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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 12 giugno alle ore 17:08
    Cuore doppio

    Come comincia: Tutto inizia dall’abito azzurro, si ostina a farmelo indossare. Avida di fantasia, vuole che incarni una fiaba. Nel bel giardino mi culla con cantilene di enigmi. Aspetta che al risveglio le racconti quale incanto mi ha rapita. Manca l’aria nella seta fasciante. Vago in serre oscurate, sotto la natura crudele di una mano che oblia le rose. È lei, mia madre, il cuore doppio che in sogno si rivela. Regina e tiranna, da sguardi in diagonale falcia i poveri sudditi, personaggi prostrati dai suoi giochi privi di logica. Sarei terrorizzata, se non avvertissi la presenza del gatto, mio fedele stregone. Riposiziono le teste mozzate, mi volto a lei. La fisso da pupille vitree, intrichi di odissee. 

  • 12 giugno alle ore 15:42
    VOULEZ VOUS BAILER AVEC MOI?

    Come comincia: Ormai Alberto, funzionario delle poste, aveva provate tutte le cure nei migliori centri oncologici italiani, il verdetto dei medici nei confronti della consorte Viola erano stati unanimi: un mese di vita, un carcinoma ai polmoni, maledette le sigarette! Viola era stata sempre molto attaccata alla religione cattolica e così, dietro consiglio di Monsignor Angelo Davina della vicina cattedrale di S.Giovanni a Roma, suo confessore che veniva spesso a casa loro, (marito e moglie abitavano in via S.Croce in Gerusalemme) decisero, come ultimo tentativo di recarsi in Polonia al santuario di Czestochowa. Sbarcati all’aeroporto di Katowice si fecero condurre da un tassista ad un albergo di sua conoscenza: ’hotel Monopol’. Alberto informò il direttore delle condizioni di sua moglie, il direttore molto comprensivo gli fece portare i pasti in camera. Una mattina Roberto, uscito dalla doccia, cercò di svegliare Viola, inutilmente… era morta. Umanamente da un lato fu sollevato, non sopportava più i lamenti della consorte dovuti ai forti dolori ma da quel momento cominciò a combattere con la burocrazia polacca che non era migliore di quella italiana. Vari certificati delle autorità sanitarie, permesso di esportazione della salma, sigillo alla bara ecc. Poi si recò all’ambasciata italiana, si fece indicare un’impresa di pompe funebri, fu costretto a portare la salma in una chiesa (i polacchi sono molto religiosi) e, consigliato dal signor Novak titolare delle onoranze funebri, decise di ritornare in Italia con un carro funebre Mercedes molto bello e costoso (in aereo gli sarebbe costato di più). Prima di partire una sorpresa: lord (signore in polacco) Novak gli chiese un favore: in compenso di un sostanzioso sconto sulla parcella di spesa gli chiese di portare con sé a Roma la figlia Mikka che studiava lingue a Katovice e voleva perfezionarsi in italiano che in parte conosceva. Alberto si fece i conti, in quel momento non se la passava bene in quanto a moneta per le spese sostenute per curare Viola e così accettò. Mikka si presentò con una valigia e, dopo un inchino: ”buonciorno signore, grazie.” La ragazza sembrava il tipo da non creare grane, di statura leggermente superiore alla media, viso pulito di dodicenne non aveva nulla delle scatenate sue coetanee romane, meglio così. Prima tappa in un motel vicino Milano, camera a due letti  ed in serata arrivo a Roma, la  baby sistemata in una stanza singola dello appartamento. Naturalmente la novità fece il giro del palazzo notizia ‘sparsa’ da Iolanda la portiera. Mikka fu iscritta alla prima media di una scuola delle suore che la apprezzarono perché era ubbidiente e parlava varie lingue. Mikka ritornava il pomeriggio nell’appartamento, era brava anche nelle faccende di casa con gran sollievo di Alberto che in questo campo non se la passava bene. Per motivi sconosciuti nella mente di Alberto saltò una frase: “Niente è come sembra anche se talvolta il sembra è bellissimo (Orwell). Non mi domandate chi è l’autore, ho letto la frase nei cioccolatini Perugina.” Conclusione: una mattina Alberto non andò in ufficio, si mise a leggere il giornale in un bar e alle dieci rientrò a casa senza far rumore, cosa voleva scoprire non lo sapeva lui stesso ma dietro la porta del soggiorno sentì in funzione il suo proiettore. Perplesso aprì uno spiraglio della porta e ..si stropicciò gli occhi: “Cosa videro la mie pupille, una scena da far scintille!” non ricordava l’autore della frase ma era quello che provò nel vedere sul divano Nikka nuda ed altrettanto nudo monsignor Angelo Davino che in quel momento non faceva onore al suo nome. Alberto da buon vergine (astrologicamente parlando) non era il tipo di farsi prendere dalla rabbia con conseguenze poco piacevoli e così si recò in portineria dove Iolanda, quando lo vide, sbiancò in viso. “Iolà, non voglio far casini per poi diventare la barzelletta del palazzo ma raccontami tutto quello che sai senza tralasciare nulla in merito…” Iolanda riprese un po’ del colorito naturale, prese Alberto per mano e lo portò a casa sua. “Dottore non so da dove e come cominciare, vede…” “A Iolà. Lascia per il dottore e…” “La storia è iniziata anni fa quando sua moglie era viva, Viola era religiosa ma a modo suo, da tempo era l’amante di monsignore che la riempiva di regali, a lei diceva che erano di alcuni ricchi parenti americani ma erano soldi del diavolo perché tolti ai poveri. A dir la verità monsignore ‘ungeva’ pure me, lo sa che la paga è poca ed ho due figli all’università. Ha conosciuto Nikka a scuola nel far lezione di religione, belle lezioni! e poi un giorno si è presentato da me chiedendomi di aiutarlo a…far compagnia alla ragazza, è finita come ha visto.” “Non ti preoccupare, la vita è complicata ci mancherebbe …grazie, tutto deve rimanere come prima.” Alberto ritornò a casa alle diciotto, Nikka stava studiando e l’abbracciò more solito. “Papino’ (lo chiamava così) ti vedo strano, ti è accaduto qualcosa?” “Sono solo stanco per gli ultimi avvenimenti e per il lavoro, dopo cena vado a letto.” Ma oltre a quanto detto a Nikka ad Alberto bruciava il fatto di essere stato fatto ‘becco’ da sua moglie Viola, chi l’avrebbe mai detto con quella faccia angelica, forse le corna di un prete hanno un valore spirituale, in fondo, col suo senso dello humor riusciva in parte e riderci sopra. Predispose un piano, doveva trarre vantaggio dalla situazione. Prese da parte Iolanda e Nikka e concordò con loro di ‘prendere sul fatto’ il monsignore mandrillo e tranne benefici economici e così una mattina Angelo Davino, senza subodorare nulla, si presentò per il solito incontro con Nikka ma male glene incolse: nel più bello Alberto aprì la parta della camera di Nikka e con la Canon prese a scattare foto a raffica, foto decisamente compromettenti. Il prete, preso alla sprovvista, cercò di coprirsi col lenzuolo, troppo tardi. Alberto decise di usare il dialetto romano che ritenne in quel frangente più efficace: “Zi prè, ormai hai capito, sei nei guai, nun te la porto pè le lunghe, mollerai ogni mese €. 5.000 a NIkka pè la sù famija bisognosa ed altra somma a Iolanda per fà studiare i figli, farai un’opera di bene per andare in Paradiso sempre che S.Pietro sia d’accordo della qual cosa dubito. Mettiamola sul ridere: ti racconto una barzelletta: tre sorelle in macchina hanno un incidente stradale, muoiono contemporaneamente e si presentano a S.Pietro il quale chiede notizie sul loro comportamento sulla terra. la prima Mirella:  “Padre…l’ho data ai militari…” “In paradiso per amor di patria!” La seconda Giuditta: “Padre sono vergine.” S.Pietro perplesso: “E che hai preso il Paradiso per un pisciatoio? All’inferno!” La terza Melania:”Padre l’ho data ai sacerdoti.” S.Pietro senza esitazioni: “in Paradiso per amor di Dio.” T’è piaciuta? Ti faccio vedere nel video della macchina fotografica un solo fotogramma, ti piace? ora sai quello che ti aspetta.” Alberto e Kikka lasciarono la stanza mentre il prete si vestiva in gran fretta passando a testa bassa dinanzi alla portiera che, in seguito,fu messa al corrente della situazione. “Kikka non pensi di dovermi delle spiegazioni?” “Papino, in Polonia ufficialmente c’è molto puritanesimo ma poi la ragazze fanno vita libera la maggior parte per soldi, c’è ancora in giro della miseria e le femminucce aiutano la famiglia. La mia è composta oltre che dai miei genitori anche da una mia sorella gemella Irena, quella che ha girato il video, e da quattro fratelli maschi. Puoi immaginare che i soldi non bastano mai e così… L’unico lato positivo è che se una ragazza si innamora lascia tutto e si dedica anima e corpo al suo uomo ed io…” “Hai solo tredici anni anche se ne dimostri di più, ho capito quello che mi vuoi esternare. Tramite amici influenti e con il consenso di tuo padre cercherò di sistemare la tua situazione in Italia, tu seguiterai a studiare e a diciotto anni compiuti…” Nikka subissò di baci Alberto: “Sarai l’unico grande amore della mia vita” e gliene diede una prova tangibile…Anche la portiera Iolanda ebbe la sua fetta di felicità. Immaginate un po’: monsignor Angelo Davino prese a frequentare Iolanda molto da vicino…Anche se la dama aveva qualche pelo bianco sulla cosina era ancora stuzzicante e poi, in tempo di magra ogni porto è appetibile! A questo punto sento la condanna definitiva dei benpensanti cattolici: non sono d’accordo con loro. Se Salomone ha avuto settecento mogli e trecento concubine (e forse mille suocere) come condannare il sempre arrapato Angelo Davino, io sto dalla sua parte! Mi vien che ridere nello scrivere l’ovvio: e vissero… C’è da far un appunto al titolo di questo racconto: balaier in francese vuol dire scopare con la scopa, il verbo esatto è: baiser verbo che il nostro monsignore usa con la sue amiche e che risponde più a verità.

  • 11 giugno alle ore 8:11
    Lei

    Come comincia: Con lei è come se ballassi,
    il mio corpo l’asseconda,
    è lei che guida nella coppia.
    Alcune volte lei è fortissima, violenta,
    ma tu la devi attendere, stare fermo, quasi immobile
    devi trattenere le sua forze con le braccia e le gambe per poi lasciarla andare.
    Altre volte lei è debolissima
    allora sei tu che devi andarle incontro, la devi sollevare, devi aiutarla a non fermarsi.
    Tu devi sapere già dove la incontrerai;
    alcune volte è imprevedibile,
    ma lì non ci puoi fare molto,
    fortunatamente sono pochissime.
    Quando sei con lei non sei mai da solo;
    come in una ragnatela dove ogni filo è collegato all’altro ci sono altre persone con te.
    Ognuno con il suo compito
    ma ognuno che dipende da te e soprattutto lei.
    Lei è tua amica.
    Lei è la palla da pallavolo,
    lei è semplicemente la pallavolo.
    ps quando si prende la rete il 99% delle volte
    non è un bel segnale a differenza del calcio.

  • 10 giugno alle ore 15:26
    Sempre più vera

    Come comincia: Da un quadro di Casorati lei uscirà, ad annullare la nebbia dell’addio. Un giglio rosso, le labbra che bacio allo specchio. Vi è impresso qualcosa di suo. Entro senza veli e finisco per fissare il mio sguardo, la stessa sua nostalgia, che arde quanto più il pugnale del tempo separa. Smarrita torno in me. È ora di andare. La cercherò tra le voci di strada e visi che si attardano a sparire, presenza folle della mia follia. Lui ha finito di radersi, nello stesso specchio non l’ha vista. Lo saluto distratta, con una specie di bacio. Risponde con una carezza, come a un cucciolo. A stasera. Ceneremo, dormiremo insieme. Io, ancora un sogno randagio sfiorando Nora, sempre più vera.

  • 10 giugno alle ore 8:42
    Senza Titolo

    Come comincia: Stamattina presto, mentre ascoltavo il canto del mio amico uccellino, pensavo che quando lo ascolto mi procura gioia ed emozione, e non mi viene in mente di chiedermi a che punto lui sia della sua vita, se sia vecchio o giovane, se venga da lontano oppure no, come viva le sue giornate. Lo ascolto e basta. Così mi sono detta: perchè non fare lo stesso verso me stessa? Perchè non ascoltare il mio canto diffuso nel Tempo, senza doverlo collocare in un'epoca, in una data, in una situazione, in sostanza in una gabbia così effimera, come effimero diventa tutto ciò che viene manipolato dall'essere umano quando si mette in testa di misurare l'immisurabile e di definire l'indefinibile? Già, è così rassicurante incasellare tutto, creare un ordine prestabilito! Ma la melodia della vita si spande nel Tempo, quello vero, quello che non risponde alla domanda "quando?", quello in cui il mio canto e il canto dell'uccellino mio amico condividono lo stesso linguaggio e sperimentano la stessa goccia di eternità.

  • 09 giugno alle ore 11:23
    Quando Rolff mi venne a cercare

    Come comincia: Quando Rolff mi venne a cercare per...salutarmi... Seduto sulla panchina di questa rotonda mi tornano alla mente tanti attimi di un passato non troppo remoto ; flash di ricordi dei quali alcuni che non oso definire ne' tristi e neppure allegri.Uno di questi e' stato quando Rolff arrivo' una mattina col suo saluto a mano tra l'alzata e tesa e la sua parlata in italiano svedesiggiante.Si perche' Lui era un artista svedese a cui Cefalu' era piaciuta talmente tanto che vi aveva messo radici e quasi ogni giorno veniva a mangiare da noi.Alla mia risposta al suo saluto mi disse...Sai Cesare...sono venuto a salutarti...e io perche' parti?..si torno in Svezia...mi hanno diagnosticato un misero tumore che mi ha gia' reso misero...ho appena il tempo di salutare i veri amici...t'ho pensato e son qua...vado a morire nella mia terra..."dai Rolff hai sempre voglia di scherzare tu..." no veramente...e'stato bello conoscerti...Mi ha abbracciato e se ne e' andato non prima di girarsi e con la mano tra l'alzata e tesa...mi ha salutato...Pochi gioni dopo...la triste notizia...Ecco...ho ricordato questo episodio con una punta di tristezza e invidia...per un uomo capace di combattere a viso aperto con la morte.Ciao...Rolff

  • 09 giugno alle ore 3:55
    Cibo e...

    Come comincia: Oggi Raffaella mi ha portato il pane con le noci. Ho pensato a quanto il cibo sia legato ai ricordi, e quanto su questo fatto noi non abbiamo nessun potere. Io non potrò mai mangiare un pezzo di pane con le noci senza pensare alle serate a Bergamo con mio fratello Mario quando mettevamo il pane con le noci nel forno a riscaldare, per poi mangiarlo assieme. E come dimenticare, ogni volta che mangio il prosciutto crudo, mia madre quando, raramente, mi mandava a comperarne un etto: mi raccomando Lora, digli vicino all'osso. E quando glielo portavo se lo godeva proprio. Io ero una bambina e tutto ciò che provavo era fastidio perché mi mandava alla bottega. Chissà se anche lei mangiando il prosciutto crudo "vicino all'osso" ricordava qualcosa e qualcuno del suo passato. E poi, stasera, ho mangiato il pinzimonio e come mi insegnò Mario, il papà di Raffaella, a suo tempo, quando andavamo in giro per le Langhe e l'Astigiano in cerca di osterie, prima ho mangiato due uova sode col sale, così a morsi, per fare "la base" per il vino. Allora, parlo di cinquant'anni fa, le osterie erano proprio osterie, non come adesso che osteria è un modo molto ricercato di chiamare le trattorie un po' particolari. Erano proprio osterie con un bel bancone di legno di fronte all'entrata, e sopra il bancone c'era sempre un contenitore pieno di uova sode, e dall'altra parte, un vassoio di acciughe al verde. Noi ci sedevamo lì, a un tavolino e subito qualcuno ci portava una bottiglia di vino, possibilmente barbera vivace, e facevamo la base. E poi lì si mangiava, si beveva e spesso si cantava, se c'era qualche commensale che dava il via. Nella vita possiamo essere felici, ma come si è felici a diciotto anni, innamorati, illusi, come si è felici prima che gli idoli crollino con grande fracasso dai piedistalli lasciandoci devastati, prima che la verità ci prenda a schiaffi e la delusione ci invada, mai più si potrà essere così felici nella vita. Cibo e ricordi, cibo e nostalgia, cibo e tenerezza, cibo e tavola apparecchiata per otto, minestrone tiepido la sera nei piatti fondi, e tante gambe sotto le sedie che una bambina magra e discola cercava di "attraversare" silenziosamente sotto il tavolo, per scappare fuori a giocare. Chissà se "i grandi" se ne accorgevano e facevano finta di niente, o no. Adesso è troppo tardi per avere la risposta. <3

  • 08 giugno alle ore 22:54
    Solo me stesso e il passo

    Come comincia: Non c’è stazione al respiro. I muri gridano sacralità di vita, dipingono massacri con pigmenti vivi, sembrano dilagare in spazi già tanto colmi. È curva di un assedio, a perdita d’occhio. Dov’è il confine? Coglierò il destino oltre la caligine, oltre le pietre incise da incursioni dell’odio. Non so che cosa celi la strada dietro una notte interminabile, che arde densa e immobile, implora luce amena da uno spiraglio. Non so se andrò smarrito fra nuove nebbie, ma si apriranno un giorno e avrò compagni, folle di risa estese in pace. Fuggo, con solo me stesso e il passo estremo del coraggio. Mi volto appena a lei, culla di madri e infanzia, lei terra che duole all’anima. Amara, incancellabile.

  • 06 giugno alle ore 8:41
    Un sogno di Montale

    Come comincia: - Ho letto che ha sognato di una Maratona.
    - L'ho scritto, è vero. E' stato un sogno sublime.
    - Ha sognato di vincerla o di prenderne parte?
    - Ho sognato di vincerla. Di vivere quarantadue chilometri in testa al gruppo.
    - Qual è stata la sensazione più bella della gara?
    - Staccare a due-trecento metri dal traguardo.
    - Non ha avuto cedimenti, dico, nel sogno?
    - Mai, dall'inizio alla fine. Sembrava che questo corpo avesse le ali. Si librava da terra in uno sforzo che sentivo sostenibile, passo dopo passo. Il vento nei capelli. Il mondo che mi correva accanto sfuocato, in una fusione intensa di colori. Sentivo poi che gli altri mi trattavano con la deferenza che si accorda a un premio Nobel, ma senza alcuna meraviglia. Era come se riconoscessero il mio supremo valore atletico. Alcuni volevano farmi da lepri, e intorno mi si aprivano varchi.
    - E lei?
    - Io avrei potuto troneggiare, ma li guardavo stupito.
    - Cosa pensava in quei momenti?
    - Dicevo a me stesso: Eugenio, non stai buttando giù un bel verso! Stai precedendo tutti con un passo da 3 minuti al chilometro, a 20 Km/h. Ti rendi conto? Con i tuoi novanta chili? Ma lo stupore non aguzzava il mio consueto buon senso. Ero completamente intorpidito. Sotto effetto endorfinico.
    - Rifarebbe tutto?
    - Sì, per altre mille vite.

  • 06 giugno alle ore 8:31
    Flammeum violato

    Come comincia: Hai calpestato il mio sogno. Adesso è spiaccicato sull’asfalto, come un cane intrepido e impaurito. S’è sciolto l’intreccio di maggiorana per cingere il capo sopra il velo. Volevo darti la notte. Cercare rifugio nell’ombra, insieme a te. Per te era la danza e il mio sonno di sole. Per te l’aratro spinto a fondo, fin dentro le radici. La tua carne un innesto. E tu hai spento ogni slancio. Ora, anche se non guardo, lo squarcio m’annienta. Ma non voglio sottrarmi: ricevere pianto per lavare il sangue che cola su lenzuola di lavanda. Non è mia questa notte. E’ il buio in cui tu brancoli, lontano dal respiro. Le ossa nella nebbia. Questo morso che senti è il rantolo del mondo. 
     

  • 05 giugno alle ore 14:59
    Gemma

    Come comincia: La sua anima era ridotta a uno stoppino. La lucentezza di una mattina d’inverno non era di conforto, piuttosto una daga acuminata insinuatasi dalla vita esterna. La cera del viso, di un barlume altrimenti amorfo, si nutriva di memoria, quel vano sotterraneo in continuo decadimento. Abitava il retro della fabbrica di liquori, chiusa dal giorno in cui la sua amata metà era mancata. Irina lo accudiva e aiutava il suo spirito a ubriacarsi. Annuiva al sentirsi chiamare Gemma, gli raccontava delle vie dell’aldilà e del prodigio di potergli stare accanto di giorno. La sera aspettava che il sonno sopraggiungesse, a sfumare l’illusione e condurlo in una tenebra quieta, di distillati e sogni fuggenti.

  • 04 giugno alle ore 1:46
    Lettera di una mamma in prestito

    Come comincia: Ti ho protetto come ho saputo fare, era l'unico modo di amarti che conoscevo, se altro non ho potuto dare è perché non lo avevo. Perdonami bambino per quanto non ho, amami bambino per quanto ti amo. Dei suoni del Tutto ho cibato il mio nulla nel mentre dal mio ventre nutrivo il tuo, del  mio battito pulsavo il tuo, dal mio respiro ti portavo, onda, nel cielo. Ti ho amato come amore sa fare, bambino che hai abitato il mio ventre. Ti amo della potenza del tempo che concede l'incontro di anime in prestito, bambino mio sconosciuto, amore unico e vero di mia esistenza. Forse un giorno, un sorriso degli occhi schiaffeggera' il momento che sfiorando lo spazio di due anime, si riconosceranno, e illuminando il presente, avvolgeranno di luce quegli attimi di ventre traslocatore di vita. Mi riconoscerai, ti riconoscero'. Ci scambieremo l'eterna promessa di ritrovarci nella stessa vita, laddove già ci conosciamo.

  • 03 giugno alle ore 18:43
    FIAT 1400 BERTONE

    Come comincia: La Fiat 1400 Bertone con i cinque occupanti a bordo andava  veloce per quanto lo permettevano la strada stretta, le curve, i camion che la incrociavano ed un po’ di bruma residuo della notte. Da Piaggio Valmara, confine italo-svizzero,  era diretta ad Intra sempre sul Lago Maggiore. Gli occupanti, giovani finanzieri, non avevano scelto quella località per motivi turistici ma perché d’inverno, era febbraio, scarseggiava la…fauna turistica. Alberto Minazzo, romano, era alla guida, vicino a lui Giovanni Roncaccioli (Giovannone) stazza cento chili, romagnolo bravissimo cuoco, dietro Nando Gallozzi pure romano, Roppi Armando di Genova e Marrix Alfio catanese puro sangue (Marrix si pronunziava con le erre arrotate). L’unico veramente sobrio era l’Albertone simpatico, sempre allegro che durante il pranzo aveva ritenuto opportuno non avvicinarsi troppo a Bacco. C’è da domandarsi come degli squattrinati finanzieri (correva l’anno 195..) potessero permettersi una auto di pregio dal prezzo decisamente fuori dalla loro portata: risposta non era di loro proprietà ma di Ambrogio (Ambroeus) Bianchi proprietario dell’unico bar situato al confine e che, aveva acconsentito a prestar loro l’auto molto malvolentieri ma…c’era un ma. Posteggiata l’auto in divieto di sosta applicando sul parabrezza: “Auto targata NO ……in servizio della Guardia di Finanza” i cinque entrarono in un portone che, dopo un lungo corridoio portava ad un salone,  riscaldato da una stufa a legna, popolato da signorine poco vestite e molto allegre, si avete capito era un ‘casino’ allora non ancora chiuso da quella simpaticona della senatrice Merlin. Alberto si mise a parlare con la maîtress che era alla cassa e così delle ‘signorine’, subito prenotate dai colleghi, ne rimase solo una poco appetibile. Il suo sguardo triste fece impressione ad Alberto, la cotale , non più giovane gli si avvicinò e: “Proprio non ti piaccio?” Quella frase commosse il giovane (Alberto era una ragazzo sensibile) e così decise di andare in camera con lei. “Scusa ma qui fa freddo…” “La padrona è una spilorcia, fa riscaldare solo la sala d’attesa, scusami un attimo, mi metto una maglia di lana a maniche lunghe. Lo spettacolo non fu dei migliori, la cotale aveva le tette che le arrivano sino…ma ormai Alberto era in ballo e si decise per una sveltina. Solito lavaggio del pene, stavolta con acqua calda, la tale si diede da fare con la bocca sino al finale previsto e poi, dopo essersi lavata la bocca si mise a piangere. Quella era la classica situazione in cui Alberto era senza difese, si allungò sul letto seguito dalla donna. “Mi chiamo Maria, sono siciliana di Raddusa, un paesino in provincia di Enna, i miei sono contadini ed io sono rimasta incinta dal figlio del padrone che non solo non ha voluto saperne nulla di quel bambino (poi è nata una bimba) ma ha minacciato i miei di cacciarli dal podere e così ho fatto questa fine. Son venuta al nord per evitare di incontrare qualche paesano, ho il cuore spezzato non potendo vedere se non molto raramente la mia bimba allevata dai miei. Io studiavo con sacrifici dei miei genitori ma ovviamente ho dovuto smettere…scusa se ti ho tediato con i miei problemi, ti chiedo solo un favore: stiamo un po’ insieme abbracciati, sei un bel ragazzo, per un po’ mi sembrerà di aver un marito, l’ho sempre desiderato, se vuoi staremo insieme una mezz’ora.” “Lo saprai che la paga di noi finanzieri…” “Tutto a mie spese, vorrei baciarti in bocca, se me lo permetti, vado a fare degli sciacqui col colluttorio…” Dopo circa mezz’ora suonò un campanello, era un segnale stabilito con la maîtress. Maria rifilò ad Alberto 2.500 lire che l’Albertone diede alla padrona. “È che cazzo, sei stato in camera un sacco di tempo!” “Era un po’ che non scopavo…” Quattro finanzieri erano allegri e raccontavano quello che era accaduto loro, solo Alberto stava in silenzio, la storia di quella povera siciliana l’aveva coinvolto emotivamente. Tutti in branda sino alle tre quando ci fu in caserma una svegli generale: c’era in giro il Tenente Marcello Dani comandante della Tenenza di Cannobio con tutto il nucleo mobile, sicuramente era successo un grosso casino. Venne subito fuori che i cinque avevano usufruito della Fiat 1400 Bertone di Ambrogio ed il Tenente ne voleva conto e ragione. L’unico a rispondere era Alberto il quale chiese il motivo dell’interrogatorio. “Te lo dico subito caro Minazzo, nella macchina che avete guidato abbiamo trovato mille, dico mille orologi di contrabbando, siete nei guai.” Visto che nessuno apriva bocca Alberto ritenne opportuno intervenire: “Mi scusi signor Tenente, noi siamo andati ad Intra in Italia non siamo sconfinati in Svizzera.” “E bravi così credete di potervi salvare?” Sempre Alberto “Vede signor Tenente nessun Pubblico Ministero potrebbe senza prove concrete rinviarci a giudizio da quello che mi risulta.” “E così sei pure avvocato!” “Non  ancora, sono iscritto al terzo anno di legge.” Il Tenente per un po’ rimase senza parole poi: “Non ti dare tante arie perché hai un fratello mio collega! “ “Non mi permetterei mai di vantare la parentela per scusarmi è come se lei ci ricordasse che è il figlio del Generale Dani.” “La normale faccia biancastra  del Tenente in un attimo divenne di un colore purpureo, non riusciva più a profferire parola e così intervenne il Brigadiere Boninsegna Comandante della Brigata di Piaggio Valmara che prese da parte di Tenente e lo portò in sala mensa. Dopo circa mezz’ora riapparvero il Brigadiere ed il Tenente: “Il vostro Brigadiere merita una medaglia, mi ha convinto solo a farvi trasferire, domattina chiamerò il Comandante della Legione di Torino e vi farò assegnare a Domodossola, lì avrete il piacere di pattugliare giorno e notte i binari ed ora tutti in branda marsh.” La mattina successiva venne fuori tutta la storia: uno spione, infiltratosi fra i contrabbandieri, aveva segnalato al Tenente i traccheggi di Ambrogio e quindi era stato facile prenderlo con le mani nella marmellata. L’Ambroeus finì in carcere, la merce sequestrata ed i ‘magnifici’ cinque trasferiti a Domodossola. L’unica solo loro consolazione era stata quella che, per evitare di trasportare bauli e valige da un pulmann all’altro, si erano fatti accompagnare da due tassisti di Cannobio ai quali in passato aveva elargito tanti piaceri. Ad Alberto era rimasto un peso nel cuore anche perché in passato, per un periodo, era stato molto ‘amico’ di Anna sorella di Ambrogio. Alberto era un ‘vergine’ nel senso dello zodiaco ossia un pignolo che doveva andare a fondo a tutte le situazioni e così pensa e ripensa si fece assegnare alla scorta dei treni del tratto Domodossola-Briga (Svizzera). Poiché parlava abbastanza bene il francese ed elargendo regali graditi ai dipendenti delle ferrovie Svizzere con merce in Italia era pecuniariamente accessibile mentre costava parecchio per gli svizzerotti, riuscì dopo vari tentativi riuscì a venire a conoscenza del nome dello spione che aveva inguaiato Ambrogio. Il cotale era un corpulento dipendente delle Ferrovie Svizzera di nome  Luca Bernasconi che talvolta veniva in Italia per fare il pieno di vino in una osteria vicino alla stazione. Male gliene incolse: Alberto riunì i magnifici cinque, spiegò loro la situazione ed una sera in cui la ‘carogna’ Luca uscendo dall’osteria era completamente brillo e barcollando cercava di raggiungere la stazione di Domodossola per far rientro a casa, ebbe un percorso diverso: preso a legnate di brutto si fece quaranta giorni in ospedale a Domodossola senza poter toccare un goccio di vino e guadagnandoci anche in salute dato che anche perse molti chili di peso!
     

  • 03 giugno alle ore 18:32
    CHE SÁ DA FÁ PÉ CAMPÁ!

    Come comincia: Non era facile sorprendere Alberto M. un fustaccio da un metro e ottanta “désiré par les femmes” sempre allegro, sorridente e disponibile ma la notizia era veramente ferale: la notifica di chiusura della filiale di materiale fotografico e di hy fy della ditta Ferlazzo, la maggiore di Messina. Quale direttore aveva uno stipendio decisamente consistente che gli permetteva di  condurre una vita agiata unitamente alla gentile consorte Anna M.. la quale aveva preferito fare la casalinga e la mamma alla  figlia Melania,  ormai diciassettenne anche lei alta, bruna come i genitori e molto attraente. La notizia era stata comunicata ai membri  della famiglia alle tredici e, ovviamente, aveva gettato in disperazione anche ambedue le femminucce. Era noto che trovare un posto se non  di prestigio ma almeno dignitoso era impresa quasi impossibile. Alcuni amici di Al., funzionari di ditte in altri campi avevano fatto la sua stessa fine e le mogli, in passato eleganti e che frequentavano l’alta società si erano viste costrette a far le badanti a persone anziane. Al. il pomeriggio era tornato in ufficio per dar le consegne all’incaricato della ditta con sede principale a Catania e poi si era messo a gironzolare per la città, non se la sentiva di rientrare a casa ma quella passeggiata lo depresse ancor più: alla stazione si accorse di mendicanti sia italiani che stranieri, mai la lui notati in passato, che allungavano una ciotola per chiedere la carità, capì che quale capo famiglia doveva prendere in mano la situazione. Sotto casa sua una villetta in affitto in via Maregrosso  c’era una falegnameria ed il titolare, come ogni volta, lo salutò con la solita deferenza: “Baciamo le mani dottore!” Di rientro a casa cercò di dimostrarsi ottimista con Anna e Melania:
    “Troveremo una soluzione.” Anna. anch’io cercherò di darmi da fare come commessa, ci so fare con la gente, non dovrebbe essere difficile.” Invece lo era, ogni negozio visitato era in crisi ed i titolari erano costretti a licenziare i dipendenti altro che assumere! Nei giorni successivi si spinse nel campo dei professionisti: era laureata in lettere e si arrangiava in ufficio e col computer. Il primo che contattò era un notaio, famoso in città piuttosto avanti negli anni che la fece accomodare ed esprimere i suoi problemi poi si alzò e da dietro le prese il collo in mano e tentò di baciarla. Anna gli mollò un ceffone e sparì dalla circolazione ma capì che la storia si poteva ripetere in simili occasioni, non era una puritana ma non se la sentiva di fare la prostituta. Non mise al corrente dell’episodio il resto della famiglia, non sarebbe servito a niente, disse solo che aveva incontrato dei dinieghi alla sua richiesta di posto di lavoro. Anche Alberto era andato in bianco, la famiglia andava avanti con i risparmi ma sino a quando? Un giorno a pranzo una sorpresa: Melania frequentava l’ultimo anno del liceo classico, aveva come compagni di scuola anche ragazzi di famiglia agiata e frequentava la casa di un collega tale Augusto P., dire  casa era un diminutivo, i genitori del ragazzo erano proprietari di vari immobili in città, a Torre Faro abitavano d’estate in un villa a pochi passi dal mare dove spesso Melania veniva invitata dal collega Augusto con l’assenso dei suoi genitori, specialmente del padre Arturo P. che aveva uno ‘sguardo’ particolare per Melania. Le peregrinazioni di Alberto e di Anna alla ricerca di un posto di lavoro erano giornaliere ma senza risultati, la disperazione di stava impossessando dei genitori di Melania che un giorno si presentò in casa con una busta: “Questa è da parte di Arturo e della moglie Doris M. Perplesso Alberto aprì la busta e sorpresa sorpresa comparvero €. 5.000 in contanti. Melania: “I genitori di Augusto. mi hanno detto che è un prestito in attesa che troviate un posto di lavoro inoltre mi hanno accennato al fatto che la loro villetta, che si trova lungo la Panoramica è composta di tre piani di cui due vuoti, qualora voleste potremmo occuparli, sempre che siate d’accordo.” La manna o il cacio sui maccheroni quella proposta, Alberto non pagava l’affitto da due mesi ed il padrone di casa, vecchio spilorcio, ne aveva chiesto lo sgombro. Il trasloco fu effettuato dalla ditta Minutoli il cui proprietario era amico di Arturo. Dopo i primi momenti di disagio per il trasloco Alberto, Anna e Melania poterono apprezzare sia l’abitazione che il bellissimo panorama della Calabria. C’era pure una piscina, un campo da tennis ed un vasto giardino. Il pranzo di inaugurazione fu stabilito dovesse essere effettuato al ristorante ‘La Sirena’ sul lago di Ganzirri: Melania vicino ad Augusto, le due mogli si scambiarono i posti vicino ai rispettivi mariti. Il padrone del locale alla fine del pasto offrì dello spumante ai sei che ne apprezzarono anche una seconda bottiglia con la conseguenza che, al rientro in villa, i signori erano  tutti un po’ brilli e si misero a ballare con dolci musiche di sottofondo e con scambio di consorti. Alberto si accorse che Anna si trovava a suo agio fra le braccia di Arturo. e così anche lui ne approfittò con Doris. Verso le sedici Arturo:”Tutti in branda!” Si ritrovarono verso le ventuno dinanzi alla TV ma non pensarono alla cena, ancora non avevano digerito il pranzo. Alberto e Anna ovviamente il giorno successivo ripresero a girovagare in cerca dell’agognato posto di lavoro, Melania ed Augusto all’università, ARrturo, il più fortunato in piscina e Doris con la cameriera a preparare il pranzo ma non si lamentava, di solito era sola in casa e quella compagnia rumorosa le risollevava lo spirito. More solito si ritrovavano tutti insieme per la cena, ormai era abitudine che le signore si scambiassero il posto vicino ai mariti i quali non solo non protestarono ma mostravano di gradire…Viste inutili le ricerche di un’occupazione di Alberto e di Anna, Arturo propose ad Alberto di aprire, a sue spese,  un negozio di  materiale fotografico e di di hy fy in un locale di viale S. Martino, locale di sua proprietà andato sfitto. Alberto  riprese contatti con la ditta Ferlazzo, sua precedente fornitrice che, con un deposito di €. 50.000 (ovviamente sborsati di Arturo), provvide ad inviare macchine fotografiche di ultima generazioni e tutte le novità in fatto di hy fy. Anna talvolta aiutava il marito in negozio, altre volte restava a casa ad aiutare Doris. Una volta Alberto non si sentì bene di stomaco e rientrò in villa lasciando Anna al suo posto ma… mal gliene incolse. Stava per entrare nella sua camera da letto al secondo piano quando sentì risate e schiamazzi al piano inferiore. Aperto uno spiraglio della camera da letto del padrone di casa ebbe un colpo allo stomaco. Melania, completamente nuda, saliva e scendeva dal letto e poi ci girava intorno inseguita non da Augusto ma dal padre anche lui nudo e con la… spada sfoderata! Delusione, rabbia tristezza e poi mancanza delle forze consigliarono Alberto di recarsi in camera sua buttandosi sul letto con tutte le scarpe. Forse un calo di pressione o le emozioni provate portarono Alberto in braccia a Morfeo. Mercurio, suo dio protettore era in tutt’altre faccende affaccendato (a corteggiare Erse) e così non era riuscito a proteggere lo sfortunato Alberto il quale  rientrò nella realtà dagli scossoni della moglie: “Sei a letto con tutte le scarpe!” Alberto si mise a piangere, era più forte di lui, forse era indice nella vicina vecchiaia ma forse era stato lo choc subito. Anna da donna intelligente capì la situazione, lei già sapeva della relazione fra Melania ed Arturo ma prudentemente, anche se con dolore nel cuore, aveva fatto finta di niente. Sarebbero successi troppi casini e la loro vita agiata…Alberto ed Anna accusarono un malore e non scesero a pranzo. Alberto si rese conto che tutti sapevano tutto tranne il giovane Augusto ancora troppo ingenuo per capire certi intrecci amorosi, spiegarglielo a parole? Meglio di no, non era possibile conoscere la sua reazione ed allora le due signore (ricordiamoci noi maschietti che le donne  sono sempre più furbe di noi!) gli tesero una trappola: una sera a cena riuscirono a farlo bere un bel pò di Caffè Sport Borghetti liquore a base di caffè e, un po’ brillo, lo portarono in camera sua dove Anna rimase a fargli compagnia mentre sua madre si ritirò in buon ordine. Augusto si ritrovò presto nudo massaggiato e spompinato dalla brava Anna che ce la mise tutta anche nel farsi penetrare nel deretano per evitare indesiderate gravidanze. Augusto decisamente distrutto sessualmente, prese la via del sonno profondo ma, al risveglio, ebbe la sorpresa di trovarsi sul cuscino uno slip da donna viola che non ricordava mai visto indossato da Melania. Pian piano riuscì a ricostruire i fatti della notte passata e cominciò a ragionare: sicuramente aveva avuto un rapporto sessuale con Anna che non poteva certo confessare alla fidanzata per evitare casini e poi quell’ingresso nel bel sedere di Anna lo ricordava bene e gli era piaciuto particolarmente, ‘turbamentum magnum dilabuntur’ insomma un casino generale! Le signore avevano ottenuto quanto si erano prefisse ed ora si poteva stilare una formazione come nel calcio: Arturo con Melania,  Augusto, scompagnato, con Anna ed infine Alberto con Doris. Non che mancassero le ‘invasioni di campo: Alberto talvolta ‘incontrava’ la legittima consorte, Arturo ’vedeva’ Doris ed infine Augusto la deliziosa Melania che non aveva mai dimenticato ed allora si poté ben dire : ‘concordia magna dilabuntur’ anche se il collante era stata la ‘pecunia non olet!’ Fatevi tradurre quello che non avete capito o meglio studiate il latino!

  • 02 giugno alle ore 18:12
    Semi di elianti

    Come comincia: Infine il mondo diverrà un’estenuata sintesi. Dal Big Bang allo spiano di umori contusi e linee di fuoco dove già siamo senza avvertirlo. Dal brusio delle polveri la Via Lattea ci muterà in semi neri di elianti, ricettacoli di luce da popolare gelidi nodi di abitati. Tutto è tempesta, ci cresce dentro. Mitosi di terre e sangue, ineluttabile, come l’ha concepita l’angelo quand’era solo e cercò di sognarci.
    “Come ti sembra il soggetto? L’angelo non ci avrà sognati, ma io ne ho sognati due: Isaac e Charles. Parlavano una lingua ibrida, impensabile, ma so per certo che dicevano di noi. Torneranno, a rispiegarci tutto dal principio.” “Incantato! Dormi ancora, ti prego. Vorrei sentire il seguito.”

  • 02 giugno alle ore 13:18
    S'è aperto un varco

    Come comincia: Non fermarti. Non voltarti al mio strazio. Ogni passo è un’impronta di sangue sul mio intonaco gonfio. S’infiltrano lacrime senza una tregua, nemmeno apparente, e l’anima trista va giù, lungo il canale di scolo. Io ti guardo le spalle finché non scompare il tuo slancio. L’occhio non perde la mano che ha toccato il mio seno, né la guancia mille volte baciata. Dissolto in un raggio, ti vedo già altrove. E in petto mi si torce una lancia. A ogni passo più stanco e più fiero, sei il sorriso dell’aria che asciuga la fronte. La luce che stona in questo deserto. Sei il ritiro dell’onda. Avanti, avanti, mio amore, che lì s’è aperto un varco! Corri. Lontano. E continua a cercare. 

  • 02 giugno alle ore 13:13
    Non ho più paura

    Come comincia: Finalmente riposo. Ho venduto il mio volto alla morte. In cambio del buio, di uno spiccio di pace. Neanche un lembo di pelle è rimasto al freddo dell’aria. La nuova faccia non ha linee di dolore. Non ha cuore, lo so, ma non è più la mia faccia. Non fa più male lo sguardo che indaga, né la mano che ride. Io posso starmene qui, dietro un muro di gesso, non temere la lama d’un occhio indiscreto. Sono io che guardo, che scruto da dentro.  Non visto, me la godo. Posso essere chi voglio. Chi mi guarda non vede. Non parla di me. Un oggetto su un mobile liscio, una boccia di vetro, un cuscino. Lei ha avuto il mio volto e io in cambio l’eterno. Sconfitta la morte, non ho più paura.

  • 31 maggio alle ore 16:57
    Estasi

    Come comincia: Quando Didier tornò sul lago, erano passati anni. Le code dei falchi, allora, passavano assordanti con gli aerei. Gli mancava la terra. Barcollava e nella febbre cieca sfilavano le sue donne mute. Elise, dal profilo cavallino e volitivo. Enriquette, col pallino dell’arte e un cappello nero. Sophie, con lunghi boccoli e labbra crespe. E quante altre, senza nome o traccia. Nessuna durava più di una stagione. Lui strappava lenzuola e correva fra gli alberi, fantasma pazzo di luce.
    A “Villa Pace” il delirio scomparve, dopo la cura rigida e il filtro delle mura. Ora le sue amate erano lì, tutte insieme sbocciate. Rose nude sull’acqua, e un unico odore lo riempiva. Era più in alto di Dio.

  • 30 maggio alle ore 11:49
    Conversione cromatica

    Come comincia: L’enorme cartello troneggia di fronte a un albero, nel centro di una città senza nome, una città che forse non esiste - chi lo sa! Ha senso più la geografia? E’ una qualunque delle città tutte uguali, con cui la terra si ripara e si dispera. Nell’ora perenne, anoressica, d’un giorno qualsiasi, d’un anno identico a quello che c’era e a quello che pensi poi ci sarà. Ma pensi? Pensi ancora? Davvero?

    Lo sfondo grigio-nero-piombo, quasi fango cotto male dal sole morto, ha dentro trame di colore, di pure stelle, di chiaro.
    Vive d’incanto, ora, qui, davanti a te. L’avevi perso dentro le alte mura, intorno al nulla che pervade. Ritorna spazio converso e crepita lo stato amorfo. 
     

  • 30 maggio alle ore 11:43
    Preannuncio

    Come comincia: Nel giugno del ‘900 Émile e Marcel passeggiano sul lungo Senna. Non si vedono dai tempi di Auteuil. Più in là, su un prato di sole, dodici donne in circolo col costume pudico di quell’estate. Marcel inquadra la scena con entrambe le braccia aperte sui contorni.
    - Se ti dicessi, Émile, di dipingere questo? Vedi che luce c’è stamane!
    - Sono ormai un ritrattista, Marcel, non mi occupo più di en plein air.
    - Infatti! Tu sai che la pittura è sempre una cosa mentale. Trattenere il respiro del paesaggio, ogni essenza della luce e del colore! Come quando scindi in mille punti un volto.
    - Riconoscere e inventare!
    - Esatto! Mescolare natura e corpi. E questi finalmente nudi. Privi di catene.

  • 28 maggio alle ore 14:28
    2010

    Come comincia: Le persone cambiano... Cambiano se deluse, cambiano se ferite. Cambiano in meglio, in peggio, ma cambiano sempre. A volte cambiano semplicemente per ricominciare, per avere un'altra occasione. Per poter dire, senza rimpianti, "io c'ho provato !". A volte perchè non ne possono più. Ma cambiano perchè è la vita che le cambia.

  • 22 maggio alle ore 16:06
    SETTE PERSONAGGI IN CERCA DI ...

    Come comincia: Via Gramsci 69 palazzina isolata di due piani a Messina, due famiglie, tanti casini: Marco e Gina al primo piano, Salvatore ed Anna al secondo. Otto di mattina, Anna si stava godendo il calduccio del letto, nessuna voglia di alzarsi per riprendere il tran tran giornaliero di casalinga e di sarta, un mucchio di stoffa l’aspettava… Un bussare furiosa alla porta, non poteva che essere Gina in crisi col marito, Gina spesso rompeva…come se l’amica potesse sistemarle le…corna. “Vieni amica mia, prima la doccia poi parliamo.” “Parliamo mentre ti lavi, lo sai che…” “Tuo marito non è rientrato questa notte, bella novità, prova a lasciarlo, ti dovrà mantenere e poi col tuo mestiere di parrucchiera…” “Ne sono innamorata, non resisterei senza di lui…sai che hai un bel corpo, malgrado i quarant’anni tette sode, culo prominente, cosina rasata e rosea come piace a me…Tu sola puoi consolarmi, ti prego…”  “Ti consolerò un’altra volta, ho un sacco di vestiti da cucire e poi sta rientrando Salvatore, il mestiere di guardia notturna è pesante e deve riposare, se proprio vuoi, stasera…” “Sei un amore, grazie.” Anna era molto affezionata all’amica, capiva le sue angosce e talvolta provavano insieme le gioie di Lesbo. Ora ci mancava anche Fru Fru a rompere, la cagnolina volpina che giustamente reclamava sia la colazione che l’uscita per i bisognini. Anna le mise la museruola e la spedì fuori casa. Che faceva nel frattempo Marco? Dormiva il sonno del giusto? Ma quando mai, quale rappresentante, diceva lui, di prodotti caseari, prosciutti e tutta la salumeria doveva essere in viaggio nei paesi siciliani per cercare di ‘appioppare’ la sua merce ai negozianti ma spesso con scarso successo, solo qualche padrona femmina di negozi si faceva convincere talvolta dietro prestazioni sessuali; effettivamente Marco faceva come uomo la sua porca figura ma i ricavi erano minimi sinché un giorno o meglio una sera, stanco morto e senza aver concluso alcun affare, si presentò all’albergo ‘Regina’ di Pozzalo in quel di Ragusa e chiese una stanza possibilmente non rumorosa. Alla sua vista la padrona, che curiosamente portava lo stesso nome dell’albergo, fece sloggiare dalla reception l’impiegata e si mise a servire personalmente il viandante, non che volesse far un piacere alla ragazza ma perché attratta da quel fustacchione il quale, anche se stanco, una volta ripresosi doveva avere ottime qualità amatorie. Regina anche se sessantenne, vedova’ proprio perché sola non si lasciava sfuggire le buone occasioni. Ritirati i documenti, condusse in una camera retrostante l’albergo il buon Marco che notò uno scintillio particolare negli occhi della signora e: “Stasera sono un po’ sul distrutto, che ne dice se ci vediamo domani?” Madame approvò con un cenno del capo e la mattina alle otto si presentò nella stanza dove era alloggiato Marco e: “Sveglia, c’è una colazione che l’aspetta!” Marco era ancora nelle braccia di Morfeo o meglio di una dea e prima di poter rendersi conto di dove fosse ci volle un po’ di tempo sempre sotto lo sguardo di Regina coperta da una vestaglia rosa; deliziosa sia la vestaglia che il contenuto. “Primo comandamento appena alzato: doccia!” e Marco si diresse nel bagno seguito dalla padrona di casa con un sorriso in bocca da trentadue denti bellissimi (forse una dentiera) ma poco caleva a Marco, doveva essere danarosa e generosa e la cosa divenne interessante in quanto la vestaglia di madame cadde a terra lasciando allo scoperto un corpo bellissimo per l’età, Regina doveva essere una cliente affezionata di qualche istituto di bellezza. Madame senza tante storie si diresse sul membro di Marco il quale ben presto mostrò tutta la sua ‘mostruosità’ che fece scappare dalla bocca alla dama “e che cazzo!” e fece in modo che entrasse quasi tutto nella sua dolce boccuccia, andando avanti ed indietro sino all’ingollo finale di vitamine. Non contenta Regina fece sdraiare sul letto Marco , gli saltò letteralmente addosso  in un gustoso ‘smorcia candela’  (quell’aggeggio che i preti usano in chiesa per spegnere le candele) solo che questa volta la candela non voleva proprio spegnersi con gran gusto di Regina che: “Cazzo mi stai distruggendo, il tuo è un ‘marruggio!” Dopo tre giorni di ‘lavoro’ Marco, dopo aver convinto la padrona dell’albergo ristorante di acquistare merce del suo listino, ben contento del soggiorno lasciò Pozzallo diretto a Noto in quel di Siracusa, se non dopo aver promesso a Regina che sarebbe ripassato a …ripassarla! Noto è famosa per i suoi monumenti che vengono visitati annualmente da molti appassionati anche provenienti dall’estero, l’arte intesa come tale lasciava profondamente indifferente Marco ma pensava di poter piazzare la sua merce data la presenza di tanti turisti. Guardandosi in giro non vide alcun negozio ed allora, con fare modesto, si avvicinò ad una signora con cagliolino zappettante al fianco: “Scusi il mio ardire (parola che fa molto effetto sulle femminucce) vorrei chiederle se mi potesse indicare dei negozi dove piazzare la mia merce, sono rappresentante di formaggi e di salumi.” La dama quasi settantenne, alta, longilinea con cappello in testa (era d’estate) dopo aver squadrato a lungo il bel giovane: “Dove vuole andare con questo caldo, io sono padrona di due negozi di alimentari, ce lo condurrò dopo pranzo, sempre che lei accetti il mio invito!” Marco fece un inchino (che è sempre una forma apprezzata di signorilità) ed ovviamente accettò di recarsi a casa! Quale casa, era un castello antico con tanto di maggiordomo che aprì il cancello. “Fidelio abbiamo un ospite, avvisi la cuoca!” La sua non era stata una richiesta ma un ordine militare! “Preferisco desinare (preferì questo verbo più signorile e non il volgare mangiare) al fresco sotto gli alberi, che ne dice?” “Bien sure madame!” “Vedo che conosce il francese la mia lingua preferita, se le va dopo pranzo mi leggerà qualche poesia di autore gallico. E così fu: “Le reciterò una poesia di de Vigny un po’ triste ma che si adatta a questo ambiente in ambito serale: J’aime le son du cor, le soir, au fond des bois, soit qu’il chente les pleures de la biche  aux bois ou l’adieu du chasseur que l’echo faible accueille e che le vent du nord porte di feuille in feuille…” “Basta è molto bella ma mi fa intristire, è l’ultima cosa che desidero, alle sette usciremo le farò vedere i miei due negozi.” Inutile affermare che il pranzo, a base di pesce era eccellente, il finale con Ananas e caffè proveniente da macchina da bar, tutto in quell’ambiente sprizzava perfezione, forse anche troppa. “Mi permetta di prenderla sotto braccio, può essere mio figlio, forse mio nipote, io non amo le persone anziane, parlano sempre di malattie, io preferisco quelle giovani ed atletiche come lei, tre volte la settimana vado in palestra, non amo la pelle pendente dei vecchi, io non ce l’ho.” “Madame lei ha classe, cosa molto difficile da reperire oggi, tutta la mia stima…” “Le interessa altro di me?” “Non mi faccia arrossire, non sono il tipo ma…” “Va bene ne riparleremo stasera nel mio giardino, al fresco.” Il primo negozio aveva il bancone a ferro di cavallo, le carni erano esposte dentro contenitori al freddo, i formaggi collocati sotto vetro, i prosciutti appesi come pure i salami, tutto perfetto. “Alfio questo è Marco S., ho ceduto a lui l’attività ma tu sarai sempre il fac totum, sicuramente andrete d’accordo.” Con un po’ di riluttanza Alfio diede la mano a Marco il quale lo rassicurò: “Non metterò mai bocca nel tuo operato,  dammi del tu, non amo le distanze con i collaboratori.” Il secondo negozio era simile al primo; col conduttore Basilio vi fu lo stesso colloquio. “Caro Marco non penso ci voglia molto a capire come finirà, ridi pure, anch’io ho il senso dello humor e soprattutto il senso del…sesso, son sicura che…” La cena fu servita tardi sotto gli alberi, c’erano un gran divano oltre naturalmente a sedie e tavolino. Tutto a base di carne e vino Cerasuolo di Vittoria, alla giusta temperatura, Al finale, prevedibile, Lina con molta naturalezza sbottonò i pantaloni di Marco, prese a giocare con le mani il suo ‘ciccio’ diventato una ‘arbre magic’ per poi baciarlo delicatamente sino alla normale conclusione che però non fermò la padrona di casa che, assunta la posizione di pecora, si fece infilare in ambedue i pertugi dimostrando gran piacere. “Era molto tempo che…” Finirono nella camera da letto di Lina senza incontrare nessun servitore, sicuramente addestrati a farsi i fatti loro. Il finale erotico fin in maniera selvaggia, Lina sapeva che l’indomani Marco sarebbe partito e voleva un suo ricordo profondo. “Mia cara, sei stata magnifica, intanto sei rimasta giovane nel cervello e poi mi piace anche il tuo corpo longilineo, non è uno sciocco complimento, lo penso ma debbo anche pensare che ho una moglie che non intendo abbandonare, mi farò vivo ogni tanto.” “Ho dei nipoti imbecilli, non intendo lasciare loro i negozi, alla mia morte saranno tuoi. Il ritorno a casa del guerriero fu un trionfo, Marco fece partecipe Gina di essere diventato proprietario di due negozi che una signora molto anziana gli aveva voluto lasciare in eredità alla sua morte. Un rapporto sessuale molto ‘leggero’ e poi una settimana di libertà insieme alla consorte, a Salvatore e ad Anna in gita sui monti Peloritani con viveri al sacco. Salvatore assente di notte per servizio, i tre si stavano annoiando dinanzi al televisore quando Anna (già d’accordo con Gina) cominciò a ‘scherzare’ da vicino con Marco, sempre più da vicino fino al finale previsto, il ‘ciccio’ di Marco inalberato passò fra le mani e poi nell’intimo delle due signore che si baciavano fra di loro, un piccola orgia apprezzata da tutti ma non evidentemente da Salvatore che era in compagnia della bruma notturna. La storia ebbe un bel finale, quello delle favole, tutti (maschi e femmine) ripresero con spensieratezza il loro lavoro, Marco naturalmente il più fortunato ed anche Fru Fru ebbe il piacere di trovare un volpino maschio arrapato che le diede tre bellissimi cuccioli adottati da Anna e Gina. Ritenete la storia improbabile, siete fuori strada, al giorno d’oggi in cui i matrimoni fra gay sono all’ordine del giorno una storia come quella riportata non fa impressione a nessuno anzi alcuni vorrebbero poterla vivere!
    SETTE  PERSONAGGI IN CERCA DI…
     
    Via Gramsci 69 palazzina isolata di due piani a Messina, due famiglie, tanti casini: Marco e Gina al primo piano, Salvatore ed Anna al secondo. Otto di mattina, Anna si stava godendo il calduccio del letto, nessuna voglia di alzarsi per riprendere il tran tran giornaliero di casalinga e di sarta, un mucchio di stoffa l’aspettava… Un bussare furiosa alla porta, non poteva che essere Gina in crisi col marito, Gina spesso rompeva…come se l’amica potesse sistemarle le…corna. “Vieni amica mia, prima la doccia poi parliamo.” “Parliamo mentre ti lavi, lo sai che…” “Tuo marito non è rientrato questa notte, bella novità, prova a lasciarlo, ti dovrà mantenere e poi col tuo mestiere di parrucchiera…” “Ne sono innamorata, non resisterei senza di lui…sai che hai un bel corpo, malgrado i quarant’anni tette sode, culo prominente, cosina rasata e rosea come piace a me…Tu sola puoi consolarmi, ti prego…”  “Ti consolerò un’altra volta, ho un sacco di vestiti da cucire e poi sta rientrando Salvatore, il mestiere di guardia notturna è pesante e deve riposare, se proprio vuoi, stasera…” “Sei un amore, grazie.” Anna era molto affezionata all’amica, capiva le sue angosce e talvolta provavano insieme le gioie di Lesbo. Ora ci mancava anche Fru Fru a rompere, la cagnolina volpina che giustamente reclamava sia la colazione che l’uscita per i bisognini. Anna le mise la museruola e la spedì fuori casa. Che faceva nel frattempo Marco? Dormiva il sonno del giusto? Ma quando mai, quale rappresentante, diceva lui, di prodotti caseari, prosciutti e tutta la salumeria doveva essere in viaggio nei paesi siciliani per cercare di ‘appioppare’ la sua merce ai negozianti ma spesso con scarso successo, solo qualche padrona femmina di negozi si faceva convincere talvolta dietro prestazioni sessuali; effettivamente Marco faceva come uomo la sua porca figura ma i ricavi erano minimi sinché un giorno o meglio una sera, stanco morto e senza aver concluso alcun affare, si presentò all’albergo ‘Regina’ di Pozzalo in quel di Ragusa e chiese una stanza possibilmente non rumorosa. Alla sua vista la padrona, che curiosamente portava lo stesso nome dell’albergo, fece sloggiare dalla reception l’impiegata e si mise a servire personalmente il viandante, non che volesse far un piacere alla ragazza ma perché attratta da quel fustacchione il quale, anche se stanco, una volta ripresosi doveva avere ottime qualità amatorie. Regina anche se sessantenne, vedova’ proprio perché sola non si lasciava sfuggire le buone occasioni. Ritirati i documenti, condusse in una camera retrostante l’albergo il buon Marco che notò uno scintillio particolare negli occhi della signora e: “Stasera sono un po’ sul distrutto, che ne dice se ci vediamo domani?” Madame approvò con un cenno del capo e la mattina alle otto si presentò nella stanza dove era alloggiato Marco e: “Sveglia, c’è una colazione che l’aspetta!” Marco era ancora nelle braccia di Morfeo o meglio di una dea e prima di poter rendersi conto di dove fosse ci volle un po’ di tempo sempre sotto lo sguardo di Regina coperta da una vestaglia rosa; deliziosa sia la vestaglia che il contenuto. “Primo comandamento appena alzato: doccia!” e Marco si diresse nel bagno seguito dalla padrona di casa con un sorriso in bocca da trentadue denti bellissimi (forse una dentiera) ma poco caleva a Marco, doveva essere danarosa e generosa e la cosa divenne interessante in quanto la vestaglia di madame cadde a terra lasciando allo scoperto un corpo bellissimo per l’età, Regina doveva essere una cliente affezionata di qualche istituto di bellezza. Madame senza tante storie si diresse sul membro di Marco il quale ben presto mostrò tutta la sua ‘mostruosità’ che fece scappare dalla bocca alla dama “e che cazzo!” e fece in modo che entrasse quasi tutto nella sua dolce boccuccia, andando avanti ed indietro sino all’ingollo finale di vitamine. Non contenta Regina fece sdraiare sul letto Marco , gli saltò letteralmente addosso  in un gustoso ‘smorcia candela’  (quell’aggeggio che i preti usano in chiesa per spegnere le candele) solo che questa volta la candela non voleva proprio spegnersi con gran gusto di Regina che: “Cazzo mi stai distruggendo, il tuo è un ‘marruggiu!” Dopo tre giorni di ‘lavoro’ Marco, dopo aver convinto la padrona dell’albergo ristorante di acquistare merce del suo listino, ben contento del soggiorno lasciò Pozzallo diretto a Noto in quel di Siracusa, se non dopo aver promesso a Regina che sarebbe ripassato a …ripassarla! Noto è famosa per i suoi monumenti che vengono visitati annualmente da molti appassionati anche provenienti dall’estero, l’arte intesa come tale lasciava profondamente indifferente Marco ma pensava di poter piazzare la sua merce data la presenza di tanti turisti. Guardandosi in giro non vide alcun negozio ed allora, con fare modesto, si avvicinò ad una signora con cagliolino zappettante al fianco: “Scusi il mio ardire (parola che fa molto effetto sulle femminucce) vorrei chiederle se mi potesse indicare dei negozi dove piazzare la mia merce, sono rappresentante di formaggi e di salumi.” La dama quasi settantenne, alta, longilinea con cappello in testa (era d’estate) dopo aver squadrato a lungo il bel giovane: “Dove vuole andare con questo caldo, io sono padrona di due negozi di alimentari, ce lo condurrò dopo pranzo, sempre che lei accetti il mio invito!” Marco fece un inchino (che è sempre una forma apprezzata di signorilità) ed ovviamente accettò di recarsi a casa. La casa… era un castello antico con tanto di maggiordomo che aprì il cancello. “Fidelio abbiamo un ospite, avvisi la cuoca!” La sua non era stata una richiesta ma un ordine militare! “Preferisco desinare (preferì questo verbo più signorile e non il volgare mangiare) al fresco sotto gli alberi, che ne dice?” “Bien sure madame!” “Vedo che conosce il francese la mia lingua preferita, se le va dopo pranzo mi leggerà qualche poesia di autore gallico. E così fu: “Le reciterò una poesia di de Vigny un po’ triste ma che si adatta a questo ambiente in ambito serale: J’aime le son du cor, le soir, au fond des bois, soit qu’il chante les pleures de la biche  aux bois ou l’adieu du chasseur que l’echo faible accueille et que le vent du nord porte di feuille in feuille…” “Basta è molto bella ma mi fa intristire, è l’ultima cosa che desidero, alle sette usciremo le farò vedere i miei due negozi.” Inutile affermare che il pranzo, a base di pesce era eccellente, il finale con Ananas e caffè proveniente da macchina da bar, tutto in quell’ambiente sprizzava perfezione, forse anche troppa. “Mi permetta di prenderla sotto braccio, può essere mio figlio, forse mio nipote, io non amo le persone anziane, parlano sempre di malattie, io preferisco quelle giovani ed atletiche come lei, tre volte la settimana vado in palestra, non amo la pelle pendente dei vecchi, io non l’ho.” “Madame lei ha classe, cosa molto difficile da reperire oggi, tutta la mia stima…” “Le interessa altro di me?” “Non mi faccia arrossire, non sono il tipo ma…” “Va bene ne riparleremo stasera nel mio giardino, al fresco.” Il primo negozio aveva il bancone a ferro di cavallo, le carni erano esposte dentro contenitori al freddo, i formaggi collocati sotto vetro, i prosciutti appesi come pure i salami, tutto perfetto. “Alfio questo è Marco S., ho ceduto a lui l’attività ma tu sarai sempre il fac totum, sicuramente andrete d’accordo.” Con un po’ di riluttanza Alfio diede la mano a Marco il quale lo rassicurò: “Non metterò mai bocca nel tuo operato,  dammi del tu, non amo le distanze con i collaboratori.” Il secondo negozio era simile al primo; col conduttore Basilio vi fu lo stesso colloquio. “Caro Marco non penso ci voglia molto a capire come finirà, ridi pure, anch’io ho il senso dello humor e soprattutto il senso del…sesso, son sicura che…” La cena fu servita tardi sotto gli alberi, c’erano un gran divano oltre naturalmente a sedie e tavolino. Tutto a base di carne e vino Cerasuolo di Vittoria, alla giusta temperatura, Al finale, prevedibile, Lina con molta naturalezza sbottonò i pantaloni di Marco, prese a giocare con le mani il suo ‘ciccio’ diventato una ‘arbre magic’ per poi baciarlo delicatamente sino alla normale conclusione che però non fermò la padrona di casa che, assunta la posizione di pecora, si fece infilare in ambedue i pertugi dimostrando gran piacere. “Era molto tempo che…” Finirono nella camera da letto di Lina senza incontrare nessun servitore, sicuramente addestrati a farsi i fatti loro. Il finale erotico finì a letto in maniera selvaggia, Lina sapeva che l’indomani Marco sarebbe partito e voleva un suo ricordo profondo. “Mia cara, sei stata magnifica, intanto sei rimasta giovane nel cervello e poi mi piace anche il tuo corpo longilineo, non è uno sciocco complimento, lo penso ma debbo anche pensare che ho una moglie che non intendo abbandonare, mi farò vivo ogni tanto.”Il ritorno a casa del guerriero fu un trionfo, Marco fece partecipe Gina di essere diventato comproprietario di due negozi che una signora molto anziana gli avrebbe lasciato in eredità alla sua morte. Un rapporto sessuale molto ‘leggero’ e poi una settimana di libertà insieme alla consorte, a Salvatore e ad Anna in gita sui monti Peloritani con viveri al sacco. Salvatore assente di notte per servizio, i tre si stavano annoiando dinanzi al televisore quando Anna (già d’accordo con Gina) cominciò a ‘scherzare’ da vicino con Marco, sempre più da vicino fino al finale previsto, il ‘ciccio’ di Marco inalberato passò fra le mani e poi nell’intimo delle due signore che si baciavano fra di loro, un piccola orgia apprezzata da tutti ma non evidentemente da Salvatore che era in compagnia… della bruma notturna. La storia ebbe un bel finale, quello delle favole, tutti (maschi e femmine) ripresero con spensieratezza il loro lavoro, Marco naturalmente il più fortunato ed anche Fru Fru non più 'vergine Cuccia delle Grazie alunna'ebbe il piacere di trovare un volpino maschio arrapato che le fece mettere al mondo tre bellissimi cuccioli adottati da Anna e Gina. Ritenete la storia improbabile, siete fuori strada, al giorno d’oggi in cui i matrimoni fra gay sono all’ordine del giorno una storia come quella riportata non fa impressione a nessuno anzi alcuni vorrebbero poterla vivere!
     

  • 11 maggio alle ore 18:21
    Umani per caso

    Come comincia: Succede senza preavviso.

    L'organza dei giorni, su cui sono poggiati gli attimi, d'un tratto slarga le maglie e senza rumore alcuno, lascia precipitare i giorni confusamente, l'uno sull'altro. In turbinio frastornante cadono senza toccare terra, restano impigliati nell’aria, fra denti digrignati, fra frammenti di pensieri scomposti.

    È polvere in granuli graffianti quanto rotea nell’intercapedine del corpo eterico: vuoto colmo.

    Mesti i momenti si mostrano sfuggendosi l’un l’altro, ora lampi luminosi e visi imbrattati d’amore…

  • Come comincia: Testo di riferimento: G. D'Annunzio, Versi d'amore e di gloria, II, a cura di A. Andreoli e N. Lorenzini, Milano, Mondadori, 1984.
    I taccuini del viaggio di D'annunzio costituiscono la nuova edizione digitale, curata e commentata da Ornella Rella.
     
     
    Navigando con D’Annunzio sui versi di Maia
    Giuseppe Gianpaolo Casarini
     
    «Andrò in Oriente per cinque o sei settimane: agli scavi di Delfo e di Micene, alle rovine di Troia.
    Queste visitazioni votive sono richieste dai miei studi attuali. Mi sono rituffato nell’Ellenismo»: è
    con tali parole che, il 10 luglio 1895, Gabriele D’Annunzio annunciava al suo editore Treves le
    motivazioni che lo indurranno a intraprendere il viaggio verso la Grecia.  In realtà l’intento dannunziano non era quello di esplorare luoghi a lui stranieri, ma di osservare con i propri occhi ciò che aveva precedentemente letto nelle opere greche classiche. Il viaggio gli permise infatti di rivisitare i luoghi descritti da Omero e dagli autori greci, precedentemente conosciuti tramite i loro scritti. Prevista tra il 18 o 19 luglio da Brindisi, la partenza, a causa delle pessime condizioni
    meteorologiche, fu anticipata al 13 luglio: l’imbarco a bordo dello yacht Fantasia1 di proprietà di
    Edoardo Scarfoglio avvenne dal porto di Gallipoli.Oltre al celebre giornalista, compagni di viaggio furono Guido Boggiani, pittore di fama, fotografo, esploratore poi morto assassinato da un indio in Paraguay , Georges Hérelle, insegnante di filosofia e traduttore ufficiale delle opere dannunziane in Francia, e Pasquale Masciantonio, avvocato. Giunti in Grecia l’1 agosto, l’Ulisside, come il poeta si definì e come definirà due dei suo compagni di avventura, scrive: «Siamo finalmente nel mare classico. Grandi fantasmi omerici si levano da ogni parte».
    “E COME l’esule torna
    alla cuna dei padri
    su la nave leggera:
    il suo cor ferve innovato
    nell’onda prodiera,
    la sua tristezza dilegua
    616nella scìa lunga virente:
    io così sciolsi la vela,
    coi compagni molto a me fidi,
    in un’alba d’estate
    ventosa, dall’àpula riva
    ove ancor vidi ai cieli
    erta una romana colonna;
    623io così navigai
    alfin verso l’Ellade sculta
    dal dio nella luce
    sublime e nel mare profondo
    qual simulacro
    che fa visibili all’uomo
    le leggi della Forza
    630perfetta.”
    Al ritorno da questo viaggio inizierà la stesura di Maia, un lungo poema autobiografico, in ventuno canti, intitolato Laus vitae che risulta  il primo libro de Le Laudi del Cielo, del Mare, della Terra e degli Eroi in cui sono le raccolte poetiche della maturità di D’Annunzio.  Secondo il progetto iniziale dello scrittore le liriche dovevano essere divise in sette libri, quante sono le Pleiadi (Maia, Elettra, Alcione, Merope, Asterope, Taigete e Celeno), ma il Poeta riuscì a comporne solo cinque: Maia, Elettra, Alcyone (1903), Merope (1912) e i Canti della guerra latina (1914-1918). Il tono epico-celebrativo delle liriche appare come la trasfigurazione in poesia del mito della "Rinascenza latina" e del nuovo Rinascimento propri di quell’epoca.
    In particolare Maia costruisce la trasfigurazione in chiave eroica e leggendaria di quella crociera  con Edoardo Scarfoglio e degli altri amici ed in esso l'ideologia del superuomo, molto frequente nelle opere di d'Annunzio, caratterizza fortemente la forma e i temi trattati ispirati in particolare  ai testi scritti dal filosofo tedesco Nietzsche che contrapponevano alle idee cristiane di pietà, rassegnazione e uguaglianza i concetti dell'eterno ritorno, della volontà di potenza, del superuomo.
    Una volta raggiunta l’Ellade  il poeta immagina un suo incontro con Ulisse e ne fa il simbolo della volontà di potenza, del superuomo che sceglie l’avventura solitaria per mare.
    “Incontrammo colui
    che i Latini chiamano Ulisse,
    nelle acque di Leucade, sotto
    le rogge e bianche rupi
    che incombono al gorgo vorace,
    presso l’isola macra
    come corpo di rudi
     ossa incrollabili estrutto
    e sol d’argentea cintura
    precinto. Lui vedemmo
    su la nave incavata. E reggeva
    ei nel pugno la scotta
    spiando i volubili venti,
    silenzioso; e il pìleo
    tèstile dei marinai
    coprìvagli il capo canuto,
    la tunica breve il ginocchio
    ferreo, la palpebra alquanto
    l’occhio aguzzo; e vigile in ogni
    muscolo era l’infaticata
    possa del magnanimo cuore.”
     Si ravviva così nell’animo del Poeta il mito di Ulisse che, giunto a Itaca dopo mille peripezie, non si ferma e riprende di nuovo il mare, come era già stato trattato da Dante e da Pascoli.
    Dall’incontro immaginario e immaginato questa l’accorata invocazione fatta anche a nome degli altri amici:
    “O Laertiade„ gridammo,
    e il cuor ci balzava nel petto
    come ai Coribanti dell’Ida
    per una virtù furibonda
    e il fegato acerrimo ardeva
    “o Re degli Uomini, eversore
    di mura, piloto di tutte
    le sirti, ove navighi? A quali
    meravigliosi perigli
    conduci il legno tuo nero?
    Liberi uomini siamo
    e come tu la tua scotta
    noi la vita nostra nel pugno
    tegnamo, pronti a lasciarla
    in bando o a tenderla ancóra.
    Ma, se un re volessimo avere,
    te solo vorremmo
    per re, te che sai mille vie.
    Prendici nella tua nave
    tuoi fedeli insino alla morte!„
    Non pur degnò volgere il capo.
     
    Ulisse non li degna come visto di uno sguardo ma il Poeta non s’arrende e questo il suo grido non a nome dei compagni ma distinto, personale:

    “Odimi„ io gridai
    sul clamor dei cari compagni
    “odimi, o Re di tempeste!
    Tra costoro io sono il più forte.
    Mettimi alla prova. E, se tendo
    l’arco tuo grande,
    qual tuo pari prendimi teco.
    Ma, s’io nol tendo, ignudo
    tu configgimi alla tua prua.„
    Si volse egli men disdegnoso
    a quel giovine orgoglio
    chiarosonante nel vento;
    e il fólgore degli occhi suoi
    mi ferì per mezzo alla fronte.”
     
    Da questa sua invocazione, ecco che solo a lui Ulisse  lancia un folgorante sguardo “il fólgore degli occhi suoi mi ferì per mezzo alla fronte.” poi mentre lo stesso Ulisse si allontana:
     “Poi tese la scotta allo sforzo
    del vento; e la vela regale
    lontanar pel Ionio raggiante
    guardammo in silenzio adunati.”,
     si ha come uno sdoppiamento dello stesso Ulisse  in quanto D’Annunzio si identifica con lui  e si erge a protagonista del poema “e fui solo” che” a me solo fedele io fui, al mio solo disegno”:
     
    “Ma il cuor mio dai cari compagni
    partito era per sempre;
    ed eglino ergevano il capo
    quasi dubitando che un giogo
    fosse per scender su loro
     intollerabile.

    in disparte, e fui solo;
    per sempre fui solo sul Mare.
    E in me solo credetti.
    Uomo, io non credetti ad altra
    virtù se non a quella
    inesorabile d’un cuore
    possente. E a me solo fedele
    io fui, al mio solo disegno.
    O pensieri, scintille
    dell’Atto, faville del ferro
    percosso, beltà dell’incude!”
     
     Da qui inizierà per il “ novello Ulisse”, un Ulisside, questo viaggio sospeso fra mito e realtà, simbolo della volontà di viaggiare, sperimentare e scoprire tutto ciò che è possibile conoscere.
     L'io del poeta  è volto a inseguire ogni presenza sensibile e spirituale e trasforma il ricordo del viaggio  in un'avventura epica vissuta nel segno di Ulisse:
    “E contemplai, di contro
    a Same dai foschi cipressi,
    Itaca petrosa,
    il Nèrito aspro nudato,
    la patria angusta
    di quella incoercibile Forza.
    E veder parvemi il tetto
    securo, la soglia polita,
    le stanze purgate dai morbi
    con fumido solfo,
    le fanti dai cinti vermigli
    intente a forbir seggi e deschi
    con le spugne lor cavernose
    o a torcere i lor fusi
    versatili o a scardassare
    le lane, e la tarda nutrice
    Euriclèa che valse già venti
     tauri, e l’economa Eurinòme,
    e Femio il cantore, e nell’orto
    cinto di pruni Laerte
    curvo a rincalzare l’arbusto.”
     
     Da qui un crescendo per l’esaltazione della vita, delle bellezze della natura quel che è noto come il panteismo dannunziano :
    “Cipresso, e parvemi allora
    soltanto conoscer la tua
    meditabonda bellezza,
    commisto al palmite ricco,
    sul fianco dei colli silenti,
    su le correnti dell’acque,
    in contro al zaffiro sublime
    dei monti creati alle soglie
    dell’aria dal flauto di Pan!
    Oleandro, e allora t’elessi
    in riva ai ruscelli fiorito
    per inghirlandar la mia Musa
    che ama danzare e lottare,
    che tratta l’incudine e il sistro,
    che onora la grazia e la forza,
    che loda il pastore e l’eroe;
    t’elessi, oleandro, ti colsi
    per redimir le mie tempie
    di rose e d’alloro in un ramo.
    Non mai parso m’eri sì bello!
    E un altro da me canto avrai.”

    e della storia e del mito:
    Peregrinammo da Patre
     alla città santa d’Olimpia,
    al tempio di Zeus Cronide
    con chiusa l’offerta nel cuore.
    E tacita era la via;
    e il Sole inclinavasi all’onda
    occidua, con riaccesa
    divinità, Elio nomato
    per noi, Elio d’Eurifaessa.
    Ed eramo senza parola,
    tacenti, ma d’una celeste
    melodìa pieni il petto
    mortale. E talora dai monti
    aerei venivan messaggi
    per l’aere; e noi rendevamo
    l’orecchio, attoniti, ai suoni
    di Pan. Disse un de’ cari
    compagni: “Nel plenilunio
    che segue il solstizio d’estate
    la Festa ha principio„. S’udiva
    dietro a noi fragore di carri.

     
    “Era su la via santa
    la forza dell’Ellade, mossa
    da un ramo d’ulivo selvaggio!
    Era il fior della stirpe
    quadruplice, la concorde
    e discorde anima ellèna
    protesa verso il serto
    leggiere d’ulivo selvaggio!
    Ionii e Dorii, Eolii ed Achei,
    il sangue d’Atene di Sparta
    di Tebe d’Elice d’Ege;
    le genti insulari di Nasso
    di Sèrifo d’Andro, di tutte
    le Cicladi; e i potenti
    di terra lontana, i tiranni
    sicelii, i re di Cirene,
    i grandi oligarchi
     delle città di Tessaglia
    e quei di Metaponto di Velia
    di Sibari di Posidonia
    lambivan l’ulivo selvaggio!”
    Alfine per il  Poeta e per  i compagni ormai forgiati  “Ulissidi” varrà un solo e continuo  navigare  forti di questa esperienza “pronti a combattere, certi
    di vincere, in quanto “Vivemmo, divinamente
    vivemmo!”  nuovi e diversi lidi li attendono:
     
    “Ecco, noi sciogliamo le vele
    a dipartirci. Il periplo
    è compiuto. Navigheremo
    verso Messàna falcata,
    verso la vorace Caribdi.
    Da questa patria a un’altra
    patria ch’è pur sacra agli iddii
    veleggeremo, colmi
    di vita i precordii, spumanti
    e traboccanti d’ebrezza,
    pronti a combattere, certi
    di vincere, poi che apprendemmo
    a cantare il peana
    nelle acque di Salamina,
    nei piani di Maratona,
    e a correre dando l’assalto.
    Vivemmo, divinamente
    vivemmo! All’antica mammella
    ci abbeverammo, ancor piena.
    La bestia inferma uccidemmo
    nel nostro fango penoso.”

     
    E il Carme si chiude con le lapidarie parole  l'esortazione che, secondo Plutarco Gneo Pompeo diede ai suoi marinai, i quali opponevano resistenza ad imbarcarsi alla volta di Roma a causa del cattivo tempo:
    “Son qua, Ulissìde.„
     
     “Su, svegliati! È l’ora.
    Sorgi. Assai dormisti. Odi il vento. Su! Sciogli! Allarga!
    Riprendi il timone e la scotta;
    ché necessario è navigare,
    vivere non è necessario.„
     
     
    …………………………………………………………..
     
    Fonti e riferimenti
    1) Gabriele D'Annunzio Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi,  Libro Primo - Maia, Milano, Fratelli Treves Editori,1908. Fonte: Internet Archive
    2) G. D'Annunzio, Versi d'amore e di gloria, II, a cura di A. Andreoli e N. Lorenzini, Milano, Mondadori, 1984.
    3) I taccuini del viaggio di D'annunzio costituiscono la nuova edizione digitale, curata e commentata da Ornella Rella- da Internet
    4) Maia( Poesia-Wikipedia-da Internet
    5) Maia-Wikisource-da Internet
     
     

  • 03 maggio alle ore 9:27
    L'oro del Ticino

    Come comincia: Ma da dove arriva questo oro!?
     
    Così un tempo si favoleggiava: Vuole una prima leggenda, che sotto ad un “ramo” del Ticino, vi sia un tesoro lasciato da una popolazione ricchissima; questa, davanti ad un estinzione, decise di seppellire tutti i propri averi, in gran parte d'oro, sotto al letto del fiume, per permettere di salvarsi...; Questo tesoro, di tanto in tanto perde pezzi, dovuto alle inondazioni e continuo scorrere dell'acqua, lasciando così pezzi d'oro nel alveo del fiume...
    Altra leggenda tra le storie più popolari resta quella che racconta della costruzione di due tombe, nell’alveo del fiume  presso il Ponte, nelle quali furono deposti un re ed una regina sconosciuti e che dalla tomba della regina fossero fuoriusciti i suoi ori spargendosi nella sabbia del fiume.
    In realtà le cose stanno così:
     
     
    Fin dai tempi dei romani quasi tutti i corsi d’acqua che scendono dalle Alpi sono stati oggetto di ricerca dell’oro. Anche nel Ticino, come in tutti i fiumi pedemontani di Piemonte e parte della Lombardia, si può trovare oro. Dagli scritti di Plinio il Vecchio si desume che, già in epoca romana, circa 30 mila schiavi venissero impiegati nell’estrazione dell’oro nelle zone alluvionali e moreniche della bassa Gallia (l’area del Piemonte e Lombardia occidentale). Ne sono testimoni grandi discariche, ancora presenti nella zona. Nei giacimenti alluvionali, infatti, l’oro si presenta prevalentemente sotto forma di minute pagliuzze, di dimensioni difficilmente superiori al millimetro, anche se talvolta si possono rinvenire piccole pepite. Dopo l’epoca romana lo sfruttamento delle sabbie aurifere era gestito direttamente dalle Autorità del tempo e/o dato in concessione ad enti o operative locali.  Dall’interessante libro I tesori sotterranei dell'Italia. Le Alpi del 1873 di Guglielmo Jervis si hanno notizie interessanti circa le concessioni relativamente alla “pesca dell’oro” ( pagliuzze d’oro) relativamente al fiume Ticino:

    In tutto il fiume Ticino, dal Lago Maggiore al Po e relativa lanche, valli e martizze, esiste il diritto della pesca dei pesci e della sabbia a pagliuzze d'oro e d'argento ( oro argentifero) , e ciò per concessione del 1654 di Filippo IV re di Spagna, a favore del marchese Giovanni Pozzobonelli, diritto che già per sentenza del 1635 era dichiarato a favore della R. Camera. Al Pozzobonelli, per eredità e vendita, sono successi alla casa Clerici, i marchesi Arconati Visconti e Busca, il comune di Galliate ed il papa Urbano Crivelli, fondatore della soppressa abbazia di Santa Maria della Pace, in Magenta, ora dei nobili consorzi Crivelli.
    La competenza Clerici, consistente nella maggior parte di tutto il fiume, venne rivenduta ad enfiteusi perpetua a diversi, che ancora attualmente esercitano economicamente la pesca, e si estende dal Lago Maggiore al territorio di Galliate e Robecchetto con Induno, indi dopo Besate fino al Po.
    MARANO TICINO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, sponda destra, ossia piemontese.
    VARALLO POMBIA. - Oro nativo in pagliuzze finissime nel fiume Ticino, sponda destra. - Scarsissimo.
    POMBIA. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra.
    OLEGGIO. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, riva destra.
    GALLIATE. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra.
    ROMENTINO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra.
    TRACATE. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra, presso il ponte di San Martino.
    Il comune di Trecate è proprietario del diritto della pesca dell'oro nel suo territorio e tale diritto è concesso in affitto.
    CERANO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra.
    Anticamente la pesca dell'oro nel territorio di Cerano era riservata alla famiglia Lezzaldi.
    GOLASECCA. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva sinistra o lombarda.
    SOMMA LOMBARDO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    VIZZOLA TICINO. Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    TURBIGO. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    ROBECCHETTO con INDUNO. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, presso il villaggio di Induno Ticino, riva sinistra.
    Il comune di Induno Ticino, soppresso nell'anno 1870, venne aggregato a Robecchetto.
    CUGGIONO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva sinistra, ossia lombarda.
    BERNATE TICINO. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    La pesca sul territorio di Bernate Ticino è proprietà dei nobili consorzi Crivelli: sebbene ora di poca importanza pare che una volta fosse di gran lunga superiore, se sono esatte le informazioni date da Bossi. Questi riferisce che l'abbazia di Santa Maria della Pace in Magenta traeva dall'affitamento della pesca dell'oro nel Ticino uno dei suoi redditi principali - V. Mémoires de l'Académie impériale des Sciences de Turin, 1 ére Série, Tom. XIV. P. 270; Mémories Présentees, Turin, 1805.
    CASSOLNUOVO. - Oro nativo nel fiume Ticino, riva destra, piemontese.
    VIGEVANO. - Oro nativo nel fiume Ticino, sponda destra.
    ZERBOLO'. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, sponda destra.
    TRAVACO' SICCOMARIO. - Oro nativo in pagliuzze ; di fronte all'isola della Costa, sotto Pavia nel fiume Ticino, presso il suo sbocco nel Po.
    BEREGUARDO. - Oro nativo in pagliuzze, nel fiume Ticino, sponda sinistra, presso i villaggi di Bereguardo, Pissarello e Zelata. - I comuni di Pissarello e Zelata vennero soppressi nel 1872 ed aggregati a quello di Bereguardo, come indicato.
    TORRE D'ISOLA. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva sinistra, ossia lombarda.
    CORPI SANTI DI PAVIA. - Oro nativo in pagliette finissime nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    La metodologia di ricerca si basava sulla principale caratteristica fisica del metallo: l’elevato peso specifico. Il fiume, soprattutto nel corso delle piene, accumula sabbie aurifere nei punti dove la corrente perde di energia, in corrispondenza di anse e rientranze denominate “punte”, per il loro aspetto. Sono zone di sedimentazione, di solito localizzate lungo le sponde, a forma approssimativa di triangolo con il vertice rivolto a monte: proprio qui si ha il massimo accumulo aurifero. Nel Parco del Ticino, nel territorio di Varallo Pombia, sono conosciute le vie Aureofondine: antiche miniere d’oro a cielo aperto che si presentano oggi come degli enormi cumuli di sassi ammonticchiati, lungo un percorso di quasi due chilometri. La storia della ricerca dell’oro ha attraversato tutte le civiltà e le popolazioni che si sono insediate lungo il fiume. La ricerca sui fiumi avviene utilizzando una attrezzatura semplice: stivali di gomma e una “batea” (la “padella” del cercatore) che abbiamo visto in tanti film americani. Talvolta vengono impiegati anche setacci e una “canalina”: lo scopo di ogni attrezzo è sempre quello di eliminare la ghiaia e le frazioni più grossolane del sedimento. La batea è lo strumento principale per “saggiare” la sabbia aurifera; ha dimensioni e foggia che variano a seconda delle tradizioni in uso nei vari Paesi. La tecnica d’uso è semplice: una volta riempita di sabbia aurifera viene agitata in senso rotatorio, mantenendola a pelo d’acqua per favorire la graduale estromissione, in superficie, dei materiali più leggeri, trascinati fuori dall’acqua. Sul fondo si ottiene, dopo prolungati lavaggi, un sedimento scuro e pesante, dentro al quale si possono individuare le pagliuzze d’oro. La ricerca  è definitivamente conclusa nel secolo scorso, dopo tentativi di tipo industriale-speculativo compiuti da multinazionali estere anche se nel corso della seconda guerra mondiale cercatori locali avevano ripreso l’attività, abbandonata pochi decenni prima. Da uno dei siti internet del Comune di Motta Visconti si ricorda che in località Maina dietro un palazzotto tipo castello ancora esistente  c' era  Battiloro dove si lavorava l'oro estratto dalla sabbia aurifera del Ticino riducendolo in sottili fogli. Oggi la ricerca dell’oro alluvionale è una attività di tipo naturalistico-amatoriale; la “potenzialità” del Ticino è inferiore a una decina di grammi di pagliuzze per tonnellata di sabbia setacciata: non remunerativa per procedimenti di tipo industriale, ma fonte di emozioni, divertimento e soddisfazioni per i cercatori dilettanti. Qualcuno ha calcolato che il fiume trasporta nelle sue acque, ogni giorno, pagliuzze d’oro per un valore tra 5.000 e 10.000 euro, a seconda della portata delle acque. Pochi lo sanno, ma annualmente si tengono campionati mondiali di pesca all’oro, nei quali gli italiani si classificano abitualmente ai primi posti e il Ticino, nel 1997, è stato sede di una di queste competizioni.
    Questa nota oltre che personali conoscenze  nasce anche  da una parziale spigolatura tra note, notizie, pagine di libri trovate su Internet alle voci: “Oro del Ticino, Cercatori d’oro del Ticino, Oro del Ticino nella Storia, L’oro nella sabbia del Ticino, La ricerca dell’oro nel Ticino”.
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