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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 29 maggio alle ore 10:00
    LE DUE CINESI

    Come comincia: Alberto, quarantenne,  in divisa di maresciallo della Guardia di Finanza aveva accompagnato all’aeroporto Fontanarossa di Catania una lontana parente statunitense che le aveva cambiato la vita. Grace Allison di più di ottanta anni di età aveva portato personalmente ad Alberto la notizia ed il carteggio di un lascito milionario da parte di suo marito Franco Diotallevi (cognome more solito appiccicato da preti a qualche suo avo trovatello). Frank, ormai così ribattezzato era emigrato negli States of America negli anni venti ed  aveva fatto fortuna, alcune volte anche illecitamente con l’aiuto di paesani mafiosi. Malvisto dai suoi parenti americani, aveva preferito far fruire delle sue ricchezze il figlio di un suo fratello Alfredo, appunto Alberto con l’obbligo di far celebrare ogni mese una messa in suo suffragio, anche in Italia oggidì i mafiosi godono fama di essere religiosi, valli a capire.  All’aeroporto di Catania Alberto, da una pensilina salutò festosamente Grace; difficile analizzare il suo stato d’animo, era  confuso, non si era ancora reso conto di quella che sarebbe stata la sua nuova condizione di vita. Stava per raggiungere la sua Panda quando fu interpellato in italiano, con accento cinese da una ragazza di bell’aspetto come si dice volgarmente: un gran pezzo di f…a. “Signore dovremo andare a Messina, prenderemo autobus, indica dove trovo?” La giovane era in compagnia di altra ragazza più giovane, anche lei belloccia. “Io sto andando a Messina, posso darvi un passaggio in macchina. “Wen siamo fortunate.” Caricate due valige in auto: “Io sono Huan, questa è mia amica Wen, andiamo a Messina all’Università per  imparare bene italiano all’Università, facoltà lettere, alloggeremo alla casa dello  studente. ”Alberto scapolo, recentemente abbandonato da un’amica intima, fruiva di un alloggio in caserma. Pensò bene di collocare le ragazze all’albergo Royal che  era vicino all’università ed al suo posto di lavoro. Sistemate le giovani  e posteggiata l’auto nella rimessa dell’Hotel, Alberto rientrò in caserma nella sua cameretta, provò a dormire ma con scarsi risultati. La mattina presto era già in piedi sbarbato ed in borghese, poteva chiedere la licenza ordinaria ma non era in buoni rapporti col suo superiore di grado, preferì recarsi in infermeria dove il Dirigente Il Servizio sanitario, vero amico, gli concesse trenta giorni di licenza di convalescenza. Poi, dietro richiesta via cellulare di un  notaio a lui sconosciuto, tale Riccardo, si recò nel suo studio. Il professionista era rimasto basito, non tutti i giorni capitava di incontrare un neo milionario. Il cervello di Alberto andava a cento all’ora, doveva sistemare molte caselle della sua vita. Prima di tutto, dietro imput del professionista  si fece accreditare sul suo conto corrente della Banca Credem centomila €uro con rilascio di carta di credito oro, di un bancomat e di un libretto di assegni. Raggiunse poi le due cinesi che, consumata la colazione al bar lo stavano attendendo nel salone. Prima tappa: negozio di rivendita di cellulari, le due sapevano usarlo ma non lo possedevano,  uno a testa poi visita alla Delegazione dell’Ambasciata Cinese a Messina per comunicare la loro presenza in città indi iscrizione all’Università. In considerazione che c’era troppo tempo da perdere Alberto si recò in un’agenzia immobiliare. La titolare, alla vista della carta di credito oro si mise subito a disposizione e trovò quello che Alberto desiderava: una villa vicino al mare a Torre Faro, villa completamente arredata, i proprietari si erano recentemente trasferiti al nord. Ultimo desiderio da esaudire: un’auto  da sempre desiderata da Alberto: un’Alfa Romeo Stelvio color rosso già pronta in concessionario, per un milionario cos’erano sessantamila €uro! Huan e Wen erano rientrate nella hall dell’albergo in attesa del loro benefattore, il loro vestiario non era di gusto di Alberto e così, dopo pranzato, all’apertura dei negozi le due furono condotte negli esercizi di piazza Cairoli e di viale S.Martino da dove uscirono elegantissime e felici tanto da mettersi sotto braccio di un Alberto in borghese che faceva la figura di  turista fortunato. Il pomeriggio  trasferimento dei tre in villa, le ragazze si diedero da fare per sistemare tutta casa in particolare il letto matrimoniale e la camera degli ospiti dove Alberto pensò bene di passare la notte, ancora non aveva preso confidenza con le due cinesi. Il giorno dopo, domenica, tutti in spiaggia. Huan e Wen avevano acquistato un costume decisamente succinto, I tre muniti di ombrellone e sdraie si erano sistemati lontani dalla battigia per farsi notare il meno possibile ma ugualmente i maschietti di passaggio, alla vista delle due ragazze palesavano un’espressione ebete e sicuramente d’invidia. Tutte le mattine dei giorni feriali Alberto accompagnava le due cinesi all’università e  le andava a riprendere il pomeriggio inoltrato alla fine delle lezioni poi ritorno in villa, non intendeva più pernottare in caserma. Il vecchio detto latino ‘Invidia maximae dilabuntur’ è sempre attuale: il solito ruf ruf riferì al Comandante di Legione che Alberto viaggiava in Alfa Romeo in compagnia di due ragazze orientali. il Colonnello lo fece rintracciare dal centralinista per  convocarlo nel suo ufficio. “Mi hanno riferito che lei se la passa bene con un’auto di grossa cilindrata ed in compagnia di due ragazze non italiane.” “Verissimo Comandante, ho ricevuto la classica eredità da un mio parente americano recentemente deceduto, maggiori informazioni in merito può fornirle il notaio Diotallevi, ancora non ho deciso se congedarmi o meno.” “Faccia come vuole, lasci il suo recapito al piantone.” Classico atteggiamento di chi, malgrado il suo grado è impotente a cambiare una realtà a lui sgradita. Tutto bene, si sino al un certo punto in quanto ‘ciccio’ pretendeva la sua parte di…felicità ma un avvenimento imprevisto cambiò la situazione: una mattina presto Alberto ebbe bisogno di andare in bagno, dalla porta semi aperta notò che Huan faceva la pipì in piedi come i maschietti ed infatti aveva ‘sfoderato’ un coso niente affatto femminile, un trans! Alberto aveva avuto in passato molte esperienze in campo  sessuale ma questa situazione era per lui nuova e soprattutto imprevista. Ritornò a letto, rimandando le spiegazioni a più tardi; si appisolò e fu svegliato da Wen. “Noi fare tardi all’Università!” “Questa mattina niente Università, dobbiamo parlare di Huan…” In salotto le spiegazioni: “Io sono un transessuale, al mio paese la mia situazione è accettata, è la mia natura, non posso cambiarla, se tu voi posso essere con te solo donna oppure vai con Wen, qualora tu dovessi cacciarci saremmo in un mare di guai, faremo qualsiasi cosa tu desideri.” Huan era stupenda, Alberto  non ricordava di aver mai incontrato una tal bellezza solo che aveva qualcosa in più  da lui non gradita. Quest’ultimo pensiero fece riemergere in lui il suo senso dello humour, ritrovò se stesso, non era stato mai un puritano anzi si era sempre dichiarato anticonformista. Di colpo: “Tutti in acqua, gara a chi è più veloce.” Huan sembrava una sirena, subito riuscì a staccare gli altri due, aveva imparato a nuotare sin da piccola, la città di Xiamen che è bagnata dal mare. Si fermò ad una boa, si avvicinò ad Alberto nel frattempo giunto con la lingua di fuori e lo baciò in bocca, un approccio piacevolissimo che fece dimenticare al non più giovin signore i problemi della cinesina. Alberto si mise a fare il morto, Huan lo spingeva dai piedi e così raggiunsero la battigia, tutto dimenticato? Ovviamente no ma per scacciare pensieri spiacevoli i tre, rivestitisi, si recarono nella trattoria di Alfio che aveva conosciuto Alberto in occasione di una verifica fiscale. “Maresciallo stavolta non è in servizio anzi…” “Amico mio ho bisogno di una mano, due per me sono eccessive…” “Ho capito la battuta, in ogni caso sono troppo vecchio, penso io al menù, per il vino Etna Bianco.” Finito di mangiare rientro in villa con un interrogativo nella mente di Alberto che fare? Il dubbio fu risolto da Wen che: “Huan è stanca, preferisce dormire sola nel tuo letto, tu sei invitato nel giaciglio matrimoniale, come vedi sto imparando bene l’italiano!” Alle luci soffuse di due abatjour Alberto ebbe il piacere di scoprire il corpo magnifico di Wen, era proprio di suo gusto: tette appena accennate (non amava le balie), vita stretta, pochi peli lisci sul pube, gambe da ballerina e piedi piccoli. Fu preda della cinese che lo abbracciò e poi prese a baciarlo in bocca facendogli provare sensazioni paradisiache (ammesso che San Pietro permetta tali approcci!) e poi scendendo prese in bocca ‘ciccio’ finalmente felice di regalare tutto il suo prodotto ben accettato dalla baby la quale inaspettatamente prese dal comodino un condom, precedentemente da lei preparato e lo infilò sull’uccellone di Alberto in erezione riuscendo a prodursi in orgasmi plurimi. Alberto notò che gli occhi di Wen erano pieni di lacrime: di gioia o di…, difficile capirlo. Sfinita, la ragazza fece segno di resa, ‘ciccio’ fu costretto a capitolare ed a ritirarsi nella sua ‘cuccia’, non poteva lamentarsi, era stata proprio un amplesso come non ricordava da tempo. Il lunedì mattina in auto Wen: “Se sei d’accordo vorremo prendere la patente di guida, a Xiamen l’avevamo non so se sia valida in Italia, passando in via Garibaldi ho notato una Scuola Guida, potremmo informarci.” Istintivamente ad Alberto non piacque quella proposta, pensò che avrebbe portato a dei cambiamenti non favorevoli per  il suo menage, fece buon viso a cattivo gioco. Entrati nei locali furono accolti dal figlio del titolare: “Sono Alessandro, a vostra disposizione.” Fu Huan a fare la richiesta di poter avere la patente italiana o meglio di convertire quella cinese in quella italica. Il giovane sempre guardando in viso le due cinesi, (si vedeva che ne era stato colpito), disse che si sarebbe informato e chiese di poter avere il numero del cellulare di Wen per far conoscere l’esito della ricerca. Ovviamente era stato un modo per poter agganciare la ragazza che provvide subito e con entusiasmo ad esaudire alla richiesta. Il viso scuro di Alberto consigliò Huan, più esperta della giovane amica ad abbracciare il ‘capo famiglia’ (tale si poteva ormai considerare) ed anche a fargli gli occhi dolci per ripagarlo di un eventuale ‘sgarbo’. Alberto decise per una breve vacanza a Reggio Calabria. Una domenica mattina i tre si imbarcarono su un traghetto della Caronte con gran entusiasmo di Huan e di Wen. Sbarcati con la Stelvio a Villa S.Giovanni presero l’autostrada e giunsero a Reggio Calabria dove posteggiarono in un garage. La via Garibaldi aveva i negozi più eleganti e forniti della città, le due ragazze se approfittarono lasciando però la merce acquistata nei vari esercizi per non portarsela appresso, l’avrebbero ritirata al ritorno. Dietro consiglio del titolare di un negozio, i tre entrarono nel ristorante ‘La Capanna’,  tutto a base di pesce ovviamente fresco. Alla fine del pasto Alberto: “Stavolta un ragionamento serio: come sapete ho ricevuto una grossa eredità, non ho parenti a cui lasciarla e quindi erede unico sarà un mio figlio maschio o femmina che sia, il mio pensiero è quello di aver un pargolo da Wen, sempre che lei sia d’accordo altrimenti dovrò trovarmi una ragazza italiana.” Il silenzio era caduto fra i tre, la proposta era inaspettata forse anche da parte di Alberto, gli era venuta spontanea. Mutismo, l’argomento era molto delicato ed impegnativo. Recuperata la merce nei vari negozi con un traghetto Tourist Alberto, Huan e Wen ritornarono a casa nella Città dello Stretto. Dopo un informale buonanotte tutti a nanna.  Le due cinesi avevano ottenuto la patente di guida italiana grazie ad Alessandro che subissava Wen di richieste per un appuntamento, richieste senza esito positivo. Sicuramente durante la notte Huan e Wen avevano discusso l’argomento figlio, avevano tutto da perdere in un eventuale allontanamento di Alberto e così decisero per una gravidanza di Wen. A cena la riposta positiva al capo famiglia che subito pensò ad un ginecologo per far avvenire la gravidanza durante l’ovulazione della ragazza. Tancredi era un anziano medico amico della famiglia di Alberto, nella sua vita aveva avuto tante esperienze nel suo campo che non fece una grinza alla richiesta di Alberto e di Wen, diede istruzioni alla coppia per accertare il momento dell’ovulazione; dopo un mese il verdetto positivo, nome scelto: Franco o Franca. Wen volutamente dopo tre mesi passò nei locali della scuola guida, Alessandro nel vedere il pancione della ragazza rimase muto, se ne era innamorato ma non gli rimase che ritirarsi in buon ordine. Nell’ospedale Papardo il 10 luglio nacque un bimbo maschio, in onore del benefattore fu battezzato col nome di Franco, era bellissimo. Qualcosa era rimasto nella mente di Wen, un giorno passò dinanzi alla Scuola Guida col  pupo nel passeggino ed incontrò Alessandro. Il giovane era dimagrito e sembrava invecchiato, Wen lo abbracciò festosamente e gli presentò il piccolo Franco che in quel momento era particolarmente allegro. I due, pupo appresso, si recarono in un vicino bar all’aperto, era luglio Wen era vestita con minigonna e camicetta leggera, sempre bellissima e Alessandro sentì le stesse sensazioni provate al primo loro incontro. Stessa cosa accadde a Wen, senza parlare e guardandosi negli occhi si abbracciarono e si baciarono coram populo. Al ritorno a casa Wen mise al corrente Alberto dell’accaduto, Alberto era un uomo intelligente e capì che aveva ragione Cicerone quando aveva affermato che: ‘Vitam regit fortuna, non sapientia’ ‘La vita è retta dal fato, non dalla saggezza.’ Chiese a Wen un ultimo incontro sessuale, voleva un suo buon ricordo e l’ottenne ma fu un triste addio. Il picolo Franco sarebbe restato a casa sua con Huan a fare da madre con l’autorizzazione a Wen di incontrarlo senza linitazioni. Il primo incontro ravvicinato fra Alberto e Huan avvenne per volere di ambedue. Huan mise in atto quello che aveva promesso, per Alberto lei fu solo donna anche se il buon Albertone, per curiosità prese in mano il cosone di Huan, preferì il suo popò molto ricettivo e godereccio! Alberto si stancò del dolce far niente, rindossò la divisa, fu promosso al grado di Maresciallo Maggiore Aiutante e Comandante di Sezione. Riprese anche la sua vecchia passione per la fotografia; in seguito ad  un esame sostenuto a Roma gli fu conferita la qualifica di ‘Capo Laboratorio Fotografico’. Mise su, a spese dell’Amministrazione un attrezzato laboratorio, fotografava gli arrestati, le varie cerimonie interne, si imbarcava su motovedette e su elicotteri per stanare coltivazioni di cannabis, poteva considerarsi felice. Il piccolo Franco cresceva bene e dimostrava di essere un furbacchione in tutti i campi: chiamava mamma Wen e zia Huan, aveva imparato a nuotare ed anche qualche parola di cinese, una gran soddisfazione per Alberto cui mancava però qualcosa…facile da immaginare. Wen veniva spesso a trovare suo figlio. Un giorno si accorse che Alberto la guardava con occhio lucido, chiese il permesso a Huan, prese per un braccio il non più giovane Alberto, lettone, niente condom: qualora fosse accaduto un ‘incidente’ il piccolo Franco non sarebbe più rimasto solo,  avrebbe avuto la compagnia di un fratellino o di una sorellina!

  • 29 maggio alle ore 9:57
    AIKO LA GIAPPONESE

    Come comincia: Alberto finanziere ventiduenne era riuscito tramite suo fratello Tenente del Corpo a farsi assegnare alla Compagnia di Domodossola, ne aveva abbastanza di appostamenti in alta montagna d’inverno con un freddo infernale e d’estate con il sole che rendeva i visi bruciati dai raggi solari. Il servizio più gradito era quello di scorta sui treni internazionali in cui si potevano incontrare persone di ogni genere anche di alto livello come sui Trans Europe Express. Quella era una mattina di luglio,  con la compiacenza del maresciallo comandante della Brigata Stanziale Alberto era riuscito a farsi assegnare in servizio sul treno con vagoni letto Francoforte – Milano. Era salito su un vagone in Svizzera a Briga; passando attraverso la galleria del Sempione si arrivava a Domodossola prima stazione italiana. Dato l’alto prezzo del biglietto i passeggeri erano perlopiù persone  non dedite al contrabbando, partendo da questo presupposto Alberto per prima cosa fece amicizia col capo treno, di solito un italiano e poi a ‘prendere visione’ delle giovani bellezze femminili in verità ben poche, l’età media delle signore era superiore ai cinquanta, anche se ben ‘conservate’ per la frequenza in istituti di bellezza ma non erano le preferite del giovane finanziere che però ebbe un colpo di fortuna: bussato alla porta di uno scompartimento singolo si era presentata una dama alta di statura e dagli occhi a mandorla, una bellezza esotica che colpì Alberto anche per il fatto che era sola in una cabina da due posti. Dopo la solita domanda in italiano ed in francese: “Ha nulla da dichiarare”, alla risposta negativa della signora Alberto richiuse la porta ed andò dal responsabile del vagone letto che sin dalla partenza del treno conservava i documenti personali dei viaggiatori. Ebbe la fortuna di incontrare un paesano: “Finanziere posso esserle utile?” l’accento era tipicamente romano. “Di che quartiere di Roma  sei, io mi chiamo Alberto e sò di S. Giovanni e tu?” “Io Nando  de la Garbatella, che te serve?” “Ho visto un gran pezzo di f..a in una cabina a due posti, era sola e con una cuccetta vuota, c’è una spiegazione?” “Si chiama Aiko, ha venticinque anni, di padre giapponese  e di madre italiana, deve essere molto ricca perché ha pagato tutti e due i posti della cabina pur di non aver compagnia. Se vuoi provaci ma mè sa che vai in bianco, auguri.”Alberto ribussò al vano della cabina in questione ed all’apertura della porta: “Signorina sono di servizio sino a Milano, dato che non ho trovato posto a sedere le chiedo di poter usufruire del posto libero.” “Je parle en francais et en peu italien.” “Al contrario io parlo italiano ed un po’ francese.” Disse ridendo il buon Albertone contento di aver rotto il ghiaccio, “Se vuole nel tragitto sino a Milano potrò darle ripetizioni nella mia lingua.” “Daprès ce que j’ai entendu vous voudriez me donner un autre type dei répétition!” “Le assicuro…” “Les yeux sont le miroir de l’âme et espriment ce qui j’ai dit!” “Dovrò rimproverare i miei occhi anche se devo ammettere che sono sinceri, lei ha il senso dello humor difficile da trovare fra le persone di sesso femminile.” “Elle est sexiste! “ “Potrei dire che lei è femminista, meglio trovare un altro argomento di conversazione, ad esempio tutti i suoi bagagli sono di coccodrillo, non pensa a quei poveri animali che sono morti?” “Mieux trouver un autre sujet de conversation, que faites-vous a Milan?” “Di solito vado alla stadio, sono tifoso della Roma oppure…” Aiko si mise a ridere: “Ou est-ce que ça en dit long, il ny a pas de belles filles de son côte?“ “Non della sua bellezza, sinceramente sono rimasto affascinato, non vorrei fare il lumacone, se le do fastidio vado via.””Ce qui signifie lumacone?” “Corteggiatore noioso.” “Elle n’est pas un lumacone, en effet je peux dire qu’elle est une personne agréable et phsiquement pas mal de tout.” “M’è venuta la voglia di abbracciarla, in fatto di donne sono piuttosto selettivo ma lei…” “Ce qui signifie selettivo?” “Difficile di gusti ma lei è favolosa…” “J’ai compris que c’etait fabuleux, je vous dis que j’aime les uniformes, elle va très bien, je l’autorise a m’embrasser.”  Alberto non se lo fece ripetere un altra volta, abbracciò Aiko e la baciò in bocca a lungo, quando si staccarono erano vicino alla stazione di Milano. Nando riconsegnò il passaporto ad Aiko poi: “Ahò sò scesi tutti che aspettate?” In panchina si era presentato nel frattempo un giovane non italiano che dinanzi ad Aiko  con deferenza si tolse il cappello e cominciò a caricare i bagagli su di un mezzo a due ruote. Aiko ad Alberto: “Ceci est Abasi un serviteur de ma mère, à l’exterieur il y a Ambrogio le conducter avec la voiture.” “Devo fare una telefonata a Domodossola.” Alberto raggiunse una cabina telefonica e: “Maresciallo sono a Milano per servizio, penso di restarci, col suo permesso vorrei quindici giorni di licenza ordinaria, lei mi aveva chiesto…” “Si un paio di pattini per mio figlio.” “Come li vuole italiani o americani?” “Tutti e due, non mi combinare casini.” Abasi il servitore aveva caricato i bagagli in auto, una Maserati Ghibli, e si era seduto vicino al conducente, Alberto e Aiko nel sedile posteriore molto vicini. Dopo un percorso di circa  ventun minuti il cancello in ferro fu aperto con un telecomando da Ambrogio che posteggiò l’auto nel cortile di una villa a tre piani. Aiko corse dentro, Alberto rimase all’esterno in attesa di eventi, non sapeva come comportarsi. Presto la italo giapponese uscì con sottobraccio una signora circa quarantenne alta come lei e molto assomigliante, sicuramente sua  madre. “Adesso ti dai alle forze dell’ordine, presentami il signore. “Questo è Alberto un finanziere di Domodossola.” L’interessato rimase a bocca aperta, Aiko parlava perfettamente italiano. “Come sta, sono un po’ sorpreso, Aiko…” “Ti ha fatto il solito scherzetto che non parla italiano, mia figlia conosce pure l’inglese, il tedesco, lo spagnolo ed anche il giapponese, di quest’ultima lingua mi sono fatta insegnare due parolacce da mio marito Tatsuno per mandare a quel paese stà figlia…” “Mamma non mi scandalizzare Alberto, è mio ospite e gli ospiti come dicevano i romani, suoi paesani, sono sacri.” “Pure romano te lo dovevi trovare, sempre meglio di quei quattro snob che di solito porti a casa e che parlano il birignao. A proposito che grado ha il tuo amico?” “Signora sono capitano ma durante il viaggio ho perduto le tre stelle.” “Pure spiritoso il signore, andate dentro a farvi una doccia, puzzate di treno, all’ex capitano dà dei vestiti di tuo padre, gli staranno corti,  domani, se resta ancora da noi, fagli comprare qualcosa che gli stia bene.” Ginevra aveva avuto ragione, i vestiti di suo marito su Alberto lo facevano assomigliare ad un clown, lei non esitò a farsi matte risate. “Stasera abbiamo il circo gratis!” Alberto capì quasi subito il perché Ginevra e Tatsuno abitavano in case differenti, questione tributarie per evitare di pagare troppe imposte! Cena all’aperto, menu classico milanese: “Dì la verità avresti preferito spaghetti alla carbonara,  coda alla vaccinara, abbacchio con cipolla, carciofi fritti…” Aiko ripreso il linguaggio italiano: “Mamma non ha particolare simpatia per i romani perché…” “Kusokurae!” fu l’eclamazione della padrona di casa non tradotta da Aiko che però: “Mammina mi ha bellamente mandata a …” Alberto a fine pasto rimaneva seduto, si vergognava ed aveva paura dello sfottò della ‘vecchia’ che vecchia non era anzi…gli venne da ridere. “Che ci ha stò romano da ridere?” “Pensavo invece ad una cosa seria, nel caso Aiko dovesse scaricarmi, cosa probabile, avrei come riserva una meravigliosa signora a nome Ginevra che vuol significare persona forte d’animo, coraggiosa e misteriosa, che non si lascia sopraffare dalle difficoltà e che la pronta intelligenza le è di aiuto nelle difficoltà della vita.” Stavolta la padrona casa rimase senza parole sino a quando: “Sinceramente pensavo che i finanzieri fossero degli ignoranti, giovanotto mi hai meravigliato, non mi andresti male come genero, ma con la testa matta di mia figlia hai poche chances, ora pensiamo alla notte: in villa abbiamo molte stanze da letto ma siccome sicuramente finireste ad occuparne una sola evito la manfrina di prepararne due, meglio una sola matrimoniale, fra l’altro diventare nonna sarebbe per me un piacere, sempre che il nipote non assomigliasse a mia figlia! Alberto poteva dire di aver avuto successo anche con Black un cane di razza dobermann notoriamente non avvezzo a fare facilmente amicizia con gli estranei. Ma fu proprio lui a causare una tragedia: la mattina seguente  il cancello d’ingresso della villa era aperto perché Ambrogio doveva uscire a far delle compere, Black aveva adocchiato un gatto che, alla vista del cane prese a correre verso l’uscita della villa seguita da un Black infuriato per la sua intrusione. Aiko per paura che Black uccidesse il gatto li inseguì ma in quel momento giunse sulla strada esterna un’auto a forte velocità che prese in pieno la ragazza. L’ambulanza del 118 arrivò in pochi minuti, sopra vi salì anche Ginevra ma non Alberto  che si era seduto su una banchina senza  riuscire a muoversi, era senza forze. Alberto venne a sapere da Ambrogio che il padre di Aiko era anche lui in ospedale. Tutti in villa si erano fermati, un silenzio assoluto foriero di cattive notizie che purtroppo giunsero la sera. Ginevra ritornò in auto col marito, dalla sua espressione si capì che Aiko era deceduta. Alberto si rivestì in divisa, pregò Ambrogio di accompagnarlo alla stazione ferroviaria. Giunto a Domodossola, in caserma incontrò il maresciallo che: “Allora sti pattini?” “Li comprerò qui, a Milano non ne ho trovati.” Questa è la triste istoria…  Ginevra non aveva voluto indossare abiti neri, per lei un’inutile manifestazione di lutto, quello vero era nella sua anima. Aveva fatto lasciare la camera dove avevano ‘dormito’ Alberto ed Aiko senza riordinarla, le lenzuola avevano ancora l’olezzo dei due corpi, uno ricordo straziante. La signora non era il tipo di lasciarsi andare, donna d’azione decise: “Ambrogio voglio andare in macchina a Domodossola, partenza domattina presto senza divisa, interessati dei i bagagli. Stavolta la signora prese posto vicino all’autista, il dolore l’aveva cambiata dal di dentro, Ambrogio in uno slancio di affetto le baciò la mano, aveva le lacrime agli occhi, la morte di Aiko l’aveva turbato profondamente. Arrivo all’albergo Corona scelto su l’elenco telefonico sistemazione in due camere e poi pranzo allo stesso tavolo. Mai Ginevra aveva dato tanta confidenza al suo autista, il suo era stato un ragionamento intelligente: se si fosse presentata con la Maserati e con un autista in divisa avrebbe dato troppo all’occhio e poi aveva stima di Ambrogio sempre servizievole. Dopo aver pranzato  i due si recarono in stazione dove c’era il Corpo di Guardia della Finanza, ad un finanziere Ginevra chiese notizie di Alberto, risposta “Monta di servizio alle diciotto, se vuole posso avvisarlo per telefono, la nostra caserma è situata qui vicino.” “Alberto c’è in Dogana un signore ed una signora che chiedono di te, vieni subito.” Alberto pensò ai suoi genitori, strano che non l’avessero informato del loro arrivo. Alla vista di Ambrogio e di Ginevra il cuore comimcò a battere all’impazzata, Aiko era rimasta nel suo cuore e la ferita della sua morte era ancora aperta. Un abbraccio e poi: “Andiamo nella saletta interna di questo bar, il padrone è mio amico.” Dopo un lungo silenzio: “Alberto m’è venuta voglia di rivederti, in casa mi sentivo sola, meglio venire io a trovarti poiuttosto che tu a Milano. Vorrei rimanere qualche giorno, se sei libero dal servizio potresti farmi visitare i dintorni della città, specie quelli di montagna.” “Sono di turno alle diciotto sino alle ventiquattro di stasera, spero di ottennere una licenza, essendo caldo non avrete bisogno di vestiario pesante, verrò io in albergo. “Maresciallo sono venuti a trovarmi due miei parenti, le chiedo quindici giorni di licenza.” “Ed io ti chiedo un abbigliamento sportivo per mio figlio che deve fare delle gare con i pattini.” “Mandi suo figlio a mio nome al negozio ‘Tutto Sport’ ottetterà tutto quello che gli serve.” Alberto il giorno successivo in borghese si presentò all’hotel ‘Corona’, i due erano al bar a fruire della prima colazione. Il rivedersi aveva cambiato in parte l’umore dei tre, Ginevrta prese sotto braccio Alberto e si ‘esibì’in qualche risata per la situzione creatasi, non rideva da molto tempo. Nella Maserati Ambrogio al volante, sedile posteriore occupato dalla ‘strana coppia’. “Ricordi quando mi dicesti che, qualora Aiko ti avesse scaricato io sarei stata la sua sostituta, triste profezia si è avverata!” Che voleva significare Ginevra con quella frase che era disposta a sostituire sua figlia in tutti i campi?” Erano giunti a Bognanco, sosta all’hotel ristorante  ‘Regina’, il padrone dal nome inusuale di Elvio: “Sono a vostra disposizione, qualora voleste fare un giro nei sentieri di montagna posso farvi avere degli scarponi adatti, vi farò preparare due stanze, una matrimoniale ed una singola, i numeri sono la cinque e la sei. Nessuno dei  tre lo contraddisse per quanto riguardava la sistemazione notturna, molto probabilmente Elvio aveva accoppiato Ambrogio con Ginevra lasciando la singola stanza ad Alberto il quale fu l’unico a scoppiare in una gran risata per poi uscire dal locale sempre ridendo. “Ambrogio spero che tu di notte non russi!” Madame lei mi mette inm crisi, non potrei mai dividere il letto con lei…” “In altre parole dovrei dormire nel lettone con Alberto.” Ambrogio ritenne opportuno uscire dal locale nel momento in cui Alberto vi faceva ritorno. “Facciamoci dare stì scarponi, andiamo a respirare l’aria pura del bosco, ho bisogno di ossigenarmi.” “C’è unmotivo di questo bisogno di ossigenazione?” “Prima di ogni fatica sportiva è d’uopo!” “Passeggiare nel bosco la consideri una fatica sportiva?” “Passeggiare no, baiser si!” Alberto aveva usato improvvidamente lo stesso linguaggio di Aiko, se ne accorse troppo tardi quando Ginevra si allontanò per sedersi in una panchina fuori dell’Hotel, anche Ambrogiuo era sparito dalla circolazzione. Andare in un posto di villeggiatura per vedere la televisione non è il massimo ma era quello accaduto ad Alberto che mostrava un’espressione da rincitrullito. Gioco forza i tre si trovarono nello stesso tavolo a cena. Elvio:”Ho fatto preparare del capriolo arrosto, è una specialità locale, potrò anche servirvi formaggi di ogni tipo e pure salumi oltre a dell’insalata particolarmente amara per chi la ama, vino un Prunent con base Nebbiolo.” ”Una cena silenziosa non riesco a digerirla, Ambrogio sai suonare il pianoforte, lì in fondo al locale ce n’è uno, domanda alla signora che musica preferisce.” Ambrogio sapeva strimpellare il piano e  finalmente riuscì a far sorridere i due. Alla fine dell’esibizione: “Signora sono veramente stanco, mi ritiro nella mia camera, buonanotte.” “A questo punto sembra rurro palesemente taumatoligico come direbbe La Palice, stesso lettone con finale scontato!” “Hai già dimostrato che i finanzieri non sono ignoiranti, adesso prova a dimostrare che sono validi in altri campi!” Alberto e Ginevra, a turno, avevano fruito dei servizi del bagno con ovvio finale. “È molto tempo che non ho rapporti sessuali, mio marito mi ignora, vorrei che tu fossi delicato.” “Prima devo domandare a ‘ciccio’ se sei di suo gradimento, non ama le persone anziane!” Alberto fu convinto a cambiare atteggiamento da una unghiata doppia sul suo sedere.” Va bene, ho finito di fare lo stupido, chiudi gli occhi ed apri le tue deliziose cosce.” Un cunnilingus  per evitare di far troppo male alla ‘gatta’ di Ginevra che impiegò molto tempo prima di raggiungere un orgasmo ma una volta partita… Alle dieci Ambrogio svegliò i due telefonicamente: “Signora mi dia degli ordini, sono nella hall.” “Resta lì.” “Mio caro, a mente serena debbo dirti qualcosa di importante: ho ancora le mestruazioni e quindi non so cosa succederà, in caso positivo non saprai mai nulla, siamo troppo lontani sia per età che mentalità. Anche se il concetto ti sembrerà strano è stato un omaggio a mia figlia Aiko, questa è una delega per il ‘Banco Ambrosiano’, vi ho depositato una bella somma sempre in ricordo di mia figlia, ti auguro tanta fortuna!” Un bacio finale come nei film rosa ma il loro non aveva proprio nulla di rosa! Finale col botto: “Alberto mio figlio vuole frequentare un corso di equitazione, avrebbe bisogno di…” “Maresciallo è risaputo che una caduta da cavallo può essere pericolosa, consigli a suo figlio la corsa, è più salutare per lui e per me!”

  • 28 maggio alle ore 20:08
    Le mie cuginette

    Come comincia: Post di Linda Landi
    25 ottobre 2018

    Ed oggi, uscendo dal lavoro, mi è venuto in mente: "Fai del bene che appresso ti viene". 
    O era "Fai bene che appresso ti viene"? Più probabile e più vera la seconda, ma ho mantenuto la prima versione e mi è venuta in mente mia cugina L....za.

    In particolare quando mia cugina aveva cinque anni e prorompeva in un pianto lamentoso.
    La mia interpretazione, allora, era che si lamentava in quel modo perché era la più piccola della nidiata e veniva/si sentiva sempre messa da parte.
    Ed io, quattordicenne, poiché mi dispiaceva per la sua sofferenza, la prendevo da dietro da sotto le ascelle e cominciavo a farla roteare fino a quando cominciava a girarmi la testa. 
    Lei rideva felice e quando smettevo diceva: "Ancora!".

    Quali altri ricordi ho di mia cugina L....za?

    Arriviamo a quando arrivò la telefonata della sorella più piccola di mio padre, sconvolta perché era arrivata una citazione dal Tribunale perché il fratello (il penultimo) l'aveva denunziata. Mio padre tentò di calmarla, poi telefonò al lestofante (almeno morale, quella che è poi la giustizia formale è un'altra cosa). Mia madre gli strappò la cornetta di mano e vi urlò dentro: "Fai schifo!".
    E cosa c'entra mia cugina L....za?
    Pochi giorni dopo, mio fratello Alberto, rientrando a casa riferì che aveva incontrato L....za che gli aveva detto: "Hai sentito che belle parole si sono scambiate i nostri genitori?"

    Poi arriviamo a quando L....za deve scegliere la facoltà all'Università. 
    Chi sa come, ci troviamo a casa dei suoi genitori quel tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato ed io e L....za ci chiede consiglio.
    Le dico che dipende dalle sue intenzioni:"Tu cosa vuoi fare?", le chiedo.
    "Voglio fare i soldi", è la risposta.
    Mi trattenni dal replicarle: "Allora vai ad aprire una saracinesca", intendendo: apri un negozio.

    Comunque, mia cugina, pur laureandosi, essendo in gamba, bella e determinata nella sua intenzione, ci è riuscita: ha fatto i soldi.
    Anche se è andata all'estero per riuscirci.

    Il ricordo successivo è quando tornò da Londra dove era andata con il progetto Erasmus. Disse che la avevano apprezzata per la sua preparazione teorica, superiore a quella degli studenti locali, mentre lei aveva apprezzato i laboratori disponibili e ben attrezzati.

    Poi c'è la sua festa di laurea.

    Saltiamo le informazioni indirette e gli incontri legati a 'motivi di famiglia'.

    Arriviamo a quando sono, purtroppo, già vicina di suo padre e quel tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato ed io le andiamo a fare una cortese e doverosa visita a casa di suo padre, portando la scatola di cioccolatini di prammatica poiché non era stata bene.
    Vedo che tollera a stento la visita ed appena la porta si chiude alle nostre spalle inizia a sforbiciare ed a criticare con i genitori.
    Penso di sapere qual è il motivo della loro puzza sotto al naso: non ho sposato qualcuno 'socialmente' all'altezza.
    Avevano avuto lo stesso atteggiamento anche con il marito di mia zia e lo avrebbero avuto con il marito di un'altra cugina, semplice artigiano non laureato.

    E, ho ricordato dopo, appena appena uno è un poco felice o ha qualcosa che loro ritengono apprezzabile, si rodono il fegato. Devono vedere la gente soffrire e messi proprio male per essere completamente felici.

    Veniamo a quando si trova in zona in occasione del matrimonio di un'altra comune cugina. 
    Quel tizio che mi si è attaccato addosso e non mi ha mollato ed io stiamo chiudendo la porta del nostro appartamento.
    L....za ed il suo fidanzato stanno scendendo le scale. 
    Si ferma e fa le presentazioni, poi precisa, con tono di sufficienza (per non dire di schifo): "Loro abitano qui al pian terreno".
    Io mi trattenni dal replicare: "Invece loro abitano all'ultimo piano nell'appartamento che gli ha regalato mio padre!".

    E quella fu l'ultima volta che ci siamo parlate.

    Due anni dopo mi fa trovare un biglietto sotto la porta comunicandomi che c'è posta per noi. Vado a vedere nella cassetta. Trovo l'invito al suo matrimonio. 
    Altra acqua era passata sotto i ponti. 
    Lo respingo.

    P.S. Mentre passeggiavo con mia figlia ho avuto un altro flashback.
    Quando ero a Roma, la sorella di L....za mi chiese se potevo ospitarla per due o tre giorni.
    Mi mette un poco in difficoltà perché ho una stanza in affitto in un appartamento abitato anche dalla proprietaria, una studentessa calabrese ventitreenne. Comunque la terza stanza in quel momento non è affittata e la proprietaria mi dice che posso ospitare mia cugina. 
    E così fu.
    Sempre pronti a risparmiare (e lucrare) alle spalle del parente povero. Poi avuta la grazia, gabbato lu santo. 

    Linda Landi
    14 agosto 2018 · 
    Dopo aver visto tutte le puntate de "La mafia uccide solo d'estate" (la prima serie ogni puntata un piccolo gioiello), sono passata a "L'ispettore Coliandro", poi "Questo nostro amore" (solo la prima serie, nelle altre ci sono situazioni che si allungano in maniera abnorme solo per mantenere in piedi la serie), sono passata, come sapete, (non c'è molto altro da scegliere) a "Don Matteo".
    Una "maga" dice a don Matteo: "Io e lei facciamo lo stesso mestiere: aiutiamo le persone."

    Ed ho pensato a te, fratello, io e te avevamo questa tendenza: aiutare il prossimo. Tu più di me. L'avevamo assorbita dai nostri genitori. Non so se e quando tu sia rimasto deluso e ti sia scocciato. Temo sempre che la prima ad averti deluso sia stata io.

    C'è un episodio che mi fece scoprire come la mia disponibilità fosse irrisa dalla parte 'furba' della nostra famiglia e mi fece riflettere sul fatto che la mia disponibilità fosse forse eccessiva. 
    Ma, come dice Salemme, nella parte conclusiva del film "Cose da Pazzi", chi nasce tondo non può morire quadro.
    La scorsa estate un neurologo mi ha chiesto: "Ma che? Lei è una suora?".

    L'episodio è questo:
    Stavo sotto l'ombrellone sulla spiaggia a Paestum e stavo pensando tra me e me: "Quasi quasi vado a farmi un altro bagno" ero quindi in procinto d'alzarmi ed in questo movimento vedo sotto un altro ombrellone nostra cugina L.u.a che sta parlando maliziosamente , e capisco di me, alla sua amica (incolpevole) Paola D'A.. Le osservo chiedendomi quale malignità le stesse raccontando. Poi L.u.a fa una domanda, sempre maliziosa, all'amica. Dall'espressione capisco che la domanda è: "Vuoi vedere?". 
    Si volta verso di me e fa:"Mi porti l'asciugamano?".

    Molta gente furba non capisce che noi stiamo zitti per educazione.

    P.S. del 22/06/2019. A settembre del 1999 si sposa il fratello maggiore di L.u.a. Arrivo nel piazzale del locale nell'auto guidata da mio padre. Scendo dall'auto. Più in là c'è L.u.a appena scesa anche lei dall'auto. Evidentemente stavo particolarmente bene, perché L.u.a mi vede, non mi saluta nemmeno, ma immediatamente si volta verso la mamma e chiede allarmata:<<Mamma, sto bene?>>.
    Al tavolo mi ritrovo seduta accanto al fidanzato (di allora) di L.u.a che mi dice ammirato e leggermente meravigliato:<<Stai bene!>>.
    Nell'album di fotografie di quel matrimonio non c'è una foto dove ci sono io.

  • 26 maggio alle ore 22:09
    Di sogni si vive

    Come comincia: Vi è nel cuore di ognuno di noi un mondo piccino, fatto di giorni di sole e vento tra  i capelli, corse lungo i prati e ghirlande di fiori, un mondo di sogni d’infanzia e palloncini colorati, bibite fresche e corse in bicicletta. Un sogno di notti magiche e stelle lucenti, neve bianca dietro i vetri e stupore di sguardi oltre la staccionata.
    Come in un variopinto gioco del mondo, sulle dita si contano i giorni in attesa di una notte Unica, dove il sogno diventa magia, il desiderio diventa gioia, il mistero diventa fiaba.
    Una notte da assaporare con il naso all’insù, come cercando un velo bianco oltre la luna, gli occhi a scrutare il bosco appena dietro il paese, tintinnii di campanelle e fruscii d’argento a cullare il sonno dei più piccini.
    Laggiù, oltre la curva scura del prato, oltre il portone chiuso sulla via, ci attende una fata buona, che con  i suoi sussurri leggeri e birichini racconta storie ai bambini e a tutti coloro che sanno ancora sognare. Se ci fermiamo un attimo, seduti sulle panchine o passeggiando lungo i sentieri, si possono ascoltare le mille voci del bosco, ritrovare le pagine di racconti di un tempo, i suoni di un mondo quasi perduto e dimenticato, ma ancora vivo appena dietro le foglie.
    In questo vorticare del tempo noi non siamo soli, la magia di un’Unica Notte ci accoglie mentre seguiamo la nostra vita frettolosa e stanca: è una goccia di Luce, un istante di felicità che ci fa compagnia, allieta i giorni lunghi e freddi, riscalda le sere quando gli uomini risalgono al monte dopo una giornata di lavoro, accarezza gli sguardi dei bambini che vanno a scuola, accompagna giovani e studenti: è credere ancora nel lungo abbraccio dell’Infanzia, che con la sua innocenza ci dice che la Vita è un sogno, e di sogni si vive.
     
     

  • 24 maggio alle ore 16:34
    SEI PERSEO?

    Come comincia: Avere un nome fuori del comune può essere interessante ma chiamarsi Perseo per un ragazzo voleva dire che molto probabilmente i genitori avevano dovuto accontentare qualche avo benestante ma poi esporre il pargolo al ‘vituperio delle genti’ di dantesca memoria. Perseo studente di primo liceo classico, sempre polemico e soprattutto ‘moquer’, durante una lezione di storia domandò ad Oddo,  professore di materie letterarie cosa facessero così lontano da casa loro,  a Canne, i Cartaginesi con al comando Annibale  invece di godersi le soleggiate spiagge del nord Africa  popolate di belle donne o di robusti maschioni a seconda dei gusti personali; avevano traversato le Alpi con  poveri elefanti infreddoliti per poi venire in Italia a buscarne dai Romani. Perseo ritenne anche di omaggiare i compagni di classe ed il professore con un episodio riguardante quella battaglia in cui risultava il suo nome: “Alla fine dello  scontro, morti e feriti dappertutto, un soldato romano, uno dei pochi rimasto illeso cercava un suo compagno girando nel campo di battaglia: “Sei Perseo? Sei Perseo? Sei Perseo?” Nessuna risposta, gli interpellati erano tutti morti, solo uno dava segni di vita alla domanda: “Sei Perseo?” Una risposta inaspettata “Trentaseo!” Risate dei compagni di scuola ma non del professore: “Pensi di essere spiritoso? Ti farò passare la voglia, vieni  vicino alla cattedra, vediamo se sei preparato?” Alberto era il ‘frutto’ di un ginecologo, Rolando e di una ex modella, Cristiana che aveva aperto una boutique a Jesi in quel di Ancona. Di intelligenza e di memoria superiore alla media il giovane si limitava a seguire le lezioni dei professori per evitare di studiare a casa; nell’interrogazione fece un’ottima figura con lo scorno di Oddo che fu costretto ad ‘omaggiarlo’ di un otto. A proposito dell’insegnate, già col quel nome fuori del comune era abbastanza ridicolo se poi ci si aggiungeva la sua figura scheletrica, il naso lungo come pure i piedi era una macchietta. A detta del bidello Procolo, sempre informatissimo sui fatti di tutti i componenti la scuola, i genitori l’avevano fatto operare alle orecchie che il poveraccio aveva a sventola, insomma uno scherzo della natura che però l’aveva ricompensato con una intelligenza fuori del comune,  aveva  vinto tutti i concorsi in cui si era presentato. Ritornando al bidello, il significato del nome Procolo è: ‘nato quando il padre era lontano da casa’ il che poteva far malignare sul comportamento sessuale della genitrice…Oddo il cui significato di origine tedesca vuol dire ‘proprietario’, era veramente possidente di vari terreni a Cupramontana vicino a Jesi,  pure di quella località era la consorte Dalida che fisicamente non aveva nulla in comune col marito: alta, longilinea, bella di viso, genitrice di Serilda che per sua fortuna non assomigliava al padre. Dalida era il nome della gentile e disponibile consorte; come l’omonimo personaggio della Bibbia era piena di fascino, amante del denaro, anche un po’ diabolica, per lei valeva il detto marchigiano: ‘ Se te sposi ‘na donna vella te tocca a fa la sentinella.’ Hermes protettore di Perseo, dopo una notte passata in compagnia di Croco era di buon umore. Notato il suo protetto in giornata negativa pensò e mise in atto una delle sue: far conoscere a Perseo Serilda che era iscritta alla quinta ginnasiale nell’istituto dove insegnava suo padre il quale, spinto da chissà quale spirito maligno aveva ‘omaggiato’ la sua discendente di un nome perlomeno inusitato il cui significato è ‘fanciulla  battagliera.’ In fondo non aveva commesso un errore, la ragazza di altezza media aveva un corpo robusto, sembrava una palestrata anche se la baby non aveva mai frequentato una sala da ginnastica. Un incontro molto particolare, Perseo durante gli intervalli talvolta frequentava i locali di pertinenza del bidello per fumare in santa pax qualche sigaretta sottratta al  genitore, parimenti di Serilda che aveva lo stesso vizietto. Fecero amicizia, la giovane raccontò che sino alla terza media era stata in un collegio di suore di cui non aveva un buon ricordo. Oddo non vedeva di buon occhio quell’amicizia ma dovette arrendesi dinanzi alla risolutezza della figlia: “Non facciamo nulla di male, Perseo è un ragazzo intelligente e fisicamente non è male.” Proprio quella era la paterna paura, Serilda aveva solo sedici anni ed a qualche sua coetanea, a scuola, era accaduto qualcosa di …non adatto alla sua età! Perseo venne a conoscenza delle vicissitudini della ragazza: una volta per una forte infreddatura si era sentita male ed era stata ricoverata all’infermeria della scuola, verdetto del medico: ‘broncopolmonite basale sinistra’, cura: iniezioni di antibiotico ogni otto ore. Infermiera della scuola una ragazza svedese, Lucia classica bionda con occhi azzurri  eseguiva il suo compito con molta diligenza, dopol’iniezione massaggiava a lungo il sedere di Serilda talvolta andando fuori del…seminato ossia sul fiorellino, sulle tette ed infine baciandola in bocca, una lesbica a cui la studentessa non aveva avuto il coraggio di opporsi ma quell’esperienza non era stata di suo gradimento, lei era sicuramente etero anche se non aveva avuto esperienze con un …coso maschile. Un giorno Perseo capì che il ‘frutto’ era maturo  ed anche per l’assenza in classe del professore di materie letterarie condusse Serilda a casa sua, in via S.Martino dove la ragazza, un po’ spaventata prese visione per la prima volta di un ‘marruggio’, per dirla alla contadina, che la mise ‘in pensiero’ paragonando il calibro alla sua ‘piccolina’. Alberto fu intelligente glielo mise solo in mano con l’ovvio finale di uno zampillo latteo. Anche mammina Dalida aveva problemi in quel campo. Stanca dei volenterosi e robusti figli di contadini voleva provare qualcosa di ‘meno grezzo’ e chiese al marito di potersi fare visitare da un ginecologo, chi meglio di Rolando padre di Perseo? “Gentile signora lei ha la vagina molto infiammata, usi questi ovuli che le prescrivo e dica a suo marito di ‘andarci piano!” Ma quale marito, Oddo era quello di una al mese quando andava bene, anche quella era poco soddisfacente per la signora ma le qualità ‘argentee’ del consorte la inducevano ad accontentarsi in quel campo. Dopo quindici giorni Dalida si ripresentò dal professor Rolando che: “Finalmente signora tutto a posto!” “Che ne dice di provarmelo, non vorrei che…” Dalida  voleva la prova subito, Rolando chiuse la porta d’ingresso dello studio a chiave e provò, a lungo che la sua diagnosi era stata esatta. “Dopo circa mezz’ora: “Professore che ne dici di altra visita fra una settimana?” Rolando piuttosto esausto: “Facciamo quindici giorni, ho molto lavoro!” Cristiana aveva avuto molto successo con una sfilata di modelli maschili ad Ancona, successo per lei più piacevole perché aveva conosciuto un modello di nazionalità francese, molto raffinato che con quella sua erre moscia l’aveva conquistata. “Caro questa sera resto ad Ancona, devo prendere accordi con dei clienti stranieri che domani debbono ripartire.” “Va bene cara, divertiti!” Rolando era a conoscenza delle scappatelle della consorte, lui la ripagava di ugual moneta ed erano ambedue ben contenti di essere una coppia aperta. Niente di nuovo sotto il sole, nei secoli la storia si era ripetuta e così: ‘Passa un giorno, passa l’altro Alberto imitò il prode Anselmo ma al posto di mettersi l’elmo incappucciò il suo uccellone con un condom al fine di evitare non graditi imprevisti, Serilda al massimo dell’eccitazione non ebbe molti problemi e da quel momento…vai alla grande! Chi aveva problemi era invece suo padre Rolando ossessionato sempre più dalle richieste sessuali di Dalida, allo stremo delle forze e della pazienza pensò ad un escamotage: assunse una infermiera anziana che era presente ad ogni visita a Dalida la quale, capita l’antifona ritornò ai rapporti con giovani e gagliardi campagnoli. Dall’alto dell’Olimpo Hermes contemplava lo spettacolo dei cinque con compiacenza da guardone,  anche lui aveva partecipato in parte alla loro felicità.

  • 24 maggio alle ore 16:30
    IL POLIANESIMO

    Come comincia: Sin dai tempi che furono i nostri antenati cercarono qualcuno al disopra di loro a cui credere, delle leggi a cui ubbidire, delle disposizioni da seguire per evitare dissidi e disaccordi e condividere le esperienze di vita, l’amore e le sofferenze. In seguito a ciò nei secoli sono nate circa centotrentasette religioni, quelle più seguite,  di cui sette cristiane. Ovviamente ciascun adepto afferma che la sua è quella giusta, facendo sorgere guerre infinite come nel Medio Evo quelle tra cristiani, ebrei e musulmani tuttora in atto. Il Polianesimo, invece, è condividere le esperienze di vita, l’amore e le sofferenze, educare i bambini alla felicità e non alla perfezione. Secondo questa teoria l’amore vero non è mai a due, c’è sempre un terzo e questa è la vita reale. Quando c’è l’more non c’è presunzione o egoismo, non c’è pigrizia né ignavia. Quando c’è l’amore non servono le parole, gli atti d’amore sono un inno alla vita. Il Polianesimo invita a rompere gli schemi a rinnovare l’amore con coraggio altrimenti si arriverà alla sconfitta. Occorre  aprire le confessioni con noi stessi e con chi crede in noi. Occorre guardarsi da vicino e vedere la nostra immagine negli occhi degli altri ed osservarli  senza possederli. Occorre amarsi tutti insieme anche solo analizzando la bellezza del silenzio ed amandosi donandosi a tutti. Ma ci sono dei distinguo: le masse saranno sempre al disotto della media, le barriere del sesso dovranno cadere e la democrazia arriverà all’assurdo rimettendo le decisioni circa le cose più importanti a molti incapaci. Sarà la punizione del principio di democrazia attratto dall’eguaglianza che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi, il bambino di diventare uomo ed il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sull’eguaglianza andrà in pezzi perché non riconosce la disuguaglianza di valori, di merito, di esperienza, la fatica individuale, culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. Questo ci ha insegnato Henri – Frédéric Amiel già nel 1871. Teoria saggia e suggestiva ma che era stata interpretata ‘pro domo sua’ da Alberto che a Messina aveva creato un circolo a nome ‘I Polianisti’. Secondo il fondatore del club gli associati dovevano avere le caratteristiche dei gaudenti, insomma essere edonisti, sibariti, viveurs e libertini. Altra caratteristica importante, ma non ultima, avere una buona disponibilità finanziaria. Ma chi era quel furbacchione di Alberto? Un ex maresciallo quarantacinquenne della Guardia di Finanza che, stanco dei ‘signorsì’ e delle regole della vita militare, con furbizia aveva dato la stura alla sua vera natura di gaudente ma non quella fondata nel 1260 in onore della B.V. Maria! Il locale scelto uno di quattrocento metri quadrati in viale Europa il cui proprietario e suo amico, Franco, aveva voluto condividere l’esperienza di Alberto per una sfida alla città molto dedita a riti cristiani, a processioni ed a festeggiamenti in onore di vari santi.  Con i soldi della liquidazione Alberto aveva sistemato in modo  moderno il locale dividendolo in varie salette, in fondo un bar ben fornito a cui erano addette due ragazze giovani abbigliate in modo sexy, all’ingresso lo stesso Alberto coadiuvato da Audrey, sua convivente vestita in modo inappuntabile ed elegante. Franco aveva provveduto a segnalare ad Alberto un buttafuori nella persona di un etiope Kamali, di un metro e novanta di altezza, centoventi chili di peso e di pelle non molto scura, sicuramente un incrocio tra una italiana ed un indigeno. L’apertura del locale era stato reclamizzato sia da un giornale che da una radio locale.  Alle diciotto del giorno prescelto già molte persone erano entrate nel locale spinti dalla curiosità, alcune conoscevano di persona Alberto ed avevano portato delle piante in omaggio. Audrey era la vera attrattiva del locale: francese di nazionalità, alta, longilinea, corpo da modella, espressione del viso accattivante. Di passaggio  a Messina era stata affascinata sia dalla divisa che dal ‘savoir faire’ di Alberto e gli era rimasta accanto. Uno stereo con altoparlanti in tutto il locale diffondeva musica di altri tempi a basso volume: Sinatra, Armstrong, Hallyday, Buongusto, Ellington, gli indiavolati ritmi moderni erano stati volutamente banditi, in giro c’erano pochi giovani che l’avrebbero apprezzata. Molti dei presenti si conoscevano, si formarono alcune coppie soprattutto di attempati signori con ragazze più giovani, le consorti per ripicca avevano preso la stessa via, gli ampi divani accoglievano molte persone che gustavano dolci e bevande, perlopiù champagne che alcuni camerieri distribuivano agli invitati. Da precisare che furbescamente Alberto aveva posto vicino ad Elvira, signora addetta al guardaroba un cartello in cui si invitavano i signori e le signore ad iscriversi al club ‘Il Polianista’ anche se la maggior parte dei presenti non aveva la minima idea di che si trattasse, prezzo dell’iscrizione: ‘Facoltativo.’ Questa ultima era stata una furbata dell’ex maresciallo che in tal modo faceva i conti alla rovescia nel senso che stabiliva in anticipo il guadagno del locale per poi detrarre tutte le spese. (caina docet!) Visto l’ambiente signorile alcuni dei presenti chiesero ed  ottennero la tessera di socio. Unica prescrizione essere maggiorenni; orario di apertura tutti i giorni dalle ventidue alle tre di notte escluso il lunedì. Qualcosa di particolare accadde: Kamali dopo un mese che era in servizio si presentò con un elegante vestito cucito su misura per la sua mole con scarpe di Varese e cravatta di un maestro napoletano, provenienza del denaro per l’acquisto? Sicuramente qualche signora un po’ attempata che aveva gradito le prestazioni del giovane africano. Il destino, non controllato, more solito da un Hermes distratto da avventure sessuali, mise in atto un principio del Polianesimo: ‘L’amore vero non è mai in due, c’è sempre un terzo ed è la vita reale.’ La differenza era che nel Polianesimo si parlava di amore spirituale, quello che avvenne ad Alberto invece riguardava il sesso. Durante una sua assenza da Messina per  la visita a Pesaro alla mamma  ammalata, era accaduto che al club si era presentato Andrè un signore francese in Citroen DS 21 che aveva intrapreso una conversazione in madre lingua con Audrey cui era venuta un po’ di nostalgia del suo paese. Col cellulare Audrey si sentiva ogni sera alle ventuno col convivente. La mancanza di collegamento telefonico all’inizio non fece pensare male ad Alberto ma dopo tre giorni… “Franco vedi di contattare Audrey, non riesco a collegarmi con lei, non vorrei che stesse male.” Ma quale male, la francesina, oltre alla nostalgia forse sentiva la mancanza di qualcosa di francese, passava la giornata in compagnia di Andrè. ”Alberto vuoi la verità oppure…” “Franco non la fare lunga, ormai mi conosci.” Alberto fu messo al corrente dei fatti accaduti, in fondo si immaginava qualcosa del genere ma averlo per sicuro…Con la A.R. Stelvio in nove ore, traghettamento compreso giunse a casa in viale dei Tigli dove non trovò Audrey ma un suo biglietto. ‘Sai qual è il numero perfetto?’ Pure spiritosa la francese. Le boutades erano il pane quotidiano di Alberto, stavolta le apprezzò un po’ meno ma fece buon viso…Squillo del telefonino: “Caro sono in compagnia di un mio paesano di Nizza, come te è appassionato di Formula Uno, quando puoi vieni al club, se nei giorni passati non mi hai raggiunto col cellulare era perché eravamo in luoghi dove non c’era campo.” Pensiero di Alberto: ‘scusatio non petita…’ Andrè era il titolare della Delegazione Francese dell’Ambasciata a Messina, aveva l’aria del classico gallico francese: media statura, baffetti alla Menjou, capelli impomatati con riga laterale, uno stemma sulla cravatta, vestito a righe verticali. “C’est un plaisir mon ami, spero imparare molto presto e bene italiano.” “Qualcun’altra cosa l’hai imparato grand fils de pute”, pensiero di Alberto che riuscì anche sorridere. “Hai un locale elegante con una stella che brilla al centro, la nostra cara Audrey mia vecchia compagna di scuola che il destino ha voluto farmi incontrare.” Aveva ragione il nizzardo, la ragazza brillava in tutta la sua bellezza, capelli castani sino alla vita, corpo favoloso, viso incantevole, tette e gambe invidiabili, avrebbe fasto arrapare anche un anacoreta! “Tout le monde à manger, anfitrione moi!” Almeno non era uno scroccone. Audrey scelse ‘La risacca Dei Due Mari’ a Torre Faro località che raggiunsero con la Citroen di Andrè, seduti davanti i due maschietti, dietro, al centro la giovin signora che aveva appoggiato le braccia sulle spalle dei due, un chiaro invito? Alberto: “Non parlare francese altrimenti ci prendono per turisti e ci spelano, io conosco il padrone: “Caro Cola i miei amici  hanno sentito parlar bene del tuo ristorante, siamo qui affamati.” Cola si  fece onore: gamberi impanati, alici marinate, linguine cozze e vongole, trancio di pesce spada. Andrè alzò le mani in segno di resa, solo un’ananas ed un caffè. Vedendo che chi pagava era il francese, Cola non perdonò e lo ‘spelò’ ma evidentemente l’anfitrione non aveva problemi finanziari, pagò senza una piega e lasciò pure una lauta mancia, la ‘cosina’ di Audrey cominciava a costargli un po’ troppo! Ad Alberto chissà per quale strano collegamento venne in mente e declamò una frase del poeta romanesco Trilussa di cui  era grande ammiratore: ‘Se insisti e resisti raggiungi e conquisti.’ “A chi è diretta la citazione?” “A voi due, andiamo a casa mia e approfondiremo il concetto.” “Mes félicitations, hai una dimora meublè avec gôut, le lit double est vraiment grand!” Alberto: “Doit contenir trois personnes!” Adrey prese in mano la situazione: “Alberto mi ha raccontato di una trasmissione televisiva in cui due uomini si contendevano ‘le grazie’ di una fanciulla la quale dichiarò di amarli entrambi e di non volerne fare a meno di uno. I due maschietti facendo riferimento alla loro mascolinità offesa dichiararono che mai avrebbero accettato il trio, la ragazza li guardò in viso e: “Siete due esseri piccoli e meschini, auf wiedersehen trottel!” “La ragazza era, oltre che tedesca anche anticonformista ma aveva incontrato due trottel, tradotto imbecilli, siete voi trottel?” Audrey aveva dimostrato una furbizia diabolica, aveva fatto capire  che era suo desiderio avere rapporti con ambedue sempre che non si fossero dimostrati dei conformisti. Situazione chiarita, Audrey non avrebbe avuto problemi di pudicizia anzi avrebbe gradito ‘la vicinanza’ di ambedue contemporaneamente ma Andrè: “Io mi vergogno di farmi vedere nudo da Alberto…” “Allora io ed Alberto andremo sul lettone e cominceremo a far l’amore senza di te che farai il guardone a meno che tu non accetti un compromesso: io al centro del lettone: uno dei due si interessa della mia parte superiore sino all’ombelico, l’altro della parte inferiore.” Andrè capì che per lui era l’ultima chance e poi avrebbe dovuto ‘togliere le tende’, scelse la parte superiore ed iniziò dalla bocca di Audrey per poi soffermarsi a lungo sulle tette. Alberto  rivelò per la prima volta la sua propensione al feticismo, i piedi di Audrey erano veramente bellissimi lunghi e stretti, le unghie laccate con uno smalto rosso. Finito il periodo feticista Alberto si rivolse alla ‘gatta’ pelosissima che stava avendo degli orgasmi multipli alla grande prima che Alberto prendesse in bocca il clitoride: “Audrey che sta succedendo?” “Sono molto sensibile ai baci sulle tette, Andrè è un mago.” Ci mancava pure il mago delle tette, Alberto pian piano prese possesso della ‘gatta’ che  cominciò a dar ‘segni di vita’, lui era diventato anche il mago del clitoride. Il francese ogni tanto rientrava a Nizza per far visita ai suoi ma fece sempre ritorno a Messina, si era innamorato profondamente di Audrey come pure Alberto che talvolta si interessava, come da accordi, alla parte superiore della ragazza e vissero…come gli altri esseri umani non innamorati. Finita la fase dei cuoricini, degli arcobaleni e dei coniglietti ci si ritrova ‘rari nantes in gurgite vasto’ invecchiati, infelici e scontenti con tutte le problematiche che hanno gli esseri umani,  il ‘claim’ ‘felici e contenti è una bugia che ci raccontano sin da piccoli!’

  • 24 maggio alle ore 9:07
    Percorsi

    Come comincia: Con la vecchiaia ho preso l'abitudine di sedermi sul divano dopo pranzo, col mio sgabellino per i piedi, la testa appoggiata allo schienale e gli occhi chiusi. A volte mi addormento, altre lascio che i pensieri scorrano liberi. Ieri, appena chiusi gli occhi, l'ho vista, sempre presente sull'orizzonte, la striscia d'asfalto, una bella strada larga, comoda, luccicante, e mai raggiunta. Già, mai raggiunta. Ma ho mai veramente desiderato raggiungerla? Ostaggio di viole, more di gelso e biancospino, io ancora percorro viottoli sterrati di sassi e d'erba. Viottoli dove bisogna camminare lentamente perché accidentati, ma anche perché ad ogni passo potrebbe esserci un'insidia, oppure una curiosità. Sentieri dove si incontrano poche persone, ma capiamo che queste poche persone, se sono lì, in qualche modo ci assomigliano. Forse no, non ho mai desiderato raggiungere la larga strada asfaltata, troppo comoda, troppo veloce, per poter favorire certi incontri.
    Mentre dipanavo questi pensieri ho sentito una presenza. Ho aperto gli occhi e c'era Paolo davanti a me.
    -Dormivi?
    -No, stavo percorrendo il sentiero dove ti ho incontrato.
    -Cosa?
    Eh sì, buonanotte! Dimenticavo che è sordo. Ahahahahahah!

  • 12 maggio alle ore 14:16
    Ciao Mamma

    Come comincia: Pensare alla mamma oggi è inevitabile, e io mentre facevo il caffè pensavo alla mia. Aveva una bellissima calligrafia, cantava bene, suonava il piano a orecchio, era l'empatia personificata, e allevava sei figli. Si esprimeva molto bene, ma a scuola non era andata più di tanto, era ironica acuta e pungente, e appena apriva bocca la sua toscanità esplodeva catturando l'attenzione. Anche se l'ho persa prima di diventare adulta, sono convinta di avere assorbito molto di più dalla sua ignoranza illuminata, che dalla geniale intelligenza di mio padre. Ciao mamma 

  • 07 maggio alle ore 17:54
    CHI LA FA...

    Come comincia: Fausto si considerava un uomo fortunato e lo era. Appena laureato in medicina e poi specializzato in ortopedia e traumatologia era stato preso sotto l’ala protettrice di Alessandro celebre chirurgo di quel settore che era il primario ed il padrone  della clinica privata San Francesco in viale Principe Umberto a Messina. Il motivo di tanta benevolenza? L’essere molto bravo nel lavoro in cui si impegnava anche partecipando a congressi nazionali e  internazionali,  di parlare correttamente il francese, l’inglese e lo spagnolo, quest’ultima lingua di famosi chirurghi ortopedici. Ambra, la figlia  di Alessandro, era impiegata  ufficialmente nel settore di amministrazione della clinica, in verità in ufficio ci si recava ben poche volte impegnata in ‘approcci ravvicinati’ col personale maschile della Casa di Cura. Quella ‘qualità’ era stata da lei ereditata dalla madre dal nome di origine greca di Artemide, per i romani Diana, dea dedita alla caccia, nel caso in esame alla caccia di maschietti. Artemide non era una gran bellezza, piccola di statura ma dal corpo armonioso aveva un passo deciso da militare e quando desiderava una cosa  l’otteneva, uno dei suoi maggiori desideri erano quelli relativi alle prestazioni di sesso di cui aveva fama di essere particolarmente dotata. Aveva ‘messo gli occhi’ su Fausto, dal fisico vigoroso che non la considerava perché impegnato nel lavoro e nello studio. Figlio di una coppia modesta, padre falegname, madre casalinga conosceva bene il significato della parola sacrificio che soprattutto i suoi avevano compiuto per farlo studiare sino alla laurea. Fausto era stato messo in cattiva luce col marito Alessandro da parte di Artemide per quel rifiuto ma il titolare della clinica, conoscendo bene la consorte non se n’era dato per inteso. Un mattina, cosa insolita, in ufficio era presente Ambra particolarmente allegra ed in piena forma, in quel momento stava mettendo in mostra  le qualità del suo nome che significava ‘avere capacità comunicative di chi sa imporre le proprie idee.’ Chi gli capita in ufficio? Fausto  che aveva bisogno di conferire con lei per organizzare un’operazione chirurgica di particolare difficoltà. “Tó che si vede, il secchione amico di papà e forse di mamma, che posso fare per te?” ”Dato che hai preso tu l’argomento vorrei diventare amico tuo ma vedo in giro troppa concorrenza!” “Dove sta il tuo spirito di iniziativa, come uomo sei pregevole, ti piace l’aggettivo pregevole, quando vuoi sono addisposizione come da dialetto messinese.” “Devo chiedere l’autorizzazione a tuo padre, abbiamo…” “Basta fare il cagnolino obbediente, ti porterò in un locale favoloso a Catania dove mi dicono si mangia benissimo, mi sembra che tu abbia bisogno un po’ di nutrimento, ci parlo io con mio padre.” E così fu, Fausto giunse a Galati Marina nel cortile della villa  della ragazza con la sua Cinquecento un po’ datata. Ambra: “Dove vai con stá carriola, entra nella mia Stelvio, guida tu almeno fai la figura del ricco  sportivo che dall’aspetto non mi sembri.” Fausto dimostrò il contrario partendo con una sgommata  e, presa l’autostrada seminò tutte le auto dinanzi a lui.” “Va bene, hai dimostrato che sei un nuovo Schumcher, entra nel casello di Taormina, ci rechiamo in un  ristorante che non conosco, me l’hanno magnificato, si chiama ‘Porta Catania.’ Il locale dava l’impressione di essere il proprietario persona dai gusti raffinati, si trattava invece di una signora che si presentò al tavolo dei due,  era una donna elegante, robusta, capelli corti, palestrata sguardo intenso insomma decisamente mascolina. “Sono Ellen, è un piacere accogliere una sí bella coppia, specialmente lei madame con quegli occhi verdi ed il fisico longilineo, se me lo permettete provvederò il al menù e vi farò compagnia al tavolo.” Fausto ed Ambra si guardarono in viso ridendo, una vera dichiarazione di ammirazione. La proprietaria aveva colto nel segno, Ambra era bellissima in un tubino nero, di altezza superiore alla media spiccava per beltà sulle altre signore del locale. Nel frattempo si era avvicinato al tavolo un giovane che: “Cara Ambra è un bel po’ che non riesco a rintracciarti né in casa né in ufficio…” “Ecco bravo non rintracciarmi mai più anzi fai una cosa: fai a farti fottere!” Il cotale guardando la stazza di Fausto, con la coda fra le gambe andò a ‘farsi fottere’. “Uno sciocco non ricordo nemmeno come si chiama in ogni caso non si infastidisce una signora che è in buona compagnia.” “Grazie per l’aggettivo buona allora ho qualche speranza?” “Sei spiritoso, ti rispondo che dipende da te, se troverai del tempo per coccolarmi senza andare in clinica…” “Ho molte ferie arretrate, tuo padre non mi dirà di no, spero di avere un mese libero, abito in via Santa Maria dell’Arco, mi vien da ridere dato che sono ateo ma da queste parti si pensa molto alle chiese, alle cerimonie religiose, alle feste che mobilitano l’intera città e villaggi, a processioni con grande partecipazione popolare senza pensare a migliorare la vita dei cittadini. Un mio amico, direttore di  banca mi ha confidato che ci sono a Messina perlomeno dieci persone molto ricche che preferiscono tenere i soldi in titoli piuttosto che rischiare creando posti di lavoro..scusa ma talvolta mi lascio prendere dalla foga, pensiamo a noi.” Un cameriere in divisa portò in tavola tante qualità di pesce, dalle aragoste, ai calamari, alle spigole alle sardine. I due fecero onore alla cena sino al classico ananas seguito da un caffè di qualità arabica veramente eccellente.  Nel frattempo era accaduto qualcosa di non previsto: Ellen, seduta al tavolo aveva messo un suo piede fra le gambe di Ambra che si mise a ridere fragorosamente attirando l’attenzione dei clienti del ristorante. “Cara Ellen non ti offendere ma io amo i piselli soprattutto quelli grandi ed in forma, i fiorellini non sono di mio gusto!” Ellen era sparita in fretta, per lei non c’era trippa pé gatti come si dice a Roma. Ambra stavolta prese lei il volante della Stelvio senza spingere troppo forte sull’acceleratore, allungava la mano destra verso la pattuella di Fausto. Il sottostante ‘ciccio’ alzò la testa facendo ridere Ambra: “Volevo vedere come reagivi…” “Insomma prima di acquistare assaggiare la merce!” “Non la mettere così, mi sei piaciuto appena ti ho visto ma tu eri ‘in tutt’altre faccende affaccendato…’” “’a questa roba morto e sotterrato’ conosco la poesia del Giusti. “Pace.” “Pace.”D’iniziativa di Ambra un bacio ricompose la controversia fra i due. “Andiamo nella mia villa, ci sono tre piani e nessuno ci disturberà, ti darò un pigiama di mio padre.” “Allora hai deciso di…” “Non penso che ti faccia schifo!” “Non credi che siamo un po’ troppo litigiosi, anch’io ti avevo notato ma avevo anche notato una moltitudine di giovani che…” “Esagerato, una moltitudine, manco fossi Messalina!” In camera la scoperta dei due corpi, ambedue bellissimi e soprattutto eccitati, dopo il bidet di rito:’allons enfants de la patrie le jour de la gloire est arrivé!’ Così iniziò la liaison fra i due che giravano per casa senza destare la curiosità dei genitori di lei né della servitù che doveva essere abituata a…Grandi passeggiate nel giardino con annessa uccelliera, amicizia di Fausto col pastore tedesco Full custode dell’abitazione, cene a Taormina in altro locale per evitare le avances di Ellen ma al ventesimo giorno Alessandro:”Giovanotto ti sei rilassato abbastanza, ti aspetta un congresso a Barcellona in Spagna, ci sono novità riguardanti ultime tecniche ortopediche, partirai fra due giorni, fammi sapere.” Era un ordine ed a Fausto non restò che ubbidire. Fu accompagnato all’aeroporto di Catania da un’Ambra rattristata, si era abituata alla compagnia ed alle prestazioni del giovane. Fausto trovò un alloggio già prenotato vicino alla sala delle conferenze, conobbe un luminare del settore tale Rodriguez con cui, dopo le lezioni, scambiava pareri clinici. Al primo week end Fausto fu agganciato da una collega di corso, spagnola, che: “Sono Belinda ti chiedo un favore, vorrei esercitarmi nella tua lingua, non ho tempo di andare a lezione.” Fausto sorrise, capì che la ragazza aveva sfornato una fandonia, parlava perfettamente l’italiano, forse voleva approfondire l’italiano in altri campi. Il suo nome corrispondeva alla sua persona: dolcemente luminosa, la sua conoscenza ne valeva la pena. Belinda fece da cicerone a Fausto che, non molto amante di monumenti, (ce n’erano tanti in Italia), preferì entrare in un  ristorante tipico dove furono accolti da un gruppo di chitarristi che stavano suonando musiche messicane e che s’inchinarono al loro ingresso. Si presentò il padrone del locale: “Bienvenido a mi modesto restaurante, el menú es fijo, solo puedes elergir vino o cerveza.” Belinda scelse la birra, evidentemente voleva avere il partner in piena forma. Andarono nell’alloggio di Fausto e passarono due giorni d’incanto, il lunedì di nuovo lezioni che terminarono il mercoledì; Belinda accompagnò Fausto a ‘El Prat’, l’aeroporto di Barcellona e lo congedò con un lungo bacio di ringraziamento, non avrebbe dimenticato il bell’italiano. Era un luglio afoso, Ambra non sopportava l’aria condizionata dell’ufficio: “Papà vado nell’isola di Panarea in compagnia di alcune amiche, ci rivedremo…non so quando, a te buon lavoro.” Ambra ricordò che Fausto le aveva raccontato quando da giovane studente era andato in gita con la scuola a Panarea ed aveva stretto amicizia con Marina la figlia di un possidente di quell’isola che aveva fatto fortuna acquistando, a poco prezzo le case lasciate libere da abitanti emigrati in Australia. L’isola era diventata famosa allorché il regista Antonioni vi aveva girato il film ‘L’Avventura’ con Monica Vitti e Gabriele Ferzetti. Fausto era rimasto in buoni rapporti con Marina, spesso si sentivano per telefono, era stato  il loro primo flirt e come tutti i primi amori…Durante la permanenza nell’isola Ambra non era stata con le mani in mano nel senso che partecipava a tutte le feste date sulle loro ‘barche’ dai proprietari di yacth ormeggiati in rada ‘conoscendo’ molto da vicino vari maschietti che apprezzavano le esibizioni della ragazza che si era presentata a Marina come ‘molto amica’ di Fausto. Il giovane era rimasto nel cuore della isolana che comprese  che c’era stato del tenero fra i due. Per gelosia, via telefono, fece partecipe  Fausto delle numerose avventure della sua conoscente comunicandogli anche che sarebbe giunta a Messina dove era proprietaria di una abitazione in via Ducezio. Quella telefonata aveva riportato Fausto ad anni addietro quando era ancora studente, una rimembranza gradevole, in passato avrebbe voluto incontrare di nuovo Marina ma causa il lavoro non c’era riuscito, ora… Appuntamento in via Ducezio alle diciassette di un sabato pomeriggio, grande sorpresa: Marina non era più la legnosa teen ager che Fausto aveva conosciuto da giovanissimo, era diventata una donna estremamente attraente oltre che elegantissima. Un abbraccio affettuoso senza parole, ambedue erano rimasti affascinati, seduti su un divano: “Mio caro mi sembra di essere ritornata ragazzina, ti ho sempre ricordato, avevo fatto anche un pensierino di su te ma la morte dei miei genitori per ictus e quella di mio fratello per un tumore oltre che il lavoro per mandare avanti il mio albergo mi hanno distolto, ora ti ho di nuovo catturato e se sei d’accordo…”Un lungo bacio, Fausto era d’accordo. Il giovane pensò bene di informare del suo  legame  Alessandro il suo primario, non voleva avere guai quando Ambra sarebbe venuta a conoscenza del suo nuovo idillio. Alessandro fu d’accordo col suo dipendente, di cornuto a casa sua ce n’era già uno…

  • 07 maggio alle ore 17:45
    LA PROFESSIONE DELLA SIGNORA...

    Come comincia: Tradotta dall’inglese la parola gloom, tristezza,  sembra meno triste ma tale resta! La gloom era la poco piacevole compagna giornaliera di Alberto ultrasettantenne, vedovo che abitava a Messina al quinto piano di una palazzina in viale dei Tigli, panorama anteriore lo stretto di Messina, posteriore un caseggiato piuttosto animato in quanto a femminucce. Alberto oltre che della pensione di ex maresciallo delle Fiamme Gialle disponeva di un notevole gruzzolo di denaro in contanti ed titoli presso una banca locale, soldi ereditati dai nonni. Amante dei motori, sin da finanziere quando guidava per servizio una Alfa Romeo 1900 per inseguire i contrabbandieri di sigarette (erano gli anni cinquanta); nell’acquisto di una nuova auto aveva deciso per una Jaguar X type non apprezzando l’Alfa Romeo 156; in seguito capì che aveva avuto ragione, quel tipo di macchina col tempo era sparita dalla circolazione. Il suo parcheggio era il Cavallotti vicino alla caserma dove incontrava gli ex colleghi che gli facevano i complimenti per la sua aria giovanile malgrado l’età. Alberto  non era d’accordo per un fatto accadutogli. Volendo rinverdire il suo ‘ciccio’ ,aveva acquistato una confezione di pillole blu da usare per l’incontro con una ‘signorina’, di professione mignotta ma male gliene era incolto, aveva cominciato a sudare ed a vomitare…argomento chiuso! Per trascorrere il tempo oltre alla TV ed alla lettura di libri e giornali Alberto usava un vecchio binocolo di notevole potenza ereditato da suo padre; poteva osservare la costa calabrese specie di notte era uno spettacolo che, per la sua illuminazione, poteva assomigliare in piccolo a Rio de Janeiro ma lo spettacolo più interessante era dato nel isolato del retro,  quello  dato dalle abitanti, tutte femmine, che sembravano dare delle feste danzanti o tali sembravano.  Alberto venne a sapere dal portiere del suo stabile, Saro, storpiatura di Rosario, che in quell’appartamento si esercitava il mestiere più antico del mondo. Malgrado le proteste degli abitanti viciniori le autorità nulla poterono in quanto l’abitazione era di proprietà di una signora, probabilmente la maîtresse e le ragazze risultavano residenti a quell’indirizzo come cameriere. D’estate, a finestre spalancate era possibile vedere le ‘signorine girare in casa in topless ed anche nude, Alberto si era scoperto guardone! “Saro col binocolo ho notato nell’appartamento di fronte al mio, oltre alle ragazze c’è una signora sempre vestita che mi sembra controlli il mestiere delle signorine, la conosci?” “Certo che la conosco e conosco anche tutta la sua storia: si chiama Naomi, dovrebbe avere circa quaranta anni, è vedova, suo marito si è suicidato quando, da giocatore incallito, ha perso tutti gli averi al tavolo verde. La signora era abituata ad una vita di lusso, per recuperare il suo stato e per non fare la prostituta ha preferito metter su una casa di appuntamento a cui però si accede solo se conosciuti dalla dama ed a prezzi altissimi, non penso le interessi.” “Pura curiosità Saro, mai pagato in vita mia le femminucce.” Hermes, protettore di Alberto si accorse della situazione e decise…Una mattina uscendo dal cortile per immettersi sulla circonvallazione Alberto toccò con la parte anteriore sinistra della Jaguar quella di una signora che anch’essa si stava dirigendo, piuttosto velocemente, verso la circonvallazione. Scesi dall’auto i due si guardarono e poi: “Signore le chiedo scusa, ritengo sia colpa mia dell’incidente, provvederò con la mia assicurazione.” “Se me lo permette sarò io a pagarle i danni, da vecchio gentiluomo…” “Questa è si una novità piacevole, oggi di gentiluomini in giro ce ne sono ben pochi, io vado al centro e lei?” “Anch’io, devo acquistare un cappello nuovo, posteggio al Cavallotti e poi pedibus calcantibus.” “Questa è la mattinata delle sorprese anche un cultore della lingua latina, anch’io ho frequentato il classico, posteggiamo al Cavallotti e poi, se lo gradisce andremo insieme al centro.” Come rifiutare un invito di una dama di classe, di bell’aspetto e che dimostrava una forte personalità, proprio il tipo di donna di gradimento del non più giovin signore. Entrati nel negozio di Barbisio, il commesso conoscendo Alberto chiamò Augusto, il titolare che si presentò sorridendo e prendendo la mano alla signora per un finto baciamano, evidentemente voleva far colpo sulla dama poi: “Maresciallo in cosa posso esserle utile?” “Mi sono congedato, ora sono Cavaliere della Repubblica con tanto di medaglie, vorrei acquistare un nuovo cappello di gradazione grigia,  come vede il vecchio ha fatto il suo tempo.” “Ne abbiamo di ultima collezione, se non erro lei ha la misura cinquantasei.” Mentre Albero allo specchio si provava i cappelli Augusto ‘mitragliò’ di domande Naomi che sorrise ben comprendendo dove il cotale voleva andare a parare, sapeva che Alberto era vedovo e quindi… Ma  male gliene incolse: ”Signor Augusto questa è la mia fidanzata, la inviterò alle nostre nozze dato che vedo che è di suo gradimento.” Il negoziante prese il denaro, staccò lo scontrino e sparì nel retro. “Credo che sarò costretto a fare il cane da guardia, lei attira i maschietti come il miele le api, un ape regina…” “Lei è una persona piacevole e divertente mi pare abitiamo vicino, oggi le mie ragazze sono di libertà e quindi io mangio al ristorante, se lei vuol farmi compagnia…” “Non ho molto appetito ma se lei insiste…” Gran risata di Naomi “Lei è un bel tipo, proprio uno di quelli che ammiro, odio i musoni, lei…” “Ho capito, vuol farmi arrossire ammesso che alla mia età…” Nel frattempo i due erano giunti ad un ristorante in via dei Mille. Naomi aprì la porta d’ingresso e si diresse verso una saletta interna: “Io qui sono di casa, il proprietario mi ha autorizzato ad usufruire di questo posto riservato, è nato in Francia da genitori di origini messinesi, è ritornato nella città di origine dei genitori alla loro morte, è un amico. Alain un uomo di mezza età, non alto, elegante si presentò subito: “Madame quel plaisir, non vedo le ragazze.” “Sono andate in gita sull’Etna ho con me Alberto un amico.” “ Gli amici di madame sono miei amici, provvedo subito à votre déjeuner.” “Penso sia frequentatore delle ragazze.” “No, ha gusti particolari.” Il pranzo era eccellente dalla pasta alle vongole all’aragosta il tutto ‘innaffiato’ con un Etna secco che rese più intima l’atmosfera fra i due. Naomi alla fine delle libagioni prese una mano di Alberto: “È la prima volta dopo  la morte del mio consorte…mi sembra di conoscerti da sempre, non socializzo facilmente con gli uomini e sto meravigliando me stessa. Sicuramente il custode Saro, da buon portiere ti avrà messo al corrente della mia situazione, dopo la morte di mio marito i creditori  hanno prelevato tutti i suoi beni, per mia fortuna avevo fatto mettere a mio nome la casa con i mobili e la macchina Lexus, quello che accade a casa mia lo sai, ed ora vorrei visitare la tua, in quella mia non invito nessuno se non i clienti delle ragazze.” Girando nei locali dell’abitazione di Alberto Naomi: “C’è molto buon gusto, nell’arredamento si vede la mano di un donna, hai anche la fortuna di un paesaggio meraviglioso, vorrei vederlo di notte…” Naomi si era sbilanciata con meraviglia di se stessa, era molto tempo che non ‘frequentava’ maschietti, forse troppo, andò in bagno e ritornò con indosso un accappatoio di Alberto che: ”Sento il profumo di donna come da celebre film, mi piacerebbe…” Il corpo della quarantenne Naomi era ancora in eccellenti condizioni, Alberto si ritrovò ‘ciccio’ armato che usciva dalla sua vestaglia, non sapeva che fare o meglio…Una risata da parte di Naomi che.”Vedo che ancora…prima di un incontro ravvicinato vorrei abbracciarti ballando, da giovane era la mia professione non quella della signora Warren.” Il ballo durò poco, fu interrotto da un passaggio sul lettone …Naomi: “Per favore sii delicato, è molto tempo che la mia ‘topina’ non ha ospiti.” In quell’incontro c’era molto più che del sesso: un sentimento complesso di attrazione, di piacere, di gioia, di emozioni che avevano portato Naomi alle lacrimucce. “Devo esser diventato patetico se riesco a far piangere una signora!” “Sciocco è felicità ritrovata dopo tanto tempo, ormai sai che non ti mollerò mai più!” Alberto aveva iniziato una nuova vita ma nell’animo era rimasto un vecchio ‘tombeur des fammes’, aveva chiesto di conoscere, solo conoscere, le ragazze della sua amante ottenendo un netto rifiuto iniziale poi insiti, insisti: “Va bene vieni domattina alle undici quando le ragazze sono presentabili, non ti faccio nessuna raccomandazione.” “Le raccomandazioni sono proibite dalla Costituzione!” “Fai lo spiritoso, guarda queste unghie!” “Sono bellissime di un rosso chiaro e…” “e molto appuntite!” Alberto la mattina dopo ebbe il piacere di conoscere Isabella, Monica, Manuela ed Ornella, quello che più lo colpì era il, colore dei loro capelli ognuna di tonalità diversa: da castano, a biondo da rosso ad azzurro, un caleidoscopio. Alberto aveva ripreso lo spirito di una volta, voleva vedere la reazione di Naomi ad una sua provocazione: “Ragazze sinceramente non saprei chi di voi scegliere, dipende dal vostro odore.” “Tutte e quattro gli si gettarono addosso quando si intromise la padrona di casa che preso Alberto per il collo gli fece  sentire le unghie sul pomo di Adamo, fine della sceneggiata. Alberto non partecipò al pranzo, dopo erano in arrivo dei clienti e quindi fu costretto ad abbandonare il campo. Nel rientrare a casa incocciò Saro:”Cavaliere com’è andata, spero bene!” “Caro Saro sono diventato monogamo, di proprietà dico proprietà della padrona di casa, niente svirgolate con le ragazze anche se ne varrebbe la pena…” ”Non si lamenti, ha a disposizione un gran pezzo di gnocca, pensi a me che debbo accontentarmi di una racchia perdipiù lamentosa, ringrazi Iddio!” “Saro sono pagano, ringrazierò Hermes che sicuramente in questa storia ci ha messo lo zampino!”

  • 07 maggio alle ore 16:49
    A lui dispiace

    Come comincia: "A lui dispiace".
    E' sua madre a pronunciare questa frase. Già da un bel po'.
    "Lui soffre per questa situazione", continua.
    Ma la mammina se le inventa le cose o ci crede veramente?
    Oh, sì! Oh, come soffre! 
    La prima estate che lo vidi un po' più tranquillo fu nell'agosto 2011.
    Non trattava con sgarbo il proprio figlio, era paziente, gli spiegava le cose.
    Osservai la cosa con la moglie che spiegò: "Il bambino lo ha conquistato con la sua dolcezza".
    Sarà. 
    Io pensai che probabilmente gli psicofarmaci avevano cominciato a fare effetto e/o, vedendomi atterrata, si era messo un po' più il cuore in pace.
    A lui dispiace.
    Gli chiedo di darmi qualche lezione di guida.
    La prima sarà anche l'ultima. Si mette ad urlare come un ossesso perché non so guidare. Se avessi saputo guidare non avrei avuto bisogno di lezioni.
    A lui dispiace.
    Un fine-settimana che è in zona si lamenta con me che non gli facciamo sapere quello che succede da noi.
    La settimana dopo succede qualcosa e, ligia alle indicazioni ricevute, lo telefono e lo informo.
    <<Io con i vostri problemi non voglio essere scocciato>>, è la replica che ricevo.
    A lui dispiace.
    Gli chiedo di dare un passaggio dalla capitale a casa a me ed ad alcuni miei colleghi. Non avrei dovuto, gli seccava giustamente l'aspetto economico.
    Per tutto il tragitto ebbe un atteggiamento taciturno, ostile e guidò come un pazzo.
    I miei colleghi naturalmente notarono la cosa.
    "Chistu nun sta bbene", si leggeva sulle loro fronti e nei loro occhi.
    A lui dispiace.
    E' estate. Siamo tutti alla casa al mare dei nostri genitori. Inclusa la sua famiglia e la famiglia della sua compagna. Per cena decidiamo di andare a prendere delle pizze. Nostro fratello minore prende la consegna e va con l'auto. Al suo rientro, la tragedia. La pizza per la sua bella non è quella richiesta dalla sua bella. Diventa un orco. Si mette ad urlare ed ad infierire contro il fratello minore, nemmeno avesse commesso chissà quale mortale scempiaggine. Hai voglia la compagna ad intervenire: "Va bene così, non fa niente". Continua ad aggredire il fratello minore che oltretutto non sta nemmeno bene. Quando finalmente la pianta, il suo bambino ed il cuginetto, entrambi di due anni, lo imitano digrignando i denti come lupi.
    A lui dispiace.
    Mi aggredisce senza motivo perché è convinto di una cosa sbagliata, ma anche se avesse avuto ragione non avrebbe avuto alcun diritto di aggredirmi.
    Nemmeno quando è dimostrato che avessi ragione io, si preoccuperà in seguito di chiedermi scusa.
    A lui dispiace.
    Mi occupo da sola di mio padre. Lui arriva e mi aggredisce.
    A lui dispiace.
    E non chiede scusa, nemmeno dopo che il dottore lo convoca e gli ingiunge: "E lasciate in pace questa povera signorina".
    A lui dispiace.
    Si presenta non invitato e dice con sicumera al medico che di tutto può occuparsi lui.
    Trovo una dottoressa di cui mi fido.
    Si mette in mezzo, dà per telefono della stronza alla dottoressa e ribadisce che di tutto si occuperà lui però con l'altro medico. I medici acconsentono. La sera dopo si presenta tutto spaventato a casa mia per chiedermi di occuparmene io ma con i medici che dice lui. Probabilmente sono esausta: non ce la faccio a riprendere in mano la situazione. Me ne posso occupare io, ma con la dottoressa. A lui non sta bene e mi accusa di essermene lavata le mani. Ed è così. Mi ero stancata di essere aggredita perché mi assumo le mie responsabilità.
    A lui dispiace.
    Il suo cuginetto prederito si lamenta con lui di me e di mio marito.
    Lui telefona alla mamma e chiede informazioni su di noi.
    Pochi giorni dopo dice a mio marito che gli accenna qualcosa: "Io i fatti vostri non li voglio sapere".
    A lui dispiace.
    Gli dico che se continua a frequentare quella gente come niente fosse senza rimproverarli per le loro azioni, senza pretendere rispetto per la sorella e per il padre, quelli avrebbero fatto sempre peggio.
    Si offende.
    "Mi ha offeso!" è una delle frasi preferita dello zietto con il quale condivide parte del nome. Destino di un nome.
    A lui dispiace.
    Un avviso esposto offende il cuginetto.
    Lui, che i fatti nostri non li vuole sapere e non ha mai rimproverato cugino e zio, irrompe in casa mia e, senza nemmeno accomodarsi, mi fa il terzo grado.
    A lui dispiace.
    Quella linguaccia del mio medico curante, che avrei potuto denunciare per violazione del segreto professionale (ma che naturalmente non poteva sapere dello stato di tensione e di diffidenza in famiglia), gli dice che secondo lui devo operarmi e che io nicchio.
    Viene a farmi visita, fintamente sollecito. Non s'informa sul motivo per cui dovrei operarmi. Non mi chiede niente. Invece è molto interessato alla stanza da cucina che mio marito ed io, senza figli, abbiamo interamente ristrutturato.
    A lui dispiace.
    Viene a trovarmi in ospedale dopo l'intervento e si siede con la placida soddisfazione indifferente di un generale crudele che vede atterrato senza fatica il proprio nemico.
    A lui dispiace.
    Il salsicciotto che hanno rilevato nel mio addome un paio di anni prima è diventato un palloncino. Ci sono due specialisti che mi hanno offerto di ricoverarmi per eseguire delle analisi sotto controllo. Devo decidere dove andare. Lo comunico a chi si dispiace che, interessato solo che io vada a firmare dal notaio affinché lui possa rilevare l'eredità paterna, mi minaccia: "Ti faccio dichiarare incapace di intendere e di volere!".
    A lui dispiace.
    Va a casa della madre che lo supplica di telefonarmi per chiedermi come sto. Lo fa di malavoglia, solo per la petulanza della madre.
    A lui dispiace.
    (...)
    A lui dispiace che non sono morta magari senza figli.
    Lo zietto di cui in parte porta il nome aveva sempre avuto questo desiderio:  essere figlio unico per ciucciarsi tutta l'eredità.  Destino di un nome.
    A lui dispiace.
    (...)

  • 06 maggio alle ore 18:37
    SOGNO D'AMORE

    Come comincia:  Sogno D’Amore
     
    Distesi, nella più profonda tranquillità, guardavamo innanzi a noi la maestosità della massa marina, in cui si rispecchiava l’ultimo quarto di un globo rovente che arrossava lunghe strisce di nubi grigie, parallelamente riflesse nelle calde acque. Dal mare si levava un tepore soave: energia raccolta durante le calde ore del giorno. Sentivamo emanare lo stesso calore dai nostri corpi, che si cercavano sull’ormai tiepida sabbia, per assaporare il piacere della freschezza dei nostri vent’anni. Quell’ultimo bagliore solare scomparve improvvisamente e una timida luna apparve, portando con sé un’insperata frescura che ci rese complici di quel momento di voluttà. Il mondo era tutto nostro. Non vedevamo nessuno se non i nostri occhi brillare e sentivamo le mani che si carezzavano e carezzavano…. Eravamo avvolti da una totale, piacevole incoscienza, mentre la notte rabbuiava ogni cosa e la luna appoggiava i suoi tenui raggi sulle fluide acque che tranquille e lucenti ondeggiavano innanzi a noi.
    Nel più completo silenzio, sentivamo i nostri respiri e le pulsazioni dei nostri cuori confondersi. Completamente avvolti da una travolgente sensualità, ci facemmo trasportare dalla passione più intensa. La felicità ci possedeva e c’inebriava. Questa nostra esaltazione si diffondeva nell’aria, coinvolgendo ogni cosa intorno a noi.
    Di colpo, come una gazzella agile e scattante, quel tesoro immenso si staccò da me e cominciò a piroettare e a correre inneggiando all’amore. La seguii con lo sguardo per un breve tratto, finché il buio della notte mi concesse di ammirare le sue fattezze e la sinuosità del suo splendido corpo. Poi, sempre più estasiato, la raggiunsi, la sollevai innalzandola al cielo e insieme cominciammo a cantare, a ridere e danzare. Le nostre voci inondavano l’aria e ci sembrava che la nostra felicità fosse colta da tutti in tutto il modo. Eravamo i padroni d’ogni cosa; niente che potesse contaminare quell’estemporaneo, paradisiaco momento.
     
     
     
     
    Eravamo capaci d’ogni bene, perché sentivamo il mondo nel nostro stesso benessere. Mano nella mano ci conducemmo lungo la riva e improvvisamente Lei mi fermò, mi buttò le braccia al collo e dopo un’ennesima dolce effusione, incominciò ad allontanarsi, guadagnando il mare.
    Tentai di raggiungerla, ma qualcosa mi teneva bloccato all’arenile. Capii immediatamente che la stavo perdendo e le gridai con tutte le mie forze di fermarsi, ma sembrava non ascoltarmi. In quello steso istante rammentai di non conoscere il suo nome e mentre, disperatamente, mi accingevo a domandarglielo, sentii venire dal mare la sua voce che mi diceva: - Mi chiamo “AMOREEEE”-. Mi accasciai con il capo tra le mani e fui colto dalla più profonda angoscia. Di lì a poco, quasi come svegliato da un incubo, e con gli occhi semiaperti notai che lo scenario circostante era completamente cambiato. Là dove avrei dovuto scorgere il mare, c’era un gelido tubo d’alluminio preceduto da un candido lenzuolo che copriva un corpo inerme. A metà del lenzuolo scorsi una mano senile. Un’improvvisa, impercettibile contrazione, causata dalla mia stessa inaspettata scoperta, mi fece intuire che era la mia mano. Nello stesso istante fui attratto da un lieve vocio proveniente da sinistra. A fatica feci roteare le pupille nei miei occhi semichiusi per intravvedere due sagome biancastre che, a stretto gomito, parlottavano fra loro. Tra le cose che si dicevano, percepii distintamente l’una che sussurrava all’altra: - Povero vecchio! Dopo tanta sofferenza e solitudine non gli resta che attendere la morte -.  Quelle parole mi fecero capire che ero alla fine dei miei giorni e il morire mi terrorizzava. Dentro di me acuiva la ribellione e cercavo di frapporre frali difese al naturale processo della morte. Fui attirato, di colpo, da un lieve fruscio. Guardai verso destra e scorsi sorridente, in tutto il suo splendore, il mio “AMORE” che, allungandomi le braccia, mi diceva: “Vieni, questa volta non ti lascio da solo “.
    Due gazzelle agili e felici uscirono da quella stanza, mano nella mano, librate a mezz’aria.
     
     
     

  • 02 maggio alle ore 23:38
    È L'AMOR...

    Come comincia: È l’amor che mi rovina è uno  dei tanti filmetti  di poche pretese che ci deliziavano (parlo di noi meno giovani) nel 1951. Questo poteva essere in tempi attuali la situazione un po’ ingarbugliata di una coppia di professori del liceo romano Augusto. Leonardo e Aurora si erano conosciuti all’università e dopo la laurea lei in matematica lui in materie letterarie erano riusciti (con qualche spintarella dall’alto) a vincere un concorso per andare ad insegnare nello stesso istituto classico ‘Augusto’ di Roma. Non religiosi, avevano preferito la convivenza al matrimonio.  Il loro stile di vita: pizza, cinema, locali da ballo, vacanze al mare d’estate, d’inverno a Roccaraso, un tran tran piacevole ma niente di straordinario.
    Ovviamente c’era qualcuno che doveva rompere i …., era il dio Hermes o Mercurio che dir si voglia protettore di Leonardo che ‘scompigliò’ le carte o meglio la vita dei due, l’arrivo a scuola come insegnante di lingue di un inglese o meglio di uno scozzese (l’interessato ci teneva molto a sottolineare la differenza). Quarantenne, discendente da una nobile famiglia aveva girato il mondo imparando altre lingue e, appassionato di antichità si era trasferito a Roma e, dietro sua richiesta appoggiata dal suo  ambasciatore fu destinato dal Ministero dell’Istruzione al liceo ‘Augusto’. Dire che la sua venuta aveva portato lo scompiglio nell’Istituto era un eufemismo non solo per la sua figura alta, slanciata e signorile ma anche perché si presentò  la prima volta a scuola con la sua Rolls Royce. In subbuglio erano le professoresse ed anche qualche alunna più ‘anziana’. Il Preside Alessandro se la riveda sotto i folti baffi. Romano dé Roma  sogghignava di quelle ‘gallinelle’ starnazzanti che sbavavano dinanzi al bello scozzese.  William non era inglese e quindi a lui non si poteva attribuire il detto ‘niente sesso siamo inglesi’  ritenne opportuno invitare i colleghi e colleghe ad una cena un sabato nella villa da lui affittata nella via Appia. Aurora volle condurre con loro anche Eloisa una cinquantenne vedova, ancora in forma per la frequenza dei saloni di bellezza che in quel momento era in crisi perché il suo toyboy era sparito e con lui soldi e gioielli. I professori giunti alla villa con le loro utilitarie (col loro stipendio…) notarono che il barone era in possesso anche di una Mini Countryman verde e di un cane Labrador (Argos di nome) molto espansivo. Dopo una cena fatta pervenire da un famoso ristorante della zona, dietro input del maggiordomo Ralston l’aria fu ‘inondata’ da musica all’inizio di un jazz indiavolato poco gradito da tutti seguita poi da pezzi  lenti molto apprezzati dalle signore che facevano a gara a chi si accaparrava William. L’unica a non seguire le colleghe era stata Aurora con piacere di Leonardo,  era immune dal fascino del collega? Niente affatto, era stata una sua furbizia. Leonardo comprese che era una tattica della sua longilinea e bella convivente infatti Willam fu lui a chiedere alla signora di ballare. Durante la danza i due si guardavano in viso senza parlare. Ruppe il silenzio William: “Sei il tipo di donna che amo di più, niente grassone con tette da nutrice e gambe storte, vita stretta, piedi lunghi e stretti e, scusa la franchezza un bel popò…” “Grazie per la fotografia,  potrei dire altrettanto di te (Aurora ritenne opportuno passare al tu come il compagno di ballo) ma poi…” “Potremmo conoscerci più a fondo sempre che tuo marito non sia geloso.” “Il mio compagno è anticonformista.” “Bene allora vienimi a trovare in villa.” Abbiamo una sola auto, prenderò un tassì” “Prendi la mia Mini, sarà un piacere che sia ‘inondata’ dal tuo profumo inebriante, hai qualcosa che mi fa…mi fa…” “Mi fa…mi fa sei forse timido?” “No…non so che dirti…” Leonardo ed Aurora furono gli ultimi a lasciare la villa, ovviamente Leonardo restò perplesso per il prestito della Mini ad Aurora ma non fece commenti. Il giorno dopo un a telefonata: “Sono William, avevo dimenticato di dirti che ho lasciato un telefonino nel cruscotto della mia auto, puoi usarlo, chiamami presto.” “Ora siamo a posto, col telefonino abbiamo chiuso il cerchio.” Commento di Leonardo. Nel frattempo che ti combina Aurora? Si reca a scuola non insieme a Leonardo con la loro Cinquecento ma con la Mini suscitando li immancabili pettegolezzi dei colleghi che a lei attribuivano l’epiteto di mignotta ed a lui di ‘cocu’; ambedue se ne fregavano bellamente come pure il Preside sempre contento di poter ‘bagnare il pane’ in vicende boccaccesche. Un sabato mattina Aurora: “Caro mi ha telefonato William, mi ha invitato a cena, che ne dici’” “Che ne dici tu, sei tu l’invitata” “Facciamo una cosa, per la prima volta è meglio che vieni anche tu ed anche Eloisa, è sempre giù…” “Mi piace il tuo specificare ‘per la prima volta’ , ho capito come va a finire!” Nessun commento da parte di Aurora, il silenzio è meglio di…” Alle diciotto il trio giunse in villa, ad aprire il portone un elegante Ralston che dopo un inchino li fece entrare. Poco dopo apparve in cima alla scala William il quale non parve infastidito dalla presenza di Leonardo, forse pensava che la giovin signora sarebbe giunta da sola ma non fece commenti, l’aplomb britannico! “Aurora col permesso di Leo vorrei farti visitare il parco.” E senza ulteriori indugi  prese sottobraccio una Aurora elettrizzata e forse qualcosa di più. Niente visita nel parco ma bacio lungo e appassionato con ovvie conseguenze per il ‘ciccio’ dello scozzese che fu presto in bocca di Aurora che apprezzò il sapore del….migliore di quello del suo compagno. Durante l’assenza dei due Leonardo ed Eolisa presero a conversare col maggiordomo  Ralston il quale raccontò dei viaggi in tutto il mondo del suo signore sottolineando la sua generosità verso tutti, soprattutto verso gli amici, un chiaro riferimento a quello che avrebbe ottenuto Aurora. A tavola Leonardo si accorse che Aurora era rimasta senza rossetto sulle labbra…capì che ormai il ‘dado era tratto!’ Nei giorni successivi nessun contatto fra lo scozzese ed  Aurora che preferì lasciare la Mini al proprietario che, in compenso, la omaggiò di un a Panda pluriaccessoriata. Aurora ottenne dalla scuola una aspettativa di trenta giorni senza stipendio, William la seguì su quella ’strada’ ormai capirono che si erano  innamorati. La signora si recava regolarmente nella  villa portandosi appresso Eloisa che aveva stretto ‘amicizia’ col maggiordomo, data la passata esperienza pensò che era meglio un suo coetaneo, peraltro un po’ snob, che un giovane. Leonardo dapprima rimase intontolito (termine romanesco usato da G.G.Belli) dalla situazione ormai sfuggitagli di mano ma stavolta Hermes si ricordò di lui e a scuola alla fine di una lezione: ”Professore sono un po’ carente in latino e greco, che ne dice di darmi delle lezioni private?” “Cara Alice non so se conosci la proibizione di dare lezioni private ai propri alunni, se non lo sai te lo dico io  adesso: non posso darti lezioni private.” “Professore i miei sono poveri mi dia una mano, la prego…” Tutto si poteva dire di Leonardo ma non che non fosse caritatevole e quindi accettò di ‘lezionare’ la piccola Alice. “A proposito quanto anni hai?” “Diciassette, fra quindici giorni diciotto.” Alice non faceva nulla per dimostrare la sua età: capelli castani divisi in due trecce, viso da ragazza ingenua non truccato, scarpe senza tacco, calze sino a metà polpaccio, dimostrava cinque anni di meno. La ragazza si era impegnata a studiare tanto da meravigliare sia il suo insegnante che il padre Aurelio che un pomeriggio telefonò a Leonardo: “Professore sono Aurelio il direttore della Banca di S.Paolo padre di Eloisa, volevo ringraziarla per le lezioni date a mia figlia,  il suo compleanno  sarà domani ma lo festeggeremo domenica con tutta la famiglia. Alice  vorrebbe guidare la mia Volvo ma è troppo grande per una principiante, le donerò una Volkswagen Up, di nuovo grazie.” Brutta puttanella ‘ i mei sono poveri’, le avrebbe dato una lezione nel senso che… insomma non di latino e greco! Una visione: Alice si presentò a Leonardo completamente trasformata tanto che il professore  faticò a riconoscerla, evidentemente era stata in un istituto di bellezza: capelli lunghi divisi a metà da una riga, occhi truccati da vamp, rossetto rosso fuoco, vestito con scollatura abissale, mini gonna a righe, scarpe con tacchi alti. “Brutta puttanella, mi ha telefonato tuo padre, mi hai preso in giro, dovrei sculacciarti!” Alice si voltò di spalle e si abbassò lo slip, ne venne fuori un deretano favoloso. “Che cavolo aspetti mon amour  te la stò sbattendo in faccia, oggi sono maggiorenne!” ‘Ciccio’ sentì un buon odore di femminuccia, odore che ormai non avvertiva da molto tempo e…dopo un bel po’: “Cara preferisci un maschietto o una femminuccia?” “Meglio una femminuccia, la chiameremo Stella con la speranza che assomigli a me!

  • 02 maggio alle ore 23:35
    TRIANTA EMERON

    Come comincia: Il mese di luglio faceva sentire tutto il suo potenziale in fatto di caldo. Un famoso detto marchigiano recitava: ‘Se voi patì le pene dell’inferno vai a Jesi d’estate e a Cingoli d’inverno’. Era luglio ed Alberto si trovava a Jesi, per evitare ‘le pene dell’estate’ di notte aveva accesso al minimo il condizionatore e si era ‘rifugiato’ sotto il lenzuolo per evitare problemi respiratori. Non aveva alcuna voglia di spostarsi da quella posizione ma sentendo la campana di una chiesa che comunicava che erano le nove si decise,  un balzo, via dal letto e poi sotto la doccia. Il buon Albertone non era di buon umore, trentenne, scapolo, proprietario terriero di recente era stato abbandonato dall’ultima conquista, Ada piccola nel nome ed anche nella statura ma grande a letto. La sua posizione preferita? Lo ‘smorcia candela’. Il detto è copiato da un aggeggio che si usa in chiesa per spegnere le candele, tradotto la ragazza si posizionava sopra l’amante e si moveva in verticale, in orizzontale in circolare finché raggiungeva insieme ad Alberto orgasmi multipli: una professionista della ‘goderecciata’. La tecnologia era stata usata dalla baby per comunicare ad Alberto il suo ‘ritiro dalla scena’, insomma lo aveva abbandonato scrivendo sul telefonino un laconico ‘Ciao’. Alberto rimpiangeva le sue prestazioni ma, guardandosi in giro capì che era facile rimpiazzarla. In pantaloncini corti, infradito e canottiera uscì di casa per andare da Giorgio l’amico giornalaio. “Alberto non mi dire che fa caldo!” “Caro Giorgio, da finanziere sopra Domodossola ho provato d’inverno i dieci gradi sotto zero, giurai a me stesso che non  mi sarei mai lamentato del caldo, dammi la Gazzetta dell’Adriatico e buona sauna!” La sua villa in viale dei Colli era un  Paradiso, circondata di prati verdi  e di alberi di alto fusto con al centro una vasca con pesci tropicali ed una fontana con ‘l’enfant qui pisse’. Era  stata ereditata da Alberto dai genitori di recente deceduti,  tra poco sarebbe giunta Mariola, la donna di servizio, Dario ormai sessantenne, era al suo posto di giardiniere. Sbracato sul divano del salotto Alberto prese a sfogliare svogliatamente il giornale: solite notizie spiacevoli di morti, guerre, uffa  le apprendeva già in televisione. Gli annunci economici erano più attraenti soprattutto quelli di donnine disponibili. Stavolta però c’era qualcosa di differente: ‘Villaggio per naturisti ‘Cap Mervelleux’ in Francia, se interessati richiedere dépliant.’ Alberto ricavò dal computer il dépliant che prescriveva: ‘Soggiorno tutto compreso da €.2.000 al giorno per trenta giorni, €.60.000 anticipati rimborsabili in caso di soggiorno interrotto o di decisione del capo villaggio.’ Alberto voleva provare qualcosa di differente rispetto alle affollate spiagge di Falconara o di Palombina,  aderì alla richiesta inviando €.60.000 all’Iban indicato. La fedele Jaguar X type lo condusse in due tappe al villaggio francese. Al suo arrivo fu accolto calorosamente dal capo villaggio monsieur Laurent che in italiano (ma parlava anche francese, tedesco, inglese e spagnolo) disse ad Alberto che, al loro arrivo ad ognuno sarebbe stato consegnato un depliant con le regole del villaggio e successivamente,  sistemati tutti  nelle relative stanze secondo i propri desiderata, alle venti ci sarebbe stata una riunione nel salone con gli ospiti senza vestiti, gli unici che dovevano indossarli erano gli impiegati del villaggio. Ad Alberto,essendo single,  era stata assegnata una camera con due letti ed una toilette, alcuni potevano usufruire di un letto matrimoniale se già in coppia, in futuro qualora si fossero formate nuove coppie si potevano mutare le sistemazioni, per ogni spiegazione occorreva rivolgersi sempre al capo villaggio che volle precisare che era un solo un consigliere e non un ‘despota’. I vecchi clienti non ebbero problemi nel mostrarsi senza veli non altrettanto i nuovi, soprattutto le signore che all’inizio camminavano con la mano sul pube suscitando l’ilarità dei naturisti puri. Laurent: “Signori il pranzo è alla carte, ognuno può scegliere il cibo preferito come pure il vino che, non me ne vogliate, ma vi consiglio di consumare con moderazione.” Un applauso e poi i camerieri cominciarono a girare fra i tavoli per raccogliere le ordinazioni. In tutto gli ospiti erano trentuno, quel numero fece pensare ad Alberto che qualcuno fosse ‘scompagnato’, che fosse proprio lui? Fu l’ultimo ad arrivare ad un  tavolo  dove era stato aggregato  con tre coppie francesi che si presentarono: Daniel con Andrèa, Louis con Sylvie, Lucas con Angèle. “Je suis  Alberto,  je connnais quelques mots de français ma je préfère ma langue,  l’italien.” Rispose Daniel: “Sono anni che veniamo in questo villaggio, siamo diventati un pó  tutti poliglotti, va bene l’italiano.” Il cibo era raffinato: caviale con champagne freddo al punto giusto, ostriche ed altri frutti di mare come patelle, telline e aragoste, evidentemente lo chef pensava di dovere dare un ‘aiutino’ ai maschietti di difficoltà sessuali. A proposito di sesso era rigorosamente vietato farlo in pubblico. Alberto notò subito la beltade di Andréa: grandi occhi verdi, bocca carnosa, seni non molto grandi come di suo gusto,  capelli castani con mèches ramate a chignon poi sparsi sulle spalle. Il suo interessamento fu notato dagli altri commensali che presero a ridere, Alberto si scusò pensando di essere stato troppo invadente ma fu lo stesso Andréa che alzandosi in piedi: “Mon ami che ne dici di questo coso?” Andréa era un travestito, transessuale o shemale che dir si voglia. Sconcerto di Alberto che:  “Sono di mentalità ampia, anche i trans sono persone piacevoli.” “Si ma tu ci verresti con me?” “ In quel posto sono ancora vergine e ci voglio restare!” ” Risate da parte dei commensali che, finita la cena presero a ballare dopo che le luci erano diventate soffuse. Alberto preferì lasciare i compagni di cena, guardando le coppie notò due ragazze dai capelli cortissimi che ballavano fra di loro. Ambedue brune avevano la pelle bianchissima, strano che non avessero preso il sole, si era in estate. Quando si sedettero Alberto, incuriosito, si avvicinò e: “Si je suis de plaisir  j’amairais danser avec l’une de vous.” “Spiacente signore noi siamo italiane, al massimo conosciamo il latino.” “L’ho studiato al classico ma è meglio la nostra lingua, io sono Alberto.” “Noi…Rossana e Sabina.” Alberto rimase un attimo interdetto, perché quella pausa nel dire il proprio nome ma poi si mandò a quel paese da solo. Poi: “Sinceramente devo confessare che il ballo per me è solo una scusa, da un insegnante di ballo sono stato paragonato ad un orso quindi voglio evitarvi qualche pestata di piedi e se mi permettete mi seggo al vostro tavolo.” Un assenso col capo da parte delle due. “Su un giornale alle note di psicologia ho letto dei consigli por rompere il ghiaccio ma penso che la cosa migliore sia quella di essere sinceri: ho trenta anni, nessun legame fisso, le mie incombenze consistono solo nel controllare il lavoro effettuato dai contadini sui miei terreni…a proposito scusate un attimo.” Al telefonino chiamò il suo fattore: “Franco sono in Francia pensa tu a tutto.” “Come al solito, com’è la fauna locale?” “È internazionale, buon lavoro.” “Il suo amico le ha domandato che ragazze ci sono in giro, vero?” Chi aveva parlato era Rossana. “Congratulazioni per la sua perspicacia, è il mio alter ego negli affari ma pensiamo a noi, che ne direste, sempre che ve la sentiate, qualcosa di voi?” La prossima volta, preferiamo conoscere le sue avventure che pensiamo…” “Non esageriamo non sono un tombeur des femmes; conseguita la licenza classica mi sono arruolato nella Guardia di Finanza che, per premio, mi ha trasferito in alta montagna sopra Domodossola. Passati e tre anni di ferma, che mi era servita per evitare la leva militare, mi sono congedato e, dopo la morte dei miei genitori son diventato ricco e fannullone, ho trenta anni di età” Sabina: “Un apprezzamento per la sua sincerità, la nostra storia è complicata, come detto da Rossana ne parleremo un’altra volta, anche se il ballo non è il suo forte proviamoci, mi servirà per abbracciarlo cosa che sinceramente gradirei.” “Vorrei darti del tu per dirti sinceramente che la tua pelle ha un profumo particolarmente piacevole, un po’ fuori dell’ordinario, in parole povere un profumo di donna come dal celebre omonimo film.” “Non ho visto il film ma ti ringrazio per il complimento.” Nel frattempo ‘ciccio’ profumo o non profumo aveva alzato la testa, Sabina se ne era accorta e prese a ridere. “Se ti dico che sei il primo uomo che…”  “Credo alla tua sincerità anche se la cosa mi sembra fuori del comune, ‘ col tuo permesso ‘ciccio’ lo sollazzeremo un’altra volta.” “Un ballo anche con Rossana che senza parlare gli fece gli occhi dolci, le due demoiselles erano da coltivare.” Alle due di notte: “Ragazze ho percorso millecinquecento chilometri con la mia Jaguar, col vostro permesso mi ritiro.” “Ho capito, ci hai fatto conoscere che hai una macchina di lusso, congratulazioni, noi non abbiano la patente ma…” “Ben lieto di farvi i prossimi giorni l’istruttore di guida, bonne nuite.” Alberto amava risolvere i misteri ma questo era di difficile soluzione: due ragazze capelli quasi rasati a zero, pelle bianchissima che non ha mai visto il sole, dove erano vissute sino ad ora e soprattutto perché avevano scelto il campo dei nudisti, non sembravano tanto ‘evolute’ in fatto di sesso. Finito di porsi domande senza risposte Alberto sprofondò in un sonno profondo sino alle undici di mattina, aveva saltato la prima colazione e lo stomaco aveva dei borborigmi. Un panino col prosciutto crudo italiano e poi alla ricerca delle due che non erano in  giro in quanto le stesse avevano voluto immergersi in acqua non profonda in quanto digiune di nuoto. Fecero una gran festa ad Alberto che le seguì e si ‘beccò’ addosso una gran quantità di acqua, si rifece alla grande abbracciandole prima singolarmente e poi in coppia, intorno a loro ognuno si ‘faceva i fatti suoi’ ma chi si non faceva i fatti suoi era ‘ciccio’ che stavolta non  voleva sentire scuse ed uscì dal costume prontamente rimesso a cuccia. “Non abbiamo mai visto un membro maschile e quindi capisci la nostra perplessità, dopo pranzato potremo ‘confessarci’ ma non in senso religioso, abbiamo capito che sei un tipo affidabile ed…anche piacente.” Alberto mangiò poco spinto da ‘ciccio’ invece affamatissimo, situazione ben compresa dalle due signorine che si facevano matte risate. ‘Ciccio’ pensò di punirle per la loro presa in giro ma come? Rossana: “Alberto nella mattinata i vicini della tua camera se ne sono andati e noi abbiamo ottenuto di occuparla, c’è un letto matrimoniale.” “Mie care amo le due piazze in questo caso tre… vado a farmi una doccia ed al ritorno…” Al ritorno Rossana e Sabina erano sdraiate di schiena sulle sponde del letto, al centro lo spazio per Alberto che, occupatolo non sapeva come comportarsi. Per non saper né leggere né scrivere come si diceva una volta, prese a massaggiare loro la schiena sino ai piedi sin quando alle ragazze aumentò la pressione erotica, giratesi, presero a baciare Alberto piacevolmente schiavizzato ma quando giunsero allo ‘zozzone’. Alberto le avvisò della sua abitudine brutta o buona a seconda dei punti di vista  di ‘spargere’ il suo seme. La prima ad essere ‘attenzionata’ fu Rossana che dopo chiuse la bocca non sapendo che fare, Alberto le porse un asciugamano, dopo stessa situazione per Sabina.  Dopo il post ludio Alberto: “Ritengo che sia il momento opportuno di svelare la vostra storia che credo un po’ particolare.” “Rossana: le nostre famiglie abitano a Cupramontana in quel di Ancona. I nostri genitori, soprattutto le mamme sono molto religiosi ed hanno cercato sin da piccole di inculcarci le loro idee. I bambini sono come la carta assorbente e noi ci siamo convinte di essere sulla strada giusta, tanto convinte da farci condizionare da un predicatore di passaggio che la vita monacale era il massimo per una donna. Abbiamo preso i voti con gran festa di tutti i parenti ed amici ed abbiamo iniziato a far parte delle suore di un monastero di clausura. Ben presto però ci siamo accorte che, con la scusa delle preghiere venivamo schiavizzate.  Ad ognuna di noi veniva assegnata una stanza spoglia per dormire sino alle quattro del mattino quando dovevamo andare in chiesa a cantare il mattutino poi lavori manuali più impegnativi per noi in quanto eravamo novizie, la superiora aveva il vizietto di amare oltre che Dio anche le femminucce, il confessore, anziano ma maligno voleva sapere tutto sulla nostra vita intima, per non parlare del cibo piuttosto scarso soprattutto nei giorni di digiuno. A mezzo del vecchio giardiniere, unico maschio che poteva entrare in convento, facemmo pervenire alle nostre madri due lettere affermando che la vita monacale non era in sintonia con la nostra natura e che avevamo scoperto di non  aver alcuna vocazione. Grande disperazione delle nostre genitrici che, anche dietro suggerimento del loro confessore decisero il nostro ritorno in famiglia. Da immaginare  il disagio che regnava in casa ed allora abbiamo deciso di allontanarci per un po’ di tempo, abbiamo un buon gruzzolo ereditato dalle nostre nonne e così, dopo aver letto gli annunzi economici abbiamo deciso di adottare uno stile di vita lontanissimo dai principi che ci avevano inculcati ed eccoci qua. Un particolare: in convento di notte avevamo paura del buio e ci rifugiavano a turno nella stanzetta l’una dell’altra e, a letto  capitava di baciarci e talvolta anche…” “Io non solo vi assolvo dai vostri peccatacci ma vi invito a farne di maggiori e più…consistenti!” Alberto, da buon astrologicamente vergine  pensò bene di prendere precauzioni e prima di…”Signor Laurent vorrei chiederle un favore.” “Sono a sua disposizione.” “Mi occorrono trenta condom.” Il capo villaggio non fece una grinza, alzò solo un sopracciglio dell’occhio sinistro e il giorno seguente si presentò ad Alberto con un pacchetto con l’intestazione di una farmacia. “Ecco a lei, lo consideri un mio regalo personale e…auguri!” Rossana e Sabina ne avevano sentito parlare ma non li avevano mai visti, se li rigiravano nelle mani.” “Sei sicuro che funzionano, non siamo ancora pronte a …” “Permettetemi di essere volgare, voi pensate solo ad allargare le cosce, al resto…” Rossana  volle essere la prima. Alberto aveva messo un CD particolarmente romantico, mise in atto tutta l’esperienza erotica cominciando dal cunnilingus e dolcemente all’immissio penis; la prossima signora strinse i pugni, un dolore sopportabile ed in fondo anche del piacere che la lasciò senza forze, Sabina volle essere presente anche per conoscere quello che la aspettava. Il giorno dopo fu la sua volta, in seguito alle due ragazze sembrava di vivere in un altro mondo, si sentivano vere donne, più consapevoli, più…I rimanenti giorni passarono molto veloci, alla loro partenza in Jaguar furono salutati dal capo villaggio sorridente che aveva compreso la situazione. La prima notte furono tutti a casa di Alberto con curiosità da parte dei vicini. II giorno seguente Rossana e Sabina telefonarono alle genitrici dicendo di essere a Jesi ospiti di un amico. Le due signore si consultarono con gli occhi e: “Care ragazze che ne direste di rientrare al natio borgo selvaggio, vi aspettano  due mamme ansiose di rivedervi, ci mancate da morire.” Il giorno seguente la Jaguar condotta da Alberto entrò nel cortile della abitazione delle mamme in trepidazione. Grandi baci e abbracci e poi Rossana: “Mamma questo è Alberto, l’abbiamo conosciuto in Francia e ci ha dato un passaggio sino a casa sua, che ne dici di pranzare insieme  poi Alberto tornerà a Jesi dove abita.” Le due signore andarono in un’altra stanza e confabularono a lungo poi inaspettatamente: “Care Rossana e Sabina siamo anziane ma non ancora rimbecillite, che ne dite se dopo mangiato andiamo tutti e cinque ospite del vostro, sottolineiamo vostro Alberto, sempre che ci si possa entrare tutti in auto.” Le due signore avevano dimostrato sia una notevole perspicacia e, per amore materno nei confronti delle figlie anche una mentalità molto aperta che meravigliò sia Rossana che Sabina che abbracciarono le loro madri, un bel quadretto familiare anticonformista. Dopo circa un anno di poliginia da parte di Alberto, in una clinica di Ancona nacquero due bellissime bambine alle quali furono imposti i nomi delle due nonne: Sara ed Anna, nomi che avevano qualcosa di biblico, la religione era stata in parte salvata! Il significato della statua sita sulla fontana del giardino di Alberto, ’l’enfant qui pisse’ è una favola belga che racconta di un bambino che salvò Bruxelles facendola pipì sulla miccia di una bomba che stava per scoppiare, talvolta anche una pisciata…
     

  • 02 maggio alle ore 7:50
    Le Rondini

    Come comincia: Ma poi il vento dispettoso decise di corrompere le rondini e regalò a loro le mie carte, le carte con cui stavo giocando a un gioco vincente. Ogni rondine ne strinse una nel becco e se la portò a spasso durante i suoi voli pazzi e veloci nel cielo terso, così terso e limpido che io potevo vederle bene. Rimasi così, col naso per aria sul mio balconcino a guardare, col fiato sospeso, in attesa, e sofferente. Ma le rondini non sono dispettose come il vento, e quando mi videro volarono verso di me e, una alla volta, depositarono sul tavolo della cucina le carte che il vento mi aveva rubato, riprendendo poi subito la via del cielo. Ma non c'erano più tutte, le mie carte, alcune erano andate perdute chissà dove, e comunque ormai quelle rimaste erano scompigliate, e il gioco era distrutto. Restai lì a fissarle pensando che avevo due strade: lasciar perdere tutto e rinunciare al gioco, oppure cominciare un gioco nuovo, con meno carte e senza certezze. Scelsi di ricominciare. Servivano nuove risorse, più fantasia, più determinazione, serviva inventarsi un nuovo modo di giocare, e soprattutto serviva difendersi dal vento dispettoso.

  • 30 aprile alle ore 15:52
    Venanzio Pecora

    Come comincia: Chi è Venanzio Pecora?
    Venanzio Pecora è (o è stato, non saprei) il coniuge de "La vicina di famiglia".
    Se volete sapere chi è "La vicina di famiglia" è un altro personaggio da me inventato descritto in parte nel racconto 'A mamma dispiace'.
    Quando ho conosciuto il sig.Venanzio Pecora?
    Alla prima riunione di condominio.
    Il sig.Venanzio Pecora, senza che lui lo sapesse, mi aveva veramente confortato in quella riunione. Ed in parte anche la moglie.
    Con quello che avevano detto e fatto mi avevano confermato che essi costituissero un valido baluardo contro le manovre del ragioniere Casoria, il condomino che viveva ininterrottamente in quella palazzina da quasi quarant'anni e che sembrava avere una tendenza al 'maneggio'.
    Il ragioniere Casoria a quella riunione aveva detto che occorreva pitturare le scale. Era intervenuto il sig.Pecora: <<Conosco uno che farebbe il lavoro per un milione e mezzo di lire ...>>. <<Noooo>>, era intervenuto furioso il ragioniere, <<per pittare le scale ci vogliono sedici milioni e ci vuole l'ingegnere!>>.
    Conclusione: non se ne fece niente.
    Quando incontrai in seguito la consorte del sig.Pecora, le chiesi:<<Ma chi conoscete voi che farebbe il lavoro per un milione e mezzo?>> <<E chi conosciamo? Il marocchino che ci ha pittato casa>>, rispose lei.
    M'informai presso un mio amico che fungeva da amministratore nel palazzo dove abitava e valutò che una regolare ditta che avrebbe emesso regolare fattura avrebbe svolto il lavoro per tre milioni di lire. Valutazione che quattro anni dopo si sarebbe rivelata esatta. Messo il ragioniere Casoria in condizioni di non 'maneggiare' troppo, quattro anni dopo le scale vennero pitturate (con il raddoppio dei prezzi che c'era stato quattro anni prima con l'euro) da una ditta che emise regolare fattura per tremila euro.
    Toniamo alla prima riunione di condominio.
    Il ragioniere Casoria, a mio beneficio, nuova arrivata, precisò che fino a quel momento la rata condominiale mensile era stata di £80000, con il passaggio all'euro il ragioniere proponeva di passare la rata ad euro 50.
    Intervenne con un prudente colpo di tosse il condomino che fungeva da amministratore: <<Ho calcolato che con £80000 a fine anno rimane circa un milione non utilizzato. Secondo me, è sufficiente 40 euro.>>.
    Il ragioniere Casoria deglutì e, anche se non convinto, chiese all'assemblea: <<Allora va bene 40 euro?>>. La risposta tacita, concorde e solidale fu: <<Sì>>.
    Il ragioniere Casoria si sentì in dovere di spiegare che la rata era uguale per tutti per comodità ma che a fine anno si faceva il conguaglio: <<Tu devi avere tanto, tu devi avere tant'altro>>, cominciò a dire ai vicini.
    La consorte del sig.Pecora a mezza voce e guardando a terra e di lato disse: <<Qua mi si dice sempre che devo avere però io non vedo mai niente>>.
    Nei mesi successivi ebbi conferma che, anche se l'amministratore era un altro vicino, chi maneggiava il denari e si occupava di tutto era il ragioniere Casoria.
    Tre mesi dopo, nuova assemblea.
    Notai l'assenza del sig.Venanzio Pecora e chiesi informazioni. 
    Il sig.Venanzio Pecora aveva lasciato la palazzina, lasciandovi la moglie ed i figli.
    Ancora un paio di mesi dopo sento trambusto per le scale ed il condomino dirimpettaio della consorte del sig.Pecora mandarla a fare etc.
    Capii che il condomino era furioso per aver trovato il suo posto auto occupato dall'auto del figlio della signora.
    Alla successiva assemblea era presente il sig.Venanzio Pecora, che con abbastanza garbo (almeno questa è l'impressione che ne ebbi io) disse: <<Chiedo di comprendere e di essere compreso. Io sono andato via di qua, ma comunque qui è rimasta a vivere quella che è ancora la mia famiglia ...>>.
    Compresi che la consorte si era lamentata con il coniuge dell'attacco verbale che avevo ricevuto ed il coniuge era venuto a ricordare di rispettare comunque la sua consorte ed i suoi figli.
    ...
    Pochi mesi dopo, la consorte del sig.Pecora bussò alla mia porta e sostenne di avere di nuovo problemi d'infiltrazione dal terrazzo.
    "Ah!", pensai dentro di me e replicai:<<Scusate, ma la ditta che ha fatto? Che garanzie ha lasciato?>>.
    La consorte del sig.Pecora cambiò due volte colore in viso, riuscì a boccheggiare:<<Eh, ah>>, girò le spalle e se ne andò.
    Ed io rimasi con la consapevolezza che, andato via il sig.Venanzio Pecora, la consorte era diventata socia d'affari del ragioniere Casoria.
    Di che si trattava? Un anno prima, sempre durante la prima riunione di condominio, il ragioniere Casoria aveva millantato un preventivo per l'impermeabilizzazione del terrazzo, un preventivo scritto con una Olivetti portatile uguale a quella che possedeva lui stesso. Nessuno aveva replicato niente e mi ero adeguata. Ed avevo 'sborsato' (sborsare è un termine che piace al ragioniere Casoria) 600 euro in tre comode rate da 200 per quei lavori, senza che nessuno avesse mai visto passare un operaio, mai parlato con il titolare della ditta, mai sentito un rumore proveniente dal terrazzo, mai visto una pezza d'appoggio.
    Ed ora, a due mesi dal pagamento dell'ultima rata, la neo-socia del ragioniere Casoria tornava all'attacco.
    Avrei dovuto andare a parlare con il sig.Venanzio Pecora? Questa idea non mi passò nemmeno per l'anticamera del cervello.
    Passano tre anni, tra alti e bassi, e la consorte del sig.Venanzio Pecora si presenta di nuovo alla mia porta stavolta chiedendo di entrare perché vuole conferire con mio marito. 
    Vado a chiedere a mio marito se è disponibile. Dice di sì, che si sistema e ci raggiunge e faccio accomodare la consorte del sig.Venanzio Pecora in soggiorno. Preferisce sedersi al tavolo invece che sul divano e, mentre io sono alla ricerca di un argomento di conversazione, sbotta:<<No, perché se le cose continuano così, io qualsiasi cosa ci sta su questo tavolo la prendo e la butto per terra!>>.
    In quell'occasione sì che avrei dovuto contattare il sig.Venanzio Pecora. 
    A quanto pareva, la consorte esigeva rispetto ma non lo dava.
    E quell'offesa irrisolta dette agio alla consorte del sig.Venanzio Pecora di divenire sempre più prepotente, petulante e maleducata.
    E non è la sola.
    Ogni limite ha una pazienza, diceva Totò.
    Ed io, che devo sentire nelle orecchie anche le lamentele di mio marito sulla prepotenza e maleducazione dei vicini, quando i signori sono per l'ultima volta ospiti in casa mia per l'assemblea condominiale mostro loro che non sono ospiti graditi. 
    Chissà perché se fai come loro poi a loro non piace.
    I signori, anime candide, si stupiscono e si offendono.
    E la consorte del sig.Venanzio Pecora continua ad essere doppia. E prepotente.
    E si passa alle mani. Non da parte mia.
    E la falsità conduce ad altre aggressioni. Da parte del resto della famiglia. Non la mia.
    Sì che avrei dovuto contattare il sig.Venanzio Pecora.
    E dirgli: <<Chiedo di comprendere e di essere compresa ....>>

  • 30 aprile alle ore 15:47
    A mamma dispiace

    Come comincia: Settembre 2017.
    La madre di Liliana sente squillare il telefono e va a rispondere.
    -"Pronto?"
    - "Pronto? Sono Gilla Pistoia. Deve dire a sua figlia che non può entrare in casa: ho fatto cambiare le chiavi del cancelletto e del portone. Guardi che non l'ho fatto per non far entrare sua figlia. Ho trovato segni che qualcuno ha tentato di entrare [magari nell'eventualità Gilla Pistoia fosse stata una professoressa d'italiano avrebbe detto "segni d'effrazione", ma non lo è, N.d.R.]. E sua figlia non deve entrare con l'auto: consuma la corrente della lampada lampeggiante del cancello automatico. E sua figlia quando entra consuma la corrente delle scale."

    - "Mia figlia consuma la corrente? Ma che corrente consuma? Vi dovete vergognare! Lì si stava tranquilli solo quando c'era mio marito che pagava lui per tutti! Io non sono attaccata al denaro e facevo finta di niente. Da quando se ne andato mio marito da lì, lì non si capisce più niente! ...."

    - "Signora, a me dispiace... So che ha dei problemi ..."

    - "E lei sai che tengo questi problemi e mi chiama per dirmi queste sciocchezze!?! ......"

    [Febbraio-Aprile 2002. Ogni mattina alle ore 06:40 Gilla Pistoia attende al varco Liliana nell'ingresso del palazzo per ordinarle che il neon fuori il portone di notte deve essere spento perché si consuma corrente.
    Ottobre 2002. Gilla Pistoia chiede a Liliana di farle una copia di una chiave condominiale. Liliana gliela fa, Gilla Pistoia chiede: "Quant'è?". Liliana aveva speso 80 centesimi e replica: "Signora, le pare! Per una chiave!". Gila Pistoia fa la faccia furba per il risparmio ottenuto e cattiva pensando: "Questa me la mangio in un boccone".]
    ...........

    A mamma dispiace.

    22 maggio 2013.
    Il dirimpettaio di Gilla Pistoia fa parlare Liliana del suo stato di salute mentre vegliano la salma del padre di Liliana.
    Quando Liliana rientra sente il dirimpettaio che riferisce a Gilla e ne ridono fragorosamente insieme.

    A mamma dispiace.

    Ottobre 2012.
    Liliana incontra la figlia di Gilla Pistoia. Ha 15 anni meno di Liliana. Liliana le dice: <<Lei non si è mai scusata per avermi messo le mani addosso.>> <<E' vero. Mi scusi.>> <<Sua madre le aveva raccontato che io le avessi messo le mani addosso, in realtà era stato il contrario. E tutto è derivato da quando sua madre venne in casa mia perché voleva parlare con mio marito. Si irritò perché notò che avevo cambiato soprammobile sopra il tavolo ed arrivò a minacciare di buttarlo per terra!>> <<Ah, sì, è possibile. A mamma piacciono questi oggetti. Guardi, a mamma dispiace tanto vedere che lei sta così!>>

    A mamma dispiace.

    Giugno 2011.
    Liliana e Gilla Pistoia sono nella sala d'attesa dei Carabinieri. Sono state convocate insieme ad un altro vicino. L'altro vicino è entrato per primo nell'ufficio. Liliana non si sente bene. Si siede su una sedia appoggiata alla parete. Gilla Pistoia si pone in piedi di fronte a lei e comincia ad arringarla con la solita prepotenza ed arroganza: <<I soldi sul conto corrente condominiale sono i miei ...>>
    Il successivo ricordo di Liliana è che apre gli occhi. Si rende conto di essere stata chissà quanto tempo con la testa reclinata all'indietro, sorretta dal muro, gli occhi chiusi, la mano sinistra sul cuore ed a respirare con la bocca. 
    Gilla Pistoia non è più di fronte a lei.
    Si guarda intorno. Gilla Pistoia si è seduta su un divanetto più in là. Finge di sfogliare intenta una rivista, in realtà ogni tanto guarda dalla sua parte, seguendo, speranzosa, l'evolversi del suo malore. Con la scusa pronta: <<Stavo leggendo la rivista! Non mi sono accorta di niente!>>
    Liliana si alza, le passa davanti ed esce dalla sala d'attesa.
    Quando è il suo turno di entrare nell'ufficio, le spiegano che sono stati convocati come testimoni perché il ragioniere Casoria, un condomino che ha sempre fatto il bello ed il cattivo tempo, aveva querelato l'amministratore del condominio che aveva dato le dimissioni circa otto mesi prima, il primo amministratore professionista di quel condominio, dal 2009 fino a quasi tutto il 2010.

    A mamma dispiace.

    Torniamo al presente.
    Agosto 2018, ore 21:00. Liliana esce col cagnolino a fare una passeggiata in giardino. Gilla Pistoia sta stendendo i panni e con la solita prepotenza e petulanza fa: "Che, lo portiamo a fare i bisogni?".
    Gilla Pistoia sa che Liliana sta affrontando un grande dolore.
    Gilla Pistoia sa che Liliana è stata molto male e non si è mai ripresa del tutto.

    A mamma dispiace.

  • 27 aprile alle ore 7:17
    I Mostri dell'ID

    Come comincia: Mi sa che non devo aprire FB appena sveglia, quando il subconscio o l'inconscio non sono ancora bloccati dai freni inibitori. 
    "I mostri dell'ID" del bellissimo film di fantascienza degli anni '50 "Il Pianeta Proibito". 
    Che poi è quello che tenta di spiegare Ciampa alla signora ne "Il berretto a sonagli" :
    "Ci azzanneremmo tutti quanti come cani se potessimo signora mia, ma non si può".

    Tutto questo preambolo per introdurre il racconto derivato dalle fantasie di prima mattina di oggi.

    Titolo:
    Odio.

    Guardo le foto delle persone felici e capisco l'odio che le persone in passato avevano per me.
    Persone che mi odiavano perché ero felice.
    Anche se a loro non mancava niente.
    In realtà è solo la foto di una persona che in questo momento mi provoca questa reazione, una persona a me estranea di cui però conosco le caratteristiche che sbandiera, e, precisiamo, non la odio, ma, non essendo io più felice come ero prima, rendendo così felice chi mi odia, vedo che la prima reazione è di fastidio, reazione già smussata mentre scrivo e, tranquilli, non vi odio quando vedo le vostre foto felici e sorridenti.

    Chi erano le persone che mi odiavano?

    Gruppo 1) la cornacchia appollaiata in alto e la sua consorte (mia madrina di battesimo), nonché le loro figlie (che almeno non mi amano, anche se facevo ridere la piccola quando aveva 5 anni che piangeva perché, essendo piccola, veniva sempre lasciata in disparte ed ho ospitato gratuitamente la grande quando ero nella capitale). 
    E perché mi odiavano? Gli avevo fatto o tolto qualcosa? Mah.

    Gruppo 2) Mi odiavano oppure non mi amavano: la mia madrina di cresima, nonché suo marito, suo figlio maggiore e non mi amavano le sue figlie;

    Gruppo 3) non mi amava (anzi posso proprio parlare di odio) il primogenito dei miei genitori (e che gli ho fatto?) ;

    Gruppo 4) mi odia una grande amica della cornacchia, nonché i suoi figli e forse pure il suo consorte. Ma che 'ammo 'a sparti'? Chi siete?

    Perché mi odiavano? 
    La capostipite del gruppo 2 mi aveva insegnato fin da piccola che sua figlia mi doveva stare 'a copp (espressione napoltana per dire 'stare da sopra, essere superiore').
    Forse ho capito tardi che aveva trasferito questa caratteristica anche agli altri. 
    Sono anni ed anni ed anni che di loro penso: "Ma guarda questi. Loro hanno 100, io tengo 1, sono invidiosi dell'uno che tengo io." Mah.

    Almeno il gruppo 2 era più trasparente.
    È il gruppo 1 il peggiore: dietro la maschera dell'affetto e della benevolenza si nascondevano odio e malefiche mire di gran lunga peggiori.

    Ed il 3? Il 3 era già verso la sua strada di. 'sano(?) egoismo' quando fu irretito, adolescente e giovane, un paio di volte dal gruppo 2 perché avevano bisogno di qualcosa da lui e lui, lusingato di cotanta stima da cotale famiglia, da allora ha sempre orbitato intorno a loro, essendosi in seguito accoppiato con chi ha caratteristiche simili al gruppo 2. Un componente del gruppo 2 non disdegna una vacanza gratis nella capitale ogni tanto e l'amicizia gli fa comodo.

    Ed il gruppo 4? Aveva già le sue caratteristiche, non è stato difficile per il gruppo 1 portarlo dove volevano.

    "Non si può", dice Ciampa.
    Gruppo 1. Non ci si può mettere ad urlare in casa d'altri o per le scale o nel cortile. O urlare e minacciare per telefono la persona che ha risposto gentilmente, e non era tenuto, ad un tua richesta. Se poi si può inventare falsità in Tribunale, non è qualcosa su cui io possa metter bocca. Anche se si tratta di inventare falsità contro i figli di chi vi ha regalato l'appartamento in cui vivete da oltre cinquant'anni.

    Gruppo 2. Non si può urlare ed insultare il vicino che ti ha fatto una domanda lecita o che ti ha chiesto di stare attento a non far cadere tutta quell'acqua quando innaffi o semplicemente perché sei invidioso della sua auto nuova. E non si può ...,  lasciamo perdere.

    Gruppo 3. Non si può dire alla sorella: "Se papà muore è colpa tua", quando l'hai lasciata sola (per fortuna) per tre giorni ad occuparsi di tutto ed oltretutto aggredirla il giorno dopo.
    Non si può dire, non richiesto oltretutto, con sicumera al medico: "Me ne occupo io", il giorno dopo insultare un altro medico che aveva affidato tutto a tua sorella ribadendo:"Mi occupo io di tutto" e la sera del giorno dopo andare spaventato da tua sorella a chiedere: "Te ne puoi occupare tu?" , però secondo le disposizioni che ordini tu.

    Gruppo 4). In breve, non si può essere maleducati o addirittura minacciare, dovunque tu sia, figuriamoci quando sei ospite in casa d'altri. Non si può deridere ed aggredire chi ti ha fatto un favore. Non si può aggredire e deridere chi ti  ha addirittura fornito gratuitamente un parere tecnico da te richiesto; non sei d'accordo? Chiami un altro tecnico e lo paghi. Non si può trattare con sufficienza ed aggredire il vicino di casa che ti ha fatto una richiesta lecita nel tuo ruolo di amministratore del fabbricato.
    Non si può arringare i tuoi vicini maleducatamente e prepotentemente per le scale, dal balcone, nel cortile, ...

    Non si può. O sì?
    Sì, se sei un bullo. O un gruppo di bulli.
    Sì, se ti avvali della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggetamento e di omertà.

  • 25 aprile alle ore 10:49
    ALBERTO PSICOLOGO EROTICO

    Come comincia: La targa fuori dello studio in contrada Torre Faro di Messina ‘Alberto Psicologo Sessuale’ aveva stupito e incuriosito gli abitanti della frazione, chi poteva aver bisogno di uno ‘Psicologo Sessuale’? Alberto nato in frazione Giampilieri di Messina era riuscito a laurearsi in psicologia alla locale università; i genitori, agricoltori, avevano sopportato notevoli sacrifici per quel figliolo tanto amato che li aveva ricompensati con molta applicazione negli studi e conseguente conseguimento di  una laurea, era l’orgoglio di famiglia. Alberto era di bell’aspetto, alto di statura, dai modi signorili non passava inosservato, i compaesani si erano domandati, senza risposta, perché assomigliasse così poco ai genitori bassi e robusti. Era dotato di una sottile intelligenza e di furbizia propria dei contadini da secoli abituati a sopportare le angherie dei padroni. Ad Alberto occorrevano due collaboratori con la qualifica di infermieri: un giovane maschio ed una giovane femmina. In seguito ad inserzione sul locale giornale si presentarono una decina di aspiranti. Alberto guardandoli in viso ne scelse due a naso come si diceva una volta: Mariella ed Edoardo sorridenti e dallo sguardo intelligente, lui judoka cintura nera secondo dan, lei frequentatrice di palestra. I due furono eruditi sul loro compito di ausiliari, sicuramente i pazienti maschi o femmine avevano dei problemi psicologici che potevano portare a cure non convenzionali, in altre parole i due dovevano essere pronti ad esibirsi anche sessualmente. Per una settimana nessun cliente e di conseguenza nessun incasso, Alberto non aveva voluto chiedere un aiuto finanziario ai genitori, avevano già fatto molto per lui e quindi doveva aspettare gli introiti provenienti dall’esercizio della professione. Un lunedì mattina del mese di luglio, una giornata soleggiata che invitava a recarsi in spiaggia, così fecero Mariella ed Edoardo portando con sé un telefonino che dopo un’ora suonò: “Venite c’è una cliente donna.” La dama era vestita con un abito lungo e camicetta sino al collo poco adatti al clima torrido e già questo aspetto mise in guardia Alberto, capì che la dama doveva avere problemi sessuali. “Signora per discrezione non le domando le generalità, mi dia un nome qualsiasi. “Sono la con…Amalia, ho pensato molto prima di venire da lei, non so se potrà aiutarmi a superare…” “Al fine di chiarirle le idee su di me le assicuro la massima segretezza su quanto mi dirà, con me potrà scaricare pressioni sociali e morali, abbassare le inibizioni per conseguire un benessere psico sessuale, potrà riferirmi le proprie fantasie e trasgressioni, ovviamente non darò alcun giudizio morale su quello che lei desidera, i miei due collaboratori sono della massima serietà ed anche disponibilità.” “Per il pagamento?” “Non ho tariffe, sta a lei darmi, in contanti,  una somma  congrua se sarà soddisfatta di quanto otterrà.” “Posso svestirmi, ho caldo.” Madame rimase in reggiseno e slip, un corpo da modella che fece effetto soprattutto sui due maschietti presenti. “Ho un amico d’infanzia a cui sono molto affezionata, ambedue ci siamo sposati e ci siamo persi di vista, ora è rimasto vedovo ed è tornato a Messina, abita un villino vicino al mio ma è restio ad ‘avvicinarsi’ sessualmente a me, cosa che desidero.” “Signora  Amalia in psicologia inglese questo di chiama ‘friends with benefits’ mi dica dove vuole che avvenga l’incontro.” “Nel mio villino lungo la statale 113,  mio marito, più anziano di me è consenziente ma vuole assistere alla scena, insomma si è scoperto voyer e così la situazione si è semplificata ma Luciano, il mio amico non deve essere al corrente della situazione, non so come la prenderebbe. C’è uno specchio nella mia camera da letto che è trasparente, la scena può esser vista e sentita dal vicino salone, voi tre vi ci posizionerete lì con mio marito Salvatore, appuntamento sabato alle ore 17, in questa busta c’è un anticipo per le spese.” Amalia si rivestì e prese posto sulla sua Mercedes e partì sgommando. “Ragazzi come inizio cinquemila Euro, a voi mille a testa.” Alberto alle quindici del sabato si fece trovare nello studio, Mariella ed Edoardo si presentarono poco dopo e tutti presero posto sulla Fiat Tipo di recente acquistata da Alberto a rate, auto capiente ma poco costosa perché costruita in Turchia. Con l’ausilio del navigatore satellitare in mezz’ora arrivarono a destinazione, Amalia si fece trovare all’ingresso della villa e fece posteggiare l’auto dietro casa, i tre la seguirono nel salotto dove uno scontroso Salvatore a mala pena rispose al loro saluto. Dopo quindici minuti apparvero in camera da letto Amalia con Luciano che: “E tuo marito?” “È andato in città a trovare alcuni amici.” “Mia cara, hai avuto una buona idea per l’aria condizionata, anche la musica in sottofondo è speciale come te, spero di poterci vedere spesso sempre che…” “Luciano guarda quello che non hai mai visto.” E si spogliò mostrando un corpo da quarantenne  estremamente piacevole. Solito repertorio: un sessantanove con ingoio da parte della padrona di casa che poi prese a cavalcare l’amante molto a lungo, dai ‘guaiti’ si poteva immaginare da parte dei due orgasmi multipli che fecero effetto su Alberto, su Edoardo ma soprattutto su Salvatore che, ormai fuori di testa per l’eccitazione chiese a Mariella di poter…All’assenso col capo di Alberto la ragazza si trovò a fronteggiare o meglio a posteggiare nel suo popò un coso piccolo del padrone di casa che volle fare il bis. Passata la buriana, Salvatore da un cassetto prese una manciata di Euro, li diede a Mariella e poi sparì dalla circolazione. Amalia e Luciano stavano recuperando il tempo passato e, dopo mezz’ora si lasciarono baciandosi in bocca. Amalia si presentò ai tre e mise in mano ad Alberto una busta simile a quella consegnatagli in passato. Rientro a Torre Faro senza conversazione, ormai i tre compresero quello che sarebbe stato il loro lavoro futuro. Mariella ebbe tremila Euro (se li era ben guadagnati!) due mila a Edoardo ed il resto ad Alberto, come prima esperienza era stata positiva. Due giorni dopo  Alberto trovò posteggiata vicino all’ingresso del suo studio una Jeep. Aperto lo studio il signore dell’auto lo seguì. “È lei lo psicologo?” “Si accomodi, sono io.” “Ho da segnalarle una mia questione piuttosto delicata, si tratta di mia figlia Carlotta, ha diciassette anni, il problema è che talvolta frequenta una discoteca ‘La Luna’ locale piuttosto equivoco, mi hanno riferito che non si comporta bene nel senso che…insomma lei dovrebbe andare in quel locale, controllarla e farmi conoscere cosa combina, sono vedovo e mia figlia,  come può immaginare  è la cosa che mi sta più a cuore al mondo.” Nel frattempo erano giunti anche Mariella e Leonardo, Alberto li presentò ad Aurelio assicurandolo sulla loro segretezza e competenza. “ Io  ho una villa sui monti Peloritani, si entra da Musolino e dopo due chilometri si può scorgerla sulla sinistra, non può sbagliare. il locale ‘La Luna’ si trova in viale Europa, apre alle ventidue e chiude alle tre di notte, in questa busta ci sono cinquemila  Euro, questo il mio biglietto da visita con indicato il mio telefono fisso a cui potrà inviarmi delle mail ed il mio telefonino, mi faccia sapere qualcosa al più presto.” “Ragazzi stasera alle ventidue saremo in discoteca, andremo con la mia Tipo, passerò a prendervi a casa vostra.” Entrati nel locale Edoardo incontrò un suo amico, Scanio, anche lui cintura nera, buttafuori del locale. “Son qui con i miei due collaboratori per controllare per desiderio del padre una ragazza, Carlotta.” “La conosco, viene qui spesso, talvolta sono costretto ad intervenire perché alcuni giovani se la  contendono, non posso proibirle l’entrata nel locale, la sorveglio ma quando va nella toilette delle signore non posso entrare ma immagino…” “È con me Mariella che servirà allo scopo.” Carlotta posteggiò dinanzi al locale una vetturetta cinquanta di cilindrata che i sedicenni possono guidare con il patentino delle moto. In minigonna abissale e camicetta trasparente, fra l’altro molto scollata che talvolta lasciava ‘andare in libertà’ una tetta. Prese la scala che conduceva al gabbiotto del disc Jokey, lo baciò in bocca e lasciò la sua borsetta, dove aveva nascosto lo slip e la ripose nell’armadietto dell’amico. Scendendo la scalinata Alberto poté ammirare sotto la svolazzante minigonna un bel cespuglio biondo che aveva attirato l’attenzione di alcuni giovani, come inizio…Musica techno a tutto volume che ti penetra nel cervello mandandoti in tilt; Carlotta passava da le braccia di un giovane a quelle di un altro fino a quando due pretendenti si presero a pugni. Per primo intervenne Edoardo che cercò con le buone a pacificarli ma uno sfrontato: “Tu chi cazzo si.” E partì con un pugno che Edoardo schivò ma nello stesso tempo prese un braccio del facinoroso, girò tutto il suo corpo e lo sbatté a terra. Gli altri due amici intervennero in suo favore ma fecero la stessa fine con applausi degli astanti. Era intervenuto anche Scanio che, da buon buttafuori li buttò fuori del locale. Ristabilito l’ordine Alberto, Mariella ed Edoardo convinsero con le ‘buone’ Carlotta a seguirli dopo aver recuperato i suoi slip. “Mariella tu prendi quella schifezza di macchina della ragazza e seguici, noi portiamo a casa stà disgraziata che mi pare si sia ‘fatta’, io guido, tu Edoardo nel sedile posteriore con lei, controlla che non faccia minchiate come aprire lo sportello quando l’auto è in moto, mi raccomando.” “Alberto devo accontentare Carlotta, mi pare stia esagerando.” “Fa quello che vuole, fin quando non  la scaricheremo a casa sua.” Carlotta aveva preso prima  a baciare in bocca Edoardo e poi, aperti pantaloni a prender in bocca il ‘ciccio’ del compagno di viaggio fino a quando lo stesso fece il suo dovere ‘inondandole’ la boccuccia. Conclusione inaspettata di Carlotta: “È buonissimo, mai provato uno così dolce!” Finalmente la voce della femminuccia del satellitare dichiarò l’arrivo a destinazione. “Signor Aurelio, le abbiamo recuperato la figlia, non è il momento di parlare degli avvenimenti, se vuole ci potremo vederci domani al mio studio, buona notte.” Mariella abbandonata la mini auto entrò nella Tipo, riposo meritato sino alla mattina seguente quando puntualmente il signor Aurelio si presentò ansioso di sapere del’esito degli accertamenti dei tre. Alberto riportò gli avvenimenti e poi: “Signor Aurelio quale psicologo ho cercato di inquadrare la posizione mentale di sua figlia ed ho compreso che lei vuol accedere ad una gamma di sensazioni, di stimolazioni, di fantasie e di esperienze che la portano all’estasi come la ‘Petit mort’. Il piacere interiore e le esperienze interne cambiano la percezione di voluttà e stabiliscono una connessione più profonda conseguentemente Carlotta vorrebbe stabilisce una legame cerebrale verso un nuovo mondo sensoriale ed erotico. Questo le dà la possibilità di vivere fantasie e desideri, sensazioni ed emozioni che altrimenti rimarrebbero inespresse creandole problemi psicologici.” “Dottore sono confuso, io sono il direttore di una banca, in campo della medicina sono a zero, mi dia dei consigli, fra l’altro Carlotta, che per ora non faccio uscire di casa non parla altro che di un certo Edoardo che è molto dolce, forse si riferisce al suo collaboratore?” “Credo proprio di si ma non mi spiego…” “Penso che ci sia poco da spiegare, Carlotta è stata viziata ed è capricciosa, quando vuole una cosa…Un altro particolare, la nonna di Carlotta era tedesca e faceva parte di una famiglia di possessori di fabbriche di acciaio che sia durante il nazismo che in epoca attuale lavorano per il governo con profitti altissimi. Carlotta cui è stato imposto il nome della nonna Charlotte,  al diciottesimo anno di età erediterà una grossa somma di Euro e qui è la mia preoccupazione, trovarle un giovane di cui innamorarsi che la tenga a freno, non conosco altra soluzione. Posso domandare ad Edoardo che intenzioni ha, potrebbe essere la mia salvezza.” Intervenne Alberto: “Grazie per il compenso che le vedo in mano, avrò un colloquio con Edoardo e le faremo sapere.” Ragazzi ci sono diecimila Euro, tre a testa  a voi e quattro a me. Ed ora Edoardo permettimi di  farmi i fatti tuoi: prima di prendere una decisione vorrei esaminare la tua posizione, per motivi di età e di lavoro ho più  esperienza di te della vita. Potresti avere una vita lussuosa e senza pensieri di soldi ma a che prezzo? Saresti lo ‘zerbino’ sia di Carlotta che tu sai capricciosa che del padre, la parola libertà sarebbe per te un’utopia, non ho altro da dirti.” La mattina seguente Edoardo con a bordo Mariella si presentò in  studio con una Fiat 500 Abarth.” “Ti dai alle corse?” “Non potendo acquistare un’auto di grossa cilindrata mi accontento di questa acquistata a rate in attesa di clienti danarosi che abbiano problemi psicologici!” “E Carlotta?” “Non mi ricordo di nessuna Carlotta!”

  • 25 aprile alle ore 10:45
    AMORI E TRISTEZZE

    Come comincia: Lisa  (Elisabetta) si era finalmente liberata degli studi, aveva conseguito la laurea in lingue, per premio il padre Freddy (Ferdinando) le aveva pagato delle vacanze sulla neve a Cortina d’Ampezzo. A febbraio i prezzi erano abbordabili e così Lisa, amante della montagna ma, inesperta sciatrice, preferiva andare in quota in funivia e passare il tempo a camminare sulla neve o al bar. Quel giorno il tempo era sereno e con in mano una bevanda calda Lisa sedeva in una comoda sedia fuori dall’esercizio. Alta, slanciata, piacevole in viso sempre sorridente poteva dirsi seducente; fu agganciata da un giovane circa della sua età che: “Che fa una bella signorina sola sola?” “Aspetta che qualche maschietto la rimorchi dicendo: “Che fa una bella signorina sola sola?” Ambedue si misero a ridere: sono Alfonso, Fonzi per gli amici e mi godo una vacanza, a Roma sono il padrone di una fabbrica di elettrodomestici, inutile domandarle cosa fa qui.” “Aspetto l’ora di pranzo.” “Se permette mi aggrego a lei, il ristorante dove vado non è gran che.” Al rientro all’albergo Splendor: “Vado in camera a cambiarmi, poi potremo andare al ristorante e desinare insieme.” Il pomeriggio una passeggiata, rientro all’hotel, cena e poi in camera di Lisa. “Ci vediamo un po’ di televisione poi ci daremo la ‘buona notte’ ed ognuno nella sua cuccia. Non  le poso offrire nulla, solo acqua minerale che il mio medico mi ha prescritto di berne due litri al giorno, vado in  bagno. L’acqua aveva uno strano sapore ma forse di trattava di una caratteristica proprio di quella bevanda, non era la solita che Lisa  beveva. Un sonno improvviso e poi la ragazza non ricordò più nulla. Alle dieci una cameriera bussò alla porta della, camera: “Signorina sono le dieci, ha saltato la prima colazione.” Fonzi era sparito, lei era stata in braccia a Morfeo. Lisa prese la borsa per dare la mancia alla cameriera ma, rigiratala tutta si accorse che erano spariti sia i contanti che la carta di credito a cui aveva attaccato la password, maledetta stupida! Accompagnata dal direttore dell’albergo Lisa si rivolse ai Carabinieri per la denunzia ma non aveva nessun elemento da fornire per rintracciare il maledetto. Lisa si rifugiò nel ristorante anche se era presto per il pranzo e, come affermava un vecchio detto una disgrazia tira l’altra. Una telefonata da parte della madre Mimma: “Cara una disgrazia tremenda, tuo padre in autostrada per aiutare due giovani che avevano avuto un incidente, mentre era a piedi è stato falciato da una auto ed è morto sul colpo, torna subito a  casa.” Lisa era impietrita, guardava nel vuoto e non si accorse che il ristorante si era riempito di villeggianti. Un signore: “Permette che io e mio figlio ci sediamo al suo tavolo, gli altri sono tutti occupati.” “Signorina si sente male, chiamo un medico?” “No grazie è che…” Lisa dopo un po’ si riprese e per sfogarsi raccontò al signore le sue ultime vicissitudini, poi si mise a piangere. “Sono il commendatore Bernardo, son qui con mio figlio Eros per ordine del medico di famiglia che ha ordinato di portare questo signorino in montagna…Eros vammi a comprare  un pacchetto di Marlboro. Se mi permette le posso darle una mano nel senso che  pagherò io il suo soggiorno in questo albergo e qualcosa di più qualora mi venisse incontro in una faccenda delicata.  Sono vedovo ed accudire oggi un giovane è quanto mai complicato. Il nostro medico ha constatato che stò zozzone è deperito e potrebbe ammalarsi, la sua malattia è….insomma si masturba in continuazione e potrebbe diventare tubercoloso, se lei potesse aiutarmi, le parlo da padre.” Lisa era pensosa, le avrebbero fatto molto comodo avere dei soldi ma doveva fare da nave scuola erotica ad un ragazzo peraltro minorenne. Il commendatore insisteva: “Le assicuro la massima serietà e segretezza, non so che altro dirle.” Eros tornò con le sigarette ma: “Papà non avevano da cambiare, ho pagato con i miei soldi.” Ovviamente il furbetto aveva messo in tasca i cinquecento Euro. “Eros, dietro richiesta di tuo padre ti autorizzo a venire questa sera a farmi compagnia in camera mia, ed ora una passeggiata che i latini consigliavano dopo pranzo.” Durante tutto il pomeriggio si vedeva che Eros fremeva, aveva capito tutto e: “Lisa vorrei prenderla a braccetto, potrebbe essere mia sorella, in fondo ci sono una decina anni di differenza, oggi son di moda i toyboy!” “Bene Eros vedo che sei informato." A braccetto di papà e figlio.nella hall dell’albergo in attesa della cena Bernardo si sedette in una comoda poltrona a leggere una rivista, Lisa e Eros a guardare le vetrine, il ragazzo voleva comprare un gioiello a Lisa ma questa rifiutò decisamente. Dopo cena: “Eros m’è venuto sonno, fai compagnia Lisa, io vado a dormire.” Eros era già in fibrillazione. In camera Lisa: “Stai calmo abbiamo tempo, intanto spogliamoci e andiamo in bagno.” Eros non aveva mai visto una donna nuda dal vero, strabuzzò gli occhi: “Penso che ti sposerò!” “Prima di arrivare ai confetti fai vedere come te la cavi…per un  sedicenne sei ben sviluppato forse più del normale ma non ti dare arie.” Lisa aveva minimizzato la situazione ma era certo che Eros ce l’aveva più grosso e più lungo del suo ultimo fidanzato. “Dato che ti sei indottrinato con i film porno che ne dici di un bel sessantanove?” Il problema che il ragazzo come si dice in gergo ce l’aveva in punta ed inondò la dolce boccuccia di Lisa la quale si alzò ed andò in bagno per ‘rinfrescare’ il cavo orale. “Quant’è che non ti sparavi una sega, mi hai inondato!” “Giusto ieri ma siamo solo all’inizio, il sapore della tua gatta era delizioso come te, sto provando delle sensazioni che vanno al di là del sesso, ci provo di nuovo col fiorellino.” Questa volta Lisa ebbe due orgasmi di seguito, guardò in faccia Eros vedendolo sotto un altro aspetto, non era un sedicenne con pustole in viso ma un uomo. “Prendo la pillola e quindi riaffacciati nel mio ‘tempio’ delicatamente, non ce l’hai proprio piccolo.” Questa nuova esperienza fu piacevole per entrambi, Eros seguitava, seguitava…ed a Lisa la ‘gatta’ cominciò a far un pochino male. Fece ‘sgombrare’  il ‘tato’ di Eros dal suo fiorellino che lubrificò con una pomata comprata prudenzialmente in farmacia. Si era fatto tardi: “Eros torna in camera tua.” “Ma quando mai mi capiterà di incontrare una donna deliziosa come te, telefonerò a mio padre  che stanotte non rientrerò  all’ovile.” E così fece, con l’assenso paterno restò con Lisa ma: “Ti prego di metterti su di un fianco, io ti penetrerò da dietro e ci resterò fino a che ‘ciccio’ rimarrà sull’attenti! Solo che ‘il fratello minore’ non conosceva la posizione di riposo e così…A Lisa la situazione non dispiacque, sentiva dentro di sé un qualcosa di piacevole e caldo, non protestò. Svegliatasi a notte fonda dovette constatare che il coso di Eros era ancora sull’attenti, manco John Holmes il celebre attore porno! A tavola Eros si sbafava porzioni doppie di tutte le portate, sulle guance era ricomparso il colorito roseo  al posto del precedente color biancazzo, lo notò il papà con notevole piacere, ma anche le cose belle hanno una fine come da canzone di Gionny Scandal. Alla fermata del pullman che avrebbe portato Lisa all’aeroporto, un velo di tristezza. Lisa questo è il mio bigliettino da visita con i numeri telefonici, noi abitiamo a Viterbo, nel caso…Anche Lisa scrisse su un foglietto il numero del suo cellulare poi salì velocemente sull’autobus senza voltarsi, la tristezza si era impadronita di lei. Mettendo le mani in tasca, con sorpresa trovò tremila Euro, sicuramente un affettuoso regalo di Eros, quel ragazzo le era rimasto nel cuore. All’aeroporto Canova di Treviso c’era una gran folla, per fortuna Lisa aveva prenotato e pagato in anticipo il volo e così non ebbe problemi. A Fiumicino niente tassì, autobus sino a Roma doveva risparmiare denaro, la posizione finanziaria sua e di sua madre era molto cambiata. Gli avvenimenti che seguirono fecero in parte dimenticare Bernardo ed Eros.  Nel palazzo dove abitavano lei e sua madre si era istallata una famiglia composta da una vedova, Elena e dal figlio Checco (Francesco) e furono loro che risolsero in parte i problemi finanziari delle due donne. Elena era titolare di una grande e famosa agenzia di navigazione, per colmare un vuoto di personale invitò Lisa in ufficio per un provino che ebbe esito positivo, la ragazza fu assunta. Del personale, fra l’altro c’erano  Adamo persona seria e riservata ed un certo Naele. Dove i genitori avessero attinto quel nome non  si ebbe a sapere, forse un nonno… Naele era un ex pugile dei pesi massimi tutto barba e capelli neri che lo facevano assomigliare ad un orango ma parlava inglese e francese e pertanto era stato assunto per far da Cicerone ai turisti di passaggio a Roma. Come  quasi tutte le famiglie, in casa di Elena e di Francesco era sorto un problema, il ragazzo non dimostrava nei modi molta virilità e gli amici invece che Checco la interpellavano con ‘Checca’. Cuore di mamma trovò una soluzione: far sposare il figlio con Lisa, senza problemi di denaro avrebbe provveduto a tutto lei in tutti i campi, non ultimo le spese per il viaggio di nozze programmato per la Thailandia. La cerimonia avvenne in Comune alla presenza di un delegato municipale, di due amiche di Lisa e di Adamo e Naele quest’ultimo stretto in uno smoking di una taglia inferiore alla sua. Viaggio di dieci ore sino all’aeroporto di Bankok dal nome impronunziabile per un italiano. Alla dogana nel bagaglio di Checco i doganieri notarono una cassetta di sicurezza,  dopo l’apertura della stessa da parte di Checco i doganieri gliela fecero richiudere con un sorriso generale, Lisa si era riservata la richiesta di spiegazioni all’arrivo in albergo in località di Hua Hin raggiunta in pullman. Albergo ben tenuto ed arieggiato, servizi impeccabili di camerieri in livrea, con inchini multipli (e conseguenti mance). “Cara ti debbo confessare una cosa importante: il motivo per cui i doganieri sorridevano erano che aveva scoperto un vibratore che io uso perché sono bisessuale,  il motivo per cui mia madre ha voluto che ti sposassi era per far cessare le chiacchiere sul mio conto, in ogni caso sappi che ti voglio bene e che ti rispetterò sempre, mi sei molto cara.” Dopo tante recenti peripezie Lisa  era corrazzata alle cattive notizie e rispose diplomaticamente al marito di non preoccuparsi avrebbero trovato una intesa fra di loro. La prima notte di nozze non fu per loro molto romantica, Checco per far resuscitare l’uccello’ usò il vibratore nel suo popò e alla meno peggio fece il suo dovere di sposo, piacere per Lisa: nullo. La giovane si vendicò acquistando nella boutique dell’albergo un costume alla brasiliana in cui a mala pena erano coperti i capezzoli,  dietro un filo, davanti un triangolino. Nessuno fece caso al suo abbigliamento, c’era un turismo internazionale di persone ricche ed abituate a qualsiasi situazione fuori del comune. Altra sorpresa: furono contattati dal direttore che in inglese: “Do you want a male or female company of any kind?” Traduzione da parte di Lisa: “Il muso brutto domanda se vogliamo una compagnia maschile o femminile per qualsiasi nostra esigenza, forse hanno avuto una soffiata da qualche amico in aeroporto che ha trovato il tuo vibratore.” Mandali a strafottere maledetti musi neri, per chi mi hanno preso?” “Per quello che sei.” “No tanks.” A tavola come camerieri si presentarono una bella e giovane ragazza in costume locale ed un bellissimo giovane con camicia bianca molto larga e pantaloni neri anch’essi molto larghi, Lisa parlando con se stessa pensò che se lo sarebbe ‘fatto’. Analogo pensiero di Checco a cui la pressione sanguigna si alzò notevolmente, Lisa se ne accorse e…”Ho capito che li vuoi ‘vedere’ in camera nostra, gli dirò che saranno ‘foraggiati’ con 10.000 Bath ognuno, valgono circa 273 Euro, puoi invitarli, i soldi sono di tua madre.” “Se a te non dispiace mi piacerebbe.” “My husband would like to see you in the afternoon in our room, he will give yiou 10.000 Bath per person.” Lisa si sistemò nel salottino della hall, non provava alcun sentimento, si sentiva vuota. Il pensiero corse a Eros, ormai era diventato un uomo, chissà cosa faceva, dove studiava, da Viterbo a Roma…I suoi pensieri furono interrotti dall’arrivo di un giovane in pantaloncini corti che si sedette vicino a lei. “Non voglio  invadere della sua privacy, se le do fastidio levo le tende.”  “Non vedo nessuna tenda, faccia quello che vuole.” Lisa era stata sgarbata,  il giovane preferì ritirarsi in buon ordine. Il cotale a cena era ad un tavolo vicino al suo, Lisa era sola, Checco ancora non si vedeva…boh.”Vorrei rimettere le tende che ho tolto vicino a lei…” “Va bene spiritosone, vieni a sederti al mio tavolo, mio marito ancora non si vede.” “Io occupo la stanza vicino alla vostra, oggi pomeriggio ho sentito del movimento, avevo visto un giovane ed una giovane del posto entrare in camera vostra, suo marito se la sta sollazzando alla grande, adesso devo levare nuovamente  le tende?” “Sono Lisa, non togliere nulla, siediti  al mio tavolo per farmi compagnia, come ti chiami?” “Alain, sono francese di Nizza, ho vent’anni, sono in viaggio vacanza, i miei hanno una fabbrica di mobili e non hanno potuto lasciare il lavoro.” “Come te la passi a femminucce?” “Niente legami, l’esperienza di miei amici mi ha portato a diffidare di legami fissi  solo avventure, alle ragazze locali interessano solo i Bath,  noi con l’Euro siamo avvantaggiati ma perché parliamo di me, lei è più interessante.” “Ho capito mi dai del lei perché sono più attempata di te.” “Non è per questo, è che prima mi hai liquidato in modo brusco.” “Ero nervosa, scusami.” Il direttore del locale si era avvicinato ai due, Lisa pensò che era proprio un rompi, forse alcuni turisti, come d’altronde suo marito gradivano…” “I see that the lady has changed company, best wishes.” “I at patres! It is latin, is means good evening.” Il rompiballe sparì dalla vista dei due, Alain: “Io conosco sia l’inglese che il latino, l’hai mandato bellamente a fare in c..o!”Il direttore si presentò nuovamente ai due: “Her husband phoned the concierge who eats in the room.” “Bene madame, tuo marito cena in camera, siamo soli, ci diamo ai cibi afrodisiaci?” “Si ma non per quello che pensi tu, a me piacciono molto le aragoste che a Roma costano un occhio della testa.” Tra i due si era nato un certo feeling, andarono sulla spiaggia a passeggiare, un luna piena illuminava il mare calmo, un’atmosfera idilliaca. Alain fece un grosso respiro rilassante, prese per mano Lisa che non si oppose alla sua tattica di avvicinamento. “Dato che tuo marito occupa ancora la vostra room ed è in compagnia che ne dici di passar la notte in camera mia?” “Bel giovane sono costretta ma…” “D’accordo, non ti pare di fare troppo la ‘vergine dai candidi manti.” “Conosco la poesia se così si può dire e non mi offendo, userò un tuo pigiama.” E così fu. Alain ovviamente fu confinato su un divano con indosso una copertina, Lisa, bella larga sul lettone, augurò la buona notte ad Alain con tanti bacini con la mano sulla sua bocca. Anche la presa per il culo, Alain era stanco delle schermaglie, sperava che la signorina ci ripensasse e lo facesse ‘riposare’ vicino a sé nel lettone. I dei dell’Olimpo decisero che la sorte andasse a favore del francese il quale, non riuscendo a prendere sonno si rifugiò in bagno. Seduto su uno sgabello aspettava il giorno conscio che gli avvenimenti non sarebbero stati a lui favorevoli. Si sbagliava, per un intervento di Hermes Lisa si svegliò nel mezzo della notte, vide la luce filtrare da sotto la porta del bagno, indossò una vestaglia di Alain ed andò a trovarlo. Il giovane era con la testa fra le mani, non sembrava più lui. Lisa in uno slancio di generosità: “Che fa l’amore mio  piange?” “Purtroppo non sono l’amore tuo…” “E se ti dimostrassi il contrario?” La frase fu seguita dallo spogliarello della signora che lasciò basito Alain, d’impulso la prese in braccio e la depositò sul lettone. Ora erano ambedue nudi e cominciò una battaglia erotica alla grande,  vogliosissimi sperimentarono tutte le tecniche erotiche che dopo circa un’ora li lasciò senza forza ma ancora abbracciati. Nel frattempo Alain cercava di capire quello che gli stava succedendo, lui sempre contrario a legami sentimentali di lunga durata si ritrovò a dover ammettere che si era innamorata di Lisa, conclusione: era in mezzo a casini senza uscita. Alle nove circa Lisa si svegliò, di Alain nemmeno l’ombra ed allora decise di bussare alla porta della stanza dove c’era suo marito che se la dormiva alla grossa. Il signore stanco delle fatiche sessuali non dava segni di vita. Lisa fece la doccia, si imbellettò a scese al ristorante per la colazione. Il solito direttore ca..a mi…a’ si avvicinò e con un sorriso e: “The gentleman who was with her last night at dinner left, did not leave any contact.” Lisa cercò di recepire bene la notizia ma non c’era dubbio, Alain era partito senza lasciare alcun recapito. Finalmente giunse nella hall  Checco che senza profferir verbo con Lisa si fece portare una sostanziosa colazione, evidentemente doveva recuperare le forze! Lisa era quella delle decisioni improvvise, anche questa volta: “Checco mi sono stancata di stare in questo posto, sistema i conti, fatti prenotare due posti in aereo, domani voglio ritornare a Roma.” Nel frattempo Alain di rientro nella sua Nizza faceva delle considerazioni sulla vicenda con Lisa: la donna le era rimasta nel cuore tanto da esserne innamorato ma il futuro era quello che lo preoccupava, sicuramente avrebbe cercato una ragazza con le sue caratteristiche senza trovarla, insomma si era rovinato la vita! Checco ormai sazio delle prestazioni delle bellezze locali aderì alla richiesta di rientrare a Roma. Il giorno dopo di pomeriggio arrivarono all’aeroporto ‘Leonardo da Vinci’, tassì e poi a casa festeggiati da Mimma e da Elena. La storia ebbe un finale non favorevole Lisa che rimase sola insieme alla madre mentre Checco se la spassava con Adamo che, per necessità pecuniarie era diventato il suo amante, Elena veniva piacevolmente brutalizzata, con suo piacere dal mostruoso Maele.  Lisa, con i soldi provenienti dalla donazione di quella signora deceduta volle allontanarsi dal suo appartamento, acquistò una villa al ‘Giardino sui Laghi’ con tanto di parco e di  piscina che frequentava solo d’estate in compagnia della madre,  di un cane e di un gatto  dai pedigrèe incerti che, stranamente, andavano d’accordo fra di loro e si dividevano  la cuccia. Niente più maschietti, solo solitudine, il ricordo di Eros e di Alain  pian piano svanì nel tempo. Non sempre le favole finiscono ‘e vissero tutti a lungo felici e contenti!’

  • 24 aprile alle ore 16:29
    Qui custodiet ipsos custodes?

    Come comincia: Premessa.
    Da https://www.injob.com/it/it/career-plan/diventare-quality-manager:
    Tutte le qualità del quality manager (gestore della qualità):
    Il Quality Manager è una persona pragmatica, in grado di definire obiettivi raggiungibili. Scrupolosa, per controllare che questi vengano rispettati giorno per giorno. Aperta al confronto, perché deve dialogare con tanti diversi dipartimenti aziendali.

    Il mio primo 'quality manager'.

    Incontro n.1.
    Tom, il project manager, il penultimo giorno del progetto mi (ci) scrive di aspettare a scrivere il 'Rapporto fine attività' perché sta per fornirci un nuovo modello da utilizzare per scrivere il documento.
    Mi reco da Max, il quality manager, e gli dico: <<Max, vedi che le attività si sono tutte concluse con successo il giorno stabilito. Domani non memorizzo nell'archivio di progetto il rapporto perché Tom ci ha detto di aspettare: dobbiamo utilizzare un nuovo modello da compilare che ci fornirà tra un paio di giorni. Max, mi raccomando, tutte le attività eseguite con successo entro il giorno stabilito.>> (Esplicito: 100% executed, 100% successful, 100% delivery precision).
    <<Sì, sì, sì>>, fa Max.
    <<Max, mi raccomando>>.
    <<Sì, sì, sì>>.
    Due giorni dopo Tom invia il modello, scrivo il rapporto e lo memorizzo in archivio.
    Qualche giorno dopo esce il 'Rapporto qualità' compilato da Max. Vi trovo scritto "Delivery precision: 98%" (o un altro numero, comunque non il 100%), faccio i calcoli e quei numeri in meno corrispondono proprio ai due giorni di 'ritardo' di consegna del mio rapporto.
    Vado da Max e gli dico: <<Max, scusa, ma cosa è quel ritardo che hai relazionato!?! Ero venuta a dirti che le attività si erano concluse con successo etc.>>.
    Max allarga le braccia e si stringe nelle spalle, fa l'espressione inconsapevole ed emette un <<Eeeh>>.
    Mi chiesi se dietro quella facciata di impeccabilità e squisito formalismo non fosse  un po’ stolido.
    Magari la domanda che avrebbe dovuto sorgere spontanea era: ‘Ma ci è o ci fa?’.

     
    Incontro n. 2.
    Un errore trovato in fase di progettazione costa 10, un errore trovato in fase di esecuzione costa 100, un errore trovato in fase di verifica costa 1000, etc
    Dobbiamo trovare gli errori il prima possibile: chi si occupa della verifica parteciperà all'ispezione dei documenti di progetto.
    Bene.
    Mi occupo di verifica e vado all'ispezione dei documenti di progetto.
    Segnalo vari errori. Ne prendono nota e correggeranno il documento. Tranne di uno: "Ah, ma questo è responsabilità dell'altro comitato!", mi fanno.
    "Va bene", replico, "Amedeo, il responsabile dell'altro comitato, siede nella stanza affianco: comunicateglielo.", dico al responsabile del presente comitato."
    Due, tre mesi dopo è il momento di verificare il prodotto implementato. Non trovo gli errori che avevo già segnalato, tranne uno: quello che avrebbe dovuto correggere l'altra linea di prodotto. Scrivo ed invio, come da prassi, il 'rapporto d'errore'.
    Meglio così. Max, il quality manager, stima la bontà dell'attività di verifica sulla base del numero dei 'rapporti d'errore'.
    Sono andata spesso a parlargli: <<Max, se tu valuti la qualità del mio lavoro sulla base del numero dei 'rapporti d'errore' che scrivo al momento della verifica, io non sono motivata a segnalare gli errori quando vado all'ispezione dei documenti di progetto. Sai cosa faccio? Vado all'ispezione, vedo che ci sono degli errori e non li segnalo. Li segnalerò quando farò la verifica così scriverò tanti 'rapporti d'errore' e tu relazionerai che sono stata brava.>>
    <<Ah, non devi fare così!>>, replica Max.
    <<E mi dici perché non devo fare così? Che motivazione mi dai?>>
    Ma naturalmente sono sempre stata stupida e quando ho rilevato un errore nel documento di progetto l'ho sempre segnalato.
     
    Incontro n.3.
    “Dobbiamo entrare nella telefonia mobile. Se non entriamo nella telefonia mobile non sopravviviamo.”.
    Queste erano le frasi che sentivo dire in azienda.
    OK. C’è un progetto con il quale abbiamo un primo contatto con il mondo della telefonia mobile.
    “Dobbiamo lavorare bene. Dobbiamo fare bella figura. Dobbiamo presentarci bene, se non entriamo nella telefonia mobile”.
    Il capo mi chiama e mi chiede se voglio occuparmi della pianificazione e controllo dell’esecuzione dell’ultima fase del progetto. Mi sembra una cosa importante ed accetto, anche se sento puzza di bruciato. La pianificazione era già stata iniziata da un mio collega che lascia. Perché?
    OK. Controllo la sua pianificazione, vi trovo un paio di errori e li correggo.
    Inoltre non sono d’accordo con l’avere prenotato tre centrali di prova, due secondo me sono sufficienti. “Oramai le abbiamo prenotate e dobbiamo utilizzarle”, mi fa il capo. Va bene. Sarò costretta ad arrampicarmi sugli specchi per giustificare l’invio di due miei colleghi e di un collega greco ad eseguire le verifiche su una centrale a 2000 km di distanza.
    Squilla il telefono sulla mia scrivania. Il mio telefono non ha il display che mostra il numero del chiamante. Rispondo. Una voce in inglese si presenta e si dice preoccupato e meravigliato che io non stia per andare alla riunione in Germania di tutti i responsabili della fase di verifica. “Daniel”, lo rassicuro, “non ero stata informata. Verrò sicuramente”.
    Nessuno mi aveva parlato di Daniel. Mi avevano detto che dovevo fare riferimento a Stephen che supervisionava la fase di verifica del nucleo (core, in inglese) della telefonia mobile.
    Telefono a Stephen che mi conferma la riunione e precisa che un primo giorno ci saremmo incontrati con tutti i responsabili della fase di verifica ed il giorno dopo ci sarebbe stata una riunione più in piccolo dove ci saremmo incontrati solo i responsabili afferenti al ‘nucleo’ e lì avrei relazionato anch’io.
     
    E così ci ritroviamo almeno una ventina di persone sedute intorno ad un tavolo ovale ad anello.
    A turno, tanti presentano le attività che andranno ad eseguire. All’improvviso, “out of the blue” direbbero gli inglesi, si sente la voce di Daniel che con un inaspettato tono di sfida fa: “E Lidia non presenta niente?”. Un sentimento di imbarazzo e curiosa attesa serpeggia intorno al tavolo. Guardo Daniel tranquilla, ma non replico. Aspetto. Stephen emette un colpo di tosse imbarazzato e spiega che io, come gli altri afferenti al ‘core’, avrei relazionato il giorno dopo in quella riunione ristretta.
    “Ah”, fa Daniel, “dopo la riunione vorrei incontrarvi”.
    E così il giorno dopo ci ritroviamo intorno ad un piccolo tavolo Stephen, Daniel, un assistente di Daniel ed io.
    Daniel col tono di chi sta per sparare un proiettile che andrà a segno, spara: “Nella vostra pianificazione avete mancato di inserire questa funzione”.
    Era uno degli errori che avevo rilevato nella pianificazione del collega che mi aveva preceduto.
    Il proiettile sta viaggiando verso me. Rispondo: “E’ vero. Nella pianificazione precedente mancava. Ora nell’ultima revisione del documento, memorizzata nella libreria di progetto, l’ho inserita.”
    Il proiettile fa flop davanti a me senza raggiungermi.
    Daniel fa la faccia di chi vede cadere inesplosa la prima granata che ha lanciato.
    Un po’ meno convinto, ma senza perdersi d’animo, spara il suo secondo colpo.
    Replico anche su quello ed anche il secondo proiettile fa flop davanti a me.
    L’incontro si conclude. Germania 0 – Italia 2.
    Rientro in ufficio direttamente dall’aeroporto venerdì pomeriggio. Il mio capo è partito poche ore prima per le ferie estive. E quando torna diciotto giorni dopo non ha alcun interesse ad ascoltare la mia relazione sulla riunione in Germania.
    Due mesi e mezzo dopo, quando abbiamo iniziato già la fase di esecuzione arriverà nella nostra sede colui che da lì a meno di dieci anni sarebbe diventato il Chief Executive Officer dell’azienda, ma nemmeno lui ebbe voglia di ascoltarmi.
    Perché Daniel ce l’aveva con me? Certo non con me personalmente, ma con la sede che rappresentavo. Nella mia ingenuità, per un bel po’ ho pensato che il suo amor proprio era stato offeso in quanto era stato ordinato che io riferissi a Stephen e non a lui. Tecnicamente sarebbe stato più corretto che io facessi riferimento direttamente a Daniel, ma compresi che la scelta era stata strategica e non tecnica in quanto puntavamo a mettere piede nel ‘core’ della telefonia mobile.
    Solo di recente ho riflettuto che il motivo era proprio questo: a Daniel, ed a molti altri, non andava giù che la nostra sede mettesse piede nella telefonia mobile e voleva approfittare dell’occasione per dimostrare che non eravamo affidabili.
    Tentativo che, in quella sede, gli era fallito.
     
    OK. Un mese e mezzo dopo arriva la data stabilita per l’inizio della fase di esecuzione della verifica del prodotto.
    Illusi. Il prodotto (non nella parte di nostra responsabilità che era marginale) viene consegnato in uno stato così miserevole che viene rispedito direttamente al mittente, ossia ai progettisti che devono rimetterci mano.
     
    Inizia la fase per me più concitata. Sì, perché i progettisti possono permettersi di consegnare il loro prodotto in ritardo, ma questo lusso non è concesso a chi si occupa della verifica che è l’ultima fase del progetto e deve terminare nella data stabilita.
    Cominciai subito a darmi da fare.
    Prima di tutto bloccai la partenza dei miei due giovani colleghi per la Germania.
    Senza prodotto da verificare che dovevo fare? mandarli lì a fare i turisti a spese dell’azienda?
    Sarebbe stato meglio che l’avessi fatto. Avevo anche pensato di farne partire solo uno per limitare lo spreco. All’inizio non sapevamo di quanto sarebbe stato il ritardo. Avrei potuto mandare solo un collega che avrebbe potuto iniziare a lavorare se la situazione si fosse sbloccata. Ma mi comportai da madre eccessivamente ansiosa. I miei due giovani colleghi, un ragazzo ed una ragazza, erano alla loro prima missione all’estero ed io, ingenuamente, pensavo sarebbero stati più tranquilli se fossero andati insieme. E così i due si andarono a lamentare con il nostro capo che non sapevano quando dovevano partire.
    Nel frattempo non me ne stetti con le mani in mano.
    La parte di prodotto che era completamente sballata era quella che aveva interazioni con l’hardware.
    Isolata la parte di prodotto ‘puramente’ software, feci iniziare la verifica almeno su quella parte.
    Passano tre settimane. Il prodotto viene consegnato di nuovo, stavolta almeno funzionante nelle sue parti di base.
    OK. Andate voi tre (i miei colleghi della stessa sede ed il giovane collega greco) in Germania con la nostra benedizione ed intanto noialtri ci diamo da fare qui.
    Ma tre settimane sono tre settimane e devo organizzare doppi turni per un po’. Doppi turni ai quali il collega italiano rimasto in sede ed i colleghi cinesi arrivati da noi si prestano di buon grado. E con qualche disagio. Il mio collega cinese rimane giustamente perplesso che alle otto di sera non possiamo ordinare delle pizze da far portare in sede.
    Va bene. Arriviamo alle ultime due settimane. Abbiamo recuperato il ritardo e stiamo finalmente lavorando di nuovo su ritmi normali.
    Alle 18:00 di un giorno di metà settimana spengo il Personal Computer, mi alzo e mi giro per andare incontro al collega con il quale ho finalmente potuto ricominciare a viaggiare che mi sta aspettando e mi vengono incontro Enzo, il project manager, e Max, il quality manager.
    Mi devono parlare. Ci sediamo. Inizia Enzo: “Si dice che il progetto non sta andando bene perché c’è qualcuno del gruppo di verifica che non si sta impegnando …”, intanto Max annuisce.
    Come dice la pubblicità di quella merendina? “Non ci vedo più dalla fame”?
    Mi sa che non ci vedi più dall’esasperazione. E partii con una veemente difesa dei ‘miei ragazzi’.
    Dopo di che raggiunsi il collega che mi stava ancora aspettando e che aveva assistito alla scena e mi scusai per la mia eccessiva veemenza. “Lidia”, commentò, “eri una leonessa che difende i suoi cuccioli”.
    Quante volte ho pensato: “Ma perché non ho tirato un bel respiro profondo e non ho chiesto con calma: <<Chi 'dice'? E su quali basi fonda queste affermazioni?>>”.
    Ma in seguito, anche nella vita privata, mi sarei rovinata nello stesso modo. Fino a quando toccano me transeat, ma quando toccano qualcuno che considero sotto la mia protezione dopo un po’ esplodo. E, naturalmente, peggioro le cose.
     
    Comunque continuiamo a lavorare bene. Arriva la fine del progetto. Successo. Festeggiamo con una allegra cena di fine progetto per salutarci.
    E dopo quindici giorni vado dal mio capo a chiedere per quale motivo non avevo avuto lo ‘scatto’ previsto dall’iter standard nella mia fase di anzianità di servizio.
    Lo ‘scatto’ tanto caro a Totò e Peppino in “Chi si ferma è perduto”.
     
    “Perché non ti sei sacrificata abbastanza”, fu la risposta.
    In quel momento non pensai agli errori della pianificazione del mio collega che avevo dovuto correggere. Non pensai a come avevo tenuto testa a Daniel che aveva l’aspetto e la stazza di un sergente nazista (scusa Daniel, ma era così, per cortesia non mi mettere allo stesso piano di Silvio con Shultz). Non pensai a come avevo dovuto sforzarmi a presentare in maniera accettabile al collega greco il fatto che dei suoi cinque ragazzi, invece di stare tutti da noi, uno doveva andare in Germania. Non pensai a tutto quello che avevo dovuto inventarmi per riuscire a rispettare la scadenza nonostante le tre settimane di ritardo della fase precedente. Non pensai a tutte le volte che avevo fatto le 21:30 in ufficio per aiutare la squadra a risolvere i problemi tecnici, per poi lavorare a casa fino alle 23:30 per preparare la scaletta degli argomenti da discutere alla riunione telefonica del giorno dopo con i colleghi stranieri o per preparare le slide da presentare il giorno dopo ai capi norvegesi in visita.
     
    Pensai ai sacrifici che avevano fatto i miei genitori.
    A quando in estate si erano preoccupati perché alle 21:30 non ero ancora arrivata alla casa al mare (da 60 km di distanza), non potendo avvertirli in quanto i telefonini non prendevano.
    A quando scesi in garage e trovai rotto il motorino d’avviamento dell’auto e mi feci accompagnare da mio padre al lavoro perché quella mattina c’era un’altra riunione con i capi norvegesi ed io non sapevo guidare l’auto di mio padre. E fu quella volta che mi resi conto per la prima volta che non dovevo chiederglielo più.
    Quattro anni prima mio padre mi aveva accompagnato lui il primo giorno di lavoro, dato che io, pur avendo la patente, non guidavo.
    Per la prima volta realizzai che mio padre, 72 anni, si stancò.
     
    E fu così che esplosi di nuovo.
     
    “Non ti sei sacrificata abbastanza”.
     
    In seguito riferii queste parole ad una mia compagna del corso di specializzazione in telecomunicazioni.
    Commentò: <<E tu non gli hai risposto: “Fatemi vedere dov’è l’altare del sacrificio, così mi immolo”.?>>.
    Il mio fidanzato invece commentò: <<E tu non lo hai informato che tu vai lì per lavorare e non per sacrificarti?>>.
     
    Di nuovo, solo di recente, ho riflettuto che quel “Qualcuno del gruppo di verifica non si sta impegnando”, era riferito proprio a me. Ero io quel qualcuno del gruppo di verifica che non si stava impegnando. Avevo sempre pensato che una lamentela fosse giunta dal project manager, ma mi sa che il quality manager non era estraneo.
    Per permettere al collega greco, che gestiva il gruppo più numeroso e che doveva ‘sacrificare’ uno dei suoi ragazzi mandandolo in Germania, di apportare modifiche fino all’ultimo per la parte di esecuzione di sua competenza, avevo commesso un’altra ingenuità.
    Anche se il documento di pianificazione era pronto alla ‘milestone’ stabilita da processo, avevo ‘congelato’ la revisione del documento solo prima che iniziasse la fase di esecuzione, precisando che la pianificazione delle fasi precedenti non era modificabile.
    Questioni che controllava il quality manager. Ed il ‘tailoring’ (adattamento) del processo, documentato dalle ‘excemption request’ (richieste di eccezione)?
     
    Mi sa che il quality manager, senza venire a chiedermi spiegazioni, aveva riferito al project manager che era andato a lamentarsi dal mio capo che io ci avevo messo “tanto tempo per scrivere il documento di pianificazione”. Frase che, di nuovo “out of the blue”, avevo sentito dire dal mio capo quando il documento di pianificazione era bello che ‘congelato’ da oltre due mesi.
     
    Il quality manager.
    La scorsa estate ho ripensato a questo episodio.
    Il quality manager.
    Era rigido, era fiscale o ce l’aveva con me?
     
    Un anno prima dell’episodio 1, in luglio ci eravamo ritrovati in tre ad uscire dalla mensa a fine orario. E, non so come, Max aveva letto l’importo scritto sulla lettera che mi comunicava qual era l’ammontare del mio premio produzione, la futura quattordicesima. Ed era sbottato scandalizzato: “Non è possibile che Lidia Lauda abbia avuto un premio più alto del mio! Non è possibile!”.
     
    Non è possibile.
     
    [P.S. In seguito le cose furono messe a posto, anche con un aumento che non era nell'iter ‘standard’. Avrei potuto metterci una pietra sopra.]
     
     

  • 22 aprile alle ore 20:18
    Viaggi e miraggi.

    Come comincia: Inizia con la sveglia che suona sull'ora di Limerick, peccato che sono le 04,00 del mattino ed un ora è già passata sul programma di rientro al Sud.
    Il tempo scorre veloce, carichi la macchina e si comonicia; la sonnecchiosa cittadina dorme ancora, forse dorme sempre durante l'anno ma stamattina ancor di più.
    Superiamo alcuni semafori ed alcune rotonde, simbolo di un finto progresso che ha cementificato anche le anime, ed eccoci di fronte al casello.
    In autostrada grossi bestioni gommati rombano vicino alla piccola e scattante utilitaria; 189 Km mi portano fino a Bologna la grassa; ed è quasi giorno.
    Fino a quel punto la notte avvolge la macchina proteggendola da occhi indiscreti, l'alba svela la nostra origine e la nostra destinazione;due grosse valigie ed il sedile posteriore ribaltato ci uniformano a mille altre macchine, a chi da decenniaspetta l'estate per un effimero periodo di riposo che faccia dimenticare le brume invernali padane.
    Intanto il tempo passa, le voci dei giovani cantautori ed i suoni etnici irlandesi mi tengono compagnia, insieme a mia moglie decidiamo che è tempo di fermarsi per il ristoro prima di proseguire , ma ci sono ancora chilometri di draghi gommati da superare in quella interminabile metafora italiana che è la variante di valico; strada dall'attenzione alta e dai percorsi tortuosi in un infinito sali e scendi.
    Penso a quando finisco e all'autogrill con i suoi costosi cornetti di cartone ed il cappuccino con poco caffè ed un finto latte.
    La cosa che noto dopo 296 km di strada è che la luce del giorno è diversa  rispetto all' alba che solo il giorno prima mi aveva visto sonnecchiante  e stressato nella città di Fanfulla da Lodi, soldato di ventura che trovo la morte nella battaglia di Pavia il 24 febbraio del 1525.
    Penso alla faccia di un cittadino, nel momento in cui smontando ogni sua certezza ed il suo forte spirito camapanilistico gli ho riferito che secondo il Guicciardini, Fanfulla da Lodi in realtà era cittadino di Parma, il tutto mentre lui orgoglioso mi raccontava della disfida di Barletta che lo vide protagonista insieme a Ettore Fieramosca e ad altri tredici guerrieri italiani, combattere valorosamente contro altrettanti guerrieri francesi e mentre corredava il suo racconto del fatto che durante la battaglia , lo stesso pur rimanendo appiedato riusci ad uccidere un gran numero di nemici.
    Sadicamente ed in maniera divertita smontavo almeno un poco le sue certezze di cittadino Laudense.
    Il cappuccino è finito, si riparte su un nastro asfaltato migliore, con ancora in testa la cadenza fiorentina, musicalmente valida ma che ti irrita pensando alla loro presunta superiorità letteraria propagandata con una certa arroganza dagli stessi fiorentini.
    La strada è più larga ed anche il mio modo di guidare si fa più rilassato; certo ci sono ancora camionisti che pensano sia lecito piazzarsi in tutte le tre corsie per gareggiare fra di loro, oppure schiacciare a fondo sul pedale  dell'accelleratore in prossimità di una curva se ti vedono dallo specchietto in fase di sorpasso.
    Il paesaggio intanto cambia, non più capannoni di logistica vuoti e mega , super, ipermercarti ma case e palazzi sparsi in mezzo ad una natura aggredita e offesa di un Italia colpita al cuore tra le cose che ha di più caro; il suo patrimonio paesaggistico. 
    Roma è vicina la seconda fermata pure, minuti in cui si pensa ai genitori in ansia a casa e alla loro paura atavica per la strada ed il suo traffico, figli loro di un tempo migliore in cui sulle strade si poteva anche passeggiare e non solo rinchiudersi in bozzoli ferrosi, climatizzati e inquinanti; chiamate nella maniera più brutale e impersonale macchine.
    Il tempo di una telefonata, di un resoconto veloce del traffico e del tempo, in quei momenti ti senti tanto speaker di Isoradio, e si riparte con in testa il pensiero fisso che la prossima tappa sarà, almeno per il momento quella definitiva.
    Napoli si avvicina e poi da Caserta a Salerno, con la visione fulminea di un cartello che mi preannuncia l'altra cavalcata selvaggia in direzione Reggio Calabria.
    Alla barriera di Salerno, in attesa della "mazzata" che mi colpirà, con l'ennesimo aumento delle tariffe autostradali, una voce ed un urlo liberatorio attirano la mia attenzione ed il mio corpo stanco trova ristoro spirituale in una repentina e fulminea frase che suona così:" Ao staiu appicciandu, manchi i cani aiu ancora m'arrivu a Riggiu".
    La traduzione suona più o meno così:" Sto morendo dal caldo, mamma mia devo ancora arrivare a Reggio Calabria".
    L'espressione "manchi i cani" viene tradotta non letteralmante ma a senso con - mamma mia-; anche se sta ad indicare che condizioni simili di viaggio nemmeno i cani le affrontano.
    Rido di gusto insieme a mia moglie ed entrambi pensiamo agli ultimi trentacinque chilometri che ci separanoda gustose mozzarelle di bufala, da un comodo letto e da una rigenerante doccia.
    Post scriptum. Il viaggio è sempre unico, forse non si racconta, alcune volte lo inventi, in ogni caso lo desideri sempre.
     

  • 19 aprile alle ore 8:02
    UN PALAZZO DI FEMMINE DI LUSSO

    Come comincia: Il destino è al di sopra degli dei. È il concetto che discende dalla credenza che esista un ordine naturale già fissato nell’universo,  teoria che trae origine del fatalismo dei greci, vedi vicenda di Edipo e delle Parche che regolavano la vita degli uomini.  Il fato non ha le stesse caratteristiche negative del destino perché, senza una voluta partecipazione del soggetto non produce effetti. Il credo cattolico, per giustificare i suoi principi parla di libero arbitrio ma i filosofi moderni hanno affermato  che tale pensiero è incompatibile con le nostre attuali conoscenze della natura. Il motivo per cui il seguente racconto è iniziato con questo ‘pistolotto’? Semplice perché sembrava impossibile che si fossero presentate delle situazioni un po’ complicate ed anche boccaccesche che come era accaduto a Roma, in via Duca d’Aosta, palazzina di cinque piani più garage e alloggio per il portiere,  edificio moderno e antisimico ma…c’era un ma: dinanzi passava un tram che più avanti incrociava altro tram in via Taranto, conclusione ad ogni passaggio un rumore infernale. Il costruttore era stato previdente ed aveva isolato con pannelli antirumore tutto l’edificio ma d’estate, a finestre aperte… un bel concerto. Viola quarantenne, divorziata, ricca e nullafacente abitava al primo piano;  stanca di stare sul letto in sottoveste ed aria condizionata accesa, sperando nel ‘ponentino’ romano si era affacciata al balcone quando sotto passò Riccardo figlio della portiera Amaranta: ”Un bellissimo spettacolo, se possibile vorrei ammirarlo da vicino!” Viola non si era accorta che era senza slip e quindi la ‘pelosa’ era in vetrina, doveva accadere proprio lei molto pudica come da suo nome. La dama sparì all’interno arrabbiata con se stessa. Amaranta aveva avuto una pessima sorpresa quando una mattina dei Carabinieri si erano presentati in casa sua ed avevano ammanettato Mattia, il marito portandolo a Regina Coeli per certe sue operazioni  ‘non pulite’ e combinate  in combutta con la mafia capitolina, ne avrebbe avuto per cinque anni. Dopo i primi attimi di smarrimento, Amaranta, come da suo nome ‘immortale’ si era rimboccate le maniche ed aveva preso il posto di portiere di suo marito, non c’era altra soluzione anche se la paga non bastava alle esigenze famigliari ma un suo dio la prese sotto l’ala protettrice.  Federico, fratello di Mattia che aveva fatto fortuna in Australia, venuto a conoscenza della situazione ogni mese inviava alla cognata una consistente somma di denaro con cui il figlio Riccardo poteva pagarsi gli studi all’Università, era iscritto in medicina. Altra situazione al secondo piano: Frida nubile, trentenne figlia di agricoltori diretti con terreni vicino a Frascati era professoressa di francese al liceo scientifico di via Cavour. Dopo un lungo rapporto con un compagno d’Università il cotale l’aveva lasciata con un laconico messaggio sul cellulare: “Hi good luck’”, si era messo con una ventenne come ormai di moda. Dopo un primo momento di rabbia Frida si era ripresa ed aveva preso ‘confidenza’ con Tommaso un professore della sua stessa scuola quarantenne, sposato che la andava a trovare dopo bugie propinate alla legittima consorte che faceva finta di crederci, meglio, le corna che l’abbandono, l’attuale filosofia delle signore tradite è  diventata più pratica, niente sceneggiate, il consorte o prima o poi, per nostalgia per la casa coniugale avrebbe alzato bandiera bianca e sarebbe tornato all’ovile. Tommaso aveva un  pregio non indifferente: era molto ricco e non lesinava regali e denaro in contanti a Frida che lo spendeva in viaggi con amiche ed amici soprattutto in crociere durante le quali si prendeva più di una  licenza con maschietti giovani e di suo gusto. Oggigiorno i principi morali, tranne che per i poveri cattolici praticanti (talvolta anche per loro!) sono molto cambiati in meglio, a seconda dei punti di vista! Terzo piano dell’edificio occupato da Mimosa vedova ricca di suo ed anche per ‘merito’ del suo  defunto marito che le aveva lasciato inoltre due eredi gemelli diciassettenni Amos e Leo che la mamma prudentemente aveva ‘spedito’ in un collegio per ricchi ma lontani dalla genitrice che amava molto la libertà consistente soprattutto in colloqui intimi con signori di bell’aspetto e sessualmente dotati. Chi meglio di Riccardo non per nulla detto ‘er casanova’ per soddisfare le sue molteplici voglie sessuali, talvolta anche per tutta una notte, prestazioni  che lasciavano il giovane spossato ma con le tasche piene di bei soldini. Quarto piano occupato da Flora cordiale con tutti soprattutto con le femminucce che apprezzava come i maschietti, la sua professione di coach in una palestra di sua proprietà la portava ad incontrare giovani e giovanette cui insegnava  esercizi e metodi di allenamento per migliorare la loro  forma fisica. Al quinto piano Aurora dal fisico longilineo e splendente come il significato del suo nome.  Venticinquenne era modella e spesso sfilava anche all’estero, era l’amica intima del  noto stilista Diego, uno dei pochi non omosessuale che, innamoratissimo di lei, la poteva incontrare solo in occasione di sfilate considerata la gelosia ossessiva della consorte che, essendo comproprietaria del marchio faceva pesare la sua volontà nelle scelte di lavoro e non era conveniente per Diego chiedere il divorzio. Viola in crisi di solitudine una mattina pensò di far qualcosa lontano dalla sua natura di donna riservata: dare una festa a casa sua invitando tutti le signore  residenti nel palazzo, ognuno avrebbe potuto farsi accompagnare da una persona di suo gradimento. Convocò la portiera Amaranta cui consegnò cinque inviti scritti di sua mano con riportato il disegno di una sala da ballo, inviti per il sabato successivo per una festa danzante nel suo alloggio. Le quattro invitate, anche se un po’ sorprese aderirono alla richiesta ringraziando per telefono Viola. La padrona di casa aveva unito due stanze per avere un salone grande, era sempre stata un suo desiderio e così le coinquiline all’ingresso nei locali apprezzarono e lodarono la padrona di casa che,  smessi i consueti vestiti modesti aveva acquistato un abito da sera di gran lusso e si era fatta truccare da una stilista, sembrava un’altra come poterono accertare le quattro signore. La signora si recò personalmente in una famosa pasticceria in via Taranto per ordinare dolci e bevande per la festa. Ad un commesso chiese di parlare col padrone del locale, era un signore quarantenne molto elegante sia nel vestire che nei modi, Viola rimase affascinata, non era facile di gusti in fatto di maschietti ma questo… “Sono Ennio spero di poterle esserle utile.” Viola lo mise al corrente della prossima festa che avrebbe dato a casa sua e chiese al proprietario della pasticceria di farsi carico per quanto riguardava il rinfresco poi fu  audace: “Qualora lo desideri potrebbe venire personalmente a controllare…” “Con gran piacere madame,  sono stato a suo tempo barman a Parigi, lei mi ricorda una tale madame che mi è rimasta nel cuore, mi lasci un suo biglietto da visita, vorrei il giorno prima venire  a casa sua a controllare il locale.” “Bien sure monsieur, voici ma carte de visite.” Toh,  una dama poliglotta, quel giorno potremo fare anche della conversazione…” “Io preferisco il ballo.” “Senza modestia in quel campo sono ferrato, a presto mia gentile signora.” Un finto baciamano mise fine alla conversazione. Viola non riconosceva più se stessa, non vedeva l’ora che arrivasse quel sabato, mai in vita sua si era innamorata, che fosse la volta buona…La notte prima sembrava il film ‘la notte prima degli esami’. Viola aveva dormito poco e male, ce l’aveva con se stessa e che cavolo…Aveva chiesto alla parrucchiera di inviarle a casa l’estetista, ora si sentiva a suo agio, si fece i complimenti da sola. Pian piano giunsero gli ospiti compresi Amos e Leo i due giovani figli di Mimosa, dimostravano più dei loro diciassette anni, erano dei bei giovani. Per ultimo giunse Ennio al seguito di tre camerieri con tre vassoi per le cibarie e secchielli con delle bibite, il signore indossava uno smoking grigio molto elegante che metteva il risalto il suo fisico. Viola d’impulso gli si avvicinò e lo abbracciò presentandolo agli astanti un po’ sorpresi di tanta manifestazione di affetto, Viola era stata sempre considerata una donna riservata, ora…Furono loro due ad aprire i balli, al suono di uno stereo, musiche romantiche e pian piano si formarono delle coppie eterogenee, solo una coppia rimase sempre l stessa quella di Viola e di Ennio che alla fine della serata rimasero soli in casa, si guardarono negli occhi e come nelle favole…vissero a lungo felici e contenti.

  • 19 aprile alle ore 7:59
    CATTOLICI E FASCISTI

    Come comincia: Era una piovosa giornata ottobrina del 1940 XIII° dell’era fascista, il professor Eugenio Gatti stava uscendo di casa dalla sua villetta in viale della Vittoria a Jesi, in quel di Ancona per recarsi nella scuola ginnasio-liceo classico, il suo umore era paro paro con il tempo, ne aveva ben donde. C’era in giro aria di epurazione nel senso che il regime, tramite i suoi scagnozzi, stava togliendo di mezzo quelli che loro consideravano nemici pericolosi. I meno infidi venivano purgati con generose dosi di olio di ricino che costringeva gli interessati a non uscire di casa per vari giorni e sosta quasi permanente nella propria toilette. Nei casi un po’ più gravi, come l’esser ebrei, licenziamento dai posti di lavoro. Come venivano scoperte le famiglie ebree? A scuola ai bambini venivano fatti abbassare le mutande e la circoncisione del pene era la prova dell’appartenenza a quella religione tanto odiata anche dai nazisti. Un caso particolare quello degli atei. Dopo i vergognosi Patti lateranensi dell’11 febbraio 1929 tra lo Stato Italiano e la Santa sede i più integralisti dei cattolici consideravano un offesa la teoria atea e cominciarono e ‘stanare’ quelli che non frequentavano le chiese con all’inizio richiesta di chiarimenti che, se non sufficientemente provati provocavano agli interessati gli stessi provvedimenti ‘propinati’ agli ebrei. Il professor Gatti sin dai tempi dell’Università era uno studioso di lingue estere, conosceva perfettamente oltre al latino ed al greco, materie di insegnamento anche il tedesco e lo spagnolo oltre che l’aborrito inglese, i fascisti chiamavano l’Inghilterra la ‘Perfida Albione’. Per il professor Gatti quella era pure un mattina sfortunata, all’ingresso del plesso scolastico incontrò certo Settimio Famiglini da lui bocciato per la sua crassa ignoranza e soprattutto perché aveva poca voglia di impegnarsi nello studio. “Professore che piacere incontrarla, è un  bel po’ che non ci vedevamo, da quando lei mi ha bocciato senza motivo. Voglio essere generoso non denunziandolo al partito per il fatto che lei non frequenta la chiesa, in giro si dice che è angostico, perché stamattina non entra alla ‘Madonna delle Grazie’ è qua vicino.” Gatti pensò: “Piacere un cazzo, ho fatto bene a bocciarti non sai pronunziare la parola agnostico. E poi: "stamani, causa il tempo, mi si è acutizzata la lombaggine, anzi sto andando dal Preside per chiedergli di essere autorizzato andare dal dottor Massimo Pileri perché mi prescriva una cura.” “Professore per questa volta…ma stia attento io la curo…” “Maledetto, mille volte maledetto mò vuoi vedere che ogni mattina devo andare in chiesa e diventare un bacia pile, per fortuna conosco don Francesco. Il prete, in tempi non sospetti, era stato in Inghilterra ed aveva appreso le norme che regolano la democrazia, mal sopportava il regime fascista ma stava ben attento a non mostrare le sue idee. Don Francesco accolse con calore il professor Gatti, lo stimava molto e: “Fratello posso offriti la colazione, sto andando al bar Ciro qui vicino.” Il professor Gatti ne approfittò anche se di solito saltava la prima colazione, cornetto e cappuccino lo sollevarono di spirito. Finito di mangiare raccontò quello che gli era capitato attimi prima. “Non ti preoccupare, tu sai che da democratico convinto accetto tutte le teorie non violente, ogni mattina vieni in chiesa e poi facciamo colazione insieme.” Don Francesco aveva fatto un’altra opera buona, aveva assunto come chierichetto un non più giovane  Andrea, nome che può essere imposto sia ai maschietti che alle femminucce. In questo caso era azzeccato Andrea era omosessuale condizione inammissibile per i fascisti che si consideravano di razza ariana e quindi pura. Per gli omosessuali la punizione minima era il confino nelle isole Eolie, lì c’erano finiti vari intellettuali. Un esempio: Carlo Levi autore del libro ‘Cristo si è fermato ad Eboli’ confinato in Lucania. A Jesi altro ateo convinto era il Commissario di P.S. Alfredo Minazzo che giustificava con i suoi impegni istituzionali la non frequenza continuativa della Chiese, nemmeno i più fanatici fascisti osavano contraddirlo, avevano molto rispetto per l’Autorità costituita. Altro seguace dell’ateismo era Armando Minazzo, figlio del commissario che per una gamba di legno aveva evitato di essere arruolato nell’Esercito e come suoi coetanei inviati in Russia da dove non erano più tornati. Con i loro scarponi di cartone ed il fucile 91 i soldati italiani erano patetici rispetto agli equipaggiamenti e agli armamenti dei tedeschi e dei russi. Un giorno un fanatico fascista aveva messo in dubbio che il figlio del Commissario avesse una gamba di legno in seguito ad incidente stradale, incontrandolo per il corso aveva battuto col suo bastone nella gamba incriminata e solo allora si era convinto. Armando era un benefattore nato, funzionario di una banca aveva acquistato una moto con sidecar per portare alle famiglie disagiate dei beni di prima necessità che riusciva ad avere senza tessera, come allora d’obbligo per acquistarli,  presso amici abbienti e generosi che si rifornivano al mercato nero. Il sidecar era usato da Armando anche per andare alla stazione e ‘approvvigionarsi’ a spese delle Ferrovie dello Stato, con la complicità di un amico ferroviere del carbone che usava per riscaldare la sua casa in cui abitava con sua moglie, due figli, suo padre, sua madre e tre sorelle nubili, un lusso che pochi avevano a Jesi. C’è da domandarsi che fosse l’allora capo dello Stato: c’era la monarchia ed un re a nome Vittorio Emanuele III° detto ‘pippetto’ per la sua bassa statura. Per sopperire a questo ‘inconveniente’ l’interessato indossava, con pochi risultati un copricapo molto alto; migliore fu la sua scelta di impalmare un donnone, Elena del Montenegro che gli ‘sfornò’ un maschio e quattro figlie femmine, il successore era assicurato. Il cotale aveva avallato il colpo di Stato di Mussolini, era un pusillanime tanto che, quando i tedeschi divennero dei nemici pensò bene di fuggire dalla reggia di Roma e di recarsi a Brindisi creando, sulla carta, un’Italia formata dalle province di Brindisi, Bari, Lecce e Taranto,  i suoi colleghi del nord Europa, al suo contrario, si erano aggregati ai partigiani, la sua un figura di…. Tale decisione  fu di intralcio per suo figlio Umberto, che gli era succeduto  nel Regno per l’abdicazione del padre allorché ci fu un referendum vinto dai repubblicani anche se con sospetto di brogli. Anche a Jesi con la fine della guerra la situazione politica cambiò: il sindaco Giuseppe Carotti prese  la via dell’esilio rifugiandosi in Argentina dove poteva contare su parenti colà stabilitisi, fu seguito anche dal capo dei Vigili Urbani Gino Scortichini mentre altri, compromessi col precedente regime, prima della fine della guerra cambiarono bandiera e  salvarono il…Un situazione curiosa per le ‘signorine’ che avevano avuto contatti sessuali con gli ex nemici: furono tutte rapate a zero! Tutti gli Jesini si diedero da fare per la ricostruzione della città, Armando ebbe una gratificazione da parte di coloro che aveva aiutato con cibarie durante quel periodo nero della guerra, gli fu intestata una piazza. E il professor Gatti? Sessantanovenne insegnava ancora alla quinta ginnasiale, era diventato un mito per tutti, gli studenti che seguivano in silenzio le sue lezioni. Quando andò in pensione fu organizzata una gran festa con la partecipazione di tutta la sua classe, manifestazione di affetto che portò alle lacrime il professore il quale visse ancora a lungo dando, gratis, ripetizioni agli alunni dei meno abbienti.

  • 18 aprile alle ore 21:07
    Gilda

    Come comincia: Cammina coi suoi tre figli sdentata e prosciugata di deserto. Come tigre famelica protegge i suoi cuccioli autoritaria e dura. Cammina con l'inganno che il tempo possa restituirle un mondo negato.
    Fa l'elemosina e striscia con le pareti dell'anima con un coltello, a pungolare l'inedia di chi la scruta, come si fa coi rottami.
    Una macchina sforna bambini, pezzo di carne consumato e ricacciato dall'inferno ancora non abbandonato.
    Gilda si trascina per le strade della coscienza quando in un giorno cattivo, abbiamo compreso di avere il brivido di una stessa ferita.
    In quegli occhi dove si affaccia il mio stesso abisso.
    E Cristo in croce
    morì anche per noi.
    Nel nome del padre
    e per Maria di Magdala