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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 10 settembre 2019 alle ore 9:00
    TALVOLTA L'AMORE TRIONFA

    Come comincia: Che direste voi se vostra figlia venticinquenne vi annunziasse il suo desiderio di prendere il velo di monaca? Questo era accaduto ad Achille Rogolino proprietario terriero abitante ad Albano Laziale in provincia di Roma, lui fervente ateo e, come si diceva una volta, ‘mangiapreti’? Potete immaginarlo: ”Non capisci che faresti una vita da disgraziata, chiusa fra quattro mura per tutta la vita, non una famiglia, niente figli né amici con cui andare a ballare, sottoposta a leggi religiose aberranti, preferirei vederti morta, tutta colpa di quella baciapile di tua madre , maledizione a lei!” Effettivamente Alessia Vinci la moglie di Achille era molto attaccata alla religione e rea, secondo il marito, di aver fatto  frequentare troppo alla figlia Ambra la vicina chiesa di S.Paolo . La ragazza era cresciuta e diventata amica di Arianna Mugianesi, sua pari età, figlia del contadino conduttore di uno dei fondi di proprietà del signor Rogolino. Anche Arianna aveva esposto in famiglia il suo desiderio di prendere i voti. A casa Mugianesi la richiesta era stata recepita senza drammi per un semplice motivo:  la vita da contadina sarebbe stata molto più dura per la ragazza che però aveva il fratello Elio che poteva dare una mano ai genitori nella coltivazione della terra. Le due giovani seguirono l’iter previsto con la consegna dell’anello quali spose di Cristo e quindi ammesse al noviziato. Rabbia maggiore di Achille Rogolino era che la figlia Ambra si era laureata in lettere con ottimi voti, il ‘padrone’ aveva, a sue spese fatto studiare anche  Arianna poi laureatasi in scienze matematiche: “Due disgraziate rimuginava sempre un Achille ogni giorno più irato perché non era possibile, come sua abitudine riuscire a risolvere il problema. Ovviamente non si presentò alla cerimonia della vestizione delle due novizie, che andassero a fare in c…o loro due e sua moglie! Achille spesso la sera non ritornava a casa, frequentava un club di dubbia fama in cui le cameriere non erano molto vestite ma disponibili. Conobbe una certa Grace Dubois che, oltre al nome aveva una grazia innata. Bruna, altezza media occhi castani molto espressivi e fisico da modella; era molto differente dalle sue colleghe di lavoro, infatti non ‘andava ‘in camera’ con i clienti. Achille da subito affascinato dalla ragazza le fece una corte serrata ma con scarsi risultati anche offrendole oltre al denaro anche gioielli, Grace non era disponibile alle avventure amorose. Ormai innamorato Achille propose a Grace di andare a vivere insieme con la promessa di una separazione prossima dalla consorte. Grace dopo lunga riflessione accettò, capì che Achille che aveva vent’anni più di lei sarebbe stato affidabile come uomo e, non ultima, aveva la ‘qualità’ di essere danaroso. Achille affittò un appartamento a Roma in via Marsala, amava stare al centro ed un pomeriggio, rientrando ad Albano Laziale alla consorte: “Cara ho il piacere di dirti che mi sono trasferito a Roma, finanziariamente per te non cambierà nulla, in compenso io non avrò il dispiacere di avere fra le balle una baciapile che ha rovinato la vita di nostra figlia. Se diventerò di nuovo padre te lo comunicherò, ho incontrato una ragazza deliziosa e non religiosa, ti auguro tanta fortuna.” “Andrai all’inferno con tutte le scarpe!” “All’inferno ci si diverte di più perché ci sono i peccatori, in Paradiso no tutte anime pure come te, adieu.” Arianna ed Ambra seguirono la via della loro vestizione di ‘contemplative’ con cerimonia nella Chiesa di S.Paolo Apostolo alla presenza del Vescovo e di gran parte delle popolazione, un avvenimento eccezionale per i villici, la maggior parte molto religiosa. Le due giovani all’inizio ebbero qualche problema per abituarsi ad una vita dura fatta di sacrifici come quello di dar corso alla regola di Abelardo che prescrive di alzarsi per recitare il mattutino non appena appare la luce del giorno. La loro storia pregressa era stata un po’ particolare: superatigli esami di terza media erano state iscritte ad un liceo classico parificato del convitto S.Anna di Roma. Papà Achille provvedeva a pagare la retta piuttosto salata delle due le ragazze la qualcosa le metteva su un piano superiore rispetto ad altre allieve figlie di persone non abbienti la cui retta veniva erogata da benefattori o dal Comune. Mentre le altre alunne dormivano in cameroni grandi, Ambra ed Arianna avevano a disposizione una camera singola con bagno. Uscivano dal convitto solo allorché un parente veniva a trovarle. Quella solitudine a due le portava a star sempre più vicine soprattutto la notte quando dormivano in un  sol letto. Con l’andar del tempo presero prima a baciarsi per gioco e poi a toccarsi nelle parti intime con la scoperta della sessualità e dell’orgasmo. Ambra, la più intraprendente prese uno spazzolino da denti elettrico, lo rivestì con della tela  e divenne un vibratore artigianale ma efficace: avevano scoperto i piaceri omosessuali. Una volta indossato il velo di monache trovarono il modo di seguitare nei loro giochi omo ma ebbero dei problemi quando si presentò loro don Quintino confessore del convento. Riferire o meno quel loro ‘vizietto’? In caso negativo la loro confessione sarebbe stata nulla e, come scritto nei sacri libri il loro peccato era mortale perché contro il comandamento che prescrive di non commettere atti impuri. Per loro fortuna don Quintino era un giovane prete piuttosto anticonformista e nel constatare che le ragazze erano piuttosto reticenti durante la confessione disse loro: “Apritevi con me, ogni peccato può essere cancellato col pentimento e con la preghiera.” Anche se abituato a sentir tanti peccati, quello era il primo caso di omosessualità e prese tempo prima di concedere l’assoluzione. In crisi con se stesso Don Quintino passò parte della notte in chiesa per chiedere a Dio come comportarsi, verso l’alba andò a dormire, aveva preso una decisione, andare dal Padre Superiore ad esporre il caso ed a chiedere consiglio. Fu ricevuto con tante affettuosità, il padre Superiore era un espansivo di natura ed un ottimista ma quando venne a conoscenza del fatto rimase in silenzio sin quando: “Caro Don Quintino, la risposta dovrebbe essere una sola ma io ho molto meditato in passato sulla nostra religione, senza essere blasfemo penso che ci sia qualcosa da cambiare; nel caso che mi hai esposto ritengo che non si possa mutare la natura umana , non risulta a verità che con delle cure è possibile combattere e vincere l’omosessualità e quindi io e tu ci prendiamo la responsabilità di dare l’assoluzione alle due monache ma che la storia resti fra di noi, i vecchi parrucconi condannerebbero la nostra decisione!” Dopo un anno, un pomeriggio una novità: “Ambra c’è tuo padre in parlatorio.” Le due ragazze si precipitarono ma rimasero perplesse quando videro il buon Achille in compagnia di una donna che sorreggeva una bambina.” “Care ragazze vi presento la mia compagna francese Grace e nostra figlia Elisabetta.” Dopo il primo attimo di perplessità Ambra abbracciò suo padre e Grace e poi: “Mi fai tenere in braccio la bambina, è una bambola per sua fortuna assomiglia alla madre in caso contrario…” “Figlia sciagurata non parlare male di tuo padre..ti voglio tanto bene, potrai immaginare i motivi per cui son andato via di casa.” Intervenne Arianna: signor Rogolino io le debbo tutto” e si mise a piangere. Che brutto effetto faccio alle ragazze, vieni qua, dammi un bacio casto perché Grace è gelosa.” “Non è vero, amo Achille ma non penso che mi tradirà, lo spompo quasi tutti i giorni!” Grande risata da parte di tutti. “Ritornerò non appena possibile, ho impiantato una fabbrica di elettrodomestici che mi assorbe molto tempo, un bacione a tutte e due, qui c’è il mio numero di cellulare.” Don Quintino diede l’assoluzione dei loro peccati alle due monache e prese a frequentarle piuttosto spesso parlando di letteratura e dei loro scrittori preferiti. Stando molto vicini il sacerdote cominciò ad apprezzare l’effluvio sensuale delle due monache, in particolare quello di Ambra ed ‘un giorno dopo l’altro’ in un momento di assenza di Arianna baciò in bocca Ambra, ‘la sventurata rispose’ così pensarono i due ricordando l’episodio della monaca di Monza. Arianna fu messa al corrente dell’episodio e: “Mò che pensi di fare?” “Contatterò mio padre, lui è stato sempre contrario che prendessi i voti, capirà e mi darà una mano per uscire di qui, ormai io e don Quintino (il suo nome è Tommaso) abbiamo deciso di ‘spogliarci’ e andare a vivere
    insieme, lui è laureato in lettere e cercheremo per lui un lavoro con l’aiuto di mio padre, lascerò fuori mia madre per ovvi motivi, non solo non capirebbe ma mi condannerebbe al fuoco eterno!” Evidentemente il legame fisico ed anche sentimentale fra Ambra ed Arianna era ancora molto forte perché Ambra propose alla sua amica  di ritornare ad essere ‘intime’, Arianna ne fu felice, era sola e non intendeva maritarsi. Tommaso ne fu messo al corrente e, dopo un momento di perplessità accettò, non aveva previsto questa soluzione ma, una volta messala in atto ne fu talmente  soddisfatto da cercare di avere rapporti fisici con le due ‘mogli’ quasi giornalmente alla faccia del sesto comandamento!
     

  • 09 settembre 2019 alle ore 9:52
    Racconti stellari - In viaggio verso Marte

    Come comincia: Giorno 1962° di navigazione - Anno del dragone.
     Viaggiavamo ormai da due mesi senza (mai) fermarci; gli equipaggi erano fuori di testa; da una settimana si razionavano i sigari verdi: erano tutti stanchi ed arrabbiati..una rabbia mai vista sul volto di quei ragazzi! Le astronavi incrociavano soltanto asteroidi in quel lento andare, nel nostro lento cammino: neanche una misera stella ad illuminarlo o a schiarire la vista e le idee; né a consolare le nostre stanche membra...finché, finalmente, accadde qualcosa: nei pressi d'un bastione del tempo vi scorgemmo in lontananza un pianeta; esso era grande davvero (più grande di quanto la nostra stessa immaginazione avrebbe potuto immaginarlo o neanche "comprenderlo"!) ma, mentre ci avvicinavamo sembrò esserlo meno: non aveva luna ad illuminarlo ed era sempre al buio. Su quel pianeta vi era solo e soltanto notte. Il giorno dopo decidemmo di atterrare: lo facemmo su di una radura immensa di sabbia e ghiaia, vicino ad un bosco di giganteschi cactus rossi. Trentatre uomini misero i piedi a terra, insieme a me: e ci avviammo. Camminammo, così, diverse ore mentre la foresta, innanzi a noi, si infittiva sempre più di cactus e di mangrovie di cristallo. Quando: d'improvviso ci trovammo innanzi ad una caverna; là entrammo e vi trovammo un'enorme monolito luminoso che chiamammo "moai": credemmo fosse il sacro graal e pensammo, così, che il nostro cammino e la nostra ricerca fossero finiti. Ma non era così. Tornammo alle nostre astronavi, infatti, e viaggiammo ancora: nessuno immaginava che lo avremmo fatto ancora per altri tredici anni, da allora: molti di noi s'ammalarono e poi morirono...alcuni persero l'uso degli occhi e della parola.

    Giorno 3977° di navigazione - Al largo della costellazione del sagittario.
    Sono le ore una e trenta della notte: la situazione è tranquilla. Avvistammo, due minuti dopo, un grosso asteroide che sfiorò le nostre astronavi per qualche attimo...ebbi paura: anche i miei capelli l'ebbero, insieme a me, eppure loro restano sempre impassibili di fronte al pericolo! Dopo poco fece capolino uno sciame di Liridi e Perseidi verdi e rosse. La loro è una bellezza senza tempo! Seguì una enorme testa di ippocampo: l'astronave ballò per un attimo ma nessuna paura, questa volta: è un fenomeno di normale routine. Il tenente Darwin Cook, unico superstite della battaglia di Siberiade, mio attendente fedele, mi offre un buon caffé (ne ho proprio bisogno: tutta la notte dovrò stare sveglio!), dopo di che torna a sedersi davanti al radar. Passarono soltanto alcuni minuti ed egli mi chiamò:
     - Comandante, comandante: presto, venga a vedere! Io, allora, corsi da lui: sul radar scorgemmo un grosso punto luminoso; esso cominciò ad emettere strani segnali...i computers di bordo, a loro volta, cominciarono a trascrivere - all'unisono - dei numeri, una strana combinazione di numeri, soltanto di numeri 0 e 1: 001100011100001110....e così via. Proseguirono per diversi minuti, anzi, vanno avanti per un quarto d'ora all'impazzata. Intanto, là fuori, davanti ai nostri occhi e nel cielo, sopra le nostre teste, niente di particolare sembrava accadere. Il radar, tuttavia, continuava a segnalare una presenza luminosa (sembra sempre più vicina a noi!). Dopo di che i computers ripresero a trascrivere le combinazioni di numeri. Al mattino, tutto finisce. Mi ricordai, però, che decenni addietro, sulla terra, lo stesso fenomeno era accaduto a tutti i computers esistenti. Allora, contemporaneamente in diversi posti, lontanissimi tra loro, ci furono eventi naturali inspiegabili: le coste irlandesi, da nord a sud, furono tormentate per ore da un tornado forza dieci; un enorme uccello dalle piume infuocate si schiantò sulle pendici del monte Isa, nel grande deserto sabbioso australiano mentre i radar stessi dell'osservatorio di monte Palomar, in California, captarono - a loro volta - degli strani segnali alfa. Qualcuno disse che "la grande onda stava arrivando"!
     Il tenente Darwin Cook e io stesso andiamo in cabina per un meritato riposo: la notte è stata lunga! 

    Giorno 6382° di navigazione - Al largo del mare della Noia, nei pressi di Arcadia Planitia.
     Era una notte tranquilla, navigavamo tranquilli. Gli strumenti di bordo segnavano: 49,19°di latitudine nord, 197,09 di longitudine est. Vicinissimi ormai al versante nord estremo del pianeta rosso. Ad un tratto, mentre andavo nella mia cabina a dormire, incrociai il marinaio Chrome Nun, un tipo alquanto strano ma tranquillo. Egli veniva dalla sala mensa e ricreazione, di ritorno - probabilmente - dal breakfast notturno. Mi salutò, io risposi al saluto. Dopo di che lo fermai e li chiesi:
     - Guardati allo specchio, ragazzo: non sembri messo bene, sai?
     - Lo so, signore! - Fece lui. - Dopo aver cenato...
     - Dimmi ragazzo, cosa ti è successo? - Gli chiesi. - Sei più bianco di un lenzuolo, hai l'aria di un colpevole: forse il diavolo ti ha guardato in volto?
     Lui mi disse, con fare affranto: - No, signore: ho interrogato me stesso e non ho avuto risposta alcuna alle mie domande!
     - Cosa hai chiesto mai, ragazzo? - feci, allora io.
     - Bene, signore, - disse lui, - perché mai tutto è oscurato da tutto? Così la gioia dal dolore o il pianto dal sorriso, il cuore dalla ragione?
     - Nessuno lo sa, figliolo! - Neanche io...posso aiutarti - queste risposte devi trovarle da te, nessuno può aiutarti! - Cos'altro, dimmi ragazzo.
     Chrome Nun, riprese a parlarmi. - Sì, certo, signore, - mi fece, - e allora il bianco  e il nero, nero e blu...tutto viene oscurato da tutto, da altro. Come mai, mi chiedo? Come il perdono dalla vendetta o la verità dalla menzogna; e così amor dall'odio, la luna dal sole e la bellezza dal tempo, la vita dalla morte, il ricordo dall'oblio, da lui...
     A quel punto lo interruppi e li dissi: - Ecco figliuolo, hai detto bene: il tempo è il vero colpevole di tutto; è il sovrano di tutto, di tutte le cose, sai? Il tempo governa tutto, la ruggine fa il resto! Adesso vai, ragazzo, riposati: ne hai bisogno!
     - Grazie, signore! - rispose quello.
     Quelle parole avevano intaccato le mie certezze...presi a riflettere anch'io - in effetti, però, nessuno sa il perché delle cose...quel marinaio non ha torto: nessuno sa niente, già! Chi conosce cosa è cosa? Chi è chi? Certo, nessuno...andai così a dormire. Il giorno dopo mi aspettava senza riguardo alcuno circa i miei dubbi e quelli di Chrome Nun!

    Giorno 6988 di navigazione - L'arrivo. Il cammino...la speranza.
      Il tenente Cook era molto inquieto, ormai da qualche ora: è come i cani, avverte il pericolo e le cose molto di più e prima degli altri! Alle tre di notte viene da me, sul ponte di comando, e mi dice:
     - Signore, ci siamo ormai, vero?
     - Sì, ragazzo, è fatta: è il momento quasi...
     Un'ora dopo le navi atterrarono nei pressi di Alba Patera, promontorio che sovrasta il versante nord del pianeta rosso.
     - Eureka! - grida alla radio il maggiore Donovan, mio secondo, dalla Viking: è lui il primo a mettere piedi a terra quando scoccano le ore quattro e zero quattro del mattino, io lo seguii due minuti più tardi. Tutto era silenzio, squallido e quasi surreale: neanche il fruscio di un granello di polvere a intromettersi tra noi. Ma anche così, sebbene non vi fosse nulla di vivace da osservare né di strano da ascoltare, provavamo tutti un grande, smisurato senso di piacere, quasi voluttuoso. Si levarono alcune voci: qualcuno domandò da quanto tempo, millenni o secoli, quel promontorio si trovava in quello stato e per quanto ancora sarebbe durato così. Nessuno rispose. Il marinaio Chrome Nun, intanto, affisse la bandiera della Lega terrestre di fianco ad una roccia color ocra pallido e poi, come suo solito (li accadeva da sobrio più di quanto non potesse accadere quando non lo era!), cominciò a farneticare; anzi, questa volta recitò un te deum alle stelle: - Altri mondi in ascolto (desidero), - disse ad alta voce; - altri esseri incombono durante nuove epoche e strane!
     - Ahi! Ahi! Chrome Nun! Sognatore senza testa, ingenuo sognatore senza capo né coda! - gridò forte Freddy Barrimore, il capo-macchinista della Enterprise.
     - Lascialo sognare! - esclamò il tenente Cook. - Lasciaglielo fare adesso che può: poi...chissà! Il maggiore Donovan ed il suo attendente, Mark Columbus, uno degli ultimi superstiti della razza Caledonian sulla terra (i suoi avi fecero parte dell'esercito della "rabbia giovane" che combatté, in remote epoche ed insieme alla "assemblea legislativa del IV°stato" contro il comitato di "salute pubblica" dei foglianti e degli indipendenti delle paludi per la conquista delle terre dell'amore: fu guerra lunga e sanguinosa...che durò ben mille anni!), si avvicinarono e Columbus mi disse:
     - Ecco le mappe del cammino, signore!                       
     Presi il binocolo e mi misi ad osservare: scorsi di fianco a noi la punta dell'Olympus Mons, un'enorme cratere...i vulcani di Marte sono colossali; lessi nei miei appunti: "l'Olympus è alto ventidue chilometri, la vetta più alta del sistema solare; si trova vicino...". Allora Cook, dopo aver preso la bussola, fece:
     - Latitudine da 60°a 90° nord, signore!
     Siamo nell'emisfero nord del pianeta. La mappa topografica di Marte contiene i rilievi più accurati che si possano avere: furono ottenuti dall'equipaggio della sonda Mars Global Surveyor, mill'anni prima. Cento anni prima di quella, anche il Barracuda IV° aveva tentato di fare altrettanto, ma invano...esplose durante la navigazione nello spazio e trecento uomini diventarono polvere: mangime per le stelle!                                              Sono le ore quattro e trentadue del mattino: dopo il rifocillio a base di torta di mais e latte in polvere ci incamminammo; il cammino da farsi è lungo: ce la faremo, però! Il nostro obiettivo è il Bacino di Newton, una zona vérde e rigogliosa nella Terra Sirenum, di fronte al Cratere di Tolomeo...trecento chilometri più ad est dal punto in cui siamo. La temperatura è costante, sui venti gradi: ottimale per noi.
     L'attuale atmosfera marziana non è più costituita, come in tempi lontani accadde, da anidride carbonica in gran parte: non abbiamo bisogno delle maschere; il sole non emette più le radiazioni che tormentavano in secoli passati il pianeta...la pressione media dell'atmosfera, quì su Marte, è quasi come quella terrestre, oggi: - siamo fortunati di tutto questo! - pensai tra me e me. Intanto avanzavamo tranquilli: la brina del mattino andava via via diradandosi ed un alba azzurrata e vermiglia ci osservava muta...perfino il tenente Cook, adesso, aveva smesso di essere inquieto; e persino il marinaio Chrome Nun aveva smesso di pensare: tutti speriamo in una nuova opportunità di vita, quassù.
     "Nell'era Pre-Noachiana, circa cinquecento milioni di anni fa, - lessi ancora nei miei appunti, - vi era grande presenza di acqua dolce, su Marte, e tutto era...". Oggi sarà così, come allora, credo: già sento i ruscelli di quella terra scorrere nelle mie orecchie...
     Calma piatta; andiamo avanti: il cammino che ci aspetta è ancora lungo, ma arriveremo a destinazione, sani e salvi!                     
     
    da: "Diario di bordo di Hieronymus von Toolbooth, comandante delle astronavi Enterprise&Viking I" ("Quaderni psichedelici", 2017).

  • 08 settembre 2019 alle ore 20:45
    Martino e la pietra bucata (seconda parte)

    Come comincia:  Così, ogni fine settimana (soprattutto di sabato), in prossimità delle diciassette, qualunque cosa accadesse, ovvero sia che tirasse vento, ci fosse un'alluvione od un terremoto oppure scoppiasse improvvisa un'epidemia di pellagra o scarlattina, egli prendeva la sua bici e la canna da pesca per recarsi a dieci, dodici chilometri dal paese, lungo l'argine del Marecchia, il fiume, cioé, che ha foce nel capoluogo (venti chilometri più a est di Verucchio), proprio nei punti in cui quello scorre più placido (gli abitanti della zona son soliti chiamarli "bocche delle sirene") ed i luoghi circostanti sono più tranquilli e solitari: per pescare, appunto, rombi, gattucci o branzini. Accadeva, però, sovente e volentieri che l'uomo prendesse a parlare (per ischerzo, chissà, oppure per far scorrere meno noiose le ore di ozio ed attesa durante la pesca, od ancora perché preso dalla mistica crisi di mezz'età!) con le anatre o le beccacce che sguazzano e starnazzano nell'acqua, con le rane che vi gracchiano dentro oppure coi cani randagi ch'eran soliti transitare nelle vicinanze, agli alberi e finanche alle pietre depositate sul greto stesso del fiume: per dirla in breve, si comportava quasi come una sorta di san Francesco della Romagna, senza il saio e in edizione, riveduta e corretta, anni cinquanta!
     Fu un sabato, appunto, in una notte di fine febbraio (durante la "merla", il periodo più rigido dell'anno dalle sue parti), stranamente tersa e mite, verso le ventitré, che Martino si mise a parlare con una pietra bucata che avea scorto in prossimità di un fossato accanto al fiume. L'uomo, però, mai avrebbe potuto immaginare, in cor suo, né (ovviamente!) prevederlo, ciò che sarebbe accaduto: ossia, di ricevere risposta dalla pietra e, addirittura, (di) dover dialogare poi con essa; ma le cose, invece, stranamente ed inverosimilmente, andaron proprio a quel modo. Egli notò subito la pietra (emanava lucentezza fuori dal comune), la raccolse dall'acciottolato e, dop'averla osservata ben bene, esclamò a sé stesso:
     - Cavolo! Una pietra davvero strana: non ne avevo mai vista una così! (Quella, infatti, oltre ad essere tanto lucente, era al tempo stesso abbastanza sgraziata visto che aveva un grosso buco nel mezzo). La tenne così tra le mani appena qualche attimo, dopo di che la ributtò per terra e... 
     - Forse, chissà, sarà colpa del fiume, - disse ancora fra sé e sé; - in fondo è una pietra come tutte le altre, è soltanto una pietra bucata!
     Dopo di che, si domandò (cioé, la domanda se la faceva da sé stesso ma era come se inplicitamente la facesse alla pietra):
     - E'vero o no, pietra: sei come tutte le altre?
     A quel punto Martino riprese la lenza  e si mise ad aspettare che qualcosa abboccasse. Nel giro di qualche minuto, però, udì una voce che lo chiamava:
     - Ehi tu, straniero, mi senti? 
     Così si girò e rigirò alcune volte eppoi, non vedendo nessuno vicino a sé, pose di nuovo gli occhi sulla pietra e...
     - Sì, dico a te: sono proprio io che ti sto parlando!
      L'uomo non voleva credere alle proprie orecchie ma, tant'é...Prese allora a parlare (anzi, a dar corda) alla pietra.
     - Perché mi chiami così? Non sono uno straniero, sai? Sono un uomo; non sarò il più saggio e perfetto sulla faccia della terra, credimi, ma neanche un beòta né un beone. Sono soltanto un uomo: nulla di meno e nulla di più! (Era pur sempre uno straniero per la pietra; un uomo, appunto: cioé, un essere estraneo a lei e senza nome). Quella, però, non rispose alla domanda diretta di Martino bensì iniziò un discorso per suo conto.
     - Sai, straniero, - disse, - sono bucata, è vero, ma sono pur sempre una pietra! Tu, piuttosto, dimmi, cosa ci fai in questi luoghi solitari ed ameni?
     Martino, oramai, era del tutto entrato nella parte e nel giuoco: rispose così alla pietra, mentendo spudoratamente!
     - Sono quì perché volevo fare...- Si interruppe un attimo e poi riprese a parlare. - Cercavo la pietra filosofale della vita, per chiederli tante cose e che mi svelasse pure alcuni perché: ma ho incontrato te sola...soltanto te!
     - E allora, straniero? - replicò la pietra. - Io sono pur sempre una pietra, te lo dico ancora, magari brutta, e deforme, e bucata, ma sono sempre meglio di niente, non trovi?
     - Va bene, pietra, - disse l'uomo: - scusami, non volevo mica offenderti!
     - Ma, non so...- fece quella, e subito Martino la interruppe.
     - Va bene, va bene così, andiamo avanti, dai, è lo stesso! - Disse annuendo. - Dimmi, ora, cara pietra: quanto dura la vostra vita?
     - Le pietre, sai, - rispose quella, - non hanno vita, una vera vita e così la loro vita, non essendo vera vita, dura per sempre! Hai capito? (Sembravano un vero e proprio scioglilingua le parole proferite dalla pietra alla volta di Martino...)
     - Coooome? - replicò quello allibito. - Che cosa significa questo? Voglio proprio ascoltare la tua risposta, ora: sono quì, tutto orecchie!
     - Sì! Sì! - fece la pietra. - E'proprio come ho detto: stanne certo! Ora ti spiego amico straniero (lo chiamava ancora straniero ma anche amico, adesso!), ascoltami attentamente e credo capirai meglio, spero! La vita delle pietre dura per sempre pur non essendo (vera) vita, pur non avendo inizio né fine: proprio per questo è eterna, sai? Ma la vostra, uomo (era la prima volta che lo chiamava a quel modo: ossia, per ciò che l'altro era realmente) che durata ha?
     Martino, invero, non aveva fugato i suoi dubbi ma rispose ugualmente alla pietra.
     - La nostra vita è come quella di ogni essere vivente, ha un inizio ed ha anche una fine: non è eterna...ma per alcuni, invece, lo è!
     - Che vuol dire? - domandò la pietra. - Cosa significa "per alcuni"? Non è forse per tutti la stessa cosa? Spiegami tu, adesso, amico mio uomo (ora, per la pietra Martino non era più soltanto un uomo ma anche un amico).
     - Pietra, - replicò allora Martino, -  alcuni uomini credono, forse a ragione ma probabilmente penso siano essi soltanto degli stolti o degli illusi, chissà, che la loro vita continui dopo la morte!
     - Forse, sai, - fece la pietra, - hanno proprio ragione loro! O forse, chissà, mio amico uomo, nessuno ha ragione...molto meglio noi, credimi: perché non abbiamo vita, come ti ho detto già. Siamo esseri inanimati, soltanto delle pietre noi!
     Pronunciate che ebbe tali parole, la pietra si zittì seppur solo un attimo: ma dopo quell'attimo riprese a parlare. 
     - Vedi, però, mio caro umano, caro uomo vedi - (questa volta, non a torto né senza ragione lo aveva chiamato dapprima in un modo poi nell'altro: probabilmente era meglio della pietra filosofale che Martino li aveva confessato, poco prima, di stare cercando,...e continuò parlando a metà tra il serioso ed il quasi divertito e soddisfatto), che abbiamo una cosa in comune, io e te? Rifletti e troverai...Qualcosa in comune l'abbiamo proprio noi pietre con voi uomini, sai?
     - E cosa? - chiese Martino. - Che cosa sarà mai questa cosa di cui parli?
     - Non ci arrivi da solo prima che ti risponda io? - replicò la pietra.
     Passarono alcuni minuti pria che Martino rispondesse, dopo di che lo fece abbastanza insicuro e titubante:
     - No! No! beh...non capisco; non riesco proprio a rispondermi pur se ci ho pensato intensamente, sai, pietra? Ma forse, chissà, non ho pensato bene! Prova a dirmelo tu, allora, che vivi tanto in basso, sicuramente più di tutti noi umani, ma pensi più alto, spero...molto meglio di noi a quanto pare!
     - Ma no, caro amico uomo, su, dai, non prenderla così! - esclamò la pietra questa volta. (sembrava che quasi volesse rinfrancare moralmente Martino)...dopo di che si interruppe ancora una volta e poi ricominciò a parlare:
     - Guarda, - disse con voce più ferma di prima, - che tutto sta proprio nella durata stessa della vita, la risposta chiara e semplice è tutta lì. Quella di noi pietre, non avendo vita, non ha neanche durata mentre quella di voi umani finisce...non è eterna seppur voi pensiate, a torto o a ragione non so neanch'io di sicuro, che mai finisca: che duri, cioé, anche dopo la sua fine!
     - Ed allora, cara pietra, dove sta la similitudine? Quale sarebbe la cosa che accomuna le pietre agli uomini? - domandò Martino. - Avanti, spiegamelo tu perché non riesco ancora a trovarla; scusami, ma io continuo a non capire!
     La pietra, dal suo canto, così rispose:
     - Ebbene, mio caro amico, dimmi un po'se "non aver durata e senza fine" non trovi siano la stessa, identica cosa?
     Martino, però, udite quelle parole restò di stucco, poi di colpo pensò tra sé e sé:
     - Chissà mai dove vuole arrivare questa strana pietra? Le sue ripsoste, a volte, paiono divine sentenze, tal altre, invece, enigmi d'un oracolo o della sfinge egizia del deserto: non sono risposte d'una pietra le sue, d'un essere inanimato e senza intelletto, tutt'altro...sembra maledettamente, anzi, filosoficamente umana!
     Dopo quell'attimo breve di ripensamento interiore e di silenziosa incertezza, l'uomo guardò nuovamente in basso, verso la pietra, e annuì abbassando tre volte il capo (parea essere il servitore che si prostra dinanzi al suo padrone!): ma non aveva proprio capito...non aveva capito un bel niente!
     Riprese così daccapo a discorrere chiedendo alla pietra:
     - Dimmi, ora, cara pietra, ma voi siete felici?
     Quella, però, non rispose direttamente ma replicò con un'altra domanda:
     - E voi, amico, lo siete mai, dimmi?
     - A volte sì, a volte no! - fece Martino. - Chissà..ma vedi, pietra, quando lo siamo, se lo siamo davvero, dura ben poco: forse perché quella non è affatto felicità, è soltanto una (qualsivoglia) parvenza di esser felici, l'illusione di esserlo veramente!
     - Allora meglio siamo noi, non trovi? - esclamò la pietra: perché non abbiamo vita e non conosciamo tristezza né gioia.
     Al che Martino ancora una volta parlò tra sé e sé:
     - Cavolo, questa pietra è davvero la saggezza fatta persona; anzi, credo proprio ne sappia una più d'un diavolo! - In quello stesso momento all'uomo balenò in testa (fatto stranissimo, questo, sebbene molto curioso!) un antico proverbio australiano che anni addietro aveva sentito pronunziare in paese da un mercante di borse e cappelli del Queensland sbarcato ad Ancona, proveniente dalla Turchia, e poi giunto in Romagna su un carro trainato da buoi in compagnia della sua merce: "uno dei rari momenti di felicità per un uomo è quando i suoi occhi incrociano quelli di un altro uomo al di sopra di due bicchieri di birra". Dopo, però, annuì senza proferire parola alcuna (alla maniera di prima: con un cenno breve del capo, guardando verso il basso dov'era adagiata la pietra) e si mise a camminare lungo la riva del fiume, in direzione di Verucchio: quasi a voler prendere già la strada di casa; ma, al contrario, non appena ebbe fatti alcuni passi, si fermò e tornò indietro. Si sedette per terra, nel punto in cui era poggiata la canna da pesca, poi chiese alla pietra:
     - Dimmi, cara pietra, saggia e sapiente come sei e tutto scruti dal basso, cosa pensi dell'acqua, del vento, del sole, della luna e delle stelle che adesso illuminano il cielo?
     Allora quella, dopo un attimo di silenzio (che a Martino, tuttavia, dovette sembrare eterno!) esclamò:
     - Credimi uomo, amico uomo, siamo meglio noi pietre che non abbiamo vita e non proviamo sentimenti, non temiamo fortuna o avversità; siam meglio noi, sai, in fondo, che siamo solo e soltanto pietre inanimate: non conosciamo niente; nulla ci interessa di ciò che è sopra di noi! 
     A quel punto Martino, seppur a malincuore, si rivolse alla pietra e la salutò.
     - Addio! - rispose quella: dopo di che si zittì per sempre. L'uomo così raccolse le sue cose, salì sulla bici e si avviò verso casa: era oramai quasi l'alba. Sulla via del ritorno si fermò alcune volte per prender fiato e ripensare a quanto li fosse accaduto durante quella strana notte. In particolare, l'ultima risposta della pietra lo aveva lasciato sostanzialmente dubbioso o forse peggio: di sasso!
     - Avrà ragione lei? ripeteva dentro di sé, mentre sorseggiava un po' di caffè dalla sua borraccia per tenersi in palla. - Oppure, chissà, nessuno ha ragione...e nessuno è sicuro di niente: forse sono davvero meglio loro che sono pietre, minerali e basta senza anima; non si pongono mai domande né si guardano mai allo specchio per cercare di darsi risposte o (ri) trovare se stesse. Quelle non vanno mai alla disperata ricerca di qualcosa, come noi esseri umani, quelle non interrogano mai gli astri per avere risposte, non leggono mai sacri testi per trovare certezze, non frequentano veggenti né maghi o streghe per darsi false speranze o credere in effimere illusioni...Ma certo, sarà proprio così: in fin dei conti nessuno possiede il talismano della sapienza o della conoscenza assoluta in questa vita a questo mondo!
     Giunto che fu alle porte di Verucchio, abbastanza stanco ed anche un po' assonnato, Martino incrociò Prisco Tescari, il vecchio guardiano del camposanto. 
     - Preso niente? - fece quello.
     - Macché, Prisco! - rispose Martino. - Neanche per sogno: questa notte ho pescato soltanto una pietra bucata! (mentiva a metà: nulla aveva pescato perché la lenza era stata in acqua ben poco, ma una pietra bucata l'aveva presa per davvero...all'amo!)
     - Ah, beato te che peschi pietre! - disse l'altro. - Almeno loro ti fanno compagnia. Io, invece, sai, sto tutte le notti da solo, neanche un fantasma viene a trovarmi! Ciao, ci si vede.
     - Ciao, Prisco! - esclamò Martino. - Alla prossima, dai!
     Cinque minuti dopo l'uomo arrivò a casa, aprì la porta, si spogliò e si buttò sul letto. Prima di addormentarsi, però (l'aspettava una sostanziosa dormita perché la domenica è giorno di riposo dal lavoro), fece ad alta voce:
     - Chissà se sognerò? Magari sognerò una pietra bucata e di parlare con lei, o forse...     - si interruppe un momento e poi continuò: - ma sì, che fesserie, probabilmente sognerò qualcosa o qualcuno. Meglio dormire, adesso, ho bisogno di riposo perché lunedi mi aspettano trenta bei sacchi da metter sul carro (eran cipolle rosse e patate novelle raccolte qualche giorno prima, che poi avrebbe portato a vendere al mercato): per quello non serve sognare o farsi domande, basteranno le mie braccia!

    da: "Storie e racconti della bassa".

    Taranto, 10 novembre 2014.

  • 08 settembre 2019 alle ore 11:45
    Buone idee... e guardare la luna

    Come comincia:  - Buone idee: mai darlo a vedere!
    Una volta, quando ero bambino, al porto vidi un marinaio nudo che saltava su una grossa pianta di cactus. Allora, mi avvicinai al marinaio e li chiesi:
     - Perché lo fai?
     Lui, di rimando esclamò: 
      - Lì per lì mi era parso fosse una buona idea...ma tu, bambino, non farlo mai nella tua vita; non sempre, sai, è buona cosa avere buone idee a questo mondo!
     Detto fatto! - In vita mia, infatti, ho avuto tante buone idee: mai, però, l'ho dato da vedere ad alcuno!".

     - Guardare la luna
    Quando guardo la luna, va balenando nella mia mente un turbinio di pensieri e domande: uno solo, però, anzi, una sola diventa uno squillo assillante e sonante e ritorna metodica come una sorta di tic-tac (proprio come quello, a volte contorto, delle lancette degli orologi!), diventando, a volte, vera fissazione:
     - Quanto sarà lontana? Ed ancora:
     - Potrò mai un giorno arrivare fino a lei?

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.  

  • 08 settembre 2019 alle ore 10:44
    Le pietre megalitiche di Carnac

    Come comincia: A Carnac, piccola località francese della Bretagna (dipartimento di Morbihan), posta a metà strada tra Vannes e Lorient, di fronte all'isolotto di Groix, nell'oceano Atlantico, sorge il complesso megalitico più importante - e imponente - di Francia (denominato 2934 menhir) nonché tra i più importanti in Europa (insieme, evidentemente, a quello notissimo di Stonehenge, in Gran Bretagna). Il nome Carnac deriva dal celtico karn, che sta per pietra o roccia, o cairn: ossia, il rivestimento - fatto di ciottoli, pietre e ghiaia - dei dolmen, appunto. Ho appreso dell'esistenza di questo complesso archeologico due anni orsono, guardando in tivù un documentario sul vecchio canale Focus (numero 56 del digitale terrestre): esso trasmetteva interessanti programmi di natura, storia, mitologia, scienza, archeologia, etc. Le gigantesche pietre furono costruite (insieme alle tombe) in epoca antichissima (più o meno intorno al 4000 a. C.) e la leggenda narra che siano stati dei giganti a costruirle. Esse, infatti, sono enormi (la leggenda, quindi, potrebbe essere una ipotesi quanto meno plausibile) oltre a essere numerosissime (circa tremila monoliti). Vengono chiamati dagli archeologi "allineamenti" di Carnac (quelli più importanti sono disseminati nella zona di Kermario, Kerlescan, Mènec, etc.). Per molti rappresentano un modello geometrico ben preciso: ognuna di quelle pietre, infatti, dista dall'altra duemilaottocentosessanta metri o la metà di duemilaottocentosessanta metri! Sono le uniche pietre megalitiche esistenti sulla terra ad essere (ben) visibili dallo spazio: è per questo che alcuni storici, o teorici degli antichi alieni e studiosi di mitologia antica, le ritengono "indicatrici"; ovvero un punto eventuale di contatto con civiltà aliene e/o di antichi mondi, simili a un odierno segnale stradale. L'ipotesi più diffusa è questa: erano l'indicatore di una antica astronave e di un' antico astronauta chiamato Apollo!
     In conclusione voglio dire che il sito di Carnac (al pari di quello di Stonehenge, citato in precedenza; di quello di Ahu Tongariki, nell'isola di Pasqua - Polinesia cilena - nota per le statue moai dal volto umano; o ancora di Chichén Itza, in Messico, noto per le rovine maya) è una delle inspiegabili cose, dei "fatti" inspiegabili del nostro pianeta: è inspiegabile, cioé, come le pietre possano essere state costruite (nella fattispecie di Carnac, appunto) e poi allineate a quel modo precipuo, da esseri che in tutta probabilità (anzi, con assoluta certezza, direi!) non conoscevano ancora le basilari nozioni della geometria né del calcolo matematico. Del resto, quelle costruzioni non sono le uniche cose - o fatti - inspiegabili esistenti. Come non ricordare, altresì, che la vita è la morte siano fatti inspiegabili; così come il fatto, altrettanto inspiegabile, che la terra non sia altro che una minuscola entità inserita all'interno di quelle che io chiamo "scatole cinesi" dell'universo (fatte di pianeti, galassie, mondi sconosciuti che si aprono e rimandano ad altrettanti pianeti, galassie e mondi sconosciuti!); che l'essere umano e la natura stessa siano cose e fatti inspiegabili; che esso stesso [l'uomo] sia una minuscola particella del tutto: il fatto più inspiegabile di tutti, ovvero il fatto dei fatti!

  • 08 settembre 2019 alle ore 8:06
    Il Cinematografo

    Come comincia: La presa della mia mano sulla fetta di “pane e burro e zucchero” è insicura. Ma è pur vero che sia l'ora della merenda, dovunque io mi trovi. Mamma è inflessibile su questo. Lo aveva preso dalla borsetta, accuratamente incartato. Percepisco l'untuosità tra le mie dita, mentre cristalli di zucchero mi riempiono il palmo della mano. Quella tenda pesante, di colore rosso scuro, è un muro invalicabile. Di là, oltre quella barriera odorosa di polvere, c'è un suono che mi sembra di riconoscere. Una sirena, più aspra di quella, imponente e lamentosa, che annuncia i bombardamenti in paese. Ci provo a mordere un pezzo di pane, solo per una rassicurazione sensoriale. Il burro va sul labbro superiore, lo zucchero precipita sul cappottino. Mia madre ora crea una fessura in quel antro buio. Ha spostato di poco la tenda. Sento che mi spinge da dietro. -“Entra!”- Il suono m'investe. L'oscurità è rotta da un lampo di luce su di uno schermo bianco, che occupa un'intera parete. Che sarà mai questo luogo misterioso. Vedo ombre umane sedute, bagliori di occhi. Ora il suono è insopportabile per l'orecchio di un bimbo. Esce da un'auto che insegue un'altra auto, sul muro della sala, come se fosse una pittura in movimento. Spari. Ma la guerra non è finita ancora? Vengo preso dal terrore. Piango rumorosamente. Una voce aspra mi zittisce, imperiosamente. Mi sta sfuggendo di mano il “pane e burro e zucchero”. Ora lo sto calpestando. -“Non aver paura, è il cinematografo”- la voce di mamma.
    .

  • 07 settembre 2019 alle ore 17:39
    Si va, Signore!

    Come comincia: Giorni fa, in una libreria di Porta Maiella, a Napoli, ho ritrovato un libro della mia infanzia: “Il negro del Narciso” di Joseph Conrad. Quelle poche righe : “ Barra al vento! “ - “ Fiocchi in centro. Pronti ai bracci di prora al vento “ –
    " SI VA, SIGNORE !"
    Il Narciso scivolava fuori dalla tempesta e tu mi sorridevi, padre, nella tua lettura di vita, a me ragazzo, che altre tempeste avrei dovuto affrontare. Ricordo ancora quel pomeriggio di settant’anni fa. Ne vedo la luce cristallina di una Genova di primavera, quando da via Acquarone, la Lanterna era un quadruccio da portar via da una bancarella di Prè. Forse la merenda di mia madre, parca, fatta di pane e di un velo di panna. La tua vestaglia che odorava di tabacco e di Lavanda Col di Nava. Ne eri entusiasta di quelle pagine di Conrad. Ma era l’avventura di mare che ti chiamava, quell’avventura di vivere che mi hai comunicato.
    "SI VA, SIGNORE !" Quante volte quell’urlo dall’alto dell’alberatura, mi è ritornato nella vita, quando questa sembrava arrestarsi per un contrattempo, un affanno, un disamore. Quante volte nei dei giorni di dolore ho atteso quell’urlo: “ SI VA, SIGNORE !"

  • 06 settembre 2019 alle ore 8:09
    CACCIA ALL'INNAMORATO

    Come comincia: Nino V. aprendo le mail del computer trovò uno scritto   non identificabile perché mancante dei dati essenziali e per di più scritto in inglese lingua che lui, impiegato alle poste non conosceva. Chi meglio di sua moglie Fatima R., insegnante di lingue poteva dargli una mano? “Amore mio traduci stó scritto, non sarà qualche tuo innamorato?” “Non può essere perché con quel tale ci sentiamo solo per telefono.” Così eliò Fatima ma quando finì a mente di tradurre rimase basita, chi poteva essere che avesse scritto quel brano amoroso che prima rilesse forte in inglese per essere sicura di poterlo tradurre correttamente, il testo: ‘My Darling, i decided: enough with the vision of your smile that penetrates my brain and gives thee stura to my fantasies; enough to savor your effluvium that radiates in my interior and esplode in a sea of excitingsensations; it is enough with your breath as hot as the sand of the desert and that envelops me in a whirlwind of pleasant sensations; it is enough with your very seet vision that slowly moves away untilit disappears; it is enough with the fantasy of your breast covered by a transposing veil, which rises and falls rhythmically; enough with the diaphanous hands that caress my face; enough with yourthighs that hold my face inondate with sweet, fragrant and warm foam; enough with your eyes half open that penetrate my heart and give me a daily suffering. In the morning I see you leave the house. I walk among the people and I see you by my side smiling but you’re just an elusive ghost!’ “Che ne diresti di far capire qualcosa anche a me?” “Traduzione: ho deciso: basta con la visione del tuo sorriso che penetra nel mio cervello e dà la stura alle mie fantasie, basta assaporare il tuo effluvio che si irradia al mio interno ed esplode in una marea di sensazioni eccitanti, basta col tuo alito caldo come la sabbia del deserto e che mi avvolge in un turbine di sensazioni piacevoli, basta con la tua visione dolcissima che si allontana pian piano sino a dileguarsi; basta con la fantasia del tuo seno coperto di un trasparente velo che si alza e si abbassa ritmicamente, basta con le tue mani diafane che mi accarezzano il viso, basta con le tue cosce che trattengono il mio viso inondato di dolce, profumata e calda spuma, basta con i tuoi occhi socchiusi che mi penetrano nel cuore e mi danno una sofferenza quotidiana. La mattina di vedo uscire di casa, cammino fra la gente e ti immagino al mio fianco sorridente ma sei solo un fantasma inafferrabile!” “Un applauso al poeta. Sarà facile beccare questo signore, ho amici presso la Polizia Postale, domani saprò chi è.” “Non saprai un bel niente, il tale è un furbacchione che è riuscito a scrivere la mail senza mittente e senza dati di riferimento. Nino non replicò, a letto, sino a notte inoltrata cercò una soluzione al problema, trovata: avrebbe interessato tutti gli inquilini perché la mail sicuramente proveniva dal suo palazzo. Nino il lunedì telefonò al direttore dell’agenzia di poste dove era impiegato, chiese ed ottenne sei giorni di licenza e si mise subito all’opera. Il suo era un isolato di quattro piani più il seminterrato situato nella circonvallazione di Messina; cominciò da lì, una palestra grande quanto due appartamenti. La titolare Tecla N. era una signora o meglio signorina non molto alta ma molto muscolosa causa l’allenamento continuo, i capelli corti a spazzola davano più un’idea di mascolinità che di femminilità, anche la voce…”Signor?” “Sono Nino V. abito al quarto piano vorrei farle una domanda, lei possiede un computer?” “Non ce l’ho né mi interessa compralo,  lei è un venditore di computer?” “No signora è che hanno fatto uno scherzo a mia moglie e sto investigando chi può essere stato.” “Conosco sua moglie, bella donna ma non sono stata io, le avrei parlato, volentieri di persona ma la sua consorte va direttamente in macchina e non  si ferma da me, qualora avesse bisogno…” “Grazie madame, riferirò.” Nino comprese troppo tardi delle inclinazioni sessuali  di Tecla! Suonò il campanello dell’appartamento del primo piano a destra. Aprì una signora anziana che dimostrò subito di essere un’allegrona: “Si accomodi anche se non ci conosciamo, mi pare che lei e sua moglie siete venuti da poco ad abitare qui, io sono Eva S. andiamo in salotto, questo è mio marito.” “Sono Attilio R. non sto molto bene in salute, io e mia moglie siamo emigrati per trent’anni in Australia, io per guadagnare di più lavoravo in miniera e questo mi ha portato ad avere, fra l’altro, un enfisema polmonare, siamo ritornati nella nostra bella  Sicilia, voglio morire qui.” “Mio marito ha dieci anni più di me, è un pessimista, io non penso alla morte anzi ho sempre voglia di divertirmi, se potessi...” Eva non finì la frase ma non ci voleva molto a capire il suo pensiero. “Le offro un caffè ed anche dei pasticcini, io sono molto brava in culinaria!” Nino assumeva un solo caffè al giorno e per di più decaffeinato ma dinanzi a quel torrente di donna fu costretto a bere il caffè non decaffeinato ed anche qualche dolcetto in verità buono. Era evidente che i due coniugi non potevano possedere un computer in ogni caso non era certo Attilio a poter aver scritto quella dichiarazione d’amore. Nino si disse che per quel giorno ne aveva avuto abbastanza, a letto prese sonno più in ritardo del solito, la caffeina…La mattina dopo alle dieci suonò il campanello dell’inquilino del primo piano a sinistra. Dopo un po’ un ‘gorilla’ aprì la porta con aria assonnata. “Guardi io non compro nulla, fra l’altro stavo dormendo.” “Le mie scuse.” Si presentò e ripeté la storiellina della mail trovata nel suo computer. “Io sono Golia T. marò delle navi di traghetto private, non conosco né posseggo un computer, non posso esserle utile.” “Di nuovo le mie scuse.” A Nino rimase impresso il nome Golia che si addiceva perfettamente al personaggio. Non si scoraggiò e riprese le sue indagini suonando all’appartamento del secondo piano a sinistra. “Chi è che bussa a stò convento?” La frase era stata pronunziata da chi aveva aperto la porta, un giovane circa trentenne vestito con pantaloni sino alla caviglia neri e con un giubbotto rosa. “Venga signore anche se non ci conosciamo, penso di averla vista qualche volta, io sono Fosco L. complimenti per il suo fisico.“ Pure un omo gli doveva capitare. Volevo sapere se lei possiede un computer…” Si pentì subito della sua domanda, non era certo quell’individuo a poter aver scritto quella mail. “Si ne posseggo uno aggiornatissimo, ricevo molte proposte ma io non sono facile a fare amicizia ma se trovo… sono maestro di ballo, ho la scuola in via Cannizzaro, qualora lei volesse fruire dei miei insegnamenti…” “La ringrazio ma sono un vero orso, grazie comunque.” Appartamento di fronte, sulla porta una targhetta Ennio V. – Adelaide F., a  Nino sembrò strano che ci fossero pure i nomi oltre i cognomi, era inusuale. Aprì la porta una signora circa trentenne vestita, si fa per dire di un baby doll rosa che lasciava ben in vista gambe lunghissime e seno prorompente oltre ad un bel viso, insomma un gran pezzo di…”Cara chi è?” “Penso un signore che abita nel nostro stesso palazzo, si accomodi io sono Adelaide  e quello che sta per arrivare è mio marito Ennio, si accomodi, non si preoccupi di mio marito, siamo una coppia aperta, sono a sua disposizione, certo costo un bel po’ ma ne valgo la pena da quello che mi dicono.” Cazzo pure una mignotta con relativo magnaccia, che razza di scala! “Signora volevo sapere se possedete un computer?” “Ma le pare che io ne possa fare a meno, i miei clienti non usano il telefono, con tutte queste intercettazioni… ma lei ha un interesse particolare per chiedermelo?” Nino ripeté la storiella della mail il che portò i due coniugi a risate omeriche. “Le pare che mio marito…in ogni caso sono a sua disposizione qualora avesse bisogno di…” “Un sentito ringraziamento, lei una donna deliziosa!” Nino non aggiunse ed anche una gran puttana, lo pensò solamente e si domandò se nella sua scala ci fossero delle persone normali, ammesso che oggi esista la normalità. Riposo di mezza giornata dalle indagini ed a sua moglie che gli domandava notizie: “Finora niente ma sono solo al secondo piano.” Nuova giornata, nuova indagine, nel suonare il campanello della porta di un appartamento di destra del terzo piano Nino si domandò che ‘fauna’umana potesse incontrare e fu subito accontentato nelle previsioni negative, da dietro la porta una voce femminile con alto tono: “ ’Mbecille la voi aprì stà cazzo di porta?”  Voce di un uomo: “Ti fa schifo andarci tu?”  Finalmente ‘stà cazzo di porta’ fu aperta dalla  signora spettinata con indosso una vestaglia  ‘sdrucinata’: “Ci conosciamo? Prima di farla entrare voglio sapere cosa desidera.”  “Sono Nino V. dell’ultimo piano. Forse è meglio che torni un’altra volta.” “Oggi o domani a casa nostra c’è sempre buriana con quello stronzo di mio marito, entri pure, io sono Caterina F. quello di là è Carlo N.” Nino per l’ennesima volta ripeté la storia della mail, come conseguenza: “Le pare possibile che un coglione faccia delle proposte oscene ad una signora, a quello non gli funziona più da un pezzo, glielo posso assicurare quindi…” “Grazie signora sarà per un’altra volta.” “Anche un’altra volta troverà una signora incazzata ed un impotente stronzo!” Con questo ‘viatico’  Nino si rifugiò a casa sua senza rispondere alle domande della consorte, desiderava solo un po’ di silenzio rilassante. Ripresa delle indagini il giorno dopo, Nino bussò alla porta del terzo piano di sinistra. Aprì in signore molto particolare: non alto, tarchiato, barba non rasata, panciotto nero come pure giacca e pantaloni, la coppola finiva per far definire il cotale probabilmente un mafioso. “La canuscio, lei abita al piano de supra, io sugno Salvatore G., Maria veni, c’è il signor Nino V. del quarto piano.” Si presentò la signora molto più fine del marito: ”Sono Maria F. nordica per mio marito anche se sono napoletana, lui ha idee molto personali della geografia.” “È un  piacere conoscerla come pure vorremmo  che anche sua moglie ci facesse visita.” “Glielo dirò, a presto.” Nino capì che domandare se avessero un computer era inutile, anche se l’avessero avuto …” Era rimasta l’inquilina dello stesso piano di Nino, una signora divorziata a nome Giulia P. col figlio Matteo N., eh che fare? Fra l’altro la dama quarantenne era decisamente bella e soprattutto di classe, Nino ci aveva fatto un pensierino ma… c’erano troppi ma, Nino si disse che aveva un buon motivo per contattare la signora, suo figlio Matteo N. era ormai un uomo, diciassettenne e dal fisico atletico, che non fosse stato lui? Giulia gli aprì la porta e invitò Nino ad entrare, la signora aveva avuto una non buona esperienza in campo amoroso con un marito ‘mignottaro’ motivo per cui lo aveva lasciato, non aveva voluto nessun assegno di mantenimento da parte sua per non averci più a che fare, era ricca di famiglia. Matteo era un po’ la preoccupazione di sua madre, era in un’età di crescita e non frequentava delle ragazze come i suoi compagni, questo aveva messo in allarme la signora che però non era riuscita a cavar nulla dalla bocca del suo pargolo circa le sue inclinazioni sessuali, era un introverso. Nino riferì anche a lei la storiella della mail lasciando perplessa Giulia la quale fece un gran sorriso a Nino assicurandogli che avrebbe parlato con suo figlio. Stavolta Matteo uscì dal suo guscio e confessò alla madre la verità, era stato lui che, anche se in modo poetico e non volgare, aveva fatto capire alla signora Fatima che…Giulia pensò a lungo come comportarsi, decise di contattare Fatima: “ È stato mio figlio ad inviarti quel messaggio, Matteo mi ha sempre preoccupata perché non frequenta ragazze, non vorrei che…ti parla una madre, anche se tu non hai figli forse mi potrai capire…non so che altro dirti, sono nelle tue mani, sono disposta a  qualsiasi sacrificio anche finanziario purchè Matteo… Fatima rimase ovviamente perplessa, aveva ben capito le intenzioni del giovane ma passando all’atto pratico cosa poteva accadere, suo marito  come l’avrebbe presa? La sera riferì a  Nino quanto appurato e le parole di Giulia. “Dormiamoci sopra mia cara, domani avremo le idee più chiare.” Solo che lo ‘zozzone’ le idee chiare ce le aveva già, in cambio della moglie si voleva ‘fare’ Giulia. I due coniugi guardandosi in viso senza parlare inquadrarono la situazione, si abbracciarono contenti della nuova avventura, Fatima  aveva apprezzato le ‘fattezze’ del giovane, Giulia non aveva una particolare attrattiva per Nino sarebbe stato un sacrificio perché i figli ‘so pezzi e core’, uno swapping effettuato per beneficienza!

  • 06 settembre 2019 alle ore 8:04
    MORIRE? È MEGLIO VIVERE.

    Come comincia: Ognuno di noi dirà che è un pleonasmo ma dalla mia esperienza  di vita vissuta m’è venuto qualche dubbio. Recentemente alla televisione si è vista l’intervista ad una certa Amalia Rossi di trenta anni che stava per recarsi nel Nepal per scalare l’Himalaya.  La ragazza,  alla domanda del cronista circa i pericoli cui poteva andare incontro rispose che li aveva messi in conto, anche quello di morire sul posto. E così fu, i giornali riportarono la notizia della sua caduta in un crepaccio e relativo decesso. C’è da domandarsi: che razza di attrattiva poteva avere per lei la montagna per correre il pericolo di morte? Noi persone normali diremmo che è una follia, in democrazia bisogna rispettare le idee degli altri e quindi…Simile discorso vale per tanti giovani che vanno in coma e talvolta perdono la vita per aver assunto droghe sempre più potenti perché assuefatti a quelle leggere. Ai  tempi che furono(scusate la frase un po’ retriva) i giovani pensavano a ‘conquistare’ le ragazze anche perché c’era in giro tanto puritanesimo molto raccomandato dalla chiesa cattolica in osservanza del sesto comandamento ma spesso accadeva, i ‘pischelli’ andavano in bianco. Oggi i giovani maschi, poiché hanno alla loro portata il sesso facile, in qualche caso lo snobbano tanto che talvolta sono le ragazze a prendere l’iniziativa! La mancanza di voglia di vivere può talvolta dipendere da uno stato depressivo dovuto ad eventi spiacevoli cui gli interessati non sanno reagire. Un esempio? Roberto M. la cui bellissima moglie Miranda S. non aveva fatto onore al suo nome ed aveva ‘preso il volo’ con un giovane squattrinato molto atletico. Ora sono di moda i toy boy non solo fra le attrici ma anche per le comuni mortali come accaduto alla moglie di Roberto  che si era portata appresso tutti i quattrini che era riuscita a racimolare. Suo marito innamorato di lei, caduto in depressione era stato costretto a mettersi in aspettativa per motivi di salute dal suo impiego di ingegnere al Genio Civile.  Passava il tempo  a letto o sul divano, si lavava raramente e mangiava quello che la portiera Cesira F., addetta anche alle pulizie di casa le preparava con tanto affetto perché innamorata di lui ma era tanto bruttina che l’Albertone, pur accorgendosi dei suoi sentimenti  non la prendeva in considerazione.  Un giorno piovoso  e dal vento forte che scuoteva le cime degli alberi, Roberto particolarmente depresso pensò che la sua vita inutile non andava più vissuta e pensò di gettarsi dal balcone della sua abitazione di Messina in via Risorgimento ma un lampo nel suo cervello: gli venne in mente la storia di un funzionario di un istituto di credito che si era buttato da una finestra del suo ufficio restando però a terra per una mezzora fra lancinanti dolori prima di morire, questo il verdetto del medico legale che fece desistere Roberto dal compiere l’insano gesto. Dell’assenza dall’ufficio se n’era accorta la collega Raffaella V. che era infatuata dell’ingegnere il quale, prima della ‘disgrazia’ era sempre sorridente ed allegro.  Il marito della cotale si era trasferito in Germania non riuscendo a trovare a Messina un impiego di geometra. Roberto ricevette una telefonata a cui rispose con un ‘pronto’ stentato: “Sono Raffaella avrei bisogno di una spiegazione per una pratica d’ufficio che solo tu puoi darmi, che ne dici se vengo a trovarti?” “Meglio di no, sono impresentabile.” “A me piacciono gli impresentabili” chiosò Raffaella, “Oggi pomeriggio sarò a casa tua, ciao.” Raffa bruna, capelli ricci, media statura occhi sempre sorridenti, vita stretta, sculettante quando camminava (lo faceva apposta.) Si era messa in ghingheri la signora,  conoscendo la storia di Roberto e della sua depressione pensò che la miglior cosa quella di apparire sexy. Ricordò gli aforismi: ‘L’amore  fa girare il mondo, la solitudine si coniuga con le corna, una volta la monogamia voleva dire una persona per la vita, oggidì una persona per volta!’ Alle quindici  suonò il campanello a casa di Roby, come lei preferiva chiamarlo, l’abitazione era stata messa in ordine malvolentieri da Cesira che immaginava l’arrivo di una donna. Roberto si era rasato poi lavato con un bagno-doccia profumato, anche psicologicamente si sentiva meglio. “Pensavo peggio, ti vedo pimpante e deliziosamente profumato, quasi quasi.., “ Raffaella cercava di essere spiritosa, fece vedere del carteggio a Roby che le diede delle spiegazioni e poi:  ”Approfittiamo della giornata soleggiata, andiamo sul lungo mare sino a Torre Faro, sotto ho la mia Mini.” A quel punto Roberto ricordò di aver abbandonato in un garage la sua Alfa Romeo Giulia, telefonò al padrone chiedendogli di metterla qualche volta in moto, appena possibile sarebbe andato a ritirarla. Raffa:“Così mi piaci, ritorno alla vita, anch’io ho dei problemi ma cerco di superarli, io vorrei…” “Non so quello che vorresti ma se parli di sesso ‘ciccio’ non si alza nemmeno con una carrucola!” “Io sono più brava di una carrucola, per ora andiamo a fare un giretto.” Sulla circonvallazione del lago di Ganzirri Roberto fece fermare l’auto  dinanzi ad un ristorante il cui padrone era un vecchio amico. “Roberto è ancora presto per la cena, ti posso offrire un aperitivo, mi presenti la signora?” “Salvatore questa è Raffaella una collega d’ufficio, le ho tanto parlato bene del tuo ristorante che è venuta apposta per conoscerti.”Nel frattempo Raffaella era andata in bagno e Salvatore: “Scusa la domanda ma che fine ha fatto tua moglie?” “Ha preso il volo, si è innamorata di un giovane squattrinato che le succhierà sino all’ultimo centesimo ma ormai è storia passata.“ “La tua collega mi sembra una ragazza in gamba, è solare ed anche affettuosa nei tuoi confronti, l’ho notato quando sottobraccio ti guardava in viso sorridendo.” “Salvo mó ti metti a fare lo psicologo? Ci ripresenteremo allora di cena.” Raffa puntò ‘auto verso i monti Peloritani: “In questo silenzio  il respiro del vento solleva l’anima e intenerisce il cuore.” “Salvo è diventato psicologo, tu poetessa, io…” “Tu per me sei una favola, intanto baciami vediamo se ti ricordi ancora come si fa.” Roberto se lo ricordava e mandò in brodo di giuggiole Raffa. “Questo come aperitivo, andiamo al ristorante mi s’è svegliata una fame, ma una fame… insomma ho fame.” “Non copiare i detti altrui, intanto vorrei sapere a che fame ti riferisci, ti conosco mascherina!” “A tutte le fami del mondo, non fare lo gnorri sto pensando  quale carrucola usare.” Cena splendida, tutto a base di pesce che Salvo aveva acquistato da pescatori locali: tagliatelle ai quattro gusti, cozze galleggianti in un brodetto saporitissimo, seppie e canocchie al sugo, una montagna di insalata mista, ananas e poi vino Verdicchio dei Castelli di Jesi che Salvo offriva agli ospiti di riguardo. Una ananas finale poi: ”Pago io.” “No pago io.” Salvatore: ” Offro io così la finite!” Raffa per ringraziamento abbracciò il padrone del ristorante con la promessa di ritornare. “Si ma da sola senza  lo chaperon!” “Dove cacchio l’hai imparato il francese?” “Alla legione straniera in Algeria, con le donne aiuta molto come quel detto: ‘ Femme qui rit c’è déja dans ton lit.’” “Raffaella non ride e tu vai in  bianco, furbacchione! Di nuovo grazie.” “Vorrei restare a dormire da te, intanto mi faccio una doccia rinfrescante, fa un po’ caldo.” “È luglio cosa pensavi… “ “Pensavo di prendere a schiaffi ‘ciccio’ così si incazza e tira fuori la testa!” “Il mio ingegnere capo, Giuseppe R., ha contattato un suo amico psicologo che, al mio rifiuto recarmi nel suo studio, è venuto qui a casa con mia grande sorpresa. Referto: sono diventato impotente perché ancora innamorato di mia moglie! Il verdetto è deprimente sono condannato per sempre all’impotenza!” Raffaella pensò di aver trovato una soluzione al problema, andò in farmacia di proprietà di una sua amica e si fece dare un prodotto di quelli che sono indicati per chi ha problemi di erezione. “Caro stavolta freghiamo pure lo psicologo, guarda che ti ho comprato, serve…” “Non prendo sté porcherie!” “Ti chiedo un favore, assumi stà ‘Levitra’, così potremo dire di averle provate tutte.” Roberto si fece convincere ma male gliene incolse: dopo circa dieci minuti si sentì svenire e, tutto sudato si stese sul divano, ci volle mezz’ora prima di riprendersi. Dopo l’esperimento non riuscito non si parlò più di sesso fra i due. Raffaella cercava di sminuire la situazione: ”Va bene anche così, siamo come fratello e sorella!” Roberto e Raffaella presero a frequentarsi sempre più, andavano insieme al cinema, al ristorante, in giro per la città e qualche volta anche a Taormina. Il buon Hermes, protettore di Roberto da sempre  pagano pensò ad una soluzione per il suo adepto: far ritornare a casa Miranda e così fu. Una domenica mattina un bussare forte alla sua porta d’ingresso, ancora addormentato Roberto aprì l’uscio e si trovò dinanzi una Miranda irriconoscibile: un occhio nero e tutti i vestiti strappati, non c’era nulla della sua precedente bellezza; in un attimo Roberto dovette prendere una decisione…  fece entrare in casa la sua ex moglie o meglio la moglie perché non si erano mai separati ufficialmente. Miranda senza parlare andò in bagno, si lavò alla meno peggio si rifugiò nella stanza degli ospiti. Roberto, imbambolato ritornò a letto, chiuse gli occhi, non voleva pensare a nulla, la nuova situazione lo aveva trovato totalmente impreparato. Decise di mettere al corrente  Raffa del ritorno di Miranda e…”Tu naturalmente l’hai fatta entrare, dopo tutto quello che ti ha fatto passare, non so come definirti!” Pur nella confusione mentale, Roberto  non volle mandar via di casa la moglie, fra l’altro Miranda non aveva nemmeno un vestito decente ma i problemi erano ben altri: come conciliare la presenza di due donne in casa sua, come si sarebbe comportata Raffaella che ormai si considerava sua fidanzata?  Miranda alle tredici si presentò in cucina, era affamata, mangiò quello che era rimasto del pasto del marito a si mise a sedere sul divano. “Vorrei sapere come è andata a finire la tua storia anche se vedendoti non ci vuole molto a capirlo.” “Quel disgraziato era un magnaccia, alla mia richiesta di farmi conoscere come erano finiti i soldi mi ha preso a botte ed è sparito dall’appartamento che avevo preso in affitto, cercherò di non crearti problemi ti sarei grata se andassi a comprarmi  della biancheria, così conciata mi vergogno di uscire.” La fidanzata per un giorno non si fece viva, poi una sorpresa: Raffaella si presentò con un vestito e della biancheria intima da donna in mano: “Penso che starà bene a tua moglie, è una misura più grande della mia. Non fare quella faccia, mi ritengo una sciocca ma…” “ Sei una donna fuori dal comune, qualsiasi altra…” “Bene stabilito che sono una donna fuori dal comune penso che dovremmo organizzarci, io non ti mollo, t’è capì?” Dopo una doccia ed essersi truccata Miranda, malgrado l’occhio nero sembrava un ‘altra.” Hai visto come facciamo noi donne  a cambiare subito il nostro aspetto, basta un po’ di trucco e, pensandoci bene l’occhio nero le sta bene!” La battuta di spirito era una proposta di tregua fra le due signore, Roberto ne fu lieto, tutti i maschietti dinanzi a due femminucce litigiose non sanno mai che pesci prendere! Chi rimase basita fu Cesira che non riusciva a comprendere in nessun modo la situazione creatasi a casa di Roberto, finì per non recarvisi più, due donne bastavano al signorino! Una notte di un sabato Raffa restò a dormire nel letto matrimoniale di Roberto, Miranda, situata sempre nella stanza degli ospiti, si alzò di buonora e si mise a cucinare. Il profumo dei cibi andò alle nari di Raffa che recatasi in cucina fece i complimenti a Miranda: “Sei una scoperta, non ti faceva così brava come cuoca!” Era una dichiarazione di pace. “Roberto che ne dici di andare in pasticceria, per favore compra dei cannoli.” Quella si dimostrò una scusa perché Raffa voleva avere un  colloquio con Miranda senza testimoni. Al rientro Roberto trovò un’atmosfera completamente cambiata, molto più distesa di prima, chissà cosa si erano dette le due signore. La spiegazione avvenne la sera prima di andare a letto Roberto si trovò dinanzi due bellezze femminili coperte solo da una camicia da notte molto sexy. Alla prova dei fatti si capì che la diagnosi dello psicologo era  esatta, Roberto sempre innamorato di Miranda ebbe la prima erezione dopo molto tempo. Roberto era dubbioso sul funzionamento del trio ma andando indietro nella storia ricordò che quel numero era perfetto nel Taoismo, nell’Induismo, fra gli Egizi e fra i Cristiani e ricordò che i nati sotto quel numero avevano inclinazioni caratteriali come l’ottimismo, la creatività, ed un forte entusiasmo, lui era nato il 3 settembre ed allora via al ‘volemose bene’ alla romana!
     

  • Come comincia:                                                      Ho passato tutto il giorno a bere del thè kukicha e                                                             caffé arabo profumato allo zenzero: la notte, però,                                                             è stata una vera e propria "camomilla"!

     Il thè kukicha è una particolare qualità di thè verde endemica del Giappone, la quale presenta una superba ed insolita combinazione di foglie verdi e piccoli rametti bianchi: ed è proprio l'unione tra questi due componenti che produce il gusto unico di questa bevanda, una sorta di mix tra il sapore perfettamente erboso del thè verde e il dolce gusto delle castagne. E' risaputo come i giapponesi siano grandi bevitori di thè (ed al pari dei britannici direi anche grandi cultori ed esperti dello stesso) ed altrettanto grandi e rinomati consumatori di pesce: è per questi due precipui motivi, infatti (e non a caso) che essi siano anche tra i popoli più longevi della terra. Scientificamente provato è il fatto che tanto il grosso consumo dell'una (la bevanda thè), quanto dell'altro (l'alimento pesce) favoriscano, anzi, rallentino l'invecchiamento cellulare e dell'apparato cardiovasclare nell'essere umano: per una serie di motivi tra cui quelli di essere ricchi di sostanze antiossidanti, fosforo, grassi insaturi (i famosi omega 3), antociani e quant'altro. Ora, però, facciamo un balzo di latitudine non indifferente e rechiamoci, metaforicamente, dalla parte opposta del globo: in Sardegna. Anche lì, a quanto pare esiste (statisticamente provato) una delle più alte concentrazioni di ultra centenari sulla faccia della terra: il fatto strano, però, volete sapere qual'é? Ebbene, scherzi della geografia  a parte, ci sarebbe da dire che da quelle latitudini non sanno neppure come sia fatta una pianta da thè; mi verrebbe quasi da dire...misteri della fede, anzi, del thè!
     I francesi, al contrario dei loro amati-odiati cugini d'oltremanica (li accomunano, beati loro, tantissime tradizioni, tantissime parole, tantissima cultura e, soprattutto, decine di migliaia di anni di buone e salutari guerre!) non sono granché bevitori di thè; al contrario, però, non disdegnano la buona tavola (di molto superiore, direi, qualitativamente parlando, a quella dei loro parenti!) né il buon bere (altrimenti dicasi "qualche quartino di buon rosso" e...non solo!): hanno, tuttavia, un tasso di mortalità inferiore (o meglio: vivono più a lungo) rispetto a finlandesi, lapponi e altri abitanti delle pianure sarmatiche, i quali non bevono per niente vino, poco thè...ma mangiano, però, moltissimo pesce.Quindi molti si domanderanno, ora, come mai non sono longevi quanto i giapponesi? Non occorre sprecare parola per la risposta, ovviamente!
     A proposito di divagazioni antropologico-culturali...quella dei kadar è una tribù di cacciatori dell'India meridionale. Essi non conoscono violenza - è stato detto - né ostentazioni di virilità, in quanto tutti i loro conflitti vengono convogliati all'esterno, ovvero nella pratica (insana o meno non è dato di sapere da alcuno!) della caccia alla tigre: è per questo motivo che molti di loro muoiono giovani...in compenso, però, sono ottimi bevitori di thè. A questo punto mi verrebbe da scrivere "misteri della fede...anzi, miracolo della caccia!".
     Le popolazioni camitiche e berbere del deserto, invece, (è il caso dei nomadi tuareg) sono sempre state ottime bevitrici di thè, ma spesso e volentieri, purtroppo, anche dedite a "guerreggiare": è per questo che non hanno mai avuto, generalmente, vita troppo tranquilla né tanto meno longeva. Direi proprio, nel caso in questione per lo meno, che il thè non è tutto nella vita, o meglio...         
     Al termine di questa piccola rassegna (che definirei una divagazione didattico esplicativa di natura sociologica, ambientale, gastronomico-enologica e....ma, forse, chissà, il troppo thè mi ha dato alla testa!), la conclusione potrebbe essere questa: quando si dice che "è soltanto una questione di...thè"; o meglio:sono solo - e soltanto - in fondo, misere questioni di cuore...pardon di thè! Ed il vecchio saggio va ripetendo ovunque e di frequente: "Chi beve thè campa cent'anni!" Ma sarà proprio vero?...Direi proprio di non credergli ad occhi chiusi, perché molto spesso, anzi, quasi mai è vero: "Campa cavallo che l'erba cresce!" obietterei io che da alcuni anni bevo solo - e rigorosamente camomilla senza zucchero!".

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.

  • 01 settembre 2019 alle ore 17:42
    Il falco che pregava al vento

    Come comincia:  Era una mattina di marzo, gelida ma tersa, mentre il sole timidamente faceva capolino sopra le montagne di Birkenstock, nella Frangea meridionale; quelle montagne conosciute in tutto il globo terracqueo, così come nelle più sperdute galassie dello spazio celeste, per una sola fantastica particolarità: le loro vette di cristallo, che brillano da mane a sera fungendo da sorta di stella polare o torre di guardia fluttuante e luminescente per tutti i viandanti che a valle transitano durante il loro cammino, per poi disperdersi tra i meandri dei numerosi antichi borghi della zona. Intanto, il rosso e nero falco pellegrino era già al suo posto, abbarbicato con le zampe sul ciglio d'un dirupo - lassù in alto - pronto a partire; prima di aprire le sue maestose ali, però, e poi librarsi in volo per la solita battuta di caccia (quando il rapace si lanciava in picchiata sulle sue ignare prede - quasi sempre giovani scoiattoli e marmotte oppure appetitosi coniglietti bianchi - sembrava una stupenda freccia infuocata) avrebbe rivolto la sua preghiera al cielo...al vento. Quel falco che gli abitanti e i contadini delle valli circostanti avevano soprannominato "l'ultimo dei mohicani", perché rimasto uno degli ultimissimi esemplari della sua specie, rivolgeva la preghiera al vento per un motivo: esso doveva soffiare forte, portare nuvole e pioggia e così permettergli di volare veloce veloce veloce; più veloce delle pallottole dei fucili dei cacciatori, disseminati lungo il percorso che esso seguiva tutti i giorni. Non c'era un particolare motivo per cui lo facesse: lo faceva da sempre, dacché era venuto al mondo; da quando la madre lo aveva svezzato. Forse, chissà, perché ciò era connaturato nel suo imprinting naturale o perché in lui v'era un qualcosa di umano o...i motivi avrebbero potuto essere molti altri oppure nessuno: a nessuno, comunque, era dato di sapere quali fossero!
     Ma le preghiere del falco sino ad allora erano andate deluse, sino a prima di quella mattina di marzo erano sempre rimaste inascoltate: la speranza del falco che il vento soffiasse forte e giungessero nuvole cariche di pioggia, era sempre rimasta tale: eppure lui era ancora vivo, era ancora lì, al suo posto, come sempre: pronto a cacciare!
     - Vento, sii magnanimo oggi con me, - cominciò a ripetere il falco mentr'era in volo, - soffia forte e sopraggiungi con tante nuvole, portale con te sul mio percorso, tanto che io possa volare alto per cacciare e rendermi invisibile all'occhio dell'uomo ed alle sue bocche da fuoco: micidiali, assassine, voraci divoratrici di prede nel cielo e sulla terra!
     Il falco era ormai abituato, sapeva che la sua preghiera rivolta al cielo sarebbe rimasta  inascoltata ancora una volta. Continuava a volare e, mentre si buttò in picchiata per catturare un piccolo topo bianco che aveva scorto sulla terra, accadde sorprendentemente lo straordinario e l'imponderabile della natura: il vento soffiò forte, le nuvole arrivarono minacciose e madide di pioggia come - e più - dei seni d'una madre che sono madidi di latte quando si appresta ad allattare la prole. Il vento, questa volta, aveva ascoltato la preghiera del falco. Questi tornò a volare infilando una dopo l'altra le nuvole scure in cielo. Nel frattempo i cacciatori avevano cominciato a sparare al falco invano! Il falco pellegrino rosso e nero riuscì a portare a termine la sua "battuta" di caccia nonostante avesse sfiorato più volte la morte: questa volta, la prima in assoluto, lo aveva fatto con l'aiuto del vento e delle nuvole. Ma ancora nulla era concluso, però: le sorprese, infatti, eran vicine da sopraggiungere...
     Il falco si apprestava a far ritorno al suo rifugio scavato nelle rocce sul fianco della montagna e in volo cominciò a farsi alcune domande:
     - Miracolo dei miracoli? disse. - Favorevole destino? Come mai il vento oggi ha ascoltato le mie preghiere? Qualunque cosa sia stata, ciò che conta è che sono ancora vivo e domani...si vedrà!
     Non appena ebbe pronunciato suddette parole il falco, purtroppo, si schiantò contro lo sperone sporgente di una roccia e cadde in un dirupo. La natura era stata sì, benigna, questa volta ma subito dopo, con gli interessi s'era ripresa quanto aveva poco prima generosamente elargito: come una sorta di spietato infallibile usuraio!
     Ma, probabilmente, il falco aveva esaurito le vite a sua disposizione: ne aveva avute ben più di sette e ne aveva già consumato sette volte tante durante la sua esistenza!
     Un'altro falco in quello squarcio di cielo di quella vallata, d'ora in poi avrebbe preso il posto di quello morto: un incessante spietato, darwiniano susseguirsi degli eventi naturali che non conosce sosta e non guarda in faccia a nessuno, senza riguardo per la vita nè della morte di nessuno! La natura, tuttavia, a suo modo ha una giustizia spietata ma "giusta". Anche i cacciatori avrebbero continuato la loro opera. Anche loro, infatti, come i falchi sono perfette macchine di morte. Entrambi sono programmati per uccidere coi loro mezzi a disposizione; la differenza tra gli uni e gli altri, però, è netta: il cacciatore "falco" uccide per sfamarsi e sfamare la prole; il cacciatore "uomo", invece, lo fa per piacere e per vile convenienza...se non addirittura per puro sadismo! 

    Taranto, 17 febbraio 2014.

  • 31 agosto 2019 alle ore 16:12
    I CICLISTI

    Come comincia: Mai si erano visti tanti appassionati di ciclismo a Messina, la maggior parte in completo abbigliamento con scritte delle maggiori marche nazionali, , con casco e soprattutto con bici leggerissime in fibra di carbonio che costavano ‘un occhio della testa’. Non tutti erano del paperoni anzi la maggior parte  faceva  sacrifici notevoli per non essere inferiori agli altri. Oltre a quelli che si allenavano da soli per le strade cittadine, molti altri in gruppo girovagano anche in montagna, sui monti Peloritani per saggiare le proprie qualità di arrampicatori o grimpeur come si dice al giro  di Francia. Specialmente d’estate era la loro festa, venivano organizzate a livelli cittadino delle corse che curiosamente prendevano il nome di santi e di sante, alcune un po’ particolari come quella della vergine e martire Santa Liberata che, agli occhi di qualche ateo come Alberto Minazzo erano le più sfortunate: oltre a non aver mai  provato le gioie del sesso erano state pure martirizzate! Recentemente erano accaduti dei gravi incidenti perché i ciclisti, anziché viaggiare in fila indiana si mettevano uno vicino all’altro e qualche automobilista distratto o ’fatto’ ne metteva qualcuno sotto le ruote. Famoso a Messina era il ciclista messinese Vincenzo Nibali vincitore di gare importanti sia in patria che in Europa. Paolo Vanoni, amico di Alberto Minazzo maresciallo delle Fiamme Gialle (lui era brigadiere) era diventato uno dei più accaniti ciclisti, aveva partecipato a corse quasi da professionista nel nord Italia scalando anche vette famose in compagnia di altri suoi appassionati colleghi. Alberto, dallo sfottò facile una volta gli mandò una mail con scritto: “Attento mon ami che qualche vostra consorte potrebbe andare a far le uova in un atro pollaio!” Forse la metafora era troppo sottile per essere compresa fatto sta che Paolo con  i suoi amici  ciclisti seguitò a scalare vette alpine anche di alta quota. Paolo aveva sposato una paesana di Molino, frazione di Messina, certa Elda Bergamini classica bruna siciliana da giovane longilinea ora un po’ appesantita ma sempre desiderabile. Madame Elda aveva ‘sfornato’ una figlia deliziosa, tutta sua madre. La ragazza col tempo aveva dimostrato anche di essere intelligente e studiosa, a Padova aveva conseguito ben due auree col massimo dei voti. Rientrando a Messina le due lauree le erano servite a ben poco, qualche incarico temporaneo all’Università o in qualche struttura di provincia, questo è il sud da cui scappano i migliori ‘cervelli’ che trovano rifugio ed apprezzamento all’estero. Per festeggiare  il suo ritorno in ‘patria’  e le lauree della figlia Violetta, Paolo organizzò una festa con cena in un locale ‘à la page’ di Giardini Naxos. Su suggerimento di Alberto chiese che la serata fosse allietata con un complesso di giovani con musiche sia di autori classici ma anche di autori abbastanza moderni come Buscaglione, Fred Buongusto, Peppino di Capri per poi finire con musiche rock indiavolate. Paolo era circondato da amici ciclisti, ognuno raccontava delle sue ultime imprese mentre le gentili consorti o languivano ai tavoli oppure erano ‘prede’ di qualche signore non interessato al ciclismo ma …a qualcosa di meno faticoso e di più piacevole. Alberto prese per mano Elda ed approfittando di un lento di Buongusto mise in atto il ballo della mattonella sia per motivi…sia anche perché come ballerino era molto simile ad un orso marsicano. “Cara ti trovo in forma, pare che la lontananza di tuo marito di faccia bene, ti ricordo quando eri ancora fidanzata con Paolo, una ragazzina. Voglio essere sincero, durante le lunghe assenze del capo di casa non hai mai pensato ad un piccolo cornetto, mi risulta che lui te ne abbia omaggiato di un numero notevole.” “La persona che mi interessava non se n’è accorto che io…” Nel frattempo Elda aveva abbassato gli occhi ed  era diventata rossa in viso… Alberto comprese al volo e si diede dell’imbecille, cento volte imbecille come non accorgersi… Elda volle ritornare al suo tavolo e questa volta fu Violetta ad invitare a ballare Alberto il quale: “Sono in vena di complimenti: sei bella, intelligente e fortunata…” “Capisco i primi due aggettivi, l’ultimo a che si riferisce?” Al fatto che non assomigli a tuo padre…” “Caro zio Alberto, in passato anche se giovane di età, mi sono accorta dei sentimenti di mia madre nei tuoi confronti, noi donne ci capiamo al volo, non sapevo che decisione prendere, ho fatto la cosa forse più sciocca, me ne sono lavata le mani ma con l’esperienza di vita ho capito che difficilmente è possibile trovare una persona di cui ci si innamora, io finora ho trovato solo sciocchi presuntuosi che pensavano solo al sesso, mi dispiace per mia madre, non so che altro dirti…Alberto rientrando a casa era di pessimo umore, divorziato da due anni aveva pensato solo ad avventure passeggere con ragazze di cui la maggior parte non ricordava nemmeno il nome, Elda sarebbe stata un’amante appassionata e soprattutto innamorata, forse avrebbe anche lasciato suo marito…troppi interrogativi senza risposta. Paolo con i compagni di avventura aveva programmato un'altra gita nel nord Italia da Pordenone sino alla valle d’Aosta, il medico della caserma, benevolmente, gli aveva concesso trenta giorni di licenza di convalescenza, quella ordinaria era stata consumata da tempo ed allora…campo libero ad Alberto che una mattina si presentò a casa di Elda con un bel mazzo di rose rosse (quel colore aveva un significato particolare) e fu accolto sia dalla padrona di casa che dalla figlia Violetta con entusiasmo. Oggi è domenica, non lavori e quindi poi rimanere a pranzo con noi, sto preparando cose buone e da quello che vedo hai bisogno di rinforzarti. La battuta di Elda aveva un secondo fine ben compreso dalla figlia che a fine pasto: “Ho un appuntamento con Mara mia amica dalle scuole medie, dobbiamo parlare di lavoro, stiamo prendendo la decisione di tornare a Padova.” “Non mi avevi detto niente!” “Mamma i figli devono prendere il volo, la nostra terra ci offre poco, a Padova abbiamo degli amici che potrebbero aiutarci, buon divertimento a tutti i due!” Alberto si mise a ridere, aveva capito il significato della frase, Elda era arrossita, pure lei aveva compreso il concetto dell’augurio. “Devo lavare i piatti, tu guarda la televisione.” “Proposta non valida, pensa invece a lavare una cosa più intima e di offrirmela profumata e vogliosa!” Elda si sedette sul divano, un cattolico avrebbe chiosato che dentro di sé la signora  stava combattendo una lotta fra il bene ed il male, Alberto al contrario pensò che la dama finalmente stava decidendo di mollargliela. Fu lui a prendere l’iniziativa ed a baciarla a lungo in bocca, a lungo finché Elda si rilassò ed ambedue si recarono prima in bagno per le abluzioni alle parti intime. Quando uscirono la signora sgranò gli occhi nell’osservare il ‘pino’ di Alberto che molto probabilmente era ben più grande di quello di suo marito ma all’inizio non volle partecipare in maniera attiva alla ‘pugna’. Alberto prese l’iniziativa di baciarle la ‘gatta’ nascosta in una foresta di peli nerissimi poi trovò un clitoride di dimensioni fuori del normale e prese a succhiarlo delicatamente sino ad un orgasmo da parte di Elda. Non si fermò e ci fu il bis da parte della signora che avrebbe forse voluto un po’ di riposo. Alberto però doveva accontentare ‘ciccio’ , penetrò facilmente nella gatta ben lubrificata cercò e trovò il punto G situazione che portò l’interessata ad un orgasmo ‘omerico’, lunghissimo, profondo mai provato. Dopo un bel po’ di tempo ripresasi, Elda mostrò un viso pieno di lacrime: di gioia o di rimpianto? Quando Violetta a serata inoltrata rientrò in casa si rese conto della situazione e baciò entrambi, la felicità della mamma era pure la sua. Dopo una settimana Alberto ed Elda accompagnarono Violetta a Mara al treno diretto a Padova, Elda all’orecchio di Alberto: “Se ti comporti male ti taglio il pisello, ciao zione!” Alberto ed Elda presero a vivere come fossero due coniugi, spesso dormivano nella  casa di Alberto che  con l’eredità di una zia aveva acquistato una spider 1400 Abarth con cui faceva prendere delle paure notevoli all’amante. Violetta e Mara, giunte a Padova andarono ad abitare nel piccolo appartamento affittato a suo tempo da Violetta e che era rimasto a sua disposizione. Il giorno dopo dell’arrivo contatto telefonico con due professori universitari Alessio Faccini e Francesco Rizzo:”Toh chi si sente, siete fortunate, all’Università ci sono liberati  due posti di assistenti, se venite subito ne potremo parlare.” Più che subito le due ragazze furono ‘immediate’ una fortuna notevole anche se pensarono che c’era da pagare pegno ma era ovvio che c’era di mezzo il cosiddetto contratto innominato del diritto romano’, il famoso ‘do ut des!’ I due docenti universitari cinquantenni, erano regolarmente sposati con donne con cui dividevano solo la casa, ognuno faceva vita a sé. “Ragazze, possiamo farci vedere qui al caffè Pedrocchi  perché risultiamo appartenere tutti all’università, ma in futuro nessun incontro, notizie via  cellulare, ne abbiamo tre non registrati, uno è per voi. Se vorrete potrete entrare in un giro particolare di persone ma  dovrete mettere in conto di conoscere individui dai gusti molto particolari, ricchissime, spesso con la maschera in volto per non farsi conoscere, avrete in cambio la proprietà dell’abitazione dove risiedete ed un’auto di media cilindrata di vostra scelta. Non potete rifiutare le avances degli interessati e delle interessate, potrete  solo usare il condom, a voi la scelta, a domani la risposta, good bye.” Notte in bianco delle due ragazze…la mattina: “Speriamo bene, ci sono di mezzo un mucchio di soldi oltre che una Mini Cooper che desidero da tanto tempo, tu potrai tenerti l’abitazione sei d’accordo?” Violetta era d’accordo. Tramite cellulare le due ragazze furono invitate a presentarsi il pomeriggio a Villa Taibah  alla periferia di  Padova, un’auto con autista sarebbe andata a prenderle alle quindici. A quell’ora non c’era nessuno in strada, meglio così in tal modo Mara e Violetta non dettero all’occhio. Una Bentley nera con autista aspettava in strada, le due ragazze si accomodarono nel sedile posteriore, dopo circa mezzora di tempo l’auto giunse dinanzi ad una villa, due colpi di clacson ripetuti fecero aprire un cancello in ferro, arrivate. All’ingresso c’erano Alessio e Francesco, un finto baciamano di benvenuto ed ingresso in un corridoio presidiato da due buttafuori di notevole stazza, il passpartout di Mara e di Violetta erano stati i due professori universitari, tutti e quattro si sedettero ad un tavolo. “Gentili signorine, come promesso avrete in regalo l’abitazione ed una Mini Cooper. Andate dal notaio Luigi Bucci per le pratiche burocratiche, ha lo studio in piazza, buon divertimento!” Mara e Violetta rimasero  basite, si aspettavano che i due professori chiedessero loro una prestazione…Si guardarono intorno, gente di tutte le nazionalità perlopiù arabe, uomini in pantaloni e camicia, come pure ragazzi giovani, donne col classico Abaya che lasciava scoperti solo gli occhi e poi uomini e donne vestiti all’occidentale. Per un pó di tempo non accadde nulla sino a quando un giovane si avvicinò al tavolo di Violetta e di Mara: “Chères jeunes filles, j’aimerais avoir le plaisir de connaître l’un de vous., je suis Hachim.” e indicò Violetta. Piuttosto imbarazzata Violetta seguì Hachim in una stanza con vicino un bagno, tutto organizzato. Ambedue dopo il bidet di rito sul letto matrimoniale, il giovane non era particolarmente dotato e quando entrò nella ‘topona’ di Violetta sembrava un po’ galleggiarvi ed allora: “Je voudrais entrer vostre fond, est plus étroit, je vais vous récompenser avec mille euros.” Come dir di no a due cartoni da cinquecento, vai Hachim, ed Hachim andò sino in fondo aggiungendo altri cinquecento euro per il doppio orgasmo. Rientrata in sala Violetta non trovò più al tavolo Mara che apparve dopo circa un’ora col sorriso sulle labbra. “Dato che sei tanto contenta raccontami prima tu.” “Si è presentata una donna forse brasiliana che mi ha guardato a lungo e poi mi ha preso per mano trascinandomi in una stanza con annesso bagno. Quando ci siamo spogliate per il bidet mi sono accorta che aveva un cosone lungo e duro, un trans brasiliano che palava portoghese, non la capivo, fece tutto lei. Cominciò a baciarmi in bocca, poi sulle tette ed infine prese in bocca il clitoride, era bravissima e mi ha fatto godere varie volte poi è entrata con un po’ di difficoltà nella mia  topina che dopo era diventata topona, schizzi prolungati sul collo dell’utero come un vero uomo, un orgasmo prolungato da parte mia, voleva anche entrare nel popò…mi ha offerto anche del denaro ma ce l’aveva troppo grosso, ho rifiutato e tu?” “Io ho accettato millecinquecento Euro ma il ragazzo ce l’aveva piccolo e mi ha fatto piacere averlo di dietro.” Nel frattempo si erano avvicinati al tavolo Alessio e Francesco: “Come vanno la cose, mi pare che vi stiate divertendo!” “È la novità, mai avremmo pensato di frequentare un posto così, lo stiamo apprezzando in fondo siamo delle anticonformiste e voi?”Francesco: “Ad essere sinceri noi siamo un po’ diversi da quello che voi possiate pensare, in passato eravamo bisessuali, ora solo omo, abbiamo dei figli che vivono con le madri, tutto qui.” “Se vi dico ‘unicuique suum’ non penso di far troppo sfoggio di cultura, noi siamo per la libertà assoluta.” Così si era espressa Violetta quando si avvicinò  una ragazza vestita all’occidentale ma dai chiari caratteri somatici arabi. “Se mi permettete seggo al vostro tavolo,  è la prima volta che vi vedo, io sono Eva anche se il mio nome arabo è un altro, sono la compagna di Demetrio quel signore che suona il piano, sono algerina ma son dovuta scappare dalla mia terra col suo aiuto, lo considero il mio benefattore, sono solo la sua governante ma gli voglio molto bene. I miei parenti erano poveri e già da piccola mi mandavano con gli uomini per sostenere finanziariamente la famiglia. Demetrio mi ha incontrata che piangevo per strada e con l’aiuto di amici altolocati mi ha portato con sé in Italia, come dicevo gli voglio un bene dell’anima, non sono religiosa e non voglio più a che fare con i maschi, ne ho avuti abbastanza…” Mara:“Qui ci sono due femminucce che preferiscono i maschietti ma nel tuo caso…” “Sei una ragazza di classe, io me ne intendo, qualora volessi potremmo…” Mara la  scrutò a fondo, pareva sincera,  da un lato le fece pena, andare da ragazzina con uomini grandi doveva essere stato traumatizzante, accettò l’invito.” In bagno: “Hai un corpo bellissimo, piuttosto infantile, poche tette, vita stretta, fiorellino con cespuglio molto fiorente e piedi piccoli da giapponese, sei piacevole.” “Anche tu lo sei, mi sei piaciuta vedendoti da lontano, guido io l’Alfa Romeo Giulietta del mio compagno, lui non se la sente più, se non avete una vostra auto potrei accompagnarvi a casa. Non importa se non abbiamo fatto nulla sul piano sessuale, talvolta vale più un colloquio …poi abbiamo tempo, noi abitiamo a Padova in via San Francesco.” “Noi abbastanza vicino a piazzale Antenore.” “Accettiamo il passaggio in auto, da domani ne avremo una nostra.” Violetta e Mara si era domandate, senza risposta, il motivo per cui Alessio e Francesco le avevano omaggiate di casa e di macchina, forse per averle portate in quel locale…fatto sta che loro si erano sistemate alla grande anche col lavoro in università. Mentre il prode Paolo seguitava a ‘biciclettare’ la gentile consorte, sempre più innamorata di Alberto aveva lasciato il tetto coniugale ed era andata a convivere con lui che aveva abbandonato la divisa per poi trasferirsi a Roma sua città natale. L’amicizia fra Violetta, Mara ed Eva si cementò sempre più, le due italiane provarono i piaceri dell’amore lesbico sino a quando non trovarono due professori universitari amanti dei ‘fiorellini’. Paolo non aveva compreso il senso dell’aforisma che: ‘talvolta le galline possono andare a deporre le uova in un altro pollaio!’

  • 29 agosto 2019 alle ore 11:06
    Serena(mente)

    Come comincia:  La donna di un mio amico si chiamava Serena. La madre la chiamò così affinché avesse la mente libera...e gli occhi - sempre - ben aperti!
     Venne al mondo in una notte di temporale ad aprile...ma poi, al mattino, il cielo si rasserenò (forse, chissà, proprio in onore della nuova arrivata!). Sua sorella (maggiore) si chiamava Fatima, aveva diciassette anni più di lei ma non era mai stata serena dacché era venuta al mondo. Frequentava topaie viscide piene di ubriaconi, e stamberghe di terz'ordine frequentate da puttanieri affamati di sesso ed assetati di whisky e gin, con cui si accoppiava di buona lena ma mai in tutta...fretta. Fatima era conosciuta nell'ambiente, aveva una rinomata reputazione; la chiamavano la "delantera", in quanto dispensava gioia e gioie a go-go...senza seminare lutti!
     Una volta, quando sua sorella [Serena] era cresciuta, Fatima la portò con sé, in un locale - era il "Soledad", a Miami Beach - poi salì in una stanza e la mise a sedere; ivi si scopò un negro di San Francisco e dopo averlo fatto, ovvero dopo che quello [il negro] era più volte penetrato in lei, li disse:
     - Quando la fede non coincide con la ragione bisogna astenersi dal dare ragione alla fede!
     Il negro rispose:
     - Cosa hai preso, stronza? Fottiti...e se ne andò sbattendo la porta. Mentre Serena era rimasta seduta sulla sedia, a guardare i due che scopavano, serena (mente) per tutto il tempo!
     Quando crebbe ancora andò a scuola e poi al college: era una ragazza sveglia e dal piglio sicuro, ed imparava in fretta...prese la laurea in legge e poi quella in lettere.  Serena (mente) cominciò  a viaggiare ed a girare per il mondo (in lungo, quanto in largo; curiosando, annusando, osservando). A Parigi visse due anni: abitò al quartiere latino (boulevard du Port Royal), a Saint-Germain, Montparnasse; suonava l'arpa indiana nei bistrot ed agli angoli delle strade; vi conobbe un pittore, André Fabergé, con cui spesso faceva l'amore...era quel fare l'amore che non si fa alla leggiera; era quel fare l'amore, cioé, delle prime volte, che ti viene senza sapere il perché. Dopo diventò solo sesso, e basta: lui "veniva" sempre prima ma lei godeva ugualmente (faceva finta di godere) per farlo felice e perché la prendeva con filosofia e restava a mente serena.
     Una volta, dopo aver scopato (che non era più, ormai, come il fare l'amore di prima...quella volta, però, era stata l'unica volta buona) André morì:
     - E'scoppiato il cervello e poi il cuore! - disse impietosamente il medico.
     Serena aggiunse:
     - Che bello deve essere stato...venire prima di andarsene!
     Seppellirono André in una tomba anonima a Pere Lachaise, vicino alla tomba di Jim Morrison. Serena (mente) Serena tornò a casa e riprese la sua vita di sempre. Cominciò a lavorare; sua madre Allyson morì la mattina del 24 dicembre (era venuta al mondo il 25 dicembre di sessantadue anni prima: per quello odiava il natale!), di cancro ad un orecchio, quello destro, dove portava un grosso orecchino indiano d'avorio; sua sorella Fatima, invece, fu uccisa a New York - a bastonate - da un gruppo di irlandesi ubriachi del Village che gridarono:
     - Muori, lurida cagna ebrea! (avevano sbagliato persona, forse: Fatima non era ebrea anche se di certo era una lurida cagna!!!).
     Al suo funerale (come prima a quello della madre) Serena pianse due volte: quando il prete disse "riposa in pace" e quando il feretro parti per il cimitero di San Cristobal, in Messico, dove entrambe riposano (in pace?!)...insieme al marito della madre, il quale è il padre (sconosciuto) tanto di Fatima, quanto di Serena. Serena rimase sola ma non si perse d'animo: continuò la sua vita di sempre - come sempre aveva fatto - serena (mente), nonché a mente serena!
     Un giorno partì per Las Vegas, a cercar fortuna (alle slot, al black-jack, al tavolo verde) ed anche un marito: trovò entrambi. Infatti, vinse molti soldi e si sposò con Johnny Brown, un distinto ragazzo wasp, figlio di un petroliere texano. Andarono a vivere a Corpus Christi, in un grande ranch: entrambi erano pieni di soldi, di voglia di vivere e...fare figli. Allevavano cavalli (purosangue di razza appaloosa) e praticavano la tecnica (a letto) del dai, dai e dai...ebbero così tre figli maschi ed una bambina.
     Johnny un giorno morì: aveva soltanto la misera età di quarant'anni (ma la morte non sa far di conto!) e se ne andò in una lurida scura giornata di novembre, ucciso da un pirata della strada mentre usciva da un pub a Dallas. Serena, come al solito, prese tutto serena...mente. Continuò a crescere i propri figli lo fece bene ma, ugualmente, non ebbe fortuna: Billy, il primogenito, infatti, perse la vita in un incidente di macchina insieme ad altri compagni di college, a Tempe in Arizona; qualche anno dopo, anche l'unica figlia femmina, Susan, tragicamente perì a Los Angeles: avvenne nel corso di una sparatoria, e aveva soltanto ventun anni! (ma la morte non sa far di conto!).
     Serena, allora, serena (mente) scrisse una poesia (Pietra di luna, moonstone), che regalò poi ad un barbone, Johnny, conosciuto tempo dopo a Filadelfia; il quale, a sua volta, la scrisse colorata di giallo su un muro tutto blu di un palazzo in rovina, a down-town della città:
             "Pietra di luna" (moonstone)
              era la mia bambina (dura come la pietra
              e lucente come la luna); sì, lo era:
              che vendeva violini tzigani 
              sempre vestita di verde e di giallo
              all'angolo della 38^con Liberty street...
              ma una sera alle ventuno fu spazzata via
              da una pallottola strisciante; già
              fu spazzata via: sputata da 
              una 7,65 di uno dei "falchi dormienti"
              lì venuti per caso ad uccidere
              sulle freccianti loro
              spitfire color cammello.
              L. A. è un buco di culo
              sempre più malsano, quando scocca
              il primo rintocco di bel cucù:
              meglio allora andar per fiori
              sì, nel candido giardino del vicino
              e cogliere un mazzo di belle viole,
              o piuttosto restar tappati in casa
              a pregar che il sole nasca presto!

     Ma Serena aveva la mente libera e - come sempre - continuò la sua vita di sempre: serenamente! Riprese a viaggiare, si appassionò alla xilografia ed alle incisioni su legno e vetro, leggendo di Samuel de Mesquita e Maurits Escher su alcuni libri comprati ad un mercatino delle pulci di Londra. Fece strane (e malsane...ma non per la sua mente) conoscenze strada facendo: come quella, a Laredo, di Stan "nuvola bianca", indiano mezzo sangue della tribù dei figli del sole, con cui convisse per tre anni. Quello spacciava peixote,  mescal e la colla; lei, invece, la nostra cara [Serena] prese a dipingere e a collezionare quadri, soprattutto quelli di Bosch. Una volta, ad un'asta, a Seattle, comprò un quadro di Gauguin (Arearea): era un falso, però, ma lei non lo sapeva; lo avesse saputo avrebbe preso il tutto con filosofia, anzi, serenamente. Il suo uomo morì a Chicago, in uno scontro a fuoco con la polizia. Serena (mente) Serena, anche questa volta riprese la sua vita come se non fosse successo nulla! Un giorno vendette ogni cosa avesse ad un rigattiere (non era diavolo travestito da rigattiere, però!) di provincia; e mandò via da lei la sua anima (ma non la mandò al diavolo, però!). Ricomincò, così, a viaggiare, lo fece senza portarsi dietro nessun rimpianto e neanche un misero ricordo...solo e soltanto serena (mente). Cercò, cercava qualcosa: forse la valle dell'eden sperduta, chissà, per andarci a morire, un giorno, quando fosse giunta la sua ora (ammesso che l'avesse trovata!); o forse...qualcos'altro.
     Serena adesso continua ancora a viaggiare (probabilmente lo farà all'infinito) con la mente, con le gambe e col suo grande cuore di donna: e lo fa sentendosi felice, anzi, serenamente!

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.

    LUCIANO RONCHETTI: GRAZIE!

  • 25 agosto 2019 alle ore 9:19
    La morte della scrittura

    Come comincia: Purtroppo è data già morente dagli scienziati, anche se in 
    un lontano futuro. Il guaio è, che il centro cerebrale della 
    grafia a mano è indipendente da quello da computer, 
    secondo gli ultimi studi. È prevedibile, negli anni, la 
    scomparsa del primo, per la mancanza di un uso costante e lo 
    sviluppo del nuovo centro, il cui impiego si va sempre di più 
    incrementando. I centri e le vie neuronali del nostro cervello 
    rassomigliano ad autostrade. Se non percorse, vi nasce 
    l'erba, non rendendole fruibili. A ben pensarci, chi più, chi 
    meno, tra noi, ha già iniziato il suo cammino a ritroso, 
    tralasciando la penna, per i tasti di un computer. Perde ogni 
    giorno qualcosa della sua personale abilità, acquisita nel 
    tempo, e tramandata da millenni, di trasporre pensieri 
    attraverso segni, creati dalla propria mano. Segni, simboli 
    comuni, univocamente accettati, che hanno la prerogativa di 
    appartenerci, come impronte digitali. Quei segni siamo noi, 
    la nostra storia, con dolori e piaceri, che hanno solcato il 
    nostro corpo. Infatti sanno essere linee e curve di dolcezza 
    raffaellesca, quanto sgorbi e ghirigori di un paesaggio alla 
    Picasso. Tra le bombe, che venivano giù, fu la mano ferma di 
    nonno Angelo sulla mia, a farmi tracciare le prime "aste". Le 
    aste divennero lettere, poi parole, conservando le paure, le 
    ansie, le angosce di un bimbo nato in una guerra, che 
    stentava a capire, ma che doveva subire. Superficiali e 
    incolti maestri e professori, poi, non seppero trarre da quei 
    segni, a volte imperfetti e contorti, altro che rimbrotti del tipo 
    "Ma che scrittura, Raineri!" o " Che zampe di gallina, sono 
    queste?" Infine, la classica incomprensibile calligrafia di tutti 
    i medici assolveva, in un retorico giudizio, ogni mia impronta 
    di sofferenza di vita trascorsa. Un' immane tristezza mi coglie a pensare alle nostre prossime, comuni grafie, dettate da macchine, create da noi, ma che sanno derubarci di pezzi della nostra intimità. 
    Sarà, allora, per fortuna nostra, solo la qualità dei pensieri 
    tracciati, a differenziarci, un giorno, non molto lontano. E 
    non è poco!

  • Come comincia: Niente di nuovo sotto il sole, lo so.
    Ed allora perché sono arrivata al punto di sconvolgermi e scandalizzarmi tanto da distruggermi?
    Non ho battuto ciglio quando il ragioniere ha presentato un preventivo evidentemente scritto da lui millantandolo per quello di una ditta che conoscevo di nome.
    Sono sopravvissuta quando ho avuto evidenza di come incuteva terrore negli altri mettendosi ad urlare (ed in casa d'altri). Mi ha meravigliato che nessuno gli dicesse:"Come ti permetti, esci immediatamente".
    Mi ha dato fastidio che il giorno dopo la sua degna consorte e complice insinuasse che la causa di quell'alterazione fossi io: <<Siamo sempre stati tranquilli! >>. All'epoca il nipote non era diventato del tutto complice e commentò ridendo: <<Ma che tranquilli! Qui sono volate anche le sedie! >>.
    Quel fastidio avrebbe dovuto essere per me un campanello d'allarme: ero ancora la bambina alla quale le bugie e soprattutto le calunnie davano fastidio.
    C'è un episodio della mia infanzia che ha segnato e controllato tutto il mio successivo modo d'agire in situazioni di conflitto.
    Stavo litigando, e di brutto, con mio fratello maggiore sulla soglia della mia stanza. Mio fratello voltava le spalle alla stanza, io al corridoio. Arriva mia madre attirata dall'insolita veemenza di quel litigio e chiede cosa stia succedendo.
    Ricordo che mio fratello comincia a dare la sua versione dei fatti. Per me sfacciatamente falsa. Ed imparai che l'espressione 'non vederci più dalla rabbia' non era solo un modo di dire come fino ad allora avevo sempre creduto. Era un dato di fatto. Un panno bianco calò davanti ai miei occhi. Sentii il mio pugno che partiva e solo quando colpì, quel panno cominciò a squarciarsi in più punti, si dissolse e ricominciai a vedere. 
    Mio fratello era steso lungo lungo davanti a me, lamentandosi e tenendosi il mento con le mani.
    Poi dovetti scappare, perché mio fratello si alzò infuriato e cominciò ad inseguirmi intorno al tavolo del soggiorno.
    Quell'episodio, la perdita della vista, la mia reazione incontrollata mi spaventò tanto che da allora praticamente non ho più reagito.
    Per anni mi sono chiesta: "Ma come è possibile che mio fratello stesse dicendo una bugia, travisando i fatti? Non è proprio il tipo!". Dovevo arrivare a 50 anni per arrendermi all'evidenza: no, no, è proprio il tipo. Stravolge tanto i fatti nella sua mente per auto-assolversi, per non trovare in sé neanche una macchia. 
    "Non è che non sanno chiedere scusa: è che non si rendono neanche conto di dovertele le scuse", recita una frase che gira sui social.
    Ricordo l'unica volta che mio fratello maggiore mi ha chiesto scusa. 
    Eravamo già all'università. Eravamo a tavola a pranzo in famiglia, quando, bello e buono, comincia a criticare una mia amicizia. 
    Un'amicizia che, in verità, aveva suscitato meraviglia nei miei conoscenti. "Liliana", mi chiese una volta un amico futuro ginecologo, "ma ti rendi conto che Maria è salita per la prima volta su un autobus pubblico con te?". Maria alle scuole superiori in un paese a 15 km ci era andata accompagnata dall'autista della ditta del padre.
    A quella critica invadente comunque mi ribello, mi alzo e, con rabbia, con veemenza, che meravigliò anche i miei genitori, gli dico: "E tu? Non critichi, non parli sempre male del tuo amico inglese eppure lo frequenti?". E mi allontano da tavola.
    Solo a quella veemenza mio fratello si rende conto di avermi ferito e di avere sbagliato. Mi raggiunge e mi chiede scusa.
    Prima ed ultima volta.
    Ed avrei dovuto ricordarmelo. Avrei dovuto capirlo. Sono così abituati a criticare, a sparlare degli altri, è nel loro habitus, che non si rendono neanche conto di ferire le persone. Di ucciderle. Bisogna mostrarglielo affinché si rendano conto.

    E così dal tema "BUGIE" siamo arrivati al tema "SCUSE".
    Scusa.
    E' così difficile dire questa parola?
    E' così difficile ammettere di avere sbagliato?

    Mio fratello maggiore all'età di 40 anni avrebbe di nuovo dovuto chiedermi scusa e per ben tre volte. Ma non lo fa. 
    E' superiore. E gli altri sono tutti cretini.

    Avrei dovuto ricordarmi quello che la sua ex fidanzata mi aveva detto dieci anni prima: "Stategli vicino, perché non sta bene".

    Torniamo al tema BUGIE.
    Mentire ai medici è pericoloso. Spesso anche dare ascolto ai medici, ma questo è un altro discorso.
    Mio fratello con sicumera dice al medico che di nostro fratello può occuparsi lui, nostro fratello può andare a casa sua.
    So che sta mentendo. E cerco di farlo capire al medico.
    Bugie. Io non sopporto le bugie, la falsità. E questa bugia, insieme al resto della situazione, mi manda completamente in tilt. 
    I medici decidono di affidare nostro fratello a lui.
    Il giorno dopo mio fratello maggiore, dopo avere insultato una dottoressa di cui mi fidavo, viene a casa mia. E' spaventato e chiede: "Liliana, può venire da te?".
    Sono sicura che non lo ricorda. Che ha completamente rimosso questo episodio, che nella sua mente i fatti sono completamente stravolti così come li stravolse a 12 anni.

    Da un anno ragazzini e ragazzine di sedici anni, amici ed amiche delle mie figlie, mi danno lezioni di vita. Una è: "Signora, non lo sapete che chi nasce tondo non può morire quadro?".

    BUGIE, FALSITA', ASSENZA DI EMPATIA.
    Il ragioniere ed i suoi compari si susseguono in bugie e falsità.
    Non ci tangono.
    Il ragioniere ed i suoi compari raccontano le loro calunnie a mio padre ed a mio fratello maggiore.
    E ridono, divertiti della reazione indignata di un uomo di 81 anni,dal quale hanno avuto tanti benefici, tipo l'appartamento dove vivono o il ripostiglio nel seminterrato in regalo e tante manutenzioni gratuite, operato di tumore quattro anni prima e che si muove appoggiandosi su due bastoni.

    Mio fratello maggiore guarda me e mio marito, seccato, come fosse colpa nostra e continua a frequentare quella gente ed a schierarsi dalla loro parte.

    Mio fratello minore, al quale quelle beghe non fanno certo bene, mi chiede se deve andare a parlare con quella gente.

    ASSENZA DI EMPATIA.
    Sono così abituati a criticare, a sparlare degli altri, è nel loro habitus, che non si rendono neanche conto di ferire le persone. Di ucciderle.
    Il ragioniere senza alcun riguardo per la salute di mio padre e di mio fratello minore telefona a casa di mio padre perché non vuole pagare le bollette condominiali.

    Il ragioniere guarda con intima soddisfazione il manifesto funebre di un giovane di 21 anni: ah, ah, lui è morto ed io sono ancora qua.

    Il ragioniere è all'esequie del figlio giovane del suo benefattore . E se la sta godendo un mondo.

    EMPATIA A SENSO UNICO. 
    Mio fratello maggiore è informato dal nipote del ragioniere che hanno citato mio marito.
    Prima perché vogliono 50 euro, poi un avvocato ha fatto vedere loro che possono pretendere di più e arriva un'altra citazione per 2000 euro.
    Mio marito dà ogni anno 800 euro al Santuario della Madonna di Pompei e altro ad altri enti e gli fanno un baffo. Però dice: <<I soldi preferisco darli a chi ha bisogno, non a loro>>.
    Non fanno un baffo a mio fratello minore al quale quelle beghe fanno male.
    Mo fratello maggiore ride e dice: <<Io aspetto il risultato delle cause>>.
    La seconda causa non fa un baffo a me. La prima, quella dei 50 euro era basata su fantasie alle quali mi ero oramai abituata. La seconda è basata su menzogne e malafede. E vado in tilt. Con mio marito offeso dalle calunnie dei miei parenti, la cosa per me diventa una fissazione.

    Mio fratello maggiore sa delle lettere di insulti e calunnie contro di me e di mio marito. Divertente. 
    Pochi anni dopo legge le mie favole: <<Si possono pure offendere >>

    Mi oppongo ad una delibera che m'imporrebbe di versare 200 euro al mese per chissà quanto tempo in un fondo cassa per lavori imprecisato la cui necessità è attestata solo dalla bocca dell'amministratore e di un altro condomino. 
    Vinco. Mio fratello maggiore, informato sempre dal nipote del ragioniere, s'indigna: <<Eh, e tu fai causa per 200 euro!>>.
    I signori fanno opposizione. Mio fratello minore sta male, sta malissimo. E' un miracolo che non sia morto. Ed anch'io. Chiedo loro di rinunciare, non ce la faccio a seguire la cosa. Mi spiegano: <<Eh, avremmo dovuto pagare 450 euro per spese della causa, mettiti nei nostri panni. Abbiamo speso 750 per fare opposizione e così speriamo di non pagare niente>>.

    Viene la consorte del ragioniere in visita. Mio fratello maggiore: <<Mi raccomando, è malata di cuore>>.
    Alcune delle persone per bene che conosco hanno espresso la loro meraviglia che io sia ancora viva e mio fratello maggiore di me non se ne è mai fregato.
    Gli dico dura e tagliente: <<Tu statti zitto che in passato hai già parlato abbastanza>>.
    Rincula.
    Ed io sono sgomenta. Realizzo: "Sarebbe bastato che avessi parlato sempre così, come quando insultò la mia amica Maria, e tutto questo disastro non ci sarebbe stato".
    Dopo i trent'anni avevo capito come trattare mio padre dopo il primo Buh e Bah, lo facevo sfogare e dopo mi ascoltava.
    Avrei dovuto utilizzare la stessa tecnica.

    Il se è il mantra dei falliti dice la fiction: Fai bei sogni.

    "Mi dicevano che ero troppo sensibile"

  • 23 agosto 2019 alle ore 13:09
    Memorie olimpiche: il nuoto a Monaco 1972

    Come comincia:  Quelle di Monaco furono le mie prime "vere" olimpiadi: quelle, cioé, che io seguii con occhi diversi, da bambino cresciuto. Avevo soltanto nove anni, è vero (a fine estate sarei tornato sui banchi di scuola per frequentare la quinta elementare: scuola "Cesare Giulio Viola", a Taranto in via Zara...è ancora lì!) ma le seguii, appunto, con occhi diversi. La mattina, insieme ad altri ragazzini, le seguivo spesso guardando la tivù dietro le vetrine di un negozio di elettrodomestici (furono quelle tedesche le prime olimpiadi trasmesse col sistema PAL a colori, in tutto il mondo), sempre in via Zara, a Taranto; durante le altre ore del giorno le guardavo in tivù a casa. Quattro anni prima avevo visto qualcosa in tivù delle olimpiadi messicane (quelle tristemente famose per la strage degli studenti a piazza delle "Tre culture", oltre che per i record stellari in atletica di Tommie Smith, Lee Evans e Bob Beamon!): ma sono, i miei, ricordi poco nitidi quasi sfumati. Quattro anni prima, però, ero soltanto un bambino, non ancora un bambino cresciuto!
     Quelle di Monaco furono le olimpiadi macchiate dalle note e sanguinose vicende (strage degli atleti israeliani al villaggio olimpico), ma anche - e soprattutto - quelle di Mark Spitz. L'atleta americano (era nato a Modesto, in California, il 10 febbraio 1950) sbalordì la storia vincendo sette medaglie d'oro (quattro in prove individuali, tre in staffetta) e battendo altrettanti record mondiali. Egli veniva dalle olimpiadi quasi fallimentari di quattro anni prima: in Messico, infatti, sebbene fosse qualificato in sei gare (egli stesso predisse che avrebbe vinto sei ori!), non riuscì a vincerne nessuna individualmente (prese l'argento nei 100 farfalla e il bronzo nei 100 stile libero), ma soltanto le due staffette dello stile libero (4x100 e 4x200); nei 200 farfalla, invece, fu 8° mentre nei 200 stile libero non entrò neanche in finale!
     Con la sua impresa (il connazionale Michael Phelps riuscirà a fare meglio, vincendo otto ori a Pechino, nel 2008!) Spitz offuscò le maiuscole prove del tedesco-est Roland Matthes (doppietta nel dorso come quattro anni prima; nella sua bacheca figurano ben otto medaglie olimpiche e tre titoli mondiali nel 1973 e 1975), di Gunnar Larsson (doppietta nei misti), il quale rinverdì i trionfi che la Svezia natatoria aveva avuto con Hakan Malmrot (100, 200 rana ad Anversa) ed Arne Borg (1500 sl nel 1928 ad Amsterdam) e della magnifica australiana Shane Gould (cinque medaglie, di cui tre tra crawl e misti). L'atleta "aussie" fu una delle assolute dominatrici della scena natatoria nella decade settanta, nonostante la sua carriera agonistica durò solo due stagioni (si ritirò, infatti, nel 1973, all'età di sedici anni e nove mesi!), insieme alla tedesca-est Kornelia Ender e alla statunitense Shirley Babashoff. Nel suo palmares, tra l'altro, figura una eccezionale impresa: tra luglio del 1971 e gennaio 1972 riuscì a battere il record mondiale in tutte le cinque distanze dello stile libero, dai cento ai millecinquecento metri! Gli atleti "stars&stripes" dominarono la scena, come al solito, vincendo la metà delle medaglie in palio (quarantatrè su ottantasette), senza, però, ripetere l'exploit di quattro anni prima: ventuno vittorie su ventinove (dieci su quindici tra gli uomini, undici su quattordici tra le donne). Tra gli uomini colsero lo stesso numero di vittorie (una "triple" nei 200 farfalla con Spitz, Hall, Backhaus nell'ordine sul podio), ma nei 100 rana il nipponico Nobutaka Taguchi, rinverdendo i fasti passati di atleti del sol levante sulla distanza doppia (Yoshiyuki Tsuruta, oro nel 1928 e nel 1932; Tetsuo Hamuro nel 1936, Masari Furukawa nel 1956) battè lo stra favorito John Hencken (uno dei più grandi ranisti d'ogni epoca) provocando la più grossa sorpresa dei giochi bavaresi. Il nuotatore di Culver City, California, classe 1954, laureato in ingegneria elettronica alla Stanford University, si rifece vincendo i 200. Quattro anni dopo fece doppietta (fu oro anche nella staffetta mista) e nel corso della sua carriera, straordinaria, batté dodici record mondiali (sette sui 100, cinque sulla distanza doppia), fu campione del mondo a Belgrado (1973) sui 100, vinse titoli nazionali (diciotto in totale) NCAA e AAU, sia indoor che outdoor. Diventarono leggenda del nuoto i suoi duelli con un altro grandissimo della specialità: il britannico David Wilkie. 
     In campo femminile, invece, gli Usa vinsero diciassette medaglie (su quarantadue in palio), colsero una tripletta (nei 200 farfalla vinti da Moe su Colella e Daniel) ma subirono pesanti sconfitte ad opera della giapponese Mayumi Aoki, classe 1953, nei 100 farfalla, e dalle australiane che vinsero anche con la diciottenne Beverly Joy Whitfield (200 rana) e la diciassettenne Gail Neall (400 misti). Quella tedesca (bavarese) fu olimpiade "storica" anche per il nuoto azzurro perché con Novella Calligaris, che l'anno dopo a Belgrado trionferà negli 800 sl, vincemmo le prime medaglie in assoluto di questo sport (argento nei 400 sl e due bronzi negli 800 sl e 400 misti). La nuotatrice padovana vanta un palmares incredibile: oltre alle citate medaglie ben settantuno titoli nazionali individuali (quarantadue nello stile libero, venti nei misti), ventuno record europei battuti, due bronzi ai mondiali, un argento e due bronzi agli europei. Se Federica Pellegrini è indubbiamente la più grande nuotatrice azzurra d'ogni tempo, la Calligaris fu la prima grande nuotatrice azzurra al mondo, la prima vera ambasciatrice del movimento natatorio italiano: entrambe, però, sono state (in tempi e modi diversi) le prime grandi donne del nuoto italiano nel mondo!
     Ultima quanto doverosa annotazione - di carattere, per così dire storico-statistico (e non solo) - è d'uopo: sul podio di Monaco salirono le atlete della ex Ddr o Gdr (nell'universo, a volte non proprio comprensibile a tutti, delle sigle e abbreviazioni olimpiche, e sportive in genere, le tre consonanti nascondono la completa dicitura della "vecchia" Deutschland demokratisch republik, in tedesco, o German democratic republic, secondo la più usata nomenclatura anglofona; mentre, al contrario, prima della riunificazione quella dell'altra Germania era Frg, ossia Federal republic of Germany o Rft, che in italiano sta per Repubblica federale tedesca!), cioé Roswitha Beier (classe 1956), argento nei 100 farfalla e nella staffetta mista, Gudrun Wegner (classe 1955), bronzo nei 400 sl e, soprattutto, Kornelia Ender, preannunciando un dominio (spesso macchiato dal "doping di stato"!) che si protrarrà per più di tre lustri. L'atleta di Plauen (cittadina del distretto di Chemnitz che gli diede i natali il 25 ottobre del 1958) è da considerarsi una delle più grandi nuotatrici all-time. In Germania vinse tre argenti (nei 200 misti e con le due staffette) ma quattro anni dopo, in Canada, sbaraglierà il campo ottenendo addirittura un poker di successi strabiliante: tre ori individuali (100 e 200 sl, 100 farfalla), uno in staffetta mista. In carriera supererà il record dell'australiana Dawn Fraser, vincendo otto medaglie olimpiche (in totale furono ben diciotto in "big-events"); inoltre, batté ventitré record mondiali individuali (il primo, sui 100 sl, a soli quattordici anni, nel 1973!). Sposò dapprima il dorsista Roland Matthes (la coppia più medagliata del nuoto mondiale di sempre!) e poi il decatleta Steffen Grumt (4°agli europei 1982).

                                                  = MEDAGLIERE =
                                            O      A      B      TOTALE
    USA                               18     13     12       43
    AUS                                 5       3       2       10   
    DDR                                 2       5       2         9
    JAP                                  2       -        1         3
    SWE                                2       -         -         2
    URS                                 -       2        3         5
    GER                                 -       1        3         4
    HUN                                 -       1        2         3 
    ITA                                    -       1        2         3
    GBR                                 -        1        -          1

    fonti bibliografiche:
    - Olimpic Swimming 1988 (a cura dell'ISSA, International Swimming Statisticians Association);
    - The Guinness International Who's Who of Sport, Ian Buchanan, Bill Mallon, Stan Matthews;
    - A Who's Who of American Sport's Champions, Ralph Hicock;
    - I Giochi sono fatti, Mario Gherarducci;
    - Il libro d'oro delle Olimpiadi, Erich Kamper&Bill Mallon.
       
     

  • 22 agosto 2019 alle ore 11:02
    NON SOLO FANCIULLE.

    Come comincia: Alberto M., fotografo professionista di Messina aveva ricevuto l’incarico da una casa editrice di una rivista erotica di Roma il compito di fotografare una modella, con e senza veli, una modella il cui nominativo ed indirizzo erano stati forniti dal titolare della casa stessa. Giuseppina M. si era presentata allo studio di Alberto situato a piazza Cairoli una mattina dal tempo uggioso. Il socio di Alberto era Gaetano F., un uomo piccolo scheletrico con gobba ma molto spiritoso malgrado i suoi difetti fisici; quando qualcuno gli era antipatico e faceva malevoli apprezzamenti su di lui,  si toccava la gobba avvertendo l’interessato di futuri suoi probabili guai. Quando Giuseppina entrò nello studio Gaetano alzò gli occhi dalle diapositive che stava controllando e: “Alberto è entrato in negozio un raggio di sole!” Alberto che si trovava nel piano sottostante adibito a studio fotografico: “Ma se sta piovendo, che cacchio dici!” “Sali e vedrai.” Alberto conosceva bene lo spirito goliardico di Gaetano ma alla vista di Giuseppina sgranò gli occhi, poi si riprese: “Signorina siamo a sua disposizione.” “Sono Giuseppina M., Pina per gli amici,  la modella con cui uno di voi deve eseguire un servizio fotografico, chiamo Adolfo F. il capo redattore della rivista a cui interessano le mie foto.” Col suo telefonino: “Adolfo sono nel negozio del fotografo che mi hai indicato, te lo passo.” “Signor M. mi occorrono delle foto di Pina sia con veli che senza veli, la signorina le darà tutte le spiegazioni, il compenso le  sarà da me inviato quando riceverò le foto, potrà essere molto alto, dipende dalla qualità delle foto stesse, a presto.” Alberto: “Sarò io ad eseguire il servizio fotografico, sediamoci in un tavolino del bar qui di fronte, così avrà modo di darmi direttive come eseguire il servizio fotografico, nel frattempo le va bene un Campari soda, è il mio preferito.” “Vada per il Campari, allora le foto saranno scattate in una spiaggia oltre Barcellona P.G., se lei è d’accordo domattina sarò qui, con la sua auto raggiungeremo il posto.” “Per me va bene, a domani.” “Che culo che hai, un pezzo di f…a così mai visto!” “A Gaetà è solo pé lavoro, con quella me sa tanto ‘non c’è ‘trippa pé gatti!’”, Alberto non aveva dimenticato le sue origini romane. Il giorno successivo alle nove Pina si presentò al negozio con un trolley, Gaetano era pronto  con una valigetta con biancheria e con uno zaino in cui aveva riposto il materiale fotografico. Fuori del locale. “Andremo con questa Panda?” “No la mia è la macchina posteggiata davanti.” “Una Jaguar? Complimenti per la scelta, un regalo del classico zio d’America?” “No, quello di una mia zia vedova di un marito mio omonimo.” Uscirono al casello di Barcellona, presero  uno stretto  viottolo che portava al mare. Percorso circa un chilometro sulla spiaggia si trovarono davanti una casetta prefabbricata di legno con pannelli solari sul tetto. Pina aveva la chiave: all’interno non mancava nulla per un comodo soggiorno, Alberto con lo sguardo enumerò i vari oggetti: cucina a gas con bombola, pentole, grande dispensa con cibi in scatola, pasta, biscotti integrali, zucchero macchina con cialde per il caffè ed ovviamente anche un letto che aveva un solo difetto: era di una piazza e mezza, in due ci si stava stretti…Una piccola stanza ricavata in  fondo era adibita a bagno: doccia, bidet lavandino con specchio, water; l’acqua era dentro un serbatoio interrato  nel sottosuolo della casetta. “Qui potremmo stare un bel po’!” esordì Alberto, “Il tempo necessario.” ribatté Pina, frase che non prometteva nulla di buono. Era maggio inoltrato, il sole stava scendendo sull’orizzonte, ormai era tardi per eseguire foto e così, dopo cena, i due seduti sulla spiaggia aspettavano che facesse completamente buio prima di andare a coricarsi. Nessuno dei due parlava, Pina al  cellulare: “Ciao cara, mi sono sistemata, domani cominciamo il servizio, era mia madre.” Il problema del letto si pose ma i due lo risolsero mettendosi ognuno il più vicino possibile alla sponda. Alberto e con lui ‘ciccio’ era  molto sensibile agli odori femminili, non quello dei profumi  commerciali ma quell’effluvio che emanano certe signore e signorine di proprio. Pina era una di quelle, ‘ciccio’ si alzò speranzoso ma, non avuta confidenza da parte di Alberto, ritornò sconsolato a cuccia. Pina si era accorta del problema di Alberto, dentro di sé se la rideva, il signor fotografo avrebbe sofferto molto durante i prossimi giorni. La mattina fu Alberto ad alzarsi per primo, Pina fece la furba, voleva sapere come se la sarebbe cavata l’Albertone che si presentò a letto con un vassoio contenente Buondì Motta, caffè e latte, zucchero, spremuta di arancia: “Se la signora gradisce…” Pina si stirò tutta, si mise seduta sul letto e, alla frase di Alberto scoppiò in una risata, “Che ne dice o meglio che ne dici di far ridere anche me?” “Mi è venuta in mente un famoso verbo pronunziato da Sandra Milo, nuda, dinanzi ad un gerarca fascista in un film di Fellini: ‘Gradisca’ e con tale appellativo venne poi chiamata da tutti.” “Per favore, fai colazione, lavati, truccati nel frattempo vado in spiaggia a sistemare i miei materiali.” Uscendo dalla casetta Alberto si domandò come fosse stato possibile istallare in spiaggia, peraltro sul suolo demaniale, quella casetta in legno, la spiegazione poteva venire dal fatto che, da quello che scrivevano i giornali che a Barcellona la mafia aveva il suo peso, ma in fondo a lui interessava poco. Pina si presentò ben truccata in viso e coperta da un velo trasparente azzurro, una visione, Alberto che cercò di non far trasparire quello che provava. ‘Ciccio’ al solito alzò prepotentemente la cresta, il suo ‘padrone’ per evitare brutte figure, andò in mare si fermò quando l’acqua arrivò alla vita.  Pina se la rideva allegramente, Alberto decisamente incazzato:  “C’è poco da ridere, m’è venuto un colpo di calore!” “Ci credo, mi è venuto in mente un verso della Divina Commedia riferito a Farinata degli Uberti: ‘dalla cintola in su tutto il vedrai.” “Invece di fare sfoggio di cultura appoggiati a quella roccia e cominciamo il servizio fotografico.” Pina teneva ben stretto addosso il velo trasparente ma Alberto: “Mi sembra che il signor Adolfo avesse ordinato foto con veli e senza veli!” “Ho capito non vedevi l’ora che mi mostri nuda, ora come va?” “Per me va bene, assumi vari atteggiamenti, scatterò foto a colori ed in bianco e nero.” “Vedi che ti trema la mano, che ti succede?” “La macchina fotografica ha un dispositivoo che impedisce di far venire le foto mosse, ma a te cosa importa il lato tecnico?” “Tu sei un parapaffio.” “Ti dispiacerebbe smettere di far sfoggio   di cultura e di usare termini aulici!” “Tradotto in termini volgari vuol dure paraculo!” “Ti ricordo che siamo qui per lavoro, che ne diresti di una tregua, io mi sento psicologicamente stanco.” “Il micione è stanco e la micetta gli viene incontro accettando un bacio in fronte.” Alberto scese più  giù e il bacio finì sulla bocca di Pina che non sollevò obiezioni. Il servizio fotografico riprese nel miglior dei modi sino all’ora di pranzo. Il fotografo e la modella mangiarono spaghetti in  salsa già pronta in barattolo e poi formaggi e verdura cotta e, sempre dai barattoli pesche sciroppate. Pina: “Che ne dici di un half?” “Se non erro vuol dire metà, io mi prendo anche l’altra metà e lavo tutti i piatti, contenta?” “Sei da sposare, a proposito sei maritato, fidanzato, convivente o che?” “Solo assolutamente libero, non amo i legami, tanti miei amici, sposati con figli si sono separati e si trovano in un mare di guai, il loro esempio mi basta! Non ti domando di te …non voglio essere invadente.” “Ho una relazione ma non ti dico i particolari.” “Ed io non te li chiedo ma voglio essere sincero, il tuo effluvio mi fa impazzire, forse il verbo è eccessivo ma sicuramente è vicino alla realtà, dormire nello stesso letto soprattutto per il mio ‘ciccio’.” “E tu prendilo a schiaffi!” “Non potrei mai farlo, è il mio fedele compagno di tante avventure, se litighiamo ci rimetto io.” “Allora che chiedi?” “Posso solo esprimere un mio modesto desidero che tu capisci senza essere io esplicito, insomma, come si diceva una volta da parte di chi chiedeva la carità:’Al tuo buon cuore!’” “Ed io ho un cuore sensibile e te la do! Non mi sembri molto soddisfatto.” “Non vorrei che mi prendessi in giro, te ne ritengo capace.” “Ed io…”Pina andò in bagno e ritornò in camera nuda e bella come una dea. Alberto la seguì precipitosamente o rientrò in camera col bidet fatto e ‘ciccio’ in posizione pronto alla pugna. Pina si pose sul letto allargando le deliziose cosce. L’Albertone si impossessò con la lingua del suo fiorellino che poco dopo diede segni di un orgasmo ripetuto poco dopo, la dama evidentemente aveva una fame sessuale arretrata. Alberto allora volle far provare a Pina qualcosa che  forse lei non conosceva, un orgasmo col punto G che lui aveva imparato da una gentile ‘signorina’. Immesso ‘ciccio’ sino a metà vagina lo strofinò in alto fin tanto che la giovane  diede segni di un orgasmo gigante, lunghissimo tanto che Alberto pensò che si sentisse male. Dopo circa dieci minuti:”Non ti preoccupare, non ho mai provato nulla di simile, sei un mago!” “Si mago del cazzo” pensò Alberto contento della piega che aveva preso la situazione. Una mattina mentre Pina era in bagno suonò il suo cellulare, Alberto lo aprì e prima che potesse dire ‘pronto’ una voce femminile: “Ciao amore mio, come vanno le cose?” “Da parte mia bene, per il resto devo domandare a Pina, tu chi sei?” Dopo molti secondi:”Sono Aurora’ una buona amica di Pina, appena puoi passamela per favore.” “Ha telefonato Aurora, ti ha chiamata amore mio ed ha chiesto di chiamarla da parte tua. Pina in francese: “Mon amour ne m’appelle pas comme ça avec des incunnu, je t’appellerai plus tard.” “Mon cher je connais la langue français, vous pouvez parler italien!” “Ecco mò mi capita pure il fotografo poliglotta!” “Il fotografo poliglotta è un anticonformista e non si permette di giudicare i suoi simili qualsiasi cosa facciano, tienilo a mente. Mi piacerebbe restare tuo amico ed eventualmente anche amico di Aurora senza secondi fini.” “A chi la dai da bere, tu sei tutto un ‘secondi fini’.” Finita la settimana e finito pure il servizio fotografico rientro a casa con un po’ di melanconia da parte di entrambi, anche se burrascoso il loro soggiorno in fondo era stato piacevole. “Per favore immetti nel navigatore satellitare il tuo indirizzo di casa così finalmente saprò dove abiti.”  “Ti accontento subito, abito in viale dei Tigli 15, contento? Più contenta sarà la signorina di cui  conosci la voce, si chiama Josephine ed è mia amica. Ti ritengo  un bugiardo matricolato, riesci a cambiare le carte in tavola con facilità ma con me vai in bianco!” “Non mi sembra che in passato sia andato tanto in bianco, ti ricordi il punto G?” “È stata una mia debolezza, l’ho dimenticata!” “Adesso sei tu la bugiarda, finiamola qui.” Pina abitava all’ultimo piano, Alberto prese il suo trolley, la porta fu aperta da una signora di una certa età: “Figlia mia che piacere vederti, ci sei mancata, finalmente un maschietto a casa nostra, si accomodi.” Alberto poggiò a terra il trolley di Pina e si esibì in un finto baciamano alla signora, Pina nel frattempo si stava sbaciucchiando con Aurora. “Finalmente un gentiluomo, ai miei tempi c’era un’altra educazione verso le signore, con lei ci farei un pensierino, peccato i tanti anni di differenza!” Mara, questo il suo nome aveva dimostrato un senso dello humour apprezzato da Alberto  “Tutti a tavola.” “Non so chi sia stata la cuoca, i miei complimenti, anch’io m’intendo un po’ di cucina, l’unica cosa che non va è il vino…se me lo permetterete vi farò dono di uno scatolone di Verdicchio dei Castelli di Jesi, un bianco dichiarato dai giudici di Vinitaly  il migliore d’Italia ed uno scatolone di un vino rosso, un Lambrusco che faccio venire direttamente dal luogo di produzione in provincia di Reggio Emilia. Pina è stata una modella fantastica, penso che il redattore capo della rivista che ha ordinato le foto mi invierà un assegno consistente, tutto merito della modella.” “Non dare tutti i meriti a me, tu sei un buon manico!” Risata generale, Pina senza accorgersene si era esibita in una battuta a doppio senso. Tornando a casa sua in via Cola Pesce Alberto, ragionando con se stesso, capì che non avrebbe mai più potuto avere ‘contatti’ né con Pina e tantomeno con Aurora.  Hermes dio pagano suo protettore ed amico stavolta prese una decisione un po’ particolare con spirito di ‘moquer’: far  ‘incontrare’ il buon Albertone con Mara che aveva dimostrato che avrebbe gradito…”Signora Mara sono Alberto, che ne dice di venire nel mio appartamento per insegnarmi qualcosa in cucina, non penso che le ragazze in quel campo…” “Sarà un piacere.” “La vengo a prendere a casa sua con la mia macchina.” “Caspita una Jaguar, un gentiluomo non si serve di una utilitaria per andare a prendere una signora!” Mara sembrava un’altra, ben truccata, ben vestita, tacchi alti, era diventata appetibile ed Alberto invece di interessarsi  dell’arte culinaria fece provare a madame l’ars amatoria di Ovidio, anche la signora aveva il punto G sensibile…Mara  fu molto esplicita: ”Sei stato un  mago; di c..i in vita mia ne ho provati tanti ma tu…”, Alberto era ormai diventato il re del punto G! Ripensando al suo desiderio di un contatto sessuale a tre e ritornando col pensiero agli studi classici si ricordò che il numero tre era citato da molte fonti: dalla scuola Pitagorica, nell’antico Egitto, dal punto di vista esoterico, nelle religioni sono perfette le triadi divine: le Parche, le Furie e le Grazie, tre come le Caravelle di Colombo ma erano concetti pleonastici, la perfezione del numero non avrebbe portato ad una triplice relazione con le due fanciulle. Con una certa tristezza Alberto talvolta pensava a Pina, al suo meraviglioso corpo ed al suo profumoo inebriante, lui avrebbe accettato qualsiasi compromesso ma le due ragazze avevano gusti particolari che non collimavano con i suoi!
     
     

  • 22 agosto 2019 alle ore 10:59
    COL SUDORE DELLA...FRONTE

    Come comincia: Adriana N. stava per giungere al capolinea dell’autobus n.28 di Messina, era in piedi attaccata al una maniglia,  lacrime silenziose le inondavano il viso, non riusciva a trattenerle, una signora che si trovava vicino a lei sul mezzo pubblico la guardò in viso, le si avvicinò e: ”Non voglio essere invadente ma, se me lo permette, vorrei darle una mano di aiuto, scendiamo, mi prenda sotto braccio, la vedo instabile sulle gambe.” Adriana non aveva più forze, si appoggiò alla dama che proseguì: “Io abito qui vicino  nel condominio ‘Villa Luce’, venga con me, quando si sarà rimessa potrò accompagnarla a casa sua.” Adriana ebbe un sorriso di ringraziamento. L’abitazione della signora era di grandi dimensioni, molto ben arredata con mobili moderni, massimi ordine e pulizia. “Si segga sul divano le preparo un caffè.” “Gliel’ho fatto molto concentrato, spero le dia una mano d’aiuto.” Dopo circa mezz’ora: “Sono Adriana N.., abito più avanti in via Consolare Pompea, non si disturbi andrò a piedi.” “Mi sono domandata quale avvenimento l’abbia potuta portare a piangere con a conseguenza che il trucco, con le lacrime,  ha fatto divenire il suo bel volto una maschera da clown, si rilassi e, se non  ha impegni resti a pranzo e nel frattempo se vuole confidarsi… credo potrò esserlo d’aiuto.” “Sono Adriana N. ho trentacinque anni, vedova da pochi mesi, con la morte di mio marito  sono cominciati i miei problemi, Vittorio R. era un ingegnere libero professionista. La sua morte è stata quasi improvvisa, dal medico di famiglia gli era stata diagnosticata una bronchite, non stava particolarmente male, seguitava a frequentare la palestra facendo anche notevoli sforzi fisici, tutto d’un colpo è svenuto, portato in ospedale, dopo vari accertamenti gli è stata diagnosticato un tumore ai polmoni all’ultimo grado, dopo tre giorni è deceduto. Vittorio era ateo ma anche senza il mio consenso (io ero fuori di testa) il cappellano del nosocomio  ha fatto trasportare il feretro in chiesa e qui avrei mandato a quel paese amici e parenti: erano una cinquantina tutti a farmi le condoglianze  abbracciando me e le mie figlie gemelle Giuliana e Simona. Riuscita finalmente a liberarmi di tanto ‘affetto’, seguendo il carro funebre siamo arrivati al cimitero per tumulare la bara nella cappella privata. Il giorno dopo mi si è presentata la situazione di famiglia in tutta la sua drammaticità, mio marito non aveva stipulato alcuna assicurazione sulla vita e non aveva diritto a pensione. Per sua volontà, benché laureata in lettere, mi sono ritrovata a fare la casalinga con la conseguenza di non avere alcun reddito. Ovviamente sono giorni che mi guardo in giro per cercare un posto di lavoro, ma oltre a quello di entrare in una ditta di pulizie (sinceramente non me la sentivo) ho trovato l’occupazione di commessa in vari negozi ma, oltre a guadagnare una paga minima assolutamente non adatta alle esigenze di famiglia, dovevo rimanere al lavoro praticamente dalla mattina alla sera e talvolta anche i festivi; stavo rientrando a casa dopo l’ultima delusione quando ho incontrato lei, a proposito non l’ho nemmeno ringraziata delle sue cortesie.” “Non ce n’è bisogno anzi diamoci del tu, penso che potremmo seguitare a frequentarci.” Nel frattempo Adriana cercò di inquadrare la persona di Violetta: altezza media, capelli castani corti, occhi un incrocio tra verde e grigio, tette non molto pronunziate al contrario del naso un po’ troppo sporgente, insomma dava l’idea di mascolinità. Anche la cameriera Elisa F. era un tipo particolare, quello che più colpì Adriana erano i suoi: ’callidi oculi ancillae ’ robusta tette da balia, divisa da cameriera con in testa la ‘cristina’ entrò sorridente nella sala da pranzo esibendosi anche con un inchino verso le due signore, una sceneggiata che mise in allarme Adriana, in futuro se ne sarebbe guardata! Bevuto il caffè Violetta chiese il permesso di accendere una sigaretta non facile da trovare in Italia, una ‘Roy d’Egypte’ molto profumata, ne offrì una ad Adriana che rifiutò. “Me le porta un buon amico comandante di una nave mercantile, penso che faccia anche del contrabbando.” “Le mie  figlie  dovrebbero essere rientrate a casa, hanno sedici anni e frequentano il secondo anno dell’istituto Tecnico Industriale, almeno con loro non ho preoccupazioni, i professori mi danno buone notizie circa i loro studi. Prima di uscire Adriana si ritrovò in mano un mucchietto di Euro da cinquanta. “È solo un prestito, me li ridarai non appena potrai.” A casa le due baby abbracciarono la madre sorridente: “Hai trovato un posto?” Adriana aveva avuto sempre un rapporto molto franco e sincero con le figlie e raccontò loro gli ultimi avvenimenti, Adriana e Giuliana erano dello stesso parere della madre, oggi difficilmente si incontrano persone che fanno qualcosa per pura liberalità: “Mammina sta attenta alle proposte che ti farà questa Violetta!” e infatti una mattina al telefono: “Adriana è un bel po’ che non si vediamo, m’è venuto a trovarmi un amico cui piacerebbe conoscerti, vieni appena puoi.” La bomba prevista era scoppiata, ovviamente si trattava di far ‘marchette’, Adriana decise di stare al gioco. A casa di Violetta gli fu presentato Carlo V. signore circa cinquantenne, piuttosto robusto, sorridente, vestito all’ultima moda, piuttosto alto, fisicamente niente male ma… Adriana, compresa la situazione,  prese da parte Violetta: “Cara ho le mestruazioni, sarà per un’altra volta.” Informato del fatto, Carlo ebbe una espressione di scontentezza, evidentemente era abituato a non sentirsi dir di no ma quella era una causa di forza maggiore. Rientrata a casa Adriana fu raggiunta da una telefonata di Violetta: “Non credo affatto che tu abbia le mestruazioni, hai rifiutato minimo cinquemila Euro!” “Hai ragione ne voglio diecimila.” “Va bene, sei molto piaciuta a Carlo che è un industriale di Biella, domattina ti aspetto alle nove.” Al rientro di Giuliana e Simona: “Ragazze debbo confessarvi qualcosa di molto intimo e delicato, voglio il vostro parere sincero, conoscete qual è la nostra situazione finanziaria, mi hanno offerto diecimila Euro.” “Se ci fai questa domanda pensiamo che tu abbia già deciso, è una questione delicata e personale, possiamo dirti che ti siamo vicine…” “La mattina dopo Carlo era già a casa di Violetta, sorridente aprì la porta della camera da letto e si dimostrò nel sesso un vero signore, con l’aggiunta di cinquemila Euro ebbe concesso anche il popò che prudentemente Adriana aveva lubrificato. Uscito Marco, dopo circa dieci minuti, mentre Adriana si stava rivestendo si presentò in camera Violetta: “Tutto bene?” “Si perfettamente, è stato un signore.” “Io di signori ne conosco tanti, a me va il dieci per cento.” Era da immaginarselo,  Adriana sborsò mille Euro invece di millecinquecento, ora era evidente che Violetta per mestiere faceva la prosseneta insomma la tenutaria di una casa chiusa. Al rientro a casa Adriana si mostrò sorridente alle due figlie, niente spiegazioni, le persone intelligenti si capiscono anche senza parlare. Adriana dopo varie ‘conoscenze’ di maschietti, era entrata in un giro di uomini facoltosi che, coniugati con mogli  vecchie o in menopausa davano libero sfogo ai loro piaceri sessuali ovviamente pagando profumatamente una Adriana sempre più pimpante ed anche, talvolta, sessualmente appagata. Ritenne troppo oneroso pagare il dieci per cento a Violetta e, dopo aver sistemato a fondo la casetta a due piani di via Consolare Pompea la inaugurò dando una festa da ballo con tutti i suoi clienti più affezionati. Un sabato a pomeriggio inoltrato giunsero circa venti uomini ‘amici’ di Adriana che però non aveva considerato che i maschietti erano in numero preponderante rispetto alle femminucce, praticamente solo lei e quindi chiese a Giuliana e Simona di far da ‘danseurs à louer’. Le bimbe accettarono con entusiasmo però, anche dietro consiglio della madre, si vestirono in maniera castigata per far capire ai signori che: ‘ Il n’y a pas de tripes pour le chats’ tradotto alla romana: “Non cé trippa pé gatti!’ Gonna nera sotto il ginocchio, ampia camicetta rosa chiusa sino al collo, niente tacchi. Simona si distingueva dalla sorella Giuliana per essersi fatta fare dal parrucchiere delle ‘mèches de cheveux biondes.’Come la mamma anche le due ragazze erano sempre impegnate a ballare, la musica venne interrotta solo allorché da un vicino bar apparvero due camerieri col ben di Dio di dolci e relative bevande non alcoliche. Ripresa la musica i signori compresero che la due ragazze erano off limits, si fece avanti un giovane, molto probabilmente figlio di uno degli invitati, che prese il monopolio di Simona alla quale il tale non dispiaceva affatto, anzi. Una settimana dopo si fece vivo Ernesto N. che riferì che il  figlio Lorenzo avrebbe avuto il piacere di poter conoscere Simona. “Niente da fare caro Ernesto, le mie figlie non si toccano mettitelo bene in testa.” “Evidentemente Lorenzo aveva avuto una folgorazione per l’aspetto fisico ed anche per la personalità di Simona. Lorenzo si diede da fare e riuscì a sapere quale fosse l’istituto in cui era iscritta ed a presentarsi alla fine dell’orario. “Ciao cara, ero di passaggio…” “Dato che eri di passaggio, passeggia altrove, ciao.” Nel frattempo  Giuliana se la rideva: “Hai fatto una conquista, è un bel ragazzo.” “Non c’è dubbio ma suo padre sicuramente l’avrà messo al correte dei suoi rapporti con nostra madre ed avrà tratto delle conclusioni sbagliate.” Lorenzo quasi tutti i giorni alla fine dell’orario scolastico si faceva vedere nei pressi della scuola delle due ragazze. Un giorno Simona: “Ma tu non vai a scuola, sei sempre tra i piedi!” “Io studio in Svizzera e lì c’è un mese di vacanze.” “Vai altrove a passare le tue vacanze!” “Lorenzo fece una faccia triste: “Non pensavo di esserti tanto antipatico, se cambi parere mi vedrai da queste parti.” “Simona mi pare che il ragazzo sia sincero, te lo dico da sorella maggiore, io sono nata dopo di te…” “Va bene la corona di regina a suo tempo sarà tua, sinceramente ho paura di dar confidenza a Lorenzo, non so che idea si sia fatta di me.” “Prova a chiederglielo altrimenti non lo saprai mai.” E così finalmente Simona un giorno interpellò  Lorenzo: “Dato che sei tanto insistente dimmi cosa vuoi da me.” “Solo starti vicino e passeggiare a piedi o, se preferisci in macchina.” “Immagino avrai una Porche o una Jaguar.” “Ti sbagli, mio padre ha, fra l’altro, una fabbrica di elettrodomestici a Como, ha preteso che cominciassi a lavorare in fabbrica dal primo gradino, l’anno passato sono stato impiegato come operaio , questa è la sua mentalità, mi ha comprato una Cinquecento di seconda mano.” “Ed io mi dovrei mettere con un morto di fame, giammai!” “Io ho il senso dello humour, prenderò questa frase con una battuta, se non accetti la mia amicizia sparirò per sempre dalla tua vita!” “E che sei un fantasma che sparisci, andiamo su stá Cinquecento, almeno cammina?” Camminava bene  la macchina ed anche la gioia di Lorenzo che però nei giorni seguenti ottenne ben poco da Simona, qualche bacio, una toccatina qua e là e tutto il resto off limits. Lorenzo un giorno che passeggiavano in viale S.Martino: “Vorrei domandarti se sei stata mai fidanzata e se…” “Mai fidanzata ed anche vergine, è il tesoro che porterò al mio futuro marito.” Lorenzo aveva fatto presente del suo legame al padre Ernesto che, pensando alla moralità della madre della ragazza era piuttosto perplesso. “Mio caro sei abbastanza grande da poter giudicare una persona, se dopo averla conosciuta a fondo sarai del parere di sposarla sarò al tuo fianco.” Incontrando Simona all’uscita da scuola Lorenzo quasi si gettò su di lei: “Papà è d’accordo, possiamo sposarci.” “Il fatto è che non sono d’accordo io, te lo devi meritare.” “Vuoi che mi cosparga i capelli di cenere o vada in pellegrinaggio a Compostela?” “Non ti farebbe male!” A tutto c’è un limite, Lorenzo s’era rotto le scatole e si rivolse al padre: “Quella non mi vuole e mi prende in giro, ti prego parla con la madre!” “Adesso faccio pure il ruffiano di mio figlio, vedrò quello che si può fare.” Una sera a cena: “Simona mi ha parlato di te il padre di Lorenzo, se proprio non ti piace diglielo chiaramente, non tenerlo sulle spine.” “Mamma, Lorenzo mi piace ma ho paura di una delusione.” “Fatti passare le paure, fra l’altro Ernesto mi ha promesso un posto di rilievo ben remunerato per voi due non appena avrete conseguito il diploma, io smetterò la mia professione e forse …con Ernesto…” “Mammina sarebbe bellissimo, tutto in famiglia…” “Brutto zozzone, ci sei riuscito, sarò costretta a sposarti ma…” “Niente ma, mi hai folgorato dalla prima volta che ti ho vista.” “Mò sò diventata pure un fulmine, speriamo bene!” Al comune di Messina le due coppie, padre e figlio con madre e figlia  fecero il loro ingresso nell’ufficio di un funzionario comunale che, sbrigate le pratiche burocratiche: “Non riesco a riconoscere quale è la madre e quale la figlia!” La differenza era che  la madre aveva chiuso ‘i battenti’ e la figlia  stava per aprirli… ma  solo per il marito!
     

  • 22 agosto 2019 alle ore 10:01
    Roma 1960 e Abebe Bikila

    Come comincia: ​  Io, purtroppo, non ho vissuto né il magico, sano e sincero clima di gioia, fratellanza, unione tra i giovani di tutto il mondo che pervase e percorse Roma durante i giochi olimpici del 1960, né i “momenti” agonistici indimenticabili ed irripetibili di quella olimpiade. Il mio più grande rammarico, però, sta nel fatto di non aver potuto…seguire la gara delle gare, la maratona, e di non aver visto correre sul selciato capitolino (magari attraverso la tivù, già in…uso a quei tempi in Italia) il maggior protagonista di quei giochi nonché, a parer mio, il “corridore” più grande e straordinario che abbia mai calcato le scene dell’arengo atletico mondiale: Abebe Bikila! A dire il vero, però, “fiore che cresce” (traduzione in amarico del suo name and surname) corse, e vinse, anche la maratona di Tokyo, nel 1964 (in carriera ne vinse ben dodici su quindici disputate: percentuale, sic!, da fantascienza!), nonché quella di Città del Messico nel 1968 (dove si ritirò dopo una decina di chilometri): ma, sfortunatamente, anche allora io ero – per così dire -…fuori dal tempo, ovvero ancora troppo piccino, essendo nato nel 1962, per poter ben capire (e valutare) le cose della vita, del mondo e…dello sport! Ho conosciuto Bikila guardando vecchi filmati televisivi (tra tutti ho impresso nella memoria quello del suo arrivo, a piedi scalzi, sotto l’arco di Costantino illuminato a giorno, sul traguardo…romano!) o leggendo libri e vecchie riviste di atletica leggera. Da subito sono rimasto colpito per tre cose: la naturalezza e l’eleganza della sua falcata e della sua corsa da gazzella, la semplicità di spirito e la gioia del suo carattere, l’ingenuità ed il candore della sua figura, quasi come quella di un…bambino! Queste caratteristiche e peculiarità (imprese sportive ed agonistiche a parte) sono state, per me, la forza dell’atleta-uomo Bikila, di quell’omino magro e simpaticissimo venuto dall’Etiopia (era nato a Jatto, Debre Berhan, piccolo villaggio di pastori e contadini nell’antica regione di Ahmara, sull’Acronomo Etiopico, a centrotrenta chilometri da Addis Abeba, il 7 agosto 1932), rendendolo unico ed ineguagliabile! Così scrive Edmondo Dietrich nel libro “I grandi campioni”, a proposito del successo di Bikila a Roma: “…aveva vinto con affondi solitari e imperiosi, con una naturalezza di passo così stupefacente che le sue gesta lo avevano reso simile più a un dio dell’antica Grecia che a un essere umano”; ancora: “…le braccia sottili sembravano fatte di soli tendini e ossa e così le gambe simili a quelle di un’antilope in fuga. Il suo volto non denunciava né ansia né fatica”. Per chi, come me, sin dalla giovane età ha seguito ed amato l’atletica, Abebe Bikila ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà la colonna portante, il punto di riferimento ed il filo conduttore che lega passato, presente e futuro di questo sport.  Per intenderci, qualora non fossi stato abbastanza chiaro: senza Bikila (almeno a mio parere) l’atletica, e la storia dell’atletica, non sarebbero stati la stessa cosa di quello che sono! La vicenda umana di questo grande atleta, però, ebbe amaro epilogo, segnata da un destino crudele ed ingiusto: quello che, spesso, contraddistingue il cammino degli eroi. Nel 1969, infatti, dopo essersi ritirato al culmine della gloria sportiva, quando era felicemente sposato e padre di un bambino, fu coinvolto in un grave incidente d’auto restando paralizzato alle gambe fino al 1973, l’anno della sua fine (mese di ottobre, giorno venticinque), avvenuta per emorragia cerebrale. Ora mi immagino Bikila correre insieme ad i suoi grandi amici: l’eroe di Atene (Spyridion Louis), l’omino di Carpi (Dorando Pietri), lo svedese volante (Gunder Hagg), l’angelo biondo di Turku (Paavo Nurmi), l’uomo-cavallo (Emil Zatopek), lo zar russo-ucraino (Vladimir Kuts), la leggenda dell’Oregon (Steve Prefontaine). Non so dove tu sia, dolce Abebe: ma continua a correre! 
    da: una mail inviata a Rai storia il 25 ottobre 2012. 
                                                                                                     
    Luciano Ronchetti                                                            luciano74121@gmail.com

  • Come comincia: Una scopata, di tanto in tanto e con chiunque sia fatta (con donna bella o brutta, bionda, rossa o bruna, zoccola o fata, amica o compagna di classe o di...merenda, etc., poco importa!) fa sempre, sempre - e di molto - bene: ciò è fuor di dubbio; ma...ve le ricordate voi (parlo soprattutto per quelli che, come me, hanno già da tempo superato gli "anta" e volano ormai ad ampie falcate verso gli "anta-anta" o "anta-extra") quelle belle scopate di una volta? Ed anche un po', diciamo...così (naif!!), e fatte in maniera quasi estemporanea (o d'amble, come direbbero cugini d'oltralpe!), raramente premeditata, sui sedili posteriori d'una utilitaria, la quale spesso, anzi, quasi sempre, era la mitica "Dyane 6" verde o rosa, decappottabile e con tettuccio apribile, della mamma; oppure la "Fiat 127" bianca coupé del papà, essa con tettuccio non apribile e, ahimé,...: emanante, purtroppo, fuoco e lapilli in estate ed invece ghiaccio distillato frammisto a polvere di brina in inverno?
     Già, quelle belle scopate d'una volta eran proprio così...sane, ricche, allegre: e fatte - ancor prima di cominciare - della vana ed improba ricerca del "palloncino" (altrimenti noto come preservativo), il quale, guarda caso, era andato a (con)ficcarsi sotto il tappetino del sedile anteriore (chissà poi, perché, era proprio finito lì?) ed era impresa pressocché da matti riuscire a recuperarlo, oppure non si trovava più; od ancora: il suddetto [preservativo o palloncino] non si trovava più perché nella macchina - e quindi sotto il tappetino - non c'era mai stato; semplicemente perché avevamo dimenticato di acquistarlo in farmacia (oppure, il più delle volte, avevamo finto di dimenticarcene: per timore, per vergogna, per pudore o checchéssia...avevamo volutamente dimenticato di farlo!). Ed allora succedeva...Si procedeva improvvisando (in teatro si dice: "andare a braccio") e facendo a meno del preservativo: e tutti s'era belli e contenti uguale!
     Allora: ve le ricordate quelle scopate d'una volta? Ve le ricordate tutti quanti (così)? E'importante questo: l'importante è proprio ricordarle così, quelle scopate; è importantissimo, anzi, che esse vengano ricordate da (noi) tutti a quel modo!
    Perché una scopata così, oggi, infatti (nell'epoca delle chat a tutto spiano e del mordi e fuggi, o del prendi e scappa, del godi niente, etc.) se la sognano in tanti, una scopata così era come ascoltare musica da un juke-box (Thank You dei Led Zeppelin, Michelle dei Beatles, Angie degli Stones, etc.): ve li ricordate quelli strani aggeggi, tutto valvole  e transistor, sì? (Spero che ve li ricordiate anche loro!). Loro, quélli aggeggi tanto strani davvero, bombardavano le orecchie dei matusa e dei genitori (da cui non poche maledizioni e vaffancu...ricevevano!)?!
     Quelle scopate d'una volta e quella musica, sulla spiaggia o sugli scogli, in riva al mare, sotto le stelle e sotto la luna - in agosto o a dicembre - erano proprio totalmente diverse da quelle di oggi: emanavano calore, davano forza e facevano bene al cuore!...
    ma io continuerò a dire, a prescindere dai tempi, dai modi e dalle mode: fare l'amore e non scopare, sempre!!!

    Taranto, 5 marzo 2016.

  • Come comincia:  Oscar Wilde (vero nome Oscar Fingal O'Flaherie Wills Wilde) nasce a Dublino (1854) e muore a Parigi (1900). Fu poeta, romanziere, narratore, drammaturgo, aforista, saggista, giornalista e traduttore: uno dei più grandi letterati anglosassoni d'ogni tempo! Il suo più celebre ed acclamato romanzo è "Ritratto di Dorian Gray" (1891), capolavoro del decadentismo mondiale. 
     Nel 1895 fu condannato a due anni di lavori forzati, scontati nel carcere di Reading, per "comportamento contrario alla pubblica morale" (pratica dell'omosessualità e della sodomia, in poche parole: amante di lord Alfred Douglas!): la società di allora, perbenista, benpensante, moralista ed ipocrita, perdonava agli artisti (e quindi a Wilde) ogni cosa tranne, ovviamente, l'immoralità alla luce del giorno! (in buona sostanza: se proprio dovete esserlo - omosessuale - fatelo di nascosto!). E Oscar Wilde, comunque, non era certo un tipo qualunque, di quelli che passano inosservati: l'artista, al contrario, che tutti ammiravano; un vero e proprio modello letterario e di vita, tanto per intenderci alla George Gordon Byron!
     Frutto letterario di quella terribile esperienza di vita fu la celebre "Ballata del carcere di Reading": in buona sostanza un vero e proprio apologo della libertà contro le disumane e degradanti condizioni di vita nelle carceri vittoriane (ancora di attualità, visto quello che accade, oggidì, in molti paesi del mondo: nel nostro paese, ad esempio, che si considera di fascia A, in quanto a grado di civiltà, viene attuata - in alcune carceri - la barbara ed inumana pratica del letto di contenzione!) ma, soprattutto, contro la pena di morte (lo scrittore aveva assistito de visu all'impiccagione di un giovane soldato, condannato a morte per l'assassinio della moglie!).
            = The Ballad of Reading Gaol/La ballata del carcere di Reading (1898) =
    Non portava la giacca rossa
    perché rossi sono sangue e vino
    e il sangue e il vino li aveva sulle mani
    quando lo trovarono con quella donna,
    la povera donna morta, che lui amava
    e che aveva ucciso nel suo letto.
    Camminava fra gli altri condannati
    con uno straccio di vestito grigio,
    in testa il berretto da cricket;
    il suo passo correva allegro e leggero,
    ma non ho mai visto un uomo
    guardare il giorno con tale intensità.
    Non ho mai visto un uomo guardare
    con sguardo così intenso
    quella breve tenda d'azzurro,
    che i prigionieri chiamano cielo,
    e contare le nuvole in transito
    su vele d'argento.
    Camminavo con altre anime in pena
    in un braccio differente
    e mi domandavo se fosse lì
    per qualcosa di grave o di poco conto
    quanto dietro di me sento un bisbiglio:
    "finirà sulla forca!"
    Cristo santo! All'improvviso giravano
    tutte le mura della prigione
    e il cielo era un casco 
    di acciaio e di fuoco.
    Ero anche io un'anima in pena
    ma il mio dolore non lo sentivo più.
    Finalmente era chiaro quale tormento
    gli rendeva così eccitato il passo
    e perché guardasse il giorno
    con tanta angoscia negli occhi:
    aveva ucciso la cosa che amava
    quindi doveva morire.
    Eppure tutti uccidono la cosa che amano:
    questo si deve sapere;
    qualcuno lo fa con uno sguardo d'odio,
    qualcuno con parole e lusinghe,
    il vigliacco sceglie un bacio,
    l'uomo di coraggio la spada!
    Alcuni uccidono l'amore da giovani,
    altri in vecchiaia,
    alcuni lo soffocano con mano di lussuria,
    alcuni con mani colme d'oro:
    i più umani usano il coltello perché
    i morti diventano freddi così in fretta!
    Amore troppo breve, amore troppo lungo;
    c'è chi vende, c'è chi compra,
    alcuni lo fanno con le lacrime agli occhi,
    altri senza un sospiro.
    Ogni uomo uccide chi ama,
    ma non viene per questo messo a morte.
    Non muore una morte vergognosa
    in un giorno di estrema infamia, 
    e non si trova un cappio al collo,
    un drappo nero sulla faccia.

    (traduzione di Pina Spelta per i tipi della "Lieto Colle").

     Nessuna nazione, nessun governo di nessuna nazione al mondo, nessun tribunale e nessun giudice, né nessun altro uomo mai, che sia da solo o insieme ad altri - a mio avviso - può decretare (seppur facendolo in virtù di codici e leggi) la fine della vita di un'altro suo simile!
     Da trenta anni, ormai, sono ateo ma per Amnesty International, dal 2004, firmo petizioni contro la pena di morte e la tortura andandone fiero!

    Taranto, 18 gennaio 2019.

     

  • 21 agosto 2019 alle ore 17:29
    I SOGNI.

    Come comincia: I sogni ci aiutano a venir fuori da una realtà, spesso spiacevole, ma non certo a cambiarla. ‘Ama il tuo sogno se pur ti tormenta’ chiosava il buon D’Annunzio;  questo aforisma era riportato su una porcellana sita nello studio del padre di Alberto. Sicuramente il  papà di sogni ne doveva aver tanti, era il tempo della seconda guerra mondiale ed il ragazzo sentiva i grandi lamentarsi di un pazzo…lasciamo perdere, andiamo ai sogni di Alberto M. e alla sua vita piuttosto avventurosa. Insegnante di matematica e fisica in un liceo classico di Messina aveva divorziato dalla prima moglie, (donna impossibile da sopportare), e vedovo della seconda di cui aveva un eccellente ricordo (poverina deceduta per un tumore) ma che lo aveva lasciato nell’agiatezza: una villa nel Giardino dei Laghi, bellissima e con annesso giardino tropicale, campi da tennis e piscina in comune con gli altri condomini, insomma un paradiso terrestre. Era divenuto inoltre proprietario di vari  stabili e terreni oltre che di una notevole somma di denaro in titoli, insomma ripeto aveva un buon ricordo della consorte (ti credo!). L’unica cosa che mancava ad Alberto era la ‘materia prima’ che si procurava con delle professioniste ma che lo lasciavano insoddisfatto per motivi ben comprensibili. Doveva trovare una femminuccia tutta per sé.  Il destino, superiore agli dei come Alberto ben sapeva da buon pagano, gli diede una mano con la conoscenza di Corinna e delle due figlie gemelle, sue allieve a scuola: Grazia e Graziella. Lo so che vi vien da ridere perché i due nomi di solito vengono seguiti da un detto volgare. Corinna avrebbe fatto molto volentieri a meno a chiamar così le fanciulle ma quelli erano i nominativi delle nonne materna e paterna. Ma  perché il ‘passaggio’ di nomi? A parte la consuetudine di tramandarli alla discendenza le due vecchie erano ricche, non vi pare un buon motivo? Corinna, un giorno di ricevimento dei genitori alla scuola delle due figlie riconobbe in Alberto quale insegnante delle stesse il suo vicino di casa e, tenuto conto dei voti non buoni in matematica e fisica delle due Grazie, pregò il professore di dar loro delle ripetizioni private. Alberto in fatto di donne preferiva il tipo mediterraneo ma Corinna lo colpì in maniera positiva pur essendo bionda con occhi grigio-azzurri. Fisico da atleta, sorriso accattivante e soprattutto altre cose fisicamente apprezzabili accettò di buon grado con un ma: “Signora le comunico che le mie lezioni saranno un po’ costose nel senso che…” “Non si preoccupi, sono piuttosto abbiente e…” “Mi scusi la non apprezzabile battuta di spirito, io intendevo altro…” Corinna scoppiò in una gran risata che fece girare tutte le persone in quel momento nella stanza. “Io ho sempre amato la gente con la faccia tosta, ma lei…” “Le rispondo io con una detto tradotto dal francese: ‘Donna che ride è già nel tuo letto’ relata refero.” “ Un professore di matematica che conosce anche il latino ed il francese, quante altre lingue conosce?” “Questa volta fu Alberto a scoppiare in una gran risata, i presenti si domandarono che avessero quei due a rider tanto, beati loro! A questo punto Corinna arrossì e, per nascondere il suo imbarazzo cominciò a tossire…”Madame le chiedo scusa talvolta esagero, me lo diceva sempre la mia defunta moglie.” Così Alberto fece capire a Corinna che non c’erano problemi da quel lato, furbacchione! Le due gemelle si presentarono un pomeriggio nella villa di Alberto scortate dalla genitrice, due gocce d’acqua ovviamente fra di loro ma anche assomiglianti alla madre. “Professore sia severo con loro, sono due pesti!” “Non penso proprio dato che le assomigliano in maniera notevole.” Una Grazia esordì subito con :”Certo se assomigliavamo a papà…non ci voglio pensare!” “Professore ne ha avuto subito una prova di quello che ho pocanzi detto, due svergognate, me ne vado.” Accompagnata all’ingresso da Alberto Corinna: “Io sono per i rapporti di empatia, Alberto vorrei darle del tu e…”  “Con piacere Corinna ma tuo marito?” Risposta emblematica “Galeazzo dorme ai piedi del letto!” Intenda chi vuole intendere poi con quel nome! “Ragazze siete intelligenti ed anche furbette, datevi da fare altrimenti perderete l’anno e vi giocate le vacanze!” “Ci mancherebbe altro, con i nostri boy friends abbiamo programmato una gita a Cuba!” Alla faccia della libertà sessuale, d’altronde quelle due avevano diciotto anni e meritavano un premio, sempre se avessero superato gli esami di Stato. Una parentesi: Alberto aveva come ‘Perpetua’ una vedova quarantenne dimorante a Gesso, una frazione di Messina. La cotale, Emma, ogni mattina con l’autobus delle linee extra urbane raggiungeva la villa di Alberto. Purtroppo il servizio funzionava a singhiozzo ed Emma talvolta, all’andata, era costretta ad usufruire del passaggio in macchina di qualche paesano ma, al ritorno? Alberto da buon samaritano le dava un passaggio in Jaguar cosa che inorgogliva Emma che restava un po’ in auto dinanzi casa sua per far invidia ai paesani, Alberto ne era conscio e l’assecondava, quella della sua collaboratrice domestica, sola senza figli né parenti, era una vita agra. Nel frattempo non era accaduto nulla fra Alberto e Corinna; quest’ultima era andata a far compagnia alla madre ammalata e si faceva viva solo con qualche telefonata che lasciava a bocca asciutta un Alberto speranzoso. Una settimana prima degli esami di Stato Alberto scoraggiato dalla poca preparazione delle due gemelle: “Mia care, malgrado il miei sforzi non ritengo riuscirete a superare gli esami, senza il vostro impegno …non posso certo sostituirvi io, spiacente non so che fare per aiutarvi.” Una Grazia:“Volere  è potere.” Alberto: “ Si volare è potare!” “Professore un discorso serio: chi va al classico come noi è portato per le materie letterarie  ma non per quelle scientifiche, conclusione ci vuole un escamotage da parte sua, sapremo noi due come ricompensarla, pensiamo che abbia proprio bisogno di…” Un sorriso da parte delle due facce toste che mise in crisi Alberto che passò la notte insonne, ne aveva ben donde perché aveva pensato ad uno stratagemma particolare ma pericoloso ma aveva bisogno dell’aiuto del Preside Ardito P.(il padre era stato partigiano), suo buon amico. La mattina dopo: “Ar. vieni al bar ti offro un aperitivo.” “C’è puzza di bruciato che hai combinato?” “Dì invece che cosa dobbiamo combinare dietro una ricompensa molto piacevole.” Alberto chiuse gli occhi e tirò su col naso e così Ardito, vecchio puttaniere capì l’antifona. “Merce buona?” “Eccellente ma pericolosa!” Seduti ad un tavolo lontani da tutti Alberto spiegò all’amico Preside che l’unico modo per aiutare le due  licenziande era aprire la busta sigillata pervenuta dal Ministero, fotocopiare  i compiti e risigillarla. Ardito come da significato del suo nome era un tipo d’assalto così girando fra i negozi di ferramenta riuscirono a trovare lo stiletto molto affilato e si precipitarono nell’ ufficio di presidenza chiudendo la porta a chiave e misero in atto il piano programmato, che, malgrado fosse stato eseguito a regola d’arte, mise una certa qual inquietudine nei due ‘congiurati’. Le due Grazie furono convocate nella villa di Alberto, si misero di buzzo buono ad imparare a memoria gli esercizi e, soddisfatte, rientrarono in casa loro. Il giorno dell’esame in aula c’era un commissione composta da professori provenienti da altri istituti, alcuni anche di altre sedi.  Controllarono i sigilli della busta dell’elaborato, li trovarono intatti. Le ragazze uscirono quasi per ultime ma soddisfatte, la loro memoria si era dimostrata buona  con gran sospiro di sollievo dei nostri due amici., ora si trattava di ... passare all’incasso. Emma ebbe mezza giornata di vacanza  dopo aver preparato una pranzo sontuoso (Ma quanti amici avete invitato?). Grazia e Graziella in gran forma si recarono a casa di Alberto dove era già arrivato Ardito tutto profumato. “Mi sembri un magnaccia, vatti a lavare, stò profumo fa schifo.” Alberto anche se scherzando aveva detto la verità, le ragazze non lo avrebbero approvato, avevano troppo stile per accettare  un uomo con un profumo da quattro soldi. Le due G. erano vestite come se dovessero andare al mare, sotto un  bichini ridottissimo coperto da un pareo trasparente. Grandi effusioni giustificate da una promozione che si dovevano ancora meritare. Pranzo appena assaggiato dai quattro, ‘innaffiato’ da un elegante Marsala S.O.M. con cannoli siciliani di grandi dimensioni. Alberto prese in mano la situazione, istintivamente preferì agganciare Graziella indicando ad Ardito qual’era la stanza degli ospiti. “Per fortuna mi hai scelto, il tuo amico non mi piace, sei un uomo favoloso, mi sei piaciuto già dalla prima volta che ti ho incontrato!” “Parli come un libro che usavano gli innamorati timidi dell’ottocento per fare la corte alle ragazze, non è una presa in giro profumi di donna, ti trovo sensuale, vieni in bagno voglio vederti nuda, faremo una doccia insieme.” Graziella si dimostrò subito all’altezza della situazione, in campo sessuale era decisamente brava, provarono un po’ tutte le posizioni e dovettero aver impiegato molto tempo perché ad un certo punto sentirono bussare alla porta della stanza. “ “Siete ancora vivi?” La voce ironica di Grazia fece effetto su i due, erano passate tre ore. Ardito prese la via del ritorno infilandosi nella sua 500 Fiat, i tre si sedettero su un divano e Grazia: “Sorellina non so Alberto ma il mio amante è proprio un imbranato in campo sessuale!” “Cara Alberto è semplicemente favoloso ma non te lo presto! Lo voglio tutto per me.” “Se avete fini di mercanteggiare la mia persona…” Suonò il telefono: “Sono Corinna, non trovo a casa quelle due sciagurate di figlie, sono da te?” “Si stiamo festeggiando la promozione, a voce ti spiegherò tutto.”. “Nei prossimi giorni, dopo i funerali di mia madre, tornerò a casa.” “Corinna le mie condoglianze, a presto.” Le due ragazze si guardarono in viso, col ritorno della madre avrebbero dovuto accontentarsi dei loro boy friends. Dopo tre giorni una telefonata: “Sono ritornata, non mi sento di venire da te, vieni a casa mia.” Corinna era cambiata, i giorni passati vicino alla madre morente le avevano lascito i segni sul viso. La dama parve leggere nel pensiero di Alberto: “Mi vedi invecchiata, lo sono dentro e fuori ma, col tuo aiuto mi riprenderò, sempre che tu…” “Io sarò un buon  samaritano sempre qualora venga ben retribuito!” “Vedo che non hai perso il senso dello humour, intanto ti ringrazio per aver aiutato quelle due sciagurate; per non parlare al telefono mi hanno scritto una lettera raccontandomi come sono andate le cose, manco un padre…” “Si un padre zozzone” pensò Alberto domandandosi come sarebbe andate a finire la situazione, forse si sarebbe sbloccata con l’andata delle due Grazie a Cuba, la soluzione migliore per non aver guai. Il giorno successivo una novità: a casa di Alberto si presentò Galeazzo, padre delle due e titolare di una scuola guida che godeva fama di far promuovere anche i ciechi ah.”Signor Alberto anch’io voglio ringraziarla, se ha bisogno sono a disposizione.” “Alberto pensò ridendo dentro se stesso: “Mi basta tua moglie prossimo cocu!” Finiti i giorni della tristezza arrivarono quelli della felicità ed ancora una volta Emma fu invitata a preparare un pranzo questa volta per due, non disse nulla, si fece onore in culinaria ma dentro di sé…All’arrivo in casa di Alberto Corinna l’abbracciò a lungo, capì di essersi innamorata. Dopo gli aperitivi ed un pranzo che ottenne gli elogi di Corinna passarono sul divano. Siediti, vorrei rilassarmi con la testa sopra le tue gambe. Dopo un po’ Corinna: “Non pensavo che portassi la pistola a cosa ti serve?” “A scoparmi le belle signore!” “Brutto maiale, dopo una figlia anche la madre!” Coirinna non era una ingenua, capì che Alberto…ma poi lo abbracciò baciandolo a lungo. “Sei un angelo venuto dal cielo.” Più che altro dal monte Olimpo, sono pagano e devoto al dio Hermes, con lui sono piuttosto simile di carattere a parte che lui protegge i ladri ed io lo sono solo delle femminucce altrui!” “Va bene solo un piccolo assaggio, non sono in forma ma…accidenti dove l’hai preso quel cosone?” “Madre natura: tutti i maschietti di famiglia sono ben dotati da quello che mi ha detto mio padre, lasciamo perdere i miei familiari maschili, che ne dici di un assaggino…” Dopo un po’ Corinna si trovò la boccuccia piena di…che in parte ingoiò e poi si aiutò con un fazzoletto. “Sei una fontana!” “Lascia perdere i paragoni acquatici, appena ti sarai ripresa …cose di fuoco!” “Ho trovato un mandrillo della foresta africana, dovrò comprare un cesto di banane.”Vacanze per tutti: le due sorelle a Cuba, il papà in giro con la segretaria bonazza, Alberto e Corinna a Panarea nelle isole Eolie, c’era stato in passato ed era rimasto in buona amicizia con Lidia la proprietaria di un grande Albergo con piscina per coloro che non amavano andare in mare. Lidia: “Vedo che ti tratti bene, la signora ha stile e mi piace.” “Si ma ama solo i maschietti!” “Vedo che non hai perso il senso delle humour, posso risponderti: anche a me!” La prima notte di nozze fu favolosa, Corinna si era ripresa ed approfittò in pieno della esuberanza di Alberto anche se poi la cosina si era un po’ troppo arrossata, col quel ‘marruggio!’ A Panarea Alberto oltre che sessualmente si sfogò anche con la fotografia di cui era un appassionato. Fotografò ovviamente Corinna anche in pose discinte ed un po’ tutti i villeggianti che gli capitavano a tiro, specialmente femminucce’, talune in topless, da cui si faceva comunicare l’indirizzo e la città di residenza per inviar loro le foto ovvero, se possibile,  anche per consegnarle loro di persona ma non aveva fatto i conti con Corinna: “Caro io non dormo ai piedi del letto!” Il buon Albertone ancora non aveva compreso che aveva a che fare: con una femminuccia scafata e, come la maggior parte delle appartenenti a quella razza calzava in pieno il detto: “Amenonlasifa!’ e così fu costretto a diventare monogamo, che tristezza! Qualche lettore non avrà compreso il significato della parola ‘marruggio’ riportata nel racconto: nel dialetto siciliano si tratta di un grosso e nodoso legno che regge la zappa!

  • 21 agosto 2019 alle ore 12:21
    Riflessioni su un porto di mare

    Come comincia: Ho viaggiato molto in mia vita: spesso con la fantasia ma molto - anche - con i miei piedi (ascoltando, osservando, annusando, meravigliandomi, divertendomi, arrabbiandomi). Ho, però, un cruccio, anzi, ho molto ma molto di più: un rimpianto; e cioé quello di non esser mai stato a Genova...ma mai disperare nella vita; mai "dire mai": chissà, cosa può succedere!
     Genova è un "porto di mare" (sul mar Ligure: Mediterraneo), come la mia città (Taranto); essa, però (come tutti i porti di mare e le città sul mare della terra), è un porto di mare assai speciale: d'una città sul mare e del mare, d'una città "bagnata" dal mare!
     [Essa] è un porto di "mare" speciale, sì, davvero molto speciale: perché porta, anzi, portava in sud-America (quando noi italiani eravamo i "migranti"), in Argentina; perché portava - e porta - ancora altrove; perché guardava - e guarda - altrove!

     " A proposito di...bastimenti, Argentina ed emigranti"
    Il  bastimento avanza lentamente
    Nel grigio del mattino tra la nebbia
    Sull'acqua gialla d'un mare fluviale
    Appare la città grigia e velata.
    Si entra in un porto strano. Gli emigranti
    Impazzano e inferocian accalcandosi
    Nell'aspra ebbrezza di imminente lotta.
    Da un gruppo di italiani ch'é vestito
    In un modo ridicolo alla moda
    Bonaerense si gettano arance
    Ai paesani stralunati e urlanti.
    Un ragazzo dal porto leggerissimo
    Prole di libertà, pronto allo slancio
    Li guarda colle mani nella fascia
    Variopinta ed accenna ad un saluto
    Ma ringhiano feroci gli italiani.
    (Dino Campana, "Buenos Aires")

    Taranto, 10 aprile 2016.
                                         

  • 20 agosto 2019 alle ore 15:36
    MATER SEMPER CERTA...

    Come comincia: Un dopo cena triste, televisione spenta causa programmi pieni di cattive notizie, alcune orripilanti provenienti dai paesi arabi,  quelle italiane non migliori. Alberto settantenne, nel calduccio del suo letto immaginava quei poveracci senza tetto che si arrangiavano nelle stazioni ferroviarie o peggio sotto i ponti (aveva avuto modo di visionarli in un servizio di un giornalista che, in vena di sensazionalismo aveva ritenuto  far partecipe il pubblico di scene orripilanti). Il non più giovane signore  preferiva programmi più  distensivi: ballerine in piena forma, comici spiritosi insomma spettacoli di intrattenimento anche se un po’ datati, questi ultimi lo riportavano alla sua gioventù. Fuori una pioggerellina leggera ma insistente, non è sempre vero che a Roma ci sono sempre le ottobrate romane celebrate da Ottorino Respighi. Di lontano giunsero alle orecchie di Alberto gli inconfondibili miagolii bassi e profondi con picchi acuti di una gatta in calore, miagolii che divennero molto più insistenti e prolungati, evidentemente un gatto maschietto aveva preso possesso della sua ‘topa’. Il concerto felino seguitò anche quando nella stanza da letto Si appropinquò la gentile (si fa per dire) consorte Michela che: “Stasera abbiamo anche un concerto felino, non ci mancava altro!” “Almeno loro si divertono al contrario…” “Tu non pensi ad altro, la tua è una fissazione, son finiti quei tempi!” La signora, in menopausa, non apprezzava più il sesso e di conseguenza il marito ‘andava in bianco’, unico suo svago la fotografia. Ex maresciallo della Finanza aveva la qualifica di capo laboratorio fotografico e come tale ‘girava’ in elicottero per scovare  coltivazioni di cannibis indica impiantate nei posti più impervi fra i ‘tutoli’ di mais. Nello stampare le foto Alberto riportava gli estremi delle coordinate geografiche per mettere in condizione i militari del reparto operante di raggiungere il luogo, arestare i coltivatori abusivi e distruggere le piante.  Anche dopo il congedo Alberto veniva chiamato a effettuare quel servizio fotografico che aveva portato alcuni comandanti di far bella figura anche a livello nazionale. Il suo laboratorio o meglio quello della Guardia di Finanza da lui ‘messo su’ era ancora a sua disposizione, lo usava per stampare foto di manifestazioni  del Corpo oltre che quelle personali di amici e talvolta foto di amiche  ma senza conseguirne… risultati tangibili. Che ti capita al buon Albertone, (a lui non capitavano quasi mai situazioni cosiddette normali.) La signora Adalgisa di chiara provenienza romagnola residente al piano superiore al suo, un giorno gli chiese di ritrarla senza veli…La dama era conosciuta in quel palazzo di Roma in viale della Vittoria sia per la sua avvenenza che per la sua spregiudicatezza in fatto di maschietti. Divorziata, quarantenne, come di moda attuale si era ‘procurato’ un toy boy di vent’anni più giovane di lei con cui passava giorni piacevoli e notte favolose. Edoardo, l’amante finanziariamente non se la passava bene ma per Adalgisa non era un problema, lei era facoltosa di famiglia. Il signorino amava vantarsi della sua conquista con gli amici e per questo motivo aveva chiesto ad Adalgisa sue foto nude, chi meglio di Alberto…Con la Mini Cooper della signora i due si inoltrarono nella pineta di Ostia ed Alberto riprese la dama  con scatti artistici, lei sembrava più giovane della sua età e soprattutto più appetibile. Stampò quasi cinquanta foto col computer e di mattina, moglie assente perché insegnante di lettere in località fuori Roma si presentò ad Adalgisa che rimase stupefatta:”Sembro un’attrice, tutto merito tuo, come posso ripagarti, sono abbastanza ricca, chiedimi quanto vuoi.” Alberto sapeva cosa chiedere ma rimase inspiegabilmente  in silenzio e così…andò in bianco. In seguito qualcosa era cambiato in Adalgisa, quando incontrava Alberto lo salutava appena, sembrava dimagrita,  pallida in viso. Un giorno andò a trovare a casa il suo fotografo e: “Debbo dirti quello che mi sta succedendo, Edoardo è un cuckold come dicono gli inglesi, pretende che faccia sesso con suoi amici mentre lui si masturba, non mi piace stà storia ma non so cosa fare.” Alberto rimase senza parole, non era un puritano, in campo sessuale ammetteva un po’ di tutto ma con protagonisti  consenzienti in questo caso…Incontrando il giovane:”Sei Edoardo? Penso di si, sono un  ex maresciallo della Guardia di Finanza, sono in rapporti amichevoli con Adalgisa che si lamenta per un tuo comportamento in campo sessuale…per evitarti guai ti do un consiglio: dimenticala…non vorrei dover interessare qualche amico delle forze dell’ordine!” La lezione servì al giovane che sparì dalla circolazione. Adalgisa  una mattina si presentò a casa di Alberto con … sotto la vestaglia niente, situazione che fece rinverdire le prestazioni sessuali  del signore il quale mascherò con sua moglie la gioia di una nuova vita erotica; sapeva perfettamente che le donne hanno un sesto senso ma riuscì ad occultare la relazione. Una mattina Adalgisa: “Caro non so se ti farà piacere, una notizia per me bellissima…sono incinta!” Alberto cadde sul divano, Michela non poteva avere pargoli ed ora lui a settanta anni …”Non ti preoccupare, nessuno saprà nulla in primis tua moglie, sarà un nostro segreto.” Passano otto mesi ed una mattina Adalgisa dalla clinica S.Rita: “Caro sei diventato padre di una femminuccia, se sei d’accordo la chiamerò Stella, sarà la stella della mia, della nostra vita.” Passa un giorno, passa un mese, passano anni Stella cresceva in altezza ed in bellezza, era sempre circondata da amici, da amiche e da compagni di scuola, era anche brillante negli studi e sempre più assomigliante a suo padre. Alberto partecipava alle feste dei suoi compleanni con regali ben accetti dall’interessata, era lo zio Alberto. Ad ottantatre anni la salute di Alberto era peggiorata, i vari medici consultati prescrivevano sempre più esami e medicinali che gli complicavano la vita, doveva assumere la prima pillola alle cinque di mattina, l’ultima alle ventidue, si faceva seguire da uno neuro psicologo, si accorgeva che di giorno in giorno perdeva la memoria recente. Una domenica mattina mentre Michela si ritirava dal bagno profumatissima di doccia ebbe una crisi di pianto, aveva compreso che Atropo stava per recidere il filo della sua vita. “Caro non ti disperare, avrai altro tempo da vivere e soprattutto goderti la piccola Stella, quasi subito mi sono accorta che era tua figlia, ogni giorno ti assomiglia di più ma dato che tu non volevi farmi conoscere il tuo segreto mi sono messa d’accodo con Adalgisa…Ad Alberto venne in mente un aforisma di Victor Hugo: ‘Dio s’ è fatto uomo, il diavolo donna!’ Era più sereno, che Atropo facesse pure il suoi lavoro!
     

  • 20 agosto 2019 alle ore 15:31
    LA PIÚ RICCA DEL REAME

    Come comincia:  
    LA PIÙ RICCA DEL REAME
    Chi vi ricorda il titolo di questo racconto? Aggiungetevi ‘Specchio delle mie brame’ il tutto vi ricondurrà alla favola di Biancaneve. Nella realtà odierna era solo nel finale in cui Alberto, maresciallo delle Fiamme Gialle si trasformò in principe e cambiò la vita di Biancaneve. Era stata per il cotale una nottata orribile per l’alta temperatura, aveva ‘litigato’ con il condizionatore, l’aveva spento ma sembrava che lo stesso, per dispetto, avesse fatto aumentare il caldo notturno, insomma tutti e due notevolmente arrabbiati per non usare un termine più volgare,  non era mai corso buon sangue fra i due. Doccia prima tiepida e poi fredda come consigliato dai ‘sacri testi’ e, consumata la colazione con yogurt e fette biscottate  destinazione lido di Mortelle in quel di Messina. La spiaggia praticamente deserta, Alberto piantò l’ombrellone con i colori dell’arcobaleno vicino alla battigia per usufruire di una leggera brezza, piedi che si ‘sciacquavano’ nell’acqua, il buonumore non faceva compagnia al maresciallo. Dopo la separazione dalla consorte sembrava che tutto gli andasse storto anche in ufficio con i colleghi, aveva ottenuto trenta giorni di licenza che non sapeva come impiegare. Ad occhi chiusi gli giunse una voce femminile: “Stó signore non sa che nel bagnasciuga non si può  piantare l’ombrellone!” Sicuramente si trattava di una vecchia zitella incartapecorita e scassa….Alberto fece finta di non aver sentito e seguitò ad essere cullato dalle piccole onde che si infrangevano sui suoi piedi. Giratosi si accorse che un trio di femminucce aveva sistemato un ombrellone simile al suo un po’ più indietro. Una signora non più giovanissima dal fisico scultoreo e dai capelli azzurrini e due ragazze more piuttosto alte niente male, anzi…’La faccia tosta spesso paga’ diceva nonno Alfredo vecchio donnaiolo, Alberto mise in atto il detto e: “Signore sono Alberto,  ho sbagliato nel mettere l’ombrellone sulla battigia, vi chiedo scusa, che ne dite di una fresca  granita al bar? “Sono Nicole, Colette per gli amici e queste due Beatrice, mia nipote e Ginevra una sua amica, lei ha pontificato sottolineando battigia al posto di bagnasciuga, dal suo dialetto mi accorgo è che romano, i suoi paesani non sono famosi per la loro signorilità…” “Le rispondo per scusarmi ‘m’arrunchio’, non sono sicuro di interpretare bene il siciliano, è sempre valido l’invito al bar.” Inaspettatamente Colette: “Ragazze andiamo ad assaggiare stà granita, sarà sicuramente buona, è siciliana!” “Io so leggere nel pensiero degli altri, vediamo se indovino: stà vecchia quanti anni avrà, sicuramente più di cinquanta ed è tutta rifatta, va in palestra e frequenta istituti di bellezza, deve essere anche ricca…” “Ed io penso: stà signora mi sta facendo fare la figura del ‘frescone’ come dicono a Roma, che ne dice  di  fare pace almeno una tregua!” Le due ragazze ridevano evidentemente conoscevano bene la dama la quale per sigillare la pax abbracciò Alberto il quale le mise una mano sul didietro lasciando  Colette senza fiato ed aggiungendo: “Devo fare come Muzio Scevola che bruciò la mano che…” Stavolta risero tutte e tre, Alberto capì che stava cavalcando l’onda giusta. “Gentili signora e signorine è stato un piacere avervi incontrato, al vostro arrivo ero di pessimo umore ma ora il mondo mi sembra più roseo, se uniamo gli ombrelloni avremo più ombra. E così fu: Alberto si piazzò al centro tra Colette e Beatrice e non poté fare a meno di esibirsi in due battuta: ‘Beatus inter feminas!’ e ‘ginecocrazia imperat!’ ”Ha fatto sfoggio di latino e di greco, ci vuole far partecipi di tutta la sua vasta cultura, quante lingue conosce?” “Ho studiato latino, greco, francese e conosco anche un po’ di inglese, me ne vergogno un po’ ma conosco anche frasi scurrili in altre lingue ma non vorrei scandalizzare le caste orecchie delle signorine. “ “Ed i miei padiglioni auricolari non potrebbero essere casti?””Con tutto il rispetto mi permetto di dubitarne…non è un’offesa, non ha mai amato le ‘vergini dai candidi manti’” “Conosce pure Stecchetti ma lei è un cochon!” “Anche lei è ferrata in lingue, non preferirebbe fare una ‘promenade’ digestiva e lasciar sole le signorine …” “Ragazze se non torno fra un’ora chiamate la Polizia, in giro potrebbe esserci un maniaco!” “Mi posso permettere….e, senza aver ottenuto l’assenso Alberto prese sottobraccio Colette che: “Sei un ‘son of a bitch’ me n’ero accorta subito!” Il braccio passò sulle spalle della signora che non protestò anzi parve stingersi più vicino al maresciallo poi la dama di sdraiò sulla sabbia col seguito di un ‘incollamento’ delle sue labbra su quelle di Alberto. ‘Ciccio’ aveva ben presto annusato l’odore di ‘topa’ in calore e si era eretto dentro il costume. “Torniamo indietro, potremmo scandalizzare qualche famiglia di benpensanti, tutto rimandato a… “Al rientro sotto l’ombrellone Beatrice: “Mamma ti sei perso per strada il rossetto delle labbra!” “Non me lo sono perso, è rimasto su quelle di questo signore che mi ha quasi violentato.” “Mamma raccontala ad un’altra, ti conosco!” “Che ne dici di passare quella famosa espressione inglese dalla mia persona a tua figlia che evidentemente ti conosce bene!” “Il fatto è che non c’è più rispetto per le persone anziane! Meglio andare sul romantico: è l’ora che volge al disio e ai navicanti ‘ntenerisce…” “Cara mamma non mi sembra che si sia intenerito qualcosa ad Alberto…” “Stavolta il maresciallo volle fare il duro anche per difendere l’onore di Colette. Di colpo rovesciò sulla sabbia Beatrice in posizione prona e le mollò un paio di sculaccioni con grande sorpresa dell’interessata.  “A stà zozzola è mancato un padre che ha preferito una sciacquetta ad una moglie come me, ben fatto, applaudo.” Alberto per migliorare l’atmosfera rovesciò  Beatrice in posizione supina e la baciò in fronte: “Pace mia dolce fanciulla!” “Tu cò stà pace mi prendi per il culo, niente pace.” “Si vis pacem para bellum, sono cintura nera terzo dan, ti troveresti un culetto come quello delle scimmie ed ora tutti a casa propria.” “Niente casa propria, tutti alla mia villa ad Orto Liuzzo, Concetta deve aver preparato una buona cena, le ho detto che non sarei tornata per il pranzo.” Davanti allo stabilimento balneare oltre alla Cinquecento Abarth di Alberto era posteggiata una Volvo V60. “Chi viene con me a farmi compagnia nella Cinquecento?” “Non so se fidarmi….” “Mamma fai bene a stare attenta, nella Fiat non c’è il cambio automatico, potresti sbagliarti con il cambio manuale!” Questo era troppo, Beatrice riuscì ad evitare l’ira materna chiudendosi nella Volvo con Ginevra e mettendola in moto. Alberto non riusciva a partire, se la rideva alla grande. “Che ne dici di controllare se tua figlia ha ragione?” Colette mise su un broncio “Hai ragione tu, le vecchie signore debbono essere rispettate e non trattate come delle p…ne!” “In un altro momento avrei apprezzato il tuo spirito romanesco ma è venuta fuori una storia che mi ha colpito profondamente, ne riparleremo in un’altra occasione, aspetta a partire, dammi un abbraccio.” Dopo circa un quarto d’ora Alberto fece ‘cantare’ la sua Abarth, era un bravo guidatore anche se un po’ spericolato per i gusti della passeggera. Beatrice e Ginevra erano già giunte a Orto Liuzzo, avevano spalancato le finestre della villa ed incontrato Concetta cui avevano comunicato la presenza a cena di un’altra persona. “Alberto che ne dici di una doccia, nella camera degli ospiti c’è un bagno personale, ci sono anche un accappatoio e tutto il resto. Alle venti tutti a tavola.” Beatrice lontana dalla madre, Alberto vicino a Colette, a dir il vero aveva sperato che sotto la doccia ci sarebbe stata anche la padrona di casa, ma era chiedere troppo. Concetta era una signora simpatica, moglie del contadino che conduceva il terreno vicino casa di Colette si fece apprezzare per i vari piatti a base di pesce, un ananas digestivo ed un caffè decaffeinato, la padrona di casa non avrebbe riposato la notte con un caffè normale. Alberto chiese il permesso a Colette ed iniziò ad accendere la pipa. A questo punto Beatrice: “A me fai tante storie per qualche sigaretta, il signore…” “Per un po’ di tempo gradirei che girassi alla larga, ai miei tempi i maschietti comandavano, oggi…”Alla fine della cena il campanello: “Deve essere Alfonso il mio fidanzato.” Era Alfonso che: “Chiedo scusa per il ritardo, mi hanno trattenuto in ospedale per un caso urgente.” “Il mio fidanzato è specializzando al Policlinico, specializzando in ostetricia e ginecologia, gli capita spesso di fare tardi.” “Alberto fece la faccia dell’indiano o gnorri che dir si voglia, il significato era chiaro, si era ‘fatta’ qualche paziente. “Il mio fidanzato è persona seria, non come te, mai si permetterebbe…Intervenne Alberto: “Mi presento dato che nessun a di queste signore e signorine l’hanno fatto, sono Alberto un maresciallo delle Fiamme Gialle, da buon romano talvolta mi lascio andare a delle battute salaci, la tua difesa da parte di Beatrice è buon segno, te lo dice chi ha di recente divorziato e conosce le ‘delizie’ di una moglie ‘camorria’.”Alfonso era una persona distinta, ben vestita, magro con occhiali da vista cerchiati d’oro. Profilo di persona  intelligente ma non furba a giudizio di Alberto, i fatti gli avrebbero dato ragione. In giardino ‘si respirava’, anche Alfonso era un patito della pipa e con Alberto si scambiarono notizie circa le miscele di tabacco. Verso mezzanotte tutti a nanna con finestre aperte, Alberto constatò con piacere l’assenza di un condizionatore. Dopo circa un’ora cigolio della porta della stanza degli ospiti, uno spiraglio di luce e poi di nuovo solo luce proveniente dal giardino, un’ombra in camera, sicuramente la signora o una signorina a meno che Alfonso non fosse omo. Prima versione giusta, era Colette in vestaglia, profumata di gelsomino e col classico ‘sotto la vestaglia…’ Accucciatasi vicino al corpo di Alberto cominciò silenziosamente a piangere…ahi, ahi, ahi era la classica situazione in cui il buon Albertone era disarmato. Ci volle del tempo prima che Colette si calmasse. “Non pensare che sono venuta qui per motivi sessuali, c’è ben altro, una situazione che non mi fa dormire la notte: giorni fa, un pomeriggio, ho scoperto Beatrice e Ginevra nude a letto che…io che speravo di diventare nonna di un paio di pargoli rompiscatole, una figlia lesbica! Oggi è di moda l’appartenenza alla LGBT o come diavolo si chiama ma non riesco ad accettare la situazione soprattutto dopo che quell’imbecille di mio marito…”Hai detto bene, tuo marito è stato uno scimunito, anche se hai cinquantasette anni…” Chi ti ha detto la mia età, sicuramente quella mentecatta di mia figlia!”  “L’ho indovinata, ne dimostri venti di meno…il qui presente in fatto di donne…” “Va bene ti do la patente di puttaniere, scusa il linguaggio ma sono arrabbiata e preoccupata. Alfonso è un bravo giovane ma non è in grado di gestire la situazione, tu che mi consigli?” “Pecunia non olet!” “Hai ragione ma c’è il problema che mia figlia potrebbe avvisare Ginevra, intascare i soldi e seguitare la loro tresca.” “Se ti fidi c’è un’altra soluzione, io cerco di portarmi a letto Ginevra poi le offro una grossa cifra in assegno ma il problema che nell’assegno non ci deve essere la tua firma, unica soluzione condividere con me il tuo conto corrente sempre che io non scappi col malloppo come tuo marito! Al posto tuo ci penserei bene, sai come ci chiamano a noi finanzieri: ‘caini’ ossia traditori dei fratelli, vedi tu!” Colette si era talmente fidata del ‘caino’ da passare il resto della notte in un rapporto sessuale come non ricordava da tempo, uno che scopa così bene…La mattina successiva in banca la firma di Alberto comparve  vicino a quella di Colette sotto lo sguardo indagatore da parte del direttore di banca che…non si faceva i fatti suoi. Alberto si recò dalla concessionaria Abarth e cambiò la sua Cinquecento con uno Spider 1400   con l’aggiunta di una somma considerevole di denaro. Ginevra era una maestra d’asilo, Alberto ebbe da Colette le coordinate della sua scuola  ed alla fine delle lezioni si presentò alla insegnante che meravigliata, come ovvio, sparò la classica battuta: “E tu che ci fai qua?” “Secondo te che fa un fanciullone come me dinanzi ad una beltade come te, se la vuole scopare!” ‘Sei il solito, oggi sono di cattivo umore, portami a mangiare in un bel ristorante.” Alberto era un abitudinario, condusse la nuova conquista a  Ganzirri da Salvatore che, imperturbabile fece finta di non conoscerlo. Alla fine del pranzo Ginevra era più serena anche se curiosa di quell’incontro. Il problema era di Alberto che doveva trovare il modo di mollare centomila Euro a Ginevra con una scusa valida…nel frattempo seduti fuori del locale aveva acceso la pipa per ispirarsi. “Sono stato contattato da Alfonso che è venuto a sapere della vostra relazione, al fine di evitare scandali a mio mezzo ti offre una somma notevole per non incontrare più Beatrice, di lesbiche ce ne sono in giro, di moneta poca.” “Sentiamo di quanto si tratterebbe.” “Che ne dici di diecimila Euro?” “Non mi bastano, oggi si spendono facilmente.” “Va bene, ultima offerta centomila Euro, prendere o lasciare.” “Dove sono stí centomila? “ “Ecco un assegno, manca solo la mia firma.” “Non è che l’assegno è scoperto?” “Va in banca e te ne potrai accertare, dimmi dove devo accompagnarti.” Ginevra abitava al Tufello in una casa popolare, centomila Euro le dovevano essere sembrati una cifra spropositata, era diventata una paperona e poteva far la figura della signorona con le sua amiche. Beatrice non si rendeva conto del mutamento del comportamento dell’amica ma non si pose altre domande. Alberto aveva vissuto un periodo particolarmente movimentato, ogni tanto ‘faceva visita’ con la sua Fiat 1400 Abarth a Colette (ed al suo conto corrente). Colette che si rese conto di aver ben investito i suoi soldi.