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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 10 marzo alle ore 9:53
    FEDELE IL RICCIO

    Come comincia: Cari lettori che ne pensate di un signore che si chiama Fedele? Se non lo sapete ve lo suggerisco io: molto probabilmente un suo antenato era figlio di N.N., uno di quei trovatelli abbandonati nella famosa ‘ruota’ dei conventi e poi allevati dai religiosi i quali, per un motivo non ben specificato o forse con un po’ di sadismo lo battezzavano con un cognome che facesse conoscere la sua provenienza (vedi Fedele, Diotallevi, Innocenti, Casadei, Angelici, Vacondio). Uno dei protagonisti della nostra storia si chiamava proprio  Fedele denominato il riccio e l’ammazzagatti, in seguito capirete il perché. Ci troviamo in provincia di Macerata a Colle S.Valentino una frazione di Cingoli in un raggruppamento di case: più lussuose quelle dei padroni, più modeste quelle occupate dai contadini. In questi edifici  interagivano vari personaggi tutti con caratteristiche particolari: lo zio Camillo un novantenne allampanato, un solo dente visibile proprietario di un isolato di cinque piani soprannominato dal popolino con un nome spregevole ‘il casino’ , in tempo di guerra era stato abitato da cittadini Anconetani. I cotali, sfollati per via dei bombardamenti della loro città,  essendo in gran parte pescatori non sapevano coltivare la terra ed allora la parte femminile della loro famiglia per mandare avanti la ‘baracca’si arrangiava nel senso che…si avete capito bene. Per motivi vari: chi deceduto in guerra chi per malattie, Alberto era rimasto l’unico nipote dello zio Camillo ed aveva ereditato sia l’edificio suddetto con relativa dépendence insieme ad  un terreno di venti ettari in cui aveva fatto costruire una piscina da venticinque metri per dodici riscaldata d’inverno, un orto per le esigenze giornaliere degli occupanti la villa , terreno coltivato con cura da Fedele. In fondo alla proprietà c’era un capanno con intorno degli alberi su cui riposavano gli uccelli di passaggio che vi trovavano il cibo per rifocillarsi ed il richiamo dei loro simili ma anche la loro fine uccisi dai cacciatori appostati dentro il casotto. Alberto, trentenne, aveva conseguito  la laurea in economia dei mercati finanziari e ben presto l’aveva messa a frutto ‘giocando’ in borsa. Con la sua specializzazione aveva stretto legami con persone cui dava consigli per guadagnare quattrini nel comprare e vendere azioni al momento opportuno; in questo campo oltre alle informazioni finanziarie seguiva molto il suo istinto che la maggiore parte dei casi era vincente, aveva inoltre sfruttato al meglio l’uscita sul mercato della moneta virtuale Bitcoin con cui si potevano guadagnare (e perdere) notevoli somme di denaro, Alberto ne aveva ricavato considerevoli utili. Alla morte dello zio Camillo  provvide a ristrutturare completamente in maniera moderna l’edificio diventato di sua proprietà: a pian terreno un garage ed un ripostiglio, al primo piano cucina, sala mensa e salotto con sedie,  divani e televisione, al secondo piano alloggi divisi in singole unità con due letti ognuno ed un bagno, per sé riservò un’ampia camera da letto con tutti gli accessori ed una toilette con vasca da bagno Jacuzzi . Alberto aveva confermato a Fedele il suo incarico di tuttofare,  quello di  autista della sua Volvo XC90 e custode di tutta la sua proprietà, gli aveva consentito anche di abitare nella dépendance con la moglie Concetta anch’essa facente parte dello staff addetta  alla pulizia dei locali ed il vitto. Fedele aveva un struttura fisica molto particolare, il segno geometrico del quadrato si addiceva al suo fisico cominciando dai piedi e finendo al capo che era talmente quadrato che più quadrato non di può! Compagnia inseparabile del nostro colono erano due alani che ubbidivano solo al loro padrone: Alec (protettore degli uomini) e Devil (demonio). Fedele, da buon contadino cervello fino, aveva insegnato ai due cani di mangiare solo il cibo da lui offerto e questo per evitare avvelenamenti da parte di qualche suo nemico. Fedele per il popolino aveva due soprannomi: ‘riccio’ per le sue qualità sessuali e ‘ammazza gatti’ per la sua assoluta antipatia per quei poveri animali per un fatto avvenuto durante un giro notturno. Un felino svegliato di botto dai suoi due cani, aveva graffiato profondamente il naso di Alec procurandogli una ferita dolorosa e sanguinante. Devil gli era corso appresso senza poterlo intercettare, da allora… guerra totale ai gatti. Alberto  vicino all’edificio principale, al posto di una fontanella con ‘L’enfant qui pisse’ fece costruire una piscina di dodici  metri per sei, riscaldata d’inverno,  con intorno ombrelloni e sdraie. L’acqua, bene prezioso da quelle parti proveniva da un pozzo esistente nell’orto coltivato da Fedele. L’estate stava prendendo il posto di una primavera che aveva portato un ottimismo generale dopo un inverno freddissimo che aveva  costretto i  contadini abitanti della zona ad un riposo forzato ed a  rifugiarsi in casa, spesso nelle stalle per giocare a ‘bestia’. Per Alberto la solitudine non era una buona compagnia, non gli bastavano la lettura di buoni libri né le trasmissioni televisive sempre più ripetitive dei programmi precedenti, si era giunti in estate e quindi pensò di invitare gli amici,  con cui aveva stretto un rapporto di affari, a recarsi nella sua magione per passare insieme ore spensierate, fra di loro c’erano anche delle fanciulle degne di nota. Fedele fece presente al suo padrone che l’arrivo di dieci persone avrebbe comportato un lavoro eccessivo per la moglie Concetta, propose allora per quel periodo di assumere un ragazzo gran lavoratore ma perseguitato dai soliti conformisti perché omosessuale. Alberto aveva come filosofia di vita  l’edonismo e quindi  la ‘compagnia’ di femminucce giovani, belle  e disponibili,  non sopportava gli appartenenti di estrema destra che si rifacevano delle loro frustrazioni picchiando i gay e così assunse Roberto che per ringraziamento gli baciò una mano. “Roberto, premesso che non ho nulla contro gli omo ma ti prego in questo periodo in cui sei alle mie dipendenze di evitare di truccarti e di  vestirti in modo eccentrico, magari una tuta, vedi tu….” I dieci invitati, cinque maschi e cinque femmine giunsero a Colle S.Valentino una mattina presto a bordo di tre Mercedes, sembrava un corteo presidenziale. Poiché il padrone di casa non si faceva vedere, molto probabilmente dormiva, organizzarono quindi un concerto di suoni di clacson che fece ben presto rinvenire Alberto dal mondo dei sogni, era finita la pace ma era previsto. Erano scesi dalle auto: Alessandro, Ernesto, Leonardo, Gabriele ed Andrea  gli uomini,  le donne: Miriam, Berta,  Sofia, Aurora inaspettatamente con un’amica quarantenne  Diamante, vedova ancora piacente e Rosanna, quest’ultima una longilinea alta, occhi marroni sorriso accattivante, carattere gioviale era la preferita di Alberto cui sorse il problema di come avvicinarla. I giovani arrivati erano in numero dispari fra maschietti e femminucce e quindi ad un maschio, Andrea,  fu assegnata  una stanza per dormire in solitudine. Hermes protettore di Alberto, stavolta non distratto da qualche amante, combinò la situazione in maniera tale che il padrone di casa poté avvicinare la sua preferita offrendole un mazzo di rose rosse bellissime provenienti dal suo giardino.  Andrea  di notte spariva dalla circolazione;  aveva stretto  amicizia con Roberto, preferendo un gay  aveva dimostrato le sue tendenze. L’imbrunire era per i dodici  propizia per passeggiare nei campi coltivati a grano in cui spiccavano le lucciole per la maggior parte di loro una novità assoluta. Il solito furbacchione, Alessandro ne catturò un buon numero mettendole in un fazzoletto e poi rilasciandole in casa. Conseguenza le lucciole girovagavano per le varie stanze e col loro accedere e spegnere il lumicino che avevano addosso impedirono  agli occupanti di dormire! Altro aiuto di Hermes ad Alberto:  gli consigliò di invitare  Rossana a fare un bagno nella sua Jacuzzi, invito accettato dall’interessata che gradì  le avances del padrone di casa che finalmente riuscì a conquistare il …cuore della fanciulla come tanto desiderato. Alberto volle movimentare le cose all’interno della comunità: appese un cartello in sala mensa in cui stabiliva che chi frequentava la piscina dovevano esibirsi: se donne in topless, se maschietti nessuna prescrizione, se gay con slip ridottissimi in  cui far apparire i glutei. Tutti accettarono ridendo le prescrizioni del padrone di casa, inaspettatamente anche Andrea che si presentò col prescritto costume suscitando l’ilarità dei compagni. Diamante per un bisogno fisico uscì dalla piscina ed andò in bagno. Al ritorno incontrò per strada Fedele che rimase abbagliato dalla signora tanto da impedirle il passaggio in una strettoia del sentiero che conduceva alla piscina. Rimasero un po’ a guardarsi finché Fedele chiese scusa e si scansò, non la signora che inaspettatamente ‘attaccò bottone’ con l’uomo, evidentemente preferiva le persone grezze e fu accontentata  con un appuntamento notturno nel garage. Fedele ritenne opportuno informare Alberto, di cui non conosceva eventuali reazioni di questa sua ‘scappatella’. Alberto fu d’accordo, si fece grandi risate, e la sera, in compagnia di Rosanna, si appostò dentro il garage per far da guardoni. Ben presto giunsero i due amanti che cominciarono a dar vita ad uno spettacolo sessuale degno di un  film porno.  Fedele si presentò con un ‘cosone’ che all’inizio fece emettere alla signora un oh oh di sorpresa  che evidentemente era abituata a ‘cosi’ di altro calibro. Ad Alberto venne in mente Dante col suo scritto: ‘Mutar lo canto in un ‘oh’ lungo e roco’, l’espressione non aveva nulla in comune con la condizione attuale ma la mente umana…Fedele e Diamante misero in atto tante posizioni previste dal Kamasutra;  chi l’avrebbe detto che un uomo grezzo come Fedele in campo sessuale fosse così ‘preparato’. La storia durò a lungo sin quando i due, ormai spossati, decisero di ritirarsi. Alberto e Rosanna presi  dall’atmosfera erotica li imitarono: Sodoma e Gomorra avrebbero esclamato i puritani benpensanti. Nelle altre stanze del caseggiato in campo sessuale la situazione era un po’ la stessa, tutti sfruttavano il presente nel modo migliore, Seneca, Schopenhauer e Nietzsche docent. Andrea (a proposito è un nome che si adatta a maschi ed a femmine) e Roberto si incontravano in casa di quest’ultimo, ormai la loro era diventata una relazione. Anche le cose belle finiscono e tutti decisero di rientrare al proprio domicilio con molto rimpianto per i giorni passati con la variante che Rosanna decise di rimanere a far compagnia ad Alberto a Colle S.Valentino e che Andrea condusse con sé Roberto a casa sua per loro fortuna ben accettati dai parenti anticonformisti.

  • 10 marzo alle ore 9:48
    UNA TOY GIRL

    Come comincia: Un compagno di vita per gli  umani può essere un uomo,  una donna o, in alternativa, un animale, i tali possono esplicare la loro funzione di alleviare  i problemi della esistenza in maniera piacevole e significativa. Alberto ….seienne era diventato lamentoso, spiacevolmente lamentoso per coloro che gli stavano accanto ma aveva le sue buone ragioni: soffriva di forti dolori cronici in tutto il corpo, vi grazio delle diagnosi ma le sofferenze erano vere torture che gli condizionavano  la vita. Alcuni politici, sotto le elezioni, avevano promesso di presentare disegni di legge ad hoc in favore dei sofferenti legalizzando la vendita di prodotti che leniscono i dolori (per lo più stupefacenti) ma, more solito,  ‘passata la festa, gabbato lo santo’. Ovviamente tra i contrari c’erano i soliti benpensanti che non solo non avevano idea cosa volesse dire il dolore acuto e cronico ma erano spinti nel loro giudizio da moralismi per lo più religiosi. Alberto era agnostico e seguace del paganesimo, in particolare ‘affezionato’ a Hermes  dio  anche degli imbroglioni, cosa che lui non era. Dal suo difensore ebbe il  suggerimento di frequentare il campo sentimentale femminile (tradotto scopa come un riccio!) Nel frattempo usufruiva dei massaggi da parte di un fisioterapista cieco venuto ad abitare nel suo palazzo o di apporre sui glutei dei cerotti antidolorifici ed antinfiammatori che lui volgarmente chiamava ‘pezze al culo!’. Non aveva come cespite la sola pensione ma fruiva di una sostanziosa somma di denaro ereditata da parte di una zia che gli era molto affezionata sia perché assomigliava molto al suo defunto marito e sia perché ne portava  il nome. La zia Armida, che vuol dire battagliera, aveva il senso dello humour e nel testamento aveva chiesto di non portare sulla sua tomba dei fiori perché…ne era allergica! In Italia l’auto è il primo segno di distinzione in fatto di ricchezza, Alberto, da sempre appassionato di motori, a mezzo di una rivista specializzata scelse una Alfa Romeo ‘Stelvio’ color rosso fiammante, pluriaccessoriata sul cui cruscotto spiccava un navigatore satellitare che, un pó puerilmente, metteva in funzione per arrivare anche in posti  di cui conosceva bene la strada. Dalla zia benefattrice Alberto aveva ereditato anche una casa a due piani situata nella pineta vicino ad Ostia col doppio vantaggio di aver un’abitazione in mezzo al verde ma anche di poter usufruire della brezza marina. Ed ora il problema di scegliere una femminuccia che gli alleviasse i suoi affanni ma sceglierla giovane e pimpante o più avanzata di età ma navigata e disponibile? Stavolta Hermes era distratto da una delle sue tante amanti e che ti capita ad Alberto? Incredibile ma vero, uscendo dalla casetta vicino ad Ostia incontra un tale a nome Paolo conosciuto quando era a Domodossola in servizio da finanziere, il cotale aveva una peculiarità preferiva i piselli ai fiorellini, capiamoci bene era un gay. “Alberto che ci fai da queste parti così lontano dalla mia città?” “La stessa domanda posso farla a te, io sono romano ma tu ossolano ed allora.” “Non mi far parlare, ho seguito uno sciagurato che mi ha illuso e poi abbandonato, si proprio abbandonato.” “E ti preoccupi, in giro ci sono tanti…” “Ti devo confessare che tu mi sei rimasto nel cuore, non mi hai dato mai confidenza, eri per me un tipo perfetto.” “Non ti offendere ma preferisco le femminucce.” “Va bene ma almeno andiamo a mangiare insieme, conosco un ristorante che ha del pesce ottimo, parlo del pesce di mare…” “Bon, andiamo ad assaggiare stó pesce di mare.” Il ristorante Bellavista era veramente raffinato, dal menù risultava anche molto costoso ma il denaro non era un problema per Paolo. A tavola si era presentata una gnocca che più gnocca non si può: “I signori hanno scelto nel menu cosa mangiare?” Paolo provvide ad ordinare mentre Alberto: “Mi scusi signorina ma dall’accento non mi sembra essere di queste parti. “Mi son veneta, son qui per lavoro.” “La veneta ha un nome?” “Mi son Giulietta ma non quella degli spiriti.” Alberto con la scusa di andare in bagno la seguì e: “Che ne dici di vederci dopo che hai finito il tuo lavoro?” “Mi ho pensato male vedendola in compagnia di…” “Ora pensa bene e aspettami nella mia macchina l’Alfa Romeo Stelvio rossa posteggiata qui fuori, l’ho lasciata aperta.” “Ostregheta una Stelvio, mi me ne intendo di macchine.” “A presto.” “Sei un vigliacco, appena rivisti mi fai le corna e per di più con una donna!” “Paolo non ti offendere, sono un anticonformista e non mi permetto di dare giudizi su chiunque anche diverso da me ma vorrei che una volta per tutte…” “Ho capito, ciao per sempre!” Alberto salì in macchina dove si era già ‘piazzata’ Giulietta, era proprio una bella ragazza, doveva avere circa venticinque anni, bionda  con occhi verdi, bellissimi, anche tutto il resto…”Quando hai finito da me fotografarmi che ne dici di partire’” “Dico di si ma chère, non mi sono ancora presentato sono Alberto, forse potrei essere tuo padre…” “Non mi piacciono i giovani, sempre con le mani addosso a me, io sono una romantica, sono scappata da Chioggia perché mia madre, vedova, si è messa con uno sporcaccione che mi dava fastidio, ora sono libera.” “Non tanto sei mia prigioniera.” “Tu mi sembri una persona per bene, non vorrei rimanere delusa.” “Sarai la mia regina.” “Mi son repubblicana, scherzavo mi pare di sognare, mi son confusa…” “Se non ti piace stare al mare possiamo andare a Roma, io abito in via Labicana, vicino alla stazione Termini.” “Che ne dici se  lascio il lavoro e vengo con ti…” “Vieni con mi,  andremo al tuo ristorante così potrai licenziarti poi vorrei passare il pomeriggio in spiaggia.” In costume Giulietta era una favola. “Mai vista una donna in costume?” “Non ci fare caso, ad una certa età si diventa patetici.” “Non so quel che vuol dire patetici ma tu mi piaci, appena ti ho visto…” “Bene, amore a prima vista, che ne dici di sposarci?” “Ora non mi prendere in giro, non sono alla tua altezza…” “Giulietta lasciamo stare i discorsi  insulsi.” “Vedi tu usi parole che non capisco…” “ Un favore, non parliamo sino a Roma, se poi mostri le gambe sino alle cosce io vado fuori strada.” “Non l’ho fatto apposta, fa caldo.” “Scherzavo per me ti puoi anche spogliare, meglio se a casa mia.” Posteggiata la macchina in cortile il portiere Romolo: “Dottore ieri notte son venuti dei ladri ma ho chiamato i Carabinieri e li hanno arrestati, tutto a posto, vedo…” “Alessio grazie, questa è Giulietta una mia amica.” “Piacere io son Romolo sempre a vostra disposizione…” “Dì la verità al portiere molli tanti soldi, è troppo ossequioso.” “Ha cinque figli di cui uno handicappato, un poveraccio.” “Giulietta girava per i locali di casa di Alberto con occhi estasiati: “Tutto moderno, pareti con colori distensivi, mobili di buon gusto ci potrei stare una vita!” Alberto guardava la ragazza con tristezza, la differenza di età era notevole, poteva avere con lei un’avventura ma ormai  desiderava  avere una relazione fissa, le avventure erano un desiderio passato e poi i suoi acciacchi… decise che la sera sarebbero andati al ristorante, dinanzi ad un buon cibo…” “Dottor Alberto benvenuto, è fortunato oggi pomeriggio mi hanno portato del pesce freschissimo, comincerei con un brodetto.” Cesare, il padrone del locale non aveva fatto alcun cenno alla compagna di Alberto, la discrezione era il suo motto, non da meno Ferdinando vecchio cameriere che nel portare a tavola i piatti e si limitava ad un inchino senza parlare.” “Quelli del ristorante non mi hanno nemmeno guardato, di solito…” “È per rispetto nei miei confronti, non sono invadenti soprattutto il cameriere che si aspetta una buona mancia, anche lui ha tanti problemi.” “Ho trovato San Francesco, scherzo, anch’io amo le persone riservate.” A casa Alberto mise in funzione il condizionatore nelle varie stanze, specialmente quello in camera da letto fu di gradimento di Giulietta che tutta vestita si ‘gettò’ supina sul letto matrimoniale, poi si girò bocconi e vi rimase a lungo, Alberto rimase male, voleva essere una ‘chiusura’nei suoi confronti?  Giulietta piangeva silenziosamente, sicuramente qualche brutto ricordo. Ci volle del tempo prima che la ragazza, asciugate le lacrime, si girasse e poi  spiegasse ad Alberto la ragione del suo atteggiamento: “Mettendomi sul letto mi è venuto in mente una mia tristissima esperienza: era un sabato, nei locali dove seguivo un corso di ‘operatore del turismo’ c’era una festa, maschi e femmine in allegria, il vino spumante  scorreva a fiumi, io non abituata a bere alcolici son partita di testa e non ha capito più nulla sino alla mattina successiva quando mi son trovata sola nella mia camera, distesa sul  letto, senza slip e con la…cosina che mi faceva male, arrossata e piena di sangue, un mascalzone mi aveva violentata! Ho ricordato il nome dell’ultimo ragazzo con cui avevo ballato e capii che era stato lui. Mi recai dalla direttrice del corso, gli esposi i fatti. Lei stupefatta  mi fece ragionare: se avessi denunziato ai Carabinieri il fatto, il ragazzo sarebbe andato in galera ma io sarei stata esposta alla derisione dei miei compagni di corso e la mia reputazione, anche se non colpevole, sarebbe stata rovinata, inoltre col tempo sarei dovuta andare in tribunale per testimoniare, un calvario, anche mia madre ed il suo amico sarebbero venuti a conoscenza del fatto, inoltre ci sarebbe andato di mezzo il buon nome dell’istituto. Proposta: un risarcimento in denaro da parte di quel delinquente, sua cacciata dal corso e, per ultima concessione il rilascio di un diploma come se avessi superato a pieni voti gli esami di ‘Operatore del turismo’. Ci pensai una notte intera, capii che la direttrice mi aveva dato dei consigli a me favorevoli, feci le valige e…son qua. Il diploma mi arriverà fra un anno quando finirà il corso triennale…mi sento meglio, come se mi fossi confessata con un prete anche se mi non sono religiosa.” Alberto abbracciò Giulietta, niente di sessuale, solo affetto che già sentiva per lei, una ragazza preda dalle cattiverie del mondo. La prima notte  passò in pieno romanticismo ma la mattina quello zozzone di ‘ciccio’ si alzò prima del’padrone’, Giulietta nel girarsi se ne accorse e, per fortuna dei due, (Alberto e ‘ciccio’) si mise a ridere. Alberto ricordò il detto francese che tradotto: “Donna che ride è già nel tuo letto!’ Giulietta si era svegliata allegra ma deluse i due: “Tutto rimandato a stasera,  vorrei fare la turista per  Roma, non la conosco.” E così fu, con la ‘Stelvio’ andarono a visitare i classici luoghi apprezzati dai turisti: Colosseo, Altare della Patria, via del Corso dove Giulietta fece degli acquisti, Villa Borghese ma…il tempo passava molto a rilento. Il pranzo e la cena furono poco apprezzati da Alberto anche se Giulietta aveva dimostrato che in culinaria, nel senso di cucina, era piuttosto brava. Alberto faceva l’indifferente dinanzi alla televisione quando fu richiamato…  Alberto con al seguito ‘ciccio’ si catapultarono sotto la doccia in cui erano stato preceduti dalla damigella che giaceva sul letto invitante a gambe nude, senza slip e col sorriso un po’ di sfottò. Alberto pensò bene di ricambiare Giulietta con: “Non so dove cominciare, che mi consigli?” “Ti consiglio di non fare lo sciocco, per me è come se fosse la prima volta, sii romantico!” Alberto a occhi chiusi cominciò a baciare in bocca Giulietta, poi le tette sensibili ed infine sul fiorellino ma: “Imbrogliona non sei bionda naturale!” “A coso, scusa l’espressione romana, vedi di datte da fà!” Il sapore della ‘grazia di Venere’ era semplicemente delizioso, non classificabile,  di una dolcezza infinita, Alberto ci rimase a lungo il che portò la baby ad orgasmi multipli sinché: “Dammi un po’ di tregua, non sono ancora abituata…” Alberto fece finta di non sentire e pian piano penetrò nella ‘gatta’ sino al fondo ‘sprizzando’ il suo liquido sul collo dell’utero, Giulietta provò sensazioni ancora più piacevoli, non immaginava che…Alberto per ultimo prese in bocca un piede di Giulietta e cominciò a succhiarlo, il piede era bellissimo, lungo e stretto, una meraviglia, roba da comparire come modella in una rivista di moda per sandali da donna “Come si chiama quello che stai facendo, mi fai il solletico, non pensi di essere un po’ sporcaccione?” “Si chiama feticismo, io non l’ho mai fatto perché mi capitavano donne con piedi bruttissimi ma tu…da questo momento sarai ‘pulcher pes!” “Mi devo offendere o è un complimento.” “Vuol dire bel piede in latino, io sono poliglotta.” “Che fa rima con…” “La signorina o meglio la signora è diventata spiritosa…ho sempre apprezzato le persone con un ‘bel esprit’.” “Questa l’ho capita, è francese durante il corso c’era un ora di lezione di questa lingua, mi piace stare con te, non ci si annoia, ormai sei l’amore mio, forse ho un po’ di paura che tu ti stanchi di me.” Ad Alberto venne da ridere, anche lui pensava la stessa cosa ma al contrario. Passa un giorno passa l’altro i due erano sempre più uniti. Alberto pensò bene di fare testamento lasciando tutti i suoi beni all’amata Giulietta, dovette scrivere la sua data di nascita e si accorse che la baby aveva ben trenta anni meno di lui, erano di moda i toy boy soprattutto fra le attrici ma nel suo caso era una toy girl. Alberto, spinto dal suo amico ‘zozzone’ a letto, una volta, chiese a Giulietta di ‘voltare pagina’…risposta stupefacente, “Sarà il mio regalo di nozze!” “ Io lo chiamo ricatto!” “Io lo chiamo desiderio di mettermi al dito anulare sinistro una bella fede con i nostri nomi.” C’era poco da scegliere, ad Alberto Giulietta era entrata nel cuore, si era innamorato come un ragazzino, per lei avrebbe fatto qualsiasi cosa e…la fece. Alla delegazione municipale testimoni di nozze per la sposa la madre con il compagno, per lo sposo il portiere e la consorte. Festeggiamenti nel ristorante messo a disposizione dal padrone Cesare che come regalo di nozze offrì il pranzo gratis. Allora tutto bene…sin ad un certo punto, Alberto soffriva sempre più di dolori ed i medicinali facevano sempre meno effetto, per sua fortuna Giulietta guidava con molta sportività la Stelvio, lui rimaneva sempre più in casa e passava le ore dinanzi alla TV, leggendo o lavorando al computer, tutti i problemi esterni (ed anche quelli interni di casa) erano compito di Giulietta che li espletava con molto entusiasmo, aveva capito che suo marito stava andando in discesa. Alberto da giovane aveva chiesto a suo padre in cosa consistesse la vecchiaia, il buon Armando era stato esplicito: “Pian piano capirai che ti saranno precluse alcune tue attività e ti chiuderai in te stesso, sarai fortunato se avrai vicino una persona che ti ama.” Del papà prima funzionario di banca e poi apprezzato pittore Alberto aveva ereditato lo spirito dello humour che lo aveva aiutato a superare gli ostacoli della vita, lo ricordava con rimpianto, aveva assistito da vicino alla sua morte per tumore, un ricordo molto doloroso. Un giorno Giulietta si presentò a casa con un cane, voleva che facesse compagnia ad Alberto durante le sue assenze da casa, un pastore tedesco a nome Rex ben addestrato che presto fece amicizia col padrone; fu una mossa azzeccata, i due giocavano insieme ed Alberto era costretto ad uscire di casa per i ‘bisogni’ di Rex, lo portava in uno spiazzo dedicato ai cani e così poteva togliergli la museruola mal accettata dall’animale. Talvolta Rex dormiva sul letto matrimoniale ma solo in assenza di Giulietta che non apprezzava la perdita dei suoi peli. Ogni giorno ad Alberto venivano a mancare la sue forze; la loro dottoressa medico di base fece capire a Giulietta che la fine poteva essere vicina e così fu. Una mattina presto Rex cominciò ad emettere lamentosi guaiti, Giulietta toccando il corpo del marito si accorse che era freddo, Alberto era deceduto nel sonno. Per suo volere  sulla sua lapide  fu posta una sua foto da giovanissimo con la frase “ ‘Hodie mihi  cras tibi’. Ignoranti studiate il latino!’”  Una scritta in stile col suo spirito che vuol dire ‘oggi a me domani a te.’

  • 10 marzo alle ore 8:15
    In questo mondo di ladri

    Come comincia: Quando la zia omonima vendette il proprio appartamento, andò da Liliana e le disse: "Guarda che ho lasciato un divano giallo a casa tua nella stanzetta col pavimento nero. L'ho lasciato per Gilla ché le piaceva. Poi nel salotto ho lasciato delle cose per tuo padre, tra cui il servizio di tazze di tua nonna". [La nonna era venuta a mancare nel 1937.]

    Va bene, Liliana sbagliò. Non andò subito a prelevare la roba. Andò in quell'appartamento solo tre anni dopo, quando decise di iniziare i lavori di ristrutturazione.
    Nella stanzetta nera il divano giallo non c'era, come si aspettava. Segno che Gilla era passato a prelevarlo. 
    Tutto a posto. Niente da eccepire.

    Però Liliana andò anche nel salotto e vi trovò due vecchie grosse damigiane vuote piene di polvere e la gigantografia della nonna con la sua cornice in legno.
    Nient'altro.
    Del servizio di tazze della nonna neanche l'ombra.

    Liliana non indagò.

    Liliana è da un po' tentata di chiedere a due suoi amici di indagare.
    Ad uno vorrebbe chiedere di indagare presso la sua amica di FB per farle chiedere alla madre se sa qualcosa.
    All'altro vorrebbe chiedere di indagare presso l'esperto di filatelia per sapere se sa qualcosa.

    P.S. Quasi un anno dopo la constatazione della sparizione del servizio di tazze e tazzine della nonna, l'esperto di filatelia dice con entusiasmo a Liliana: <<Ti ricordi quei due quadretti che tuo padre teneva appesi fuori la porta di casa? Ce li ho io!>>.

    Liliana se li ricordava benissimo: uno ritraeva una bambina castana chiara con coda di cavallo alta, vestitino verde che per una mano teneva un palloncino mentre l'altra mano era tenuta da un signore magro alto con bombetta e bastoncino, la didascalia recitava "Scegli la moglie giovane, dura di più" (Liliana pensò che da tempo quel quadretto, invece che una vignetta spiritosa, sarebbe stata considerata istigazione alla pedofilia); l'altro ritraeva il profilo di un saggio cinese seduto in un ambiente bucolico collinare, alcune rondini nel cielo, alcuni ideogrammi cnesi nell'angolo in alto a sonistra e la didascalia diceva "Se c'è rimedio, perché ti arrabbi. Se non c'è rimedio, perché t'arrabbi?".

    Alla domanda e rivelazione: <<Ti ricordi quei due quadretti che tuo padre teneva appesi fuori la porta di casa? Ce li ho io!>>, Liliana replica: "Ah. Ce li hai tu.". 
    Neutra come la Svizzera.

  • 10 marzo alle ore 7:59
    Grave turbamento

    Come comincia: Lo so da 12 anni che non ho agito bene. Anzi "reagito" bene.
    "Come loro agiscono fa parte della loro storia, come tu reagisci fa parte della tua".
    Non mi sono saputa difendere.
    Ero in casa mia e potevo approfittarne.

    La tipa ha chiesto di entrare in casa mia perché voleva parlare con l'altro abitante della casa.
    L'ho fatta accomodare.
    La tipa sceglie di sedersi su una sedia di quelle intorno al tavolo invece che sul divano e questa scelta si rileva essere un guaio. Un grosso guaio. 
    Per me, non per lei.
    Perché così la tipa ha modo di notare che al centro del tavolo c'è un nuovo oggetto rispetto a quello che c'era l'ultima volta che era entrata nel soggiorno di casa mia. La cosa evidentemente la indispettisce ("un cuore geloso sempre vede quello che l'altro ha ed io non ho" [papa Francesco, aprile 2017]) e la tipa prorompe: <<No, perché se le cose continuano così, io qualsiasi cosa ci sta su questo tavolo la prendo e la butto per terra!>>.
    Secondo voi sono stata "gravemente turbata"?

    La prima cosa che pensai di dire fu: <<Signora, esca>>.
    O <<Signora, per favore, esca>>? Non ricordo esattamente. Con il "per favore" sarebbe stato certamente meglio

    Sei anni e mezzo dopo, nel luglio 2012, partendo dal mio mal di gola, di cui stavamo parlando, andò a finire che riferii questo episodio a Mariella. 
    Mariella, che nonostante la situazione aveva molta più presenza di spirito di me, commentò subito con le parole: <<Signora, si accomodi fuori>>. E continuò: <<Quelli sono zingari. Tu non li devi proprio frequentare.>> [senza offesa per i veri gitani, l'uso del termine "zingari" è solo un brutto retaggio verbale"].

    Perché 'partendo dal mio mal di gola'?

    Perché non riuscii a pronunciare le parole <<Signora, esca>> (o meglio <<Signora, per favore, esca>>) perché la gola mi si strinse, immagino per la collera, e realizzai che la voce sarebbe uscita alterata, mentre naturalmente intendevo mostrarmi calma per padroneggiare la situazione. Se avessi fatto trapelare la collera, se le avessi chiesto di uscire con un tono di voce solo di poco leggermente alterato temevo che quella si sarebbe rifiutata e la situazione sarebbe degenerata. 
    Ed io ero ancora educata alla 'non-violenza'.
    Così in attesa di riprendere il pieno controllo di me, attesi troppo. Arrivò l'altro abitante della casa; quella sembrava si stesse controllando meglio ed io uscii dalla stanza senza una parola.
    E fu un errore, un grosso errore.
    Perché anche se credevo di avere archiviato la cosa, non era così.

    Pino ha commentato un paio di anni fa questa storia con: "E tu sei cresciuta nel centro. Se ero io: "La tua mano, prima che arrivi solo a toccare il vaso, te la frantumo"." [O un concetto del genere].

    Conclusione? Un anno e mezzo dopo, evidentemente essendomi dimenticata con chi avessi a che fare, risposi alla sua petulanza, anzi, precisamente, alla sua affermazione petulante e fuori luogo che avrebbe disturbato mio padre, imitai, però credendo che trapelasse la mia ironia, quello che lei aveva detto in casa mia. Evidentemente non avevo archiviato l'episodio come credevo. Forse perché ne erano seguiti altri.  Non pensai che gente che si comporta in quel modo, anche se laureata, non ha cultura, e quindi ironia? O meglio, non avevo capito, come subito invece aveva capito la mia amica Mariella, che quella era gente con cui non avere niente a che fare?
    E la tipa mi mise le mani addosso le ebbi veramente. Ero in una zona di proprietà comune.
    Ed un anno dopo ancora le ebbi (le mani ed i piedi addosso, le mani sulla testa e sul braccio, i piedi sulla gamba). 
    Di nuovo in un'area di proprietà comune.

    Perché erano autorizzati? 
    1) Perché il sangue del mio sangue le mani addosso me l'aveva messe lui per primo tre anni prima. [Un anno dopo, quando gli feci notare che nostro fratello minore si era controllato molto meglio di lui, protestò: <<E quante volte è successo?!? Una volta!>>.]
    2) Ed al sangue del sangue di mio padre andava fin troppo bene che mi mettessero le mani addosso.

    Un anno dopo la prima aggressione fisica. 
    Altro episodio in cui un ospite in casa mia mi ha causato 'grave turbamento'. 
    Viene il sangue del mio sangue in casa mia, nemmeno si accomoda, io sto seduta sul divano e lui comincia a camminare avanti ed indietro e mi fa il terzo grado. Un anno prima aveva detto all'altro abitante in casa mia: <<I fatti vostri non li voglio sapere>>.
    L'altro abitante della mia casa ricorda questo episodio in questo modo: <<Io ero in bagno. Sento questo entrare e penso: "Ma che devo andare a tenerlo?". Con decenza parlando, accorro praticamente tenendomi i pantaloni che non mi ero neanche fermato ad allacciare. Entro nel soggiorno, lo abbraccio e lo bacio.>>.

    E se c'è una persona che è già profondamente turbata per fatti suoi come poteva salvarsi in un ambiente del genere?
    La prima cosa è la serenità e la solidarietà in famiglia.

    E chi non ha approfittato dell'occasione per reagire ed eliminare chi gli/le causa "profondo turbamento" in casa propria verrà eliminato. Ne approfitteranno gli altri.

    DISCLAIMER. Non è neanche il caso di dirlo. Questo è un racconto. I nomi, i cognomi, i fatti e le circostanze narrate non hanno niente a che fare con omonimi o altri che hanno potuto vivere circostanze anche lontanamente simili a quelli raccontati. E' pura invenzione. Sono solo le mie favole che prendono spunto dai fatti di cronaca. Favole per far ridere i polli. I panni sporchi si lavano in famiglia e chi non rispetta questa regola si ritrova in manicomio, come insegna "Il berretto a sonagli" di Luigi Pirandello. Ed io non mi sognerei mai di violare questa regola.

    E' una favola, è solo fantasia.

    [Rubo l'incipit del disclaimer al disclaimer di "Non avevo capito niente" di Diego Da Silva]

    Background ovvero spunto della favola:
    Ho visto il monologo di Maurizio Crozza sulla vittoria del centrodestra in Sardegna e sulla legittima difesa.
    Maurizio Crozza ha espresso una preoccupazione che temevo da tempo.

    Discussione decreto legittima difesa. Quello che ti autorizza a sparare dentro una tua proprietà anche se non sei sotto minaccia: basta che tu ti senta turbato.
    Non è male l’idea, continua Crozza, tu inviti a cena uno che ti sta sui coglioni...

    Preoccupazione che ho espresso nei miei racconti e favole:

    In casa di quella gente la mia amica Liliana non ci va, ma quelli possono considerare loro proprietà la corte condominiale, le scale. "Uh, non l'avevo riconosciuta! Era buio!" E con la luce fuori il portone che di notte deve essere spenta perché si consuma corrente non è difficile.
    O magari dire: "Mi aveva aggredito!", quando magari Liliana stava cercando solo di difendersi.

    Liliana già si trovò afferrata per il braccio che le fu torso e lei spintonata verso le scale e dopo l'autore del gesto andò a piagnucolare che era stato picchiato e che aveva paura e così poi i figli dell'autore aggredirono ancora Liliana prima verbalmente e poi fisicamente. E di nuovo rivoltarono la frittata.

    I miei racconti esprimono la paura attuale di essere aggrediti in casa propria in questo clima di odio, di rancore, di frustrazione e di 'garantismo' e 'complicità'. 

  • 09 marzo alle ore 20:13
    La Funambola

    Come comincia: “Stiamo per assistere al più incredibile spettacolo di traversata, all’esibizione della più grande professionista di funambolismo. Sosteniamola con un applauso di incoraggiamento! Tra pochissimo -Sandy Air Queen- tenterà la sua più grande impresa!” La telecamera era puntata verso l’alto a inquadrare un filo che legava due montagne e un esiguo gruppetto di operatori teneva lo sguardo fisso lassù, attendendo che la donna comparisse per affrontare il vuoto. Tutto cominciò da bambina. Era timida, impacciata, riservata. Aveva perso entrambi i genitori all’età di due anni. Quel giorno, come sempre, la accompagnarono all’asilo nido per poi imboccare la strada statale per sbrigare una commissione di routine. Il terribile incidente capitò durante quel tragitto. Fu allevata con amore dai nonni materni, per fortuna ancora piuttosto giovani. La educarono con affetto ma presto sopraggiunse il momento di svelarle l’accaduto: “ il tuo papà e la tua mamma ti vogliono un immenso bene e ti proteggono dal cielo!” Le sussurrava dolce la sua nonna, trattenendo a gran stento le lacrime agli occhi. I numerosi dottori e psicologi che la visitarono le diagnosticarono una rara patologia: le “gambe senza riposo” e sin dalla scuola primaria questa malattia divenne ovvio motivo di scherno da parte di qualche suo compagno e il problema si accentuò quando frequentò la scuola media. Le era impossibile restare tranquillamente seduta al banco. Le sue gambe cominciavano ad informicolarsi, a farle male e se rimaneva ferma per più di mezz’ora, immancabilmente veniva colta da forti dolori, un misto tra una scossa elettrica e dei crampi. La muscolatura si irrigidiva, senza intenzione alcuna, causando degli spasmi che tiravano continui calci all’aria. A volte il suo disturbo era così intenso da riuscire a capovolgere persino il suo banchetto con tutto il materiale che gli era stato appoggiato sopra. Di riflesso ne risentì anche il rendimento scolastico poiché disattenta alle spiegazioni dei vari professori, Sandy tentava in continuazione di tenere a bada e senza riscontro i suoi arti inferiori. Tuttavia, nell’ora di educazione fisica, tutti i suoi compagni procedevano tremanti e instabili sull’asse di equilibrio mentre Sandy lo percorreva senza la minima fatica, in maniera del tutto naturale. La sindrome di cui soffriva, per contro, svaniva del tutto durante un qualsiasi movimento. Sull’asse era guidata dal suo istinto, ne carpiva rapida la direzione e allineava i piedi perfettamente, uno davanti all’altro. Le risultava facile camminare così, centrando le sue suole a quello scarso spessore offerto dall’attrezzo. Durante un’altra lezione di ginnastica qualcuno le avanzò addirittura la proposta di eseguirlo bendata; Sandy accettò. Come dotata di un terzo occhio e grazie a un talento naturale, arrivò senza indugi alla fine, come fosse niente. I suoi piedi riuscivano a percepirne la materia, l’energia, nello stesso modo in cui e a volte, un cieco può compiere azioni davvero straordinarie. Senza barcollare, dritta e perpendicolare avanzò decisa captando anche nel buio ogni sguardo di incredula ammirazione. “Brava Sandy!” “Ma come fai?” “Sei fantastica!”. Quei complimenti erano una rara occasione di gioia. Sandy lavorava al suo baricentro, riusciva così a dosare forza e equilibrio in maniera del tutto eccezionale. Non era raro incontrarla per strada mentre passeggiava sullo stretto bordo di un marciapiede oppure sorprenderla a qualche metro da terra, arrampicata su un albero mentre ne percorreva in perfetto equilibrio un ramo. Quella sua forte passione era ritenuta da molti stravagante o bizzarra, da pochi altri quasi affascinante. Tuttavia, al di fuori della scuola, tutti preferivano ignorarla a causa delle sue stranezze. Poco tempo dopo, assistendo ad uno spettacolo circense, venne folgorata da un numero di equilibrismo. Un clown passeggiava su una corda tesa a pochi metri da terra, con le sue grosse scarpe e nonostante lo trovasse ridicolo, Sandy si illuminò di gioia, entusiasta. Un filo! Non aveva mai pensato di poter restare in equilibrio su un filo! Da quel giorno scoprì il funambolismo. Quel cavo lungo circa ottocento metri aveva ricevuto amore e infinita cura. Per anni aveva trovato posto all’aperto, nell’erba alta, affinché pioggia e sole potessero ripetutamente penetrare nelle sue fibre temprandole, educandole e rendendole così perfette e resistenti. Sandy, successivamente, ne aveva personalmente sgrassato ogni sua trama con una precisione tale da poter sfiorare il maniacale. Lo impugnava ben stretto, centimetro dopo centimetro, flettendolo un poco e riscaldandolo. Le mani le scivolavano decise sulle sue turgidità e per tutta la sua lunghezza. Per preparare un ottimo filo di una tale misura occorrono mesi; è necessario captarne ogni possibile difetto e l’essenza di ogni suo minuscolo rilievo. Per mantenerlo immobile, Sandy se lo infilava tra le cosce serrate e poi lo strofinava con cura utilizzando un panno di daino inumidito di benzina e infine lo spazzolava energicamente. In questo modo il filo veniva privato dì ogni possibile, singola e minuscola traccia di grasso che, da sola, sarebbe potuta bastare a compromettere l’intera impresa. Il miglior funambolo e il suo strumento devono raggiungere una simbiosi totale, divenendo un tutt’uno, occorre entrare in completa confidenza con la sua microstruttura, conoscerne i punti opachi o le lucidità, i piccoli rilievi o ogni debolezza e il lieve cedimento della sua trama. Sandy presenziò anche “all’aggancio”. Al mondo non esisteva nulla di più affascinante che osservare un cavo metallico “legare” due vette con la trazione e la durezza necessarie a tagliare di netto il mirabolante vuoto che naturalmente le separa, rendendole “diversamente raggiungibili”, unite artificialmente tra loro da un segmento di contatto semi-rigido. Una tangibile rappresentazione di sfida alla natura e in contemporanea al destino e il tutto a due passi dal cielo. Il filo deve essere fissato alla roccia con l’essenziale esperienza e occorre affidarsi in tutto e per tutto al volere della montagna, affinché le sue pareti possano donare la giusta sicurezza e un valido appiglio. Ogni minimo errore di valutazione del terreno o delle sue sporgenze avrebbe potuto risultare fatale. E’ sempre importante capire il punto preciso in cui sistemare il moschettone e come regolarne il tirante in modo che il cavo possa oscillare nell’ottenimento del gioco perfetto, rendendolo una specie di filo conduttore tra spazio e tempo. Il team, servendosi di un elicottero, portò egregiamente a termine quel lavoro. Il brusio dei pochi spettatori, la cui eco risuonava grave nella valle, cessò rapidamente. La sagoma della donna, divenuta ormai solo un piccolo puntino nero, aveva raggiunto la base di partenza: una piccola piattaforma in acciaio, sporgente e quasi in cima alla vetta che, a ben vedere, si stagliava violenta spezzando l’armoniosa discesa del pendio. Sandy era pronta, in linea perfetta con il cavo. Lassù, ogni volta, sentiva svanire ogni timidezza. Tutti sostavano immobili a testa in su, in riverente attesa, in un rigoroso e innaturale silenzio nel quale anche un normale respiro avrebbe regalato a chiunque un vero e proprio sussulto di spavento. Era la trentaduesima esibizione di Sandy ormai soprannominata “Air Queen”. La donna aveva sfidato e sovrastato il cielo di ogni stato del mondo. Attraversò la Senna a venticinque metri da terra e a Tokio raggiunse i sessanta. Poi fu il turno di Cina, Germania e Londra dove passeggiò a centocinquanta metri, nell’aria e quasi toccando le nuvole. Appena in tempo riuscì ad effettuare la sua impresa anche tra le Twin Towers, soltanto qualche anno prima della loro terribile distruzione, percorrendo un cavo lungo sessanta metri a un’altezza di 200 metri e aiutata da un bilanciere che, per l’occasione, raggiunse gli otto metri. Chi riuscì ad ammirare quello spettacolo, restò per circa due ore senza fiato e a bocca aperta, osservando con tensione quell’esile e sinuoso corpicino danzare con il suo attrezzo in bilico tra vita e morte. Sandy aveva rinunciato da tempo ad ogni tipo di protezione o di messa in sicurezza. Quello che desiderava era proprio il rischio, la sensazione adrenalinica di sentirsi viva, in balia del destino. Desiderava dimostrare una sorta di invincibilità, era alla ricerca della fama e dell’immortalità. Tuttavia, in quota, si era reso necessario rinunciare al bastone. A quelle altezze l’aria sopraggiunge con folate brevi, intense e piuttosto improvvise per cui un bilanciere esposto al vento risulterebbe più pericoloso che utile. Effettuare quella traversata rappresentava la massima aspirazione di Sandy. Si era preparata e allenata per moltissimi anni, sempre supportata e incitata dal suo team. Probabilmente quella spettacolare esibizione avrebbe rappresentato l’apice della sua carriera, l’impresa straordinaria per cui tutti l’avrebbero dovuta ricordare. Avrebbe stabilito il record assoluto: la più alta traversata mai eseguita da un funambolo. Sul filo doveva avanzare leggera, non poteva permettersi alcun pensiero, alcuna emozione. Non percepiva nemmeno la brezza gelida che la carezzava sul viso. Rimase per qualche istante con gli occhi chiusi, immobile. Gli spettatori la osservavano incantati, impazienti, ammirati. Lei si percepiva importante, onnipotente. Sovrastava il mondo circondata dalle nuvole. Avanzò il piede d’appoggio, l’alluce e l’indice divennero filo e il filo si trasformò in suola. Si inginocchiò nell’aria, lentamente. Lasciò il suo ringraziamento e il suo saluto. Poi, rialzandosi con grazia e leggerezza, mosse i suoi passi fermi, stabili. Il tempo modificò la sua essenza, divenne superfluo. Tutti erano concentrati sull’attimo, sul presente, in una visione di eternità. Sandy avanzava con le braccia aperte e osservata dal basso poteva sembrare un uccello, forse un elegante falco. Tutta la tecnica risiedeva nel contatto, nella calma, nel ritmo. Sandy non riteneva di dover dimenticare il filo, viceversa anelava impadronirsene. Sapeva addirittura inghiottirlo, passo dopo passo renderlo suo, assecondando con dolcezza ogni minima vibrazione. La sua mente avrebbe soltanto dovuto mantenere ben fermo il baricentro del suo corpo situato all’incirca sopra l’ombelico. L’enormità dello spazio vuoto che la circondava le permetteva di percepirsi un perfetto microcosmo nel macrocosmo e un solo secondo di immobilità, in quella condizione, suscitava un’incredibile armonia di tutte le cose ma soprattutto della mente. Il vuoto sotto di lei le regalava ondate eccitanti di adrenalina, la vetta che stava raggiungendo emanava la più rara energia attirandola a sé, magnetica. Il suo respiro era alleggerito, non sarebbe bastato a far vibrare un solo vessillo di una piuma. Sandy aveva affidato alla terra la sua natura umana, lassù era diventata soltanto arte, in ogni possibile forma. I suoi passi si tramutarono presto in una danza ammaliante e ipnotica che suscitava negli spettatori una miriade di pulsioni, alimentava tutti i possibili desideri e i sogni di ciascuno. I raggi del sole la raggiungevano lassù meno obliqui, regalandole una luminosità quasi divina e nel suo gioco cavalcava il vuoto trasmettendo destrezza, passione, e una grande dose di erotismo. Si arrestò e tutto si fermò attorno a lei. Azzardò piano una verticale. La sua spettacolare evoluzione rasentava l’impossibile. Un cavo di ventiquattro millimetri di diametro fungeva d’appoggio alla sua nuca. Tornò delicata in posizione, ricominciò a camminare. Ora dominava il mondo che si trovava completamente ai suoi piedi. Non esisteva davvero impresa più ardua di questa, tuttavia Sandy non faticava affatto durante quell’esecuzione. Ciò che stava compiendo, di colpo, non le sembrò più nemmeno straordinario come ogni cosa che si realizza perde presto il suo fascino. Ormai era quasi alla fine, alla fine di tutto. Stava raggiungendo l’arrivo, la seconda vetta, l’altra piattaforma. Si domandò cosa sarebbe accaduto dopo. Forse la sua impresa avrebbe potuto esser presto dimenticata. Giunse una discreta folata di vento. Nemmeno la scalfì. Rimase stabile e nella postura ottimale ma percepì quell’aria trapassarla e scivolarle via, tra le gambe. Mancavano pochi metri alla meta. Si arrestò di nuovo, ancora immobile con le gambe ben ancorate all’anima della corda. Si sedette su di essa. Si lasciò scivolare all’esterno afferrandola salda con le mani e si lasciò penzolare nel vuoto. Persino le telecamere tremavano riprendendo la scena. Osservò il panorama. Per la prima volta provò l’emozione sul filo. Assaporò quella parziale assenza di gravità. Lasciò la presa di una mano. Lasciò anche l’altra. Volò via, libera e vulnerabile compiendo una caduta memorabile nel vuoto assoluto e così lo sconfisse, per sempre. Neanche gli spettatori giù a valle riuscirono ad urlare, il presentatore dimenticò di parlare. La scena fu calcata dal nulla, dal silenzio. Tutti avrebbero ricordato quell’esibizione per il resto della propria vita. “Sandy! Tocca a te. A cosa stai pensando? Non te la senti neanche oggi di salire sull’asse di equilibrio?” Sandy non rispose, abbassò soltanto lo sguardo. Il professore dispose: ” Allora ragazzi, ora potete anche cambiarvi!” Sandy seguì a distanza e solitaria i compagni mentre si avviavano agli spogliatoi della piccola palestra, il solito gruppetto di bulli si burlava di lei ridendo:” Sandy gambe matte! Perché non provi a salire sull’asse? Hai paura?” Oppure… Sandy fu ricordata per aver perso la vita nel tentativo di realizzare la più grande impresa di funambolismo in quota. Non ha importanza, forse. …Perché le nostre paure, spesso si incontrano lungo la strada che abbiamo intrapreso per dimenticarle. Allora, può darsi che occorra più coraggio nel camminare con i piedi ben saldi alla terra, piuttosto che cercare di fuggire percorrendo fili sottili e campati in aria. (Dedicato a Tancrède Melet, glorioso funambolo).

  • 07 marzo alle ore 23:32
    Il destino di Teresa

    Come comincia: Capelli sciolti sulle spalle, lunghi, neri, ondulati, come veli al vento ombreggiavano il suo sguardo di fuoco, Teresa era bella da togliere il fiato. Filippo la vide, mentre guardava estasiata l’immensità del mare, e se ne innamorò.
    Il loro amore sbocciò come una rosa, era di maggio, e i profumi dei glicini e rose avvolgevano i giardini di Villa Cimbrone, situata a strapiombo sulle alture dei monti Lattari, e l’atmosfera di sensuale carezza primaverile, contribuì a farli innamorare.
    L'inizio fu da favola…
    Filippo follemente innamorato copriva di doni e d'attenzioni Teresa.
    Teresa amava perdutamente Filippo e faceva di tutto perché il sogno durasse…Fissarono la data del loro matrimonio: 16 luglio 1958…
    Filippo, impiegato modello, in una banca, Teresa moglie perfetta, tutto filava per il meglio.
    Dopo sei mesi iniziarono i primi screzi, lui, marito innamoratissimo, ma influenzabile, lasciò che il dubbio s’insinuasse nei suoi pensieri, alimentato da discorsi volutamente architettati, da alcuni suoi colleghi, sulla fedeltà.
    Teresa, era troppo bella per lui tutto solo, e la loro invidia li spingeva alla cattiveria, ed il dubbio cresceva, come il baco nella mela, scavando nel cervello di Filippo un tunnel senza uscita.
    Filippo guardava Teresa con occhio indagatore, ogni volta che usciva, la madre di Filippo, la sorella oppure sua zia doveva accompagnarla.
    Inizialmente, Teresa non s’era resa conto della sua gelosia morbosa, lei lo amava ed accettava tutto senza avere alcun dubbio sul suo amore.
    Poi, le cose si complicarono: Filippo impediva a Teresa d’uscire se non che in sua compagnia.
    Teresa iniziava ad avere paura della sua gelosia.
    La notte, quando l’amava, la copriva prima di baci e poi la tormentava, le domandava se quei baci, fossero stati di un altro, come li avrebbe accolti?
    La povera Teresa, se non rispondeva si rendeva colpevole e se rispondeva, sarebbe stata  la stessa cosa, perché le rinfacciava d’essere una bugiarda.
    Così, Filippo la torturava e le infliggeva carezze amare, lasciandole i segni sul corpo, che cambiava colore di notte in notte…
    Teresa copriva le sue scollature, le sue gambe con calze scure, non parlava più con nessuno, se non con lui, che col suo sguardo destreggiava il suo potere.
    L’amore di Filippo trasformatosi in ossessione, gelosia morbosa alimentata dal dubbio, cresceva sempre più nella sua mente, lui le vietava di parlare con la sua famiglia, erano mesi che Teresa trovava sempre una scusa, per rifiutare le visite dei suoi cari.
    Filippo l’amava, l’amava tanto, e poi l’odiava allo stesso tempo; i suoi colleghi, insinuando, alimentavano il suo dubbio, finché un giorno, all'improvviso, deciso, rientrò a casa per cogliere sua moglie con l’amante inesistente.
    Sì, la trovò con qualcuno, ma era solo la madre che, di nascosto, era andata a trovarla. 
    Filippo entrato in casa senza farsi sentire, ascoltò la madre che suggeriva a Teresa di lasciarlo, non le diede neppure il tempo di ribattere, che irruppe in cucina, puntando la pistola contro di loro. Gridarono scappando, Teresa aprì svelta la porta, terrorizzata corse giù per le scale, quando vide sua madre al suolo stramazzare. Filippo l’inseguiva con l’arma in mano puntata su di lei. Teresa correva, era tutta affannata, il destino infame, s’aggrappò alla maglietta che le copriva i lividi, s’impigliò alla ringhiera, quando quasi aveva raggiunto l’uscita…Filippo anche, la raggiunse…sparò tre colpi, e poi rivoltò l’arma contro la sua tempia, fermando quella corsa contro il dubbio, che annegò in una pozza di sangue rosso, come le rose a maggio, rosso come l’amore immenso, rosso come la follia di una  gelosia devastante.

     

  • 05 marzo alle ore 10:08
    ANSELMO

    Come comincia: Chiamarsi Anselmo può essere una fortuna sempre che la persona corrisponda alle caratteristiche del suo nome. A parte il significato  che vuol dire ‘Elmo di Dio’ cosa che lascia perplessi  i  religiosi che si domandano cosa ci faccia Dio con un elmetto in testa… ma tralasciando il significato letterale Anselmo dovrebbe essere: persona spigliata, flessibile, disponibile,  organizzata, che fa più del dovuto, dalla compagnia piacevole e dai consigli sensati ed utili. Sinceramente penso che nessuno di noi penserà di incontrare un simile fenomeno invece esisteva: Anselmo, trentenne, abitava in viale Parioli a Roma che dal nome dava l’idea del lusso del suo attico di trecento metri quadrati con intorno piante di ogni genere ben curate dal un giardiniere per non parlare dell’interno tipo villa Hollywoodiana. Tutto merito suo? Quando mai, tutto ereditato dai genitori a loro volta beneficiari delle speculazioni dei loro antenati, insomma una razza di affaristi che con gli anni avevano ‘messo su’ un patrimonio notevole. Figlio unico di Mafalda e di Rodolfo che si erano trasferiti alla Seychelles per passare al meglio gli ultimi anni della loro vita e dove avevano acquistato una villa sul mare con relativo motoscafo per effettuare la pesca d’altura. Ovviamente Anselmo era invidiato da uomini e da donne, soprattutto queste ultime l’avrebbero molto volentieri ‘impalmato’ ma il giovane era decisamente allergico a questo vincolo e sinora era riuscito a svicolare. Il suo maggior impegno era nel seguire l’andamento di terreni, di supermercati, dei panifici, delle pasticcerie ed anche di una Scuola Guida. In fatto di auto era un nazionalista , nel suo garage sostavano una Fiat Abarth 695 da usare in città e poi un Alfa Romeo Stelvio, una Lamborghini Aventador e, come fuoristrada, una Jeep Renegate.  Usava la Lamborghini solo su circuiti , era facile con questa auto superare i limiti di velocità imposti nelle autostrade ed Anselmo ci teneva alla sua patente. Anche una Lancia Ypsilon era parcheggiata nel suo garage, la prestava (ed una volta l’aveva pure regalata) ad  amiche con cui  intrecciava qualche temporanea relazione. Anselmo era amato dai suoi dipendenti ai quali elargiva paghe e stipendi superiori a quelli previsti dai contratti di lavoro; per lui avrebbero fatto qualsiasi cosa soprattutto le commesse con cui aveva avuto anche degli incontri boccacceschi come quando  una addetta alle vendite al supermercato una mattina prima dell’apertura delle vendite, si era alzata la gonna per mostrare a tutti una ‘cosina’ pelosissima priva di mutande! Ovviamente tutto era finito in una risata generale. Un giorno Anselmo recatosi al supermercato incontrò il direttore Efisio che gli rappresentò una situazione che si era creata: due gemelle si erano presentate per cercare un posto di lavoro ma l’organico era al completo ma lui non riusciva a farle ‘sloggiare’ dal locale. Entrato in direzione Anselmo fece accomodare le due ragazze e: “Rappresentatemi i vostri problemi.” “Padrone (era il titolo con cui i dipendenti del Super lo appellavano) siamo Alida e Claudia, abbiamo bisogno assoluto i lavorare, nessuno ci vuole dare retta, abbiamo mamma ammalata grave con una rara malattia cronica, nostro padre…è a Regina Celi. Nostra madre è una lunga degente ed in ospedale ci hanno detto che non possono più tenerla, non abbiano i soldi per andare avanti né per acquistare medicine per lei indispensabili, se lei potesse…abbiamo raccontato la verità, abitiamo a Tor Bella Monaca…” “ Efisio trova un’occupazione a…ripetetemi come vi chiamate e quanti anni avete?” “siamo Alida e Claudia, abbiamo diciannove anni.” “Datemi un documento di riconoscimento, non vorrei che foste minorenni.” Le ragazze presentarono due carte d’identità di cui Efisio fece una fotocopia e le riconsegnò alle interessate.” “Lei è un signore, se fossimo religiose pregheremo per lei ma in ogni caso…siamo a disposizione.” Una stretta di mano, Anselmo, anche se non era un Boy Scout  aveva fatto la sua buona azione quotidiana. C’era un motivo per cui il giovane aveva chiesto alla due ragazze la loro carta di identità: in passato stava per avere guai seri con una francese a nome Josephine che si era presentata alla sua Scuola Guida per conseguire la patente. Aveva presentato una ‘carte d’identité’  da cui risultava avere vent’anni. Peppe, il direttore, si era rivolto ad Anselmo in quel momento presente in ufficio per avere un suo parere circa l’età della ragazza. Anselmo, abbagliato dalla beauté della demoiselle rassicurò Peppe ed invitò Josephine a casa sua. La ragazza con i capelli tinti di azzurro e dal fisico piacevole affermò di essere un’attrice di varietà di passaggio a Roma per recitare una commedia al teatro Brancaccio e fece capire che in quel momento aveva qualche difficoltà finanziaria per motivi di famiglia. La difficoltà fu presto superata dalla baby con  Anselmo che si rifece della ‘cortesia’ pecuniaria invitando la demoiselle a farle compagnia  in camera letto. Un pomeriggio di fuoco ma prima di uscire da casa Josephine, in francese ‘brandendo’ la carte d’identitè: “Imbecile, je suis mineur, j’ai dix-sept ans e te vais dènoncer pour viol.” Anselmo con uno scatto riuscì a strapparle di mano la carta d’identità, nel frattempo la ragazza aveva  aperta la porta d’ingresso ed era sparita ‘fra la pazza folla’. Anselmo preoccupato si recò alla più vicina Stazione dei carabinieri e denunziò i fatti accadutigli. Piantone era una Carabiniere a nome Attilio (Tillo) nativo della Valle d’Aosta che conosceva bene il francese, prese a cuore la situazione e telefonò al teatro Brancaccio per sapere se avessero fra gli attori francesi una certa Josephine. Risposta negativa, nessun attore francese. Anselmo , contrariamente al suo stile era proprio arrabbiato pensando ai guai che quella…avrebbe potuto  causargli,  chiese allora a Tillo o a chi per lui di rilevare le impronte digitali di Josephine sia sulla sua carta di identità che su quelle lasciate in casa sua. Fu accontentato. Nel frattempo le indagini andavano avanti; da Parigi giunse la notizia che la carta di identità era falsa, le impronte digitali della ragazza inviate alla Gendarmeria di Parigi rilevarono la vera identità della giovane: si chiamava Sophie ma non faceva onore al suo nome che vuol dire saggezza. La ragazza aveva effettivamente diciassette anni e tramite amici delinquenti si era procurata il documento di identificazione falso. Anselmo trasse un sospiro di sollievo, la storia gli aveva insegnato di cercare le sue conquiste femminili solo fra le italiche mura. Si ricordò allora di una vecchia amica (vecchia si fa per dire era una quarantenne) che aveva conosciuto anni prima e: “Cara Carlotta, un soldino se riconosci chi sono.” “Sei Anselmo uno zozzone  matricolato, ancora ricordo le tue imprese ed i tuoi gusti in fatto di sesso, immagino perché vieni a bussare a stó convento.” “Si ma senza pioggia e senza vento, che ne dici di fare una scappata a casa mia in via Parioli, dopo cena potremmo…” “Non ci sono problemi, appena mi restauro un po’ sarò da te.” Il ‘restauro’ durò poco, Carlotta faceva ancora la sua porca figura, a tavola fece onore soprattutto alle aragoste ed al Pro Secco: “Vedo che hai bisogno di cibi afrodisiaci, una volta…” “È tutto in tuo onore ed or  Melisenda accomando di aprire ad Anselmo il tuo popó!” “Non ricordavo male i tuoi gusti da sporcaccione, sarò la tua Melisenda per tutta la notte sempre che il mio popò resista…” La mattina dalle tapparelle semichiuse giunse agli occhi di Anselmo un fastidioso raggio di sole, erano le undici e Carlotta era sparita dalla circolazione portando con sé un braccialetto d’oro trovato sul comodino con un biglietto di ringraziamento per la sua prestazione. L’ottimismo aveva ripreso il sopravvento sull’umore di Anselmo che si ricordò delle due gemelle che aveva fatte assumere nel suo grande magazzino. “Efisio che fine hanno fatto quelle due ragazzine …” “Non sono ragazzine, da quando guadagnano hanno cambiato look, non le riconoscerai, sono laggiù alle casse, si impegnano nel loro lavoro a parte che…” Anselmo si diresse verso le casse ma non riuscì a riconoscere Alida e Claudia sino a che: “Padrone non ci riconosce, ancora la dobbiamo ringraziare…” Era incredibille loro trasformazione: lunghi capelli castani scuri con meches, occhi grandi truccati alla perfezione, labbra…invitanti, seno non eccessivo, minigonna… uno schianto. “Penso che qualche cliente maschio abbia avuto con voi dei problemi, forse si sarà dimenticato il resto sul bancone…”Alida: “È accaduto varie volte, ma non era una dimenticanza ma un invito palese che abbiamo respinto, non ci piace far la parte delle…ha capito, poi si sarebbe sparsa la voce…” “Belle ed intelligenti come piace a me, che ne dite di seguirmi con la vostra macchina ed andare al ristorante?” “ Niente auto solo tram e autobus ed il cavallo di S.Francesco!” Ed allora che ne dite di una Stelvio?” Le due ragazze si guardarono negli occhi: “Se tornassimo a Tor Bella Monaca con lei in quella macchina saremmo marchiate per sempre come…va bene per il ristorante ma poi ci dovrebbe lasciare un po’ lontano da casa nostra.” “Nessun problema.” Il ristorante scelto era ai Parioli, ‘Chez Mimì’ famoso per i  piatti di pesce’ Il maître fece accomodare il trio in un tavolo lontano dall’orchestra come chiesto da Anselmo e poi lasciò sul tavolo il menù ritirandosi senza parlare, solo un inchino e soprattutto nessun commento. Alida e Claudia leggendo il menù si facevano matte risate, Anselmo comprese che non riuscivano a capire di quali cibi si trattasse, le tolse d’impaccio, fece un cenno al maître che si avvicinò. “Mi scusi, posso sapere il suo nome.” “Alessandro signore.” “Bene Alessandro non scegliamo nulla nel menu, preferiamo affidarci a lei con la sola preferenza di vini italiani e di acqua non gassata.” “Grazie della fiducia, signore.” Mal gliene incolse a tutti e tre: un cameriere giunse con un carrello dove spiccavano tre piatti con al centro qualcosa che assomigliava a dei crostini con salsa verde, ma erano ben poca cosa rispetto alla fame dei tre. Altro cenno al maître: “Alessandro non si offenda ma abbiamo fame, veda di farci portare qualcosa di più  sostanzioso, magari meno sofisticato.” Alessandro aveva capito l’antifona, la successiva portata consisteva in un piatto cupo pieno di tortellini in brodo che fu presto ‘spazzolato’ dai tre. Il successivo fu di tagliatelle al sugo di pernice, un squisitezza innaffiate da un Amarone d’annata. Successivamente giunse sul tavolo della cacciagione con contorno di insalate cotte e crude, un ananas e poi il trionfo con uno spumante Asti De Miranda, favoloso, corredato da cannoli siciliani, evidentemente il pasticcere era  proveniente dalla Trinacria. Anselmo porse la carta di credito ad Alessandro con sotto cinquanta Euro, che l’interessato fece finta di non vedere ma che portò ad ossequi profondi all’uscita dei tre dal ristorante. “Ragazze che ne dite di passare il resto della serata da me, non è lontano, ma se avete problemi …” Alida e Claudia si consultarono poi: “Telefoneremo ad una vicina di casa per far compagnia a nostra madre ma non sappiamo come…” “Compris, nella  camera da letto rosa ci sono due armadi con abiti da donna per ogni occasione e di ogni taglia, a voi la scelta.” Le ragazze giravano per tutto l’appartamento con gridolini di meraviglia, per loro era una reggia, alla fine del ‘giro’ abbracciarono Anselmo senza parlare…”Che ne dici se indossiamo una camicia da notte?” La camicia da notte consisteva in  un baby doll di colore differente, azzurro quello di Alida e rosa quello di Claudia, sotto il baby doll…niente come nel film. Anselmo: “Mie care, abbiamo mangiato e bevuto un po’ troppo, che ne dite di rimandare a domani…” Erano le nove di mattina quanto Anselmo sentì solleticare piacevolmente il  petto da mani delicate, aprì gli occhi, si ricordò che dovevano venire a casa Emma la cameriera ed Eugenio il cuoco. “Ragazze vestitevi, stanno per arrivare i miei camerieri…sento dell’odore di caffè, una doccia, mi vesto e dopo colazione una sorpresa. Giunsero Emma ed Eugenio che salutarono le due ragazze senza scomporsi più di tanto, conoscevano il loro ‘padrone’ e gli volevano bene. “Voglio fare uno scherzo a Efisio: troverete una mascherina nei cassetti dell’ingresso ed in un armadio cappelli a falda larga, vi presente al magazzino  camuffate e vedremo.”Appena entrati il direttore: “Padrone le due ragazze stamattina non ci sono, ho telefonato a casa loro senza esito, non so che pensare.” “Non pensare nulla, te ne ho portate altre due per sostituirle, che ne dici?” “È proibito girare in città mascherate, non siano a carnevale, veda lei.” “Braciolettone non le riconosci, ragazze via maschera e cappello.” “Lei è il solito burlone ora non so che dire né che fare.” “Bravo non dire nulla, Alida e Claudia le ho… licenziate, trovane altre due al loro posto.” Efisio finalmente capì la situazione e, un pó puritano pensò che il suo padrone era tanto ma tanto ‘cochon’.  La storia cambiò la vita ad Anselmo che finalmente trovò un equilibrio sia spirituale che sessuale, il trio funzionava perfettamente, le ragazze ogni tanto ritornavano a Tor della Monaca con una delle auto di Anselmo beccandosi l’epiteto di ‘mantenute’ ma a loro poco importava. Avevano ripreso a studiare e si erano iscritte alla facoltà di medicina, la mamma era passata a miglior vita, il padre…sempre ospite delle patrie galere! La storia non finisce qui: Anselmo a mezzo di skype prese contatto con i genitori alle Seychelles, in particolare con la madre che sentiva molto la lontananza del figlio: “Mamma come state?” “Figlio mio mi manchi moltissimo ma non me la sento di fare un viaggio sino a Roma, gli anni si fanno sentire…io sono sempre in lotta con quello sporcaccione di tuo padre Vittorio che ha la faccia come il culo…sai cosa ha scovato per nascondere le scappatelle con le bellezze femminili locali? Che è colpa del suo nome che vuol dire conquistatore!” “Si mamma ma se non ricordo male il tuo nome Malfalda significa possente in battaglia, sicuramente gli renderai la vita dura.  Voglio darti le ultime novità che riguardano me: gli affari vanno bene come pure la mia vita sentimentale, convivo con due ragazze Alida e Claudia favolose sotto ogni punto di vista,  come ultima meravigliosa novità…tu e papà diventerete nonni di Rodolfo e di Mafalda che fra sei mesi verranno ad allietare la mia vita, che mi dici? “Che sei un maialone come tuo padre ma che ti voglio un bene dell’anima e faccio tanti auguri ai nascituri, ciao mi hai fatto commuovere…”

  • 05 marzo alle ore 10:05
    EVVIVA LA...

    Come comincia:  La locuzione  nel greco moderno per significare una cosa piacevole per maschietti è: ‘biastikò mouvi’  ma per il professor Tiziano, docente di materie letterarie all’Istituto D’Azeglio  di Roma non aveva  più  un significato.   Insegnante in una classe mista al terzo liceo classico il professore era mancato per un lungo periodo dalla scuola per una sua tragedia personale, moglie e figlia decedute in un incidente stradale, l’auto guidata dalla consorte si era conficcata nel retro di un TIR. Rientrato in classe gli alunni maschi e femmine si erano alzati in piedi e lo avevano accolto con un lungo applauso, il professore si era commosso di tanto affetto. Aveva ripreso le lezioni col solito eloquio brillante  ma il suo viso  esprimeva sempre una tristezza profonda, era di colpo invecchiato e si era chiuso in se stesso, non usciva di casa se non per andare a scuola, aveva rapporti solo con una alunna di nome Asia che, di sua iniziativa, andava nell’abitazione del  professore per sbrigare le faccende domestiche. Asia era una ragazza dal tono deciso, dal fisico robusto e dai capelli cortissimi che la rendevano piuttosto mascolina, cosa indifferente al professore che non era più interessato al sesso femminile, passava il tempo a leggere ovvero a guardare la televisione. Tiziano si distingueva dai suoi colleghi per essere aitante e distinto e di una eleganza raffinata, si serviva solo da sarti napoletani. Stranamente per i nostri tempi in cui gli alunni insultano i professori ed i genitori addirittura arrivano a picchiarli per una bocciatura ai loro pargoli, in quella classe regnava la più assoluta correttezza, tutti gli alunni attenti alle spiegazioni degli insegnanti per  imparare il più possibile e quindi superare gli esami di stato. In un afosa giornata di luglio vennero esposti i ‘quadri’ con l’esito delle prove, tutti gli alunni della terza A erano stati dichiarati maturi a pieni voti. Alberto figlio del proprietario di una villa sulla via Appia, col consenso paterno decise di organizzare una festa con i colleghi e con la partecipazione del professor Tiziano il quale aderì malvolentieri e solo  dopo l’insistenza di tutti i suoi alunni.  Pian piano giunsero in villa  i neo promossi,  c’erano tutti, il professore in auto con Asia. Un gran salone, in sottofondo una musica dolce che invitava ad un ballo sensuale il kizomba, le luci attenuate aiutavano rendere l’atmosfera più sexy,  alcune coppie sparirono dalla circolazione rifugiandosi in una delle stanze della villa. Alberto era il solito simpaticone sempre pronto agli scherzi più impensati ed anche questa volta… Dopo la mangiatoria di pasticcini ‘innaffiati’ col suo liquore preferito il Caffè Sport Borghetti, il padrone di casa: “Signori dobbiamo festeggiare al meglio la promozione ed il passaggio all’Università, propongo una cosa inusuale ma avverto prima di tutto che chi non è d’accordo alzi la mano e sloggi, non sopporto i puritani. Professor Tiziano che ne direbbe di aver lei un rapporto sessuale con Asia?” Tiziano si sentì ‘preso dai turchi’,  anche Asia che considerava il professore un fratello, fra l’altro i gusti della ragazza in fatto di sesso erano…particolari. Gli alunni insistettero a lungo  sottolineando la richiesta con ‘bacio, bacio, bacio…’ sembrava di essere ad un matrimonio. I due ‘sposi’ guardarono in viso, si misero a ridere e inaspettatamente accettarono, un solo studente alzò la mano, Silvano fervente cattolico e il meno simpatico degli studenti. “Silvano da questo momento non fai più parte della nostra ‘combriccola’ ma non provare a divulgare quello che ho proposto, per te sarebbe estremamente spiacevole e sai che mantengo le promesse, sparisci dalla circolazione.” Silvano obbedì rimpiangendo di essere costretto a subire le indicazioni puritane della sua religione. Tiziano ed Asia si abbracciarono e si appartarono in una stanza con letto matrimoniale. All’inizio molto imbarazzo, furono socchiusi gli ‘scuri’, ci volle del tempo prima che il ‘ciccio’ del professore ‘alzasse la testa’. Asia abituata ai vibratori ed ai rapporti omo provò per la prima volta il piacere di un amplesso ‘in carne’, le piacque e in quel momento pensò di diventare almeno bisessuale! Nel frattempo in sala erano riprese le musiche ma tutti erano in attesa del responso dell’incontro fra Tiziano ed Asia, responso che giunse dopo circa un’ora con Asia che  fece una V con le dita per annunziare che l’incontro aveva avuto esito positivo. La festa si ravviò ancora di più con musiche tecno fortissime che arrivarono sino alle ville vicine. Tutti iscritti all’Università  seguivano le lezioni ed iniziarono a dare degli esami con profitto quando Alberto un giorno li convocò per telefono ad una riunione in villa: sabato alle venti con cena per festeggiare…”Per ultimi giunsero Tiziano ed Asia decisamente ingrassata, una pancia prominente annunciava una prossima maternità. Applausi ed abbracci a non finire e poi una votazione per il nome da dare alla piccola, era una femminuccia. Prevalse Giada votata dalla maggior parte dei presenti. A scuola la situazione era mutata, anche gli alunni erano cambiati,  il professor Tiziano aveva riacquistato la serenità, era sempre insieme alla convivente ed alla bimba di una bellezza favolosa. Ad un anno ne dimostrava molti di più con i suoi capelli biondi, gli occhi verdi e la risatina sempre pronta, era diventata la mascotte dell’istituto e, insieme ai genitori, veniva spesso invitata alle feste indette dal Preside. Troppo bello per durare,  Giunone, sempre in lite con Minerva (questa ultima protettrice dei due) per vendetta  minò la felicità della coppia con l’arrivo nella classe di Tiziano di una ragazza molto bella  che attirava l’attenzione dei presenti per la peculiarità del suo sguardo e dal corpo di statua greca per non parlare dell’altezza superiore alla media. Tiziano aveva ripreso ad essere molto sensibile alle bellezze femminili e Lucrezia, questo il suo nome della baby, divenne la sua preferita.  Avrebbe voluto incontrarla fuori dalla scuola ma la missione sembrava impossibile in quanto la ragazza, di nobili origini, veniva accompagnata all’inizio ed alla fine delle lezioni da un autista in divisa con una BMV serie 8, auto di gran lusso, in giro se ne vedevano poche. D’altronde Lucrezia era molto riservata anche con i colleghi, vestiva in maniera non appariscente, pareva avere la famosa ‘puzza sotto il naso’. Ogni giorno l’autista, sceso dalla vettura, si ‘impossessava’ della cartella di Lucrezia, una grossa borsa di pelle nera con dentro i libri, borsa   con inciso in oro lo stemma  baronale della nobile famiglia, la ragazza si accomodava nel sedile posteriore e poi la partenza. Come superare l’ostacolo? Tiziano ricordò un proverbio latino che recitava: ‘Mater artium necessitas.’ Tradotto in maniera maccheronica:  ‘la necessità aguzza l’ingegno’. Questa volta l’ingegno di Tiziano fu ‘cattivello’, avvicinò un alunno con cui era in confidenza e lo pregò di  mettere dei chiodi triangolari da lui forniti sotto le ruote posteriori della BMV di Lucrezia mentre l’autista l’aspettava dinanzi alla scuola. L’effetto fu quello voluto: quando l’autista stava per partire si accorse che le gomme posteriori erano sgonfie, cercò allora un taxi ma in giro non ce n’erano a quel punto  si presentò Tiziano: “Signorina posso esserle utile, ho qui la mia Alfa Romeo Giulietta.” Lucrezia fece un cenno di assenso col capo e l’autista andò ad aprire la portiera posteriore della Giulietta ma male gliene incolse. “Lei mi ha scambiato per un autista di taxi, io sono il suo professore, la signorina si accomoderà nel posto vicino al guidatore, lei…si cerchi un gommista!” Dentro di sé Tiziano se la rideva alla grande, tutto era andato come previsto  era solo dispiaciuto per aver  umiliato quel povero autista che faceva il suo dovere. Lucrezia inaspettatamente ‘si aprì: “Vedo che ha il navigatore satellitare, se me lo permette inserirò i dati di casa mia e così eviterò di segnalarle di volta in volta la strada.” Giunsero a destinazione in fondo alla via Appia. La ‘casa’ consisteva in un castello di quattro piani con intorno un giardino all’inglese ed alberi di alto fusto, alla faccia della casa! La porta d’ingresso fu aperta da Battista un classico maggiordomo che sfoggiava  lunghe basette, sembrava un inglese. Il barone Ruggero e la baronessa Isabella erano nel salone in attesa di andare a desinare (si dice così, mangiare è volgare). I due entrarono  nella sala degli scudi così chiamata per gli scudi e le spade appese alle pareti, Il barone fu piuttosto freddo con Tiziano solo una formale stretta di mano, la contessa invece fu più espansiva: “Finalmente un professore di mia figlia elegante, i suoi colleghi che ho conosciuto erano piuttosto mal messi e rivolgendosi alla figlia: “Cara siediti vicino a Tiziano, vi vedo bene insieme (un inaspettato nulla osta all’avvicinamento dei due). Il pranzo consisteva in ‘brodaglie’ con pezzi di pane integrale fritto e di palline di carne, poi gamberi arrosto, uova strapazzate con pancetta e tanta verdura sia cotta che cruda, un ananas e per finirei caffè. Tiziano uscito con Lucrezia in giardino si era fatto più audace: “Cara posso darti del tu…” “Te lo volevo proporre io, come vedi qui si vive in un’atmosfera molto fredda e formale, avrai notato a tavola oltre a mia madre anche quella ragazza bionda con occhi azzurri, è Lucia, svedese, l’amante ufficiale di mio padre, dormono insieme; tra i miei genitori sono intervenuti accordi in tal senso per evitare di divorziare e conseguenti liti e spese legali. Ti descrivo il mio ‘casermone’: a piano terra garage ed officina per riparazione auto, ti sembrerà strano avere un officina attrezzata ma mio padre  ha per hobby di fare il meccanico, spesso combina guai con le auto e deve chiamare un tecnico di professione, oltre alla BMW abbiamo due Mini, di colore verde la mia e nera quella di mia madre  ed un fuori strada Jeep. Al primo piano a sinistra camera da letto di mio padre con bagno e ripostiglio, a destra idem di mia madre che la divide con me,  al piano superiore gli alloggi per gli ospiti, al terzo quello dei dipendenti, in soffitta con tetto spiovente le gabbie dei piccioni viaggiatori, altro hobby del barone mio padre, ora andiamo in giardino a rilassarci.” Il cinguettio degli uccelli sugli alberi rallegrava un’atmosfera silenziosa che invitava a…ed infatti Lucrezia senza preavviso incollò le sue labbra su quelle di Tiziano, subito ricambiata; anche ‘ciccio’ ebbro dell’atmosfera romantica, uscito dai pantaloni fu preso in ‘ostaggio’ dalle labbra di Lucrezia… Tiziano ed Asia avevano stretto un accordo di estrema reciproca sincerità e così il professore, al rientro a casa, informò la compagna delle  novità in fatto di sesso. Asia si mise a ridere perché anche lei aveva ‘trovato un’amica’ come lei  laureata in scienze motorie ed insegnante nella scuola media vicino casa. Tiziano mise al corrente sia Lucrezia che la madre Isabella della sua posizione familiare, nessun commento, ormai si stava sempre più consolidando la loro posizione sentimentale  tanto che erano stati autorizzati a ‘dormire’ nel ‘castello’ in una stanza riservata agli ospiti. Conclusione: “Mamma diventerai nonna!” “Non ci credevo più, speriamo in un maschietto così quell’orso  di tuo padre non protesterà più di non avere un discendente alla corona di barone. Il barone Ruggero ebbe notizia della novità: “Caro sarai  nonno dato che non riesci proprio a diventare padre, contento?” “Contento un cazzo!” fu la risposta volgare del non tanto nobile barone. Stavolta Mercurio si impegnò e nacque il piccolo barone Ferdinando che conquistò anche il nonno Ruggero, era bellissimo e soprattutto era dotato di un  magnifico  uccellino…Poiché ben pochi conosceranno il greco traduco l’espressione iniziale, vuol dire: ‘evviva la…si proprio quella!

  • 04 marzo alle ore 18:58
    Il Diavolo

    Come comincia:  <<"Il diavolo non è brutto come lo si dipinge". Il significato che si dà a questo proverbio è un altro, ma è un significato sbagliato. Infatti il diavolo deve essere bellissimo, altrimenti come farebbe a sedurre, ad ingannare, a farci cadere in trappola?>>
    [Cito a memoria (e male) da "Don Camillo ed i giovani d'oggi" di Giovannino Guareschi]
    Quindi sono in buona compagnia e non vi meravigliate se già trent'anni fa il dubbio mi sia venuto:"Ma fosse il diavolo travestito da angelo?". 
    Ma poi per tanti anni me ne sono dimenticata riprendendo questo pensiero di tanto in tanto ed oramai con insistenza negli ultimi anni.
    Tranquilli. Lo so. L'ho letto anch'io già tanti anni fa (e nel caso voi non lo abbiate letto, lo riporto qua): Persone che hanno bisogno di un supporto psichiatrico: ...; persone che parlano di argomenti religiosi; ...
    E comunque sulla scorta del proverbio "Il diavolo non è brutto come lo si dipinge" ho trovato questa riflessione che mi sembra interessante:
    https://zariele.wordpress.com/…/il-diavolo-non-e-mai-cosi-…/
    Di cui sottolineo: "In effetti quando apro la pagina di Fb, che sembra un angelo benefattore, so di stringere un patto col diavolo. La prima cosa che mi viene chiesta è a cosa sto pensando. E io abbocco."
    E ricordo quando nel 2009 dicevo all'amico Giuseppe N. che non volevo registrarmi su FB perché non volevo vedere violata la mia privacy (ero ancora abbastanza prudente ed intelligente allora).
    E la conclusione: "E se, in un modo o nell’altro, chi più chi meno, sotto mentite spoglie fossimo tutti diavoli? "
    Ricordavo con la collega Annalisa S. la telenovela "Dancing days" (1983). L'unica che ho visto (a partire dalla 245ma puntata ma sono riuscita ad entrare nell'argomento ugualmente). Mi colpì perché per la prima volta in una finzione narrativa i personaggi non si distinguevano nella visione manichea in 'buoni' e 'cattivi', ma, nell'evolversi delle situazioni, coloro che sembravano decisamente 'cattivi' potevano trovarsi ad agire bene, da 'buoni', e coloro che sembravano 'buoni' potevano trovarsi ad agire da 'cattivi'.

    P.S. A proposito de "Il diavolo non è brutto come lo si dipinge", Giovannino Guareschi concludeva: "Insomma quello che intendo dire è che Cat era il diavolo" [Cat è il soprannome della nipotina (da parte di sorella) Elisabetta di don Camillo, detta Cat, da Caterpillar].
    Io concludo:"Insomma quello che intendo dire è che P. è il diavolo".

    Post di ​Linda Landi
    27 settembre 2018

  • 04 marzo alle ore 15:56
    1983-Viaggio in Inghilterra

    Come comincia: Guardando stamattina un servizio girato a Londra ed in varie città d'Inghilterra, m'è venuto in mente che quando mi trovavo in Germania, negli anni ’80, m'era capitato di fare alcuni viaggi in Europa.
    Oggi vi racconterò di quel mio viaggio in Inghilterra del lontano 1983, premio ottenuto con i miei compagni di squadra di calcio per aver vinto un torneo estivo e che ricordo ancora oggi benissimo perché, evidentemente, vi era più di un motivo per renderlo indimenticabile
    Sarò sincero; mi era sempre piaciuto visitare l'Inghilterra ma il mio vero desiderio era farlo in aereo, volare, che fino a quel momento non l’avevo mai fatto.
    Ricordo che mentre salivo sull'aereo sorridevo per nascondere l’emozione e, dopo, mentre si alzava in volo, non lo nascondo, un po’ di sudore comparse sulla mia fronte.
    "Ci siamo", pensai, mentre osservavo sbalordito e nello stesso tempo impaurito, il panorama dall'alto.
    Del tutto velocemente, abbiamo iniziato a volare sopra le nuvole. Incredibile.
    Mi sembrava di essere sopra una coltre immensa di neve.
    Veramente magico.
    Poi guardai dall’oblò verso l’alto e l’altra magia, il cielo azzurro.
    Effettivamente, quando scesi dall'aereo ormai a Londra, vidi cose diverse, l'erba era verde, gli alberi anche, le strade erano coperte da asfalto grigio. Veramente rimasi stupito.
    Chissà cosa immaginavo di trovare dopo quella esperienza in aria.
    Si sa quanto bella sia Londra con i suoi tantissimi monumenti e così piena d'umanità colorata, profumata, multiculturale.
    Ma non racconterò questo.
    Racconterò le cose che più mi hanno emozionato, a parte il volo, come i grandissimi tappeti verdi dei parchi con i laghetti, le fontane, gli scoiattoli che, incredibilmente, mangiavano sulle mia mani, il vento, per esempio, che mi ha fatto capire la differenza che c’è tra il Nord Europa e l’Italia, riguardo a questo evento naturale e il silenzio che ho riscontrato come rispetto della privacy altrui, soprattutto.
    Poi Il Portobello market con le sue tante merci, la National Gallery, i magazzini Harrod's, che consiglio a tutti quelli che visiteranno Londra, mete obbligate per ogni turista che si rispetti.
    Ho camminato tanto in quei tre giorni in cui, con i miei amici abbiamo visitato Londra.
    Sicuramente come non avevo mai fatto nella mia vita.
    Forse, penso, almeno per 25 km.
    Ricordo che io e tutti i miei compagni camminavamo e protestavamo, c'arrabbiavamo e inveivamo contro il “Cicerone” che invece di dirci "siamo quasi arrivati", ci diceva " dobbiamo arrivare lì" e indicava con la mano un posto lontano che non arrivava mai e noi c’incavolavamo di più perché lui sghignazzava, avendo delle scarpe più comode delle nostre.
    Ma quando la sera, col treno, rientravamo, alcuni prendevamo sempre il taxi per tornare in albergo e gli altri ci prendevano in giro chiamandoci ”snob”.
    Anche il taxi,quello tradizionale inglese che tutti conosciamo, non è da “buttare”.
    Veramente confortevole e, per la verità, mi sono sentito, un po’ “snob”.
    Vi devo dire un’altra di verità.
    Una delle cose che mi sono piaciute di più sono, non ci crederete, i tramezzini.
    E sì. Perché mangiando in vari ristoranti (inglese, messicano, spagnolo, il cinese, no, non ci sono riuscito ), il mio stomaco non ci capiva più nulla e allora i tramezzini erano l'unica cosa che cercavo da mangiare, anche se in un ristorante italiano, io ed altri,abbiamo mangiato tagliatelle e pizza ed al rientro,abitando da solo, mi sono preparato un bel piatto di spaghetti alla carbonara, uno dei miei preferiti.
    Dicevo del verde.
    Nei dintorni di Londra abbiamo fatto, in quei giorni, un paio di escursioni visitando la campagna inglese dove in mezzo a grandi boschi c'erano i villaggi che mi ricordavano le fate, folletti e gnomi, almeno come li ricordavo io.
    Casette tipiche con i tetti di paglia, bei giardini puliti e fiori alle finestre. Come quelli dei puffi, per intenderci.
    Ho camminato in mezzo a prati verdi, cose che io, in Calabria, mai avevo avuto l’occasione di fare.
    Beh, ho fatto soprattutto tante tante di quelle risate, veramente dei momenti spensierati, momenti felici vissuti con amici, che in quei cinque anni vissuti in Germania, mi hanno fatto passare un periodo della mia vita indimenticabile.

  • 04 marzo alle ore 9:41
    ADDIO MONDO

    Come comincia: Alberto …quattrenne, in un momento di crisi stava ripercorrendo la sua lunga vita. Come inizio era tornato agli anni cinquanta quando leggeva il ‘Travaso’,  giornale  scomunicato dalla Chiesa Cattolica. Ricordava una vignetta  in cui un poveraccio malandato, con metà del corpo dentro un water closet stava per tirare la catena dicendo la frase: “Addio mondo crudele!”Il giovane stava ripercorrendo la sua lunga vita non sempre piacevole come d’altronde per ognuno di noi, ricordava il detto ‘tirato’ fuori non si sa da chi che recitava: ‘anche i ricchi piangono’, detto che faceva incazzare notevolmente i poveri! Alberto non essendo riuscito a vincere il concorso per frequentare l’Accademia della Guardia di Finanza aveva fatto domanda per il più modesto corso di allievo finanziere, fu accettato anche perché col suo titolo di studio di liceo classico non era uno sprovveduto. Il nostro buon amico pensava di dover studiare su libri che riportavano materie giuridiche, tributarie e penali, fu subito smentito quando,  dopo aver indossato una tuta da combattimento fu portato in piazza d’armi per imparare a marciare insieme ad altri ottantanove colleghi. Ovviamente talvolta c’era da ridere quando qualche allievo non riusciva a sincronizzare i movimenti delle braccia con quelli delle gambe e li muoveva contemporaneamente o qualche allievo che scambiava la destra con la sinistra, non tutti anzi quasi nessuno era figlio di papà, alcuni erano ‘braccia rubate alla terra’ ed erano motivo di derisione da parte dei brigadieri istruttori molto probabilmente perché a loro volta, da allievi,  erano stati oggetto di scherno. Un esempio: “Chi sa suonare il pianoforte?” Ai due fattisi avanti una cocente delusione: “Andate in sala mensa e portate il pianoforte che troverete lì in casa del comandante di battaglione all’ultimo piano.” Oppure: “Chi conosce il latino?” ai tre presente tisi: “Andate ai  piani per pulire le latrine.”  Chiamarle gabinetti sarebbe stato eufemistico, per rendere l’idea della pulizia sulla porta d’entrata il solito ‘plein d’esprit’ aveva affisso un cartello con scritto: ‘Non dico nel centro ma almeno, figli di puttana, cacate dentro!’ Alberto, prima di arruolarsi, ben istruito dal nonno ex commissario di P.S. si guardava bene dall’offrirsi volontario ma fu notato dal brigadiere Luca che: “Mi sembra che fai il furbetto, tu non sai fare niente?” “Mi comandi e farò tutto, vorrei solo dirle una cosa, anch’io  dovevo essere chiamato Luca ma poi il mio nonno paterno si è opposto in quanto diceva che poteva capitare che io fossi chiamato’Lu… cacaro’ oppure ‘Lu..cazzito’. “Tu mi stai offendendo!” “Brigadiere non mi permetterei mai, ho il massimo rispetto dei superiori di grado anche se sono dei ‘son of the bithc’.” “Che cavolo vuole dire, io non conosco il tedesco.” “Buono di cuore.” Il brigadiere Luca si allontanò poco convinto. Era il 1954 anno di inizio dei programmi televisivi in bianco e nero, il cappellano del battaglione dal nome greco di Sospiros era riuscito ad ottenere dal comando della Legione allievi di Roma una TV e con questa riusciva a ‘catturare’ tanti allievi finanzieri soprattutto perché di libera uscita non se ne parlava proprio. Alberto aveva ‘annusato’ il cappellano e lo aveva classificato come ‘ortaggio’…e come tale da tenere lontano. Dopo venticinque giorni finalmente la libera uscita dalle diciotto alle ventidue solo per coloro che non erano ‘consegnati’ ossia non potevano uscire per punizioni riportate ma in quattro ore non c’era modo di andare a Roma e ritornare per soddisfare le ovvie ‘pulsioni’ di giovani ventenni ed allora cosa pensarono i superiori? Autorizzare la libera uscita dalle dodici e trenta alle ventidue solo a coloro che avevano riportato bei voti nelle prove scritte riguardanti le  materie insegnate. Alberto non aveva problemi sia per il suoi titolo di studio che gli permetteva di superare le prove ed anche perché conosceva bene la capitale in quanto era stato lungamente ospite di una zia a lui molto affezionata. Era stato fortunato  perché iscritto nel Distretto Militare di Ancona (i suoi abitavano a Jesi) in quanto gli arruolati nel Distretto di Roma venivano inviati a seguire il corso a Predazzo località freddissima in mezzo alle montagne trentine.  Un detto di quella scuola: “Predazzo riposo del c…o’ in quanto di femminucce disponibili in giro non ce n’erano proprio. Vicino di banco di Alberto c’era Dario un ex agricoltore un po’ ‘leticato’ con l’italiano e quindi per lui la libera uscita era un miraggio, Alberto dal cuore d’oro lo aiutava nel senso che gli faceva copiare il suo scritto e così il buon Dario poteva recarsi a Roma in qualche ‘casa accogliente’in via della Scrofa o in via Cimarra ovvero a Piazza di Spagna per conoscere da vicino qualche ‘signorina’ disponibile. Un altro genere di libera uscita veniva usufruita per le vie di Sora dal comandante del battaglione tenente colonnello Oronzo  Il cotale non era stato baciato dalla fortuna nel senso che, alto appena un metro e sessantacinque, siciliano di Gela, durante la vita era diventato leggermente ‘immurutu’ come si direbbe dalle sue parti, aveva sposato, per la legge dell’opposto, un donnone a cui lui arrivava alle spalle che gli aveva ‘donato’ tre discendenti ma non un maschio tanto desiderato per  fargli seguire la carriera paterna ma tre femminone alte come la madre dai nomi: Grazia, la seconda per  fortuna della successiva non a nome Graziella (per un detto volgare che le sarebbe stato appioppato) ma Giuditta e la terza Giuseppina, insomma le tre  Grazie che non nulla avevano a che fare con quelle del Canova. Fra l’altro il nome Oronzo ha una certa rima …Alberto alla fine del corso durato sei mesi venne sottoposto ad esami per modo dire, tutti promossi con la consegna delle Fiamme Gialle ma una novità spiacevole venne a turbare la felicità dei neo-finanzieri: una campo nelle campagne romane, campo consistente nel dormire sotto una tenda messa su dai finanzieri che quando pioveva lasciava passare più di qualche goccia d’acqua ed inoltre esercitazioni portando in spalla zaini pesanti e strisciando per terra per fare il passo del leopardo, il passo del gatto ed altre ‘amenità’ inventate chissà da chi;  per ultimo esercitazioni con armi da fuoco. Il solito imbranato stava per fare accadere una tragedia perché nello sparare si era girato verso i compagni e non verso l’obiettivo. Ritornato a Roma con i colleghi Alberto fu destinato alla Compagnia Ausiliaria che comprendeva anche il distaccamento della Zecca di Stato ma, con un ‘aiutino’, riuscì ad evitare le ronde esterne ed a diventare scrivano del reparto. Finalmente una vita ben vissuta, la sera Alberto usciva in abiti civili, mentre l’amico Dario, fucile in spalla, vegliava sull’integrità delle monete dello Stato. Una sera, arrivato a piazza Barberini ricordò  che nella vicina via degli Avignonesi c’era una casa di tolleranza famosa per la bellezza delle sue ‘signorine’ e tanto ma tanto costosa, pensò che una volta tanto se lo poteva permettere. Entrato nella sala comune dove sostavano anche tante giovani straniere fu attratto dalla bellezza fuori dal comune di una donna che dimostrava una personalità aristocratica e sofisticata. Stranamente le diede del lei: “Signorina le sarei grato…” Una risata accolse la sua richiesta: “Dato che molto probabilmente andremo in camera non pensi che potremo darci del tu, dimostri di essere un gentiluomo e questo mi fa piacere.” Rivolta alla maîtresse seduta alla cassa: “Federica penso che ci rivedremo piuttosto tardi…” “Il mio vero nome è Ginevra, non lo uso con i clienti ma tu mi sei piaciuto subito, non penso sia…” ‘Ciccio’ fu subito soddisfatto oralmente ma non ne voleva sapere di tornare a ‘cuccia’ e così entrò in un tunnel caldo e ben lubrificato, la signorina aveva avuto un orgasmo! “Questo non deve succedere, non mi posso permettere di godere con i clienti, non so cosa mi sia successo…” I due restarono vicino in silenzio  sinché Alberto: “Sai il significato del tuo nome? Dal latino ‘nomen omen’ che, tradotto, significa che il destino di una persona è nell’appellativo.’Ginevra era la moglie del Re Artù,  il nome ha per significato ‘risplendente fra gli elfi’ che sono esseri soprannaturali, i latini affermavano che dal nome si poteva intuire la personalità degli individui…quanto mai vero nel tuo caso.” Ginevra dopo essersi lavata si era rivestita pronta a ritornare in sala ma indugiava seduta sul letto poi: “Mi va di restare in camera, ti prego va da Federica per pagare.” La cifra era piuttosto alta, un quarto dello stipendio mensile di Alberto il quale fregandosene dei soldi si ripresentò una settimana dopo in via degli Avignonesi mentre dalla sala Ginevra stava uscendo in compagnia di una persona anziana per andare in camera, solo uno sguardo fuggente. Alberto rimase nella sala comune in attesa…”Qui si viene per chiavare egregio signore, ci sono tante belle signorine…” Quel richiamo non piacque ad Alberto che mostrando alla maîtresse  il tesserino di finanziere le fece capire di non rompere…Dopo circa un quarto d’ora Ginevra scese in compagnia del vecchietto e rivolgendosi a Federica: “Non lo far pagare, non ha combinato nulla…” e poi sedendosi vicino ad Alberto: “Che ci fai da queste parti?” “Vengo illustrarti il Vangelo di S.Matteo che è il protettore delle Fiamme Gialle!” Risate da parte della maîtress e delle altre ‘signorine’, Ginevra si alzò dalla sedia seguita da Alberto.” “Non comprendi che non voglio più vederti, non ci vuole molto a capirlo, io non ti guardo solo con gli occhi ma anche col…cuore, maledizione mi sto innamorando di te, mi è successo anche in passato ed è il motivo per cui sono finita qui!” Tutti bei discorsi ma fra i due il legame diventava sempre più forte sino a quando un giorno Alberto: “Mi hanno trasferito alla Legione di Torino, partirò domani alle quattordici dalla stazione Termini, decidi tu cosa fare.” Alle tredici in compagnia dell’amico Dario, Alberto era sul marciapiede in attesa…Alle quattordici il capo stazione fece vedere la paletta verde al conduttore ed il treno partì con tutti i finanzieri diretti a Torino. Quel che successe dopo fu per Alberto un mistero, evidentemente era svenuto, si trovò supino su un sedile di uno scompartimento del treno, i finanzieri intorno silenziosi, avevano capito che qualcosa aveva turbato profondamente il loro collega. Ci volle del tempo per riprendersi, Dario aiutò Alberto  a camminare nel corridoio, niente cibo solo acqua. Arrivo a Torino alle ventitré, il Comando della Legione aveva inviato delle pattuglie con un foglio di viaggio per ogni finanziere. Alberto e Dario erano stati assegnati con altri colleghi ad una Brigata sopra Domodossola, località che raggiunsero alla cinque di mattina,  nome della Brigata:   Montecrestese. Dopo una colazione frugale a letto sino alle dieci di mattina. Il reparto era comandato da un brigadiere anziano che, per acquisire i requisiti per diventare maresciallo era stato trasferito in quel reparto di confine, lo stesso requisito era previsto per i finanzieri che volevano accedere alla Scuola Sottufficiali, insomma lo Stato Italiano contro i contrabbandieri! Alberto all’inizio della permanenza a Montecrestese fu in un certo senso soddisfatto, il reparto era situato a trecento metri di altezza ma presto l’illusione svanì, la brigata aveva alle dipendenze un distaccamento vicino al Lago Matogno a duemila metri d’altezza raggiungibile dopo ventinove chilometri di viottoli dirupati. Non assistito da Hermes, more solito dietro a gonnelle, Alberto seguito da Dario, (ormai erano come don Chisciotte e Sancio Panza) fu il primo ad essere assegnato al  distaccamento con al comando un vicebrigadiere a nome Annibale, grasso e sempre triste che non faceva onore al nome del condottiere cartaginese. Il sabato  era dedicato dai componenti il distaccamento all’amusement’ consistente all’approccio con giovani baitane che si rifacevano delle fatiche quotidiane con le loro bestie ‘frequentando’ i giovani finanzieri al suono di una radio a batteria di proprietà di Alberto. L’unico che non ‘frequentava’ era Annibale che, per vendetta talvolta comandava di pattuglia metà dell’organico dei finanzieri ma male gliene incolse in quanto un Alberto, arrabbiato, mise nel minestrone del vicebrigadiere un potente lassativo con ovvie spiacevoli conseguenze per l’interessato. Alberto aveva conoscenze ‘in alto loco’ e, stanco, della vita alpestre, si fece trasferire alla brigata di Piaggio Valmara sul Lago Maggiore al confine con la Svizzera Ticinese. Tutta un’altra vita: di giorno e di notte passavano centinaia di macchine in entrata ed in uscita dall’Italia, la maggior parte auto di gran lusso i cui proprietari per liberalità offrivano ai finanzieri dolciumi di ogni genere e pacchetti di sigarette che non potevano importare in Italia perché in numero superiore al consentito. Alberto spesso vedeva passare  una giovane circa venticinquenne  classica ragazza del nord, corpo stupendo, bionda, occhi azzuri che dimostravano una  grande personalità. Un giorno la cotale era entrata negli spazi doganali con la sua lussuosa ‘Borg Word Isabella’ quando Alberto le chiese un passaggio. La signorina: “Non amo far salire a bordo della mia auto degli sconosciuti ma la sua divisa mi da una certa sicurezza, si accomodi dove deve andare?” “Mi chiamo Alberto, sono diretto ad Intra…” “ Io Ingrid.” La signorina dimostrò di essere una furbacchiona e si mise a ridere.  “Vorrei ridere anch’io se lei mi dicesse la causa della sua allegria.” “Non si offenda di quello che le sto per dirle, io sono uno spirito libero e talvolta commetto delle gaffes…penso che lei sia diretto in via Castelletto dove c’è una casa…accogliente.” Alberto restò in silenzio, in via Castelletto c’era veramente una casa chiusa e lui era diretto lì, come cacchio faceva…”Io leggo nel pensiero delle persone, in ogni caso le chiedo scusa della mia invadenza.” Alberto si fece più audace: ”Potrei rinunziare ad andare in quel posto qualora riuscissi a rimpiazzare…lei che ne dice?” “Che dal viso sembrava un timido mi accorgo invece che ha una bella faccia tosta!” “Avevo un nonno favoloso, mi ha dato tanti buoni consigli, fra l’altro mi ha suggerito di chiedere anche cose impossibili da ottenere ma che talvolta…” Fra i due si era creato un  clima amichevole, Ingrid: “Non si offenda ma penso che lei avrebbe bisogno di migliorare il suo vestiario, col suo consenso l’accompagnerò ad Intra in un negozio di moda maschile di un mio conoscente.”Appena entrati furono avvicinati dal proprietario dell’esercizio:”Mia cara quanto tempo, dove l’hai trovato tal bel giovane?” “Alberto questo signore è Andrea, se tu volessi…” “Alberto non vuole perché ama i fiorellini…” risata dei due poi Alberto cominciò a provare vestiti, camice, calzini, cravatte e scarpe, ne mise da parte un bel po’ poi: “ Andrea col suo permesso potrò pagarle la merce a rate mensili.” Ingrid con tono di comando: “Alberto non ha alcun permesso perché provvederà la qui presente con la sua carta di credito, intanto Alberto tu ti cambi indossando uno dei nuovi abiti, tutto il resto, compresa la divisa, Andrea li farà depositare nel bagagliaio della mia auto, ciao caro.” Ingrid volle fermarsi ad un bar all’aperto per sorseggiare un amaro, vicino a loro passarono tre colleghi di Alberto che sgranarono gli occhi e…”Ciao collega, buon divertimento!” Frase di cattivo gusto che mostrò dell’invidia da parte dell’improvvido interlocutore. “Meglio essere invidiato che compatito, non è un proverbio svizzero ma io sono d’accordo, che ne dici?” “Mi sento strano, vicino a te sto provando sensazioni piacevoli come non mi succedeva da molto tempo, sei la mia fatina…” “La tua fatina dice che è ora ti tornare a casa.” “Ho un problema, in caserma non saprei dove mettere il vestiario, passerò nell’abitazione di Anna proprietaria del bar sito al confine e li depositerò nel suo appartamento.” “Prima che me lo chieda tu …vorrei rivederti ed anche…passare una notte con te, mio marito mi vuole un gran bene e non avrà problemi a concedermi il permesso, a sabato prossimo.” Alberto, un po’ sbalordito,  chiese ed ottenne tre giorni di licenza, sarebbe stato libero da sabato sino al lunedì successivo, poteva uscire senza permesso in abiti civili. Una settimana è lunga quando si è in attesa di un evento desiderato. Alberto il pomeriggio di venerdì andò a Cannobio a radersi i capelli, la mattina del sabato barba e doccia e, ovviamente, vestito alla grande. Ingrid arrivò alle otto anche lei in gran forma, elegantissima e…desiderabilissima. Mentre andava in Dogana a timbrare il trittico di entrata in Italia, la sua auto, dove Alberto aveva già preso posto,  fu circondata da finanzieri sorridenti e ben auguranti nei confronti del collega (in fondo solo invidiosi). Fu la dama a dettare l’iter della giornata. Arrivo a Stresa all’albergo ‘Eden’ a cinque stelle, camera con vista sul lago e…aperitivo sessuale ben gradito da entrambi. Il denaro non avrà odore ma fece piegare in due i dipendenti dell’hotel. Abbracciati, passeggiata sino ai traghetti che toccavano varie località del Lago Maggiore. Stavolta Hemes si accorse del suo protetto e dell’amica e fece apparire una giornata di sole splendida, Ingrid era di buon umore e ne fece una delle sue: un signore, non più giovane, si mise a guardare insistentemente Alberto ed Ingrid che, per celia, si alzò l’ampia gonna sino a mostrare gli slip…A tavola camerieri premurosi e pronti ad accondiscendere ad ogni desiderio dei due i quali  preferirono ‘stare leggeri’: cappelletti in brodo seguiti da un pesce di lago e da verdure, ananas e caffè, carta di credito con sotto un cinquantino di mancia.  “Ingrid sei meravigliosa, attraente, sensuale, incantevole, stupenda, splendida mi dispiace solo di non aver portato la macchina fotografica…” “Si così il mio fiorellino ed il popò sarebbero finiti nell’album dei ricordi di un giovane ‘séducteur de femmes’ da far vedere, da anziano ai propri nipotini.” Alberto ed Ingrid furono la meraviglia degli impiegati dell’albergo in quanto non uscirono dalla stanza sino al lunedì mattina consumando tutti i pasti in camera. “Mio marito è stata la mia salvezza, ero iscritta all’università quando in un incidente stradale i miei genitori morirono contemporaneamente, mio padre era il titolare di una fabbrica di mobili ma dopo la sua morte io non ero in grado di proseguire il suo lavoro;  mi sono impiegata nella fabbrica di orologi del mio attuale marito. Lui si è innamorato di me e, malgrado la notevole differenza di età ha voluto sposarmi, naturalmente sono diventata la moglie del padrone ma ho giurato a me stessa di essere leale con lui e non darmi a facili avventure, questa è la prima volta e …sarà pure l’ultima, non ci rivedremo più, eviterò per il futuro di passare in Dogana dove tu presti servizio.” Dopo due giorni di felicità sessuale e non solo, quella doccia fredda fece intristire Alberto che già si stava innamorando di Ingrid e forse anche lei…”Sei una donna speciale, tuo marito è un uomo fortunato, io non voglio condizionarti, mi farò trasferire a Domodossola così saprai dove trovarmi qualora…” Non ci fu ‘qualora’, Ingrid era di carattere nordico, anche se desiderava ardentemente rivedere il suo amore mai si recò a Domodossola. Alberto dopo un anno vinse il concorso e fu ammesso alla Scuola Sottufficiali del Lido di Ostia, non comunicò il suo nuovo indirizzo ad Ingrid, sarebbe solo stata una sofferenza rivederla. Alberto, ottantaquattrenne, abitava a Roma in via Conegliano con la consorte Anna, molto più giovane di età che lo accudiva amorevolmente anche se ambedue avevano compreso che Átropo stava per tagliare il filo della vita di Alberto. La morte lasciò un Alberto sorridente, aveva vissuto una vita intensa lasciando dietro di sé un bel  ricordo alle donne che aveva amato. Una precisazione: ‘immurutu’,  parola un po’ onomatopeica, in siciliano vuol dire persona con gobba.

  • 03 marzo alle ore 16:13
    Reazioni esagerate

    Come comincia: 2002.
    Marzo.
    Azione. Un tizio presenta un preventivo nel nome di una ditta dalla quale so che si serve anche mio padre per lavoretti personali. 
    Reazione. A me il preventivo appare evidentemente scritto dal tizio stesso, ma non parlo. 
    Reazione corretta?

    Gennaio-Marzo.
    Azione ripetuta. Una vicina mi attende al varco quando esco alle 06:50 del mattino per recarmi al lavoro e mi ordina che la luce fuori al portone deve essere spenta perché consuma troppa corrente.
    Reazione: Le elargisco il consiglio che anni addietro il mio padrone di casa mi dette per la lampada della cucina: "Signora, questo è un neon: consuma di più ad accenderlo e spegnerlo ogni momento che a tenerlo acceso tutta la notte.".
    Reazione corretta? No, sbagliata. Ve lo dico io.
    Perché una persona che ti attende nell'ingresso del palazzo da quando? dalle 06:30 del mattino? per darti un ordine con prepotenza su una quisquilia del genere dimosta una grettezza con la quale non si può ragionare. L'unica reazione corretta era: "Certamente, signora. E' quello che dico anch'io!"

    Luglio. Sto per assentarmi da casa per lavoro per tre mesi e faccio una domanda [azione scorretta? no lecita, magari imprudente, ma non avevo ancora dato il nome di 'pizzo' a quelle richieste impudenti] sui lavori legati a quel preventivo e per i quali sto pagando, ma di cui non ho alcuna notizia.
    Reazione: Il tizio si mette ad urlare senza che si capisca niente.
    Siamo in casa d'altri.
    Il padrone di casa scuote la testa e fa: "Ecco lo sapevo".
    Dopo il primo attimo di sbigottimento, mi metto ad urlare anch'io.
    Reazione corretta?
    Però urlo parole chiare: "Ma che ti urli?"
    Il padrone di casa fa un'aria sbigottita, allora mi rivolgo a lui e urlo: "Ma che si urla? Sappia che se lui urla, io so urlare più forte di lui!".
    Però per rivolgermi al padrone di casa ho voltato la testa ed entrano nel mio campo visivo sua moglie e la sua bambina di circa due anni, sedute sul divano.
    Allora rientro in me, mi metto le mani sulla bocca ed in tono tornato normale dico: "Scusa, ho urlato in casa tua".
    Vado a sedermi accanto alla bambina, mentre quel tizio continua ad urlare, senza che nessuno lo rimproveri o lo butti fuori casa, e la rassicuro: "Stiamo giocando".
    Azione corretta per riparare alla reazione scorretta?

    Dicembre.
    Il nipote del tizio dice che la ditta, della quale né io né mio marito abbiamo mai visto nemmeno un operaio, ha presentato la fattura e bisogna pagare l'ultima rata. 
    So che non esiste alcuna fattura. Non dico che il nipote mentisse: stava solo ripetendo quello che lo zio gli aveva detto. Pago. 
    Reazione corretta?

    2003.
    Febbraio.
    L'amica del tizio, direttamente interessata a quei lavori, bussa alla mia porta. "Ho di nuovo problemi", afferma.
    "Scusate, ma la ditta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?", rispondo. 
    Reazione corretta?
    La tizia fa: "Ah, oh" e se ne va.

    2004.
    Febbraio.
    In treno incontro un vicino. In passato abbiamo frequentato la stessa università. Sa che conosco quel tizio del preventivo fin da quando ero bambina.
    Azione. Allusivo mi chiede: "Ma quel tizio è sempre stato così?"
    Reazione. Faccio in parte la gnorri, ma non troppo e mi sfugge: "Mah, so che ha avuto qualche problema con la sorella ..." Lui vorrebbe approfondire, ma devio il discorso. So che si occupa di attività di ricerca in un settore di cui in passato mi ero per un po' occupata anch'io e gli chiedo di parlarmene.
    Reazione corretta?
    [By the way, dovetti intervenire nel suo discorso con osservazioni appropriate, anche se da dieci anni non mi occupavo di quegli argomenti, perché ad un certo punto il vicino ebbe un moto di stizza dicendo: "Ma perché non sei rimasta all'università!?! Una come te!"]

    Maggio.
    Azione. Mio fratello maggiore mi aggredisce verbalmente (e naturalmente l'atteggiamento fisico nemmeno scherza) di fronte a nostro padre, uscito di ospedale da meno di due settimane.
    Secondo lui sono una cretina perché non ho capito che devo telefonare io all'ospedale per sapere quando mio padre deve iniziare la terapia e non viceversa.
    Su sua insistenza avevo già telefonato due volte al reparto ed entrambe le volte mi avevano ribadito che avrebbero chiamato loro. E la seconda volte si erano, giustamente, anche mostrati seccati e pensato che io fossi un po' tonta. 
    Reazione. Naturalmente non ritelefono ed il sabato successivo, quando so che c'è anche mio fratello maggiore con la sua famiglia a casa dei miei, non ci vado.
    Reazione corretta?
    Azione. Mi telefona mia cognata per chiedere spiegazioni. Le spiego cosa fosse accaduto. "Lo sai che animale è! E non capisce che in un momento delicato come questo, uno può anche essere più sensibile e suscettibile.", replica a mo' di giustifica.
    Ed allora? E' un animale: lo devo giustificare gratis et amore deo e bisogna permettergli di continuare ad essere un animale? E' questo che intende mia cognata? Se è un animale, bisogna agire per riportarlo tra le persone civili.
    Reazione. "Sa dove abito", replico.
    Intendevo dire: "Venga qui a scusarsi".
    Reazione corretta?
    Mia cognata sembra risentita e chiude la telefonata. 
    Nessuno viene a scusarsi con me.
    Evidentemente chi è un animale nella mia famiglia e nel mio vicinato, è giustificato e ha il diritto di continuare a comportarsi da animale, mentre chi è in torto è colui che non accetta supinamente che le persone intorno a lui si comportino da animali e si rifiuta di subire in silenzio.
    Per la cronaca, finalmente telefonano dall'ospedale per comunicare quando mio padre deve iniziare la terapia.
    E le cose continuano come prima. Ed io mi ritroverò di nuovo a tavola con mio fratello maggiore e mia cognata. Senza che nessuno si sia scusato.
    Reazione corretta? 
    A mio avviso, no. Continuare a frequentarlo come niente fosse successo è la reazione errata.

    Luglio.
    Mio padre è ricoverato d'urgenza in ospedale. Me lo sono visto morto tra le mani.
    Il giorno dopo, il primario pronunzia una diagnosi infausta e mi parla di intervento palliativo. Sono sola. Devo decidere io.
    Mio marito mi porta a parlare, giustamente, con chi aveva operato mio padre tre mesi prima. Pronuncia una diagnosi direi quasi di routine e dice: "Portatemelo qui". Non so chi abbia ragione, ma decido di affidare mio padre a lui.
    Con enorme fatica, senza dirgli niente delle due diagnosi, riesco a convincere mio padre a farsi trasferire di ospedale.
    Azione. Non appena mio padre accetta di essere trasferito, mio fratello maggiore, appena arrivato, si volta verso di me e dice: "Se papà muore, è colpa tua".
    Reazione. E' come se avessi ricevuto una mazzata. Ma reagisco a me stessa. Lo ignoro e continuo a sovrintendere al trasferimento di mio padre.
    Reazione corretta?
    La sera e la mattina dopo sono una pezza, incapace di muovere un muscolo o applicare il cervello a qualsiasi cosa.
    Il pomeriggio vado a casa dei miei per raggiungere il resto della famiglia e andare a trovare mio padre in ospedale.
    Azione. Mio fratello maggiore mi aggredisce di nuovo. Verbalmente, ma stavolta anche fisicamente. Cado all'indietro.
    Reazione. Mi alzo, afferro la mia borsa e scappo via da casa.
    Reazione corretta?
    Mio padre viene operato il giorno dopo, l'intervento conferma la diagnosi di un problema "quasi" di routine, ma, di nuovo, nessuno si scusa con me. 
    Nonostante il primario abbia ingiunto ai miei fratelli: "E lasciate in pace questa povera signorina!".

    Dicembre.
    Mio marito è da un anno l'amministratore interno del palazzo dove viviamo. Compito che viene assolto a turno da tutti i condòmini tranne dal tizio che presentò il preventivo e si mise ad urlare alla richiesta di informazioni. Sta preparando il bilancio consuntivo da presentare in assemblea. Nessun altro vicino lo ha mai presentato in passato.
    Azione. Mio marito viene da me e dice allibito e forse un po' scandalizzato: "Quello si sta rubando 300 euro!"
    Reazione. Capisco di chi stia parlando e lo guardo ocn aria interrogativa ed alzando leggeremnte le spalle per dire: "Embè? Lo sapevamo che ruba. Qual è la novità?"
    Reazione corretta?

    Ma mio marito non si ferma là.
    Azione. Fa venire in casa il vicino che mi aveva fatto domande sul tizio in treno e gli comunica la stessa notizia mostrandogli i conti.
    Reazione. Se in treno avevo fatto la gnorri, ora mi sento in dovere di farmi vedere imbarazzata, perché quel tizio secondo l'anagrafe risulta essere un mio mezzo parente.

    E le mie reazioni da quel momento cominciano ad essere stupide, veramente stupide.
    Perché se fino a quel momento avevo sempre fatto finta di niente, ora mi sento in dovere di partecipare allo smascheramento dell'imbroglione/ni.
    E perché questa reazione stupida? Per quel specifico caso forse perché fosse chiaro che io non c'entro, che non sapevo nulla.
    E poi? Perché quel tizio diventa insistente. Lui ed i suoi amici petulanti, maleducati (ancora più spesso di prima), prepotenti (ancora più di prima), arroganti (ancora più di prima), pretenziosi all'assurdo ed io prima, stupidamente, mi esaspero e poi credo di dovermi schierare al fianco di mio marito.

    Dimenticando che in Italia l'unica legge che viene rispettata è quella dell'omertà.
    E che in Italia si è deboli con i forti e forti con i deboli.
    E come ci ricorda Pirandello ne "Il berretto a sonagli", i rapporti sociali sono basati sull'ipocrisia.
    E, Collodi c'insegna, è il derubato Pinocchio ad andare in prigione.

    Preciso: favola, storia di pura invenzione ispirata alla massima "Quello che fanno gli altri, fa parte della loro storia. Come reagisco io, fa parte della mia."

  • 28 febbraio alle ore 12:24
    Aspettando il taxi giallo

    Come comincia: Union Square, ore quattro pomeridiane di una tiepida giornata di un aprile newyorchese denso di profumi di tiglio e vaniglia che solo là si addensa forte e si mescola a quel salmastro che l’oceano scaglia contro i grattacieli di Manhattan. 
    Nella polaroid è rimasto l’ultimo di una serie di scatti che hanno catturato un pezzo di mondo che mi stupisce e mi inquieta. 
    Tu sei là. A tratti ti dondoli su una panchina verde che dividi con un piccolo scoiattolo affamato a cui regali parte dell’ hot dog che l’anziana signora giapponese che ti siede dirimpetto ti ha offerto e che tu hai tardato ad afferrare. 
    Il mio ultimo scatto ti ha sorpreso mentre ti chinavi, così i tuoi occhi scuri liquidi da indio che un attimo prima volgevi in alto sono rimasti solo a te. 
    Non potrò mai sapere altro…dove vivi …chi sei…qual è il tuo nome…perché tanto dolore tra le pieghe delle tue guance. Non potrò mai sapere se le tue braccia sono ancora trafitte da minuscoli fori rossi e violacei o se invece sono coperte da piccole cicatrici e da pelle nuova. 
    Non potrò mai sapere se ci sei ancora, piccolo uomo solo nella folla. 
    Stanotte ho voglia di scrivere. 
    Incomincio a battere veloce sui tasti una lettera che potrei inviare a un amico. 
    Ma in quest’ora buia non riesco a scorgerne i tratti. 
    Scrivo a te, ragazzo solo come tanti, immagine priva di uno sguardo che mi avrebbe imbarazzato. 
    Sei il divo di fronte alla platea che non vede l’altro ma la folla. 
    Sei il ragazzo che il sabato sera afferra la vita per i rumori assordanti di un ritmo intenso che nasconde il battito vicino. 
    Sei l’uomo tranquillo che non sa più amare né odiare. 
    Sei la signora spenta che indossa una veste sfilacciata creata per lei dal sarto che voleva indurla a desiderare ripartendo da uno straccio. 
    Sei il pittore di un ritratto che nessuno acquisterà. 
    Sei il navigante solitario in un mare dei bit. 
    Sei l’amante respinto. 
    Lo scrittore non letto. 
    Sei il viados con il seno gonfio per contraddire. 
    Sei, forse, il disperato che in un angolo buio di mondo scaglia mine nella mischia polverosa della guerriglia. 
    Sei il kamikaze che per esistere ruba la vita con un boato. 
    Sei uno o tutti i personaggi dei miei racconti…sei il professore, sei Maria Velaska, sei Lenìn, sei Camilla, sei Samuele…sei l’Americana…sei il ragazzo del ’99….. 
    Sei, come me, come molti, un minuscolo frammento d’amore e di dolore. 
    Sei, come me, come tutti, il viaggiatore del taxi giallo. 
    Stanotte ho avuto voglia di scriverti. 

     

  • 27 febbraio alle ore 9:35
    BEATA SOLITUDO

    Come comincia: Alberto M. era  febbricitante  a letto in via Colapesce a Messina. Rimpiangeva il fatto di non essersi vaccinato per pura dimenticanza, lui un ‘Vergine’ di oroscopo sempre preciso e puntuale stavolta aveva ‘toppato’. Oltre alla malattia era particolarmente giù di morale per la ‘fuitina’ della consorte Laura che gli aveva comunicato la notizia a mezzo mail dicendo che si era trasferita a Milano, ormai il loro rapporto era logoro. Niente di più falso pensò Alberto, la baby si era scoperta omosessuale e si era innamorata di Alma sua compagna di lavoro in banca secondo quanto a lui riferito dalle di lei colleghe. Alberto si domandò se le corna con una donna potessero essere meno dolorose di quella ‘confezionate’ con un uomo, domanda oziosa che non risolveva il problema.  Mezzogiorno, Alberto si rese conto che, qualora non avesse cucinato qualcosa sarebbe rimasto a pancia vuota e si recò in cucina per la bisogna. Citofono: “Pronto?” “Il postino, salgo al suo piano.” Strano, di solito la posta veniva messa nella sua buca delle lettere…”C’è un raccomandata A.R., una firma prego.” Vedendo il mittente ad Alberto si ghiacciò il sangue nelle vene, proveniva dal supermercato ove lavorava, poteva trattarsi di una sola cosa: il licenziamento, ne  aveva parlato con la segretaria Sofia che  nei giorni passati l’aveva informato del provvedimento in atto infatti: ‘Le comunico che, causa la diminuzione delle vendite e quindi l’eccedenza di personale, da domani Lei è licenziato.” Pure la presa per il culo con la elle maiuscola. Ad Alberto era passata la fame, un dolore profondo pensando al futuro, tutte le aziende stavano mandando ‘a spasso’ parte dei dipendenti e lui, essendo uno dei più giovani era stato il prescelto. La notte in bianco e poi la mattina Alberto si fece forza, si vestì e a bordo della sua Cinquecento cominciò a fare il giro della città in cerca di lavoro. Alcuni titolari si limitavano a dare una risposta negativa altri si erano messi a ridere: “Io sto licenziando quasi tutto il personale, si figuri.” Il pomeriggio Alberto si recò nel suo ex posto di lavoro, Sofia lo salutò con tristezza: “Mi sei stato sempre particolarmente caro, ho tentato di salvarti dal licenziamento ma il direttore è stato inflessibile.” Alberto in silenzio guardò Sofia: quanti anni poteva avere? Ne dimostrava quaranta-cinquanta difficile da stabilire, la signorina curava molto il suo aspetto: capelli che davano sul turchino come la famosa fata, piuttosto alta aveva un corpo che Alberto definì armonioso, forse frequentava una palestra, era simpatica. “Stavo pensando a lei, immagino che avrà avuto ‘negativa’ (dialetto siciliano) nel cercare un altro posto di lavoro, forse potrò darle una mano, non le prometto nulla, devo parlare con delle mie amiche, mi farò viva io.” Alberto aveva smesso di cercare una occupazione, inutile fatica avrebbe accettato qualsiasi incarico ma nemmeno delle ditte di pulizia avevano bisogno di personale. Dopo una settimana: “Sono Sofia, devo parlarle, se lei è d’accordo potremmo incontrarci al bar situato a piazza Cairoli.” Cosa era accaduto nel frattempo? Sofia aveva convocato le sue amiche, facenti parte di un circolo privato in un locale in via Garibaldi : “Mie care buona sera, prima di  prospettarvi le località dove fare tappa della programmata gita nei più bei posti italiani, come suggerito da Barbara, vorrei avanzare una proposta un po’ particolare: invece di affittare un pullman con autista vorrei fare guidare il mezzo da un mio amico licenziato dal posto di lavoro, garantisco per la sua preparazione come autista e per la sua serietà. Dalle vostre facce mi accorgo che la proposta ha lasciato perplesse  alcune di voi , sinora nessun maschietto era entrato a far parte del nostro circolo, siamo state un po’ tutte toccate in senso negativo nel rapporto con gli uomini ma questo non vuol dire…” Lavinia: “Allora facciamo così, mettiamo la proposta ai voti come in passato quando c’era da prendere una decisione importante, il voto di Sofia, quale presidente del consesso, more solito,  varrà il doppio chi è contraria alzi la mano, allora sono contrarie: Cristina, Aurora, Grazia, Elisabetta e Clarissa, favorevoli: io, Barbara, Alice e Vittoria, Sofia?” “Favorevole.”  “Proposta approvata per sei a cinque, vorremmo conoscere l’autista prescelto da Sofia che mi sembra piuttosto interessata a lui…” Sofia fece la gnorri ed indisse la prossima riunione il sabato successivo alle diciassette sempre nello stesso locale per la presentazione di Alberto. Qualcosa era accaduto nel cervello della dama: stanca di vivere sola come tutte le sue amiche, finita la riunione,  col pretesto di fargli vedere la sua casa,  si fece accompagnare in auto da Alberto nella sua abitazione Ora che siamo a casa mia puoi metterti comodo, voglio darti del tu potresti essere mio…” “Lasci stare le nostre età, ho sempre avuto un debole per te, la tua classe e la tua signorilità sono difficili da trovare nelle signore che vedo in giro, vado in bagno ad indossare il tuo accappatoio.” Alberto si presentò con un capo di color nero, difficilmente riscontrabile nei negozi infatti Sofia l’aveva acquistato online. “Sembri Marte il dio della guerra!” “Da buon pagano preferirei essere paragonato a Hermes mio protettore.” “Io non sono religiosa e quindi chiudiamo l’argomento.” Sofia si presentò indossando una vestaglia di seta color oro,  sfoderò un corpo da modella; senza parlare si sdraiò sul letto seguito da Alberto dal cui accappatoio faceva ‘capolino’ un ‘ciccio’ alla massima potenza, capì che doveva aver dei ‘riguardi’ nel confronti della signora, non  sapeva da quanto tempo lei non avesse avuto dei rapporti sessuali e quindi dopo un bacio in bocca ed una altro sulle tette  si dedicò alla ‘chatte’. Il clitoride di Sofia era piccolino e sicuramente poco allenato e ci volle del tempo prima che la dama mostrasse segni di orgasmo, un orgasmo silenzioso. Alberto comprese che Sofia stava  pensando ad un suo antecedente amante che le era rimasto nel cuore infatti si accorse che stava piangendo. Niente di più problematico per Alberto le lacrime femminili, ‘ciccio’ si ritirò in buon ordine anche lui era sensibile alle lacrime! “Ti chiedo scusa, stavo pensando a mio marito che è morto in un incidente stradale andandosi ad infilarsi nella parte posteriore di un camion con la spider che gli avevo regalato, non ho voluto vedere la salma per ricordarlo sempre da vivo e vivo è ancora in me il suo ricordo, scusami.” Sofia si riprese e prese lei l’iniziativa  e ‘per tutta conclusione tu te baci stò cordone’ pensò Alberto ricordando una vecchia freddura che non c’entrava nulla con la situazione attuale ma il cervello del giovane talvolta andava per conto suo. Il ‘beneamato’ riversò alla grande il suo ‘latte’ nella bocca di Sofia che inaspettatamente  ingoiò tutto. ‘Ciccio’ non era ancora contento e avviò ‘le pratiche’ per entrare nella gatta di Sofia che dimostrò di non essere stata usata da molto , Alberto fu molto delicato e ci mise del tempo fino ad arrivare in fondo, lo schizzo finale fece un effetto prodigioso sulla  dama che ebbe un orgasmo che  fece tremare tutto il suo corpo. Un po’ di riposo guardandosi negli occhi e poi inaspettatamente Sofia si girò di spalle…Quello fu il primo rapporto fra i due, ormai innamorati l’uno dell’altra, un sentimento sorto inaspettato, fra di loro c’era più che del sesso. In seguito vollero conoscersi più a fondo, si confidarono sulle loro preferenze un po’ in tutti i campi ma, giunti alla gelosia mentre Alberto dichiarò di esserne immune, Sofia non si pronunziò, rispose con un sorriso che era tutto un programma! Sofia, sempre a richiesta del ‘fidanzato’ gli illustrò le caratteristiche delle varie componenti il circolo, tutte avevano in comune ampie possibilità finanziarie. Elisabetta e Aurora erano molto ‘affezionate’ l’una dell’altra, la prima più mascolina con capelli neri cortissimi e fisico atletico (era il maschietto della famiglia), la seconda bionda alta longilinea la femminuccia. Altro giro altro numero (come al solito la mente di Alberto…); anche Aurora e Cristina facevano parte della stessa sponda ambedue rosse di pelle si distinguevano per la lunghezza dei loro capelli, la prima li portava cortissimi (era il maschietto di casa) la seconda sino alla vita. Alberto pensò che le femminucce non erano niente male, forse il suo pensiero fu letto da Sofia che gli indirizzò uno sguardo inceneritore. Alberto fece la faccia di chi ‘non have colpa’, capì che in futuro non si poteva permettere di folleggiare. Per ultima Clarissa ragazza piuttosto alta ma anche piuttosto magra, niente di particolare. Era corsa voce che aveva avuto un lungo flirt con un compagno di scuola che l’aveva scaricata per una amica (la solita storia). Raramente dava confidenza alle colleghe che cercavano di farla partecipare ai loro festini, un po’ tutte cercavano di coccolarla ma con  risultati scarsi, per lei valeva la canzone di Toquinho: ‘Tristezza per favore va via’ solo che con lei non funzionava. Sofia confessò ad Alberto che Lavinia era la sua amica preferita, solo amica precisò non voleva equivoci, Barbara, Alice e Vittoria erano  le eterne allegrone non interessate al sesso, probabilmente facevano parte delle asessuate.  Sofia ritenne opportuno presentare Alberto alle amiche nel solito locale di via Garibaldi.Il giovane si presentò vestito in maniera elegante ma sobria: giacca in ‘pied di poule’, pantaloni scuri, camicia azzurrina, cravatta di fantasia disegnata da maestri napoletani, scarpe di cuoio nere molto differenti da quelle che si vedevano in giro che sembravano scarpe da tennis. Al barbiere aveva chiesto il taglio che andava tanto di moda. Al suo ingresso un po’ tutte le signore e signorine rimasero basite, prima fra tutte Sofia. “Signore buona sera, sono a vostra completa disposizione per le vostre esigenze tranne una…il ballo. Ho cercato di migliorare le mie doti di ballerino ma il maestro cui mi ero rivolto,  dopo una settimana mi ha restituito il soldi del corso e: ”Non voglio rubarle i suoi quattrini, peggio di lei ci sono solo gli orsi…” Una battuta di mani di parte delle presenti fece capire ad Alberto che era stato accettato nel loro circolo. Sofia chiese al suo ‘fidanzato’ di organizzare un viaggio di piacere ad Amalfi interessandosi al noleggio di un pullmino ed a prenotare cinque camere con letto matrimoniali ed un singola per lui, ormai l’Albertone era diventato il loro manager. Era primavera, la stagione migliore per visitare la costa amalfitana per evitare la folla di turisti estivi. Il viaggio fu piacevole anche per il bel tempo. La troupe si fermò in vari autogrill per le solite incombenze e per fare  acquisti di prodotti locali, il pomeriggio arrivo ad Amalfi all’albergo a quattro stelle ‘Splendor’. Sistemazione nelle camere assegnate a ciascuna coppia, Sofia con Lavinia, Alberto, solitario, sperava di non esserlo per tutte le notti! La mensa dell’hotel era ad alto livello, il servizio anche, si capiva che l’albergatore di teneva a fare bella figura. Ogni  mattina partenza in aliscafo o col pulmino per visitare le varie località: Capri, Positano, Sorrento, rientro in albergo un po’ tutti più abbronzati e felici di aver visto tanti bei posti. La dame mostrarono la loro gratitudine all’organizzatore Alberto il quale  non tirava fuori dalla tasca nemmeno un centesimo anzi  gli era assegnato un ottimo stipendio. Un fatto inaspettato: una sera Sofia disse ad Alberto che non avrebbe dormito con Lavinia che russava per tutta la notte, avrebbe preso il suo posto nella stanza singola. “ Gatta ci cova’, ti pareva che Alberto non avrebbe preso al volo la possibile occasione di…Con indifferenza, preso il  pigiama, bacino di rito a Sofia e passaggio nella camera accanto dove però non c’era traccia di Lavinia, che  stava succedendo? Ad ogni buon fine Alberto si mise a letto,  poco dopo si addormentò finché sentì qualcosa di caldo vicino al suo corpo, finalmente…Il profumo non era quello di Sofia ma qualcosa di molto più forte, quello della pelle di Lavinia era molto eccitante,’Scent of a woman’ (tradotto ‘profumo di donna’ del celebre film. Figurarsi se ‘ciccio’…La dama era di spalle chissà se volutamente o per sbaglio fatto sta che il sozzone si infilò agevolmente al primo buchino che si trovò davanti ci stette a lungo, la dama ebbe vari orgasmi e poi: “Vatti a lavare vorrei contentare anche la ‘cosina’.” Anche la ‘gatta’ fu accontentata con ottimi risultati. Alberto si addormentò, fu svegliato da Sofia che evidentemente aveva voluto far un piacere all’amica: “Torna al posto tuo!” era un ordine imperioso più che una richiesta. La mattina dopo era previsto un giro di Amalfi a piedi, Alberto diede forfait, preferì  rilassarsi a letto, se l’era meritato, ne aveva proprio bisogno. Al rientro della troupe per il pranzo Alberto era ancora in camera sua, Sofia entrò lo baciò in bocca,  ‘il principe si svegliò’, si rase la barba e dopo una doccia raggiunse la mensa dove la dame stavano iniziando a mangiare. Aurora la rossa, il maschietto: “Alberto vuoi che ti misuri la pressione, ti vedo biancazzo in faccia!” “È l’aria di mare!” “Chiamala aria di mare!” Aurora non si faceva i fattarelli suoi, forse avrebbe voluto…Rientro a Messina, le signore che per hobby avevano un impiego ritornarono al lavoro, Alberto riprese l’attività di ‘galoppino’ che gli fruttò la possibilità di acquistare, con mutuo decennale, l’abitazione in via Colapesce che fece ristrutturare, cambiò anche tutta la mobilia. Sofia, spinta dalla sua bontà d’animo,  chiese ad Alberto di ‘far qualcosa’ per Clarissa. La signorina, nemmeno quarantenne, era sempre ‘disastrata’ malgrado il sostanzioso conto in banca. Alberto contattò Ambra  titolare di una casa di bellezza in viale S.Martino: “Mia cara buongiorno sono Alberto, ti porterò una mia amica che ha bisogno di una ‘sgrezzata’, sistemala come meglio puoi, comprale anche vestiti e scarpe, non ha problemi finanziari, si chiama Clarissa.” Alle nove Alberto si presentò ad Ambra con un finto baciamano, la signora non più giovanissima aveva classe. “Tornerò verso le diciassette, grazie in anticipo per quello che farai, ciao Clarissa, affidati alle sapienti mani della signora.” Alle diciassette in punto Alberto suonò alla casa di bellezza, venne ad aprire un’impiegata che lo fece accomodare in sala d’aspetto dove c’era una signora. Dopo un po’ la dama gli sorrise, aveva vicino a lei a terra delle buste con i nomi di celebri case di moda e di scarpe. Sempre sorridente la dama si avvicinò ad Alberto, era una donna piacevole, ben vestita con tacchi dodici. “Alberto che ne dici di riportarmi a casa?” Non era facile stupire Alberto ma questa volta…”Non mi dire che sei Clarississa, o meglio…” Alberto si ‘caricò’ dei pacchi e raggiunse la sua Cinquecento poi una pensata: “Vorrei farti visitare la mia abitazione, l’ho fatta ristrutturare ed ho cambiato tutta la mobilia, ne sono fiero. Clarissa: “Bene andiamo a visitare il museo, guarda che ho fame, a pranzo solo un panino e della frutta.” Alberto riscoprì la sua vena di cuciniere e riuscì a soddisfare il pancino di Clarissa che apprezzò anche del buon Lambrusco che le fece effetto nel senso che…”Sento caldo ma non è solo il tempo esterno, è qualcosa all’interno del mio corpo  che non riesco a capire.” L’aveva capito Alberto che prese a baciarla sino a che la signorina chiuse gli occhi e si abbandonò fra sue braccia. Alberto la spogliò, la condusse in bagno, le fece lavare la ‘cosina’ , anche lui fece delle ‘abluzioni’ a ‘ciccio’ e poi sul lettone. In fondo Clarissa non aveva un brutto corpo, era una longilinea, Alberto si proiettò direttamente sul clitoride e poi…Erano le ventuno quando una telefonata: “Caro come è andata con Clarissa?” Era Sofia. “È qui con me, non aveva mangiato a mezzogiorno, ho provveduto io ma lei ha ‘tracannato’ troppo del mio Lambrusco e si è addormentata.” Non era facile ‘farla’ a Sofia che fece finta di crederci. “Quando si risveglia portala a casa sua, a presto.” Alberto si ricordò che era ‘andato facile’ dentro la ‘gatta’ di Clarissa, molto probabilmente la signorina aveva ancora le mestruazioni e quindi… bah!, se fosse nato un Albertino e una Albertina non sarebbe morto o morta di fame. La beata solitudine non era più tale per alcune delle componenti il circolo, merito di Alberto che aveva risvegliato in loro la voglia…di vivere!

  • 27 febbraio alle ore 9:31
    ALBERTO IL BENEFATTORE

    Come comincia: Alberto cinquantenne, dopo trenta anni di lavoro era in pensione con un bel po’ di denaro depositato in banca sia in azioni che obbligazioni. Non vorrei che a questo punto il solito lettore pierino saltasse su col dire ”Col lavoro onesto non si fanno soldi!” A parte caro signore (si fa per dire) che non sono fattarelli suoi se lei ha studiato latino ricorderà il detto ‘pecunia non olet’  e poiché ho qualche dubbio sulla sua cultura glielo traduco ‘il denaro non puzza’. Alberto un pó per il fiuto di guadagno che aveva innato, un  po’ per fortuna impiegò una bella somma su i ‘Bitcoin’ operazione che lo avevano reso milionario.  Da quel momento cambiò il suo tenore di vita comprando un’abitazione di lusso di trecento metri quadrati in viale S.Martino a Messina ed acquistando, pur tenendo la vecchia Cinquecento per comodità di parcheggio, una Alfa Romeo Giulia omnia accessoriata apprezzando in particolare la gentile voce femminile che, una volta inserito il navigatore satellitare gli indicava come giungere a destinazione senza dover consultare carte topografiche. Poi gli era sorto il problema di come impiegare il tempo a parte qualche sporadica avventura con femminucce affascinate dalle sue tempie grigie e dal suo stile di uomo maturo ma ancora in forma. Gli venne in mente quando da suo padre, ateo, era stato iscritto a scuola in un istituto religioso. Il papà  giustificò al figlio questa sua scelta affermando che ognuno doveva avere una sua personalità scegliendo le proprie idee facendosi influenzare solo dalla lettura di testi di differenti opinioni in qualsiasi campo. Alberto si era dimostrato lettore accanito ed aveva dato filo da torcere ai poco illuminati preti che, nei compiti in classe, chiedevano agli allievi di manifestare le proprie idee sulla religione. Male gliene incolse ai ‘bagarozzi ‘ come volgarmente venivano chiamati dal popolino, Alberto una volta scrisse che nel mondo c’erano centotrentasette religioni e solo sette di ispirazione cristiana e quindi…, giustificò poi Giuda per il suo tradimento in quanto questo evento era stato previsto dal  Signore onnipotente e quindi non meritevole di punizione come pure il peccato di Adamo ed Eva con la stessa motivazione di Giuda. Altro argomento scottante: perché i preti facevano i furbi appendendo alle pareti  degli esercizi commerciali  crocifissi  o icone di santi e di madonne al fine di evitare il pagamento di imposte allo stato italiano? Ai preti non restò altro che chiamare il padre di Alberto affinché ritirasse da scuola il suo figlio dichiaratamente ateo. Durante le feste natalizie Alberto venne a sapere di banchetti organizzati dalla Curia in cui ai poveri venivano offerti pasti gratis, domanda ovvia: gli altri giorni dell’anno di cosa si cibavano i poveracci satolli solo a Natale ed a Capodanno? Idea: aprire un locale per ‘dar da mangiare agli affamati’ come prescritto in una delle ‘sette opere di misericordia’ di cristiana prescrizione. Detto fatto: interpellato Franco suo amico e valente avvocato venne a sapere che l’edificio di un istituto di suore in  piazza Castronovo era in vendita motivazione: poche vocazioni. Considerato che nessun acquirente si era fatto avanti, le pretese delle suore si erano notevolmente ridimensionate così Alberto poté acquistarlo ad un prezzo conveniente.  Un architetto di fede atea progettò, gratis, l’interno dell’edificio per ospitare circa cinquanta persone, nome dell’istituto:  ‘Casa di accoglienza Giordano Bruno bruciato vivo per eresia’ come da targa posta sopra la porta d’ingresso.  All’inaugurazione ovviamente non fu invitato nessun appartenente all’Arcivescovado per la benedizione di rito come era avvenuto per altre analoghe occasioni. All’ingresso era stato posto il regolamento che prescriveva che nessuno poteva entrare con indosso distintivi di qualsiasi genere. Questa regola aveva messo in crisi varie categorie di persone: monache, preti in divisa, appartenenti a vari club, insomma chiunque portasse emblemi che identificasse una categoria di persone. Di notte il solito fanatico religioso aveva scritto sul muri del convitto una epigrafe minacciosa nei confronti del proprietario. Alberto dopo aver fotografato la scritta, fece denunzia del fatto ai Carabinieri e fece porre delle telecamere di video sorveglianza al fine di poter rintracciare altri eventuali writers. Altra precauzione: installare delle ‘cimici’ in ogni locale per controllare eventuali infiltrati che potessero danneggiare in qualche modo il buon nome della casa di accoglienza. Alberto si riservò un locale per uso suo ufficio in cui c’erano oltre la scrivania: un lettino,  un computer e un monitor dove venivano riportate le immagini di tutte le stanze. Per il personale scelse solamente delle femminucce giovani impiegate: in cucina, in sala mensa e per la sistemazione delle camere da letto. Unica eccezione Rosalia  (Lia), una signora anziana vestita di nero che aveva rappresentato la sua recente vedovanza con tre figli a carico, aveva il viso quadrato come pure il fisico più alto della media e piuttosto robusto. La stessa era l’unica autorizzata ad accedere nell’ufficio di Alberto, dava maggior affidamento per serietà. Alberto non voleva essere ‘schiavizzato’ dalla casa di accoglienza ed allora convocò Lia, l’unica a cui dava del lei: “Signora per motivi personali non posso passare molto tempo qui dentro, lei sarà il mio alter ego, avrà, in mia assenza la responsabilità dell’andamento della casa, il suo stipendio sarà raddoppiato.” “Grazie” Lia era di poche parole ma dava affidamento. Una mattina Alberto nel suo ufficio leggeva il giornale, dando uno sguardo al monitor si accorse che in cucina Aida, rimasta sola, stava vuotando una bottiglietta di liquido dentro la pentola dove si sarebbe cotta la pasta. Corse verso la cucina, durante il tragitto incontrò Lia: “Venga con me.” Aida fu subito immobilizzata da Alberto e trasportata a forza in ufficio. “Cosa hai messo in pentola?” Scena muta da parte della ragazza. Alberto chiamò il 112 spiegando brevemente la situazione, dopo circa un  quarto d’ora apparvero due Carabinieri che presero in consegna Aida, a lei riproposero la domanda sul contenuto della bottiglietta immesso in pentola, altra scena muta. I Carabinieri allora interessarono i Nas che si presentarono con il loro armamentario, prelevarono vari campioni di acqua della pentola e poi la sigillarono. Fu chiamato un avvocato d’ufficio al quale spiegarono la situazione, i Carabinieri volevano essere in regola con la procedura per evitare ‘furbizie’ da parte dell’interessata. Scoperta dai documenti dove si trovava l’abitazione di Aida, una pattuglia si recò in via Placida dove una donna con indosso lo hijab aprì la porta. “Parla italiano?” “Un poco.” “Abita qui Aida?” “Mia sorella.” “Questo è un mandato di perquisizione, entriamo in casa.” L’arredamento dell’abitazione era a dir poco povero ma in uno sgabuzzino i militari scoprirono un computer, uno di loro pratico del settore dopo molti tentativi riuscì a mettersi in contatto con un sito islamico in cui erano magnificati la lotta armata e come poter colpire i ‘miscredenti’. Dietro autorizzazione del sostituto di turno, i Carabinieri fra la curiosità dei vicini di casa portarono con loro la sorella di Aida che non fece resistenza. Ad Alberto fu richiesta una sua relazione sui fatti, la pentola incriminata fu la sola traccia dell’avvenimento, per il resto silenzio assoluto, dopo vario tempo sulla stampa nazionale apparve la notizia che, partendo da Messina i Carabinieri erano riusciti a smantellare varie cellule islamiche  sparse in tutta Italia, cellule che volevano colpire anche le chiese cattoliche. Passata la buriana, la serenità ritornò all’interno della casa di accoglienza, anzi il mancato pericolo rese più compatta l’amicizia fra i suoi componenti. Alberto una mattina di una domenica  stava poltrendo al caldo del letto (era inverno) quando suonò il citofono, quando il citofono suonò per la terza volta Alberto pensò che fosse cosa importante e: “ Chi rompe?” “Sono la signora Matilde, lei non mi conosce, son venuta a recapitarle la sua pubblicazione ‘L’Ateo’ a me pervenuta erroneamente.” Alberto  riuscì ad aprire completamente gli occhi, indossò una vestaglia sopra il pigiama. Uscita dall’ascensore gli apparve una bionda, una bionda che più bionda non si può (Espressione copiata da un comico televisivo). “Chiedo scusa se sono poco presentabile.” “Mi è pervenuta, insieme alla mia copia della pubblicazione ‘L’Ateo’ a lei indirizzata, eccola qua.” “La ringrazio, la prego di accomodarsi nel salone, mi rendo presentabile e poi, se lei è d’accordo potremmo andare a pranzare in un locale qui vicino dove si mangia bene.” “Accordato, posso visitare la reggia?” “Grazie per il complimento, faccia pure.” Alberto con  calma si rasò la barba, fece una doccia e poi indossò il ‘vestito della festa.’ “Adesso sono presentabile, posso offrile un aperitivo.” “Preferisco mangiare, un certo languorino…” All’ingresso i due furono accolti dal proprietario, Alberto era un cliente di riguardo che, dopo un finto baciamano alla signora: “Complimenti Alberto, ‘semper ad meliora’”, poi vedendo la faccia di disapprovazione di Alberto. “Se me lo permettete provvedo io al menù.” Salvatore aveva compreso la gaffe. Matilde ci rise sopra: “Pare che questo è il posto dove lei conduce le sue conquiste!” “Sempre di meno, ormai l’età…” “Non si sottovaluti, ha il fascino delle tempie grigie.” “E lei della gioventù.” “Non ha il coraggio di chiedermi gli anni? Non ho remore a dirglieli: ventisei e non mi dica che potrebbe essere mio padre!” La frase fu seguita da una risata da parte della signora che seguitò: “Non mi chiami signora, sono signorina e lo ribadisco con forza come dicevano in un film di Frank Capra due zitelle incartapecorite.” “Mi fa piacere esserci scoperti pieni di humour, penso potremo darci del tu e, se me lo permetti pago io il pranzo, sono un po’ superstiziosa e ritengo che porti fortuna quando al primo incontro è la femminuccia a saldare il conto.” La mancia di cinquanta Euro fece sbarrare gli occhi al vecchio cameriere Osvaldo che ringraziò con un inchino. “Facciamo un giro in auto, è posteggiata in garage.” “Complimenti una Giulia allora non sei tanto vecchio se ti sei comprato una macchina sportiva! Me la fai provare?” Alberto sorrise e pensò: “ E tu che mi fai provare?” “Non fare pensieri lascivi, non almeno al primo incontro!” Alberto capì che ‘aveva trovato duro’, scese dalla parte del guidatore dove si istallò Matilde che subito dimostrò di essere un buon ‘manico’ con  partenza con  sgommata. In autostrada verso Catania: “Se vai a questa velocità non solo perdi i punti della patente ma se superi i quaranta più del previsto te la ritirano .” “Ed allora tu mi farai da autista venendomi a prendere a casa, magari anche in orari inconsueti, sarò ad aspettarti.” “Mi fermo in questa piazzola, voglio rilassarmi spostando la spalliera del sedile indietro.” Detto, fatto Matilde afferrò Alberto per il collo e lo baciò a lungo. “Non sono un gallinaccio…” Matilde ripartì “Direzione casa mia hai qualcosa in contrario?” “No visiterò la tua reggia e…” “Non ti aspettare niente , oggi hai avuto un assaggio, ti può bastare!” Tilde, il diminutivo di Matilde, era molto impegnata col lavoro, era capo sala in un Istituto ortopedico in via Ducezio, comunicò ad Alberto l’impossibilità di incontrarlo per motivi che gli avrebbe comunicato a voce. Alberto sopportò un  periodo di astinenza sessuale, che fosse la vecchiaia…Non se ne preoccupò più di tanto, per passare il tempo rispolverò un vecchio hobby, la fotografia. Acquistò una Canon con tutti gli accessori  di ultima generazione, ormai la pellicola era un lontano ricordo, c’era una scheda in cui si potevano immagazzinare anche cinquecento scatti. Non contento, pensò di metter su un laboratorio di sviluppo e di stampa in uno sgabuzzino di casa sua, gli costò un occhio della testa ma poi pensò a quanto fosse più gratificante stampare da solo le foto, magari qualcuna osé, forse pensava a Tilde immaginandola in costume adamitico o meglio evitico. La dama si faceva viva solo per telefono, solita giustificazione lavoro che la impegnava tutta la giornata, sembrava più una scusa che la verità ma…Una mattina di domenica alle undici insistente suono del telefono: “Sto riposando al calduccio del letto, non vengo fuori nemmeno se sei miss mondo!” “Ti deve bastare miss Matilde  che ti viene a trovare a casa e così potrai poltrire ancora a letto!” Alberto comprese che era l’ora del ‘la tromba la mattina è una rottura di coglion’ di  militare memoria e con un balzo lasciò il giaciglio e corse ad accendere il riscaldamento. Dalla finestra vide una Abarth 124 spider entrare in cortile, che fosse lei? Era lei,  svelato l’arcano dell‘amore per la velocità di Tilde! “Mia cara dal viso mi sembri  piuttosto stanca…” “Non ho avuto tempo di fare colazione, per favore preparami un cappuccino con qualche dolcetto.” Nek frattempo Tilde si era introdotta nel bagno per una doccia e ne era uscita con indosso un accappatoio di Alberto. “Posso dire sotto il vestito niente!” “Ho capito, ecco quello che volevi vedere!” “Apparve un corpo longilineo, piccole tette, vita stretta, e, giratasi un bel popò poi un pube con ‘pelame’ nero. “Si, non sono bionda naturale, finito di mangiare  approfitterò del tuo letto penso ancora caldo del tuo corpo e del tuo profumo.” Matilde chiuse gli occhi, si era addormentata. Alberto pensò che non era il caso di andare al ristorante, si mise al lavoro in cucina, era abbastanza bravo e mise su un pranzo con i fiocchi. Dopo due ore decise che la signora si era riposata abbastanza e con la bocca fece il suono della sveglia militare: “Tu tu tu tu tu tu tu tu tu la sveglia la mattina è una rottura di coglion…” “Sei un sadico, nel più bello…” “Non mi va di andare al ristorante, mi accontenterò di un panino.” “Invece l’Albertone ha preparato un pranzo con i fiocchi!” “Mai mangiato un pranzo con i fiocchi, spero non sia avvelenato!” Tilde fece seguire la battuta con un bacio che fece svegliare un ‘ciccio’ ormai a riposo da tempo. “Ora no, voglio che sia una cosa dolce non mi interessa la sveltina, comunicala al tuo ‘socio’. Il ‘socio’ non la prese bene ma si ritirò in buon ordine, c’era odore di ‘cosina’ da gustare più tardi. Alla fine del pranzo riposo sul divano col televisore acceso. Solite notizie negative: omicidi soprattutto di donne, guerre in tutto il mondo ed altre schifezze varie che indussero Alberto di spegnere la TV. “Caro penso sia il caso di raccontarti le mie vicissitudini: sin da piccola sono vissuta in una casa per orfani, mia madre, mai conosciuta, mi aveva abbandonato alla mia nascita. Crescevo senza affetto come puoi immaginare, a sedici anni  un addetto all’istituto mi violentò, tanto dolore soprattutto fisico che mi portò a giurare a me stessa eterno odio per gli uomini. Questo mi portò a ‘frequentare’ da vicino una mia compagna più grande di me che amava  le femminucce più  dei maschietti.  Alla maggiore età l’ho persa di vista, con l’aiuto finanziario di una benefattrice nobildonna io ed altre mie colleghe siamo riuscite a studiare fino alla laurea. Ho vinto il concorso di capo sala e da allora la mia vita è cambiata soprattutto ultimamente quando è stata ricoverata una signora anziana con osteoporosi e con un femore rotto. Mi ha chiesto di starle sempre vicino e quindi, oltre al mio lavoro ho svolto le mansioni di infermiera soprattutto di notte. Una mattina la signora fece chiamare il direttore della clinica a cui chiese l’intervento di un notaio, voleva far stilare un testamento valido a tutti gli effetti, niente ai nipoti. Alla sua morte ho appreso che mi aveva lasciato tutti i suoi beni piuttosto sostanziosi poi sei apparso in qualche tu, fine della storia.” Alberto e Tilde si guardarono a lungo senza profferir verbo, in seguito si abbracciarono ma nulla di sessuale, erano ambedue commossi. Morfeo li colse sino al mattino successivo. “Ho una fame indiavolata, presto amore mio, prepara una colazione coi fiocchi, sono in vacanza per un mese ma non ti illudere… Stavolta i due uscirono e presero la 124 di Tilde la quale stranamente aveva smesso  di fare gli slalom fra le macchine che la precedevano, andava così piano che gli automobilisti dietro di noi, inviperiti,  cominciarono a suonare il clacson. “Che ne dici di fermarti in uno spiazzo?” “Niente da fare, per ora mi sto rilassando tutto rimandato sul tuo giaciglio.” La situazione di evolse come desiderava Tilde: inizio con baci da parte di Alberto su tutto il corpo dell’amata, il fiorellino si dimostrò subito recettivo con orgasmi multipli che lubrificarono la vagina di Matilde tanto da farle percepire con poco dolore l’entrata trionfale di un ‘ciccio’ alla massima potenza. La mattina seguente Tilde trovò sul comodino un bigliettino che recitava: ‘ Un cinquantenne sarà un buon padre?’ Una festa alla grande organizzata da Lia (ma pagata da Alberto) aspettava i due che alla loro entrata alla casa di accoglienza furono gratificati da un forte e lungo applauso da parte dei presenti i quali in coro: ’Discorso, discorso, discorso!’ “Mie cari che dirvi, questa è Matilde  mia moglie con cui spero di avere un erede,  siete tutti nel mio cuore ed ora buon appetito!” L’istituzione voluta da Alberto, per sua volontà, seguitò a funzionare anche dopo la sua morte in seguito alla quale fu apposta, dalla vedova e dal figlio Adalberto, una  targa  all’ingresso per ricordare chi era stato il suo promotore.

  • 26 febbraio alle ore 23:40
    Il taxi giallo

    Come comincia: Tento di scrivere, per immagini o per visioni, un frammento della storia della mia vita di giovanissimo emigrante in Africa che si interseca, umile e posticcia, con la Storia di un popolo, anzi del mondo qual era intorno agli Anni Trenta, in piena crisi economica e sociale.

    Non avrei potuto immaginare che, con il crollo delle Torri Gemelle a New York, quel seguito vincente del mio vivere povero , il mio vero riscatto, la mia stessa vita in lui, mio figlio...tutto questo si sarebbe infranto di colpo.

    La povera Africa mi aveva dato quello che la ricca America mi ha tolto.

    Il taxi giallo

    Sono un uomo anziano, ormai. Il mio sguardo va alle immagini che qui di fronte a me formano, sulla parete che corre bianca dietro alla scrivania, una sequenza che qualcuno ha ricomposto per lasciarmi ricostruire questo viaggio che ti ha portato di nuovo lontano. Molto lontano.

    New York (USA), 10 settembre 2001

    Primo fotogramma.

    C’è un taxi giallo dal quale scendi, giovane imprenditore già di successo, mentre accenni un saluto a qualcuno che ti sta riconoscendo e che imprime rapido con un flash il breve segmento di una tua giornata qualunque che verrà riconsegnata a me con a margine un piccolo numero uno per definire una sequenza.

    Secondo fotogramma

    Il cuore di Manhattan pulsa. “Avenue of the Americas” leggo su un cartello che mi indica un tuo spostamento. Il taxi giallo, piccola tessera del mosaico che si va a comporre, è sempre lì, dopo aver tracciato per te la strada che avevi da sempre sognato di fare. Scendi.

    Terzo quarto quinto fotogramma

    La piccola tessera gialla qui manca. Il fotogramma ti mostra in altri ambienti e in altre circostanze che non so decifrare. Vedo che appari sorridente, vedo che tutto va come deve andare.

    Sesto fotogramma

    Ritorna la piccola tessera del puzzle che ti contiene insieme ad una donna di cui non sapevo. Di cui non so.

    Settimo fotogramma

    La tessera è sparita, per ora non ce n’è traccia. Tu e lei, lei di cui non so. Alle spalle la prima delle Tween Towers.

    Ottavo fotogramma

    Elegante ristorante di un piano certamente alto, se i grattaceli retrostanti sono piccole scatole di fiammiferi e la Statua si scorge appena sul fondo blu dell’East River.

    Nono fotogramma

    New York si è accesa del sole di un’estate tardiva. Lo sguardo del mondo sembra concentrarsi là.

    Sulle mille forme della città che vibra.

    Sul respiro fresco dell’oceano in settembre.

    Quello sguardo si insinua tra voi.

    Fine della sequenza

    I miei fotogrammi sono immagini impresse nella mia vecchia mente lucida e nel mio cuore che si ostina a battere un ritmo sgangherato.

    Asmara (Africa), 10 settembre 1936

    Prima immagine

    Mio padre non voleva che partissi anch’io, già non si rassegnava per la lontananza di Florindo, il maggiore, che ormai si era stabilito in Eritrea, dove aveva trovato, come altri giovani marsicani, un lavoro stabile come saldatore elettrico presso la raffineria americana ARAMCO, dopo aver tentato invano a Rastanura, in Arabia Saudita, dove si diceva che si guadagnasse meglio.

    Toccava a lui, se lo sentiva, di riparare il danno immane che quel maledetto martedì nero di Wall Street aveva prodotto nell’economia mondiale e di cui fece le spese anche nostro padre che aveva iniziato da poco una sua attività imprenditoriale nel settore dell’edilizia. La sua onestà non gli permise di approfittare, come altri fecero in quella circostanza, di certe agevolazioni governative per volgere gli effetti della crisi in suo favore e fu così che il figlio maggiore si trovò costretto a partire.

    Ma Florindo, che aveva anche una sua famiglia da mantenere, non ce l’avrebbe fatta da solo.

    Fu così che dopo un po’ di anni partii anch’io. Non avevo più una madre che mi fermasse e il mio amatissimo padre, da solo, non riuscì a farlo.

    Il taxi era giallo. Tracciò il mio percorso dal porto di Massaua fino all’ Asmara. Avevo visto solo acqua, navigando lentamente sul mar Rosso e non vedevo l’ora di toccare la terra d’Africa.

    Mi lasciò ad una decina di chilometri ad ovest della capitale, su uno spiazzo sterrato tutto buche e pozzanghere.

    Avevo sedici anni, un paio di zuavi color fumo, una camiciuola a righe bianche e blu con le maniche arrotolate sui polsi, una valigia, due occhi spauriti che la testa rasata ingrandiva e che io serravo ogni tanto per non lasciare cadere qualche lacrima che affiorava.

    In mano un biglietto gualcito graffiato a matita da una mano poco avvezza alla scrittura.

    E’ qui, urlava la voce grassa dell’autista nero dal finestrino aperto del taxi giallo, è qui, cerca qui tuoi parenti, good bye!

    Seconda immagine

    Cercai con lo sguardo quello che mi ero figurato nella mente. Niente. Era la riprova, ma non lo compresi allora, che la realtà immaginata era per me sempre troppo diversa e opposta dalla realtà trovata. Anche per le cose minime ebbi modo, in seguito, di sperimentare ciò: pensavo ad una direzione e ne dovevo fare un’altra, pensavo ad una casa e trovavo un palazzo, una ragazza bionda nasceva bruna nei miei pensieri. Era il mio uno strano rapporto con la reltà e l’immaginario. L’una giocava a distanziarsi dall’altra. L’altra giocava a tentare una rincorsa. Mai, quasi mai, s’incontravano. Fu così anche allora.

    Tre o quattro casupole mi apparvero in lontananza, sullo sfondo, dallo sterrato. Mi incamminai in quella direzione. Un gruppetto di bambini neri, i grandi occhi fissi sul forestiero, mi venne incontro; alcuni, cantilenando in una lingua, che poi conobbi come tigrino, qualcosa di rassicurante, mi condussero verso una baracca.

    Terza immagine

    Una donna di colore, coperta da un ampio telo a fiori azzurri, un cespuglio crespo sul viso scarno e sorridente, mi fece strada, entrò da una porta già aperta, mi lasciò entrare, lasciò che io posassi la valigia in terra. Da una porticina in fondo spuntò una giovane donna bianca, aveva per mano una bambina bionda.

    Donato!! riuscì a dire venendomi incontro e mostrandomi la piccola che incominciò a piangere osservandomi. Maria, piccola grassoccia scura nei capelli ondulati divisi da una riga laterale, chiara nei colori del viso e degli occhi, mentre cercava di farmi rifocillare con frutta e bevande, mi raccontava in un modo strano, senz’ordine né coerenza e in un italiano particolare, del loro stare in Africa, lei, mia cognata, lui, mio fratello, la loro piccola Adua.

    Quarta immagine

    Un uomo, vestito quasi di stracci, biondo , la carnagine scurita dal sole africano, è lui. E’ Florindo. E’ mio fratello, quest’uomo invecchiato che mi si stringe forte, ma io non lo conosco. Se ne andò quando io avevo due anni e lui diciotto. Sembra che lui sappia tanto di me, anche Maria sembra conoscermi. Sei stato raccontato a noi da nostro padre, nelle lettere che ci spediva regolarmente, disse dopo avermi accarezzato a lungo.

    Quarta immagine (il mio fotogramma)

    Il fotogramma che aveva preso forma nella mia mente era un altro. Era ancora, quello, il prodotto del mio strano rapporto con la realtà e l’immaginario.

    Florindo era vestito come tutti i giovani del mio paese. Maria aveva una gonna a pieghe ed una camicia azzurra come i suoi occhi, i capelli trattenuti da un nastro che illuminava il suo viso da bambina. La piccola Adua era una neonata con due occhi come fessure umide e scure… La casupola…la casupola non aveva preso forma né consistenza.

    Nel mio fotogramma il tempo non era entrato.

    E neppure la fatica e la miseria erano entrate.

    Tutto era fermo e immobile come la foto che Florindo aveva spedito tempo addietro tra le pagine di una lettera.

    Il taxi giallo mi aveva fatto scendere là dove la mia mente era già stata e permetteva, adesso, che la sequenza reale cancellasse il mio sogno.

    Ma non per sempre, figlio mio.

    Divenni adulto là, lavorai con la forza di chi vuole uscire dalla povertà. Imparai ad amare il mio lavoro e un’Africa primitiva che pure dava lavoro ai figli dei piccoli imprenditori italiani affamati da una crisi nata altrove.

    E intanto i miei fotogrammi si facevano sempre più umani e più veri.

    Arrivò, tardivo, un amore e arrivasti, tardivo, anche tu, figlio del benessere e del riscatto.

    Il racconto amaro del nonno imprenditore sfortunato ti aveva segnato. Io avevo cambiato strada, disgustato dalle fatiche della vita, ma tu no. Caparbio, hai voluto riscrivere quel capitolo di storia di famiglia che era rimasto inconcluso.

    Sei stato bravo e capace e hai realizzato il sogno, perché tu, al contrario di me, mostravi di saper coniugare realtà e immaginario.

    Il taxi giallo continua a correre. Per me. Per te. Per tutti.

    Tween Towers, please, dicesti all’autista quella mattina.

    Tornavi da lei, dalla donna che vedo nella settima immagine e di cui non sapevo e non so.

    Aveva lassù il suo ufficio, mi hanno spiegato poi. Farò presto, ho l’aereo…avevi previsto una breve sosta prima della partenza. Soltanto un saluto.

    Perché tardasti a prenderlo quella mattina?

    Il taxi giallo era giù che ti aspettava.

    Tento di scrivere, per immagini o per visioni, un frammento della storia della mia vita di giovanissimo emigrante in Africa che si interseca, umile e posticcia, con la Storia di un popolo, anzi del mondo qual era intorno agli Anni Trenta, in piena crisi economica e sociale.

    Non avrei potuto immaginare che, con il crollo delle Torri Gemelle a New York, quel seguito vincente del mio vivere povero , il mio vero riscatto, la mia stessa vita in lui, mio figlio...tutto questo si sarebbe infranto di colpo.

    La povera Africa mi aveva dato quello che la ricca America mi ha tolto.

    Il taxi giallo

    Sono un uomo anziano, ormai. Il mio sguardo va alle immagini che qui di fronte a me formano, sulla parete che corre bianca dietro alla scrivania, una sequenza che qualcuno ha ricomposto per lasciarmi ricostruire questo viaggio che ti ha portato di nuovo lontano. Molto lontano.

    New York (USA), 10 settembre 2001

    Primo fotogramma.

    C’è un taxi giallo dal quale scendi, giovane imprenditore già di successo, mentre accenni un saluto a qualcuno che ti sta riconoscendo e che imprime rapido con un flash il breve segmento di una tua giornata qualunque che verrà riconsegnata a me con a margine un piccolo numero uno per definire una sequenza.

    Secondo fotogramma

    Il cuore di Manhattan pulsa. “Avenue of the Americas” leggo su un cartello che mi indica un tuo spostamento. Il taxi giallo, piccola tessera del mosaico che si va a comporre, è sempre lì, dopo aver tracciato per te la strada che avevi da sempre sognato di fare. Scendi.

    Terzo quarto quinto fotogramma

    La piccola tessera gialla qui manca. Il fotogramma ti mostra in altri ambienti e in altre circostanze che non so decifrare. Vedo che appari sorridente, vedo che tutto va come deve andare.

    Sesto fotogramma

    Ritorna la piccola tessera del puzzle che ti contiene insieme ad una donna di cui non sapevo. Di cui non so.

    Settimo fotogramma

    La tessera è sparita, per ora non ce n’è traccia. Tu e lei, lei di cui non so. Alle spalle la prima delle Tween Towers.

    Ottavo fotogramma

    Elegante ristorante di un piano certamente alto, se i grattaceli retrostanti sono piccole scatole di fiammiferi e la Statua si scorge appena sul fondo blu dell’East River.

    Nono fotogramma

    New York si è accesa del sole di un’estate tardiva. Lo sguardo del mondo sembra concentrarsi là.

    Sulle mille forme della città che vibra.

    Sul respiro fresco dell’oceano in settembre.

    Quello sguardo si insinua tra voi.

    Fine della sequenza

    I miei fotogrammi sono immagini impresse nella mia vecchia mente lucida e nel mio cuore che si ostina a battere un ritmo sgangherato.

    Asmara (Africa), 10 settembre 1936

    Prima immagine

    Mio padre non voleva che partissi anch’io, già non si rassegnava per la lontananza di Florindo, il maggiore, che ormai si era stabilito in Eritrea, dove aveva trovato, come altri giovani marsicani, un lavoro stabile come saldatore elettrico presso la raffineria americana ARAMCO, dopo aver tentato invano a Rastanura, in Arabia Saudita, dove si diceva che si guadagnasse meglio.

    Toccava a lui, se lo sentiva, di riparare il danno immane che quel maledetto martedì nero di Wall Street aveva prodotto nell’economia mondiale e di cui fece le spese anche nostro padre che aveva iniziato da poco una sua attività imprenditoriale nel settore dell’edilizia. La sua onestà non gli permise di approfittare, come altri fecero in quella circostanza, di certe agevolazioni governative per volgere gli effetti della crisi in suo favore e fu così che il figlio maggiore si trovò costretto a partire.

    Ma Florindo, che aveva anche una sua famiglia da mantenere, non ce l’avrebbe fatta da solo.

    Fu così che dopo un po’ di anni partii anch’io. Non avevo più una madre che mi fermasse e il mio amatissimo padre, da solo, non riuscì a farlo.

    Il taxi era giallo. Tracciò il mio percorso dal porto di Massaua fino all’ Asmara. Avevo visto solo acqua, navigando lentamente sul mar Rosso e non vedevo l’ora di toccare la terra d’Africa.

    Mi lasciò ad una decina di chilometri ad ovest della capitale, su uno spiazzo sterrato tutto buche e pozzanghere.

    Avevo sedici anni, un paio di zuavi color fumo, una camiciuola a righe bianche e blu con le maniche arrotolate sui polsi, una valigia, due occhi spauriti che la testa rasata ingrandiva e che io serravo ogni tanto per non lasciare cadere qualche lacrima che affiorava.

    In mano un biglietto gualcito graffiato a matita da una mano poco avvezza alla scrittura.

    E’ qui, urlava la voce grassa dell’autista nero dal finestrino aperto del taxi giallo, è qui, cerca qui tuoi parenti, good bye!

    Seconda immagine

    Cercai con lo sguardo quello che mi ero figurato nella mente. Niente. Era la riprova, ma non lo compresi allora, che la realtà immaginata era per me sempre troppo diversa e opposta dalla realtà trovata. Anche per le cose minime ebbi modo, in seguito, di sperimentare ciò: pensavo ad una direzione e ne dovevo fare un’altra, pensavo ad una casa e trovavo un palazzo, una ragazza bionda nasceva bruna nei miei pensieri. Era il mio uno strano rapporto con la reltà e l’immaginario. L’una giocava a distanziarsi dall’altra. L’altra giocava a tentare una rincorsa. Mai, quasi mai, s’incontravano. Fu così anche allora.

    Tre o quattro casupole mi apparvero in lontananza, sullo sfondo, dallo sterrato. Mi incamminai in quella direzione. Un gruppetto di bambini neri, i grandi occhi fissi sul forestiero, mi venne incontro; alcuni, cantilenando in una lingua, che poi conobbi come tigrino, qualcosa di rassicurante, mi condussero verso una baracca.

    Terza immagine

    Una donna di colore, coperta da un ampio telo a fiori azzurri, un cespuglio crespo sul viso scarno e sorridente, mi fece strada, entrò da una porta già aperta, mi lasciò entrare, lasciò che io posassi la valigia in terra. Da una porticina in fondo spuntò una giovane donna bianca, aveva per mano una bambina bionda.

    Donato!! riuscì a dire venendomi incontro e mostrandomi la piccola che incominciò a piangere osservandomi. Maria, piccola grassoccia scura nei capelli ondulati divisi da una riga laterale, chiara nei colori del viso e degli occhi, mentre cercava di farmi rifocillare con frutta e bevande, mi raccontava in un modo strano, senz’ordine né coerenza e in un italiano particolare, del loro stare in Africa, lei, mia cognata, lui, mio fratello, la loro piccola Adua.

    Quarta immagine

    Un uomo, vestito quasi di stracci, biondo , la carnagine scurita dal sole africano, è lui. E’ Florindo. E’ mio fratello, quest’uomo invecchiato che mi si stringe forte, ma io non lo conosco. Se ne andò quando io avevo due anni e lui diciotto. Sembra che lui sappia tanto di me, anche Maria sembra conoscermi. Sei stato raccontato a noi da nostro padre, nelle lettere che ci spediva regolarmente, disse dopo avermi accarezzato a lungo.

    Quarta immagine (il mio fotogramma)

    Il fotogramma che aveva preso forma nella mia mente era un altro. Era ancora, quello, il prodotto del mio strano rapporto con la realtà e l’immaginario.

    Florindo era vestito come tutti i giovani del mio paese. Maria aveva una gonna a pieghe ed una camicia azzurra come i suoi occhi, i capelli trattenuti da un nastro che illuminava il suo viso da bambina. La piccola Adua era una neonata con due occhi come fessure umide e scure… La casupola…la casupola non aveva preso forma né consistenza.

    Nel mio fotogramma il tempo non era entrato.

    E neppure la fatica e la miseria erano entrate.

    Tutto era fermo e immobile come la foto che Florindo aveva spedito tempo addietro tra le pagine di una lettera.

    Il taxi giallo mi aveva fatto scendere là dove la mia mente era già stata e permetteva, adesso, che la sequenza reale cancellasse il mio sogno.

    Ma non per sempre, figlio mio.

    Divenni adulto là, lavorai con la forza di chi vuole uscire dalla povertà. Imparai ad amare il mio lavoro e un’Africa primitiva che pure dava lavoro ai figli dei piccoli imprenditori italiani affamati da una crisi nata altrove.

    E intanto i miei fotogrammi si facevano sempre più umani e più veri.

    Arrivò, tardivo, un amore e arrivasti, tardivo, anche tu, figlio del benessere e del riscatto.

    Il racconto amaro del nonno imprenditore sfortunato ti aveva segnato. Io avevo cambiato strada, disgustato dalle fatiche della vita, ma tu no. Caparbio, hai voluto riscrivere quel capitolo di storia di famiglia che era rimasto inconcluso.

    Sei stato bravo e capace e hai realizzato il sogno, perché tu, al contrario di me, mostravi di saper coniugare realtà e immaginario.

    Il taxi giallo continua a correre. Per me. Per te. Per tutti.

    Tween Towers, please, dicesti all’autista quella mattina.

    Tornavi da lei, dalla donna che vedo nella settima immagine e di cui non sapevo e non so.

    Aveva lassù il suo ufficio, mi hanno spiegato poi. Farò presto, ho l’aereo…avevi previsto una breve sosta prima della partenza. Soltanto un saluto.

    Perché tardasti a prenderlo quella mattina?

    Il taxi giallo era giù che ti aspettava.

    10 settembre 2002

    Ho compiuto ottant’anni.

    Ha ripreso a correre, il taxi giallo.

    Io ho deciso di scendere.

    10 settembre 2002

    Ho compiuto ottant’anni.

    Ha ripreso a correre, il taxi giallo.

    Io ho deciso di scendere.

     

  • 25 febbraio alle ore 16:09
    Il collegio, un'altra cosa

    Come comincia: Il collegio, un'altra cosa.

    Roma, stazione Termini. Arrivai carica di pacchi e di nodi in gola, con le altre cinque ragazze del mio paese che andavano, come me, in collegio e sembravano quasi allegre. Per Franca e Annunziata e Mariella era un rientrare dopo le vacanze estive. Per Maria Luigia, Lina e per me era il primo andare in collegio. Tutte avevano la mamma o il padre con loro, perché solo in seguito si stabilì che ci avrebbero accompagnato a turno, due genitori per noi sei.

    Io non avevo nessuno, perché mia madre si era presa l'asiatica con febbrone e così fui affidata alla mamma di Mariella, che ogni tanto mi chedeva come stai con una carezza sbrigativa sulle spalle che non mi allontanava neppure un attimo dai miei pensieri che poi chiamai, a torto, infelici.

    Ma perché dovevo andare in collegio a Roma... e lì subito le voci di mia madre e quelle di tutte le sue sorelle e fratelli... perché il collegio per studiare, e non solo per studiare, è un'altra cosa!

    Un'altra cosa da che, mi frullava e rifrullava per la testa tra i ricci increspati che invano tentavo di domare con inutili giochi delle dita. Ma io non desideravo un'altra cosa, veramente... veramente neanche quegli orribili ricci in testa desideravo, forse nemmeno le altre cinque studentesse per bene la desideravano, l'altra cosa, certo loro, con anonimi capelli a spaghettino e frangette al taglio di forbice casalinga. E però mi sembravano tranquille. Così incominciai, per via dei tormentoni, a sentirmi diversa. Ero dalla parte degli altri studenti che erano rimasti al paese, che andavano a frequentare, a fare, come dicevano tutti, le medie a Pescina. Con la corriera, con la levataccia, con i ricci ingarbugliati liberi di stare in testa senza imbarazzo, con pane casareccio e frittata nella borsa, con l'autista Francescone sempre in panne alle prese con il motore della corriera più vecchia della ditta"Terra & Caputi"... Francescone che, bestemmiando senza risparmiare neanche un santo, li faceva scendere per far spingere il bestione azzurro puzzolente di gasolio all'ordine "Vussét, vagliùùù!!"...spingete, ragazzi! E tutti sotto a spingere, a ridere, a rallentare la presa per entrare più tardi a scuola.

    Mi ritrovai, per un tempo sospeso, a spingere anch'io la mitica corriera, così che non mi accorsi quasi di essere salita su un tram, di aver sballottolato con la mia valigia nuova sulle rotaie di ferro che segnavano le strade di Roma invisibili ai miei occhi, di essere arrivata davanti a un enorme cancello grigio. Santa Caterina della Rosa, il collegio. "Suonare il campanello con delicatezza", altro che "vussét, vagliùùù!". Un'altra cosa.

    Salvo a capire dopo.

     

  • 25 febbraio alle ore 12:38
    UN'OPERA BUONA

    Come comincia: La timidezza? Coi tempi che corrono sembra non alberghi (vi piace alberghi?) né nei giovani e tantomeno negli anziani, ambedue le categorie hanno un bel da fare nel mantenersi a galla in una società spietata in cui i vecchi valori non hanno più senso, l’unica cosa importante è il guadagno conseguenza del lavoro, che spesso manca o si perde, o la ricchezza ereditata dai soliti culi… fortunati.Ebbene Ferdinando sin da piccolo aveva dovuto combattere con la insicurezza ereditata dalla madre, deceduta troppo presto, e malignamente sottolineata dal padre gran tombeur des femmes ma poco incline a capire la natura del figlio. Ferdy a scuola, dalle elementari alle medie superiori, cercava di mascherare questo suo problema con delle battute di spirito non sempre apprezzate dai compagni, in parole povere era diventato un solitario. L’unica sua fortuna era stata l’aver vinto un concorso  alla Camera di Commercio ma, ottenuta la indipendenza economica, decise di prendere il volo dalla casa paterna a Messina e comprare un’abitazione in provincia, ad Alì Terme, anche se ogni mattina doveva sobbarcarsi il tragitto da casa all’ufficio, l’importante per lui era star lontano da suo padre anche se formalmente i loro rapporti erano buoni.
    In ufficio la situazione non era migliorata, era l’unico scapolo che non faceva la corte alle damigelle dell’ufficio che volentieri di sarebbero accoppiate con lui tenuto anche conto che, tutto sommato, era un bell’uomo  altezza unoesettantacinque,  fisico longilineo, accuratamente vestito ma..ma..con difficoltà a relazionarsi col gentile sesso. Conseguenza che le dame come i compagni d’ufficio lo avevano dipinto come allergico al fascino femminile e quindi…
    L’unica persona che gli stava vicino moralmente era Anna  che spesso si rivolgeva a lui per pratiche d’ufficio per lei ostiche ma anche per alleviare i suoi stati d’animo. Anna era felicemente maritata con Alberto più anziano di lei, anche la baby era oggetto di pettegolezzi soprattutto da parte delle colleghe invidiose sia per la sua eleganza che per il patrimonio immobiliare del consorte ammontante a vari milioni di Euro. (Cosa viene e a fare in ufficio a rubare il lavoro a chi ne ha bisogno!) una delle tante frasi caustiche che però si ritorcevano sulle pettegole dato che non ottenevano alcun risultato.Un giorno Anna: “Ferdy perché non ti fai una crociera, a giorni attracca a Messina la Golden Star, fa il giro del Mediterraneo, è una nave modernissima, lì troverai di tutto dal teatrino alle piscine, alla casa da gioco, al vitto eccellente oltre che qualche bella in cerca di avventure…”Ferdinando nicchiò molto ma alle insistenze della piacevole collega di ufficio si convinse e prenotò una cabina singola con visione esterna, una delle migliori al primo ponte, quello più ambito.
    In sala mensa si trovò al tavolo di due anziani e simpatici signori con i quali legò sin quando la dama, cinquantenne, con un gran sorriso prese l’iniziativa e da sotto il tavolo gli mise un piede fra le gambe,  sicuro segno di gradimento della sua compagnia. Ferdy ancora infantilmente considerava le signore al di sopra di trent’anni anziane e quindi si guardò bene di aderire alla richiesta e cambiò tavolo. Evidentemente le dame della nave avevano scoperto in lui un fascino particolare, in quest’altro tavolo erano sedute tre ragazze decisamente appetitose, Freddy fu invitato mal teatrino, fece amicizia con loro e, alla fine dello spettacolo, si trovò una delle cotali in cabina che, con un gran sorriso, si spogliò completamente ed andò a farsi una doccia. Davanti ad un nudo femminile mai visto, Freddy rimase imbambolato, da quel suo atteggiamento la signorina capì bene che non era il caso di continuare e se ne andò sbattendo la porta e pensando “Proprio a me doveva capitare un omo!”
    Dopo questa figuraccia Ferdy non se la sentì più di continuare la crociera e sbarcò nel porto di Tangeri. Aereo per Catania e poi rientro ad Alì Terme quanto mai frustrato.Rintracciato al telefonino da Anna, quest’ultima capì che non era più sulla nave e si fece confessare, con lacrime amare,  la triste avventura che aveva profondamente colpito il suo collega e amico. Evidentemente Anna aveva l’anima del buon pastore, raccontò tutto al marito e poi una richiesta particolare: “Voglio andare a casa di Ferdy, non vorrei che facesse una sciocchezza, troppo è stato il suo shock!” Alberto la prese sull’umorismo: “Non vorrei che ti violentasse…” “Lo sai che quello è il suo grande problema, da quel punto di vista puoi stare sicuro, non è invece che tu approfittando della mia assenza…” “Mi hai dato un’idea, hai vista quella nuova inquilina del terzo piano, mi fa gli occhi dolci… “Ah occhi dolci non dire fregnacce!”Anna caricò qualcosa per la notte in un borsone, non sarebbe rientrata  in casa e domani era un sabato e quindi libertà anche dall’ufficio. Naturalmente chiamò al telefonino Ferdy che non credeva alle sue orecchie,  con un nodo in gola:“Ti aspetto…” La casa di Ferdinando era un unico isolato ad un piano, un grande giardino ed un canile dove di giorno dimorava Ras un bel pastore tedesco.“Non sapevo che avessi un cane, bellissimo. “ “Vuoi andare fuori a cena o preferisci…” “Preferisco mangiare a casa, ho portato una bottiglia di Lambrusco.”.”“Non so descriverti quello che provo per questa tua venuta, non so quello che penserà tuo marito ma può stare sicuro…” E questo è il punto pensò Anna, voleva aiutare il suo amico ma nello stesso tempo non creargli problemi se fosse stata esplicita in una sua richiesta sessuale e quindi, dopo cena, televisione come due buoni amici ma… “Ferdinando vorrei che tu provassi, insomma se non ti da fastidio che ne diresti di andare a letto insieme, fisicamente sei piacevole …” “Lo sai che per te farei qualsiasi cosa, lo sai che a letto sono un disastro ma…” Doccia insieme, Anna notò che in fondo Ferdy non ce l’aveva troppo piccolo anzi a riposo era più grande di quello di Alberto.Luci attenuate, nudi, Anna prese l’iniziativa chiedendo di essere baciata prima in bocca, poi sulle tettine ed infine sul fiorellino. Ferdy fece del suo meglio ed Anna si prese la sua dote di goderecciata con il cuinnilingus poi a sua volte  cercò una fellatio senza successo perché il ciccio di Ferdy proprio non ne voleva sapere di alzarsi. “Non ti preoccupare, m’è venuta in mente una certa idea e mi domando perché non ci ho pensato prima, ora ninna e appuntamento sabato prossimo a casa mia.”Quella per Ferdy sarebbe stata la settimana più lunga della sua vita, i giorni passavano lenti e il sabato alle diciotto posteggiò la sua Giulietta sulla strada per non dare adito ai vicini di Anna di malignare. Un mazzo di rose rosse precedette l’entrata in casa di Ferdinando che cercava di coprire la sua eccitazione in attesa della messa in atto di quell’idea di Anna che nel frattempo si dava da fare in cucina con piatti a base di pesce. “Ho un Verdicchio dei Castelli di Jesi, il mio amico Giorgio  me ne fa omaggio ogni anno ed io ricambio con dolci siciliani, è un po’ forte di gradazione.” E fu proprio l’eccesso di vino che portò Alberto a salutare e: “Ragazzi non vi offendete ma casco dal sonno, buonanotte!” Nessuno dei due ragazzi si offese anzi: “Ferdy prendi questa pillola, è un digestivo, ti farà bene.” I due uscirono  nel terrazzo anteriore, una vista mozzafiato del porto di Messina e della costa Calabra, Anna prese l’iniziativa e cominciò a baciare in bocca uno stralunato Ferdy che dopo un po’ di tempo ebbe una sorpresa molto gradita: il suo ‘ciccio’ stava aumentando di volume in maniera mai vista, Anna gli abbassò i pantaloni e gli slip dai quali emerse un coso lungo, molto più lungo di quello di Alberto pensò Anna, una sorpresa che si concluse con la masturbazione e la conseguenza goderecciata da parte di Ferdy che finì sulla  macchina di una zitella del primo piano che forse non avrebbe apprezzato…Ferdy sembrava impazzito, trascinato in bagno da Anna, dietro suggerimento di quest’ultima, si lavò ben bene il coso rimasto sul ‘presentatarm’ con gioia della sua compagna che lo trascinò sul divano per un’entrata trionfale nella sua gatta vogliosissima . “Ce l’hai molto lungo, mi sei arrivato al collo dell’utero, mai provato un simile piacere, non ti fermare!”” Nessuna fermata, Ferdy era diventato una locomotiva che smise di viaggiare allorché la sua compagna: “Mi hai distrutto, non ho mai goduto così in vita mia...Quella che hai assunto era la ‘Spedra’, da ora in poi non avrai più problemi di erezione, riposati poi torna a casa tua, preferisco per ora che mio marito non immagini quello che è successo, un bacione finale.” Dire che la vita di Ferdinando era cambiata  era dir poco, il signorino si sentiva sicuro di sé e cominciò a mettere in atto in ufficio una strategia particolare, tenuto conto della sua fama di impotente, decise di seguire una sua collega nel bagno delle signore, collega nota per le sue conquiste amorose: “Scusa cara ma il gabinetto degli uomini è occupato, ti dispiace se, data l’urgenza, uso questo?” e nel frattempo tirò fuori un ‘ciccio’ in piena forma che fece strabuzzare gli occhi alla dama la quale pensò bene di approfittare dell’occasione e di abbassare gli slip con la conseguenza ‘immisio penis gigans’ nel suo fiorellino. Ormai la sua fama era passata di bocca in bocca alle signore della Camera di Commercio e alcune, insoddisfatte delle prestazioni dei relativi coniugi, pensarono bene di ricorrere alle ‘cure’ di Ferdinando il quale però non dimenticava la cara Anna che aveva cambiato la vita. Un fine settimana fu invitato a casa da una Anna piuttosto impacciata : “Ferdy stavolta sono io a chiederti un favore molto particolare, un po’ me ne vergogno ma puoi non accettare…mio marito vuol vedermi far l’amore con te ed anche partecipare io…”Un sabato sera, dopo cena, un trio era affacciato alla ringhiera del salone: in mezzo Anna nuda con una vestaglia trasparente ed i due maschietti di lato in slip che facevano gli indifferenti ma ambedue arrapatissimi dalla situazione. Passaggio sul lettone di casa con Alberto supino, Anna sopra di lui con il ‘micio’ di Alberto in fica e Ferdy immerso nel meraviglioso culetto. Le posizioni cambiarono molte volte fin quando Anna decise  di prendere in bocca il coso lungo di Ferdy per una goderecciata finale e poi: i coniugi nel lettone e Ferdy sul divano un po’ tutti distrutti ma felici di quella esperienza  particolare.Ferdinando trovò una compagna ideale ma non dimenticò mai la bella, dolce e straordinaria amica che le aveva cambiato la vita ed ogni tanto…
     
     

  • 25 febbraio alle ore 9:18
    UNA DAMA DI CLASSE

    Come comincia: “Sto venendo a casa, novità poco piacevoli.” Anna posteggiata la Twingo nel cortile vide Alberto che la osservava dal balcone piuttosto preoccupato. A casa: “Mangia un boccone e raccontami tutto.” Anna dopo due forchettate di spaghetti rinunziò al resto del pranzo e: “Mi butto in braccia a Morfeo.” La situazione in casa M. era di recente peggiorata dal punto di vista finanziario, Alberto direttore di una di quelle piccole banche che in Sicilia sorgono come funghi era rimasto disoccupato per la chiusura del suo Istituto di Credito e attualmente svolgeva le mansioni di…casalingo. Anna, risvegliatasi dopo poco tempo, passò dal letto al divano e si posizionò con il busto sulle gambe di Alberto. “È venuto a Messina il direttore generale della mia banca, da quello che son riuscita a capire è previsto il licenziamento di un cassiere (oggi siamo in quattro) per mancanza di lavoro, oggi con i computer si eseguono operazioni che in passato venivano fatte solo allo sportello e quindi…esubero di personale.” “Perché dovresti essere proprio tu?” “Per un motivo molto semplice: Mauro il direttore della filiale da una vita mi fa una corte ossessionante e questa sarebbe la volta buona per un ricatto sessuale, perso il posto con i tempi che corrono  è inimmaginabile trovarne un altro, conclusione …” Questa la novità spiacevole  preannunziata da Anna. Alberto era rimasto basito: insieme alla consorte abitava a Messina in viale dei Tigli in un appartamento di loro proprietà ma …tutto il resto. Un pesante silenzio era sceso fra i due coniugi, la sera, il buio.La prima a riprendersi era stata Anna, era andata in cucina a preparare la cena seguito da un Alberto con la coda fra le gambe. “Maritino mio, nella vita c’è sempre una soluzione ai problemi ma… fra l’altro il direttore generale, un certo Freddy, mi ha fatto anche lui un sacco di complimenti espliciti e così mi trovo addosso due allupati, ti rendi conto della situazione?” Come dare torto ai due zozzoni?  Anna m.175, longilinea, viso sbarazzino  sempre sorridente, tettine volte in alto forza tre, vita stretta, gambe chilometriche, era un gran pezzo di gnocca che Alberto aveva conosciuto all’Università e da allora era stati sempre insieme. “Ultime novità: alla chiusura della banca siamo rimasti in tre, i due si guardavano e ridevano facendo esplicito riferimento al mio sedere, mi hanno abbracciato, abbassato le mutandine e toccato a lungo il mio popò  tirando fuori il loro uccello duro e chiedendomi di far loro un pompino. Li ho accontentati con una sega ma ho dovuto promettere di invitarli domani a cena a casa nostra anziché seguire i loro desiderata di andare nell’albergo di Freddy, mangiare lì e poi tutti e tre in camera. Mi sarei sputtanata e quindi ho scelto il male minore, molto freddamente ho fatto da sindacalista col mio sesso: rimanere al mio posto di lavoro e aumento di 500 Euro al mese, arrapati come erano hanno acconsentito, ci dobbiamo organizzare per domani sera, spero tu sia d’accordo…Ricordo un aforisma di Omero: ‘A chi è nel bisogno non si addice il pudore.’” Alberto guardava nel vuoto, d’accordo che i tempi erano cambiati e non certo in meglio ma: “Se non c’è altra soluzione…”  Per far venire i due ospiti a casa, Anna decise di usare la sua auto anzichè fruire della Maserati di Freddy, avrebbe dato troppo all’occhio nel cortile. La mattina seguente la padrona di casa si alzò tardi, gli ultimi avvenimenti l’avevano svuotata di energie ma la sua determinazione era rimasta intatta: “Non ho alcuna intenzione di cucinare, ci faremo portare la cena pronta dal ristorante di Salvatore.” E così fu: pappardelle al sugo di pesce, sardine fritte, gamberi panati, trancio di spada, involtini di aguglia e tanta insalata. Ananas e caffè forniti dalla casa. I due compari si presentarono alle sette e trenta prima dell’orario previsto, ovviamente arrapati, il classico mazzo di rosse che Alberto avrebbe volentieri buttato nella spazzatura.  Anna elegantissima fece gli onori di casa, fece visitare ai due tutto l’appartamento indicando loro all’orecchio il bagno che avrebbero usato per…per,  poi si erano affacciati dal balcone anteriore dove si godeva di una vista mozzafiato del porto di Messina e della costa calabra.  Freddy a questo punto si ricordò di aver ‘posteggiato’ sua moglie Gloria all’hotel San Domenico di Taormina, col telefonino le augurò buona notte come pure fece Mauro la cui moglie Ada ben poco gli credette quando le disse che era con il suo capo. La cena ebbe un successo relativo, i due compari avevano ben altro per la testa ma nel frattempo Freddy aveva scoperto un mucchio di CD con musica sud americana e, messo il moto il giradischi, cominciò un ballo strettissimo con la padrona di casa sin quando Mauro: “Freddy guarda che foto magnifiche di Anna al mare.” In verità la baby indossa un bikini molto ridotto. La parte superiore copriva a malapena i capezzoli, il piccolo triangolino anteriore lasciava intravedere davanti qualche capello castano per non parlare del sedere coperto solo da un filo nero. Le foto aveva dato il via alla pugna, Alberto seguì all’inizio le gesta dei due che a turno entrarono nel bagno loro assegnato per poi posizionarsi nel suo lettone  poi  gelidamente rientrò nel soggiorno e si mise una cuffia per sentire l’audio del televisore escludendo ogni altro suono. Anna nuda era stupenda e senza accorgersene si trovò subito un coso duro in fica quasi subito allagata. ”Piano ragazzi abbiamo tutta la sera.” Il primo zozzone era stato Mauro, Freddy si era poi disteso supino sul letto e abbracciando la bella padrone di casa cominciò a baciarla in tutto il corpo. Alberto voleva tenere sotto controllo la situazione, una volta vide la sua beneamata a quattro zampe che succhiava il membro di uno dei due mentre l’altro si era impossessato del buchino posteriore, la seconda volta Freddy era disteso supino con Anna sopra il suo uccello e Mauro anche lui alle prese col culino che stava facendo gli straordinari. Alberto decise di non fare più il guardone, quei tre stavano ripassando tutto il kamasutra. Si era appisolato quando Anna: “Sto riportando a casa i miei amici, vai a riposarti.” Al suo rientro solo un bacino in fronte al marito che non avrebbe di certo gradito un bacio in bocca. Freddy aveva consegnato ad Anna un suo biglietto da visita col nome della moglie e col numero del telefonino pregando Alberto di andarla a trovare a Taormina per farle da Cicerone in considerazione dei molti suoi impegni in Sicilia. Ma quali impegni, il direttore generale aveva chiesto ad Anna di seguirlo nel suo giro turistico dell’isola con la sua Maserati, Alberto non si era opposto ben sapendo che, anche col nuovo stipendio di Anna, di viaggi non se ne sarebbe proprio parlato e voleva anche dire che la sua dama aveva apprezzato quell’invito e poi prevalse la curiosità di conoscere la signora in questione che aveva intuito che doveva essere più anziana di età del marito ma molto ricca. “Signora sono Alberto M., abito a Messina, mia moglie è impiegata presso il vostro istituto, suo marito mi ha chiesto di contattarla a Taormina, se lei è d’accordo…” Perplessità dall’altro capo del telefonino…”Va bene, l’aspetto.” Alberto era tutto eccitato mentre sua moglie si era fatta e tuttora si faceva strombazzare da Freddy chissa che non ci uscisse qualcosa per lui, si vestì in fretta a di volata giunse a Taormina, stanza 223 toc toc. Uno spiraglio della porta aperto, sguardo interrogativo di una signora in vestaglia. “Signora sono Alberto M. vedo che forse sono in anticipo, l’aspetto nella hall.” Il tempo passava ma della signora nemmeno l’ombra, Alberto controllava i vari personaggi che uscivano dall’ascensore finché si stancò e si mise a leggere il quotidianolocale. Ad un certo punto si sentì toccare su una spalla,”Scusi il ritardo, sono Gloria.” Alberto si era trovato dinanzi una signora piuttosto alta di statura, ben truccata, vestita elegantemente perfino con un cappello  cosa inusuale per quelle parti, si alzò in piedi e dopo un finto baciamano. “Dove vuole andare?” “È lei il Virgilio della situazione!” “Andiamo sul classico, il corso principale dove vi sono tanti negozi che credo le interesseranno.” “Senta sono due giorni che sono chiusa in una camera d’albergo, ho bisogno d’aria e sai che ti dico diamoci del tu.” E lo prese a braccetto ridendo “Ci prenderanno per madre e figlio, quanti anni hai?” “Trentadue.” “Quant’é bella giovinezza…” “Gloria penso che ti interesseranno i negozi di abbigliamento, non hai che l’imbarazzo della scelta, se vuoi, io starò a guardarti ed ad approvare o meno le tue scelte.” Ho fatto inviare i miei acquisti in albergo, vorrei bere qualcosa di locale, che mi consigli?” “Ovviamente una granita alla fragola, è deliziosa.” Sulla via del ritorno una gioielleria: “Vorrei acquistare qualcosa , entriamo.” Si era presentata una commessa ma il padrone del locale, visto lo stile della signora: “Teresa ci penso io, madame in cosa possiamo esserle utile?” “Mi consigli qualcosa per mio nipote, qualcosa di classe.” “Andiamo sul classico un orologio marca Rolex sono quelli più di moda, questo in vetrina è un esempio, certo è un po’ caro €.7.500.” “Mi pare che ne esistano di più belli.” “Allora le mostro un pezzo unico, favoloso, certo il prezzo sale  a €. 15.000.” Alberto girava per il locale seguito dalla commessa. “Alberto vieni a vedere se ti piace.” “Molto bello e di classe.” “Allora lo prendo, ovviamente ho la carta di credito quindi le propongo di metterlo da parte, le do un mio biglietto da visita con il numero telefonico del direttore della mia banca, lunedì potrà contattarlo e lei cortesemente me lo farà pervenire all’hotel S.Domenico.” “Madame farò per lei una cosa per me inusuale, le darò fiducia, potrà portare con sé il Rolex.” “Gloria sai che ti dico, invece si infilarci in quei ristoranti di lusso pieni di gente dove ti fanno aspettare molto tempo prima di servirti, cerchiamo una trattoria, una di quelle a conduzione familiare dove si mangia bene e si spende poco.” Scesero vari gradini sinché non incontrarono una scritta ‘Trattoria da Gino, pesce freschissimo.’ Venne loro incontro il titolare con tanto di parannanza: “Signori è ancora presto per il pranzo ma se restate avrete: risotto sai frutti di mare, triglie di scoglio, acciughe e merluzzi, ho una barca, li ho pescati stanotte.” “Bene Gino aspetteremo nel frattempo andremo a rinfrescarci, vero caro.” Il bagno, more solito in fondo a sinistra era grande e ben pulito. Non appena chiusa la porta Gloria francobollò le labbra di Alberto con le sue, sembrava invasata, abbracci prolungati, lingua in bocca, anche un seno venne fuori ed ebbe la sua parte di bacini bacioni, in un abbraccio più prolungato Alberto ebbe la sensazione che la signora aveva goduto alla grande ma ebbe il buon gusto di non fare domande oziose,  era chiaro che la dama aveva una fame arretrata in fatto di sesso, suo marito viaggiava per altri lidi. Gloria si ricompose, più sorridente, distesa e anche più bella. Il pranzo buonissimo, anche per i motivi suesposti, ebbe molto successo.  Alberto aveva portato a conoscenza di Gloria la sua posizione patrimonial finanziaria. “Apri la borsa, cento Euro dovrebbero bastare.” bastarono, i due diedero appuntamento a Gino per i prossimi giorni il che voleva dire che la presenza di Alberto a Taormina si sarebbe prolungata anche perché nel frattempo gli giungevano telefonate da parte di Anna: “Sono a Cefalù, un posto meraviglioso.” “A Trapani abbiamo visitato le saline.”Ad Agrigento nella valle dei Templi.” “A Siracusa nei siti archeologici. “A Noto…” Nella strada del ritorno in albergo Gloria si fermò in farmacia e Alberto in profumeria  per acquistare attrezzi per la barba, il prolungamento della sua visita a Taormina non era stato previsto. Gloria di chiuse in bagno, Alberto nudo come un verme, disteso sul letto ascoltava musica proveniente da un filodiffusore, si era addormentato quando…”Non si viene in posti di villeggiatura per poltrire, alza la bandiera!” e aveva preso in bocca il nobile di Alberto che ben presto rispose all’appello. Un sessantanove è il classico inizio di un rapporto prolungato, dopo le ripetute e rumorose  goderecciate da parte del clitoride di Gloria, il ‘ciccio’ cominciò a penetrare lentamente ma inesorabilmente dentro la bagnata  natura della compagna che: “Accidenti quanto ce l’hai grosso, non mi dispiace anzi, a me piace godere molte volte di seguito anche se avevo perso da tempo questa abitudine.” Un filosofo greco aveva lapalissianamente affermato che anche le cose belle finiscono, e così fu, i due si ritrovarono abbracciati immobili viso contro viso quando: “Caro sono a Catania, andremo a teatro, Freddy mi ha comprato un vestito da sera.” La ditta Freddy Gloria stava foraggiando il duo Alberto Anna i quale preferì restare a impigrirsi nella stanza facendosi portare una cena fredda con del vino bianco dell’Etna. “Amore mio (posso chiamarti così?) avrai notato che i miei peli del pube sono bianchi, nell’istituto di bellezza che frequento volevano colorarli in nero, ho preferito solo cambiare il colore dei capelli, sono di un grigio azzurro molto di moda, ti piacciono?” Ad Alberto aveva cominciato a piacere troppo la signora: il suo sorriso, la sua affabilità, la signorilità e qui cominciarono i suoi problemi psicologici che scacciò subito dal cervello, non voleva complicazioni.  I giorni seguenti visita alle località viciniore e poi scorpacciate presso la trattoria di Gino e di sesso il più frenato in albergo, due sposini in viaggio di nozze. Ultima richiesta da parte di Gloria: “Mi posiziono prona con la gambe aperte e tu approfitta del mio buchino posteriore, con delicatezza dato il calibro del tuo coso. Gloria toccandosi anche il clitoride ebbe orgasmi ripetuti sinché: “Sento che la pressione si abbassa, non vorrei…” Alberto vide i titoli sui giornali: “Signora a Taormina muore di sesso.”
    “Freddy ha deciso di rientrare a Messina domani, fatti trovare a casa.”  La telefonata di Anna ghiacciò Alberto, era un ordine:”Ce la siamo spassati ambedue è ora di tornare alla normalità.” “Mio caro vorrei da te un ricordo, qualcosa di fattivo come per esempio il tuo orologio Seiko, magari uno scambio col Rolex. Alberto c’era arrivato in ritardo, la visita in gioielleria era stata organizzata per lui. “Cosa dico a mia moglie?” “Quello che ti dirà lei quando dovrà mostrarti il regalo di mio marito.” Una famiglia di generosi! Un velo di tristezza calò sui due, Anna aveva ottenuto quello che desiderava (oltre che diciamolo francamente divertirsi sessualmente), Freddy aveva concluso un’altra delle sue tante relazioni extra coniugali l’era spassata alla grande, Gloria era tornata indietro di vent’anni provando sensazioni bellissime non solo dal punto di vista sessuale, capì che si era innamorata di Alberto, un bel guaio! Alberto…Alberto era confuso: aveva immaginato cose irrealizzabili: di lasciare la moglie e mettersi con Gloria, col tempo però avrebbero preso la sua compagna per sua madre e poi non era innamorato di Anna? Non seppe rispondersi, si erano conosciuti da studenti e da allora erano stati sempre insieme ma in fondo non  aveva provato quelle sensazioni che Gloria gli aveva dato, un bel pasticcio.Incontro piuttosto formale fra i due coniugi, la solita frase insulsa: “Tutto bene?” “Tutto bene cosa…” Ambedue compresero che qualcosa era cambiato fra di loro e non solo in fatto  di sesso. Alberto decise di non voler seguitare a fare il casalingo sarebbe stato per lui degradante, chiamò Gloria chiedendogli un grosso favore: un posto nella loro banca. L’ottenne a Catania, a Messina l’organico era in soprappiù. Alberto ed Anna presero ognuno la propria strada, fra loro non c’era più feeling, Gloria di tanto in tanto raggiungeva in aereo Alberto a Catania ma non c’era più lo slancio iniziale non avevano più nulla da dirsi tanto che dopo pochi mesi si lasciarono, una bella storia finita tristemente, così va il mondo!

  • 24 febbraio alle ore 19:27
    Resilienza

    Come comincia: Linda Landi   30 novembre 2018 · 

    Perché far ridere i polli?
    Mi chiede il mio amico Pino

    Non so, forse perché sono rimasta sola.
    O ritrovare me stessa.

    Nel Natale 2012, eravamo solo Annarita N. ed io nel grande Open Space del nostro dipartimento nei due giorni lavorativi tra Natale e Capodanno.
    Il secondo giorno Annarita mi chiese, con educazione e rispetto, delucidazioni sul mio stato che durava da mesi.
    Le dissi solo il 10? il 30%? di quello che mi era capitato.
    Le risposi: "Nel marzo 2011, sulla base di una certa diagnosi, ho subito un intervento. E dopo l'intervento mi hanno detto che non avevano trovato niente. Nel febbraio 2012, a seguito di un controllo, mi hanno fatto la stessa diagnosi dell'anno precedente."
    "Linda!", fece Annarita, "e quello che è capitato a te avrebbe ammazzato un elefante! Comunque puoi stare tranquilla che io non dico niente a nessuno."

    Uno dei primi giorni di novembre Pino mi fa: "Sai Linda, ci stavo pensando proprio uno di questi giorni. Se, dopo quello che ti è capitato, sei ancora in piedi e combatti vuol dire proprio [scusate] che hai veramente le palle!"
    (Scusa Pino, se non ti cito alla lettera, ma credo che il senso fosse questo e le "palle" le ho citate correttamente).

    Ed io ho pensato "Toh, qualcuno se ne è accorto!".
    E nella mia famiglia, incluso quel tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato, stanno solo a criticarmi ed a giudicarmi. Solo mia madre, poverina, anche se (forse) non capisce, mostra un po' di comprensione.

    Comunque mercoledì ho ricevuto altri colpi. Fisici. E pesanti. Oltre che morali. E visto che sento ancora adesso le conseguenze sul mio organismo, mi chiedo quanto ancora potrò resistere.

    Giusto come comunicazione di servizio.

    Un'altra precisazione. Come mai a 33 anni una dottoressa che mi aveva diagnosticato qualcosa di brutto al seno non mi ha fatto scema ed invece a 45 anni mi sono fatta fare scema da un'amica (medico radiologo), con la quale avevo cenato tante volte a casa sua, oltre che da ben due specialisti del settore, uno ex-primario (in pensione) del più grande ospedale di uno dei capoluoghi della Campania, un altro (attualmente ancora primario) del più grande ospedale di un altro capoluogo della Campania, che mi è stato venduto come il numero 2 in Italia del settore?
    Perché a 33 anni non ero in depressione, non avevo contratto regolare matrimonio, e le mie decisioni le prendevo da sola (ed anche perché il Signore mi ha fatto incontrare il dottore Silvio Pignata che mi ha salvato).
    A 45 anni ero andata in depressione da un paio di mesi (ma l'ho accettato solo più di tre anni dopo), purtroppo avevo contratto regolare matrimonio e, grazie alla mia depressione, condividevo, se non addirittura mi facevo guidare nelle mie decisioni, da quel tizio e perché, proprio perché avevo contratto regolare matrimonio (ma adesso sarebbe troppo lungo spiegare), non mi recai in tempo dal dottor Silvio Pignata.
    Comunque il danno fisico di quell'intervento inutile non era grave. E' stato il danno psicologico unita alla depressione che ha portato gravi conseguenze. Principalmente unito al fatto che quando il numero 2 in Italia durante l'intervento non trovò niente, aveva preso una cantonata pazzesca, come scoprii due anni dopo.

    In breve, ritengo che quello che è successo a me ed a mio fratello è stato dovuto al fatto che nella mia famiglia si tendeva a mortificare l'altro (dalla mia analisi, ciò veniva fatto dai due elementi maschili più adulti della famiglia, anche se proprio il più adulto dei due non se ne accorgeva, e non lo faceva in mala fede, perché era buono, lo faceva in linea con uno stile educativo dell'epoca ed era uno stile ereditato, ed io imparai purtroppo solo dopo i 18 anni a difendermi ed, in parte (e non sempre), a correggerlo; solo il pomeriggio del 4 gennaio di quest'anno, troppo tardi per mio fratello, ho capito con sgomento che avrei dovuto (e potuto) usare la stessa tecnica con il secondo elemento maschile più adulto della famiglia, anche se in questo caso a me sembrava che era subentrata "'a cazzimma").
    Inoltre io avevo dovuto vivere i primi 9 anni della mia vita a contatto con zii e cugini che hanno per loro principio che devono "Stare <<'a copp'>>" e non perdevano (e non perdono) occasione per mortificarti. 
    Credevo che mio fratello di questo non ne avesse risentito, avendo vissuto vicino a loro solo per il primo anno di vita, ma ora a pensarci bene, abbiamo continuato a frequentarli e siamo stati vicini estivi sin da quando mio fratello aveva 5 anni e forse anche lui, che ha mantenuto il suo affetto fino all'ultimo per la famiglia 'allargata' (come io, scema, fino a 10 anni fa ed anche oltre ('a ri-scema), dopo che hanno continuato a massacrarmi), è stato vittima.

    Mio fratello ed io siamo degli 'ipersensibili':
    vedi "Mi dicevano che ero troppo sensibile" di Federica Bosco.

    Purtroppo non ho avuto il tempo di leggerlo, ho potuto solo sfogliarlo e leggerne qualche pezzo. 
    Mi ci ritrovo almeno per l'80%.

    E penso solo adesso, da un paio di episodi di quando mio fratello aveva tre anni, che anche lui è un 'ipersensibile'.

    E circa 10 anni fa lessi che la malattia che gli avevano diagnosticato (su questo spero di avere occasione di tornare) negli uomini si sviluppa in genere sui 18-19 anni, mentre nelle donne a 45 (e pensai: devo stare attenta). Tranquilli, nessuno me l'ha diagnosticata: manca il sintomo fondamentale che è associato a quella malattia.
    L'unico neurologo che ha esteso l'ora di visita a tre ore per ascoltare tutta la mia storia (che parte da quando il secondo elemento maschile più adulto della famiglia mi disse: "Se papà muore è colpa tua" ed il giorno dopo mi mise le mani addosso) ha decretato: depressione reattiva.
    "Ovvio, il medico dice "sei depresso", nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento.", cantava Francesco Guccini.

  • 24 febbraio alle ore 19:14
    Come fu e come non fu

    Come comincia: Linda Landi   14 dicembre 2018 · 
    Lo so, voi pensate ad Antonio [Megalizzi] o ai fatti vostri, ma io, dopo essermi scolata mezza bottiglia di Coda di Volpe, penso a questo.

    E così, come fu, come non fu, la sera di un lunedì dei primi di marzo del 2004, mia madre (per telefono?) mi disse che il medico curante di mio padre (che era anche il mio) aveva detto che mio padre doveva ricoverarsi. Si erano recati all'ospedale ed al pronto soccorso non avevano individuato alcun motivo per il ricovero.
    E così il giorno dopo mi reco da Carlo, il medico curante, e gli chiedo: "Cosa ha mio padre?". Esco dal suo studio con le lacrime agli occhi e, poiché Carlo ha urlato abbastanza forte in modo che tutto le persone nella sala d'attesa sentissero, tutti mi guardano con tanto d'occhi. Carlo mi aveva dato ad intendere che sospettava qualcosa di serio alla colecisti e, aveva urlato, che quelli del pronto soccorso dovevano essere denunciati per omicidio.
    Mio padre si reca di nuovo al pronto soccorso e di nuovo gli negano il ricovero.
    Mio padre si reca presso una struttura privata della nostra città e lì il responsabile del settore chirurgia lo assicura che non è necessario alcun ricovero. E' sufficiente una cura che seguirà lui stesso. Questo mi riferisce mia madre due o tre giorni dopo.
    Per mia esperienza personale, consideravo quel medico uno 'scarparo' e lo dico a mia madre. "Come!", fa mia madre, "Ha curato tanto bene tuo padre quando fu ricoverato! Ed ha curato tanto bene zia Gina!". Sì, perché fino a pochi anni prima quel responsabile della clinica privata era stato anche primario di un reparto dell'ospedale locale.
    "E Carlo che ha detto?", chiedo a mia madre. Mia madre mi lasciò intendere che Carlo avesse detto: "Va bene."
    Solo in seguito venni a sapere che Carlo si era stretto nelle spalle con un'espressione dubbiosa del viso.
    Perché consideravo quell'ex-primario di struttura pubblica ora primario di una struttura privata uno 'scarparo'?
    Perché nel marzo 1993 mi ero trovata con una pallina da golf che mi era cresciuta internamente sotto al mento. Non me ne ero curata. Stavo seguendo un corso a Roma per il quale avevo ottenuto la quarta in graduatoria su trenta borse di studio e non avevo tempo. Il mio allora fidanzato diceva ai miei: "Oh, volete vedere di che si tratta?", ma solo dopo la morte del padre del mio allora fidanzato, mio padre andò in panico e, probabilmente mi portò dal responsabile di reparto di questa struttura privata. Questi mi dette appuntamento per un'ecografia. Era la prima volta che sentivo parlare di ecografia. Con questa ecografia mi recai alla clinica Eastman di Roma, probabilmente consigliata da un conoscente di mio fratello maggiore che lavorava a Roma.
    Quando il medico della Eastman vede le ecografie, le lancia in aria chiedendo: "Ma chi le ha fatte queste ecografie, un pagliaccio?" E mi spiega cosa deve fare un vero ecografista. Ne dedussi che il responsabile del reparto della clinica privata del mio paese aveva comprato il macchinario e lo usava senza la dovuta preparazione.
    Quando nel '99 conobbi il dottor Silvio Pignata capii la differenza tra chi usava il macchinario per le ecografie tanto per farlo ed un vero e competente ecografista.
    Ma non finisce qui. Il responsabile della clinica privata mi sottopose anche ad ago aspirato. 
    Mesi dopo, quando finalmente, finito il corso, mi decisi a farmi asportare la palla da golf , dopo l'intervento, ed accertata la natura rassicurante di quanto era stato asportato, mio padre mi riferì che il primario del reparto del I Policlinico di Napoli aveva chiesto: "Ma chi ... ha fatto l'ago aspirato? Per fortuna era una formazione benigna! Altrimenti avrebbe fatto diffondere le cellule malate per tutto l'organismo!".
    Quindi avevo le mie buone ragioni per pensare che quel ex-primario di struttura pubblica, ora responsabile di struttura privata, era uno 'scarparo'.

    Cinque, sei giorni dopo, mio padre si ritrova ricoverato d'urgenza nell'ospedale locale. Questa volta i medici del pronto soccorso non gli hanno negato il ricovero.
    Vengo a saperlo mentre mi sto recando a Monte Sant'Angelo, alla 'Federico II' per il primo esame di uno dei due corsi di specializzazione che sto seguendo. Mi fermo più volte sulla corsia di emergenza della A30 per telefonare e capire cosa stia succedendo. Alla fine decido di proseguire ed andare a sostenere l'esame. Un inaspettato 30 e lode. Soprattutto la lode. La docente ha deciso di darmela all'ultimo momento. Quel risultato sembra indispettire una mia compagna di corso. In seguito mi chiede di vedere la relazione che avevo presentato per quell'esame. Gliela invio. E dopo la mia compagna non ha più niente da recriminare.

    Due, tre giorni dopo i medici del reparto ci dicono quello che ci devono dire.
    Riferisco a Carlo che è sollevato: "Meglio così. Io avevo pensato ad un tumore della colecisti ed il tumore alla colecisti è molto aggressivo."
    I medici del reparto si prendono cura di mio padre come se ne devono prendere cura e mio padre, ricoverato un giovedì dell'ultima decade di marzo, viene dimesso un lunedì della prima decade di maggio.

    Mio fratello che vive e lavora a Roma è qui e mi dice di andare al lavoro: "Vado io a prendere papà. Tu dovrai prendere giorni di permesso per seguire la situazione nei giorni a venire."

    Nel pomeriggio mi telefona: "Al reparto mi hanno detto che tra qualche giorno devi telefonare per farti dire quando papà deve iniziare la terapia".

    Faccio passare qualche giorno e telefono. Mi risponde una voce perplessa: "Deve esserci stato un equivoco: telefoneremo noi".

    [to be continued]

  • 24 febbraio alle ore 18:03
    ALBERTO MINAZZO INVESTIGATORE PRIVATO

    Come comincia: Alberto Minazzo era ad una svolta della sua vita. Quarantacinquenne ancora prestante e di bell’aspetto rivestiva il grado di maresciallo aiutante della Guardia di Finanza a Messina. Romano di nascita, al momento della conseguimento dei gradi da sottufficiale era stato trasferito, con sua poca  gioia, in Sicilia, prime sedi Isole Eolie in cui aveva anche la qualifica di Reggente Doganale e di Delegato di Spiaggia della Capitaneria di Porto, non si poteva lamentare sia dello stipendio che dei suoi poteri in quanto un po’ tutti gli eoliani dovevano rivolgersi a lui per le loro esigenze di trasporto via mare, in particolare i pescatori che facevano i ‘furbi’ nello scaricare il consumo del gasolio a prezzo agevolato. il buon Alberto nella maggior parte dei casi chiudeva un occhio anzi tutti e due conoscendo la dura vita di quella categoria per essersi lui stesso imbarcato una notte su  un peschereccio con tanto di lampara. Un discorso a parte per la conoscenza di femminucce soprattutto turiste, che ben volentieri si ‘accompagnavano’ con lui. Durante l’inverno, in mancanza di turiste si era buttato, ricambiato, su una maestra di bell’aspetto per poi sposarla una volta trasferito a Messina. Dopo il primo anno di buoni rapporti erano sorti dei dissidi dovuti al pessimo carattere della consorte con la conseguenza che la cotale, di cui Alberto non voleva ricordare nemmeno il nome, aveva preso il volo con un proprietario terriero lasciando in marito in confusione mentale. Non volendo più restare nell’abitazione condivisa con l’ex moglie, chiese aiuto ad una amica titolare della palestra che frequentava, tale Ambra Cialona la quale aveva per lui una simpatia, ma semplice simpatia in quanto ‘abitava’ nell’altra sponda come si poteva rilevare dalla sua immagine: capelli cortissimi, mascella volitiva, naso non proprio piccolino, bassa di statura ma molto muscolosa. Ambra, conosciuta la ‘fuitina’ della moglie di Alberto, gli aveva proposto di lasciare la precedente abitazione e trasferirsi in un appartamento sfitto sopra la sua palestra in piazza Castronovo. Passato il solito casino del trasferimento della mobilia ed altre rotture di scatole conseguenti, Alberto invitò a cena Ambra  insieme alla sua collaboratrice italo-inglese Alice Valle. Ragazza bionda, longilinea occhi azzurri, insomma con tutte le caratteristiche fisiche  materne. Alberto, che aveva imparato a cucinare quando, da finanziere, era in servizio ad un distaccamento delle Fiamme Gialle sopra Domodossola ricevette i complimenti delle due donne. Alla fine del pasto: “Albertone  di femminucce è pieno il mondo e mi risulta che tu non abbia problemi con loro, anche la tua Jaguar X Type è un’attrazione per le ragazze, insomma sei un tipo ‘papabile’, datti da fare!” Alberto in possesso di un computer personale, di due telefonini, ogni tanto andava in un negozio specializzato ad acquistare gadget moderni: dall’allarme per l’abitazione alle ’cimici’ ed un po’ tutti gli oggetti che potevano  ‘impicciarsi’ dei fatti altrui, era un suo hobby. Fornitore era tale Ciro Esposito, un napoletano trapiantato a Messina per una ‘minchiata’ come diceva lui: aveva messo incinta una deliziosa ventenne che apparteneva ad una famiglia di ‘facce tagliate’ il cui capo famiglia gli aveva ‘consigliato’ di sposare la nipote. Alberto lo aveva conosciuto in occasione di una verifica fiscale durante la quale aveva ‘dato una mano’ al titolare dell’esercizio che non dimenticò il favore. Munito di una ‘cimice’, un giorno si presentò in caserma con l’animo del ‘moquer’ per prendere in giro qualcuno. Quel qualcuno si materializzò nel brigadiere Carmelo Scilipoti con cui aveva un conto in sospeso o meglio lo Scilipoti lo aveva con lui. Il predetto sottufficiale, addetto alla contabilità della Colonia Marina delle Fiamme Gialle di Mortelle, un giorno di luglio era a Messina per disbrigo pratiche inerenti il suo lavoro. Il buon Alberto si era ritirato nella sua cabina lontana dalla sala mensa per sgranocchiare un panino col prosciutto non apprezzando il vitto della comunità. Ad un tratto si era presentata in cabina Anita Impallomeni, consorte del sopracitato brigadiere la quale, senza pronunziare parola,  si era denudata e preso a baciare Alberto il cui ‘ciccio’ prese ad ‘innalzarsi’ e quindi a posizionarsi dentro la dolce ‘gatta’ per un bel po’ sino a quando l’Anita decise di ritirarsi sempre senza pronunziare verbo. Forse qualcuno del lido si era accorto della manovra riferendola al marito della cotale, fatto sta che fra i due non correva buon sangue. Alberto incontrando lo Scilipoti gli pose una mano sulla spalla appiccicandogli una cimice della portata di duecento metri,  fece finta di andare in bagno per spiare quello che avrebbe detto il sottufficiale in sua assenza: “Stò gran cornuto, sapete che la moglie l’ha fatto becco e lui fa tanto lo spiritoso!” “Rientrato nella stanza Alberto aprì il suo telefonico e: “Signori volete sentire l’opinione che ha di me il qui presente brigadiere, ascoltate.” Risuonò la voce dello Scilipoti che, al fine di evitare guai, sparì dalla circolazione. Quello fu il debutto dei gadget acquistati da Alberto dall’amico Ciro dal quale si fece consegnare altri aggeggi come telecamere funzionanti o finte, video registratori, un binocolo di grande potenza, metal detector, occhiali con retrovisione, insomma un armamentario da investigatore privato. Alberto, andando in pattuglia con colleghi per effettuare verifiche tributarie si era accorto che alcuni si facevano corrompere, d’istinto decise di lasciare la divisa non voleva finire in un’inchiesta giudiziaria. Nessuna problema finanziario perché avrebbe percepito una pensione ed inoltre aveva ricevuto in eredità da suoi parenti, un bel gruzzolo. Presentata l’istanza di congedo fu chiamato dal Colonnello Comandante il quale: “Minazzo, premesso che nessuno è indispensabile ma tutti siamo utili vorrei che anche dopo la pensione lei ci desse la sua collaborazione in particolare come fotografo, non ho nessuno con cui sostituirla.” “Comandante sarò lieto di aderire alla sua richiesta.” Ambra venuta a conoscenza della notizia: “Mio caro dato che non sei più in servizio avanzo una proposta: iniziare la carriera di investigatore privato; in una traversa di via Garibaldi c’è lo studio di un investigatore ‘Occhio di Lince’ il cui titolare, ormai anziano, si reca in ufficio solo per passare il tempo, niente più clienti, gli telefonerò e, se sei d’accordo potrai affiancarti a lui.” Amedeo Guttuso, titolare della agenzia accolse calorosamente quell’ex maresciallo che voleva aiutarlo nel suo lavoro. Alberto messi insieme tutta una serie di documenti, ottenne dalla Prefettura, con l’aiuto di un amico lì impiegato la licenza di investigatore privato comunicando la sua nuova attività al Colonnello Comandante il quale: “Giusto a lei pensavo, venga a trovarmi in ufficio.” “Ho un problema che i miei collaboratori non riescono a risolvere: dal Comando Generale mi hanno segnalato che a Messina c’è un mafioso che tratta lo spaccio di notevoli quantità di droga direttamente con fornitori colombiani, non riusciamo ad individuarlo, lei in passato ha avuto contatti per servizio con elementi della mala locale, veda se riesce a scoprire qualcosa, le sarei grato, si tratta anche della mia carriera.” Alberto pensò subito a Ciro il cui suocero era addentrato nel campo della malavita,  invitò a pranzo Salvatore Settineri, il suocero di Ciro e sua figlia Simone, di madre francese, oltre naturalmente Ciro e la consorte Carmela. In un secondo tempo Alberto venne a sapere che la madre di Simone, di nazionalità francese, aveva preferito al sole della Sicilia le brume di Parigi.  Alberto, al fine di far bella figura si fece preparare il cibo da una vicina trattoria facendolo passare per cucinato da lui e, ovviamente ricevendo i complimenti dei presenti. Alla fine del pasto. “Signor Salvatore vorrei parlare con lei di una questione delicata, andiamo nel mio studio.” “Vedo che ha la licenza di investigatore privato, che casi gli stanno capitando?” “Solo corna di mariti fedifraghi ma sto lavorando a qualcosa di più importante, il contrabbando di droga, vorrei il suo aiuto ovviamente con la promessa che il suo nome non verrà mai fuori da parte mia. Mi sono imbarcato in questa avventura quando, visitando un parente in ospedale ho visto dei giovani e meno giovani drogati che urlavano e si rotolavano a terra in attesa del metadone, uno spettacolo tremendo, da quel momento…” “Ci penserò, anch’io odio gli spacciatori di droga.” Dopo due giorni Ciro convocò Alberto e senza profferir parola gli porse un biglietto ( pizzino in termini mafiosi) con un nome e cognome: Riccardo Valenti, residenza Torre Faro – frazione di Messina senza alcuna altra indicazione. Quel che accadde il giorno dopo stupì oltremodo Alberto, in ufficio si era presentata Simone che: “Si ricorda di me?” “Non sei una bellezza che passa inosservata ma le femminucce degli amici per me non hanno sesso.” “Io invece ce l’ho ed ho bisogno di aiuto di un investigatore come te, anche se non più giovanissimo non sei male. Andiamo al dunque, sono fidanzata con Aurelio Prete che una mia amica lo ha visto a Villa Dante baciarsi con una ragazza, non intendo sopportare le corna.” “Ti faccio  risparmiare i soldi, se non ne sei innamorata lascialo senza problemi.” “Il consiglio si paga?” “Si venendo con me a Torre Faro, se non ricordo male sei di madre francese, io ho studiato il francese a scuola, ricordo a memoria alcune poesie, ho sempre amato questa lingua.” “Allora debutto di Alberto come attore, vai.”  “La poesia è di Jacques Prévert, titolo: Paris at night. ‘Trois allumettes une à une allunées dans la nuite, la première pour voir ton visage tout entier, la seconde pour voire tes yeux, la dernière pour voire ta bouche et l’obsurité tout entière pour me rappeler tout cela en te serrant dans mes bras.” Alberto aveva appena finito di recitare che si trovò le labbra di Simone ‘incollate’ sulle sue, due labbra e una lingua calde e profumate oltre che sapienti. “ Ti avevo detto che la femminucce degli amici per me non hanno sesso!” “Invece per me ne hanno quando mi piacciono, sono una romantica e mai un ragazzo lo è stato con me, i giovani di oggi…lasciamo perdere.” Alberto aveva ritenuto opportuno acquistare una Fiat Abarth 595 di seconda mano per non dare troppo all’occhio con la Jaguar. A Torre Faro, dopo il ristorante ‘La Risacca dei due Mari’ stavano sorpassando una villa isolata vicino al mare quando Simone: “Questa è la villa di zio Riccardo, torna indietro voglio salutarlo.” Era quello che Alberto voleva, conoscere di persona quel tale segnalato da Salvatore Settineri, quale migliore occasione? Al citofono “Chi sei?” “Zio sono Simone, vorrei salutarti.” Il cancello si aprì e Alberto posteggiò la sua Abarth vicino ad una fiammante Bentley Continental grigio argento. Alberto ci girò intorno due volte prima di entrare in casa dove un signore alto e panciuto li osservò da cima di una scalinata, capelli grigi, occhiali cerchiati d’oro dava l’idea di un commendatore della Repubblica. C’era un motivo per cui Riccardo non si era avvicinato ai due entrati, diffidenza verso tutto e tutti, d’altronde chi poteva dargli torto! Mohammed il cameriere tunisino che aveva aperto la porta blindata si inchinò ai nuovi arrivati e richiuse dietro di loro il portone. “Qual buon vento…” “Zio Riccardo ti presento Alberto il mio nuovo fidanzato, stavamo facendo un giretto da queste parti…” Hai fatto bene, se posso essere sincero penso che il tuo ‘nuovo fidanzato’sia un po’ …passato di età!” “Zio io sono per metà francese, Alberto è il primo romanticone che ho conosciuto, piacerà anche a te.” Alberto pensò: “Ho i miei dubbi con quel piattino che gli sto preparando!” Riccardo si dimostrò un buon padrone di casa, fece visitare la villa ai due, Alberto  si mostrò sorpreso di tante opere d’arte alle pareti, di mobili antichi e di un impianto stereofonico con altoparlanti in quasi tutte le stanze. “Complimenti per il suo gusto ed anche per l’auto che ho visto fuori, io sono un appassionato di motori  ma ovviamente…” “Ho capito, prima di andarvene, in onore di Simone, vi presterò la Bentley per in giretto intorno al lago, queste sono le chiavi.” Per fortuna Alberto sapeva guidare anche le auto con cambio automatico, fermò l’automobile allorché si rese conto di essere fuori dalla vista di qualcuno della villa, scese e disse a Simone “Mettiti alla guida, io sistemo questo aggeggio.” E pose una cimice nella parte interna sotto il sotto tetto della carrozzeria. Simone partì in modo brusco, era poco pratica di cambi automatici ma c’era un perché Alberto aveva chiesto alla ragazza di mettersi alla guida. Infatti al rientro in villa Alberto ebbe la certezza  che quella decisione era stata presa con ragione. “Perché vi siete fermati, io riesco a controllare la mia auto anche da casa.” “Ho accontentata Simone che voleva guidare lei.” La spiegazione fu accettata da Riccardo che: “Fatti viva più spesso anche se cambierai fidanzato!” frase seguita da una risata, in fondo Riccardo era un simpaticone. “Simone non ti meravigliare di quanto hai visto, tuo padre è d’accordo.” Ottenuta la spiegazione Simone si rasserenò e chiese ad Alberto: “Mi traduci in italiano la poesia di Prévert?” “Si ma senza il finale di prima: ‘Tre fiammiferi di fila accesi nella notte, il primo per vedere tutto il tuo viso, il secondo per vedere i tuoi occhi, il terzo per vedere la tua bocca e l’oscurità intera per ricordare tutto questo mentre ti stringo fra le braccia.’” Simone abbracciò Alberto con le lacrime agli occhi, nessuna conversazione fino all’arrivo a casa della ragazza. Salvatore vide la scena dalla finestra del primo piano, nessun commento. Alberto nei giorni seguenti dentro l’agenzia dell’investigatore privato seguì tutte le conversazioni di Riccardo Valenti che non gli interessavano quando una sera: “Two hours by night of the twenty-five Venetico Marina beach two motorboats and two trucks available” Tradotto in italiano: “Ore due di notte del venticinque, spiaggia Venetico Marina, due motoscafi e due camion a disposizione .” Alberto si recò in caserma a riferì quanto da lui appreso al Colonnello Comandate che lo ringraziò caldamente. L’operazione ebbe una risonanza nazionale: cocaina e hashish per una tonnellata, due scafisti, due camionisti e Riccardo Valenti arrestati, nave madre fermata al largo di Acireale. In famiglia Esposito e Settineri nessuno commentò gli avvenimenti. La notizia che non fece molto felice papà Salvatore fu: “Papà mi sono fidanzata con Alberto, non fare quella faccia, ho preso la testa dura da te, in viaggio di nozze andremo a Parigi a trovare mammina, felice?” “Felice un c…zo!” fu il commento poco convinto di Salvatore. Felice invece fu il Colonnello Comandante  che, in seguito a quel sequestro fece carriera e diventò Comandante in Seconda delle Fiamme Gialle.

  • 24 febbraio alle ore 17:51
    VALERIA LA RIBELLE

    Come comincia: Quando deve nascere un figlio un po’ per tutti c’è il problema del nome. Valeria, Rossi di cognome, era quello della madre di Maurizio Magliarditi la quale, da tradizionalista, partiva dal presupposto, senza eccezione, che il suo dovesse essere imposto alla nascitura se fosse nata una femmina, peggio sarebbe stata la sorte di un maschietto: Asdrubale come il nonno Magliarditi ma la sorte fu benigna col nascituro: femmina e quindi Valeria che vuol dire forte, robusto. Maurizio con gli anni aveva dimostrato che di scuola ne ‘mangiava’ poco e così il padre preferì rilevare per lui  un negozio di ricambi di auto ben avviato sotto casa in via Amba Aradam a Roma. Mauri (per i parenti ed amici) aveva incontrato ad un ballo una certa Gemma Colucci molto corteggiata, alla fine della serata riuscì a ‘strapparle’  un appuntamento e, dopo un po’ di tempo che si vedevano: “Caro sono incinta di te, festeggiamo?” Mauri non fu particolarmente felice in quanto giravano voci che la damina si ‘intrattenesse’ con altri baldi giovani ma, per evitare liti giudiziarie  e riconoscimento di paternità a mezzo del D.N.A., il buon Mauri fece finta di crederci e riportò la notizia, peraltro aspettata con ansia dai nonni, che stabilirono la data delle nozze e comprarono,  facendolo anche arredare, un appartamento nell’isolato da loro abitato per star più vicino al nascituro. Da precisare che il nonno era il ‘paperone’ di famiglia, oltre a terreni, fabbricati ed un sostanzioso conto in banca, teneva in cassaforte molte Sterline e monete Krugerrand affermando: “In tempo di guerra serve l’oro, il denaro è carta straccia. (Il vecchio già prevedeva una guerra!). Valeria faceva onore al suo nome in quanto a forza morale ma non era robusta anzi cresceva con un fisico longilineo, capelli lunghi castani e grandi occhi neri che esprimevano sfida! Fin da piccola era una lettrice formidabile, si riforniva dei libri della fornita biblioteca del nonno. A scuola per bravura superava tutte le colleghe cui era ovviamente antipatica soprattutto quando le insegnanti, in sede di consegna delle pagelle: “Ti diamo nove in tutte le materie, il dieci sarebbe la prima volta in questa scuola e non è il caso.” I professori non avevano citato il fatto che, alla prova del quoziente di intelligenza la baby aveva riportato un numero  alto, chissà da chi aveva preso in famiglia, non certo dal padre! Valeria leggeva di tutto anche libri considerati osé e, a tredici anni cominciò a rendersi conto di cosa volesse dire sessualità. Una volta, sotto la doccia, toccandosi il fiorellino le capitò di provare molto piacere, primo incontro col sesso. Talvolta per le scale le capitava di incontrare un signore circa trentenne di bell’aspetto ma sempre solitario. Notizie da parte della portiera Clotilde: “il professore si chiama Consalvo Freddi, insegna materie letterarie al liceo classico, è vedovo da sei mesi, niente figli.” Quando Valeria si metteva un’idea in testa… l’idea era quella di conoscere meglio Consalvo, solo il nome non le piaceva, lo avrebbe chiamato Salvo ma come agganciarlo? “Mamma ho problemi col latino, mi occorrono delle lezioni private.” Gemma cadde dalla nuvole, sua figlia così brava a scuola…ma l’accontentò a che se, malignamente, pensò, azzeccandoci, che c’era qualcosa di strano sotto quella richiesta. Fu la stessa Valeria a prendere contatti col professore a mezzo telefono il cui numero le era stato fornito dalla portiera. Per un improvviso suo capriccio anticipò il giorno di appuntamento  col professore il quale da dietro la porta:”Ennio ti apro.” E si presentò con i soli slip e rimase senza parole. “Aspettavo un mio amico, l’appuntamento era per domani…” “Non mi sono sbagliata, l’ho fatto apposta volevo vederla ‘nature’.” “Alla faccia della faccia tosta, vado a vestirmi.” “Quanti anni hai?”“L’età non conta ho un quoziente di intelligenza di 130 ed a scuola ho tutti nove, son venuta qui per lei, non è facile che un uomo mi piaccia, lei è speciale per i miei gusti.” “Non mi far dire cose ovvie ma ti rendi conto che potresti essere mia figlia!” “Non lo sono, l’unica cosa che non piace di lei è il nome, la chiamerò solo Salvo, mi dice qualcosa della sua vita o meglio mi dici…” “Ti dico che è meglio che ritorni a casa tua, tua madre…” “No, voglio conoscerla a fondo,  anzi conoscerti mi capisci?” “Io capisco che sei  da codice penale, ti prego torna a casa tua!” “Se insisti comincio a gridare forte dicendo mi stai violentando, mi crederebbero e passeresti un sacco di guai, mò come ti metti?” “Mi metto a sedere sul divano…” “Voglio baciarti in bocca per sentire che sapore ha.” Valeria fece seguire le parole con la ‘messa in opera’ delle stesse. “Il tuo giudizio?” “Non male, per ora non ti faccio vedere niente di me, fra l’altro ho poche tette, ci vediamo domani per…la lezione di latino.” La frase di Valeria fu seguita da una risata, ormai la baby sentiva di aver in mano la situazione ma voleva iniziare gradatamente a provare delle sensazioni sessuali. La sua andata dal professore non sfuggì a Clotilde: “Sei una ragazza intelligente non c’è bisogno dei miei consigli.” Quella più in crisi era  Gemma, si era accorta delle visita di sua figlia al professore sicuramente non per motivi di studio, era il caso di avvertire Maurizio ma non sapeva come l’avrebbe presa, d’altronde anche lei sera in crisi con suo marito il quale non la ‘guardava più’, forse aveva conosciuto qualcuna di cui si era innamorato con la conseguenza che lei aveva ripreso contatti con un suo vecchio amore di gioventù: certo Mario Salimbeni suo coetaneo. Mario era ancora scapolo per una serie di motivi, soprattutto per le malattie gravi dei genitori che seguiva personalmente ma il suo comportamento aveva allontanato un paio di ragazze che gli piacevano ma che non volevano aver problemi con i futuri suoceri. Mario era impiegato quale ingegnere al Genio Civile, talvolta allungava le trasferte per stare di più con i genitori affetti dal mordo di Alzheimer seguiti, talvolta,  da un vicino di casa caritatevole. “Mario sono Gemma, come stai?” “Mia cara ho il problema dei miei genitori, per il resto…” “Ti sei sposato.” “No, le ragazze che ho incontrato non volevano avere problemi con i miei.” “Mi piacerebbe rivederti, abito in via Amba Aradam , se ti va vieni a trovarmi di mattina, prima fammi una telefonata.” La telefonata della mamma era stata per caso intercettata da Valeria che ne pensò una delle sue, ‘beccare’ sua madre sul fatto. Nel frattempo seguitava a frequentare il professore: pian piano era diventata più intima e metteva in pratica gli atteggiamenti erotici visti alla TV di notte. Il professore era un po’ nel pallone, essere stato conquistato da una ragazzina che in campo sessuale ragazzina non era, ci volle del tempo ma giunsero anche a rapporti intimi, per Valeria una situazione normale, non tanto per Salvo che però si stava innamorando come uno scolaretto di una ragazzina che di testa dimostrava molto più della sua età. Gemma un pomeriggio alla figlia: “Mi sa che stai frequentando troppo quel professore, ormai sei alla fine dell’anno scolastico, vedi di smettere.” Mossa sbagliata con una come Valeria che pensò bene di fargliela pagare. Una mattina fece finta di andare a scuola, uscì di casa e vide l’auto dell’amico di sua madre posteggiata vicino al loro portone. A casa fece un’entrata trionfale nella camera da letto di Gemma che in quel momento dispensava le sue grazie all’amante. “Scusate ho sbagliato porta, seguitate pure, buon divertimento!” La sua era stata un’azione di una cattiveria, ma  di una cattiveria… insomma decisamente riprovevole che poteva portare a conseguenze inaspettate e sicuramente spiacevoli se venuta a conoscenza soprattutto dei nonni puritani all’eccesso. Gemma: ”Mia cara, non voglio cercare giustificazioni al mio operato, devi sapere che da tempo io e tuo padre siamo in crisi, sicuramente lui ha un’amante, io ho ritrovato un vecchio compagno di scuola col quale…” “Mamma non ti giustificare ma non chiedermi più nulla sulle mie visite a Salvo il professore, siamo, non so come dire, fidanzati va bene?” “Un giorno fallo venire a pranzo a casa nostra voglio conoscerlo di persona.” Salvo si presentò con un gran mazzo di rose rosse. “I fiori sono per me o per mammina, non ti basta la figlia vuoi farti anche la madre?” “Signora lei conosce sua figlia meglio di me quindi non faccia caso alle sue parole, forse le farebbero bene delle sculacciate!” “Con o senza mutande?” Valeria ancora una volta non si era smentita, in fondo però era una brava ragazza molto ma molto in fondo!

  • 24 febbraio alle ore 17:28
    Reazioni

    Come comincia: 2002.
    Marzo. Un tizio presenta un preventivo nel nome di una ditta dalla quale so che si serve anche mio padre per lavoretti personali. 
    A me il preventivo appare evidentemente scritto dal tizio stesso, ma non parlo. 
    Reazione corretta?

    A luglio sto per assentarmi da casa per lavoro per tre mesi e faccio una domanda [azione scorretta? no lecita, magari imprudente, ma non avevo ancora dato il nome di 'pizzo' a quelle richieste impudenti] sui lavori legati a quel preventivo e per i quali sto pagando, ma di cui non ho alcuna notizia.
    Il tizio si mette ad urlare senza che si capisca niente.
    Siamo in casa d'altri.
    Il padrone di casa scuote la testa e fa: "Ecco lo sapevo".
    Dopo il primo attimo di sbigottimento, mi metto ad urlare anch'io.
    Reazione scorretta?
    Però urlo parole chiare: "Ma che ti urli?"
    Il padrone di casa fa un'aria sbigottita, allora mi rivolgo a lui e urlo: "Ma che si urla? Sappia che se lui urla, io so urlare più forte di lui!".
    Però per rivolgermi al padrone di casa ho voltato la testa ed entrano nel mio campo visivo sua moglie e la sua bambina di circa due anni, sedute sul divano.
    Allora rientro in me, mi metto le mani sulla bocca ed in tono tornato normale dico: "Scusa, ho urlato in casa tua".
    Vado a sedermi accanto alla bambina, mentre quel tizio continua ad urlare, senza che nessuno lo rimproveri o lo butti fuori casa, e la rassicuro: "Stiamo giocando".
    Azione corretta per riparare alla reazione scorretta?

    Dicembre. Il nipote del tizio dice che la ditta, della quale né io né mio marito abbiamo mai visto nemmeno un operaio, ha presentato la fattura e bisogna pagare l'ultima rata. 
    So che non esiste alcuna fattura. Non dico che il nipote mentisse: stava solo ripetendo quello che lo zio gli aveva detto. Pago. 
    Reazione corretta?

    2003.
    Febbraio.
    L'amica del tizio, direttamente interessata a quei lavori, bussa alla mia porta. "Ho di nuovo problemi", afferma.
    "Scusate, ma la ditta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?", rispondo. 
    Reazione corretta?
    La tizia fa: "Ah, oh" e se ne va.

    2004. 
    Maggio.
    Mio fratello maggiore mi aggredisce verbalmente (e naturalmente l'atteggiamento fisico nemmeno scherza) di fronte a nostro padre, uscito di ospedale da meno di due settimane.
    Secondo lui sono una cretina perché non ho capito che devo telefonare io all'ospedale per sapere quando mio padre deve iniziare la terapia e non viceversa.
    Su sua insistenza avevo già telefonato due volte al reparto ed entrambe le volte mi avevano ribadito che avrebbero chiamato loro. E la seconda volte si erano, giustamente, anche mostrati seccati e pensato che io fossi un po' tonta. 
    La mia reazione? Naturalmente non ritelefono ed il sabato successivo, quando so che c'è anche mio fratello maggiore con la sua famiglia a casa dei miei, non ci vado.
    Reazione errata?
    Mi telefona mia cognata per chiedere spiegazioni. Le spiego cosa era accaduto. "Lo sai che animale è! E non capisce che in un momento delicato come questo, uno può anche essere più sensibile e suscettibile.", replica a mo' di giustifica.
    Ed allora? E' un animale: lo devo giustificare gratis et amore deo e bisogna permettergli di continuare ad essere un animale? E' questo che intende mia cognata? Se è un animale, bisogna agire per riportarlo tra le persone civili!
    "Sa dove abito", replico.
    Intendevo dire: "Venga qui a scusarsi".
    Reazione errata?
    Mia cognata sembra risentita e chiude la telefonata. 
    Nessuno viene a scusarsi con me.
    Evidentemente chi è un animale nella mia famiglia e nel mio vicinato, è giustificato e ha il diritto di continuare a comportarsi da animale, mentre chi è in torto è colui che non accetta supinamente che le persone intorno a lui si comportino da animali e si rifiuta di subire in silenzio.
    Per la cronaca, finalmente telefonano dall'ospedale per comunicare quando mio padre deve iniziare la terapia.
    E le cose continuano come prima. Ed io mi ritroverò di nuovo a tavola con mio fratello maggiore e mia cognata. Senza che nessuno si sia scusato.
    Reazione errata? 
    A mio avviso, sì. Continuare a frequentarlo come niente sia successo. E' questa la reazione errata.

    Luglio. Mio padre è ricoverato d'urgenza in ospedale. Me lo sono visto morto tra le mani.
    Il giorno dopo, il primario pronunzia una diagnosi infausta e mi parla di intervento palliativo. Sono sola. Devo decidere io.
    Mio marito mi porta a parlare, giustamente, con chi aveva operato mio padre tre mesi prima. Pronuncia una diagnosi direi quasi di routine e dice: "Portatemelo qui". Non so chi abbia ragione, ma decido di affidare mio padre a lui.
    Con enorme fatica, senza dirgli niente delle due diagnosi, riesco a convincere mio padre a farsi trasferire di ospedale. Non appena accetta, mio fratello maggiore, appena arrivato, si volta verso di me e dice: "Se papà muore, è colpa tua". Una mazzata. Ma reagisco a me stessa. Lo ignoro e continuo a sovrintendere al trasferimento di mio padre.
    Reazione corretta?
    La sera e la mattina dopo sono una pezza, incapace di muovere un muscolo o applicare il cervello a qualsiasi cosa.
    Il pomeriggio vado a casa dei miei per raggiungere il resto della famiglia e andare a trovare mio padre in ospedale.
    Mio fratello maggiore mi aggredisce di nuovo. Verbalmente, ma stavolta anche fisicamente.
    Cado all'indietro. Mi alzo, afferro la mia borsa e scappo via da casa.
    Reazione corretta?
    Mio padre viene operato il giorno dopo, l'intervento conferma la diagnosi di un problema "quasi" di routine, ma, di nuovo, nessuno si scusa con me. 
    Nonostante il primario abbia ingiunto ai miei fratelli: "E lasciate in pace questa povera signorina!".

    (to be continued) .....

    Preciso: favola, storia di pura invenzione ispirata alla massima "Quello che fanno gli altri, fa parte della loro storia. Come reagisco io, fa parte della mia.", magari da continuare se se ne avrà l'occasione.

  • 24 febbraio alle ore 15:15
    Rosico e cose serie

    Come comincia: Rosico, ossia mi rodo, mi consumo per la gelosia, l’invidia: 

    1973. "Signora maestra, non deve lodare la cuginetta con mia figlia, poi le vengono i complessi!"
    A lei vengono i complessi? Hai trovato il tipo! E' a me che hanno fatti venire, mica i complessi, le orchestre intere!

    Luglio 1998. Il padre della cuginetta alla quale venivano i complessi: "Li guadagni tre milioni adesso dove lavori?"

    Gennaio 2002. Matrimonio. Di nuovo la madre della cuginetta:"Ah, ma come è spigliata! Ma deve essere sempre così!"

    20 giorni dopo il matrimonio. La madrina di battessimo si infila a curiosare in casa di Liliana. Nota che il piano di lavoro in cucina è marmo e non formica.
    "Ah, ma questo è marmo!?! Bene, bene".

    25 giorni dopo. Il cugino vicino di casa: "Ah, ma questa auto è tua?!?"

    Febbraio 2002. Gli zii e cugine vicine di casa: "Ah, come deve essere bello affacciarsi sul giardino!"

    Marzo 2002. La moglie del cugino vicino di casa: "Ma perché qui ci sono gli infissi in legno e da me gli infissi in ferro!?!"
    "Sì, vuoi vedere che con mio padre che è una vita che si lascia derubare facendo finta di niente, mo' il ladro è lui!".
    Sapevo perché, ma la prima risposta sintetica che mi venne sulla punta della lingua fu: "Perché tuo suocero è tirchio" e quindi cambiai la risposta in "Non lo so."

    Ancora marzo 2002. La giovane donna il cui marito ha comprato l'appartamento di mia zia: "L'appartamento peggiore è il nostro!"
    E per fortuna che il marito la corregge: "Guarda che l'appartamento peggiore è questo."!
    Pensai: "Ma qui si sono tutti impazziti? Ne co', ma perché tu fai parte della famiglia e non ti sta bene quale appartamento ti è stato assegnato? Quello era in vendita e quello ti sei comprato!"
    ...
    2004. La compagna del fratello che ha sempre disprezzato la casa vecchia: "Quanto mi piace questa casa!". Invitata a pranzo: "Quello che mi piace di questa casa è la vista sul giardino dei vicini!"
    E da quel momento il fratello ha un motivo in più per detestarmi: mi sono presa qualcosa che piace alla sua bella.

    E il rosicarsi degli altri sarà la mia rovina.
    Febbraio 2006. La vicina che si è appena accomodata al tavolo del soggiorno nota che ho cambiato centrotavola e sbotta: <<No, perché se le cose continuano così, qualsiasi cosa ci sia su questo tavolo la prendo e la butto per terra!>>. 

    etc. etc.

    Papa Francesco: “La persona invidiosa, la persona gelosa ... 
    ... sempre guarda ‘che cosa ha quello ed io non ho’.

    "Ma guarda questi! Loro hanno 100, io tengo 1: sono invidiosi dell'1 che tengo io!"

    Meschinità.  La vita è una cosa seria. Ed avrei dovuto ricordarmelo.

    Cose serie:

    Ho 6 anni. 
    Mi informano che la mia cuginetta Carmen, 4 anni, è volata in Cielo insieme al suo papà per un incidente d'auto.
    La sorellina più grande e la mamma rimarranno mesi in ospedale, ma si salveranno.

    11 anni. Mi dicono che la mia maestra delle elementari è morta. Sapevo che aveva un tumore al cervello.

    Ho 15 anni. Mia zia, 49 anni, muore a tre anni dalla diagnosi di tumore all'utero.

    Ho 22 anni. Il mio compagno di scuola e di Azione Cattolica muore per un incidente sull'autostrada. Si era appena laureato in Economia e Commercio con 110 e lode, dopo il diploma in Ragioneria conseguito con 60/60.

    Ho 30 anni. Un brillante giovane studioso, laureato in Ingegneria Elettronica con il massimo dei voti e la lode, in quattro anni ed una sessione, già avviato alla carriera accademica, muore all'improvviso all'età di nemmeno 25 anni. All'Università di Salerno un'aula  è dedicata a lui.

    33 anni. Muore mia cugina, 42 anni, durante l'ennesima seduta di chemioterapia. Pochi giorni prima aveva telefonato a mia madre riferendole che aveva detto al medico che non se la sentiva. Aveva anche riso, da persona meravigliosa qual era, parlando dei mondiali in Brasile e dicendo che in Brasile Ronaldo non era tanto considerato come da noi.

    36 anni. Tre miei colleghi, un adulto, un giovane ed un giovanissimo, muoiono nell'incidente di Linate.

    38 anni. Un collega di Roma, più giovane di me, che avevo conosciuto nella sede di Stoccolma, muore, mentre è in viaggio per una vacanza in Grecia con la fidanzata, per una meningite fulminante.

    42 anni. Una collega, di almeno quattro anni più giovane di me, madre di una bambina, serissima e stimatissima sul lavoro, si assenta per un anno per curarsi. Ringraziamo la sua forza, la solidarietà, la lealtà e l'unione della sua famiglia, oltre i medici che l'hanno seguita: torna con la stessa serietà ed efficienza di prima.

    43 anni. Telefono alla compagna di scuola che in quarta liceo mi aveva chiesto di accompagnarla a vedere "Amore senza fine" di Zeffirelli. La sento strana. 
    "Mica avrà litigato col marito?", penso.
    Poi alla fine me lo dice: "Lo sai che mi è successo? Mi hanno diagnosticato un tumore al colon. Mi hanno operato. Vieni a trovarmi?"

    44 anni. Un collega di Roma, 48 anni, esce dall'ufficio del suo capo che gli ha proposto di licenziarsi in cambio di una certa cifra, apre la finestra e si butta. Era al settimo piano.

    45 anni. Una mia coetanea, nuora di una vicina di mia suocera, due figli, diciotto e sedici anni, muore per metastasi al cervello in seguito ad un tumore al seno. Due mesi prima i medici avevano detto che ora era tutto a posto e la sua era solo depressione.

    46 anni. Muoiono due compagne di scuola di mio marito, due figlie l'una, una figlia l'altra, dopo due o tre anni di interventi e cure.

    47 anni. L'amico che a vent'anni mi aveva portato un'iconcina in legno da Assisi, si abbatte sulla sua scrivania in ufficio.

    ...

    2015 e oltre. 
    La moglie del collega, due bambini, catechista, muore, a 40 anni, dopo cinque anni dalla diagnosi di leucemia.

    Il collega, più giovane di me di tre anni, ci lascia a sei anni dalla diagnosi di tumore alle ossa. Una figlia adolescente. Non ci ha mai fatto mancare il suo sorriso e la sua giovialità.