l’andar degli anni ebbe veramente bisogno della pillola blu fin quando il medico di famiglia, visitato il suo cuore, gli intimò di stare molto calmo in campo sessuale. Arianna il cui significato del nome ‘sacra e pura’ si contraddiceva con chi lo portava, si trovò un altro vecchietto non più tanto vecchio con la complicità di Paolo  che la amava alla follia e quindi tollerava le sue ‘svicolate’. Edoardo, rimasto vedovo per un brutto male che aveva colpito Greta si era sempre più attaccato ad Anna tanto che la stessa spesso dormiva e desinava a casa sua ma la tristezza era calata un po’ su tutti tranne ovviamente Arianna che se la spassava alla grande. Alberto? Colpito in parte da dementia senilis passava dal letto al divano; ricordando la sua origine romana si fece acquistare dei libri con le poesie  di Trilussa. Per passare il tempo ne lesse alcune fra cui : ‘Er chierichetto d’una sacrestia sfasciò n’ombrello su la grotta a un gatto pé castigallo d’una porcheria. – Che fai – je strillò er prete ner vedello – Ce vò coraccio come er tuo pè menaje in quer modo…poverello! – Che fece er chierichetto – er gatto è suo? – Er prete disse: - No…ma è mio l’ombrello!’ Piacevole lo scritto  ma Alberto non riusciva più a sorridere, anche  i fasti del sesso erano per lui uno  sbiadito ricordo. La figura di Arianna raramente si presentava nella sua fantasia in ogni caso sempre più sfumata come un fantasma che pian piano si allontana  per poi sparire definitivamente. Alberto si rese conto che ormai la Parca Atropo con le sue cesoie stava  per tagliare il filo della sua vita. L’ineluttabilità dell’evento non lo spaventava, c’era in lui solo la curiosità di sapere il destino che lo aspettava  ‘post vitam’ non certo il premio o il castigo dei Cattolici né le famose quarantatre vergini promesse dai musulmani… con loro avrebbe fatto una figuraccia!
     
     

  • Come comincia:  Può l’amicizia tra due persone nascere al di là dello spazio e del tempo, senza che mai ci sia stato tra di loro un incontro reale, una conversazione verbale, uno scambio epistolare, addirittura dopo che tra i due si è già frapposto il muro invisibile e apparentemente invalicabile che separa la vita dalla morte? Chi sapesse della mia esperienza con Dominick Ferrante, direbbe senz’altro di sì.

    Oggi non saprei più dire se fu solo per caso o se già era scritto nel gran libro dell’ Universo che quella mattina a scuola, durante un’ ora libera tra una lezione di Latino e una di Italiano, io dovessi scegliere di rimanere nella sala docenti per leggere un opuscolo di poesie intitolato “ Incompiutoggini”, che giaceva nel mio cassetto da qualche giorno, regalo dell’ amico e collega Francesco Paolo Tanzj.

    Lo aprii   più o meno a metà e lessi i primi versi di una poesia intitolata “ Morte”:

    Come quando sarà passato troppo tempo
    quando tutto sarà coperto dal vento
    e il suo sibilo sarà più forte della mia voce
    quando la luce sarà più opaca del cielo di ottobre e il mare urlerà […]
    I miei occhi guarderanno. […]
    Per non dimenticare/ quell’ ultimo da me voluto torpore.

    Può una poesia intitolata Morte essere un inno alla vita? – mi chiesi – Può la voce di un giovane prematuramente scomparso al mondo dei vivi levarsi così sonora e potente sul silenzio dell’ animo umano e scuoterlo dal torpore e dall’ indifferenza verso sé e verso il prossimo?

    C’ era ancora del tempo prima che suonasse l’ ora e io ne approfittai per divorare con gli occhi e con l’ anima altri versi, altri messaggi, altre lucide e coraggiose riflessioni sugli uomini, sui loro problemi reali e fittizi, per confrontare con le idee di questo giovane poeta le mie idee e i miei sentimenti, e li trovavo così simili, così paralleli, a volte, da spaventarmi e da esaltarmi nello stesso tempo.

    Credo che la mia amicizia con Dominick sia iniziata così, con uno scambio di opinioni in versi, attraverso due universi paralleli, quello della vita in cui ancora io affannosamente mi dibatto e quello della morte, sereno e imperturbabile, dal quale si vedono tutte le verità e si bisbigliano all’ orecchio di chi le vuole ascoltare, sotto forma di poesie, come fa Dominick con me ogni volta che lo chiamo col pensiero e gli chiedo aiuto e conforto.

    E non è forse questa la vera amicizia? Uno scambio continuo di doni gratuiti, in cui è più gratificante il dare del ricevere.

    Dominick fa questo con me ogni volta che apro il suo “ Cielo incompiuto” e ascolto la sua voce. 

     

  • 28 luglio alle ore 21:24
    Non posso mentire ancora (prima parte)

    Come comincia:  Mia sorella Sara stava morendo su un letto d'ospedale ma non volevo ammetterlo né dirglielo; non trovavo, cioé, la forza di spiattellargli in faccia, lei tanto buona e dolce, la nuda e cruda verità. Al tempo stesso, però, dubitavo se mai fosse giusto, da parte mia, seguitare a comportarmi così: se avevo perciò il diritto di tacere ancora.
     - Chi mai sono io da arrogarmi il diritto di farlo e negarne a lei uno ancor più sacrosanto: quello di sapere? - ripetevo di continuo fra me e me, domandavo alla mia stessa coscienza. - Sono soltanto, in fin dei conti, suo fratello maggiore (ho sei anni più di lei), la sua balia cresciuta ed acquisita cammin facendo (lo ero diventato, mio malgrado, da quando, dieci anni prima nostra madre Gabriella e nostro padre Marco, morti in un incidente d'auto sull'autostrada del Sole, di ritorno da una vacanza trascorsa da soli, ci avevano lasciati per sempre!) - era la risposta più logica ed ovvia che riuscivo a darmi!
     Così soffrivo tanto dentro di me, preso dal dubbio e dalla incertezza, macerato da quella fottutissima "coppia" di bastardi: letteralmente quelle che si definiscono, voce di popolo alla mano, le proverbiali pene dell'inferno!
     Erano diverse settimane, ormai, da quel fatidico primo di aprile (non è affatto uno scherzo né un pesce d'aprile, purtroppo!), proprio il giorno del suo ventinovesimo compleanno (quando accusò i primi sintomi), che lei lottava, con tutte le sue forze, strenuamente e con coraggio da leonessa, contro due serpenti a sonagli insinuatisi nel suo corpo senza chiedere permesso e che, lentamente ma inesorabilmente, lo stavano (e la stavano) divorando: il morbo di Hodgkin (un linfogranuloma maligno del sistema linfatico: così chiamato dal nome dell'istologo inglese che per primo lo scoprì, a metà ottocento) ed un sarcoma alle ossa. Lei, invero, è sempre stata un tipo testardo e cocciuto, a dispetto della sua bontà e gentilezza d'animo, molto più di me che pure, per natura, lo sono già abbastanza (è da una vita, infatti, che sono in perenne lotta contro un nemico indistruttibile che si chiama "me stesso"!): questo è un bene, certo, ma a volte non serve o quanto meno non basta a lottare contro la realtà delle cose ed il destino avverso! Sara, infatti, era ricoverata alle Molinette di Torino, nel reparto ematologia donne diretto dal professor Attilio Lombardi, luminare in Europa e nel mondo, amico di liceo di mio padre con cui era rimasto in contatto sino al momento dell'incidente che lo aveva portato via ad entrambi. Spesso il professore era a cena da noi, nella nostra abitazione di Pinerolo (circa trentacinque chilometri a sud-ovest del capoluogo, sulla strada che porta al Sestriere), in cui ci eravamo trasferiti dopo la nascita di mia sorella, nel 1988; sita al numero 77 di via Kropotkin (il cognome del rivoluzionario moscovita Petr, poi passato all'anarchismo, che il sindaco Girolami, ex PCI, nel 1985 li aveva affibbiato - quella strada si chiamava prima Massimo D'Azeglio, - chissà, se colto da raptus senile o...probabilmente per omaggiare il sottoscritto che di lì a qualche anno sarebbe arrivato in paese con la famiglia e crescendo sarebbe poi diventato l'unico anarchico dei dintorni!). Il professore ci veniva con sua moglie Laura (la coppia non aveva figli: lui è infertile), una donna minuta oggi sulla settantina, all'epoca molto avvenente, venuta al nord con la famiglia di umili origini (il padre operaio alla Fiat, la madre casalinga): si erano conosciuti quando la donna faceva pulizie a casa dei genitori del medico e così si erano sposati, nel 1977, in piena epoca delle lotte operaie (l'autunno caldo a Mirafiori e nel triangolo industriale) e studentesche (l'anno fatidico, quello, della nascita del "movimento", di cui mio padre fece parte attiva essendo grande amico, tra l'altro, del fumettista Andrea Pazienza, uno dei deus ex machina dello stesso!), in piena epoca "strategia della tensione", quando le bombe ed il terrorismo lasciavano ovunque segni e lutti; i compagni autonomi colpivano duro nelle piazze, nei quartieri, negli atenei, nelle fabbriche ed i neri del fascio, però, non erano da meno; nascevano e morivano, nel giro di poco, ideologie, ideali ed utopie: in piena epoca, insomma, degli importantissimi stravolgimenti socio-politico-economici che avrebbero cambiato per sempre il volto ed il corso della storia italiana...E' proprio il caso di dire che l'amore (ma non sempre è così, però!) non conosce barriere ideologiche, economiche e sociali! 
     Ebbene, il professore (ironia della sorte!) spesso aveva tenuto sulle sue ginocchia Sara, quando veniva da noi, coccolandola e giocando con lei: era una nipotina acquisita per lui, li voleva un gran bene: adesso, invece...Era cresciuta e stava lottando per la vita contro la morte proprio nel suo reparto! La mia sorellina aveva cominciato la chemio già dal primo giorno di degenza, per contrastare il male (i suoi bellissimi capelli castani, morbidi come la seta, lunghi come il crine di un cavallo e profumati sempre di mirto e lavanda, avevano per un pò resistito, ma poi erano caduti a grappolo: sembrava un cocomero bianco!). Subito, però, le cose non andarono come previsto: la realtà, purtroppo, aveva mostrato impietosamente il suo volto vero ed oscuro!
     La settimana era trascorsa in fretta, tra una visita in ospedale ed il mio lavoro, stressante, di lavapiatti ed aiuto cameriere (al ristorante Rendez-Vous, in corso Vittorio Emanuele II° 38, di fronte alla stazione di Porta Nuova, sempre strapieno come un uovo, a pranzo come a cena) e senza grossi imprevisti: tranne una piccola crisi nervosa di Sara, a cui avevo fatto fronte col mio proverbiale sangue freddo e con l'ausilio di venti gocce di valium, somministrategli dall'infermiere Alfredo. Devo dire, tuttavia, che il tempo allora non aveva molto senso per me: al suo trascorrere non ci facevo più caso: tutto era diventato un fare di routine!
     Eravamo, comunque, vicini alla pàsqua, oramai (sarebbe caduta di lì ad una settimana) e quel sabato sera (il 12 aprile) non lo dimenticherò facilmente. Alle diciassette in punto partii da casa, in macchina, e mi recai in ospedale (avevo un pass speciale, viste le condizioni di Sara, il quale mi permetteva di entrare in visita verso le diciassette e venti-diciassette e trenta, un paio d'ore prima rispetto agli altri): il fine settimana ero libero, di solito, vista la chiusura del ristorante, e potevo (nonostante tutto...che camminassi minacciosamente di fianco all'oblio) giostrare l'impegno con più tranquillità (potrebbe sembrare un eufemismo, cazzo...è così!), ma in questi casi, si sa, le sorprese, soprattutto quelle non gradite, sono sempre dietro l'angolo (è proprio il caso di dirlo!).
     Alle diciassette e ventotto in punto posteggiai la macchina, comprai il solito paccotto di giornali e riviste da portare a mia sorella (tra cui Intimità e Cronaca rosa, quelle che piacevano da matti a nostra madre) all'edicola di via Varazze, di fronte all'ospedale, ed in un lampo fui su in reparto. Entrai nella stanza (la seconda sulla sinistra, partendo dall'ascensore e dal montacarichi; l'unica "riservata", nel reparto, con due soli letti, l'armadietto ed il doppio bagno: trattamento speciale per noi, grazie al prof!) e puff, vuoto e silenzio assoluti...mia sorella, ahimé, non era nel suo letto. Un tonfo al cuore, allora, mi prese: il rumore del suo battito sembrava davvero quello di un tuono durante un temporale estivo. Mi rivolsi, così, alla caposala Grimaldi (donna simpatica ed espansiva, no la classica Rottermayer tutta d'un pezzo! sui cinquanta ben portati, originaria di Erice nel trapanese):
     - Senti, Luisa, ma dov'é Sara? - le chiesi agitatissimo. - Cosa è successo?
     - Ha avuto una crisi, mezz'oretta fa: - esclamò lei, dispiaciuta. - L'hanno presa per i capelli, sai? E' in rianimazione ora!
     Mia sorella, purtroppo, aveva avuto una  grave crisi respiratoria (al limite dell'arresto cardio-circolatorio), dovuta alle carenti difese immunitarie. La situazione, però, era stabile. Come un siluro impazzito letteralmente mi catapultai al secondo piano (ematologia è due piani più sopra rispetto alla rianimazione) e da dietro i vetri dello stanzone, colorati giallo opaco (Sara era sul letto al centro, tra i letti di altri due malati privi di conoscenza), nel corridoio del reaprto, vidi lei, la mia dolce sorellina, tutta intubata ed inerme...non ebbi il coraggio, evidentemente, di guardare per molto né di piangere: dopo qualche minuto scappai via e mi diressi verso l'ascensore (non avevo neanche voglia di scendere per le scale, a piedi, com'ero solito fare) che mi avrebbe portato nella hall dell'ingresso eppoi all'uscita dall'ospedale: una volta in strada, però, fui soltanto capace di fare una ventina di passi; dopo di che, giunto che fui in via Nizza, all'altezza dell'ufficio postale Torino 5, mi sedetti sul cruscotto d'una vecchia Punto 900 C posteggiata a pettine: a quel punto scoppiai in un pianto a dirotto.
     - Finalmente sono riuscito a farlo! - dissi fra me e me (era la prima volta, infatti, che piangevo dal giorno del ricovero di mia sorella!). Quella fu per me una sorta di liberazione...fino ad allora ero sembrato essere una faccia di cera oppure, chissà, Buster Keaton col viso da giovane, senza fisionomia: sempre impassibile e freddo!
     La "crisi" di pianto, però, durò all'incirca dieci minuti. Un vecchio calvo (con grossi baffi), che camminava poggiandosi al bastone, mi passò davanti e domandò:
     - Ragazzo, hai bisogno di qualcosa?
     - No, grazie, è tutto a posto! - risposi.
     Mi ripresi. Avevo capito, ero finalmente sicuro sul da farsi: qualora Sara si fosse ripresa ed uscita dallo stato di incoscienza in cui era sprofondata, gli avrei raccontato tutto, per filo e per segno avrei detto a lei la verità sul suo male e sul tempo che le restava da vivere. Dalla tasca del giaccone rosso che indossavo estrassi,allora, il cellulare (un vecchio, desueto apparecchio modello "McOnsen MF03" comprato cinque-sei anni prima di contrabbando, in piazza Statuto: ero uno dei due dinosauri, o tre al massimo, rimasti in tutta Torino e provincia a non avere con sè regolare porto d'armi...pardon, uno smartphone, o un i-pod, o un i-pad!) e feci il 3388181595, il numero del professor Lombardi.
     - Pronto, chi parla? - Fa lui.
     - Prof (lo chiamavo così, un po' tra il sarcastico ed il bonario, sin da ragazzino: non ci faceva caso...aveva sempre avuto il sense of humour, lui!), - sono Luciano. Ha saputo? Sara sta malissimo! Mi dica, come andiamo?
     - Ho saputo! - rispose lui. - Un quarto d'ora fa mi ha chiamato Giulio (il dottor De Carlo, suo vice e braccio destro, più giovane di lui di quindici-sedici anni: bravissimo medico, gentile e disponibile con tutti, sempre; affabile ed alla mano...Faccia simpatica con un paio di baffi alla D'Artagnan, venuto su dalla Campania, Santa Maria Capua Vetere - il paese della pizza a metro; laureatosi a Firenze, dove ha fatto gavetta: al Cto e al Careggi); non devi preoccuparti, Sara c'é la farà in un paio di giorni e poi...Il resto lo sai (aveva capito al volo che cosa intendevo conla domanda precedente). Le cose, purtroppo, quelle altre, non vanno mica tanto bene: due giorni fa abbiam fatto un'altra biopsia, una metastasi è sotto l'orecchio sinistro, un'altra all'altezza del fegato. La chemio non serve più a niente, ormai. La interrompiamo quando riprende conoscenza. L'unica cosa che potremo fare è di alleviarli il dolore e tu...starli sempre vicino: il tuo cuore deve essere insieme al suo!
     Parole impietose, quelle del prof, ma lucide e senza tanti ghiribizzi di sorta o di circostanza; insomma, senza girarci troppo intorno né ricorrere ad ipocriti sotterfugi...sincerità!
     - Ho capito! - feci io; poi domandai: - lo sapevamo già, vero? Quanti mesi ancora, prof?
    (Facevo domande a cui il prof aveva in parte risposto prima: inconsciamente mai avrei voluto conoscere la risposta; anzi, le facevo proprio perché avrei voluto sentirmi dire ben altre cose...Tutti vorremmo sempre che ciò avvenga, in fondo!).
     - Mesi per niente! - rispose. - E' questione di settimane: due, tre al massimo! Vuoi che ci pensi io, Luciano, oppure che lo faccia Laura?
     Il professore si riferiva a chi avrebbe dovuto dirglielo a Sara; dirli la verità! Decisi che ci avrei pensato io: lo avrei fatto a costo di farmi evirare e diventare così un eunuco! Alla mia sorellina, la "piccola-grande Sara", il mio coniglietto verde (così la chiamavo, sin da quand'era bambina, per via di un dente che li sporge dalla dentatura superiore), ci avrei pensato io.
     - No, prof, tocca proprio a me farlo: è giusto così!
     - Va bene, Luciano, fai come desideri meglio: lascia parlare il tuo cuore. Ora devo lasciarti, ho una visita in studio che mi aspetta.
     - Arrivederci, prof! - dissi io. - Ci vediamo in reparto domani.
     Lasciato il professore, presi la via di casa, a piedi (dimenticai di aver posteggiato la macchina a due passi dall'ospedale, nel parcheggio abusivo di via Varazze): il nostro (mio e di Sara) è un appartamentino modesto ma dignitoso, preso in affitto; con due camere, più bagno e cucina, in piazzale San Gabriele di Gorizia al civico 13, tra corso Unione Sovietica e l'ospedale inferiore Koeliker, di fronte al vecchio Filadelfia - comunemente, per i gianduia, quartiere Lingotto-Mirafiori. Giunto a destinazione (mi ricordai, nel frattempo, della macchina posteggiata nei pressi dell'ospedale), mi buttai sul letto, distrutto (senza cibo toccare e tutto vestito, così com'ero rincasato) e dormii sino al mattino seguente: dieci ore filate!
     Alle sei in punto feci colazione e mi recai in ospedale per recuperare la macchina: dopo di che andai al lavoro. Al termine del mio turno, poi, solita trafila e solito "pellegrinaggio": prima un salto, en passant, a casa, dopo di che, verso le diciassette, pronto per la visita a Sara... - Come l'avrei trovata? - Domandai a me stesso. - Era cosciente, la mia sorellina, oggi, oppure "dormiva" ancora?
     Le sorprese, anche quelle positive, in questi casi, o meglio al limite del paranormale e dell'inspiegabile, sono sempre all'ordine del giorno...Girando l'angolo le puoi trovare sulla strada (della vita), lunghe e distese sul marciapiede: a prendersi gioco di te, a meravigliarti o a deluderti, chissà! 
     Arrivai in reparto e dopo aver salutato la Grimaldi mi affacciai sull'uscio della stanza (come un riflesso condizionato), poi accadde tutto...mia sorella era seduta sul letto, sorridente e serena come nei giorni più felici: sembrava un guru indiano, pronto per la meditazione o un incantatore di serpenti subito dopo aver svolto il suo lavoro! Il suo volto non era spento e smunto come nelle settimane precedenti ma bello e naturale, non sapevo se scoppiare a ridere o in lacrime; così ricacciai indietro le mie emozioni ed entrai nella stanza sorridendo: lei aveva bisogno di me e del mio cuore (ripensai, infatti, alle struggenti parole che aveva proferito il prof telefonicamente, sera prima).
     - Stai meglio, - dissi subito gridando, - oggi hai il colore del sole impresso addosso, sorellina!
     Lei non disse niente ma mi sorrise: mi avvicinai al suo letto, la strinsi forte tra le mie braccia quasi a...
     - Ehi, piano! - fece lei. - Quanto entusiasmo, quanta passione; siamo fratello e sorella, io e te, non due innamorati! Vuoi soffocarmi? Hai vinto per caso al gratta e vinci?
     Dentro di me pensavo: - Miracolo (sono ateo da oltre trent'anni ma...), ha ritrovato anche il piglio ed il senso arguto dell'umorismo!
     - No, stupida! Sono soltanto felice che tu oggi stia meglio: eri in un altro mondo, ieri, ricordi?
     - Sono semplicemente tornata tra i vivi! - Esclamò lei ironicamente.
     Di questo passo verrai fuori da quì prima del previsto, - feci io, gurdandola dritto negli occhi. Lei mi guardò per un attimo quindi scoppiò in  una risata, a metà tra il sornione ed il beffardo. 
     Poi, di botto, esclamò: - Matto che sei, vuoi prendermi mica per il culo? E dopo che sarò uscita cosa faremo?
     - Andremo al cinema, io e te, in giro per la città, allo stadio, al parco, in qualunque posto mano nella mano, come due innamorati adolescenti...eppoi un bel gelato alla Galleria o al Due Mondi (la gelateria, vicina al Valentino, in via Medaglie d'oro, dove spesso s'era soliti andare, io e lei, insieme agli amici): una coppa maxi, da cinque euro, di quelle che piacciono a te (il suo gusto preferito è cioccolato e pistacchio con due grosse amarene Fabbri che trasbordano il succo fuori dal bicchiere), che dici?
     - E dopo, dimmi, che altro faremo?
     - Dovrai fare una cosa grandissima per me: mi aiuterai a programmare il mio matrimonio.
     - Il tuo matrimonio? - Domandò lei sorpresa. - Fratello mio, allora hai una ragazza!  Dimmi, come si chiama? Com'é: bionda o bruna? E' di Torino? Quanti anni ha? Dai, su, raccontami!
     Sara era felicissima, anzi, strafelice: si vedeva che lo era per davvero. Ma io, single da una vita (anche lei lo era, oramai da due anni: quando il suo ragazzo, Luigi, l'aveva lasciata andando a vivere con i suoi a Milano), ossia da quando, per lo meno, avevo avuto la mia ultima storia, finita male, con una ragazza di Novara (circa quindici anni prima: decenni passati, quelli non digitalizzati né smartforizzati...ormai nel Devoniano!), avevo mentito: lo avevo fatto per reggere il gioco (era troppo bello veder sorridere nuovamente mia sorella: la cosa più importante, in quel momento, per me!), per far durare più a lungo quel momento, una pausa serena ed imprevista dalla sofferenza (mi ricordai d'aver letto, tempo prima, un aforisma: "non c'é cosa più bella al mondo di un attimo insignificante".
      - Troppe domande tutte d'un colpo, sorellina! - le dissi con tono scherzoso. - Vuoi farmi venire un'indigestione, che dici? Si chiama Laura, è una brunetta coi capelli lunghi: li porta sempre legati dietro, però, come la coda di un cavallo. Lavora in un bar vicino al Rendez-Vous, l'ho conosciuta due settimane fa, un colpo di fulmine: abbiamo deciso di sposarci  a maggio!
     Mentivo spudoratamente, ero contento di farlo...Riuscii a farla ridere ancora, però, Ero senza una ragazza perché non avevo tempo: trascorrevo i meriggi e le serate con lei, in ospedale, dopo il turno al locale, infine tornavo a casa: mangiavo un boccone (quasi sempre roba comprata alla rosticceria vicino casa, o pizze e minestre surgelate!) e mi addormentavo sul divano, davanti alla tivù accesa. Alle otto del mattino tornavo a lavorare (iniziavo presto perché c'era sempre lavoro arretrato: apparecchiare i tavoli, preparare la lista dei menù, ordinare le bevande, etc.), infine smontavo giusto all'ora di tornare all'ospedale.
     Erano giunte le venti, intanto: l'orario di uscita. Sara, ancora pimpante (strano a dirsi e a crederci: non si era lamentata né aveva pensato al suo male in quelle tre ore scarse trascorse insieme: prima volta, da settimane, che accadeva!) esclamò:
     - Domani, brocco (mi chiamava così visto che ero appassionato di calcio - tifosissimo da sempre del Toro - ma ero talmente imbranato a giocare da far paura pure ai morti!), portami una di quelle riviste per novelli sposi così ti aiuterò a scegliere un completo adatto a te; e poi me la devi far conoscere, sai? Credi di farmi fessa? Ho un fetente che mi divora dentro ma non sono rimbambita!
     Dentro di me ero un fuoco: volevo scoppiare a piangere ma...riuscii a trattenermi (probabilmente Sara sarebbe scomparsa prima dell'inizio della primavera!).
     - Va bene, stupida, me ne ricorderò: sarà fatto, sei tu il comandante!
     La salutai con la mano destra, lei mi mandò un bacio volante. Nel corridoio incontrai il professore: lui, come al solito, mi lesse nel pensiero.
    - Non illuderti, Luciano! - disse. - Non è un miracolo...è soltanto casualità, è l'andamento della malattia alterno e l'effetto dei farmaci. Ieri era quasi in coma, oggi è arzilla come una scimmia salterina, domani forse...
     - Va bene, prof, - dissi io interrompendolo. - Non lo faccio: oramai ho perso l'abitudine per le illusioni! Ci vediamo domani.
     - A domani, Luciano. - fece lui.
     Strada facendo, in macchina immerso nel traffico, mentre tornavo a casa, mi passò in testa, come un film, la vita trascorsa insieme a mia sorella, e quella sua insieme ai genitori, quella nostra tutti insieme. Piccoli flash-backs, refrain, deja-vù, scampoli di gioie e dolori, mix di sentimenti, soddisfazioni, delusioni, bilanci, pugni presi in faccia, baci, abbracci, vertigini, botte in testa, giravolte: insomma, la vita, col suo dare ed avere, prendere e lasciare, col suo essere o meno in pari con la sorte; la vita è basta: quella grande puttana d'alto bordo! (Come spesso la definivo davanti a Sara).
     Ritornò davanti agli occhi una vecchia foto bianconero, in cui mio padre è ritratto insieme a Mike Rutherford e Tony Banks dei Genesis, sul palco del Palasport Ruffini, prima d'un concerto (fu l'ultimo, quello, purtroppo, in Italia) della band inglese nel lontanissimo 1975 (era una domenica assolata di marzo: mi raccontò una volta mio padre stesso). Dopo lessi sul quotidiano torinese "La Voce del Popolo" che i Genesis erano arrivati direttamente dall'Inghilterra: fatto tecnicamente veritiero ma molto improbabile, tuttavia, visto che il giorno prima di quella data italiana, il 22, gli stessi avevano tenuto un concerto ad Annecy, capoluogo del dipartimento dell'Alta Savoia, in Francia, non molto distante da Torino. Risentivo le note di Lilywhite Lilith o quelle di Watcher Of The Skies, le stesse che sovente mio padre, quando era sotto la doccia, intonava e che rimbombavano nelle mie orecchie, quando ero ragazzino, come un tam tam...Ma l'intro di Watcher era sempre da brividi sul fondo schiena quando lo risentivo cresciutello! Eppoi rividi mia madre che portava in spalla mia sorella piccolina, al mare: nella spiaggia deserta di Riccione, in un rugiadoso mattino di una estate di tanti anni fa; della serie: ombre e fantasmi gentili del passato a Samarcanda...Anche quella visione, però, da brividi: su tutto il corpo!
     Il suono insitente del clacson d'una 4x4 nera mi riportò alla realtà, alla vita di ogni giorno, appunto: - Coglione! Vuoi muoverti o no? Cos'hai in testa? La strada non è solo tua! - gridarono dal finestrino aperto. Mi ero dilungato troppo ad un semaforo col verde acceso, immerso nei ricordi e nei pensieri, all'incrocio di via Reduzzi con Arnaldo da Brescia, due-trecento metri da casa!
     Arrivai a destinazione e mi addormentai sul divano davanti alla tivù accesa (avevo fatto appena in tempo, però, a cambiarmi e...sgranocchiare qualcosa!).

  • 28 luglio alle ore 17:00
    LE DUE GEMELLE

    Come comincia: “Signori studenti oggi un tema impegnativo: ‘Dio nostro salvatore’, avete tempo sino alle tredici, impegnatevi!” Chi aveva parlato era il direttore del Collegio dei Padri Misericordiosi di Jesi in provincia di Ancona a nome Quinto Moscati; l’abitudine di chiamare i propri figli con un numero era proprio di quel tratto delle Marche, certo i genitori non avevano molta fantasia oppure non volevano che i nomi dei loro antenati fossero riportati ai  figli fatto sta che si potevano contare i nomi da: primo sino a settimo, non risulta ci fosse in giro un ‘ottavo forse… per mancanza di ‘materia prima’! In aula al primo banco della terza media c’era Alberto, un alunno particolare in quanto suo padre Armando, ateo aveva preferito iscrivere suo figlio ad una scuola cattolica per dare la possibilità al ragazzo di fare scelte autonome per quanto riguardava l’indirizzo religioso, non aveva voluto influenzarlo. Alberto durante le vacanze estive si era aggiornato sulle varie religioni del mondo con libri provenienti dalla fornita libreria paterna: Ne aveva rinvenute centotrentasette di cui sette di ispirazione cristiana. In una pubblicazione di uno scrittore olandese, Van Loon aveva trovato una teoria che calzava sul tema che il direttore aveva dato da svolgere in classe e lo trascrisse pari pari sul suo quaderno: ‘Dio o vuole togliere i mali dal mondo ma non può, oppure può ma non vuole, oppure non vuole e non può, oppure vuole e può. Se vuole ma non può è impotente il che inammissibile in Dio. Se può ma non vuole è invidioso il che è alieno da Dio. Se non vuole e non può allora è invidioso e impotente ed anche questo non può attribuirsi a Dio. Se vuole e può il che soltanto conviene a Dio da dove vengono i mali? Perché non li toglie?’ Preso in mano il quaderno di Alberto il buon Quinto allibì, li per li non riuscì a profferir verbo, quando si riprese: “Vieni con me in direzione, telefonerò a tuo padre, fedifrago!” “Cavaliere sono il direttore del collegio di suo figlio, venga a ritirare Alberto dal mio collegio, a voce le spiegherò la motivazione...tu vai in camerata e prepara la valigia.” “Direttore cosa ha combinato mio figlio, ha picchiato qualche suo collega?” Quinto aveva un certo rispetto per Armando direttore di una banca locale e quindi lo trattò un po’ con i guanti come si dice in gergo: “Mi dispiace dover cacciare Alberto dal collegio ma ha scritto qualcosa inammissibile per un cattolico, ha smontato le teorie su cui poggia la nostra religione, legga lei stesso.” “Conosco lo scritto di mio figlio, è un pensiero di Epicuro che affermava anche che: ’Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità…” non proseguo perché lei sicuramente ha studiato al liceo classico e quindi conosce bene gli scritti di quel filosofo, mi accorgo che da cattolico non condivide il suo pensiero, non per questo cambieranno i nostri buoni rapporti, quando ha bisogno di me sono a sua disposizione, figliolo saluta il direttore, a casa faremo i conti!” In macchina: “Papà che conti dobbiamo fare, quello che ho scritto mi sembra anche il tuo pensiero sulla religione.” “Te l’ho detto per far contento il direttore, i preti sono come…lasciamo perdere, domani ti iscriverò alla scuola pubblica.” Passando dinanzi a dei cassonetti di spazzatura Armando vide una ragazza che frugava fra i rifiuti e ogni tanto si metteva qualcosa in bocca, stralunato Armando uscì dall’auto e: “Che stai facendo, se mangi quelle porcherie ti verrà il tifo…” La ragazza era mal vestita ed era bianca in faccia, non poteva dirsi brutta ma piuttosto malandata. “Son due giorni che non mangio, ho una fame da lupo!” “Vieni con noi, qui vicino c’è un bar di cui conosco il proprietario.” “Gino pota un cappuccino e qualche brioches per questa ragazza.” “Come ti chiami?” “Sono Mafalda, poi le racconterò la mia storia se lei ha voglia di ascoltarmi.” “Per ora mangia, ne riparleremo a casa mia.” Alberto abitava in una villa in viale dei colli a Jesi, in macchina Mafalda, seduta del divano posteriore stava per addormentarsi. “Siamo arrivati, Alberto accompagna Mafalda in bagno, io le troverò dei vestiti di tua madre, ormai lei…Armando era rimasto vedovo di recente, un automobilista ubriaco una sera, in viale della Vittoria l’aveva investita ed uccisa sul colpo. Mafalda ci mise del tempo ma quando uscì dal bagno era un’altra, i capelli erano in ordine, aveva indossato un vestito nero molto elegante della defunta Marianna. “Debbo informarla della storia mia e di mia sorella Milena, io per punizione da parte del mio patrigno Michele sono stata rinchiusa per due giorni in una stanza senza poter uscire,  con mia madre Fulvia e mia sorella Milena abitiamo in via Gallodoro, nostra madre dopo la morte di mio padre si è messa con un delinquente, Michele che ha cercato di violentarmi, l’ho preso ad unghiate e lui per punizione mi ha chiuso a chiave in una piccola stanza della casa dove abitiamo, per fortuna abitiamo al secondo piano e con un lenzuolo annodato sono scappata dalla finestra…temo per mia sorella, mia madre è una debole…Armando non pose tempo in mezzo e telefonò al capitano dei Carabinieri Maurizio, suo amico ragguagliandolo sul  fatto riferitogli da Mafalda: “È un reato grave, andrò personalmente con una pattuglia in via Gallodoro, se vuoi venire pure tu con la ragazza ti aspetto sul corso. Al numero cento Maurizio bussò violentemente: “Aprite Carabinieri!” Nessuna risposta allora entrò in funzione il Carabiniere Mirko che con un ‘ariete’ buttò giù la porta. Il ‘signor’ Michele era impietrito, aveva tentato di scappare dalla finestra ma aveva avuto paura e si era chiuso in bagno. “Apra, non ci faccia spaccare pure la porta del bagno!” Michele si arrese e si trovò subito con un bel paio di manette ai polsi, Mirko era stato velocissimo ad infilargli i ‘braccialetti’. Michele e Fulvia in due auto dei Carabinieri, Milena e Mafalda nella Lancia Aprilia di Armando con Alberto  nel sedile anteriore il che cominciò a sbirciare le due ragazze. “Non fare il coglione!” “Non ho fatto niente!” “Apposta non devi fare niente!” Alberto capì che per lui non ci sarebbe stata ‘trippa pé gatti’! Michele e Fulvia in galera, Mafalda e Milena in casa di Armando e di Alberto, le ragazze col consenso del padrone di casa si erano impadronite del vestiario della defunta Marianna, dormivano nella stanza degli ospiti e, in attesa di trovare un lavoro aiutavano Camilla, la cameriera nelle faccende domestiche. Le due ragazze, anche in seguito ad un articolo su un giornale locale erano diventate famose ed ammirate, erano proprio belle e desiderabili, Alberto a scuola veniva invidiato: “Beato te che hai la possibilità di ‘lavorarti’ due gran pezzi di f..a, il signorino non rispondeva ai compagni di scuola facendo intendere che…invece andava in bianco o ‘in white’ per dirla all’inglese, papà Armando vigilava e non voleva grane ma anche lui…un pensierino ce l’aveva fatto. Mafalda con l’aiuto di Armando si occupò come cassiera al bar della stazione, spesso veniva accompagnata sul posto di lavoro da Armando con la sua Lancia Aprilia. Milena trovò posto pure come cassiera in un negozio di vestiti eleganti vicino alla scuola di Alberto che talvolta l’accompagnava pavoneggiandosi con gli amici ma andando sempre ‘in white’. Dopo due mesi una notizia bomba, il direttore di una nota banca di Jesi aveva annunziato di sposarsi con una ragazza più giovane di lui di vent’anni, Mafalda. Cerimonia in chiesa per non inimicarsi le autorità ecclesiastiche, testimoni Maurizio e Mirko per lui e i padroni dei locali dove le ragazze facevano le commesse per lei. Viaggio di nozze con la fidata Lancia Aprilia sino a Parigi, Armando poté durante il viaggio in Francia poté far sfoggio del francese che conosceva bene. Al ritorno tutti gli amici domandavano come era andato il viaggio di nozze, Armando con un sorriso a trentadue denti (alcuni finti) non rispondeva ma faceva intendere che…Nel frattempo che era successo in casa di Armando, lui assente. Alberto a seconda degli orari mangiava in compagnia di Milena ogni giorno più bella e lui ogni giorno più ‘ingrifato’. Milena e pure la cameriera se ne erano accorte, Camilla cinquantenne benevolente lo sfotticchiava, non altrettanto Milena che, anche se attratta da Alberto non sapeva che decisione prendere, aveva timore di una reazione di Armando che era stato il loro salvatore e così pur passeggiando talvolta con Alberto, la sera si chiudeva a chiave in camera sua anche se avrebbe voluto… La situazione fu sbloccata da Camilla: ragazzi vi dico una cosa ovvia, la gioventù passa presto ve lo dico per esperienza personale, ricordate i versi di Lorenzo il Magnifico: “Quant’è bella giovinezza…’ Una sera Alberto e Milena erano seduti sul divano in salotto a vedere la TV, Alberto era ‘ubriacato’ dal profumo personale della ragazza, era in crisi, non sapeva cosa fare ed allora ebbe un’idea poco geniale: “La sai quella barzelletta in cui tre sorelle in auto hanno un  incidente stradale, muoiono e si presentano  dinanzi a San Pietro che domanda loro: come vi siete comportate in vita? La prima, arrossendo, io l’ho data ai preti. Brava in Paradiso per amor di Dio e tu: io l’ho data ai militari. Brava in Paradiso per amor di Patria e tu: Io sono vergine. Vergine? Cosa pensi che il Paradiso sia in pisciatoio? All’inferno!” All’inizio nessun a reazione da parte di Milena poi: ”Allora io dovrei andare all’Inferno?” Domanda sciocca di Alberto: “Vuol dire che sei vergine?” “Si e lo resterò finché troverò dei ‘babbasoni’ come te, è da tempo che vorrei…Alberto capì la lezione, smise di fare il ‘babbasone e fece felice sia ‘ciccio’ che la ‘gatta’ di Milena.
     
     

  • 28 luglio alle ore 16:57
    CESCO E COMPAGNIA BELLA

    Come comincia: Gli affari del supermercato ‘ALIAS’non andavano affatto bene, in giro c’era aria di licenziamento, i dipendenti erano tutti in ansia, altri supermercati a Roma erano falliti, la concorrenza anche sul web portava a non  essere competitivi. Arrivò una notizia che tutti speravano buona e che potesse risolvere i problemi di concorrenza, il supermercato era stato acquistato da un signore veneto tale Francesco F. sconosciuto a tutti i dipendenti. Una mattina si era presentato un giovane raffinato nello stile e nel vestire: “Sono Augusto F., mio padre è il nuovo padrone di questo supermercato, da oggi in poi sarò io il responsabile, ed ora tutti al lavoro.” La prima cosa che Augusto fece fu quello di cambiare nome all’esercizio in ‘AURORA’, tutti sperarono che potesse portare fortuna, furono cambiate pure le strutture interne, tutte di nuovo stile, le casse, l’abbigliamento dei dipendenti: divisa  azzurra per la donne, nera per gli uomini ed inaugurazione in grande stile con annuncio su un giornale locale. Una sera di sabato festa di apertura, molti si presentarono più per curiosità che altro tanto che nei giorni successivi gli affari ritornarono al livello precedente. Il termine licenziamento serpeggiava di nuovo fra i dipendenti sempre più preoccupati. Edoardo G. e Leda R coniugi erano ambedue dipendenti del supermercato, in caso di chiusura era per loro un guaio doppio, avevano pure il mutuo da pagare oltre le normali spese, insomma erano preoccupatissimi. Una sera a casa loro: “Caro bisogna escogitare qualcosa di  funzionante nel senso di …farsi amico il proprietario, che ne dici Edoardo?” “Chi è il miglior amico dell’uomo?” “Il cane!” “Non fare lo sciocco, sono le donne io modestamente faccio la mia porca figura, sai quanti mi vengono appresso, spero che il signor Augusto mi apprezzi., che ne dici?” “Ricevuto, a mali estremi…e poi saresti tu a sacrificarti ammesso che per te sia un sacrificio…” “Domattina provo a parlarci nel senso che…” Leda quella mattina ‘dimenticò’ di indossare il reggiseno e gli slip, bussò alla porta dell’ufficio di Augusto e: ”Signor direttore vorrei conoscerla, lei è nuovo di Roma, potrei aiutarla nel trovare un alloggio ed eventualmente far da guida ai monumenti se è interessato.” “Io alloggio all’hotel Jolly, per il resto…” “Mi scusi se l’interrompo, potrei usufruire del suo bagno?” “Si accomodi.” Leda volutamente lasciò la porta del bagno semiaperta in modo che il direttore potesse vedere lE sue nudità sia anteriore che posteriore. Soddisfatta della esibizione si ripresentò ad Augusto e: “Io e mio marito Edoardo, anche lui suo dipendente, siamo molti amici del proprietario della trattoria ’da Cencio’ qui vicino, se ce lo permette vorremmo invitarla per festeggiare il suo arrivo.” Cencio era un simpatico ‘gay cinquantenne, si avvicinò ai tre, finto baciamano a Leda e poi: “Che bel signore che avete portato, proprio bello…” “Cencio abbiamo magnificato le tue doti in culinaria nel senso di cucina, fatti onore!” E così fu, Augusto ebbe modo di apprezzare la cucina romana che non conosceva, all’uscita: “Verremo spesso mio caro.” Il tono di Augusto era parso inusuale a Edoardo ed a Leda, ma… C’erano stati i primi licenziamenti, Edoardo e Leda sempre più allarmati pensarono di invitare a casa loro il direttore: “Egregio dottor Augusto (a Roma le persone importanti diventano dottori) vorrei invitarla a cena a casa nostra, si tratta di pochi passi a piedi, abitiamo in fondo a via Cavour, sarebbe per me e per mia moglie un piacere.” Stranamente Augusto strinse la mano ad Edoardo guardandolo negli occhi: “Apprezzo l’invito, a stasera.” Mazzo di fiori bianchi per la padrona di casa che apprezzò il gesto abbracciando il direttore il quale rivolse  un suo lungo abbraccio al padrone di casa, poi: “A Roma parlano del ponentino ma stasera fa proprio caldo, agosto si fa sentire, col vostro permesso mi tolgo la camicia ed i pantaloni, anche voi potrete mettervi a vostro agio.” Alla fine della cena grandi complimenti alla padrona di casa che  per migliorare l’ambiente mise dei compact disk con brani lenti e romantici. Augusto forse anche per l’effetto del vino dei Castelli Romani prese a ballare prima con la padrona di casa e poi con Edoardo piuttosto sorpreso ma che comprese la vera natura del signor direttore. Nel ballare Edoardo si accorse che qualcosa di duro aveva gonfiato gli slip di Augusto, fece finta di niente, non sapeva che atteggiamento prendere, in ogni caso non voleva fargli uno sgarbo. Dopo un paio d’ore il ‘’dottor’ Augusto ritenne opportuno togliere le tende facendo emettere un sospiro di sollievo ad Edoardo che: “Hai capito come stanno le cose, chi si deve sacrificare sono io e non tu, stá storia non mi piace.” “E invece te la fai piacere, preferisci essere in mezzo ad una strada o…”Nel frattempo era accaduto che Edoardo avesse letto in una rivista le doti quasi magiche di pietre particolari: i cristalli di Rocca, andò in un negozio specializzato e ne acquistò tre bianchi. Dopo averli depurati in acqua corrente ebbe modo di iniziare con loro un colloquio: “Siamo tre cristalli diventati tuoi amici, saremo al tuo fianco sempre a disposizione per consigli e aiuto, come inizio ti faremo diventare più disteso ed ottimista, ti aiuteremo nel lavoro.” La parole dei cristalli pervenivano ad Edoardo nel suo cervello. In effetti quello pronosticato dai tre si avverò in poco tempo, Edoardo si sentiva più sollevato e la mattina dopo ebbe una sorpresa, fu chiamato in ufficio dal direttore: “Dietro consiglio di mio padre, per evitare di chiudere il supermercato abbasserò i prezzi di tutti i prodotti, il guadagno sarà minimo ma per mio padre non è un problema , è molto ricco inoltre ho deciso di raddoppiare lo stipendio a te ed a Leda inoltre per te un posto di sorvegliante, per tua moglie uno in amministrazione.” “Io per contraccambiare ti invito a cena sabato a casa nostra.” A casa Leda: “Un bacione a te marito mio, il piccolo sacrificio che tu farai sarà per la famiglia.” Stavolta il mazzo di rose era di color rosso, senza chiedere il consenso Augusto restò in canottiera e slip, mangiò poco, bevve il solito vino del Castelli che gli fece effetto e, preso per mano Edoardo: “Che ne dici di un riposino in camera da letto?” Leda: Ho messo delle lenzuola del corredo, sanno di mughetto.”Prima in bagno per un bidet e poi sul lettone dove  ‘ciccio’ diede prova della sua valenza anche in presenza di un maschietto. Il direttore aveva il popò molto voglioso, accettò volentieri un lungo rapporto anale che lo portò ad un orgasmo prolungato col suo pisello che imbrattò le lenzuola dal profumo di mughetto. Poi fece capire che voleva entrare nel popò di Edoardo che non ci pensò due volte ad essere accondiscendente dato il piccolo ‘calibro’ del pisello di Augusto, sembrava quello di un bambino. Al  rientro in salotto: “Cara penso che dovrai cambiare le lenzuola che penso non odoreranno più di mughetto.” Edoardo interpellò i tre cristalli in merito ai rapporti con Augusto, ebbe una risposta stupefacente cui non aveva pensato: “Scaricalo a Cencio il padrone della trattoria.” Edoardo si diede un colpo sulla fronte, non ci aveva pensato. Il  sabato invece che a casa loro i due coniugi invitarono il direttore da Cencio che fu ben felice di rivederli, soprattutto di rivedere Augusto, ormai era fatta. Gli affari del supermercato erano molto migliorati, gli acquirenti paragonavano i prezzi e si recavano in massa in quello di Augusto. Un giorno una telefonata interurbana a cui rispose Leda: “Sono Francesco il padre di Augusto, avvisatelo che giungerò alle quindici all’aeroporto di Fiumicino, che mi venga a prendere.”  Augusto fu particolarmente felice di questo arrivo, aveva in mente un suo piano, preferì simulare un malore e restare in albergo, con la sua Volvo mandò invece all’aeroporto Edoardo e Leda, la presenza di quest’ultima aveva un motivo nel pensiero di Augusto. Il dottor Francesco riconobbe la Volvo del figlio, si presentò ai due con un lungo sguardo alla signora, il padre in fatto di sesso non aveva nulla in comune col figlio infatti: “Se suo marito me lo permette vorrei stare nel sedile posteriore con lei così potrà ragguagliarmi sui monumenti romani. Il vecchio che vecchio non era, conosciuto lo stato lavorativo dei due non ci pensò due volte a mettere una mano fra le cosce di Leda che fece l’indifferente, Edoardo nello specchietto retrovisore se ne accorse e rise dentro di sé, la dama era sistemata così non lo avrebbe più preso per i fondelli quando lui doveva accontentare il figlio. In albergo Francesco da vecchio sun of a bitch si accorse subito che la malattia del figlio era una fandonia, ormai lo conosceva a fondo anche se era stato costretto ad accettare la sua propensione in fatto di sesso, lui vecchio mandrillo! A cena da Cencio che fu felice del  nuovo arrivato, sicuramente abbiente e che sarebbe venuto spesso nel suo locale spinto dal figlio. A tavola: “Mia moglie Elena è una stilista, non è potuta venire con me per una sfilata di moda, verrà nei giorni prossimi.”Edoardo portava sempre con sé i cristalli in una piccola sacchetta, in merito alla venuta del signore e di quella prossima della signora furono ermetici: “Avrai delle belle sorprese!” E così fu: “Edoardo vorrei che sua moglie mi ragguagliasse su alcuni punti della contabilità, non mi va di farmi vedere al supermercato, dica per favore a Leda, così mi pare che si chiami di venire nel mio albergo con i libri contabili.” Francesco in fatto di sesso era scatenato, Leda provò nuove sensazioni mai provate col marito, col dottor Cesco, (questo il suo diminutivo in veneto) Leda percepì un orgasmo piacevolissimo e prolungato  col punto G. Priva di forze disse per telefono al marito che sarebbe rimasta in albergo con Francesco, nessuna spiegazione, sarebbe stata inutile. Altra novità: la venuta a Roma di Elena (Nena in veneto) moglie di Cesco e madre di Gusto (in veneto da Augusto). La signora era abituata alle scappatelle sentimentali del marito ed accettò le spiegazioni di Edoardo che la era andato a prenderla a Fiumicino, erano una coppia aperta. “Gentile signora, mia moglie  sta temporaneamente in albergo con suo marito pare a controllare la contabilità del supermercato, mi ha detto di ospitarla a casa mia sempre che lei sia d’accordo.” “Giovanotto come ti chiami?” “Edoardo.” “Nome importante, mi piaci fisicamente, staremo bene insieme.” Un’affermazione che non dava adito a dubbi. A casa di Edoardo: “Non ti offendere ma la tua casa potrebbe essere rimodernata, a Roma sicuramente ci saranno negozi con mobilia moderna, se vorrai andremo insieme a sceglierla domani, stasera sono stanca ma non tanto da non…” Dimostrazione dell’affermazione: un diavolo o meglio una diavolessa scatenata, ‘ciccio’ era in gran forma e portò Nena all’Empireo, si fa per dire in quanto in Paradiso secondo il pensiero dantesco ci sono gli angeli notoriamente asessuati ed il sesso non ha accoglimento fra gli uomini e le donne che ne ’usufruiscono’ per il loro buon comportamento sulla terra. Leda ogni tanto telefonava al marito: “Non mi riconosceresti più, sono diventata molto elegante, biancheria e scarpe firmate, Cesco è molto generoso, ciao.” Nena pensò bene di imitare il marito e ‘ripulì’ Edoardo il quale non aveva più nulla in comune col ‘vecchio’ Edoardo in fatto di stile ed eleganza, certo non era molto in forze per le lunghe notti di fuoco, la signora era molto disponibile e gli insegnò anche qualche giochetto erotico di sua non conoscenza. L’incontro a cinque avvenne nella trattoria di Cencio il quale era diventato l’amante di Gusto, anche il padrone del locale si sedette a tavola con gli ospiti. Dopo circa un mese Cesco e Nena pensarono bene di togliere le tende, la favola breve era finita, le vere immortali erano le avventura sessuali dei coniugi veneti che ripresero l’aereo per la loro città con un ottimo ricordo del soggiorno romano. Edoardo e Leda ripresero il loro lavoro con la differenza che il look della loro casa era cambiato come tutto il loro guardaroba, Gusto e Cencio sempre amanti, erano fatti l’uno per l’altro anche se talvolta Gusto ‘svicolava’ con Edoardo…
     
     
     

  • Come comincia: Ho scritto il suddetto racconto (passato poc'anzi sul blog) a inizio estate del 2013, ispirandomi ai Jefferson Airplane (dopo diventati Starship ed infine Hot Tuna), la più grande band - insieme a Grateful Dead, The Byrds, Buffalo Sprimgfield e Quicksilver Messenger Service - del rock psichedelico made in U. S. A. e del "San Francisco Sound" anni sessanta-settanta; ovvero, ispirato dalla lettura, prima, e dall'ascolto, poi, di alcuni loro vecchi brani: infatti, al contrario di molta critica, vecchia e corrente, penso che la musica (intendo le sue parole) debba essere letta ancor prima che ascoltata.  Leggere le parole e tra le parole della musica significa, a mio avviso, scoprire davvero tantissime cose: ciocché l'artista, il musicista, la band o chi per loro, vogliono che l'ascoltatore (che prima ancora è il lettore, appunto) scopra!
     I Jefferson Airplane furono la band più anarchica (e anarcoide) della storia del rock (ancor più, a mio avviso, dei Ramones o, al di là dell'oceano, dei Pink Floyd - nella fase watersiana - e degli stessi Sex Pistols e dei Clash di Joe Strummer), ma anche quella più antimilitarista e romantico-visionaria!
     Il loro apice, come molti gruppi americani di quel periodo, lo toccarono verso la fine dei sixties, in particolare nella Summer Love del 1967 e a Woodstock (nella "tre giorni tre" dell'agosto 1969 suonarono pezzi come "Saturday Afternoon/Won't You Try, "Eskimo Blue Day" e, soprattutto "Volunteers", Volontari: apertamente anti-Vietnam, uno dei loro cavalli di battaglia).
     A Woodstock, però, paradossalmente, il gruppo infilò una strada senza ritorno, quella, cioé, verso il basso ed il declino; un po' quello che, a detta di molti saggi studiosi del costume, della società e della musica moderne, accadde da quel momento a tutto il rock!
     A Woodstock, infatti (nonostante furono assenti diversi grossi calibri, ognuno per motivi diversi, come Beatles, Dylan, Led Zeppelin, Doors, Frank Zappa, Joni Mitchell, Procol Harum, etc.), per alcuni il rock toccò il suo apice-vertice, il livello più alto; ovvero, la "quadratura del cerchio" di ciò ch'era accaduto durante tutto quel decennio straordinariamente volitivo e ispirato musicalmente (e non solo!). Ma da quel momento in avanti, ossia post festival, il diagramma andò oscillando sempre più verso il basso in una sorta di  influsso-reflusso all'incontrario! La musica rock, l'industria del disco, quella della discografia e di tutto il mercato che ruota intorno ad essa, furono sempre più dominate dalla (iper) commercializzazione, dal consumismo massificato "usa e getta", dalla dittatura, insomma, dello star system o main stream che dir si voglia! E sotto quelle fameliche spire, spesso, sono incappati fior di star, appunto: Bob Dylan, Rolling Stones, Pinnk Floyd, etc.

    "Un tempo si diceva dei Jefferson Airplane che fossero stati l'unico aeroplano americano che non avesse bombardato Saigon, per questo e per altre mille ragioni, essi rappresentano il complesso più prestigioso del "San Francisco sound", di quella stagione - tenera e disperata - delle "libere menti" che ha avuto nella California degli anni sessanta la sua patria. Essi hanno cantato la voglia di vivere di una intera generazione ed hanno guidato la carica dei guerriglieri hipsters all'assalto delle roccaforti della "pig nation", del perbenismo borghese. Ciò che ancora c'é di vivo nella loro musica ci dice che non è esagerazione! Basta ascoltare Volunteers o i ricami psichedelici di White Rabbit! Ribelli dello spazio interiore, i loro testi sono un esempio tra i più lucidi della nuova poesia americana, dei suoi umori segreti, delle sue tensioni e della sua maturità".
    (Giacomo Mazzone, in: "Jefferson Airplane", Arcana editrice, Roma, 1980).

                                              =Testi esemplari=
     Volunteers / Volontari (Marty Balin - Paul Kantner)
    Guardate cosa sta accadendo fuori nella strada:
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
    Hey, sto danzando giù per la strada,
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
    Non è affascinante tutta la gente che incontro?
    E' la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Una generazione è invecchiata
    una generazione ha trovato la sua anima.
    Questa generazione non ha mete da raggiungere:
    raccogliete il grido.
    Hey, adesso è il momento per voi e per me.
    E' la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Su, venite, stiamo marciando verso il mare,
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Chi vi spazzerà?
    Saremo Noi. E chi siamo noi?
    Siamo i volontari d'Amerika,
    i volontari d'Amerika,
    i volontari d'Amerika.  

  • Come comincia:                                =La scimmia parlante=

    Una scimmia parlante dagli occhi verdi si perse in un bosco di querce secolari sul far della sera: recava con sé pensieri di carta e vecchi tarli di creta...La trovò e la prese insieme a lui un vecchio dottor "stranamore", venuto da lontano, colla barba colorata di rosso e di nero; egli la rinsavì [quella scimmia] a furia di calci nel culo e inculcandoli dottrine di buonumore. Il 25 dicembre di un anno fasullo, non riportato su nessun calendario (neanche quello cinese), la riportò allo zoo comunale, tutta in ghingheri e con la cravatta della festa...L'han rimessa in gabbia, da allora, quella scimmia parlante: adesso non parla né più tarli ha per la testa - strani e duri, alla creta -. (Ma) quella scimmia, però, è davvero felice?

                                                   =I tre galli=

    Siberiade é il luogo più freddo e più eremitico della terra: colà vivevano tre galli, giunti da un paese caldo; l'uno di loro era bianco, l'altro verde, il terzo tutto rosso e giallo. I bambini del posto, per addomesticarli, presero a darli latte di capra e miele ed i galli, così, per un po' si fecero mansueti e diventaron più "domestici"; ma poi, il 1°maggio di un certo anno tuttò di botto cambiò, anzi, successe il patatrac: li trovaron morti stecchiti [quei galli] in un pollaio poco fuori l'abitato, insieme a due vecchie galline - con cui, forse stavano tentando di accoppiarsi - e tre uova mezze dischiuse. Alla cena, pardon, alla messa funebre lo sciamano di Siberiade - durante l'omelia - sentenziò: - Ahi! Ahi! Ahi! Gente, sapete che non si addomesticano i colori?".

    Serie - Proverbi a modo mio (la sega, la gallina e la mente integra)
    "Meglio una sega oggi che una gallina domani" (chissà?!).

                                                     =Morale=
    In poche parole: si prenda ciocché si può prendere, ma lo si deve fare oggi perché "di doman non v'é certezza" (ammonisce il poeta toscano) alcuna, e soprattutto, ci si masturbi pure per benino (e quanto si vuole) il pene, il clitoride oppure l'ano (e quant'altro si desidera) senza, però, mai masturbarsi il pensiero (ovvero: la mente!): quello (quella) deve sempre restare (o per lo meno dovrebbe!) sempre puro (pura) e libero (libera)...finché messer (lo) intelletto non ci abbandoni!

    Taranto, 11 maggio 2018.    

  • 24 luglio alle ore 16:29
    Una scritta sul muro

    Come comincia: "Sei sempre nei miei pensieri ti voglio ogni giorno sempre di più senza di te non posso vivere amore mio A.C."
    E' da circa quaranta anni che leggo, annoto scritte lette sui muri (spesso le ho anche fotografate) ovunque abbia l'occasione di andare. Ritengo ognuna di esse racchiuda una storia, la storia di ogni essere umano, di ognuno di noi...un particolare stato d'animo: ma anche, paradossalmente, lo sviluppo della società, l'andamento della politica (la prima che lessi, mentre andavo a scuola, in piazza Acanfora a Taranto - correvano gli anni settanta - era di fuoco: "AUTONOMIA OPERAIA NON SI TOCCA, KOSSIGA PEKKIOLI VI SPAREREMO IN BOCCA!"), del costume e della storia delle masse e del mondo in cammino. Le scritte sui muri, a mio avviso, sono sempre "rivoluzionarie"! Molti di coloro che leggeranno quella che ho sopra scrittto (ho dovuta passarla, gioco forza, nel settore racconti del mio profilo nel blog invece che negli aforismi, per ovvi motivi di spazio) obietteranno: - E' banale! E' la classica scritta da cioccolatini "baci Perugina"! - Vero, anzi, verissimo!!! - rispondo io. La assoluta unicità (o rivoluzione) e bellezza della suddetta, a prescindere dal contenuto o dal messaggio, sta nel luogo in cui è stata scritta e dove io l'ho letta: una frazione, un pezzo del muraglione (dalla parte esterna) che circonda, cinge il cimitero monumentale "San Brunone" di Taranto (noi tarantini lo chiamiamo cimitero vecchio per distinguerlo dal nuovo, sito in zona Talsano-Tramontone), al quartiere Tamburi. L'ho letta (mi verrebbe da scrivere: il fattaccio è avvenuto...) circa una ventina di giorni fa, mentre mi recavo nel suddetto luogo [il cimitero o camposanto, appunto!]; e correvano le ore quindici e trenta- sedici (all'incirca: malauguratamente non posseggo né un rolex di marca né un moderno e accessoriato smartphone, quindi non posso essere preciso al...bacio!): un orario in cui, vista la temperatura dell'aria (all'ombra - ed è un eufemismo che io scriva così, credetemi! - il sole toccava i quarantacinque gradi, senza contare il tasso d'umidità), neanche i morti (pace a loro!) riposano tranquilli nelle loro dimore eterne e...neanche le zanzare moleste si attentano a volare per rompere i capillari ed anche qualcos'altro (dicasi pure coglioni!) a noi "umani"! Ed io...invece (visto che sono un vecchio testardo nonché un incallito autolesionista e masochista), ero in giro per una escursione sui generis (o come l'ho definita, parlandone poi ad alcuni conoscenti, una "gita fuori porta", fuori stagione e, forse, fuori di testa: quando quasi tutti, infatti, consumano le ore nella siesta pomeridiana o a trastullarsi e rinfrescarsi il sedere nei luoghi ben più gradevoli della litoranea). Ora, a conclusione di questo mio "raccontino" che, in realtà, raccontino non avrebbe dovuto essere (viste le ragioni di cui dettovi poco sopra), ed il quale - diciamo pure - è nato quasi di getto (o d'amble, come direbbero nostri cugini d'oltralpe), mi pare interessante (anzi, è d'uopo: mi sembra sia più dotto scriver così: o forse più "dottorale", chissà, per coloro che sono di bocca e palato più fine!) proporre un accostamento letterario (il che non guasta, visto che siamo su un blog di quel genere!) tra la scritta e il luogo (solitario, di certo, ma di sicuro non ameno: come avrebbero detto, forse, i romantici inglesi di fine settecento-inzio ottocento!): quello con i "Sepolcri" di un certo Ugo Foscolo (pensate che ci pensai durante tutto il tragitto di ritorno a casa dalla "gita" in questione, più parte della notte seguente, per giungere a siffatta conclusione!), i quali furono (in Italia e non solo, probabilmente) il primissimo esempio di "poesia  civile" o di impegno civile (o, ancora, di protesta, come avrebbero detto un secolo e mezzo più tardi - all'incirca - esponenti di certo attivismo politico e di certa poesia, letteratura e musica annesse). Ai suoi tempi l'illustre letterato di Zante volle schierarsi apertamente e senza troppi dubbi, contro il decreto napoleonico "St. Cloud" del 1804 (esso fu esteso a tutta l'Italia due anni dopo ma il poeta andava, nella sua protesta, ben più a monte, ovvero contro disposizioni di precedenti leggi austriache del 1783 e 1787, di cui il decreto era una semplice estensione: quindi non solo contro una legge ma contro uno spirito comune a una intera legislazione), il quale imponeva di seppellire i defunti in fosse comuni (per ragioni igieniche, adduceva lo stesso decreto) invece che in quelle tradizionali. Ma i motivi, a latere, erano tutt'altri...Per lui [per Foscolo, s'intende] la tomba, invece, aveva (e doveva continuare ad avere) una specifica funzione civile, appunto (e sociale): il luogo, cioè, dove convogliano e convergono gli affetti dei vivi per i defunti; quello, inoltre (come nel caso, fattispecifico, delle "urne dei forti", alias Dante, Petrarca, Machiavelli, Galileo Galilei, etc. seppellite a Santa Croce in Firenze) che danno rimembranza, ai vivi, appunto, delle valorose gesta od opere dei grandi ("forti", appunto!). Infine (e con ciò concludo) scrivo quanto segue, a proposito della famosa scritta (operose scuse per il gioco di parole!), da cui è scaturito il "big-bang" successivo (cioè, quello di cui avete letto): la suddetta [scritta] (scritta su un punto precipuo del muraglione che circonda il cimitero di Taranto) testimonia l'affetto (o amore) dei vivi per i vivi mentre il cimitero [suddetto e non un'altro, evidentemente!] testimonia quello in cui - figurativamente parlando - converge a sua volta quello dei vivi per i morti (alias "trapassati")...E NESSUNO MI VENGA A DIRE, ORA, CHE LE SCRITTE SUI MURI NON SONO IMPORTANTI! 

    Taranto, 24 luglio 2019.  

  • 22 luglio alle ore 15:16
    I CUGINI DI ANDREA

    Come comincia: Ubaldo M., geometra, era dipendente dell’Ufficio della Protezione Civile di Messina. Trentenne, scapolo, amava la vita e soprattutto le belle donne. Adorato figlio di Elisa V. vedova abbiente, era stato ’dotato’ dalla madre di un appartamento di lusso ubicato su una traversa del viale S.Martino, appartamento visitato spesso da ex compagne di scuola, da amiche e spesso anche da signore che, oltre al fisico del giovane ne apprezzavano la  prodigalità. Tutte avevano in comune la bellezza, per Ubaldo le bruttine erano deprimenti. Voglioso di novità chiese una licenza per visitare la Fiera di Milano. Giunto nel capoluogo della Lombardia si sistemò in un albergo vicino alla Fiera, per questo più costoso, per evitare di far lunghi tratti di strada a piedi o con mezzi pubblici, era decisamente un pigrone, l’unica ginnastica che praticava era quella sul letto. Girando svogliatamente fra i vari padiglioni, dinanzi a quello  argentino, ‘Argentina Detergo’, fu attratto dalla ragazza che dava delle spiegazioni a coloro che si interessavano di quel ramo ed anche a non interessati al prodotto ma a lei. Ubaldo, come altri maschietti rimase basito, incantato, trasognato, stralunato tutti aggettivi  che  si addicevano perfettamente all’espressione del suo viso che fu notato dalla signorina la quale ‘esplose’ in una risata argentina. Solita frase di addetta ai lavori: “Posso esserle utile?” Ubaldo ripresosi: “Dipende, io non mi intendo di prodotti di pulizia ma potrei invitarla a cena all’Albergo Reale dove alloggio.” “Sono Andrea, accetto l’invito ma qui si chiude alle ventiquattro.” “L’aspetterò nella mia suite, alla concierge chieda di Ubaldo M.” Cosa può aver fatto ‘sballare’ Ubaldo lui che di donne ne aveva conosciute in quantità? Una dea greca scolpita da Fidia o da Prassitele: di altezza superiore alla media aveva un volto molto particolare con grandi occhi verdi, bocca favolosa e naso piccolino, le tette da quel che si poteva intravedere si potevano definire ‘favolose’ per non parlare delle gambe da miss mondo,  piedi da far felice un feticista. Ubaldo si fece portare in camera del pesce, dell’insalata ed un ananas. Assopitosi fu svegliato dal cicalino del telefono: “C’è una signora che chiede di lei.” “Per favore l’accompagni al mio alloggio.” In pigiama e con vestaglia di seta blu Ubaldo faceva la sua porca figura che fu apprezzata da Andrea che apprezzò anche il finto baciamano. “Ho mangiato solo un panino e…” “Portiere la signora che si trova nella mia stanza desidera mangiare qualcosa.” “Veramente la mensa è chiusa,  dovrei…” ”Le chiedo questo favore, scelga lei il cibo, sarà ben ricompensato.” Andrea aveva portato con sé un trolley da cui prelevò una camicia da notte ed una vestaglia stile giapponese. Il portiere bussò poco dopo alla suite: “Signore ho fatto quello che ho potuto, mi chiamo Ambrogio.” “Grazie Ambrogio per lei un caffè.” Il caffè doveva essere piuttosto costoso perché Ubaldo aveva messo in mano al portiere un centone. Mercurio dio protettore di Ubaldo, da sempre pagano, doveva essere distratto perché non aiutò il suo adepto in quanto Andrea, usato il bagno: “Sono stanca morta è da stamattina…” , si sdraiò sul lettone, poco dopo dormiva. ‘Ciccio’ la prese male, già pensava a…  decise di vendicarsi e al primo approccio del suo ‘padrone’ con una femminuccia avrebbe scioperato. In seguito ci ripensò, ci avrebbe rimesso anche lui! Andrea si svegliò alle dieci. “Cara non pensi che il tuo datore di lavoro…” Andrea rispose in spagnolo: “El proprietario de la empresa se llama Apolo es mi novio.” Ubaldo ricambiò in latino: “Res sic stantibus…” Si misero a ridere ambedue, avevano il senso dello humour. Andrea accompagnò Ubaldo dentro la fiera sin al suo padiglione, la ragazza lo  presentò al’novio’ il quale non fece una grinza né alcuna domanda sulla notte passata dalla ‘novia’ lontana da lui e: ”Domani chiude la Fiera, io sarò impegnato a rispedire tutto in Argentina, Ubaldo ti prego di occuparti tu di Andrea, ci rivedremo al tuo albergo.” Evviva, Ubaldo aveva avuto via libera dal ‘novio’, senza mostrare alcun segno di contentezza prese sottobraccio la ragazza. Passando dinanzi a tanti maschietti sentì su di sé sguardi di invidia. Lo stessa cosa nella sala mensa dell’albergo, Andrea ordinò il pranzo a base di aragoste, calamari in brodetto, gamberi arrosto ed una ‘cofana’ di insalata mista,  vino Riesling, Ubaldo si aggregò alla mangiata. In camera: “Caro ho le mestruazioni, devi accontentarti di un ‘mamada’ in  italiano pompino.” E così fu, solo che furono due con gran gioia di ‘ciccio’.Si fece vivo per telefono Apolo. “Ho concluso un buon affare con una ditta romana, Andrea fatti accompagnare da Ubaldo a casa sua a Messina, mi farò vivo io al tuo telefonino.” A quel punto per Ubaldo sorsero i problemi: la cosa migliore era quella di far alloggiare Andrea a casa sua ma c’era un ma, un grosso ma. Sua madre Elisa, religiosa e puritana, accettava che fra uomo e donna ci fosse solo il fidanzamento o il matrimonio, una convivenza l’avrebbe presa molto male siccome lei teneva i cordoni della borsa…Altro problema, la vecchia abitava in una villa di sua proprietà a Rometta Marea  ma talvolta veniva a trovare il figlio a Messina senza preavviso ed aveva le chiavi della abitazione, peggio di così. Ubaldo si rivolse ad Alberto M. suo collega di ufficio ed amico per sbrogliare la faccenda. Alberto: “Sei fortunato, nel mio palazzo c’è un appartamento in affitto, la padrona è in ospedale con un tumore, i nipoti hanno messo un cartello ’affittasi’ però vogliono millecinquecento Euro al mese e due mensilità di anticipo.” “Alberto mi interessa l’appartamento per una mia amica argentina, paga tu tutte le spese, al mio arrivo ti rimborserò.” All’aeroporto di  Reggio Calabria ‘.0.Tito Minniti’ c’era in attesa Alberto con la sua Fiat Tipo piuttosto spaziosa e nient’affatto costosa. Inutile dire che anche il buon Albertone rimase folgorato dalla bellezza di Andrea. “Non mi avevi detto che la ragazza era una gran gnocca!” “Che vuol dire gnocca?” “Ragazza molto procace.” Passato lo stretto di Messina col traghetto, sotto casa Ubaldo ed Alberto scaricarono le valige e le trasportarono nell’appartamento affittato in verità bello ed accogliente. Alberto si ritirò in buon ordine, Ubaldo speranzoso…”Caro ho fame, c’è qui vicino un ristorante?” “Certo che c’è, si chiama Panyllo ed è all’incrocio con viale Europa, è abbastanza vicino.” All’entrata del locale, ai maschietti tutti uscirono gli occhi fuori dalle orbite, Ubaldo conosceva il capo cameriere: “Salvatore questa è Andrea la mia fidanzata, fatti onore.” “Provvedo subito dottore.” Per i gusti o meglio per le speranze di Ubaldo la cena era più lunga dei suoi desiderata, finalmente…” “Dottore questo è il conto, vuole la ricevuta fiscale?” “Salvatò lascia perdere la parte tributaria, abbiamo mangiato bene, qui ci sono duecento Euro, a presto.” Salvatore fece un inchino sino a terra, cento Euro di mancia! In casa Andrea disfece le valige, dopo una doccia, in camicia da notte ridottissima raggiunse Ubaldo a letto: “Caro ho le mestruazioni, ti devi accontentare di un pompino” E il pompino fu  ma restava il desiderio di altre prestazioni ben più consistenti. Dopo una settimana, azzerata la scusa delle  mestruazioni: “Caro devo dirti, ho qualcosa in più rispetto alle femmine, sono un trans.” e mise in mostra un uccello niente affatto piccolo. Ubaldo ebbe un’espressione tra lo sbalordito e lo stupefatto, mai si sarebbe immaginato!” Se hai problemi aspetterò Apolo per rimborsarti i soldi dell’affitto di casa, non ti preoccupare, esta es la vida.” Ubaldo non riuscì a dire altro: “A presto” senza specificare quando ma non riusciva a tenere il segreto per sé e bussò alla porta di casa di Alberto. “Cos’hai, mi sembri stravolto.” Ubaldo riferì all’amico ed alla moglie Anna la situazione, p due coniugi si misero a ridere: “Scusa ma a te cosa importa.” “Ci avevo fatto un pensierino, Andrea mi piace moltissimo ma che succederà se ci troviamo insieme…” Alberto cattivello, “Ti troverai ‘la gatta nel carbone’ di tedesca memoria, va a casa tua e chiarisciti le idee, inutile dirti che la notte…” La notte non portò alcun consiglio ad Ubaldo che preferì farsi prescrivere dal medico cinque giorni di malattia per un mal di pancia tra l’altro effettivo. Alberto ed Anna aveva basato il loro rapporto alla massima sincerità ed anche questa volta: “Dì la verità ti piacerebbe…sono sincera anche io…” I due coniugi si guardarono in viso senza parlare, avevano deciso di effettuare l’esperienza con Andrea che, nel frattempo, non stava a guardare nel senso che riceveva varie telefonate da Milano per un appuntamento. Pensò bene di accattivarsi le simpatie del portiere che, come tutti i portieri che si rispettano sapeva i fatti di tutti gli inquilini delle tre scale. “Signor … le devo chiedere un favore, devono venire a trovarmi dei miei cugini di Milano, le sarei grata che indicasse loro il mio appartamento, questi per un caffè.” Cento Euro! La signora se la doveva passare bene. “Mi chiami Nando, sono di origine romana, sono a sua disposizione.” Il primo ‘cugino’ era un avvocato del foro di Milano, tipo smilzo, sguardo penetrante, viso da furbacchione; sicuramente aveva ‘assaggiato’ le prestazioni di Andrea e le aveva  apprezzate tanto da intraprendere un viaggio in aereo sino all’aeroporto di Reggio Calabria, traghetto e poi da Messina un taxi. In portineria c’era, more solito, Nando che teneva sotto controllo la situazione. “Devo andare dalla signora Andrea.” “Quinto piano, io stavo per andare a prendere un caffè…” “Il caffè glielo pago io.” L’avvocato tirò fuori un centone ma Nando: “Il caffè lo prendo molto dolce…” Altro centone passò nelle sue mani, l’avvocato mormorò a se stesso: “A Messina lo zucchero costa troppo!” Uguale sorte di un cummenda milanese che, avendo paura di volare usò il treno. Stessa scena con Nando che sperò che ci fossero tanti cugini che andavano a trovare la signora Andrea. L’ultimo cugino era una cugina: donna tracagnotta, capelli corti, espressione del viso ‘corrusca’, vestita con tailleur pantaloni, non abboccò alle richieste di Nando: “L’appartamento me lo trovo da sola!” Nando rimase perplesso,  la signora aveva lo stile della lesbica, cosa andava a fare a casa di Andrea? Un interrogativo senza risposta. Si fece vivo Apolo: “Sto  stipulando dei contratti un po’ in tutta Italia, verrò a prenderti appena possibile; immagino che riceverai tante richieste degli ‘amici’ milanesi, se ne hai abbastanza cambia telefonino,  a presto.” Andrea seguì il consiglio del ‘novio’ e così non ricevette più nessun a richiesta da parte dei cugini milanesi con gran scorno di Nando che si era abituato a ricevere sostanziose mance. Andrea si annoiava, un pomeriggio andò a trovare Alberto e Anna che le fecero una gran festa: “Io e mio marito…” “Ho capito, mi siete stati simpatici sin da quando vi ho conosciuto che vuol essere il primo?” Alberto guardò in viso la moglie, prese sotto braccio Andrea e si diresse in camera da letto. Dopo un passaggio nel bagno tutti e due sul letto matrimoniale. Andrea aveva già in posizione il suo ‘ciccio’ cosa che spaventò un po’ Alberto. “Non ti preoccupare se non ti va per te sarò solo donna.” E si mise in bocca il ‘coso’ di Alberto e dopo il suo orgasmo se lo passò nel sedere. Alberto, per curiosità, prese in mano il ‘cosone’ di Andrea, era la prima volta che toccava un membro che non fosse il suo, nessuna sensazione particolare, non era portato per l’omosessualità. Anna aveva seguito dallo spiraglio della porta tutta la scena; uscito il marito si ‘fiondò’ in camera da letto e sul lettone prese a baciare in bocca Andrea, voleva godersi a fondo quell’avventura particolare. Andrea ricambiò con piacere, non le capitava spesso di avere a che fare con femminucce, dalle labbra passò alle tette di Anna per poi approdare su un fiorellino vogliosissimo e ben lubrificato, l’immissio penis fu piacevolissimo per ambedue, Andrea sfoderò la sua arma segreta, la sollecitazione  del punto G di Anna che fu molto sorpresa da un piacere  intenso, profondo mai provato con suo marito, rimase a gambe aperte piacevolmente senza forze. Andrea fu ricambiata delle prestazioni con una cena preparata da Anna che evitava di guardare Alberto in viso, non sapeva come classificare quel suo approcciò con un trans, gli sembrava di aver  cornificato il congiunto. La situazione ebbe uno svolgimento imprevisto: Ubaldo in profonda crisi personale, innamorato pazzo di Andrea andò a trovarla e le propose di sposarla. Andrea nell’atto di nascita risultava di sesso femminile e così c’era pure scritto nel suo passaporto. Dopo un po’ di complicate pratiche burocratiche presso l’Ambasciata argentina, Andrea ben felice della situazione, convolò a giuste nozze con Ubaldo con ricevimento nella villa della madre a Frascati. Tutti gli amici invitati compreso Nando che non si sa per qual motivo era commosso, forse gli mancavano i cugini di Andrea! Apolo aveva appreso la notizia da Andrea per telefono, come al solito non fece una grinza, in Argentina ed anche in Brasile di trans ne avrebbe trovati a non finire, fece gli auguri ad Andrea e riprese la via del ritorno. Finale solita frase: tutti sapevano di tutto ma ovviamente si facevano i fattarelli loro, Alberto ed Anna talvolta usufruivano delle prestazioni particolari di Andrea, servivano a rinsaldare  il loro matrimonio diceva lei…

  • 22 luglio alle ore 15:13
    ALBERTO SCIARRA IL TRASFORMISTA

    Come comincia: Nato per rompere i co…ni questo  il verdetto di papà Armando dopo aver conosciuto a fondo il figlio Alberto nato per una sua ‘minchiata’ con una compagna di università. Armando era l’ultimo discendente di una famiglia nobile di Grotte di Castro in quel di Viterbo ma residente a Roma da molto tempo. Rimasto vedovo, aveva come  sorelle: Iolanda, Maria, Giovanna e Lidia di cui solo le prime due convogliate a nozze, le altre due, inguardabili, non avevano trovato un pollo che le sposasse e dire che  non erano indigenti, gli antenati avevano accumulato un bel patrimonio consistente soprattutto in terreni coltivabili che rendevano un bel po’ di quattrini. Alberto aveva vissuto la giovinezza in una casa di campagna a Cingoli (Mc),  sfollato con i suoi parenti in quell’abitazione per sfuggire ai bombardamenti degli allora non ancora alleati. Assomigliava moltissimo a suo padre sia nei lineamenti maschili che per la statura che aumentava di giorno in giorno. Il contadino Peppe: “Padrone stó figlio lo annaffiate troppo, tra poco sarà più alto di voi!” Papà Armando era orgogliosissimo di Alberto che però sin da piccolo cominciava a mostrare delle ‘stranezze’ nel suo comportamento, i francesi lo avrebbero classificato un ‘moquer’ per gli scherzi cui sottoponeva parenti ed amici. Il primo fu quando con una maschera dell’orrore in viso ed una candela in mano entrò nelle camere delle zie che si spaventarono a morte. Per quella volta fu graziato ma un’altra ‘bricconata’ Alberto aveva in serbo: era maggio ed nei campi c’erano molte lucciole, il giovane non aveva sonno, pian piano uscì di casa e in un vaso ne mise molte che poi lasciò libere dentro le varie stanze di casa con la conseguenza di far spaventare a morte le zie che non conoscevano quell’insetto. Questa volta non fu perdonato e papà Armando lo fece restare a casa un’intera settimana senza poter mettere il naso fuori. La punizione per il giovane era peggiore di quanto programmato dal padre in quanto gli era preclusa la vicinanza con le compagne di scuola che talvolta lo  trastullavano con ‘saws and blowjobs’ (Alberto studiava l’inglese) sempre ben accetti. Il giovane capì che era meglio smettere con gli scherzi, ci rimetteva lui e quindi con la faccia di chi ‘non ha colpa’ andava fuori casa con gran piacere delle zie, finalmente! Frequentava le medie e con gran orgoglio dei parenti tutti era il migliore della classe, si impegnava a fondo e sotto banco riceveva dai componenti della famiglia regali in denaro. Allora vigeva ancora la leva  e papà Armando, benché avesse amicizie in alto loco, preferì che il figliolo provasse la durezza della disciplina militare. Il suo un metro e novanta lo fece collocare fra i Granatieri di Sardegna di stanza ad Udine, trasferimento non di gusto del buon Albertone che non riusciva a capire la lingua di quei polentoni. Come rompere la monotonia delle giornate sempre uguali? Lampo di genio: ‘appiccicare’ sullo stemma dei reparto al posto delle quattro teste di moro una foto di Cicciolina con le tette di fuori! Il ‘misfatto’ avvenne di notte, veloce come un ladro Alberto portò a fine lo ‘scempio’ e si riaddormentò placido non  immaginando che ‘casino’ sarebbe successo. Alle cinque e trenta del mattino voce dell’Ufficiale di Picchetto: “All’arme, all’arme!” Tutti i militari si catapultarono fuori dal letto ad esclusione di Alberto che, sbadigliando restò fra le lenzuola. All’arrivo del sottufficiale d’ispezione fu costretto ad alzarsi. “Non senti che c’è l’allarme, pelandrone, veloce!” La ‘boutade’fu attribuita a pacifisti della zona ma nessuno poteva entrare in caserma di notte, ed allora?” Il Colonnello Comandante preferì che la storia rimanesse nell’ambito della caserma, aveva paura di sbeffeggiamenti da parte dei pacifisti e della stampa ma la cosa aveva irritato i vertici militari. Alcuni compagni di Alberto, visto il suo atteggiamento di non volersi alzare dal letto, pensarono che fosse stato lui ma…nessuna prova. Quello fu il primo assaggio da parte degli ‘sventurati’ che ancora dovevano vederle delle belle infatti il giorno dopo, cinque minuti prima della sveglia Alberto con voce da omo: “Sveglia ragazzotti, non siate pelandroni la Patria ha bisogno di voi!” suscitando naturalmente le ire dei commilitoni che volevano picchiarlo ma la sua stazza  gli scongiurò una giusta punizione ma a tutti i colleghi rimase in mente quella voce da…Un giorno mentre la Compagnia era schierata in attesa di entrare in sala mensa Alberto uscì dai ranghi e impostando la voce da omosessuale: “Signor Capitano sto morendo di fame, mi si è abbassata la pressione vado in sala mensa…” Tutti, in primis il capitano restarono basiti, naturalmente Alberto fu costretto a saltare il pasto ‘beccandosi’ cinque giorni di C.P.R. (Camera di punizione di rigore) da passare in prigione. La cosa non fece né caldo né freddo al giovane che ne pensò un’altra: finita di scontare la punizione il bel ‘tomo’ una sera si aggregò ai colleghi che andavano al ‘casino’. Tutti a ridere, “che gli racconti alle mignotte che sei frocio?” “Pederasta sari tu, brutto sozzone!” Grande fu la meraviglia di tutti quando Alberto, a braccetto di una ‘signorina’ si recò in camera per ritornare in sala dopo mezzora per prendere a braccetto altra ‘signorina’. Tutti addosso alla prima ‘signorina’, “Cosa ha combinato il nostro compagno?” “Ha un cazzo più grosso del normale e se n’è fatte due, m’ha dato una bella mancia!” Tutti a guardarsi in viso sbalorditi. Ritorno di Alberto nella sala d’aspetto e: “Ragazzi mi sa che non avete scopato non è che siete per caso un po’ ‘checche’?” Intanto però il giovin signore seguitava a parlare con un linguaggio non da maschio ed il Capitano  della sua Compagnia andò dal Colonnello Comandante e suggerì di congedare Alberto Sciarra per ‘poca attitudine alla vita militare.’ Valigia in mano Alberto prima di uscire dalla caserma fece il ‘segno dell’ombrello’ ai colleghi anzi ex colleghi che lo guardavano stupiti, finalmente libero! Papà Armando fu informato delle malefatte del figlio ma invece di arrabbiarsi si fece tante risate, quel figlio di…era riuscito a farsi congedare! Sul treno diretto a Roma, prima classe di uno scompartimento in cui c’era solo una ragazza bionda decisamente piacevole la quale, dopo un suo saluto con inchino si mise a ridere. “È un buon segno se faccio ridere le femminucce o mi devo preoccupare?” ”Lei ha messo la bustina del berretto all’incontrario davanti didietro!” Fu l’inizio di una conversazione sino alla stazione Termini ma non finì qui. “Che mi dice se le propongo di rivederci?” “Perché no, io sono Flora, abito in via Cola di Rienzo e tu?” (un  buon segno era passata al tu.) “È una combinazione io in via Tacito, siamo vicini, scambiamoci i cellulari.” Ad Alberto fu affidato il compito di seguire le faccende ‘georgiche’ dei terreni familiari: trebbiatura, vendemmia ed altre incombenze del genere che naturalmente il giovane apprezzava solo per un lato: talvolta una ‘sveltina’ con qualche giovane contadinella bella ma il suo pensiero era a Flora che riteneva oltre che bella anche intelligente e con personalità. Solita pantomina (si diede per malato), rientrato a  Roma fu fortunato perché gli passarono tutti i mali e così poté riagganciare la ragazza: “Cara come va?” “Io non ho problemi a te che è successo non ti sei fatto più vivo.” “Per un periodo ho fatto il ‘paysan’ nei terreni familiari poi mi sono scocciato e soprattutto avevo voglia di vederti.” “Com’erano le giovani contadine?” Stà figlia di…era molto più scaltra di quello che sembrava. “Niente di speciale, “Glisson”,  (Flora conosceva il francese) se vuoi puoi venire a prendermi a casa mia, devo andare nel mio  negozio di parrucchiere in viale della Libertà.” Per la prima volta Alberto entrò in un salone di bellezza, scritta ‘Hayr Stylist’, trecento metri quadrati ordinati e con molti macchinari.” “Ti sei piazzata bene!” “Tutto merito di mia madre: divorziata, si è sposata con un riccone più anziano di lei che, dopo un infarto letale le ha lasciato un bel patrimonio.” “È stato sempre un mio desiderio entrare nel mondo femminile, questo è il momento buono, imparerò il mestiere  cominciando dal primo gradino.” Flora era perplessa, aveva paura che il bel tomo gli combinasse casini con le clienti. “Dipende da te, ho una clientela scelta ed un po’ snob….”“Ma io sono snob, tantissimo mia cara.” Era iniziata la sceneggiata dell’omosessuale che fece ridere le due  impiegate Gemma e Selene,  un bionda e l‘altra mora (ambedue appetibili) di cui subito si accattivò le simpatie.  Vedendo l’atteggiamento delle ragazze: “Quelle due sono off limits per te!” “Meravigliosa la mia gelosona sarò solo tuo ma ancora…” “Sabato sera  ti invito a cena a casa mia, mia madre è una brava cuoca.” Alberto vestito sportivo faceva la sua bella figura apprezzata da mamma Leda: “Finalmente un bel maschio, gli altri…dove cacchio li trovavi, pensiamo a mangiare, ho preparato tutti cibi afrodisiaci non che  il qui presente Albertone penso ne abbia bisogno, ma un aiutino…” Anche mamma Leda, cinquantenne ancora piacente aveva subito il fascino di Alberto cosa non molto apprezzata da Flora che fece finta di nulla ma capì che con  Alberto avrebbe dovuto combattere per tenerselo ben stretto.  Mammina dichiarò di aver un appuntamento con sue amiche e lasciò campo libero ai due.  Alberto non poté fare a meno di metter su una sceneggiata: “Cara non ci crederai ma m’è venuto un  gran sonno!” Flora ormai aveva conosciuto i trucchi del compagno e: “Pure a me, io vado in camera di mia madre e tu in quella degli ospiti, buon riposo.” Alberto capì che con Flora aveva ‘toppato’ sarebbe stata una lotta dura con la baby ma ne valeva la pena infatti, dopo essersi installato nella stanza degli ospiti vide arrivare Flora coperta da una vestaglia trasparente che l’interessata fece cadere a terra scoprendo un corpo meraviglioso che fece allargare le pupille del giovane. “ Vediamo quello che sai fare!” Alberto passò la prova con pieni voti e poi fu preso sotto l’ala protettrice del dio Morfeo come pure Flora che mamma Leda trovò addormentati nel suo letto. “Viva la gioventù!” pensò  la genitrice.  Alberto chiese ed ottenne di imparare la professione di parrucchiere per donna anche se con un  po’ di scetticismo da parte di Flora. Il giovane cominciò dal primo gradino: lo shampista (lavava i capelli alle signore)  poi imparò a fare il manicure, il trucco al viso, la cosmetica, i massaggi al corpo i più graditi dalla signore, un pensierino a…che restava tale, Flora era sempre in guardia. Un avvenimento venne a scombussolare la vita della comunità di parrucchieria: due arabi entrarono nel locale e: “Io sono Kamil sono interprete per conto del qui presente mio signore sceicco Muhammad che ha posteggiato il suo yacht Hazzem  al porto di Messina. Il mio signore desidera che alcune sue spose e concubine vadano in un istituto di bellezza, passando ha scelto il vostro ma pretende che in presenza delle sue donne non mi siano maschi nel locale.” Flora non sapeva che rispondere e stava tergiversando pensando al ‘mare’  di soldi che sicuramente lo sceicco avrebbe mollato e stava per parlare quando apparve Alberto completamente trasformato: rimmel sugli occhi, rossetto sulle labbra, minigonna…”Sono Alberto  io sono sempre a disposizione delle signore ma non  le apprezzo.” Kamil tradusse la frase al suo comandante aggiungendo un risolino nel commentare l’aspetto del nuovo  venuto. Lo sceicco parve soddisfatto e, sempre tramite interprete fece sapere che la mattina seguente avrebbe condotto due sue spose. Spariti i due arabi risate a non finire da parte di Gemma e di Selene ma non di Flora che sentiva nella storia puzza di bruciato ma ormai tutti erano in ballo…La mattina seguente due Mercedes si fermarono dinanzi all’istituto di bellezza, ne scesero l’interprete e due donne arabe che Kamil presentò come Halima e Aisha ambedue abbigliate in stile arabo con un Krere che lasciava scoperto solo il volto. L’interprete prima di ritirarsi fece presente che fuori del negozio c’era posteggiata altra Mercedes guidata da Baraka, un eunuco, la notizia per un po’ di tempo lasciò perplessi i presenti compreso Alberto addirittura inorridito! Chiusa la porta d’ingresso a chiave, Aisha e Halima rimasero in reggiseno e slip, la prima dai capelli corti fu la prima ad andare nel retro da Alberto, sempre truccatissimo, la seconda dalla capigliatura lunga ci mise più tempo chiedendo un’acconciatura particolare,  forse per lasciare più tempo all’amica in compagnia di Alberto. Quando Aisha si ripresentò nella sala comune Halima entrò nella stanza dei massaggi e ne riuscì dopo circa una mezz’ora con…gli occhi lucidi come prima la compagna, troppo lucidi solo per un massaggio, nei loro occhi Flora da donna lesse qualcosa che la mise in subbuglio, Alberto se l’era fatte  tutte e due! Baraka fu chiamato nel locale e si presentò con una valigetta che depositò su un tavolo poi prese le due donne a braccetto e, senza salutare, le condusse nella Mercedes. Facile da capire, la valigetta conteneva un mucchio di dollari! Il giorno dopo stessa ‘manfrina’ con altre due spose dello sceicco, Flora era  tra il preoccupato e l’arrabbiato ma…non poteva intervenire, quando mai sarebbe capitata una tale fortuna? Alberto sempre fresco come una rosa aveva preferito dormire a casa sua… aveva i suoi buoni motivi. Analoga situazione si presentò altre due volte ma alla terza il buon Alberto diede forfait con gioia di Flora, era completamente ‘spompato’ le arabe erano affamate di sesso, voleva dire che lo sceicco era scarso in quel campo e poi con tante mogli e concubine! Dopo una settimana Alberto riprese a frequentare la casa di Flora, si era ripreso alla grande con gioia della fidanzata, innamoratissima  che aveva capito che doveva concedere ogni tanto al bell’Alberto di ‘correre la cavallina’!

  • 22 luglio alle ore 4:52
    Il mondo che vorrei (love&dreams)

    Come comincia:  - Ho una sorpresa per te, Sam, amore - disse la mia donna: mentre entrambi eravamo sdraiati su una scogliera a Plenty, una delle tante che popolano il litorale di questa magnifica cittadina, in cui nascemmo, io e lei, trent'anni prima, posta all'estrema punta nord dell'insenatura della grande isola di Greenland, nella baia di Aaron, sotto la calda luna d'agosto.
     L'aria profumava di limpido ed il mare, luccicante e piatto come una tavola da surf, sapeva di pulito in quella magica e strana notte di san Lorenzo: magica perché noi due eravamo finalmente di nuovo insieme; strana perché eravamo soli, soltanto noi due, ancora insieme, un'altra volta dopo immemore tempo, sdraiati e mano nella mano, però, come agli inizi della nostra storia, a rimirar la luna piena ch'era quasi occidua rispetto alle nostre teste, in tutto il suo accecante splendore di astro donna e misteriosa, e in attesa delle stelle cadenti, ovvero (del) la lieta e speciale stella!
     - Ho una sorpresa per te, Sam, - ripetette Baby Jane, la mia donna; - proprio una gran bella sorpresa: sta arrivando una bambina!
     - Come una bambina? - domandai allora io, esterrefàtto e lieto all'unisono.
     -  Certo Sam! -  rispose lei. - Una bambina tua, tutta nostra in carne ed ossa; e la chiameremo "Fortunata"! 
     - Fortunata? Sì,è molto bello! - esclamai contento e poi le chiesi: - Ma perché proprio quel nome?
     - Sta arrivando una creatura tutta nostra, davvero, ed avrà gli occhi azzurri come il cielo, - rispose Baby Jane; - sarà "Fortunata" di nome e di fatto, perché quando verrà al mondo la nasconderò; sì, dovrò fare proprio questo: nasconderla a tutti loro quando verranno...(si trattava dei soldati dell'Anagrafe dei Governi). Sì, la nascoderò quando verranno per portarsela via ed arruolarla nell'esercito della vergogna, la nostra bellissima bambina: la preserverò dalle loro dannate grinfie. Non metteranno mai le mani su di lei, quelle mani grondanti di sangue, quelle sporche e fottutissime mani che sanno di morte; non glielo permetterò: dovremo farlo insieme, amore mio, dovremo proprio...dovremo farlo insieme, dovremo salvarla insieme: da quell'esercito che manda al macello uomini e donne inutilmente. La salveremo, Sam: è vero? Promettimi che lo faremo, dai fallo; promettilo, sì, che mi aiuterai?
    - Sì! - le dissi allora io. - Lo faremo insieme: te lo prometto! (Pronunciavo quelle parole ma non sapevo ancora, dentro di me, come avrei fatto a mantenere la promessa!). Lo faccio quì, davanti a te, prima ancora che nasca Fortunata, prima ancora che arrivi la nostra stella e scompaia la luna. Ma ora calmati,  Baby, calmati, sei tutta sudata, vedo, sì...e stai piangendo; dai, calmati. Tremi dal freddo: su, dai, calmati, amore mio!
     Baby, infatti, tremava tantissimo nonostante la notte fosse afosa ed umida (neanche un refolo di vento soffiava nell'aria, quel vento che viene sempre dall'oceano a rinfrescarla, ogni estate - lo chiamiamo "Hot Lenny", dalle nostre parti, per via della dolcezza e della durezza che ha - insieme alle grandi balene azzurre: porta il nome dell'uragano del 1926, di cui mi parlò - anni addietro - mio nonno Frank, e quello devastò la baia e l'arcipelago circostante; porta sempre refrigerio, però!): sembrava un pulcino uscito da una pozzanghera; i suoi denti battevano ed il loro ticchettìo addirittura rimbombava sulla scogliera quasi come se avesse l'eco!
     Allora presi l'asciugamano rossa su cui eravamo sdraiatie la avvolsi sulle sua spalle; poi le misi le braccia intorno al collo e le sussurrai nell'orecchio sinistro: - te ne prego, calmati adesso, Baby!
     Ma lei si alzò di scatto (l'asciugamano che le avevo avvolto sulle spalle cadde sugli scogli) e mi disse, agitata e tremante più di prima: - No, Sam, lasciami parlare ancora, lasciami sfogare in questa notte di luna piena così pazza; lasciamelo fare ora, quì, con te. Siamo soli, tu ed io, lasciami parlare ancora con te.
     - Va bene, amore, - feci io per non contraddirla ed agitarla ancor più. - Parla pure, dai, parlami quanto vuoi; dimmi quello che vuoi: sono quì, accanto a te, ti ascolto.
     Al che lei tacque per un attimo eppoi si inginocchiò davanti a me, afferrò le mie mani e guardandomi dritta negli occhi esclamò:
     - Sam, non voglio mettere al mondo la mia creatura, così, indifesa; la nostra creatura, no, non lo voglio...Per coprire losche faccende, per farli combattere sudicie e lorde guerre che non le appartengono; che non ci appartengono; proprio non voglio che ciò  accada...Voglio vederla crescere lontano, la mia bambina, la nostra bambina, sì, lo desidero con tutta me stessa...Lontanissima anni luce da tutto questo, da tutti loro. Portiamola via insieme, facciamolo insieme quando verrà al mondo!
     Nel nostro paese, da alcuni decenni, oramai, accadeva che l'Anagrafe dei Governi governasse con ferocia e malvagità, terrorizzando la gente attraverso una tirannica forma di dispotismo; inoltre, accadeva che il suo esercito confiscasse ogni neonato - maschio o femmina che fosse - venuto al mondo: per portarlo nei "campi di addestramento" del nord; ed educarlo - man mano che cresceva - ed addestrarlo (appunto) all'uso delle armi, renderlo pratico ed avvezzo al combattimento e alla guerra. Il nostro paese, infatti, combatteva contro gli altri paesi confinanti per il possesso del petrolio (serviva per far funzionare le fabbriche che costruivano le armi per combattere, per produrne nuove e per ogni altra possibile attività economico-produttiva atta ad alimentare la guerra) e dei diamanti (servivano per pagare sempre più uomini assoldati al servizio del governo, abili a combattere e nell'addestrare bambini e giovani nei campi).
     Noi due, io e Baby, facevamo parte, invece, da molti anni, ossia da quando ci eravamo messi insieme, ai tempi del college a Frisco, dell'opposizione "rossonera": eravamo, per questo motivo, sempre alla macchia, ognuno con un gruppo diverso. Ci eravamo visti - qualche ora soltanto - settimane prima di quella notte: allora avevamo fatto l'amore, così, nature, sotto una secolare quercia nel bosco di Attenborough, proprio quello che circonda le colline sovrastanti il litorale e le scogliere di Plenty; e lì era successo tutto...la nostra bambina, di cui parlava Baby quella notte, era stata generata proprio allora. Le sue paure, quindi, quelle di metterla al mondo, non erano assolutamente infondate, tutt'altro: ma io restai freddo e lucido, come sempre!
     Baby Jane smise all'improvviso di parlarmi (quale sollievo per le mie povere orecchie, pensai dentro di me!) per un po' restammo entrambi in silenzio, seduti sugli scogli ad osservare ancora la luna e respirare l'aria afosa di quella notte, davvero insolita e bastarda: il nostro pensiero, invece, mareggiava sui lievi flutti dell'oceano!
     Al termine del nostro silenzio (era durato soltanto alcuni minuti ma m'era parso infinito!), mi alzai in piedi davanti a Baby e dissi: - Dai, su, lo faremo insieme, ti prometto che lo faremo; ti ho detto che lo faremo; la porteremo via da quì quando verrà al mondo!
     - Spero che tu dica sul serio, - replicò lei, - dimmi che lo farai? Promettimi che lo faremo insieme, veramente?
     - Va bene, - feci ancora io, - la porteremo sull'isola dei gabbiani, quando verrà, Baby, e li la cresceremo insieme la nostra bambina; l'ameremo insieme e poi qualcosa faremo; si vedrà poi...insieme!
     L'isola dei gabbiani  fu il primo posto che m'era balenato in testa da dirli, a Baby Jane, quella notte: sapevo, però, che quello, sebbene fosse solitario e in parte sicuro, non sarebbe potuto essere la definitiva sistemazione per noi tre. Quell'isola, un piccolo lembo di terra posto ad un quarto d'ora di scafo da Plenty, era sempre stata meta preferita di contrabbandieri e mercanti di uomini ed armi in passato ma da qualche anno, per via della vegetazione ostile ed impèrvia che la popola (una boscaglia fitta di mangrovie e arbusti spinosi immersa in malsane paludi, tutto l'anno frequentate da zanzare giganti e mosquitos killer!), non lo era più...Quel posto non sarebbe stato di certo adatto per una piccola creatura: entrambi lo sapevamo.
     Baby Jane, però, dop'aver ascoltato le mie parole, si avvicinò a me, pi prese di nuovo per mano e guardandomi negli occhi scoppiò in un pianto a dirotto. Così restai in silenzio ad ascoltare le sue lacrime, soltanto per un attimo: poi, anch'io la guardai negli occhi, le accarezzai il viso con dolcezza e la strinsi forte tra le mie braccia.
     Dopo qualche minuto, però, lei riprese a parlare con più impeto di prima (sembrava un colpo di cannone esploso da un vecchio galeone spagnolo!):
     - Quando loro verranno, - disse, - noi non saremo ad accoglierli a braccia aperte; prima che accada la porterò via con me, non preoccuparti, zio Sam (a volte mi chiamava zio, proprio come quello del nostro paese prima dell'avvento della dittatura!); stanne certo che sarà così: farò tutto ciò che ho promesso, da buona madre manterrò la parola: per la nostra creatura che deve arrivare, la porteremo via insieme, vedrai.
     - Okey, va bene, amor mio! - le dissi ancora. - Lo faremo insieme!
     - Voglio veder crescere la mia bambina tranquilla, - fece lei; - vorrei vederla crescere felice, magari in una terra dove le stelle cadono giù dal cielo sempre, tutte le notti d'ogni giorno e non soltanto una volta all'anno.
     - Credimi, Baby, lo vorrei anch'io, con tutto il cuore; con tutto me stesso vorrei fosse proprio così!
     Nel frattempo una nuvola si frappose fra noi e la luna, caddero alcune gocce di pioggia (l'aria, però, era sempre afosa ed il vento restava una agognata chimera) ma lei ancora...Baby Jane non aveva sosta e fece: - Andremo all'isola dei gabbiani, Sam, proprio come hai detto tu, eppoi...poi si vedrà, hai ragione, amore! Poi, chissà, troveremo un'altro posto, un'altra terra dove vivere felici insieme, noi tre!
     Baby Jane non si fermava: sembrava proprio logorroica, quasi presa da una frenesia spasmodica.
     - Dividiamo questa speranza! - esclamò. - Dividiamo questo progetto, questo proposito. Dividi con me questa speranza, Sam! - ripetette. - Dividila con me, se vuoi.
     Al che la interruppi, riuscii a farlo per un attimo, dicendole:
     - Va bene, Baby, lo farò ma...
     Lei, però, subito mi interruppe, a sua volta, e riprese a parlare:
      - Quella terra esiste, Sam; noi la troveremo per nostra figlia: affinché la nostra bambina possa crescere tranquilla e felice, per diventare un nuovo combattente del sole e dell'armonia come noi due; combattere contro i despoti e la tirannia! Credo che ciò avverrà, se solo noi lo vorremo; la porteremo in quella terra se la troveremo. Quella terra esiste, sai? La troveremo, Sam, la troveremo insieme! Quella terra esiste davvero, amor mio: è una terra senza lacrime, è la terra di amore e sogni che sognamo, in un mondo di amore e sogni che abbiamo sempre sognato: senza lacrime. Quella terra esiste, Sam, credimi: ma non è la terra promessa!
     - Ma dov'é, allora? - chiesi. - Dimmelo, dai, come si chiama?
     - Credo proprio che esista, - fece lei, - credo che possa esistere ancora sulla terra un posto così, senza tempo: magari lontano da noi, da quì...forse si chiama Mirageville, Sam, chissà; o forse Neverland, o terra di nessuno, o delle verità nascoste, o magari si chiama terra...nuova: semplicemente e basta! E se esiste lo troveremo, vedrai.
     - Certo, amore mio: e lo faremo insieme, te lo prometto: e lo cercheremo noi due insieme...no! no! Noi (tre) insieme!
     Baby cominciò a piangere ed a singhiozzare per la commozione e poi, lentamente, si riebbe ricominciando ad essere logorroica e un po' "su di giri": 
     -   Sì! Sì! Credo che esista un posto così; sì, forse si trova a mille migliaia di chilometri da quì, da noi, ma esiste. Un posto, quello,in cui ci si possa sdraiare sugli scogli per ascoltare le onde del mare che cantano insieme al vento e...eppoi perdersi senza paure e limiti coi propri pensieri nell'orizzonte infinito davanti a noi, senza l'assillo di dover "ritornare"; o magari restare in silenzio davanti alla luna che ci osserva, anch'essa muta, in attesa della lieta stella. E se esiste quel posto lo troveremo; sicuro che lo troveremo: sì, davvero noi lo troveremo!
     Alla fine, però, riuscii finalmente a interromperla, o forse, chissà, lo aveva fatto di proposito (a bloccarsi dal suo frenetico discorrere) per farmi parlare, per far parlare anche me, e allora le chiesi:
     - A proposito, Baby, come mai non è ancora arrivata la nostra stella, questa notte?
    (Era pur sempre la notte delle stelle cadenti e forse, chissà, lo avevamo dimenticato entrambi, presi dal nostro parlare ed ascoltarci a vicenda!).
     Lei, così, con voce ora calma e sottile (Baby Jane appariva anche più serena ed aveva ripreso a sorridere) mi rispose dicendo:
     - Questa notte non arriverà, Sam; lei, la nostra stella, arriverà fra nove mesi e si chiamerà "Fortunata"!
     In effetti, era giunta quasi l'alba (le prime luci turchine e cremisi cominciavano a far capolino all'orizzonte) ma niente...E della stella, la nostra stella, non c'era ancora stata nessuna traccia: e non ci sarebbe stata, probabilmente, neanche se l'avessimo pagata a peso d'oro o avessimo ancora atteso, sdraiati sugli scogli, per altri mille anni1
     Così, dopo le ultime parole pronunciate da Baby, io e lei, come prima, ci sdraiammo sugli scogli; adesso, però, più stanchi morti di prima (forse, chissà, più morti che stanchi!), tenendoci per mano, in attesa di addormentarci: all'esercito dell'Anagrafe e alla nostra bambina, all'isola dei gabbiani e a tutto il resto ci avremmo pensato l'indomani!

    da: alcuni brani dei Jefferson Airplane, "l'unico aeroplano americano che non bombardò Saigon!".

    Taranto, 18 giugno 2013.

  • 21 luglio alle ore 16:02
    LA FIAMMELLA

    Come comincia: Corso Umberto, al tramonto, il passo è svelto. Purché non si addormentino muscoli e articolazioni, è l’ora dedicata a loro, data l’età. Sulla porta di un bar, una signora, in nero, si accende la sigaretta. Un bimbo, in braccio ad una ragazza, vicino a lei, è incantato dalla fiammella dell’accendino. La signora, in nero, soffia sulla fiammella, il bimbo scoppia in una risata. Nasce un ricordo. Anni ’60, Pronto Soccorso del Cardarelli, io, giovane medico, alle prese con la medicina degli imprevisti. Anziani infermieri sono i miei angeli custodi. Loro sanno tutto, io no. La solita confusione partenopea, sirene di autoambulanze, macchine che sgommano sulla rampa, volti ansiosi, gente trasbordata in barella, imprecazioni, lamenti, pianti, mani tra i capelli. Su quel lettino, difronte a me, arriva un po’ di tutto: ragazze, che hanno ingoiato acido, per amore, coliche addominali, infarti, ferite, sparati, pompieri sorpresi da una frana, semiasfissiati. I titolari del PS, i due chirurghi, nicchiano spesso. Si scelgono un intervento “pseudo-urgente” e se ne vanno. – “Raineri, fai tu, oggi!” - Se si sapesse che nel ’60, in alcune ore, il PS del Cardarelli era in mano al solo Raineri, cioè, solo a validi e anziani infermieri, pronti a suggerirmi il daffare! Ma ecco la scena, che mi è tornata in mente, questa sera, dopo quell’incontro. Un ragazzo, potrebbe essere uno dei miei figli, entra correndo. Ricordo ancora il biondo dorato dei suoi lineamenti. Una camicia candida, come il lenzuolo che ha tra le mani. Ma c’è qualcosa dentro. Un putto d’altare, questo frugoletto, uscito dal lenzuolo e deposto sul lettino. Mi sorprende subito la pelle, di un rosso violaceo, che non potrò mai dimenticare. - “E’ caduto nella vasca da bagno, colma di acqua bollente” - Il bimbo piange. Gli occhi, inondati da lacrime, sembrano voler uscire dalle orbite. Immagino la sua sofferenza. Il padre ha il volto contratto da un ansia dolorosa. Sembra chiedermi l’impossibile con il suo sguardo. Ustione di 2° grado, in oltre il 90%; la prognosi, per quei tempi, è infausta. Nessun reparto ustionati. Sorella Cinzia inizia a spalmare il Foille, l’unico medicamento disponibile. Il bambino, ora, emette una sola nota acuta, il padre piange in silenzio, fissando il figlio. Ad un tratto, estrae l’accendino e lo avvicina al volto del bimbo. Pochi centimetri dalla bocca. Esce la fiammella. Per un attimo, quasi una magia, il bimbo cessa di urlare. La mimica gli si ricompone in una fugace normalità. Ecco che soffia sulla fiammella, che si spegne. Il bimbo sorride, il padre pure. Si stanno fissando entrambi negli occhi. Due sorrisi fermano dolore e tempo.

  • 21 luglio alle ore 15:47
    La perla di Nettuno

    Come comincia: La scogliera era alta quasi 20 metri,di li a poco sarebbe finito tutto,non c'era più posto per lei in quel Mondo che da tanto tempo ormai non le apparteneva più.Paolo dopo 10 anni di fidanzamento aveva sposato un altra ed insieme a lei tutti i progetti fatti insieme ad Alma.Il salto fu breve ,mentre sentiva l'acqua invaderle i capelli,delle mani forti lafferraro per la vita,riportandola sulla terra ferma , non appena riuscì ad aprire gli occhi si trovò dinanzi un uomo .Egli era alto con la barba incolta,pelle abbronzata con una muscolatura da fare invidia al più celebre palestrato.<>l'uomo la guardò con il suo sguardo caldo e penetrante e le disse<>Questo strano signore doveva essere un veggente, oppure qualche abitante del posto.Quel posto non era stato scelto a caso,ella lo aveva scorto per caso in uno dei suoi servizi fotografici per la rivista per cui lavorava.tante volte quel mare incantato aveva fatto da sfondo per le foto delle sue modelle.In quei momenti tra una foto è l'altra che la sua mente desiderava che il suo ultimo viaggio finisse li.Alma si alzò in piedi è gli si avvicinò per ringraziarlo il suo odore era sensuale e travolgente che ad un tratto guardò il suo Salvatore nei suoi splendidi occhi azzurri e in me che non si dica di ritrovò con le labbra attaccate alle sue,ad un certo punto cadde in un sonno profondo.Erano circa le 18 quando si risvegliò,la spiaggia era deserta a farle compagnia c'erano solo alcune turiste che passeggiavano ed il rumore del mare.Lindomani mattina era nel suo ufficio pronta per effettuare un sopralluogo per la rivista per cui lavorava,parlando con una sua collega gli raccontò di quanto accaduto.La donna la guardò alquanto attonita e le disse che i luogo in cui era stata veniva chiamato la perla di Nettuno, e che il dio del mare non permetteva a nessuno di invadere la sua quiete e che ogni creatura che avesse tentato di disturbarlo l'avrebbe cacciata dal suo territorio.Nettuno teneva lontano le donne per paura dì innamorarsene è se una di esse lo avesse stregato ogni notte ella avrebbe sentito il fruscio del mare Alma ebbe la promozione che tanto aspettava,la sua carriera prese il volo, cancellò Paolo dalla sua vita, solo una cosa non cancellò,il ricordo di quel bacio meraviglioso.Non ci ritornò più in quel luogo incantato,ma ogni notte il fruscio del mare tornava a farle visita.

  • 20 luglio alle ore 11:35
    Come se ci fossimo amati

    Come comincia:  
    Il sole era ormai ubriaco del suo stesso esagerato calore. Cadeva in acqua tuffandosi piano sulla retta che separava il cielo dal mare di Sabaudia. Visibilmente affascinato da questa leggiadria, Saverio, nell’attesa di Fabiana continuava a seguire l’evoluzione di un tramonto per lui così importante. Probabilmente, in una sorta d’irriverente sfida, il pensiero era corso al “suo” mare di Pentimele, in quel di Reggio Calabria dov’era nato e dove aveva vissuto la giovinezza prima di trasferirsi a Roma. Il suo animo romantico ancora una volta non lo abbandonava e non a caso aveva voluto scegliere, sarebbe meglio dire imporre, lui, il luogo dell’incontro.
    “Pensavo non venissi.”
    “E perché mai? Ti dissi, se ben ricordi, che adoro questo tratto di spiaggia. Lo trovo riposante. Non c’è mai tanta gente e, per quanto isolato, un panino e una birra li rimedi sempre. Stasera poi alla vecchia pianola del bar c’è Nico, mio cugino.”
    Saverio guardò con insistenza la collega d’ufficio per registrarne l’aria che sentiva già gradevole. Come in cuor suo aveva sperato, quei capelli neri non erano stati legati alla nuca. Fluivano con garbo sulle spalle e sulle orecchie e in parte anche sulla fronte senza per questo sacrificare alla vista il verde degli occhi. Pantaloni e camicetta attillata, Fabiana vestiva di bianco e ciò gli appariva strano sapendo quanto quella donna amasse i colori. Per fortuna non aveva dimenticato di indossare il foulard smeraldo che a lui piaceva tantissimo. In quei ventotto anni vi era straripante bellezza da cogliere e custodire con cura.
    In azienda i primi approcci promettevano bene. Giorno dopo giorno s’infittivano. Si arricchivano di qualche confidenza in più e si coloravano d’intimità per via di certi tentativi di messa a fuoco, ancora timidi ma promettenti. E tuttavia, sul lavoro, stavano obbedendo al rituale rispetto dei ruoli e all’esigenza di trovare un comune riparo da occhi indiscreti e orecchie un po’ troppo deste.
    “Se penso al rientro in ufficio, sento già il gelo dell’inverno! Come sono andate le ferie? ” - domandò Fabiana.
    “Quando torno a Reggio, per me va sempre bene. Tu, però, goditi questi ultimi giorni e fammi la cortesia di non pensare al commendator Marengo.” - rispose Saverio, tradendo un tono pressoché paternalistico.
    Il viso di Fabiana s’incupì:
    “Non nominarlo, ti prego. Non sopporto quel vecchio fanatico e fargli da segretaria mi procura un senso di fastidio e disistima.”
    Tutte cose che Saverio sapeva, nonostante fosse trascorso poco tempo dalla sua assunzione come direttore editoriale della Maredit S.p.A.
    Scrittore di lungo corso, non poteva certo definirsi un romanziere di successo. A dire il vero, qualche riconoscimento importante non era mancato ma ciò di cui avvertiva costantemente l’assenza era l’ispirazione illuminata per un progetto narrativo di più alto respiro che pure aveva sempre inseguito. Così, forte di un’intensa esperienza maturata nei salotti letterari dell’Urbe, pensò bene di fare gavetta come critico letterario presso una piccola casa editrice e successivamente presso un’altra, più grande, che gli consentì di fare un buon salto di carriera accettando la Maredit. I suoi cinquant’anni, considerata la crisi economica, erano quindi ben difesi in attesa di tempi migliori. Di contro, sotto altri aspetti più personali, quell’età nascondeva notevoli insidie. Qualche storia d’amore di buona intensità e un’altra, più seria, non furono del tutto fortunate e non è il caso adesso di andare a cercare i motivi e i colpevoli. Abituato da sempre a stare in mezzo alla gente, era cosciente del fatto che vivere da solo non lo realizzava compiutamente. Del single riusciva, però, a cogliere certi vantaggi. Si appropriava di un senso di più ampia libertà che lo metteva nelle condizioni di sgocciolare ugualmente un’esistenza dignitosa in cui c’era spazio per i rapporti umani e per qualche amicizia da coltivare.
    In questo collaudato microcosmo, Fabiana era un’opportunità da non trascurare e nel cuore di Saverio, man mano che i due si conoscevano meglio, quella donna ora rischiava di andare a occupare uno spazio delicatissimo. La sensibilità di Saverio costituiva un pericolo per entrambi. In lui la predisposizione a percepire in anticipo reazioni e contro reazioni dell’animo umano, tracciava un viatico di sofferenza affettiva. La serietà che riversava nel fiutare e sentire amore verso l’altro sesso rappresentava un freno nella capacità di prendere iniziative convincenti per dar vita a un serio rapporto.
    In Fabiana, l’iniziale approfondimento di pregi e difetti caratteriali e il passaggio a una comune visione intima e reciprocamente gratificante, incuteva timore. L’ultima delusione sentimentale, di cui aveva parlato a Saverio, le aveva lasciato un segno netto, inconfondibile, una cicatrice ancora lungi dal sentirla guarita.
    Intanto il sole stava completando il suo tuffo. I lampioni e l’insegna del piccolo bar presto si sarebbero accesi.
    “Dai! Avviciniamoci un po’ a riva.” - disse Fabiana la cui attenzione era stata catturata da una barca con i fianchi verdi e azzurri e sulla quale un pescatore stava sbrogliando una rete.
    “Ascoltami mio caro Saverio. Se tu guardi attentamente quella rete, vedi me. Io sono tutta ingarbugliata e devo trovare il bandolo per liberarmi.”
    “Posso provarci io, posso farcela.”
    “No! Devo farlo da sola. Soltanto così potrò ritrovarmi integra, pronta per sentirmi utile.”
    “Non so se mi sto innamorando di te, ma so che se mi sto innamorando di te è giusto dirtelo.”
    “Cos’è? Un meraviglioso incipit per il tuo prossimo romanzo?”
    “No, Fabiana. È Saverio Marra che ti sta parlando qui in riva al mare, in questo fine agosto e davanti a questo sole che prima di tramontare del tutto vorrebbe essere testimone di quanto ho detto.”
    “La tua è un’affermazione che mi pare non richieda risposta, o sbaglio?”
    “Richiede comunque una replica, qualunque essa sia.”
    “E allora concedimi di dirti anch’io una cosa… non so se non mi sto innamorando di te, ma so che se non mi sto innamorando di te è giusto dirtelo.”
    Il viso di Saverio si rabbuiò:
    “Che sciocco sono stato a prefigurarmi una bella storia. I sogni d’amore sono sempre i più difficili da realizzare. Diventano utopie quando si vorrebbero fondere armonicamente cinquant’anni da una parte e ventotto dall’altra. Scusami Fabiana. Sono un ingenuo, un romantico perdente.”
    “Non mi sento pronta per questo viaggio da fare insieme ma sappi che ti voglio bene. Se anche tu me ne vuoi, ho un’idea meravigliosa.”
    “Dimmi.”
    “Tu scrivi bene, sto leggendo il tuo ultimo libro.”
    “Non capisco cosa c’entri con l’idea meravigliosa…”
    “Quando tornerai a casa, accendi subito il PC e fai lavorare la tastiera senza sosta. Dai inizio a un nuovo romanzo, al nostro romanzo. Racconta questa nostra storia e portala a compimento, esattamente per come l’avevi immaginata. Vedrai, sarà come se ci fossimo amati.”
    Saverio annuì non senza averle prima dato un bacio.
    Sulle note di “Perdere l’amore” di Massimo Ranieri, Fabiana lo afferrò per un braccio, gli sistemò il giubbotto blu, gli passò una mano sui baffi, gli accarezzò i capelli brizzolati e spalancò un sorriso:
    “Forza Saverio, andiamo ad ascoltare la pianola di Nico. Stasera offro io: una pizza, una birra, un caffè e del whisky. Ma non farci l’abitudine, eh!”
    Il sole affondava l’ultima parte di semicerchio. Il mare già faceva da guardiano alla sera che, quieta, avanzava per fare spazio alla notte.
     

  • 19 luglio alle ore 9:41
    L'ALTRA SPONDA

    Come comincia: Erano nati in una cittadina in provincia di Agrigento, per Salvatore e Grazia la cicogna aveva scelto la culla giusta nel senso che i genitori erano ricchi e rispettati in paese. Salvatore in passato era stato eletto Sindaco quasi all’unanimità per la sua  simpatia e soprattutto perché aveva aiutato, specialmente durante la guerra le persone meno abbienti. Salvo godeva la fama di donnaiolo e talvolta era stato ‘graziato’ da qualche marito ‘cocu’, cosa che per un meridionale era il massimo dell’indulgenza. La nascita di un loro figlio maschio era stata una notizia presto appresa in tutto il paese, gli sarebbe stato imposto il nome di Stefano come il defunto nonno paterno che era stato il principale ‘artifex’ della ricchezza, i maligni affermavano anche con metodi non proprio corretti ma per le persone abbienti la memoria storica ben presto di affievolisce. Stefano cresceva coccolato da tutti, aveva la sua stanza dove invitava gli amici, i migliori vestiti erano per lui. Purtroppo andando avanti nel tempo le sue preferenze in fatto di giocattoli erano divenute particolari nel senso che preferiva le bambole ai carri armati al pallone e ad altri trastulli non propriamente maschili. Anche l’aspetto era piuttosto femmineo situazione fatta presente da Roberto,  medico di famiglia ai genitori che all’inizio non diedero molto importanza alla situazione ma passando il tempo si allarmarono e chiesero aiuto a Roberto che, anche se giovane era ferrato in fatto di psicologia. Il suo responso:”Miei cari non posso darvi buone notizie, non ci sono cure che possano modificare la natura di Stefano, lui è nato con un corpo di maschio ma col cervello di femmina.” Disperazione totale soprattutto da parte di Salvo, proprio a lui, gran conquistatore di donne doveva capitare un figlio…non voleva nemmeno pronunziare quella parola. Per evitare scandali Stefano, per gli studi, fu inviato in un collegio di una città del nord dove nessuno lo conosceva, i paesani non commentarono la cosa,  pensavano che al nord ci fossero i migliori insegnanti non sapendo che gli insegnanti più preparati erano siciliani emigrati per mancanza di posti di lavoro nella loro  terra. Stefano non tornò più al suo paese, i genitori andavano loro a trovarlo. Grazia cuore di mamma aveva accettato la diversità di suo figlio, non altrettanto Slavo che decise, dopo gli esami di maturità classica di Stefano di farlo entrare in seminario. Nessuna ----da parte del figlio che sapeva che anche fra nella ‘famiglia’ dei sacerdoti c’erano anche omosessuali e ela sua natura sarebbe stata tollerata. Stefano era eccelso negli studi, ben presto fece carriera e diventò prima vicedirettore poi direttore di una collegio di frati dove c’erano scuole per studenti sino alla maturità. Domenico, uno studente  era bravo sia negli studi che nello sport, aveva un bel fisico e due volte la settimana si allenava in palestra. Stefano lo adocchiò, talvolta lo invitata nel suo studio privato, all’inizio qualche carezza poco paterna, pian piano rapporti sempre più ravvicinati sino a quelli sessuali. Domenico era bisessuale, aveva accettato la ‘corte’ del direttore per motivi economici, la sua famiglia non era benestante come quella di Stefano il quale provvedeva a pagare la retta del collegio e tutte le spese del giovane amante. I superiori erano venuti a conoscenza della liaison dei due,  come per altri analoghi casi evitarono lo scandalo, nessuna pubblicità. Mimmo, conseguita la maturità classica si scrisse all’Università in lettere, tutte le spese sempre a carico di Stefano che si era innamorato dell’allievo, lo andava a trovare nella stanza che aveva preso in affitto, purtroppo perlui raramente, non voleva suscitare pettegolezzi, in quel periodo a carico dei sacerdoti ce n’erano moltissimi un po’ in tutto il mondo cattolico. Una novità per telefono: “Caro don Gaetano mi sono fidanzato con una collega di studio, si chiama Angela ed è un Angelo di nome e di fatto, piacerà anche a te.” “L’altro sesso per un omosessuale non è il massimo della felicità, Stefano non era da meno ma ingoiò il rospo, immaginava che prima o poi. Quando  riprese il sangue freddo ebbe una pensata, se Mimmo si fosse sposato avrebbe avuto una casa sua dove poterlo ‘contattare’,  il problema era la ragazza ma forse dinanzi al dio denaro…” Mimmo accettò con entusiasmo la proposta di don Gaetano, more solito per le spese avrebbe pensato tutto lui. Dopo due mesi, sistemate tutte le pratiche burocratiche Mimmo e Angela fissarono la data delle nozze alle quali furono invitati anche i genitori di Stefano che giunsero a Roma in aereo. Le nozze furono celebrate in chiesa presenti oltre che don Gaetano rigorosamente vestito da prete e Salvatore e Grazia con le lacrime agli occhi, avrebbero preferito che al posto dello sposo ci fosse stato il loro figlio. “Caro don Gaetano siamo a Parigi ma qui il tempo è piovoso e torneremo presto.” “Non ti affaticare troppo…” fu la risposta di Stefano in crisi di gelosia. L’abitazione scelta dai neo sposi era in via Merulana, quando l’avevano lasciata era senza mobili ma al ritorno sorpresa sorpresa la trovarono ammobilita modernamente, un bijou. “Caro don Gaetano, siamo ritornati, grazie per aver sistemato casa nostra, oggi è venerdì, se ti va passerai il week end da noi. “ Stefano prese tanto alla lettera l’invito che alle otto di sabato suonò alla porta dei due neo sposi. Aprì Angela scarmigliata e sbadigliando: “Scusa se sembro la strega di Benevento, siamo due pigroni, Mimmo ti raggiungerà, accomodati nel salone.” “Passò più di una mezz’ora quando il buon Mimmo sbarbato e profumato di doccia entrò nel salone: “Benvenuto, oggi mangeremo a casa, Angela si è dimostrata brava in arte culinaria.” Non volendo Mimmo si era esibito in una battuta rilevata da Stefano che per prendersi un anticipo di quanta già  progettato baciò in bocca il padrone di casa. Mimma da lontano vide la scena, anche se preparata a quello che sarebbe successo fra di loro rimase sconcertata, non aveva pensato ai particolari. “Cara questo è un contratto di acquisto di questa abitazione, è a nome di Mimmo, il mio regalo di nozze.” Mimma istintivamente baciò in bocca Stefano che rimase perplesso, non aveva mai avuto un rapporto con una donna ma in fondo non gli era dispiaciuto. “Appena giro le spalle mi fai becco, bell’amico…sto scherzando, anche Angela ti vuole bene, staremo bene insieme per molti anni, spero.” Alla fine del pranzo altra novità: “Come forse saprete a Roma il servizio pubblico dei trasporti è perlomeno carente, ho pensato di regalarvi una Mini, a me piace, ed a voi?” Questa volta fu Mimmo che abbracciò e baciò Stefano, anche Angela lo seguì, Stefano andò in confusione sessuale. Angela: “Ho preparato il letto matrimoniale, le lenzuola profumano di violetta, me l’ha insegnato mia madre, io vorrei stare al centro…” Nudismo totale dei tre, Angela notò che don Gaetano in fatto di sesso era piuttosto ben fornito, meglio di suo marito e fece i complimenti all’interessato che però preferì il popò di Mimmo per lubrificato dall’interessato, Passaggio in bagno e poi fu la volta di Stefano di porgere le terga per poi eiaculare in bocca di Angela, una prima volta da sogno. La mattina presto mentre i due maschietti ancora dormivano Angela andò in cucina a preparare la colazione,  fu seguita da Stefano con ‘ciccio’ in erezione, senza parlate le abbassò gli slip e piegatala in avanti  entrò nella sua topa  eiaculando a lungo sino al collo dell’utero, una goduria anche per lei. Senza profferir parola Stefano si sedette a tavola e recuperò le forze con una robusta colazione a base di cornetti…siimili a quelli che aveva posizionato sulla fronte di Mimmo! Stefano ritornò a letto e riprese a dormire, qualcosa era cambiata nel suo cervello. Quando Mimmo andò in cucina a far colazione trovò Angela seduta con lo sguardo perduto nel vuoto, capì che era successo qualcosa di inusitato.“ “Alla faccia del frocio, l’amico tuo me l’ha infilato senza preservativo e mi ha goduto pure dentro, ci manca solo…” Mimmo la prese sul ridere: “Lo sai che i figli dei preti sono i più fortunati nella vita, così si dice a Roma.” Miracolo avrebbero detto i credenti, don Gaetano anzi Stefano si era scoperto bisessuale, ritornato al collegio scrisse una lettera di dimissioni al Vescovo adducendo motivi personali non specificati, la previsione di Mimmo si avverò, Angela restò incinta probabilmente di Stefano che, lasciati gli abiti talari si iscrisse all’Università anche lui in lettere, trovò un’altra Angela., mise incinta pure lei pur rimanendo affezionato a Mimmo nel senso di…La ‘resurrezione’ sessuale di Stefano non era stata  festeggiata da Salvo e da Grazia, passati nel frattempo a miglior vita (si fa per dire) senza aver avuto la soddisfazione di poter conoscere i nipotini.

  • 19 luglio alle ore 9:37
    AATA LA THAILANDESE

    Come comincia: “Michele sono Corrado come stai?”  “Finalmente ti ricugghisti, sono due mesi che manchi da Roma, ce n’avrai di cose da raccontarmi.” “Intanto cerca di dimenticare il siciliano che qui ti prendono per burino, son qua, mi sono innamorato dell’estremo oriente…” “O di qualche bella thailandese, stasera vieni a casa mia con Altea, Barbara vi farà trovare una cena alla siciliana con tanto di vino  bianco dell’Etna, non vedo l’ora di ascoltare le tue avventure, a stasera.” “Siete abbronzatissimi come la canzone,  Altea oltre le lingue che insegni a scuola hai imparato quella locale?” “Mangiamo con calma poi ti riferiremo.” “Allora mes amis comincio io poi mia moglie, anche lei s’è presa una parte di divertimento particolare, inutile dire che quanto vi racconterò dovrà restare fra di noi, anche voi siete anticonformisti e quindi penso non vi meraviglierete troppo delle vicende che ci sono capitate. Eravamo alloggiati all’hotel Equatorial,  tutto perfetto dai locali al personale, il direttore Arthit che ho saputo vuol dire uomo del sole, era sempre disponibile anche quando gli ho chiesto di indicarmi un locale dove potessi trovare ragazze giovani e disponibili, mi ha consigliato lo ‘Smalls’ che ho raggiunto in taxi. Il portone d’ingresso mi  è stato aperto da uno scimmione, sicuramente il buttafuori che col suo aspetto sconsigliava chiunque a non rispettare le regole del locale. Nella sala successiva sono stato accolto con un inchino da una donna di mezza età  Maeva che vuol dire benvenuta, parlava anche italiano il che significava che i nostri compaesani erano di casa in quel locale. Mi ha accompagnato in un salone vicino dove sostavano varie ragazze giovanissime che indossavano solo una minigonna a fiori, niente slip, tutte sorridenti ed ovviamente disponibili. Stavo per sceglierne una quando da dietro una tenda ne è sbucata un’altra che mi ha preso per mano e mi ha portato in una stanza poco illuminata, niente tette come le ‘consorelle’ ma un viso signorile ed accattivante. ‘Ciccio’ more solito subito in armi, mi sono sdraiato su un letto supino, la ragazzina si è posizionata sopra di me ma con mio stupore ha preferito farselo infilare nel ‘popò’ anziché nel fiorellino. Sessualmente era piuttosto brava ed ebbi due orgasmi di seguito, mi accorsi che anche lei mi aveva seguito su quella strada ma meraviglia delle meraviglie la ragazza aveva un pisello in erezione piccolo ma lungo. Rimasi nel popò della ragazza pardon del ragazzo sino a quando lui decise di cambiare posizione, non parlando io la sua lingua e lui la mia con le mani giunte ed un inchino mi fece capire che avrebbe voluto entrare nel mio, capite nel mio popò e fece segno con le dita che mi avrebbe dato del denaro. Dentro di me mi venne da ridere, accettai curioso di quello che avrei provato: come del solletico, il ragazzo aveva un pene da bambino anche se lungo più del normale. Eiaculò a lungo nel mio popò muovendo nel contempo il mio‘ciccio’ che ebbe un orgasmo provando però una  sensazione nel mio didietro mai avuta. La storia ebbe una fine inaspettata: il ragazzo mi fece attraversare dei corridoi ed infine giungemmo all’aperto dove una Rolls Roys era posteggiata con tanto di autista che ci aprì la portiera posteriore per farci entrare. Durante il viaggio toccai un spalla all’autista dicendogli: hotel Equatorial, nel frattempo il ragazzo aveva preso a baciarmi deliziosamente in bocca, ci sapeva fare ed aveva una saliva profumata. Fermata l’auto dinanzi all’albergo, ultimo abbraccio e bacio, tornai nella nostra camera dove Altea mi aspettava ansiosa. ‘Aspetta che riprenda fiato, poi ti racconterò la mia avventura. Invece così non fu perché mi addormentai. La mattina fui i primo a risvegliarmi, dopo la doccia andai al bar, avevo bisogno di ricaricarmi, c’erano dolci per tutti i gusti oltre che caffè e cappuccini. Stavo finendo di mangiare quando fui raggiunto da Altea in piena forma. “Riempio il pancino e poi sarò tutt’orecchie.” La misi al corrente dell’accaduto senza tralasciare nulla, ed ora un vostro giudizio.” “Chi siamo noi per giudicare, l’ha detto anche Papa Francesco figurati noi che siamo atei, penso che la storia non sia finita lì dato che siete mancati per due mesi.” “Infatti usciti  dall’albergo siamo stati affiancati dalla solita Rolls Roys da cui è sceso un uomo  che: ‘Sono Irima segretario del mio signore Chakrii che desidera ospitarvi nella sua villa qualora voi siate accondiscendenti. Il mio signore è il padre di Aata che lei ha conosciuto ieri sera, l’auto è a vostra disposizione.” Stretta di mano fra i tre e dopo circa mezz’ora arrivo in una spianata dove al centro sorgeva una villa stupenda circondata da un boschetto  con piscina, roba da Mille e una Notte. Era venuto  incontro  un signore circa quarant’enne vestito in modo tradizionale thailandese, strette di mano ed una frase all’interprete in lingua locale, l’interprete Irima tradusse le parole del padrone di casa: “Benvenuti, sarete miei ospiti sin quando vorrete, sono il padre di Aata che sta ancora dormendo, non vi annoierò facendovi visitare il mio castello, andiamo sotto il fresco degli alberi, vi prego di telefonare al vostro albergo per autorizzare il direttore a far ritirare il vostro bagaglio ad un mio autista.” Corrado ed Altea alloggiati in un camera grande e ben arredata sistemarono il loro vestiario  negli armadi poi discesero on costume da bagno in piscina, quello di Altea riecheggiava quelli brasiliani con gran sorriso di Chakrii che evidentemente aveva gusti diversi da quelli del figlio. Sempre tramite interprete: “Il signore avrà conosciuto da vicino Aata, non intendo che frequenti uomini locali e quindi l’ho indirizzato nella casa di Maeva dove entrano solo stranieri. Apprezzo la vostra bellezza e signorilità, se il signore permette andrò a fare una passeggiata nel mio boschetto con sua moglie.” Corrado  ad Irima: “Dove hai imparato così bene l’italiano?” “Ho frequentati l’università a Perugia,mi sono laureato in lettere, avrei potuto rimanere in Italia ma il richiamo della mia terra… Non interpreti male le azioni del mio signore, vuole molto bene a suo figlio perché sa che non può cambiare la sua natura e cerca di aiutarlo senza fargli correre pericoli di incontri con persone sbagliate. Inutile dirvi che sono sempre a vostra disposizione per qualsiasi vostra esigenza.” (Per Corrado frase sibillina). In giro non si vedevano personaggi di sesso femminile, anche a tavola servivano degli uomini in costume tradizionale. Finito il pranzo Chakrii venuto a conoscenza che Altea era insegnante di lingue, le parlò in inglese con sorpresa di Corrado che di lingue conosceva solo l’italiano e il…romanesco. Aata prese per mano Corrado che capì l’antifona ed alzando ambedue le braccia fece capire al ragazzo che ne aveva avuto abbastanza la sera prima, restarono abbracciati, Corrado pregò ‘ciccio’ di stare alla cuccia. Il padrone di casa e Altea ritornarono sin quasi all’ora di cena, madama era senza rossetto alle labbra che evidentemente erano state usate per usi ‘impropri’. In camera prima di cambiarsi per la cena e per sistemarsi il trucco Altea si sbottonò: Ciari o come si chiama voleva entrare nella ‘gatta’ ma mal gliene è incolto, ho le mestruazioni e quindi si è accontentato di due pompini.” “Uno non gli bastava?” “Che fai il geloso, il signore ha promesso di fare un bel regalo a me ed a te, sono curiosa.” La mattina Chakrii sparì dalla circolazione con la macchina e l’autista, ritorno alle dodici con due pacchetti in mano. Alla fine del pranzo sempre tramite Irima: “Miei ospiti vi prego di accettare questi modesti regali per omaggiare la vostra presenza nella mia modesta abitazione, questo è per te Corrado.” L’interessato aprì il pacchetto e rimase basito: un Rollex di grandissimo valore anche perché d’oro. Il regalo per Altea non era da meno anzi, aprendolo l’interessata rimase senza fiato, una prezziosa collana di perle e di smeraldi. “Cara con questo ti giochi pure il popò!” L’interprete non tradusse, solo un contenuto risolino. Madame ebbe l’onore di farsi inaugurare il popò dal padrone di casa che si era organizzato anche con un vibratore per il doppio gusto, un uomo raffinato in fatto di sesso. I vibratori in casa Chakrii erano di casa,  Aata ne possedeva addirittura due: uno più grande e l’altro più piccolino che usava nel popò di Corrado quando lo stesso penetrava nel culino del giovane. Insomma quasi ogni notte lo spettacolo era sempre lo stesso o variava di poco. I bei giorni passarono in fretta, Corrado aveva affari in sospeso con i supermercati anche se in sua assenza prendeva le redini degli affari  Spartaco un suo dipendente fidato. Saluti di arrivederci e non di addio fuori della villa, niente scene in aeroporto Chakrii era molto conosciuto. Casa mia, casa mia non si poteva dire che pur piccola tu sia perché era molto grande. Altea con piacere si accorse che era in ordine e pulita, Gina la cameriera era al loro servizio da molto tempo ed affezionatissima ai due coniugi. Sistemati i suoi affari Corrado ricevette una telefonata da parte di Irima: “Ci sono delle novità: Aata si è innamorato di te e vuole venire a Roma, suo padre è titubante ma lui insiste, ieri è stato accontentato ma Chakrii vuol sapere se sei d’accordo.” “Rassicura il tuo padrone, suo figlio sarà ben accolto da me e da Altea, facci sapere quando arriverete all’aeroporto di Fiumicino. Era una calda giornata di agosto, Corrado era nella sala di aspetto dell’aeroporto, l’aereo portava un’ora di ritardo, l’aria condizionata funzionava a pieno ritmo, troppo per Corrado che preferì stare sotto l’ombra della pensilina. Irima e Aata furono gli ultimi ad uscire dall’aereo, Irima si diede da fare per rintracciare i bagagli, la Jaguar di Corrado era per fortuna all’ombra. Un bacio in bocca di Aata a Corrado che invitò Irima a fargli capire che non erano a Bangkok e che lui era conosciuto. I due thailandesi erano in abiti occidentali, i loro costumi nazionali erano stati spediti in bauli via aereo, sarebbe giunti nei giorni successivi. Dopo  cena sempre tramite Irina costantamente presente, Corrado fece capire che quella notte tutti avrebbero solo dormito, Aata si mise a piangere come un femminuccia e fu gioco forza accontentarlo, andò in camera di Corrado con relative conseguenze. Altea scacciata dal talamo coniugale scelse una stanza degli ospiti e quando stava poer mettersi a letto sentì bussare alla sua porta. Incuriosita non immaginava chi potesse essere, si trovò dinanzi Irima che con notevole faccia tosta: “Signora non riesco a prender sonno, forse mi ci vorrebbe una camomilla, mi può lei aiutare?” “Furbacchione dei furbacchioni mi prendi per il culo…ossia vorresti ma Altea sai che ti dice?”  “Ho capito, no, buona notte!” “An’ becille, entra e datti da fare, sono stanca di mio marito che si inchiappetta e si fa inchiappettare da un ragazzino!” La mattina successiva tutti si alzarono tardi, era domenica e Gina non andava a casa dei due coniugi che erano stanchi ma felici, Irima disse una frase in tailandese a Aata che si fece una lunga risata. Nessuno dei due coniugi chiese il motivo, si poteva intuire. Un giorno Irima chiese di poter andare a Perugia, dove aveva studiato per incontrare qualche vecchio amico disse lui. Corrado lo accompagnò, non voleva prestargli la Jaguar, presero alloggio all’hotel San Gallo, ognuno in una camera singola. Irima era riuscito a riagganciare un suo antico amore, Silvana che non si era sposata, non aveva dimenticato il bel thailandese. Ambedue nella camera d’albergo di Irima sino alla mattina seguente quando al bar incontrarono Corrado. “Cara questo è Corrado un amico che ho conosciuto nella mia terra, qualora avessi bisogno di qualcosa puoi rivolgerti a lui, è una persona per bene.” Corrado nel viaggio di ritorno si domandò cosa potesse essere successo in casa sua durante la sua assenza, mai poteva immaginare che Altea ‘sconcicasse’ per dirla alla Michele il giovane Aata che invece,  per curiosità si era trasferito  nel letto della signora sua ospite e aveva  preso a baciarla in bocca, sulle tette e sul fiorellino non tralasciando il vibratore, insomma era diventato un bisessuale. Tornando a casa Corrado trovò la moglie estremamente allegra e sorridente solo che non voleva direi motivo ma infine capitolò, raccontò al marito il rapporto sessuale avuto col piccolo Aata ovviamente con  gran meraviglia di Corrado che non pensava di dover portare le corna oltre che dal padre anche quelle del figlio omo. Conclusione in parte inaspettata: Irima rimase a Perugia, Corrado con Altea ed il piccolo Aata rientrarono a Bangkok con gran piacere di Chakrii che non aveva dimenticato le ‘grazie’ della bella signora romana ed anche perché il figlio poteva ancora fruire delle prestazioni di Corrado che talvolta si rivolgeva anche alla legittima consorte per…Corrado era preoccupato per l’andamento dei suoi supermercati, risposta rassicurante: “Dottore dove c’è Spartaco non se move foja che Spartaco non voja!”