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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 14 settembre 2013 alle ore 7:02
    Il Credo a Ma'lula

    Come comincia: Stamane, al primo caffè, la tv parlava dei cecchini, che imperversavano a Ma’lula, occupata dai ribelli siriani. Ricordo quella mattina, che ci arrivai. Montagne, nude come scogli infuocati, rosse di ferro. Grumi di case, cubi malconci di calce e mattoni, sgretolati dal vento, in bilico su crinali impossibili. Capre e capre a brucare erba invisibile. Un sole rovente, incessante, esasperante sul tuo corpo, che non ha più liquidi per sudare. Bambini dagli occhi enormi, muti, sorpresi di te, che ti seguono, tendendoti una mano che non sa chiedere. Si scende, per un viottolo, in una voragine infernale. Quale paura, quali orrori, spinsero i monaci a costruire un convento, così celato? Il Mar Sarkis ti ricorda che S. Sergio, come un'infinità di altri santi, è di qui. Paolo l'hai lasciato, a terra, a Damasco, fulminato da Dio. La Siria possiede più di un centinaio di insediamenti paleocristiani, a ricordarti che Gesù stava a pochi passi da qui. Il cristianesimo vive in un reticolo di musulmani sciti e sunniti, curdi, armeni. Il monaco, che ci accoglie, ci porta su, per gradini sconnessi, a una terrazza che dà sul azzurro del cielo. Il convento de Mar Taqla o santa Tecla è difronte, chiuso in caverne irregolari, quasi bocche fameliche. Il vento caldo del deserto lascia sabbia negli occhi e tra i denti. Il monaco mi porge un bicchiere d'acqua, che si appanna, tanto è fredda la sorgente, una verde fessura nella parete rocciosa della chiesa.  - "É l'unico luogo, al mondo”, - ha una voce calda, in un italiano quasi perfetto, che sa stupirti – “dove si parla ancora l'aramaico dei tempi di Cristo. É tramandato solo oralmente. Ne abbiamo perso la grafia. Ora, sentirete dalla mia voce il suo Credo, con la sua stessa sonorità di linguaggio"
    Ricordo quel suono.
     
    l.p.r.  12-09-13

  • 13 settembre 2013 alle ore 0:44
    Il comico

    Come comincia: "Non mi credete?"esclamò John con gli occhi del pubblico incollati su di lui mentre le persone esprimevano tutto il loro divertimento in modi diversi:c'era chi si copriva la bocca ridendo a crepapelle e per poco slittava giù dalla poltroncina di un orribile color azzurro scambiato,chi invece applaudiva con le lacrime agli occhi,chi si strozzava tossendo e diventando paonazzo in viso continuando comunque a ridere."Ve lo giuro su mia figlia,mia madre si metteva così tanta lacca ma così tanta lacca,che avevo le mosche che svolazzavano per il bagno con la messa in piega!""Bravoo!""Sei grande!"il pubblico apprezzava molto le battute di quel comico da quattro soldi che recitava le sue gag a buon mercato,ma di grande effetto per la platea."E poi..."rise anche lui"E poi vedi che si scambiano anche apprezzamenti tra loro.Ma come sei elegante,ma come sei bella oggi"gesticolava mostrando una mosca con i capelli fatti e che si pavoneggia andando da tutte le parti aggiustandosi continuamente i capelli."Perchè lei non la metteva direttamente sulla testa come noi poveri comuni mortali,noo!Lei la spruzzava in aria e poi si muoveva come Matrix per farla aderire meglio ad i capelli,almeno secondo lei era così."altre grida e risate venivano lanciate sul palco con fervore"Sembrava che nel mio bagno ci fossero sempre le nuvole,ogni volta che entravo sembrava che stesse per piovere.Una volta sono entrato con l'ombrello.Sapete com'è entravo con le dovute precauzioni!"rise anche lui nuovamente,facendosi trasportare dall'ilarità e le risate caotiche del pubblico."Sembrava di stare in Vietnam con tutta quella nebbia,una volta ho incontrato un vietcong che mi ha detto dove si trovava perchè diceva di essersi perso nella foschia!".La serata continuò così con lui che faceva ridere gli spettatori paganti che consumavano le loro ordinazioni,guardandolo sotto i riflettori che lo facevano sempre sudare fino a costringerlo a togliersi la giacca."Grazie mille a tutti,ci rivediamo venerdì prossimo.Mi raccomando vi aspetto.E ricordatevi che di mamma c'è ne una e come lei non c'è nessuna!"la platea ripetè il tormentone"E meno male!"accompagnato dalle risate e da gli applausi svanì dietro il rosso del sipario."Oh Dio ti ringrazio..."borbottò allargandosi il nodo della cravatta gettando la giacca color crema che aveva in mano,su di una logora poltrona.Si accese un sigaro che estrasse dalla tasca della camicia,lo passò sotto il naso e lo accese"Li hai stesi là fuori,John!"si voltò e vide il suo caro amico Murphy che gli andava incontro con le braccia aperte."Ciao giallino,com'è andata invece a te?"lo chiamava giallino perchè era di origini okinawesi"Certo come no...Ogni sera lo sketch del povero cinese maltrattato dal padrone,che commette sempre errori stupidi e viene trattato come un imbecille...Si John oggi mi è andata ploplio alla glande!"scherzò facendo un inchino in stile orientale.Lo faceva sempre sorridere quando gli faceva quella scenetta."Ma sempre a fumare stai,per la miseria!Quante volte ti ho detto che quella merda prima o poi ti manderà a fissare i fiorellini dalla radice!?""Smetterò quando diventerai più alto di me!".John non era un gigante ma l'amico Murphy essendo orientale era ancora più basso"Mi dai sempre la solita risposta stupida!""Se te la do è perchè non credo di voler smettere di fumare""E allora sai che ti dico,asfissiati pure!".Si voltò di spalle per andarsene"Dai lo sai che ti voglio bene,tappetto mio!"lo abbracciò da dietro ed avendo una corporatura robusta e muscolosa lo alzò da terra facendolo alzare di un metro circa.L'orientale sorrise giocoso dandogli un calcio in pieno petto"Bastardo,non solo ti faccio sentire più alto e tu mi fai male?""A noi orientali piace stare per terra!"lo posò su una sedia poco distante dalla poltrona su cui era adagiata la giacca.la spostò e si sedette."Dai parliamo seriamente ora.Come va?""Va come deve...""Non far finta di niente John,lo so che ieri è stato il secondo anniversario della morte di tua figlia e di tua moglie.Non far finta di niente con me!".Murphy fù severo con John,ma questo perchè l'amico non era molto loquace.Amava molto blindare i suoi sentimenti sotto quella scorza da duro che aveva,e gettarli nei meandri più oscuri del suo cuore.John aspirò dal sigaro gustando il sapore forte,molto intensamente e poi rispose""Cosa dovrei dirti...Che va tutto bene e che ho metabolizzato la cosa ormai,eh?"la voce gli tremava"Lo so,per questo ti chiedo di raccontarmelo ed aprirti almeno con me!".Sospirò rassegnato"Il cuore mi fa male ogni volta che le penso,Murphy...Non riesco a credere che non siano più a casa ad accogliermi,quando tornavo la sera e posavo il cappello sulla testa di Ashley e con la mano libera lambivo il fianco di Kristin e la baciavo..."appoggiò la fronte sulla mano"Continua amico mio,ti ascolto".L'okinawese era sempre disponibile con John,visto che era l'unico che lo trattava come un uomo e non come una bestia da soma da cui trarre quattrini."Se mi fossi fatto i cazzi miei...se solo mi fossi fermato quando avrei dovuto...se solo non l'avessi...ucciso...""John era il tuo lavoro,dovevi farlo.O tu o lui!"gli si accostò sedendosi sul bracciolo della poltrona posandogli una mano sulla spalla"No invece...dovevo lasciare il caso ad un altro,come consigliatomi.Ma io ed il mio maledettissimo orgoglio siamo stati sordi come sempre"gettò il sigaro in terra"E la mia ultima idiozia..."schiacciò il mozzicone con forza"Mi è costata la vita intera!".John non era sempre stato un comico,prima era uno sbirro infame e sadico.O meglio odiava chi trasgrediva alle leggi,soprattutto quelle che violavano i diritti altrui ed amava punire queste persone a modo proprio.Alzò le spalle il giallino"Bhe...Magari hai esagersto un pò..."John lo voleva fulminare con lo sguardo"Dai hai esagerato,gli hai mandato il figlio legato come un salame nel filo spinato e gli hai tagliato il coso mettendoglielo...ehm...""Quel vile maledetto aveva stuprato più di sette ragazze,tra cui minorenni.Ed alcune di loro hanno dovuto subire l'abuso suo e di quei porci che si portava dietro!"diese un cazzotto al bracciolo con rabbia,fissandolo negli occhi che per poco sembravano prendere fuoco."Intanto ecco la mia sete di giustizia dove mi ha portato..."Si alzò infilandosi la giacca,avviandosi verso l'uscita."Aspetta,ti accompagno""No non preoccuparti Murphy,vado da solo"gli urlò ormai dall'altra parte della sala,con la maniglia antincendio della porta in mano"Sicuro?""Si tranquillo.Chi la sente tua zia se fai tardi!"gli fece l'occhiolino"Senti non è che conosci un modo sadico e crudele per spegnerla per sempre?".Lo guardò storto"Ok è un no.Ma stavo scherzando,comunque!"John uscì"A meno che tu non ne abbia veramente uno..."rientrò con il capo fissandolo torvo"Ok ok,ho capito.La vecchiaccia per ora dovrà ancora vivere.Yuppy...""Bravo.A domani!"lo salutò e si chiuse la porta alle spalle.Nevicava e faceva freddo,si alzò il colletto della giacca e si soffiò sulle mani cercando di scaldarsele,e si avviò verso casa.Casa è un termine un pò troppo elegante per definire la dimora dell'ex sbirro;un appartamento da cento dollari al mese grande quando un ripostiglio,con una cucina ed un salone minuscolo.Per non parlare del bagno grande quanto una cabina del telefono.Inoltre era ordinato come lo potrebbe essere stato il cervello di un serial killer.Camminava con le mani in tasca guardando le persone che camminavano per strada,mentre i fiocchi di neve gli cadevano sulla testa ormai quasi spoglia dalla chioma che un tempo la rivestiva.Attraversò ringraziando l'anima di Dio che lo aveva fatto passare,con un gesto appena accennato del capo e poi proseguì dritto per il "lussuosissimo"quartiere in cui abitava.C'erano solo persone facoltose e di classe;spacciatori ad ogni semaforo che ti si attaccavano alla portiera infilando la testa nel finestrino volendoti rifilare dosi di roda dalla dubbia qualità,prostitute poggiate ad i lampioni che ti guardavano con i loro occhi truccati così pesantemente da sembrare panda,anche se sapeva che il trucco eccessivamente marcato era dovuto alle botte che ricevevano da i loro protettori ogni volta che non portavano il dovuto ricavato.Alcune di loro erano anche piuttosto datate,evidentemente la fame le spingeva a fare quell'orrendo lavoro."Dacci tutti i soldi.Muoviti!"da un vicolo superato da poco,provenì una voce intimidatoria e molto nervosa."Cosa,hai solo questa miseria?"ancora quella voce,decise di lasciar perdere."Non tornare indietro...Non tornare indietro..."cercava di impartirsi la totale astinenza dall'intervenire per difendere l'aggredito"Devo intervenire!"ovviamente non ci riuscì."Che diavolo succede qui?"c'erano tre ragazzi di cui due con il passamontagna ed uno con una calza di nylon sulla faccia,impugnava un coltello a scatto."Vuoi fare l'eroe vecchio?"rispose uno dei due nelle retrovie ed estrasse anche lui un coltello dalla tasca,ne afferrò un'estremità e con varie rotazioni lo fece aprire.Era un coltello a farfalla."Già nonno,svuotati le tasche e dacci tutto quello che hai!"adesso anche il secndo si stava avvicinando minaccioso,ma senza nessun arma in mano."Mi piacerebbe ragazzi,ma con me non ho neanche un centesimo"i due si guardarono complici"Certo come no,facci controllare a noi!"l'armato diede l'ordine all'altro di frugare l'uomo."Scommetto dieci dollari che quel coltello tra poco starà in mano mia""Che cosa dici?"neanche il tempo di fargli capire ed atterrò l'aggressore disarmato con una spallata,afferrò la mano armata dell'altro e storcendogliela lo disarmò afferrando l'arma."Cazzo mi ha rotto la mano!"imprecò tenendosi la parte lesa."Ma che succede,non sapete neanche tener testa ad un vecchio idiota!?"intando quello con la calza come cappuccio si voltò aiutando gli altri,ma finì anche lui a terra con la faccia nella neve e qualche osso rotto."Via via,ragazzi!"I malviventi corsero incespicando tra loro spingendosi l'un l'altro durante la fuga."Sbarbatelli..."pensò mentre si avvicinava ad un corpo adagiato a terra"Stai bene?"cautamente continuava ad avvicinarsi e non avendo alcuna risposta,pensò al peggio.Posò le dita sul collo e sentì il battito cardiaco flebile ma presente,scrutò per vedere se perdeva sangue ma fortunatamente non aveva niente di grave,a parte un graffio su un braccio.Gli voltò il capo e vide che si trattava di un ragazzo,capelli biondi e barba leggermente sfatta ed aprendogli gli occhi notò che li aveva neri e reagivano alla luce del lampione sotto il quale lo aveva portato."Bene,sta meglio di quanto pensassi"lo caricò su una spalla e decise di portarselo a casa.A notte fonda sentì dei rumori provenire dal piccolo soggiorno,impugnò la nove millimetri ed al buio,si avviò verso la stanza.La luce si accese e dei passi scalpicciavano sul pavimento,c'era qualcuno con lui in casa.Entrò con l'arma spianata scandagliando la zona di fronte a lui e non trovò alcun aggressore,ma solo il ragazzo che frugava nel frigorifero."Tu sei!?"esclamò sbigottito e sollevato"Mi hai fatto prendere un colpo.Per come stavi messo credevo che ti saresti svegliato come minimo domani".Il giovane lo fissava senza parlare"Come ti senti?"infilò l'arma nella cinta del pantalone e gli si avvicinò"Bene..."rispose con voce flebile e roca"Ti ho fasciato la ferita,niente di grave fra qualche giorno dovrebbe guarire"il ragazzò si fissò la fasciatura scrutandola da vari punti."Hai fame?"annuì"Siediti ti cucino qualcosa io".Lo fece accomodare al tavolo intriso di alcool e bottiglie rovesciate"Non preoccuparti pulisco io"prese una busta di plastica e con la mano gettò tutto al suo interno,con uno straccio bagnato pulì l'alcool."Come nuovo"tornò ad i fornelli mettendo una pentola con dell'acqua sopra ad un fuoco."Spero che ti piaccia la cucina italiana,io ne vado pazzo!"cercò di far sciogliere il giovane che continuava a stare sulle sue ed a non voler parlare più di tanto.Si sedete di fronte a lui continuando nella sua impresa"Allora,come ti chiami?""Pit...""Pit,abbreviativo di Peter?"non rispose nuovamente."Senti Pit,cosa volevano quelli da te?""Soldi...""Volevano solo rapinarti?"annuì lentamente con il capo"Sicuro?"annuì questa volta meno convinto"Va bhe dai,non pensiamoci più!"l'acqua stava cominciando a bollire"Dove abiti?""Non ho una casa..."Oh...Ed i tuoi genitori?""Mio padre non so neanche dove sia,mia madre è morta di overdose...".Si zittì per un istante non sapendo assolutamente cosa dire"Povero ragazzo..."pensò tra se buttando la pasta per farla bollire,si possiò ad un mobiletto accanto alla cucina"Ahia!"la pistola gli schiacciò sulla schiena facendogli leggermente male."A te posso metterti qui"la posò sul mobiletto su cui era poggiato per poi girarsi e girare la pasta."Come la vuoi la pasta?"gli chiese mentre la stava scolando"Sugo,bianco,pesto.Dimmi tu!"il ragazzo pensò per poi rispondere"Bianca...""E bianca sia!"la scolò e prese due piatti posandoli accanto la pentola,fece le due porzioni e le condi con olio e del parmigiano e le portò a tavola."Buon appetito"inforcò la pastà con voracità divorandosela con gusto mentre il ragazzo mangiava come un uccellino"L'acqua?""Ah già..."rispose con il boccone in bocca che ingoiò velocemente"La trovi nel frigo accanto la cucina,in alto ci sono i bicchieri".Pit si alzò passando dietro John ed aprì il frigo prendendo una bottiglia mezza vuota e due bicchieri.Stava tornando a sedersi,quando notò la pistola poggiata sul mobile."Dai quanto ci metti,Pit"lo esortò l'uomo mentre continuava a mangiare"Scusami non trovavo i bicchieri..."con la mano libera afferrò l'arma e gli sparò in testa,facendolo finire con la faccia nel piatto.Gettò a terra la bottiglia ed i bicchieri frugando nei pantaloni e nella giacca del cadavere cercando qualche soldo."Possibile che non ha neanche un soldo?"imprecò frugandolo dalla testa ad i piedi,fino a che non trovò una piccola mazzetta di soldi in un calzino;erano cinquanta dollari circa."Bene...Questi mi basteranno per una dose...".Guardò il cadavere e dopo essersi messo la pistola in tasca gli disse in un sussurro"Mi dispiace...preferisco la cocaina alla pasta..."uscì dalla cucina ed uscì dall'appartamento come se niente fosse.

  • 09 settembre 2013 alle ore 10:51
    Amore con la "A" maiuscola

    Come comincia: Salire la rampa di scale fu come scalare una montagna.
    Katia era emozionata quando arrivò alla porta di Michele. Non c’era scritto nessun nome, ma lei era certa che lì abitasse il giovanotto che si era dimostrato così dolce e gentile e che forse si era innamorato di lei. Ora non sapeva cosa fare: era spaventata del suo coraggio. Ma dove andare? Aveva ascoltato il suo cuore che batteva all’impazzata quando Michele l’andava a trovare su quell’orribile strada e non solo per fare sesso. Si erano raccontate le loro storie con semplicità e senza ritrosia alcuna come due vecchi amici.
    Lui, orfano di entrambi i genitori, era arrivato giovanissimo dal profondo Sud per lavoro. Col lavoro e con sacrifici aveva acquistato la casa e poteva permettersi una vita tranquilla e senza ristrettezza. Aveva incontrato una ragazza e le aveva donato tutto se stesso, ma lei lo aveva ricambiato con egoismo e superficialità. Lo aveva poi mollato lasciandolo in uno stato di sconforto e di solitudine che aveva rasentato il suicidio.
    Lei era arrivata in Italia con la promessa di un lavoro. Il lavoro le avrebbe permesso di aiutare la sua famiglia che versava in condizioni disagiate: non sempre, anzi spesso non riuscivano a rimediare due pasti giornalieri. Per un convincimento più palese avevano dato ai suoi genitori una discreta somma quale anticipo sul suo prossimo lavoro e lei si era fidata e illusa.
    Arrivata a Milano con altre ragazze, era stata collocata in una camera di uno stabile di periferia. La stessa sera dell’arrivo, picchiata e violentata. La sera dopo costretta a battere la strada. Si era ribellata, ma la sua ribellione le aveva causato solo dolore, fame e solitudine. Aveva dovuto accettare quella vita nell’attesa di tempi migliori. L’attesa era finita con l’apparizione di Michele che l’aveva invitata a denunciare i suoi sfruttatori e di andare a vivere con lui.
    Le titubanze di Katia si sciolsero col passare dei giorni e con la certezza che l’acqua dell’amore avrebbe dissetato la sua passione, anche se ancora non osava credere che per Michele fosse la stessa cosa.
    La speranza, l’amore e/o la necessità le avevano dato la forza e l’audacia di essere, confusa, tremante e titubante, davanti a quella porta? Porta oltre la quale poteva (meglio doveva) esserci la libertà e la felicità.
    Intese un rumore che la fece decidere: cosa sarebbe successo se la porta si sarebbe aperta all’improvviso e Michele l’avrebbe trovata lì imbambolata?
    Appoggiò il dito sul campanello, il suono la fece sussultare. Ritrasse il dito dal campanello e voleva scappare, ma un rumore di passi all’interno la immobilizzò.
    E dopo, la porta si aprì.
    Michele era sull’uscio. Il suo volto era un’espressione di stupore e di gioia.
    Katia era emozionata, troppo emozionata. Lei dovette fare un grande sforzo per trattenere le lacrime.
    - Ciao Michele, eccomi qua.
    - Eh! Bene, entra, entra Katia. Speravo vivamente che arrivassi, e vedo con gioia che la mia speranza non è stata disattesa.
    La fece entrare, chiuse la porta, l’abbracciò con tenerezza e le diede un bacio sulla guancia dove si era fermata una lacrima liberatosi dalla costrizione.
    Si sedettero sul divano. Parole dolci e tenere fluirono dai loro cuori ed agirono quale melodiosa musica sul pentagramma dei loro nervi. E l’Amore, quello con la “A” maiuscola, liberò il suo volo nel cielo azzurro tenero.
    Dopo aver fatto l’amore ed essersi rifocillati si recarono alla stazione dei carabinieri dove Katia raccontò la sua storia ad un attento e gentile ufficiale.
     

  • 08 settembre 2013 alle ore 0:11
    Vita in paese - I episodio: “Al Bar”

    Come comincia: Il bar del Nobile era l’unico bar del paese. Il suo proprietario, che vestiva con raffinata eleganza, aveva un aspetto distinto e il suo modo di parlare lo caratterizzava perché la sua erre sembrava che rotolasse sul sapone. In armonia con gli amici lo aveva battezzato proprio così: “Il Bar del Nobile”. Era il luogo di ritrovo di tutti, amici e non .
    Situato in una piazzetta, dove una fontana a zampillo sputava acqua a singhiozzi dal muso di un delfino arrugginito. Sulla destra, un giardinetto accoglieva i bambini per giocare e di fronte al bar la strada erta portava alla collina dei fichi, un piccolo quartiere del paese. Era d’usanza nel paesino, ribattezzare gli amici con un soprannome, in modo da identificarli subito quando si parlava di loro. Inoltre, ogni nomignolo racchiudeva le caratteristiche di ognuno, conferendogli un’identità specifica basata sulle peculiarità caratteriali, fisiche o sociali, facendoli diventare quasi dei personaggi usciti dalla penna di un romanziere.
    Uno di loro era Pasqualino, detto Occhiofino a causa della sua pronunciata miopia, Peppe detto il Professore per i suoi atteggiamenti da intellettuale, e Antonio che tutti chiamavano, il Cancelliere a causa del suo lavoro, che consisteva nell’aprire e chiudere il cancello del cimitero poiché ne era il guardiano. Come di consuetudine stavano seduti davanti al bar.
    I tre solevano riunirsi là, dopo il lavoro, ad orario fisso, e parlavano del più e del meno.
    Occhio Fino raccontava dell’arrivo  in  giornata di una nuova famiglia in paese, madre, padre e figlio, quest'ultimo, probabilmente loro coetaneo, sui trentacinque anni all’incirca, così gli era stato riferito, dalla sua vicina di casa.
    Il Professore domandò subito che professione esercitasse il nuovo arrivato, egli era curioso di sapere sempre che tipo di lavoro svolgessero le persone, perché così, le catalogava nel suo registro mentale, per poi sfoggiare loro tutto il suo sapere e darsi delle arie da erudito.
    Occhiofino, non poté fornirgli altre informazioni, non conoscendo ancora la persona.
    I tre amici s’apprestavano a sorseggiare, come d’abitudine, il loro aperitivo, quando... il Cancelliere seduto accanto ad Occhiofino, esclamò con stupore:
     «Occhiofino, ma sono i miei occhi oppure quel camion che sta giungendo, non ha l’autista ?» Occhiofino rispose:
    « Ma lo chiedi proprio a me, io vedo il camion e mi sembra che l’autista ci sia, o no ?»
    Il Professore che volgeva le spalle alla strada erta, domandò di quale camion stessero parlando, il Cancelliere rispose:
    « Quello che, se non ci togliamo di qui, ci viene addosso,non c’è l’autista!»
    Il Professore scattò dalla sua sedia in piedi, guardò il camion che avanzava in loro direzione e gridò:
    «Nessuno a bordo! »
    Tutti si buttarono a terra, sul lato del giardinetto, quando, a loro sorpresa il camion si fermò.
    Lentamente, cigolando, si aprì la portiera e ne uscì fuori un ragazzo, all’incirca delle loro età, alto non più di un metro e quaranta, baffi curati, indossava una tuta verde, che era stata accorciata conservando tutta la sua ampiezza, tanto da fare uscire appena le scarpe nere a punta tonda, sulle quali poggiava sopraelevato da due tacchi di circa cinque centimetri. Non era un nano, sembrava più un bambino che non un adulto. Salutò tutti con un: « Salve! » 
    I tre amici che nel frattempo si erano alzati, cercavano di darsi un contegno, spazzolandosi i pantaloni.
    Imbarazzato, il Professore avanzò verso di lui tendendogli la mano e disse: «Mi presento, Peppe, per gli amici, il Professore, stavo insegnando loro una tattica di rugby, e tu da dove vieni?»
    «Io sono nuovo, sono appena giunto, abito sulla collina dei fichi.» I tre si guardarono.
    «Mi chiamo Mario e faccio il camionista, non ho amici, sono sempre all'estero, là ho qualche amico, voi siete i primi ragazzi che incontro qui.»
    I tre lo invitarono a bere l'aperitivo con loro, Mario accettò con piacere, gli amici avevano tutti qualcosa da domandargli e Mario ebbe l’impressione di conoscerli da sempre, poi guardò l’orologio  e anche se a malincuore, li ringraziò  salutandoli calorosamente, risalì sul camion e ripartì.
    Appena si allontanò, i tre, insieme al Nobile, si diedero un cinque e di comune accordo, lo battezzarono "il Marziano".
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 06 settembre 2013 alle ore 11:59
    Sogni nel cassetto

    Come comincia: La stupidità degli uomini la stava facendo diventare sempre più ricca e un giorno avrebbe coronato il suo sogno. L'ultimo cliente le aveva regalato un anello con tanto di pietra preziosa che valeva non meno di 20000 dollari.
    Faceva la prostituta d'alto bordo da ormai 5 anni e in tutto quel tempo aveva spennato tanti di quei gonzi da poterci scrivere un romanzo. Roxanne era il suo vero nome, ma a Boston la conoscevano tutti come la bella Lulù. A 30 anni aveva un fisico scolpito, seno e glutei perfetti, il viso dalla pelle chiara era esaltato da 2 occhi azzurri che contrastavano con la fluente chioma corvina. Le sue mani affusolate, le sue gambe slanciate e ben tornite completavano il quadro. Lei era consapevole della sua bellezza e non aveva fatto fatica a farsi un giro di clienti ricchi ed influenti.
    Eppure un tempo era una normalissima ragazza innamorata del suo fidanzato e viveva una serena esistenza nel nord del paese; su, nel tranquillo Maine. Aveva terminato gli studi con ottimi risultati e la sua carriera nel campo dell'insegnamento sembrava segnata; infatti aveva già ricevuto richieste d'impiego dall'asilo della sua cittadina e lei aveva accettato senza riserve, adorava i bambini. Bob, il suo ragazzo, aveva storto il naso affermando che lei meritava di più, aveva le capacità per puntare in alto e non doveva accontentarsi di quell'impiego. Lei cercò di farlo ragionare, si trattava di cominciare ad inserirsi nel mondo del lavoro e poi avrebbe valutato altre strade; lui non era convinto ma alla fine si arrese.
    Nei successivi 3 anni Roxanne aveva ingranato e da circa un anno conviveva con Bob; le cose andavano bene, dopo un primo periodo di scetticismo anche lui si convinse della bontà della scelta e nell'ultimo periodo capitava spesso che fosse lì ad aspettarla all'uscita dell'asilo.
    Ma un giorno accadde l'irreparabile. Lei sostitì un turno con una sua collega che le aveva chiesto un favore e quindi si liberò un paio d'ore prima del previsto. Quella settimana Bob faceva il turno serale nello stabilimento di conservazione e lo avrebbe trovato ancora nel letto a dormire, gli avrebbe fatto una sorpresa rientrando prima. Infatti trovo Bob ancora nel letto ma sveglio e atttivo; insieme a lui c'era una giovane che si dimenava come un serpente. I 2 si accorsero della sua presenza ma presi dalla foga non si fermarono e continuarono nel loro amplesso. Roxanne non fece e non disse nulla fino a quando i due si furono calmati. Poi parlò con voce ferma e chiara:
    "Dai ragazzina, rivestiti e togli il disturbo. E tu non fiatare!" Disse rivolta a Bob. La giovane impiegò pochi secondi a prepararsi e andarsene. Lei riprese a parlare:
    "Ovviamente non è come penso. E' la prima volta, una debolezza passeggera. Sono sicura che non succederà più, non sarà certo una scopata con una ragazzina che distruggerà il nostro amore, perchè tu mi ami, vero? Confessalo, questo episodio increscioso non può rovinare il nostro rapporto, giusto?" Lui non fiatava, sapeva di averla fatta sporca e lei lo stava massacrando; gli conveniva fare silenzio ma invece rispose:
    "Hai ragione, ho sbagliato ma ti amo e tu lo sai. Perdonami se puoi, restiamo insieme, ti prego" La stava supplicando ma lei aveva già preso la sua decisione e rispose:
    "Lasciami un'ora per prendere le mie cose e andarmene. In quanto a te, vai a farti fottere!" Dopo un'ora esatta stava uscendo da quella casa diretta alla stazione dei bus. Salì sul primo mezzo libero e senza volerlo si ritrovò a Boston.
    Tutto ebbe inizio per gioco, per dar sfogo alla sua frustrazione e in poco tempo si ritrovò a fare la prostituta diventando sempre più richiesta. Un giorno venne contattata da Milk-Fray il protettore più potente di tutta Boston.
    "Ragazza sei un vero schianto. Non so cosa tu facessi prima ma sei nata per questo mestiere. Se ti metti con me avrai clienti sicuri e soldi a volontà. Nessuno, dico nessuno, ti torcerà mai un capello, ti sta bene pupa?"
    In effetti qualche rischio lo aveva corso in precedenza. Fare sesso con degli sconosciuti non la disturbava, ma rischiare di essere picchiata, derubata o di prendersi una palla in fronte non era una prospettiva allettante. Fece la sua proposta:
    "Ok Milk-Fray, ci sto. Ma tu ti accontenti del 50% degli incassi e non del 80%. Inoltre mi devi assicurare buoni clienti lasciandomi la possibilità di scelta; decido io con chi farlo. Infine voglio un appartamento tutto mio, in una zona riservata" Aveva scoperto le sue carte. Milk-Fray era un afroamericano abituato a comandare e quelle pretese lo irritarono un po'; ma era anche un'abile uomo d'affari e sapeva di trovarsi davanti una miniera d'oro, doveva solo scavare con precauzione. Rispose gentilmente:
    "Ok bambola, mi piacciono le ragazze decise. Per l'alloggio non c'è problema, ho giusto un appartamento libero a sud, appena fuori Boston. I clienti gestiscili come meglio credi, io ti garantisco protezione assoluta, tu pensa a guadagnare e parlando di soldi; il 50% non mi sta bene. 75% e non se ne parla più" I due si strinsero la mano, l'accordo era fatto e lei era soddisfatta, sapeva di aver ottenuto il massimo. Milk-Fray mantenne le promesse e nel giro di due giorni era comoda nel suo appartamento di Roxburi, immerso nel verde. Avevano concordato 5 giorni di riposo, in maniera tale che lei si ambientasse e sistemasse la casa come meglio credeva. Milk-Fray avrebbe pensato alle spese e lei fece un buon lavoro. Alla fine fu contenta del risultato, aveva trasformato un'anonima casetta in uno splendido alloggio in cui sarebbe stata a suo agio nelle varie occasioni.
    Per anni esercitò egregiamente la professione, lei e Milk-Fray gestivano un giro d'affari da circa 80000 dollari al mese. Il protettore era contento e chiudeva gli occhi anche quando lei circuiva i clienti facendosi fare regali costosissimi.. Lultimo della serie era un potente avvocato di Portland che vedeva da circa un anno, le aveva ragalato l'anello e lei lo aveva ringraziato alla sua maniera, riempiendolo di attenzioni e premure. Un giorno la sua amica Corinna le disse:
    "Sai Lulù, agli uomini piace essere coccolati. Scopano, fanno sesso selvaggio, magari esagerano anche con le offese o ti mettono le mani addosso, ma alla fine vogliono comprensione. Sono contenti se li riempi di complimenti e li fai sentire al centro dell'attenzione. Tu non sei una battona da strada, da te vengono persone d'alto rango e anche se troverai dei cafoni tra loro, gioca sempre la carta della complicità e li avrai in pugno" Non era proprio così, pensava adesso Lulù, ma a volte le cose andavano in quel senso, come nel caso dell'avvocato che aveva promesso di tornare con altri regali, perchè <solo lei sapeva capirlo>. Non le interessava minimamente il motivo, l'importante era che tornasse con i suoi dollaroni.
    Aveva un paio d'ore libere e decise di farsi un idromassaggio per poi riposare un po'. Era immersa nell'acqua ribollente quando suonò il telefono; doveva essere Milk-Fray. In casa era installato un impianto centralizzato e dalla vasca rispose premendo un bottone.
    "Si?"
    "Ciao baby, sono io" Era Milk.
    "Dimmi tesoro, tutto ok?" Lei lo trattava come un fratello.
    "Tutto ok, ma c'è un cambio di programma per oggi" Lei rimase qualche istante a pensare poi disse:
    "Aspettavo il direttore della banca centrale di Boston, un bell'uomo, non viene?"
    "Fra venti minuti sono da te, aspettami che ti spiego tutto e magari, se vuoi, preparami uno spuntino, grazie"
    "Ok, ti aspetto"
    Erano seduti al tavolo della cucina, lui con i jeans di almeno due taglie più grandi e una maglietta dei Chicago-Bulls, lei con una vestaglia di seta semitrasparente che arrivava sopra le ginocchia. Lui era abituato a vederla così e non si era mai azzardato a provarci, le era grata per questo. Milk stava ingurgitando una birra dopo aver divorato una porzione di pollo fritto.
    "Grazie baby, ora ho ricaricato le pile e sono pronto a spiegarti la faccenda"
    "Parla, sono tutta orecchie" Lulù era curiosa e lui inizio a parlare.
    "La mia storia la conosci, sono il più potente protettore di Boston, ma ti ho detto da dove provengo e cosa facevo prima di diventare quello che sono?"
    "Centinaia di volte, sei originario di Chicago e li facevi il tirapiedi ad un boss cittadino"
    "Ok. Ma forse adesso è meglio che ti spieghi bene come andarono le cose. Io ero uno dei protettori del boss e tutto filava liscio. Poi cominciai ad interessarmi al giro delle prostitute che per il mio capo era l'ultimo dei pensieri, a lui interessavano di più le armi, la droga e gli appalti pubblici. Il resto delle attività illecite le lasciava alla concorrenza pretendendo un piccolo contributo.Io riuscii in breve tempo a metter su una grossa organizzazione del sesso a pagamento che nel giro di poco raggiunse degli introiti di tutto rispetto. Il mio capo volle la sua parte di guadagno e io fui felice di accontentarlo, ma a lui non bastava. In breve mi rimpiazzò con uno dei suoi figli e io tornai a fargli il tirapiedi. Finché un giorno uno dei fratelli esagerò con una puttana.." "Milk!!" "Scusa. Con una delle ragazze... e lei per difendersi le piantò un coltello nella schiena spaccandogli la spina dorsale. Il ragazzo non morì e grazie alle conoscenze del padre fu operato dalla migliore equipe medica di Chicago, ma nonostante tutti gli sforzi non fu possibile evitargli la sedia a rotelle; vivo ma condannato alla carrozzina, capisci?"
    "Capisco, e la ragazza sarà stata gettata nel Michigan con una pietra al collo"
    "Ti sbagli. Il mio capo ha un senso della famiglia tutto suo e una volta accertata la dinamica dei fatti risparmiò la ragazza. A quel punto chiese a me, che avevo maturato una certa esperienza, di trasferirmi a Boston con la ragazza e avviare un giro di prostituzione di un certo livello, avrebbe pensato lui ad inserirmi nella città"
    "Certo che il tuo boss era un pezzo grosso"
    "E' un pezzo grosso Lulù, te l'assicuro. Comunque nel giro di un anno avevamo avviato una bella attività che rendeva bene e grazie all'intuito femminile della mia compagna d'avventura, sono riuscito ad accaparrarmi le migliori ragazze della città e successivamente i migliori clienti. Negli anni successivi ho creato quello che vedi e adesso sono il protettore più influente di Boston" Si fermò un attimo per prendere fiato e lei approfittò dell'interruzione per chiedere:
    "Milk, ti conosco troppo bene, tutto questo turpiloquio per dirmi che?"
    "Per dirti che la ragazza che venne con me da Chicago è la tua amica Corinna" Lei spalancò gli occhi e lui prosegui "Sorpresa? Non è finita. Tutt'ora invio il 60% dei mie guadagni al mio boss di Chicago. Si, hai capito bene, io lavoro ancora per lui, anche se qui a Boston faccio ciò che mi pare, ma da stasera lui sarà qui per affari accompagnato dal figlio paralizzato" Lei lo fissò con gli occhi semichiusi e domandò:
    "Ripeto, per dirmi che?"
    "Per dirti che si fermera alcuni giorni, forse una settimana e mi ha chiesto in esclusiva per suo figlio la migliore ragazza della mia organizzazione; quella sei tu" Lulù ricostrui mentalmente il puzzle ed esclamò:
    "Cazzo! Quindi per una settimana dovrò fare da balia ad un paralitico; e i soldi?"
    "Quello è l'ultimo dei problemi, coprirà le spese per un mese di lavoro"
    "Cioè? 80000 dollari per una settimana? E dovrò farci sesso con quello?"
    "Non mi interessa cosa farete, tu vedi di farlo contento, non si scherza con il mio capo"
    "Ma chi cazzo è il tuo capo?!" Lui indugiò un attimo prima di sussurrare:
    "Dovrai tenere la bocca chiusa"
    "Chi è?" Era decisa.
    "Alan pugno di ferro" Lei sgranò gli occhi, sapeva chi era. Boss incontrastato di Chicago era uno dei tre capi più influenti della criminalità nord americana. La cosa non le piaceva, il paralitico avrebbe potuto causarle dei problemi. Milk notò il suo repentino cambio d'espressione e la rassicurò:
    "Tranquilla baby. Farò in modo che non ti crei fastidi, anche se sono un tirapiedi, il vecchio Alan mi ha sempre trattato con i guanti e poi tu sai gestire tipi ben più tosti di un ragazzo sulla sedia a rotelle, ok?"
    "Ok Milk, ma ho paura"
    Pugno di ferro era venuto a Boston per risolvere una questione importante. Il clan dei verdi, che controllava il porto, aveva alzato le pretese sulle quote da intascare per ogni merce fatta sdoganare sottobanco. Era un porto tranquillo quello di Boston, i verdi ci sapevano fare e il boss non voleva perdere il loro appoggio. Sapeva a cosa miravano e riuscì ad accontentarli in modo tale da avere l'esclusiva per le sue merci.
    Robby stava entrando da lei accompagnato da Milk.
    "Buongiorno" disse lei in modo servile. Il ragazzo, che aveva 24 anni, guardo Milk con aria interrogativa. "Lulù, ti presento Robby. Robby, lei è Lulù" Il ragazzo allungò la mano, un gesto a cui lei non era più abituata e impiegò alcuni attimi prima di porgere la sua. Si strinserò la mano e lei percepì un calore che la fece star bene.
    "E' un piacere fare la sua conoscenza, mi hanno parlato molto bene di lei" Adesso fu lei a fissare il protettore con sguardo truce.
    "No, non è come pensi. Gli ho detto che sei una donna fantastica, sotto tutti gli aspetti... e comunque ora vi lascio così vi mettete a vostro agio" E senza aspettare risposta se ne uscì di casa.
    Per la prima volta dopo tanti anni, Lulù era a disagio. Robby stava fermo sulla sua sedia a rotelle senza muovere un muscolo. Lo osservò meglio notando che era un bel ragazzo e doveva anche essere alto. Per rompere il ghiaccio andò subito al sodo:
    "Da dove vuoi che cominci Robby?" Lui non rispose e la guardò dritta negli occhi per alcuni istanti poi, quando fu certo che l'avrebbe ascoltato rispose serio:
    "Mi hanno detto che sei la migliore, che con te troverò il paradiso e mi chiedi questo?" Il ragazzo ci sapeva fare con le parole e lei si trovò a dover fronteggiare una situazione nuova. Decise allora di darci subito un taglio e vedere cosa sarebbe successo.
    "Senti Robby. Tu sei qui perchè sei figlio di! Le poche volte che ho avuto a che fare con clienti nelle tue condizioni c'erano delle regole da rispettare e tutto è filato liscio. Adesso, non raccontarmi la favola del ragazzo malato che vuole farsi compatire! Hai scelto me perché sono la migliore sulla piazza e se dobbiamo scopare mi devi dire come prenderti, visto che sei invalido, d'accordo?" Robby sorrise, forse aveva trovato quello che cercava. Si fece aiutare a distendersi sul letto e disse a lei  di fare di testa sua. Roxanne si trasformò nella splendida Lulù e fece vivere alcune ore di estasi all'incredulo Robby che, sfinito, si addormentò.
    Si avvicinò a lui con un vassoio. "Vuoi mangiare qualcosa?" Lui era steso sul letto, ancora completamente nudo e arrossì davanti alla disinvoltura della donna. Cercò di afferrare il lenzuolo per coprirsi, ma era troppo distante e fini per rinunciare. "Ma allora sei proprio messo male!?" Lui si voltò dall'altra parte imbarazzato, quella situazione lo stava travolgendo. Lei continuò "Non riesci a muovere le gambe e fatichi anche a sollevare la schiena, prima non me ne ero accorta, il tuo aggeggio si solleva bene. Comunque sono la tua prostituta, non la tua serva; quindi adesso ti aiuto per l'ultima volta a tirarti su, ti rivesti e la finiamo con questa pagliacciata; chiami il tuo paparino e vai fuori dalle palle, ok amico?" Lui la assecondò e quando fu sul punto di chiamare il padre sospirò:
    "Senti, io non voglio essere come mio padre. Il suo lavoro, tutti i suoi loschi affari e le porcate che combina... io non voglio fare quella vita, tu mi devi aiutare" Lei stava ascoltando ma non dava peso a quelle parole e rispose acidamente:
    "Certo, come no? Rinunceresti a montagne di dollari e a tutto il tuo potere perchè hai dei disagi morali. Sei una barzelletta amico, un'autentica sagoma e poi non sei tu che ti sei beccato una coltellata nella schiena perché stavi maltrattando una mia collega?" Robby chinò il capo, aveva le lacrime agli occhi. Per un attimo Roxanne ebbe il sopravvento su Lulù e tutto il cinismo manifestato fino a quel momento lasciò il campo a un attimo di sincera comprensione. "Scusa Robby, sono stata dura con te. Mi trovo in una situazione di merda, ho paura di non soddisfare le apettative di tuo padre e non vorrei fare una brutta fine. Mi sembra difficile credere che tu abbia molestato Corinna, la conosco bene e tu non riusciresti neanche ad avvicinarti a lei senza il suo permesso. Se ti ha piantato un coltello nella schiena avrà avuto i suoi validi motivi" Robby restò in silenzio, assorto nei suoi pensieri. Poi chiese a lei:
    "Roxanne, puoi ordinare della pizza e della birra?" Cominciava a starle simpatico il ragazzo.
    La pizza era buonissima e in un battibaleno finirono tutto. Lui si stiracchiò le braccia fin dietro la schiena.
    "Senti, ti devo parlare. Ho bisogno di sfogarmi" La donna non capiva e lui anticipò i suoi pensieri "Ti stai chiedendo che razza di mezzacalzetta hai davanti e hai perfettamente ragione. Quando ho saputo che mio padre sarebbe venuto a Boston gli ho chiesto di poterlo accompagnare e di parlare con Milk-Fray per passare alcuni giorni di svago. Ho fatto io il tuo nome a Milk, ci conosciamo bene. Ma adesso lascia che ti racconti la mia storia" Lei restò in silenzio.
    "Avevo 15 anni, mia madre era morta da circa un anno. Sai, anche i figli dei boss mafiosi hanno una mamma e mio padre era innamoratissimo di lei. La sua morte fu un duro colpo, tutti i suoi soldi, il suo potere, nulla aveva salvato mia madre; un cancro allo stomaco l'ha portata via nel giro di pochi mesi. Io sono l'ultimo di sei figli, tutti maschi, in pratica il bamboccio di famiglia. Mio fratello Will, il più vecchio, è l'erede designato dell'impero, come lo definiamo noi, ci sa fare ed è veramente il degno erede di nostro padre. Mio fratello Mark è altrettanto capace, ma è il secondogenito. Inoltre è una testa calda e non potrebbe mai prendere il comando. Papà è un tipo vecchia maniera e questa cose le ha messe subito in chiaro, alla morte della mamma ci ha voluto tutti da lui e senza giri di parole ha dato dei precisi incarichi ad ognuno di noi. Io ero l'unico minorenne presente; papà disse che a suo tempo mi sarei occupato della gestione del reciclaggio del denaro. Nei mesi successivi papà prese a frequentare una prostituta in modo assiduo, fino a farla venire a casa in pianta stabile. Non era solo la sua puttana, era qualcosa di più, lui cercava una donna che riempisse il vuoto lasciato dalla mamma. Ai miei fratelli non interessava nulla di quella presenza, ma per me, che ero spesso in casa con lei, era un problema. Sapevo quando restava sola e cominciai ad avvicinarmi a lei con le scuse più banali; col passare del tempo ci trovammo sempre più spesso ed accadde l'irreparabile. Mi iniziò ai piaceri del sesso, probabilmente si divertiva a giocare con un ragazzotto e in men che non si dica io ero completamente impazzito per lei. Se mio padre ci avesse scoperto non so come l'avrebbe presa. Anche se era una prostituta, era la sua, mi avrebbe ammazzato. Eppure un giorno, saputo che papà si sarebbe assentato per un certo periodo, decisi di recarmi da lei per proporle di uscire una sera insieme, era rischioso ma allo stesso tempo eccitante. Non trovandola nella sua camenra l'ho cercata in lungo e in largo, sono sceso in palestra e l'ho trovata nella sauna, con mio fratello Mark.Non mi hanno degnato di uno sguardo, hanno continuato i loro porci comodi e solo in quell'istante ho realizzato che lei era una puttana mentre io me ne stavo pazzamente innamorando. Accecato dalla rabbia ho afferrato un attrezzo della palestra e mi sono gettato verso di loro ma mio fratello mi ha respinto facendomi cadere all'indietro infilzandomi la schiena in un gancio di sostegno. Ero lì, con la schiena rotta e mio fratello dice <Tu, puttana! Ti ha messo le mani addosso e l'hai accoltellato. Tu e il ragazzo siete i cocchi di papà, perdonerà entrambi> Detto ciò mi strappò da quel gancio, ripulì tutto per bene e mi infilzò con un pugnale che poì diede alla donna. Il messaggio era chiaro, se avessimo parlato ci avrebbe uccisi, poi persi i sensi. Ti basti sapere che la ferita procurata dal gancio mi avrebbe permesso di guarire normalmente, è stata la coltellata a ridurmi così. Ovviamente mio padre prese per buona quella versione dei fatti, era la più conveniente per tutti e forse fu meglio così. Ecco come sono andate le cose" Lei restò un attimo a fissarlo, gli afferrò le mani e parlò con calma:
    "E' una brutta storia, come c'è ne sono tante altre e come c'è ne saranno sempre. Io non vi giudico, sono una prostituta, mi chiedo solo cosa speri di ottenere dalla tua vita, non hai un sogno nel cassetto?"
    "Si, ho un sogno. Anzi, ne ho parecchi, ma vanno contro le regole della famiglia"
    "Ne hai parlato con tuo padre? A volte basta parlare per superare degli ostacoli e spesso i genitori desiderano solo di poter aiutare i propri figli"
    "No, lui è fatto alla vecchia maniera, non transige"
    I due non avevano più voglia di parlare, lei aiutò Robby a stendersi sul letto e fecero sesso, ma stavolta lei lo fece con passione e lui se ne rese perfettamente conto.
    "Grazie. Io non pensavo che.."
    "Che una così potesse provare piacere a farlo? Dipende con chi e in che situazione. In questo caso avevo voglia di farlo con te, punto" Lei si preparò e lo aiutò a mettersi comodo sulla carrozzina.
    "Ok, io devo uscire un attimo, tu aspettami"
    "Ma.. Roxanne!?"
    "Fidati, sarò di ritorno tra 2, 3 ore al massimo"
    Erano passate quasi 4 ore da quando lei era uscita e nonostante la casa fosse munita di ogni genere di confort lui cominciava ad annoiarsi, quando udì la porta d'ingresso aprirsi.
    "Roxanne?"
    "Lulù, ricordi? Si chiama Lulù" Era Milk-Fray, brutto segno. Invece dietro apparve lei, bella e sorridente.
    "Ciao Robby, ho una sorpresa per te" Nella stanza entrò Alan pugno di ferro, affiancato da due energumeni. Il ragazzo spalancò la bocca:
    "Papà!?"
    "Ciao Robby" Rispose lui.
    "Come mai sei qui?"
    "Questa signorina, di cui parlano un gran bene, mi ha detto che volevi vedermi" Nella stanza calò il silenzio, Robby era confuso e Roxanne prese in mano la situazione.
    "Scusi signore"
    "Alan, per te sono Alan"
    "Ok, Alan. Forse è il caso che restiate un attimo da soli, con tutta questa gente non potrete parlare tra uomini" L'uomo fece un cenno e i suoi gorilla uscirono insieme a Milk e Roxanne.
    "No, tu resta qua Lulù" Disse il potente Boss. Poi si rivolse al figlio:
    "Eccomi qua, parla liberamente" Il ragazzo respirò a fondo, non riusciva a proferir parola, allora lei diede un buffetto sul braccio del boss invitandolo a spezzare il ghiaccio e lui prese a dire:
    "Robby, ragazzo mio. Io ho sempre saputo come sono andate le cose quel giorno, giù in palestra. Per orgoglio ho fatto finte di credere alla storia inventata da tuo fratello. Non gli ho mai permesso di intromettersi veramente nei mie affari e i tuoi fratelli lo tengono d'occhio. Ho peccato di egoismo e adesso voglio provare a rimediare. Lei mi ha detto che hai un sogno nel cassetto, dimmi, qual'è?" Il ragazzo aveva gli occhi lucidi, lei fece l'occhiolino per incoraggiarlo.
    "Voglio aprire un ristorante"
    "Benissimo. Avrai il ristorante più importante di Chicago, avrai..."
    "No papà, non un grande ristorante e non a Chicago. Se mi aiuti voglio fare qualcosa in California, sul mare"
    L'uomo si girò verso Roxanne " E' proprio vero, ne sapete una più del diavolo" Lei sorrise, senza rispondere.
    Il mese successivo.
    "Allora è deciso, te ne vai"
    "Si, la mia carriera è finita. Con i soldi che ho risparmiato e con l'aiuto del tuo capo potrò finalmente realizzare il mio sogno, aprire una mia scuola" I due si abbracciarono e baciarono affettuosamente come due giovani innamorati.
    "Ti voglio bene Milk"
    "Anche io....Roxanne"
     Il sole primaverile scaldava i verdi prati del Maine e il vento dal mare portava profumi intensi.
    Aveva appena ricevuto sul cellulare una foto di Robby, sorridente nel suo locale dall'altra parte del paese, quando una delle sue bambine si avvicinò di corsa:
    "Maestra, Fred mi ha detto una parolaccia"
    "Dimmi Lucy, cosa ti ha detto Fred?"
    "Mi ha detto puttana" Lei tirò a se la piccola fissandola negli occhi lucidi e le disse con tono amorevole:
    "Piccola mia, adesso vai dal tuo amico Fred e gli dici che non sei una puttana; nessuno dovrà più chiamarti così" La bambina l'abbraccio e corse via felice.
    Roxanne riaprì il suo bloc-notes e con la gomma cancellò il titolo del suo scrittto: <Memorie di una puttana> e riscrisse <Sogni nel cassetto di una ragazza qualunque>
    "Sì, così va meglio" Ripose tutto nella borsa e si avviò con passo sicuro verso i suoi piccoli alunni schiamazzanti.

  • 03 settembre 2013 alle ore 22:07
    Blue(s) Devil

    Come comincia: Ho visto il diavolo con un cappello rosa da donna. Mangiava la gente con gli occhi, in linea d'aria all'uomo africano e lontano da quello arabo. Appiccava fuochi e nessuno se ne accorgeva . Minaccioso come l'indifferenza , blu come la nota di un sassofono e grandioso come i draghi d'oriente. Fuori dal quadro umano un sorrise lo spegne. In all'erta selvaggio a marcare il territorio. Ho visto il diavolo addormentarsi accortocciandosi al finestrino del treno poi è sparito, è sparito sotto il cappello.

  • 29 agosto 2013 alle ore 21:31
    Percorsi artistici.

    Come comincia:

    Percorsi artistici. La ceramica di Vittorio Ruocco a Minori.
     
    Nell’anno scolastico 2005/2006, mi fu assegnata la cattedra di disegno e storia dell’arte presso il liceo scientifico “E. Marini, di Amalfi.”
    Nei mesi invernali di quel “ritiro”, tra il mare agitato e freddo, color plumbeo e i monti Lattari che incombevano nella parte alta, ebbi la fortuna, da ceramista, di conoscere e divenire amica del Maestro Vittorio Ruocco, di Minori, che mi aprì le porte del suo laboratorio e mi permise di lavorarvi, nei tempi che mi concedeva il lavoro e di potere in tal modo realizzare opere mie.
    Minori si trova a circa 4 Km da Amalfi e, nelle belle giornate, facevo a piedi il percorso, o vi giungevo con l’autobus nei giorni più freddi.
    L’arte della ceramica non è cosa facile: non si usano colori come gli altri; prima della cottura appaiono di una tinta e variano dopo la cottura. Se mescolati sapientemente dalle mani di un ceramista esperto, possono raggiungere tutti i toni e le sfumature necessarie a rappresentare ogni cosa: dai paesaggi agli oggetti, ma anche la carnagione dell’epidermide, o i mantelli di cavalli, di cani, di gatti. Se mescolati sapientemente. Per fare ciò occorre davvero grande abilità: abbiamo detto che i colori cambiano in cottura e, ad esempio, c’è un verde che diviene di una splendida sfumatura smeraldo, ma, dapprima, non lo distingueresti dal nero. L’artista ceramista sa bene, “ad occhio”, per certi toni che assume il verde prima che vi si immerga il pennello, la differenza.  Questi colori, dapprima in polvere, vengono sciolti nell’acqua, in apposite vaschette munite di un piccolo incavo circolare nella parte superiore, che assomigliano a posacenere, perché hanno anche alcuni buchi adatti allo scopo di lasciar scivolare via l’acqua in eccesso. Vi sono colori sottocristallina apiombici, da usare su biscotto (ossia il pezzo cotto una sola volta), con temperatura di cottura che variano da 950° a 1020° ed hanno costi elevati. Fin dai primi giorni, mentre cercavo di riprendere i contatti con la tipologia dell’arte (per dipingere su ceramica devi avere un laboratorio attrezzato, comprensivo di forno e vasche per mescolare gli smalti ed immergervi gli oggetti da preparare, non è come per la pittura ad olio, a tempera, ad acquarello ed altro), non potevo non ammirare sia le opere già lavorate dal mio amico Maestro, che l’abilità con cui riusciva a realizzare qualsiasi oggetto. Dall’argilla cruda, ricavava con le sue sole mani, opere d’arte. La gran parte delle argille può essere definita come silicato idrato di alluminio e magnesio: la loro formula chimica generale è Al2.2SiO2.2H2O. Ma vi sono molte variabili, in quanto il silicio e l’alluminio possono essere sostituiti da altri elementi, quali il magnesio ed il ferro, che fanno assumere all’argilla colori diversi e differenti tempi di cottura. Si tratta dello stesso materiale con cui entrarono in contatto gli uomini preistorici, incontrando sul loro cammino le rocce feldspatiche e di conseguenza argille primarie e secondarie (le seconde sono più pure) e che in seguito ci ha regalato le ceramiche greche, etrusche e romane. Il caolino, trae il nome dal cinese Kau-ling, che è quello della collina all'est di King-te-chen, dalla quale il gesuita francese d'Entrecolles trasse i primi ricercatissimi campion, che giunsero in Europa, al principio del sec. XVIII. Il caolino puro può giungere a fondere a 2000 gradi centigradi. Quello che spesso non si sa è che un buon maestro ceramico deve conoscere anche la tecnologia della ceramica, annesse alla chimica.  Chiaramente solo un vero Maestro ceramico, come Vittorio Ruocco, sa lavorarle al tornio, o coi colombini, o a mezzo stampi e poi cuocerle, smaltarle, dipingerle, sino a fare sì che sfidino i secoli e facciano mostra di sé nei musei o nelle case di chi le ama. Mentre, dunque, nell’inverno del 2006, riprendevo il contatto con l’arte, Vittorio, con molta semplicità, mi lasciava libera di lavorare, seguendomi con occhio esperto e intervenendo soltanto di tanto in tanto coi consigli, ma senza darsi alcuna pretesa da maestro. Benché lo fosse. E’ a suo merito se ho potuto elaborare nuovi lavori in ceramica, che ho portato con me al rientro in Napoli e nuove esperienze nel campo di questa meravigliosa tecnica senza tempo. Nel ritornare, dunque,giorni orsono a visitare il suo grande spazio espositivo di Minori, dapprima negli ampi locali di vendita posti sul lungomare, mi sono incantata per la varietà delle opere esposte, cresciute di numero e tipologia, fatte per accontentare qualsiasi tasca e desidero o necessità. Percorrendo i vicoletti stupendi di Minori, l’ho poi raggiunto sul lavoro, nel laboratorio che inaugurò nel 1985, a soli 23 anni, luogo che lo vede intento per intere giornate nella sua occupazione preferita. L’Ho ritrovato, difatti, con un braccio immerso fino alla spalla nella vasca degli smalti, laddove mescolava uno smalto bianco. Scherzando, sorridendo nel volto scurito dal sole dell’estate, in contrasto con il bianco del braccio, ha detto che stava producendo mozzarelle. Molti prodotti ceramici, difatti, sono sottoposti a trattamento superficiale mediante rivestimento trasparente (vetrina) oppure opaco e colorato (smalto).
    Parandogli ho appreso che aveva appena “sfornato” un “top” da cucina di molti metri e si apprestava a realizzare una tavola in mattonelle dipinte. Tenendosi aggiornato, si è inoltre specializzato nel creare tavoli in pietra lavica dipinto a mano e ceramizzati. L’arte della ceramica è certamente una delle più antiche e più belle tradizioni artistiche, di cui l’Italia vanta opere straordinarie ed è veramente bello pensare che a Maiori vi sia qualcuno che ne perpetua e migliora la storia.

     
     
     
     
     

  • 28 agosto 2013 alle ore 12:11
    Giustizia

    Come comincia: La giustizia è la gloria suprema della virtù (Cicerone)

    Giulia gemeva giorni giulivi gelati dalla grave scomparsa della persona a lei più cara.

    GIUSTIZIA. Ora cercava solamente giustizia. Questa parola le era scoppiata nella testa e le schegge si erano conficcate nella materia cerebrale come ami d'acciaio che la facevano impazzire di rabbia e di dolore. “Giustizia, voglio giustizia”, ripeteva come una cantilena. Come ottenerla? Rivolgersi agli organismi preposti.? Lo aveva fatto, ma…i colpevoli della morte della sua amatissima Giuseppina erano ancora a piede libero.
    Isolata, sentiva i disagi e il suo comportamento irrazionale, ma l’amore, che è la comunicazione delle anime, era cessato con la dipartita della luce dei suoi occhi: la sua bambina. Tutto, era finito tutto: il piacere di dare piacere, i sacrifici, le soddisfazioni, la gioia morale e fisica di una carezza e di un sorriso.
    Non ci si può liberare, senza inconvenienti, d’altronde, di queste cose. Siamo, a nostra insaputa, oggetti di certi fenomeni che ci portano ad essere e a fare ciò che non vorremmo mai. Sarà il dolore, la debolezza, la mancanza di stimoli reattivi, la mancanza di bio-elettricità, sarà quel che sarà, ma la nostra mente opera cambi di ragione secondo il bisogno. Ed è il bisogno che giustifica l’atto.
    Giulia era soggetta ormai ad atti interiori ed esteriori involontari, condizionati da forze indipendenti dalla sua volontà. Ciò accadeva soprattutto dopo aver visto morire un bambino. La sofferenza indescrivibile che si leggeva sul suo volto rasentava la follia: una scarica elettrica partiva dal cervello e raggiungeva le fibre nervose di tutto il corpo.
    Nulla potevano l’amore e le premure del marito, i farmaci poi la inebetivano e basta.
    Per fortuna, Giulia manifestava anche bisogni d’altra natura che le permetteva di passare ore abbastanza tranquille e di avere normali rapporti con i familiari ai quali chiedeva perché la GIUSTIZIA era così lenta, e cosa si poteva fare per accelerarla. Questi la rassicuravano dicendole che la GIUSTIZIA stava facendo il suo iter e che presto i colpevoli avrebbero pagato le loro colpe.
    Per moltissimo tempo la vita di Giulia fu una continua sofferenza morale e fisica, ma la sentenza del tribunale fu la causa che determinò il totale blackout di Giulia: i medici che avevano determinato con i loro errori la morte di Giuseppina furono condannati a risarcire un’irrisoria somma di denaro. Dopo qualche tempo dalla sentenza, Giulia si recò nell’ospedale, causa della sua disgrazia, e assassinò i due responsabili.
    “Giustizia è fatta”, furono le uniche parole in tutto il resto della sua vita.
    Non ci si può liberare, senza inconvenienti, d’altronde, di queste cose. Siamo, a nostra insaputa, oggetti di certi fenomeni che ci portano ad essere e a fare ciò che non vorremmo mai. Sarà il dolore, la debolezza, la mancanza di stimoli reattivi, la mancanza di bio-elettricità, sarà quel che sarà, ma la nostra mente opera cambi di ragione secondo il bisogno. Ed è il bisogno che giustifica l’atto.

  • 27 agosto 2013 alle ore 16:16
    La sorpresa

    Come comincia: Le tende di organza ondeggiano leggermente, il fresco profumo primaverile della lavanda soffia attraverso la finestra. I delicati colori blu e violetto trasformano la stanza in un tranquillo bozzolo di quiete. Sofia preparo tutto con grande cura, la fiamma delle candele fa apparire la stanza brillante, la note dei Led Zeppelin si diffondono armoniose. Dalla cucina esala un profumino inconfondibile, la torta di cioccolato è quasi pronta, sa che non mangia mai fuori pasto, ma stamane quando Tommaso l'ha avvisata che sarebbe arrivato le ha anticipato che oggi è un giorno speciale e vuole farle una sorpresa.
    E’ la prima volta che cucina per lui ,vuole dargli piacere totale a partire dal palato!
    Tommaso per lei è il suo unico “amore” anche se lui vive una vita parallela, lo ha saputo quasi subito ma non ha chiesto nulla, lui è stato sincero e spontaneo a volerla tenere informata, sa che da qualche parte c’è una moglie che lo aspetta, e questo inizialmente la faceva sentire in colpa, ma con il tempo non è riuscita a rinunciare al suo amore, viene a trovarla tutti i mesi per un solo giorno, ma è un giorno solo loro, ed il mondo chiuso fuori. Nel loro piccolo cercano di vivere la quotidianità scambiandosi mail, sms, telefonate, ma quando sono inseme, solo sguardi, intese, coccole, abbracci, e silenzi, perché i silenzi parlano. 
    Dalla finestra lo intravede, Sofia prende un calice versa il Cognac, e gli va incontro alla porta. 
    Indossa il tubino rosso, sa che le risalta le forme del corpo.
    Lo sguardo intenso di Tommaso le trasmette subito che apprezza il suo abbigliamento.
    La bacia sulla fronte, lei adora questa intimità dolce, ma è l’abbraccio stretto che le parla più di ogni cosa, solo da questo capisce che c’è ancora sintonia fra loro.
    -Sei bellissima oggi, le sussurra all’orecchio. -
    Ecco, questa sua frase ha rovinato la poesia, se ne frega se è passato un mese che non si vedono, non le serve sentirsi dire che è bellissima,, ma il fatto che lo ha rimarcato oggi, le dice che sta mentendo, forse si pentirà della ramanzina che gli farà, ma non sarebbe se stessa se non gli dicesse subito cosa la infastidisce. Consuma la torta in silenzio, ma lui sembra non notare che lei si è irrigidita, sono abituati a stare in silenzio.
    Con un colpo di tosse lui rompe il silenzio, abbassa lo sguardo e quasi con un filo di voce le dice: - Mia moglie è incinta-
    Le crolla il mondo addosso, quel mondo che tutti sempre descrivono che va a pezzi, si è ricomposto per crollarle intero sul suo corpo, non aveva aspettative da lui, ma un figlio è un figlio, poteva “rubarlo” alla moglie per un giorno al mese ma da un figlio no, lei che madre non lo sarebbe mai diventata per quel maledetto fibroma a ventanni.
    Lo abbracciò, lo baciò, lui si lasciò accarezzare, forse aveva già capito che gli stava dando l’addio, ma non poteva odiarlo per aver desiderato di diventare padre con una donna che non amava, ma che comunque era pur sempre sua moglie e da oggi la madre di suo figlio.
    -Ti amerò per sempre- le disse prima di uscire.
    Non rispose.
    La pensava diversamente, “vita” e “per sempre” non sono due sinonimi e non possono viaggiare insieme. Rimani nel cuore di una persona solo il tempo che lo vivi, non esiste il “per sempre” le suonava quasi come una minaccia. Preferiva vivere il presente, e lui le ha donato tanto amore senza chiederle nulla in cambio, è stato bello finché è durato, è stato parte di lei, della sua storia, l'ha aiutata a crescere, insegnandole delle cose, ridato fiducia nella vita stessa ma ora lui ha un figlio che lo aspetta e lei ha voglia di sentirsi ancora libera di amare senza riserve

  • 26 agosto 2013 alle ore 16:35
    La Piazza

    Come comincia: Il sole è sorto da parecchio tempo, ma solo ora inizia ad illuminarmi.
    Come tutti i giorni, la zingara è già alle prese con il suo piccolo uomo, il quale si dà un gran da fare a giocare sull’altalena e a correre a perdifiato. Nello stesso momento deve tenere d’occhio la porta della chiesa, sperando che qualche pia donna, dopo l’unica messa mattutina, le doni qualche spicciolo, per poi andare subito al centro di Roma a continuare la sua attività in luoghi più affollati e dunque più remunerativi.
    Roma inizia a svegliarsi,la piazza a popolarsi. Io sono qui a osservare tutto dal mio punto di vista, senza essere notata.
    Eccola, è arrivata! Oggi dove si siederà? Spero si segga dalle mie parti... Da qualche tempo una ragazza arriva in piazza, sceglie una panchina e studia, baciata dal primo sole primaverile. Cerca di trovare la posizione più comoda per ripetere la lezione, incrocia le gambe, le distende sulla panchina, sente l’afa di Roma, si sposta i capelli lunghi perché soffre già il caldo. Si muove senza però smettere di ripetere fino a quando non si sente preparata.
    Intanto Bush,tuttofare della parrocchia, continua nel suo lavoro. La sua terra d’origine è un non precisato paese arabo, ma sono anni che è a Roma e si sente romano e soprattutto Cristiano. E’ un personaggio per la piazza: innaffia le piante, spazza per terra, sul sagrato della parrocchia e su tutto lo spiazzo. Se non fosse per lui, questo posto sarebbe sempre sporco, diventerebbe infrequentabile. Eppure poche persone lo vedono lavorare e ancora meno lo ringraziano...
    Un “abbaio”,uno “scodinzolamento”,una palla che rotola: un cane è arrivato con la sua padrona. Le riporta la palla e si diverte. Questa è l’ora migliore perché la piazza è vuota e può correre liberamente; a poche centinaia di metri da qui c’è una grande villa, non capisco perché non va lì a sgranchirsi… forse l’erba alta gli dà fastidio?
    Dall’altra parte della strada, il padrone della pasticceria, anche lui straniero dall’accento mi sembra slavo, si prende una pausa, fuma una sigaretta e, colloquiando con i clienti e i suoi dipendenti, non dimentica di tener d’occhio la propria attività.
    Il popolo delle badanti straniere che accompagna le persone anziane a fare quattro passi e prendere una boccata d’aria fresca, si mescola con i nonni italiani che fanno da babysitter ai loro nipotini.
    “Let’s go! Let’s go!”: con queste parole un papà marocchino accompagna la sua bambina. L’indice della sua mano destra è circondato dalle cinque dita della piccola, il cui sorriso bianco fa contrasto con gli occhi e la pelle scura. I bambini fanno la fila davanti alle due altalene, civilmente, senza litigare per il posto.
    Ha appena girato l’angolo,non so come si chiama perché non parla con nessuno, con i suoi calzoni da corsa, la sua maglia, infila le cuffiette del suo ipod nelle orecchie e va via.
    Perché l’ho notata? Perché ha sempre un’espressione seria, quasi triste. Potrebbe sorridere di più quando passa vicino alle altre persone! Succede anche questo in piazza: la gente passa e se ne va come se fosse sola in un mondo pieno di gente.
     Come potete immaginare c’è sempre molto rumore: a causa del traffico, dei bambini che giocano gridando, dei cani che vengono portati a spasso. Questa confusione si placa solo alcune volte, quando la campana della chiesa risuona a morto. Le mamme stringono per mano i propri bambini cercando di tenerli buoni mentre vedono entrare e poi uscire il feretro dall’ ingresso principale. La Vita per alcuni momenti si ferma a veder passare la Morte.
    Arriva l’ora di pranzo: le panchine diventano il tavolo dello spuntino, sia per i dirigenti in giacca e cravatta sia per gli operai.
    Nelle ore più calde, i piccioni diventano i padroni della piazza.
    Ecco l’ora delle chiusura delle scuole, me ne accorgo poiché una marea di bambini si dirigono ai giochi. I bambini di tutte le razze giocano a calcio, fregandosene del divieto del Comune, come del colore della pelle e delle differenze culturali.
    Gli italiani in genere tra le sette e mezza e le otto di sera tornano a casa per la cena, ma la piazza non finisce di vivere, al contrario... sta per accogliere le mamme islamiche con i loro tipici vestiti, con il foulard sulla testa.
    Dal tardo pomeriggio fino a notte fonda i ragazzi sul motorino si incontrano, parlano a voce alta, bevono, fumano, fanno gruppo, branco. 
    Per quasi tutta la giornata alcune persone entrano in un locale della parrocchia, attraverso una porta che quasi non si nota a causa della grandezza della facciata della chiesa, ed escono con delle buste avana con una mongolfiera verde, ma soprattutto con il volto sorridente, sapendo di aver fatto del bene con poco.
    Attraverso quell’ accesso si entra in un mondo, quello di una piccola associazione che attraverso la vendita di prodotti alimentari e artigianali cerca di garantire una vita dignitosa nei paesi del sud del mondo.
    Ora che il sole inizia a tramontare, c’è più calma, anche se c’è ancora chi corre… I genitori che dopo una giornata di lavoro vanno a riprendere i propri figli dal catechismo con l’ansia della macchina in doppia fila e della cena ancora da preparare.
    Ora che il sole è sceso del tutto e si fa notte,vi saluto perché potrei diventare il letto di un barbone.
    …Eh Sì, sono…una panchina!
    Se tutto il mondo fosse questa piazza sarebbe un mondo migliore, capace di far coabitare diverse culture e diverse etnie…
     

  • 26 agosto 2013 alle ore 15:38
    A passeggio con Snoopy

    Come comincia: Non so disegnare. Lo so da molto, dai tempi della scuola, ma Snoopy era semplice da creare.
    Iniziavo dall’orecchio, due U una dentro l’altra, con quella più interna colorata di nero, poi passavo al collo, una C al contrario e una I con la parte superiore curva. Una piccola linea orizzontale faceva da collare. In seguito, partendo dalla parte superiore della U esterna dell’orecchio, cercavo di ottenere due archi, uno per la testa e uno per il muso, la forma di quest’ultimo mi ricordava spesso una “pancia” della D.
    Infine un puntino per l’occhio e uno, un po’ più grande, per il naso. Lo facevo sempre sorridente, chissà perché…
    Se la testa era sproporzionata rispetto al resto del disegno facevo indossare a Snoopy un bel cappellino con visiera, aggiungendo due righe: una obliqua sopra l’orecchio e l’altra orizzontale parallela al muso.
    Il corpo? Non lo riuscivo mai a farlo bene, quindi lo imprigionavo in una cornice…
    I miei diari scolastici o i fogli su cui prendevo appunti erano piene di suoi ritratti.
    Non ho mai voluto un cane in carne ed ossa, ma l’avessi avuto Snoopy sarebbe sicuramente stato il suo nome.
    Mentre camminavo per la villa della città, un giorno l’ho visto. Era lì! Tutto intero! Che fare? Che dirgli? Come comportarmi?
    Ciao Snoopy, ma sei proprio tu?
    Sì, sono io. Chi credi che sia? L’asso della prima guerra mondiale che combatte contro il Barone Rosso?Rimasi un po’ di stucco perché riuscivo a sentire le sue parole senza che lui aprisse bocca… no, cioè… muso. Ribattei:
    No, no… Sei sicuramente Snoopy. Ma cosa ci fai qui? Sei venuto a parlare con me? Cosa vuoi?
    Quante domande, lo sai che non mi piace parlare troppo.Snoopy intanto camminava e io lo seguivo come un bravo cagnolino, i ruoli si erano invertiti, ero io l’animale fedele al padrone.
    Ma non ho obbedito, sentivo il bisogno di continuare a parlare:
    Snoopy, ti chiedo scusa per tutte quelle volte che ti ho disegnato senza il corpo…Lui continuando per la sua strada, senza neanche guardarmi, iniziò:
    Non ti preoccupare, non è importante, mi sono divertito ad accompagnarti in quegli anni di studio… spesso mio padre (Charles M. Schulz, ndr) mi diceva: “Non è importante come e dove appari, l’importante è che porti con te un po’ di serenità da donare agli altri …”Alzai gli occhi, un po’ umidi, e vidi all’orizzonte la sua cuccia.
    Finalmente a casa, era un po’ che non ci tornavo… Sono sempre in giro, nei posti più impensabili, dalle tazze per la prima colazione, al materiale scolastico, ai vestiti, dai portacellulare ai copri sedili! Per non parlare dei tatuaggi umani!Ad aspettarlo c’era il suo amico Woodstock, che vedendomi volò via: gli avrò fatto una brutta impressione, pensai.
    Snoopy si mise sdraiato sulla cuccia con il muso rivolto verso il cielo.
    Ti ricordi che, da piccolo, riuscivi a disegnarmi tutto intero solo se ero sdraiato sulla mia casa? Ogni volta che succedeva ti ringraziavo dal profondo del mio cuore.A quel ricordo  sorrisi, stavo per continuare per la mia strada quando sentii:
     Tieni sempre a mente il pensiero  del “mio” biglietto d’auguri, quello che ti ha regalato tua nonna, e che campeggia da anni sulla tua scrivania: “E’ bello sentirsi importanti… ma è molto più importante sentirsi belli”. Io sarò sempre lì per te.
     

  • 26 agosto 2013 alle ore 15:29
    Lo chiamavano "Tom"

    Come comincia:  Lo chiamavano TOM
     
    Non aveva amici, quindi proprio e soltanto Tom. Nella sua genealogia si trovava un “Tom Tom”, ma era ben poca e misera cosa, rispetto a lui. Lo usavano in passato gli umani, sulla terra, per profilare un percorso autostradale. Segnalava, a volte con errori, anche i punti dove stare attenti a non incorrere in multe per eccessi di velocità. Problema oggi risolto dalle strade in movimento. Tom Tom.
    Ma il “nostro Tom” faceva ben altro: dava indicazioni agli esseri umani viventi ancora sul pianeta terra, su quali fossero i percorsi da seguire per ottenere dalla vita, ciò che si desiderava. Un giorno, in un romanzo giallo d’autore sconosciuto, trovai un detto intelligente:-“Fate attenzione a ciò che desiderate con tutte le vostre forze; si potrebbe realizzare davvero”.
    Ausonia (la chiameremo così), desiderava con tutte le sue forze ( o almeno era quello che ricordava di avere sempre desiderato), di lasciare il pianeta Terra ed andare a vivere su NuovaMarte. In uno di quei felici “isolotti” per ricchi, protetti da ogni cosa e dove ogni cosa si poteva realizzare. Fin da bambina sapeva cosa volesse davvero. Lo sapeva sempre di più rendendosi conto, ogni giorno, col divenire adulta, che NON avrebbe voluto fare in sostanza mai, la vita dei suoi “genitori”. Metto la parola tra virgolette, ma non è proprio giusto. Ausonia, difatti, era stata regolarmente messa al mondo da una donna, quindi aveva una “madre naturale”, che però era subito sparita dalla sua vita, al prezzo di un biglietto di sola andata per “NuovaMarte”. Prezzo pagato dai suoi genitori acquisiti, Rob e Bob, per farla propria. Rob e Bob avevano vent’anni di differenza tra di loro, avrebbero potuto ottenere un figlio per clonazione, però l’idea non era gradita:volevano “la sorpresa”, un essere nuovo nuovo, insomma. Avrebbero potuto ottenerlo con le nuove metodologie, in provetta, sì, ma neanche questo piaceva loro: volevano un figlio “nature”, alla vecchia maniera. Rob era un conosciuto medico della memoria, ossia specialista nel recupero, attraverso complesse operazioni chirurgiche e specifiche cure, della memoria perduta dagli esseri umani. Dal 2020, difatti nel mondo, erano aumentati in modo terrificante (anche a causa “dell’invecchiamento” della vita media dovuto al prolungamento della stessa), i casi di malattie che provocavano la perdita totale, parziale o crescente, della memoria. Gli studiosi della materia avevano esaminato anche alcune proteine, scoprendo che alla base delle nostre amnesie c'è una proteina programmata per decidere quel che bisogna rimuovere e quel che è necessario salvare nella memoria a breve ed a lungo termine, la quale è addetta all’eliminazione dei rifiuti mnemonici nella zona cerebrale del nostro corpo. Partendo da quei dati e dal fatto che il cervello umano, contrariamente a ciò che si pensa, non può raccogliere e conservare ricordi all’infinito, ma deve eliminarne una parte dalla memoria per fare spazio ad altri ricordi e collegare intelligentemente, le informazioni, si tentava di risolvere il problema mnemonico. Rob era un ingegnere in neurologia mnemonica, branca medica nata dopo il 2030 e si occupava, appunto, della memoria; essendo anche ingegnere/neurologo specializzato in memoriologia, conosceva il cervello umano come nessuno. Bob era stato un paziente di Rob: voleva a tutti i costi dimenticare una fase della sua vita e Rob gliel’aveva cancellata, restituendogli la quiete. Così, tranquillizzato e grato, avendo dimenticato che proprio un uomo più grande di lui era stato la causa della sua infelicità, si era innamorato del suo medico. Si erano sposati ed avevano adottato Ausonia. Visto che ancora, purtroppo, gli uomini/maschi non erano in grado di fecondarsi a vicenda. Proprio Rob, per aiutare gli esseri umani a scegliere i ricordi utili e scartare quelli dannosi, aveva elaborato una serie di macchinari destinati a questo scopo, giungendo anche ad elaborare “TOM”. Il computerino da applicare al cervello per mezzo di elettrodi, in grado di guidare, per moduli, praticamente chiunque, verso la meta desiderata. Volevi divenire un grande astronauta? Tom t’indicava, in progressione, per moduli, appunto, come procedere. Compresa la necessità di tagliare fuori dalla tua vita quanti, anche persone che avresti potuto amare, ti avrebbero impedita la realizzazione del tuo “scopo di vita”. Naturalmente, per semplificare e sveltire la cosa, sembrò subito più utile che fossero i genitori, sul bambino do pochi anni, ad intervenire “di base”. Già: poniamo che il piccolo non avesse prestato la giusta attenzione alla propria bellezza, come avrebbe potuto “in seguito”, provvedere alla cosa per divenire, poniamo, un “modello planetario?”. I genitori, quindi, spesso “intuivano” cosa avrebbe voluto essere il proprio figlio, per cui, poniamo che avessero “intuito” che il loro figliolo volesse divenire quello che loro (purtroppo), non erano riusciti ad essere, lo avviavano decisamente e con molto amore verso “quello specifico” desiderio. Ho conosciuto genitori che avrebbero voluto essere dei pugili, i quali, con molto amore, indirizzavano a tre anni il loro pargoletto verso quest’aspirazione, con l’aiuto di Tom. Oppure, erano certi che il loro figliolo avrebbe potuto essere molto ricco, in futuro, se si fosse interessato alle gare di motocross in giro per i pianeti più “vicini”, per cui, con l’aiuto di Tom, lo indirizzavano sin da subito verso questo giusto desiderio. Qualche volta il giovane di turno diveniva davvero un famoso e ricco motocrossista globale e poco importa se tanti altri lasciavano la pelle sulle strade dell’universo: ci si ricordava di loro come eroi caduti ed i genitori ne perpetuavano la memoria con interviste e pubblicazioni digitali ed elettroniche ricche di fotografie dell’incidente e dell’infanzia perduta del loro figlio. Se ai genitori piaceva scalare le montagne della luna, sin dall’infanzia “programmavano” il loro pargolo con il “TOM”, per cui al piccolo sembrava logico e naturale arrampicarsi dietro i genitori e seguirli per ogni dove facendo trekking. Il piccolo diveniva famoso, le foto di lui appeso ai gangli tonici ed agli spinmoon facevano rabbrividire e sorridere, per cui faceva parte del gioco se uno di quei ganci cedeva ed il piccolo eroe veniva giù forse più lentamente di quello che sarebbe accaduto sulla terra, con una minore forza di gravità, ma non protetto dall’atmosfera terrestre, finché la velocità aumentava ed il piccolo casco contenente la testa sbatteva su qualche spuntone di roccia, frantumandosi e togliendogli l’aria. Ma quanto eroismo in questa morte! Quante fotografie rese misteriose dai baratri bui! Un sepolcro sulla luna non è cosa da tutti!
    Sì, torniamo a Tom. Chiaramente a casa di Ausonia Tom era di casa. I genitori di lei non avevano voluto in alcun modo prevedere le sue scelte, per cui, soltanto, le avevano fatto comprendere (giustamente), quanto fosse importante il lato estetico nel momento in cui si voleva competere con altre donne, in qualsiasi professione. Quanto fosse “inutile” proporsi il quesito se amare un uomo o una donna, visto che, infine, sempre amore era. Quanto fosse necessario sapere in concreto il più presto possibile “cosa” si volesse divenire “da grandi”, per cui, opportunamente informata del valore del “denioro” globale e sull’indispensabile necessità di possederlo (tutto si compra: Rob e Bob avevano comprato anche lei), Ausonia aveva deciso presto (sei anni terrestri, contati come i Coreani, ossia con due anni di più…) alla volontà di lasciarsi guidare da Tom, in quanto le sembrava proprio un’idea splendida quella di raggiungere uno dei paradisi artificiali di NuovaMarte e vivere alla giornata, ricca, protetta, lontana dalla terra e dalle radiazioni oramai poco amate, del sole. Tom le aveva subito “prescritto” di escludere dal suo tempo quello ludico. I bambini NON devono perdere tempo a giocare. Tom le aveva assegnato un insegnante per la musica, un altro per la danza (terrestre, ma anche il più possibile globale), per l’aerobica (faceva bene all’organismo), il nuoto in vasca, la conoscenza di tutte le lingue possibili (poneva in grado di comprendere anche chi credeva di non essere compreso) e non aveva tempo per altro. L’ora del pasto non coincideva con quello dei genitori e li vedeva ben poco. Strano a dirsi doveva apprendere l’ippica, perché nei paesi artificiali le fattorie con animali veri erano alla moda. Ma Rob e Bob non badavano a spese per lei, ed ebbe anche l’istruttore adatto. E un cavallo. Fu a quel punto che la linea programmata da Tom sembrò piombare in una “défaillance d'entreprise”, cioè un fallimento d’indirizzo, giacché Ausonia sembrò “innamorarsi” del suo cavallo e voler trascorrere con lui più tempo possibile. “Tom” propose il caso agli adulti, ascrivendo la crisi ad una motivazione profonda della bambina. Insomma. Alla piccola piaceva l'ippica. Avrebbe voluto divenire un’esperta cavallerizza. I genitori di Ausonia decisero che Non si trattava di un “giusto” desiderio. Il cavallo era soltanto una tessera del mosaico che avrebbe condotto la loro figliola alla ricchezza su NuovaMarte, per cui le fecero “riabilitare” l’area del desiderio da Tom, ponendo il cavallo in secondo piano, dove doveva stare. Ausonia, opportunamente guidata e programmata da Tom, sembrò reagire bene: trascorse con il puledro (che si chiamava Lucido), molto meno tempo e reindirizzò le sue attenzioni ad altro. Crebbe. Era proprio una bella ragazzina. Vero è che non aveva amici al di fuori di coloro che incontrava per studio, ma cosa poteva importare? Aveva i colleghi per il ballo. Ma in quell’occasione esplose il caso “Moira”, giacché Ausonia spostò sull’insegnante di danza la sua necessità di amare e iniziò a desiderare di divenire una ballerina di Flamenco. Tom sembrò esplodere, si chiuse in un non meglio precisato “Guru meditation error” che per due giorni tenne impegnato Rob, sotto gli occhi stupiti di Bob che non aveva mai visto accadere a “Tom” nulla del genere. Per due notti non furono installati su Ausonia gli elettrodi e in quelle notti la ragazzina sognò in sostanza di tutto e durante il giorno saltò le lezioni, passando in pratica le ore danzando freneticamente il flamenco. Era davvero bravissima. In più “buttò giù” uno strano racconto dedicato ad un cavallo bianco, che non fece leggere a nessuno. Ripristinati i contatti di “Tom”, in terza serata le furono riconfermati gli elettrodi (ci fu le necessità di aggiungerne due ulteriori), dormì di uno strano sonno profondo per dodici ore ed al risveglio sembrò essere tornato tutto sotto controllo. Rob fu sollevato, Bob tornò ai suoi esperimenti di chimica organica destinati ad ottenere alimenti di buon sapore dai topi e dagli scarafaggi (gli unici animali di cui, purtroppo, c’era abbondanza) e tutto riprese a scorrere “normalmente”. Ausonia compì sedici anni. Parlava in sostanza tutte le lingue utilizzabili a fini di comunicazione, si muoveva con grazia, aveva sviluppato un seno fin troppo evidente e fianchi buoni per mettere al mondo figli ed i suoi ormoni viaggiavano alla grande. Fu proprio al sedicesimo compleanno di Ausonia che Tom cominciò a lanciare strani sibili e richiese l’attenzione di Rob. Nei tracciati notturni gli ormoni della giovane erano apparsi pericolosamente presenti: occorreva intervenire. Tom, inoltre, suggeriva di sottrarre volume al seno (in NuovaMarte il seno era quasi scomparso tra le donne), porre rimedio ai glutei ed ai fianchi e ridimensionare gli interessi sessuali, anche se non ancora chiaramente indirizzati, della giovane. Rob conosceva i migliori internisti ed i migliori chirurghi plastici, per cui nel breve giro di qualche mese Ausonia rientrò nei termini. Vero è che non la riconoscevano quando camminava per le around sui roller skater, ma che problema poneva loro? Oramai era abbastanza grande da avere ricevuto nei pressi dell’osso ioide il cip di identificazione, per cui, ovunque fosse, sapevano come trovarla. Erano finiti i tempi dei genitori preoccupati! Bastava un “cip” per rintracciarla. Così non fu un vero problema quando, in che modo non fu dato saperlo, la diciassettenne Ausonia “fece un salto” in Giappone. Sì: amava il giapponese ed il Giappone di un amore testardo. In più amava anche l’insegnante di aikidō e la sua disciplina psicofisica giapponese, che si pratica ancora oggi sia a mani nude sia con le armi bianche tradizionali del Budo giapponese, per cui voleva divenire un’aikidoka. Si era fatta anche tatuare (dove? Da chi?), il simbolo sulla pelle:合気道家. In verità, sulla spalla destra, le donava. Non entrava in collisione con il suo futuro su NuovaMarte. Causò però un altro “Guru meditation error” in Tom, che si espresse per qualche ora in uno strano linguaggio giapponese, a causa del qualei Rob si vide costretto a chiamare un esperto del linguaggio stesso. La traduzione fu pressoché questa: “l’allieva ha una personalità umana molto rilevante che contrasta con Tom, ponendolo in error. Consiglio: disattivare l’allieva”. Già. Tom non era umano, per cui non si poneva questioni etiche. Insomma: non obbediva alla “prima legge della robotica di Isac Asimov”: “A robot may not injure a human being or, through inaction, allow a human being to come to harm.”[1] Ma non sembrava il caso di preoccuparsene, visto che gli elettrodi non potevano fare danno.
    Si giunse al diciottesimo anno di Ausonia, ossia il momento in cui la giovane donna si sarebbe resa indipendente dagli adulti e avrebbe potuto scegliere da sé ciò che voleva fare della sua vita. La sua stanza era tappezzata di “diodonie” colorate, mostranti al tatto, all’odorato ed alla vista, le bellezze dei paradisi di “NuovaMarte” e l’allieva aveva appreso tutto ciò che la poteva rendere adatta a vincere ogni difficoltà per essere reclutata tra coloro che potevano vantare il diritto portare avanti, al di fuori della terra, la riproduzione in vitro dei NuovaMartesi terrestri. Così Papà Rob, un bel mattino (si fa per dire: il cielo era plumbeo), prese con sé Ausonia, perfettamente programmata, per condurla dagli esaminatori del “Programming Center Off NuovaMarte”, detto anche “P.C.N”. La giovane donna era splendida nella tuta blu cielo, macchiata di bianco. Linea perfetta, seni a misura, fianchi slanciati, passo da puledra. Grazie alle amicizie di Rob entrarono prima di altri, superando le attese dei “programmati alla nascita”. Erano davvero tanti. Si riconoscevano dallo sguardo un po’ fisso, dagli occhi vacui, dal parlare lento e preciso, senza intonazioni. Non si distrassero al loro passaggio, non discussero la precedenza. Neanche si girarono a parlare tra di loro: restarono fermi, immobili, ben programmati, degni del loro incarico. Ma Ausonia piacque proprio per la sua metrica alternativa, l’aria sprezzante, il tono forte, l’accento deciso. Zoe Rupert, il capo collaudatore, la vide subito adatta all’area di comando e predisse per lei un futuro radioso. Avrebbero letteralmente “comprato” in mille quell’essere per le loro aziende ricche e famose. Non importa come e dove sarebbe stata “inserita”, di certo sarebbe stata favolosa. Previsto l’imbarco su “Navedieci” per il periodo più propizio alla partenza, non c’era tempo da perdere: l’indomani, fornita dell’equipaggiamento gratuito offerto dall’azienda promotrice delle crescite programmate, Ausonia sarebbe stata inserita nell’equipaggio in partenza. Una notte di sonno, per dirla all’antica, e poi via! Verso il futuro. Ausonia pareva inquieta, osservava gli adulti discutere seguendo con gli occhi il parlante di turno, come se seguisse una vecchia partita di tennis. Ma non disse verbo. Risposte a tutti i quesiti, si fece controllare dagli umani e dalle macchine e non disse una parola di troppo, così come ci si attendeva da lei. I genitori erano fieri di averla cresciuta così bene. Fieri del futuro che le avevano preparato. Fieri di Tom. Rientrarono nell’habitat sorridendo, le fecero compagnia mentre si cibava (cosa che capitava assai di rado), le regalarono una tuta di NuovaMarte per il viaggio e la baciarono sulle guance, infrangendo per quella volta le istruzioni perentorie di Tom: niente contatti fisici. D’altra parte, anche tra di loro, erano finiti da tempo, ossia da quanto nella memoria di Bob si erano riaccesi dei ricordi sotterranei, che Freud avrebbe spiegato. Ma si vive bene anche senza sesso, no?
    La famiglia raggiunse le basi del sonno. Ad Ausonia non fu applicato nulla e si addormentò, apparentemente serena. Ma, verso l’alba, quando ancora le porte della casa dovevano essere aperte a comando, aprì all’improvviso gli occhi. Una marea di sensazioni cui non era assolutamente preparata l’assalirono: rabbia, paura, odio, desiderio di libertà. Lei non sapeva discernere le une dalle altre, non era in grado di confrontarle, domarle, rimetterle nel luogo di provenienza. Più forte di tutte era la paura, che fu però sostituita dall’odio. Ricordò il nitrito del cavallo, il suono della musica spagnola, il senso dei piedi nudi, la violenza nascosta dell’aikidō. Si alzò e trovò, ben nascoste dove lei stessa le aveva deposte, "ken", la spada, "jo", il bastone e "tanto", ossia il pugnale). Usò jo, per colpire Tom. lo distrusse in un momento e lui non ebbe nessuna reazione: era una macchina. Entrando nella base del sonno di Rob, sapeva che l’avrebbe trovato in fase Rem, già programmata. I suoi occhi, sotto le palpebre, si muovevano. Lo colpì più volte con il ken, finché fu certa che non si sarebbe più svegliato. Poi passò da Bob. Bastò “tanto”. sapeva dove colpire per uccidere con un colpo solo e non lo odiava poi molto.
    Lasciò dietro di sé il silenzio e la morte. Attese l’ora della partenza, raccolse tutto ciò che doveva portare con sé, ossia quasi nulla. La prelevarono all’alba e sedette in silenzio assieme agli altri esseri silenziosi che sarebbero partiti con lei. Poche ore e la navicella non sarebbe più stata nell’atmosfera terrestre. Poche ore e la legge terrestre non l’avrebbe più richiamata. Poche ore e lei sarebbe andata a godersi quei suoni, quelle dolcezze, quegli spazi, che non aveva mai desiderato raggiungere, ma che oramai erano la sua unica possibilità.
    Bianca Fasano.
     
     
     

    [1] Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
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  • 24 agosto 2013 alle ore 12:35
    ...un vecchio saggio

    Come comincia: Un vecchio saggio si trovò davanti ad un fiume straripato con 3 creature che stavano per annegare e poco tempo per prestare soccorso a tutte. Doveva decidere chi salvare per primo tra un uomo, un cane e un gatto. Senza esitare molto si tuffò per primo in direzione del gattino e lo trasse in salvo, quindi fu la volta del cane e poi dell'uomo. La persona risentita di tale gesto si infuriò con il saggio chiedendo perchè si fosse preoccupato prima del gatto e del cane rischiando di lasciarlo affogare e il saggio rispose : " Vedi, nonostante tu ti reputi quale degno di sopravvivere rispetto alle altre creature, sei certamente quello più dannoso; distruggi la tua Terra, fai soffrire i tuoi simili, non disdegni la menzogna e l'invidia, prevarichi i più deboli a vantaggio del tuo stato sociale e sottometti le creature nate libere per il solo gusto di averne il possesso. Tu e la maggior parte dei tuo simili siete il cancro delle Terra, più dannosi che inutili, più morti che vivi pertanto non era indispensabile salvarti per primo e me ne hai dato la riprova aggredendomi anzichè ringraziandomi, ma sei un mio simile ed oggi ho avuto pietà di te." L'uomo più offeso che riconoscente, voltò le spalle al saggio e se ne andò. Fu la volta del cane, si accostò al saggio scodinzolante, gli leccò la mano in segno di riconoscenza e poi chiese perchè lo avesse salvato prima dell'uomo, ma dopo il gatto. Il saggio rispose: " la tua vita amico mio, vale cento volte quella di un uomo, ma hai il difetto di vivere per lui, lo servi con amore e devozione, lo accogli felice e scodinzolante per poi ritrovarti abbandonato e maltrattato, messo da parte come se tu fossi un vecchio gioco. Solo in pochi si rendono conto di quanto amore hai dato e ti ricambiano con il loro affetto, ma tu sei capace di continuare a dare amore anche a chi ti abbandona e maltratta, la tua vita è in funzione dell'uomo, quindi vale più della sua, ma non è indipendente. Il gatto nel frattempo si stava leccando il pelo bagnato, guardò il saggio, emise un miagolio come un ringraziamento e tornò ad occuparsi del so pelo. Il saggio proseguì sempre rivolgendosi al cane : " vedi il gatto, rappresenta la perfezione della creatura, sa dosare affetto e indipendenza, dolcezza e aggressività, non si vergogna a chiedere quando ha bisogno e sa benissimo quando è il momento di dare; cerca l'uomo solo per il cibo, ma se riceve amore lo riconosce e lo ricambia. Ha imparato a non essere ferito nei sentimenti, a innamorarsi al punto giusto e a sopravvivere in ogni ambiente. " E se le cose si fossero messe peggio per tutti e tre? " Chiese il cane. Il saggio continuò pazientemente a rispondere al cane: " Se le cose si fossero messe peggio, avresti visto l'uomo passare su di voi pur di salvarsi, mentre tu saresti morto nel tentativo di salvare lui, entrambi avreste agito in funzione delle altre creature, l'uomo per sfruttare e salvare se stesso, tu cane, per sacrificarti e salvare l'uomo; il gatto senza infamia ne lode, avrebbe puntato solo sulle sue forze ne prevaricando ne facendo il martire. Il gatto è quindi la creatura che merita la sopravvivenza della specie. " Il cane rispose ingenuamente al saggio : " ma se è tanto bravo a sopravvivere, si sarebbe comunque salvato senza il tuo aiuto, perchè hai voluto recuperarlo per primo? " Il saggio rispose: " io non ho voluto salvare il gatto per primo, ma volevo che l'ultimo ad essere salvato fosse l'uomo! "

  • 24 agosto 2013 alle ore 11:55
    Romolo

    Come comincia: (771 a.C.- 717 a.C.)
     
    È proprio vero: noi romani amiamo così tanto la nostra città che quasi ci dimentichiamo che esiste. Noi, esseri uniformi, stereotipati del XXI secolo, non ci rendiamo conto di dove posiamo i piedi ogni qualvolta muoviamo un passo. Dire che sotto di noi esistono tremila e più anni di Storia sembra riduttivo, ma tant'è e non è un caso se a Roma le metropolitane sono solo due e sempre affollate come carri merci: prova tu a scavare sopra tremila anni di Storia e poi ne riparliamo.
    A ogni centimetro scopri insediamenti, fossili, ossa, statue, ciotole e via dicendo che, venendo alla luce, ci guardano con un'aria come dire: ma tu che puoi saperne?
    Eh, già. È proprio così che mi sento mentre, girovagando tra i maestosi Fori Imperiali, d'improvviso il sole sparisce e un forte vento di scirocco mi costringe a chiudere gli occhi e a ripararmi in qualche modo. Ed è allora che lo vedo, con una tunica legata in vita, le gambe muscolose che s'intravedono da sotto il gonnellino e rimango incantata a fissarlo.
    Il suo sguardo fiero e deciso mi trafigge come un dardo e mi rendo conto di avere ancora gli occhi chiusi.
    «No, non aprirli, tanto mi vedi lo stesso.» mi dice con tono di comando.
    Gesù mio, non posso crederci: è lui, Romolo, il nostro fondatore, che se ne sta lì, davanti a me, fiero e altero proprio come un re o, se preferite, come un dio. Deglutisco sentendomi una nullità al suo cospetto e mormoro:
    «Salute a te, o divino Quirino.»
    Lo vedo fare un gesto stizzoso con la mano prima di ribattere:
    «Falla finita. Sono Romolo, punto e basta.»
    «Ma dopo il tuo trapasso, i romani ti hanno elevato agli onori degli altari con il nome di Quirino e ti hanno venerato per secoli con questo appellativo.»
    «Sciocchezze. Sono morto e basta, come un qualsiasi altro uomo.»
    «Ma tu sei Romolo.» insisto puerile.
    Lo vedo alzare gli occhi al cielo e rivolgere una preghiera a qualche dio pagano ed io mi metto a ridere, notando la sua espressione buffa.
    «È vero,» chiedo curiosa, «che tu e tuo fratello avete ucciso vostro zio Amulio e riportato sul trono vostro nonno Numitore?»
    [Romolo] «Tu cosa avresti fatto? Non solo quell'essere spregevole aveva ucciso mia madre e tentato di eliminare me e mio fratello, aveva altresì distrutto la mia intera famiglia pur di salire al trono. Quando io e Remo siamo venuti a saperlo, abbiamo fatto sì che le cose si riaggiustassero. Tutto qui.» conclude come se fosse la cosa più naturale del mondo.
    Per un attimo rimango sovrappensiero, cercando con la mano di trattenere i capelli che il vento mi ributta costantemente in faccia, quindi mormoro:
    «Allora, eri comunque destinato a divenire re, re di Alba, appena tuo nonno avesse reso l'anima a Dio.»
    «Dio? Quale dio?»
    Sospiro e allargo le braccia, borbottando:
    «Fa' un po' tu.»
    Lo vedo grattarsi il mento meditabondo e il suo sguardo incupirsi.
    «Sì, certo, re di Albalonga. Ma c'era anche Remo.»
    «Chiaramente un neo da estirpare.» commento mordace.
    Lui digrigna i denti e reprime uno scatto d'ira, dichiarando lapidario:
    «Se l'è cercata.»
    «La morte?» domando scettica.
    «Sapeva benissimo quali erano i patti, ne avevamo discusso a lungo. E li ha infranti.»
    Sbuffo spazientita e chiedo sarcastica:
    «E com'erano questi patti impossibili da infrangere?»
    Mi si avventa quasi contro, con sguardo furioso e sibila come una scudisciata:
    «Non usare condiscendenza nei miei riguardi, ragazzina.»
    Rimango sbigottita, il cuore che mi arriva in gola per lo spavento e mi accorgo di essere diventata di granito. Be', la grinta non gli fa difetto. Lo vedo raddrizzare le spalle e inspirare a fondo, prima di ricominciare:
    «È presto detto: poiché in due non era possibile comandare, abbiamo deciso di fondare una città sul colle Palatino. Lui insisteva per fondarla sul colle Aventino, portando a pretesto che il Palatino fosse sacro agli dèi, io proprio per quello. Per questo, per decidere chi dei due avesse ragione, ci siamo accordati per una paziente attesa.»
    Chino di lato la testa, con una muta domanda nella mia espressione e lui continua:
    «Abbiamo atteso per un intero giorno che passassero gli avvoltoi in cielo. Chi più ne avesse avvistati prima del calare del sole, avrebbe scelto il luogo della fondazione e sarebbe diventato re. Era il 21 aprile del 753, non lo dimenticherò mai. Ero giovane, all'epoca.» ricorda, lasciandosi andare per una frazione di secondo alla nostalgia. «Orbene,» riprende con tracotanza, «lui ne ha avvistati sei, io dodici, proprio sul limitare del tramonto. Pertanto, lascio a te indovinare chi abbia vinto.» conclude con sarcasmo.
    Incrocio le braccia sul petto e porto il peso del corpo su un solo piede, in segno di sfida. In quell'attimo, alle spalle di Romolo, appare un altro giovane che non stento a riconoscere come l'altro gemello, il quale interviene precisando:
    «Dodici, sì, ma dopo il tramonto.»
    «Prima del tramonto.» ribatte Romolo con decisione.
    «Dopo.»
    «Prima!»
    «Un momento!» intervengo alzando di un tono la voce, cercando di fare da paciere. «Non è questo che conta. Conta il fatto che l'episodio vi ha reso nemici e vi ha condotti al fratricidio.»
    Remo sogghigna e indicando il fratello lo accusa:
    «Ti sei sporcato le mani con il tuo stesso sangue solo perché ho oltrepassato il solco della tua città quadrata.»
    Inviperito, Romolo fronteggia il fratello e ribatte:
    «Hai osato attraversare un solco dichiarato sacro e inviolabile dall’oracolo. Ti sei fatto beffe degli dèi e sapevi benissimo a cosa saresti andato incontro. Potevi rimanertene tranquillo sull'Aventino a fondare la tua città, invece sei stato invidioso e mi hai portato a ucciderti!»
    «Ma sentitelo!» esclama Remo con sarcasmo. «Ora l'assassino accusa l'assassinato di essersi lasciato assassinare!»
    «Sparisci dalla mia vista, profano!»
    «Basta!» intervengo ponendomi tra i due e li guardo uno a uno negli occhi, quindi Remo abbozza un sorriso e svanisce così come era apparso, facendomi un cenno di saluto con la mano.
    Resto a fissare Romolo, sempre tenendo gli occhi chiusi, e domando:
    «Eravate sempre così bellicosi?»
    «Ti potrà apparire strano, ma io ho voluto bene a Remo, fino a quando ha compiuto quel miserabile gesto, in spregio agli dèi. Come re, non ho potuto chiudere un occhio solo perché si trattava di mio fratello. Se l'avessi fatto, avrei creato un precedente e chiunque si sarebbe ritenuto in diritto di scavalcare il solco inviolabile e penetrare nell'Urbe.»
    Esito un attimo, cercando di capire il suo punto di vista e borbotto:
    «La ragione di stato.»
    «Ecco, brava. I sentimenti non c'entrano nulla.»
    Scuoto la testa, ben contenta di non fare parte di quella schiera di regnanti e potentati che, per ragioni politiche, hanno dovuto sacrificare i propri sentimenti. Il cinismo non è mai stato il mio forte, eppure pare che tutti i grandi ne abbiano avuto a iosa. Buon per loro e poveri loro.
    «Tu e i tuoi uomini, però, eravate privi di donne, o, comunque, ne avevate pochissime e, per fondare e far crescere una città, occorrono le donne per procreare.»
    «Sì, è vero. Per questo motivo ho escogitato un piano, in barba alla sacralità dell'ospitalità.»
    «La ragione di stato.» commento rassegnata.
    «Proprio così. Le sabine erano un bocconcino appetitoso e con la scusa di giochi equestri ho invitato il loro re, Tito Tazio, a festeggiare la nascita di Roma. Lui è venuto, beato e contento e si è portato dietro gran parte della popolazione patrizia.»
    «Non hanno sospettato nulla?»
    «Assolutamente. Avevo dato ordine ai miei uomini di rapire le più giovani, quelle che sicuramente non erano sposate. Ciò nonostante c'è stato un errore, uno solo: Ersilia, la donna a me destinata.»
    «Era già maritata?»
    «Purtroppo sì. Ma l'ho voluta comunque. Era troppo bella per rimandarla indietro solo per quella sciocchezza. Alla fine il ratto si è risolto bene: i giovani romani si sono accasati e hanno generato molti figli.»
    «Si è risolto bene?» ripeto incredula, inarcando le sopracciglia. «Ma se Tito Tazio ha scatenato una guerra per riavere le ragazze!»
    Lo vedo fare un gesto vago con la mano, come se la cosa fosse senza importanza e commenta:
    «Ha fatto un errore: le ha prese di santa ragione, così come tutti coloro che hanno avuto l'ardire di sfidare Roma nei secoli successivi.» commenta, orgoglioso oltre ogni limite.
    «Si è arreso,» lo correggo risoluta, «solo perché le sabine rapite si sono messe in mezzo con i loro pargoli, per non dover vedere i propri mariti e i propri padri e fratelli scannarsi per loro.»
    «Quisquilie. Avremmo vinto comunque noi.» taglia corto.
    «Può essere.» concedo.
    «È sicuro.» sottolinea con fermezza. «A dispetto di traditori alla stregua di Tarpea, abbiamo vinto comunque.»
    «Già, Tarpea. Lei ha tradito perché amava il denaro e i sabini l'hanno ricompensata lapidandola con i loro gioielli e seppellendola sotto i loro scudi. Bello sfregio.»
    Fa una smorfia di disgusto e scuote la testa, commentando secco:
    «I traditori non meritano di meglio. Per questo motivo, da allora, chiunque tradisse Roma veniva gettato da una rupe nominata Tarpea, a perenne ricordo.»
    «Brutta fine.»
    «Fin troppo clementi verso chi tradisce. Oggi,» aggiunge alzando la mano per mostrare i Fori Imperiali, «nessuno più sente il proprio dovere verso la patria.»
    «I valori morali hanno registrato un netto calo, ne convengo.»
    «Ah!» esclama rassegnato. «Se solo ci fossi ancora io alla guida di questo popolo che non sente più l'orgoglio di essere romano, che gode di un'indisciplina vergognosa, che…»
    Sorrido e provo a immaginare i romani di oggi sotto le grinfie di Romolo e giungo alla conclusione che, per noi, è meglio che lui sia vissuto secoli fa.
    In quel momento il garbino si affievolisce, il sole torna a spuntare da dietro la nube ed io riapro gli occhi, fissando Romolo che svanisce lentamente, lo sguardo sconsolato su ciò che è rimasto della sua città. Poco più in là, in una nicchia, alcuni mazzi di fiori portati da mani gentili fanno ombra a una tomba, la sua tomba e lui, prima di sparire, sussurra con dolcezza:
    «Fa piacere sapere che a qualcuno sono rimasto nel cuore.»
    Gli sorrido e gli mando un bacio, ringraziandolo per tutto ciò che ha fatto per Roma.

     

  • 24 agosto 2013 alle ore 10:00
    Moglie o schiava, questo è il dilemma

    Come comincia: Era un giorno uggioso e le nubi tetre che coprivano come una spessa coperta il cielo trasmettevano un senso di tristezza e di avvilimento, di depressione direi. Telefonai a Silvia per sapere come stava. Lei era molto sensibile alle variazioni climatiche, tant’è che in questi casi un fortissimo mal di testa la colpiva immancabilmente. Il telefono squillò più volte prima di avere una risposta.
    “Scusami Vanna se ti ho fatta aspettare, ero a letto”.
    “Perché?” chiesi anche se immaginavo la risposta.
    “Ho una fortissima nevralgia insopportabile, come al solito” mi rispose con una voce fioca.
    “Hai preso la pillola di paracetamolo? chiesi.
    “No, ne sono sprovvista, le ho terminate” disse.
    “Vai in farmacia, allora” insistetti.
    “Non posso!” rispose Silvia con voce agitata e anche tremolante.
    “Mi puoi dire il motivo? Ti piace soffrire? Hai la farmacia a due passi. Se non fossi a Roma, ci andrei io, lo sai!” specificai.
    “Lo so che tu sei come una sorella, ma non ho le chiavi di casa, e questa mattina tutte le mie amiche come sai sono a lavoro” chiarì Silvia.
    “Telefona in farmacia, allora. Spiega al farmacista la situazione e vedrai che te le invierà con il messo”  spiegai.
    “Non credo che lo farebbe” disse Silvia.
    “Se vuoi glielo dico io per telefono, il farmacista è amico mio”  le risposi.
    “No, ti prego! Non ho neppure soldi in casa per pagarlo. Mi sentirei in  imbarazzo. Preferisco tenermi il mal di testa” precisò Silvia.
    “Non avere le chiavi posso capirlo, ma non avere neppure uno spicciolo di euro a casa è il colmo!” esclamai con rabbia.
    “ Può capitare, no?” precisò Silvia.
    “ Può essere, ma mi sembra molto strano!” dissi.
    “Aspetto che torni Marco dal lavoro e le farò comprare da lui. Ora scusami, torno a letto, ciao” specificò Silvia.
    “Va bene, ciao” salutai, ma con in serbo una rabbia che aveva raggiunto il limite della sopportazione.
     
    Dopo qualche giorno andai a fare visita a Silvia. A casa c’era Marco che mi venne ad aprire la porta. Era sabato. Anche lui lavorava a Roma. Era pendolare come me.
    “Ciao, Marco, come stai?”  salutai abbracciandolo com’era di consueto.
    “Bene e tu?” chiese.
    “Anch’io, grazie!” risposi.
    Rimanendo sull’uscio di casa esclamai “Toglimi una curiosità!”
     “Dimmi, ma entra” rispose Marco.
    “Hai saputo che l’altro giorno ho telefonato a Silvia?” dissi con tono perentorio rimanendo ferma sull’uscio di casa.
    “Sì, certo che me lo ha detto”  precisò.
    “E ti ha detto pure che aveva un forte mal di testa?” lo sollecitai a rispondere senza riflettere.
    “No, questo non me lo ha detto” disse Marco con espressione meravigliata.
    “Ebbene, Silvia quel giorno aveva un forte mal di testa, il solito mal di testa, non aveva le compresse di paracetamolo a casa, ma non aveva neppure le chiavi per uscire e andare in farmacia e, cosa più grave, non aveva neppure un euro a casa per  pagarle” incalzai.
    “Non lo sapevo, altrimenti qualche spicciolo glielo avrei potuto lasciare” precisò con grande disinvoltura Marco.
    “Praticamente, perché tua moglie non ha un lavoro anche se svolge il lavoro di una casalinga egregiamente, ti arroghi il diritto di tenerla a secco?” dissi con tono accusatorio.
    “Cosa c’è di strano? Silvia non ha bisogno di soldi, perché faccio la spesa io, le compro i vestiti e tutto ciò che le occorre. Lei durante il girono deve rimanere a casa, fare le pulizie e aspettarmi che torni dal lavoro” rispose come se fosse un comportamento ovvio il suo.
    “Mi meraviglio che non ci trovi niente di strano! E che non le lasci neppure le chiavi di casa lo trovi normale?” lo incalzai.
    “Silvia non ha bisogno di uscire e poi lei sa che quando ritorno dal lavoro la voglio trovare in casa. Ripeto, per questo non ha bisogno delle chiavi di casa” rispose con ovvia franchezza e senza battere ciglio Marco.
    “Lo sai che questo equivale a tenerla segregata a casa, anche se nessuno ti può denunciare per questo? Secondo me corrisponde ad un sequestro vero e proprio” dissi sarcasticamente.
    “Non dire fregnacce! Ma cosa ti inventi? E poi come ti permetti di intervenire in questo modo sul rapporto tra me e mia moglie? Non ne hai il diritto! A casa mia, faccio quello che voglio!” rispose severamente alzando il tono della voce Marco.
    “ È vero non posso intromettermi nei fatti di casa tua, questo è vero. Ma non posso sopportare che tu tratti come una schiava tua moglie. Silvia è tua moglie, non è la tua schiava. La devi lasciare libera” dissi .
    “Silvia, è libera di fare ciò che vuole” replicò ora con un calma serafica.
    “A parole! I fatti dimostrano il contrario e dimostri anche di non conoscere il significato di libertà e non sai cosa significa rispetto di una persona. Non ne hai il senso! Nella tua famiglia hai avuto un esempio sbagliato da tuo padre” risposi drasticamente.
    Mi sentii in obbligo di dissentire con il capo, voltargli le spalle e andarmene senza salutarlo, proponendomi di chiamare Silvia in un momento più appropriato per confortarla.

  • 17 agosto 2013 alle ore 23:05
    Chi si ricorda di me!?

    Come comincia: Come tutti (o quasi) sanno, la mia inseparabile fata madrina era solita dire che, quando avrei smesso di dire tante balle, lei mi trasformerebbe finalmente in un "umano", che era proprio ciò che avevo sempre bramato. Un bel giorno, per insistenza di quel grillo parlante senza nome che nonostante mi rompesse le scatole con troppi consigli e avvertimenti, vedeva davvero lontano e più lucidamente di me, ho preso la "saggia" decisione di cambiare idea e, dunque, di non essere più in grado di continuare ad essere il più famoso "bugiardino" delle favole di Disney, così conosciuto e subito diventato celebre in tutto il mondo anche per il suo naso che lo distingueva da tutti, un beccuccio telescopico che si allungava di qualche centimetro ad ogni sua fandonia.

    In fin dei conti questa mia forma di vita umanoide non è del tutto male, evito di dire bugie e quindi ho un bel naso, ma ammetto che mi sono rimasto un po' deluso e vi dico perché: peccato che non sapevo cosa vuol dire essere un "umano", altrimenti avrei chiesto alla mia incantevole (ma un po' stupidina) fatina magica di trasformarmi invece in un cucciolo di  cane.

  • 15 agosto 2013 alle ore 15:55
    Ci VUOLE UN AIUTINO...

    Come comincia: Alberto, (Al per gli amici) insonnolito, si girò nel letto dalla parte di Carlotta, la cercò con la mano incontrando cuscino e lenzuola, della beneamata nessuna traccia. Malvolentieri aprì gli occhi: andarla a cercare o riprendere sonno? Scelse la prima ipotesi. Nel mese di luglio avevano coronato il sogno di possedere una casetta a mare, a Torre Faro di Messina, niente di grandioso, servizi essenziali distante cinquanta metri dalla battigia a cui accedere dopo un percorso sulla sabbia. Molto probabilmente la consorte si era recata in spiaggia a rimirare il paesaggio notturno, per lei una novità. Da lontano Alberto scorse qualcosa di bianco, da vicino una dama accoccolata sulla sabbia con indosso un lenzuolo per ripararsi dalla umidità notturna, era proprio lei che si girò riconoscendolo al chiarore lunare, gli fece cenno di sedersi vicino, nessuno dei due aveva voglia di  rompere quiell'atmosfera magica. Dopo un pò di tempo, di comune accordo, rintrarono in 'villa' e tornarono in braccia a Morfeo. Di come erano entrati in possesso di quell'abitazione ancora non se ne rendevano bene conto.  Una vecchia zia, sorella del di lui padre, a novantatrè anni era passata a miglior vita lasciando ai nipoti la proprietà di una villa il cui ricavato della vendita aveva portato i due coniugi di realizzare il sogno della vita, una casa al mare! Dopo i primi giorni di entusiastica novità, la loro vita aveva ripreso un ritmo mormale: ambedue in ferie dai rispettivi lavori al Genio Civile lei e alla Camera di Commercio lui, avevano deciso che la vacanza doveva essere totale: arrangiarsi a colazione ed a pranzo, la sera cenare in un vicino stabilimento balneare dove erano ospitati dei villeggianti a pensione completa. L'incontro fra i due coniugi era avvenuto per caso: ambedue ospiti di amici soci del Circolo Militare di Presidio, dopo una presentazione ufficiale (come sta? Alberto M, lieta Carlotta M.) non avevano legato subito anzi la rgazza aveva preso a ballare con uno spilungone figlio di un'amica di sua madre Mara ed a cui, il tale, per ragioni imponderabili, era simpatico tanto da vedere di buon occhio un loro fidanzamento; Alberto che di ballo ne mangiava poco, aveva preso a conversare al bar con due signore, risultate poi separate dai rispettivi mariti ed a cui il giovane non dispiceva affatto. Carlotta si era presentata al bar chiedendo un gin fizz per lei ed un latte di mandorle per la genitrice solo che una parte di quella bibita era finita sui pantaloni del buon Alberto il quale, facendo buon viso a cattivo gioco, minimizzò il fatto chiedendole di ballare con la premessa, per quanto riguardava la danza, di aver parenti al circolo polare fra gli orsi. Alla ripresa della musica, dopo pochi giri di valzer, Alberto alzò bandiera bianca e chiese alla divertita Carlotta di sedersi ad un tavolo a conversare. Solite confidenze, nessun legame sentimentale da parte di ambedue, richiesta da parte di Al di un servizio fotografico a Carlotta specificando la sua passione per la fotografia. Quell'incontro era avvenuto cinque anni prima e, anche se dapprima non era stato ben visto da parte di mamma Mara perchè il matrimonio doveva essere celebrato al Comune in quanto Alberto era ateo. Non si potè dire che la suocera di Alberto in quell'occasione non fosse stata generosa in quanto 'sganciò' ai novelli sposi ben centomila Euro che, aggiunti ai loro risparmi e con un muto casa aveva permesso loro di acquistare una bella abitazione di centoventi metri quadrati in viale dei Tigli, al penultimo piano di un edificio panoramico. Dopo cinque anni, senza pargoli per volere di entrambi, era giunta l'inaspettata eredità che aveva portato ai coniungi M. a diventare possessori di una casa al mare. A questo punto la vita di entrambi cambiò radicalmente per avvenimenti che nessuno dei due aveva previsto. Presso la stabilimento balneare alloggiava in via continuativa un signore di circa cinquanta anni, piuttosto serio, occhiali cerciati d'oro, corporatura media, cappello Borsalino di paglia che di solito soggiornava sulla spiaggia del lido a leggere il giornale o all'interno del lido stesso dinanzi alla tv, un solitario. La loro conoscenza avvenne per un fatto non insolito per Carlotta, passando dinanzi al tal signore con una tazzina di caffè in mano, perse l'equilibrio rovesciando parte del contenuto sul pantaloni del gentiluomo (fatto analogo avvenuto anni addietro al Circolo Ufficili, allora era un vizio!). L'interessato minimizzò l'accaduto adducendo, fra l'altro, di essere titolare, a Biella, di una fabbrica tessile e quindi, per i vestiti di non aver alcun problema. La sera Carlotta e Alberto si trovarono a cenare vicini di tavolo con quel malcapitato dei pantaloni macchiati di caffè, Carlotta, more solito, prese l'iniziativa nel proporre di desinare allo stesso tavolo, il cotale, dopo una certa esitazione, accettò: "Grazie dell'invito ma non penso di essere una buona compagnia, gli ultimi avvenimenti della mia vita sono stati disastrosi, preferisco non parlarne ma, se il signore lo permette (penso suo marito), vorrei fare i complimenti alla consorte; penso di potermelo permettere data la notevole differenza di età. Lei è il tipo di donna che ho sempre ammirato, ha lo stile della ballerina classica, gambe muscolose, sedere carnoso, busto sottile e, particolare da me preferito, capelli rossi ed efelidi al viso, spero di non essere stato troppo invadente. Sono Gustavo A., Guy per gli amici, risiedo a Biella dove sono titolare di una fabbrica di vestiti; mio nonno, sarto di professione,era originario di Torre Faro. È emigrato al nord, ha aperto a Biella una piccola bottega artigianale di sartoria che pian piano ha ingrandito; è subentrato mio padre ed infine io che dò lavoro a circa settanta operai ecco perchè le dicevo che per me un vestito non era un problema." "Alberto, Al per gli amici, Carlotta e basta." "Pensiamo ora a cenare, di solito ordino sempre pesce, se permettete, Salvatore..." "Signori vedo che avete fatto amicizia, se permettete qursta sera faccio io: pepata di cozze, assaggio di riso alla pescatora, involtini di spada, trancio di aguglia imperiale, contorni, ananas e gelato della casa." Approvato il menu all'unanimità, la serata passò con le solite chiacchiere sul tempo sempre bello in Sicilia mentre al nord impazzavano i temporali, la politica sempre più im mano a maneggioni ed a approfittatori, formula una di automobilismo a cui erano appassionati sia Al che Guy. Carlotta: "A proposito di auto, fuori ho notato una Jaguar KKR, ho sempre avuto una predilezione per quella marca che ritengo estremamente signorile rispetto alle concorrenti, è di sua proprietà, da questa parti non se ne vedono." Con un sorriso Guy: "È  mia, se la vuol provare..." Al: "Scusa cara ma so che la Jaguar ha le marce automatiche e non mi risulta che tu..." "Guy:"Se vuole ci penso io a insegnarle, non è difficile, sempre col permesso di suo marito." "Mio marito non pone problemi, vero caro, domattina col fresco potremo fare un giro e poi diamoci del tu, Guy è così simpatico che gli anni non contano." La mattina seguente Al era sotto l'ombrellone di Guy, il titolare dello stesso stava dando alla sua bella lezioni sul cambio automatico, lezione piuttosto lunga dato che i due si ritirarono dopo circa tre ore. "Carlotta è diventata brava, quando vuole sono a sua disposizione." I tre presero a frequentarsi assiduamente, Carlotta era sempre spontanea e allegra, Al non era geloso anzi, in passato, aveva sempre dileggiato tale categoria di persone che considerava insicure.Un cosa era certa: Guy e Carlotta uscivano sempre più spesso con la Jaguar, ormai le lezioni dovevano essere finite! Un giorno accadde un fatto inatteso, di Guy si erano perse le tracce ed il titolare del lido aveva assicurato che i bagagli del signor Arena erano nella sua stanza e che lo stesso aveva pagato per tutto il mese. Carlotta aveva perso il sorriso, anche lei diceva di non sapersi spiegare tale sparizione ma, dopo due giorni, si mise a piangere e si rifugiò fra le braccia di Alberto e venne fuori la verità. Una mattina, durante una sosta in un autogrill fra Messina e Milazzo, Guy le aveva messo una mano fra le cosce ed aveva preso a baciarla sul collo, lei, sorpresa, non aveva fatto resistenza e si erano rifugiati in un albergo di Milazzo ma... e qui il racconto di Carlotta si era fermato. Al non insistette a saper di più, aspettò la sera sin quando Carlotta si decise a finire la storia: Guy, malgrado la' buona volontà'di Carlotta, non era riuscito ad avere un'erezione. Dopo lo smacco, Guy raccontò la sua storia ed il motivo della sua defaillance: sua moglie, ammalata di cancro, era deceduta circa un mese prima, lui aveva fatto di tutto per salvarla anche facendola ricoverare in una clinica di New York, niente da fare, il male aveva preso il sopravvento lasciando un Guy prostrato che aveva lasciato la fabbrica in mano ai nipoti e si era rifugiato nel paese dei suoi antenati per cecare un pò di serenità, Carlotta era stata riaccompagnata a Torre Faro dal mancato amante che era sparito dalla circolazione. Il silenzio era scesa fra i due coniugi, sentimenti contrastanti avevano invaso la loro mente: pietà da parte di Carlotta per una storia tragica ma da parte di Alberto...Giorni senza colloquio fra i due coniugi, non avevano nulla da dirsi nè volevano analizzare la situazione, fuori non c'era posteggiata la solita Jaguar sin quando: "Carlotta prendiamo una decisione, una decisione qualsiasi ma dobbiamo uscire da quest'impasse, ne va del nostro equilibrio. Lo sai quanto ti amo, non hai fatto nulla per cambiare i miei sentimenti, ti propongo di andare a Milazzo in quell'albergo in cui sei stata e cercare Guy... il dopo verrà da solo." La Jaguar era posteggiata dinanzi all'hotel 'Milano' "Scusi portiere il signor Arena è in camera?" "Si la chiave 102 non è nella casella." Toc toc sulla porta della camera102. "Signore colazione." "La porta è aperta, sono sotto la doccia, lasciate la colazione sul tavolino" All'uscita dalla doccia, in accappatoio, il viso di Guy mostrava una colorazione sul bianco spinto. Al per rompere il ghiaccio: "Scusa Guy, siamo affamati, possiamo usufruire della tua colazione, te ne ordiniamo un'altra per te." Pian piano il sangue era rifluito sul viso di Guy, venne portato in camera un vassoio con colazione doppia e, dopo mezz'ora senza inutili chiacchiere, Guy radunò la sua roba, pagato  il conto, poi tutti in macchina alla volta di Torre Faro divisi in due auto dato che i coniugi erano giunti a Milazzo a bordo della 500 di Carlotta. La sera a cena tutti insieme come se nulla fosse successo, Carlotta con la sua solita allegria aveva preso in mano la situazione ed era risucita a rompere il ghiaccio, tutto dimenticato? In apparenza si ma..."Al e Carlotta permettetemi un petit cadeau per voi, capite il francese?" Al: "A scuola era la mia materia preferita." "Ho parlato con la concessionaria della Jaguar a Messina, la mia auto ha bisogno di fare un tagliando e vorrei che uno di voi mi accompagnasse, forse dovrei lasciare la mia macchina per due giorni e potrebbero darmene una di cortesia, speriamo con cambio manuale dato che Al non sa far funzionare quello automatico."
    "Al rinunzia alla gara e offre in dono la gentile consorte più pratica di..." "Carlotta: "Mi sacrifico, domattina andiamo a Tremesieri sede della concessionaria, buona notte." Quella notte Al e Carlotta fecero all'amore sino allo sfinimento, che significato aveva per loro quel rapporto fisico? Solo Freud poteva dare una spiegazione. La mattina Al al mare, lungo bagno, doccia, rentro a casa, poco dopo il ritorno della consorte più sorridente che mai. Ale: "E allora la sorpresa?" "Subiro dopo il pranzo." pranzo che durò un'eternità tanta era la sua curiosità.Carlotta: "Caro maritino usciamo dal lido ma tu avrai le mie mani sui tuoi occhi." E dov'era la sopresa, la Jaguar di Guy al solito posto ma vicino... una Jaguar XK cabrio verde con la capote abbassata. Al: "È figlia della tua auto." "No la nipote dato che è di proprietà di tua moglie." "Una nipote costosa dato che siamo sui 80 mila Euro." "La bellezza non ha prezzo, il motto non è mio ma è valido in questa circostanza." Guy era radioso, perplesso Alberto. Dal giorno successivo Carlotta ogni mattina, prima del bagno,  andava a provare il suo gioiello, era felice, abbracciava i due maschietti di cui uno molto perplesso, quello più giovane. Una sera in camera da letto: "Carlotta, siamo sinceri, non si spendono un mucchio di soldi per niente, cosa hai dato in cambio a Guy?" "Se ti dico niente ci credi? Certo qualcosa lo meriterebbe." "E qui che ti volevo, come pensi di ricompensare il tuo anfitrione impotente?" "Col tuo aiuto." "Se pensi a qualcosa tipo trio  non credo che funzionerebbe, non per gelosia ma per motivi pratici.""Fa funzionare il cervello e vai dal tuo amico Nino il farmacista, ci  vuole un aiutino tipo 'Levitra', l'ho letto sul computer, funziona dopo mezz'ora, che ne dici?" "A te andrebbe di..." Lo considero un'opera di bene pr riportare alla normalità il povero Guy ed un ringraziamento per quel regalo." "Senti bella mia, potrei anche essere d'accordo con te, dico potrei ma come faccio ad andare da Nino a chiedere un prodotto di cui alla mia età non dovrei aver bisogno, mi prenderebbe in giro per tutta la vita, per quel medicinale ci vuole la ricetta medica, non potrei andare in un'altra farmacia." "Lo farai per l'amore dico amore di tua moglie, un rapporto fisico non può cambiare i nostri sentimenti." "Sarò sputtanato per sempre, evviva!" Un bacio profondo suggellò l'accordo ed il giorno successivo avvenne quanto previsto da Al che benignamente fu preso per i fondelli da Nino."Se ne hai bisogno te lo regalo, per un amico... "e giù ridate a non  finire. Carlotta aveva prospettato la faccenda a Guy, si trattava di stabilire quando mettere in atto l'incontro, fu deciso per la sera seguente. Fu analizzata la situazione, Carlotta non poteva andare nella camera di Guy, se ne sarebbe accorto il personale del lido, non restava ,quindi, che dare ospitalità al signor prodigo nel suo letto. Ad Al non restò che recarsi in spiaggia, per fortuna c'era la luna, una brezza di vento ed una radiolina con cuffia da cui ascoltare musica, jazz, la sua preferita.Le nove, le dieci, le undici,quanto ci mettevano! Poco dopo mezzanotte la signora con una pila, da casa, fece segno che la strada, o meglio il letto era libero. Per fortuna la baby aveva avuto il buon gusto di cambiare le lenzuola ed il cuscino, si sentiva odore di bucato.Al si mise a letto di spalle, non voleva guardare in faccia la sua bella, proprio non se la sentiva, pensava a quello che poteva essere accaduto fra i due, un pensiero fisso..."Guardami in viso non ti logorare, sapere i fatti veri è meglio che immaginarli, sei d'accordo? Girati. La pillola ha fatto effetto quasi subito e devo dire che Guy l'aveva piuttosto grosso, non me l'aspettavo. Ha cominciato a baciarmi i piedi, mormorava che sono bellissimi poi l'ombellico e le tette dove si è fermato a lungo tanto da indurmi a mastrumarbi tanta era la mia voglia di godere poi mi ha messo in bocca un bel tizzone ardente e mi ha riempito la bocca. Dopo circa mezz'ora si è dedicato al fiorellino, non pensavo che fosse così delicato, dopo due mie goderecciate l'ho pregato di penetrarmi e finalmente mi ha inondato col suo sperma. Non ti preoccupare, mi son fatta la doccia, sono odorosa e pulita come una verginella, sono sincera quando ti dico..." "Va bene, dormiamo, domani è un altro giorno, oddio son caduto nell'ovvio..." Guy visibilmente cambiato: "Non è stata solo una questione fisica, gli occhi, il sorriso, le parole di Carlotta mi hanno riconquistato alla vita. A te non  ha tolto nulla caro Al ma ha dato a me il desiderio di ricominciare, ho deciso di tornare a Biella e di  riprendere il mio lavoro." Carlotta, come al solito volle fare da protagonista: Vorrei che gli avvenimeti  accaduti fossero indimenticabili, non so se Guy ritornerà da queste parti e così propongo che sia lui al centro dell'attenzione con un'addio speciale: io e lui nel letto matrimoniale e Al da spettatore così non dovrò raccontare al curiosone tutto quello che piacevolmente accadrà." Dopo un prolungato silenzio, i tre si diressero in casa dei coniugi M. e cominciarono le grandi manovre. Primo fatto particolare: tutti sotto la doccia, era la prima volta che i due maschietti si trovavano nudi con in mezzo la conturbante Carlotta che, a turno, li toccava nelle parti intime poi ognuno ai posti assegnati: Guy e Carlotta nel lettone, il povero Al sul divano a fare da spettatore. La pugna iniziò subito con patti precisi da parte di Carlotta: "Niente baci in bocca nè penetrazione nel buchino posteriore, sono di proprietà di Al." Il consorte si consolò, almeno qualcosa di esclusivo gli era rimasto ma presto dovette prendere atto della realtà:Guy stava usando la bocca della signora non per baciarla ma per introdurvi un 'marruggio' di dimensioni notevoli (forse effetto della pillola?) e lei si dava ben da fare sia leccandogli il glande che circondando il coso avanti e indietro con le labbra.I due amanti decisero di cambiare posizione, un sessantanove che, dai loro mugolii, doveva essere di gradimento di entrambi. La penetrazione avvenne sia nella classica posizione del missionario ma poi Carlotta preferì quella dell'ammazzone alzando, abbassando e roteando il bacino (conoscendola Al pensò che la consorte dovesse aver goduto varie volte) ma al maritino venne in mente un altro pensiero: come faceva Guy a non godere tante volte ma poi ricordò la differnza di età...La parte del guardone  cominciò a non piacere più ad Al, decise di partecipare pure lui alla bagarre, ma come? Ricordò che nel comodino era conservata una confezione di vasellina, la fece vedere a Carlotta la quale comprese il desiderio del marito ed assunse la posizione di ovis ovis e, mentre Guy seguitava a penetrarla nella deliziosa gatta, delicatamente ma insorabilmente Ale penetrò nella sua proprietà esclusiva, una situazione mai provata ma sicuramente eccitante.Come tutte le cose piacevoli anche questa finì per esaurimento dei contendenti, forse la più provata era Carlotta che aveva subito l'assalto di due maschietti. Guy non venne più a Torre Faro, ogni tanto si sentivano a mezzo telefonino, qualche messaggio, auguri in occasione  dei compleanni ma quell'avventura era un lontano ricordo. Forse Guy aveva trovato una nuova compagna che non voleva di certo dividere con Alberto. Il possesso della Jaguar aveva dato a Carlotta l'idea di far crepare d'invidia i colleghi d'ufficio. soprattutto le femmine. Già nota per sfoggiare vestiti, scarpe e borse di inusitata eleganza, quella era la buona occasione per rinfocolare la loro gelosia. Aveva studiato bene la situazione: la mattina usciva di casa prima del solito al fine di trovare un parcheggio dinanzi al portone principale dell'ufficio, rimaneva dentro l'abitacolo dell'auto ad ascoltare la radio per farsi notare dai colleghi che, a mano a mano, si recavano in servizio. Poi le prime domande: "Che bella macchina, come l'hai acquistata?" "È un regalo di uno zio d'America." "Fratello di tua madre o di tuo padre?" "Si fa per dire, un lontano parente senza figli.Un notaio newyorchese di ha contattata dicendo che era a mia disposizione una certa somma, l'auto l'ho scelta io." "Ma è vero che è un regalo di uno zio d'America." "A te voglio dire la verità: ho conosciuto una signora che è proprietaria di una villa sui monti Peloritani. La dama ha molte conoscenze maschili, tutti gentiluomini di una certa età ma molto riservati e molto generosi con le giovin donne che si dimostrano disponibili." Altra collega: "Non ci posso credere: è vera la storia di una casa di appuntamenti sui Peloritani?" "Verissimo, potrei darti l'indirizzo, se tu vuoi..." I maschietti, da parte loro,erano  interessati in maniera marginale della faccenda. Dario, un amico: "Carlotta ho sentito un bel pò di chiacchiere sulla tua Jaguar, fottitene, quelle sono tutte delle sgallettate che probabilmente farebbero quattro marchette se trovassero qualcuno che se le inchiappettasse..." Quella di Alberto e Carlotta era stata un storia inusitata che non aveva lasciato strascichi nei due coniugi. Il loro anticonformismo, fuori dall'usuale, avrebbe scandalizzato i benpensanti che li avrebbero tacciati di amoralità (o di immoralita?), Carlotta era stata consenziente ad un rapporto sessuale extra coniugale per aiutare Guy a ritrovare se stesso o per puro piacere fisico (a parte il regalo della Jaguar). Alberto aveva partecipato ad un'orgia di sesso forse per una novità eccitante o per far contenta la beneamata? La verità vera era più semplice: ambedue i coniugi erano propensi a guardare gli avvenimenti della vita dall'alto, a volo d'uccello, cercando di approfittare dei lati piacevoli dell'esistenza senza troppe complicazioni.

  • 12 agosto 2013 alle ore 11:30
    Come un colpo di Sole

    Come comincia: Ho trovato una persona anziana che si comportava in modo veramente strano; giocava come un bimbo, rideva e sorrideva a tutti, condivideva il suo panino con i piccioni, beveva ad una fontanella schizzandosi tutta la camicia ed io, giusto per non farmi i cavoli miei, mi sono avvicinato per scoprire qualcosa in più. Eravamo seduti accanto e si è confidato un po'..
    " Sai, sembrerò stupido, mi prenderai anche te per un vecchio che ha avuto un colpo di sole, ma tra qualche giorno morirò e voglio godermi queste giornate senza preoccuparmi di nulla. Senza preoccuparmi dei pensieri della gente, di come sono vestito e che impressione avranno gli altri se vedono una macchia nella mi' camicia, voglio che i mi' capelli non siano inquadrati sotto etti di brillantina, ma liberi di godersi aria e sole. Voglio illudermi che un piccione mi sia riconoscente per quel pezzo di pane che gli ho tirato. Voglio essere sereno, smetterla di pensare, smetterla di cercare in modo tanto ostinato e ossessivo la felicità. L'ho cercata per una vita e l'ho sempre avuta in tasca. Non era grande magari, ma una felicità semplice, fatta di piccole cose e soprattutto del gusto di apprezzarle. Sai quando mi sono accorto di averla in tasca? ... Quando ho smesso di cercarla! Ora te sei giovane e ti convincerai che il colpo di sole che ho preso io era davvero forte, ma un n' è così. A qualche giorno dalla mia morte, mi sento prorpio sereno, qualcosa è andato bene, qualcosa meno, pensavo di campare di più, ma chi se ne frega, non è certo un anno in più o uno in meno a farmi stare più tranquillo; del resto sarei potuto morire anche prima, magari in un incidente o una disgrazia e, se invece sono qua, devo comunque ritenermi fortunato. Che dici giovinotto? Ho visto un sacco di cose brutte, ma tante anche belle, mi dispiace di non aver fatto qualche esperienza che avrei potuto fare, ma durante le giornate sei talmente impegnato a pensare alle cazzate, tipo lavoro, tasse, parenti e tutto quel troiaio di roba con cui ti fasci la testa che magari ti scordi e rimandi un viaggio, una bevuta tra amici o una partita a carte. Io sarei voluto andare a Parigi, un ci so mai stato. Te l'hai vista la torre? .. Sai che c'è?! Ormai la vedrò da morto, ma credo che tutto sommato quel piccione con tutti i riflessi colorati che becca il pane che gli ho tirato io, sia quasi bello quanto la torre. Ehi si, si va cercando le cose chissà dove e non ci si accorge che s'hanno sotto casa. Ovvia figliolo, un ti dico ci si rivede perchè sarà difficile ahahahahaha ".... Io fino a quel momento avevo ascoltato annuendo, sorridendo e con qualche parola di circostanza, ma sul congedo ho voluto fare una domanda... " Senta, a parte che ci sta che ci si riveda presto, ma questo è un discorso diverso.. Però vorrei capire una cosa: se lei non avesse saputo di morire, come si sarebbe comportato oggi? Come un "colpo di sole" ? " Lui ci ha pensato un attimo e poi mi ha detto : eheheheh e io che pensavo di avè accanto un fessacchiotto, con tutti quei disegni sulla pelle e quel sorriso a bischero.. Tu hai ragione, se non avessi saputo di morire, oggi, mi sarei comportato esattamente come un " colpo di sole ".... Fammi andà e ogni tanto ricordati dei piccioni. "

  • 09 agosto 2013 alle ore 12:29
    Incardellati

    Come comincia: C'era da commuoversi: l'incardellato femmina ed il maschio, si chiamavano
    dalle rispettive gabbie come amanti separati... non sia mai si dividevano le gabbie! il maschio cantava come un pazzo e la femmina gli rispondeva con trilli commoventi.
    Allora mi sono detta: mettiamoli assieme, no? Mi risparmierò la pulizia di due gabbie e si faranno compagnia!
    Detto fatto (si fa per dire), con una doppia mangiatoia, un bell'abbeveratoio grande... li ho messi assieme.
    Tant'è, appena assieme, uno dei due (mi sembra fosse il maschio), ha cominciato ad aggredire l'altro. L'altro da prima si teneva lontano, ma poi ha cominciato a rispondere.
    Litigavano anche per il bagno: lo faccio io, lo fai tu? Giù beccate, svolazzi, penne al vento.
    Ho deciso di mettere due differenti recipienti pensando: non avranno più ragione di litigare!
    Macché: litigavano lo stesso: volevano entrambi il medesimo recipiente.
    Insomma, se le sono suonate tanto di santa ragione che sono stata costretta a separarli di nuovo.
    Questo a causa del fatto che vivevano sotto lo stesso tetto.
    Conclusione?
    Mi sembra logico pensare che gli amanti stanno bene divisi e si amano, ma guai a metterli assieme! Ecco spiegato perché moglie e marito litigano.

    Ovviamente ho diviso di nuovo gli innamorati ed adesso il maschio canta come un pazzo per farsi sentire da lei che sta nell'altra stanza. Beh, gli ho detto: fregati: quando stava con te la prendevi a beccate e allora, fanne a meno, no?
    (P.S... successivamente sono stati rimessi assieme...).
     

  • 06 agosto 2013 alle ore 17:36
    I Toraja a Sulawesi

    Come comincia: I Toraja, li avevo incontrati in uno dei documentari favolosi di Folco Quilici. Quando mi si propose il viaggio in Indonesia, anni fa, accettai subito. Prima dell’ultima tappa, la turistica Bali, dopo le magiche, Giava e Sumatra, era in programma, una sosta alle isole Celebes, per visitare i Toraja, a Sulawesi. Niente di più spaesante nella mia vita. I toraja sono un’etnia di provenienza dalla Cambogia. Giunti sulle rive delle Celebes, non furono ben accolti, loro cristiani animisti, dai locali, musulmani. Si rifugiarono sulle cime dei monti, nelle invalicabili foreste. Dovendo costruirsi delle capanne, pensarono di rovesciare le loro eleganti imbarcazioni. Questo divenne il modello di costruzione negli anni a seguire. Ed è la prima meraviglia che s’incontra. I trofei di corna di tori le ornano. Ad agosto è l’epoca dei funerali. Se ricordate Omero, non avrete dimenticato il termine ecatombe……che comportava il sacrificio di centinaia di tori. Permane questo rito tra i Toraja, che tra l’altro è stato limitato nel numero, in età moderna, dal governo, per non dissanguare l’economia agricola. Mi restano quadri di ricordi, indelebili nel tempo. L’attesa dell’epoca dei funerali, agosto, fa sì che visitando la capanna della capo tribù, sì, era una donna, vidi il suocero deceduto, impacchettato in una stuoia vegetale, nella camera dei nipotini, sotto il loro letto. Assolutamente inodore. La presentazione oceanica dei tori nella verde pianura. Gli ori degli ornamenti, lamelle sulle corna ritorte. Loro, gli abitanti, arrampicati sugli alberi, in silenzio, come animali impagliati. Di prima mattina, mi vennero a prendere con una jeep. “Se teme il sangue non venga” – fu la premessa. Alba, nebbia fumosa tra gli alberi. Un recinto, un doppio giro di ombre nere, accovacciate, in mantelli e copricapo neri. Solo occhi. C’è sangue dappertutto, scorre tra l’erba. Un odore nauseante. Il toro abbattuto, fuma dalla carne rossa, mentre lo spellano con i machete. Ma già, al palo centrale, viene portato un altro toro. Il giovane della tribù si gioca la sua entrata nell’età del guerriero, con il colpo di machete, che deve essere netto, forte alla giugulare del toro. Un muggito lamentoso, un gorgogliare rosso nero dalla gola. Il toro barcolla e cade tra le urla. Basta così, vado via. Incontrerò al tramonto la processione, scomposta e traballante come il baldacchino sulle spalle di una miriade di esseri affannati.  Nella foresta, quasi buia, una parete di roccia ha loculi scavati. Fantocci vestiti, dagli occhi vividi, luccicanti fanno da guardia e rappresentano i morti. Quegli occhi m’imbarazzano. Mi sono addosso. Il lamento dei maiali sgozzati, ultimo sacrificio. Il sole da posto alla luna.

  • 06 agosto 2013 alle ore 10:28
    GISÈLE QUI AIME...

    Come comincia: Il vento stava aumentando, il mare peggiorando e Alberto...si stava incazzando! La sua barca (uno yatch di quarantadue piedi) si muoveva di conseguenza provocando al suo padrone conati di vomito. "Anselmo portami a terra, stanotte non la passo certo a bordo!" "Lei pensa di trovare un posto in albergo a Panerea il 14 agosto?" "Fatti i cosi tuoi, a costo di dormire sulla banchina!" Appena attraccato al molo Alberto emise un sospiro di sollievo, qualcosa sotto i piedi che non  si muovesse! Chi l'aveva portato a comprarsi una barca se soffriva il mare? Il dover emulare i suoi colleghi padroni di fabbriche di scarpe nelle Marche, ce l'avevano tutti...bello stronzo! Dopo una breve salita un bar pieno di luci e di clienti, musica pop in sottofondo, barista servizievole, anche troppo... "Cosa posso servirla, qui abbiamo di tutto, sono Bonannella Luigi ma tutti mi chiamano Gigione." Alberto non aveva nulla contro i gay anzi gli facevano un  pò pena, chi non ama le gatte... "Gigione mi occorre un letto per stanotte." "Ma lei è matto, a ferragosto, a Panarea, provi su uno yatch." "Sono sceso dal mio perchè non sopporto il mare agitato." "Non so che dirle, potrei ospitarla io..." "Gigione lascia perdere chi è il    titolare della baracca?" "È quel signore laggiù, si chiama Salvatore F.." "Signor F. sono il padrone di quella barca ormeggiata nel porto ma non sopporto il mare mosso, vorrei avere una stanza." "Come le avrà detti Gigione a ferragosto c'è il pienone, non posso aiutarla. Ma perchè non essere ospitali, che idea può farsi il signore di noi isolani." Da dove era sbucata quella bionda king size pluriaccessoriata e dal sorriso smaliante? "Mia moglie Gisèle." "Potrei farle i nomi di tanti noti e meno noti che sono i nostri ospiti, le nostre villette sono al completo ma se si accontenta di un divano a casa nostra..." "Affare fatto, l'unica soluzione sarebbe stata la banchina..." Penso che a quest'ora abbia cenato, si guardi in giro c'è tanta bella fauna, chiudiamo il locale alle tre, au revoir." Alle tre in punto i coniugi F. fecero segno ad Alberto di seguirli nella loro dimora. Salvatore : "Abbiano scelto di abitare nell'ultima villetta per una maggiore privacy. Ecco qui, niente cucina solo bagno, soggiorno e camera da letto, quel divano è tutto suo, mia moglie le darà due lenzuola ed un cuscino, per il bagno faremo a turno. E così fu, la doccia, prima i padroni di casa poi Alberto che fu be lieto di posare le stanche membra su qualcosa di morbido. Il sonno stentava a venire, la biondona non era certo un'indigena, il marito evidentemnte si, col quel cognome... ma lei con quell'erre moscia, sicuramente francese o belga. La cotale l'aveva subito colpito con quello smagliante sorriso di sfida, non era femmina da passare inosservata, a parte il metro e settantacinque di altezza, le gambe chilometriche, seno forza quattro debitamente in vista, vita da vespa (era un'espressione di suo nonno Alfredo che amava le vite sottili), Alberto era rimasto... fulminato. La ventola del soffitto procurava una certa frescura ma Alberto sudava ugualmente, cosa gli era preso, di belle donne ne aveva conosciuite,,, a quarant'anni non doveva farsi sconvolgere da cotanta beltade, ciccio  era diventato duro, e che c...o stava esagerando! Decise per una doccia piuttosto fredda, avrebbe sopito i bollenti spiriti, ciccio era sempre più duro, da un lato gli veniva da ridere...La porta del bagno si era aperta, Salvatore lo stavo osservando con un sorriso divertito, sicuramente aveva notato il suo stato. "Vedo che mia moglie le ha fatto un bell'effetto come pure vedo che è piuttosto dodato, non si preoccupi non sono omo ma voglio fare uno scherzo alla cara Gisèle che oggi mi ha fatto arrabbiare. Siamo una coppia aperta, vada al mio posto nel letto e... auguri!" Alberto non se lo fece dire due volte, madame era di spalle completamente nuda. Penetrò dolcemente ma inesorabilmente dentro la dolce gatta della signora che, senza girarsi: "Stavo dormendo, fa una cosa in fretta, fra l'altro mi fai un pò male." Alberto fece del suo meglio per portare a compimento il suo piacevole compito, se le aveva fatto un pò male dipendeva dal fatto  che lui l'aveva più grosso di quello di suo marito. Ritornato sul divano prese subito sonno. La mattina successiva, al risveglio, si trovò solo, i padroni di casa erano usciti per aprire il locale e fornire la prima colazione agli ospiti. Gigione era al suo posto. "Bongiorno signore, come devo chiamarla e poi le fornirò una deliziosa colazione." "Chiamami Alberto, puoi darmi del tu, per la colazione mi affido a te." Succo di polpelmo, cornetti profumati, cappuccino tutto su un vassoio gentilmente depositato da Gigione sul suo tavolo. Poco dopo si erano appalesati i due coniugi.
     Madame: "Ha dormito bene sul divano?" "Meravigliosamente, se possibile vorrei riposarci anche stanotte!" I due maschietti alla riposta ai Alberto si misero a ridere con disappunto di Gisèle con non comprese la loro ilarità. "Non ci faccia caso, anzi diamoci del tu, mia moglie è francese. Era venuta anni fà a Panarea in gita con i genitori che sono tornati a Parigi senza la beneamata figliola che è diventata mia moglie. Talvolta non comprende le battute di spirito del nostro paese ma è la donna che adoro, vero cara?" "Senti adoratore va a controllare che i nostri giannizzeri eseguano bene la pulizia nelle stanze degli ospiti, avanti march  poi il silenzio. Alberto e Gisèlè si stavano studiando, Alberto pensando di farsi ancora la bella parigina,la bella parigina piuttosto perplessa sul comportamento dei due maschietti."Madame vuol venire a visitare il mio yatch, è quello bianco e nero che si vede all'ancora, anzi vuoi dato che tuo marito ci ha concesso di darci del tu." "Di barche come la tua ne ho viste tante, forse vuoi farmi visitare il tuo alloggio privato?" "Me possino... ossia voglio dire che giammai mi è passato per la testa un tal zozzone pensiero, me ne guarderei bene, madame!" "Non fare la faccia del santarellino, non sei convicente, andiamo a visitare stò barcone." Alberto chiamò al telefonino Anselmo che di lì a poco attraccò alla banchina con un gommone e col berretto im mano. Gisèle lo guardò stupita, quell'atteggiamento le sembrava servilismo, bah...Giunti sotto la barca Alberto mise in bocca un fischietto dal quale uscì un suono acuto. Subito si schierarono a poppa i componenti dell'equipaggio in un militaresco attenti nel mentre i tre salivano a bordo da una scaletta laterale. "Non ho capito, il tuo equipaggio è militare o cosa..." "Quando ci sono ospiti ci tengo molto a far figura, non ti preoccupare, è brava gente di mare." Anselmo si presentò nella sala di poppa con un vassoio cu cui facevano bella mostra due cocktaild variopinti.Gisèle sempre perplessa si guardava in giro ma era nel suo stile prendere in mano la situazione. Lei:"Che ne dici di un giro della barca?" "A disposizione potremo anche mangiare a bordo." "Fammi vedere la tua cabina, dev'essere piuttosto grande in cui potrebbero dormire sei persone, vero caro?" "Penso di si ma..." Alberto non potè finire la frase perchè due calde labbra si erano incollate sulle sue togliendogli il respiro. "Non ti meravigliare, quando mi piace un uomo me lo faccio e tu mi sei piaciuto subito." "Non vorrei che tuo marito..."Non porti  di simili problemi, con Salvo me la vedo io, lo chiamo per dirgli che pranzo a bordo del tuo yatch, niente in contrario?" "Figurati..." Salvo non aspettarmi, sono ospite di Alberto sulla sua barca, mangia senza di me, ciao." Alberto capì che la situazione gli era sfuggita di mano ma non se ne preoccupò più di tanto, anzi...La colazione (così chiamano gli snob il pranzo) fu servita da Anselmo vestito da maggiordomo con grandi risate da parte di Gisèle. "Questa proprio non me l'aspettavo, si vada a cambiare, è un mio ordine!" Linguine al sugo di aragosta, piccola frittura di pesci locali, aragosta con olio e limone, salmone affumicato, contorni, vibo Verdicchio dei Castelli di Jesi, ananas, gelato al limone. "Alberto fammi capire, dove hai preso tutte ste aragoste, a parte il prezzo che per te non deve essere stato un problema ma in giro non se ne trovano per la notevole richiesta da parte dei villeggianti." "Ti metto al corrente di un mio segreto, durante la notte andiamo da Stromboli sino a Filicudi, quando scorgiamo in mare un galleggiante salpiamo la cima e togliamo dalla nassa una povera aragosta finita prigioniera di qualche cattivo pescatore..." "Sei un ladro, ti denunzierò ai Carabinieri di Panarea, conosco il Comandante, sei fottuto mio caro!" "Forse di sarebbe una via d'uscita, mi metto a tua disposizione, sarò il tuo schiavo." "Ecco, forse hai intrapreso la strada giusta, sono molto esigente, potresti pentirtene!" "Ormai... ma potrebbe anche piacermi!" "Intanto per digerire andremo sino allo Strombolicchio, è uno scoglio che amo visitare quando posso, vai!" La scala che portava alla cima dello scoglio era piuttosto lunga e con quel caldo Alberto ne avrebbe fatto volentieri e meno ma si era impegnato a fare lo schiavetto...Dopo due ore erano di nuovo attraccati dinanzi a Panerea, il mare per fortuna si era calmato, i due nuovi amici erano spaparazzati a bordo a ...vedere la televisione, bah. Il tramonto del sole aveva portato una temperatura più sopportabile a parte che era sempre possibile rifugiarsi nella pancia dello yatch con aria condizionata.La cena. Vediamo quello che ha preparato,lo chef o meglio la chef, si tratta di una ragazza, la sua storia è molto particolare: si chiama Quinta Meschini, figlia di contadini. I genitori, con sacrifici, l'avevano mandata a studiare dalle monache. Morti i genitori nell'arco di poco tempo, Quinta è stata costretta a lasciare l'istituto di suore e, grazie all'interessamento di una dama di carità di Jesi, è stata ammessa a frequentare un corso di chef dal quale è uscita brillantemente prima, mi è stata raccomandata a un mio amico ed è qui." Gisèle: "Vediamo quello che ci ha preparato per cena." Tagliolini al sugo di maiale, coscia di tacchino disossata e farcita, scaloppine al marsala, torta al limone (una delizia), frutta do stagione ed un caffè freddo skecherato. "Niente male, fammi conoscere questa meravigliosa regina della cucina."Quinta era alta un metro e sessantacinque, dimostrava meno dei suoi venticinque anni, capelli neri a caschetto, occhi di un nero profondo, nasino delizioso, bocca carnosa, collo eburneo. Una particolarità era vestita di nero, d'estate non doveva essere il massimo della comodità. Alberto interpretò lo sguardo perplesso di Gisèle: "Quinta è orfana dei genitori, è costume dalle sue parti portare il lutto a lungo. Gisèle, come suo stile, voleva prendre in mano la situazione: "Mio caro sono costretta a farti uno sgarbo, il fratello di mio marito è proprietario di un ristorante, giusto ieri mi ha domandato se conoscevo un bravo chef dato che il suo si era licenziato. Quinta fa al caso suo ma devo cambiarle il nome, farebbe ridere tutto il personale." "Scusa ma ti rendi conto che io..." "Hai dimenticato che ti sei proclamato mio schiavo, comportati da tale! Anselmo portaci a terra!" L'interessato volse lo sguardo al suo datore di lavoro il quale voltò le spalle, la sua mossa fu interpretata come affermativa. Gisèle dimostrava un'allegria esagerata, presentò Quinta a suo fratello e decise che la cuoca avrebbe dormito nel suo cottège, doveva avvisare il buon Salvatore. "Dove sei?" Attraverso il telefonino apprese che la sua metà era ospite su quella specie di transatlantico ormeggiato al largo dell'isola, la padrona, titolare di una nota ditta di cosmetici, l'aveva praticamente prelevato a Panarea per fargli passare la serata sul suo yatch e quindi non  era disponibile, tanto meglio. "Ti voglio far visitare Panarea by nigth" e la condusse sino all'altro capo dell'isola, panorama meraviglioso, i sentieri erano illuminati dalla luna dato che nell'isola l'energia elettrica era erogata solo all'interno delle abitazioni. Quinta non  aveva profferito verbo. "Amica mia, dammi del tu e raccontami qualcosa di te, Alberto mi ha accennato qualcosa, vorrei sapere di più." "Per ora sono in imbarazzo, forse quando saremo a casa..." Il viaggio di ritorno fu particolare, Gisèle aveva cinto la vita della ragazza con un suo braccio, sembravano due fidanzati, il perchè non riusciva a spiegarlo nemmeno a se stessa. "Intanto facciamoci una doccia, l'aria era umida, sento il bisogno di rinfrescarmi, non penso che ti vergognerai se ci laviamo insieme..." Silenzio da parte di Quinta interpretato dalla padrona di casa come un assenso.Quinta ci mise del tempo prima di raggiungere Gisèle sotto la doccia e si mise di spalle, la padrona di casa prese ad insaponarle la schiena ma, nel farlo, provò una sensazione strana, mai percepita prima con una donna, un erotismo prorompente che la portò a baciarla sulla bocca per poi scivolare sul seno ed infine su un fiorellino caldo, delizioso, pulsante. Quel rapporto finì a letto lasciando ambedue senza forze. La mattina: "Va da mio fratello, stasera ci rincontreremo, abbiamo tante cose da dirci..." La loquacità non era una peculiarità di Quinta che le volse le spalle sempre vestita di nero. Gisèle si ripropose di andare presso una boutique per acquistarle vestiti colorati e allegri. Durante il giorno Gisèle si sentiva spaesata, confusa, parlava con la gente in maniera automatica senza ricordare quello che diceva, il suo sorriso era sparito dalle labbra, alcuni clienti se ne accorsero e glielo fecero notare. Altra novità: Salvatore era costretto a rimanere a bordo del transatlantico, Lucylle lo voleva assolutamente con lei per tutto il soggiorno al largo dell'isola. Particolari: la belle femme cinquantenne capelli color viola, fisico da trentenne supportato da creme e massaggi, vizi sessuali tanti e tutti sui generis, fra l'altro amava la mano penetrante! Salvo sistemato, Gisèle pensò a se stessa, cosa sarebbe successo al rientro di Quinta, per la prima volta nella sua vita si sentiva vuota, senza idee... La situazione prese una piega inaspettata: Quinta rientrò completamente cambiata: aveva fatto amicizia nel suo nuovo ambiente, era allegra, sorridente,sfiorò  una guancia della padrona di casa con un fuggevole bacio e poi sotto la doccia, stavolta da sola. Al rientro in camera con indosso turbante sui capelli, e accappatoio propose a Gisèle di raccontarle della sua vita passata. Lasciata la scuola delle suore aveva preso a frequentare un corso di cucina la cui responsabile era un quarantenne non sposata, piuttosto legnosa e soprattutto imperiosa nei suoi atteggiamenti. Aveva fatto escludere dal corso due allieve secondo il suo dire non adatte per quella professione ma Quinta si accorse ben presto che il motivo era ben altro. Una notte la cotale si presentò nella sua cameretta significando che non riusciva a dormire per il gran caldo (era luglio) e si spogliò completamente. Quinta dapprima si era spaventata poi il saggio spirito contadino, ereditato dai suoi, le fece capire come stavano le cose, di malanino accettò le avances della signora (peraltro quotidiane) ed entrò nel mondo del sesso da una porta particolare senza aver mai conosciuto un maschietto. Alla fine del corso, raccomandata dal proprietario del terreno dove avevano lavorato i suoi, prese il posto del dimissionario chef sull yatch di Alberto M., fine della storia. Gisèle si era affezionata alla nuova amica, le avrebbe presentato qualche maschietto, per la prima volta forse le avrebbe prestato Salvo, perchè no, a modo suo voleva bene a suo marito, le svicolate reciproche non avevano intaccato il loro amore. Chi non  ci aveva guadagnato nulla era proprio Alberto rimasto senza chef ed a bocca asciutta per quanto riguardava il sesso, quella sveltina gli era rimasta nella mente ma avrebbe voluto molto di più. Ritornando a terra aveva provato delle avances con Gisèle col risultato di beccarsi una bella risata ed un bacino sulla guancia che sapeva tanto si presa in giro. Per sua fortuna la situazione cambiò nel breve tratto di una settimana: la signora proprietaria della corrazzata salpò per altri lidi, Salvo, di nuovo a terra, apprese la sua nuova situazione familiare alla quale di buon grado e con immenso piacere si adeguò col nulla osta sia della consorte che di Quinta a cui non dispiacque la novità. Gioco forza Gisèle dovette cambiare residenza per non fare da chaperon alla nuova coppia e chiamò Alberto al quale non parve vero di accettare la proposta di Gisèle di installarsi per un pò a bordo del suo yatch. Dopo cena (lo chef era stato sostituito da un marinaio non altrettanto bravo) ci fu il momento delle confessioni reciproche: Gisèle mise al corrente Alberto delle sue iltime vicende suscitando lo stupore  (ti si legge in faccia) di un Alberto frastornato e forse un pò puritano ma quando giunse al racconto del loro primo rapporto fisico : "Allora quello zozzone di mio marito mi ti ha concesso senza il mio parere... ecco perchè mi son fatta male, andiamo in camera e fammelo vedere!"  Alberto si sentì strumentalizzato ma chi se ne fregava; in camera bastarono pochi tocchi acchè ciccio si analberasse in tutta la sua maestosità. Gisèle smise di ammiralo e se lo infilò in bocca sin quando la sentì riempirsi di un torrente in piena ma presto pensò ad accontentare la sua cara gatta ed anche  il suo buchino posteriore con un pò di fatica, fu talmente strapazzata a tal punto da dichiararsi vinta: "Basta, mi hai distrutta!" A mezzogiornio inoltrato Anselmo preoccupato del silenzio proveniente dalla cabina del suo capo, timidamente bussò alla porta: "Signore tutto bene?" Con voce ancora impastata dal sonno: "Si Anselmo portaci qualcosa da mettere sotto i denti, sono affamato!" Tascorso il mese di agosto tutti ai propri posti: Alberto rientrò nella sua fabbrica di scarpe, Quinta ebbe rinnovato il contratto di chef sino ad ottobre e l'anno successivo da aprile ad ottobre. Nella casa dei coniugi F. ritornò la calma dopo la tempesta, una bella tempesta!

  • 01 agosto 2013 alle ore 1:02
    Saggezze e annunci

    Come comincia: Sto invecchiando, divento saggio o forse solo diversamente stupido, come tutti, e come tutti non solo invecchio ma ogni tanto ragiono su delle cose che mi sembrano, a seconda dei giorni, a volte importanti, a volta delle stronzate. Oggi mi pare importante dire che c’è una categoria, o meglio dire una tipologia di persone che, nonostante i miei sforzi di mestiere, proprio non riesco nemmeno lontanamente a comprendere. Si tratta di quelli che empatizzano, soffrono, solidarizzano per ogni tragedia di cui vengono a conoscenza, anche se accaduta al più distante dei loro simili (umani, ma anche cani, gatti, panda, zanzare no!) e che poi, a cordoglio esternato, insultano, tramano, combattono genitori, amici, parenti, tabaccai, commessi Coop e ogni forma di varietà umana con cui hanno la prossimità prossemica giusta per generare ostilità. Ora facciamo finta che questa tipologia di persone sia più o meno numericamente un decimo di quelli che in vita passano per una disgrazia e sempre un decimo di quelli che in vita passano per la felicità; che sono in sostanza la totalità del genere umano, interamente composto da disgraziati-felici, tranne, forse, quell’ipotetico decimo. Un decimo di gente che ama il prossimo suo come se stesso purchè disgraziato e kilometricamente distante. Insomma, io non me ne capacito, ma c’è un decimo di umanità (forse molto, molto meno) che empatizza solo con la tragedia rappresentata e che s’impegna quotidianamente a rappresentarne di nuove, piccolissime, pusillanimi, misere e con il pathos scenico di una recita parrocchiale. Questi sono, probabilmente, quegli umani consacrati da Dio (Paura) a ignorare la felicità, per sempre, sino all’ineludibile (per tutti) tragedia definitiva che li coinvolgerà. A questo punto il mio obiettivo è chiaro.

    AAA CERCASI decimo di esseri viventi che empatizza con le felicità distanti e che s’impegna a generarne di vicine… IMPORTANTE: annuncio unicamente rivolto a ciò che eccede l’umano.
    NO PERDITEMPO, NO AUTOMUNITI! 
    Quindi se un giorno sarò rapito da un extraterrestre in bicicletta almeno adesso ne conoscete il motivo.

  • 31 luglio 2013 alle ore 15:27
    L'angelo di Jess

    Come comincia: Grassa, maledettamente grassa; ecco quello che era. La bilancia, comprata apposta per pesare la sua massa, non lasciava dubbi. A dirla tutta non serviva la bilancia, bastava guardarsi allo specchio per capire l'evidenza dei fatti: era tremendamente obesa.
    A 18 anni le ragazze fanno del loro aspetto fisico perfetto una sorta di sfida con il mondo e lei partiva sconfitta. Era stufa di sentirsi dire che aveva doti che andavano oltre l'aspetto fisico:
    "Sei intelligente, sei buona, sei disponibile socievole, tenera, simpatica, hai tanti amici una bella famiglia i soldi ecc. ecc." Tutte frasi trite e ritrite. Anche lei aveva un cuore e come avveniva a molte sue amiche provava delle emozioni forti che alla sua età sono splendide, ma a lei nessun ragazzo faceva apprezzamenti, anche pesanti si, ma pur sempre apprezzamenti. A lei nessuno diceva "Che bel culo, che gnocca, mi fai impazzire" No! Lei era quella simpatica, ma cicciona; onesta, ma lardosa; intelligente, ma orrenda! Non reggeva più questa situazione.
    I suoi amici le volevano bene, ma lei non si piaceva, sapeva di essere un fenomeno da baraccone e sentiva sempre addosso gli sguardi meravigliati della gente, i loro bisbigli.
    "Guarda quella come è grassa" "E' più larga che alta" "Passerà dalla porta di casa?" "Quanto è cicciona, che schifo!" E via tutta una serie di commenti che la mortificavano.
    Il suo peso alla nascita era nella norma e durante gli anni della crescita non si erano verificate anomalie fino all'età di 12 anni. I suoi genitori, sua sorella e suo fratello maggiori, erano di corporatura normale, nessuno aveva problemi di sovrappeso. Sua mamma li aveva cresciuti curando l'alimentazione e non esagerando nelle porzioni, lei in particolare non era mai stata una mangiona. Eppure, a quasi 18 anni, si trovava a pesare più di 220 chili e nessun medico o specialista era riuscito a spiegare il motivo del problema. Aveva letto, studiato, si era aggiornata su internet ma niente; non trovava un bel niente che spiegasse perchè lei, a un certo punto, avesse cominciato ad ingrassare pur seguendo una dieta rigorosa.
    Era luglio, il caldo opprimente invogliava la gente a spogliarsi e tuffarsi in qualsiasi pozza d'acqua pulita: piscine, torrenti, fiumi e laghi; qualsiasi cosa per trovare refrigerio.
    "Dovresti venire anche tu, con tutta quella ciccia addosso avrai un caldo atroce. L'acqua della roggia è fresca e la corrente non troppo forte, non avrai problemi di equilibrio"
    "Lo sai che i miei problemi sono altri, non verrò! Non insistere"
    "Certo che non insisto, ma tu sei la solita zuccona. Io e le ragazze ti siamo amiche, il tuo aspetto fisico non vuol dir nulla, devi fartene una ragione o vivrai per sempre reclusa in casa"
    "Guardami Marina! Guardami! Cosa vedi? Vedi forse una ragazza che può mettersi in bikini e venire a fare il bagno con voi che siete tutte splendide ragazze? Mi stai prendendo per il culo? Parla Marina, parla!"
    "Hai ragione. In questo momento vedo un ippopotamo inferocito che non vuol sentire ragioni. In effetti con tutta quella panza mi faresti ombra e sai quanto tenga all'abbronzatura. E poi non vorrei che ti insabbi sul fondo della roggia, chi ti tirerebbe fuori? Naahh! Stai a casa che è meglio, rischi di rovinarci la giornata. Ah! Un'ultima cosa Jessica, non provare neanche a metterti quel costume che ti ho regalato, non hai la patente per guidare una mongolfiera, d'accordo? Ci si vede"
    "Marina?"
    "Siii!?"
    "Sei una maledetta stronza!"
    "E poi?"
    "Vaffanculo! Aiutami a mettere il costume"
    La roggia era veramente fredda e dopo pochi istanti di immersione le ragazze schizzavano fuori dall'acqua come pesci alati. Lei sopportava meglio, anzi; i suoi muscoli erano talmente accaldati per lo sforzo di trascinarsi in giro che dopo mezz'ora era ancora nell'acqua al fresco.
    "Ragazze, stanno arrivando! Tra poco i ragazzi saranno qui!"
    Già, tra qualche istante sarebbero arrivati i loro amici e quello era il momento che temeva di più. Con movimenti difficoltosi uscì dall'acqua e si posizionò sopra il suo asciugamano che era grosso il doppio rispetto agli altri. Poi si avvolse attorno al corpo un telo da bagno enorme, appena in tempo; i ragazzi erano arrivati.
    "Ciao Giorgio, Roberto, Mattia, Raffaele. Fabio non c'è?"
    "Arriva dopo Marina, ciao ragazze" Giorgio era proprio un figo.
    "Allora è vero, c'è anche Moby Dick oggi. Tutto bene Jessica?" Raffaele non perdeva mai l'occasione per ferirla.
    "Stai zitto imbecille! Tu e i tuoi modi di merda!" Luisa era il maschiaccio della compagnia.
    "Ha parlato miss galateo" Rispose divertito lui.
    "Smettetela voi due" Intervenne Marina "Poi se vi trovo a limonare dietro un cespuglio vi butto in acqua e vi annego"
    La compagnia era ben assortita, Marina e Giorgio erano splendidi e stavano assieme, come Luisa e Raffaele, che con il loro caratteraccio erano in perenne contrasto ma si attraevano come due calamite. Mattia e Lidia erano i secchioni del gruppo e pur non facendo coppia fissa passavano parecchio tempo insieme. Roberto e Fabiana vivevano la loro storia dai tempi delle scuole medie in un continuo tira e molla; si lasciavano e si rimettevano insieme con regolare frequenza. Infine c'era lei, sola nel suo corpo da donna cannone, che aveva una cotta per Fabio; lui la trattava bene e le stava vicino, ma niente più. E come dargli torto? Fabio era bello, educato e intelligente e nonostante i problemi economici della sua famiglia, aveva ottimi voti a scuola e un lavoro serale in un bar. Molte ragazze gli facevano il filo, ma lui non aveva mai avuto storie importanti con nessuna e a volte lei si chiedeva se fosse attratto dai ragazzi. La settimana prima aveva provato a sondare il terreno.
    "Scusa Fabio, ma a te piacciono le ragazze?"
    "Certo che mi piacciono le ragazze, perché me lo chiedi?"
    "Non ti ho mai visto con nessuna in particolare e mi chiedevo se, cioè.."
    "Se sono gay? No Jessica, non sono gay. Non ho nessun problema a frequentare omosessuali, ma io sono etero"
    "Ma allora perché non hai la ragazza?"  Lui la fissò con quegli occhi grigi che la mandavano in estasi e rispose garbatamente:
    "E tu Jessica, tu, perché non esci con un ragazzo?" Lei si offese e rispose urlando:
    "Vaffanculo Fabio! Vai a cagare, sei uno stronzo!" Lui non reagì ma dopo quell'episodio il loro rapporto si raffreddò leggermente.
    Adesso avrebbe voluto riaviccinarsi a lui, ma non era venuto e lei ci stava male. I ragazzi stavano preparando il fuoco per la grigliata e le ragazze i panini, mentre Raffaele tracannava l'ennesima birra e Luisa lo invitava a darsi una calmata "Smettila di bere o poi straparli" "Oh che balle, fa caldo, lasciami bere" "Fatti un bagno se hai caldo" "Se non la pianti ti annego, ah ah!" "O signore, è già partito" Avrebbero continuato così per tutto il giorno per poi imboscarsi da qualche parte a fare l'amore.
    "Che hai Jessica? Oggi non parli, ti manca Fabio?"
    "Non rompere Roberto"
    "Ti ho solo fatto una domanda, non ti incazzare"
    "Due domande"
    "Cosa?"
    In quel preciso istante arrivò Fabio in compagnia di Alexandra, la bonazza della scuola. Scesa dal motorino si tolse il vestitino sfoggiando un fisico stupendo appena nascosto da un mini bikini. Bella, educata, gentile e intelligente, Jessica la invidiava, anzi la odiava; lei non aveva nessuna di quelle doti e non avrebbe mai avuto un ragazzo.
    Alexandra si stava dirigendo verso di lei.
    "Ciao Jessica. Giornata calda, hai già fatto il bagno?" Non rispose, la detestava.
    "Ciao Jess, pensavo non fossi venuta" Fabio sbagliò tono e lei si infuriò.
    "Brutto bastardo, volevi venir qua a fare sfoggio della tua conquista vero? Tanto la cicciona non c'è e io me la spasso senza doverla compatire tutto il giorno. Stronzo cafone maledetto, mi fai schifo!" Stava urlando attirando l'attenzione degli altri. "Mi fate tutti schifo, siete dei.. dei.. oh! Andate al diavolo" Cercò di alzarsi ma ricadde indietro, Alexandra istintivamente cercò di sostenerla cadendo però a sua volta.
    "Non toccarmi brutta troia! Non toccatemi, lasciatemi stare!" Gridava e piangeva, i suoi amici erano sbigottiti da quell'esplosione di rabbia. Marina provò a calmare l'amica:
    "Jess, stai calma"
    "Stai zitta! Tu lo sapevi, hai insistito tanto per farmi venire e umiliarmi davanti a tutti, siete degli stronzi!"
    SCIAFF!!! Raffaele l'aveva colpita in pieno volto con uno schiaffo.
    "Adesso hai rotto il cazzo, tirati su che ti porto a casa"
    "Ma, Raffaele?"
    "Basta Luisa. la donna cannone ha fatto il suo show. Siamo tutti degli stronzi? Ok, che se ne torni a casa sua così non la indisporremo ulteriormente"
    Nessuno l'aveva mai colpita. Salì a fatica sulla macchina di Raffaele, con la testa bassa, tra l'imbarazzo generale e Raffaele ruppe il silenzio.
    "Ok, adesso porto il pacco a casa e quando torno voglio trovare pronta la grigliata e le birre fresche" Salì in macchina e partì sgommando
    Si rivolse a Jessica "Bene, sei riuscita a rovinare la giornata. cosa speravi di ottenere con la tua pagliacciata? Sei gelosa di Alexandra? E' bellissima e ragiona meglio di te, cosa credi possa spingere Fabio a preferirti a lei? Tu sei obesa e ottusa, hai delle amiche che ti vogliono bene e le tratti come delle pezzenti. Fabio ti vuole bene, ti ammira e crede in te, per quello che sei" L'alcol l'aveva disinibito ulteriormente.
    "Non è vero, gli faccio schifo"
    "Senti, il tuo aspetto fisico è talmante fuori dagli schemi che non si può neanche considerarlo ridicolo, tu sei Jess, la donna cannone. Eppure anche un cafone come me non pò negare di ammirare il tuo temperamento, la tua voglia di vivere e la tua allegria. Tante ragazze al tuo posto non c'è la farebbero, tu no, vai avanti per la tua strada e affronti le difficoltà con determinazione. A volte ti invidio, non capisco come fai, ti ammiriamo tutti, veramente"
    "Hai bevuto, straparli e mi ferisci con le tue menzogne, mi fai schifo"
    Raffaele frenò bruscamente, lei non fece una piega, tanto era compressa nella piccola utilitaria.
    "Tu non hai rispetto per nessuno e in particolare di te stessa, fatti un'esame di coscienza e vai in chiesa a pregare"
    "Non sarà pregando che perderò peso, e poi tu cosa parli di chiesa che sei un indemoniato?"
    "Cara la mia cicciona, io prego tutte le sere e mi raccomando al mio angelo custode, probabilmente il tuo ha dovuto trasferirsi altrove perché lo soffocavi con la tua presenza ingombrante e non parlo solo della ciccia"
    Jessica non rispose e Raffaele ripartì. Appena giunti sotto casa di lei, lui si preoccupò di aiutarla a scendere e l'accompagnò in casa.
    "Già di ritorno?" Chiese la mamma di Jess.
    "Ha voluto farsi un tuffo dopo aver mangiato e gli è venuto il mal di pancia" Si affrettò a dire il ragazzo e Jess, visto lo sguardo sospetto della madre aggiunse:
    "E' vero mamma, sono stata una stupida, una grande idiota e Raffaele si è subito offerto di portarmi a casa. Grazie Raffaele, salutami gli altri e divertitevi" Il ragazzo la baciò sulla guancia e si congedò.
    "Hai dei bravi amici tesoro. peccato tu sia stata poco bene, ti sei persa una giornata con loro"
    "Si mamma, hai ragione, è proprio un peccato"
    Si chiuse nella sua camera ascoltando musica a tutto volume nelle cuffie.Poì si collegò alla rete e si mise a sbirciare nei vari profili dei suoi amici "Raffaele, eccoti qua" Il ragazzo era uno spaccone e in tutti i suoi post, nelle foto e in qualsiasi evento, faceva la parte del duro; persino Luisa doveva subire i suoi modi da cafone, eppure... Scavando nei meandri del profilo dell'amico, scoprì una cosa tanto evidente e banale da risultare invisibile ad una prima occhiata. In qualsiasi immagine, scritta o filmato riguardante lui, c'era sempre un richiamo all'angelo, come parola o figura diretta o indiretta. Jessica si schiarì le idee e cominciò a ripensare al racconto che le aveva fatto un giorno Marina.
    Raffaele si era aggregato a loro da quasi quattro anni, in precedenza viveva in un altro paese. All'età di 14 anni era in gita con i suoi compagni di prima superiore e una mattina, durante un'escursione in una località alpina, si era perso con tre suoi amici in un fitto bosco. Vagarono per ore senza meta stanchi e spaventati. Uno di loro, cadendo in un crepaccio, rischiò di morire. Fortunatamente furono localizzati dai soccorritori e tratti in salvo prima del calar delle tenebre, anche il ragazzo caduto nel burrone fu recuparato e dopo tre mesi di convalescenza si ristabilì perfettamente. Il ragazzo si era salvato solo grazie al tempestivo intervento dei soccorsi, il coordinatore delle operazioni di recupero si chiamava Angelo, e qualcuno, alludendo al nome, disse che si erano salvati grazie all'intervento dell'angelo custode. Raffaele fu accusato di aver fatto cadere l'amico dal burrone e da quel giorno cominciò a comportarsi in modo aggressivo. Il clima ostile a scuola e successivamente in tutta la comunità, costrinse i suoi genitori a trasferirsi altrove. Ed ecco che Raffaele era arrivato nel loro paese e nella loro scuola.
    L'indomani Jessica aveva deciso di chiamare Raffaele.
    "Ciao, scusa per la scenata di ieri. Possiamo vederci o sei impegnato?"
    "Sono con Luisa, ieri abbiamo litigato"
    "Tranquillo allora, ci si vede"
    "Sei a casa? Aspettaci che arriviamo"
    "Ma Luisa?"
    "Stiamo venendo"
    Jessica li fece accomodare in camera sua. Erano soli, il resto della famiglia era al lavoro.
    "Eccoci Jess, siamo qui"
    "Non volevo disturbarvi"
    "Tranquilla" Sentenziò Luisa.
    "Ieri sera ho ripensato alla tua storia, alle tue parole e ho analizzato i tuoi profili. Tu fai il duro, lo spaccone, ma in realtà credi ciecamente nell'angelo custode, lo menzioni di continuo senza farlo notare. Cosa è successo veramente quel giorno, nel bosco?" Luisa guardò i due con aria interrogativa e Raffaele sbuffò.
    "Eravamo in quattro: io, Giulio lo sfigato, la bella Alice e quello sbruffone di Flavio. L'idea era quella di avventurarci nel bosco per vedere chi era il più coraggioso, tutti e tre eravamo cotti di Alice. Invece ci perdemmo e dopo ore di solitudine in mezzo al bosco uscirono tutte le nostre fobie e i nostri rancori. Flavio continuava ad offendere tutti e in particolare molestava Alice, perché resisteva alle sue proposte. Giulio era talmente spaventato che continuava a piangere e a chiamare la mamma, mentre Alice cercava di tranquillizzarci. Io ero terrorizzato, ma cercavo di non darlo a vedere, mi vergognavo. Poi, dopo aver girovagato in lungo e in largo ci trovammo sull'orlo di un precipizio. Flavio cominciò a fare lo scemo, si pavoneggiava rasentando l'orlo di un burrone <guardate, guardate, io si che sono coraggioso, non come voi due mezze pippe> Alice, che era la più lucida, si avvicinò a lui con l'intenzione di toglierlo dal pericolo ma lui la afferrò per un braccio e la trascinò vicino al precipizio. Giulio urlava e piangeva a dirotto, si girò verso il bosco e scappò come un coniglio, mentre io agii d'istinto e mi gettai verso di loro con l'intenzione di toglierli da lì. In quel momento lei si stava divincolando e io urtai Flavio che era in equilibrio precario e cadde nel burrone davanti ai miei occhi. Per alcuni istanti io e Alice restammo pietrificati dal terrore, fu Giulio, con le sue urla, a farci riprendere. Osservammo giù dal precipizio e scorgemmo Flavio alcuni metri sotto di noi; per fortuna un costone di roccia ne aveva fermato la caduta ma noi dall'alto vedevamo del sangue e lui che non rispondeva ai nostri richiami. In quel momento pregai Dio, la Madonna, Gesù e tutti i santi. Il tempo passava, stava per giungere l'oscurità e nessuno arrivava a soccorrerci. Ero sicuro che Flavio sarebbe morto e in un ultimo tentativo mi rivolsi con tutte le forze al mio angelo custode <aiuta il mio amico, salvalo e ti prometto di benedirti e osannarti per il resto della mia vita>. Dopo pochi attimi udimmo il rumore di un elicottero, erano i soccorsi, ci avevano trovati. Il resto della storia è cronaca" Le due ragazze restarono a bocca aperta, poi Luisa chiese: "Ma tu non hai fatto niente, perchè ti hanno accusato ingiustamente?"
    "Ti sbagli Luisa. Tecnicamente sono stato io a farlo cadere nel dirupo e quindi la mia responsabilità e innegabile. Giulio non c'era, Flavio non ricordava nulla e Alice...Bhe Alice mi ringraziò, io non menzionai mai il fatto che fu lei ad averci spinto alla sfida per vedere chi era il più coraggioso"
    "Brutta stronza!" Imprecò Luisa
    "E' acqua passata. Ma sono felice di averne parlato con voi, in realtà mi comporto come un cafone per la vergogna. Io tutti i giorni santifico il mio angelo custode e lo ringrazio per essermi sempre vicino. Capisci Jess perché devi avere speranza?"
    "Si Raffaele, adesso capisco"
    Dopo aver chiaccierato per altre due ore i due amici si congedarono. Jessica si sistemò, uscì di casa e con calma si diresse in chiesa; a quell'ora era vuota. Quello spazio enorme, fresco e silenzioso, la fece sentire meno grossa del solito. Non era abituata alle chiese e più in generale alle preghiere; per lei la religione era una bufala colossale. Eppure quell'atmosfera le trasmetteva una piacevole sensazione e senza rendersene conto si trovò a parlare a Dio.
    "Io non ti ho mai parlato perché in fondo non credo alla tua esistenza. Ma forse mi sbaglio e tu ci sei davvero e hai un disegno di vita per ognuno di noi. Se così fosse il mio foglio deve essere grande il triplo degli altri, forse a un certo punto, mentre disegnavi la mia storia, ti sei lasciato prendere la mano e hai voluto esagerare. Magari dal tuo punto di vista hai fatto una gran cosa, ma sai, quaggiù le mie dimensioni extralarge sono decisamente sconvenienti. Io adesso non so se mi stai ascoltando, con tutte le persone di questo mondo che si rivolgono a te sarai pieno di impegni, forse è per questo che ci hai affiancato un angelo custode, così, ognuno di noi, ha qualcuno a cui rivolgersi direttamente. Allora io mi rivolgo a te, angelo custode, a te che mi proteggi e mi segui in ogni istante della mia amara esistenza. Tu capisci in che situazione mi trovo, non mi accetto, mi rifiuto di accettare la mia situazione di obesa cronica e se tu mi vuoi bene, devi aiutarmi a risolvere questa situazione. Sono disposta a qualsiasi sacrificio pur di tornare ad essere una ragazza normale. Fai qualcosa dannazione!" Una leggera pressione sulla spalla la fece trasalire.
    "Qualcosa non va ragazza?" Era un giovane prete. Lei arrossì e rispose balbettando:
    "St stavo pr pregando"
    "Bene, pregare fa sempre bene. E dimmi, a chi ti stavi rivolgendo in particolare?" Jessica era paonazza, non era abituata a quel genere di conversazioni.
    "Ecco, insomma, pregavo il mio angelo custode"
    "Ottimo. La maggior parte delle persone si dimentica di avere un valido aiuto dal cielo, il Signore ci ha messo vicino l'angelo custode che ci segue in ogni istante della vita. Chiedere il suo aiuto nei momenti di difficoltà è normale, anche se lui preferirebbe essere ricordato in qualsiasi circostanza, non solo nei momenti difficili. Comunque, cosa gli stavi chiedendo?" Si era cacciata in un bel casino e adesso cosa raccontava a quel prete? Prese coraggio e disse:
    "Mi pare ovvio, no? Mi guardi attentamente, cosa vede davanti a lei?" Il prete non rispose e si mise a fissarla con aria divertita. [Ecco] pensò lei [non sa cosa dirmi per non offendermi]
    "Ascoltami, oltre al tuo aspetto esteriore vedo un animo gentile e ben disposto verso gli altri. Alcuni tuoi comportamenti sono causati dal rifiuto del tuo aspetto fisico, ma fondamentalmente sei una brava ragazza e oggi hai ritrovato una cosa che avevi perso e che ti aiuterà a risolvere i tuoi problemi"
    "Ma di cosa sta parlando?"
    "Della fede e della ritrovata fiducia in te stessa. Jessica, oggi sei rinata!" Lei restò senza parole, e lui come faceva a sapere il suo nome? Non lo aveva mai visto prima. Il prete si stava allontanando verso l'uscita della chiesa e lei lo chiamò ad alta voce.
    "Don, prete, mi ascolti!" Lui era sulla porta e si fermò un attimo, si giro verso di lei "Dimmi Jessica, cosa c'è?" "Ecco, non so come ma lei sa il mio nome e io vorrei sapere il suo. come si chiama?" Il prete sorrise e rispose "Io sono don Angelo" E detto ciò uscì dalla chiesa. Jessica ci mise alcuni istanti a realizzare l'accaduto e nel tempo che impiegò ad uscire dalla chiesa lui era sparito. Incontrò un altro prete e chiese dove fosse di casa don Angelo, ma quello rispose che non c'era nessun don Angelo nella nostra città. Incredula e un po' delusa, tornò a casa.
    Quella sera aveva fame e chiese a sua madre di poter fare uno strappo alla regola.
    "Certo tesoro, se la cosa ti fa sentir meglio mangia ciò che desideri" In realtà, senza rendersene conto, mangiò meno del solito sentendosi però appagata e soddisfatta.
    Il giorno dopo arrivò una telefonata dall'ospedale dove era stata sottoposta a tutta una serie di accertamenti, doveva recarsi al più presto in clinica per ulteriori esami.
    "No mamma, basta ospedali, basta terapie e medicine, mi sono rotta"
    "Jess, il medico ha detto che è importante, ti prego" Nell'udire quella parola nel cervello della ragazza scattò una molla "Ok mamma, ma che sia l'ultima volta"
    "Un miracolo! Un miracolo!" Il dottore era euforico e continuava a ripetere che si trattava di un miracolo. "Signora, Jessica, è un miracolo!"
    "Si calmi dottore, cosa è u miracolo?" Chiese la donna e lui spiegò:
    "Sei anni fa, quando tornaste da quel viaggio in sud America, stavate tutti bene. Ma poi Jessica cominciò ad ingrassare a dismisura. Si alimentava come sempre, continuando ad avere lo stesso stile di vita di prima, eppure ingrassava incessantemente e nel giro di qualche anno ha raggiunto il peso attuale che non riesce a perdere in nessun modo. Esami accurati, visite specialistiche e tutta una serie di ricerche e cure mirate non hanno portato a nessun risultato, ma oggi è avvenuto il miracolo. Uno dei nostri ricercatori della sede di san Paolo, in Brasile, ha fatto un ascoperta eccezionale. In una zona del sud America si è sviluppato un parassita in grado di aggredire alcune forme di vita con determinate caratteristiche e di insinuarsi al loro interno creando una sorta di habitat per le loro larve. Queste larve hanno bisogno di grandi quantità di grasso per sopravvivere e attraverso un procedimento non ancora chiaro, con l'accumulo di determinate sostanze si viene a creare un deposito di grasso perenne. Con il tempo vi terrò aggiornate su tutti i progressi, sta di fatto che adesso abbiamo una cura quasi infallibile per i casi come quelli di Jessica"
    "Una cura dottore? Mi avete bombardata con qualsiasi tipo di schifezza commerciata su questa terra con il solo risultato di massacrare i miei organi interni e farmi apparire ancora peggio di ciò che sono. No dottore, basta esperimenti, me ne resto cicciona per sempre"
    "No ragazza, no. Ascoltami. Dovrai assumere solo un nuovo prodotto e degli integratori alimentari nel momento di maggior calo di peso corporeo o rischierai un collasso. La cura è semplice e salutare: devi eliminare fino a disinfestazione ultimata tutti i cibi di origine animale, gli zuccheri ecc. In pratica dovrai diventare vegetariana per un periodo di tempo utile a guarire e poi potrai tornare a cibarti di ciò che vorrai. Nel frattempo sarai guarita e dimagrita"
    Le lacrime scendevano copiose dal viso di Jessica.
    Nei mesi successivi si attenne alle istruzioni del dottore e nel giro di un anno era diventata una splendida ragazza ammirata da tutti. Le sue amiche ed i suoi amici le erano stati vicino nel difficile periodo di cura e adesso si sottoponeva a periodici controlli per verificare che il parassita fosse veramente debellato.
    Nel frattempo si era messa con Fabio e una sera, mentre curiosavano su internet, trovarono un articolo sullo scopritore del parassita che l'aveva infestata; a fondo pagina c'era una foto dell'uomo che le ricordava vagamente qualcuno, il suo nome era:
    Angelo Djess.

  • 29 luglio 2013 alle ore 9:30
    Il figlio del diavolo

    Come comincia: La mano destra di Harris tamburellava sulla scrivania, la sinistra stringeva il mento fra le dita; dalla finestra entrava un avvolgente calore: luglio era alle porte e quasi si faticava a respirare. Dopo alcuni secondi l’uomo si alzò ed esclamò:

    “Mi dispiace, non posso! Ne ho già assunti due questo mese e se le cose continuano così, devo chiudere anch’io.”.

    I due ragazzi, dritti davanti a lui, abbassarono la testa, delusi dall’ennesimo rifiuto, e se ne andarono più tristi di prima.

    - Cosa posso farci io se le cose stanno andando male? - chiese Harris affacciandosi alla finestra - Non posso assumere tutti i soldati di ritorno!

    Corsi, il capocantiere, con un viso pallido e solcato da qualche ruga, esclamò:

    - Speriamo di non dover chiudere veramente!

    - Non arriveremo a questo, - ripose il titolare - è vero che qui ad Aghi e nei paesi limitrofi il lavoro scarseggia, ma ho intenzione di aprire due sedi in città, una a Napoli e un’altra a Caserta; in città c’è più richiesta, anche in periferia dove si stanno costruendo nuovi edifici.

    - Ma la gente non ha soldi, soprattutto dopo la guerra!

    - Corsi, sono i poveri che non hanno soldi… i contadini, gli operai, ma fortunatamente c’è ancora chi ha da parte un bel gruzzoletto ed è su questi ultimi che noi punteremo. Solo che molti di voi dovranno lavorare in città.

    - Avete già delle offerte?

    - Qualcosa a Napoli e nella provincia casertana, come ho già detto, ma dobbiamo ancora definire l’affare!

    - Va bene! Io vado, allora. - disse il capocantiere lasciando l’ufficio e ritornando dai suoi colleghi per riprendere il lavoro.

    In quel caldo giorno di giugno per gli operai della “Harris Edilizia” lavorare all’aperto era peggio dell’inferno, tuttavia, Jim Harris, un inglese divenuto ricco dopo una grossa eredità, cercava quanto più poteva di salvaguardare la salute dei suoi dipendenti sia per essere in grado di sostenere le nuove richieste, sia perché dal Nord provenivano notizie riguardo ad alcuni scioperi. Nel pomeriggio, pertanto, l’uomo decise di mandare tutti a casa in anticipo proprio per evitare problemi legati al troppo caldo.

    Approfittando delle due ore libere, i due operai e amici, Andrea e Roberto, decisero di andare al lago che, nascosto fra gli alti e sempre verdi pini, era il luogo ideale per rilassarsi e riposare.

    Il lago si trovava nella periferia del paese, in direzione di un piccolo boschetto ai piedi di una collina ed erano in pochi a conoscerlo proprio per la lontananza dal centro e per la vegetazione che lo copriva.

    Giunti sul posto, Roberto si sdraiò a terra, alzò lo sguardo e si mise a guardare il cielo; l’erba aveva un odore molto forte. Andrea si tolse la camicia e si avvicinò all’acqua, intenzionato a fare una nuotata.

    - Cosa faresti, - chiese Roberto - se Harris ti chiedesse di andare a lavorare fuori, accetteresti?

    - Certo! - rispose l’amico - Perché, tu no?

    - Veramente… io me ne andrei proprio via dall’Italia!

    - E perché? Io credo che la ripresa sia difficile per tutti i paesi.

    - Non lo so… l’Italia mi sembra la più debole. Non credo che il Governo abbia abbastanza fondi per aiutare il suo popolo; qui i prezzi aumentano, il lavoro scarseggia…quanto ci vorrà prima che la crisi colpisca anche noi?

    - Hai solo paura, ma noi non avremo problemi! Hai sentito le parole di Giuseppe? Harris ha già delle offerte.

    - Speriamo bene!

    Andrea restò qualche secondo fermo ad osservare l’acqua, poi si tuffò lasciando l’amico con i suoi dubbi; la sera, intanto, scendeva insieme alla temperatura che ad Aghi, di notte, anche in estate era alquanto bassa.

    Sulla strada del ritorno, Roberto giocava con un ago di pino e dopo avere accennato una piccola smorfia, si fermò e chiese ad Andrea:

    - Lo sai cosa mi ricordano?

    - Gli aghi di pino?

    - Sì.

    - No, cosa ti ricordano?

    - Quando da bambino li infilavo fra i capelli di Giulia Bailey!

    - Oh Santo Cielo, fanno male, perché lo facevi?

    - Boh… forse per rabbia!

    - Ma era piccola!

    - …ma ricca!

    - Non puoi prendertela con una persona solo perché nasce ricca.

    - Mmm… sarà!

    - Tu hai troppi grilli per la testa!

    - E tu troppo pochi!

    I due amici si guardarono per qualche secondo e poi continuarono a camminare dritti verso casa; sul sentiero c’era una bambina bionda che giocava. Le piccole mani si divertivano a lanciare e a riprendere una palla di stoffa nell’aria quando, a causa di alcune pietre e il dislivello del terreno, la piccola cadde e si sbucciò un ginocchio; il suo visino si rigò di un tenero pianto. Andrea le si avvicinò e inginocchiandosi prese dell’erba che aveva in tasca e gliela mise sul ginocchio; sorridendo, le disse - Vedrai che adesso passa, non piangere!

    - E’ vero, non mi fa male più! - rispose la bambina asciugandosi il viso con una mano.

    All’improvviso, da una vicina stradina sbucò la madre della piccola, la donna corse verso la figlia e con un brusco gesto allontanò il ragazzo urlandogli di non avvicinarsi più a loro.

    Il giovane perse l’equilibrio e cadde a terra.

    - Ma va’ al diavolo, maledetta strega! - gridò Roberto arrabbiato, mentre aiutava l’amico ad alzarsi. - Perché non le hai detto niente? - chiese poi.

    Andrea strofinò via dai pantaloni la polvere della strada, prese la borsetta con le erbe e rispose:

    - Perché ormai sono abituato!

    - E dovrai subire sempre?

    - Finché posso! A volte prendono qualsiasi reazione come conferma delle loro dicerie, quindi è meglio stare calmi.

    Roberto non disse più nulla, sapeva che egli aveva ragione, anche se non riusciva a sopportare le cattiverie dei loro compaesani. Conosceva quel suo caro amico fin da bambino e sapeva che era buono, che era lontano da tutte le infamanti accuse della gente. Eppure, le superstizioni, le credenze popolari erano in grado di trasformare una persona e renderla la più cattiva del mondo anche se non era per niente vero.

    In cielo si stavano formando delle nubi e la luna spariva dietro di esse lasciando un bianco e misterioso alone.

    - Sta per piovere! - esclamò Andrea guardando in alto.

    ◊◊◊

    Era buio e la pioggia scendeva pesante; la vallata di Aghi di notte, oltre ad essere quasi fredda, faceva molta paura per le tante storie che si raccontavano in paese.

    Il difficile percorso attraverso la strada delle conifere e il vento facevano sballottare la carrozza che seguiva il sentiero in direzione del centro antico, ma ad un certo punto il cocchiere fermò i cavalli, lasciò il suo posto e pregò la sua cliente di scendere. La donna si affacciò dal finestrino e spostando i biondi capelli dal viso, esclamò:

    - Ma come, non siamo ancora arrivati!

    - Io più avanti di così non vado! - rispose l’uomo.

    - E io che faccio, vado a piedi fino a casa?

    - Voi fate quello che volete, io torno indietro, questo posto è maledetto!

    - Maledetto!

    Il cocchiere non voleva sentire ragioni, la tirò fuori per un braccio, buttò la valigia a terra e se ne andò via lasciandola sulla buia strada. Il rumore della pioggia era assordante e la fastidiosa sensazione che qualcuno la osservasse, magari dal fondo del vicino bosco, incuteva nella donna una tremenda paura.

    - Se mamma sapesse che sono qui, a quest’ora, le verrebbe un colpo! - esclamò Giulia guardando oltre le conifere.

    La giovane fanciulla, dopo aver sbuffato, prese la valigia e si mise in cammino cercando di ritornare a casa. Il percorso più breve era attraverso il bosco, però, attraversarlo da sola, in quella tempestosa notte, non era l’ideale e quindi ella decise di uscire sulla via che conduceva al centro del paese: avrebbe impiegato più tempo ma lungo quella strada almeno c’erano delle abitazioni. Con un po’ di timore e cercando d’ignorare i versi di alcuni animali, Giulia s’incamminò, ma il vento, gli alti cespugli e il buio le fecero perdere la strada e si ritrovò in un posto completamente diverso da quello verso cui era diretta. Con i suoi lunghi capelli e gli abiti inzuppati d’acqua, la ragazza si sedette su una grossa pietra, sconsolata e intristita, appoggiò il mento sul pugno, spostò i piedi da una pozzanghera e sospirò.

    - Speriamo che non mi accada niente! - diceva fra sé.

    Qualche nube cominciò ad allontanarsi, la luna faceva capolino fra quelle restanti e il sentiero s’illuminò appena: si vedeva l’intera campagna sommersa da pozze d’acqua.

    Cercando di guardare un po’ più lontano, Giulia vide una luce. Alzandosi, scorse una casa e ricordò che da quelle parti abitava Teresa Grossi, una sua compaesana, così, con il suo piccolo bagaglio e bagnata fino alle ossa, si diresse in quella direzione.

    Poco prima di oltrepassare la staccionata che delimitava un piccolo giardino, la ragazza si soffermò a guardare quella casa.

    - Non è quello a cui aspiravo, ma meglio che restare per strada! - esclamò rassegnata.

    In passato Giulia aveva udito strane voci sulla famiglia Grossi e più volte, soprattutto da piccola quando si recava al centro del paese, le avevano ripetuto di non avvicinarsi ad essa, soprattutto al giovane Andrea, ma l’alternativa che aveva era altrettanto pericolosa.

    Quella notte era così buia, così spaventosamente lunga, che la ragazza decise comunque di bussare alla porta dei Grossi.

    Giulia attraversò il cortile a passo lento, l’acqua era penetrata nelle scarpe e le rendeva difficile il cammino; la borsa, inoltre, che stringeva nella mano sinistra, era molto pesante.

    Arrivata davanti all’abitazione, vide che la luce proveniva dal pianoterra, così si fece coraggio e bussò. Passò qualche secondo e dalla finestra si vide un’ombra muoversi. Come la porta si aprì, Giulia restò ammutolita e quasi impietrita, aveva davanti “il figlio del diavolo”, come lo chiamavano in paese.

    La ragazza era quasi ipnotizzata da quegli occhi neri come il caffè, da quei lunghi capelli che coprivano la fronte e da quell’intenso e scontroso sguardo. Andrea la fissava, non si capiva se era più curioso o infastidito. Chiudendo gli occhi e poi riaprendoli, il giovane le chiese cosa volesse. Le labbra di Giulia tremavano, ma ella riuscì ugualmente a parlare:

    - A… avrei bisogno di… di un riparo! - rispose.

    - E volete ripararvi qui? - le domandò Andrea.

    - E’ l’unica casa nelle vicinanze!

    - Se andate più avanti c’è la famiglia Mainardo!

    - Ma… saranno cinquecento metri!

    - E allora?

    - Vi prego, non vedete, sono tutta inzuppata e anche se è estate fa un po’ freddino… e… ed è pericoloso andare in giro di notte!

    - Ma anche stare in casa di sconosciuti!

    - Voi… voi non siete uno sconosciuto, siete il figlio della signora Teresa. Vi prego, non vi darò fastidio, mi metterò in un angolo buona buona!

    A Giulia stava dando fastidio il comportamento arrogante di quel ragazzo e l’evidente mancanza di ospitalità, ma era così testarda in tutto quello che faceva che insistette fin quando Andrea non la fece entrare.

    Quando la ragazza entrò in casa, restò sorpresa: l’interno dell’abitazione era molto accogliente, contrariamente a quanto dicessero in paese e a quanto prospettasse l’esterno.

    Il camino era acceso e qua e là c’era qualche candela, al centro della prima stanza si trovava una grossa tavola di legno scuro con quattro sedie e sui muri erano stati collocati degli scaffali colorati con sopra stoviglie e pentole. Il pavimento era di pietra levigata e sulle finestre scendevano delle bellissime tende merlettate, i mobili erano vecchiotti, ma erano tenuti con gran cura.

    - Non ho mai conosciuto una donna più cocciuta! - esclamò Andrea mostrando a Giulia dove sedersi.

    - Anche mio padre lo dice sempre!… E so che questo dà fastidio a molte persone ma sono fatta così, cosa posso farci?

    - Non avevate detto che non avreste dato fastidio?

    - Ciò comprende stare zitta, seduta, bagnata e ascoltare voi parlare?

    - Lì c’è la porta! - rispose il ragazzo indicando l’uscita.

    - Va bene, sto zitta!

    Giulia si sedette sulla sedia accanto al camino; i capelli si appiccicavano all’abito e le mani tremavano. Sulla fronte gocciolava un po’ d’acqua che lei asciugava con qualche lembo ancora asciutto del vestito.

    In quei primi minuti Andrea si era seduto al tavolo e stava in silenzio, la ragazza invece non riusciva a stare ferma: in vita sua mai nessuno l’aveva frenata, ma il carattere burbero di quel giovane e le voci su di lui la indussero a mettere da parte ogni iniziativa che cominciava a frullare nella sua mente.

    Il tempo passava scandito da un orologio a pendolo, dalle finestre si vedeva l’acqua scendere ancora; il cielo, che appena s’intravedeva, era ancora buio e tante erano le ore da passare prima che la fanciulla potesse lasciare quell’ostile abitazione.

    Giulia provava a resistere alla forte tentazione di alzarsi o di parlare, ma le gambe si muovevano nervosamente e le dita tamburellavano sulla valigia grondante di acqua; Andrea, inoltre, scriveva su alcuni fogli e attirava l’interesse dell’ospite.

    - Non sapete proprio farne a meno? - chiese Andrea puntando i suoi neri occhi verso le dita di lei.

    Giulia si bloccò subito ed accennò un sorriso.

    Il ragazzo, però, continuava a scrivere lasciando in giro qualche macchia d’inchiostro e facendo crescere ancora di più la curiosità della giovane; sebbene aveva promesso di starsene in silenzio, ella non riusciva a distrarsi e affacciandosi verso il tavolo, chiese cosa scrivesse.

    Andrea, allora, lasciò la penna, si alzò e andò dritto verso di lei quasi con aria minacciosa.

    Vedendolo avvicinarsi, Giulia sussultò: egli era alto e robusto, avrebbe potuto farle qualsiasi cosa, ma la ragazza, facendo appello al suo alquanto debole autocontrollo, provò a calmarsi e gli fece un sorriso. Andrea era intenzionato a buttarla fuori di casa, ma quando la vide sorridere si fermò:

    - Ma non avete paura di me? - le chiese fermandosi a pochi passi da lei.

    - Dovrei? Molte volte da piccola mi hanno detto di stare lontana da voi, ma in verità la cosa mi rendeva solo più curiosa!

    - Curiosa?

    Giulia Elisabeth non rispose e sorrise ancora, dai capelli un’altra goccia d’acqua le scese sul viso.

    - Forse è meglio se vi asciugate! - esclamò Andrea allontanandosi.

    - E’ quello che penso anche io!

    Il ragazzo le indicò una stanza dove cambiarsi e poi ritornò a scrivere.

    L’alba era ancora lontana e la giovane doveva trascorrere un’intera notte in quella casa sconosciuta, ospite della famiglia più misteriosa e chiacchierata del paese, anche se la situazione sembrava piano piano migliorare.

    Dopo aver cambiato abito, Giulia uscì dalla stanza e si sedette al suo posto; Andrea, senza alzare la testa, le indicò un sofà dove avrebbe potuto riposare. Lei, però, non si mosse e continuò a stare in silenzio ad osservarlo.

    Il fuoco del cammino tendeva a spegnersi raffreddando la casa, anche se ogni tanto una scintilla lo ravvivava; dopo qualche ora lo stomaco della fanciulla cominciò a brontolare. Ad un certo punto Andrea lasciò i suoi fogli e la guardò:

    - Per due ore non avete fatto altro che guardarmi, perché? Vi avevo detto di dormire! - le disse.

    - Ah, non ci fate caso, messere, anche a casa non faccio mai quello che mi viene detto!

    - Allora, perché mi guardate? State cercando su di me qualche segno del diavolo, vuole sapere se sono veramente suo figlio?

    - No, no… ho solo fame!

    - Cosa?

    - Ho fame! Mi avevate detto di non disturbarvi e io non ho detto nulla.

    - Ha fame!

    - Eh sì!

    Andrea si mise a ridere, poi si alzò e avvicinandosi alla ragazza, continuò:

    - Certo, siete proprio strana! Non solo venite di notte in casa mia, ma vi viene anche fame. Avevate detto che non avreste dato fastidio e non avete fatto altro per tutto il tempo!

    Giulia rispose:

    - E lo so, in questo sono brava! Non riesco a stare un minuto ferma, i miei genitori si sono sempre disperati per questo.

    Andrea si avvicinò alla credenza, prese del pane e lo diede alla ragazza, poi, dopo averla salutata, se ne andò a letto. Giulia Elisabeth restò sola a guardare la legna ardere.

    - Sono proprio strana! - disse fra sé.

    All’alba, in cielo persisteva ancora qualche nube, le strade erano bagnate, ma la pioggia aveva smesso di scendere già da qualche ora. Il vento si era calmato e sembrava che quel primo luglio sarebbe stato caldo come l’ultimo giorno del mese precedente, contrariamente a quanto avesse annunciato la trascorsa notte.

    Il fuoco si era spento già da ore e non restavano che ceneri; la signora Teresa scese in cucina e scambiando Giulia per un fantasma, si mise a gridare.

    - Oh signora, scusatemi, non volevo spaventarvi! Sono Giulia, Giulia Bailey. - disse la ragazza alzandosi dal suo posto.

    - Che cosa ci fate, qui, in casa mia? - chiese la donna infastidita.

    - Stanotte pioveva… - rispose Andrea accorrendo alle urla - …e non sapeva dove ripararsi!

    - Non dirmi che è stata qui tutta la notte? - gli domandò la madre con le ciglia aggrottate.

    - Non vi preoccupate, signora - riprese l’ospite - tolgo subito il disturbo, ho atteso solo per ringraziare vostro figlio!

    Giulia si recò alla porta e dopo aver ringraziato, se ne andò quasi spaventata.

    - Andrea, non dovevi farla entrare, non dovevi proprio! - esclamò la madre arrabbiata.

    - Mamma, pioveva!

    - E se ne tornava a casa sua! Sai quante chiacchiere adesso ci faranno sopra?

    - Non credo che abbia voglia di andarsene in giro a raccontare che è stata qui!

    - Speriamo… Speriamo che questa volta ci lascino in pace!

    Teresa andò a preparare il caffè, mentre Giulia aveva già imboccato la via verso casa e correva lungo la strada respirando a pieni polmoni: voleva allontanarsi da lì il prima possibile.

    Dopo qualche minuto di cammino la ragazza arrivò alla grande villa dei Bailey e sapendo che l'aspettava un bel rimprovero da parte della madre, corse subito in camera sua cercando di non farsi vedere, ma lì incontrò la sorella.

    - L’hai fatta grossa, - esclamò Cristina impensierita - dove sei stata, cara sorella? La mamma non ti aiuterà questa volta!

    - Nostra madre non mi ha mai aiutata!

    - Sì, ma tu perché ti metti sempre in queste spiacevoli situazioni?

    - Sono costretta ad agire così!

    Proprio in quel momento fece ingresso nella stanza Daniela Bailey Della Rocca che subito si avvicinò alla primogenita e iniziò a rimproverarla accennando anche uno schiaffo!

    La madre della fanciulla aveva un carattere molto severo e da quando Giulia aveva deciso di lavorare come maestra, aveva assunto un atteggiamento ostile nei confronti della figlia. Alle donne della famiglia non era concesso lavorare, per i Bailey rappresentava un disonore, ma Giulia Elisabeth non intendeva lasciare l’insegnamento e ormai era abituata ai continui rimproveri; non li sentiva neanche più.

    Daniela, accortasi di parlare al vento per l’ennesima volta, lasciò la stanza minacciando la figlia di parlare col nonno, il capofamiglia Joseph Bailey Senior.

    - Non puoi agire così, ricordati che possono sempre mandarti via di casa! - continuò Cristina rivolta alla sorella.

    - Ah, papà non lo permetterebbe, mi adora, lo sai!

    - Sì, ma nostro nonno no!

    - Nostro nonno non può decidere per me, non sono sua figlia!

    - Giulia, ti chiedo solo di fare attenzione!

    - E va bene, farò attenzione, ma farò sempre quello che voglio io e non sposerò mai quell’uomo solo perché lo vuole nostro nonno!

    Cristina sbuffò e allargò le braccia come rassegnata.

    Giulia era stata informata del matrimonio con Enrique già da tempo e, in preda allo sconforto per il suo futuro deciso dagli altri, durante una festa in piazza se ne stava seduta da sola ad osservare gli altri divertirsi. Sposare un uomo con cui non aveva scambiato mai una parola e di diciassette anni più grande era per lei una tragedia e ciò rappresentava, inoltre, non solo la mancanza d’interesse da parte di sua madre per i suoi sentimenti, ma anche un modo per frenare definitivamente le sue ambizioni: i Perez avevano sottolineato ch’ella doveva tenersi lontana dal mondo del lavoro.

    Quando Enrique Perez la invitò a danzare, Giulia non ebbe la forza di rifiutare, si alzò dal suo posto e avvicinò il suo corpo a lui, mentre con la mente già viaggiava lontano.

    In piazza si suonava e si ballava, per il resto del paese si susseguivano bancarelle e spettacoli di vario genere; la gente si divertiva, chiacchierava e rideva.

    Anche Andrea e Roberto prendevano parte alla festa, sebbene tutto ciò che facevano era stare seduti su un muretto ad osservare gli altri compaesani o i signori che nei loro luccicanti abiti festivi si atteggiavano a maestri del creato.

    - Un giorno sarò anche io ricco! - esclamò Roberto.

    - Se è quello che vuoi! - rispose Andrea.

    - Perché tu non lo vuoi?

    - Io?… Non lo so, non so cosa voglio. A volte mi sento come se… come se non avessi…in realtà non ho alcuna aspirazione!

    - Andrea, sbagli! Hai una vita da vivere e Jim ti ha fatto anche studiare, adesso devi pensare al tuo futuro. Non hai paura di quello che accadrà?

    - Non ho paura di una cosa che non esiste ancora! Dovrebbe fare più paura quello che c’è già, non trovi?

    - Ma è il futuro ad essere incerto!

    - Anche quello che hai e non hai è incerto e lo è anche il presente.

    - Ah, Andrea, io non ti capisco!

    - E’ normale, sei scemo, cosa vuoi capire!?

    - Mo stai approfittando della mia bontà!

    - Allora, se sei buono, fammi parlare, potrebbe anche essere uno sfogo il mio.

    - E parla, che ti devo dire!?

    Andrea raccolse un piccolo sasso e riprese ad osservare la gente.

    Tra la musica e gli sguardi dei presenti, Giulia, intanto, continuava a danzare leggera come una piuma, con una mestizia che mai le era appartenuta e con lo sguardo continuamente lontano da quello di Enrique; immaginava di essere altrove. La fanciulla vedeva le sue coetanee sorridere serene, come lei non aveva mai fatto, i festoni luccicare sotto la bianca luna e le giovani dame ballare gioiose con i loro pretendenti, mentre un lieve venticello le accarezzava i leggeri riccioli raccolti in una coroncina di fiori.

    Giulia danzava sotto gli occhi di tutti; alcune la invidiavano, altre la disprezzavano e neanche la poca avvenenza di Enrique smorzava le invidie delle signorine meno famose del paese. La giovane e ricca ereditiera sentiva gli sguardi addosso pesanti e pungenti come aghi; le provocavano un dolore immenso e la gente non se ne avvedeva neanche. Confusa dal continuo vociare della piazza, da quella musica che non udiva più e da quelle maschere imbiancate dalla cipria, Giulia Elisabeth, ancora tra le braccia di Enrique, guardava intorno a sé in cerca di un punto fermo, di qualcosa vicino al suo cuore, ma incontrava solo gli irritanti visi degli zii e della madre che davanti a tutti si compiacevano dell’ottimo affare.

    Presa ormai da un immenso sconforto, sentendosi persa, la ragazza guardò verso la strada che conduceva al bosco ed ebbe una gran voglia di scappare e mentre cercava una via di fuga, incontrò i neri e grandi occhi di Andrea che la osservavano. Quasi ipnotizzata, la giovane non riusciva a staccare lo sguardo da lui che, vestito a festa, col suo atteggiamento da uomo maturo e quel mistero sulla sua nascita, era ancora più bello. Arrossita per i nuovi e strani pensieri, Giulia gli sorrise quasi involontariamente! Andrea era immobile e la guardava così attentamente che sembrava parlarle anche solo attraverso gli occhi. Attratti l’uno dall’altra, restarono ad osservarsi.
     

  • 28 luglio 2013 alle ore 21:05
    Di me, l'angelo e la pietà

    Come comincia: La vecchiaia… questa sconosciuta, evitata e distratta dalle nostre giovani menti… basta un'ora in una casa di riposo per comprenderne il non senso.
    La signora all'angolo che adagiata, quasi stesa inerpica mille smorfie con quella mimica facciale che concerta nel duetto dei palmi, suggerendo deficienza senile a sbarattare la sofferenza… poi l'altra accanto che desiderosa di conversazione ti dice del tempo torrido di questo luglio. Io le rispondo a tono affermando la pesantezza della canicola e lei pronta dice  ""si è vero, qui si mangia benissimo""… da li un quasi "gioco" per capire… e alla domanda " come è il cibo in questo istituto" lei risponde "" si, vero… piovesse l'orto ne gioverebbe e le giornate sarebbero meno irrespirabili""
    Un'altra ospite pare dormire su di una piccola poltroncina… ha un viso buffo che mi ricorda un cartoons americano… dorme e sogna al punto che rivolgendo il capo in avanti ribalta ben due volte dallo scranno, sino che l'inserviente applica lei una cintura in vita… ora non cade più ma l'inserviente non smette d'occuparsene, in quanto di tanto in tanto a mano aperta riporta il capo di lei verso lo schienale quasi riposizionasse un pallone da stadio al centrocampo.
    Vi sono mille ragioni di un sorriso in questi vecchi che tornano bambini… ma d'un tratto sento forte l'odore della sofferenza… (una cara amica mi disse che ho il potere di sentire il dolore anche quando questi viene occultato e non palesato… vero, lo sento e lo inseguo fagocitandone tutta l'amarezza e rischiando di imploderlo).
    Il sorriso che dapprima dipingeva il mio volto spegne d'un lampo… una vecchina sulla sedia a rotelle attira la mia attenzione. Le mani perfettamente allineate ai poggioli non fanno cenno alcuno, le gambe perfettamente allineate confuiscono in candidi calzini bianchi, ornati da quelle ciabattine adattabili alla misura dei piedi resi gonfi da una scarsa circolazione. M'avvicino e nonostante il capo chino noto quelle stille di salino che ferme sul bordo degli occhi paiono non liberarsi.
    Singhiozza e piange sommessamente quasi che nulla s'ode, m'avvicino rivolgendogli la parola e lei con lucidità risponde… è cosciente questa signora nata nel lontano 1918, la mente assolutamente attiva contrasta con un corpo inabile all'uso. Mi racconta che è li perché le gambe più non la reggono, le mani hanno perso la presa e gli occhi navigano la caligine degli anni impedendogli vedere. Mi parla delle sue ore di nulla e del vuoto di un'esistenza priva di senso in quanto tutto vegeta in lei fuor che il cervello e del suo desiderio di morire.
    Il dolore e la sofferenza sgorgano dal suo discorrere precipitandomi dentro quasi io fossi spugna, e un pensiero mi prende… vorrei poterle imporre la mano sul viso e rubarle il respiro, ma non potendo quello dono lei una dolce carezza, pregando la vita di privare pure lei dell'intelletto. Tornerò a trovarla, non a mani vuote… porterò con me tutta la negatività e la sofferenza che ho dentro e quando il mio petto farà spugna dell'algia che l'assilla. le imporrò le mani.  Si le imporrò le mani e chiudendo ogni varco col reale  le rovescerò addosso una tale misura di dolore da convincere la sua anima ad abdicare la cervice… forse sorriderà allora… forse