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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia: Ho scritto il suddetto racconto (passato poc'anzi sul blog) a inizio estate del 2013, ispirandomi ai Jefferson Airplane (dopo diventati Starship ed infine Hot Tuna), la più grande band - insieme a Grateful Dead, The Byrds, Buffalo Sprimgfield e Quicksilver Messenger Service - del rock psichedelico made in U. S. A. e del "San Francisco Sound" anni sessanta-settanta; ovvero, ispirato dalla lettura, prima, e dall'ascolto, poi, di alcuni loro vecchi brani: infatti, al contrario di molta critica, vecchia e corrente, penso che la musica (intendo le sue parole) debba essere letta ancor prima che ascoltata.  Leggere le parole e tra le parole della musica significa, a mio avviso, scoprire davvero tantissime cose: ciocché l'artista, il musicista, la band o chi per loro, vogliono che l'ascoltatore (che prima ancora è il lettore, appunto) scopra!
     I Jefferson Airplane furono la band più anarchica (e anarcoide) della storia del rock (ancor più, a mio avviso, dei Ramones o, al di là dell'oceano, dei Pink Floyd - nella fase watersiana - e degli stessi Sex Pistols e dei Clash di Joe Strummer), ma anche quella più antimilitarista e romantico-visionaria!
     Il loro apice, come molti gruppi americani di quel periodo, lo toccarono verso la fine dei sixties, in particolare nella Summer Love del 1967 e a Woodstock (nella "tre giorni tre" dell'agosto 1969 suonarono pezzi come "Saturday Afternoon/Won't You Try, "Eskimo Blue Day" e, soprattutto "Volunteers", Volontari: apertamente anti-Vietnam, uno dei loro cavalli di battaglia).
     A Woodstock, però, paradossalmente, il gruppo infilò una strada senza ritorno, quella, cioé, verso il basso ed il declino; un po' quello che, a detta di molti saggi studiosi del costume, della società e della musica moderne, accadde da quel momento a tutto il rock!
     A Woodstock, infatti (nonostante furono assenti diversi grossi calibri, ognuno per motivi diversi, come Beatles, Dylan, Led Zeppelin, Doors, Frank Zappa, Joni Mitchell, Procol Harum, etc.), per alcuni il rock toccò il suo apice-vertice, il livello più alto; ovvero, la "quadratura del cerchio" di ciò ch'era accaduto durante tutto quel decennio straordinariamente volitivo e ispirato musicalmente (e non solo!). Ma da quel momento in avanti, ossia post festival, il diagramma andò oscillando sempre più verso il basso in una sorta di  influsso-reflusso all'incontrario! La musica rock, l'industria del disco, quella della discografia e di tutto il mercato che ruota intorno ad essa, furono sempre più dominate dalla (iper) commercializzazione, dal consumismo massificato "usa e getta", dalla dittatura, insomma, dello star system o main stream che dir si voglia! E sotto quelle fameliche spire, spesso, sono incappati fior di star, appunto: Bob Dylan, Rolling Stones, Pinnk Floyd, etc.

    "Un tempo si diceva dei Jefferson Airplane che fossero stati l'unico aeroplano americano che non avesse bombardato Saigon, per questo e per altre mille ragioni, essi rappresentano il complesso più prestigioso del "San Francisco sound", di quella stagione - tenera e disperata - delle "libere menti" che ha avuto nella California degli anni sessanta la sua patria. Essi hanno cantato la voglia di vivere di una intera generazione ed hanno guidato la carica dei guerriglieri hipsters all'assalto delle roccaforti della "pig nation", del perbenismo borghese. Ciò che ancora c'é di vivo nella loro musica ci dice che non è esagerazione! Basta ascoltare Volunteers o i ricami psichedelici di White Rabbit! Ribelli dello spazio interiore, i loro testi sono un esempio tra i più lucidi della nuova poesia americana, dei suoi umori segreti, delle sue tensioni e della sua maturità".
    (Giacomo Mazzone, in: "Jefferson Airplane", Arcana editrice, Roma, 1980).

                                              =Testi esemplari=
     Volunteers / Volontari (Marty Balin - Paul Kantner)
    Guardate cosa sta accadendo fuori nella strada:
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
    Hey, sto danzando giù per la strada,
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
    Non è affascinante tutta la gente che incontro?
    E' la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Una generazione è invecchiata
    una generazione ha trovato la sua anima.
    Questa generazione non ha mete da raggiungere:
    raccogliete il grido.
    Hey, adesso è il momento per voi e per me.
    E' la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Su, venite, stiamo marciando verso il mare,
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Chi vi spazzerà?
    Saremo Noi. E chi siamo noi?
    Siamo i volontari d'Amerika,
    i volontari d'Amerika,
    i volontari d'Amerika.  

  • Come comincia:                                =La scimmia parlante=

    Una scimmia parlante dagli occhi verdi si perse in un bosco di querce secolari sul far della sera: recava con sé pensieri di carta e vecchi tarli di creta...La trovò e la prese insieme a lui un vecchio dottor "stranamore", venuto da lontano, colla barba colorata di rosso e di nero; egli la rinsavì [quella scimmia] a furia di calci nel culo e inculcandoli dottrine di buonumore. Il 25 dicembre di un anno fasullo, non riportato su nessun calendario (neanche quello cinese), la riportò allo zoo comunale, tutta in ghingheri e con la cravatta della festa...L'han rimessa in gabbia, da allora, quella scimmia parlante: adesso non parla né più tarli ha per la testa - strani e duri, alla creta -. (Ma) quella scimmia, però, è davvero felice?

                                                   =I tre galli=

    Siberiade é il luogo più freddo e più eremitico della terra: colà vivevano tre galli, giunti da un paese caldo; l'uno di loro era bianco, l'altro verde, il terzo tutto rosso e giallo. I bambini del posto, per addomesticarli, presero a darli latte di capra e miele ed i galli, così, per un po' si fecero mansueti e diventaron più "domestici"; ma poi, il 1°maggio di un certo anno tuttò di botto cambiò, anzi, successe il patatrac: li trovaron morti stecchiti [quei galli] in un pollaio poco fuori l'abitato, insieme a due vecchie galline - con cui, forse stavano tentando di accoppiarsi - e tre uova mezze dischiuse. Alla cena, pardon, alla messa funebre lo sciamano di Siberiade - durante l'omelia - sentenziò: - Ahi! Ahi! Ahi! Gente, sapete che non si addomesticano i colori?".

    Serie - Proverbi a modo mio (la sega, la gallina e la mente integra)
    "Meglio una sega oggi che una gallina domani" (chissà?!).

                                                     =Morale=
    In poche parole: si prenda ciocché si può prendere, ma lo si deve fare oggi perché "di doman non v'é certezza" (ammonisce il poeta toscano) alcuna, e soprattutto, ci si masturbi pure per benino (e quanto si vuole) il pene, il clitoride oppure l'ano (e quant'altro si desidera) senza, però, mai masturbarsi il pensiero (ovvero: la mente!): quello (quella) deve sempre restare (o per lo meno dovrebbe!) sempre puro (pura) e libero (libera)...finché messer (lo) intelletto non ci abbandoni!

    Taranto, 11 maggio 2018.    

  • 24 luglio alle ore 16:29
    Una scritta sul muro

    Come comincia: "Sei sempre nei miei pensieri ti voglio ogni giorno sempre di più senza di te non posso vivere amore mio A.C."
    E' da circa quaranta anni che leggo, annoto scritte lette sui muri (spesso le ho anche fotografate) ovunque abbia l'occasione di andare. Ritengo ognuna di esse racchiuda una storia, la storia di ogni essere umano, di ognuno di noi...un particolare stato d'animo: ma anche, paradossalmente, lo sviluppo della società, l'andamento della politica (la prima che lessi, mentre andavo a scuola, in piazza Acanfora a Taranto - correvano gli anni settanta - era di fuoco: "AUTONOMIA OPERAIA NON SI TOCCA, KOSSIGA PEKKIOLI VI SPAREREMO IN BOCCA!"), del costume e della storia delle masse e del mondo in cammino. Le scritte sui muri, a mio avviso, sono sempre "rivoluzionarie"! Molti di coloro che leggeranno quella che ho sopra scrittto (ho dovuta passarla, gioco forza, nel settore racconti del mio profilo nel blog invece che negli aforismi, per ovvi motivi di spazio) obietteranno: - E' banale! E' la classica scritta da cioccolatini "baci Perugina"! - Vero, anzi, verissimo!!! - rispondo io. La assoluta unicità (o rivoluzione) e bellezza della suddetta, a prescindere dal contenuto o dal messaggio, sta nel luogo in cui è stata scritta e dove io l'ho letta: una frazione, un pezzo del muraglione (dalla parte esterna) che circonda, cinge il cimitero monumentale "San Brunone" di Taranto (noi tarantini lo chiamiamo cimitero vecchio per distinguerlo dal nuovo, sito in zona Talsano-Tramontone), al quartiere Tamburi. L'ho letta (mi verrebbe da scrivere: il fattaccio è avvenuto...) circa una ventina di giorni fa, mentre mi recavo nel suddetto luogo [il cimitero o camposanto, appunto!]; e correvano le ore quindici e trenta- sedici (all'incirca: malauguratamente non posseggo né un rolex di marca né un moderno e accessoriato smartphone, quindi non posso essere preciso al...bacio!): un orario in cui, vista la temperatura dell'aria (all'ombra - ed è un eufemismo che io scriva così, credetemi! - il sole toccava i quarantacinque gradi, senza contare il tasso d'umidità), neanche i morti (pace a loro!) riposano tranquilli nelle loro dimore eterne e...neanche le zanzare moleste si attentano a volare per rompere i capillari ed anche qualcos'altro (dicasi pure coglioni!) a noi "umani"! Ed io...invece (visto che sono un vecchio testardo nonché un incallito autolesionista e masochista), ero in giro per una escursione sui generis (o come l'ho definita, parlandone poi ad alcuni conoscenti, una "gita fuori porta", fuori stagione e, forse, fuori di testa: quando quasi tutti, infatti, consumano le ore nella siesta pomeridiana o a trastullarsi e rinfrescarsi il sedere nei luoghi ben più gradevoli della litoranea). Ora, a conclusione di questo mio "raccontino" che, in realtà, raccontino non avrebbe dovuto essere (viste le ragioni di cui dettovi poco sopra), ed il quale - diciamo pure - è nato quasi di getto (o d'amble, come direbbero nostri cugini d'oltralpe), mi pare interessante (anzi, è d'uopo: mi sembra sia più dotto scriver così: o forse più "dottorale", chissà, per coloro che sono di bocca e palato più fine!) proporre un accostamento letterario (il che non guasta, visto che siamo su un blog di quel genere!) tra la scritta e il luogo (solitario, di certo, ma di sicuro non ameno: come avrebbero detto, forse, i romantici inglesi di fine settecento-inzio ottocento!): quello con i "Sepolcri" di un certo Ugo Foscolo (pensate che ci pensai durante tutto il tragitto di ritorno a casa dalla "gita" in questione, più parte della notte seguente, per giungere a siffatta conclusione!), i quali furono (in Italia e non solo, probabilmente) il primissimo esempio di "poesia  civile" o di impegno civile (o, ancora, di protesta, come avrebbero detto un secolo e mezzo più tardi - all'incirca - esponenti di certo attivismo politico e di certa poesia, letteratura e musica annesse). Ai suoi tempi l'illustre letterato di Zante volle schierarsi apertamente e senza troppi dubbi, contro il decreto napoleonico "St. Cloud" del 1804 (esso fu esteso a tutta l'Italia due anni dopo ma il poeta andava, nella sua protesta, ben più a monte, ovvero contro disposizioni di precedenti leggi austriache del 1783 e 1787, di cui il decreto era una semplice estensione: quindi non solo contro una legge ma contro uno spirito comune a una intera legislazione), il quale imponeva di seppellire i defunti in fosse comuni (per ragioni igieniche, adduceva lo stesso decreto) invece che in quelle tradizionali. Ma i motivi, a latere, erano tutt'altri...Per lui [per Foscolo, s'intende] la tomba, invece, aveva (e doveva continuare ad avere) una specifica funzione civile, appunto (e sociale): il luogo, cioè, dove convogliano e convergono gli affetti dei vivi per i defunti; quello, inoltre (come nel caso, fattispecifico, delle "urne dei forti", alias Dante, Petrarca, Machiavelli, Galileo Galilei, etc. seppellite a Santa Croce in Firenze) che danno rimembranza, ai vivi, appunto, delle valorose gesta od opere dei grandi ("forti", appunto!). Infine (e con ciò concludo) scrivo quanto segue, a proposito della famosa scritta (operose scuse per il gioco di parole!), da cui è scaturito il "big-bang" successivo (cioè, quello di cui avete letto): la suddetta [scritta] (scritta su un punto precipuo del muraglione che circonda il cimitero di Taranto) testimonia l'affetto (o amore) dei vivi per i vivi mentre il cimitero [suddetto e non un'altro, evidentemente!] testimonia quello in cui - figurativamente parlando - converge a sua volta quello dei vivi per i morti (alias "trapassati")...E NESSUNO MI VENGA A DIRE, ORA, CHE LE SCRITTE SUI MURI NON SONO IMPORTANTI! 

    Taranto, 24 luglio 2019.  

  • 22 luglio alle ore 15:16
    I CUGINI DI ANDREA

    Come comincia: Ubaldo M., geometra, era dipendente dell’Ufficio della Protezione Civile di Messina. Trentenne, scapolo, amava la vita e soprattutto le belle donne. Adorato figlio di Elisa V. vedova abbiente, era stato ’dotato’ dalla madre di un appartamento di lusso ubicato su una traversa del viale S.Martino, appartamento visitato spesso da ex compagne di scuola, da amiche e spesso anche da signore che, oltre al fisico del giovane ne apprezzavano la  prodigalità. Tutte avevano in comune la bellezza, per Ubaldo le bruttine erano deprimenti. Voglioso di novità chiese una licenza per visitare la Fiera di Milano. Giunto nel capoluogo della Lombardia si sistemò in un albergo vicino alla Fiera, per questo più costoso, per evitare di far lunghi tratti di strada a piedi o con mezzi pubblici, era decisamente un pigrone, l’unica ginnastica che praticava era quella sul letto. Girando svogliatamente fra i vari padiglioni, dinanzi a quello  argentino, ‘Argentina Detergo’, fu attratto dalla ragazza che dava delle spiegazioni a coloro che si interessavano di quel ramo ed anche a non interessati al prodotto ma a lei. Ubaldo, come altri maschietti rimase basito, incantato, trasognato, stralunato tutti aggettivi  che  si addicevano perfettamente all’espressione del suo viso che fu notato dalla signorina la quale ‘esplose’ in una risata argentina. Solita frase di addetta ai lavori: “Posso esserle utile?” Ubaldo ripresosi: “Dipende, io non mi intendo di prodotti di pulizia ma potrei invitarla a cena all’Albergo Reale dove alloggio.” “Sono Andrea, accetto l’invito ma qui si chiude alle ventiquattro.” “L’aspetterò nella mia suite, alla concierge chieda di Ubaldo M.” Cosa può aver fatto ‘sballare’ Ubaldo lui che di donne ne aveva conosciute in quantità? Una dea greca scolpita da Fidia o da Prassitele: di altezza superiore alla media aveva un volto molto particolare con grandi occhi verdi, bocca favolosa e naso piccolino, le tette da quel che si poteva intravedere si potevano definire ‘favolose’ per non parlare delle gambe da miss mondo,  piedi da far felice un feticista. Ubaldo si fece portare in camera del pesce, dell’insalata ed un ananas. Assopitosi fu svegliato dal cicalino del telefono: “C’è una signora che chiede di lei.” “Per favore l’accompagni al mio alloggio.” In pigiama e con vestaglia di seta blu Ubaldo faceva la sua porca figura che fu apprezzata da Andrea che apprezzò anche il finto baciamano. “Ho mangiato solo un panino e…” “Portiere la signora che si trova nella mia stanza desidera mangiare qualcosa.” “Veramente la mensa è chiusa,  dovrei…” ”Le chiedo questo favore, scelga lei il cibo, sarà ben ricompensato.” Andrea aveva portato con sé un trolley da cui prelevò una camicia da notte ed una vestaglia stile giapponese. Il portiere bussò poco dopo alla suite: “Signore ho fatto quello che ho potuto, mi chiamo Ambrogio.” “Grazie Ambrogio per lei un caffè.” Il caffè doveva essere piuttosto costoso perché Ubaldo aveva messo in mano al portiere un centone. Mercurio dio protettore di Ubaldo, da sempre pagano, doveva essere distratto perché non aiutò il suo adepto in quanto Andrea, usato il bagno: “Sono stanca morta è da stamattina…” , si sdraiò sul lettone, poco dopo dormiva. ‘Ciccio’ la prese male, già pensava a…  decise di vendicarsi e al primo approccio del suo ‘padrone’ con una femminuccia avrebbe scioperato. In seguito ci ripensò, ci avrebbe rimesso anche lui! Andrea si svegliò alle dieci. “Cara non pensi che il tuo datore di lavoro…” Andrea rispose in spagnolo: “El proprietario de la empresa se llama Apolo es mi novio.” Ubaldo ricambiò in latino: “Res sic stantibus…” Si misero a ridere ambedue, avevano il senso dello humour. Andrea accompagnò Ubaldo dentro la fiera sin al suo padiglione, la ragazza lo  presentò al’novio’ il quale non fece una grinza né alcuna domanda sulla notte passata dalla ‘novia’ lontana da lui e: ”Domani chiude la Fiera, io sarò impegnato a rispedire tutto in Argentina, Ubaldo ti prego di occuparti tu di Andrea, ci rivedremo al tuo albergo.” Evviva, Ubaldo aveva avuto via libera dal ‘novio’, senza mostrare alcun segno di contentezza prese sottobraccio la ragazza. Passando dinanzi a tanti maschietti sentì su di sé sguardi di invidia. Lo stessa cosa nella sala mensa dell’albergo, Andrea ordinò il pranzo a base di aragoste, calamari in brodetto, gamberi arrosto ed una ‘cofana’ di insalata mista,  vino Riesling, Ubaldo si aggregò alla mangiata. In camera: “Caro ho le mestruazioni, devi accontentarti di un ‘mamada’ in  italiano pompino.” E così fu, solo che furono due con gran gioia di ‘ciccio’.Si fece vivo per telefono Apolo. “Ho concluso un buon affare con una ditta romana, Andrea fatti accompagnare da Ubaldo a casa sua a Messina, mi farò vivo io al tuo telefonino.” A quel punto per Ubaldo sorsero i problemi: la cosa migliore era quella di far alloggiare Andrea a casa sua ma c’era un ma, un grosso ma. Sua madre Elisa, religiosa e puritana, accettava che fra uomo e donna ci fosse solo il fidanzamento o il matrimonio, una convivenza l’avrebbe presa molto male siccome lei teneva i cordoni della borsa…Altro problema, la vecchia abitava in una villa di sua proprietà a Rometta Marea  ma talvolta veniva a trovare il figlio a Messina senza preavviso ed aveva le chiavi della abitazione, peggio di così. Ubaldo si rivolse ad Alberto M. suo collega di ufficio ed amico per sbrogliare la faccenda. Alberto: “Sei fortunato, nel mio palazzo c’è un appartamento in affitto, la padrona è in ospedale con un tumore, i nipoti hanno messo un cartello ’affittasi’ però vogliono millecinquecento Euro al mese e due mensilità di anticipo.” “Alberto mi interessa l’appartamento per una mia amica argentina, paga tu tutte le spese, al mio arrivo ti rimborserò.” All’aeroporto di  Reggio Calabria ‘.0.Tito Minniti’ c’era in attesa Alberto con la sua Fiat Tipo piuttosto spaziosa e nient’affatto costosa. Inutile dire che anche il buon Albertone rimase folgorato dalla bellezza di Andrea. “Non mi avevi detto che la ragazza era una gran gnocca!” “Che vuol dire gnocca?” “Ragazza molto procace.” Passato lo stretto di Messina col traghetto, sotto casa Ubaldo ed Alberto scaricarono le valige e le trasportarono nell’appartamento affittato in verità bello ed accogliente. Alberto si ritirò in buon ordine, Ubaldo speranzoso…”Caro ho fame, c’è qui vicino un ristorante?” “Certo che c’è, si chiama Panyllo ed è all’incrocio con viale Europa, è abbastanza vicino.” All’entrata del locale, ai maschietti tutti uscirono gli occhi fuori dalle orbite, Ubaldo conosceva il capo cameriere: “Salvatore questa è Andrea la mia fidanzata, fatti onore.” “Provvedo subito dottore.” Per i gusti o meglio per le speranze di Ubaldo la cena era più lunga dei suoi desiderata, finalmente…” “Dottore questo è il conto, vuole la ricevuta fiscale?” “Salvatò lascia perdere la parte tributaria, abbiamo mangiato bene, qui ci sono duecento Euro, a presto.” Salvatore fece un inchino sino a terra, cento Euro di mancia! In casa Andrea disfece le valige, dopo una doccia, in camicia da notte ridottissima raggiunse Ubaldo a letto: “Caro ho le mestruazioni, ti devi accontentare di un pompino” E il pompino fu  ma restava il desiderio di altre prestazioni ben più consistenti. Dopo una settimana, azzerata la scusa delle  mestruazioni: “Caro devo dirti, ho qualcosa in più rispetto alle femmine, sono un trans.” e mise in mostra un uccello niente affatto piccolo. Ubaldo ebbe un’espressione tra lo sbalordito e lo stupefatto, mai si sarebbe immaginato!” Se hai problemi aspetterò Apolo per rimborsarti i soldi dell’affitto di casa, non ti preoccupare, esta es la vida.” Ubaldo non riuscì a dire altro: “A presto” senza specificare quando ma non riusciva a tenere il segreto per sé e bussò alla porta di casa di Alberto. “Cos’hai, mi sembri stravolto.” Ubaldo riferì all’amico ed alla moglie Anna la situazione, p due coniugi si misero a ridere: “Scusa ma a te cosa importa.” “Ci avevo fatto un pensierino, Andrea mi piace moltissimo ma che succederà se ci troviamo insieme…” Alberto cattivello, “Ti troverai ‘la gatta nel carbone’ di tedesca memoria, va a casa tua e chiarisciti le idee, inutile dirti che la notte…” La notte non portò alcun consiglio ad Ubaldo che preferì farsi prescrivere dal medico cinque giorni di malattia per un mal di pancia tra l’altro effettivo. Alberto ed Anna aveva basato il loro rapporto alla massima sincerità ed anche questa volta: “Dì la verità ti piacerebbe…sono sincera anche io…” I due coniugi si guardarono in viso senza parlare, avevano deciso di effettuare l’esperienza con Andrea che, nel frattempo, non stava a guardare nel senso che riceveva varie telefonate da Milano per un appuntamento. Pensò bene di accattivarsi le simpatie del portiere che, come tutti i portieri che si rispettano sapeva i fatti di tutti gli inquilini delle tre scale. “Signor … le devo chiedere un favore, devono venire a trovarmi dei miei cugini di Milano, le sarei grata che indicasse loro il mio appartamento, questi per un caffè.” Cento Euro! La signora se la doveva passare bene. “Mi chiami Nando, sono di origine romana, sono a sua disposizione.” Il primo ‘cugino’ era un avvocato del foro di Milano, tipo smilzo, sguardo penetrante, viso da furbacchione; sicuramente aveva ‘assaggiato’ le prestazioni di Andrea e le aveva  apprezzate tanto da intraprendere un viaggio in aereo sino all’aeroporto di Reggio Calabria, traghetto e poi da Messina un taxi. In portineria c’era, more solito, Nando che teneva sotto controllo la situazione. “Devo andare dalla signora Andrea.” “Quinto piano, io stavo per andare a prendere un caffè…” “Il caffè glielo pago io.” L’avvocato tirò fuori un centone ma Nando: “Il caffè lo prendo molto dolce…” Altro centone passò nelle sue mani, l’avvocato mormorò a se stesso: “A Messina lo zucchero costa troppo!” Uguale sorte di un cummenda milanese che, avendo paura di volare usò il treno. Stessa scena con Nando che sperò che ci fossero tanti cugini che andavano a trovare la signora Andrea. L’ultimo cugino era una cugina: donna tracagnotta, capelli corti, espressione del viso ‘corrusca’, vestita con tailleur pantaloni, non abboccò alle richieste di Nando: “L’appartamento me lo trovo da sola!” Nando rimase perplesso,  la signora aveva lo stile della lesbica, cosa andava a fare a casa di Andrea? Un interrogativo senza risposta. Si fece vivo Apolo: “Sto  stipulando dei contratti un po’ in tutta Italia, verrò a prenderti appena possibile; immagino che riceverai tante richieste degli ‘amici’ milanesi, se ne hai abbastanza cambia telefonino,  a presto.” Andrea seguì il consiglio del ‘novio’ e così non ricevette più nessun a richiesta da parte dei cugini milanesi con gran scorno di Nando che si era abituato a ricevere sostanziose mance. Andrea si annoiava, un pomeriggio andò a trovare Alberto e Anna che le fecero una gran festa: “Io e mio marito…” “Ho capito, mi siete stati simpatici sin da quando vi ho conosciuto che vuol essere il primo?” Alberto guardò in viso la moglie, prese sotto braccio Andrea e si diresse in camera da letto. Dopo un passaggio nel bagno tutti e due sul letto matrimoniale. Andrea aveva già in posizione il suo ‘ciccio’ cosa che spaventò un po’ Alberto. “Non ti preoccupare se non ti va per te sarò solo donna.” E si mise in bocca il ‘coso’ di Alberto e dopo il suo orgasmo se lo passò nel sedere. Alberto, per curiosità, prese in mano il ‘cosone’ di Andrea, era la prima volta che toccava un membro che non fosse il suo, nessuna sensazione particolare, non era portato per l’omosessualità. Anna aveva seguito dallo spiraglio della porta tutta la scena; uscito il marito si ‘fiondò’ in camera da letto e sul lettone prese a baciare in bocca Andrea, voleva godersi a fondo quell’avventura particolare. Andrea ricambiò con piacere, non le capitava spesso di avere a che fare con femminucce, dalle labbra passò alle tette di Anna per poi approdare su un fiorellino vogliosissimo e ben lubrificato, l’immissio penis fu piacevolissimo per ambedue, Andrea sfoderò la sua arma segreta, la sollecitazione  del punto G di Anna che fu molto sorpresa da un piacere  intenso, profondo mai provato con suo marito, rimase a gambe aperte piacevolmente senza forze. Andrea fu ricambiata delle prestazioni con una cena preparata da Anna che evitava di guardare Alberto in viso, non sapeva come classificare quel suo approcciò con un trans, gli sembrava di aver  cornificato il congiunto. La situazione ebbe uno svolgimento imprevisto: Ubaldo in profonda crisi personale, innamorato pazzo di Andrea andò a trovarla e le propose di sposarla. Andrea nell’atto di nascita risultava di sesso femminile e così c’era pure scritto nel suo passaporto. Dopo un po’ di complicate pratiche burocratiche presso l’Ambasciata argentina, Andrea ben felice della situazione, convolò a giuste nozze con Ubaldo con ricevimento nella villa della madre a Frascati. Tutti gli amici invitati compreso Nando che non si sa per qual motivo era commosso, forse gli mancavano i cugini di Andrea! Apolo aveva appreso la notizia da Andrea per telefono, come al solito non fece una grinza, in Argentina ed anche in Brasile di trans ne avrebbe trovati a non finire, fece gli auguri ad Andrea e riprese la via del ritorno. Finale solita frase: tutti sapevano di tutto ma ovviamente si facevano i fattarelli loro, Alberto ed Anna talvolta usufruivano delle prestazioni particolari di Andrea, servivano a rinsaldare  il loro matrimonio diceva lei…

  • 22 luglio alle ore 15:13
    ALBERTO SCIARRA IL TRASFORMISTA

    Come comincia: Nato per rompere i co…ni questo  il verdetto di papà Armando dopo aver conosciuto a fondo il figlio Alberto nato per una sua ‘minchiata’ con una compagna di università. Armando era l’ultimo discendente di una famiglia nobile di Grotte di Castro in quel di Viterbo ma residente a Roma da molto tempo. Rimasto vedovo, aveva come  sorelle: Iolanda, Maria, Giovanna e Lidia di cui solo le prime due convogliate a nozze, le altre due, inguardabili, non avevano trovato un pollo che le sposasse e dire che  non erano indigenti, gli antenati avevano accumulato un bel patrimonio consistente soprattutto in terreni coltivabili che rendevano un bel po’ di quattrini. Alberto aveva vissuto la giovinezza in una casa di campagna a Cingoli (Mc),  sfollato con i suoi parenti in quell’abitazione per sfuggire ai bombardamenti degli allora non ancora alleati. Assomigliava moltissimo a suo padre sia nei lineamenti maschili che per la statura che aumentava di giorno in giorno. Il contadino Peppe: “Padrone stó figlio lo annaffiate troppo, tra poco sarà più alto di voi!” Papà Armando era orgogliosissimo di Alberto che però sin da piccolo cominciava a mostrare delle ‘stranezze’ nel suo comportamento, i francesi lo avrebbero classificato un ‘moquer’ per gli scherzi cui sottoponeva parenti ed amici. Il primo fu quando con una maschera dell’orrore in viso ed una candela in mano entrò nelle camere delle zie che si spaventarono a morte. Per quella volta fu graziato ma un’altra ‘bricconata’ Alberto aveva in serbo: era maggio ed nei campi c’erano molte lucciole, il giovane non aveva sonno, pian piano uscì di casa e in un vaso ne mise molte che poi lasciò libere dentro le varie stanze di casa con la conseguenza di far spaventare a morte le zie che non conoscevano quell’insetto. Questa volta non fu perdonato e papà Armando lo fece restare a casa un’intera settimana senza poter mettere il naso fuori. La punizione per il giovane era peggiore di quanto programmato dal padre in quanto gli era preclusa la vicinanza con le compagne di scuola che talvolta lo  trastullavano con ‘saws and blowjobs’ (Alberto studiava l’inglese) sempre ben accetti. Il giovane capì che era meglio smettere con gli scherzi, ci rimetteva lui e quindi con la faccia di chi ‘non ha colpa’ andava fuori casa con gran piacere delle zie, finalmente! Frequentava le medie e con gran orgoglio dei parenti tutti era il migliore della classe, si impegnava a fondo e sotto banco riceveva dai componenti della famiglia regali in denaro. Allora vigeva ancora la leva  e papà Armando, benché avesse amicizie in alto loco, preferì che il figliolo provasse la durezza della disciplina militare. Il suo un metro e novanta lo fece collocare fra i Granatieri di Sardegna di stanza ad Udine, trasferimento non di gusto del buon Albertone che non riusciva a capire la lingua di quei polentoni. Come rompere la monotonia delle giornate sempre uguali? Lampo di genio: ‘appiccicare’ sullo stemma dei reparto al posto delle quattro teste di moro una foto di Cicciolina con le tette di fuori! Il ‘misfatto’ avvenne di notte, veloce come un ladro Alberto portò a fine lo ‘scempio’ e si riaddormentò placido non  immaginando che ‘casino’ sarebbe successo. Alle cinque e trenta del mattino voce dell’Ufficiale di Picchetto: “All’arme, all’arme!” Tutti i militari si catapultarono fuori dal letto ad esclusione di Alberto che, sbadigliando restò fra le lenzuola. All’arrivo del sottufficiale d’ispezione fu costretto ad alzarsi. “Non senti che c’è l’allarme, pelandrone, veloce!” La ‘boutade’fu attribuita a pacifisti della zona ma nessuno poteva entrare in caserma di notte, ed allora?” Il Colonnello Comandante preferì che la storia rimanesse nell’ambito della caserma, aveva paura di sbeffeggiamenti da parte dei pacifisti e della stampa ma la cosa aveva irritato i vertici militari. Alcuni compagni di Alberto, visto il suo atteggiamento di non volersi alzare dal letto, pensarono che fosse stato lui ma…nessuna prova. Quello fu il primo assaggio da parte degli ‘sventurati’ che ancora dovevano vederle delle belle infatti il giorno dopo, cinque minuti prima della sveglia Alberto con voce da omo: “Sveglia ragazzotti, non siate pelandroni la Patria ha bisogno di voi!” suscitando naturalmente le ire dei commilitoni che volevano picchiarlo ma la sua stazza  gli scongiurò una giusta punizione ma a tutti i colleghi rimase in mente quella voce da…Un giorno mentre la Compagnia era schierata in attesa di entrare in sala mensa Alberto uscì dai ranghi e impostando la voce da omosessuale: “Signor Capitano sto morendo di fame, mi si è abbassata la pressione vado in sala mensa…” Tutti, in primis il capitano restarono basiti, naturalmente Alberto fu costretto a saltare il pasto ‘beccandosi’ cinque giorni di C.P.R. (Camera di punizione di rigore) da passare in prigione. La cosa non fece né caldo né freddo al giovane che ne pensò un’altra: finita di scontare la punizione il bel ‘tomo’ una sera si aggregò ai colleghi che andavano al ‘casino’. Tutti a ridere, “che gli racconti alle mignotte che sei frocio?” “Pederasta sari tu, brutto sozzone!” Grande fu la meraviglia di tutti quando Alberto, a braccetto di una ‘signorina’ si recò in camera per ritornare in sala dopo mezzora per prendere a braccetto altra ‘signorina’. Tutti addosso alla prima ‘signorina’, “Cosa ha combinato il nostro compagno?” “Ha un cazzo più grosso del normale e se n’è fatte due, m’ha dato una bella mancia!” Tutti a guardarsi in viso sbalorditi. Ritorno di Alberto nella sala d’aspetto e: “Ragazzi mi sa che non avete scopato non è che siete per caso un po’ ‘checche’?” Intanto però il giovin signore seguitava a parlare con un linguaggio non da maschio ed il Capitano  della sua Compagnia andò dal Colonnello Comandante e suggerì di congedare Alberto Sciarra per ‘poca attitudine alla vita militare.’ Valigia in mano Alberto prima di uscire dalla caserma fece il ‘segno dell’ombrello’ ai colleghi anzi ex colleghi che lo guardavano stupiti, finalmente libero! Papà Armando fu informato delle malefatte del figlio ma invece di arrabbiarsi si fece tante risate, quel figlio di…era riuscito a farsi congedare! Sul treno diretto a Roma, prima classe di uno scompartimento in cui c’era solo una ragazza bionda decisamente piacevole la quale, dopo un suo saluto con inchino si mise a ridere. “È un buon segno se faccio ridere le femminucce o mi devo preoccupare?” ”Lei ha messo la bustina del berretto all’incontrario davanti didietro!” Fu l’inizio di una conversazione sino alla stazione Termini ma non finì qui. “Che mi dice se le propongo di rivederci?” “Perché no, io sono Flora, abito in via Cola di Rienzo e tu?” (un  buon segno era passata al tu.) “È una combinazione io in via Tacito, siamo vicini, scambiamoci i cellulari.” Ad Alberto fu affidato il compito di seguire le faccende ‘georgiche’ dei terreni familiari: trebbiatura, vendemmia ed altre incombenze del genere che naturalmente il giovane apprezzava solo per un lato: talvolta una ‘sveltina’ con qualche giovane contadinella bella ma il suo pensiero era a Flora che riteneva oltre che bella anche intelligente e con personalità. Solita pantomina (si diede per malato), rientrato a  Roma fu fortunato perché gli passarono tutti i mali e così poté riagganciare la ragazza: “Cara come va?” “Io non ho problemi a te che è successo non ti sei fatto più vivo.” “Per un periodo ho fatto il ‘paysan’ nei terreni familiari poi mi sono scocciato e soprattutto avevo voglia di vederti.” “Com’erano le giovani contadine?” Stà figlia di…era molto più scaltra di quello che sembrava. “Niente di speciale, “Glisson”,  (Flora conosceva il francese) se vuoi puoi venire a prendermi a casa mia, devo andare nel mio  negozio di parrucchiere in viale della Libertà.” Per la prima volta Alberto entrò in un salone di bellezza, scritta ‘Hayr Stylist’, trecento metri quadrati ordinati e con molti macchinari.” “Ti sei piazzata bene!” “Tutto merito di mia madre: divorziata, si è sposata con un riccone più anziano di lei che, dopo un infarto letale le ha lasciato un bel patrimonio.” “È stato sempre un mio desiderio entrare nel mondo femminile, questo è il momento buono, imparerò il mestiere  cominciando dal primo gradino.” Flora era perplessa, aveva paura che il bel tomo gli combinasse casini con le clienti. “Dipende da te, ho una clientela scelta ed un po’ snob….”“Ma io sono snob, tantissimo mia cara.” Era iniziata la sceneggiata dell’omosessuale che fece ridere le due  impiegate Gemma e Selene,  un bionda e l‘altra mora (ambedue appetibili) di cui subito si accattivò le simpatie.  Vedendo l’atteggiamento delle ragazze: “Quelle due sono off limits per te!” “Meravigliosa la mia gelosona sarò solo tuo ma ancora…” “Sabato sera  ti invito a cena a casa mia, mia madre è una brava cuoca.” Alberto vestito sportivo faceva la sua bella figura apprezzata da mamma Leda: “Finalmente un bel maschio, gli altri…dove cacchio li trovavi, pensiamo a mangiare, ho preparato tutti cibi afrodisiaci non che  il qui presente Albertone penso ne abbia bisogno, ma un aiutino…” Anche mamma Leda, cinquantenne ancora piacente aveva subito il fascino di Alberto cosa non molto apprezzata da Flora che fece finta di nulla ma capì che con  Alberto avrebbe dovuto combattere per tenerselo ben stretto.  Mammina dichiarò di aver un appuntamento con sue amiche e lasciò campo libero ai due.  Alberto non poté fare a meno di metter su una sceneggiata: “Cara non ci crederai ma m’è venuto un  gran sonno!” Flora ormai aveva conosciuto i trucchi del compagno e: “Pure a me, io vado in camera di mia madre e tu in quella degli ospiti, buon riposo.” Alberto capì che con Flora aveva ‘toppato’ sarebbe stata una lotta dura con la baby ma ne valeva la pena infatti, dopo essersi installato nella stanza degli ospiti vide arrivare Flora coperta da una vestaglia trasparente che l’interessata fece cadere a terra scoprendo un corpo meraviglioso che fece allargare le pupille del giovane. “ Vediamo quello che sai fare!” Alberto passò la prova con pieni voti e poi fu preso sotto l’ala protettrice del dio Morfeo come pure Flora che mamma Leda trovò addormentati nel suo letto. “Viva la gioventù!” pensò  la genitrice.  Alberto chiese ed ottenne di imparare la professione di parrucchiere per donna anche se con un  po’ di scetticismo da parte di Flora. Il giovane cominciò dal primo gradino: lo shampista (lavava i capelli alle signore)  poi imparò a fare il manicure, il trucco al viso, la cosmetica, i massaggi al corpo i più graditi dalla signore, un pensierino a…che restava tale, Flora era sempre in guardia. Un avvenimento venne a scombussolare la vita della comunità di parrucchieria: due arabi entrarono nel locale e: “Io sono Kamil sono interprete per conto del qui presente mio signore sceicco Muhammad che ha posteggiato il suo yacht Hazzem  al porto di Messina. Il mio signore desidera che alcune sue spose e concubine vadano in un istituto di bellezza, passando ha scelto il vostro ma pretende che in presenza delle sue donne non mi siano maschi nel locale.” Flora non sapeva che rispondere e stava tergiversando pensando al ‘mare’  di soldi che sicuramente lo sceicco avrebbe mollato e stava per parlare quando apparve Alberto completamente trasformato: rimmel sugli occhi, rossetto sulle labbra, minigonna…”Sono Alberto  io sono sempre a disposizione delle signore ma non  le apprezzo.” Kamil tradusse la frase al suo comandante aggiungendo un risolino nel commentare l’aspetto del nuovo  venuto. Lo sceicco parve soddisfatto e, sempre tramite interprete fece sapere che la mattina seguente avrebbe condotto due sue spose. Spariti i due arabi risate a non finire da parte di Gemma e di Selene ma non di Flora che sentiva nella storia puzza di bruciato ma ormai tutti erano in ballo…La mattina seguente due Mercedes si fermarono dinanzi all’istituto di bellezza, ne scesero l’interprete e due donne arabe che Kamil presentò come Halima e Aisha ambedue abbigliate in stile arabo con un Krere che lasciava scoperto solo il volto. L’interprete prima di ritirarsi fece presente che fuori del negozio c’era posteggiata altra Mercedes guidata da Baraka, un eunuco, la notizia per un po’ di tempo lasciò perplessi i presenti compreso Alberto addirittura inorridito! Chiusa la porta d’ingresso a chiave, Aisha e Halima rimasero in reggiseno e slip, la prima dai capelli corti fu la prima ad andare nel retro da Alberto, sempre truccatissimo, la seconda dalla capigliatura lunga ci mise più tempo chiedendo un’acconciatura particolare,  forse per lasciare più tempo all’amica in compagnia di Alberto. Quando Aisha si ripresentò nella sala comune Halima entrò nella stanza dei massaggi e ne riuscì dopo circa una mezz’ora con…gli occhi lucidi come prima la compagna, troppo lucidi solo per un massaggio, nei loro occhi Flora da donna lesse qualcosa che la mise in subbuglio, Alberto se l’era fatte  tutte e due! Baraka fu chiamato nel locale e si presentò con una valigetta che depositò su un tavolo poi prese le due donne a braccetto e, senza salutare, le condusse nella Mercedes. Facile da capire, la valigetta conteneva un mucchio di dollari! Il giorno dopo stessa ‘manfrina’ con altre due spose dello sceicco, Flora era  tra il preoccupato e l’arrabbiato ma…non poteva intervenire, quando mai sarebbe capitata una tale fortuna? Alberto sempre fresco come una rosa aveva preferito dormire a casa sua… aveva i suoi buoni motivi. Analoga situazione si presentò altre due volte ma alla terza il buon Alberto diede forfait con gioia di Flora, era completamente ‘spompato’ le arabe erano affamate di sesso, voleva dire che lo sceicco era scarso in quel campo e poi con tante mogli e concubine! Dopo una settimana Alberto riprese a frequentare la casa di Flora, si era ripreso alla grande con gioia della fidanzata, innamoratissima  che aveva capito che doveva concedere ogni tanto al bell’Alberto di ‘correre la cavallina’!

  • 22 luglio alle ore 4:52
    Il mondo che vorrei (love&dreams)

    Come comincia:  - Ho una sorpresa per te, Sam, amore - disse la mia donna: mentre entrambi eravamo sdraiati su una scogliera a Plenty, una delle tante che popolano il litorale di questa magnifica cittadina, in cui nascemmo, io e lei, trent'anni prima, posta all'estrema punta nord dell'insenatura della grande isola di Greenland, nella baia di Aaron, sotto la calda luna d'agosto.
     L'aria profumava di limpido ed il mare, luccicante e piatto come una tavola da surf, sapeva di pulito in quella magica e strana notte di san Lorenzo: magica perché noi due eravamo finalmente di nuovo insieme; strana perché eravamo soli, soltanto noi due, ancora insieme, un'altra volta dopo immemore tempo, sdraiati e mano nella mano, però, come agli inizi della nostra storia, a rimirar la luna piena ch'era quasi occidua rispetto alle nostre teste, in tutto il suo accecante splendore di astro donna e misteriosa, e in attesa delle stelle cadenti, ovvero (del) la lieta e speciale stella!
     - Ho una sorpresa per te, Sam, - ripetette Baby Jane, la mia donna; - proprio una gran bella sorpresa: sta arrivando una bambina!
     - Come una bambina? - domandai allora io, esterrefàtto e lieto all'unisono.
     -  Certo Sam! -  rispose lei. - Una bambina tua, tutta nostra in carne ed ossa; e la chiameremo "Fortunata"! 
     - Fortunata? Sì,è molto bello! - esclamai contento e poi le chiesi: - Ma perché proprio quel nome?
     - Sta arrivando una creatura tutta nostra, davvero, ed avrà gli occhi azzurri come il cielo, - rispose Baby Jane; - sarà "Fortunata" di nome e di fatto, perché quando verrà al mondo la nasconderò; sì, dovrò fare proprio questo: nasconderla a tutti loro quando verranno...(si trattava dei soldati dell'Anagrafe dei Governi). Sì, la nascoderò quando verranno per portarsela via ed arruolarla nell'esercito della vergogna, la nostra bellissima bambina: la preserverò dalle loro dannate grinfie. Non metteranno mai le mani su di lei, quelle mani grondanti di sangue, quelle sporche e fottutissime mani che sanno di morte; non glielo permetterò: dovremo farlo insieme, amore mio, dovremo proprio...dovremo farlo insieme, dovremo salvarla insieme: da quell'esercito che manda al macello uomini e donne inutilmente. La salveremo, Sam: è vero? Promettimi che lo faremo, dai fallo; promettilo, sì, che mi aiuterai?
    - Sì! - le dissi allora io. - Lo faremo insieme: te lo prometto! (Pronunciavo quelle parole ma non sapevo ancora, dentro di me, come avrei fatto a mantenere la promessa!). Lo faccio quì, davanti a te, prima ancora che nasca Fortunata, prima ancora che arrivi la nostra stella e scompaia la luna. Ma ora calmati,  Baby, calmati, sei tutta sudata, vedo, sì...e stai piangendo; dai, calmati. Tremi dal freddo: su, dai, calmati, amore mio!
     Baby, infatti, tremava tantissimo nonostante la notte fosse afosa ed umida (neanche un refolo di vento soffiava nell'aria, quel vento che viene sempre dall'oceano a rinfrescarla, ogni estate - lo chiamiamo "Hot Lenny", dalle nostre parti, per via della dolcezza e della durezza che ha - insieme alle grandi balene azzurre: porta il nome dell'uragano del 1926, di cui mi parlò - anni addietro - mio nonno Frank, e quello devastò la baia e l'arcipelago circostante; porta sempre refrigerio, però!): sembrava un pulcino uscito da una pozzanghera; i suoi denti battevano ed il loro ticchettìo addirittura rimbombava sulla scogliera quasi come se avesse l'eco!
     Allora presi l'asciugamano rossa su cui eravamo sdraiatie la avvolsi sulle sua spalle; poi le misi le braccia intorno al collo e le sussurrai nell'orecchio sinistro: - te ne prego, calmati adesso, Baby!
     Ma lei si alzò di scatto (l'asciugamano che le avevo avvolto sulle spalle cadde sugli scogli) e mi disse, agitata e tremante più di prima: - No, Sam, lasciami parlare ancora, lasciami sfogare in questa notte di luna piena così pazza; lasciamelo fare ora, quì, con te. Siamo soli, tu ed io, lasciami parlare ancora con te.
     - Va bene, amore, - feci io per non contraddirla ed agitarla ancor più. - Parla pure, dai, parlami quanto vuoi; dimmi quello che vuoi: sono quì, accanto a te, ti ascolto.
     Al che lei tacque per un attimo eppoi si inginocchiò davanti a me, afferrò le mie mani e guardandomi dritta negli occhi esclamò:
     - Sam, non voglio mettere al mondo la mia creatura, così, indifesa; la nostra creatura, no, non lo voglio...Per coprire losche faccende, per farli combattere sudicie e lorde guerre che non le appartengono; che non ci appartengono; proprio non voglio che ciò  accada...Voglio vederla crescere lontano, la mia bambina, la nostra bambina, sì, lo desidero con tutta me stessa...Lontanissima anni luce da tutto questo, da tutti loro. Portiamola via insieme, facciamolo insieme quando verrà al mondo!
     Nel nostro paese, da alcuni decenni, oramai, accadeva che l'Anagrafe dei Governi governasse con ferocia e malvagità, terrorizzando la gente attraverso una tirannica forma di dispotismo; inoltre, accadeva che il suo esercito confiscasse ogni neonato - maschio o femmina che fosse - venuto al mondo: per portarlo nei "campi di addestramento" del nord; ed educarlo - man mano che cresceva - ed addestrarlo (appunto) all'uso delle armi, renderlo pratico ed avvezzo al combattimento e alla guerra. Il nostro paese, infatti, combatteva contro gli altri paesi confinanti per il possesso del petrolio (serviva per far funzionare le fabbriche che costruivano le armi per combattere, per produrne nuove e per ogni altra possibile attività economico-produttiva atta ad alimentare la guerra) e dei diamanti (servivano per pagare sempre più uomini assoldati al servizio del governo, abili a combattere e nell'addestrare bambini e giovani nei campi).
     Noi due, io e Baby, facevamo parte, invece, da molti anni, ossia da quando ci eravamo messi insieme, ai tempi del college a Frisco, dell'opposizione "rossonera": eravamo, per questo motivo, sempre alla macchia, ognuno con un gruppo diverso. Ci eravamo visti - qualche ora soltanto - settimane prima di quella notte: allora avevamo fatto l'amore, così, nature, sotto una secolare quercia nel bosco di Attenborough, proprio quello che circonda le colline sovrastanti il litorale e le scogliere di Plenty; e lì era successo tutto...la nostra bambina, di cui parlava Baby quella notte, era stata generata proprio allora. Le sue paure, quindi, quelle di metterla al mondo, non erano assolutamente infondate, tutt'altro: ma io restai freddo e lucido, come sempre!
     Baby Jane smise all'improvviso di parlarmi (quale sollievo per le mie povere orecchie, pensai dentro di me!) per un po' restammo entrambi in silenzio, seduti sugli scogli ad osservare ancora la luna e respirare l'aria afosa di quella notte, davvero insolita e bastarda: il nostro pensiero, invece, mareggiava sui lievi flutti dell'oceano!
     Al termine del nostro silenzio (era durato soltanto alcuni minuti ma m'era parso infinito!), mi alzai in piedi davanti a Baby e dissi: - Dai, su, lo faremo insieme, ti prometto che lo faremo; ti ho detto che lo faremo; la porteremo via da quì quando verrà al mondo!
     - Spero che tu dica sul serio, - replicò lei, - dimmi che lo farai? Promettimi che lo faremo insieme, veramente?
     - Va bene, - feci ancora io, - la porteremo sull'isola dei gabbiani, quando verrà, Baby, e li la cresceremo insieme la nostra bambina; l'ameremo insieme e poi qualcosa faremo; si vedrà poi...insieme!
     L'isola dei gabbiani  fu il primo posto che m'era balenato in testa da dirli, a Baby Jane, quella notte: sapevo, però, che quello, sebbene fosse solitario e in parte sicuro, non sarebbe potuto essere la definitiva sistemazione per noi tre. Quell'isola, un piccolo lembo di terra posto ad un quarto d'ora di scafo da Plenty, era sempre stata meta preferita di contrabbandieri e mercanti di uomini ed armi in passato ma da qualche anno, per via della vegetazione ostile ed impèrvia che la popola (una boscaglia fitta di mangrovie e arbusti spinosi immersa in malsane paludi, tutto l'anno frequentate da zanzare giganti e mosquitos killer!), non lo era più...Quel posto non sarebbe stato di certo adatto per una piccola creatura: entrambi lo sapevamo.
     Baby Jane, però, dop'aver ascoltato le mie parole, si avvicinò a me, pi prese di nuovo per mano e guardandomi negli occhi scoppiò in un pianto a dirotto. Così restai in silenzio ad ascoltare le sue lacrime, soltanto per un attimo: poi, anch'io la guardai negli occhi, le accarezzai il viso con dolcezza e la strinsi forte tra le mie braccia.
     Dopo qualche minuto, però, lei riprese a parlare con più impeto di prima (sembrava un colpo di cannone esploso da un vecchio galeone spagnolo!):
     - Quando loro verranno, - disse, - noi non saremo ad accoglierli a braccia aperte; prima che accada la porterò via con me, non preoccuparti, zio Sam (a volte mi chiamava zio, proprio come quello del nostro paese prima dell'avvento della dittatura!); stanne certo che sarà così: farò tutto ciò che ho promesso, da buona madre manterrò la parola: per la nostra creatura che deve arrivare, la porteremo via insieme, vedrai.
     - Okey, va bene, amor mio! - le dissi ancora. - Lo faremo insieme!
     - Voglio veder crescere la mia bambina tranquilla, - fece lei; - vorrei vederla crescere felice, magari in una terra dove le stelle cadono giù dal cielo sempre, tutte le notti d'ogni giorno e non soltanto una volta all'anno.
     - Credimi, Baby, lo vorrei anch'io, con tutto il cuore; con tutto me stesso vorrei fosse proprio così!
     Nel frattempo una nuvola si frappose fra noi e la luna, caddero alcune gocce di pioggia (l'aria, però, era sempre afosa ed il vento restava una agognata chimera) ma lei ancora...Baby Jane non aveva sosta e fece: - Andremo all'isola dei gabbiani, Sam, proprio come hai detto tu, eppoi...poi si vedrà, hai ragione, amore! Poi, chissà, troveremo un'altro posto, un'altra terra dove vivere felici insieme, noi tre!
     Baby Jane non si fermava: sembrava proprio logorroica, quasi presa da una frenesia spasmodica.
     - Dividiamo questa speranza! - esclamò. - Dividiamo questo progetto, questo proposito. Dividi con me questa speranza, Sam! - ripetette. - Dividila con me, se vuoi.
     Al che la interruppi, riuscii a farlo per un attimo, dicendole:
     - Va bene, Baby, lo farò ma...
     Lei, però, subito mi interruppe, a sua volta, e riprese a parlare:
      - Quella terra esiste, Sam; noi la troveremo per nostra figlia: affinché la nostra bambina possa crescere tranquilla e felice, per diventare un nuovo combattente del sole e dell'armonia come noi due; combattere contro i despoti e la tirannia! Credo che ciò avverrà, se solo noi lo vorremo; la porteremo in quella terra se la troveremo. Quella terra esiste, sai? La troveremo, Sam, la troveremo insieme! Quella terra esiste davvero, amor mio: è una terra senza lacrime, è la terra di amore e sogni che sognamo, in un mondo di amore e sogni che abbiamo sempre sognato: senza lacrime. Quella terra esiste, Sam, credimi: ma non è la terra promessa!
     - Ma dov'é, allora? - chiesi. - Dimmelo, dai, come si chiama?
     - Credo proprio che esista, - fece lei, - credo che possa esistere ancora sulla terra un posto così, senza tempo: magari lontano da noi, da quì...forse si chiama Mirageville, Sam, chissà; o forse Neverland, o terra di nessuno, o delle verità nascoste, o magari si chiama terra...nuova: semplicemente e basta! E se esiste lo troveremo, vedrai.
     - Certo, amore mio: e lo faremo insieme, te lo prometto: e lo cercheremo noi due insieme...no! no! Noi (tre) insieme!
     Baby cominciò a piangere ed a singhiozzare per la commozione e poi, lentamente, si riebbe ricominciando ad essere logorroica e un po' "su di giri": 
     -   Sì! Sì! Credo che esista un posto così; sì, forse si trova a mille migliaia di chilometri da quì, da noi, ma esiste. Un posto, quello,in cui ci si possa sdraiare sugli scogli per ascoltare le onde del mare che cantano insieme al vento e...eppoi perdersi senza paure e limiti coi propri pensieri nell'orizzonte infinito davanti a noi, senza l'assillo di dover "ritornare"; o magari restare in silenzio davanti alla luna che ci osserva, anch'essa muta, in attesa della lieta stella. E se esiste quel posto lo troveremo; sicuro che lo troveremo: sì, davvero noi lo troveremo!
     Alla fine, però, riuscii finalmente a interromperla, o forse, chissà, lo aveva fatto di proposito (a bloccarsi dal suo frenetico discorrere) per farmi parlare, per far parlare anche me, e allora le chiesi:
     - A proposito, Baby, come mai non è ancora arrivata la nostra stella, questa notte?
    (Era pur sempre la notte delle stelle cadenti e forse, chissà, lo avevamo dimenticato entrambi, presi dal nostro parlare ed ascoltarci a vicenda!).
     Lei, così, con voce ora calma e sottile (Baby Jane appariva anche più serena ed aveva ripreso a sorridere) mi rispose dicendo:
     - Questa notte non arriverà, Sam; lei, la nostra stella, arriverà fra nove mesi e si chiamerà "Fortunata"!
     In effetti, era giunta quasi l'alba (le prime luci turchine e cremisi cominciavano a far capolino all'orizzonte) ma niente...E della stella, la nostra stella, non c'era ancora stata nessuna traccia: e non ci sarebbe stata, probabilmente, neanche se l'avessimo pagata a peso d'oro o avessimo ancora atteso, sdraiati sugli scogli, per altri mille anni1
     Così, dopo le ultime parole pronunciate da Baby, io e lei, come prima, ci sdraiammo sugli scogli; adesso, però, più stanchi morti di prima (forse, chissà, più morti che stanchi!), tenendoci per mano, in attesa di addormentarci: all'esercito dell'Anagrafe e alla nostra bambina, all'isola dei gabbiani e a tutto il resto ci avremmo pensato l'indomani!

    da: alcuni brani dei Jefferson Airplane, "l'unico aeroplano americano che non bombardò Saigon!".

    Taranto, 18 giugno 2013.

  • 21 luglio alle ore 16:02
    LA FIAMMELLA

    Come comincia: Corso Umberto, al tramonto, il passo è svelto. Purché non si addormentino muscoli e articolazioni, è l’ora dedicata a loro, data l’età. Sulla porta di un bar, una signora, in nero, si accende la sigaretta. Un bimbo, in braccio ad una ragazza, vicino a lei, è incantato dalla fiammella dell’accendino. La signora, in nero, soffia sulla fiammella, il bimbo scoppia in una risata. Nasce un ricordo. Anni ’60, Pronto Soccorso del Cardarelli, io, giovane medico, alle prese con la medicina degli imprevisti. Anziani infermieri sono i miei angeli custodi. Loro sanno tutto, io no. La solita confusione partenopea, sirene di autoambulanze, macchine che sgommano sulla rampa, volti ansiosi, gente trasbordata in barella, imprecazioni, lamenti, pianti, mani tra i capelli. Su quel lettino, difronte a me, arriva un po’ di tutto: ragazze, che hanno ingoiato acido, per amore, coliche addominali, infarti, ferite, sparati, pompieri sorpresi da una frana, semiasfissiati. I titolari del PS, i due chirurghi, nicchiano spesso. Si scelgono un intervento “pseudo-urgente” e se ne vanno. – “Raineri, fai tu, oggi!” - Se si sapesse che nel ’60, in alcune ore, il PS del Cardarelli era in mano al solo Raineri, cioè, solo a validi e anziani infermieri, pronti a suggerirmi il daffare! Ma ecco la scena, che mi è tornata in mente, questa sera, dopo quell’incontro. Un ragazzo, potrebbe essere uno dei miei figli, entra correndo. Ricordo ancora il biondo dorato dei suoi lineamenti. Una camicia candida, come il lenzuolo che ha tra le mani. Ma c’è qualcosa dentro. Un putto d’altare, questo frugoletto, uscito dal lenzuolo e deposto sul lettino. Mi sorprende subito la pelle, di un rosso violaceo, che non potrò mai dimenticare. - “E’ caduto nella vasca da bagno, colma di acqua bollente” - Il bimbo piange. Gli occhi, inondati da lacrime, sembrano voler uscire dalle orbite. Immagino la sua sofferenza. Il padre ha il volto contratto da un ansia dolorosa. Sembra chiedermi l’impossibile con il suo sguardo. Ustione di 2° grado, in oltre il 90%; la prognosi, per quei tempi, è infausta. Nessun reparto ustionati. Sorella Cinzia inizia a spalmare il Foille, l’unico medicamento disponibile. Il bambino, ora, emette una sola nota acuta, il padre piange in silenzio, fissando il figlio. Ad un tratto, estrae l’accendino e lo avvicina al volto del bimbo. Pochi centimetri dalla bocca. Esce la fiammella. Per un attimo, quasi una magia, il bimbo cessa di urlare. La mimica gli si ricompone in una fugace normalità. Ecco che soffia sulla fiammella, che si spegne. Il bimbo sorride, il padre pure. Si stanno fissando entrambi negli occhi. Due sorrisi fermano dolore e tempo.

  • 21 luglio alle ore 15:47
    La perla di Nettuno

    Come comincia: La scogliera era alta quasi 20 metri,di li a poco sarebbe finito tutto,non c'era più posto per lei in quel Mondo che da tanto tempo ormai non le apparteneva più.Paolo dopo 10 anni di fidanzamento aveva sposato un altra ed insieme a lei tutti i progetti fatti insieme ad Alma.Il salto fu breve ,mentre sentiva l'acqua invaderle i capelli,delle mani forti lafferraro per la vita,riportandola sulla terra ferma , non appena riuscì ad aprire gli occhi si trovò dinanzi un uomo .Egli era alto con la barba incolta,pelle abbronzata con una muscolatura da fare invidia al più celebre palestrato.<>l'uomo la guardò con il suo sguardo caldo e penetrante e le disse<>Questo strano signore doveva essere un veggente, oppure qualche abitante del posto.Quel posto non era stato scelto a caso,ella lo aveva scorto per caso in uno dei suoi servizi fotografici per la rivista per cui lavorava.tante volte quel mare incantato aveva fatto da sfondo per le foto delle sue modelle.In quei momenti tra una foto è l'altra che la sua mente desiderava che il suo ultimo viaggio finisse li.Alma si alzò in piedi è gli si avvicinò per ringraziarlo il suo odore era sensuale e travolgente che ad un tratto guardò il suo Salvatore nei suoi splendidi occhi azzurri e in me che non si dica di ritrovò con le labbra attaccate alle sue,ad un certo punto cadde in un sonno profondo.Erano circa le 18 quando si risvegliò,la spiaggia era deserta a farle compagnia c'erano solo alcune turiste che passeggiavano ed il rumore del mare.Lindomani mattina era nel suo ufficio pronta per effettuare un sopralluogo per la rivista per cui lavorava,parlando con una sua collega gli raccontò di quanto accaduto.La donna la guardò alquanto attonita e le disse che i luogo in cui era stata veniva chiamato la perla di Nettuno, e che il dio del mare non permetteva a nessuno di invadere la sua quiete e che ogni creatura che avesse tentato di disturbarlo l'avrebbe cacciata dal suo territorio.Nettuno teneva lontano le donne per paura dì innamorarsene è se una di esse lo avesse stregato ogni notte ella avrebbe sentito il fruscio del mare Alma ebbe la promozione che tanto aspettava,la sua carriera prese il volo, cancellò Paolo dalla sua vita, solo una cosa non cancellò,il ricordo di quel bacio meraviglioso.Non ci ritornò più in quel luogo incantato,ma ogni notte il fruscio del mare tornava a farle visita.

  • 20 luglio alle ore 11:35
    Come se ci fossimo amati

    Come comincia:  
    Il sole era ormai ubriaco del suo stesso esagerato calore. Cadeva in acqua tuffandosi piano sulla retta che separava il cielo dal mare di Sabaudia. Visibilmente affascinato da questa leggiadria, Saverio, nell’attesa di Fabiana continuava a seguire l’evoluzione di un tramonto per lui così importante. Probabilmente, in una sorta d’irriverente sfida, il pensiero era corso al “suo” mare di Pentimele, in quel di Reggio Calabria dov’era nato e dove aveva vissuto la giovinezza prima di trasferirsi a Roma. Il suo animo romantico ancora una volta non lo abbandonava e non a caso aveva voluto scegliere, sarebbe meglio dire imporre, lui, il luogo dell’incontro.
    “Pensavo non venissi.”
    “E perché mai? Ti dissi, se ben ricordi, che adoro questo tratto di spiaggia. Lo trovo riposante. Non c’è mai tanta gente e, per quanto isolato, un panino e una birra li rimedi sempre. Stasera poi alla vecchia pianola del bar c’è Nico, mio cugino.”
    Saverio guardò con insistenza la collega d’ufficio per registrarne l’aria che sentiva già gradevole. Come in cuor suo aveva sperato, quei capelli neri non erano stati legati alla nuca. Fluivano con garbo sulle spalle e sulle orecchie e in parte anche sulla fronte senza per questo sacrificare alla vista il verde degli occhi. Pantaloni e camicetta attillata, Fabiana vestiva di bianco e ciò gli appariva strano sapendo quanto quella donna amasse i colori. Per fortuna non aveva dimenticato di indossare il foulard smeraldo che a lui piaceva tantissimo. In quei ventotto anni vi era straripante bellezza da cogliere e custodire con cura.
    In azienda i primi approcci promettevano bene. Giorno dopo giorno s’infittivano. Si arricchivano di qualche confidenza in più e si coloravano d’intimità per via di certi tentativi di messa a fuoco, ancora timidi ma promettenti. E tuttavia, sul lavoro, stavano obbedendo al rituale rispetto dei ruoli e all’esigenza di trovare un comune riparo da occhi indiscreti e orecchie un po’ troppo deste.
    “Se penso al rientro in ufficio, sento già il gelo dell’inverno! Come sono andate le ferie? ” - domandò Fabiana.
    “Quando torno a Reggio, per me va sempre bene. Tu, però, goditi questi ultimi giorni e fammi la cortesia di non pensare al commendator Marengo.” - rispose Saverio, tradendo un tono pressoché paternalistico.
    Il viso di Fabiana s’incupì:
    “Non nominarlo, ti prego. Non sopporto quel vecchio fanatico e fargli da segretaria mi procura un senso di fastidio e disistima.”
    Tutte cose che Saverio sapeva, nonostante fosse trascorso poco tempo dalla sua assunzione come direttore editoriale della Maredit S.p.A.
    Scrittore di lungo corso, non poteva certo definirsi un romanziere di successo. A dire il vero, qualche riconoscimento importante non era mancato ma ciò di cui avvertiva costantemente l’assenza era l’ispirazione illuminata per un progetto narrativo di più alto respiro che pure aveva sempre inseguito. Così, forte di un’intensa esperienza maturata nei salotti letterari dell’Urbe, pensò bene di fare gavetta come critico letterario presso una piccola casa editrice e successivamente presso un’altra, più grande, che gli consentì di fare un buon salto di carriera accettando la Maredit. I suoi cinquant’anni, considerata la crisi economica, erano quindi ben difesi in attesa di tempi migliori. Di contro, sotto altri aspetti più personali, quell’età nascondeva notevoli insidie. Qualche storia d’amore di buona intensità e un’altra, più seria, non furono del tutto fortunate e non è il caso adesso di andare a cercare i motivi e i colpevoli. Abituato da sempre a stare in mezzo alla gente, era cosciente del fatto che vivere da solo non lo realizzava compiutamente. Del single riusciva, però, a cogliere certi vantaggi. Si appropriava di un senso di più ampia libertà che lo metteva nelle condizioni di sgocciolare ugualmente un’esistenza dignitosa in cui c’era spazio per i rapporti umani e per qualche amicizia da coltivare.
    In questo collaudato microcosmo, Fabiana era un’opportunità da non trascurare e nel cuore di Saverio, man mano che i due si conoscevano meglio, quella donna ora rischiava di andare a occupare uno spazio delicatissimo. La sensibilità di Saverio costituiva un pericolo per entrambi. In lui la predisposizione a percepire in anticipo reazioni e contro reazioni dell’animo umano, tracciava un viatico di sofferenza affettiva. La serietà che riversava nel fiutare e sentire amore verso l’altro sesso rappresentava un freno nella capacità di prendere iniziative convincenti per dar vita a un serio rapporto.
    In Fabiana, l’iniziale approfondimento di pregi e difetti caratteriali e il passaggio a una comune visione intima e reciprocamente gratificante, incuteva timore. L’ultima delusione sentimentale, di cui aveva parlato a Saverio, le aveva lasciato un segno netto, inconfondibile, una cicatrice ancora lungi dal sentirla guarita.
    Intanto il sole stava completando il suo tuffo. I lampioni e l’insegna del piccolo bar presto si sarebbero accesi.
    “Dai! Avviciniamoci un po’ a riva.” - disse Fabiana la cui attenzione era stata catturata da una barca con i fianchi verdi e azzurri e sulla quale un pescatore stava sbrogliando una rete.
    “Ascoltami mio caro Saverio. Se tu guardi attentamente quella rete, vedi me. Io sono tutta ingarbugliata e devo trovare il bandolo per liberarmi.”
    “Posso provarci io, posso farcela.”
    “No! Devo farlo da sola. Soltanto così potrò ritrovarmi integra, pronta per sentirmi utile.”
    “Non so se mi sto innamorando di te, ma so che se mi sto innamorando di te è giusto dirtelo.”
    “Cos’è? Un meraviglioso incipit per il tuo prossimo romanzo?”
    “No, Fabiana. È Saverio Marra che ti sta parlando qui in riva al mare, in questo fine agosto e davanti a questo sole che prima di tramontare del tutto vorrebbe essere testimone di quanto ho detto.”
    “La tua è un’affermazione che mi pare non richieda risposta, o sbaglio?”
    “Richiede comunque una replica, qualunque essa sia.”
    “E allora concedimi di dirti anch’io una cosa… non so se non mi sto innamorando di te, ma so che se non mi sto innamorando di te è giusto dirtelo.”
    Il viso di Saverio si rabbuiò:
    “Che sciocco sono stato a prefigurarmi una bella storia. I sogni d’amore sono sempre i più difficili da realizzare. Diventano utopie quando si vorrebbero fondere armonicamente cinquant’anni da una parte e ventotto dall’altra. Scusami Fabiana. Sono un ingenuo, un romantico perdente.”
    “Non mi sento pronta per questo viaggio da fare insieme ma sappi che ti voglio bene. Se anche tu me ne vuoi, ho un’idea meravigliosa.”
    “Dimmi.”
    “Tu scrivi bene, sto leggendo il tuo ultimo libro.”
    “Non capisco cosa c’entri con l’idea meravigliosa…”
    “Quando tornerai a casa, accendi subito il PC e fai lavorare la tastiera senza sosta. Dai inizio a un nuovo romanzo, al nostro romanzo. Racconta questa nostra storia e portala a compimento, esattamente per come l’avevi immaginata. Vedrai, sarà come se ci fossimo amati.”
    Saverio annuì non senza averle prima dato un bacio.
    Sulle note di “Perdere l’amore” di Massimo Ranieri, Fabiana lo afferrò per un braccio, gli sistemò il giubbotto blu, gli passò una mano sui baffi, gli accarezzò i capelli brizzolati e spalancò un sorriso:
    “Forza Saverio, andiamo ad ascoltare la pianola di Nico. Stasera offro io: una pizza, una birra, un caffè e del whisky. Ma non farci l’abitudine, eh!”
    Il sole affondava l’ultima parte di semicerchio. Il mare già faceva da guardiano alla sera che, quieta, avanzava per fare spazio alla notte.
     

  • 19 luglio alle ore 9:41
    L'ALTRA SPONDA

    Come comincia: Erano nati in una cittadina in provincia di Agrigento, per Salvatore e Grazia la cicogna aveva scelto la culla giusta nel senso che i genitori erano ricchi e rispettati in paese. Salvatore in passato era stato eletto Sindaco quasi all’unanimità per la sua  simpatia e soprattutto perché aveva aiutato, specialmente durante la guerra le persone meno abbienti. Salvo godeva la fama di donnaiolo e talvolta era stato ‘graziato’ da qualche marito ‘cocu’, cosa che per un meridionale era il massimo dell’indulgenza. La nascita di un loro figlio maschio era stata una notizia presto appresa in tutto il paese, gli sarebbe stato imposto il nome di Stefano come il defunto nonno paterno che era stato il principale ‘artifex’ della ricchezza, i maligni affermavano anche con metodi non proprio corretti ma per le persone abbienti la memoria storica ben presto di affievolisce. Stefano cresceva coccolato da tutti, aveva la sua stanza dove invitava gli amici, i migliori vestiti erano per lui. Purtroppo andando avanti nel tempo le sue preferenze in fatto di giocattoli erano divenute particolari nel senso che preferiva le bambole ai carri armati al pallone e ad altri trastulli non propriamente maschili. Anche l’aspetto era piuttosto femmineo situazione fatta presente da Roberto,  medico di famiglia ai genitori che all’inizio non diedero molto importanza alla situazione ma passando il tempo si allarmarono e chiesero aiuto a Roberto che, anche se giovane era ferrato in fatto di psicologia. Il suo responso:”Miei cari non posso darvi buone notizie, non ci sono cure che possano modificare la natura di Stefano, lui è nato con un corpo di maschio ma col cervello di femmina.” Disperazione totale soprattutto da parte di Salvo, proprio a lui, gran conquistatore di donne doveva capitare un figlio…non voleva nemmeno pronunziare quella parola. Per evitare scandali Stefano, per gli studi, fu inviato in un collegio di una città del nord dove nessuno lo conosceva, i paesani non commentarono la cosa,  pensavano che al nord ci fossero i migliori insegnanti non sapendo che gli insegnanti più preparati erano siciliani emigrati per mancanza di posti di lavoro nella loro  terra. Stefano non tornò più al suo paese, i genitori andavano loro a trovarlo. Grazia cuore di mamma aveva accettato la diversità di suo figlio, non altrettanto Slavo che decise, dopo gli esami di maturità classica di Stefano di farlo entrare in seminario. Nessuna ----da parte del figlio che sapeva che anche fra nella ‘famiglia’ dei sacerdoti c’erano anche omosessuali e ela sua natura sarebbe stata tollerata. Stefano era eccelso negli studi, ben presto fece carriera e diventò prima vicedirettore poi direttore di una collegio di frati dove c’erano scuole per studenti sino alla maturità. Domenico, uno studente  era bravo sia negli studi che nello sport, aveva un bel fisico e due volte la settimana si allenava in palestra. Stefano lo adocchiò, talvolta lo invitata nel suo studio privato, all’inizio qualche carezza poco paterna, pian piano rapporti sempre più ravvicinati sino a quelli sessuali. Domenico era bisessuale, aveva accettato la ‘corte’ del direttore per motivi economici, la sua famiglia non era benestante come quella di Stefano il quale provvedeva a pagare la retta del collegio e tutte le spese del giovane amante. I superiori erano venuti a conoscenza della liaison dei due,  come per altri analoghi casi evitarono lo scandalo, nessuna pubblicità. Mimmo, conseguita la maturità classica si scrisse all’Università in lettere, tutte le spese sempre a carico di Stefano che si era innamorato dell’allievo, lo andava a trovare nella stanza che aveva preso in affitto, purtroppo perlui raramente, non voleva suscitare pettegolezzi, in quel periodo a carico dei sacerdoti ce n’erano moltissimi un po’ in tutto il mondo cattolico. Una novità per telefono: “Caro don Gaetano mi sono fidanzato con una collega di studio, si chiama Angela ed è un Angelo di nome e di fatto, piacerà anche a te.” “L’altro sesso per un omosessuale non è il massimo della felicità, Stefano non era da meno ma ingoiò il rospo, immaginava che prima o poi. Quando  riprese il sangue freddo ebbe una pensata, se Mimmo si fosse sposato avrebbe avuto una casa sua dove poterlo ‘contattare’,  il problema era la ragazza ma forse dinanzi al dio denaro…” Mimmo accettò con entusiasmo la proposta di don Gaetano, more solito per le spese avrebbe pensato tutto lui. Dopo due mesi, sistemate tutte le pratiche burocratiche Mimmo e Angela fissarono la data delle nozze alle quali furono invitati anche i genitori di Stefano che giunsero a Roma in aereo. Le nozze furono celebrate in chiesa presenti oltre che don Gaetano rigorosamente vestito da prete e Salvatore e Grazia con le lacrime agli occhi, avrebbero preferito che al posto dello sposo ci fosse stato il loro figlio. “Caro don Gaetano siamo a Parigi ma qui il tempo è piovoso e torneremo presto.” “Non ti affaticare troppo…” fu la risposta di Stefano in crisi di gelosia. L’abitazione scelta dai neo sposi era in via Merulana, quando l’avevano lasciata era senza mobili ma al ritorno sorpresa sorpresa la trovarono ammobilita modernamente, un bijou. “Caro don Gaetano, siamo ritornati, grazie per aver sistemato casa nostra, oggi è venerdì, se ti va passerai il week end da noi. “ Stefano prese tanto alla lettera l’invito che alle otto di sabato suonò alla porta dei due neo sposi. Aprì Angela scarmigliata e sbadigliando: “Scusa se sembro la strega di Benevento, siamo due pigroni, Mimmo ti raggiungerà, accomodati nel salone.” “Passò più di una mezz’ora quando il buon Mimmo sbarbato e profumato di doccia entrò nel salone: “Benvenuto, oggi mangeremo a casa, Angela si è dimostrata brava in arte culinaria.” Non volendo Mimmo si era esibito in una battuta rilevata da Stefano che per prendersi un anticipo di quanta già  progettato baciò in bocca il padrone di casa. Mimma da lontano vide la scena, anche se preparata a quello che sarebbe successo fra di loro rimase sconcertata, non aveva pensato ai particolari. “Cara questo è un contratto di acquisto di questa abitazione, è a nome di Mimmo, il mio regalo di nozze.” Mimma istintivamente baciò in bocca Stefano che rimase perplesso, non aveva mai avuto un rapporto con una donna ma in fondo non gli era dispiaciuto. “Appena giro le spalle mi fai becco, bell’amico…sto scherzando, anche Angela ti vuole bene, staremo bene insieme per molti anni, spero.” Alla fine del pranzo altra novità: “Come forse saprete a Roma il servizio pubblico dei trasporti è perlomeno carente, ho pensato di regalarvi una Mini, a me piace, ed a voi?” Questa volta fu Mimmo che abbracciò e baciò Stefano, anche Angela lo seguì, Stefano andò in confusione sessuale. Angela: “Ho preparato il letto matrimoniale, le lenzuola profumano di violetta, me l’ha insegnato mia madre, io vorrei stare al centro…” Nudismo totale dei tre, Angela notò che don Gaetano in fatto di sesso era piuttosto ben fornito, meglio di suo marito e fece i complimenti all’interessato che però preferì il popò di Mimmo per lubrificato dall’interessato, Passaggio in bagno e poi fu la volta di Stefano di porgere le terga per poi eiaculare in bocca di Angela, una prima volta da sogno. La mattina presto mentre i due maschietti ancora dormivano Angela andò in cucina a preparare la colazione,  fu seguita da Stefano con ‘ciccio’ in erezione, senza parlate le abbassò gli slip e piegatala in avanti  entrò nella sua topa  eiaculando a lungo sino al collo dell’utero, una goduria anche per lei. Senza profferir parola Stefano si sedette a tavola e recuperò le forze con una robusta colazione a base di cornetti…siimili a quelli che aveva posizionato sulla fronte di Mimmo! Stefano ritornò a letto e riprese a dormire, qualcosa era cambiata nel suo cervello. Quando Mimmo andò in cucina a far colazione trovò Angela seduta con lo sguardo perduto nel vuoto, capì che era successo qualcosa di inusitato.“ “Alla faccia del frocio, l’amico tuo me l’ha infilato senza preservativo e mi ha goduto pure dentro, ci manca solo…” Mimmo la prese sul ridere: “Lo sai che i figli dei preti sono i più fortunati nella vita, così si dice a Roma.” Miracolo avrebbero detto i credenti, don Gaetano anzi Stefano si era scoperto bisessuale, ritornato al collegio scrisse una lettera di dimissioni al Vescovo adducendo motivi personali non specificati, la previsione di Mimmo si avverò, Angela restò incinta probabilmente di Stefano che, lasciati gli abiti talari si iscrisse all’Università anche lui in lettere, trovò un’altra Angela., mise incinta pure lei pur rimanendo affezionato a Mimmo nel senso di…La ‘resurrezione’ sessuale di Stefano non era stata  festeggiata da Salvo e da Grazia, passati nel frattempo a miglior vita (si fa per dire) senza aver avuto la soddisfazione di poter conoscere i nipotini.

  • 19 luglio alle ore 9:37
    AATA LA THAILANDESE

    Come comincia: “Michele sono Corrado come stai?”  “Finalmente ti ricugghisti, sono due mesi che manchi da Roma, ce n’avrai di cose da raccontarmi.” “Intanto cerca di dimenticare il siciliano che qui ti prendono per burino, son qua, mi sono innamorato dell’estremo oriente…” “O di qualche bella thailandese, stasera vieni a casa mia con Altea, Barbara vi farà trovare una cena alla siciliana con tanto di vino  bianco dell’Etna, non vedo l’ora di ascoltare le tue avventure, a stasera.” “Siete abbronzatissimi come la canzone,  Altea oltre le lingue che insegni a scuola hai imparato quella locale?” “Mangiamo con calma poi ti riferiremo.” “Allora mes amis comincio io poi mia moglie, anche lei s’è presa una parte di divertimento particolare, inutile dire che quanto vi racconterò dovrà restare fra di noi, anche voi siete anticonformisti e quindi penso non vi meraviglierete troppo delle vicende che ci sono capitate. Eravamo alloggiati all’hotel Equatorial,  tutto perfetto dai locali al personale, il direttore Arthit che ho saputo vuol dire uomo del sole, era sempre disponibile anche quando gli ho chiesto di indicarmi un locale dove potessi trovare ragazze giovani e disponibili, mi ha consigliato lo ‘Smalls’ che ho raggiunto in taxi. Il portone d’ingresso mi  è stato aperto da uno scimmione, sicuramente il buttafuori che col suo aspetto sconsigliava chiunque a non rispettare le regole del locale. Nella sala successiva sono stato accolto con un inchino da una donna di mezza età  Maeva che vuol dire benvenuta, parlava anche italiano il che significava che i nostri compaesani erano di casa in quel locale. Mi ha accompagnato in un salone vicino dove sostavano varie ragazze giovanissime che indossavano solo una minigonna a fiori, niente slip, tutte sorridenti ed ovviamente disponibili. Stavo per sceglierne una quando da dietro una tenda ne è sbucata un’altra che mi ha preso per mano e mi ha portato in una stanza poco illuminata, niente tette come le ‘consorelle’ ma un viso signorile ed accattivante. ‘Ciccio’ more solito subito in armi, mi sono sdraiato su un letto supino, la ragazzina si è posizionata sopra di me ma con mio stupore ha preferito farselo infilare nel ‘popò’ anziché nel fiorellino. Sessualmente era piuttosto brava ed ebbi due orgasmi di seguito, mi accorsi che anche lei mi aveva seguito su quella strada ma meraviglia delle meraviglie la ragazza aveva un pisello in erezione piccolo ma lungo. Rimasi nel popò della ragazza pardon del ragazzo sino a quando lui decise di cambiare posizione, non parlando io la sua lingua e lui la mia con le mani giunte ed un inchino mi fece capire che avrebbe voluto entrare nel mio, capite nel mio popò e fece segno con le dita che mi avrebbe dato del denaro. Dentro di me mi venne da ridere, accettai curioso di quello che avrei provato: come del solletico, il ragazzo aveva un pene da bambino anche se lungo più del normale. Eiaculò a lungo nel mio popò muovendo nel contempo il mio‘ciccio’ che ebbe un orgasmo provando però una  sensazione nel mio didietro mai avuta. La storia ebbe una fine inaspettata: il ragazzo mi fece attraversare dei corridoi ed infine giungemmo all’aperto dove una Rolls Roys era posteggiata con tanto di autista che ci aprì la portiera posteriore per farci entrare. Durante il viaggio toccai un spalla all’autista dicendogli: hotel Equatorial, nel frattempo il ragazzo aveva preso a baciarmi deliziosamente in bocca, ci sapeva fare ed aveva una saliva profumata. Fermata l’auto dinanzi all’albergo, ultimo abbraccio e bacio, tornai nella nostra camera dove Altea mi aspettava ansiosa. ‘Aspetta che riprenda fiato, poi ti racconterò la mia avventura. Invece così non fu perché mi addormentai. La mattina fui i primo a risvegliarmi, dopo la doccia andai al bar, avevo bisogno di ricaricarmi, c’erano dolci per tutti i gusti oltre che caffè e cappuccini. Stavo finendo di mangiare quando fui raggiunto da Altea in piena forma. “Riempio il pancino e poi sarò tutt’orecchie.” La misi al corrente dell’accaduto senza tralasciare nulla, ed ora un vostro giudizio.” “Chi siamo noi per giudicare, l’ha detto anche Papa Francesco figurati noi che siamo atei, penso che la storia non sia finita lì dato che siete mancati per due mesi.” “Infatti usciti  dall’albergo siamo stati affiancati dalla solita Rolls Roys da cui è sceso un uomo  che: ‘Sono Irima segretario del mio signore Chakrii che desidera ospitarvi nella sua villa qualora voi siate accondiscendenti. Il mio signore è il padre di Aata che lei ha conosciuto ieri sera, l’auto è a vostra disposizione.” Stretta di mano fra i tre e dopo circa mezz’ora arrivo in una spianata dove al centro sorgeva una villa stupenda circondata da un boschetto  con piscina, roba da Mille e una Notte. Era venuto  incontro  un signore circa quarant’enne vestito in modo tradizionale thailandese, strette di mano ed una frase all’interprete in lingua locale, l’interprete Irima tradusse le parole del padrone di casa: “Benvenuti, sarete miei ospiti sin quando vorrete, sono il padre di Aata che sta ancora dormendo, non vi annoierò facendovi visitare il mio castello, andiamo sotto il fresco degli alberi, vi prego di telefonare al vostro albergo per autorizzare il direttore a far ritirare il vostro bagaglio ad un mio autista.” Corrado ed Altea alloggiati in un camera grande e ben arredata sistemarono il loro vestiario  negli armadi poi discesero on costume da bagno in piscina, quello di Altea riecheggiava quelli brasiliani con gran sorriso di Chakrii che evidentemente aveva gusti diversi da quelli del figlio. Sempre tramite interprete: “Il signore avrà conosciuto da vicino Aata, non intendo che frequenti uomini locali e quindi l’ho indirizzato nella casa di Maeva dove entrano solo stranieri. Apprezzo la vostra bellezza e signorilità, se il signore permette andrò a fare una passeggiata nel mio boschetto con sua moglie.” Corrado  ad Irima: “Dove hai imparato così bene l’italiano?” “Ho frequentati l’università a Perugia,mi sono laureato in lettere, avrei potuto rimanere in Italia ma il richiamo della mia terra… Non interpreti male le azioni del mio signore, vuole molto bene a suo figlio perché sa che non può cambiare la sua natura e cerca di aiutarlo senza fargli correre pericoli di incontri con persone sbagliate. Inutile dirvi che sono sempre a vostra disposizione per qualsiasi vostra esigenza.” (Per Corrado frase sibillina). In giro non si vedevano personaggi di sesso femminile, anche a tavola servivano degli uomini in costume tradizionale. Finito il pranzo Chakrii venuto a conoscenza che Altea era insegnante di lingue, le parlò in inglese con sorpresa di Corrado che di lingue conosceva solo l’italiano e il…romanesco. Aata prese per mano Corrado che capì l’antifona ed alzando ambedue le braccia fece capire al ragazzo che ne aveva avuto abbastanza la sera prima, restarono abbracciati, Corrado pregò ‘ciccio’ di stare alla cuccia. Il padrone di casa e Altea ritornarono sin quasi all’ora di cena, madama era senza rossetto alle labbra che evidentemente erano state usate per usi ‘impropri’. In camera prima di cambiarsi per la cena e per sistemarsi il trucco Altea si sbottonò: Ciari o come si chiama voleva entrare nella ‘gatta’ ma mal gliene è incolto, ho le mestruazioni e quindi si è accontentato di due pompini.” “Uno non gli bastava?” “Che fai il geloso, il signore ha promesso di fare un bel regalo a me ed a te, sono curiosa.” La mattina Chakrii sparì dalla circolazione con la macchina e l’autista, ritorno alle dodici con due pacchetti in mano. Alla fine del pranzo sempre tramite Irima: “Miei ospiti vi prego di accettare questi modesti regali per omaggiare la vostra presenza nella mia modesta abitazione, questo è per te Corrado.” L’interessato aprì il pacchetto e rimase basito: un Rollex di grandissimo valore anche perché d’oro. Il regalo per Altea non era da meno anzi, aprendolo l’interessata rimase senza fiato, una prezziosa collana di perle e di smeraldi. “Cara con questo ti giochi pure il popò!” L’interprete non tradusse, solo un contenuto risolino. Madame ebbe l’onore di farsi inaugurare il popò dal padrone di casa che si era organizzato anche con un vibratore per il doppio gusto, un uomo raffinato in fatto di sesso. I vibratori in casa Chakrii erano di casa,  Aata ne possedeva addirittura due: uno più grande e l’altro più piccolino che usava nel popò di Corrado quando lo stesso penetrava nel culino del giovane. Insomma quasi ogni notte lo spettacolo era sempre lo stesso o variava di poco. I bei giorni passarono in fretta, Corrado aveva affari in sospeso con i supermercati anche se in sua assenza prendeva le redini degli affari  Spartaco un suo dipendente fidato. Saluti di arrivederci e non di addio fuori della villa, niente scene in aeroporto Chakrii era molto conosciuto. Casa mia, casa mia non si poteva dire che pur piccola tu sia perché era molto grande. Altea con piacere si accorse che era in ordine e pulita, Gina la cameriera era al loro servizio da molto tempo ed affezionatissima ai due coniugi. Sistemati i suoi affari Corrado ricevette una telefonata da parte di Irima: “Ci sono delle novità: Aata si è innamorato di te e vuole venire a Roma, suo padre è titubante ma lui insiste, ieri è stato accontentato ma Chakrii vuol sapere se sei d’accordo.” “Rassicura il tuo padrone, suo figlio sarà ben accolto da me e da Altea, facci sapere quando arriverete all’aeroporto di Fiumicino. Era una calda giornata di agosto, Corrado era nella sala di aspetto dell’aeroporto, l’aereo portava un’ora di ritardo, l’aria condizionata funzionava a pieno ritmo, troppo per Corrado che preferì stare sotto l’ombra della pensilina. Irima e Aata furono gli ultimi ad uscire dall’aereo, Irima si diede da fare per rintracciare i bagagli, la Jaguar di Corrado era per fortuna all’ombra. Un bacio in bocca di Aata a Corrado che invitò Irima a fargli capire che non erano a Bangkok e che lui era conosciuto. I due thailandesi erano in abiti occidentali, i loro costumi nazionali erano stati spediti in bauli via aereo, sarebbe giunti nei giorni successivi. Dopo  cena sempre tramite Irina costantamente presente, Corrado fece capire che quella notte tutti avrebbero solo dormito, Aata si mise a piangere come un femminuccia e fu gioco forza accontentarlo, andò in camera di Corrado con relative conseguenze. Altea scacciata dal talamo coniugale scelse una stanza degli ospiti e quando stava poer mettersi a letto sentì bussare alla sua porta. Incuriosita non immaginava chi potesse essere, si trovò dinanzi Irima che con notevole faccia tosta: “Signora non riesco a prender sonno, forse mi ci vorrebbe una camomilla, mi può lei aiutare?” “Furbacchione dei furbacchioni mi prendi per il culo…ossia vorresti ma Altea sai che ti dice?”  “Ho capito, no, buona notte!” “An’ becille, entra e datti da fare, sono stanca di mio marito che si inchiappetta e si fa inchiappettare da un ragazzino!” La mattina successiva tutti si alzarono tardi, era domenica e Gina non andava a casa dei due coniugi che erano stanchi ma felici, Irima disse una frase in tailandese a Aata che si fece una lunga risata. Nessuno dei due coniugi chiese il motivo, si poteva intuire. Un giorno Irima chiese di poter andare a Perugia, dove aveva studiato per incontrare qualche vecchio amico disse lui. Corrado lo accompagnò, non voleva prestargli la Jaguar, presero alloggio all’hotel San Gallo, ognuno in una camera singola. Irima era riuscito a riagganciare un suo antico amore, Silvana che non si era sposata, non aveva dimenticato il bel thailandese. Ambedue nella camera d’albergo di Irima sino alla mattina seguente quando al bar incontrarono Corrado. “Cara questo è Corrado un amico che ho conosciuto nella mia terra, qualora avessi bisogno di qualcosa puoi rivolgerti a lui, è una persona per bene.” Corrado nel viaggio di ritorno si domandò cosa potesse essere successo in casa sua durante la sua assenza, mai poteva immaginare che Altea ‘sconcicasse’ per dirla alla Michele il giovane Aata che invece,  per curiosità si era trasferito  nel letto della signora sua ospite e aveva  preso a baciarla in bocca, sulle tette e sul fiorellino non tralasciando il vibratore, insomma era diventato un bisessuale. Tornando a casa Corrado trovò la moglie estremamente allegra e sorridente solo che non voleva direi motivo ma infine capitolò, raccontò al marito il rapporto sessuale avuto col piccolo Aata ovviamente con  gran meraviglia di Corrado che non pensava di dover portare le corna oltre che dal padre anche quelle del figlio omo. Conclusione in parte inaspettata: Irima rimase a Perugia, Corrado con Altea ed il piccolo Aata rientrarono a Bangkok con gran piacere di Chakrii che non aveva dimenticato le ‘grazie’ della bella signora romana ed anche perché il figlio poteva ancora fruire delle prestazioni di Corrado che talvolta si rivolgeva anche alla legittima consorte per…Corrado era preoccupato per l’andamento dei suoi supermercati, risposta rassicurante: “Dottore dove c’è Spartaco non se move foja che Spartaco non voja!”

  • Come comincia:  Castellarano è un piccolo centro di appena cinquemila anime, in gran parte artigiani (falegnami) e contadini. Si trova a quasi trenta chilometri dal capoluogo, Reggio nell'Emilia, nella valle del fiume Secchia, non molto distante dal confine con la provincia di Modena.
     Era l'estate del 1944, la scuola ormai un lontano ricordo: nonostante fossimo in guerra da diverse stagioni e nonostante i rastrellamenti fossero, in diverse zone della bassa emiliana all'ordine del giorno, ci aspettava (secondo le nostre ingenue intenzioni) un periodo di sospirate vacanze, e di altrettanta sospirata spensieratezza, più o meno duraturo. Io e i miei compagni, Aldo Balugani e Giovanni Piacentini, i quali mi chiamavano "il turacciolo" per via della mia statura ridotta oppure "il segaiolo" per ovvi motivi, e sono, a loro volta, più grandi di me di un anno soltanto (avevano appena frequentato la prima avviamento - mentre io ero ancora alle elementari - alle scuole Virgilio di Scandiano, comune che sorge quindici chilometri più a nord rispetto al nostro, sulla destra del torrente Tresinaro: da sempre una acerrima ma sana rivalità ci legava agli "scandianesi" i quali, per chi non lo sapesse, sono, purtroppo - per loro colpa, non certo a causa nostra - concittadini dell'illuster poeta Matteo Maria Boiardo e dell'altrettanto lustrissimo naturalista Lazzaro Spallanzani) eravamo nel parco a giuocare, insieme ad altri dieci o dodici putei reduci tutti dalle fatiche didattiche dell'anno scolastico appena scorso, in gran parte all'insaputa dei nostri genitori e dopo aver sterminato, col famoso ed infallibile metodo del "cappio sempre pronto", ranocchie e lucertole del circondario: con un pallone di pezze e stracci rammendato dalla nonna materna di Aldo, la Caterina Zampieri, di certo la più abile sarta e cuoca del paese (prepara, bontà sua, tortellini di zucca al bacio, inoltre le più buone tigelle e crescentine col pesce fritto nella zona) alla bella e meglio (o "alla carlona", come era solito dire mio nonno paterno Casimiro, ultra ottuagenario ancora arzillo e pimpante, col radar "avvistafemmine" sempre all'erta e grande fumatore di toscani nonché bravissimo, sino a qualche anno prima, a suonare l'ocarina ai Festival del Popolo, alla "sagra del vino" di Castellarano e Roteglia in settembre o nelle balere della bassa reggiano-modenese, site a nord ed a sud del Secchia, finanche nella valle dell'Enza). Quella mattina era serena e tersa, la prima della stagione, in verità, di tempo bello; la notte precedente, invece, un temporale aveva squarciato il cielo per diverse ore ed allagato la campagna in alcune zone vicine. Correvano le nove e quaranta quando, ad un tratto, mentre io e Giovanni discutevamo su un tiro alla palla venuto male, l'Aldo fischiò forte e gridò poi a squarciagola (sembrava peggio del Ligabue di Gualtieri quando è fuori di testa!): - Ragazzi, presto, guardate là, dietro di voi.
     Al che, io e Giovanni ci girammo (così pure fecero gli altri) e...per poco non ci venne un colpo, a noi ed a tutta la sgangherata combriccola! Aveva proprio ragione, cazzo, quel malandrino del nostro compagno: quattordici aerei a due code, i famigerati "stuka" tedeschi della Luftwaffe avanzavano, infatti, a tutto spiano e dritti dritti verso di noi.
     
    La sigla stuka (dalla parola composta e quasi impossibile da leggere, Sturzkampfflugzeug) indicava il famoso aeroplano da bombardamento in picchiata, di cui fecero largo impiego i tedeschi nella seconda guerra mondiale. Questo aereo, noto anche con la sigla di Ju 87 (dalle iniziali dell'ingegnere Hugo Junkers, appunto, che cominciò a costruirli nella sua fabbrica sin dai primi anni del Novecento), ebbe come caratteristiche medie: lunghezza m. 11,6; apertura alare m. 13,8; un motore di 1400 HP; due uomini di equipaggio; due mitragliatrici calibro 7,9 come armamento e la possibilità di trasportare una o più bombe sino ad un massimo di 2000 kg. di peso complessivo.

     Facemmo in tempo a nasconderci dietro alcune grosse balle di fieno arrotolate nel campo e loro [gli stuka maledetti, s'intende], dopo aver sorvolato rapidamente il castello, cominciarono a sganciare bombe per abbattere il ponte alla periferia del paese, quello che tutti dalle nostre parti eran soliti nominare "il ponticello", ed il quale collega Castellarano alla frazione di San Michele dé Mucchietti, sul versante modenese del Secchia (ovvero, uno dei molteplici affluenti destrorsi del Po). A dire il vero, quella mattina molti di noi (anzi, direi proprio tutti!) non capirono affatto il perché ai crucchi fosse balenata l'idea malsana di bombardare quell'insignificante ponte: alcuni, però, lo capirono in seguito alle spiegazioni dei genitori oppure diversi anni dopo a guerra finita, in età adulta. Quel ponte, infatti, proprio quel precipuo ponte aveva una importanza strategica notevole ed ai tedeschi, si sa, quelle cose, ossia i particolari irrilevanti ai più, non sono mai sfuggiti nel corso della storia: esso, infatti, immette il traffico pesante, militare o meno, a nord-est, sulla statale 486 delle Radici che porta a Sassuolo, a Rubiera, infine a Campogalliano, importantissimo snodo viario e doganale alle porte di Modena; mentre, in direzione opposta conduce, lungo la statale 467, a Reggio Emilia...Ecco chiarito, dunque, l'arcano!
     - Copritevi le orecchie con le mani, - esclamò Aldo a noi tutti, agitatissimo. - Altrimenti rischiate di diventar sordi! (Per me, quello, sarebbe stato un inconveniente mica da poco, visto che già rischiavo di diventare orbo: a furia di troppo segarmi, infatti, i più grandi, compreso mio padre Augusto e mio nonno, dicevano che avrei perduto l'uso della vista da entrambi gli occhi!). Aveva ragione, diamine, quel testa matta di Aldo, ancora una volta: le bombe cadute facevano proprio un bel baccano d'inferno. Tutti ci coprimmo le orecchie con entrambe le mani: nel caso opposto, sicuramente i timpani sarebbero saltati  ad ognuno di noi. A un certo punto del ballo in maschera...pardon, del balletto, uno di noi (era Saverio, il più matto di tutti), rischiando letteralmente le palle e la pelle, salì sulla balla più alta ed alzandosi in piedi esclamò:
     - Se avessi una pistola ve la farei vedere io, maledetti! (come se una pistola avrebbe potuto scalfire mostri volanti di siffatta forza e dimensione!). A quel punto gridammo in coro:
     - Ehi, testa d'un asin, scendi giù di lì se ci tieni alla tua testaccia vuota! - Saverio, così, a quelle parole, forse rinsavito all'improvviso o colto, chissà, da un momentaneo lampo di ragione, ci ascoltò e si nascose insieme a noi.
     Venti minuti, forse mezz'ora dopo, chissà, (nessuno di noi aveva la benchè minima percezione del trascorrere del tempo dato che, tra l'altro, un orologio non sapevamo neanche di che forma fosse fatto!), tutto l'ambaradan era bello e finito. I danni, purtroppo, e le vittime, furono tanti: si contarono ben trentadue morti e centoventi feriti tra i civili, nel circondario. La casa di ognuno di noi subì danni rilevanti: quella di Saverio fu del tutto distrutta e lui, insieme alla sua famiglia, andò via da Castellarano. Qualche mese dopo sapemmo che erano espatriati in Francia, nella zona di Mentone, regione della Provenza (quella famosa per il profumo ricavato dalla lavanda), dove abitava una sorella della madre. Anche  il campanile della chiesa madre del paese subì danni rilevanti: don Matteo Salvini, il parroco, originario di Cerreto dell'Alpi, paese a novecentoquindici metri sul livello del mare (tutti lo chiamavano in paese "il montanaro" o "prete della montagna"), nell'alta valle della Secchia, di fianco all'Alpe di Succiso e ai magnifici laghi Cerretani, da mane a sera bofonchiava e sbuffava come una vecchia locomotiva. Due giorni dopo, lo stesso Giovanni lo sentì, nascosto che era dietro un'aiuola nelle vicinanze della chiesa, proferire queste peccaminose parole:
     - Maiale cristo, che muoiano secchi tutti i tedeschi ed i loro figli!
     Evidentemente tutti siamo esseri umani, e siamo, chi più chi meno, imperfetti a questo mondo: altrettanto evidente è il fatto che "l'abito, quasi mai faccia il monaco" (o, in questo caso, il prete).
     Per la cronaca, però, è da dire, solennemente, che noi tutti (il gruppo di quei discolacci) finimmo la partitella, dopo il bombardamento (è proprio il caso di dire: "incoscienza dell'adolescenza!"), quella mattina: la maggior parte di noi, al ritorno dalle famiglie a casa, subì rimbrotti e randellate col manico di scopa (con pieno merito visto che avevamo rischiato la nostra vita e messo a repentaglio, seriamente, quella dei nostri genitori a causa di un coccolone che li avrebbe potuti cogliere per lo spavento di saperci in pericolo!). La mamma di Giovanni rischiò addirittura la galera a vita, mentre lui, invece rischiò letteralmente di essere decapitato: colei, infatti, li lanciò contro, quando rientrò a casa, il ferro da stiro in lega di ghisa e ferro senza far centro...la testa fu salva, ovviamente!
     Quella, purtroppo, non sarebbe stata la sola disavventura a capitarci  durante quella fatidica estate: che noi tutti, invece, credevamo (immaginavamo, speravamo) sarebbe trascorsa abbastanza tranquilla!
     La terra, nella valle del Secchia come lungo tutto il confine reggiano-modenese, nonché in gran parte dell'Emilia-Romagna e della bassa, continuò a tremare (non certo a causa di movimenti tellurici!): da noi, in paese, il rione Brisighella, vicino alla stazione ferroviaria, andò completamente distrutto, così come il bar Trinchetto (quello tra i due esistenti a Castellarano, più frequentato), in via Salvarola, e la pensione Palladini, in piazza Garibaldi. I bombardamenti portavano, ogni volta, urla, pianti e poi silenzi: sempre in questa assurda seppure logica successione, come nel copione di un film già scritto!
     Mio padre faceva il mezzadro sotto i Gazotti, la famiglia del padrone: erano proprietari di terre e bestiame in tutto il castellaranese, ma anche nei comuni limitrofi di Salvaterra, Casalgrande ed Arceto. Il figlio più grande di quelli, poi, Dante, (in tutto erano quattro: due maschi e due femmine), aveva comprato una azienda di mobili in quel di Formigine, nel modenese. A seguito degli eventi di quell'inizio estate, mio padre decise di mandare noi tre fratelli più piccoli (io, Andrea, quello di mezzo, e Luigi, il più piccolo) e la mamma Eleonora nel capoluogo come sfollati, a casa della zia paterna Adelina. Mio fratello più grande Sandro, invece, rimase con mio padre, insieme a nonno Casimiro, ad aiutarlo in campagna. Le cose, però, non andarono come previsto; anzi: passammo dalla padella alla brace! In agosto, infatti, cominciarono i rastrellamenti dei fascisti e dei tedeschi: un giorno, era di giovedì, quello antecedente il ferragosto, verso la "mezza" una camionetta si fermò proprio davanti a casa della zia (che si trova in via Emilia), sulla piazza Prampolini, dove sorge il Palazzo Vescovile. Un capitano delle SS scese insieme a due soldati e cominciò a gridare a tutto spiano, impugnando una Luger parabellum 9 mm.: - Schnell, schnell, cameraden! Cominciamo da lì!
     Mia zia, nel balcone di casa, disse a me e ai miei fratelli:
     - Entrate in casa, ragazzi. - I miei due fratelli si nascosero sotto il letto ma io rimasi dietro i vetri a guardare.
     I tre tedeschi, allora, entrarono nell'albergo Posta, in piazza Cesare Battisti: venti persone, tra cui due bambini, furono caricati sulla camionetta, nessuno li rivide più!
     Alcune persone cercarono di scappare: furono falciate all'istante da una sventagliata di mitra.
     Io, che ero uscito di nuovo in balcone, insieme a mia zia ed a mia madre assistetti alla scena. Mia madre, così, a bella prima mi mollò un ceffone e disse:
     - Sei voluto restare, allora ricorda per filo e per segno ciò che hai visto oggi.
     A quel punto, visto che non avevo capito il senso di quelle parole, chiesi:
     - Perché mamma?
     - Perché ciò che hai visto oggi, - rispose lei, senza esitazione e con voce alta - devi augurarti che non accada mai più! Dopo di che rientrammo in casa, tutti e tre. I miei fratelli, intanto, erano riemersi dal nascondiglio sott'acqua (cioè, da sotto il letto). Nei giorni e nelle settimane successive i rastrellamenti si succedettero con frequenza sempre maggiore e con precisione quasi chirurgica, invece, le camionette dei nazifascisti erano riempite di uomini, donne e bambini, i quali venivano poi portati via per destinazioni sconosciute: senza distinzione alcuna!
     A fine agosto, in corso Garibaldi, di fronte alla Madonna della Ghiara, l'imponente e massiccia basilica eretta tra la fine del XVI° e la prima metà del XVII° secolo, avvenne un drammatico scontro a fuoco tra tedeschi e partigiani: due soldati furono uccisi, gli altri riuscirono a dileguarsi. Nei giorni seguenti i tedeschi trafugarono dalla basilica alcuni preziosi dipinti del Carracci e del Guercino. A fine guerra, per fortuna, quelli tornarono in Italia. Per rappresaglia ci furono altri rastrellamenti: uno di questi avvenne al ristorante Italo, noto ritrovo di antifascisti e sovversivi socialisti ed ananrchici. La prima settimana di settembre si svolse regolarmente la sagra della Madonna della Ghiara, in centro: io e mia madre comperammo alcuni libri di poesie, tra cui una edizione rara dei Canti di Castelvecchio di Giovanni Pascoli (la seconda pagina di copertina, quella che di solito fa da ouverture alla prefazione o alle note prima dell'inizio vero e proprio di un libro ed è sempre bianca, recava una scritta, a lapis, anonima: "Italiani coglioni: Pascoli era anarchico!"), e alcuni fumetti di Cino&Franco e del Signor Bonaventura (gli avrei letti con voracità al rientro a casa dalla zia, insieme ai miei fratelli). Due sere più tardi, dopo cena, mia madre ci lesse, a noi tre fratelli e a mia zia, una poesia (si intitolava "Inno alla gioventù condannata a morire") di Wilfred Owen, ufficiale dell'esercito e poeta gallese che morì nella Grande guerra a vent'anni, una settimana prima dell'armistizio (lei, nonostante fosse figlia di contadini analfabeti, aveva studiato al Collegio di San Carlo, a Modena, dove riuscì a prendere la licenza liceale, ed era appassionatissima di lettere e arte):

     Quali campane a morto per coloro che muoiono come bestiame?
     Soltanto la mostruosa rabbia delle armi.
     Soltanto il rapido crepitio delle carabine balbuzienti
     Può recitare le loro frettolose preghiere.
     Non ci sono prese in giro per loro, tanto meno predicatori o campane,
     Neanche una voce di dolore salverà i cori,
     Gli striduli, demenziali cori delle granate che gemono,
     E le fanfare che chiamiamo per loro dalle natie contee.
     Quali candele possono essere accese per dire addio a tutti loro?
     Nessuna nelle mani dei ragazzi, ma nei loro occhi
     Brilleranno barlumi di arrivederci.
     Il pallore sulle fronti delle ragazze sarà il loro lenzuolo funebre;
     I loro fiori la tenerezza di silenziose menti;
     Ed ogni lenta oscurità un chiudersi di persiane.
     
    Dopo l'ascolto, nella sala da pranzo cadde un silenzio tombale, fino a quando...una luce illuminò il cielo (era soltanto una stella cadente: la notte di San Lorenzo, in fin dei conti, non era trascorsa da tanto!). Nostra zia esclamò:
     - Per fortuna, ragazzi: credevo proprio fosse...- Non a torto aveva immaginato qualcos'altro (di più brutto, purtroppo!): i bombardamenti erano ormai all'ordine del giorno, un po' dappertutto! Le notizie di Radio Londra, che anche zia ascoltava, di nascosto da tutti, in soffitta (tutti noi, però, sapevamo lo facesse!) non erano affatto rassicuranti.
     - Andiamo, su, ragazzuoli, - fece la mamma. - E' ora di andare a letto!
     L'indomani mattina, però, una notizia bruttissima turbò ancor di  più il nostro train train reggiano; infatti, una lettera, recapitata alla zia dal portiere Gino ed indirizzata alla mamma, recava scritte le seguenti lapidarie parole (ce la lesse, ad alta voce, la zia stessa): "Vostro marito e vostro figlio, insieme al nonno, sono stati rastrellati. Li hanno portati a piedi a Nonantola, vicino Modena, alle Caserme rosse". Firmato "il Tanin".
     Quello [il tanin], era un taglialegna, amico (fidato) di mio padre: anarchico sino al midollo, nel 1939, a Villalunga, frazione di Casalgrande, aveva sparato in pieno volto ad un fascista che era andato, con suoi camerati, a prenderlo a casa. Poi si era dato alla macchia: da allora non l'avevano più preso; viveva in casali abbandonati lungo l'argine del Secchia: alcuni anziani, a Castellarano (voci di popolo che giravano nel circondario) dissero, una volta, che dormiva nei cimiteri (ovvero: nelle tombe sfitte all'interno di essi) per essere al sicuro!
     Mia madre, così, parlò con mia zia e nel pomeriggio ci disse (a me e ai due fratelli):
     - Ragazzi, vostro padre ed il nonno, insieme a Sandro, sono stati presi, li hanno portati vicino Modena: dobbiamo andar via da Reggio!
     - Dove? - feci io. - Proprio adesso che si stava meglio!
     - Non discutere! - replicò lei. Si tornò, così, tutti indietro. In viale Trento e Trieste, nelle vicinanze della stazione, prendemmo una corriera per Nonantola: in paese arrivammo verso le tredici, il silenzio ed il deserto assoluti regnavano, visto anche l'orario. Alcune donne anziane, nei pressi di un negozio di scarpe in via Veneto si avvicinarono a noi e chiesero: - Cercate forse qualcuno?
     - Sì, buone donne! - rispose mia madre. - Sapreste indicarci dove sono le Caserme rosse? Hanno portato lì mio marito, suo padre ed il figliuolo più grande.
     - Certo, - fece una di loro: quella più corpulenta ed anche la più simpatica; - è poco fuori l'abitato, in località Rubbiara. A piedi sono dieci minuti di cammino. Auguri di cuore!
     - Grazie a voi, donne! - fece mia madre. Dopo di che ci avviammo. Giunti alla meta, mia madre domandò alla guardia nella garitta:
     - Senta, vorrei avere notizia di mio marito e di mio figlio: so che li hanno portati quì, da Castellarano.
     - Ma lei, scusi, non è mica la moglie di...-
     - Sì! Sì! Sono proprio io. - Mia madre lo interruppe, intuendo che la guardia stesse parlando proprio di mio padre. - Avete per caso notizie?
     - Signora, - fece, allora, quello, - suo marito è fuggito ieri mentre suo figlio l'hanno portato via, i tedeschi: penso l'abbiano portato a Bologna. Anzi, è sicuro: lo hanno portato via ieri, a Bologna, in treno.
     - Ma come a Bologna? - ribattè mia madre. - Ma di mio marito ha altre notizie?
     - Mi scusi, ma io non sono autorizzato a dirle nient'altro - fece quello. - Eppoi, crede che un fuggitivo lasci il recapito quando scappa? - Dopo queste parole la guardia salutò militarmente (stranamente non con il saluto romano). Mia madre prese per mano i miei fratelli e disse a me: - Andiamo a Bologna!
     Riuscimmo a trovare un passaggio di fortuna, su un biroccio trainato da due cavalli neri alsaziani. Alle diciassette e trenta, minuto più minuto meno, arrivammo alle porte della città felsinea e in poco più di un quarto d'ora eravamo nella zona della stazione centrale, in piazza Medaglie d'oro. Mia madre decise di portarci in pensione, l'indomani saremmo andati da una cugina di nostro padre, a chiedere notizie di lui, in via Zanolini, nei pressi della stazione San Vitale. Alloggiammo, così, alla pensione Roma, in via d'Azeglio, in pieno centro.
     L'indomani mattina, però, un imprevisto accadde. Alle sette e trenta, quando mia madre era già bella e sveglia da un pezzo, ed io ero intento a far colazione, con gnocco fritto, polenta e latte di pecora (i miei fratelli, invece, dormivano ancora nella stanza della pensione come due ghiri imbaciucchiti), cominciarono i bombardamenti: cadeva il 12 di ottobre, ma quelli non eran dei tedeschi bensì degli anglo-americani; la cosa andò avanti fino a sera. Le ricerche furono, perciò, rinviate. Il giorno dopo ci recammo dalla cugina di mio padre, la Giuliana e lì, graditissima fu la sorpresa, questa volta: vi trovammo proprio lui. Si era rifugiato da quella dopo essere scappato dalle Caserme rosse a Nonantola. Si abbracciò affettuosamente con la mamma (lei piangeva), per qualche istante, poi prese in braccio, uno dopo l'altro, ognuno di noi. Alla fine si sedette e prese a raccontare quanto li era accaduto.
     - Son venuti di notte, in cascina (si riferiva ai tedeschi ed ai fascisti) e ci hanno portati via colle camionette. Hanno sparato, da noi ed in altri casolari, in campagna. Ci sono stati alcuni morti: il papà di Emilio e la mamma di Giovanni, credo!... - A quel punto mio padre si interruppe, preso da un nodo alla gola; in cucina entrò Giuliana, portando un vassoio pieno di pane e salame. Cominciammo tutti a mangiare: il clima si rasserenò un pochino. Dentro di me, dopo aver ascoltato mio padre, ero arrabbiatissimo piuttosto che triste, pensai: - E dire che questa sarebbe dovuta essere la nostra estate: invece...-
     Mio padre, dopo esserci rifocillati, riprese a raccontare:
     - Sono riuscito a fuggire da Nonantola, una notte. Il nonno e Sandro li avevano già portati via, la mattina prima, con una camionetta insieme ad altri. - Mia madre a quel punto lo interruppe:
     - Come via, Augusto? Dove? Siamo stati a Nonantola, la guardia ci disse che erano quì, a Bologna. Invece tu, ora, dici...-
     - Non lo so, Eleonora. - La interruppe, allora, mio padre. - Credimi, non so null'altro!
     La guardia, evidentemente si sbagliava o non sapeva bene neanche lui!
     Qualche giorno dopo, la zia Adelina telefonò da Reggio; disse a mio padre che il nonno e Sandro erano a San Sabba, nel triestino: lo aveva appreso da un amico che a sua volta era riuscito a saperlo da un pezzo grosso della milizia di Rubiera. Mio padre era già allertato: nel giro di un giorno o due sarebbe partito per il Friuli, in cerca di notizie del nonno e di Sandro. Ma il venerdì, la sera seguente la telefonata della zia, ne arrivò un'altra, da Castellarano, ben più ferale, era il Tanin, questa volta, che disse a mio padre: "Sandro e Casimiro li hanno fucilati i tedeschi, qualche giorno fa". Poche parole ma chiare. L'amico di mio padre lo aveva saputo da alcuni partigiani di Bologna. Mio nonno e Sandro, sapemmo in seguito, a nostra volta, erano stati fucilati, insieme ad altre quindici persone, da un plotone di SS e alcuni elementi della 10^ Mas per rappresaglia ad un attentato avvenuto a Villalunga, frazione di Casalgrande, durante il ferragosto. Mio padre, allora, mollò la cornetta e gridò:
     - E' finita! Mia madre corse ad abbracciarlo e si mise a piangere anch'essa. La Giuliana, da par suo esclamò:
     - No! No! No! Non si può morire così!
     Il giorno dopo i miei genitori, di comune accordo, decisero che saremmo tornati tutti a Castellarano. Prendemmo il treno fino a Reggio, poi da là fino a casa saremmo andati all'avventura. Lungo il tragitto, a piedi, riuscimmo a salire su un grosso camion che trasportava pere. Scendemmo, poi, a Villalunga per riposarci. Attraversammo il paese, lentamente e con circospezione sospetta per paura di incontrare fascisti o tedeschi. Nei pressi della chiesetta, ai cancelli delle villette dirimpetto, c'erano quattro partigiani impiccati col filo spinato: i fratelli Benassi (Marco, Rino, Loris, Dario), dalla gente soprannominati i "quattro moschettieri di Villalunga" per la lunga militanza di lotta contadina ed operaia in paese e nel circondario. Sopra ognuno di loro un cartello recava scritto "partigiani infami e traditori". Mia madre, dopo aver coperto colle sue mani gli occhi di Luigi, gridò a me:
     - Va via, porta lontano tuo fratello! - Poi, insieme a mio padre si commosse e pianse.
     Di notte arrivammo a casa. In autunno le scuole restarono chiuse (laddove erano rimaste in piedi!). L'inverno seguente fu rigidissimo, trascorse però abbastanza tranquillo. Il capoluogo, poi, venne dichiarato "città aperta": non veniva più bombardato. Seguirono, di lì a poco, Reggio e Modena. Nell'aprile del 1945 i polacchi e gli anglo-americani liberarono tutta l'alta Emilia. La guerra, finalmente, era finita! Nell'estate del 1945 superai l'esame di ammissione alle medie. In autunno, quando riprese la scuola, ero compagno di Aldo e Giovanni (loro erano già in 2^) all'istituto Virgilio di Scandiano.
     Spesso, io e loro, pensavamo all'anno prima, in particolare all'estate; a quell'estate del 1944 che sarebbe dovuta essere spensierata per tutti noi ragazzi del campetto di Castellarano, ma che non lo fu affatto: fu, però, a suo modo, un'estate da ricordare!

    da: "Storie e racconti della bassa".

    Taranto, 10 marzo 2017.

  • Come comincia: Ho scoperto, incontrato (musicalmente) il grande Jimi Hendrix nel lontano, anzi, lontanissimo, 1981...ero in viaggio con papà (parafrasando il titolo di una nota pellicola, apparsa nelle sale cinematografiche nel 1982, la quale aveva per protagonisti Alberto Sordi e Carlo Verdone). Eravamo, infatti, in agosto (ferie e vacanze estive) ed io mi trovavo da zii e cugine annesse con mio padre Marco (alias "Mariolino l'interista" o "il modenese") in quel di Villalunga, frazione di Casalgrande (Reggio nell'Emilia) e Modena, bassa emiliana (ovvero ex capoluogo del ducato omonimo, ma prima ancora roccaforte estense e centro nevralgico della Repubblica Cisalpina): allorquando mi recai a Bologna per una piccola "divagazione" (o digressione, o variazione) musicale sul tema emiliano-romagnolo (ovvero la...una puntatina programmata per l'occasione!) e da "Nannucci", anzi, in quel di Nannucci, cioé, mitico arcipelago della musica, pardon, l'arcipelago della musica in persona, alias mitica rivendita di dischi o messaggeria che dir si voglia (all'epoca, insieme a "Carù" di Gallarate, "Dimar" di Rimini, "Dischiblu" di Roma e alcune altre, una delle più famose in Italia: ha chiuso i battenti, purtroppo, nel 2009 e riaperto in versione new qualche anno dopo; ci sono stato ancora nel 1990, nel 2005  e nel 2014, due anni dopo la stesura di questo racconto-articolo) acquistai il 33 giri "Jimi Hendrix Experience" nonché il volumetto "Jimi Hendrix: the complete lyrics", contenente tutti i brani di "sua maestà la chitarra elettrica" - o "the guitar" -  in lingua originale (inglese) con traduzione italiana a fronte. Ad onor del vero, però, un primo assaggio del musicista statunitense lo avevo avuto l'anno prima (ma la data penso sia un particolare di poco conto), durante l'ascolto di altri due 33 giri, i mitici "doppi" dedicati a Woodstock ("Woodstock: music from the original soundtrack"&"Woodstock 2", dieci facciate, in tutto, di musica: per me i padri di tutti gli lp datati anni '60, '70 e...oltre!), comprati sempre in Emilia (a Modena, da "Fancareggi", altra rivendita nota agli appassionati), questa volta da mio padre (segno del destino o semplice coincidenza astrale? Chissà!). Sulla collina che sovrasta la località dello stato di New York in cui si tenne il mega raduno-concerto dell'agosto 1969 (in realtà il luogo esatto è Bethel) Jimmy si esibì, per così dire, a luci spente (suonò, infatti, per circa due ore davanti ad appena duecentomila - sic! - spettattori: quelli rimasti degli originari cinquecentomila, o seicentomila, o un milione, per alcuni!), tuttavia la sua performance, a mio avviso (e anche secondo tantissima critica musicale dell'epoca e...non solo!) é da annoverarsi, senza dubbio alcuno, tra il maximum che si sia mai raggiunto: in particolare, la sua versione di "Star Spangled Banner" (per intenderci, l'inno stars&stripes), personalissima e...personalizzata (la suonò, volutamente e polemicamente, in maniera alquanto distorta, usando spesso il plettro della chitarra con la bocca...In funzione anti "guerra del Vietnam"!) rimane probabilmente il riff di chitarra più dissacrante della storia del rock!
     Da quel momento in poi (non importa, davvero, se sia il 1980 o l'anno dopo!) mi sono sempre più avvicinato al "fenomeno" Hendrix, il cui vero nome di battesimo era James Marshall (no Jimi, come molti pensano), ossia a quell'universo "a parte" del rock rappresentato dal musicista black di Seattle (la località dello stato di Washington, costa ovest degli States, che li diede i natali il 27 novembre 1942: le note del suo album d'esordio, "Jimi Hendrix", erroneamente recano il 1947!), diventando, così, nel tempo un grande cultore e appassionato della sua musica, della sua arte musicale, dei suoi suoni (selvaggi e quasi...ancestrali) e, soprattutto, della sua chitarra!
     Qualcuno (forse era suor Matilde, del convento delle Figlie del divino zelo di Sampierdarena; o forse, chissà, era il maresciallo Antonio Stramaglia, del commissariato di Bacoli...non ricordo bene, però!) ha definito la musica di Hendrix viscerale, cerebrale, primordiale e - di volta in volta - ancora nuova, inedita, strana, psichedelica, hard, o girovaga - della mente - funky, r&b, etc: per me, invece, si tratta di un mix di fantastiche sensazioni ed emozioni in un vortice di magiche sonorità; ovvero, un suono nuovo ed una musica fantastica, "adrenalina" pura che ti entra nelle vene, nel sangue, nella mente e...nel cuore, senza più uscirne!
     Nell'agosto del 1970 il nostro amatissimo Jimmy suonò uno strano e dimesso concerto (probabilmente un profetico e lugubre prodromo di ciò che sarebbe accaduto, di lì a poco!) all'isola di Wight (atollo sulla Manica nel sud-est dell'Inghilterra, tra Portsmouth e Bournemouth): ovvero, il grandissimo mega raduno in terra d'Albione che, a distanza di un anno appena da quello di cui dettovi, voleva rinverdirne i fasti (per alcuni riuscendovi, per molti altri, invero...neanche per sogno!). Qualche settimana più tardi, purtroppo (correva il 18  settembre), morì nell'appartamento di Monika Danneman, sua amica, a Londra. Il referto medico, allora, parlò di: "Decesso avvenuto per soffocamento da vomito in seguito a intossicazione da barbiturici"; come a dire che il povero Jimmy morì a causa di uno stupido conato autoindotto!
     E' rimasto, quell'evento luttuoso, uno dei misteri insoluti (insieme alla scomparsa di un altro famosissimo Jimmy, che di cognome faceva Morrison: la sua scomparsa fu altrettanto misteriosa, appena dieci mesi dopo, nella vasca da bagno di una stanza d'albergo a Parigi!).
     Hendrix e Morrison, insieme a Janis "The Pearl" Joplin (anch'essa fu trovata cadavere: in una stanza  d'albergo a Hollywood) e a Eddie Cochran (morì nell'aprile del 1960 in incidente d'auto, appena ventunenne!), erano la quinta essenza della musica rock!
     E' riduttivo ed arduo indicare, come sempre accade con tutti i grandissimi musicisti e i migliori gruppi, il miglior brano in assoluto: sarebbe come rispondere esattamente al classico domandone da cento milioni di dollari, oppure riuscire a vincere una cifra talmente esorbitante al "gratta&vinci" da sistemarsi vita natural durante! Tuttavia, resta fuor di dubbio che tra i "pezzi", le tracks per antonomasia del king statunitense debbano, per forza di cose, essere annoverate le seguenti: "Voodoo Chile", dall'album "Electric Ladyland" (1968), un'infinito riff polistrumentale (dura quasi quindici minuti: sic!) suonato da Jimmy col suo mini gruppo (The Jimi Hendrix Experience), composto dal duo Noel Redding (basso) e Mitch Mitchell (batteria), nonché da numerosi "ospiti" di eccezione, tra cui Al Kooper (piano), Buddy Miles (percussioni), Steve Winwood (Spencer Davis Group, Traffic, Blind Faith, all'organo), Jack Casady (Jefferson Airplane, basso chitarra). Il pezzo, come tutto l'album, fu registrato al Record Plant Studios di New York tra marzo e giugno; Voodoo Child (Slight return), anch'esso contenuto nello stesso album, é un brano più corto dell'altro, ma di sicuro uno dei più intensi, potenti e famosi della discografia hendrixiana!
     E' superfluo sottolineare che del primo pezzo siano state proposte numerose versioni e cover, tuttavia mi preme ricordarne ugualmente una: nel 2003, infatti, fu suonato dal G3 di Joe Satriani, Steve Vai (ex Frank Zappa, David Lee Roth, Alcatrazz, White Snake) e Yingwie Malmsteen (Alcatrazz, Rising Force) in una storica jam-session a Denver, nel Colorado.
      The best of Jimi Hendrix (i brani non sono elencati in ordine cronologico): Voodoo Chile, Voodoo Child (Slight Return), Hey Joe, Purple Haze, Foxy Lady, Red House, Machine Gun, Star Spangled Banner, If Six was Nine, The Wind Cries Mary, Manic Depression, Angel, Freedom, All Along the Watchtower, Drifting, Have you Ever Been to Electric Ladyland, etc. 
     "Quando morirò mettetevi ad ascoltare i miei dischi (Jimi Hendrix).

    da: una mail mandata a rai storia il 18 settembre del 2012, in occasione del quarantaduesimo anniversario della morte di Jimi Hendrix.

  • 16 luglio alle ore 8:55
    LE DUE TEDESCHE

    Come comincia: Arlette e Berta erano due tedesche di Berlino che avevano avuto la fortuna di vincere un concorso quali addette all’ambasciata tedesca a Roma. Da sempre amiche avevano qualcosa di particolare, qualcosa di più…insomma erano due trans. In Germania non c’è l’obbligo di trascrivere il sesso sulla carta di identità, nel loro caso c’era una X, erano sempre riuscite a passare per donne, questo le aveva evitato di avere problemi in una società che si proclama liberista ma che,in effetti, è piuttosto discriminante. Arlette era alta, longilinea, piacevole di viso, bionda, lunghe gambe affusolate e piedi da far felice un feticista, Berta stessa altezza ma massiccia di corpo, aveva uno sguardo e un portamento deciso, tette non molto pronunciate, insomma piuttosto mascolina. Amanti della libertà, dopo sei mesi di lavoro in cui avevano avuto modo di imparare l’italiano, decisero di passare un mese di vacanza in un villaggio naturista, insomma di nudisti, vicino Roma ce n’era uno a Capracotta ma lo scartarono per motivi pratici,  avevano timore di incontrare qualche persona di loro conoscenza. Girando nel web scovarono il villaggio ‘Le Betulle’ vicino Torino,  faceva al caso loro. Per l’occasione pensarono ad un più comodo viaggio in auto, non possedendone, si recarono  in una concessionaria Volkwagen ove scelsero la meno costosa una ‘up!’ rossa ‘parva sed apta nobis’ (Berta aveva studiato il latino). In mancanza della somma in contanti, Berta che era la ‘caposquadra’ firmò una serie di cambiali e poi, contentissime, presero l’autostrada che le portò con l’ausilio del navigatore satellitare al villaggio turistico ‘Le Betulle’. All’ingresso nessun problema, gli fu assegnato, a loro prudente richiesta, il bungalow più lontano dai luoghi frequentati da tutti. Il capo villaggio Sigismondo disponibile e sorridente le aveva accontentate e finalmente le due ragazze si poterono riposare. Ritornate alla realtà si posero il problema della loro nudità dinanzi a tutti,  nel villaggio c’era l’obbligo del  nudismo, nessuno, tranne gli addetti potevano girare vestiti e così Arlette e Berta uscirono dal bungalow in costume adamitico. Gli ospiti del villaggio erano tutti abituati alle altrui nudità ma nel vedere due trans rimasero meravigliati, mai successo in passato. Alcune madri si rivolsero a Sigismondo facendo presente che loro non avevano alcun problema nel vedere due trans nudi, il problema erano i bambini che facevano domande su due donne mezze uomini, cosa rispondere loro? Sigismondo era in difficoltà, quale decisione migliore? Avvicinò Arlette e Berta chiedendo loro di aiutarlo a risolvere il problema, le due accettarono di mostrarsi in pubblico con uno slip, in cambio ebbero un soggiorno gratis di un’altra settimana. Tutto bene allora? Quando mai: Arlette e Berta con uno slip, peraltro mini che metteva in mostra un ‘bozzo’  sospetto attiravano l’attenzione dei villeggianti più di prima, le due dame se ne fregarono come pure Sigismondo che aveva altri problemi da risolvere. Poi un avvenimento: nell’entrare nella sala del ristorante Arlette e Berta furono interpellate da un signore di mezza età che: “Signorine ci sono due posti nel tavolo dove siamo io e mia moglie Gemma, se voleste accomodarvi sarebbe per noi un piacere.” Le due acconsentirono anche perché il cotale con occhiali cerchiati in oro e per lo stile personale dava l’idea di una persona agiata. “Io sono il classico milanese, non per niente mi chiamo Ambrogio e siamo in questo villaggio per la prima volta, voi avete attirato l’attenzione mia e di mia moglie, siamo nudisti come tutti oltre che anticonformisti, non ci meravigliamo di vedere due trans anzi! Se volete ordinare, cameriere…Gemma era una bella signora di mezza età, capelli tinti in azzurro come gli occhi, bella figura sicuramente migliorata in qualche istituto di bellezza, era piacevole ma non distaccata come tante persone ricche, cercava lo sguardo soprattutto di Berta…”Signore a questo punto propongo una passeggiata digestiva, in vacanza si tende a magiare un pó troppo, alla mia età crescono il naso e, purtroppo anche la pancia!” Si era creata un’atmosfera distesa e amichevole, Gemma aveva preso sottobraccio Berta, il cummenda Arlette. Tutti erano in vena di confidenze e si raccontarono le loro rispettive esperienze: Ambroeus era figlio di gioielliere ed aveva seguito le orme del padre, Gemma era un’insegnate di disegno e talvolta metteva in mostra i suoi quadri in una galleria, le sue opere venivano bene accolte dal pubblico (soprattutto dagli amici). Strada facendo i quattro incontrarono Sigismondo particolarmente  ossequioso con Ambrogio. “Signor capo villaggio vorremmo stare vicino alle nostre amiche, qualora ci fosse un bungalow nei pressi del loro…” “Siete fortunati, proprio questa mattina si è liberato un bungalow vicino a quello delle signorine, farò trasferire subito i vostri bagagli in quell’alloggio.” Gemma: “Sapete il significato di Sigismondo? È colui che protegge, un nome che gli si addice!”  A quell’ora attorno alla piscina c’erano  poche persone, i quattro approfittarono delle sdraie libere per un riposino. Dopo due ore, di comune accordo si recarono nello ‘store’ per vedere quello che c’era di bello, gira che ti rigira arrivarono alla vetrina degli orologi, Ambrogio: “Vedo che la signorine non hanno l’orologio al polso, che ne dici Gemma se  facciamo loro un piccolo omaggio?” Chiamalo piccolo omaggio! Arlette e Berta misero al polso ognuna un Rolex d’acciaio, non era d’oro ma il loro prezzo era sicuramente alto. Un bacio di ringraziamento tra Berta e Gemma e tra Arlette e Ambrogio poi tutti a correre come adolescenti. Arrivarono ai bungalow e si sdraiarono sul letto scambiandosi i relativi partners, ripresero a baciarsi ma poi giunse l’ora della cena e rimandarono le coccole  a dopo cena. Arlette a Berta: che ne dici di deliziarci con un detto latino?” “Ut sis noctis levis cena brevis.” Applauso a Berta. “Abbiamo capito, ci aspetta una lunga notte di bagordi sessuali e dobbiamo restare leggeri di pancino!” Gemma aveva espresso il suo pensiero e soprattutto aveva preannunziato il loro futuro notturno. Niente passeggiata, tutti e quattro avevano il pensiero al sesso e così fu. Berta scoprì in Gemma una ‘gatta’ pelosissima e dalle labbra grandi, anche il popò si apriva e chiudeva ritmicamente, pian piano furono accontentati ambedue ‘magno cum gaudio’. Più problematico l’approccio di Ambrogio con Arlette: inizio manuale col cosone della ragazza, un po’ più difficile l’approccio orale ma giunto al popò proprio non se la sentiva. Arlette  pian piano lo convinse e Ambrogio dovette ammettere che gli era molto piaciuto, ebbe col suo ciccio un orgasmo lungo e piacevolissimo, era diventato bisessuale! Ormai le coppie si erano sparigliate, quasi tutte le notti erano da ‘Mille e una notte’, fu difficile rientrare nella realtà. Durante l’ultima  colazione, prima di ritornare alle rispettive sedi  Berta si esibì con un’altra frase latina: “Concordia magna dilabuntur.’ Un sigillo a quello che ormai era diventato fra di loro puro amore. Durante il viaggio di ritorno  fu Ambrogio che: “Sai cara cosa era durante la prima guerra mondiale la ‘Berta’? Te lo dico io. Un lungo cannone a grande gittata che i tedeschi usarono in guerra, la tua Berta come se la passava a ‘cannone? Ho capito aveva un grosso calibro ed una lunga gittata.” Ambrogio aveva conoscenze in alto loco nei Ministeri di Roma, talvolta aveva foraggiato qualche ministro e le loro amanti, ne approfittò per chiedere ed ottenere il trasferimento alla Delegazione tedesca a Milano di Arlette e di Berta. Conclusione della storia come da aforisma: ‘L’amore è un gioco a cui due persone possono giocare e entrambi vincere.’ Nel loro caso Arlette, Berta, Ambrogio e Gemma vinsero in quattro. La loro storia era ‘pour toute la vie.’  

  • 16 luglio alle ore 8:49
    IL MIO PAESE

    Come comincia: Tema da svolgere a casa agli alunni: ‘Il mio paese.’ Il professore di italiano non aveva dimostrato gran fantasia nello scegliere l’argomento del tema, in ogni caso era piuttosto facile parlare di luoghi comuni per uno studente che frequentava la quinta ragioneria dell’Istituto Leonardo da Vinci a Roma. Era il caso del nostro ‘ eroe’ che, diciannovenne era un bel ragazzo, alto un metro e ottanta, sempre ben vestito, simpatico a colleghi e colleghe di scuola, che guidava una Fiat Abarth 550, frequentava la pista di Go Kart di Ponte Galeria, era tifoso della Roma e la domenica si ‘mischiava’ fra i tifosi ultra? Uno dei tanti solo un po’ più scuro di pelle ma era un particolare non importante ma, qualora  si fosse chiamato, come effettivamente si chiamava Kamil proveniente da famiglia nigeriana? C’erano in giro alcuni  cog…ni di estrema destra del circolo Casa Pound che odiavano gli stranieri soprattutto quelli di lingua araba alcuni dei quali, una volta incontratolo in una via oscura di Roma avevano tentato di malmenarlo ma male gliene  incolse in quanto Kamil portava sempre con sé sempre un ‘nunchakun giapponese consistente in tre pezzi di legno collegati con una catena, molto efficace se maneggiato da uno pratico come Kamil. I cotali in futuro si sarebbero ben guardati di rinnovare le loro aggressioni se  avessero rincontrato il giovane. Perché il padre Jamal insieme alla consorte Alaba aveva lasciato la natia Nigeria per rifugiarsi venticinque anni prima in Italia?  Motivi politici che però, in quanto proprietario di pozzi petroliferi non gli avevano mutato lo stile di  vita da riccone. I tre abitavano in via del Foro Italico. Jamal si era assuefatto da subito al vivere all’occidentale, per le sue scappatelle erotiche si era affittato un bilocale in via Ruggero Fauro mentre la moglie, molto ligia  alla religione islamica seguitava ad indossare il Niqab quando usciva di casa, unica eccezione quando col marito si recava al teatro dell’Opera di Roma, Jamal era un patito dell’Opera. Kamil  nell’espletare il tema ‘Il mio paese’ tralasciò completamente il suo di origine che, fra l’altro conosceva solo come lingua e da quello che da piccolo gli era stato descritto dalla madre ma riferì la vita che conduceva a Roma da perfetto integrato nel sistema occidentale. Fra l’altro non amava molto le ragazze musulmane integraliste per un semplice motivo: per ‘combinarci’ qualcosa se le doveva sposare, situazione da lui aborrita in senso totale! Ma ci sono sempre le eccezioni anche se non volute. Vicino al suo istituto scolastico c’era in via Cavour una scuola di liceo scientifico  frequentato  anche da pulselle degne di approccio,  una in particolare aveva colpito Kamil che corrispondeva ai suoi canoni: era una giovane alta, longilinea,  abbigliata in nero, l’aveva notata allorché era andato a trovare un amico all’Istituto Cavour. Ciò che lo aveva molto colpito erano i suoi occhi che definì ‘magnetici’, certo nel suo modo di agire non dimostrava di essere molto socievole ma le cose difficili per il nostro simpaticone erano le più prelibate. Unica sorpresa, all’uscita dalla scuola la ragazza indossò lo Chador il velo neo islamico, c…o una musulmana! Ripresosi dallo stupore la seguì sul bus 708 standogli vicino ma non tanto da farsi notare, voleva conoscere dove abitasse. Il bus ad un certo punto frenò bruscamente per non colpire un pedone che gli aveva attraversato la strada, la ragazza col biglietto in mano ma non  ancorata ad alcuno appiglio cadde a terra, premurosamente Kamil l’aiutò a rialzarsi intascando nel contempo il suo biglietto del bus. Dopo frettolosi ringraziamenti la baby voltò le spalle a Kamil. Caso volle che due controllori entrassero uno dalla porta anteriore ed uno da quella posteriore. Ovviamente alla richiesta del ticket la ragazza non lo trovò malgrado le ricerche dentro lo zaino che portava in spalla, disperata per la brutta figura si disse pronta a pagare la multa ma in quel momento Kamil fece la sua bella figura presentando ad un controllore il biglietto della ragazza aspettandosi i ringraziamenti da parte della stessa, quando mai. “Lei si aspetta i miei ringraziamenti, se li può scordare…ho capito la sua manfrina!” Kamil non si arrese: “Per essere una nigeriana usa con molta proprietà i termini italiani!” “Ecco ora ho trovato un indovino, come fa a sostenere che sono  nigeriana’” “Dalla bandiera verde, bianca e verde che ha attaccato al suo zaino.” “Un appassionato di geografia, complimenti ma tutto finisce qui.” “Io speravo…” “Spero, promitto e iuro vogliono sempre l’infinito futuro!” “Vedo che conosce il latino, avrei bisogno di ripetizioni, in questa lingua sono un po’ scarso.” “Allora frequenta il liceo classico, non l’ho mai vista al mio istituto. “ “A dire la verità sono iscritto a  ragioneria…” Sorriso di scherno da parte della baby: “Da quando in qua a ragioneria si studia latino, lei ha modi penosi per attaccar bottone.” “Me ne suggerisca uno lei.” “Si, i at patres! Non penso che capisca il ‘latinorum’ di manzoniana memoria.” “Invece ho compreso che mi ha mandato bellamente a …Vede non sono il solito moscone, preferisco essere paragonato ad un farfallone bestiolina più simpatica, seriamente quello che mi ha più colpito di lei sono i suoi occhi, specchio dell’anima, occhi che hanno uno sguardo intenso, sensuale, esprimono personalità e disponibilità verso le persone che gli sono simpatiche, totale respingimento per gli antipatici…” “La ragazza non rispose subito, era stata colpita dalle parole di Kamil e quando  scese ad una fermata vicino casa: “Va bene, mi arrendo sono Ade, come da lei affermato sono nigeriana. “ Io Kamil suo connazionale.” “Questa si che è una sorpresa, un premio: questo è il mio biglietto da visita con il numero del cellulare, ma non si faccia troppe illusioni.” “Grazie della sua…devo ritornare vicino al mio istituto per riprendere la mia Fiat Abarth 595, che spero in un futuro possa ospitare la sua figura deliziosa.” Dopo un saluto con un cenno della mano, la baby sparì in un portone, Kamil fu fortunato, di lì a poco passò un bus, lui era sempre munito di biglietti per evitare storie con i controllori, si mise a sedere sino all’arrivo vicino alla sua auto posteggiata bellamente in divieto di sosta, altre autovetture ‘mostravano’ sul parabrezza un biglietto di contravvenzione, la sua una busta con dentro cinquanta Euro con fuori una scritta: ‘alla attenzione dei signori controllori’, alcuni dei quali Kamil aveva conosciuto personalmente e quindi…La furbata finora era andata sempre a buon fine! Salito in auto Kamil si accorse di non aver chiesto il nome alla ragazza, lo rilevò dal biglietto da visita: ‘Ade’. Gli venne da ridere, quel nome nella religione pagana significava Inferno, sicuramente alcuni ragazzi l’avevano presa in giro, lui pensò di far finta di nulla, la baby poteva essere suscettibile. Un pomeriggio: “ It is Kamil who ask fora n audience with the Holy See to invite you to a trip to the sea.” Tradotto: “È Kamil che chiede udienza alla S.V. per invitarla ad una gita al mare.” Risposta: “You can forget about it!” “Te le puoi scordare!” “I’m ready to comply with any of your requests.” “Sono pronto ad accondiscendere a qualsiasi richiesta.” “Worse for you, okay Saturday at fifteen.”“Peggio per te, va bene sabato alle quindici.” Alle quattordici e trenta Kamil era sotto casa di Ade la quale, vistolo dalla finestra lo raggiunse. Era abbigliata con un Burkini azzurro che le lasciava intravedere solo il viso. Kamil fece buon viso a cattivo gioco ma dall’espressione del suo viso Ade: “Che ti aspettavi un bikini, sono sempre una musulmana.” Kamil mise in funzione il navigatore satellitare e senza fatica, seguendo le indicazioni di una voce femminile raggiunse S.Marinella percorrendo l’Aurelia. Uno stabilimento di lusso, nessuno fece commenti sul costume di Ade  la quale dopo una mezz’ora che era al sole: “Vado in cabina, ho portato dell’aranciata.” Altro che aranciata,  Ade  si presentò dinanzi  Kamil indossando un bikini alla brasiliana. Il giovane cercava di far finta di nulla ed allora la baby: “Mi aspettavo un assalto all’arma bianca, ti vedo indifferente!” “Ti sbagli di grosso, un mio ‘amico’ è sull’attenti, con te non so più come comportarmi.” “L’ho fatto apposta, volevo vedere la tua reazione, sei stato signorile e te ne ringrazio, ma non te ne approfittare del fatto che mi sto innamorando di te, sono sincera ma tutto a suo tempo.” Ovviamente l’amico’ di Kamil ritornò alla posizione di riposo, aveva capito che, per dirla alla romana: ‘non c’era trippa pè gatti!’ Improvvisamente il sole cominciò a calare, si era fatto tardi, Ade si rivestì col Burkini, Kamil parlò in arabo con la madre, spiegando la sua attuale posizione e chiedendo a lei di intercedere presso Yoruba, la mamma di Ade, affinché la ragazza potesse restare a dormire a casa loro. Le mamme erano sulla stessa ’lunghezza d’onda’ ed il permesso fu concesso. Alaba era particolarmente felice della scelta di suo figlio, prestò alcuni capi di vestiario ad Ade, compresa una camicia da notte ma impose che la ragazza dormisse con lei nel lettone e Kamil? Col padre! L’amicizia fra Kamil ed Ade portò ad una maggiore vicinanza fra i loro genitori che man mano si rafforzò tanto di decidere di comprare una abitazione insieme fuori dal centro abitato. Fu scelta una villetta a Casabianca, villetta circondata dal verde, da aranceti e con accesso al mare, un vero Paradiso. Anche Hassan padre di Ade in Nigeria era proprietario di pozzi petroliferi e quindi la pecunia non era un problema per le due famiglie, la questione era quella della posizione dei due ragazzi che ogni giorno di più si frequentavano ed andavano a scuola con la Abarth di Kamil e talvolta rientravano a casa solo a pomeriggio inoltrato. Riunione fra le due signore (anche fra i musulmani le donne hanno il loro preponderante potere in famiglia) e decisione unanime: i due ragazzi dovevano contrarre matrimonio ma senza invitare nessuno della comunità nigeriana che era in numero eccessivo e troppo invadente e quindi…Idea di Ade: matrimonio sulla spiaggia antistante la loro villetta consistente per i due nubendi di saltare su un fuoco acceso sull’arena, quel salto voleva significare un passaggio importante della vita dei due giovani: il primo rapporto sessuale. Tutti d’accordo una sera al buio totale (si era nel mese di novembre) Jamal ed Ahhan muniti di legname e di una tanca di benzina accesero il fuocherello, Ade e Kamil con in testa una corona di fiori dovevano saltare il fuoco e così essere dichiarati marito e moglie. E qui venne fuori la ‘cattiveria’ di Kamil che: “Secondo la nostra legge la sposa deve essere vergine altrimenti sarà decapitata!” Ade al momento rimase senza fiato, se era una battuta era una battuta infelice, non accettabile e così Kamil si prese del: feroce, crudele,  torvo, truce ed altri azzeccati aggettivi che Ade gli ‘riversò contro. Il giovane non si fece impressionare e dichiarò la sua non sicurezza di volersi sposare. Jamal: “Ragazzi come inizio andiamo male, non  fate i bambini, se non volete sposarvi ognuno per conto vostro, lasciate perdere le sceneggiate ed ora tutti e due dinanzi al fuoco, per primo Kamil, sbrigati che fa freddo.” Il giovane voleva fare il duro ma saltò il fuoco, Ade: “Mi rifiuto di sposare uno che mi ha insultato, non so quale futuro mi aspetta!” “Le madri in coro: “Un futuro pieno di schiaffoni, siamo stanche di sentire le baggianate di due irresponsabili, se non andrete d’accordo avrete la possibilità del divorzio!” E il matrimonio fu,  seguito da una cena sobria e poi Alaba: “Ragazzi quella è la vostra camera da letto, buona notte…” Kamil dinanzi alla sposa si fregava le mani, “Eh eh, e mò come ti metti?” Ma ormai le schermaglie  erano finite, Kamil fu molto delicato, Ade gliene fu riconoscente baciandolo a lungo, erano fatti l’uno per l’altra anche se un po’ litigiosi. ‘Venne l’estate’ come da canzone di De Andrè, i due ragazzi notarono un notevole ‘avvicinamento’ fra i loro genitori,  per il weekend  il venerdì partivano con la Mercedes di Jamal o con la Lexus di Hassan  ritornando la domenica sera, c’era fra loro un clima di complicità notato da Ade: “I nostri genitori sono diventati troppo amici, l’ultima volta ho visto che mia madre era seduta al posto del passeggero  della Mercedes di tuo padre ed il contrario con la Lexus, mi sa…” “Non fare la maligna, i nostri genitori sono persone serie!”  Ade poco convinta una notte andò a sbirciare nella camera matrimoniale dei suoi genitori e, meraviglia delle meraviglie accanto a sua madre Joruba c’era…Jamal, nessun dubbio, alla faccia della serietà, come si diceva in inglese quello scambio? In ogni caso avevano scelto la libertà completamente negata da alcune religioni oscurantiste. Kamil accettò la verità minimizzando: “Forse un giorno anche noi…” “Provaci e mal ti finirebbe, io sono una tigre gelosa.” “Ed io un mandrillo arrapato…” “Un mandrillo che finirebbe senza attributi maschili…” Kamil comprese che in famiglia sarebbe stato sempre il numero due…

  • 13 luglio alle ore 17:07
    Le mie case

    Come comincia: Sono nata a Prozzolo di Camponogara il 24 gennaio 1949.
    Sono nata in casa. Mia madre mi raccontava che sua cognata, la zia Gigia, le aveva fatto le tacche nere sulle braccia coi pizzicotti per invidia perché aveva partorito una femmina, dato che lei aveva avuto quattro figli maschi.
    Sono nata a distanza di undici anni da mio fratello Remigio, che di secondo nome fa Giancarlo.

    I miei genitori sono emigrati a Venezia quando sono nata io.

    Mio padre mi ha raccontato che al ritorno dalla guerra era stato accusato di essere stato fascista e l'avevano portato anche in prigione e mia madre era andata a prenderselo.
    Suo fratello Lino invece era rimasto a casa ed era comunista.

    I ricordi dei miei primi anni sono vaghi.
    Ho un’immagine di mia nonna Faustina nel lettone comune che mi regala un cuore di plastica rosso con le chiavi d’oro.
    Della casa di Prezzolo mi ricordo che ci andai una volta che ero un po’ più grande.
    C’era un gabinetto all’aperto con un buco per fare i bisogni e ci si puliva con i pampini di vite.
    I miei cugini mi intimidivano perché erano grandi e bruschi, li percepivo come 'sanguigni'.

    Mia mamma mi ha raccontato che i primi tempi a Venezia vivevo in una stanza in affitto sola con mio fratello. Lui diceva che quando ero piccola gli facevo la pipì in braccio.
    In quel periodo mio padre ebbe un incidente in moto.

    Quand'ero molto piccola la mamma mi fasciava le gambine perché venissero dritte e mi dava da succhiare un fazzoletto di tela con un po' di zucchero.
    Diceva che dormivo sempre e fino a sei mesi (?) non sapeva di che colore avevo gli occhi.
    Mi diceva che i clienti dell'osteria mi portavano a passeggio in fondamenta e che qualche volta andavo a dormire dalla ‘carbonera’, una donna che aveva una specie di cantina dove si vendeva il carbone.

    Non so se in quel periodo vivessimo insieme o se io stessi da sola a Prozzolo dalla nonna Faustina.
    So che mio padre diceva che suo fratello gli aveva occupato la sua parte di casa perché la sua era franata e che gli pagava 50 mila lire d’affitto all’anno.

    Avevano preso un’osteria in affitto in fondamenta della Misericordia, si chiamava 'il Remo d’oro'.
    La mamma mi raccontava che papà con gli ubriachi li metteva a mollo nel canale tenendoli dalla riva.

    Poi presero l’osteria 'da Lino', che aveva una saletta privata e una piccola corte col gabinetto.
    Mia mamma aveva avuto la tubercolosi e aveva rischiato di andare in sanatorio, ma questo non lo ricordo.

    Poi presero il ristorante ‘All’antico Pizzo’ a Rialto.
    Ho una fotografia dove sono sorridente seduta su un tavolo, ho i capelli corti con la frangetta, un grembiulino a quadretti bianco e rossi, e porto un paio di scarponcini di stoffa marrone che in veneziano si chiamavano 'scalfarotti'.
    A carnevale la mamma mi fece un vestito da fatina di carta azzurro con il cappello a punta.
    Io avrei voluto essere un maschio per vestirmi da indiano.
    Mamma mi raccontava che ero giudiziosa e aiutavo a portare i piatti.
    Mamma mi raccontava anche che mio fratello non voleva andare a scuola e scappava e lei andava a cercarlo in giro perché temeva che frequentasse cattive compagnie e comunque non finì la prima media.

    Quando morì la nonna Faustina non tornai più a Prozzolo e ho una visione di me bambina di sera che piangevo da sola a Rialto.

    Chissà qual'era la nostra casa allora…

    La prima casa a Venezia di cui mi ricordo è la stanza in affitto un po' scura nell'appartamento dei Rampini a Cannaregio in fondamenta Diedo, al primo piano.
    Il gabinetto era in comune con l’altra famiglia e per le prime necessità si usava il vaso da notte.
    La stanza era divisa con delle tende.
    Entrando c’era il letto grande dei miei genitori e il letto per me. Oltre la tenda c’era la cucina e a fianco, separato da un'altra tenda, il letto di mio fratello Remigio.
    La sera si mangiava con il lume ad olio e questo mi faceva allegria.

    Non ero una bambina triste ed ero attaccatissima a mio fratello.
    Una volta fece un presepio con le stelle e la lampadina e mi piaceva moltissimo.
    Continua a farlo anche adesso, l’ha sempre fatto.

    Ero contenta con la mia famiglia e non mi pesava il fatto che eravamo poveri
    In vita sua mio padre mi ha dato solo uno schiaffetto sulla bocca (avevo quattro o cinque anni) una volta che risposto in modo sgarbato alla mamma, e l’ho accettato come un castigo giusto.

    Ricordo che mio fratello stava a letto fino a tardi e una volta per gioco gli ho gettato un catino d’acqua.
    Non avevamo l’acqua corrente e una volta ho bevuto l’acqua con il sapone.

    C’è stato un periodo in cui erano disoccupati e mio padre e mio fratello cercavano sempre un lavoro.
    Papà si lamentava che non gli permettevano di portare le valigie in stazione.
    Mi ricordo che Remigio vendeva profumi per strada (anche adesso ne tiene sempre qualcuno di sottomarca per regalarli), o anche delle uova fresche di campagna e aveva una sacca di tela blu.

    (continua) ...

     

  • Come comincia: Martino Campari, classe 1909, era un contadino quarantaduenne; aveva i capelli color castano scuro, con qualche rivolo di grigio lungo le basette folte e sporgenti di fianco alle orecchie ed un ciuffetto ramato in mezzo alla fronte, e portava la barba quasi sempre "incolta". Abitava a Verucchio, borgo di antiche origini nel riminese. Rimasto senza senza figli e vedovo da tre anni (sua moglie Fiorella, donna di bell'aspetto, conosciuta in una balera di Sogliano, morì la vigilia dell'epifania del 1948 mentre in bici, una sera, tornava a casa dal lavoro di fantesca a Corpolo, paese vicino, investita da una auto pirata), si occupava, per darsi pane, d'un modesto pezzo di terra, meno grande di un'ara e mezza, poco più di centocinquanta metri quadri: coltivato tutto a pomodori, carote e cipolle.
     Martino aveva fatto la guerra nelle fila dell'esercito, col grado di sergente maggiore: nell'estate del 1942 era stato inviato in Russia, al seguito dell'ARMIR (divisione di fanteria "Ravenna") per difendere le posizioni lungo il Don: quando, però, tra il dicembre del 1942 e il gennaio del 1943 si scatenò la grande offensiva invernale dell'Armata rossa, le forze italiane dovettero ripiegare ed aprirsi il varco per la fuga.

     Il 1942 (terzo anno di guerra) fu quello cruciale nello svolgersi del secondo conflitto mondiale. Le forze dell'Asse (Germania, Giappone, Italia) subirono pesanti sconfitte su vari teatri e fronti di combattimento: in Africa settentrionale, nel Pacifico, in Russia, appunto. Le truppe che Mussolini decise, nella primavera del 1942, di organizzare nell'ARMIR (Armata italiana in Russia) e di inviare a sostegno del contingente italiano preesistente sul fronte orientale (tre divisioni formavano già il corpo di spedizione italiano in Russia, denominato CSIR), erano scarsamente dotate di mezzi mobili e prevalentemente composte da reparti di alpini, perché si prevedeva venissero usate sul Caucaso. Invece, si attestarono lungo il Don a difesa di un fronte di circa duecentosettanta chilometri. Con l'offensiva dei russi, il fronte itlaiano, inferiore di numero e mezzi nonché male equipaggiato, si ruppe in più punti. Le divisioni di fanteria (Ravenna, Pasubio e Torino, a nord; Sforzesca e Celere, a sud) si ritirarono ai primi di gennaio del'43, mentre il corpo d'armata alpino (Julia, Cuneense, Tridentina), il quale aveva indomitamente respinto ogni attacco nel suo settore, ebbe ordine di ritirarsi solo il 15 gennaio quando - invero - era già totalmente accerchiato dal nemico. Dovette farsi strada combattendo e marciare sopportando le avverse condizioni del clima. La stessa Radio Mosca esaltò il valore di quegli uomini affermando: "Solo gli alpini italiani sono da ritenersi invitti in terra di Russia". Le perdite italiane furono 84830 tra caduti e dispersi. Circolava voce trale truppe in ritirata (nessuno mai seppe se si trattasse di una leggenda o di una storia vera, però!) che un tenente maggiore degli alpini, certo Sirtori Albigio, di Castelrotto, provincia di Bolzano, avesse fatto un sogno e lo raccontò poi, pari e patta ai suoi uomini: "Il duce, ormai da alcuni giorni camminava insieme ad un vecchio asino nel deserto della Sirte sotto un cocente sole che avrebbe ucciso anche le pietre. Quando l'asino ragliava, per la sete, egli esclamava: - Zitto, sei solo un asino, tu, non lamentarti! - Ad un certo punto, i due giunsero in prossimità di una piccola oasi. Il duce stesso scese dalla groppa dell'asino, si avvicinò ad una pozza d'acqua e, dop'aver bevuto esclamò: - Boia, quanto è calda! Li apparve, allora, il diavolo (era un miraggio del deserto o una figura reale?Chissà!), che esclamò: - Sei solo un asino, tu, non lamentarti! - A quel punto l'asino ragliò di nuovo: fu per contentezza, forse, o semplicemente per approvazione?!

     Martino fu davvero fortunato: dopo aver camminato per diversi giorni tra neve e ghiaccio, sfidando il terribile inverno russo e l'artiglieria nemica, riuscì a salire su un merci, insieme ai compagni di reparto (sessantadue uomini in tutto), che lo portò a Kiev, in Ucraina; di lì, poi, arrivò in Romania, a Bucarest, ed infine in Iugoslavia, sulla costa dalmata, a Spalato, da dove si imbarcò per l'Italia e raggiunse finalmente casa. Molti italiani, purtroppo, non ebbero egual sorte: chi restò seppellito sotto la neve e il ghiaccio, chi fu mutilato dallo scoppio di una granata o reso sordo dal rumore delle bombe, o orbo per una scheggia rimbalzata negli occhi. Alcuni suoi compagni persero l'uso di gambe o braccia ma lui, invece, alla resa dei conti, se la cavò a "buon prezzo", come recita un vecchio e sempre valido intercalare di Romagna: perse l'uso di due dita della mano destra, rimaste atrofizzate in perpetuo a causa del gelo, e la patria - ahilui! -  ch'egli aveva onorevolmente servito, non li riconobbe un benché minimo, e misero, indennizzo! Egli, però, bontà sua, non s'era affatto perso d'animo come sempre era accaduto dal giorno in cui nacque: dopo aver comprato la terra da un fattore si era messo a fare il contadino, appunto. E sovente, mentre lavorava la terra, pensava - e si poneva domande - o rifletteva su quanto li era successo, sugli avvenimenti che lo avevano visto protagonista, volente o meno che fosse, insieme a migliaia di altri uomini, di quella fiumana che scorre incessante travolgendoli e si chiama storia. Ma, soprattutto, pensava, si interrogava o rifletteva su quel termine, su quella parola di sei lettere: patria.
     - Maledetto colui che lo ha inventato! - diceva fra sé e sé. - Perché mai essa, che sia o meno madre (patria) e, al tempo stesso, padre (che da patria potestà) proprio non conta, debba arrogarsi il diritto di essere giudice e decidere sulla vita e morte di migliaia di uomini? Quelli forse non sono figli, uomini, prima ancora di essere padri? Eppure spesso, anzi, quasi sempre sul tavolo degli eventi che si susseguono vengono trattati  da "cani" (con tutto il rispetto per quei quadrupedi, amici fedeli dell'uomo: molto più, a volte, degli stessi suoi simili!), o, peggio ancora, da "lupi" (con tutto il rispetto per quei quadrupedi, i quali vivono in branco: laddove vige la legge della solidarietà e no dello scannarsi vicendevolmente!); mossi come semplici pedine in un gioco al massacro, barattati sulla scacchiera per meno di un tozzo di pane, come fossero mera merce di scambio, per sete di conquista o per mania di grandezza di qualcuno, per la imperitura gloria oppure semplicemente...perché milioni di morti devono essere messi sul piatto della bilancia, alla fine: in cambio, appunto, d'una dichiarazione di guerra annunciata, o di un armistizio, per una collina (del disonore) o una postazione da conquistare a tutti i costi, per difendere uno stupido, insignificante ed insulso pezzo di terra, magari in una terra lontana e sconosciuta, ma abitata da propri simili, da "fratelli", seppure di diversa razza. Gli uomini, - si ripeteva l'uomo, ex soldato ora contadino, - sono uomini, diamine, esseri viventi e non carne da macello...ma i potenti, gli stati, le nazioni coi loro governi se ne fregano di loro e sempre lo faranno! La patria, puah! Buona, quella, soltanto a rilasciar benemerenze ed attestati, ad apporre medaglie sul petto dei superstiti: quanta inutile ferraglia! Tutto questo a posteriori, col senno di poi (di cui, si dice "son piene le fosse...insieme ai morti, purtroppo!): ma quanto aveva visto coi propri occhi, Martino, e vissuto in prima persona, questa volta (al tempo della Grande guerra, invece,era poco più d'un bimbo), aveva inevitabilmente lasciato il segno nel suo cuore e nella sua coscienza di di uomo e se lo sarebbe portato al fianco sino alla tomba! Ma egli, oltre a essere un tipo alquanto riflessivo, era uomo di ben altre virtù e ideali, di provati sentimenti d'animo: non era nato solo per fare il contadino! Aveva studiato a scuola e poi, allo scoppio della guerra e prima di partire per il fronte, per suo conto a casa, riuscendo a prendere (cosa inusitata all'epoca!) la licenza media prima ed appresso quella liceale; per via della sua aria da intellettuale era noto in paese col soprannome di "prof". Molti, però, lo chiamavano anche "Bolivar" (dal cognome del famoso condottiero e generale venezolano): perché nutriva una sviscerata passione per la storia del centro e sud America e poi perché sul muro della sua stanza da letto era affisso un quadro raffigurante quel personaggio illustre.

     Simon Bolivar fu generale, condottiero e abile diplomatico. A suo modo, anche, un romantico idealista, visionario e sognatore. Dopo aver vissuto a lungo in Europa, tornò in patria e si consacrò interamente alla causa dell'indipendenza delle colonie spagnole in sud e centro America. Ottenne la liberazione del Venezuela (1817); nel 1819, col Congresso di Angostura fu eletto presidente della repubblica della Grande Colombia, a cui fu annessa, nel 1832, l'Ecuador. Quell'anno fu liberato il Perù, parte del quale costituì poi la repubblica di Bolivia  nel 1825. Egli pensava (anelava) di riunire tutte le repubbliche sudamericane in una unica confederazione da contrapporre alla Santa Alleanza (Austria, Prussia, Russia) in Europa: questo progetto fallì per le tendenze separatiste ed unioniste dei vari stati.

     Martino era capace di fare discorsi lunghissimi ed al contempo profondi e lucidi; aveva doti innate di comunicatore e la dialettica scorreva nel sangue suo pari passo ai globuli bianchi e rossi: per questo motivo i capintesta della federazione, tutti uomini in gamba nonché antifascisti di lungo corso e provata fedeltà, sovente lo mandavano in trasferta, quando fosse libero dal suo lavoro, per reclutare nuove leve ne i comuni limitrofi del riminese e del ravennate oppure in quelli lungo l'argine del Savio, nella parte sud-orientale della provincia di Forlì. E'da dire, invero, che tutto ciò egli lo faceva, essendo un impolitico (parola la quale, pur avendo lo stesso prefisso di impotente, ha tutt'altro significato...dicasi, cioé, di colui il quale: sia contrario alla savia politica, meglio ancora inabile verso un pensiero politico limitante la libertà stessa dell'essere umano) soltanto per passione (insana o meno che fosse non li importava più di tanto!), di certo no per soldi o bisogno di rinomanza e successo: non li era mai interessata la "carriera", né avrebbe mai barattato la sua vita semplice per nulla al mondo! Molti verucchiesi, quando esso doveva parlare nei comizi come spalla del politico più noto oppure dell'Azzeccagarbugli di turno, si spostavano in bici, o in moto, o con mezzi di fortuna (inclusi trattori ed affini), per andarlo a sentire. Una volta a Bagnacavallo, paesotto di quindicimila anime (in gran parte contadini mezzadri e gente semplice), venti chilometri da Ravenna, accadde che la gente lo applaudì per dieci minuti ininterrotti dopo averlo ascoltato a un festival dell'Unità! Era davvero un maestro dell'eloquenza o, per dirla alla maniera dei latini, dell'ars oratoria: che aveva appreso leggendo i classici sui banchi di scuola e per proprio conto (tanto Catone, quanto Cicerone: maestro della sostanza, il primo, della forma più pomposa e altisonante, l'altro; ma anche Lucio Licinio Crasso, Seneca, Quitiliano, Frontone, Simmaco ed Apuleio). Lui era un testardaccio figlio di contadini, sempre molto deciso in quello, e su quello, che doveva fare: amava fare da solo, s'era fatto da sé, con le sue forze e col suo intelletto. Ma era anche uomo di grande raziocinio ed estremamente tranquillo: mai una parola fuori posto, un alterco con nessuno in paese; assennato ed equilibrato, insomma, in ogni cosa facesse e per qualunque decisione prendesse. Sin da giovane aveva professato l'ateismo e mostrato scarsa simpatia verso la chiesa (i suoi nonni materni, però, mai lesinarono la dècima al clero in loro vita!) e i preti (ma non era affatto di quelli che buttano bombe sulle sacre processioni né sparano addosso ai suddetti quando pronunciano l'omelia o recitano il "salve o regina"!), tuttavia, negli ultimi tempi aveva modificato le sue abitudini: forse, chissà, preso da una arcana voglia di trasgredire o, più semplicemente per evadere dalla routine del suo duro lavoro. 

  • 10 luglio alle ore 16:24
    STRACCETTO SPELACCHIATO

    Come comincia: Riconosco che il titolo di questo racconto può lasciare perlomeno perplesso il lettore ma c’è una ragione per cui il buon (mica tanto) Roberto aveva qualificato così il ‘fiorellino’ della consorte. Perché disprezzare così platealmente quello che era stato per molti anni il suo più gioioso divertimento? Un motivo c’era: Matilde, la ‘padrona’ si rifiutava di concederlo ulteriormente perché, giunta in menopausa di sesso non si interessava più al contrario del marito sessantenne che ancora…Nel suo sito Roberto, come sua presentazione aveva scritto: ‘Sono nonno bomba che mangia, beve e, talvolta tromba!’ Risposta  acida della consorte: “Vuoi trombare? Comprati uno strumento a fiato!” Pure la presa per i fondelli ma Roberto aveva le sue buone ragioni, da giovane aveva fatto atletica nel gruppo Fiamme Gialle ed il suo fisico anche se un po’ appesantito, con qualche capello in meno e con qualche ruga in più era ancora vigoroso (e voglioso). A chi rivolgersi per sfogare le sue ‘sane’ voglie, alla femminuccia a lui più vicino, una delle tre C cosiddette pericolose: cugina, compare e cognata, scelse quest’ultima, Elisabetta più giovane della consorte ancora pimpante ne valeva la pena. C’era   un problema, il marito siciliano puro sangue era gelosissimo della consorte ed anche pericoloso, era alto e massiccio. Roberto a titolo di sfottò gli aveva dedicato dei versi che vi riporto, li ritengo spiritosi (scusate l’autoincensamento). Titolo: ‘Salvo e la gelosia.’ “Ti vedo inquieto, stralunato, sospettoso verso la tua partner. La gelosia è un mostro dagli occhi verdi che schernisce la carne di cui si nutre, Shakespeare docet.  È un sentimento degli dei pagani verso gli uomini, gli dei non gradivano che i mortali si ‘facessero’ le loro femminucce. È una proiezione della propria insicurezza verso gli altri, è tipica di una mente debole, invidiosa, immatura. È  la profezia di futuri tradimenti, il tuo lato non tanto nascosto, dea velata ed oscura che arde dentro di te. Se ad un cocktail noti gli sguardi assatanati  degli invitati maschi attratti dalle grazie della tua amata, non accendere la sigaretta dalla parte del filtro, ti intossicheresti ancora di più! Se non possiedi te stesso non puoi possedere una donna, Il tuo simbolo? Le Erinni vendicatrici. Cerchi di vincolare la tua partner? Non puoi incatenare un raggio di sole! Una moglie laida non potrebbe sconfiggere la tua gelosia: ti farebbe becco per dimostrare che anche lei…Se osservi delle foto della tua signora fasciata in un succinto bikini la quale, sorridente offre agli astanti la visione di un rigoglioso, prosperoso  e lussureggiante belvedere non devi lamentarti affermando: non dovevi farlo non spiegando a chi ti riferisci: - alla consorte troppo…generosa, - al fotografo che ha guadagnato da quelle foto, - all’allupato, abbagliato spettatore che sbilucia le immagini. Il tuo persecutore più odiato? Andronico 1° imperatore di Bisanzio che codificò le corna facendo appendere quelle dei cervi da lui cacciati sulle mura dei palazzi appartenenti ai mariti cornificati. Per le protuberanze frontali di cui tanto ti adombri rivolgiti agli dei pagani Dionisio e Pan, loro ne sanno qualcosa. Prova a voltare pagina, sdraiati su un morbido giaciglio  con musica romantica in sottofondo, chiudi gli occhi ed immagina  la tua amata che, languidamente emette piccoli ululati di piacere nascosta sotto il corpo di un robusto maschione e che (la consorte) ti sussurra: sto con lui ma è come se  giacessi con te, la mia gioia è pure la tua…ammira la sua faccia tosta! Ecco come dovrebbero andare le cose, lei sarebbe più tranquilla e felice, tu ci guadagneresti perché una moglie allenata è come un’atleta, rende di più! Ed infine non pensi che i miei consigli andrebbero ricompensati? Ti prego metti una buona parola con la tua amata a mio favore, te ne sarei tanto grato!” V’è piaciuta penso di si al contrario del marito cocu. A questo punto vorrete sapere come è finito il corteggiamento a mia cognata? Prima vi trascrivo un’ode che ho dedicato al suo ‘fiorellino’ e con cui ho tentato di infrangere la sua resistenza, titolo: ‘A tata la magica’: “O magica Tata, regina di goduria, meravigliosa dolce compagna delle mie notti insonni appari a me timida, riservata, deliziosa seminascosta in un morbido cespuglio. Ondeggi deliziosamente quando la tua padrona passeggia, invisibile in quel momento, sicura del tuo fascino erotico. Ti immagino, ti vedo, ti sento. Il tuo silenzio è assordante, sei dispensatrice di felicità che stravolge i miei sensi. Parla alla tua signora, dille dei miei fremiti, del tremore che mi assale al pensiero della tua esistenza, dille di essere generosa, sarò il suo eterno schiavo. Mi basterebbero anche dei baci, dei piccoli morsi per inebriarmi della tua intensa fragranza, ti terrei fra le mie labbra succhiandoti dolcemente, lungamente sinché un interminabile fremito non verrà a svegliarti dal sonno con dolci sussulti riversando nella mia bocca un fiume morbido, inarrestabile, profumato. Così ti sogno ma il sogno diverrà mai realtà? Tutto il mio essere te lo chiede, al solo tuo pensiero sento le mie viscere stringersi, il cuore battere velocemente, il respiro diventare affannoso. Ti prego dà un segno positivo al tuo sconsolato e fiducioso innamorato, abbia pietà ed anche un po’ di comprensione, cazzo!” Alla lettura del sonetto Elisabetta ha riso di cuore ed io ho pensato, ricordando IL detto francese: ‘femme qui rit est déjà dans ton lit’, tradotto: ‘donna che ride è già nel tuo letto.’ Allora tutto bene? Ma quando mai: “Sei simpatico e spiritoso ma non sei il mio tipo, mi dispiace!” Affranto, a capo chino come un pinguino al polo Roberto si ritirò nella sua stanza ricordando la canzone: ‘Sono un uomo veramente sfortunato, sono nato disgraziato…’
     

  • 10 luglio alle ore 16:20
    I SIBARITI

    Come comincia: Non sapete chi erano i Sibariti? Quando ve lo svelerò sicuramente penso che vorreste (potendo) imitarli.  Sibari era una città della Magna Grecia che non aveva nulla in comune con l’omonimo mostro leggendario, i suoi abitanti sono ricordati per la loro raffinatezza, per la loro ricchezza, per la dolce vita che conducevano ed anche per i loro banchetti luculliani. Oggi sono conosciuti con altri nomi ma soprattutto la maggior parte tendono a nascondersi per non far conoscere il loro stile di vita e quindi  per non pagare le tasse. I personaggi di questo racconto possono essere considerati in un certo senso sibariti in quanto possedevano ricchezze e mentalità di gaudenti.  Henri era il figlio del titolare di una fabbrica di orologi, Jean erede di un produttore di cioccolato ed affini ambedue ventenni, dal fisico atletico e sempre di buon umore (avevano i loro buoni motivi). Ambedue iscritti all’Università di Ginevra in materie giuridiche di studio ne ‘mangiavano’ poco, sempre circondati da fanciulle disponibili che avrebbero voluto impalmarli ma da quel lato i due ‘ci sentivano poco’ sinché non incontrarono Astrid svedese di Uppsala e Agata italiana di Catania.  Che avevano in comune le due giovani? In primis la loro amicizia ed in secundis la loro furberia. Astrid era la classica ragazza nordica: alta, corpo atletico, occhi verdi, seno non eccessivo e piedi da mannequin, Agata non smentiva la sua sicilianità con capelli corvini, occhi nerissimi, seno prosperoso, vita stretta e un popò… pregevole. Henry aveva adocchiato Agata e Jean Astrid, formarono un quartetto;  con la Jaguar  del papà produttore di orologi invece di dedicarsi a codici e a pandette giravano in lungo ed in largo il territorio soprattutto di notte sperando… ma quando mai, i due ragazzi andavano in bianco nel senso che non potevano andare oltre ai baci, tutto il resto off limits. Asrid, la più furbacchiona citò Schopenhauer: ‘Di una persona si guarda la vetta non la base!’ Solo che ai ragazzi interessava la base… I quattro arrivarono ad un accordo: convogliare a giuste  nozze (mai capito il motivo di aggiungere alle nozze l’aggettivo giuste). I relativi genitori erano dello stesso avviso per motivi differenti: le mamme per diventare nonne, i papà per avere un erede a cui lasciare la fabbrica. Dopo una cerimonia festosa nel giardino di un noto albergo di Ginevra  le due coppie finalmente poterono ‘consumare’ anche se le due ragazze in passato avevano già ‘consumato’… ma oggi c’è più larghezza di vedute e nessuno o quasi  va a guardare il…pelo! Passarono sei mesi nessuna novità in fatto di gravidanza. Per Agata e per Astrid verdetto favorevole da parte dell’ostetrico, nessun problema, per Henri e Jean parere negativo dell’andrologo, quasi assoluta mancanza di spermatozoi e quelli presenti poco mobili, in altre parole i signori erano sterili. I maschietti sono più superficiali, non se la presero più di tanto del verdetto che non comunicarono ai rispettivi genitori.  Abituati ai laghi svizzeri, i quattro decisero a luglio di cambiare radicalmente il luogo della vacanza andando in Italia a Rimini ma non in un albergo snob a cinque stelle ma in una pensione raffinata con annesso lido  al limite della città, pensione gestita da Tommaso e Chiara, due coniugi trentacinquenni, particolari,   con tatuaggi e  piercing, sicuramente anticonformisti. Chiara aveva un fisico da modella: alta di statura, viso sempre sorridente, bocca invitante, seno prorompente ma non eccessivo, gambe chilometriche, insomma una gran pezzo di…Per volontà dei padri  per esperienze accadute in passato, i genitori dei quattro giovani consigliarono di non partire in aereo tutti insieme ma sdoppiare le coppie ed imbarcarsi su due aeroplani, in caso di incidente, facendo le corna….e così Henri si imbarcò con Astrid e Jean con Agata. Durante il viaggio forse per noia o per motivi di ’testosterone’ Jean ed Agata si rifugiarono dentro la toilette. Il giovane dopo molte insistenze e con la promessa del regalo di un gioiello riuscì ad ottenere il ‘gioiello’ posteriore di Agata, un goduria immensa. Il giorno dopo giunsero in volo a Rimini anche Henri ed Astrid…che li avevano imitati!  I quattro fecero presto amicizia con Tommaso e Chiara titolari del Lido Azzurro consumando insieme i pasti anche se la mensa non era prevista per gli ospiti.  Come aiutante del lido giunse un giovane romano, uno e novanta di altezza a nome Romolo che così d’estate si guadagnava il modo di  pagarsi l’università. Tutto funzionava perfettamente nel lido: Romolo si alzava presto e sistemava ombrelloni e sdraie, puliva la sabbia da cicche di sigarette ed accoglieva gli ospiti più mattinieri aprendo il bar per dispensare caffè, cappuccini e brioches fresche consegnate dal padrone di una vicina pasticceria. Romolo fungeva anche da bagnino e talvolta era stato costretto ad intervenire nei confronti di bagnanti in difficoltà. Tommaso e Chiara avevano escogitato un sistema per accontentare anche i villeggianti più particolari, i naturisti che ovviamente durante il giorno non potevano denudarsi dinanzi a tutti ma, dopo le ventidue, col lido chiuso, completamente ignudi passeggiavano, accendevano fuochi e facevano il bagno ben controllati da Romolo che vigilava che nessuno entrasse dal lato mare, in caso di pericolo da parte delle forze dell’ordine (c’è sempre chi non si fa i cazzarelli suoi) Romolo metteva mano ad un fischietto e tutti si rivestivano. Una combriccola  ben affiatata alle cui abitudini i nostri quattro amici si erano ben presto assuefatti con grande piacere. Particolarmente romantico era quando la luna illuminava il paesaggio, talvolta il bagno era foriero di particolari ‘approcci’ ai quali i nostri quattro amici non si sottraevano talvolta …sbagliando partner. Una sera Tom, chiuso il lido, invitò i quattro più Romolo aduna cena a base di pesce e di vino Verdicchio dei Castelli di Jesi, ottima bevanda peraltro premiata al Vinitaly ma che, in quantità eccessive poteva far sparlare…Così accadde che Romolo rivelò che il suo soprannome in romanesco era ‘batacchio’ per le dimensioni del suo pene. Grandi risate da parte dei presenti soprattutto delle signore che si erano incuriosite ed avrebbero volentieri osservare da vicino il ‘batacchio’ e magari…Più tardi Romolo, smaltita in parte la ‘ciucca’ si scusò con i presenti affermando che a Roma quasi tutti hanno un soprannome: i suoi genitori erano chiamati col gli epiteti di Canio e Cencia, nessuno conosceva il loro vero nome. Chiara un po’ per curiosità ma anche per bontà d’animo chiese a suo marito di essere da lui autorizzata per andare a consolare Romolo altrimenti che anticonformisti erano… Romolo giaceva sul suo letto di spalle, non si girò al rumore della porta richiusa, fu Chiara che: “Romolo oramai ti consideriamo uno ci casa, girati e parliamo un po’…ho saputo di uomini che ce l’avevano piccolino con evidenti problemi con le femmine ma uno grosso è la prima volta, che t’è successo in passato?” “L’ultima volta sono andato  in una casa di appuntamento, una napoletana alla vista del mio coso in erezione ha cominciato a gridare come una pazza: ‘stà vallera mettila into mandulino a mammeta.” Quando sono uscito dalla camera i proprietari della casa mi hanno guardato come se fossi stato un alieno, da allora…” “Ci sono tanti modi di fare l’amore, intanto dovresti trovare una ragazza semplice che ti accetterebbe come sei e poi dovresti essere tu a…ti darò io una mano…” Il ciccio di Romolo era veramente fuori del comune, anche  Chiara ne rimase impressionata ma non lo diede a vedere, lo prese in mano e dopo un po’ un ‘getto’ di sperma le arrivò addosso bloccato da un asciugamano che lei aveva portato con se; ‘ciccio’ rimaneva in erezione  e Chiara lo prese in bocca fin quando dovette ingoiare …In bagno madama si sciacquò la bocca e pensò a far entrare almeno la punta nella  vagina…ci volle tutta la sua buona volontà, ci riuscì in parte sino a metà e provò quell’orgasmo proveniente dal ‘punto G’ con goduria alle stelle, prolungata, favolosa, fiabesca mai provata con suo marito. Ci volle del tempo a riprendersi, baciò in bocca Romolo che finalmente soddisfatto ricambiò  dolcemente il bacio. Al rientro in camera da letto nessuna ‘confessione’ di Chiara al marito, considerava quell’esperienza una cosa sua personale. E con le amiche Agata e Astrid? Difficile evitare le domande delle due donne, le femminucce fra di loro hanno un diverso approccio e così Agata ed Astrid vennero a conoscenza dell’esperienza di Chiara e…si misero a ridere senza un perché o meglio pensarono di…Ormai a conoscenza dei ‘pericoli’ cui sarebbero andate incontro.  Agata ed Astrid con la curiosità alle stelle abbordarono il romano che rimase perplesso, in poco tempo stava raccogliendo sessualmente quello che in passato gli era stato quasi sempre negato. Appuntamento  mezzanotte in camera sua, per l’occasione il giovane si fece trovare preparato con doccia fatta e barba rasata ed anche …in posizione, il suo cervello riusciva ad eccitarsi al solo pensiero di quello che lo aspettava. Le due giovani si erano ben lubrificate, il loro fiorellino si lamentò meno del previsto all’ingresso alternato del ‘ciccio’ di Romolo il quale seguitava imperterrito ad entrare ed uscire, per ultimo Agata si girò di spalle e fece un omaggio anche al suo popò, fine della serata erotica. E i due maschietti? Presi dall’atmosfera che ormai circolava in quel lido, non diedero peso alla svicolata delle relative mogli ma pensarono bene di avvicinare  Chiara che, al loro approccio signorile, pensò bene di sfruttare la situazione dal punto di vista finanziario facendo comprendere la sua disponibilità in cambio di una visita ai negozi di lusso di Rimini. La penombra eccitò Henry e Jean che , armati …sino ai denti, si posizionarono: Henry supino con entrata nel ‘fiore’ della giovane, Jean nel popò lubrificato, insomma  un doppio gusto che portò all’Empireo la riminese che, prese talmente parte alla goduria di emanare qualche gridolino di troppo ascoltato da Tommaso che, pur a conoscenza della situazione rimase basito, mai sua moglie con lui… Venne l’autunno, non diciamo cose ovvie come ‘caddero le foglie’ ma che trovò i tre giovani più Chiara in perfetta armonia sessuale, unico escluso Tommaso che pensava più che altro a far cassa.  Chiara,  Tommaso e Romolo furono invitati a seguire Henry e Jean a Ginevra, ormai la loro amicizia era diventata sempre più forte, fuori del comune, fra di loro sentimenti profondi li univano. Per sistemare le cose dal punto di vista lavorativo ci pensarono i genitori di Henry e di Jean impiegandoli nelle loro fabbriche, Tommaso fece amicizia con  Yvette un capo reparto della fabbrica di cioccolato. Tutti dimenticarono le delizie del lido  Azzurro di Rimini  accontentandosi per le vacanze estive del  lago Maggiore, in parte svizzero, per respirare un po’ di aria italiana. Per finire Agata ed Astrid fecero felici nonne e nonni con la nascita di Denis e di  Guglielmo futuri eredi delle dinastie. I bimbi assomigliavano in maniera notevole a Romoletto…
     
     
     

  • 09 luglio alle ore 5:42
    Le due cornacchie azzurre

    Come comincia:  Anselmo Mattioli era un commerciante di borse, stivali e cinghie di pelle a Forlìmpopoli (l'antico Forum Populi, sorto forse per volere di Cesare), importante centro commerciale ed agricolo in provincia di Forlì, distante circa otto chilometri dal capoluogo. Il suo negozio, che il padre Carlo li aveva lasciato in eredità diciassette anni prima, nell'estate del 1904, era ben avviato e si trovava nella via di Mezzo del paese.
     Il padre di Anselmo era morto assassinato da un colpo di fucile, sparatogli a bruciapelo in pieno volto alla locanda Am'arcord, in via Baratti; questioni di gioco, di donne e di politica, dissero in paese: quello, infatti, era un un anarchico e donnaiolo sfegatato, chi li sparò, evidentemente...no!
     I carabinieri (quelli col pennacchio), allora chiusero presto le indagini; dell'assassino, infatti, neanche l'ombra (forse, chissà, si trattava di uno dei tanti mariti, colpiti nell'onore dal padre di Anselmo e venuti di passaggio in paese per una scorribanda spara e fuggi).
     - Tutto archiviato per mancanza di indizi (e di un colpevole, ovviamente!) - affermò all'Anselmo, cinque settimane dopo, il maresciallo Salvemini (e lo trascrisse pure sulle scartoffie). Il giudice capo di Forlì, Matteo Busatta, un veneto trapiantato da due lustri in Romagna, il quale aveva seguito le indagini coi carabinieri, avvalorò la tesi del maresciallo:
     - Tutto è bene ciò che finisce bene (per lui, evidentemente!), - disse al Salvemini, - in fondo, il morto, era soltanto uno di quelli (un anarchico, cioè) e nulla di più, uno in meno sulla faccia della terra! 
     Ogni mattina, tranne il sabato e la domenica quando restava chiuso (oppure nei giorni della fiera di San Pellegrino, in maggio, a Forlì, ed in quelli per i festeggiamenti della sega vecchia, in marzo, a Forlìmpopoli), Anselmo, alle otto e trenta, puntuale come un orologio svizzero o un meteoròlogo inglese, apriva il suo negozio e lo richiudeva soltanto alle diciannove; dopo di che tornava a casa: viveva da solo, in un piccolo appartamento (ben curato) sulla piazza Garibaldi, al centro del paese, proprio di fronte alla massiccia costruzione trecentesca della rocca.
     Anselmo era un uomo tranquillo, senza grilli che li ronzassero intorno o fronzoli che li girassero per la testa, ed amava la vita semplice. Unica sua passione era la buona tavola e, ogni tanto, qualche bicchiere in più di Sangiovese. Cucinava ogni cosa alla perfezione: pasticcio alla romagnola, brufabarba, polenta cogli uccelletti, riso con la tardura, cavoli romagnoli stufati, cappelletti pasticciati con funghi e pancetta, passatelli, pelle di cotechino in umido, agnello alla romagnola, migliaccio, castagnole, sfrappole, etc. Gli unici suoi "clienti", fissi nonchè affezionatissimi, erano i cani ed i gatti del paese a cui l'uomo soleva portare congrue porzioni delle sue squisitezze. Quando una mite mattina di novembre (verso le dieci e trenta, minuto più minuto meno), senza nebbia nell'aria e nembi oscuri in cielo, Anselmo se ne stava sulla porta del negozio (a godersela o, come suol dirsi, a crogiolàrsi al sole come una lucertola, dopo aver servito alcuni clienti ed aver ordinato la merce nelle vetrine) si diresse verso di lui un vagabondo coi baffi, un pantalone alla zuava rosso ed un basco bianco e nero in testa, che portava con sé due cornacchie azzurre chiuse in una gabbia.

     Dicasi, invero, di cornàcchia: quell'uccello, simile al corvo ma più piccolo e meno sgraziato; molto intelligènte, però...oppure di persona, con voce stridula e chiacchierona; o, ancora: cornacchione, cioè, colui che chiacchiera molto...(di) più di una cornàcchia!

     Quando l'uomo gli fu vicino chiese:
     - Signore, volete comperare queste due simpatiche cornacchie azzurre? Sono anche rare, vedete, vengono dall'Irlanda, dalla lontana contea di Louth. Pensate, me le ha regalate un marinaio francese sbarcato con un cargo a Genova, venticinque giorni fa.
     (L'uomo, evidentemente, era stato nel capoluogo ligure ma non era per niente sicuro il fatto se quelle cornacchie fossero realmente originarie dell'Irlanda!).
     Il vagabondo a quel punto si fermò, un attimo appena, poi riprese a parlare:
     - Sono state dipinte di azzurro da un contadino, come il colore del cielo, perchè era solito usarle per allontanare gli altri uccelli dal suo raccolto; così, signore, credetemi, mi ha raccontato quel marinaio.
     Anselmo guardò il vagabondo diritto in mezzo agli occhi, quasi con divertita pietà, e dentro di sé pensò:
     - Chissà chi é costui? Questo, mi sa, deve essere tutto matto...mai sentito che i contadini dipingano le cornacchie di azzurro!
     - No, non ne voglio proprio, - rispose al vagabondo, - non mi interessano.
     - Signore, - replicò l'altro, - la prego, ci ripensi; andiamo, su, ve le vendo insieme a poco prezzo: la coppia per appena nove lire.
     - Mi hai capito o sei sordo? - replicò Anselmo. - Va via che ho da lavorare. Non son mica un perditempo, io!
     L'uomo, così, ascoltate che ebbe quelle parole, chinò il capo con rasseganzione e, dopo aver salutato Anselmo agitando il basco che avea nella mano sinistra, si voltò per andarsene. Mentre se ne stava andando, però, quello lo richiamò:
     - Ehi, tu, colle cornacchie, - disse, - vieni un po' qua (evidentemente, aveva cambiato idea: forse, chissà, pensò bene che quei due strani uccelli li avrebbero tenuto compagnia).
     - Sì, signore, - fece il vagabondo, tornando indietro, - mi dica, ha per caso cambiato idea?
     - Quanto hai detto che vuoi per quei due "tipi" che ti porti dietro?
     - Soltanto nove lire; anzi, visto che mi siete proprio tanto simpatico gliene cerco appena otto: va mica bene per lei, lustrissimo?
     - Va bene, dai, te ne do lo stesso nove, perchè mi sembri un buon uomo, in fondo!
     Il vagabondo, così, prese i soldi e lasciò ad Anselmo la gabbia cogli uccelli. Dopo di che sollevò il basco che aveva rimesso in testa, per ringraziare. Prima di andarsene esclamò:
     - Lei, signore, è un uomo di gran cuore e la vita le vorrà bene!
     Anselmo entrò in negozio pensoso: doveva decidere dove mettere la gabbia con le cornacchie. Dopo qualche minuto prese la decisione. Nel retro del negozio, alla parete erano appesi due quadri: uno era quello con la foto del papà di Anselmo, Carlo; l'altro, invece, raffigurava il ritratto di Gaetano Bresci, l'anarchico che aveva fatto fuori Umberto I° a Monza, nel luglio 1900. L'uomo, allora, prese la gabbia con le cornacchie e l'appese con un chiodo al muro vicino ai due quadri, proprio nel mezzo tra l'uno e l'altro. Dopo di che cominciò, per ischérzo, a ripetere a entrambe:
     - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico.
     In poco tempo gli uccelli impararono quelle parole; e quando avevano sete, poi, o volevano da mangiare, strisciavano il becco sulle grate della gabbia oppure lo battevano contro la base e gridavano all'unisono: - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico.
     Tutto ciò andò avanti all'incirca per un anno. Intanto, dopo la marcia su Roma del 27 ottobre 1922, il fascismo imperversava in tutta la penisola: tra il 1925 e il 1927 si compì la fascistizzazione dello stato, in seguito a cui Benito Mussolini assunse pieni poteri e diventò un dittatore. Le squadracce nere distribuivano, a destra come a manca, manganellate, olio di ricino e, dove occorreva, purtroppo, anche colpi di rivoltella: l'opposizione era ridotta ai minimi termini (il "biennio rosso", ormai, e le ondate di scioperi ed occupazioni delle terre e delle fabbriche apparivano lontanissime chimere. Nell'agosto 1922 l'ultimo sprazzo di libertà aveva illuso i sognatori: la rivolta di Parma, organizzata dagli Arditi del Popolo. Allora, la città, l'unica in Italia, riuscì a tener testa ai fascisti. Il 6 agosto, la spedizione comandata da Italo Balbo si ritirò con la coda tra le gambe senza aver avuto ragione della resistenza dei Parmensi) ma, di tanto in tanto, non faceva mancare la sua voce.
    In paese, ad esempio, due giovani operai delle officine "Liberati" di Forlì (Rinaldo Tofoli, detto "il rosso" e Franco Galimberti, detto "il barbazza") nel 1929, il I° maggio, dettero fuoco alla "Casa del Fascio", in via Spanò: entrambi, poi, riuscirono a scappare oltre confine, in quel di Zurigo (Svizzera tedesca), grazie alla colletta di alcuni compagni; un gruppo di contadini, invece (tra questi anche Giovanni Bicchierai, detto "il lungo", amico fraterno di Anselmo, il quale abitava in via Artusi proprio dirimpetto alla chiesa di San Ruffillo e quasi vicino alla piazza Garibaldi), organizzò, l'anno dopo, uno sciopero nelle campagne del forlivese per protestare contro le inumane condizioni di vita a cui li costringevano i proprietari terrieri ed i latifondisti, aqquartierati spesso coi ladroni e i filibustieri del regime (la Carta del Lavoro, infatti, nel 1927 aveva sancito l'organizzazione statale secondo forme di rappresentanza economico-corporativa limitando, tra le altre cose, sempre più i diritti di uomini e donne nelle campagne, e l'anno prima, inoltre, eran stati sciolti i sindacati liberi a favore di quelli fascisti, gli unici a rappresentare, oramai, i lavoratori). Al termine della manifestazione uno degli scioperanti, soprannominato "fratello sole" (un anarchico venuto in Romagna dall'Umbria, il paese di Bastia, vicino ad Assisi, di cui nessuno conosceva il vero nome) sparò una schioppettata a un padrone, ferendolo ad una gamba: fu subito imprigionato nella rocca di Ravaldino, a Forlì, allora adibita a carcere, dopo di che condannato dal tribunale a dodici anni di confino coatto da trascorrere a Campese, sull'isola del Giglio, in Toscana, e sull'isola d'Elba (la stessa che aveva dato dimora ed esilio, qualche decade addietro, ad un certo Napoleone, alias Bonaparte).
     Nel frattempo accadde che anche le cornacchie di Anselmo, bontà loro, si erano "evolute", insieme ai tempi (oppure, chissà, "involute": dipende, casomai,, dai punti di vista!). Erano, quelle, diventate domestiche uscivano dalla gabbia, sovente lasciata aperta dall'uomo, saltellavano liberamente nel negozio ed a volte, anche, si posavano amichevolmente sulle spalle dei clienti che entravano nello stesso a fare compere.
     Da qualche tempo, inoltre, Anselmo aveva fatto sistemare, nel retrobottèga, un tavolo e delle sedie: alcuni amici del paese, infatti, (tra questi diversi "sovversivi"), vi si riunivano per bere qualche buon bicchiere di rosso, o per fare qualche partitina a briscola e parlare dei tempi oppure del più e del meno. Uno di questi, che si chiamava Giuseppe Guerra (soprannominato dagli amici "la mano destra di Dio", a causa della innata capacità di spennare tutti al gioco!), soleva gridare ai compagni di tavolo, quando vinceva una mano: - Guarda come li faccio fuori tutti!
     Gli uccelli, che nel frattempo Anselmo aveva ribattezzato coi nomi di Cric e Croc per il loro modo, a detta di tutti, alquanto insolito di aprire e chiudere ritmicamente il becco quando parlavano, impararono in fretta anche quelle parole visto che spesso gironzolavano vicino al tavolo da gioco. Da quel momento in poi, infatti, quando meno era previsto, le pronunciavano (ai clienti del negozio, ad Anselmo, agli stessi amici di quello mentre giocavano, etc.), in combinazione a quelle già apprese in precedenza:
     - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico. Guarda come li faccio fuori tutti!
      Le parole pronunciate dalle cornacchie, insieme al loro comportamento, provocavano ilarità e buonumore tra gli amici di Anselmo ma anche, chissà...
     Giunsero, infatti, a distanza di non molto tempo, alle orecchie sbagliate, attraverso il vecchio ma efficace modus del "passaparola" vieppiù noto anche come quello delle spie sempre all'erta: è facilissimo che fosse successo così visto che era antico come il cucco e molto in voga all'epoca!
      Accadde che tre fascisti, amici del ras di Forlìmpopoli Primo Guzzanti, entrarono in negozio, un giorno, con fare non proprio amichevole. Uno di loro, Aldrovandi Saverio (detto "manomorta"), d'amble disse:
     - Ehi, Anselmo, girano strane voci su di te e sul tuo negozio, sai?
     - Che dici? Non so mica di cosa parli!
     - Sì, alle nostre orecchie sono giunte strane voci: dicono che quì dentro si fanno...
     - Ah! Ah! - esclamò Anselmo, interrompendo l'altro. - Certo, sono le mie cornacchie: io gli insegno delle cose buffe da ripetere ai clienti per tenerli in allegria. Niente di altro, credetemi!
     L'uomo, in effetti, aveva mentito (costretto a farlo, dato i tempi in corso, per salvare il suo negozio e, forse, qualcos'altro!): sul fatto, cioè, che il retrobottèga fosse spesso frequentato anche da persone che definire poco simpatiche ai fascisti è di certo un eufemismo!
     - Ma, forse, chissà...sarà pure così! - disse "il Patacca", compagno di squadra del "manomorta", un galantuomo che portava sul fianco destro una vecchia Luger 7,65 (di quelle usate dall'esercito italiano nella Grande guerra) e sull'altro il manganello sempre all'erta.
     - Stai attento a te, però, Anselmo; ti consiglio di non metterti nei guai...e fila sempre diritto se vuoi campar felice!
     - Agli ordini, sarà fatto! - fece quello.
     - Sì, sì...esclamarono in combutta i tre ed andarono via.
     Non appena furono fuori dal negozio, Anselmo andò nel retro ed esclamò, ad alta voce e ben tre volte: - Morte al fascio! Morte al fascio! Morte al fascio!
     Le cornacchie, le quali evidentemente non dormivano mai ed erano, anzi, sempre all'erta e con le orecchie ben diritte, a loro volta ripeterono, insieme, le parole pronunciate poco prima dal loro padrone: - Morte al fascio!
     - Porca puttana zozza...- imprecò, allora, fra sé e sé l'Anselmo - boia d'un mondo ladro e che mi venga pure un cancher: me n'ero proprio dimenticato!
     In effetti, al povero Anselmo era del tutto passato dalla mente che in negozio c'erano sempre i due ospiti: a tenerli compagnia.
     E le cornacchie, ancora (quasi quasi a voler mettere il coltello nella piaga e far adirare il padrone ancor di più!):
     - Sono Getano Bresci, l'anarchico. Guarda come li faccio fuori tutti. Morte al fascio!
     Alle parole che già conoscevano, gli uccelli avevano aggiunto quelle imparate di fresco: proprio una bella filastrocca, non c'è che dire!
     - Porco Dio! - prima borbottò Anselmo a voce bassissima e poi digrignò i denti. - Hanno una memoria di ferro quelle due lì e un'udito finissimo; mica gli sfugge niente, cavolo!
     Nel frattempo nel negozio entrò Giovanni Artusi, il matto di Forlìmpopoli (lo chiamavano tutti, in paese, "Giovanni dalla benda nera", per via d'una benda nera, appunto, con cui, pur non essendo affatto orbo, soleva coprirsi l'occhio destro), il quale domandò:
     - Ehi, Anselmo, hai mica un paio di bretelle di straforo da vendermi? Che i calzoni, sai, non mi stanno più dritti...
     - Senti Giovanni, - replicò l'altro, - non è momento questo: torna nel pomeriggio che vedo se posso aiutarti. Torna più tardi, dai, ho da fare adesso!
     Anselmo era ancora arrabbiato, e non poco, con sé stesso: per le parole nuove che Cric e Croc avevano imparato...suo malgrado. Ma l'Artusi, però, dal suo canto non la prese per niente bene (evidentemente!).
     - Bestia, ricordati che devi morire! Ricordati che devi morire! Ricordati che devi morire!   - urlò il matto ed andò via incazzato nero.
     - Sì, d'accordo: ora me lo segno così non lo dimentico. - replicò sarcasticamente Anselmo. - Fai bene, sai, a scappar via perchè oggi non è proprio aria!
     Nel frattempo, però, gli uccelli erano saltati fuori dalla gabbia, mettendosi proprio alle spalle di Anselmo ch'era in piedi dietro il banco e che, da par suo, non s'era avveduto di nulla. Non appena si voltò venne  colpito di getto dalle loro parole (quasi come fossero pietre scagliate da una catapulta!).
     - Bestia, ricordati che devi morire! Ricordati che devi morire! Ricordati che devi morire!
     - Ma chi me l'ha fatto fare? - esclamò allora Anselmo dentro di sé. - Mio padre, bontà sua, mi ha lasciato una bottega ben avviata, pure un piccolo gruzzoletto con cui andare avanti...dovevo  proprio prendere quelle due lì? Boia d'un mondo lader!
     Le cornacchie, intanto, dal retrobottèga, quasi a volersi prendere giuoco dell'uomo, ripeterono all'unisono: - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico. Guarda come li faccio fuori tutti. Morte al fascio. Bestia, ricordati che devi morire!
     In effetti, le dolci e gentili creature avevano imparato la tiritera per intiero: ossia, alla fine delle parole precedenti avevano aggiunto quelle nuove, come sempre; facendolo in maniera metodica e quasi maniacale: sembrava, insomma, come se seguissero un piano prestabilito, diabolico e ben costruito, forse...quasi umano!
     Passaron così alcuni anni: stancamente e noiosamente, per l'Anselmo, la vita scorreva, seppur - come al solito - in maniera semplice e dignitosa. Venne un'estate, fu quella del 1932, quando cadeva l'anno 10° dell'era fascista (così era denominata quell'epoca iniziata, entrata in "vigore" dalla marcia su Roma in poi). In paese fervevano i preparativi per il grande evento o "giorno dei giorni" (da tutti veniva così chiamato), probabilmente più importante dei sabato fascisti che avevano luogo durante il corso dell'anno: di lì a poco, infatti, sarebbe arrivato in visita il podestà di Forlì Aristide Rampini. Il suddetto, originario di Lugo di Romagna, la cittadina in provincia di Ravenna che aveva dato i natali a Francesco Baracca, eroe dell'aria nella Grande guerra (la moglie, invece, a tutti nota in paese come l'Adalgisa, una bruna con le enormi tette, era invece nata a Luzzara, nel reggiano, capitale del pesce gatto in padella e delle anguille con piselli e polenta), era un tipo arcigno e tutto d'un pezzo (sulla fiancata destra dell'auto con cui solitamente si spostava, una vecchia Alfa Romeo GS marroncino, guidata dal fido autista Manlio, erano incise le seguenti tre parole: "credere, obbedire, combattere!"; ovvero, la sintesi ideale del vero fascista che richiama la mitica figura del guerriero, pronto a tutto per difendere lo stato e il suo capo); carissimo amico, tra gli altri, del ras di Ferrara Italo Balbo e di tutta la cricca ferrarese. Era, il Rampini, un cosiddetto "fascista della prima ora": di quelli, cioè, che avevano sposato la causa sin dall'inizio...(da) subito (o quasi), ed indossato la camicia nera. Il giorno della visita correva di sabato e Anselmo, come suo solito, si alzò più tardi (il negozio era chiuso, come ogni fine settimana e nei giorni di fiera), verso le nove-nove e trenta: appena in piedi, però, si ricordò di aver lasciato aperta la finestra del negozio (quella che da su una strada secondaria); decise, tuttavia, di tralasciare il fatto: ci avrebbe pensato il lunedì seguente.
     Il Rampini, dal canto suo, arrivò in paese alle undici e trenta. Dopo aver pranzato, alle tredici in punto salì sul palco, allestito già dal giorno prima, di fronte alla rocca nella piazza Garibaldi: al suo fianco la moglie ed il fior fiore del fascio emiliano-romagnolo, dal Guzzanti al Corridoni, dal Malinverni all'Arpinati di Bologna e lo stesso Balbo; ospiti d'onore il ras di Cremona Farinacci e quello di Trieste Giunta, a far le veci del Duce.
     La piazza era gremita da oltre ottocento persone (molte venute anche da fuori provincia), tenne un discorso di ben mezz'ora. Al termine della cerimonia la compagnia si recò in visita alla rocca trecentesca eppoi agli altri monumenti. Verso le diciannove-diciannove e trenta andarono di buon grado tutti insieme ad ingozzarsi al Principe, locanda-albergo in viale Bologna, al centro del paese. Dopo cena il podestà preferì salire subito in camera, insieme alla moglie (alloggiavano in camere separate, sullo stesso piano, l'una di fronte all'altra): si addormentò con la finestra aperta. Verso le due e tredici, mentre russava talmente forte da somigliare ad una locomotiva a vapore, sul davanzale della finestra si posarono improvvisamente le cornacchie di Anselmo, le quali erano volate via dalla finestra del negozio che lo stesso aveva lasciato aperta, distrattamente. Gli uccelli cominciarono a gridare:
     - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico. Guarda come li faccio fuori tutti. Morte al fascio. Ricordati che devi morire! 
     Quelle grida svegliarono di soprassalto il Rampini che, spaventato, si alzò dal letto e, dopo aver afferrato la rivoltella dal comodino, si avvicinò alla finestra. A voce alta esclamò: . Maledizione, sto ancora dormendo o son desto? Ma no, sono sveglissimo eppure mi  è sembrato d'aver udito...- si bloccò un attimo, quindi riprese a parlare - Non ho mica le traveggole, per Dio!
     L'uomo, così, puntò la pistola contro le cornacchie che gridarono ancora:
     - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico. Guarda come li faccio fuori tutti. Morte al fascio. Bestia, ricordati che devi morire!
     - Non mi ero sbagliato, boia d'un cane cieco! - esclamò l'uomo. - Siete proprio voi che avete parlato; andate via, bestiacce, prima che vi impallini io e...
     A quel punto il Rampini si bloccò; corse sul letto e vi si adagiò, lentamente: era stato colto da un malore!
     L'Adalgisa, intanto, anch'essa svegliata dal trambusto, fece per entrare nella stanza del marito. Lo vide, disteso sul letto, e gridò:
     - Cielo, Aristide, cosa ti è successo?
     Quello, però, non rispose. Aveva gli occhi di traverso e la lingua penzoloni dalla bocca: sembrava più morto che vivo! Lo portarono in ospedale, a Forlì, i medici li dissero: - E' stato fortunato, eccellenza, trattasi di un lieve attacco di angina!
     Il Rampini, infatti, dopo alcuni giorni in osservazione nel reparto di cardiologia, fu dimesso. Da allora, però, non fu più lo stesso uomo: meno arcigno diventò e, soprattutto, meno...molto meno "tutto d'un pezzo"!
     Le cornacchie, nel frattempo, dopo la "spedizione punitiva" contro il podestà, erano rientrate, per così dire, alla base, cioè, alla stessa maniera in cui erano volate via: dalla finestra lasciata aperta dal loro padrone. Il lunedì seguente Anselmo riaprì regolarmente il negozio, si ricordò della finestra aperta e la richiuse, ma mai seppe di quanto era accaduto: gli uccelli, infatti, erano al loro posto, nella gabbia nel retrobottèga...in riga come due provetti attendenti, e pronte a fare il loro dovere di discrete origliatrici.
     Quaranta giorni dopo, però, ormai sul far dell'autunno, un giovedì, mentre un violento temporale era intento a tormentare il cielo sopra Forlìmpopoli ed i poveri vigneti delle campagne circostanti, accadde ancora l'imponderabile: gli uccelli, d'improvviso, volaron via, dalla stessa finestra della volta precedente. Tutto successe proprio mentre Anselmo, ironia della sorte, serviva una cliente estremamente particolare: l'Adalgisa, moglie del podestà, venuta in paese per far compere.
     Quando Anselmo ebbe finito di servirla, il temporale stesso cessò (nel frattempo s'era fatta la "mezza" e le campane della chiesa di San Ruffillo risuonarono quattro volte: forse, chissà, il sagrestano Gipo aveva sbagliato a far di conto!), ma era uno di quelli veramente speciali, ossia tutti ammantati di un non so che di misterioso...che lasciano nell'aria, subito dopo, qualcosa. Fu così, infatti: un arcobaleno ridondante di luce e di colori, un profumo intenso di mosto selvatico, di quello che soltanto la campagna di Romagna e della bassa sanno dare!
     Anselmo andò nel retrobottèga e si accorse della fuga delle cornacchie. - In fondo, - pensò dentro di sé, - è giusto così, perchè i colori non si possono imprigionare né tenere in gabbia (il colore azzurro delle cornacchie, infatti, è quello del mare, del cielo e della libertà), loro sono come le idee: nessuno mai potrà farlo!

    da: "Storie e racconti della bassa".

    Taranto, 10 marzo 2017.
     
     

     
     
     

  • 09 luglio alle ore 5:08
    Sulla riva andante del lago Bakunino

    Come comincia: Dialogo breve tra l'anima Caronte - di un morto - ed il morto Estragon - da trasportare; liberamente ispirato e tratto da: "Aspettando Godot", di Samuel Beckett.

                                                    =Personaggi=
    +Caronte=l'anima di un morto;
    + Estragon=il morto;
    +il bardo;
    +il filosofo cieco (Andromedo).

    Caronte     Allora che cosa aspettiamo? Andiamo: l'ora è già buona!
    Estragon   Aspettiamo ancora un po': è meglio così. A volte ritornano; aspettiamo di                          sapere: se qualcuno verrà e cosa ci dirà. Qualcuno, sì, penso proprio che                        verrà.
    Caronte     Chi?
    Estragon   [Loro]...I morti a volte ritornano (...almeno loro!). E'meglio così che                                    aspettiamo.
    Caronte     Sai, amico mio, credo che nessuno mai ritornerà da lì, dall'altra sponda. I                        morti: no, di certo...Non sono sicuro di niente, di ciò che dici; del "ritorno"                        come tu parli. Non sono sicuro (mai) di niente: ho visto tanto nella mia vita,
                      ormai! Forse le anime [dei morti] ritornano, a volte. Non sò: mai, però, mi è
                      capitato di vederne una. Dai, su, andiamo.
    Estragon   Non aver fretta, caro amico mio. Ti prego, dai, non avere fretta. Non bisogna                    mai averne nella vita: che la fretta...mai porta (di) buono, niente!
    Caronte     Va bene, va bene. Allora aspettiamo ancora un po'.

    Breve pausa. I due rimangono immobili, le braccia appese, il mento sul petto e le ginocchia piegate. Ad ascoltare il silenzio: grottescamente in attesa. Dopo di che...(ovvero, qualche minuto più tardi).

    Caronte     Dai, su, andiamo: che l'ora è già buona da un pezzo. Andiamo.
    Estragon   Sssssssss! Non senti anche tu uno strano fruscio, laggiù tra i cespugli?
    Caronte     Non sento nulla: eppure non sono (mica) privo di udito!
    Estragon    Senti? E' sempre più forte.
     
    I due - all'unisono - tendono l'orecchio. Caronte perde l'equilibrio e quasi cade. Si aggrappa al braccio destro dell'altro che, a sua volta, barcolla. Rimangono per qualche momento in ascolto...(ancora) del silenzio, abbracciati l'uno con l'altro  e gli occhi negli occhi. Poi...

    Estragon     Eccolo!
    Caronte       Chi?
    Estragon     Sssssssss! Ma...è soltanto un piccolo gatto bianco!

    (Sospiri di sollievo di entrambi. Distensione. Si allontanano l'uno dall'altro). Poi riprendono a parlare.

    Caronte      Mi hai (quasi) spaventato: per un attimo, sai, ho creduto...Anche io ho                             creduto a qualcosa; credevo fosse proprio nero: è invece...
    Estragon     Vedi che anche tu, quando vuoi: allora non sei proprio un maledetto                                  lurido bastardo miscredente! Sei recuperabile!
    Caronte       Ma è stato un attimo, sì un attimo soltanto: ho creduto...sono bastardo                            dentro io!
    Estragon     Sì, lo so quello che sei, amico. Hai creduto che fosse lui?
    Caronte       Chi?
    Estragon     Hai creduto che fosse lui? Che fosse qualcuno?
    Caronte       Ma no, dai, che dici? Ho creduto soltanto per un attimo...Nessuno.                                  Andiamo che l'ora è (già) buona da un bel pezzo, ormai. I morti non                                ritornano mai, forse - chissà - le anime, quelle dei morti a volte, quelle che                      nessuno ha voluto o quelle che non trovano pace neanche dopo la morte:                      ma...non so, non sono sicuro di niente. Ficcatelo per bene in quella testa                        vuota che hai: anche tu, amico, hai la testa uguale alla mia, sai? Andiamo!   Estragon     No, aspettiamo ancora un po': magari fino alle tre e poi andremo, se                                vorrai.
    Caronte        Aspettiamo ancora un po' allora.

                                             =Post dialogo
    il bardo ne: l'appello (degli appelli)  Tappezziamo la realtà di buchi neri: per modo che                       la mente vi si possa dentro infilare, (e) vagare - colà - alla cerca della via                         d'uscita.
    il filosofo cieco (Andromedo) ne: il post-appello  Il tempo è illusione: tutto è illusione; il                       tempo trascorre ma tu puoi solo rincorrerlo, invano! - Il tempo gira su se                           stesso - mi disse una volta un monaco buddista di nome Zarathustra, - ma
                       ogni momento possiede in se il suo senso...Nessuno torna, loro non                               tornano indietro dal viaggio.
     
    Taranto, 27 febbraio 2017.
     

     

  • 06 luglio alle ore 4:01
    Un sillogismo aristotelico

    Come comincia: "Shakespeare sta all'animo umano ed al cuore dell'uomo come Leopardi sta al suo subconscio ed al suo dolore"

                                               = Spiegazione =
     Se Shakespeare é stato (definito) il "poeta dell'animo umano" per eccellenza, colui - cioé - che più (e meglio) di ogni altro abbia cantato, narrato e scritto sull'uomo e i suoi sentimenti e le sue pene d'amore (perdute o meno che siano!), sull'uomo ed i suoi intrighi ed i suoi sbagli, sull'uomo e le sue virtù e le sue debolezze; mettendone pure a nudo la sua quint'essenza e la sua vera natura, scavando - e scandagliando -  all'interno del cuor suo, sezionandolo (l'uomo) e "vivisezionandoli" (il cuore e l'uomo) da ogni lato e da ogni sfaccettatura possibile ed immaginabile per estrapolarne di volta in volta il meglio ed il peggio, Leopardi, invece, é stato il "poeta del profondo" dell'uomo: che ha sì scavato anch'esso nel suo subconscio e nella sua interiorità, nel suo estremo substrato e nel suo lato più oscuro e recondito, ma trovandovi soltanto paure, angosce,  dubbi, perplessità, incertezze, ed amarezze, ed ossessioni. Il recanatese é stato colui che più (e meglio) d'ogni altro si sia fatto carico dei dolori interiori suoi e dell'umanità intera, portandone sulle deboli sue spalle (e fragili) di uomo il fardello, a volte pesantissimo ed a volte insopportabile, ma facendolo pur sempre con dignità, forza e coraggio.
     Entrambi (Shakespeare e Leopardi), a mio modesto avviso, furono, però, pur sempre "inguaribili romantici ottimisti": entrambi, infatti, amarono (seppure in maniera differente l'uno dall'altro) fin troppo la vita; e l'amarono così tanto da non averla potuta odiare!

    Taranto, 14 ottobre 2013. 

  • 01 luglio alle ore 9:11
    PERCHÈ?

    Come comincia: Alberto pensionato ultrasettantenne, abitante a Messina in viale dei Tigli,  come tutti gli anziani non proprio in salute, per usare un eufemismo, passava molto tempo a leggere i giornali o dinanzi alla TV ma questo non migliorava il suo stato d’animo anzi…Cosa stava succedendo ai singoli  individui? Sembra, anzi è accaduto  che la parte peggiore delle persone è venuta  fuori estrinsecandosi in maltrattamenti di anziani nelle case di riposo o di bambini negli asili, di genitori che prendono di petto insegnanti che hanno dato cattivi voti ai loro figli e non ultimi ma, più gravi, gli omicidi per motivi talvolta incredibili come l’ultimo di un uomo che per strada ha ucciso un giovane a lui sconosciuto perché lo aveva notato allegro mentre lui non lo era! E che dire degli omicidi di ex mogli che si erano rifatte una vita con un nuovo compagno dopo aver sopportato per anni le angherie dei mariti senza mai denunziarli, senza tralasciare i reati di concussione e di corruzione dilaganti che erodono l’economia. Ultime ma non meno importanti la mafie nelle loro varie denominazioni che mettono a dura prova la vita dei cittadini onesti e la stabilità del paese. Da non dimenticare gli stupefacenti che, oltre a far arricchire i trafficanti mina la salute soprattutto dei più giovani; è storia recente di loro morti per nuove droghe letali. Altra tristezza vedere in televisione dei pensionati con le lacrime agli occhi che dichiarano di aver perso i risparmi di una vita per il fallimento delle loro banche. Forse ci dobbiamo rifare al pensiero di Socrate che sosteneva che gli uomini sono ignoranti e malvagi, si spera proprio di no, vi sono molti esempi di solidarietà. Gli unici argini a tanto disfacimento sono le forze dell’ordine. Alberto quale ex maresciallo della Guardia di Finanza, in quarantaquattro anni di servizio aveva contribuito a questa lotta ottenendo vari riconoscimenti fra cui la Medaglia Mauriziana privilegio di pochi. L’esiguità del numero di personale, sempre sotto pressione giorno e notte rendeva la lotta impari. Un paese florido si vede anche dal comportamento dei suoi amministratori. In campo nazionale c’è una coalizione con i capi sempre in lite fra di loro, in campo locale gli amministratori spesso vengono rimossi per corruzione o per mafia. Altra piaga i nostri migliori ‘cervelli’ espatriano in cerca di lavoro in quanto i signori politici hanno preso provvedimenti cervellotici come quello di mettere un numero chiuso nella facoltà di medicina. I medici andati in pensione vengono richiamati in servizio per sopperire a ‘buchi’ di organico. Alberto era amareggiato, ricordava con rammarico il dopo guerra quando tutti gli italiani si erano rimboccati le maniche e nel 1960 l’Italia aveva avuto un boom nella ricrescita del paese. Ed ora? Non si sa se ridere o piangere. È accaduto che per un posto di infermiere sin sono presentati duemila dicesi duemila concorrenti, questo è indice di disperazione e di povertà. Una volta ad un poveraccio si  diceva, con senso dello humour,  che dormiva sotto i ponti, oggi purtroppo questo è diventato realtà, l’abbiamo potuto constatare a Roma. In campo internazionale? Meglio nessun commento. Alberto, vedovo, accompagnato dai nipote Marco o Andrea passava regolarmente da un nosocomio a l’altro a seconda delle  patologie, in farmacia mettevano il ‘tappeto rosso’ quando lui entrava ad acquistare medicinali! A casa  cucinava come aveva fatto da finanziere  nei lontani anni cinquanta, alle pulizie di casa era addetta la portiera Gina quarantenne che, talvolta, lo …aiutava in altri campi. Nel suo curriculum aveva scritto: ‘Sono nonno bomba che beve, mangia e, talvolta, tromba’, l’esprit era stato sempre la sua ancora di salvezza. Altra peculiarità: Alberto si era scoperto scrittore e, forte della  sua maturità classica aveva scritto un romanzo sulla sua vita pubblicato da una casa editrice e ben duecento racconti dal ’sapore’piccante come sua abitudine inveterata, in passato le femminucce erano state i suoi svaghi preferiti ora… si arrangiava. Le sue narrazioni vengono pubblicate sul sito ‘Aphorism’ e pare siano apprezzate dai lettori in cerca di svago. Ultima novità: la portiera era andata a casa di sua madre ammalata, era stata sostituita da Gigliola sua figlia ventenne fisicamente niente male. Alberto si era domandato chi poteva aver ispirato i genitori, ex contadini inurbati, ad apporre alla figlia un nome fuori del comune forse per riconoscenza verso l’ex padrone del campo da loro coltivato. Gigliola era iscritta al secondo anno di università in medicina, dimostrava di essere portata verso quella branca di studi,  aveva conseguito con pieni voti il diploma di infermiera. La ragazza era molto affezionata al cavaliere (Alberto aveva ricevuto l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica) anche perché il cotale le mollava sotto banco  bei soldini con la segreta speranza di…Alberto se lo poteva permettere per l’eredità in titoli e denaro nel conto corrente ricevuti da una zia. Un giorno Gigliola: “Cavaliere posso chiederle un favore grosso, col mio fidanzato non posso avere molta intimità perché non possiamo stare insieme né a casa sua né in quella mia e non vogliamo andare in albergo,  che ne direbbe di ospitarci? Ho conosciuto da poco tempo Alessio figlio di persone abbienti,  è una categoria di persone che non amo perché si sentono padroni del mondo, ultima richiesta particolare, vorrei che lei, per mia sicurezza ci controllasse con una telecamera nascosta.” “Insomma dovrei fare il guardone e il cane da guardia, e se poi mi viene voglia di…” “Nessun problema, in viale S.Martino ci sono bei negozi…” Più chiaro di così! Alberto prese contatti con Sergio un venditore di materiale elettronico, gli spiegò la sua richiesta ed il giorno dopo una minuscola telecamera fu istallata in camera da letto con visore nello studio, si vedeva perfettamente tutto anche con poca luce. Dopo una settimana Gigliola ed Alessio, un ‘braciolettone’ come lo avrebbe definito  Alberto si presentarono in casa del cavaliere che aveva lasciato la porta socchiusa. “Mio zio non sta bene, abbiamo tutta la casa a disposizione, questa è la camera da letto con annesso bagno, prima mi faccio io il bidet e poi tu, nel frattempo mi stenderò sul letto.” Sul lettone Gigliola si prese il divertimento di allargare le cosce per mostrare la ‘cosina’, una favolosa foresta nera con le conseguenze che il  ‘ciccio’ di Alberto alzò la cresta  ma poi, sconsolato, capì che non era il momento. Alessio si dimostrò subito di essere imbranato in campo sessuale, Gigliola fece tutto lei: prima prese in bocca l’uccello del fidanzato non  troppo grande, ci volle del tempo prima di riuscire a…, ci volle altro tempo per rinverdire il ‘coso’ di Alessio che ci mise assai per eiaculare nella vagina. Il simpaticone si sentiva un mandrillo, non capiva di essere stato solo uno strumento in mano a Gigliola, forse non aveva mai conosciuto da vicino una donna. Alla fine, dopo il passaggio in bagno la ragazza: “Caro, lo zio se la passa male a soldi, è pensionato, che ne dici di lasciargli qualche Euro?” Alessio fu generoso, si sentiva un dio,  mollò una banconota da cinquecento Euro che, in seguito finì nella borsa di Gigliola. Chiusa la porta d’ingresso: “Che ne dici zio del mio fidanzato?” “Sposalo, quando mai ti capiterà uno come lui ed ora accomando un…allo spirto che non muor!” Alberto con Gigliola ritrovò in parte la gioventù, la situazione si ripeté varie volte sinché Alessio si decise al gran passo. Al matrimonio Alberto fu uno dei testimoni, elegantissimo si presentò zoppicando ed aiutandosi con un bastone, non voleva apparire troppo arzillo…

  • 01 luglio alle ore 9:07
    LA SCONOSCIUTA CHE VIEN DA LONTANO

    Come comincia: Una mattina gli abitanti di un isolato della Panoramica di Messina si trovarono dinanzi una bionda che più bionda non si può come direbbe un celebre comico. Da dove era sbucata? Un mistero. Di bionde al mondo ce ne sono a bizzeffe ma questa era molto particolare: innanzi tutto la statura: col suo metro e ottantacinque sovrastava in altezza quasi tutti gli uomini poi aggiungici i tacchi…Certo il suo numero di scarpe quarantatre non era facile da trovare per una donna ed allora? Scarpe su misura. Quel che colpiva di più nel viso, oltre all’armonia dei lineamenti erano gli occhi di un profondo blu assolutamente fuori dal comune. Altra caratteristica la vita molto stretta, ovviamente gambe  lunghe e piedi affilati, un tripudio per feticisti! A tale beltade non poteva corrispondere un nome qualsiasi infatti si chiamava Deepika provenienza: imprecisata. La signorina aveva acquistato un appartamento nello stesso piano di quello di Alberto, appartamento a lei venduto dal figlio di una signora deceduta per un carcinoma.  Le moglie sciocche fecero delle scenate ai mariti più cretini delle loro consorti, c’era poco di essere gelose, Deepika non dava confidenza a nessuno se non un saluto frettoloso. Anna vista la situazione disse al marito: “Se sei capace provaci, ma andrai in bianco da quello che ho capito.” La consorte di Alberto non era gelosa, ormai in menopausa il sesso per lei non aveva più attrattive, voleva solo avere il marito vicino per il resto…affari suoi. Alberto ebbe modo di avvicinare Deepika in palestra, la ragazza  trentenne lavorava più con i pesi, con i manubri ed i bilancieri che col corpo libero, era una forza della natura. Fu lei stessa ad avvicinare il nostro eroe che a cinquantacinque anni faceva ancora la sua porca figura. “Non faccia quella faccia, mai vista un’atleta donna?” “Non vorrei essere al posto del suo fidanzato o meglio vorrei…” “Deve decidersi vorrebbe si o no?” “Dipende in quale campo, ho detto una fesseria…” “La vedo confuso, io di solito non mordo, sono Deepika e, se non erro abitiamo allo stesso piano.” “C’è un bar qui all’interno che ne dice di una bevanda?” “Un caffè lungo, mi piacciono lo cose forti nel senso che…” “Adesso è lei che è confusa, sono Alberto potremo, se vuole, diventare amici, mia moglie è una donna intelligente e anticonformista, potreste andare d’accordo.” “Bene, tanto premesso riprendo la mia Mini e torno a casa.” “Io la seguirò con la mia Jaguar è una macchina più da signore anziano qual io sono.” “Non faccia il modesto sa benissimo ancora di piacere alle signore, per me i giovani sono tutto cazzo e niente cervello.” “Viva la sincerità, andremo d’accordo, ho sempre vissuto per servizio (ero maresciallo della Finanza) in ambiente tra il cattolico ed il convenzionale, ambiente sempre da me detestato finalmente…” Anna era dinanzi alla porta d’ingresso, visti la ragazza ed il marito uscire dall’ascensore si presentò: “Sono la moglie del qui presente, insegno lingue ad un liceo classico di Messina, lieta di conoscerla.” “Il mio nome difficile da pronunziare per un italiana è Deepika, sono iscritta all’università di Messina, specializzazione in urologia, siete delle persone simpatiche avremo modo di rivederci, a presto.” Alberto, incuriosito dal nome della giovane andò al computer e fu edotto del significato: era ‘buona’ e ‘una piccola luce’ aggettivi di origine araba ma parlando l’interessata un italiano fluente era molto difficile capirne la nazionalità d’altronde ad Alberto poco caleva. Anche dalla sua vettura non era possibile cavarne il nome della giovane era targata EE – Escursionisti Esteri - e quindi non iscritta al P.R.A. Da quel momento il non più giovane signore mise in atto una tattica di avvicinamento alla ‘piccola luce’ che piccola non era, si appostava dietro la porta d’ingresso della sua abitazione e non appena Deepika usciva da casa la invitava a prendere insieme l’ascensore. “Che combinazione, oggi mattina ci incontriamo, siamo sincronizzati, si dice così?” Alberto: “Melius est silere quam disputatio.” “Questa non me l’aspettavo, un poliglotta, anch’io ho studiato latino non capisco perché vuol tacere.” “È lei una sorpresa continua, mi son fatto tante domande tutte senza risposta, se me lo permette vorrei darle del tu.””Permesso accordato, in quanto alle domande meglio  evitarle, per una donna è meglio circondarsi di un po’ di mistero.” “Non ne hai bisogno sei una creatura affascinante, io posteggio al Cavallotti e tu?” “Anch’io, mi è venuta una curiosità dove vai per passare la mattinata?” “In caserma nel nostro circolo Anfi anzi m’è venuta un’idea, vieni con me, voglio far succedere un casino con la tua presenza, dammi un tuo documento. “ Deepika aveva un passaporto da apolide, documento che all’ingresso presentò al piantone, come d’obbligo, solo che il piantone rimase a bocca aperta senza reagire. Alberto gli mise in mano anche un documento suo e si diresse nella stanza dell’Anfi (Associazione Nazionale Finanzieri in congedo). Alcuni degli ex giocavano a carte, altri leggevano i giornali ma all’entrata dei due tutti si fermarono. Alberto: “Ragazzi vi presento mia cugina Deepika, il nome vuol dire piccola luce ma a veder i vostri visi pare che la sua luce sia molto forte!” Il generale presidente si esibì in un finto baciamano e poi invitò tutti al bar della caserma. Anche il barista, un civile, rimase ad occhi aperti a guardare la ragazza la quale: “ “Se chiuderà i suoi occhioni belli dovrebbe farmi un caffè lungo e poi chieda ai signori quello che desiderano.” Deepika ringraziò il generale e, preso sottobraccio Alberto si diresse al corpo di guardia per recuperare il passaporto, salutò il piantone e: “Andiamo  fra la pazza folla, è un romanzo in cui…” “Troy cerca di conquistare Batsceba, lo conosco anch’io.” Stavolta Alberto rimase completamente basito, chi era effettivamente Deepika, un esser venuto dall’altro mondo, era un’enciclopedia, sapeva tutto lo scibile conosciuto. “Non fare quell’espressione, sin da piccola ho letto molti libri, mi è venuta voglia di abbracciarti, non sono un tipo facile, approfitta dell’oggi…” “Quanto meno confidando nel domani, stavolta ti ho preceduto, anch’io nel mio piccolo...” “Ora che abbiamo fatto sfoggio di cultura ripariamoci nella tua macchina,è più comoda della mia.” Il bacio promesso avvenne puntualmente, un bacio profondo, la bocca della ragazza era profumata, il suo corpo emanava in odore profondamente femminile che fece risvegliare ‘ciccio’, Deepika non ci pensò due volte e se lo mise in bocca con ovvia conseguenza. I due rimasero un po’ in silenzio poi la ragazza scese dalla Jaguar e  si diresse verso la sua Mini, rientro a casa. Anna si accorse subito che tra Alberto e Deepika era successo qualcosa e cominciò a dileggiare il marito: “L’amorino mio è andato in manuale o in orale, ti vedo stralunato!” Alberto abbracciò Anna, le voleva bene ma in quel momento era totalmente confuso. Gli avvenimenti si evolsero in maniera repentina, Deepika invitò a cena Alberto che si beccò gli strali di Anna che gli augurò: “ Good luck’,  mi sembra l’ultima cena!” Deepika si fece trovare in vestaglia trasparente, la cena consisteva solo in frutta di tutte le varietà, la ragazza voleva mangiar leggero in attesa…L’attesa non fu lunga, la signorina apparve nel vano del bagno nuda, la sua figura era contornata dalla luce proveniente dalla toilette, una visione surreale e molto sensuale. Alberto anche lui in costume adamitico era seduto sul lettone sino a quando fu raggiunto da Deepika che si sdraiò ad occhi chiusi. Alberto iniziò dal viso che emanava un  odore sensuale, la saliva aveva il sapore di caramelle di miele, le tette, sensibilissime, fecero eccitare la giovane,  il passaggio della lingua di Alberto sul clitoride sprigionò un orgasmo  piuttosto silenzioso ma prolungato. Anche i piedi attirarono l’attenzione del non più giovane che, per la prima volta in vita sua si scoprì feticista con sensazioni mai provate. La delicata immissio penis fu accettata dalla ragazza con un profondo sospiro seguito da orgasmi sempre più violenti al momento dello sfioramento del punto G, il corpo di Deepika cominciò a vibrare sempre più forte, Alberto pensò di ritirare ‘ciccio’ pensava che la ragazza si sentisse male ma quando mai…la baby pensò bene di girarsi di spalle  sempre seguitando nell’orgasmo e volentieri offrì il suo ‘popò’ che aggiunse altre sensazioni erotiche. Alberto ormai anche lui eccitato all’estremo rientrò nella ‘topina’ e fece pervenire uno schizzo violento al collo dell’utero che fu la ciliegina sulla torta di un amplesso eccitante mai provato da entrambi. Il solito raggio di sole rompic…ni sul viso dei due li fece ritornare alla realtà, erano le undici di mattina.  Alberto senza pronunziar verbo rientrò a casa sua dove non trovò Anna. Si rimise a letto, era proprio spossato. Alle diciassette lo stomaco diede segni di languore ed Alberto fu costretto ad alzarsi ed in pantofole dirigersi in cucina dove trovò la consorte dinanzi alla TV. “Caro non voglio fare commenti sullo stato del tuo viso, penso che uno zabaione ti farebbe proprio bene oppure del Vov un liquore a base di uova.“ “Preferisco un buon piatto di lasagne con ragù come inizio poi pensaci tu.” A pancia piena l’Albertone tornò completamente alla realtà, Anna era stata signorile non prendendolo per i fondelli, la ringraziò con un bacio in fronte. Il giorno successivo restò in casa, dopo l’abbuffata di sesso la presenza della consorte gli servì come relax fisico e psichico, chissà cosa passava per la testa ad Anna, a parole non era gelosa ma… Il giorno succesivo: “Vado in caserma, ritorno per il pranzo.” In garage si accorse la l’auto di Deepika era sparita, forse la baby era andata a far delle spese ma il suo pensiero fu contraddetto dalla presenza di una signore che: “Per favore mi indica l’appartamento della signora Deepika, queste sono le chiavi, sono un agente immobiliare ed ho avuto dalla signora l’ordine di venderlo, se a lei interessa, mi pare abiti qui.” Alberto fu ‘preso dai turchi’, la ragazza era sparita definitivamente, accompagnò il venditore nell’alloggio che era stato di proprietà di Deepika e dovette constatare che negli armadi non c’era nessun capo di vestiario, fu la conferma che…Ad Alberto venne in mente la poesia di Jaufré Rudel: ‘La favola breve è finita…’ A lui  era rimasta una moglie innamorata e fedele, novella Penelope che l’avrebbe accompagnato devotamente per tutta la vita.
     

  • 01 luglio alle ore 4:46
    L'ingegnere

    Come comincia: All'ingegnere, che ha negato sul già pattuito 5 milioni (di lire) a mia zia.
    All'ingegnere, dicevo, ricercatore in un importante ente pubblico, pane e pensione assicurate, professore universitario a contratto, che venne a casa di mio padre quando era ancora uno studente universitario per chiedermi degli appunti. 
    Lo fece entrare mio fratello che all'epoca aveva sedici anni.
    Ingegnere che incontro in treno e cerca di farmi parlare del ragioniere Casoria; devio l'argomento sulle sue attività di ricerca; sebbene non mi occupassi più del settore da quasi dieci anni evidentemente intervengo con osservazioni o domande appropriate, perché l'ingegnere ha un moto di stizza ed esclama: <<Ma perché non sei rimasta all'università!?! Una come te!>>.
    Ingegnere al quale mio marito ha sistemato gratuitamente con la sua competenza tecnica un problema di collegamento al contatore dell'ENEL. 
    Ingegnere che aspettava il nostro rientro a casa perché sua suocera era da un'ora bloccata in bagno. E mio marito, di nuovo, gli risolse il problema.
    Ingegnere che lui stesso e sua moglie ed i suoi bambini erano stati ospiti in casa mia. 
    Ingegnere al quale (insieme a tutti gli altri) il lavoro di mio marito ha tolto quella vergogna di abbandono nelle scale condominiali e restituito un aspetto signorile, dignitoso al palazzo per chi li andava a trovare.

    All'ingegnere, dicevo, sono bastate due firme sotto due scritti del ragioniere Casoria per rovinarmi la vita. 
    Due firme. 
    A lui che è costato? Tre, quattro secondi al massimo? 
    A me, una vita (la mia). 
    A me, quattro vite (la mia e quella dei miei figli).
    A me, cinque vite (la mia, quella dei miei figli e quella di mio fratello).
    A me sette (?) vite.

    L'ingegnere che, invitato a casa nostra da mio marito, a mio avviso inopportunamente, per fargli verificare un problema di interesse comune, vedo se la ridacchia e mi chiedo perché.
    Lo scopro il giorno dopo, quando ricevo la prima lettera di insulti e di calunnie che la sera prima l'ingegnere, ospite a casa nostra, già sapeva di avere firmato.

    L'ingegnere, che soddisfatto della seconda firma, fa crocchio insieme ai suoi amici a ridere della reazione di mio padre (del quale pure è stato ospite, oltre che dal quale, come tutti gli altri, aveva ricevuto vantaggi economici) e di mia madre alla ricezione e lettura di quanto tutti, ed anche l'ingegnere, avevano firmato.

    L'ingegnere che se la ride del mio stato di malattia, quando, nonostante tutto, mi presento all'assemblea condominiale e la smette di ridere solo quando dimostro che, nonostante il mio stato di malattia, sono aggiornata sulle nuove norme del codice civile e so ancora ribattere. 
    E quanto mi era costato prepararmi su quelle norme ed a quell'assemblea.

    L'ingegnere, la cui presenza mi aveva dato l'illusione che in via Vattelapesca n.0 si potesse ora vivere in maniera civile e che potessero intercorrere rapporti corretti.

    L'ingegnere al quale insistentemente ho detto: <<Ritirate tutto (le citazioni in cui chiedevano quattro spiccioli), scrivete una lettera di scuse e riprendiamo a vivere come prima>>. E con questa illusione non porto alla guardia di finanza la fattura falsa che i suoi amici mi avevano propinato.

    Vivere come prima?
    Ma loro hanno continuato a vivere come prima.
    Sei tu, che rispetto a loro avevi già tante difficoltà in più, hai avuto la vita spezzata.
    Il cane morsica lo stracciato.
    Il figlio dell'ingegnere è in una prestigiosa università.
    La figlia del ragioniere Casoria, già dirigente in una importante multinazionale all'estero, lavora ora in un organismo internazionale.

    Sei tu, che contenta del tuo modesto (?) lavoro, in una realtà interessante, contenta di stare vicino ai tuoi cari, contenta di coltivare le amicizie di vecchia data, i tuoi vecchi hobby, goderti il mare e l'entroterra della tua zona, sei tu che hai perso anche quel poco che avevi e che a loro faceva gola. 
    A loro che, pur avendo tutto per essere contenti, dà fastidio la felicità degli altri. 
    E li diverte la sofferenza altrui.