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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 05 dicembre 2017 alle ore 11:25
    FACCETTA NERA

    Come comincia: Che strano, nel telefonino c’era un messaggio di Anna, sua seconda e deliziosa consorte. Alberto M.  ex maresciallo della Guardia di Finanza si trovava in caserma a Messina per stampare delle foto (in servizio era capo laboratorio fotografico) e per intrattenersi con gli ex colleghi giocando a carte. “Non mi troverai a casa, sono partita con un mio amico che è diventato il mio nuovo amore, cose che succedono, è successa a me, fattene una ragione, gli anni passati insieme sono stati magnifici ma tout passe, tout lasse, tout casse, ho portato con me i miei vestiti e La Twingo, non dovresti avere molti problemi sei agiato e di fiche nel mondo… ti lascio, per ricordo, solo il mio profumo preferito. “Alberto era sbiancato in volto, i colleghi: “Ti portiamo in infermeria, cosa t’è successo?” “Non vi preoccupate, mi sto riprendendo.” Quella che Alberto andò invece a riprendersi fu la sua Jaguar x Type al posteggio ‘Cavallotti’. Arrivò quasi senza accorgersene alla  sua villetta lungo la panoramica, Anna aveva detto la verità, Alberto aveva ereditato da parenti senza figli un sostanzioso gruzzoletto in contanti, in abitazioni ed in terreni ed in quanto a fiche…perché aveva voluto usare una vocabolo volgare e poi chi poteva essere il cotale con cui…Quella notte fu la più lunga notte della sua vita, mille pensieri: “Anna si era stancata di aver vicino un marito più vecchio di trenta anni con… ovvie conseguenze sessuali ed aveva preferito un ’toy boy’ tanto di moda ma chi poteva essere, sicuramente uno della loro cerchia di amici ma chi? Alle otto telefonò a Pippo M., carissimo amico abitante in una villa vicina di professione ortopedico che l’aveva operato già tre volte. “Pronto chi cazzo rompe a quest’ora? Chi sei?” “Alberto, Anna mi ha lasciato…” “…Vengo subito, Loredana mi vesto, oggi non vado all’Ortopedico, mi prendo un giorno di vacanza, non avevo interventi.” Anche Pippo aveva avuto la stessa sorte, la prima consorte si era ‘involata’ con un tale più giovane di lui ma aveva avuto la fortuna di trovare in Loredana una catanese ex modella, piacevole e molto elegante. Alberto aveva lasciato la porta d’ingresso aperta e andò a farsi una doccia ed a sbarbarsi, aveva stretto i pugni, stava mettendo in atto il suo motto ‘mai lasciarsi andare’. “Pippo sono in bagno, fatti un caffè e mangia quello che vuoi.” “Cavolo sembri invecchiato di un secolo, sto pensando come risolvere i tuoi problemi; fra qualche giorno, i primi di agosto, vado in vacanza, verrai con noi in barca.” “Dimmi la verità sapevi che Anna aveva una relazione extra?” “Io e Loredana abbiamo quasi litigato per metterci d’accordo se renderti edotto che Paolo S. era l’amante di tua moglie, abbiamo deciso di no sperando che…ma vedo che …” “Mon ami troppi che, sai che mi ha scritto Anna nel  messaggio telefonico con cui mi ha comunicato la sua partenza che il mondo è pieno di fiche, in fondo ha ragione: ‘vita non est nisi unus ita vixit ut optimus’ quando sono in crisi mi rifugio nel latino magari maccheronico, grazie di essere qui, vai a sbrigare le tue cose a fammi sapere quando ritieni di partire con la barca.“ Più che una barca quella di Pippo era uno yacht: due vele e con motore ausiliario, destinazione Malta. “Da medico previdente ho portato con me pillole per il mal di testa, non si sa mai…”battuta spiritosa di Pippo. Loredana si era ‘infilata’in un costume brasiliano: tette col solo  capezzolo coperto, più in basso una specie di francobollo sulla cosina depilata e dietro un filo…Guardando la moglie Pippo: “Vedi che ho fatto bene a portare le pillole contro il mal di testa…” “Mom ami, per me le mogli degli amici sono come gli angeli di cristiana memoria, non hanno sesso.” Purtroppo Nettuno non fu loro favorevole, a bordo tutti e tre si davano da fare ma un forte vento spinse lo yacht sulla costa tunisina verso l’isola di Djerba. Avvicinatisi alla banchina col motore ausiliario i tre furono ‘agganciati’ da un indigeno che aveva vinto la concorrenza di suoi colleghi. “Je suis Mohammed-Al Mokki, vingt Euro au jour.” Affare fatto, i tre non ingoiarono quasi nulla, il mare forte aveva rivoluzionato lo stomaco, restarono a riposare: Pippo e Loredana in un cabina con letto matrimoniale e Alberto un una con due letti singoli, quella degli ospiti. La sera tutti e tre ‘ripresero le penne’ come si dice a Roma, città natale di Alberto e,  messisi sull’elegante si fecero indicare da Mohamed dove trovare un locale notturno. Furono indirizzati all’hotel Green Palm al cui interno v’era ‘Le Cyclone’.  Musica orientale con tanto di ballerine dedite alla danza del ventre. Ad un certo punto Alberto si mise a ridere. “Finalmente ! Cos’hai trovato di tanto divertente?” “Ritornando agli studi classici ha ricordato che quest’isola era nell’Eneide quella dei lotofagi, mangiatori di loto pianta che fece loro dimenticare il passato tanto si non voler più ritornare ad Itaca, spero mi faccia lo stesso effetto!” L’orchestra passò alla musica occidentale e alcune coppie di stranieri presero a ballare. Alberto adocchiò un tavolo con un arabo bassotto, panzone e faccia da crapulone circondato da due ballerine e vicino a lui, seduta a terra, una ragazza vestita di nero col solo viso scoperto. I suoi occhi erano molto belli ma tristi, il resto del viso piacevole, molto giovane. Si avvicinò e le chiese di ballare in italiano. Palla di lardo in francese: "Si vous  voulez vous  pouvez l’acheter, est mon esclave, donne moi trois mille Euro.”
    Alberto dal francese che aveva studiato a scuola capì la richiesta e, ritornando al tavolo si fece dare da Pippo duemila €uro, li aggiunse a mille dei suoi li diede al panzone e, presa per mano la schiava, la portò con se al tavolo; i  suoi amici avevano gli occhi di fuori (in senso traslato.) “Torniamo alla barca, ti spiegherò.” Vicino allo yacht trovarono il guardiano che a gesti fece capire che la ragazza non poteva salire a bordo, bastarono cento Euro…Poi la spiegazione di Alberto senza alcun commento da parte di Pippo e di Loredana la quale prestò una camicia ed una vestaglia da notte alla ragazza che si era presentata. “Mon nome est Amina Sawsan, je suis soudanaise.” L’atmosfera era diventata surreale, tutti a letto sino alle sette di mattina quando Pippo: “Albè ci siamo incasinati, che ne facciamo della ragazza, non puoi portarla in Italia senza documenti. Anche se è abbastanza chiara di carnagione si vede subito che non è italiana.” “Pippo tu fammi sbarcare a Messina, per il resto me la vedo io.” Venti favorevoli, giunsero nella città dello Stretto nel tardo pomeriggio del giorno seguente. Alberto telefonò al guardiano delle villette: “Salvatore sono Alberto (si davano del tu), vai a casa mia, prendi le chiavi della Jaguar e raggiungici al molo dinanzi alla Prefettura. All'andata aveva usato un tassì. Caricati sulla auto sia i bagagli che i passeggeri, presto arrivarono alle rispettive abitazioni. Salvatore era tutto un punto interrogativo che rimase senza risposta sino al giorno dopo. “Amico mio, quella ragazza è sudanese, non ha documenti ma è bellissima e la voglio… regolarizzare in Italia, qui ci sono duecento €uro, per favore non farne cenno a nessuno a vacci a comprare qualcosa per mangiare.” La convivenza con Amina era diventata una commedia in primis per via della lingua: Alberto cercava di parlare il miglior francese di sua conoscenza traducendo poi le parole in italiano per insegnarlo ad Amina con la quale divideva il letto matrimoniale ma..ognuno dalla sua parte. La ragazza fu fornita di qualche vestito e scarpe da parte di Loredana ma in seguito fu accompagnata da Alberto nel miglior negozio di Messina  dove una commessa: “Signor M. chi è la ragazza?” “È una mia cugina di Parigi, parla solo francese.” La balla non fu creduta dai vari appartenenti del negozio che nel frattempo si davano da fare per accontentare la nuova acquirente che, prima di acquistare un vestito o un paio di scarpe chiedeva, con gli occhi, l’approvazione del suo anfitrione. I giorni passavano scanditi solo dalle lezioni di italiano che Alberto impartiva ad Amina la quale, da ragazza intelligente, in poco tempo migliorò il suo idioma italico. Dietro consiglio dell’avvocato  Nino A. Alberto con lo sborso di 10.000 Euro fece avere alla ragazza un falso passaporto sudanese col quale si recò all’Inps dall’amico Ferdinando F. per una pratica di badante. Il cotale, malgrado i buoni rapporti, era piuttosto perplesso: “Alberto sei sicuro di questo passaporto, la ragazza ha venticinque anni, nella foto ne dimostra molti di meno non vorrei…” “Vorrai, vorrai mon ami, ti ricordi quella statuetta che hai visto nella gioielleria Strano di viale S.Martino? È ancora là in attesa di un acquirente…” Le cose in un certo senso erano state sistemate solo un punto mancava, si proprio quello, il sesso. I settanta anni si facevano sentire in quel campo e allora? Alberto decise di andare in una farmacia dove non era conosciuto, recentemente ne aveva notato una nuova lungo la circonvallazione, si presentò al titolare un giovane medico coadiuvato da un aiutante: “Dottore sono Alberto M., settanta anni, ho bisogno di un aiutino…riservato.” “Sono Alfio T. e questo è Turi S., le prescrivo la Spedra da 100 mg. da assumere mezz’ora prima di…sempre che abbia a disposizione la materia prima!” “A proposito di materia prima mi dia anche degli assorbenti igienici per donna ed una confezione di pillole anticoncezionali.” “Età della signora: cinquanta?... Quaranta?... Trenta?...Venti?” “Venti.” “Questa è Azalia, auguri e…ci vada piano.” Era un consiglio o l’espressione di una punta di invidia? Chissene… A casa Amina era intenta a guardare una trasmissione della tv, riguardava Roma ed i suoi monumenti. “Molto bella Roma, mi sembra tua città.” Ci sono nato e l’ho lasciata a 19 anni, ci tornerò volentieri con te, intanto cerco un albergo a Roma, non voglio disturbare il figlio di mia cugina unico parente rimasto in vita.” A dir la verità Alberto aveva in mente ben altra situazione…voleva ‘assaggiare’ la cosina di ‘Faccetta Nera’, che nel frattempo assumeva la pillola Azalia, ma preferì accontentarla. Al computer cercò  l’albergo ‘Hotel Relais dei Papi’ vicino al ristorante ‘Cencio la Parolaccia’ dove voleva cenare e poi, sistemato il navigatore satellitare partenza  prima sul traghetto a poi sull’autostrada per Roma. Lungo il tragitto  grande euforia di Amina che durante le soste l’abbracciava con grande entusiasmo e curiosità da parte di persone vicino a loro (un vecchietto vicino ad una giovane e bella perdipiù negretta!) Arrivarono nel pomeriggio, sistemazione in albergo, piccolo riposino, trucco della baby e rasatura per lui e poi ingresso al ristorante ‘La parolaccia’ subito circondati da camerieri con gli occhi di fuori felici di poter sfottere una coppia fuori del comune. Alberto: “Je voudrais
    une table pour deu.” Voleva vedere sino a che punto si sarebbero spinti i camerieri con gli insulti, gli improperi e le parolacce. “ ’n vedi , ‘n vecchio rincoglionito cò ‘na mignotta negra, je portamo spaghetti al viagra!” Alberto “Mè sa che er Viagra serve a te, eppoi me sembri pure ‘n po’ frocio, nun sei dè Roma ma burino lavoratore strappato a la tera” “Er nonnetto è romano damoje solo seconni che viso pallido non conosce, che ne dichi de: osso buco, coda alla vaccinara, scaloppine al limone, saltimbocca alla romana e abbacchio al forno. Poi portamo n’ananàs pè fa digerì er vejardo nun vorrei che ce resta secco.” Alberto fece buon viso a cattivo gioco, diede una sostanziosa mancia ai tre camerieri che, capita l’antifona, non ruppero più le scatole. Amina mangiò un po’ di tutto sporcandosi le mani, ogni tanto abbracciava con trasporto ‘er vejardo’ con ovvia curiosità degli altri commensali. Alberto assaggiò appena il vino  Trebbiano di Soave cui invece fece un po’ troppo festa Amina con la conseguenza che, una volta rientrati in albergo, la baby stecchita su buttò sul letto ed finì nelle braccia di Morfeo e non in quelle ‘der vecchietto’ il quale si rassegnò sperando nel domani ricordando con tristezza il: ‘Carpe diem quam minimum credulus postero’ e facendo un pensiero sugli ultimi avvenimenti: ‘acquisto’ di una schiava, rientro al proprio focolare e per l’agognato desidero nulla più che qualche bacio, un po’ poco! Amina la mattina si svegliò per prima, prese possesso del bagno ed uscita bella e profumata (aveva usato il profumo di Anna il Mit Ciu Quo baciò Alberto con una novità: “A Khartoum ero a scuola d'’arte, e vorrei visitare i monumenti di Roma.” Porca vacca, questa proprio non ci voleva ma, more solito, il buon Albertone si piegò ai desiderata della futura ‘consorte’ e, dietro consiglio del portiere dell’albergo, chiamò un tassì, sarebbe stato difficile girare per Roma e posteggiare con la Jaguar. Gli capitò il classico romano: “Dottò 'ndò annamo?” “Come te chiami?” “Romoletto.” “A’ Romolè io sono Alberto, mia moglie vuole visitare i monumenti, facce girà pè Roma.” E così fu sino all’ora di pranzo che Alberto preferì consumare nel ristorante dell’albergo, non aveva nessuna voglia di essere investito da parolacce varie. Dopo pranzo Amina guardò Alberto negli occhi e inaspettatamente: “So quello che tu volere, dopo riposo sono tutta per te.” Essere al settimo cielo era l’espressione adatta per il settantenne prossimo amante della baby. E così fu: finalmente sotto la doccia Alberto poté rimirare il flessuoso corpo di Amina, una bellezza da modella, a letto un cunnilingus con relativo finale  e, passata la mezz’ora preconizzata dal farmacista tutto come quando aveva quaranta anni. Tralascio e vissero a lungo felici anche se così fu con invidia di tutti tranne che di Pippo e di Loredana con cui spesso  pranzavano ed andavano in gita. ‘Viva l’Italia’ espressione che non c’entra gran che con la storia ma fa tanto patriottico!

  • 02 dicembre 2017 alle ore 16:24
    Numero 7

    Come comincia: Me la ritrovo spesso davanti quando soffia un vento di quelli violenti  come sciabolate capaci  di frantumare anche l'amianto. 
    Sento le sue grida fin sopra la mia camera, mi affaccio per assicurarmi che vada tutto bene, col  controllo dei lupi adulti che proteggono i cuccioli altrui messi al mondo per errore e dimenticati nelle strade indifferenti. 
    Ha i capelli scuri  d'ebano ed occhi senza pupille, comunica male perché nessuno le ha insegnato a parlare e si chiama come me. Lisa.
    Lisa è un nome sordo.  All'infinito di due forze uguali e contrarie che si annullano. Al presente rimosso,  al passato  diviso.
    Cammina su quattro ossa accompagnata da un esercito di fantasmi e nenie crudeli.

    Lisa è nome di Dio 
    che ha scelto come condanna
    la perfezione
    Che fa ammalare

    È nome di anima
    girovaga 

    È nome di Dio 
    e il suo giuramento
    per una promessa
    mai mantenuta

  • 02 dicembre 2017 alle ore 12:09
    Il mesaggio

    Come comincia:  
     
    Il messaggio.
     
     
    Quel giorno vidi che le lancette dell’orologio, presero a girare in senso antiorario; sapevo che mi avrebbe chiamato, e che non avrei potuto fuggire, ma non volevo accettare un compromesso che tempo addietro timbrò la mia vita.
    Era un tardo pomeriggio di Gennaio e nonostante non avessi fame, preparai della pasta in bianco per colmare il vuoto che si arrampicava nel mio stomaco, nella speranza di attenuare quel pensiero che mi teneva sott’occhio come un avvoltoio.
    Scolai la pasta rovistando tra i miei pensieri, e posai il piatto sul piccolo tavolino di fronte la tv, poi attizzai il fuoco nel camino e mi cominciai a navigare tra vari canali scartando film d’amore, alla fine optai in un documentario. Mi sistemai sprofondando sul mio divano e mi accinsi a mangiare. Non feci in tempo ad arrotolare gli spaghetti sulla forchetta quando il telefono squillò, guardai sul display del portatile e vidi che era lui.
    Il primo impulso fu di rispondere ma, fui distratta dalla televisione che senza il mio comando girò canale approdando su una scena che mi colpì; c’era una donna di cui non si vedeva il volto giacché era di spalle, la testa inclinata da una parte copriva il viso di un uomo e dietro, uno sfondo di un mare galoppava triste sulla riva, mentre dei gabbiani sembrava formare un arco di parole. Fermai l’immagine mentre il telefono continuava a squillare, ma non diedi peso all’insistente suono che vociava stridulo nella stanza, fui troppo presa nel decifrare il significato del disegno nel cielo, che i gabbiani magicamente immobili, aveva tracciato. Focalizzai l’immagine sul quel punto, e mi avvicinai allo schermo cercando di analizzare quella sorta di testo scritto nell’aria. Mi spaventai, era come se qualcuno avesse versato gli uccelli in un gioco di parole, ma di cui non riuscivo ad afferrarne il significato. Le parole sembravano gettate in modo confuso senza alcun senso, ma qualcosa mi suggeriva che c’era un messaggio, allora decisi di invertirne l’ordine di queste e, dopo essermi armata di carta e penna, scrissi al contrario le lettere. Quando fini di appuntare lessi tutto di un fiato, e quello che venne fuori mi agitò ulteriormente, pensando indiscutibilmente che il messaggio fosse rivolto a me, quindi con gesto fobico buttai il foglio sul fuoco che ardeva impetuoso. Notevolmente agitata feci ripartire la scena ma, i titoli di coda indicavano il termine del film, premetti sul titolo ma vi lessi: nessun evento.
    Intestardita, cercai nel menù i film trasmessi finora sul canale prescelto e, costatai che era stato trasmesso un documentario, in sostanza quello che avevo scelto inizialmente: la questione non quadrava.
    Rimasi immobile a pensare, con mano il telecomando remore del passato. Se prima non avevo appetito ora solo l’idea di mangiare mi dava la nausea, andai in cucina e presi un bicchiere di vino, lo bevvi tutto in un sorso e sentì suonare alla porta, mi pulì con un tovagliolo le labbra e, mi diressi ad aprire trattenendo l’ansia che mi attanagliava la mente.
    Aprì la porta ma, costatai che non c’era nessuno, avanzai fuori di qualche passo ma non colsi anima viva. Pensai a uno scherzo o qualcuno che avesse sbagliato a suonare, stavo per richiudere la porta quando mi accorsi che vicino ai miei piedi c’era un foglio, lo raccolsi e per un attimo mi sentì mancare. Quel foglio che prima avevo stropicciato e gettato nel fuoco ora, era fra le mie mani, illeso.
    Preoccupata chiusi in fretta la porta mentre tenevo da un lembo il foglio come se fosse contaminato e, determinata, lo rigettai sul fuoco attendendo che si riducesse in cenere. Poi versai tanta acqua sul fuoco fino a farlo spegnere e con una paletta raccolsi il tutto mettendo in una busta, poi in un altra e infine gettai le buste ben annodate nella pattumiera in terrazzo. Feci un respiro di sollievo poi, mi accertai che tutti gli infissi fossero ben serrati e chiusi a doppia mandata anche la porta di casa. Tornai in salotto e vidi che la tv era spenta, un brivido mi sali fino allo stomaco e il cuore comincio a battere forte. Mi sedetti sul divano, pensando che nelle ultime settimane ero stata messa a dura prova dagli eventi che si erano accalcati uno sopra l’altro. Squillò il telefono e vidi che era ancora lui, quindi in un gesto folle presi il telefono scaraventandolo a terra, ma questo continuò a strillare come un bambino in fasce che acclama il suo pasto, allora lo calpestai con tutta la forza fino a ridurlo in poltiglia e, finalmente cessò di suonare. Mi sentivo stranamente euforica, libera; l’angoscia mi aveva indotto in uno stato risucchiandomi la razionalità e iniettandomi un’apparente febbre delirante ma, che ovattai nella razionalità perché non volevo assolutamente approfondire l’evento accaduto, sempre se non fossi stata in preda di qualche altra mistica allucinazione. Riaccesi la tv e mi apprestai a mangiare gli spaghetti ormai freddi e, per nulla stimolanti. Notai che i miei gesti erano guidati inconsciamente, e lasciai che il mio corpo si muovesse al difuori della mente. Rimasi sul canale che per primo era apparso e non so, se fu la mia immaginazione, perché di nuovo la scena precedente si affacciò davanti ai miei occhi; La donna di spalle con la testa inclinata sembrava ascoltare le parole dell’uomo senza volto, mentre stavolta il mare taceva come spettatore, ascoltando quieto il sussurro dei due amanti.
    I gabbiani s’innalzarono in cielo in una danza senza note, mentre dipingevano ancora parole. Stavolta non ci fu bisogno di decifrare nessun messaggio, una sequenza descrisse in modo chiaro e fluido, ciò che il cielo, lasciò ai gabbiani il compito di inviare il messaggio. Sì, perché di questo si trattava: di un messaggio. Non volevo leggere e abbassai lo sguardo spegnendo quel marchingegno ma, senza volere rivolsi nuovamente lo sguardo sullo schermo che acceso da una mano invisibile, mostrò un’immagine scolpita come se fosse dipinta in una sfera.  Non potevo fuggire, anche perché sentivo le forze perdersi e, dileguarsi nel panico che mi agganciava alla poltrona. Ormai senza speranza di disertare ciò che stava accadendo, lessi le parole e scivolai in un pianto liberatorio. Il telefono che prima avevo distrutto, ora era lì, al solito posto e squillò; risposi tra il panico, l’incertezza che l’oblio mi aveva posto in un’assurda sensazione che scavava le mie emozioni.
    «Pronto, sei tu?» chiesi rassegnata.
    «Sì.»
    «Perché?»
    «Perché ti amo!»
    «Io non voglio più amare!»
    «Io invece voglio amarti.»
    «Ma ho promesso…»
    «Ma non che non ti si possa amare.»
    «Tu mi ameresti, anche se non ti amo?» domandai ermeticamente.
    «Sì.»
    «Chi sei tu?»
    «Sono chi tu vuoi.»
    «Io.. io non so più cosa voglio!» Lo disse a bassa voce mentre le mani tremavano e, la mente in subbuglio cercava un volto.
    «Tu vuoi lasciarti amare?»
    «E tu mi amerai per sempre?»
    «Per l’eternità.»
     
     
     
     
     

  • 30 novembre 2017 alle ore 17:20
    Cecando la felicità

    Come comincia: Cercando la felicità.
     
    «Eccomi qua, seduta sulla riva del mare a guardare le onde che galoppano a ritmo sfrenato; come guerrieri impavidi si lanciano verso la costa, trascinando con sé i resti dell’odio, del rancore, di un amore sofferto, odiato, amato, rincorso e perso. Cuori spezzati si riversano sulla sabbia in cerca della loro metà. Lacrime piovono sui sassi, che alla luce del sole s’illuminano di splendidi colori, che evaporano troppo in fretta per ammirare la lucentezza, come flirt estivi che lascia i tuoi occhi opachi, dove prima il sole brillava di una luce intensa.
    Lontano, un'altra onda più possente delle altre corre velocissimo verso di me,
    incrementando con l’avvicinarsi, un brivido che sboccia nell’angoscia al pensiero che
    possa travolgermi. Penso di alzarmi per allontanarmi ma, rimango calamitata in un
    bagno freddo che trasuda dalle mie vesti. L’unica cosa che riesco a fare è, di
    continuare a osservare l’esercito di gelo avvicinarsi velocemente, ringhiando con il
    vento che ha issato le nuvole sopra il mio cuore. Quanto ci vorrà prima che possa
    afferrarmi rubandomi alla luce, per portarmi nell’oscurità più profonda dell’inconscio
    dove non hai il potere di scegliere. Forse, mi solleverò da questa spiaggia umida che
    mi attanaglia nel passato all’ultimo istante, e fuggirò lontano. Oppure mi lascerò
    portare via gridando inutilmente invocando aiuto agli Dei, o, mi volterò indietro
    nella speranza che qualcuno si accorga di me, strappandomi a un’atroce sorte. O forse
    il terrore fulminerà la mia mente, concependo l’inarrestabile morte che
    avanza spietata, e rassegnata mi concederò al destino. Che ne sarà di me, del mio
    corpo, della mia mente, della mia anima. I pensieri, ricordi, gesti, gli sforzi contro le
    ostilità e quegli effimeri momenti di felicità, in cui l’amore mi fece assaggiare il suo
    dolce sapore. Finirà tutto questo con la mia vita o, un’altra porta si aprirà nell’Eden
    della felicità. Quanto tempo ci vorrà? Minuti, secondi? Rivedrò la mia vita in una
    proiezione accelerata, o, rammenterò solo momenti clamorosi? Magari non penserò
    niente o forse, mi maledirò per non aver tentato di salvare la mia anima, per non
    essermi messa in discussione sfidando l’onnipotente natura, per cercare di espiare i
    miei errori dovuti all’ingenuità, davanti a un mondo che corre in un mare di falsità.
    Sentirò l’acqua gelida perforare la mia carne, penetrarmi fino a otturare i pori, e
    quando non avrò più un’oncia di respiro, mi attaccherò all’ultima bolla d’aria
    annaspando, ansimando e soffocando. Le onde giocheranno con il mio corpo,
    ribaltandomi e rigirandomi, fino a che il mio cuore si staccherà dal guscio e
    sgretolandosi si perderà tra le correnti. L’ultimo battito segnerà e troncherà questa
    inutile vita, che si nutre solo di ricordi. Ricordi che ora, ne concepisco l’importanza
    perché uno dietro l’altro mi ha sollevata per quella che sono. Quante volte mi sono
    detta: vorrei tornare indietro, vorrei cambiare tutto, non avrei voluto incontrare quella
    persona né l’atra. Non avrei dovuto dire sì, non avrei dovuto decidere in modo
    affrettato senza riflettere alle conseguenze, e non avrei dovuto coltivare amicizie
    sterili, perché quel giorno mi sentivo sola. Non mi sarei dovuta innamorare, senza
    prima di conoscere la persona che mi stava corteggiando. Avrei dovuto prima sodare
    chi era, registrarmi nella razionalità per capire cosa volesse e, se desiderasse lasciarsi
    amare e soprattutto, se sapesse amare. Se avrebbe recitato una squallida finzione per
    un’ennesima conquista solo per annoverare il suo harem, e aumentare la sua vanità.
    Avrei dovuto mandare a quel paese chi, fingendo un affetto mi ha usato, e avrei
    dovuto oppormi alle cattiverie, ai dispetti, alle accuse, facendomi sentire in colpa: di
    cosa? Una cosa però l’ho capito, molti imperversano i sentimenti, la tua personalità,
    vomitando cattiverie, facendoti sentire una nullità solo per deviare le loro colpe, i loro
    sbagli, la loro inferiorità davanti all’impotenza che gli opprime, e tu, sei il capro
    espiatorio delle loro mancanze, delle loro sconfitte, la martire. Una persona da
    mettere in croce, per poi nella più ambigua meschinità, inginocchiandoti dinanzi, ti
    supplica ambiguamente di fare da tramite attraverso il signore, di non abbandonare la
    loro anima nel vuoto. Che stupida che sono, aver capito solo ora il macabro
    meccanismo che gira come una ruota, che sentenza il destino nel bene e male! E non
    posso nemmeno dire: «Meglio tardi che mai!» Giacché i secondi scandiscono acidi,
    il tempo rimanente che non risparmia, correndo velocemente lungo il binario della
    vita.
     Se non avessi provato, toccato, sentito, ingoiato, le esperienze che edificano una vita,
     se non avessi pianto, riso, urlato, imprecato, rimpianto, io non sarei quella che sono.
     Già, chi sono? Una donna che ha fatto delle scelte! Giuste o sbagliate, solo
     l’onnipotente potrà giudicare. I miei pensieri lungimiranti mi avvertivano che quella
     non era la strada giusta ma ahimè, l’incosciente pubertà non  conosce esperienza: il
     dilemma è, avrei dovuto ascoltare il mio cuore che a volte è più razionale della
    mente? Mentre quest’ultima confusa voleva spiegarsi sulle vele dei pensieri, in
    parole! Le mie gambe volevano correre, e invece camminarono a brevi passi felpati
    dietro il fiume grigio, che l’uomo nel tempo ha addensato in una melma viscida,
    facendomi perdere l'equilibrio, cadendo lungo il precipizio dove ora mi trovo. Però
    forse posso ancora deviare il mio destino! Forse, posso tacciare l’asfalto disastrato,
    in cui le mie impronte trascinano penosi ricordi, in uno scivolo verso un orizzonte
    annebbiato. Non voglio né posso cancellare i miei passi, perché non sarei più me
    stessa, ma vorrei poter scoprire chi sono. Dopo aver camminato una vita nella nebbia
    travolta e sottomessa da un destino arlecchino, che mi ha attanagliato tra vane
    illusioni nella speranza che qualcosa cambiasse, un miraggio ha abbagliato la mia
    mente e il cuore lo segue.
    Il mare sembrava essersi addormentato, come se i miei pensieri lo avessero cullato, solo il vento spira lieve, suggerendo sinfonie alle sirene. Ammagliata davanti al quadro, ammiro la natura che ogni giorno dipinge attraverso il mistero che la circonda, nuove sfumature in un fantastico mondo, dove una distesa di fiori stilla essenze sublimi, e canto canzoni al cielo, i miei sospiri. Il sole e la luna, amanti e complici si attendono fedeli nello stesso punto, alla stessa ora, in una danza, dove si corteggiano, promettendo eterno amore. Sogno di scrivere poesie sulla sabbia e, come una brava oratrice, poetare le mie strofe al vento e al mare. Stranamente mi sento felice al pensiero che correrò, urlerò, canterò, godendo dell’intimità, che solo il mare al tramonto, nel suo deserto ricco di vita può darmi. Respirerò l’odore della salsedine che solo da ragazza riusciva a saziare i sogni, immedesimandomi nella spensieratezza che fu fonte di vita, di esistenza verso il futuro, gioendo e coltivando nuove speranze. Nel frattempo il cielo si è aperto riflettendo stelle sull’acqua. Mi alzo per sentire la freschezza dell’acqua che m’ipnotizza oltre il confine, dove il mio cuore vede il cielo costruire una linea. Mi accingo lentamente per assaporare la sensazione che l’acqua mi donerà, sto per chinarmi quando una mano calda afferra la mia. Mi volto per guardare chi ha preso la mia mano, e con grande stupore, vidi la spensieratezza verso il futuro. Non ci fu bisogno di parlare, perché i nostri occhi lessero in entrambi, la sofferenza ma, anche il desiderio di ricominciare.
    Il mare ondeggiò leggiadro, il vento spirò caldo.  Tenendoci per mano sentimmo le
    vibrazioni attraversare i nostri corpi, gli amari ricordi furono assorbiti dalla sabbia.
    Nuove sensazioni esplosero in una miriade di speranze, pensieri impazziti trovarono
    una ragione a quella folle emozione che ci rapì nell’estasi di un sogno, che entrambi
    sapevamo che sarebbe divenuto realtà. Camminammo lungo la riva guardandoci per
    non perdere i nostri occhi: più che camminare volavamo. Fu un volo che non approdò
    in amori sofferti, in amori dove l’orgoglio distrugge la fantasia, dove l’amore non si
    perde a un crocevia, dove il compromesso è un obbligo. Tutto avvenne da sé, con la
    spontaneità che solo la purezza di un vero amore, recide liti verso un dialogo che
    unisce, rafforza i sentimenti. Quel giorno tanto odiato, dove versai il dolore al mare,
    divenne il giorno più fantastico della mia vita.»
     
    Pollon lesse con gli occhi lucidi la lettera, commuovendosi e, le diede modo di comprendere che una madre è una donna, che trovò il suo amore quando meno se lo aspettava. Rimise la lettera dentro il cofanetto e lo portò dinanzi la tomba di suo padre, accanto alla madre. Poi rivolse il suo sguardo verso il cielo, e vide una cometa. Espresse un desiderio, che fu quello di riabbracciare un giorno i genitori. Chiamò Forex il suo cane, e andò a passeggiare in riva al mare. Si sentiva sola, triste, perché anche lei come sua madre, aveva perso le speranze di incontrare un uomo che la amasse e volesse farsi amare. Il peso della sofferenza la ingobbiva disilludendola da ogni speranza. Il sole lentamente calava, il suo sguardo apatico camminava attraverso pensieri astratti. Era giunta l’ora di tornare a casa, quindi chiamò Forex notando che stava correndo assieme a un altro cane. In lontananza vide un uomo che cercava di riprendere il suo cane, ma questi fuggivano a ogni richiamo. Per tanto Pollon cercò di richiamare Alex, che non gli diede ascolto. Pollon e l’uomo si ritrovarono vicini e, scusandosi a vicenda si chiesero che cosa gli fosse preso ai loro cani. L’uomo vedendo il volto di Pollon sorrise e, leggermente imbarazzato si presentò dicendo di chiamarsi Eros. Entrambi risero, e i cani birbantelli si accucciarono ai loro piedi. Così Pollon ed Eros si accinsero a mettere il guinzaglio ai loro cani ma, appena ci provarono, questi si alzarono e si proiettarono correndo verso una direzione. Eros e Pollon li rincorsero ridendo della situazione, sembrava che i due cani non volessero distaccarsi. Arrivarono inseguendo i cani, a un piccolo ristorante eretto su delle palafitte. La notte era scesa illuminando il cielo di una miriade di stelle, i due stanchi dalla corsa, unanimi proposero di fermarsi a stuzzicare qualcosa. Il posto era molto accogliente, un gran camino illuminava l’ambiente in un’atmosfera molto intima. Chiesero al padrone del locale se potessero far entrare i loro cani; uno strano tipo dai lunghi baffi minuziosamente curati, che rammentavano l’espressione un po’ folle di Salvador Dalì. Questi non si oppose anzi, portò delle ciotole con alcuni avanzi per i cani, dopo aver fatto accomodare i signori al tavolo. Eros e Pollon mangiarono gustando ogni pietanza e, parlarono senza accorgersi del tempo che trascorreva piacevolmente. Parlarono e parlarono, finché una vocina bisbigliò che era giunto il momento di aprire i loro cuori. Le loro mani s’incontrarono  e, come un fulmine a ciel sereno nacque l’amore. Uscirono dal ristorante dopo aver ringraziato il padrone per l’ospitalità e il buon cibo.  I cani l’uno accanto all’altro seguirono i padroni, lungo la strada del destino che li aveva fatti incontrare.
     

  • 29 novembre 2017 alle ore 11:46
    Uomini in vetrina

    Come comincia: «Buongiorno, posso?» chiesi timidamente.
    «Dica, dica.» rispose il negoziante.
    «Vorrei un’informazione.»
    «Dica, dica.»
    «Ehm.. dove posso trovare un uomo?»
    «Come lo vuole?»
    «Ah! Posso scegliere?» domandai imbarazzata.
    «Sì, certo!» rispose con naturalezza.
    «Ehm.. dunque.. vediamo.»
    «Vuole dare un’occhiata il catalogo, o, entrare direttamente ai reparti?» domandò gentilmente.
    «Preferirei andare ai reparti!»
    «Allora prego, vada avanti e vedrà sulla destra un reparto, dove potrà scegliere uomini di razza bianca e, alla sinistra, uomini di razza nera. Si accomodi.» m’invitò indicandomi la direzione.
    «Scusi.» Notai un atro reparto, e fui curiosa di informarmi di cosa si trattasse.
    «Dica, dica.»
    «Mi sembra di scorgere un reparto centrale..  dove c’è molta gente, e lì cosa c’è?»
    «Ehm.. c’è una via di mezzo.»
    «Ossia?» insistetti.
    «Mah.. non saprei definire, diciamo tra un uomo e una donna!»
    «Ah! Grazie per la gentilezza, allora vado?»
    «Prego, vada vada!»
    «Bene signorina, ha scelto?»
    «Direi di sì!»
    «Dica dica!»
    «Ehm..»
    «Non sia timida, sono qui apposta, dica!» m’incoraggiò il negoziante.
    «Sì, dico!»
    «Allora?»
    «Avrei scelto Luca.»
    «Codice d’identificazione?»
    «Q.l.2.» risposi frettolosamente.
    «Vediamo.. dunque, razza bianca, dolce, Q.I.2. Eccolo! Oh! Mi dispiace, è esaurito.»
    «Noo!»
    «Sì.» rispose dispiaciuto.
    «Se vuole, può andare a dare un’altra occhiata.» suggerì il negoziante sorridendo.
    «Ehm no, guardi se c’è L.R.5.»
    «Subito! Allora, razza nera, super  dotato, arrabbiato, L.R.5! Mi dispiace è fuori serie.»
    «E perché?»
    «Perché era troppo arrabbiato.»
    «Ah!»
    «Se vuole, può dare un'altra occhiata più avanti, potrà disporre di varie etnie.»
    «Faccio subito.»
    «Vada vada.»
    «Bene signorina, stavolta spero di accontentarla.» attestò speranzoso.
    «Speriamo! Dunque avrei deciso per P.E.4.»
    «Allora vediamo razza indiana, schiavo prestante e voglioso P.E.4. Mi dispiace! Ma sa che lei è proprio sfortunata?»
    «E si!» risposi avvilita.
    «Allora cosa vuole fare?»
    «E che ci sono talmente tanti uomini, ma quelli che voglio non ci sono.»
    Il negoziante si sporse un poco dal bancone, e in confidenza disse: «Perché non prova sulla terza strada più avanti?»
    «Cosa c’è lì?» chiesi stuzzicata.
    «È un nuovo negozio, si chiama Robotmen.»
    «Interessante.» asserì.
    «Già, purtroppo!» confermò, lievemente abbattuto il negoziante.
    «E allora perché me lo consiglia?»
    «Tanto l’avrebbe visto.»
    «Scusi.. » Non capivo.
    «Dica dica.»
    «Di cosa si tratta?» domandai incuriosita.
    «Di uomini meccanici.»
    «Ma.. sono robot?» sostenni incredula.
    «Venga più vicino..»
    «Sì.. » mi accostai.
    «Sono più autentici degli uomini veri!»
    «Ah.. davvero? Ma lei come fa a saperlo?»
    «Prima che quel negozio aprisse, ero un uomo sposato.»
    «E poi?» lo invitai a continuare.
    «Mia moglie mi ha lasciato per Duca Robot 3!»
    «Mi dispiace! Non è possibile, è pur sempre un robot!»
    «Senta.. non ci sono mai entrato, ma da quello che ho sentito dire, se ne incontra uno per strada, non riesce a distinguere la differenza!»
    «Così dicendo perderà la clientela!»
    «Che ci posso fare, anche mia figlia ha preso un Robtmen, e l’ha sposato!»
    «No!» non credevo alle sue parole.
    «Sì, e le dirò di più! Non ho mai visto mia figlia così felice!»
    «E sua moglie?»
    «Mi dispiace ammetterlo, ma anche lei è felice.»
    Pensai, che se sua figlia e la moglie, avevano fatto quella scelta trovando la felicità, forse anch’io avrei avuto qualche possibilità: «Mi ha convinto! Allora vado!»
    «Vada vada.»
    «Beh.. è stato un piacere.» dissi prima di andarmene. Fui un po’ dispiaciuta per il negoziante, all’apparenza sembrava un bravo uomo… ma non volli approfondire l’argomento.
    «Piacere mio.»
    «Spero che lei non debba chiudere!»
    «Beh.. finché c’è richiesta nella corsia centrale, andiamo avanti!»
    «Sì, sicuramente lì, la crisi non c’è!»
    «Sa qual è il problema o meglio la mia paura?» intervenne il negoziante leggermente contrariato.
    «Quale?»
    «Spero che non facciano Robot unisex!»
    «E già, non ci avevo pensato..»
    «Anche perché ho pagato a mie spese, e lei intende ciò che voglio dire.. » affermò.
    «Sì.»
    «Nessuno si è mai lamentato di aver acquistato un Robotmen! Che tempi! La tecnologia si sta impossessando di noi, tra un po’ il mondo sarà di loro e noi saremmo rottamati!» concluse.
    «Sì ha proprio ragione..  scusi sa, vado! Non vorrei trovare chiuso.»
    «Sì, vada vada.»
     

  • 26 novembre 2017 alle ore 16:29
    Inso il lupo

    Come comincia: C’era una volta, un bellissimo lupo dal manto bianco, e gli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Inso.
    Dal carattere dolce e sincero, nobile ed idealista, grande sognatore, il lupo  adorava dipingere il mondo attorno con la sua poesia, amante del festoso ondeggiare dei fiori all’aria aperta, della danza delle foglie sui rami col loro respiro, del brillare candido della luna in cielo, fiero nel suo incedere, perso nei suoi pensieri, forte e coraggioso.
    Acquazzone/dondola nel vento/la luna ricamava nel suo cuore i propri haiku, animo sublime, il bel lupo, ritenuto proprio per questo suo modo di fare, un tipo allorché stravagante, dagli altri componenti del branco, che non vedevano di buon occhio questo suo poetare, apprezzando ben altre virtù in un lupo della sua età, adatti alla continuazione della specie, ed il proliferare del gruppo, quali l’adoperarsi per trovare una buona compagna e crescere insieme a lei dei bei cuccioli sani, lasciandolo per questo motivo spesso solo, ed in disparte.
    Altruista e vivace, era lui sin dalla nascita, col candore abbacinante del suo pelo, a portare al suo passaggio, luce e gioia nella Foresta, creatura docile e solitaria, perennemente col muso rivolto verso l’alto.
    Ma un giorno, al far dell’alba, uscendo dal proprio rifugio, contemplando la natura attorno splendere di rugiada, come ammantata da mille piccoli cristalli di luce, il lupo, accorgendosi di botto di come lentamente il suo pelo stesse perdendo la propria lucentezza, sgranò gli occhi stranito “Il mio colore?! Cosa succede?…il mio bianco!?...” scuotendo la lunga coda.
    “Stai perdendo la tua luce! E con essa i tuoi colori!” lo sorprese una voce al suo orecchio, facendolo trasalire “I tuoi colori stanno sbiadendo …” l’ammonì “Il tuo bianco sta perdendo la sua luminosità! Il suo riverbero” sospirò accorata “Dimmi, per caso il tuo cuore, ha subìto un grave dolore, ultimamente?”
    A quella domanda il lupo guaì contrito, abbassando le orecchie appuntite “Si,! Giorni fa il mio cuore ha patito una grande sofferenza! Che porto ancora tuttora nel mio petto! Ma ciò cosa c’entra col mio colore?” bofonchiò, grattando la nuda pietra con gli artigli.  
    A quelle parole la voce, assentì “E’ stato questo a farti perdere il tuo  colore! Il tuo bianco ricco e festoso! Caro Inso! Ecco cosa è stato!”
    Ed a quella risposta, la creatura rizzò il pelo spaurito “E adesso come devo fare per ritrovarlo?” scosse il capo perplesso  “Devi cercarlo dentro di te!” gli rispose la voce prima di sparire, sfumando nel vento.
    E il lupo a quelle parole, sbigottito, solo, emise un lungo guaito..
    “Ci riuscirai!” lo esortò la bella allodola, frullando forte le ali, assistita alla scena, posata su di un ramo, amante da sempre del bianco niveo del suo manto “Ci riuscirai Inso!” cinguettò “Ne sono certa!”
    “Ma come…posso riuscirci? Come se non …” farfugliò il lupo, turbato, soffiando aria dalle narici concitatamente, arrancando.
    Quando d’improvviso, un urlo disperato, lo fece balzare di soprassalto, e seguendo subito la direzione, dalla quale era scaturita l’accorata richiesta di aiuto, correndo all’impazzata, senza porre tempo in mezzo, la sua sorpresa fu enorme, nel trovarsi dinanzi una lupa dai magnifici occhi color dell’ambra, imprigionata in una tagliola., posta da mano umana, con la zampa  ormai ridotta ad un grumo di sangue, boccheggiante.
    A quella scena il lupo, gonfiando il petto, con fare sicuro, si lanciò sulla sventurata, intimandole la calma “Non muoverti! Non aver paura! Ci sono qui io! Sta ferma! Oppure sarà peggio!” annaspò “Potrai solo farti ancora più male! Ferma!”
    E destreggiandosi con risolutezza infinita, fermo, adagio, con dolcezza, utilizzando al contempo le zanne e gli artigli ben affilati, docilmente, la liberò all’istante “Piano! Non muoverti! E’ quasi fatta!”
    E tolta la zampa dalla trappola, aiutandola a muovere i primi incerti passi, tenendola ben salda a sé, zoppicante, la condusse fin sopra un giaciglio di foglie morbide, in salvo.
    “Grazie! Grazie per avermi soccorsa! Lupo bianco! Il mio nome è  Nausicaa!” lo salutò lei, ricominciando a prendere vigore, accucciata sulle soffici fronde. “Sono caduta in questa trappola come una stupida, e sarei sicuramente morta, se non ci fossi stato tu a salvarmi!  Grazie!”
    “Il mio nome è Inso!” rispose lui, schernendosi intimidito, abbassando gli occhi, mentre di colpo, il suo pelo prese a rimandare la luce bianca di un tempo, in maniera così intensa da far sorridere la lupa, affascinata.
    E il lupo, a quella scoperta, sbarrando gli occhi nel riscoprire il proprio manto, recuperare il suo splendore, scosse il capo stranito, col petto in tumulto  “Ma come è…”
    “Inso! Ma allora tu sei il poeta! Ho sentito tanto parlare tanto di te in giro per la Foresta… Grazie! Non riesco a crederci! Grazie!”si sollevò, lei muovendosi adagio, scodinzolando raggiante,  col cuore a mille. “Grazie per tutto quello che fatto per me! Potrei ascoltare una tua poesia?…per favore, mi piacerebbe tanto…dicono siano bellissime!”. Lui a quelle parole, sorridendo, annuì, schivo, nel pieno splendore del suo pelo fulgente “Prima però promettimi, che ti lascerai medicare con le dovute erbe, senza ringhiarmi contro per il bruciore!” E ridendo, la lupa annuì, radiosa “Te lo prometto!”.
    Inso strusciando allora il muso contro quello di lei,  la invitò a star ferma, per permettergli di operare, dotto conoscitore, delle più rare erbe curative “Non sei ancora in gran forma, attenta! Hai bisogno di cure!” e chinandosi su di lei, le leccò la zampa per intero. “Non vedo l’ora di ascoltare i tuoi haiku!...devono essere davvero belli… ahi…ahi…” strinse gli occhi per il dolore la bella lupa, mentre lui la confortava con la poesia, medicandola Neve/ondeggia sul ramo una fronda/vesti di brina . E da quel giorno Inso e Nausicaa, non si separarono mai più, e vissero per sempre felici e contenti.

     
     
     

  • 24 novembre 2017 alle ore 19:39
    Una lettera mai scritta

    Come comincia: Mio adorato amore,
    sono al nostro lido, quello di allora, anche se tu non sei con me. Il sole ancora non nasce e dalla riva lo aspetto, con pazienza ed emozione, come aspettavo te, in quelle lontane albe di luglio, segrete, desiderate e attese quasi l’accadere di un miracolo.

    Se chiudo gli occhi, ogni cosa torna vivida al pensiero e certe emozioni si fanno quasi tangibili. Mi pare che, allungando una mano, potrei addirittura toccarti e sentire il profumo della tua pelle, inconfondibile. Dicono che gli innamorati avvertano il profumo della pelle l’uno dell’altro come un segnale speciale, una conferma dell’incanto dei corpi che si riconoscono tra mille.

    Tu non ci sei, ma il paesaggio è ancora il nostro e vorrei che anche tu potessi vederlo, come lo vedo io in questo momento.

    Il lungomare sonnecchia nel chiarore muto dell'alba. Non c’è nessuno, tranne me e la tua assenza, in questo silenzio rotto soltanto dal suono della risacca sulla battigia sassosa.
    Lontano, sulla nitida linea dell'orizzonte marino, il globo del sole, acceso di rosso, invade il cielo con riflessi cangianti, disegnando sull'acqua un cono di scaglie dorate che largo alla riva si spegne. Trema di un brivido il cuore e il tempo si annulla, in questo ripetersi naturale del miracolo.

    Ma più in là, sul litorale solitario, il vecchio casolare diroccato, abbattuto dalle ruspe, non c'è più.
    Il paesaggio non è più lo stesso ormai e di quel che resta nel ricordo manca il testimone.

    Ma dimmi: ricordi anche tu le nostre albe rubate all'invidia del tempo? Con passi frettolosi correvamo all'incontro, mentre pronubo il mare cancellava sull'arenile le orme ad occhi indiscreti, perché nessuno potesse seguirci. Piangevamo di gioia al solo vederci, già da lontano, ancor prima che le nostre mani si unissero a rinnovare ogni volta l’amore e la vita.

    E ancora non nasceva il sole né dal casolare diroccato s'allungava l'ombra sui nostri abbracci tra l'edera e le piccole dune sabbiose.

    Del nostro amore fu solo testimone il cielo e qualche gabbiano col suo volo planato alla scogliera.

  • 23 novembre 2017 alle ore 8:04
    UN UOMO FELICE

    Come comincia: Alberto M. si poteva dire (ed era) un uomo felice. Non è vero che la felicità non è di questo mondo, (da buon ateo non credeva nell’aldilà) ma un essere umano che è in buona salute, ha quaranta anni, non ha problemi finanziari né sessuali come dobbiamo classificarlo? Il succitato abitava a Villa Torre una frazione di Cingoli (Mc) in un’abitazione singola di due piani più una bigattiera (soffitta), con una sorella nubile ed un nipote (figlio della stessa), un’amante alta, bella bionda ventenne, una casa fresca d’estate e riscaldata d’inverno. La sorella Agata, anni addietro,  a sedici anni era in collegio dalle monache ma frequentava la quinta ginnasiale in una scuola pubblica. Durante un intervallo in una toilette aveva avuto uno (o più) rapporti con ragazzi ed era rimasta incinta;  forse nemmeno lei sapeva chi era il padre, in ogni caso non l’aveva confidato a nessuno. Sua madre era morta d’infarto dalla vergogna, suo padre in un incidente stradale, era finito in un burrone con la sua Balilla (un’auto della Fiat) e così in casa erano rimasti in tre, anzi in due dato che il giovane Francesco (figlio  di Agata) era stato inviato in collegio a Jesi (An). Alberto non si poteva lamentare anche in campo sessuale, Spera, la figlia del contadino Miglianesi che coltivava il vicino terreno di venti ettari, aiutava Agata nelle faccende più pesanti della casa ed anche sollazzava il ‘ciccio’ di Alberto. Era innamoratissima del cotale il quale era stato il suoi primo amante. Il padrone di casa non si faceva mancare altre …distrazioni con qualche femminuccia appartenente ai contadini Bellagamba e Diotallevi conduttori di appezzamenti di terreno rispettivamente di quaranta e sessanta ettari di sua proprietà. Era anche proprietario di un albergo di Cingoli. Alberto era laureato in veterinaria ma esercitava la professione solo con animali appartenenti ad amici o a conoscenti. Cher altro dire? Spera era diventata un’amante favolosa, di natura caliente soddisfaceva tutti i desiderata sessuali dell’Albertone il quale se la spassava anche con i motori quale proprietario di una Guzzi Falcone un’auto Lancia Aprilia. Un solo problema gli si era presentato: il nipote Franco sedicenne durante le vacanze natalizie si dimostrava chiuso e scontroso, non ci volle molto a capire la natura del suo problema ed Alberto lo risolse. “Cara (alla sorella) accompagnami a Jesi, devo fare delle compere.”  Istruì Spera affinché facesse provare le gioie del sesso anche al ragazzo.  A Jesi andò a trovare anche l’amico Giorgio B. produttore del famoso Verdicchio il quale, dopo molte feste, prima di andar via gli regalò varie confezioni di vino. Al ritorno Francesco era in cortile sorridente che giocava col cane Ras, abbracciò sia la madre (sorpresa) che lo zio (non sorpreso) che capì com’era finita la storia con Spera la quale non si fece viva per due giorni poi, al primo rientro, prendendo da parte Alberto: “Non chiedermi più di fare…io ti amo ma voglio far l’amore solo con te. Come mi avevi suggerito mi sono presentata da Francesco con un vestito senza reggiseno né mutande, quando mi sono spogliata Francesco mi è parso smarrito poi…quando glielo l’ho preso in bocca me l’ha riempita e poi ha voluto entrarmi in vagina a lungo fino a quando…ricordati mai più!” Sistemate le cose in famiglia Alberto andò a trebbiare o meglio a guardare la trebbiatura sull’aia dei Bellagamba la cui figlia maggiore lo invitò, in assenza dei parenti, in casa per assaggiare la sua cosina e pure il popò, una diavolessa scatenata che lasciò senza forze Alberto il quale si rifece vivo dopo un paio d’ore senza controllare i sacchi di grano. Analoga scena durante la molitura delle olive nel terreno dei Diotallevi, stavolta la cosa fu ancora più incredibile: due sorelle se lo misero in mezzo…forse non c’erano abbastanza maschi efficienti in quella zona! Alberto decise di averne abbastanza di amori ‘georgici’ e d’estate si recò nel suo albergo ‘Bellavista’ di Cingoli dove decise di rimanere per tutta la stagione con grande dolore di Spera ma sentiva il bisogno di stare in mezzo alla gente, c’erano soprattutto romani, e romane. E fu una signora a colpirlo: alta, longilinea, lunghi capelli castani talvolta raccolti a chignon ma dallo sguardo triste, non dava confidenza a nessuno ed Alberto si trovò in difficoltà per ‘rimorchiarla’. Una volta si fece coraggio: “Gentile signora sono Alberto M. proprietario dell’albergo, qualora avesse bisogno di qualcosa sono a sua disposizione…” La dama Luisa D. (nome rilevato dal registro delle presenze) lo guardò con aria distaccata e se ne andò senza pronunciare verbo. Ahi ahi ahi, doveva escogitare qualcosa di particolare per avvicinare la dama, ma qualcosa di fuori del comune, fantasioso, pensa e ripensa…Andò a trovare il direttore dell’albergo Gino M. e gli spiegò la situazione. “Dottor Alberto io sono per i metodi antichi: fiori e champagne meglio se anonimi. “ Non solo l’idea non ebbe effetto ma addirittura la signora chiamò il direttore e , senza chiedergli chi potesse aver inviato quell’omaggio: “Sono allergica ai fiori e sono astemia!” Soldi sprecati ci voleva qualcosa di inaspettato e così..a mali estremi estremi rimedi. Alberto pensò:”Vediamo se la signora è sensibile alle disgrazie umane e una mattina si appostò all’ingresso e nel vedere la signora scendere dalle scale fece finta di cadere e cominciò a lamentarsi per il dolore alla schiena. Fortuna volle che la scena facesse il suo effetto, Luisa chiamò a gran voce il personale, due inservienti presero di peso Alberto e lo adagiarono nel suo letto, Luisa :”Come sta?” “La ringrazio per il suo aiuto, penso che ci voglia del riposo, grazie di nuovo.” Il pomeriggio la dama bussò alla porta della camera di Alberto il quale  di corsa si rimise a letto: “Avanti…oh è lei, grazie per l’interessamento, spero che il riposo mi aiuti a rimettermi in piedi, il dottore afferma che si tratta solo di una contusione.” Il giorno seguente Luisa si presentò di nuovo in camera di Alberto il quale l’accolse con un sorriso: “Signora la sua presenza mi fa star meglio…” “Egregio signore non pensi che abbia bevuto la sua sceneggiata ma dato che si trattava di una cosa più inusuale che l’omaggio di fiori e di champagne l’ho apprezzata, scenda dal letto e mi accompagni per una passeggiata lungo il corso.” Alberto si mise a ridere, aveva a che fare con una figlia di…”Leggo nel suo pensiero, non sono una figlia di…solo che alla mia età…non si sforzi la mente, ho quaranta anni, sono vedova senza figli sono venuta a Cingoli per stare lontano da parenti ed amici.” “Io non sono  parente ma vorrei essere suo amico.” “Lei vorrebbe molto di più mon cheri.” “Toh madame parla il francese, io l’ho studiato a scuola.” ”Si sbrighi, andiamo al bar per un aperitivo e per festeggiare la sua guarigione…” Al passaggio di Alberto il direttore si inchinò come pure i vari inservienti che incontravano. “Lei è un piccolo dio, tutti si inchinano.” “No sono semplicemente il padrone dell’albergo e tutti mi rispettano anche per la mia empatia.” “E per la sua modestia, dopo l’aperitivo e la passeggiata la invito al mio tavolo ma non si metta idee strane in testa come vedo che ha.” “Mi scusi  l’immodestia ma io ritenevo di essere abbastanza ‘scafato’ in fatto di femminucce ma lei..” “Dammi del tu, mi hai fatto ritornare il buon umore.” A tavola vennero serviti dal direttore in persona: “Vedo con piacere che la signora è in buona compagnia!” “Buona non so…” All’uscita dalla sala da pranzo Luisa prese sotto braccio Alberto e senza parlare percorsero tutto il viale della città per poi ritornare nella hall dell’albergo. “Caro Alberto per oggi ho fatto anche troppo, ci vediamo a cena.” E così iniziò la bella storia tra Luisa ed Alberto che, per prima cosa, contattò il suo amico Brunetto P., suo fattore, affinché prendesse in mano la situazione dei suoi terreni preferendo rimanere in albergo. Chiese a sua sorella di rendere edotta della situazione Spera che,... volendo, poteva consolarsi col virgulto della famiglia M. Alberto si sentì un po’ cinico ma …c’est la vie!

  • 19 novembre 2017 alle ore 17:10
    Il lupo Enea

    Come comincia: C’era una volta, un giovane lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Enea.

    Forte e coraggioso, nobile e idealista, viveva lui all’interno del suo branco, nel rispetto della natura e dei suoi simili, cercando di divenire ogni giorno una creatura migliore. Dall’animo puro, grande sognatore, il lupo amava comporre poesie con le quali dipingere il mondo intero, cuore romantico, capace coi suoi versi di incantare il creato, riempiendolo di luce e di colore. Sempre col muso rivolto verso il cielo, perso nei suoi pensieri, amante delle nuvole col loro candore ad attraversare l’azzurro, il gorgoglìo dei fiumi, il profumo dell’erba bagnata, elegante nel suo incedere. Ritenuto dagli altri lupi del branco, un po’ troppo stravagante per i suoi sogni, e per questo non apprezzato da molti, i quali non vedevano spesso nelle sue poesie un valido esempio, preferendo di gran lunga il destreggiarsi con la caccia e il trovarsi una compagna adeguata, quali maggiori virtù per lo splendore della loro razza, e la continuazione della specie, lasciandolo spesso solo, attratti da ben altro che i suoi versi ululati alla luna.
    Amante della pace e dell’armonia, chiamato ad essere un giorno un buon capobranco, grato del dono della vita e della sua preziosità, lui non riusciva a capacitarsi del motivo che spingesse invece l’uomo alla guerra, e lo portasse col suo tonante bastone a dispensare fiamme e penuria ovunque, distruggendo tutto ciò che aveva intorno, sconvolgendo le esistenze altrui.
    Costretti da tempo nella foresta, sotto il giogo della guerriglia, a veder bruciare ogni zolla di terra a colpi di granate, ad aver razionato il cibo e l’acqua, senza poter conoscere che brevi, sporadici, momenti di quiete, sempre sotto la mira dei bombardamenti, nessuno fra gli animali riusciva a comprendere il motivo di tale efferatezza.
    “Ma la Pace arriverà!” ripeteva forte il lupo, contemplando il cielo aprirsi  sopra la guerra, coi suoi lucenti spiragli di luce, dividendo le sillabe,  giocando con le parole più belle “Acquazzone/Ospite fra filari di more/Un pettirosso” la magia colta con sentimento. “Arriverà! Il mondo è fatto di pace!”
    E quella notte Enea, sollevando il muso a puntare la luna, chiuse gli occhi avvolto dal silenzio, assaporando la pace, chiedendosi perchè non dovesse perdurare, e spegnere il fuoco dei mortai accesi senza sosta.
    E voltandosi adagio, il suo sguardo si perse in quello della giovane Cassandra, lupa dal pelo bianco e gli occhi color dell’ambra, avvicinatasi a lui in quel momento, scodinzolante.
    Nati in primavera, i due erano cresciuti praticamente insieme senza mai lasciarsi, fare amicizia era stato facile, era bastato uno sguardo, mentre iniziavano ancora cuccioli a bere dalla stessa fonte, cercando di  non cadere goffamente in acqua. Lei, lupacchiotta docile e curiosa, lui fiero con quel suo piglio dolcissimo, ed il suo modo unico di fare poesia. Era stato semplice aprirsi, volersi bene, ruzzolare fra le rocce, godere del sole e dell’aria pura, rincorrendo il vento, imparando a comporre insieme i versi, attenti a dividere bene le sillabe. Ed al sopraggiungere della prima gelata, scoprire la stessa identica voglia di restare vicini, dividendo il giaciglio invernale “Neve/dondola nella nebbia/la bianca altura” creando haiku.  “Perché la poesia, si dice, sia un atto di pace…e sono sicuro che la pace arriverà!” le prometteva lui “Arriverà!”
    E anche quella notte, Enea si accostò al muso della sua dolce Cassandra, carezzandola, al sopraggiungere del solstizio, indirizzandosi verso la loro grotta, l’uno accanto all’altra, quando di colpo l’urlo di un soldato, nascosto fra la sterpaglia, tagliò l’aria feroce, puntando il fucile contro di loro “Lupi!”.
    E lui, senza porre tempo in mezzo, coprendo la lupa col proprio corpo, chiudendo gli occhi in segno di tregua, fiducia, forza, amore ed armonia, drizzando le orecchie puntò il suo ringhio alla luna, ululando il suo canto soave di pace al cielo, lasciando esterrefatto il soldato.
    E l’uomo calando il fucile, dinanzi a quel gesto d’Amore, ritirò le sue truppe lasciando la foresta all’istante, fra la gioia e l’esultanza di tutti. Ed Enea strusciando il naso contro quello della bella lupa, ricambiato da lei, si strinse forte al suo pelo, rifugiandosi col cuore a mille, insieme nella tana.
    E da quel giorno Enea e Cassandra non si separarono mai più, e vissero per sempre felici e contenti.
     
     
     
     

  • 13 novembre 2017 alle ore 17:38
    Si può perdonare?

    Come comincia: Alle 17.05 di quel buio e gelido martedì di dicembre il ragazzo venne dichiarato clinicamente morto; erano passate appena 24 ore dal tragico incidente.
    "Maledetto bastardo! Se gli metto le mani addosso lo ammazzo" Urlò il padre di Carlo straziato dal dolore ed accecato dalla rabbia "Calmati tesoro" Cercò di tranquillizzarlo la moglie "Nostro figlio non tornerà comunque in vita" Lui per tutta risposta serrò i pugni e dopo aver sfogato la sua ira colpendo ripetutamente il muro uscì di scatto dalla camera, attraversò il corridoio come un fiume in piena e si mise a scendere dalle scale come un pazzo. "Mamma" "Stai tranquilla cara. E' comprensibile che tuo padre sia fuori di se. Ha perso suo figlio, il suo unico maschio e per quanto tu e le tue sorelle siate nel suo cuore, non potrete mai colmare il vuoto lasciato da vostro fratello" "Ma tu sembri così calma" Incalzò la figlia che non capiva l'atteggiamento della madre "Se anche tu diverrai madre, allora capirai. Adesso dovremo essere forti ed uniti o vostro padre impazzirà"
    24 ore prima.
    "Allora restiamo così. Io ti giro gli appunti della lezione di oggi e tu stasera mi presenti la tua amica, quella brunetta, come si chiama?" "Dai Carlo non fare l'idiota, lo sai benissimo come si chiama e sai che anche lei non vede l'ora di conoscerti" "Ok, ok. Scherzavo, non te la prendere. A più tardi allora" "Va bene, a più tardi. E mandami gli appunti" "D'accordo. Ciao Stefano" "Ciao Carlo"
    Carlo, nonostante il freddo pungente, decise di tornare a casa a piedi anche perché le piogge recenti avevano reso l'aria respirabile e due passi gli avrebbero sgranchito le gambe dopo le ore passate seduto ad ascoltare le lezioni di quel giorno. Inoltre aveva fame e sapeva che quella sera sua madre avrebbe preparato tagliatelle al ragù; a quel pensiero gli venne l'acquolina in bocca. Nel frattempo era quasi giunto a destinazione, svoltò l'angolo imboccando la via di casa e senza rendersene conto fu travolto da un furgone che lo trascinò per parecchi metri sull'asfalto.

    La cerimonia funebre fu lunga e straziante. I numerosissimi ragazzi accorsi al funerale dell'amico vollero lasciare messaggi e segni di cordoglio riuscendo comunque a farsi coraggio e a trasmettere una carica vitale fortissima. La madre e le sorelle di Carlo piangevano ma provavano una sensazione di benessere vedendo quanto fosse amato e apprezzato il loro caro. Al contrario il padre aveva uno sguardo duro e minaccioso che non prometteva nulla di buono, ed infatti alla fine della cerimonia si sfiorò la tragedia.
    Quando ormai quasi tutti i partecipanti al rito funebre se ne furono andati, solo alcuni dei parenti ed alcuni amici stretti del ragazzo restarono accanto a loro . Fu in quel momento che una donna, coperta per intero da un velo nero e accompagnata da una ragazza che poi risultò essere sua figlia, si avvicinò al gruppo di parenti e amici e facendosi largo tra loro raggiunse la madre di Carlo prostrandosi ai suoi piedi. Non fece però in tempo a dire una sola parola che il padre del ragazzo esplose in uno scatto d'ira, la sollevò di peso e la insultò pesantemente "Vattene maledetta cagna, madre di quel bastardo assassino. Vai da quel cane rognoso e augurati che non riesca mai a mettergli le mani addosso" Sbraitò mentre la spingeva di nuovo a terra con violenza e stava per colpirla con uno schiaffo quando sentì sul suo polso la presa decisa di una mano che riconobbe subito "Basta adesso" Esclamò sua moglie con voce ferma. Poi lei si avvicinò alla donna rimasta a terra terrorizzata e scossa dalla reazione dell'uomo, la aiutò ad alzarsi e fissandola negli occhi le disse "Sono una madre come te  e anche se ho il cuore gonfio di tristezza ti capisco e ti perdono. Vai da tuo figlio, stagli vicino" L'altra non rispose, ma i suoi occhi si illuminarono e tra le due donne si creò un legame invisibile che le avrebbe accompagnate per il resto della vita.
    Nei minuti a seguire non parlò più nessuno e dopo che tutti ebbero lasciato il cimitero la donna restò sola con il marito e le tre figlie.
    "Ma sei impazzita?" Urlò lui con gli occhi iniettati di sangue "Quella era la madre di quel maledetto" "Lo so" rispose lei decisa "E tu l'hai perdonata" rincarò la dose una delle figlie" "Si. L'ho perdonata" "Ma suo figlio ha ammazzato nostro fratello" incalzò un'altra delle ragazze "Non l'ha ammazzato. E' stato un incidente" "Tu non ci stai con la testa" Sbottò il marito "Il dolore deve averti fatto dare di matto" La donna restò in silenzio per un attimo. "Io sono una madre, lei è una madre. Solo io posso capire cosa sta provando in questo momento ed è per questo che ho perdonato lei e suo figlio" Quelle parole colpirono nel segno e le ragazze compresero le ragioni della madre e pur con il cuore spezzato dal dolore si avvicinarono a lei e la abbracciarono forte. "Noooooooo!!!!!!!" Urlò invece l'uomo che pazzo di dolore scappò di corsa verso la strada lasciandole da sole. "Mamma?" Chiese una delle ragazze "Tranquille figliole, cii vorrà del tempo ma poi capirà. Vostro padre è una brava persona, ma il dolore gli ha tolto la ragione e noi dovremo essere forti per aiutarlo"
    Nei giorni successivi il padre di Carlo cadde in depressione, lo sconforto aveva preso il posto della rabbia, ma quella mattina un nuovo fatto scatenò la sua ira. "Ma come è a casa?" Tuonò rivolto verso la moglie "Ha ammazzato nostro figlio e dopo pochi giorni è già a casa? Maledetti burocrati, quali cazzate si saranno inventati per farlo uscire di galera?" "Giovanni! Adesso siediti e stai calmo. Ti preparo un buon tè" Disse sua moglie accennando un sorriso "Non lo voglio il tè Raffaella. Tu li hai perdonati, io no!" Concluse l'uomo chinando la testa sul tavolo e cominciando a piangere senza freni. Sua moglie comprese il suo stato d'animo e lasciò che l'uomo sfogasse tutta la rabbia e il dolore che aveva in corpo. Lo conosceva troppo bene e sapeva che intervenire in qualsiasi modo in quel momento avrebbe solo alimentato la sua collera e il suo risentimento, quindi rimase tranquilla e preparò il tè per entrambi servendolo poi in tazze grandi, come piaceva a lui. Gustarono la bevanda calda in silenzio, assaporando ogni sorso fissandosi negli occhi e scrutando l'uno nel cuore dell'altra e alla fine Giovanni non riuscì più a sostener lo sguardo della moglie e, in segno di resa, abbassò la testa. "Scusa Raffaella. Non sono arrabbiato con te" "Lo so" si limitò a rispondere lei mentre le sue mani afferravano quelle grosse e ruvide del marito "Mi manca tantissimo" Sospirò lui con le lacrime agli occhi "Anche a me tesoro" Affermò lei con gli occhi lucidi "Anche a me"
    Quel giorno Giovanni si costrinse a tornare al lavoro, era titolare di una piccola officina meccanica e aveva il dovere di mandare avanti l'attività con il massimo impegno soprattutto per rispetto dei suoi dipendenti, una decina in tutto. Il capo officina gli fece il riepilogo di tutto ciò che era stato fatto in quei giorni e Giovanni si complimentò per la bravura con cui aveva gestito l'attività. Anche l'impiegata in ufficio lo rassicurò sul buon andamento delle cose rendendolo orgoglioso del suo personale. Preso dal lavoro la giornata filò via liscia come l'olio e quella sera rientrò a casa affamato e di buon umore.
    La moglie lo accolse con calore e il profumo proveniente dalla cucina strappò dalle labbra dell'uomo un sorriso spontaneo, lei lo abbracciò con calore e sussurrò nel suo orecchio "Ben rientrato tesoro" Giovanni posò le labbra sulla fronte della moglie e la baciò delicatamente proprio nell'istante in cui una delle figlie stava raggiungendo la cucina; fu in quel momento che Giovanni capì di aver sbagliato tutto. Fissò la ragazza e poi abbassò lo sguardo verso terra mentre Raffaella si staccava da lui lentamente "Vado a farmi una doccia" disse lui a bassa voce dirigendosi verso il bagno. Sotto l'acqua calda che gli scorreva sulla schiena, Giovanni ripensò a quell'ultimo periodo in cui il suo cuore si era indurito al punto da augurare la morte ad un ragazzo che lo aveva privato di suo figlio e si ritrovò a piangere immaginando il disappunto di Carlo per ciò che aveva pensato "Hai ragione Carlo" Adesso, dopo essere uscito dalla doccia, parlava al figlio morto per convincere se stesso della decisione che stava maturando nel suo cervello "Tu avresti agito diversamente da me" Sospirò mentre si vestiva e concluse affermando "Cercherò di non commettere altri errori, sarai fiero di me" Poi le lacrime ricominciarono a scorrergli sul viso "Mi manchi tanto figlio mio"
    Riuscì a ricomporsi e si presentò al tavolo per la cena con un'espressione serena, come se quel discorso fatto nel bagno lo avesse liberato da un peso che gravava sul suo animo ed infatti anche la moglie e le figlie si resero conto che l'uomo era tornato quello di prima, sereno e scherzoso. Consumarono la cena parlando del più e del meno, il padre chiese alle figlie notizie sul loro andamento scolastico e loro furono liete di renderlo partecipe delle proprie attività anche extrascolastiche. L'atmosfera era tranquilla tanto che restarono a tavola più del solito e quando ormai la serata pareva concludersi nel modo migliore lui pose una domanda che raggelò il sangue a tutte loro "Dove abitano?" Chiese lui con tono severo. In cucina calò il silenzio e Giovanni si affrettò a precisare con calma "Voglio andare a parlare con loro, lo devo fare per Carlo" Quella frase ebbe l'effetto desiderato e subito la tensione si allentò facendo tornare il sorriso alle ragazze e Raffaella allora indicò al marito l'indirizzo esatto dell'abitazione di Nuha, così si chiamava la madre di Ubay, l'investitore di Carlo. A quel punto Giovanni con parole e gesti pacati cercò di rassicurarle sulle sue intenzioni ma a Raffaella parve di vedere nei suoi occhi le fiamme dell'inferno.
    Nonostante tutto passarono una nottata tranquilla e quel sabato mattina si svegliarono tutti di buon'ora. Gli addobbi natalizi decoravano la casa, il profumo di caffè inondava l'aria trasmettendo la sua energia e le ragazze si unirono a loro per fare colazione, volevano capire se il padre fosse veramente intenzionato ad andare a casa di Nuha e con che propositi. Lui però non affrontò il discorso, limitandosi a commentare con umorismo le solite notizie dei tg della mattina. "Ormai potrei fare anche io l'annunciatore, si limitano a leggere notizie riportate sui vari siti internet senza neppure degnarsi di verificarne l'autenticità; che schifo" Concluse sorridendo. Le figlie restarono a fissarlo un attimo, di solito c'era Carlo a fare da spalla al padre e lui si rese conto della strana situazione, intervenne allora la moglie che, resasi conto dell'imbarazzo dell'uomo, versò ancora un po' di caffè caldo e chiese "Apprezzo la tua intenzione di volerli incontrare, sicuro di riuscire a mantenere i nervi saldi?" "Ci proverò" Si limitò a rispondere lui mentre si alzava e dopo essersi preparato si apprestò ad uscire ma quando fu sul punto di aprire la porta Raffaella afferrò le sue mani e disse con voce spezzata "Pensa a Carlo mentre ti troverai a loro" Lui si limitò a scrollare la testa ed uscì di casa con passo deciso.
    Immerso nei suoi pensieri e con una fitta lancinante allo stomaco, Giovanni raggiunse l'abitazione di Nuha ma a quel punto, preso dalla paura, cambiò idea, si voltò e decise di tornare a casa. In quel preciso istante, in sella ad una bici sgangherata, da dietro l'angolo del palazzo comparve Ubay che quasi lo investì. I due si riconobbero immediatamente e il ragazzo istintivamente strinse forte il manubrio della bici pronto a scappar via. Giovanni percepì la paura di Ubay e per una frazione di secondo l'adrenalina lo carico a mille; stava per mettergli le mani addosso quando un lampo di ragione squarciò le tenebre del suo animo e dal profondo del suo cuore percepì la volontà di suo figlio; allora ritrasse le possenti mani e se le portò alla fronte, fece un grande respiro e con tutta la calma possibile si rivolse al ragazzo "Tu sei Ubay, il figlio di Nuha. Posso salire da tua madre?" Ubay era un ragazzo sveglio e maturo, abituato alle avversità e in grado di superarle, ed immediatamente prese in mano la situazione. "Mi segua, prego" e senza perder tempo entrò dal portone che dava sulla strada. Si ritrovarono così in un'ampia corte dove, appoggiate ai muri, c'erano decine di biciclette, quindi Ubay si allontanò un attimo per mettere la sua vicino alle altre. Nonostante fossero all'aperto, Giovanni percepì chiaramente il forte odore di spezie proveniente dalle varie cucine misto a quello dei detersivi utilizzati per lavare i numerosi capi stesi sulle varie balconate che si affacciavano sulla corte, tutto sommato non era sgradevole. Immobile scrutava con sguardo attento ogni angolo di quel posto, alcuni bambini stavano giocando in mezzo alla corte, alcune donne affacciate a due finestre al primo piano chiacchieravano ad alta voce, in un angolo, sotto i portici, un anziano accerchiato da alcuni ragazzini stava tentando di riparare una di quelle bici sgangherate e proprio in quell'istante Ubay lo raggiunse "Lui ripara le nostre bici e noi lo ospitiamo a turno nelle nostre case" Disse il ragazzo con un filo di voce. Giovanni lo fissò e sul suo viso apparve un debole ma sincero sorriso che invitava il ragazzo a fargli strada. Giunsero così al terzo piano, era lì che si trovava l'abitazione di Nuha, ed Ubay da bravo padrone di casa invitò Giovanni ad entrare. Il ragazzo si rivolse alla madre nella loro lingua d'origine "Mamma dove sei? C'è un ospite che ti cerca" Nuha era in camera intenta a rifare i letti "Arrivo subito Ubay" Rispose lei in Italiano "Ti ho detto di parlare più spesso in italiano o non riuscirai mai ad integrarti" Giovanni ed Ubay, chiaramente in imbarazzo, attesero per alcuni secondi a testa bassa e fu così che li trovò Nuha quando li raggiunse nella stanza che fungeva da sala e cucina. Anche la donna, come il figlio in precedenza, fu sorpresa di ritrovarsi in casa quell'uomo al punto che per un attimo perse il controllo della situazione e si appoggiò con entrambe le mani ad una sedia per mantenere l'equilibrio evitando di accasciarsi a terra. Giovanni comprese la situazione e con garbo chiese "Posso accomodarmi?" Nuha si riprese all'istante e rispose "Certo, che stupida. Le offro qualcosa. Una bevanda calda? Un caffè? Una bibita? Sa, noi non teniamo alcolici in casa, per via della nostra religione, ma se vuole posso fare un salto nel market qui vicino" Giovanni la interruppe con un gesto della mano, capiva chiaramente di essere lui a creare scompenso in quella casa e per cortesia si limitò a rispondere "Un caffè lo gradirei volentieri, grazie" Mentre Nuha preparava il caffè senza dire una parola, Giovanni si guardò in giro e notò immediatamente l'ordine e la pulizia di quell'ambiente. Nonostante gli arredi e gli accessori fossero piuttosto logori, nel complesso si percepiva un'atmosfera di calore e serenità e quella sensazione gli distese i nervi. Ubay, che era rimasto in piedi con una mano poggiata ad una sedia, stava osservando a sua volta Giovanni, per lui era una situazione strana; abituato ad essere deciso e risoluto in quel momento si sentiva a disagio a casa sua al punto che persino Giovanni se ne rese conto. "Siediti con me" Gli disse allungando una mano con un gesto inequivocabile. Il ragazzo cercò lo sguardo di sua madre e lei lo rassicurò sussurrando "Tranquillo Ubay, fai compagnia al nostro ospite" Nuha servì il caffè per tutti e tre, prese una sedia e si accomodo vicino al figlio ponendosi tra lui e l'uomo. Giovanni notò quel gesto materno e con un sorriso cercò di rassicurarli sulle proprie intenzioni e visto che i due non sembravano intenzionati a dir nulla toccò a lui rompere il ghiaccio "Eccomi qua!" La donna soppesò quell'esclamazione, non le era ancora chiaro il motivo di quella visita "Sono venuto per cercare di conoscervi meglio" I due lo guardarono con aria interrogativa e Giovanni, resosi conto di aver sbagliato approccio cercò di correre ai ripari "Ho un peso sulla coscienza e vorrei il vostro aiuto per alleggerirmi da questo problema" Per alcuni attimi restarono in silenzio poi Nuha si rivolse a lui fissandolo negli occhi "Anche io ho un grosso problema" Ubay restò in silenzio, i tratti del viso tirati e l'adrenalina che aumentava nel suo corpo; stava per alzarsi e scappar via quando Giovanni riprese a parlare "Mi sono permesso di chiedere un po' in giro e ho dovuto rivedere e correggere il mio giudizio nei vostri confronti" Giovanni aspettò per un istante prima di continuare, madre e figlio sembravano disposti ad ascoltare le sue parole "Lei signora, giunta in Italia da alcuni anni, si è trovata ad allevare quattro figli senza il sostegno di un uomo. Da quel che ne so suo marito l'ha abbandonata per andare non si sa dove, ma lei ha preferito fare sacrifici sovraumani pur di garantire ai suoi figli un futuro onesto e dignitoso. Nonostante la sua forza di volontà non avrebbe potuto reggere questa situazione ed è grazie alla collaborazione di amici e parenti ma soprattutto all'aiuto concreto di Ubay che è riuscita a raggiungere i suoi obiettivi" Giovanni prese fiato per un istante e Nuha ne approfittò per servirgli ancora una dose di caffè ricevendo in risposta un segno di assenso "Grazie" disse comunque lui per poi proseguire il discorso "Il suo ragazzo si è caricato sulle spalle delle grandi responsabilità e da uomo maturo ha sopperito a molti dei vuoti lasciati dal padre prendendosi cura di lei e delle sorelline, è riuscito a conseguire un titolo di studio frequentando dei corsi serali, lavorando sempre con impegno ed onestà e quella sera, si, la sera dell'incidente, era stremato dagli sforzi fatti per sostenere i duri turni di quel periodo e senza volerlo ha sbandato ed è uscito di strada finendo la sua corsa sul marciapiede dove in quel preciso istante transitava Carlo" Giovanni aveva la bocca secca, sorseggiò il poco caffè rimasto nella tazza socchiudendo gli occhi e nella sua mente comparve la figura del figlio defunto che gli sorrideva, mentre gli tendeva la mano e lui si protendeva in avanti cercando di raggiungerlo senza riuscirvi; fu in quel momento che udì chiare nella sua testa le parole del figlio "Papà, basta con l'odio e il rancore. Fai la cosa giusta". Scosso da un fremito Giovanni spalancò gli occhi, davanti a lui Nuha e Ubay lo stavano fissando con gli occhi sbarrati "Si sente bene?" Chiese la donna visibilmente preoccupata "Si può perdonare?" Farfugliò lui a bassa voce fissando la donna che in chiara difficoltà scosse il capo. Giovanni si alzò dalla sedia e sorridendo allungò le sue mani verso quelle della donna che, resistendo all'istinto di conservazione, le accolse nelle sue. A quel punto Giovanni chinò il capo e con la voce rotta dal pianto chiese "Signora, siete disposta a perdonarmi?" Nuha e Ubay non capivano "Si, vi chiedo perdono, è stata una disgrazia. Io invece ho desiderato la morte di Ubay per vendetta e il rimorso per questo pensiero mi sta logorando l'anima, quindi vi chiedo ancora, siete disposti a perdonarmi?" Nuha cercò e trovò lo sguardo di suo figlio, erano d'accordo "Si" si limitò a rispondere. Giovanni allora ritrasse le mani, alzò il capo e fissò madre e figlio, nei loro sguardi vide tutto il dolore ma anche tanta comprensione, avevano capito. Senza aggiungere altro Giovanni si congedò e con passo deciso prese la via di casa.
    Ad accoglierlo in sala c'era Raffaella alla quale bastò uno sguardo per capire lo stato d'animo del marito, era cambiato, finalmente sereno e in pace con se stesso e le sue parole le confermarono quella sensazione "La sai una cosa tesoro? Chi perdona è più forte" Lei sorrise e lui fischiettando si diresse verso il frigorifero in cucina, prese una birra fresca e ne versò il contenuto in due bicchieri allungandone uno alla moglie. "Un brindisi" "A cosa?" Chiese lei "A Carlo" Rispose lui stringendola a se.
     

  • 07 novembre 2017 alle ore 16:20
    La storia del lupo Lapo

    Come comincia: C’era una volta, un bellissimo lupo dagli occhi di una cangiante tonalità viola scuro, di nome Lapo.
    Dall’animo sognatore, nobile ed idealista, il giovane lupo amava comporre poesie da cantare al mondo intero, cuore romantico, impavido, e forte. Capace coi suoi versi di incantare il creato, riempiendo di luce e di colore ogni cosa. Cantore sensibile della splendida luna, del gorgheggiare festoso dei ruscelli all’aria aperta, del delicato sbocciare di un fiore, della magia della neve a ricoprire col suo candido manto le colline più alte. Sempre col muso rivolto verso il cielo, elegante nel suo incedere. Ritenuto dagli altri lupi del branco, un po’ troppo stravagante per i suoi sogni, e per questo non apprezzato da molti, i quali non vedevano spesso nelle sue poesie un valido esempio, preferendo di gran lunga il destreggiarsi con la caccia, quale dote e maggior abilità per lo splendore della loro razza e la continuazione della specie, lasciandolo spesso solo, attratti da ben altro che i suoi versi ululati alla luna.
    Acquazzone/frullano vizze dal ramo/ le foglie componeva nel suo animo il lupo, al sovvenire dell’autunno attraversando il bosco, osservando il mutare lento delle stagioni, avanzando a piccoli tratti sulla terra brulla, quando d’improvviso giunto alle radici di una vecchia ed imponente quercia, il suo stupore fu enorme nello scorgere imprigionata in una tagliola, la zampa di una giovane lupa, riversa al suolo priva di sensi,  impossibilitata a muoversi, stretta nella trappola disposta per mano degli Esseri Umani al fine di catturare volpi e animali di pregio. Colpita, immersa nel sonno, un tempo creatura allegra e spensierata, sola e inerte adagiata in una morbida coltre di foglie, senza alcun segno evidente di vita, dal battito del cuore ad ogni  momento più flebile, lontano.
    Ed il lupo udendo quel ritmo farsi ad ogni istante più fiacco, senza porre tempo in mezzo, si scagliò con forza verso la tagliola, e usando al contempo gli artigli e le zanne ben appuntite, la liberò in un sol colpo.
    “Ma dorme ancora…” osservò contrito il povero Lapo, annusando il corpo immobile della sventurata, abbassando la coda “Il suo cuore è troppo debole per riprendersi…dopo tutto il tempo trascorso segregata in quel ferro!” ringhiò, scuotendo il capo, contemplando il viso di quella lupa, così dolce e disarmato, deciso a vederla tornare a sorridere di nuovo come una volta. E convinto di poterla riportare in vita, sospirò deciso “Il suo cuore è troppo debole! E senza di esso non potrà risvegliarsi!” latrò tremante “Io però ho un cuore!” ribatté fermo “E  potrei dividerlo con lei!” gettò di un fiato.
    “Ma questo è molto, molto pericoloso! Riflettici!” giunse con fare regale, alle sue spalle il bellissimo Cervo Bianco accostandosi a lui, bestia tra le più sapienti della Foresta. “Pensaci bene!”  tossì il Saggio “Non è facile dividere un cuore per due! E’ una cosa molto complicata! Affinché possa avvenire è necessario che i tuoi sentimenti verso quella giovane lupa siano veri e sinceri, e la tua volontà ferrea, altrimenti nel momento stesso in cui staresti operando il tuo volere, potresti essere tu a perdere il tuo cuore, e così morire!”
    “Lo so!” deglutì lui, fiutando fiero l’aria “Io ne sono cosciente!”
    E il Saggio sollevando lo sguardo verso un piccolo pettirosso, fermo su di un ramo col fiato sospeso, a contemplare la scena, gli strizzò l’occhio convinto “Allora, non esitare lupo, se è quello che vuoi! …” 
    E prima ancora che lui avesse terminato di pronunciare per intero quelle parole, Lapo chiuse gli occhi, e la giovane lupa riaprì i suoi, di un meraviglioso color dell’ambra, sana e salva, portando nel petto l’altra metà del cuore di lui, risvegliandosi per sempre dal suo torpore.  
    “Ti conosco…tu sei Lapo, il poeta! Il lupo che canta quei bellissimi versi alla luna! Grazie, grazie per quello che hai fatto! Il mio nome è Gaia, bellissimo lupo!” si levò lei sulle zampe, malconcia, zoppa, ma di nuovo viva e con tanta voglia di correre ancora.
    Riportata in vita dal sentimento di lui, vero e sincero, tanto forte e sconfinato da aprire un varco, oltre le barriere dell’oscurità, dietro cui era stata imprigionata, tanto potente, dal non conoscere il tentennamento dell’incertezza.
    E il lupo perdendosi nel dolcissimo sorriso della splendida Gaia, strofinando il naso contro quello di lei, le sorrise di gioia indicibile, fra il canto dei cervi in amore e il volo festoso degli uccelli oltre la Selva, poeta delicato, di quel portentoso miracolo chiamato Amore.
    E da quel giorno i due non si separarono mai più, e vissero per sempre felici e contenti.
     
     
     
     

  • Come comincia: Ho visto povertà e umiliazione, bimbi giocare sui tralicci, ridere accanto a fili di corrente scoperti, saltare nell'acqua di pozzi neri mai cotruiti, mamme incinte e stanche trascinare figli stanchi. Ho visto "ospedali" che sono vecchie case fatiscenti, e "dottori" maneggiare strumenti disinfettati in carta riciclata in fornetti a carbone. Ho visto acquistare di nascosto un pezzo di carne per gli "ospiti turisti", e tavole imbandite nel proprio desco: riso e platano e fagioli, il pasto ricco. E bimbi crescere con questo cibo. E bimbi seminudi e scalzi per le strade a imparare la legge del più forte. Ho visto cubani tornare a Cuba inanellati e tirati a nuovo in stretti jeans comprati nei negozi dei cinesi europei, con le tasche piene di pochi euro, comprare la sudditanza di chi è rimasto a mendicare qualche pesos correndo a piedi scalzi con in groppa un risciò. Ho visto strade con buche profonde mai riparate, e vecchi caderci e rialzarsi e continuare a piedi verso le proprie case costruite con materiali di riciclato riciclaggio. Ho visto mezzi di trasporto inventati con carcasse di chissà quale decrepito ricordo. Ho visto risciò ibridi di sedie a rotelle e bici e camion e pezzi stramazzati di poltrona. Ho visto la povertà, quella vera, quella che non ha il problema di arrivare a fine mese, perché non ha nemmeno le ore. E ho visto donne dagli occhi luminosi di kajal e bimbi ridere a crepapelle, e uomini "machi" esigere il "rispetto" dopo sbronze e violenze. E il silenzio nelle loro case. Cosa non hanno visto questi miei occhi stanchi.
    Quanta desolazione c'è, fuori dal nostro orticello, e quanta dignità, nonostante tutto...

  • 05 novembre 2017 alle ore 11:23
    DESIRÈ UNA RAGAZZA PARTICOLARE

    Come comincia: “Alberto…Alberto.” Mara S. con in mano un foglio di carta voleva attirare l’attenzione del marito Alberto M. che si trovava al piano superiore del loro appartamento di via Merulana a Roma. “Che è successo, che hai da gridare.” “Sono incinta amore mio.” In verità era una notizia che i coniugi M. aspettavano da vari anni, finalmente! Alberto abbracciò Mara e da quel momento l’atmosfera in casa M.  cambiò, i coniugi tutti baci ed abbracci e Mara, cattolica praticante, aveva riportato la notizia anche al suo vecchio confessore don. Roberto. Allora tutto bene? Sino ad un certo punto. Dopo tre mesi all’esame ecografico la operatrice: “Signor M: sono perplessa, sul feto vedo sia i caratteri maschili che quelli femminili, probabilmente di tratta di un ermafrodita.” Alberto ebbe bisogno di sedersi e dopo qualche minuto: “Tenga assolutamente la notizia segreta, qui ci sono cinquecento €uro, mi raccomando.” Arrivato a casa in stato confusionale, dopo qualche boccone a pranzo mise al corrente la consorte la quale prese a piangere copiosamente e si rifugiò in camera da letto, bell’aiuto al marito. Il ginecologo dr. Trifiletti era in organico alla clinica ‘S.Rita’, Alberto non era in buoni rapporto con i santi ma se ne fregò e andò a conoscere l’ostetrico il quale, venuto a conoscenza dei fatti,  molto professionalmente rassicurò Alberto della riservatezza sua e dei suoi collaboratori, il parto sarebbe avvenuto in quella struttura sanitaria: “Mi chiami anche di notte quando sua moglie avrà le doglie.” E così fu: Desirée nacque alla presenza oltre che del dr.Trifiletti anche di una anziana infermiera. I due più la operatrice ecografica furono omaggiati per la loro riservatezza di 10.000 €uro. La bimba nata il 12 marzo sotto il segno dell’Ariete (Alberto in parte credeva alle caratteristiche dei nati nei vari segni) fu battezzata dal parroco della chiesa di S. Maria Maggiore. A far da madrine due amiche di Mara all’oscuro di tutto. Desirée era bellissima, la natura era stata in questo caso benigna con lei, sorrideva sempre a chi le stava vicino e questo consolava in parte Alberto ma non Mara che, confidatasi col suo vecchio confessore, era stata impaurita dalle parole del prete che in quell’essere ci vedeva la mano del diavolo. La bimba non ebbe baby-sitters, era accudita notte e giorno dalla madre e questo andazzo fino all’iscrizione alla prima elementare. Nel frattempo Mara, insegnante diplomata, l’aveva ben istruita,  la piccola, peraltro molto intelligente, già a cinque anni era avanti nei programmi delle elementari. Era stato Alberto che non aveva voluto che la moglie insegnasse sia per il suo lavoro di ingegnere al Genio Civile ben retribuito e sia perché ricco di famiglia. Alberto, all’età di Desirée di quattro anni, con parole semplici le fece capire che il suo stato di femminuccia era particolare ma di non prendersela, avrebbe avuto sempre vicino ai genitori. Ovviamente i problemi sorsero quando Desirée fu iscritta alla prima elementare. Fu scelta una scuola privata non religiosa in cui le maestre erano ben poco remunerate ma questo favorì Alberto il quale largheggiava con le mance e le maestre e la bidella erano tutte dalla sua parte, silenzio assoluto. Nella stessa scuola c’erano le classi medie e così tutto andò liscio fino alla iscrizione di Desirée alla quarta ginnasiale in un altro istituto privato. Stessa manfrina con le mance e dopo il diploma della terza liceale l’iscrizione all’Università alla facoltà di lettere moderne. Qui le cose erano ovviamente più complicate, Alberto allora suggerì alla figlia di chiudere la porta quando andava nel bagno delle femminucce le quali cominciarono a spettegolare ma Desirée, diventata nel frattempo una bellissima donna, se la cavava con sorrisi e qualche battuta di spirito sinché fu lasciata in pace. Nel frattempo una tragedia in casa M.: Mara già debole di cuore e dopo tanto anni di amarezze passò a miglior vita per un infarto fulminante. Il vecchio confessore di Mara, don Roberto, fra le altre belle parole pronosticò alla stessa un sicuro posto in Paradiso. Tutto sommato la situazione in casa M. migliorò, fu assunta a tempo pieno una cameriera di provincia grezza ma lavoratrice indefessa  che, ben pagata, mandava avanti da sola tutta la ‘baracca’. Era un piacere vedere padre e figlia uscire insieme; la baby conseguito il diploma di licenza liceale ebbe come regalo  una Fiat 500 Abarth da lei testardamente voluta, Alberto non si oppose ma subissò la figlia di mille raccomandazioni. Talvolta Alberto si trovava la figlia rannicchiata nel letto matrimoniale al posto della madre, era per lui un piacere infinito in fondo aveva la figlia tutta per sé senza mosconi che gli giravano attorno ma, ripensandoci bene, capì che il suo era egoismo puro, la baby come le altre ragazze forse avrebbe voluto una vita normale. Un avvenimento importante accadde a Desirée. La conoscenza di Aurora G. brasiliana di ventitré  anni di età, iscritta alla sua stessa facoltà di lettere, discendente da nonni italiani che, oltre al portoghese, parlava correttamente l’italiano; abitava in una stanza che le era stata affittata da una vedova in via Cavour. Che aveva di particolare la brasiliana? Desirée aveva notato che prendeva i suoi stessi accorgimenti nell’andare in bagno, si chiudeva a chiave; un giorno si guardarono in viso e si misero a ridere tanto da fare girare tutti i presenti. Avevano scoperto di aver qualcosa in comune! Aurora era la classica brasiliana di quelle che si vedono al carnevale di Rio. Grandi occhi, seno prosperoso, popò favoloso e gambe lunghissime, roba da far girare la testa ad ogni maschietto ma aveva qualcosa in più non previsto in una femminuccia…La loro amicizia fu subito bollata dagli altri studenti come lesbica, le due se ne ‘fottevano’ bellamente;  spesso giravano con l’Abarth per Roma a velocità non consentita ma,  una volta fermate da qualche vigile maschio, mostrando le loro apprezzabili beltitudini (termine preso da Dante e Boccaccio), spesso se la passavano con un rimbrotto. Richieste di spiegazioni da parte di Alberto alla figlia che ogni giorno dimostrava la sua felicità. “Papà sarà una grossa sorpresa per te quando conoscerai una persona.” A dir la verità Alberto non aveva proprio bisogno di ulteriori sorprese, ne aveva avute già tante in passato ma la curiosità non è solo femmina. “Invita questa persona sabato sera, nel ristorante qui sotto di Aurelio si mangia bene e poi c’è pure un’orchestrina. Alle 20,30 papà e figlia erano nell’ultimo tavolo del ristorante (per non essere disturbati) quando si presentò loro un pezzo di… peraltro vestita in maniera succinta. Alberto guardava alternativamente prima la figlia e poi la nuova venuta, varie volte senza profferir parola. “Papà ti verrà il torcicollo se non la smetti, questa è Aurora.”
    Alberto istintivamente si alzò in piedi ed abbassò il capo dopo un finto baciamano, risate delle due impertinenti. “Papà Aurora non è il Papa…” “Andrò da Aurelio ad ordinare, voi due intanto vedete se riuscite a non prendermi più per il…” Aurelio conosceva Desirée ma non Aurora ed anche lui rimase abbagliato da tanta…”Aurelio non imbranarti, mai visto una brasiliana? Portaci quello che voi ma fai in fretta, le signorine hanno fame. Tra una portata e l’altra: “Aurelio niente orchestrina?” “Stasera piano bar con sax baritono, ti piacerà.” Effettivamente era in duo ben affiatato che all’allegria del pianoforte contrapponeva la tristezza del suono del sax. Alberto apprezzò e chiuse gli occhi per gustare meglio la musica quando ad un certo punto fu sollevato dalla sedia come una piuma e trascinato a ballare, naturalmente era Aurora spinta dal suo spirito brasiliano solo che dopo un po’  Alberto  si inalberò non nel senso di arrabbiarsi ma di sentir aumentare di volume un certo coso richiamato anche dal profumo di donna dell’amica di sua figlia. Aprì gli occhi, Aurora lo guardava con sguardo ironico, anche Desirée aveva capito tutto e sorrideva. “Ragazze vado in bagno…” situazione imbarazzante, ‘ciccio’ non ne voleva sapere di ritornare alla ‘cuccia’, nemmeno sotto l’acqua fredda poi si decise ed il suo padrone, con aria indifferente ritornò al tavolo. Indifferenza da parte di tutti e fine della cena con un bell’ananas. A casa: “Papà Aurora ha bevuto troppo, telefonerà alla padrona di casa e, se lo permetti, dormirà con me sul letto matrimoniale, tu sul divano letto. Nessun commento. La mattina, domenica, Alberto cadde dal letto divano, era basso e non si fece nulla ma si svegliò di colpo, andò in cucina a preparare la colazione anche per le due amiche. Desirée ed Aurora si presentarono scarmigliate ed ancora piene di sonno, Alberto cercò di immaginare quello che era successo fra le due durante la notte…”Papino…Alberto permetti che ti chiami così è più confidenziale e poi mi piaci come uomo.” Alberto fece finta di non capire e la sera riprese il suo posto nel letto matrimoniale questa volta in compagnia della figlia che prese a fargli le fusa. “Papà non hai capito che Aurora…” “Papà ha capito ma ha le idee confuse, lasciami del tempo, per tre giorni sono fuori sede per lavoro.” Ma il tempo non riuscì a fargli apparire la situazione più chiara, com’era combinata Aurora, l’essere ermafrodita comportava l’aver un pene piccolo o grosso e poi nel baciare il fiorellino se lo poteva trovare in bocca.  Ritorno a casa, Desirée l’aspettava ansiosa, “Mi sei mancato tanto, mi pareva di essere diventata orfana, ti prego, se possibile, di non lasciarmi sola.” La ragazza dimostrava una profonda tristezza che fece commuovere Alberto, l’abbracciò: “Sarai sempre il mio più grande amore, non sono solo parole, ti voglio molto bene.” Cosa strana Aurora era sparita dalla circolazione in casa M. “Papà Aurora vuole avere con te un rapporto ravvicinato, se hai dei dubbi la pregherò di non insistere, voglio prima di tutto la tua serenità.” ‘Time brings advice’ Alberto non ricordava in quale romanzo inglese l’aveva letto ma così fu. Una sera si era appena appisolato che sentì qualcosa muoversi nel letto matrimoniale, acceso l’abat jour si trovò accanto una Aurora completamente nuda e sorridente, ‘ciccio’ si inalberò subito facendo esclamare alla ragazza degli ohi ohi riguardo alla sua grossezza. “Ho poca esperienza di membri maschili ma il tuo mi sembra esagerato per la mia piccolina…” Alberto chissà perché (lo sapeva perfettamente) aveva acquistato un tubo di vasellina riposta nel cassetto del comodino ma prima di usarla andò ad esplorare le parti basse di Aurora la quale, al posto del clitoride, aveva un pene molto piccolo ma sempre un pene. “Prendilo in bocca, ti piacerà.” Alberto aveva i suoi seri dubbi di quanto asserito da Aurora infatti gli fece un certo effetto, mai aveva avuto un rapporto omo anche se in questo caso fu ripagato da un’entrata del suo ‘ciccio’ nella calda bocca della ragazza la quale ingoiò tutto e poi prese ‘ciccio’ e se lo infilò, con fatica, nella sua cosina di donna. Durarono a lungo sia Alberto sia Aurora che esplose in una goderecciata gigante che mai Alberto aveva notato in una donna normale. La nottata proseguì sulla stessa linea sin quando l’aurora, quella del cielo, raggiunse la camera di Alberto, la baby sparì com’era venuta. Né Alberto né Desirée si mossero da casa. La cameriera: “Con voi non posso lavorare.” “Prenditi giorno di vacanza.” “Papà non sono una sciocca, dipende da noi se il rapporto a tre può funzionare senza problemi.” Alberto abbracciò teneramente la figlia, un chiaro segno di assenso.
    Questa volta sarò gentile, per i non anglofoni vi svelerò il significato della frase ‘time brings advice’: ‘il tempo porta consigli’. In seguito vi delizierò con un prossimo racconto un po’ erotico che delizierà sia i maschietti che le femminucce (ed anche gli altri…)
     

  • 03 novembre 2017 alle ore 10:58
    UN AMORE STRANIERO

    Come comincia: Una tragedia può colpire quando meno te lo aspetti. Alberto M. in pensione dopo un onorato servizio di trenta anni nella Guardia di Finanza (poteva ben dire onorato, era stato un onesto servitore della Patria senza acquistare ville in posti di villeggiatura come alcuni colleghi, alcuni finiti in galera), si stava godendo un casa acquistata a Messina in cooperativa in viale dei Tigli quando al telefono: “Alberto una triste notizia per te, tua moglie ha un carcinoma alle ovaie allo stato finale… non le ho detto nulla, ciao.”
    Il suo amico dr. Antonio P., ginecologo, gli aveva riferito la ferale notizia, Alberto per non svenire si sedette su una poltrona, Anna stava per rientrare e doveva far buon viso a… “Caro purtroppo mi devo operare, me la caverò in pochi giorni, non ti preoccupare.” I giorni erano stati pochi, dopo una settimana infatti il suo grande amore, Anna, era passata a miglior vita. Benché ateo, Alberto si era dovuto sorbire i vari riti in chiesa frequentata dalla moglie, i vari discorsi del prete e degli amici e poi la sistemazione della salma nella cappella familiare.
    Era tornato a casa accompagnato in auto da Franco I. un collega e caro amico: “Vuoi venire a casa mia?”
    “No Franco, lasciami nel cortile di casa mia.”
    Così era iniziata la vita da vedovo di Alberto, non abituato alle normali esigenze familiari era in crisi malgrado l’aiuto bisettimanale del filippino Edy non poteva andare avanti quando improvvisamente una telefonata: “Sono Cesare M., ti ticordi di me? Ti telefono da Bucarest dove mi sono trasferito, ho saputo di tua moglie…se lo ritieni opportuno lasciare l’Italia ti posso far sistemare in Romania come ho fatto io, qui la vita costa molto meno che a Messina perché paghi le tasse locali molto inferiori di quelle italiane, pensaci e fammi sapere, questo è il mio numero telefonico: 0114021340665, ciao.”
    Cesare era stato con Alberto a Roma quando erano allievi finanzieri, un caro amico con cui ogni tanto si sentiva, che fare? Ci pensò tutta la notte e poi due giorni dopo: “Cesare ho deciso mi sono informato: prendo il traghetto Bari-Dubrovnik poi col navigatore (ho una Jaguar X type) arriverò a Bucarest passando per Craiova, se non ricordo male l’indirizzo di casa tua che mi hai comunicato a suo tempo è: via Lipscani 23.”
    “Ricordi bene, come ricordati di portare con te un bidet nuovo, qui non lo conoscono, a presto.”
    Alberto informò Franco della sua decisione ed un lunedì mattina si imbarcò in quella avventura, lasciando le chiavi dell’appartamento a Gianni M., un vicino di casa e caricando in macchina, oltre agli effetti personali e tutto quello che gli poteva servire, anche il computer di cui non poteva più fare a meno. Tutto bene sino alla Dogana di Bucarest, il computer doveva pagare una imposta, 400 €uro non la prese bene ma tant’è.
    Prima di arrivare a casa di Cesare gli telefonò,  lo trovò fuori della porta. Un abbraccio affettuoso.
    “Non sai che piacere per me, ci sono pochi italiani che peraltro non frequento, staremo insieme, io abito al secondo piano, al primo c’è un appartamento vuoto ammobiliato che ho prenotato per te, non è grande ma ti piacerà. 200 €uro al mese.”
    Conoscenza con Angela M. quarantenne vedova e la figlia Annabela di venti anni, il nome simile a quello di sua defunta moglie. Dopo due giorni di lavori bagno nuovo con doccia e bidet e registrazione della sua venuta al Comune.
    “Tutto a posto, sei un residente in regola, per le tasse ci penso io basta che mi dai una busta paga.”
    Dopo un ovvio spaesamento iniziale Alberto, che mangiava a pranzo ed a cena a casa dell’amico Cesare, in compagnia della consorte bionda, simpatica, alla mano e belloccia oltre che alla figlia bruna capelli a caschetto, magra tipo modella occhi di un profondo blu molto piacevole visu.
    Madre e figlia parlicchiavano un po’ l’italiano. “Signor Alberto…” “Anabella e Angela, a parte che sono ateo e quindi non conosco il signore io sono romano di origine e noi tutti ci diamo tutti del tu.” “Alberto io studentessa universitaria, posso fare vedere musei, teatri, biblioteche, monumenti, monasteri, librerie…” “ Anabela di quelli che hai elencato non  me ne frega niente, voglio vedere giardini, vie con negozi per distrarmi, ho lasciato l’Italia per non avere cattivi ricordi, mia moglie è deceduta…” “Quando libera io conduce in posti che piace a te.”  La ragazza frequentava l’università e Cesare usciva insieme ad Alberto, quando era solo la compagnia era di una tv a noleggio programmata per canali italiani ma qualcosa cambiò la sua vita. Una notte sentì un colpo alla porta, l’aprì e gli cadde fra le braccia Anabela completamente ubriaca, la depositò si una poltrona, dal piano di sopra nessun rumore, non si erano accorti di nulla. Ritenne opportuno depositare la ragazza sul letto matrimoniale, le tolse le scarpe e la ricoprì con una coperta. La mattina seguente alle otto rumori di sopra, Cesare e Angela erano preoccupati per il non rientro a casa di Anabela, Alberto raccontò quanto accaduto ed ebbe sentiti ringraziamenti da parte dei due. La ragazza si svegliò alle tredici, come se nulla fosse successo, guardò in faccia Alberto senza parlare, si mise le scarpe e sparì su per le scale. Nel pomeriggio scese Cesare che mise al corrente Alberto di quello che era accaduto la notte precedente: Anabela era fidanzata con un coetaneo poco raccomandabile, erano insieme in un locale della movida di Bucarest quando il giovane cominciò a ballare con altre ragazze, Anabela gli fece una scenata e bevve sino ad ubriacarsi. A cena Anabella ormai ripresasi: “Chiedo scuse, grazie, tu uomo meraviglioso…non volere più vedere mio fidanzato, tu fare compagnia quando non studio.” L’idea non dispiacque ad Alberto anche se venticinque anni di differenza… A passeggio per le vie del centro, Anabella aveva lasciato gli occhi su un paio di scarpe un po’ costose, Alberto la spinse a provarle e gliele comprò. “Io poi dare a te soldi.” “È un mio regalo, my darling.”
    “Tu parlare inglese? Io parlare inglese e tedesco.” Io solo francese…” Le passeggiate insieme si moltiplicavano, Anabela aveva lasciato il fidanzato e ogni giorno usciva di più con Alberto, ormai lo prendeva sottobraccio e gli ‘depositiva’ qualche bacino sul viso. “Tu bell’uomo…” Alberto imitandola: “Io uomo vecchio potrei essere tuo padre…” “Tu mio amante, io amare te…” Che un pezzo di gnocca, di venticinque anni più giovane ti dice di amarti… “Cesare sono in crisi, esco troppo spesso con Anabela penso…” “Non pensare, io e Angela ce ne siamo accorti, lascia fare al destino, sei una brava persona, non porti tanti problemi.” Anabela aveva la patente ed aveva imparato a guidare la Jaguar, passava dinanzi all’università per far morire d’invidia le sue colleghe, cattivella l’amica! La ciliegina finale: una notte Alberto dinanzi alla tv si stava godendo un film porno quando si aprì la porta d’ingresso. “Tu sozzone …” “Io forse zozzone, sozzone vuol dire sporco tu che ci fai qui? “Dormire con te.” “Dormire?” “Tu capito non fare stupido.” La baby non era alle prime armi, dopo un lungo bacio prese in bocca ciccio che, data la lunga astinenza, riversò nella dolce boccuccia di Anabela …la quale per pulirsi usò un piccolo asciugamano che aveva portato con sé (organizzata la baby!). Dopo un cunnilingus gustoso, l’entrata di ciccio nella cosina della ragazza fu trionfale nel senso che la stessa cominciò a godere alla grande e poi: “Niente paura prendo pillola” e così lo zozzone schizzò sul collo dell’utero di Anabela che proseguì la goderecciata sino…”Basta io stanca.” Dopo un riposino ad Alberto venne nostalgia di casa propria: Che ne dici di andare in Italia?” La furbacchiona: “Pensavo da molto tempo ma tu prima sposarmi…” Al matrimonio al Comune pochi parenti di lei e tanti compagni di università soprattutto ragazze che avrebbero volentieri avere avuto analoga sorte. Alberto via telefono avvisò Gianni del suo ritorno con relativa consorte. Viaggio di ritorno ovviamente al contrario di quello di andata, arrivo a Messina il pomeriggio. Gianni, grande festa con la consorte e all’apertura della sua porta d’ingresso. Alberto: “Cara sarà tutto impolverato, penso sia il caso di dare una pulita almeno alla camera da letto. Anabela non se lo fece dire due volte, alla fine l’apertura  degli armadi…Alberto sbiancò alla vista dei vestiti di Anna, si dette sul letto come imbambolato, la consorte ancora una volta dimostrò di essere intelligente e sensibile, capì la situazione: “Se d’accordo buttiamo vestiti e scarpe tua moglie, io avere miei, stanotte dormire in albergo.” E così fecero, riempirono vari sacchi di spazzatura e li scaricarono in quei contenitori messi apposta per strada per contenere il vestiario e le scarpe usate poi, dietro suggerimento di Alberto andarono all’albergo ‘Continental’ di via Garibaldi. Al portiere chiesero di vedere il direttore suo vecchio amico. “Che posso fare per te?” “Qualcosa da mettere sotto i denti ed una stanza per stanotte.” Dopo mangiato trasferimento in una stanza che dava sul porto di Messina,  il bacio della buona notte. La mattina ambedue rinfrancati ripresero possesso dell’abitazione di Alberto. Pulizie con l’aiuto di Edy il filippino e poi ritorno alla normalità. Grande festa con gli undici componenti della scala, Alberto ed Anabela scollata ed in minigonna fecero gli onori di casa con mangiata di dolci alla siciliana, tutti allegri tranne Palmira T. dell’ultimo piano che stava in disparte. Alberto se ne accorse e: “’A Palmì che t’è successo?” “E me lo domandi, sono anni che sono innamorata di te, quando è morta tua moglie eri inavvicinabile e poi ti ritrovo sposato con una che potrebbe essere tua figlia…” “Ti assicuro che non me n’ero accorto,io sono sempre l’Alberto che hai conosciuto…” Il buon Albertone non aveva perso il vecchio vizio di… “Ho capito dove vuoi arrivare, io voglio in uomo tutto per me.” “Sei ricca, trovati un toy boy e sorridi alla vita.” “Non so chi sia il boi boi…” Palmira sparì e Anabela capì la situazione, l’intuito femminile…”Caro vieini dalla tua mogliettina, ti sarò sempre vicina. ‘Finita la festa gabbato lu santo’ nel caso dei coniugi M. voleva dire trovarsi dinanzi alla realtà per quanto riguardava il ‘conquibus’. La vita in Italia era ovviamente più cara di quella dell’Ungheria tanto più che Alberto aveva acquistato, a rate, un ‘UP’ della Volkwagen con cui la consorte girava per Messina alla ricerca di un posto di lavoro presso qualche agenzia di navigazione, niente da fare, Anabela rientrava sempre a casa con l’aiuto del satellitare ma col muso a terra, tutti aveva l’organico pieno. ‘Audaces fortuna adiuvat’ in questo caso non fu l’audacia ma un colpo di c., Ovidio  O. suo collega in servizio, avuto notizia del matrimonio di Alberto con una straniera lo contattò per dirgli:”Mi sto congedando ed apro una import-export, ho bisogno di una che parli lingue straniere, tua moglie…” “Anabela l’inglese ed il tedesco.” Bene vediamoci domani al bar di piazza Cairoli.“ Ovviamente Ovidio sgranò gli occhi alla vista della consorte di Alberto in mini e ampia scollatura poi: “Ho già affittato un locale in via Garibaldi al n.203, lunedì mattina l’inaugurazione e poi al lavoro.” Anabela ogni giorno riferiva ad Alberto gli avvenimenti: “Per fortuna abbiamo già degli ordini, tutto bene tranne che il tuo collega ci ha provato con me, ha capito che non c’era nulla da fare e insidiato (si dice così) su seconda impiegata che parla francese, anche stavolta  andato male, la terza parlare solo italiano e,paura licenziamento, detto si.” Stavolta Minerva, Mercurio amico di Alberto distratto, ne combinò una delle sue per vendicarsi delle corna di suo marito, fece conoscere ad Anabela un cliente ricchissimo ed affascinante. Riferì ad Alberto la cosa: “Si chiama Paul e mangiamo insieme durante l’intevallo, mi insegna il francese, è padrone di fabbriche in Francia, vuole farmi dei regali ma ho rifiutato.” Anabela stava imparando bene l’italiano e pare pure il francese… Alberto non osò fare domande alla consorte sinché un giorno: “Sai Paul vorrebbe venire a casa nostra anche per conoscerti.” Che a Paul interessasse conoscere il marito di Anabela sembrava ovviamente un controsenso, se gli piaceva la ragazza che motivo aveva di conoscere il marito? Alberto capì che non era il caso di dire cose ovvie, ritenne opportuno far venire a pranzo il francese, tutto preparato da un vicino ristorante per fa fare bella figura alla baby che se ne assunse la paternità. Il cotale, circa quarantenne, alto, elegante, fascinoso…”È un piacere conoscerla, Anabela mi ha parlato molto di lei.” E intanto sbirciava la scollatura della signora. Alla fin e del pranzo l’ospite capì che era inutile rimanere: “Ho un impegno, arrivederci ad un pranzo nella villa a Torre Faro che ho preso in affitto.” Il suo italiano era eccellente, che fare? Anabela sembrava sempre di buon umore ed abbracciava in continuazione il marito, cosa che all’interessato parve sospetta. La mattina di un sabato l’invito:”Portate i costumi da bagno”, era una assolata giornata di luglio. Grazie al solito satellitare con la UP di Anabela giunsero ad una villetta isolata della frazione di Messina. “Cambiatevi ho già messo sulla spiaggia un ombrellone e tre sedie a sdraio.” Alla vista di Anabel in costume a Paul gli occhi parvero uscire dalle orbite, poi si ricompose, capì che Alberto si stava rompendo…I due andarono in acqua, Alberto preferì restare sotto l’ombrellone. Paul ed Anabel andarono sempre più al largo, chissà dove aveva imparato a nuotare sua moglie, a Bucarest non c’è il mare, forse in piscina pensiero totalmente inutile. Ormai la situazione era cambiata, i due sembravano innamorati e se ne fregavano della presenza di Alberto il quale rivolse una bestemmia al suo dio Mercurio che non l’aveva aiutato, ma ormai era tardi. A pranzo Alberto toccava appena il cibo, i due lo ignoravano. Gli eventi precipitarono Anabel: “Caro ormai avrai capito che sono innamorata di Paul, è il destino, faccio le valige e me ne andrò, pagherò le rate rimanenti della Up, ciao, sarai sempre nel mio cuore, addio.” I giorni seguenti Alberto si chiuse in se stesso, mangiava solo qualcosa che gli portava Gianni sinché una mattina sentì suonare alla porta: una visione celestiale, Palmira in mini e scollatissima si insinuò in casa “Tintolone ormai sei mio, fatti la barba la doccia e poi…e poi avvenne quello che la pulsella bramava da mesi era stato il Fato e non Mercurio a portare a quella soluzione,  Alberto decise di cambiare dio…
     

  • 02 novembre 2017 alle ore 19:36
    Annadelmare del sì

    Come comincia: "...Da partenze diverse, avevamo percorso tutti la stessa strada accidentata; cadendo e ferendoci, tutti abbiamo sentito dolore e tanti ne sono rimasti accecati; io sono stata fortunata, il dolore è stato pietoso con me e mi ha lasciato solo le ferite che se pure non guariranno, lasceranno cicatrici a testimonio del vissuto.
    Il male ricevuto, altro non era che l’evoluzione del Maestro d’Amore; non lo seppi subito, dovetti camminare ad occhi spalancati nell’inferno senza mai poterli chiudere, costretta a sentire l’humus spalmato sulla pelle e il viscido strisciare dei vermi sul mio corpo. Girovagai per anni nel ventre della terra, come vecchia quercia, mi nutrii del putrido lasciando cadere ad una ad una le foglie che ornavano le mie fronde. 
    Quanto dolore per ogni foglia che si staccò, quanto amore precipitava e cadeva in un sordo tonfo, come costruzione di cemento a cui si bombardano le fondamenta; erano foglie ma non volteggiavano mestamente per raggiungere il terreno, si fracassavano sull’anima. Io, quercia, mi spezzavo sotto il peso dei miei stessi rami e nel tentativo di fermare il sangue che stillava impavido dal moncherino lasciato da ogni foglia, squarciavo il tronco.
    Imparai la compassione di me.
    Il Maestro d’Amore, paziente, mi guardava apprendere con fatica. 
    Rimase seduto ad ascoltare i miei ruggiti di animale ferito, accanto a me, nella mia tana buia che pur facendomi paura mi riparò dal cataclisma tutt’attorno. 
    Mai mi lasciò chiudere gli occhi per non vedere, non fu pietoso; restava compagno silenzioso, sentivo il suo respiro soffiare sulle ombre gelide dei mostri che coprivano il mio cielo da quando avevo aperto il vaso di Pandora, e vagavano dispersi sul mio suolo. 
    Fu il mio unico amico, l’unica essenza che mi rimase accanto, quando sparii dalla società. Chi mai avrebbe potuto capire la mia anima spezzata, se avevo ripetutamente dimostrato di essere un’araba fenice? Quante volte ero rinata dalle mie ceneri… Ero una colonna portante, ero marmo che nulla poteva scalfire e tutti ebbero facoltà di sbertucciarmi. 
    Tutti quelli che avevano bevuto alla mia fonte non accettarono che non ci fosse acqua per loro e distrussero la sorgente coprendola di massi.
    Il marito, gli affetti, il lavoro, la città, mi lasciarono ai piedi della fonte, Maestro d’Amore spostò i massi e mi tirò fuori circondando con le sue braccia le mie spalle insanguinate, mi strapazzò quando vide che volevo raggiungere la dimensione dove tutto è pace e mi portò al mare, in un silenzioso paesino toscano, e nelle acque fredde di quell’inverno, lavò le mie ferite. L’anima pianse e strepitò quando la salsedine bruciava sulle piaghe aperte e senza pietà lasciava colare il mio malessere nelle onde increspate. 
    La musica tempestosa del libeccio portò verso terra voci di angeli che non riuscii a distinguere finché non guarirono le mie orecchie, sfidai il mare grosso per riscoprire la forza, figlia della paura, e raccolsi ortiche per nutrirmi, volli rimanere cucciolo di animale esposto e solo, per imparare a vivere; conobbi Dio affondando i piedi nella montagna di alghe che ricoprì la riva quel ventoso e gelido inverno, io, che avevo sempre affidato a Lui ogni mio giorno nuovo, mi accorsi di aver condiviso e mai affidato veramente la vita che avevo vissuta, soltanto in quei momenti lo avevo fatto pienamente. 
    Ero nelle sue mani, Lui sapeva se quel giorno avrei trovato da sostentarmi e se mi fossi svegliata ancora e se avrei camminato con le mie gambe. 
    C’era Lui e si prese cura di me, fu il mio cardiologo e il mio pneumologo, fu il medico che tenne costanti i parametri del sangue e del calcio nelle ossa, stabilì le mie capacità fisiche finché rimasi sola, mi diede da bere e da mangiare tutti i giorni. 
    Volle lasciarmi in vita per non tagliare il nastro del traguardo prima che io arrivassi, pronta. Mi regalò Maestro d’Amore e quadrifogli, e farfalle e uccelli svolazzanti nella mia aria, e anime belle e nuove che hanno profumato di pulito il mio andare.
    Sotto la lava che tutto aveva coperto, rimasero vivi affetti creduti dispersi che tornarono a sfilare nel mio sangue per appoggiarsi dolcemente sul mio cuore troppo malato per reggere colori pesanti, malato e vivo di forza nuova quanto basta per concedergli di pompare e far danzare nei suoi riflussi l’amore..."

  • 01 novembre 2017 alle ore 12:13
    Tramoggia

    Come comincia: Ciao! Come stai? 
    È un periodo un po’ particolare, sto ai pensieri forzati!
    Ma forse volevi dire ai lavori forzati?
    No! Volevo solo dire quel che ho detto: Sono ai pensieri forzati!
    Beh! Spiega meglio, se vuoi ti ascolto!
    Allora amico, sai cos’è una tramoggia? 
    Più o meno!
    Ecco! Allora pensa alla mia testa come a un contenitore. Ho appena riversato all’interno di essa anni di pensieri già di per sé incontenibili, immagina come fosse aperta sopra, mentre un frullatore sversa il preparato mentale. Lo vedi adesso che nella sua discesa perde parti di capelli, di risate, di occhi, di stanze, di profumi, di mare, di sangue, di me? Vedi come sia già difficile il solo impastare e versare nella tramoggia?
    Sì! Capisco!
    Ora a questo aggiungi il fatto che questo denso impasto debba scendere giù per questo indegno contenitore, immagina che questa bellezza già di per sé esuberante stia traboccando un po’ ovunque, sprecandosi.
    Ho messo nell’impasto tanta di quella roba che ora deve scendere giù, come in una tramorgia, insinuandosi per caduta in quello stretto orifizio che porta allo stomaco, passando per il cuore. Estrudere l’impasto. Il bello è che non so in cosa si trasformerà e se si trasformerà.
    Comprendo.
    Dovrà percorrere i canali, che si stringono a imbuto come i gironi infernali. Deve trasformarsi, essere digerito e poi eliminato anche se sai che non potrà essere eliminato del tutto. Mai! 
    Amico mio ascoltami, nulla si crea e nulla si distrugge, ricorda che nulla è perso per sempre e se saprai concimare ed alimentare la bellezza con gli scarti ritroverai nuova sostanza.
    Forse hai ragione amico, grazie. Intanto per adesso, torno a estrudere.
    Di niente.

    #dentrismi #gliaforismidiHalo

  • 30 ottobre 2017 alle ore 19:19
    Una bella giornata

    Come comincia: Bella giornata che trascorsi qualche anno fa, grazie agli amici bagaladesi, in primis il Sindaco Curatola, il di lui figlio Federico e dal vice-sindaco Toscano che mi accolsero sul pullmann, per quella trasferta a Bagheria, per gli ottavi di finale di Coppa Italia Nazionale Dilettanti che si disputava tra l’Omega Bagaladi ( RC) e la squadra locale.
    Dopo un lungo e tranquillo viaggio, per quasi quattro ore, fummo accolti dapprima dall'allora Presidente del Bagheria Provenzano e accompagnati al ristorante "Aries", dove poi incontrammo il Sindaco in carica della città, il giovane Biagio Sciortino, il quale si dimostrò persona veramente amabile, avendo offerto al collega Curatola dei libri e depliants di Bagheria e poi ci accompagnò al vicino Museo di Guttuso, vero gioiello culturale, ancora in pieno allestimento.
    Devo dire, con tutta sincerità, che l’accoglienza fu di prim’ordine, sia per la signorilità dimostrata da tutti, compreso lo sponsor, sia per la simpatica curiosità che dimostrarono nel chiedere di Bagaladi, cittadina di appena 1.000 abitanti, che da un paio d’anni era assurta agli onori del calcio che contava.
    Complimenti davvero!
    Pensai, avendoli conosciuti, che sicuramente, sarebbero stati accolti allo stesso modo, se non meglio, sia dal Sindaco Curatola che dal triumvirato che presiedeva la squadra di Bagaladi, Maesano-Maesano-Villari.
    Passo ora, dagli appunti che avevo in archivio, a descrivere la bella partita alla quale assistetti in mezzo ad un pubblico veramente scarso per un citta da quasi 70.000 abitanti.
    La partita finì 2 a 2, ma l’Omega avrebbe meritato di portare a casa la vittoria che avrebbe assicurato, quasi al 100%, il passaggio ai quarti e se l'avesse ottenuta, nessuno avrebbe avuto niente da dire.
    Dopo l’inizio stentato dell’ Omega che stava ancora studiando gli avversari, il Bagheria colpì a freddo con l’ottimo Marino che improvvisamente, ricevuta la palla quasi al limite, tirò una bordata ad effetto che sorprese Tiziano che, anche disteso in tuffo disperato, non riuscì ad intercettare la micidiale palla.
    1 a 0.
    Ma l’Omega Bagaladi, conscia della sua forza, incominciò a macinare quel bel gioco che la contraddistingueva da quando ne aveva preso le redini il nuovo mister, il bravo Campolo.
    Infatti, allo scadere del tempo, in seguito ad una bella azione corale, pervenne al pareggio con Aquilino che fu bravo ad evitare dentro l’area un difensore e a colpire la palla a colpo sicuro infilandola nell’angolino alla destra del portiere locale.
    1 a1.
    Dopo, praticamente per tutta la partita, l’Omega condusse le danze, seminando il terrore tra le file difensive avversarie, soprattutto con Di Maggio e Corona, supportati da un pressante Catalano, dalla solita ottima regia di Aquilino e da Bonanno e Pipitò, sempre in contrasto sugli avversari.
    Il raddoppio dell'Omega, arrivò all'inizio del 2° tempo, da un'incursione sulla sinistra, cross al centro per Corona che colpì bene ma sul portiere che respinse alla bell'e meglio ma sui piedi di Di Maggio che con la solita calma bloccò la palla e la indirizzò in porta senza scampo per il portiere bagarese.
    2 a 1.
    Ma come c’insegna il calcio che se non sfrutti le occasioni da goal poi va a finire che il goal lo subisci, il Bagheria, verso il 70° minuto, con un fortunoso goal derivato da un batti e ribatti in area, ottenne il pareggio con Vipes, con la palla che colpita in modo strano superava Tiziano, sbatteva sul palo e beffardamente s’insaccava, lasciando noi tutti sugli spalti di stucco.
    Comunque bella partita, condotta benissimo da tutta la terna arbitrale, con parecchi ammoniti per falli di gioco normali, con pubblico corretto, rovinato solo nel finale da un battibecco tra due giocatori che veniva sedato, un po’ con difficoltà, dalle dirigenze di entrambe le squadre.
    L'Omega Bagaladi passò poi il turno, giocando al ritorno in casa una grande partita, non cullandosi del pareggio ottenuto in trasferta, dimostrando così di aver raggiunto una mentalità moderna d'intendere il gioco del calcio sia quello che si era detto fin’allora (ed anche lì a Bagheria) della squadra e cioè "Squadra stellare”.

  • 27 ottobre 2017 alle ore 19:00
    Il cassetto

    Come comincia: "Sei malato! Oggi, niente scuola". 
    Era la voce di mamma, al mio risveglio. Che felicità! Nonostante la febbre e il mal di gola, ero liberato da un incubo oppressivo. La scuola, l'avevo iniziata male, in guerra, e ci vollero anni, per abituarmici. Lo stato di malato mi dava adito all'accesso di un rituale, che trovavo meraviglioso ed appagante. Cambiavo, di prima mattina, camera e letto. Passavo nella camera dei miei genitori, nel loro lettone, che mamma aveva rifatto di fresco. La finestra, luminosa, dava sulle alture del Righi. S'intravvedeva il panorama della vasta conca, che racchiude il mare e la Lanterna. La luce entrava di prima mattina, vivida, da farsi rubare in ricordo. 
    Dopo il caffè e latte, con biscotti, comprati in fretta, all'uopo, dalla cameriera, (per il costo, non erano abituali) avveniva una delle concessioni più esorbitanti, che io potessi immaginare. Mamma sfilava dal comò della camera il primo cassetto e me lo depositava sulle gambe. -“Guarda, ma non mettere in disordine”- Era il licet ad entrare nel suo intimo riparo, a noi bimbi, proibito. Questo gesto le dava tempo e spazio per il lavori di casa di prima mattina. Mamma usava il cassetto come l'unico spazio veramente suo. Aveva un pudore delicato nell'aprilo e chiuderlo. Gesti studiati, veloci a celare una sua intimità. “Non mettere in disordine” - mi ripeteva ancora. Ma quel cassetto nella confusione degli oggetti, nel loro sovrapporsi, era il simbolo di un disordine inimmaginabile. L'illusione di racchiudere una vita privata in un cassetto, ne era il risultato. Io m'intrufolavo tra boccettine di profumo,dalle varie forme, creme, che saggiavo con la punta del dito, rossetti, collane, anelli, medaglioni. Odoravo tutto, come un segugio e ogni oggetto aveva un suo profumo, fosse un pettine di tartaruga spagnolo o un fermaglio indiano. Ne ravvedo ancora il piacere intatto, conservato in un grumo di neuroni. Eppure doveva esserci stato un giudizio di malattia, all'inizio, che mi permetteva tutto questo. Ma non ricordo i sintomi della mia indisposizione; il letto appena rifatto per me e quel cassetto di meraviglie da indagare, scrutare, era tutto l'universo. A completare il mio bisogno di incauta profanazione di ciò che non mi spettava, un pacco voluminoso di cartoline illustrate, trattenute da un nastro. Cartoline giornaliere di papà a mamma, durante il fidanzamento. La calligrafia curata di papà, a penna blu. Minuta, delicata, come una missiva d'amore, voleva. “Cara Franca”, in mille modi, in mille inclinazioni. Poi non andavo oltre, già per un pudore tutto mio, che ho conservato per una vita. Mi turbava e m'ingelosiva quel termine, “Cara Franca”, pur se usato da mio padre. Le foto riprodotte sulle cartoline erano di attori dell'epoca. Greta Garbo ne comprendeva molte; bellissima, divina. Alcune erano solo schizzi veloci del suo volto. Shirley Temple, una bambina prodigio d'allora, attrice in molti film americani, coglieva la mia meraviglia, nei suoi vari costumi di posa. Quale distanza di vita, da una mia coetanea! Io preferivo le raffigurazioni di Stanlio e Ollio, prodigiose, tanto da scoprirmi un sorriso. “Adesso basta, lo metto via” E si chiudeva il sipario di quel fantastico teatrino ed io avvertivo, solo allora, il mal di gola.

    Trascorsero degli anni e tuttò mutò. Ai miei figli, ammalati, accesi, nell medesimo frangente, lo schermo della TV. Chissà se avessi portato il mio cassetto! Forse, ricorderebbero qualcosa in più di me.

  • 23 ottobre 2017 alle ore 11:58
    Irrefrenabile desiderio

    Come comincia: Io non volevo giocare... non gioco mai con le persone. Sono stata una stupida. Ho confuso l'alba col tramonto, non è difficile se non si sa dove ci si trova; hanno gli stessi colori e il sole ha la stessa posizione: è rosso e basso all'orizzonte. Avrei solo dovuto aspettare il tempo che ci voleva per vedere se nasceva o se moriva. Allora avrei capito. 
    E allo stesso modo ho scambiato per amore un desiderio. Tutto qui. Ho sbagliato. Capita no? Non sapevo più come liberarmene alla fine. Quel desiderio era diventato... Irrefrenabile? Si può dire, irrefrenabile? Ecco allora era irrefrenabile.
    E così... l'ho ammazzato.
    No, non il desiderio... Lui. Proprio lui. Lui Basilio, il mio amante.
    Beh, amante nel senso che mi amava. A modo suo. Lui. Io no. O meglio, non lo so. Credo di no, se no... non lo avrei ammazzato, ecco... Ma so anche che mi manca. Non sempre, no, mi manca se ci penso. Quindi cerco di non pensarci... No, non è così difficile: basta concentrarsi su qualche cosa da fare, che so, un libro da leggere, lo smalto sulle unghie, le parole crociate, qualcosa insomma che ti tenga distratto. No...non è vero. Ci penso. Ci penso di continuo. Lo vedo sempre lì, Basilio, addormentato sul mio letto, che russa. Basilio... Con un nome cosi non poteva che finire ammazzato. Se non lo avessi fatto io lo avrebbe fatto qualcun'altro. Basilio russava in modo spietato, senza il minimo ritegno, di continuo. No... no... ora che ci penso non mi manca. Non mi manca per niente!
    Voleva pure sposarmi. Ma glielo dissi che avevo troppo da fare, che non avevo tempo per andare a comprare il vestito, ordinare le bomboniere, fare gli inviti e preparare tutto quello che serve... glielo dissi un casino di volte. Non c'era verso di convincerlo. Lui doveva sempre avere ragione su ogni cosa! Disse che avrebbe fatto tutto lui. Io avrei solo dovuto dire sì! 
    Beh, sapete cosa gli ho detto? Vaffanculo, sì, vaffanculo!
    Mi sono sentita subito meglio dopo. Lui ha capito che non mi avrebbe convinta così facilmente. Non sono una tipa che puoi convincere così facilmente!
    La prima volta che lo vidi mi accorsi subito che aveva l'occhio spermatozoico... sì, io lo chiamo così lo sguardo di quello che non sai perché o percome ma ci finisci a letto presto, me ne accorsi di quell'occhio penetrante come una trivella... Lo ammetto, ho sbagliato. Avrei dovuto scappare invece di lasciarlo attaccare bottone. Comunque sia è andata così. Tre anni... no... tre e... quattro, quattro. Quattro anni con Basilio che russava. Ruttava anche. E scorreggiava. Non è sempre stato così... Col tempo si è rilassato il rapporto e anche i suoi sfinteri...
    Basilio era il classico uomo che una volta che sei con lui non riesci più a mollarlo... a meno che non lo ammazzi. Sì. Lo devi scannare come un maiale se no non c'è verso di toglierselo di torno.
    Finito di mangiare mi guardava e mi diceva: “pulisci la tavola prima del caffè”. Una volta sapete cosa gli dissi? Gli dissi: Vaffanculo! Sì, vaffanculo.
    Quella fu la volta delle costole rotte. Quattro. E questo!(INDICA IL DITO MEDIO).
    Non gli era piaciuto il fatto che lo avessi usato per mandarlo a fanculo. Io trovo invece che il medio accompagni bene la parola. Vaffanculo (COL MEDIO ALZATO)! Visto? Beh, lo prese e me lo spezzò... Poi mi diede quattro cazzotti in faccia e persi i sensi. 
    Quando invece mi chiese di sposarlo, e gli risposi vaffanculo, non andò cosi bene... Un calcio mi distrusse la milza, un altro il naso, tre denti, le solite costole e 3 giorni in coma... Però gli avevo fatto vedere che non sono una tipa che puoi convincere così facilmente.
    Io non volevo farlo innamorare quando lo incontrai... non gioco con le persone... non dovevo lasciarlo attaccare bottone.
    Basilio russava così forte quella mattina che non ho avuto cuore di svegliarlo. Qualche volta lo avevo fatto, ma era notte, e lui si era così arrabbiato che mi chiuse fuori sulla finestra tutta la notte... No, non mi picchiò. Mi prese per il collo da dietro e mi mise fuori sul balcone poi tiro giù la tapparella e mi lascio lì tutta la notte. Pioveva a dirotto. A febbraio piove spesso qui da noi.
    Comunque quella mattina non lo svegliai. Andai in cucina a preparare la colazione. Caffelatte, fette biscottate col miele di acacia, quello dolce dolce, un po' di muesli e succo di arancia. Mangiai tranquilla con il sottofondo di Basilio che russava. Era un'ira di dio quella mattina. Faceva tremare i vetri. La sera prima aveva mangiato come un maiale...Finita colazione, andai da Basilio e, senza svegliarlo, gli ho aperto quella testa di cazzo che aveva con la mannaia per la carne. Era un regalo di mamma. Non la ringrazierò mai abbastanza. Comunque, quattro colpi secchi sul cranio, tanto per stare tranquilla che non riprendesse a russare.
    No, no... non credo che mi manchi. Credo di no... Almeno per ora. Il desiderio è stato davvero irrefrenabile... Si può dire irrefrenabile vero? Ecco, sì, irrefrenabile.
    Povero Basilio. Con un nome così non poteva che fare quella fine. Ma forse il nome non c'entrava nulla... Forse è successo perché russava... Sì sì...e poi ruttava... e scorreggiava... Non era bello. Povero Basilio. Vaffanculo!

  • 22 ottobre 2017 alle ore 9:09
    ALBERTO IL MAGNIFICO

    Come comincia: “Intitolare un insieme di racconti da me scirtti (ben 88) con un titolo esageratamente altisonante…  lascia perdere!” Chi parla è il mio alter ego; io, da buon ateo, non ho un angelo custode come i cristiani ma un rompi c….che non si fa mai i cazzarelli suoi. Lo so che ‘il magnifico’ era detto il sultano turco Solimano ma stavolta lasciatemi esagerare. Giunto all’….mo anno di età, qualche licenza penso di potermela permettere anche per incoraggiarmi un po’: uno che da giovane era considerato per il suo fisico il ‘bell’Apollo’ (viva la modestia!) e ‘conquistatore di donne a getto continuo (Petrolini)’ all’apparire di rughe sul viso, perdita della muscolatura, colonna vertebrale tipo slalom, dolori sparsi un po’ in tutto il corpo, perdita della memoria e qualche… defaillance permettete che sia almeno un pò giù di morale. Anche passare il tempo in caserma fra ex colleghi (sono un ex maresciallo delle Fiamme Gialle) non migliora la situazione, il discorso va spesso a finire sulle malattie o peggio sul decesso di qualcuno dei nostri, una tristezza… L’unica consolazione una frase di mia moglie (molto più giovane di me) che mi ripete: “Sei sempre l’amore mio!” “Sarai sempre l’amore suo ma è un amore tutto sfasciato” Ti pareva che l’alter ego non si immischiasse peggiorando la situazione, str…o! Col mio senso dello humor riesco in parte a sollevarmi lo spirito. Talvolta mi capita di accompagnare Anna (il suo nome) a fare delle compere e vengo interpellato da qualche commesso: “Le piace quello che ha scelto sua figlia…” oppure qualche vecchia signora amica che, per darmi un po’ di corda: “Alberto non dimostri assolutamente la tua età! (pietosa bugia). Il peggio è avvenuto quando ho preso a sfogliare il mio album di foto, lì è stato il crollo finale. Ora basta con i piagnistei (peraltro inutili) e, se volete, leggetevi i miei racconti ed anche il mio romanzo ‘Tato il libertino ed il sapore di Venere’, edizione Albatros. Qualche critico (bontà sua) l’ha definito originale, 'piacevole, pregno di emozioni, a tratti erotico. C’è nostalgia miscelata a dolce ricordo di un’esistenza che viene gustata di nuovo attraverso la memoria.' Buona lettura.
     

  • 19 ottobre 2017 alle ore 19:16
    Padre

    Come comincia: Eccolo lì un nodo, uno di quei puntini nascosti in un groviglio che sembrano una chiara matassa della vita e invece se ci metti il dito, nel tentativo di toccarlo e scioglierlo, te lo ritrovi impiccato e stretto nella morsa; sì, eccolo lì un nodo, uno dei tanti, sparato nel mirino che inquadra un letto, un letto di morte. E sono lì, ora, dopo tre anni della vita vecchia, proiettata nel quarto anno della vita nuova, col corpo e la coscienza seduti accanto a un letto e con il filo che li lega all’anima, ed è lungo, lungo, lungo, fino ad uno dei nodi.E sei morto, quattro giorni dopo, nei miei occhi è rimasto il tuo corpo magro e il viso emaciato e maestoso incorniciato dalle pareti della tua stanza. La laurea in giurisprudenza datata 1947 con le didascalie in latino “Senarum Universitade” e l’onorificenza del Presidente della Repubblica che in pompa magna ti fregia di “Cavaliere” e poi più in là la foto con Papa Wojtila, tu e lui, le mani unite e il sorriso e lo sguardo dell’uno nell’altro.

    E questo filo lungo e annodato che vedo solo ora, guardando te, l’ho visto materializzarsi mentre col cuore colmo d’amore ti sussurravo parole gentili che potessero penetrare e blandire il tuo animo dolorante (il corpo no, era sazio di morfina e nulla più sentiva) quando la mia mano accompagnava un cucchiaio di minestra verso le tue labbra pronte dicendoti: - “sono pronta!”- e tu socchiudevi la bocca e ringraziando mi dicevi: “- anch’io”-.

    Il nodo, il nodo, uno dei nodi.

    Accanto a te ad aspettare la morte, perché da mio padre sono arrivata in ritardo, di quattro ore e te invece, ti ho accompagnato fino all’attimo prima. Eppure non mi hai cercata, son capitata da te per caso, mi dicevi. - “a domani cara”- e domani, io c’ero. Mio padre invece, mi cercava, mi voleva vicino ed è morto senza potermi vedere. Quanto mi ha cercata mio padre? Quanto teneva di me nel cuore, in quel momento e nei momenti in cui la mia vita non prevedeva la sua?

    Quanta è la colpa di un padre che pensa a sé e non si cura di altri se non del proprio presente e passato e quanta è la colpa di un figlio che concede al padre il contentino di un sorriso e di un abbraccio e forse anche con trasporto?

    C’ero, ci sono stata accanto a te, mio padre, nel tuo letto d’ospedale e mi son chiesta e mi chiedo se lì dov’eri, è stato per reale bisogno o per bisogno di essere amato, eppure dopo due mesi sei morto davvero; era il tuo ultimo tentativo di avermi accanto quando ormai le tue difese del passato erano crollate? Di sentire il mio amore o di darmelo un po’ d’amore?

    Di amore lasciato indietro negli anni, amore barattato per il tuo comodo e per il mio.

    Amore confuso, cancellato e imbrogliato col sorriso di cerimonia che il tuo e il mio ruolo esigevano. Pensa che davvero ti amavo e t’amo, nel mio andare e tornare nella tua vita; di te, m’accorgo ho un tessuto forte, i miei principi, i miei modi di dire e di fare, quanto sono ancorati ai tuoi!

    Ma non c’ero, quando hai lasciato la vita io ero in viaggio verso te, non ero accanto a te

    a sussurrarti i miei “credo”, ad accarezzarti l’anima come so fare con tutti; a te, il mio amore e la mia compassione, non sono toccati.

    So accompagnare, sai papà? So accompagnare con dolcezza e tenerezza, mi viene spontaneo, so sussurrare parole dell’anima che toccano le corde mie e del fratello morente e all’unisono si accordano alle note dell’aldilà. Ma con te non mi è stato concesso cantare quella musica, né a te è stato concesso udire la mia musica. Perché? Perché il mio treno è arrivato quella manciata d’ore più tardi. Tardi per tenere una tua mano fra le mie, per lasciare la voce del mio cuore nel tuo. Quel più tardi che era la musica nel tunnel, nel tuo e nel mio. Sei venuto però, a salutarmi. Nell’ora esatta che il tuo respiro si è fermato, nella mia cuccetta in quel vagone, mi hai svegliata e bagnandomi con l’acqua che non c’era, mi hai costretta ad alzarmi e senza più sonno, guardare l’orologio, cosicché dopo avrei potuto avere un riscontro. Il tuo ultimo saluto. Io non arrivavo e tu non potevi più aspettarmi. Ecco papà, oggi ti sono stata accanto, ti ho imboccato, accarezzato, sorriso e sussurrato parole amorose, ti ho dato un bacio ogni giorno nei tuoi ultimi giorni. Ti ho raccontato delle mie conquiste, ti ho letto l’ultima recensione che hanno fatto su di me. Ti ho fatto partecipe dei miei momenti di gloria e tu mi hai sorriso, sorriso ed annuito orgoglioso di questa figlia.

    Ogni giorno per giorni accanto a un uomo che moriva, come te, come mio padre. Non eri tu, non sei stato tu a morire con la gioia di tua figlia accanto, è stato un altro uomo che ha avuto me, figlia tua.

    La morte mi ha dato un nodo pronto da sciogliere, ha liberato il dito rimasto incastrato nel filo in questa stanza di Firenze e quel dito ha lacerato il tempo e le distanze, e ha toccato te, mio padre. Io ci sono accanto a te, adesso, con due anni di ritardo, ma tu sei lì dove il tempo non ha la stessa connotazione ferma del mondo, ha una pulsione eterna. C’ero, ci sono stata, a dirti addio, attraverso un altro padre io ti ho accompagnato nel passaggio e ti ho amato, ti ho avvolto d’amore in un abbraccio tenero mentre andavi nell’abbraccio eterno.
    Ecco papà, ora so che questa opportunità mi è stata regalata per farti arrivare quel momento che ho mancato, per farci incontrare in quel nodo che altrimenti sarebbe rimasto legato per sempre. Ora è sciolto, ora abbiamo vissuto quell’ultimo incontro che ci è mancato, a cui ho e abbiamo mancato.

     

  • 16 ottobre 2017 alle ore 10:57
    ONESTÀ, BELLEZZA, SESSO E SOLDI

    Come comincia: Che connessione possono avere l’onestà,la bellezza,  il sesso ed i soldi?  Ve ne renderete  conto leggendo il prosieguo di questo racconto. Alberto M.  maresciallo della Polizia Tributaria di Catania aveva molto da raccontare in merito, era considerato ed era in servizio un elemento assolutamente icorruttibile e, diciamo la verità, incorruttibile anche perché era ricco di famiglia da parte della madre Mecuccia S. (diminutivo di Domenica) proprietaria di numerosi terreni e fabbricati in provincia di Viterbo (era nata a Grotte di Castro), suo marito Armando, e padre di Alberto, aveva avuto l’occhio lungo: impiegato nella locale Banca di Credito di Viterbo nello scorrere i conti dei vari  clienti aveva constatato che la famiglia S. era decisamente ricca e la signorina Mecuccia era l’ unica erede. Anche se non molto alta tutto sommato era simpatica e carina. Armando faceva al suo caso perché la signorina Mecuccia desiderava una discendenza, soprattutto maschile, di alta statura e Armando era un bel fusto e così…Ritorniamo ad Alberto: il suo ufficio era all’interno della caserma ‘Angelo Maiorana’. Nato e vissuto a Roma per motivi di servizio del padre, era il classico caciarone e amicone di tutti, il suo ufficio la mattina era il ritrovo dei più simpatici e casinisti colleghi fra tutti l’appuntato Bonannella detto ‘lingua veloce’ per le frecciate che inviava ai colleghi ed ai superiori poveri di spirito e soprattutto a quelli considerati poco onesti (è un eufemismo per non chiamarli ladri). Era una mattina di luglio dell’anno 19… nell’ufficio di Alberto prima che le pattuglie uscissero per il loro servizio, si faceva bisboccia a base di granite, cornetti, bomboloni e cannoli tutto a spese del titolare dell’ufficio. Quella mattina caso volle che per sbaglio entrasse un vecchio maresciallo, Alfio M., non considerato cristallino in quanto ad onestà che aveva una borsa di coccodrillo. “Scusate ho sbagliato…” .Bonannella  “Venga cavaliere le offriamo qualcosa!” “Accetto volentieri ho dimenticato di far colazione.” Il cotale, gran spilorcio, ogni mattina cercava qualcuno che gliela pagasse. Finito  Alfio M. di sgranocchiare  un bel po’ di dolci entrò in azione il Bonannella: “Cavaliere ha una borsa favolosa di coccodrillo, costerà un  bel  po’ di  quattrini.” “Giovane  non  fare  insinuazioni,  io l’ho pagata i n c o n t a n t i!”  Tutti in coro: “Si con tanti ringraziamenti!” Risata generale e ritirata strategica del povero Alfio M. Quella mattina la pattuglia di Alberto composta dall’immancabile Bonannella e da altri due finanzieri era in verifica,  unitamente ad altre pattuglie, ad alcuni grandi magazzini sparsi per la città  del commendatore  Giuffrida che godeva fama di benestante: macchine di lusso, moto per i due figli, un entrobordo di dodici metri e villa favolosa alla foce del fiume Simeto oltre ad grande appartamento in via Etnea situato all’ultimo piano  con vista panoramica sulla città. Venuto a conoscenza della verifica in corso, il commendatore Giuffrida si catapultò in uno dei suoi negozi dove incontrò il maresciallo Alberto M: ed i suoi accoliti. A questo punto è d’obbligo una descrizione del cummenda: cinquantenne, non molto alto, faccia sempre sorridente (in quella occasione un po’ meno) epa da commendatore con gilet e catena d’oro con orologio antico pure d’oro. Divorziato dalla moglie, aveva sposato una ragazza dell’est europeo, ungherese, che tutti descrivevano favolosamente bella; era stata una modella, bruna, occhi invitanti ed il resto  immaginate voi.“Che piacere incontrarla qua, avrei voluto conoscerla prima ma non c’è stata occasione, venga nel mio ufficio.” Discorsetto indirizzato ad Alberto M. il quale capì subito l’antifona. Il commendatore la prese alla larga prima di arrivare al punto. ”Mi dicono i miei consulenti che la mia contabilità è regolarissima ma voi dovete pur trovare qualcosa, fate voi. Penso che dopo una settimana di lavoro con questo caldo avrete un po’ bisogno di riposare, non pensi che la voglia corrompere ma vorrei invitarla nella mia modesta villa alla foce del Simeto, dietro c’è una oasi naturale che potrebbe visitare, è molto rilassante.” Alberto accettò, voleva rendersi conto dove il commendatore andasse a parare. Si presentò in villa una domenica alle nove del mattino vestito sportivo come richiedeva il posto. Il  commendatore gli venne incontro sorridendo. “È un vero piacere averla qui, non le domando nulla della verifica vorrei che lei passasse una giornata distensiva, alle tredici un pranzetto a base di pesce, ho una cuoca molto brava per il vino ovviamente un bianco dell’Etna, poi vedrà, per ora, se si vuole spogliare andremo sulla spiaggia. Capanno enorme e con tutti i confort. I due sotto l’ombrellone guardavano il mare, avevano poco da dirsi. Alberto era ad occhi chiusi per ripararsi dal sole quando ad un  certo punto il sole sparì lasciando allo stupefatto spettatore una visione difficile da definire, forse angelica: capelli castani lunghi sino alla vita, costume alla brasiliana, immaginate voi, seno non molto pronunciato da modella, viso non c’è altro aggettivo che bellissimo insieme alla vita stretta ed alle gambe chilometriche. Forse Alberto aveva in viso un’espressione forse un pò ebete tanto che il commendatore si mise a ridere riportando il suo ospite alla realtà. “Vedo che mia moglie l’ha impressionata, anche se è un po’ più giovane di me (alla faccia dell’eufemismo) mi vuole molto bene, vero cara?” L’interpellata annuì, prese una sdraia e si posizionò vicino ad Alberto. “Sono Brigitta, ho imparato un po’ l’italiano, mi piace la vostra lingua, è armoniosa. Lei è sposato, fidanzato o che…” “Niente di tutto ciò in quel campo vivo alla giornata, quando avrò l’età del commendatore andrò in Ungheria…” La conversazione prese un’altra piega, Alberto aveva la licenza del liceo classico e si mise a parlare di scrittori italiani, francesi e russi, di magiari non ne conosceva, Brigitta lo seguiva affascinata, anche lei aveva seguito studi classici e così la conversazione, escluso il commendatore, seguitò sin quando un cameriere annunziò  che il pranzo era servito.  Arredamento moderno e di gusto sicuramente affidato ad un bravo architetto. “Commendatore complimenti per la sua magione, veramente favolosa!” “La ringrazio ma ora diamoci ai piaceri della tavola, il finale come immaginerà sarà a base di dolci catanesi innaffiati con un Dom Perignon del 1954, difficile da reperire. Dopo una siesta sotto un albero vicino alla villa, Alberto decise di rientrare alla base. Stava per salire sulla sua vecchia ed amata Cinquecento quando ricordò di aver lasciato il suo borsello all’ingresso, lo recuperò, salutò di nuovo i suoi ospiti e poi in caserma nella sua camera. Classico sonnellino alla romana e poi al risveglio la sorpresa; rovistando dentro il borsello trovò un biglietto esplicito: ‘Mi sei piaciuto subito, chiamami a questo numero di cellulare per stabilire quando potrai venire in villa a …farmi compagnia.B’
     Alberto pensò a lungo alla situazione: il commendatore aveva le polveri bagnate e sperava con l’aiuto della consorte di mettergli la museruola. Questo gli fece ancora di più drizzare le orecchie che pensò quali potessero essere le magagne, sicuramente di grossa portata per convincere il marito di quella gnocca a farsi…Evidentemente non si doveva trattare della solita evasione fiscale, in quel periodo era molto di moda far girare i propri capitali fra vari paradisi fiscali per la loro non tracciabilità, ovviamente si doveva trattare di ingenti somme di denaro ed in questo senso indirizzò le sue indagini. Col passar dei giorni capì che aveva fatto centro, informò dell’accaduto il maggiore Trifirò comandante del Nucleo di pt che lo incoraggiò a seguitare nell’accertamento col massimo segreto. Alberto però voleva dare un colpo oltre che al cerchio anche alla botte…A questo punto ricordò gli insegnamenti del vecchio nonno Sinesio, padre di sua madre, vecchio  furbo mignottaro (alcuni dei figli delle contadine gli assomigliavano un po’ troppo!) il quale prima che lui si arruolasse in Finanza lo chiamò da parte e, indicando l’ombra sul terreno che faceva la sua figura gli disse una frase che rimase impressa nella mente del giovane Alberto: “Vedi quell’ombra? Nella vita non devi fidarti nemmeno di lei specialmente quando sarai in servizio della Guardia di Finanza.” Era stato esplicito ed Alberto tenne questo consiglio sempre presente. Applicandolo nel suo caso pensò malignamente, ma forse giustamente, che Brigitte lo volesse far andare nella villa dove potevano essere stati posizionati telecamere e microfoni per registrare le sue mosse e le conversazioni con conseguente ricatto. Contattò il direttore dell’hotel ‘La Ville’ Ferdinando G. un romano che aveva modo di conoscere (ed… aiutare un po’) in occasione di una verifica e: “Hello how are you my friend?” Arbè t’ho riconosciuto subbito, inutile che cambi lingua, noi romani tra de noi…” “Vecchio zozzone mi occorre una stanza nel tuo albergo dove entrare senza essere visti da altri, si tratta di una signora molto conosciuta…” “Famme sapè  giorno e ora, sarò addisposione.” Alberto chiamò il numero del cellulare indicato da Brigitta. “Aspettavo la tua telefonata, quando puoi venire in villa?” “Ho dovuto cambiare programma per motivi che ti dirò a voce,  domani sera va con la tua auto nella piazzetta del Consolato del Mare e aspettami.” Il motivo della scelta di quella piazzetta era  perché poi si diramava in quattro strade e sarebbe stato difficile indovinare dove sarebbe andato Alberto. “Avevamo concordato che venivi in villa…” “Ne parleremo a voce, a domani.” I sospetti di Alberto divennero certezze, il commendatore doveva aver fatto piazzare telecamere e microfoni in ogni punto della villa ma… gli era andata male.”  Come riuscire a seminare qualcuno che sicuramente avrebbe seguito la signora? Con l’aiuto di Bonannella che, messo al corrente  della situazione, non parve vero entrare nello spirito dello spionaggio. ‘Lingua veloce’ per fortuna aveva una cinquecento dello stesso colore di quella di Alberto cosa che aiutò molto nell’esecuzione del piano per sfuggire a qualche investigatore privato messo alle calcagna della moglie dal commendatore. Dietro richiesta di Alberto Bonannella aveva portato in macchina la consorte posteggiando dietro la Cinquecento del suo capo sezione; giunse una BMV guidata da Brigitta che, dietro invito del suo prossimo amante si infilò nella sua Cinquecento che partì a tutto vapore. Il resto lo raccontò Bonannella: “ Un po’ lontano, dietro la sua macchina era giunta una Mercedes  dal quale erano scesi due individui che a gesti indicarono la sua auto,  a questo punto ‘lingua veloce partì in direzione diversa da quella presa da Alberto e vide che la Mercedes lo seguiva: tutto a posto il commendatore era stato servito!“ Alberto chiamò al telefonino Ferdinando il quale gli disse di posteggiare dietro l’albergo, lì c’era un’uscita di servizio ed un ascensore che portava ai piani superiori. Tutto filò liscio, Ferdi accompagnò i due amanti in pectore che entrarono in una stanza grande e ben arredata anche con fiori freschi, il direttore si era fatto onore. All’inizio un po’ d’imbarazzo, Alberto spiegò a Brigitta il perché di tutto quel traffico, la cotale si fece matte risate e poi: ”Hai indovinato quel panzone  voleva incastrarti, ben gli sta anche per le corna che prossime venture gli compariranno sulla fronte. E così fu: dopo la doccia simultanea Alberto ebbe modo di scialarsi alla vista di un corpo magnifico e soprattutto molto disponibile. Dopo il primo…assalto Alberto: “Scusa ma da quanto tempo…” “Ho capito dove vuoi arrivare, mio marito è quello di: vado, l’ammazzo e torno, dopo un minuto tutto finito e poi mi fa anche un po’ schifo.” Al mattino alle nove il telefono: “Sono Ferdinando vi porto la colazione, penso abbiate fame…” La storia ebbe un lieto fine per Alberto che ebbe un encomio da parte del Comandante della Zona di Palermo per il brillante risultato ottenuto, il commendatore era finito all’hotel ‘Piazza Lanza’  (carcere di Catania) ma a Brigitta la cosa era del tutto indifferente in quanto nel suo conto in banca il marito le aveva accreditato una notevole somma di denaro, inoltre si godeva la villa al mare e l’appartamento in città oltre che di una BMV; del dodici metri non gliene fregava nulla, l’avevano preso i figli del cummenda. Vi domanderete come finisce la storia: i due amanti si erano innamorati e poi, dopo il divorzio di Brigitta, sposati. Alberto si era fatto trasferire alla sede di Messina dove trovò colleghi e superiori cordiali e amichevoli per la sua simpatia e per i suoi risultati di servizio conosciuti da tutti.
     
     
     
     
     
     
     

  • 13 ottobre 2017 alle ore 13:11
    UN AMORE TRAVAGLIATO

    Come comincia: Alberto M. abitava temporaneamente a Roma in via Marsala, frequentava l’università, era iscritto alla facoltà di lettere moderne in quanto ne ‘mangiava’ poco di materie scientifiche. Sradicato dalla natia Cingoli (Mc) o meglio dalla frazione di Troviggiano, aveva presto fatto amicizia con i colleghi anche se aveva dovuto sborsare un bel po’ di quattrini per evitare che, in qualità di matricola, fosse sottoposto a pesanti scherzi di cattivo gusto. Lo differenza di ambiente non lo aveva sconcertato anzi stava fuori con gli amici sino a notte inoltrata passeggiando per le vie della movida e talvolta frequentando qualche bella e costosa passeggiatrice. Ovviamente gli studi andavano a rilento ma non c’era nessuno che lo rincorreva, i suoi genitori erano anziani: per il padre proprietario di case e terreni e per la madre insegnante elementare era stato il figlio maschio tanto desiderato e passavano sopra alle sue marachelle che, anche da giovanissimo, erano la sua specialità. La sua vita cambiò radicalmente alla morte dei suoi genitori, una morte assurda: i due spesso andavano in giro per le campagne per portare a casa delle erbe che consideravano curative e ringiovanenti ma l’ultima volta avevano scambiato una molto velenosa con una innocua con la conseguenza di un ricovero all’Ospedale di Cingoli e poi a quello di Ancona. Per loro nulla da fare, solo un trapianto di fegato li avrebbe salvati ma in giro non ce n’erano compatibili con il loro. Alberto con la sua Lancia Appia giunse ad Ancona bruciando semafori facendo sorpassi irregolari ma arrivò troppo tardi. Non gli rimase altro che contattare un’impresa di pompe funebri per far trasportare le salme al cimitero di Cingoli dove c’era una cappella per tutta la famiglia. Passata la buriana della messa, dei discorsi, degli abbracci e delle rotture di p…, Alberto cercò di fare il punto della situazione. Ormai non se la sentiva di rimanere nel natio borgo selvaggio e quindi accettò la proposta del vecchio zio Camillo il quale, ricchissimo, comprò in blocco tutte le proprietà del coniugi M. rendendo Alberto il giovane più che benestante, ricco. Rientrato ma Roma pensò per prima cosa di comprare un’abitazione nei pressi della stazione Termini, contattò un’agenzia  e gli fu proposto l’acquisto di un appartamento in via Cavour di 150 metri quadri; il padrone anziano era deceduto ed i nipoti, abitanti a Milano, avevano preferito vendere l'abitazione ad Alberto proponendogli anche di acquistare anche un altro loro appartamento nello stesso piano facendogli uno sconto sul prezzo. Alberto non ci pensò due volte, ormai se lo poteva permettere ed aveva in testa di riunirli in uno unico. Contattò uno studio di architetti in via Cavour e,  dopo una settimana, gli fu presentata una pianta che prevedeva l’abbattimento di vari muri, l’apposizione di vetri doppi e delle coibentazioni alle pareti interne per evitare che i rumori della strada lo disturbassero e mobili moderni che valorizzavano di molto quella ‘reggia’ di 300 metri quadri. Per l’inaugurazione invitò un sabato i colleghi e le colleghe dell’università appoggiandosi per il buffet ad un esercizio della vicina piazza di S.Maria Maggiore. Tutte le luci accese, stereo a tutto volume, fiumi di spumante (Alberto era un nazionalista, niente champagne) che ben presto resero allegra tutta la compagnia, due coppie si erano ‘ritirate’in due camere da letto, Alberto fece finta di nulla, lui non poteva permetterselo quale padrone di casa. Circa alle tre di notte tutti a casa con i taxi per evitare guai con la polizia, erano la maggior parte ubriachi. Il  giorno successivo il portiere Nando  Proietti: “Dottore scusi ma stanotte tutti gli inquilini…” “Nando intanto non chiamarmi dottore ma Alberto e poi era l’inaugurazione della mia nuova casa, se mi permetti un caffè…e mollò al cotale due cinquantini e, forse perché inaspettati, resero subito servizievole Nando. “Mi capisca io…” “Non ti scusare quando hai bisogno io son qua.” “Pure io dottore pardon, Alberto.” Nando era stato in Francia a lavorare ed ogni tanto si esprimeva in quella lingua.
    Alberto studiava anche per rispetto dei defunti genitori e poi voleva diventare insegnante, fare il nulla facente per tutta la vita non gli andava e poi…non si sa mai come diceva sua madre. Le feste in casa sua si diradarono, non voleva inimicarsi gli altri abitanti del palazzo, tutti liberi professionisti, tranne un trio di donne o meglio due signore ed una ragazza piuttosto giovane. “Nando vorrei notizie su quelle tre donne…”
    “Chiamo mio figlio per sostituirmi nella guardiola e poi ti raggiungo nel tuo appartamento, voglio raccontarti tutto lontano da orecchie indiscrete.”“Allora Nando…”
    “Si chiamano Anna e Lucia le due signore, Rossana la loro figlia, non ti meravigliare di quello che ti ho detto le due donne sono lesbiche, si sono sposate in Danimarca e Rossana è figlia di Anna, ovviamente con l’inseminazione artificiale tutto li.Tutte e due le signore avvocate, lavorano in uno studio in via Volturno, la cosa è risaputa da tutti gli inquilini ma nessuno se ne meraviglia, son tutte persone di ceto elevato anticonformiste.” “La ragazza è molto bella e bionda tipo nordico, sicuramente deve assomigliare a suo padre, le due signore sono brune.” “È probabile  in ogni caso sono piuttosto inavvicinabili, hanno i loro amici ed amiche fuori da questo palazzo e nessuno le viene a trovare.” “Mi ha colpito la ragazza che mi pare tu abbia detto si chiama Rossana, vorrei conoscerla.” “Non sarà facile, la ragazza frequenta l’ultimo anno di liceo scientifico in via Cavour e non dà confidenza a nessuno, a me mi saluta appena, è una ragazza molto sensibile, fa la volontaria in un’associazione che fa beneficienza, non ti posso aiutare.” Le difficoltà non avevano mai fermato Alberto anzi erano state uno sprone a trovare soluzioni a problemi difficili e la soluzione venne fuori, una soluzione un po’ ingarbugliata. Una mattina Alberto vide da lontano Rossana che stava per rientrare a casa e, nel momento in cui la ragazza entrava nel portone,  fece finta di cadere a terra e cominciò a lamentarsi toccandosi le testa e le costole sempre rimanendo sdraiato sul primo gradino della scala. Rossana cercò il portiere che, avvisato in tempo di quanto Alberto aveva escogitato, era sparito dalla circolazione, allora Rossana citofonò alle ‘madri’ le quali accorsero con l’ascensore. “Dobbiamo chiamare il 118,, come sta signor…” Alberto aprì gli occhi non smettendo di lamentarsi. “Non penso sia nulla, se mi date una mano vorrei rientrare a casa mia.” Con l’aiuto delle tre, ad una delle quali aveva dato la chiave di casa, rientrò e fu adagiato sul suo letto. “Andate pure, vi siete sacrificate anche troppo, grazie.” “Resterà con lei Anna fin quando si rimetterà, chiamerò Nando, non so dove sia finito, quando c’è bisogno sparisce!” Alberto lasciò passare una settimana per ‘guarire’ e poi si presentò alle 17 di un pomeriggio con un gran mazzo di rose bianche alla porta delle tre dame che abitavano sopra di lui e: “Vorrei che accettaste questo modesto dono per ringraziarvi della vostra cortesia.” Aveva aperto la porta Anna la quale, un po’ meravigliata, gli fece cenno di entrare. “Lucia c’è qui quel signore che una settimana fa si era fatto male.” “Lucia anche lei in vestaglia come sua moglie (o suo marito) gli porse la mano, in fondo non erano così scostanti. “Me ne vado subito, non vorrei disturbare.” Nel frattempo si era presentata Rossana in minigonna e maglietta scollata, Alberto posò lo sguardo su di lei un po’ più troppo a lungo del dovuto e se ne accorse dalle facce della due signore. “Sicuramente l’avranno reso edotto della nostra situazione…” “Signore mie sono un anticonformista per natura, quando ero in collegio dai preti hanno espulso perché contestavo in toto la religione cattolica e quindi…” “Ci fa piacere anche perché ci sembra lei sia una brava persona, noi stiamo molte attente a chi frequentiamo per ovvi motivi. Per lei faremo un’eccezione (aveva parlato Lucia) la inviteremo a mangiare al ristorante ‘Urbana’ dietro casa, il prossimo sabato, sempre che lei sia d’accordo. Ad Alberto non pareva vero riuscire ad avvicinare Rossana. La serata fu piena di allegria, Alberto descriveva la vita agreste dove era nato coni vari personaggi particolari, ognuno di loro aveva un soprannome e fece molto ridere le tre dame. Ovviamente Alberto aveva preso da parte il padrone ed aveva pagato in anticipo il conto. Quando Anna: “Aurelio il conto.” “Signora tutto pagato dal signore.” “Ma l’avevamo invitato noi…” “Mio padre, vecchio signore di campagna, mi ha insegnato ad essere cavaliere col gentil sesso. Perché sorride?” “M’è venuto in mente un vecchio detto: un signore con tre dame fa la figura del salame!” “E lei chi sceglierebbe?” Aveva parlato Lucia (poi ve le  descrivo tutte e tre) e Alberto, bugiardamente, "Ovviamente lei anche se non vorrei che si scatenasse una guerra, ai tempi che furono per una mela d’oro ci fu la guerra dei dieci anni fra greci e troiani!” “Debbo ammettere che lei è una buona compagnia, ha il senso dello humor non casereccio come quello romano. A questo punto mi spingo oltre anche se in contrasto col mio modo di pensare: vorrei che lei desse una festa a casa sua che mi risulta grande con noi ed i nostri amici(diciamo un po’ particolari), il nostro appartamento è troppo piccolo e noi siamo in tanti, andrebbe bene sabato prossimo?. “Accordato.” Aveva avuto ragione Lucia: la maggior parte degli uomini e delle donne erano omo, tutti vestiti in maniera particolare e talvolta bizzarro come loro natura ma in fondo divertenti e sicuramente agiati dato il tanto oro e gioielli che indossavano. La loro musica preferita? Sicuramente i lenti che imperarono per tutta la sera. Un maschietto (si fa per dire) in compagnia di Anna si avvicinò ad Alberto: “Ma che bel giovane dove l’hai pescato, forse lui non…io sono Francesca” “Francesca hai detto bene io non…”e l’abbracciò perché non si offendesse. Vi avevo promesso di descrivere le due coniugi: Anna era più bassa di sua.., fisico robusto, lineamenti piuttosto maschili e gambe muscolose, (forse lei era il  marito) , Lucia più alta, longilinea, viso delicato, seno piccolino vita stretta, gambe magroline e piedi lunghi e stretti, bellissimi per un podofilo (amante dei piedi), forse era la moglie ma la più interessante, ovviamente era Rossana: biondissima, capelli lisci e lunghi, viso delicato, naso piccolino e all’insù (Alberto non amava nelle donne i nasi grandi, sembravano dei travestiti) vita stretta, gambe chilometriche, ragazzi miei un gran pezzo di … ed anche furba e lo dimostrò subito. Ballando con Alberto: “Senti giovan di belle speranze, non penserai che abbia creduto a quella tua caduta, non sono un’ingenua, ne ho conosciuti di ‘sun of the bitch’ ma tu li superi tutti, hai molta fantasia!” ”Spero sia un complimento, dirti che mi sei piaciuta subito sarebbe una affermazione ovvia ma mi sei piaciuta non solo per la tua bellezza ma soprattutto per il tuo sorriso, per il modo di camminare e naturalmente per il tuo fisico, ho giurato di non guardare più altre ragazze.” “Ed allora andrai in bianco per molto tempo…” “Non pensavo però che fossi cattiva d’animo…io povero naufrago fra tante procellose onde…” “ Ma quali onde, sei arrapato come un riccio arrapato!” “Alla faccia della sincerità, così peggiorerai la situazione perché mi piaci ancor di più, ti giuro sarò casto e puro sino a quando…” “…Andrai in pensione ed ora un po’ di musica allegra, stò branco di fin…i la smetteranno di strofinarsi!”Musica brasiliana indiavolata inondò il salone con le  proteste degli astanti andate a vuoto, Rossana era irremovibile e cominciò a ballare con Alberto in verità un po’ ammosciato, da quello che aveva ascoltato…Alberto si sedette su un divano seguito dalla sua, per modo di dire, bella. “Hai un bel nome, chi te l’ha imposto?” “ È  una storia strana, Lucia la mia vera madre aveva una nonna che si chiamava Rosanna, questo è il mio vero nome ma siccome non mi piaceva l’ha cambiato in Rossana.” Nel frattempo Alberto aveva cambiato macchina, una Maserati Gran Cabrio pluri accessoriata al posto della vetusta Appia. Con la nuova macchina si appostava nei pressi dell’uscita della scuola di Rossana la quale la prima volta prima di ‘imbancarsi’ guardò a lungo in faccia Alberto il quale: “Non è di tuo gusto?” “Inutile che sfoggi tanta ricchezza, con me non c’è nulla da fare”. Ovviamente le compagne di Rossana le facevano i complimenti sia per il fisico di Alberto che per la meravigliosa auto ma lei: “Non mi interessa!” “Allora sei proprio scema”  la risposta unanime delle ragazze.” Come capire l’atteggiamento di Rossana? Solo lei sapeva la storia, si era innamorata pazzamente di un compagno di scuola che  lei aveva scoperto a scuola, nel gabinetto delle donne a baciarsi con una sua collega. Rossana era di carattere violento e quella storia l’aveva profondamente colpita ed aveva giurato a se stessa… ma questo Alberto non lo sapeva e quindi non ci si raccapezzava. Un fatto particolare avvenne nel frattempo : una mattina  Anna, non andata a lavorare, si presentò in vestaglia da Alberto che aprì la porta ancora insonnolito. “Ciao, quale buon vento…” Ma quale vento , Anna vogliosissima aveva cominciato a baciare in bocca Alberto il quale, a digiuno da molto tempo, non resistette e trascinò la dama nel suo letto. Dopo un paio di ore Anna: “Mi hai distrutto brutto zozzone!” Lo zozzone sarei io, ora cosa dico a Rossana” Anna non rispose e sparì dalla circolazione. Quel giorno Alberto non andò a scuola a prendere Rossana la quale ormai si era abituata alla sua compagnia e ci rimase male. Le compagne: ”Hai visto che fine hai fatto a dirgli sempre di no, ci sono un bel paio di corna in vista, ben ti sta!” Anche se non lo voleva ammettere nemmeno a se stessa, Rossana si stava innamorando del bell’Alberto. Rossana col suo intuito femminile capì che era successo qualcosa, forse Alberto aveva trovato una.. compagnia femminile e così la loro storia era finita, maledì se stessa, non bisogna tirare troppo la corda ed a lei era finita male! Tornò a casa sconvolta, Lucia:”Ti senti male, hai una faccia…” “Non ho fame, vado a letto.” Anna fece finta di nulla ma nel suo intimo sentimenti contrapposti, si era lasciata andare per un fuggevole contatto sessuale che l’aveva lasciata si soddisfatta ma a scapito di Rossana, un bel casino! Il giorno dopo la mattina con una scusa uscì dall’ufficio e da un telefono pubblico chiamò Alberto: “Sentimi bene, il mio è stato un capriccio ma non voglio rovinare la vostra storia, ne soffrirei per  tutta la vita, ti prego di riappacificarti con Rossana, non deve sapere nulla di quello che è successo fra di noi, tutta la mia famiglia ne risentirebbe, sarebbe un disastro, pensaci prima di prendere una decisione.” Alberto in verità stava anche lui soffrendo, Rossana era entrata profondamente nel suo cuore e la loro lontananza era per lui oggetto di forte disagio ed amarezza, decise di far finta di nulla e di andare a prendere Rossana a scuola. Immaginate la scena: la ragazza scioccata prese a correre e, senza aprire la portiera dell’auto, ci si tuffò dentro prendendo in contropiede il buon Alberto che fu meravigliato ma contentissimo, dunque anche lei l’amava profondamente! Rossana quel giorno non tornò a casa sua, disse che sarebbe stata un paio di giorni a casa di una compagna di scuola, solo Anna capì la verità e ne fu contenta, l’armonia della famiglia prima di tutto. Un paio di giorni di fuoco in casa di Alberto: i due mangiarono pochissimo e passavano la maggior parte del tempo a letto. Dopo due giorni Rossana, che nel frattempo non era andata a scuola, si ripresentò candida candida in famiglia. Lucia: “Ti vedo bene, vuol dire che eri in buona compagnia!” Frase criptata che voleva dire tutto!
     

  • 10 ottobre 2017 alle ore 22:36
    Onironauta

    Come comincia: Da bambina credevo che la mia casa potesse diventare mare. Se fossi riuscita a serrare porte e finestre per bene, rovesciando grandi quantità d'acqua avrei cominciato a fluttuare come una sirena e l'acqua pian piano mi avrebbe portata senza sforzo a raggiungere la vetta del soffitto.
    Il mio corpo sarebbe stato leggero di piuma e tutto intorno Debussy a ricordarmi dell'anima e del suo gioco immortale.

    Allora ho scritto su di me una storia di mare e corpi leggeri. Di ululati in stanze chiuse che l'acqua vuol soffocare.
    Di vita attraverso la vita. Che abbatte. Rinvigorisce. Riprende. E abbandona.
    Senza peso.
    Un nuotare alato di farfalle notturne. Mentre fuori tutti stonano, io sono dentro. 
    Volteggio senza tempo come acrobata senza rete di sicurezza.
     

  • 10 ottobre 2017 alle ore 8:40
    UN AMORE ALTRUISTA

    Come comincia:  Ad Alberto M. la mattina appena sveglio accadevano fatti alquanto strani, forse la sera aveva esagerato con il mangiare o con le bevande alcoliche? Quanto mai, era al limite del diabete e seguiva una stretta dieta e allora? Era in quel periodo della vita (cinquanta anni) in cui la memoria fa brutti scherzi nel senso che ha perfetti ricordi degli avvenimenti degli anni precedenti ma non riesce facilmente a memorizzare quelli recenti. Cercava di mascherare questa sua situazione ma la gentile consorte Anna M., di ventisei anni più giovane, lo ‘leggeva’ come un libro aperto e quindi…”Oggi è sabato e non vado in ufficio e quindi apriti con l’amore tuo grande, son tutta orecchie.” “Promesso che non mi prendi per il culo?” ”Giuricchio.”
    “ More solito fai la furba, ad ogni modo dato che mi hai classificato amore tuo grande…ti racconto quello che mi è accaduto. Da questa mattina  appena sveglio mi ronza in testa una poesia del Carducci che ho studiato al ginnasio, recita così: Contessa cos’è mai la vita? È l’ombra d’un sogno fuggente, la favola breve è finita, il vero immortale è l’amor, aprite le braccia al dolente, vi aspetto al nuovissimo bando ed or Melisenda accomando un bacio a lo spirto che muor.’ Siamo nel dodicesimo secolo, il principe di Blaia ‘Rudello’ (già dal nome…), sentiti i racconti di pellegrini che lodavano la bellezza della principessa Melisenda, si era imbarcato su un suo vascello per raggiungerla ma durante il viaggio si ammalò gravemente e, prima di morire, ottiene un  bacio da Melisenda. Un principe con tanti pezzi di f…. che gli girano attorno fa un lungo viaggio per conoscere una mai vista e ci rimette le penne, che ne dici cara, io mi sarei io messo in viaggio…” “Tu sei un pigrone, col cavolo…lasciamo perdere le sciocchezze e servimi a letto un vassoio con bioches, cappuccino e spremuta di arancia.” “Io che ci guadagno?” “Hai detto bene guadagno ma te la devi meritare!” “Ed io svicolo…” “Ed io pure, abbiamo finito di dire fregnacce, vai!” I coniugi M. se la passavano proprio bene da un paio di anni in seguito ad un’eredità (piovuta è il giusto termine) dall’Australia da un parente sconosciuto che aveva cercato i suoi affini in Italia per non lasciare i suoi beni ai parenti colà residenti e così Alberto ed Anna si erano trasferiti da un modesto appartamento di via Colapesce di Messina in un complesso di lusso ‘Il Parnaso’ dove dimoravano i più in di questa città. I più in non comprendevano solo professionisti e gente dalle ottime  possibilità finanziarie ma anche qualche coppia in cui la gentile consorte, decisamente bella (e costosa)  era gentile anche con qualche maschietto di passaggio. Alberto, vecchio mign….ro aveva subito scoperto Elena, bionda alta, bellissima e, a detta di chi la conosceva a fondo, molto cara, ma ne valeva la pena (potendo…). “Se ti avvicini a quella ti cavo gli occhi!” “Sei sempre esagerata, magari uno schiaffone…” “Hai capito benissimo.” E così l’Albertone, anche perché abituato a non pagare le prestazioni femminili, girava al largo. Anna non aveva voluto lasciare il suo impiego al Genio Civile (nella vita non si sa mai diceva lei) e così tutti i giorni, escluso il sabato si recava al lavoro con la nuova auto, un Twingo Renault munita di tutti gli accessori. Anna aveva fatto amicizia con una signora del loro stesso piano che purtroppo era costretta a letto paralizzata per un grave incidente stradale, bella donna bruna dai capelli lunghi. Laura F. questo il suo nome, gradiva la compagnia della dirimpettaia anche perché non riusciva ad aver confidenza con l’infermiera, donna tipo corazziere, rozza, che l’accudiva per qualche ora del giorno. Laura era una donna colta, ex insegnante al liceo classico di materie letterarie parlava tre lingue per essere stata all’estero col padre ambasciatore. Purtroppo suo marito, con la scusa del lavoro (era il rappresentante di importanti ditte alimentari) dopo l’incidente si interessava ben poco della consorte e si era ‘fatta’ un’amichetta molto più giovane della quarantenne consorte. Non vi ho parlato di Alberto: ebbene il non più giovane signore (era  cinquantenne) ex impiegato dell’ufficio delle entrate, ex perché all’arrivo dell’eredità dall’Australia, aveva preferito stare in panciolle e girava con la Jaguar X type munito della fida macchina fotografica Nikon. Aveva fatto amicizia con un fotografo professionista con negozio a piazza Cairoli, il salotto della città, e talvolta seguiva nei suoi servizi Gaetano P. senza guadagnarci nulla, col solo piacere di presenziare a cerimonie varie, prime fra tutte i matrimoni, era diventato anche molto bravo a sviluppare e stampare in bianco e nero, foto apprezzate  dagli intenditori. Naturalmente per un tipo ‘frizzante’ come Alberto la normalità non era di casa e così, dopo la sua presentazione da parte di Anna alla signora Laura, prese a frequentare la sua casa per farle compagnia. In totale assenza del legittimo consorte, era l’unico interlocutore della dama la quale cominciò ad apprezzarlo anche per il suo spirito romanesco (era romano dè Roma, quartiere S.Giovanni). Le raccontava i pettegolezzi sulla gente più in vista di Messina (corna, fallimenti, figli di importanti personaggi che avevano fatto outing  quali omosessuali) e Laura per qualche tempo dimenticava i suoi guai. Inoltre Alberto le leggeva un suo romanzo che era riuscito a farsi pubblicare da una casa editrice in cui raccontava le sue avventure amorose (vere ed anche immaginate) durante il periodo di tre anni in cui era stato ‘Fiamma Gialla’ (finanziere).  Alcuni brani venivano sorvolati perché descrivevano qualche avventura erotica del protagonista, Laura se ne accorgeva e lo pregava di leggerle lo stesso. Una volta la signora diventò rossa in viso per il contenuto di un brano esplicitamente sessuale, Alberto si scusò e stava per andarsene quando: “Non andar via, son diventata rossa pensando al sesso, mio marito non mi…guarda più ed io…”Un pianto silenzioso portò Alberto ad abbracciarla, Laura era paralizzata dalla cintola in giù ma le braccia no, abbracciò il suo vicino di casa e lo baciò lungamente. La signora ci sapeva fare con la lingua ed Alberto, diciamo per compassione in verità perché si era eccitato, le mise in bocca un ‘ciccio’  ben dur col finale prevedibile. Madame si era vergognata ed aveva voltato le spalle al da poco amante, Alberto la rigirò prendendole il viso in mano: “Sei ancora bella e desiderabile.” “Non venire più a casa mia, avere rapporti con te sarebbe piacevole ma farei un grosso torto ad Anna, cerca di capirmi.” Era pomeriggio inoltrato, Anna stava stirando, suo marito al rientro in casa andò in bagno per lavarsi, cosa che non sfuggì alla consorte, le donne  hanno un sesto senso e capì quello che era successo, nessun commento da parte sua. La sera a cena silenzio totale, ambedue davanti al televisore sino alle ventidue quando Anna: “M’è venuto sonno, buona notte.” Da quel momento Alberto evitò le visite alla dirimpettaia, cosa ovviamente saltata agli occhi della consorte che invece seguitava a far visita a Laura. Una domenica mattina: “Vorrei ricordarti quello che ci siamo promessi prima di sposarci: massima sincerità anche se non sempre piacevole, lo ricordi?” “Vai al dunque.” “Laura mi ha raccontato quello che è successo fra voi ed ha giurato che non accadrà più ma…ma… ci sono molti ma. Siamo diventate amiche ed ho capito il suo dramma anche per l’allontanamento del marito hai capito in che campo. Per un attimo mi sono messa al suo posto ed ho provato un dolore profondo anche per la sua solitudine, sai quanto sono stata sempre gelosa di te ma…” “Ricominci con i ma?” “Vieni andiamo a casa di Laura.” Alberto molto sorpreso non disse nulla, non capiva dove sua moglie volesse andare a parare. “Cara amica mia, questo è mio marito, è sempre il mio amore, a me non spiacerebbe se …ti leggesse ancora qualche pagina di quel suo romanzo, sempre se tu sei d’accordo. Oggi ho cucinato qualcosa di buono a base di pesce, ti aiuto ad andare sulla tua carrozzella per portarti a casa mia.” I lucciconi erano spuntati sugli occhi di Laura, quel discorso era stata una chiara ed esplicita autorizzazione a…da donna capì che sacrificio che Anna si era imposta, lei così gelosa! Il lunedì mattina: “Good luck my husband.” Questo il saluto alquanto particolare della consorte di Alberto il quale, dopo un colloquio telefonico con Laura (lei si voleva far lavare dall’infermiera) si presentò all’amante ormai ufficiale la quale era cambiata completamente: ben truccata, capelli raccolti a chignon, profumatissima, sorridente a soprattutto nuda. Aveva ancora un bel corpo dovuto ai massaggi di una fisioterapista. Stavolta niente lacrime o meglio qualche dolorino alla cosina della signora dovuta al calibro di ‘ciccio’, dolorino ben sopportato perché seguito da goderecciate multiple. Laura era completamente cambiata, sempre sorridente con tutti tranne che col marito in via di separazione, anche gli handicappati…