username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 17 dicembre 2020 alle ore 13:52
    JOSEPHINE IS ENOUGH

    Come comincia: I decided: enough with the vision of your smile that penetrates my brain and gives the confort to my fantasies; just savor your effluvium that radiates in my interior and explodes in a sea of exciting sensations; it is enough me in a whirlwind of pleasant sensations; it is enough with the fantasy of you breasts covered with a trasparent veil that rises and falls rhythmically; enough with tha diaphanous hands that caress my face;enough with your thinghs that hold the flooded my omviso of a sweet, fragant and hot foam; enough with your eyeshalf open that penetrate me and give me a daily suffering. I walk among the people and i see you at my side smiling but you're just an elusive ghost!

  • 15 dicembre 2020 alle ore 17:10
    AIDA DIVENTA UNA SIGNORA

    Come comincia: Si era nel pieno della seconda guerra mondiale voluta dall’allora beneamato Duce. Nell’anno 1943 le operazioni belliche non erano favorevoli alle truppe del ‘patto di acciaio’ stipulato tra Mussolini e Hitler), i frequenti bombardamenti degli allora non ancora alleati americani avevano messo in subbuglio la popolazione civile che viveva vicino a obiettivi strategici o nelle grandi città. Molti romani avevano abbandonato le loro abitazioni per rifugiarsi nei sobborghi della capitale tra questi Vittorio Colonna che, dal suo castello situato sulla via Aurelia aveva deciso di sfollare in una abitazione situata in un suo  terreno a Pavona frazione di Castel Gandolfo. Nella la suddetta località si sentiva al sicuro in quanto residenza estiva dei Papi. Una delle abitazioni era un antico grande caseggiato in muratura abitato in parte da Dario Famiglini conduttore del vicino terreno agricolo e dalla moglie Aida Fulgenzi che si interessava del pollaio e dell’orto. Nella stalla due vacche che oltre a fornire il latte venivano aggiogate all’aratro per arare il terreno. Un asino faceva parte dei residenti nella stalla. Prima dei bombardamenti il somaro veniva attaccato ad un carro per portare al mercato merce prodotta dal terreno. Altro  impiego: essere legato alla staffa della noria che portava in superficie l’acqua di un pozzo. Il passaggio del fronte dei tedeschi in ritirata ebbe come  conseguenza l’arrivo a Pavona, frazione di Castel Gandolfo del ‘padrone’ Vittorio ed in seguito anche di alcuni sfollati, la maggior parte della periferia romana che, dietro autorizzazione delle autorità occupavano le abitazioni sfitte delle frazioni capitoline. Vittorio, dalle ampie possibilità pecuniarie, aveva acquistato una casetta prefabbricata in legno prodotta dalla ditta romana ‘Domus Viridi’ specializzata nel settore, se l’era fatta montare vicino al lago sia per godere  del panorama sia per usufruire della libertà di non avere vicini di casa. Gli sfollati erano in maggior parte operai, dietro richiesta di Vittorio, e ben remunerati, cominciarono a sistemare gli interni del  vecchio edificio. Vittorio aveva adocchiato fra le sfollate qualche femminuccia particolarmente avvenente e  disponibile, le invitava a ‘visitare’ la sua casa sul lago. Il detto latino: ‘auro quaeque ianua panditur’ funzionava sulle signore e sulle signorine, il denaro faceva loro aprire i loro vogliosi ‘gioielli’. Con l’armistizio, da tutti augurato venne meno la ‘materia prima’ a Vittorio, tutti gli sfollati erano tornati alle loro case. Piacevole era  visione del lago,  si era affezionato a quei luoghi, i pasti  presso le varie trattorie erano di suo gusto. Una mattina tornò al suo ‘casermone’, Alida era alle prese con le sue galline. “Padrone posso fare qualcosa per lei?” Vittorio la guardò meglio, tutto sommato ancora valeva la pena di incontri ravvicinati: “Cara hai mai visitato la mia casa vicino al lago?” “Mi sarebbe piaciuto ma lei era interessato alle sfollate…” Un chiaro rimprovero invito. “Possiamo andarci anche subito, Dario non ritorna prima di sera.”  Dinanzi alla casetta in legno Aida mostrò meraviglia: “Non sapevo che esistessero, è bellissima.” Vittorio aumentò la dose: “Fresca ‘estate, calda d’inverno, ora siamo a luglio…” “Vorrei andare al lago ma non ho il costume…” Vittorio si fece più coraggioso: “In casa non hai bisogno del costume, spogliamoci così potremmo stare più freschi.” “Padrone io mi vergogno, nuda non mi ha visto nemmeno mio marito!” Cacchio, una puritana! “Io non sono tuo marito e mi piacerebbe…” Aida andò in bagno, dopo un po’ di tempo ritornò in camera da letto avvolta nell’accappatoio di Vittorio, dal profumo che emanava il ‘padrone’ comprese che si era fatta la doccia. Giustificazione: “A casa mia non abbiamo l’acqua corrente in bagno.” Si girò ed apparve nuda di schiena. Vittorio le si avvicinò e tentò di girarla. “Padrone mi vergogno…” “Lascia stare il padrone, chiamami Vittorio e soprattutto se ti vergogni chiudi gli occhi e girati. Aida chiuse gli occhi e si girò, Vittorio non aveva immaginato un si bel corpo, la fece distendere sul letto e cominciò a baciarle il firellino. Dopo poco tempo la ragazza ebbe delle vibrazioni  in tutto il corpo. “Mi sono sentita male…che m’è successo?” “Hai avuto un orgasmo.” “Non conosco la parola…” “Tu resta come sei e te ne farò provare un altro, è solo godimento.” Aida al secondo orgasmo comprese di che si trattava, mai l’aveva provato con suo marito. Restò ad occhi chiusi sdraiata sul letto, Vittorio andò in bagno, voleva finire il ‘lavoro’ iniziato, Quando uscì dalla toilette ‘ciccio’ era alla massima potenza, Aida se ne accorse: “Mio marito ce l’ha più piccolo, ho paura di farmi male!” Non si fece male, aveva il canale vaginale lubrificato dai precedenti orgasmi. Prima esperienza piacevole di ambedue. “Devo rientrare a casa, Dario sarà ritornato, è furbo, forse avrà capito quello che è successo fra di noi, domattina tornerò qui.” Dario immaginò quello che era successo fra sua moglie ed il ‘padrone’, fece finta di nulla, non fece domande ma nella sua testa si palesò un disegno ben preciso. “Moglie mia vorrei parlare col padrone per problemi che riguarda il terreno, per favore domandagli se possiamo vederci.” Da quella richiesta Aida comprese che suoi marito aveva accettato quello che era successo. La mattina successiva Aida andò nella  casetta in legno di Vittorio, fece la donna di casa cucinando per il pranzo per evitare di andare in trattoria, riferì all’amante quanto richiesto da Dario. Vittorio cercò di comprendere l’atteggiamento del contadino, decise di andarlo a trovare al lavoro, lo trovò che stava arando il terreno. “Dario se ti serve qualcosa…” “Padrone le mucche che lei vede sono vecchie e non ce la fanno più, vorrei…” “Possiamo sostituirle con due più giovani” “Io avrei un'altra soluzione, ho sentito parlare di trattori che sostituiscono gli animali nel tirare l’aratro…” Ecco dove voleva arrivare il furbacchione, avere un mezzo meccanico per fare lui stesso molto meno fatica nel coltivare il terreno. “D’accordo, domani andrò a Roma in un negozio che li vende.” “Padrone se lei è d’accordo verrei venire con lei per scegliere quello che più si adatti al nostro terreno.” Vittorio ammirò la furbizia tutta contadina di Dario, il suo scopo era quello di scegliere il migliore.” “D’accordo ci vedremo domattina, andremo a Roma con la mia Alfa Sport, prima cercherò di parlare con  un mio amico vigile urbano per avere le indicazioni su un negozio di trattori.“ Aida rientrò  a casa sua, Vittorio la mattina andò nel garage del casermone, aspettò l’arrivo di Dario e con la Alfa Sport  presero la via di Roma. Ad un vigile che dirigeva il traffico: “Sono un cugino di Gigi Villoresi un suo collega, non riesco a rintracciarlo, può lei gentilmente indicarmi un  negozio che vende trattori?” “Vada in via Prenestina, appena l’imbocca troverà sulla destra l’Agricola Bonsignore’.” Grazie e buon lavoro.” Il signor Bonsignore era un cinquantenne panciuto che sostava all’ingresso del suo esercizio. Accortosi dell’auto di lusso che stava parcheggiando dinanzi al suo negozio aprì la portiera di destra. “Benvenuti, sò a vostra disposizzione.” “Vorremo vedere qualche trattore.” “Io sò er  rivenditore dei mejio trattori de Roma e puro de quelli meno cari.” Dario entusiasta salì su vari mezzi ed infine: “Per me il migliore è questo.” “Er signore c’iha l’occhio lungo, ha scelto er mejo.” “Non ho con me dei contanti, posso firmarle delle cambiali.” Vittorio non voleva fare sfoggio di troppa ricchezza. “Io de solito non le accetto ma vojo fidamme, me firmi stè quattro cambiali, me lassi er suo indirizzo, je farò recapità er trattore dove dice lei.” Due giorno dopo in cortile entrò un camion da cui due operai misero a terra il trattore. Da un finestra Aida vide tutta la manovra, pensò che suo marito era riuscito a fregare Vittorio, le corna avevano avuto un buon risarcimento per il cocu. Dario suscitò l’invidia di suoi colleghi che, citandolo ai padroni dei loro campi da loro coltivati chiesero lo stesso trattamento, inutilmente, il trattore era troppo costoso. Aida pensò che in fondo la sua cosina valeva un bel po’ di soldi. Vittorio malgrado la stangata pecuniaria era felice, Aida dormiva permanentemente nella sua casa in legno e stava facendo molti progresso nel campo sessuale. Il primo a cadere sotto i colpi di ‘ciccio’ fù il popò seguito da altre raffinatezze come il rinvenimento nella sua vagina del punto G che la portò ad un orgasmo lungo e molto soddisfacente lasciandola senza forze. “In questo campo sei un dio.” Vittorio pensò: ‘Si del cazzo!’ Il tempo passava, Aida era diventata praticamente la moglie di Vittorio, il marito arava i campi felice fregandosene di non aver più vicino la consorte, un trattore valeva molto più delle corna. Il cervello da contadino di Dario funzionava perfettamente, un po’ meno quello di Vittorio che sentiva la vecchiaia avvicinarsi a grandi passi. Un pomeriggio Vittorio ed Aida andarono al casermone, trovarono Dario che stava strigliando l’asino. “Padrone stavo pensando proprio a lei, come può vedere la bestia non ce la fa più a girare intorno al pozzo per portar su l’acqua, ci vorrebbe la luce elettrica per mettere un motorino e mandare in pensione l’asino, anche casa ci guadagnerebbe, ormai la luce ce l’hanno quasi tutti. Vittorio pensò di accontentare Dario, in fondo i suoi soldi, morto lui a chi sarebbero andarti? Due giorni dopo una squadra di elettricisti si mise all’opera per installare un impianto elettrico al caseggiato che arrivava sino  al pozzo. Il giorno successivo l’impianto entrò in funzione con l’allacciamento alla rete nazionale. L’umore di Dario era alle stelle, nessuno dei suoi colleghi aveva potuto ottenere quello che lui era riuscito ad avere. Nel frattempo Aida stava usufruendo delle comodità ottenute col denaro dell’amante. Per prima cosa aveva assunto una contadina viciniora cui aveva affidato il pollaio e l’orto, aveva imparato a guidare l’Alfa Sport con gli insegnamenti di Vittorio, conseguì la patente  di guida e talvolta andava a Roma da sola. Si era fatta indicare un istituto di bellezza dove venne accolta a braccia aperte, le clienti come lei erano mosche bianche.  Al ritorno  incontrò Vittorio che rimase basito, Aida era diventata una miss, capelli rivoluzionati nel taglio e nel colore, viso truccato con molta sobrietà, anche il guardaroba era cambiato come pure le scarpe, nulla la faceva assomigliare alla contadina Aida. Vittorio decise di ritornare ad abitare nel castello di via Aurelia, insieme ad Aida  comunicò la novità a Dario che fece loro gli auguri presentando un ultima richiesta: “Per il trasporto di merci mi occorrerebbe un camioncino.”  Fu accontentato. La ragazza si era affezionata Vittorio che pian piano stava visibilmente invecchiando, Aida lo stava amorevolmente curando accompagnandolo dai medici e somministrandogli le medicine che gli venivano prescritte. Purtroppo il cuore di Vittorio cedette di colpo, una mattina Aida cercò di svegliarlo, niente da fare, un infarto l’aveva portato alla morte. Ai funerali, civili per espressa volontà di Vittorio  parteciparono  solo  Aida e Dario, tumulazione nella tomba di famiglia. Il  marito di Aida si fece avanti, voleva riprendere i rapporti con sua moglie, ebbe un rifiuto, Aida all’ex marito lasciò la casetta in legno. Vittorio le era rimasto nel cuore e non intendeva tradirlo. Diventata ormai una signora in tutti i campi, Aida si iscrisse ad una società laica per aiutare i più bisognosi, era soddisfatta di poter impiegare il suo tempo ed i suoi soldi per un’opera di bene.

  • 15 dicembre 2020 alle ore 12:33
    Una ragazza di fiume

    Come comincia:                                                         "...quando la incontri non puoi più farne a meno,
                                                             ti resta dentro per sempre: come una sigaretta
                                                             che porti in bocca senza mai accenderla."

     - Troppo giovane per essere già donna; troppo bella per esser già vecchia; troppo candida da apparire una sgualdrina; troppo sensuale da sembrare una madonna. Era solamente una ragazza di fiume: lo portava scritto nel suo sguardo ed era impossibile non volergli bene.

    Taranto, 15 dicembre 2020.

  • 15 dicembre 2020 alle ore 6:22
    Ma non sulla Terra

    Come comincia: Ma quanto mi piacerebbe tuffarmi dal mio limbo dentro l'atmosfera natalizia! Ornata da mille campanelli che suonano tutte le pastorali esistenti, volare a cavallo della Cometa, disseminare pacchetti variopinti in giro per l'universo, fare l'altalena fra le costellazioni e scivolare leggera lungo la via lattea su nuvole di palline colorate che si rincorrono nel blu, mentre nuvolotti dispettosi mi soffiano da una parte all'altra divertendosi a guardarmi precipitare e poi risalire, e poi mi spingono a salutare la luna e chiederle se gli innamorati sognano ancora guardandola, se i poeti ancora le dedicano versi struggenti e i musicisti melodie indimenticabili, o se è tutto finito sul pianeta Terra dove perfino il Natale finge di essere Natale. Voi mi tentate nuvolotti dispettosi, e allora eccomi, portatemi a spasso per questo infinito silenzioso e luminoso. Così grandioso da non volerlo disturbare nemmeno respirando. Soffiate via dal mio viso le lacrime di commozione che non posso trattenere di fronte a tutto questo. Giochiamo, voglio giocare anch'io, con l'allegria inconsapevole dei bambini, senza tempo, senza età, voglio ridere delle mie capriole e sapere che non mi serve niente che io già non abbia. Però vi prego: non portatemi sulla Terra. 

  • 14 dicembre 2020 alle ore 18:37
    Momenti magici della mia infanzia

    Come comincia: Sono trascorsi quasi ottant’anni e certe sensazioni di estremo benessere sono rimaste trascritte in qualche grumo di cellule del mio cervello. Perché mai avevano avuto una tale importanza per marchiare nugoli di elettroni da farli impazzire? Una sensazione di accoglienza, di amore, di tana animale. Una vecchia camera da letto. Luci tenui sui comodini. Ci si prepara in casa dei nonni materni ad andare a dormire. Ospite io. . –“Amina, la papalina.”- Nonno Angelo è un essere imponente, uomo di Sicilia, di Noto. Calvo, due lenti brillanti di luce che racchiudono i suoi occhi. La mia eterna soggezione. Stasera dormirò tra loro. Nonna Amina, meridionale di Melfi, ubbidisce nel suo ruolo di donna sottomessa. Depone sul capo di nonno Angelo la papalina, un emisfero di spesso cotone che lo aiuterà a difendersi dal freddo notturno della stanza. Nonna tarda. Io sono già sotto una montagna di coperte. Il viso di nonno è a pochi centimetri. Si è tolto gli occhiali e con questo copricapo mi sembra un po’ buffo. Il fiato mi disturba.  –“Che vuoi che ti racconto? La solita fiaba prima di dormire?”- -“Pollicino, nonno, Pollicino”- E la sua voce rauca di tabacco mi immerge in una atmosfera ansiogena, come tutte le favole di un tempo. E’ una eccitazione ricorrente, quasi un piacere nella sicurezza del luogo che mi ospita. Lo sperdersi nel bosco di Pollicino, lasciando molliche di pane come traccia. Sono con Pollicino ora. Il bosco mi ospita.  Poi giungerà la salvezza e il sonno. Ogni sera richiederò questa favola per il ripetersi alternativo di sensazioni buone e cattive. Nella notte mi sveglierà il rumore dei nonni, che scendendo dal letto prenderanno dal comodino il loro orinale. La musicalità della loro pipì era diversa. Mi è rimasto quel suono. Pensate cosa può un bimbo!

  • 13 dicembre 2020 alle ore 9:43
    MALEDICTA VETUSTAS

    Come comincia: Gustavo (Guy) Rinaldi, vecchio insegnante di materie letterarie al liceo classico per tenersi in forma talvolta rileggeva gli scritti greci e latini. Una mattina, in un momento di sconforto per le classiche malattie della vecchiaia, (aveva ottanta anni) nella sua biblioteca trovò un libro scritto in greco con vicino la traduzione in italiano, libro che non consultava da tempo: ‘Kataraméno Girateiá’, in gergo italico: ‘Vecchiaia maledetta’. Quel titolo si addiceva sia all’umore del vegliardo che alla giornata piovigginosa tipica di un novembre romano. Guy abitava in un caseggiato in via Daniele Manin di fronte al liceo classico ‘Albertelli’ dove aveva insegnato sino all’invio in pensione. La mattina dalla finestra vedeva sfilare gli studenti che si recavano in classe, un  po’ di nostalgia. Mesi addietro il preside della scuola, suo vecchio amico, gli fece sostituire un insegnante di materie letterarie che si era ammalato. Un giornata indimenticabile, alla fine della lezione fu festeggiato con applausi dagli studenti, era ringiovanito di venti anni. Per sua fortuna Guy aveva le  qualità intellettive ancora efficienti, solo quelle  in quanto quelle fisiche, soprattutto sessuali… lasciavano a desiderare. La gentile consorte dal nome piuttosto particolare: Nadia Perma Ciulla (ventisei anni in meno del consorte), non solo non gli faceva pesare le defaillance ma ne era contenta, con la menopausa non aveva più ‘slanci’ sessuali. Nadia era titolare di un salone di parrucchiera in via Taranto vicino al capolinea del tram in piazza Ragusa.  All’entrata in alto ‘troneggiava’ un cartellone con la scritta .’Nadia Perma Ciulla - sotto: Coiffeur’. Il secondo cognome in lingua volgare aveva un significato riguardante il sesso, all’inizio gli abitanti vicino all’esercizio avevano fatto qualche risolino ma nessuno si era permesso di farci una battuta di spirito sino a quando una mattina, all’apertura del ngozio si era presentato un tipo non proprio sobrio e nemmeno tanto mascolino che: “Vorrei conoscere da vicino la signora Ciulla…” Nadia non amava essere presa per il culo, a Mariola, sua lavorante robusta di fisico, classica ‘braccia strappate alla terra’: “Buttalo fuori a pedate!” Mariola preferì prenderlo per la collottola e una volta fuori dal locale un calcio ben assestato al didietro  fece volare a terra il ‘simpaticone’. “Vigliacca, proprio a me doveva capitare una lesbica.” Ebbe la fortuna di prendere al volo il tram che stava partendo dal capolinea e così evitò ulteriori guai. Una volta a bordo mostrò a Mariola un pugno chiuso con il solo medio in alto seguito dalla mossa dell’ombrello. Dietro anche consiglio del marito Nadia fece modificare la targa sopra l’ingresso del locale con una scritta più semplice: ‘By Nadia - Coiffeur’. Guy teoricamente amava ancora il sesso, purtroppo ‘ciccio’ non rispondeva più alle sollecitazioni sessuali e così una sera invitò la consorte già quasi addormentata ad aprire le ancora deliziose cosce e prese in bocca il clitoride con la conseguenza che Nadia ebbe un orgasmo ma lo scambiò per un sogno e riprese a dormire. La mattina seguente, domenica, Guy era particolarmente di buon umore cosa notata dalla consorte: “Che ti succede, di solito sei un musone…” “Non ricordi nulla di ieri sera?” “Ho sognato ma non credo che tu possa entrare nelle mie fantasie.” La vita scorreva lenta per i due coniugi sino a quando una vecchia signora del quarto piano passò a miglior (?) vita. Dopo pochi giorni si installarono nel suo appartamento una coppia di coniugi: Orlando Caruso e Liboria (Lilla) Leonardi siciliani di Palermo ambedue assegnati al liceo classico ‘Albertelli’ in via Daniele Manin dinanzi alla loro abitazione, lui insegnante di materie scientifiche, lei di educazione fisica, aveva un fisico atletico. Tramite Romolo Ricci, classico portiere  romano dè Roma fecero la conoscenza, già da subito scatto una simpatia fra di loro, Lilla divenne  cliente di Nadia, Guy amico  di Orlando, aveva con lui in comune la passione per il gioco delle carte. Talvolta andavano in gita ai Castelli Romani con la Giulia di Orlando, nella loro Fiat 500 ci sarebbero stati stretti. La loro esistenza cambiò all’arrivo in casa Caruso di un siciliano Alessandro Durazzo alto funzionario del Ministero della Pubblica Istruzione, fu festeggiatissimo,  il motivo fu chiaro subito: era stato lui il fautore del trasferimento da Palermo alla capitale dei due coniugi per di più in un istituto dinanzi all’abitazione della defunta zia! L’interessamento di Alessandro era stato piuttosto ‘peloso’ già dopo la loro conoscenza alla spiaggia di Mondello Lilla aveva concesso le sue ‘grazie’ al funzionario che, per riconoscenza aveva fatto loro quel grosso piacere. Ale, malgrado i suoi cinquant’anni si dimostrò subito uno sportivo, aveva acquistato una A.R. Stelvio con cui il quartetto, ormai quintetto andava in giro per Roma e nel Lazio, Nadia seduta vicino al guidatore gli altri tre nel sedile posteriore.  La fine del mese di giungo portò oltre che l’estate anche le vacanze sia per i due insegnanti che per il funzionario ministeriale. Prenotazione di un’ampia cabina al Lido di Ostia allo stabilimento ‘La Mariposa’, due ombrelloni e cinque sedie a sdraio, pasti? Nessun problema, il complesso era dotato anche di bar e ristorante. Il riposino post prandium era un privilegio di Nadia e di Alessandro, gli altri tre…a bocca asciutta. Unica novità: Nadia aveva imparato a guidare la ‘Stelvio in modo sportivo, partiva sgommando e faceva sorpassi azzardati, Ale ci rideva sopra, non tanto gli altri tre che non avevano molto apprezzato la bravura di Nadia nel maneggiare il ‘manico’ del cambio… Ai primi di settembre la situazione cambiò radicalmente, Ale impegnato al Ministero raramente aveva tempo di farsi vedere dagli amici che,  in sua assenza erano poco propensi all’allegria. Uno in particolare era triste e sconsolato, Gustavo, niente sesso…ma non era un inglese! In suo aiuto inaspettatamente venne Lilla che si dimostrò buona d’animo in  un campo ormai tabù per Guy, il sesso. Una sera, dopo cena Lilla: “M’è venuta la voglia di dormire con Guy.” Meraviglia e risolino degli altri due. In camera da letto dell’ex insegnante di materie letterarie un qualcosa di inaspettato: la signora  portò sotto la doccia il prossimo  amante e sul giaciglio matrimoniale mostrò il suo clitoride voglioso al quale Guy dedicò la sua attenzione portando il ‘cicciolino’ ad un orgasmo poi ripetuto, ‘ciccio’ era fuori uso ma non la lingua di Guy. “Sei più bravo di quel vanaglorioso di mio marito, queste sono vere corna, quelle con Ale sono pura convenienza, ogni volta che lui finisce i suoi giochetti con me lascia sul comodino una serie di carte da 500 Euro, sono venti, diecimila Euro per fica e culo…

  • 11 dicembre 2020 alle ore 10:15
    Non posso farlo! (prima parte)

    Come comincia:  - Il tenente Galthier era un tipo risoluto e dalla battuta sempre a tiro. Veniva dal nord, un paesino di campagna: respirando aria buona crebbe in mezzo ai govoni nei campi di grano, tra distese di alberi di frutta a perdita d'occhio, accudendo stalloni e giumente, raccogliendo sterco nelle porcilaie. Nel tempo libero andava a caccia di fiorellini e di farfalle: aveva un debole per quelle dagli occhi azzurri e coi capelli biondi, ne fece scempio, in paese; scellerato ed alquanto...disonorevole! A diciotto anni, terminato il liceo (lo frequentò in un paese vicino al suo), entrò in accademia militare dove, terminato il suo corso tre anni dopo, prese i gradi. Fu assegnato di servizio al XV°battaglione di fanteria: la caserma si trovava cinquecento chilometri più a sud dal paese in cui era nato ma non si fece problemi né si perse mai d'animo, per questo. Colà vi trascorse due anni sicché un giorno...era metà estate, il suo paese entrò in guerra e lui, come migliaia di suoi coetanei e commilitoni venne chiamato a "servire" la patria. Fu davvero entusiasta, per quello, il giovane Henri Mathieu (i suoi due nomi di battesimo: glieli avevano affibbiati i genitori per onorare i loro padri, medagliati al valore in guerra!). Di mattina presto in caserma i megafoni riprodussero la voce squillante del Primo Ministro che parlava dalla radio alla Nazione: 
     "Miei cari connazionali, donne e uomini tutti, in ogni luogo voi ora vi troviate e qualunque cosa stiate svolgendo, debbo annunciarvi che questo è il giorno più importante della nostra storia. Oggi è un momento grave e solenne al tempo stesso perché da ora in poi riscriveremo la storia del nostro Paese amato; lo faremo tutti assieme, lo faranno soprattutto loro, i nostri giovani che al mondo intero mostreranno il posseduto valore...di cosa sono capaci. Moriranno per la Patria se sarà necessario, doneranno le loro vite giovani se la sorte ed il destino faranno sì che ciò accada: lo faranno con coraggio ed orgoglio improbi e noi onoreremo sempre la loro memoria così come quella di quanti cadranno sui campi di battaglia, al fronte e in ogni dove. La guerra è dichiarata, evviva la guerra!".
     Era l'annuncio solenne dell'entrata in guerra. Il sergente maggiore Katczinsky, veterano del battaglione, dopo averlo ascoltato scese in cortile (mezzo svestito) e gridò a squarciagola:
     - Coraggio, pelandroni e pelapatate, alzate il culo dalle brande che si comincia a ballare! Era un campagnolo come Henri, il sergente; tipo arcigno e dai modi assai spicci, a volte grezzi e duri (come tutti i sergenti, del resto: di ogni esercito al mondo. Nessuno ha mai visto uno di quelli che non lo fosse: è più facile pescare una carpa gigante nella vasca del proprio cesso, piuttosto!)...un naturalizzato: i genitori erano giunti nel paese straniero con l'ondata migratoria di inizio secolo (una delle tante che, all'alba di epoche nuove per il mondo e per l'umanità, colpiscono le Nazioni a ogni latitudine: nessuno sa il perché!), dotato però di grande acume, spirito di osservazione e ironia a iosa (doti meno solite, queste, in rappresentanti della "bassa" forza come lui). . Quel giorno ancora giovane, fu per lui importante e per tutto il battaglione. Non tutti i soldati, invero, quando la radio distribuì l'annuncio dai megafoni, erano svegli: molti, infatti, dormivano ancora come ghiri in amore, qualcuno era invece in dormiveglia, con gli occhi semichiusi e le antenne accese, altri lo ascoltarono con solenne attenzione. Henri non aveva chiuso occhio per problemi di stomaco, tutta notte un andirivieni tra lettino (era di quelli a castello, a due piani: per fortuna sua e dell'altro compagno lui aveva il posto in basso!) e latrine. Dopo che ebbe ascoltato il messaggio alla radio, però, il giovane sembrava un'altra persona: quello avea sortito su di lui lo stesso effetto d'una compressa antidiarroica facendolo sentire di colpo risollevato, al 7°, all'8°, al nono cielo, come se avesse fatto qualche...una colossale scopata con la più bella entraineuse della terra.
     - Su, ragazzi! - esclamò Henri, rivolgendosi agli altri. - Fate in fretta, tra poco suoneranno l'adunata!
     - Ma come, tenente, a quest'ora? - ribatté il soldato Kantorek, naturalizzato come il sergente e il più giovane della compagnia. Presto lo seguì anche Louis, la sua ombra; compagno di branda dell'altro (lui e Kantorek sembravano gemelli siamesi: sempre assieme, gli stessi errori e le stesse bravate; agivano e parlavano allo stesso modo, come se fossero fatti l'uno per...con la carta carbone o lo stampo), eppoi il sottonente Lucy che era compagno di branda del tenente, seguito da Baumer il lungo e...via via da ogni altro: quelli già svegli da prima e quelli (ri) svegliatisi poi, che insieme parevano "voci bianche" impazzite di sobbalzo.
     - Ma come, tenente? E' prestissimo? - Fecero infatti tutti, in coro e all'unisono (in effetti, la tabella di marcia...della sveglia era in anticipo solamente di qualche minuto). 
     - Forza, ragazzi! - Esclamò ancora Galthier. - Non fate i capricci! Mi sembrate delle signorine che fregnano, no dei fanti del quindicesimo! (il battaglione aveva tradizioni militari di prim'ordine e in passato gli uomini che ne fecero parte ebbero ricevuti grandi onori: otto medaglie d'oro e quindici d'argento al valore militarono nelle sue fila!). Non avete sentito la radio, poco fa? E il sergente, in cortile...avete mica afferrato le sue grida? (Non era possibile, infatti, che l'annuncio dell'una e le urla dell'altro fossero passati entrambi sotto silenzio alle povere orecchie di qualcuno, tranne...a quelli che si erano risvegliati in ritardo, s'intende!). Dopo un attimo di pausa, per sfilarsi gli stivali eppoi infilarseli daccapo (li aveva infilati scambiando la destra con la sinistra e viceversa), il tenente riprese a parlare, rivolgendosi all'intera compagnia con tono più deciso e sarcastico di prima:
     - Allora, signori, in bagno fate in fretta; niente manovre strane con la cappella, vi voglio in palla e a tono, tra poco ci sarà adunata e...vi raccomando di stapparvi bene il cerume dalle orecchie, a scanso di equivoci! In realtà tutti avevano sentito (tanto quelli già svegli al momento dell'annuncio, quanto quelli in dormiveglia) ed erano già abbastanza su di cappe...giri per loro conto: anche i ritardatari lo erano adesso ed i sognatori di lungo corso, dopo essersi risvegliati. E' da dire, però (e questo accade dacché esistono eserciti e soldati), quanto segue: in ogni caserma e in tutti i battaglioni che si rispettino i soldati fanno la "cresta" sul rancio (sebbene molto spesso, ed ovunque, lasci esso a desiderare!) e sul sonno (sebbene vi sia sempre, ed ovunque, il Katczinsky di turno a sorvegliare, ovvero a rompere gli equilibri, le uova nel paniere...i sacramenti!), sovente e volentieri...ognuno rosica un cucchiaio di minestra in più, quando può, o qualche minuto extra di sonno e non vi sono dichiarazioni di guerra che tengano, in questo. Tutto ciò lo sapeva il tenente e di sicuro lo sapeva anche quel satanasso di Katczinsky. Il sergente, appunto, da par suo, era già bello e pronto, in cortile (aveva finito di lavarsi e vestirsi: quello non aveva bisogno di orologio e lancette; lui...era una lancetta umana!). Da alcuni minuti faceva su e giù e il rumore dei suoi stivali sul lastricato rimbombava dappertutto nelle camerate della caserma; fumava una cicca poi e tra un tiro e l'altro sbuffava talmente tanto da sembrare una vaporiera. L'adunata sonò alle sei e trequarti: il trombettiere Delemont (di nome faceva Christophe, soprannominato il "cagnaccio" per il suo modo, tutt'altro che artistico di abbaia...suonare il suo arnese a fiato!) fu anch'esso puntuale (come una disgrazia) e preciso: come al solito (cioè puntualmente e precisamente) ruppe i timpani di chi l'ascolta! Nel giro di due minuti tutti i soldati furono in cortile (il battaglione era diviso in dieci compagnie di ottanta uomini ognuna, più cinque tra sottufficiali ed ufficiali: Galthier comandava la settima), ma erano in ordine sparso. Katczinsky tuonò allora:
     - In riga, marmaglia! Tutti in riga vi voglio, tutti quanti così come siete! All'istante, allineatevi, mi sembrate un mucchio di capre pronte a scornarvi fra voi. - Gli uomini non si fecero pregare ancora...il suggerimento del sergente era stato forte e chiaro. In men che non si dica, così, il battaglione era tutto bello e schierato in ordine marziale...tutto in riga davanti agli ufficiali e ai loro sguardi severi. Il colonnello Villerieux era comandante della guarnigione: tipo tutto d'un pezzo, militare di carriera (da tre generazioni erano stati militari nella sua famiglia) e pluridecorato nella precedente guerra in cui aveva perso l'uso parziale della mano destra. Era stato assegnato al XV°da tre anni: le alte sfere dell'esercito lo avevano fatto per dargli un comp...contentino che fosse il meno irriguardoso possibile nei confronti del suo lignaggio ed evitargli così una messa a riposo anticipata e disonorevole. L'ufficiale parlò ai soldati, messi in schiera tutti sull'attenti davanti a lui, per cinque minuti:
     - Avete tutti ascoltato poco fa quanto è stato detto, spero sia chiaro a tutti come stiano oggi realmente le cose e quale sia il vostro compito in questo momento! Se a qualcuno ancora non è chiaro quale sia vi rifaccio la domanda e poi rispondo io stesso, con mie parole. Qual'é il compito a cui dovrete adempiere? Ebbene, molti di voi sono giovani; la stragrande maggioranza di voi lo è ed alcuni anche penseranno di esserlo ancora sin troppo o di non essere in grado abbastanza di farlo: di partire, cioé, per il fronte, e di combattere dinanzi al nemico. Vi dico ora che sono pensieri codardi questi e idee disfattiste: non fateci caso a quello che vi dice l'amor proprio, pensate invece all'amor patrio e basta! Voi siete la vita, la forza, la fierezza del vostro Paese. La Patria ci chiama, chiama voi; vi chiama perché oggi ha bisogno di voi e di soldati che siano disposti ad onorarla ed anche a sacrificarsi per lei, se sarà necessario farlo. E' solo l'inizio questo, pensate, d'un cammino che potrebbe portarvi verso la imperitura gloria. Il campo dell'onore vi chiama, ragazzi, non vi è quindi ragione per cui qualcuno resti quì! - Non appena ebbe finito di parlare il colonnello porse un foglietto al maggiore Delaplane, che li era di fianco: quello lesse il foglietto e poi lo ridiede al colonnello che lo piegò e lo mise nella tasca sinistra della sua giacca blu. I due così si guardarono intensamente negli occhi per un attimo e poi si abbracciarono. Dopo di che scoppiò il finimondo nel cortile della guarnigione: il sergente Katczinsky sonò con la sua tromba una marcia trionfale (quel diavolo d'un sergente sapeva sempre qual'era la cosa giusta da fare, al momento giusto...suonava molto meglio di Delemont, il "cagnaccio"!). Gli uomini tutti del battaglione allora accompagnarono con tre hurrah! e lanciarono i berretti al cielo, e dopo...abbracci, strette di mano, fischi e grida di giubilo a non finire. In serata ognuno degli ottocentocinquanta uomini del battaglione aveva ricevuto le consegne e conosceva la propria destinazione e il proprio destino: trecento di loro partirono per il fronte la sera stessa, altrettanti lo fecero nei successivi giorni, in diversi scaglioni; soltanto cinquanta non partirono, tra cui il colonnello Villerieux. Di quei seicento ragazzi partiti molti tornarono mutilati (di una gamba o di un braccio, per chi ebbe fortuna!), tantissimi non tornarono più indietro e per la maggior parte di quelli che lo fecero non fu più la stessa cosa perché essi avevano visto cose inimmaginabili e vissuto un'esperienza troppo più  grande di loro (in realtà lo fu per tutti quelli che la vissero, senza riguardo alla età anagrafica, purtroppo!). Vissero a metà per il resto dei loro giorni...privati del loro cuore, estirpati della stessa loro anima. Alcuni di loro la fecero finita! Il sergente maggiore Katczynski ebbe una sorte migliore, in fondo: saltò in aria, dilaniato da una mina alcuni mesi dopo, sul fronte occidentale. Anche il tenente Galthier fu destinato sul fronte occidentale, ai confini col Paese nemico: in prima linea! Insieme a lui Kantorek e il sottotenente Lucy. I tre presero il treno in nottata: il viaggio sarebbe stato lungo, li aspettava una levataccia. Non appena ebbero preso posto, in terza classe (il mezzo, una tradotta vintage del secolo passato, pullulava di soldati giunti dalle località più disparate del Paese, che andavano pur'essi al fronte, ma anche di molti civili: il puzzo di sudore frammisto al fumo delle sigarette creò una cappa sopra le loro teste che sembrava tal quale all'aureola dei santi o del Cristo!), Kantorek uscì dallo zaino una bottiglia di color giallognolo e disse:
     - Tenga, tenente, ne beva un sorso! Visto che ci tocca far notte, tanto vale non restare colla gola secca! Era cognac, di quello buono e invecchiato a lungo e bene (in botti di quercia di rovere, evidentemente!). Il tenente prese la bottiglia dalle mani dell'altro e bevve. Dopo di che esclamò:
     - Ottimo, ragazzo!
     - Ci credo! - rispose quello. - Lo facciamo noi, mica chiacchiere! - I genitori di Kantorek avevano un grosso vitigno e producevano cognac: lo vendevano poi di contrabbando a tutte le cantine della zona, per non pagare dazi allo Stato. Dopo, il sottotenente Lucy che aveva osservato la scena in silenzio tombale, sbottò dicendo:
     - Ehi, cazzo, voi due! Avete deciso di lasciarmi all'asciutto?
     - Ma no, boia d'un mondo! - rispose Kantorek. - Ce n'è per tre! Tieni e zitto! Il ragazzo, che dava del tu al sottuficiale (al contrario di quanto facesse col tenente) prese così la bottiglia e la passò al compagno: quello bevve e la sua faccia, dop'averlo fatto, lasciò trasparire tutt'altro che delusione! Kantorek riprese la bottiglia e la stipò nello zaino. Poi prese a discorrere:
     - Sa, tenente, - disse, - quella carogna mi manca già...non poco! Si riferiva, ovviamente, al compagno di branda e di...bravate Louis, che era stato assegnato altrove.
     - Non fartene un cruccio! Forza, ragazzo! - fece Henri. - Vedrai che vi ritroverete presto, tu e lui, e farete baldoria insieme con qualche bella signorina! - Non fu buon auspicio quello del tenente: Ferdinand Louis, venti anni, morì sei settimane più tardi, falciato da una mitraglia mentre portava ordini al suo plotone. Kantorek non lo saprà mai: lui il mondo lo lascerà ancor prima del suo amico, purtroppo!
     - Ha ragione, tenente! - ribatté il ragazzo. - Lei ha sempre ragione! E' per questo che lei è un ufficiale ed io un povero soldato! (il tenente avea sempre ragione, nell'ottica di Kantorek forse...quella volta no, invece, non l'aveva per niente: neanche questo avrebbe saputo mai!).
     - Ma no, dai! Non pensarci ora, su, Alain! - (il nome di battesimo dell'altro). - Raccontami invece della tua prima... - non ebbe neanche il tempo, Henri, di proseguire, che Lucy lo interruppe (aveva argutamente intuito a cosa alludesse il compagno!):
     - La mia prima volta, tenente, fu in un bordello vicino la capitale. Era autunno, una domenica di sole. Erano due ragazze bellissime, mio padre mi ci portò la sera, dopo la scampagnata del giorno e il giro turistico per la città. Lui spesso le chiamava "donnine", alcune volte "femmine fatali", altre ancora troie però mi diceva sempre così: "ragazzo, anche se vai con una di loro non dire mai scopare ma fare l'amore: quelle donne sono i più bei fiori della terra!". Ha frequentato in lungo ed in largo quei posti, si è preso anche lo scolo, da giovane! - Il sottotenente aveva di proposito usato il tempo passato perché il padre - ricco industriale che da sé s'era fatto - mancò qualche anno prima, morendo in un incidente d'auto e lasciando il giovane orfano, insieme alla moglie e altri due figli più piccoli (fratelli minori di Lucy). La fabbrica, che produceva cappelli (durante la guerra ne produrrà anche per gli aviatori e per i marinai), passò nelle mani dello zio del sottotenente. - Una era molto giovane, si chiamava Valerie, - continuò Lucy, - aveva gli occhi tristi, da cerbiatta impaurita, i seni piccoli e una bocca che sembrava una fragola...la baciai, prima di fare l'amore con lei, e così mi sorrise e mi accarezzò i capelli dolcemente. L'altra era più anziana, più scura di incarnato e uno sguardo malizioso di...una che la sapeva lunga: una vera bagascia di lungo corso, i suoi capezzoli e la vagina profumavano di lavanda! Il tenente e Kantorek ascoltarono in religioso silenzio il racconto del loro compagno: erano stati tanto presi da quelle parole, ne rimasero quasi estasiati. Henri non disse nulla all'altro, sul fatto che prima lo avesse interrotto bruscamente; neanche raccontò agli altri due delle sue peripezie ed avventure sotto le lenzuola, i suoi trascorsi da rubacuori impenitente, le numerose conquiste da tombeur des femmes. Domandò a Kantorek:
     - E tu, Alain?
     - Io l'ho fatto in campagna la prima volta, in primavera. E' la stagione che più mi garba, sapete? Perché nell'aria senti quel profumo di...qualunque cosa; quel profumo non lo sentirai mai d'estate perché fa troppo caldo. Era una mia compagna di classe, quattro o cinque anni fa. Ricordo bene tutto di allora, lo ricordo quel giorno e ricordo quei momenti come fosse oggi. Quelle cose non le puoi dimenticare! Lei si chiama Milena, è andata in città dopo. Adesso vive con la sua famiglia. Non l'ho più rivista, da allora, ma il suo profumo lo sento ancora nel naso, qualche volta di notte e mi capita di risvegliarmi di soprassalto. Quando il ragazzo ebbe finito di raccontare, dallo scompartimento più avanti si levarono all'improvviso due urla:
     - Abbasso gli ufficiali! D'accordissimo! - Non era stata la stessa persona a urlare quelle parole...tuttavia vi furono risate generali e uno scroscio di applausi, anche da parte di militari seduti vicino ai tre. Kantorek e Lucy cominciarono allora con gli sfottò verso il tenente:
     - C'è l'hanno con lei, tenente? - Domandò il primo.
     - Beh, non solo con lui! Con tutti i graduati! - esclamò di rimando l'altro.
     - Ma no, non è possibile! - fece Henry. - Io non sono un vero e proprio ufficiale...sono vicino alla truppa! Lo sono più di quanto immaginiate, credetemi! 
     -Sì! Sì! Come no! - esclamò così Lucy. - Ti prendiamo in parola: tu sei vicino alla truppaglia ed io mangerò merda di cavallo...paté e caviale da quì al mese prossimo! Il tenente sorrise, poi i tre accesero una sigaretta all'unisono. Dop'aver fumato presero a riposare. Dormirono alcune ore. Il treno si fermò solo due volte e vi scesero tutti i civili: il viaggio fu meno lungo...scomodo del previsto. Alle sei e trenta del mattino arrivò a destinazione. Galthier era sveglio da un po', gli altri due si risvegliarono puntuali: quando il treno arrivò all'ultima stazione e l'altoparlante lo annunciava a gran voce. Era una giornata calda, no afosa, lo faceva presagire il sole pieno che già faceva capolino in alto...cielo nonostante l'ora.
     - Ah, siete svegli? Finalmente! - esclamò Henri sorridendo sarcasticamente sotto i baffetti (li portava ben curati, sin dai tempi del liceo al paese). - Mi suonava strano, sapete? Non aver sentito le vostre brutte voci per un po': ho fatto persino dei brutti pensieri, che sembravate belli e...ma non si era detto che avremmo passato la notte in bianco? (il tenente, infatti, alludeva a due cose: la prima è che aveva pensato che i due fossero morti invece di dormire - con ironia, certo - la seconda invece che avrebbero dovuto trascorrere notte discorrendo del più e del meno o magari ricordando cose passate).
     - Cazzo! Tenente! - fece Kantorek. - Vuole metterci di malumore già di primo mattino, senza aver bevuto un caffé? O cosa? (il ragazzo disse così perché aveva ben capito a cosa alludesse l'altro).
     - Ma no, dai! - replicò Henri. - Volevo mettervi di buon umore invece! Ne avremo bisogno, sapete? Non crediate che andiamo ad un pic-nic e poi...mi sembra d'avervi reso la pariglia, non è giusto? (il tenente alludeva agli sfottò che aveva subito dai due, poco prima che i tre si addormentassero, ma era anche...la prima volta che tra loro si parlò della guerra seppure alludendo e basta ed in maniera sarcastica, da quando avevano lasciato casa: la caserma del XV°). I tre scesero dal treno in tutta calma: dovevano presentarsi entro le nove al comando di trincea, e prima ancora al posto di blocco 45 che tutti chiamavano il "cancello": c'era tempo però. Erano stati assegnati al XII° plotone che stava di fronte alla "collina 81" e per arrivarci dovevano percorrere - metro più, metro meno - cinque chilometri a piedi: la distanza che li separava dalla stazione in cui erano arrivati col treno sino al punto prestabilito. Si accodarono ad un grosso convoglio militare, all'inizio, il quale trasportava pale ed attrezzi meccanici. Quello procedeva ad andatura lenta ma dettava il ritmo di marcia, scandiva cioè il passo - i passi - di quelli che erano a piedi dietro di lui. Questo incedere avvenne per circa un quarto d'ora, sino a che il convoglio non lasciò Henri e gli altri due praticamente a...sul posto. Insieme continuarono, poi, il cammino con altri soldati (la fila era lunghissima: cento, duecento e...forse 300 metri o ancor di più, chissà!). Il tenente era sul margine destro della strada, il quale costeggiava un torrente e la campagna limitrofa. Ad un certo punto si girò, girò il capo lentamente verso sinistra e notò che di fianco a lui e ai suoi due compagni s'era creata per inerzia una parallela fila di soldati, lunga quanto quella su cui procedeva egli stesso insieme a Kantorek e a Lucy. Questo numero impressionante di uomini, i quali procedevano a passo lento ed all'unisono, una cosa mai vista da occhio umano...il primo sentore vero di qualcosa di grande, enormemente grande ed immenso, abnorme ma al tempo stesso inspiegabile quasi "irreale" nella sua crudezza: il primo sentore, cioé, della guerra che poco per volta comincia a insinuarsi con lentezza ma inesorabilmente nella testa del tenente Galthier, dei suoi compagni e di certo in quella di tutti gli altri soldati. La guerra si manifesta in questo modo, a piccole dosi; sino a quando non ti si para innanzi in tutto il suo essere, impietosamente, senza veli e...maschere! Il giovane ufficiale a quel punto esclamò:
     - Cristo santo! Sono una marea di uomini! Saranno migliaia, uuuhhh...- Lucy, da par suo, lo guardò negli occhi senza proferire parola: il suo sguardo, però, esterrefàtto e vuoto al contempo, aveva detto tutto parlando al suo posto! Kantorek invece continuò a camminare, come se non avesse udito affatto le parole del tenente: allargò soltanto le braccia, in segno di re...accettazione. D'improvviso si cominciarono a sentire in lontananza dei boati: uno, isolato, fu seguito da altri, a stantuffo, meno forti del primo ma più netti; sembravano però sempre più vicini e richiamavano il rantolo di qualcuno che sta per tirare le cuoia, amplificato per dieci, venti, trenta volte! Kantorek questa volta fece un balzo in avanti, di soprassalto, quasi come se avesse dovuto evitare un masso che li si era posto innanzi, sulla strada, mentre la percorreva.
     - Tranquillo, Alain! esclamò il tenente. - Sono ancora lontani! (lo erano, ma no come aveva immaginato Henri!). Lucy allora fece:
     - Sono gli obici da 75, quelli più leggeri! Lo aveva letto, forse, da qualche parte tempo prima, in caserma; oppure glielo aveva detto qualcuno che è così, magari...lo aveva sentito da quel satanasso di Katczinsky! Quelli che Lucy e gli altri soldati in avvicinamento alle trincee ascoltavano, in realtà, eran colpi dei cannoni da 77. Le forze nemiche avevano già piazzato, lungo i quindici, sedici chilometri del fronte oltre un migliaio di pezzi di artiglieria: il più piccolo era quello da 77, il più grande, da 420 millimetri di diametro, poteva sparare proiettili da una tonnellata e anche a diversi chilometri di distanza. Le batterie sparavano colpi con dei tiri indiretti (senza vedere, cioè, il bersaglio né curarsi del loro punto di caduta) ma lo facevano con continuità e a cadenza sincrona, ogni dodici o tredici minuti: il rumore, a volte, era assordante e...metteva paura, faceva tremare la terra, gli alberi e gli uomini! I tre si guardarono a vicenda negli occhi, poi proseguirono nel cammino. Dopo tre quarti d'ora, un 'ora abbondante furono a destinazione, la prima no quella definitiva però. Si presentarono al comando, dopo aver passato una sorta di posto di blocco: era formato da una coppia di garitte in mattoni color marroncino (in cui vi erano due sentinelle col fucile), una opposta all'altra e situate ad entrambi i lati della strada. Le garitte avevano due feritoie dalle quali le sentinelle potevano osservare i movimenti all'esterno e ripararsi. Più avanti vi era una piccola casupola in legno di castagno: Galthier entrò, gli altri due restarono insieme, fuori, ad attenderlo.
     
    Taranto, 26 novembre 2020.

  • 30 novembre 2020 alle ore 22:12
    Staremo assieme... d'ora in poi!

    Come comincia:  - Christine era una donna ancora molto bella, una persona senza dubbio interessante, attraente e ricca di charme nonostante fosse avanti negli anni ed avesse superato da un po' la crisi di mezza età che invero coglie anche gli uomini quando si accorgono di avere qualche capello grigio di troppo ed inesorabilmente cominciano a far cilecca a letto. Lei, essendo un tipo di carattere, lo aveva fatto con disinvoltura, da sola, senza subire particolari scosse e senza in alcun modo avvertire l'impellente necessità di doversi affliggere o di auto flagellarsi per averlo fatto, né (di) commiserarsi più di tanto. Non aveva neanche avuto bisogno di correre ai ripari, cioé ricorrere alle cure del chirurgo estetico per farsi ritoccare il suo aspetto (come capitava - da tempo - a tante sue amiche e conoscenti: chi a rifarsi le labbra, chi il seno e chi...il culo!) e porre riparo così, seppure in maniera effimera, ai danni che lo scorrere del tempo provoca su ogni donna. Infine, aveva ben pensato di non analizzarsi, in extrema ratio, né di farsi analizzare da qualcun altro (come spesso fanno, uomini e donne in egual modo, a volte senza senno, in certe fasi un po'..."strange" della loro esistenza, prescindendo dall'età anagrafica), e magari ricorrendo pure a sedute sin troppo noiose e costose, a volte inutili e qualche altra anche rischiose: quelle, infatti, possono riservare diverse insidie e spiacevoli soprese e rivelarsi alla fine, tout court, arma a doppio, triplo taglio non poco incerta o inaffidabile. Era successo proprio così, alla fine, alla sua carissima amica Hope la quale, essendo in crisi coniugale oramai da un bel pezzo, aveva ben escogitato d'affidarsi alle cure d'un celebre strego...luminare della psiche di Albany, in upstate New York; e la cosa, purtroppo, ebbe il seguente (illuminante) strascico: la poveretta era sì riuscita a districarsi dai meandri bui e torbidi in cui ristagnava il suo matrimonio, divorziando dal marito, ma in compenso abbracciò una relazione che sovente non vede via d'uscita stagliarsi all'orizzonte: quella con la bottiglia di gin! La donna così - ahilei - entrò nel tunnel della dipendenza e fu costretta a ricorrere alle cure cliniche no per migliorare il suo aspetto ma per disintossicarsi dall'alcol: in sei mesi appena riuscì a farlo anche grazie alle amorevoli attenzioni della giovane nipote, Jessica, con cui ora condivide un grazioso appartamentino con veduta panoramica vicino Central Park. Qualche tempo addietro Christine andò a trovarla (era da un bel po' che non incontrava la vecchia amica); un pomeriggio e prime ore della sera insieme, trascorse in allegria e spensieratezza. Quando si incontrarono, le due si abbracciarono a lungo e poi Christine disse all'amica:
     - Cara, sembri più giovane di me di trent'anni, sai?
     - Certo! - rispose quella. - Ma se tu ne hai ventinove, mi dici come faccio a sembrarlo? Christine, allora, udite queste parole, scoppiò in una risata a dirotto: il rumore del suo ridere era talmente fragoroso che attirò le attenzioni dei vicini e della nipote di Hope, indaffarata in cucina. La ragazza raggiunse le due donne in salotto, dove erano sedute sul divano, una di fianco all'altra, ed esclamò:
     - Cribbio, ma siete tutte matte? Siete riuscite a far abbaiare anche il cane dei Brown (un cocker spaniel molto vecchio, quello dei vicini di Hope e Jessica: è più facile vedere un asino che vola, nell'alto dei cieli, piuttosto che sentirlo abbaiare!). Le due amiche parlarono a lungo, dopo la risata fragorosa di Christine: evidentemente non del tempo atmosferico soltanto...lo fecero di - e su - cose serie e facete. Christine parlò all'altra anche del suo matrimonio, ma non ebbe consiglio alcuno da essa al riguardo: soltanto un'altro caloroso abbraccio ed un timido sorriso quando si lasciarono, oltre a...la promessa di rivedersi presto, magari molto prima di quanto non fosse accaduto adesso. Lungo il tragitto che la condusse a casa, Christine pensò a lei, alla sua vita, dentro di sé. Il matrimonio con Jack (aitante sessantenne ed avvocato di grido nella "grande mela"), iniziato all'incirca due decadi addietro, era oramai giunto a una fase critica, la quale definirla di stanca è forse eufemismo inutile: il cosiddetto punto morto o "punto k", come molti lo definiscono per distinguerlo dal punto d'incontro e dal "punto g". La differenza tra i due punti, quello k e quello g, i quali nel corso della vita di una donna sempre restano equidistanti tra loro, per fortuna (della donna, s'intende!) è questa: il secondo, se stimolato a dovere, procura intenso piacere alle rappresentanti del sesso gentile...non è sempre facile farlo, però (né per l'uomo né, tanto meno per la donna stessa: a entrambi, infatti, sfuggono sovente e volentieri le enormi potenzialità nascoste in quel misterioso e recondito meand...anfratto del corpo femminile!). Oltre quel punto, cioé, oltre i confini stabiliti dalla natura in quel precipuo punto i quali sono ben diversi dai confini e dai limiti geografico-territoriali convenzionalmente stabiliti dagli uomini e da quelli "mentali" che l'essere umano spesso si pone e che tendono a sminuirne - non di poco - la sua naturalezza, il candore suo primordiale finanche la sua ancestralità ingenua, è impossibile poter andare (a meno che...qualche sessuologo di una remota università della terra riuscisse ad asserire il contrario dop'averlo sperimentato di persona sulla propria pel...sul proprio corpo, ovvero sul suo punto g se sia una donna o su quello di un suo simile di genere opposto se trattasi, invece, d'un uomo). Mentre, oltre il punto k, che contraddistingue appunto una fase di stallo in un ménage di qualunque natura e qualsiasi tipo (tra cui, evidentemente, quello classico dato dal matrimonio tra un uomo ed una donna oppure tra due individui dello stesso sesso, che siano uomini o donne poco importa), si potrebbe pure andare: in molti, ad onor del vero, lo hanno fatto, lo fanno e lo faranno a loro rischio e pericolo perché...ma le conseguenze di un siffatto comportamento quali sono? A niuno è dato sapere quali - e quante - possano essere di volta in volta, perché ogni singolo caso fa storia a sé e perché trattasi di storie di (e tra) esseri umani: il motivo, infatti, è che oltre quel punto (quello k) non vigono leggi specifiche dettate da codici di comportamento, usi, consuetudini e/o abitudini di sorta; oltre...colà vige l'ignoto nel senso vero del termine e l'imponderabilità del destino su cui non è possibile metter bocca (come potrebbe accadere, ad esempio, nel caso del punto g!) od agire. Dopo quel fatidico punto, a nulla serve affidarsi alla stella polare per proseguire a navigare sul mare della vita e orizzontarsi nei suoi meandri; quella stella che tanto cara fu, nel corso della storia della marineria e dei viaggi, ai naviganti...ci vorrebbe, piuttosto, una buona stella (anzi, una stella buona che faccia da paciere, veggente, psicologo e...tuttofare, insomma!). Ora, tra Christine ed il marito non c'era più nulla: neanche la mortale noia a intromettersi nelle loro esistenze che si trascinavano sul binario della monotonia. Quei due si ignoravano da tanto, troppo tempo e l'assurdo della situazione era che non provassero fastidio nel farlo. Lei si dimenava tra una serata di gala all'Astoria o alla Guggenheim Foundation di cui è socia, ed il bridge con le amiche a Chelsea. Il marito invece imperterrito continuava nella sua routine, nonostante tutto, tra una causa milionaria vinta e qualche scappatella con l'amazzone giovane di turno, a cui - immancabilmente - regalava poi un costoso gioiello o offriva la promessa di presentarla a qualche amico regista o direttore d'una casa d'alta moda. Una volta giunta a casa, Christine si svestì in tutta fretta e fece una doccia gelata; poi preparò un drink e si distese sul letto con la luce spenta: trascorse la notte interamente insonne...aveva negli occhi ancora quanto era accaduto alla sua amica ma continuò a riflettere anche su sé stessa. Non sopportava più di vivere quella situazione, non voleva tirare avanti a quel modo: dentro di sé ne era consapevole all'ottava potenza e se ciò fosse successo sarebbe potuta entrare, secondo lei, nel vortice dell'oblio e forse, chissà, giungere alla soglia dell'autodistruzione. Ma non poteva finire così, non lo voleva e...era troppo forte il desiderio di vita in lei! A Christine per nulla interessava il punto k, non voleva oltrepassarlo perché troppo rischiosa quella strada e piena di incognite, ma neanche quello d'incontro col marito per porre fine all'impasse che li attanagliava ed uscire da quella situazione insieme. A dire il vero lei anche aveva tentato, qualche tempo addietro, la carta del "viaggio", - dei viaggi turistici -  come fanno in molte, alla sua età e con i suoi soldi ma dopo...al terzo, al quarto (o al quinto, forse!) decise di dire basta perché la carriera di viaggiatrice impenitente, solitaria ed annoiata, di certo non li si addiceva neanche un pò: s'era resa conto di non essere tagliata per rincorrere un treno in una anonima stazione di provincia, prendere al volo un aereo in uno scalo super affollato né per circumnavigare il globo a bordo di una enorme e chiassosa nave da crociera. Erano cose, quelle, da cui pensò di sentirsi avulsa e a cui mai avrebbe fatto il callo. Lei era abituata ad altro (sempre era stato così nella sua vita, sin da giovane ed almeno all'inizio del matrimonio con Jack)...passione, sesso, sentimento, attrazione reciproca: un turbinio di emozioni ed ogni sfaccettatura dell'amore, insomma; da vivere in maniera intensa, accesa, incalzante...quello che non ti chiede mai nulla e non ti da respiro. Il mattino seguente a quella notte, tanto insolita ma anche importante per lei e per la sua vita, Christine parlò al marito come non faceva da tanto, pronta a non tornare indietro e senza rimpianti di sorta. Quello era appena rientrato da una notte altrettanto sveglia...campale coi suoi amici e colleghi di lavoro. Ma la stette ad ascoltare. La donna fece:
     - Jack, ho deciso!
     - Cosa, cara? - La chiamò ancora una volta con quell'aggettivo, in maniera sarcastica, evidentemente! (in effetti, era da molto che non lo faceva e...quella fu la penultima volta che avvenne).
     - Io mi fermo quì! Siamo giunti al capolinea! - rispose Christine. L'uomo aveva ben capito a cosa alludesse la moglie (non a caso: era un matrimonialista!) e non se lo fece ripetere ancora. Rispose per le rime.
     - Va bene, cara! Domani dirò ad Elsa (era la sua segretaria da dieci anni: sua ex amante, anche!) di preparare il necessario. Vedrai, sarà tutto rapido ed indolore per entrambi! Ascoltate queste parole, Christine lasciò l'appartamento e non vi fece più ritorno, mentre le sue cose li furono spedite tramite un corriere qualche settimana più avanti. Lei non consegnò mai le chiavi di casa al marito (l'appartamento in cui dimoravano era solo di Jack, la donna ne possedeva però uno tutto suo): le gettò, due o tre giorni dopo, nell'East River. Jack, però, fu di parola: preparò una separazione consensuale (i due si rividero solo una volta ancora, nello studio di Jack, a Manhattan, per firmare le carte) e senza colpa perché le differenze inconciliabili tra loro e la perdita di affetto a cui l'unione era giunta furono dovute in egual misura ad entrambi. Anche Christine, da par suo, fu molto conciliante ed accondiscendente visto che non tenne conto degli inciampi...ménage extra-coniugali a cui spesso il marito andava incontro: li considerò come fossero incidenti di percorso che fisiologicamente e per inerzia, quasi, avvengono...strada facendo. Jack presentò istanza al giudice che accolse le richieste in toto, anche quelle relative alla spartizione di beni e proprietà dei due in comune. La donna decise di dare un taglio netto a tutto ciò ch'era sta...col suo passato, per lo meno quello degli ultimi anni di matrimonio; e pensò bene di farlo dandosi alla bella vita: in fondo, per lei sarebbe stata proprio bella e "nuova". Cambiò in breve il suo modo di fare, di porsi e di vestirsi. Per prima cosa prese ad indossare - in luogo dei suoi tailleurs classici e sobri e delle sue camicette e gonne eleganti e firmate - jeans alla moda e pantaloni di pelle attillati, magliette o canottiere aderenti sopra cui portava giacconi di pelle, stivaloni scuri: il tutto condito con collane di varia foggia e dimensioni; eppoi si tinse i capelli facendoli ancor più be...biondo platino di prima, con una venatura ramata ai lati. Quegli abiti indossati e quei capelli così fatti non li stavano affatto male, tutt'altro: se mai, esaltavano ancor più le sue forme da cinquantacinquenne d'assalto, rendendo giustizia al suo bel culo e ai suoi seni ancora sodi e quasi perfetti, come...una ragazzina. Christine non passava di certo inosservata: non lo faceva ora come neanche prima!
     - Sei un tipo che "spacca"! - li diceva sovente il marito. - Lo farai comunque e dovunque, sempre! - Lo sostenevano pure tutti i suoi amici e le sue amiche: aveva ragione Jack e avevano ragione gli altri perché, in fondo, il fascino e la bellezza non lo danno gli abiti indossati, neanche la sensualità ed il sex-appeal del resto. Comprò poi una scintillante spider decappottabile rossa a bordo della quale si spostava la sera e di notte. Prese a frequentare i locali e le discoteche alla moda della città: quelli popolari, quelli vintage e chic, ma anche quelli più versatili, più squinternati e pericolo...malsani. Faceva "conquiste" occasionali e borderline, accalappiava tutto quanto li venisse a tiro, come una mantide bionda: sulla lunghezza d'onda, cioé, della sua fica e del suo culo, a seconda di chi avesse preso; sia uomini che donne, etero e gay, bisex, trans e travestiti, anche drag qualche volta. Si accoppiava sovente e volentieri con qualcuno - e qualcuna - di loro, singolarmente o a coppia: non aveva affatto la puzza sotto il na...al sedere! Sembrava una donna rinata, sprizzava voglia da ogni poro del suo corpo. Una sera, in estate, (era il 28 di luglio, la vigilia del suo compleanno: caldo torrido e afa terribile come spesso accade durante la bella stagione a New York), da "Henrietta Hudson", bar lesbo sulla Hudson Street al West Village, conobbe una ragazza coi capelli castani lunghi legati dietro e gli occhi scuri: indossava una canottiera rosa e una gonna cortissima; era senza reggiseno e non portava mutandine, Cristine lo notò di primo acchito. Aveva una rosa rossa tatuata sull'avambraccio sinistro e una piccola farfalla colorata di giallo e di verde sul polso destro: era davvero molto sexy e sembrava un tipo stravagante e fuori dal comune, anche lei. Le due si incontrarono con lo sguardo e si presero sin da subito, come fossero due calamite vaganti ognuna in cerca del polo di attrazione reciproco. Fu la ragazza a presentarsi, nonostante fosse molto più giovane di Christine. Le si avvicinò e disse:
     - Piacere, sono Pamela!
     - Ciao, Pam! - replicò la donna. Parole semplici ed essenziali, quasi scarne e...dopo alcuni minuti ed un drink ingurgitato all'unisono le due erano a bordo dell'auto di Christine: alla donna era capitato già di abbordare un'altra donna, in quattro e quattr'otto, era però la prima volta che lo faceva con una ventenne e per giunta con un bel culetto proprio come piacevano a lei! Guidò come una forsennata: aveva voglia di quella ragazza e del suo corpo giovane e provocante. In men che non si dica (poco più di dodici, tredici minuti al massimo) le due donne giunsero a casa di Pam, un accogliente quadrilocale ben tenuto sulla quinta avenue, vicino Union Square. La giovane viveva da sola, da un paio di mesi, dopo che la sua amica Lorraine, studentessa di architettura alla Cooper Union, era andata via per maritarsi. Era arrivata a New York due anni avanti dalla località di Metairie, sobborgo di New Orleans, in Louisiana. Lasciò i genitori, lì, volendo tentare l'avventura nella grande e sconfinata metropoli. Non appena giunse a New York, la sera prima del Labor Day, in settembre, conobbe una ragazza creola, Ester, al Bus Terminal sulla 57esima, che li presentò Lorraine. Inizialmente fece la cubista, per un po', in vari locali al Village, poi l'inserviente in un grande condominio ordinario sulla Lincoln Avenue, di fronte ad High Rock Park a Staten Island. Adesso lavora come cameriera, tutte le notti escluso il sabato, da "Julius'", al West Village: guadagna bene, a sufficienza per pagarsi da vivere e potersi divertire in una grande città, caotica e costosa come New York. Appena furono entrate in casa, la ragazza accese la luce nel piccolo corridoio davanti a loro e mise subito a suo agio Christine:
     - Accomodati, dai! - disse gentilmente. - Fa pure come se fosse casa tua! Ma Christine non rispo...non diede tempo a Pamela di dire altro né di fare nulla. Le si avvicinò come un felino, poi li prese il viso con entrambe le mani, lo portò alla sua bocca e cominciò voluttuosamente a baciarla: quella non oppose resistenza, desiderava la stessa cosa in fondo! Le due donne poi si spostarono in camera da letto. Fecero l'amore tutta la notte: con la luce accesa, Pam aveva paura del buio. La mattina dopo Christine si alzò per prima, di buon'ora. Chiese all'altra:
     - Uova con bacon e toast imburrati?
     - Sì, grazie, Chris! - Le rispose sorridendo. L'aveva chiamata a quel modo, la chiamava così come se si conoscessero da una vita. Era bastata una notte d'amore, la prima tra loro, affinché accadesse: il suo Jack non lo aveva fatto mai, in venti anni di vita trascorsi insieme! Christine aveva già deciso, lo aveva fatto dentro di sé un'attimo dopo aver ascoltato quelle parole. Preparò con calma la colazione e la portò alla ragazza che nel frattempo si era seduta sul letto. Le porse il vassoio e poi, dopo averla fissata negli occhi, per un sol momento, disse:
     - Staremo assieme...d'ora in poi! Pamela non replicò, neanche toccò cibo. Si alzò dal letto di scatto e corse nel soggiorno a vestirsi. Prese poi alcuni abiti dal guardaroba, li intrufolò alla rinfusa in una vecchia borsa di canapa blu e si mise sull'attenti davanti all'altra, esclamando:
     - Eccomi, sono pronta! Christine, la quale aveva capito che anche l'altra lo...avesse fatto, da par suo disse:
     - Anch'io, andiamo! Si presero così per mano (Cristine stringeva la mano sinistra dell'altra con la sua mano destra) e di filato si avviarono all'ascensore, dopo che Pam aveva sbattuto la porta di casa in maniera volutamente fragoro...col botto: voleva chiudere, anche lei, col suo passato, darci un taglio (simbolicamente) nonostante che - al contrario di quello dell'altra - esso non fosse stato "nero", però, tinteggiato di fosche tinte; tutt'altro! Quella porta chiusa a quel modo, tuttavia, se la lasciò alle spalle sapendo che non l'avrebbe più riaperta. Dopo trenta, trentacinque secondi appena (l'appartamento di Pam è al terzo piano) l'ascensore toccò terra: quando si aprirono le porte le due, che si tenevano ancora per mano, si avviarono al portone; uscirono poi in strada e si infilarono, come la sera prima era accaduto, nella spider di Christine posteggiata trenta metri più avanti. La donna mise subito in moto e poi disse:
     - Sai, Pam, nessuno lo aveva fatto sino ad oggi!
     - Cosa? - domandò l'altra.
     - Nessuno mi aveva chiamato a quel modo, come hai fatto tu, prima. Sono felice che lo abbia fatto...hai soltanto trent'anni meno di me, in fondo, ma sai già come trattare una donna! Grazie!
     - Di nulla, Chris! - disse nuovamente la ragazza. - Da adesso lo farò sempre, vedrai! - Christine, allora, mentre guidava staccò la mano destra dal manubrio e la pose per un attimo dolcemente su quella sinistra di Pam. Poi la tolse e riprese a guidare, con entrambe le mani: in direzione...era diretta al suo attico favoloso che possiede a Long Island, due passi soltanto da Astoria Park di fronte allo shoreline dell'East River (non disse nulla, però, all'altra: voleva metterla dinanzi al fatto compiuto...una sorpresa gradita, pensò tra sé!). Dopo aver imboccato a tutta bir..velocità la quattordicesima est, Christine svoltò a sinistra sulla Roosevelt Drive che costeggia l'East River: la percorse in pochi minuti sino a che non arrivò all'altezza del Queens Midtown Tunnel; pagò il pedaggio e in breve, dopo aver ancora svoltato alla sua sinistra, si trovò sul Vernon Boulevard che conduce a casa. Altri dieci minuti ancora e...le due erano arrivate. Christine indicò all'altra dove erano dirette: lo fece usando il medio della mano destra (è la che portava ancora la fede nuziale!). Pam le dette un bacio sulla guancia sinistra e poi sussurrò:
     - Andiamo! Le due uscirono dall'auto, dopo che Christine l'aveva posteggiata nei pressi dell'attico. Si presero per mano ed andarono. Sono ancora insieme, ora, dopo due anni da quel giorno. Jack invece ha continuato a vivere come prima; si dedica sempre - dopo il lavoro - al golf, alle riunioni al circolo e alle sue...scappatelle, che hanno smesso di essere extra matrimoniali: ora sono solamente extra! 

    Taranto, 2 dicembre 2020. 
     

  • 28 novembre 2020 alle ore 9:49
    LA NONNA FATALONA

    Come comincia: “Indovina chi sono.” Edoardo, varesino di nascita,  romano di residenza stava per rispondere nel dialetto acquisito:  “ ’Na mignotta!” quando quella voce femminile ribatté: “Non riconosci più tua madre, il clima romano ti ha fatto rimbambire, dovresti ritornare qualche giorno a Varese per sistemarti la  testa!” “Scusa mamma, forse hai ragione, il troppo lavoro…” “Ne riparleremo a voce, è mia intenzione soggiornare nella capitale per qualche giorno ma,  per essere più libera non intendo abitare nella tua villa ma nella dependance.” “Mamma dovrei farla sistemare, è chiusa da tempo.” “Datti da fare quando è a posto telefonarmi sempre che ti ricordi il numero mio che è pure quello di tuo padre!” Edoardo  risiedeva a Roma da vario tempo, suo padre Gabriele a Varese era il titolare di una fabbrica di pellame, lui insieme alla moglie Elettra era il rappresentante per il Lazio ed anche titolare di un grande negozio di scarpe in via Due Macelli. “La venuta di tua madre da noi porterà degli scombussolamenti in famiglia, spero di sbagliarmi!” “Mammina cara quando verrai troverai una reggia,  tu sarai la…” “Lascia stare la monarchia, dì ad Elettra di venirmi a prendere a Fiumicino dopodomani alle quindici, spero che sia puntuale..” Elettra fu puntuale come pure l’aereo che proveniva da Milano. Recuperata la valigia dal tapis roulant Beatrice si diresse verso un’uscita, non riconobbe la nuora appoggiata al parafango di una Honda Jazz. “Mamma sono io!” “Vedo che tu e tuo marito non avete resistito al fascino di una auto giapponese, siate più nazionalisti, ad ogni modo grazie di essere venuta a prendermi, andiamo alla reggia annunciatami da tuo marito.” La nonna mostrò da subito di essere ‘diretta’ nel linguaggio. Durante il tragitto: “Come si chiama stó aggeggio che parla, conosce tutte le strade di Roma.” “È un navigatore satellitare, tutte le macchine moderne ne sono dotate.” Dietro il cancello della villa apparve un  cane piccolo abbaiante alla grande. “Non credo che stò animale morda, è una mezza pug…” “Mamma! È un Chihuahua, un cane da compagnia, si chiama chicco.” “Potevate chiamarlo Dumbo, con quelle orecchie…” “Edoardo ritornò in villa alle diciannove. “Scusa mamma il ritardo ma c’erano tanti clienti.” “Ringrazia la fortuna, di questi tempi …vatti a fare una doccia il tuo olezzo…” “Mammina devo metterti al corrente di una  novità, abbiamo adottato un bambino, Edoardo purtroppo…” “Non mi dire che tuo marito è impotente, da un padre che ‘sparge’ figli in tutta la provincia di Varese…” “È sterile, il bambino ha tredici anni, si chiama Andrey, ha sedici anni, è russo.” “Con tanti figli di puttana in Italia…” “Abbiamo provato ad adottarne uno italiano  ma da noi, causa la burocrazia l’iter è lungo e complicato, tra poco scenderà, sta studiando nella sua stanza, sta imparando bene l’italiano.” Andrey era stato ‘istruito’ come comportarsi con la nonna, entrando nel salone, fece un inchino alla dama e: “È un piacere fare la sua conoscenza, sono Andrey.” “Almeno si dimostra educato, certo per farlo passare per vostro figlio sarà difficile, ha occhi azzurri e capelli biondi, la gente dirà che tu hai svicolato…” “Mamma gli amici conoscono la verità, Rita e Anita avranno preparato una cena con piatti tipici romani, credo siano di tuo gusto.” “Spero che non mi facciano ingrassare, ho speso tanti soldi per sistemarmi il viso ed il corpo.” A tavola nonna Beatrice assaggiò un po’ di tutto ma con razioni molto ridotte, aveva affermato la verità, nel ‘Centro Estetico Venere’ di Varese Beatrice era riuscita a far sparire tutte le rughe tipiche dei suoi cinquant’anni. In una clinica privata si era  fatta aspirare il grasso della pancia ed anche impiantare ai seni due protesi di ultimo tipo, quelle dal disegno a pera e non tondo molto riconoscibili, aveva ‘acquistato’ vent’anni. Edoardo aveva fatto le cose ‘per bene’, la dépendance era diventata un gioiello con mobili moderni: due camere da letto con annesse toilettes, cucina, soggiorno e salone in cui ‘troneggiava’ un televisore da 50 inch (pollici per i non inglesizzati). Elettra: “Mamma ti accompagno io.” “Datemi solo le chiavi, ci andrò da sola.” Bea aprì tutte le finestre, si era in pieno luglio ed il caldo si faceva sentire. La nonnina si spogliò nuda, si rimirò allo ‘psiche’, uno  specchio ovale, era soddisfatta del suo fisico, con i soldi che ci aveva speso! La mattina fu svegliata dall’abbaiare del ‘difensore’ di casa, ricordò il detto che si attanagliava all’occasione: ‘più sò piccoli più fanno casino!’ Passeggiata di Bea nel parco della villa. “Cavolo ci mancavano pure le zanzare”. Chiamò il figlio al telefono: “Caro sono tutta ‘mozzicata’ dalle zanzare…” “Vuol dire che hai il sangue dolce, a me non danno fastidio, ti acquisterò un revulsivo.” In giardino: “Mamma questa è la ‘Citronella’ vedrai…come ti sei combinata, hai un bichini che non indossano nemmeno le modelle alla sfilata del Carnevale di Rio, a casa poi abbiamo un  bambino!” “Se cresce con sté idee ne farete un finocchietto, stavo distesa sotto un cipresso a godermi un po’ d’ombra.” “Mamma quello è un olmo.” “Al posto di stà foresta era meglio una piscina, io mi sono attrezzata così sperando di farmi un bagno!” “Anche una piscina di venticinque metri costava troppo e poi la manutenzione…” “Bussa a  denari a tuo padre Gabriele che usa la moneta per foraggiare le sue puttanelle, sei un braciolettone, da chi avrai preso…” Andrey era ritornato dalla scuola in bicicletta, alla vista della nonna in bichini gli uscirono gli occhi dalle orbite. “Nonna sei bellissima quanti anni hai?” “Giovanotto impara che alle signore non si chiede mai l’età, piuttosto dimmi come vai a scuola.” “I miei genitori adottivi mi hanno iscritto alla quarta ginnasiale, io mi impegno ma ho problemi specialmente nelle materie letterarie, la mia professoressa dice che mi mancano le basi, i primi anni sono andato a scuola a Mosca.” “Ci penserà la nonna a farti avere le basi, ogni pomeriggio escluso i festivi vieni nella mia reggia a studiare, ti comprerò libri di autori italiani sia poeti che scrittori, andiamo insieme al centro. Era un sabato, niente scuola per Andrey, con la Honda Jazz Bea arrivò in centro, fermò la macchina dinanzi ad una grande libreria: ‘Antiqua Bibliotheca’. I mobili interni rispettavano il nome del locale, erano antichi, di pregio, ben tenuti. All’entrata di nonna e nipote si avvicinò un commesso in linea col nome del locale, era piuttosto vecchio, gentile, si presentò con un inchino. “Sono a vostra disposizione, scegliete i libri, io li metterò da parte. Beatrice cominciò da Dante Alighieri, dal Petrarca, dal Boccaccio per finire ai più moderni Manzoni, Ariosto, Tasso, Moravia, Fallaci, Eco, Saviano, Ferrante, Maraini, un bel mucchio. A questo punto si presentò il titolare del locale: “Sono Lucrezio Minutoli, vedo che la signora ha scelto un bel po’ di libri, come intende pagare?” Beatrice lo squadrò a lungo, l’aveva presa per una ‘morta di fame’: “Se l’accetta ho una carta di credito platino, è della Banca di Roma, la farò parlare col direttore, è un mio amico. “Mi scusi, mi sono espresso male, Romolo carica tutto nel bagagliaio dell’auto della signora. Romolo ce la faceva appena a stare in piedi. ”Lasci stare, ci penserà Andrey.” “Suo figlio è un bel bambino ed anche robusto, dallo sguardo deve essere un bravo ragazzo.” Il direttore si era dato ai complimenti per farsi perdonare la gaffe. Fu molto utile quando Bea e nipote si sedettero in auto e videro sul parabrezza il foglio verde di una contravvenzione: “Signora in tutta la strada c’è il divieto di sosta.“ Gli venne in aiuto il direttore della libreria: “Calogero la signora va via subito…” e così la contravvenzione, strappata finì nel cestino esterno al negozio. A casa incontrarono Gabriele che aperto il baule dell’auto rimase basito. “Chi li legge tutti stì libri. “Se vuoi anche tu, migliorerai la tua ignoranza!” Il figlio non aveva ancora una volta compreso che mammina era una dura, si pentì di aver aperto bocca. Andrey praticamente passava tutti i pomeriggi nella dépendance in compagnia della nonna, il giovane ogni giorno migliorava ‘magno cum gaudio’ di Bea che rinverdiva i suoi studi classici. “Caro non ti ho mai domandato come te la passi a femminucce, ormai sei grandicello, avrai qualche compagna particolarmente piacente e disponibile, attenzione a non farmi diventare bisnonna!” Andrey era diventato rosso in viso, non si aspettava quell’intrusione nella sua vita privata, non sapeva che rispondere, non aveva mai avuto un rapporto con una ragazza. “Vedo che sei entrato in crisi non è che ti piacciono i maschi?” “Nonna non so che dirti, a casa mia a Mosca i miei parenti erano tutti puritani, a scuola non insegnano sessuologia come in certi paesi europei, posso dire che sono… analfabeta.”  “Chiudi la porta d’ingresso a chiave, vai in bagno, fatti il bidet e poi sdraiati sul letto ad occhi chiusi. Andrey eseguì, si accorse che la nonna aveva preso in bocca il suo pisello che era aumentato in lunghezza ed in grossezza, dopo un po’ provò un piacere mai provato, riempì col liquido del suo uccello la bocca della nonna la quale: “Cazzo sei stato un fiume in piena nemmeno mio marito…” Patto fra nonna e nipote: il pomeriggio dopo pranzo studio sino alle cinque e poi vai alla grande. Andrey approfittò dell’esperienza della nonna per provare tutti le posizioni dell’ars amatoria. Elettra non era molto convinta degli studi di suo figlio con la nonna, durante un colloquio con i professori apprese che Andrey era molto migliorato in tutte le materie in special modo in quelle letterarie. Il giovane  non andava più a scuola in bicicletta ma con una  ‘Vespa’ con cui, nel tempo libero talvolta portava nel sedile posteriore la nonna ogni giorno più ringiovanita. Il nonno Gabriele fece la fine che forse, potendo avrebbe voluto scegliere: morì tra le braccia della giovane segretaria Stella. Beatrice prese il primo aereo per Milano e con tassì raggiunse Varese. A casa un subbuglio di persone, anche gli addetti alle onoranze funebri chiamati da una parente. Niente passaggio in chiesa per espressa volontà del defunto, era ateo, tumulazione senza discorsi nella cappella della famiglia. Finalmente Beatrice poté trarre un sospiro di sollievo ma sino ad un certo punto perché dovette prendere in mano l’azienda di famiglia. Giorni tumultuosi per i colloqui con i collaboratori di suo marito ed anche con il Sindacato che da tempo rivendicava aumenti salariati. Bea se la cavò piuttosto bene sino ad un calo psicologico, troppi avvenimenti spiacevoli e nient’affatto rilassanti. Una novità: “Nonna sono Andrey, volevo comunicarti una bella notizia, sono riuscito a conseguire la licenza di liceo classico, se sei d’accordo non vorrei frequentare l’università ma aiutarti in ditta, mi sento abbastanza in gamba di poter apprendere i segreti del mestiere.”  Un sospiro di sollievo, Bea non aveva pensato a quella soluzione del problema, ne fu entusiasta, andrò a prendere Andry alla Malpensa con l’auto del defunto marito, una Maserati Quattroporte. All’arrivo di Andrey baci e abbracci a non finire, qualche lacrima sulle gote della nonna, qualche passeggero li guardava perplesso. L’abitazione era splendida, costruita quando la ditta di pellami era la massimo dello splendore. Il giovane russo fece il parapaffio (volgarmente paraculo). “Buona notte nonna, sono stanco del viaggio…” e si girò di fianco sul letto matrimoniale. “Figlio di un cane, sono quindici giorni che aspetto questo momento e tu…” “Scherzavo, volevo vedere la tua reazione.” “ Potresti fare la fine di Bobbit quell’americano cui la fidanzata tagliò di netto l’uccello!” “E tu con chi scoperesti?” “Da quando è morto mio marito ho intorno tanti mosconi, purtroppo mi sono innamorata…” Una notte d’amore, Andrey sfogò tutta la sua gioventù sessuale, Bea rinverdì la sua. Era quasi mezzogiorno quando i due tornarono alla realtà, soddisfatti e sorridenti sotto la doccia, ambedue avvolti in un  accappatoio si recarono in cucina, si arrangiarono con panini imbottiti, la cameriera Maria, per non svegliare i due era andata via. Passeggiata lungo il lago e rientro a casa, la mattina seguente era una giornata impegnativa per il lavoro. Riunito tutto il personale della ditta Beatrice: “Signori questo è mio nipote Andrey, col mio aiuto ed anche del vostro prenderà in mano l’azienda, mi raccomando siate collaborativi.” Pian piano nei giorni seguenti Andrey comprese i meccanismi della fabbrica ma i sindacati andarono di nuovo all’attacco per l’aumento di stipendio. Il russo consultò il ragioniere della ditta che era anche il consulente tributario. “Ragioniere Antonino come siamo combinati?” “I bei tempi di una volta sono passati, c’è crisi dappertutto, anche la ditta ha dei problemi di vendita, non siano nella possibilità di aumentare gli stipendi.” Quella sera Andrey ‘saltò la seduta sessuale, non riusciva a dormire, il pensiero era come uscir fuori dal problema degli aumenti,  quasi all’alba ebbe un’idea che pensò originale. “Signori, alla fine dell’orario di lavoro una riunione con tutti voi, devo comunicarvi una mia decisione importante.” Tutti gli interessati con gran curiosità si riunirono nel locale più ampio. “Vengo subito al dunque: il ragioniere della ditta mi ha comunicato che non posso darvi l’aumento dello stipendio altrimenti la ditta fallirebbe nel giro di due mesi, penso di aver risolto il problema: nessuna aumento ma in compenso verrò incontro  a chi ha più bisogno di una aiuto finanziario, gli interessati mi faranno pervenire le loro esigenze scritte su un foglio di carta qualsiasi niente preventivi o cose del genere, parlo di chi ha molti figli, di chi ha malati gravi in famiglia o di vecchi da accudire, se qualcuno non è d’accordo alzi la mano. “Sono Alterio iscritto alla Cgil, preferisco un aumento di stipendio.” “Caro  Alterio non posso fare un’eccezione per te, l’unica via è che tu dia le dimissioni, fammi sapere.” Alterio non diede le dimissioni. Andrey non era più attivo sessualmente con Beatrice come i primi tempi, la nonna in un primo tempo pensò che il giovane amante, preso dai problemi della ditta la sera fosse un po’ spompato, perdurando la situazione Bea pensò ad un probabile ‘svicolamento’ di Andrey. Guardando fra le richieste di aiuto finanziario da parte dei dipendenti Bea si accorse che spesso ricorreva il nome di Diana, nubile non c’era motivazione per la richiesta di denaro. Andrey ritenne opportuno portare a conoscenza della nonna la verità, il figlio che Diana aveva in seno era suo. A Beatrice cadde il mondo addosso, ci vollero molti giorni per ‘inghiottire il rospo’, ragionando capì che era la miglior soluzione condividere Andrey con un’amante piuttosto che perderlo. Dopo otto mesi venne al mondo una bambina bellissima, bionda con occhi azzurri, nome Elettra in onore della nonna paterna. Beatrice ormai rassegnata comprese che era diventata bisnonna!

  • 27 novembre 2020 alle ore 11:15
    Ti guardo

    Come comincia: Voglio camminare, delegare alle gambe il fluire tempestoso dei pensieri affinché rotolino sotto i miei passi e restino indietro, e si allineino trovando essi stessi un proprio ordine, come biglie in fila. E poi fermarmi e voltarmi a guardarli, riconoscerli uno ad uno, vederli in sequenza. Fermarmi, dopo il fragore assordante delle loro voci tutte assieme, dopo i tonfi di ognuno nel precipitare dalla mente.
    Fermarmi e guardarli, riconoscerli, andare avanti; lasciarli: biglie cadute fra foglie secche.
    Mi fermo, guardo, voglio riconoscere. Ti guardo.
    Sei caduto anche tu, mio amico-avverso d'infanzia, nel regno di Plutone e non provo pena ma neanche la gioia della rivalsa; eppure vorrei sentire il morso di un'emozione qualsiasi, di un sentimento potente che dilaghi sul fluire tempestoso dei miei pensieri e li anneghi, li trascini come inetti mostri morti giù per la valle verso l’Ade, e li dissolva in particole infinitesimali, e poi sparire per sempre; quei mostri che mi hai chiesto di custodire al mio settimo compleanno, ricordi? il giocattolo segreto, proibita la condivisione al di fuori delle sbarre di quella stanza in penombra esposta a nord, al freddo, sulla mia pelle bambina e dentro la mia mente tempestata di pensiero-non pensiero convulso.

    Nelle lingue d’ombre, sorgenti dai pulviscoli dell’aria fra le fessure degli scuri accostati, sagome scure e lunghe le tue dita e il profilo del tuo naso aquilino e della lingua, ad accendere riflessi fra i riflessi delle mie tenere e bianche carni. E i tuoi sussulti e mugugni, e la mia figura di cera bianca stagliata nel centro di una sala oscura. Poi, silenzi ovattati e buio ovattato. Non ricordo che silenzio e buio e freddo ovattati, e una piccola figura di cera bianca stagliata nel centro. Fra le sbarre di quella stanza, ogni volta un’incisione nuova sulla membrana dell’anima; lì è stata inchiodata e crocifissa la mia innocenza, la mia luce, il mio riso garrulo, e i giorni che non ho più potuto vivere. Io sono la stanza sbarrata e la trascino nella mia vita tatuata di mostri, invisibili ma percettibili a chi carezza la mia pelle di donna, invisibili al mio silenzio di bimba strappata alla vita; invisibili alla mia mente che nell’ingurgitarli li ha rivoltati dissimulandone le sembianze, divenendo fragore assordante di voci tutte assieme.
    È impresso il colore annacquato dei tuoi occhi cerulei sulla mia retina, attraverso quel tremolio paludoso ho visto la vita passarmi accanto e sparire, e ti guardo, ora. Colore non ve n’è più nei tuoi occhi scomparsi oltre la pelle livida delle palpebre, ti guardo. Ho camminato tanto per arrivare fino a te, mi sono fermata e voltata indietro e ti guardo. C’è la tua anziana moglie accanto al tuo corpo imbellettato per l’ultima funzione, velo grigio sul capo a sfiorarle lo sguardo, mi par di sentire rancore frammisto a una sorta di gioia fluire e vibrare nella traiettoria che dal suo velo spazia verso te, ne sento la scia attraversarmi la pelle, nel semicerchio disegnato dal cenno che mi rivolge. Lei sapeva. Mi fissa, muta parla alla mia mente. Ascolto.
    Ci puoi vedere? Lo senti quante malevoli ombre tentano di sfuggire alle catene del tuo corpo? Ti arrivano i lampi delle emozioni frastagliate nei nostri animi confusi?
    È l’ora dell’addio per sempre, un tonfo e l’opercolo ti toglie alla nostra vista.
    Un tonfo nei miei pensieri tempestosi: li sento rotolare. Il nugolo di foglie secche si solleva in una danza circolare, si scompagina, si deposita lievemente ai nostri piedi, si placa il trambusto dei pensieri, e come biglie in fila trovano il loro ordine. Pensieri come biglie in ordine in attenta attesa fra quelle foglie secche.
    Si disintegrano le sbarre, cadono i muri, s’aprono gli scuri e la luce del sole disperde il pulviscolo, uccide le ombre, come cera liquida si liquefa la figura al centro della stanza. S’asciuga la saliva e si fermano i mugugni. Si sgretola ogni ombra.
    Mi perdono: lascio liberi i mostri tenuti stretti al seno che mi hai chiesto di nutrire, giorno dopo giorno, anno dopo anno.

    Mi perdono: ero una bambina, non sapevo che il mostro eri tu, non lo sapevo, mi fidavo di te che amavi la mia famiglia.
    Mi perdono: eri tu che dovevi proteggermi dai mostri, non sapevo che il mostro eri tu.
    Mi perdono, mi libero.
    Non so se ho perdonato te, non riesco a sentire nessun sentimento, nessuna liberazione o catena e nemmeno so se mi dispiaccia per te, non lo so. So che sono quella bambina innocente che non conosce malizia, ma so che il mostro eri tu.

     

  • 17 novembre 2020 alle ore 10:56
    Domenica pomeriggio

    Come comincia: Certe volte è domenica pomeriggio. E' così raro! Il sole va e viene, la strada è silenziosa, le serrande dei negozi abbassate, nessuno lungo i marciapiedi. Domenica pomeriggio, la consapevolezza di un giorno di festa. Oggi è la giornata dedicata a tutti i poveri del mondo. Per loro un giorno di festa ci sarà mai? Girello, sedia a rotelle, piano, mi raccomando, ho accompagnato a tavola Paolo. L'ho imboccato ridendo un po' fra me perché ho acquisito quella particolare smorfia delle labbra di chi imbocca. Perché ridi? Dice lui. Perché ho un nuovo tic, rispondo io. E allora sorride anche lui. Mentre gli do da mangiare penso a quanto siamo fortunati ad avere cibo in abbondanza, soltanto da scegliere. E' domenica pomeriggio e adesso lui riposa e io sono qui a scrivere cose senza importanza ma è così piacevole sentire di avere questa energia, questa voglia di pensare anche agli altri e non solo a me. Forse perché da quando siamo rientrati dall'ospedale, quella appena trascorsa è stata la prima notte in cui ho dormito. E così mi sento forte, così forte da poter soffrire per i poveri, quelli che non hanno cibo, casa, salute. Domenica pomeriggio. Vado a dare un'occhiata a Paolo. E' tranquillo, sereno. Posso sedermi un po' sul divano a chiacchierare col mio sole che gioca a nascondino con le nuvole, sperando di non addormentarmi.

  • 15 novembre 2020 alle ore 15:33
    LUCIA LA BELLISSIMA.

    Come comincia: Con Lucia Lindberg la natura era stata benigna, bellissima era l’orgoglio di papà Lars e della mamma Margareta Eriksson. Sin da piccola aveva attirato l’attenzione dei pubblicitari per la vendita di pannolini, carrozzine, seggioloni, culle insomma tutto quello che poteva riguardare una fanciulla in tenera età. Il visino classico degli abitanti del nord Europa: occhi di un azzurro profondo, capelli biondi. Altra sua particolarità un carattere gioioso, sempre allegra e sorridente anche quando si svegliava dal sonno non piangeva, al massimo si esercitava con le gambette per richiamare l’attenzione della mamma per una meritata poppata di latte. Anche quando era in carrozzina nei giardini di Stoccolma attirava l’attenzione delle persone con le sue risatine ed il solito sgambettare. Crescendo all’asilo era coccolata dalle maestre come pure alle elementari. Giunta alle medie prese le sembianze di una donnina e in televisione con gran successo apparve nelle vesti di cappuccetto rosso. Alle superiori era ormai una fanciulla notevolmente bella e desiderabile, i mosconi crescevano di numero presi in giro dalle sue battute e barzellette tipo: “Sai qual è la città preferita dai ragni?” Scena muta da parte dell’interessato. “Imbecille, Mosca!” Oppure “Sai cos’è una zebra?” Solita scena muta del collega. “Sciocchino un cavallo uscito dal carcere!” Barzelletta scolastica: “Un tipo col tuo stesso nome, Benny, domanda alla maestra: ’Signora maestra posso essere punito per qualcosa che non ho fatto?’ L’insegnante: “Ovviamente no!”  “Bene, non ho fatto i compiti!” Lucia non era ben vista dalle compagne non belle come lei e dai maschietti allontanati con tanto di presa in giro, solo i docenti l’apprezzavano per la sua studiositá fuori del comune; già all’inizio dell’anno aveva letto ed imparato quasi tutto il  programma. All’Università si era iscritta in lingue: con la professione del padre diplomatico di carriera era stata a Parigi, a Londra, a Roma ed in ultimo a Madrid da cui era tornata nella natia Stoccolma con il padre giunto all’età  della pensione. Nel ‘peregrinare’ nelle varie città europee si era data alla bella vita sessuale senza però un amore fisso.  Laureatasi aveva preso ad insegnare lingue alcune delle quali apprese durante il soggiorno nel paese dove erano parlate. Ma anche per lei era giunto il momento dell’amore. Cupido aveva scoccato la freccia nei confronti di un suo collega molto bello ma che non si ‘faceva avanti.’ Una delle particolarità di Lucia era quella di voler ad ogni costo quello che desiderava, e così fece in modo di ‘agganciare’ il suo collega Lloyd Karlsson che passava il tempo libero a giocare al calcio senza altre distrazioni. Al ballo indetto dalla suola per fine anno scolastico si ‘strofinò’ a lui sperando che qualcosa aumentasse d volume nei suoi pantaloni, speranza delusa, Lloyd pensava solo alla danza. Non c’era altro da fare che  fargli una sorpresa andando a casa sua ‘non invitto  hospes’, gli aveva sottratto le chiavi dell’abitazione. Brutta idea: Lloyd fu scoperto mentre sul letto aveva un rapporto ‘ravvicinato’ con un altro uomo. I due rimasero basiti, a Lucia si piegarono le gambe, riuscì a scappare per raggiungere la sua auto posteggiata dinanzi alla abitazione del mancato fidanzato. La ragazza era molto sensibile di carattere, quell’episodio la colpì pesantemente, non che fosse una puritana ma l’omosessualità di Lloyd non l’aveva messa in conto. Cuore di mamma Margareta si accorse del cambiamento di umore della figlia, si fece raccontare quello che le era successo riferì al marito del desiderio della loro figlia di andare in un paese straniero, il papà non fece domande, pensò di sistemare Lucia a Roma quale addetta alla ambasciata svedese, aveva ancora degli amici al Ministero degli Esteri. E così fu che in una giornata nebbiosa a Stoccolma ma soleggiata a Roma, all’aeroporto di Fiumicino Lucia  fu accolta da una collega svedese Britt Isacson che con la sua Mini la condusse al Bed and Brekfst Roma Centro dove lui alloggiava e dove le aveva prenotato una stanza. Furono accolte dalla proprietaria contenta di aver come ospite una svedese, aveva una simpatia particolare per le nordiche. Sono Romilia Grassi ho a disposizione solo una camera matrimoniale, prezzo Euro trentanove a notte, pensione competa ottanta Euro al giorno, sono una brava cuoca.” “Grazie signora Romina…” Fu interrotta dall’interessata: “Mi chiamo Romilia forse per un errore a suo tempo dell’addetto all’anagrafe, tutti si sbagliano e mi chiamano Romina.” “Bene signora Romilia, mi sembra che il cognome non le si addica, lei è magrissima…” “Meglio il mio che il nome del mio defunto marito ‘Scattareggia’ che molti, per sciocco spirito cambiavano in scorr….!” Tutti pomeriggi più il fine settimana  Lucia era libera dagli impegni di  ambasciata. Non poteva contare sulla compagnia di Britt fidanzata con un romano,  spariva dalla circolazione. Lucia aveva fatto una considerazione sulla collega, non aveva nulla della razza svedese, mora sembrava più una siciliana, forse un ‘peccatuccio’ di sua madre. Su un giornale locale Lucia lesse un’inserzione in cui si richiedevano dei volontari che parlassero varie lingue per dar lezioni ad immigrati. Stanca di visitare musei e monumenti la ragazza decise di presentarsi nell’edificio indicato nell’annuncio, via Nizza 22, aveva acquistato di seconda mano una Fiat Abarth 695 ma preferiva andare a piedi per un’avventura capitatale allorché in via Cavour sfrecciò con l’auto a velocità superiore ai cinquanta chilometri previsti e fu fermata da un Vigile urbano. “Signorina patente e libretto.” “Jag förstar italienska, jag är svensk.” “Cazzo questa è svedese mortacci sua quant’è bona!” “E tu sei un porco, farò rapporto ai tuoi superiori.” ”Mi scusi talvolta sono impulsivo e sbaglio, il mio voleva essere un complimento, le chiedo scusa e vorrei riparare…” Il vigile di era tolto il cappello d’ordinanza, era veramente un bel ragazzo ma non femmineo come il suo ex fidanzato, emanava mascolinità da tutti i pori. “Il modo migliore è quello di invitarmi a cena, un pasto che le costerà metà del suo stipendio!” “Signorina svedese, lei non sa quanto misero sia il mio stipendio, potremmo andare in una bettola, a Roma dove anche in locali non di lusso si mangia bene.” “E bravo il mio vigile, come si chiama?” “Romolo Fumagalli, il suo nome è scritto nel libretto di circolazione, allora per la cena…” “Per me va bene sabato sera il locale?” “A Trastevere dalla sora Lalla, è una mia amica.” “Venga lei a prendermi all’Ambasciata Svedese in piazza Rio de Janeiro.” Io posseggo solo una moto, niente quattro ruote.” “Benissimo, andiamo in  moto, adoro il vento sul viso e poi non abbiamo paura di prendere una contravvenzione se andremo troppo veloci!” Lucia rimase abbagliata dalla moto. “È un mostro, come si chiama?” “MV Augusta Brutale 800 Dragster.” “Un nome che è tutto un programma, vada piano non vorrei tornare a Stoccolma in bara!” “Sarò delicato…” “Che vuol dire delicato, in che campo?” “Nell’usare l’acceleratore, non sia maligna.” “Glissons e muoviamoci, ho fame.” “Finalmente hai rimorchiato una bella topa non come quelle sciacquette che porti di solito, signorina come si chiama?” “Lucia ed ho fame.” Al cuoco:“Ah Cesare, ce sò dù morti de fame…” Sora Lalla era affezionata a Romoletto suo, lo conosceva sin da piccolo, avrebbe voluto che si sistemasse sposandosi una brava ragazza ma questa era troppo bella e le belle…Cesare mostrò la tutta sua valentia in arte culinaria romana, Lucia ad un certo punto alzò le mani in senso di resa, mai aveva mangiato tanto e così bene in vita sua.“ “Se permetti ti do del tu e pago io il conto, mi hai detto che lo stipendio dei Vigili lascia a desiderare.” “Ti pare che sora Lalla ci fa pagare, è come fosse mia madre che purtroppo non ho più.” Lucia capì che il suo nuovo amico vigile aveva messo in atto una furbata ma non era importante, vedeva le cose in maniera più ottimistica forse anche per effetto del Vino dei Castelli Romani. Ritornati nel cortile dell’Ambasciata i due si guardarono  in viso. Romolo: “Ho un collega siciliano che in casi come questo avrebbe detto:”Camaffare?” “Traduci per favore.” “Che dobbiamo fare?” “Lucia non era proprio in sé e: “Lo sai, si dice che darla la prima volta in cui ci si incontra è da mignotta…alla prossima.” e con la Fiat Abath rientrò nel Bed and Brekfast. Lucia per il  fine settimana successivo chiese a sora Romilia di poter invitare un suo amico per farle compagnia…”Che mestiere fa il tuo amico?” “È Vigile Urbano.” “Io sono contraria alle …visite personali, per questa volta passi.” Romolo si presentò alle diciannove con due mazzi di rose, uno per la padrona di casa ed uno per Lucia, furono apprezzati dalle interessate. Cena leggera e poi ‘ritiro’ nella stanza di Lucia, A turno il romano e la svedese in bagno per sciacquarsi i propri gioielli poi Romolo si distese sul letto in attesa …Lucia nuda apparve nel vano del bagno, una dea, bellissima, mai Romolo aveva avuto modo di conoscere una tal beltade che però gli fece un effetto non previsto, ebbe un raptus che lo portò a prendere Lucia per un braccio ed a sbatterla sul letto per poi penetrala subito in vagina. Ovviamente la situazione non piacque affatto alla svedese anche perché provocò in lei del dolore. Quando riuscì a riprendersi: “Sto male, vedi di andartene subito, dico subito!” Romolo sparì, in  corridoio incontrò Romilia che non salutò, uscì di casa lasciando la porta aperta, era fuori di testa, non aveva compreso la rozzezza che aveva commesso, Lucia cercò di riposare ma senza esito. La mattina Romilia bussò alla porta della sua stanza e:” Non ti domando quello che è successo, posso immaginarlo, vorrei esserti utile.” “Non mi sento di andare in ufficio, per favore fammi scrivere da un medico di tua conoscenza il riposo assoluto per sei giorni, grazie.” A metà mattinata Britt le telefonò per sapere sue notizie circa la sua salute. “Niente di grave, solo una raffreddatura ma siamo in inverno e voglio evitare complicazioni, a presto.” Romolo dimostrò una imbecillità totale, trovato spento il cellulare di Lucia telefonò alla padrona di casa per domandare notizie della ragazza. Romilia era di modi spicci e lo liquidò con un: “Vedi d’annattene artrove gran fijo de nà mignotta!” Coccolata dalla padrona di casa Lucia pian piano si riprese, uscì di casa e girò nelle vie intorno casa. Una sera un cartello ubicato sopra un portone attirò la sua attenzione. ’Scuola per immigrati, si cercano volontari come insegnanti.’ Lucia non ci pensò due volte, era la volta buona per far qualcosa di utile,  la sera si recò alla Scuola per Immigrati. Ad accoglierla una signora di mezza età: “Sono Maria Coltorti  direttrice di questo centro, da noi vengono immigrati che vogliono imparare l’italiano, occorre però che gli insegnanti conoscano le lingue estere.” “Io sono svedese ma ho girato tanti paesi, per me non è un problema.” Lucia la successiva serata, alle diciotto si presentò in aula, pian piano giunsero  circa quarantina alunni di tutte le età, religioni, razze e sesso, tutti si presentarono alla nuova insegnante, soprattutto i maschietti furono contenti della sua presenza, forse i predecessori di Lucia non brillavano per pulcritudine. Un giovane attirò l’attenzione della neo insegnante: alto, longilineo dalla carnagione appena ambrata, molto elegante nel vestire, probabilmente non era un immigrato in cerca di lavoro in Italia. Alla fine delle lezioni il cotale si presentò: “Sono Joseph, malgascio, il mio vero nome è un altro ma è lunghissimo e difficile da ricordare così dalle mie parti molti lo cambiano in uno francese, lingua che parliamo tutti, sono un appassionato di antichità, Roma è stata sempre la mia meta preferita. Mio padre è proprietario terriero ed allevatore di zebù, data la sua età matura mi ha lasciato in libertà per sei mesi poi dovrò ritornare in patria ed a dirigere tutta la baracca come dicono a Roma, per ora me la spasso intendo dire visitare musei, monumenti.” “Mi scusi la franchezza ma non e la vedo a naso all’insù a guardare le pitture della Cappella Sistina o le statue di Michelangelo, del Canova o di Donatello.” “Ho capito dove vuole arrivare gentile signorina ma quel genere di amusement lo trovo anche al mio paese…”  “Mi sono incamminata in un terreno minato, non volevo essere indiscreta.” “Ho visto un cartellone che  reclamizzava  un dentifricio, riportava la frase: Con quella bocca puoi dire ciò che vuoi, penso le si addica. Qualora la mia compagnia non le dispiaccia potrei proporle di andare insieme a cena, se non ha fame al cinema, al teatro, non conosco le sue preferenze.” “Ho un certo languorino…” “Bene allora andiamo qui vicino al mio albergo, è il Continenltal. All’arrivo dei due il portiere si levò il cappello e fece un inchino quasi sino a terra, Lucia si mise a ridere: “Quante mance gli molli per essere tanto ossequiato!” “Mi ha raccontato la sua vita, ha cinque figli e lo stipendio non è altissimo. Preferisci cenare al ristorante o in camera.” “Avevo giurato eterna lotta ai maschietti per una mia recente disavventura ma voglio fidarmi del tuo viso di persona perbene…”  “Occupo la suite all’ultimo piano, qui non si usano le chiavi ma una scheda, andiamo in ascensore.” Al telefono: “Gaspare vorrei cenare in camera, siamo in due, per il menu pensaci tu.” Roma illuminata era uno spettacolo, Lucia d’impulso prese sottobraccio Joseph ma scivolò sul pavimento lucidato a cera e si trovò bocca a bocca con il malgascio.”Niente male ma non è stato voluto…sono un gentiluomo.” A Lucia parve spontaneo ribattere: “Perché i gentiluomini…” e sempre spontaneamente riprese a baciarlo sino  a quando bussarono alla porta. Due camerieri con due carrelli, Gaspare si era sbizzarrito ed aveva fatto preparare una cena luculliana. “Questo è un attentato alla mia linea…”  Lucia  come si dice in gergo parlò bene ma razzolò male soprattutto col contenuto della bottiglia di Brunello di Montalcino che apprezzò moltissimo per poi sedersi allungata su una poltrona, era un po’ groggy.  Si addormentò. Alle dieci del giorno successivo si ritrovò  sul letto matrimoniale in sottoveste, ci volle un po’ per orizzontarsi, Joseph aveva provveduto a spogliarla. Del malgascio nessun a presenza, solo un biglietto sul comodino: “Bene svegliata, sono al bar, se vuoi puoi farti portare la colazione in camera.” Lucia restò ancora a poltrire a letto poi andò nel vicino bagno per una doccia che la svegliò del tutto. Nel frattempo era rientrato in camera Joseph che: “Bello quell’accappatoio, ti dona.” “Dimmi quello che è successo stanotte, non ricordo nulla.” “Una nottata fiabesca, sei stata favolosa!” Lucia capì che Joseph aveva barato, si era controllato il ‘fiorellino’ che non mostrava segni di uso, fece un sorriso e si esibì in una battuta in perfetto dialetto romano che aveva sentito in ambasciata: “Ah buciardo!” “Con la Mercedes presa a nolo dal malgascio si recarono a Ostia nella pineta dove il vento emetteva un fruscio passando fra i rami degli alberi, un romanticismo che portò Lucia e mettere le mani fra i gioielli’ di Joseph con ovvie conseguenze, stavolta anche il fiorello ebbe la sua parte. Un amore era sbocciato fra i due che però non avevano fatto mente locale su un particolare: Joseph doveva ritornare al suo paese di origine e così sorse il dilemma: Lucia doveva seguirlo?  “Sinceramente per una serie di motivi non se la sentiva di  vivere in un’isola sperduta lontana dalla civiltà europea fra gente povera, Joseph purtroppo non poteva  fare a meno di ritornare in Madagascar. Gli ultimi giorni furono di una tristezza infinita, il destino superiore anche agli dei era una realtà incontrovertibile, Lucia non volle accompagnare il suo amato all’aeroporto, provava troppa amarezza. Così ebbe fine una storia romantica che lasciò nei loro animi una  sofferenza infinita ed in seguito anche rimpianti, l’amore che trionfa è un favola!

  • 13 novembre 2020 alle ore 11:34
    L'Abbraccio

    Come comincia: Un abbraccio per darci la buonanotte e tu ti sei addormentato subito.
    Io no, e mi ha invaso la consapevolezza del silenzio, del buio della camera, della nostra infinita ignoranza del prossimo giorno, della prossima ora, del prossimo minuto.
    Così piccoli, ho pensato, così soli, così disperatamente aggrappati l'uno all'altra, e io a raccontarmi la solita bugia: il tuo destino è nelle mie mani e il mio è nelle tue. Non è vero ma il desiderio di crederci è troppo grande.
    Siamo indifesi, siamo tutti indifesi e bisognosi di starci accanto, dobbiamo superare lo smarrimento che ci coglie quando meno ce l'aspettiamo. E allora sì, io ti abbraccio più forte, e mentre ti abbraccio più forte e mi rassicuro in questa nostra vita così modesta e tuttavia tanto ricca, mi chiedo se tutti quegli individui che soffrono di... come lo chiamano? Ah sì, delirio di onnipotenza ottuso cieco e crudele, in una notte qualsiasi abbracceranno il cuscino e comprenderanno che il loro delirio di onnipotenza è soltanto delirio.

  • 12 novembre 2020 alle ore 19:32
    Domani è come sempre...

    Come comincia:  Brian ed Arlene Donovan conducevano un'esistenza normale e sembravano una coppia apparentemente felice: lui immerso nel suo lavoro di ragioniere, lei impegnata nei suoi compiti segretariali in un famoso studio legale. Non avevano figli, non li avevano mai voluti per libera scelta. Passavano spesso le serate da soli in casa, a guardare silenziosamente il fuoco del camino ardere oppure raccontandosi a vicenda storie del loro lavoro. Arlene si sentiva diversa, inadeguata; li sembrava di essere rimasta in qualche modo fuori dal tempo...l'unica ad esserlo nella loro cerchia di amici. Qualche volta quando i due erano seduti sul divano di pelle arancione nel soggiorno di casa ne discuteva col marito, facendo dei confronti soprattutto con la vita dei loro vicini, Harriet e Jim Stone. Alla donna pareva che quelli conducessero una vita più intensa e brillante della loro: andavano sempre a cena fuori, invitavano gente a casa o viaggiavano spesso. Di solito accendeva una sigaretta, versava del gin al marito nel suo bicchiere di cristallo che lui custodiva gelosamente nella vetrina della biblioteca (lo stesso da quando erano ancora fidanzati, che aveva avuto in regalo dalla madre), lo guardava negli occhi e domandava:
     - Ma lo siamo per davvero? Siamo veramente felici? Ed ancora:
     - La felicità è l'unico mezzo possibile per non essere infelici?
     Quasi mai Brian rispondeva subito alla moglie, a volte annuiva soltanto piegando il capo in avanti, tra un sorso e l'altro di gin oppure quando lo faceva dava risposte concise ed insoddisfacenti alla donna:
     - Cara, sei sicura? Non ti sembra che siamo felici abbastanza? Quelli hanno tutto ma forse non li basta!
     E così lei continuava a parlare, il suo monologo interiore...quel farsi domande da sé (stessa) ridicolmente nevrotico sapendo che il marito non li avrebbe dato mai le risposte che voleva, mai li avrebbe detto ciocché voleva sentirsi dire. Dopo la discussione in genere i due concludevano la serata prendendo una boccata d'aria nella veranda di casa eppoi andavano a letto. Una sera, però, le cose andarono diversamente. Era quella del loro anniversario di nozze, il ventesimo. I due erano seduti sul divano e dopo che Brian ebbe finito di raccontare qualcosa, la donna fece:
     - Sai, gli Stone sono stati a Filadelfia, ieri l'altro, a trovare i figli, poi sono andati in Florida, al mare e al sole. Che bello!
     - Davvero? - rispose lui. - A Filadelfia? Ma noi non abbiamo figli, cara...in Florida, poi, è troppo distante. Sai bene che soffro la macchina!
     - Dai, Brian, - fece ancora lei, - sarebbe stupendo andarci, un viaggio...da quanto tempo. Fallo per me, ti prego! Che bello essere felici come loro!
     - Va bene! - rispose l'uomo. - Ci penserò, per Natale, forse...ma noi siamo già felici, vero? (mancavano tre settimane appena a quel giorno). La donna non rispose al marito ma dopo qualche attimo esclamò:
     - Saremo mai felici come loro? Quello allora la guardò dritta in mezzo agli occhi e disse:
     - Vuoi stare zitta, per favore?
     Arlene non disse nulla. Prese una sigaretta, l'accese è andò sulla veranda. Dopo qualche minuto Brian la raggiunse e disse:
     - Andiamo a letto, su! - Una volta che furono distesi sul letto disse ancora:
     - Spegni la luce, cara. Domani è come sempre...saremo felici, vedrai!

    Taranto, 12 novembre 2020.
     

  • 09 novembre 2020 alle ore 11:51
    Diario di bordo - Leggendo qua e là (sesta parte)

    Come comincia:   Innocence Project è una organizzazione non profit fondata nel 1992 ad opera di due avvocati (Barry Scheck e Peter Neufeld), ex studenti alla Cardozo School of Law, facoltà di giurisprudenza della Yeshiva University di New York, Stati Uniti. La facoltà, istituita nel 1976, prende il nome dal giudice della corte suprema Benjamin Nathan Cardozo ed è considerata tra le 100 migliori scuole di diritto del Paese dalla prestigiosa società di media, ratings ed analisi "US News&World Report". I due fondatori balzarono agli onori della cronaca e della ribalta in tutto il pianeta a metà anni novanta, per aver difeso - insieme ad altri quattro colleghi - O. J. Simpson, ex stella della National Football League statunitense, nel processo che lo vide accusato di duplice omicidio: la sua ex moglie, Nicole Brown, e l'amico (amante) di quella, Ronald Goldman. Lo scopo e la missione che l'associazione ed il relativo progetto si prefiggono di perseguire è quello (primario ed essenziale: anzi, essenzialmente primario!) di sostenere e possibilmente scagionare persone vittime di ingiusta detenzione a seguito di ingiusta condanna (o sentenza) ricorrendo al test del DNA, inoltre quello di riformare il sistema carcerario e della giustizia negli Stati Uniti. Il gruppo sostiene che la percentuale di innocenza tra i detenuti in America (lo fa citando vari studi condotti in merito) raggiunga la percentuale del 5% e nel settembre del 2018, alla precisa domanda "Quante persone innocenti ci sono in prigione?" diede la seguente risposta: "Non lo sapremo mai con certezza, ma i pochi studi che sono stati fatti stimano che tra il 2,3% e il 5% (come sopra scritto) di tutti i prigionieri negli Stati Uniti sia innocente (per il contesto, se solo l'1% di tutti i prigionieri è innocente, ciò significherebbe che più di ventimila persone innocenti sono in prigione). Più in generale, sappiamo che le persone innocenti sono spesso identificate come sospette dalle forze dell'ordine e che il test del DNA spesso le cancella prima di andare in giudizio, ma che il test del DNA è impossibile nella stragrande maggioranza dei casi penali.

  • 07 novembre 2020 alle ore 22:54
    La ricerca

    Come comincia:  Quante volte ti ho cercata, non sai quante amor mio: furono talmente tante che quando riuscii a trovarti ebbi nausea di te.

    Taranto, 7 novembre 2020.

  • Come comincia:  - Il "Circolo Pickwick" era una congrega di giovani e vecchie zitelle irlandesi in cerca di marito: fondato nel lontano 1641, in quel di Limerick, terza città d'Irlanda situata nella storica contea di Munster, esso chiuse baracca e burattini definitivamente nel marzo del 1846, mentre nel paese intero infuriava l'epide...la catastrofica carestia causata dalla distruzione dei raccolti di cereali e della patata. Il giorno seguente a quell'evento (tragico per le zitelle, sparse in ogni dove, soprattutto!) ne occorse uno molto più...luttuoso. Infatti, nel centro di Killarney, cittadina turistica sita a nord-ovest e non molto distante da Limerick, alle spalle della antica abbazia francescana di Muckross, quattro giovani zitelle (pardon "senza marito"!) si suicidarono dandosi fuoco. I loro miseri resti furono ricomposti e seppelliti in una fossa comune nel cimitero antistante l'abbazia (dove vi sono numerose tombe di poeti gaelici). Sulla lapide è incisa una scritta, colorata di rosso: "Quì giacciono i resti di quattro donne che avevano perduto la speranza di maritarsi".
     - Il "beowulf" è una razza di asino nano della Maremma toscana che anticamente veniva soprattutto usato per trainare carrucole, piene assai di sassi e detriti, nelle cave di marmo di Carrara oppure carbone nelle miniere del monte Amiata. Quella razza fu introdotta in Italia dai Fenici eppoi esportata dai Romani in Gallia, Britannia, Palestina ed altre province dell'Impero. I Romani lo usavano in agricoltura per trasportare grossi cumuli di terriccio e nell'edilizia urbana per spostare pietre e mattoni. Era di dimensioni veramente ridotte: misurava infatti, al garrese, appena 85-90 centimetri (poco più alto di un alano, insomma!); le femmine erano ancora più piccole. Caratterialmente era razza d'asino abbastanza vivace e testardo (molto più dell'asino comune), nonché dotato di intelligenza estrema. Il suo mantello di preferenza era grigio acciaio ma vi erano esemplari colorati anche con macchie marrone o uniformemente marrone (soprattutto la variante della Gallia). Narravano alcuni cacciatori che una volta esemplari vissuti in cattività tra i boschi della Maremma avessero tenuto testa a dei grossi cinghiali infuriati. Si estinse agli inizi del '900: l'ultimo esemplare (una femmina infertile di trenta anni) morì nell'ottobre del 1917 (era il 24, sul calendario Giuliano). Non vivevano nelle stalle ma nelle cucce che contadini o gli operai delle miniere costruivano appositamente per loro all'aperto, insieme ai cani: vi andavano d'accordo, in genere, nonostante la testardaggine!
     - La "dérobade" (che in francese sta per fuga, liberazione) è il nome dei primi modelli di materasso ad acqua ed ortopedici della storia: furono realizzati entrambi dall'inventore francese Edme Artaud, intorno al 1798 (nessuna parentela con l'Antonin, suo omonimo di cognome e connazionale, noto drammaturgo, attore, regista e saggista teatrale, vissuto qualche decennio più tardi). L'Artaud, che era originario di Grenoble, nel Delfinato, dopo essersi laureato in ingegneria nell'ateneo della natia città, si dedicò alla carriera delle invenzioni. Napoleone Bonaparte lo volle alla sua corte e col generale corso egli prese parte anche alla sciagurata campagna di Russia, dove perse l'uso di una mano (quella sinistra), congelata per il freddo. Scrisse diversi libri (non era mancino, fortunatamente!) sulla storia della tappezzeria (aveva anche messo a punto, nel 1815, un tipo di tappeto "volante" a motore che mai, tuttavia, venne brevettato ufficialmente) e molteplici trattati su variegati argomenti, tutti legati a utensileria ed artigianato. Era inoltre appassionato di forbici, coltelli ed altri utensili da cucina nonché...buongustaio amante della buona tavola (cucina esotica ed orientale, soprattutto) e gran intenditore di vini. La sua collezione, che contava oltre diecimila bottiglie (tutte rarissime, all'epoca) andò purtroppo perduta in un incendio della sua tenuta, nella Loira. Due copie della versione ortopedica del suo materasso (gli originali andarono persi) sono conservate al Musée Napoleonien di Ajaccio, in Corsica, e al Musée de l'Homme di Parigi. Ad Arras, cittadina nei pressi di Lilla, nel nord-ovest francese, dopo la seconda guerra mondiale venne eretto da ignoto (di fronte all'Hotel de Ville e vicino alla statua di De Gaulle) un piccolo busto in marmo in suo onore (l'opera non è mai stata abbattuta nonostante...). Su di esso è scritto: "Inventore del materasso ad acqua. I culi di Francia ti ringraziano!". 
     - Il "passero solitario" è il marito della passera in fiore, anzi, in calo...di testosterone (a volte) nonché padre della passerina in amore (al profumo del fiore di pesco). L'areale di questa specie di volatile abbraccia i cinque continenti del globo terracqueo, per questo è tra quelle più diffuse: essa non teme gli umori e le calamità del tempo atmosferico per cui non è soggetta a migrazioni stagionali che caratterizzano altre specie; al maschio li basta avere al fianco la dolce sua metà...a prescindere. In genere la femmina mette al mondo i figli in modo naturale, ossia dopo un rapporto sessuale completo ma a volte può avvenire che essa lo faccia per partenogenesi: in quel caso l'embrione viene fecondato in maniera asessuata, cioé senza contatti diretti tra maschio e femmina. Quando questo succede il maschio si isola per il tempo della gravidanza della femmina ed è il motivo per cui si chiama "solitario".
     - L'"Infinito" era il nome della nave ammiraglia della flotta di Aristotele Socrate Omero Onassis. Sembra che l'armatore greco avesse scelto quel precipuo nome in onore della sua prima moglie (Athina Mary Livanos, figlia di un altro celebre e potente armatore ellenico, sposata nel dicembre del 1945) e per il seguente motivo: ella era solita osservare il cielo nelle notti stellate e di luna piena e dopo averlo fatto spesso esclamava, appunto, "Oh infinito!".
     - La "nausea" è quel particolare stato d'animo, oltre ad essere - evidentemente - una fisiologica condizione di malessere passeggero, che prende in genere i cittadini di sesso maschile over settanta abitanti nelle estreme regioni meridionali francesi (Guascogna, Linguadoca e Provenza, da Biarritz nei Pirenei atlantici sino a Nizza, il versante opposto sito ai confini col Principato monegasco) quando sentono suonare a morto le campane delle chiese nelle loro città e nei propri paesi. Inoltre, compiono ogni volta un gesto rituale e scaramantico: si grattano con solerzia ed a lungo le parti basse e meno nobili del loro corpo, poste al di sotto del pene (altrimenti dette, secondo un noto intercalare semantico della Sicilia nord-occidentale, gabbasisi). Il sociologo e antropologo parigino François Delecour, noto nel mondo accademico per le sue teorie ed i suoi scritti sui pigmei Bambuti (egli stesso ha vissuto quindici anni insieme a queste popolazioni di cacciatori e raccoglitori nella foresta dell'Ituri, nel nord-est del Congo) ha condotto studi particolarmente accurati sul fenomeno. Qualche anno fa dichiarò, in una intervista rilasciata al quotidiano Le Figaro: "Quegli uomini devono avere una particolare propensione naturale ad assumere tali atteggiamenti (tutto deriverebbe, tuttavia, secondo l'illustre cattedratico, dall'influsso sui loro polmoni della corrente del Golfo di Guascogna, nell'oceano Atlantico: proveniente, essa, dal mare del Nord, attraversa lo stretto di Dover, sulla Manica, dove si amalgama con quelle del Mare d'Irlanda e del Mare Celtico, che a loro volta sono sotto l'influenza della corrente del Golfo). Per ciò che concerne il momentaneo stato di nausea che li accompagna al rintocchio funebre delle campane, debbo dire che trattasi di un fenomeno psicopatologico su base endogena che si installerebbe sui soggetti in questione, particolarmente predisposti per motivi genetici ed ereditariamente complessi, a causa di due endorfine che si chiamano "tic" e "tac"...il tutto, poi, confluirebbe nelle cellule del sangue e nelle sinapsi amiotrofico laterali del cervello". Questa intervista non piacque a più di qualcuno soprattutto per il linguaggio un po' troppo "tecnico" e forse...incomprensibile. Dopo aver letto quelle righe Marcel Tavernier, cinquantottenne contadino di Lourdes, esclamò: "Quello lì è tutto matto. Lo fanno solo perché hanno una fottuta strizza della madonna che li prende su per il culo!".

  • 05 novembre 2020 alle ore 18:29
    Ascoltando qua e là - Il mio quattro novembre

    Come comincia: O Gorizia tu sei maledetta (O Gorizia) 
    La mattina del cinque di agosto
    Si muovevano le truppe italiane 
    Per Gorizia, le terre lontane
    E dolente ognun si partì.

    Sotto l'acqua che cadeva al rovescio,
    Grandinavano le palle nemiche;
    Su quei monti, colline e gran valli,
    si moriva dicendo così:

    O Gorizia, tu sei maledetta,
    Per ogni cuore che sente coscienza;
    Dolorosa ci fu la partenza
    E il ritorno per molti non fu.

    O vigliacchi che voi ve ne state,
    con le mogli sui letti di lana,
    Schernitori di noi carne umana,
    Questa guerra ci insegna a punir.

    Voi chiamate il campo d'onore,
    Questa terra di la dei confini
    Quì si muore gridando "Assassini!"
    Maledetti sarete un dì.

    Cara moglie che tu non mi senti
    Raccomando ai compagni vicini
    Di tenermi da conto i bambini
    Che io muoio col suo nome nel cuor.

    Traditori signori ufficiali
    Che la guerra l'avete voluta
    Scannatori di carne venduta
    E rovina della gioventù.

    O Gorizia, tu sei maledetta,
    Per ogni cuore che sente coscienza;
    Dolorosa ci fu la partenza
    E il ritorno per tutti non fu.

    (Sandra Mantovani - Il Nuovo Canzoniere Italiano, dall'album "Bella ciao", 1965)

  • 05 novembre 2020 alle ore 10:22
    INNO AL PIACERE

    Come comincia: Oh PataPina, dolce compagna delle mie notti insonni ti immagino, ti vedo, ti sento, mi inebrio del tuo effluvio chiave d’ingresso del piacere più smodato e di meravigliose sensazioni gustative.  Ti stimolo trattenendoti in bocca per gustare più a lungo la tua sapidità. Il tuo clitoris si innalza come un piccolo pene e ti trasmette sensazioni profonde che ti portano ad  orgasmi incontrollati, ripetuti nel tempo sino allo sfinimento. Come non prestare attenzione alle magnifiche tette dal capezzolo aumentato di volume per il piacere provato. Con l’aiuto di ‘ciccio’ in gran forma il ritrovamento del punto G è un tripudio di sollazzo profondo, illimitato con perdita della visione della realtà fino ad un sonno ristoratore. Sei ad occhi chiusi, abbandonata al godimento  prolungato che non ti ha lasciato e riprende la sua forza quando ti bacio sul collo, è l’apoteosi. Mi distendo vicino a te, ti guardo,  un sorriso di piacere non ti abbandona. Non penso ad altro, per ora sei solo mia e voglio ricordarti così, più bella che mai, non ti risvegliare, con una foto vorrei immortalare il tuo corpo ed in particolare il viso, ma temo che  la foto stessa potrebbe finire in mani estranee, per un po’ sarai stata solo mia. Forse la mia passione si è tramutata in amore …

  • 03 novembre 2020 alle ore 20:42
    Dal paese di...Vattelappèsca

    Come comincia:                                                                                                           Ai morti di amianto.           
     Loris emigrò in Germania nell'inverno del 1954, da un paesino del sud: Vattelappèsca. Aveva poco più di ventitrè anni, all'epoca. Prese il primo treno del pomeriggio, qualche minuto prima che un temporale da tregenda aprisse il cielo in due. Era vestito semplice, come semplice uomo era lui: una giacca, una camicia e nient'altro, portandosi appresso soltanto una vecchia valigia marrone legata con lo spago e carica di illusioni. Partì da Vattelappèsca ma...sarebbe potuto partire da "ovunque", perché Vattelappèsca non esisteva in concreto. Quello era un luogo immaginario che forse esisteva solamente nella testa di chi ha fervida immaginazione, pur restando sempre sobrio e col cervello in ghingheri. Tuttavia nel sud, chissà, quel paesino davvero esisteva (ad ogni sud di tutte le latitudini della terra ve ne potrebbero essere stati senza dubbio uno o più d'uno, tanto di quelli dove ancora i vecchi, sul lungomare, raccontavano storie ai più piccoli fumando il narghilé, quanto di quelli dove peones o bifolchi coltivavano i campi arandoli coll'aratro trainato dai buoi piuttosto che con giganteschi macchinari a motore), con tutti i drammi suoi - piccoli o grandi che potevano essere - e la miseria della gente che vi abita; con i bisogni della sua gente e dei suoi abitanti - vecchi o giovani che siano - , con tutti i sogni loro ed i disincanti e le...notti ed i giorni che anche là (a Vattelappèsca o nell'altro) tramontano eppoi nascono sempre uguali, muoiono, nascono o rinascono a nuova vita in un ritmo incessante e perenne, o ugualmente al modo stesso in cui lo fanno (il) sole e (la) luna per trecentosessantacinque giorni e notti all'anno. Quando il giovane arrivò a destinazione era quasi il meriggio del giorno successivo a quello in cui partì...i treni, allora, avevano i loro alti e bassi proprio come i cristiani...a loro immagine e somiglianza: mica come adesso, che non sono più umani! Ebbe solamente il tempo di sciacquàrsi il viso, in stazione (neanche quello di fumarsi una sigaretta o bersi un caffé in santa pace): di lì a poco avrebbe cominciato il turno di notte, in un cantiere navale dove trattavano l'amianto e costruivano pezzi di ricambio per le navi. Era operaio specializzato, Loris; aveva imparato il mestiere di saldatore dopo la scuola tecnica e in quel cantiere così vi lavorò per ben quarantadue anni, sino alla pensione: quasi una vita intera! Dopo di che tornò al suo paesino (Vattelappèsca o giù di lì, poco importa!). L'unica differenza rispetto a quando era andato via, quarantadue anni prima, fu una 127 bianca e blu comprata a scomputo, il resto tutto uguale: stessa valigia marrone legata con lo spago, svuotata però di tutti i suoi sogni ed un bagaglio al seguito di fatica sulle spalle, delusioni, disillusioni; le mani rugose e il viso segnato...da una vita vissuta in fretta, troppo forse, in un paese con abitudini diverse e distanti dalle sue; quella vita che mai li aveva concesso di fermarsi un istante: per darli tempo di guardarsi attorno, pensare a sé stesso, a qualcosa di diverso al di fuori del lavoro. Non aveva famiglia e neanche un amico; non si era mai sposato: chissà, se si fosse fermato - un attimo appena, qualche volta - avrebbe trovato magari quella giusta oppure...c'è chi dice che il destino sia scritto già da tempo per tutti, sin quando ognuno esce con il capo dalla vagina della propria madre (ad alcuni, a volte, è dato di farlo coi piedi!). Di lì a poco, purtroppo, per Loris sarebbero cominciati i guai, la sua odissea. Nell'estate del 1996, pochi mesi dopo il suo rientro a casa, i primi sintomi: tosse, capogiri, dispnea. Le visite mediche, il ricovero, gli accertamenti; eppoi la diagnosi infausta e crudele: cancro ai polmoni, dovuto alla prolungata vicinanza all'amianto. L'uomo lottò sin quando fu possibile e con tutto sé stesso. Morì una mattina d'inverno, tersa e mite, del 2000. Il suo nome non venne iscritto nel registro dei tumori. Riposa nel cimitero del suo paesi...di Vattelappèsca. Ogni tanto qualcuno porta un fiore sulla sua modesta tomba: a nessuno è dato sapere di quale morte sia morto. Un vuoto a perdere!

     - Perché di amianto si continua a morire...La "fibra killer" ogni anno uccide cinquanta persone. Così titolava il 6 dicembre dello scorso anno il quotidiano Brescia Oggi. L'articolo proseguiva in questo modo: "I numeri sono contraddittori, ma una certezza c'é: di amianto si continua a morire. Nel senso che risultano ancora letali gli effetti delle intensive inalazioni tossiche delle fibre di asbesto tra gli operai del settore, prima che la materia fosse messa al bando nel 1992. Ogni anno - si legge nell'ultimo rapporto dell'Istituto superiore della Sanità - l'Italia paga un tributo di 4000 mila vittime alle patologie correlate alla "fibra killer". Vengono inoltre diagnosticati oltre 15 mila casi di mesotelioma. L'incidenza della malattia maligna è in aumento, con un picco atteso nei prossimi 10-20 anni. Non basterà insomma aver smantellato tutto l'amianto entro il 2023, come imposto dall'Unione Europea, per limitare i danni alla salute. Secondo lo studio epidemiologico nazionale, in sei anni in Lombardia sono stati diagnosticati 4844 casi di tumori alla pleura. Nel Bresciano la quota è stata di 392. Nello stesso periodo i mesoteliomi pleurici in Lombardia sono stati 632, 47 nella nostra provincia. Ma ci sono autorevoli stime molto più pessimistiche. "In trent'anni ci sono 1500 morti a Brescia per cancro collegato all'amianto. E' una tragedia sconosciuta che la popolazione deve sapere. Nonostante la messa al bando, c'è una presenza residuale", ha affermato ieri Pietro Gino Barbieri, già direttore di Medicina del Lavoro, presentando il suo libro "Morire di amianto. Un dramma prevedibile, una strage prevedibile". I riscontri epidemiologici ufficiali parlano di 750 mesoteliomi maligni negli ultimi venti anni.   

    Taranto, 2 novembre 2020.       

  • 01 novembre 2020 alle ore 18:54
    La donna che ha vissuto come uomo (burrneshe)

    Come comincia:  Tomas ha quasi settanta anni oggi. Tanti anni fa (quando era una ragazzina) viveva con suo padre Karman (pastore, contadino, raccoglitore di erbe officinali, venditore di pelli) e con la sua famiglia (non vi erano figli maschi ma soltanto tre femmine più piccole di lei) in un piccolo villaggio della regione del Kelmend, nel nord dell'Albania al confine col Kossovo: tutt'intorno a lei un paesaggio fatto di aspre montagne, terre dure, arcigne ed inaccessibili ai più; di luoghi impervi dove d'inverno per la neve si può rimanere bloccati in casa anche per intere settimane. Per secoli nel nord dell'Albania l'uomo è stato tutto e la donna nulla: pura merce di scambio, equiparata al valore del bestiame in questi villaggi dediti a pastorizia ed allevamento, al commercio del legname e alla coltivazione dei prodotti della terra. Quì la collettivizzazione delle campagne attuata nell'immediato dopoguerra con l'aiuto di iugoslavi, sovietici e cinesi ha attecchito ben poco: i montanari hanno sfidato dapprima i turchi-ottomani eppoi il comunismo che governò l'Albania per decenni. Una società arcaica e patrilineare dove la sola ed unica legge conosciuta è quella del Kanun, codice fatto di usi e consuetudini molto dure e tramandate oralmente sin dalla fine del '400, quando fu raccolto da Leke Dukagjini, guerriero e patriota albanese, e poi trascritto, in dodici libri, nei primi anni dello scorso secolo, da Shtjefen Gjekòv, frate francescano di origini kossovare. Il kanun regola un mondo ed una società prettamente maschile: non permette, ad esempio, che una ragazza possa lasciare il fidanzato a cui è stata promessa  in moglie (qualora succedesse, l'evento potrebbe innescare una faida senza controllo, fatta di vendette ed azioni violente da parte della famiglia dello sposo verso quella della donna); poi, quando la promessa sposa diviene moglie (al momento dello "scambio" il padre della sposa riceve in contropartita un proiettile!) e va a vivere nella casa del marito, diventa - al tempo stesso - parte integrante del nuovo nucleo familiare, così recidendo per sempre i legami con la famiglia originaria, quel "cordone ombelicale" a cui era unita sin dalla sua nascita. In questo mondo così spietato, tra l'altro, nessuna donna può ereditare i beni dell'uomo nel caso quello muoia prima di lei (che sia genitore, fratello o il consorte poco importa). L'articolo 29 del Kanun recita: "la donna è un otre fatto solo per sopportare". Padre, fratello o marito posseggono potere di vita e morte su figlie, sorelle e mogli. Quando il padre di Tomas morì, schiacciato sotto un masso accidentalmente cadutogli addosso in montagna, egli (che allora si chiamava Xarita) di fronte si trovò ad una scelta inesorabile: continuare ad essere donna e schiava per il resto della vita (la donna non è bene che parli prima di un uomo e che lo guardi pensando che non abbia ragione, oppure che esso scelga dopo una donna, neanche è bene fumare per una donna, o svolgere mansioni maschili, o bere prima che abbia bevuto un uomo, imbracciare un fucile, scegliere il marito...né andare sola nei boschi senza un uomo: non sono comandamenti, ma leggi e comportamenti del Kanun che ogni donna deve rigorosamente seguire!) oppure diventare uomo. Scelse di sacrificarsi, per salvare l'onore della sua famiglia e i suoi miseri averi; di cambiare genere per essere paradossalmente libera e così godere del rispetto della comunità. Tomas era una bella ragazza bionda e cogli occhi azzurri come il cielo. Portava i lunghissimi capelli sempre sciolti, li tagliò poi e li tinse neri, cominciò a indossare pantaloni lunghi in posto della gonna. Fece giuramento dinanzi al consiglio dei dodici anziani del villaggio: diventò così burrneshe, che sta per uomo e donna assieme (nulla a che fare col travestitismo, le transgender ed il mondo trans, però!), fece voto di castità per sempre, nessuno più la guardò come donna. Girò per tutta l'Albania e fece vari lavori: a Durazzo operaia in conceria, a Scutari in una fabbrica di pneumatici per trattori. E' stata anche metalmeccanico durante il periodo della dittatura. In fabbrica ha perso il dito mignolo della mano destra, finito sotto una pressa, e parzialmente l'uso dell'occhio sinistro. Quando la madre morì anche le sue sorelle minori hanno scelto di diventare come lei: Stella, Samia e Gabrj diventarono Mark, Gjin e Stefan. Stefan ha lavorato in Turchia ed in Germania, ha fatto il camionista ed è stata sulle navi mercantili; Mark invece è stata anche in America: tutte hanno sempre tenuto nascosta la loro identità, ovunque siano andate e qualunque lavoro abbiano svolto. Molti si domanderanno: siamo sicuri, però, che diventare quello che non si è (per costrizione o libera scelta), magari assumere i panni di un'altra persona o travestirsi per apparire qualcos'altro sia solamente prerogativa di donne in quell'ambito ristretto di zona della terra? Oppure è un trend che sovente e volentieri molte persone (a prescindere dal sesso) mettono in atto nella vita d'ogni giorno? Ai posteri, come al solito, compete l'ardua sentenza...o semmai, per i più impazienti (in parte parafrasando le parole di una vecchia canzone di Bob Dylan) bisognerebbe dire questo: "è possibile che la risposta stia scritta nel vento o tutt'alpiù tra le stelle!". Tomas vive oggi sulla costa dalmata, vicino Spalato, in una modesta casa con veranda che da sul mare: lo ha sempre amato più d'ogni cosa, in fondo, nonostante sia nata ai piedi delle montagne.Trascorre la sua esistenza in maniera modesta ma dignitosa, con tranquillità; a farli compagnia i suoi gatti. Ha vissuto quasi sempre come uomo e un solo rimpianto l'accompagnerà per il tempo che li resta: non essere mai stata veramente una donna in vita sua! 

    Taranto, 23 ottobre 2020.  

  • Come comincia:  - L'abbattimento dello Zeppelin (effetto e causalità) - Su un vecchio mio taccuino alcuni giorni fa ho riletto le note, che riporto integralmente, scritte nel gennaio del 2014. "Il 25 settembre del 1980 moriva a Windsor, località inglese sita nell'hinterland di Londra, il batterista dei Led Zeppelin (drummer, in inglese) John "Bonzo" Bonham e così...puff: di colpo lo "zeppelin" ossia il dirigibile più famoso della storia dell'umanità, anzi, quello più rumoroso ed iconico (è molto meglio scrivere) smetteva di volare (metaforicamente); e una delle band  più famose nella storia del rock (i Led Zeppelin, appunto) chiudeva baracca e burattini, ovvero per causa di questo evento tragico smetteva di suonare in eternum insieme. Pseudonimo di John Henry Bonham, l'artista (autore di molti testi) era nato a Redditch, piccola località nel cuore del Worcestershire, nel maggio di trentadue anni prima. Ufficialmente l'esito dell'autopsia parlò di "asfissia polmonare" avvenuta durante il sonno: pertanto nessuna causa dovuta a uso di sostanze psicotrope o stupefacenti, come in prima ipotesi s'era paventato, nonostante il musicista fosse da tempo in cura per disturbi psicosomatici (ansia e depressione) e si era disintossicato da poco dall'eroina. Sulle conclusioni autoptiche nulla da eccepire, furono senza dubbio validissime: Bonham, infatti, il giorno precedente la morte sua, aveva fatto largo uso di alcol (si parlò di circa un litro e mezzo di vodka ingerita) e ciò li provocò senz'altro un'intossicazione con conseguente eccesso di vomito autoindotto che lo portò al soffocamento, appunto, ed infine all'arresto cardiocircolatorio. Mentre scrivo queste note, o meglio ancora mentre le leggo e poi le trascrivo sul mio diario, mi torna in mente la triste vicenda che portò alla fine di Jimi Hendrix, altro grande protagonista della scena rock (non me ne voglia nessuno: Bonham, gli altri componenti del gruppo, Jones, Page e Plant, gli stessi numerosissimi fans dei Led sparsi ad ogni latitudine del globo, ma il "principe di Seattle" era-fu di gran lunga più...grande di lui, seppur avesse suonato per molto meno tempo ad altissimo livello), avvenuta un decennio prima (il calendario gregoriano segnava 18 settembre), ma poco lontano dal luogo in cui avvenne quella di Bonham: Hendrix cessò di vivere, infatti, nell'appartamento di Monika Danneman, sua amica, in quel di Londra e la capitale inglese dista poco più di trenta chilometri da Windsor. Ma esiste una analogia ancor più sostanziale nonché emblematica che accomuna i due eventi tragici: il decesso del chitarrista americano fu causato (come testuali parole del medico legale riportarono al tempo) da "soffocamento da vomito in seguito a intossicazione da barbiturici"; e quindi, non dissimile dall'asfissia polmonare che causò la morte di Bonham. Ad inizio note si parlava della fine dei Led Zeppelin correlata alla morte del loro batterista. Ebbene, essa fu abbastanza logica - nell'ottica del resto della band iglese, soprattutto, piuttosto che secondo la psiche e nelle viscere dei fans che avrebbero senza dubbio desiderato qualcosa di ben diverso - anzi, una conclusione di effetto e causa (o causalità). L'effetto (già scritto anche questo, invero) fu devastante (o meglio ancora deflagrante) e instaurò una reazione vera e propria a catena (di causa o causalità, appunto), una tragedia dei cieli, così come quella dell'affondamento del translatlantico Titanic lo fu del mare all'incirca settant'anni prima. In povere parole esso [l'effetto], sebbene assai nefasto, fu tuttavia poco più che un prodromo della causa o causalità visto ciocchè accadde in seguito (pochi mesi più tardi). A dire il vero, però (e ad onor della storia, direi!) un'altro disastro di "zeppelin" (materialmente e no in senso metaforico come l'altro), cioé con uno zeppelin dell'aria come protagonista, v'era stato già: il 6 maggio del 1937, quando l'Hindenburg (il più grande dirigibile di tipo "zeppelin" mai costruito dall'uomo, appunto: era, per la precisione, un modello LZ 129 e misurava quasi ducentocinquanta metri di lunghezza!) andò in fiamme sui cieli di New York. La storia dell'altro zeppelin, quello musicale, invece cominciò all'interno di una piccola sala prove a Londra, nella metà dell'inverno del 1968 con protagonisti quattro capelloni provenienti dalla campagna inglese: ironia della sorte volle che quei ragazzi prendessero il nome da quel dirigibile e che - fatto ancor più incredibile - la copertina del loro primo album ("Led Zeppelin one") raffigurasse la foto dell'Hindenburg che sta andando a fuoco. Sorte ancor più ironica decretò infine che quella stessa storia si concludesse tristemente dodici anni dopo come era successo per l'altra. Il 4 dicembre del 1980, a distanza di soli sessantanove giorni dalla morte di Bonham, il gruppo annunciava lo scioglimento e l'uscita di scena dal palcoscenico della musica. Questo fu il comunicato stampa battuto dalle agenzie in tutto il mondo: "Desideriamo rendere noto che la perdita del nostro caro amico e il profondo senso di rispetto che nutriamo verso la sua famiglia ci hanno portato a decidere - in piena armonia tra noi ed il nostro manager - che non possiamo più continuare come eravamo!". Onore al merito dei Led Zeppelin, dunque...i fans lo capirono in seguito e lo accettarono pienamente. Un re borbone disse una volta: "Parigi val bene una messa"; i Led, invece, pensarono che non valesse la pena continuare l'avventura musicale insieme (anche se, materialmente quella decisione li costò centinaia di milioni di dollari in termini economici) per non infangare la memoria dell'amico scomparso. I tre superstiti continuarono la carriera da solista, ognuno per proprio conto o con altri gruppi: l'amicizia non ha prezzo, a volte!".

    Taranto, 14 maggio 2020.

  • 28 ottobre 2020 alle ore 10:01
    Il diavolo in corpo

    Come comincia:  Julie aveva il diavolo in corpo, quella voglia di concedersi senza freni ed inibizioni...ti viene da dentro e ti senti bruciare, ardere come un falò. Aveva un corpo sempre in fiamme, lei: metteva la quinta marcia addosso agli altri, uomini e donne, soltanto a guardarla. Ebbe il suo primo amante a sedici anni, lo conobbe ad una festa di addio al celibato, fuori città. Quella storia era durata sei mesi e poi...un'altra, un'altra ed ancora un'altra in successione algoritmica: sino a quando la sua collezione di scalpi non diventò infinita. Un giorno conobbe una donna, quando passeggiava al parco. Si innamorò di lei e le raccontò tutta la sua vita sino ad allora. Anche l'altra si raccontò e poi fece coming-out con Julie: scoprirono di essere simili, fatte a misura l'una dell'altra. Stanno insieme, adesso, ed hanno entrambe il diavolo in corpo.

    Taranto, 26 ottobre 2020.

  • 22 ottobre 2020 alle ore 11:16
    Il silenzio

    Come comincia: Non essere triste, tua mamma arriva presto. Non ti ha fatto indossare il grembiulino perché lo ha lavato ieri sera e stamattina era ancora umido. Però, anche senza il grembiulino, sei carino, simpatico, ma non mi guardare così!

    E’ giovane tua madre. Una ragazza. Troppo giovane per certe responsabilità. No, dicevo, è bella tua madre, molto bella. Non ti preoccupare arriva a momenti. Almeno lo spero. Mi ha chiesto di darti uno sguardo e te lo sto dando lo sguardo, porca vacca! Ma perché non arriva? Io sono una bidella, non la croce rossa. Tengo i miei problemi. A quest’ora dovrei stare già in cucina a preparare qualcosa, puttana Eva! Quando torna a casa, mio marito non vuole sentire ragioni e diventa violento. Anche perché è convinto che mi trattenga a parlare col maestro Mezzacapo e che io sia  una troia.  No, no, me ne devo andare. Questa non viene. Che faccio? Me  ne devo proprio andare.

    Senti bambino, vieni qui. Siediti qui. Vedrai che la mamma a momenti arriva. Abbi pazienza io me ne devo andare. Vedi quel signore? Quello viene da un paese lontano. Viene qui in piazza ogni giorno e fa la musica, una musica meravigliosa, dolcissima. Tu stai qui ad ascoltare. Ti piacerà. La mamma arriva a momenti, scusami, io devo andare, tu sei un giovanottello giudizioso e mi capisci. Non mi guardare così. Vedrai che arriva. Tranquillo!

    Era sceso il buio. La piazza era deserta. L’uomo che veniva da un paese lontano se ne era andato con i suoi strumenti. La mamma arriva a momenti. Il bambino guarda il cielo, quante stelle! C’è un silenzio siderale. Ma la mamma arriva, a momenti. Certo.

    Quanti momenti? Tanti. Quasi 70 anni. 70 anni di silenzio.

    Il bambino era sempre lì, assorto, seduto come uno scolaretto. E c’era uno spicchio di luna, una falce gialla nel cielo pieno di stelle.  

    In fondo, sulla strada, le macchine passavano come in un sogno.

  • 22 ottobre 2020 alle ore 10:37
    QUANTA FAVA... QUANTA FAVA.

    Come comincia: Caio Gregorio e Clizia, sedicenni si erano conosciuti a scuola, alla quarta ginnasiale al liceo Daniele Manin di Roma. Ambedue provenivano da istituti condotti da ecclesiasti e nel nuovo consesso, all’inizio erano spaesati anche per la crasse risate che si facevano i loro compagni di classe a causa dei  loro nomi, non era colpa loro se i genitori, per chissà quale motivo avevano scelto quegli appellativi. Tornando a casa a piedi seguivano quasi la stessa strada, Caio Gregorio abitava in via Torino e Clizia in via Firenze. Pian piano presero confidenza anche sessualmente, a diciotto anni dopo l’iscrizione alla prima liceale fecero il grande passo con le raccomandazioni ed i suggerimenti della di lei mamma Lisindra anche lei dal nome particolare di regina egizia e dal significato di ‘colei che rende liberi ed infatti il ‘matrimonio’ fra i due avvenne nella casa di lei assente il padre Enea. Il capo famiglia  era il concessionario di varie marche  di automobili ma la vera riccona era la madre che, alla morte dei genitori a Grotte di Castro in quel  di Viterbo si trovò erede di appartamenti e  di campagne che in maggior parte producevano un vino pregiato, il famoso EST EST EST che la leggenda afferma essere l’abbreviazione di EST BONUM che  Martino, il coppiere del vescovo tedesco DEFUK aveva scritto sulla porta di una locanda di Montefiascone. Enea e Lisindra  erano anticonformisti e vivevano ognuno la propria vita scambiandosi anche le loro esperienze in tutti i campi compreso quello sessuale. Ovviamente Clizia era stata contagiata dalla mentalità dei  genitori ed aveva coinvolto anche Caio Gregorio. Con l’andar degli anni presero a frequentare un club di scambisti, il Golden Club ma rimasero delusi, il locale era frequentato anche da persone volgari e dal fisico niente affatto piacevole, solo una coppia emergeva dalle altre per stile e bellezza: Camilla e Riccardo, lei bruna, di statura media, viso sorridente, tette non eccessive gambe perfette, lui faccia da furbacchione, fisico atletico. Avevano subito mostrato affiatamento, tutti e quattro bravissimi nel ballo con scambio di partner, sembrava che si fossero conosciuti da molto tempo. La più loquace, Camilla anche per il significato del suo nome ‘addetta ai sacrifici’ di quali non si sa a sapere, si era abbarbicata a Caio Gregorio provocando un ovvio rigonfiamento nei suoi pantaloni con risate da parte di Riccardo e di Clizia. Riccardo aveva un  pregio: era facoltoso di famiglia,  aveva anche un titolo nobiliare di cui non faceva sfoggio ed abitava unitamente alla servitù in un castello fuori Roma. I genitori erano deceduti in un incidente aereo in Atlantico. Aveva girato il mondo, parlava varie lingue ed era giunto alla soglia dei quaranta anni senza legami sentimentali impegnativi. La sua relazione con Camilla era iniziata su una nave da crociera in maniera del tutto particolare. La ragazza era croupier nella sala giochi, non era un tipo affabile, non sorrideva mai, aveva avuto i suoi problemi. Riccardo dopo cena si era avvicinato al tavolo di blackjack e dinanzi alla croupier: “Good evening miss, j want to see if i’m lucky  at the game.” Dopo un lungo sguardo la ragazza: “Innanzi tutto parli italiano e non inglese, lo vedo dal distintivo sulla sua giacca che è tifoso della squadra di calcio della Roma e poi il suo desiderio di sapere se è fortunato al gioco vuol dire che in amore…” “C…o volevo dire cavolo, mi scusi, capisco di aver trovato una tosta, dia le carte e vediamo se… “Al primo colpo un nove, vediamo il secondo: un otto, smetto altrimenti sbanco il casinò!” “Joseph, please replace me at the counter, thanks.” Andiamo sul ponte, la brezza ci rinfrescherà le idee.” I due si guardarono a lungo, avevano molto da dirsi ma nessuno voleva iniziare per primo. “Ho capito, senza offesa ma lei mi sembra leggermente presuntuoso, apprezzi l’eufemismo, forse è anche ricco e questo peggiora la  situazione. È inutile tessere le sue lodi, è un bell’uomo, uno di quelli che non debbono chiedere ma stavolta ha incontrato una che non che non dà!” “Invece il bell’uomo umilmente chiederà e spera di ottenere la sua compagnia.” “Così va un po’ meglio, che ne dice di andare a distrarci al teatrino, per me la crociera è solo lavoro.” Sulla scena un gruppo di ballerini e ballerine sud americani, le ragazze con indosso costumi veramente ridotti, il solito filo dietro e davanti un francobollo. “Inutile che fa lo gnorri, se potesse si butterebbe a pesce!” “Baby lei è stancante, vorrebbe sua grazia dirmi Il suo nome? “ “Camilla che, se lei non lo sa vuol dire addetta ai sacrifici al tempo dei romani, in altre parole bruciava gli esseri viventi al dio preferito.” “Non pensavo di far la fine della pulzella di Orleans!” “Non faccia sfoggio di cultura, proviamo a guardare lo spettacolo.” “Una proposta, andiamo nella mia cabina senza secondi scopi.” “Immagino sia una singola con vista sul mare.” “Perché sei così velenosa, sei una ragazza piacevole te lo dice uno che…” Camilla si girò di spalle e si mise a piangere, situazione che mandò il tilt Riccardo che la lasciò sfogare poi la prese sottobraccio e la  introdusse nel suo alloggio. “Sono Riccardo che vuol dire uomo forte e coraggioso ma dinanzi a te…Se vuoi resta a dormire nella mia cabina, mi piace il tuo profumo di donna che ha invaso il locale.” I complimenti fanno intenerire anche gli animi più duri e Camilla non era di quella specie. Si svegliò alle dieci, Riccardo la contemplava beato. La ragazza rinfoderò le unghie: “Vado a parlare col capitano devo spiegarli la mia assenza.” “Se me lo permetti vengo con te.” Il capitano, vecchio lupo di mare capì subito la situazione: “Cari ragazzi ditemi tutto come ad un  papà, potrei anche dire nonno…” “Capitano, Camilla sarà una passeggera, pagherò io il biglietto di prima classe e starà nella mia cabina.” Così era iniziata la liaison fra i due. A Civitavecchia Riccardo recuperò la sua Jaguar e si diresse nella capitale sino alla sua villa. La servitù li accolse con un applauso, Riccardo era benvoluto anche per la sua generosità. I primi giorni furono di sogno, anche il modo di conoscersi era stato fuori del comune. Camilla non si riconosceva più anche perché aveva visitato alcuni negozi di vestiti, di scarpe e di accessori vari non esclusa una gioielleria che le costò di donare a Riccardo un suo ‘gioiello’ poco usato. Il castellano aveva sempre dato alla parola amore il significato di sentimento non precisato, un miscuglio fra sesso e affettuosità ma stavolta stava comprendendo il suo vero significato, la sola presenza di Camilla gi faceva battere il cuore, anche la ragazza era sulla stessa sintonia. Stare sempre in casa era diventato monotono ed i due decisero di andare in centro al ‘Volturno’ un teatro dove davano spettacoli d’avanguardia nel senso di anticonformisti. Nel cartellone: ‘Ifigonia in culide’’. Camilla nel leggere il titolo della commedia  rimase  perplessa ma Riccardo si mise a ridere ricordando degli episodi che circolavano su hertz De Benedetti giovane autore universitario, insomma una goliardata.  Si aprì il telone, scenografia: un grande tappeto rosso  con al centro un trono su cui era seduto un attore vestito da re. Entrarono vari attori in costume seguiti dal Gran Cerimoniere che: “O popol bruto, su snuda il banano non vedi che giunge l’amato sovrano? Il Sir di Corinto dal nobile augello qual mai fu visto più duro e più bello, il Sir di Corinto dall’agile pene terrore e ruina del fragile imene, il Sir di Corinto dal cazzo peloso del cul rubicondo ognora goloso. O popol invitto, in gesta d’amore s’affermi il sovrano più caro al tuo cuore. Rendiamogli omaggio nel modo migliore offrendogli il culo delle nostre signore. Toccatevi i  coglioni, se li avete perché sta transitando un prete.”
    …….
     Fine del primo atto ed applausi alla calata del sipario.
    “Cara andiamo alla buvette, hai bisogno di sorbire qualcosa di forte.” Barman, per favore due caffè Sport Borghetti.” “Il caffè  non mi fa dormire, lo sai.” “Una volta funzionava la mia ricetta!” ”La verità è che sei quotidiano e sulla mia gatta posso cuocervi le uova!” “Ogni volta ti chiederò il nulla osta, rientriamo in sala sta per iniziare il secondo atto. Scena: La camera nuziale. Nei quattro angoli bidè dove bruciano profumi. Presenti i pretendenti di Ifigonia. Allah Ben Dur: “Superando monte e valle v’ho portato le mie palle e riempio un gran mastello con la broda del mio uccello.” Don Peder Asta: “Sarete delusi di tutti stì doni guardando d’Oriente i gloriosi coglioni. Ho riempito quattro stalle col sudor delle mie palle.” Uccellone: “O fulgida stella, o figlia di re deh guarda il dono portato per te! Ho riempito una caserma solamente col mio sperma!” Gran cerimoniere al popolo: “E risuoni nella reggia perlomeno una scoreggia!” Ifigonia al popol bruto: “Quanta fava, quanta fava ma perché nessun mi chiava?”
    ……
    Cala il sipario. Stavolta  Riccardo e Camilla restarono al loro posto, presa dalla tenerezza la ragazza baciò appassionatamente il suo amante,  ‘ciccio’ comprese male quel gesto e si alzò speranzoso. “Che cavolo, sei peggio di quell’attore che fa Allah ben Dur!”
    Terzo atto. Ifigonia e Spiro Kito giacciono sul talamo. Ifigonia: “O amato Spiro Kito Prence e samurai il tempo passa e non mi chiavi mai!” Spiro Kito: “Desisti o Principessa dal chieder spiegazioni non vedi che cominci a rompermi i coglioni?” Ifigonia: “Fammi vedere le palle di solido granito, fammi toccar l’uccello almeno con un dito, che brami dalla tua dolce amica vuoi farmi prima il culo o ripulir la fica? Sognavo un cazzo forte  da bambina perciò  pregavo Giove ogni mattina ché, come un giorno avvenne per Enrica potesse capitarmi nella fica un poderoso e ben tornito cazzo per farmene per sempre il mio sollazzo.” ………
    Cala definitivamente il sipario con la consueta dose di applausi. Riccardo e Camilla in fila per uscire notarono che due attrici erano anche loro in fila insieme agli spettatori. Li ritrovarono all’uscita con due valige in terra. Come al solito Riccardo curioso, facendo finta di non notare le occhiatacce di Camilla: “Gentile signora posso esserle utile?” “Aspettiamo un taxi per andare alla stazione, dovremmo prendere un treno…” “Signora a quest’ora…vedo che la ragazza trema dal freddo, col permesso della mia fidanzata vi invito a casa mia, cara che ne dici?” “Una risposta sarcastica: “Sono entusiasta dell’invito, mi hai preceduta!” Le due brasiliane si presentarono: Brigida la più anziana, Isabela la più giovane. Sistemate le valige nel bagagliaio le due si sedettero nel divano posteriore della Jaguar. Camilla le osservava dallo specchietto di cortesia del parasole, specialmente la più giovane era molto attraente, piuttosto alta,  il viso le ricordava lo stile di un ritratto di Modigliani, molto fine.  Seguitava a guardarla, quella ragazza l’aveva colpita, più la osservava e più le piaceva. Nella villa silenzio assoluto, sistemate le due brasileire nella stanza degli ospiti visita dei quattro in cucina, la cuoca Sora Anna era una regina nel suo campo; anche Riccardo e Camilla parteciparono allo spuntino poi passarono nel salone. “Brigida ti do del tu come abitudine romana, vuoi raccontarmi qualcosa di te e di Isabela?” “Spero non siate infami come l’impresario della compagnia dove recitavamo, saputo che siamo dei transgender ci ha minacciato di denunciarci alla Polizia perché abbiamo un passaporto da cui risulta che siamo delle donne, un favore avuto da un amico del Ministero degli Interni brasiliano. Siamo dovute scappare, ora siamo qui sin quando…” Stranamente intervenne  Camilla: “I romani hanno una tradizione di ospitalità, potete restare  quanto vorrete.” Riccardo guardò in viso Camilla, capì che le era molto piaciuta Isabela, forse era stanca dl solito sesso e voleva provare qualcosa di diverso. Tutto rimandato al domani, dopo un abbraccio delle due ai padroni di casa tutti a nanna. Arrivati in camera Riccardo scoppiò in una risata che fece innervosire Camilla. “Che c’è da ridere!” “Scusami amore, stavolta ho toppato di brutto, io che mi sono sempre considerato anticonformista!” Camilla dormì poco e sognò quello che desiderava, un  approccio con Isabela, forse aveva scoperto il suo lato maschile. Il clima era rigido, dicembre si faceva sentire fuori perché dentro casa l’atmosfera era piacevolmente calda, termosifoni a venticinque gradi. Nel salone Camilla stava controllando con Isabela la collezione di CD, ce n’erano anche di brasiliani e le due …donne presero a ballare imitate da Riccardo e da Brigida anche lei in forma  smagliante. “Sora Anna, queste sono due amiche brasiliane, fatti onore in cucina, le voglio vedere ingrassate come porcellini!” Il pomeriggio la servitù si ritirava nei suoi alloggi e così Camilla ebbe l’opportunità di godere delle delizie procuratele da una Isabela sessualmente molto in forma: tutto il corpo era senza peli, aveva un pene  da bambino ma era proprio quello che più aveva attirato le attenzioni della padrona di casa, forse era stanca di quello stallone di Riccardo e quella era un piacevole diversivo. Isabela aveva una pelle eburnea, un efebo. Quando Camilla le prese in bocca il pisellino, questo cominciò a crescere e riversò nella bocca della padrona di casa un liquido tipo il nettare degli Dei. Camilla si fece penetrare nel fiorello, il piccolo pene giunse sino al punto G, conseguenza un orgasmo particolare e prolungato. Ric. Nel letto matrimoniale scartò subito il ‘marruggio’ di Brigida ed approfittò del suo asno (sedere in portoghese) in forma come quello di una donna, smise quando era del tutto spompato come mai gli era successo con una femminuccia, Brigida aveva avuto degli orgasmi sia col pisellone che con il popò! Finale scontato: Ric. e Cam. si scambiarono i partners, ormai potevano dire di aver provato tutto in fatto di sesso. Le due brasiliane dopo un mese vollero tornare in patria accompagnate da Alberto e da Camilla sin all’aeroporto Fontanarossa di Catania, ambedue ben foraggiate di  Euro, sicuramente non avrebbero mai dimenticata la vacanza romana!