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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 11 giugno 2020 alle ore 13:16
    Il gelo

    Come comincia: Si chiamava Ciro. Una vita di lavoro. Da bambino, nonostante venisse considerato precoce nell'apprendimento, a solo otto anni, fu tolto dalla scuola e costretto dal padre a dare una mano nel lavoro di venditore ambulante. Uscivano col carretto di notte per raggiungere il mercato generale e fornirsi di frutta e verdura da rivendere nelle strade periferiche della città. D'inverno Ciro soffriva il gelo alle mani. “Mettile a coppetta – diceva il padre – e pisciaci dentro, così si riscaldano”. Ciro lo faceva, ma il giovamento era minimo.
    Il padre, ancor giovane, morì per un tumore ai polmoni, quando Ciro aveva appena 16 anni. Continuare il commercio da solo non era facile, soprattutto perché ai mercati generali vigeva la legge del più forte, la legge della “mazza e dei denti” come per i cani da slitta di Jack London. Spesso, per lui, per Ciro, venivano riservati prodotti di scarto. Uno della camorra, detto Purtuso, faceva il bello e il cattivo tempo e non mancava di insultarlo: lo chiamava ‘u mrdillo, ‘u strunzulillo, ma una volta superò il limite. A una tenue protesta del ragazzo, Purtuso disse: “Tu, guaglio', lo sai che si’ chiù strunz e’ patete?”. 
    Ciro non rispose. Sta di fatto che Purtuso fu trovato morto in un bagno di sangue nel proprio letto con un taglio di rasoio alla carotide. Non si seppe mai chi fosse stato l’assassino ma, nell'ambiente, correva voce che l'autore fosse stato Ciro. Ne scaturì un diverso atteggiamento nei riguardi del ragazzo, una diversa considerazione e soprattutto il rispetto. Sparirono le varie forme di soprusi e, nelle questioni controverse, veniva perfino chiamato per un parere.
    Passarono gli anni, con la tenacia e la volontà, don Ciro divenne uno stimato commerciante di cereali e riuscì a conquistare per sé e per la sua Adelina una discreta agiatezza economica.
    Adelina a diciotto anni aveva avuto un aborto, poi la sorte per sempre le precluse la gioia della maternità, ma la loro unione restò solida e profonda. Un amore coniugale raro, protetto da un calore senza scintille, gentile, sicuro, confortevole e che durò  tutta la vita. Non avevano esperienze di litigio, mai nessuno dei due aveva alzato la voce per un rimprovero. Non avevano inclinazioni al divertimento, alle risate superficiali, alle gioie effimere, erano entrambi seri, ma mai malinconici e risolvevano tutte le prove pratiche della vita in armonia, se c'era qualche contrasto di opinione si raggiungeva l'accordo con estrema semplicità.
    Quando a cinquantatre anni Adelina  morì, don Ciro, considerò il mondo come uncorpo estraneo, che ormai non lo riguardava più.
    Veniva ogni giorno al baretto della stazione, dove ordinava un caffè. Non parlava con nessuno, non rispondeva ai saluti. Guardava nel vuoto, forse inseguiva un ricordo lontano della sua vita coniugale. Forse ricordò quella festa nel circolo dei pescatori quando per la prima volta vide Adelina. Ne restò fulminato, quello sguardo pudico e dolce, quel corpicino snello di ragazzina! Lui le chiese di ballare. “Signorina, sarei onorato” – disse.
    Alle undici prendeva il trenino locale per il cimitero dove lei era sepolta. Lui le parlava e per ogni questione, per ogni argomento chiedeva il suo parere. Aveva adottato un singolare codice comunicativo. Per esempio: guardava una foglia per terra, se rimaneva ferma, significava una risposta negativa, se il vento la muoveva, la risposta era un “sì!”. Un giorno propose un quesito importante: se dovesse, cioè, tirare avanti o raggiungerla nell'altro mondo. La foglia fu mossa dal vento, inequivocabilmente. 
    Don Ciro tornò a casa, caricò la carabina, mise in bocca la canna e sentì che era fredda, ricordò il gelo di quando usciva di notte col padre. Poi, naturalmente, il grilletto…

  • 10 giugno 2020 alle ore 21:22
    LE SORPRESE NON FINISCONO MAI.

    Come comincia: Si chiamava Solange Moreau una divina creatura venuta ad abitare a Roma all’ultimo piano di un palazzo di via Pinerolo all’angolo di via Tuscolana, lo stesso dove aveva l’appartamento Alberto Ferrari. Aveva attirato l’attenzione di tutti i maschi del palazzo e dei dintorni, una bellezza fuori del comune: oltre all’altezza superiore alla media ed al corpo longilineo da modella aveva un viso particolare: occhi grandi e verdi, naso piccolo bocca…invitante, sembrava una creatura uscita dalle mani dello scultore greco Fidia. In particolare il viso si poteva definire bellissimo ma era un diminutivo, unico lato negativo era che la signorina o signora, sempre sola, non sorrideva mai, a malapena rispondeva ai saluti di buon giorno che le rivolgevano i vicini. Alberto, più curioso di una bertuccia  aveva  seguito con la sua Cinquecento l’autobus che la conduceva all’Ambasciata francese nella capitale a piazza Farnese. Da maresciallo delle Fiamme Gialle girava per Roma in autobus senza pagare il biglietto, altre volte usava l’auto dell’amministrazione per seguire la baby, oltre che comandante di Sezione era Capo Laboratorio fotografico e così aveva modo di fotografare con speciali attrezzature le persone senza che le interessate se ne accorgessero, anche di notte usando macchine speciali. Aveva ripreso Solange  all’uscita da casa e dall’ambasciata ed al ritorno nell’abitazione, mai nessun incontro, molto strano che un tal pezzo di gnocca  non frequentasse nessuno, né maschi ne femmine nel caso avesse avuto gusti particolari. Alberto diede la stura ai tanti trucchi da lui conosciuti: una mattina all’uscita dall’ascensore della baby si fece trovare dolorante a terra toccandosi una gamba e lamentandosi per il dolore. Solange non si perse d’animo e: “Monsieur JiJi il y a un homme  blessés, venez bientôt.”nel frattempo era sparita. Gigi era il portiere che si precipitò: “Maresciallo s’è fatto molto male?” “Ma quando mai , sto benissimo, cercavo di far fermare la ragazza…manco un ferito la ferma!” Non è che in quel periodo ad Alberto mancasse la ‘materia prima’ ma quella Solange l’aveva stregato, era inavvicinabile, Al doveva dare la stura a tutte le astuzie, anche le più strane infatti, scoperto quale fosse la parete divisoria della camera da letto di Solange, pensando che la ragazza per la non frequenza alcuna fosse dovuta alla sua fede religiosa  una sera sintonizzò la stazione di ‘Radio Maria’ piena di lamentose gaiaculatorie ed alzò il volume facendo ascoltare le stesse alla vicina la quale dopo circa un quarto d’ora bussò alla parete, Alberto capì che aveva sbagliato, Solange non solo non le aveva apprezzate ma si era rotta le….Stavolta il detto ‘audaces fortuna iuvat’ non aveva funzionato, Alberto rimuginava il cervello per trovare un’altra soluzione quale: una setta satanica, un gusto particolare della ragazza in fatto di sesso, ma ormai aveva finito la scorta delle soluzioni. Hermes storico protettore di Alberto, smesso per un pó di correre dietro alle gonnelle sia divine che mortali volle dare un aiuto al suo protetto e un pomeriggio fece incontrare i due sul pianerottolo. Alberto si aspettava il solito saluto frettoloso ma: “Mi pare che lei sia un maresciallo, me l’ha detto il portiere Jiji, io amo molto le divise, che dice di conversare con me nella mia abitazione?” Alberto non credeva alle proprie orecchie, che si fosse sbagliato ma vedendo Solange con la porta del suo appartamento aperta ci si infilò. “Caro il bell’Alberto, mi permetto di darti del tu, come vedi parlo bene la tua lingua, mi sono fatte matte risate sui tuoi trucchi per avvicinarmi, hai molta fantasia e poi vedo che sei appassionato di foto, un uomo perfetto!” ”Sento una punta di ironia nella tua affermazione o mi sbaglio?” “Ti sbagli, non farci caso al nero con cui è arredato questo appartamento, ci abitava una vedova inconsolabile che ha raggiunto il marito, i nipoti me l’hanno affittata.” “Io già in poco tempo mi sono depressa, stasera se sei d’accordo andiamo a mangiare dalla sora Lella che ha un trattoria  sotto casa a meno che non preferisci un ristorante di lusso.” “Mi piacciono le cose semplici ed il mangiare casereccio, la sora Lella va bene. “ Quando Alberto con sottobraccio Solange uscì dall’ascensore i presenti, per primo Gigi rimasero a bocca aperta: “Hai capito il maresciallo, stò gran fijo de nà…”il commento del portiere. La sora Lella si presentò di persona ai due, era ancora presto per la cena e si mise a sedere al loro tavolo: “Marescià solo lei poteva annà bene per stà bellezza, auguri e….figli maschi.” “Ah Lella, lasciamo perdere i figli, sono una rottura di palle, io spero di godermi la qui presente francesina ma non me la fare ingrassare, cibi leggeri.” La serata passò con grandi risate sino alla chiusura del locale e poi ritorno al quinto piano…a casa di Solange, il giorno dopo era domenica. “Figliola hai nulla da confessarmi?” celiò Alberto che rimpianse di aver detto quella frase, Solange era diventata seria. “Scusami cara, talvolta sono… ho sbagliato a pronunziare quella frase che ti ha ferito, siediti vicino a me, mi piace molto il tuo parfum naturel, si dice così in francese?” “Di te mi è piaciuto tutto sin dalla prima volta che ti ho visto ma c’è un problema che mi porto appresso. Ero impiegata all’Ambasciata francese di Danimarca, un danese tale Hans  molto ricco e della  famiglia molto conosciuta dei Larsen voleva a tutti costi sposarmi, aveva messo di mezzo anche l’ambasciatore e persone influenti, io non intendevo farlo ed a mezzo dei miei famigliari mi son fatta trasferire a Roma. Sin da piccola non ho frequentato le scuole pubbliche sino al conseguimento del diploma di liceo classico. I miei, abbienti mi hanno fatto studiare con insegnanti privati e poi ho vinto il concorso per attaché d’ambasciata a Roma.” “Quale era ed è la situazione?” “Te lo svelerò, non vorrei  crearti  problemi, solo sempre sola e la solitudine mi pesa molto, spero che tu non sia conformista, guarda… Abbassati gli slip Solange al posto del fiorellino mostrò un pene con tanto di testicoli, non grandi ma sempre organi maschili. Alberto cercò di fare l’indifferente poi: “Al giorno d’oggi non è più un problema tranne che per i paesi mussulmani che sono rimasti al medio evo, tu per me sarai sempre una persona adorabile.” Solange aveva trovato finalmente un uomo di suo gusto e soprattutto anticonformista, abbracciò Alberto e si sciolse in un fiume si lacrime liberatorie.  “Se hai finito  di  pleurer vorrei farti qualche domanda, se non ti dà fastidio aprirti con me, in campo sessuale come sei combinata?” “Mai conosciuto un uomo o una donna.” “Cara vorrei che mi baciassi il mio coso che confidenzialmente chiamo ‘ciccio’ ma devi sapere che è uno zozzone ed ha il vizio di…sputare, non vorrei che ti facesse schifo.” “Anche se non ho praticato il sesso sono bene informata, da te accetto tutto.” Ed infatti Solange ingoiò tante vitamine e: ”Sei un fiume, stasera salterò la cena, devo dirti che aveva un buon sapore, ho una sola paura…attaccarmi  a te, per me sarebbe una tragedia se tu mi abbandonassi…” “Non farai la fine di Didone, io non sono Ulisse che ha una moglie che lo aspetta, nei prossimi giorni  cercherò di assaggiare il tuo favoloso popò con molta delicatezza …” Alberto andò in farmacia dall’amico Nino e chiese la pomata lubrificante, non l’avesse mai fatto: “Hai incontrato una vergine ma ce ne sono ancora in giro?” “La tua è tutta invidia, tu ti devi contentare di mangiare in famiglia o delle solite baldracche!” la risposta di Alberto era stata acida, rientrò in casa con in mano un tubetto dal nome significativo SWITE LOVE, sembrava un tedoforo, Solange capì e baciò Alberto, il tutto rimandato a sabato sera giorno dell’onomastico dell’eletta (significato del suo nome). La ragazza sul letto si mise di fianco, il suo buchino fu abbondantemente lubrificato,  ci volle del tempo sino alla ‘vittoria finale’ seguita da un masturbazione con le dita di Alberto sul  membro di lei in erezione. Solange ebbe  un orgasmo fortissimo, profondo, inarrestabile sin quando si rilassò  sul letto priva di forze. Dormì sino a sera, uscita dal ‘letargo’ sembrava un’altra: più donna, più distesa, consapevole della propria sessualità prorompente, innamoratissima di Alberto che baciò a lungo ma poi gli stimoli della fame ebbero il sopravvento. La mattina successiva: “Caro che ne dici di andare a conoscere i miei genitori in Francia, ho parlato loro di te, sarebbero felici di averti come loro ospite.” Un viaggio è sempre gradito, Alberto era arretrato in quanto a ferie e gli furono concessi trenta giorni di libertà. Aeroporto di Roma Fiumicino,  aeroporto di Parigi Orly, poco più di due ore. Taxi velocissimo, l’autista sembrava un corridore di Formula Uno, in  poco tempo giunsero in Avenue Montaigne,  zona bene della città, la mancia fu adeguata. Suonato il campanello apparvero Michel padre e Monique madre sui quali si avventò si avventò Solange con un forte abbraccio, Alberto diede la mano a Michele ma, impressionato dalla bellezza materna l’abbracciò calorosamente ed a lungo, Monique, era ‘spiccicata’ alla figlia con qualche piccola ruga, bellissima. “L’immaginavo che facevi il porco con mia madre, stalle alla larga.” I due genitori non capirono il suo atteggiamento ma in quel momento di felicità non ci fecero caso. A tavola al brindisi con champagne Don Perignon Alberto volle incrociare le braccia col la suocera e ci scappò anche un abbraccio non apprezzato dalla figlia la quale con faccia scura: “Penso che presto assaggerai le mi unghie lunghe e appuntite.” Alla richiesta di spiegazioni dei due coniugi Solange: “Mon fiancè est un cochon!” Michel e Monique la presero a ridere, sua figlia era stata sempre una impulsiva. La notte successiva Alberto fece un altro scherzo alla fidanzata, verso le due si rifugiò nel bagno, Solange allungando la mano e non trovandolo nel letto partì lancia in resta nella camera degli ospiti che trovò vuota, i suoi genitori stavano dormendo tranquillamente nella camera matrimoniale, Alberto in bagno. “Cara non sto bene di stomaco, deve essere stato quel ‘fois gras’!” “Tu mi prendi per il culo!” “Magari domani sera, stanotte proprio non me la sento!” Il round era stato a favore di Alberto. Un fatto nuovo: Gabrielle la vecchia duchessa di Polignac,  madre di Monique tramite la governante Anne aveva fatto sapere che avrebbe voluto rivedere la nipote prediletta  prima di chiudere gli occhi per sempre. Non aveva mai accettato il matrimonio di sua figlia con una semplice impiegato dello Stato ma aveva un amore sviscerato per  la nipote Solange. Quando la ragazza giunse al castello in compagnia di Alberto con la DS 21 del padre, la vecchia duchessa ebbe una crisi ma si riebbe ben presto, era di una fibra ed una volontà fortissime. Abbracciò la ragazza, non le chiese nulla della sua vita, le bastava la sua presenza poi pregò la governante di andare a prendere un braccialetto d’oro con brillanti nel porta gioie, lo donò alla nipote, oltre all’affettuosità quel braccialetto aveva un valore notevole, alla morte della vecchia Solange sarebbe diventata una ricca ereditiera ma questo non la consolava,  qualcosa  le rodeva dentro, un disagio che non sapeva definire. Dopo quindici giorni i funerali della duchessa in gran pompa; passaggio da un notaio per recuperare il testamento, ci vollero molti giorni prima del rientro di Solange a Parigi. Durante quel lasso di tempo molti avvenimenti in casa Moreau. Michel di venticinque anni più anziano della moglie, ormai abbassata la bandiera sessuale, accettava che Monique ‘frequentasse’ un certo Alain  Rossi di chiara origine italiana per motivi sessuali, il cotale era un torello senza personalità, quello che voleva Monique era solo divertirsi sessualmente col pieno consenso del marito. In quel periodo però la signora era attratta da un altro maschietto, Alberto subito dopo il funerale della duchessa era rientrato da solo a Parigi, non gli  parve vero passare tutte le notti con la padrona di casa, fuochi d’artificio che però portarono il maresciallo ad un dimagrimento evidente, due giorni prima del ritorno della fidanzata pensò bene di rimettersi almeno in parte in forma, era molto  deperito. Anche Solange non era in forma, malgrado la notevole eredità era scontenta di se stessa, chiese ad Alberto di ritornare subito a Roma, viaggio di ritorno Parigi Orly – Roma Fiumicino. Coro di benvenuto  da parte di Gigi e degli altri inquilini ma restava il problema di Solange ogni giorno più rabbuiata. Alberto durante una verifica fiscale aveva conosciuto uno psicoterapeuta, Andrea Fiumicello  con quale aveva stretto amicizia. “Andrea sono Alberto, ho un caso da sottoporre alla tua attenzione, quando posso venire nel tuo studio?” “Facciamo sabato mattina, non ho appuntamenti.” “Mio caro, quello che sto per rivelarti riguarda me ed una persona con cui convivo…” Alberto non omise nulla sui suoi rapporti con Solange, Andrea rimase un po’ in silenzio e poi: “Non penso di sbagliarmi, è una questione complessa e delicata a cui tu forse non hai pensato, Solange non è solo donna ma ha anche una ha una parte di sesso maschile, è quella che lei vuole esercitare, non so se preferisca una donna, un transessuale o un uomo con cui fare sesso, quello lo devi scoprire tu, fammi sapere, anche per me è un caso nuovo.” Dopo il pranzo Alberto invitò Solange a sedere sul divano e la mise al corrente di quanto appreso dallo psicoterapeuta. La ragazza rimase pensierosa e perplessa, non si aspettava neppure lei quella diagnosi poi, pensandoci bene ed analizzando i suoi desideri capì la verità di quella teoria, il problema era come metterla in pratica. Alberto non se la sentiva di fare da partner e si dichiarò subito indisponibile all’esperimento ed allora…far amicizia con un trans ma dove incontralo?  Alberto si informò da un amico della Polizia Municipale e seppe che al IX Municipio c’era una zona dove molto raramente la Polizia si recava per far retate di prostitute e di trans, sarebbe stato spiacevole  incappare in una retata e dover dichiarare l’appartenenza alla Guardia di Finanza. Una sera in compagnia di una Solange eccitata, con la sua Jaguar X Type (nuovo acquisto) si recò sul posto e dopo un po’ di girare trovò una signorina che sembrava un trans, anche dalla, voce: “Caro io costo moltissimo…” “E a me piace spendere molto, come anticipo ti vanno bene duecento Euro.” La ragazza non se lo fece ripetere due volte, intascato il denaro si accomodò nel sedile posteriore. “Premesso che siamo persone serie e che da noi non devi aspettarti problemi di nessun genere ti propongo di venire a casa nostra, io sono Alberto questa è la mia fidanzata Solange.” ”Sono Sonia Cherubini, il mio vero nome, mi ispirate fiducia, spero che sia vero quello che avete affermato, c’è sempre la paura di incontrare dei pazzoidi o peggio dei sadici.” “Che bella casa, ci starei tutta la vita.” “Andiamo ai patti: Solange è un trans come te, vuole avere  dei rapporti sessuali ma prima vogliamo avere la certezza che tu non abbia malattie, dove abiti?” “Al Tufello ma se potessi cambiare casa…” “Affare fatto, se vuoi puoi farti a una doccia e poi  andare nella camera degli ospiti dove passerai la notte.” Sonia uscì dalla doccia nuda, un bellissimo corpo in quanto a tette e popò  come pure un uccellone ‘ben dur’, Solange apprezzò, le due si baciarono in bocca.  Alberto  aveva conosciuto un medico generico anche direttore di un Laboratorio di Analisi Cliniche il cui titolare Umberto Alibrandi aveva avuto molti problemi in quanto a contabilità, problemi in parte risolti da Alberto. “Dottore Sono Alberto Ferrari, le invio un trans che vorrei lei controllasse dal punto di vista medico nel senso di eventuali malattie…” “Maresciallo a disposizione, fra tre giorni avrà l’esito.” Nel frattempo Sonia e Solange uscivano insieme prima dal parrucchiere e poi a fare spese, erano come due parenti che si erano ritrovate, nessuno del palazzo aveva commentato quella amicizia. Alberto, da cavaliere, cedette il letto matrimoniale alle due signore per la prima notte di nozze, in seguito si formò un terzetto ben affiatato, viva l’anticonformismo! In ogni storia c’è sempre una sorpresa: a  Parigi Monique dopo trenta giorni dall’ultima mestruazione andò dl ginecologo per un controllo: era incinta! Grande gioia da parte del marito e dei suoi colleghi: “Vedi il  vecchio Michel si dà ancora da fare!” La notizia non fu comunicata subito né ad Alberto nè a Solange, avrebbe cambiato in pejus i loro rapporti. Nacque   Robert, questo il nome del bambino per ricordare in parte suo padre di cui era la copia perfetta, rimase un segreto tra Michel e Monique.

  • Come comincia: Nelle scorse settimane m'è capitato di rileggere una lettera dell'Unicef, intestata a me stesso, datata 29 agosto 2014 e che, presumibilmente, ricevetti qualche giorno dopo (non ho più la busta originale con l'affrancatura e/o il timbro postale che possano confermare con precisione il periodo a cui la lettera stessa si riferisce; o meglio: il giorno preciso in cui il mittente - l'Unicef, appunto - me l'abbia inviata). L'intestazione della lettera reca sulla sinistra rispetto a chi legge (sulla destra vi sono scritti il mio nome ed il mio indirizzo) un titolo a caratteri più grossi rispetto al testo successivo: "Gaza, è emergenza bambini". Prima di proseguire, però, mi corre l'obbligo di scrivere qualcosa circa Gaza. A tal proposito cito quanto riportato dall'enciclopedia geografica De Agostini: "città (118000 abitanti) presso la costa mediterranea, nella Striscia di Gaza (Gaza Strip) occupata da Israele. Tributaria nei tempi più antichi dell'Egitto, conquistata da Alessandro Magno (332 a. C.) e poi dagli Arabi (634), fu in potere dei Turchi dal 1516 alla I^guerra mondiale. Occupata dalle truppe dell'Intesa (1917), nella partizione della Palestina fu assegnata dall'ONU allo Stato Arabo (1947) e nel 1948 annessa all'Egitto. Contesa da Israele, fu occupata due volte da questo Stato: nel 1956-57 e nel 1967. In arabo, Ghazza; in ebraico, 'Azzah". Continuo, adesso, con la lettera di cui sopra. "Gentile Luciano, nella striscia di Gaza il bilancio del conflitto (il riferimento, ovviamente, è ai combattimenti tra truppe israeliane e guerriglieri di Hamas) è drammatico: dopo due mesi dall'inizio dei combattimenti si stima che la popolazione coinvolta sia di oltre 1,5 milioni di persone, di cui quasi la metà sono bambini. Questo sarà ricordato come il più sanguinoso conflitto degli ultimi anni in questa regione. Il numero di vittime tra i bambini è senza precedenti, il peggiore registrato negli scontri dal 2008 ad oggi. Migliaia di loro sono rimasti uccisi o hanno subito seri danni fisici e psicologici a causa delle operazioni militari, degli attacchi aerei e dei bombardamenti. I nostri operatori, che si trovano nell'area di crisi, ci riferiscono storie drammatiche, come quella di Kinan, cinque anni, gravemente ferito da una granata dopo un raid aereo che ha raso al suolo la sua casa e ha ucciso sei membri della sua famiglia. Kinan ha smesso di parlare dalla notte del bombardamento e ancora non sa che il padre e la sorella sono morti." La lettera continua con la descrizione dell'operato dell'Unicef poi, nella pagina seguente riprende la storia del bambino. "Nell'ospedale Al-Shifa di Gaza City, Kinan (a fianco del testo è pubblicata la sua foto, che lo ritrae intubato e disteso su una barella) è sdraiato su un letto, circondato dai suoi familiari. Kinan e suo cugino Noureldin sono rimasti gravemente feriti da una granata dopo un attacco aereo che nella notte ha raso al suolo la loro casa. Un testimone racconta che la madre di Noureldin aveva appena messo i bambini a dormire in una cameretta, quando il missile ha colpito l'abitazione, uccidendo lei e suo marito, così come il padre di Kinan, la sorella e la nonna. In totale, sei membri della famiglia sono stati uccisi e cinque sono rimasti gravemente feriti. Il cugino ha subito un intervento chirurgico addominale. Kinan ha schegge nella mano e una gamba rotta. Nessuno dei due bambini ha detto una parola dalla notte dell'attacco aereo. Mentre riposano nel loro letto di ospedale, un flusso continuo di morti e feriti transita nel reparto di terapia intensiva, accompagnato dai parenti in lacrime". Prima, però, di cominciare con le mie cronache palestinesi e dal territorio di Gaza, come titola il mio racconto, vorrei andare ancor più a ritroso nel tempo. Voglio proporvi un'altro testo che a mia volta inserii in una mail inviata nel 2012 (precisamente correva il diciannove di ottobre) a rai storia come allegato di un mio commento e di una serie di pensieri sulla "questione arabo-israeliana": il tutto si riferiva, per la precisione, ad un programma chiamato Dixit Mondo, che trattava argomenti di carattere internazionale (politica, storia, etc.); quella puntata si chiamava: "Gli ultimi giorni di un'icona, Rabin e Arafat". Quello che segue è l'estratto di un depliant illustrativo dell'Associazione Fonte di Speranza onlus (esso riportava quanto segue nel 2011, cioé un anno prima della mail a cui ho accennato: ma scrissi che un anno dopo era ancora attuale e, purtroppo, a distanza di ben sette anni, lo è ancora adesso!). L'intestazione è la seguente: "Nei campi profughi guerra, miseria, fame e malattia sono compagne di migliaia di innocenti!". Il testo, invece, è questo: "Le condizioni di vita in Palestina sono drasticamente peggiorate in questi ultimi anni. Il fallimento del processo di pace e in particolare la costruzione del muro (ad opera degli israeliani no dei palestinesi!) hanno reso la vita un inferno per migliaia di profughi. Ma come sempre le principali vittime sono loro: i bambini. I campi Shu'fat e Kalandia sono cinti da un muro di cemento armato di nove metri di altezza (nulla da invidiare, direi, a quello costruito dai sovietici a Berlino né a quelli costruiti dai britannici a Belfast, Londonderry e nelle strade dell'Ulster, dilaniato dalla guerra civile tra cattolici e protestanti e dal terrorismo dell'IRA!). Non esistono aree verdi né spazi attrezzati per l'infanzia. Un bimbo su tre manifesta sintomi di malnutrizione, le infezioni intestinali e le patologie respiratorie sono diffusissime. Così come sono molto frequenti i problemi psicologici legati al permanente stato di stress e ai traumi dovuti a bombe, sparatorie e incursioni dell'esercito". Devo dire, purtroppo e paradossalmente, che la situazione odierna si è notevolmente involuta in tutta la striscia di Gaza e negli altri luoghi di Palestina (e non solo a causa della pandemia di covid-19 che sta flagellando ormai da mesi l'intero globo terracqueo!) se non addirittura aggravata, rispetto ai primi anni del primo decennio del ventunesimo secolo. 

  • 10 giugno 2020 alle ore 9:27
    La favola vera

    Come comincia: Ho letto un post che iniziava così

    LA FAVOLA BELLA
    Raccontateci una storia. Raccontatela bene e fateci credere che sia vera.
    ...

    Ed io, accogliendo l'invito, ho scritto la mia favola bella.
    Che non è una favola bella, è una favola vera.

    La Favola Vera
    Mia figlia ha svolto a casa un compito d'italiano bellissimo.
    Ha sempre delle belle idee e sviluppa pensieri profondi, ma quello svolgimento li superava tutti.
    "Lo faccio pubblicare", pensai.
    Il giorno dopo mia figlia torna a casa e racconta che la professoressa aveva letto il compito a tutta la classe.
    La professoressa aveva la voce rotta dall'emozione, mentre tutti i compagni gli occhi lucidi di lacrime. 
    Avevo avuto ragione a considerare quello svolgimento bello: era tanto bello che la professoressa aveva trattenuto il compito.
    Sono riuscita a recuperarlo quattro mesi dopo.
    A seguito della mia richiesta, la professoressa dapprima mi aveva 'rifilato' una fotocopia del compito.
    "Ah, carina!", pensai io, che sono molto più prosaica di mia figlia, "Tu ti tieni la fotocopia. A me dai l'originale".
    Naturalmente quando le ho fatto presente il mio lieve disappunto non mi sono espressa in questi termini.
    In principio per la pubblicazione avevo pensato a qualche testata nazionale. Megalomane.
    Poi, vuoi per pigrizia, vuoi per riduzione della megalomania, mi è tornato in mente di avere contatti diretti con due direttori di fogli locali.
    Uno, mio compagno di scuola, dirige un quindicinale pubblicato nella mia città natale.
    L'altro un periodico nella città che mi ha adottato di recente e che si stende ai piedi di una collina sulla cui cima si erge un castello, circondato da un parco, che hanno il mio cognome.
    Il mio compagno di scuola ha riconosciuto che il brano era molto duro, bello, intenso, vero, ma la tipologia dell'articolo non trovava spazio nella loro linea editoriale.
    Invece il direttore del periodico della mia città d'adozione propose di pubblicare il tema con il nome e la foto di mia figlia.
    Mia figlia era lusingata.
    Io avevo pensato ad una pubblicazione anonima per discrezione dato l'argomento molto delicato: i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza.
    In tutto questo non avevo mai chiesto il parere del padre, il quale, interpellato, pose il veto in quanto non d'accordo con l'indirizzo del periodico che aveva accettato, mentre non avrebbe avuto obiezioni nel caso del quindicinale della mia città natale.
    Chiusa la faccenda.

    Arriva giugno e mia figlia sostiene l'esame che chiude quel suo ciclo di studi.
    Al termine della prova orale, la preside, che presiedeva la commissione, si è alzata in piedi ed ha iniziato un discorso con le parole: <<Sei stata tu a dare a noi una grande lezione...>>.
    Alla fine del discorso, tutti i professori si sono alzati in piedi ed hanno tributato a mia figlia un lungo applauso.
    È stato un momento molto emozionante.
    Fine della favola vera.

    No, c'è un prosieguo.
    Tre mesi dopo è stato il compleanno di mia figlia e la sorella minore come regalo le ha scritto una poesia.
    Una bellissima poesia.
    E ho ribussato alla porta del mio amico direttore del quindicinale della mia città natale e gli ho proposto questa poesia.
    Una poesia è perfettamente in linea con le strategie editoriali del suo giornale che da quasi un anno prevede proprio una rubrica per le poesie scritte dai lettori.

    Fine della favola vera.

    Le favole 'finte' raccontano tutte le peripezie che passano i protagonisti per poi giungere al lieto fine: "e vissero per sempre felici e contenti".
    La favola vera ha raccontato solo cose belle. Qual è il finale di una favola vera?
    "Attento dottore, il diavolo è in agguato".
    Rubo la frase al finale della prima serie (l'unica che valga la pena di vedere) di 'Betty la fea', telenovela colombiana.
    E' l'accorto padre di Betty a pronunziare questo avvertimento al genero.
    Davanti l'altare al quale gli sta consegnando la mano della sua preziosa Betty.
    "Attento dottore, il diavolo è in agguato".
     

  • 07 giugno 2020 alle ore 16:54
    L'apparizione

    Come comincia: Nord Italia 1944. Da mesi imperversava una guerra civile. Essa sanguinosa, vedeva contrapposti due schieramenti: da una parte i fascisti della Repubblica di Salò, appoggiati dai tedeschi; dall'altra i partigiani.
    Uomini che avevano rifiutato di indossare la divisa bruna per darsi alla macchia.
    La guerra, aveva causato un folto stuolo di disperati. I civili pativano enormementela fame. I generi di prima necessità come pane, latte, olio, farina dappertutto scarseggiavano.
    Camminare era pericoloso: la caccia anglo-americana mitragliava e bombardava non solo obiettivi militari, ma anche qualssiasi cosa si mettesse in movimento.
    Marco e Dimitri erano due trovatelli acquisiti che vivevano nei pressi di Lodi: avevano perso le loro famiglie nel corso di una micidiale incursione aerea. I due giovani si guadagnavano da vivere mediante espedienti tutt'altro che leciti. Marco aveva trascorso un anno in un riformatorio per furto di armi da guerra. Dimitri era figlio "d'arte": il padre si era arruolato nei partigiani soltanto per non rispondere alla chiamata di leva nelle file fasciste. Ma egli era stato radiato dal novero dei partigiani; aveva l'abitudine di saccheggiare i villaggi, bruciare le case, depredare i cadaveri dei loro averi.
    Marco e Dimitri avevano dato vita, con successo, a una serie di scorribande: un giorno i due furfantelli avevano assaltato un camion tedesco, che trasportava sacchi di farina, depredando tutto il suo carico. Vennero i giorni di grossi rastrellamenti da parte di forti formazioni di fascisti, a caccia di partigiani. Un giorno i due ragazzi,camminando per la pianura, videro un monastero abbandonato. Esso era stato bombardato. 
    Marco e Dimitri, varcata la porta, trovarono e scardinarono la cassetta delle offerte.
    La cassetta conteneva una medaglietta, raffigurante la Madonna, dalle sue mani si irradiavano potenti fasci di luce, sotto i suoi piedi,vestiti ognuno di  profumatissime rose rosse,troneggiava un globo luminoso.
    In quel momento i due ragazzi udirono, alle spalle una voce. Voltatisi di scatto, videro una Signora. Dimitri assaporò per la prima volta la paura! Adesso i due giovani desideravano di volare lontano da quel monastero. Ma i loro piedi erano come incollati al pavimento.
    La signora esordì: "Salve ragazzi. Sia lodato Gesù Cristo; la guerra tra poco finirà; gli americani libereranno il paese dal giogo astuto dell'anticristo, ma non temete: non avrete più bisogno di prendere agli altri ciò che non vi appartiene, perchè convertirete gli uomini; sarete veri strumenti di misericordia di mio Figlio Gesù e ruberete le anime al diavolo".
    L'apparizione si era rivelata profetica. Marco ,finita la guerra, entrò in un convento di frati francescani, diventò Priore e favorì il nascere di tante vocazioni.
    Dimitri andò in seminario, diventò parroco; dedicò il suo apostolato nei riformatori e qui recuperò numerosi minori traviati.
    E la promessa della Madonna si era perciò adempiuta.

  • 07 giugno 2020 alle ore 9:38
    UN AMORE IMPOSSIBILE

    Come comincia: “Signori miei l’ultima sicuramente non la conoscete:  un suora ritornando al convento con la sua auto buca una ruota. Solamente un po’ arrabbiata (le suore non si incazzano mai) scese dalla macchina per fare l’autostop. Dopo un po’ si ferma un camionista  che la invita a salire. “Grazie io sono suor Gervasa e lei invece chi è?”chiede la suora. “Mi chiamo come quella cosa che le piace tanto tenere fra le mani.” La suora arrossendo risponde: “Lei si chiama ca…?” “Ma cosa dice,  il mio nome è Rosario!” Non v’è piaciuta allora vi mollo l’ultima, è brevissima: che differenza c’è tra gli occhi ed il sedere? Nessun, tutti i due sono lo specchio dell’anima!” Alberto Bisori veniva considerato in famiglia un simpaticone ma anche un  rompiscatole irriguardoso soprattutto verso i religiosi. Col papà Armando e la madre Domenica Raffaelli abitavano a Roma in una grande casa in via Aosta, l’unico inconveniente  erano  due tram si incrociavano li vicino producendo un rumore infernale, specialmente di notte. Ospiti di casa erano quattro sorelle di Armando, zitelle per fortuna impiegate come insegnanti in una scuola di monache, almeno di giorno di levavano dalle balle e portavano  a casa qualche soldino. Il portiere del palazzo era il classico romano dè Roma, Romoletto sposato con una brutta che dico brutta,  laida ma piena di quattrini. Ogni tanto  per dovere coniugale se la scopava,  era nata una bambina che sembrava la figlia di Fantozzi. Altra novità del palazzo: Alberto diciannovenne, frequentava, da ripetente, la terza classe del liceo classico presso l’istituto San Domenico condotto da preti. Ultimamente dalla Francia erano giunti due  nuovi sacerdoti cui era stato dato il compito di insegnare lingue, oltre alla loro parlavano pure spagnolo e inglese, i loro nomi: Don Bernardo e Don Agapito, erano cugini. C‘era qualcosa di sospetto nel loro trasferimento a Roma, una specie di ostracismo per qualche fatto negativo  loro attribuito. Alberto se ne fregò delle chiacchiere e prese ad avere confidenza con i due sacerdoti che erano dotati come Alberto di uno spirito umoristico. Il giovane li invitò a casa sua, tutte le donne della famiglia furono felici, finalmente il signorino frequentava una buona compagnia ma le situazione era un po’ diversa da quella pensata dalle zitelle: dopo pranzato i due preti si appartarono nel salone con Alberto e raccontarono la loro storia ovvero la loro disavventura. In costa azzurra,  in un Monastro  fungevano da confessori delle monache di  una vicina comunità molto particolare ‘Le suore del ‘Divino amore’. Le cotali non erano le solite che passavano il tempo a recitare giaculatorie ma si davano da fare producendo cioccolato, caramelle, mandorle, ottimi vini, formaggi, noci, paté, salumi tutti prodotti che si potevano ben denominare un ‘Ben di Dio’ anche perché provenienti d mani sante! Don Bernardo e Don Agapito malgrado la  giovane età erano stati nominati loro confessori ma che peccati potevano compiere delle monache impiegate nel lavoro dalla mattina alla sera? Allora ci pensarono i due giovani preti che convinsero le più giovani sorelle a provare le delizie terrene e non solo quelle della gola ma…non si erano accorti che la vecchia Badessa era dell’altra sponda e gelosa delle sue ‘gallinelle’ e così, informato il Vescovo i due furono trasferiti illiche et immediate nella capitale romana con tanto di lettera di presentazione al superiore del Convento della capitale dove erano stati esiliati. I due per la loro conoscenza delle lingue pensarono di spogliarsi degli abiti talari e di cercare un posto di insegnante o di  interprete in qualche istituzione romana. In un periodo di profonda crisi occupazionale di posti liberi non ce n’erano proprio ed allora furono costretti a tenersi la tonaca e ad insegnare nell’istituto religioso. Alberto rimase sorpreso nell’apprendere quella storia, i due si erano confidati con lui, ritenne di dover far qualcosa per aiutarli soprattutto nel campo delle femminucce. A quel tempo erano ancora aperte le ‘Case di Tolleranza’ o ‘Casini’ che dir si voglia, la Merlin non era ancora riuscita a scassare i zebedei ai maschietti italiani ed allora Alberto: “Penso ad una soluzione per voi, sono amico del portiere Romoletto, venendo qui potreste portarvi dei vestiti borghesi, cambiarvi a casa sua ed insieme potremmo andare in via Cimarra, in via degli Avignonesi o a Piazza di Spagna, a secondo le vostre possibilità finanziarie dove trovare gentili ‘signorine’ disponibili, che ne dite?” I due dapprima rimasero senza parole poi abbracciarono Alberto: “Sei un angelo venuto dal cielo, non sapevamo proprio come risolvere quel problema, per il denaro non c’è problema ci sovvenzionano i nostri parenti.” Romoletto dietro una sostanziosa mancia fu d’accordo e la domenica successiva i due si presentarono. Don Bernardo da giovane si chiamava George,  Don Agapito Jean. Scelsero il più casino più costoso in via degli Avignonesi vicino a piazza Barberini e vi giunsero in taxi alle sedici orario di apertura della ‘casa’. Le signorine erano veramente belle, di varie nazionalità ed i due presero a parlare nella lingua delle interessate piacevolmente sorprese di potersi intrattenersi non in italiano lingua che conoscevano poco. Dopo più di un’ora i due quasi simultaneamente scesero in compagnia di due signorine una francese e l’altra spagnola, Alberto era nella sala d’aspetto da tempo, lui per motivi finanziari si era potuto permettere una sola ‘marchetta’. Ritornando a casa Alberto chiese ai due il motivo per cui avevano abbracciato l’abito talare dato che non avevano problemi finanziari. Quella scelta era stata loro imposta da uno zio prete , ricchissimo che aveva preteso di vedere i nipoti vestiti da ‘bagarozzi’ come si dice in dialetto romanesco. Quell’anno Alberto ottenne  la licenza liceale con voti alti, di colpo era diventato un’arca di scienza? Quando mai, aveva sostenuto gli esami presso il collegio dove insegnavano don Bernardo e don Agapito! I due preti, abituati ad una vita libera e piena di soddisfazioni in molti campi, mal sopportavano quella che erano costretti a condurre, fu Alberto che aprì loro ‘il cervello’ e la strada. “Avete uno zio prete ricco in Francia, chiamate un architetto qui a Roma e fategli progettare un costoso ampliamento della chiesa della vostra scuola, è l’unico modo per spillargli i soldi e poi con quel denaro ho una certa idea… Alberto aveva messo in curiosità i due sacerdoti che tanto insisterono sinché: “Premesso che per realizzare il progetto che ho in  mente ci vuole un bel po’ di denaro, si tratta di costruire  un grande ed elegante complesso turistico con ogni genere di servizi: un Resort. il nome viene  dalla vostra lingua che vuol dire uscire fuori e si riferisce alla necessità di trovare un rifugio di lusso ricco di piaceri e di confort. Conosco un architetto amico di papà, è un simpatico puttaniere, Andrea Guerrini, gli racconterò tutta la vostra storia. Monsignor Jean de Fleuroi abboccò all’amo e cominciò a scucire del denaro man mano che gli venivano presentati i falsi piani di ampliamento della Chiesa poi un colpo di fortuna: il prelato passò a miglior vita e lasciò ai due eredi un patrimonio che nemmeno gli interessati sapevano di tal portata! Per ricompensa i due chiesero ai parenti di far celebrare  in loro nome una messa di suffragio, se la meritava! Bruciato il progetto di ampliamento della Chiesa  l’architetto si buttò anima e corpo nell’elaborare il Resort, mai gli era capitato un tal progetto e ne era entusiasta. Ogni tanto orgogliosamente mostrava lo stato dell’avanzamento dei lavori aiutandosi anche con qualche rivista del settore.  Nel cartello che obbligatoriamente era stato istallato all’ingresso del terreno figurava solo il nome del progettista, la gente si domandava chi potesse essere  il magnate che poteva permettersi di addossarsi tante spese,  dopo sei mesi il risultato fu grandioso: all’esterno un giardino all’inglese interrotto da alberi di alto fusto, e fontana col classico ‘enfant qui pisse’, una piscina esterna di dodici metri, altra simile interna riscaldata per i mesi invernali. Al pian terreno la cucina, una spaziosa sala da pranzo, un salotto, una sala con televisore gigante adibita anche al ballo con tanto di lettore CD, di seguito un grande ambiente dedicato ai giochi: trente et quarante, baccarat, blackjack, chemin de fer e, principalmente per le signore ramino e scala 40. In fondo una stanza isolata con al centro un tavolino molto particolare: il croupier con una chiavetta riusciva a farlo ribaltare in altre due metà e così scomparivano all’interno del tavolo tutte le carte da poker e soprattutto i quattrini che erano sul tavolo sostituiti da   un innocuo gioco di ‘ciapa no!’ Tutto questo a beneficio di eventuali appartenenti alle forze dell’ordine che avessero messo il naso in quell’ambiente. Tutti gli invitati erano muniti di tessera individuale di socio che costava un ‘occhio della testa’.  Le varie licenze della Prefettura e della Questura erano in ordine Alberto, George e Jean, questi due ormai ex preti si sentivano al sicuro, tutto in regola. La fama del locale si era sparsa sia in Sicilia che nella vicina Calabria e la clientela aumentava  soprattutto il sabato e la domenica. Qualcuno che era uscito dal locale ‘pulito’, nel senso che aveva perso tutto il capitale presentò denunzia ai Carabinieri sicuro che questi avrebbero conseguito un grosso risultato di servizio. I Martelloni si precipitarono in massa nel locale ma, dopo un’attenta perquisizione ed il controllo delle licenze se ne andarono con le ‘pive nel sacco’ seguiti dallo sfottò di Alberto: “Signori quando volete ritornare per giocare sarete i benvenuti!” Altra furbizia dei tre: posteggiare le auto dei clienti dietro l’isolato in modo che da fuori non si vedessero le targhe delle macchine dei giocatori. Andrea Guerrini, l’architetto fece ai tre una proposta particolare: io vengo a giocare, se vinco mi tengo la vincita, se perdo mi ridate il mio denaro, furbacchione il cotale. Fu accontentato, il prezzo per il suo lavoro era stato molto alto. Altro particolare, al bar due bariste venute apposta dalla Francia: Isabelle e Colette, ambedue longilinee, brune, sempre sorridenti, ben fornite fisicamente, dopo le tre di mattina erano disponibili nelle loro camerette per clienti maschi e, talvolta anche femmine, erano ambedue registrate come bariste residenti a Roma e quindi non potevano essere accusate di prostituzione. George e Jean si accontentavano dell’amicizia’ delle due francesi mentre Alberto sentiva bisogno di aver una ragazza tutta per sé non facile da trovare in quell’ambiente ed allora il nostro prode di rivolse al suo protettore Hermes che promise di provvedere in tal senso. Cliente abituale era Vanessa Carotti una signora alta, robusta, allegra, chiassosa, estroversa, attirava l’attenzione un po’ di tutti, dietro  lei come un’ombra una ragazza silenziosa, vestita con sobria eleganza, non sorrideva alle battute di quella che poi si seppe era sua madre, si limitava a seguirla silenziosamente negli spostamenti fra i vari tavoli da gioco. Alberto dinanzi allo specchio si sistemò i capelli, si mise una cravatta non sgargiante e con un sorriso stampat sul viso si avvicinò alla ragazza: “Signorina scusi l’intrusione, sono uno dei padroni del locale,  vedo che si annoia e non partecipa a nessun  gioco, che ne dice di recarci nella vicina sala per ascoltare un po’ di musica di suo gusto, ne abbiamo di tutti i tipi da Frank Sinatra sino agli scatenati Death con Magnetic Metal?” Sono Alice Giorgianni, preferirei andare in giardino e assaporare l piacere del silenzio e il canto degli uccellini se ci sono.” “È fortunata, il progettista ha lasciato sotto il tetto uno spazio dove fanno il nido gli uccelli della zona, è un piacere ascoltarli.” Furono accontentati, di lì a poco un concerto di passerotti fece diventare l’atmosfera più romantica. Alberto guardava negli occhi Alice, voleva dirle che aveva due stelle al loro posto  ma sarebbe stata un frase troppo sdolcinata ed allora il discorso virò verso la statua che stava dietro le loro spalle: “Non penso sia di buon gusto, chi l’ha progettata?” “È stato il nostro architetto, l’ha copiata da una statuina che sta nel Belgio, l’idea è tratta da un episodio veramente accaduto: una notte un bambino uscì di casa per fare la pipì e così spense una miccia che stava per dar fuoco a della dinamite che avrebbe distrutto Bruxelles, a casa sua è considerato un eroe:” “Ci sarebbero tante cose che vorrei dirti ma potrebbero sembrati banali e quindi mi limito ad ammirarti …non è che gradiresti una poesia in francese?” “Questa si che è bella, mai nessuno mi ha fatto la corte facendomi una simile proposta.” “A me tempo addietro ha funzionato…” “Una dama è caduta ai tuoi piedi con una poesia di Lamartine?” Alberto rimase basito e poi si mise a ridere. “Penso tu sia una maga, hai letto nel mio pensiero, è vero, ho recitato ‘Le lac’, il lago Lemano dove due amanti, ambedue sposati si incontravano ogni anno per raccontarsi le proprie vicissitudini…” “Va bene bell’Alberto comincia tu parlandomi di te.” “Niente di particolare, brevi flirt con qualche compagna di scuola ma null’altro, sono arrivato a ventuno anni senza legami anche se mia madre mi chiede in continuazione quando diventerà nonna!” “Mi piace essere sincera, tu hai l’aria del giuggiolone che vuole godersi la vita senza impegni, tornare a casa, trovare pronto da mangiare, biancheria lavata e stirata e letto fatto, che ne dici di stá fotografia.” Alberto svicolò, mai nessuna come Vanessa era riuscita a fargli una ‘foto’ così vicina alla realtà. “Io sono un bravo fotografo, ho una Topcon Re 2 giapponese con due obiettivi, in casa ho messo su una camera oscura e stampo da me le foto in bianco e nero, cerco modelle disponibili, foto molto richieste da riviste di moda.” “Ricominci a fare il furbacchione, a te interessano altre foto, quelle da pubblicare su riviste per soli uomini…” “Hai suscitato in me un interesse particolare, non si incontrano spesso ragazze come te ‘callide, belle ed intelligenti ma anche, se permetti antipatiche!” “Avrai notato la differenza fisica fra me e mia madre, io assomiglio a mio padre Gustavo detto Guy, notaio conosciuto, longilineo, serio, mai una battuta fuori luogo al contrario di mi madre caciarona. Si sono conosciuti quando mio padre era all’Università e mia madre era con lui ad una festa da ballo in casa di amici. Fuori del normale era che mio padre bevesse alcolici, quella volta lo fece e…nacqui io, questa è la mia storia.” Mi vien da dire una parola volgare…” “La puoi dire: una minchiata, non mi offendo, anche se mia madre è molto differente da me le sono attaccata, talvolta è come una adolescente ed ha bisogno di essere controllata te ne accorgi nella sala da gioco.” “Tu mi hai inquadrato, dopo la licenza liceale non ho più studiato, sono il classico vitellone come da analogo film, è la mia natura.” “Se ti va vieni domenica a mangiare a casa mia in via Antonelli 5 ai Parioli.” “Alberto non se lo fece dire due volte, acquistò un completo grigio ultima moda, barba e capelli dal barbiere e poi alle dodici suonò il campanello di casa Carotti. Alice lo aveva visto dalla finestra, gli aprì il portone, abitava al piano attico.” Un mazzo di rose gialle pallido per la signora, per la verità erano più indirizzate ad Alice, come significato avevano quello di ‘incertezza in amore’. Guy si presentò in  giacca da camera, un breve saluto senza commenti sul nuovo arrivato. Pranzo servito da un cameriere, alla fine passaggio sul terrazzo dove il padrone di casa esibì una pipa marca Baldo Baldi costosissima. Guy era appassionato di Formula Uno come Alberto e quella fu lungo argomento di conversazione, le due signore su un divano  vicino a loro. Alice accompagnò Alberto sotto il portone e rimase sin quando sparì con la sua Jaguar X Type, i due nel frattempo avevano preso appuntamento per la domenica successiva sotto casa di Alberto per recarsi in una villetta sulla via Appia di proprietà della famiglia. Alle dieci precise una Mini Cooper verde  posteggiò sotto casa di Alberto, la signorina amava la velocità e lo dimostrò durante il viaggio con tanto di tacco- punta.  La villetta a due piani era deliziosamente arredata,  si vedeva la mano  di uno stilista di grido. Pranzo freddo portato da Alice, Alberto: “Come faremo quando saremo sposati?” Battuta infelice, Alice non solo non aveva riso ma si era rabbuiata…Il pomeriggio Alice abbracciò a baciò Alberto in bocca, lo condusse con sé in camera e, andata nel bagno ne uscì completamente denudata, uno spettacolo molto gradito da ‘ciccio’ che innalzò al massimo la cresta. Alice lì per lì rimase perplessa, nei precedenti incontri sessuali evidentemente aveva conosciuto ‘piselli’ ben più piccoli, si limitò a dire: “Sii molto delicato.” Fu un pomeriggio indimenticabile, Alice dimostrò di amare molto il sesso ed ebbe  orgasmi multipli sino a quando alzò bandiera bianca.”Durante il viaggio di ritorno: “Caro il mio Alberto, come amante sei favoloso, non ho mai conosciuto nessuno bravo come te in questo campo ma…” “Quel ma mi preoccupa!” “Debbo dirti che potrei con te avere una relazione fissa solo qualora ti laureassi, mio padre non ti accetterebbe come sei ed io…”  ”Fine di una storia appena cominciata o meglio nemmeno cominciata, le foto che ti ho scattato le darò a tua madre, penso che tu non verrai più al nostro Resort…” Il ricordo di quella donna unica rimase nel cervello e nel cuore di Alberto che cercò invano di trovarne una simile, rimase sempre scapolo irato a’ patrii numi…
     
     

  • Come comincia: ILL.ma Sua Santità Mi consenta di farLe i migliori auguri per aver raggiunto la soglia
    del ventesimo anniversario del suo Pontificato.Numerose le esternazioni della sua
    dottrina: il recente incontro con Fidel Castro; due culture si sono fronteggiate:lla tra-
    -dizione dell'odio,della violenza, personificata dal Lider Maximo e quella della verità,
    dell'amore, da Lei rappresentate.Fidel ha dovuto fare concessioni: la liberazione
    di trecento detenuti politici, la libertà di culto del popòlo cubano.
    Come cristiano sono molti i dubbi che mi attraversano.
    La crisi della fede,con conseguente critica alla chiesa,in quanto pilastro bimillenario
    della dottrina cattolica. Sarebbe encomiabile una sua presa di posizione verso i
    partiti, il parlamento Auspicabile una sua enciclica verso i doveri dei politici,che sono applicati con eccesso di zelo quando si tratta di votare una legge
    che finanzi i partiti e aumenti gli stipendi dei parlamentari.Una Pastorale che, rilievi
    che i politici devono eseguire il loro mandato nell'interesse di tutto il popolo e non per bieco affarismo personale.
    Dicevo: crisi della fede. la fede è dono di Dio ,ma anche scelta assegnata al nostro
    libero arbitrio.Non posso che esaltare la sua opinione critica verso la corrente denominata New Age. Una cultura del benessere che, facendo uso dei simboli del
    linguaggio religioso, (armonia.lealtà,chiarezza)crea una visione egoistica della religiosità. Modella una surreale concezione di Cristo cosmico,relegato da persona a semplice forza. E in contrasto con le sacre Scritture,si nega il senso di colpa e del peccato. E anche il fiorire di sette. Esse praticano il culto di Satana con barbari rituali
    fatti di sacrifici di animali, turpi violenze sull'uomo.
    Nonchè il fenomeno di cartomanti,operatori dell'occulto,esperti di magia nera; cialtroni che intascano abbondanti guadagni, grazie al paganesimo di chi li interpella..
    Una mia ovazione si eleva accorata: per chi ha affrontato con l'arma di una Croce i potenti dittatori,,costringendoli a scendere dal trono degli allori ;per chi ha ammesso le
    colpe dei predecessori,chiedendo venia dalla cattedra dell'umiltà:
    Lei è una bandiera ben spiegata e mai ammainata che poggia le fondamenta nelle
    viscre della terra..

  • 05 giugno 2020 alle ore 19:10
    Arrugginite speranze

    Come comincia: Erano giorni che non usciva di casa, in un silenzio tombale ascoltava la sua anima; tacito suono che emergeva dalla profondità più intima della coscienza. Un silenzio che vestiva una solitudine cercata e vissuta, l’unico spazio in cui riusciva a respirare. A lungo, si era soffermata ad ascoltare vagiti di insipide vite congiunte, aveva visto recitare copioni di assurde commedie, aveva toccato con mano la falsità e l’egoismo di chi non era in grado di comprendere l’altrui essere. Un contenitore di scorie, riempito da chi è abituato a pianificare, a indossare giustificazioni dietro condotte ordinarie di inutili rivalse. La pochezza: una inetta, presuntuosa veste. Giulia, se pur ibernata in quella condizione, non si era mai arresa, aveva solo accostato l’uscio per filtrare il suo piccolo raggio di sole.
    Siamo così distanti che, pur volendo, non ci incontreremo mai- disse Giulia soffocando le parole in gola.
    Ognuno perso in una libertà che è, allo stesso tempo, condanna in quei moti dell’anima che ci accompagnano nella caducità di passi ancorati a suoli sconnessi. La mia, una libertà che fa respirare l’anima, si lascia attraversare fin sotto la pelle dalle emozioni, riverbera nella purezza di un pensiero; la tua, generata dall'azione impulsiva, solleticata dai sensi nell'appagamento irrefrenabile della conseguente conquista.
     

  • 04 giugno 2020 alle ore 12:55
    Desco inospitale

    Come comincia: Partecipai col mio abito migliore ad un desco dorato ed opulento.
    Gli ospiti erano adornati come pulpiti barocchi così come le loro parole, altisonanti, roboanti, violente.
    Il tavolo imbandito, i profumi deliziosi, non mi lasciarono presagire, che il pasto principale di quella nobile fame, ero io.

    Offrì come un agnello al suo cacciatore, la mia anima nuda.
    Partecipai senza sapere, al mio stesso massacro.

     

  • 04 giugno 2020 alle ore 11:22
    Diario di bordo - Pulpfiction del 26/3

    Come comincia: - Cani, cani, cani: neanche l'ululato ormai ci accomuna ai lupi!
    - Sirene: squarci che rompono il silenzio...la torre di Babele del caos.
    = Cimiteri urbani = Ombre nella vana attesa del nulla. Popolo di zombie: soltanto schiavi del tempo senza più padroni.
     = Il sussurro = La voce del mattino sussurra forte all'orizzonte: - Vai dove ti porta il tuo sguardo senza volto e senza tempo!
      = Senza padroni = Ormai nessuno è padrone di sé stesso; nessuno ha più padroni ormai: tutti hanno diritto di gridare...rumore senza senso (caina informe e disambigua).
    Il lockdown ha colpito duro ma la quarantena, dicono, non ha effetti collaterali: intanto..."resta a casa"; andrà tutto bene! PS. Quando vai al supermercato, però, acquista grana padano e la pasta al 100% con marchio italiano (tranne che per un particolare: giri il pacco di pasta e leggi la dicitura "product made in China"!). Capito, come funziona? (l'antifona). Domani è venerdì: ma non è diciassette, è il ventisette (giorno di paga, la fila alla posta o alla banca: adesso sono cazzi vostri!).   
     

  • Come comincia:  Questa lettera (come, del resto, quella che vi proporrò di seguito) non ha bisogno di nessun commento; anzi, due paroline diciamo pure che voglio proprio spenderle. Innanzi tutto un po' di ironia: "Alla faccia del bicarbonato di sodio!", usando un intercalare che era solito esprimere un certo principe della risata partenopeo. Ora, veniamo alle cose serie ("alle guerre d'Irlanda", come direbbe invece un vetusto plantageneto a cui quelle parole sono state messe in bocca...furono scritte da un certo Guglielmo Shakespeare!): "O ti adegui o ti adegui", direi proprio. Alla faccia, questa volta, di quelle norme o quei principi costituzionali di cui spesso si bagnano la bocca in molti...il carcere (e non solo in Italia, purtroppo!) è sempre una terra di nessuno; un detto delle mie parti recità pressappòco in questo modo: "O ti mangi questa minestra, o ti butti dalla finestra!" (e meno male che quelle delle carceri sono in genere dotate di inferriate, altrimenti, mi domando - e vi domando - "Chissà quanti suicidi e quante morti staremmo quì a piangere?".Tantissimi, tantissime: altro che corona virus, purtroppo!). Del resto, questo stato di cose non riguarda soltanto stranieri, migranti o gente dii colore: esso non fa distinzione, davvero, tra queste cose, non si fa scrupolo né discrimina persone in base al sesso, all'età, al credo ideologico o a quello religioso. In poche parole, è come la morte: giusto ed impietoso! - Il carcere di Santa Maria Capua Vetere e la mattanza della settimana santa Franco (nome di fantasia), recluso nella sezione di alta sicurezza della casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, è in attesa di giudizio e non sa ancora se il giudice lo riterrà colpevole o innocente. Si ammala qualche settimana prima di Pasqua. Picchi di febbre e problemi respiratori fanno pensare al peggio. Dopo qualche ora di monitoraggio viene "isolato" in infermeria per verificare l'evoluzione dei sintomi. I familiari riescono ancora a comunicare con lui tramite videochiamate ma hanno l'impressione che le cose stiano prendendo una brutta piega. Hanno paura, come tutti. Riescono a sapere tramite l'associazione Antigone e l'ufficio del garante dei detenuti che la situazione ora è monitorata, ma si dovranno fare accertamenti specifici per capire il tipo di malessere. Qualche giorno dopo, la direzione sanitaria che opera in carcere avverte la famiglia che Franco è stato sottoposto a tampone da Covid-19 risultando positivo. Nel frattempo, sarebbe stato ricoverato presso la struttura ospedaliera napoletana del Cotugno. La notizia in breve tempo si diffonde e arriva in carcere, Franco è il primo detenuto ammalato di Covid della regione, la seconda dopo la Lombardia per indici di sovraffollamento carcerario. La tensione sale all'interno dell'istituto. Il corpo detenuto teme il contagio e si sente sguarnito da ogni difesa: cosa si potrebbe fare per evitare di ammalarsi? Il carcere non è un luogo impermeabile: il distanziamento sociale è impraticabile, guanti e mascherine non ci sono e in istituto entrano e escono moltissime persone. - Il carcere, essendo chiuso e isolato, è il luogo più riparato dal contagio della pandemia - sostiene invece il procuratore Gratteri (nota perosnale: se lo dice lui, biogna crederci...mi domando, però, se avesse un figlio - magari con "problemi" strani - ospite di una delle patrie galere disseminate nell'italico Stato, cosa mai direbbe il buon procuratore!). A oggi, i contagiati sono circa duecentotrenta (sessanta detenuti e centosettanta poliziotti). Franco intanto è stato ricoverato. E' il week-end che precede la settimana delle feste pasquali. Si avvicina l'orario di chiusura delle celle ma i detenuti di una sezione non vogliono rientrare. Inizia la protesta con una battitura e l'occupazione simbolica della sezione. La polizia penitenziaria denuncia che per impedirle l'accesso in sezione è stato riversato dell'olio bollente. La tensione in questa fase raggiunge facilmente stadi di acuzie e rapidi cali perché nessuno sa in verità come si uscirà dalla vicenda del virus. Chi ha il potere naviga a vista e chi non lo ha spesso sente di affogare (nota personale: "o si sente affogare...che non è la stessa cosa!"). Le proteste rientrano nel corso della stessa serata di domenica, dopo un primo intervento della penitenziaria. Sembra essere stato uno sfogo caduto nel vuoto. Bisogna che le cose sfumino da sé. Anche gli sforzi di chi in questi giorni sta tentando di stabilire un dialogo con le controparti, offrendo soluzioni per fronteggiare la devastante emergenza, si sgretolano davanti al muro del Dap e del ministero. A questo punto la storia cominciata col contagio di Franco assume contorni inquietanti. Lunedì in carcere arriva il magistrato di sorveglianza e incontra i detenuti per i colloqui. Si constata che gli atti di insubordinazione che si sono verificati non hanno assunto i connotati di una vera rivolta (come quella ai primi di marzo nel carcere di Fuorni, Salerno). Secondo le testimonianze raccolte da Antigone e dall'ufficio del garante, si è verificata invece una fortissima rappresaglia da parte della polizia penitenziaria. Appena la magistratura di sorveglianza ha concluso il suo lavoro (tra le sue competenze c'è quella di monitorare lo stato, le garanzie e i diritti dei reclusi) quasi cento poliziotti a volto coperto e in tenuta antisommossa sono entrati in un padiglione e hanno cominciato i pestaggi all'interno delle "camere di pernottamento". Probabilmente non sono gli stessi poliziotti in servizio presso l'istituto (nota personale: questa, a mio avviso, non è una scusante ma un'aggravante ulteriore che sta a dimostrare la precisa intenzionalità a voler attuare quanto citato: un vero e proprio "piano" d'azione premeditato, insomma, nonché studiato nei minimi particolari; senz'altro non estemporaneo o frutto della casualità come si evince leggendo il resto del racconto!), anche perché picchiano chiunque, anche chi non ha preso parte alle agitazioni del fine settimana, anche qualche detenuto che dopo pochi giorni potrebbe uscire dal carcere con i segni del martirio sulla carne. Le violenze si svolgono secondo modelli già visti: ad alcuni detenuti vengono tagliati barba e capelli, vengono spogliati e pestati con manganelli, pugni e calci su tutto il corpo. Il racconto di queste torture non sembra fermarsi, perché alcuni familiari sostengono che i pestaggi continuino anche ora. Nel corso di questa settimana le famiglie, preoccupate per le violenze, hanno organizzato una manifestazione pacifica nei pressi del carcere. Ma all'interno si respira un'aria gelida e qualche agente continua il gioco al massacro psicologico: - Avete anche il coraggio di far venire le vostre famiglie? Non vi è bastato? (due note personali: la prima riguarda il fatto che gran parte di questo racconto, inglobato nel mio articolo, è possibile riascoltarlo dalla viva voce di un detenuto, la cui testimonianza è stata filtrata telefonicamente, in un video condivisibile da chiunque sui social media; la seconda invece riguarda il commento espresso da una donna, tale Maggie Mc Gill - non so chi essa sia, sinceramente - sul racconto propostovi: "Denudare le vittime è una pratica che viene insegnata negli addestramenti alla tortura. Pone i prigionieri in una condizione di ulteriore inferiorità, rispetto agli aguzzini, fisica e psicologica. Li spersonalizza prima delle botte, l'acqua salata da bere o la corrente. Dai nazisti in poi. Passando per Algeri, Santiago del Cile, Buenos Aires, Genova, Abu Ghraib"... il rifermento è alla Prigione Centrale di Baghdad, capitale irachena: nota in tempi pregressi col nome di Abu Ghraib, appunto, diventò tristemente famosa per le pratiche di tortura commesse al suo interno dal personale dell'esercito statunitense e da agenti della Cia, al tempo della guerra in Irak). Mattanze di questo tipo, in stile scuola Diaz, servono a (ri) stabilire un rapporto di dominio: svuotare il corpo di ogni difesa fisica e mentale, colpire la persona fino a suscitare sentimento di vergogna verso se stessi. Di fronte al deflagrare di quest'energia cinetica bisogna essere nudi: è il modo migliore per rendere docile un corpo che ha mostrato segni di insubordinazione. In questi giorni sono stati presentati alcuni esposti alla procura della Repubblica (nota personale: quella stessa Repubblica, mi viene di scrivere, che festeggerà - solo simbolicamente, quest'anno - la sua ricorrenza ma che, ahimè, spesso fa "occhio ed orecchio da mercante", soprattutto nei confronti dei suoi repubblichini...minori!): la sola Antigone ne ha già depositati tre, in diversi penitenziari del paese. La suddetta procura dovrà accertare cosa è successo nel carcere casertano. La tensione nel frattempo, anche quella della polizia penitenziaria, si trasforma di continuo in atti di forza, soprattutto quando non si hanno direttive per fronteggiare la crisi. Il virus viaggia velocemente e la direzione sanitaria cerca di stargli dietro. E' tuttavia difficile, perché i detenuti sono tanti e in alcune sezioni sono ammassati in clamoroso sovrannumero. Oggi i contagi nel carcere di Santa Maria sono arrivati a quattro e un'intero piano di una sezione è stato isolato.Se il sistema sta svelando un'altra falla, dopo ospedali e case di cura, è anche vero che esiste una differenza tra il carcere e gli altri ambienti. Nei nosocomi e nelle RSA, finanche in alcune fabbriche (tutto pur di non interrompere le linee di produzione) si stanno predisponendo - dopo centinaia di morti tra pazienti, medici, infermieri e vigili del fuoco - misure di sicurezza per arginare il contagio. Nelle carceri si guarda il sistema implodere senza prendere alcuna decisione. La mattanza di Santa Maria ne è la dimostrazione e poichè il carcere è uno spazio di guerra, la possibilità di usare in ogni momento delle strategie per indebolire o neutralizzare una delle parti è all'ordine del giorno."Gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo" (Mc 15, 16 - 20). Adesso è necessario monitorare le persone che sono ancora recluse per evitare che il massacro continui.Luigi Romano (da: NapoliMonitor). Torniamo ora ai libri di cui detto nella prima parte della mia mini inchiesta (a ruota libera: molto libera, direi!). Il secondo di essi, vi ricordo, si intitola "Giustizia. Roba da ricchi" ed è edito, come già scritto, da Laterza, Bari. Così si esprime, al riguardo, Antonio Salvati, nella sua recensione. Da anni, le carceri sono piene di ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari, oltre che - s'intende - di qualche omicida, stupratore, mafioso o camorrista. In realtà, bancarottieri, evasori fiscali, corrotti e corruttori con le patrie galere hanno poco a che fare. Ciò che per gli emarginati è la regola, per i benestanti è l'eccezione: per essi l'unica sanzione è la parcella dell'avvocato. Basta scorrere le statistiche giudiziarie per vedere la realtà impietosa del meccanismo repressivo. La legislazione recente ha giocato un ruolo importante. Infatti, a godere di tutela rafforzata sono i patrimoni individuali e ad essere conseguentemente perseguiti con particolare rigore sono i reati "di strada", abitualmente commessi da chi vive ai margini e non ha nulla da perdere: furti, scippi, rapine. Mentre - denuncia Elisa Pazé nel suo volume, in cui elenca le modalità con cui sono state e sono perseguite le condotte "antisociali" dei poveri - debole e non adeguato è invece il presidio di quei beni - aria, acqua, suolo - che sono patrimonio comune, come se ciò che è di tutti non fosse in realtà di nessuno. Quando vanno in galera i poveri - nessuno si chiede se le intercettazioni abbiano leso la riservatezza, se sia stato violato il segreto investigativo o se la carcerazione preventiva sia giustificata, quando si sfiora qualche personaggio eccellente fioccano le polemiche contro lo straripare della magistratura, la "giustizia ad orologeria", la politicizzazione e il protagonismo di certe procure. Il colpevole diventa un perseguitato e a suscitare sdegno non è il reato commesso, ma il fatto che la televisione e i giornali ne diano notizia. E' questo, aggiungo io, il nocciolo del problema, anzi...di un paio di problemi. Il primo è la mancanza di garantismo e l'eccesso, dal lato opposto, di giustizialismo, aspetto ingigantitosi durante la recente emergenza dovuta al coronavirus: i colpevoli di qualcosa (anzi, i presunti colpevoli - od innocenti -) vanno dati in pasto al meccanismo mediatico (stampa, televisione e web, poco importa!) ancora prima di essere stati giudicati, anzi, ancor prima che il procedimento a loro carico abbia avuto inizio e che i legali o il legale della difesa abbia avuto modo di approntare la difesa stessa (e molto spesso, questo va ad inficiare le indagini e lo stesso procedimento). Si va a ledere, così, uno dei principi sacri del diritto (che sia quello anglosassone o romano non conta): nessuno è colpevole (o innocente) prima che sia stato dimostrato il contrario! Il secondo aspetto è quello stesso denunciato nel rapporto steso da Antigone: il sovraffollamento delle carceri. Il rapporto, di cui ho dato notizia nella prima parte di questo mio articolo inchiesta (tra l'altro, è da dire che lo stesso Partito Radicale Nonviolento ha presentato alla Corte Europea dei diritti umani, che opera all'interno del Consiglio d'Europa, un suo rapporto "denuncia" sulle condizioni carcerarie in Italia), si scontra con un controsenso lampante: nel nostro paese diminuiscono senz'altro i reati, ma al contempo aumentano i detenuti. E' quanto scritto nel libro della Pazé ed è quello che è emerso, nelle settimane scorse, ed in tutta la sua gravità, con lo scoppio delle rivolte carcerarie estesesi a macchia d'olio (o come un boomerang: che, però, si è ritorto soprattutto sulla pelle dei detenuti e dei loro familiari!). A più riprese è stata invocata una "amnistia temporanea" o sui generis (io stesso ho firmato un appello in merito, sulla piattaforma Change.org), quella che mandasse fuori dal carcere detenuti in attesa di giudizio, in odore di scarcerazione o con condanne penali sino a diciotto mesi ma...tutti hanno fatto (chi più e chi meno, ripeto!) orecchie ed occhi da mercante: la sola risposta dello Stato è stata quella repressiva o la scarcerazione temporanea dei detenuti sottoposti al cosiddetto articolo 41/bis (quelli, per intenderci, giudicati colpevoli per reati di mafia, camorra e ndrangheta). Tutto giusto, per carità, a mio parere non è da farsi distinzione alcuna, quando si tratta della salute degli uomini (la stessa Costituzione la garantisce per ognuno: a prescindere dalla estrazione sociale, dalle condizioni socio-economiche, dalle idee religiose o politiche, dai reati commessi, appunto!), ma neanche si dovrebbe usare il metodo dei "due pesi e delle due misure". Da più parti si è parlato di una sorta di "patto" di non belligeranza o di quieto vivere tra mafia-mafie e Stato, atto a distogliere l'attenzione dai problemi reali, a convogliare a proprio uso e consumo (da parte dello Stato, appunto) l'opinione pubblica e quella mediatica verso strade meno in...vista e più gestibili, ad allontanarsi, più o meno di molto, dal punto focale e dal nocciolo della questione: tutto possibile, probabilmente vero; d'accordissimo anche su questo, per quanto mi riguarda (ed essendo un antistatalista convinto!), fermo restando tuttavia, che il diritto alla salute, sia in epoca attuale (e debba esserlo sempre e comunque) improcrastinabile per chiunque: tanto per il piccolo delinquente quanto per colui che si macchi dei peggiori crimini contro l'uomo. A questo proposito voglio portare all'attenzione alcuni casi eclatanti, che hanno destato la mia attenzione durante l'excursus di lettura che mi ha tenuto occupato in queste lunghissime settimane di quarantena forzata (soltanto fisica, per fortuna!). Cito alcuni esempi. Il primo riguarda Pasquale Zagaria, fratello del noto boss dei casalesi Michele, la cui scarcerazione, sancita dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari ed approvata (moralmente) anche da Antigone, è stata definita "vergognosa" dallo stesso ministro Bonafede senza contare, però, alcuni particolari di primaria importanza: in quel caso, infatti, sussistono gravissime ragioni di salute ("il detenuto è malato di cancro e non può essere curato in cacere" è stata la motivazione dei giudici...tanto più, è da aggiungere, che lo stesso non si sia macchiato di delitti di sangue nel corso della sua "carriera" delinquenziale!). Lo stesso Zagaria sta usufruendo dei domiciliari e trascorrerà i prossimi cinque mesi in un paesino dell provincia bresciana. Sulle righe del quotidiano Il Riformista ho letto anche, alcune settimane orsono (eravamo agli inizi di maggio) l'appello di Carmen D'Angelo, moglie di Francesco Petrone, che la DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) ritiene essere il boss del rione Traiano a Napoli: il marito, in carcere dal 2017, all'epoca dell'appello prodotto dalla moglie, era bloccato da dieci giorni sopra un letto d'ospedale, a causa di un'ischemia cerebrale occorsagli mentre era nel bagno della sua cella. La moglie, in quel caso, lamentava il fatto che il marito non potesse tornare in carcere nelle sue condizioni. Spero che anche in questo caso, la situazione si sia risolta per il meglio. Ed ancora: cito l'appello (risalente, però, ai primi di aprile) di Pino Verderosa a favore di suo figlio Francesco, ragazzo di trentaquattro anni e da due detenuto a Poggioreale in uno stato di salute alquanto critico (il ragazzo soffre di una gravissima forma di obesità - ha raggiunto i duecentodieci chili - ed al tempo dell'appello lamentava molteplici problemi tra cui difficoltà respiratorie accentuate). L'uomo (intendo il padre di Francesco) formulò un appello abbastanza "garbato" - se così si può scrivere -: infatti, pur riconoscendo di non voler trattamenti di favore per il figlio ("ha sbagliato ed è giusto che paghi", ha dichiarato ai quotidiani), ne chiedeva il trasferimento ai domiciliari, ritenendo insostenibile per la sua salute un periodo ulteriore di detenzione. In questo caso, avendo io avuto - nella mia vita - problemi simili a quelli del figlio di Verderosa (ho sofferto per un periodo di obesità, seppur in forma più lieve) mi auguro doppiamente che la situazione si sia risolta a favore del ragazzo. Infine, al termine di questa mia breve carrellata, vorrei parlare anche di un caso abbastanza eclatante: quello di Cesare Battisti e di due compagni anarchici. Tuttavia, prima di farlo, debbo dire che tra le altre cose sono da citare diversi casi di tentato suicidio, avvenuti all'interno delle case di pena in queste settimane: il più recente riguarda quello avvenuto nel carcere di Aversa e riguarda un detenuto extracomunitario in attesa di ricevere il famoso braccialetto; e prima di poter iniziare, così, il periodo di detenzione domiciliare. Ma andiamo un passo indietro e procediamo per ordine. Il braccialetto (o cavigliera elettronica che dir si voglia), il quale funziona attraverso l'emissione di segnali (onde) radio a un ricevitore per segnalare la posizione di colui (o colei) a cui esso viene applicato, è stato introdotto nella legislazione italiana col Decreto Legge n.°341 del 24 novembre 2000 (ma in varie parti dell'Europa e del mondo lo fu da ben prima), denominato - appunto - decreto "antiscarcerazioni". Il funzionamento e le modalità di applicazione di questo "mezzo" estraneo, sono regolati dall'articolo 275 bis del codice di procedura penale in materia di misure aggravative dei provvedimenti di custodia cautelare: in buona sostanza, per ciò che concerne i detenuti che debbano scontare pene detentive superiori ad un anno, la misura coercitiva della custodia in carcere viene sostituita da quella degli arresti domiciliari presso la propria abitazione, fermo restando che essa venga integrata da ulteriori misure tecnologiche (il braccialetto di cui sopra, appunto) che servano ad assicurare il rispetto del provvedimento cautelativo in questione: il tutto previo consenso del detenuto stesso e, soprattutto, laddove sia stata accertata, da parte della polizia giudiziaria, la disponibilità in essere del mezzo elettronico; misura, questa, molto spesso più afflittiva dell'altra (parlasi della detenzione cautelare in loco, ossia nel carcere!); tenendo conto anche dei ritardi (altro fattore che nuoce - e non poco - per i detenuti in attesa del mezzo) e del numero insufficiente di braccialetti a disposizione. Si diceva dei tentativi di suicidio recenti, sventati per fortuna: il primo nel carcere di Padova, l'altro nella casa circondariale "Filippo Saporito" di Aversa, grosso centro dell'hinterland casertano, ad opera di un nordafricano che ha tentato di impiccarsi. Ma anche altrove le cose non vanno per il meglio: spesso il malcontento si accumula nel personale o tra i detenuti stessi (coi risultati di cui ho detto); spesso (e volentieri) i braccialetti quando - e se arrivano - non vengono distribuiti con la dovuta solerzia dal personale in servizio (testimonianze dirette dei detenuti raccolte in diverse carceri sono eloquenti, al proposito!). Lo stesso Garante della Regione Campania, Samuele Ciambriello, ha dichiarato: - Il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria sostiene di averne acquistati cinquemila ma intanto anche nella nostra Regione i tempi d'attesa per i detenuti che hammo ottenuto un'ordinanza di concessione della misura alternativa della detenzione domiciliare con applicazione del braccialetto elettronico sono diventati lunghi e vanno sia a compromettere i contenuti del Decreto del 17 marzo 2020 e le scelte della Magistratura di Sorveglianza, sia creano sentimenti di angoscia in coloro che ne sono beneficiari. Tale frustrazione e malessere hanno portato un detenuto del carcere di Aversa a compiere un grave tentativo di gesto estremo...il tempo di attesa mina il clima generale dell'istituto, già provato dal particolare periodo di emergenza nazionale (nota personale: anche i detenuti e le povere loro membra, pestate nelle settimane precedenti senza pudore alcuno, lo sono! Come lo sono i familiari dei detenuti che vivono al di fuori delle mura del carcere...i più provati di tutti, probabilmente!). E' una vergogna, sia la mancanza di braccialetti, sia il fatto di volerli utilizzare per forza per fare uscire i detenuti che devono scontare ancora solo diciotto mesi di reclusione, in misura di detenzione domiciliare. Ma la politica ha capito che il carcere è una polveriera a miccia corta? - (E se lo dice il Garante...per una volta anche gli anarco-insurrezionalisti a cui - faccio notare - molti avevano attribuito, erroneamente, la paternità dell'organizzazione delle sommosse dei primi di marzo - sempre per quel discorso...distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica e veicolarla altrove - sarebbero d'accordo con le istituzioni). Due note ancora, a proposito di politica e...sommosse (più o meno organizzate)e dintorni. La prima riguarda Aristotele e la politica, appunto; o meglio, un suo noto pensiero intorno alla politica: il sommo filosofo, colui che ha generato figli, nipoti e pronipoti in ogni dove, sulla terra, ed in ogni epoca (però, non sempre quelli eredi furono leggittimi, a mio avviso: ma questo è un'altro discorso!) riteneva che essa fosse "l'attività più nobile dell'uomo, quando fosse al servizio dell'uomo stesso: il sostantivo è da intendersi come umanità e no come genere di sesso maschile, appunto! La seconda nota, invece, (direi una parentesi ampia e ulteriore testimonianza, allo stesso tempo, sugli eventi di cui ampiamente si parla nel mio racconto.inchiesta e su alcune importanti questioni intorno al carcere ed alla giustizia) potrà avvalorare alcune mie ipotesi in modo più saldo ed aiuterà il lettore a farsi un proprio convincimento ed a capirci - magari - qualcosa di più e (forse) di meglio: almeno spero! Si diceva che la politica (ma più di essa lo fa il sistema politico, il potere di cui quello rappresenta la punta dell'iceberg...di molto più grandi rispetto a quello che investì il transatlantico britannico "Titanic" - e lo affondò, ahimé! - al largo dell'isola canadese di Terranova, nell'oceano Atlantico, alle prime luci dell'alba del 15 aprile 1912) usi spesso le notizie e gli eventi umani a suo piacimento nonché per uso suo e consumo. Lo Stato, a sua volta, manipola l'opinione pubblica servendosi dei mezzi d'informazione, dei media, del web e dei social ad esso connessi. Questa testimonianza è di un ex-detenuto, ora legale, che ho ascoltato nel corso di una trasmissione (egli concedeva una sorta di intervista all'interlocutrice) della emittente Rdio Evasione, mandata in onda lo scorso nove maggio (quindi a diverse settimane di distanza dalle rivolte carcerarie).

  • 30 maggio 2020 alle ore 10:30
    L'AFFASCINANTE ELEONORA

    Come comincia: Alberto, da quando una signora era venuta ad abitare nel suo palazzo ne era rimasto affascinato in modo assolutamente fuori del normale. Ventiseienne, appena laureato in psicologia con studio a pian terreno della sua abitazione cercava di analizzare se stesso, cosa non prevista dai testi della sua materia ma non aveva alcuna voglia di confidare i suoi problemi intimi ad un collega. Per lui  sin da giovanissimo il sesso non era stato mai un problema: di bell’aspetto, palestrato, sempre allegro e sorridente (anche perché era ricco di famiglia) spesso veniva ‘avvicinato’ soprattutto da signore non più giovanissime  scontente delle prestazioni sessuali dei legittimi consorti. Le sue coetanee erano in ‘seconda linea’ in quanto la loro precipua aspirazione era quella di formarsi una famiglia con tanti baby, situazione da lui aborrita, niente legami fissi. Eleonora Messineo, questo il suo nome, quarantenne, divorziata senza prole insegnava lingue al liceo classico Maurolico in Corso Cavour a Messina piuttosto vicino alla loro abitazione in via della Zecca. Per sua abitudine Alberto, allorché sorgeva per lui un problema lo riportava su un foglio di carta cercandone le cause e progettando le soluzioni. Stavolta questo sistema aveva portato l’interessato a conclusioni fuori del normale, si stava incazzando con se stesso. Talvolta incontrava  Eleonora all’ingresso o sulle scale,  un semplice saluto senza attaccar bottone, non era da lui  ma una volta fu la dama: “Mi pare che lei si chiami Alberto Massaccesi, abita al piano sopra il mio, mi sono accorta che ogni volta che mi incontra mi saluta a malapena, ho io qualcosa che non va o lei non ama …i fiorellini’” “Punto sull’orgoglio di maschio: “Gentile signora, immodestamente e per dirla  alla francese, lei mi capirà perché insegna lingue, sono stato e penso di essere ancora un tombeur de femmes!” “Caro il mio tombeur allora sono io che ho qualcosa che non va, non vorrei che mi venissero dei complessi che non mai avuto in questo campo…” “Se ha del tempo vorrei avere un colloquio con lei, di fronte c’è un bar, la bella giornata ci permette di stare fuori.  Dalla targa apposta fuori del mio studio avrà compreso che sono uno psicologo. Recentemente mi è accaduto di qualcosa di anomalo, nel cervello umano c’è un’area che si attiva in risposta a stimoli estetici: una musica gradevole, un paesaggio che incanta, un effluvio particolarmente piacevole, lei lo emana in maniera notevole, è penetrato nel mio cervello e la sua immagine nel mio cuore. Per natura sono estremamente razionale, la situazione non mi piace,  propendo per  una cotta da adolescente qual io non sono più, mi piace essere padrone di me stesso e dei miei sentimenti.” “Le propongo qualcosa di inusuale: andiamo in riva al mare, camminiamo sulla battigia a piedi scalzi tenendoci per mano, penso questa situazione possa potenziare l’empatia fra di noi e regalarci piacere.” I due con la Fiat 124 Abarth spider di Alberto goderono dell’aria che gli scompigliava i loro capelli sino all’arrivo sulla spiaggia di via Marina a Torre Faro, il mare era una tavola, distensivo. Alberto ed Eleonora si trovarono abbracciati e poi si baciarono a lungo, il profumo della donna era sempre più penetrante, profumo di una donna appassionata, piena di amore. Finalmente Alberto si rilassò, si sedettero sulla sabbia, dei pescatori passarono alle loro spalle, erano anziani e portavano a fatica le reti ed il pescato. “Cara questo è quello che mi preoccupa, la vecchiaia, è prematuro pensarci alla mia età ma ricordando mio nonno con l’Alzheimer…” Scaccia i cattivi pensieri, ritorniamo  casa, sono brava in culinaria.” “Si l’avevo notato hai un bel popò!” “E tu sei uno zozzone…a me piacciono gli zozzoni!” Dopo un pranzo che ebbe le lodi di Alberto, i due si sedettero sul divano ed Eleonora all’improvviso abbracciò forte il suo compagno e: “Di solito sono molto riservata, ma con te…d’altronde sei uno psicologo, ti voglio raccontare la mia storia pregressa, niente di piacevole.  I miei sono originari di Grotte di Castro un paesino in provincia di Viterbo, mio padre esercitava la professione di fattore ossia controllava l’operato dei contadini di un signore ricchissimo. Tutto bene sin quando il mio genitore si ammalò, non poteva più lavorare, il suo posto venne preso da un suo collega. Naturalmente niente stipendio per mia madre, io frequentavo il terzo liceo classico a Viterbo, feci appena in tempo a diplomarmi che fui costretta per mandare avanti la famiglia (mia madre era casalinga) ad impiegarmi in uno studio notarile, lo stipendio non era sufficiente per il menage familiare e così  presi una decisione che mi cambiò la vita. Il figlio del proprietario terriero di cui in passato mio padre era impiegato come fattore, (non voglio nemmeno nominare quel cotale), mi faceva una corte serrata, non mi piaceva ma dietro insistenze di mia madre lo sposai. La nostra situazione finanziaria era notevolmente migliorata, abitavamo a Roma, mi sono iscritta all’Università in lingue. Sessualmente mio marito era poco dotato, avevamo rapporti saltuari senza nessuna soddisfazione da parte mia ma ero costretta a sopportare la situazione. Riuscii a laurearmi, ben poche persone alla cerimonia solo il futuro marito ed i colleghi di corso ma ebbi la fortuna di essere assunta al Maurolico. Tutto cambiò quando dovetti recarmi a Grotte di Castro, mio padre era deceduto e mia madre ricoverata in ospedale. Il giorno successivo fu dimessa, le trovai una badante e rientrai a casa nostra a Roma senza avvisare mio marito, male me ne incolse: aprendo la porta della camera da letto uno spettacolo  orripilante: mio marito legato ad una sedia con catene e tre uomini con la testa coperta con un casco di cuoio che lo frustavano a sangue, mio marito un masochista in mano a tre sadici! Mi rifugiai nella camera degli ospiti, dire che ero frastornata era un eufemismo, mi buttai sul letto senza poter dormire, la mattina mio marito era sparito da casa.  Il pomeriggio mi contattò telefonicamente un avvocato delegato dal consorte, venne a casa mia e mi offrì una somma irrisoria per il divorzio consenziente senza addebito. Gli risi in faccia, capii che avevo tutte le carte in mano mia, uno scandalo non era quello  che lui voleva, chiesi metà delle proprietà della famiglia, ci accordammo per un terzo, da quel momento sono venuta ad abitare nel tuo palazzo ed avere la sfortuna di incontrarti.” “A parte il fatto che mi hai abbordato tu…” “Ovviamente scherzavo, all’inizio di un legame, soprattutto con la mia esperienza ci sono  delle perplessità se sia una decisione giusta quella di mettersi insieme con un uomo, non sono ancora decisa…” “Pensaci poco perché in giro ci sono tante tue  concorrenti!” Sul letto grandi baci ed effusioni varie,. “Ti ho detto che hai un bel culo, scusa la volgarità!” ”Si ma da quelle parti non c’è mai entrato nessuno e, sinceramente non sono molto entusiasta di…” “Ti chiederò solo una volta un’informazione personale: sessualmente che facevi con tuo marito?” “Era molto sbrigativo con la gatta, ad entrare nel popò ci ha provato una volta, mi ha fatto un male tremendo, non ha combinato nulla e non ci ha più riprovato.” “Allora sarò il primo!” “Te le puoi dimenticare!” Alberto preferì non insistere, pensò che col tempo la baby avrebbe ceduto, intanto si diede ad un cunnilingus delicato, ci volle del tempo ma quando fece effetto portò la signora ad un orgasmo fortissimo e molto prolungato, forse in vita sua non l’aveva mai provato. Alberto insistette e questa vota l’effetto fu maggiore, Eleonora sussultava con tutto il corpo, Alberto pensò che si sentisse male e smise. Ele si addormentò, il sonno non del giusto ma della spossata, la conquista era fatta! Il giorno successivo era domenica, nessun impegno da parte dei due e così Alberto lasciò riposare la sua ‘fidanzata’ sino a mezzanotte quando si svegliò. Durante il sonno Ele parlava, si agitava talvolta tremava, quando aprì gli occhi, una volta compresa  la situazione,  abbracciò  Alberto: “Sei un mascalzone, mi hai distrutta, in vita mia…” Era piacevole quell’abbraccio, l’abbraccio di una donna favolosa e sicuramente innamorata,  Alberto capì di aver finalmente trovato la compagna della sua vita. Alle dieci un vassoio con una colazione completa, Eleonora aprì gli occhi, se li strofinò: “Mi farai ingrassare!” ma non diede seguito alla sua affermazione e fece piazza pulita di tutto. “Che ne dice di alzare il tuo delizioso popò e di andare a fare la doccia!” “Quello non lo nominare, non te lo do!” Alberto in farmacia aveva acquistato un tubetto di Proctolyn adatto allo scopo, ci sperava tanto…” La vita dei due era cambiata totalmente; dopo il lavoro grandi passeggiate, talvolta in pizzeria o al ristorante, qualche film, insomma due novelli sposi che ancora non avevano programmato il viaggio di nozze. A luglio, finite le scuole, chiuso lo studio i due si recarono con la fida 124 spyder nella costiera amalfitana: Amalfi, Positano, Ravello, posti da sogno, abbracciati per le vie dei borghi i due spesso si baciavano in pubblico, la gente  abituata a ben altro non ci faceva caso. Una notte Ele toccò il viso di Alberto, ovviamente svegliandolo e: “Cosa faresti senza di me?” “Riuscirei a dormire!” Era una battuta, Eleonora lo capì e per ricompensa gratificò il fidanzato di  un blowjob, era diventata molto brava in quel campo! Il 3 settembre, compleanno di Alberto: “Sono indecisa che regalo farti, tu che vorresti?” “Una cosa che non mi hai mai concesso.” La richiesta mise in crisi Ele che solo dietro assicurazione di Alberto di usare il Proctolyn si convinse. Era un mercoledì, giorno di Mercurio protettore di Alberto, il dio pagano dall’Olimpo si mise a fare il guardone. Alberto prima baciò il buchino per ringraziamento e poi, lubrificatolo sino in fondo pian piano riuscì nell’intento toccando con le dita anche il fiorellino procurandoall’interessata un doppio gusto assolutamente inaspettato. La giovin signora da quel momento non fece più resistenza anzi… Ciliegina sopra la torta? I due decisero di sposarsi  non a Roma ma a Grotte di Castro dove viveva la madre di lei la quale, benché sulla sedia a rotelle, fu contentissima che la cerimonia di svolgesse al suo paese anche se al Comune e non in chiesa. Purtroppo dopo la cerimonia un evento luttuoso, la madre di Eleonora, forse per le troppe emozioni fu colpita da un infarto, morì col sorriso sulle labbra, aveva coronato il sogno della sua vita  vedere sistemata sua figlia!

  • 30 maggio 2020 alle ore 0:04
    Volevo avere la mascella volitiva

    Come comincia: Volevo la mascella volitiva Volevo la mascella volitiva, e gli zigomi alti Volevo essere alta e bionda e gli occhi - gli occhi m''andavano bene anche i miei - ma la mascella e gli zigomi e l'altezza no, le volevo diverse. Volevo essere giunonica, una valkiria: frecce nella feretra, dardi pronti a incollare a un albero su per la colletta ogni ignominio, a bloccare ogni ingiustizia. Ogni ingiusto. Volevo la mascella volitiva, e lo sguardo sprezzante e altero di chi ha già vissuto ogni esistenza e codesta la reputa meschina e bassa (come invero è). -Volevo chissà che quando ancora non ero.- Poi mi son scoperta: esil di figura e con il viso circoscritto nell'ovale. Niente zigomi pronunciati e nemmeno mascelle volitive. E neppure amazzone o valkiria o giunonica creatura. Pure mi son scoperta, nell'esile figura di feretra e dardi fornita, e di potenza inaudita nel mio metro e cinquanta. Ho visto che a nulla serve l'estensione fisica per esser presente largamente nella propria esistenza. E che un sorriso, un semplice sorriso (da cuore a labbra) sa raggiungere coscienze e, senza incollarle per il colletto a un albero, le risveglia. Non m'importa più d'avere del corpo l'immagine di quel che realmente sono. La potenza non è certo in ciò che si rappresenta. L'essenza è ben più potente d'ogni visibile fattezza. E io sono quel che tu sei: l'orma che lasci pur se delicata è la tua fattezza. L'armatura non occorre a chi ha presente l'impermanenza della vita, a chi ben sa che l'oggi non sempre si ripresenta. La fallace presunzione di essere l'immagine di sé sognato, è il muro del reale a cui o ci si china (e ci si perde) o lo si scavalca per riunirsi e comprendersi. Ché vivere in ogni visione di sé ed esserne consapevoli, è viversi oltre ogni limitata rappresentazione di sé.

  • Come comincia:  Gli eventi succedutisi in questi giorni e in queste ultime ore (dapprima le dimissioni del Guardasigilli del dicastero di Grazia e Giustizia Fulvio Baldi...- misteriosamente autogiubilatosi, come direbbero in ambito sportivo e più propriamente in quello calcistico, per motivi di salute - al cui posto è subentrato Catalano; dopo le dimissioni di Giulio Romano, Direttore generale detenuti e trattamento del DAP) mi avevano portato a pensare ad un fatto: questo mio articolo, della serie "Diario di bordo", sarebbe stato del tutto inutile perché fuori tempo e quindi fuori luogo. Anche se i ritmi "giornalistici" sono del tutto diversi da quelli della narrativa e della letteratura in genere, non è così. Esso, infatti, nonostante sia accaduto quanto scritto poco sopra, è ancora attuale, anzi, è del tutto attualissimo! Premesso ciò, vado ad incominciare. Elio&le Storie Tese (EELST), notissimo gruppo della scena prog-demenziale italiana, scioltosi due anni orsono, in un loro altrettanto (arci) noto brano del 1996, intitolato "La Terra dei cachi" (si classificò al secondo posto nell'edizione del festival di Sanremo quell'anno, a una manciata di voti dal vincitore, Ron, ma fu premiato dalla critica col premio "Mia Martini" e lanciò il gruppo milanese nell'arengo del main stream nostrano), cantano "Italia sì, Italia no..."; ora, prendendo spunto da quelle parole penso al tormentone che sta avvolgendo (quasi come fosse un tenero afflato amoroso tra due amanti!) la scena politica nostrana: il "caso Bonafede". Il ministro di Grazia e Giustizia è da molte settimane, ormai, nell'occhio del ciclone (probabilmente lo era già da prima che scoppiassero i tumulti all'interno di numerose case circondariali in Italia, quelli che hanno dato vita ad una vera e propria mattanza - penso a quanto successo a San Vittore, ad esempio, a Rebibbia o a Santa Maria Càpua Vètere, nel casertano - e ad un "misterioso" giro di vite che ancora pesa sulle spalle e le coscienze di qualcuno!), o sotto i riflettori al contrario, cioé in senso negativo o per demeriti, potrei benissimo scrivere...in molti (e da più parti) vorrebbero la sua testa: a giusta ragione, ripeto, visti i risultati scarsamente "incoraggianti" messi in opera dal suo dicastero all'interno della compagine di governo contiana. Alcuni, però, incominciando da Graziano Del Rio (così come molti suoi colleghi di partito, del resto), non sono dello stesso avviso. - Se passa la mozione di sfiducia al ministro, crisi di governo! - ha dichiarato il deputato di Reggio Emilia, capogruppo del Partito Democratico alla Camera dei Deputati, alcuni giorni orsono. D'altro canto, c'é chi sostiene che la prassi parlamentare del porre la sfiducia ad un singolo ministro di un governo, sia del tutto inaccettabile (ma anche quella del trasformismo di depretisiana memoria lo era, eppure...intere compagini governative furono costruite basandosi su di essa!). Per mio conto, pur essendo d'accordo, anzi, "d'accordissimo!" (parafrasando la battuta dell'attore americano Chuck Aspegren nella leggendaria pellicola del 1978 "Il cacciatore", del cineasta di origine italica Michael Cimino) nel mandarlo eventualmente a casa (per non dire altro...fuori dalle balle, o meglio: a svernare altrove!), ritengo che tale provvedimento, nel caso venisse attuato, altro non possa essere che la classica "foglia di fico" che servirebbe solo a (ri) coprire la situazione drammatica (ovvero: stendervi sopra un velo pietoso!) che da tempo vige, oramai, all'interno delle case di pena italiane e, più in generale, intorno al "pianeta giustizia" (sembra quasi che sia un asteroide, o un monolito a sé stante più che un pianeta: quando tutto e tutti sono rivolti, o almeno dovrebbero esserlo, a rigor di sacra logica, alla cosiddetta "fase due", post-quarantena, esso parrebbe rimasto ancorato a quella uno!); ne la nomina, ad inizio maggio, di Bernardo Petralia, subentrato al dimissionario Basentini come nuovo direttore del DAP (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria: ovvero, uno dei quattro dipartimenti in cui si suddivide il dicastero della Giustizia), sembra sia servita a placare le polemiche e a migliorare le cose. Ad esempio, l'ex procuratore antimafia Roberti ha dichiarato: - Discrezionalità non significa opacità. Bonafede spieghi la mancata nomina di Di Matteo! (la risposta, probabile, sta nel fatto che Di Matteo appartiene a una "cordata" diversa da quella del ministro: a quella di Davigo!). Ed ancora, Del Mastro (FDI): - Bonafede revochi incarico al capo del Dap Bernardo Petralia!; Di Pasquale, del SIPPE (Sindacato Polizia Penitenziaria): - Polizia Penitenziaria sia alle dirette dipendenze del Ministero dell'Interno, basta dipendenza dal Dap! (certo, - mi viene da dire, - come se al Viminale non abbiano già abbastanza grane tra cui dimenarsi o gatte da pelare! Le piante di vimini, o Salix Viminalis, come le chiamavano i nostri antenati latini, che prima popolavano quel colle - uno dei sette colli storici capitolini - non ci sono più...notizia di appena due giorni fa, infatti, parla dello sbarco di ben quattrocento migranti a Palma di Montechiaro, nell'agrigentino, e all'interno di strutture "lager" come i CPR - Centri per il rimpatrio - e i CDA - Centri di accoglienza - quella gente non se la passa per il meglio: anzi, al contrario, vive situazioni di estrema vulnerabilità - tanto sanitaria, quanto psicologica e psichiatrica -, accentuate dalla pandemia in atto, come denunciato di recente anche da Amnesty International); - la senatrice Piarulli, direttrice del carcere di Trani, (dichiarazione estrapolata dal blog "Penitenziaria.it") e Bonafede ci hanno abbandonati! - tuonano in coro i Poliziotti Penitenziari. E dire che tutto il train train era esploso, agli inizi del mese di marzo, a causa (o, chissà, per merito, sarebbe opportuno scrivere!) del sorgere subitaneo ed inaspettato (forse, però, non più di tanto...ma questa è tutta un'altra storia!) della pandemia di covid. Ma ancora, penso, che meglio sarebbe usare la parola "riesploso", in questo caso, visto che quella delle carceri e della giustizia è una malattia (pardon una questione) che affonda le sue radici ben più lontano nel tempo di alcune settimane o mesi, è una questione - per così dire - atavica (per mio conto e, probabilmente, anche secondo giuristi e storici ben più preparati di me sarebbe sorta già all'indomani della proclamazione dell'unità d'Italia, al pari della cosiddetta "questione meridionale", di ben altra natura!), senza dubbio annosa; e visti, inoltre, i tanti problemi che girano attorno ad essa (sovraffollamento, condizioni di insicurezza e promiscuità dei detenuti, lentezza burocratica dei procedimenti nelle aule di giustizia, personale in perenne difficoltà per minor numero, obsolescenza e fatiscenza delle strutture carcerarie, assenza di garantismo, etc.). Andando a ritroso nel tempo, non posso fare a meno di pensare (o ripensare) alle rivolte degli anni settanta ed ottanta...una stagione di "fuoco", quella: dei "comitati di lotta", delle innumerevoli (più che numerose) rivolte carcerarie in ogni angolo del paese, da nord a sud sino alle isole; da San Vittore a Rebibbia, dalle Nuove di Torino all'Asinara (nell'ottobre del 1980), da Porto Azzurro (nel 1987) a Trani (ancora nel 1980 e nel 1986); quella dell'istituzione delle "supercarceri" o di massima sicurezza (tra cui Trani, appunto), per far luogo e sopperire, in certo qual modo, al pericoloso mix tra detenuti comuni da una parte e terroristi e "politici" dall'altra (ma i "comitati di lotta" videro un affratellamento di entrambe le compagini: una lotta per la comune causa, appunto!). Nei giorni scorsi mi è capitato di leggere alcuni resoconti su vecchi numeri di giornale. Tra questi
    un articolo (sulle righe della Stampa, nell'edizione locale dell'alessandrino), datato maggio 2014, che rievoca la vicenda di cronaca della rivolta di Alessandria, appunto, a quaranta anni di distanza. Quel fatto, avvenuto nel maggio del 1974, proprio alla vigilia della tornata elettorale referendaria dedicata all'approvazione o abrogazione della legge sul "divorzio", provocò ben sette morti. Oppure, sulla edizione de il Tirrenogelocal.it di Piombino-Elba, la notizia relativa alla vicenda di Porto Azzurro, nell'agosto-settembre del 1987, appunto: sei detenuti tennero in ostaggio trentasei persone per otto giorni, nei locali dell'infermeria del carcere. Nei mesi scorsi (eravamo a dicembre o giù di lì) m'è capitato anche di leggere la recensione di tre libri che trattano l'argomento carcere-giustizia in maniera estremamente interessante, a tutto tondo e da ogni punto di vista ed angolazione: dall'ingiustizia del sistema carcerario alle storie di coloro che entrano a farvi parte dal "verso" sbagliato, per così dire, sino alla possibiltà di svoltare, una volta fuori, e di cambiare la propria vita (o per lo meno cercare di farlo). Ma mi domando: è veramente possibile farlo? Oppure le ripercussioni di quella esperienza lasceranno il segno indelebilmente dentro chi l'ha vissuta? Ed ancora: è pronta la società ad accogliere (o riaccogliere) e ad accettare il "figliol prodigo" che si era smarrito? I tre libri in questione sono i seguenti: "La coscienza e la legge", scritto a quattro mani (come suol dirsi) da Vincenzo Paglia e Raffaele Cantone e "La giustizia. Roba da ricchi", scritto da Elisa Pazé, sono entrambi editi dalla casa editrice barese Laterza (notissima per la sua ricca sequela di pubblicazioni dedicate alla politica ed alla storia: in questi giorni mi è capitato di rileggere alcuni passi di "Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896", due volumi fiume - più di ottocento pagine di scritti interessanti e ricostruzioni storiche appassionate ed appassionanti - ad opera di Federico Chabod); l'altro, invece, si intitola "Liberi dentro. Cambiare è possibile, anche in carcere" ed è pubblicato dai tipi della Infinito Edizioni. Ora mi domando: come si misura il grado di civiltà di un Paese, di una Nazione, di uno Stato? Gandhi sosteneva che esso è dato dal modo in cui vengono trattati gli animali (in particolar modo i cani), all'interno di essi. Altri, invece, (tra questi Voltaire e Dostoevskij) che lo si faccia essenzialmente attraverso la condizione delle carceri, ovvero lo stato di "vivibilità" ed "umanità" concesse ai detenuti all'interno delle stesse...uno specchio sincero, insomma, molto spesso dovrebbero essere quei luoghi, sebbene a volte (anzi, quasi sempre) sia anche impietoso! Antonio Salvati è l'autore della recensione dei libri in questione, effettuata sulle righe del blog globalist.it. Parlando del primo libro scrive: - Non sono pochi i libri che trattano la centralità della questione carceraria, relativamente alla consapevolezza dello strettissimo rapporto che lega la condizione delle carceri alla qualità civile di una società. L'indifferenza (o l'ingiustizia) nelle carceri, - afferma il blogger, - significa anche indifferenza (ingiustizia) della società verso la persona umana sostiene Vincenzo Paglia nel volume scritto con Raffaele Cantone. Malgrado il sovraffollamento continui a provocare degrado della vita e della dignità dei detenuti, siamo ben lontani da una soluzione soddisfacente, eppure i padri costituenti tracciarono con estrema chiarezza che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato" (art. 27 della Costituzione), definendo, inoltre, la proporzionalità della pena col crimine compiuto. E' opportuno il richiamo di Paglia alla nota affermazione evangelica: "ero carcerato e siete venuti a visitarmi" (Matteo, 25,36). Sono poche parole - scrive Salvati, - che hanno segnato in profondità milioni di credenti, di carcerati ed anche la stessa storia civile. Sono le parole con cui Gesù in certo modo chiuse la sua stessa vicenda terrena. Ora mi preme dire, anzi, devo ribadire d'esser senz'altro ateo (a volte, però, mi autodefinisco un "agnostico fervente") ma penso che quanto accaduto all'indomani delle rivolte carcerarie dello scorso marzo, scoppiate in numerose sedi penali d'Italia, abbia men che nulla a vedere con l'affermazione della giustizia e col richiamo al vangelo di cui parla (scrive) Paglia nel suo libro. Infatti, benché se da un lato le guardie carcerarie, affermando di essere state lasciate da sole dallo Stato (la loro versione ufficiale e le loro dichiarazioni, estrapolate da Pianeta carcere, sono da me riportate nella prima parte del presente articolo), si siano in pratica autoproclamate e sentite come le "vittime" (e no i carnefici!) di quelle circostanze e in quei frangenti, dall'altro sembra che abbiano trascurato un particolare di non poco conto, o meglio ancora lo abbiano volutamente tralasciato: l'azione repressiva, messa in atto da loro a suon di pestaggi e ritorsioni all'indomani di quei tragici eventi, (anche su coloro che non avevano preso parte alle azioni rivoltose) fu compiuta in maniera quasi scientifica e premeditata...possiamo dire che non si fece attendere né ebbe modo di non farsi sentire sulle spalle (ed anche altrove, probabilmente!) degli inermi detenuti. E non importa se lo Stato fosse (o meno) al corrente di quanto succedeva nelle carceri in quei momenti (prima e dopo le rivolte), non importa se vi fossero (o meno) i garanti a vigilare (ma quelli non possono essere materialmente sempre presenti ed ovunque!) sulle condizioni di legalità ed illegalità vigenti; ed infine (e soprattuto, aggiungerei) non importa che quindici detenuti abbiano perso la vita in maniera "analoga" (anzi, analogamente sospetta, direi proprio!): intossicazione da psicofarmaci volontaria! E' curioso sapere, quando anche sia di primaria importanza, che le rivolte di cui sopra nacquero proprio da dei motivi indiscutibilmente lampanti e da una paura giustificata da parte dei detenuti, diffusasi un po' ovunque in Italia e non solo (Covid-19: "In prigione l'ansia è reale, siamo nel vuoto!", titolava il 13 marzo scorso Chloé Pilorget-Rezzauk sulle colonne di Libération, quotidiano francese, a dimostrazione che timori e paure all'interno delle carceri fossero un problema universale!), a macchia d'olio o come un vero e proprio effetto domino (tengasi presente, per rendersene conto, lo tsunami che si verifica in mare subito dopo un terremoto devastante avvenuto sulla terraferma!): la mancanza delle condizioni di sicurezza (attendibili testimonianze hanno raccontato che gli agenti della penitenziaria, all'interno di molte carceri, non fossero protetti con i dispositivi necessari e men che meno lo fossero i detenuti, ammassati nelle celle...in balia d'un eventuale contagio!), e la sospensione dei colloqui con i congiunti (ricordate ora le parole scritte da Paglia nel suo libro, di cui racconta Salvati nella recensione dello stesso? "Restituire al carcere quel senso di umanità descritto - invocato - dalla Costituzione...di salvare sia la dignità per i detenuti sia la speranza di una loro futura redenzione"; e ancora:"ero carcerato e siete venuti a visitarmi", dal vangelo di Matteo...appunto!). Le condizioni di invivibilità all'interno delle carceri (mi riferisco, soprattutto, al sovraffollamento) non sono, tuttavia, cosa nuova né prerogativa di questo recente lasso di tempo, caratterizzato dagli eventi noti: questa situazione è giusto al più "endemica" (un fatto endemico che sussiste, direi, in maniera pregressa, cioé, a prescindere dall'evento pandemico: sembra quasi uno scioglilingua della Polinesia francese, o, chissà, l'intercalare tipico degli abitanti dell'isola di Vanuatu!), paritariamente alla carenza di personale che vige all'interno delle carceri stesse (e non mi riferisco solo alla polizia penitenziaria, ma anche agli assistenti ed al personale medico e paramedico), come all'interno dei tribunali e delle aule di giustizia; e ciò, ovviamente, non può che ripercuotersi in modo negativo, a mio avviso, sul funzionamento della giustizia stessa. La scorsa estate, mentre passeggiavo per le vie della mia città, mi capitò di leggere, fuori da un'edicola, il titolo d'un quotidiano (non ricordo se fosse esso cittadino, regionale o nazionale, né mi sovviene, ora, se si riferisse a qualcosa capitata nella mia città, nella mia regione o in altra parte d'Italia) che suonava più o meno così: "ventiquattro mesi d'attesa per una sentenza civile!". A dir poco scandaloso, direi, se no addirittura obrobrioso: lo è, infatti, se si pensa alle lungaggini processuali relative a una procedura penale; non oso neanche immaginare quali possano essere i tempi d'attesa in quell'ambito (anche tenendo conto delle carenze di organico all'interno delle aule di giustizia e dei tribunali, come scritto sopra; nonché, talvolta, del fatto che i documenti processuali da consultare - i cosiddetti atti indagatori - risultino a dir poco infiniti!). Ma la situazione "giustizia" (o meglio, del pianeta giustizia), mi domando ora (concedendomi una piccola divagazione sul tema, anzi, dal tema): non è la stessa (e le similitudini, ovvero i parallelismi, credetemi, non sono fuori luogo: tutt'altro!) di quella della sanità e della salute pubblica? Oppure di quella del comparto scuola ed istruzione in genere? Direi proprio di sì: la recente pandemia ha messo a nudo, anche in quel settore della vita nazionale le carenze strutturali e di organico preesistenti da diversi decenni (senza contare, poi, il lassismo delle istituzioni locali e nazionali, di cui ho detto in altro articolo, e su cui peserebbero non poche responsabilità in relazione agli eventi tragici succedutisi di recente!); inoltre,  al momento in cui scrivo il presente articolo, è da far notare come leggo contemporaneamente notizia d'una possibile agitazione, preannunciata per le prossime settimane, degli insegnanti e del personale scolastico, la quale renderebbe impossibile la messa in atto del previsto "ultimo giorno" di scuola, preventivato dal governo. Ma torniamo sul pianeta terra...pardon al pianeta giustizia, appunto, a quel variegato (immenso) macrocosmo. Si diceva che molte volte, nel corso degli ultimi anni, la difficile situazione è stata oggetto di denuncia da parte di varie associazioni, in primis Antigone. La suddetta, nacque nel 1991 proprio sull'onda delle rivolte di cui scritto. Dal 2006 sono oltre novanta gli osservatori (uomini e donne) autorizzati a entrare nelle carceri italiane (non tutte, però) con prerogative paragonabili a quelle dei parlamentari; si affiancano di solito (una volta all'anno, almeno), ai componenti dell'Osservatorio Carcere (che fa capo a un responsabile di Giunta e ad un gruppo di lavoro esterno ad essa ma da essa nominato) a cui, tra gli altri compiti, compete quello di monitorare la situazione carceraria con visite periodiche negli istituti di pena. Nelle settimane delle rivolte, però...neanche a costoro è stato permesso entrare nelle carceri: chissà, perché, mi domando? Torniamo ad Antigone. Negli ultimi rapporti stilati dall'associazione (quello dello scorso anno e di inizio 2020) è stato denunciato, in primis, il problema dell'affollamento ed al tempo stesso quello del netto calo dei reati. Ma come mai, si domanderanno in molti, vige questo sacrosanto controsenso? Ebbene, la risposta alla domanda è ancor più sacrosanta della domanda stessa: la lunghezza delle pene e, soprattutto, dei processi (oltre il 30% dei detenuti, infatti, sono "ospitati" dallo Stato senza essere stati giudicati neanche in primo grado; mi viene in mente, ora, un famosissimo film di Nanni Loy, del 1971 - Detenuto in attesa di giudizio - in cui Alberto Sordi diede vita alla più bella performance drammatica della sua carriera; mi vengono in mente anche le dichiarazioni rese dagli avvocati nei giorni scorsi: - le sentenze lunghe, ovvero l'attesa lunga per una sentenza, è come una pena anticipata per chiunque!). Il sovraffollamento, si diceva, tocca le carceri di tutta Italia (tranne Sardegna e Marche, a dire il vero) perchè su tutto il territorio nazionale viene sistematicamente violato il parametro minimo dei tre metri quadri pro capite (per detenuto s'intende) stabilito dalla corte europea di Strasburgo: oltre quel parametro, infatti, si parla di condizioni inumane e di palese violazione dei diritti umani. Quì, di seguito, propongo due lettere a corredo di quanto scritto; ritengo siano una validissima nonché esplicativa testimonianza.     
     - Lettera dal carcere di Ancona (datata 14 febbraio 2020).
     Mi chiamo Faris e da ormai dieci giorni sto facendo lo sciopero della fame, che avevo già fatto in precedenza, per protestare contro un provvedimento di espulsione e per la condizione del carcere di Montacuto e contro alcuni fatti che nel corso della carcerazione ho visto coi miei occhi. Il giorno 5/1 mi sono anche dato fuoco davanti ai vari assistenti che non hanno fatto nulla per spegnermi e per questo devo solo ringraziare i  miei compagni di sezione, che mi hanno aiutato anche con delle medicazioni improvvisate che non ho ricevuto, per contro, dall'infermeria del carcere. Per questo motivo in seguito mi sono scagliato contro il personale di custodia. Come dicevo sopra, ho visto molte cose, sono quì da cinque anni e ho lavorato per molto tempo al MOF. Questi fatti che vi elencherò li ho detti durante un incontro davanti a tutti i detenuti, al comandante e al garante che erano lì presenti, e in occasione di una violenza a Perugia, al giudice che ha verbalizzato le mie dichiarazioni spontanee. Saluti fascisti che un sovraintendente è solito rivolgere a Traini Luca, il quale, proprio in virtù di questa approvazione gode di tanti privilegi in questo carcere, come ad esempio la cella singola. Lo stesso sovraintendente con il suo seguito è solito riservare ai detenuti stranieri e di colore un particolare trattamento fatto di abusi e pestaggi e talvolta torture quando può usufruire dell'isolamento come ho potuto vedere e sempre mentre giravo per il carcere. Inoltre, molti altri detenuti possono testimoniare con me il fatto che sempre lo stesso sovraintendente nell'ufficio del preposto alla rotonda, teneva nascosta una mazza rudimentale con su scritto "Terapia", che ovviamente portava con sé nelle sue azioni, che in occasione di altre tensioni ha usato un "taser" su un detenuto, trascinandolo poi per terra e continuando ad infierire su di lui (nota personale: il taser è la cosiddetta pistola elettrica, secondo una dicitura semplicistica; su wikipedia, enciclopedia universale del web, è scritto: "acronimo dell'inglese Thomas A. Swift's Electronic Rifle, fucile elettronico di Thomas A. Swift, cioè, di colui che lo ha ideato e brevettato, noto anche come storditore o dissuasore elettrico". Esso è stato adottato in fase sperimentale in dodici città italiane, tra l'estate-autunno del 2018 e giugno 2019, il suo uso sperimentale avrebbe dato esito positivo, secondo il parere corrente...molti punti oscuri vigono, però, sopra la sua "testa" e circa il suo utilizzo: organizzazioni indipendenti come Onu e Amnesty hanno espresso pareri del tutto contrari ad essa/esso, basandosi sulla casistica - spesso letale - del Canada e degli Stati Uniti; io stesso - lo scorso anno - ho firmato un appello lanciato al proposito da Amnesty per scongiurarne l'utilizzo ad opera delle forze dell'ordine in Italia; lo stesso Garante dei detenuti, nel gennaio scorso, ha sostenuto che "il taser è giustificato solo in un ambito limitatissimo dei casi!"). Altre volte in quinta sezione sono stati usati da parte delle guardie gas o spray al peperoncino. Inoltre, ho visto che in certe occasioni a detenuti di colore chiusi in isolamento veniva sputato sul piatto, per non parlare poi di alcuni detenuti che hanno usufruito facilmente dell'articolo 21 proprio in virtù del fatto, da quanto lui stesso dichiarava, per essere amico del comandante in quanto figlio di un appartenente delle forze dell'ordine. Trattamento che non è riservato a detenuti che fanno il loro percorso per anni e anni, osservando un buon comportamento e che poi si vedono sorpassare dai vari confidenti del carcere, che possono usufruire di benefici altrimenti inesistenti per il resto della popolazione detenuta. Ho iniziato il mio sciopero il giorno 9/1 ma hanno iniziato a visitarmi solo dal 14/1, non curandosi del fatto evidente che avevo iniziato molto prima, oltretutto dopo il giorno che mi sono dato fuoco mi sono cucito la bocca. Tutti i miei compagni sanno questo fatto che il carcere sembra ignorare. Ho saputo che forse avete degli avvocati a disposizione i quali possono sostenermi in questa lotta e avrei bisogno della vostra vicinanza e del vostro supporto per portare alla luce questi misfatti che avvengono all'interno di queste mura. Aspetto vostre notizie se potete contattarmi. Vi ringrazio. Faris Hammami (da: una lettera inviata all'Osservatorio Repressione).                                                                                                               

  • 23 maggio 2020 alle ore 9:36
    L'AMANTE SPAGNOLA

    Come comincia: Calmette e Guérin erano due scienziati francesi che nell’ottocento avevano scoperto dei bacilli che poi portarono il loro nome. Cosa c’entrava Alberto, trentenne, maresciallo della Guardia di Finanza con questi due signori? Purtroppo c’entrava, dall’analisi delle sue urine era risultato un K, lettera eufemistica sostitutiva quella parola che fa paura: tumore, nel suo caso alla vescica. Ricoverato d’urgenza all’Ospedale Papardo di Messina Alberto aveva taciuto alla convivente Françoise la gravità della situazione, inutile allarmarla. Il maresciallo aveva conosciuto la francese alta, bionda molto fisicamente appariscente  mentre d’estate comandava il distaccamento di Panarea nelle isole Eolie, dal rapporto puramente sessuale il loro era diventato un rapporto affettivo tanto da andare ad abitare insieme a Messina in via Consolare Pompea. Françoise amava molto il mare, era nata a Marsiglia e già da piccola era una sirena sia fisicamente che come nuotatrice, di professione era insegnante di lingue: oltre al francese ed all’italiano conosceva anche il tedesco, Alberto era riuscito ad inserirla in una scuola privata. La baby in arte culinaria non era una particolarmente dotata, Alberto le aveva insegnato l’ABC della cucina italiana oltre a mettersi lui stesso ai fornelli. Nello stesso piano abitava una certa Barbara titolare di una palestra, alta, bruna, muscolosa e dallo sguardo penetrante. Alberto in passato aveva provato più volte ad ‘avvicinarla’ ma senza successo, dal suo corteggiamento aveva ricavato solo qualche sorriso che non aveva alcun significato pratico se non: ‘non te la do!’. Françoise era andato a trovare varie volte Alberto in ospedale guidando la sua auto A.R. Giulietta (era brava anche nella guida) ricevendo ogni volta assicurazione sulla sua salute. Finalmente il giorno della operazione chirurgica, andata a buon fine. Il dottore tale Salvatore Rotondo l’aveva rassicurato circa il suo futuro, doveva solo sottoporsi a delle fastidiose infiltrazioni alla vescica attraverso il pene, il germe che l’aveva colpito si chiamava Calmette Guérin  dal nome dei due scienziati francesi che l’avevano scoperto. Un pomeriggio Alberto fu autorizzato alla dimissione dal nosocomio, volle fare una sorpresa alla francese e si fece accompagnare a casa del chirurgo col quale aveva preso confidenza. Nell’aprire la porta di casa sentì una musica francese, la vie in rose, niente di particolare se non che la musica faceva da sottofondo alle prestazioni sessuali di Françoise e di Barbara sul letto matrimoniale, Alberto aveva scoperto il motivo del diniego alle sue proposte sessuali da parte di Barbara, non amava i ‘piselli’ ma i ‘fiorellini’.  Trambusto da parte delle due, Alberto mise in mostra ancora una volta il suo spirito romanesco: “Che ne dite di un trio, è il numero perfetto!” Barbara dimostrò di non essere d’accordo, si vestì alla meno peggio e rientrò di corsa a casa sua. A cena Françoise dichiarò di essere anche lei omosessuale, fine della storia con Alberto, il giorno dopo prese il treno e rientrò in Francia. Il bel maresciallo in licenza di convalescenza ogni settimana doveva sottoporsi al fastidioso lavaggio ella vescica, infermiere era un certo Calogero simpaticissimo che cercava di sminuire il fastidio di quelle operazioni con battute salaci.  Un giorno al posto di Calogero di presentò una ragazza decisamente piacevole, alta bruna, tipo  mediterraneo niente affatto sorridente, evidentemente aveva i suoi problemi. “Sto aspettando Calogero, è lui che dovrebbe…” “Sono Erica Galliego, sostituisco Calogero è stato trasferito al Pronto Soccorso, si metta sulla lettiga a pancia in su.” Alberto era rimasto interdetto, farsi prendere in mano ‘ciccio’ da una donna non per motivi erotici lo metteva in imbarazzo. “Signore dopo di lei ci sono altri pazienti…” Alberto chiuse gli occhi ma capì che ‘ciccio’,  sentendo odore di ‘topa’ si era eretto in tutta la sua altezza. “Signore faccia il bravo, in queste condizioni non posso operare, il suo pene deve essere a riposo.” Alberto celiò: “Ciccio’ a cuccia!” Naturalmente ‘ciccio’ non accettò il comando e restò altezzoso a godersi la scena. “Signore vada in bagno, se lo lavi con l’acqua fredda e poi ritorni.” Erica non si perse d’animo, andò al frigorifero, prese dei cubetti di ghiaccio, li mise in una scodella e: ”Provi con questo!” A questo punto ‘ciccio’ capì che non c’era ‘trippa pè gatti’ e si ritirò in buon ordine. Dopo l’operazione Alberto si rivestì e: “Chiedo scusa, ovviamente non l’ho fatto apposta, la prossima volta…” La volta successiva accadde la stessa storia, ‘ciccio’ non aveva imparato la lezione e finì nel ghiaccio, stavolta la lezione gli era bastata infatti alla successiva infiltrazione si presentò in ‘abiti dimessi’. “Vedo che il signorino ha imparato la lezione!” “Lui si ma il padrone no, che ne dice di pranzare insieme?” “E ti pareva che lei non ci provava, el caballero se quedará en blanco, penso non debba tradurre la frase.” “Lei non ha fatto i conti con la mia antica stirpe, i Romani conquistarono il mondo, io sono un loro discendente. La prenderò per la gola nel senso di invitarla al miglior locale di Ganzirri dove preparano piatti favolosi di pesce annaffiati col Verdicchio dei Castelli di Jesi da me fornito!” “Lei è fortunato, io mio stomaco sta gorgogliando e poi amo molto il pesce, nel menù dell’Ospedale si vede poco, mi faccia finire il mio lavoro e poi la seguirò al ristorante, ripeto al ristorante!” Tutte le storie hanno un inizio, Alberto sperò che avesse anche un seguito, la baby ne valeva la pena. Dopo circa un’ora si presentò Erica vestita in minigonna nera e in camicetta rosa era uno schianto, coi tacchi era più alta di Alberto.” “Lei bara, io sono senza tacchi!” “Non è per caso che lei…” “Ci mancherebbe altro e poi lei stessa ha potuto constatare…andiamo dentro, Rosario è stato avvisato. Erica si presentò con un sorriso e con: “Buenos días segñor Rosario.” “Alberto ti dai alle estere, l’ultima…” “Che ne dici di farti i famosi cazzarelli tuoi, ho tanto magnificato la tua cucina, datti da fare!” Rosario si era ritirato in buon ordine, capì che la sua battuta era fuori luogo. Si face perdonare con un brodetto in cui galleggiavano pesci di ogni specie, seguiti da altri pesci al cartoccio e, pistolotto finale da due aragoste già tagliate a metà. “Vedi cara il perché di quelle targhe Michelin all’ingresso del locale…un applauso al padrone.” Pranzo offerto da Rosario, Alberto sapeva come compensarlo in sede di verifica fiscale.“Col pancino pieno le cose sembrano diverse vero cara?” “Chi ti ha dato il permesso di darmi del tu?” “Noi romani siamo espansivi e non ci piacciono le distanze, c’è un detto romanesco che dice: “Tre palmi sotto il mento ce stá un bel monumento, nel caso mio due palmi!” Erica sorvolò su quella frase anche perché non l’aveva capita. “Adesso mi inviterai a casa tua come da prassi!” “Voglio essere originale, col tuo permesso andremo a digerire all’ombra di un cipresso (non quello confortato dal pianto)  nella pineta di Ostia. Anche questa citazione non era stata percepita da Erica che alla vista di Alberto che tirava fuori dal bagagliaio una coperta per metterla a terra…”Sei organizzatissimo, aveva ragione Rosario…” “È solo per evitare le formiche, da queste parti mordono come leoni!” “Che fantasia!” Erica dovette ricredersi quando delle formiche guerriere diedero ragione ad Alberto addentando un braccio di Erica. “Cacchio avevi ragione, forse è meglio andare a casa tua, dove abiti?” In via Fata Morgana.” Con la Giulietta di Alberto i due giunsero a destinazione, al quinto piano l’alloggio del signore, inaspettatamente Alberto prese in braccio Erica e così varcarono la soglia di casa. “Ti ringrazio del gesto ma ancora non hai capito che ‘non c’esce niente con me!” “Spero che tu non sia come la mia precedente compagna che ho  trovato nel mio letto con un’altra donna!” “Assolutamente no, se me la sento ti racconterò la mia storia, per ora godiamoci un po’ di musica, mi raccomando un lento…” “Posso approfittarne per abbracciarti con la scusa di ballare?” “Sono volgare se ti dico che hai la faccia come il culo?” “Con quella bocca puoi dire quello che vuoi, è una vecchia reclame di un dentifricio.” Musiche non più di attualità come quelle di Fred Bongusto, Frank Sinatra e simili si diffusero nell’aria creando una atmosfera romantica, mentre stavano ballando Alberto si accorse che Erica stava piangendo. Le lacrime femminili erano un punto debole di Alberto, strinse ancora più a sé la spagnola che gli chiese di sedersi sul divano. Ci volle del tempo prima che Erica ‘chiudesse le saracinesche’ degli occhi e cominciasse a sfogarti. “Io sono a Messina perché a Barcellona ho conosciuto un uomo affascinante, elegante, ricco. Mi ha detto di essere divorziato e dopo qualche giorno mi ha proposto di venire a Messina. Già da allora ero infermiera in una casa di cura privata, dietro molte insistenze del cotale lo seguii ed andai ad abitare sola in un’abitazione in via Cannizzaro, il signore che chiamerò Mario Rossi si scusò di non potermi  portare a casa sua perché la madre era molto possessiva e non voleva che suo figlio di sposasse di nuovo, niente figli. Io volli a tutti i costi essere finanziariamente indipendente e Mario mi procurò un posto di infermiera al ‘Papardo’ . Una collega dopo un po’ di tempo di disse la verità su  quel…, era sposato con due figli, la moglie era ricca e certamente lui non l’avrebbe lasciata, io dovevo fargli da amante a vita. Quando venne a casa in via Cannizzaro gli feci una scenata tremenda, molti si affacciarono alle finestre, Mario sparì di corsa dalla circolazione, era conosciuto nella Messina bene, unico suo  ricordo una cinquecento che nel frattempo mi aveva regalato, fine della storia.” “A questo punto penso che tu sia stata fortunata, la venuta in Italia ti ha portato alla conoscenza di un signore ‘povero ma bello’ come da titolo di un film, che ne dici?” “Per ora sono confusa,   mangio in mensa all’Ospedale, per la notte ho preso in affitto una stanza con servizi dove di solito soggiornano i parenti dei ricoverati.” “Se vuoi risparmiare l’affitto c’è una soluzione!” “Non ti offendere per ora non me la sento, la mia storia mi ha tanto colpito da portarmi ad odiare la classe maschile.” “Se per te va bene posso diventare gay…” “Non scherzare, non ti ci vedo proprio ma se e ripeto se diventassimo intimi ‘ciccio’ si alzerebbe di nuovo e non riuscirei a farti le infiltrazioni…

  • 23 maggio 2020 alle ore 9:04
    Diario di bordo - Quante volte?

    Come comincia:  In queste settimane di "quarantena forzata" spesso mi sono posto questa domanda: - Quante volte, nel corso della storia, è morto il "sogno americano"?
    Per quelli come me, che da sempre sognano l'America è un fatto importante, questo (un viaggio negli States, coast to coast, come si diceva una volta, fatto magari...in sella ad una moto stile "Easy Rider", di quelle con la forcella maxi a tutto spiano e in bella mostra, su cui evoluivano Peter Fonda e Dennis Hopper nelle scene del film omonimo datato 1969 - paradossalmente, quella pellicola rappresenta una testa di ponte, un caposaldo dell'antiamericanismo e del suo mito o dei suoi miti - o meglio a bordo di un "Greyhound", i famosi autobus che non hanno eguali al mondo e con cui si possono raggiungere i più sperduti angoli di territorio americano toccando paesini sconosciuti a gran parte degli abitanti negli States, in lungo ed in largo, da ovest ad est, dal versante canadese a quello della Louisiana, di fronte al golfo del Messico o della Florida, di fronte all'oceano Atlantico: lo avevo progettato più volte, intorno agli anni 1982-84; ma poi...le cose vanno come non dovrebbero andare, a volte!). Forse, chissà, quel sogno è morto prima ancora di cominciare: nel settembre del 1620 quando i pellegrini calvinisti e puritani europei (in gran parte olandesi e britannici) approdarono sulle coste del Massachusetts portandovi un assaggio di vecchio mondo... ma così estirpando, già da allora, lo spirito ancestrale di quei luoghi. Appena settanta anni dopo da quello sbarco (intorno al 1690, anno più anno meno!) vi fu la caccia alle streghe e quelle persecuzioni, culminate nei processi successivi, ispirarono lo scrittore Nathaniel Hawthorne, uno dei grandi del cosiddetto realismo fantastico americano (insieme a Longfellow ed allo stesso Thoreau), nella stesura delle sue due massime opere: "La lettera scarlatta" e "La casa dei sette abbaini". E' da dire che Hawthorne nacque proprio a Salem, dove vi furono quelle persecuzioni e quei processi, e che quella casa, nella sua città natale, esiste per davvero: si chiama House of Seven Gables, appunto, si trova sulla Chestnut Street, che gli abitanti del luogo giudicano essere una delle più belle strade al mondo, fu costruita nel 1668 da Samuel McIntire ed è oggi un museo aperto tutti i giorni fino alle sedici e trenta pomeridiane (notizie, queste, tratte dalla mitica guida Pan-Am, edizione 1981, che comprai l'anno seguente nella libreria "Leone", sita allora in via Di Palma, in pieno centro cittadino, a Taranto e senz'altro, per decenni, la più fornita della citta: in vista, appunto, di un mio possibile tour negli States!). Ma di quei processi e di altre questioni religiose connesse con la "stregoneria" si occuparono, nei loro scritti, anche i membri della dinastia dei Mather, che sono contemporanei a quelle vicende storiche (il capostipite fu Richard: gli altri, fratelli e cugini, furono Increase, Joseph Cotton e Samuel) e che inaugurarono, in seguito, la stagione del genere biografico-religioso-storico-letterario; ed infine il commediografo Arthur Miller, il quale nella sua commedia "Il crogiuolo", del 1953, volle incarnare nei processi alle streghe del New England la vicenda del maccarthismo, di cui egli stesso fu in seguito vittima: quella messa in atto dal senatore repubblicano Joseph Mc Carthy fu una caccia alle streghe di ben più vasta portata rispetto all'altra (la cosiddetta "Red Scare", fu chiamata; la paura rossa legata a una fantomatica invasione cinese o comunista in genere, ai tempi della guerra statunitense in Corea del Nord), e rappresenta anch'essa una delle pagine più ignobili, oscure ed ingloriose della storia statunitense. Ma torniamo alla retta via (quella cronologica e sequenziale) del nostro racconto. Il sogno americano è morto tra il 1860 ed il 1890: la stagione della efferata caccia al bisonte, della nascita della ferrovia e delle guerre indiane. Paradossalmente, in quel contesto storico e in quelle vicende legate ad esse, quel sogno morì proprio con la nascita del mito dell'ovest e della frontiera: un leit-motiv, questo, a mio avviso, presente spesso nel corso della storia di quel paese...la storia "stars&stripes" è fatta soprattutto di cura e male, male ed antidoto per curarlo! Ma andiamo a monte: nel 1862, in piena guerra di secessione, il governo dell'Unione varò lo Homestead Act o legge sui "poderi gratuiti", che permetteva ai capifamiglia (non sudisti) di stabilirsi nelle terre all'Ovest e diventarne proprietari dietro pagamento di un prezzo puramente simbolico. In quello stesso anno fu decisa la costruzione della ferrovia transcontinentale. - Fu quello l'inizio, (appunto), - come è scritto in "L'età contemporanea" da A. Preti - della grande corsa all'Ovest dei pionieri ma anche di mercanti, affaristi e speculatori d'ogni specie...essa fu sostenuta, dopo la fine della guerra, da un massiccio impiego di soldati. Il progresso, quindi, causò la morte delle popolazioni indigene della grande prateria e con esse della loro cultura, dei loro usi e costumi, del loro atavico e naturale modo di vivere, legato strettamente alla natura ed al rapporto spirituale ed ancestrale (anzi, "ancestralmente spirituale"): quello che avvenne allora, storicamente fu paragonabile al colonialismo delle grandi potenze europee, che in varie ondate, nel corso della storia, hanno "smantellato" terre e popoli nei quattro continenti del mondo abitabile. Al proposito, mi sembra interessante riportare quanto abbia scritto Edward Sherrif Curtis, uno degli antesiniani d'America della moderna figura del free-lance nonché autore di una delle più importanti documentazioni fotografiche sugli Indiani del Nordamerica, realizzata nei decenni fra il 1896 e il 1930: - La vita e la personalità degli Indiani non possono essere comprese se non alla luce dello strettissimo rapporto che le lega alla natura, e che le rende dipendenti dai fenomeni dell'universo - alberi e cespugli, sole e stelle, fulmini, tuoni e pioggia - intesi come creature animate, e più ancora come vere e proprie divinità, capaci di influire sul destino degli uomini. Il senso di identificazione colla natura nella sua totalità era tale che l'Indiano riteneva unica la fonte dalla quale scaturiva la vita nelle sue diverse manifestazioni. Ciò spiega perché i primi Indiani conosciuti dagli Europei pregassero sugli animali uccisi durante la caccia, quasi a giustificare la necessità di quella morte e manifestare la consapevolezza della comune origine, della fratellanza fra cacciatore e preda. - Fino a quella data (il 1862, appunto), la grande pianura americana, che si estende per diverse centinaia di chilometri dal delta del Mississippi alle Rocky Mountains e che ai più era sconosciuta (quasi ignota) all'epoca, era prevalentemente abitata da cavalli selvaggi e bradi, antilopi, coyotes e, soprattutto, da bisonti: in particolar modo nelle zone temperate che si estendono a nord del fiume Arkansas, il quale nasce (appunto) dai monti Sawatch (sulle Montagne Rocciose) e bagna gli stati del Kansas, dell'Oklahoma e dell'Arkansas. I cavalli ed i bisonti giocarono un ruolo importante nella vita dei nativi, soprattutto nella fase ultima (definita "estate indiana") quando essi si trasformarono da coltivatori in cacciatori. Il cavallo giunse in America nel settecento (anzi, il suo fu un "ritorno", visto che da quelle terre non era mai andato via, forse!), introdottovi ad opera dei conquistadores Spagnoli: cominciò ad essere usato nella caccia, nella guerra e per il trasporto di cose e persone nelle praterie sterminate; esso, insieme alla successiva diffusione delle armi (in particolar modo del fucile), ad opera dei mercanti provenienti dall'Est, contribuì a costruire lo stereotipo dell'indiano d'America ottocentesco: quello che tanta cinematografia hollywoodiana, attraverso documentari e film ci ha tramandato (a cominciare dai registi "pionieri" come Edwin S. Porter, G. M. Anderson - il famoso Broncho Bill - Griffith, Ince ed Hart, per arrivare ai "moderni": primo su tutti il capostipite e maestro del genere western John Ford, nome d'arte di Sean Aloysius O'Fearna, ultimo di tredici figli ed irlandese d'origine, e poi ancora una lunga schiera di nomi, da George Sherman ad Aldrich e Peckinpah, da Stevens a Zinnemann, da Fritz Lang a Nicholas Ray, da Edward Dmytryck a Budd Boetticher da Delmer Daves a Henry Hataway, Henry King, Anthony Mann, Raoul Walsh, André De Toth, Howard Hawks, il nostro Sergio Leone, che di Ford fu accanito cultore e "seguace"); il Sioux o il Navajo, il Cheyenne, l'Arapaho e il Nez Percé che nelle pellicole imbracciano un Winchester per assaltare una diligenza oppure che incendiano una fattoria di coloni indifesi, prima che intervengano le famose giubbe blu a salvarli! Ma le cose non stavano in questo modo: la civiltà dei nativi mutò ad opera, per causa e per colpa della contaminazione coll'uomo bianco ed il suo mondo; con la sua cultura e coi suoi sistemi di offesa e di difesa. Si è detto dei mercanti d'armi e del Winchester; ebbene, fu proprio un bianco il precursore di questa stirpe: Oliver F. Winchester, da cui derivò il nome di quel tipo, o modello di fucile. Esso, originariamente era un fabbricante di camicie di New Haven, cittadina del Connecticut. Vi arrivò intorno al 1848 fondandovi la "Winchester&Davies" fabbrica di camicie, appunto. Si interessò alla fabbricazione delle armi nel 1855, quando acquistò alcune azioni della "Volcanic Repeating Arms Co." di Norwich, nel Connecticut, che dopo il trasferimento legale a New Haven nel 1856, fallì l'anno dopo. Risorse come "New Haven Arms Co." e poi con la dicitura di "Winchester Repeating Arms Co". Durante il primo conflitto mondiale, la Compagnia fornì al governo federale circa mezzo milione di fucili modello Enfield 1917 oltre a tanti altri tipi di equipaggiamento e munizioni. Tra le sue armi più famose (tristemente, direi!) sono da ricordare il Winchester '73, che venne costruito a partire dal 1873 (da cui la denominazione numerica) e il suo fratello maggiore Winchester '66, antecedente di sette anni all'altro: entrambe le armi divennero le più usate nel West e su di esse, in gran parte, pende l'accusa dello sterminio dei bisonti. Gli Indiani erano dei cacciatori provetti ma è da dire che la differenza tra loro e l'uomo bianco era abissale: i primi lo facevano per sostentamento (dal bisonte ricavavano carne, pelle, ossa, tendini utilizzandoli, a seconda delle esigenze e necessità esistenziali, per nutrirsi, creare vestiario e coprirsi, per costruire armi o oggetti artistici), senza mai uccidere animali in numero più elevato rispetto alle proprie necessità; gli altri, invece, lo facevano per soddisfare la "fame di terre" e di denaro (tutto cominciò nel 1862, come detto, e andò avanti nei decenni successivi: spazzando via un mondo e un equilibrio di natura e cultura bellissimo, in nome di un crescente sviluppo capitalistico dell'industria e del commercio di natura essenzialmente opportunistica), per affermare una cultura puritana, intollerante e materialista, una visione della vita diversa dall'altra. La valanga di carri e coloni, a cui si aggiunsero cercatori d'oro e, come detto, mercanti d'ogni risma e senza scrupoli,  insieme alla costruzione delle linee ferroviarie misero in fuga antilopi e bisonti dai territori di caccia dei pellirosse. Alle origini delle guerre indiane vi è pertanto l'attacco, portato dai bianchi, ai due grandi beni dei pellirosse: la terra e i bisonti. Ma a monte, vi era anche un disegno ben preciso, voluto dalle massime autorità militari in accordo (segreto, ma nemmeno poi tanto...alla fine!), o concordato "amore" con quelle federali. Gli storici (anche quelli americani) lo hanno poi definito, senza mezzi termini e con pochi giri di parole "politica del genocidio", attuato/attuata dai generali unionisti Philip Henry Sheridan (l'eroe di Opequan, Fisher's Hill, Cedar Creek, e ancora di Five Forks e di Appomatox, dove nel 1865 costrinse alla resa i sudisti guidati da Lee) e William Tecumseh Sherman (l'eroe delle campagne di Vicksburg, Chattanooga ed Atlanta - dove, nel 1864 fu conquistata e poi data alle fiamme la città georgiana: vicende narrate nel romanzo di Margaret Mitchell "Via col vento" e poi trasposte nella celebre pellicola cinematografica - e della battaglia di Shiloh, in cui combatté agli ordini del generale Ulysses S. Grant, e che poi fu nominato Comandante in capo dell'esercito confederato): masse di cacciatori, più o meno "legalizzate", furono fatte affluire (più o meno volutamente) nelle grandi pianure e nei territori sconfinati della frontiera occidentale, avviando lo steminio dei bisonti. Ciò era necessario, per far fronte ai crescenti interessi dei mercati dell'Est, a quelli dei grandi proprietari terrieri, dei banchieri, degli uomini d'affari, della new industry e dei mercanti d'armi, come già scritto; lo stesso Sheridan sosteneva quanto segue: - La via per consentire una duratura pace e consentire alla civiltà di avanzare deve passare attraverso la cancellazione del bisonte dal paesaggio delle grandi praterie. - Il numero di quegli splendidi animali era incalcolabile: c'è chi affermava che ve ne fossero almeno un miliardo! I ritmi della distruzione furono elevati e in pochi anni si giunse al massacro totale. 
     

  • 19 maggio 2020 alle ore 16:06
    Il Sole Dopo L'Oscurità

    Come comincia: Di giallo dorato splende nell'anima ad ogni ora di ogni bel mattin, raggiante e pago senza mai slittare in quei crepuscoli che ottenebrano la ponderatezza. Nel tempo impestato ha fortificato i suoi rilucenti albori nella scia del suo sentiero per essere cardine reale. E nelle anime dei sensibili fiorile e autentico accarezza dolcemente le loro emozioni, elargendo calore fiorito. Ma semmai incappasse nei cingi del tramonto, incanto intenso traspare per il mondo intero e fieramente lieto se ne sta. Non vi son più antiche livide nubi ad offuscare la sua brillantezza né plumbee tristezze a velare la sua essenza, poiché il cuore quando salmodia calorosamente alla vita che germina di entusiasmo lo si percepisce oltremondo e il suo eco si rigenera fra i pendii del tempo in eterno.

  • 18 maggio 2020 alle ore 9:44
    QUEM ILLA AMABAT...

    Come comincia: Iniziare un racconto con una citazione latina potrebbe sembrare  che l’autore voglia fare sfoggio di cultura e per  di più di una lingua morta ma che oggi è di nuovo in auge, viene apprezzata soprattutto all’estero. La citazione riguarda una poesia di Catullo in cui l’autore parla della figlia triste per la morte del suo passero che ella amava più dei suoi occhi. Omettendo una facile battuta un pó volgare la situazione poteva adattarsi ad Aurora quarantenne il cui marito era passato a miglior vita (da domandarsi chi ha creato questa espressione decisamente fuori posto quando si parla della morte). Il buon Lionello era un ricco proprietario di fabbricati e di terreni abitante a Messina al villaggio Aldisio  zona non certo chic della città ed allora come giustificare quella scelta data la notevole disponibilità di denaro del signore sopra citato? Era un ‘arpagone’ per dirla alla francese, tirchio, spilorcio, taccagno e pensare che il suo nome significa piccolo leone, ma quando mai, era piuttosto un pecorone! Dopo i funerali la bellissima sorpresa per la vedova Aurora che non immaginava mai che avrebbe ereditato un mucchio di proprietà, suo marito ufficialmente era un semplice impiegato al Comune. Anche nel vestire non era certo elegante, i suoi abiti erano datati e lavati molte volte, anche la moglie era stata costretta a seguire la stessa sorte ma ora…Prima cosa cambiare casa: una villa vicino al mare come sempre sognato,  aveva adocchiato un isolato vicino alla spiaggia di Torre Faro dall’altra parte della città, intorno un giardino ben tenuto con piante di alto fusto con una grande uccelliera ed un pollaio, le uova non sarebbero mancate ad Aurora. Il padrone, deceduto era un amante avicolo. Un solo intoppo se così si può dire, nel testamento Lionello, cattolico praticante (aveva pure questo difetto) aveva posto  una clausola per cui la consorte doveva insegnare gratis la sua lingua originaria, il tedesco in una scuola di monache ed aveva indicato pure quale: ‘Le Ancelle Riparatrici del SS. Cuore di Gesù’. Il solito iconoclasta avrebbe avuto da ridire sul fatto che il Cuore di Gesù aveva avuto bisogno di riparazioni ma per tale categoria è pronto un posto all’Inferno! Aurora al suo arrivo all’istituto ebbe il benvenuto dalla badessa certa Virginia Maria, incartapecorita e dall’aspetto decisamente acido che però salutò con entusiasmo la nuova venuta che le faceva risparmiare un bel po’ di  soldoni non avendo bisogno di ingaggiare una professoressa di lingue. Aurora tedesca, nata vicino al confine francese conosceva pure quella lingua oltre che il latino. I primi giorni di novembre non si trovò bene in quell’ambiente, le alunne erano distratte, poco interessate alle lezioni, l’insegnante capì che molto probabilmente era colpa dei professori che non riuscivano a far partecipi le allieve all’andamento scolastico, anche l’atmosfera era grigia…Una mattina pensò bene a qualcosa di diverso, dall’uccelliera prelevò un pappagallo bellissimo e querulo e lo portò in classe ma non aveva fatto i conti con un difetto del pennuto che, appena in aula sul suo trespolo esordì con ‘buongiorno puttane!” Stupore generale e poi una risata collettiva, nessuna si aspettava quell’esordio, ad Aurora non rimase altro che mettere il cappuccio a quel maleducato ma evidentemente non era colpa del volatile se ripeteva frasi apprese dal padrone. Il giorno dopo Anacleto, questo il nome del volatile scritto su una targhetta della sua gabbia rimase in villa, sostituito a un passerotto che era stato allevato a mano dal padrone e quindi aveva molta confidenza con l’uomo. Lasciato in libertà nell’aula  ‘ciccio’ volando da un banco al’altro aveva attirato l’attenzione delle ragazze e quel giorno non si fece più lezione. La presenza di ‘ciccio’ era diventata una partecipazione giornaliera, alcune volte era confinato in gabbia cosa non gradita al pennuto che una mattina trovata aperta la finestrella della sua ‘prigione’ pensò bene di provare finalmente la libertà e volò fuori dalla finestra senza più ritornare. Aurora stava facendo una lezione di latino e pensò bene di prendere lo spunto da quell’episodio per citare la poesia di Catullo che riportava un simile avvenimento: “Lugete  o Veneres cupidisesque et quantum est hominunm venustiorum passer mortus est meae puelle  quem plus illa oculis suis amabat…leggete e traducete il resto della poesia  da voi, nel nostro caso il passero non è morto anche se avrà vita difficile a procurarsi da mangiare, talvolta la libertà… Il concetto di libertà risuonò nei pensieri di Aurora, lei luminosa, splendente  come da significato del suo nome era tristemente sola soprattutto la notte…ma i maschietti che le giravano intorno non erano di suo gusto: infantili, presuntuosi, pieni di boria per il loro fisico ‘tartarugato’ finché un giorno fu chiamata in direzione, c’era il padre dell’alunna Mariella Sidoti che le voleva parlare. Aurora capì il motivo, sia figlia a scuola era disattenta e non studiava a casa. “ Sono Giovanni Sidoti, mi sono accorto che mia figlia Mariella di scuola ‘ne mangia poco’, forse c’è un motivo: sua madre…ha preso il volo con un toy boy, la ragazza è rimasta scioccata e non riesco ad aiutarla, vorrei qualche consiglio da parte sua, potrebbe darle delle ripetizioni o parlarci, gliene sarei grato.” Il signore  dimostrava un  profondo sconforto. Seguitò il discorso: “Sono impiegato al Comune, conoscevo suo marito, lo chiamavano ‘Pappagone’, era conosciuto per la sua spilorceria, quand’era al bar aspettava che qualcuno gli pagasse il caffè, girava con una vecchia moto inglese la B.S.A  sulla quale un bello spirito di collega aveva coniato un motto: ‘Bisogna Saperci Andare, Anche Senza Benzina, Batte i Sessanta All’ora’. Vedo che dopo la sua morte lei è rinata, in passato l’avevo intravista mal vestita e dall’espressione del viso affranta, anche senza essere religioso ricordo un motto della Bibbia riferendosi ai morti che recita: ‘Il loro odio, la loro gelosia il loro amore sono già periti,’ lei finalmente è una donna libera!” Aurora guardò meglio il signor Sidoti, un signore serio di circa quarant’anni dallo sguardo triste, gli fece pena e: “Faccia venire mia figlia a casa mia a Torre Faro, ormai ha sedici anni e può venire con l’autobus di linea, questo è l’indirizzo.” “La ringrazio, se non le dispiace l’aspetterò fuori alla fine delle lezioni.” Quando Aurora uscì vide che Giovanni Sidoti stava ammirando la sua Mini Cooper verde, un capriccio della dama acquistata dopo il lieto pardon il luttuoso evento. “Io sono amante dei motori, una Mini per di più Cooper è una bomba, la mia vecchia Cinquecento posteggiata lì vicino si starà vergognando!” Aurora sorrise. Finalmente aveva conosciuto una persona di suo gradimento. “Facciamo così: io con la mia Mini andrò avanti fino a Torre Faro, lei con sua figlia mi seguite, troveremo il pranzo pronto, a casa mia c’è una cameriera di nome Gina che provvede alle faccende domestiche. Causa il traffico ci volle mezz’ora per giungere alla villa che fece sberluccicare gli occhi a Giovanni che tenne per sé le sue impressioni. Anche Mariella sorrideva contenta, finalmente fuori dalla modesta casa in via Cola Pesce dove viveva col padre, casa che le era diventata malaccetta dopo la…partenza della madre. Finito il pranzo Aurora mostrò il giardino ai due ospiti che, passando dinanzi al trespolo del pappagallo si beccò dei: ‘cornuti’ con la erra arrotata, solo un sorriso da parte dei tre. “Mariella che ne dici di andare nel mio studio a fare i compiti, mi raccomando impegnati, quando avrai finito potrete andarvene.”  Mariella felice della nuova situazione corse dentro casa, i due sedettero su una panchina dinanzi ad una fontana con al centro il dio Nettuno col tridente in mano. Fu Giovanni a rompere il silenzio: “Penso che ambedue abbiamo gli stessi problemi la solitudine, inoltre io ho Mariella che mi dà preoccupazioni, vorrebbe un motorino che hanno le sue compagne di scuola, sinceramente non posso permettermi quella spesa, di natura sono uno spirito allegro ma le vicende della vita…” D’un tratto si trovarono abbracciati, ad Aurora spuntarono delle lacrime, che le stava succedendo, era da tempo che non avvicinava un uomo, perlomeno uno che le piacesse e Giovanni…Padre e figlia restarono in compagnia di Aurora sino al dopo cena poi rientro a casa senza parlare, dentro di loro era subentrato del benessere psicologico per loro inusitato. Era sabato, niente lezioni da parte di Aurora, il suo giorno libero che la signora impiegò per fare una spesa ma non per lei, un motorino ‘SCARABEO 6’ presso una concessionaria di motocicli, si fece rilasciare una ricevuta che mise dentro una busta  insieme alla foto del ciclomotore con destinataria Mariella Sidoti. Alla fine delle lezioni chiese alla ragazza di accompagnarla alla sua auto, le consegnò la busta in attesa delle reazioni che furono imprevedibili: Mariella letto il biglietto cominciò a baciare la professoressa dentro l’auto suscitando la curiosità delle altre alunne. Finito lo sbaciucchiamento, la ragazza chiese di essere accompagnata al Comune, attese l’uscita di suo padre, le raccontò l’accaduto, Giovanni non sapeva come comportarsi se ringraziare semplicemente o essere più espansivo, optò per una stretta di mano con finto baciamano. “Porto con me  Mariella in auto, tu Giovanni  seguici con la Cinquecento.” Il tu fra i due fece sperare alla signorina che fra di loro fossero iniziate le manovre di avvicinamento. Finito il pranzo Aurora volle brindare con lo spumante, un goccio anche per Mariella dal bicchiere di suo padre. Aurora prese ad accompagnare la sua alunna anche alla scuola guida, dopo venti giorni il sospirato patentino che fece ‘prendere il volo’ alla ragazza che orgogliosamente girava per la città con la faccia sorridente. Prima di cena in casa Sidoti arrivò una telefonata di Mariella: “Papà sono a casa di Angela Bonsignore mia compagna di classe, che ne dici, ti passo sua madre Virginia.” “Signor Sidoti può stare tranquillo, sua figlia resterà a dormire a casa mia.” Una ispirazione improvvisa: “Cara Aurora stanotte  mia figlia resterà a dormire a casa di  una sua compagna, una tristezza infinita mi ha pervaso, che ne dici di consolarmi!” “Dilla tutta, vieni…” La Cinquecento si era trasformata in una Ferrari, tutta a tavoletta fino all’arrivo alla villa di Aurora che aprì la porta, era dietro i vetri ad aspettarlo. “Sei volato, avrai distrutto il motore di quella povera macchina, mi sa che ne devi comprare una nuova.” “Per ora pensiamo a noi, m’è venuto un sonno improvviso…” “Io non lo chiamerei sonno ma piuttosto voglia di fare lo ‘zozzone’ con me. Sei fortunato perché la mia cosina è consenziente.” Un doccia in comune, i due si guardavano reciprocamente il corpo, era la prima volta che si vedevano nudi, Aurora restò perplessa nel vedere un coso piuttosto lungo e grosso di Giovanni , non assomigliava a quello che ricordava di suo marito. Giovanni capì la situazione e: “Sarò delicato, prima un cunnilingus e poi…” Il signore fu di parola, Aurora dopo tanto tempo di astinenza se la godette alla grande;  a notte inoltrata i due preso a dormire, il sonno non del giusto ma degli stanchi sessuali.  La mattina dopo la professoressa ‘marcò’ visita come pure l’impiegato comunale, erano le dieci ed ancora stavano a letto guardandosi negli occhi soddisfatti. “Io le ho contate, te ne sei fatta sei, ti ricordi…” “Mó mi metto a fare la ragioniera sessuale, penso che meriti una gratificazione per la tua prestazione, che ne dici di mandare in pensione la Cinquecento ed acquistare un’auto nuova.” “La mia passione è acquistare un’Alfa Romeo, possibilmente rossa.” “Vada per l’Alfa Rossa ma te la dovrai meritare a letto!” “Ho capito sono diventato un macró alla francese, uno stallone, spero di essere all’altezza!” “Stavo scherzando, mi sono innamorata di te ed anche di quella scimmietta di tua figlia che da furbacchiona ha pensato bene di andare a dormire da una compagna di scuola per lasciarci soli, ricordati che il mondo è delle donne che a furbizia superano di gran lunga i maschietti!” “Penso che avrò una vita agra.” “Toh, ha citato un romanzo di Luciano Bianciardi, sei diventato di colpo un intellettuale acculturato?” “Quando mai, a me interessa solo la topa!”

  • 17 maggio 2020 alle ore 14:57
    Quarantena

    Come comincia: Oggi ha fatto caldo. Adesso ho trovato un momento per uscire sul mio balconcino. Si sta bene, è fresco. Guardo il cielo e lì tutto è come al solito. Gli astri così lucenti in una bella serata, sono lì, come sempre, come sono abituata a ritrovarli ogni sera. E poi guardo giù, verso il silenzio della strada, verso il marciapiedi deserto, nessun passante, e lungo la via solo pochi rari automezzi rumorosi e troppo veloci. Guardo le serrande dei negozi tutte abbassate, tranne una, sempre la stessa, il piccolo negozio di quel ragazzo, non so se sia indiano, quel ragazzo che è ancora lì, come ogni sera, fino a tardi. Le finestre dei palazzi qui intorno sono illuminate, quasi tutte, ma sui balconi non c'è nessuno. Siamo soli noi due, io sul balconcino e il ragazzo forse indiano nel suo negozietto. E' incredibile e forse anche difficile da spiegare come il tenero fascio di luce che la sua vetrina sprigiona, possa fare tanta compagnia, possa far sentire il sentimento di un destino ineluttabilmente condiviso, al di là della conoscenza reciproca, al di là del giudizio e/o pregiudizio, al di là di ciò che sta sul marciapiedi, il suo negozietto, o poco al disopra del marciapiedi, il mio balconcino, al di sopra di questa strada silenziosa di periferia, dove forse i pensieri si incontrano, si intrecciano nella stessa preoccupazione, nella stessa nostalgia, nello stesso bisogno di consolanti risposte. 

  • Come comincia:  Non potevo che cominciare questa rassegna, un po'...pazza e alquanto strana (ma neanche così tanto, direi!) se non citando un proverbio di estrema attualità, il quale riguarda le mani, l'acqua ed il lavaggio delle stesse con la stessa: "Una mano lava l'altra"...meglio sarebbe lavarle il più spesso possibile ed all'unisono. - Beh, mi sa che io sto a posto, allora! - vado ripentendo a me stesso tante volte nel corso della giornata, da diversi giorni: per lo meno da quando è cominciata la mattanza covid. Infatti, a prescindere da quanto vanno affermando media, social, tivù e quant'altro (lo vanno ripetendo tante di quelle volte, al limite dello sfinimento - nostro più che loro, direi; al limite dell'aggressione mediatica, senza dubbio sorpassando a volte quel limite di guardia: oltre il quale non v'è futuro, al di là di cui esiste solamente la terra inesplorata di nessuno...dicasi pure "rottura di coglioni"!), io ho sempre lavato le mani ben oltre le dieci volte (almeno) pro die, l'ho sempre fatto (buon per me, direi!) di buona lena e con giusta cognizione di causa (la mia vita non è stata, fortunatamente, soltanto una lunga sequela di errori, di occasioni perdute o treni presi in ritardo; non sono sempre stato "l'uomo del giorno dopo", ma qualcosa ho appreso, forse, ascoltando ed osservando quà e la, alla rinfusa, nel corso del tempo pregresso), per lo meno da quando non ero più un imberbe ragazzino, e per di più senza che neanche un misero straccio di medico me lo abbia ordinato o prescritto (e non immaginate nemmeno quanti ne abbia visitati nel corso della mia vita: un numero che sovente non oso ripetere neanche a me stesso ed ancor più sovente penso faccia rivoltare nella tomba la buona anima della mia zietta Mary, che finanziava i miei capricci e le mie...visite!): le mani sono il primo veicolo di batteri, germi ed infezioni attraverso le vie aeree con cui inevitabilmente un numero imprecisato di volte - volenti o nolenti che siamo - esse vengono a contatto nel corso del giorno. - Ripeto ancora: io sto a posto, anzi, direi "d'esser proprio a...cavallo!". Proseguiamo quindi nel nostro diario, pardon con la nostra rassegna all'interno di questo diario. 
     - Proverbi a proporzione o matematici (con animali)
     Se con una fava si prendono due piccioni, quanti scoiattoli si riuscirebbero a prendere con una noce di cocco?
     Tutto, ovviamente (o quasi), potrebbe dipendere da due precipui - ed assoluti - fattori (dicasi, pure: costante matematica): cioé, in poche ma semplicissime parole, tanto dalla mira di colui che va per lanciare la noce di cocco, quanto dall'appetito degli scoiattoli!
     Se, invece, da un buco si cava un solo ragno, quante formiche riuscirebbe a trovare dentro una voragine un'alano orbo ed ubriaco?
     Anche in questo caso, direi, potrebbe tutto dipendere da due fattori od altrimenti detto da una costante matematica: tanto dall'olfatto dell'alano (in quanto cieco, esso, così come fanno altri animali quasi orbi come lui, in questo caso - tra cui la civetta e il rinoceronte - dovrebbe far "giuoco" su un'altro senso!!!), quanto dalla pazienza delle formiche (la quale, seppure non sia un senso fornitogli dalla natura, è davvero tanta!).
     - Proverbio con animali (trattasi di un noto quadrupede)...senza proporzioni (né ausili di natura matematica)
     "Tutto quanto fa brodo!": dice la gallina prima di essere cucinata. 
     - Proverbi con rima (sbagliata?!)
     Rosso di sera bel tempo si spera: ma è meglio essere in libertà "apparente" o marcire  per davvero in galera?
     A caval donato non si spara in bocca; ma una donna frigida guai se la si tocca! PS. E meno male, dovrebbe dirsi: tanto per il cavallo, quanto per la donna frigida! (oppure è meglio così, chissà: per la pistola e per colui - o colei - che toccherebbero la donna frigida!).
     - Proverbio con commento (stupido o ovvio?!)
     "Non tutte le ciambelle nascono col buco".
     Infatti: vi sono ciambelle che nascono senza buchi, ma di rimando, però, ve ne sono anche di quelle che vengono al mondo con "due buchi" o, addirittura, con tanti, tantissimi buchi, tanto da apparire un colabrodo o una fetta di formaggio emmenthal svizzero (o groviera, che dir si voglia) piuttosto che...ciambelle vere e proprie. Tutto dipende, a mio modesto avviso (ed a maggior ragione) da due cose: dall'impasto di cui si fa uso per fare le ciambelle nonché dal forno in cui lo si mette a cuocere (varianti di non poco conto, in questo caso: del tutto diverse dalla costante matematica di cui  ho già detto).
     - Massime della "assurda logica"
     Ottobre cade dopo di settembre&novembre vien pria di dicembre: che, però, pur essendo un mese come gli altri, arriva sempre per ultimo.
     - Il tic-tac dell'orologio (surreale)
     Il tic-tac dell'orologio si è fermato: ma le lancette continuano ad inseguirlo!
     - La macchina del tempo 
     La macchina del tempo non abbisogna di carburante per camminare, né di una marcia in più per andar più veloce: essa possiede quattro ruote che si chiamano minuti, ore, giorni&anni...
     - I "nessuno"
     Nulla sono i "nessuno"...un battito d'ali; ma ugualmente [sono] importanti: anche i "qualcuno" son fatti di tanti di loro e grazie a loro esistono.
     - Serie: le domande...(in) discrete (con risposta - no multipla -, ulteriore domanda&pensierino)
     Chi vorrebbe vivere per sempre? Tutti lo vorremmo...
    ma mi domando, ora: a cosa mai servirebbe farlo senz'aver al proprio fianco le persone che abbiamo più amato? Penso questo: il tempo, la vita senza di loro nulla sarebbero se non che eterno tormento.
     - I masnadieri (definizione: di origine schilleriana?!)
    Sono quei tipi che hanno animo gentile&sincero perché [loro] brindano sempre - dopo cena - ai cuori conquistati ed ai corpi posseduti, ma mai negano (vin bevendo) d'aver sofferto per amore nè d'aver goduto di piacere.
     - Massima della cruda verità (e malcelata saggezza)
     La vita da sé provvede a riportarci, cammin facendo, sulla retta via: della noia, del martirio e finanche delle pene!
     - I "per"...(senza i "se" ed i "ma" annessi)
     Per rialzarsi: bisogna essere caduti; per ritrovarsi: bisogna essersi perduti; per aspirare al paradiso (premesso che esso esista?!): bisogna essere stati all'inferno (e questo, come mi assicura più di qualcuno, esiste per davvero!); per vivere in silenzio (a meno che non si sia un monaco tibetano che soggiorna alle pendici dell'Himalaya per trecentosessantaquattro giorni all'anno...in quel caso sarebbe tutta un'altra storia): bisogna aver ascoltato la bolgia della vita; per poter gioire: bisogna aver pianto di dolore; per esser poeti: bisogna esser (e) diversamente speciali (ma no abili: quelli sono altri soggett): accollarsi, cioé, tutte insieme gioie&sofferenze dell'universo e poi riuscire a portarle sulle proprie spalle.
     - Differenze&parallelismi: il baro&l'onesto (ovvero: favola "mignon" dell'età di mezzo)   
     Il baro è una canaglia sincera mentre l'onesto "innamorato" è un ladro ipocrita e bugiardo: entrambi, però, camminan sempre senza scarpe...
    L'uno e l'altro (il baro&l'onesto) vestono gli stessi panni; ognuno dei due indossa, a volte, - a turno - i  panni dell'altro. Nessuno, in poche parole, è solo baro o solo onesto: tutti siamo, chi più chi meno, un po' l'uno ed un po' l'altro...
     - Proverbi a modo mio
     (con domandina ed a rima baciata)
     Gallina vecchia fa buon brodo: ma quella giovane fa mica l'uovo sodo?
     (con esclamazione: senza "se"&"ma")
     Chi troppo vuole nulla stringe: ma chi vuole poco o niente, nulla stringe lo stesso!
     (con "se"&"ma" ed...esclamazione) 
    Se troppi galli cantano non arriva mai giorno; ma se una chitarra ed una tromba suonano: diventa subito notte!
     - Proverbio di stagione (all'epoca dei "droni")
     Una rondine non fa mai primavera; due neanche...ma tre cuori impavidi (ed un popolo libero), invece sì! 
     - La morte: puntuale e...giusta.
    da: un proverbio della Liberia
     Si ritarda nel crescere non si ritarda nel morire...ma la morte non ha mai fretta di arrivare anche se è sempre puntuale!
    da: un proverbio della Mauritania
     La morte è un debito verso la terra che ci ha generati, ciasscuno (di noi) lo deve pagare per proprio conto ed a sue spese...: anche se vive in compagnia o anche se è povero!
     - La vecchiaia: definizione (da un sonetto di William Shakespeare)
     La vecchiaia è lo "specchio" d'una madre e di un padre; è lo specchio per entrambi: i quali rivedono sé stessi e la loro vita rispecchiata e rispecchiarsi in quella dei propri figli. Ma è anche lo specchio severo per ognuno di noi, di noi stessi: che vediamo in lei - attraverso ricordi fervidi ma dolenti, lucide ma impietose memorie (non sempre, purtroppo, accade...a volte vi si frappone "fratello" Alzheimer!) di tempi antichi - una sorta di illudente primavera della nostra gioventù.
     - E' sempre meglio...oppure no?
     E' sempre meglio (ma non lo dice il saggio: chi lo abbia detto non lo so, ma poco conta!) proferire una bugia in maniera furbesca e plateale, intrisa (madida) di sincera soavità piuttosto che una dolce verità: velatamente avvolta di ipocrisia oscena ed anche volgare.
     - Analogie (parallelismi) "carnevalesche"...ma non è humour all'inglese!
     Non molti sono al corrente (direi proprio che siano pochissimi!) che in Italia esistano dei soggetti che strangolano (letteralmente) i galli: è il caso degli abitanti di Strangolagalli (centro agricolo di poco meno di duemilacinquecento anime nella Ciociaria, in provincia di Frosinone), chiamati - appunto - strangolagallesi o strangolagalliani; ma è pur vero, tuttavia, che un notissimo industriale del settore alimentare (Angelo Amadori) sia stato definito: "stragista di galline"!
     - Domande strane (forse neanche necessarie: chissà, ma...vabbé!)
     Molti si domandano (ma sarà vero che lo fanno in molti? Spero di no: spero che molti di più si pongano domande più necessarie...importanti), a volte: "Perché si scrive, perché si diventa scrittori?". Io spero che chi lo fa (compreso il sottoscritto), non lo faccia spinto dalle mode né dal desiderio di mettersi in mostra (che non è un desiderio negativo, sia chiaro, ma credo non debba mai prevalere sugli altri impulsi interiori e sulla spinta che ci portano a farlo). Qualche anno fa ricordo di aver letto un pensiero di Carlo Cassola, al riguardo (il quale, all'interno di questo mio diario, credo proprio giunga a fagiuolo...o è d'uopo, a questo punto, riportare). Lo scrittore romano (pur essendo nato nella capitale, tuttavia, egli trascorse in massima parte la sua vita in Toscana: la zona tra Volterra e Marina di Cecina, nel livornese; la Maremma grossetana), che ai più è noto per il celebre suo romanzo "La ragazza di Bube", opera del 1960 che gli valse il trionfo al Premio Strega, e da cui fu tratta una altrettanto celebre pellicola (tre anni addietro), con lo stesso titolo e diretta da Luigi Comencini (i protagonisti, Mara e Bube, appunto, erano interpretati da Claudia Cardinale e George Chakiris), affermava: "L'impulso a scrivere viene dato da due fattori: il primo è la contemplazione dell'esistenza, la quale è immutabile; non a caso, infatti, si dice che lo scrittore scriva sempre lo stesso libro (nota personale: spesso egli ne diventa, suo malgrado e consapevolmente talora, oppure senza accorgersene, il protagonista; ovvero, quanto scaturisce da quella contemplazione riguarda essenzialmente se stessi); il secondo, invece, è la partecipazione alla vita: intesa come partecipazione alla vita degli altri" (nota personale: la definirei una indagine interiore ed a tutto tondo sulla vita di quegli "altri" che sono da intendersi come umanità).
     - Edna O'Brien mix
     Quello che segue è un mix (come scritto nel titolo del paragrafo) dedicato ad Edna O'Brien: o meglio, più particolarmente ad alcune sue citazioni intorno alla scrittura e agli scrittori. Ma una breve parentesi, invero, ritengo sia necessario aprire. Non conoscevo questa scrittrice sino a qualche anno fa, la conobbi televisivamente nel 2013 seguendo un programma su rai cinque dedicato a grandi scrittori europei contemporanei (il titolo della serie era "Europa tra le righe", ad opera della televisione francese, e seguiva quello dedicato agli scrittori americani: "America tra le righe"). L'Encyclopedia Britannica, una delle più autorevoli in lingua inglese al mondo, oltre che tra le più antiche (la prima edizione risale addirittura al 1768!), così scrive riguardo alla O'Brien: "Edna O'Brien (nata il 15 dicembre 1930 a Twamgraney, contea di Clare, Irlanda), romanziera irlandese, scrittrice di racconti e sceneggiatrice il cui lavoro è stato notato per il suo ritratto di donne, descrizioni evocative e candore sessuale. Come le opere dei suoi predecessori James Joyce e Frank O'Connor, alcuni dei suoi libri furono vietati in Irlanda. I suoi romanzi esprimono disperazione per la condizione delle donne nella società contemporanea e, in particolare, attaccano l'educazione repressiva delle donne. Le sue eroine cercano senza successo la realizzazione nei rapporti con gli uomini, in genere impegnandosi in appuntamenti d'amore condannati come rimedio alla loro solitudine e isolamento emotivo. Il tono cupo è tuttavia interrotto da voli di descrizione lirica e dal raggiungimento di brevi periodi di felicità delle eroine". La sua opera più celebre è la "Trilogia delle ragazze di campagna". Ha scritto anche opere teatrali, sceneggiature per la televisione ed il cinema, saggi critici e storici, libri per ragazzi e di viaggi, raccolte di poesie, etc.
     "Gli scrittori vivono davvero nella mente e negli hotel dell'anima". Dopo aver letto questa citazione (tratta da una intervista che la O'Brien concesse nella primavera del 1995 al periodico statunitense "Vogue", una delle più celebri voci editoriali al mondo in tema di moda e del costume), mi sono reso conto, per davvero, della grandezza di questa scrittrice: certamente una delle più fervide nel firmamento letterario europeo contemporaneo. Ha usato (poteva farlo soltanto una mente raffinata e "diabolica" come la sua, anzi, raffinatamente diabolica!) due sostantivi molto "strani" e metaforici (quasi di stampo ermetico, mi verrebbe da scrivere) ma ben appropriati per definire i luoghi in cui vivono gli scrittori, ovvero dove risiederebbe la loro vita interiore: (nel) la mente, quindi il pensiero, e (negli) hotel, quindi le stanze, dell'anima...l'anima è un luogo pensante ma al contempo dotato di una sua coscienza; di una propria vita interiore (non a caso, come detto, é simbolo per antonomasia dell'interiorità dell'essere umano). E quale cosa migliore sia se non quella di raffrontare i suoi meandri più profondi (quelli della sua coscienza e del mondo suo interiore, appunto), paragonarli con l'hotel, ricco di stanze? Mi viene in mente un famosissimo brano degli Eagles degli anni settanta dal titolo "Hotel California" (famoso anche - e soprattutto - per il riff finale di chitarre del duo Joe Walsh-Don Felder) in cui un uomo, ospite di una stanza del Beverly Hill Hotel (da molti conosciuto o identificato come Pink Palace Hotel) si mette a girare tutto l'albergo senza mai riuscire a trovare l'uscita: un giro senza fine all'interno della propria coscienza interiore, ovviamente.
     "Gli scrittori sono sempre ansiosi, sempre in fuga - dal telefono, dalle responsabilità, dalle distrazioni del mondo".
     Premesso che sono soltanto un umile scrittore dilettante, debbo dire che in parte mi riconosco nella citazione suddetta: più che ansioso, infatti, a volte in mia vita sono stato depresso; più che in fuga da qualcosa e/o da qualcuno ritengo d'aver spesso aggirato le responsabilità, di rifulgere dalle distrazioni del mondo e...di tener sempre chiuso il telefono, anzi, il cellulare: perché, ahimé, tendenzialmente sono un orso molto pigro...e meno male che non posseggo uno smartphone con opp, ipp, app varie: altrimenti sarebbero stati cavoli amari!
     - Da dove a dove (origini e luoghi della scrittura)
    L'ultima citazione aforistica della O'Brien è questa: "Per scrivere bisogna provenire da qualche remoto luogo del cielo o della terra e giungere sino ad uno strano dove - non a tutti noto - situato ai confini del profondo o sopra le stelle". Diciamo che questa è solo in parte una citazione della O'Brien: a quella originaria (non ricordo quale sia, però) vi ho aggiunto delle mie parole (non ricordo quali, invero)...a latere scrissi il seguente mio pensiero: - Io, allora, provengo sì dall'inferno ma giammai giungerò sino al paradiso, in quanto sempre prima mi fermerò ossia al di quà dei cancelli del cielo (e vivamente spererei che essi restino sempre aperti - anche nottetempo...visto che spesso dimentico le chiavi di qualche porta da qualche parte!).
     - Le anime (varie specie)
    Quelle dei dannati e dei pazzi (da stramonio) gravitano intorno agli inferi: nell'attesa di ardere in eterno, esse stanno sotto una caterva di fango putrido ai confini della "caina vociante" (oh! oh! mi sa tanto che ho parafrasato un certo Alighieri...?!); quelle dei beati (beati loro!) placidamente dormono in un limbo soffice e profumato (proprio come se fossero avvolti nei pannolini Lines: tal quale, direi!), anzi, profumato e soffice: nell'attesa...; le anime dei morti, invece: hanno smesso di attendere.
     - A proposito di attesa...
     Aspettare è bello...il suono delle campane a festa meno dispiace del rintocchio macabro di quelle a morto. Spesso, quando si sente quel rintocchio, ci si pone la seguente domanda: "Per chi stanno suonando quelle campane?". La risposta, in genere, non è facilissima da aversi; tuttavia, ricordo che tanto tempo fa un tale (mai saputo chi fosse, in vita mia: diciamo, allora, ch'era il tal dei tali) a domanda così rispose: "Non preoccuparti, un giorno quelle campane suoneranno anche per te!". La risposta fu chiara e precisa, veritiera ed alquanto "cruda"; propriamente non sibillina né, tanto meno, eufemistica...di certo, però, io non mi sono mai dato pena o preoccupato (più di tanto) per essa! 
     - Passato e futuro
     Sostengono in molti (troppi, forse?!) che non si può vivere nel - e del - passato, ma che si deve andare avanti (sincroni con la vita?!); si deve guardare avanti e farlo cogli occhi rivolti al...futuro. Ora, io non obietto su ciò né sono in grado di dare perentorie - e definitive - risposte: dico solamente che per quel che mi riguarda il "passato è il mio futuro!".
     - Strano dilemma, anzi, divertente assai...
     Vado leggendo in un mio vecchio notes del duemilasedici gli appunti che seguono.
     E' meglio esser felici o esser contenti? A mio parere modesto sarebbe meglio essere tanto l'una, quanto l'altra cosa: ovvero, nessuna delle due!
      Il perché è presto detto; tali stati d'animo dell'essere umano, infatti, esplicitamente nascono sì d'improvviso ma poi pur svaniscono nel volgere breve d'un attimo: cioé, entrambi hanno la concreta e bellissima quanto però pur ineffabile durata d'un battito d'ali di farfalla...non a caso la vita delle farfalle dura poco più di un nonnulla (molte specie restano al mondo il solo tempo necessario a procreare). Tutt'al più, quindi, converrebbe esser malinconici. La malinconia, infatti, può trovarsi insita nell'uomo sin da prima ch'egli cammini a "quattro zampe", ovvero fin da prima che esso esca dall'utero materno ed emetta il primo suo vagito; e può durare, a volte, anzi, diciamo che può accompagnarlo vita sua tutta natural durante: adunque, senza mai lasciarlo solo. E sapete che bello essere accompagnati per mano da una siffatta compagna? Nulla al mondo può essere paragonato a tutto ciò, credetemi...mi vengono in mente, a chiusura del paragrafo (molti si domanderanno se centrino come i cavoli a merenda?) le parole del titolo di una canzone inglese, l'inno ufficiale del Liverpool FC.: "You'll never walk alone". Infatti, coloro i quali camminano fianco a fianco con la malinconia nel corso della loro esistenza non saranno mai soli: proprio come i  "reds" (così sono conosciuti i giocatori che militano nella squadra della città della Mersey, tanto nel Regno Unito, quanto altrove), a cui i propri tifosi intonano l'inno ogni qualvolta entrano in campo prima che cominci la partita. 
     - Il "ciclo del vino" (mia teoria)...
     Nel novembre del 2015 scrissi una poesia e in alcuni versi citai il "ciclo del vino", una mia teoria che qui vado ad esporre. Ossia, esso avrebbe inizio quando le foglie cominciano a cadere dagli alberi in autunno; quando, cioé, le suddette cadono ed il contadino, contemporaneamente, comincia la mescita, la decantazione ed infine arriva all'imbottigliamento del vino stesso. Il primo vino, ovvio, non si scorda...è sempre il novello, ovvero il primo della stagione nuova.
     - Guida Pan Am, Webster e...un proverbio indiano
     Quando lessi la prima volta ciò di cui vado a scrivere pensai mi si fosse offuscata la vista, anzi, pensai proprio d'aver all'improvviso perduto decine e decine di neuroni; quanto letto allora e poi riletto in seguito, molte altre volte, è però tutto vero! Nei primi mesi del 1982 acquistai nella libreria "Leone" di Taranto, sita in via Di Palma (la più fornita libreria che mai ci sia stata in città: al suo posto vi è ora un negozio di scarpe, credo), la "Guida Pan Am" degli Stati Uniti, edizione 1980 (la più recente, all'epoca, pubblicata dalla Calderini, casa editrice bolognese). La suddetta era in quegli anni (e lo è stata anche dopo, invero, per molto tempo ancora!) il non plus ultra tra le guide turistiche nonché la bibbia dei viaggiatori (virtuali o "reali" che fossero). La comprai perchè avevo in programma un viaggio coast to coast negli States (di cui ho già scritto in altre occasioni), mai svolto - purtroppo - e pensando che mi sarebbe stata utile durante lo stesso: di quelli da farsi a bordo dei Greyhounds, i famosi autobus extra-urbani che trasportano passeggeri ad ogni ora del giorno e della notte, toccando anche il più sperduto buco di culo della provincia americana...oppure "on the road", come affermava un certo Jack Kerouac, facendo cioé l'autostop. All'epoca la casa editrice emiliana aveva già pubblicato, oltre a quella sugli Stati Uniti, altre guide importanti come quella ai "Musei d'Italia"; aveva anche in preparazione la "Guida ufficiale della Repubblica Cinese", quella di Macao (che per decenni fu territorio battente bandiera portoghese) e quella di Hong-Kong (sotto controllo britannico sino al 1997): oggi entrambi territori autonomi ma amministrativamente "regioni speciali" cinesi. Ebbene, sfogliando la Guida, a pagina centonovantaquattro (la ottava del capitoletto dedicato allo stato del Massachusetts, senza ombra di dubbio il più "letterario" tra i cinquanta che annovera il vastissimo territorio americano) i miei occhi posero lo sguardo sulle seguenti parole: A Webster, centro di sci d'acqua, c'é il più vasto lago naturale del Massachusetts. Il nome è indiano: Lago Chargoggagogmanchaugagogchaubunagungamaung. Tradotto significa: "Tu peschi dalla tua parte, io dalla mia e nessuno in mezzo". Davvero impressionante, direi: senza ombra di dubbio trattasi del lago più "insolito" al mondo, ma anche quello col nome più lungo...mostruoso, anzi, mostruosamente lungo; nonché molto saggio: il titolo indiano (ho scoperto dopo che si tratta di un proverbio della tribù nativa dei Nipmuc, discendente dagli indigeni Algonchini che popolavano anticamente la regione) racchiude in sé una morale abbastanza semplice seppur precisa, la quale si potrebbe racchiudere in queste parole: "Vivi e lascia vivere!". E' da dire infine che Webster è una piccola quanto amena località della contea di Worcester, situata nella zona centro meridionale dello stato, a ventinove chilometri dalla omonima città, vicino al confine col Connecticut. Fu fondata intorno al 1713 e nel 1832 prese il nome attuale dallo statista ed oratore Daniel Webster. E' famosa anche per un'altro precipuo motivo: fu frequentata spesso e volentieri da una certa Emily Dickinson, a detta di molti la più grande poetessa americana d'ogni epoca; lungo le rive del lago la stessa Dickinson solea trascorrere ore tranquille e da quel luogo trasse ispirazione per molti suoi scritti. 
     - Detti&frasi celebri...con commento (a modo mio)
     Vedi Napoli e poi muori - Meglio sarebbe, però, che ciò avvenisse dopo aver fatto l'amore (non importa se con una donna etero o una donna trans, con un uomo oppure con una puttana da quattro soldi: purché venga fatto seguendo le proprie voglie liberamente), o magari - chissà - dop'aver mangiato del salame di Felino (notissimo salume col marchio Igp, prodotto nel comune parmense ed in altri limitrofi della valle del Taro) o bevuto un bel quartino di buon rosso (magari un Barbera dell'81 o un Castelvetro Grasparossa del 2004), oppure...anche se, in fondo, penso che morire non sia mai meglio! (di nulla o di niente altro: che poi è la stessissima cosa!).

    Taranto, 18 marzo 2020. 

  • 13 maggio 2020 alle ore 9:45
    DAIANA BRASILIANA DEL NORD

    Come comincia: Daiana Ferreira da brasiliana poteva essere classificata con i  canoni con cui l’immaginario comune  distingue le ragazze di quel paese: alta di statura, tette prorompenti, vita stretta, gambe chilometriche e soprattutto un popò che muoveva in maniera  molto sensuale da far esaltare la fantasia dei maschietti, in particolare di quelli  italiani. Ma la ragazza aveva una particolarità: era bionda con gli occhi verdi segno tangibile che qualche nordico si era ‘intrufolato’  nella sua stirpe conoscendo da vicino qualche femminuccia della sua famiglia. La ragazza aveva vinto una borsa di studio all’Università di Bologna e stava percorrendo, in aereo i novemila chilometri di distanza dal suo paese. Durante il viaggio per sgranchirsi le gambe aveva preso a camminare lungo il corridoio e poi, supportata dal battimano dei maschietti presenti si esibì in un ballo in cui il popò aveva la sua parte preponderante. Il personale dell’aereo le chiese di smettere, secondo loro ci andava di mezzo la stabilità dell’aereo, forse una scusa delle assistenti di volo femmine un po’ invidiose,  fisicamente non erano alla sua altezza.  Daiana, ventenne era in compagnia della madre Denise quarantenne bruna. Guardandole bene era difficile distinguere la madre  dalla figlia anche se differente era il colore della loro pelle., un bel duo! A Madrid l’unico scalo aereo, prima di giungere a Bologna. In quell’occasione le due brasileire furono circondate da maschietti che facevano a gara a chi offrirle la colazione al bar dell’aeroporto. Denise era nata in un quartiere povero di Rio de Janeiro, da piccola era stata affidata ad una sarta per imparare il mestiere. Era subito diventata brava e tanto intelligente da imitare nei vestiti delle signore i capi più rinomati rinvenuti nelle riviste di moda europee. Andando avanti negli anni aveva aperto una sartoria sua che presto era diventata rinomata presso le signore ‘bene’ della città. Nel frattempo le era capitato un ‘incidente’ che aveva portato alla nascita di Daiana. La  ragazza nel tempo si era dimostrata brava negli studi ed aveva conseguito la maturità a pieni voti. In un giornale locale aveva notato un concorso in cui un benefattore italiano di Bologna metteva in palio una borsa di studio per una ragazza brasiliana, Daiana aveva superato la prova e questo il motivo della sua andata nella città felsinea. Aveva ricevuto il nome e l’indirizzo di una pensione in cui alloggiare, la mamma aveva ritenuto opportuno accompagnarla, cuore di mamma sempre in ansia per i figli, e così aveva venduto la sua attività ricavando un bella somma di denaro. A Bologna le due donne si erano  istallate alla pensione ‘Mazzoni’ la cui titolare, romana, era particolarmente  affabile. Armida, questo il suo nome sistemò Daiana e Denise in una camera matrimoniale con bagno. La mattina dopo la neo matricola si presentò alla segreteria dell’Università e così iniziò il suo corso di studi in medicina. Vedendo alcuni poveri dei bassifondi della sua città ammalati senza cure mediche aveva promesso a se stessa di aiutarli nel curarli gratis. Denise passava il tempo girando per Bologna e facendo qualche acquisto di scarpe e di vestiti, nei momenti liberi faceva compagnia ad Armida vedova, simpatica ed allegra. Avviati con successo gli studi Daiana pensò ad uno svago il sabato e, dietro consiglio della padrona della pensione scelse il Disco Club in cui si suonava musica rock dal vivo. Appena giunta in sala in compagnia della madre, la ragazza fu presa d’assalto dai ragazzi, per loro una brasiliana era una novità sperando soprattutto che fosse disponibile, pia illusione. C’erano anche alcuni giovani vestiti  all’ultima moda, azzimati e pieni di borie con fuori una Ferrari o una Bentley,  si consideravano quelli che non devono chiedere mai ma,  con un sorriso di Daiana li mandava in bianco e per ripicca andava ad invitare lei il più scalcinato della sala. Dopo due anni di permanenza nella città dotta, un pomeriggio in sala da ballo  si presentò a Daiana un giovane che con un inchino, educatamente le chiese il permesso di ballare con lei, non era il solito sciocco. La giovane acconsentì e rimase sorpresa quando il cotale, presentatosi col nome d Andrea le parlò in portoghese: “o que faz una mueher brasileira un Bolonha?” “Balla e parla italiano.” “Sono Andrea Ferrari, meglio così, il mio portoghese zoppica un po’.” “ Sono studentessa all’Università in Medicina, ho vinto una borsa di studio messa in palio in Brasile da un benefattore di Bologna, appena laureata ritornerò al mio paese, son qui con mia madre.” Cosa strana Daiana si era aperta col Andrea, gli aveva ispirato fiducia. “Una confessione, come ballerino sono un ‘pista piedi’ alle signore quindi  evito di chiederle di ballare, se non le dispiace mi piacerebbe parlare con lei, vorrei sapere qualcosa della sua terra.” A quel punto Daiana pensò: “Tu vorresti ben altro….Il Brasile è un grande paese ricco ma pieno di contraddizioni, ancora ci sono la favelas, in modo indegno di vivere per le persone civili, quando tornerò al mio paese mi darò da fare per aiutare i più poveri, torniamo al mio tavolo dove c’è mia madre.” Andrea rimase basito: “Questa è tua madre? L’avrei scambiata per tua sorella, penso di trasferirmi nella tua terra!” Denise accettò il complimento, diede la mano ad Andrea e lo invitò a sedersi.  Poco dopo furono raggiunti da un signore anziano che: “Andrea vedo che hai fatto amicizia, mi presenti le signore?” “Mio padre Bertoldo (Bartòld in bolognese), Daiana Ferreira, figlia e Denise Costa madre.” Anche Bertoldo ebbe la stessa impressione del figlio ma evitò di commentare le uguaglianze delle due donne.” Daiana e Andrea si recarono al bar: “Mi pare di aver visto nella  biblioteca dell’Università un libro dal titolo: Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, chi ha dato questo nome strano a tuo padre?” “Evidentemente mio nonno per un motivo ben preciso, per far contento suo padre piuttosto ricco e che voleva che il suo nome si tramandasse, se avrò un figlio mi guarderò bene dall’appiopparglielo!” Alle due Andrea venne fuori con una proposta: “Che ne dite di passare la notte nella nostra villa vicino Bagnarola, non vi stupite del nome, è un bel posto domani vi riaccompagnerò dove vorrete.” Le due donne si consultarono con lo sguardo e: “Va bene, telefoniamo alla padrona di casa che non ci venga a prendere.” Daiana nel vedere la Stelvio Alfa Romeo rossa: “È la macchina che ho sempre  sognato, vorrei guidarla…ho la patente italiana.” ”Intervenne Denise: “Vorrei arrivare ala vecchiaia…” I due signori accondiscesero alla richiesta e l’improvvisata autista si mise al volante con vicino Andrea che mise in azione il satellitare che ben presto accompagnò i quattro sino a destinazione. Villa Sofia era a tre piani: sotto il garage e ripostigli, al primo piano cucina, salone e sala da gioco (Bertoldo era amante del poker), al terzo piano camera matrimoniale e stanze per gli ospiti con servizi, sopra una colombaia dove in vari ‘cassetti’ sostavano dei piccioni viaggiatori, un hobby di Bertoldo. Al’attivo dell’auto un abbaiare forsennato di un volpino che  aveva annusato degli estranei. Andrea  prese Pucci per la collottola ma quando le due donne scesero dall’auto l’animale prese a far le fusa ed a muovere la coda. “È strano stò cane, alcune volte è ‘camurriuso’ come dice Alfio il mio amico siciliano ora tutto miele.” Andrea aperto il portone  prese in braccio Daiana per farla entrare. Bertoldo: “C’è stato un matrimonio o mi sbaglio?” Tutti risero ma era evidente il gesto del giovane aveva per lui un significato ben preciso (anche per Daiana). Nel salotto gli accordi: la mattina Bertoldo sarebbe andato in  azienda con la Stelvio, Andrea avrebbe ceduto la sua Fiat 594 Abarth a Diana per recarsi all’Università e lui sarebbe andato con la vecchia 500 di suo padre nello studio dell’avvocato dove era apprendista. Denise come passava il tempo dato che alla conduzione della casa provvedevano due cameriere ed un uomo tuttofare? Aveva scovato in garage una bici e con questa girava per le vie della cittadina e di quelle vicine. Il prode Bertoldo occupato nel mandare avanti la sua ditta di import di caffè, piante e frutti tropicali oltre che di pappagalli, altro suo hobby oltre quello dei piccioni. Un giorno non si sentiva particolarmente bene, non aveva digerito e pensò bene di rientrare a casa e chiamare il suo medico. All’arrivo in villa incontrò Denise che stava uscendo con la bici per il suo giro mattutino, vedendo il biancore del suo viso Denise scese dalla bici e si precipitò a sorreggere Bertoldo accompagnandolo sino al salone. “Per favore chiama il dottor Gatti, il numero telefonico e nella rubrica sul tavolo. Dopo circa mezz’ora si presentò un giovane biondo, sorridente che: “Devo stilare un certificato di morte, chi è deceduto?” Bertoldo alzò una mano, si sentiva svenire. “Il dottore visitò sommariamente Bertoldo e: “Sono disturbi neuro-vegetativi, una pillola e rimettiamo in piedi questo signore, gli ho detto di sposarsi, sarebbe la cura migliore per lui.” “Grazie, sei sempre caro, prenditi una bottiglia qualsiasi nella vetrinetta, ti chiamerò come testimone alle mie nozze!” Bertoldo forse per effetto psicologico della visita del dottore si stava riprendendo rapidamente, tanto rapidamente che prendendo spunto dalle parole del medico: “I consigli dei dottori debbono essere seguiti, che ne dici se ci sposiamo?” Denise rimase sorpresa, non era cosa di tutti i giorni che le mancassero le parole…Cercò di cavarsela con una battuta: “Debbo chiedere il permesso a mia figlia!” Bertoldo si allontanò e ritornò con un astuccio, lo aprì, anche stavolta Denise rimase basita, un anello con un brillante veramente grosso, probabilmente della defunta moglie. Approfittando della confusione mentale di Denise Bertoldo si fece più audace: “Che ne dici di un assaggino della luna di miele?” Il disturbo neuro-vegetativo era scomparso come pronosticato dal dottor Gatti. Il pomeriggio al rientro in villa di al rientro di Andrea e di Daiana Denise, piuttosto timidamente mostrò il regalo del padrone di casa, i due giovani lì per lì con commentarono poi capirono che la cosa migliore erano le congratulazioni e così fecero. Sicuramente Bertoldo aveva più volte assaggiato la topa di Denise perchè dopo un mese, a tavola: “Non so se vi farà piacere ma avrete una fratellino o una sorellina, quali dei due preferite?” Ad Andrea venne in mente una vecchia barzelletta che ad analoga domanda, il nuovo nato già grande di età rispose: “Mio papà voleva un maschio, mia mamma una femmina, sono nato io….li ho accontentati entrambi.” Andrea si rifugiò sul classico: “Citando il Rigoletto di Verdi vi dico:’questo o quello per me pari sono, m’è venuta in mente un’idea, il pargolo potrà far imparare a Daiana come cambiare pannolini e delizie del genere.” “Se è una proposta di matrimonio te lo puoi scordare, ho promesso a me stessa di rientrare in Brasile per aiutare i poveri, se te la senti di seguirmi…” Andrea orami si era innamorato  di Daiana, quella affermazione fu un duro colpo per lui, lasciare Bologna era praticamente impossibile e quindi… Il giovane sembrava un cane bastonato, spesso quando era in casa passava il tempo con le cuffie all’orecchio per ascoltare musica, Daiana per conto suo studiava o leggeva un libro allora fine della storia? Il buon Mercurio protettore di Andrea fece commuovere Daiana che un pomeriggio che erano soli in casa lo invitò con gli occhi ad andare in camera da letto. Li per lì  Andrea non si rese conto dell’invito ma quando Daiana fu più esplicita: “Braciolettone vuoi o no venire a letto con me?” Immediatamente la prese in braccio e la depositò sul letto matrimoniale del padrone di casa. Nel rapporto intimo Daiana dimostrò di non essere più vergine, cosa che poco importò ad Andrea che malignamente, invece della classica marcia indietro restò a lungo nella topa della novella sposa. Anche Daiana ebbe come regalo di fidanzamento un  gioiello di un maestro orafo di Valenza, un collier bellissimo e costosissimo. Quando dopo un mese a Daiana non vennero le mestruazioni la ragazza si recò da un ginecologo ed ebbe la conferma, sarebbe diventata mamma. Rientrata a casa si chiuse nella sua stanza, ad Andrea che aveva bussato ala porta: “Sparisci maiale, hai infranto tutti i miei sogni!” Ovviamente la notizia venne a conoscenza di Denise e di Bertoldo che invece si fecero delle  matte risate, madre e figlia incinte, un bel quadretto! Daiana restava chiusa in casa, non frequentava più l’Università, era in profonda crisi, non sapeva che decisione pendere quando l’esperienza e  la saggezza materna… “Ti sei prefissata e aiutare i poveri del nostro paese, non  c’è bisogno che rientri in Brasile, ogni mese puoi fare una donazione ad un istituto  per anziani o ad una casa per bambini abbandonati e così avrai realizzato  la tua promessa. Daiana si convinse, riprese la vita di prima, si riappacificò con Andrea e a distanza di due mesi vennero alla luce Anna e Sofia, bellissime. Quella nascita fece affermare a Bertoldo: “Figlio mio noi maschietti siamo in minoranza, il mondo è delle donne come da un vecchio film di Lauren Bacall.

  • Come comincia: Pam, dal suo canto, voleva arrivare a qualcos'altro: invero, tutti i riferimenti nonché le implicazioni artistico-letterarie l'avevano intrigata sempre parecchio, sin da piccola, stimolandone la sua fantasia e la sua curiosità, già allora molto fervide. Il nuovo amico (lo era, già, Julien, tanto per l'una, quanto per l'altra: la scintilla era scattata all'unisono, in entrambe; a causa del savoir-faire del ragazzo ed anche per qualcosa di...innaturale ed inspiegabile!) ne aveva uno di non poco conto, di quelli che le si addicevano come non mai: i suoi, infatti, erano un nome e cognome alquanto altisonanti.
     - Sai, Julien, - fece Pam, - il tuo nome è veramente molto strano (prese il tutto alla lontana...eppoi sarebbe arrivata al punto).
     - Trovi? - rispose quello. - Perché mai? A me non sembra: è un nome abbastanza comune in Francia, credimi. 
     - Sì, sì, certo. Ti credo, sai? - ribatté subito la ragazza. - Ma, vedi, insieme al tuo cognome è proprio strano... davvero, ascolta, Julien, i tuoi sono lo stesso nome e cognome di un certo Julien Sorel; era, esso, il protagonista di un romanzo di Stendhal (è lo pesudonimo di Henri Beyle: un nome ed un cognome che alla gran parte della gente non dicono un fico secco!): Il Rosso e il Nero, credo che fosse ma, mmm... - Pam titubò un attimino (anzi, fece la parte dell'imbranata, per tastare la cultura letteraria del francese e poi perché aveva il gusto per l'ironia impresso nel suo acido desossiribonucleico - più comunemente noto come dna -: forse, chissà, lo aveva preso dalla madre, per "imprinting", appunto, come avviene nel mondo animale!).
     

     Ma Julien non era Julien (anzi, come il Julien) Sorel del romanzo notissimo di Stendhal: molti connotati caratteriali, infatti, erano ben distanti da quello che era lui;i riferimenti, quindi, potevano definirsi poco più che di natura...ortografica?! Di certo no. Vi erano anche delle importanti convergenze..."caratteriali" tra i due. Così è scritto nella introduzione al romanzo proposta da una nota casa editrice inglese, in una vecchia edizione degli anni sessanta, a proposito di Julien Sorel: "I connotati spirituali di Julien Sorel corrispondono abbastanza strettamente alla definizione che l'Enciclopedia (Saint-Lambert e Diderot nel caso specifico) aveva dato del Genio. Egli ha una mente vasta ed attenta, un'immaginazione vigorosa, una memoria straordinaria, un'attività interiore incessante: a ciò si aggiungono alcune caratteristiche "post-rivoluzionarie", che al Genio degli Enciclopedisti - ipostasi dell'artista e non dell'uomo di azione - erano completamente estranee: un orgoglio selvaggio, un rifiuto accanito della condizione servile, e, differanza capitale, una tensione spasmodica di tutte le facoltà verso l'azione, l'affermazione pratica, il "successo" nel senso più concreto e meno letterario del termine. Julien è perciò un genio in attesa di un'occasione che mobiliti le sue energie, lo tragga fuori dalla sua indeterminatezza e gli consenta di realizzarsi interamente. Attesa fatalmente vana: in ciò sta la sua condanna. Non esistono nel suo tempo imprese che richiedano l'apporto che egli potrebbe dare. Egli è una forza che nulla rende "necessaria": dal punto di vista della società, dunque, egli è un pericolo, ed è tanto più esposto ad essere combattuto quanto più tende ad affermarsi libero ed a distinguersi dalla folla anonima dei "collaboratori". Soggettivamente, egli è un essere disorientato e scisso; condannato a fare uso delle proprie facoltà soltanto in modo disordinato e casuale, a compiere prodigi di autodisciplina per superare ostacoli meschini o infrangere i più gretti divieti, per resistere, da solo, alle grevi mistificazioni che ciascuno degli ambienti con cui viene a contatto genera e conserva con zelo, per comprendere ciò che nessuno gli insegna. E il suo modo di procedere è fatalmente incerto e tortuoso, i suoi sforzi si irretiscono in un groviglio di scopi casuali, illusori e contraddittori. Della sua memoria prodigiosa non potrà fare altro uso che imprimervi prima lunghi passi di scrittori latini e versetti biblici, per la meraviglia dei commensali del sindaco di Verrières, o per la delizia d'una sera dell'arguto vescovo di Besancon, poi quattro pagine da recitare ad uno scettico uomo di stato straniero, quattro pagine in cui si condensano le deliranti eleucubrazioni politiche di un gruppo di aristocratici ossessionati dal terrore d'un nuovo sussulto rivoluzionario. Della sua volontà d'acciaio egli sarà ridotto a fare soprattutto un uso ascetico, rivolto contro se stesso, contro i suoi smarrimenti e la sua timidezza, ora per resistere all'angoscia e alla solitudine nel seminario, ora per imporsi, come una prova, di sedurre la signora Renal e Matilde de la Mole, donne in cui vede dapprima soltanto il simbolo di un mondo che non gli appartiene, e un'occasione per riscattare le proprie umiliazioni; per costringersi ad andare ad un appuntamento amoroso in cui gli par di vedere un agguato mortale, come poi per pronunciare da sé la propria sentenza, e non avvilirsi davanti ai giudici che lo condanneranno a morte. La sua intelligenza gli servirà per meritare incarichi di fiducia casuali, discontinui e senza alcuna importanza reale, e soprattutto per  comprendere ciò che non può trasformare e vedere lucidamente le forze che lo schiacciano. Julien pensa, ama, odia, agisce "a corpo perduto", lanciandosi con una inesauribile violenza verso obiettivi confusi. Egli è solo, anche se non ripiegato su se stesso: il suo è un eroismo negativo, sterile; quasi irriconoscibile nei suoi atti...". Julien Sorel del romanzo è questo, a grandi tratti. Il Julien Sorel incontrato sul Filiki da Pam e Rebecca differisce ed è al contempo simile al Sorel "letterario": innanzi tutto non è un personaggio inventato ma è un individuo in carne ed ossa; poi è senz'altro un genio ed un affabulatore di grande fascino; non è timido pur essendo gentile e discreto...infine, la sua intelligenza la userà per far colpo sulle due ragazze...

      - Credo di sì, - disse, da par suo, Julien, - anzi, è proprio così, hai ragione! Ma io non ci ho fatto mai caso, non sono appassionato di lettere e poesia (era vero, ma lo era altrettanto che fosse anche molto erudito!): a me piace viaggiare, piace soltanto andare...in cerca, te l'ho detto. Comunque, adesso che ci penso, sai Pam, è vero: mio padre ama leggere Stendhal, sarà per questo che mi ha battezzato con quel nome. Forse, però... - si fermò per un attimo e poi riprese a parlare, anzi, a discorrere.
     - Quando ero al liceo, a Orlèans, la cittadina dove vivono i miei nonni paterni (capoluogo del dipartimento del Loiret e della regione del Centro, è posta sulle rive della Loira alla confluenza del canale di Orlèans: centro fortezza dei Galli (Cenabum), fu distrutto da Cesare nel 52 a. C. e ricostruito da Aureliano; si trova a poco più d'un centinaio di chilometri dalla capitale, è famosa per la produzione di aceto, vini e soprattutto...spumante "champenois"), lessi qualcosa al proposito in un vecchio libro, i cui non ricordo il nome ma credo che fosse sugli usi, le tradizioni popolari ed il folklore in Francia: dalla metà del XVI° secolo, mi pare fosse precipuamente il 1536 o 1537, ogni francese ha un nome e cognome ben definito; quell'anno, infatti, fu resa obbligatoria la registrazione delle nascite in appositi registri parrocchiali. Capita, così, che molti cognomi derivino da nomi topogràfici o di artisti e letterati in genere (Montaigne, La Fontaine o Sorel, appunto), da nomi di piante, fiori o alberi (Pommier, Dubois), di mestieri (Meunier, Favre, Leclerc), di paesi o regioni (Picard, Lebreton, Aragon) o da soprannomi(Lesage, Leblond). Inoltre, sai, (Julien, in quel frangente, sembrava una vecchia ciminiera che quando comincia a sbuffare non si ferma più: neanche se la colpisci con palle di cannone!), vi sono anche nomi che derivano da altri idiomi: Le Hir e Le Floch, ad esempio, sono nomi bretoni, mentre Bernard e Walter sono nomi di derivazione germanica (tipici delle regioni alsaziane e della Lorena, al confine nord-orientale con la Germania) oppure Irigoyen e Etcheverry sono baschi (tipici dei dipartimenti pirenaici del sud-ovest, in prossimità con la Navarra spagnola ed il Principato di Andorra)... -. All'improvviso, poi, si fermò nuovamente esclamando:
     - Bene, ragazze, ora devo proprio lasciarvi: sono un po' stanco. Ci rivedremo all'arrivo, se vi va! - Così salutò ed andò via: forse non aveva gradito molto l'ultima parte del colloquio con Pam; oppure, chissà, era realmente stanco. 
     - Sicuro, ci rivedremo! - fece Pam, lanciando uno sguardo malizioso al francese. Poi, dentro di sè pensò: - alla faccia, Julien; e dire che non ti interessa leggere: mi sembri, invece, una enciclopedia vivente!
     Alla ragazza quel francese, dai modi scanzonati ma anche gentili e discreti, nonché per il fare suo un po' lunatico ed al contempo da persona riflessiva e colta, era ben simpatico e forse, chissà...la sua sarebbe potuta diventare, da lì in poi, anche qualcosa di più d'una semplice simpatia. A quel punto Reby, rimasta a lungo silenziosa, la prese per un braccio e la strattonò, poi disse:
     - Andiamo, su, professoressa! - (Era un po' gelosa, evidentemente!). Dopo di che le due tornarono in cabina. Alle ventuno e cinque minuti primi, spaccando simbolicamente le lancette degli orologi di tutti i turisti e dei membri dell'equipaggio che sopra di esso si trovavano, il Filiki riprese il mare aperto. Pam, allora, si sdraiò sul suo lettino e, poco dopo, si addormentò; Reby, invece, indossò una cuffia nelle orecchie collegandola ad un i-pod e si mise ad ascoltare musica. Nel breve volgere di venti minuti il traghetto ebbe circumnavigato l'estremità sud-orientale dell'Attica, fiancheggiando la regione montuosa di Làurio, zeppa di miniere di argento, piombo e manganese. Dopo dieci minuti letteralmente passò in mezzo tra Makronesos e Zèa, le due isolette gemelle delle Cicladi minori, a sud-est di Atene. Un'antica leggenda, risalente all'epoca micenea, narra che alcuni pescatori di spugne avessero visto e poi avvicinato due sirene sugli scogli di Zèa: restarono ammaliati dalla loro seducente bellezza...qualche giorno dopo, però, coloro, forse ebbri di pazzia per quella visione, si buttarono giù da un dirupo, alle pendici del monte Theodoros che sovrasta l'isola. Nel frattempo, visto che la serata era abbastanza afosa, Reby decise di fare una doccia. Quando ebbe finito si sdraiò sul lettino. Pam, intanto, si risvegliò e la compagna, così, si distese di fianco a lei poggiando la testa sulla sua spalla: entambe restarono in silenzio a contemplare il soffitto bianco della cabina. Il Filiki, però, non contemplava proprio un bel nulla: quel "mostro", impietosamente, andava diritto per la sua strada, anz, per i suoi mari. Dop'aver attraversato lo stretto tra Petralia (di fronte al Capo d'Oro, in terra di Eubea o Negroponte) e l'isola di Andro la quale, essendo la seconda per grandezza e la più settentrionale delle Cicladi, forma la barriera superiore delle stesse insieme a Tino (Tinos), Migono, Paro, Nasso, Amorgo e Stampalia, esso navigava, oramai, in aperto (e docile, per fortuna!) Egeo e, finalmente, davanti a lui (seppur, però, ancora in discreta lontananza), all'altezza del fatidico 39° parallelo e alla longitudine ventisei da Greenwich (il meridiano dei meridian o numero zero, che dir si voglia!), cominciava a far capolino la fatidica Lesbo. 
     Pam e Reby ricevettero una inaspettata visita, nella loro cabina: il simpatico Julien, il quale recava con sé alcuni croissants ripieni con marmellata di mirtillo, da gustare insieme alle due ragazze. Entrando, dopo aver bussato, il suddetto esclamò:
     - Ragazze, cosa fate di bello?
     - Nulla di che, - rispose Reby, - siamo in dolce contemplazione...del soffitto!
     - Bella cosa, sapete? - replicò, altrettanto ironicamente il francese. - Forse è una contagiosa epidemia: anch'io facevo lo stesso in cabina! Ho deciso, così, di venirvi a trovare: vi da noia, per caso?  

  • 08 maggio 2020 alle ore 18:12
    Caro Paese

    Come comincia: Il cursore ammicca e aspetta. Io lo guardo e penso che ogni cosa che si scrive ha un punto di partenza, o almeno lo dovrebbe avere, certo, ma quello che voglio scrivere io è tutto da districare come si fa con la lana quando si trasforma da matassa in gomitolo. La matassa sembra molto ordinata, lineare e piacevole, ma non è così. La matassa nasconde ingorghi, garbugli, nodi, asperità che obbligano a passaggi sotto e sopra, o anche sopra e sotto, come è necessario. Importante è creare il gomitolo, bello rotondo, liscio e vellutato. Il gomitolo è quello che ho in mano oggi, adesso che sono arrivata ai settantadue anni, e il mio intento è di tornare alla matassa, all’inizio di tutto, alle origini. La vecchiaia è nostalgica? Può darsi, ma credo che nel mio caso si tratti di affetto, legame profondo, necessità di curare, dissodare il terreno, ringraziarlo per come si è preso cura delle mie radici appena nate e poi cresciute piano piano in quella inconsapevole culla che mi avvolse fin da subito, che oggi è una città, ma che allora era un paesone pieno di verde, circondato dalla campagna. Un paesone dove campi di grano si prestavano, dopo la mietitura, ad essere saccheggiati da bambini vocianti che andavano a spigolare per inventarsi, con le spighe di grano rimaste sul terreno, biancastre elastiche gomme da masticare. E c’ero anch’io fra quei bambini. Campagna, ruscelli, viottoli sterrati, rovi, more, viole, primule, piccoli garofani selvatici rosa e bianchi profumatissimi, e quel meraviglioso melograno nel giardino della mia vicina di casa. Sei casette a schiera, sei famiglie un’unica famiglia. Non si rimaneva mai senza qualcosa di urgente in casa perché era normale chiedere un po’ di sale, di farina, di zucchero, o donarlo, fra noi tutti. Era normale attardarsi nelle lunghe sere d’estate a chiacchierare davanti casa. I ragazzi erano tanti nella mia via e i più grandi giocavano con i più piccoli: mago libero, palla avvelenata, monopoli, e tanto d’altro. Io crescevo in una comunità che mi donava non una mamma, bensì sei mamme. Nulla sfuggiva alle sei mamme, proprio niente. Nemmeno un tizio in auto che quando avevo dieci anni mi aveva avvicinata con la scusa di chiedermi dove fosse un certo cinema, cercando di attirare la mia attenzione su qualcosa che stava facendo, ma che non ero in grado di capire. Ma oltre la siepe c’era una delle mamme che, anche senza poter vedere, chissà come, aveva capito che qualcosa non andava e immediatamente mi aveva chiamata: cosa succede? Mettendolo in fuga. Già, tutti sapevano tutto di tutti. Paese pettegolo? Certamente, come gli altri. Bisogna diventare adulti e anche andarsene altrove per capire quanto ci sia di peggio, come l’indifferenza, la diffidenza, sentirsi soli e magari indesiderati soltanto perché provenienti da un’altra città, anche se della stessa nazione. Bisogna diventare adulti per imparare a riflettere su cosa ci è stato inculcato da un certo modo di vivere, da un tipo di scuola, da un’insegnante severissima alla quale non si è mai riusciti a non volere bene. Bisogna diventare adulti ed essere lontani per ripensare alle paste la domenica mattina, al bar Centrale sotto i portici, dopo la messa grande, quella delle 11, con sfilata di moda e messa in piega appena fatta, sguardi curiosi e maliziosi, il profumo intenso di incenso, l’irrefrenabile voglia di ridere (la mia) , e i canti dei fedeli a riempire di echi la chiesa. Scarpe bianche e calzettoni bianchi, golfino sulle spalle, libretto delle preghiere in mano, velo da mettere in testa e quella era la domenica mattina, una bella domenica mattina che poi l’ignoranza di certo clero, e non solo, provvide a demolire senza nemmeno rendersene conto. Lunghi viali alberati, via Marconi, Viale Locatelli, Viale Betelli, e poi le Vasche, il grande piazzale. Allora abitavo alla Bagina e la mia vita si svolgeva in bicicletta, a piedi, o sugli schettini. Giocavamo noi bambini divertendoci a farci scivolare giù dalle costruzioni che rappresentavano i rifugi in cui si era riparata la gente durante i bombardamenti, tranne uno devastante di cui tutti sanno. Adesso penso che bel messaggio potessero essere per gli adulti che avevano subito la guerra e la distruzione, i lutti e il terrore, tutti quei bambini che giocavano là sopra. Fra quegli adulti c’era anche la mia famiglia, tutta tranne me che sono fortunatamente nata nel 1948. Ogni metro di asfalto di quelle strade era ed è ancora casa mia, ogni foglia di quegli alberi mi raccontava la mia storia, ovunque appoggiassi la mia bicicletta, ovunque dirigessi ogni mio passo a piedi, ero a casa mia, in mezzo a facce conosciute, cordiali, persone sempre pronte a fermarsi per due chiacchiere, a chiedere notizie dei fratelli, dei genitori. Luoghi rassicuranti in cui mi sentivo protetta. Gente spesso pettegola, ma pronta ad aiutare e soccorrere. Se oggi sono una persona solidale l’ho imparato allora, da quella gente lì, la famiglia, gli insegnanti, dai miei compaesani generosi e sempre pronti a dare una mano, e anche ad essere un bel deterrente dal comportarmi male perché in tempo zero la mia famiglia lo avrebbe saputo. Che meraviglia! Come mi sembra dolce, accattivante, oggi, tutto questo! Tanto quanto mi faceva rabbia allora perché poi arrivò l’adolescenza...e si sa com’è.
    Sarà molto difficile che io possa tornare là per ovvie ragioni, ma il mio paese che oggi è una città, lo so, ma io preferisco continuare a chiamarlo “il mio paese” perché è come lo ricordo, lo penso, e lo rimpiango, spesso viene da me alla sera prima di addormentarmi, e mi sembra che dietro la finestra ci siano le gelosie di allora, e oltre le gelosie, Via Gorizia con i suoi pini marittimi, così sgraziati e così commoventi, le voci ovattate della gente, con la loro inflessione dialettale, e l’articolo davanti al nome proprio. Allora eccomi arrivata fino alle Vasche, e lì mi siedo su una panca. Di questi tempi non c’è tanta illuminazione perciò, più che vedere le persone, ne scorgo le ombre e ne ascolto il chiacchiericcio, oltre allo sciacquio che giunge dalla fontana. E’ primavera e il bar Centrale è aperto, proprio là di fronte. Non ho soldi in tasca, ma ormai non mi servono. Rimango qui in silenzio seduta sulla panca e mi sento bene, ma questo viaggio a ritroso mi sta emozionando troppo. Chiudo gli occhi. Là, dietro tutto, c’è la portineria dello stabilimento, e penso che se fossero le diciassette suonerebbe la sirena e da lì a breve comincerebbero ad uscire i lavoratori che hanno finito il turno, frettolosi e diretti verso le corriere che li aspettano sotto la tettoia. Ma è sera, e solo la fontana continua a donare quieta la sua sommessa sinfonia. La gente chiacchiera sottovoce quasi fosse in chiesa, chissà perché, sarà il buio? Sarà quest’atmosfera rarefatta, sarà la mia mente che non vuole essere dominata dal rumore esterno per non perdere neppure per un attimo il sottile filo conduttore, così esile, fragile, di un’ emozione nata da sé, magari impossibile da ricreare. Le voci si affievoliscono sempre di più e ora sento solo il ritmo lento della fontana, lo stesso ritmo lento di una grossa cesta appesa ai rami di un pesco, nell’orto della vecchia casa, una cesta che mi appare all’improvviso e io ci sono seduta dentro, non so quanti anni ho, è il ricordo più lontano nella mia mente, una cesta che i miei fratelli più grandi fanno dondolare come un’altalena per farmi divertire.
    La matassa non ha più nodi né garbugli, è liscia e vellutata proprio come il gomitolo. E’ l’età? O la vita che scorre e finisce per pareggiare tutto? E’ il sentimento che vuole debordare in un momento così complicato per tutti noi? Per il mondo? E’ quell’affetto così ostinato, testardo e spesso anche irrazionale che vuole sempre germogliare nonostante tutto?
    Grazie caro vecchio mio paese, ti dedico ancora e sempre le parole che ti dedicai tempo fa:
    “Fu uno sbaglio lasciare il paese. Sornione e sonnacchioso, il paese mi lasciò fare: sapeva ciò che io ancora non sapevo, e cioè che gli appartenevo. La vita lì era lenta, pettegola e spiata, ma anche morbida e avvolgente come un abbraccio: un abbraccio che, lontana, non ho mai più ritrovato.“

  • 06 maggio 2020 alle ore 13:18
    LA SOLITUDINE

    Come comincia: Alberto, sessantenne congedato col grado di maresciallo dalla Guardia di Finanza di colpo si accorse che qualcosa era cambiato nel suo cervello: da amante della compagnia, delle feste e soprattutto delle belle donne una mattina di colpo si scoprì scontento della vita sin lì vissuta e decise di colpo di cambiarla radicalmente. Uscì nel cortile della sua villa di Torre Faro in quel di Messina,  abitazione situata vicino al mare e si accorse che il mare, una volta per lui fonte di piacere gli era diventato estraneo, triste, quasi nemico. Salì sulla sua Panda  e si avviò verso la città. Da via Garibaldi imboccò la via Palermo che conduceva ai monti Peloritani. Giunto sin quasi alla vetta, a mille metri di altitudine scorse sulla destra un piccolo sentiero che conduceva all’interno, lo imboccò stando attento a non strusciare l’auto alla sinistra sulla montagna ed ad destra per non finire nel burrone, il sentiero era più che altro una trazzera. Ad un tratto scorse un cartello: ‘Vendo terreno di  cinquemila metri quadrati, telefonare al numero….’ Quella scritta, in quel posto era perlomeno inusuale, Alberto notò che vicino scorreva una specie di fiumiciattolo proveniente dalla montagna sovrastante, il posto gli piacque. Girò l’auto in una spiazzo e rientrò a casa soddisfatto…ma di che, dentro di sé aveva preso una decisione importante. A casa, acceso il telefonino che non aveva ancora messo in funzione, cosa strana perché era la prima operazione che faceva la mattina chiamò il numero trovato su quella scritta in montagna: “Sono Alberto Minazzo, mi interessa il terreno che ho visto sui Peloritani.” “Sono Salvatore Celi, non ho la macchina,  deve venire a casa mia a Galati San Anna.” Cacchio, quello abitava dall’altra parte della città, Alberto usò il navigatore satellitare e dopo mezz’ora si trovò dinanzi ad un’abitazione a tre piani. Suonò al citofono con la scritta Celi e gli rispose una voce di donna: “Sono Antonella, chi vuole.” “Alberto Minazzo, ho un appuntamento col signor Celi.”  “Terzo piano.” La ragazza non era niente male anzi era proprio una bellezza tipica  siciliana, capelli neri lunghi sin quasi alla vita,  occhi verdi, altezza media, sorridente, in un altro momento Alberto si sarebbe buttato. ”Forse vuole mio nonno, si accomodi in salotto glielo chiamo, nonno…” “Salvatore Celi dimostrava tutti gli ottant’anni di età che aveva, non sembrava in buona salute,  fu  cortese con l’ospite. “Mi scuso ma non mi sento molto bene, anzi per niente bene, maledetta la vecchiaia…se lei è interessato al mio terreno possiamo metterci d’accordo, tempo addietro volevo costruirvi una casetta ma ora…Mi fa piacere aver trovato qualcuno che lo apprezza, mi ci ero affezionato.”  “Anch’io vorrei andare a stabilirmi lassù, è un posto meraviglioso, aria pulita, paesaggio distensivo, gli uccellini di contorno, un fiumiciattolo…quanto ho sempre sognato.” “Dato che lo apprezza sarò più contento venderlo a lei, un mio amico notaio ha tutte le carte da me firmate, si chiama Santo Diotallevi, ha lo studio in via Ghibellina, gli telefonerò per avvisarlo, il prezzo per lei è ventimila Euro, buona fortuna.” Alberto si ritrovò dinanzi Antonella che: “Spero che quando avrà costruito una casetta mi inviterà a visitarla.” Alberto  rispose solo un sorriso, una volta non si sarebbe fatta sfuggire l’occasione ora…che gli stava succedendo?  Contattò Franco Tomasello geometra conosciuto durante una verifica fiscale ed a cui aveva fatto un grosso piacere, gli spiegò la situazione e gli chiese di elaborare un progetto per realizzare una casetta sui monti Peloritani, per l’energia elettrica pannelli fotovoltaici sopra l’abitazione, per l’acqua una vasca sotto il pavimento, acqua proveniente dal fiumicello, probabilmente non potabile, per bere avrebbe comprato la minerale. Dopo quindici giorni: “Caro Maresciallo, venga nel mio studio in via Garibaldi, le sottoporrò il mio progetto.” Alberto lo apprezzò subito: gli spazi era ben divisi e funzionali, al piano terra cucina, con annesso salottino, televisione e, a parte i servizi, sul soppalco raggiungibile con scala a chiocciola la camera da letto e gli armadi. “Questo è l’indirizzo di due operai, Gino ed Alfio di cui mi faccio garante, sono bravi professionalmente, sono pure muniti di auto, provvederanno anche all’ acquisto dei materiali occorrenti, verrò, col suo permesso all’inaugurazione.” Dopo un mese la casetta aveva preso forma, la mano d’opera con i materiali era costata altri trentamila Euro compreso un recinto in ferro e le sbarre alle finestre, Alberto ringraziò Gino ad Alfio e diede loro ulteriori mille Euro ciascuno, erano stati proprio bravi.  Per precauzione si era munito di licenza da caccia ed aveva acquistato un fucile e delle cartucce non per uccidere quei poveri uccellini ma per difesa personale, era un posto troppo isolato. Nel frattempo aveva venduta la villa di Torre Faro recuperando un bel po’ di denaro che, oltre alla liquidazione era diventato una somma notevole tale da consentirgli un futuro assicurato insieme alla pensione. La prima notte Alberto la passò in bianco, quel silenzio assoluto era per lui inusuale abituato com’era al rumore del mare, solo la mattina riuscì a prendere sonno. Un po’ di ginnastica per non perdere l’allenamento e poi colazione, in cucina c’erano tutti gli elettrodomestici trasportati dalla vecchia abitazione, una novità: dei cinghiali allo stato selvaggio giravano intorno al recinto. Alberto munito di scarponi girò per la sua proprietà, si sentiva felice, pensò agli anacoreti…ma lui non aveva nulla in comune con quei fanatici. Prima di lasciare l’abitazione a Torre Faro aveva incontrato il parroco con cui aveva rapporti di amico-antagonista. Il cotale dal nome religioso simile al suo, don Roberto spesso lo punzecchiava per la sua qualità di ateo, pronosticando un futuro di andata all’Inferno, Alberto gli opponeva la solita storiella che gli appartenenti all’Inferno che erano si peccatori ma che si divertivano da matti rispetto agli appartenenti al Paradiso che il sesso non lo praticavano. “Finalmente lassù nella nuova casa sarai più vicino alla Madonna, chissà che non ti possa convertire.” “Non sei ben informato, in passato tutti cercarono la tomba della Madonna, non trovandola misero in giro la favoletta che la Madonna era ‘salita’ in cielo, ci sarebbe molto da ridire anche perché avrebbe avuto  qualche problema a respirare dove non c’è ossigeno oltre al fatto che lassù fa molto freddo…” “Andrai all’Inferno con tutte le scarpe e non avrai modo di divertirti, all’Inferno c’è solo penitenza…” Passa un giorno, passa l’altro venne l’inverno, qualche spruzzata di neve ed un avvenimento inatteso: un passerotto, infreddolito si era posato all’esterno di  una finestra, Alberto la aprì ed il volatile entrò dentro casa, ne aveva apprezzato subito il calore ma non abituato alla compagnia dell’uomo si era rifugiato sul soppalco. Unico modo di avvicinarlo era offrirgli del cibo, sicuramente era affamato, Alberto sbriciolò del pane, lo mise sul tavolo con vicino una tazzina d’acqua. Ciccio, così lo nominò Alberto dopo un attimo di incertezza scese dal soppalco e si mise a beccare il pane ed a bere dalla tazzina. Alberto non si avvicinò, Ciccio guardava il padrone di casa con un  misto di diffidenza e  di gratitudine, Alberto sicuramente gli aveva salvato la vita, era un maschio, lo dimostrava il nero delle piume sotto la gola. Il padrone di casa prese una scodella, ci mise dentro del cotone idrofilo e la posizionò sopra il frigo, dopo un attimo di incertezza Ciccio ci si posizionò felice e contento, gli animali sono intelligenti forse quanto gli uomini. La mattina dopo Ciccio era vicino alla finestra, forse voleva andar fuori, Alberto gli aprì la finestra, il passerotto volò via, forse amante della sua libertà, il padrone di casa ci rimase male ma capì che era meglio non costringere il pennuto a restare dentro casa contro la sua volontà. Alberto si era recato in un supermercato per far il pieno di vettovaglie, c’era molta gente, in fila dinanzi a lui capitò una biondona poco vestita, la classica che si domanda ‘chi è la più bella del reame?’ e che ‘tutto concede’. Il suo carrello era pieno sino all’orlo, Alberto non poteva cambiare fila e quindi restò speranzoso che la cassiera, in verità molto veloce sbrigasse gli acquirenti prima di lui. Che ti fa la biondona? Lascia il carrello e sparisce, forse aveva dimenticato qualcosa  da acquistare. Rottosi i zebedei, dopo un  po’ di tempo Alberto spostò il carrello dinanzi a lui e si posizionò col suo dinanzi alla cassiera. Nel frattempo ritorno della signora che in tedesco cominciò ad inveire contro Alberto il quale, pur non conoscendo quella lingua capì che non erano complimenti. Arrabbiatosi, in perfetto romanesco: “ A’ kartofen vedi d’annà a fanciullo!” Nel frattempo era intervenuto il direttore che parlava tedesco e riuscì a calmare la Valchiria. Tornando in ‘villa’ Alberto notò che Ciccio era rientrato dalla finestra aperta, era l’ora del pasto pure per lui.  In un negozio per animali ed aveva acquistato del mangime adatto ad un passero, Ciccio lo apprezzò moltissimo e lo ‘fece fuori’ quasi tutto poi, posizionatosi sopra una spalla di Alberto prese a beccargli dolcemente un lobo dell’orecchio, forse era un modo per ringraziarlo. La primavera portò delle novità: una mattina Ciccio uscì more solito dalla finestra ma non fece più ritorno, Alberto capì che per lui era stato un richiamo della primavera per cercarsi una compagna. A quell’altezza l’estate non era fastidiosa per il caldo anzi di notte Alberto usava mettere sul letto una copertina leggera. Il signore passava il tempo passeggiando per il bosco, talvolta trovava dei frutti molto a lui graditi, la solitudine non gli pesava anche se avrebbe voluto avere con sé Ciccio ormai suo compagno fisso. Il suo desiderio fu accolto un pomeriggio di settembre quanto Ciccio si presentò in casa in compagnia di un suo simile, sicuramente una femminuccia, lo si rilevava dal grigio chiaro delle penne sotto il petto. Dapprima Ciccia si rifugiò sul soppalco poi, visto il comportamento del compagno si avvicinò anche lei al becchime, erano ambedue affamati. A rompere il tran tran giornaliero era stato l’improvviso arrivo di Antonella la nipote dell’ex proprietario del terreno che bussò alla porta piuttosto energicamente. Alberto un po’ meravigliato la riconobbe, la fece entrare stringendole la mano. Spettava alla ragazza dare spiegazioni: infatti poco dopo: “Mi ero rotta dei miei compagni di Università, su di loro ho un giudizio pessimo: superficiali, vanesi che pensano solo al sesso, non fanno altro che vantarsi delle loro imprese sessuali, pietosi…” “Allora sei venuta a cercare un vecchietto che nulla chiede in quel campo…” “No, molto probabilmente sento il bisogno di staccare la spina e, col suo permesso vivere qualche giorno in isolamento stile eremita…guarda guarda due passerotti…un novello San Francesco.” “Ti presento Ciccio e la consorte Ciccia, spero che si abitueranno alla tua presenza, hai portato una ventata di gioventù, benvenuta! Per il vitto nessun problema, per l’alloggio, se resti, ti devi accontentare di dormire sul letto matrimoniale vicino a stò vecchietto.” “Ma quale vecchietto! Sei più giovanile di tanti giovani, posso darti del tu?” “Vada per il tu ed ora che pensi di dimostrare le tue virtù nell’arte  culinaria?” “Non sono una chef ma ci metterò tanta buona volontà.” “Io nel’armadietto tengo dei medicinali contro il mal di stomaco” celiò Alberto, ormai si era creato u n clima di piacevole intesa. Al momento di coricasi grandi risate, Antonella aveva indossato il pigiama in bagno, lo stesso aveva fatto Alberto che: “Non sono un puritano e lo stesso penso di e, che ne dici di mettere da parte la pudicizia, d’altronde sai bene che sono fuori allenamento e quindi…” Inaspettatamente Antonella: io ho il brevetto di allenatrice che ne dici….” Antonella mise in atto la sua abilità con la ciolla di Alberto e, dopo vario tempo riuscì nel suo intento, il pisello aveva rialzato la testa con ovvie conseguenze piacevoli per il padrone. La ragazza rimase vari giorni sin quando suonò il suo telefonino: doveva rientrare in città per sostenere degli esami all’Università. Un arrivederci silenzioso, solo un abbraccio e poi la baby ripartì col suo motorino. Primavera, Ciccio e Ciccia avevano preso il volo, Alberto capì  il richiamo della natura, sperava solo di rivederli in autunno. Antonella si faceva viva a tratti, per lei quel posto era diventato un rifugio, riferiva a suo nonno della casa messa su da Alberto, quella casa che aveva imparato ad apprezzare come pure il suo padrone. Gli anni passano in fretta soprattutto quando non si è più giovani, Alberto pian paino dovette riconoscere ch le sue forze diminuivano di giorno in giorno, tutto intorno a lui era cambiato, Ciccio e Ciccia non si erano fatti più vivi, Antonella gli aveva comunicato che si sarebbe maritata, a questo punto provò il peso della solitudine. Non aveva paura della morte che ormai sentiva imminente che infatti lo raggiunse una sera di un giorno di novembre particolarmente uggioso conforme con l’avvenimento luttuoso. Antonella sentì di dover andare a trovare il vecchio Alberto e con la station wagon del marito Fabio si recarono all’eremo. Aperta la porta la ragazza si trovò di fronte la scena che non aveva immaginato: Alberto si trovava immobile sul divano al pian terreno, gli occhi aperti, sicuramente deceduto da qualche giorno. Sul tavolo documenti circa la proprietà dell’immobile, la carta di identità di Alberto ed un testamento olografo con cui lasciava tutti i suoi beni ad Antonella. Dopo un attimo di smarrimento la ragazza chiese a suo marito di caricare il cadavere sulla sua auto per consegnarla ad un’impresa di pompe funebri in viale della Libertà a Messina. Il titolare dell’esercizio chiese i documenti del morto ed assicurò che avrebbe provveduto lui alle numerose pratiche burocratiche, a mezzo di ‘amici’ avrebbe evitato l’autopsia del cadavere. Antonella scelse la più bella e costosa bara. “Mi sembra eccessivo spendere tutti quei soldi, nessuno la vedrà più una volta inumata.” Antonella non rispose a Fabio ma non gradì la sua osservazione, lasciò al titolare dell’impresa un assegno di cinquemila Euro. Fra le carte di Alberto c’era anche un fac simile di cosa scrivere sul marmo della tomba: ‘Una nuvola impalpabile mi ha dolcemente abbracciato. Saluti a tutti e….a presto!’ Spiritoso sino all’ultimo. Alberto fu inumato nella cappella della famiglia Celi sopra quella del nonno anche lui deceduto. Dopo quindici giorni Antonella al marito. “Andiamo a vedere se il marmista ha posto la lastra sulla tomba di Alberto.” “La tua è diventata una fissazione, sempre di mezzo stò Alberto, ormai è morto…” Antonella guardò in viso il marito, in un attimo prese una decisione: “ C’è un altro morto, sei tu perché te ne andrai via subito da casa mia, ha capito subito!” “Ma cara…” “Ti do il tempo di raccogliere le tue cose e poi chiamerò i Carabinieri denunziandoti per stalking…” Fabio sparì dalla vita di Antonella che, finiti gli studi e con seguita la laurea in lettere prese ad insegnare, non  ne volle più sapere di maschietti, le bastava il ricordo del suo vero amore per quel delizioso vecchietto di nome Alberto.

  • Come comincia:  Ieri sera sono uscito di casa verso le diciannove per recarmi ad uno dei supermercati siti nel quartiere. Dopo aver imboccato via Genova, una delle stradine interne rispetto a viale Magna Grecia, la via su cui vi è la mia abitazione (lo faccio sempre, anche quando non è necessario e siamo in tempi diversi da quelli attuali visto che sono un uomo di sani principi, pardon di abitudini sane: per allungare, per prendere una boccata d'aria dopo aver trascorso, a volte, l'intera giornata in casa...per fare qualche passo in più e sgranchirmi le gambe, oltre al cervello!) ed aver percorso non più di trenta-quaranta metri, sulle inferriate del cortile di uno stabile (una piccola palazzina di appena tre piani, posta sulla destra del marciapiede su cui camminavo e che spesso incrocio - in passato vi abitava, insieme ai genitori, Antonio D., un vecchio amico che è anche nel mio profilo facebook e magari leggerà ciocché scrivo!) noto un annuncio mortuario (di quelli con la foto allegata...proprio come accade sulla patente di guida o sul passaporto; anzi, come accadeva visto che ora tutto è digitalizzato, smartforizzato; anche le foto segnaletiche non sono più come quelle di una volta!), mi avvicino, lo leggo con attenzione (mi capita di farlo spesso quando cammino, anche in tempi non sospetti, perché penso che facendolo scopri, a volte, che quell'annuncio possa riguardare magari qualcuno che conoscevi e poi, perché, come ho scritto qualche giorno fa, commentando un'altro post ed anche scrivendo un articolo-racconto - o meglio, racconto-articolo, - la morte è una cosa seria...lo è sempre stata per me; essa incute paura ma anche rispetto per chi è andato via ma, soprattutto, per la vita stessa!), noto che il morto ha quarantun anni e lascia moglie e figli, che - ahimé! - lo conoscevo di vista (nel quartiere, nei quartieri popolari delle nostre città, sebbene gran parte di esse, oramai, non siano più a misura "popolare", a misura di...quartiere, ci si conosce tutti, bene o male, di vista!). In fondo all'annuncio la dicitura che non avrei voluto trovare scritta e neanche leggere: "per decreto ministeriale le esequie avverranno senza la presenza dei congiunti". Dop'aver letto ciò batto il pugno sul petto tre volte (è un gesto che mi è venuto spontaneo: cazzo, un uomo è andato via per sempre da questa terra...se n'é andato da solo, come un cane!); riprendo a camminare, alcune lacrime stanno cadendo dagli occhi, mi incrocia un uomo (conosco di vista anche lui, credo!)...mi giro ed osservo che anche lui si è fermato a leggere l'annuncio ( - per Dio! - ripeto a  me stesso, - allora non siamo diventati delle bestie: c'é ancora qualche uomo come me, in giro!), forse il morto - seppur per un attimo e forse, chissà, soltanto nella mia testa bacata, di essere umano, non sarà più solo!). Dopo appena cinque minuti arrivo al market, sito in via Cagliari quasi angolo via Alto-Adige (marchio "Penny", uno dei due presenti in città, credo), le luci sono accese ma è tutto vuoto; leggo l'annuncio affisso su una vetrina che mi dice che gli orari di apertura sono i seguenti: "dal lunedì al sabato ore otto e trenta-diciotto e trenta"; giuro che non sapevo nulla...ahimé!, non riesco a tener dietro le postille dei decreti governativi: sono soltanto un uomo, io, non sono un robot telecomandato, non sono una macchina...con le mie idee, coi miei sentimenti, con i miei alti e bassi, con le mie certezze (che adesso, però, non saranno più come prima, non saranno più le stesse solide certezze di qualche giorno o settimana prima: ma forse, chissà, "nada sera como antes", recita un vecchio ma sempre attuale intercalare iberico!). Nel tragitto che mi riporta a casa (non più di centocinquanta metri, giusto alcuni minuti...sono riuscito a stare nei canonici duecento imposti dal decreto, credo?!) ripenso ancora a quell'annuncio letto poc'anzi (quello mortuario), noto le vetrine chiuse di un'altro market recanti lo stesso cartello dell'altro, incrocio un uomo che butta il pattume, una signora col cane al guinzaglio. Rientro in casa: sono solo, adesso (il ragazzo cinese che ospito, Sun Cho, è andato via da dieci giorni, la sua roba è ancora tutta da me...non ho più notizie di lui: speriamo bene; l'altro ragazzo mio ospite, Francesco, un operaio siciliano addetto al soccorso alla raffineria Eni, nella zona industriale lungo la statale per Reggio Calabria, è andato via, invece, un'oretta prima: ha anticipato il rientro a casa d'una settimana...- C'é casino! - mi ha detto. - Ho paura di restare imbottigliato a Villa San Giovanni!); mi adagio finalmente sulla poltrona nel soggiorno, resto seduto per qualche minuto a riprendere fiato (ho appena fatto otto piani di scale: non prendo l'ascensore...è una mia scelta, come quella di non portare mascherina)...tra me e me penso: - Questa sera ho conosciuto il virus: l'ho fatto apprendendo de visu della morte di un'altro uomo e, semmai ve ne fosse stato bisogno, ho avuto conferma che tutti, a prescindere da esso, andiamo via in solitudine da questo mondo: perchè la morte, pur riguardando un essere umano (o un essere vivente che sia, non importa!), un nostro simile, resta pur sempre un fatto, un evento individuale! Chiudo questo mio racconto-articolo scrivendo quanto segue: - ciocché leggerete non è frutto della mia immaginazione (seppur essa sia fervidissima, a volte, non lo è affatto!) ma, purtroppo, è tutto vero; in epoca di corona virus (o covidottocento...diciannove) accade anche questo!

    da: un commento scritto su facebook a margine di un post pubblicato sulla home della rivista anarchica "Umanità Nova".

    Taranto, 24 marzo 2020.