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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 03 ottobre 2020 alle ore 10:12
    HELOISA

    Come comincia: Alberto romano dè Roma era titolare di una  farmacia in via Due Macelli, era anche esportatore di prodotti farmaceutici in Brasile. Febbraio, Carlos il suo corrispondente a Rio de Janeiro lo aveva invitato per il prossimo Carnevale, Alberto era indeciso se accettare l’invito, quindici ore di volo gli sembravano eccessive, forse la sua era solo pigrizia, i suoi viaggi avvenivano solo in auto una Jaguar X Type. “Carlos, sono Alberto, ho deciso di accettare di venire a RIo, consigliami il nome di una bell’albergo dove alloggiare.” “Hotel Atlantico Time, ti troverai bene, c’è anche il ‘coperto’.” Alberto capì al volo quello che l’amico aveva voluto intendere. “Io di ‘coperte’ ce ne ho tante a Roma, vorrei vedere la sfilata per il Carnevale che di solito guardo in TV, tra due giorni sarò a da te.” L’aereo del Pan Am partì da Fiumicino alle sette, dopo un volo delle previste quindici ore atterrò all’aeroporto Santos Dumont, sgranchitesi le gambe, Alberto recuperò i bagagli e si diresse verso i taxi gialli in attesa di clienti. Si avvicinò al primo sperando che l’autista prendesse lui le due valige ma il senhor rimase al suo posto. Alberto per evitare storie le caricò lui stesso ma come inizio…”Albergo Atlantico Prime.” L’autista si girò indietro per guardare in viso il passeggero, Alberto comprese che aveva fatto uno sbaglio nel dire albergo al posto di hotel, aveva fatto capire che era straniero e quindi gli poteva esser chiesto un compenso maggiore. Infatti il tassinaro si guardò bene dal far scattare il tassametro e partì piuttosto lentamente e così per tutto il viaggio. Alberto comprese che il cotale voleva fare il furbastro per fargli sborsare una cifra superiore al dovuto ed infatti giunti dinanzi all’albergo, senza muoversi dal suo posto l’autista: “Senhor duecentquaranta Reais.” Alberto si fece i conti, considerando che un Euro valeva poco meno di cinque Reais, il conto totale in Euro  era quarantotto Euro. L’autista stava per prendersi un biglietto di cinquanta Euro senza nemmeno un ‘Gracias’, Alberto si inalberò: “Chi cacchio era sto imbecille da far il prepotente, scese dal taxi, e si recò in albergo dove chiese l’aiuto di un facchino, scambiò i cinquanta Euro in Reais e tornando al taxì. Recuperate le valige porse all’autista duecento quaranta Reais. “ “E la mancia?” “Allora stronzo parli italiano!” “A me nessuno ha mai dato  dello stronzo!” “C’è sempre una prima volta nella vita!” Alberto si allontanò ridendo seguito dal facchino con i bagagli. Una rapida cena e poi in camera. Fu svegliato la mattina da una telefonata di Carlos: “Ti chiedo scusa, preso dal lavoro non ho pensato di venirti a prendere all’aeroporto, sto venendo al tuo albergo.” Carlos era il classico tipo sud americano, non molto alto con baffetti e basette lunghe. “Meu amigo è un piacere rivederti, andremo a casa di un’amica mia a vedere dopodomani la sfilata del Carnevale, non ti avvicinare troppo a lei, la tua fama di conquistador de mulheres ti ha preceduto, stavo scherzando, io sono un comunista in fatto di sesso quel che è mio…” Alberto sorrise, pensava che l’amica di Carlos fosse una racchia, quando mai,  una regina di bellezza più alta del suo fidanzato e dal sorriso accattivante. “Eu sou Daiana, prazer.” “La mia ragazza capisce l’italiano ma lo parla poco.” Daiana abitava al piano rialzato di un palazzo in una via del Sambodromo, perfetta per la visione della sfilata del giorno dopo. “Alberto, io rientro a casa mia, ormai c’è troppa confusione nelle strade per rientrare tu in albergo, Daiana potrà ospitarti, è anche una buona cuoca sempre se ami i cibi piccanti!” Carlo era stato abbastanza esplicito praticamente nell’offrire la ‘compagnia’ della sua fidanzata al suo datore di lavoro, Alberto malignamente pensò che dovesse nascondere qualche magagna contabile… ‘A pensare male si fa peccato ma spesso  ci si azzecca!’ Alberto aveva pensato al simpatico Andreotti. Infatti la contabilità presentava qualche buco, la cifra non era molto alta ed Alberto ci passò sopra pur facendo rilevare l’ammanco a Carlos che ringraziò sentitamente. Daiana aveva cucinato piccante come previsto da Carlos: Feijoada un pot pourri di carne, Picana salsicce, Queijo Coalho formaggio, vino Brut Terroir Rosè ed Ananas finale. “Per mangiare ancora dovrò aspettare il prossimo giorno.” Daiana sorrise ed invitò Alberto ad una passeggiata digestiva. La fidanzata di Carlos prese sotto braccio Alberto che riuscì a sentire la durezza di una tetta della ragazza. ‘Ciccio’ si svegliò ma ovviamente senza successo. Rientrarono in casa all’imbrunire, Alberto prudentemente si era portato appresso una valigia con l’abbigliamento per la notte, gli servì perché Daiana senza problemi apparve nuda, un nudo tipo statua di Prassitele, meravigliosa, ‘ciccio’ stavolta ebbe fortuna per quasi tutta la notte, una notte da ricordare! Niente prima colazione, nella mattinata  inizio della sfilata con carri e donne molto belle, affascinanti e sorridenti, ballerine provette, un spettacolo! Alberto notò una ragazza che sfilava, era diversa dalle altre, non solo non sorrideva ma quasi non muoveva il corpo, in lei c’era qualcosa che non andava. Alberto con l’animo del buon Samaritano, scese in strada seguito da Carlos e si avvicinò alla ‘menina’, “Domandale perché è tanto triste rispetto alle altre, dovrebbe essere un giorno di festa anche per lei.” Carlos non ebbe modo di tradurre la frase in portoghese che la ragazza rispose in italiano: “Conosco la sua lingua, mio zio era un italiano, non mi va di proseguire la sfilata, se vuole vengo con lei.” Un chiaro invito ad uno sconosciuto, la baby doveva avere grossi problemi. Giunti a casa di Daiana un po’ di imbarazzo da parte di tutti. “Sono Heloisa, vi sarà sembrata strana la mia richiesta, guardando il signore ho avuto subito fiducia in lui, mi trovo un una situazione particolare, per ora sono troppo sconvolta e…affamata,scusate la sincerità.” Heloisa era davvero affamata, chissà da quanto tempo non mangiava. Sistemato il pancino chiese di andare in bagno, poco dopo riapparve senza trucco in viso e chiese alla padrona di casa di potersi togliere il costume di Carnevale. Daiana la accompagnò in camera da letto e le fece indossare un suo vestito. La ragazza apparve in tutta la sua bellezza e signorilità fasciata in un tubino nero, aveva anche molto stile, Alberto  guardava affascinato i suoi bellissimi occhi verdi, grandi. tristi, i lunghi capelli neri sparsi sulle spalle, un amore a prima vista? Heloisa parve rasserenata, Alberto si domandò quali potessero essere le cause della sua ambascia ma, tutto sommato non era per lui importante conoscerle, già aveva in mente un suo piano.  La prese sottobraccio  ed uscì in strada, l’atmosfera era più coinvolgente, l’allegria contagiò i due, Heloisa si strinse ancora di più ad Alberto guardandolo in viso con un sorriso, finalmente! Dopo una settimana la sfilata ebbe termine, restava il problema di Heloisa che non aveva chiamato nessuno dei suoi parenti, segno evidente che c’era dell’astio reciproco ed allora il romano dè Roma: “Che ne dici cara di fare per qualche giorno la turista a Roma?” “Amo le antichità, accetto con entusiasmo, non è che sei sposato o fidanzato o altro.” “Niente legami, libero come l’aria, sin ad ora…” Ad Heloisa si riempirono gli occhi di lacrime, forse era il suo sogno segreto che era stato realizzato. Bacio cinematografico dinanzi ad un pubblico plaudente. Anche Carlos era contento, forse era un po’ geloso, altro che comunista in fatto di sesso! A Roma Alberto aveva avvisato del suo arrivo il portiere Claudio affinché sua moglie Ottavia (era l’ottava di otto figli) mettesse in ordine il suo appartamento al quinto piano di via Due Macelli sopra la farmacia. Claudio era il nome perfetto per il portiere infatti quando camminava claudicava per un incidente stradale occorsogli anni addietro. Alla vista di Heloisa rimase basito.”Ah Claudio sveglia, siamo stanchi dopo quindici ora di aereo.” Claudio rinvenne, caricò le valige in ascensore e, per mancanza di spazio salì con i bagagli al quinto piano, quando anche Alberto ed Heloisa vi giunsero la casa era tutta illuminata a giorno, la ragazza la percorse tutta ridendo: “È una reggia…e tu sei il mio re!” Come inizio niente male, Ottavia aveva preceduto i desiderata di Alberto preparando una cena alla romana ben gradita dai due che, causa la stanchezza finito di cenare si rifugiarono sotto le lenzuola sino alla dieci del giorno successivo. Il primo ad alzarsi fu Alberto che si recò un cucina e messa in funzione la macchina del caffè su un vassoio ed una tazzina piena del liquido fumante si recò nella stanza da letto. Solleticate le nari, Heloisa aprì gli occhi. “Per me è tutto un sogno!” “C’è una canzone italiana che recita ’Son prigioniero di te, prigioniero di un sogno, di un magnifico sogno che non mi lascia più.’” Non fare quella faccia triste, non abbiamo problemi, nessun ostacolo, i mei quarant’anni non mi pesano,  mi sento ringiovanito vicino a te.” “Voglio metterti al corrente del mio passato: ho ventitrè anni,  sono stata fidanzata con un mio coetaneo che ho dovuto lasciare perché  si drogava, mia madre, morto mio padre  si è risposta ed il cotale ha provato a violentarmi…immagina quello che ho provato, sono scappata di casa ma non potevo mancare alla sfilata organizzata da un mio amico, fortunatamente ho incontrato te un angelo salvatore!” “Non mi incensare troppo sono un vecchio zozzone, spero….” “Mi sono innamorata di te, per te farei qualsiasi cosa!” “Io preferisco il buio della notte, stamattina andiamo in via Condotti per rimpinguare il tuo guardaroba. I due apprezzarono il pensiero di Ottavia che aveva pensato bene di preparare un altro pranzo per i …novelli sposi, fu ben ricompensata. L’arrivo della ragazza era stato notato dai maschietti del palazzo che pensarono che forse la cotale, essendo  brasiliana non avrebbe avuto problemi a elargire le sue ‘grazie’ anche ad altri. La cosa fu riferita da Claudio ad Alberto che  non la prese bene, poteva essere motivo di grane anche con le signore e quindi…lampo di genio: “Claudio ti prego di non dirlo a nessuno ma Heloisa è un transgender, acqua in bocca mi raccomando!”Acqua in bocca a Claudio? ‘A couple of balls’, il giorno stesso tutti gli abitanti del palazzo erano al corrente della novità. Quando Alberto incontrava dei coinquilini era soggetto a battute di spirito: “Dottore la vedo camminare storto ha qualche dolore?” o frasi del genere. Alberto se ne fotteva altamente,  solo lui si godeva delle sue ‘grazie’ alla faccia degli invidiosi maligni!

  • Come comincia:  Sin dagli anni sessanta sono entrati a far parte del nostro modo di esprimerci e nel lessico comune termini e frasi (ad esempio, sindrome del Vietnam, disturbo post-traumatico da stress, sindrome di Stoccolma, etc.) per lo più legati alla moderna società dei consumi e all'avanzare del progresso tecnologico i quali hanno modificato (non sempre in meglio, purtroppo!) le nostre abitudini di vita ed i nostri comportamenti esistenziali, acuiscono sempre più malesseri dell'essere umano che sovente sfociano nel "disagio" psichico (e psicologico) trasformandosi spesso in malattia cronica e devastante tanto del fisico, quanto soprattutto dell'io. D'altra parte anche la medicina e la scienza sono progredite ed in particolare le branchie della psichiatria e della psicologia: non soltanto, però, come diretta conseguenza dell'altro progresso, quello dell'intera società, ma perché cercano di dare (ognuna nel proprio ambito ed ognuna a proprio modo e coi mezzi che hanno a disposizione) spiegazioni razionali (o razionalmente giuste), qualora sia possibile, ai fenomeni e di trovare rimedi per tamponarli al meglio o addirittura risolverli. L' Enciclopedia Treccani on line definisce lo stress come "la risposta funzionale con cui l'organismo risponde a uno stimolo più o meno violento (stressor) di qualsiasi natura";  a sua volta, Il dizionario di medicina stabilisce che questa natura possa essere: "microbica, tossica, traumatica, termica,  emozionale, etc.". La stessa Treccani, poi, indica che "i meccanismi dello stress sono stati descritti per la prima volta da Hans Seyle: lo stress è caratterizzato da due momenti, lo stimolo e la risposta. Il termine può indicare entrambi, generando una possibile ambiguità semantica. Per chiarirla, Seyle creò la parola stressor per indicare l'agente causale e mantenne la parola stress o stress response per indicare la condizione finale risultante". L'endocrinologo austro-ungherese (era nato a Vienna nel 1907, quando la città era capitale dell'impero asburgico), poi naturalizzato canadese, nel 1926 affermò, infatti, nel suo più noto scritto ("Una sindrome prodotta da diversi agenti nocivi") che "lo stress possa essere una risposta aspecifica dell'organismo a qualunque richiesta". Esso, pertanto, è la risposta dell'organismo (in particolare quella parte del nostro corpo e del cervello definita sistema nervoso centrale) a sollecitazioni e cambiamenti esterni che possiamo definire "fisiologici", una reazione "emozionale" agli stessi. Non sempre, però, questi cambiamenti possono essere negativi (o nocivi, come li definisce Seyle) anche se le sollecitazioni al nostro corpo (e cervello) avvengono comunque e producono gli stessi, identici effetti: un lutto ed una perdita, ad esempio, lo sono; perdita del posto di lavoro (ed affannosità nel cercarne uno nuovo o trovarne uno per la prima volta) oppure di ingenti somme di denaro che possono modificare le proprie condizioni di vita lo sono, così come uno stato di conflittualità all'interno di un gruppo sociale o familiare; ma, al tempo stesso, possono non esserlo - a mio modo di vedere - azioni che in genere sono viste come "classiche" nel produrre stress (o meglio, possono essere viste anche come azioni non nocive, seppur producendo allo stesso modo stress) quelle del traslocare da un appartamento ad un altro, del trasferirsi in un altro luogo per qualsiasi motivo (lavorativo, affettivo, economico), oppure divorziare o separarsi da un partner, preparare un evento o prepararsi per un evento (ad esempio, il proprio matrimonio), attendere per qualcosa o qualcuno (ad esempio, la nascita di un figlio: spesso motivo di stress accentuato per il partner maschile piuttosto che per la donna), innamorarsi di una persona, etc. E' da dire, tuttavia, che esistono livelli di stress tollerabili (o, per meglio definirli, "fisiologici") i quali vanno manifestandosi (che si voglia o meno essi lo fanno, spesso, a prescindere dalla propria volontà: fanno parte del..."gioco" e non ci si può esimere dal subirli) nel corso dell'esistenza di ogni individuo. Quando questi, però, superano quel confine (ovvero, una linea immaginaria che nessuno, a dire il vero, conosce ed è difficile, a volte, da definire: perché, spesso, varia da individuo ad individuo e perché ogni individuo ha una risposta "individuale" e personale alle cose ed agli eventi) e un determinato livello di guardia, l'individuo stesso è incapace di superare lo scoglio psichico che li si frappone davanti o per lo meno, avendo bisogno d'un supporto esterno, non risulta essere in grado di farlo da solo: in quel caso si parla allora di Disturbo Post Traumatico da Stress (nella nomenclatura anglosassone è conosciuto con la sigla PTSD), altrimenti noto come nevrosi da guerra. Ma negli ultimi decenni (in particolare, a partire dagli anni sessanta del secolo scorso), come già scritto, esso è stato associato anche a gravissimi eventi come atti terroristici o  criminali di straordinaria portata ed intensità emotiva (ad esempio, quando vengono prese in ostaggio persone), incidenti aerei (o navali, o ferroviari), cataclismi naturali (terremoti, inondazioni, maremoti), disastri ambientali (mi vengono in mente, a tal proposito, alcuni fatti di decenni passati: il disastro di Seveso, ossia l'incidente avvenuto nell'estate del 1976 nell'azienda Icmesa di Meda, in Lombardia, che causò la dispersione di una nube di diossina TCDD, sostanza chimica pericolosissima per ambiente e esseri viventi; il disastro di Bhopal, capitale dello stato indiano di Madhya Pradesh, avvenuto nel dicembre dell'84 nello stabilimento della Union Carbide India Limited a causa della dispersione di isocianato di metile, che causò migliaia di vittime; il disastro nella centrale nucleare di Chernobyl, località dell'Ucraina allora sotto il dominio sovietico, avvenuto nel 1986; i disastri nucleari di Three Mile Island, in Pennsylvania, e di Fukushima, avvenuti rispettivamente nel 1979 e nel 1986 negli Stati Uniti e in Giappone, etc.), epidemie e pandemie. In questa categoria, pertanto, rientra (o rientrerebbe) anche l'epidemia planetaria da covid-19. Ma andiamo per ordine. Nel corso della Grande Guerra si parlava di "febbre da trincea" (o shell shock, in inglese): può definirsi come la madre di tutti gli stress post-traumatici, il "ground zero" del genere anche se il termine disturbo post traumatico da stress non era apparso ancora "ufficialmente" nella terminologia psichiatrica. La cosa, tuttavia, era plausibilissima dal momento in cui si passò da una guerra di conquista (o corpo a corpo) ad una guerra di posizione o di attesa: in quel caso ancor più snervante, debilitante, devastatrice e stressante dell'altra per i protagonisti in campo tra i vari schieramenti militari. Infatti, è meglio (può sembrare paradossale ma non lo è affatto!) combattere piucché "attendere" un nemico che non si sa quando e come arrivi e forse non arriverà mai. Al proposito, mi vengono in mente due cose: la prima riguarda una scena del film "Orizzonti di gloria", diretto dal regista statunitense Stanley Kubrick nel 1957 ed a sua volta tratto dal romanzo omonimo di Humphrey Cobb, in cui un generale francese (Paul Mireau, il suo nome, interpretato dall'attore George MacReady) caccia dal suo reggimento un soldato che mostra segni di "squilibrio" e disagio (in realtà trattasi solo della reazione umana - o umanamente plausibile - di fronte alla precisa domanda di uccidere altri "nemici"). E' da dire, invero, che la pellicola è ritenuta dalla critica un caposaldo (oltre ad essere evidentemente un capolavoro artistico ed estetico della settima arte all-times: ma questa è un'altra storia) dell'antimilitarismo e...nonché (soprattutto) una chiara denuncia della irresponsabilità degli alti comandi nella prima guerra mondiale. La seconda cosa riguarda un'altro film ed un'altra opera letteraria a cui esso fa riferimento e si ispira e da cui è tratto: "Il deserto dei Tartari", diretto da Valerio Zurlini nel' 76 (ultimo film del regista bolognese), in cui i soldati di un avamposto militare (la Fortezza, appunto) che si trova in un luogo puramente immaginario nutrono una sola speranza (per sfuggire/fuggire alla noia, all'inerzia, all'oblio e al tempo) che è quella di veder apparire all'orizzonte che si staglia innanzi a loro il nemico (o un nemico...i Tartari, nella fattispecie). Nel corso della seconda guerra mondiale si parlò invece di nevrosi traumatica da guerra.

  • 02 ottobre 2020 alle ore 19:26
    Illusione Onirica, Realtà nella Mente

    Come comincia: "Cadere in un sogno ti porta al risveglio.
    Per ammirare il tuo Sole devi chiudere i tuoi occhi: 
    nelle profondità dei mari della mente, il suono del nostro cuore viaggia più velocemente.
    Nel buio del mondo onirico i sogni vedono la luce.
    L'oscurità è un'illusione, sarà la tua mente a decidere: l'Universo o l'abisso del tuo inconscio.
    Laddove l'immaginazione dipinge ciò che gli occhi non vedono, comincia il sogno."

  • 01 ottobre 2020 alle ore 9:36
    IL VILLAGGIO DEI TRANS

    Come comincia: Alberto era diventato lo chauffeur dell’ambasciata francese a Roma grazie all’amicizia con Alessandro colà impiegato da anni. Alberto poteva anche fare a meno di lavorare per la consistente eredità ricevuta dalla moglie Annamaria ma non era il tipo di stare in panciolle. Con Anna si erano conosciuti alla quarta ginnasiale, erano diventati prima amici e poi innamorati ma non  di un amore giovanile ma qualcosa di più profondo. All’inizio solo rapporti manuali ed orali sin quando Alberto un giorno all’uscita da scuola: “Che ne dici di farmi assaggiare il fiorellino?” Anna stava per rispondergli per le rime ma ci ripensò: “O prima o poi…” Chiese consiglio a sua madre Fiorella alla quale confidava i suoi problemi. Mammina si mise a ridere, abbracciò la figlia: “Anch’io con tuo padre ho avuto lo stesso problema, se sei innamorata di Alberto…ma prima recati dal nostro ginecologo Mariano per farti consigliare una pillola adatta alla tua età.” Il pomeriggio seguente: “Dottore è un bel po’ che non ci vediamo…” “Mia cara ti ho subito riconosciuto, ti ho visto nascere ed ora immagino quello che mi chiederai. Alla tua età sarebbe un grosso problema rimanere incinta, vai in farmacia con questa ricetta , auguri a te ed al tuo fidanzato.” Dopo circa un mese:“Mamma oggi pomeriggio ho invitato Alberto a casa nostra, c’è un bel film all’Odeon che ne dici di andarci con papà?” Fiorella abbracciò la figlia, anche lei aveva avuto quell’esperienza che sperava fosse positiva per sua figlia. “Alberto alla vista di Anna in camicia da notte comprese subito e ‘ciccio’ si inalberò alla massima potenza. “Non ricordavo fosse tanto grosso, sii delicato!” “Alberto ci mise un bel po’ ad entrare nel fiorellino, fu delicato, da allora ebbero rapporti tipo coniugale e quello zozzone di Alberto chiese ed ottenne anche il popò! Una mattina Alessandro si presentò ad Alberto con un giornale francese, sapeva che il suo amico conosceva questa lingua, Alberto stesso fu in grado di tradurre l’annuncio: ‘Villaggio dei Trans’ vicino ad Annecy Alta Savoia. “Arbè dì la verità ti piacerebbe una novità come questa, in fondo i trans sono mezze donne…” “Si ma anche mezzi uomini ed io non ci tengo…” “Parlane con Anna, le donne sono più curiose dei maschietti.” Era proprio vero, Anna accolse la proposta con un “Perché no!” e quindi fattibile, fu eseguita la prenotazione tramite fax indicato nel giornale. Alberto con i soldi uxoris aveva acquistato una DS 7 Cross Back blu notte, uno sciccheria di auto. Alla partenza di mattina presto raccomandazione di prudenza da parte dei genitori di ambo le parti, Alberto non aveva fretta, aveva messo in funzione il navigatore satellitare, dopo circa sette ore fermò l’auto in un Motel in autostrada vicino Torino. “Che ne dici di una cena leggera ed un  riposino…” “Conosco i tuoi riposini, d’accordo!” Alberto arrivati in camera consumò il riposino ed ambedue si svegliarono presto riprendendo l’autostrada. Passarono le dogane sia quella italiana che quella francese senza problemi e dopo quattro ore trovarono vicino Annecy la scritta ‘Villaggio turistico a due chilometri’, non era specificato il genere ma era probabile che fosse quello cercato dai due. Infatti più avanti una scritta specifica ‘Villaggio Turistico dei Trans.’ Dietro una sbarra si presentò una ragazza bionda, ovviamente parlava francese: “Qui êtes vous’” “Siamo Alberto ed Annamaria da Roma.” La ragazza guardò un elenco e poi: “Entrate, il vostro è l’ultimo bungalow a destra, buon soggiorno.” Se la ragazza parlava italiano era chiaro che molti connazionali frequentavano quel posto. Durante il tragitto Alberto ed Anna notarono molti signori e signore di varie età completamente nudi, probabilmente gli ospiti e poi delle ragazze in minigonna e seno di fuori, forse le trans del villaggio che con quell’abbigliamento nascondevano in parte la loro mascolinità. Il vicino bungalow di Alberto e di Anna era occupato da due signori, un  uomo ed una donna che uscirono completamente nudi. Si presentarono: “Siamo Gabriele e Fiorella da Napoli, vi abbiamo sentito parlare, dall’accento penso che siate romani.” “A cena, potremmo stare allo stesso tavolo.” La sala addetta a mensa era molto ampia, gli ospiti con un asciugamano sotto i glutei, la inservienti more solito con tette al vento e minigonna dalla quale per alcuni o alcune che dir si voglia faceva capolino un pisello. Il vitto era discreto anche se Alberto si aspettava qualcosa di meglio, gli era stato chiesto il compenso anticipato del soggiorno per quindici giorni di quindicimila Euro, cinquecento Euro a testa. Finito di mangiare una passeggiata digestiva vicino alla piscina esterna ben illuminata, qualcuno si faceva il bagno evidentemente lo preferiva al vitto.  Solita iniziativa di Anna: “Che ne dite se ci ritiriamo nei nostri bungalow, magari, sempre se siete d’accordo un wife swapping…” I due napoletani compresero il gergo di Anna, si guardarono in viso e furono d’accordo. Alberto fece una  buona figura col suo ‘pisellone’ anche a riposo. Prima di arrivare all’interno della capanna lo sfoderò  alla grande che fece ridere gli altri tre. “Scusate ma il mio’ciccio’ è capriccioso nel senso che…” Fiorella: “Non ti preoccupare, io amo i capricciosi specialmente nel campo sessuale.” Passaggio nel bagno di Alberto con Fiorella che volle lavare lei il ‘ciccio’ del partner improvvisato: “Oh questo seguita a crescere, mi distruggerà la cosina!” Alberto col solito repertorio: cunnilingus che portò quasi subito Fiorella all’orgasmo, La signora: “Voglio insegnarti un giochetto, entra con l’uccellone  sino a metà vagina, strofinalo in alto e resta in quella posizione.” Alberto da buon allievo eseguì le direttive e dopo un po’ Fiorella si esibì in un orgasmo lungo ed intenso, non finiva mai. Ci volle del tempo prima che la dama si riprendesse poi baciò Alberto in bocca: “Quello era il mio punto G.” “Se vuoi lo rifacciamo.” “No, mi sento svuotata di energie, con te è stato favoloso al contrario…beh lasciamo perdere.” Alberto capì a chi si riferiva la signora, la poca prestanza sessuale del consorte.  Scena quasi simile nell’altro bungalow, quasi perché Gabriele si presentò con un ‘pisello’ ben più piccolo di quello di Alberto e fece d Anna una richiesta particolare: “Ti sarei grato ce mi facessi entrare nel tuo ‘popò’, come vedi sono poco dotato e nel fiorello galleggerei, sono un gioielliere, di nascosto a mia moglie ho con me un bracciale molto bello e costoso…” Anna non sapeva se ridere o accettare l’offerta, prevalse la seconda ipotesi peraltro non prevista ma sicuramente piacevole, i gioielli erano la sua passione. Non ebbe nessun problema all’ingresso di Gabriele nel suo popò, volle rendere più piacevole l’incontro toccandosi il clitoride con conseguente orgasmo. Dopo un po’ la voce di Anna: “Ragazzi unicui suum, tradotto per i non latini, ognuno nella propria cuccia.” Anna entrò nel suo bungalow mostrando visibilmente il regalo ricevuto: “Caro ti piace?” “Gran figlia di… sei sempre la solita furbacchiona ma anche l’amore mio, debbo confessarti che ho imparato qualcosa da Fiorella, domani lo metteremo in atto, per ora largo a Morfeo.” Alberto si alzò per primo, preferì la piscina coperta perché l’acqua era tiepida e ancora non era spuntato il sole. Fu raggiunto da Fiorella pimpante come non mai. “Che ne dici di infilarmelo in acqua, mai provato quella sensazione, vieni te lo faccio diventare duro.” Un fuori programma apprezzato da ‘ciccio’ che bel presto alzò la cresta e con l’aiuto della mano della signora fece un’entrata trionfale nel fiorello voglioso che ‘partorì’ un orgasmo alla grande, prima esperienza in acqua per ambedue. Al rientro nel bungalow Alberto trovò la consorte sotto la doccia, fu invitato a…rifiutò raccontando quello che gli era successo.  “E che cazzo, quella non pensa ad altro, fra poco sarai completamente spompato, cambiamo tavolo ed amicizia. A colazione furono serviti da una bionda che tale non era…”Mi chiamo Solange, quando vorrete sono a vostra disposizione.”  Anna: “Vorremmo cambiare il bungalow?” “Devo chiederlo alla direttrice, si chiama Chanel.” L’interessata si presentò dopo circa mezz’ora vestita in pantaloni e maglietta in compagnia di Solange. “Signori a vostra disposizione, sono una donna normale, parigina pura, mi pare abbiate chiesto di cambiare bungalow, se ne è liberato uno vicino all’ingresso, Solange vi  aiuterà a trasportare i bagagli, buona permanenza.” La nuova sistemazione aveva il difetto di essere un po’ rumorosa per il passaggio delle auto ma l’importante aver lasciato la compagnia dei due napoletani. A tavola erano in un compagnia di due ragazze forse dell’est europeo che parlavano solo la loro lingua; educatamente si presentarono con un ‘tervetuloa’, Alberto e Anna con un ‘piacere’ così le giovani straniere potevano capire che loro erano italiani. Le due avevano un corpo bellissimo ed anche di faccia non erano male, ridevano in continuazione, Alberto le guardava con insistenza, Anna: “Tra poco diventerai cieco, ci stai lasciando gli occhi a ‘tervetuloa’” “L’amore mio è diventato geloso e poi due insieme sarebbero troppo per me, piuttosto, se sei d’accordo vorrei provare ad invitare nel nostro bungalow Solange per provare qualcosa di differente, non è il motivo per cui siamo qui?” “Penso che la ragazza si aspetti una buona mancia, penso a cento Euro.” Finito di cenare solita passeggiatina digestiva e poi rientro nel bungalow meno rumoroso, di notte si svolgeva tutto all’interno del villaggio. Solange li raggiunse dopo mezzanotte profumatissima, il suo ‘uccello’ a riposo si dimostrava già di notevoli proporzioni. Alberto: “Mon amour vediamo di sistemare le cose, io non intendo fare la femminuccia: tu ti metterai piegata appoggiata alla spalliera del letto, Solange in mezzo, io dietro di lei, tutti d’accodo?” Chi tace acconsente, i tre presero posizione. Il trans sfoderò un ‘marruggio di notevoli proporzioni con i testicoli che sembravano due palle da biliardo tanto che Anna: “Cazzo è arrivata a toccarmi il collo dell’utero!” Solange: io ho un orgasmo contemporaneamente col ‘pisello’ e con il culetto.” Le previsioni si avverarono, Anna: “M’è arrivata una mitragliata di sperma veramente piacevole, mai provata e tu?” “Il buchino di Solange si apre e si chiude piacevolmente per me, a casa devi provare a farlo anche tu.” La ragazza era instancabile, i tre seguitarono sinché  Alberto: “Gentili signore io dichiaro forfait, Anna: “Per me ancora un po’, è troppo bello.” “Non ti abituare, io non sono Solange!” Dopo circa un quarto d’ora anche Anna alzò bandiera bianca, forse il fiorellino era stato troppo piacevolmente strapazzato. Solange con noncuranze, andò in bagno ed al ritorno prese i cento Euro trovati sul comodino, si rimise la minigonna e salutò i presenti con l’uccellone ancora in erezione… “Non fare la faccia da meravigliato, tu non sei come lei o lui che dir si voglia, la inviiamo a casa nostra?” “Furbacchiona allora t’è piaciuto da matti, di colpo ti sei scoperta godereccia ogni limite, niente da fare ci contenteremo della solita routine.” Era fine agosto, settembre prossimo poteva portare del clima più fresco, Alberto pensò di fruire dell’aria frizzante romana e così comunicò sia a Solange che a Chanel la loro prossima partenza. Quest’ultima inaspettatamente chiese di poter a febbraio raggiungere Alberto d Anna a Roma quando il villaggio chiudeva per un mese. Proposta accolta con entusiasmo da Alberto, un pò meno da Anna. Chanel era una donna bella, di classe, piena di verve insomma una vera signora affascinante che poteva far innamorare suo marito. L’argomento ritornò nella mente di Anna solo a fine gennaio quando Chanel si fece viva per telefono: “Carissima sono Chanel, domani chiuderà il villaggio, ho prenotato un posto di aereo per Roma, ho il vostro indirizzo di casa, potrei benissimo andare in albergo, se possibile vorrei stare da voi, mi sento più a mio agio.” “Sarai la benvenuta, ti aspetterò a casa nostra con una cena tipica romana spero di tuo gradimento.” Chanel giunse in taxi, doveva aver affascinato pure il tassista che la accompagnò con le valige sino all’ascensore e addirittura le baciò la mano! Grandi abbracci e baci con Anna e poi con Alberto al ritorno dal suo lavoro all’Ambasciata francese. Anna aveva fatto mettere in ordine dalla cameriera Gina la stanza degli ospiti: lenzuola di seta, piumone ricamato, pulizia dello specchio ovale detto ‘psiche’, insomma un accoglimento regale. A tavola Chanel sgranò gli occhi dinanzi a tutte le pietanze preparate da Anna. ”Quando andrò via mi dovrò mettere a dieta, ora chiamo un mio amico all’Ambasciata  francese: “S’il vous plâit j’amerais parler avec monsieur Michel Dubois.” “Mon cher, je suis à Rome hôte di miei amici romani, chiamami prima di venire a prendermi, questo è il loro indirizzo: via Appia Antica 633, a presto.”  Chanel aveva preferito seguitare la conversazione in italiano, forse gli amici non conoscevano il francese. L’indomani mattina Michel con la macchina dell’ambasciata guidata da Alberto giunse a casa di quest’ultimo con sorpresa da parte dell’attaché de France, presto fu tutto chiarito. Abbraccio affettuoso con Chanel e presentazione dei padroni di casa. Chanel: “Mia cara Anna stavolta niente piatti romani, andremo in un ristorante francese che ci indicherà Michel.” Con la DS di Alberto tutti al ritrovo ‘Le Carré’, locale molto raffinato e con i camerieri in divisa. Pranzo particolare ordinato da Michel anche a base di cacciagione e di vino Barolo d’annata. Rientro a casa poi Chanel e Michel si recarono in ambasciata con l’auto di quella amministrazione guidata da Alberto. Chanel si fece viva informando i due amici romani che sarebbe rientrata a Parigi con il fidanzato, sospirone da parte di Anna, tristezza da parte di Alberto, anche la speme ultima dea…

  • 01 ottobre 2020 alle ore 8:19
    Il Bel Tempo

    Come comincia: Sono così sveglia stanotte. Sembra che tutta la stanchezza se ne sia andata all'improvviso ed io sia pronta per chissà quali nuove imprese. il calendario ha sancito il passaggio dall'estate all'autunno, il cielo è silenzioso, non vedo mai le rondini partire. Mi tornano alla mente libri di lettura della scuola elementare dove bambini con i nasini schiacciati contro i vetri di finestre rigate di pioggia, guardano fuori in attesa del bel tempo per andare a giocare. In mezzo ad altissimi alberi ancora si affaccia un sole quasi estivo, qualche gazza si pavoneggia fra i rami, e anch'io di giorno guardo fuori, oltre ampi vetri, anch'io aspetto il bel tempo per andare a giocare. "Il bel tempo": che frase imponente, profonda, che noi usiamo così, quasi con leggerezza, senza pensare troppo al significato delle parole. Tutta la vita inseguiamo il bel tempo, il bel tempo dell'esistenza, il bel tempo della serenità, dei lieti eventi, della realizzazione dei progetti, della gioia di vivere. Il bel tempo della soluzione dei problemi. Come bambini dietro vetri di finestre rigate di pioggia stiamo in attesa, sempre fiduciosi, ostinati, e mentre guardo lo spettacolo del grande parco penso che dove infinita tenerezza e infinita sensazione di impotenza si equivalgono, esse finiscono per amalgamarsi rinunciando a combattersi, perché siamo sicuri che là fuori, in mezzo alle fronde degli alberi, è di nuovo in arrivo il bel tempo, il nostro bel tempo. 

     

  • Come comincia:                                        - Non c'è nessun Dio, lì, e neppure nessun uomo, che possano
                                           darti conforto: sopra il lastricato di marmo dell'obitorio sei solo,
                                           vi-à-vis con la morte!

     Ricordo d'aver letto per la prima volta il breve ma intenso racconto che segue la sera prima che mio padre andasse via da questa terra: era una domenica di febbraio, l'ultima ed abbastanza mite, di sette anni fa. Lui era già entrato in coma e lo lessi poco innanzi di tornare a casa dall'ospedale. Mio padre Marco (era il suo nome di battesimo vero anche se tutti lo chiamavano Mario: lo conoscevano per quel nome e nessuno, neanche parenti stretti, sapevano che le cose fossero diverse) morì il pomeriggio seguente, alle ore diciassette. Ironia della sorte: mia madre aveva cessato di vivere venti mesi prima, alle sedici e sullo stesso pianerottolo del nosocomio cittadino...diciamo a meno di cento metri di distanza dal punto in cui lo fece mio padre. Il giorno prima della sua morte, quella domenica, avevo trascorso diverse ore insieme a lui (come oramai capitava da circa due settimane: da quando, cioé, era entrato in ospedale a causa d'una caduta e della frattura del femore conseguente alla stessa) e seppure la situazione fosse senza speranza, non immaginavo che sarebbero state le ultime (quelle cose non si immaginano mai, anche se poi avvengono ugualmente!). Io conservo ancora il calendario di quel 2013, quasi a voler fermare il tempo nella mia mente e nei miei pensieri...ma ognuno lo fa spesso - o anela a farlo - in maniera assolutamente inconscia; anzi, ne conservo due, ad essere precisi: uno è di quelli a muro ed è affisso sullo sportello di un armadietto nel soggiorno, vi manca il foglio di gennaio e su quello di febbraio il venticinque è circolettato a penna. Lo feci io stesso la sera in cui morì mio padre, quando tornai a casa, e vi scrissi: "Buona fortuna, Jack!". L'altro calendario è di quelli fatti a mo' di soprammobile, comunemente detti da tavolo: a sua volta si trova sopra un mobile nell'ingresso di casa ed anch'esso è circolettato al venticinque di febbraio e reca scritte le stesse parole dell'altro. Mio padre fu grandissimo appassionato di cinema western, in sua vita: ecco chiarito l'arcano, quindi; spiegato il perché di quella frase, scritta accanto alla data della sua morte, che ai più potrebbe invece apparire strana ed incomprensibile...quel buona fortuna, Jack dal titolo di un noto film western (appunto) di Tonino Valeri, interpretato nel 1973 da Henry Fonda (mostro sacro dello star system made in Hollywood) e da Terence Hill. Mi portava spesso al cinema (capitava nel giorno della settimana in cui era a casa dal lavoro, di solito il martedì), molte volte mi ha anche raccontato di quando lui, ragazzo di paese (un piccolo borgo, una frazione appena della bassa reggiana al confine con la provincia di Modena) andava al cinema coi suoi amici: tornava dal lavoro, prendeva un pezzo di gnocco fritto, lo incartava nella carta paglia e via...montava sulla bici per recarsi nella sala del paese vicino, a vedere un film (di cobboi, come era solito dire lui!) con Tom Mix o con Ken Maynard, con Randolph Scott o con John Wayne.

     - Storia di Giuseppe e del suo vecchio cane - Due volte ci sono passato davanti, solo l'ineluttabile logica dei numeri mi ha permesso di trovare il 4. Cercavo una casa, un palazzo, invece era un vecchio portone di legno scrostato, verso il cielo una parete di finestre, anch'esse scrostate e tutte chiuse da anni. Il numero era stato scritto, tanto tempo prima, con vernice bianca. Suono il bottone bianco di un campanello che mi riporta alla mente quello che, da bambino riuscivo a schiacciare solo in punta di piedi, per farmi aprire la bottega del salumiere quando era chiusa. La chiave gira nella toppa, si apre un uscio, piccolo, ci si deve chinare per entrare, oltre la soglia c'è un lungo androne senza illuminazione, in fondo si vede una corte, due piccoli cagnolini mi scortano mentre seguo la signora oltre l'ombra buia. Sulla sinistra tre portici, vedo bene il primo, c'è un sacco di roba accatastata, attrezzi da contadino. Seguo la signora, sotto il portico di mezzo, fra mille cianfrusaglie scorgo il corpo di un uomo sdraiato sul letto vecchio almeno quanto lui, a terra, accanto un vecchio grosso cane sdraiato sul fianco come il suo padrone. Guardo negli occhi la signora stupito. Lei allarga le braccia in segno di resa e inizia a raccontarmi. Quando esco per parlare con il paziente so tutto della sua malattia ma non so nulla di lui: perché si rifiuta di tornare dentro casa anche solo durante la notte? Esco e mi siedo, presentandomi, su un vecchio sgabello accanto al giaciglio, sotto al terzo portico pieno di gabbie con galline, polli, conigli. La signora va in quella direzione con un secchio di mangime. - Giuseppe, sono quì per insegnarle ad alzarsi da questo letto... - E' magrissimo, più alto di me, pelle scura e barba bianca incolta, lo sguardo si posa su di me con fare interrogatorio. -  Guardi che io mi alzo quando voglio e quando ne ho bisogno arrivo fin là in fondo alla turca. - Accompagna queste parole con una rapida occhiata verso sinistra. - Sua moglie è preoccupata, pensa che se dormisse in casa tutto sarebbe più semplice, qua fa molto caldo. - 
     - Si guardi intorno, questo spazio l'ho difeso da tutti e per tutti questi anni, fin che sarò vivo continuerò a farlo. La vita ti può regalare tante cose, quasi tutte inutili, quelle non le difenderò. Le cose importanti te le devi costruire. Io ho fatto così e ora difendo questo spazio, il mio è un vero e proprio presidio, ho sempre pensato che le parole siano meno importanti dell'esempio, spero che i miei figli lo capiscano e diano spazio ai fatti più che alle parole. - Dice queste cose mentre si siede con le gambe giù dalla branda. Con un grande sforzo Giuseppe si alza appoggiandosi ad una lunga verga come un pastore e barcollando si avvia verso la turca accompagnato dal vecchio cane. Raggiungo la moglie accanto alla gabbia dei conigli, le spiego che suo marito si è sempre fatto rispettare e che ora non può cambiare e non può immaginare la propria morte lontano dalle cose per cui è vissuto. Qualche settimana dopo, l'abbaiare all'alba diverso dal solito dei piccoli cani sveglia la signora che capisce subito: il marito se n'è andato, è sulla branda sdraiato sul fianco destro, anche il vecchio cane se n'è andato, sdraiato sul fianco destro, un lenzuolo ne copre buona parte del corpo, forse un colpo di vento.
                                                                               
                                                                              Mauro Montermini, Fisioterapista Vidas

    - Appendice (o note a latere) - Qualcuno si domanderà, ora, dop'aver letto il racconto precedente, se vi siano similitudini e punti in comune tra la storia (vera) ch'esso descrive (in maniera concisa, lo fa, seppur significativa e chiara) e la vicenda "finale" che riguarda mio padre, anch'essa rievocata (ed evocata) attraverso le mie parole scritte? Premesso che il racconto in questione l'ho ritrovato frugando tra tantissime vecchie carte (o meglio, ho ritrovato la pubblicazione che lo riporta: il bollettino di Vidas, nota onlus assistenziale milanese, la quale si occupa in genere di malati terminali) e riletto qualche giorno prima della stesura di questo tratto del mio diario, debbo dire che esse [le similitudini] ci sono senza dubbio come pure punti in comune, e sono abbastanza precise, semplici ed evidenti...quasi lapalissiane: beh, innanzi tutto, l'uomo che affronta il suo ultimo viaggio, eppoi il tema della vecchiaia e della solitudine della - e nella - vecchiaia (e dell'esser vecchi), la decadenza fisica e mentale che essa comporta - a volte - ; infatti, entrambi i casi trattano della morte di uomini anziani i quali, con modalità differenti tra loro terminano la loro esistenza: mio padre sopra un letto di ospedale dopo qualche giorno di incoscienza (magari avrebbe voluto non farlo, chissà, se ne avesse avuto la possibilità, o forse farlo in maniera diversa...andarsene in maniera diversa) e con al fianco il figlio, l'altro invece, ossia Giuseppe, il vecchio milanese, dopo aver difeso strenuamente (come, del resto, aveva fatto nel corso di tutto il "viaggio") il suo piccolo mondo, il suo piccolo spazio, le sue piccole umili cose per cui aveva sempre vissuto e andando via, alla fine, insieme all'amico più fedele che vi sia, cioè il suo cane (a quanto pare, però, nel suo caso fosse la cosa che più desiderava avvenisse!). In questo caso penso sia proprio il caso di dire (giri di parole a parte!) che ognuno di noi sa (più o meno) come è venuto al mondo (anche se nessuno possiede, invero, la facoltà di scegliere in quanto l'evento avviene a prescindere dalla propria volontà: in pratica, nessuno decide da sé stesso di nascere, nessuno è padrone della propria nascita visto che ci concepisce e poi ci mette al mondo sempre qualcun altro), ma a niuno è dato (di) sapere come possa andarsene dal mondo: nessuno conosce la propria fine, quello che ci aspetta malgrado esistano le chiromanti che leggono la mano e predicono il futuro attraverso la palla di cristallo, e malgrado esistano dei metodi (non so quanto veritieri e "scientifici") di risalire al proprio futuro (e quindi conoscere la propria fine: in poche parole, sapere di che morte dobbiamo morire!) attraverso la lettura del dna. Eppoi, gli aspetti più curiosi della vicenda intiera - a mio avviso - nonché strani (e forse, chissà, empatici; o magari son solo coincidenze astrali) stanno nel fatto che io avessi ricevuto il bollettino di cui sopra, sette anni orsono, proprio mentre mio padre era in ospedale; ed ancora...leggessi il racconto poco prima della sua morte: quasi un monito, chissà, una cosa annunciata, anzi, una morte (vera) preannunciata da un'altra (letta). Mi corre obbligo di chiudere con un'ultima annotazione di carattere generale che racchiude, al tempo stesso, un mio pensiero e che, si badi bene, scrissi altrove in tempi ed epoca non sospetta, ovvero lontani dagli eventi luttuosi che hanno poi colpito la mia esistenza: "la morte è un fatto individuale, lo è sempre e comunque, a mio avviso. Anche in un contesto di morte collettiva essa resta comunque un fatto individuale mai diviene collettivo: seppur capiti di morire insieme ad altri 100 mila individui, attorniati da gente amica o dai tuoi cari o magari insieme al proprio cane!".

    Taranto, 26 aprile 2020.

  • 27 settembre 2020 alle ore 20:31
    Diario di bordo - Leggendo...qua e là (terza parte)

    Come comincia:  In questa parte del mio diario voglio proporre un racconto letto su un librino per pochi intimi: una pubblicazione, infatti, che nessuno potrà trovare mai esposta a bella prima sugli scaffali delle librerie italiane oppure nel merchandaising di Amazon perché è stato scritto da un autore che non scrive per vendere libri, o meglio non li scrive per far soldi o tiratura ne per diventare famoso; una pubblicazione che è stata stampata (ed autoprodotta) per aiutare delle persone che sono detenute in varie carceri italiane. L'autore si chiama Olmo Losca, l'ho conosciuto nel gennaio scorso (soltanto formalmente, però, no di persona, acquistando la sua opera tramite la Cassa Anti-Repressione che l'ha prodotta, anzi autoprodotta). Nella seconda pagina di copertina è scritto, in basso, quanto segue: "L'intero ricavato della vendita di questo libro sarà destinato alla Cassa Anti-repressione in solidarietà alle compagne e ai compagni rinchiusi nelle patrie galere". Il racconto (meglio sarebbe definirlo "raccontino", data la sua brevità...altri, all'interno del libro, sono molto più lunghi), che è scritto nelle pagine 51-53, si intitola: "L'urlo di un barbone dei boschi" - Gennaio 2020, località: il bosco. Il testo è quello che segue:
      "Cresciamo e viviamo in una società terrificante, talmente squilibrata che le ricchezze si moltiplicano con la stessa velocità delle povertà che precipitano, dove il concetto di giustizia è misurato sui vestiti di seta e cashmere, dove la tenaglia dei suoi esecutori raggiunge profondità di tale iniquità che risulta "naturale" e "volontario" mantenere istituzioni repressive per perpetuare all'infinito la persecuzione e il martirio di vittime nel nome di aberrazioni ambientali, economiche, sociali. Cresciamo e viviamo in luoghi dove regna la carità religiosa, il romanticismo da soap-opera, l'abnegazione del salario da fame, l'egoismo della proprietà privata, della pistola nel comodino, la difesa dell'ordine costituito, la trasformazione del suolo in cimitero a cielo aperto, la lapidazione pubblica di individui di un'altra epoca storica, la mistificazione, il depistare e nascondere i responsabili delle stragi, la violenza contro i miserabili della strada, la gogna mediatica, il ladrocinio nelle tasche di chi non ha niente. Cresciamo e viviamo chiusi fra quattro mura di cemento armato dipinto dalla chimica da laboratorio, stritolati da una educazione obbediente misurata in codici scolastici, indottrinati da una morale dove l'ego acquista punti a discapito del silenzio, barricati dietro porte blindate e torrette a vista, dove anche il suono armonioso del vento diventa onda d'urto di deflagrazione, insultati e derisi da soggetti che frustano la nostra schiena sette giorni su sette, diventando milionari. Cresciamo e viviamo indottrinati da eserciti di articoli e notizie ricoperte di plastica e menzogne e, nonostante tutto questo, cerchiamo di emanciparci in strade percorse da fumi di monossido, resistiamo ai binari arruginiti inchiodati sui nostri fianchi, ci sdraiamo esausti sul ciglio dell'orizzonte senza mai attraversarlo, urliamo di libertà con infilato in bocca lo straccio che soffoca. Ma non è sufficiente, perchè intorno vediamo individui che crescono e vivono sordi ai lamenti incessanti che lacerano le pareti dei lager, sorridono ai liquami che avanzano fino a cingerci le narici, scendendo in gola e obbligando a digerirli, abituati ormai alla sovranità di coloro che siedono sui nostri corpi, delegano la vita a carnefici che la toglieranno, distolgono in allegria lo sguardo al baratro, disprezzano la mano tesa del perseguitato, la stessa mano che scomparirà nel fondo del mare. Ma tutto questo non è crescere, non è vivere. Esseri viventi trasformati in prodotti da masticare e sputare, masticare e sputare. Oggi mi hanno detto che sono un nemico della nostra società, traditore della morale, difensore dei brutti e cattivi, un solitario pazzo, un fabbricante di falsità e sogni irrealizzabili, ma sono solo una foglia seccata al sole da un'estate malata, un torrente prosciugato da dighe puzzolenti e marce, un albero troncato da motoseghe astute, una talpa agonizzante da ruspe ripiene di fango, un lago cristallino diventato immondizia.   Non temete, tranquilli, il mio urlo di rabbia e dolore non si sentirà, travolto e coperto dalle sirene del progresso...". (da: "Sentieri in cammino").
     La Nota biografica sull'autore, in terz'ultima pagina di copertina, prima delle note dello stesso autore, dell'indice e dell'ultima pagina della pubblicazione, recita quanto segue: Olmo Losca nasce nel 1969, il padre anarchico, tra i fondatori di quella corrente pittorica degli anni '50 denominata, dai giornalisti Giorgio Kaisserlian e Marco Valsecchi (nella prima esposizione italiana del 1956), "Realismo Esistenziale" ha contribuito alla formazione artistica e politica del figlio. Olmo inizia a scrivere poesie dall'età di 14 anni. Dopo un periodo all'estero (in cui gira come un viandante per le strade d'Europa) a 22 anni rientra in Italia. Attraversata una parentesi lavorativa in una fabbrica (5 anni) decide di vendere tutto e trasferirsi in montagna dove inizia a fare il contadino, apicoltore e naturalmente continuando a scrivere. In particolare fiabe e novelle per ragazzi. La sua esperienza come "abitante delle alte valli" lo avvicina ai rifugi alpini, dove ne gestisce uno per due anni e, questa esperienza, lo porta a collaborare con altri gestori alle "Vie" degli escursionisti. Attivista libertario fin dalla tenera età scrive, parallelamente alle fiabe e alle poesie, anche racconti, novelle, articoli e saggi sull'ecologismo, l'animalismo e la critica sociale. Negli ultimi anni è promotore anche di quell'approccio alla questione animale legata all'anarchismo (svariate sono le sue conferenze, in Italia, sul tema). Per la casa editrice francese Editions du Monde Libertaire pubblica nel 2019 "Les Poésies de l'Orme" una raccolta di poesie bilingue (francese/italiano). Attualmente sta lavorando a un progetto di fiabe per adulti legate alla questione animale.

    Taranto, 228 Floréal 5 (24 aprile 2020).

  • 24 settembre 2020 alle ore 14:31
    Quando sei nato non puoi più nasconderti

    Come comincia:  - Quando sei nato non puoi più nasconderti, - ripeteva sovente a suo nipote il vecchio Mohammed, discendente da una famiglia berbera di stirpe antichissima ; - una volta che vieni al mondo, figliuolo, devi crescere in fretta, maturare e...alla fine scegliere dove andare, la strada da percorrere: non importa se sia quella giusta o meno, devi farlo comunque altrimenti la tua vita sarà vissuta a metà! - Eran passati tanti anni, adesso, e quel bimbetto era cresciuto: Noureddine era diventato un uomo. Aveva fatto delle scelte nella sua vita, sino ad allora: alcune giuste, altre invece sbagliate perché forse fatte in fretta e magari quando si era lasciato prendere dalla paura, dal sentimentalismo o dall'emozione. A quel punto della sua vita doveva fare ancora una scelta importante, quella che probabilmente avrebbe segnato - nel bene o nel male - il resto della sua esistenza e il suo cammino sopra questa terra: il suo paese era martoriato, da alcuni anni, da tensioni, disordini, scioperi generali, attentati...bombe, morti e lutti erano ormai all'ordine del giorno; come d'altronde, la repressione brutale sul popolo, gli arresti e l'uso sistematico della tortura tanto nelle campagne, quanto nelle città. Nourredine così entrò nella resistenza armata e lottò, insieme ad altri uomini e donne, dapprima in montagna eppoi nelle campagne vicine alla capitale. Vide ancora arresti, morti, incendi, violenze e saccheggi intorno a lui. Ma poi, un giorno, tutto finì...a metà estate i francesi andarono via: l'Algeria era libera; Noureddine aveva scelto e visse per il resto dei suoi giorni in pace con sé stesso.

    Taranto, 24 settembre 2020. 

  • 24 settembre 2020 alle ore 10:05
    LO SPECIALISTA DEL PUNTO G

    Come comincia: Alberto guardava fuori dalla finestra del balcone, era triste  per un suo problema di salute, una bronchite febbrile. Il medico di base gli aveva prescritto sette giorni di riposo assoluto il che voleva dire non uscire di casa e quindi non presentarsi in caserma, era un maresciallo delle Fiamme Gialle. Telefonate da parte dei colleghi e degli amici, anche il comandante del Gruppo Provinciale T.Colonnello Augusto Speziale, un suo paesano romano si era fatto vivo: “Mazzò che fai il malato immaginario alla Molière?” “Colonnello lei ormai mi conosce, in vita mia ho marcato visita solo poche volte quando non ne potevo fare a meno come stavolta, la mia medichessa mi ha proibito in senso assoluto di uscire di casa.” Alberto era costretto a fare il pensionato, era triste ed arrabbiato anche per la giornata uggiosa, fuori nebbia, anche pioggerellina fine di quelle che durano  una intera giornata, d’altronde che pretendere, era febbraio. Attraverso i vetri del soggiorno scorgeva una montagnola con alberi d’alto fusto ed anche con piante di fichi d’India era in Sicilia, a Messina in viale dei Tigli. Chissà per quale ricordo gli venne in mente quel pittore francese, di cui aveva dimenticato il nome che, costretto a casa come lui aveva dipinto tante volte sempre lo stesso paesaggio che ad Alberto era sembrato stucchevole ma che era stato ampiamente apprezzato dai collezionisti, questione di gusti! Alberto fissando la montagnola vi aveva intravisto formati dagli alberi una pecora che brucava l’erba ed un agnellino che le succhiava il latte, che fantasia! Il maresciallo guarì ed ebbe il nulla osta dalla dottoressa di riprendere servizio. Il giorno dopo accadde un fatto spiacevole: dietro ordine della Autorità Giudiziaria cinque appartenenti della Finanza furono arrestati dagli stessi colleghi, accusa: corruzione. Uno l’aveva fatta proprio sporca, il Tenente ex maresciallo Ignazio Riboldi aveva acquistato a suo nome una villa a Messina nel complesso Giardino dei Laghi ed un’altra a Porto Rosa vicino Furnari in un complesso turistico famoso. Alberto aveva avuto l’ingrato compito di fotografarli e di compilare la scheda segnaletica per ognuno. La storia ebbe un seguito, la signora Ernesta Minutoli moglie dell’appuntato Giuseppe Cancellieri si presentò ad Alberto e: “Vorrei parlarle, possibilmente…” “Ragazzi andate a prendervi un caffè, pago io.” “Maresciallo vorrei da lei un aiuto, mio marito come lei sa è a Gazzi (prigione di Messina) ed io sono in un mare di guai, ho due figli di cui uno handicappato, questo mese non ho ricevuto lo stipendio di mio marito, devo anche pagare il mutuo della casa, mi dia una mano, sono pronta a qualsiasi sacrificio…” Non ci voleva molto a capire, la signora si era offerta ad Alberto. Non era una longilinea ma aveva un bel viso. “Madame se mi permette un prestito, ho in contanti mille Euro.”  Ernesta si avvicinò ad Alberto e lo baciò in bocca, era un anticipo? Alberto e la moglie Letizia da tempo erano giunti ad un accordo, coppia aperta, massima sincerità, qualche ‘svicolata’ sessuale con la sola limitazione di uso del condom. Alberto la mattina seguente si recò a casa della signora Minutoli, era atteso e la dama si fece trovare in camicia da notte trasparente, portò Alberto in bagno e gli lavò il pisellone già in armi. “Ho conosciuto solo quello di mio marito ma il tuo…” “Cara vedo che hai ancora belle tette ed un bel popò, sarò delicato.” Alberto iniziò con una spagnola, baciò in bocca a lungo la signora poi scese sul clitoride insolitamente grosso, gli fece un po’ impressione, poco dopo che era entrato nel fiorellino, piuttosto stretto, si accorse che la dama si stava esibendo in un orgasmo violento e prolungato, aveva le lacrime agli occhi, difficile da interpretarle, poteva avere varie motivazioni. Alberto proseguì sino a metà vagina sino a trovare il punto G, a questo punto Ernesta parve impazzire…Le ci volle del tempo prima di riprendersi. “Sei un mago…” “Si del cazzo” “La prossima volta vorrei darti il popò, mio marito è cattolico,  non l’ha mai voluto fare.” Pensiero di Alberto: “Stò stronzo ha tutti i difetti, oltre che ladro è anche religioso!” Alberto confidò il tutto a Letizia, senza riferire del denaro elargito.  “Sei diventato un consolatrice di vedove bianche, non è che diventi padre.” “La baby si è fatta chiudere le tube dopo la nascita del figlio handicappato.” La storia durò sinché l’appuntato Cancellieri uscì di prigione  agli arresti domiciliari. Nel frattempo era giunta alle orecchie di Alberto la notizia che il maggiore X Y poteva anche lui essere accusato di corruzione, l’ufficiale però non aveva commesso l’errore di intestarsi beni immobili, napoletano li aveva acquistati nel capoluogo campano a nome di parenti, immobili di notevole valore complessivo. Con indagini approfondite, chiedendo ai presta nomi da dove provenisse il denaro con cui avevano fatto quegli acquisti e soprattutto controllando il grado di parentela contro il maggiore c’erano abbastanza elementi per sottoporlo ad indagini. La notizia di quella spiata ad  Alberto venne all’orecchio dell’interessato che, molto preoccupato lo convocò  non nel suo ufficio ma a casa sua, abitava in una bella villa a Ganzirri vicino al mare. La ‘castellana’ Eleonora Sanfelice era una signora nobile napoletana famosa per la sua bellezza e per il suo stile. Longilinea, altezza superiore alla media aveva il fascino delle donne abituate ad ottenere tutto senza chiedere nulla. All’arrivo di Alberto in Jaguar la dama fece un verso difficile da interpretare, molto probabilmente voleva significare che la cosa poco le caleva. Il maggiore: “Se volete, prima del pranzo potete fare un giro in barca, mia moglie ha il brevetto per condurla, io addirittura non so nuotare.” Madame era di poche parole, ai avviò verso la battigia non curandosi se Alberto la stesse seguendo. Altro che barca era un quindici metri con due motori da 75 CV che poteva sviluppare una notevole velocità. Sulla tolda vari materassini su cui sdraiarsi a prendere il sole, a riposarsi o per altri scopi che, molto probabilmente erano quelli per cui Alberto era stato invitato. Giunti un po’ al largo Eleonora gettò in acqua l’ancora, si spogliò completamente e si tuffò in acqua, corpo favoloso, nuotava benissimo, sicuramente era stata allenata da un istruttore. Tornata indietro vicino alla poppa: “Vuole venire in acqua o preferisce il morbido rollio dell’imbarcazione.” “Preferirei restare a bordo.” La duchessa, questo il suo tiolo nobiliare si issò sul motoscafo con elasticità, Alberto anche se non l’aveva in simpatia dovette ammettere che era un ‘mammifero di lusso’ alla Pitrigrilli. Madame sapeva il motivo per cui Alberto era stato invitato da suo marito, ritenne opportuno accelerare ‘ la pratica’ prendendo in mano il suo pisello che stava ingrandendosi sempre più, non fece nessun commento sul suo calibro anche se sicuramente lo notò. Per sbrigarsi Eleonora sovrappose il suo corpo su quello di Alberto, prese il pisello di Alberto e lo introdusse dolcemente nel suo fiorellino circondato da peli bruni (i capelli biondi erano chiaramente tinti) e cominciò a muoversi. Alberto si sentì usato ed anche preso per i fondelli, che fare in quella occasione? Idea: trovare il punto G della dama e farle provare un orgasmo che forse in vita sua non aveva mai percepito. La sua previsione si avverò ed Eleonora  provò un orgasmo talmente forte da far vibrare tutto il suo corpo emettendo anche miagolii di soddisfazione che stupirono la stessa interessata. Passata la ‘buriana’ molto cambiò nell’atteggiamento di Eleonora, cominciò a baciare Alberto in bocca e mettendogli a disposizione le sue tette per farsele baciare poi il cunnilingus con orgasmi sequenziali che meravigliarono molto anche l’interessata, aveva trovato uno stallone. Alberto alla fine faceva l’indifferente ma aveva compreso che Eleonora si era ‘sciolta’ non era più la fredda castellana che aveva conosciuto all’inizio anzi sistemata la barca a riva mise un braccio sopra la spalla di Alberto ridendo: “Lo sa madame il detto francese ‘Madame qui rit c’est deja dans ton lit!’” “Ormai abbiamo superato il detto anche se abbiamo usato un materassino e non un letto.” Il maggiore era su un dondolo sotto l’ombra di un tiglio, al vedere i due abbracciati alzò appena un ciglio, le sue corna erano previste e programmate. Alberto chiese il permesso di andarsene, non aveva intenzione di pranzare col maggiore, la scusa: “Mia moglie non sta bene e mi aspetta a casa” Al rientro ad una consorte curiosissima relazionò i fatti ed insieme si fecero matte risate.  Anche  Letizia in passato si era presa una vacanza, era mancata di casa cinque giorni, era stata una vacanza proficua, il cotale con cui era stata doveva essere ricco perché madame tornò ‘onusta’ di gioielli. Letizia, più giovane di Alberto il mattino era al lavoro nell’ufficio postale di via Consolare Pompea. Un  giorno si ritirò a casa  nera in viso ma non per razza o perché baciata dal sole ma per motivi spiacevoli. “Ne parleremo alla fine del pranzo altrimenti non riesco a mandar giù nemmeno un boccone!” “Non ricordo se te l’ho accennato, abbiamo un nuovo direttore venuto da Roma, decisamente fanatico e che pretende un rispetto assoluto tipo militare, con quello di prima ci davamo del tu, Il cotale a nome Guglielmo Romeo è riuscito a far trasferire all’ufficio postale di Santa Agata Militello una mia collega che gli aveva risposto a tono, a Roma, al Ministero deve avere amici potenti, sinceramente ho paura che mi possa far assegnare ad un ufficio in località distante da qui, Messina è una provincia dal territorio molto esteso…” “Mon amour innanzi tutto dimmi se è sposato e poi se lo è lo invitiamo con la consorte a pranzo o a cena da Mimmo, faremo bella figura ed a pancino pieno tutto  appare diverso, le persone diventano più simpatiche, compris?” “La moglie ha un nome particolare Rinanna, vox populi mi ha riferito che è una donna bella ed allegra al contrario del consorte, vediamo se possiamo mettere in atto quanto programmato.” Due giorni dopo Letizia tornò a casa con delle novità: “Oggi è venuta a farci visita la moglie del direttore, si è presentata col nome di Rinanna Russo,  non ha nulla in comune col consorte: è allegra, simpatica, è piaciuta a tutti gli impiegati, ha chiesto di chiamarla  per nome e di darle del tu, è una romana caciarona al  contrario del consorte musone. Le ho accennato ad un eventuale pranzo insieme, è stata subito entusiasta, ama la compagnia e così interpellerà il marito e ci farà sapere, son sicura che lo convincerà ha argomenti convincenti, è una gran figona!” Il giorno dopo Letizia riferì al marito  la notizia dell’appuntamento nella trattoria di Mimmo a Ganzirri vicino al lago. “Ho provveduto a chiamare il titolare a nome tuo, ci aspetta sabato per l’ora di pranzo, ho spiegato a Rinanna dove abitiamo.” Il sabato a mezzogiorno una 500 Fiat nera entrò nel cortile di viale dei Tigli. Al citofono “Sono Rinanna, vi aspettiamo.” Presentazione dei due maschietti, appena una stretta di mano poi Letizia prese in mano la situazione: “Vorrei andare al ristorante con la nostra macchina alla  Alla vista della Jaguar X Type ti pare che Rinanna stesse zitta: “Cacchio una Jaguar!” “Capiamoci subito, è stato alla morte di una mia zia che ho ereditato una bella somma, non centra nulla la mia qualifica di maresciallo delle Fiamme Gialle, ho il difetto dell’onestà!” Letizia si mise alla guida e Rinanna sua sponte occupò il sedile del passeggero con la conseguenza che i due uomini si trovarono a doversi accomodare sui sedili posteriori. Letizia aveva indossato una minigonna a fiori ed una maglietta decisamente scollata, aggiungendo la mancanza di reggiseno…” Durante il tragitto Guglielmo guardava fuori dal finestrino, Rinanna.”Sai che sei brava alla guida, sai fare pure il tacco punta rifallo e fammelo vedere da vicino.” Rinanna si era abbassata ed aveva preso di mira le gambe di Letizia. “Alberto lo sai certamente che tua moglie ha gambe da ballerina, guarda guarda ha anche gli slip con i personaggi di Walt Diney.” Non era vero ma va a sapere quello che passava in testa alla signora che inaspettatamente prese a toccarle il pube. Letizia ritenne opportuno diminuire la velocità della macchina, mise marce inferiori, non sapeva che atteggiamento prendere, una situazione fuori dal normale. Rinanna capì che stava esagerando e smise. Mimmo aveva ricevuto da Alberto qualche ‘agevolazione’ in sede di verifica, sistemò i quattro in una stanza riservata, Alberto stava dinanzi a Guglielmo, Letizia a Rinanna. Si accorse di qualcosa di anomalo dallo sguardo di Letizia che mettendo gli occhi in basso gli fece capire che la dama le aveva posizionato un piede fra le sue gambe. Alla fine del sontuoso pranzo le due signore si ritirarono nel bagno. Letizia a casa riferì del loro approccio. Rinanna aveva convinto il marito ad un wife swapping particolare: le due signore a letto con un maschietto alla volta, condizione posta dal consorte. E così fu: Guglielmo a casa sua sembrava un altro: forse la situazione che stava per crearsi lo aveva eccitato: era sorridente, non si vergognava di rimanere in slip dinanzi ad Alberto ed a Letizia che con Rinanna si ritirò in camera matrimoniale insieme al padrone di casa, Alberto aspettava il suo turno ma la curiosità non è solo femmina. Aperto uno spiraglio della porta della stanza uno spettacolo inusitato: le due signore inginocchiate sul letto con Guglielmo che le penetrava a turno,  al massimo dell’eccitazione chiese ed ottenne da Letizia di penetrarla nel popò, Alberto si ripromise di fare altrettanto con Rinanna. Divennero un quartetto affiatato, niente più un maschietto alla volta, tutti insieme appassionatamente. Letizia  nel suo lavoro ottenne una promozione e relativo aumento di stipendio e vissero…Ma nella mente di Alberto era rimasta l’immagine di Eleonora, una donna favolosa ma solo per una volta sua, purtroppo era fuori dalla sua portata. Alberto seppe che si era separata dal marito e si era trasferita a Napoli, il sogno di Alberto era stato un meraviglioso sogno infranto, infranto per sempre.  

  • 22 settembre 2020 alle ore 15:40
    Alla berlina

    Come comincia: Finalmente la campanella suona. La mattina è stata dolorosa. Esco mogia dalla scuola elementare, e lì tutti mi aspettano: bambini genitori sorelle fratelli che sono venuti a prendere i bambini. Il sole è splendente, io di solito mi butto a rotta di collo giù per la scalinata facendo giravolte su giravolte, lanciando la cartella intorno, felice, così felice di essere fuori, all'aperto, in questa giornata di primavera dall'aria profumata, lì c'è la campagna, prati ruscelli, e rovi dove posso inoltrarmi in cerca di fiori, così nascosti, quasi inaccessibili, ma non per me. Ma oggi mi aspetta la berlina, e io lo so, benché solo in seconda elementare, lo so. E' un coro unico che mi accoglie appena mi affaccio sul grande piazzale di fronte alla scuola: ha fatto la firma falsa...ha fatto la firma falsa...ha fatto la firma falsa. Il ritorno a casa è faticoso, non so cosa aspettarmi ma intuisco di avere fatto una cosa gravissima. La firma è pasticciata, non mi era venuta bene e l'ho imbrattata, la gomma per cancellare ha bucato il foglio. Un vero disastro, Sì, ho fatto la firma di mia madre, e lei è unica, incredibile, con la sua fede incrollabile, che mentre l'accaduto diventa una questione di Stato, insiste che la firma l'ha fatta lei, anche se è pasticciata. La firma l'ha fatta lei, l'ha corretta lei perché la penna non scriveva bene,
    Quel giorno imparai molto ma quello che imparai non fu l'essere stata messa alla berlina a insegnarmelo, fu mia madre a insegnarmelo. 
     

  • Come comincia: Ma di quel geniale tedesco sono da ricordare anche, e soprattutto, due monumentali opere come "From Caligari to Hitler: a Psychological History of the German Film" (Storia del cinema tedesco, 1977), la cui stesura li fu commissionata nel 1943, due anni dopo il suo trasferimento negli States per sfuggire al nazismo, dalla Guggenheim Foundation (a New York, tra l'altro, fu assistente speciale al Museum of Modern Art Film Library), e "Theory of Film: The Redemption of Physical Reality" (Film: ritorno alla realtà fisica, 1962): assolutamente originali quanto significativi contributi alla riflessione, alla critica ed alla storiografia cinematografica di ogni tempo.
     - Va dicendo il saggio - Va dicendo il saggio (ma sarà proprio vero oppure, come diceva quel tale che saggio non era eppur le mandava a dire a chiunque, senza peli sulla lingua, "son soltanto...quisquiglie e pinzellacchere?"), a destra quanto a manca ed in ogn'ora del santissimo giorno, che: "gente allegra il ciel sempre l'aiuta". Ma or io mi domando: perché mai, allora, quella triste non dovrebbe aiutarla (mai) nessuno? E quando dico nessuno, intendo nessuno: quindi, neanche il sole o la luna che, però, guarda caso dimorano pur essi in cielo? 
     - Serie - Proverbi con commento (a modo mio)
     "Vedi Napoli e poi muori" - Ma io, una volta...al buio m'apparve innanzi all'improvviso mia sorella Anna coi bigodini in testa: a momenti ci restavo secco. Pertanto, ne deduco quanto segue: ovvero, che non è affatto necessario vedere Napoli per morire!
     - Pascal e gli atti "impuri" - Il grande pensatore e letterato francese Blaise Pascal ebbe a dire una volta: "la solitudine ti porta a commettere atti impuri...come piangere, pensare, etc.".Io però aggiungerei: amare ed odiare, oppure sognare, credere e sperare, abiurare sé stessi e mentire a sé stessi, impersonare il diavolo e l'acqua santa; e per ultimo...anche scrivere poesie che è l'atto più impuro ed irrazionale di tutti!
     - Le azioni dell'uomo (o: le nuove tavole)
     Nascere: senza far rumore;
     Camminare a testa alta e gambe in spalla (dopo aver imparato a camminare, s'intende!);
     Vivere: non restando (mai) in silenzio;
     Chiedere tutto il possibile e anche l'impossibile: possibilmente!
     Domandare: ciocché non ha risposta (mai);
     Chiedere (bis); tutto, sempre: ed in fretta!
     Possedere quello che si vuole, ma non quanto si ha;
     Dare: niente (mai)...per scontato;
     Ricevere sempre ogni cosa: in cambio!
     Onorare: il padre e la madre (sempre e comunque);
     Star bene: al mondo e sopra la terra (soltanto sopra questa, però...altrimenti?!);
     Levarsi: un chiodo "fisso" da giovani; meglio farlo senza usare le pinze...e non aver mai un chiodo nella scarpa!
     Andare senza meta: ma a testa alta e con la corda (ben) tesa;
     Non andare (mai) a funghi da solo!
     Camminare (bis) al buio, ma senza farsi male (possibilmente)...(e) con gli occhi ben aperti: che gli alberi nascosti son sempre in agguato!
     Far l'amore: con la luce accesa; e...mi raccomando di non leggere mai, prima di farlo, la bibbia, il corano o il talmud!
     Guardare (sempre prima dei pasti, però!) ed anche toccare: ma...mai il cielo con un dito (il cielo è alquanto volubile: potrebbe offendersi!);
     Dormire né cadere...mai in piedi!
     Partire (senza mai morire): dopo aver fatto la spesa (possibilmente)...che grosso guaio sarebbe se al nostro ritorno trovassimo il frigo vuoto!
     Fare e disfare - quasi - sempre (eppoi ricordarsi di rimetter tutto in ordine!);
     Fare (a volte): di cuori aperti scempio!
     Creare (ovunque) scompiglio, morte - morti - e dolori  (prima);
     Non fare: a botte col passato (dopo);
     Prendere: a calci la vita; né (mai) nulla alla leggera;
     Non prendere (se possibile) mai calci nel culo dalla vita: siano essi leggeri che forti...eppoi, tutti sanno, che il culo è la parte più sensibile del corpo umano!
     Giocare: a tresette col "morto" (e fottersene della morte: almeno quando si sta giocando!);
     Giocare (bis): possibilmente con la vita degli altri, ma mai con la propria! (e mai mettere a repentaglio la propria vita: neanche per denaro o a causa di una donna; anche se...trattasi della donna d'altri!);
     Mai giocare né col diavolo né col cristo: son tipi poco raccomandabili...quei due!
     Salire (le scale): mai a piedi, se possibile...altrimenti il fiato diventa corto!
     Arrivare (possibilmente) in alto: il più in alto possibile che si può (mai fin oltre le nuvole, però: c'é troppa umidità da quelle parti!);
     Scendere: in basso al più presto, una volta arrivati in cima (questo vale per tutti: per chi soffre e per chi non soffre di vertigini!);
     Cadere giù; e rialzarsi - se possibile - (quasi) subito!
     Suonare: il violino ma non le serenate al chiar di luna e sotto le stelle;
     Dormire (bis): con gli occhi sempre (ben) aperti (questo vale, soprattutto, per coloro  che...nascondono i soldi sotto il materasso!); 
     Sognare (sempre) ad occhi chiusi...altrimenti che gusto c'é a sognare!
     Avere: sempre tutto - se possibile...da perdere; mai da guadagnare (altrimenti: chi li tiene a bada i finanzieri!);
     Non avere (mai) paura di niente né di nessuno!
     Lasciar stare i santi e i fanti;
     Non toccare (mai) il "can che dorme";
     Tornare: all'ovile natio;
     Chiudere i conti e la partita sul patio;
     Morire: in pace con sé stessi; 
     Giacere sotto terra (e amen!).
     - Serie: proverbi e modi di dire...a modo mio (con commento: questa volta!)
     - Non c'é due senza tre: ma neanche quattro senza cinque, sei senza sette, otto senza nove e così via. E' come dire: non c'é sole senza luna ed alto senza basso; oppure amore senza odio e pianto senza sorriso, o gioia senza dolore e bianco senza nero; infine: non c'é vita senza morte. Ovvero: gli opposti che sono l'uno il completamento dell'altro; o meglio: tutto ed il contrario di tutto...e sempre tutto (sta o ritorna) al proprio posto ("gli opposti si attraggono a vicenda e si completano": disse, infatti, qualcuno una volta!).
     - Il primo amore non si scorda mai: ma neanche il secondo, il terzo, il quarto, il quinto e così via. Soltanto l'ultimo, però, è quello che dura per sempre!
     - C'é sempre la prima volta (per ogni cosa): ma c'é anche la seconda, la terza, la quarta e così via. Importante, però, è...che non ci sia mai l'ultima; o meglio: ch'essa arrivi il più tardi possibile!
     - La coscienza: giro di valzer intorno a...-  La coscienza è tutto ciocché siamo oppure...non siamo; è tutto ciocché ci appartiene oppure...è sconosciuto; è tutto ciocché appare oppure...(a noi) è invisibile; è tutto ciocché è dentro di noi oppure...è al di fuori; la coscienza è tutto ciocché è oppure...non è!  La coscienza rappresenta l'ignoto per la nostra anima, ma è anche il suo invisibile "specchio" interiore; essa è tutto ed il contrario di tutto: è inconscio, è sogno ed è realtà; essa è subcònscio, e apparenza ed è immaginazione.
     - La vita: due divagazioni sul tema (con aforisma celebre alla fine) - La vita è: vincere da una parte e perdere dall'altra; la vita...alla fine vinci da una parte e perdi - invece - dall'altra: funziona proprio così! La vita non è una mera attività commerciale (Paolo Crepet). 

     

  • 21 settembre 2020 alle ore 12:59
    NEL MONDO DEI PIÙ

    Come comincia: Alberto Giorgianni era seduto sulla sua poltrona preferita dinanzi alla finestra del salone di casa in viale della Libertà a Messina, tipica giornata invernale, d’altronde era novembre. Il solito panorama della costa calabrese intravista attraverso le brume, nulla invitava all’ottimismo ed infatti il signore era di cattivo umore, motivi molteplici: innanzi tutto l’età, a settembre avrebbe compiuto novant’anni con tutti i carichi di malattie tipiche dell’età. Un suo amico medico di bel esprit gli aveva detto (era romano come lui): “Arbè famo prima a contà le malattie che non c’iai che quelle che ciai!” bella battuta che non gli sollevava di certo il morale. Alberto stava pensando alla  fine delle sua esistenza terrena, sentiva la vita sfuggirgli, una sensazione  particolare ma che stranamente non gli incuteva paura, forse curiosità, a cosa sarebbe andato incontro con la morte, da ateo pensava al nulla non certo quello che le varie religioni, tutte create dagli uomini prevedevano. Seguendo le tesi cattoliche sarebbe andato dritto dritto all’Inferno, sperava in un girone di persone dedite al sesso in ogni caso ai divertimenti, anche all’Inferno pensava ci sono i raccomandati, che fantasia! Ritornando ai tempi attuali Alberto pensava alle varie conquiste siciliane, per lui era stato un giochetto in quanto molto aiutato dal fisico e dalla battuta facile sempre apprezzata soprattutto dalle signore dai mariti musoni e poco performanti. Aveva attinto a piene mai fra le consorti dei colleghi soprattutto conosciute nella colonia estiva a Mortelle dove faceva bella mostra col suo charme. Anche la compagnia del Colonnello Comandante, Andrea Unico, lo aveva aiutato nella conquiste; il cotale, dal fisico simile al suo aveva sposato un brutta ma brutta che di più non si può ma aveva una dote eccellente: era ricchissima e soprattutto era solita abitare a Roma dalla sua unica  figlia (anche lei racchia) ma con un figlio bellissimo, tutto suo nonno e così il buon Andrea se la spassava anche in virtù del grado e delle divisa che indossava. Alberto era anche capo laboratorio fotografico e quando usciva ‘per servizio’ (si fa per dire) col suo comandante si portava appreso la fida Canon 450 di sua proprietà (l’Amministrazione era tirchia). Alberto munito di patente militare guidava la 131 Fiat dell’Amministrazione. Catania, Siracusa e Ragusa erano le mete della giurisdizione della Legione di Messina, i due in ogni sede trovavano due stanze nei migliori alberghi ad un prezzo favorevole (gratis). La sera in borghese nei vari locali di divertimento in compagnia dei comandanti di Gruppo, insomma una pacchia. Una sola volta, a Catania, Alberto ebbe modo di esibirsi con la sua Canon per ritrarre un trafficante di stupefacenti la cui foto era stata richiesta dal Comando Generale. In quell’occasione ebbe gli elogi dei superiori di Roma per aver ritratto il cotale senza che l’interessato se ne accorgesse: aveva, sempre di sua proprietà, un congegno che effettuava foto  puntando l’obiettivo a novanta gradi. Ma ormai erano ricordi, sentiva la sua vita sfuggirli come una candela che pian piano si consuma, chiese alla moglie Annamaria di farlo ricoverare all’Ospedale Papardo e così una mattina si trovò in una stanza in compagnia di un altro ricoverato musone che rispose appena al suo ‘buongiorno’, in compenso all’ora di visite il cotale fu raggiunto da parenti ed amici in gran numero, persone ignoranti, rumorose e molte  tossivano continuamente. Alberto suonò il campanello e…una visione, gli era apparsa una sosia di Flora, un’antica carissima amica conosciuta a Domodossola che non aveva più rivisto perché lui aveva preferito andare alla Scuola Sottufficiali della Guardia di Finanza e lei ad esercitare la professione di infermiera in una clinica di Losanna in Svizzera. “Mi scusi signora ma lei è la copia di una mia amica a nome Flora quando ero finanziere a Domodossola.” “Io sono la capo sala, sono Aurora Diotallevi figlia di Flora, di lei mi palava spesso mia madre.” Alberto rimase basito, quell’incontro era incredibile, Flora era stata più di un semplice flirt, il primo amore della sua vita a cui aveva rinunziato per fare carriera per poi pentirsene. “Aurora vienimi vicino…per prima cosa vedi se riesci a far cambiare camera al tale che occupa il posto letto nella mia stanza, poi potremo parlare.” Aurora capì al volo la situazione, riapparve dopo dieci minuti munita di mascherina in viso e:”Signore devo farla trasferire in altra camera, il qui presente forse è affetto da tifo petecchiale, potrebbe essere contagioso.” Il cotale non se lo fece ripetere e, raccolte le sue cose sparì dalla circolazione. “Sei un genio, raccontami di tua madre.” “Mamma è morta due anni addietro, si era sposata con un dottore italiano che lavorava nel suo stesso nosocomio, sono nata io figlia unica. Ho conseguito la qualifica di infermiera e poi di capo sala, ho sposato un Carabiniere che era stato trasferito qui a Messina, era quello di cui hanno parlato i giornali morto in un incidente stradale con l’auto di servizio, ho una figlia Flora che assomiglia a me ed a sua nonna, anch’io mi sento frastornata.” “Penso che sarei potuto  essere tuo padre, mi sono pentito della mia scelta…” Aurora abbracciò Alberto, ambedue erano commossi. “Vorrei conoscere tua figlia, quanti anni ha?” “Dieci, è un ragazzina saggia,  brava a scuola, il mio gioiello.” “Il mio unico dispiacere è che  sento che sto per lasciare questo mondo, mai come ora avrei voglia di vivere ancora ma il destino, come pensavano gli antichi greci è superiore anche agli dei.” La mattina seguente suonò il telefonino di Alberto: ”Pronto è lei il signor Alberto Minazzo?” “Chi parla, non mi pare di conoscerla.” “Il mio nome non ha importanza, debbo solo riferirle che lei ha un bel paio di corna, sua moglie…” “Gentile sconosciuta, a me hanno sempre detto che le corna portano fortuna…” “Sua moglie se la fa con l’ingegnere capo qui al Genio Civile, il cotale era il mio fidanzato, io sono separata…” “Gentile signora se potessi l’aiuterei ma sono ricoverato in ospedale e non so se…” L’interlocutrice, delusa aveva chiuso il telefono forse sperava che il marito prendesse qualche iniziativa, Alberto aveva altro per la testa e poi l’incontro con Aurora aveva cambiato qualcosa nella sua vita, un ricordo piacevole e nello stesso tempo amaro. Nel pomeriggio una telefonata di Annamaria: “Caro sono in giro per servizio con un mio collega, non devi preoccuparti, Filiberto è omosessuale, ciao appena posso vengo a trovarti.” Alberto pensava ad altro, Aurora aveva preso l’abitudine quando era fuori servizio di dormire nel lettino accanto a quello dell’amore di sua madre, lo sorvegliava di continuo, sapeva che la sua vita sarebbe stata breve. Alberto: “Mi piacerebbe conoscere tua figlia Flora.” “Oggi smonto alle quattordici, Flora è a casa di una sua amica che abita nel nostro stesso palazzo, più tardi andrò a prenderla, prima l’avviserò, non conosce il tuo  antico legame con sua nonna.” All’apparizione della ragazzina undicenne un silenzio imbarazzato ma la piccola Flora dimostrò uno spirito fuori del comune. “Signore, pensandoci bene potrei essere sua nipote, mia madre mi ha messo al corrente del suo legame con mia nonna che adoravo, avrei preferito conoscerla in altra occasione ed in un posto più piacevole, mi permetta di abbracciarla.” Flora piangeva, uscì dalla stanza. “Mia figlia è molto sensibile,  ho fatto bene a farla venire qui, non me l’avrebbe perdonato di non averti potuto conoscere.” Al rientro nella stanza Flora era sorridente: “Io non sono musona ma non mi immaginavo mai che avrei conosciuto il mio mancato nonno, al mondo sono sola con mia madre, se possibile vorrei farti compagnia quando mia madre è occupata nel suo lavoro, ho capito che non stai bene vorrei dividere con te più tempo possibile.” Flora si era seduta sul letto di Alberto che dopo tante emozioni faceva fatica a tenere gli occhi aperti. Si svegliò al momento del pranzo, non aveva fame, ingoiò un po’ di pastina ed una mela cotta imboccato da Aurora. Era proprio alla fine della sua vita, Aurora telefonò ad Annamaria per informala della prossima morte di suo marito. La consorte seguì i desiderata del consorte da lui espressi tempo addietro: cassa da morto: la meno cara, nessun passaggio in chiesa, trasporto direttamente nella cappella di famiglia senza avvisare né ex colleghi né amici con la sola eccezione di Franco che portò con sé la moglie Maria e le figlie Antonella e Melania molto affezionate allo ‘zio’. Con tre auto i sette seguirono il carro funebre ed assistettero alla tumulazione. Alberto aveva lasciato un testamento redatto in ospedale dinanzi ad un notaio con cui lasciava tutte i suoi beni ad Aurora ad eccezione della quota dovuta per legge alla consorte. Aveva anche lasciato per iscritto quello che voleva fosse riportato sulla sua lapide oltre al titolo di cavaliere (sperava che da morto gli potesse servire a qualcosa!) una foto in ceramica di quando era più giovane, era stato sempre un vanitoso.  L’epitaffio: ‘Il mio non è un addio ma un arrivederci, a presto!’ Alberto rimase nel profondo del cuore sia di Aurora che di Flora che si ripromise, se avesse avuto un figlio maschio di chiamarlo Alberto come il suo mancato nonno.
     
     

    NEL MONDO DEI PIÚ
    Alberto Giorgianni era seduto sulla sua poltrona preferita dinanzi alla finestra del salone di casa in viale della Libertà a Messina, tipica giornata invernale, d’altronde era novembre. Il solito panorama della costa calabrese intravista attraverso le brume, nulla invitava all’ottimismo ed infatti il signore era di cattivo umore, motivi molteplici: innanzi tutto l’età, a settembre avrebbe compiuto novant’anni con tutti i carichi di malattie tipiche dell’età. Un suo amico medico di bel esprit gli aveva detto (era romano come lui): “Arbè famo prima a contà le malattie che non c’iai che quelle che ciai!” bella battuta che non gli sollevava di certo il morale. Alberto stava pensando alla  fine delle sua esistenza terrena, sentiva la vita sfuggirgli, una sensazione  particolare ma che stranamente non gli incuteva paura, forse curiosità, a cosa sarebbe andato incontro con la morte, da ateo pensava al nulla non certo quello che le varie religioni, tutte create dagli uomini prevedevano. Seguendo le tesi cattoliche sarebbe andato dritto dritto all’Inferno, sperava in un girone di persone dedite al sesso in ogni caso ai divertimenti, anche all’Inferno pensava ci sono i raccomandati, che fantasia! Ritornando ai tempi attuali Alberto pensava alle varie conquiste siciliane, per lui era stato un giochetto in quanto molto aiutato dal fisico e dalla battuta facile sempre apprezzata soprattutto dalle signore dai mariti musoni e poco performanti. Aveva attinto a piene mai fra le consorti dei colleghi soprattutto conosciute nella colonia estiva a Mortelle dove faceva bella mostra col suo charme. Anche la compagnia del Colonnello Comandante, Andrea Unico, lo aveva aiutato nella conquiste; il cotale, dal fisico simile al suo aveva sposato un brutta ma brutta che di più non si può ma aveva una dote eccellente: era ricchissima e soprattutto era solita abitare a Roma dalla sua unica  figlia (anche lei racchia) ma con un figlio bellissimo, tutto suo nonno e così il buon Andrea se la spassava anche in virtù del grado e delle divisa che indossava. Alberto era anche capo laboratorio fotografico e quando usciva ‘per servizio’ (si fa per dire) col suo comandante si portava appreso la fida Canon 450 di sua proprietà (l’Amministrazione era tirchia). Alberto munito di patente militare guidava la 131 Fiat dell’Amministrazione. Catania, Siracusa e Ragusa erano le mete della giurisdizione della Legione di Messina, i due in ogni sede trovavano due stanze nei migliori alberghi ad un prezzo favorevole (gratis). La sera in borghese nei vari locali di divertimento in compagnia dei comandanti di Gruppo, insomma una pacchia. Una sola volta, a Catania, Alberto ebbe modo di esibirsi con la sua Canon per ritrarre un trafficante di stupefacenti la cui foto era stata richiesta dal Comando Generale. In quell’occasione ebbe gli elogi dei superiori di Roma per aver ritratto il cotale senza che l’interessato se ne accorgesse: aveva, sempre di sua proprietà, un congegno che effettuava foto  puntando l’obiettivo a novanta gradi. Ma ormai erano ricordi, sentiva la sua vita sfuggirli come una candela che pian piano si consuma, chiese alla moglie Annamaria di farlo ricoverare all’Ospedale Papardo e così una mattina si trovò in una stanza in compagnia di un altro ricoverato musone che rispose appena al suo ‘buongiorno’, in compenso all’ora di visite il cotale fu raggiunto da parenti ed amici in gran numero, persone ignoranti, rumorose e molte  tossivano continuamente. Alberto suonò il campanello e…una visione, gli era apparsa una sosia di Flora, un’antica carissima amica conosciuta a Domodossola che non aveva più rivisto perché lui aveva preferito andare alla Scuola Sottufficiali della Guardia di Finanza e lei ad esercitare la professione di infermiera in una clinica di Losanna in Svizzera. “Mi scusi signora ma lei è la copia di una mia amica a nome Flora quando ero finanziere a Domodossola.” “Io sono la capo sala, sono Aurora Diotallevi figlia di Flora, di lei mi palava spesso mia madre.” Alberto rimase basito, quell’incontro era incredibile, Flora era stata più di un semplice flirt, il primo amore della sua vita a cui aveva rinunziato per fare carriera per poi pentirsene. “Aurora vienimi vicino…per prima cosa vedi se riesci a far cambiare camera al tale che occupa il posto letto nella mia stanza, poi potremo parlare.” Aurora capì al volo la situazione, riapparve dopo dieci minuti munita di mascherina in viso e:”Signore devo farla trasferire in altra camera, il qui presente forse è affetto da tifo petecchiale, potrebbe essere contagioso.” Il cotale non se lo fece ripetere e, raccolte le sue cose sparì dalla circolazione. “Sei un genio, raccontami di tua madre.” “Mamma è morta due anni addietro, si era sposata con un dottore italiano che lavorava nel suo stesso nosocomio, sono nata io figlia unica. Ho conseguito la qualifica di infermiera e poi di capo sala, ho sposato un Carabiniere che era stato trasferito qui a Messina, era quello di cui hanno parlato i giornali morto in un incidente stradale con l’auto di servizio, ho una figlia Flora che assomiglia a me ed a sua nonna, anch’io mi sento frastornata.” “Penso che sarei potuto  essere tuo padre, mi sono pentito della mia scelta…” Aurora abbracciò Alberto, ambedue erano commossi. “Vorrei conoscere tua figlia, quanti anni ha?” “Dieci, è un ragazzina saggia,  brava a scuola, il mio gioiello.” “Il mio unico dispiacere è che  sento che sto per lasciare questo mondo, mai come ora avrei voglia di vivere ancora ma il destino, come pensavano gli antichi greci è superiore anche agli dei.” La mattina seguente suonò il telefonino di Alberto: ”Pronto è lei il signor Alberto Minazzo?” “Chi parla, non mi pare di conoscerla.” “Il mio nome non ha importanza, debbo solo riferirle che lei ha un bel paio di corna, sua moglie…” “Gentile sconosciuta, a me hanno sempre detto che le corna portano fortuna…” “Sua moglie se la fa con l’ingegnere capo qui al Genio Civile, il cotale era il mio fidanzato, io sono separata…” “Gentile signora se potessi l’aiuterei ma sono ricoverato in ospedale e non so se…” L’interlocutrice, delusa aveva chiuso il telefono forse sperava che il marito prendesse qualche iniziativa, Alberto aveva altro per la testa e poi l’incontro con Aurora aveva cambiato qualcosa nella sua vita, un ricordo piacevole e nello stesso tempo amaro. Nel pomeriggio una telefonata di Annamaria: “Caro sono in giro per servizio con un mio collega, non devi preoccuparti, Filiberto è omosessuale, ciao appena posso vengo a trovarti.” Alberto pensava ad altro, Aurora aveva preso l’abitudine quando era fuori servizio di dormire nel lettino accanto a quello dell’amore di sua madre, lo sorvegliava di continuo, sapeva che la sua vita sarebbe stata breve. Alberto: “Mi piacerebbe conoscere tua figlia Flora.” “Oggi smonto alle quattordici, Flora è a casa di una sua amica che abita nel nostro stesso palazzo, più tardi andrò a prenderla, prima l’avviserò, non conosce il tuo  antico legame con sua nonna.” All’apparizione della ragazzina undicenne un silenzio imbarazzato ma la piccola Flora dimostrò uno spirito fuori del comune. “Signore, pensandoci bene potrei essere sua nipote, mia madre mi ha messo al corrente del suo legame con mia nonna che adoravo, avrei preferito conoscerla in altra occasione ed in un posto più piacevole, mi permetta di abbracciarla.” Flora piangeva, uscì dalla stanza. “Mia figlia è molto sensibile,  ho fatto bene a farla venire qui, non me l’avrebbe perdonato di non averti potuto conoscere.” Al rientro nella stanza Flora era sorridente: “Io non sono musona ma non mi immaginavo mai che avrei conosciuto il mio mancato nonno, al mondo sono sola con mia madre, se possibile vorrei farti compagnia quando mia madre è occupata nel suo lavoro, ho capito che non stai bene vorrei dividere con te più tempo possibile.” Flora si era seduta sul letto di Alberto che dopo tante emozioni faceva fatica a tenere gli occhi aperti. Si svegliò al momento del pranzo, non aveva fame, ingoiò un po’ di pastina ed una mela cotta imboccato da Aurora. Era proprio alla fine della sua vita, Aurora telefonò ad Annamaria per informala della prossima morte di suo marito. La consorte seguì i desiderata del consorte da lui espressi tempo addietro: cassa da morto: la meno cara, nessun passaggio in chiesa, trasporto direttamente nella cappella di famiglia senza avvisare né ex colleghi né amici con la sola eccezione di Franco che portò con sé la moglie Maria e le figlie Antonella e Melania molto affezionate allo ‘zio’. Con tre auto i sette seguirono il carro funebre ed assistettero alla tumulazione. Alberto aveva lasciato un testamento redatto in ospedale dinanzi ad un notaio con cui lasciava tutte i suoi beni ad Aurora ad eccezione della quota dovuta per legge alla consorte. Aveva anche lasciato per iscritto quello che voleva fosse riportato sulla sua lapide oltre al titolo di cavaliere (sperava che da morto gli potesse servire a qualcosa!) una foto in ceramica di quando era più giovane, era stato sempre un vanitoso.  L’epitaffio: ‘Il mio non è un addio ma un arrivederci, a presto!’ Alberto rimase nel profondo del cuore sia di Aurora che di Flora che si ripromise, se avesse avuto un figlio maschio di chiamarlo Alberto come il suo mancato nonno.
     
     

  • 18 settembre 2020 alle ore 20:28
    La medaglia di mio nonno (orizzonti di gloria)

    Come comincia:  C'è chi ritiene che l'orizzonte sia quella linea immaginaria che si spande all'infinito dinanzi agli occhi di chi la osserva...gli orizzonti di gloria sono ben altra cosa: quelli a cui aspirano in molti ma che in vita spettano direttamente soltanto a coloro che hanno mostrato coraggio indicibile nel compiere gesti inusuali di valore; e lo hanno fatto sprezzanti del pericolo e del nemico. Mio nonno aveva combattuto nella Grande guerra con estrema dignità e coraggio. Durante una azione perlustrativa riuscì a catturare, da solo, armato soltanto di fucile, ben trenta soldati nemici. Si meritò così la medaglia di bronzo al valore militare. La mattina in cui doveva essere insignito dell'onorificenza sarebbe stata di lì a poco. Per una settimana intera egli dormì poco e nulla (appena due ore a notte): era troppo forte il pensiero che lo avvolgeva; pensava che sarebbe diventato immortale e pensava agli orizzonti di gloria che avrebbe navigato e varcato. Quel momento arrivò. Mio nonno allora con la divisa messa a nuovo per l'occasione ricevette la sua medaglia: fu il generale dell'armata in persona ad appuntargliela sul petto. Aveva gli occhi lucidi per la commozione. Sulla strada del ritorno, che di lì a non più di un'ora lo avrebbe riportato alla sua umile casa in mezzo al bosco, ebbe però un momento di...lucidità. Posò la bicicletta su cui stava pedalando per terra e si sedette sul selciato lungo il bordo della strada. Il sole era tramontato da un bel pezzo e le stelle ormai apparivano in cielo più luminose che mai, insieme alla luna piena. Mio nonno cominciò a pensare e a parlare ad alta voce: - cosa me ne faccio di questa medaglia? A cosa mi serve? Mi fa schifo portarla sul petto! Onore, la gloria, la patria non valgono la morte di centinaia di migliaia di uomini: di qualunque nazione essi siano e qualsiasi bandiera sventolino. Questa medaglia è macchiata col sangue di ognuno di loro! Dopo aver pronunciato queste parole prese in mano la sua medaglia e ci sputò sopra, poi la buttò per terra e la calpestò tre volte, lasciandola sul ciglio della strada. Dopo di che risalì sulla bici e tornò a casa. Quella notte dormì nove ore filate, come non li accadeva da immemore tempo. Il mattino seguente si svegliò e con solerzia preparò la sua borsa infilando dentro poche cose (appena l'indispensabile). Sarebbe dovuto tornare al fronte, quattro giorni dopo, ma non lo fece: la diserzione è punita con la fucilazione senza processo, in tempo di guerra. Si recò nel porto più vicino e si imbarcò sul primo piroscafo in partenza per un paese straniero. In quel paese si sposò con mia nonna e dalla loro unione nacque mio padre il quale, a sua volta, da adulto si sposò con mia madre: dalla loro unione, molti anni dopo, nacqui io. Non conobbi mai mio nonno ma mio padre, quando ero ragazzino, mi raccontò spesso la storia della sua medaglia. Da allora capii il significato delle parole "orizzonti di gloria" e non l'ho più dimenticato.

     Taranto, 16 settembre 2020. 

  • 18 settembre 2020 alle ore 7:39
    Nuvole

    Come comincia: le nuvole hanno un loro profumo particolare.. lo senti, quando ti passano sopra la testa.. lo senti entrare nelle narici e fin dentro al tuo cuore e alla tua mente.. profumo di pioggia, profumo di neve, profumo di fulmini e anche profumo di sole, specie quando lo inseguono per scacciarlo dal cielo. E' di quel profumo che mi nutro, non della pioggia, della neve, dei fulmini e del sole fuggente..

  • 16 settembre 2020 alle ore 9:47
    FLORA L'AMORE

    Come comincia: Alberto Pileri era un  giovane fortunato. Aveva ereditato il fisico possente dal padre Armando e la furbizia dal nonno Alfredo ex Commissario di P.S., dalla defunta mamma, Domenica Sciacca un patrimonio notevole. Giunto alla fine del liceo classico, ottenuto il diploma  per lui erano aperte due strade: iscriversi all’Università o indirizzarsi verso una carriera militare. A scuola era quello del sei risicato, rovinarsi la vista e la salute (secondo il suo parere) su libri ponderosi non ne aveva proprio voglia ed allora? Indossare le stellette ma di quale Corpo o Arma? Escluso l’Esercito non di suo gusto, la Marina? Non sapeva nuotare,  l’Aviazione un no condizionato dalla paura di cadere col velivolo, scartati i ‘Martelloni’ non rimaneva che la Guardia di Finanza. Al concorso per ‘l’Accademia fu bocciato (troppo difficili i quiz) ed allora si accontentò di indossare la Fiamme Gialle col grado di Finanziere semplice. In divisa faceva la sua ‘porca’ figura e riusciva abbastanza facilmente di ammaliare qualche pulcella (raramente) o qualche gallina vecchia. Fu trasferito in un reparto di confine, a quei tempi c’era molto contrabbando di sigarette dalla Svizzera. Il distaccamento di Lago Montogno dipendente dalla brigata di Rogoledo  situato a duemila metri di altezza sopra Domodossola, era luglio ed Alberto apprezzò molto il clima frizzante, in pianura si boccheggiava. Le perlustrazioni erano in fondo delle passeggiate, di pioggia non se ne parlava assolutamente. Una volta di notte insieme a due colleghi incontrò dei contrabbandieri i quali, dopo i colpi di pistola da loro sparati in aria a scopo intimidatorio, pensarono bene di abbandonare le bricolle che portavano sulle spalle e di darsi alla fuga. Ad Alberto e compagni non interessava arrestarli considerato il carteggio notevole da espletare e quindi tornarono ad distaccamento con i sacchi di T.L.E  (tabacchi lavorati esteri) sulle spalle. Albeggiava, ed i colleghi  svegliati dal sonno festeggiarono  i tre. Col beneplacito del sottobrigadiere Gustavo Ferroni, Comandante del distaccamento, calabrese di Lamezia aprirono la parte superiore delle bricolle appropriandosi del primo strato composto da quattro pacchi da venticinque pacchetti di sigarette e richiudendo i sacchi con dello spago, lavoro pulito, nessuno poteva accorgersene del ‘misfatto’. Alberto non poteva lamentarsi, il soggiorno non era solo perlustrazioni ed appostamenti, il sabato sera la signorine baitane che avevano il compito di badare alle pecore ed alle capre venivano invitate a pranzare al distaccamento con finale un ballo al suono di una radio a batterie e ‘infrattamento’ dei finanzieri con le gentili e disponibili ragazze in verità molto muscolose dato il loro pesante lavoro. Alberto pensò che con le loro cosce muscolose avrebbero potuto schiacciare delle noci, in verità il loro fiorellino era altrettanto nerboruto e stretto. Unico a non partecipare al festino era il sottobrigadiere. Alto e grasso non era portato per il sesso e mentre i finanziari festeggiavano con le baitane lui si rifugiava in caserma a leggere, era un asessuato ma nessuno lo prendeva in giro, era buono d’animo e cercava di aiutare un po’ tutti i dipendenti. Venne l’autunno e poi l’inverno, Alberto pensava di poter avere il cambio con colleghi della brigata di Rogoledo, delusione, lui ed altri tre finanzieri rimasero anche nella stagione fredda  al distaccamento di Lago Montogno.  Considerato che il vivandiere col mulo non portava mai del pesce pensarono bene di rifornirsene prelevandolo dal lago soprastante e da cui il distaccamento prendeva il nome. Gli ami improvvisati erano ignorati dalle trote in verità abbondanti ed allora: trovata del finanziere Gino Ferraroli ex armiere: far scoppiare delle bombe a mano nel lago ma occorreva trovare qualcosa di duro, al contatto con l’acqua le bombe non esplodevano ed allora alzata di ingegno: buttare nel lago dei tronchi di albero. Funzionava, le O.T.O. residuati bellici portati con sé dal suddetto finanziere Ferraroli esplodevano alla grande e tutti i pesci venivano a galla non per ‘vedere la palla di pelle di pollo’ ma per finire nelle pentole dei finanzieri. Un fatto triste accadde una mattina: incontrata una squadra di contrabbandieri Alberto e due colleghi spararono in aria i soliti colpi di pistola sicuri che i contrabbandieri avrebbero, more solito abbandonato il carico. Giunti sul posto una sorpresa: uno di loro non più giovane piuttosto tarchiato era seduto  su un tronco di albero, aveva vicino a sé una bricolla. “Perché non sei sparito come i tuoi colleghi, ora dobbiamo arrestarti!” Alberto era confuso, una situazione mai avvenuta in passato: “Vieni con noi al distaccamento e porta con te la bricolla.” Al loro arrivo anche il sottobrigadiere Ferroni era perplesso: “Pileri che mi consigli di fare stò disgraiato…guarda è malmesso ed ha pure i scarponi rotti!” Il contrabbandiere non era del posto, il suo nome Cateno Morabito, era calabrese e raccontò che al suo paese faceva la fame ed aveva pensato di andare al nord per lavorare, aveva moglie e tre figlie, gli scarponi gli erano stati prestati. Il sottobrigadiere Ferroni capì il dialetto del suo conterraneo e lo tradusse ai suoi dipendenti. Tutti d’accordo Cateno fu accolto per la notte, Alberto gli regalò un paio di scarponi  e gli altri colleghi calze, maglia di lana, pantaloni di flanella, Cateno si mise a piangere, pensava che i finanzieri fossero tutti ‘figghj d’introcchia’. La mattina presto Cateno fu lasciato libero e prese la via del ritorno, non avrebbe mai dimenticato quei buoni finanzieri. Finalmente venne la primavera tanto agognata, Alberto già pregustava di passare una bella estate al fresco quando via radio venne l’ordine per lui e per altri tre colleghi di rientrare in brigata. Alberto santiò alla grande rimproverato dal sottobrigadiere molto religioso ma i santi ‘interpellati’ non poterono far nulla ed il signorino rientrò in brigata portando con sé due pacchi di sigarette sequestrate e non consegnate al fisco.  Alberto aveva saputo tramite ‘radio scarpa’ che il comandante della Compagnia capitano  Primo Pagnani aveva l’abitudine di controllare lo zaino di coloro che avevano effettuato dei sequestri di sigarette e così depositò i tre pacchi di sigarette presso una signora vedova, Margherita Bogianchino che viveva con i proventi del pollaio e del frutto suo orto, Alberto la ricompensò con duemila lire, un abbraccio di ringraziamento da parte della donna. Come pensato al rientro in brigata Alberto si trovò di fronte il capitano e due suoi ‘scagnozzi’ che frugarono nel suo zaino. Scornato il comandante di Compagnia cercò di giustificare il suo gesto con motivazioni ridicole, Alberto rispose con un attenti di presa per i fondelli battendo i tacchi. In brigata Al trovò delle novità, c’era un nuovo comandante, il brigadiere Ignazio Barale in forza alla Compagnia di Domodossola che, per conseguire i requisiti per indossare i gradi di maresciallo era stato trasferito al comando  della brigata di Rogoledo, il cotale era preparato in materia tributaria e pertanto spesso si assentava per giorni interi per effettuare verifiche con i colleghi della Compagnia, nel frattempo a Rogoledo episodi boccacceschi! La gentile, affabile e disponibile signora Gioia Del Monte consorte del Comandante di Brigata aveva dimostrato palesemente di apprezzare il sesso per dirlo con un eufemismo, era una ninfomane e quale miglior ‘riserva di caccia’  dei finanzieri che abitavano nel suo stesso caseggiato, lei in un alloggio di servizio all’ultimo piano. Alberto dormiva in una stanza a due letti con un collega di corso Cesare Mattioli. Una mattina furono svegliati da grida provenienti dalle scale: “Non mi frega gnente che tu sei un sottufficiale, la fica della signora è di tutti!” “Chi ti ha autorizzato a darmi del tu, dammi del lei!” Nel frattempo era intervenuta la moglie del Brigadiere, Gioia che con calma: “Ragazzi ce n’è per tutti, proviamo un trio.” Alberto finalmente capì come era la situazione, nell’ultimo caso la signora se ne stava facendo due contemporaneamente. Non volle essere della scuderia di madame Del Monte, non era un puritano ma non voleva accettare di essere il montone di turno. Una telefonata al padre a Roma il quale riuscì a farlo trasferire a Domodossola, finalmente lontano da quel casino. A Domo come la chiamavano i locali ebbe modo di parlare il francese lingua studiata a scuola. Faceva anche la scorta dei treni da Domodossola a Briga in Svizzera e viceversa attraversando la galleria del Sempione. Con la lingua transalpina ‘agganciò’ un capo treno svizzero che gli spiò dove i contrabbandieri avevano nascosto le sigarette di contrabbando, nel soffitto di una toilette. Giunto a Domo non diede il nulla osta al capo stazione per la partenza del treno, andò in officina delle FF.SS, si fece prestare un cacciavite col quale smontò il tetto della toilette. Risultò a verità quanto affermato dal  capo treno svizzero, una pioggia di pacchetti di sigarette lo ‘inondò’. Accorsero altri finanzieri e sequestrarono il tutto facendo la ‘cresta’ sui T.L.E. Alberto ebbe come premio quarantotto ora di permesso. Un sabato in borghese si recò al locale danzante ‘Galletti’; non era un bravo ballerino anzi ma era l’unico modo per agganciare qualche ra’gattsa indigena. Era alla buvette quando si accorse che una giovane bruna, capelli lunghi, viso piacevole con grandi occhi lo osservava con interesse, un chiaro invito:  Alberto si buttò: “Vedo che ancora il mio fascino funziona, sono Alberto Pileri, non mi pare di averla mai incontrata, me ne ricorderei.” “Io sono Flora.” “Nome non del sud.” “Era della mia madrina di battesimo, così si usa al mio paese in Calabria.” Alberto ebbe un flash: “Per caso il suo cognome è Morabito?” “Si sono la figlia di  Cateno che mi ha molto parlato di lei e dei suoi colleghi. Ora mio padre è impegnato come guardia giurata, io sono infermiera al locale ospedale e le mie sorelle fanno le commesse, il nostro tenore di vita è cambiato, non potremo mai abbastanza ringraziarla per il suo comportamento veramente fuori del comune.” “La ringrazio a mia volta, vorrei invitarla a ballare ma sono un orso, che ne dice di sederci ad un tavolo?” “Bien sure monsieur.” Alberto e Flora si guardarono negli occhi senza parlare sin quando Alberto: “Io sono alieno dai complimenti che considero stucchevoli ma non posso fare a meno di constatare il fascino dei suoi grandi occhi molto espressivi, rispecchiano il suo stato d’animo, poco fa erano gioiosi nell’incontrami ora…sono diventati tristi.” “Mi scusi non voglio coinvolgerla nei miei problemi personali, mia madre è ricoverata nell’ospedale dove presto servizio, un tumore alla mammella. Anche se lei non sa ballare bene proviamoci, servirà per abbracciarci cosa che in questo momento desidero.” Flora aveva un profumo proveniente dalla sua persona molto personale, emanava femminilità. Il pisello di Alberto la percepì ed alzò la testa facendo percepire alla ragazza quel cambiamento, lei d’istinto baciò Alberto in bocca, a lungo, gli altri ballerini erano anche loro ‘occupati’ e non ci fecero caso. La morte della madre sconvolse Flora le sue due sorelle Aurora e Giulia oltre al padre Cateno. Al funerale tutta la famiglia vestita di nero, Cateno con la sola camicia bianca e la cravatta nera come pure la coppola, gli mancava solo la lupara in mano per sembrare un bandito della Sila. Al passaggio del corteo funebre le reazioni dei domesi furono diverse: chi guardava perplesso, chi si faceva il segno della croce (i religiosi), chi rideva (i soliti imbecilli), chi ammirava la bellezza di Giuditta, in nero con i capelli lunghi era proprio affascinante, le due sorelle avevano preso dal padre tarchiato. Dopo due giorni Flora raggiunse Alberto che era in servizio alla stazione: “Domani sera sei invitato a casa mia, mio padre è di servizio notturno, per te una sorpresa.” Alberto pensò a lungo quale potesse essere la sorpresa, forse Flora pensava alla concessione del suo popò, non sapeva che altro pensare.  Dopo cena Aurora e Giulia sparirono dalla circolazione, Alberto e Flora nella camera matrimoniale dei genitori. “Mio caro, mi sono innamorata di te, non me l’aspettavo, non mi è mai capitato, sarò tua per la prima volta in vita mia.” Alberto finalmente capì, Giuditta era vergine.”Pare che la notizia ti abbia sconvolto.” “Diciamo che non me l’aspettavo, di questi tempi…” La ragazza in posizione del missionario guardò in viso Alberto come per dirgli: “Sii delicato!” Ciccio, appresa la notizia si eresse al massimo e cercò di essere come chiesto da Flora la quale malgrado il dolore provato non emise un lamento, era calabrese, una dura. Alberto non mise in atto alcuna precauzione, se doveva essere padre quella era la volta buona, anche lui si era innamorato. A notte inoltrata Flora si alzò, tolse il piccolo asciugamano che aveva posto sotto il bacino, era un po’ bagnato di sangue, si posizionò un assorbente e ritornò a letto. Alle sette sveglia per Alberto: “Sta per rientrare mio padre.”  Alberto ritornò in caserma frastornato, troppi episodi importanti per la sua vita in breve tempo. Due giorni dopo si recò della sede della Legione  a Torino per effettuare la prova scritta per essere ammesso alla Scuola Sottufficiali, prova che superò. Nel frattempo la liaison con Flora andava consolidandosi, erano ambedue innamorati alla follia, roba da adolescenti. Anche la prova orale per essere ammesso alla Sasoguarfi fu positiva, Alberto ad ottobre doveva raggiungere il Lido di Ostia per iniziare il corso. Da quel momento la crisi: fare carriera o  seguitare la storia d’amore con Flora? Sicuramente conseguito il grado di vicebrigadiere sarebbe stato trasferito in località lontana da Domodossola e la loro storia? Alberto fu incoraggiato da Flo ad andare ad Ostia, il loro amore sarebbe continuato, non era la lontananza che poteva cambiarlo. Raggiunta la nuova località Alberto dovette sopportare quelle che considerava angherie: pulire i vetri, fare pulizia, il sabato esercitazioni sul terreno con esercizi assurdi: il passo del gatto, del gattino e del leopardo, esercizi che lo facevano imbrattare di  terra, inoltre gli istruttori si dimostravano dei sadici: d’inverno all’ora della sveglia aprivano le finestre delle camerate facendo entrare un freddo pungente e l’umidità, ogni giorno doveva rasarsi con l’acqua fredda ed altre amenità del genere. Unica consolazione le lettere di Flora che aveva accettato l’incarico di infermiera, ben retribuito presso una clinica di Losanna in Svizzera. Alberto capì l’errore fatto e avrebbe voluto tornare indietro. L’ultima lettera di Flora gli fece capire che la loro storia era alla fine: “Caro, stando vicino agli ammalati insieme ad i medici si comincia a capire che i nostri  sacrifici non sono vani e inizia un sodalizio con i dottori, io ne ho incontrato uno non affascinante come te ma buono d’animo, talvolta usciamo insieme…” Alberto rimase senza forze, si fece venire un male immaginario e fu ricoverato in infermeria per cinque giorni. Il medico, un suo paesano romano lo fece parlare, capì la sua situazione e lo inviò a Roma da un suo collega psicoterapeuta., in qualche modo Alberto si riprese e rispose alla lettera di Flora: “Ti auguro ogni bene, resterai sempre nel mio cuore.” I così fu, ogni tanto Alberto riguardava le foto della sua amata sinché smise e le ripose in fondo alla valigia d’ordinanza insieme al ricordo.

  • 14 settembre 2020 alle ore 16:26
    Certe giornate di settembre

    Come comincia: Certe giornate di settembre, come quella di oggi, col sole ancora caldo nelle ore centrali della giornata, il cielo senza rondini, e mi chiedo perché: saranno già andate via? Certe giornate di settembre, come questa, in cui mi sveglio all'improvviso da un sonno pomeridiano non cercato ma arrivato inaspettato, e un po' smarrita, un po' confusa, mi aggiro per casa pensando: sarà il nuovo farmaco che mi riduce così? Certe giornate di settembre, come questa, in cui riemerge la coscienza e corro in camera a vedere come sta Paolo, se dorme oppure no, se è tranquillo, e mi sento in colpa, e mi chiedo: mi avrà cercata? Avrà avuto bisogno di me e io non l'ho sentito perché dormivo? Certe giornate di settembre, come questa, in cui mi accorgo che invece non è cambiato niente nell'ultima ora e mezza, nell'ora e mezza della mia assenza, tutto è ancora lì, fermo presente, ogni cosa al suo posto, ogni sentimento nella sua nicchia, il respiro della mia casa è profondo, lento, lento così come è il respiro che molto spesso contraddistingue la casa dei vecchi, lento e rassicurato dalla nostra presenza di vecchi così ricchi di tenerezza e di paura, paura che la stretta della mani non basti a non farci perdere. Un nodo in gola che non è facile da ingoiare mentre ti accarezzo Paolo e ti chiedo sorridente:
    Cosa vuoi per merenda?

  • 09 settembre 2020 alle ore 10:36
    Furoba

    Come comincia:  
    F  U R O B A
    Amici lettori ed amiche lettrici, non  vi fate impressionare dallo strano titolo di titolo di questo racconto, è un termine giapponese di cui in seguito capirete il significato, si tratta di contrastare i problemi quotidiani del corpo e della mente che assillano la maggior parte di noi, causa il lavoro e gli impegni quotidiani siamo sottoposti a stress che ci condizionano la vita. Leggendo un articolo che trattava l’argomento, Alberto Rocchegiani pensò di trarne spunto per sistemare alcune stanze arredate in modo particolare per combattere (e vincere) i problemi che ci assillano. Stanco del suo lavoro di titolare di una Scuola Guida, lasciò le redini dell’azienda al suo fac totum Riccardo Fantoni e ne parlò con la consorte Annamaria Settineri la quale, da brava e razionale qual era  gli espose i problemi pratici a cui sarebbero andati incontro, soprattutto finanziari ma Alberto, convinto della bontà della sua idea non si lasciò smontare e prese contatti con un suo compagno di scuola impiegato all’Ambasciata giapponese a Roma. Conoscendo l’indole ‘mignottara‘ di Alberto, Valerio De Luca pensò che l’amico volesse ‘metter su’ una casa di appuntamenti. “Non hai capito un c…o, è una cosa seria anche se fuori del comune e proprio per questo che avrà successo. Le giapponesi hanno per noi europei un fascino particolare soprattutto per la loro unicità e per il loro comportamento, in questo caso della professionalità e della gentilezza. Debbono solo aver frequentato una scuola di massaggiatrici ed essere giovani e possibilmente belle, ci riesci a far pubblicare in tal senso una inserzione in un giornale giapponese?” “”Tira fuori duemila Euro e affare fatto.” Alberto per il conquibus ricorse a papà Armando il quale conoscendo a fondo suo figlio, che fra lì’altro gli assomigliava moltissimo all’inizio fece finta di non capire ma, alle insistenze di Alberto: “D’accordo rompiballe, ho centomila Euro da parte, i risparmi della mia vita…” Nel frattempo Alberto aveva affittato una villetta situata sulla via Appia a Roma, per risparmiare sulle spese si trasferì con la consorte all’ultimo piano, chiamò l’architetto Manlio Mancini vecchio della professione rimasto vedovo con figli sistemati al nord Italia. Il tale all’’inizio rimase perplesso ma poi prevalse in lui l’idea della novità, una novità piacevole nella sua vita monotona niente affatto appagante. “Molto probabilmente sarai a corto di soldi, io del mio gruzzolo non so cosa farne, i miei figli si sono sposate due polentone spocchiose e snob, lo ho conosciute quando sono passate da Roma, non beccheranno un soldo dei miei risparmi, anzi, sai che ti dico, te li metto a disposizione, potrò anche rispolverare la mia antica professione, servirà a togliermi un po’ di ruggine del cervello! Alberto una mattina fu chiamato al telefono dall’amico Valerio: “Figlio di un cane la tua inserzione ha funzionato, cinque giapponesi si sono fatte vive, ora sono a Roma in una pensione, se vuoi le accompagno a casa tua.” “Ho cambiato abitazione, sono in una villetta in via Appia 396, ti aspetto oggi pomeriggio.”
    Tre delle nipponiche parlavano italiano, Alberto ne scartò una e scelse Aiko Tanaka e Emiko Nakamura. Fu fatto loro presente che occorreva del tempo prima che i locali, col progetto dell’architetto  fossero sistemati, le due ragazze si guardarono in viso e: “Se per voi bene noi abiteremo con voi.” Alberto rimase benevolmente sorpreso, lui non aveva pensato a quella soluzione abitativa. Fra l’altro le due giapponesi fecero comunella con Annamaria, insomma filava tutto liscio. Ci vollero quindici giorni prima che le tre stanze fossero completate. Manlio era contento ed orgoglioso di quello che aveva potuto realizzare, in ognuno dei locali un’ampia vasca da bagno. Programma: per primo uno dry brushing per esfoliare dolcemente la pelle, poi venti minuti di immersione in acqua calda poi tiepida in una nuvola di schiuma,  per i meno freddolosi passaggio in acqua fredda per stimolare  il tono e riattivare la circolazione. Una maschera sul collo e sul viso, poi un  panno in microfibra sopra la maschera per un effetto occlusivo. Per finire un massaggio su tutto il corpo piedi compresi con aloe, mela verde e yogurt. Finale: risciacquo sotto una doccia tiepida. Aiko ed Emiko indossavano reggiseno e slip color carne, sopra un tunica leggerissima trasparente. Pian piano si sparse la voce di quel locale particolare dove ognuno poteva rilassarsi il corpo e la mente, il costo non era accessibile a tutti questo sia per recuperare il denaro speso che per evitare troppi clienti alcuni dei quali uomini, alcuni, feticisti si innamorarono dei piedi delle due nipponiche e venivano spesso a trovarle. Erano due molto ricchi e spendaccioni con gran gioia di Alberto. Un fatto imprevisto: Annamaria si annoiava mentre Aiko ed Emiko erano al lavoro,  chiese Ad Alberto di affiancarle tanto più che c’era una stanza in più addobbata. Alberto era molto perplesso, a sua moglie potevano capitare dei maschietti, previsione azzeccata: vari giorni dopo  si presentò in villa un signore in Bentley tale Oberto Palatino che erta stato invitato a pranzo da Annamaria, un pranzo alla giapponese con cibi preparati  dalle due ragazze. Il nobile, quarantenne aveva un eloquio brillante e trascinatore tanto che Annamaria lo guardava con occhi sognanti fino alla confessione alla fine  del pranzo della richiesta di Oberto di far diventare una castellana Annamaria, si era innamorato di lei ricambiato. Stavolta la doccia fredda metaforica colpì in pieno Alberto, Annamaria riempì una valigia di vestiti e sparì col suo spasimante. Alberto si sedette sul divano con lo sguardo nel vuoto, ancora non riusciva a rendesi conto della situazione. Conclusione stavolta inaspettata ma piacevole, Aiko ed Emiko consolarono, ambedue, un Alberto che in fondo capì che ci aveva guadagnato, due al posto di una…Poi nei momenti di stasi del lavoro Alberto usufruiva della ‘Furoba’ ossia stanza da bagno in gergo giapponese con contorno di delizie sessuali.

  • 08 settembre 2020 alle ore 9:01
    Porte chiuse

    Come comincia: La porta era di un colore indefinito, invecchiata dal tempo e dall'uso, senza serratura, così appesa ai cardini da sembrare di dover cadere da un momento all'altro. Aprirla poteva sembrare semplice, appoggiata leggera com'era ai suoi stipiti, eppure qualcosa mi diceva che avrei faticato non poco.. una porta chiusa è sempre un incognita, una porta chiusa non sai mai dove possa portare una volta aperta... E le mie braccia sembravano incollate ai miei fianchi, in un abbraccio infinito dal quale era difficile scappare, immobilizzate nel non poter credere di osare, di oltrepassare quella soglia... Eppure il desiderio era forte, ma non abbastanza da fare muovere quelle estremità. Quello che desidera la nostra mente molto spesso è inibito dalle nostre convinzioni di non riuscire, di non potere, di non essere adeguati, condizionati come siamo dal nostro passato...

  • 07 settembre 2020 alle ore 19:07
    Sweetdog

    Come comincia: Sweetdog era un raccattato di periferia.
    Forse un ladro, forse un tossico, molte volte uomo di strada.
    Mani grosse, barba folta, occhi persi nel suo stesso cielo grigio, una borsa nera e padrone delle sue strade.

    Sweetdog era famoso nella sua città, una piccola cittadine di tot abitanti, con tot case, con tot cose. Ne era il padrone indiscusso. Ciò che accadeva passava da lui, dentro e fuori. La malavita e la buona vita avevano una cosa in comune, Sweetdog. 
    Era un cane bastonato, bullizzato da tutti ma molto amato dai altri tipi di cani, di un certo livello, si intende.

    Quando abbaia alla luna, ogni angolo di città, diviene un paradiso malinconico dove ritrovarsi; quando morde argutamente, ogni angolo buio prende forma e si scatena aria di morte nelle strade adiacenti.
    Questo era il nostro caro amico Sweetdog. Il più grande cattivo che si muove ed il più grande benefattore ed intimo amico del debole povero che arranca nostalgicamente.

    Si diceva che non si separasse mai dal suo sax nero. Molti ne parlavano come se fosse uno strumento di giudizio. Ogni pena veniva spazzata, ogni atto impunito veniva, poi, messo a giudizio.
    Lo si sentiva di notte suonare, per le strade strisciare ed altre cantare le sue pene. 
    Povero Sweetdog. La sua leggenda viene ancora tramandata ai più piccoli, ai sordi, ai ciechi ed ai viandanti. Chi, invece, subì il suo giudizio, non ha più corde vocali per narrare ne occhi per descrivere. Dicono che siano rimasti muti per decenni senza mai avere il coraggio di rammentarlo ne descriverlo.

    Si dice che, quando la morte ha fatto loro visita, l'unico suono che fu udito era il suono del sax nero che, lento, si faceva spazio nella loro mente fino ad ammazzarli. 
    Si dice, eh. Quanta verità possa esserci, non vi è dato sapere.
    L'unico testimone che si vocifera lo abbia visto, abbia sentito e parlato, fosse un cieco sordo muto. Forse più vicino alla morte di tutti gl'altri, forse il più vicino alla vita di chiunque altro. 

    Questa era la leggenda di Sweetdog.

  • 05 settembre 2020 alle ore 14:27
    Alberto il pennone

    Come comincia: Alberto Mazzei classe 1935 era un giovane magro , tanto magro che gli spuntavano le ossa sotto la pelle. Mamma Mecuccia (diminutivo di Domenica) era preoccupata ed cercava di ‘abboffare’ il figlio quanto più poteva anche con lo ‘schifoso’ al gusto olio di fegato di merluzzo allora molto di moda ma senza risultati. Il dottore di famiglia aveva rassicurato i genitori: “Alberto è un ragazzo sano, la magrezza è la sua natura che in futuro si estrinsecherà anche in atri modi che non so specificarvi. Alla prima media, alla toilette della scuola Alberto aveva visto il pene di un compagno di classe e si era preoccupato, il suo, al confronto era ben più piccolo, da quel momento evitò di farsi vedere nudo dai suoi compagni. Anche papà Armando era in ambasce, vedeva suo figlio sempre triste e immusonito e dire che a scuola riportava bei voti. Mamma Domenica cercò di cavargli qualcosa di bocca, solo un abbraccio da parte del figlio. Alberto superati gli esami di licenza liceale fece domanda per essere arruolato nella Guardia di Finanza, era giugno e la visita medica era prevista per i primi di ottobre.  Una vacanza al mare o in collina dagli zii a Cingoli, preferì quest’ultima, lì non aveva bisogno di mettersi in costume. Passò delle belle giornate con la trebbiatura del grano e con varie altre manifestazioni contadine, talvolta col caldo preferiva uscire dalla villa degli zii e girovagare nei campi, una volta di notte ebbe la brutta idea di chiudere in un fazzoletto delle lucciole. Com’è noto, questi animaletti hanno la parte posteriore del corpo che si accende e si spegne, girando per casa erano penetrate nelle stanze oltre che degli zii anche in quelle dei nonni e dei cugini impedendo loro di  dormire, il suo gesto non fu molto apprezzato. Nel frattempo era accaduto un fatto imprevedibile: andando in bagno a fare la pipì tenne più a lungo il pene in mano per far cadere le ultime gocce di urina e, meraviglia delle meraviglie il suo pene cominciò a crescere a dismisura, finalmente era accaduto qualcosa che sicuramente gli avrebbe cambiato la sua vita. Cominciarono  cadere le foglie dagli alberi, Alberto ritornò a Jesi in provincia di Ancona a casa dei genitori, sembrava più sereno era sempre sorridente, si mise a leggere vari romanzi della biblioteca paterna. Il 2 ottobre si recò in pullman ad Ancona alla caserma della Guardia di Finanza. All’infermeria tutti gli aspiranti allievi finanzieri erano nudi per essere sottopoti a visita medica. Quando fu il turno di Alberto si sentirono dei risolini ovviamente dovuti al vedere il pisellino di Alberto. Il dottore, un signore di mezza età invitò Alberto dietro un separé: ”Vedi figliolo io vorrei aiutarti ma ti rendi conto tu stesso…” “Dottore mia dia un attimo di tempo: Alberto cominciò a masturbarsi a ciccio arrivò ai diciannove centimetri una volta misurati da Alberto. Al dottore caddero a terra gli occhiali: “Va bene vado a prenderti  le mutande, non voglio che gli altri ragazzi…” Dopo che Alberto fu dichiarato idoneo, due infermieri interrogarono il dottore il quale spiegò loro la situazione e la storia finì lì. Anche l’esame scritto andò bene: A casa: “Papà, mamma tutto a posto, a fine ottobre sarò alla Legione Allievi di Roma.” I genitori ebbero un sospiro di sollievo, finalmente il loro erede era cambiato, sempre magro ma di tutt’altro umore. Grandi baci ed abbracci con i genitori alla stazione ferroviaria, anche un incontro non previsto con una ragazza della classe di Alberto: “Cara Ella sto per essere arruolato nelle Fiamme Gialle.” “A proposito di fiamme, sei sempre stato il mio preferito ma tu non mi hai mai degnato di uno sguardo!” “A Natale avrò delle ferie, avremo modo di avere un incontro ravvicinato…” “È una  promessa, ricordala d’altronde la casa dei tuoi è vicino alla mia villa.” Sul treno che andava a Roma c’erano molti altri colleghi marchigiani che si recavano alla caserma XXI aprile. Brutta accoglienza da parte dei brigadieri istruttori, volevano fare la parte dei duri ma con Alberto si trovarono dinanzi un muro di totale di  serietà nello sguardo e obbedienza assoluta ai loro comandi, il  giovane aveva  compreso la loro pochezza, li avrebbe smontati con qualche battuta spiritosa nei loro confronti che sicuramente loro non avrebbero compreso ma che avrebbe fatto ridere i suoi compagni. Dietro consiglio di nonno Alfredo, ex commissario di P.S., il giovane si guardò bene dall’aderire alle  richieste degli istruttori: “Chi sa suonare il pianoforte?” Si presentarono due allievi. “Bene prendete il pianoforte che si trova al circolo ufficiali e portatelo al terzo piano nell’alloggio del comandante.” “Chi ha fatto gli studi classici?” “Tre imbecilli che non avevano ancora ben compreso quello che era successo ai due precedenti colleghi: “Siamo tutti e tre di Ancona con la maturità scientifica.” “Bene andate a pulire i cessi delle tre Compagnie.”  “C’è nessun  ragioniere?” Stavolta i ragionieri rimasero al loro posto…” “Bene allora voi due che siete  robusti andate in cucina a pulire le patate, per gli altri adunata per l’addestramento in piazza d’armi.” Alberto aveva sempre lo sguardo serio, fu notato da un brigadiere dai piedi più larghi che lunghi! Il quale: “Tu di dove sei?” “Alberto disse la verità: “Sono nato a Roma.” “E allora come mai sei qui e non a Predazzo a fare l’allievo?” “Perché i miei risiedono in provincia di Ancona.”  Piedi larghi si girò scornato, aveva già preso in antipatia Alberto Mazzei. Accadde che Hermes protettore del giovane fosse ‘distratto’ con la solita ‘allegra’umana di turno ed Alberto fece una minchiata. Aveva incontrato sul tram una signora circa quarantenne che prese a guardarlo intensamente, Alberto prese la palla al balzo: “Madame sarebbe mio piacere conoscerla, stasera ho poco tempo ma domani…” “Io amo molto gli uomini in divisa, abito vicino alla basilica di Santa Maria Maggiore, che ne dici se domani alle 18…” “Dico di sì my Darling, io sarò in divisa non vorrei dare troppo all’occhio.” “Nessuna problema io sono separata,  abito all’ottavo  piano del n.243 di via Merulana…” “Sono allenato, a domani sera.” La signora Rosina P. si fece trovare sulla porta di casa in vestaglia, sotto la vestaglia, niente. Alla scoperta del pisellone di Alberto Rosina all’inizio rimase perplessa poi: “Mai assaggiato un cosone talmente grosso e dire che di cazzi ne ho provati tanti, sii delicato!”  Dopo un passaggio obbligato in bagno Alberto provò la perizia sessuale di una esperta ‘scopatrice’, era veramente brava anche col popò. Dopo la terza ‘visita’ alla signora Alberto diede forfait, Rosina lo stava spolpando e così chiuse la partita. Dopo circa una settimana si accorse delle secrezioni che uscivano dal pene con bruciori e prurito. Recatosi in infermeria il dottore: “Giovanotto ti sei beccato una gonorrea volgarmente detto scolo, subito al Celio.” All’ospedale Militare, dopo le solite procedure burocratiche ad Alberto fu assegnato un letto in una camerata di dieci posti, tutti soldati, nessun finanziere. Dopo un pranzo niente male Alberto si trovò dinanzi una suora longilinea di circa cinquant’anni. “Io sono suor Caterina,  figliolo come ti sei preso lo scolo?” “Sorella, una signora…” “Volevi dire una mignotta, tu pensavi di aver fatto una conquista ed invece ti sei imbattuto in  una gran puttana che se la fa con tanti coglioni come te! Tira fuori l’uccello!” “Ma sorella…” “Figliolo in vita mia ho visto e toccato tanti cazzi che manco te li immagini…siamo un po’ sullo scarso, come ti hanno arruolato in Finanza?” “Quando ciccio si alza misura diciannove centimetri!” “Chi l’avrebbe detto, hai ragione  ma intanto ti sei beccato uno scolo, una puntura di penicillina ogni sei ore, fai vedere le chiappe!” Alberto rimase ricoverato per sei giorni, nel frattempo aveva preso confidenza con suor Caterina. Un pomeriggio dopo l’iniezione: “Sorella posso farle una domanda?” “No perché già conosco quello che mi vuoi chiedere, la mia è una storia dolorosa che cerco di non ricordare.” “Mi piacerebbe abbracciala, lei sarebbe stata una moglie ideale con tanti marmocchi!” La suora si era allontanata, forse piangeva, Alberto capì di aver sbagliato a trattare quell’argomento. Finita la cura Alberto prima di rientrare in caserma cercò suor Caterina. “Vorrei mandarle delle cartoline illustrate per farle conoscere dove mi hanno trasferito, mi permetta un abbraccio.” Fu accontentato, Alberto piangeva, cazzo era diventato un piagnone, lui ateo da sempre si era invaghito di una suora…Dopo gli esami sulle materie tributarie studiate, Alberto risultò il terzo in graduatoria di tutto il battaglione con gran scorno di piedi larghi. In licenza di trasferimento a Jesi telefonò ad Ella: “Cara sono rientrato, i miei mi hanno dato il cambio a Roma, sono andati a trovare mia nonna Maria e mia zia Armida, io son qua da solo, mangio in casa della portiera Matilde che provvede anche alle pulizie di casa mia, ho una camera con  letto in ottone e il resto  in stile Chippendale, materassi accoglienti…” “Mia figlia domattina va a scuola, ti raggiungerò verso le nove.” E così fu, Ella vide Matilde all’estremità del giardino del palazzo, fece finta di non averla notata, non poteva certo essere giustificata per la sua andata nell’appartamento di Alberto. In casa di quest’ultimo si spogliò in fretta, se ne fregò dello stile della camera degli ospiti: “Caro sono pulita e profumatissima!” “Anch’io.” Alla vista di Alberto nudo solita manfrina. Ella rideva della grossa: “Dove vuoi andare col quel cosino…” Si ricredette, pian  piano che ciccio aumentava di volume sgranava gli occhi, Alberto ripropose una vecchia canzone: “Chi l’avrebbe mai creduto che tu avessi avuto, valzer! Una nerchia per il tuo buco del cul!” Ella non era molto alta ma aveva un fisico aggraziato ed un viso infantile, altra caratteristica: il sesso gli piaceva  da morire ed infatti col solo cunnilingus ebbe due orgasmi consecutivi, non fece tante storie nell’immisione penis nel fiorellino anzi prese a cantare il peana nell’alto dei cieli con ripetuti ululati soprattutto nella posizione cavalcante, Alberto non riuscì a contare gli orgasmi, quando Ella spossata smise: “Sarà un ricordo indelebile per tutta la vita, non te l’avevo detto ma io di natura ho una vagina larga, nessuno era riuscito prima di te a farmi godere tanto, avevo avuto intuito a volerti agganciare quando eravamo studenti, resti molto a Jesi?” “Altri cinque giorni.” Nel frattempo Alberto sentì la porta d’ingresso sbattere violentemente, non sapeva che Matilde avesse le chiavi di casa sua, solo lei poteva essere. Attraverso la porta d’ingresso della camera: “Matilde oggi mi alzerò tardi, lasci stare la mia camera!” Un grugnito dietro la porta, voleva dire: a me non la si fa! Dopo due giorni Armando e Mecuccia ritornarono a Jesi da Roma, fu la salvezza del loro figlio ossessionato da Ella la quale comprese che ‘la storia breve era finita e che l’immortale…era solo il ricordo.” Da Jesi Alberto inviò una cartolina a Suor Caterina, riproduceva il monumento a Pergolesi; non sapeva se fosse meglio evitare ulteriori emozioni alla suora, se lei avesse avuto vent’anni di meno…

  • Come comincia:  Dal 25 gennaio la sua scomparsa (ironia della sorte, proprio il giorno del quinto anniversario del moto di protesta popolare e spontaneo che portò alla destituzione del Presidente Hasni Mubarak: dalla padella alla brace, direbbero giustamente in molti!). Così scrive Bonini: "...quindi, il ritrovamento "casuale" (quanto lo sia a nessuno è dato sapere, a mio avviso: potrebbe essere stato anche un ritrovamento...ad hoc!), il 3 febbraio, sul ciglio polveroso della strada Cairo-Alessandria. L'ombra di un omicidio di Stato e le stimmate della menzogna del regime militare - "Morto per un incidente stradale" - smascherate da una prima autopsia al Cairo, che aveva fatto dire ai medici legali egiziani che la morte di quel ragazzo era stata un tormento "lento e doloroso". Ma, a questo punto giunti, sento il coscienzioso dovere di aprire una parentesi: un po' fuori luogo (anzi, fuori tema) ma neanche così tanto, direi. Nei primi mesi di questo dannatissimo duemilaventi (per la precisione eravamo al 12 di febbraio) un'altro evento "strano" è accaduto sulla tratta Roma-Cairo: Patrick George Zaki, attivista e studente egiziano (anch'egli, come Regeni, dottorando ma all'università di Bologna), viene arrestato in circostanze poco chiare e trattenuto con accuse alquanto infondate (tra le altre cose li verrà contestato il reato di...       

  • 31 agosto 2020 alle ore 22:43
    Il Vampiro di Brewerfou

    Come comincia: L’orologio suonava le 9 di sera. Dal balcone del suo enorme castello, era possibile ammirare la piazza centrale del paese, la luna piena, il suono lento degli alberi che si muovevano in modo lieve lungo la strada che percorreva il porticato. Un vampiro dai modi gentili, così si definiva Vladimir, che a differenza della sua stirpe, aveva scelto di vivere in un castello nelle campagne londinesi: Brewerfou era un paesino di abitato da 3000 anime, molti dei quali studenti, che preferivano la periferia anziché il caos cittadino. Indossò il suo cappotto scuro che Nile gentilmente gli offrì e si avviò verso la porta. Il fresco della sera avvolgeva i suoi passi, nessuno aveva mai fatto caso alle sue malefatte, molti scambiavano i suoi morsi per quelli dei lupi che si aggiravano intorno alle campagne. Arrivò nella piazza dove era posta una fontana in pietra, al centro un cupido con in mano un arco e una freccia. Intorno c’erano negozi, bar e ristoranti, tutti in perfetto stile ottocentesco, inusuale per un paesino degli anni 90. Era come se in quel luogo il tempo si fosse fermato, la nebbia era quasi sempre presente, soprattutto d’inverno. Ad attirare la sua attenzione fu una ragazza seduta sul muretto della fontana: era di media statura, con i capelli rossi ondulati, la pelle diafana, incorniciata da alcune lentiggini e un corpo dalle forme generose. Che strana creatura pensò, le si avvicinò e disse: “Fa freddino stasera, sono in paese da pochi giorni e già non vedo l’ora di ripartire”la ragazza alzò la testa e con i suoi grandi occhi azzurri lo guardò e sorrise: “Io sono qui solo da stamattina, e già incontro il primo rompiscatole che ci vuole provare.” Vladimir rimase un pochino spiazzato dall’atteggiamento della giovane:”mi dispiace, non volevo importunarla” “scusi, forse sono stata un po’maleducata. Il mio nome è Isabelle, sono una studentessa di medicina, lei invece?” “Vladimir, studio lingue straniere, sono in vacanza da alcuni parenti”. I due iniziarono a chiacchierare, la ragazza aveva una bellezza ammaliante, lui si sforzò in tutti i modi di sfoggiare le sue armi migliori pur di arrivare a portarla al castello. Cenarono in un piccolo ristorante posto all’interno di una viuzza. Il posto era decisamente molto elegante, con luci soffuse, il proprietario aveva capito che Vladimir non era uno qualunque, per questo faceva sempre la parte dello gnorri, indubbiamente temeva per la sua incolumità, oltre che essere ingordo delle generose mance che il vampiro gli lasciava. Isabelle era solo una delle tante vittime che sarebbe sparita misteriosamente per poi essere ritrovata azzannata nelle campagne. Erano l’uno di fronte all’altra, due bicchieri di vino rosso e due grandi fette di tagliata di manzo, rigorosamente al sangue condita con olio e aceto balsamico. Gli occhi di lei lo fissarono a lungo: “Cosa ti aspetti da questa serata? Non ci conosciamo, credi realmente che mi lasci sedurre dal primo sconosciuto” mandò giù il suo boccone, poi le porse la forchetta per imboccarla: “È come se ti conoscessi da tempo. Non ti sto chiedendo di venire a letto con me, ma solo di visitare la mia dimora…scusami, casa”. Entrambi scoppiarono in una fragorosa risata, terminarono la cena e si diressero verso il castello. Arrivarono di fronte all’imponente struttura: “Caspita, ma questo è un castello, altro che casa!” disse la giovane. Nile li accolse con lo sguardo rassegnato di chi ormai aveva fatto l’abitudine ai capricci del proprio padrone. Complice il vino e la luna si ritrovarono nudi sul grande letto a baldacchino. I baci di lei erano avidi, bruciavano come la legna nel camino, diversamente dalle altre l’amplesso fu dolce e passionale allo stesso tempo. Per la prima volta fu lui ad addormentarsi tra le braccia della sua vittima, ma non aveva considerato un particolare: mentre era in procinto di svegliarsi, vide uscire dalla bocca di lei due enormi canini in procinto di azzannarlo.

  • 31 agosto 2020 alle ore 16:44
    L'appuntamento

    Come comincia: L’ascensore aveva quel classico odore misto tra deodorante dozzinale o dopobarba da discount e quel odore pungente che non riuscivi mai a capire se era di cipolle andate a male o di sudore settimanale. Schiacciai il pulsante del sesto piano, capii che era quello giusto perché, talmente consunto, era sopra quello del quinto. Gli ingranaggi si mossero con un cigolio che mi entrarono dentro al cervello, e incominciai lentamente a salire. In un angolo, sul pavimento, vidi una macchia scura, probabile ricordo di un sacchetto della spazzatura, spero.. non osai pensare ad altro. La luce interna funzionava a intermittenza irregolare,  come se l’energia elettrica che la alimentava arrivasse da un pianeta di un’altra galassia, o dal profondo dell’infero dantesco. I cavi dell’ascensore schioccarono come un colpo di frusta imprimendo un forte scossone alla cabina facendomi temere di sprofondare in chissà quale fossa delle marianne.. non era la prima volta che salivo con quell’ascensore, ma era sempre come se l’esperienza di quel breve ma interminabile viaggio mi scuotesse l’anima, da dentro, come un violento temporale fa con un albero.. terzo, quarto, quinto piano.. la luce dell’ascensore continuava con la sua intermittenza a segnare il tempo e lo spazio.. al sesto l’ascensore si fermò con un sobbalzo improvviso e le porte si aprirono con un cigolio di cardini che mai avevano visto una goccia di lubrificante.. uscii da quella trappola infernale e mi avvicinai alla sua porta, con la coda dell’occhio vidi una persona scendere le scale frettolosamente, probabilmente un altro visitatore che mi aveva preceduto. La porta era in legno massiccio, scolorito e consunto ma ancora molto robusto, con il classico spioncino ad altezza oculare e una vecchia serratura consumata dalla ruggine e da chiavi troppo invadenti. Il dito mi andò automaticamente sul campanello, sotto il quale non c’era alcun nome ma il disegno di una farfalla, sbiadita, e lo schiaccia: il suono che ne venne fuori era una via di mezzo tra una pernacchia e una trombetta di carnevale, mi sfuggi un sorriso.. non mi ci ero mai abituato… sentìì attraverso la porta il classico tramestio, condito da una imprecazione improponibile, di chi sta facendo altro e non vorrebbe essere disturbato. La porta si aprì e Anna mi apparve in tutta la sua imponenza: un donnone alto e grosso che sembrava appena uscito da un incontro di wrestling.. vestiva un baby doll trasparente che nascondeva a malapena le sue forme debordanti, e null’altro.. una sigaretta semi accesa le pendeva dalle labbra, dipinte di un rosso talmente acceso da riflettersi sulle pareti attorno; la tentazione di strapparle dalla bocca quel mozzicone era forte.. ma mi trattenni. I suoi capelli erano raccolti a crocchio, freschi di tinta ma non di shampoo.. “ciao! Sei tu! Ti aspettavo più tardi! Dai entra” la sua voce, a dispetto dell’aspetto, era però di una bellezza disarmante, suadente, dolce e intrigante.. mi volse le spalle ed entro nell’appartamento, strascicando le ciabatte che portava ai piedi ed accendendosi la sigaretta mezza spenta. L’occhio mi cadde sul letto sfatto che si intravedeva da una porta aperta.. conferma della provenienza della persona che avevo intravisto scendere le scale. Nonostante tutto la casa di Anna profumava di pulito, di spezie e di odori di altri tempi.. percorremmo il corridoio che portava a una grande sala, arredata con mobili poveri ma dignitosi e ci accomodammo lei sul divano e io su una poltrona di finta pelle neanche troppo consunta.. “allora? Li hai portati?” mi disse, sempre con quella bella voce che a occhi chiusi faceva sognare.. “certo!” risposi io tirando fuori la scatola che mi ero portato appresso.. e aggiunsi “però questa volta inizio io con il bianco” e lei mi rispose leggermente contrariata “va bene, ma solo questa volta…”.
    Aprii la scatola e incominciammo a ordinare le pedine sulla scacchiera.  

  • 29 agosto 2020 alle ore 8:58
    Scomparso!

    Come comincia: Era talmente insopportabile che quando parlava la sua voce stridula mi entrava nel cervello con la violenza di un trapano.. la sua arroganza era talmente debordante che avrei voluto evitare ogni contatto e persino dargli semplicemente la mano mi provocava uno strano prurito che non vedevo l’ora di eliminare con un energico spruzzo d’acqua sotto al rubinetto.. eppure dovevo stare ad ascoltare e sopportare la sua presenza, perché al tuo capo non potevi voltare le spalle ne’ rispondere a tono, non era permesso; quello che poi non sopportavo era quel suo muovere incessantemente le mani come se fossero un’altalena, avanti e indietro, in alto e in basso e poi ancora avanti e indietro, Insomma non vedevo l’ora che finisse di parlare, ostentando arroganza, presunzione, superbia ma soprattutto il potere del forte con i deboli. E mentre ero lì con gli occhi bassi, impotente, cercavo di riempire la mia mente con immagini positive: un bel tramonto, un campo di grano danzante, una bella donna nuda che si abbandonava tra le mie braccia con fare lascivo..ma niente, impossibile sfuggire a quel diluvio di parole e supponenza..
    Dovevo assolutamente trovare una via di uscita…. A un certo punto però mi venne un’idea.. incominciai con gli occhi chiusi a immaginare di svuotare lentamente la stanza da ogni suo oggetto: via le sedie, via le scrivanie, via le finestre, le porte via persino i muri fino a far si che la mia attenzione si concentrasse sulla figura di quel concentrato di arroganza e antipatia, per poi incominciare a a scomporlo come fosse un puzzle alla rovescia..via le braccia, via le gambe e così sino a quando non rimase solo la testa.. un ultimo tocco di immaginazione e… d’improvviso la sua voce si spense.. attesi ancora un poco prima di aprire gli occhi e quando lo feci mi accorsi che era scomparso !permaneva però ancora nell’aria uno strano eco, come se le sue parole fossero rimaste ancora nei dintorni, ma duro poco, e rimase solo il silenzio… a quel punto mi guardai bene in giro e lo sguardo andò verso il basso e mi accorsi, con stupore, che di lui erano rimaste solo le scarpe che, almeno quelle, fortunatamente stavano zitte… però avevo la netta sensazione che mi osservassero…  

  • 27 agosto 2020 alle ore 19:25
    Ha parlato...

    Come comincia:  Venti di tempesta: la natura ha parlato; in modo netto, chiaro, preciso...non lo farà di nuovo!
     
    Taranto, 27 agosto 2020.