username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 01 marzo 2013 alle ore 14:43
    Centro

    Come comincia:

  • 01 marzo 2013 alle ore 9:12
    Un salto nel tempo

    Come comincia: Ecco, lo sapevo, sarebbe bastato il tocco magico del raspacapelli per poter fare un salto nel futuro…
    Un futuro non tanto lontano dove regnava la più totale confusione astronautica…
    Del resto in questo periodo siamo abbastanza abituati alla confusione nel nostro paese…
    Pertanto il tocco fatato del raspacapelli non ha fatto null’altro che trasportarci tutti in un’altra dimensione dove inizialmente nessuno si accorse di non vivere più in Italia, tanto la confusione era comunque la stessa; il solito tran tran quotidiano, il solito caffè con la solita brioches…
    Ma che succede…è una brioches gigantesca…oserei dire una bigbrioches…
    Dimenticavo un particolare: nel trasporto tutti e sottolineo tutti, abbiamo perso qualche centimetro ed anche qualche chilo…
    Quindi senza dieta alcuna ci siamo ritrovati come Gulliver: un viaggio fantastico in un mondo che più piccolo non si può.
    Si perché non è normale mangiare la bigbrioches, ma è ancora meno normale tutto il resto…Sentite…
    Arrivare al primo piano dell’ufficio ed esser stanchi come se l’ufficio fosse stato spostato al centesimo piano…
    Provate voi a farvi due rampe di scale essendo alti più o meno 15 cm…
    Si pose subito un problema: gli spostamenti erano pazzeschi, l’auto non la potevamo guidare ed aerei così piccoli, magari con voli last minute non li avevano ancora inventati…
    Ma andiamo con ordine (si fa per dire): qui bisognava correre ai ripari, si rischiava di perdere il lavoro, la casa, gli affetti, non ci vedeva nessuno, non si poteva di certo continuare a sperare in un tocco magico di qualche aggegio simile al raspacapelli…
    ma c’era anche il rischio che con questi tocchi magici potessi ritrovarmi in chissà quale epoca storica…speriamo bene.
    Appunto, non avevo neanche finito il mio pensiero volante che subito il tocco di un turbopettine mi catapultò ulteriormente avanti nel tempo…
    Dove le città erano tutte sospese nel vuoto e dove non esisteva il traffico, le persone si muovevano librandosi nell’aria, galleggiandovi chissà per quale strana legge fisica…o fantascientifica…
    I mezzi pubblici consistevano in tante scie luminose che si incrociavano senza scontrarsi mai, come fantasmi…traffico inesistente.
    Ma per favore ritornatemi i miei centimetri ed anche i  miei chili: non ebbi finito di pronunciare questa frase che in men che non si dica un grattashampoo  mi colò sulla testa e mi avvolse in una nube schiumosa…
    Appena si dissolese la nube mi ritrovai alto tre metri e con parecchi chili più del solito…ero un gigante…mi muovevo con difficoltà…
    Il centro cittadino era popolato di donne perfette, talmente perfette che sembravano finte…dei veri e propri manichini, non era possibile avvicinarle, se lo facevi subito una raffica di spruzzi lattei ti si parava di fronte…
    Mi sembrava letteralmente di impazzire.
    Non era possibile continuare il ritmo forsennato di questo saltoneltempo, o perlomeno non faceva per me, io ero più abitudinario , la fantasia mi apparteneva ma non sino a questo punto, mi piaceva conoscere gente nuova, ma non riuscivo a razionalizzare il fatto di avere dei coetanei alti 15 cm, e poco dopo altri di 3 metri…
    Insomma mi ci voleva un idea per fuggire da questa dimensione, sperando di ritornare nuovamente nel mio mondo dove, tutto sommato, c’è confusione, ma in misura normale.
    Dove il cielo sta ancora sopra la mia testa e la terra sotto i miei piedi, dove il mare è azzurro con le onde e le spiagge si trovano a livello del mare, dove i monti profumano di silenzio, quel silenzio che ora non c’era più….
    E tutto a causa di raspe, shampi e pettini strani e magici…
    Immerso nella confusione tamburellante di questa dimensione spazialmarziana proseguivo senza meta nella speranza di….
    All’improvviso uno squarcio sulla strada avanti a me permise al barbiergiocherellone di fuoruscire dalla crosta terrestre e di prendermi per mano iniziando a volteggiare nell’aria ed io con lui…tra mille risate tenebrose ed urla non troppo convincenti…
    Entrambi iniziammo a roteare in mezzo ad una miriade di capelli di mille colori…un arcobalenoparruccoso che ci risucchiò…non si sa dove e non si sa perché…non ci capivo più nulla…mi lasciai trasportare…non potevo reagire, ero come bloccato…
    Come immobilizzato, era solo il vortice, il turbinio di queste mille emozioni che mi faceva muovere
    Mi ritrovai di colpo…disteso sul mio letto: era tutto un sogno…!! Si proprio così…che sudata, ma per fortuna non era vero nulla…
    Del resto non poteva essere diversamente… raspacapelli, turbopettine, barbiergiocherellone, grattashampoo e arcobaleno parruccoso non facevano al caso mio…io i capelli non ce li ho più già da un bel pezzo…
    Di questo sogno (o forse meglio chiamarlo incubo) mi rimase un’unica cosa che al risveglio ritrovai sul mio cuscino e che ancora oggi non mi so spiegare, la conservo gelosamente tra le pagine di un libro: una ciocca di capelli multicolore…

  • 01 marzo 2013 alle ore 1:19
    TU NON CONOSCI L'AMORE

    Come comincia:  Lui pensava che tutti i fiori profumavano troppo e quindi infastidivano,ma allo stesso tempo si riempiva il balcone di casa,il giardino ,e quella che lui chiamava realta'.Innaffiava le camelie ,le mimose ,le bocche di rosa ecc sempre con le sue parole che sapevano di acqua sporca;Era cosi' preso dalla bellezza giovanile delle margherite che nel frattempo non si era accorto che quella pianta grassa che aveva a casa,stanca di vederlo assente,andava a farsi dimagrire da un bel fusto e le sue due stelle di natale si stavano facendo addobbare da estranei rovi e non solo a natale ,ma in tutte le feste,perché era sempre festa.Ma tanto per lui i fiori ,le piante avevano tutte lo stesso profumo fastidioso ,ma pur pensando questo,continuava a circondarsi di tulipani,fiori di arancio,ninfee credo le sue preferite,fiordalisi ,glicini ecc
    ultimamente teneva vicino una rosa rossa,era cosi' preso dalla sua bellezza che non aveva pensato che le rose hanno delle spine,e le sue non erano sue complici ma avversarie.ma quando si pensa che tutti i fiori profumano dello stesso profumo fastidioso e nel frattempo pero' si colgono e si portano nella propria caverna,non si ragiona piu' con la testa............
    Lui pero',quest'uomo dalla bocca obbliqua che sembrava essere stata tagliata con un alcetta ,mentre continuava ad innaffiare tutti i suoi disprezzati ma voluti fiori,aveva ultimamente colto un fiore diverso da tutti gli altri:era una violetta cresciuta nelle rocce selvagge di un isola tra il muschio bianco,si quello era il suo profumo,il muschio bianco , ma tanto per lui tutti i fiori profumavano dello stesso profumo fastidioso ,parlava male di loro ma intanto si riempiva il balcone di tanti tipi di fiori,il giardino di casa,i davanzali e anche il cofano della sua macchina e della sua "testa".pensava di essere stato lui a cogliere quella violetta selvaggia ,ma preso forse ..non so...dal suo entrare a piccoli passi verso di lui,non si era accorto che era stata lei a farsi cogliere apposta.Il grande spirito l'aveva messa sulla terra per cercare di far guarire quell'uomo malato da tempo,rosso perché lui sapeva di essere cosi' ed era rabbioso per chi se ne accorgeva,ma lei era forse un angelo e voleva guarirlo ,un angelo vendicativo...perché lei tempo fa era stata un fiore calpestato da una persona che assomigliava molto a lui,l'aveva fatta morire tante di quelle volte,anche lui aveva la sua bocca fine che sembrava essere stata tagliata con un alcetta per punizione,da Dio,perché in passato usava la sua boccaper ingannare tutti,cosi Dio fece anche con lui,perché lui pensava che tutti i fiori profumano troppo ,che tutti i fiori sono puttane,anche le proprie figlie,ma si circondava di loro e le innaffiava con le stesse parole e carezze che sapevano di stagno.Si la violetta a forza di essere morta ,colpita ,era nata in mezzo alle rocce:rappresentazione piu' chiara che quando sembra tutto spento,ci sono fiori che nascono anche nei posti piu' inpensabili...e diventano eterni..il suo cuore e il suo corpo era diventato cosi' sensibile a forza di essere ripetutamente uccisa,che sapeva riconoscere da lontano l'odore di stagno,era il suo corpo che voleva lasciarsi prendere da quelle mani che forse anche esse le ricordavano il primo abbraccio della sua infanzia quando tutto era puro,ecco il loro legame un amore vendicativo:non dimentichiamo che lei era un angelo,ma anche gli angeli non possono farcela quando si esagera :lei era stata mandata dal grande spirito a lui per fargli capire che non è vero che tutti i fiori profumano dello stesso profumo fastidioso,che i fiori sono puttane,ma che invece alcuni si fanno specchio per farti specchiare e vedere che anche alcuni uomini profumano troppo come le puttane,si,lui era una puttana,si faceva affascinare subito dalla bellezza ,disposto a farsi prendere da tutte per risolvere i suoi problemi di accettazione ,concorrenza ,orgoglio ,apparenza.Si lui odorava troppo di acqua sporca che usciva dalla sua bocca tagliata con un alcetta ,e lei la violetta selvaggia lo sapeva ma voleva salvarlo ,sapeva che forse lui voleva guarire da cosa lo ammalo' anni fa,ma lui era diventato ingordo e continuava a mangiare e mangiare,ma non sapeva che stava mangiando illusioni.mentre diceva che amava solo lei,continuava ad innaffiare altri fiori e cosi' era troppo,anche gli angeli perdono la pazienza ..eppure lo avrebbe protetto come una madre fa con i figli,lui si sarebbe sentito uomo per la prima volta tenendo quel piccolo fiore tra le braccia e facendo l'amore con lei avrebbe capito finalmente che non tutti i fiori hanno lo stesso profumo.....ma era troppo tardi ...eppure lei aveva fatto di tutto per farglielo capire....Lui torno' a casa e nel suo balcone c'era solo concime che faceva nascere carogne,i fiori erano diventate piante rampicanti facendosi forza a vicenda erano andate via,perfino la pianta grassa che aveva a casa da tempo stufa di osservarlo mentre si faceva prendere dalla bellezza delle giovani margherite,era andata via anche lei con un bel fusto.i girasoli anche essi andati via,si era improvvisamente accorto che loro da sempre erano rivolti verso il sole e davano da sempre le spalle a lui,si sa che l'amore è rivolto alla luce,alle cose chiare e aun solo uomo.,e quando lui va via si spengono,per poi riprendere vita quando lui torna.ma lquell'uomo non ha mai voluto capire i discorsi che la violetta cercava di fargli,voleva salvarlo,quell'amore vendicativo e di salvezza,gli ricordava una persona e allora salvandolo sarebbe svanito il senso di colpa di non aver salvato quell'uomo quando lei era piccola e uccidendolo,forse lei finalmente sarebbe stata in pace perché era come uccidere quell'uomo.è cosi' in fondo l'amore,o vivo o morto.o sei con me o senza di me.

    Ricorda il grande spirito ti ha gia' punito con la bocca,devi gridarmi piu' forte se vuoi salvarti,forse c'è ancora tempo,la mia gente,i nativi d'america dicevano che in ogni essere c'è un cuore buono,ma non sempre viene ascolato.
    grida piu' forte!!!!!
    Luna che nasce

  • 28 febbraio 2013 alle ore 15:19
    La pianura

    Come comincia: La pianura è complicata. Non vedi mai una fine se guardi l'orizzonte da una pianura, non ti addormenti, ti spegni a occhi aperti e labbra che si abbracciano ai denti. I silenzi sono accesi, privi di eco ma costanti, senza soluzione di continuità. La notte pare di sentire rantolare le stelle o di udire sbadigliare la luna, il giorno non puoi nemmeno aggrapparti alla terra o, a quel che è rimasto di essa, difficile trovare terra che non abbia detriti di vizi umani sparsi sul corpo o conficcati nel cuore. Anche la terra ha una voce e quando parla fa danni, diciamo che è atroce, ci sballotta a piacimento, ci sposta le cose, ci toglie il respiro. Chi l'ha avvertita gridare ne porta ancora il rumore negli occhi quando ne parla, son parole sudate che ancora vibrano e sussultano. Eppure la terra sa attendere senza proferire parola, l'acqua è il suo sangue che scorre, a volte deviato, a volte fluttuante. Io non somiglio alla terra, neppure so se ho un sangue che scorre e se mai ce l'avessi mi sorge il dubbio di non aver mai dipinto nulla con esso. Sono un pittore mancato, un poeta inventato, un musicista scordato, uno scultore abbronzato, un uomo finito mai cominciato. Eterno bambino alla prima esperienza, soffocato dall'adolescenza, succedaneo di sconosciuta forma, sono un'ombra che non segue la propria orma. La pianura è complicata, inghiotte luce e buio, ti copre di nebbia, su una distesa pianura non sei mai al sicuro, papaveri e girasoli, barbabietole e pomodori e poi peri innestati, campi di soia geneticamente modificati, vigneti dai grappoli pianificati, terreni, infiltrati da flebo, i quali giocano a fare i morti resuscitati. La pianura è un film comico, dal messaggio tragico. E' un "Amici miei", un "Radiofreccia", un "Compagni di scuola", è una risata con la morte in gola, è fredda, afosa, umida, scontrosa. La pianura non finisce mai di non stupire, se chiudi gli occhi continui a vederla, piena di spigoli d'aria che torcono la speranza. Io sono pianura, complicato, senza fine e senza inizio, aggrappato sull'orlo di un precipizio che non esiste, se non nello sguardo di un bambino quando è triste.

  • 27 febbraio 2013 alle ore 14:44
    Il signore degli Anelli - Orgoglioso anonimato

    Come comincia: Il taxi lo stava portando velocemente verso la sede del colloquio. Alla radio si parlava in termini non proprio da Accademia della Crusca della "Maggica" e di Zeman. Giorgio non tornava a Roma da quando l'allenatore boemo aveva guidato per la prima volta la squadra giallorossa. Quella sensazione di déjà vu gli infuse un minimo di sicurezza, e ai suoi occhi, gli conferì anche un'aria più giovanile. Ormai aveva trentaquattro anni, millemila colloqui alle spalle e mai nessun lavoro stabile. Quasi rassegnato si apprestava a sostenerne un altro, che, alla pari dei precedenti, era solito definire "un tantinello standard".  Era anche un po' stanco: aveva fatto le 3 giocando al poker online: ventiseiesimo su 2550 persone e 120 euro di guadagno. Sei ore per quella miseria. Ogni volta si chiedeva perché cazzo continuava a giocarci. Eppure continuava.

    «Dotto’, ma lei sta co’ Zeman?»

    «Guarda, a me non è che mi interessa poi molto di Zeman. Io sono juventino».

    «Mamma mia! E com'è st'insana scelta?»

    «Non so, non credo sia stata una scelta. Da quando ho la memoria mi ricordo bianconero».

    Giorgio non riusciva a non rispondere seriamente a qualsiasi tipo di domanda, anche se dentro di sé aveva sempre una risposta alternativa a quella classica. Era fatto così, e non poteva farci nulla. Come sarebbe stato bello dirgli veramente ciò che pensava. Ma poi cosa avrebbe pensato di lui quello sconosciuto? Era questa la tristezza del mondo secondo la sua opinione: porre dei filtri all'intelletto, alla fantasia e alle meraviglie che si potrebbero instaurare fra le persone se solo non ci limitassimo a risposte automatizzate, pronunciate senza pensare, senza interesse per il discorso e per il nostro interlocutore.
    Decise che era il momento di cambiare atteggiamento e avrebbe iniziato proprio da quel colloquio. Beh, magari avrebbe tentato, di dare una risposta spontanea. Quantomeno provare a farla spuntare dalle sue labbra, “…per vedere di nascosto l'effetto che fa”, pensò lo Jannacci che era in lui!

    «Dotto' sono 16 euro... Faccia 15».

    «Grazie».

    Giorgio si ritrovò in una megasede deluxe, ricoperta da vetrate, specchi e un ampio open space in cui sedeva, dietro una scrivania, una solerte segretaria che lo fece accomodare in una stanzetta dove gli chiese di aspettare qualche minuto.
    Alle pareti bianche erano appesi due poster. Il primo ritraeva Einstein con la scritta: “I migliori talenti li abbiamo scoperti noi” mentre nell'altro era raffigurato un bambino in sella ad un triciclo su una strada impervia e lo slogan: “Ti seguiamo fin dall'inizio della tua carriera”.

    “Madonna che ansia” pensò il malcapitato Giorgio.

    «Buongiorno».

    «Buongiorno».

    «Come va? Ha trovato facilmente la strada?»
    (Sono venuto in taxi) – «Sì sì»

    «Allora. Benvenuto. Io sono il Dott. Magrin e prima di iniziare le farei una panoramica sulla nostra società, su chi siamo nel mondo e di cosa ci occupiamo. Allora, “aTTenture” è una società che...»

    “Bla bla bla… Che palle… Quanto parla questo... Ma cosa me ne importa... Vabbè fammi annuire... Sì ok... Milioni di dipendenti felici in tutto il mondo, fatturato astronomico e meraviglie di ogni genere, diamanti grossi come cocomeri, falde di acque miracolose e pascoli verdi dove condividere beatamente un abbondante e succulento pasto aziendale. Andava tutto bene lì, nella Contea della Terra di Mezzo, lontano dal mondo cattivo che avevano organizzato altre aziende schiaviste.
    Peccato che anche aTTenture non sarebbe stata esente dall'avere mezzuomini, con tutte le loro bassezze morali legalizzate e incentivate da dinamiche e policy aziendali” - pensò Giorgio. E trovò l'osservazione abbastanza arguta. 

    «Tutto chiaro?»

    «Sì sì!»

    «Allora lascio la parola a Lei, ma prima una domanda. Lei non è del 1988? Mi sembra un po' piùùù... Maturo».

    «No, sono del 1978».

    «Ah, allora c'è stato un errore sul Curriculum Vitae nel mio database. Purtroppo per questa opportunità lavorativa non potrò prenderla in considerazione perché il nostro cliente cerca persone un po' più... Un po' menoooo... Mature. Però magari Le troviamo qualcosa. Mi parli della Sua carriera accademica e professionale».

    Giorgio ultimamente sentiva un po' troppo spesso la parola "maturo" e visibilmente scoraggiato dopo tutti quei km e il denaro speso per raggiungere Roma, capì che non aveva nulla da perdere. Decise pertanto di tirare fuori tutto ciò che avrebbe voluto sempre urlare a quelle persone col sorriso di plastica e il colletto così candido da far impallidire la vecchina, pardo n, la donna matura, dell'omino bianco.
    Si stupì di ciò che gli stava uscendo dalla bocca, ma gli piaceva, gli piaceva eccome.

    «Sono Giorgio Maraschi. Trentaquattro anni. Nasco calcisticamente nel Caserta 1960. Dopo una breve parentesi da centrale difensivo scoprii la mia vera natura: attaccante di sfondamento. Dopo una caterva di gol ho avuto un infortunio che mi ha compromesso la carriera. Non lo ammetterei neanche sotto tortura, ma nonostante l'ernia del disco e i trentaquattro anni suonati, nutro ancora, in fondo, ma proprio in fondo al mio animo, il sogno di diventare prima punta del Real Madrid. El delantero delle merengues!»

    “Olé!” ma questo non lo disse.

    Il resto sì però, e il selezionatore sembrava quasi intimidito. Aveva paura che Giorgio avrebbe estratto un mitra e sparato all'impazzata contro di lui e contro tutti i suoi colleghi. Una carneficina annunciata. "Queste persone dovrebbero essere rinchiuse da qualche parte" - pensò,  ma non si azzardò a proferire parola.

    «Allora... Selezionatore, vuole sapere i miei pregi e miei difetti?»
    Giorgio non aspettò neanche la risposta e cominciò:
    «I pregi è che sono un bravo ragazzo, non uno squalo da grande azienda, quindi non andrò mai bene per voi. Andrei bene solo per ruoli da bravo ragazzo e questo mi permetterebbe solo di vivacchiare con uno stipendio da fame fra stenti e bocconi amari alla base della piramide. Dovendovi anche ringraziare per l'opportunità concessami. Perché lo so che va così. Inutile descrivere posti incantati e amministratori delegati che dividono con generosità e magnanimità gli introiti con un consulente qualsiasi.
    Dicevamo?!? Ah i difetti... Mi scaccolo e se mi fanno girare i coglioni posso anche arrabbiarmi. Di brutto. Ma non avere paura sono un tipo pacifico...io!»

    Si sentiva Spud in Trainspotting, ma la differenza con lui è che Giorgio non gli disse mai: "È lei il tizio che comanda…" Perché “a Giorgio Maraschi” nessuno aveva mai comandato.

    «E ora basta, vado via! Credo che per una volta rimarrò impresso nella memoria di un selezionatore! Ah un'ultima cosa: le persone che vengono qui non vengono per un lavoro dinamico, per una crescita professionale e perché gli piace questo tipo di vita. Le persone vengono qui perché devono guadagnare e se potessero scegliere farebbero un lavoro in cui si guadagna tanto e con meno rompimenti di coglioni possibili. E questa risposta non gliela dà nessuno. Per questo poi ci sono incomprensioni. Bisogna abituarsi a dire la verità. Il mondo sarebbe un posto moooolto più chiaro. Non a livello della Contea della Terra di Mezzo, ma un posto migliore sicuramente.
    Arrivederci».

    Giorgio uscì dalla porta. Non poteva credere a ciò che aveva appena detto e fatto pochi istanti prima. Avrebbe avuto una valutazione molto negativa. Ma in fondo cosa gli importava, anche lui si era fatto un'idea negativa di Magrin e dell'azienda che rappresentava: 1-1 palla al centro.
    Chiamò un taxi con il cellulare. Aveva voglia di un'amatriciana e forse avrebbe parlato di Zeman con un altro tassista, questa volta sciogliendosi un po'. In fondo la vita gli sorrideva. Non aveva nessun anello del potere a corrodergli l'anima e le cupi nuvole di Mordor con il suo occhio che tutto vede erano lontane. In realtà l'Occhio era disinteressato ad uno come lui. E quella certezza non poteva che farlo sentire meravigliosamente bene.

  • 26 febbraio 2013 alle ore 0:32
    La donna dai capelli d'ebano

    Come comincia: ..Poi c'erano quei giorni fatti di corse a piedi nudi su pavimenti selvaggi  dove i lividi alle ginocchia davano il giusto  sapore alla vita ; Ero li io a volte a gridare un temporale  raccoglievo l'acqua con il mio grembiule e la davo a cucchiaiate  ai cuori spenti che avevano la schiena curva  come un fiore che chissa' se era morto dalla mancanza  di  amore  o dal suo amore ingordo che gli ha donato l'acqua fino alla gola.A volte ci sentivamo come  chi aveva  donato  la matita  al Grande spirito il giorno che ha deciso  di dare un tetto  all'uomo.Stanotte ho dormito nella pancia di un salice  che piangendo  le foglie , mi accarezzava il viso con un intensita' e  una passione che si prendeva per mano con  le stelle ,me le presentava una ad una  e mi raccontava che ognuna di esse  aveva un nome  e cognome che conosceva la prima volta anche dopo secoli,solo quando  qualcuno veramente si fermava  a guardare il cielo ,erano  meravigliose  donne con occhi di bambina .me le presentava una ad una  sembrava lui conoscesse i tempi  e i suoi movimenti  erano prepotenti e mai invadenti  come queli del mare  .lui è li  e conosce  la verita' perchè prende tutto  e lo porta fino in fondo agli abissi dell'anima  , ci sono dei poeti  ubriacati che  vanno a trovare l'amore  proprio li  a gridare il suo nome  ,un delirio di onnipotenza  folle  e dolce  ...ma vanno li  a trovarlo...vanno nei cimiteri abbandonati....vanno nei boschi  solitari....ci sono posti che sembra siano in solitudine ma non è cosi'

    dobbiamo provare ad andare nel bosco  e  farci graffiare  dai rovi  cosi' si vive fino in fondo gli artigli dell'amore selvaggio vedrete che poi  il giorno dopo da quel sangue che  cadeva  dalle ginocchia  è nato un fiore.

    Chi vive il mare fino in fondo porta le rughe  del sole i suoi occhi anche se scuri sembrasanno di azzurro perchè il mare è entrato dentro di lui

    ha gli occhi giovani perchè le sirene quando era in solitudine sono andate a trovarlo e gli hanno raccontato che se voleva da mangiare c'era un uomo che  se credevi in lui  ,se avevi fiducia,se ti fermavi per un solo istante  ad ascoltarlo  con le orecchie  del cuore  c'era una spezia chiamata amore che  era pronta ad adagiarsi nel tuo piatto tutta  una vita  ecco i pasti che si moltiplicavano.

    mi ero adagiata li una notte nella tavola della riva  ,arrivava un onda  ed era come  SE ogni volta CHE  mi apparecchiasse la tavola mi portava  come pasto un cuore io  ero seduta  con eleganza  e quando  stavo per aprire la bocca lui tornava indietro e io rimanevo li con il fazzoletto nelle ginocchia  la forchetta  alla mano  e il coltello  piantato e arrabbiato  ,avevo una tavola  ricca di attesa speranza sogno e ricordo  di quel cuore che per me rappresentava una donna con i capelli d'ebano  e gli occhi al miele,come potevo andar via da tutto  questo.?alllora un giorno quando credevo che la mia tavola fosse vuota,arrivarono le sirene  a cantare le voci del ricordo di donne  che mietevano il grano  cantando ,quei visi con le braccia graffiate dalle spighe con i papaveri rossi  e storditi  dai canti che desideravano stare tra i loro capelli  perchè la loro voce sapeva di protezione ,poi andavano al fiume e lavavano con cura degli abiti che avevano davvero vissuto la vita fino in fondo,anche li cantavano e il profumo di ieri le avvolgeva il corpo andava a trovare  il  cuore nel posto in cui c'è un camino che racconta che il fuoco è sacro,bisogna ricordare spesso questo. ecco perchè mentre lavavano quei vestiti c'era sempre la lacrima della malinconia ma anche  la consapevolezza che quel bianco poi  era  una nuova giornata di cerimonia .

    cosi' presi il mio fazzoletto  la mia sedia  e la mia compostezza  e la diedi in pasto al mare che la mise dentro una cassaforte ,mi sono seduta  nella sabbia  serena mi addormentai col cuore  affamato mi svegliai su uno scoglio  e c'era la donna  con i capelli d'ebano pronta a cibarmi dei suoi occhi.  e a dirmi  che si stava bene li su quello scoglio  -

    ecco cosa mi hanno raccontato le foglie  di quel salice che sembra  piangente  e solitario ma se ci fermiamo  ad ascoltare anche lui  possiamo capire  che nell'amore non c'è compostezza ,nessuno doveva tagliare i suoi rami per fare una sedia che non è servita a niente,è chiusa  nella cassaforte del mare pronta ad ospitare un re  preso solo dal potere in cui all'improvviso verra'  a trovarlo  la sua anima e si rendera' conto di quanta vita  ha perduto  e  il grande spirito quel giorno dovra' moltiplicare quel fazzoletto.

    Non c'è solitudine in certi luoghi come il bosco  o il mare,provate a viverli con il cuore selvaggio ,i lividi alle ginocchia  e il segno del sole sulla pelle ,adagiatevi sulla riva del mare senza eleganza  ,vi accorgerete  quanti doni  ha in servo per voi quell'onda  che apparecchia la vostra tavola  ,quando va via è perchè si accorge che il vostro aprire la bocca è solo per ingordizia,se ritorna è perchè ha capito che  se state li ad attendere vuol dire  che la donna dai capelli d'ebano  si è fermata nella parte piu' profonda del cuore,doveè difficile uscirne  fuori.

    ( dedicata in particolare alla donna dai capelli d'ebano)

  • 25 febbraio 2013 alle ore 13:15
    La notte dell'amore

    Come comincia: Il sorso che segue si fa sempre più denso e solido di quello che lo precede, ed è così che a fatica riuscii a buttar giù le ultime gocce dell’ennesima lattina. Birra, frutto del demonio e dono degli Dei, birra, che accompagna la traversata. Ma la mente troppo triste è un allarme troppo sensibile, e la coscienza difficilmente si strappa via da un petto lacerato. Il ricordo è la tragedia, mentre la grande torturatrice, da agghiacciante spettatrice, è l’inettitudine al problema.
    Ma il desiderio è tanto grande? Il desiderio giustifica il rischio? Giustifica la messa in ballo della dignità?
    Una nuova lattina cullata in un algido cilindro d’alluminio proverà a donare una risposta: sarà valida, o annegherà tra mille bollicine?
    È certamente La sera, quella sera in cui il Divino nostro protettore e giustiziere dorme profondamente. Non riposa, è sprofondato nel sonno, vi è immerso di prepotenza: la malvagità delle emozioni comanderanno questa notte, dopo aver azzerato la salvezza con overdose di sonniferi.
    Il cuore e l’amore, un'unica essenza, ne han certamente uccisi più loro della penna e della spada.
    Perché non c’è penna che macchi un foglio nel contesto dell’apatia, e nessun braccio comandò spada senza aver provato amore.
    Il fumo soffice e ingombrante inondava l’abitacolo, e il cervello vagava, pensava e cercava.
    C’è chi il male lo incarna, chi raccoglie bene per trasformarlo in male, chi si nutre di dolore altrui; c’è chi, d’altro lato, soccombe alla forza, chi è vittima di un Destino troppo crudele per esser venerato, chi il bene lo porta addosso come un giubbotto, ma dentro è mangiato dal male.
    Vorrei fuggire, ma la mia ombra non può esser distanziata. Sono bravo a fuggire, ma lei non è mai da meno.
    E tutto svolgerebbe al meglio se fosse possibile deviare anche le ombre nel nostro cranio.
    Il mio cuore, il suo cuore. Il doppietto è al completo. Non c’è posto per nessun altro visitatore, tutto esaurito.
    È il cuore il nucleo dell’amore? È da lui che scaturisce? No, non ha senso. Un animale non può accoppiarsi con una razza differente solo per imposizione. Un cuore che non ha mai battuto colpi più forti per te non può accelerare il suo moto per imposizione.
    Pensieri inutili, già. Tutto è passato, pensieri inutili. L’amore si può creare, l’ho creato, l’ho manipolato, vestendo i panni del Capo indiscusso.
    Acceso il mozzicone spento di uno spino consumato per due terzi, uno spino che ti avvolge e ti da la carica. Uno spino della paranoia, anche.
    Come può un cuore battere per un cuore che non batte per lui? Eppure a questo ero destinato, ho posto rimedio, si, ho rimediato. La amo, non sono un pazzo impulsivo, la amo e batto per lei.
    Ma non esser ricambiati, oh no, non esser ricambiati è lo strazio, è l’atroce agonia dell’innamorato, un’agonia che avrebbe fatto da ombra al mio corpo seguendomi fino alla sacra buca.
    Un cuore non può battere per un cuore che non è in sincronia con lui, non avrebbe la forza di pompare ancora e ancora. È come avere un lungo infarto, un interminabile attacco di cuore che persevera negli anni.
    Ma l’amore per i nostri cari, gli dei gli accolgano, non finisce, non tortura l’animo proprio.
    Un cuore può battere per un cuore che non batte per nessun altro. Oh si, di questo ne sono sempre stato certo.
    Un sorso, un tiro, un altro sorso. Birra vuota, spino giunto al filtro, sguardo perso, assente.
    Penso che non me ne potrò mai pentire. Già, non posso pentirmene perché ora  è per me.
    Penso questo e guardo il divano coperto di vari stracci accatastati, rossastri. Il divano è macchiato dal sangue che esce dagli stracci, panni e stracci.
    Per terra si vanno pian piano incrostando le impronte rossicce della suola delle scarpe, si appiccicano al pavimento. Mi giro verso il tavolo, al centro della stanza, mi giro a vedere quello che ho provato ad evitare da minuti, ore, giorni.
    Un conato di vomito mi sale velocemente, mi scuote e mi esplode in bocca prima di avere il tempo per tentare alcuna mossa.
    Rigetto tutto sul pavimento, con violenti sussulti d’assestamento, come si trattasse di un terremoto.
    Con un po’ più di sangue freddo e determinazione mi giro nuovamente.
    Sento un attimo cedere le gambe, ma loro non mi tradiscono: rimango in piedi e metto a fuoco.
    È li, avvolto in un panno un tempo bianco e ora reso rosso dal liquido che lo impregna.
    Il suo cuore è lì, quel suo cuore per me, quel cuore che non batterà più per nessuno, quel cuore che sarà amato e venerato per il tempo che mi rimane da vivere.
    L’alba fa irruzione prepotentemente nel nuovo giorno, scacciando a fatica quella malvagità della notte, giustizia macabra e cinica, guidata dall’emozione delle emozioni, dal sentimento supremo.

  • 25 febbraio 2013 alle ore 4:04
    Totem

    Come comincia: Qualcuno le aveva fatto delle ali rapaci coda di sirena e una lingua che sapeva di serpente in cui una volta assaggiato il veleno poteva vedere cosi' chi restava e chi no,era per questo uno spirito libero perennemente a contatto con la terra e l'acqua;il giorno nuotava negli abissi marini cercando il corallo un rosso scuro che diventava brace una volta che lei lo toccava ricordando cosi' gli occhi di chi davvero lei voleva...si posava poi sulle rocce quasi svenuta da tutto cio' che aveva visto nel fondale,poi la sua anima rapace la veniva a prenderle e lei trovatasi su un ramo circondato dal profumo di luna,volava nella notte alla ricerca di quello spirito di lupo che teneva la sua ala......cosi' lei stava :volava con una sola ala e se voleva vagare a passi decisi era quasi costretta ad incontrare quel cuore di lupo che  teneva  l'altra custodita  morbosamente  nel petto

    Si amavano profondamente ogni volta che si incontravano era uno scambio di respiri e apnea...

    "Dammi la mia ala !!! "gridava lei ,e lui :"si ma tu prima ridammi i miei occhi che hai trovato coralli sui fondali marini mentre io vagavo in cerca di te...."

    Si,il loro era quello che si dice:il "NON POSSO VIVERE SENZA  DI TE",perchè ogni volta che si incontravano portavano via qualcosa del loro corpo e anima per poi ridarsela la prossima volta...ora capisco questo star ferma per ore di una civetta su un ramo in cui tu non la vedi sembra che non c'è e poi all'improvviso la trovi sulla schiena,sembra che ti sente arrivare e che sa il momento di unirsi a te ... é giorno ed è tempo per lei ora di andare a dormire....in fondo agli abissi del suo cuore. Lei  era perennemente a contatto con la terra e l'acqua per questo era uno spirito libero,ma era nata con un cuore di lupo,per questo si sentiva libera proprio inprigionandosi all'amore

    Lei era una dolce bambina  ,il suo veleno era dolce,ma se nella sua strada non trovava ogni giorno il suo amato e immortale ,impazziva nella testa ammalandosi nel sangue ,passava il giorno in preghiera,una posizione mantide religiosa orchidea ,la sua posizione era fedele ma la sua bocca e il profumo del suo corpo tradiva chiunque fino all'ultimo respiro. luna che nasce

  • 21 febbraio 2013 alle ore 14:08
    Curiosa

    Come comincia: Ero un tipo curioso. Di qualsiasi cosa mi passasse sotto il naso o transitasse davanti ai miei occhi, io cercavo di scoprirne il nome o a cosa servisse o chi lo utilizzasse o il perché del suo passaggio nella mia area percettiva.
    Non so, se per sfortuna o per fortuna, i nostri professori erano tutti anziani e, quindi, nel corso dei quattro anni didattici un buon numero rispetto al totale, venne sostituito da giovani universitari e noi tutte ad innamorarci di uno di loro.
    Avevano solo qualche anno più di noi, eravamo quasi coetanei perché allora per fare qualche supplenza non c’era bisogno della laurea, bastava essere iscritto all’università, forse non proprio al primo corso, presentare una domandina direttamente al preside e... s’insegnava.
    Per le mie amiche Sonia e Paola invece le cose andarono diversamente. Tutti professori titolari che le seguirono dal primo al quarto con notevole ricaduta sui risultati... Forse il fatto che fossero iscritte, rispettivamente alle sezioni A e B, ne garantiva stabilità e preparazione dei docenti, superiore alle altre sezioni?
    Nella mia sezione, la D, l’insegnante di matematica credo fosse proprio arrivata alla pensione ma evidentemente non era ancora del tutto fuori dal servizio perché nel secondo anno, e poi fino alla fine del quarto anno, fu sostituita dal giovane e “niente male” figlio del preside del quale tutte le mie compagne, una classe tutta al femminile, s’innamorarono.
    Tutte tranne io. Fui più attratta dal giovane supplente di un’altra sezione, che in generale non riscuoteva molto successo  perché non era una bellezza “classica”, più un tipo...
    Un tipo alto, carnagione olivastra in volto scarnito, un fisico asciutto e slanciato, mani ossute e dita lunghe. Gli occhiali da miope gli conferivano un’aria da intellettuale che mi faceva impazzire.
    Avevamo anche un supplente per l’ambito “Storia dell’arte” e “Disegno”, anche lui con un nutrito seguito di fans.
    Erano coscienti del successo che avevano tra noi alunne e, durante la gita a Firenze, si prestarono ad una nostra richiesta...
    Si fecero fotografare tutti e tre in un’arcata di Ponte Vecchio: la foto più richiesta e stampata di quella gita.
    Si mantenevano, però, le distanze con l’uso del “lei” tra alunno e professore e tra professori e alunni, giovava a questo fine anche un atteggiamento distaccato del docente ... ma non con tutte.
    Si vociferava, infatti, di una certa simpatia tra alcuni di loro e qualche alunna più “matura” fisicamente.
    Ma a chi, come me, era ancora molto infantile nel modo di porsi e nel pensiero, non venivano riferite tutte le “news” su quello che oggi viene definito “gossip”.
    Il supplente di matematica aveva, come gli altri due, il suo buon alone di chiacchiere ma nessuno sapeva chi fosse la fortunata.
    La mia aula era un po’ decentrata e poco illuminata visto che le finestre davano sul cortile interno del palazzetto che ci ospitava. Quindi la vista non era granché, si potevano vedere gli alunni che a ricreazione stazionavano o transitavano per il lungo corridoio dove si aprivano le porte delle altre aule più fortunate che avevano la vista su piazza Indipendenza.
    Durante una lezione mentre era seduto in cattedra, di quelle con la pedana sotto che le rialzava, il nostro giovane supplente di matematica, cominciò a guardare con intensità fuori dalla finestra.
    L’azione reiterata e quasi ostentata suscitò la mia curiosità ma non potevo appagarla perché i banchi erano al di sotto della visuale della finestra: potevo vedere il cielo ma non il corridoio.
    Non riuscii a trattenere la mia curiosità: mi alzai e guardai.
    Ancora ho negli orecchi l’urlo del professore che urlò:
    “Chini!!!!! Fuoriii!”
    Le mie compagne si guardarono stupefatte senza capire.
    Non avevano capito cosa ci fosse di così grave nel mio alzarmi un attimo per guardare fuori...
    Io invece capii benissimo e sapevo, dalla punizione così eclatante (per me che non ero mai stata cacciata fuori o rimproverata con quella intensità), che avevo colto nel segno. Il professore stava guardando qualche ragazza che gli interessava...
    Uscii dall’aula mentre si alzava il bisbiglio dei perché delle mie compagne di classe e, appena fuori, mi rifugiai nel bagno perché temevo il passaggio di qualche professore che avrebbe potuto chiedermi spiegazioni.
    Una punizione che mi fece soffrire, ero convinta di non aver fatto niente di male...

  • 21 febbraio 2013 alle ore 12:56
    Le scatole di Bernadette

    Come comincia: Questa è la storia di Bernadette, una bambina di trent’anni che vive in un paese come tanti qui nel sud. Bernadette guardava al mondo come ad un insieme di possibilità di azioni spinte da campi di forze talvolta di attrazione e talvolta di opposizione. Questo mondo era abitato da strani omini situazionisti con forme stilizzate alquanto simili tra di loro.
    Il cuore di Bernadette sembrava un casellario, non un casellario giudiziario, ma un casellario di legno, di quelli che usano i collezionisti di sorprese dell’ovetto di cioccolata più latte e meno cacao; in ogni casella c’era o una persona o un libro o un post-it o chissà che altro di stranamente affascinante.
    I suoi confini arrivavano fin dove si estendevano i suoi rapporti.
    Bernadette i suoi rapporti li teneva in delle scatole dove alcuni ci stavano stretti, altri invece godevano di ampi spazi di movimento.
    A volte capitava che un rapporto apriva la scatola e scappava via.... lontano.... sempre più lontano..... e continuava a scappare finché lei non poteva più raggiungerlo. Poco male però! Bernadette non ha mai rincorso nessuno.
    Ce n’era uno che era un artista e sprigionava tanta gioia e in qualsiasi scatola lei lo metteva, lui in poco tempo l’avrebbe riempita e ci sarebbe presto stato stretto. Allora doveva lottare, fare i capricci e trattenere il fiato finché non diventava blu per ottenere una scatola più grande. Ma a Bernadette queste proteste scivolavano addosso come l’acqua. Lei e solo lei decideva quando era il momento di cambiargli la scatola.
    Ce n’era un altro che oltre ad avere una delle scatole più grandi ed oltre ad avere le attenzioni maggiori di Bernadette, aveva anche la facoltà di uscire dalla sua scatola ed andare ad incontrare ed influenzare gli altri rapporti nelle altre scatole o decidere di non incontrarne mai altri (Questo qui all’artista stava molto antipatico).
    Ce n’erano alcuni che pur avendo delle scatole piccolissime, la ringraziavano sempre per il solo fatto di avere una scatola; altri invece l’accusavano di avere scatole o troppo piccole o troppo grandi. Non erano mai contenti!

    Gli anni passavano e le scatole di Bernadette diventavano sempre di più e a seconda dei casi lei ne apriva una e ci si infilava dentro.
    Un giorno decise di mettere un po di ordine. Qualche scatola fu ridimensionata, qualcuna fu buttata, qualcun’altra fu riposta dietro l’armadio.
    Combinazione volle che spostando l’armadio alcune scatole caddero e si aprirono, i rapporti contenuti al proprio interno uscirono e cominciarono a litigare, e tra uno spintone e l’altro caddero e si aprirono altre scatole. Presto la stanza di Bernadette diventò una specie di tribuna politica senza moderatore. Alcuni rapporti si insultavano, altri facevano delle coalizioni, uno in particolare con la sua retorica spinta combinava un sacco di casini.
    La nostra piccola eroina cercava in tutti i modi di mettere pace tra tutti dicendogli di tornare nelle rispettive scatole. Non c’era nulla da fare. La frittata era ormai fatta. Quando fu consapevole dell’inutilità dei suoi sforzi riappacificatori, intravide nella baraonda una piccola scatola rossa con il coperchio e la base dorati, di quelle che si trovano al supermercato con le sardine sott’olio per intenderci. Colpo di genio! Con un balzo felino ci si catapultò dentro e con un tocco di magia riuscì a far ruotare la linguetta chiudendosi per sempre sottovuoto.

  • 18 febbraio 2013 alle ore 0:48
    Come Mary Poppins

    Come comincia: Un colpo di vento, un pizzico di magia ed ecco che l'ombrello prende il volo e la porta via!!

    Una giornata di quelle che possono essere definite apocalittiche; piove dalle prime ore del mattino incessantemente e si è anche alzato un vento forte e fastidiosissimo... nonostante il cappello della giacca a vento alzato, si vede costretta ad aprire l'ombrello per ripararsi a dovere.
    Quella folata l'ha colta impreparata per certi versi, ma per altri è stato lo spunto per staccarsi un po' dalla realtà quotidiana che è noiosa e particolarmente sgradevole in questo periodo!
    Problemi in casa, la sorella che continua ad avere incidenti apparentemente casuali, ma che le stanno creando non pochi disagi... la laurea della figlia e la sua incapacità di farle sentire la sua presenza...
    siamo alle solite: non riesce ad essere se stessa in famiglia e non ne comprende la ragione...
    E' un segno del destino? oppure soltanto un colpo di fortuna? sta di fatto che il vento si insinua nell'ombrello e la solleva da terra, in un istante si ritrova in viaggio oltre le nuvole, è quasi un sogno, finalmente ha la testa libera dalle preoccupazioni quotidiane riesce a rilassarsi, a guardare alla sua vita con un pizzico di ottimismo, quell'ottimismo che da un po' le manca: non è il fallimento che pensa di essere, ha sbagliato tanto, ma è stata anche capace di rialzarsi, di sollevare la testa ed urlare a tutti le proprie ragioni.... beh, forse non proprio a tutti, ma c'è tempo, si può porre rimedio...

    Lassù è tutto incredibilmente bello... vede una nuvoletta bianca e spera di poter fermarsi lì, almeno qualche momento.
    E' un viaggio magico, quindi il suo desiderio viene esaudito, il suo originale mezzo di trasporto cambia direzione: ecco... ci siamo... un morbidissimo atterraggio... si siede, chiude l'ombrello, lo poggia lì accanto a lei e si mette ad osservare quello che la circonda... c'è tanta pace... ma anche allegria: sente le risate di quel gruppetto di bambini che, sotto il diluvio, si rincorrono e sguazzano nelle pozzanghere: lo aveva fatto tante volte anche lei... e poi era come se fosse circondata e riscaldata da presenze discrete ed attente, si sentiva protetta, quasi coccolata... un soffio d'aria le toglie i capelli dalla fronte, un altro le sussurra "spera e, soprattutto, non arrenderti".... e poi tanto azzurro...!!!
    Il sorriso che ha dipinto sulle labbra sarebbe da immortalare per sempre: solo in un'altra circostanza aveva sorriso così...
    Deve fare qualcosa... testimoniare, in qualche modo, la sua presenza il quel luogo ed in quel momento, far arrivare il suo messaggio... ma non sa come....
    Un gabbiano, proprio in quel momento, le passa accanto, le strizza l'occhio e, chissà forse casualmente, perde una piuma...
    Lei non si lascia scappare l'occasione e prontamente la raccoglie: sa bene che è l'ideale per scrivere e questo fa, immediatamente, intinge l'improvvisato pennello nella nuvola e scrive: EHI... LAGGIU'... PUOI NON CREDERMI, MA TI VOGLIO BENE!!!!

    Non ha una borsa, solo tanta fantasia: un colpo di vento, un pizzico di magia ed ecco che l'ombrello prende il volo e la porta via!!

  • 15 febbraio 2013 alle ore 13:28
    La Fabbrica della Coscienza

    Come comincia: Mi chiamo Otan e non sono nato, passo molto del mio tempo (?) con Otrom, che è più avanti di me negli anni o meglio in quegli anni che avrebbe vissuto se fosse nato e che da tempo sarebbero presumibilmente finiti, ma lui non è morto.
    Viviamo una non-vita a dire il vero piacevole, non siamo stressati, anche se non abbiamo mai tempo per niente: tantissime incombenze impegnano le nostre giornate, eppure non ci stanchiamo.
    La vita è fatta da innumerevoli sliding doors, porte scorrevoli dove passi o non passi, io e Otrom non siamo passati in quella fondamentale, nella madre di tutte le porte scorrevoli, cioè quella che ti mette al mondo e Otrom neppure in quella che ti toglie (dal mondo)!
    Vivere in questo spazio di cose non successe, nel negativo della vita reale, all'inizio mi portava sconforto, amarezza. Mi sentivo un grumo di potenzialità inespresse, un seme abbandonato che non era riuscito ad attecchire in un centimetro di terra e il vuoto che avevo d’innanzi agli occhi mi terrorizzava.
    Fu Otrom a darmi una mano, a farmi capire che la nostra dimensione era popolata da infiniti esseri come noi e che la nostra esistenza aveva una logica ben precisa e niente affatto effimera.
    «Senza di noi non esisterebbero le nostre alternative, capisci che ciò sarebbe davvero disastroso» mi disse appena mi conobbe, nella semioscurità del nostro sito.
    «Non capisco davvero cosa cambierebbe per noi?»
    «Cambierebbe tutto, non esisterebbe niente, la prima originaria porta scorrevole dell'universo si sarebbe aperta e chiusa invano, capisci?»
    «Continuo a non vedere la differenza» risposi piuttosto seccato, l'ostinazione di Otrom e la sua ottusa sicumèra mi procurarono fastidio.
    Ma Otrom non aveva torto, non per niente aveva molta più non-vita di me e pian piano imparai da lui tante cose e così le mie giornate incominciarono a riempirsi sempre di più!
    Infatti, dopo pochissimo non-tempo, mi svegliò all'alba e mi disse che era giunto il momento di attivarsi, sì, disse proprio così: attivarsi. Vagammo lungo un sentiero ancora immerso nell'oscurità per un bel po' fino a quando ci trovammo d’innanzi a un enorme edificio che lui chiamò Stabilimento. Mi disse di seguirlo e varcammo insieme l'entrata. All'interno una moltitudine di nostri simili si dirigeva verso dei loculi, che assomigliavano vagamente a un posto di lavoro. Molti di costoro mostravano di conoscere Otrom, qualcuno lo salutava con una certa familiarità e lui di tanto in tanto mi presentava qualcuno.
    Da quel giorno mi reco allo Stabilimento ogni mattina insieme a lui. Nell'edificio ognuno di noi ha un piccolo posto, composto da una sedia, un tavolo e un computer. Ognuno di noi è abbinato alla sua alternativa vivente e ogni giorno raccoglie tutte le linee morte, così le chiamiamo, cioè tutte le alternative scartate dal nostro assistito. Le raccogliamo tutte e sono tantissime, ma non è un lavoro molto duro, perché appunto sono linee morte che non essendo scelte praticate, non hanno alcuna ramificazione. Le raccogliamo e le archiviamo nel nostro computer, segnaliamo incongruenze, impulsività e tutte le note di commento che l'assistito, cioè il vivente, esprime nelle sue riflessioni.
    Ma il nostro lavoro fondamentale consiste nel creare collegamenti continui, riportiamo sul nostro schermo una maglia fittissima di eventi e non- eventi, come un tessuto a maglia stretta.
    Noi creiamo l'archivio delle non-scelte dei nostri alternativi.
    I più anziani di noi, come Otrom, lavorano sulla trasmissione genetica di questo tessuto, andando a impattare sui successori dei loro esseri alternativi, che invece sono già morti.
    Lo stabilimento si chiama Fabbrica della Coscienza e la sua mission è scritta a grosse lettere luminose nell'enorme sala dove ci raccogliamo per il pasto: NOI SOSTITUIREMO LA CASUALITÀ CON LA COSCIENZA.
    Il principio che ispira tutto il nostro progetto è quello che stabilisce che tutte le scelte non avvengono mai per caso o per impulso ma sono sempre il frutto della storia, del cumulo di esperienze che i nostri assistiti vivono, e che finiscono con influenzare le loro decisioni anche inconsciamente. Lo stesso destino, o il caso, è frutto di un’esperienza endemica collettiva.
    Archiviare l’infinita casistica delle porte scorrevoli dei nostri alternativi e trasmettere loro la coscienza di tutto ciò sono la nostra ragione di non-vita. Un progetto ambiziosissimo ma in molti ci credono e incomincio anch'io a farlo.
    L'altra sera, dopo una giornata di lavoro intenso, Otrom mi ha detto che era proprio contento di me a tal punto da farmi una confidenza che ha riacceso la speranza nel mio cuore.
    Mi ha detto che stava lavorando nei ritagli di tempo a un'ipotesi formidabile: nella trasmissione genetica aveva trovato una strana combinazione che aveva subito attirato la sua attenzione.
     Gli occhi gli si sono illuminati quando mi ha detto:
    «Se i miei calcoli sono giusti, potrei lavorare a una funzione straordinaria che potrebbe consentire a entrambe le alternative di vivere, contemporaneamente» e rimase a fissarmi per studiare la mia reazione.
    «Vuoi dire che potremmo vivere anche noi?»
    «Sì, hai capito perfettamente!»
    Ci siamo abbracciati e abbiamo riso, quanto abbiamo riso!
     
     

  • 14 febbraio 2013 alle ore 19:55
    Il sospetto - Seconda parte

    Come comincia: 5

    Scene dal passato

    Sono molto a disagio.
    Questo “gioco” sta prendendo una pessima piega.
    Amici lettori: vi sto trascinando in una storia troppo privata. Non fraintendetemi, non è per la riservatezza, no … è solo che quello che sembrava un gioco, apre adesso, davanti ai miei occhi, scenari inattesi che mi riportano a un passato dimenticato, o quasi.
    Insomma i miei sospetti si sono ingigantiti e arricchiti di elementi che non so (o non voglio) incastrare tra di loro.

    Ma procediamo con ordine, in modo che, anche voi, possiate provare a capirci qualcosa.
    Prima cosa: le foto. Dopo che Marina è andata via dalla casetta di villeggiatura, sono sparite. Sia quelle che, l’altra scatola, quella di cui avevo solo intuito la presenza, al tatto, ma che non ho avuto il tempo di controllare.
    Che cosa conteneva l’altra scatola? Mistero.
    Quando sono tornato a casa, Marina era già li. Sicuro che mi avesse visto preferii non fare il furbo, sarebbe stato peggio. Ci tenevo a sembrare del tutto ignaro di ogni suo movimento.
    - Sono stato alla villetta, oggi … – Silenzio!
    - Ho preso la posta, niente di nuovo. – guardai verso mia moglie – E tu? –
    - Ed io cosa? – rispose con naturalezza ma in modo tagliente, come fosse leggermente irritata.
    - No, niente. Dicevo … e tu? Tutto a posto? – continuai con falsa innocenza.
    Lei terminò la conversazione scrollando le spalle: – Normale, tutto come il solito. – Poi se ne andò di sopra, a cambiarsi. Mentre saliva le scale, aggiunse:
    - Ah, guarda che l’appuntamento dall’estetista è stato spostato, se vuoi fare qualcosa, sabato … – e scomparve, senza aspettare una risposta.
    Avevo circa un’ora, prima di cena. Presi una birra dal frigo e accesi la TV, intanto che sistemavo un po’ di cose tra cucina e soggiorno.
    Dopo poco sentii l’acqua che scrosciava nel bagno: Marina era sotto la doccia; avevo tempo.
    Rapidamente controllai la sua borsa, niente. Il cellulare era spento, come sempre. Indeciso preferii lasciarlo così; magari avrei potuto controllarlo meglio di notte.
    Guardai rapidamente in casa e poi anche in garage: a prima vista non c’era niente da vedere.
    Non trovai né gli scatoli né le foto; se prova c’era, era stata occultata accuratamente. Morivo dalla voglia di salire di sopra, di trascinarla fuori dalla doccia e di assalirla con le mie domande circostanziate.
    Avrei tanto voluto vedere che faccia faceva: se riusciva ancora a mentire così spudoratamente.
    Chi era, veramente, Marina? Che rapporti aveva con questa ragazza, o forse con entrambe, Patrizia e sua cugina, l’estetista?
    Ripensai alle foto … cosa c’era che non andava? Cercai di immaginarmele …
    Patrizia e Marina non facevano niente di male, però … però avevano un atteggiamento di estrema confidenza. In una, addirittura, si intuiva, nel loro sguardo, una certa complicità.
    Tutto questo stonava, strideva, con quello che sapevo essere il loro rapporto.
    La cosa più assurda di tutte era il periodo. Quelle foto erano state scattate una decina d’anni fa.
    Oggi, che il rapporto tra le due si era un po’ intensificato, dopo che Patrizia aveva badato per anni ai nostri ragazzi, delle foto così mi sarebbero, comunque, suonate strane ma, dieci anni prima, erano del tutto fuori luogo.
    All’epoca, Marina e Patrizia, nemmeno si cagavano, anzi … spolverando tra i ricordi più reconditi, devo ammettere con me stesso, che ero proprio io, a essere in maggiore confidenza con la ragazza, diciamo così.
    Ma questa è un’altra storia … o no?
    Ok, parlo: poca cosa, però. Allora, visto che facevo studio in casa, ero molto più spesso a contatto con Patrizia. Devo dire: non era una vamp ma era giovanissima, un seno prosperoso, enorme, e una bocca precisa, perfetta. Come resistere?
    Alla fine ci provai. Quando i ragazzi riposavano, riuscivo a ottenere qualcosa da lei che, però, era sempre ritrosa.
    Allora, conoscendone il bisogno, le regalavo un po’ di soldi, purchè lei mi accontentasse, rendendosi più “disponibile”.
    Ma la cosa durò solo pochi mesi. Poi niente più, mai.

    6

    Il piacere dimenticato

    Ricordai: Patrizia era molto restia … all’epoca facevo di tutto per tornare presto a casa.
    Mia moglie era abbastanza tranquilla rispetto a eventuali rischi: sapeva che non mi appassionavano le ragazzine. In effetti, la baby sitter aveva appena diciotto anni ed io oltre quaranta.
    Però in Patrizia, a parte le forme fisiche, c’era qualcosa di libidinoso … che mi attraeva; era come una calamita, non potevo farci nulla.
    Era bassina, un corpo non bello nonostante l’età. Aveva i fianchi larghi e le gambe magre; enormi seni che, come avrei scoperto dopo averla vista nuda, erano ancora più grossi di quanto potessi immaginare. Da vestita, la poveretta, usava degli accorgimenti per schiacciarli, in effetti, sembrava grassa, ma non era così: era tutto seno.
    Le areole, abbastanza pronunciate, di un bel marroncino e i capezzoli, schiacciati, si mantenevano all’interno di quelle grosse masse morbide. Una volta eccitati, spuntavano, e svettavano come grosse dita puntate.
    La cosa che mi attraeva, in lei, era la falsa freddezza con cui rispondeva alle mie avances.
    Tutto cominciò proprio a causa del seno. Da uomo maturo, esperto, mi finsi interessato al suo problema e lei, dopo le prime schermaglie, accettò di parlarne.
    Qualche giorno dopo, con la scusa di convincerla a non farsene un problema, la stupii. Tornai a casa con un DVD porno e glielo mostrai: era recitato da tettone esagerate, come lei.
    Volevo rassicurarla. Le mostrai le immagini e poi le chiesi se mi faceva vedere le sue; lei disse che si vergognava ma non fu un vero no.
    Era una ragazzona di paese, magari ancora vergine, e così mi sembrò facile attirarla verso il mio desiderio. Vedere filmini divenne un’abitudine.
    Ricordo che lei fissava i suoi grossi occhi azzurri sulla TV e non li staccava più, come rapita.
    Cominciai a tentare i primi contatti fisici e, con mia sorpresa, non si tirò indietro. Era sul divano ed io iniziai a toccarla. Quando mi resi conto che non si ribellava, mi alzai e, preso dalla brama, le misi, di fianco al viso, la rappresentazione palpabile della mia eccitazione.
    Patrizia si lasciava guidare però partecipava meccanicamente. Il suo sguardo restava fisso, il suo viso non mostrava espressione: sembrava una sfinge.
    Fredda e distaccata, continuava l’opera che io le avevo indicato, procedendo con una sconcertante determinazione, fino a portarmi all’orgasmo.
    I nostri rapporti iniziarono così: con la sua mano che viaggiava, decisa e precisa come uno stantuffo.
    Attenta, raccolse il seme nel palmo della mano libera e, dopo, si andò a lavare.
    Io, persa l’eccitazione, mi ritirai di sopra e non aggiunsi nulla. Due giorni dopo, quando le diedi il suo mensile, aggiunsi una banconota a parte, che voleva rifiutare. Con una scusa la convinsi.
    Ripensandoci poi, il suo atteggiamento, che al momento mi aveva dato quasi fastidio, divenne un tarlo fisso. La sua freddezza mi eccitava e non mi faceva trovare pace. La pensavo nelle pose più sconce: lei immobile e passiva ed io che ne approfittavo, come un vecchio satiro incallito.
    E la cosa, andò più o meno così. Solo a ripensarci, ancora mi si rizzano i peli della nuca. Lei faceva tutto quello che, a gesti, la portavo a fare. Come una bambola erotica; ero io a stabilire il posto e la posizione e, Patrizia, obbediva tranquilla e accondiscendente, guardando sempre la TV.
    Patrizia era vergine. Non volevo ulteriori complicazioni, così rispettai quel limite. Non potevo lamentarmi: la ragazza, con mio sommo piacere, sopperiva, voltandosi senza lamentarsi e mi offriva un’alcova, ancora più anelata e proibita.

    Ma bando ai ricordi. Oggi mia moglie esce: è sabato, ed io in qualche modo, la seguirò.

    7

    Un sospetto fondato

    L’ingresso di casa mia dà su una grande sala accogliente; sulla sinistra, tramite un’ampia porta a due ante, si accede a una altrettanto ampia veranda, panoramica, e arredata con un divanetto e varie poltroncine di vimini, coperte di grandi cuscini.
    Me ne sto seduto, guardando fisso l’orizzonte. Sotto la gamba, con le dita cerco, e trovo, il corpo gelido della mia Beretta.
    Sabato è venuto … è passato, ma solo adesso trovo la forza di scrivere qualcosa. Onestamente, ormai non lo faccio per voi: è un automatismo, un esorcismo, forse: una fuga.
    Da giovane, guidavo la moto. Sabato ho pensato di seguire Marina, con un grosso scooter, preso da un collega. Un gesto discutibile: comunque, la fortuna, se così si può dire, è stata dalla mia parte. La giornata era buona e non pioveva.
    Insomma … sono riuscito nel mio intento.
    Alle dieci passate, non senza sorpresa, ho intravisto le tre donne partire dalla coorte, dove, una mezz’ora prima, Marina si era recata dall’estetista.
    Erano loro, alla guida: Patrizia.
    Intuita la direzione, ho fatto del mio meglio per non farmi notare.
    Poco più di venti minuti dopo, arriviamo allo svincolo autostradale … mi preoccupai inutilmente: non la imboccarono.
    Iniziai a sentirmi un vero idiota: le tre, percorsero la breve bretella che porta al grosso Centro Commerciale alle porte di Avellino.
    Ora sapete anche dove si svolgono i fatti … spero solo che domani, non possiate collegare queste mie parole a un tragico fatto di cronaca: potrebbe occupare la prima pagina dei giornali.
    Le tre, però, non entrarono nel parcheggio del Market. Strano (e pericoloso, per me). Infatti, nessuno proseguiva di là, perchè la strada, poco dopo, finiva.
    Mi trovai completamente spiazzato. Ero quasi certo che sarebbero tornate subito sui loro passi o che si sarebbero fermate, davanti al cancello del Bowling.
    Era noto: quella parte del complesso, prendeva vita solo verso sera.
    Mi fermai e feci finta di telefonare. Naturalmente non tolsi il casco.
    Intanto, la macchina, si arrestò davanti al cancello. Probabilmente erano attese, infatti, dal casotto, venne fuori un uomo, forse il custode che apri, per loro, una metà dell’inferriata.
    Entrarono.
    Patrizia scese e contrattò con l’uomo, in atteggiamento confidenziale.
    Poi, proseguirono mentre, il custode usciva, a piedi, e s’infilava in una vecchia Panda, parcheggiata poco più in là.
    Dopo un minuto il piazzale era sgombro, vuoto … ed io non sapevo che pesci pigliare. Ero troppo esposto.
    La macchina delle donne era sparita, avevano raggiunto, di certo, il parcheggio sotterraneo. Mentre cercavo di raccapezzarmi in quella strana situazione, una grossa auto sfrecciò, decisa, al mio fianco. Senza indugi s’infilò nel cancello e, poco dopo, sparì nel garage.
    Continuavo a lambiccarmi il cervello. Che fare?
    Se fossi entrato anch’io, mi avrebbero notato di certo … ero più che sicuro che, nel parcheggio, chiuso al pubblico, non ci fossero altri che loro.
    Decisi di farmela a piedi … l’eventuale scusa? La moto in panne: cercavo qualcuno che potesse prestarmi un attrezzo, magari una chiave di candela.
    Come sapete, questi piazzali ingannano, e mi ritrovai a percorrere un enorme spazio prima di arrivare al parcheggio. Per fortuna non vidi nessuno e nessuno mi notò.
    Ricordai che esistevano vari ingressi, uno, in fondo, forse di emergenza, portava al piano sottostante tramite una doppia rampa di scale. Era tutto aperto, abbandonato, così scesi, cercando di non fare rumore.
    C’erano solo due macchine. Quella di Patrizia e, a una decina di metri, più in fondo, la macchina che era entrata dopo di loro. Ma forse, tra esse, non esisteva alcun collegamento.

    Ero lontano, non vedevo niente di preciso.
    Mentre cercavo di avvicinarmi alla meglio, lo sportello destro dell’auto sconosciuta si è aperto … ancora niente, poi, una figura femminile, abbigliata in modo appariscente, scese e tornò verso la Mercedes.
    Non era possibile sbagliare: la donna indossava un abito rosso, corto, che a stento le copriva il sedere; le cosce tonite e indisponenti, svettavano, sulle decolté, dal tacco vertiginoso, era Marina!
    La parrucca biondo-cenere non m’ingannava … e il mio cuore si fermò.
    Da quel momento tutta la scena diventò del tutto surreale.
    L’auto si allontanò velocemente e anche le ragazze uscirono.
    Sedetti sulle scale per riprendermi: mi sembrava tutto così assurdo.
    Tolsi il casco che mi opprimeva il respiro. Ormai non m’interessava più di nascondermi: ero suo marito, avevo il diritto di sapere.
    Quando mi ripresi, mi avviai, cercando di tenere un passo regolare, attraversando il buio, tra i pilastri di cemento.

    Un rumore … l’auto di Patrizia che tornava. Istintivamente mi nascosi in un punto più buio.
    Gli avvenimenti si succedettero così vertiginosamente che non riuscii più a lasciare il mio nascondiglio: ero ipnotizzato dalle scene che mi si presentavano.
    Da poco prima di mezzogiorno, fino a dopo le sedici, ben sette vetture, si avvicendarono nel parcheggio sotterraneo.
    Alla guida c’erano uomini, in una soltanto una coppia, molto matura.
    Marina, mia moglie e, a volte, anche Carmela, l’estetista, raggiungevano le vetture e … che dire? Mi vengono i brividi solo a pensarlo … diciamo che si accoppiavano con quegli estranei. Nessun equivoco!
    Era lampante: Marina non conosceva quegli uomini.
    Era lampante: Marina si stava prostituendo, davanti ai miei occhi.
    Metodica e perversa, iniziava sempre con un veloce rapporto orale, poi, a volte in macchina, a volte fuori, poggiandosi allo sportello, senza curarsi di offrire uno spettacolo indecente. Dopo aver innestato un profilattico sul membro del maschio, si lasciava prendere; fino a che, quell’estraneo, non scaricava il suo piacere in quella … gran puttana.

    Adesso, eccomi qui. Inutile dire che, alla fine, Marina mi ha visto. Non è tornata a casa la sera e nemmeno il giorno dopo.
    Oggi è stata normalmente in ufficio e come se niente fosse, mi ha detto che sarebbe rientrata al solito orario.
    Eccola! Entra, mi guarda solo un secondo, poi estrae qualcosa dalla borsetta, me la tira sul divano.
    E’ il telefonino. Si avvicina e ripone anche due scatole … le riconosco, sono quelle sparite dalla villetta. Va di sopra, senza più curarsi di me.Guardo il cell, premo un tasto, un messaggio, aperto, s’illumina:
    “ MIA TROIA, SEI STATA BRAVISSIMA. SAI AMORE MIO, QUESTA SETTIMANA E’ IL NOSTRO ANNIVERSARIO: DIECI ANNI CHE SEI LA MIA PUTTANA, LA MIA SCHIAVA E ANCHE IL MIO AMORE. SABATO PREPARATI, STRONZA, PER PREMIO E PUNIZIONE, SARAI SODOMIZZATA … E NON DA UNO SOLO, TROIA SCHIFOSA. SEI TUTTA MIA. TI AMO. PATRIZIA, LA TUA PADRONA. ”
    Mi vergogno a dirvelo, ma quelle parole e i ricordi di ciò a cui avevo assistito mi hanno eccitato, involontariamente.
    Apro la scatola che non avevo preso … niente foto: foglietti, scontrini e un libretto postale al portatore, lo apro, un brivido gelido mi corre per tutta la schiena.
    - Ah … però! – sbotto, incapace di controllarmi.

    Marina, dall’estetista, in dieci anni ha guadagnato il doppio di me.

    FINE

  • 14 febbraio 2013 alle ore 19:51
    Il sospetto - Prima parte

    Come comincia: Il pudore delle donne lo hanno inventato gli uomini.

    (A. Panzini)

    1

    La Borsa

    Amica lettrice, amico lettore … questo non è uno incipit per “sviolinare” chi mi legge: se Ti chiamo amico è perchè voglio che Tu divenga tale, almeno in questo frangente della mia vita; perchè credo, mai come in questo momento, di aver bisogno di un amico.
    Le scelte che devo, che dovrei, operare mi trovano del tutto impreparato.
    Un aiuto, un consiglio, una mano da qualcuno più esperto o, magari, solo più lucido di me, potrebbe probabilmente cambiare drasticamente il possibile sviluppo degli eventi.
    Non chiamerei mai mio fratello, vecchio avido e mezzo rincitrullito, non mi porterebbe nessun giovamento, al massimo … godrebbe di questa mia situazione di stallo.
    Forse solo mia mamma, buon anima, mi avrebbe potuto consigliare, ma lei non c’è più.
    Ho quasi sessant’anni, alla mia età gli “amici” sono disponibili solo per cenare insieme
    o, magari, per parlare di cani e di caccia.
    Però, attento, amico sconosciuto che, per qualche motivo, mi stai leggendo: questa storia potrebbe essere, semplicemente, l’elucubrazione notturna di un vecchio sentimentale, ma potrebbe anche evolversi al peggio … credimi.
    Pensaci bene, prima di continuare a invischiarti in questa strana avventura.
    Sono originario del profondo sud e, nonostante adesso, sia un agiato ed equilibrato professionista, nel mio animo alberga pur sempre la scintilla passionale della gelosia, del possesso, dell’affermazione violenta del “maschio dominante” che, se punta nell’orgoglio, potrebbe esplodere con chissà quali, catastrofici effetti.
    Ecco tutto, adesso che sono stato completamente sincero, se sei ancora qui … ti rendo conto del mio problema, del tarlo maligno che, da alcune ore, mi sta rovinando il sonno e, forse, la vita.

    Il fatto.
    Mia moglie ha sedici anni meno di me. A vent’anni era uno splendore ed io mi gongolavo, orgoglioso, quando uscivamo insieme. La sua bellezza era il mio piacere ma il suo amore era il mio trionfo.
    Mentre il suo aspetto fisico, mi rendeva prepotente nella mia vanità, il suo amore infinito mi stupiva, sempre, e mi rendeva inerme, incantato, e schiavo di lei.
    Poi mi ha donato i bambini, adesso ragazzi, due. Belli, sani … deliziosi.
    Una nonna giovane ci è stata complice indispensabile: abitando a pochi passi, non aveva problemi a occuparsi dei ragazzi, tutte le volte in cui, per vari motivi, il suo aiuto era indispensabile.
    Questa libertà, giacché per la nonna non era un sacrificio, ci tornava utile anche di notte perchè, lo confesso, a volte, ne approfittavamo anche per stare insieme, come fidanzatini; ci godevamo in pace il piacere, qualche volta segreto, trasgressivo.
    Preferivamo farlo meno spesso, aspettando come una coppia di amanti, divisi dal quotidiano ma che, complici, si danno un appuntamento galante e vivono, eccitati, l’attesa di quell’attimo in “paradiso” per viverlo come “diavoletti”.
    Quando ci incontrammo, ero un uomo fatto, e avevo provato di tutto, lei invece, era una ragazza tranquilla, con pochissime esperienze e una libido innocente e sana.
    Il suo corpo, invece, era fatto per l’amore.
    Aveva, ed ha, un corpo proporzionato e molto femminile, dei seni prosperosi e arrendevoli, un rapporto tra il giro vita e le natiche prorompenti, che faceva andare in visibilio un uomo, anche vedendola solo da lontano.
    Per fortuna, la sua naturale raffinatezza nel vestire, la rendeva meno appariscente di quello che si sarebbe potuta permettere.
    Non amava farsi notare troppo, né esibirsi per essere guardata ma, nonostante si trattenesse, era bella, anche di viso, e alla gente, tutto questo, non sfuggiva.
    Passavano gli anni e lei, senza grilli per la testa, cresceva al mio fianco, fino a diventare una donna nel pieno del suo splendore.
    I nostri appuntamenti “galanti” erano un poco più radi; mi spiego, non è che non facessimo l’amore. Di notte, a letto, capitava spesso e volentieri ma io amavo stupirla e lei accondiscendeva volentieri ai “miei giochi” pur non essendo, sessualmente, una furia.
    Si godeva le mie performance, da vecchio satiro e, remissiva per amore, mi assecondava, godendone a sua volta.
    Rimaneva quindi un punto fisso nel nostro rapporto, incontrarci, per lo più il sabato pomeriggio, da soli a casa o da qualche parte per il week end. Ci pregustavamo quei momenti.
    Le telefonavo da fuori, le accennavo cosa l’aspettava; compravo oggetti erotici, abbigliamento osé, calze speciali: persino un frustino.
    Nell’intimità poi, spesso la fotografavo e le sue forme, esaltate da quelle pose sconce, rappresentavano un’altra fonte di eccitazione, anche solo nel rivederle.
    La stuzzicavo spesso, chiedendole dei suoi “amanti” ipotetici, segreti, ma lei era talmente innocente, che non era capace nemmeno di inventarseli, di mentire.
    Sorrideva, compiaciuta della mia fantasia perversa. Altre volte, mentre i nostri corpi erano uniti, sudati … quando le parole uscivano mozzate, rotte dal piacere intenso, le chiedevo dei suoi sogni più segreti, dei suoi desideri più reconditi.
    Io stesso, allora, le proponevo fantasie indicibili, le prospettavo rapporti osceni a tre, a quattro … allora, aiutandoci con un fallo posticcio, mimavamo il rapporto promiscuo che, in quegli attimi di estremo calore, erano ben accetti anche alla sua fantasia.
    Poiché, ormai, vi sto confessando tutto, devo anche finire il quadro della mia personalità perversa, che imponevo, sapientemente, alla mia dolce metà.
    Dopo i cinquanta, con lei trentacinquenne, fui assalito da una duplice perversione mentale: da un lato, desideravo far provare a mia moglie qualcosa di più,
    sessualmente parlando, dall’altro, io stesso, sempre più assetato di sensazioni estreme, sognavo da tempo un’incresciosa trasgressione.
    Così, la fantasia divenne realtà. Io stesso adescai un estraneo, un semplice conoscente e, dopo averlo attentamente valutato, feci in modo che quella persona avesse rapporti sessuali con noi.
    Mia moglie si fidava ciecamente di me e, razionale come nel suo carattere, mi demandava tutta la sezione “libido” del nostro menage. Pure con qualche perplessità, accettò l’incontro.
    Per fortuna andò benissimo e senza traumi. Ripetemmo l’esperienza occasionalmente, sempre su mia insistenza e poi, cambiammo anche persona. Ovviamente, i partner che scelsi erano giovani e anche ben dotati, pur non brillando in quanto a iniziativa. Dopo queste esperienze, il nostro legame divenne ancora più complice ed io mi gongolavo: non l’avevo persa, anzi, non l’avevo mai sentita così intimamente mia.

    Adesso ho cinquantotto anni.
    I rapporti occasionali si sono diradati: le cose cambiano. Stiamo insieme con meno frequenza e io mi sentivo “esorcizzato” da ogni patema.
    Quasi vent’anni insieme, mi avevano fatto ritenere di conoscere a fondo mia moglie e, in mente mia, mi piaceva convincermi che, se la donna splendida, che mi sta a fianco, avesse dovuto avere un amante, me lo avrebbe potuto dire in tutta franchezza.
    Chissà, magari trovavo la cosa anche eccitante.
    Purtroppo, la realtà ci trova sempre impreparati.
    Ed ecco cosa mi è successo: ieri pomeriggio sono passato a prendere mia moglie in uffici, poi a casa: i ragazzi erano già li.
    Parcheggio e lei si precipita fuori, esigenze tipiche … scappa in casa, deve fare la pipì.
    Raccolgo io, dal sedile di dietro la sua borsa, i miei giornali e mi avvio verso la nostra villetta illuminata.
    Esito … so che le piace la Coca e decido di prenderne una bottiglia dal garage, per cena.
    E le chiavi?
    Le mie sono in casa, allora decido di prendere le sue, sicuramente saranno nella grossa borsa, che ho tra le mani.
    Non ci metto mai le mani, per abitudine antica ma, dopotutto, tra noi non abbiamo segreti: per un attimo mi sento ridicolo.
    Ecco le chiavi, il rumore di ferraglia mi ha guidato … le mie mani sfiorano una grossa busta di carta. Che sia un libro? Magari un regalo; lei sa che amo leggere.
    Nel garage ho acceso la luce.
    Non riesco a trattenermi … un guizzo di curiosità mi attraversa il cervello: sbircio.
    Più sbigottito che altro, mi trovo davanti agli occhi una confezione di autoreggenti nere, a rete larga, di qualità e poi, un batuffolino di stoffa, leggera come seta, pure nero: un perizoma.
    Arrossisco per l’emozione improvvisa. Non penso niente. In fretta rimetto tutto al suo posto, dimentico perfino di prendere la Coca.
    Incapace di pensare in senso compiuto, entro in casa. Mia moglie quasi m’investe, aveva appena finito e stava tornando fuori. Mi guarda e, pronta, dice:
    - Ah, bene, l’hai presa tu … – e mi toglie la borsa di mano. Poi si avvia verso le scale, per salire di sopra ma cambia idea.
    - Devo bere, ho sete da quando sono uscita … – e si avvia verso il frigorifero, ho la sensazione che, sottecchi, mi guardi, ma, forse, mi sbaglio.
    - Vado a prendere la Coca, è finita! – prendo le mie chiavi e torno fuori, giusto per raccogliere le idee.

    In garage, solo, finalmente posso riflettere sull’accaduto.
    Mille pensieri mi affollano la mente: quale significato attribuire a quegli indumenti intimi?
    Mia moglie, adesso, ha poco più di quarant’anni; è una bella donna, certo, ma non indossava certa biancheria nemmeno a venti … possibile che cominci adesso?
    Ho ben presenti i suoi cassetti, in casa.
    Una sfilza di mutandine bianche, poche nere, nessun perizoma.
    E le calze? Tutti collant o calzerotti per gli stivali … mia moglie è così, e ci tiene, soprattutto adesso, che i ragazzi sono grandi e sbirciano.
    Sono io che, nascosto in uno scatolo, tengo da parte il piccolo armamentario delle nostre, bonarie, trasgressioni. Qualche paio di calze, un perizoma rosso e anche una mutandina, con due spacchi, aperta sotto. Una guepiere bianca e un’altra nera, di pizzo; un fallo in lattice e altre cosette, collezionate in vecchi momenti di passione.
    Allora ho pensato: “E se volesse farmi una sorpresa?” dopotutto, ci piace ancora “giocare”, ogni tanto. “Di sicuro sarà così!”
    A cena abbiamo parlato poco. Dopo, a letto, non è successo niente, anche perchè lei, stanchissima è andata a dormire prima di me.
    Io ero davanti alla TV, i ragazzi erano usciti e sarebbero tornati più tardi.
    Quando lei andò in bagno, come d’abitudine, prima di coricarsi, feci un’azione da “commando”: corsi di sopra, attento a non farmi sentire.
    Fui fortunato e trova subito la sua borsa, lesto, la aprii per guardarci dentro: la busta non c’era più.
    Un tonfo in petto … guardai veloce per la camera: niente, nessuna traccia della busta bianca anonima e stropicciata.
    Corsi di sotto, col cuore che batteva all’impazzata.
    Quando lei uscì dal bagno, attesi una decina di minuti e poi, pregando tra me e me che i miei timori fossero del tutto irragionevoli, salii in camera a mia volta.
    Era già successo che Marina mi facesse una sorpresina piccante.
    La trovavo sotto le coperte, come il solito, ma quando allungavo la mano per accarezzarla, invece di indossare il pigiama, la vestiva in modo succinto ed eccitante. Spesso teneva i collant che aveva usato quel giorno: sapeva che a me piaceva strapparglieli, per incontrare, sotto le dita, la sua carne tenera, che trasbordava, lascivamente dalla seta.
    Ma niente di quanto speravo si è avverato … mia moglie aveva gli occhi chiusi e sembrava dormire.
    Mentre mi lavavo i denti, con voce impastata, mi disse, come se si fosse trattenuta fino all’ultimo:
    - Ah, mi ero scordata … domani vado in trasferta a Roma. –
    - Dormi fuori? – dissi con finta ingenuità.
    - Ma no, ci mancherebbe. – aveva un tono seccato, come sempre: andare fuori la metteva di malumore … ma quella volta? Era vero o fingeva?
    – Però non so a che ora torno, può darsi che faccio tardi, che seccatura. –
    Mi sono messo a letto senza commentare. Marina era in pigiama, voltata di spalle e già dormiva … o fingeva di dormire.
    Alle tre, insonne, mi sono alzato … e adesso eccomi qui.

    2

    Tutto liscio

    Non sono un investigatore privato, però non sono neppure uno stupido.
    Ho indagato, amici miei, come voi stessi mi avete consigliato di fare.
    Allora, ecco come stanno le cose, almeno fino adesso e di certo vi deluderò.
    Con una lunga serie di scuse e di sotterfugi, attento per non farla insospettire, ho contattato con una scusa qualche collega: ebbene, Marina, è stata proprio in trasferta. Il percorso, all’andata, l’ha fatto in compagnia di due vecchi colleghi e i tempi di percorrenza sono quelli giusti … inutile sospettare di uno di questi. Si tratta di persone con cui passa la vita, e da quasi dieci anni, quindi … o ci fa l’amore esclusivamente nei bagni, cosa impossibile, o in questo caso, hanno fatto sesso sul sedile della macchina in viaggio verso la capitale: assurdo!
    Infine: Marina è andata davvero in trasferta, è stata, dove diceva di essere e, dulcis in fundo, e rientrata prima del previsto, in treno, ed io stesso l’ho aspettata alla stazione di Napoli Centrale. Alle diciotto, eravamo quasi a casa.
    Per la cronaca: appena possibile ho controllato nella sua borsa, niente da rilevare, anzi. Questo non vorrei dirlo, ma ne sento il dovere, giacché vi ho coinvolto in questo rebus maledetto: nella sua borsetta c’era sì, una bustina, ma conteneva solo le prove che Marina era alla fine del suo ciclo … e, conoscendo le fisime, posso garantire che “in questi giorni” non si lascia avvicinare a meno di un metro, neppure da me.
    Allora, stanotte, visto che ho dormito solo poche ore e in modo agitato, ho cercato il suo cellulare, per controllarne le attività.
    Ho sentito su di me tutto il peso di quelle “manovre”, perchè non avevo mai sospettato di Marina. Non ero mai stato geloso di mia moglie, solo degli altri; cioè, di quelli che, nel tempo, avevano avuto per lei degli apprezzamenti o, probabilmente, delle vere cotte, visti i maneggi per cercare di starle vicino a ogni incontro … ma non ho mai dubitato di lei.
    Le chiamate e i messaggi, pochi per la verità, erano tutte intercorse tra persone che conoscevo, mia moglie non ama i telefoni, in generale. Io stesso, mi sono dovuto rassegnare a questa sua pessima caratteristica. Abbandona il telefonino e, se non mi preoccupo io, non lo ricarica neppure. Spesso, in ufficio è costretta a elemosinare un caricatore Nokia, perchè è rimasta, per l’ennesima volta “a secco”.
    Tutto regolare, insomma.
    L’unico messaggio che ha attirato la mia attenzione è stato quello di Patrizia, cugina di Carmela.
    Patrizia e Carmela mi sono molto “note” ma il messaggio incomprensibile:
    “DOMANI APRI DOPO LE 10”
    Che cosa doveva aprire? Boh!
    Ma non ci pensai più di tanto: Patrizia, una bella ragazzona, che oggi ha circa trent’anni, credo. Ha fatto da baby sitter, per anni, ai nostri ragazzi, nati a poco più di un anno l’uno dall’altra, e i rapporti tra lei, mia moglie e i ragazzi, sono rimasti affettuosissimi e intricati. Le classiche “cose da donna” da cui mi sono sempre ben guardato dall’immischiarmi. Non ho molta pazienza riguardo agli argomenti che piacciono alle donne, sono un po’ orso, come dicono loro.
    Ho fatto il nome anche di Carmela, giusto?
    Mi spiego subito … ormai le due donne sono abbinate, nei miei archetipi mentali, sono cugine, sono entrambi di famiglia, e abitano anche vicino.
    Carmela, bellissima ragazza (ora donna) è diventata l’estetista di mia moglie, quindi, la frequentazione è costante. Un circolo vizioso, dal quale mi sono sempre tenuto alla larga.
    Poco fa mia moglie è andata a lavoro: oggi mi prendo una pausa e passo a setaccio la casa, devo sapere.
    Ah … C. V. D. Marina ha dimenticato, per l’ennesima volta il suo cellulare!
    Però, quando l’ho riposto nel cassetto dove teniamo gli ammennicoli elettronici, ho notato che …

    3

    Sembra un giorno come tanti

    E sì … manca un vecchio cellulare. Uno di quei Nokia da quattro soldi, di quelli che funzionano sempre, per quanto tu li possa maltrattare.
    Intendiamoci, non mi è sembrato un particolare importante però, in mancanza di qualsiasi altro appiglio, devo pur notare quelle cose che non sono come dovrebbero essere.
    La prima cosa cui ho pensato è che uno dei ragazzi avesse preso il telefonino per usarne due. Due, come le pistole dei killer, nei western … e, vista la velocità con cui muovono le dita sui tasti, ci poteva anche stare. Allora ho indagato, con discrezione, ma i miei figli non ne sapevano niente.
    Insomma, il vecchio cellulare mancava all’appello e non si trovava da nessuna parte. Quella sensazione, la possibilità di scoprire un segreto nella vita di Marina, mi dava alla testa. Era come se, all’improvviso mi mancasse un pezzo di realtà.
    Per me, dopo tutti gli anni passati insieme, dopo che io stesso le avevo offerto piaceri “proibiti”, era doloroso. Marina sapeva che poteva dirmi tutto … e lo aveva sempre fatto.
    Mi vantavo con me stesso e con gli altri della trasparenza dei nostri rapporti, e adesso?
    Probabilmente stavo per scoprire che Marina aveva dei segreti per me. Probabilmente aveva avuto, chissà per quanto tempo, un amante.
    Una vocina inopportuna, nella testa, ci tenne a ricordarmi che, nonostante tutto, anch’io, durante quegli anni l’avevo tradita … e non una volta sola.
    Ma che c’entra? Mi arrabbiai col mio cervello che mi sottoponeva certi appunti, del tutto insignificanti: io avevo semplicemente fatto sesso, in modo discreto, e sempre occasionalmente.
    Nessuna delle mie storie era durata più di qualche mese, massimo un anno … e poi è un paragone del tutto inopportuno: io sono un uomo, no?
    Ma torniamo alle indagini, perchè questi pensieri stupidi, mi hanno reso solo più nervoso e aggressivo.
    Il telefono squilla: è lei.
    Niente di particolare, le solite cose, sembra la mia Marina di sempre. Oggi dovrebbe essere una giornata regolare … niente cambiamenti improvvisi, nessuna nota stonata.
    Mi ha avvertito che domani, a pranzo, faranno una pizza con alcuni colleghi, che tra l’altro conosco; come sempre mi ha chiesto se voglio andarci anch’io. E’ una proposta di prassi, lo sa che non ci vado mai.
    Poi, mi ha avvertito di non preoccuparmi della spesa di sabato, perchè cenerà solamente. Ha la giornata “lunga” dall’estetista.

    Negli anni con Patrizia, Carmela e il resto del “clan di paesani”, Marina ha creato un piccolo sodalizio; anche i nostri ragazzi, per quanto culturalmente evoluti, non disdegnano di far visita, qualche volta, a quella piccola tribù, assembrata intorno a un cortile comune … sono tutti parenti e, spesso, anche serpenti, tra di loro.
    La sera, dopo la visita nelle “terre selvagge” mia moglie mi aggiorna sulle piccole faide femminili: suocere, nuore, cugine e zie si amalgamano in un indissolubile crogiuolo d’invidie e gelosie, del tutto inconsistenti, ma che le mantengono vive e battagliere.
    Non invidio i poveri mariti in quel nido di vipere.
    Anche questo … è del tutto regolare: sono per lo meno dieci anni che va così. Marina è abitudinaria e, a costo di qualche rinuncia, non ama i cambiamenti.
    Una o due volte al mese, quasi sempre di sabato, si ritira “in campagna” per lasciarsi “torturare” dalla dolce Carmela.
    Oggi ho dedicato tutta la giornata a frugare in casa, ma niente … nessun segnale, nessun indizio.
    La sera torna, è la stessa di sempre, ma io non avrò pace finché non capirò.

    4

    Le foto curiose

    Stamattina sono stato troppo impegnato ma, poi, non ho rinunciato: sono venuto in costiera per non lasciare nulla d’intentato.
    Ho frugato la casa al mare: nessun segreto.
    Ho frugato anche nello stanzino. Tutto in ordine: Marina è molto precisa.
    Dopo una veloce ricognizione, ho notato il piccolo gommone ripiegato a fisarmonica.
    Il solito viziaccio, Cazzo! Non c’è nessuno, perchè piegarlo? Passai velocemente la mano tra le anse, per controllare che ci fosse il borotalco. Urtai con le dita qualcosa di duro e spigoloso. Imprecai. Poi tiro delicatamente fuori una scatola … era larga e piatta. Forse, un tempo, conteneva dei fazzoletti.
    La apro e una certa sorpresa c’è. Vi trovo una decina di foto, delle Polaroid, senza sviluppo.
    Il soggetto, anzi, i soggetti sono due: mia moglie e la baby sitter, insieme o alternate.
    Nonostante le foto non ritraggano niente d’interessante, c’è qualcosa che non quadra…
    Non me la sento di metterle via … qualcosa mi dice che in quelle immagini c’è un che di stonato, un segnale, che mi sfugge … per vedere meglio me le porto in cucina, alla luce.
    Nelle foto le due sono sempre sorridenti ma, in quel sorriso, c’è qualcosa d’intimo ma anche di sguaiato. Sorrisi sfrontati, vincenti, complici. Marina e Patrizia, se ne stanno guancia a guancia, o si toccano, guardandosi intensamente negli occhi, fronte contro fronte.
    Mi sono estraniato, perduto, tra quelle stranezze, forse è per questo che sobbalzo, quando un rumore di ghiaia, giunge da fuori, distintamente.
    Guardo dalle doghe della finestra, riesco a vedere.
    Un’auto, sconosciuta, ha imboccato il vialetto con una certa determinazione.
    Probabilmente, l’ho sentita arrivare proprio grazie alla frenata, improvvisa e rumorosa.
    Non si vede chi c’è alla guida ma una cosa è sicura: quella macchina stava per entrare nel mio viale; ora arretrava, per poi allontanarsi rapidamente.
    Potrebbe anche trattarsi di uno che voleva fare manovra … ma era del tutto improbabile.
    Decisi di andarmene subito … mi pentii per aver lasciato la macchina in bella mostra. Come potevo immaginare quello che sarebbe capitato?
    Porca miseria! Forse ero stato a un pelo dal sorprendere Marina e i suoi segreti; adesso la situazione non sarebbe che peggiorata.
    Dovevo pensare e alla svelta.
    Rimisi rapidamente a posto le foto. Mentre armeggiavo con le dita, mi scontrai con un altro oggetto, forse un’altra scatola. Non lo presi. Avevo solo una speranza di non rovinare l’effetto sorpresa: evitare accuratamente che Marina si accorgesse dei miei sospetti.
    Uscii da casa come se niente fosse e ripartii rapidamente, senza indecisioni.
    Le mie passeggiate mattutine mi ripagavano; sapevo che da un viale adiacente, si poteva godere di una buona prospettiva su casa nostra. Pregai che l’altro non fosse andato definitivamente via, ma non potevo guardarmi intorno ne mostrarmi indeciso. Mi allontanai, deciso, verso la superstrada. Ma, poco dopo, raggiunsi la postazione che mi ero prefisso.
    Passò quasi mezz’ora. Non nutrivo speranze, ormai … ma ecco, lentamente, la macchina di prima ritorna.
    Stavolta non gira ma procede, a passo d’uomo, davanti al viale. Pochi metri dopo la macchina si arresta.
    Passano altri minuti in cui non succede nulla. Poi dal lato del passeggero, una figura femminile. Raggiunge la casa, entra e ne esce dopo pochi minuti.
    Risale in macchia e sfrecciano via. Nonostante sia quasi buio, non posso sbagliare: quella donna era mia moglie.

  • 13 febbraio 2013 alle ore 11:59
    Cementino

    Come comincia: La luna lunatica si lamenta, prende a calci le stelle e sputa addosso agli innamorati che fanno
    l'amore, nascosti dietro pilastri di cemento. Le hanno rotto un corno (le erano spuntate le corna?), e
    il sangue pallido schizza sulle gambe brune e sul ventre liscio di una ragazza distesa su un sacco
    di cemento. Il sangue scorre, bagna il sacco e feconda un bimbo.
    La luna, ora, ride e mostra al mondo i suoi gialli denti cariati: è diventata madre.
    Cementino succhia latte lunare e cresce; diventa sempre più alto, sempre più snello. Si sposa poi
    con Era, figlia del Tempo, e cosparge la terra di pargoli che si nutrono di ferro per diventare più
    forti. Divenuti grandicelli  camminano velocissimi, invasi dalla voglia di conoscere il mondo, ma
    le strade sono senza fondo e le loro gambe ancora troppo deboli. Allora si fermano e si sposano
    con l'Ora, figlia del Giorno e nipote dell'Anno.
    Procreano ma crollano presto. Per uno che crolla, però, mille ne nascono e nei posti più
    impensati, più balordi e meno sicuri. Sembrano funghi e come tali ve ne sono di velenosi: l'uomo - insetto si lascia facilmente abbagliare dal  sicuro rifugio accogliente che gli è offerto, anche se poi
    ne muore.
    La luna piange silenziosa e carezza la sua progenie che alza le braccia verso il cielo
    per contraccambiare, ma il vento crudele gliele strappa dal corpo poggiato su gambe senza piedi.
    Una nube pietosa le asciuga le lacrime e la nasconde.

  • 13 febbraio 2013 alle ore 10:21
    Missioni umanitarie da un campo di battaglia

    Come comincia: Scrivo. E mentre lo faccio caccia israeliani bombardano la Siria. Siamo in Guerra. Non da adesso, ma da sempre. E lo siamo per obbligo di legge. Per giusta causa. E per giusto nemico. Dichiarazioni non scritte. E  regole d’ingaggio segrete. Evviva! La chiamano democrazia. In realtà è legge ferrea del Capitale che sprigiona odio e lo rende per sopravvivenza necessario. In qualsiasi angoli della terra ci troviamo, siamo sempre posti come avversari di qualcuno.  Eterna è la lotta. Mortali i lottatori. Guerre umanitarie. Guerre monetarie. Faide elettorali. La politica si alimenta così. Questo è il suo carburante. Va avanti a tutto spiano. E si fa ragione con la canna del fucile. A colpi di mannaia e di mortaio. E con la santa benedizione della chiesa. Del potere pastorale. Dell’omelia che nella retorica tutto annacqua e sbiadisce. Non esiste limite. Non esiste margine. Non c’è differenza. Ogni tanto si avvertono segnali confortanti, ma è tutto un bluff! Borse euforiche? Indice dei titoli alle stelle? Ma anche i prezzi al consumo. Non si capisce cosa c’è da brindare! Cos’è tutta quest’euforia se miseria e povertà imperversano sempre di più. A colpi di rigore e di austerity. No problem! Nuove iniezioni di liquidità. Che poi non son altro che iniezioni di coca. E  di eroina. Sangue infetto. Fluido, incandescente da spedire nelle vene dei circuiti bancari e finanziari. Un click…!.Un boom…! Uno sniif.!.  E i drogati aumentano sempre di più. Nelle piazze e nei mercati di tutto il mondo. Le vittime pure. Le bolle s’ingigantiscono per lasciare inalterati i prezzi. Tanto rumore per nulla. Tutto ha un nome e anche un prezzo da pagare: Asset inflation! E diciamo pure grazie a Keynes! E alle sue bombe a grappolo con effetto moltiplicatore. Di euforia. Di idiozia. E di miseria.

    Buongiorno Signori interrompiamo i programmi per comunicarvi che qui in Calabria nonostante tutto c’è una splendida giornata. Il sole è sempre lì, vigile e attento. Alto. Fiero. E poderoso. Questa giostra chiamata mondo gira inesorabilmente. E conserva sempre un fascino particolare. Sempre un posticino di luce in questo angolo buttato nel dimenticatoio. In questo limbo di terra bagnato dallo Ionio. In questo misero luogo deve il tempo s’è fermato. Dove il tempo s’è perduto. Gli spacci d’agenzia e i bollettini di guerra possono attendere o andare avanti tanto non fa alcuna differenza. Qui siamo in sosta permanente. Perenne. Forzata. Ogni tanto si avvertano sussulti che fanno da eco a piccole scosse metallurgiche. A piccoli starnuti o rutti blasfemi provenienti dagli altopiani silani. E noi siamo qui a comunicarveli in tempo. Dalle nostre postazioni. Dai nostri campi di lavoro. Dai nostri  ghigni di battaglia. La notizia di oggi è di quella eclatante. Il Papa si è dimesso? No trattasi di un “pollo” nostrano. Un politico. Un assessore delle Attività “improduttive”. Un succhiatore incallito di plusvalore. E' da mesi che è scomparso, non si vede più. Tutti lo danno per disperso, per morto. O per latitante!  Nessuno sa dov’è! Sembra volatilizzato. Vaporizzato. Senza lasciare alcuna traccia. Nessuno lo cerca. Perché assenza o presenza  per la gente non fa alcuna differenza. Proviamo a capire dov’è. Come lo ammazza il tempo. Anche perché i pubblici ufficiali di servizio confezionano mensilmente per lui e per il suo vicinato laute ricompense. Forse è su un fronte di guerra? Anche lui in prima linea? Magari con la cartella in mano! Da bravo scolaretto dietro una lurida vetrata di pedanteria della Regione Calabria in attesa di un timbro. Di una ricevuta. Di un protocollo per una pudibonda pratica d’ufficio. Una piccola richiesta di contributo. Un piccolo incentivo per favorire qualche cliente a coltivare un’orlatura in giardino. E pensare che da agronomo ci volevano tre ore d’attesa. Ora giusto un minuto. Giusto un saluto e un baciamano al mandatario di turno. D’altronde la politica è guerra! Guerra continuata con altri mezzi. E noi siamo cavalli da soma. E la combattiamo così.  Il telefono squilla. Urla. E lui niente. Non risponde. E non si muove. Sembra un mammut di bronzo. Una scultura arcaica appoggiata come souvenir sul comò. Ma come c’era da fare quella riunione presso i comuni per spalare tonnellate e tonnellate di merda proveniente dai POR Calabria! Si.. dai!.. quella mitica linea d’intervento dove ballano 5 milioni di euro…quel software vuoto proveniente dalla Sardegna acquistato a prezzo d’oro!  Per la gioia di notabili, ballerine e consulenti elemosinanti! Si ricordi bene assessore! Che poi la lasciamo dormire. L’accompagniamo noi verso il suo candido vegetare. Avevamo perso solo (!) dieci giorni per contattare tutti quei sindaci “compari” arroccati su quei campanili comunali. Gli avevamo bombardati di fax, mail, pec….giusto per scuoterli un pò.  E almeno oggi lo volevamo con noi perché eravamo riuniti nel suo comune natio.. Eravamo venuti noi fin qui per non scomodarla. Ma nessuno dei presenti sa dov’è. Dicono che non si vede da mesi. Ogni tanto a dire il vero un accenno sembra regalarcelo. Beato, come spesso gli accade, soprattutto quando non c’è da scomodarsi per andare nel capoluogo calabro, si alza alle ore 12.00 dopo aver inghiottito un intero cinghiale fino alle 03.00 del mattino. Per altro senza mai masticare.. Cullandosi come un bebè e senza interessarsi d’altro se non di stupide pratiche d’ufficio. Divenute oramai un feticcio. Sono mesi che tira dritto. Non prende più lo svincolo del cavalcavia per recarsi dal suo Ente di pubblico beneficio. Un’occhiata ogni tanto al suo assessorato forse sarebbe di troppo. Percorre la strada statale 106 quasi ogni mattina con disinvoltura. La Regione Calabria oramai è la sua meta ambita. Tanta agognata quanto preferita. Un piccolo squillo in segreteria per comunicare la sua missione privata. Elargita con soldi pubblici. E poi subito via!. In quella “splendida” città capoluogo che porta il nome di Catanzaro.. Ormai non si vede nemmeno più gente sostare dietro la sua porta. Non c’è più attesa nemmeno per un semplice delirio. Tutti si sono fatti un’idea. Da buon politico è riuscito a mettere tutti d’accordo. Usa il suo “misero” ruolo per non sostare più di tanto dietro una pratica d’ufficio. Cambio di marcia. Non più toc-toc ma… hoplà! Salto dalla finestra. Una graduatoria confezionata tutta per lui. E per la sua gente. Un progettino tira l’altro. E voi cosa aspettate? Muovetevi se non volete restare a piedi! Il mandato sta per terminare. Volete piantare semi di camomilla? Volete un nuovo pagliaio per fieno e letame fertilizzante? O volete un nuovo porcile? Venite allo studio privato e lì troverete i miei uomini a darvi assistenza. A me solo un misero voto e un cestino delle merende da mettere sotto l’albero di Natale! E se poi da qualche recinto scappasse qualche agnellino sarebbe un gradito boccone per un augurio Pasquale!

    Scrivo. E mentre lo faccio un altro imprenditore si è suicidato. Si è impiccato. Nello scantinato di casa. Soffocato dai debiti. E’ ufficialmente morto assassinato dalle banche. E’ l’ennesima vittima di Stato. Un nuovo caduto in guerra. L’esercito del crimine legalizzato ha colpito ancora. Asset inflation a colpi di usura. Poteva guadagnarsi un posto di riguardo nella mensa dei poveri gestita dalla “misericordia”. Ma a questa ulteriore pena non ha resistito. Qui da noi potevamo ospitarlo. Aiutarlo.  A lui, ai suoi operai e alla sua famiglia. Abbiamo il “Centro permanente temporaneo” più florido al mondo. A due passi dal mare. Un soggiorno veramente degno di clausura. Qui si amministra lo Stato che è una meraviglia. La chiesa ormai si è fatta ragione. E sui banchi dei consigli comunali le vendite al dettaglio non si fermano. Imperversano. Riparte il mercato delle preferenze. Anche se non è il turno delle schede ballerine e dei voti a 50 euro. Delle spese gratis ai supermercati. Degli sconti sulla benzina. Delle bollette della luce, del gas e del telefono pagate. Delle ricariche per cellulari. Le elezioni Politiche non sono di certo come quelle Comunali, Provinciali o Regionali. Svegliatevi gente! C’è altro a cui pensare. Gli intrighi di palazzo rimbalzano nelle piazze e arrivano fin dentro le case. Le autorizzazioni per nuove costruzioni sono l’uniche scaramucce da stabilire per le ulteriori ondate di cemento. E intanto le buste di plastiche dei rifiuti occupano abusivamente le strade. Una volta nel quartiere periferico di “fondo Gesù” brillava un campo da calcio dove da giovani si andava a giocare. Oggi un vermicaio di case e lì a fotografare uno scempio edilizio. Fatto per lo più da uffici sanitari. Farmacie. Negozi di abbigliamento. Supermercati. Un minestrone di affitti dorati del centro “il granaio” ad ingrassare emittenze ed eminenze locali.  E poi che dire della nuova chiesa costruita lì, a glorificare il vile scempio! Il parroco ha messo tutti a tacere. Tutti d’accordo. Con la santa benedizione dei politici, degli enti terzi, delle associazioni e degli ordini professionali. Ha pattuito tutto. Scambiato l’ostia con 30 denari. E santificato il contratto di quartiere. Tutto procede secondo un copione millenario.  Stantio. Asfittico.  E mentre imperversano suicidi di massa. Piazze che bruciano. Teste di ponti che saltano. Corti circuiti economici, finanziari, militari.. Lui è sempre lì, fermo. Immobile. “Dato il mortal sospiro”! Sembra un santuario di marmo. Anche dall’elenco della Giunta provinciale di botto è scomparso. Cancellato. Quel tavolo non gli faceva più effetto. Senza tovaglioli e stoviglie era una noia.. Solo parlare, parlare e poi..… parlare. Oramai la sua assenza non fa più notizia. Il vento a dire il vero ogni tanto gli fa compiere qualche passo. Il mondo gli sta crollando addosso. Ma è tempo di quaresima. E domani c’è da andare a Catanzaro..Questa volta nel cofano della macchina si è fatto confezionare un maialino per portare i saluti al suo integerrimo Padrino..!

  • 11 febbraio 2013 alle ore 18:42
    Dannato

    Come comincia: Un giorno il demonio andò a far visita all'angelo in Paradiso lamentandosi di aver bisogno di anime pure per dare maggiore movimento all'Inferno. L'angelo, rattristato per le richieste ricevute dal demonio, spiega che le anime pure non possono passare per l'Inferno e le anime dannate non possono passare per il Paradiso, affinchè l'equilibrio divino possa essere mantenuto sempre ben saldo.

    Il ciuffo corvino come il carbone del demonio, cadde sui suoi occhi rossi... pensieroso e raccapricciato, voltò le spalle al giovane angelo.

    L'angelo, con i suoi bei ricci d'oro, guardava afflitto le spalle del demonio pendenti al lato sinistro, che strascicava la gamba destra con il capo rivolto in avanti analizzando ciò che  gli aveva appena riferito.

    L'aspetto malandato del demonio, seppur abbastanza giovane per la sua età, aveva colpito l'animo puro dell'angelo che, per quell'anima, s'era dannato.

    Il viso scarlatto del demonio era in contrasto col pallore evanescente dell'angelo, mentre le mani biancastre come latte arricciavano un capello d'oro;
    mani sporche di fuliggine, con unghie incarnite e ricurve, grattavano il viso deturpato dal dolore e dall'inquietudine incessante.

    A quella vista, gli occhi marini dell'angelo versarono una calda lacrima estiva, la sua bocca imbronciata come in una smorfia di tristezza; appoggiò la mano delicata sulla spalla di quell'essere tanto inguardabile quanto detestabile.

    Il volto imbrunito per l'ardore del fuoco venne solcato da gelide lacrime invernali, poi voltò le spalle per una seconda volta e andò via.

  • 10 febbraio 2013 alle ore 18:55
    Lara

    Come comincia: Lara dai capelli che cominciavano a diventare grigi, quel suo perdere un pò di colore le aveva ingiallito la vita, il sorriso schietto e audace, aveva preso una piega malinconica, guardava la lucentezza delle giovani chiome, e rammentava la sua quando fluente ed ondulata le cascava mollemente sui fianchi tondi e torniti. Il tempo le aveva donato saggezza, anche se l'istinto spesso la guidava verso qualche errore, eppure ne usciva sempre vincente, meravigliandosi lei stessa della riuscita. Lara si compiaceva del suo nome, ereditato dalla famiglia come si usava fare da decenni, eppure da piccolina non le piaceva e si domandava perché mai dovesse indossare un nome che le stava stretto e preferiva di gran lunga quello delle sue coetanee, fino a che un giorno divenuta una bella ragazzina, un giovane le aveva soffiato in un orecchio" Lara...che bel nome Lara...io sono Luca, non è una strana coincidenza? Lara e Luca...pensami stanotte!" Lara da quel momento si amò con tutte le sue forze e cominciò a volare sulle nuvole scandendo il suo nome diventò musica per le sue orecchie, Lara...Lara...Lara...che bella canzone., quando ci pensava per magia i capelli tornavano neri come l'ebano e i suoi occhi ridevano, mentre le labbra si schiudevano in un  dolce bacio immaginario..." Arrivederci Luca in un'altra vita".

  • 08 febbraio 2013 alle ore 14:56
    I pioppi delle colline di civilcity

    Come comincia: Dalle mie parti, i pioppi fanno strani frutti,
    si dice che quelli sono i frutti che fanno gli alberi delle colline di civilcity.
    Sangue sulle foglie e sangue sulle radici si distinguono dalle strane forme nere dondolanti dai rami nella brezza del mattino.

    Lo scheriffo della contea mi disse che era un fatto normale quello dei frutti sugli alberi delle colline di civilcity.
    Incontrarlo é sempre scena pastorale.
    Occhi rigonfi e bocca contorta, profumo di magnolia dolce e fresco... quando all'improvviso
    un'insistente puzza di carne bruciata

    Si dice che quei frutti possono essere mangiati dai corvi  solo dopo che la pioggia li ha marciti, il vento succhiati, il sole bruciati e gli alberi, come a volersene liberare, li hanno lasciati cadere.

    Una vecchia giacca nera passa tra gli alberi potandoli dai rami secchi e dando loro tutte le cure per fresche e nuove fioriture.
    Rughe scolpite e colore giallastro, odore di naftalina e menta, ma anche lui all'improvviso sembra avvolto da una puzza di carne bruciata.

    Quando gli alberi delle colline di civilcity  lasciano cadere quei strani frutti e i maledetti uccellacci neri portano a termine la grande abbuffata, la terra all'ombra dei pioppi resta unta e le radici ne  traggono sempre nuova linfa.

    L'ammisnistratore morale non crede che quei frutti siano naturali eppure li benedice in nome del padre del figlio e dello spirito santo.
    Con i suoi occhietti stretti e la sue enorme pancia passa tra gli alberi spargendo incenso come a cercare di coprire l'acre puzza di carne bruciata.

    Ci sono sempre delle belle e sfarzose cerimonie a civilcity in tempo di semina, gli alberi sporchi e la terra mista a fanghiglia coagulata sono la triste scenografia dove sempre più spesso di piange di gioia.

    L’uomo dal volto coperto non è il più macabro della nostra storia ma di sicuro ne è il braccio sanguinario
    Strani tatuaggi e peli sul torace, la sua puzza di sudore stagnato non copre, anzi, rinvia l'olfatto proprio a quella strana puzza di carne bruciata.

    Anche se non vengono annaffiati  gli alberi di civilcity danno sempre i loro frutti in tutte le stagioni, di giorno e di notte, nuove fioriture sempre pronte e sempre più grondante saranno il loro frutto ed il loro concime.

    Il signor toga nera assiste sempre le nuove fioriture leggendo di giustizia e della legge del suo governo onnipotente.
    Capello argenteo e mani tozze, lascia sulla strada un profumo di colonia, ma è chiara la natura della nebulosa incolore che lo avvolge come un'aura e lo fa puzzare di carne bruciata.

    Ogni anno, ogni stagione, di paese in paese, di steppa in steppa e di cappio in cappio qui nella sconfinata contea di civilicity i pioppi fanno strani frutti...
    il nostro... è uno strano e amaro raccolto.

  • 08 febbraio 2013 alle ore 13:56
    Innamorato di un'idea

    Come comincia: La conobbi più o meno un anno fa, era bella, era bella, era veramente bella... fummo presentati da Italo Calvino, un amico in comune. Io la ricordo, quando la toccai quella prima volta,  incandescente come il fuoco e il posto, un gazebo costruito in legno intarsiato ricoperto di fiori profumati e cime di cannabis. In alcuni decori, potevo distinguere chiaramente dei bulloni, che con licenza della poesia mi piace descriverli come orecchini incastonati nei suoi piccoli lobi. Riuscivo a malapena a tenere gli occhi alzati verso di lei poiché la mia attenzione era tutta rivolta verso i suoi steli e il suo dietro. Fortuna che la bambina a cui erano destinate le esperienze di Marcovaldo prese il sopravvento nella discussione e mi staccò da tutto quel prosperare di curve e buonumore.
    In quel periodo non ero molto carico, il mio ritmo biologico era agitato, esasperato, accelerato a tal punto che potevo vedermi invecchiare a vista d'occhio ogni mattina; il mio ritmo cerebrale invece era quasi del tutto inattivo, fossilizzato come il teatro occidentale di Artaud. La mia persona quasi non emanava più alcuna luce, nè alcun calore percepibile dagli altri. Ma quel pomeriggio successe qualcosa. Un precedente.
    Bastarono alcuni incontri, alcuni scambi. Parlo di magnetismi ma anche di fluidi. Ricordo con estrema chiarezza, come fosse accaduto ieri, che durante quegli incontri si concentravano strane ed accattivanti energie, intorno a noi si materializzava una spessa coltre di fumo e caffè, per lei leggermente macchiato, per me senza zucchero. Era talmente tanta la forza che si sprigionava in quei momenti che addirittura certi alberi di pino si capovolgevano al nostro passaggio; c'erano divani colorati, camini accesi, macchinette tagliacapelli impazzite che disegnavano accattivanti forme dietro le teste dei malcapitati, e poi docce in cessi sconosciuti, pranzi universitari e biglietti di concerti mai visti. Insomma era tutto un divenire in cui la realtà superava di gran lunga la fantasia. Tutto ciò, ad un certo punto prese a farmi bene. Le rughe ai lati delle mie labbra cambiavano verso, cominciavano a proiettare ombre verso l'alto, gli occhi mi si illuminavano, la fronte cominciava a rilassarsi con fare tranquillo e sicuro. Il mio viso diventò improvvisamente un enorme sorriso, il mio battito cardiaco rallentò, e con esso il mio invecchiare. Il mio ritmo cerebrale prese ad accelerare, come fece Hamingway con quel poco di gloria che gli capitata. Addirittura sulla mia pancia nacque una piccola tartaruga che io chiamai Orlando, in onore della sua armatura rinforzata da sette strati del miglior acciaio proprio in corrispondenza dell'addome. Ma la cosa che più mi sconvolse fu il mio futuro, che da ignoto cominciò a prendere forma. In quella forma io potevo distinguere i tratti fondamentali del suo volto e seguire accuratamente le linee vertiginose del suo corpo. Quello stesso corpo che avrebbe dovuto per principio essermi interdetto. Parlo di quell'assurdo principio del chi arriva prima meglio alloggia, poi si abitua, ci mette le tende, e pensa, aiutato dal tarlo del rimorso e da quello della fedeltà coniugale, di poter avanzare pretese  potestative. Poco male però, io andavo avanti, spedito come un treno verso il mio futuro e non accennavo a rallentare fin quando non fummo entrambi esausti. Si decise di provare a passeggiare da soli per un pò... anzi, per rispetto della verità storica, devo confessarvi che non si decise, successe e basta. Qualcuno si spaventò, altri invece non si accorsero di nulla, alcuni, quelli più violenti, protestarono bruciando dei cassonetti ma tutti rimasero inesorabilmente immobili così che  nessuna rivoluzione fu possibile, e capimmo che non esisteva un futuro già scritto nè per  noi nè per nessun altro.

  • 08 febbraio 2013 alle ore 13:46
    Perché mi vuoi bene?

    Come comincia: "perchè mi vuoi bene?"

    Al momento non tenni molto in considerazione questa domanda, poi dopo un po cominciai a pensarci.

    Rispondere in maniera sensata, senza cadere nel mielismo più becero, richiede un certo sforzo e poiché come dice  Palahniuk "niente di me è originale. Sono il risultato dello sforzo  di tutti quelli che ho conosciuto", allora mi faccio aiutare da alcuni bei libri che avevo conosciuto e che  ho sempre sottomano.

    Se è vero che la grande "astuzia della Ragione" di hegeliana memoria sia stata l'amore in qualità di potente mezzo usato dalla Natura ai fini dell'accoppiamento e se è vero che l'incanto e il lato romantico sono maschere costruite dall'uomo per celare questa dura e triste verità e che difatti il desiderio sessuale è il motore dell'innamoramento, allora tutto si potrebbe ricondurre a una questione di chimica... ma per noi due questo assunto, da solo, era tristemente riduttivo.

    Dovrei quindi provare ad analizzare la mia predisposizione positiva all'incontro con te. In quel periodo per me il futuro passò dall'essere una promessa all'essere una minaccia! Quando ciò che c'era intorno faceva spavento, quando non sapevo nemmeno più chi odiare ed allora cominciai ad odiare me stesso e nel momento più basso che uno strano sprint mi sollevò dall'interno e mi diedi da fare... ho incontrato tanta gente, tante storie e non solo te... quindi anche questo assunto potrebbe risultare un po riduttivo.

    “Dopo sei mesi tutti si ritrovarono intorno a lui, curiosi di quella novità, volare per la gioia di volare”

    Insomma, come a dire che la novità mi aveva affascinato, curioso solo di vedere come fosse il volare con te. Ma allora come spiegare quella vicinanza? Come spiegare la mia preoccupazione, seria, impegnata, empatica nei confronti delle tue perplessità, nei confronti del tuo essere pessimista? Mi sa che anche la storia della curiosità risulta un po riduttiva.

    “Allora signori dove vogliamo arrivare? Vogliamo arrivare a dire che tutti i rapporti siano delle partite gravi e che tutto l'interesse del nostro sforzo sta in questo carattere di gravità?”

    ...mmm... questo potrebbe avere un senso solo se noi avessimo una profonda e chiara conoscenza dell'altro!

    Beh magari tutto rientra nella questione esistenziale di ciascuno di noi “assopiti, timorosi, precari, docili ad ogni riforma, bamboccioni fuoricorso, perditempo incalliti”... forse tutto potrebbe essere ricondotto alla gioia del risveglio della lotta, dalla primavera dell'onda al dissenso contro la crisi economica mondiale...  ma siamo milioni e milioni a vivere ogni giorno questa condizione.
    Neppure questo spiega con esaustività totale il perchè io voglio bene proprio te.

    “Così sprofondai un giorno
    Dalla mia illusione di verità
    Dalle mie nostalgie diurne
    Bruciato e assetato
    Ch'io sia bandito
    Da ogni verità”

    Ringraziamo Chuck Palahniuk, Friedrich Nietzsche, Charles Boudelaire, Richard Bach, Antonin Artaud, Arthur Schopenhauer e infine l'esercito del surf per essersi prestati a questo gioco e per i loro interventi, che, seppure non ci hanno portato da nessuna parte, se non altro oggi hanno allietato, mentre scrivevo, la mia giornata di lavoro e spero
    allieteranno anche la tua mentre leggi. Ti voglio bene!!!

  • 07 febbraio 2013 alle ore 19:29
    Francesco

    Come comincia: Eccomi qua, pronto ad imbracciare “l’artiglieria” e partire per un’altra missione. Pronto per un nuovo risveglio…
    Non ricordo esattamente di essere mai stato bambino ma riesco a ricordare con estrema lucidità il momento in cui nacqui. Si! È proprio come raccontano tutti al risveglio da un’anestesia dopo un operazione. Il lungo tunnel buio e una luce lì in fondo. Una strana forza ti spinge dietro verso quel puntino bianco che man mano si fa sempre più grande ed il bagliore che emana è sempre più avvolgente e freddo.
    All’improvviso un mucchio di figure strane e verdi dalle singolari calzature e dei camici che ricoprivano l’intera persona, fino alle mascherine ed ai berretti che nascondevano il volto e la testa, mi circondavano e dicevano cose strane del tipo: – mi passi le forbici… controlli la pressione alla signora…. Complimenti!!! È un maschio!!!!!
    E poi quella donna…. sudaticcia, stesa a gambe larghe su di un lettino che appena la conteneva, affaticata ed affannata da chissà quale enorme fatica. Ricordo però che alla fine quella donna si compiaceva del lavoro svolto, tanto da non sentire più la stanchezza, stringeva tra le braccia il suo gioiello più prezioso.
    E fu in quella occasione che ebbi modo di conoscere Francesco, il mio più grande amico. Era bellissimo appena nato, tutto raggrinzito dalla troppa pelle che gli colava dal volto, credo che pesasse più di cinque chili. Piangeva a singhiozzi. I tizi in verde non ebbero neppure bisogno di colpirlo come pare sia consuetudine fare. Francesco è quello a cui poi ho dedicato la mia intera esistenza. Quel tipo di amico con cui riesci a sentire un legame così forte quasi come se nelle tue vene scorra il suo stesso sangue. Quello che non tradiresti mai. Quello con cui passi la vita e consiglieresti sempre al meglio, mirando solo al suo bene.
    Sebbene io conoscevo Francesco, praticamente, da sempre, a voi risparmierò un po’ di passaggi della nostra infanzia, anche perché da bambino, il mio amico era insopportabile. Un monello dalle serie intenzioni, uno di quelli che su una che ne pensa, ne mette in atto mille. Immaginate una piccola peste col nasino all’insù, i capelli ricci neri, pieno di lentiggini e sguardo furbetto. Si proprio uno di quelli che non tieni fermo neppure se lo incateni. Insomma spero di aver reso l’idea.
    A vent’anni Francesco, era snello, moro aveva la fissa per la fotografia, era un tipo alquanto eccentrico, amava le situazioni casiniste e l’ottima musica degli anni settanta. E credetemi era uno che si è sempre distinto dalla massa.
    Io ricordo ogni attimo della vita passata con lui ma più di tutti i momenti delle scelte. La mia responsabilità era grossa. Io dovevo consigliarlo e accompagnarlo. Ma mai avrei potuto interferire in qualche sua scelta. Sebbene io ne avessi avuto il potere era una cosa che non potevo assolutamente fare. Non sarebbe stato più lo stesso ne per me ne per lui se oltre ad un semplice consiglio spassionato mi sarei permesso di tentare di convincerlo o cosa! Era male!!! Io non dovevo interferire. Si sarebbe rotto ogni tipo di legame di stima, affetto e fiducia. L'universo stesso si sarebbe accartocciato su se stesso e e sarebbe sparito implodendo in un buco nero. Lui aveva le sue idee ed io potevo solo accompagnare e far riflettere ecco tutto.
    Quel giorno pioveva, Francesco aveva 36 anni, un impiego alla scuola statale e una casa discreta, tutto sommato se la passava bene. Ma le cose erano destinate a cambiare. Francesco ha sempre avuto un debole per sua figlia, amava la famiglia più di ogni altra cosa al mondo. Ma quella maledetta mattina, la macchina slittava sulla strada, i vetri in frantumi e le lamiere raggomitolate come carta pesta... due corpi sull’asfalto giacenti e privi di vita. Quella telefonata. Sua figlia. Sua moglie. Le sue donne. La sua intera vita era schizzata via da quell’auto esattamente come i corpi delle due poverette.
    Da quel giorno Francesco decise di chiudersi in se e di non tentare nessuna via d’uscita se non quella di raggiungere i suoi due angeli fino al cielo. Dopo un anno circa decise che era arrivata l’ora di partire.
    E fu in quel preciso momento che lo sentii parlare con un tizio in soggiorno. Il soggiorno era stile arte povera, con un immenso tappeto persiano al centro della stanza e due divani di raso marroncino e dorato posti l’uno di fronte all’altro. Da dove mi trovavo io riuscivo a vedere perfettamente Francesco seduto su uno dei due divani proprio di fronte a me. Non riuscivo invece a vedere dove era l’altro. Non ricordavo di aver mai visto o parlato prima con quel tizio, eppure avevo l’impressione di conoscerlo già da tempo. Era meschino, lo sentivo nell’aria, odorava di carne bruciata. Il discorso tra l’altro mi era anche abbastanza familiare. Francesco diceva:
    Dovrei imbiancare la cucina!!!
    E lui pronto:
    Ma che t’importa se vuoi morire?
    Mi piacerebbe lasciare tutto in ordine!
    Ma se non stai neppure in piedi!
    Dovrei anche spazzare il giardino.
    Non lo vedrà nessuno.
    Dovrei telefonare a qualcuno?
    Ma a chi vuoi telefonare? Non ti accorgi che già puzzi di cadavere?
    Prima speravo ce la facessi!
    Si forse prima lo pensavano tutti!
    Cosa è cambiato?
    Hanno capito che non ce la farai!
    Diranno che ero depresso...? Beh... poco male... sono le loro reazioni che mi deprimono!
    Loro hanno capito prima di te, sei tu che non capisci e non vuoi capire. Ciao io me ne vado!
    Aspetta!!! Ancora una parola!
    E tu non trovare scuse, imbiancherà qualcun altro, tu non barare, tu hai perso tutto e sai che la gente non ama i perdenti, ad uno ad uno se ne sono andati tutti, ora stanno fuggendo, uno ha detto di star male, l’altro ha tanto da fare, un altro ancora ti ha detto che sono tutte tue fantasie, ma non ti racconta più niente. T’avevano detto di darti una mossa, te la sei data, ma non basta a farli tornare!
    Ma io non voglio morire, io vorrei stare con te!
    Povero illuso….. sei già morto per tutti da quel maledetto giorno di pioggia e quando tirerai le cuoia non se ne accorgerà nessuno e soprattutto non glie ne fregherà a nessuno, tu questo l’ hai capito. Perché ti ostini a spolverare? Sei già coperto di polvere.
    Ho paura che mi faccia male!
    Credi che faccia più male di come stai adesso?
    Non so!
    E poi sei tu a dire che vuoi farlo!
    Lo dico perché vorrei sperare!
    Prova a non dirlo e vedrai che sentirai l’odore della morte, del silenzio e della solitudine! Sei già morto per tutti e ti ostini a vivere!
    -…..mmm…. e se vincessi? 

    Tornerebbero tutti ma ti odierebbero perché hai vinto!
    Ma non ho vinto!
    Senti io me ne vado che ho altro da fare, tu se vuoi continua a spolverare!
    Ma allora perché ogni tanto bussi?
    Ci fu un lungo silenzio nella stanza, era il caso che intervenissi.
    Credo proprio che questa casa abbia bisogno di essere ritinteggiata!!! Dissi
    Lo credevo anche io.
    Beh allora cosa aspetti?
    Ma tanto nessuno se ne accorgerà!
    Credi davvero che imbiancherà qualcun altro?
    No!
    E allora?
    Allora cosa?
    Ti devi dare una mossa, c’è da spolverare, spazzare il giardino, eliminare questa puzza di carne bruciata che ti porti addosso! Ora devo andare. Ciao…
    No! Aspetta, ancora una parola!
    E tu non cercare scuse, non puoi lasciare tutto in queste condizioni, quando sarà il tuo momento qui deve essere tutto in ordine.
    Ma io volevo che il mio momento fosse ora!
    Allora continui a trovare sotterfugi per lasciare tutto così?
    Ma questa puzza io non la sento!
    La sentono tutti!
    Lo credi davvero?
    Si!
    Credo proprio che domani inizierò ad imbiancare la cucina, magari chiamerò qualcuno per farmi aiutare.
    Ben detto!!!!
    Riuscii a farlo calmare e dopo alcune ore a farlo addormentare sul divano. Da quel divano marroncino, Francesco, non si rialzò più. Dopo cinque giorni i vicini diedero l’allarme ai vigili del fuoco denunciando una strana puzza che usciva dalla sua casa ed infestava tutte le altre graziose villette a schiera del vicinato. I medici dissero che il decesso avvenne per arresto cardiaco dovuto a forte stress che lo aveva stroncato nel sonno senza che potesse aver sentito alcun dolore. Non potei salvargli la vita ma riuscii a salvare la nostra amicizia da quell’infame compratore di suicidi. Ed ora che anche questa breve esistenza è volta al termine sono pronto ad imbracciare “l’artiglieria” per la prossima missione… Pronto per un nuovo risveglio... Pronto per scendere ancora sulla terra...

  • 07 febbraio 2013 alle ore 18:03
    Sotto La Pioggia

    Come comincia: Camminava in quel campo di grano con la sua postura disinvolta tenendo stretta, nella mano destra, a sua spada nuova di zecca, regalatagli da un povero contadino delle ricche regioni del Nord. Un tempo gli disse che avrebbe potuto essere molto ricco, comprarsi una splendida residenza sul fiume che scorreva ai lati della collina maggiore, avere il miglior cibo possibile, dal maiale arrosto al pesce fatto sul fuoco ardente che sua moglie gli avrebbe preparato. Avrebbe potuto essere un ricco signore e vivere nel lusso; sarebbe diventato ricco se solo avesse voluto. Aveva avuto l'occasione per accrescere la sua fortuna, ma il buon senso lo fermò a strattoni. Sarebbe divenuto come quei spadaccini ricchi, che toglievano il cibo ai poveri, che maltrattavano i buoi e uccidevano le pernici, sempre insoddisfatti come quei signori che detestano la propria moglie e i figli e che passano del tempo fra le sottane di altre donne poco di buono, invece di dedicarsi alle mogli, ai giochi coi propri figli, passeggiare tra i campi di grano e veder buoi e pernici parlare fra loro.
    Era un uomo saggio quel vecchio contadino, che si stremò le spalle e le mani fino alla fine per non tradire quei principi che suo padre tanto desiderava avesse; per non smettere di adorare la sua famiglia come fece fin dal primo incontro con sua moglie.
    “Ricco io? perchè essere troppo ricco per poi andar a finire con la faccia nello sterco?” era solito dire.

    Camminava ancora senza meta in quel campo di grano. Vagava in cerca di qualcosa che aveva perduto molto tempo prima e che teneva a ritrovare. Aveva il volto sciupato, come quello di un povero disgraziato che non toccava cibo da mesi. I lineamenti erano smussati, doppi, inondato di cicatrici che terminavano sulla pianta dei piedi. Forse quell'uomo aveva combattuto molte guerre, era passato per conflitti tra spade taglienti e pugnali danzanti che lo avevano trafitto in ogni singola parte del suo corpo. Forse si era fatto scudo di battaglie che non erano sue, di omicidi di gente che non conosceva, di suicidi iniziati con qualche scontro.
    Anche se indebolito per il freddo autunnale, sembrava esser attivo ed energico. Frugava con le grosse mani, cicatrizzate ed addolcite dal sole del meriggio, tra il frumento ed il grano sparso e scrutava nei chicchi uno ad uno.

    In lontananza vi erano grosse vallate, ricche di erbe e grano. Distese immense di prati verdeggianti con uno sgargiante rosso scarlatto che ne dipingeva le punte qua e là di papaveri del Tibet. Il tutto aveva un profumo così dolce unito all'odore del gelsomino e quello del limone estivo.
    Le nubi all'orizzonte erano rossastre con qualche venatura di blu tra il sole e la prima nuvola.
    Sembrava si preparasse a piovere ma quell'uomo era sempre lì che camminava fluente con quell'andatura disinvolta, col volto olivastro per il troppo sole, con ancora la sua amica spada stretta nella mano destra, mentre nell'altra teneva stretto nel palmo qualcos'altro.

    Egli teneva nella mano sinistra un fazzoletto.
    Era il fazzoletto di sua moglie; bianco con ricami rossastri di una decorazione floreale dove qua e là vi erano ricamati piccoli papaveri rossi del Tibet insieme a piccoli limoni e gelsomini. Dall'altro lato vi erano ricamati due piccoli campi di grano con una vallata alle loro spalle.
    Forse era lei che cercava, che frugava e toccava tra il grano morbido di una stagione ormai passata.
    Attese per ore fino all'imbrunire e di lei nessun' ombra, ma solo il ricordo in lui del suo dolce sorriso, le labbra scarlatte e i lunghi capelli nero carbone che contornavano gli occhi verdi, unici in quella terra, che gli sorridevano felici.

    Il sole calò, lui ancora lì... d'improvviso si avvertì l'afoso profumo della pioggia che incominciò a cadere.
    Sul fazzoletto che teneva stretto vi era un solo nome, ricamato con un color blu del cielo che sfumava nel rosso dei fiori.
    Un nome che corrispondeva a quello di sua moglie...
    Rain.

  • 03 febbraio 2013 alle ore 11:52
    Occhi di sole

    Come comincia: Cammino lentamente a piccoli passi, decisi. Sono titubante circa la direzione dello sguardo: non so se fissarlo dritto in faccia, o se volgere il viso altrove. La paura si impadronisce della rabbia, amica infedele, che mi sta abbandonando. A dare un preciso assetto ai miei pensieri era lei, stratega evanescente. Dovevo prevederlo: i pensieri non sono le azioni. Lì, nella massa informe, sei tu a condurre il gioco. Qui no.
    Percorro il corridoio stretto e lungo dell’albergo, illuminato solo da applique al muro, e associo involontariamente il colore rosso della carta da parati con quello del sangue. Sento il battito del cuore nelle orecchie. Ho caldo. Sto sudando. Lui, come al solito, è impassibile. Anaffettivo. Immobile. Non sembra stupito. Sul suo viso non leggo alcun entusiasmo. È a meno di tre metri da me. Credo non voglia guardarmi negli occhi. Abbassa lo sguardo. Chiude le palpebre. Toglie le mani dalla serratura della porta, dove stava per infilare la chiave, ora stretta nel palmo destro. Con la nuca tozza volontariamente contro la porta. Una e due volte, tre. Strizza gli occhi. Ingoia e mi chiede: «Che vuoi?» Io non riesco più ad articolare, con rigore logico, una frase di
    senso compiuto. Ma non posso assolutamente rendere visibile tutto questo. E allora, mi schiarisco prima la voce. Poi respiro, lo guardo, ma non parlo. Non riesco a dire nulla. Lo guardo mentre i suoi occhi roteano verso l’alto a fissare il soffitto. Apre la bocca, sospirando. È attraente nel modo che solo lui può. E che solo lui sa. È affascinante come nessuno. E come sempre. Tuttavia gli dico: «Gli uomini come tesono solo capaci di ricevere. Quindi, cosa mai potrei volere?»
    «Me lo chiedo anch’io» risponde lui con un cenno beffardo sul labbro che ora si sta grattando con l’indice sinistro. Le sue labbra sono carnose, ma non in un modo indisciplinato, eccessivo. I contorni sono netti, decisi, taglienti.
    «Sono venuta perché ha bisogno di te una persona che in passato ti ha dato tanto. Le devi un piacere».
    «Ambasciator non porta pena» sorride lui, non credendo nemmeno a una sillaba da me pronunciata. Infila la mano destra nella tasca del jeans, dove ha appena fatto scivolare la chiave, e poi, si tocca l’omero sinistro. È nervoso. È irrequieto. Non riesce a star fermo. Guarda oltre la mia figura, come se non esistessi. L’iride dei suoi occhi emana una luce, che tutta la luce cattura. Specchi catarifrangenti al cospetto dei quali mi sento sempre in forse. Ora le sue pupille cercano le mie, e io non sono più io. Scompaiono i contorni di ogni cosa, come nei dipinti ad acquerello.
    «Perché mi guardi così? Mi infastidisci» replico con fermezza, vestita
    di un’autorità fragile, ma mai inutile.
    «Ah, sì?» dice lui con tono irriverente e irrispettoso, come se sapesse
    tutto a prescindere da ciò che io decida di fargli sapere.
    «Sì» gli rispondo.
    Lui recupera la chiave dai jeans e apre la porta.
    «Prego» mi fa con tono ironico, indirizzando il braccio destro
    verso la suite. Così entro, prima di lui.
    «Allora, sentiamo: con chi dovrei sdebitarmi?»
    «Con Flavio. Vuole conoscere il nuovo assessore ai lavori pubblici
    della tua città. Dicono che sia una donna particolarmente sensibile
    al fascino della virilità. E tu – per dir così – dovresti esserne a conoscenza.
    O sbaglio?»
    «Vai avanti».
    «Ad ogni modo, la ditta di Flavio deve vincere un appalto. Un
    grosso appalto. Lui sa che, con la tipa, sei in buoni rapporti e confida
    che non esiterai a fungere da intermediario. Ti ha prestato del denaro,
    ricordi? E… ora… pretende un corrispettivo. Esige che la fiducia,
    che da subito ha nutrito verso di te, sia ricambiata, così come
    è richiesto agli uomini d’onore».
    «Perché non è venuto lui? È lui che aspettavo, non te».
    «Perché avrebbe dato troppo nell’occhio. D’altronde sei uscito di
    galera nemmeno una settimana fa. Lo hai già dimenticato?»
    «Grazie per avermelo ricordato».
    «Di nulla».
    «Stai con qualcuno?»
    «Perché vuoi saperlo?»
    «Ti ho chiesto se stai con qualcuno» tuona lui agitato, camminando
    verso di me fin quando non ho le spalle al muro.
    «No. Non sto con nessuno».
    «Sicura? O lo dici perché ti faccio paura?» mi fa lui mentre con le
    mani mi cinge i polsi, stringendoli forte.
    «Non ho paura».
    «Sicura?» mi chiede mentre stringe ancora più forte.
    «Sicura».
    «Nemmeno ora?» insiste lui, facendo salire la mano sinistra sino
    al collo, che mi stringe piano, ma con insistenza.
    «No, non ho paura di te».
    «E sbagli».
    «No, non sbaglio».
    «Ti dico che sbagli. Dovresti stare lontano da uno come me. Lasciami
    perdere. È meglio così, fidati».
    Apre la porta, che non ha nemmeno il tempo e la forza di sbattere
    violentemente e, sillabando, mormora: «Dimentica tutto, dimenticati
    di me».
    Esco dalla stanza dell’albergo; vorrei prendergli il braccio, strattonarlo e impedirgli di andar via. Ma lui si ferma. Due imbianchini stanno restaurando una suite vicina alla stanza che ha appena ospitato le nostre paure. Portano fuori vari complementi di arredo. C’è un comò che ha impedito a lui di avanzare rapidamente e non può
    ancora fuggire via da me, da noi. I due imbianchini stanno ora trasportando uno specchio enorme e, mentre attraversano la larghezza esigua del corridoio, lo inclinano. Posso ancora vedere lo sguardo di lui che, attraverso la lastra di vetro, mi guarda: i suoi occhi sono rossi e lucidi. Ingoia, ma una volta che lo specchio è stato addossato
    alla parete, il passaggio è tornato libero e lui va via. Come cascate impetuose, scivola sulla superficie vetrata ogni tentativo di comprensione.

  • 03 febbraio 2013 alle ore 10:18
    Serenatella - Seconda e ultima puntata

    Come comincia: 6 - Confidenze

    Avviato alla meglio il gruppo dei tecnici, presi posizione nell’ufficio, dedicandomi, finalmente alla mia attività vera e propria.
    Maria, una volta arresasi al “boss” si era rassegnata a trasformarsi in “tabula rasa” e, efficiente come un treno, aveva assorbito tutte le nozioni per tenere in pugno una buona organizzazione del lavoro.
    La ragazza aveva recepito, inoltre, un messaggio importante e, con grande umiltà, l’aveva fatto suo: io non sarei rimasto là in eterno ma lei, una volta imparato bene il mestiere, si sarebbe ritrovata con una importante esperienza lavorativa, utilissima anche nel caso avesse cambiato azienda.
    Arrivò veloce la primavera e poi l’estate. Il tempo passava veloce, soprattutto con la simpatica complicità della ragazza.
    Avevamo imparato a fidarci molto l’uno dell’altra.
    Mi divertivo molto a seguire la sue fresche battute e la spigliatezza giovanile con cui affrontava la giornata.
    Lo stesso valeva per lei … castigata, nell’abbigliamento e nell’esistenza, da un famiglia all’antica e abbastanza ignorante, a ventitre anni, aveva il destino già segnato.
    Il suo fidanzato, un personaggio gretto, era anche il predestinato a sposarla … imparai così che una ragazza come lei, per convenzione, aspirava solo a quello: un “buon” matrimonio.
    Praticamente, il suo sogno di libertà era limitato a desiderare una festa nuziale da “principessa” e due settimane in viaggio di nozze … poi sarebbe passata dal “dominio” paterno a quello del suo ragazzo.
    Unica gioia, dopo: scegliere detersivi e imparare ricette, magari qualche bella gravidanza in successione, per diventare vecchia a trent’anni.
    Non mi permisi mai di inserirmi in queste sue “certezze”, dopotutto, nonostante mi fosse molto simpatica, non erano affari miei.
    Stavo al mio posto con lei, ma la trattavo come una sorellina minore o una nipote; intendiamoci, in quei mesi che passavano, ebbi modo di scoprire che, sotto la “divisa”, indossata, probabilmente, per ordine del suo “uomo”, si nascondeva una ragazza dal fisico notevole, con un sederino niente male e due gambe lunghe e affusolate.
    La cosa più bella era che emanava una freschezza semplice … nonostante tutto; nonostante girasse quasi senza trucco, era sempre bella da guardare.
    Cominciammo a darci del tu e, sebbene fosse sempre guardinga, come una gatta un po’ selvatica, conquistai molto la sua fiducia. Probabilmente perchè non avevo nessuna intenzione di provarci. Era troppo distante da me, ero troppo bacchettone rispetto al lavoro e alla differenza di età.
    Quindi pur restando un uomo, e anche propenso al piacere, l’avevo reclusa tra le “bellezze impossibili” dandomi subito pace ai “genitali”.
    Però le sue vicissitudini mi stuzzicavano e lei ne parlava con me con grande apertura, probabilmente, imparata la mia mentalità, aveva capito che, con me, si trovava in uno spazio “libero” che forse non aveva mai goduto nella sua esistenza semplice ma, costantemente, controllata. Nemmeno con le amiche, segregate anch’esse in una mentalità antiquata, poteva esprimere liberamente se stessa.
    Anch’io le avevo parlato un po’ di me, della vita molto più libera che si respirava al nord e dell’emancipazione delle donne europee.
    In pratica, se lei accettava tutta una serie di limitazioni era solo una sua scelta. Oggi il mondo girava diversamente.
    Alla fine, lei raggiunse tanta confidenza con me, da narrarmi anche episodi della sua vita più intima e privata.

    7 - Le ferie ci cambiano

    Maria lavorava con piacere, avevo fatto in modo che tutto filasse liscio e sembrava serena e felice. Veniva al lavoro con il gusto di uscire da un labirinto di schemi e tradizioni, per trovare, in ufficio, il piacere di sentirsi più emancipata. Discorreva alla pari coi responsabili delle aziende con cui eravamo in contatto, senza ansia da prestazione”.
    Mi ritrovava con piacere; avevamo intrecciato una complicità tutta segreta ed io, solo nel profondo sud, la coccolavo come una nipote troppo cresciuta, senza secondi fini ma, innamorato della sua gioventù.
    Era come avere attorno una capinera, che riempiva di voli e gioia l’ambiente monotono del lavoro.
    A parte il fatto che, la mattina, Maria si aspettava la colazione … perchè io la viziavo con le specialità che avevo imparato a comprare nei piccoli laboratori “di eccellenza”.
    Arrivavo presto, il mattino e durante il tragitto, recuperavo di tutto: babà, cannoli, cornetti, graffe, sfogliate … bomboloni, e, quando tutti erano usciti, guardinghi, tiravamo fuori il “cartoccio” del peccato. In quei momenti, la giovane, dimostrava appieno i suoi anni … con un metabolismo fulminante assimilava senza batter ciglio tonnellate di calorie, mentre io mi godevo il colorito suo, sazio, che aggiungeva una mano di carnicino, alle sue gote chiare.
    A ora di pranzo, poi, Maria non poteva restare con me, sola, in ufficio (ma questo lo seppi dopo) … verso le due, al sud, si rallentano tutte le attività, come se tutta la regione facesse un po’ di pennichella. Allora il suo “uomo”, preventivamente geloso, le aveva ordinato di andare a fare la pausa pranzo, nel casotto del custode … in vetrina insomma, in modo che tutti potessero vedere la sua ragazza, lavoratrice sì, ma illibata.
    Il portiere, poi, simpaticissimo personaggio locale, era alto la metà di Maria, mentre era il doppio in circonferenza. Aveva quasi sessant’anni ma, tentato dalla bellezza della ragazza, se n’era innamorato, a modo suo. La sera, quando ci salutavamo ed io andavo a prendere la macchina, mi trotterellava dietro, confessandomi le sue pene d’amore e i vili sotterfugi, che cercava di organizzare, per attirare la ragazza tra le sue braccia. Inoltre, odiava a piè fermo il ragazzo di Maria e, parlandone con me che sogghignavo divertito, lo apostrofava sempre con lo stesso, offensivo, nomignolo: “O’cornutone”!
    Questo teatrino era uno spasso, una parentesi scanzonata nella monotonia della solitudine e del lavoro.
    Naturalmente, la sera, quando parlavo con la mia amata Beatrice, le riferivo spesso gli episodi salienti del portiere innamorato e di Maria la “vergine operaia”.
    Qualche volta si erano già sentite, al telefono, ed era anche avvenuto qualche scambio di battute, tra le due, a mio danno, ovviamente.
    Quando all’inizio dell’estate, Beatrice venne a Napoli, prima di andare a casa, volli che vedesse dove lavoravo. In ufficio, oltre agli altri, le presentai anche Maria.
    Misteri femminili: Maria fu cordiale e accogliente ma, per me che la conoscevo bene, era lampante che qualcosa non andasse … era come se avesse ricevuto una doccia fredda, non capirò mai bene il perchè.
    Beatrice era una donna veramente notevole: bella, elegante, raffinata e dalla personalità palpabile, che riempiva l’ambiente, intono a se.
    La mia compagna, fu molto amichevole nei confronti della giovane, durante le poche battute che si scambiarono, ma, subito dopo, Maria fu ignorata e se ne restò al posto suo, mentre noi discutevamo allegramente con i titolari.
    Andammo via, poco dopo, ed io, preso dalla mia bella, che non vedevo da due settimane, mi scordai di tutto. Mentre viaggiavamo verso il tramonto, col sole che cercava refrigerio nel mare, sempre più blu, Beatrice disse, lapidaria:
    - Hai fatto colpo sulla sguattera! – fu tagliente – Bravo! L’Alain Delon dei poveri … –
    Restai colpito e stupito da quell’osservazione tanto assurda quanto precisa, e pensai che la sua tipica gelosia avesse ottenebrato, per un attimo, la mente lucida della mia ragazza.

    8 - Agosto, il mese dell’Amore

    La settimana dopo il Ferragosto, la città si ripopolava lentamente.
    Ritornai a lavoro più rilassato e anche un po’ abbronzato, più fresco insomma.
    Quel mattino Maria arrivò verso le nove. Non c’era molto da fare e chiacchierammo un poco.
    Capii che qualcosa non andava e glielo dissi, sincero; lei mi raccontò volentieri che era molto giù perchè il suo ragazzo era andato in vacanza da solo, con alcuni amici, mentre lei, bloccata dai genitori, aveva dovuto restarsene a casa, a conservarsi integra e obbediente per il matrimonio.
    - Dopo sposata andate dove vi pare! – le aveva detto la mamma, però la sua delusione principale era che il suo lui l’aveva lasciata, fregandosene.
    - E poi – concluse amaramente – se veramente ci sposiamo, farò la fine delle mie cognate … comunque resterò a casa a fare la sguattera e il cane da presa. A volte vorrei tanto essere come una di quelle donne emancipate che conosci tu, che fanno ciò che gli pare. –
    La ragazza era tesa e anche un po’ dimagrita. Nonostante le facesse piacere sfogarsi con me, un velo di tristezza stazionava sulle sue palpebre.
    - E per finire ho male al collo da due giorni, soffro di cervicale! –
    - Si, si – risposi seccato – e magari hai pure la gotta alle caviglie … Maria: tu hai vent’anni, capisci? – e le spiegai che le mancava solo un po’ di felicità … uno spazio suo, magari segreto, contro quel mondo gretto che, ormai, le stava troppo stretto.
    Le avevo portato delle deliziose brioche con la crema di limoni e cercai di rallegrarla con qualche battuta … le recitai persino una poesia, altro non era che le sole parole di una canzone napoletana. Ne rise, felice come una bambina.
    Poi, visto che quei pochi che erano al lavoro, sarebbero stati fuori tutto il giorno, le feci anche una proposta “indecente”: se riusciva a trovare una scusa, la invitavo fuori, per un pranzetto veloce.
    Infine, per la cervicale, le avevo più volte detto che ero bravissimo nei massaggi, mi offrii di fargliene uno, seduta stante.
    In realtà, spesso, i dolori articolari, sono dovuti alle energie traumatiche e allo stress stazionarie nei nervi e avvelenano le articolazioni.
    Non me l’aspettavo però, stavolta, lei accettò.
    Allora le proposi di spostarci in una delle stanze interne: non si sa mai, poteva entrare qualcuno ed equivocare sulla nostra posizione.
    Maria, ebbe una piccola esitazione ma poi disse che si fidava di me … e io ne risi.
    E in quell’ufficio anonimo, in penombra, iniziò una tra le storie più brevi e delicate della mia vita … una vera “serenatella”. Dolce, senza pretese, come sì confà alle cose belle della vita: semplici, immediate, spontanee.
    Cominciai, sedendomi davanti a Maria; la feci porre in piedi, voltata verso me, ad occhi chiusi. Teneva le braccia abbandonate sui fianchi; era tesa come una corda di violino e oscillava pericolosamente.
    Quando le mie mani raggiunsero le sue gambe, nonostante il jeans, sussultò, come chi si spaventa, per lo schianto di uno specchio infranto
    Usai la voce per tranquillizzarla, stemperando l’assurda tensione che si era creata, intanto salivo con le mani fino alle ginocchia, si sentivano benissimo essendo la fanciulla ulteriormente dimagrita.
    Maria aveva accelerato il suo respiro. Le dissi che, se la prendeva così, era meglio smettere; non facevamo nulla di male. Se le piaceva restare nella sua condizione di soggezione a tutto e a tutti, io non potevo farci niente.
    Con uno sforzo sovrumano, combattendo contro ognuno dei valori e dei limiti con cui era abituata a convivere, la giovane mi disse di andare avanti: voleva!
    E si sciolse come burro al sole … sentii le sue membra rilassarsi e predisporsi ad aspettare l’indagine delle mie mani maschili.
    Allora mi misi in piedi e mi spostai alle sue spalle; le carezzai i fianchi, poi la schiena. Andavo su e giù ma mi fermavo al limite dei glutei, dove incontravo la cintura dei pantaloni.
    Quando non riuscii più a farne a meno, iniziai a baciarla sul collo, imperlato di goccioline fredde, di sudore nervoso.
    La pelle d’oca la rendeva ancora più presente ed eccitante sotto i mie polpastrelli.
    Le mille ritrosie, le barriere che mi accorsi, solo allora, di avere eretto a mia volta, caddero giù, come un castello di sabbia, mentre assetato della sua carne, la carezzavo, indagando, e indovinando le sue forme, tra gli stretti passaggi che gli indumenti concedevano.
    Con la sinistra, infilai la via della pancia, piatta e arrendevole, salii sotto la maglietta ecru e seguii il suo sudore, fino a perdermi tra i due piccoli seni, dove i capezzoli, puntuti e duri, erano due bottoncini caldi.
    L’altra mano lenta e sicura, profittò della magrezza giovanile di Maria.
    In piedi, le anche pronunciate, lasciavano aperto un largo spiraglio, subito dietro la cintola. Ancora una volta, mi servii di quella pancia, piatta e complice, foriera di delizie, per avventurarmi in basso, con la mano destra.
    Le dita scendevano e il calore del “paesaggio” aumentava, diventando tropicale … là, dove le cosce tornite si distendevano, lunghissime, verso i piccoli piedi curati. E poi, risalendo, al centro di esse, perchè, sotto la pancia, c’era lo slip, sicuramente bianco e castigato. Mi spezzava il fiato nella sua libidinosa castità, mi sfidava i sensi col profumo della sua purezza.
    Riuscii a scendere al di sotto delle mutandine, tra le due cosce, a cui, il suo fisico, quasi adolescenziale, non permetteva di toccarsi.
    Eppure, un calore umido e sublime, faceva venir voglia di tuffarsi, in quell’afrore dai profumi intimi e segreti.
    Maria era rossa in viso, incapace di ogni reazione; cercava di ribellarsi, di esprimere un disappunto che non c’era, così, deliziosamente, proferiva dei pensieri sincopati e senza senso.
    Continuai a tentarla, senza essere né aggressivo né frettoloso, le diedi il tempo di accettarsi e di arrendersi al suo stesso desiderio.
    Intanto, aprivo, toccavo, godevo … l’animo mi si spaccava per la fresca sincerità di quel momento. Non c’era appuntamento di amanti: la ragazze era là, genuina, semplice, come una rosa selvatica, tanto bella, quanto inattesa, nel suo splendore tra le forre.
    Quando, la “femmina” che era in lei, vinse la sua ingenuità e, coraggiosa, si presentò al richiamo feroce del sesso, Maria si lasciò andare nelle mani del maschio, come forse aveva desiderato ma senza saperselo figurare.
    Ora reclamava il premio, potente, per la sua sofferta trasgressione e io non aspettavo di meglio.
    Per prima cosa, e senza dolcezza, le guidai la mano sul membro, per dimostrarle quanto la volevo … e lei impazzì, aggrappandosi anima e corpo, a quel caldo segnale virile.
    Era mia e volevo stupirla, sconquassarla, segnarla come una preda: non doveva più scordarsi di me.
    La presi per mano e contrariamente alle sue aspettative, invece di inoltrarci verso il buio, la trascinai verso la luce.
    La sua postazione, oltre alla lunga scrivania, era sovrastata da un’alta ribalta, un bancone e li la feci appoggiare, con i gomiti. Era costretta a guardare fuori, come se niente fosse; io, seduto alle sue spalle, le abbassai jeans e slippini, per poi affondare, di faccia, tra le sue natiche, che, dopo un attimo di sorpresa, si inarcarono e mi aprirono la via, verso il suo sapore di giovane donna in calore.
    E poi, sempre da dietro, quando mi misi in piedi, la possedetti … mentre Maria faceva finta di nulla con se stessa e col mondo che, da fuori, la guardava senza vedere: né le sue gote rosse, né i suoi occhi azzurri, pervasi, finalmente, dal guizzo della lussuria.
    Quel bancone divenne il nostro angolino erotico. Alle sue spalle avveniva di tutto. Maria imparò presto a sedersi a sua volta: in quel caso, era lei che mi succhiava il piacere da dentro, con la bocca e con sempre maggiore sapienza.
    Per alcuni mesi diventammo amanti e le insegnai tutto, gustandomi ogni palpito del suo cuore innamorato.
    Non so dove sia adesso Maria, ma certo, nonostante gli anni, non dimenticherò mai le semplici effusioni, le note delicate, di quella deliziosa serenata napoletana.

    FINE