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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 15 marzo 2013 alle ore 8:03
    “PIÙ FORTE DI PRIMA” ©

    Come comincia: "Non capisco" . disse Mary ad alta voce, parlando da sola, di fronte al pc. La e-mail ricevuta era evasiva e per nulla amichevole, anche se a scriverla, era una persona a lei molto cara.
    La rilesse con calma; notò che il mandante aveva voluto di proposito essere superficiale, non rispondendo alle sue domande dirette. Mary si sentì profondamente delusa....conosceva a fondo quell'uomo, o almeno così pensava... Pochi giorni dopo arrivò un'altra e.-mail dalla stessa persona dicendo che, seppur ringraziandola immensamente per il lavoro svolto, aveva preso la decisione di non avvalersi più della sua collaborazione. Il ben servito, insomma! Non rispose Mary; capì che alcune persone non badano al rapporto umano; poco importa se sei valida e con un cuore che pulsa per il lavoro che svolgi. Decise di voltare pagina....facendosi forza come sempre. Una delusione poteva essere qualcosa di positivo per spronarla ancora a donare il meglio di sé. Mary cancellò tutti i messaggi inerenti a quel lavoro. Spense il pc e passando di fronte allo specchio si fermò...si scrutò e disse, appoggiando il palmo della mano su di esso, quasi bisognosa di carezze: "Andrò avanti, come sempre ho fatto, a testa alta e con umiltà e rispetto...andrò avanti, con il cuore spezzato che si cicatrizzerà. Non sarà certo una stupida delusione lavorativa a fermarmi! Domani si ricomincia piccola....più forte e attenta di prima. Il tuo lavoro è la tua vita... mettersi in gioco ancora, nonostante tutto e tutti." Prese la borsa e uscì a respirare la primavera imminente che già faceva capolino, tra i tiepidi raggi di marzo.

  • 14 marzo 2013 alle ore 15:29
    Come in Cielo..così in Terra

    Come comincia: “…e Marduk sconfisse Tiamat e dai suoi resti creò la Terra…” Se dovessi risalire alle origini della creazione non potrei certo dimenticare i testi sumero/babilonesi che narrano le vicende del Dio Marduk e di come assunse il dominio dei cieli. Al “ giovane toro del sole “ così come viene tradotto il nome Marduk, fu attribuito il numero 50 e il pianeta Giove. Lasci a voi il gusto di documentarvi sulla storia dei Sumeri e Babilonesi e soprattutto vi lascio il giudizio sulla veridicità o non degli eventi narrati, ma da questa prima epica avventura, nasce l’uso di attribuire un pianeta ad un Dio.
    Forse è più nota la Dea Ishtar rappresentata con il simbolo della Luna e meglio conosciuta con il nome egiziano di Iside. Era una Dea che esprimeva la Morte e la Vita, la fecondità e l’ Amore, dotata di bellezza e fascino tale da far cadere ai sui piedi uomini e dei, forse per Ishtar la Luna era cosa da poco; splendeva ogni notte per favorire gli incontri amorosi, attirava gli sguardi di ogni essere vivente e la sua candida luce rilassava anche gli animi dei più cruenti guerrieri, ma tanta bellezza e tanto fascino portano anche a vanità e presunzione e la bella Ishtar non poteva avere solo un semplice satellite quando tutti gli altri dei avevano un pianeta. Per questo motivo, per un cambio di cultura o semplicemente perché come la Luna mostra le sue fasi, le fu attribuito il pianeta Venere e come tale viene ricordata. Inanna, Ishtar, Iside, Afrodite, Venere, tanti nomi per una sola Dea, tanti nomi perché ognuno esprima una caratteristica essenziale o ricordi una storia che le viene attribuita. Da questa passione per i pianeti e per le stelle, dai tempi remoti in cui le vicende celesti venivano rappresentate o narrate sulla Terra, nasce il culto dell’astrologia, l’uso di impersonificare pianeti e stelle con le vicende della quotidianità umana, l’interpretazione dei fenomeni celesti e gli eventi che tali movimenti provocano. Sumeri, Babilonesi, Egiziani, Maya, Greci e via via fino a Paolo Fox, hanno sempre preso in seria considerazione il flusso cosmico e le costellazioni; prima come scienza vera e propria, oggi come semplice scienza occulta, ma radicata fortemente nelle più antiche memorie umane tanto da far si che l’ oroscopo, strumento di divinazione dell’astrologia, sia l’argomento più letto al mondo.
    In questo passaggio temporale ci fu un popolo che fece dei Pianeti il suo culto più famoso. Gli attribuì una casa grande quanto una montagna, gli prescrisse un cibo fondamentale li vestì di sete o armature luccicanti e dette loro poteri e difetti in ugual misura. I Greci adoravano raccontare storie sugli Dei, un po’ per sentito dire, un po’ in qualità di spettatori inconsapevoli di eventi inspiegabili. Zeus cominciò a costruire la dimora degli Dei sull’ Olimpo, armò gli altri con le potenti armi costruite da Efesto ( vulcano ) e sposò Era iniziando la procreazione di divinità e semidivinità. Dodici divinità, come i Titani, ridotti a tale numero perché coincidessero con i segni dello Zodiaco e il gioco ebbe inizio. A Poseidone fratello di Zeus fu dato il mare e mentre a suo fratello venivano attribuite la pioggia, le nubi ecc.. al fratellino ogni cosa che riguardasse maree e tempeste. Giove e Nettuno due fratelli desiderosi di intromettersi costantemente nelle vicende greche, di procreare tra dei e uomini, di innamorarsi delle donne “ sapiens “ e di dare vita e inizio allo sfrenato culto dei pianeti. Oggi come allora, un Dio/Pianeta influenza le vicende terrestri, ti entra in “ casa “ e sconvolge i tuoi ritmi, favorisce gli amori o gli affari, incentiva gli incontri o le sventure. Passano i secoli, ma nulla cambia, nuovi nomi, nuove scienze, nuovi personaggi in giacca e cravatta anziché in toghe e tuniche. Maghi, astrologi, wiccans e cartomanti tutto per scoprire un futuro che è già passato; tutto per scaricare meriti o colpe su stelle e pianeti. Siamo i Greci di ieri con molta meno fantasia e qualche difetto in più per mandare costantemente avanti il nostro piccolo grande Universo. Tutto è come è sempre stato, il Mondo non è altro che uno specchio dove si riflette il Cosmo…. “ così in Cielo, così in Terra “.

  • 14 marzo 2013 alle ore 10:42
    Spring

    Come comincia: La primavera giunge in anticipo e porta con se il cinguettìo degli uccellini, lo sbocciare dei fiori e le foglie verdeggianti delle chiome degli alberi. Sono una writer o scrittrice. Vendere i miei racconti è stato abbastanza semplice, ho trovato un editore e sono subito diventata ricca e famosa. E’ una mattinata soleggiata e mite, mi sono appena svegliata, dolcemente  mi rigiro nel letto e scopro che ho voglia di indugiare ancora per poco, che cosa farò oggi? È un periodo di creatività questo, scriverò di amori felici e penserò di andare in vacanza e di trascorrere giornate perfette passeggiando in riva al mare, mi sento in forma fisica, ben radicata nel mio corpo e con una bella tranquillità mentale. Ieri ho cucinato una cena gustosa, ho avuto successo con i miei amici, mi fa piacere cucinare per loro, ricorrere a ricette che trovo su libri o giornali e poi realizzarle a modo mio. Ci vuole un tocco personale, quindi se anche la ricetta non è eseguita alla lettera poco importa, anzi meglio, sono convinta che mettere “del nuovo” sia sempre gradito e sorprendente perché ciò che differenzia ognuno di noi dall’altro è proprio il fatto che tutti abbiamo qualcosa di positivo da dare ed è sempre ben accetto. Che dire quindi, ovviamente a volte si ricorre a questa espressione del “non so che cosa dire o non so che cosa fare”, la verità è che si può sempre dire qualcosa, si può sempre correggere, rivedere, riprovare e per una come me che vede il mondo rosa e farcito di buoni propositi, mi appresto a scrivere questo racconto. Un racconto che probabilmente non dirà nulla che non sia già stato detto ma certo è speranzoso, pacato, dolce. Lettere azzurre per dedicare un messaggio di salute e gioia, per vivere a pieno la vita, fitta di incontri, parole, senza metafore ma schietti colloqui intrisi di bellezza. Un luogo dove il lavoro è impegnativo e piacevole, dove ognuno segue le proprie attitudini e non si consuma nell’ambizione.  Concludere la giornata dedicando tempo ed energie agli affetti, in un continuo movimento di elargizione di positività.
    Ed ecco che nasce un personaggio da fiaba, preciso nelle movenze ad un cavaliere errante che dopo aver trovato la sua principessa vivono felici e contenti nel loro castello. Scontato? Può essere, ma perché non desiderare che si realizzi, come i giorni che scorrono possono sembrare uguali a se stessi così si può decidere di gestire la propria esistenza priva di pericoli, contornata da benessere e ricchezza. I desideri si realizzano perché lo vogliamo intensamente, perché crediamo in noi stessi e come uno scritto benefico tale da sembrare una brezza primaverile, sappiamo che è così. Un focolare inteso come in seno alla famiglia ma anche come il calore di una stufa a legna che, di sera viene accesa per riscaldare ciò che rimane dell’ultimo scorcio di freddo. Ripenso ora a questo, mentre mi vesto, tra un po’ farò colazione poi controllerò la lavatrice e programmerò l’asciugatura che segue il lavaggio fatto ieri. Un bucato profumato, è un gesto di benevolenza come lo sono le pulizie della casa e l’adornare il tutto con delicati gesti femminili che colorano e allietano, non so per esempio dei soprammobili scelti con cura e posizionati proprio dove stanno bene: arredano. Sembra essere una caratteristica tutta delle donne, quel gusto impeccabile di rendere la propria dimora un posto piacevole dove trascorrervi il tempo, dove ricevere gli ospiti, fare telefonate, e perché no chattare. La casa, incantevole cantuccio di abitudini, di caffè che gorgoglia e aroma che pervade le pareti e sembra uscire anche dopo, quale lieta novella si espande e trova spazio per unire la convivialità, lo sappiamo che l’unione fa la forza ed e questa che abbiamo assodato e continuiamo ad avvertire, in un’emozionante passare di mano in mano, ci sentiamo bene,  guariti grazie alla bellezza delle giornate. E se l’amore tutto può, sapremo sempre che in quell’angolo che ci permette di ritrovare noi stessi, la gioia è presente e nulla ci turba. Conosciamo il denaro e lo spendiamo per compere che ci gratificano, ciò mi ricorda che frequento spesso i negozi di scarpe e di abiti, adoro guardarli e acquistarli, tornare a casa con confezioni regalo, vistose e allegre. Fare regali e riceverli, anche senza ricorrenze speciali, solo per scorgere la felicità nelle persone, per aprirmi a loro e lasciare che mi corrispondano è un’altra delle tante note che rendono ogni più minimo movimento un qualcosa che prosegue verso la completezza. E’ un puzzle preparato con cura pezzetto dopo pezzetto, unito con pazienza, accorgendosi dell’avanzare della figura. Un paesaggio naturale, montano, campagnolo che prende forma, praticamente è come se si costruisse da sé, in realtà segue un dettame preciso, la mia volontà, la mia perseveranza, il mio impegno. Next: prossimo e avanti fino ad un quadro. Ecco, questo volevo scrivere, come una scrittrice che si rispetti, anche buona lettrice, del quale stile si potrebbe anche obbiettare, nella scrittura intendo, qualcuno potrebbe chiedersi come mai alcune parole inglesi interrompano il normale proseguo del racconto. Niente di tanto incredibile, boh.., così, semplicemente un accattivante inserto che attiri l’attenzione, che crei un’interruzione, una pausa, tra un concetto e un altro. Una versione gentile e innovativa, un rapportarsi alla letteratura che si esponga, che non rimanga ferma a ciò che è già certo e quindi ripetitivo, quindi se la narrazione è giunta ad un punto in cui ci si interroga sull’argomento di cui scrivere, io mi interrogo invece sul comprendere come rinnovare lo stile, spunti provengono da ogni “dove”, la strada, per esempio, fulcro della società, in un andirivieni di persone e situazioni diverse, mi accorgo che il mondo racchiude proprio in questo la sua bellezza. 

  • 13 marzo 2013 alle ore 15:04
    L'uomo e la bestia

    Come comincia: "Quando monta la rabbia l'istinto prende il sopravvento e scatta la violenza"
    Quante volte uomini di ogni razza e ceto sociale si sono nascosti dietro queste parole per giustificare le violenze inflitte alle donne.
    Non c'è scusa più falsa.
    Gli animali si uccidono per la sopravvivenza e le nuove scoperte scientifiche hanno portato alla luce aspetti che li rendono più umani. Provano emozioni anche loro, sbagliano e ne subiscono le conseguenze, punto.
    No, l'uomo, il maschio in particolare, si autoproclama superiore. Il machismo esiste da sempre, sembra un male inestirpabile. Oggi sappiamo che il cervello delle donne è più intelligente di quello dei maschi. Senza entrare nel merito della questione ritengo verosimile la cosa confermando una mia teoria. I ragionamenti complessi delle donne risultano spesso troppo difficili da capire per noi uomini, le donne dovrebbero quindi armarsi di un ulteriore dose di pazienza per cercare di farci comprendere il loro splendido universo e qui nascono i problemi. L'uomo ha la cattiva abitudine di non saper ascoltare, di vivere al motto di: Sto bene io, stanno bene tutti" Invece dovremmo sforzarci di capire queste splendide creature che la natura ci ha affiancato, sono loro a sopportare noi, non il contrario. E' giusto che ci siano divergenze e opinioni diverse, ma la violenza porta nel baratro del nulla.
    Picchiare, molestare,umiliare una donna. Probabilmente crea soddisfazione e godimento in tanti uomini, li fa sentire superiori.
    Capita di sentire notizie di violenza e con mia moglie ci scambiamo delle opinioni,. A volte non si è sempre d'accordo, poi la guardo e penso di essere l'uomo più fortunato del mondo. La mia non vuole diventare una sviolinata per lei, dico solo che le donne sono meravigliose con tutte le loro sfaccettature. Vivere accanto ad una donna è una continua scoperta, un'eterna ricerca della felicità.
    Apro il giornale: <donna massacrata di botte dal marito geloso> <ragazza seviziata dal branco> <padre uccide la figlia che voleva andare in discoteca> <figlio sgozza la madre dopo un rimprovero> <operaio butta dalla finestra la moglie> <benestante trucida l'amante che chiedeva affetto> e via tutta una serie quotidiana di atti atroci più o meno indescrivibili.
    Chiudo il giornale, sono un uomo sposato con figli, due maschi e una femmina e mi fermo a pensare, scavando nel profondo del mio animo e trovo, ben nascosto, un angolo piccolo e buio. Ma come, da quando si trova lì? A questo punto mi spingo fino in fondo e mi addentro al buio trovando ciò che non vorrei.
    Sta dormendo, tranquilla. E' la bestia che si nasconde in ogni maschio, mi spavento, lancio un urlo; lei non mi sente. Scappo e torno alla realtà, la bestia non mi avrà mai, ma adesso che l'ho trovate dovrò sempre stare attento a non svegliarla.
    Riapro il giornale: <ottantenne pubblica una poesia d'amore rivolta alla moglie per il loro anniversario> <ragazzo chiede scusa alla fidanzata per averla offesa> padre di famiglia aiuta la moglie nelle faccende quotidiane, la donna: "fa il suo dovere"> <fratelli si ribellano al branco e denunciano le loro malefatte>
    Sospiro. Ci sono tanti bravi uomini, la maggior parte, non lasciamo che la bestia abbia il sopravvento.
    Amiamo le donne e rispettiamo le persone, femmine e maschi, indistintamente.

  • 13 marzo 2013 alle ore 9:00
    Il maestro racconta, perdono?

    Come comincia: Stava viaggiando a 240 km/h sulla sua nuova porsche nera e tirata a lucido. Non aveva mai avuto la passione per le macchine e si domandava chi o cosa l'avesse spinto a spendere 220 mila euro per un'automobile.
    "E chi se ne frega" parlava da solo. "Adesso che ho un pacco di soldi me la voglio proprio godere"

    Due settimane prima.
    "Fai almeno finta di ascoltarmi quando parlo, sii uomo qualche volta" Sua moglie aveva ragione, come sempre. A lui non interessava niente, la lasciava blaterare e poi faceva a modo suo, sbagliando spesso. Rispose gentilmente, era un tipo tranquillo.
    "Hai perfettamente ragione cara, sei il mio amore."
    "La tua ironia del bip mi fa venire i nervi, lo sai" Lei era spazientita [certo che lo so] fu il suo pensiero.
    Sposati da ventudue anni avevano due figlie di ventuno e diciannove anni. Splendide ragazze erano per molti versi uguali alla madre: belle, intelligenti e ben educate. Bravissime negli studi, stavano superando la terribile età adolescenziale senza danni irreparabili ed erano legatissime ai genitori pur provando una sorta di amore compassione per il padre che invece non ne combinava una giusta.
    Lui, abbandonati gli studi dopo un anno di superiori, aveva fatto decine di esperienze lavorative, dal facchinaggio al lavoro in fabbrica, dall'aiutante in cantiere al commesso e via via tutta una serie di impieghi, sempre con la testa tra le nuvole. Era un sognatore, ma a quarantanove anni non era ancora in grado di occuparsi della propria famiglia e in questo momento, come capitava spesso, era disoccupato. Aveva mille progetti in testa, tutte idee per poter finalmente realizzarsi e dire "Io sono questo, io sono quello"
    Per fortuna la moglie sostentava tutta la famiglia. Suo padre era titolare di una piccola azienda e lei, con il fratello, lavorava presso la ditta come impiegata e factotum. Il suo stipendio aveva permesso una certa agiatezza economica tanto da rendere ininfluente l'apporto finanziario del marito. Anche per questo motivo lui non si dannava mai più di tanto per cercare un posto di lavoro, ma adesso lei aveva la bava alla bocca.
    "Sentimi bene Carlo. Io sono stufa di vederti bighellonare per la casa in cerca dell'ispirazione giusta per fare non si sa cosa. Hai cinquant'anni e ragioni ancora come Peter Pan. Datti una mossa, non voglio che le ragazze debbano vergorgnarsi di un lazzarone come te, sono stata chiara?"
    "Chiara, Francesca, Benedetta...."
    "Smettila!" Urlò la moglie. Si guardarono negli occhi, lui la amava come il primo giorno, lei ogni tanto dubitava; ma quello sguardo! Scoppiarono a ridere e lei per non finire a far l'amore prese un cuscino dal divano e lo lanciò in faccia al marito.
    "Spicciati, vai a fare qualcosa. E da lunedì ti metti a cercar lavoro sul serio"
    "Agli ordini comandante" Rispose lui imitando il saluto militare. Vai a far qualcosa le aveva detto. Chiamò immediatamente un paio di vecchi amici e si accordarono per trovarsi al bar per bere l'aperitivo. Avrebbe offerto lui, doveva festeggiare; da lunedì si sarebbe messo a cercare un lavoro serio, lo doveva alla moglie e alle figlie.
    I due amici arrivarono in sella ai loro scooteroni. Erano amici d'infanzia, gran lavoratori e con famiglie stabili al contrario di lui che viveva nel suo mondo.
    La ragazza del bar era sempre gentile, li conosceva da anni e loro si comportavano con lei come tre adolescenti alla prime esperienze. era un dare avere che dava soddisfazione reciproca; a lei piacevano gli apprezzamenti e loro continuavano a far finta di esser giovani.
    "Allora Carlo. Stavolta tua moglie ti ha ben strigliato, adesso cosa fai?" Luca era il saggio dei tre.
    "Bhee, Adesso ordino un altro giro" rIsero tutti e tre "<Carlo> mi ha detto <cresci, non sei più un ragazzino>" lui sdrammatizzava sempre. Ettore, che era un giocherellone come lui, proseguì "Tu gli hai detto <cara, ti amo e poi ho quasi cinquant'anni, sono cresciuto>" altre grasse risate. La ragazza del bar arrivò con il secondo giro di aperitivi. Il locale era affollato, come tutti i sabati mattina. La primavera porta con se quella carica di energia che risveglia i sensi e rende tutti più allegri. Potenza della natura.
    "Questa volta devo farla felice, è una vita che mi sopporta. Non credo che sarà tanto semplice ma vedrò di provarci seriamente" Ettore e Luca si guardarono ridacchiando, conoscevano Carlo da sempre e sapevano come giravano le cose a casa sua. Lui era un brav'uomo e sua moglie una mezza santa, ma era la donna che tirava avanti la baracca e lui con gli anni si era abituato a fare il parassita. Non aveva neanche l'orgoglio tipico degli uomini in quelle situazioni; a lui stava bene così. Non si sarebbero meravigliati se la settimana dopo lì, in quello stesso bar, avrebbero assistito al suo spettacolo di autocommiserazione. Questo era Carlo, prendere o lasciare. I bicchieri nel frattempo si erano vuotati e Luca, con un cenno della mano, ordinò alla ragazza un altro giro, che nel volgere di un paio di minuti fu loro servito.
    "Carlo sei sempre il solito buffone. Quando Rosanna ti mette alle strette parti in quarta con propositi bellicosi e dopo qualche giorno sei punto a capo"
    "No Luca. Questa volta mi devo mettere d'impegno. E' vero che faccio sempre mille promesse e poi mi areno al primo ostacolo, ma stavolta dico davvero"
    "Non sparar cazzate. Ti conosco da quando andiamo alle elementari e non sei riuscito a fare mai niente di quello che ti proponevi. Hai la fortuna di avere tua moglie che ti mantiene, cacchio te ne frega?" Ettore non andava mai per il sottile, Carlo non si sarebbe offeso. Infatti rispose candidamente
    "Non hai tutti i torti, si vive una volta sola. Propongo un brindisi" I bicchieri erano nuovamente vuoti e la ragazza, che li conosceva, sapeva che piega stesse prendendo la mattina di quei tre. Al sesto giro ormai era l'alcol che la faceva da padrone. I discorsi seri e impegnati erano lentamente scivolati in fonfo al cesso, il loro tono e le loro fesserie attiravano gli amici e i conoscenti che non facevano altro che ridere. Ad un tratto Luca ebbe uno sprazzo di lucidità e con voce strascicata disse che era tardi, a casa lo aspettavano per il pranzo.
    "Ah ah! Perchè tu adesso hai fame? Ah ah!" Ettore rideva senza ritegno "Io il mio scooter devo lasciarlo qua, non ci provo neanche a guidare o il primo palo è mio" Gli avventori presenti erano divertiti dal siparietto. La ragazza del bar li conosceva bene e sapeva come prenderli.
    "Luca, tu sei in grado di arrivare a casa?" Luca era un omaccione alto un metro e novanta abbondante per più di un quintale di peso. Reggeva bene l'alcol e rispose deciso "Sono allegretto, ma non temere, mi arrangio"
    "E tu Ettore?"
    "No, no. Io no. Metti il mio scooter nel retro, passerò a prenderlo. Vado a casa a piedi" Carlo si avvicinò all'amico "Aspettami. Vengo con te. Un momento che pago i miei giri" si avviò barcollante alla cassa. Il bar si stava vuotando, era ora di pranzo, la ragazza lo accompagnò gentilmente e gli preparò il conto.
    "Senti ragazzina" Carlo era brillo e disinibito "Adesso mi dai sei numeri del superenalotto e se vinco scappiamo insieme ai Caraibi, ok?"
    "Si Carlo, si. E poi facciamo il giro del mondo in panfilo"
    "Davvero. Dammi i numeri" vista l'insistenza lei allungò una mano per prendere una scheda precompilata. Per un attimo le era parso di vedere un'ombra vicino alle schede e una di esse era scivolata a terra. [Forse è un segno del destino] pensò e fece la giocata.
    "Ecco Carlo, così vai a casa tranquillo e vedete di non fare danni voi due"
    Ettore prese sotto la sua spalla l'amico che era più brillo del solito. Piano piano e non senza qualche difficoltà i due amici arrivarono alle rispettive abitazioni. Carlo pregò tutti i santi in cielo che le sue donne non fossero in casa. La porta era chiusa a chiave, buon segno, infatti la casa era vuota "Grazie santi miei" Si trascinò quindi in bagno e si schiaffò in doccia. Sotto l'acqua gelida ripensò alla mattinata appena trascorsa, dapprima ridendo poi man mano cadendo in depressione [paturnie post sbornia] fu il suo pensiero. Dopo aver fatto la doccia si accorse di non essere così ubriaco e decise di preparare da mangiare anche per le sue donne. Quando sua moglie entrò in casa avvertì subito i profumi penetranti provenienti dalla cucina, si affacciò alla porta e trovò il marito indaffarato sui fornelli. Lo conosceva troppo bene.
    "Come è andata stamattina?" Lui evitò di girarsi a guardarla fingendosi troppo impegnato e rispose
    "Tutto ok cara. Ho fatto un salto al bar e ho trovato Luca ed Ettore che bevevano il caffè"
    "Si, li hai trovati, a bere il caffè ovviamente. E tu, hai bevuto il caffè?" Lei aveva notato la voce malferma del marito, che pur mettendocela tutta non era riuscito a parlare in maniera fluida e decisa.
    "Si, si. Poi abbiamo bevuto un aperitivo e sono venuto a casa, a preparare il pranzo"
    "Un aperitivo, non l'aperitivo" non aveva minimamente creduto ad una parola "Carlo! Fammi vedere gli occhietti" Carlo si girò verso di lei molto lentamente, troppo, i suoi occhi erano una confessione.
    "Senti, vai in camera a dormire. Alle ragazze dirò che ti sei dato da fare tutta la mattina ed eri stanco. Poi stasera ne riparliamo" Era andata meno peggio del previsto, ma l'atteggiamento della moglie rendeva ancora più grande la sensazione di sconfitta e sconforto. Per qualche minuto fu assalito da pensieri tristi e malauguranti, senso di colpa e certezza di essere un fallito. Poi la stanchezza prese il sopravvento e crollò in un sonno profondo.
    Sua moglie era seduta sul letto, ai suoi piedi. La finestra socchiusa lasciava entrare gli ultimi raggi di sole di una splendida giornata primaverile.
    "Le ragazze hanno già cenato e sono uscite. Mi hanno chiesto di te e ti salutano affettuosamente. Adesso ti alzi a mangiare qualcosa o pensi che ti porto la cena a letto?"
    "Uhau! Sarebbe splendido" stava decisamente meglio.
    "Alzati imbroglione! E io che mi preoccupavo per te"
    Lui afferrò la su amano e delicatamente la tirò a se. Si baciarono con passione. "Ti amo Rosanna" "Anche io, ma adesso alzati e vieni a cenare"
    Carlo rimase di pietra. La tavola apparecchiata per due con tanto di candela accesa e il profumo di carne stufata con patate arrosto che lui adorava.
    "Non sapevo se stappare la bottiglia di rosso, visto la tua mattinata"
    "Apriamola e brindiamo al nostro amore" confermò lui.
    Cenarono tranquillamente, chiacchierando del più e del meno come due giovani fidanzati, toccando argomenti frivoli e poco impegnativi. Adesso che le figlie stavano diventando autosufficienti e dimostravano tutte le loro splendide doti, potevano permettersi, a volte, di escluderle dai loro discorsi. Carlo aspettava però l'attacco della moglie, anche lui la conosceva bene. Ed infatti, mentre gli voltava le spalle intenta a preparare il caffè, partì alla carica.
    "Quindi stamattina vi siete divertiti come ragazzini e non ti è passato minimamente per il cervello di sbatterti a cercare un lavoro, vero?" La tattica della donna era chiara, adesso che lui si sentiva tranquillo e appagato era vulnerabile. Lo scopo era quello di irretirlo per innescare la discussione. Carlo conosceva quasi tutte le tecniche della moglie. Ora lei si aspettava una sua risposta spazientita, delle scuse nel vano tentativo di arrampicarsi sui vetri, così avrebbe potuto scatenare  il suo monologo investendolo di richieste e accuse. Oppure avrebbe potuto rispondere con ironia <si cara, ci siamo divertiti un sacco e dopo una bella dormita questa cenetta al lume di candela è stata un vero spettacolo> In questo caso l'avrebbe mandata su tutte le furie, scatenando una reazione ben peggiore di un monologo. Optò per la diplomazia seria e coerente nel tentativo di spiazzarla
    "In effetti abbiamo superato il limite, hai ragione e neppure per un attimo ho pensato di andare in giro a disturbare la gente al sabato mattina. Non sto neanche qui a farti mille promesse di quel che farò o no. Lunedì mi alzo come al solito e comincio il mio giro cercando magari di metterci un pò più di entusiasmo e volontà" Era il massimo che poteva dire e fare. Lei lo sapeva e si era accorta della sua sincerità. Versò il caffè nelle tazzine senza dir nulla. Si scottarono la bocca nella fretta di bere e poi finirono in camera.
    La notte movimentata li tenne a dormire fin dopo le undici della mattina. le ragazze erano già uscite e Rosanna preparò il caffè. Il profumo della bevanda raggiunse le sensibili narici di Carlo che in pochi balzi raggiunse la moglie in cucina. Adesso lei voleva capire.
    "Ieri sera dicevi sul serio? Domani ci metterai un pò più di convinzione?"
    "Si tesoro. Non ti prometto nulla, domani mi alzo e vado alla ricerca"
    "Carlo, ascoltami. In ditta le cose si fanno sempre più difficili. La crisi si sente, i clienti non pagano e anche se abbiamo buone prospettive è probabile che dovremo rivedere gli assetti societari e ricalcolare i compensi. A spanne io dovrei rinunciare a circa il venti per cento del mio stipendio, comunque sufficiente ad andare avanti, ma un tuo apporto garantirebbe ulteriore sostegno alle ragazze" Le ragazze. L'unico argomento che lo scuoteva erano le figlie. Sua moglie stava dicendo che il momento difficile li stava per colpire e bisognava fare ulteriori sacrifici in funzione delle figlie. Non era del tutto vero, ma lei riusciva a farglielo credere, era l'unico modo per destarlo dal torpore.
    "Va bene, va bene. Ho capito. Serve un maggior apporto economico da parte mia" Lei aveva vinto.
    "Ecco, bravo. Vado a farmi una doccia, tu prepara il pranzo, grazie"
    "Preparò delle tartine e dell'affettato.Tostato un pò di pane apparecchiò la tavola per due. Le figlie erano in giro con gli amici. Stava scorrendo i canali della tv con il telecomando quando su una emittente locale lo colpì una notizia.<Vinti centoventidue milioni di euro al superenalotto> E poi il servizio proseguiva con le interviste ai proprietari della fortunata ricevitoria e di tutti gli avventori. [Cazzo! E' il mio bar] Un brivido gli scosse la schiena, prese il portafoglio appoggiato sul tavolo della sala ed estrasse il suo tagliando. Sintonizzò la tv sulla pagina televideo con i numeri vincenti: 3-6-23-29-72-90. Cominciò a tremare, poi gli venne un attacco di ridarella che si trasformò rapidamente in un pianto isterico. Si sentì schiacciare da una pressione invisibile. Non riusciva ad articolare i movimenti del suo corpo e il cervello suonava violenti campanelli d'allarme. La gola si chiuse e l'impressione di soffocamento lo stremò. Infine, con uno sforzo degno di Ercole, rilesse con calma i numeri stampati sulla sua schedina e li confrontò con quelli sul video. Erano i suoi, aveva vinto. Dalla gola uscì un urlo liberatorio "Ho vinto! Vinto, vinto, vinto. Sono ricco, siamo ricchi sfondati" Sua moglie, che nel frattempo aveva finito di far la doccia, corse in cucina a vedere cosa stava succedendo. Trovò il marito che zompettava e strillava attorno al tavolo, come un indiano intento ad eseguire la danza della fertilità intorno al suo totem. "Carlo! Carlo! Sei impazzito" non la sentiva, era in preda al delirio. Lo afferrò per un braccio "Carlo! Fermati, ascoltami! Cosa stai facendo?" Lui si fermò e la guardò come fosse appena sbarcato da Venere. "Siamo ricchi, ricchissimi!" Lei continuava a non capire.
    "Guarda tesoro, guarda. Sei, sei al superenalotto. più di centoventi milioni e sono nostri" e riprese a saltare come una cavalleta. Lei afferrò la schedina e controllò numeri, data e numero di giocata; coincideva tutto, erano ricchi. Come colpita da una clava, crollò a terra in ginocchio. Anche lei cominciò ad avere degli spasmi incontrollati. Si rialzò e cercò di restare lucida, ma lui la afferrò  e la coinvolse nel suo ballo senza senso, urlando e cantando.Ma la mente analitica e razionale della donna riprese il controllo della situazione. "Basta. Adesso basta, fermati" Lui si sentì come quel bambino che ha appena ricevuto in dono la batteria e non puo suonarla. Si fermò fissando smarrito la moglie. "Fermati Carlo. Datti una calmata" adesso lui la sentiva. "Se quel biglietto è vero e non uno dei tuoi soliti scherzi, siamo nei guai" L'uomo non capiva. Forse l'eccitazione gli disturbava l'udito, forse sua moglie non aveva detto nulla, ma la sua espressione valeva più di mille parole.Tentò di essere diplomatico e domandò per conferma "Hai detto che è un problema?"
    "Si, ho detto che è un problema; un grosso problema" addio diplomazia.
    "Sei impazzita! Abbiamo tra le mani una fortuna che risolve tutti i nostri problemi e tu mi dici che è un grosso problema? Stai delirando?"
    "Tu stai delirando. I problemi li ha risolti a te che adesso in maniera definitiva non farai più niente nella vita visto che per te lavorare è solo ed esclusivamente una questione di soldi"
    "Ovvio. Si lavora per i soldi e adesso che ne abbiamo un pacco chi se ne frega di lavorare. Io mi dedicherò ai miei hobby, tu puoi ritirarti dalla ditta di tuo padre così gli risolvi il problema del nuovo assetto societario. Magari gli stacchi un assegno così si sistema. Le nostre figlie e tutte le generazioni a venire avranno il futuro assicurato. Io e te possiamo goderci la vita"
    "Sei il solito egoista! Io tengo alla ditta di mio padre, è una parte della mia famiglia, non un giocattolo"
    "Ma anche a loro non faranno schifo un pò di quattrini piovuti dal cielo e poi non mi dirai che hai a cuore le sorti di un'azienda agonizzante dove per anni hai sgobbato come un somaro e adesso devi anche ridurti lo stipendio. Pensa a noi due" Aveva passato il segno, lei lo fulminò con lo sguardo.
    "Il somaro ti ha sempre permesso di sollazzarti nel tuo mondo fiabesco. il somaro ha dato il sangue per tenere in piedi l'azienda che fino ad oggi ci ha mantenuti. Io volevo discutere con te di questa cosa fuori dalla nostra portata, ma vedo che ti ha già dato di volta il cervello. Non sono i soldi che fanno gli uomini e tu non sei un uomo" Lui fece per replicare ma la moglie era già uscita dalla cucina, discorso chiuso.
    Roba da matti. Avevano vinto una cifra che avrebbe sistemato la loro famiglia per generazioni e lei sollevava dei problemi. Non pranzarono, avevano perso l'appetito. La giornata scivolò via silenziosa, lui continuava a non capire ed era arrabbiato. Sua moglie, la donna che amava, non gli parlava perchè aveva vinto tutti quei soldi. No, era lei anormale, bisognava festeggiare. Uscì di casa sbattendo la porta e si diresse al bar. C'era gente che festeggiava ancora. Strano, pensò Carlo, la crisi attanagliava il paese, conosceva quasi tutte le storie dei presenti e sapeva che tutti in qualche modo avevano problemi economici. Eppure erano lì a festeggiare, spendendo un sacco di soldi per una vincita non loro. Bastava poco per mettere di buon umore la gente. Udiva i commenti, voci urlanti e strascicate. L'alcol scorreva a fiumi e l'euforia aveva contagiato tutti, anche chi di solito stava tranquillo nel suo angolo.<Magari è tuo fratello e non te lo dice> <Gli spezzo il collo, ho il mutuo sulla casa e sono in disoccupazione> <Magari non è del paese> <La Susanna dice che è del paese> <Certo! Lei lo sa e se lo porta a letto così gli spilla i quattrini> <E se è una donna> <Tranquillo, per soldi si fa anche una donna> E via discorrendo tutta una serie di commenti tra il serio e il faceto che riempivano il locale di un frastuono da sagra di paese. Carlo riuscì ad avvicinarsi a stento al bancone, dove i due titolari e la Susanna facevano fatica a servire tutti i clienti.
    "Mi fai un caffè doppio?" Tutto quel trambusto, quell'euforia. Avrebbe voluto urlare <sono io il vincitore!> Susanna gli porse il caffè e lo fissò con uno sguardo inequivocabile. Aveva capito.
    Dopo un paio d'ore erano a casa di lei e nel volgere di un attimo si trovarono avvinghiati a letto. Erano da poco passate le due e lui si svegliò in preda al panico. Cosa aveva fatto? Lei si tirò su e completamente nuda si diresse in cucina. Il bagliore dei lampioni stradali ne delineavano il corpo perfetto, Carlo era eccitatissimo. Lei tornò con un contenitore, lo aprì e si apprestò a compiere un gesto chiaramente familiare.
    "Ne vuoi un pò?" Carlo era sempre stato lontano dalle droghe. Non era un puritano, ma le considerava porcherie nocive alla stregua di veleni.

    "Certo come no, dai qua" Passarono il resto della notte drogandosi e facendo sesso e all'alba lei si  preparò per andare al lavoro.. Lui era stravolto e si chiedeva cosa avrebbe detto sua moglie. Susanna stava uscendo e si voltò verso di lui affermando
    "Abbiamo un patto noi due, prenota i biglietti per i Caraibi"
    Cosa aveva fatto? Rientrò a casa in tempo per incontrare la moglie. Faticò a guardarla, la notte di bagordi aveva lasciato il segno. Lei lo osservò un istante e poi con tono glaciale disse
    "Ovviamente oggi non vai a cercarti un lavoro" e uscì di casa lasciandolo nella sua disperazione.
    Susanna gli aveva lasciato un pò di droga,. Aveva deciso  di buttarla nel water ma ripensandoci decise di farsela tutta; aveva cambiato idea.
    Si recò in città, presso un notaio conosciuto in precedenza. In breve riuscì ad ottenere una linea di credito con un ente affiliato ad una finanziaria avendo a disposizione da subito tre milioni.
    Per due settimane si diede alla pazza gioia, folleggiando con la ragazza del bar fino all'esaurimento. Le sue fugaci apparizioni a casa coincidevano sempre con gli orari in cui le figlie non erano presenti. Incrociò qualche volta la moglie, che fiera e orgogliosa non gli rivolse mai la parola, nessuna domanda, niente.
    Quel sabato mattina doveva andare a ritirare la macchina nuova e gli serviva un documento che teneva nella cassaforte di casa. Aspettò che passassero le nove, così anche sua moglie sarebbe stata fuori. Invece la trovò ancora in casa. Si defilò e andò a recuperare il suo documento. Stava per uscire furtivamente, come un ladro, quando con la coda dell'occchio vide il volto di sua moglie e per un attimo si bloccò. Chiaramente lei aveva appena finito di piangere, non piangeva mai, la donna forte che sopportava tutto, o quasi. Non si parlavano da due settimane ma non riusciva a muoversi per andarsene, qualcosa lo bloccava. Dalle sue labbra uscirono alcuni suoni sconclusionati. Poi con uno sforzo estremo articolò due parole con un senso.
    "Tutto bene?" lei sollevò il capo chino, lo guardò come si trattasse di un soprammobile.
    "Le tue figlie, hanno chiesto di te" Una amazzata in testa gli avrebbe causato meno danni. Un conato di vomito gli salì dalle viscere. Sapeva che restando lì sarebbe stato stritolato dall'angoscia, così, senza nessuna risposta, scappò via; aveva una macchina da ritirare.

    "Anzi, vediamo a quanto arriva questo gioiellino" Accelerò, 250,260,270 km all'ora e saliva ancora.
    Un bagliore improvviso si parò davanti ai suoi occhi,accecandolo. Frenò bruscamente, per fortuna quel bolide era dotato di sistemi di frenata all'avanguardia e tutta una serie di sensori e pompe idrauliche tennero la vettura sulla carreggiata. Adesso viaggiava a meno di 70 km orari. Si fermò alla prima piazzola, scese dall'auto e vomitò violentemente. Risalì in macchina si ripulì e scoppiò in un pianto frenetico, singhiozzando e gemendo.
    Rientrò a casa e trovò la moglie piangente dove l'aveva lasciata, in cucina. Prese una sedia e si pose di fronte a lei. Si fissarono per un attimo, sguardi vuoti. Poi lui parlò
    "Ho visto la morte, da una parte. Dall'altra la vita, ho visto te. Scusa, ho sbagliato, perdonami se puoi"
    Il suo viso si illuminò di una gioia immensa, lo sguardo di lei era tornato quello della donna che amava. Nessun contatto, nessuna foga, lei si limitò a dire due parole fondamentali
    "Ti perdono"

    "Vi è piaciuta la storia? Il mondo è pieno di problemi ma se scaviamo nel nostro animo ci sono parecchie cose buone. Il saper perdonare è una di queste" Tutti i presenti erano attenti e uno disse
    "Magari lo ha perdonato per tutto quel mucchio di soldi che aveva vinto"
    "No, no. Con quei soldi hanno avviato attività benefiche. Ma questa è un'altra storia"
    "C'è la racconti maestro?"
    "Un'altra volta, adesso sono stanco. E ora, chi mi prepara una cioccolata calda?"

  • 12 marzo 2013 alle ore 17:24
    Sul treno

    Come comincia: Tanto valeva la pena farsi coraggio e salire, si guardò indietro e pensò all'acqua cristallina che si era lasciato alle spalle e ai giorni felici ormai lontanissimi.
    Il vagone del treno ero buio e vetusto, si sedette nell'unico vagone dove le chiacchere non erano sparate a decibel esagerati, prese un libro dalla borsa e si fermò a pensare a quante trame di libri che aveva letto da giovane riusciva a ricordarsi ancora.
    Dove era seduto non era di certo come la sua poltrona preferita nella casa delle vacanze estive, un luogo paradisiaco e utopistico nel suo essere così un'oasi di tranquillità.
    "Mi scusi è libero quel posto?"
    Rimase un attimo interdetto di fronte a quella donna, vestiva d'alta classe come se fosse appena uscita da un set pubblicitario e la sua bionda chioma era una splendida cornice per un viso leggiadro come il suo.
    La riconobbe subito nonostante lei ignorasse chi fosse lui, quella persona era la sua vicina di casa quando andava al mare, era una giovane che si diceva essere una vera macchina da soldi sul lavoro e infatti non dormiva quasi mai nella sua abitazione e si vedeva di rado.
    "Prego, è libero si accomodi."
    Si sedette in maniera goffa, il vestito non era solo un'opera d'arte ma era anche parecchio ingombrante e poteva rendere ridicola anche la dama più elegante, appena trovata la posizione più comoda tirò un respiro di sollievo.
    Lui ricacciò il naso nel libro, colonne e colonne di parole senza senso, la sua mente vagava in fantasie via via sempre meno caste e sempre meno adatte ad un luogo pubblico.
    Non era da lui quello che stava capitando nel suo animo, quel battito impazzito del cuore e quel desiderio animalesco erano i sentimenti di un altro ne era consapevole.
    Si alzò ben attento a recitare per bene il ruolo della persona tranquilla e a capo chino senza guardarla negli occhi si accinse ad uscire dallo scompartimento.
    Percorse il corridoio con passo svelto e celere al bagno, dove ricomporsi si diceva tra sè e sè, mentre le chiacchere provenienti dalle altre cabine non lo sfioravano nemmeno.
    Arrivato a destinazione pose la mano sulla serratura ma la porta non si aprì e una voce fastidiosamente graffiante lo redarguì, stette fuori ad aspettare e cercò di placare quella sciocca insicurezza e tutto quel trambusto interiore.
    "Mi scusi devo cambiare il mio bambino, posso passarle d'avanti?"
    Una donna grassoccia e con i capelli in disordine lo guardava con aria afflitta, in braccio un piccolo frugoletto piagnucolante, era evidemente un'urgenza che non permetteva ulteriori ritardi.
    "Certamente signora si figuri.."
    Si fece da parte e lasciò alla signora il posto in fila, non trovò nula di meglio da fare che provare ad indovinare quale vita conducesse quella figura non troppo attraente, un modo come un altro per ingannare l'attesa e mettere un freno alle proprie tentazioni.
    Distratto dai propri pensieri non si era accorto della figura che ora usciva dalla toilette, un uomo alto e magro con i capelli brizzolati e il fiato corto come dopo una corsa, subito dietro di lui una donna intenta a riabbottonarsi la camicetta in fretta e furia ma con aria soddisfatta.
    La madre li guardò scandalizzata ma non si fermò a fare una paternale, prese il pargolo e lo appoggiò alla bene e meglio sulla spalla, aprì goffamente la porta e si chiuse dentro.
    Quando l'uomo uscì finalmente dai suoi pensieri contorti vide che era il primo in fila e si chiese quanto mancava al suo ingresso nel locale, dietro di lui un paio di ragazzotti si passavano le cuffie di un lettore mp3, la musica che ne usciva era a lui sconosciuta e irritante.
    "La ringrazio è stato molto gentile".
    Un vero fulmine di guerra, probabilmente era abituata a cambiare il pargolo molte volte al giorno, sorrise e fece un cenno con il capo.
    Corse dentro la stanza prima che altri individui potessero ascoltarlo, si chiuse a chiave ben bene e con un sospiro si sedette sul water chiuso, era finalmente in un luogo dove poteva rimettersi in sesto prima di tornare nel vagone e sottoporsi nuovamente al difficile esame che lo attendeva nelle vesti di una bellissima e misteriosa donna.
    Il sole che filtrava nel bagno creava un'atmosfera irreale e tutto sembrava galleggiare nell'inquietudine, guardò nello specchio davanti a sè e si fermò a pensare agli anni e anni di sporcizia sopra di esso.
    Quell'atmosfera lo riportò all'infanzia, i pomeriggi estivi passati a cercare vecchi e polverosi ricordi in soffitta, dal lucernario entrava la stessa luce che entrava ora e questo in qualche modo gli fu di conforto.
    Si guardò nello specchio ora pulito con un pezzo di carta igienica e si fermò a guardare l'immagine riflessa, era iniziato il solito interrogatorio e la solita ispezione.
    Vide i primi capelli grigi, quelli che lui chiamava capelli chiari o certe volte biondi giusto per mentirsi ulteriormente, vide alcune zone rade in quella chioma una volta fluente e affascinante.
    Le rughe agli angoli degli occhi potevano far pensare ad un passato nel mondo pugilistico e invece nascondevano solo una pessima cura della propria persona, la verità era che si curava solamente quando era previsto un incontro con un altro essere umano, non vedeva infatti il motivo di curarsi e di mostrarsi in panni migliori se non doveva uscire dallla propria casa.
    Si guardò le grandi mani e cercò di pensare a quale ragazza gli aveva fatto un complimento in proposito, la sua ambizione era di far sentire sempre protetta la persona amata e sperava sempre di suscitare questa sensazione.
    "Sembra ieri che ero un ragazzo delle scuole medie al campo scuola, quello che mi mostra il riflesso invece è solo un volgare trucco."
    Mentiva spesso a sè stesso, cercava di sentirsi speciale o almeno cercava di essere speciale per qualcuno, se non lo fosse allora sarebbe stato solamente un altro individuo qualunque e questa era un'idea che lo rendeva infelice.
    Quella donna seduta vicino a lui prima era veramente affascinante, la sua mente tornò presto a lei e al desiderio di farla sua.
    Si lavò il viso e stette sotto l'acqua gelata almeno cinque lunghi minuti, solo un violento bussare alla porta lo fece ritornare alla realtà.
    "Mi scusi è tutto a posto, sta bene? Stiamo aspettando da molto qui fuori."
    Si sentì a disagio dopo quel rimprovero giunto da una giovane voce, si rese presentabile in fretta e furia e uscì in silenzio sempre senza guardare chi aveva davanti, sapeva di essere osservato dagli altri passeggeri in attesa e ormai evidentemente contrariati.
    Prese il corridoio che lo avrebbe riportato nel suo scompartimento e si soffermò a guardare il panorama che schizzava via a una velocità impressionante dal finestrino, era la stessa magia che lo stregava da bambino quando era in auto con il nonno.
    Non era pronto a rientrare nello scompartimento dove lei lo attendeva, si fermò ancora un attimo rapito dal panorama che il treno in corsa gli offriva.
    Si soffermò a pensare a quante donne aveva giurato amore eterno, a quante volte era finito nel baratro per una storia finita male ed infine a quanto dolore costava rialzarsi dopo l'ennesimo fallimento.
    Anche il rapporto più importante che aveva vissuto era stato liquidato dalla sua ex come se fosse stato una brezza leggera anni dopo, il tempo a volte è crudele e ti costringere a recitare ruoli non tuoi come quello dell'amico.
    "Dai sono stati solo due mesi e sono passati due anni!"
    Queste parole bruciavano sempre nella sua testa e non se ne andavano, a questo punto decise che quello che lo aspettava era francamente meno peggio di quello che aveva rivissuto.
    Aprì la porta scorrevole e senza proferire parola si andò a sedere al suo posto, lei era lì che lo guardava con un pizzico di malizia e un tocco di curiosità.
    "Stavo cominciando a preoccuparmi per lei, è stato via parecchio tempo."
    Lui la guardò basito e cercò di simulare la sorpresa di questa inaspettata confidenza cortese, studiò un attimo quale risposta era la migliore prima di esprimersi.
    "Per usare i servizi c'era una lunga fila, ho dovuto aspettare a lungo."
    Lei rise spensierata e mise via il libro che stava leggendo, era un tascabile dalla copertina rossa consunta.
    "Io mi chiamo Barbara e lei è.. ma certo lei era il mio vicino di casa questa estate al mare."
    Stupito che lei in quei pochi momenti che era nel suo domicilio lo avesse riconosciuto, non seppe bene come reagire.
    "Non ci siamo mai presentati.. anzi a dire il vero ho sempre pensato che fosse sempre fuori per lavoro, i vicini la descrivono come una persona instancabile."
    Lei sorrise e tutto il mondo splendette, questo è uno dei tanti poteri di una donna, sanno trasformare anche il giorno più grigio in un giorno di sole.
    "Mi scusi ma lei non mi ha ancora detto come si chiama."
    Quel rimprovero scherzoso lo colse in fallo, la guardò a lungo negli occhi castani e poi si soffermò un attimo sulle lunghe gambe vellutate.
    "Mi chiamo Alan, piacere di conoscerla Barbara."
    Barbara gli strinse la mano, una stretta forte e decisa che lasciava capire che lei non era per niente il sesso debole, si aggiustò per l'ennesima volta l'ingombrante vestito e sospirò.
    "La gente deve sempre trarre conclusioni affretate Alan, è vero non ero mai a casa ma non per lavoro bensì per recarmi in ospedale da mia madre."
    Avere tatto di fronte a quelle che sono considerate situazioni delicate non era il suo forte, provava un forte distacco anche per i problemi che lo toccavano figuriamoci per quelli di un altro, cercò una frase da dire non troppo evasiva e nemmeno troppo invadente.
    "Capisco, mi spiace molto.."
    Entrarono in una galleria e fu subito buio, nessuno poteva giurare che il mondo fuori in quei cinque secondi di nero totale esistesse ancora e che il tempo non si fosse cristalizzato.
    Tornò la luce e lei era lì a fissarlo quasi annoiata, il sorriso dal suo volto era ormai sparito e aveva lasciato spazio solo all'ansia e alla preoccupazione.
    Lui si alzò e andò a sedersi vicino a lei, le strinse la mano nella sua e questa volta fu lui a sorriderle ma con gli occhi.
    "I brutti e i bei momenti si alternano sempre, sono come il sole e la luna."
    Barbara si lasciò andare e gli pose la testa sulla spalla, non sapeva bene chi fosse quell'individuo ma gli infondeva sicurezza, era come i primi raggi di sole dopo un lungo inverno.
    Ora la donna poteva chiudere  gli occhi e sentirsi protetta, le notti tra medicine e dottori erano ormai distanti e il peggio era ormai alle spalle, poteva tornare a casa sapendo non solo che la malattia del genitore era sconfitta ma che forse aveva trovato qualcuno di speciale.
    A volte le parole sono solo un inutile spreco in un discorso già perfetto, è la vita a girare le pagine della nostra storia e Barbara aveva deciso di non essere una lettrice troppo curiosa, non sarebbe andata fino in fondo al libro per scoprire prima il finale.
    Alan era un perfetto nuovo inizio e non andava rovinato con la fretta, si sarebbe lasciata cullare e proteggere.
    Dopo qualche ora il treno finalmente si fermò, lei aprì gli occhi incoraggiata da una sua carezza e capì che il loro viaggio era appena iniziato.

  • 09 marzo 2013 alle ore 1:25
    Di notte

    Come comincia: E' notte fonda, mi sveglio di soprassalto: è strano, come se qualcosa di imprevisto ed imprevedibile abbia interrotto il mio sonno.
    Chi lo sa: un sogno poco gradevole? un dolore causato da una posizione sbagliata? qualsiasi sia stata la causa sta di fatto che, alle 3.00, mi rigiro nel letto senza sapere bene cosa fare.
    Mi alzo e vado in cucina: forse una tazza di latte caldo può servire a rilassarmi e quindi contribuire a farmi riprendere sonno.
    Silenziosamente, per non svegliare nessuno, prima di accendere la luce chiudo la porta: vedo il pacchetto di sigarette sul tavolo e me ne accendo una.
    Il bricco è già sul gas, prendo il barattolo della cioccolata e ce ne metto due cucchiai colmi: giro lentamente.
    Il fumo che sale dalla sigaretta si compone in spirali, le seguo con gli occhi e lascio i pensieri vagare liberamente.

    Come è strana la vita, dopo anni spesi a punirmi di qualcosa di cui non sono mai stata responsabile, ho rischiato di ricominciare, ma l'esperienza conta qualcosa, almeno per me e, fortunatamente, mi sono fermata in tempo.
    Già, stavolta non sono stata così presuntuosa da voler fare tutto da sola o, forse, stavolta ho capito di non aver colpe da dover scontare.

    La strada intrapresa è quella giusta, ne sono sicura.
    Sento che giorno dopo giorno le cose vanno meglio e riacquisto voglia di fare e amore verso me stessa.
    Si allontanano i cattivi pensieri, i ricordi dolorosi, le persone che mi hanno ferito, quelle che non hanno capito e coloro che ho perso... il centro, ora, sono io!
    Non serbo rancore, è un sentimento che non mi appartiene, lascio sempre uno spiraglio aperto per chi vuole rientrare: non serve bussare, basta entrare con discrezione e, soprattutto, con sincerità.

    La sigaretta è finita e con essa hanno smesso di formarsi le spirali, i pensieri tornano al loro posto.
    Spengo il gas, prendo una tazza e ci verso la cioccolata bollente!!
    Mi siedo al tavolo ed inizio a sorseggiarla, il calore che sprigiona mi regala una sensazione gradevolissima: dolcezza!!
    Il profumo di quella cioccolata bollente ha riempito la cucina ed è inebriante: esattamente come la vita che intendo vivere da ora in poi!!!

  • 08 marzo 2013 alle ore 12:15
    Un pensiero per l'otto marzo

    Come comincia: Quanti sono i sorrisi negati?
    Sono tanti: sempre troppi.
    Un sorriso negato, negato per sempre, è come uno schiaffo all’umanità.
    E’ una vergogna per tutti: per i colpevoli, per i complici... per chi ha taciuto e tace.
    Ognuno di loro è carnefice, ogni giorno.
    Ogni volta che un bambino si vedrà negato il sorriso della sua mamma.
    Tutte le volte che un ragazzo, un uomo, un’amica, una mamma... si vedrà negato il sorriso della sua bambina.
    Voi, gli aguzzini... e voi i complici. e voi... gli omertosi e i vigliacchi, sarete sempre lì.
    Le luci e i riflettori, i giornalisti, che si accaniscono in quel mestiere, che loro stessi hanno reso sporco; quelli che vi pagano... quelli che vi giustificano... quelli che vi parlano.
    Tutti lo sanno. Tutti lo sappiamo, tutti sospettiamo di voi ... ogni santo giorno.
    Il giudice freddo, l’avvocato che pagate, la guardia che vi scorta, il vicino che vi conosce...
    Tutti sanno che siete voi i responsabili di quei sorrisi negati.
    Ricordatevene sempre: voi siete quelli che tolgono la gioia al mondo.

  • 07 marzo 2013 alle ore 18:21
    Trailer: Terapia d'Urto - RIFIUTI TOSSICI

    Come comincia: Il postino suonò due volte come nella migliore tradizione. Erano settimane che Marco stava aspettando la raccomandata che gli avrebbe cambiato la vita. Scriveva da anni, ma non aveva mai trovato il coraggio di inviare ad una casa editrice i suoi manoscritti. Per il suo modo conservativo di affrontare (beh.. Affrontare, diciamo costeggiare) la vita era una cosa fin troppo ardita.

    "E se non piacerà?" continuava a tormentarsi.

    E non solo: non la smetteva di chiedere con insistenza ai suoi amici più cari se i suoi romanzi potessero, per qualche congiunzione astrale, solleticare gli interessi di un singolo editore. Non la Mondatori o la Eraudi. A lui sarebbe bastato anche l'ultimo della pista, il più sfigato degli editori. Anzi, probabilmente con quello più sfigato avrebbe avuto un canale di comunicazione preferenziale. I simili si riconoscono.
    Erano anni che gli amici, e in particolare Roberto, conosciuto sui banchi di scuola, provava a spingerlo a mollare i pappafichi e a fargli lasciare il suo porto di sicurezze, per navigare, finalmente, verso il mare aperto, che purtroppo agli occhi di Marco sembrava sempre volgere verso La tempesta perfetta. Come quel film che avevano visto un pomeriggio qualunque a casa di Roberto, quando invece di studiare coltivavano le loro passioni di adolescenti.
    Preso da questi pensieri titubò ancora un attimo sulla porta di casa e poi aprì al postino che era notevolmente infastidito per l'attesa.

    «Buongiorno. Mi scusi se l'ho fatta aspettare».

    «C'è da firmare una raccomandata. Ecco qui. Bene. Arrivederci».

    «Arrivederci».

    Marco fu colto di sorpresa quando vide che la raccomandata proveniva dall' Editore Borpiani. Non aveva inviato il suo romanzo in quella specifica casa editrice, ma non se ne curò molto, preso com’era dall'eccitazione e dalla curiosità di sapere il responso dell'oracolo. Aprì strappando in malo modo la busta e incominciò a leggere:

    «Egregio Sig. Ravelli,
    La ringraziamo per averci mandato il suo manoscritto e  bla bla bla...

    (Dai, arriva al dunque!) - pensò Marco -

    …e quindi, dopo un'attenta e accurata lettura della sua opera possiamo affermare con certezza che:

    IL SUO MANOSCRITTO È UNA MERDA!
    Cordiali saluti ecc. ecc.»

    «Cooosaaaaa?» Marco non riusciva a credere ai suoi occhi. Lo leggeva e lo rileggeva. Sembrava una delle situazioni paradossali che capitavano di continuo ai protagonisti dei suoi romanzi.

    «Il suo manoscritto è una merda! Il suo manoscritto è una merda!» ripeteva a bassa voce
    camminando nervosamente per il suo monolocale.
    «Il suo manoscritto è una merda! Il suo manoscritto è una merda! ...IL SUO MANOSCRITTO È UNA MEEEERDAAAAA!» urlò alla fine a braccia aperte e quasi affacciato alla finestra, come se volesse farlo sentire a Dio in persona.
    Una vecchina che stava portando il suo barboncino a fare i bisogni vicino al palo della luce di Casa Ravelli, lo guardò per un attimo, abbassò subito lo sguardo per la paura e andò via rapidamente non potendo fare a meno di scuotere la testa.

    «Dai Marco, calmati!» – parlò a se stesso – «ora ti fumi una bella sigaretta e vedrai che tutto andrà per il meglio. Ci sarà sicuramente una spiegazione scientifica». Parlare a se stesso con questo tono rassicurante, con consigli amichevoli e razionali, e ponendosi all'esterno della situazione che lo vedeva invischiato in prima persona, lo aveva sempre tranquillizzato molto in tutte le esperienze negative che aveva dovuto subire nel corso degli anni.  Era come prendere le distanze da problemi che come per incanto non lo riguardavano più. E forse era per questo che non aveva mai imparato ad affrontarli. E per la prima volta si rese conto dell'errore che aveva commesso per decenni.

    «Bastaaaa... Ci sono io dentro, cazzo! Inutile fare finta che tutto si aggiusterà e che prima o poi la mia vita sarà come ho sempre desiderato. Basta sognare di essere intervistato a Che tempo che fa da Fabio Fazio!»

    «Allora Signor Ravelli, il suo libro d'esordio è diventato un best seller. Primo in tutte le classifiche di vendita per ventiquattro settimane di fila. Come si spiega il suo successo?»
    «Innanzitutto, Dott. Fazio, La ringrazio per il Suo invito. Io l'ho sempre ammirata fin dai tempi di Quelli che il Calcio. Dal 1997, “Tutto questo, per la precisione!” Massimo Alfredo Giuseppe Maria».
    E giù tutti a ridere. Li avrebbe conquistati se solo avesse avuto una chance.
    Avrebbe anche azzardato: «Ora come ora sono più famoso di Gesù e alla pari con i Beatles!»
    Beh forse quello era un po' troppo, si sarebbe dovuto prima consigliare con il suo manager.

    «Bastaaaaa!!!!Ancora? Marco ci stai ricascando di nuovo! La tua realtà è diversa...vivi in un appartamento di merda, hai rifiutato il lavoro in azienda perché sei troppo choosy, ti arrabatti per non rimanere senza un piatto caldo sulla tavola e non ti riconosce neanche il vicino di casa.
    Questa è la situazione attuale. Affrontala! Altrimenti non cambierà mai nulla. Non devi scappare come hai sempre fatto!»

    Si sentiva come Sméagol ne Il Signore degli Anelli quando parla a se stesso e si rivolge in maniera brutale. Dov'era finito il suo sé, fedele amico di tante ritirate, di fughe a gambe levate e di nascondigli inespugnabili?!?
    Forse era morto per sempre. E prima o poi doveva accadere.

    «Hai ragione amico mio! Ma poi con chi sto parlando?!? Basta anche con questo!
    Sono solo io con me stesso, Marco Ravelli! E devo prendere in mano la mia vita. Da domani provo a trovarmi un vero lavoro. E l'hobby della scrittura lo lascio agli altri! D'altronde la lettera della casa editrice è molto chiara. Al limite della perfidia. Vabbè, si sa come sono fatte queste grandi aziende.
    Anzi brucio tutto, informaticamente parlando. Prendo tutti i file che ho scritto e li cancello così non avrò più la sirena tentatrice di perseverare nell'errore di scrivere.
    Eccoli qua…”Select all” e…”Delete”!»

    - Sei sicuro? -

    «Certo che sono sicuro mio fedele pc, compagno di mille avventure fantastiche».

    - Ok -
    Click!

    - I file sono stati cancellati con successo - comunicò asetticamente il computer.

    «Aaaaaah.... Che liberazione! Ho fatto bene! Questo è il primo passo verso una vita normale, quella che hanno provato sempre a inculcarmi i miei genitori. Domani faccio anche richiesta per andare a lavorare alle poste! Vabbè di questi tempi è sperare troppo, iniziamo con uno stage... A 30 anni... Vabbè... Da qualche parte incomincerò!»

    Driiiiinnnn

    «Oh Dio, e chi è adesso?!?» si chiese mentre stava per sbirciare dallo spioncino della porta.
    «Ah è Roberto.Vieni entra!»

    «Grande Marco! Allora? Come stai? Che dici?» esordì Roberto mentre si accomodava sul divano.

    «E che ti devo dire?!? Tutto normale a parte che ho appena ricevuto una lettera della casa editrice che mi ha aperto gli occhi».

    «E quindi?»

    «E quindi diceva testualmente: Il suo manoscritto è una merda! A caratteri cubitali!»

    «E tu?»

    «E io ho deciso che basta così. Ve lo dicevo che non dovevo mandarlo a nessuno il mio ultimo romanzo. Ma voi niente, insistevate! In effetti è una merda, hanno proprio ragione! Anzi ora gli rispondo ringraziandoli per avermi dato la spinta a voltare pagina, trattandosi di libri, fra l'altro.
    Ad ogni modo ringrazio voi tutti per l'appoggio di questi anni, lo so che non mi avete detto la verità perché non volevate ferirmi, ma ho deciso di smettere. E ho anche cancellato dal pc tutti i file per non ricadere nell’errore!»

    «Cosa hai fatto?»

    «Eh, li ho cancellati, perché?»

    «Noooo... Brutta testa di cazzo! o forse la testa di cazzo sono io! La lettera è falsa, te l'ho mandata io per farti provare la peggiore delle sensazioni che temevi! E dimostrarti che saresti sopravvissuto, che ne saresti comunque uscito. Malconcio, ma vivo. Cazzoooo!»

    «Che hai faaattoooo? Io ti ammaaaaazzoooooo!» minacciò Marco scagliandosi su Roberto con una ferocia che non gli era mai appartenuta!
    «Aspettaaaa!!! Aspettaaaa!» fece in tempo a sussurrare Roberto mentre le mani di Marco erano già sul suo collo pronte a strangolarlo.

    «Tieni qua! Aggiunse! Questa è la vera lettera della casa editrice. Non la Borpiani, a cui non hai mai  mandato il romanzo, idiota! Neanche te ne sei accorto!»

    «Eh mi sembrava strano!» farfugliò Marco come per scusarsi del suo mancato intuito. E continuò: «Guarda che se è un altro scherzo giuro che stavolta ti uccido! Finisco il resto dei miei giorni in prigione!»
    «Non è uno scherzo, imbecille!» - lo rassicurò Roberto - «E comunque l'ho fatto per te! Ora sarai più forte e avrai capito che il rifiuto fa parte della vita. Non si può mai essere perfetti e senza macchia, senza delusioni e senza cicatrici interiori».

    «Oh Dio, io però adesso ho cancellato tutti i file!»

    «Tranquillo deficiente! Mi hai rotto le palle quattro anni co' sta storia: ho tutti i file salvati sul mio pc, quelli che mi mandavi ogni volta per e-mail!»

    «Ah già!»

    «Sì però ora dovrai mandarmi le e-mail con un nuovo oggetto, non sempre lo stesso che mi hai mandato per anni!»

    «Oh Dio, neanche me ne accorgevo, ero così preso a mandarti il pezzo appena scritto. Perché? Era sempre lo stesso?»

    «Eh già, autistico che non sei altro! L'oggetto della mail era sempre lo stesso: "Leggi la cagata che ho scritto!»

    Marco sorrise a quell'ultima notizia inaspettata: non ci aveva mai fatto caso. D'altronde lui non viveva nel mondo di tutti noi. Lui da sempre aveva vissuto nelle sue storie, scritte di suo pugno e contornate della sua delicatezza. Che non avevano pretese se non quella di non essere giudicate come merce inanimata.

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  • 05 marzo 2013 alle ore 14:04
    Anime per colpa della strada

    Come comincia: Le anime parlano, raccontano le loro storie con lo stesso desiderio che avrebbero avuto se fossero ancora in vita... A me fu raccontata questa ed io così, la riporto a voi. Ensitiv "Un maledetto incidente, uno di quelli banali senza reali colpe o colpevoli, una semplice sbandata dovuta ad un intoppo nel servosterzo dicevano. Lui in coma su un lettino dell’ospedale, lei a piangere e disperarsi al suo capezzale. Piangeva e lo chiamava, guardava quel viso tumefatto ed intubato continuando a disperarsi, ma senza che lui la sentisse, senza avere un minimo cenno che la facesse sperare in una guarigione o un risveglio. Stava li vicino a quel letto giorno e notte, incurante delle disposizioni e degli orari, a volte inveiva contro un medico senza percepire nessuna risposta se non uno scuotimento della testa. Ogni attimo della loro esistenza insieme le passava davanti; il primo bacio, il primo litigio, quei gran sorrisi di lui che sbocciavano spontanei non appena la vedeva scendere dal portone di casa. Il loro era stato un amore a prima vista, di quelli sani, robusti che sarebbero pronti ad affrontare qualunque cosa. Erano giovani, poco più che ventenni, ma desiderosi di costruire una vita insieme e tutto doveva sfiorire per uno stupido incidente, forse una velocità sostenuta per la fretta e la voglia di rifugiarsi in casa o forse per quel sorriso che doveva regalarle in ogni modo girando la testa a guardarla. Un fischio dei freni,un frastuono e un gran vuoto di memoria per ritrovarsi li accanto ad un letto con il suo amato monitorato da strani strumenti. Avrebbe voluto stringerlo, rassicurarlo, baciarlo, annusarlo e dormire sul suo petto come aveva fatto decine e decine di volte, ma non poteva e non riusciva a farlo e, soprattutto, lui non sentiva nulla di tutto ciò. Aveva provato a chiamare il suo nome a gran voce, a piangere singhiozzando perché fosse mosso da compassione, ma nulla funzionava, non trovava proprio il modo di farsi sentire e capire. Il loro era stato un amore a prima vista, di quelli desiderati, plateali, complici e naturali. Un fischio, un frastuono e tante lacrime versate come un fumo che riempie una stanza. L’Amore non si ferma, l’ Amore supera anche le barriere inaspettate. Le luci degli strumenti si spensero, lui finalmente la sentì, la vide e le sorrise. Le mani si strinsero mentre intorno al letto si accalcavano medici angosciati per quel corpo disabitato, un piccolo sorriso ed insieme ripartirono per la loro nuova storia d’amore. "

  • 05 marzo 2013 alle ore 14:03
    Le dimissioni del Papa

    Come comincia: Nei rari momenti in cui sbircio sulle finestre del futuro non ho visto ne percepito l'abbandono del Papa, come non ho visto ne percepito l'arrivo dei meteoriti, vabbè questa è un'inutile nota personale, del resto come sensitivo non sono mai stato un granchè. La Chiesa, come tutte le istituzioni religiose, sta affronando un grande e grave periodo di crisi; ha tenuto per millenni le redini della Cristianità e della spiritualità, senza aver mai concesso ai fedeli la vera essenza sia di Cristo che dello Spirito. All' umanità è stato dato quello che poteva comprendere, quello che poteva ciecamente seguire senza porsi troppe domande mantenendo quell'alone di mistero che rendeva i dogmi ancora più affascinanti. Uomini vecchi, precetti arcaici, istituzioni decrepite, rituali antichi e tanta tanta polvere su tutto l'apparato ecclesiastico. Sacerdote è colui che ama incondizionatamente il proprio prossimo, con compassione, altruismo e spirito di sacrificio, non chi indossa abiti telari e si nasconde dentro una canonica per la propria incapacità di affrontare l'esistenza. Sarò critico nei confronti di questa macchina spara sentenze e sacramenti che è la Chiesa, non perchè io non creda o per chissà quale forma di blasfemia che mi porto dentro, ma per la profonda devozione che ho nei confronti di un Dio strumentlizzato e mal interpretato da 2000 anni di bugie e mezze verità. Adoro Gesù, divino nelle sue capacità e umano nei suoi sentimenti e l'apparato di tonache ve ne priva dandovene solo piccoli assaggi e racconti censurati. Questo però non è il tema dell'argomento, ma solo una breve introduzione per esporre innanzi tutto il mio pensiero. Il Papa se ne va, troppa fatica per un vecchio uomo perennemente paragonato al suo gigante predecessore, troppi scandali e troppe responsabilità per un vecchietto che non ha più il vigore per sostenere gli eventi futuri. Ci dispiace, quasi quasi ci eravamo affezionati a quell'espressione sorridente e a quell'accento tedesco, ma la sua presenza era leggera, poco confortante e tutto sommato riservata più agli ambienti ecclesiastici che al popolo di cristiani. Se ne va un vecchietto simpatico, ma che nulla ha dimostrato in più di tanti anziani che abbandonano il mondo del lavoro o il mondo terreno. Avrei voluto esempi forti di rinnovamento, prese di posizioni importanti, opere di beneficienza maestose, una nuova spinta spirituale perchè la Chiesa fosse e rimanesse al passo con i tempi. Non chiedevo certo di emulare il lavoro di Madre Teresa o di Giovanni Paolo II, ma in un momento così duro per l' Italia e per il Mondo, avrei desiderato esempi forti ed importanti. Il mio popolo soffre disagi pesanti da sostenere e non trova un valido sostegno in nessuna istituzione; un Governo più dannoso che utile, una classe politica causa e complice del marciume che è nel nostro Paese, una spiritualità che viene soffocata anzichè favorita, uno sviluppo economico e civico che volutamente viene negato. Chi sorregge il mio popolo? Chi lo aiuta a sopportare a capire? La Chiesa avrebbe potuto essere l'istituzione adatta e il suo primo ministro, l'autista di questo cambiamento. Nulla di tutto ciò, scandali economici, pedofilia, intolleranza ecc.. tutto per mantenere cosa? Cosa gli sta così a cuore? La vostra anima? la vostra morte? La vostra vita? Non comprendo l'attaccamento a queste obsolete convinzioni che rendono il Paese gretto e mediovale. Vorrei vedere una Chiesa sorridente, che insegnasse l'amore e l'altruismo non attraverso scritti vecchi di secoli, ma come naturale predisposizione dell'uomo. Vorrei che fosse tollerante con le altre culture e religioni per il semplice fatto che non è la custode di una verità assoluta, ma una semplite scelta tra tante verità simili. Vorrei una Chiesa che salvaguardasse la famiglia non attraverso le restrizioni sessuali, ma trasmettendo la naturale necessità di salvaguardare la razza umana attraverso l'amore e la procreazione per amore. Il vecchietto se ne va, il mondo è sconvolto. Beh il mondo era sconvolto anche senza sapere che se ne andava, magari a qualcuno dispiace, qualcuno ne sarà felice, ma per quello che sta rappresentando la figura del Papa azzarederei dicendo che non cambia poi molto. Non mi ha stupito, non mi ha annoiato, può pure uscire in silenzio o in modo plateale, lo ricorderò con affetto come farei con chiunque altro avesse rubato pochi momenti della mia attenzione comparendo in tv. L' Italia ha tanti problemi per dover dedicare troppo tempo alla pensione del Papa, dovrà lottare presto con le lobby di potere economico che tentano in ogni modo di inserire i suo amministratori all'interno del governo, dovrà lottare con la natura che si ribellerà ancora alla condotta idiota di un popolo che non la rispetta e dovrà preoccuparsi di un'ondata di violenza che scaturirà da questa assenza di valori che nessuno prova a colmare. Mi dispiace caro Benedetto Papa che tu abbia deciso di andartene, mi dispiace perchè in fondo, buono o cattivo, ti vogliamo tutti un po' bene e soprattutto mi dispiace perchè so che presto dovrai lasciare ben altro che le lussuose stanze vaticane. Non mi hai stupito, non mi hai annoiato, puoi pure uscire in silenzio o in modo plateale, io ti ricorderò con affetto e chissà, magari ci incontreremo un giorno su una nuvoletta a parlare di Dio e di Gesù e allora potrò dirti serenamente : " Vedi? Io te lo avevo detto.. : ) " Ensitiv

  • Come comincia: Stucchevoli….le diversità che si toccano! E si fondano. Fino a diventare tutt’uno.  Democratici e Repubblicani. CDU e SPD.  Centrodestra e Centrosinistra. Grande Sud e Lega Nord. Europa e Stati Uniti. Il maiale e l’inceneritore. Lo sciamano in elicottero. La donna col burqa che guida la porche. I grattaceli lussuosi del Kuwait dove di sotto passano cammelli e beduini. I miliardari wabbhaiti dei petrodollari che vivono nelle tende. Tutto a prezzo di decenni e decenni di amfetamine e di bombe a difesa dell’oppio e dei gasdotti. E di capitali fittizi che fanno incetta di blindati portavalori. Solo forfora e niente più. Balle  e bolle di sapone!  Capitali che non trovano impiego. Non trovano sbocco, collocazione. A bando tutto! Anche la produzione di beni e servizi. Occorre distruggere merce in eccesso. Non importa la costante crescita di miseria. C’è chi dice che non basta Kabul! E’ il solito ululato da genio incompreso….
    Belle le contraddizioni che ci appartengono. Visibili in maniere luccicante altrove. Nascoste tra le pieghe della nostra società. Oriente o Occidente. Due poli differenti. Due estremità che si toccano. Niente di nuovo. Nessuna luce in fondo al tunnel. Tutto procede secondo copione. Stabilito dall’Editto Europeo. Con lettera di “santo pizzino”.

    Tre, due, uno…Ciak si gira!

    La giostra elettorale si è appena conclusa. La corsa dei “cavalli di troia” è appena terminata. Si spengono le luci e i riflettori. Tutti vinti e vincitori. Finti guelfi e finti ghibellini. Tutti in fila al Quirinale. Il Vate repubblichino, che prima di tutti volle comprendere le “ragioni” dei vinti di Salò,  ha fretta di comporre il governo. Larghe intese e grande coalizione. O una sana compravendita di senatori. I grillini non strillano più. Non protestano più. Anche per loro è arrivata la “scimmia” della fame di poltrone. Al bando i blog, i web e tutte la reti di Sant’Antonio. D’ora in poi inizia il mercante in fiera. Vendita a prezzi di saldi.  Insomma un triste ritorno al medioevo. Abbracci e strette di mano. Mafia e massoneria sempre più solide. Sempre più unite. Con avarizia, al potere. Se qualcuno ancora non l’ha capito, ripeto. Vige l’Editto Europeo.. Pareggio di bilancio in Costituzione e non se ne parla più. Bocche cucite. Nessuno avverte il botto. Solo l’Istituto Statale di Statistica parla chiaro. E quando lo fa emette bollettini di guerra. Il carnevale elettorale è già alle spalle. La miseria prospera sempre di più. Drastico è il calo dei redditi. Non si consuma più. Non si produce più. In tempo di recessione, di austerità si muore. Tagli lineari alla spesa pubblica. E privatizzazioni di beni comuni. L’Europa no cresce. L’America non cresce. Due diversità che non crescono.. Si compiacciono. E si toccano.
    Bisogna voltare pagina. Bisogna difendere la società! C’è crisi? Bisogna lavorare di più. Rimboccarsi le maniche. Ma no!  Gli anni ‘60 son finiti da mezzo secolo. Ora questa crisi ordina che bisogna lavora di meno. Occorrono solo figure intermedie. Potenzialmente improduttive. Ambulanti e piromani . C’è tanta carta straccia da bruciare. Naftalina e Coca Cola come liquidi per bruciare, annientare i tossici salsicciotti bancari. I modelli economici di riferimento che hanno dominato per decenni le accademie e l’università di tutto il mondo non reggono più. Non trovano giustificazioni. Il mondo è teatro di crolli, guerre e crisi irrisolvibili. Irreversibili.

    Pronti? Tre, due, uno…Ciak si gira!

    Sembrerebbe un tranquillo e gioioso weekend di paura se non fosse per il fatto che qui e dintorni tutto procede bene. Il sole lo vedi ogni tanto con qualche nuvola giocare a nascondino.. Del resto è sempre vigile e attento. Dà sempre luce a questa Regione dove l’emergenza rifiuti è divenuta legge di “diritto” Costituzionale. Dove lo scarto umano del “porcellum” elettorale ha ridato i natali a Scilipoti. Dove una burocrazia vorace e mai sazia inghiottisce di tutto. Dai vermi ai parassiti. E divora. Con andamento pachidermico, denaro pubblico. Mai doma. E mai sazia. Continua a creare organismi di ogni genere e sorta. Carrozze e carrozzoni. Programmi e protocolli. Caramelle, confetti e cioccolatini. Pit, Pisl, Piar, PanKro e chicchirichì! Mangime per maiali e pipistrelli. In realtà sono i “bordelli” gratuiti di “mamma” Regione Calabria. La glorificazione degli alberi della “cuccagna”. Parcellizzazione produttiva. Polverizzazione di risorse pubbliche da distribuire nei vari comuni. Un marciapiede da riparare… un campanile da amplificare…. un lampadario nella piazzetta da far brillare…. un’aiuola da piantare. Contratti di programma. Contratti d’area. Sovvenzione globale. Legge 488. Prestiti d’onore. Un carosello di milioni e milioni di euro buttati via. Senza alcuna rendicontazione. “Evaporati in una nuvola di fumo”, diceva il maestro Faber.. Distribuiti a pioggia come se fossero noccioline americane dopo lo sbarco in Sicilia. Per la crescita e lo sviluppo locale dell’esercito della lupara.  Buste, cartelle, cartucce e cartelline. Etichette e stelle filanti. Coriandoli e mocassini. Prebende per aspiranti gioielli di famiglia in cerca di cariche e favori. Enti strumentali come club privè per politici di lungo corso. Sei un trombato alle elezioni? Accomodati c’è posto riservato per te. Una carezza. E un sorriso. Per lo più carico di nebbia. Ma è il modo più semplice ed antico per rispettare gli “equilibri” nella gestione del potere. Un semplice modo per cementificare le alleanze attraverso l’assegnazione dei posti. Un breafing ad Africo Nuovo, uno a Taurianova, un  altro a Paola e un altro ancora a Bovalino. E fioccano gli Enti! Di “Casa Nostra” Sempre più famelici e inutili. Amministrazioni di tutto il mondo unitevi! Ed ecco a voi la “Calabria connection” agli ordini del Governatore: Fondazione Field, Fondazione Terina, Fondazione Calabria Etica, Fondazione Calabresi nel mondo, Fincalabra spa, Film Commission. A creare un esercito di portaborse in giro per il mondo senza arte ne parte, nascosti tra le pieghe di questa società, oramai al collasso, a succhiare le succulenti “tette” di mamma Regione. Fioccano le risorse per questi enti parassitari sul bilancio regionale. A discapito delle politiche sociali, dei servizi essenziali e del trasporto pubblico. Cosa importa se cento chilometri di distanza si percorrano in quattro ore tra sacrifici, intermezzi, odissee di viandanti e controllori! La burocrazia ringrazia e non fa una piega. Ubbidisce agli ordine e s’ingrassa. Politica e gestione si “sacrificano” sullo stesso altare della patria. A difendere la corona di miseria, di ozio e di lutto. Siamo precipitati di colpo nel medioevo. La decrescita felice e alle porte. I grillini brindano alla nascita del germoglietto e del frutto.. Con senso altissimo dello Stato. Tutela delle famiglie. E  “buon” fascismo.

    Tre, due, uno,  pronti ….ciak si gira!

    Clemente e soave è il tempo di fine febbraio  che ci accompagna in Prefettura. La battaglia continua. Senza sosta. Senza  esclusioni di colpi. Affilo le armi e punto i nemici. Mi sento circondato come sempre. E l’unico riparo che trovo e sotto i colpi di una biro. Di una penna. Le “bocce” sono in fermento. E sempre più giù. Nel sottosuolo. In stile underground!
    C’è da firmare un ibrido protocollo d’intesa. La burocrazia crotonese è lieta di presentarvi l’ennesimo carrozzone politico- amministrativo che sta per compiere i suoi primi passi. Sta per nascere, a colpi di ricami e caroselli.. Quel “fantastico” software della Regione Calabria pagato a peso d’oro! Quella piattaforma informatica degli sportelli unici delle attività produttive sembra niente, ma…. “eppur si muove”!
    Un attimo. Una sosta. Si caricano le pile, le cartelline e i coriandoli. Ed ora si è pronti.

    Tre due, uno…Ciak si gira!

    Il clima è da mesozoico… tutti intorno al tavolo ovale, schermi puntati. Riflettori. Proiettori.  La dose di morfina finale prima della firma come super metadone è distribuita in formato powerpoint. La dosatrice non fa una piega. Somministra a piccole dosi col suo camice bianco ricamato con fiori di primavera. Due anni di inseguimenti, di pedinamenti, di incontri. E di ammucchiate selvagge. Spreco di carta. Di tempo. Di benzina. E di denaro. Strofinacci per lavaggi di luride vetrine. Tra buchi di bilancio, bancarotte e commissariamenti. Cartoline e dintorni. Di un Paese strafelice, alla deriva.
    Ora finalmente sono lì. Assiepati. Tutti partecipi e giocondi. Distinti e pettinati. Sono i sindaci dei comuni  con l’aggiunta di uomini per lo più in alto uniforme. A rappresentare gli enti terzi del territorio. Non possono mancare all’appuntamento con l’Ufficiale di Governo..  Non conoscono il significato della loro presenza in prefettura.. Li vedi infighettati e impreparati. Come sempre. Con tutto il rispetto praticamente animali da zoo. Ignobili accozzaglie che mescolano falsità e incompetenza.  E inspiegabilmente  a tratti diventano partecipi di un strano girotondo. I PISL e PIAR sono lì ad attenderli per le giuste prebende e ricompense. Intanto partecipano alla nascita di comitati e coordinamenti. Di carrozze e carrozzoni. Di asili nido per incontri e ricorrenze... Tutti radunati in prefettura …sembrano chierichetti in gita domenicale. Nessun mordente, nessuno scatto, lucidati  a pennello, indossano il vestitino tipico dell’occasione, prelevato dall’armadio come fosse quello della prima comunione.

    Tre due, uno…Ciak si gira! 

    Il copione è lo stesso. Non cambia. L’azione d’intervento e lì, custodita nella pancia del POR Calabria. Un piccolo grume di grasso da sparare nel cervello che accomuna tutte le Province calabresi.
    Mamma Regione non lascia a casa nessuno. Figli, figliocci  e figliastri. Tutti partecipi a questo “splendido” girotondo. Non si produce niente ma s’inghiottisce denaro pubblico. Questa volta siamo proprio agli sgoccioli. Un piccolo sforzo. Il passo è breve. Una firma… E in un solo istante  si consumano due anni di sottobosco burocratico. Due anni per lo più passati distrattamente! Sua eccellenza dà il via alle danze. Il maggiordomo di casa col vestito grigio tendente al plumbeo, ingessato e incravattato a dovere, anche lui è pronto.  Da capo gabinetto dovrà porre la firma in qualità di commissario ad acta di un comune  sfumato. Evaporato. .
    Uomini e donne. Schierati. Schedati come matricole agli ordini di Sua Eccellenza. Politici. Referenti di piccoli condomini del territorio. Belle presenze. Puliti e lucidati. Pronti a tutto, pur di portare un piatto di lenticchia nel proprio piccolo “orticello”. Tutto gira liscio. L’aria è sempre più triste, appiccicosa e pesante. Solo una piccola scaramuccia come dono di giornata. Giusta per rallegrare il clima di monotonia che pavoneggia la scena. Il Sindaco “Giraluna”, fresca ”trombata” all’elezioni, pone un problema di voto e di rappresentanza. I piccoli comuni possono attendere dietro il bancone. Il doge dovrà distribuire  un numero maggiore di cioccolatine ai comuni più grandi. Magari con il più alto tasso di “criminalità aggregata”. Niente di fatto mozione bocciata. Il diritto all’elettroshock e al rincoglionimento è assicurato per tutti! Rientro in fila. Tutti a sedere. Una tiratina d’orecchie di Sua Eccellenza può bastare. Il barbuto pachiderma a volte sembra che accenni un discorso, per lo più sembra barrire. Composti, educati, istruiti, schierati e arruolati a difesa della conquistata idiozia. Dove bisogna firmare? Ho fretta devo andare! E’ il Sindaco “Dimamitardo” a chiederlo tra il clamore dei presenti. 
    Ma….un attimo! Non è possibile! Chi è quello? Un intruso. Una comparsa non prevista sulla scena. Ma si! E’ il mitico assessore dell’attività “improduttive”! Lo vedi tutto d’un pezzo. Saluta. E si sforza. Muove le guance e le palpebre.  Sorride a tutti. Ma come al solito passa inosservato. Sembra un pugile suonato che da solo si relega ad un angolino. Si siede dietro le quinte. Guarda attonito la brava gente. Diversa. Sempre la stessa. Stesso impianto molecolare. Stesso cervello. Piccole mosche che la notte, nei loro nascondini segreti depositavano le uova raccolte di giornata e poi volavano a prima mattina, carichi di caffeina, verso quel lavoro improduttivo e parassitario.. Verso una sicura meta. Ognuno artefice del proprio  lurido orticello ai confini del mondo. La Calabria. La Provincia di Crotone. Paesi e dintorni. Campagne abbandonate. Per lo più incolte. Terre bruciate. Colate e colate di cemento a santificare il campanile, la piazza e il santo protettore. Riflesso di un Paese quale l’Italia, ormai alla deriva…

  • 05 marzo 2013 alle ore 9:58
    Per le mie prime 1000 pagine...

    Come comincia: Leviterò in un oasi di pace e di vera felicità, un paradiso in armonia con l’eterea anima, pennellata da una perenne “ora dorata”, un luogo recondito in una zona ortiva. Dove la libertà di pensiero e di osservare si svegliano al crepuscolo, prima che il fulgido Sole cominci a stropicciarsi le sue lingue di fuoco, rinfocolando l’aerea atmosfera, resa invisibile da una sfinge notte! Dove l'olfatto si bea di un profumo ormai ignorato in una metropoli! Ora una nuova idea sento issarsi nella mia mente, e una mano lambire l’anima, elucubrando una meditazione, che con impeto spalanca le porte dell’ingegno. L’ingegno riemerso proprio in quel luogo, proprio lassù... dove l'uragano strizza l'occhio all'universo! Fabio Meneghella

  • 05 marzo 2013 alle ore 2:07
    Non spargete le penne - L'onore

    Come comincia: 6

    Silvana era allibita e incredula ma fece del suo meglio per nascondere la sua trepidazione.
    Dopotutto, perchè farsi coinvolgere nell’esaltata visione di Diego?
    - Non capisco come ti è venuto in mente che questa storia possa riguardare noi? – Silvana lo guardò fredda e nervosa.
    Diego fu colto alla sprovvista e iniziò a pentirsi della confidenza che si era preso.
    - Ma, mi sembrava una cosa interessante; alcuni particolari, raccontati da tuo marito ... – cercò di riprendere terreno, ma capì di aver fatto un enorme sbaglio e che una donna come Silvana sarebbe stata intransigente, su certi punti.
    - Vedi, Diego – Silvana si addolcì, artatamente, – io mi sono accorta di questa tua ... come dire, predilezione, nei miei confronti, ma devi rassegnarti: è del tutto impossibile. Non ci sono speranze, io non sono quel tipo di donna ... non ci riuscirei mai, capisci? – lo guardava fisso negli occhi.
    - Inutile cercare mezzucci, denigrare mio marito ... non fai che darmi un grande dispiacere e so che questo tu non lo vuoi, vero? –
    Silvana cercava di calmare il giovane e, soprattutto, di spostare la sua attenzione su altri argomenti. Faceva di tutto perchè il racconto, che le aveva sottoposto, passasse in secondo piano.
    - Forse è meglio che per un po’ non vengo, allora. – disse Diego, rassegnato – io non ce la faccio ... tu, tu mi fai impazzire, non riesco ... è più forte di me. –
    - Ma è impossibile. Mi puoi volere bene, ma solo nei tuoi pensieri. Voglio che tu mi stimi proprio per come sono fatta! – incalzò Silvana – Tu non puoi saperlo ma anch’io ho amato, per tanti anni, una persona senza potere averla, mai. –
    Le brillavano gli occhi: – Nessuno lo sa! –
    Sconfitto e amareggiato Diego raccolse le sue cose e si avviò mesto alla porta.
    Silvana lo accompagnò e con grande dolcezza gli disse: - Io lo chiudo questo benedetto account, per evitare altri malintesi. –
    Diego aprì la porta ma Silvana lo trattenne e la appannò di nuovo:
    - Vieni qua – disse e gli diede un lungo bacio sulle labbra. Voleva essere il suggello di un addio.
    Il ragazzo andò via quasi di corsa, non voleva mostrare le sue emozioni.
    Non lo avrebbe mai saputo, ma per Silvana, donna molto trattenuta nel piacere, quel bacio era stato veramente tanto.
    Mentre le si rimescolava lo stomaco, per l’emozione sopita, alle sue spalle la chiave girò nella toppa in maniera del tutto inattesa.
    Silvana si raggelò: era ancora nell’ingresso e, di fronte a lei, Rosario, la scrutava, come se volesse indagare sulle sue emozioni.
    - Ch’è stato? Che hai visto un fantasma? – le disse scontroso – Che cazzo voleva il ragazzo? Per poco non mi buttava giù dalle scale ... che viene a far qua? Giuseppe c’è? –
    Silvana fece del suo meglio per riprendersi: Rosario non tornava mai prima di sera!
    - Ma tu ... che cosa ci fai qui? – disse lei, abbastanza ingenuamente.
    - Che ci faccio ... che ci faccio? Proprio non ti accorgi neppure che esisto. C’hai sempre la testa nel pallone. –
    Rosario le passò davanti e, attraversando la sala, andò spedito in camera, per cambiarsi.
    Da dentro, continuò: - Te ne sei accorta che avevo la febbre ieri, o no? Mi sento una schifezza, ecco tutto. –
    Il cuore di Silvana batteva all’impazzata, per fortuna, il marito, non aveva posto l’occhio al PC, che era aperto sul tavolo.
    Era partito il salvaschermo, ma sarebbe bastato un leggero tocco e, in primo piano, il racconto erotico di “Rossoenero” avrebbe fatto bella mostra di se sullo schermo.
    Anche se non l’avesse scritto lui, le descrizioni contenute in quelle pagine, avrebbero potuto far arrossire Silvana per i prossimi due secoli.

    7

    Antonio tamburellava con le dita sulla scrivania, mentre guardava quegli appunti scritti, grossolanamente a matita.
    Per esperienza, non salvava mai niente di compromettente, sul PC.
    Sul foglio c’erano tutti gli indizi che Silvana gli aveva voluto procurare ...
    “Rossoenero”; sito: http.piacereprofondo.bal; racconto: La femmina onesta;
    su facebook: rosario due; la sua e-mail: rosariomessina65@... e persino la password. Silvana, conoscendo bene il marito, sapeva dove frugare e l’aveva trovata

    Povera, innocente Silvana ... quanto l’aveva amata e quanto aveva sofferto per lei.
    Gli fu sradicata da dentro, come se gli strappassero il cuore: una parte fisica di lui.
    Da un giorno all’altro, lei e gli altri (ora sapeva che era stata costretta a farlo) avevano deciso del suo destino e lo avevano condannato, senza appello.
    Il suo reato? Quello di non averne commessi.
    Come un coglione, aveva rispettato Silvana e i suoi sogni. Per tre anni, aveva aspettato e desiderato che si sposassero, per poterla fare sua, finalmente.
    Tre anni di rapporti arrangiaticci, mortificanti ... infantili.
    E poi: fuori!
    Rosario Messina e quella vipera di sua madre avevano fatto tutto.
    Un pacco confezionato, al destinatario: e Silvana, si sposa con l’altro.
    Per Antonio non c’era più niente, nessuno spazio; fu la stessa Silvana a dirglielo. Aveva le lacrime agli occhi ma non disse niente, non diede spiegazioni, non accampò scuse; solo poche parole: “E’ tutto finito! Non ti voglio vedere mai più.”
    Se non glielo avesse detto lei ... se non fosse stata lei stessa a leggere il verdetto finale, forse lui avrebbe combattuto, lottato, magari fino alle estreme conseguenze. E Silvana questo non lo avrebbe sopportato, mai.
    E Antonio, condannato da lei ... non aveva speranze, non aveva più forze. Tutto era finito per sempre. Quella storia gli aveva segnato la vita.
    Ora, l’aveva ritrovata ... ma fino a pochi giorni prima era per lei un’amicizia affettuosa, niente di più.
    Non una sola parola sul passato, non una sola speranza sul futuro.
    Adesso tutto era cambiato: Silvana, la signora Silvana, era molto incazzata e chiedeva il suo aiuto ... ma lei non poteva immaginare che, queste cose non si fanno!
    Invadere la privacy di un utente non è difficile, ma è molto pericoloso. Tutte le azioni sono tracciate e si perdono, tra milioni di altri dati.
    Se nessuno li cerca ... transeat, ma se, da un qualunque evento, viene richiamata l’attenzione su qualcosa, i dati e tutto il resto, ritornano chiari e leggibili: ogni manovra può essere interpretata, riconosciuta e, lui, funzionario della Arex, nota produttrice di antivirus, avrebbe potuto passare un guaio serio.
    Dopo la fine della storia con Silvana era scappato via, lontano. Si era laureato in Inghilterra: informatica. Una carriera fulminante, ora era un pezzo grosso e abitava al centro di Milano.
    Analizzò attentamente la situazione.
    La telefonata di Silvana era stata fatta da un fisso a un centralino: era quasi impossibile tracciare la loro conversazione.
    Prese il foglietto con i dati che aveva segnato e avvisò la segretaria che, per oggi, aveva finito.
    Nell’androne aprì la cassetta della posta aziendale, poi assicurandosi che non ci fosse nessuno, aiutandosi con una graffetta, sollevò uno scomparto segreto, invisibile, e mise le mani in un vano.
    La sua cassetta poggiava sul vecchio foro del contatore Enel; adesso era stato spostato di fuori. Aveva approfittato di quell’opportunità durante i lavori di ristrutturazione. Prese una cartellina nera e uscì nella frenetica mattinata milanese.

    8

    Il bar-tavola calda, a pochi passi dalla stazione Bovisa, dopo le quattordici, si spopolò rapidamente.
    Antonio aveva fatto colazione là, poi presentò fugacemente un documento ma non fu registrato, la cassiera infreddolita e distratta gli disse il codice a voce e lui si spostò nella saletta attigua, dove c’erano solo un paio di extracomunitari, intenti probabilmente a giocare on line o a cercarsi un lavoro.
    Apri la valigetta nera, ne estrasse un iPhone e rimise a posto il documento falso, che aveva mostrato alla cassiera.
    Dopo pochi secondi, attivata la connessione, lesse il racconto erotico di rossoenero: era la storia, intima e libidinosa, di un ragazzo siculo, molto introverso che per tutta l’adolescenza ha rapporti incestuosi con la mamma. Approfittavano del fatto di essere soli in casa e si consolavano, l’un l’altra, per le rispettive solitudini.
    Ovviamente, era solo un racconto, quindi poteva essere tutto, o quasi, frutto di fantasia. Niente di speciale, tranne che ad Antonio, quel tipo di descrizioni morbose, sui rapporti incestuosi, procurava disgusto.
    Ma la parte finale , invece, lo lasciò molto impressionato.
    In realtà, poteva essere benissimo la storia dettagliata, di come, complice la madre e alcuni parenti, l’uomo si era impossessato di Silvana, costringendola, in un paesino di poche anime, a uniformarsi alle regole severe e antiquate di quei luoghi.
    Rossoenero, descriveva con dovizia di particolari come aveva concupito la ragazza, come ne aveva approfittato e con quanta determinazione aveva proceduto, senza alcun rispetto né pietà, alla sua deflorazione e, subito dopo, all’inseminazione.
    Metodico, preciso e sicuro di se, come una macchina; obbediente ai dettami di sua madre, il protagonista, aveva bloccato la vita della ragazza in pochi minuti, decidendo il suo destino futuro.
    Tutto era descritto nei minimi particolari, anche ciò che successe dopo: la reazione delle famiglie, dei paesani ... indicava persino la macchina, con cui si era appartato, per sverginare la ragazza cha aveva puntato.
    La rabbia montò nella pancia di Antonio, riportando in vita ricordi brucianti e dolorosi della gioventù.
    Lesse e rilesse quelle parole, incredulo, poi emozionato, poi incazzato come una furia.
    Fu doloroso ammettere con se stesso, che ciò che aveva scritto l’autore, sembrava troppo la sua storia, per non farlo infuriare e, allo stesso tempo, per fargli pesare tutta la vigliaccheria di allora.
    Era solo un ragazzo!
    Però oltre vent’anni di malinconia e di disincanto, l’incapacità di godersi la vita ... l’amore: probabilmente, derivavano da quel primo, tremendo, smacco.
    Erano le cinque. Chiamò la cameriera e si fece portare un caffè e un brandy. Il calore del caffè fece entrare l’alcool in circolo, donandogli vigore ed euforia ... si sgranchì le mani e partì.
    Entrò per prima cosa nella mail di Rosario, la password era corretta.
    Naturalmente non c’era niente d’interessante, l’uomo era abbastanza scaltro, ma ignorante in informatica ... una mentalità comune, che porta a commettere errori madornali.
    Ad esempio, nel cestino, aveva una mail, che lo avvisava di un cambio di password su un’altra casella, segreta.
    Dopo un’ora, Antonio aveva sciorinato tutti i rapporti che il sig. Rosario Messina aveva avuto con il web, dal primo momento in cui accese un PC.
    Era iscritto a siti con cam a pagamento, siti d’incontri hard e altre cosette.
    Da qualche mese, scommetteva pure on line e ci aveva già rimesso oltre 6.000 euro.
    Ma la notizia più importante, per lui, era che Rosario, incapace di trattenere la sua vanagloria, era, certamente, l’autore di quel racconto.
    Chiese di telefonare dalla cabina. Sempre telefoni fissi, e rischiando di sbagliare orario, chiamò a casa di Silvana.
    Per fortuna rispose lei.
    - Dobbiamo vederci! – disse.
    Dopo, prese un altro caffè; era quasi sera quando riprese la metropolitana.
    L’iPhone, spento e senza batterie, era tornato nella sua custodia all’interno della borsa.
    Quella notte, Antonio, dormì male.

    9

    Incontrare Antonio, dopo tanti anni, fu un’emozione tremenda e anche lui ne risentì.
    Rimasero in silenzio a lungo, fissandosi solo negli occhi, come per convincersi che, l’altro, fosse proprio chi diceva di essere. Guardandosi, si cercavano l’anima.
    Parlarono un po’ di loro, giusto per rompere il ghiaccio; Antonio non si era mai sposato, aveva avuto delle compagne e non aveva figli.
    - E’ tutto vero – disse lui alla fine - ho controllato: è rischioso farlo, ma ne valeva la pena ... o forse no? Alla fine ti sto dando solo un’altro, tremendo dispiacere. –
    - No, Antonio, non devi dire così! – scattò lei – ormai sapevo tutto, ti ho chiesto solo di aiutarmi, una verifica ecco ... volevo una certezza. –
    - E adesso, “amica” mia? –
    Silvana era po’ smarrita, forse pensava ad altro.
    – Adesso devo riprendermi, pensare. Sai, a parte i figli, che amo più di me stesse ... questa vita che ho fatto, pare che non appartenga più. Mi sento come una che è stata in carcere ... una cui sono stati imposti ventidue anni di una vita che era scandita da altri. –
    - Ti posso capire – disse Antonio, aveva le lacrime agli occhi e distolse veloce lo sguardo.
    - Lo so, tesoro mio, lo so! – disse Silvana, prendendogli la mano e stringendola, un gesto che, in pubblico, non avrebbe fatto mai, fino a pochi giorni prima. Ma adesso non importava più.
    Lui si confessò: in tutti quegli anni, la cosa che lo aveva devastato era stato il fatto di non aver saputo fare niente. Silvana lo redarguì, sincera: era proprio per questo che lo aveva scacciato, allora. Per evitargli di fare qualche sciocchezza ... lei si era rovinata e lei sola doveva pagare.
    Si lasciarono con un abbraccio. Poi Antonio non la sentì per quasi un mese. In un messaggio, Silvana gli aveva chiesto di darle un po’ di tempo ... poi nient’altro, sparita.

    Rosario Messere stava rientrando solito orario. Scese dal metrò due fermate prima.
    A un’edicola, comprò Famiglia Cristiana, con l’inserto sulle dimissioni del Papa, la Settimana Enigmistica e pian piano si avviò, a piedi, verso casa.
    Era molto turbato. Pochi giorni prima aveva accettato una nuova amicizia su Facebook. Una donna, sembrava ... una tipa un po’ strana.
    In pochi giorni gli aveva fatto girare la testa, che troia doveva essere.
    Si era confessata con lui, semplicemente e in maniera molto eccitante, fino a raccontargli del suo passato incestuoso, con un fratello.
    Il giovane era uno scapestrato, diceva lei. Approfittando che erano cresciuti solo con la madre, spesso la costringeva ad avere rapporti con lui, di ogni tipo. Inoltre, lei era convinta, dai rumori che a volte sentiva provenire dalla stanza da letto, che il giovane possedesse anche lei.
    - Ma a te ti piaceva o ti faceva schifo? – chiedeva Rosario, eccitato, e lei gli aveva fatto capire che, ripensarci adesso, le portava calore, la eccitava, insomma ... e giù descrizioni ad alto contenuto erotico, mentre Rosario sudava e si eccitava davanti allo schermo.
    L’uomo “arrapato” aveva perso un po’ l’autocontrollo e, per solidarietà erotica, le disse che la poteva capire benissimo.
    Le parlò di lui, le disse che aveva avuto esperienze simili, arricchì la sua storia con molti particolari ... mentre, approfittando del fatto che era solo in ufficio, si carezzava il pene, duro all’inverosimile.
    Ora, passeggiando, a mente fresca, si riprendeva dal vortice dei sensi che lo aveva portato a masturbarsi in cam, per la gioia della donna. Lei non aveva la videocamera, ma lui si fece vedere lo stesso, solo i genitali, naturalmente, per dimostrarle l’effetto che gli facevano quei discorsi.
    A ripensarci, gli sembrava di aver detto troppo e turbato, ripensò alle domande particolari, specifiche che lei faceva. Solo adesso si rendeva conto di quanto era strana tutta quella storia. ”Nefertite” si chiamava: chi poteva essere?
    Il giorno dopo, Silvana, chiamò Antonio e volle incontrarlo, subito.
    - Ricordi? – disse – ti sei rammaricato perche non avevi mai fatto niente? Bene, adesso devi fare una cosa per me: è implorante. –
    - E cosa, tesoro? – disse lui sorpreso.
    - Niente di complicato. Un viaggetto fuori programma e tu non mi dirai di no! -

    10

    Antonio aveva letto qualcosa su internet ... adesso stringeva tra le mani una copia della Gazzetta del sud.
    Si sentì gelare. Non era un vigliacco, ma leggere la notizia e sapere come c’era finita, non era cosa da poco.
    Si sentiva come un elefante in una cristalleria. Bevve un sorso di brandy, mai successo di mattina.
    “ENNESIMA TRAGEDIA FAMILIARE! – Ieri, tre persone sono rimaste coinvolte in un fatto di sangue, consumatosi, ancora una volta, tra le pareti domestiche. Hanno perso la vita, una coppia di coniugi anziani, mentre il figlio, R.M. di anni 45, ha riportato ferite al braccio. Ora è ricoverato, piantonato dai CC.
    La tragedia si sarebbe scatenata a causa di una lettera, proveniente dalla Germania, paese in cui aveva lavorato il padre, per anni. Sul testo gli inquirenti mantengono il più assoluto riserbo.
    Il figlio, che vive al nord, avrebbe raggiunto i genitori in tutta fretta, probabilmente avvertito dalla stessa madre.
    I vicini hanno sentito prima le urla di un litigio furibondo poi, dopo le 20, i colpi d’arma da fuoco.
    L’anziano avrebbe colpito la moglie a coltellate e il figlio, forse per difenderla, gli avrebbe sparato, con un fucile da caccia, regolarmente detenuto.”
    Non sapendo assolutamente che pesci pigliare, Antonio pregò solo che, il suo week end a Berlino, passasse completamente inosservato.
    Adesso non gli restava che aspettare gli eventi.

    - Le do un passaggio, se permette. – disse il dottor Canali, aprendo lo sportello della grossa Lancia scura.
    - Ho accettato tanto da lei, dottore, che adesso questa è una bazzecola ... è stato un vero angelo custode. – Silvana occupò il sedile posteriore, mentre Canali, passando dall’altro lato, aggiunse: - Le spiace se vengo dietro con lei? – poi, una volta in macchina, diede disposizioni all’autista per riportarli all’albergo di Silvana.
    Intanto, la donna, gettava un ultimo sguardo ai muri alti e grigi del vecchio carcere.
    Si allontanavano, e lei si allontanava da Rosario, per l’ultima volta ... finalmente.
    Era passato quasi un anno, molte cose erano cambiate, radicalmente, e adesso pareva che tutto fosse finito.
    - La porto in albergo, così potrà riposare. Se parte domattina, potremmo prendere il volo insieme ... – disse il funzionario: il padre di Diego era un pezzo grosso, Silvana lo aveva capito da come aveva sciolto tutti i muri burocratici che, prima, sembravano insormontabili.
    - La ringrazio tanto ma stavolta devo rifiutare la sua, ennesima cortesia. – disse lei – vorrei approfittare per passare un paio di giorni con i miei, visto che son qui ... –
    Poi, accorata, si voltò verso l’uomo, quasi commossa – Davvero non so come ce la saremmo cavata senza di lei, io mi sento veramente obbligata ... persino qui. Accompagnarmi in Sicilia è stato ... è stato veramente troppo. Io, io non so come ... –
    Canali le sorrise apertamente: - Silvana, non deve ringraziare me, ma Diego, che ha fatto il diavolo a quattro ... me l’ha stregato quel ragazzo. – poi con uno sguardo lievemente malizioso, aggiunse – Se non fosse per la differenza di età, direi che si è innamorato di lei. –
    Poi cambiò discorso: - Vedrà, suo marito in cinque o sei anni, sarà a casa. –
    - Non m’interessa – disse li fredda – ora che la bufera è passata, ho deciso di divorziare. –
    - Lo immaginavo! –
    Arrivati all’Hotel, la donna scese e Canali la seguì per salutarla ancora. Lei lo abbracciò, spontaneamente, senza dire nulle.
    Grazie a quell’uomo, aveva limitato al massimo i danni di quella terribile faccenda.
    Approfittando di esserle vicino, Canali disse piano:
    - Mi sono documentato, sa? Grande regina, quella Nefertiti ... una donna di carattere. –
    Si staccarono, Silvana rabbrividì ma fu solo per un attimo, gli occhi di lui le confermarono che era tutto finito.
    La macchina partì e si perse nel traffico della sera. Dal bar dell’Albergo, Antonio la vide: era raggiante, la aspettava.

    FINE

  • 05 marzo 2013 alle ore 2:00
    Non spargete le penne - La famiglia

    Come comincia: “Gli uomini hanno per natura più paura della verità che della morte”
    Kierkegaard

    1

    - Facibuk? – la signora Silvana rise, con la solita genuinità – Nooo! Nun fa pe' mia! Sono cose per voi, che siete giovani! –
    - Ma perchè, voi non siete giovane? – la apostrofò Daniela.
    La ragazza, sedeva sempre vicino a Giuseppe, il primo figlio di Silvana, e lei, lo aveva notato.
    Una sola cosa si era imposta nella sua vita e non transigeva, anzi, spesso si era scontrata col marito su questo: non sarebbe mai intervenuta sulle scelte dei figli.
    Erano bravi ragazzi, ringraziando iddio?
    Erano intelligenti e rispettosi?
    Bene!
    Lei aveva fatto il suo dovere. Educarli, dargli sempre il buon esempio, controllare che non uscissero dal “seminato” ... questo sì. Per il resto la vita era la loro e loro le scelte e le decisioni.
    - V’insegno io – disse prontamente Diego, il più malandrino della combriccola. La signora Silvana aveva spesso intercettato i suoi sguardi indiscreti mentre, furtivamente, cercava di intuirne le forme, nascoste dagli vestiti.
    “Tipico!” pensava Silvana, facendo sempre attenzione a starsene composta. Una caterva di ragazzi invadeva, periodicamente, la sua grande cucina. Con tre figli cresciuti, ne aveva dovuti domare di sguardi, procaci e curiosi.
    Con Diego, però, era stato sempre più difficile: in quel ragazzino, adesso, più che ventenne aveva sempre notato una maggior decisione, a volte una vera e propria sfida, ma non era mai successo niente.
    - Che c’entra? – intervenne Giuseppe – Non capisci mai niente ... Facebook è uno strumento: stop! E’ come la macchina, dipende da come la guidi, dall’uso che ne fai. –
    - Non offendere la tua mamma, sai! – Silvana si armò, minacciosa, della “cucchiarella” (il mestolo di legno) che, per caso, si trovava sul lavello, a portata di mano. Tutti risero, divertiti, mentre Giuseppe sbuffava, fingendosi seccato.
    - Vedete, zia – tutte le ragazze la chiamavano così, anche quelle che non le erano nipoti – Effebbì non è altro che una bacheca gigantesca ... immaginate: è come un cartellone nel bar in piazza. – Daniela era sempre dolce con lei, forse cercava di passar attraverso il suo cuore, per conquistare quello di Giuseppe. – Voi volete condividere qualcosa? Non so ... una foto, un viaggio, un pensiero, allora lo scrivete qui. E tutti, possono vedere ... –
    -  ... i fatti miei?! – la stoppò Silvana, con un sorriso.
    Silvana, era rimasta ferma alle pagine di ricette e ai siti di archeologia, la sua vecchia passione. E suo marito, Rosario, era ancora più refrattario di lei.
    - No, mica tutti, mamma. – disse Giuseppe – Solo le persone che fanno parte della tua cerchia. Che ne so ... familiari, amici ... –
    - Ah, ah, ma questi qua i fatti miei già li sanno ... telefono e glieli dico! E tuo padre si lamenta della bolletta ... –
    Quei momenti pomeridiani, quando arrivavano ondate di ragazzi, le mettevano allegria. Dipingevano di rosa la monotonia dei suoi giorni grigi e anche dei suoi pensieri, a volte più grigi dei giorni.
    Forse perché il vederli così speranzosi, così proiettati verso il futuro: pregava spesso perché ognuno di loro, non solo i suoi ragazzi, potesse perseguire i sogni che teneva nel cuore.
    - Serve pure a farsi nuove amicizie – intervenne Diego – o, per le belle signore, come voi, a ritrovare qualche vecchio spasimante ... – stavolta la “cucchiarella” partì in direzione del giovanotto, ma lui se lo aspettava e fu lesto a schivare, ridendo.
    Più tardi, mentre sistemava i piatti della cena nella lavastoviglie, Silvana pensò che forse Diego aveva ragione, forse avrebbe potuto tentare di capire come funzionava “sto’ cacchio di Facebook”.

    2

    Due mesi dopo.
    - Stai al posto tuo! – bisbigliò Silvana a Diego, che seduto al suo fianco, davanti al tavolo della cucina, come il solito ci provava.
    Inavvertitamente, la sua gamba premeva con più insistenza contro quella della donna. Lei aveva il doppio della sua età.
    Naturalmente fingeva di non farlo apposta, però arrossiva davvero, quando Silvana lo richiamava.
    Diego, nonostante avesse solo ventidue anni, era un vero galletto e, parole sue, il più “esperto” di tutti. La madre di Giuseppe riusciva a mortificarlo con due parole: nel suo tono non c’era solo il rifiuto ma la derisione.
    Approfittando del “corso” d’informatica, che si era offerto di farle a tempo perso, Diego già due o tre volte, aveva provato a fare la “mano morta” con la Silvana e, ogni volta, era stato messo a posto con un sussiego, una padronanza, che nemmeno sua madre riusciva a tenere, con lui.
    Diego, improvvisamente, si sentiva minuscolo, schiacciato, come fosse stato trovato nel bagno, a farsi una sega su un giornaletto. Non era il gesto in se, nemmeno le parole ... a ucciderlo, era il senso d’inadeguatezza che lei gli trasmetteva e lo rendeva ogni giorno più “cotto”. Innamorato di quella donna, che lo faceva impazzire fin da quando aveva quindici anni o poco più.
    In quei momenti, desiderava ardentemente che lei lo ritenesse un porco; ma che non si accorgesse mai di quanto, inutilmente, la amava.
    Pensandoci diventare ancora più rosso; allora si ricordava di essersi spacciato per play boy ... e il rossore raggiungeva limiti non più percepibili dall’occhio umano.
    Basta!
    Deciso: era l’ultima volta che metteva piede in quella maledetta casa!
    Già sapeva che domani, come il solito, avrebbe inventato qualsiasi scusa pur di tornare a casa di Giuseppe, che forse per questo, era il suo miglior amico.
    Silvana ne aveva visti tanti di ragazzi eccitati ma la sua incrollabile fedeltà alla famiglia, solenne promessa, fatta più a se stessa che al marito, la rendevano una domatrice esperta di animi infervorati.
    - Procediamo! – disse con una simpatia che stemperò totalmente i timori del povero Diego. - Quindi, se volessi, potrei aprire un altro ... come dici tu? Ah, Account, con un altro nome, diciamo di fantasia, per non far vedere a tutti i fatti miei. Giusto? –
    - Proprio così – Diego si riprese; era felice di rendersi utile e poi, la mamma di Giuseppe, non era una “vongola”, come si poteva pensare. Pochi lo sapevano ma, la donna, aveva anche frequentato la facoltà di Archeologia.
    Ormai, Silvana, era presente su FB col suo vero nome ma, entrando in quel mondo, con sorpresa, si era scontrata con suo marito. Questi sguazzava nel Social, anche con una certa maestria, come lo stesso Diego le aveva potuto dimostrare.
    La signora, dopo pochi giorni dalla sua iscrizione, mentre si scambiava le amicizie con parenti e amiche, incappò, ovviamente, nel profilo di Rosario Messina, dalla foto era proprio lui, suo marito. Ne fu colpita ma non eccessivamente e, con ingenuità, gli chiese l’amicizia.
    Altro che amicizia! Quella sera, apriti cielo!
    Rosario piantò un casino, del tutto incomprensibile per Silvana, dopo le prime battute, lei, con fermezza, lo bloccò:
    - Scusa ma tu non eri quello che non sapeva nemmeno accenderlo, un Computer? –
    - Che c’entra – si scherni Rosario – all’ufficio ce l’hanno tutti sto “Facebuk” è una stronzata! –
    - E allora, se è una stronzata, perchè ti scaldi tanto? Forse che ci fai le “acchiappanze”? – lo redarguì – Ti pensi che non ho visto che foto hai messo? E’ di dieci anni fa: il bello di facebook! Eccolo, lo tengo in casa! –
    La lite proseguì ma senza spargimento di sangue, però, suo marito, l’amicizia non la accettò mai e quando la vedeva al PC, faceva una faccia talmente brutta che, alla fine, Silvana preferì evitare di andare sul sito, quando c’era il marito.

    3

    Il signor Rosario era un uomo all’antica.
    Ormai soddisfatto della sua riuscita nella vita, si riteneva anche abbastanza fortunato: aveva raggiunto ciò che desiderava.
    La sua esistenza era migliore di quella di suo padre, operaio ed emigrante. Lui si era evoluto, aveva avuto le sue “esperienze” e alla fine aveva sposato la donna che voleva.
    Grazie ai consigli della mamma, santa donna ... insomma “santa” nel senso che era stata in gamba, lui era riuscito a incastrare e domare, la più bella del paese: un fiore.
    L’aveva presa, concupita, sverginata e, per riparare, sposata: tutto secondo i piani.
    La sua mamma, gli aveva spiegato come fare ogni passo. A pensarci bene, la madre gli aveva sempre dato tutto, ma su quest’argomento, oggi Rosario, uomo fatto con prole e famiglia onorata, si ritrovava sempre confuso e vittima di pensieri, forti e contrastanti.
    Le velleità giovanili di Silvana, i suoi sogni di ventenne (figurarsi: voleva fare l’archeologa e girare il mondo), con la nascita dei figli, i primi a raffica, uno dopo l’altro a un anno di distanza, l’avevano impegnata abbastanza da imparare ad amare la famiglia e anche suo marito, alla fine.
    Sua madre aveva visto giusto. Silvana era divenuta saggia, per forza di cose.
    Infine, un posto fisso, prezioso. Anche in questo caso era stato decisivo l’intervento di sua madre, aveva convinto un prelato a prendere a cuore la situazione di suo figlio.
    Allontanarsi dalla Sicilia e trasferirsi al nord era stato un toccasana per la sua famiglia.
    Nonostante la segretezza delle loro azioni giovanili, in un paesino siculo, i muri hanno orecchi. La gente non ha molto da fare e, spettegolare, è uno sport nazionale.
    Al nord, in una grande città, anche i figli erano cresciuti diversamente e con opportunità migliori.
    Sì: era un uomo fortunato ... e, con l’età, aveva imparato, anche a essere scaltro.
    Oggi, avere al suo fianco una moglie ancora bella, onesta e desiderata, soddisfaceva la sua libido al massimo. Un vero leone che contempla il suo dominio.
    Lei gli voleva bene, col tempo, forse, lo aveva anche amato. Questo interrogativo che, quand’era giovane lo tormentava a causa della sua “ingenuità” sentimentale, con gli anni non lo interessavano più, anzi.
    I ricordi forti, estremi, della sua incredibile gioventù, lo portavano, con la fantasia, a cercare situazioni sessuali molto più intricate, cariche di libidine e, ammettiamolo, più perverse, rispetto a quanto gli poteva offrire una donna sicula, limitata, cresciuta e vissuta, tra quattro mura, come la sua “dolce metà”.
    Silvana era bella ma non era zoccola, e così doveva essere: madre esemplare, bastava!
    Il sesso canonico e sempre più diradato, vissuto nel talamo, soddisfaceva anche Rosario, ormai. Tanto, con qualche euro in più in tasca, si poteva permettere un paio di trasgressioni al mese, in tutta segretezza.
    Ora, da quando nell’ufficio polveroso, gli avevano installato un PC collegabile a internet, stava scoprendo anche un mondo nuovo, segreto e pregno di pornografia.
    Non gli sembrava vero, dopo tanti anni, poter rivedere e riprovare situazione e sentimenti che appartenevano a un passato, che aveva voluto credere sepolto, remoto.
    Scoprì, tra l’altro che, in vari siti, molte persone affidavano a racconti erotici, spesso autobiografici, le loro esperienze più intriganti.
    Il piacere provato a sbirciare in certe storie di vita vissuta, lo invase al punto di portarlo persino a masturbarsi, mentre s’invischiava in quelle confessioni morbose e realistiche.
    Erano in molti a scrivere male ... finché un bel giorno Rosario decise:
    - Se lo fanno questi “cani” perchè non posso farlo anch’io? Certo che ne avrei di cose da raccontare ... li lascerei tutti a bocca aperta! –
    E così comincio, sotto uno pseudonimo, a scrivere le prime confessioni, le prime pagine del suo racconto.
    Caricò i capitoli sul server; poi si firmò, “rossoenero” e poi, nello spazio riservato all’identificazione del “genere del racconto”, cliccò sulla casella: Incesto.
    Premette invio e ... sparse le penne.
    “Fu vanagloria? ... ai posteri l’ardua sentenza.”

    4

    La sera, quando tutti erano impegnati a fare i fatti loro per poi, a mano a mano, crollare tra le braccia di Morfeo, Silvana non perdeva tempo alla TV, né si faceva vedere al PC ... così suo marito non rompeva le palle. Cucinava, discreta, nel suo piccolo regno.
    Con questo stratagemma si era ritagliato uno spazio tutto suo. Infatti, il giorno dopo, quando tutti erano fuori, lei aveva campo libero per lo meno fino alle due.
    Allora, prendeva il piccolo PC che le aveva procurato Diego e, nella più totale segretezza, iniziava, per qualche ora, una seconda “vita”. Niente d’illecito ma, dopo essersi fatta una nuova identità, su FB, se la spassava, fingendosi una giovane, abbastanza disponibile e disinibita.
    Aveva caricato foto false, alcune persino osé, e facendo la “gatta morta” si tirava indietro una miriade di “micioni” più o meno allupati.
    Era solo uno svago ma la divertiva e la teneva impegnata.
    Solo Diego conosceva i suoi segreti ... ma il ragazzo le era devoto: ora lei lo teneva al corrente di tutto e fingeva di non accorgersi di qualche palpatina, poco innocente.
    Nel loro rapporto, spingendosi leggermente oltre, Silvana aveva capito che la voglia di “fottersela” del ragazzo, nascondeva ben altro: il povero Diego era cotto di lei. Adesso, con la profferta di qualche piccola confidenza ben dosata, era diventato il suo paladino ... una specie di cavaliere, che pendeva “inpappagallito” dalle labbra della sua Dulcinea.
    Gironzolava tra i video e le foto, chattava con amici, amiche e illustri sconosciuti.
    “Dieguito” la contattava spesso ed era talmente entusiasta, del rapporto con l’alter ego di Silvana, Nefertite, che quasi lo preferiva a quello, regolare, che tenevano davanti a tutti.
    La donna guardava, capiva, si emancipava ma rimaneva nei limiti, sani, della sua natura semplice.
    Alla fine cercava sempre qualcosa ... un’illusione inutile che non sarebbe mai stata coronata dal successo. Ma senza un pizzico di nostalgia nel cuore, la vita non varrebbe la pena di essere vissuta.
    A volte, era talmente rapita dalle schermaglie da “Nefertite” che, per giorni, dimenticava completamente di avere un altro nick, ufficiale e realistico: Silvana Negri, 43 anni, sposata.
    Eppure, una mattina del tutto normale, fu proprio quell’account a rivelarle una sorpresa che le avrebbe cambiato la vita.

    “Toc, toc” diceva un messaggio ... solo questo e poi una sigla, forse una firma: A. S.
    Anche tra le richieste di amicizia, molto rade per la verità, c’era una notifica: A. S. ti ha inviato una richiesta.
    “A. S., uhm?” Silvana ci rimuginò e fece finta che il suo cuore non battesse all’impazzata.
    Non voleva illudersi, anche se, come Penelope aveva sempre sperato ... sognato ... mentre gli anni passavano come pagine di uno stesso, monotono, copione.
    “Prego?” rispose Silvana: solo questo.
    Poteva non essere lui, anzi, di certo non lo era. Poteva essere anche uno scherzo, o peggio, una trappola.
    Conosceva suo marito, nonostante che, negli ultimi anni, si fosse quasi completamente disinteressato a lei, era un tipo abbastanza subdolo e vendicativo ... mai trasparente riguardo a ciò che davvero gli passava per la testa.
    Intanto, le ore passavano.
    “Aesse” sembrava lo facesse apposta.
    Silvana s’inventò di tutto e lustrò la casa, nevroticamente, fino a “consumare” le superfici degli arredi ... poi, poco dopo le dodici:
    “Nuovo messaggio da A. S.”
    Lo aprì trepidante, sapeva che, dall’altro lato, sarebbe stato lampante che lo avesse letto solo un millesimo di secondo dopo la sua comparsa sul video, ma non se ne curò.

    5

    “Ciao, io mi chiamo Antonio Salzano, credo di conoscerti. Se mi sbaglio, scusami.
    Altrimenti, vorrei chiederti l’amicizia ... se lo ritieni possibile.”
    “Ho conosciuto un ragazzo ... tanti anni fa, si chiamava così. Ma come faccio a sapere se è lei?”
    Il cuore di Silvana batteva nel petto e gridava: “E’ lui ... è lui ... !” ma lei non si fidava.
    Solo in quel momento se ne rese conto: erano vent’anni che aspettava!
    “Ci vuole poco: premi quel bottoncino con una piccola telecamera e mi vedrai.”
    Sempre più certa: “Io non faccio cam!” rispose, fingendosi indignata e poi, subito, “Veramente nemmeno potrei ... ho a stento il PC: niente videocamera.”
    “Non m’interessa vederti, sarai diventata brutta e anziana:-)” poi digitò “Ma se vuoi, premi e vedrai me! ”
    Basta giocare a rimpiattino: Silvana schiacciò il piccolo pulsante e, pochi istanti dopo, nel riquadro nero, apparve un viso sconosciuto; o no?
    No! Era lui ... oh si: era lui.
    Fu travolta da un’emozione che non avrebbe mai creduto di provare.
    Era lui, Antonio. Nascosto tra le pieghe di qualche ruga, acquattato tra i capelli più radi, Antonio guardava verso di lei, senza vederla.
    Il ragazzo con cui aveva costruito i sogni più belli.
    Nascosti nei cortili, quando il sole mordeva le strade bianche; scampati negli androni, quando la pioggia scrosciava: parlavano, sognavano e si toccavano, carichi di desiderio ... si baciavano.
    Quei baci innocenti, lontani, Silvana non li avrebbe mai dimenticati.
    Suo marito, negli anni, aveva ispezionato e violato ogni suo anfratto, posseduto ogni parte del suo corpo ma, i baci ... i baci glieli aveva sempre negati o, perlomeno, li aveva venduti cari.
    Non voleva perdere il ricordo dolcissimo dei baci di Antonio. L’unico ricordo che le era concesso: relegato nel profondo dell’anima.
    “Antonio ... che piacere, ero certa che non ti avrei visto mai più” cercò di dare un tono conviviale alla conversazione ma lui tagliò corto.
    “Senti, a me  questi aggeggi mi fanno schifo, poi ti spiego perchè ... posso telefonarti?”
    Fu presa alla sprovvista, non voleva fare niente di avventato, non ebbe il coraggio di dirgli di no.
    “Va bene ... ma solo per pochi minuti, io ...” e gli diede il suo numero.
    Un attimo dopo, il telefono squillava e Silvana rispose. Parole, dolcissime, sbocciarono tra loro, come fiori impazienti che, a primavera, hanno fretta di rompere l’ultima brina dell’inverno.

    Pochi giorni dopo, “Dieguito”, più incantato che mai dalla sua “musa”, le invase la cucina, alle undici del mattino. Orario insolito: ma Silvana si sarebbe sentita ridicola a non farlo entrare.
    Il ragazzo era concitato, gli occhi un po’ esaltati, era, evidentement,e preda di qualche forte emozione. Per un attimo Silvana temette di avere sbagliato ad aprire ... chissà? Con i giovani di oggi non si sa mai ... circola tanta droga.
    Il ragazzo aveva il PC sotto un braccio e, senza parlare, lo pose sul tavolo della cucina, poi sedette: sembrava sfinito.
    - Vorrei farti vedere una cosa ... – cominciò.
    Silvana, gli aveva concesso di darle del tu, come lui anelava, ma solo quando erano soli.
    Capì che l’eccitazione del giovane non era rivolta a lei, ebbe la netta sensazione che qualcosa di grave aleggiasse nell’aria.
    Per un momento temette di essere stata scoperta ... ma, per fortuna, Antonio Salzano non c’entrava per niente.

    Continua...

  • 04 marzo 2013 alle ore 23:40
    la tomba della democrazia

    Come comincia: Ogni popolo balla da 25 secoli sulla tomba della sua democrazia, illudendosi di festeggiarne la rinascita in ogni passaggio elettorale; ma ahinoi questa gli corre davanti inafferrabile come un miraggio.
    E temo che si sia arrivati a tanto, perché agli Stati democratici presunti di diritto si sono paralizzate due gambe su tre. La gamba della competizione partitica elettorale legislativa corre a razzo, mentre la gamba di governo e quella giudiziaria, (che avrebbero dovuto puntare con assoluta terzietà al bene comune, non agli interessi di bottega) si sono anchilosate, per lo strapotere totalizzante dei partiti.
    E’ verissimo che non c’è democrazia senza partiti. Ma è altrettanto vero che lo Stato di diritto non vede mai la luce, se l’influenza partitica indispensabile in campagna elettorale, continua a proiettare la sua ombra demagogica anche sul potere esecutivo e giudiziario, vanificandone la funzione.
    Un politico che conduce una campagna elettorale rabbiosa contro gli  avversari candidati come lui a governare, se risulta vincitore deve affrettarsi a dialogare con tutti i partiti perdenti, perché si assumerà l’obbligo di governare l’intero popolo: chi ha votato lui e chi ha votato i suoi avversari. Ma puntualmente, il veleno seminato ad arte in campagna elettorale per accoppare gli avversari, continua, (forse con la complicità dei media) a fare vittime inquinando il potere esecutivo e giudiziario per l’intera legislatura, alla faccia del bene comune.
    Insomma, mettere in moto una campagna elettorale demagogica è alla portata di qualunque cretino; ma a fine campagna, passare dalla demagogia alla democrazia, dalla faziosità alla verità, per non inquinare e paralizzare il governo e la magistratura, è un lavoro da padreterni sconosciuto a noi poveri umani.
    Il vincitore che si aspetta l'incarico a governare dal Presidente della Repubblica, non si affretta a spegnere la sua personale macchina del fango elettorale, chiamare intorno ad un tavolo i suoi avversari per discutere civilmente di come governare il Paese, ma fa come quel cretino che aveva urgente bisogno della bicicletta di sua cognata che abitava nella casa accanto, ma pretendeva che dovesse essere quella che lui definiva “la buonadonna di mia cognata” ad offrirgliela, e non lui a chiederla con garbo, sapendo bene che quella era una donna onesta, proprio perché alle sue avances aveva resistito.
    Le attuali democrazie non hanno una legislatura che sconfina nella campagna elettorale successiva per consentire ai popoli l'esercizio del voto; ma una campagna elettorale a tempo pieno, che prosegue per il numero di legislature necessario ad arricchire i partiti e uccidere di malgoverno, burocrazia e ingiustizia popolo e Stato.

  • 04 marzo 2013 alle ore 20:40
    Non credendo a Babbo Natale, scrivo a Gesù

    Come comincia: Ciao Gesù, scusa se sono poco formale, ma ti ho sempre ritenuto un amico e non voglio rivolgermi a te con troppe reverenze e fronzoli. A volte mi chiedo se ti tieni aggiornato sulle questioni del Mondo o se, come me, preferisci allontanarti piano piano da tutto ciò che sta avvenendo un po' per disgusto un po' per noia. Nel dubbio che qualcosa ti sia sfuggito ti aggiorno io. In Italia come nel resto del Mondo, c'è una profonda crisi economica, come saprai bene è di quelle create a tavolino per rendere gli uomini sempre più schiavi al potere delle lobby economiche. Sai anche bene chi sono gli artefici di tutto ciò, hai avuto modo di sperimentarne tu stesso la loro spregiudicata mancanza di scrupoli. Oltre la crisi economica, credo ci sia anche una profonda crisi di valori che rende l'umanità veramente arida e opportunista. La classe dirigente è l'esempio più triste di cosa è capace l'uomo. Meglio il reale istinto di un assassino che il ponderato e razionale omicidio che sistematicamente adoperano ogni giorno i nostri politici e funzionari attenti solo alla corruzione e alla distruzione della dignità. Devo ammettere però che sento covare sotto questa cenere di sentimenti, una scintilla di rinnovamento e di fratellanza, molte più persone si stanno accorgendo delle falsità delle religioni, dell'inutilità del materialismo e di questo legame che unisce ogni essere vivente; pensa che ho visto pure un film molto bello " Cloud Atllas ", non so in quanti l'abbiano compreso, ma di sicuro è stato un ottimo spunto per conoscere l'importanza dei gesti quotidiani sull'eterno futuro. A me è piaciuto molto, sono sicuro che il regista ha avuto un'ispirazione diciamo.. divina :). Oh, non so se sei aggiornato sugli ultimi pettegolezzi, ma quel signore vestito di bianco che tanto ama diffondere il tuo nome ha deciso di dimettersi eheheheeh. Lo sapevi che i così detti cattolici ti hanno fatto la loro icona sacra? Non hanno capito nulla di ciò che hai fatto, ne del perchè, ne del chi eri, ma sono in buona fede e hanno dovuto ascoltare tutti gli strafalcioni dettati dai vari pulpiti di oltre 2000 anni di Chiesa. Pensare che avevi un progetto così bello, avevi insegnato così tanto, e sono stati capaci di creare un tornaconto anche con i tuoi insegnamenti. Hanno varato istituzioni inutili, travisato i sacramenti e rinchiuso i loro sacerdoti in precetti che non sanno rispettare per ovvia natura umana. Detto tra noi caro Gesù, la Chiesa non va affatto bene, ma del resto nemmeno le altre Religioni stanno funzionando secondo i normali parametri divini. Pensa che ce ne è una dove addirittura vanno dicendo agli uomini che morire per la religione è motivo di grande orgoglio. Mandano bombe umane contro altri fratelli e si vantano dei morti che provocano. Che razza di religione è una che insegna ad uccidere? Anche questi poveretti hanno travisato completamente il messaggio dei loro profeti. Con una invece sono riusciti a farci pesino una razza, ma quelli li conosci bene non te ne sto nemmeno a parlare; che casino che hanno combinato, ed erano quelli che avevano le informazioni migliori :). C'è uno strano gruppo invece che si priva di ogni cosa, che girella di casa in casa negli orari più strani annunciando la fine del mondo. Ahahahaha che spettacolo che sono, dovresti vederli, si sono "autoschiavizzati" con le loro errate convinzioni. Occhio che qualcuno prima o poi verrà a bussare anche a te.. A me piace quel gruppo che ripete le formule di una pergamena, a livello spirituale sono quelli più avanti di tutti, credo che saranno i primi a liberarsi dell'inutile inquadramento religioso. Sai che c'è ancora qualcuno che non crede all'esistenza di un Dio? Sono quelli che mi fanno più pena, l'ideologia dei senza Dio è veramente deleteria. Hanno messo come priorità della loro esistenza, la comunità politica, l'uguaglianza sociale, e altre cose prettamente materiali, non capendo che umanizzare questi concetti, non vuol dire altro che stigmatizzare le diversità. Hai mai letto la traduzione dei "tuoi scritti" ? L'hanno fatta un po' come pareva a loro; un po' come i bambini quando non comprendono qualcosa, danno delle spiegazioni tutte loro con tanta fantasia e immaginazione. Per non parlare di quello che hanno fatto della Bibbia, ti faresti un sacco di risate se tu la leggessi ora. E' simpatica questa Umanità, però gli hai lasciati troppo presto, non erano pronti a muoversi da soli. Pensa che ti cercano ancora dentro le chiese o ti contemplano attaccato alla croce; se solo guardassero dentro se stessi, quanto Dio e quanto Gesù in più troverebbero.. A me spesso fanno piangere, sono capaci di slanci di esagerata bontà e altruismo, soffrono sentimenti e prove con una dignità sorprendente, alcuni sentono addirittura la realtà dei meccanismi spirituali; poi però si insultano sul traffico, si riempiono di dispetti e cattiverie e distruggono la Terra che li ospita. Alcuni non hanno rispetto nè delle piante nè degli animali e come se nulla fosse, la domenica, li trovi nei loro templi a ripetere il tuo nome in strane cantilene. Non potrebbero pregare in mezzo alla natura, rispettandola e godendo le energie che ogni essere trasmette? Amano molto le apparenze, vivono per sembrare ciò che non sono e non si preoccupano di valorizzare i loro talenti e l'essenza del loro essere. Io credo che tante colpe le abbia la TV, sai cosa è Gesù? Un elettrodomestico che trasmette immagini di cose realmente false, illusioni, stereotipi, falsi miti e, ultimamente, anche un sacco di false notizie manovrate ad arte da chi sai tu. Giocano poco con i loro figli, li parcheggiano davanti a questa TV per godersi lo strano modo di rapportarsi con il resto del mondo. Si amano con tanta intensità da chiedermi ogni giorno se questo amore è ricambiato, se vedrà futuro ecc.. Alcuni annunciano la loro morte se privati di questo amore.. poi, bastano pochi giorni, qualche parola di troppo o un portafoglio più gonfio e hanno già cambiato opinione. Ho quasi smesso di fare consulti, tanto mi chiedono sempre le solite cose. Ce ne fosse stato uno che mi avesse chiesto di aiutarlo a fare qualcosa per gli altri.. Come mai secondo te non riescono a sentire l'energia che lega ogni essere vivente? Spesso non li capisco nemmeno io che, in parte, sono come loro. Comunque la cosa più divertente è questa nuova forma di socializzare che hanno inventato per catalogarli. Si chiama fb, li vedi tutti quanti a cena o al cinema o in ogni altro luogo di aggregazione incuranti dei normali rapporti umani, ma pronti a condividere pensieri e foto sul telefonino. Io credo che tanti abbiano addirittura dimenticato cosa voglia dire stringere la mano, abbracciare o ascoltare un amico che parla. Non comunicano più, ma si illudono di essere finalmente liberi di comunicare. Non ti nego che anche io ho il mio profilo molto attivo, sembrava che fosse l'unico modo per fa passare alcuni messaggi importanti e così l'ho sfruttato. Ti confesso che mi piacerebbe molto di più insegnare nelle scuole, vorrei trattare materie quali Amore, Spirito, Fratellanza, Ecologia, anche religione non mi dispiacerebbe. Mi farebbero "fuori" presto, alle "pecore umane" è vietato insegnare a pensare e i loro pastori scacciano tutti coloro che tentano di farlo. Ne sai qualcosa vero? :) Quando pensi che il mio popolo si risveglierà da questo letargo e inizierà a splendere come solo lui sa fare? Hanno tanta luce dentro di se e continuano a crearsi conflitti tra spirito e corpo. Qualcuno di loro distrugge volutamente il proprio corpo con fumo, droga, alcool; altri lasciano che la mente prenda il sopravvento e li annienti lentamente, alcuni invece prendono cammini spirituali che sembrano burroni più che viali. Quanto mi piacerebbe prenderli uno ad uno ed insegnargli le Stelle, la Luce, la Vita, la Morte, l'Anima e quelle poche altre cose che mi è concesso conoscere o di cui ho l'illusione di averne la conoscenza. Beh Gesù, scusa se ti ho disturbato un po', scusa se mi sono sfogato, ma è sempre un piacere rivolgersi a te; anche se ancora non ho mai avuto il piacere di incontrarti ti ho sentito spesso e ti sento ogni giorno, ma soprattutto ho preso i tuoi insegnamenti più belli, quelli non travisati nè strumentalizzati dalla chiesa e ne ho fatto un tesoro tutto mio...''' "Ama il prossimo tuo come te stesso "''', credo che a molti non riesca perchè incapaci di amare se stessi. Non so se sono tra quelli a cui riesce seguire il tuo " consiglio " o no, ma a me piace provarci ogni giorno. " Chi ha orecchi intenda ".. Ciao Gesù. Ti voglio bene. Ensitiv

  • 04 marzo 2013 alle ore 14:10
    Il maestro racconta, il mostro

    Come comincia: Adesso che il suo naso sentiva forte l'odore del veleno, tremava come una foglia al vento. Eppure se era arrivata a quel punto, non poteva certo fermarsi tremante e piangente. L'altra volta aveva dovuto lasciar perdere perchè suo figlio era rientrato in anticipo dalla scuola e aveva interrotto l'incantesimo.

    Già, suo figlio. Lui e gli altri due figli, due gemelle, erano sempre state la sua ragione di vita, ma adesso neppure loro le davano un perchè. La mano tremava ancora. Decise di appoggiare il bicchiere sul tavolo della cucina e si sedette un attimo. Fissò la fotografia, dentro una cornice d'argento, regalo lontano di parenti o amici; non ricordava. Lei e suo marito erano seduti su una pietra, alle loro spalle i tre figli, allora scolaretti, sorridevano e si atteggiavano a grandi scalatori. Anche loro sorridevano. Erano felici. Tre splendidi figli e la tranquillità di due innamorati che vivono tutti i giorni la loro vita in famiglia. Si erano conosciuti al lavoro, in fabbrica. Lui operaio capo, nel reparto imballaggi, lei impiegata addetta alle spedizioni. Aveva tanti corteggiatori, la natura era stata benevola e le aveva donato uno splendido corpo. Il viso accattivante e la lunga chioma castana la rendevano irresistibile. Si era diplomata alla vecchia ragioneria in città e aveva trovato subito lavoro lì, in quella grande e fiorente azienda. Altri tempi. Lui era un ragazzo tranquillo, poco appariscente. Finita la terza media era entrato in ditta come apprendista. Aveva una volontà di ferro e capacità organizzative non indifferenti. Il giorno in cui lei iniziò a lavorare, lui era già capo reparto. Non male per un ventiduenne. Lo aveva incontrato la prima volta dopo quasi un anno dalla sua assunzione. Era una caldissima giornata di luglio, e lei, dopo aver pranzato in mensa, era uscita a cercare un po' di refrigerio sotto gli alti alberi del parco adiacente alla ditta. Camminando per i vialetti ben curati, aveva riconosciuto seduti su una panchina, tre ragazzi con le tute da lavoro dello stabilimento. Al suo passaggio si sentì sei occhi incollati addosso. Era cosciente della sua bellezza, e pur non ostentandola, era una calamita per tutti i maschi che la incontravano. Un paio di loro si lasciarono sfuggire alcuni apprezzamenti, comunque non volgari e lei si girò a salutarli. L'altro, quello che non aveva parlato, la fissava, a bocca aperta e con aria sognante.
    Quel pomeriggio si era informata da una sua collega su chi fossero quei tre e dopo un paio di informazioni generiche si era concentrata su <bocca aperta>, come l'aveva affettuosamente soprannominato.
    In pochi giorni raccolse abbastanza notizie. Il ragazzo era un ottimo elemento, abitava in un paesotto di periferia ed era molto ben visto da amici e colleghi. Aveva un fratello e tre sorelle, tutti lavoratori. Il padre era morto presto a causa di un brutto male. La madre, donna instancabile, aveva allevato i suoi figli inculcando loro il senso del sacrificio e dell'onestà. Una delle sorelle, la più vecchia, aveva rischiato di finire in un brutto giro di droga con delle amiche che frequentavano dei tizi in città. Grazie alla famiglia e alla sua forza, si staccò da quelle amicizie. Adesso era sposata e madre di due bambini.
    Riuscì anche a sapere che non era fidanzato.
    Aveva avuto una ragazza. ma lei lo aveva lasciato per un uomo molto più vecchio.
    Nelle settimane seguenti ebbe modo di rivederlo sempre più spesso. Per un tacito accordo, quando combaciavano i turni, si trovavano dopo il pranzo, sulle panchine del parco. I primi approcci furono timidi da entrambe le parti, poi una volta rotto il ghiaccio, lei scoprì un ragazzo dal cuore d'oro.
    Dopo tre mesi erano fidanzati, e nel volgere di un paio d'anni marito e moglie. Si sistemarono in una piccola casa del paesotto, dove uno zio di lui, possedeva un condominio di quattro piani. Lavoravano sodo tutti e due e l'anno seguente riuscirono a comprare un appartamento nelle nuove aree fabbricate del paese. Erano felici e di li a nove mesi venne alla luce il loro maschietto. Neanche il tempo di finire la maternità, che restò incinta delle due gemelle. Le loro famiglie le furono di grande aiuto. Anche lei aveva un fratello e una sorella che le restarono vicini. Fu anche grazie a questa famiglia numerosa che riuscì a tornare al lavoro alla fine della maternità. C'erano tante bocche da sfamare e il mutuo da pagare. E poi bisognava pur pensare al futuro dei figli.
    Il tempo passa inesorabile, e con lui i ricordi riaffiorano alla mente. Ricordi belli e brutti. Con suo marito avevano affrontato questo discorso varie volte, fin dalle loro prime uscite, ed era nato una specie di patto:<viviamo belle esperienze limitando al minimo quelle brutte>. E così fecero.Lui aveva un senso innato per la famiglia, era il catalizzatore in casa. I bambini crescevano sani e in armonia. Oddio, a volte si discuteva e non sempre si trovava un punto di incontro. Capitavano dei giorni meno sereni e a volte si sopportavano delle situazioni per il bene comune. Ma stavano bene.
    Insomma, lei si considerava soddisfatta, non rimpiangeva niente.
    Una sera lui rientrò cupo in viso. Lei immaginava il perchè, ma aveva sempre sperato si trovasse una soluzione. Purtroppo in ditta le cose non andavano bene, era da un po'. Cominciavano la cassa integrazione nei vari reparti. Lei cercò di consolarlo. Le impiegate erano ancora a pieno servizio, era <una crisi passeggera> dicevano. Lui avrebbe accudito i bambini che alle scuole elementari vanno seguiti passo per passo. Dovevano solo stare attenti senza allarmarsi troppo.
    La crisi passeggera si rivelò un terremoto. Cominciavano a chiudere le aziende e suo marito, subodorato il problema, aveva cominciato a cercare un altro posto di lavoro. Lei non voleva, avevano sempre lavorato insieme in quella ditta. Ne sarebbero venuti fuori, stava per passare.
    Dopo nove mesi di inattività, pur facendo il massimo per restare tranquillo, cominciava a dare segni di cedimento. Si tratteneva con i bambini e in casa dava il massimo, ma lei lo conosceva, stava per scoppiare. Quella sera non avrebbe voluto dirgli nulla. Lui la vide entrare e capì. La ditta stava andando a gambe in aria e a breve anche lei sarebbe stata disoccupata. Non ci fu bisogno di parlare, bastarono gli sguardi e mentre lui posava gli occhi sui figli che tranquillamente cenavano, lei lo vide. Allora non ci fece caso, ma gli eventi che seguirono confermarono quella che per lei era stata un'allucinazione. Il mostro era entrato nel corpo di suo marito, con tutta la forza e la brutalità che scatena sulle persone indifese.
    I giorni seguenti furono duri. Dedicavano le mattina, mentre i bambini erano a scuola, alla speranzosa ricerca di un lavoro. Col passare dei giorni in lei cresceva la rabbia. Una rabbia a volte incontrollabile, ingigantita dalla tranquilla rassegnazione del marito, che lentamente si stava abituando a quella situazione.
    In casa era dura, i soldi non bastavano mai e i figli cominciavano ad avvertire la tensione. I bambini, creature fragili e indifese, con una fortissima emotività. Loro hanno attivi dei sensi, degli istinti, che l'uomo, con la crescita, sacrifica in nome della ragione e dell'autocontrollo.
    Quella mattina il suo istinto di donna le pizzicava parecchio. I bambini erano elettrizzati e suo marito aveva preferito battere una zona diversa e si divise dalla moglie. Lei suonò campanelli e parlò con decine di persone. A mezzogiorno stavano suonando le campane di una chiesa vicina, ora di rientrare a casa. Nel tratto di strada che la separava dalla fermata del bus, notò una palazzina rinnovata. Colpì la sua attenzione un cartello giallo appeso sulla porta. Prima non c'era, era appena stato messo. Sbirciò incuriosita e ciò che vide la fece trasalire:<cercasi donna, esperta in spedizioni e contatti con l'estero, per lavoro nuova attività>. Era riportato un numero di telefono, ma eccitata com'era provò a suonare il campanello indicato nel foglietto. Rispose una donna di mezz'età, che dopo le presentazioni la fece salire al secondo piano, ed entrare in casa. Non era quello che lei si aspettava. Chiese conferma della richiesta di una lavoratrice e la donna annuì. A breve sarebbe rientrato suo marito, nel frattempo le offrì un caffè. Non capiva, forse si era illusa troppo presto. Voleva andarsene ma a questo punto sarebbe stato da maleducati. Uno sguardo all'orologio; le dodici e trenta. Suo marito era già a casa, avrebbe preparato qualcosa da mangiare, i bimbi erano a scuola, in mensa. Passarono altri dieci minuti, dove finiti i discorsi di rito, era calato un silenzio angosciante. La signora sembrava a suo agio. Si mise ai fornelli e cominciò  a preparare il pranzo; lei invece si sentiva sempre più fuori posto. Dopo pochi minuti si sentì la porta d'entrata aprirsi e una voce potente, ma cordiale, annunciare il suo arrivo alla donna. Entrato in cucina la vide e mentre si presentava, baciò teneramente la moglie su una guancia.
    I due coniugi avevano quasi sessant'anni e li portavano bene. Avevano tre figli, sparsi per il mondo a far fruttare le loro lauree. Lui si era sempre occupato di commercio in generi alimentari di qualità,  prodotti non a portata di tutte le tasche. Aveva chiuso l'attività, i suoi figli non ne avevano voluto sapere di quel mestiere e non avendo problemi di soldi si era deciso al ritiro. Ma la sua indole gli impediva di restare inattivo e dopo pochi mesi, d'accordo con la moglie, decise di intraprendere una nuova avventura, sempre nel suo campo. Aveva però bisogno di una giovane capace e ambiziosa; sarebbe stata lei, se si fosse dimostrata all'altezza, a trainare la nuova realtà.
    Credeva di sognare. Pensava che certe persone esistessero solo nelle trame dei film o nei racconti di natale. Accettò senza riserve di mettersi alla prova, avrebbero giudicato loro le sue capacità.
    Uscì da quella casa con la gioia nel cuore. Lo saperva, ne era certa. Le cose sarebbero tornate a funzionare come prima, anzi, meglio di prima. Adesso toccava a suo marito, magari era andata bene anche a lui.
    In casa non c'era. Forse stava parlando con qualcuno, proprio come era successo a lei; sarebbe stata una giornata fantastica. Si era fatto tardi e decise di mangiare un boccone, senza aspettarlo. Avrebbe capito. In un attimo fu ora di andare a recuperare i bambini a scuola. Era talmente contenta ed euforica che si fermò ad acquistare del gelato. Avrebbero fatto merenda con il gelato! I bambini erano al settimo cielo, fu una merenda memorabile, dopo il gelato lei preparò dei piccoli panini che ai figli piacevano tanto.
    Si fece tardi, ora di cena e lui non era rincasato. Lui non aveva più il cellulare, allora provò a chiamare la cognata. Non l'aveva visto ne sentito. Gli altri fratelli erano al lavoro, ma provò lo stesso.Nulla. Chiamò i suoi, cercando di stare calma. Niente, nessuno l'aveva visto. Non doveva allarmarsi, era un adulto. Quando si è in giro alla ricerca di lavoro, capita di perdere la misura del tempo e della distanza.
    Fece cenare i figli, lei non mangiò; lo avrebbe aspettato. Ad un certo orario mise a letto i bambini, che cominciavano a chiedere del padre. Lei li rassicurò e li fece addormentare leggendogli un libro.
    Adesso era preoccupata. Non voleva allarmare nessuno ma cominciava ad aver paura e in quel momento le sembrò di vedere un'ombra in cucina. Non c'era nessuno, era stanca e vedeva le ombre. Che strano, eppure quell'ombra le ricordava qualcosa di familiare. Decise di richiamare sua cognata, rispose il cognato, mezzo addormentato. Non avrebbe mai disturbato se non fosse che era preoccupatissima, lui non era ancora rientrato. Suo cognato disse di aspettare, l'avrebbe raggiunta. Dopo mezz'ora e varie telefonate, si presentarono da lei il cognato e i fratelli di suo marito.
    Preparò il caffè e raccontò come si era svolta la giornata. La rassicurarono, l'indomani avrebbero valutato il da farsi. Per quella notte fecero arrivare sua cognata, sarebbe restata con lei.
    Di dormire non se ne parlava. Rotolava in quel letto vuoto, sua cognata era con i bimbi. Poi lo vide di nuovo e stavolta lo riconobbe. Non era un'ombra, era il mostro, il mostro che aveva visto vicino al marito. Fu tutto chiaro. Un nodo alla gola le fece mancare il fiato. Si alzò di scatto, lanciò un urlo ma nessun suono era uscito dalla sua bocca. Svegliò la cognata. Doveva andare, adesso sapeva, aveva capito.
    L'altra era ancora mezza addormentata e faticò non poco a realizzare quello che stava succedendo. Ma lei era agitatissima e già pronta per uscire, raccomandò di non muoversi e se ne andò.
    Le lacrime le rigavano il volto. Voleva urlare, imprecare, prendere a schiaffi qualcuno. Cercò invece di concentrarsi sulla guida. Senza rendersene conto era già arrivata. Anche di notte, dei piccoli lampioni illuminavano i vialetti del parco. Corse verso una panchina, la loro panchina. Pregò di essersi sbagliata, di dover tornare a casa a mani vuote. Allungò la mano sotto la panchina, una delle assi aveva un piccolo vuoto. La usavano ai tempi dei loro primi incontri come posto di scambio di messaggi, allora l'era elettronica stava facendo i primi passi.
    Trovò quello che cercava. Il piccolo bilgietto scritto a mano, riportava il seguente messaggio:
    <il mostro si è impossessato di me. Vi amo troppo per permettere che vi faccia del male. Abbraccia i bambini per me. Ti amo>.
    Straziata dal dolore rilesse il biglietto una, dieci, cento volte. No, non era vero. Stava sognando nel suo letto. Adesso lui l'avrebbe svegliata e avrebbero fatto l'amore, come sempre. Svegliami! Svegliami! Era il suo pensiero, ma più ci pensava e più sentiva il viso bagnato dalle lacrime, il vuoto nel cuore.
    I giorni seguenti furono angoscianti. La denuncia di scomparsa, le ricerche, le segnalazioni inutili. Aveva accettato la proposta di lavoro e cercava di restare concentrata su quello, inutilmente. L'amore della sua vita, l'uomo che con i suoi pregi e i suoi difetti la faceva sentire sempre una regina. Il padre dei suoi figli, quegli splendidi bambini che, con voce speranzosa e infantile, tutte le sere chiedevano del loro papà, non c'era più. La famiglia le fu accanto fin dall'inizio, anche gli amici si fecero in quattro per dare una mano. Lei non riusciva a ricambiare tutto quell'affetto neanche con un sorriso. L'unico sorriso lo donava ai suoi figli, nella speranza di rasserenarli un pò. Le settimane passavano, poi i mesi ed infine gli anni. L'affetto dei suoi cari non mancava di darle supporto e i bambini, ormai ragazzi, cercavano di renderle la vita felice. Spesso ci riuscivano.
    Era riuscita anche a portare avanti il progetto lavorativo intrapreso anni prima. Adesso, assieme al suo capo, gestiva un buon giro d'affari con varie zone del mondo, tanto che avevano dovuto assumere un paio di ragazze. Ciò le aveva permesso l'indipendenza economica, il che, visto i tempi, non era male. Ma anche lei doveva combattere il suo mostro. Le avevano detto che il tempo medica tutte le ferite, <sei fortunata, hai un ottimo lavoro e tre splendidi ragazzi>. Vero. Ma lei quel giorno, sull'altare, aveva promesso di condividere gioie e dolori con il suo uomo. Si sentiva sola, tremendamente sola.

    Fissò nuovamente il bicchiere. No, non avrebbe ceduto. Lei poteva sconfiggere il suo mostro. Nella disperazione c'è sempre un motivo per sopravvivere; anzi, per vivere. Lei doveva, voleva vivere.
    Si alzò, carica di un nuovo entusiasmo, il mostro non l'avrebbe mai avuta e in quel momento suonarono alla porta d'ingresso. Presa alla sprovvista si avvicinò allo spioncino e sbirciò fuori.
    Restò pietrificata, poi il cuore cominciò a pompare a mille e mentre, assciugati gli occhi, controllava sicura di non avere le traveggole, il campanello suonò ancora.
    Spalancata la porta, si ritrovarono faccia a faccia, abbracciati. Non dissero una parola, ed una volta entrati in casa si baciarono a lungo. Dopo alcuni attimi lei lo fissò negli occhi, non voleva che svanisse come un sogno. Lui fece altrettanto e per convincerla della sua presenza le disse con voce ferma e sicura: "Sono tornato. Ho sconfitto il mostro Ti devo delle spiegazioni". Lei non disse nulla. Era lì, era tornato. Non voleva sapere nulla, le spiegazioni a dopo. Adesso bastava fosse con lei. Lo abbracciò ancora, per convincersi definitivamente che l'incubo era finito e lui fece altrettanto.
    "Ho fame amore. mangiamo qualcosa?"
    Lei era al settimo cielo, non ragionava bene. I suoi pensieri erano un turbine inarrestabile. Si fiondò in cucina; lui aveva fame e lei avrebbe preparato da mangiare.
    Lui la seguì e le toccò il sedere con delicatezza per dirle; sono tornato. Lei era intenta ai fornelli, ma apprezzò quel gesto. Poi una fitta al cuore, come una scarica elettrica.
    Si girò, lui stava bevendo. I loro sguardi si incrociarono per un attimo, mentre una smorfia distorceva il viso del marito. Un colpo di tosse, il terrore negli occhi, la consapevolezza della fine.
    "Ti amo" prima dell'ultimo respiro.
    L'urlo angosciante di lei era un tributo al vincitore, colui che non era mai andato via, rimasto nascosto in attesa della sua ora.
    Il mostro aveava vinto.

    "Bisogna essere forti nella vita, sempre. Bisogna godere ogni istante come se fosse l'ultimo e rallegrarsi di ciò che si ha, non essere tristi e invidiosi per ciò che ci manca, avete capito?"
    "Si maestro. Vuole una cioccolata calda?"
    "Mi hai letto nel pensiero, certo che la voglio"

  • 03 marzo 2013 alle ore 11:41
    La Vera amicizia

    Come comincia: Trovare persone che non sanno il tuo nome, ma sanno come amarti, è stata l’emozione più grande che ho provato in quel luogo! Pensavo di conoscere l’amicizia migliore, invece ho scoperto quella Vera! L’amicizia non è divertimento, uscire insieme… ma è un qualcosa di più profondo, l’amicizia vera è quando un amico è disposto a dare la vita per te, anche se ti conosce appena, farebbe qualsiasi cosa per salvarti, l’amico vero si aspetta l’amore in cambio, non soldi o oggetti! Per la prima volta ho conosciuto persone senza “sottotesto”, cioè prive di doppio gioco, purtroppo senza saperlo molte persone che non seguono la parola di Gesù, assumono una doppia personalità, in breve, ci fanno capire che desiderano una cosa, invece lo fanno per altri scopi! Perchè le persone sottopressione rivelano ciò che sono veramente! Il dilemma scuote l’inconscio, e lo dissotterra! E’ meraviglioso parlare invece con persone che possiedono una sola personalità, se ti amano, ti amano veramente! Ho scoperto l’Amore, l’ospitalità fraterna, condita con un amore mai provato prima! C’è una luce diversa che brilla nei loro occhi, qualcosa che non puoi fare a meno di ritornarci! Apprezzare ogni singolo insetto, ogni petalo e amarlo, come un uomo! …Passeggiare nell’oscurità della notte, tra la natura, illuminati solo da una splendida Luna piena, è sublime! La notte acquerellata dal plenilunio rendeva magico il firmamento! Sono proprio tornato sulla Terra, non sapevo cosa stesse succedendo quaggiù, senza TV, computer…, si viveva solo di amore, contemplazione, amicizia e preghiera! E tutto questo regala un qualcosa, che non basta una poesia per descriverlo, ma bisogna provarlo… e quel qualcosa è la felicità! Fabio Meneghella

  • 03 marzo 2013 alle ore 11:40
    Il nostro Sogno

    Come comincia: Nello spazio temporale del plenilunio, Orione osserverà nel suo movimento impercettibile, atomi sfioreranno i loro simili evoluti, accarezzando come in un lampo gli elettroni impazziti fin dalla loro nascita, grazie ad un moto perpetuo ignoto solo alle nostre menti, menti divise da uno strano big bang celeste, l’antico cervello di Dio! Ci addormenteremo grazie ad una luce proveniente dal firmamento, la luce del plenilunio, al nostro risveglio passeremo l’eternità a raccontarci il nostro sogno, sogno che chiameremo vita! Fabio Meneghella

  • 03 marzo 2013 alle ore 11:40
    Gli occhi del cuore

    Come comincia: Una nube gelida s’innalza ad ogni suo battito, mentre due stelle aprono le loro palpebre al mondo, per la prima volta. Essa accarezza e oscura il cuore, quando gli occhi insegnano a scoprire! Ma un non vedente non potrà mai descriverti un tramonto, allo stesso modo un non credente non potrà mai vedere la realtà! Gli occhi scoprono il già vissuto, sono un ottimo strumento d’inganno, credono a ciò che vogliono credere. E non ci si accorge di quanto la nube gelida, innalzatasi alla nascita ad ogni battito del cuore, ci oscuri gli occhi del cuore! Ma c’è una forza, una costante adrenalina, un potere sovrannaturale, che comincia a scorrere nei meandri dell’inconscio, disgregando e aprendo, come un sole dietro una nuvola, gli occhi del cuore! E questa forza la si assorbe molto lentamente negli anni, la si conosce, la si apprende, la si confuta e la si contempla, cominciando a vedere il bene e il male, e osservando la propria vita diventare molto lentamente, sempre più simile ad un universo, dove tutto è al suo posto, dove tutto ruota e funziona alla perfezione, come se dietro questa perfezione ci fosse una mano! Questo potere lo si trova nella Parola di Dio, nei suoi vangeli! Fabio Meneghella

  • 03 marzo 2013 alle ore 11:39
    Il Volo divenne Vita

    Come comincia: La corruzione e la vendetta imperversavano, in un mondo rallentato dall’attrito del male, dove il perdono era una montagna invalicabile, dove la luce brillava solo nei cieli e il canto dei volatili era la speranza di un mondo migliore. Uomini soffiavano vento di morte nei campi colorati di Primavera, quando un eclisse spense i cieli e una cometa fluorescente trapassò le nubi. Il mattino seguente la natura prosperava un colore diverso. Laggiù un canto nuovo divenne la speranza di un mondo migliore, il canto di un neonato, un bambino che da una mangiatoia per animali fu mostrato al cielo e d’alba si bagnò! Il bambino, divenuto uomo, insegnò ai suoi fratelli il perdono, benché elemento fondamentale per “volare”. Qualsiasi macchina tu possa realizzare per spegnere una stella con un dito, non riuscirai mai a “volare” fino in fondo! Fu torturato e morì, salvandoci dal peccato. Da quell’attimo prosciugato di lacrime umane, il “volo” divenne vita, una vita in cui ognuno poteva rifugiarsi. E da allora cambiò tutto.
    Fabio Meneghella

  • 03 marzo 2013 alle ore 11:38
    Per Roma

    Come comincia: Esiste una città al mondo dove la mia mente si sprigiona da questo presente mondo, dove i miei pensieri si spettinano per un vento di sogni! Riesco quasi a passeggiare su di un filo sottilissimo, il filo della nostra storia, e sentirmi parte di questo tempo che imperterrito avanza, e chissà per quanti miliardi di anni ancora! Questa città da me sempre amata, sarà sempre la propulsione dei miei sogni, nessun altro posto al mondo riesce a farmi sognare così tanto! E questa città eterna si chiama Roma!
    Fabio Meneghella

  • 03 marzo 2013 alle ore 11:37
    Senti

    Come comincia: Il cuore batte, e lentamente ci trascina verso l’inizio di ogni nuovo solstizio, portandoci quasi per mano, e ricordandoci ad ogni suo battito l’attrazione, che permette all’anima di orbitare su questa Terra. Senti il tuo cuore che batte amore, e l’odio diventare amore, Senti il tuo cuore portare il tempo, seguilo e lasciati trascinare dal vento, Senti il respiro della foresta, e il sole dietro la tempesta, Senti Dio e il suo messaggio, e l’impronta lasciata ad ogni suo passaggio, Senti i profumi portati dal vento, e i suoni toccati dal tempo! Senti ogni nuovo giorno sorgere nelle tue mani, e la luna attendere il tuo domani. Matura con la natura, e porta la pace e l’amore nel tuo cuore, preparati alla felicità e al dolore, abbi fiducia in Dio, dormirai serena nel tuo letto, coperta dal suo tetto. E allora senti il vento accarezzare il grano, e da una mano una farfalla spiccare il volo, senti l’equilibrio fra cuore e mente, e Dio sarà con te perennemente! La vita è preziosa, e come una rosa raccoglila dai cuori frugiferi, e conservala dentro di te! Fabio Meneghella

  • 03 marzo 2013 alle ore 11:37
    Volare Significa Credere

    Come comincia: Basta una tempesta a far precipitare i nostri sogni.
    Due ali non sono sufficienti per spiccare il volo.
    Dietro ogni tramonto s’innalzerà un progetto divino e il male non trionferà!
    Se tutto hai perduto c’è sempre un Paradiso da conquistare,
    perché il dolore una nuova vita partorirà.
    Un’aurora accenderà il firmamento e una corrente ascensionale ti solleverà!
    Oltre l’uragano brillano le stelle, la gravità si dissolve, un soffio gelido irrora il tuo cuore, dove il Sole è un’alba immobile, laddove una nuvola mai più sorpasserà i tuoi sogni!
    Per risorgere ti basterà aver vissuto,
    perché volare significa credere! Fabio Meneghella