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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 02 maggio alle ore 10:45
    CROCIFISSA LA SQUAW.

    Come comincia: Le pessime abitudini non hanno mai fine. Mettere ad una bambina, in onore di una nonna, il nome di Crocifissa è proprio una crocifissione, in Calabria è nome comune anche se decisamente impegnativo. La neonata era figlia di Giuseppe M. e Maria G. ma anche‘Figlia dei Fiori’ quel movimento intellettuale degli anni 70 con cui venivano azzerati tutti quelli che erano in precedenza considerati valori  basilari. Gli ‘hippy’ avevano rifiutato le convenzioni e le istituzioni familiari ma indirizzato i loro interessi alle filosofie orientali. Vestiti con abiti a fiori avevano  assunto come detti ‘mettete dei fiori nei vostri cannoni’, oppure ‘fate l’amore non la guerra’ e amenità del genere. Questa premessa è per i più giovani che forse non hanno sentito parlare di quel movimento. La piccola Crocifissa, a cui non era stato risparmiato proprio nulla (aveva avuto un dote anche i nomi di Cloe, Senara, Ubalda) divenne presto orfana dei genitori che, ubriachi, morirono nell’incendio della loro tenda in località Calcata a 40 km. da Roma. Giocoforza la bimba venne affidata ai nonni  Cateno F. e appunto Crocifissa V. che, per motivi di lavoro del capo famiglia, abitavano a Messina, in via Colapesce. Cateno aveva acquistato una falegnameria sotto la sua abitazione al primo piano,  la bimba a due anni, venne iscritta all’asilo infantile delle monache che apprezzarono subito il suo carattere sempre allegro e gioioso e poi con quel nome…In particolare la superiora , suor Celestina,  le aveva comprato tanti giocattoli, era la sua prediletta e spesso la accarezzava, la baciava in continuazione,  insomma  una vera madre ma…Suor Celestina, ricca di famiglia,  in passato aveva avuto delle relazioni non proprio materne con alcune allieve che frequentavano le superiori al liceo classico Prati pur abitando ancora nel collegio. Certo quelli non erano insegnamenti divini ma reprimere la propria natura non è possibile, né era possibile abbandonare il velo monacale per lo scandalo che avrebbe creato nella famiglia originaria di Patti in provincia di Messina, famiglia conosciutissima in paese e molto religiosa. Suor Celestina aveva confidenza col proprio confessore, un giovane prete aperto di idee. Parlando a lungo della natura umana, erano venuti all’accordo che il suo non fosse un peccato perché  creazione di Dio e che è giusto muoversi in totale autonomia con la propria natura. Messosi l’animo in pace, suor Celestina si ‘coltivava’ Crocifissa che cresceva ogni giorno più bella e allegra. Bravissima a scuola, aveva superato brillantemente la terza media ed i nonni l’avevano iscritta al liceo classico Prati. Pian piano Crocifissa e suor Celestina erano divenute ‘intime’. Crocifissa non se ne meravigliò, di natura aperta di idee (aveva preso dai genitori) aveva accettato con piacere le carezze e gli orgasmi con la suora con la quale spesso passava la notte con la complicità delle altre suore ben foraggiate dalla madre superiora. Non  era più vergine causa un vibratore in possesso di suor Celestina avuto chissà come. La ragazza dimostrava un’intelligenza superiore alla media. A scuola si annoiava perché quanto veniva spiegato dagli insegnanti l’aveva già appreso di suo leggendo i libri di testo. Faceva finta di essere distratta ma, a richiesta degli insegnanti, ripeteva tutto quello da loro spiegato con meraviglia di tutta la classe. Una svolta nella sua vita avvenne con la nomina ad insegnante di lettere di un certo Ettore S., fusto di un metro e ottanta aperto di idee, simpatico anche lui sempre allegro, elegante che mandò in visibilio tutta la parte femminile della classe. Crocifissa attirò subito l’attenzione  del prof. facendo cose impensabili per gli altri alunni: traduceva versioni dal greco al latino,  ripeteva a memoria molte poesie ed anche tratti di prosa di scrittori celebri, per non parlare della storia tutta memorizzata e della geografia,  conosceva tutte le capitali degli stati esteri. Crocifissa comunicò la notizia a suor Celestina che, curiosa di natura, pensò bene di invitare il prof. a tenere una lezione all’interno del  collegio sul tema: ‘Le bellezze del mondo create da Dio.’ Il buon Ettore al ricevimento dell’invito si fece pazze risate, lui ateo ed anche un po’ pagano doveva magnificare qualcosa in cui non credeva ma la curiosità non è solo femmina ed accettò sicuro di portare un po’ di sconvolgimento fra le suore infatti…Ettore era maritato con Eleonora marchesa di S.Agata Militello donna esagerata in tutti i campi: ricchissima, alta, longilinea, sempre elegantissima al suo ingresso nell’edificio attirò subito l’attenzione di tutti i presenti: il suo metro e settantacinque era ‘coperto’ da un abito a fiori lungo fino ai piedi, uno spacco laterale abissale, scarpe con alto tacco di color rosa e cappello a larghe falde di color azzurro per non parlare…invece parliamone perché la scollatura posteriore arrivare sino all’incrocio delle due natiche. La prima a rimanere sbigottita fu suor Celestina la quale si riprese subito e andò incontro all’ospite con la mano tesa: “Benvenuta nel nostro istituto,intanto glielo faccio visitare e poi andremo nel nostro teatrino per la conferenza di suo marito.” Qualcosa era scattato fra le due femmine: seguitavano a guardarsi negli occhi senza parlare ma sorridendo. Crocifissa, ormai cresciuta, capì quasi subito la situazione: madame Eleonora preferiva i ‘fiorellini’ ai ‘cosoni’ maschili e dentro di sé grandi risate nel pensare all’evolversi  della situazione futura. Ettore la prese alla larga entrando nel tema e sottolineando le bellezze della natura create da Dio: oltre all’uomo gli animali, gli alberi, i paesaggi e tutto quello che ci circonda ma poi cominciò a svicolare pericolosamente trattando l’argomento femminucce: prima l’amor materno verso la figliolanza ma poi focalizzò il suo pensiero per l’amore fra uomo e donna  per eseguire il detto di Gesù ‘Crescete e moltiplicatevi’ e quindi l’amore fisico fra maschi e femmine che, oltre al piacere fisico, portava alla nascita di un nuovo essere. Suor Celestina pensò bene di interrompere la conferenza con: “Ora tutti al rinfresco nella sala riunioni.” Eleonora sempre scortata dalla madre superiora, assaggiò a malapena qualche delizioso dolcetto preparato dalle mani sapienti (in campo culinario) delle suore: “Sono a dieta ma mi lascerò un po’ tentare, buonissimo questo babà, le sue sorelle hanno le mani d’oro!” La serata non poteva finire diversamente che con l’invito da parte di Eleonora ad suor Celestina nella sua villa lungo la panoramica. La madre superiora, felicissima dell’invito, la subordinò al permesso che doveva essere concesso dalla Madre Generale. Eleonora la rassicurò, le sue conoscenze erano molto ampie e soprattutto importanti. Il giorno stabilito, un sabato, una Maserati si fermò dinanzi l’ingresso del collegio, ne scese un autista che, berretto in mano fece salire la suora e Crocifissa nel sedile posteriore. Il conducente se la prendeva calma e tutte le altre auto sorpassavano la loro.  A questo punto suor Celestina: “Le sarei grata se aumentasse l’andatura, amo la velocità.” Non l’avesse mai detto, un rombo potente seguito da un cambio di marcia molto veloce, da viale della Libertà alla rotonda dell’Annunziata e poi lungo la Panoramica sino all’ingresso di una villa dalle alte mura, un congegno elettrico messo in moto dall’autista aprì il grande cancello di ferro. Sempre col berretto in mano l’autiere aprì le due portiere posteriori dalle quali uscirono Crocifissa e suor Celestina un pò sbatacchiate.  All’ingresso erano in attesa Ettore in short ed Eleonora in due pezzi alla brasiliana ma coperta da un copricostume trasparente rosa. Grandi abbracci di benvenuto e poi Eleonora: “Potremo andare in spiaggia ma alla confusione preferisco rilassarmi nella mia piscina di cinquanta metri, ci si sono svolte anche gare regionali di nuoto.  Crocifissa rimase in un due pezzi abbastanza castigati, Ettore in un costume piuttosto ridotto ma Eleonora, toltasi la vestaglia,  esplose con il suo mini due pezzi che copriva a mala pena i capezzoli ed il pube , dietro un filo. Suor Celestina era in evidente imbarazzo. “Mia cara qui siamo fra di noi nessuno può vederci, la servitù sta lontana e quindi una volta tanto dà uno strappo alle regole,il mondo è pieno di regole, una noia!” e cominciò a toglierle la parte superiore del cappello poi pian piano il vestito sinché suor Celestina rimase in sottoveste che sparì insieme alle calze, solo reggiseno e mutandine. La suora, come ipnotizzata, non era riuscita ad opporsi. A questo punto quel furbacchione di Ettore prese sotto braccio Crocifissa e: “Faccio vedere la villa alla mia allieva” e, presela sotto braccio sparì fra gli alberi. “Senti Crocifissa non me la sento di chiamarti col tuo nome, scegliamone un altro.” “I mi chiamo anche Cloe, Senara e Ubalda.” “Di bene in meglio! Da ora in poi per me, nei nostri rapporti, sarai Aurora spendente come il sole che sorge. Se mi permetti una confidenza vorrei baciarti spero non ti opporrai e, senza ottenere risposta si impossesso della bocca di Aurora e ci rimase a lungo tanto che il suo ‘ciccio’ , inalberato, uscì dal mini slip e si presentò trionfante alla presenza dei due. Gran risata di Ettore, perplessità di Cro..pardon di Aurora per la quale era la prima visione di un membro maschile,. “Non  aver paura, prendilo in mano,  non ti obbligherò a fare quello che può darti fastidio, dalla tua impressione credo che sia il primo che vedi.” La ragazza si incoraggiò, tanto o prima o poi… e prese a giocarci  con le mani e poi a baciarlo. “Attenzione ‘Ciccio’ è uno zozzone ed ha l’abitudine di sputazzare …potrebbe darti fastidio.” Cosa che avvenne poco dopo ed Aurora si trovò tutta impiastricciata. “Per fortuna ho con me un asciugamano, più in là c’è una fontana.”  Ettore si sedette con la schiena appoggiata ad un muretto, Aurora sdraiata con la testa sulle gambe del suo insegnante, ambedue rilassati e felici, una nuova esperienza da riprovare pensò Aurora. Al ritorno Eleonora: “Avete fatto un giro lungo, avete visitato pure l’uccelliera?” A questo punto Crocifissa scoppiò in una fragorosa risata che non finiva mai. Dopo quell’accenno agli uccelli Aurora (ormai voleva chiamarsi così) notò che qualcosa era cambiata fra le due donne. Dalla loro espressione sembravano a disagio, suor Celestina aveva indossato il copricostume di Eleonora che era rimasta in due pezzi mah! “Prima tutti sotto la doccia e poi un pranzo delizioso a base di pesce preparato da Consolato, cuoco eccellente.” La villa aveva cinque bagni e quindi nessuna promiscuità. Dopo pranzo Eleonora prese un bocchino di avorio e d’oro, vi inserì una sigaretta che risultò profumatissima, era l’unica fumatrice. Una passeggiata distensiva postprandiale sino alla citata uccelliera che conteneva un numero notevole di uccelli grandi e piccoli molto rumorosi, erano bellissimi, di tutti i colori anche pappagalli parlanti, uno in particolare si mise in mostra con un ‘cornuto’, cosa non apprezzata dalla padrona di casa: “Devo dire a Cateno di metterlo in una gabbia a parte dentro casa!” Una particolarità notata da Crocifissa: vi erano in villa collaboratori solo di sesso maschile, forse la marchesa voleva evitare di prendersi qualche libertà di troppo con qualche femminuccia. Un arrivederci a presto sinceramente sentito da tutti e quattro per motivi differenti. A scuola Aurora ricevette dal prof. una confezione di pillole anticoncezionali ed un rinvio per un ‘colloquio’ al mese successivo. Nel frattempo la piccola Crocifissa non era più la piccola ‘Figlia dei Fiori’, superati gli esami di maturità si iscrisse a lettere moderne all’Università e si recò in un istituto di bellezza per imparare a truccarsi. ‘Di testa’ non si considerava una persona normale e questo pensiero la portò a scegliere un trucco fuori del comune: forte tonalità mono marrone dal collo sino alla fronte. Il suo viso era totalmente stravolto cosa fattole notare da tutti con menefreghismo da parte dell’interessata. I compagni di Università le appiopparono  il soprannome, perfettamente calzante  di ‘Squaw’, evidentemente i geni dei genitori si facevano sentire e soprattutto vedere! Altra sua nuova peculiarità: prese a poi a dipingere non con colori ad olio ma con acrilici  soprattutto soggetti strampalati di figure umane,  era diventata una bohémienne anche nel vestire, con abiti con foggia fuori del comune e con colori improbabili. I nonni non si permettevano di criticare, era la loro nipote adorata, solo suor Celestina era perplessa ma, come si dice, si faceva i fatti suoi anche perché aveva i suoi problemi. A mezzo raccomandazioni presso la Superiora Nazionale molto spesso il pomeriggio era autorizzata a  recarsi in villa a trovare la Marchesa e ne usciva felice e contenta, aveva trovato l’amore cosa sino ad allora mai provato, lei stessa non pensava che gli omo o meglio le omo potessero provare questo sentimento. Ormai la Maserati era di casa dinanzi al convitto, trasportava sia suor Celestina che Crocifissa che finalmente aveva provato l’amore fisico maschile scoprendosi molto reattiva al sesso tanto da preoccupare talvolta Ettore quando la cotale esagerava con gli orgasmi. Finale della storia: Crocifissa ormai Aurora per tutti affittò un locale in via Margutta (all’inizio con i soldi della marchesa) e la pittura divenne la sua professione. I suoi quadri, molto particolari, venivano venduti a buon prezzo, sicuramente avrebbero fatto la felicità dei genitori ‘Figli dei Fiori’. Ettore era ormai praticamente suo marito dato che la marchesa lo ‘usava’ molto raramente, in compenso con suor Celestina faceva faville. ‘Tout passe, tout lasse, tout casse.’ Il proverbio francese aveva fotografato quanto accadde ai quattro. Suor Celestina ormai non  più giovane, si ammalò, il prof. Ettore fu trasferito d’ufficio a Roma, la marchesa trovò un’altra amante ma nel cuore le era rimasta sempre suor Celestina, Aurora incontrò un pittore affascinante ma con poco talento e squattrinato ma, in mancanza di meglio…

  • 01 maggio alle ore 10:51
    Gino, il pozzo e il gatto

    Come comincia: Gino era un ragazzo di Vetulonia, che come gli altri dodicenni suoi coetanei, nei rari momenti di libertà che gli lasciava il lavoro nei campi, ricercava un po’ di svago nella natura. Un giorno di festa s’aggirava negli ubertosi pressi del paese frustando l’aria con un ramo di ginestra fiorita, quando intese miagolare un micio, ma quel verso, più che un semplice miagolio, suonò ai suoi orecchi come una disperata richiesta di soccorso. Il gemito pareva provenire dalle viscere stesse della terra ed egli comprese al volo che il gatto doveva essere precipitato dentro un pozzo. Nei dintorni, infatti, si trovava un antico pozzo, scavato dagli Etruschi e rimasto in uso per secoli fino al presente. Poiché, poco prima, il ragazzo aveva udito la Signora Maestra chiamare il proprio gatto, comprese che doveva trattarsi della stessa bestiola, corse subito ad avvertirla. L’insegnante si precipitò sul luogo e credendo di riconoscere negli strazianti richiami quelli dell’amato felino, supplicò il ragazzo di salvarlo. Gino non se la sentiva di rifiutare un aiuto proprio alla persona che tanto avrebbe desiderato conoscere e che, invece, mai aveva potuto frequentare a causa delle spietate necessità della vita d’allora. D’altra parte, tutti sapevano che il pozzo era profondo circa dodici metri, per cui Gino esitò a rispondere. Alla fine si diede coraggio ed accettò, ma a condizione che qualche  uomo di fatica lo calasse dopo averlo assicurato ad una fune e, soprattutto, fosse pronto ad issarlo a cose fatte.

    Per colmo della sfortuna gli uomini validi erano quasi tutti scesi a valle per l’estatura, ma, come Dio volle, riuscirono a trovarne tre adatti allo scopo, muniti di una robusta corda.
    Gino si accoccolò sul secchio, mentre la catena si dipanava facendolo lentamente sparire alla vista.
    La luce diminuiva rapidamente durante la discesa e con essa anche lo spazio: Gino s’avvide, infatti, man mano che procedeva, che la calata non era affatto diritta, bensì tortuosa e ristretta dai detriti depositatisi sui fianchi col passare dei secoli. Presto rocce sporgenti e sassi puntuti presero a tormentargli le carni, fino a farlo sanguinare, ma il ragazzo, che non era nuovo al dolore ed alla fatica non cedette e continuò a discendere, preoccupato solo di poter arrivare in tempo.
    Il cunicolo si faceva sempre più angusto ed in non poche occasioni il corpo del giovane rischiò di restare incastrato, ma seppe sempre districarsi e proseguire.
    Ormai scendeva nella totale oscurità e le voci degli uomini che l’avevano fino ad allora accompagnato ed incoraggiato non filtravano più. Solo la catena che seguitava a cigolare l’univa al mondo dei vivi.
    D’improvviso Gino, dopo essere a lungo scivolato aiutandosi cautamente con mani e piedi, si sentì sospeso nel vuoto e con un tonfo sordo precipitò inaspettatamente nell’acqua marmata che lo gelò. Dopo tanto strazio aveva raggiunto il fondo solo per affogare, credé in preda al panico. La cisterna doveva essere fonda circa tre metri e se il braccio del ragazzo non avesse afferrato d’istinto la catena del secchio, brancolando alla cieca, il gatto non sarebbe morto da solo.
    Gli uomini all’imboccatura continuavano a calare, ignari del pericolo mortale che Gino stava correndo, ma per fortuna sapeva nuotare, e sebbene gli arti gli s’intorpidissero in fretta, radunò il fiato necessario per un buttar fuori un bercio sostenuto dalla forza della disperazione, che solo la maestra avvertì. Il cavo divenne d’un tratto rigido ed immobile, mentre una torcia veniva calata lentamente.
    Gino si riebbe quando scorse il timido bagliore che, dopo millenni, osava violare il buio anfratto per rivelarne i segreti allo sguardo sbalordito del giovane, disceso per certo dai pristini artefici.
    S’issò lungo la catena ed afferrò la fiaccola prima che toccasse l’acqua. Capì, allora, di non essere stato il primo occupante di quel luogo remoto: le pareti dell’ambiente che raccoglieva la falda erano, infatti, state scalpellate tutte a mano e la luce ballava su di esse, rimbalzando d’intorno e rifrangendosi su ciascuna cunetta. Sebbene l’imboccatura del pozzo dovesse risultare all’origine più ampia ed agevole e sicuramente meglio tenuta, Gino si chiese se non fosse stato proprio un ragazzo come lui a compiere un simile lavoro. Forse, un suo antenato. Magari era proprio così, giacché molte sono le coincidenze inspiegabili tanto nell’arco della vita d’un uomo, quanto nello srotolarsi dei secoli.
    Un suono appena percettibile lo riportò al tempo che correva e cercando di dirigere il riverbero verso la direzione da cui era giunto, poté intravvedere una matassa di pelo gocciolante, abbarbicata su una lieve rientranza della parete: ringraziando il Cielo il gatto era ancora vivo.
    Il salvatore si dette l’abbrivio e prese a pendolare nel tentativo di afferrarlo. Inutile! Era troppo distante, per cui rimaneva un’unica scelta: non appena la catena fu tornata immobile, fissò in uno degli anelli il manico della torcia ed afferrò la canna che gli galleggiava accanto, su cui il lume era stato in un primo momento assicurato. Di seguito riprese a dondolarsi e non appena l’ebbe a tiro, vibrò un deciso colpo all’animale che, persa la presa sul precario appiglio, precipitò in acqua, punto contento del trattamento ricevuto e delle ripetute, indesiderate abluzioni. Gino abbandonò a sua volta la propria sicurezza e si tuffò verso la bestiola che, avvertito un corpo solido in mezzo a tanto liquido, lo artigliò  con tutte e quattro le zampe. Si trattava, naturalmente, del torace del ragazzetto che pur patendo per tali effusioni, ne fu quasi sollevato, potendo in tal modo mantenere libere le braccia per nuotare sul dorso fino alla catena.
    A quel punto Gino prese ad urlare con quanto fiato aveva in corpo, agevolato in ciò dall’atteggiamento poco amichevole del micio, ed alla fine l’eco delle sue grida colpì, forse, prima il cuore dei sensi della maestra, che ordinò di issare alla svelta.
    Certo era convinta di agevolare l’ascesa dopo un’attesa tanto incalcolabile quanto angosciosamente interminabile e gli uomini, avvezzi a ben maggiori pesi, non si risparmiarono di certo, e così facendo rischiarono di soffocare Gino. Se le strettoie e le curve gli erano apparse aspre alla discesa, si rivelarono atroci alla salita, e mentre sassi e motriglia gli franavano sul capo, il sangue sprizzava rorido a dissetar la terra, dalle spalle e dalle braccia. Eppure, Gino non si curava delle ferite, tanto grande la gioia di poter tornare a rimirar la luce del sole, fiero per di più, di aver compiuto la missione affidatagli con tanto fremito dalla signora maestra!
    Pochi attimi e sbucò all’aria col prezioso carico più morto che vivo, ma salvo. La maestra l’abbracciò e lo baciò forte, poi gli tolse il micino e corse via ad asciugarlo.
    Gino rimase a guardarla allontanarsi, raggiante, anche se lo straccio che gli faceva da camicia pel caldo e da cappotto pel freddo era lacero e logoro e difficilmente avrebbe potuto sostituirla, ma al momento non se ne dette cura. Era vivo e, grazie a Dio, era estate.

  • 01 maggio alle ore 10:48
    Gino e il barroccio

    Come comincia: Verso i trent’anni ero ormai un falegname rifinito, rifinito sopra tutto dalle baruffe col mi’ babbo che mi voleva contadino come lui e non l’intendeva che uno dei suoi figlioli dovesse lasciare i campi di casa per fare qualcosa che nessuno in famiglia aveva mai fatto prima. Comunque avevo attrezzato a casa e a bottega la stalla del mi’ nonno, ricavata da una grotta, pagandogli l’affitto vero?, e nessuno a Vetulonia aveva avuto qualcosa da ridire. Sarà dipeso dal fatto che di falegnami s’era due soli, ma insomma le cose filavano a dovere. Una volta, un pastore di Colonna, che con le pecore aveva alzato dei bei soldini, m’incaricò di rifargli gli infissi di tutta la casa, che era un bel lavoro dacché si trattava di dieci stanze. Siccome da fare ne avevo parecchio e perfino d’avanzo, pensai di comprare il legno già bell’e pronto come mi ci voleva, anziché accingermi all’opera da capo, altrimenti sarebbe andata troppo alle lunghe. Così riuscii a farmi prestare il barroccio dal mio babbo e ci attaccai il suo mulo. Era, questo, un bardotto spropositato per la sua razza, tanto grande da parere un cavallo e con la stessa possanza, anche perché intero. Quindi, in compagnia di un mio cugino più giovane, caricai queste assi da un artigiano dotato di sega circolare, allora piuttosto rara, e che si era sbrigato a tagliarle a misura. Misura, però, che superava la lunghezza del mio carretto, cosicché quei legni puntuti sporgevano rasentando il posteriore del quadrupede, ma fintanto che s’andava in piano o in salita non gli dettero punta noia. Fatto sta che, giunto ad un quadrivio in cima a una china, incocciai in una donna che portava seco un gran fagotto, la quale mi apostrofò: “Oh! Quell’omo, andate all’ingiù per questa strada?”“Sì, quella sposa”, risposi. E lei di rimando: “O che me la fareste una carità?”
    “Ditemi. Se posso, volentieri.”
    “O che me lo portereste sul barroccio questo involto? Sapeste come pesa!”
    “Che ci avete?”
    “Lana, panni vecchi e cose così.”
    “Ovvia, datemelo. Ma dove lo devo lasciare? Ché mica lo so.”
    “Ecco, se caricaste ancora me, ve l’indicherei io, se non vi dò noia.”
    “Capirà! In discesa ci vanno ancora i cocomeri, salite.”
    E ripartimmo. Il male fu che, per la scesa, i pali cominciarono a scivolare in avanti e passo, passo si conficcavano sempre più nel didietro dell’animale, che un poco sopportò, poi, non potendone più, ad ogni trafittura prese a scartare allungando l’ambio, finché non spiccò il galoppo. Hai voglia a tenerlo! Mi alzai in piedi per far leva con tutto il corpo, ma nonostante avesse il morso in bocca e il collo tutto rivoltato all’indietro per il mio gran tirare, non c’era verso di fermarlo e in discesa acquistavamo sempre più velocità.
    Mi ci scappava da ridere all’inizio, poi un po’ meno, tanto che mio cugino mi gridò: “Tira la martinicca! Tira la martinicca!” La tirai e le ruote s’inchiodarono. Macché! Sul breccino il barroccio slittava come sulla neve, ma di traverso, così che lo sbandamento era sempre più marcato ed io vedevo le banchine della carrozzabile avvicinarsi minacciosamente. Il pendio non accennava a finire e quando mi avvidi che presto saremmo ruzzolati negli uliveti che crescevano lungo i dirupi ai bordi della strada, berciai: “Buttatevi, ché qui si va a far cipolle!”.
    Quella povera donna mi ubbidì al volo, senza pensare che quando ci si lancia da un mezzo in movimento, bisogna seguirne la direzione, cercando di assecondarla con una breve corsa e un ruzzolone. Invece, in preda al terrore, si erse sulla fiancata posteriore e si lanciò in aria a corpo morto. Poverina, si spiaccicò per terra come un rospo, e rimase lì coperta dal gran polverone che alzavo. Io, che cercavo di non andare al Creatore anzitempo, non me ne accorsi e dopo un po’ gridai a mio cugino, sperando che almeno loro la scampassero: “Forza, agguanta quella donna e buttati!”
    “Quella donna?”, esclamò di rimando. “E’ da quel dì che s’è buttata!”.
    “O da dove, che non l’ho vista?”
    “Da dietro.”
    “O poveretta! Dai buttati ancora te.”
    “No, che ho paura!”
    “Buttati ti dico!”
    “None!”.
    Allora mi girai verso di lui afferrando un bordone e gli ringhiai: “Lo vedi ’sto legno? Se ’un ti butti ti ci spiano il groppone!”
    E siccome mio cugino era parecchio più giovane di me e io più robusto di lui, e datosi che l’alternativa era in ogni caso sconsigliabile, si scaraventò di sotto a modino e con due rufoloni si salvò.
    A quel punto mi sovvenne che di lì a poco si allargava uno stradone largo e piano e giunto alla curva, come fu come non fu, mi riuscì di instradarci il biroccio e dopo un bel pezzetto, il somiere, esausto e liberato da quel pungolo, si placò e si fermò. Lo incaprettai e corsi a vedere come stesse la disgraziata. Ripercorso un bel tratto la trovai a terra imparentata con la ghiaia, e pianino, pianino la sollevai. Dopo essermi rassicurato che, grazie a Dio, non s’era rotta nulla ed averle promesso di rifonderle ogni spesa del dottore, aggiunsi: “Sentite, ora, però, me lo scrivete l’indirizzo dove devo recapitare quel pacco, perché io, sul mi’ barroccio, ’un vi ci rimonto davvero!”
     
     
     
     

  • 01 maggio alle ore 10:39
    Baffino e Banana a funghi

    Come comincia: Dopo essersi ripreso dalla precedente, nota disavventura ed aver riacquistato, ingenuamente, fede nel suo compagno d’avventure, Baffino accettò di buon grado l’invito a cercar funghi che Banana gli propose. Tale e tanta era la passione per la ricerca di quelle meraviglie del bosco, così a lungo negate alla brama dei cercatori disillusi per anni da un clima avverso, che il nostro povero Baffino non si soffermò a riflettere con chi si stava imbarcando, e, già pregustando la vista, l’aroma, il tatto del porcino e del cucco, quasi fu lui a strappare l’invito all’amico. Mal gliene incolse, ma lo vedremo più avanti.

    La mattina dopo, fu necessario rimandare la partenza antelucana addirittura alle nove, quando mancava ancora la luce, causa il solito, impenetrabile nebbione stanziale, ma insomma ci si vedeva a sufficienza per orientarsi.
    Puntuali, i due eroi della macchia partirono e, mentre Banana si tormentava il solito pelo di barba incarnito come tutte le volte che era sovrappensiero, Baffino si chiese cosa stesse meditando, sinché la sua guida esordì: “Senti! Voglio vedere sei i funghi hanno fatto a ***. Ci son stato l’altro giorno con Corradino, ma non si son trovati. Ormai dovrebbero aver buttato. Però, guarda, è un posto…che mi maledirai!”.
    “Lo so, lo so”, acconsentì tra il preoccupato e il rassegnato la sua povera vittima. “Corradino mi ha riferito, ma insomma, se te dici che ci sono, andiamo”. In fondo, se è sopravvissuto sinora a tutte le mie maledizioni, qualcuna in più non gli nuocerà troppo, pensò Baffino facendosi animo.
    Il tragitto non fu lungo e quando scesero di macchina su un colle aprico dalla vista incantevole, dolcemente accarezzati da un tepido scirocco, Baffino si girò intorno gustandosi un panorama nuovo eppur solito nel poetico incanto che lo circonfondeva, senza tuttavia mai stancarlo. Respirò a pieni polmoni, poi si girò un po’ intorno e chiese: “Ma il bosco dov’è?”, giacché i fianchi del poggio erano coperti solo da una fitta prateria poco adatta alla fungagione.
    “Ecco, guarda”, indicò Banana. “E’ là. Bisogna andare là”, e così dicendo indicò il crine di una collina elevata tanto quanto quella che stavano occupando, ma distante e che si sollevava assai in alto a partire dalla fossa buia di un profondo borro alberato, le cui propaggini citeriori si potevano raggiungere solo scendendo lungo una ripida scarpata, che li attendeva ansiosa di mettere a prova caviglie, ginocchi, schiena e tutte le articolazioni del corpo umano, finanche le più immote.
    “Ma, dico, un posto più vicino per arrivarci con la macchina non c’era?”, tentò poco speranzoso Baffino.
    “No”, fu l’asciutta risposta di Banana, il quale, addentato un pezzo di schiaccia, cominciò a lasciarsi scivolare lungo il fianco scosceso del colle.
    L’amico sospirò e lo seguì, dirigendosi, con virile rassegnazione, ad affrontare il suo destino.
    Dopo aver tagliato il declivio in tralice per alcune centinaia di metri, arrivarono al momento che appassiona tutti i cercatori di funghi: l’orlo del bosco. Il confine tra il dominio degli uomini e quello della Natura, ove il pericolo è sempre presente, di troppi e variegati generi per descriverli adesso qui, ove occorre entrare con grande rispetto, in silenzio e con circospezione, come si accederebbe alla reggia di uno sconosciuto monarca, forse benevolo e forse ostile. Ora, la macchia che essi penetrarono era un po’ più disordinata di una reggia, a dir la verità, tanto che non si vedeva dove si metteva piede, perché gli arbusti fitti e indomiti, intrecciati con rovi e rampicanti, formati di ramaglie robuste e poco flessibili, aggrovigliati tra loro a inghiottire stradelli e cercatori, non solo intralciavano costantemente il passo, ma impedivano, cosa assai più grave, di frugare con lo sguardo il suolo, e, con ciò, l’agognata ricerca della nera cappella!
    Non passò molto che occorse camminare ad altezza di nano, cioè piegati in due e, in alcuni passi, anche ad altezza di gnomo, cioè gattoni! Naturalmente, la terra era zuppa e, sempre naturalmente, tutta in pendenza. Non starò, quindi, ad enarrare i rufoloni, i graffi, le ramate nel muso, il cappello strappato via dal capo non si sa quante volte, le lotte erculee per districarsi tra malevoli labirinti arborei, elevatisi proprio dopo sembrava di scorgere qualcosa che, poi, si rivelava immancabilmente, una foglia. E in mezzo a questo percorso di guerra, proprio quando Baffino stava facendo al tiro alla fune con un groviglio di spini che voleva rubarsi il cestino, dando uno strattone che lo sbilanciò, facendogli picchiare il suo bastone sulla bocca, la solita voce serafica giunse da un punto invisibile molto più avanti: “Che fai? Stammi vicino, se no qui ci si perde. Vedi che bel posto? Qui si trovano di certo, perché non c’è passato nessuno!”.
    “Ci sarà un motivo?!”, replicò tra le dita della mano che tastavano i denti per accertarne l’integrità.
    Insomma, a onor del vero, dopo poco si imbatterono in una cuccaia che il buon Banana mostrò e, se non fu proprio una cuccagna, almeno quattro di quelle splendide amanite cesaree finirono nel lugubremente vano paniere del Baffo. Ad essi seguì un porcino semi mangiabile, dato che l’altro semi se l’erano già mangiato le lumache, e, a seguire, un secondo che, però, ancora mandava i vagiti della neo nascita.
    “Andiamo, andiamo, che bisogna arrivare a quella macchia che t’ho fatto vedere prima!”, incalzò la voce incorporea di cui sopra e quindi via ancora in salita tra rovi e pruni, marruche e fango.
    Quando il fiato era finito da un pezzo, sbucarono in un bosco ad alto fusto, ove almeno si poteva camminare ritti e il sottobosco era pulito e visibile. Troppo visibile e quindi già ripulito. Si misero a cercare alla tonda, e Banana, il solito culinzi, qualcosa sparso qua e là cominciò a trovare. Baffino, invece, non trovò altro che funghi malefici, o come li chiama lui non si sa perché, i funghi della sindaca, e, scoraggiato si trascinava qua e là, quando gli cadde l’occhio su un appena accennato rigonfiamento del terreno. Una lieve gobba, un modestissimo cumulo di foglie morte, sotto cui, però, occhieggiava… o non occhieggiava? Era lui? Eppure sembrava, ma poteva anche non essere! Si diresse cauto verso quel punto e col coltello scoperchò la sommità del terriccio. Oh, che gioia! Che soddisfazione danno quei momenti, facendo dimenticare ogni fatica ed ogni spasimo. Una bellissima cappella a gobba di bufalo, tra il castagno ed il mogano, si appalesò saldamente inserita su di un gambo candido e massiccio, sanissimo e nato forse appena la mattina prima. Quello sì, per quanto di dimensioni ridotte, era un signor porcino! Bello, sano, profumato, ancorché immaturo a sviluppare la piena fragranza dell’esemplare adulto, ma non importava. Era troppo bello ed era suo. Com’è facile, in fondo, raggiungere la felicità in questa vita. Per un solo momento passeggero e mortale, come noi siamo, eppure intenso e immortale nel ricordo e nel raggiungimento di un attimo perfettamente compiuto. Basta poco all’uomo per essere felice. Lo stesso si potrebbe dire per la donna.
    Quello fu l’unico fungo che trovò in quel tratto, eppure sembrava che fosse nato apposta per lui, e lo colse come un dono che lo consolò e soddisfece più di quanto si possa riuscire a trasmettere a parole.
    Il resto della ricerca si rivelò infruttuosamente carente, ma cominciò a pesare solo quando, guadato il rivo al fondo del fosso, e risalito l’altro versante, perdendosi una volta sola, le gambe presero a farsi due tronchi, appesantiti dai vestiti fradici per la traspirazione, inciampando nelle stringhe sciolte e sfilacciate, col berretto di traverso. E ancora si saliva e si saliva e si arrancava per un tratturo appena accennato, atto solo alla bracca.
    Fu allora che Baffino capì ciò che predicano i Buddisti: l’estraniazione dell’anima dal corpo, il distacco, la fuoriuscita dello spirito dalla carne. In effetti, non sentiva più niente. Procedeva ormai galleggiando in una nebbia di incoscienza, ove i colori e gli aromi avevano perso di ogni significato, un po’ come per gli zombi, si suppone. Era interessato solo a bere e mangiare, anche carna umana se solo fosse riuscito a metterci sopra le mani, ma Banana continuava imperterrito l’ascesa, come se le forze della fisica non producessero effetto su di lui, e Baffino si fece l’appunto mentale di portarsi la prossima volta una pistola per abbatterlo a distanza e poi pascersene.
    Allorquando non ne poteva più e non desiderava nemmen più la morte dell’amico, ma solo la propria attesa come una liberazione, il mondo riapparve alla loro vista, dopo l’ultimo tratto attraverso una macchia di scopi e poi di marruche che finirono di bersi tutto il sangue di ogni centimetro scoperto, e non, della pelle di Baffino, che si trascinava avanti nel suddetto stato tra il Nirvana e la morte vivente. Fu allora che il perfido Banana sentenziò: “Certo che questi due funghetti che s’è preso si potevano fare anche sotto casa mia senza tanta fatica”.
    Al che, molto amabilmente Baffino gli fece notare: “Se non mi fossi portato il coltello da funghi con la lama ricurva che non ti passerebbe nemmeno le costole, t’ammazzerei qui dove siamo”, dopo di che, trambelloni, stabilì che fosse venuto il momento di riposarsi e, senza neanche capire come fu, si ritrovò lungo disteso sotto una quercia imponente con le braccia a croce e a gambe larghe.
    Banana si accoccolò lì vicino guardando il paesaggio, e Baffino si tirò il berretto sul viso, consolato di non aver nominato l’amico nel proprio testamento. Dopo un tempo incalcolabile aprì gli occhi e notò che il berretto gli copriva del tutto il viso lasciandolo nell’oscurità, a eccezione di due forellini cerchiati di ferro, donde filtrava un po’ di luce e si potevano ammirare le nuvole navigare sul vento, allegre e leggere. Pensò: “Questa è la vita: una grande oscurità in cui non si scorge alcunché, con la consolazione, però, di intravedere la bellezza della luce che ci conduce verso la meta finale” e stava quasi per addormentarsi quando qualcosa attirò la sua attenzione. Un fastidioso solletichio, un pizzicorino noioso oltre il bordo del cappello, che scostò per scoprirne la fonte.
    La fonte era avvelenata. Banana, infatti, si stava divertendo a tormentarlo col un lungo filo d’erba secco e quando Baffino si tirò su fulminandolo con lo sguardo, gli rispose tranquillamente: “Che si fa? Non si va? Andiamo che per raggiungere la macchina ci vorrà più d’un ora!”, di poscia fece scattare la coscia ed era già in cammino.
    Povero Baffino, come fu dura convincere le giunture a non disgiungersi, ma insomma, come Dio volle, riprese la marcia e presto raggiunse l’amico che procedeva lento pede. Invece di riattraversare le selve, la guida, forse stanca forse impietosita, scelse la più agevole via dei campi e quando furono vicini a un macchione di rovi, mentovò: “Sai? Qui ci venivo a caccia col mi’ poro babbo. Mi ricordo che una volta s’era qui alla lepre, quando arrivò la squadra del paese vicino al cinghiale e così noi ci si spostò più su. Fatti pochi metri, la nostra cagna, bastarda secca, ma un fenomeno, cominciò ad abbaiettare. Bu, bu, si capì subito che c’era il cinghiale e che era dentro quel rogaione. Così il mi’ babbo si mise da una parte e mi disse di stare dall’altra a battere le mani e far chiasso. Così feci e quando la cagna entrò nei rovi io vidi tutta questa massa muoversi d’improvviso e tutta insieme, come ci fosse il terremoto e poi il cinghiale partì alla volta di mio padre. Intesi una fucilata e tutto finì lì”.
    “Quant’era grosso?”.
    “Centotrenta chili”.
    “Accidenti! Ma, e te quant’anni avevi?”
    “Dieci”.
    “Dieci? E non avesti paura?”.
    “Da morire”.
    I due uomini continuarono a dirigersi verso il colle donde erano partiti quattr’ore prima e via, via che la salita aumentava, il passo rallentava lasciava il posto ai ricordi.
    “Qui, invece, vedi, proprio qui”, riprese Banana, “allora avrò avuto quattordici anni, venivo a caccia di merli, di tordi, prendendo il fucile del mi’ babbo, perché di qui ci passavano e, a un tratto, era l’ora del passo poco prima del tramonto, ero sottovento, sentii tramestare tra i cespugli e grugnire. C’era un branchetto di cinghiali che non mi avevano visto, ma nemmeno io riuscivo a scorgerli tra la sterpaglia alta, finché non ne vidi uno a dieci metri tra un cespuglio e l’altro. Allora picchia, ripicchia! E quello via e io dietro a corsa e intanto ricaricavo e quando si fu vicino al fosso lo rividi e gli piantai altre due fucilate, ma niente, saltò di là e tanti saluti. Corsi a casa che abbuiava, e mio padre mi fece notare che era troppo tardi per ricercarlo, così aspettammo l’albeggiare e partimmo, con la nostra brava bastardina, sull’usma dell’animale. Saltammo il primo fosso e niente, si saltò il secondo e… eccotela lì. Una scrofa di quaranta chili, morta stecchita! Mamma mia, che salti feci! Che emozione e che gioia!”.
    “Il tuo primo cinghiale?”.
    “Quello fu il mio primo cinghiale”.
    “Uhm. Sei fortunato ad avere simili ricordi con tuo padre. Sono un tesoro inestimabile. Sei davvero fortunato”.
    E quella fu tutta la fortuna che incontrarono in quel giorno Banana e Baffino, e quando passarono vicino a un altro campo, costeggiandolo in macchina lungo la strada, e Banana propose di fermarsi anche lì, Baffino commentò che forse anche una lama ricurva può essere micidiale e così fu che, poi si seppe, lasciarono in quel punto un monte di funghi, ma si salvarono entrambi la vita.
     

  • 01 maggio alle ore 10:32
    Le disavventure di du’ pori sciagurati

    Come comincia: Che fatica! Ho finito ora di smontare, asciugare e sfangare il mi’ poro fucile, che meno male non ha dovuto sparare se no non sarei qui a raccontare questa tragedia. A parte il fatto che domenica devo accendere un cero da dieci chili a Santa Barbara. Ma cominciamo dall’inizio.

    Alle undici mi chiama Gabriele e mi fa: “Oggi si va, vieni?”.
    “O non verrò?”, e si resta d’accordo per le tre. Alle due e mezzo nubifragio biblico. Vai! Si sta a casa. Lo chiamo e gli fo: “Altro che a caccia, qui si va a pesca”.
    “Ma no, è un acquazzone passeggero, risentiamoci più tardi!”.
    Mah! Sarà che passi, io intanto decido di andare a letto. Alle tre e trentotto, nel pieno del sonno pomeridiano, squilla il cellulare. Indovinate chi poteva essere! Proprio, lui, che mi fa: “Io mi preparo e arrivo, fatti trovare pronto sotto casa!”.
    “No, ma aspetta, ma dove si va? E’ tutto mollo, ci s’infradicia!”.
    “No, no, si sta nei campi e basta, portati gli stivali”.
    Penoso sospiro da parte mia, che tanto conosco i mi’ polli, e liberazione del braccio informicolito di mia moglie da sotto il mio collo. A qualcosa, almeno, la telefonata è servita!
    S’arriva sul posto e ci s’instivala e ovviamente, camminando in discesa, dopo cento metri i calzini son già arrivati tutti in punta alle estremità. Almeno mi salvano dalle galle.
    Si procede per campi fradici e puliti, in mezzo a un uliveto brillante, raccogliendo intorno alle suole quei cinque chili di fanghiglia che sopperiscono ampiamente ai pesi posti alle caviglie dalle ginnaste che vogliono riattivare la circolazione, e ci si lascia inebriare dall’aria, fumigante vapori acquei e profumi di finocchio selvatico secco e liquirizia. Si parlotta del più e del meno quando Gabriele lancia un’esclamazione colorita”
    “Che è?”, fo io. Ah, per la cronaca io sarei Baffino.
    “Una fagiana c’è volata davanti e s’è buttata a destra”.
    “Ma dove? Io ‘unn’ ho visto niente!”.
    “Sì, sì io l’ho vista bene”, e detto fatto si getta all’inseguimento e addio ai miei be’ campi olezzanti e all’uliveto brillante. Passato a volo una specie di vado, ovviamente cosparso dei soliti rovi, marruche, rampicanti puntuti, pruni, lappole, scardaccioni e, stranamente, non di filo spinato rugginoso nascosto sempre ad altezza di caviglie o genitali, ci si tuffa in una vigna abbandonata.
    L’avete presente com’è una vigna abbandonata? Ecco ve lo dico io. Abbandonata dall’uomo ma infestata da ogni genere di erbaccia e arbusto, tutti all’altezza del petto, aggrovigliati coi tralci d’uva che nessuno si prende più la briga di tagliare.
    La prassi di caccia delle vigne abbandonate? Fare tutto un filare in su e poi un altro filare in giù, fendendo col proprio corpo una vegetazione inestricabile che fa di tutto per mandare il passante a gambe all’aria. Perché col proprio corpo direte voi? Perché le braccia tengono in alto il fucile affinché non s’intasi e non si bagni. Il fucile.
    Secondo voi, noi in che condizioni saremo usciti, dato che vi era piovuto da nemmeno mezzora? Andiamo avanti.
    Di prede, inutile dirlo, nemmeno l’ombra, così, sempre per ribattere la fantomatica fagiana, ci immergiamo, letteralmente, nella macchia alta, grondante, gocciolante, rivolante, alla ricerca del solito sentiero inesistente che Gabriele è sempre convinto esistesse appena l’anno prima. E qui si ripete l’immancabile ed impari lotta con la Natura indomita che cerca di accecarci, strangolarci, strappaci il capello e le brache, riempirci le tasche e gli stivali di spini, farci scivolare, agganciarci, bucarci, lacerarci, devo seguitare o vi siete fatti un’idea? Ovviamente quando dico cerca, intendo dire che ci riesce benissimo. Direte voi: ma le mani non ce l’avete? Purtroppo sì prima di addentrarci, perché dopo sono diventate il terreno di coltura per ogni genere di spini, tagli, forature e future infezioni.
    Comunque sia, non si passa e si torna indietro rifacendo grondare, gocciolare e rivolare tutti gli arbusti e gli alberi che non avevamo ancora asciugato al nostro primo passaggio… “No, no, si sta nei campi e basta”….
    “Di qui non si sfonda. Si deve scendere al fosso”.
    “Eh, andiamo che ho caldo e mi devo rinfrescare!”.
    Intanto si sente un minaccioso bubbolio in lontananza e monumentali nuvoloni grigi si approssimano a sbarrarci il passo, quale borbottante monito di incombente pericolo. Ma a noi? Figuriamoci! E che ci fanno?
    Tolto l’ultimo stivale dall’acqua del rivo che ne supera il bordo, i vestiti sono ormai imparentati col corpo. Una sgradevole doppia pelle umidiccia, appiccicaticcia e diaccia, ma perché preoccuparsene? Appena sbucati nel campo, infatti, la minaccia celeste si realizza e le cateratte iniziano la loro opera di svuotamento su di noi. Io guato con odio il mio compagno… “Ma no, è un acquazzone passeggero”….
    In qualche modo recepisce e fa: “Forse bisognerebbe metterci sotto una pianta grossa…”.
    “Sì, così, coi fucili in mano, si muore fulminati di sicuro”.
    “Ma no, si sta lontani!”.
    “No!”.
    “Allora andiamo in quel poderino. C’è un poderino in cima al poggio, dietro la siepe. Ripariamoci lì”.
    E vai sotto l’acqua a cordoni su pe’ ’n poggio scivolando nel fango e pensando che un fucile da collezione sta facendo la cura della ruggine. Lui. E io quella dell’artrosi, bronchite, artrite, pleurite, polmonite e forse anche malaria! Perché nonostante l’acqua, i tafani e le zanzare non ci danno pace.
    Come Dio vuole e non direttamente, ma dopo un largo giro in un altro uliveto, perché già che ci siamo…, s’arriva al rustico. Portone sbarrato. Nessun’altra apertura in vista.
    “No, ma vedi che esce il sole? Ora smette. Guarda c’è già l’arcobaleno!”, fa Gabriele con la solita faccia da schiaffi.
    E giù per la ripa a ricacciare. E piove. E ripiove.
    Mezzi, molli, fradici da farci schifo, che s’era inzuppata persino la rubrica del cellulare, attenti!, il cane sgagnola, un macchiarozzo si muove e la passione prende il sopravvento su tutto. Per pochi attimi è come se il sereno brillasse, irradiassi calore come una centrale atomica ed il mondo mi sorridesse col più caloroso affetto. Pochi attimi. A un metro mi schizza fuori una capriola che incanno d’istinto, trattenendolo immediatamente e vedendola zompare allegra e leggera sino al vicino bosco ove si gira e si ferma a guardarmi con gli orecchi dritti, come a dire: “Ma come? Non mi spari?”.
    Sospiro, aspirando un paio di litri d’acqua, mi asciugo la faccia con una mano che è la cosa più asciutta che indosso e procediamo. Ci fermiamo, sotto un pero e sotto l’acqua. “Senti, ma si va alla macchina? Qui si rischia grosso con questi fulmini”, non faccio in tempo a dire, quando un tonfo spropositato, un boato inaudito, mi strappa i capelli di capo e dieci anni di vita. Una folgore è caduta a pochi passi, piegandomi in due e sollevandomi al contempo un paio di metri da terra. E quell’incosciente, notoriamente duretto d’udito, mi fa: “O che era? M’era parso il frullo del fagiano!”.
    Certamente mi sarebbero state concesse non solo le attenuanti generiche, ma anche le specifiche. Tuttavia, poi, chi mi ci porterebbe a caccia? Quindi si riparte, sempre sotto una pioggia fitta e insistente, mentre il folle incosciente mastica una pera e se la ride come un gremlings annaffiato.
    Si ripassa uno degli innumerevoli guadi e, scivolando lungo montagna di fango che devo discendere, mi si infila la canna del fucile nella mota, tappandomelo per tre buoni centimetri. Cerco un albero contro cui battere il capo e farla finita, ma, purtroppo son tutti foderati di spessa edera e muschio. Non mi resta che infilare un dito nella canna e provare a stappare. Provo col mignolo che è anche il meno utile e spero nella sicura del fucile. Parte un colpo micidiale. Per fortuna non dall’arma, ma dal cielo. Giove tonante ce l’ha con noi, e Santa Barbara deve fare i miracoli!
    A questo punto mi avvedo di un grande vantaggio. I vestiti, che poi dovrò togliermi col coltello, son divenuti così aderenti da essersi scaldati per il sudore e lo sforzo, così che ora posso procedere avvolto in panni tiepidi come i salviettoni da sauna, e per di più, ho la comodità di poter bere senza sforzo, dato che la visiera del berretto mi si è afflosciata sull’occhio sinistro e mi basta sporgere la lingua per intercettarne la costante sgrondatura.
    Finalmente l’incubo pare avere termine, e sotto un meraviglioso arcobaleno, appare la tanto agognata macchina. Raggiungiamo la strada, il ferraccio arrugginito, il tappo di fango, la riserva idrica annuale che mi porto addosso ed io, e Gabriele fa: “Ma si fa anche quell’altro poggio?”.
    In un tutt’uno, i due cani, o ciò che ne resta, Pacone e Pachino versione anfibia, l’occhio otturato della mia canna ed io lo fissiamo inorriditi e increduli, ed uno spontaneo moto di disgusto, ma sopra tutto moto a luogo si parte corale e irrefrenabile al suo indirizzo.
    Alfine, quando potremo sederci al riparo della vettura, ecco che il riparo non sarà più necessario, giacché chiuso lo sportello, per imitazione, la volta celeste chiude i rubinetti.
    Naturalmente l’acqua è l’unica cosa che abbiamo preso, e quando allungo la mano per accendere lo scalda sedile, Gabriele mi blocca urlando: “Fermo! Potresti rimanere fulminato!”.
     
     
     
     

  • 01 maggio alle ore 10:25
    Il fucile

    Come comincia: Ed eccoti lì, di nuovo Domenica, di nuovo solo, seduto in uno spazio indefinito com’è il bosco. Accanto, a centro metri, una macchia di colore arancione fosforescente. Un altro te, seduto da solo nel mondo, che stringe quel ferro come fosse una scialuppa. Sì, è vero che siamo noi a trasportarlo, ma, in realtà, è lui che ci trascina fuori di casa, per sentieri impervi, facendoci, talora, ruzzolare nel fango, obbligandoci, talaltra, a scendere per dirupi, in maremmano detti troncacollo, ove ben difficilmente, altrimenti si avventurerebbero. In realtà, è lui che ci porta, come se si trattasse di un’antenna sintonizzata su un altro mondo. Un pianeta in cui ognuno ha lo stesso peso e valore. Sei tu, solo con lui. Non ci sono raccomandazioni o favoritismi. Certo! Ci vuole anche quel fattore, garbatamente definito fortuna, che consenta al tiratore di tirare, però, poi, tutto dipende solo e soltanto da te e da nessun altro. Serve che l’uomo metta a pieno frutto le sue potenzialità, che, col tempo e l’esercizio, si trasformano in capacità. E non ci si può nemmeno drogare, come negli sport olimpionici, perché, nel bosco, tutti i sensi devono essere perfettamente funzionanti, e, su di essi, deve governare la calma e la ragione. Il dominio della paura, il controllo dell’emozione.

    Tutto ciò lo si può fare solo onestamente. Barare è impossibile. Il più bello, tuttavia, non è nemmeno questo, bensì la liberazione. Non quella definitiva, che si avrà solo quando lasceremo questa valle di lacrime, ma, almeno, l’alleggerimento del carico quotidiano. Responsabilità familiari, insuccessi lavorativi, pochezze umane, diatribe condominiali, ansietà economiche, finanche la malattia. Tutto perde di significato. Dicono, i profani: “Ma come fai a stare lì seduto a far niente per ore e ore?”.
    “Dio mio!”, verrebbe da rispondere. “Potessi farlo tutti i giorni, invece di essere trascinato nel gorgo fangoso con cui il male cerca di avvilupparci per soffocare il nostro spirito”. Là, in quei boschi, ove il respiro si amplia e si purifica, lo sguardo si posa su ciò che esiste di più bello, puro, perfetto, incontaminato, innocente. La meraviglia del Creato che, lungi dallo stancare, rigenera costantemente e sempre stupisce e restituisce la gioia di vivere. Un pettirosso che viene saltellando a guardare che fai e si mette a rivoltare foglie e terriccio a poca distanza da te. Uno scoiattolo che si lancia e s’arrampica sulla tua testa, curioso come una comare. Un sasso muschiato, un mondo. Una gora d’acqua, una comunità. Lo zirlare d’un tordo, il riso d’un bambino. Il cielo adombrato che s’apre al sole risplendente, il sorriso di una madre. E i profumi. Il profumo di buono, anzi, di bontà pungente e fresca come si innalza da un rivo saltellante, gaio e rinfrescante come si libra dalla mentuccia, che in maremmano si chiama nipitella, dolce e pastoso come si diffonde dalla ceppica o acuto e secco come effonde il finocchio selvatico. Metallico nella pietra, delicato nel legno, inebriante negli ordinali e nei prugnoli. E tutto è donato, a disposizione di tutti, senza doverlo guadagnare, sudare, carpire, arraffare. A disposizione di colui che non sia cieco o sordo, e che sappia gustare e vedere l’immenso, inestimabile tesoro nel quale ci immergiamo. Che poi la preda arrivi o non arrivi, non fa alcuna differenza, perché il viaggio è sempre più emozionante del raggiungimento della meta. E la vita scorre così più accettabile, e gli anni passano e le impronte degli scarponi a volte si ripetono, a volte sono sostituiti da altri, e la falcata è più ampia e l’ambio più lesto, ma tutti coloro, che penetrano il bosco col cuore aperto continuano a vivere al riparo della sua ombra marezzata. Le risate, le cadute, le disavventure e le avventure, le fatiche e le soddisfazioni di chi lo percorre lo animano, e le loro imprese continuano ad echeggiare lungo gli stradelli e le radure. Dietro una macìa, sull’incavo rugoso di una quercia imbottita di edera, lungo il bordo segreto di un canneto frusciante e dovunque, dovunque l’avventura proceda, dovunque conduca, versando nei cuori di quei prodi l’essenza della Maremma che ne riesce traspirando un’emozione intramontabile. Nei detti antichi, nelle voci secolari delle fonti riecheggiano le gualdane dei briganti, gli amori clandestini, il ruggito dei draghi ed il mormorio delle streghe. I passi felpati degli amanti e quelli violatori dei pirati moreschi e tutto si fonde in una goccia di rugiada o di pioggia che si stacca dalla cima di un rovo e precipita lungo il collo di colui che è seduto lì da ore ad attendere ciò che possiede già, poiché galoppa nel suo sangue e rivive, prospero, nel suo spirito di uomo del bosco, di uomo di Maremma.

  • 01 maggio alle ore 10:24
    Gabriele, Barba e Baffino a cinfunghi

    Come comincia:           “Ero con Barba e il tempo si metteva al brutto”, raccontava Gabriele a Baffino, mentre cercavano cucchi e porcini su alla Piana del Tesoro, tra il mirto e le ginestre.

    “Brutto quanto?”, s’informò Baffino.
    “Eh, brutto tanto, ma intanto era tanto che si cercava e tanto che fai? S’è deciso di terminare il giro! Si pensava che nel bosco, comunque, non sarebbe venuta giù fitta. Tutto alto bosco di cerro, ornelli, corniolo. Insomma, s’era riparati. O almeno, così si sperava. Hai trovato niente costì?”.
    “No. Ci son già passati. I fungacci son tutti rivoltati”.
    “Eh, ci siamo venuti troppo tardi. Guarda qua! Tutti i roghi son districati. Ci hanno fatto un’autostrada. Ci si passa troppo bene qui. Che vuoi trovare? Inoltriamoci più giù, nel fitto, e vedrai che qualche fungo si trova”.
    “Ma giù dove?”, si preoccupò, istantaneamente, Baffino, che ben conosceva la propensione dell’amico a fare l’esploratore che apre nuove strade dove nessun altro s’avventurava per buoni e fondati motivi.
    “Giù! Taglia giù, a sinistra, verso il fosso, così poi si sbuca nei campi e si ripiglia la strada di casa”, lo spronò la guida intrepida.
    Baffino lo fissò senza commentare. Sospirò e raccomandò, come sempre, l’anima, le caviglie, i ginocchi e tutto il resto al suo Angelo Custode, cominciando a fendere lentamente una macchiona aggrovigliata di ginestrone, senza poter vedere nemmeno ove posasse il piede ed augurandosi di non pestare una vipera o di precipitare per uno scataborro.
    Come Dio volle, dopo un po’, il sottobosco si allargò e si diradò, riducendosi a un tappeto di foglie marce, rami tarlati e fradici, e massi insidiosi, ricoperti da muschi e detriti. Il tutto, ovviamente, disseminato lungo una ripa che obbligava l’improvvido viandante ad attaccarsi a tronchi e arbusti per poterla discendere arrivando in fondo, il più possibile, intero. Il tutto, ovviamente, senza vedere un fungo!
    E intanto faceva buio.
    “Guarda Gabriele che di qui si passa male. Per ora si va, ma si fa buio. La macchia si restringe. Non vedo stradelli”.
    “Ma sì, sì, vieni, vieni!”, vociò l’avventuriero che aveva sorpassato l’amico buttandosi a capofitto per quel troncacollo, come fosse Mercurio piedalato. Ma, purtroppo, per lui, non lo era, sicché, di lì a poco, si sentì un grandissimo franiccio, il rumore secco di rami troncati ed un tonfo clamoroso di un corpo che precipitava al suolo.
    Baffino, che aveva assistito, anzi, per dirla tutta, s’era gustato pienamente la scena, s’accostò informandosi cortesemente: “Fatto male?”.
    “Mi son storto completamente un dito. Mi si è girato all’indietro”, si dolse l’argonauta.
    “Ah, sì? Quasi certamente rotto allora”, partecipò, l’altro, commosso, al suo dolore.
    “Può darsi, però hai visto come ho tenuto bene in alto il paniere? Tutti i funghi salvati!”.
    “Vedo”, accondiscese Baffino. “Ti sei fatto altro?”.
    “Non mi pare”, tossì Gabriele levandosi e indicando un punto. “Guarda! Qui c’è un passaggio fatto dai caprioli. Seguiamo quello”.
    “Seguiamolo”, acconsentì la sua vittima, del tutto priva di speranza, mormorando tra sé e sé: “Purché, più avanti, non se ne debba seguire uno tracciato dai cinghiali. Già ora mi tocca andare avanti tutto gobbo, povera schiena”.
    Ora, sappia, il lettore, che tali considerazioni non andrebbero mai formulate a voce alta nel bosco, anzi, a dirla tutta, nemmeno pensate. Fatto sta che, mentre seguitavano a dirupare per quel versante pendente, la macchia parve aver udito i suoi timori, sì che prese a piegarsi su se stessa, a serrarsi, ad ingobbirsi, come se un pesante coperchio venisse gradatamente premuto sulle due aragoste pronte ad essere bollite.
    E’ vero che l’inclinazione del terreno, costantemente privo di ogni genere di spora e muffa neppur lontanamente somigliante a un fungo, prese ad addolcirsi, tanto che si poteva camminare col solo ausilio del bastone senza doversi appendere alle liane dell’edera, ma è pur vero che quest’ultime furono sostituite da quelle spinose, tenaci, laceranti, in Maremma note come stracciabracali. La luce parve deflettersi da quei luoghi tenebrosi, non riuscendo a vincere la parete spinosa che a mo’ di tenda da camera di tortura calava, inviolabile ed impenetrabile, da alberi ormai invisibili, sovrastata da un muraglione di inaccessibili rovi che costituivano un argine di oltre tre metri d’altezza da quel lato del fosso. Lato che dovevano attraversare per poter vivere!
    “E ora?”, fu tutto ciò non che pensò, ma che si limitò a dire Baffino.
    “E ora non possiamo risalire”, fu la considerazione della guida fratturata. “Perché è troppo tardi e prima di arrivare in cima sarebbe buio ed io son poco pratico di questi posti”.
    “Me n’ero accorto”, costatò Baffino, urtando l’altro che protestò: “E’ così buio, perché siamo partiti troppo tardi! Dovevi arrivare prima, non si può andare a funghi alle tre!”.
    “E’ così buio, perché a quest’ora cala il sole, e non è colpa mia se lavorando, non mi son potuto liberare prima!”, replicò seccato, ma prima che la querela procedesse, il battistrada aveva già posato l’occhio su un buco. Un foro nero poco più alto di cinquanta centimetri e largo una trentina, che pareva la tana del Bianconiglio, con la differenza che, anziché interrarsi verso il sottosuolo, procedeva diritto attraverso il muro di spine.
    “Guarda!”, esclamò Giulivo Gabriele.
    “Che devo guardare?”, domandò assai meno incline all’entusiasmo, Baffino.
    “Un foro. Un foro di cinghiali. Andiamo!”.
    “Ma sei matto?”, ma l’altro s’era già tuffato e procedeva al passo del giaguaro, in mezzo al fango pesticciato dagli ungulati che, presumibilmente, usavano quella lurida galleria come dormitorio. “Vieni, vieni, si passa!”, fu la voce ovattata che giunse a porgere l’invito meno allettante che Baffino avesse ricevuto in vita sua. “Ahhh…”, sospirò di nuovo. “Ma chi me lo fa fare?”, e s’inginocchiò rassegnato a lasciare, in quel budello, bottoni, lembi di stoffa, brandelli di pelle e litri di sudore, in cambio di graffi nel collo, punture sul viso, contusioni alle ginocchia ed ai gomiti ed abrasioni sparse per tutto il resto del corpo.
    “Vieniiii…..”, filtrò lontano un richiamo che poteva anche essere stato lanciato da un folletto, tanto assurdo ed incredibile appariva quel passaggio per essere calcato da un essere umano. Calcato non è il termine giusto. Direi piuttosto strisciato.
    Sopra, una cappa di tenebra ed immota ostilità che cancellava dalla mente persino il ricordo della luce. Ai lati, pareti così annodate ed intricate che, se il famoso principe se le fosse trovate dinanzi, avrebbe lasciato la Bella Addormentata ai suoi sonni tranquilli vitam aeternam et amen. Sotto, meglio sorvolare. Ma ciò che più preoccupava Baffino era l’incontro con una vipera, almeno sino a che la guida, da distanze insondabili, suggerì: “Speriamo di non trovarci faccia a faccia con un cinghiale, perché qui ci trita!”.
    Baffino s’arrestò alzando gli occhi al Cielo per sospirare nuovamente, ma non vi riuscì perché un tralcio secco di un rovo gli entrò nel colletto attaccandosi alla guancia e conficcandosi nel labbro. In quel momento nessuna forza al mondo avrebbe potuto evitare l’esplosione di un colpo teoricamente accidentale della sua arma diretto in avanti o, comunque, nella direzione da cui giungevano stropiccii, calpestii, scricchiolii. Dio volle, per la salvezza delle due anime e di uno dei due corpi, che fosse disarmato.
    Mentre stava sputando pezzi di legno e non so che, tamponando il sangue con una manica lercia e terrosa, lo raggiunse il suono più irritante e inaspettato. Qualcuno rideva. Era lui. Gabriele. Quella gran carogna che era scivolata oltre il bordo ed il termine dell’ostacolo, senza, purtroppo, precipitare nel fosso sottostante, ma, anzi, incoraggiava l’amico, ridendo delle sue sanguinose disgrazie. “Che ridi?!”, esplose Baffino. “E c’è da ridere qui, sì. Non si sa nemmeno se ne usciremo e lui se la ride! Nemmeno da soldato ho patito a questa maniera! Bello il mio Comando, come ci stavo comodo! Ahia! Ahia! Non ridere maledetto”.
    Intanto, l’abietto, se la rideva e riprendeva, riprendeva e se la rideva sfruttando uno di quegli odiosi marchingegni che il genio malefico dell’uomo ha messo a disposizione della sua pervicacie e depravata empietà.
    Alla fine di un percorso di guerra che i cinghiali avrebbero probabilmente evitato per almeno due giorni, tanto era stato impuzzolentito dalle generose effusioni sanguigne dei due uomini, Baffino si lasciò scivolare al di là del l’accesso a quel girone dantesco che certo sarebbe comparso nella Divina Commedia, solo che Dante avesse conosciuto un po’ meglio la Maremma.
    Riprendendo fiato e provando inutilmente a liberarsi le vesti lacere da residui di fango e forse altro che le impregnavano, conseguendo l’unico risultato di spargerle nelle poche zone che non avevano raggiunte, Baffino, quasi esalando, mormorò: “Te hai una fortuna sola. Che questo bastone che ho in mano me l’ha regalato mia moglie e ci sono troppo affezionato…!”.
    Gabriele sorrise luciferino, anzi ghignò stridulo e malevolo, indicando lo stradone, tutto in ripida salita, che li attendeva per poter ritornare alla civiltà, mentre un venticello ghiaccio gelava loro il sudore addosso, e le ombre della prima sera già si stendevano a confondere contorni ed idee.
    “Ah, non me ne importa niente!”, asserì, convinto, Baffino. “Mi basta poter camminare dritto e son pronto a fare anche cinque chilometri!”.
    “Cinque?!”, insinuò perfido il così detto amico. “Avrai da ridirlo!”, e s’incamminò lesto, come se su di lui la fatica non avesse effetto.
    Mentre, bisogna dire, con passo non proprio elastico, i due sopravvissuti ascendevano l’irta erta, Baffino, che s’era ripreso prima di quanto non credesse,  e alleggerito dalla consolazione di non esser stato offerto in cibo ai cinghiali, domandò: “Prima, avevi preso a raccontarmi di Barba. Che dicevi?”.
    “Ah, sì.”, si rammentò Gabriele. “Dicevo che s’era andati a funghi e qualcosa s’era trovato, ma il tempo imbruttiva”.
    “Ma quando?”.
    “L’altro giorno. Quando venne giù quello stonfo d’acqua!”.
    “Ah. Mi ricordo. Un temporale buffo!”.
    “Eh, appunto. E noi s’era nel bosco con due panieri pieni e si veniva via. Corradino aveva il suo, più un bigoncio di plastica che s’era portato dietro in previsione di riempirli entrambi”.
    “Previsione azzeccata?”.
    “Abbastanza. Insomma, s’era quasi usciti quando, o te! Una bestia di ottanta chili stesa lì davanti a noi!”.
    “Morta!”.
    “Sì, ma da poco. Buonissima. Aveva una palla nel costato ed era ancora calda. Il corpo fumava. Te che avresti fatto?”.
    “Eh, io me la sarei presa, ma ottanta chili…anche in due, poi coi corbelli pieni di funghi…. Come avete fatto?”.
    “Abbiamo deciso di farlo a pezzi sul posto e lasciare lì gli scarti”.
    “Ma, e con che l’avete spezzato?”.
    “Eh, appunto. Serviva la mannaia e non ce l’avevamo. Sicché, Corradino mi ha dato un paniere ed io sono corso alla macchina, per andare a prendere a casa l’attrezzo necessario. Son partito ed avrò fatto…che ti posso dire?, tre chilometri, quando è venuta giù l’ira di Dio! Veniva giù come le funi!”.
    “E sei tronato indietro a riprendere Barba?”.
    “Sì, eh! E il cinghiale? Si lasciava lì? Ho proseguito fino a casa”.
    “E quel disgraziato di Barba?”.
    “Sotto l’acqua. Tanto ormai era bagnato”.
    “Che delinquente che sei! E poi?”.
    “Ho preso l’attrezzo e son tornato indietro. Che ci avrò messo? Capirai. Nemmeno mezz’ora!”.
    “Eh, certo. E Barba mezz’ora sotto l’acqua a prendersela tutta!”.
    “In parte”.
    “Come in parte?”.
    “Sì, quando son tornato aveva rovesciato il bigoncio in terra e se l’era messo sul capo”.
    Baffino non seppe trattenere un sorriso che gli impedì di dire quel che pensava, ma anzi considerò: “Almeno i funghi si saranno lavati”.
    “Poco. Nel fango…”.
    Baffino rise e guardò l’amico che ghignò con lui. “E poi?”, domandò.
    “Eh, poi ho dato la mannaia a Barba. Tu vedessi bella. Una lama affilatissima. Spessa un dito, ben bilanciata. Lunga mezzo metro. Peccato per il manico”.
    “Perché? Che aveva il manico?”.
    “Barba aveva chiesto al fabbro di farglielo con un todino di ferro. Come quelli dei segnali stradali”.
    “E invece?”.
    “Eh, invece l’aveva fatto, di testa sua, con un palo di legno”.
    “Va beh. Magari sarà stato più pesante, ma la sua funzione la svolgeva lo stesso, no?”.
    “Mica tanto. Forse perché era tutto bagnato, forse perché col buio che arrivava Barba avrà calibrato male l’inclinazione, fatto sta che al primo colpo gli s’è troncato in mano”.
    “Il manico?!”.
    “Sì”.
    Anche le ghiandaie volarono via gracchiando, sebbene già appollaiate sui rami, quando la risata dei due uomini rimbombò tra i colli.
    “E che ha detto?”, tossì Baffino tra le lacrime.
    “Te lo puoi immaginare. Roba mai sentita prima in Cielo o in terra”.
    “Ah, in terra non lo so, ma in Cielo senz’altro! E come avete fatto a dividerlo, allora?”.
    “Eh, per fortuna, era rimasto un moncone del manico che sporgeva dalla lama abbastanza da essere impugnato e quindi a furia di colpi s’è compiuta l’operazione”.
    “Immagino come vi sarete conciati”.
    “Mica tanto”.
    “Come mai?”.
    “Veniva giù a ritrecine!”.
    “Sciagurati! Ma ce l’avete fatta?”.
    “Eh, certo. Con diversi viaggi…. E che facevi? Lo lasciavi lì? Un cinghiale a quel modo!”.
    “Ah, no, no certo. Ma insomma…”.
    Intanto, la pietosa notte era scesa a coprire i sanguinari misfatti di quella terra selvaggia e selvatica nota come Maremma, che non ha mai rinunciato ai suoi onesti briganti. Ove il pepe che si aspira è polvere da sparo, ove il sole non si limita a tramontare, ma, coricandosi, brucia il mare e la terra e gli uomini che lo ammirano, radicati in quell’unico elemento che li plasma e li fonde in tutt’uno di virilità ancestrale e umile rispetto.
    Baffino e Gabriele non pronunciarono altre parole, scomparendo nel buio, uno accanto all’altro, seguitando per una via che innumerevoli viatori avevano percorso prima di loro. Così, anch’essi avevano contribuito ad arricchire, con le nuove storie, il cesello antico di infinite altre, intarsiando il baldacchino stellato che brilla in alto, su ciò che fu e che è Maremma.

  • 01 maggio alle ore 10:22
    I Tre Rivi

    Come comincia: Quella domenica era cominciata male. Una pioggerellina uggiosa di quelle che cadendo sussurrano: “Ti volevi divertire caro, oggi che è domenica, eh? He he, he!”, per cui uno già è urtato al primo acchito. Comunque, avviai il locomotore e mi diressi verso Montevinaio, incontro al destino che, è proprio il caso di dirlo, si sarebbe rivelato tre volte rio!

    Stavo appena lasciando il punto ridente capoluogo, quando il mezzo tecnologico che strappa l’uomo alla meditativa solitudine per spingerlo tra le fauci dei gendarmi, novelli briganti inguattati lungo la via, squillò e la voce sorniona del capocaccia, m’interrogò: “Che fai? Dove sei?”.
    “Eh”, risposi titubante, “starei uscendo dalla città per venir da voi”.
    “Ah, vieni?”.
    “No? Non devo venire?”.
    “Mah, sai, qui pioviggina”.
    “Anche qui, ma ad Est si apre sotto il soffio di una  simpatica tramontana gelata”.
    “Ah, allora…”.
    Oltre al campanello della suoneria del telefono anche uno d’allarme era risuonato in me, ma decisi d’ignorarlo, perché all’uomo si insegna che occorre misconoscere quelle intuizioni che spesso, invece, agli animali salvano la vita. Proseguii imperterrito.
    Dopo la consueta mezz’oretta di tragitto, stavolta assai grigiastro, giunsi a destinazione, ove mi accolse un’allegra e persistente pioggerella che inumidendomi, parve ribadire: “Ah, sei venuto lo stesso, eh? Bene! Benvenuto caro, buon divertimento”. Per fortuna la plumbea cappa atmosferica era avversata da una opposta, che si dipartiva dalla forza aerea eppur terrigna del fuoco, dipanando verso l’alto una caligine riscaldante e di tutt’altro genere. Infatti, profumava. Ma di che, esattamente?! Uhm. L’unica era scoprirlo.
    Discesi la ripida ma breve callaia che conduceva al rialto ed alla fiamma, ove mi accolse l’appetitosa vista di spiedini posti a rosolare sulla brace. Meno invitanti erano le dubbiose espressioni di coloro che le manducavano. Nondimeno, come resistere alla ciccia affumicata?
    A gentile offerta del cuoco ne posi uno sui tizzoni, lestamente coperto di sale e pepe. Tanta pronta sollecitudine m’insospettì non poco, ma avevo accettato e poi avevo freddo e fame. Entrambi miei stati abituali.
    Appena cotto, addentai il boccone, dopo aver scroccato il pane ad un insolitamente disinteressato segretario. Addentare è il termine giusto, ma per digrumarlo avrei dovuto dire azzannare, laddove la natura mi avesse fornito di tale dentatura. Buono, eh? Buono e saporito, ma duro, duro dannato.
    “Secondo te, che bestia è?”, m’interrogò il capocaccia.
    “Mah, non saprei, forse cane?”, azzardai.
    “Macché cane!”, s’inalberò il macellaio.
    “Per me è tarpone”, spiegò il di lui genitore.
    “Io non son nuovo alla cacciagione, e a me sembra capriolo”, specificò con la sua voce calma e pacata il buon Corradino, alzando una mano per dar forza al discorso.
    “No!”, garantì il cuciniere.
    “Abbia a essere nutria?”, ipotizzò il Principe, così detto per la delicatezza dei modi e ricercatezza dell’eloquio.
    “Nemmeno, perché la nutria è morbida”, sancì il decano dei cacciatori.
    “Allora spinosa”, propose il capocanaio che nel frattempo si liberava del boccone senza ingurgitarlo.
    “Neppure, sarebbe più dolce”, borbottai tra un crampo e l’altro della mascella.
    “Non rimane che la volpe o il tasso”, decretò il capocaccia dell’anno avanti, forte delle sue evidentemente variegate esperienze culinarie.
    “La volpe è più rossa”. “Il tasso è più grasso”, specificammo prima Corradino e poi io.
    E lo chef rideva e coceva, coceva e rideva.
    “Ce n’è per tutti se l’oste ne coce!”, citò un vecchio adagio popolare il nostro decano, che più vicino ai novanta che agli ottanta pure immancabilmente presenziava a testimoniare che la passione non ha età.
    Come Dio volle, smise di piovere ed i fumi arborei ed equorei s’unirono in una sola cortina nebbiosa che si distese e poi si dissolse, lasciando il celeste campo agli immensi, candidi nembi che lo solcavano solenni e maestosi, transeunti testimoni del rito millenario che s’andava apparecchiando: la caccia al setoloso dentato!
    Ci approntammo alla partenza alleggeriti nello spirito, per quanto appesantiti nello stomaco che aveva preso a belare le sue rimostranze, adottando forse la voce delle carni che ospitava….
    Io pescai i numeri relativi a due poste contigue, giacché la presenza di Corradino accanto alla mia, oltre che garanzia di sicurezza ed ammaestramento, era anche fonte per me di sincero piacere. Provavo, infatti, una profonda stima venatoria, unita a umana simpatia per quel tiratore ponderato e consumato, con la folta barba alla garibaldina e l’attento occhio ceruleo intonato ai limpidi paesaggi maremmani e schietto al par di essi, a far da contrappunto alla pelle abbronzata e solcata anzi tempo, lavorata dal sole e dall’aria come i campi colti ed incolti su cui aveva trascorso l’esistenza. Artefice ferace e al contempo partecipe fruitore della terra verzicante, in un accordato, simbiotico suggello. Insomma, il compagno ideale di caccia e di cammino che si presentò tosto aspro, erto ed irto. E sdrucciolevole assai….
    Le poste riservateci, secondo i numeri estratti, si rivelarono, come al solito, le ultime e le più disagevoli da raggiungere. Laggiù, laggiù oltre un primo colle, al di là di un secondo, in fondo ad un ripido declivio, ecco che potei finalmente far giacere le stanche membra affardellate.
    “Questa è la posta migliore!”, mi assicurò il vecchio capocaccia, “anno ce n’ho ammazzati quattro”.
    “E io due”, rincarò Corradino.
    “Ecco”, dissi tra me e me, “stai a vedere”. Perché il lettore è bene abbia contezza che allorquando mi rassicurano circa le buone probabilità dell’impresa, è matematicamente certo il verificarsi dell’opposto esito. Tuttavia, dire che quel luogo fosse la dimora di una fata, non rende ragione neppur per metà all’incanto fascinoso che m’irretì non appena ebbi avuto modo di sedermi ed acquetarmi.
    Un rivo sonoro e saltellante, corrente tra sassi e cadente da massi, donava la vita alla forra in cui mi era toccato di appostarmi e che, tra i vasti aperti campi, rinserrava una dimensione incantata la cui poesia non può descriversi a parole: lucenti faggi dalla nivea scorza imbiancavano le ripe ingentilendole e donando loro un’aria nordica, montana, mentre un pioppo plurisecolare, dal tronco incommensurabile, avvinghiato al bordo dell’acqua, nodoso, contorto e screpolato, forniva ricetto ad innumerevoli generazioni di passeri. E là, dove il tempo aveva aperto vaste e profonde ferite solcandone la corteccia, una tenera ed apparentemente pietosa edera s’inerpicava a celarle ed a scaldarle, riparandole contro gli assalti del dirompente gelo.
    L’aria tutta era solcata da un profluvio di gialle foglie turbinanti, che la tramontana rubesta faceva vorticare tingendo d’oro il rivo ed il suolo, naturali castoni ai focati rubini che qua e la sgargiavano dai pungitopo, per quanto dubito che i topi siano così sprovveduti da farsi bucare da quelle piante come invece, regolarmente, capita ai cristiani.
    Gli spazi aerei venivano costantemente ritagliati e suddivisi da fili di sole, che i ragni volanti imprigionavano con le loro seriche scie, consentendo agli immoti arbusti di unirsi lievemente or qua, or là secondo il capriccio dell’aria aulente. E la musica delle acque irrequiete sovrastava il canto degli uccelli ed il rimestio dei pensieri sino ad affogarli tutti e trascinarli lontano a valle, schiacciati sotto i rivoltanti cogoli.
    In alto a sinistra, sopra di me, si stagliava la figura seduta di Corradino, la schiena eretta, l’arma quieta ma pronta appoggiata ad un ginocchio, accarezzata dalle dita desiose, mentre sul costone di rimpetto il fornaio andava scartando l’involto che s’era portato, aprendo le ostilità con gli ungulati già insaccati. E, su tutti, un cielo traforato di verde e grigio, giallo e bruno, colorato dai mutevoli dipinti che le alte ramaglie ondeggianti al tramontano componevano instancabilmente.
    Era tutto bello, così bello e pacifico che, manco a dirsi, non poteva durare. Non un abbaio incrinava la quiete, neanche un latrato penetrava le selve, né, tanto meno il dirompente contatto del fuoco con la polvere pirica squassava i sensi, eccitando gli animi. Quel sito così fiabesco mi si prestava mirabilmente a comporre un racconto, ma, forse proprio per questo, si negava a qualsiasi altro impiego, compreso quello venatorio.
    Da non molto il mio animo si era placato, accordandosi ai battiti del cuore che aveva cessato le extra sistole della marcia, quando avverti l’inconfondibile scatto metallico dell’otturatore dell’automatico di Corradino. Stava scaricando l’arma. Lo guardai e capii. La ciccia pelosa non transitava per tale landa ed urgeva abbandonare l’infruttuosa cacciata per iniziarne un’altra altrove.
    Come predetto, l’infausto oracolo avverava con crudele malevolenza la propria esattezza.
    Scaricai il fucile, mi ricaricai dello zaino, ed abbarbicandomi alla bell’e meglio ai più improbabili appigli, m’issai dal greto, senza lasciare, però, che la sua musica purificatrice abbandonasse il mio animo.
    Ed ecco il bello: eravamo, come già notato, le ultime poste, e tutte le precedenti s’erano adesso incamminate verso la nuova destinazione, sì che urgeva raggiungerle rapidamente; solo che la medesima strada che coperta in discesa richiede un dato tempo, se percorsa in salita, pur non allungandosi di un centimetro, per imperscrutabili leggi fisiche richiede un lasso quanto meno doppio, che nel mio caso si triplica dovendo impegnarmi a convincere delle riottose membra ad assecondare una volontà a dir poco ottimistica, fin quando il cuore, gettato oltre l’ostacolo, non rimbalza all’indietro mollando contraccolpi titanici ad una cassa che la natura non volle grande.
    E intanto Corrado, direte voi, che mi sopravanza di qualche lustro, soffriva, ansimava, si strascicava?
    Soffriva certo, o meglio, friggeva, pur senza mostrarlo, a dovermi aspettare in cima al colle che mi vedeva arrancante scalatore paonazzo e sfiatato. Alfin giungemmo e mi sprofondai nel sedile della vettura, affabulando qualche scusa che non suonasse eccessivamente mortificante. Ma d’altronde, come dicono gli Alpini: “Ci mancò la fortuna, non il valore” e se per fortuna intendevano il fiato, nessuno fu più Alpino di me.
    Dopo un tragitto ampiamente insufficiente affinché potessi riuscire a recuperar risorse che mi consentissero di spostarmi in stazione eretta, dovemmo ributtarci giù per una pendenza, la quale, più che precipite, era proprio uno scatafosso su cui stambecchi di buon senso si sarebbero ben guardati dall’azzardarsi.
    Il burrone, solcato da insidiose fenditure frananti camuffate da irridenti ciuffi d’erba, cessava come tagliato da una lama spietata, con un salto di un metro, su di un lutulente fiumiciattolo. Un fangoso rivoletto che serpeggiava malevolo e infido nel bel mezzo d’un motoso pantano. Un masso segnava il limite tra la terra friabile e quella marcia e cedevole che sbarrava la strada. Cioè, la sbarrava a me, perché, evidentemente, ai colleghi che mi precedevano aveva mostrato il proprio favore consentendo loro un sicuro ed asciutto passaggio. Comunque, dato che indietro non si torna diceva un tale, osservai bene il compagno davanti a me e mi accinsi ad imitarne il gesto atletico.
    Premetto che i miei arti inferiori avevano ripreso a baccagliare con il muscolo cardiaco e con l’apparato respiratorio, e che, non riuscendo a fiaccare l’indomito volere del loro signore e padrone, avevano di già consumato un vile tradimento incrociandosi poc’anzi ed infliggendomi quella che tecnicamente si definisce una “culata coi contro fiocchi”, ma ci voleva ben altro! Quello, appunto, che stava per capitami.
    Eravamo, dunque, rimasti al gesto atletico del mio predecessore, il quale, posto il piede sinistro sul masso, lasciava cadere il destro in un punto della fanga donde si dava lo slancio per scavalcare a volo il canaletto. Niente d’insormontabile, a prima vista.
    Montato sul masso, presi la mira, modestamente infallibile, dell’orma umana da ricalcare e mi lasciai andare su quella pesta per spiccarne il balzo da pillaccherone.
    Quello fu il passo del destino che si chiuse su di me. Anzi, per essere esatti, sul mio arto che fu istantaneamente risucchiato nel gorgo del brago fino al polpaccio, imprigionandolo in una morsa vischiosa, che esercitò una forza pari e contraria a quella impressa al resto della mia persona, così che in un battito d’ali fangose, mi ritrovai diffuso e impresso esattamente al centro del melmoso rivo, imparentando ogni arto disteso con l’impregnante padule.
    “Subito corsero, ti sollevarono, ti ripulirono, ti asciugarono!”, dirai tu, o ingenuo lettore, ignaro e incredulo della perfidia umana e specialmente di quella del cinghialaio maremmano. No amico caro non corsero, non potevano neanche volendolo, benché comunque non lo volessero, perché le forze mancarono loro per l’empia risata che li squassò, abbandonandomi alla mia sorte infangata!
    Dopo che m’ebbi raffigurando il soldato napoleonico di Waterloo, con lo zaino pendulo da una parte e lo schioppo ciondoloni dall’altra, col berretto sugli occhi ed i panni arricchiti da una pigmentazione mimetica nuova e non ricercata, mi avviai con disinvolto stile, per quanto l’abbigliamento mèzzo e gocciolante lo consentisse, verso lo sganasciato gruppo in mia premurosa attesa, augurando loro ogni gioia e soddisfazione dalla vita. E con quale premura furono ricambiati i miei auguri! Subito, per paura che bagnato potessi raffreddarmi, fui collocato in una splendida postazione completamente aperta al gelido soffio della tramontana, in modo che mi potessi asciugare, dissero, come infatti avvenne al termine delle due ore in cui potei giovarmi di quello spontaneo phon della natura. Siderale. Prima di lasciarmi alla sosta criogenica, il capocaccia, con sollecita premura, mi apostrofò con tal bel garbo: “Te mettiti qui e augurati che passi un cinghiale”.
    “Te augurati che io gli tiri, se passa”, fu la risposta che formulai nel mio intimo senza esplicarla dato che il mio morale cominciava a cedere sotto i colpi del fato beffardo, eppur giustificata sarebbe stata la mia rampogna e vi spiego il motivo. La mia posta si trovava su di un sentiero largo forse un metro, forse meno. Alle spalle uno spaventoso orrido con un tuffo di quindici metri sul cui fondo ruggiva un fiume, il terzo e per fortuna ultimo della giornata, così precipitevole da aver perfettamente levigato il fondo roccioso e la base delle due rive. Di fronte, proprio sul bordo dello stradello, si levava un poggio, alto, spiovente, decorato da pochi alberelli fragili e stenti che ben difficilmente avrebbero potuto arrestare la caduta di un animale abbattuto e precipite e, se il capocaccia contava che io frapponessi la mia assai moderatamente ginnica complessione alla frana suina per confondermi ad essa in un amplesso setoloso che solo la corrente del rivo avrebbe potuto districare dopo che vi fossimo dirupati, ebbene era destinato ad una cocente disillusione.
    Soffiava il vento, piegando al proprio volere le chiome delle piante e la mia, perché mi s’era infradiciato anche il cappello, e montavano in me i dubbi secolari che turbano l’umanità da tempo immemore: “Chi sono io? Donde vengo, dove vado? Ma soprattutto, che accidenti ci faccio qui?”, quand’ecco che un cosetto nero mi si avvicinò irridente, ed era chiaro che l’impudente scoiattolo aveva trovato la risposta all’ultima domanda e moriva dalla voglia di trasmettermela. Gli si leggeva negli occhietti malevoli e canzonatori la sentenza che solo l’eccessiva escrescenza dentale gli impediva di compitare: “Il bischero!”. E tale dovette essere il giudizio condiviso in quel dì di caccia dal mondo animale riunito a ridente simposio, ben lontano dalle nostre canne poco tonanti, giacché di cinghiali non se ne mostrò uno neanche per carità cristiana.
    Ciò sia di monito all’uomo predatore: “Chi al fratello cacciatore non sovviene in soccorso, di preda non vedrà nemmanco l’osso”. Io lo dissi e qui lo sottoscrivo.
    Un unico risultato positivo raggiunsi al termine della contro risalita che mi riconduceva alla civiltà: finalmente avevo digerito il montone.
     
     

  • 01 maggio alle ore 10:20
    La trippa con le cotiche

    Come comincia: Accanto a me, sulla sommità del poggio che mi è toccato come posta, si leva un macchione di rovi, modellato e torto, così da poter essere usato come capanno per i colombi e i tordi.
    Dietro, un brillante pascolo si stende placido oltre un borro popolato di faggi e lelleroni, metodicamente brucato da un gregge di procedenti candidi ovini. Il delicato tintinnio dei campani pare scandire e dare il ritmo al frusciante brusio delle loro mandibole instancabili.
    Sulla sinistra i colli precipitano, aprendosi ammirati alla vista delle trasubbie, l’ampia curva del fiume ghiaioso che in quel tratto divine guadabile. E laggiù, laggiù, sfumato ma severo s’innalzava il Monte, quel rilievo fortificato, posto a guardia del confine settentrionale di questa landa benedetta. Ivi, almeno una volta i conquistatori senesi si sono scornati contro i tre castelli della solida Maremma: Roccastrada, Sassofortino e Montemassi, ai tempi in cui Guido Riccio da Fogliano dovette rinunciare alle pretese della rapace città del palio.
    Ed io lì, ad ammirare tutto questo, trasognato tra la storia patria e quella celeste a cui mi richiama il volo dei colombi e delle maestose poiane.
    Schiannn!!
    Che succede? Stan, tan, ta-tan!
    I canai! I canai hanno trovato i cinghiali e li forzano alle poste sparando a salve. Le esplosioni si susseguono frenetiche, raccolte dalle balze e diffuse come un tuono per tutti i poggi, fino a perdersi nell’aria aperta dietro di me.
    Contemporaneamente la muta dei cani inizia a latrare, gettandosi a perdifiato sull’usma freschissima, ed i canai dietro, a corsa, sparando e berciando, emettendo versi disumani che nemmeno i pellirosse conoscevano.
    Eccolo, eccolo!!! Lo vedo!, è un verre nero, enorme, Maremma che emozione, che bestia!, è sul crine di fronte al mio, a un chilometro in linea d’aria e corre, corre come un dannato col foco al c…. verso le poste. Attraversa un campo, ecco ora vedo anche i cani che lo inseguono ed i puntini fosforescenti dei canai che escono dalla macchia, imprecando, urlando, correndo senza smettere di sparare. Le poste son tutte all’erta, il verre sfonda un sieponale come fosse carta velina e si catapulta in avanti, carica la prima posta. Santo Cielo!
    Tonfa, tonfa! Due lecche a palla gli bruciano il crino irsuto sfiorando la groppa ma senza far danni, un salto e prende avanti la posta buttandola a gambe all’aria. Ha sfondato la linea e se ne corre illeso fuori battuta.
    E i canai esterrefatti gridano fuori di sé: “Vi venisse un colpo! Accidenti a quanti sete! Ma che tirate? A campa’?”. E via di corsa a infilarsi nel bosco per stanare la successiva preda.
    Passa qualche minuto di silenzio, rotto solo dalle mie risate, dato che a me è andata bene e non ho dovuto dar prova della mia mira. Che spettacolo!
    Non trascorrono che cinque minuti ed i nostri bravi segugi son già all’opera, pronti ad assalire un avversario che ammonta a dieci volte il loro peso e contro cui non hanno alcuna difesa, rischiando la vita ad ogni assalto.
    Eccolo, per dinci! E’ più grosso di quello di prima!, che birullo! E’ una madia con le zampe! Un mulo! E ha preso la stessa strada di quello di prima. Eccolo che vola attraverso il siepone, passa la prima posta…niente! Ma perchè non gli ha tirato? S’è addormentata o sarà morta, data che ha circa ottantatre anni? Poi sapremo che la carabina si era inceppata. Conoscendolo avrà provato a caricarla con una cartuccia da doppietta, come minimo!
    L’animale arriva sparato di fronte alla seconda posta che si agita e si muove. Il verre lo vede e sterza di novanta gradi neanche fosse una lepre, invece di pesare quasi un quintale! Sta-tan! Erutta la doppietta. Due colonne di terra e una fumata di polvere che nemmeno una tromba d’aria l’avrebbe sollevata.
    E il cignale? Via alla velocità della luce fuori tiro e fuori pericolo.
    I canai!!! “Voi schiantaste! Vi scoppiasse il bellico, accidenti a chi ve l’ha legato!!! Ma che chiappate? Neanche in provincia! Manco i prosciutti appesi al trave buttereste giù. No a caccia! Dovete anda’, ma al macello, a favvi macella’ voi e chi vi ci ha messo! Brutti sciancati, guerci e rincoglioniti!”.
    E io, mentre cerco di non cascare giù dal poggio dalle risate, mi consolo e pregusto la trippa con le cotiche, che mi aspetta al rialto.
     

  • 01 maggio alle ore 10:19
    L'ultima cacciata di Paco

    Come comincia: Baffino, il mento appoggiato sul palmo della mano richiusa a pugno, ammirava, fuor di finestra, uno di quegli spettacoli ineffabili che il buon Dio gli donava per ricreargli lo spirito e nutrirgli l’anima. Una luna piena, circonfusa da un’unica nuvola grigia che si spandeva intorno ad essa facendone risaltare il biancore e la lucentezza come ostrica tra perlacee valve, colmava di sé il cielo ed il cuore del prevosto. La sua bellezza era così pura ed il suo incanto così potente che una soave luminosità se ne spandeva, discendendo a terra per sollevarne in alto la stanca ed assetata polvere settembrina che ammantava l’orizzonte e, con essa, la fatica degli uomini ed il travaglio delle loro vite.

    Sospirò forte, accompagnando quel moto del corpo con un lungo gemito, una “eh”, protratta e sibilante. “Prima o poi… prima o poi…tocca a tutti”, mormorava. Poiché non poteva obliare i fatti del giorno.
    Quel pomeriggio, infatti, si era recato a caccia con Gabriele, di cui era diventato, col tempo da semplice estimatore dell’uomo e cacciatore, e sincero ed affezionato amico, eppure, stavolta, si erano divertiti poco. Non perché fossero tornati a caccia col carniere vuoto, cosa che non contava nulla, ma perché quella era stata l’ultima cacciata di Paco. Che Baffino aveva sempre chiamato Pedro, confondendo persino i nomi dei cani, oltre quelli dei Cristiani.
    Povero Paco Pedro, un setter di gran razza, capace di avventare un cinghiale in un canneto a venti metri e rimanere fermo lanciando due abbai per avvertire il padrone senza spaventare la preda. “Eh, sì”. Considerò tra sé e sé. “Se Dio non volesse la caccia non avrebbe creato il cane! Senza il cane non esiste caccia”. Ed ora Paco non avrebbe cacciato mai più, mai più in vita sua. Forse appena le farfalle settembrine, ormai impedite nel volo dai primi freschi d’autunno.  Si grattò la pera, stirando le labbra e schioccando la lingua. Proprio non gli andava, povera bestia. Troppe volte aveva cacciato con lui, troppe soddisfazioni ed emozioni gli aveva donato ed ora vederlo ridotto così, trascinare il treno posteriore senza nemmeno la forza di saltare un filo d’erba, lui che saltava le reti da pecora. Quelle famose reti che in altra occasione tanto filo da torcere avevano dato a Baffino!
    L’ultima volta. Come c’è una prima, così c’è un’ultima volta per tutto nella vita. Bello sarebbe rendersene conto. Sia di simile pensiero che del fatto materiale, allorquando si presenta. Per apprezzare ciò che si è avuto e godere ciò che si è imparato. Invece molti sono solo capaci di recriminare e rimpiangere il passato, perché non hanno imparato proprio un accidente!
    Tali erano le sue riflessioni, più amare del solito, mentre gli risuonava in mente quell’abbaio disperato di Paco, legato a una pianta mentre il suo padrone si allontanava. Sarebbe tornato poco dopo, ma è come se il cane avesse compreso che, in realtà si allontanava per sempre, come se gli fosse chiaro che la loro complicità venatoria, la storia dell’intera sua esistenza, si concludeva in quell’assolato e torrido pomeriggio di metà settembre.
    I fatti si erano svolti così: Diana, la grandissima e temibile cacciatrice, quella favolosa Setter che, quando puntava, si sdraiava nell’erba come una tigre, se l’era portata via la le smaniosi, lasciando in eredità un cucciolone di sei mesi che non l’aveva mai vista cacciare e che non aveva nemmeno idea di quale fossero i doveri, i metodi ed i trucchi di un bravo cane da penna! Così, Gabriele si era deciso di portare con sé, in cerca di qualche fagiano, padre e figlio, Paco e Pachino, affinché il giovane imparasse dal vecchio ed il vecchio non si sentisse trascurato ed abbandonato in favore del giovane, ma, come insegnano i latini, la vecchiaia è di per sé stessa un morbo che non conosce cura.
    Scesi di macchina, padre e figlio, ognuno secondo la forza della propria zampa si erano dati da fare in giro, Pachino sparendo subito ed uggiolando come una disperato dietro un imprendibile capriolo, e Paco, annusando qua e là tra i filari di una vigna abbandonata. Baffino e Gabriele si erano messi a far il pendolo su e giù tra i filari del vigneto negletto, sperando che si alzasse un fagiano o schizzasse una lepre scovati da Paco, ma l’unica cosa che fecero alzare fu la polvere della terra spaccata, dei finocchi secchi e degli scardaccioni crudeli, le cui punte sottili ed affilate passano ogni vestito fino a  piantarsi nella carne dove si spezzano e restano infitti a irritare e prudere. Ma quando si va a caccia non si sente niente, tanta è l’emozione e l’attesa ed anche dopo non ci si fa caso. Invece quella sera, le gambe gli prudevano parecchio al nostro baffo melanconico, che cercava inutilmente di liberarsi la pelle delle mani da quegli sgradevoli ospiti.
    Avevano marciato su e giù, giù e su, mentre sentivano Pachino sgagnolare nel colle davanti al loro, beffato dal delicato ma rapidissimo cervide. Il sole picchiava ancora forte a quell’ora del primo pomeriggio e l’arsura si faceva già sentire, accentuata dall’abbondante traspirazione e dall’impossibilità di poterla placare. Gabriele si era portato una fiaschetta d’acqua, ma era riservata a Paco. Gli uomini si sarebbero dovuti arrangiare con qualche grappolo passito o con qualche mora scampata alla canicola agostana.
    Salivano e scendevano il dolce poggio, attraversando la sua verde capigliatura un tempo curata ed ora fattasi intricata e selvatica, tanto che a stento vedevano dove poggiavano i piedi, spesso intralciati dai tralci fattisi legnosi per la vecchiezza e striscianti al suolo, tesi tra un filare e l’altro, coperti da erbaccioni cespugliosi e ininterrotti, indisturbati dalla scomparsa, ormai datata, dei vecchi custodi di quella terra. Eppure avanzavano spediti, senza sentire la fatica e fendendo, gagliardi, gli ostacoli naturali, ma qualcosa non andava. Qualcosa mancava e qualcos’altro era di troppo. Paco arrancava ed il suo respiro s’era fatto pesante, ansante, simile al greve rantolo di un morente, incapace di altro che di sopravvivere. Impensabile che potesse cacciare o anche solo, sapersi districare in quell’ostile percorso. Giunto, come poté e seppe, all’angolo della vigna, crollò a terra all’ombra, in uno stato che ammutolì i due cacciatori. Restarono a considerare la sua pena, incerti se commentarla o fingere di ignorarla, per non accrescere la loro, fin quando Gabriele sfogò tutto il proprio rincrescimento, picchiandosi un pugno sulla coscia e gridando: “Accidenti a me e a quando ho deciso di portarlo!”.
    “Gabriele, l’hai fatto perché non ti reggeva il cuore a lasciarlo a patire a casa, vedendo il cucciolo partirsene con noi”.
    L’altro fissò la terra e il cielo e poi di nuovo il cane, stabilendo con una voce rassegnata che tentava di mitigare un profondo rincrescimento: “Questa è l’ultima volta, sai Paco? E’ l’ultima volta…”. Poi, facendo qualche passo in direzione di Pachino che continuava a uggiolare disperso per le ripe, aggiunse in tono incoraggiante: “Su, Paco, dai, vieni, alzati, vieni, andiamo, dai”. Ma Paco non si mosse.
    “Aspettiamo qualche minuto”, propose Baffino, senza riuscire ad incontrare lo sguardo dell’amico fedele. Gabriele tergiversò, dando modo all’altrettanto fidato suo seguace di riprendersi il minimo indispensabile per rimettersi in piedi e poi ripartì, seguito trambelloni da Paco, che lo fissava un po’istupidito dalla fatica, ma attento al padrone che gli stava dicendo: “Vieni lassù, c’è una fonte dopo la siepe. Andiamo là”.
    Vi giungemmo insieme a Pachino che aveva ritrovato la strada di casa, o meglio, il nostro odore e ci dirigemmo sotto al secolare frassino dalle grinfie rivolte al cielo, solo per constatare tristemente che la fonte si era seccata. “Accidenti”, considerò Gabriele, “ora dobbiamo scendere al fosso. L’acqua si può trovare solo lì”. Quella della sua fiaschetta, infatti, non si era rivelata sufficiente a rianimare il provato Paco.
    Andando in discesa lungo uno stradone e poi nella macchia alta ma libera e pulita al suo interno, il vecchio compagno di avventure riuscì abbastanza agevolmente a seguirci, sinché non fu necessario discendere per un modestissimo rilievo, ove il cane si fermò ed iniziò a gemere. Era rimasto impigliato in una radice secca che si frapponeva alla discesa imbrigliandolo sul petto. Un impedimento che, fino all’anno prima avrebbe volato! Gabriele risalì e lo liberò, mormorando: “Neppure una radice riesci più a superare?”. Baffino restò zitto, perché sapeva cosa provasse davvero l’amico, al di là di quella che poteva sembrare una critica e che invece era l’amara considerazione della fine del suo cane adorato.
    L’acqua fu un toccasana per Paco che vi si lasciò cadere immergendovisi interamente e lappandone a più non posso la rivitalizzante frescura. Gabriele si sedette su di un masso e Baffino scoprì casualmente, su una lingua sabbiosa, una spontanea coltivazione di pomodori! Ce n’erano di due o tre tipi, freschi, succosi e squisiti. Evidentemente il risultato predatorio delle razzie di animali in qualche orto, i quali, di poi, s’erano recato ad abbeverarsi in quel rigo. E non solo abbeverarsi…. Comunque sia se ne pascette con immenso gusto, offrendone un paio all’amico che ne accettò uno solo.
    I due Setter si sollazzavano tra le fresche acque, dissetandosi abbondantemente e riprendendo forze e vigore, ma, quando fu il momento di ripartire, Paco si rifiutò del tutto. Gabriele l’osservò muto, quindi lo sollevò dall’acqua e, infradiciandosi completamente, lo portò in collo lungo il greto del rivo, attento a non scivolare sui cogoli, mentre Baffino gli portava il fucile. Alla fine risalirono la riva e si misero a costeggiare un campo lavorato.
    “Mettilo giù, vedrai che qui ce la fa da solo”, suggerì dolcemente all’amico, e così fu, almeno finché non giunsero ad uno scalandrino, che Gabriele dovette scavalcare col cane in braccio.
    Ormai mancava poco alla strada, ma le condizioni di Paco non miglioravano e così, il padrone, tagliò le fronde di una ginestra e vi foggiò un collare per il suo amico. Poi, con una lungo ramo della stessa pianta, ottenne un guinzaglio con cui lo legò, pregando il compagno di caccia di voler attendere lì, con Paco, il suo ritorno, mentre sarebbe andato a recuperare il proprio mezzo per raggiungerli.
    Fu l’attesa, il momento più straziante per tutti e quattro. Pachino strisciò il muso su quello del padre e si allontanò dietro ad un padrone che a grandi passi e a testa bassa cercava di distaccarsi da proprio dolore, mentre Baffino si sedette per terra, accanto a Paco, cercando di consolarlo e di farlo tacere, mentre il suo abbaio così acuto e così disperato gli penetrava la mente e gli scoppiava nel petto.
    Paco non cessò di latrare e di richiamare il padrone che vedeva sparire per tutto il tempo, sino al suo ritorno, ma Baffino, pur fissando in silenzio la luna alta, adesso, tra le stelle, nel silenzio di casa sua, continuava a sentire quell’uggiolato desolato e desolante e lo sentì risuonare ed echeggiare nei recessi della propria fragilità umana per molto e molto tempo ancora.

  • 01 maggio alle ore 10:14
    Cesarino e la Sirena

    Come comincia: La Luna veleggiava alta nel cielo, stendendo il niveo strascico sulla immota distesa marina, ove tutto pareva placido ed inanimato, fin quando… un guizzo, un’increspatura sulla superficie ed una testa mora emerse.
    Brune aveva le chiome, ma la Luna, complici le gocce imprigionate tra i capelli, si divertì a tingerla d’argento. Gli occhi grandi e brillanti ammiccarono alla notturna spera che alleviava ai viventi il grave peso delle tenebre.
    Non per ammirarla, però, la dolce ma pericolosa sirena era emersa. No. Un’altra luce l’aveva attirata, spandendosi sulle acque il tremolante riverbero di una lampara che scrutava le profondità in cerca di preda.
    Un provetto marinaio impugnava la fiocina, pronto e speranzoso, ma non avrebbe mai immaginato di predare un simile tesoro del mare. La creatura degli abissi già da tempo lo osservava, e solo dopo essersi accertata di quanto fallace fosse la sua mira oppur magra la sua fortuna, s’era risolta a mostrarsi.
    Il lieve gorgoglio dell’emersione attrasse istantaneamente l’attenzione del pescatore, attento al più leggero sciabordio e, non appena la scorse, poco mancò che l’arpione, scivolandogli dalle mani tremanti, gli perforasse un piede.
    Quanto mirava era reale o immaginario?
    Per appurarlo si piegò sul bordo, esponendosi al rischio mortale. La fanciulla dei flutti assai agevolmente, allora, l’avrebbe potuto afferrare per trarlo così ad una prematura fine, ma la sfortuna che lo perseguitava l’aveva intenerita, sì che rifuggì da un’azione tanto crudele che, pure, l’istinto le dettava.
    Gli sorrise, invece, divertita del suo strabiliato stupore, quindi, esibendosi in un audace tuffo, s’immerse, infradiciandolo con lo spruzzo della coda. Costui neppur s’accorse del consueto contatto equoreo e, trasecolando, più si sporse per incontrarla ancora.
    Ella ne fu lusingata, perché l’uomo le faceva dono della propria esistenza in cambio d’un solo sguardo.
    Risalì, pertanto, e spumeggiò a poppavia, facendo balzare all’indietro l’inappagato spasimante in attesa.
    Si fissarono, fino a che i sorrisi di entrambi non si fusero in uno solo in una dimensione che l’amore aveva affrancato dal tempo, indi ella compì un’ardita evoluzione e scomparve per sempre dalla vita del navigante.
    Quegli rimase immobile, fino a quando la lampada non ebbe consumato tutto il combustibile e poi oltre, nel buio, dopo che l’astro lunare aveva abbandonato lo scenario d’Aiace ove s’era svolto l’inenarrabile evento, nella baia turchina in cui s’affievolisce, sino a dileguare, il confine tra realtà e poesia.
    Cesare non obliò quell’incontro per il resto dei suoi anni, mantenendolo segreto tesoro che nemmeno l’uomo più ricco della Storia avrebbe mai potuto ambire di possedere, e sempre, sempre quando la Luna stendeva il proprio manto, egli lo solcava desioso e, al tempo stesso, certo che non avrebbe mai più scrutato il fondo dell’anima della sirena, giacché l’inafferrabile non può riprodursi, o non sarebbe più tale.
    Gli bastava mostrarle il proprio, sicuro di non incontrare ancora la delusione del tangibile, vivendo l’estasi perenne di un incontro fino a raggiungere quel dì, in cui il suo desiderio si sarebbe trasformato nel sogno di un altro che l’avrebbe rivissuto ammantandolo della parola, la parola che Cesarino non aveva saputo pronunciare alla sirena.
     
     
     
     

  • 27 aprile alle ore 22:25
    Umani per caso

    Come comincia: Vorrei dirti: "forse non capiresti mai", per delicatezza, ma io so che non puoi capire la mia vita. È un ginepraio ridente il mio momento, un ballo sciamanico di forze e fragilità, un cuneo di vibrazioni di tamburo in spazi di un violino tormentato, un respiro in membri tremolanti di fisarmonica struggente. Un canto amaro di viole profumate e calpestate. Un pianto di corbezzoli appassiti. Non puoi capire i miei giorni appesi al vento, e i nembi torturati da un sol nascente. Non puoi, non puoi capire i lapilli incandescenti che friggono la mia pelle. Non puoi sentire l'humus impregnare le mie vene. Non puoi vedere licheni e muschi e brattee di piante finte morte, e nemmeno stremate ragnatele di ragni, pasti d'una lucertola. Non puoi vedere i miei giorni stesi ad asciugare al sole della misericordia, al vento del giudizio, al sale del mio pianto asciutto. Non puoi. Nessuno può essere verme e serpe e farfalla che ha cambiato la sua pelle, se non è boia e condonatore di se stesso come io fui.

  • 26 aprile alle ore 22:49
    A volte basta una canzone

    Come comincia: C’era una volta un re che disse alla sua serva raccontami una favola 
    e la serva incominciò e disse 
    c’era una volta un re che disse alla sua serva raccontami una favola e la serva incominciò.

    Comincia così "L'uomo col megafono" di Daniele Silvestri, suona nelle casse dell'auto a volume alto mentre presta attenzione alla strada. Conosce il testo a memoria, ma non lo canta, la segue solo nella mente, cercando di distrarsi dal pensiero ossessivo che non riesce a scacciare.
     
    "L’uomo col megafono cercava, 
    sperava, tentava di bucare il cemento 
    e gridava nel vento parole …" 
    Pantaloni a quadri
    "L’uomo e il suo megafono sembravano staccati dal mondo …" 
    Pantaloni a quadri
     
    Davanti agli occhi l’autostrada che si snoda, rolla sotto le ruote e sparisce dietro l’auto, lasciandone il ricordo sullo specchietto retrovisore. Sta guidando in maniera automatica, come succede a chi fa spesso la stessa strada, conosce quei 500km, più o meno a memoria; in quale curva accelerare, in quale frenare, dove si trovano i rilevatori di velocità; la conosce così bene da essere diventata una abitudine, come l’area di sosta in cui prendere il caffè ed andare in bagno, come la buca che schiva da mesi, come la fila al casello, come la musica che ascolta, come il rituale della partenza e dell’arrivo.
    Stavolta forse è diverso, pensa, ma qualsiasi pensiero fa fatica a farsi strada, la sua mente torna continuamente ai pantaloni a quadri. Da qualche parte aveva letto di un esercizio proposto da un professore universitario “Non pensare all’elefante, a qualsiasi cosa ma non all’elefante” recitava, una volta fatta questa affermazione non c’era modo che l’interlocutore, per quanto la discussione variasse, non finisse per pensare all’elefante. Il suo elefante erano quei fottutissimi pantaloni a quadri.
    Pur di fermare la propria mente comincia a cercare in rubrica qualcuno da chiamare e parlare di altro, ma è troppo tardi, l’unica persona che sarebbe sicuramente sveglia è quella dei pantaloni a quadri, e la sua mente torna di nuovo allo stesso punto.
    Riprova con la musica, stavolta a volume più alto, accelera per sorpassare.

    “Le spalle curve per il peso delle aspettative
    Come le portassi nelle buste della spesa all'Iper …”
    Pantaloni a quadri

    Il navigatore segna ancora 100 chilometri, solamente 100, poi 99, poi 98, poi 97.
    Si concentra solo su quello, sui numeri che si riducono ed arriva un po’ di sollievo, come contare le pecore al contrario, ma da qualche parte nel suo cervello continua a girare come un gatto irrequieto che va di stanza in stanza, muove la coda, si struscia ovunque, la sente, l’immagine di quei pantaloni a quadri.
    Macina chilometri uno dopo l’altro, prestando poca attenzione alla velocità, alle altre auto, a tutto. Se la strada fosse fatta di lava incandescente non se ne accorgerebbe. Se nel cielo esplodessero tutte le stelle non se ne accorgerebbe. Tutte le sue abitudini sono sparite, questo è un viaggio del tutto nuovo.
    Il navigatore segna solo 1 chilometro, l’impellenza di arrivare è fisica, prepotente, dolorosa, la macchina è stretta come una bara, deve viaggiare per l’ultimo tratto con i finestrini aperti per non sentirsi soffocare.
    Solo per un momento si accorge che nelle casse sta passando la sua canzone preferita.

    “Te ne sei accorto no
    Che non c’hai più le palle per rischiare
    Di diventare quello che ti pare
    E non ci credi più”

    Ma non la fa neanche finire, i viaggio è finito! Il navigatore chiede di premere il tasto “Fine”. Parcheggia nel primo posto libero che trova. Strappa il telefono dal caricabatterie, apre lo sportello e scende dall’auto, mentre chiude l’auto ha l’impressione di ricominciare a respirare sul serio.
    Si avvia verso casa, il passo sostenuto quasi corre, il respiro affannato, la mente in tempesta.

    Gira l’angolo e sono li.
    I pantaloni a quadri.
    Li indossa.
     
    Ma non è solo, sta baciando una altra, le braccia strette intorno ad una altra, i visi fusi, gli occhi chiusi.

    Sente un rumore, nella sua testa, nel suo petto, nel suo stomaco, come specchi che si infrangono.
    Chiude gli occhi, respira, si gira e torna sui suoi passi.
    Michela risale in macchina, accende il navigatore, inserisce la destinazione, sul display compare di nuovo 500 chilometri alla destinazione, accende il motore e scappa.
    Nelle casse riprende la musica, la ascolta, anche se le parole rimbalzano all'interno di quell'involucro vuoto che le sembra sia diventato il suo cranio. 

    "E che morire serve
    Anche a rinascere

    La verità
    È che ti fa paura
    L’idea di scomparire
    L’idea che tutto quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà finire"

  • 18 aprile alle ore 23:11
    Dieci secondi

    Come comincia:
    Quando sono uscito dall'ufficio ero un coacervo di sensazioni ed emozioni, dall'eccitazione all'agitazione, dall’euforia alla preoccupazione, ma soprattutto la curiosità.
    La curiosità di scoprire se dopo tanto scambio di messaggi e telefonate avrebbe fatto lo stesso effetto anche di persona, una volta tolto il filtro di un telefono, dei messaggi. La curiosità di scoprire se era vero, reale, o se era stato tutto un gioco. La curiosità di scoprire se sarebbe stata una delusione, se avrei detto la solita parola sbagliata al momento sbagliato, se lo avrebbe fatto lei.
    Senza accorgermene avevo dato il via a una serie di scherzi e battute a cui avevo intenzione di tenere fede, per questo una volta sceso dalla macchina mi sono avviato verso il punto dell’appuntamento indossando un naso rosso da clown, sfilando tra la gente perplessa.
    Forse è stato il naso, o forse il sorriso che indossavo subito sotto, ma appena ci siamo incontrati questa stupidaggine le ha strappato una risata, ed ha sciolto in un momento il ghiaccio e l’imbarazzo.

    Rido e dico “Guarda che ti avevo avvertito, 10 secondi di silenzio, ne sono passati già 3”

    Mentre ci avviamo al ristorante è un fiorire di chiacchiere, leggere, divertenti, quelle di due persone che si conoscono appena e che cercano di scoprirsi a vicenda. Lei è bella, sul serio, più di quanto mi aspettassi, ma mi scopro molto più interessato a scoprire cosa ci sia dietro i suoi occhi verdi, al sorriso che le illumina il volto ed alla risata contagiosa.

    Alzo la mano e comincio a contare con le dita della mano non occupata dalla sigaretta “Sei… Sette…”

    Ci accordiamo per una regola base, niente telefoni mentre mangiamo, lo abbiamo già usato troppo nelle settimane precedenti, adesso non ne abbiamo veramente bisogno. Seduti al tavolo del ristorante cominciamo a scegliere cosa mangiare, con qualche difficoltà visto che continuiamo ad interromperci per parlare. Il cameriere viene a chiederci per la terza volta se vogliamo ordinare esordendo con “Ce l’abbiamo fatta a scegliere o vogliamo fare un altro ripasso del menù?”, ridiamo di gusto alla battuta e decidiamo di impegnarci un po’ di più nell’ardua scelta. Riusciamo ad esaudire la richiesta del povero cameriere e riprendiamo a parlare. Nel locale affollato le nostre parole e le nostre risate si perdono in mezzo a quelle dei tavoli vicini, gli argomenti si accavallano l’uno sull’altro, tra parentesi che si aprono in continuazione, discorsi che derivano completamente dall’argomento iniziale, parliamo sull’antipasto e sul primo per oltre una ora.

    “Otto… Nove…” Lei mi guarda e ride, ma non dice nulla.

    Arrivati alla fine del primo ed alla fine della bottiglia di vino rosso, torna il nostro caro amico cameriere a consegnarci un altro improbo compito “la scelta del dolce”. Arrivati a questo punto decidiamo di comune accordo che possiamo concedere una tregua alla regola base, del resto lei è a cena con una persona che potrebbe essere veramente chiunque ed avere qualunque intenzione, deve rassicurare le amiche che, almeno per ora, è tutto a posto.
    Prendo il telefono in mano anche io e mi ritrovo a leggere il messaggio di un amico “Già messa in pratica la regola dei dieci secondi?”, il messaggio mi strappa una risata che richiama la sua attenzione. Con lo sguardo interrogativo mi osserva e mi chiede “Che succede?”. Non ci penso un momento e le racconto il motivo della mia reazione. Nel pomeriggio ho confidato dell’appuntamento ad un amico, soprattutto per chiedere consiglio dato che ne era passato di tempo dall’ultimo a cui ero andato. Tra consigli più o meno seri ne era uscito uno in risposta alle mie perplessità sul fatto che avrebbe potuto prevalere l’imbarazzo e che avrei dovuto trovare un modo per uscirne in qualche modo, pena una serata silenziosa e sicuramente poco divertente per entrambi. Il consiglio era “comincia la serata mettendo in chiaro le cose, nel caso in cui rimaniate in silenzio per più di 10 secondi tu la baci, per più di un minuto …”
    L’aneddoto la diverte e diventa spunto per un nuovo argomento, che ne aprirà un altro, che a sua volta ne partorirà uno nuovo e così via fino a finire il dolce, poi il caffè, poi l’amaro.
    La serata non è fredda, abbiamo voglia entrambi di una sigaretta. Pago il conto ed usciamo a passeggiare. Fino a quel momento abbiamo parlato senza sosta.
    Ci fermiamo a guardare il naviglio, mentre fumiamo la sigaretta.
    Silenzio.

    “Dieci”

  • 14 aprile alle ore 9:59
    GIANNA, L'ASINA.

    Come comincia: Leggendo il titolo di questo racconto può venire di pensare ad una ragazza che di scuola ne mangia poco: niente di più sbagliato. Gianna era l’asina del contadino Dario F. residente con la moglie Domenica S. e la figlia Mariola a Jesi, in quel di Ancona, in periferia dopo la zona ‘Casette’. Dario non era il proprietario del fondo di due ettari coltivati ad ortaggi, frutta e viti, la terra apparteneva ad Armando M. vedovo di Domenica che, prima di morire, gli aveva regalato il figlio Alberto tredicenne che, pur assomigliando al padre dall’aspetto molto mascolino ma un po’ grezzo aveva dei tratti di finezza della madre. Armando quarantenne era proprietario di un’abitazione A TRE PIANI in via San Martino ma  possedeva anche, in viale della Vittoria,  un edificio con: al pian terreno un garage con officina auto e cucina, al piano superiore una grande sala funzionante da mensa in cui spesso si svolgevano cerimonie di rinfresco post matrimoni, di comunioni e di compleanni, al secondo piano camere da letto arredate in modo classico.  Alberto frequentava la terza media alla scuola Federico ll°. Ritornando a Gianna dobbiamo dire che era eternamente inc….ta e ne aveva ben donde: tutti i lavori pesanti erano affidati a lei: tirare il carretto sino la mercato per vendere i prodotti della terra. Il mercato ‘Delle Erbe’  era lontano dalla stalla ben cinque chilometri, che diventano dieci fra l’andata ed il ritorno. Inoltre far girare, bendata e legata ad una sbarra, la ‘noria’, un  macchinario in ferro sito dentro un pozzo; tutto questo per far riempiere una vasca d’acqua che serviva per innaffiare le piante del fondo. Una volta, più arrabbiata più del solito, morse violentemente un avambraccio di Dario che per sua fortuna aveva un fiasco in mano e glielo ruppe in testa all’asina per evitare di restare monco. Alberto, espletati i compiti, si recava spesso in campagna sia per rimpizarsi di mele, di pere e di uva  sia per stare vicino a Mariola di tre anni più ‘anziana’  e guardare la ‘cose buone’ della ragazza più alta di lui, bionda, slanciata, occhi verdi, insomma un gran pezzo di … che non assomigliava affatto a nessuno dei due genitori.  Una volta fu più fortunato: una mattina, marinata la scuola, andò nel  podere di suo padre e si accorse che la bicicletta di Mariola era posteggiata al suo posto, conclusione la baby era da quelle parti a far che? Guardando attraverso una finestrella della stalla vide la ragazza appoggiata ad una greppia, piagata in avanti, gonna abbassata, mutande sparite e, posizionato dietro di lei, un maschietto che…si muoveva avanti ed indietro. In posizione scomoda,  capitò ad Alberto di scivolare e fare un gran rumore che portò Mariola e lo sconosciuto a smettere di ‘far ginnastica’ . Lo stesso sconosciuto sparì di gran carriera. Alberto si era fatto male ad un gomito che sanguinava ed entrò dentro casa di Dario. Lì trovò Mariola che con una faccia sorridente : “Ecco che succede a chi non si fa i ‘cazzarelli’ suoi; vieni qua, ti medico prima che ti venga il tetano.“ Alberto cominciò a tremare, difficile capire il motivo se per il dolore alla ferita o più verosimilmente per la vicinanza della ragazza, vestita in maniera decisamente succinta, o per il suo odore di femmina. Il giovane si ripromise di visitare più spesso la casa di Mariola che, ogni volta che lo vedeva, si faceva matte risate. Accadde che una volta Alberto, vicinissimo al corpo della ragazza, diventò tutto rosso in viso. “Non  vorrei che ti scoppi una vena, avrai la pressione altissima, vieni qua, io da buona boy scout (si dice così anche per le ragazze) sono obbligata ogni giorno a fare un’opera buona ed io so quella che desideri. Mariola prese a sbottonare la pattuella (cerniera dei pantaloni) di Alberto il quale si aspettava di seguire le orme di quel tale che aveva visto insieme a Mariola usare una certa posizione ma la ragazza: “Sdraiati sul letto, chiudi gi occhi e…” Alberto sentì qualcosa di caldo intorno al suo ‘ciccio’, aprì un po’ un occhio e vide che la ragazza si era messa in bocca il suo ormai cosone che ben presto riversò nella sua bocca un fiume di…con gran piacere del suo padrone. Mariola sparì per un po’ per poi tornare e: ” Quello che ti ho fatto si chiama ‘pompino’, non volevo che mi entrassi in fica con pericolo di rimanere incinta. Il cotale che hai visto scappare usava il condom, tu procuratelo e poi lo faremo dentro di me.” Alberto capì che si trattava ma non aveva la faccia tosta di presentarsi ad un farmacista, tutti lo conoscevano e forse l’avrebbero preso in giro e potevano raccontarlo ai suoi. La necessità spinge l’uomo ad aguzzare l’ingegno ed il buon Al. ricordò che alla seconda classe del liceo classico c’era un giovane di nome Franco B. figlio di un farmacista. Anche se non aveva confidenza con lui fece la faccia tosta e: “Scusa se ti disturbo ma mi occorre il tuo aiuto, dovrei acquistare un condom perché la ragazza che conosco vuole che lo usi, io non saprei come procurarmelo.” Franco diciottenne guardò con curiosità il più giovane collega e: “Ti posso dare una mano ma io che ci guadagno?” “Te lo pago.” “Non hai capito se ne vale la pena vorrei metterci il ‘becco’ pure io, potremmo anche dargli qualcosa in soldi.” Alberto pur di portare in porto ‘l’affare’ acconsentì una mattina, scuola disertata, di raggiungere Mariola che stava facendo il bucato e che restò perplessa quando vide che Alberto era in compagnia. “Mariola questo è Franco, un caro amico che sa farsi i fatti suoi, lui, figlio di farmacista, mi ha procurato i…”Mariola si sedette su un muretto e cominciò a fissare alternativamente i due giovani per poi scoppiare in una risata. “Siete venuti qui per avere un pò di…compagnia, mi sembrate ragazzi simpatici e soprattutto riservati, seguitemi uno alla volta in camera mia.” Franco si francobollò dietro la baby e ad Alberto non restò che attendere il suo turno che in verità tardava…Dopo circa tre quarti d’ora Franco uscì dalla casa e andò a rifugiarsi nella Fiat Topolino di suo padre con la quale avevano raggiunto il podere. Alberto si catapultò dentro casa e sentì la voce di Mariola: “Spogliati e mettiti sul mio letto.” Presto si presentò e: “Quel tuo amico prima ha voluto che gli facessi un pompino e poi è entrato dentro la mia cosina col preservativo per questo motivo hai dovuto aspettare, ma tu mi piaci di più, vieni…” Anche Alberto se ne fece due ma ambedue col condom. Non era più un ‘segaiolo’, la ‘cosina’ era proprio stimolante; si ripromise di ritornare da Mariola però da solo. Durante la prima parte del viaggio di ritorno silenzio assoluto fra i due poi Franco: “Ho lasciato dei soldi dentro il comodino di Mariola, non volevo lasciarli in giro, poteva offendersi, in fondo è una brava ragazza anche se a soldi non mi sembra se la passi bene., mi piace molto.” I due giovani, divenuti amici per la ‘cosa’ di cui fruivano a turno ma due eventi cambiarono la loro vita: Armando aveva conosciuto un’insegnate di educazione fisica  fisicamente prestante e, dopo un corte serrata  a base  di regali  costosi, l’aveva convinta a convolare a giuste (?) nozze. Sofia C. molto probabilmente si era decisa al gran passo perché avrebbe risparmiato i soldi per: il posteggio della sua Mini in garage, per il prezzo del pranzo e delle cene oltre quello per la  camera da letto (chiamala fessa!). Nozze in grande stile al Duomo celebrate dal vescovo in persona a cui Armando aveva elargito una grossa somma per i ‘poveri’. Ovviamente pranzo nella sala mensa di viale della Vittoria con gli amici festanti e dalla pancia piena e poi partenza per il viaggio di nozze con la Mercedes di Armando: destinazione primo albergo dove infilarsi per…’copula primae noctis’, furbescamente Sofia non gliela aveva mai mollata prima. Sofia tradotto dal greco vuol dire sapiente ma più che sapiente la cotale poteva chiamarsi ‘callida’ che vuol dire furba. Il perché è presto detto: di natura muscolosa aveva lo sguardo fiero, più mascolino che femminile e, in quanto a muscoli, superava qualche collega maschio anche per l’allenamento dovuto alla sua professione. Conclusione: dopo i primi tempi di fuoco (molto da parte di Armando meno da parte di Sofia) le ‘acque’ si erano molto calmate. D’estate, scuole chiuse, Sofia con la sua Mini andava al mare a Falconara Marittima e, per compagnia, si portava appresso Alberto  che era stato costretto ad  abbandonare la calda Mariola rimasta di assoluta proprietà di Franco che, affascinato sempre più dalla baby, soprattutto per le sue prestazioni, se ne era innamorato con gioia dei genitori di lei ma non dei suoi estremamente snob (la figlia di un contadino!). Alberto si era fatto rimandare in latino e greco senza tanti commenti da parte del genitore che, a suo tempo, era stato uno studente mediocre. Sofia aveva ‘fatto’ il classico e così i pomeriggi, dopo la siesta pomeridiana, matrigna e figliastro si dedicavano alle lingue degli antenati ma la dama, si era accorta che Alberto seguiva poco le lezioni motivo? Eh! non ci voleva molto a capirlo, il giovane sessualmente a secco  se la passava male non riuscendo più a farsi accompagnare da Franco a casa di Mariola, ormai sua fidanzata ufficiale. “Sei un bamboccione, se non ti impegni lo riferirò a tuo padre, voi farti bocciare e ripetere l’anno!” Alberto si mise a piangere ed abbracciò Sofia che ormai stava rendendosi conto della situazione ma, nello stesso tempo, giustamente, pensava alle conseguenze! Un giorno Armando partì per Brema quale concessionario della Mercedes, doveva anche fare un giro in Germania per propagandare il suo hotel e così rimase a lungo lontano da casa., Male gliene incolse. Alberto con l’ormone alle stelle, una notte si presentò nella camera da letto della matrigna la quale, benché assonnata, ‘la sventurata rispose’ (Manzoni docet). Alberto viveva in un mondo surreale, di giorno aveva ripreso a studiare, di notte…Anche le cose belle, o meglio soprattutto le cose belle hanno una fine e così al rientro di Armando la tragedia: la gelosia di Alberto faceva il pari con la non accettazione da parte di Sofia del ruolo sessuale di moglie. I loro incontri erano fuggevoli e niente affatto appaganti. Ci pensò Zeus, vecchio putt…re a sistemare le cose: Alberto, diplomatosi, vinse il concorso all’Accademia della Marina Militare di Livorno, la vecchia asina Gianna passò a miglior vita, Sofia cominciò ad invecchiare precocemente, Franco sposò Mariola che gli ‘regalò’ un pupo maschio, indovinate il nome? Alberto. Non è vero che tutte le favole finiscono col classico: ‘e vissero…’ questa lasciò infelice e scontenta più di una persona!

  • 13 aprile alle ore 8:49
    Una storia come tante

    Come comincia: Aveva solo quattro anni, quando capì che la vita sarebbe stata complicata.
    Quella sera di giugno, l’ennesima lite tra i suoi genitori, la portò a nascondersi, spaventata, tra il lavandino di pietra della cucina e il frigorifero. Accucciata, infinitamente piccola, quasi volesse rendersi invisibile. 
    I suoi occhi erano così fondi che parean più scuri; fissavano un punto lontano, sperando che la porta della cucina si aprisse. 
    La lite degenerò e il frigorifero ricevette un pugno, muovendosi. 
    Lei, rimase ferma, quasi senza respirare, si portò le mani sulle orecchie.
    Ripensò ai suoi cani; loro sarebbero stati in grado di aiutarla e farla uscire da quella nicchia di fortuna.
    L’aria era quasi irrespirabile, densa di parole fredde, villane, dolorose.
    Se si fosse messa a piangere forse si sarebbero accorti di lei; se si fosse messa a urlare … se … Il coraggio però le mancava, non riusciva a muoversi da quella scomoda posizione. 
    Non una lacrima… non un urlo. Solo paura.
    Poi, all’improvviso, finalmente qualcuno girò la maniglia della porta. Le due persone smisero un attimo di urlare, guardando quella figura che, con passo deciso entrò e chiamando per nome la piccola, la prese in braccio e la portò via.
    Fuori, dove le stelle disegnavano il cielo illuminandolo, mano nella mano con il suo salvatore, riuscì a respirare.
    I suoi cani, alti quanto lei, le trotterellavano a fianco, proteggendola, ancora una volta.

  • 07 aprile alle ore 10:17
    LA RELIGIONE ED I MORALISTI.

    Come comincia: Veniamo abituati sin dall’infanzia a credere che dentro di noi esista il male e che sia nostro compito combatterlo, dominarlo, sconfiggerlo.
    Ci sono in giro troppi moralisti che "spargono" consigli e insegnano a noi tutti, bambini in primis, cosa sia giusto e cosa sia sbagliato; di conseguenza il piacere ci fa paura, non accettiamo di viverlo serenamente e ci convinciamo che il desiderio è un nemico da combattere quasi che le fonti del nostro piacere materiale, prime fra tutte i genitali, la bocca e il tatto siano state "costruite" da un dio infantile e capriccioso che vuole che le si domini e che le si reprima.
    Il piacere represso ci porta verso un'idea di purezza del tutto perversa e malata, verso la rabbia, la distruttività, verso i rancori.
    I desideri che abbiamo repressi sono il male!

  • 05 aprile alle ore 18:49
    FRENESIE TORMENTATE.

    Come comincia:  Qualora amaste  le storie  pubblicate da Carolina Invernizzio o da Liala (se siete troppo giovani sicuramente non le conoscete, in ogni caso sappiate che le cotali si dilettavano a riportare intrecci amorosi  mielosi) questo racconto non fa per voi ma se preferite narrazioni forti, appassionate  e complicate,  come la maggior parte quelle del nostro tempo, accomodatevi in poltrona. Adriana R. ventitreenne e Roberto suo fratello ventunenne erano iscritti al’Università di Messina rispettivamente al terzo ed al primo anno della facoltà di medicina. Abitavano  nella casa paterna, al piano attico di un edificio a cinque piani sulla circonvallazione, isolato Colleoni,  residenza di persone per bene (se quelle ricche possono essere così classificate). Anche i due giovani  erano agiati anche se un po’ tragicamente in quanto i due genitori erano deceduti in Polinesia per la caduta del loro aereo ed il fratello maggiore Davide, gran tombeur des femmes a ventotto anni era passato a miglior vita nel modo migliore  (morto d’infarto mentre si sollazzava con Maddalena F.,(nome di donna di facili costumi nella Bibbia).La signora , abitante al terzo piano, coniugata con  Fausto C. il cui nome significa: felice e benevolo, martire della cristianità ma nel suo caso si anche martire si ma…la religione c’entrava poco! Non c’era da annoiarsi nel passare in rassegna le storie dei vari dimoranti di quel palazzo, un beffardo destino pareva averli riuniti sotto questa egida. Cominciando da Adriana e Roberto. La prima biondona , dalle forme procaci che non passava inosservata, Roberto anche lui biondo ma, come dire, diafano, piccolo di statura, occhi azzurri, fisico magrolino, insomma non molto maschietto. La normalità non era di quel palazzo, ammesso che oggi questa parola abbia un significato; al secondo piano due insegnanti donne di  educazione fisica dal fisico potente, sguardo fiero e, in campo sessuale, amanti del fiorellino anziché del pisello, insomma due lesbiche.  Potevano mancare due omo maschietti? No di certo: Nino M. e Gianni F. due insegnanti di lingue (inglese e tedesco) presso il liceo classico Carducci non ne avevano il classico aspetto; loro caratteristica, voluta, un certo accento di fondo rispettivamente anglosassone e teutonico che faceva tanto snob. Eccezione alla regola al primo piano due coniugi molto anziani , Mario S. e Elda B., pensionati,  buoni d’animo e ossequiosi con gli altri inquilini la cui caratteristica, conosciuta dagli altri condomini, era la pochezza della loro pensione che spingeva gli altri abitanti del palazzo a far scivolare nella loro cassetta delle lettere qualche foglietto da 50 €uro con grande gioia e riconoscenza da parte degli interessati. La loro abitazione era il rifugio peccatorum dei vari condomini quando erano in crisi. Alla fine dell’anno Adriana e Roberto decisero per una festa in grande stile a casa loro con invito a tutti gli altri inquilini e con la raccomandazione dei vestirsi in maschera, cosa difficile per Mario ed Elda i quali, foraggiati più del solito, si presentarono con gli abiti di Arlecchino e Colombina, gli unici che potevano rispettare il proprio sesso, tutti gli altri erano stati invitati ad indossare maschere del  sesso opposto (perlomeno quello ufficiale!) e così Adriana era Meneghino, il fratello Roberto Colombina, Fausto, il cocu, Rosalinda, la consorte fedigrafa Maddalena, Buffalmacco, le insegnanti di educazione fisica Andrea e Fede rispettivamente Pierrot e Pantalone , Nino e Gianni gli insegnanti di lingue di provenienza marchigiana scelsero Burlandoto e Cagnera.  L’idea di Adriana era quella di sparigliare le coppie, la maggior parte omo , l’unico vero uomo Fausto,  anche se dolorante in fronte ma pur sempre vero maschietto, Rosalinda gli altri…e lì il bello. Dato l’ordine perentorio di non togliesi la maschera, capitò che lesbiche e omo maschi nel ballare si eccitavano sessualmente, anche per le abbondanti libagioni e per lo spumante ingurgitato,  non sapendo però con chi avevano a che fare, una goduria  della maligna padrona di casa che invece conosceva chi si celava sotto le maschere. Ad un suo perentorio ordine si formarono delle coppie che dovevano appartarsi nelle loro abitazioni svelandosi così la vera identità di ognuno. Questo giochetto portò a situazioni  inaspettate perché qualche maschio omo trovandosi fra le braccia una femminuccia pure omo dimenticò la sua natura e prese a fare il maschietto, situazione che cambiò la vita sessuale di vari componenti dell’isolato Colleoni (quel signorotto medievale dalle tre palle)e così fecero onore al nome del loro edificio.

  • 04 aprile alle ore 18:36
    OGGETTO SENSUALE DI DESIDERIO.

    Come comincia: Ci sono persone, soprattutto femmine, che ‘emanano’ una sensualità prorompente, sensualità percepita sia da uomini che da donne. Leone Mazzanti, trentenne proprietario terriero, era stato letteralmente ammaliato da Chiara Accetta, pari età e l’aveva sposata malgrado il parere non favorevole del padre, vecchio putt….re che aveva visto nella ragazza delle ‘doti’ che non riteneva idonee per una moglie e che non portasse ‘novità’ extra a casa ma Leone, affascinato, non aveva voluto sentir ragioni. In una bella giornata settembrina, classica romana, era convolato a giuste nozze in Comune, era ateo. Nel fastoso bar-ricevimenti di Colle Oppio aveva invitato le amiche e gli amici tra cui Sabrina Sollazzo massaggiatrice, Alessandro Leone ginecologo e Sabrina Faraone titolare di un lussuoso negozio per femminucce in via del Corso. Vi domanderete cosa avesse di tanto affascinante Chiara? Vi accontento subito:  altezza m.1,78, lunghi capelli castani senza frangetta (Leone non l’amava) occhi…che dire erano il fascino maggiore della baby: un verde particolare che ti penetravano sin dentro l’anima, sensualissimi e soprattutto promettenti di sessualità sfrenata. Pensate che solo lo scrivente sia stato affascinato? Sbagliato tutti i maschietti ed anche le femminucce dai gusti…particolari rimanevano senza fiato. Aggiungiamo un viso regolare sempre sorridente, seno forza tre, pancia piatta, gambe chilometriche, mani affusolate e, per ultimo, piedi lunghi e stretti, affascinanti per i trasgressori erotici (foot-fetish) insomma per i feticisti. La sposa si era sbarazzata del velo e, dopo il primo ballo d’obbligo col neo-marito, era diventata preda dei vari maschi col testosterone alle stelle! La festa finì a notte inoltrata con poco apprezzamento dei camerieri che si consolarono con mance adeguate al loro sacrificio. La casa degli sposi ubicata nella vicina via Merulana, arredata dal padre dello sposo con gusto e sfarzo, accolse Leone e Chiara che, ambedue stanchi ed un po’ ubriachi, rinunziarono alla ‘prima notte di nozze’; l’avevano già provata tempo addietro e quindi si rifugiarono nel morbido letto tutto azzurro, messaggero di felicità. Chiara era stata adottata dai coniugi Accetta residente in Australia e lei dopo una gita nella capitale italiana, ci era rimasta in seguito alle profferte matrimoniali di Leone. Il marito, proprietario terriero, passava la maggior parte del tempo a controllare i suoi interessi sulle sue terre lasciando la dinamica consorte a bighellonare in città. Per prima Sabrina che l’affascinava con i suoi prodotti per donna: scarpe bellissime, vestiti all’ultima moda, costumi da bagno ‘alla brasiliana’, cappelli, biancheria intima da sballo che Chiara provava e talvolta dimenticava di restituire alla proprietaria dimenticando anche di pagare ma…c’era un ma grosso come una casa. Sabrina aveva smesso di frequentare una sua vecchia amica lesbica perché innamoratasi perdutamente di Chiara la quale all’inizio rimase sorpresa delle avances ma poi ci prese gusto, Sabrina in fatto di sesso era bravissima e poi si era dotata di ‘aggeggi’ che la portavano ad una goduria mai provata e così, durante le ore di intervallo di chiusura del negozio via  alla Saffo più sfrenato. Leone era quello de ‘vado, l’ammazzo e torno’ come si dice in gergo e quel poco gli bastava non ponendosi problemi sulla sensualità della consorte. Un giorno Chiara ebbe qualche problema alla ‘cosina’ ed andò a consultare il ginecologo Alessandro Leone che aveva partecipato al ricevimento delle sue nozze. Ovviamente fu accolta con calore dal quarantenne dottore il quale ci mise più del tempo necessario alla visita sinché, con la pressione alle stelle, le chiese se poteva provare la sua ‘cosina’ col suo ‘cosone’ per essere sicuro della diagnosi. La prova durò a lungo con gran risate di Chiara che poi dovette andare in bagno per un ‘sostanzioso’ bidet. Alessandro era divorziato  ed invitò spesso Chiara nel suo studio fuori orario. Chiara, dallo spirito maligno, pensò bene di farsi accompagnare da Sabrina la quale all’inizio perplessa, pur di far contenta l’amica accettò e, dopo un attimo di esitazione, pensò bene di seguire i due, già nudi, nei loro ludii, una situazione talmente piacevole per i tre che seguitarono a frequentarsi con incroci di gambe, di fiorellini vogliosi, di tette baciate, con penetrazioni ‘contro natura’ delle due dame, insomma un repertorio degno di  un libro di Kamasutra. La storia fu interrotta quando Leone, dopo la trebbiatura del grano delle sue terre, pretese che sua moglie lo seguisse in una crociera Costa nel Mediterraneo. Ormai Chiara era scatenata in campo sessuale, fece facilmente innamorare il vicecomandante della nave e, marito sotto coperta a dormire, faceva impazzire Joseph il bel marinaio inglese che poco aveva con i suoi conterranei ‘niente sesso, siamo inglesi!’ Alla fine della crociera nel porto di Civitavecchia Joseph seguì il facchino che trasportava le valige ed invitò i due coniugi a New Castle dove abitava nel suo castello. Un si di cortesia da parte di Chiara e di Leone con lo scambio dei relativi numeri telefonici ed indirizzi ma la cosa finì lì, Chiara sapeva a Roma dove ‘far pascolare’ la sua ‘cicciolina’. Una brutta caduta per le scale la costrinse al riposo assoluto, l’ortopedico amico di Alessandro il ginecologo le prescrisse antinfiammatori e massaggi. Nel palazzo dei coniugi Mazzanti, al pianterreno una signora quarantenne nubile, tale Susanna Faraone aveva uno studio in cui si eseguivano massaggi medicali. La dama fu contattata e naturalmente fu contenta di far amicizia con Chiara che conosceva solo di vista. Susanna non aveva nulla in comune con Chiara: leggermente più bassa e muscolosa per la sua attività usava anche lei mezzi da palestra, a lei si sarebbe potuta adattare la vecchia battuta che ‘avrebbe potuto schiacciare delle noci con le cosce!’ ma nei massaggi era molto delicata e ben presto Chiara ne apprezzò le doti anche la  dama aveva l’abitudine di finire molto spesso molto vicino alla sua ‘cosina’, talvolta procurandole un orgasmo che a lei, in fondo, non dispiaceva. Susanna pian piano passò oltre cominciando a baciare Chiara in bocca, poi sulle tette ed infine sulla  ‘natura’ con un piacere fortissimo, mai provato, anche con l’aiuto di un vibratore, sicuramente aveva toccato il suo punto G. I giorni ed i mesi passavano in fretta, Chiara dividendosi fra suo marito (poco) e Susanna, Alessandro e Sabrina viveva praticamente di erotismo. Un suo amico psicologo le aveva detto che le sue endorfine erano alle stelle, quanto mai vero!

  • 03 aprile alle ore 16:29
    Ombre sul Cermis

    Come comincia: La pietra è larga, una poltrona costruita dal vento e dalla pioggia e dal tempo che le si sono versati sopra, vi resto seduto su, allungo le gambe e sorrido.

    I piedi nudi sul tappeto mi regalano sempre una sensazione di piacere, io e te su questo divano color delle foglie in autunno, i nostri occhi calati fra le pagine di un libro, i tuoi occhiali che sistematicamente scivolano sul naso, dovrò stringere le viti delle aste un giorno o l'altro, te ne lamenti sempre. Mi sfuggono quotidianamente i particolari che rendono conciliabile la convivenza, piccolissimi particolari, come le piccolissime viti nelle aste degli occhiali che, nella microscopica potenza della loro misura, hanno pur aperto un varco, hanno trasformato in canale incontenibile la traccia nella quale erano state inserite. Una vite di pochi millimetri balla nell'asta che scivola sotto il peso delle lenti, lima pian piano la conformazione e ne indebolisce la struttura, e gli occhiali cascano inesorabilmente a ogni istante sulla punta del naso, e tu li tiri su ormai per inerzia, non ti innervosisci più, è diventato un gesto abituale, rassegnato. Aspettavi che fossi io a ricordarmi di un tuo bisogno, lo pretendevi: - è dovere dell'anima sapersi prendere cura l'uno dell'altro quando si è in coppia, deve essere l'altro a saper anticipare il bisogno dell'uno, deve essere la voce interiore ad avere la supremazia, quando si è in coppia - .

    Non ti capivo, Marta, non ti capivo proprio quando mi dicevi queste cose, quant'è più semplice che tu mi chieda esplicitamente quel che ti bisogna. Non puoi dirmi: - la vite degli occhiali è da stringere ? - No?

    No, vuoi che sia io ad accorgermi che gli occhiali non ti stanno più sul naso, che le aste sono slargate e che tu non puoi usare il cacciavite e stringere quella benedetta vite perché senza occhiali non ci vedi.

    Ti rigiri sul divano, cambi continuamente posizione, ti guardo di sottecchi mentre arricci il naso o mordi il labbro superiore. La lettura ti avvince, è lampante che sei trama nel tessuto del libro che stai leggendo. Sei in uno di quei momenti in cui il racconto è coinvolgente movimento, se continuassi a studiarti, sono certo che indovinerei le scene in cui sei immersa. Mi piace studiarti e far finta di essere completamente avulso dalla realtà del momento. Sei qui ma non ci sei, il tuo mondo è sprofondato nelle pagine che ti avvolgono e rapiscono, ti proteggono da me, il tuo compagno che di compagnia ne fa poca; il tuo compagno che non sa anticipare le tue esigenze perché non sa guardare e recepire, dalla variazione di luce e di intensità dei tuoi occhi, quel che dicono senza parlare. O forse è proprio perché ho letto troppo in quel tuo sguardo che ho innalzato tra me ed esso un invisibile e potente schermo.

    Quando ho iniziato a non voler più ascoltare le parole senza suono? Forse avevi ragione tu, non volevo anticipare i tuoi bisogni, non sapevo e non potevo soddisfarli. Ti ho persa per strada mentre camminavo percorsi miei, geloso del mio tempo. Non ti ho fatta entrare volutamente. Mi bastava la certezza di ritrovarti a ogni incrocio. Inseguivo la mia crescita rifiutando il ruolo di figlio, proiettandomi tenacemente nella sfera di uomo, di adulto, e non mi son accorto che volevo dimostrare a te quel che un bambino dimostra alla propria madre. Ma tu non eri mia madre, quante volte me lo hai detto e spiegato e poi urlato; e come per gli occhiali alla fine ti sei rassegnata.

    Ti guardo, sei in fondo al libro dalla copertina azzurra, ogni tot numero di pagine spunta una strisciolina di carta, mi fanno sorridere i tuoi segnalibri, stralci di biglietti di treno di un viaggio di chissà quanto tempo fa, pezzetti di un tovagliolo di carta, l'involucro trasparente delle sigarette e perfino foglie, rametti. Quando smetterai di trasformare un libro in un campo archeologico!?! È bellissimo il tuo fare, in ogni cosa. In ogni cosa rifletti quel mondo incantato che è dentro te, sei qui ma non sei qui, da sempre, è questo che mi ha fatto innamorare: quel tuo essere corpo eppure impalpabile, se ti stringo a me sento la tua carne sotto le mani, ma ancor più sotto mi par di sfiorare un cielo dal quale si ammirano monti valli fiumi e mari sottostanti. E vento, sento sempre il vento quando ti ho fra le braccia. Ascoltare qualsiasi cosa tu dica è entrare nel vortice di una girandola di luce e di colori, perfino una disavventura che pure è motivo di tensione la fai divenire ameno racconto. Tutto diventa favola con te, ma chi sei? Sei una favola da cui son uscito per paura di me bambino, per paura di essere un infante da accudire, e non capivo che solo un uomo cresciuto e consapevole di sé, sa essere bambino.

    ...Dammi gli occhiali, voglio stringere le viti.

    Oh Marta, sono lacrime il sale essiccato sotto le tue palpebre chiuse nel sonno? Vieni, vieni accanto a me, lasciati avvolgere dalla mia essenza, concedile di penetrare in ogni spazio tempo che ho spezzato. Lasciami carezzare tutti gli anni che ho tinto di grigio, vedi? è bastato un gesto, ogni silenzio si è colorato.
    Ti stringo a me, sento la tua carne sotto le mani, ancor più sotto mi par di sfiorare un cielo dal quale ammiro monti valli fiumi e mari sottostanti.
    E vento, sento sempre il vento quando ti ho fra le braccia.
    La pietra è larga, una poltrona costruita dal vento e dalla pioggia e dal tempo che le si sono versati sopra; vi resto seduto su, ti guardo e sorrido. Quassù è pace.
    Lavi dal viso le lacrime essiccate, seguo allo specchio i tuoi lineamenti, ne carezzo col dito ogni curva; in ogni ruga semino un sorriso, sul solco degli occhiali appoggio un bacio. Sento il vento scuotermi dentro, lo senti anche tu e mi cerchi nel riflesso dello specchio. Non mi vedi, Marta. Non puoi, ma mi senti. Mi sorridi, sai che sono io il fremito. Non più distanze ora che so abbracciarti l’anima.
     

  • 01 aprile alle ore 12:55
    PRELIBATEZZE SESSUALI DI GIOVENTÙ

    Come comincia: Svegliarsi la mattina con una frase fissa nel cervello può far pensare all’interessato che sia ora di consultare un buon neurologo. Alberto M. ottantenne, rimirava con rinnovato piacere la dolce, giovane e deliziosa consorte che riposava vicino a lui. In passato si era domandato come la incantevole Anna M. ventunenne si era n’incaponita’ contro un ovvio parere contrario dei suoi genitori a farsi impalmare dal quarantasettenne
    Al., forse affascinata dalla sua divisa di maresciallo della Fiamme Gialle o meglio dal suo fascino di tombeur des femmes. Astrologicamente leoncino, aveva tenuto duro fino a quando la mattina del 20 giugno dell’anno 19..papino a mammina l’avevano malvolentieri accompagnata al Comune di Messina, non in chiesa perché Alberto era divorziato. Grandi festeggiamenti nel bellissimo locale Villa S.Andrea di Giardini Naxos,  un paio di femminucce sarebbero state volentieri al posto della sposa! Avevo dimenticato la frase in latino: “Adulta mulier semper voluptatem donat.” che calzava con l’inizio alla carriera amorosa del prode Al. Anche se non avete studiato la lingua dei nostri padri con un po’ di buona volontà potrete riuscire a capirne il significato. Alberto sedicenne abitava a Messina  Crispi, frequentava il primo liceo classico insieme all’amico Franco S. residente nello stesso suo palazzo e con cui ‘faceva i compiti’. La di lui madre Lucia F.,conduttrice della palestra al pianterreno dello stabile, era divorziata ma era ancora una quarantatreenne piacevole. Mentre ad Alberto madre natura aveva ‘concesso’ un fisico atletico, 1,82 di altezza,  muscoloso (eredità del padre), non altrettanto era stata benevola con  Franco magrolino e cagionevole di salute (anche per lui eredità del padre). Al. una mattina non trovò a scuola il compagno ed il pomeriggio si recò a casa sua: il suo amico era stato ricoverato in ospedale con una broncopolmonite. Insieme a Lucia Al. si recò al ‘Papardo’ con la Mini Cooper della signora; per fortuna le notizie erano incoraggianti, Franco doveva solo curarsi e riposarsi, nel giro di una settimana sarebbe ritornato a casa. “Alberto sali a casa mia, ti offrirò un tè con pasticcini fatti da me, spero di non intossicarti.” Niente intossicazione, tutto buono anche la padrona di casa che. “Anche se è solo giugno fa un gran caldo, vado a farmi una doccia.”La doccia durò poco e la dama  si presentò in soggiorno in accappatoio. “Io preferisco il caffè molto forte.”” Ma nel frattempo Lucia non si ‘accorse’ che l’accappatoio si era aperto sul davanti mostrando un ‘ben di Dio’ con buona pace dell’Onnipotente che, a parere dei preti, non si interessava a tale problematica. Al. anche dinanzi all’indifferenza di Lucia cercava di fare anche lui l’indifferente ma..nà parola! “Vieni qua cucciolone, ahi ahi ahi vedo qualcosa aumentare di volume, è normale alla tua età, però vedo che …non pensavo che tu…” Madame era rimasta molto sorpresa nel vedere il ‘ciccio’ di Alberto, “È il coso più grosso mai visto in vita mia, non ci pensò due volte a intrufolarselo in bocca con ovvia conseguenza…”Quello di mio marito aveva un cattivo sapore, quello tuo è una delizia. Che ne dici di far visita al fiorellino di zia Lucia?” Non pose tempo in mezzo e il ‘ciccio’ di Al., sempre inalberato, provò una sensazione, mai provata, quella di entrare in una ‘cuccia’ umida, recettiva e poco dopo eccitatissima tanto da far vibrare tutto il corpo della padrona. Alberto avrebbe seguitato ma Lu. “Caro per me basta, era un bel po’ che stavo a stecchetto, riprenderemo il ‘discorso’ un’altra volta, vai a casa, domani pomeriggio ti voglio in palestra, ho un certo progetto…” La palestra di Lucia era un circolo chiuso nel senso che accettava solo signore, occorreva iscriversi con tanto di tessera e foto ma soprattutto essere accettati dalla padrona con una rigida selezione o presentate da altri socie. In fondo alla palestra, del metraggio di quattro appartamenti sovrastanti, c’erano uno studio con scrivania, sedie e cassaforte, in mezzo un corridoio e più avanti una stanza con lettino con un piccolo bagno per… Il progetto che aveva in mente Lucia era molto chiaro: sostituire un  anziano maschietto nelle feste di addio celibato di femminucce nubende con Alberto di cui era sicura delle prestazioni e, soprattutto dal fisico sicuramente apprezzato dalle femminucce; ne parlò con l’interessato il quale, ovviamente, si dichiarò entusiasta. Alberto, però,  per mascherare le feste, doveva ufficialmente essere nominato coach della palestra. Il problema stava anche nel fatto che era minorenne e che non conosceva gli esercizi da insegnare alle signore. “Non ti preoccupare, ti sgrezzerò non in quel senso ah! ah! ma ti insegnerò quelli principali e poi ho le spalle coperte.” In seguito Alberto comprese il significato di quella frase (amicizie altolocate anche fra i giudici e le forze dell’ordine.) Durante la prima serata di presentazione, Alberto in canottiera e pantaloncini fu molto applaudito dalle signore che vollero abbracciarlo, erano una ventina e tutte al di sopra dei quaranta, qualcuna appetibile. Alberto i pomeriggi seguitò a studiare con Franco il quale non  si accorse di nulla in quanto la buon ‘gufo’ andava a letto ‘dopo Carosello’. La prova del fuoco per Alberto la sera di una giornata di luglio: festeggiata Laura una trentenne bionda non molto alta ma graziosa e soprattutto ‘caliente’. Alberto si presentò in giacca, pantaloni e camicia e cravatta ma, accompagnato da musica brasiliana, prese a togliersi lentamente i vestiti sino a rimanere in slip color rosso.  Durante lo spogliarello grandi applausi delle dame che apprezzarono il fisico da dio greco di Al per poi, a turno, abbracciandolo e baciandolo sino a quando, la più ‘sfacciata’ gli abbassò gli slip che misero in mostra un ‘mostro’ di pene con grandi oh oh oh delle damìne. Allora le meno timide presero a toccaglielo con la conseguenza che ‘ciccio’ volse la punta all’insù sembrando ancora più ‘mostruoso’, infine la promessa sposa, nella qualità di festeggiata, glielo prese in bocca tra gli applausi delle presenti ma con l’avvertimento di Al. :”Bella mia può accadere che ‘ciccio’ ti ‘innaffi’ la bocca!” “Chi se ne frega, il ‘latte’ del mio fidanzato puzza non penso che..” e infatti la pompinara smise di parlare e assunse una dose notevole di vitamine sempre accompagnata dagli urletti delle presenti. Malgrado ciò, ‘ciccio’ dimostrò la sua valenza erotica rimanendo ancora ‘inalberato’ fra lo stupore delle dame. “Lucia ci hai portato un mandrillo della foresta africana, brava.” Anche le cose piacevoli hanno un fine, Alberto tornò a casa sua, dopo una doccia calda-fredda rimase a letto sino a mezzogiorno della domenica. Alle 13 , seguendo i consigli di Lucia, Al. si rimpinsò ben bene al fine di recuperare…Né sua madre, donna modesta e silenziosa, né suo padre capitano di Carabinieri assai burbero chiesero notizie sulla serata al figlio. La vita di Al. era segnata: prima di tutto lo studio e poi saltuariamente un ‘contentino anzi un contentone’ a Lucia, ormai sessualmente quasi consorte e poi in palestra quale personal trainer e qualche addio al celibato di vogliose nubende. Con molta onestà Lucia aveva promesso ad Al. di sistemarlo finanziariamente al compimento del 18° anno di età e così il 3 settembre 19…  Scesero nell’ufficio della palestra e Lucia: “Ti farò un escursus della tua situazione: ufficialmente riscuoto da ogni socia cento €uro al mese ma le signore sborsano molto di più in contanti. Una guardia giuratamensilomente viene a ritirare il denaro, quello in assegni depositato sul mio conto corrente della banca, quello in nero su un conto cifrato in Svizzera, non chiedermi come, è illegale, i tuoi soldini sono anch’essi in Svizzera, su questo bigliettino il numero del tuo conto.” Alberto strabuzzò gli occhi, anche se talvolta aveva dovuto ‘accompagnare’ a letto qualche ‘carampana’ era stato munificamente remunerato; ringraziò sentitamente, anche sessualmente, la zia Lucia. Tutto cambiò quando il padre di Alberto, promosso al grado di maggiore fu trasferito in Piemonte. Era inverno, clima  freddo, nebbia, compagne di università non particolarmente simpatiche e disponibili…le notti Alberto sognava con tristezza la Sicilia con il suo sole e soprattutto con le sue…

  • 28 marzo alle ore 16:11
    Menzione d'onore

    Come comincia: Menzione d'onore al concorso nazionale fi poesia e narrativa del comune di Genazzano-città d'arte per l'edizione 2017 .E in più il piacere d'essere stato pubblicato nell'antologia della quale fanno parte i partecipanti e i premiati dello stesso concorso. Ti scrivo la motivazione del premio... L'autore ripete un concetto che ci è tanto familiare,sentire il dolore del mondo sulle spalle,per un mondo che va alla deriva.Vivere dei ricordi dei nostri nonni,quando il profumo del pane riuniva tutti attorno alla tavola ed erano sorrisi di semplicità. Oggi...desolazione,poveri di sacrificio,silenzio tutt'intorno,Un senso di superficialità che avanza sovrana,Si rimane silenziosi davanti a tanta povertà seppur nel benessere.Chiude l'autore con un suo pensiero personale,ma ch'e' comune a tutti noi:" per sentire nel mio profondo qualche sintomo di pace Ed ecco la poesia premiata...  Io,ch'e volevo una vita semplice Ardono fioche  le fiamme perpetua fra le brine fredde di questo mesto inverno nel transitare dell'anima tra le fitte tenebre della terra  in corone di spine e slanci di rimpianti ricchi d'illusoria socialità  e poveri di sacrificio in questo futuro che lascia agli uomini solo il tempo d'inutili sguardi all'orizzonte Nel silenzio d'attorno  sento il dolore del mondo  assurgere a padre delle follie e tutto al passar degli anni vive nella consuetudine di far divenire certi dolori pane quotidiano  E m'immergo nella desolazione per sentire nel mio profondo  qualche sintomo di pace  Inviato da smartphone Samsung Galaxy.

  • 26 marzo alle ore 14:57
    Gnauli

    Come comincia: Se ce l’hai con me, hai perfettamente ragione. Altrimenti cerca un modo per odiarmi. I poeti sono coloro che hanno commesso tanti errori, pensando che l’onestà fosse una cosa comune nelle persone. Per questo continuano a sbagliare e a mentire a sé stessi. Solo quando scrivono sono sinceri. Per gli altri. Chi crea le vere opere d’arte è sempre un solitario che rimane bambino, per fortuna. Sì, io ho paura. Però mi fa meno paura la morte che l’amore. L’amore è così indefinibile, quando ce l’hai non lo trovi più negli altri e viceversa. Nella vita certe cose non bisogna rivelarle mai. Da solo puoi difenderti dalle tue paure.
    Mia cara, le tue “omissioni” avevano sempre delle giustificazioni. È questo quello che più ho odiato di te.
    La cosa che temo è la notte, quando, prima di addormentarmi, “sento” la luce. L’amore è un’essenza, il perdono quasi un’abitudine. La vita deve essere un malinteso. Prima ridi, dopo piangi, durante mediti. Io credo che il vero artista sia afflitto continuamente dalla maledizione. Maledice se stesso, maledice gli altri, lo maledicono. Sostengo che le bugie hanno le gambe corte, specialmente sotto le gonne. Quando sento i nonni dire ai nipotini: «Mangia, sennò resti piccolo!», «Non toccarti, sennò diventi orbo!», vorrei rispondere: «Non mangiare, altrimenti diventi obeso!», «Toccati, altrimenti non sai cosa ti perdi!» Il fatto è che faccio arrabbiare tutti, è giusto che rimanga solo. Il mio errore, come scrittore, è di essere troppo visionario. Ma ho dovuto, ho smesso di lavorare e mi sono messo a fare l’artista. Arriviamo quindi all’assioma dei tempi moderni: licenziate un po’ di artisti, perché sono troppi, e date lavoro ai disoccupati.
     
    Il cielo era stellato ed eravamo in agosto in un rifugio in montagna. Lei mi teneva la mano. «Sai, potresti scrivere qualcosa, dedicarmi una poesia.» «E come faccio? Non è facile, le parole non nascono così, con la bacchetta magica…» Vidi la prima scia luminosa attraversare il cielo, Anna sorrise e mi guardò: «Eccone una! Guarda… un’altra!». Accesi un attimo la torcia. I suoi occhi si illuminarono come stelle nella notte. «Sei sicura che non hai freddo? Non ti fa male il collo? È mezz’ora che sei seduta sul plaid, con la testa rivolta verso l’alto…»
    «Sto bene… e smettila di fare rumore, sembri un orso, con i tuoi versi.» «Guarda che non sono io.» «Scherzi sempre… È possibile che tu non riesca a essere serio almeno per una volta? Uffa, mi hai proprio stufato, con i tuoi grugniti! Rovini tutto!»
    Quando dici la verità non ti credono. L’orso riprese a bramire. L’albero sul sentiero vibrò in modo vistoso. Un’ombra nera, più scura della notte, arrivò di corsa addosso ad Anna. I lamenti diventarono strazianti, finché il suo braccio si staccò di colpo dal resto del corpo. Rimasi immobile, con quella mano che non voleva mollare la presa dalle mie dita. Una morsa ben stretta. Il sangue colava sulla mia spalla, l’orso ricominciò a camminare a quattro zampe verso la boscaglia, in direzione opposta a quella da cui era venuto. Una poltiglia organica, indefinibile, fuoriusciva dal ventre di Anna; il sangue coprì la coperta distesa a terra, a ogni mio movimento sentivo i miei calzoni impregnarsi di liquido caldo. Paralizzato dal terrore osservavo ancora le stelle cadenti lontano, lontano all’orizzonte. Forse il mio desiderio era stato esaudito, ma non avrei mai pensato potesse concretizzarsi in maniera così violenta. Volevo solo liberarmi di lei, riportarla a casa dei suoi genitori, dopo una gita fugace, e non rivederla mai più. Troppe cose romantiche, troppi malesseri legati al ciclo, troppe paturnie costruite sulla sua meteoropatia. Volevo un essere genuino, senza stilemi di sorta. Quei suoi gnauli continui mi davano veramente fastidio. Dio solo sa cosa ci faceva lì, quell’orso. Forse era infastidito, forse dentro una grotta stava preparando il prossimo lungo letargo e non aveva voglia di sentire quella voce femminile.
    Tornai dentro il rifugio e riattizzai il fuoco nel caminetto. Tranne il crepitio della legna, il silenzio era totale; notai, con le prime luci delle fiamme, il rosso vivo, cremisi, sui miei calzoni, sulla maglia, all’interno della mia giacca. Buttai il braccio di Anna sopra le bronze, aprendo con forza le sue dita mi ero liberato di quel gravoso fardello. Scoppiettava allegramente bruciando, vedevo la pelle sollevarsi e bollire sotto la spinta del calore. Uno strano odore permeò la stanza e il fumo si fece più intenso… Quello che rimase del corpo di Anna, il plaid e i miei vestiti sporchi, finirono dentro una buca che scavai il mattino dopo.
    Scesi al paese e aspettai l’evolversi degli eventi. Qualcuno mi chiese di Anna; risposi che da un paio di giorni non la vedevo, forse era andata in alta montagna per qualche escursione. Lei amava passeggiare nei boschi da sola, tutti lo sapevano e non pochi se ne stupivano. D’altronde, era una tipa strana; come me, del resto. Si rifaceva quando stava in compagnia di qualcuno, diventando logorroica e antipatica. Ti prendeva per sfinimento. Basta, basta…
     
    L’orso, sbattendo violentemente contro il paraurti del camion ne aveva bloccato la corsa. La testa era finita all’interno del cofano, vicino al faro anteriore destro. Più o meno all’altezza della luce di posizione. Era incastrato, non era morto sul colpo, aveva urlato e sofferto a lungo prima che una guardia forestale, con la sua potente carabina, lo facesse fuori definitivamente.
    Stavano lì, a guardarlo, mentre il veterinario e i suoi aiutanti lo estraevano dalle lamiere contorte. Per fortuna l’autista non si era fatto alcunché...
    Essendo una specie animale sotto controllo, qualche giorno dopo venne fatta l’autopsia e si seppe qual era la composizione del suo ultimo pasto. Una parte del corpo di Anna fu rinvenuta all’interno dello stomaco dell’orso. I due dottori parlavano tra loro.
    «Collega, questi animali mangiano solo certi pezzi delle loro vittime, quelli che ritengono i migliori. Lasciano il resto o lo sparpagliano in giro a poca distanza dall’agguato…»
    Provate a indovinare: quale porzione di Anna venne ritrovata nello stomaco del grande plantigrado? Il pube, ovviamente!
    La lingua non l’avrebbe mangiata di certo, l’orso...
     

  • 22 marzo alle ore 17:52
    O TEMPORA O MORES

    Come comincia: Cicerone scandalizzato dei costumi della sua epoca, sarebbe rimasto basito da quelli attuali in Italia. Inizio della storia: Alberto M. ed Anna N. coniugati,  insegnanti rispettivamente di matematica e di lingue, dopo il concorso, per  la loro classifica nazionale partendo da Roma dovevano scegliere una destinazione fra il nord ed il sud. Prevalse la scelta di Anna che, di natura freddolosa, chiese ed ottenne di essere trasferita a Messina insieme a suo marito. All’inizio abitarono in una pensione ma poi una botta di c…. fortuna: i nonni di una alunna di Al., pervicaci  vegani e proprietari oltre che di immobili e supermercati di molti terreni, spesso gironzolavano per le loro terre in cerca di erbe principale fonte della loto dieta ma male gliene incolse. Scambiando verdure velenosissime per edibili, presi da dolori atroci, una notte furono condotti dal figlio Adelardo al pronto soccorso dell’Ospedale ‘Papardo’ ma i medici, non conoscendo che tipo di veleno i due avessero assunto, non ebbero modo di iniettare un antidoto ed i due passarono a miglior vita. Adelardo F. ed Adelaide G. erano stati i nomi imposti ad i due coniugi dai rispettivi genitori i quali, chissà per qual motivo per vendetta e per spiritosaggine chiamarono la loro figlia Messalina come la moglie dell’imperatore Claudio, nome che, per motivi ovvii, fu declassato in Lina ma ‘nomen omen’ come credevano gli antichi romani che nel nome pensavano che fosse descritto il destino di chi lo portava, in questo caso verosimilmente. Lina era giunta all’età di sedici anni ne aveva già fatte, in campo sessuale più di Carlo in Francia. A tredici anni, durante un soggiorno in  un campo estivo per maschietti e femminucce iniziò la vita sessuale con una compagno più grande di età ma, non soddisfatta, ‘si fece’ un professore e da lì…Appena conosciuto Alberto, fustaccio da un metro e ottanta e, a parere della baby ben ‘fornito’, alla morte dei nonni prospettò ai genitori che il loro appartamento sopra la loro villa al ‘Giardino sui laghi’ fosse affittato ai due professori che, ovviamente, accettarono anche per l’esiguo canone di affitto. La villa era dotata di piscina, di campi da tennis , di palla al volo e pallacanestro oltre campo di bocce per i più anziani. Quella notte di agosto Alberto stava patendo particolarmente il caldo al contrario della consorte che avrebbe accesso i riscaldamenti anche d’estate, si fa per dire. Il buon Al. si diresse in piscina dove trovò in acqua Lina con cuffia per i capelli ma la signorina aveva dimenticato di indossare il costume… Dubbio amletico: tornare indietro o far finta di nulla? Seconda opzione. “Professore egregio vedo che anche lei soffre il caldo…” “Si ma il mio è meno caldo del tuo da quanto vedo.” “Non faccia il puritano e mi dia una mano ad uscire dalla piscina.” Un corpo meraviglioso di un metro e settantacinque con tutto il resto…Al. restò affascinato.” “Professore mai vista una donna nuda?” “Una donna nuda si ma non una bambina…” “La bambina potrebbe mettere in atto una poesia di Stecchetti che lei sicuramente conosce “Noi siam le vergini…” “La conosco, anch’io da giovane…” “Non si butti giù, lei anzi tu vali molto più di tanti miei coetanei, inutile dirti che sono a tua disposizione per qualunque…” “Sono sincero, anch’io istintivamente lo sarei ma non voglio guai con i tuoi nè con la scuola…by by.” Al. eccitatissimo, rientrò nel letto coniugale, abbassò gli slip alla consorte girata di fianco e…”Ma che ti prende, pure di notte, stavo dormendo…” Non si sa mai quello che dispone il destino che, ricordiamo, è al disopra degli dei, Al. da buon pagano ci credeva. E infatti una mattina Anna accusò un improvviso dolor di testa e preferì non andare a scuola, Al. andò a lezione con Lina in macchina e poi ritornarono insieme a casa. Durante il viaggio Lina era particolarmente allegra, rideva in continuazione guardando in faccia Alberto che non sapeva spiegarsi questo suo comportamento ma ormai aveva smesso di comprendere una ragazza di sedici anni. Il tu era diventato abitudinario tra i due e Lina: “Lo sai che il giardiniere è un bravo fotografo?” “Allora penso che ti abbia ripreso in pose varie o sbaglio?” “Il fatto è che non ha ripreso solo me ma anche una certa signora…guarda qui!” Foto inequivocabili, Anna ripresa sotto le piante del giardino completamente nuda,  sopra il corpo del giardiniere e non per motivi ginnici, stava bellamente scopando lei quasi mai disponibile a rapporti sessuali col marito! “Queste le tengo io, il giardiniere si chiama Adolfo T., con tua moglie te la vedi tu!” Anna era sempre allegra al contrario del solito, la cura di Adolfo funzionava ma deprimeva Al.  che cercava di capire dove e se avesse sbagliato qualcosa con la consorte la quale ritenne opportuno prendersi un mese di aspettativa e quindi Al. e Lina andavano soli a scuola in auto. Un giorno al ritorno, Al. preso da un attimo di eccitazione, posteggiò in una stradina laterale e prese a baciare in bocca Lina la quale ritenne opportuno sentirsi in ‘ore’ il cosone di Al con relativo finale. A casa Anna era come al solito di ottimo umore,” Ti credo pensò Alberto qual maledetto doveva saperci fare sessualmente” ma che fare? Adelardo dormiva o faceva finta di niente? bah… Questa volta il dio Hermes, angelo custode di  Alberto, prese in mano la situazione per aiutare il suo protetto. Venuto a conoscenza che  Adelardo e Adelaide ogni sabato mattina si recavano all’aeroporto di Reggio Calabria perché appassionati di volo, Hermes fece in modo che il loro aereo avesse un guasto e precipitasse nelle acque del Tirreno con la morte degli occupanti. Funerali in grande stile, i due erano molto noti a Messina.  Messalina prese possesso dell’ingente patrimonio di famiglia perché nel frattempo era diventata maggiorenne. Non vi sembra che la storia ricopi quella rappresentata in due romanzi; ‘Lady Chatterley’ per Adolfo e Anna e ‘Lolita’ per Alberto e Lina che, ovviamente vissero a lungo ricchi, felici e contenti come nelle favole!

  • 21 marzo alle ore 8:47
    UNA VENDETTA CRUDELE

    Come comincia: ‘Amare se stessi è l’inizio di una storia d’amore che dura per tutta la vita.’ Oscar Wilde, malgrado le sue vicissitudini personali, non aveva mai perso di vista l’amore, l’amore che ti può innalzare alle stelle o distruggerti la vita. ‘Mai un genitore dovrebbe sopravvivere ad un figlio’, non ricordo l’autore della frase ma penso che questo aforisma racchiuda in sé il sentimento di un immenso dolore.  Neanche la fede in Dio può lenire la pena, un padre ed una madre riescono solo a sopravvivere. In questo ambito si colloca la storia di Alberto M. quarantenne padre di Massimo, Pericle ragazzo dotato di doti assolutamente superiori alla media in tutti i campi. Nessuno era riuscito a rispondere alla  domanda di Alberto che chiedeva di conoscere come due genitori nomali, lui insegnante di materie letterarie allo Scientifico in via Cavour, la moglie Isabella impiegata al Catasto avessero potuto generare un tal fenomeno che metteva in crisi anche i suoi insegnanti. All’età di tre anni già aveva imparato a leggere, a quattro a scrivere e andando avanti negli anni le cognizioni, appena apprese, rimanevano e si sviluppavano nel suo cervello. Letta una pagina la ripeteva tutta a memoria, anno per anno stava imparando il francese, l’inglese, lo spagnolo e voleva cimentarsi anche col tedesco. Avere un figlio ‘tontolone’ non è certamente l’aspirazione di ogni genitore ma un fenomeno tipo Massimo Pericle! Lo era anche in campo atletico, velocissimo nei cento metri, al calcio ‘scartava’ gli avversari come birilli; talvolta, entrava nella porta avversaria con tutto il pallone! Un avvenimento imprevedibile si stava per abbattere sulla famiglia M.: Massimo dentro un negozio  in compagnia della madre, vide un pallone che rimbalzava dinanzi all’esercizio e si precipitò in strada per raggiungerlo quando si trovò dinanzi un’automobile che lo prese in pieno rimanendo a terra inanimato. Il conducente della Bentley era sceso dall’auto con le mani nei capelli, Isabella uscì dal negozio urlando, fu chiamato il 118 che, a sirene spiegate portò il suo corpo al più vicino nosocomio. Isabelle si accomodò sull’auto dell’investitore  che seguiva l’ambulanza. Al pronto soccorso Massimo che non dava segni di vita, fu sottoposto a tutti gli accertamenti possibili che, però, avevano dato esito negativo: Massimo era morto! Nel frattempo Alberto era giunto in ospedale, i genitori e Federico F., l’investitore, erano seduti nel corridoio su una panchina con lo sguardo nel vuoto. Nel frattempo era apparso anche un ‘corvo nero’ come Alberto, ateo,  chiamava i preti. “Per favore reverendo…” “Non sono reverendo…” “Non so chi cacchio sia ma  si levi dalle balle.” Perché la sorte si era rivoltata contro Alberto seguace del dio Hermes, dov’era finito il suo protettore? Maledizione! Era stata una congiura di Giunone che, sempre in lite con Hermes, aveva convinto Palestra, fidanzata del predetto, ad invitarlo a cena dove il cotale si ubriacò rimanendo groggy sino alla mattina seguente. Hermes, al risveglio, fu assalito dalle ingiurie di Alberto, si informò dei fatti ma ormai… Alberto e Isabella  sembravano due fantasmi, , avevano chiesto le ferie in ufficio, stavano in casa senza parlarsi, l’investitore Federico Z. era andato a trovarli nella loro abitazione per mettersi a disposizione ma, oltre al risarcimento in denaro non aveva altro da offrire. Lasciò un assegno sul tavolo  e invitò i due coniugi ad uscire da casa, inaspettatamente Isabella accettò. Da dietro i vetri, Alberto vide la consorte salire lato passeggero sulla Bentley destinazione…”chi se ne frega”, ormai i rapporti coniugali si erano guastati né il mancato rientro in casa la sera da parte di Isa preoccupò il marito. Il problema era che Alberto si stava lasciando andare con ovvie conseguenze, si era rotto il suo feeling interno, non si amava più se stesso. La portiera dello stabile Giuseppa A., donna di buon cuore, si rese conto dello stato d’animo del professore e una mattina bussò alla sua porta. Aprì un Alberto assonnato, non era andato a scuola, barba lunga, casa in estremo disordine, tapparelle chiuse. “Professore col suo permesso vorrei mettere un può di ordine, per favore lei vada nel salotto. Dopo due ore l’abitazione aveva completamente cambiato aspetto. “Spero che sia contento, mio marito Augusto mi ha detto che vorrebbe controllare la sua Cinquecento, forse la batteria…”Alberto mise mano al portafoglio ma Giuseppa: “Professore non mi deve nulla, se proprio vuole sdebitarsi può dare qualche lezione privata ad Adele, frequenta il terzo liceo classico, il suo collega mi ha detto che ne ha bisogno, oggi e quando vuole è invitato a mangiare da noi vedrà che…” Vedere l’abitazione luminosa (tutte le tapparelle erano state alzate) ed in perfetto ordine diede una spinta psicologica ad Alberto che andò in bagno, si rasò, fece una doccia e alle tredici si presentò a casa della  portiera accolto con grandi sorrisi. “
    C’era tutta la famiglia,  il mangiare era buono, non ricordava da quanto tempo…Il pomeriggio alle sedici si presentò a casa di Alberto la diciottenne Adele con sotto braccio dei libri e quaderni. Il professore la fece accomodare nello studio: “Qual è il tuo problema?” Alberto aveva visto la ragazza da lontano, da vicino gli parve più bella, assomigliava molto alla madre, alta come lei, castana, viso da intelligente, niente trucco, tette ben visibili sotto la camicetta sbottonata, gonna a libro, gambe lunghe, niente tacchi. “La materia che ami di meno?” “Il greco professore specialmente gli accenti, non li azzecco mai!” “E noi te li faremo azzeccare come dici tu. Cominciamo con le ‘Anabasi’ di Senofonte. È la storia di due fratelli figli del re Artaserse e Ciro…” “Professore mi permetta di essere sincera, a scuola sono abbastanza brava, non penso di aver bisogno di lezioni private, di qualche… lezione invece è bisognosa mia madre, voglio e debbo essere sincera con lei. La mia genitrice è innamorata di lei, non ha più rapporti con mio padre ma non per sua volontà, mio padre ha sessanta anni e molti problemi in campo sessuale, ho finito la mia lezione. Lei è una persona intelligente pensò avrà capito, le sarei grata se lei… accogliesse in casa sua la mia genitrice!” “Le mie recenti sventure familiari mi hanno fatto perdere di vista la vita reale, tu mi hai riportato alla realtà, dì a tua madre che sono a sua disposizione, senza vergogna, mi telefoni prima di venire.” Dopo due giorni alle dieci di mattina: “Professore sono Pina la portiera, mia figlia mi ha riferito che lei avrebbe bisogno di una donna le rimetta a posto la casa, quando vuole sono a sua disposizione.” “Cara Pina io sono in aspettativa dalla scuola quindi sono sempre in casa, per qualsiasi evenienza sia mia ed eventualmente tua.” Un lungo silenzio poi: “Professore anche se ho quarant’anni sono stata e sono una donna timida, mi dia una mano lei…” “Cara, dopo la tragedia che mi ha colpito qualsiasi persona che chiede il mio aiuto è la benvenuta in qualsiasi campo, il mondo per me è totalmente cambiato anche perché mia moglie mi ha lasciato, vieni quando vuoi a casa mia, anche subito.” Dopo un’ora il campanello, apparve Giuseppa vestita dalla testa ai piedi. “Benvenuta ma non ti sembra eccessivo il tuo abbigliamento, siamo a luglio e fuori non c’è la neve!” Alberto prese l’iniziativa, baciò delicatamente l’ospite in bocca, l’interessata che chiuse gli occhi e abbracciò Alberto che cominciò a spogliarla; sotto il vestito solo la biancheria intima che il padrone di casa tolse pian piano fino a scoprire un corpo da ammirare, Pina, anche se un po’ più robusta, era la copia della figlia. Passaggio sul lettone matrimoniale e inizio del cunnilinguus che dopo poco portò la donna ad un lungo orgasmo . Alberto si accorse che Pina piangeva…”Ti sembrerà strano questo mio comportamento ma devi sapere che questa è la prima volta che provo questa sensazione. Le mia amiche sposate mi dicevano che i loro mariti usavano questo modo erotico ma a mio marito faceva schifo, non sono mai andata a letto con un altro uomo, tu sei il primo dopo tanto tempo, ho paura di affezionarmi a te…” “Appena ti rimetti in…sesto voglio farti provare un altro modo di…, per ora restiamo abbracciati.” Invece poco dopo Pina prese in bocca il pene di Alberto il quale poi entrò delicatamente in vagina, voleva far provare alla signora il lungo orgasmo del punto G. Ci volle del tempo, ad un certo punto il corpo di Pina cominciò a vibrare, la signora muoveva il bacino sia in verticale che in maniera circolare, lanciava urletti sempre più forti, durò a lungo fin quando, spossata,  si abbandonò incredula di aver provato una sensazione così forte. Dopo un riposino postludio:“ Devo scendere a casa, ho detto a mio marito che venivo da te a far pulizie, le gambe mi tremano, non so che dirti, ho paura per il mio futuro, meglio non pensarci, vivi l tua vita, non voglio crearti problemi.” Una telefonata il pomeriggio da parte di Adele: “Egregio professore complimenti, lei è un mago del…ha distrutto, in senso buono, mia madre,  guardandola in faccia non sembra più la stessa, dovrebbe dare lezioni al mio fidanzato Vittorio che, in questo campo, da quanto riferitomi da mammina, ha bisogno di essere ‘imparato’ scusi l’errore voluto, by by.” Perplessità da parte di Alberto, forse la figlia voleva provare le stesse sensazioni di sua madre? La mattina dopo Al. si recò sulla tomba di Massimo: “Mio caro avrai visto quello che combina quello zozzone di tuo padre, mi domando se da grande avresti seguito le mie orme in  quel campo…mi manchi da morire…” Alberto piangeva, la sua era una ferita sempre aperta. Gli venne in mente l’aforisma di Oscar Wilde ma capì che ancora non aveva fatto pace con se stesso. Due giorni dopo, il telefono: “Egregio professore lei è un birichino ed io una…” “Scusa se interrompo ma forse volevi dire mignotta, se è così sappi che io le amo profondamente, parlo di quelle intelligenti, ho scritto anche dei racconti su di loro, adesso esprimiti.” “Non ho più nulla da esprimere, lei ha inquadrato la situazione, me lo immagino seduto sul divano sorridente mentre sta pensando:’fornicata est mater filia amplius’ non so se il latino sia maccheronico ma riflette la mia situazione di questo momento.” “Ti rispondo anch’io in latino maccheronico: ‘professor copula cum matre et filia’, prima però dovrò domandare un consiglio al mio dio.” “Non la facevo religioso!” “Sono pagano, il mio dio protettore è Hermes ma una volta si è ubriacato e non mi ha difeso da Giunone che mi odia e mi ha combinato un grosso guaio.” Hermes, questa volta attento, diede il suo verdetto in romanesco: ‘Vade securus!’ e così fu per la gioia un po’ di tutti tranne che di un marito il quale, da giuggiolone nato, non si spiegava i cambiamenti della consorte e della figlia!