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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 03 settembre 2013 alle ore 22:07
    Blue(s) Devil

    Come comincia: Ho visto il diavolo con un cappello rosa da donna. Mangiava la gente con gli occhi, in linea d'aria all'uomo africano e lontano da quello arabo. Appiccava fuochi e nessuno se ne accorgeva . Minaccioso come l'indifferenza , blu come la nota di un sassofono e grandioso come i draghi d'oriente. Fuori dal quadro umano un sorrise lo spegne. In all'erta selvaggio a marcare il territorio. Ho visto il diavolo addormentarsi accortocciandosi al finestrino del treno poi è sparito, è sparito sotto il cappello.

  • 29 agosto 2013 alle ore 21:31
    Percorsi artistici.

    Come comincia:

    Percorsi artistici. La ceramica di Vittorio Ruocco a Minori.
     
    Nell’anno scolastico 2005/2006, mi fu assegnata la cattedra di disegno e storia dell’arte presso il liceo scientifico “E. Marini, di Amalfi.”
    Nei mesi invernali di quel “ritiro”, tra il mare agitato e freddo, color plumbeo e i monti Lattari che incombevano nella parte alta, ebbi la fortuna, da ceramista, di conoscere e divenire amica del Maestro Vittorio Ruocco, di Minori, che mi aprì le porte del suo laboratorio e mi permise di lavorarvi, nei tempi che mi concedeva il lavoro e di potere in tal modo realizzare opere mie.
    Minori si trova a circa 4 Km da Amalfi e, nelle belle giornate, facevo a piedi il percorso, o vi giungevo con l’autobus nei giorni più freddi.
    L’arte della ceramica non è cosa facile: non si usano colori come gli altri; prima della cottura appaiono di una tinta e variano dopo la cottura. Se mescolati sapientemente dalle mani di un ceramista esperto, possono raggiungere tutti i toni e le sfumature necessarie a rappresentare ogni cosa: dai paesaggi agli oggetti, ma anche la carnagione dell’epidermide, o i mantelli di cavalli, di cani, di gatti. Se mescolati sapientemente. Per fare ciò occorre davvero grande abilità: abbiamo detto che i colori cambiano in cottura e, ad esempio, c’è un verde che diviene di una splendida sfumatura smeraldo, ma, dapprima, non lo distingueresti dal nero. L’artista ceramista sa bene, “ad occhio”, per certi toni che assume il verde prima che vi si immerga il pennello, la differenza.  Questi colori, dapprima in polvere, vengono sciolti nell’acqua, in apposite vaschette munite di un piccolo incavo circolare nella parte superiore, che assomigliano a posacenere, perché hanno anche alcuni buchi adatti allo scopo di lasciar scivolare via l’acqua in eccesso. Vi sono colori sottocristallina apiombici, da usare su biscotto (ossia il pezzo cotto una sola volta), con temperatura di cottura che variano da 950° a 1020° ed hanno costi elevati. Fin dai primi giorni, mentre cercavo di riprendere i contatti con la tipologia dell’arte (per dipingere su ceramica devi avere un laboratorio attrezzato, comprensivo di forno e vasche per mescolare gli smalti ed immergervi gli oggetti da preparare, non è come per la pittura ad olio, a tempera, ad acquarello ed altro), non potevo non ammirare sia le opere già lavorate dal mio amico Maestro, che l’abilità con cui riusciva a realizzare qualsiasi oggetto. Dall’argilla cruda, ricavava con le sue sole mani, opere d’arte. La gran parte delle argille può essere definita come silicato idrato di alluminio e magnesio: la loro formula chimica generale è Al2.2SiO2.2H2O. Ma vi sono molte variabili, in quanto il silicio e l’alluminio possono essere sostituiti da altri elementi, quali il magnesio ed il ferro, che fanno assumere all’argilla colori diversi e differenti tempi di cottura. Si tratta dello stesso materiale con cui entrarono in contatto gli uomini preistorici, incontrando sul loro cammino le rocce feldspatiche e di conseguenza argille primarie e secondarie (le seconde sono più pure) e che in seguito ci ha regalato le ceramiche greche, etrusche e romane. Il caolino, trae il nome dal cinese Kau-ling, che è quello della collina all'est di King-te-chen, dalla quale il gesuita francese d'Entrecolles trasse i primi ricercatissimi campion, che giunsero in Europa, al principio del sec. XVIII. Il caolino puro può giungere a fondere a 2000 gradi centigradi. Quello che spesso non si sa è che un buon maestro ceramico deve conoscere anche la tecnologia della ceramica, annesse alla chimica.  Chiaramente solo un vero Maestro ceramico, come Vittorio Ruocco, sa lavorarle al tornio, o coi colombini, o a mezzo stampi e poi cuocerle, smaltarle, dipingerle, sino a fare sì che sfidino i secoli e facciano mostra di sé nei musei o nelle case di chi le ama. Mentre, dunque, nell’inverno del 2006, riprendevo il contatto con l’arte, Vittorio, con molta semplicità, mi lasciava libera di lavorare, seguendomi con occhio esperto e intervenendo soltanto di tanto in tanto coi consigli, ma senza darsi alcuna pretesa da maestro. Benché lo fosse. E’ a suo merito se ho potuto elaborare nuovi lavori in ceramica, che ho portato con me al rientro in Napoli e nuove esperienze nel campo di questa meravigliosa tecnica senza tempo. Nel ritornare, dunque,giorni orsono a visitare il suo grande spazio espositivo di Minori, dapprima negli ampi locali di vendita posti sul lungomare, mi sono incantata per la varietà delle opere esposte, cresciute di numero e tipologia, fatte per accontentare qualsiasi tasca e desidero o necessità. Percorrendo i vicoletti stupendi di Minori, l’ho poi raggiunto sul lavoro, nel laboratorio che inaugurò nel 1985, a soli 23 anni, luogo che lo vede intento per intere giornate nella sua occupazione preferita. L’Ho ritrovato, difatti, con un braccio immerso fino alla spalla nella vasca degli smalti, laddove mescolava uno smalto bianco. Scherzando, sorridendo nel volto scurito dal sole dell’estate, in contrasto con il bianco del braccio, ha detto che stava producendo mozzarelle. Molti prodotti ceramici, difatti, sono sottoposti a trattamento superficiale mediante rivestimento trasparente (vetrina) oppure opaco e colorato (smalto).
    Parandogli ho appreso che aveva appena “sfornato” un “top” da cucina di molti metri e si apprestava a realizzare una tavola in mattonelle dipinte. Tenendosi aggiornato, si è inoltre specializzato nel creare tavoli in pietra lavica dipinto a mano e ceramizzati. L’arte della ceramica è certamente una delle più antiche e più belle tradizioni artistiche, di cui l’Italia vanta opere straordinarie ed è veramente bello pensare che a Maiori vi sia qualcuno che ne perpetua e migliora la storia.

     
     
     
     
     

  • 28 agosto 2013 alle ore 12:11
    Giustizia

    Come comincia: La giustizia è la gloria suprema della virtù (Cicerone)

    Giulia gemeva giorni giulivi gelati dalla grave scomparsa della persona a lei più cara.

    GIUSTIZIA. Ora cercava solamente giustizia. Questa parola le era scoppiata nella testa e le schegge si erano conficcate nella materia cerebrale come ami d'acciaio che la facevano impazzire di rabbia e di dolore. “Giustizia, voglio giustizia”, ripeteva come una cantilena. Come ottenerla? Rivolgersi agli organismi preposti.? Lo aveva fatto, ma…i colpevoli della morte della sua amatissima Giuseppina erano ancora a piede libero.
    Isolata, sentiva i disagi e il suo comportamento irrazionale, ma l’amore, che è la comunicazione delle anime, era cessato con la dipartita della luce dei suoi occhi: la sua bambina. Tutto, era finito tutto: il piacere di dare piacere, i sacrifici, le soddisfazioni, la gioia morale e fisica di una carezza e di un sorriso.
    Non ci si può liberare, senza inconvenienti, d’altronde, di queste cose. Siamo, a nostra insaputa, oggetti di certi fenomeni che ci portano ad essere e a fare ciò che non vorremmo mai. Sarà il dolore, la debolezza, la mancanza di stimoli reattivi, la mancanza di bio-elettricità, sarà quel che sarà, ma la nostra mente opera cambi di ragione secondo il bisogno. Ed è il bisogno che giustifica l’atto.
    Giulia era soggetta ormai ad atti interiori ed esteriori involontari, condizionati da forze indipendenti dalla sua volontà. Ciò accadeva soprattutto dopo aver visto morire un bambino. La sofferenza indescrivibile che si leggeva sul suo volto rasentava la follia: una scarica elettrica partiva dal cervello e raggiungeva le fibre nervose di tutto il corpo.
    Nulla potevano l’amore e le premure del marito, i farmaci poi la inebetivano e basta.
    Per fortuna, Giulia manifestava anche bisogni d’altra natura che le permetteva di passare ore abbastanza tranquille e di avere normali rapporti con i familiari ai quali chiedeva perché la GIUSTIZIA era così lenta, e cosa si poteva fare per accelerarla. Questi la rassicuravano dicendole che la GIUSTIZIA stava facendo il suo iter e che presto i colpevoli avrebbero pagato le loro colpe.
    Per moltissimo tempo la vita di Giulia fu una continua sofferenza morale e fisica, ma la sentenza del tribunale fu la causa che determinò il totale blackout di Giulia: i medici che avevano determinato con i loro errori la morte di Giuseppina furono condannati a risarcire un’irrisoria somma di denaro. Dopo qualche tempo dalla sentenza, Giulia si recò nell’ospedale, causa della sua disgrazia, e assassinò i due responsabili.
    “Giustizia è fatta”, furono le uniche parole in tutto il resto della sua vita.
    Non ci si può liberare, senza inconvenienti, d’altronde, di queste cose. Siamo, a nostra insaputa, oggetti di certi fenomeni che ci portano ad essere e a fare ciò che non vorremmo mai. Sarà il dolore, la debolezza, la mancanza di stimoli reattivi, la mancanza di bio-elettricità, sarà quel che sarà, ma la nostra mente opera cambi di ragione secondo il bisogno. Ed è il bisogno che giustifica l’atto.

  • 27 agosto 2013 alle ore 16:16
    La sorpresa

    Come comincia: Le tende di organza ondeggiano leggermente, il fresco profumo primaverile della lavanda soffia attraverso la finestra. I delicati colori blu e violetto trasformano la stanza in un tranquillo bozzolo di quiete. Sofia preparo tutto con grande cura, la fiamma delle candele fa apparire la stanza brillante, la note dei Led Zeppelin si diffondono armoniose. Dalla cucina esala un profumino inconfondibile, la torta di cioccolato è quasi pronta, sa che non mangia mai fuori pasto, ma stamane quando Tommaso l'ha avvisata che sarebbe arrivato le ha anticipato che oggi è un giorno speciale e vuole farle una sorpresa.
    E’ la prima volta che cucina per lui ,vuole dargli piacere totale a partire dal palato!
    Tommaso per lei è il suo unico “amore” anche se lui vive una vita parallela, lo ha saputo quasi subito ma non ha chiesto nulla, lui è stato sincero e spontaneo a volerla tenere informata, sa che da qualche parte c’è una moglie che lo aspetta, e questo inizialmente la faceva sentire in colpa, ma con il tempo non è riuscita a rinunciare al suo amore, viene a trovarla tutti i mesi per un solo giorno, ma è un giorno solo loro, ed il mondo chiuso fuori. Nel loro piccolo cercano di vivere la quotidianità scambiandosi mail, sms, telefonate, ma quando sono inseme, solo sguardi, intese, coccole, abbracci, e silenzi, perché i silenzi parlano. 
    Dalla finestra lo intravede, Sofia prende un calice versa il Cognac, e gli va incontro alla porta. 
    Indossa il tubino rosso, sa che le risalta le forme del corpo.
    Lo sguardo intenso di Tommaso le trasmette subito che apprezza il suo abbigliamento.
    La bacia sulla fronte, lei adora questa intimità dolce, ma è l’abbraccio stretto che le parla più di ogni cosa, solo da questo capisce che c’è ancora sintonia fra loro.
    -Sei bellissima oggi, le sussurra all’orecchio. -
    Ecco, questa sua frase ha rovinato la poesia, se ne frega se è passato un mese che non si vedono, non le serve sentirsi dire che è bellissima,, ma il fatto che lo ha rimarcato oggi, le dice che sta mentendo, forse si pentirà della ramanzina che gli farà, ma non sarebbe se stessa se non gli dicesse subito cosa la infastidisce. Consuma la torta in silenzio, ma lui sembra non notare che lei si è irrigidita, sono abituati a stare in silenzio.
    Con un colpo di tosse lui rompe il silenzio, abbassa lo sguardo e quasi con un filo di voce le dice: - Mia moglie è incinta-
    Le crolla il mondo addosso, quel mondo che tutti sempre descrivono che va a pezzi, si è ricomposto per crollarle intero sul suo corpo, non aveva aspettative da lui, ma un figlio è un figlio, poteva “rubarlo” alla moglie per un giorno al mese ma da un figlio no, lei che madre non lo sarebbe mai diventata per quel maledetto fibroma a ventanni.
    Lo abbracciò, lo baciò, lui si lasciò accarezzare, forse aveva già capito che gli stava dando l’addio, ma non poteva odiarlo per aver desiderato di diventare padre con una donna che non amava, ma che comunque era pur sempre sua moglie e da oggi la madre di suo figlio.
    -Ti amerò per sempre- le disse prima di uscire.
    Non rispose.
    La pensava diversamente, “vita” e “per sempre” non sono due sinonimi e non possono viaggiare insieme. Rimani nel cuore di una persona solo il tempo che lo vivi, non esiste il “per sempre” le suonava quasi come una minaccia. Preferiva vivere il presente, e lui le ha donato tanto amore senza chiederle nulla in cambio, è stato bello finché è durato, è stato parte di lei, della sua storia, l'ha aiutata a crescere, insegnandole delle cose, ridato fiducia nella vita stessa ma ora lui ha un figlio che lo aspetta e lei ha voglia di sentirsi ancora libera di amare senza riserve

  • 26 agosto 2013 alle ore 16:35
    La Piazza

    Come comincia: Il sole è sorto da parecchio tempo, ma solo ora inizia ad illuminarmi.
    Come tutti i giorni, la zingara è già alle prese con il suo piccolo uomo, il quale si dà un gran da fare a giocare sull’altalena e a correre a perdifiato. Nello stesso momento deve tenere d’occhio la porta della chiesa, sperando che qualche pia donna, dopo l’unica messa mattutina, le doni qualche spicciolo, per poi andare subito al centro di Roma a continuare la sua attività in luoghi più affollati e dunque più remunerativi.
    Roma inizia a svegliarsi,la piazza a popolarsi. Io sono qui a osservare tutto dal mio punto di vista, senza essere notata.
    Eccola, è arrivata! Oggi dove si siederà? Spero si segga dalle mie parti... Da qualche tempo una ragazza arriva in piazza, sceglie una panchina e studia, baciata dal primo sole primaverile. Cerca di trovare la posizione più comoda per ripetere la lezione, incrocia le gambe, le distende sulla panchina, sente l’afa di Roma, si sposta i capelli lunghi perché soffre già il caldo. Si muove senza però smettere di ripetere fino a quando non si sente preparata.
    Intanto Bush,tuttofare della parrocchia, continua nel suo lavoro. La sua terra d’origine è un non precisato paese arabo, ma sono anni che è a Roma e si sente romano e soprattutto Cristiano. E’ un personaggio per la piazza: innaffia le piante, spazza per terra, sul sagrato della parrocchia e su tutto lo spiazzo. Se non fosse per lui, questo posto sarebbe sempre sporco, diventerebbe infrequentabile. Eppure poche persone lo vedono lavorare e ancora meno lo ringraziano...
    Un “abbaio”,uno “scodinzolamento”,una palla che rotola: un cane è arrivato con la sua padrona. Le riporta la palla e si diverte. Questa è l’ora migliore perché la piazza è vuota e può correre liberamente; a poche centinaia di metri da qui c’è una grande villa, non capisco perché non va lì a sgranchirsi… forse l’erba alta gli dà fastidio?
    Dall’altra parte della strada, il padrone della pasticceria, anche lui straniero dall’accento mi sembra slavo, si prende una pausa, fuma una sigaretta e, colloquiando con i clienti e i suoi dipendenti, non dimentica di tener d’occhio la propria attività.
    Il popolo delle badanti straniere che accompagna le persone anziane a fare quattro passi e prendere una boccata d’aria fresca, si mescola con i nonni italiani che fanno da babysitter ai loro nipotini.
    “Let’s go! Let’s go!”: con queste parole un papà marocchino accompagna la sua bambina. L’indice della sua mano destra è circondato dalle cinque dita della piccola, il cui sorriso bianco fa contrasto con gli occhi e la pelle scura. I bambini fanno la fila davanti alle due altalene, civilmente, senza litigare per il posto.
    Ha appena girato l’angolo,non so come si chiama perché non parla con nessuno, con i suoi calzoni da corsa, la sua maglia, infila le cuffiette del suo ipod nelle orecchie e va via.
    Perché l’ho notata? Perché ha sempre un’espressione seria, quasi triste. Potrebbe sorridere di più quando passa vicino alle altre persone! Succede anche questo in piazza: la gente passa e se ne va come se fosse sola in un mondo pieno di gente.
     Come potete immaginare c’è sempre molto rumore: a causa del traffico, dei bambini che giocano gridando, dei cani che vengono portati a spasso. Questa confusione si placa solo alcune volte, quando la campana della chiesa risuona a morto. Le mamme stringono per mano i propri bambini cercando di tenerli buoni mentre vedono entrare e poi uscire il feretro dall’ ingresso principale. La Vita per alcuni momenti si ferma a veder passare la Morte.
    Arriva l’ora di pranzo: le panchine diventano il tavolo dello spuntino, sia per i dirigenti in giacca e cravatta sia per gli operai.
    Nelle ore più calde, i piccioni diventano i padroni della piazza.
    Ecco l’ora delle chiusura delle scuole, me ne accorgo poiché una marea di bambini si dirigono ai giochi. I bambini di tutte le razze giocano a calcio, fregandosene del divieto del Comune, come del colore della pelle e delle differenze culturali.
    Gli italiani in genere tra le sette e mezza e le otto di sera tornano a casa per la cena, ma la piazza non finisce di vivere, al contrario... sta per accogliere le mamme islamiche con i loro tipici vestiti, con il foulard sulla testa.
    Dal tardo pomeriggio fino a notte fonda i ragazzi sul motorino si incontrano, parlano a voce alta, bevono, fumano, fanno gruppo, branco. 
    Per quasi tutta la giornata alcune persone entrano in un locale della parrocchia, attraverso una porta che quasi non si nota a causa della grandezza della facciata della chiesa, ed escono con delle buste avana con una mongolfiera verde, ma soprattutto con il volto sorridente, sapendo di aver fatto del bene con poco.
    Attraverso quell’ accesso si entra in un mondo, quello di una piccola associazione che attraverso la vendita di prodotti alimentari e artigianali cerca di garantire una vita dignitosa nei paesi del sud del mondo.
    Ora che il sole inizia a tramontare, c’è più calma, anche se c’è ancora chi corre… I genitori che dopo una giornata di lavoro vanno a riprendere i propri figli dal catechismo con l’ansia della macchina in doppia fila e della cena ancora da preparare.
    Ora che il sole è sceso del tutto e si fa notte,vi saluto perché potrei diventare il letto di un barbone.
    …Eh Sì, sono…una panchina!
    Se tutto il mondo fosse questa piazza sarebbe un mondo migliore, capace di far coabitare diverse culture e diverse etnie…
     

  • 26 agosto 2013 alle ore 15:38
    A passeggio con Snoopy

    Come comincia: Non so disegnare. Lo so da molto, dai tempi della scuola, ma Snoopy era semplice da creare.
    Iniziavo dall’orecchio, due U una dentro l’altra, con quella più interna colorata di nero, poi passavo al collo, una C al contrario e una I con la parte superiore curva. Una piccola linea orizzontale faceva da collare. In seguito, partendo dalla parte superiore della U esterna dell’orecchio, cercavo di ottenere due archi, uno per la testa e uno per il muso, la forma di quest’ultimo mi ricordava spesso una “pancia” della D.
    Infine un puntino per l’occhio e uno, un po’ più grande, per il naso. Lo facevo sempre sorridente, chissà perché…
    Se la testa era sproporzionata rispetto al resto del disegno facevo indossare a Snoopy un bel cappellino con visiera, aggiungendo due righe: una obliqua sopra l’orecchio e l’altra orizzontale parallela al muso.
    Il corpo? Non lo riuscivo mai a farlo bene, quindi lo imprigionavo in una cornice…
    I miei diari scolastici o i fogli su cui prendevo appunti erano piene di suoi ritratti.
    Non ho mai voluto un cane in carne ed ossa, ma l’avessi avuto Snoopy sarebbe sicuramente stato il suo nome.
    Mentre camminavo per la villa della città, un giorno l’ho visto. Era lì! Tutto intero! Che fare? Che dirgli? Come comportarmi?
    Ciao Snoopy, ma sei proprio tu?
    Sì, sono io. Chi credi che sia? L’asso della prima guerra mondiale che combatte contro il Barone Rosso?Rimasi un po’ di stucco perché riuscivo a sentire le sue parole senza che lui aprisse bocca… no, cioè… muso. Ribattei:
    No, no… Sei sicuramente Snoopy. Ma cosa ci fai qui? Sei venuto a parlare con me? Cosa vuoi?
    Quante domande, lo sai che non mi piace parlare troppo.Snoopy intanto camminava e io lo seguivo come un bravo cagnolino, i ruoli si erano invertiti, ero io l’animale fedele al padrone.
    Ma non ho obbedito, sentivo il bisogno di continuare a parlare:
    Snoopy, ti chiedo scusa per tutte quelle volte che ti ho disegnato senza il corpo…Lui continuando per la sua strada, senza neanche guardarmi, iniziò:
    Non ti preoccupare, non è importante, mi sono divertito ad accompagnarti in quegli anni di studio… spesso mio padre (Charles M. Schulz, ndr) mi diceva: “Non è importante come e dove appari, l’importante è che porti con te un po’ di serenità da donare agli altri …”Alzai gli occhi, un po’ umidi, e vidi all’orizzonte la sua cuccia.
    Finalmente a casa, era un po’ che non ci tornavo… Sono sempre in giro, nei posti più impensabili, dalle tazze per la prima colazione, al materiale scolastico, ai vestiti, dai portacellulare ai copri sedili! Per non parlare dei tatuaggi umani!Ad aspettarlo c’era il suo amico Woodstock, che vedendomi volò via: gli avrò fatto una brutta impressione, pensai.
    Snoopy si mise sdraiato sulla cuccia con il muso rivolto verso il cielo.
    Ti ricordi che, da piccolo, riuscivi a disegnarmi tutto intero solo se ero sdraiato sulla mia casa? Ogni volta che succedeva ti ringraziavo dal profondo del mio cuore.A quel ricordo  sorrisi, stavo per continuare per la mia strada quando sentii:
     Tieni sempre a mente il pensiero  del “mio” biglietto d’auguri, quello che ti ha regalato tua nonna, e che campeggia da anni sulla tua scrivania: “E’ bello sentirsi importanti… ma è molto più importante sentirsi belli”. Io sarò sempre lì per te.
     

  • 26 agosto 2013 alle ore 15:29
    Lo chiamavano "Tom"

    Come comincia:  Lo chiamavano TOM
     
    Non aveva amici, quindi proprio e soltanto Tom. Nella sua genealogia si trovava un “Tom Tom”, ma era ben poca e misera cosa, rispetto a lui. Lo usavano in passato gli umani, sulla terra, per profilare un percorso autostradale. Segnalava, a volte con errori, anche i punti dove stare attenti a non incorrere in multe per eccessi di velocità. Problema oggi risolto dalle strade in movimento. Tom Tom.
    Ma il “nostro Tom” faceva ben altro: dava indicazioni agli esseri umani viventi ancora sul pianeta terra, su quali fossero i percorsi da seguire per ottenere dalla vita, ciò che si desiderava. Un giorno, in un romanzo giallo d’autore sconosciuto, trovai un detto intelligente:-“Fate attenzione a ciò che desiderate con tutte le vostre forze; si potrebbe realizzare davvero”.
    Ausonia (la chiameremo così), desiderava con tutte le sue forze ( o almeno era quello che ricordava di avere sempre desiderato), di lasciare il pianeta Terra ed andare a vivere su NuovaMarte. In uno di quei felici “isolotti” per ricchi, protetti da ogni cosa e dove ogni cosa si poteva realizzare. Fin da bambina sapeva cosa volesse davvero. Lo sapeva sempre di più rendendosi conto, ogni giorno, col divenire adulta, che NON avrebbe voluto fare in sostanza mai, la vita dei suoi “genitori”. Metto la parola tra virgolette, ma non è proprio giusto. Ausonia, difatti, era stata regolarmente messa al mondo da una donna, quindi aveva una “madre naturale”, che però era subito sparita dalla sua vita, al prezzo di un biglietto di sola andata per “NuovaMarte”. Prezzo pagato dai suoi genitori acquisiti, Rob e Bob, per farla propria. Rob e Bob avevano vent’anni di differenza tra di loro, avrebbero potuto ottenere un figlio per clonazione, però l’idea non era gradita:volevano “la sorpresa”, un essere nuovo nuovo, insomma. Avrebbero potuto ottenerlo con le nuove metodologie, in provetta, sì, ma neanche questo piaceva loro: volevano un figlio “nature”, alla vecchia maniera. Rob era un conosciuto medico della memoria, ossia specialista nel recupero, attraverso complesse operazioni chirurgiche e specifiche cure, della memoria perduta dagli esseri umani. Dal 2020, difatti nel mondo, erano aumentati in modo terrificante (anche a causa “dell’invecchiamento” della vita media dovuto al prolungamento della stessa), i casi di malattie che provocavano la perdita totale, parziale o crescente, della memoria. Gli studiosi della materia avevano esaminato anche alcune proteine, scoprendo che alla base delle nostre amnesie c'è una proteina programmata per decidere quel che bisogna rimuovere e quel che è necessario salvare nella memoria a breve ed a lungo termine, la quale è addetta all’eliminazione dei rifiuti mnemonici nella zona cerebrale del nostro corpo. Partendo da quei dati e dal fatto che il cervello umano, contrariamente a ciò che si pensa, non può raccogliere e conservare ricordi all’infinito, ma deve eliminarne una parte dalla memoria per fare spazio ad altri ricordi e collegare intelligentemente, le informazioni, si tentava di risolvere il problema mnemonico. Rob era un ingegnere in neurologia mnemonica, branca medica nata dopo il 2030 e si occupava, appunto, della memoria; essendo anche ingegnere/neurologo specializzato in memoriologia, conosceva il cervello umano come nessuno. Bob era stato un paziente di Rob: voleva a tutti i costi dimenticare una fase della sua vita e Rob gliel’aveva cancellata, restituendogli la quiete. Così, tranquillizzato e grato, avendo dimenticato che proprio un uomo più grande di lui era stato la causa della sua infelicità, si era innamorato del suo medico. Si erano sposati ed avevano adottato Ausonia. Visto che ancora, purtroppo, gli uomini/maschi non erano in grado di fecondarsi a vicenda. Proprio Rob, per aiutare gli esseri umani a scegliere i ricordi utili e scartare quelli dannosi, aveva elaborato una serie di macchinari destinati a questo scopo, giungendo anche ad elaborare “TOM”. Il computerino da applicare al cervello per mezzo di elettrodi, in grado di guidare, per moduli, praticamente chiunque, verso la meta desiderata. Volevi divenire un grande astronauta? Tom t’indicava, in progressione, per moduli, appunto, come procedere. Compresa la necessità di tagliare fuori dalla tua vita quanti, anche persone che avresti potuto amare, ti avrebbero impedita la realizzazione del tuo “scopo di vita”. Naturalmente, per semplificare e sveltire la cosa, sembrò subito più utile che fossero i genitori, sul bambino do pochi anni, ad intervenire “di base”. Già: poniamo che il piccolo non avesse prestato la giusta attenzione alla propria bellezza, come avrebbe potuto “in seguito”, provvedere alla cosa per divenire, poniamo, un “modello planetario?”. I genitori, quindi, spesso “intuivano” cosa avrebbe voluto essere il proprio figlio, per cui, poniamo che avessero “intuito” che il loro figliolo volesse divenire quello che loro (purtroppo), non erano riusciti ad essere, lo avviavano decisamente e con molto amore verso “quello specifico” desiderio. Ho conosciuto genitori che avrebbero voluto essere dei pugili, i quali, con molto amore, indirizzavano a tre anni il loro pargoletto verso quest’aspirazione, con l’aiuto di Tom. Oppure, erano certi che il loro figliolo avrebbe potuto essere molto ricco, in futuro, se si fosse interessato alle gare di motocross in giro per i pianeti più “vicini”, per cui, con l’aiuto di Tom, lo indirizzavano sin da subito verso questo giusto desiderio. Qualche volta il giovane di turno diveniva davvero un famoso e ricco motocrossista globale e poco importa se tanti altri lasciavano la pelle sulle strade dell’universo: ci si ricordava di loro come eroi caduti ed i genitori ne perpetuavano la memoria con interviste e pubblicazioni digitali ed elettroniche ricche di fotografie dell’incidente e dell’infanzia perduta del loro figlio. Se ai genitori piaceva scalare le montagne della luna, sin dall’infanzia “programmavano” il loro pargolo con il “TOM”, per cui al piccolo sembrava logico e naturale arrampicarsi dietro i genitori e seguirli per ogni dove facendo trekking. Il piccolo diveniva famoso, le foto di lui appeso ai gangli tonici ed agli spinmoon facevano rabbrividire e sorridere, per cui faceva parte del gioco se uno di quei ganci cedeva ed il piccolo eroe veniva giù forse più lentamente di quello che sarebbe accaduto sulla terra, con una minore forza di gravità, ma non protetto dall’atmosfera terrestre, finché la velocità aumentava ed il piccolo casco contenente la testa sbatteva su qualche spuntone di roccia, frantumandosi e togliendogli l’aria. Ma quanto eroismo in questa morte! Quante fotografie rese misteriose dai baratri bui! Un sepolcro sulla luna non è cosa da tutti!
    Sì, torniamo a Tom. Chiaramente a casa di Ausonia Tom era di casa. I genitori di lei non avevano voluto in alcun modo prevedere le sue scelte, per cui, soltanto, le avevano fatto comprendere (giustamente), quanto fosse importante il lato estetico nel momento in cui si voleva competere con altre donne, in qualsiasi professione. Quanto fosse “inutile” proporsi il quesito se amare un uomo o una donna, visto che, infine, sempre amore era. Quanto fosse necessario sapere in concreto il più presto possibile “cosa” si volesse divenire “da grandi”, per cui, opportunamente informata del valore del “denioro” globale e sull’indispensabile necessità di possederlo (tutto si compra: Rob e Bob avevano comprato anche lei), Ausonia aveva deciso presto (sei anni terrestri, contati come i Coreani, ossia con due anni di più…) alla volontà di lasciarsi guidare da Tom, in quanto le sembrava proprio un’idea splendida quella di raggiungere uno dei paradisi artificiali di NuovaMarte e vivere alla giornata, ricca, protetta, lontana dalla terra e dalle radiazioni oramai poco amate, del sole. Tom le aveva subito “prescritto” di escludere dal suo tempo quello ludico. I bambini NON devono perdere tempo a giocare. Tom le aveva assegnato un insegnante per la musica, un altro per la danza (terrestre, ma anche il più possibile globale), per l’aerobica (faceva bene all’organismo), il nuoto in vasca, la conoscenza di tutte le lingue possibili (poneva in grado di comprendere anche chi credeva di non essere compreso) e non aveva tempo per altro. L’ora del pasto non coincideva con quello dei genitori e li vedeva ben poco. Strano a dirsi doveva apprendere l’ippica, perché nei paesi artificiali le fattorie con animali veri erano alla moda. Ma Rob e Bob non badavano a spese per lei, ed ebbe anche l’istruttore adatto. E un cavallo. Fu a quel punto che la linea programmata da Tom sembrò piombare in una “défaillance d'entreprise”, cioè un fallimento d’indirizzo, giacché Ausonia sembrò “innamorarsi” del suo cavallo e voler trascorrere con lui più tempo possibile. “Tom” propose il caso agli adulti, ascrivendo la crisi ad una motivazione profonda della bambina. Insomma. Alla piccola piaceva l'ippica. Avrebbe voluto divenire un’esperta cavallerizza. I genitori di Ausonia decisero che Non si trattava di un “giusto” desiderio. Il cavallo era soltanto una tessera del mosaico che avrebbe condotto la loro figliola alla ricchezza su NuovaMarte, per cui le fecero “riabilitare” l’area del desiderio da Tom, ponendo il cavallo in secondo piano, dove doveva stare. Ausonia, opportunamente guidata e programmata da Tom, sembrò reagire bene: trascorse con il puledro (che si chiamava Lucido), molto meno tempo e reindirizzò le sue attenzioni ad altro. Crebbe. Era proprio una bella ragazzina. Vero è che non aveva amici al di fuori di coloro che incontrava per studio, ma cosa poteva importare? Aveva i colleghi per il ballo. Ma in quell’occasione esplose il caso “Moira”, giacché Ausonia spostò sull’insegnante di danza la sua necessità di amare e iniziò a desiderare di divenire una ballerina di Flamenco. Tom sembrò esplodere, si chiuse in un non meglio precisato “Guru meditation error” che per due giorni tenne impegnato Rob, sotto gli occhi stupiti di Bob che non aveva mai visto accadere a “Tom” nulla del genere. Per due notti non furono installati su Ausonia gli elettrodi e in quelle notti la ragazzina sognò in sostanza di tutto e durante il giorno saltò le lezioni, passando in pratica le ore danzando freneticamente il flamenco. Era davvero bravissima. In più “buttò giù” uno strano racconto dedicato ad un cavallo bianco, che non fece leggere a nessuno. Ripristinati i contatti di “Tom”, in terza serata le furono riconfermati gli elettrodi (ci fu le necessità di aggiungerne due ulteriori), dormì di uno strano sonno profondo per dodici ore ed al risveglio sembrò essere tornato tutto sotto controllo. Rob fu sollevato, Bob tornò ai suoi esperimenti di chimica organica destinati ad ottenere alimenti di buon sapore dai topi e dagli scarafaggi (gli unici animali di cui, purtroppo, c’era abbondanza) e tutto riprese a scorrere “normalmente”. Ausonia compì sedici anni. Parlava in sostanza tutte le lingue utilizzabili a fini di comunicazione, si muoveva con grazia, aveva sviluppato un seno fin troppo evidente e fianchi buoni per mettere al mondo figli ed i suoi ormoni viaggiavano alla grande. Fu proprio al sedicesimo compleanno di Ausonia che Tom cominciò a lanciare strani sibili e richiese l’attenzione di Rob. Nei tracciati notturni gli ormoni della giovane erano apparsi pericolosamente presenti: occorreva intervenire. Tom, inoltre, suggeriva di sottrarre volume al seno (in NuovaMarte il seno era quasi scomparso tra le donne), porre rimedio ai glutei ed ai fianchi e ridimensionare gli interessi sessuali, anche se non ancora chiaramente indirizzati, della giovane. Rob conosceva i migliori internisti ed i migliori chirurghi plastici, per cui nel breve giro di qualche mese Ausonia rientrò nei termini. Vero è che non la riconoscevano quando camminava per le around sui roller skater, ma che problema poneva loro? Oramai era abbastanza grande da avere ricevuto nei pressi dell’osso ioide il cip di identificazione, per cui, ovunque fosse, sapevano come trovarla. Erano finiti i tempi dei genitori preoccupati! Bastava un “cip” per rintracciarla. Così non fu un vero problema quando, in che modo non fu dato saperlo, la diciassettenne Ausonia “fece un salto” in Giappone. Sì: amava il giapponese ed il Giappone di un amore testardo. In più amava anche l’insegnante di aikidō e la sua disciplina psicofisica giapponese, che si pratica ancora oggi sia a mani nude sia con le armi bianche tradizionali del Budo giapponese, per cui voleva divenire un’aikidoka. Si era fatta anche tatuare (dove? Da chi?), il simbolo sulla pelle:合気道家. In verità, sulla spalla destra, le donava. Non entrava in collisione con il suo futuro su NuovaMarte. Causò però un altro “Guru meditation error” in Tom, che si espresse per qualche ora in uno strano linguaggio giapponese, a causa del qualei Rob si vide costretto a chiamare un esperto del linguaggio stesso. La traduzione fu pressoché questa: “l’allieva ha una personalità umana molto rilevante che contrasta con Tom, ponendolo in error. Consiglio: disattivare l’allieva”. Già. Tom non era umano, per cui non si poneva questioni etiche. Insomma: non obbediva alla “prima legge della robotica di Isac Asimov”: “A robot may not injure a human being or, through inaction, allow a human being to come to harm.”[1] Ma non sembrava il caso di preoccuparsene, visto che gli elettrodi non potevano fare danno.
    Si giunse al diciottesimo anno di Ausonia, ossia il momento in cui la giovane donna si sarebbe resa indipendente dagli adulti e avrebbe potuto scegliere da sé ciò che voleva fare della sua vita. La sua stanza era tappezzata di “diodonie” colorate, mostranti al tatto, all’odorato ed alla vista, le bellezze dei paradisi di “NuovaMarte” e l’allieva aveva appreso tutto ciò che la poteva rendere adatta a vincere ogni difficoltà per essere reclutata tra coloro che potevano vantare il diritto portare avanti, al di fuori della terra, la riproduzione in vitro dei NuovaMartesi terrestri. Così Papà Rob, un bel mattino (si fa per dire: il cielo era plumbeo), prese con sé Ausonia, perfettamente programmata, per condurla dagli esaminatori del “Programming Center Off NuovaMarte”, detto anche “P.C.N”. La giovane donna era splendida nella tuta blu cielo, macchiata di bianco. Linea perfetta, seni a misura, fianchi slanciati, passo da puledra. Grazie alle amicizie di Rob entrarono prima di altri, superando le attese dei “programmati alla nascita”. Erano davvero tanti. Si riconoscevano dallo sguardo un po’ fisso, dagli occhi vacui, dal parlare lento e preciso, senza intonazioni. Non si distrassero al loro passaggio, non discussero la precedenza. Neanche si girarono a parlare tra di loro: restarono fermi, immobili, ben programmati, degni del loro incarico. Ma Ausonia piacque proprio per la sua metrica alternativa, l’aria sprezzante, il tono forte, l’accento deciso. Zoe Rupert, il capo collaudatore, la vide subito adatta all’area di comando e predisse per lei un futuro radioso. Avrebbero letteralmente “comprato” in mille quell’essere per le loro aziende ricche e famose. Non importa come e dove sarebbe stata “inserita”, di certo sarebbe stata favolosa. Previsto l’imbarco su “Navedieci” per il periodo più propizio alla partenza, non c’era tempo da perdere: l’indomani, fornita dell’equipaggiamento gratuito offerto dall’azienda promotrice delle crescite programmate, Ausonia sarebbe stata inserita nell’equipaggio in partenza. Una notte di sonno, per dirla all’antica, e poi via! Verso il futuro. Ausonia pareva inquieta, osservava gli adulti discutere seguendo con gli occhi il parlante di turno, come se seguisse una vecchia partita di tennis. Ma non disse verbo. Risposte a tutti i quesiti, si fece controllare dagli umani e dalle macchine e non disse una parola di troppo, così come ci si attendeva da lei. I genitori erano fieri di averla cresciuta così bene. Fieri del futuro che le avevano preparato. Fieri di Tom. Rientrarono nell’habitat sorridendo, le fecero compagnia mentre si cibava (cosa che capitava assai di rado), le regalarono una tuta di NuovaMarte per il viaggio e la baciarono sulle guance, infrangendo per quella volta le istruzioni perentorie di Tom: niente contatti fisici. D’altra parte, anche tra di loro, erano finiti da tempo, ossia da quanto nella memoria di Bob si erano riaccesi dei ricordi sotterranei, che Freud avrebbe spiegato. Ma si vive bene anche senza sesso, no?
    La famiglia raggiunse le basi del sonno. Ad Ausonia non fu applicato nulla e si addormentò, apparentemente serena. Ma, verso l’alba, quando ancora le porte della casa dovevano essere aperte a comando, aprì all’improvviso gli occhi. Una marea di sensazioni cui non era assolutamente preparata l’assalirono: rabbia, paura, odio, desiderio di libertà. Lei non sapeva discernere le une dalle altre, non era in grado di confrontarle, domarle, rimetterle nel luogo di provenienza. Più forte di tutte era la paura, che fu però sostituita dall’odio. Ricordò il nitrito del cavallo, il suono della musica spagnola, il senso dei piedi nudi, la violenza nascosta dell’aikidō. Si alzò e trovò, ben nascoste dove lei stessa le aveva deposte, "ken", la spada, "jo", il bastone e "tanto", ossia il pugnale). Usò jo, per colpire Tom. lo distrusse in un momento e lui non ebbe nessuna reazione: era una macchina. Entrando nella base del sonno di Rob, sapeva che l’avrebbe trovato in fase Rem, già programmata. I suoi occhi, sotto le palpebre, si muovevano. Lo colpì più volte con il ken, finché fu certa che non si sarebbe più svegliato. Poi passò da Bob. Bastò “tanto”. sapeva dove colpire per uccidere con un colpo solo e non lo odiava poi molto.
    Lasciò dietro di sé il silenzio e la morte. Attese l’ora della partenza, raccolse tutto ciò che doveva portare con sé, ossia quasi nulla. La prelevarono all’alba e sedette in silenzio assieme agli altri esseri silenziosi che sarebbero partiti con lei. Poche ore e la navicella non sarebbe più stata nell’atmosfera terrestre. Poche ore e la legge terrestre non l’avrebbe più richiamata. Poche ore e lei sarebbe andata a godersi quei suoni, quelle dolcezze, quegli spazi, che non aveva mai desiderato raggiungere, ma che oramai erano la sua unica possibilità.
    Bianca Fasano.
     
     
     

    [1] Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
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  • 24 agosto 2013 alle ore 12:35
    ...un vecchio saggio

    Come comincia: Un vecchio saggio si trovò davanti ad un fiume straripato con 3 creature che stavano per annegare e poco tempo per prestare soccorso a tutte. Doveva decidere chi salvare per primo tra un uomo, un cane e un gatto. Senza esitare molto si tuffò per primo in direzione del gattino e lo trasse in salvo, quindi fu la volta del cane e poi dell'uomo. La persona risentita di tale gesto si infuriò con il saggio chiedendo perchè si fosse preoccupato prima del gatto e del cane rischiando di lasciarlo affogare e il saggio rispose : " Vedi, nonostante tu ti reputi quale degno di sopravvivere rispetto alle altre creature, sei certamente quello più dannoso; distruggi la tua Terra, fai soffrire i tuoi simili, non disdegni la menzogna e l'invidia, prevarichi i più deboli a vantaggio del tuo stato sociale e sottometti le creature nate libere per il solo gusto di averne il possesso. Tu e la maggior parte dei tuo simili siete il cancro delle Terra, più dannosi che inutili, più morti che vivi pertanto non era indispensabile salvarti per primo e me ne hai dato la riprova aggredendomi anzichè ringraziandomi, ma sei un mio simile ed oggi ho avuto pietà di te." L'uomo più offeso che riconoscente, voltò le spalle al saggio e se ne andò. Fu la volta del cane, si accostò al saggio scodinzolante, gli leccò la mano in segno di riconoscenza e poi chiese perchè lo avesse salvato prima dell'uomo, ma dopo il gatto. Il saggio rispose: " la tua vita amico mio, vale cento volte quella di un uomo, ma hai il difetto di vivere per lui, lo servi con amore e devozione, lo accogli felice e scodinzolante per poi ritrovarti abbandonato e maltrattato, messo da parte come se tu fossi un vecchio gioco. Solo in pochi si rendono conto di quanto amore hai dato e ti ricambiano con il loro affetto, ma tu sei capace di continuare a dare amore anche a chi ti abbandona e maltratta, la tua vita è in funzione dell'uomo, quindi vale più della sua, ma non è indipendente. Il gatto nel frattempo si stava leccando il pelo bagnato, guardò il saggio, emise un miagolio come un ringraziamento e tornò ad occuparsi del so pelo. Il saggio proseguì sempre rivolgendosi al cane : " vedi il gatto, rappresenta la perfezione della creatura, sa dosare affetto e indipendenza, dolcezza e aggressività, non si vergogna a chiedere quando ha bisogno e sa benissimo quando è il momento di dare; cerca l'uomo solo per il cibo, ma se riceve amore lo riconosce e lo ricambia. Ha imparato a non essere ferito nei sentimenti, a innamorarsi al punto giusto e a sopravvivere in ogni ambiente. " E se le cose si fossero messe peggio per tutti e tre? " Chiese il cane. Il saggio continuò pazientemente a rispondere al cane: " Se le cose si fossero messe peggio, avresti visto l'uomo passare su di voi pur di salvarsi, mentre tu saresti morto nel tentativo di salvare lui, entrambi avreste agito in funzione delle altre creature, l'uomo per sfruttare e salvare se stesso, tu cane, per sacrificarti e salvare l'uomo; il gatto senza infamia ne lode, avrebbe puntato solo sulle sue forze ne prevaricando ne facendo il martire. Il gatto è quindi la creatura che merita la sopravvivenza della specie. " Il cane rispose ingenuamente al saggio : " ma se è tanto bravo a sopravvivere, si sarebbe comunque salvato senza il tuo aiuto, perchè hai voluto recuperarlo per primo? " Il saggio rispose: " io non ho voluto salvare il gatto per primo, ma volevo che l'ultimo ad essere salvato fosse l'uomo! "

  • 24 agosto 2013 alle ore 11:55
    Romolo

    Come comincia: (771 a.C.- 717 a.C.)
     
    È proprio vero: noi romani amiamo così tanto la nostra città che quasi ci dimentichiamo che esiste. Noi, esseri uniformi, stereotipati del XXI secolo, non ci rendiamo conto di dove posiamo i piedi ogni qualvolta muoviamo un passo. Dire che sotto di noi esistono tremila e più anni di Storia sembra riduttivo, ma tant'è e non è un caso se a Roma le metropolitane sono solo due e sempre affollate come carri merci: prova tu a scavare sopra tremila anni di Storia e poi ne riparliamo.
    A ogni centimetro scopri insediamenti, fossili, ossa, statue, ciotole e via dicendo che, venendo alla luce, ci guardano con un'aria come dire: ma tu che puoi saperne?
    Eh, già. È proprio così che mi sento mentre, girovagando tra i maestosi Fori Imperiali, d'improvviso il sole sparisce e un forte vento di scirocco mi costringe a chiudere gli occhi e a ripararmi in qualche modo. Ed è allora che lo vedo, con una tunica legata in vita, le gambe muscolose che s'intravedono da sotto il gonnellino e rimango incantata a fissarlo.
    Il suo sguardo fiero e deciso mi trafigge come un dardo e mi rendo conto di avere ancora gli occhi chiusi.
    «No, non aprirli, tanto mi vedi lo stesso.» mi dice con tono di comando.
    Gesù mio, non posso crederci: è lui, Romolo, il nostro fondatore, che se ne sta lì, davanti a me, fiero e altero proprio come un re o, se preferite, come un dio. Deglutisco sentendomi una nullità al suo cospetto e mormoro:
    «Salute a te, o divino Quirino.»
    Lo vedo fare un gesto stizzoso con la mano prima di ribattere:
    «Falla finita. Sono Romolo, punto e basta.»
    «Ma dopo il tuo trapasso, i romani ti hanno elevato agli onori degli altari con il nome di Quirino e ti hanno venerato per secoli con questo appellativo.»
    «Sciocchezze. Sono morto e basta, come un qualsiasi altro uomo.»
    «Ma tu sei Romolo.» insisto puerile.
    Lo vedo alzare gli occhi al cielo e rivolgere una preghiera a qualche dio pagano ed io mi metto a ridere, notando la sua espressione buffa.
    «È vero,» chiedo curiosa, «che tu e tuo fratello avete ucciso vostro zio Amulio e riportato sul trono vostro nonno Numitore?»
    [Romolo] «Tu cosa avresti fatto? Non solo quell'essere spregevole aveva ucciso mia madre e tentato di eliminare me e mio fratello, aveva altresì distrutto la mia intera famiglia pur di salire al trono. Quando io e Remo siamo venuti a saperlo, abbiamo fatto sì che le cose si riaggiustassero. Tutto qui.» conclude come se fosse la cosa più naturale del mondo.
    Per un attimo rimango sovrappensiero, cercando con la mano di trattenere i capelli che il vento mi ributta costantemente in faccia, quindi mormoro:
    «Allora, eri comunque destinato a divenire re, re di Alba, appena tuo nonno avesse reso l'anima a Dio.»
    «Dio? Quale dio?»
    Sospiro e allargo le braccia, borbottando:
    «Fa' un po' tu.»
    Lo vedo grattarsi il mento meditabondo e il suo sguardo incupirsi.
    «Sì, certo, re di Albalonga. Ma c'era anche Remo.»
    «Chiaramente un neo da estirpare.» commento mordace.
    Lui digrigna i denti e reprime uno scatto d'ira, dichiarando lapidario:
    «Se l'è cercata.»
    «La morte?» domando scettica.
    «Sapeva benissimo quali erano i patti, ne avevamo discusso a lungo. E li ha infranti.»
    Sbuffo spazientita e chiedo sarcastica:
    «E com'erano questi patti impossibili da infrangere?»
    Mi si avventa quasi contro, con sguardo furioso e sibila come una scudisciata:
    «Non usare condiscendenza nei miei riguardi, ragazzina.»
    Rimango sbigottita, il cuore che mi arriva in gola per lo spavento e mi accorgo di essere diventata di granito. Be', la grinta non gli fa difetto. Lo vedo raddrizzare le spalle e inspirare a fondo, prima di ricominciare:
    «È presto detto: poiché in due non era possibile comandare, abbiamo deciso di fondare una città sul colle Palatino. Lui insisteva per fondarla sul colle Aventino, portando a pretesto che il Palatino fosse sacro agli dèi, io proprio per quello. Per questo, per decidere chi dei due avesse ragione, ci siamo accordati per una paziente attesa.»
    Chino di lato la testa, con una muta domanda nella mia espressione e lui continua:
    «Abbiamo atteso per un intero giorno che passassero gli avvoltoi in cielo. Chi più ne avesse avvistati prima del calare del sole, avrebbe scelto il luogo della fondazione e sarebbe diventato re. Era il 21 aprile del 753, non lo dimenticherò mai. Ero giovane, all'epoca.» ricorda, lasciandosi andare per una frazione di secondo alla nostalgia. «Orbene,» riprende con tracotanza, «lui ne ha avvistati sei, io dodici, proprio sul limitare del tramonto. Pertanto, lascio a te indovinare chi abbia vinto.» conclude con sarcasmo.
    Incrocio le braccia sul petto e porto il peso del corpo su un solo piede, in segno di sfida. In quell'attimo, alle spalle di Romolo, appare un altro giovane che non stento a riconoscere come l'altro gemello, il quale interviene precisando:
    «Dodici, sì, ma dopo il tramonto.»
    «Prima del tramonto.» ribatte Romolo con decisione.
    «Dopo.»
    «Prima!»
    «Un momento!» intervengo alzando di un tono la voce, cercando di fare da paciere. «Non è questo che conta. Conta il fatto che l'episodio vi ha reso nemici e vi ha condotti al fratricidio.»
    Remo sogghigna e indicando il fratello lo accusa:
    «Ti sei sporcato le mani con il tuo stesso sangue solo perché ho oltrepassato il solco della tua città quadrata.»
    Inviperito, Romolo fronteggia il fratello e ribatte:
    «Hai osato attraversare un solco dichiarato sacro e inviolabile dall’oracolo. Ti sei fatto beffe degli dèi e sapevi benissimo a cosa saresti andato incontro. Potevi rimanertene tranquillo sull'Aventino a fondare la tua città, invece sei stato invidioso e mi hai portato a ucciderti!»
    «Ma sentitelo!» esclama Remo con sarcasmo. «Ora l'assassino accusa l'assassinato di essersi lasciato assassinare!»
    «Sparisci dalla mia vista, profano!»
    «Basta!» intervengo ponendomi tra i due e li guardo uno a uno negli occhi, quindi Remo abbozza un sorriso e svanisce così come era apparso, facendomi un cenno di saluto con la mano.
    Resto a fissare Romolo, sempre tenendo gli occhi chiusi, e domando:
    «Eravate sempre così bellicosi?»
    «Ti potrà apparire strano, ma io ho voluto bene a Remo, fino a quando ha compiuto quel miserabile gesto, in spregio agli dèi. Come re, non ho potuto chiudere un occhio solo perché si trattava di mio fratello. Se l'avessi fatto, avrei creato un precedente e chiunque si sarebbe ritenuto in diritto di scavalcare il solco inviolabile e penetrare nell'Urbe.»
    Esito un attimo, cercando di capire il suo punto di vista e borbotto:
    «La ragione di stato.»
    «Ecco, brava. I sentimenti non c'entrano nulla.»
    Scuoto la testa, ben contenta di non fare parte di quella schiera di regnanti e potentati che, per ragioni politiche, hanno dovuto sacrificare i propri sentimenti. Il cinismo non è mai stato il mio forte, eppure pare che tutti i grandi ne abbiano avuto a iosa. Buon per loro e poveri loro.
    «Tu e i tuoi uomini, però, eravate privi di donne, o, comunque, ne avevate pochissime e, per fondare e far crescere una città, occorrono le donne per procreare.»
    «Sì, è vero. Per questo motivo ho escogitato un piano, in barba alla sacralità dell'ospitalità.»
    «La ragione di stato.» commento rassegnata.
    «Proprio così. Le sabine erano un bocconcino appetitoso e con la scusa di giochi equestri ho invitato il loro re, Tito Tazio, a festeggiare la nascita di Roma. Lui è venuto, beato e contento e si è portato dietro gran parte della popolazione patrizia.»
    «Non hanno sospettato nulla?»
    «Assolutamente. Avevo dato ordine ai miei uomini di rapire le più giovani, quelle che sicuramente non erano sposate. Ciò nonostante c'è stato un errore, uno solo: Ersilia, la donna a me destinata.»
    «Era già maritata?»
    «Purtroppo sì. Ma l'ho voluta comunque. Era troppo bella per rimandarla indietro solo per quella sciocchezza. Alla fine il ratto si è risolto bene: i giovani romani si sono accasati e hanno generato molti figli.»
    «Si è risolto bene?» ripeto incredula, inarcando le sopracciglia. «Ma se Tito Tazio ha scatenato una guerra per riavere le ragazze!»
    Lo vedo fare un gesto vago con la mano, come se la cosa fosse senza importanza e commenta:
    «Ha fatto un errore: le ha prese di santa ragione, così come tutti coloro che hanno avuto l'ardire di sfidare Roma nei secoli successivi.» commenta, orgoglioso oltre ogni limite.
    «Si è arreso,» lo correggo risoluta, «solo perché le sabine rapite si sono messe in mezzo con i loro pargoli, per non dover vedere i propri mariti e i propri padri e fratelli scannarsi per loro.»
    «Quisquilie. Avremmo vinto comunque noi.» taglia corto.
    «Può essere.» concedo.
    «È sicuro.» sottolinea con fermezza. «A dispetto di traditori alla stregua di Tarpea, abbiamo vinto comunque.»
    «Già, Tarpea. Lei ha tradito perché amava il denaro e i sabini l'hanno ricompensata lapidandola con i loro gioielli e seppellendola sotto i loro scudi. Bello sfregio.»
    Fa una smorfia di disgusto e scuote la testa, commentando secco:
    «I traditori non meritano di meglio. Per questo motivo, da allora, chiunque tradisse Roma veniva gettato da una rupe nominata Tarpea, a perenne ricordo.»
    «Brutta fine.»
    «Fin troppo clementi verso chi tradisce. Oggi,» aggiunge alzando la mano per mostrare i Fori Imperiali, «nessuno più sente il proprio dovere verso la patria.»
    «I valori morali hanno registrato un netto calo, ne convengo.»
    «Ah!» esclama rassegnato. «Se solo ci fossi ancora io alla guida di questo popolo che non sente più l'orgoglio di essere romano, che gode di un'indisciplina vergognosa, che…»
    Sorrido e provo a immaginare i romani di oggi sotto le grinfie di Romolo e giungo alla conclusione che, per noi, è meglio che lui sia vissuto secoli fa.
    In quel momento il garbino si affievolisce, il sole torna a spuntare da dietro la nube ed io riapro gli occhi, fissando Romolo che svanisce lentamente, lo sguardo sconsolato su ciò che è rimasto della sua città. Poco più in là, in una nicchia, alcuni mazzi di fiori portati da mani gentili fanno ombra a una tomba, la sua tomba e lui, prima di sparire, sussurra con dolcezza:
    «Fa piacere sapere che a qualcuno sono rimasto nel cuore.»
    Gli sorrido e gli mando un bacio, ringraziandolo per tutto ciò che ha fatto per Roma.

     

  • 24 agosto 2013 alle ore 10:00
    Moglie o schiava, questo è il dilemma

    Come comincia: Era un giorno uggioso e le nubi tetre che coprivano come una spessa coperta il cielo trasmettevano un senso di tristezza e di avvilimento, di depressione direi. Telefonai a Silvia per sapere come stava. Lei era molto sensibile alle variazioni climatiche, tant’è che in questi casi un fortissimo mal di testa la colpiva immancabilmente. Il telefono squillò più volte prima di avere una risposta.
    “Scusami Vanna se ti ho fatta aspettare, ero a letto”.
    “Perché?” chiesi anche se immaginavo la risposta.
    “Ho una fortissima nevralgia insopportabile, come al solito” mi rispose con una voce fioca.
    “Hai preso la pillola di paracetamolo? chiesi.
    “No, ne sono sprovvista, le ho terminate” disse.
    “Vai in farmacia, allora” insistetti.
    “Non posso!” rispose Silvia con voce agitata e anche tremolante.
    “Mi puoi dire il motivo? Ti piace soffrire? Hai la farmacia a due passi. Se non fossi a Roma, ci andrei io, lo sai!” specificai.
    “Lo so che tu sei come una sorella, ma non ho le chiavi di casa, e questa mattina tutte le mie amiche come sai sono a lavoro” chiarì Silvia.
    “Telefona in farmacia, allora. Spiega al farmacista la situazione e vedrai che te le invierà con il messo”  spiegai.
    “Non credo che lo farebbe” disse Silvia.
    “Se vuoi glielo dico io per telefono, il farmacista è amico mio”  le risposi.
    “No, ti prego! Non ho neppure soldi in casa per pagarlo. Mi sentirei in  imbarazzo. Preferisco tenermi il mal di testa” precisò Silvia.
    “Non avere le chiavi posso capirlo, ma non avere neppure uno spicciolo di euro a casa è il colmo!” esclamai con rabbia.
    “ Può capitare, no?” precisò Silvia.
    “ Può essere, ma mi sembra molto strano!” dissi.
    “Aspetto che torni Marco dal lavoro e le farò comprare da lui. Ora scusami, torno a letto, ciao” specificò Silvia.
    “Va bene, ciao” salutai, ma con in serbo una rabbia che aveva raggiunto il limite della sopportazione.
     
    Dopo qualche giorno andai a fare visita a Silvia. A casa c’era Marco che mi venne ad aprire la porta. Era sabato. Anche lui lavorava a Roma. Era pendolare come me.
    “Ciao, Marco, come stai?”  salutai abbracciandolo com’era di consueto.
    “Bene e tu?” chiese.
    “Anch’io, grazie!” risposi.
    Rimanendo sull’uscio di casa esclamai “Toglimi una curiosità!”
     “Dimmi, ma entra” rispose Marco.
    “Hai saputo che l’altro giorno ho telefonato a Silvia?” dissi con tono perentorio rimanendo ferma sull’uscio di casa.
    “Sì, certo che me lo ha detto”  precisò.
    “E ti ha detto pure che aveva un forte mal di testa?” lo sollecitai a rispondere senza riflettere.
    “No, questo non me lo ha detto” disse Marco con espressione meravigliata.
    “Ebbene, Silvia quel giorno aveva un forte mal di testa, il solito mal di testa, non aveva le compresse di paracetamolo a casa, ma non aveva neppure le chiavi per uscire e andare in farmacia e, cosa più grave, non aveva neppure un euro a casa per  pagarle” incalzai.
    “Non lo sapevo, altrimenti qualche spicciolo glielo avrei potuto lasciare” precisò con grande disinvoltura Marco.
    “Praticamente, perché tua moglie non ha un lavoro anche se svolge il lavoro di una casalinga egregiamente, ti arroghi il diritto di tenerla a secco?” dissi con tono accusatorio.
    “Cosa c’è di strano? Silvia non ha bisogno di soldi, perché faccio la spesa io, le compro i vestiti e tutto ciò che le occorre. Lei durante il girono deve rimanere a casa, fare le pulizie e aspettarmi che torni dal lavoro” rispose come se fosse un comportamento ovvio il suo.
    “Mi meraviglio che non ci trovi niente di strano! E che non le lasci neppure le chiavi di casa lo trovi normale?” lo incalzai.
    “Silvia non ha bisogno di uscire e poi lei sa che quando ritorno dal lavoro la voglio trovare in casa. Ripeto, per questo non ha bisogno delle chiavi di casa” rispose con ovvia franchezza e senza battere ciglio Marco.
    “Lo sai che questo equivale a tenerla segregata a casa, anche se nessuno ti può denunciare per questo? Secondo me corrisponde ad un sequestro vero e proprio” dissi sarcasticamente.
    “Non dire fregnacce! Ma cosa ti inventi? E poi come ti permetti di intervenire in questo modo sul rapporto tra me e mia moglie? Non ne hai il diritto! A casa mia, faccio quello che voglio!” rispose severamente alzando il tono della voce Marco.
    “ È vero non posso intromettermi nei fatti di casa tua, questo è vero. Ma non posso sopportare che tu tratti come una schiava tua moglie. Silvia è tua moglie, non è la tua schiava. La devi lasciare libera” dissi .
    “Silvia, è libera di fare ciò che vuole” replicò ora con un calma serafica.
    “A parole! I fatti dimostrano il contrario e dimostri anche di non conoscere il significato di libertà e non sai cosa significa rispetto di una persona. Non ne hai il senso! Nella tua famiglia hai avuto un esempio sbagliato da tuo padre” risposi drasticamente.
    Mi sentii in obbligo di dissentire con il capo, voltargli le spalle e andarmene senza salutarlo, proponendomi di chiamare Silvia in un momento più appropriato per confortarla.

  • 17 agosto 2013 alle ore 23:05
    Chi si ricorda di me!?

    Come comincia: Come tutti (o quasi) sanno, la mia inseparabile fata madrina era solita dire che, quando avrei smesso di dire tante balle, lei mi trasformerebbe finalmente in un "umano", che era proprio ciò che avevo sempre bramato. Un bel giorno, per insistenza di quel grillo parlante senza nome che nonostante mi rompesse le scatole con troppi consigli e avvertimenti, vedeva davvero lontano e più lucidamente di me, ho preso la "saggia" decisione di cambiare idea e, dunque, di non essere più in grado di continuare ad essere il più famoso "bugiardino" delle favole di Disney, così conosciuto e subito diventato celebre in tutto il mondo anche per il suo naso che lo distingueva da tutti, un beccuccio telescopico che si allungava di qualche centimetro ad ogni sua fandonia.

    In fin dei conti questa mia forma di vita umanoide non è del tutto male, evito di dire bugie e quindi ho un bel naso, ma ammetto che mi sono rimasto un po' deluso e vi dico perché: peccato che non sapevo cosa vuol dire essere un "umano", altrimenti avrei chiesto alla mia incantevole (ma un po' stupidina) fatina magica di trasformarmi invece in un cucciolo di  cane.

  • 15 agosto 2013 alle ore 15:55
    Ci VUOLE UN AIUTINO...

    Come comincia: Alberto, (Al per gli amici) insonnolito, si girò nel letto dalla parte di Carlotta, la cercò con la mano incontrando cuscino e lenzuola, della beneamata nessuna traccia. Malvolentieri aprì gli occhi: andarla a cercare o riprendere sonno? Scelse la prima ipotesi. Nel mese di luglio avevano coronato il sogno di possedere una casetta a mare, a Torre Faro di Messina, niente di grandioso, servizi essenziali distante cinquanta metri dalla battigia a cui accedere dopo un percorso sulla sabbia. Molto probabilmente la consorte si era recata in spiaggia a rimirare il paesaggio notturno, per lei una novità. Da lontano Alberto scorse qualcosa di bianco, da vicino una dama accoccolata sulla sabbia con indosso un lenzuolo per ripararsi dalla umidità notturna, era proprio lei che si girò riconoscendolo al chiarore lunare, gli fece cenno di sedersi vicino, nessuno dei due aveva voglia di  rompere quiell'atmosfera magica. Dopo un pò di tempo, di comune accordo, rintrarono in 'villa' e tornarono in braccia a Morfeo. Di come erano entrati in possesso di quell'abitazione ancora non se ne rendevano bene conto.  Una vecchia zia, sorella del di lui padre, a novantatrè anni era passata a miglior vita lasciando ai nipoti la proprietà di una villa il cui ricavato della vendita aveva portato i due coniugi di realizzare il sogno della vita, una casa al mare! Dopo i primi giorni di entusiastica novità, la loro vita aveva ripreso un ritmo mormale: ambedue in ferie dai rispettivi lavori al Genio Civile lei e alla Camera di Commercio lui, avevano deciso che la vacanza doveva essere totale: arrangiarsi a colazione ed a pranzo, la sera cenare in un vicino stabilimento balneare dove erano ospitati dei villeggianti a pensione completa. L'incontro fra i due coniugi era avvenuto per caso: ambedue ospiti di amici soci del Circolo Militare di Presidio, dopo una presentazione ufficiale (come sta? Alberto M, lieta Carlotta M.) non avevano legato subito anzi la rgazza aveva preso a ballare con uno spilungone figlio di un'amica di sua madre Mara ed a cui, il tale, per ragioni imponderabili, era simpatico tanto da vedere di buon occhio un loro fidanzamento; Alberto che di ballo ne mangiava poco, aveva preso a conversare al bar con due signore, risultate poi separate dai rispettivi mariti ed a cui il giovane non dispiceva affatto. Carlotta si era presentata al bar chiedendo un gin fizz per lei ed un latte di mandorle per la genitrice solo che una parte di quella bibita era finita sui pantaloni del buon Alberto il quale, facendo buon viso a cattivo gioco, minimizzò il fatto chiedendole di ballare con la premessa, per quanto riguardava la danza, di aver parenti al circolo polare fra gli orsi. Alla ripresa della musica, dopo pochi giri di valzer, Alberto alzò bandiera bianca e chiese alla divertita Carlotta di sedersi ad un tavolo a conversare. Solite confidenze, nessun legame sentimentale da parte di ambedue, richiesta da parte di Al di un servizio fotografico a Carlotta specificando la sua passione per la fotografia. Quell'incontro era avvenuto cinque anni prima e, anche se dapprima non era stato ben visto da parte di mamma Mara perchè il matrimonio doveva essere celebrato al Comune in quanto Alberto era ateo. Non si potè dire che la suocera di Alberto in quell'occasione non fosse stata generosa in quanto 'sganciò' ai novelli sposi ben centomila Euro che, aggiunti ai loro risparmi e con un muto casa aveva permesso loro di acquistare una bella abitazione di centoventi metri quadrati in viale dei Tigli, al penultimo piano di un edificio panoramico. Dopo cinque anni, senza pargoli per volere di entrambi, era giunta l'inaspettata eredità che aveva portato ai coniungi M. a diventare possessori di una casa al mare. A questo punto la vita di entrambi cambiò radicalmente per avvenimenti che nessuno dei due aveva previsto. Presso la stabilimento balneare alloggiava in via continuativa un signore di circa cinquanta anni, piuttosto serio, occhiali cerciati d'oro, corporatura media, cappello Borsalino di paglia che di solito soggiornava sulla spiaggia del lido a leggere il giornale o all'interno del lido stesso dinanzi alla tv, un solitario. La loro conoscenza avvenne per un fatto non insolito per Carlotta, passando dinanzi al tal signore con una tazzina di caffè in mano, perse l'equilibrio rovesciando parte del contenuto sul pantaloni del gentiluomo (fatto analogo avvenuto anni addietro al Circolo Ufficili, allora era un vizio!). L'interessato minimizzò l'accaduto adducendo, fra l'altro, di essere titolare, a Biella, di una fabbrica tessile e quindi, per i vestiti di non aver alcun problema. La sera Carlotta e Alberto si trovarono a cenare vicini di tavolo con quel malcapitato dei pantaloni macchiati di caffè, Carlotta, more solito, prese l'iniziativa nel proporre di desinare allo stesso tavolo, il cotale, dopo una certa esitazione, accettò: "Grazie dell'invito ma non penso di essere una buona compagnia, gli ultimi avvenimenti della mia vita sono stati disastrosi, preferisco non parlarne ma, se il signore lo permette (penso suo marito), vorrei fare i complimenti alla consorte; penso di potermelo permettere data la notevole differenza di età. Lei è il tipo di donna che ho sempre ammirato, ha lo stile della ballerina classica, gambe muscolose, sedere carnoso, busto sottile e, particolare da me preferito, capelli rossi ed efelidi al viso, spero di non essere stato troppo invadente. Sono Gustavo A., Guy per gli amici, risiedo a Biella dove sono titolare di una fabbrica di vestiti; mio nonno, sarto di professione,era originario di Torre Faro. È emigrato al nord, ha aperto a Biella una piccola bottega artigianale di sartoria che pian piano ha ingrandito; è subentrato mio padre ed infine io che dò lavoro a circa settanta operai ecco perchè le dicevo che per me un vestito non era un problema." "Alberto, Al per gli amici, Carlotta e basta." "Pensiamo ora a cenare, di solito ordino sempre pesce, se permettete, Salvatore..." "Signori vedo che avete fatto amicizia, se permettete qursta sera faccio io: pepata di cozze, assaggio di riso alla pescatora, involtini di spada, trancio di aguglia imperiale, contorni, ananas e gelato della casa." Approvato il menu all'unanimità, la serata passò con le solite chiacchiere sul tempo sempre bello in Sicilia mentre al nord impazzavano i temporali, la politica sempre più im mano a maneggioni ed a approfittatori, formula una di automobilismo a cui erano appassionati sia Al che Guy. Carlotta: "A proposito di auto, fuori ho notato una Jaguar KKR, ho sempre avuto una predilezione per quella marca che ritengo estremamente signorile rispetto alle concorrenti, è di sua proprietà, da questa parti non se ne vedono." Con un sorriso Guy: "È  mia, se la vuol provare..." Al: "Scusa cara ma so che la Jaguar ha le marce automatiche e non mi risulta che tu..." "Guy:"Se vuole ci penso io a insegnarle, non è difficile, sempre col permesso di suo marito." "Mio marito non pone problemi, vero caro, domattina col fresco potremo fare un giro e poi diamoci del tu, Guy è così simpatico che gli anni non contano." La mattina seguente Al era sotto l'ombrellone di Guy, il titolare dello stesso stava dando alla sua bella lezioni sul cambio automatico, lezione piuttosto lunga dato che i due si ritirarono dopo circa tre ore. "Carlotta è diventata brava, quando vuole sono a sua disposizione." I tre presero a frequentarsi assiduamente, Carlotta era sempre spontanea e allegra, Al non era geloso anzi, in passato, aveva sempre dileggiato tale categoria di persone che considerava insicure.Un cosa era certa: Guy e Carlotta uscivano sempre più spesso con la Jaguar, ormai le lezioni dovevano essere finite! Un giorno accadde un fatto inatteso, di Guy si erano perse le tracce ed il titolare del lido aveva assicurato che i bagagli del signor Arena erano nella sua stanza e che lo stesso aveva pagato per tutto il mese. Carlotta aveva perso il sorriso, anche lei diceva di non sapersi spiegare tale sparizione ma, dopo due giorni, si mise a piangere e si rifugiò fra le braccia di Alberto e venne fuori la verità. Una mattina, durante una sosta in un autogrill fra Messina e Milazzo, Guy le aveva messo una mano fra le cosce ed aveva preso a baciarla sul collo, lei, sorpresa, non aveva fatto resistenza e si erano rifugiati in un albergo di Milazzo ma... e qui il racconto di Carlotta si era fermato. Al non insistette a saper di più, aspettò la sera sin quando Carlotta si decise a finire la storia: Guy, malgrado la' buona volontà'di Carlotta, non era riuscito ad avere un'erezione. Dopo lo smacco, Guy raccontò la sua storia ed il motivo della sua defaillance: sua moglie, ammalata di cancro, era deceduta circa un mese prima, lui aveva fatto di tutto per salvarla anche facendola ricoverare in una clinica di New York, niente da fare, il male aveva preso il sopravvento lasciando un Guy prostrato che aveva lasciato la fabbrica in mano ai nipoti e si era rifugiato nel paese dei suoi antenati per cecare un pò di serenità, Carlotta era stata riaccompagnata a Torre Faro dal mancato amante che era sparito dalla circolazione. Il silenzio era scesa fra i due coniugi, sentimenti contrastanti avevano invaso la loro mente: pietà da parte di Carlotta per una storia tragica ma da parte di Alberto...Giorni senza colloquio fra i due coniugi, non avevano nulla da dirsi nè volevano analizzare la situazione, fuori non c'era posteggiata la solita Jaguar sin quando: "Carlotta prendiamo una decisione, una decisione qualsiasi ma dobbiamo uscire da quest'impasse, ne va del nostro equilibrio. Lo sai quanto ti amo, non hai fatto nulla per cambiare i miei sentimenti, ti propongo di andare a Milazzo in quell'albergo in cui sei stata e cercare Guy... il dopo verrà da solo." La Jaguar era posteggiata dinanzi all'hotel 'Milano' "Scusi portiere il signor Arena è in camera?" "Si la chiave 102 non è nella casella." Toc toc sulla porta della camera102. "Signore colazione." "La porta è aperta, sono sotto la doccia, lasciate la colazione sul tavolino" All'uscita dalla doccia, in accappatoio, il viso di Guy mostrava una colorazione sul bianco spinto. Al per rompere il ghiaccio: "Scusa Guy, siamo affamati, possiamo usufruire della tua colazione, te ne ordiniamo un'altra per te." Pian piano il sangue era rifluito sul viso di Guy, venne portato in camera un vassoio con colazione doppia e, dopo mezz'ora senza inutili chiacchiere, Guy radunò la sua roba, pagato  il conto, poi tutti in macchina alla volta di Torre Faro divisi in due auto dato che i coniugi erano giunti a Milazzo a bordo della 500 di Carlotta. La sera a cena tutti insieme come se nulla fosse successo, Carlotta con la sua solita allegria aveva preso in mano la situazione ed era risucita a rompere il ghiaccio, tutto dimenticato? In apparenza si ma..."Al e Carlotta permettetemi un petit cadeau per voi, capite il francese?" Al: "A scuola era la mia materia preferita." "Ho parlato con la concessionaria della Jaguar a Messina, la mia auto ha bisogno di fare un tagliando e vorrei che uno di voi mi accompagnasse, forse dovrei lasciare la mia macchina per due giorni e potrebbero darmene una di cortesia, speriamo con cambio manuale dato che Al non sa far funzionare quello automatico."
    "Al rinunzia alla gara e offre in dono la gentile consorte più pratica di..." "Carlotta: "Mi sacrifico, domattina andiamo a Tremesieri sede della concessionaria, buona notte." Quella notte Al e Carlotta fecero all'amore sino allo sfinimento, che significato aveva per loro quel rapporto fisico? Solo Freud poteva dare una spiegazione. La mattina Al al mare, lungo bagno, doccia, rentro a casa, poco dopo il ritorno della consorte più sorridente che mai. Ale: "E allora la sorpresa?" "Subiro dopo il pranzo." pranzo che durò un'eternità tanta era la sua curiosità.Carlotta: "Caro maritino usciamo dal lido ma tu avrai le mie mani sui tuoi occhi." E dov'era la sopresa, la Jaguar di Guy al solito posto ma vicino... una Jaguar XK cabrio verde con la capote abbassata. Al: "È figlia della tua auto." "No la nipote dato che è di proprietà di tua moglie." "Una nipote costosa dato che siamo sui 80 mila Euro." "La bellezza non ha prezzo, il motto non è mio ma è valido in questa circostanza." Guy era radioso, perplesso Alberto. Dal giorno successivo Carlotta ogni mattina, prima del bagno,  andava a provare il suo gioiello, era felice, abbracciava i due maschietti di cui uno molto perplesso, quello più giovane. Una sera in camera da letto: "Carlotta, siamo sinceri, non si spendono un mucchio di soldi per niente, cosa hai dato in cambio a Guy?" "Se ti dico niente ci credi? Certo qualcosa lo meriterebbe." "E qui che ti volevo, come pensi di ricompensare il tuo anfitrione impotente?" "Col tuo aiuto." "Se pensi a qualcosa tipo trio  non credo che funzionerebbe, non per gelosia ma per motivi pratici.""Fa funzionare il cervello e vai dal tuo amico Nino il farmacista, ci  vuole un aiutino tipo 'Levitra', l'ho letto sul computer, funziona dopo mezz'ora, che ne dici?" "A te andrebbe di..." Lo considero un'opera di bene pr riportare alla normalità il povero Guy ed un ringraziamento per quel regalo." "Senti bella mia, potrei anche essere d'accordo con te, dico potrei ma come faccio ad andare da Nino a chiedere un prodotto di cui alla mia età non dovrei aver bisogno, mi prenderebbe in giro per tutta la vita, per quel medicinale ci vuole la ricetta medica, non potrei andare in un'altra farmacia." "Lo farai per l'amore dico amore di tua moglie, un rapporto fisico non può cambiare i nostri sentimenti." "Sarò sputtanato per sempre, evviva!" Un bacio profondo suggellò l'accordo ed il giorno successivo avvenne quanto previsto da Al che benignamente fu preso per i fondelli da Nino."Se ne hai bisogno te lo regalo, per un amico... "e giù ridate a non  finire. Carlotta aveva prospettato la faccenda a Guy, si trattava di stabilire quando mettere in atto l'incontro, fu deciso per la sera seguente. Fu analizzata la situazione, Carlotta non poteva andare nella camera di Guy, se ne sarebbe accorto il personale del lido, non restava ,quindi, che dare ospitalità al signor prodigo nel suo letto. Ad Al non restò che recarsi in spiaggia, per fortuna c'era la luna, una brezza di vento ed una radiolina con cuffia da cui ascoltare musica, jazz, la sua preferita.Le nove, le dieci, le undici,quanto ci mettevano! Poco dopo mezzanotte la signora con una pila, da casa, fece segno che la strada, o meglio il letto era libero. Per fortuna la baby aveva avuto il buon gusto di cambiare le lenzuola ed il cuscino, si sentiva odore di bucato.Al si mise a letto di spalle, non voleva guardare in faccia la sua bella, proprio non se la sentiva, pensava a quello che poteva essere accaduto fra i due, un pensiero fisso..."Guardami in viso non ti logorare, sapere i fatti veri è meglio che immaginarli, sei d'accordo? Girati. La pillola ha fatto effetto quasi subito e devo dire che Guy l'aveva piuttosto grosso, non me l'aspettavo. Ha cominciato a baciarmi i piedi, mormorava che sono bellissimi poi l'ombellico e le tette dove si è fermato a lungo tanto da indurmi a mastrumarbi tanta era la mia voglia di godere poi mi ha messo in bocca un bel tizzone ardente e mi ha riempito la bocca. Dopo circa mezz'ora si è dedicato al fiorellino, non pensavo che fosse così delicato, dopo due mie goderecciate l'ho pregato di penetrarmi e finalmente mi ha inondato col suo sperma. Non ti preoccupare, mi son fatta la doccia, sono odorosa e pulita come una verginella, sono sincera quando ti dico..." "Va bene, dormiamo, domani è un altro giorno, oddio son caduto nell'ovvio..." Guy visibilmente cambiato: "Non è stata solo una questione fisica, gli occhi, il sorriso, le parole di Carlotta mi hanno riconquistato alla vita. A te non  ha tolto nulla caro Al ma ha dato a me il desiderio di ricominciare, ho deciso di tornare a Biella e di  riprendere il mio lavoro." Carlotta, come al solito volle fare da protagonista: Vorrei che gli avvenimeti  accaduti fossero indimenticabili, non so se Guy ritornerà da queste parti e così propongo che sia lui al centro dell'attenzione con un'addio speciale: io e lui nel letto matrimoniale e Al da spettatore così non dovrò raccontare al curiosone tutto quello che piacevolmente accadrà." Dopo un prolungato silenzio, i tre si diressero in casa dei coniugi M. e cominciarono le grandi manovre. Primo fatto particolare: tutti sotto la doccia, era la prima volta che i due maschietti si trovavano nudi con in mezzo la conturbante Carlotta che, a turno, li toccava nelle parti intime poi ognuno ai posti assegnati: Guy e Carlotta nel lettone, il povero Al sul divano a fare da spettatore. La pugna iniziò subito con patti precisi da parte di Carlotta: "Niente baci in bocca nè penetrazione nel buchino posteriore, sono di proprietà di Al." Il consorte si consolò, almeno qualcosa di esclusivo gli era rimasto ma presto dovette prendere atto della realtà:Guy stava usando la bocca della signora non per baciarla ma per introdurvi un 'marruggio' di dimensioni notevoli (forse effetto della pillola?) e lei si dava ben da fare sia leccandogli il glande che circondando il coso avanti e indietro con le labbra.I due amanti decisero di cambiare posizione, un sessantanove che, dai loro mugolii, doveva essere di gradimento di entrambi. La penetrazione avvenne sia nella classica posizione del missionario ma poi Carlotta preferì quella dell'ammazzone alzando, abbassando e roteando il bacino (conoscendola Al pensò che la consorte dovesse aver goduto varie volte) ma al maritino venne in mente un altro pensiero: come faceva Guy a non godere tante volte ma poi ricordò la differnza di età...La parte del guardone  cominciò a non piacere più ad Al, decise di partecipare pure lui alla bagarre, ma come? Ricordò che nel comodino era conservata una confezione di vasellina, la fece vedere a Carlotta la quale comprese il desiderio del marito ed assunse la posizione di ovis ovis e, mentre Guy seguitava a penetrarla nella deliziosa gatta, delicatamente ma insorabilmente Ale penetrò nella sua proprietà esclusiva, una situazione mai provata ma sicuramente eccitante.Come tutte le cose piacevoli anche questa finì per esaurimento dei contendenti, forse la più provata era Carlotta che aveva subito l'assalto di due maschietti. Guy non venne più a Torre Faro, ogni tanto si sentivano a mezzo telefonino, qualche messaggio, auguri in occasione  dei compleanni ma quell'avventura era un lontano ricordo. Forse Guy aveva trovato una nuova compagna che non voleva di certo dividere con Alberto. Il possesso della Jaguar aveva dato a Carlotta l'idea di far crepare d'invidia i colleghi d'ufficio. soprattutto le femmine. Già nota per sfoggiare vestiti, scarpe e borse di inusitata eleganza, quella era la buona occasione per rinfocolare la loro gelosia. Aveva studiato bene la situazione: la mattina usciva di casa prima del solito al fine di trovare un parcheggio dinanzi al portone principale dell'ufficio, rimaneva dentro l'abitacolo dell'auto ad ascoltare la radio per farsi notare dai colleghi che, a mano a mano, si recavano in servizio. Poi le prime domande: "Che bella macchina, come l'hai acquistata?" "È un regalo di uno zio d'America." "Fratello di tua madre o di tuo padre?" "Si fa per dire, un lontano parente senza figli.Un notaio newyorchese di ha contattata dicendo che era a mia disposizione una certa somma, l'auto l'ho scelta io." "Ma è vero che è un regalo di uno zio d'America." "A te voglio dire la verità: ho conosciuto una signora che è proprietaria di una villa sui monti Peloritani. La dama ha molte conoscenze maschili, tutti gentiluomini di una certa età ma molto riservati e molto generosi con le giovin donne che si dimostrano disponibili." Altra collega: "Non ci posso credere: è vera la storia di una casa di appuntamenti sui Peloritani?" "Verissimo, potrei darti l'indirizzo, se tu vuoi..." I maschietti, da parte loro,erano  interessati in maniera marginale della faccenda. Dario, un amico: "Carlotta ho sentito un bel pò di chiacchiere sulla tua Jaguar, fottitene, quelle sono tutte delle sgallettate che probabilmente farebbero quattro marchette se trovassero qualcuno che se le inchiappettasse..." Quella di Alberto e Carlotta era stata un storia inusitata che non aveva lasciato strascichi nei due coniugi. Il loro anticonformismo, fuori dall'usuale, avrebbe scandalizzato i benpensanti che li avrebbero tacciati di amoralità (o di immoralita?), Carlotta era stata consenziente ad un rapporto sessuale extra coniugale per aiutare Guy a ritrovare se stesso o per puro piacere fisico (a parte il regalo della Jaguar). Alberto aveva partecipato ad un'orgia di sesso forse per una novità eccitante o per far contenta la beneamata? La verità vera era più semplice: ambedue i coniugi erano propensi a guardare gli avvenimenti della vita dall'alto, a volo d'uccello, cercando di approfittare dei lati piacevoli dell'esistenza senza troppe complicazioni.

  • 12 agosto 2013 alle ore 11:30
    Come un colpo di Sole

    Come comincia: Ho trovato una persona anziana che si comportava in modo veramente strano; giocava come un bimbo, rideva e sorrideva a tutti, condivideva il suo panino con i piccioni, beveva ad una fontanella schizzandosi tutta la camicia ed io, giusto per non farmi i cavoli miei, mi sono avvicinato per scoprire qualcosa in più. Eravamo seduti accanto e si è confidato un po'..
    " Sai, sembrerò stupido, mi prenderai anche te per un vecchio che ha avuto un colpo di sole, ma tra qualche giorno morirò e voglio godermi queste giornate senza preoccuparmi di nulla. Senza preoccuparmi dei pensieri della gente, di come sono vestito e che impressione avranno gli altri se vedono una macchia nella mi' camicia, voglio che i mi' capelli non siano inquadrati sotto etti di brillantina, ma liberi di godersi aria e sole. Voglio illudermi che un piccione mi sia riconoscente per quel pezzo di pane che gli ho tirato. Voglio essere sereno, smetterla di pensare, smetterla di cercare in modo tanto ostinato e ossessivo la felicità. L'ho cercata per una vita e l'ho sempre avuta in tasca. Non era grande magari, ma una felicità semplice, fatta di piccole cose e soprattutto del gusto di apprezzarle. Sai quando mi sono accorto di averla in tasca? ... Quando ho smesso di cercarla! Ora te sei giovane e ti convincerai che il colpo di sole che ho preso io era davvero forte, ma un n' è così. A qualche giorno dalla mia morte, mi sento prorpio sereno, qualcosa è andato bene, qualcosa meno, pensavo di campare di più, ma chi se ne frega, non è certo un anno in più o uno in meno a farmi stare più tranquillo; del resto sarei potuto morire anche prima, magari in un incidente o una disgrazia e, se invece sono qua, devo comunque ritenermi fortunato. Che dici giovinotto? Ho visto un sacco di cose brutte, ma tante anche belle, mi dispiace di non aver fatto qualche esperienza che avrei potuto fare, ma durante le giornate sei talmente impegnato a pensare alle cazzate, tipo lavoro, tasse, parenti e tutto quel troiaio di roba con cui ti fasci la testa che magari ti scordi e rimandi un viaggio, una bevuta tra amici o una partita a carte. Io sarei voluto andare a Parigi, un ci so mai stato. Te l'hai vista la torre? .. Sai che c'è?! Ormai la vedrò da morto, ma credo che tutto sommato quel piccione con tutti i riflessi colorati che becca il pane che gli ho tirato io, sia quasi bello quanto la torre. Ehi si, si va cercando le cose chissà dove e non ci si accorge che s'hanno sotto casa. Ovvia figliolo, un ti dico ci si rivede perchè sarà difficile ahahahahaha ".... Io fino a quel momento avevo ascoltato annuendo, sorridendo e con qualche parola di circostanza, ma sul congedo ho voluto fare una domanda... " Senta, a parte che ci sta che ci si riveda presto, ma questo è un discorso diverso.. Però vorrei capire una cosa: se lei non avesse saputo di morire, come si sarebbe comportato oggi? Come un "colpo di sole" ? " Lui ci ha pensato un attimo e poi mi ha detto : eheheheh e io che pensavo di avè accanto un fessacchiotto, con tutti quei disegni sulla pelle e quel sorriso a bischero.. Tu hai ragione, se non avessi saputo di morire, oggi, mi sarei comportato esattamente come un " colpo di sole ".... Fammi andà e ogni tanto ricordati dei piccioni. "

  • 09 agosto 2013 alle ore 12:29
    Incardellati

    Come comincia: C'era da commuoversi: l'incardellato femmina ed il maschio, si chiamavano
    dalle rispettive gabbie come amanti separati... non sia mai si dividevano le gabbie! il maschio cantava come un pazzo e la femmina gli rispondeva con trilli commoventi.
    Allora mi sono detta: mettiamoli assieme, no? Mi risparmierò la pulizia di due gabbie e si faranno compagnia!
    Detto fatto (si fa per dire), con una doppia mangiatoia, un bell'abbeveratoio grande... li ho messi assieme.
    Tant'è, appena assieme, uno dei due (mi sembra fosse il maschio), ha cominciato ad aggredire l'altro. L'altro da prima si teneva lontano, ma poi ha cominciato a rispondere.
    Litigavano anche per il bagno: lo faccio io, lo fai tu? Giù beccate, svolazzi, penne al vento.
    Ho deciso di mettere due differenti recipienti pensando: non avranno più ragione di litigare!
    Macché: litigavano lo stesso: volevano entrambi il medesimo recipiente.
    Insomma, se le sono suonate tanto di santa ragione che sono stata costretta a separarli di nuovo.
    Questo a causa del fatto che vivevano sotto lo stesso tetto.
    Conclusione?
    Mi sembra logico pensare che gli amanti stanno bene divisi e si amano, ma guai a metterli assieme! Ecco spiegato perché moglie e marito litigano.

    Ovviamente ho diviso di nuovo gli innamorati ed adesso il maschio canta come un pazzo per farsi sentire da lei che sta nell'altra stanza. Beh, gli ho detto: fregati: quando stava con te la prendevi a beccate e allora, fanne a meno, no?
    (P.S... successivamente sono stati rimessi assieme...).
     

  • 06 agosto 2013 alle ore 17:36
    I Toraja a Sulawesi

    Come comincia: I Toraja, li avevo incontrati in uno dei documentari favolosi di Folco Quilici. Quando mi si propose il viaggio in Indonesia, anni fa, accettai subito. Prima dell’ultima tappa, la turistica Bali, dopo le magiche, Giava e Sumatra, era in programma, una sosta alle isole Celebes, per visitare i Toraja, a Sulawesi. Niente di più spaesante nella mia vita. I toraja sono un’etnia di provenienza dalla Cambogia. Giunti sulle rive delle Celebes, non furono ben accolti, loro cristiani animisti, dai locali, musulmani. Si rifugiarono sulle cime dei monti, nelle invalicabili foreste. Dovendo costruirsi delle capanne, pensarono di rovesciare le loro eleganti imbarcazioni. Questo divenne il modello di costruzione negli anni a seguire. Ed è la prima meraviglia che s’incontra. I trofei di corna di tori le ornano. Ad agosto è l’epoca dei funerali. Se ricordate Omero, non avrete dimenticato il termine ecatombe……che comportava il sacrificio di centinaia di tori. Permane questo rito tra i Toraja, che tra l’altro è stato limitato nel numero, in età moderna, dal governo, per non dissanguare l’economia agricola. Mi restano quadri di ricordi, indelebili nel tempo. L’attesa dell’epoca dei funerali, agosto, fa sì che visitando la capanna della capo tribù, sì, era una donna, vidi il suocero deceduto, impacchettato in una stuoia vegetale, nella camera dei nipotini, sotto il loro letto. Assolutamente inodore. La presentazione oceanica dei tori nella verde pianura. Gli ori degli ornamenti, lamelle sulle corna ritorte. Loro, gli abitanti, arrampicati sugli alberi, in silenzio, come animali impagliati. Di prima mattina, mi vennero a prendere con una jeep. “Se teme il sangue non venga” – fu la premessa. Alba, nebbia fumosa tra gli alberi. Un recinto, un doppio giro di ombre nere, accovacciate, in mantelli e copricapo neri. Solo occhi. C’è sangue dappertutto, scorre tra l’erba. Un odore nauseante. Il toro abbattuto, fuma dalla carne rossa, mentre lo spellano con i machete. Ma già, al palo centrale, viene portato un altro toro. Il giovane della tribù si gioca la sua entrata nell’età del guerriero, con il colpo di machete, che deve essere netto, forte alla giugulare del toro. Un muggito lamentoso, un gorgogliare rosso nero dalla gola. Il toro barcolla e cade tra le urla. Basta così, vado via. Incontrerò al tramonto la processione, scomposta e traballante come il baldacchino sulle spalle di una miriade di esseri affannati.  Nella foresta, quasi buia, una parete di roccia ha loculi scavati. Fantocci vestiti, dagli occhi vividi, luccicanti fanno da guardia e rappresentano i morti. Quegli occhi m’imbarazzano. Mi sono addosso. Il lamento dei maiali sgozzati, ultimo sacrificio. Il sole da posto alla luna.

  • 06 agosto 2013 alle ore 10:28
    GISÈLE QUI AIME...

    Come comincia: Il vento stava aumentando, il mare peggiorando e Alberto...si stava incazzando! La sua barca (uno yatch di quarantadue piedi) si muoveva di conseguenza provocando al suo padrone conati di vomito. "Anselmo portami a terra, stanotte non la passo certo a bordo!" "Lei pensa di trovare un posto in albergo a Panerea il 14 agosto?" "Fatti i cosi tuoi, a costo di dormire sulla banchina!" Appena attraccato al molo Alberto emise un sospiro di sollievo, qualcosa sotto i piedi che non  si muovesse! Chi l'aveva portato a comprarsi una barca se soffriva il mare? Il dover emulare i suoi colleghi padroni di fabbriche di scarpe nelle Marche, ce l'avevano tutti...bello stronzo! Dopo una breve salita un bar pieno di luci e di clienti, musica pop in sottofondo, barista servizievole, anche troppo... "Cosa posso servirla, qui abbiamo di tutto, sono Bonannella Luigi ma tutti mi chiamano Gigione." Alberto non aveva nulla contro i gay anzi gli facevano un  pò pena, chi non ama le gatte... "Gigione mi occorre un letto per stanotte." "Ma lei è matto, a ferragosto, a Panarea, provi su uno yatch." "Sono sceso dal mio perchè non sopporto il mare agitato." "Non so che dirle, potrei ospitarla io..." "Gigione lascia perdere chi è il    titolare della baracca?" "È quel signore laggiù, si chiama Salvatore F.." "Signor F. sono il padrone di quella barca ormeggiata nel porto ma non sopporto il mare mosso, vorrei avere una stanza." "Come le avrà detti Gigione a ferragosto c'è il pienone, non posso aiutarla. Ma perchè non essere ospitali, che idea può farsi il signore di noi isolani." Da dove era sbucata quella bionda king size pluriaccessoriata e dal sorriso smaliante? "Mia moglie Gisèle." "Potrei farle i nomi di tanti noti e meno noti che sono i nostri ospiti, le nostre villette sono al completo ma se si accontenta di un divano a casa nostra..." "Affare fatto, l'unica soluzione sarebbe stata la banchina..." Penso che a quest'ora abbia cenato, si guardi in giro c'è tanta bella fauna, chiudiamo il locale alle tre, au revoir." Alle tre in punto i coniugi F. fecero segno ad Alberto di seguirli nella loro dimora. Salvatore : "Abbiano scelto di abitare nell'ultima villetta per una maggiore privacy. Ecco qui, niente cucina solo bagno, soggiorno e camera da letto, quel divano è tutto suo, mia moglie le darà due lenzuola ed un cuscino, per il bagno faremo a turno. E così fu, la doccia, prima i padroni di casa poi Alberto che fu be lieto di posare le stanche membra su qualcosa di morbido. Il sonno stentava a venire, la biondona non era certo un'indigena, il marito evidentemnte si, col quel cognome... ma lei con quell'erre moscia, sicuramente francese o belga. La cotale l'aveva subito colpito con quello smagliante sorriso di sfida, non era femmina da passare inosservata, a parte il metro e settantacinque di altezza, le gambe chilometriche, seno forza quattro debitamente in vista, vita da vespa (era un'espressione di suo nonno Alfredo che amava le vite sottili), Alberto era rimasto... fulminato. La ventola del soffitto procurava una certa frescura ma Alberto sudava ugualmente, cosa gli era preso, di belle donne ne aveva conosciuite,,, a quarant'anni non doveva farsi sconvolgere da cotanta beltade, ciccio  era diventato duro, e che c...o stava esagerando! Decise per una doccia piuttosto fredda, avrebbe sopito i bollenti spiriti, ciccio era sempre più duro, da un lato gli veniva da ridere...La porta del bagno si era aperta, Salvatore lo stavo osservando con un sorriso divertito, sicuramente aveva notato il suo stato. "Vedo che mia moglie le ha fatto un bell'effetto come pure vedo che è piuttosto dodato, non si preoccupi non sono omo ma voglio fare uno scherzo alla cara Gisèle che oggi mi ha fatto arrabbiare. Siamo una coppia aperta, vada al mio posto nel letto e... auguri!" Alberto non se lo fece dire due volte, madame era di spalle completamente nuda. Penetrò dolcemente ma inesorabilmente dentro la dolce gatta della signora che, senza girarsi: "Stavo dormendo, fa una cosa in fretta, fra l'altro mi fai un pò male." Alberto fece del suo meglio per portare a compimento il suo piacevole compito, se le aveva fatto un pò male dipendeva dal fatto  che lui l'aveva più grosso di quello di suo marito. Ritornato sul divano prese subito sonno. La mattina successiva, al risveglio, si trovò solo, i padroni di casa erano usciti per aprire il locale e fornire la prima colazione agli ospiti. Gigione era al suo posto. "Bongiorno signore, come devo chiamarla e poi le fornirò una deliziosa colazione." "Chiamami Alberto, puoi darmi del tu, per la colazione mi affido a te." Succo di polpelmo, cornetti profumati, cappuccino tutto su un vassoio gentilmente depositato da Gigione sul suo tavolo. Poco dopo si erano appalesati i due coniugi.
     Madame: "Ha dormito bene sul divano?" "Meravigliosamente, se possibile vorrei riposarci anche stanotte!" I due maschietti alla riposta ai Alberto si misero a ridere con disappunto di Gisèle con non comprese la loro ilarità. "Non ci faccia caso, anzi diamoci del tu, mia moglie è francese. Era venuta anni fà a Panarea in gita con i genitori che sono tornati a Parigi senza la beneamata figliola che è diventata mia moglie. Talvolta non comprende le battute di spirito del nostro paese ma è la donna che adoro, vero cara?" "Senti adoratore va a controllare che i nostri giannizzeri eseguano bene la pulizia nelle stanze degli ospiti, avanti march  poi il silenzio. Alberto e Gisèlè si stavano studiando, Alberto pensando di farsi ancora la bella parigina,la bella parigina piuttosto perplessa sul comportamento dei due maschietti."Madame vuol venire a visitare il mio yatch, è quello bianco e nero che si vede all'ancora, anzi vuoi dato che tuo marito ci ha concesso di darci del tu." "Di barche come la tua ne ho viste tante, forse vuoi farmi visitare il tuo alloggio privato?" "Me possino... ossia voglio dire che giammai mi è passato per la testa un tal zozzone pensiero, me ne guarderei bene, madame!" "Non fare la faccia del santarellino, non sei convicente, andiamo a visitare stò barcone." Alberto chiamò al telefonino Anselmo che di lì a poco attraccò alla banchina con un gommone e col berretto im mano. Gisèle lo guardò stupita, quell'atteggiamento le sembrava servilismo, bah...Giunti sotto la barca Alberto mise in bocca un fischietto dal quale uscì un suono acuto. Subito si schierarono a poppa i componenti dell'equipaggio in un militaresco attenti nel mentre i tre salivano a bordo da una scaletta laterale. "Non ho capito, il tuo equipaggio è militare o cosa..." "Quando ci sono ospiti ci tengo molto a far figura, non ti preoccupare, è brava gente di mare." Anselmo si presentò nella sala di poppa con un vassoio cu cui facevano bella mostra due cocktaild variopinti.Gisèle sempre perplessa si guardava in giro ma era nel suo stile prendere in mano la situazione. Lei:"Che ne dici di un giro della barca?" "A disposizione potremo anche mangiare a bordo." "Fammi vedere la tua cabina, dev'essere piuttosto grande in cui potrebbero dormire sei persone, vero caro?" "Penso di si ma..." Alberto non potè finire la frase perchè due calde labbra si erano incollate sulle sue togliendogli il respiro. "Non ti meravigliare, quando mi piace un uomo me lo faccio e tu mi sei piaciuto subito." "Non vorrei che tuo marito..."Non porti  di simili problemi, con Salvo me la vedo io, lo chiamo per dirgli che pranzo a bordo del tuo yatch, niente in contrario?" "Figurati..." Salvo non aspettarmi, sono ospite di Alberto sulla sua barca, mangia senza di me, ciao." Alberto capì che la situazione gli era sfuggita di mano ma non se ne preoccupò più di tanto, anzi...La colazione (così chiamano gli snob il pranzo) fu servita da Anselmo vestito da maggiordomo con grandi risate da parte di Gisèle. "Questa proprio non me l'aspettavo, si vada a cambiare, è un mio ordine!" Linguine al sugo di aragosta, piccola frittura di pesci locali, aragosta con olio e limone, salmone affumicato, contorni, vibo Verdicchio dei Castelli di Jesi, ananas, gelato al limone. "Alberto fammi capire, dove hai preso tutte ste aragoste, a parte il prezzo che per te non deve essere stato un problema ma in giro non se ne trovano per la notevole richiesta da parte dei villeggianti." "Ti metto al corrente di un mio segreto, durante la notte andiamo da Stromboli sino a Filicudi, quando scorgiamo in mare un galleggiante salpiamo la cima e togliamo dalla nassa una povera aragosta finita prigioniera di qualche cattivo pescatore..." "Sei un ladro, ti denunzierò ai Carabinieri di Panarea, conosco il Comandante, sei fottuto mio caro!" "Forse di sarebbe una via d'uscita, mi metto a tua disposizione, sarò il tuo schiavo." "Ecco, forse hai intrapreso la strada giusta, sono molto esigente, potresti pentirtene!" "Ormai... ma potrebbe anche piacermi!" "Intanto per digerire andremo sino allo Strombolicchio, è uno scoglio che amo visitare quando posso, vai!" La scala che portava alla cima dello scoglio era piuttosto lunga e con quel caldo Alberto ne avrebbe fatto volentieri e meno ma si era impegnato a fare lo schiavetto...Dopo due ore erano di nuovo attraccati dinanzi a Panerea, il mare per fortuna si era calmato, i due nuovi amici erano spaparazzati a bordo a ...vedere la televisione, bah. Il tramonto del sole aveva portato una temperatura più sopportabile a parte che era sempre possibile rifugiarsi nella pancia dello yatch con aria condizionata.La cena. Vediamo quello che ha preparato,lo chef o meglio la chef, si tratta di una ragazza, la sua storia è molto particolare: si chiama Quinta Meschini, figlia di contadini. I genitori, con sacrifici, l'avevano mandata a studiare dalle monache. Morti i genitori nell'arco di poco tempo, Quinta è stata costretta a lasciare l'istituto di suore e, grazie all'interessamento di una dama di carità di Jesi, è stata ammessa a frequentare un corso di chef dal quale è uscita brillantemente prima, mi è stata raccomandata a un mio amico ed è qui." Gisèle: "Vediamo quello che ci ha preparato per cena." Tagliolini al sugo di maiale, coscia di tacchino disossata e farcita, scaloppine al marsala, torta al limone (una delizia), frutta do stagione ed un caffè freddo skecherato. "Niente male, fammi conoscere questa meravigliosa regina della cucina."Quinta era alta un metro e sessantacinque, dimostrava meno dei suoi venticinque anni, capelli neri a caschetto, occhi di un nero profondo, nasino delizioso, bocca carnosa, collo eburneo. Una particolarità era vestita di nero, d'estate non doveva essere il massimo della comodità. Alberto interpretò lo sguardo perplesso di Gisèle: "Quinta è orfana dei genitori, è costume dalle sue parti portare il lutto a lungo. Gisèle, come suo stile, voleva prendre in mano la situazione: "Mio caro sono costretta a farti uno sgarbo, il fratello di mio marito è proprietario di un ristorante, giusto ieri mi ha domandato se conoscevo un bravo chef dato che il suo si era licenziato. Quinta fa al caso suo ma devo cambiarle il nome, farebbe ridere tutto il personale." "Scusa ma ti rendi conto che io..." "Hai dimenticato che ti sei proclamato mio schiavo, comportati da tale! Anselmo portaci a terra!" L'interessato volse lo sguardo al suo datore di lavoro il quale voltò le spalle, la sua mossa fu interpretata come affermativa. Gisèle dimostrava un'allegria esagerata, presentò Quinta a suo fratello e decise che la cuoca avrebbe dormito nel suo cottège, doveva avvisare il buon Salvatore. "Dove sei?" Attraverso il telefonino apprese che la sua metà era ospite su quella specie di transatlantico ormeggiato al largo dell'isola, la padrona, titolare di una nota ditta di cosmetici, l'aveva praticamente prelevato a Panarea per fargli passare la serata sul suo yatch e quindi non  era disponibile, tanto meglio. "Ti voglio far visitare Panarea by nigth" e la condusse sino all'altro capo dell'isola, panorama meraviglioso, i sentieri erano illuminati dalla luna dato che nell'isola l'energia elettrica era erogata solo all'interno delle abitazioni. Quinta non  aveva profferito verbo. "Amica mia, dammi del tu e raccontami qualcosa di te, Alberto mi ha accennato qualcosa, vorrei sapere di più." "Per ora sono in imbarazzo, forse quando saremo a casa..." Il viaggio di ritorno fu particolare, Gisèle aveva cinto la vita della ragazza con un suo braccio, sembravano due fidanzati, il perchè non riusciva a spiegarlo nemmeno a se stessa. "Intanto facciamoci una doccia, l'aria era umida, sento il bisogno di rinfrescarmi, non penso che ti vergognerai se ci laviamo insieme..." Silenzio da parte di Quinta interpretato dalla padrona di casa come un assenso.Quinta ci mise del tempo prima di raggiungere Gisèle sotto la doccia e si mise di spalle, la padrona di casa prese ad insaponarle la schiena ma, nel farlo, provò una sensazione strana, mai percepita prima con una donna, un erotismo prorompente che la portò a baciarla sulla bocca per poi scivolare sul seno ed infine su un fiorellino caldo, delizioso, pulsante. Quel rapporto finì a letto lasciando ambedue senza forze. La mattina: "Va da mio fratello, stasera ci rincontreremo, abbiamo tante cose da dirci..." La loquacità non era una peculiarità di Quinta che le volse le spalle sempre vestita di nero. Gisèle si ripropose di andare presso una boutique per acquistarle vestiti colorati e allegri. Durante il giorno Gisèle si sentiva spaesata, confusa, parlava con la gente in maniera automatica senza ricordare quello che diceva, il suo sorriso era sparito dalle labbra, alcuni clienti se ne accorsero e glielo fecero notare. Altra novità: Salvatore era costretto a rimanere a bordo del transatlantico, Lucylle lo voleva assolutamente con lei per tutto il soggiorno al largo dell'isola. Particolari: la belle femme cinquantenne capelli color viola, fisico da trentenne supportato da creme e massaggi, vizi sessuali tanti e tutti sui generis, fra l'altro amava la mano penetrante! Salvo sistemato, Gisèle pensò a se stessa, cosa sarebbe successo al rientro di Quinta, per la prima volta nella sua vita si sentiva vuota, senza idee... La situazione prese una piega inaspettata: Quinta rientrò completamente cambiata: aveva fatto amicizia nel suo nuovo ambiente, era allegra, sorridente,sfiorò  una guancia della padrona di casa con un fuggevole bacio e poi sotto la doccia, stavolta da sola. Al rientro in camera con indosso turbante sui capelli, e accappatoio propose a Gisèle di raccontarle della sua vita passata. Lasciata la scuola delle suore aveva preso a frequentare un corso di cucina la cui responsabile era un quarantenne non sposata, piuttosto legnosa e soprattutto imperiosa nei suoi atteggiamenti. Aveva fatto escludere dal corso due allieve secondo il suo dire non adatte per quella professione ma Quinta si accorse ben presto che il motivo era ben altro. Una notte la cotale si presentò nella sua cameretta significando che non riusciva a dormire per il gran caldo (era luglio) e si spogliò completamente. Quinta dapprima si era spaventata poi il saggio spirito contadino, ereditato dai suoi, le fece capire come stavano le cose, di malanino accettò le avances della signora (peraltro quotidiane) ed entrò nel mondo del sesso da una porta particolare senza aver mai conosciuto un maschietto. Alla fine del corso, raccomandata dal proprietario del terreno dove avevano lavorato i suoi, prese il posto del dimissionario chef sull yatch di Alberto M., fine della storia. Gisèle si era affezionata alla nuova amica, le avrebbe presentato qualche maschietto, per la prima volta forse le avrebbe prestato Salvo, perchè no, a modo suo voleva bene a suo marito, le svicolate reciproche non avevano intaccato il loro amore. Chi non  ci aveva guadagnato nulla era proprio Alberto rimasto senza chef ed a bocca asciutta per quanto riguardava il sesso, quella sveltina gli era rimasta nella mente ma avrebbe voluto molto di più. Ritornando a terra aveva provato delle avances con Gisèle col risultato di beccarsi una bella risata ed un bacino sulla guancia che sapeva tanto si presa in giro. Per sua fortuna la situazione cambiò nel breve tratto di una settimana: la signora proprietaria della corrazzata salpò per altri lidi, Salvo, di nuovo a terra, apprese la sua nuova situazione familiare alla quale di buon grado e con immenso piacere si adeguò col nulla osta sia della consorte che di Quinta a cui non dispiacque la novità. Gioco forza Gisèle dovette cambiare residenza per non fare da chaperon alla nuova coppia e chiamò Alberto al quale non parve vero di accettare la proposta di Gisèle di installarsi per un pò a bordo del suo yatch. Dopo cena (lo chef era stato sostituito da un marinaio non altrettanto bravo) ci fu il momento delle confessioni reciproche: Gisèle mise al corrente Alberto delle sue iltime vicende suscitando lo stupore  (ti si legge in faccia) di un Alberto frastornato e forse un pò puritano ma quando giunse al racconto del loro primo rapporto fisico : "Allora quello zozzone di mio marito mi ti ha concesso senza il mio parere... ecco perchè mi son fatta male, andiamo in camera e fammelo vedere!"  Alberto si sentì strumentalizzato ma chi se ne fregava; in camera bastarono pochi tocchi acchè ciccio si analberasse in tutta la sua maestosità. Gisèle smise di ammiralo e se lo infilò in bocca sin quando la sentì riempirsi di un torrente in piena ma presto pensò ad accontentare la sua cara gatta ed anche  il suo buchino posteriore con un pò di fatica, fu talmente strapazzata a tal punto da dichiararsi vinta: "Basta, mi hai distrutta!" A mezzogiornio inoltrato Anselmo preoccupato del silenzio proveniente dalla cabina del suo capo, timidamente bussò alla porta: "Signore tutto bene?" Con voce ancora impastata dal sonno: "Si Anselmo portaci qualcosa da mettere sotto i denti, sono affamato!" Tascorso il mese di agosto tutti ai propri posti: Alberto rientrò nella sua fabbrica di scarpe, Quinta ebbe rinnovato il contratto di chef sino ad ottobre e l'anno successivo da aprile ad ottobre. Nella casa dei coniugi F. ritornò la calma dopo la tempesta, una bella tempesta!

  • 01 agosto 2013 alle ore 1:02
    Saggezze e annunci

    Come comincia: Sto invecchiando, divento saggio o forse solo diversamente stupido, come tutti, e come tutti non solo invecchio ma ogni tanto ragiono su delle cose che mi sembrano, a seconda dei giorni, a volte importanti, a volta delle stronzate. Oggi mi pare importante dire che c’è una categoria, o meglio dire una tipologia di persone che, nonostante i miei sforzi di mestiere, proprio non riesco nemmeno lontanamente a comprendere. Si tratta di quelli che empatizzano, soffrono, solidarizzano per ogni tragedia di cui vengono a conoscenza, anche se accaduta al più distante dei loro simili (umani, ma anche cani, gatti, panda, zanzare no!) e che poi, a cordoglio esternato, insultano, tramano, combattono genitori, amici, parenti, tabaccai, commessi Coop e ogni forma di varietà umana con cui hanno la prossimità prossemica giusta per generare ostilità. Ora facciamo finta che questa tipologia di persone sia più o meno numericamente un decimo di quelli che in vita passano per una disgrazia e sempre un decimo di quelli che in vita passano per la felicità; che sono in sostanza la totalità del genere umano, interamente composto da disgraziati-felici, tranne, forse, quell’ipotetico decimo. Un decimo di gente che ama il prossimo suo come se stesso purchè disgraziato e kilometricamente distante. Insomma, io non me ne capacito, ma c’è un decimo di umanità (forse molto, molto meno) che empatizza solo con la tragedia rappresentata e che s’impegna quotidianamente a rappresentarne di nuove, piccolissime, pusillanimi, misere e con il pathos scenico di una recita parrocchiale. Questi sono, probabilmente, quegli umani consacrati da Dio (Paura) a ignorare la felicità, per sempre, sino all’ineludibile (per tutti) tragedia definitiva che li coinvolgerà. A questo punto il mio obiettivo è chiaro.

    AAA CERCASI decimo di esseri viventi che empatizza con le felicità distanti e che s’impegna a generarne di vicine… IMPORTANTE: annuncio unicamente rivolto a ciò che eccede l’umano.
    NO PERDITEMPO, NO AUTOMUNITI! 
    Quindi se un giorno sarò rapito da un extraterrestre in bicicletta almeno adesso ne conoscete il motivo.

  • 31 luglio 2013 alle ore 15:27
    L'angelo di Jess

    Come comincia: Grassa, maledettamente grassa; ecco quello che era. La bilancia, comprata apposta per pesare la sua massa, non lasciava dubbi. A dirla tutta non serviva la bilancia, bastava guardarsi allo specchio per capire l'evidenza dei fatti: era tremendamente obesa.
    A 18 anni le ragazze fanno del loro aspetto fisico perfetto una sorta di sfida con il mondo e lei partiva sconfitta. Era stufa di sentirsi dire che aveva doti che andavano oltre l'aspetto fisico:
    "Sei intelligente, sei buona, sei disponibile socievole, tenera, simpatica, hai tanti amici una bella famiglia i soldi ecc. ecc." Tutte frasi trite e ritrite. Anche lei aveva un cuore e come avveniva a molte sue amiche provava delle emozioni forti che alla sua età sono splendide, ma a lei nessun ragazzo faceva apprezzamenti, anche pesanti si, ma pur sempre apprezzamenti. A lei nessuno diceva "Che bel culo, che gnocca, mi fai impazzire" No! Lei era quella simpatica, ma cicciona; onesta, ma lardosa; intelligente, ma orrenda! Non reggeva più questa situazione.
    I suoi amici le volevano bene, ma lei non si piaceva, sapeva di essere un fenomeno da baraccone e sentiva sempre addosso gli sguardi meravigliati della gente, i loro bisbigli.
    "Guarda quella come è grassa" "E' più larga che alta" "Passerà dalla porta di casa?" "Quanto è cicciona, che schifo!" E via tutta una serie di commenti che la mortificavano.
    Il suo peso alla nascita era nella norma e durante gli anni della crescita non si erano verificate anomalie fino all'età di 12 anni. I suoi genitori, sua sorella e suo fratello maggiori, erano di corporatura normale, nessuno aveva problemi di sovrappeso. Sua mamma li aveva cresciuti curando l'alimentazione e non esagerando nelle porzioni, lei in particolare non era mai stata una mangiona. Eppure, a quasi 18 anni, si trovava a pesare più di 220 chili e nessun medico o specialista era riuscito a spiegare il motivo del problema. Aveva letto, studiato, si era aggiornata su internet ma niente; non trovava un bel niente che spiegasse perchè lei, a un certo punto, avesse cominciato ad ingrassare pur seguendo una dieta rigorosa.
    Era luglio, il caldo opprimente invogliava la gente a spogliarsi e tuffarsi in qualsiasi pozza d'acqua pulita: piscine, torrenti, fiumi e laghi; qualsiasi cosa per trovare refrigerio.
    "Dovresti venire anche tu, con tutta quella ciccia addosso avrai un caldo atroce. L'acqua della roggia è fresca e la corrente non troppo forte, non avrai problemi di equilibrio"
    "Lo sai che i miei problemi sono altri, non verrò! Non insistere"
    "Certo che non insisto, ma tu sei la solita zuccona. Io e le ragazze ti siamo amiche, il tuo aspetto fisico non vuol dir nulla, devi fartene una ragione o vivrai per sempre reclusa in casa"
    "Guardami Marina! Guardami! Cosa vedi? Vedi forse una ragazza che può mettersi in bikini e venire a fare il bagno con voi che siete tutte splendide ragazze? Mi stai prendendo per il culo? Parla Marina, parla!"
    "Hai ragione. In questo momento vedo un ippopotamo inferocito che non vuol sentire ragioni. In effetti con tutta quella panza mi faresti ombra e sai quanto tenga all'abbronzatura. E poi non vorrei che ti insabbi sul fondo della roggia, chi ti tirerebbe fuori? Naahh! Stai a casa che è meglio, rischi di rovinarci la giornata. Ah! Un'ultima cosa Jessica, non provare neanche a metterti quel costume che ti ho regalato, non hai la patente per guidare una mongolfiera, d'accordo? Ci si vede"
    "Marina?"
    "Siii!?"
    "Sei una maledetta stronza!"
    "E poi?"
    "Vaffanculo! Aiutami a mettere il costume"
    La roggia era veramente fredda e dopo pochi istanti di immersione le ragazze schizzavano fuori dall'acqua come pesci alati. Lei sopportava meglio, anzi; i suoi muscoli erano talmente accaldati per lo sforzo di trascinarsi in giro che dopo mezz'ora era ancora nell'acqua al fresco.
    "Ragazze, stanno arrivando! Tra poco i ragazzi saranno qui!"
    Già, tra qualche istante sarebbero arrivati i loro amici e quello era il momento che temeva di più. Con movimenti difficoltosi uscì dall'acqua e si posizionò sopra il suo asciugamano che era grosso il doppio rispetto agli altri. Poi si avvolse attorno al corpo un telo da bagno enorme, appena in tempo; i ragazzi erano arrivati.
    "Ciao Giorgio, Roberto, Mattia, Raffaele. Fabio non c'è?"
    "Arriva dopo Marina, ciao ragazze" Giorgio era proprio un figo.
    "Allora è vero, c'è anche Moby Dick oggi. Tutto bene Jessica?" Raffaele non perdeva mai l'occasione per ferirla.
    "Stai zitto imbecille! Tu e i tuoi modi di merda!" Luisa era il maschiaccio della compagnia.
    "Ha parlato miss galateo" Rispose divertito lui.
    "Smettetela voi due" Intervenne Marina "Poi se vi trovo a limonare dietro un cespuglio vi butto in acqua e vi annego"
    La compagnia era ben assortita, Marina e Giorgio erano splendidi e stavano assieme, come Luisa e Raffaele, che con il loro caratteraccio erano in perenne contrasto ma si attraevano come due calamite. Mattia e Lidia erano i secchioni del gruppo e pur non facendo coppia fissa passavano parecchio tempo insieme. Roberto e Fabiana vivevano la loro storia dai tempi delle scuole medie in un continuo tira e molla; si lasciavano e si rimettevano insieme con regolare frequenza. Infine c'era lei, sola nel suo corpo da donna cannone, che aveva una cotta per Fabio; lui la trattava bene e le stava vicino, ma niente più. E come dargli torto? Fabio era bello, educato e intelligente e nonostante i problemi economici della sua famiglia, aveva ottimi voti a scuola e un lavoro serale in un bar. Molte ragazze gli facevano il filo, ma lui non aveva mai avuto storie importanti con nessuna e a volte lei si chiedeva se fosse attratto dai ragazzi. La settimana prima aveva provato a sondare il terreno.
    "Scusa Fabio, ma a te piacciono le ragazze?"
    "Certo che mi piacciono le ragazze, perché me lo chiedi?"
    "Non ti ho mai visto con nessuna in particolare e mi chiedevo se, cioè.."
    "Se sono gay? No Jessica, non sono gay. Non ho nessun problema a frequentare omosessuali, ma io sono etero"
    "Ma allora perché non hai la ragazza?"  Lui la fissò con quegli occhi grigi che la mandavano in estasi e rispose garbatamente:
    "E tu Jessica, tu, perché non esci con un ragazzo?" Lei si offese e rispose urlando:
    "Vaffanculo Fabio! Vai a cagare, sei uno stronzo!" Lui non reagì ma dopo quell'episodio il loro rapporto si raffreddò leggermente.
    Adesso avrebbe voluto riaviccinarsi a lui, ma non era venuto e lei ci stava male. I ragazzi stavano preparando il fuoco per la grigliata e le ragazze i panini, mentre Raffaele tracannava l'ennesima birra e Luisa lo invitava a darsi una calmata "Smettila di bere o poi straparli" "Oh che balle, fa caldo, lasciami bere" "Fatti un bagno se hai caldo" "Se non la pianti ti annego, ah ah!" "O signore, è già partito" Avrebbero continuato così per tutto il giorno per poi imboscarsi da qualche parte a fare l'amore.
    "Che hai Jessica? Oggi non parli, ti manca Fabio?"
    "Non rompere Roberto"
    "Ti ho solo fatto una domanda, non ti incazzare"
    "Due domande"
    "Cosa?"
    In quel preciso istante arrivò Fabio in compagnia di Alexandra, la bonazza della scuola. Scesa dal motorino si tolse il vestitino sfoggiando un fisico stupendo appena nascosto da un mini bikini. Bella, educata, gentile e intelligente, Jessica la invidiava, anzi la odiava; lei non aveva nessuna di quelle doti e non avrebbe mai avuto un ragazzo.
    Alexandra si stava dirigendo verso di lei.
    "Ciao Jessica. Giornata calda, hai già fatto il bagno?" Non rispose, la detestava.
    "Ciao Jess, pensavo non fossi venuta" Fabio sbagliò tono e lei si infuriò.
    "Brutto bastardo, volevi venir qua a fare sfoggio della tua conquista vero? Tanto la cicciona non c'è e io me la spasso senza doverla compatire tutto il giorno. Stronzo cafone maledetto, mi fai schifo!" Stava urlando attirando l'attenzione degli altri. "Mi fate tutti schifo, siete dei.. dei.. oh! Andate al diavolo" Cercò di alzarsi ma ricadde indietro, Alexandra istintivamente cercò di sostenerla cadendo però a sua volta.
    "Non toccarmi brutta troia! Non toccatemi, lasciatemi stare!" Gridava e piangeva, i suoi amici erano sbigottiti da quell'esplosione di rabbia. Marina provò a calmare l'amica:
    "Jess, stai calma"
    "Stai zitta! Tu lo sapevi, hai insistito tanto per farmi venire e umiliarmi davanti a tutti, siete degli stronzi!"
    SCIAFF!!! Raffaele l'aveva colpita in pieno volto con uno schiaffo.
    "Adesso hai rotto il cazzo, tirati su che ti porto a casa"
    "Ma, Raffaele?"
    "Basta Luisa. la donna cannone ha fatto il suo show. Siamo tutti degli stronzi? Ok, che se ne torni a casa sua così non la indisporremo ulteriormente"
    Nessuno l'aveva mai colpita. Salì a fatica sulla macchina di Raffaele, con la testa bassa, tra l'imbarazzo generale e Raffaele ruppe il silenzio.
    "Ok, adesso porto il pacco a casa e quando torno voglio trovare pronta la grigliata e le birre fresche" Salì in macchina e partì sgommando
    Si rivolse a Jessica "Bene, sei riuscita a rovinare la giornata. cosa speravi di ottenere con la tua pagliacciata? Sei gelosa di Alexandra? E' bellissima e ragiona meglio di te, cosa credi possa spingere Fabio a preferirti a lei? Tu sei obesa e ottusa, hai delle amiche che ti vogliono bene e le tratti come delle pezzenti. Fabio ti vuole bene, ti ammira e crede in te, per quello che sei" L'alcol l'aveva disinibito ulteriormente.
    "Non è vero, gli faccio schifo"
    "Senti, il tuo aspetto fisico è talmante fuori dagli schemi che non si può neanche considerarlo ridicolo, tu sei Jess, la donna cannone. Eppure anche un cafone come me non pò negare di ammirare il tuo temperamento, la tua voglia di vivere e la tua allegria. Tante ragazze al tuo posto non c'è la farebbero, tu no, vai avanti per la tua strada e affronti le difficoltà con determinazione. A volte ti invidio, non capisco come fai, ti ammiriamo tutti, veramente"
    "Hai bevuto, straparli e mi ferisci con le tue menzogne, mi fai schifo"
    Raffaele frenò bruscamente, lei non fece una piega, tanto era compressa nella piccola utilitaria.
    "Tu non hai rispetto per nessuno e in particolare di te stessa, fatti un'esame di coscienza e vai in chiesa a pregare"
    "Non sarà pregando che perderò peso, e poi tu cosa parli di chiesa che sei un indemoniato?"
    "Cara la mia cicciona, io prego tutte le sere e mi raccomando al mio angelo custode, probabilmente il tuo ha dovuto trasferirsi altrove perché lo soffocavi con la tua presenza ingombrante e non parlo solo della ciccia"
    Jessica non rispose e Raffaele ripartì. Appena giunti sotto casa di lei, lui si preoccupò di aiutarla a scendere e l'accompagnò in casa.
    "Già di ritorno?" Chiese la mamma di Jess.
    "Ha voluto farsi un tuffo dopo aver mangiato e gli è venuto il mal di pancia" Si affrettò a dire il ragazzo e Jess, visto lo sguardo sospetto della madre aggiunse:
    "E' vero mamma, sono stata una stupida, una grande idiota e Raffaele si è subito offerto di portarmi a casa. Grazie Raffaele, salutami gli altri e divertitevi" Il ragazzo la baciò sulla guancia e si congedò.
    "Hai dei bravi amici tesoro. peccato tu sia stata poco bene, ti sei persa una giornata con loro"
    "Si mamma, hai ragione, è proprio un peccato"
    Si chiuse nella sua camera ascoltando musica a tutto volume nelle cuffie.Poì si collegò alla rete e si mise a sbirciare nei vari profili dei suoi amici "Raffaele, eccoti qua" Il ragazzo era uno spaccone e in tutti i suoi post, nelle foto e in qualsiasi evento, faceva la parte del duro; persino Luisa doveva subire i suoi modi da cafone, eppure... Scavando nei meandri del profilo dell'amico, scoprì una cosa tanto evidente e banale da risultare invisibile ad una prima occhiata. In qualsiasi immagine, scritta o filmato riguardante lui, c'era sempre un richiamo all'angelo, come parola o figura diretta o indiretta. Jessica si schiarì le idee e cominciò a ripensare al racconto che le aveva fatto un giorno Marina.
    Raffaele si era aggregato a loro da quasi quattro anni, in precedenza viveva in un altro paese. All'età di 14 anni era in gita con i suoi compagni di prima superiore e una mattina, durante un'escursione in una località alpina, si era perso con tre suoi amici in un fitto bosco. Vagarono per ore senza meta stanchi e spaventati. Uno di loro, cadendo in un crepaccio, rischiò di morire. Fortunatamente furono localizzati dai soccorritori e tratti in salvo prima del calar delle tenebre, anche il ragazzo caduto nel burrone fu recuparato e dopo tre mesi di convalescenza si ristabilì perfettamente. Il ragazzo si era salvato solo grazie al tempestivo intervento dei soccorsi, il coordinatore delle operazioni di recupero si chiamava Angelo, e qualcuno, alludendo al nome, disse che si erano salvati grazie all'intervento dell'angelo custode. Raffaele fu accusato di aver fatto cadere l'amico dal burrone e da quel giorno cominciò a comportarsi in modo aggressivo. Il clima ostile a scuola e successivamente in tutta la comunità, costrinse i suoi genitori a trasferirsi altrove. Ed ecco che Raffaele era arrivato nel loro paese e nella loro scuola.
    L'indomani Jessica aveva deciso di chiamare Raffaele.
    "Ciao, scusa per la scenata di ieri. Possiamo vederci o sei impegnato?"
    "Sono con Luisa, ieri abbiamo litigato"
    "Tranquillo allora, ci si vede"
    "Sei a casa? Aspettaci che arriviamo"
    "Ma Luisa?"
    "Stiamo venendo"
    Jessica li fece accomodare in camera sua. Erano soli, il resto della famiglia era al lavoro.
    "Eccoci Jess, siamo qui"
    "Non volevo disturbarvi"
    "Tranquilla" Sentenziò Luisa.
    "Ieri sera ho ripensato alla tua storia, alle tue parole e ho analizzato i tuoi profili. Tu fai il duro, lo spaccone, ma in realtà credi ciecamente nell'angelo custode, lo menzioni di continuo senza farlo notare. Cosa è successo veramente quel giorno, nel bosco?" Luisa guardò i due con aria interrogativa e Raffaele sbuffò.
    "Eravamo in quattro: io, Giulio lo sfigato, la bella Alice e quello sbruffone di Flavio. L'idea era quella di avventurarci nel bosco per vedere chi era il più coraggioso, tutti e tre eravamo cotti di Alice. Invece ci perdemmo e dopo ore di solitudine in mezzo al bosco uscirono tutte le nostre fobie e i nostri rancori. Flavio continuava ad offendere tutti e in particolare molestava Alice, perché resisteva alle sue proposte. Giulio era talmente spaventato che continuava a piangere e a chiamare la mamma, mentre Alice cercava di tranquillizzarci. Io ero terrorizzato, ma cercavo di non darlo a vedere, mi vergognavo. Poi, dopo aver girovagato in lungo e in largo ci trovammo sull'orlo di un precipizio. Flavio cominciò a fare lo scemo, si pavoneggiava rasentando l'orlo di un burrone <guardate, guardate, io si che sono coraggioso, non come voi due mezze pippe> Alice, che era la più lucida, si avvicinò a lui con l'intenzione di toglierlo dal pericolo ma lui la afferrò per un braccio e la trascinò vicino al precipizio. Giulio urlava e piangeva a dirotto, si girò verso il bosco e scappò come un coniglio, mentre io agii d'istinto e mi gettai verso di loro con l'intenzione di toglierli da lì. In quel momento lei si stava divincolando e io urtai Flavio che era in equilibrio precario e cadde nel burrone davanti ai miei occhi. Per alcuni istanti io e Alice restammo pietrificati dal terrore, fu Giulio, con le sue urla, a farci riprendere. Osservammo giù dal precipizio e scorgemmo Flavio alcuni metri sotto di noi; per fortuna un costone di roccia ne aveva fermato la caduta ma noi dall'alto vedevamo del sangue e lui che non rispondeva ai nostri richiami. In quel momento pregai Dio, la Madonna, Gesù e tutti i santi. Il tempo passava, stava per giungere l'oscurità e nessuno arrivava a soccorrerci. Ero sicuro che Flavio sarebbe morto e in un ultimo tentativo mi rivolsi con tutte le forze al mio angelo custode <aiuta il mio amico, salvalo e ti prometto di benedirti e osannarti per il resto della mia vita>. Dopo pochi attimi udimmo il rumore di un elicottero, erano i soccorsi, ci avevano trovati. Il resto della storia è cronaca" Le due ragazze restarono a bocca aperta, poi Luisa chiese: "Ma tu non hai fatto niente, perchè ti hanno accusato ingiustamente?"
    "Ti sbagli Luisa. Tecnicamente sono stato io a farlo cadere nel dirupo e quindi la mia responsabilità e innegabile. Giulio non c'era, Flavio non ricordava nulla e Alice...Bhe Alice mi ringraziò, io non menzionai mai il fatto che fu lei ad averci spinto alla sfida per vedere chi era il più coraggioso"
    "Brutta stronza!" Imprecò Luisa
    "E' acqua passata. Ma sono felice di averne parlato con voi, in realtà mi comporto come un cafone per la vergogna. Io tutti i giorni santifico il mio angelo custode e lo ringrazio per essermi sempre vicino. Capisci Jess perché devi avere speranza?"
    "Si Raffaele, adesso capisco"
    Dopo aver chiaccierato per altre due ore i due amici si congedarono. Jessica si sistemò, uscì di casa e con calma si diresse in chiesa; a quell'ora era vuota. Quello spazio enorme, fresco e silenzioso, la fece sentire meno grossa del solito. Non era abituata alle chiese e più in generale alle preghiere; per lei la religione era una bufala colossale. Eppure quell'atmosfera le trasmetteva una piacevole sensazione e senza rendersene conto si trovò a parlare a Dio.
    "Io non ti ho mai parlato perché in fondo non credo alla tua esistenza. Ma forse mi sbaglio e tu ci sei davvero e hai un disegno di vita per ognuno di noi. Se così fosse il mio foglio deve essere grande il triplo degli altri, forse a un certo punto, mentre disegnavi la mia storia, ti sei lasciato prendere la mano e hai voluto esagerare. Magari dal tuo punto di vista hai fatto una gran cosa, ma sai, quaggiù le mie dimensioni extralarge sono decisamente sconvenienti. Io adesso non so se mi stai ascoltando, con tutte le persone di questo mondo che si rivolgono a te sarai pieno di impegni, forse è per questo che ci hai affiancato un angelo custode, così, ognuno di noi, ha qualcuno a cui rivolgersi direttamente. Allora io mi rivolgo a te, angelo custode, a te che mi proteggi e mi segui in ogni istante della mia amara esistenza. Tu capisci in che situazione mi trovo, non mi accetto, mi rifiuto di accettare la mia situazione di obesa cronica e se tu mi vuoi bene, devi aiutarmi a risolvere questa situazione. Sono disposta a qualsiasi sacrificio pur di tornare ad essere una ragazza normale. Fai qualcosa dannazione!" Una leggera pressione sulla spalla la fece trasalire.
    "Qualcosa non va ragazza?" Era un giovane prete. Lei arrossì e rispose balbettando:
    "St stavo pr pregando"
    "Bene, pregare fa sempre bene. E dimmi, a chi ti stavi rivolgendo in particolare?" Jessica era paonazza, non era abituata a quel genere di conversazioni.
    "Ecco, insomma, pregavo il mio angelo custode"
    "Ottimo. La maggior parte delle persone si dimentica di avere un valido aiuto dal cielo, il Signore ci ha messo vicino l'angelo custode che ci segue in ogni istante della vita. Chiedere il suo aiuto nei momenti di difficoltà è normale, anche se lui preferirebbe essere ricordato in qualsiasi circostanza, non solo nei momenti difficili. Comunque, cosa gli stavi chiedendo?" Si era cacciata in un bel casino e adesso cosa raccontava a quel prete? Prese coraggio e disse:
    "Mi pare ovvio, no? Mi guardi attentamente, cosa vede davanti a lei?" Il prete non rispose e si mise a fissarla con aria divertita. [Ecco] pensò lei [non sa cosa dirmi per non offendermi]
    "Ascoltami, oltre al tuo aspetto esteriore vedo un animo gentile e ben disposto verso gli altri. Alcuni tuoi comportamenti sono causati dal rifiuto del tuo aspetto fisico, ma fondamentalmente sei una brava ragazza e oggi hai ritrovato una cosa che avevi perso e che ti aiuterà a risolvere i tuoi problemi"
    "Ma di cosa sta parlando?"
    "Della fede e della ritrovata fiducia in te stessa. Jessica, oggi sei rinata!" Lei restò senza parole, e lui come faceva a sapere il suo nome? Non lo aveva mai visto prima. Il prete si stava allontanando verso l'uscita della chiesa e lei lo chiamò ad alta voce.
    "Don, prete, mi ascolti!" Lui era sulla porta e si fermò un attimo, si giro verso di lei "Dimmi Jessica, cosa c'è?" "Ecco, non so come ma lei sa il mio nome e io vorrei sapere il suo. come si chiama?" Il prete sorrise e rispose "Io sono don Angelo" E detto ciò uscì dalla chiesa. Jessica ci mise alcuni istanti a realizzare l'accaduto e nel tempo che impiegò ad uscire dalla chiesa lui era sparito. Incontrò un altro prete e chiese dove fosse di casa don Angelo, ma quello rispose che non c'era nessun don Angelo nella nostra città. Incredula e un po' delusa, tornò a casa.
    Quella sera aveva fame e chiese a sua madre di poter fare uno strappo alla regola.
    "Certo tesoro, se la cosa ti fa sentir meglio mangia ciò che desideri" In realtà, senza rendersene conto, mangiò meno del solito sentendosi però appagata e soddisfatta.
    Il giorno dopo arrivò una telefonata dall'ospedale dove era stata sottoposta a tutta una serie di accertamenti, doveva recarsi al più presto in clinica per ulteriori esami.
    "No mamma, basta ospedali, basta terapie e medicine, mi sono rotta"
    "Jess, il medico ha detto che è importante, ti prego" Nell'udire quella parola nel cervello della ragazza scattò una molla "Ok mamma, ma che sia l'ultima volta"
    "Un miracolo! Un miracolo!" Il dottore era euforico e continuava a ripetere che si trattava di un miracolo. "Signora, Jessica, è un miracolo!"
    "Si calmi dottore, cosa è u miracolo?" Chiese la donna e lui spiegò:
    "Sei anni fa, quando tornaste da quel viaggio in sud America, stavate tutti bene. Ma poi Jessica cominciò ad ingrassare a dismisura. Si alimentava come sempre, continuando ad avere lo stesso stile di vita di prima, eppure ingrassava incessantemente e nel giro di qualche anno ha raggiunto il peso attuale che non riesce a perdere in nessun modo. Esami accurati, visite specialistiche e tutta una serie di ricerche e cure mirate non hanno portato a nessun risultato, ma oggi è avvenuto il miracolo. Uno dei nostri ricercatori della sede di san Paolo, in Brasile, ha fatto un ascoperta eccezionale. In una zona del sud America si è sviluppato un parassita in grado di aggredire alcune forme di vita con determinate caratteristiche e di insinuarsi al loro interno creando una sorta di habitat per le loro larve. Queste larve hanno bisogno di grandi quantità di grasso per sopravvivere e attraverso un procedimento non ancora chiaro, con l'accumulo di determinate sostanze si viene a creare un deposito di grasso perenne. Con il tempo vi terrò aggiornate su tutti i progressi, sta di fatto che adesso abbiamo una cura quasi infallibile per i casi come quelli di Jessica"
    "Una cura dottore? Mi avete bombardata con qualsiasi tipo di schifezza commerciata su questa terra con il solo risultato di massacrare i miei organi interni e farmi apparire ancora peggio di ciò che sono. No dottore, basta esperimenti, me ne resto cicciona per sempre"
    "No ragazza, no. Ascoltami. Dovrai assumere solo un nuovo prodotto e degli integratori alimentari nel momento di maggior calo di peso corporeo o rischierai un collasso. La cura è semplice e salutare: devi eliminare fino a disinfestazione ultimata tutti i cibi di origine animale, gli zuccheri ecc. In pratica dovrai diventare vegetariana per un periodo di tempo utile a guarire e poi potrai tornare a cibarti di ciò che vorrai. Nel frattempo sarai guarita e dimagrita"
    Le lacrime scendevano copiose dal viso di Jessica.
    Nei mesi successivi si attenne alle istruzioni del dottore e nel giro di un anno era diventata una splendida ragazza ammirata da tutti. Le sue amiche ed i suoi amici le erano stati vicino nel difficile periodo di cura e adesso si sottoponeva a periodici controlli per verificare che il parassita fosse veramente debellato.
    Nel frattempo si era messa con Fabio e una sera, mentre curiosavano su internet, trovarono un articolo sullo scopritore del parassita che l'aveva infestata; a fondo pagina c'era una foto dell'uomo che le ricordava vagamente qualcuno, il suo nome era:
    Angelo Djess.

  • 29 luglio 2013 alle ore 9:30
    Il figlio del diavolo

    Come comincia: La mano destra di Harris tamburellava sulla scrivania, la sinistra stringeva il mento fra le dita; dalla finestra entrava un avvolgente calore: luglio era alle porte e quasi si faticava a respirare. Dopo alcuni secondi l’uomo si alzò ed esclamò:

    “Mi dispiace, non posso! Ne ho già assunti due questo mese e se le cose continuano così, devo chiudere anch’io.”.

    I due ragazzi, dritti davanti a lui, abbassarono la testa, delusi dall’ennesimo rifiuto, e se ne andarono più tristi di prima.

    - Cosa posso farci io se le cose stanno andando male? - chiese Harris affacciandosi alla finestra - Non posso assumere tutti i soldati di ritorno!

    Corsi, il capocantiere, con un viso pallido e solcato da qualche ruga, esclamò:

    - Speriamo di non dover chiudere veramente!

    - Non arriveremo a questo, - ripose il titolare - è vero che qui ad Aghi e nei paesi limitrofi il lavoro scarseggia, ma ho intenzione di aprire due sedi in città, una a Napoli e un’altra a Caserta; in città c’è più richiesta, anche in periferia dove si stanno costruendo nuovi edifici.

    - Ma la gente non ha soldi, soprattutto dopo la guerra!

    - Corsi, sono i poveri che non hanno soldi… i contadini, gli operai, ma fortunatamente c’è ancora chi ha da parte un bel gruzzoletto ed è su questi ultimi che noi punteremo. Solo che molti di voi dovranno lavorare in città.

    - Avete già delle offerte?

    - Qualcosa a Napoli e nella provincia casertana, come ho già detto, ma dobbiamo ancora definire l’affare!

    - Va bene! Io vado, allora. - disse il capocantiere lasciando l’ufficio e ritornando dai suoi colleghi per riprendere il lavoro.

    In quel caldo giorno di giugno per gli operai della “Harris Edilizia” lavorare all’aperto era peggio dell’inferno, tuttavia, Jim Harris, un inglese divenuto ricco dopo una grossa eredità, cercava quanto più poteva di salvaguardare la salute dei suoi dipendenti sia per essere in grado di sostenere le nuove richieste, sia perché dal Nord provenivano notizie riguardo ad alcuni scioperi. Nel pomeriggio, pertanto, l’uomo decise di mandare tutti a casa in anticipo proprio per evitare problemi legati al troppo caldo.

    Approfittando delle due ore libere, i due operai e amici, Andrea e Roberto, decisero di andare al lago che, nascosto fra gli alti e sempre verdi pini, era il luogo ideale per rilassarsi e riposare.

    Il lago si trovava nella periferia del paese, in direzione di un piccolo boschetto ai piedi di una collina ed erano in pochi a conoscerlo proprio per la lontananza dal centro e per la vegetazione che lo copriva.

    Giunti sul posto, Roberto si sdraiò a terra, alzò lo sguardo e si mise a guardare il cielo; l’erba aveva un odore molto forte. Andrea si tolse la camicia e si avvicinò all’acqua, intenzionato a fare una nuotata.

    - Cosa faresti, - chiese Roberto - se Harris ti chiedesse di andare a lavorare fuori, accetteresti?

    - Certo! - rispose l’amico - Perché, tu no?

    - Veramente… io me ne andrei proprio via dall’Italia!

    - E perché? Io credo che la ripresa sia difficile per tutti i paesi.

    - Non lo so… l’Italia mi sembra la più debole. Non credo che il Governo abbia abbastanza fondi per aiutare il suo popolo; qui i prezzi aumentano, il lavoro scarseggia…quanto ci vorrà prima che la crisi colpisca anche noi?

    - Hai solo paura, ma noi non avremo problemi! Hai sentito le parole di Giuseppe? Harris ha già delle offerte.

    - Speriamo bene!

    Andrea restò qualche secondo fermo ad osservare l’acqua, poi si tuffò lasciando l’amico con i suoi dubbi; la sera, intanto, scendeva insieme alla temperatura che ad Aghi, di notte, anche in estate era alquanto bassa.

    Sulla strada del ritorno, Roberto giocava con un ago di pino e dopo avere accennato una piccola smorfia, si fermò e chiese ad Andrea:

    - Lo sai cosa mi ricordano?

    - Gli aghi di pino?

    - Sì.

    - No, cosa ti ricordano?

    - Quando da bambino li infilavo fra i capelli di Giulia Bailey!

    - Oh Santo Cielo, fanno male, perché lo facevi?

    - Boh… forse per rabbia!

    - Ma era piccola!

    - …ma ricca!

    - Non puoi prendertela con una persona solo perché nasce ricca.

    - Mmm… sarà!

    - Tu hai troppi grilli per la testa!

    - E tu troppo pochi!

    I due amici si guardarono per qualche secondo e poi continuarono a camminare dritti verso casa; sul sentiero c’era una bambina bionda che giocava. Le piccole mani si divertivano a lanciare e a riprendere una palla di stoffa nell’aria quando, a causa di alcune pietre e il dislivello del terreno, la piccola cadde e si sbucciò un ginocchio; il suo visino si rigò di un tenero pianto. Andrea le si avvicinò e inginocchiandosi prese dell’erba che aveva in tasca e gliela mise sul ginocchio; sorridendo, le disse - Vedrai che adesso passa, non piangere!

    - E’ vero, non mi fa male più! - rispose la bambina asciugandosi il viso con una mano.

    All’improvviso, da una vicina stradina sbucò la madre della piccola, la donna corse verso la figlia e con un brusco gesto allontanò il ragazzo urlandogli di non avvicinarsi più a loro.

    Il giovane perse l’equilibrio e cadde a terra.

    - Ma va’ al diavolo, maledetta strega! - gridò Roberto arrabbiato, mentre aiutava l’amico ad alzarsi. - Perché non le hai detto niente? - chiese poi.

    Andrea strofinò via dai pantaloni la polvere della strada, prese la borsetta con le erbe e rispose:

    - Perché ormai sono abituato!

    - E dovrai subire sempre?

    - Finché posso! A volte prendono qualsiasi reazione come conferma delle loro dicerie, quindi è meglio stare calmi.

    Roberto non disse più nulla, sapeva che egli aveva ragione, anche se non riusciva a sopportare le cattiverie dei loro compaesani. Conosceva quel suo caro amico fin da bambino e sapeva che era buono, che era lontano da tutte le infamanti accuse della gente. Eppure, le superstizioni, le credenze popolari erano in grado di trasformare una persona e renderla la più cattiva del mondo anche se non era per niente vero.

    In cielo si stavano formando delle nubi e la luna spariva dietro di esse lasciando un bianco e misterioso alone.

    - Sta per piovere! - esclamò Andrea guardando in alto.

    ◊◊◊

    Era buio e la pioggia scendeva pesante; la vallata di Aghi di notte, oltre ad essere quasi fredda, faceva molta paura per le tante storie che si raccontavano in paese.

    Il difficile percorso attraverso la strada delle conifere e il vento facevano sballottare la carrozza che seguiva il sentiero in direzione del centro antico, ma ad un certo punto il cocchiere fermò i cavalli, lasciò il suo posto e pregò la sua cliente di scendere. La donna si affacciò dal finestrino e spostando i biondi capelli dal viso, esclamò:

    - Ma come, non siamo ancora arrivati!

    - Io più avanti di così non vado! - rispose l’uomo.

    - E io che faccio, vado a piedi fino a casa?

    - Voi fate quello che volete, io torno indietro, questo posto è maledetto!

    - Maledetto!

    Il cocchiere non voleva sentire ragioni, la tirò fuori per un braccio, buttò la valigia a terra e se ne andò via lasciandola sulla buia strada. Il rumore della pioggia era assordante e la fastidiosa sensazione che qualcuno la osservasse, magari dal fondo del vicino bosco, incuteva nella donna una tremenda paura.

    - Se mamma sapesse che sono qui, a quest’ora, le verrebbe un colpo! - esclamò Giulia guardando oltre le conifere.

    La giovane fanciulla, dopo aver sbuffato, prese la valigia e si mise in cammino cercando di ritornare a casa. Il percorso più breve era attraverso il bosco, però, attraversarlo da sola, in quella tempestosa notte, non era l’ideale e quindi ella decise di uscire sulla via che conduceva al centro del paese: avrebbe impiegato più tempo ma lungo quella strada almeno c’erano delle abitazioni. Con un po’ di timore e cercando d’ignorare i versi di alcuni animali, Giulia s’incamminò, ma il vento, gli alti cespugli e il buio le fecero perdere la strada e si ritrovò in un posto completamente diverso da quello verso cui era diretta. Con i suoi lunghi capelli e gli abiti inzuppati d’acqua, la ragazza si sedette su una grossa pietra, sconsolata e intristita, appoggiò il mento sul pugno, spostò i piedi da una pozzanghera e sospirò.

    - Speriamo che non mi accada niente! - diceva fra sé.

    Qualche nube cominciò ad allontanarsi, la luna faceva capolino fra quelle restanti e il sentiero s’illuminò appena: si vedeva l’intera campagna sommersa da pozze d’acqua.

    Cercando di guardare un po’ più lontano, Giulia vide una luce. Alzandosi, scorse una casa e ricordò che da quelle parti abitava Teresa Grossi, una sua compaesana, così, con il suo piccolo bagaglio e bagnata fino alle ossa, si diresse in quella direzione.

    Poco prima di oltrepassare la staccionata che delimitava un piccolo giardino, la ragazza si soffermò a guardare quella casa.

    - Non è quello a cui aspiravo, ma meglio che restare per strada! - esclamò rassegnata.

    In passato Giulia aveva udito strane voci sulla famiglia Grossi e più volte, soprattutto da piccola quando si recava al centro del paese, le avevano ripetuto di non avvicinarsi ad essa, soprattutto al giovane Andrea, ma l’alternativa che aveva era altrettanto pericolosa.

    Quella notte era così buia, così spaventosamente lunga, che la ragazza decise comunque di bussare alla porta dei Grossi.

    Giulia attraversò il cortile a passo lento, l’acqua era penetrata nelle scarpe e le rendeva difficile il cammino; la borsa, inoltre, che stringeva nella mano sinistra, era molto pesante.

    Arrivata davanti all’abitazione, vide che la luce proveniva dal pianoterra, così si fece coraggio e bussò. Passò qualche secondo e dalla finestra si vide un’ombra muoversi. Come la porta si aprì, Giulia restò ammutolita e quasi impietrita, aveva davanti “il figlio del diavolo”, come lo chiamavano in paese.

    La ragazza era quasi ipnotizzata da quegli occhi neri come il caffè, da quei lunghi capelli che coprivano la fronte e da quell’intenso e scontroso sguardo. Andrea la fissava, non si capiva se era più curioso o infastidito. Chiudendo gli occhi e poi riaprendoli, il giovane le chiese cosa volesse. Le labbra di Giulia tremavano, ma ella riuscì ugualmente a parlare:

    - A… avrei bisogno di… di un riparo! - rispose.

    - E volete ripararvi qui? - le domandò Andrea.

    - E’ l’unica casa nelle vicinanze!

    - Se andate più avanti c’è la famiglia Mainardo!

    - Ma… saranno cinquecento metri!

    - E allora?

    - Vi prego, non vedete, sono tutta inzuppata e anche se è estate fa un po’ freddino… e… ed è pericoloso andare in giro di notte!

    - Ma anche stare in casa di sconosciuti!

    - Voi… voi non siete uno sconosciuto, siete il figlio della signora Teresa. Vi prego, non vi darò fastidio, mi metterò in un angolo buona buona!

    A Giulia stava dando fastidio il comportamento arrogante di quel ragazzo e l’evidente mancanza di ospitalità, ma era così testarda in tutto quello che faceva che insistette fin quando Andrea non la fece entrare.

    Quando la ragazza entrò in casa, restò sorpresa: l’interno dell’abitazione era molto accogliente, contrariamente a quanto dicessero in paese e a quanto prospettasse l’esterno.

    Il camino era acceso e qua e là c’era qualche candela, al centro della prima stanza si trovava una grossa tavola di legno scuro con quattro sedie e sui muri erano stati collocati degli scaffali colorati con sopra stoviglie e pentole. Il pavimento era di pietra levigata e sulle finestre scendevano delle bellissime tende merlettate, i mobili erano vecchiotti, ma erano tenuti con gran cura.

    - Non ho mai conosciuto una donna più cocciuta! - esclamò Andrea mostrando a Giulia dove sedersi.

    - Anche mio padre lo dice sempre!… E so che questo dà fastidio a molte persone ma sono fatta così, cosa posso farci?

    - Non avevate detto che non avreste dato fastidio?

    - Ciò comprende stare zitta, seduta, bagnata e ascoltare voi parlare?

    - Lì c’è la porta! - rispose il ragazzo indicando l’uscita.

    - Va bene, sto zitta!

    Giulia si sedette sulla sedia accanto al camino; i capelli si appiccicavano all’abito e le mani tremavano. Sulla fronte gocciolava un po’ d’acqua che lei asciugava con qualche lembo ancora asciutto del vestito.

    In quei primi minuti Andrea si era seduto al tavolo e stava in silenzio, la ragazza invece non riusciva a stare ferma: in vita sua mai nessuno l’aveva frenata, ma il carattere burbero di quel giovane e le voci su di lui la indussero a mettere da parte ogni iniziativa che cominciava a frullare nella sua mente.

    Il tempo passava scandito da un orologio a pendolo, dalle finestre si vedeva l’acqua scendere ancora; il cielo, che appena s’intravedeva, era ancora buio e tante erano le ore da passare prima che la fanciulla potesse lasciare quell’ostile abitazione.

    Giulia provava a resistere alla forte tentazione di alzarsi o di parlare, ma le gambe si muovevano nervosamente e le dita tamburellavano sulla valigia grondante di acqua; Andrea, inoltre, scriveva su alcuni fogli e attirava l’interesse dell’ospite.

    - Non sapete proprio farne a meno? - chiese Andrea puntando i suoi neri occhi verso le dita di lei.

    Giulia si bloccò subito ed accennò un sorriso.

    Il ragazzo, però, continuava a scrivere lasciando in giro qualche macchia d’inchiostro e facendo crescere ancora di più la curiosità della giovane; sebbene aveva promesso di starsene in silenzio, ella non riusciva a distrarsi e affacciandosi verso il tavolo, chiese cosa scrivesse.

    Andrea, allora, lasciò la penna, si alzò e andò dritto verso di lei quasi con aria minacciosa.

    Vedendolo avvicinarsi, Giulia sussultò: egli era alto e robusto, avrebbe potuto farle qualsiasi cosa, ma la ragazza, facendo appello al suo alquanto debole autocontrollo, provò a calmarsi e gli fece un sorriso. Andrea era intenzionato a buttarla fuori di casa, ma quando la vide sorridere si fermò:

    - Ma non avete paura di me? - le chiese fermandosi a pochi passi da lei.

    - Dovrei? Molte volte da piccola mi hanno detto di stare lontana da voi, ma in verità la cosa mi rendeva solo più curiosa!

    - Curiosa?

    Giulia Elisabeth non rispose e sorrise ancora, dai capelli un’altra goccia d’acqua le scese sul viso.

    - Forse è meglio se vi asciugate! - esclamò Andrea allontanandosi.

    - E’ quello che penso anche io!

    Il ragazzo le indicò una stanza dove cambiarsi e poi ritornò a scrivere.

    L’alba era ancora lontana e la giovane doveva trascorrere un’intera notte in quella casa sconosciuta, ospite della famiglia più misteriosa e chiacchierata del paese, anche se la situazione sembrava piano piano migliorare.

    Dopo aver cambiato abito, Giulia uscì dalla stanza e si sedette al suo posto; Andrea, senza alzare la testa, le indicò un sofà dove avrebbe potuto riposare. Lei, però, non si mosse e continuò a stare in silenzio ad osservarlo.

    Il fuoco del cammino tendeva a spegnersi raffreddando la casa, anche se ogni tanto una scintilla lo ravvivava; dopo qualche ora lo stomaco della fanciulla cominciò a brontolare. Ad un certo punto Andrea lasciò i suoi fogli e la guardò:

    - Per due ore non avete fatto altro che guardarmi, perché? Vi avevo detto di dormire! - le disse.

    - Ah, non ci fate caso, messere, anche a casa non faccio mai quello che mi viene detto!

    - Allora, perché mi guardate? State cercando su di me qualche segno del diavolo, vuole sapere se sono veramente suo figlio?

    - No, no… ho solo fame!

    - Cosa?

    - Ho fame! Mi avevate detto di non disturbarvi e io non ho detto nulla.

    - Ha fame!

    - Eh sì!

    Andrea si mise a ridere, poi si alzò e avvicinandosi alla ragazza, continuò:

    - Certo, siete proprio strana! Non solo venite di notte in casa mia, ma vi viene anche fame. Avevate detto che non avreste dato fastidio e non avete fatto altro per tutto il tempo!

    Giulia rispose:

    - E lo so, in questo sono brava! Non riesco a stare un minuto ferma, i miei genitori si sono sempre disperati per questo.

    Andrea si avvicinò alla credenza, prese del pane e lo diede alla ragazza, poi, dopo averla salutata, se ne andò a letto. Giulia Elisabeth restò sola a guardare la legna ardere.

    - Sono proprio strana! - disse fra sé.

    All’alba, in cielo persisteva ancora qualche nube, le strade erano bagnate, ma la pioggia aveva smesso di scendere già da qualche ora. Il vento si era calmato e sembrava che quel primo luglio sarebbe stato caldo come l’ultimo giorno del mese precedente, contrariamente a quanto avesse annunciato la trascorsa notte.

    Il fuoco si era spento già da ore e non restavano che ceneri; la signora Teresa scese in cucina e scambiando Giulia per un fantasma, si mise a gridare.

    - Oh signora, scusatemi, non volevo spaventarvi! Sono Giulia, Giulia Bailey. - disse la ragazza alzandosi dal suo posto.

    - Che cosa ci fate, qui, in casa mia? - chiese la donna infastidita.

    - Stanotte pioveva… - rispose Andrea accorrendo alle urla - …e non sapeva dove ripararsi!

    - Non dirmi che è stata qui tutta la notte? - gli domandò la madre con le ciglia aggrottate.

    - Non vi preoccupate, signora - riprese l’ospite - tolgo subito il disturbo, ho atteso solo per ringraziare vostro figlio!

    Giulia si recò alla porta e dopo aver ringraziato, se ne andò quasi spaventata.

    - Andrea, non dovevi farla entrare, non dovevi proprio! - esclamò la madre arrabbiata.

    - Mamma, pioveva!

    - E se ne tornava a casa sua! Sai quante chiacchiere adesso ci faranno sopra?

    - Non credo che abbia voglia di andarsene in giro a raccontare che è stata qui!

    - Speriamo… Speriamo che questa volta ci lascino in pace!

    Teresa andò a preparare il caffè, mentre Giulia aveva già imboccato la via verso casa e correva lungo la strada respirando a pieni polmoni: voleva allontanarsi da lì il prima possibile.

    Dopo qualche minuto di cammino la ragazza arrivò alla grande villa dei Bailey e sapendo che l'aspettava un bel rimprovero da parte della madre, corse subito in camera sua cercando di non farsi vedere, ma lì incontrò la sorella.

    - L’hai fatta grossa, - esclamò Cristina impensierita - dove sei stata, cara sorella? La mamma non ti aiuterà questa volta!

    - Nostra madre non mi ha mai aiutata!

    - Sì, ma tu perché ti metti sempre in queste spiacevoli situazioni?

    - Sono costretta ad agire così!

    Proprio in quel momento fece ingresso nella stanza Daniela Bailey Della Rocca che subito si avvicinò alla primogenita e iniziò a rimproverarla accennando anche uno schiaffo!

    La madre della fanciulla aveva un carattere molto severo e da quando Giulia aveva deciso di lavorare come maestra, aveva assunto un atteggiamento ostile nei confronti della figlia. Alle donne della famiglia non era concesso lavorare, per i Bailey rappresentava un disonore, ma Giulia Elisabeth non intendeva lasciare l’insegnamento e ormai era abituata ai continui rimproveri; non li sentiva neanche più.

    Daniela, accortasi di parlare al vento per l’ennesima volta, lasciò la stanza minacciando la figlia di parlare col nonno, il capofamiglia Joseph Bailey Senior.

    - Non puoi agire così, ricordati che possono sempre mandarti via di casa! - continuò Cristina rivolta alla sorella.

    - Ah, papà non lo permetterebbe, mi adora, lo sai!

    - Sì, ma nostro nonno no!

    - Nostro nonno non può decidere per me, non sono sua figlia!

    - Giulia, ti chiedo solo di fare attenzione!

    - E va bene, farò attenzione, ma farò sempre quello che voglio io e non sposerò mai quell’uomo solo perché lo vuole nostro nonno!

    Cristina sbuffò e allargò le braccia come rassegnata.

    Giulia era stata informata del matrimonio con Enrique già da tempo e, in preda allo sconforto per il suo futuro deciso dagli altri, durante una festa in piazza se ne stava seduta da sola ad osservare gli altri divertirsi. Sposare un uomo con cui non aveva scambiato mai una parola e di diciassette anni più grande era per lei una tragedia e ciò rappresentava, inoltre, non solo la mancanza d’interesse da parte di sua madre per i suoi sentimenti, ma anche un modo per frenare definitivamente le sue ambizioni: i Perez avevano sottolineato ch’ella doveva tenersi lontana dal mondo del lavoro.

    Quando Enrique Perez la invitò a danzare, Giulia non ebbe la forza di rifiutare, si alzò dal suo posto e avvicinò il suo corpo a lui, mentre con la mente già viaggiava lontano.

    In piazza si suonava e si ballava, per il resto del paese si susseguivano bancarelle e spettacoli di vario genere; la gente si divertiva, chiacchierava e rideva.

    Anche Andrea e Roberto prendevano parte alla festa, sebbene tutto ciò che facevano era stare seduti su un muretto ad osservare gli altri compaesani o i signori che nei loro luccicanti abiti festivi si atteggiavano a maestri del creato.

    - Un giorno sarò anche io ricco! - esclamò Roberto.

    - Se è quello che vuoi! - rispose Andrea.

    - Perché tu non lo vuoi?

    - Io?… Non lo so, non so cosa voglio. A volte mi sento come se… come se non avessi…in realtà non ho alcuna aspirazione!

    - Andrea, sbagli! Hai una vita da vivere e Jim ti ha fatto anche studiare, adesso devi pensare al tuo futuro. Non hai paura di quello che accadrà?

    - Non ho paura di una cosa che non esiste ancora! Dovrebbe fare più paura quello che c’è già, non trovi?

    - Ma è il futuro ad essere incerto!

    - Anche quello che hai e non hai è incerto e lo è anche il presente.

    - Ah, Andrea, io non ti capisco!

    - E’ normale, sei scemo, cosa vuoi capire!?

    - Mo stai approfittando della mia bontà!

    - Allora, se sei buono, fammi parlare, potrebbe anche essere uno sfogo il mio.

    - E parla, che ti devo dire!?

    Andrea raccolse un piccolo sasso e riprese ad osservare la gente.

    Tra la musica e gli sguardi dei presenti, Giulia, intanto, continuava a danzare leggera come una piuma, con una mestizia che mai le era appartenuta e con lo sguardo continuamente lontano da quello di Enrique; immaginava di essere altrove. La fanciulla vedeva le sue coetanee sorridere serene, come lei non aveva mai fatto, i festoni luccicare sotto la bianca luna e le giovani dame ballare gioiose con i loro pretendenti, mentre un lieve venticello le accarezzava i leggeri riccioli raccolti in una coroncina di fiori.

    Giulia danzava sotto gli occhi di tutti; alcune la invidiavano, altre la disprezzavano e neanche la poca avvenenza di Enrique smorzava le invidie delle signorine meno famose del paese. La giovane e ricca ereditiera sentiva gli sguardi addosso pesanti e pungenti come aghi; le provocavano un dolore immenso e la gente non se ne avvedeva neanche. Confusa dal continuo vociare della piazza, da quella musica che non udiva più e da quelle maschere imbiancate dalla cipria, Giulia Elisabeth, ancora tra le braccia di Enrique, guardava intorno a sé in cerca di un punto fermo, di qualcosa vicino al suo cuore, ma incontrava solo gli irritanti visi degli zii e della madre che davanti a tutti si compiacevano dell’ottimo affare.

    Presa ormai da un immenso sconforto, sentendosi persa, la ragazza guardò verso la strada che conduceva al bosco ed ebbe una gran voglia di scappare e mentre cercava una via di fuga, incontrò i neri e grandi occhi di Andrea che la osservavano. Quasi ipnotizzata, la giovane non riusciva a staccare lo sguardo da lui che, vestito a festa, col suo atteggiamento da uomo maturo e quel mistero sulla sua nascita, era ancora più bello. Arrossita per i nuovi e strani pensieri, Giulia gli sorrise quasi involontariamente! Andrea era immobile e la guardava così attentamente che sembrava parlarle anche solo attraverso gli occhi. Attratti l’uno dall’altra, restarono ad osservarsi.
     

  • 28 luglio 2013 alle ore 21:05
    Di me, l'angelo e la pietà

    Come comincia: La vecchiaia… questa sconosciuta, evitata e distratta dalle nostre giovani menti… basta un'ora in una casa di riposo per comprenderne il non senso.
    La signora all'angolo che adagiata, quasi stesa inerpica mille smorfie con quella mimica facciale che concerta nel duetto dei palmi, suggerendo deficienza senile a sbarattare la sofferenza… poi l'altra accanto che desiderosa di conversazione ti dice del tempo torrido di questo luglio. Io le rispondo a tono affermando la pesantezza della canicola e lei pronta dice  ""si è vero, qui si mangia benissimo""… da li un quasi "gioco" per capire… e alla domanda " come è il cibo in questo istituto" lei risponde "" si, vero… piovesse l'orto ne gioverebbe e le giornate sarebbero meno irrespirabili""
    Un'altra ospite pare dormire su di una piccola poltroncina… ha un viso buffo che mi ricorda un cartoons americano… dorme e sogna al punto che rivolgendo il capo in avanti ribalta ben due volte dallo scranno, sino che l'inserviente applica lei una cintura in vita… ora non cade più ma l'inserviente non smette d'occuparsene, in quanto di tanto in tanto a mano aperta riporta il capo di lei verso lo schienale quasi riposizionasse un pallone da stadio al centrocampo.
    Vi sono mille ragioni di un sorriso in questi vecchi che tornano bambini… ma d'un tratto sento forte l'odore della sofferenza… (una cara amica mi disse che ho il potere di sentire il dolore anche quando questi viene occultato e non palesato… vero, lo sento e lo inseguo fagocitandone tutta l'amarezza e rischiando di imploderlo).
    Il sorriso che dapprima dipingeva il mio volto spegne d'un lampo… una vecchina sulla sedia a rotelle attira la mia attenzione. Le mani perfettamente allineate ai poggioli non fanno cenno alcuno, le gambe perfettamente allineate confuiscono in candidi calzini bianchi, ornati da quelle ciabattine adattabili alla misura dei piedi resi gonfi da una scarsa circolazione. M'avvicino e nonostante il capo chino noto quelle stille di salino che ferme sul bordo degli occhi paiono non liberarsi.
    Singhiozza e piange sommessamente quasi che nulla s'ode, m'avvicino rivolgendogli la parola e lei con lucidità risponde… è cosciente questa signora nata nel lontano 1918, la mente assolutamente attiva contrasta con un corpo inabile all'uso. Mi racconta che è li perché le gambe più non la reggono, le mani hanno perso la presa e gli occhi navigano la caligine degli anni impedendogli vedere. Mi parla delle sue ore di nulla e del vuoto di un'esistenza priva di senso in quanto tutto vegeta in lei fuor che il cervello e del suo desiderio di morire.
    Il dolore e la sofferenza sgorgano dal suo discorrere precipitandomi dentro quasi io fossi spugna, e un pensiero mi prende… vorrei poterle imporre la mano sul viso e rubarle il respiro, ma non potendo quello dono lei una dolce carezza, pregando la vita di privare pure lei dell'intelletto. Tornerò a trovarla, non a mani vuote… porterò con me tutta la negatività e la sofferenza che ho dentro e quando il mio petto farà spugna dell'algia che l'assilla. le imporrò le mani.  Si le imporrò le mani e chiudendo ogni varco col reale  le rovescerò addosso una tale misura di dolore da convincere la sua anima ad abdicare la cervice… forse sorriderà allora… forse
     

  • 27 luglio 2013 alle ore 12:11
    Dedicato all' Umanità

    Come comincia: Io darei la vita per te, perché so che in fondo si nasconde quella sensibilità che cerco, perché quando sbagli porti dentro di te una sofferenza più grande dell’errore, perché quando ami, anche se spesso in modo sbagliato ed egoista, il tuo cuore batte veloce come quello di qualunque altro innamorato. Darei la vita per te, perchè tutte le paure che ti porti dentro ti rendono una persona cosi umana; anche quando rabbia e vendetta hanno la meglio sui tuoi pensieri riesco a vedere gli occhi bagnati dalle lacrime e non potrei non donarti la mia vita. Per tutte quelle volte che hai negato un Dio e poi hai guardato il cielo, per tutte quelle volte che hai offeso la mia Terra, ma hai sorriso vedendo un fiore; per ogni momento in cui ti sei sentito grande o migliore per poi, anche se solo con un breve sguardo, notare la prima stella della notte. Darei la mia vita per te perché vedo arrossire la tua pelle ad ogni bugia che dici, perché sul tuo viso compare una ruga in più per ogni tradimento che compi. Spesso mi stanco ad ascoltarti, spesso ti trovo una persona ostinatamente ripetitiva e testarda, spesso mi trovo costretto a ripetere la stessa cosa in mille modi diversi sperando che tu ne capisca almeno uno, ma poi accenni un sorriso e tutto intorno a me s’illumina. Io darei la mia Vita per te, chiunque tu sia.

     

  • 25 luglio 2013 alle ore 16:24
    Annadelmare del sì

    Come comincia: Annadelmare del sì
    ... Era colpa mia. Sicuramente avevo inquinato la sua vita e lo avevo ucciso.La tata mi guardava con muta comprensione, ora so che lei sapeva. Tutto.Allora il suo sguardo lo sentivo addosso come affetto per una bimba indifesa che cresceva in silenzio, nel silenzio di una famiglia bella e ricca. Ora sono certa che era così... Le nostre vacanze coatte; ogni fratello nuovo, uno dei fratelli vecchi aveva vitto e alloggio e divertimenti in una località amena, la casa in campagna dei nonni, dove l’inverno, quando scende la neve, regala la gioia dello spettacolo dei bucaneve che spuntano con coraggio da piccole buche nere in morbido contrasto con il manto immacolato.Il coraggio dei bucaneve io non l’ebbi mai, né in quella casa in un luogo ameno, né nella mia casa di bouquet di ceci, né quando fui donna; e crebbi, bambina sempre più taciturna e trasparente, volli divenire io stessa il nascondiglio di me. Mi cancellavo.Non mancavo di ritagliare la mia fetta di tempo da vivere in uno spazio di silenzio dove muta dialogavo con i colori e i pennelli su bianche tele tese ad ascoltare la voce della mia anima, e con chilometri di fogli dove crescevano come verdi prati le parole del pensiero.Dimenticai le “capanne” di mio nonno e le punizioni di mia nonna, dimenticai la loro casa, né tornai mai in quella bucolica cittadina che mi aveva insegnato come uscire dal corpo e guardarmi a distanza. Partecipavo a scorribande e risate, ma quanto usciva dalla bocca non venne mai dall’anima, decidevo con la testa le mie emozioni, mai avrei mostrato tristezza, la tristezza è debolezza, e io non volevo vestire il personaggio della muta donzella bisognosa di attenzioni, sapevo che non sarebbero mai venute e se mai fossero arrivate mi avrebbero ferita. Avevo trovato l’antidoto: l’allegria e l’ironia e con esse il modo di preservarmi da eventuali contatti...e appena il mio cuore cantava ritmi veloci e gioiosi, fermavo la musica...
    Sei bella, mi diceva ed io sapevo che mentiva, sei bella mi dicevano gli altri ma io conoscevo già com’è bugiarda la grande menzogna, conoscevo più di tutti che la parola è l’artefice del gioco della falsità.Incontrai un musone dagli occhi nascosti da lenti nere e gli abiti neri e gli stivali neri; decisi di innamorarmi dello straniero misterioso, ci misi poco a inventarmi l’eroina di un romanzo d’appendice, gli elementi c’erano tutti. L’uomo nero era aggressivo, ed io mi sentivo un giovane leone finalmente; odorava di maschio e di whisky, niente profumi di lavanda fresca dei miei amici e della mia infanzia, niente genitori a seguito a pretendere silenzi; lui era diverso, suonava la chitarra e creava canzoni, lui era l’immagine vivente di una dimensione fino ad allora lontana dalla mia portata, era un misogino, era il mistero. Era il buio che in forma diversa già conoscevo, era il buio che volevo incontrare in un altro essere per sprofondarci, forse per morire o forse per raggiungere quella lucina che poteva portarmi alla resurrezione. Entrai nella sua casa un giorno e concepii l’amore dolore e, così lo descrissi nel mio diario: “un cantautore ha bisogno della sofferenza per produrre; il suo annichilimento è provocato volontariamente per vivere emozioni forti; lo struggimento, il pianto, la disperazione, sono emozioni forti che creano l’arte, per contro la gioia è leggera e non fa piangere, quindi l’isolamento e l’intontimento con alcool o droghe, la ricerca e il contatto con la morte. Il fascino di una stanza in disordine, la bottiglia di vino quasi vuota poggiata sul pavimento e più in là un bicchiere sporco e poi un altro sporco e vuoto, la chitarra abbandonata sul letto sfatto che lascia intendere forse una notte d’amore sofferente o forse una notte insonne. Odore di stantio nell’aria, sei davanti ad un sipario chiuso che tenta la curiosità di entrare in un mondo misterioso e svelarlo, il desiderio piangente di farsi penetrare da quel dolore che aleggia fra i muri, il bisogno di empatia”.La trappola era scattata. Io, ero in trappola. Mi aggrappavo a sogni romantici per sfuggire alle fauci della realtà oscura che pure restava adagiata sul fondo della mia anima e che io, inconsapevole cullavo come madre amorosa, sorda e cieca.Mia madre non cantava più con la sua voce limpida e le sue risate erano meno argentine, un giorno mi confidò di avere appena abortito, non voleva quel figlio, aveva quarant’anni ed io stavo per lasciare la casa natia per sposarmi contro le implorazioni di mio padre e mio fratello. Avevo deciso di imporre per la prima volta nella vita il mio volere e mia madre mi sostenne, ed io spaventata dalla mia paura del vivere, chiusi gli occhi e spiccai il salto nel vuoto.Mi sposai.Avrei voluto indossare un abito speciale per il mio giorno speciale, sognavo l’abito della prima comunione di organza e pizzi; e fiori fra i lunghi capelli, fiori e nastri bianchi, mi vedevo Primavera fra le dita di Botticelli riveduta e corretta per assecondare il mio sogno. Mi toccò un austero abito in stile impero, niente pizzi e niente nastri, niente svolazzi che facessero pensare a un vento fra le fronde, solo un monacale velluto in seta e fra i capelli tre fiori secchi ma l’organza la pretesi e comprai un ampio cappello con un discreto nastro che accarezzava il collo come un ricciolo niveo... Perfino il locale sul belvedere prenotato per il ricevimento fu spazzato dal mare grosso e si dovette festeggiare il fausto giorno in una trattoria inghirlandata per l’inusuale occasione; era una bassa costruzione bianca in periferia a due passi dalla casa dei miei nonni e, come quella bambina inebetita che correva nella notte di un tempo, percorsi la strada che mi separava da loro per regalare ai due vecchi stanchi la visione della nipote sposa, un fotogramma della vita che scorre, nonostante tutto.L’indomani i miei genitori ci accompagnarono alla stazione, dico i miei genitori ma in verità non ricordo la figura di mio padre in quel frangente pur essendo certa della sua presenza, predominante è l’immagine di mia madre. Forzatamente allegra, come volesse nascondere ogni emozione, non mi lasciò parole o gesti teneri da custodire nel mio cuore, sfilò dal dito il suo anello a forma di serpente e lo mise all’anulare della mia mano destra, mi baciò sulle guance e mi salutò con la mano mentre il treno prendeva velocità.Mi mancò l’abbraccio.Soffrivo e sapevo che lei soffriva... Sposa bambina, entrai nella vita dell’uomo nero... Mio fratello quasi gemello, sembrava un giovane leone in gabbia e a ogni tentativo di sfondare le sbarre, qualcosa crollava tutt’intorno e fu messa in fiera la bellezza di mia madre e la sua solare allegria, additata da tutti come in un rito punitivo, e in un vortice di parole e sussurri, si creò il ciclone che spazzò via la famiglia bella e ricca.Vidi mio padre per la prima volta.Questo uomo sconosciuto non tentava neanche di sottrarre i suoi cari da quel micidiale vento, divenne di pietra, come mia madre in quel balcone che la vide divenire statua. Guardava l’amore e lo lasciava andar via; guardava sua moglie e i suoi figli, guardava ma non vedeva. Ci lasciò scivolare via come sabbia fra le sue dita.Ancora una volta mi avvolgeva un silenzio buio, e tutti nel buio ci incamminammo, animali zoppi e senza vista, e senza pelo per poterci scaldare, e, ognuno, con il proprio freddo, da solo, abbandonò per sempre il mondo della famiglia.Si risvegliarono i giorni delle “capanne”, ora il mostro si agitava e disturbava, tornarono le memorie come fari accecanti: i tentativi di stupro del giovane bello e maniaco che si appostava nel portone di casa e con astuzia sfuggiva i miei giochetti fatti di ritardi o di anticipi. Fu tanto palese il mio terrore da convincere mia madre ad aspettarmi all’uscita di scuola per un intero mese, e lui sparì ma per poco; finì tutto un pomeriggio quando il fracasso di libri e penne scaraventati sulle scale perforò il silenzio e giunse agli orecchi di mamma che si scagliò come una furia su quel giovane, trafiggendolo con l’azzurro dei suoi occhi che all’occasione divenne appuntite lame di ghiaccio. Gli occhi della mente sembrano non concedersi pause e davanti a me sfilano in continuazione i gesti malati del nonno, del giovane, del mio insegnante di filosofia.Già, lui. Oltre che a scuola lo incrociavo troppo spesso nell’atrio del palazzo dove ci si era trasferiti da poco. Se facevo le scale, lui era dietro me e le sue mani sui miei fianchi o ovunque potesse appoggiarle in modo casuale e, se per evitarlo prendevo l’ascensore, lui lo trovavo già dentro, così che per ripararmi stringevo al petto, come fossero armatura, i libri, ma lui infilava le sue mani nodose nel seno e, come per giustificarsi prendeva un quaderno, a caso. E si disegnava un ghigno beffardo sul suo viso.Ero io ad essere sbagliata se suscitavo in più persone pensieri laidi e gli anni a venire anziché farmi cambiare opinione, servirono ad accrescere il mio bisogno di espiazione.Non ero degna di ricevere rispetto.Sarei stata madre perfetta. Avrei espiato questa arcana e involontaria colpa. Così come avevo imparato già da bambina, mi sarei presa cura di chiunque attraversasse la strada della mia vita, avrei dato tutto l’amore e la comprensione che non avevo ancora vissuto; le attenzioni malate che avevo conosciute, le avrei trasformate in sentimenti puliti, lavati con le lacrime del cuore, purificati.E divenni alchimista di me stessa.Usai il dono dell’intuizione e dell’allegria per alleviare le sofferenze di chi mi stava intorno.La mia penna seguitava a inondare pagine che inviavo ai miei fratelli piccoli, pagine pregne di amore, atte a scaldare le loro notti, e tanto più lunghi erano i discorsi scritti, tanto più lunghi vedevo i loro momenti fra le mie braccia. Ero la loro mamma virtuale. Gli abbracci d’amore erano righe colorate d’azzurro su fogli animati da sentimenti belli.Abbracci che nostra madre non poté partecipare.Colorai di sole la casa dell’uomo nero. Era questa la promessa fatta a me stessa in fondo: dare la gioia di cui ero composta che la capacità di uscire dal mio corpo e di guardarmi a distanza, aveva preservato.Mi servì tanto negli anni a venire, tale abilità.L’uomo nero al quale avevo affidato la mia fiducia nel domani e l’amore da grande romanzo, non amava la luce né la vita nella luce, mi costruì una cancellata attorno, edificò le mura del castello e mi investì dell’autorità di regina del maniero.Il castello non era mio, tanto meno del mio sposo, era già abitato da regnanti senza regno, come me d’altronde, e comunque divenni presto parte integrante di questa numerosa corte che era poi la sua famiglia. Durai poco a sfondare le corazze di queste stanze viventi chiuse nelle proprie stanze, il mio spirito determinato a volere armonia iniziava a conquistare ognuno, sviluppai le doti della maiéutica ed entrai nei loro animi, acquisii l’incombenza di fata turchina e si aprirono le porte.Nel castello esisteva una vera gerarchia regale. Il re, padre del mio sposo e indiscussa autorità, la regina, senza corona e senza autorità era sua madre; seguivano le due anziane zie, ancelle del re e delle principesse e dei principi. Erano nove in tutto, i dimoranti di questo invalicabile luogo, io era la decima, dopo di me venne una bella cagna a rallegrare noi, uccelli in gabbia, e i canarini gialli già in gabbia.Senza mai lasciare la me che guarda me, mi imposi di apprendere le arti che più si addicono ad una “perfetta donna di casa” e mi circondai di...

  • 24 luglio 2013 alle ore 12:23
    Nuvole ed orizzonti

    Come comincia: Io non avevo paura della guerra, anche se avevo solo 14 anni; non avrei mai lasciato Napoli come invece volle fare mio padre per sfuggire ai bombardamenti. Lui, però, era quello che comandava, che decideva e noi dovevamo obbedire senza fiatare. Mamma, se solo sentiva parlare di bombe, tremava tutta e in campagna si sentiva più protetta. A mio fratello Guido, invece, non importava nulla se io e nostra sorella Federica trascorrevamo tutta la giornata fra pecore e mucche, tanto lui scendeva per lavoro in città quasi tutte le mattine, si metteva la sua bella giacca lunga, la cravatta consumata e andava via per tornare a tarda sera.

    Federica dove la mettevi, lì la trovavi, non muoveva opposizione a nulla, faceva tutto quello che dicevano i nostri genitori e trascorreva le giornate a sbucciare i fagioli, a pelare le patate, a dar da mangiare alle galline. Io, invece, non amavo stare in cucina, non amavo fare i lavori di casa, così, appena potevo, scappavo via e me ne andavo nel campo di grano, mi stendevo a terra a pancia in su e osservavo le nuvole che cambiavano forma.

    Oggi non ricordo se era la mia fantasia o se era il vento a divertirsi, ma quelle soffici nuvole prendevano magicamente le sembianze di oggetti, animali e di tante altre cose. La figura che vedevo più spesso era il telefono forse perché mi affascinava molto; non ne avevo mai visto uno prima di andare in campagna dalla zia. Che bella invenzione il telefono, pensavo, riusciva a far sentire la voce di una persona anche se era lontana.

    Ricordo che una mattina ero molto attratta da una nuvola sulla vetta di una collina, aveva la forma di un’enorme torta e il mio stomaco non faceva che brontolare: era così scarso il cibo che avevo sempre fame. Mamma ci faceva mangiare delle disgustose zuppe: fave, piselli, farro, orzo. Le odiavo! Io sognavo la carne, la mozzarella, i dolci ma in quel paese non c’era neanche il pane bianco.

    Insomma, ritornando a quella mattina, ricordo che all’improvviso sentii un pesante rumore di passi sulla strada vicino al campo di grano e delle voci maschili che cantavano “Fratelli d’Italia”. Mi alzai e restai seduta fra il granoturco da dove sbirciavo senza farmi vedere: avevo paura di quelle divise e di quelle armi sotto al braccio, anche se erano italiani. Mio fratello diceva sempre che dovevamo guardarci dai tedeschi, ma io avevo paura di tutti i soldati.

    Il vento smuoveva i miei capelli, io cercavo di toglierli dal viso, ma era inutile, ritornavano sempre nello stesso punto e per rinchiuderli in una coda, non mi accorsi che un soldato stava venendo proprio verso di me.

    - Oh ragazzina, cosa ci fai fra le spighe? – mi domandò con uno strano accento.

    - Guardo.

    - Guardi?… E guardi cosa?

    - Il cielo, le nuvole… le colline...

    - Sei napoletana?

    - Sì, e tu perché parli così strano?

    - Sono di Firenze.

    - Firenze!

    - La conosci?

    - No.

    - Ma tu cosa fai… guardi solo? Non vai a scuola?

    - Scuola?... Ci andavo tanto tempo fa.

    - Quanti anni hai?

    - Quattordici.

    Il soldato, guardandomi, aprì il suo zaino e prese un libro, me lo porse e chiese:

    - Lo vuoi? È una bella storia, tanto io l’ho già finito.

    - Lo vorrei, ma non so leggere. - risposi, mentre il mio stomaco continuava a brontolare.

    - Ho capito!

    Il ragazzo, allora, prese dalla tasca della sua giacca un panino e sorridendo, mi disse:

    - Prendi!

    Sorrisi anche io e afferrai il panino.

    Riaprendo la borsa, il giovane soldato stava per il riporre il libro, ma l'osservai curiosa ed egli, accorgendosene, esclamò:

    - Oh bimbetta, vuoi anche questo?

    Accennai un “Sì” con la testa.

    - E va bene, io te lo do, ma solo se tu mi prometti che imparerai a leggere e a scrivere.

    Feci un sorriso ancora più grande e lui mi diede il libro, salutandomi come fanno i militari, se ne andò raggiungendo i suoi compagni.

    - Chissà cosa c’è scritto? – mi chiesi guardando la luccicante copertina.

    Osservando il cielo, vidi che non c’era neanche più una nuvola, allora, mi alzai e con passo lento mi avviai verso casa.

    Da quando avevamo lasciato Napoli, ero sempre molto triste e quando qualcuno lo notava, Federica mi prendeva in giro dicendo che era perché non potevo vedere Cristian. Forse, però, non aveva torto, lui era così bello, simpatico... almeno per me perché i miei lo chiamavano il “forestiero” e non lo sopportavano. Cristian era il figlio dei signori Cirillo che abitavano al quarto piano nel nostro stesso palazzo di Napoli; era un ragazzo molto intelligente, aveva diciannove anni e frequentava l'università. Io non sapevo neanche cosa fosse l'università, sapevo solo che quando parlavo di lui, mio padre mi mollava sempre un ceffone:

    - Sei troppo piccola per pensare ai ragazzi! - gridava.

    Eh sì, ero piccola, ma perché non potevo neanche parlarne? In fondo, non dicevo nulla di male, io pensavo solo alla sua istruzione, una cosa che sognavo, ma che per me era molto lontana. Certo, Cristian mi piaceva e molto, solo che ad una ragazzina, come ero allora, non era permesso fare degli apprezzamenti e così, qualsiasi cosa pensassi che agli altri appariva scabrosa, me la tenevo per me. Avrei parlato sempre bene di Cristian, avrei trascorso ore a guardarlo e gli avrei detto - Sei bellissimo! - ma lui era chissà dove ed era cinque anni più grande di me.

    Se avessi potuto esprimere i miei pensieri, avrei fatto tanti bei commenti anche su Francesco Magai, il figlio di un'altra famiglia sfollata. “Occhi di cerbiatto” lo chiamavo, sempre nella mia mente! E com’era bello quel suo sguardo misto di timidezza e sicurezza. È vero, anche io lo vedevo fare il “pagliaccio”, come diceva mia madre, con le ragazze della cascina, ma per me era adorabile perché ad osservarlo bene, si notava che in realtà era molto chiuso e faceva una guerra con sé stesso per apparire disinvolto e socievole. Non era alto come Cristian, ma in compenso aveva delle fossette sulle guance, quando rideva, veramente adorabili, mentre i suoi bruni capelli corti splendevano come il castano iride dei suoi occhi. Come mi piaceva, come era bello, avrei fatto di tutto per farmi notare da lui, solo che puntualmente facevo sempre brutte figure. Era ormai molto tempo che la famiglia Magai abitava nella tenuta della zia e da tutto quel tempo io mi struggevo d’amore per Francesco. Quando i miei genitori dicevano che ero troppo piccola per pensare a certe cose, io rispondevo, nella mia testa però: “E vallo a dire al mio cuore!”.

    Una mattina, mentre impastavo le pagnotte da mettere nel forno, Francesco entrò in cucina e sorridendo ironico, iniziò a prendere in giro Giuseppina per i suoi 120 chili.

    Era il compleanno della primogenita degli zii, si doveva festeggiare la sua maggiore età e sembrava l'evento dell'anno. Antonia, mia zia, aveva dato a Giuseppina il compito di rendere tutto perfetto e lei aveva intenzione di ubbidire rompendo le scatole a noi!

    Mentre tutto intorno a me era un continuo vociare, io stavo con le mani nell’impasto. Dalla bianca cuffia usciva una ciocca ribelle, nera come i miei occhi, e come quella mattina nel campo di grano, la toglievo dal viso, ma tornava sempre allo stesso punto. Si fermava proprio accanto al naso e mi faceva starnutire. E quanta farina si alzava! Mia madre mi richiamava in continuazione e io la guardavo come a dirle che non me ne fregava nulla. Nel frattempo, cercando di non farlo notare a nessuno, guardavo sottocchio Francesco che giocava con Federica; mi faceva rabbia, lei era più grande e quindi nessuno le diceva nulla perché era in età da marito. Fingendo di annoiarmi, sbuffavo per distrarli.

    “Uffa, e come stiamo oggi!... È proprio antipatica quando fa così!” disse Francesco lamentandosi della cuoca e guardandomi. Il mio sangue si gelò improvvisamente. Mi trovai, sorpresa, i suoi occhi da cerbiatto proprio rivolti a me e come una scema non risposi, mentre lui già ritornava accanto a Federica.

    Innervosita dal mio comportamento stupido e imbarazzante, presi le pagnotte dal tavolo infarinato, anche se ero più io infarinata, e mi avviai verso il piano accanto al forno; non ho proprio idea di come feci, ma inciampai e caddi a terra facendo sparpagliare le pagnotte sul pavimento.

    - Martina, ma che cavolo fai? - gridò la cuoca con la sua grossa voce.

    Provai a mettermi in ginocchio, ma mi faceva male il piede e restai per un po' distesa.

    - Giuseppina, non la sgridate, è una bambina! - esclamò Francesco venendo vicino a me per aiutarmi. Io, agitata, feci un rapido scatto e mi alzai, non volevo essere toccata.

    Senza badare alle pagnotte a terra, scappai via dalla cucina, avevo fatto una pessima figura e già le lacrime mi bagnavano il viso. Nelle orecchie mi rimbombava quell’odiosa frase: “È una bambina”. Me la sentivo dire sempre, quasi tutti i giorni, dai miei genitori, dagli zii, dalla servitù e così, innervosita, me ne andai, zoppicante, nel fienile ad osservare i campi dalla finestra. Sbuffando ancora, mi tolsi la cuffia e i miei capelli lunghi scesero tutti insieme fino a coprirmi le spalle. Guardandomi in un vetro abbandonato, mi dicevo di non essere una bambina, di valere più di quanto pensassero gli altri. Era sempre per colpa degli altri che spesso mi perdevo nei miei pensieri perché non potevo parlare con nessuno.

    - Perché una ragazza della mia età non può dire cose serie, cose importanti? - mi chiedevo.

    Ad un tratto sentii qualcuno chiamarmi, mi voltai verso l’ingresso del fienile e vidi lui, “Occhi da cerbiatto”. Feci uno sguardo che mostrava tutta la mia sorpresa e mi dissi emozionata:

    - Ricorda il mio nome.

    - Martina, - riprese - perché sei scappata?

    - Perché ho fatto una brutta figura.

    - Ma può capitare a chiunque di cadere.

    - Eh sì, lo so, ma capitano tutte a me!

    - Dai che non è vero.

    - Sì che è vero.

    - Beh… comunque volevo dirti che per me non hai fatto nessuna brutta figura… Anche io ero convinto, quando avevo la tua età, che capitassero tutte a me, ma crescendo mi sono reso conto che non è così. Bisogna solo essere più sicuri di sé.

    - E tu parli così perché sei uomo, sei grande.

    - Credi veramente che ad un uomo non accadano cose imbarazzanti?… Allora, senti questa. Ieri sera ero a cena con i tuoi zii, per contorno portarono delle olive e cercai di prenderne una con la forchetta ma l'oliva scivolò dal mio piatto e finì proprio nel decolté della signora!

    - Oh cielo, veramente?

    - Eh sì, non immagini l’imbarazzo.

    - Ma com’è che a voi vi fanno mangiare con loro? A noi mai!

    - Beh, perché non siamo ricchi, ma stiamo alquanto bene e i padroni cercano sempre di appioppare quelle figlie a qualcuno.

    - E... a te... piacciono?

    - Le figlie dei padroni?

    - Sì.

    - Non possono mai aspirare alla bellezza delle cugine napoletane.

    Cos'altro poteva dire Francesco per farmi arrossire? Diventai un peperone e per cambiare discorso, gli domandai:

    - Hai fratelli, sorelle?

    - No, i miei genitori non possono avere figli.

    - Come… e tu?

    - Io sono adottato, mi vennero a prendere dalle suore quando avevo due anni.

    - E ti trovi bene?

    - Beh è un po’ come quando nasci in una famiglia, non hai scelto tu i tuoi genitori, ma ci devi stare.

    - Non ti trovi bene?

    - Sì certo, ma mio padre vuole farmi fare il dottore come lui.

    - E a te non piace fare il dottore?

    - Io vorrei scrivere, creare poesie e pubblicarle, ma lo studio mi porta via tanto tempo.

    - Ne hai già scritta qualcuna?

    - Sì!… Beh, adesso è meglio che vada.

    - Un giorno mi farai leggere una tua poesia?

    - Va bene.

    Francesco sorrise, si voltò e se ne andò; aveva l’aria sconsolata e io non capivo come si poteva essere tristi, quando si aveva la possibilità di studiare e vivere in una famiglia in cui non mancava nulla. Però ero contenta che fosse venuto a parlare con me.

    La sera di quel giorno mio fratello Guido pensava a come sarebbe cresciuta la nostra piccola attività, se non ci fosse stata quella maledetta guerra e, invece, si arricchivano solo quelli che fabbricavano armi e i contadini che andavano a vendere i loro prodotti in città. E così, mentre noi poveri piangevamo per la vita che non potevamo avere, dalla casa degli zii si vedevano tutte le luci accese e si udiva il suono di

    un'orchestra. Quella sera tutti i lavoratori della cascina e noi sfollati stavamo nel cortile, i maschi giocavano a carte e le donne chiacchieravano sedute in cerchio sulle vecchie sedie di paglia. Io, mia sorella e le altre ragazze della tenuta stavamo con le ginocchia a terra e con la testa fra le ringhiere del cancello laterale per vedere gli abiti delle invitate alla festa: che eleganza quei capelli raccolti in alto o i tagli corti, i guanti e le borsette. Io osservavo le giovani fanciulle dell’alta società e sognavo d’indossare uno di quei vestiti, ma non era tanto per i vestiti, ma perché credevo che in tutto quello c’era la libertà.

    Dopo qualche secondo abbassai la testa in avanti, mentre con le mani mi tenevo ancora al cancello; chissà cosa pensavo, so solo che ero una grande sognatrice.

    Giuseppina con i suoi gesti decisi, ma non aggressivi, ci fece alzare e disse a tutte noi che dovevamo pensare ad altro, così ci accompagnò fino al tavolo al centro del cortile a ci fece sedere. Io, come al solito, me ne stavo in silenzio ad osservare gli altri, le mie amiche invece si lamentavano perché volevano entrare nella casa del padrone, ma questa volta però, per vedere i bei ragazzi che avevano intravisto dal cancello.

    Ad un tratto sentii il mio amico Giovanni che mi chiamava, mi voltai e lui mi fece segno di seguirlo; mi alzai e gli andai dietro e come al solito tutti commentarono dicendo che noi due eravamo destinati a sposarci. Nessuno capiva che fra me e lui c’era solo una reale amicizia, anche perché la sua testa stava sempre a pensare al teatro.

    Seguendo Giovanni nell’aia, arrivammo fino a casa sua dove il mio amico prese un abito femminile da festa e me lo mostrò.

    - È bellissimo! - esclamai restando incantata.

    - Indossalo, così vai alla festa. - mi disse sorridendo.

    - Cosa?

    - Sì dai, io ho questo. - rispose prendendo dalla stessa cesta un vestito da uomo.

    - Ma cosa hai in mente e dove hai preso questi abiti?

    - Il tuo è di mia cugina e questo del fidanzato. Dai, vai in camera tua e preparati.

    - Tu sei pazzo, non possiamo entrare in casa dei signori e poi ci riconoscerebbero, almeno a me.

    - Ma dai, Martina, non ci riconosceranno! Secondo te i padroni conoscono tutti i loro lavoratori? A te poi non ci faranno caso con tutti gli invitati che ci sono.

    Presi l’abito fra le mie mie mani e cominciai a guardarlo, lo volevo indossare, ma avevo paura: in mezzo a tanti signori cosa ci avrei mai fatto?

    - E se poi se ne accorgono e ti licenziano? - chiesi preoccupata.

    - Vuol dire che è la volta buona che ce ne andiamo in città.

    - Oh, e va bene! Vienimi a prendere, però, io da sola non ci entro.

    - Va bene!

    Cercando di nascondermi agli occhi degli altri, mentre un canto popolare si elevava fra gli alberi che coprivano la luna, mi avviai verso casa; nel tragitto sentivo le donne cantare e vedevo mio padre osservare le vigne.

    Mi chiusi in camera e iniziai a cambiarmi, andavo di fretta e non sapevo neanche il perché, ma ad un tratto qualcuno bussò alla porta ed io mi gelai.

    - Martina, cosa stai facendo? - mi domandò Federica.

    - Niente… mi preparo per la notte. - risposi un po' tremante.

    - Già vai a dormire?

    - Eh… ho tanto sonno.

    - Dai fammi entrare, ti devo raccontare una cosa.

    - Facciamo domani, adesso ho troppo sonno.

    Mia sorella non rispose subito e io aspettavo trepidante un suo cenno, poi lei disse:

    - Eh va bene, ciao!

    A quel saluto sospirai come chissà cosa stessi facendo.

    Appena vestita, mi guardai allo specchio e cercai di pettinarmi come meglio potevo; presi un fiore da un vaso e lo misi sul fiocco che mi teneva i capelli. Com’ero bella vestita da signora!

    Qualche minuto dopo, Giovanni cominciò a chiamarmi, mi affacciai alla finestra e gli dissi di fare silenzio, poi, verificando prima che in casa non ci fosse nessuno, scesi le scale e me ne andai. Sgattaiolando via insieme, ci avvicinammo ad una delle grandi finestre della casa degli zii, ci affacciammo e vedemmo tante persone eleganti, ricche e nobili: c’era il sindaco del piccolo paese, alcuni amministratori comunali e degli uomini che sinceramente non saprei neanche dire chi fossero.

    Girando intorno alle mura della villa, trovammo un ingresso secondario ed entrammo nella sala da pranzo che per fortuna era vuota; spalancando gli occhi, mi fermai ad osservare le belle cose che c’erano in quella casa: statue, tende con merletti, vasi, ceramiche e quadri. Tutti oggetti che non avevo mai visto.

    Senza far rumore, ci avviammo verso la sala di ricevimento da dove proveniva la musica e il vociare degli invitati.

    - Ho il cuore in gola! - esclamai fermandomi.

    - Dai, Martina, nessuno farà caso a noi. Passeremo per i figli di qualche invitato, così ci divertiamo un po’. - rispose Giovanni sorridendo.

    Non finì neanche di replicare che mi tirò in sala e mi ritrovai in mezzo a tutta quella gente che odorava di confetto; la prima cosa che pensai, fu che avrei fatto sicuramente un'altra figuraccia.

    - Fai la disinvolta. - mi diceva il mio amico.

    Ma come potevo? Non ero per nulla elegante, ma goffa e impacciata.

    La sala era immensa ed era circondata su due lati da enormi finestre abbellite con tende rosa; in un angolo c’era l’orchestra, al centro delle persone che ballavano e in fondo un uomo con un grosso pancione che beveva insieme ai suoi invitati.

    - Ecco, Martina, quello è il padrone. - mi disse Giovanni indicando la stessa persona che guardavo io.

    - Allora, è lo zio?… Ma mia cugina? - chiesi un po' perplessa.

    - Non lo so, non l’ho mai vista.

    Mentre giravo su me stessa per ammirare gli invitati, m’immaginavo figlia di un conte, a parlare con altre ragazze nobili dei grandi fatti della vita. Mi vedevo bella, con i boccoli che scendevano sulle spalle, con le mani inguantate e con una scia di delicato profumo dietro di me.

    Ad un certo punto il maggiordomo annunciò l’ingresso di Rosalia Poerio Bassi, mia cugina, e fu allora che anche io mi chiesi com’era possibile che dei nostri stretti parenti potessero tenerci così alla larga solo perché eravamo poveri.

    - Andiamo al buffet? - mi chiese Giovanni fregandosene che bisognava aspettare la festeggiata.

    - Non credo che si possa in questo momento, forse è meglio andar via. - risposi mentre gli invitati facevano gli auguri a Rosalia.

    La confusione, la musica e quell’ansia che avevano gli invitati nel voler assolutamente salutare la famiglia Poerio mi mettevano una grande agitazione.

    Mezza intontita, mi avviai verso l’uscita e per farlo cercai di superare tutte quelle persone che si accalcavano, ma ad un tratto Giovanni mi prese la mano e credo disse: - L'uscita è di qua!

    Lo seguii senza battere ciglio e ci ritrovammo su un terrazzo che dava in giardino, ci fermammo e ci guardammo: non era il mio amico.

    - Allora, piccola principessa, cosa ci fai qui? - mi chiese Francesco sorridendo.

    Volevo sprofondare! Quei suoi occhi, che mi fissavano, m’imbarazzavano tremendamente. Cosa potevo rispondergli? Avevo addosso qualcosa non mio, ero fuori luogo ed ero un’imbranata nata.

    - Allora, cosa ci fai qui? - riprese non distogliendo neanche un attimo lo sguardo da me.

    - Gioco! - risposi cercando di mostrarmi tranquilla e a mio agio.

    - Giochi?… Ho un'idea!

    - Cosa?

    - Vieni con me.

    Francesco mi prese la mano e cominciò a tirarmi per farmi camminare, io gli chiedevo cosa avesse in mente perché un po’ avevo paura; poi scendemmo gli scalini che portavano in giardino e attraversammo un arco che conduceva nel parco privato della famiglia Poerio. Non sapevo cosa pensare e quella volta anche io mi ripetevo di essere piccola, ma lui continuava a dirmi di stare tranquilla. Dopo poco entrammo nella cucina, dove la mattina avevo fatto cadere le pagnotte e Francesco mi lasciò la mano; preoccupata, feci un passo indietro e lui mi guardò chiedendomi:

    - Hai paura?

    - No! - risposi fingendo disinvoltura.

    - Voglio solo farti divertire veramente.

    - Come?

    - Siediti!

    Mi sedetti, perplessa, su una sedia accanto alla finestra, Francesco prese un foglio di carta e si accomodò anche lui. Osservandomi ogni tanto, si mise a scrivere qualcosa.

    - Cosa scrivi? - gli chiesi.

    - Dopo ti faccio leggere, ma non dire nulla adesso.

    Se mamma avesse saputo che ero in una stanza da sola con un uomo, mi avrebbe picchiata sicuramente, ma io cominciavo a sorridere e Francesco mi disse di essere brava. Brava per cosa? Stavo solo ferma immobile! Mentre vedevo la luna riflessa nei suoi occhi, lui scriveva alla fioca luce di una lampada e sorridendo si formarono sulle guance le sue dolci fossette. Io avevo il cuore che batteva molto forte e per poco non mi saliva in gola.

    Poi Francesco si fermò, alzò la testa dal foglio e disse:

    - Vuoi leggere?

    - Sì. - risposi.

    Lui si avvicinò a me, mi diede il foglio e si mise al mio fianco, io fingevo di leggere: mi vergognavo troppo a dire di non saperlo fare.

    Avevo gli occhi incollati sulla sua elegante grafia, sulle “a” tondeggianti, sulle artistiche “i” ed erano le uniche lettere che conoscevo.

    - Ti piace? - mi domandò.

    - Sì. - risposi imbarazzata.

    - Che ne pensi?

    - Beh… posso dirti che a me piace molto, ma darti un giudizio…

    - Ma ti piace?

    - Sì, sì… molto!

    - Bene!

    - Come la chiamerai?

    - Beh… visto che sei tu la mia musa ispiratrice, la chiamerò Martina.

    Feci un sorriso istintivo, era la cosa più bella che mi avessero mai detto. Non credevo a quello che stava accadendo, stavamo là io e lui con una sua poesia dedicata a me e questo confermava quello che pensavo di lui: era dolce e timido. Poi Francesco poggiò la mano sulla mia spalla e mi spiegò il significato di alcune parole, ma in quel momento si accesero anche le altre lampade ed io sentii la voce di mia madre gridare “Disgraziato!”.

    Come una tempesta improvvisa entrarono in cucina mio padre e altri lavoratori della cascina che si avventarono su Francesco bloccandolo.

    - Disgraziato, cosa volevi fare a mia figlia? - chiese arrabbiato mio padre.

    - Ma papà, stavamo leggendo una poesia. - risposi.

    - Stai zitta tu, svergognata! Maria, portala a casa.

    Francesco cercava di giustificarsi, ma uno dei contadini gli teneva un fucile puntato contro; papà sbraitava come un cane e mentre io gridavo che non mi aveva fatto nulla, mia madre mi spingeva stringendomi il braccio. Mi faceva male, ma sinceramente soffrivo più per quello che stavano facendo a lui. Gli dicevano brutte parole, lo chiamavano maniaco e lo intimavano di lasciare la cascina. Qualcuno gli diede anche un pugno e infatti l’ultima immagine che ebbi di lui, fu il suo bel viso pieno di sangue.

    - Non ti preoccupare Martina, - mi gridava - riuscirò a pubblicarla e tu mi troverai!

    - Che cosa sei, eh?… Una puttana? - mi strillava mia madre nel cortile verso casa.

    - Voi siete pazza! - rispondevo io.

    - Ah, io sono pazza, e tu vestita così? Mo vedrai!

    Gli altri lavoratori e le ragazze della tenuta stavano impalate ad osservare la scena, io cercavo di difendermi da quelle ingiuste accuse ma tutti credevano a ben altro.

    E fu così che la famiglia di Francesco dovette andare via, mentre io fui costretta a restare in camera per molti giorni. Piangevo perché avevo paura di non rivederlo più.

  • 19 luglio 2013 alle ore 15:32
    Africa

    Come comincia: Oggi mio fratello è stato aggredito. Quando io e Giorgia siamo arrivate era seduto a terra, con l'orecchio sanguinante, c'era un capannello di persone intorno, una ragazza aveva assistito alla scena, lo aveva soccorso. Un gruppo di ragazzi lo aveva accerchiato, provocandolo, e quando lui si era girato per andarsene uno di loro gli aveva spaccato un posacenere di vetro in testa. Ha detto di aver capito che erano stranieri. Erano fuggiti tra la folla, mio fratello è caduto per terra semisvenuto per il colpo alla testa. Le persone che lo avevano soccorso hanno raccontato che gli aggressori erano in otto, tutti ragazzi. Mio fratello era per terra, sanguinante, è scoppiato a piangere, mi raccontava che mentre lo aggredivano gli chiedevano se vendesse droga; parlando con noi provava ad alzarsi e perdeva l'equilibrio. Quasi due metri di ragazzo e l'ho visto così indifeso. Otto contro uno, raccontava mio fratello mentre piangeva per la rabbia. Io e Giorgia eravamo lì, impotenti, cercavamo di consolarlo. Io ho pensato che pur essendo mio fratello non lo conoscevo affatto, che lo avevo sempre ignorato, che non sapevo dove vivesse, pur vedendolo tutti i santi giorni sotto quei portici. Mio fratello non aveva fatto male a nessuno, ora tra i singhiozzi minacciava di ammazzare i suoi aggressori. 
    Mi veniva da abbracciarlo ma non sapevo come avrebbe reagito; ho tenuto la mia mano sulla sua spalla finché non è arrivata l'ambulanza. 
    Mentre eravamo lì, all'angolo, e le lacrime scendevano sulle sue guance di ebano, gli ho preso la mano, cercavo di calmarlo, dicendogli di non preoccuparsi e che in ospedale avrebbe dovuto raccontare tutto alla polizia. Annuiva, e piangeva.
    Ecco i soccorsi, la sirena, i paramedici: ho pensato speriamo che lo ascolteranno, che gli crederanno, che lo terranno in osservazione, noi non possiamo seguirlo...
    Ho visto mio fratello asciugarsi le lacrime e il sangue e mi è sembrato così piccolo, così indifeso... 
    Lui e il suo amico ci ringraziavano per essere rimaste lì, per non averli ignorati...
    - Ma se fosse successo a noi, voi, ci avreste aiutate? Credo di sì. 
    - Sì, vi avremmo aiutate. Ma grazie per essere rimaste.
    Guardo mio fratello, ho pensato che lo avrebbero portato via e chissà quando lo avrei rivisto...
    -Come ti chiami? Da dove vieni?
    -Yusuf, vengo dal Senegal, non ho fatto male a nessuno.

  • 18 luglio 2013 alle ore 20:11
    Cominciò con un numero sbagliato...

    Come comincia:  La meravigliosa storia d'amore tra Jacopo e Tania cominciò con un numero sbagliato, nel cuore della notte qualcuno aveva il composto il numero di casa del giovane. Era una fredda notte di dicembre, pioveva ininterrottamente da ormai due giorni, il vento era così forte che faceva sbattere le persiane verdi della camera di Jacopo e questo fastidioso rumore lo svegliava non appena riusciva ad addormentarsi. A tutto questo bisognava aggiungere il suo malumore a causa di un'importante riunione di lavoro alla quale avrebbe dovuto partecipare il giorno seguente… insomma sembrava quasi che tutti stessero cercando di ostacolarlo, persino il vento.
    All'improvviso, l'ululato del vento cessò e Jacopo, rincuorato, riuscì ad addormentarsi. Poi quella telefonata. Gli squilli nel silenzio della notte sembravano essere ancora più alti e Jacopo prese in mano la cornetta con il cuore in tumulto. Chi poteva essere a quell'ora? Cosa era successo? E a chi?Pensava Jacopo sempre più preoccupato e così rispose con la voce che gli tremava per lo spavento:"Pronto?" Disse. Dall'altro capo del telefono, il silenzio."Pronto?" Riprese Jacopo sempre più preoccupato e, questa volta, una voce femminile parlò. Era una voce sottile ma Jacopo non riusciva a riconoscerla."Pronto – ripetè la donna – papà... sono io... sono Tania... finalmente ho trovato il coraggio di chiamarti, anche se nel cuore della notte... ti prego ascoltami... non riagganciare."Jacopo rimase sorpreso, quella ragazza aveva sicuramente sbagliato numero e così le rispose, cercando di essere il più educato possibile:"Ehm... signorina... mi scusi ma io credo che lei abbia sbagliato numero"."Ops... mi scusi – rispose la voce misteriosa – sicuramente l'ho spaventata". E chiuse la chiamata. Anche Jacopo abbassò  il ricevitore pensando a quanto la gente si divertisse a fare gli scherzi, ma non riusciva più a riprendere sonno. Si girava e rigirava nel letto ma niente e così decise di alzarsi e di prepararsi una tisana alla camomilla (la sua preferita) mentre ripensava a quella telefonata. No, non poteva essere uno scherzo. Quella ragazza le era sembrata davvero in ansia. Se si fosse trattato di uno scherzo, allora quella ragazza avrebbe meritato l'Oscar come migliore attrice protagonista!
    Ben presto la notte lasciò il posto all'aurora e l'aurora al mattino. Jacopo si preparò per un'altra dura e intensa giornata di lavoro. Tuttavia nonostante fosse preso da pratiche dell'azienda e relazioni dei fornitori, una piccola parte della sua mente era costantemente rivolta a quella ragazza misteriosa tanto che, a volte, appariva distratto e ci voleva qualche risata o schioccare di dita di un collega per farlo tornare alla realtà del grigio ufficio collocato nel centro della città.
    Terminata la giornata lavorativa corse a casa, con il desiderio di potersi riposare un po' e dimenticarsi di quella ragazza. Entrò in casa e afferrò un libro. Purtroppo la sua tranquillità non sarebbe durata a lungo! Qualcuno suonò alla porta. Jacopo chiuse il libro e andò ad aprire di malavoglia, pensando che fosse qualcuno che proponeva vendite di elettrodomestici. Aprì la porta, pronto per dire il solito "Grazie, ma al momento non mi interessa". Davanti a lui c'era una donna, probabilmente sua coetanea, di aspetto gradevole, occhini verdi e capelli biondi, che gli tese la mano dicendo:"Buongiorno, mi scusi se l'ho disturbata, sono Tania, per caso mio padre è in casa?"Jacopo nuovamente sorpreso le rispose:"No, signorina, guardi qui non abita suo padre Mi ha già telefonato stanotte e le ho detto che aveva sbagliato numero. Arrivederci".
    Aveva quasi chiuso la porta, quando la donna la bloccò, continuando con tono arrogante:"Guardi, sono certa. Lei mi sta prendendo in giro, forse è stato proprio lui ad avvisarla, di non farmi entrare ora e di non passarmelo al telefono l'altra notte. Le avrà parlato sicuramente di me. Questa è casa di mio padre e come avrà sicuramente capito io lo sto cercando."Jacopo, ora arrabbiato, rispose:"Signorina, glielo ho già detto, qui non abita suo padre, vivo solo io. Vuole venire a controllare?""No, non mi permetterei mai, mi fido, ma la prego, se lei sa qualcosa mi aiuti, io sto... lo sto cercando da una vita quasi"."Si ho capito – continuò Jacopo, questa volta un po' più calmo – ma evidentemente ha l'indirizzo sbagliato.""Ho trovato questo indirizzo – continuò Tania – dopo anni di ricerche. Lo cerco da quando avevo tredici anni, praticamente da quando ho scoperto la sua esistenza.""Capisco – rispose Jacopo– se vuole posso darle una mano". Non sapeva, cosa lo avesse spinto a pronunciare quella frase, forse era rimasto colpito dal comportamento di Tania. Cosa avrebbe potuto fare per lei?"La ringrazio" gli rispose."Venga, si accomodi le offro una tazza di the - e insieme si sedettero nel soggiorno con le tazze fumanti tra le mani - allora mi stava dicendo che lei cerca suo padre da tantissimo tempo".
    "Già è così – proseguì lei – io vivo con mia madre e i miei nonni. Da piccola, quando chiedevo loro di mio padre, mi dicevano che fosse morto. Poi, ho capito che non poteva essere così e ho deciso di trovarlo. In una delle tante ricerche, ho ritrovato questo indirizzo. Desidero tanto conoscerlo, potergli parlare… ma allo stesso tempo, la cosa mi fa paura. Tuttavia penso che l'indirizzo che ho trovato non è esatto. Mi scusi ancora per l'altra notte e per averle rubato il suo tempo libero". E fece per alzarsi."No aspetti – Jacopo la afferrò per un braccio – mi è venuta un'idea. Se lei ha questo indirizzo, un motivo ci sarà."All'improvviso si ricordò di una persona, un suo amico e se fosse lui il padre di Tania?"Senta Tania – continuò – io ho comprato questa casa sei anni fa. Ogni tanto sento ancora il precedente proprietario, forse potrebbe essere lui suo padre. A proposito conosce il suo nome?" Le chiese."Si – rispose Tania – Giorgio, ma non conosco il cognome purtroppo.""Non importa – continuò Jacopo per tranquillizzarla – il nome coincide. Se vuole posso chiamarlo e gli dico di incontrarci al solito bar in piazza. Lei viene con me e così si toglie questo dubbio che la sta tormentando."
    "D'accordo – rispose Tania, ancora un po' incerta – ma perché vuole aiutarmi? In fondo nemmeno mi conosce!""Diciamo che, mi ha colpito la sua storia e spero, con tutto il cuore, che lei possa ritrovare suo padre molto presto.""Lo spero anche io."Jacopo cercò nella sua rubrica telefonica il numero di Giorgio."Ecco l'ho trovato, ora lo chiamo." E compose il numero."Pronto? Giorgio, sono Jacopo, tutto bene? Senti, che ne dici di vederci domani pomeriggio alle cinque al solito bar?""Grazie." Gli disse Tania e se ne andò.
    Il pomeriggio seguente, Jacopo e Tania, andarono al bar dove Giorgio li stava aspettando. Era un uomo anziano, con i capelli bianchi e indossava un vecchio cappotto nero."Ciao Giorgio." Esclamò Jacopo non appena lo vide."Ciao Jacopo." Rispose l'uomo."Giorgio, lei è Tania una mia amica." E i due si strinsero la mano .Dopo aver bevuto un caffè e dopo aver parlato del più e del meno, Tania prese la parola: "Mi scusi, è lei questo uomo?" E gli mostrò una foto che aveva trovato nel comodino di sua madre e che raffigurava i suoi genitori insieme, felici durante una vacanza a Parigi."Si quello sono io, lei chi è signorina? Io non la conosco! E dove ha trovato quella foto?" Le chiese Giorgio perplesso e spaventato."Ho trovato la foto nel comodino di mia madre - e fece una breve pausa – quindi avrà certamente capito che io sono sua figlia. Lei ha sempre voluto ignorare la mia esistenza o forse non sapeva nulla di me.""È così – confermò lui – io era ignaro di te, tua madre non me ne aveva mai parlato. Come hai fatto a trovarmi?" "Ho incontrato la persona giusta, al momento giusto, papà..." "Oddio, ti prego, ripeti quel sostantivo all'infinito..." Gli occhi di lei si riempirono di lacrime: "Andiamo papà abbiamo tante, troppe cose da raccontarci..." E se ne andarono. Jacopo li seguì con lo sguardo fino a quando scomparvero tra la gente, fiero e felice di aver aiutato la sua nuova amica .Già amica. Quella ragazza era per lui solo una “semplice” amica? Jacopo non era il tipo che credeva nel colpo di fulmine, lo riteneva una scemenza, qualcosa che utilizzano gli scrittori nei loro libri o i registi nei loro films, ma nella realtà, non poteva esistere qualcosa del genere. La vita vera è un'altra. E allora perchè Tania gli provocava un tuffo al cuore? Perchè ora che aveva ritrovato suo padre lui era felice e commosso? Perchè si preoccupava della sua felicità?
    Solo la notte seguente nel buio della stanza e fra il caldo delle coperte, Jacopo realizzò che lui di quella ragazza si era innamorato. Doveva agire. Non voleva perderla. Doveva dirle tutto quello che sentiva e così prese una saggia decisione.
    Una mattina di qualche settimana dopo non si recò a lavoro, ma uscì di casa presto. Il sole già illuminava le strade. Un timido sole di febbraio che accarezza i cappotti della gente. Era diretto a casa di Tania. Sapeva dove abitasse, perchè era stata la stessa Tania a rivelarglielo e lui doveva necessariamente incontrarla. Sapeva bene che le possibilità di riuscita erano pochissime, ma, lui voleva tentarci. Meglio una sconfitta che un rimpianto, dopotutto. Parcheggiò la macchina e citofonò. “Chi è?” risposte la donna. “Jacopo!” “Sali!” Jacopo salì le scale col cuore in gola. Cercava di formulare nella sua mente un discorso più o meno organico, ma sapeva bene che davanti a lei non sarebbe riuscito a proferir parola. Ed eccola lì Tania che lo aspettava sulla soglia della porta. “Ciao che sorpresa!” “Ciao... mi trovavo in zona e ho pensato di farti un saluto.” Mentì Jacopo. “Hai fatto benissimo. Accomodati!” I due si sedettero sul divano e fu lui a parlare. “Come va con tuo padre?” “Bene anche se è difficile recuperare tutto il tempo perduto. Più che al passato punto al presente e al futuro con lui. A proposito ancora grazie, se non ci fossi stato tu, non ce l'avrei mai fatta.” E gli diede un bacio sulla guancia. Il contatto di quelle labbra provocò in lui un brivido che la ragazza notò: “Jacopo tutto bene?” “Sì Tania, anzi no...” La ragazza lo guardò perplessa. Lui inspirò profondamente e continuò: “Tania non so da dove iniziare e non so come tu reagirai.  Tu non mi conosci benissimo, io non so che tipo di vita tu trascorra o cosa ami ma io... io... da quando ci siamo conosciuti... non faccio altro che pensare a te... io non credevo che il colpo di fulmine esistesse, ma, ora devo ricredermi... sei entrata nella mia vita e non so come farti uscire... Tania io mi sono innamorato di te...” La ragazza aveva ascoltato attentamente ogni parola che lui aveva pronunciato. Certo rimase sconvolta, Jacopo lo sapeva, ma la sua reazione fu meravigliosa. Alcune lacrime iniziarono  a segnarle le guance mentre le sue labbra si inarcavano a formare uno splendido sorriso. Sembrava un angelo. Gli prese entrambe le mani tra le sue e continuò: “Jacopo hai fatto benissimo a venire qui  e a parlarmene... Tu sai bene che io sto vivendo una situazione affettiva particolare... dopotutto il rapporto che sto costruendo giorno dopo giorno con mio padre non ha nulla a che vedere con quello che voglio costruire con te... Ciò che amo lo scoprirai pian piano, impareremo a conoscerci, ci leggeremo come se fossimo dei libri appena usciti in libreria...” Attirò il viso del giovane al suo, lo guardò negli occhi, gli sorrise e lo baciò in maniera appassionata. Quando si staccarono lui riprese la parola: “Mi stai dicendo che....” Lei lo interruppe. Gli mise una mano sulle labbra e: “Ti sto dicendo che i sentimenti sono reciproci.” E un altro bacio sancì la nascita di quell'amore “diverso” segnato dalla mano del destino. Avevano cominciato a scrivere insieme un libro stupendo... un libro speciale... un libro che non si trova in tutte le biblioteche... un libro che, forse, non sarà mai un best seller... un libro che non tutti potranno leggere e comprendere fino in fondo, ma solo chi vive un'esperienza simile a quella di Jacopo e Tania troverà la giusta chiave di lettura.