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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • Come comincia:  Qualche giorno fa rovistando tra un nugolo di mie carte e album di foto e cartoline (l'intento era quello di mettere un po' in ordine gli scaffali di alcuni armadietti), mi sono passate tra le mani alcune pagine di un vecchio numero della Gazzetta di Parma: la data è quella del 18 febbraio del duemilaotto (era un lunedì). A pagina sedici, nella sezione Cronaca dedicata alla rubrica "Quartieri" (il quotidiano parmense dedica settimanalmente una intera pagina a vicende riguardanti paesi limitrofi della provincia o addirittura quartieri cittadini), leggo due articoli interessanti entrambi scritti da Isabella Spagnoli, che parlano di storie e personaggi locali ma balzati alla notorietà nazionale ed internazionale (come appurato in seguito). In questo scorcio del mio diario ho ritenuto fosse giusto riproporre integralmente il testo dei due articoli (entrambi abbastanza brevi: il primo di tre colonne, l'altro solo di due). Occhiello - La storia - Ex insegnante della "Pezzali": alla sua esperienza si interessò anche l'Unesco - Titolo - Rizzo, il maestro dei francobolli che portò la filatelia in classe - Sommario - Pioniere di un metodo educativo unico nel suo genere - "Non è esagerato dire che Gastone Rizzo è passato alla storia per essere stato il "maestro dei francobolli". Storia di un Paese, il nostro, che grazie alla passione di questo distinto signore di ottantacinque anni, si è fatto conoscere dalle scuole di numerosi Paesi del mondo. - Sono stato pioniere di un metodo educativo unico nel suo genere. I francobolli mi hanno permesso di insegnare, ad alunni delle elementari, la storia, la religione, la geografia e altre materie, in maniera del tutto innovativa, - spiega Rizzo, veronese di origine a Parma da oltre mezzo secolo. - Quando ero piccino - continua - vidi sulla scrivania di un amichetto una piccola raccolta di francobolli. Me ne innamorai immediatamente e decisi di iniziare a collezionare, facendo del mio hobby un mestiere. - Non si è limitato a raccogliere, Gastone, ma ha deciso di tramandare il suo amore per la filatelia agli studenti dei quali ancora conserva i quaderni. - Nel 1940 ho incominciato ad insegnare in alcune scuole della bassa campagna veronese e, fin da allora mi sono servito dei francobolli come sussidio didattico. Interruppi l'insegnamento perché chiamato alle armi, ma nel '48 ripresi sempre con l'aiuto della filatelia. - Il maestro spiega che chiedeva ai suoi studenti di portare francobolli in classe e, dalla piccola raccolta personale, che i bimbi attaccano al quadernetto, si "partiva" per spiegare le varie materie. I più bravi ricevevano, come premio, un nuovo francobollo regalato dal maestro. - La mia attività didattico-filatelica cominciò ad uscire dal confine in cui operavo. Direttori di scuole mi invitavano a tenere conferenze e autorità mi chiedevano di partecipare a mostre, dove esponevo il mio materiale filatelico unito a quello degli studenti: la più importante a cui ho partecipato si è svolta nel maestoso Palazzo Grassi a Venezia -. Rizzo sfoglia con orgoglio i quaderni degli alunni riempiti da calligrafie infantili e da colorati francobolli e un album colmo di articoli di giornale di tutto il mondo (fra questi anche la Gazzetta di Parma degli anni cinquanta). - Ricordo, con emozione, quando l'Unesco mi chiese una dettagliata esposizione scritta del mio lavoro scolastico e il giorno in cui una casa cinematografica di Torino realizzò sul mio insegnamento un documentario intitolato "Una scuola così" -. Rizzo ricorda anche quando arrivò, nel 1959, nella nostra città dove lavorò come consulente dell'Althea e come insegnante a Sorbolo e poi all'elementare Pezzani, dove si fermò per diciotto anni, sempre usando il metodo dei francobolli. Ora Rizzo, che vive in via Ferrarina, in quartiere Cittadella, coltiva un grande sogno che è quello di pubblicare un libro che raccolga i più interessanti momenti della sua esperienza di filatelico e di educatore. - Ho scritto centinaia di pagine che sono a disposizione di un eventuale editore. Qualcuno vuole pubblicare la storia di un maestro di francobolli in una scuola...così?". A margine dell'articolo sono da aggiungere alcune cose importanti, anzi, fondamentali: la prima, purtroppo, è abbastanza triste e riguarda il fatto che Rizzo sia passato, a miglior vita, come suol dirsi, undici anni dopo la pubblicazione della sua breve chiacchierata con la giornalista. L'ho appreso poche ore dopo aver scritto queste note del mio diario, facendo un breve quanto esaustivo giro sul web: la morte del vecchio maestro, avvenuta alla veneranda età di novantasette (sic!) anni, è datata infatti 4 maggio 2019 (poco più d'un anno fa, quindi); insieme alla ferale notizia (letta sempre sulla Gazzetta di Parma: questa volta, però, nell'edizione on line) vi è anche scritto: "Lo stesso giorno, alla distanza di poche ore dalla sua morte, l'adorata nipote Barbara ha dato alla luce Leonardo, il pronipotino che sognava e che avrebbe teneramente coccolato". Mi viene in mente ora quanto mi raccontavano spesso sia mia madre che mia zia (sua sorella). Quando mia madre tornò a casa dalla clinica in cui mi aveva dato alla luce (la casa di cura "Bernardini" di Taranto), mia nonna Eleonora (la quale, avendo subito una paresi parziale trascorse allettata e senza poter parlare gli ultimi anni di vita) vedendomi in braccio a lei volle a sua volta tenermi in braccio per alcuni attimi. Dopo aver assistito alla scena, il medico che la visitava esclamò: - L'alba e il tramonto! - Ma torniamo al Rizzo. Mi domando ora quanti direttori didattici o presidi di plessi scolastici sarebbero disposti ad accettare un maestro siffatto nella propria "compagine" educativa? Penso ben pochi, evidentemente! L'idea che mi sono fatto di quest'uomo non può essere precisa al millimetro (o al bacio), visto che ho consultato pochi documenti cartacei e non ho avuto mai la possibilità di conoscerlo di persona, tuttavia penso dovesse trattarsi d'una persona estremamente affabile ed alla mano e che fosse uomo (un vecchietto) alaquanto arzillo e simpatico: a questa impressione sono giunto guardando alcune sue foto. Ne concludo, pertanto, che se fossi preside di una scuola (di qualsiasi ordine e grado) darei a lui "carta bianca" sul metodo educativo da seguire, prescindendo da circolari e da annessi - e connessi - ministeriali. Forse sono di parte, é vero, esprimendo tale giudizio, visto che in mia vita, a più riprese, ho collezionato francobolli sin da bambino (i primi li rubacchiavo dagli album della mia povera sorella Anna la quale, alla fine - esasperata dai miei continui "furti" - me li regalò in toto!)...la mia collezione completa - ahimé - l'ho venduta qualche anno fa (correva il 2014) al mio amico Paolo Balestrieri il quale, ironia del caso, risiede a pochi chilometri dai luoghi in cui insegnò il Rizzo: egli vive e lavora, infatti, insieme alla sua consorte, nel centro di Felino (capitale del salame omonimo di cui ho già parlato nel mio diario), poco distante dal capoluogo parmigiano. Anche io, debbo dire d'aver imparato molto dai francobolli, prescindendo dal fatto (assolutamente non trascurabile) che sono in genere sempre piacevoli da vedere in quanto molto colorati ed assortiti nelle forme e dimensioni: date importanti, ricorrenze, località, avvenimenti storici, nomi di personaggi, curiosità d'ogni genere e in ogni campo dell'attività dell'uomo e del suo scibile. La seconda cosa da rimarcare, riguardo Gastone Rizzo, è senz'altro positiva: nel 2012, il suo libro "Una scuola così" ha visto la pubblicazione ad opera della casa editrice Prodigi di Gallarate, provincia di Varese. La seconda storia riguarda un'altro personaggio, anch'egli parmigiano d'adozione: Giovanni Vitale. Sempre sulla Gazzetta di Parma è riportato quanto segue. Occhiello - Personaggi: Giovanni Vitale, l'artigiano di Borgo sul Naviglio; Titolo - Restaurare i mobili da enormi soddisfazioni. - Ha 29 anni, ma ha scelto di fare un mestiere antico (ormai sempre più raro), a contatto con oggetti dei secoli passati. Un lavoro, come sottolinea, - dove la busta paga non é assicurata, così come il profitto che varia, enormemente di periodo in periodo. Questo mestiere non dà sicurezza ma non stanca mai ripagando chi lo svolge con enormi soddisfazioni, - spiega Giovanni Vitale, restauratore di mobili antichi, che opera in un piccolissimo locale di Borgo del Naviglio, in quartiere Parma centro. Una viuzza affasscinante e ombrosa dove scorrevano, secoli fa, le acque di un canale (il Naviglio, appunto) che trasportava, con le sue acque, scambi e storia. Un borgo colmo di memoria. - Compiuti gli undici anni incominciai ad apprendere il mestiere, grazie all'impiego in una ditta che si occupava di restauro - spiega Giovanni -. Non amavo studiare così decisi di investire tutte le energie in questo mestiere che mi ha appassionato da subito. Con poco capitale e con il solo lavoro delle mie mani mi sono fatto conoscere -. Il suo negozietto è colmo di mobili e di attrezzi del mestiere: carta vetrata, martelli, seghetti, sgorbie, scalpelli, segatura. - Non scorderò mai la soddisfazione che mi diede restaurare il mio primo mobile: una vetrinetta in abete rustico. Alla fine del lavoro non potevo credere di averla rimessa a nuovo tutto da solo. L'oggetto più bello di cui mi son preso cura è, invece, un Napoleone III°. Uno spettaco=  lo -. Giovanni, che vive a Parma da una decina di anni, dice di amare la nostra città che - ha rispetto per la memoria storica e gli oggetti del passato - aggiunge -. Sono tanti i parmigiani che mi portano mobili trovati in soffitta. Oggetti che, magari, valgono tanto e alla prima occhiata sembrano cianfrusaglie da nulla. Il mio mestiere richiede tanta calma, buona volontà e attenzione. Ho imparato guardando gli altri lavorare e credo fermamente che questo lavoro non si possa imparare sui libri - conclude Giovanni, l'artigiano di Borgo del Naviglio". Cosa posso dire, in conclusione, da par mio? Soltanto una cosa: gli artigiani sono sempre meno (adesso ancor meno di prima, purtroppo, visto che l'articolo appena riportato risale a più di dodici anni orsono)...per fortuna, però, che ve ne sia ancora qualcuno in giro!
     - Mille proverbi italiani - Nel 1999 uscì la seconda edizione del librino "Mille proverbi italiani" (consta di appena sessantasei pagine, stampate in edizione tascabile), scritto da Massimo Baldini ed edito dalla Newton&Compton di Roma nella serie Tascabili Economici; il prezzo era davvero basso: millecinquecento lire...qualche anno prima dell'avvento della moneta unica in Europa. Nelle pagine introduttive l'autore scrive, tra le altre cose: "Per millenni l'uomo ha trasmesso le proprie conoscenze con il solo strumento della voce. Le informazioni passavano di bocca in bocca e procedevano a velocità pedonale sui sentieri della storia. L'uomo che vive in una cultura orale, in una cultura cioé che non conosce la scrittura, non possiede documenti, ma ha solo la memoria. Egli sa solo ciò che ricorda e per ricordare ha bisogno di formule come ausili mnemonici. In altre parole, in tali culture occorre articolare le conoscenze in pensieri memorabili, in pensieri essenziali o quintessenziali, in breve: in proverbi. Nelle culture orali, scrive W. J. Ong (cfr. Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, trad. it. di A. Calanchi, Bologna, Il Mulino, 1986, pp. 62-63), "il pensiero deve nascere all'interno di moduli bilanciati a grande contenuto ritmico; deve strutturarsi in ripetizioni e antitesi, in allitterazioni e assonanze, in epiteti ed espressioni formulaiche, in proverbi costantemente uditi da tutti e che sono rammentati con facilità". Nelle culture orali (come anticamente è stata anche la nostra, quindi) i proverbi del tipo: "Chi non muore si rivede", "Sbagliare è umano perdonare divino", "Donna e fuoco toccali poco", "Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino", "Presto e bene non stanno insieme", non sono occasionali, essi formano "la sostanza stessa del pensiero. Senza di loro sarebbe impossibile un pensiero che abbia una qualche durata, poiché essi lo costituiscono". I proverbi hanno rappresentato per vari millenni l'enciclopedia tribale degli uomini. Essi sono stati il precipitato dell'esperienza, cioé dei tentativi ed errori di molte generazioni. Ai proverbi è stato affidato il sapere psicologico, sociologico, politologico, filosofico, medico, meteorologico, gastronomico, economico ed etico che gli uomini venivano faticosamente elaborando. E che la stesura di un proverbio fosse il frutto della riflessione di una intera comunità e che ad esso si giungesse dopo molti anni è  ben evidenziato da una celebre massima veneziana, secondo cui "i proverbi li facevano i vecchi e stavano cent'anni e li facevano sulla comoda". I proverbi, dunque, sono pensieri fossili che sono sopravvissuti all'invenzione della scrittura, alla scoperta della stampa e alla nascita della galassia elettrica ed elettronica...oggi non si coniano più proverbi e si usano sempre meno. Secondo l'autore le cause sarebbero essenzialmente tre: in primo luogo, la loro stella si è appannata in quanto la scienza risponde in modo più soddisfacente di loro ad alcuni interrogativi che si pongono gli uomini. Si pensi per fare un esempio all'ambito della meteorologia. In secondo luogo, i proverbi sono stati abbandonati come fonte di sapere, poiché molti si rifanno o rimandano, direttamente o indirettamente, ad un mondo contadino che è, per l'uomo contemporaneo, fondamentalmente estraneo. In terzo luogo, infine, essi sono divenuti un sapere marginalizzato, poiché, tranne pochissimi, non vengono più nell'arco della giornata frequentemente ripetuti e, quindi, non sono stati più memorizzati sistematicamente dalle generazioni più giovani. Tuttavia, siamo convinti che anche nella nostra cultura questa forma di sapere possa avere ancora una funzione e un ruolo di qualche utilità...essi possono oggi informarci di ciò che si nasconde nell'animo e nella mente degli uomini , possono cioè fornirci ragguagli illuminanti sulle passioni che li agitano, sui vizi che li posseggono e sulle virtù che si sforzano di far proprie. Certo, psicologi e sociologi, psicanalisti e pedagogisti hanno anch'essi indagato queste stesse problematiche, ma i proverbi hanno il vantaggio di possedere al massimo grado il dono della concisione e la virtù della chiarezza. I proverbi, infatti, non hanno bisogno di un linguaggio specialistico per comunicare la verità o la verità-e-mezzo che, nei casi più felici, contengono, in quanto adoperano le parole di tutti i giorni. Per capirli, quindi, non c'é bisogno di un diploma né tantomeno di una laurea. Essi parlano alla mente e al cuore di tutti coniugando felicemente il sapere più profondo con il massimo di divulgazione possibile. Anche a mio modo modesto di vedere i proverbi rappresenteranno sempre - e comunque - una insostituibile forma di sapere, pur se inesorabilmente ed implacabilmente vittime sacrificali del tempo (anzi, dei "tempi"); essi resteranno simbolo di saggezza popolare che mai perderà di valore: neanche quando quei tempi di cui sopra diverranno ancor più sfrenatamente digitalizzati e la cultura sarà molto più massificata ed "usa&getta" di ora. Il motivo di tutto sta, invero, nel fatto che essi rappresentino una sorta di ammaestramento morale, di precetto a "presa rapida" a causa, innanzi tutto, del loro elevatissimo grado di semplicità e...onnicomprensione a - e per - tutti gli strati della sfera sociale. La novità della pubblicazione del Baldini (nella sua carriera di docente e cattedratico fu ordinario di Storia della filosofia alla Università di Perugia e insegnò Semiotica alla Luiss di Roma; in quella di autore scrisse varie opere tra cui: "Gli scienziati ipocriti sinceri", "Contro il filosofese", "Le parole del silenzio", "Storia della comunicazione"; per i tipi della Newton curò anche gli Aforismi di Kierkegaard, Gandhi, Proust, Freud, Leonardo, Doyle) risiede nel fatto (come sottolineano anche le note editoriali pubblicate in ultima pagina di copertina del suo librino) di aver raccolto i principali proverbi italiani tutti insieme e nell'averli poi ordinati per temi ed in ordine alfabetico: dalla A di "amare" alla V di "vizio". A onor di cronaca, è da dire che un precedente lontano si era già avuto nella letteratura italiana e ad esso proprio lo stesso autore (anche citandolo nelle note introduttive) si è rifatto ed ispirato: i "Proverbi toscani" di Gino Capponi; raccolti e illustrati da Giuseppe Giusti, essi furono ampliati e poi pubblicati postumi dall'autore a Firenze nel 1853. E' una raccolta che constava in origine di circa 3000 proverbi e a cui l'editore ne aggiunse quasi altrettanti, tolti per la massima parte dal repertorio inedito di Francesco Serdonati. La materia è ordinata per argomento: Abitudini, usanze - Adulazione, lodi, lusinghe - Affetti, passioni, voglie, etc. Quì, di seguito, una serie di proverbi come riportati nell'opera del Baldini, secondo tre lemmi "cardine" dell'esistenza: Amore, Morte, Tempo. Amore - Contro amore non é consiglio. Chi soffre per amor, non sente pene. Il primo amore non si scorda mai. I primi amori sono i migliori. Crudeltà consuma amore. Ogni amore ha la sua spesa. Scalda più amore che mille fuochi. Non c'è amore senza amaro. Nella guerra d'amore vince chi fugge. L'amore é cieco. Se ne vanno gli amori e restano i dolori. Amor nuovo va e viene, amore vecchio si mantiene. Amore e signoria non soffron compagnia. Grande amore, grande dolore. L'amore a nessuno fa onore e a tutti fa dolore. L'amore di carnevale muore in quaresima. L'amore del soldato non dura: dove egli va trova la sua signora. - Tempo -  Il tempo vince tutto. Il tempo è galantuomo. Il tempo consuma ogni cosa. Il tempo divora le pietre. Il tempo bene speso è un gran guadagno. Il tempo viene per chi lo sa aspettare. Con il tempo e con la paglia si maturano le nespole. Chi ha tempo non aspetti tempo. Non c'è cosa che si vendichi più del tempo. Tempo perduto mai non si riacquista. - Morte - A tutto c'è rimedio fuorché alla morte. Il viaggio alla morte è più aspro che la morte. La morte è una cosa che non si può fare due volte. La morte non guarda in faccia nessuno. La morte guarisce tutti i mali. Morte, vita mia. La morte viene quando meno la si aspetta. Ogni cosa è meglio che la morte. La morte paga i debiti, e l'anima li purga. La morte non ha lunario. Contro  la morte non vale né muro né porte.
     - Carlo Bonini, Stefano Cucchi e...i vuoti a perdere - Di solito le note tecnico-artistiche di un autore o di un'autrice (il curriculum-vitae, per intenderci!) vengono riportate dall'editore in seconda, terza o quarta pagina di copertina dell'opera scritta dallo stesso o dalla stessa. In questo caso voglio farlo in apertura del paragrafo che mi accingo a scrivere. Carlo Bonini è nato nel 1967 a Roma ed è inviato speciale del quotidiano "La Repubblica", dove è arrivato dopo aver lavorato per "il manifesto" e "il Corriere della Sera". Ha pubblicato le due biografie La Toga Rossa (1998), storia del giudice Francesco Misiani, e Il Fiore del Male (1999), sulla vita di Renato Vallanzasca, il reportage narrativo Guantanamo (2004), Il mercato della paura, scritto a due mani con Giuseppe D'Avanzo (2006), Acab. All Cops Are Bastards (2009), con Giancarlo De Cataldo Suburra (2014) e La notte di Roma (2015), l'Isola assassina (2018). 

  • 23 agosto 2020 alle ore 10:50
    Bella cognome Volpe

    Come comincia: Quando in un palazzo abitato da persone tranquille arriva una signora di una bellezza fuori del comune maschietti e femminucce, per motivi diversi vanno in  fibrillazione soprattutto le mogli: “Non hai ma visto una donna, mi sembra pure volgare, sicuramente non è seria!” Ai signori maschietti la serietà della cotale non interessava proprio anzi… ma si guardavano bene da qualsiasi approccio anche perché la signora rispondeva appena ai saluti di rito. Anche il nome non era male, Bella, cognome Volpe, professione? Bella dimostrava ampie possibilità finanziarie ma non risultava svolgere alcuna professione,  spesso si allontanava da casa per vario tempo con la sua Mini Cooper targata 75, Parigi, Giulia Fabbri, la moglie di Alberto Ferrari era l’unica a non fare commenti, i rapporti col marito erano da tempo solo formali, la situazione era di gradimento di entrambi. Da dieci anni erano finiti i grandi slanci soprattutto sessuali, lei teneva in  ordine la casa ed era una brava cuoca, lui tecnico informatico provvedeva a ‘portare a casa’ soldi  provenienti dalla sua professione esercitata  in un negozio a villaggio Paradiso dove molte persone si recavano ad acquistare congegni elettronici, soprattutto antifurti da piazzare in casa ed anche nelle auto, quelli normali non funzionavano con i ladri esperti. Una mattina Bella si presentò in negozio e: “Se non mi sbaglio lei abita in viale dei Tigli nella mia stessa palazzina.” “Si signora Bella di nome e di fatto, sono a sua disposizione o addisposizione come dicono i siciliani.” “Dal suo accento lei mi sembra un romano, quale motivo… “È una storia lunga, qualora ci dovessimo incontrare di nuovo e lei abbia voglia di ascoltarla…mi dica quello che le occorre.” “Qui fuori ho la mia Mini Cooper, quella macchina nera, voglio essere sicura che nessuno ci abbia piazzato una cimice, lei è in grado…” “Sono in grado.” Alberto prese un attrezzo che era in carica, lo staccò dalla presa ed entrò in macchina. Subito si sentì un suono prolungato.” “Gentile signora lei ci ha proprio azzeccato, non so di preciso dell’auto dove sia stata piazzata la cimice, ormai è ora di pranzo, che ne dice di rivederci il pomeriggio?” “ E se io la invitassi a casa mia, ho una donna tutto fare che è brava anche come cuoca.” “Chiudo bottega e la seguo ma con la mia Giulietta, non mi va di essere spiato.” All’ingresso nel portone dei due sia i signori che le signore risposero a mezza bocca al buongiorno, i maschietti pensarono: “Quel gran figlio di…”, le femminucce: ”L’avevo detto che era una mignotta!” “Un bel cognome, data la targa della sua auto doveva chiamarsi ‘Renard’ e non Volpe.” “Così conosce il francese!” “Si anche altre lingue, che ne dice di cominciare ad assaggiare le composizioni culinarie della sua cuoca?” “Ha un parlare forbito, complimenti chissà quante femminucce…” “Recentemente sono un po’ in disarmo ma sono disponibile…” “Lei è un furbacchione, laviamoci e mani e all’assalto…” La cuoca era stata davvero brava e raffinata: primo: pasta incaciata, secondo: pesce spada alla ghiotta, contorno: caponata ed infine un ananas tagliata  in modo impeccabile. “Che ne dice di invitarmi più spesso?” “Vedremo, per ora la prego di togliermi la cimice dall’auto.” Il tecnico  che aveva istallato la microspia  l’aveva piazzata dentro la fodera del sedile del conducente, fu immediatamente trovata da Alberto. “Bravissimo, quanto le devo?” “Mi basta un altro invito a pranzo o a cena, ‘good luck.” “Aussi à vous monsieur.” La curiosità non è solo femmina, Alberto avrebbe voluto volentieri avere rapporti ravvicinati con Bella e così  mise lui una sua cimice sotto la carrozzeria della Mini  per sapere dove la signorina si recava di solito,  una cimice  molto particolare di costruzione sua e di Armando, suo compagno di studi a Milano non rilevabile dai tecnici che non possedevano un altro congegno sempre inventato da lui e dal suo amico. Un pomeriggio Alberto chiese al suo collaboratore di stare lui da solo in negozio ed aspettò che Bella uscisse con la Mini, la seguì a distanza sui monti Peloritani sino al bivio di Musolino e poi ad una villa isolata. Il caseggiato sembrava disabitato, sul tetto due grandi antenne, sbarre alle finestre anche ai piani superiori,una  massiccia porta blindata all’ingresso, nessun suono proveniente dall’interno. Alberto girò l’angolo dove rinvenne la Mini di Bella, di colpo si trovò alzato da terra da una manona il cui proprietario non prometteva nulla di buono. “Che fai da queste parti, parla!” Alberto quasi strangolato riuscì a malapena a dire: “Mi ha dato quest’indirizzo la signorina Bella…” Poco convinto il bestione scaraventó materialmente Alberto dentro l’ingresso della villa, dopo un lungo corridoio si trovò  su una sedia e poco dopo giunse Bella: “Ha messo nei guai se stesso ed anche me, speriamo di uscirne fuori ambedue sani e salvi.” Bella andò a parlare con un signore con cappello nero e grossi occhiali scuri, dopo un po’ ritornò indietro e: “Sediamoci ad un tavolo, stavolta monsieur Hulot ha creduto o fatto finta di credere alla  mia versione, vada al bar e mi porti qualcosa di forte.” “Alberto fu interpellato dal barista: “Che bello finalmente un vero uomo, io mi chiamo Uberto, senza la m, sicuramente preferirà qualcosa di forte, le preparo un cocktail esplosivo.” Alberto ringraziò con un sorriso, non era in grado di fare conversazione. Bella: “T’avevo detto qualcosa di forte ma questo è una bomba!” Alberto si guardò intorno, in giro c’erano uomini e donne vestiti con abiti inusuali, alcuni dell’estremo Oriente. Ad un cenno di monsieur Holut,  Bella: “Torniamo a casa con la tua macchina non con la mia, poi capirai il perché.” Alberto evitò di entrare nel suo appartamento, seguì Bella nel suo e imitò la padrona di casa rimanendo solo con gli slip, Bella in reggiseno e mutandine. Mangiarono il resti del pranzo  poi si accomodarono su un divano senza parlare sino a che Bella: “Non posso dirti tutto quello che mi è successo, ti posso solo rivelare che sono nella mani di quel signore con gli occhiali neri. Ci siamo  salvati dalle ‘carezze’ di quel bestione a nome Ivanov, lui strangola le persone ‘nemiche’, le chiude in un sacco che viene gettato con delle pietre in mare, fine della storia. Ci sono molti altri episodi che preferisco tenere per me, se dovessero prenderti e torturarti per farti parlare inguaieresti anche i miei familiari, insomma un gran casino, ne parliamo domani, doccia e a letto. Il getto caldo fece svegliare ‘ciccio’ a stecchetto da molto tempo, forse Bella era nelle stesse condizioni e non oppose resistenza anzi collaborò in pieno, una notte di fuoco. La mattina seguente Bella sembrava ancor più bella, i ripetuti orgasmi avevano fatto effetto sul suo viso, nuda il suo corpo era meraviglioso. Alberto aspettò che la ragazza si svegliasse: “Quant’è che mi stavi guardando, ti ho visto con gli occhi semichiusi, un Rublo per i tuoi pensieri.” “Vorrei sposarti, scappare con te in Australia, anche lì sarei apprezzato per il mio lavoro, sono un eccellente specialista nel mio campo, raggiungerei l’amico Armando con cui ho progettato alcuni apparecchi elettronici unici al mondo  che non sono in commercio.” Bella si era girata di spalle, piangeva, non era cosa da lei, Alberto l’abbracciò e non perse l’occasione per accontentare ‘ciccio’ di nuovo in erezione, anche Bella partecipò attivamente.”Forse devo far stare a riposo le mie ‘cosine’ un giorno intero, mai conosciuto…” “Non so se era un complimento o un rimprovero, quando il mio pisello sente odore di topa o di buchino posteriore si scatena, andiamo a recuperare le forze in cucina.” Il pomeriggio ritorno alla villa sui Peloritani, Alberto aveva portato con sé il cerca cimici di sua invenzione. Bella andò a conferire con lo pseudo  signor Hulot, parlarono abbastanza a lungo fin quando Bella ritornò da Alberto. “Resoconto: un tecnico russo ha cercato si localizzare la cimice che tu hai installato nella mia Mini, non  c’è riuscito e quindi il signore con gli occhiali ha voluto sapere da me come stanno le cose, andiamo col tuo congegno alla mia auto.” Lì trovarono un uomo in tuta che, senza salutare chiese in russo a Bella di chiedere ad Alberto di far funzionare il congegno. Subito la cimice cominciò una sinfonia di suoni, il russo l’avrebbe fatto volentieri volare nel terreno sottostante, aveva fatto la figura dell’ignorante elettronico. Monsieur Hulot batté le mani, aveva in mano qualcosa che altri suoi colleghi non possedevano, un’arma in più in suo possesso. Bella con Alberto andò a sedersi ad un tavolino del salone poi ad un segno del famigerato Hulot: “Andiamo in garage, ci sono due auto dell’Ambasciata russa, devi controllare che non vi siano installate delle cimici.” La prova fu positiva, ambedue le grosse auto nere suonarono come campanelli impazziti, il grande capo ancora una volta batté le mani, aveva trovato il modo di sputtanare i colleghi dell’ambasciata. Alberto e Bella rientrati a casa di lei prima si riempirono il pancino e poi alla grande col sesso, la ragazza non si lamentava più per le eccessive prestazioni anzi sembrava presa dal sacro fuoco! Alberto cadde in  un sonno profondo tanto da non riuscire a dare il bacino della buona notte a Bella. Fu un raggio di sole a svegliarlo, le dieci, quanto aveva dormito, bah. Bella non era al suo fianco, Alberto la cercò per tutta casa, invano, i suoi vestiti erano spariti dall’armadio, nessun biglietto. Alberto capì, la signorina la sera prima gli aveva drogato le bevande poi era sparita  avendo compreso la loro storia non poteva avere buon fine. Alberto si ributtò sul letto, le lenzuola ancora avevano il profumo del corpo della ragazza, una tristezza infinita…non gli rimase altro che rientrare a casa sua con la faccia di cane bastonato. La consorte abituata a quelle fughe ed ai ritorni non profferì verbo, gli preparò la doccia e si mise ai fornelli, sicuramente suo marito aveva bisogno di riprendere le forze… 
    BELLA  COGNOME VOLPE
    Quando in un palazzo abitato da persone tranquille arriva una signora di una bellezza fuori del comune maschietti e femminucce, per motivi diversi vanno in  fibrillazione soprattutto le mogli: “Non hai ma visto una donna, mi sembra pure volgare, sicuramente non è seria!” Ai signori maschietti la serietà della cotale non interessava proprio anzi… ma si guardavano bene da qualsiasi approccio anche perché la signora rispondeva appena ai saluti di rito. Anche il nome non era male, Bella, cognome Volpe, professione? Bella dimostrava ampie possibilità finanziarie ma non risultava svolgere alcuna professione,  spesso si allontanava da casa per vario tempo con la sua Mini Cooper targata 75, Parigi, Giulia Fabbri, la moglie di Alberto Ferrari era l’unica a non fare commenti, i rapporti col marito erano da tempo solo formali, la situazione era di gradimento di entrambi. Da dieci anni erano finiti i grandi slanci soprattutto sessuali, lei teneva in  ordine la casa ed era una brava cuoca, lui tecnico informatico provvedeva a ‘portare a casa’ soldi  provenienti dalla sua professione esercitata  in un negozio a villaggio Paradiso dove molte persone si recavano ad acquistare congegni elettronici, soprattutto antifurti da piazzare in casa ed anche nelle auto, quelli normali non funzionavano con i ladri esperti. Una mattina Bella si presentò in negozio e: “Se non mi sbaglio lei abita in viale dei Tigli nella mia stessa palazzina.” “Si signora Bella di nome e di fatto, sono a sua disposizione o addisposizione come dicono i siciliani.” “Dal suo accento lei mi sembra un romano, quale motivo… “È una storia lunga, qualora ci dovessimo incontrare di nuovo e lei abbia voglia di ascoltarla…mi dica quello che le occorre.” “Qui fuori ho la mia Mini Cooper, quella macchina nera, voglio essere sicura che nessuno ci abbia piazzato una cimice, lei è in grado…” “Sono in grado.” Alberto prese un attrezzo che era in carica, lo staccò dalla presa ed entrò in macchina. Subito si sentì un suono prolungato.” “Gentile signora lei ci ha proprio azzeccato, non so di preciso dell’auto dove sia stata piazzata la cimice, ormai è ora di pranzo, che ne dice di rivederci il pomeriggio?” “ E se io la invitassi a casa mia, ho una donna tutto fare che è brava anche come cuoca.” “Chiudo bottega e la seguo ma con la mia Giulietta, non mi va di essere spiato.” All’ingresso nel portone dei due sia i signori che le signore risposero a mezza bocca al buongiorno, i maschietti pensarono: “Quel gran figlio di…”, le femminucce: ”L’avevo detto che era una mignotta!” “Un bel cognome, data la targa della sua auto doveva chiamarsi ‘Renard’ e non Volpe.” “Così conosce il francese!” “Si anche altre lingue, che ne dice di cominciare ad assaggiare le composizioni culinarie della sua cuoca?” “Ha un parlare forbito, complimenti chissà quante femminucce…” “Recentemente sono un po’ in disarmo ma sono disponibile…” “Lei è un furbacchione, laviamoci e mani e all’assalto…” La cuoca era stata davvero brava e raffinata: primo: pasta incaciata, secondo: pesce spada alla ghiotta, contorno: caponata ed infine un ananas tagliata  in modo impeccabile. “Che ne dice di invitarmi più spesso?” “Vedremo, per ora la prego di togliermi la cimice dall’auto.” Il tecnico  che aveva istallato la microspia  l’aveva piazzata dentro la fodera del sedile del conducente, fu immediatamente trovata da Alberto. “Bravissimo, quanto le devo?” “Mi basta un altro invito a pranzo o a cena, ‘good luck.” “Aussi à vous monsieur.” La curiosità non è solo femmina, Alberto avrebbe voluto volentieri avere rapporti ravvicinati con Bella e così  mise lui una sua cimice sotto la carrozzeria della Mini  per sapere dove la signorina si recava di solito,  una cimice  molto particolare di costruzione sua e di Armando, suo compagno di studi a Milano non rilevabile dai tecnici che non possedevano un altro congegno sempre inventato da lui e dal suo amico. Un pomeriggio Alberto chiese al suo collaboratore di stare lui da solo in negozio ed aspettò che Bella uscisse con la Mini, la seguì a distanza sui monti Peloritani sino al bivio di Musolino e poi ad una villa isolata. Il caseggiato sembrava disabitato, sul tetto due grandi antenne, sbarre alle finestre anche ai piani superiori,una  massiccia porta blindata all’ingresso, nessun suono proveniente dall’interno. Alberto girò l’angolo dove rinvenne la Mini di Bella, di colpo si trovò alzato da terra da una manona il cui proprietario non prometteva nulla di buono. “Che fai da queste parti, parla!” Alberto quasi strangolato riuscì a malapena a dire: “Mi ha dato quest’indirizzo la signorina Bella…” Poco convinto il bestione scaraventó materialmente Alberto dentro l’ingresso della villa, dopo un lungo corridoio si trovò  su una sedia e poco dopo giunse Bella: “Ha messo nei guai se stesso ed anche me, speriamo di uscirne fuori ambedue sani e salvi.” Bella andò a parlare con un signore con cappello nero e grossi occhiali scuri, dopo un po’ ritornò indietro e: “Sediamoci ad un tavolo, stavolta monsieur Hulot ha creduto o fatto finta di credere alla  mia versione, vada al bar e mi porti qualcosa di forte.” “Alberto fu interpellato dal barista: “Che bello finalmente un vero uomo, io mi chiamo Uberto, senza la m, sicuramente preferirà qualcosa di forte, le preparo un cocktail esplosivo.” Alberto ringraziò con un sorriso, non era in grado di fare conversazione. Bella: “T’avevo detto qualcosa di forte ma questo è una bomba!” Alberto si guardò intorno, in giro c’erano uomini e donne vestiti con abiti inusuali, alcuni dell’estremo Oriente. Ad un cenno di monsieur Holut,  Bella: “Torniamo a casa con la tua macchina non con la mia, poi capirai il perché.” Alberto evitò di entrare nel suo appartamento, seguì Bella nel suo e imitò la padrona di casa rimanendo solo con gli slip, Bella in reggiseno e mutandine. Mangiarono il resti del pranzo  poi si accomodarono su un divano senza parlare sino a che Bella: “Non posso dirti tutto quello che mi è successo, ti posso solo rivelare che sono nella mani di quel signore con gli occhiali neri. Ci siamo  salvati dalle ‘carezze’ di quel bestione a nome Ivanov, lui strangola le persone ‘nemiche’, le chiude in un sacco che viene gettato con delle pietre in mare, fine della storia. Ci sono molti altri episodi che preferisco tenere per me, se dovessero prenderti e torturarti per farti parlare inguaieresti anche i miei familiari, insomma un gran casino, ne parliamo domani, doccia e a letto. Il getto caldo fece svegliare ‘ciccio’ a stecchetto da molto tempo, forse Bella era nelle stesse condizioni e non oppose resistenza anzi collaborò in pieno, una notte di fuoco. La mattina seguente Bella sembrava ancor più bella, i ripetuti orgasmi avevano fatto effetto sul suo viso, nuda il suo corpo era meraviglioso. Alberto aspettò che la ragazza si svegliasse: “Quant’è che mi stavi guardando, ti ho visto con gli occhi semichiusi, un Rublo per i tuoi pensieri.” “Vorrei sposarti, scappare con te in Australia, anche lì sarei apprezzato per il mio lavoro, sono un eccellente specialista nel mio campo, raggiungerei l’amico Armando con cui ho progettato alcuni apparecchi elettronici unici al mondo  che non sono in commercio.” Bella si era girata di spalle, piangeva, non era cosa da lei, Alberto l’abbracciò e non perse l’occasione per accontentare ‘ciccio’ di nuovo in erezione, anche Bella partecipò attivamente.”Forse devo far stare a riposo le mie ‘cosine’ un giorno intero, mai conosciuto…” “Non so se era un complimento o un rimprovero, quando il mio pisello sente odore di topa o di buchino posteriore si scatena, andiamo a recuperare le forze in cucina.” Il pomeriggio ritorno alla villa sui Peloritani, Alberto aveva portato con sé il cerca cimici di sua invenzione. Bella andò a conferire con lo pseudo  signor Hulot, parlarono abbastanza a lungo fin quando Bella ritornò da Alberto. “Resoconto: un tecnico russo ha cercato si localizzare la cimice che tu hai installato nella mia Mini, non  c’è riuscito e quindi il signore con gli occhiali ha voluto sapere da me come stanno le cose, andiamo col tuo congegno alla mia auto.” Lì trovarono un uomo in tuta che, senza salutare chiese in russo a Bella di chiedere ad Alberto di far funzionare il congegno. Subito la cimice cominciò una sinfonia di suoni, il russo l’avrebbe fatto volentieri volare nel terreno sottostante, aveva fatto la figura dell’ignorante elettronico. Monsieur Hulot batté le mani, aveva in mano qualcosa che altri suoi colleghi non possedevano, un’arma in più in suo possesso. Bella con Alberto andò a sedersi ad un tavolino del salone poi ad un segno del famigerato Hulot: “Andiamo in garage, ci sono due auto dell’Ambasciata russa, devi controllare che non vi siano installate delle cimici.” La prova fu positiva, ambedue le grosse auto nere suonarono come campanelli impazziti, il grande capo ancora una volta batté le mani, aveva trovato il modo di sputtanare i colleghi dell’ambasciata. Alberto e Bella rientrati a casa di lei prima si riempirono il pancino e poi alla grande col sesso, la ragazza non si lamentava più per le eccessive prestazioni anzi sembrava presa dal sacro fuoco! Alberto cadde in  un sonno profondo tanto da non riuscire a dare il bacino della buona notte a Bella. Fu un raggio di sole a svegliarlo, le dieci, quanto aveva dormito, bah. Bella non era al suo fianco, Alberto la cercò per tutta casa, invano, i suoi vestiti erano spariti dall’armadio, nessun biglietto. Alberto capì, la signorina la sera prima gli aveva drogato le bevande poi era sparita  avendo compreso la loro storia non poteva avere buon fine. Alberto si ributtò sul letto, le lenzuola ancora avevano il profumo del corpo della ragazza, una tristezza infinita…non gli rimase altro che rientrare a casa sua con la faccia di cane bastonato. La consorte abituata a quelle fughe ed ai ritorni non profferì verbo, gli preparò la doccia e si mise ai fornelli, sicuramente suo marito aveva bisogno di riprendere le forze…

  • Come comincia: P. S.  Direi che una postilla (anzi, un post-scriptum) a questo punto sia d'uopo. Molte volte in mia vita ho mangiato salame di Felino (non tantissime seppur siano state abbastanza, invero, visti i suoi costi: di certo elevati ma mai così alti da riuscire soltanto a sfiorare quelli del culatello, altro prodotto tipico della norcineria parmense) e fortunatamente sono ancora in vita. Consiglierei inoltre di degustare il salame accompagnandolo con del pane di segale aromatizzato al miele: una vera e propria delizia ma solo per coloro, però, che possiedono palati fini!
     - Partire è un po' morire - L'origine di questa frase (notissima in verità) o modo di dire non la conoscevo affatto. Qualche giorno fa ho appurato che essa è di matrice transalpina: infatti fu il poeta francese Edmond Haraucourt che in primis la usò nel 1902 nella sua poesia "Addio Rondel o canzone dell'addio": quì, di seguito, la prima quartina della suddetta:
                         Andarsene è morire un po'
                         è morire per ciò che amiamo:
                         lasciamo un po' di noi stessi
                         sempre e ovunque...
    I versi, invero, non abbisognerebbero di ulteriore commento. Partire, sì, equivale a morire: perché ogni qualvolta lo facciamo, lasciamo un po' di noi stessi (oltre che dei nostri affetti) laddove eravamo. Ma anche i viaggi, tutti ed indistintamente, prima o dopo finiscono (come tutte le cose, del resto); e da tutti i viaggi, anche da quelli più lunghi, prima o poi si torna indietro, eccezion fatta nei casi seguenti: qualora ci si è fatti con un mix di droghe "biologiche"; se di nome e cognome (meglio sarebbe scrivere name&surname, visto che siamo dinanzi ad un cittadino britannico!) facciamo Syd Barrett e non ci siamo fatti con un mix di droghe biologiche bensì (e più semplicemente) con dell'lsd sintetico; se non sia un viaggio in fuga da noi stessi (quelli sono infiniti...durano oltre la vita stessa!); se non sia un viaggio fatto di - e con - niente ma in cui ci si fa di - e con - tutto.
     - Benedico il "male di vivere" (o: pensierino della sera e del dolce dormire) - Questa frase non è scritta da nessuna parte...non la troverete mai scritta su wikipedia, o nei libri di scuola d'ogni ordine e grado: in quelli italiani come in quelli francesi; sopra quelli della Slavonia  occidentale o su quelli del Burundi. Il motivo è puro e semplice (proprio come colui che l'ha scritta), anzi, è il solo esistente: l'ho scritta personalmente...meglio ancora "io medesimo" (accadde un quadriennio orsono: giorno più, giorno meno). Quel male, infatti, l'ho spesso incontrato nel corso della mia esistenza: affrontandolo sempre vi-a-vis (come direbbero nostri cugini d'oltralpe: ma sarà poi proprio vero, mi chiedo spesso,  che essi siano nostri cugini?Booh...!). Con lui, usando un termine sportivo, ho un bilancio in "rosso": ci ho fatto a botte, infatti, quasi sempre però perdendo, a volte pareggiando ma mai vincendo; eppoi l'ho anche maledetto tante volte, quel grandissimo figlio di puttana e l'ho anche odiato, ma ora invece lo benedico sovente: è lui, proprio lui in persona - e nessun altro - che mi ha temprato e reso più forte alle sofferenze, al dolore e ai cataclismi dell'esistenza; ed invero è proprio grazie a lui che riesco oggi a restare a galla e a sopravvivere. Ricordate ora il film di Giorgio Faenza dal titolo emblematico "Un giorno questo dolore ti sarà utile"? Ebbene, a me è successo proprio così, come il protagonista di quel film: il vissuto precedente è un bagaglio utile, mai zavorra senza senso e...quel film è tratto dal romanzo omonimo del 2007 di Peter Cameron, scrittore statunitense che fu candidato a diversi premi per la sua opera d'esordio: esso racconta in prima persona le vicende del protagonista; o meglio, è il protagonista che racconta sé stesso: ed egli è un "disadattato" della vita. Debbo confessare anche io una cosa importante in prima persona: i perfetti, a mio avviso, non sono di questo mondo e chi si ritiene tale non mi è mai "garbato di molto" (per usare un intercalare del grossetano!)...tranne .- ovviamente - cerchio, quadrato ed il numero tre: ammiro moltissimo le persone che si mettono a nudo (tanto con sé stesse, quanto rispetto agli altri) e lo fanno prescindendo dalla stagione al fine di mostrare il loro vero volto. Questo non vuol dire, però, che non ami la bellezza...il corpo nudo di una donna: ammirarlo, stringerlo tra le proprie braccia, farlo tuo; eppoi mettere un fiore tra i capelli di quella donna e darli un bacio sulla bocca. Ma che sbadato che sono, ho fatto ancora l'alba senza accorgermene: accade spesso quando mi lascio andare ai miei pensieri e trasportare dalla penna lungo il sentiero dello scrivere, attraversando il binario (morto ed incolore) d'un foglio rigato o quadrettato tutto da riempire. Ho perfino dimenticato che siamo in aperto ma...lockdown; in aperta era covid. Là fuori impazza la folla, impazzano i flash-moab, sventolano le bandiere tricolori sui balconi (quasi come fosse la sera di quell'11 luglio a Madrid); le chiese sono chiuse e chi più ne ha, più ne metta...eppoi, vuoi mettere? "Andrà tutto bene, vedrete!" (va ripetendo lo stolto al cieco: che però, cieco non lo è affatto: mi sa allora che si tratti d'un falso invalido!).

    Taranto, 19 marzo 2020.

  • 15 agosto 2020 alle ore 14:29
    Diario di bordo - Ricordando...

    Come comincia:  Ieri è stato un giorno importante, per me; una data di importanza primaria, davvero: di quelle da non perdere ed assolutamente da scrivere in rosso sul mio "personalissimo cartellino"...calendario (che sbadato sono, mi sa d'essermi confuso e di aver preso fischi per fiaschi o lucciole per lanterne: a quel modo era solito esprimersi Rino Tommasi, grande giornalista sportivo di qualche decade orsono, concludendo la telecronaca di ogni match di pugilato che egli stesso aveva poco prima seguito e commentato in tivù). Molti, invero, penseranno che si tratti del famosissimo tre di giugno, quello in cui si celebrano ben altre ricorrenze ma invece non è così, per me; io resto coi piedi per terra e celebro, tanto nella mia testa, quanto nel mio cuore, cose meno cariche di gloria (di quelle che se ne occupino pure altri, a me non importa un fico secco!) e di certo più tangibili; molto più "umane"...ben più piccole delle altre, quasi terra terra direi; cose da comune mortale quale sono: il decimo anniversario (correva il tre di giugno del duemiladieci, appunto) della scomparsa della mia adorata madre. E' stupido scriverlo (anzi, forse lo è soltanto pensarlo) ma non posso esimermi assolutamente dal farlo, a costo di dover apparire anche io vittima del conformismo e della retorica preconfezionata, e come farebbe del resto chiunque fosse nei miei panni o indossasse di nuovo, seppur un solo giorno all'anno, le vesti di figlio orfano: "sembra ieri...", eppure il tempo, tiranno come non mai (invero come sempre!) è trascorso; due lustri per intero sono passati come un temporale estivo da quel fatale giorno (il "pomeriggio d'un giorno da cani", come a volte oso definirlo parafrasando il titolo d'una celebre pellicola del 1975, diretta da Sidney Lumet e con la coppia Al Pacino-John Cazale nelle vesti di protagonista); da allora, ogni anno ho commemorato - piucché celebrato - la memoria di mia madre: l'ho fatto come meglio ho potuto (sul web o dove mi sia stato possibile farlo), ora con un pensiero e talvolta con dei versi altrui; altre volte invece rievocando semplicemente piccoli episodi della nostra vita trascorsa insieme. Anche quest'anno, fortunatamente, è stato così; nonostante la pandemia in atto, la quarantena al seguito e tutto il resto. Questa volta l'ho fatto pubblicando nella home del gruppo facebook "Brigate poeti rivoluzionari" un post con tanto di foto allegata (quella che la ritrae nel giorno del suo matrimonio con mio padre, avvenuto nell'agosto del 1960): una breve rievocazione - nulla di speciale né di arzigogolato: semplice com'era lei - con alcuni miei pensieri annessi ed alla fine i versi che io stesso scrissi e li dedicai nel 2016. Quì, di seguito, il resoconto di quanto scritto e pubblicato nel post: "Mia madre, Portulano Ada, nacque a Taranto il 23 marzo del 1925, morì a Taranto il 3 giugno del 2010 nel reparto di chirurgia donne dell'Ospedale "SS. Annunziata", in conseguenza di un edema cardiocircolatorio. Dopo un breve periodo lavorativo svolto con mansioni di impiegata nell'allora "Genio marino" di Taranto (oggi conosciuto come Genio Militare per la Marina o, più...mostruosamente con la sigla MARIGENIMIL; tuttavia non so se sia la stessa cosa!), condusse la vita in famiglia esercitando il ruolo di moglie e di madre. Aveva un carattere dolce, remissivo, taciturno. Visse senza far rumore, quasi in punta di piedi. Due cose sono legate a lei, anzi, mi vengono in mente di getto mentre scrivo queste parole per ricordarla, nel decimo anniversario della sua scomparsa: la prima è che l'ho fatta piangere tantissime volte (non è infrequente il fenomeno, soprattutto tra i figli maschi: ciòcché risalta, però, è il numero delle volte che è avvenuto, appunto!); la seconda è che gli ho dato tanto, di me, negli ultimi anni trascorsi insieme (fantastici e al tempo stesso un po' tumultuosi)..."sono andato in pari", diciamo pure così, anzi, come sono solito dire io, molto spesso! Penso, infatti, che alla fine nella vita si vada sempre in pari; finisce sempre così, in fondo (per lo meno nella maggioranza dei casi credo avvenga proprio questo: tranne per i più fortunati o per i più disgraziati, chissà!) tra gioie e dolori, vittorie e sconfitte, calci dati e pugni presi, ricordi belli e brutti, rimorsi, rimpianti e brevi lampi di felicità (serenità). Ma la vita, però, non è una mera attività commerciale come qualcuno ha inteso o intende quando viene al mondo: essa è tutta un'altra cosa! La poesia che segue la scrissi agli inizi del 2016 per ricordarla. Grazie a te, madre, ovunque tu sia adesso, per avermi lasciato sempre "libero" ".
                   
             = Ode a mia madre (Tu sei) =
    Tu sei in ogni cosa ed in ogni dove:
    sei nelle vele delle navi che fanno rotta negli oceani
    sei nel vento che attraversa le montagne e divora il cielo
    sei nella sabbia che popola i deserti
    e nell'acqua tersa e gelida dei fiumi in inverno
    sei nell'ali di farfalla che grandi
    si dispiegano come fossero quelle di un'aquila
    sei negli occhi d'una tigre ferita.
    Tu sei in ogni cosa ed in ogni dove su questa terra
    tu sei in ogni cosa ch'io faccia o che mi appartiene
    sei nel mio cuore e nel mio spirito
    nel mio amore e nelle mie vene.

    Dalle fessure della persiàna abbassata, nella mia stanza, filtrano prime luci dell'alba. Ho finito di scrivere questa parte del mio diario, mi avvio ad affrontare un nuovo giorno (il secondo - o il terzo...non tengo il conto! - della fase?????): appena con qualche ora di sonno sulle spalle ma consapevole di non essere malato di Alzheimer!

    Taranto, 5 giugno 2020.

  • 03 agosto 2020 alle ore 22:50
    Caro Montale

    Come comincia: Accade qualcosa di meraviglioso quando si scopre che la lingua esiste. Il mondo diventa all’improvviso un foglio bianco che finalmente si lascia sfiorare. Ricordo con cura la mia prima filastrocca in italiano e il disegno che feci quel giorno: mia madre camminava con il suo vestito verde su una terra marrone come il suo sguardo e stringeva la mano a papà che aveva il mare disegnato negli occhi.

                               “Mia mamma è bella
                               come una stella
                               Mio papà di più
                               Come il cielo blu.”

    Improvvisamente smisi di fantasticare d’essere una principessa che cantava leggiadra mentre un principe si innamorava di lei; avevo cominciato a sognare di poter dire tutte le cose con voce calda e spontanea. Mentre la maestra Rosetta parlava di Don Chisciotte della Mancia, io la osservavo e sognavo di poter parlare, niente più di come faceva lei, che usava tutte le parole e le coniugazioni come fossero una coreografia e ballava, oh sì, lei saltellava di qui e di là con la punta della lingua come se fosse su un palco, ma era immobile dietro alla sua scrivania e l’unico movimento che si vedeva, meraviglioso, era quello della bocca. Alla fine delle lezioni volevo saltare in piedi, alzarmi ed applaudire « BRAVA! BRAVA!», ma non avevo neanche il coraggio di muovere un ciglio, non fosse mai qualcuno s’accorgesse di me. Mi sarebbe bastato poter parlare almeno come il più fesso della mia classe, poter dire almeno una cosa, un lamento, un commento, mi sarebbe bastato avere appena il coraggio di ridere ad una battuta, ma niente usciva dalla mia bocca, nulla che non fosse un << non parlo italiano>>. I mie compagni mi chiedevano perché non parlavo ed io sussurravo di non sapere l’italiano, qualcuno mi chiedeva come stavo ed io rispondevo di non sapere l’italiano, mio padre mi chiedeva perché non avevo amici ed io gli spiegavo che non conoscevo l’italiano.
    L’italiano era il sole che abbaglia ed io ero dietro alla muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia, Ecco! Ecco cos’è l’italiano! Ho sussultato sulla sedia sbarrando gli occhi e sono scoppiata a piangere, la professoressa Vecchioni ha interrotto improvvisamente la lezione su Montale chiedendomi se stavo bene «Sì porca vacca, sto bene. Sto sanguinando tutta per via dei cocci di bottiglia, ma sto da Dio » ho pensato. Ero entusiasta, perché finalmente avevo capito dov’ero e dove dovevo cercare le mie parole, avevo finalmente trovato qualcosa che poteva finalmente, sì finalmente (FINALMENTE, FINALMENTE, FINALMENTE!), farmi sentire a casa: la metafora.
    Caro Montale, con i tuoi gialli limoni avevi salvato tutte le parole della mia vita, avevi detto loro d’esistere seppur in un universo che non poteva essere questo, ma chi se ne importa? Non c’è nulla di più doloroso per un uomo del dubbio se è vivo o morto. Concorderai con me che è meglio essere una metafora piuttosto che non essere, d’altronde come potrei definire me stessa con un linguaggio terrestre?

  • 23 luglio 2020 alle ore 23:16
    Della potenza

    Come comincia: Se avessi dei poteri, ma di quelli veri, quelli puri, spogliati da croste cerebrali ed emozionali, istituirei un manifesto e lo affiggerei nella tenue sfera che da cuore a mente e a cuore e sterno staziona. Scriverei a caratteri cubitali e indelebili: - VIVI - E se fossi potente, ma potente per davvero, veglierei con attenzione acche' tal manifesto fosse perpetuamente rispettato e onorato. VIVI. Non transigerei, se pur amorevolmente. La vita sfugge stridendo fra binari di concetti e preconcetti, di regole, doveri e presunti doveri, mentre urla la sua Essenza deturpata dai graffi del pensiero costruito. La Vita la mettiamo a sedere accanto a noi chiedendole di sostare finché non abbiamo risolto le "nostre cose". Ma non abbiamo "cose" da risolvere, non c'è una seggiola che fa da seduta alla Vita: con noi, mentre, dietro e dopo, c'è solo l'esistenza che viviamo: siamo imprescindibili, indivisibili. Noi e la nostra vita siamo stessa Cosa. Se fossi potente, ma potente per davvero, toglierei tutte le seggiole sulla cui seduta poggiamo la Vita... e la farei Vivere.

  • 17 luglio 2020 alle ore 10:54
    Il sentiero dei guerrieri

    Come comincia: Rodolfo Berni si era da sempre considerato molto fortunato, dalla vita aveva ricevuto praticamente tutto: salute, bel fisico e soprattutto ricchezza da parte dei nonni paterni che a suo tempo erano emigrati in Australia facendo fortuna. Inoltre, a trent’anni aveva trovato l’amore della sua vita, Sofia Ugolini incontrata a Rimini. Amore a prima vista, cerimonia celebrata da un assessore  Comunale e viaggio di nozze..nella sua casa a Rimini, si  era in piena estate il periodo migliore per quella località. Sofia era nata in Olanda da genitori italiani emigrati ad Amsterdam che  avevano fatto fortuna in modo più o meno legale, in quel paese la droga ‘viaggia’ senza problemi…Ritornati a Roma i due coniugi presero alloggio nella villa di Rodolfo denominata ‘Ulisse’ villa facente parte di un complesso intitolato dal costruttore, forse fanatico degli eroi greci: ‘Il Sentiero dei Guerrieri’. Villa meravigliosa a tre elevazioni con al pian terreno un ampio garage dove era sistemata la Giulia di Rodolfo il quale aveva il ‘piede pesante’ e ‘raccoglieva’ troppe multe per eccesso di velocità correndo il rischio di perdere molti punti dalla patente e dover ridare gli esami di guida. Alzata d’ingegno: vendere la Giulia ed acquistare una Lamborghini ed una Fiat 500 intestati alla moglie con targa olandese e quindi praticamente invisibile ai Vigili Urbani ed al fisco italiano! Ma non tutti gli dei dell’Olimpo avevano in simpatia Hermes, protettore di Rodolfo a cui fecero uno sgarbo tremendo facendogli morire l’adorata consorte per un tumore all’utero. Dopo la tumulazione della salma nella cappella di famiglia al Verano Alberto si era chiuso in se stesso, girava per casa come istupidito, la maggior parte dl tempo sul divano, nemmeno la TV lo interessava più. Mangiava qualcosa preparatogli da Lia, Rosalia Cucinotta siciliana che col marito Saro, Rosario Donato risiedeva nella vicina dépendance. I due coniugi messinesi erano giunti a Roma in seguito al suicidio della figlia sedicenne, tramite un paesano avevano trovato lei il posto di cameriera cuoca, lui tuttofare in casa di Rodolfo. In quella infausta occasione: “Cavaliere, anch’io da padre ho provato quel dolore immenso della morte di una persona cara, io e mia moglie le saremo sempre vicini qualsiasi cosa le serva.” “Grazie Saro ed a te occorre qualcosa?” “Veramente io e mia moglie…ma sarebbe chiedere troppo!” “Parla.” “Io e Lia  desidereremmo che la salma di nostra figlia fosse sepolta vicino a quella di sua moglie, ma la spesa per il trasporto sarebbe eccessiva!” “Non ti preoccupare della spesa, prepara la pratica con un’impresa di onoranze funebri poi fammi sapere il costo, ti rilascerò un assegno.” Saro abbracciò commosso il suo datore di lavoro, pensò che non solo i siciliani hanno buoni sentimenti. La pratica fu risolta nel giro di una settimana, i tre erano uniti da un dolore comune, i due dipendenti avrebbe fatto qualsiasi cosa per Rodolfo, Lia addirittura pensò… “Cavaliere non voglio essere cinico né troppo invadente ma anche se grandi dolori ci sconvolgono l’esistenza la vita continua, provi con un avviso insolito su un quotidiano locale, qualcosa che stuzzichi la fantasia di qualche ragazza fuori del comune….” Pian piano l‘idea penetrò nel cervello di Rodolfo, nessuna avrebbe potuto cancellare il ricordo della consorte deceduta ma…Ad un giornale locale: ”Vorrei dettarle un annuncio sulle varie, posso? ‘Cerco ragazza colta, semplice, spontanea, con alto senso dello humour, fisico longilineo, sempre allegra e ottimista che possa farmi compagnia diuturna. Telefonare al n.-------“Rodolfo ebbe molte richieste, ne selezionò una al mattino ed una al pomeriggio, non voleva ragazze vocianti nel suo ingresso. La prima era una bionda (sicuramente tinta) alta, piuttosto magra con camicetta scollata da cui si intravedevano due tette piuttosto voluminose e con una minigonna a quadri: “Signore penso di essere di suo gusto anche se talvolta sono distratta, oggi per esempio ho dimenticato di indossare gli slip…” e mostrò un pube tipo foresta tropicale.” Ignorante e talpa, non aveva capito niente dei desiderata di Rodolfo.”Grazie signorina, mi lasci il numero del suo telefonino, le farò sapere.” Il pomeriggio una bruna media altezza, viso abbronzato o meglio una mulatta che parlava abbastanza bene l’italiano: “Al mio paese mi hanno eletto miss ‘cioccolato’ e mostrò un paio di tette belle ma dal capezzolo grande e nerissimo…” “Rodolfo le diede la stessa risposta come alla prima venuta, gli facevano una brutta impressione sia i capezzoli neri che le grandi labbra nere della cosina. Mattina seguente una castana altezza media, naso  lungo il resto passabile, Rodolfo la scartò subito, i nasi lunghi gli facevano pensare ad un travestito. Il pomeriggio una rossa fuoco, dimostrò di avere cattivo gusto, risposta standard. Il pomeriggio: una biondina occhi azzurri non molto alta parlava un italiano altalenante, sicuramente dell’Est in Italia in cerca di sistemazione per poi ritornare al suo paese ben sistemata finanziariamente rispedita via con solita risposta. La mattina dopo finalmente una castana alta, occhi grandi, naso piccolo come pure le tette ma voce da cartone animato, sembrava paperina. Rodolfo si stava stancando e lo fece presente a Saro il quale: “Cavaliere ricorda il detto ‘perseverando arrivi.’” Cavolo,  Saro aveva citato un detto di D’Annunzio sicuramente non era un’ignorante, dimostrò che aveva studiato. Il pomeriggio riposo, Fofò come lo chiamava la moglie si era stancato e si sentiva disilluso, in giro c’erano tante belle ragazze solo a lui capitavano delle poco raffinate e senza alcuno stile. La mattina dopo  una ragazza di suo gusto: alta, castana, viso regolare, bocca invitante, gambe chilometriche, finalmente pensò Rodolfo una ragazza degna di essere prescelta sino a quanto la stessa non aprì la bocca: “Io vorrei stare da lei ma non capisco perché diuturna, io sono castana naturale!” Rodolfo rimase senza parole, una ignorantona, la scaricò  con la solita scusa.  Nel frattempo  in una villa del Sentiero dei Guerrieri, secondo quanto riportato da Saro era accaduta una tragedia. Un dirigente di una nota banca si era gettato dalla finestra, le indagini erano ancora in corso ma correva voce che ci fossero stati degli ammanchi di grosse somme e se ne cercavano i colpevoli. Quel suicidio poteva essere considerato una confessione ma il morto si era portato nell’aldilà il segreto. Sempre secondo Saro tragedia su tragedia in quanto la vedova era casalinga con una figlia, non aveva diritto a pensione ed inoltre doveva pagare un grosso mutuo acceso per l’acquisto della abitazione. Il caso volle che Rodolfo dovendo uscire di casa scendesse  con l’ascensore a cremagliera trovandosi davanti madre e figlia che dovevano salire alla villa Paride. Rodolfo fece un inchino, non parlò di condoglianze (troppo scontato) e le due entrarono in ascensore. Rodolfo notò che madre e figlia non indossavano abiti scuri, a nessuno in fondo interessa dimostrare in tal modo il proprio dolore, ognuno lo tiene dentro di sé. Rodolfo aveva fatto in tempo a notare lo stile e la signorilità della signora Giorgia, la figlia Aurora, più magra era la copia della genitrice.  Di passaggio Nando che sfoderò un risolino. “Fai ridere anche me, oggi non sono di buzzo buono.” “Dovrebbe far rientrare nelle orbite gli occhi, li ha lasciati appresso alla signora Giorgia ed alla signorina Aurora. Qualora voglia potrei trovare l’occasione di farvi incontrare ma se lei non lo desidera…” “Come si dice in siciliano paraninfo o ruffiano?” “Lei ha svicolato per non rispondermi, ho capito il suo era un si. Una mattina il telefono: sono Giorgia Mariani, mi ha detto il suo attaché che ha studiato lingue, mia figlia Aurora avrebbe bisogno di ripetizioni in quel campo, pensa di poterla aiutare?” “Si madame, ho studiato in Inghilterra ad Eton nello Berkshire, quando vuole sono a sua disposizione, preferirei venire a casa sua.” “Quando vuole io e Aurora siamo qua.” Rodolfo anche se un po’ in confusione, non si aspettava quella telefonata, si vestì di tutto punto ‘all’inglese’  e suonò alla porta di Villa Paride. Venne ad aprire la figlia che, con un cortese ‘si accomodi’ lo fece entrare nel salone dove giunse anche la madre. “Non mi sarei mai permessa di chiamala per telefono se non per quanto dettomi dal suo cameriere circa la sua conoscenza delle lingue.” “A scuola avevo problemi solo con le materie scientifiche, facevo bella figura in latino, in greco, in francese e ovviamente in inglese.” Quanto prende all’ora per le ripetizioni?” “Missis mi mette in crisi, non mi permetterei mai di chiedere un compenso soprattutto ora…sarà solo il piacere di rinverdire le lingue.” Si presentò Aurora con dei libri in mano: “Andiamo nello studio, vieni anche tu mamma, una ripassatina ti farà bene!” Rodolfo sfoggiò subito il suo inglese perfetto con meraviglia di mamma e figlia. Aurora “Lei ha un accento migliore di quello della regina d’Inghilterra, peccato…” “Peccato cosa…” “Seguivo un mio pensiero, seguitiamo la lezione.” Le lezioni proseguirono anche in casa di Rodolfo, i due non erano mai soli per la presenza di Rosalia che faceva le pulizie.  “Sicuramente il suo cameriere le avrà rivelato la nostra situazione finanziaria, mia madre ha ricevuto varie proposte da parte di signori che…immagni lei cosa pretendevano, mia madre è donna di altri tempi, tutta d’un pezzo ‘frangar non flectar’ dicevano i latini, mi spezzo ma non mi piego intanto noi due siamo finanziariamente in un mare di guai. A parte la spesa giornaliera abbiamo sulle spalle un mutuo da settecento Euro al mese…” “Cara Aurora, io oltre a Rodolfo ed a Pericle mi chiamo pure Francesco come quel santo tanto generoso, potrei pagarvi almeno il mutuo annuale che ammonta a ottomilaquattrocento Euro, questo è un assegno che copre la cifra, è della stessa banca dove lavorava tuo padre.” Per ringraziamento Rodolfo ebbe un bacio in bocca estremamente piacevole, ci sapeva fare la ragazza.  Il pomeriggio si presentò Rosario: “Cavaliere ci sono delle novità, La madre di Aurora, visto il suo assegno l’ha strappato in mille pezzi urlando contro la figlia, hanno litigato di brutto,  la signora Giorgia è furente con lei, indossi una corazza se viene a trovarla.” Previsione azzeccata, dopo poco suonò il campanello di casa di Rodolfo il quale pensò bene di indossare un casco di motociclista, aprì la porta e si trovò di fronte madre e figlia, la seconda si mise a ridere come una pazza, la madre rimase interdetta…non si aspettava quella sceneggiata, preferì sparire dalla circolazione. Aurora entrò in casa: “Rodolfo è troppo pomposo, non hai un diminutivo?” “Si da piccolo mi chiamavano Fofò ma è un po’ ridicolo.” “A me piace il nome e chi lo porta.” “Chi lo porta  stacca un altro assegno ma non te lo fare strappare perché è l’ultimo, devo telefonare in banca per farmi portare un carnet nuovo.” “A Fofò piacciono le femminucce?” “Si ma le maggiorenni, alle bambine solo sculacciate!” “Non pensare che con l’assegno mi senta remunerata di quello che voglio fare, tu mi piaci come uomo, ho lasciato il mio boy friend perché è infantile e sciocco, vuoi sostituirlo, intanto fammi vedere…Aurora prese a slacciare i pantaloni di Fofò con ciccio alle stelle, andò in bagno per un bidet. “Se stò coso non smette di crescere mi distruggerà il fiorello!” Il ‘ciccio’ d Fofò non distrusse niente anzi fece provare alla padrona degli orgasmi fortissimi avendole trovato il punto G. Conclusione: mammina si rassegnò al volere della figlia ed ai bei soldini che portava a casa, …pecunia non olet!

  • 17 luglio 2020 alle ore 0:58
    La via

    Come comincia: C'è sempre un modo per riconciliare quel quid che ci separa dalla pace. Quel momento che ci ha separati da qualcuno che non ci ha saputo amare, che noi non abbiamo saputo amare. Che sia nel nostro presente o rimasto incastrato nella labile tela di ragno del passato. C'è sempre un modo per riconciliare, per riconciliarsi, per fare pace, per essere pace, per se stessi, per ogni Altro. C'è una strada, stretta, buia, fragile, delicata eppur potente. È la strada dell'incontro di Sé con quell'altro Sé in questo momento, nel momento che nulla ha più delle vesti di "passato", che è ora e qui, nudi d'ogni zavorra della mente, liberi da fardelli e costruzioni emozionali. C'è una strada così facile da percorrere, così uguale alla via del cuore nudo... Così noi, nudi... È codesta la via per la riconciliazione, per la pace: nudità. Nudità è riconciliazione con chi è ancora qui e con chi è già altrove, ché anima/cuore nude: è libertà.

  • 13 luglio 2020 alle ore 10:40
    EMOZIONI INCONSUETE

    Come comincia: Alberto Minazzo con il grado di maresciallo  della Finanza  da Domodossola era stato trasferito a Roma alla Compagnia Presidiaria al comando del distaccamento ‘Zecca’. Subito era andato a trovare la zia Armida vedova di un suo omonimo zio. Commozione e feste a non finire, qualche lacrimuccia da parte della zia: “Nipote cattivo, non sei mai venuto a trovarmi.” “Adesso son qui per sempre, spero, sono in licenza di trasferimento,  fammi vedere se sai ancora cucinare senza farmi fare, ‘more solito’ la fine di Gargantua e Pantagruel, Alberto aveva usato il francese in quanto la zia era professoressa di lingue. Il vecchio portiere del caseggiato in via Conegliano, tale Nando soprannominato ‘er cedola’ (per i non  romani scroccone) aveva sparso la notizia in tutto il palazzo dove Alberto era  cresciuto al secondo piano con la zia Armida e la nonna Maria ora deceduta. La notizia venne all’orecchio anche  di Oscar Torregiani un coetaneo con cui Alberto aveva frequentato il liceo scientifico Cavour nell’omonima via poi le loro strade si erano divise. Oscar si era laureato in farmacia, conseguita la laurea, suo  padre ricchissimo gli aveva intestato una farmacia in centro. Allorché frequentavano il liceo scientifico mentre Alberto si dava da fare con le compagne femmine dell’istituto, Oscar in quel campo non era portato anzi rifuggiva in un certo senso le ragazze. Di solito i compagni di scuola in queste occasioni diventano fautori di stalking ma Oscar si faceva benvolere facendo in ogni occasione la parte dell’anfitrione sia al bar che in occasione di feste. Oscar venuto anche lui a conoscenza della notizia pensò bene di organizzare un sabato sera una festa sul terrazzo del suo attico, la notizia fu riportata ad Alberto da ‘er cedola’ che gli comunicò  anche del matrimonio di Oscar, notizia che lasciò perplesso il maresciallo che tuttavia ci  sorvolò, ne aveva viste tante di situazioni particolari in campo sessuale soprattutto a Domodossola, stazione internazionale molto  frequentata da personaggi di tutta Europa. Il  sabato la conoscenza di Aurora Bernardini col bel maresciallo che in quell’occasione si era azzimato alla grande e faceva la sua ‘porca’ figura. Ad Alberto, stranamente venne in mente una frase di un collega  quando era in forza alla brigata di Montecrestese che, in occasione della presentazione  della novella sposa,   disse in siciliano: “addumate torce e lumere cà se cannusce ò sticchio e mà mujere’ il cervello di Alberto talvolta gli faceva questi scherzi! Lui fu uno dei primi a giungere in casa di Oscar accolto con abbracci dal padrone di casa, gli altri erano per lo più vecchi compagni di scuola che si sfotticchiavano fra di loro: “Dì la verità ce la fai ancora altrimenti posso sostituirti.” “Ma vedi d’annattene, non sai più nemmeno tu dove t’è finito il pisello.” Ovviamente tutti attenevano l’arrivo della sposa che volutamente si fece aspettare ma quando  ‘emerse’ dal buio  del salone fu accolta da un applauso scrosciante. Commenti un po’ di tutti: “An vedi stò gran fijo dé zoccola che gran gnocca ha trovato!” e frasi analoghe.  Aurora aveva indossato un vestito nero di seta chiuso sino al collo con una collana di perle di gran pregio, un braccialetto d’oro bianco con brillanti al polso destro, al sinistro un orologio MEGIR con corona diamantata. La dama metteva in mostra un favoloso fisico longilineo, unico difetto agli occhi di Alberto il seno piuttosto abbondante ma…vai a guardare il pelo! C’era una gara fra i maschietti a chi si accaparrava la padrona di casa per un ballo, Alberto furbamente rimase in disparte, aveva un suo piano. Gli si avvicinò Oscar: “Non ti piace mia moglie?” “Ci potremo vedere alla fine della festa o in un’altra occasione, troppa concorrenza.” Alberto aveva giocato bene le sue carte, Oscar lo invitò a cena un sabato, erano soli in tre:”Come vedi questa sera non c’è concorrenza volevo dire confusione, la cena ci verrà fornita dal ristorante di via Aosta, la cuoca cucina divinamente. Aurora si era presentata con minigonna a fiori, camicetta ampiamente scollata che faceva intravedere due piccoli seni che sensualmente si movevano causa mancanza di reggiseno. Alberto prese confidenza e: “Scusa ma quel gran seno che mostravi l’ultima volta?” “Avevo un reggi imbottito come piace ad Oscar, lui ha molte manie e gusti personali…”  Nel frattempo Oscar si era allontano: “Ero iscritta all’Università in lingue quando i miei genitori sono finiti con l’auto sotto un camion fermo ai lati della strada, morti sul colpo.  Mio padre era impiegato al Comune, mia madre casalinga e così accettai la corte di Oscar che poteva risolvere i miei problemi finanziari. Ha voluto ad ogni costo sposarmi ma è stato onesto  mettendomi al corrente  dei suoi problemi in campo sessuale. Io mi ero lasciata da poco col mio fidanzato, un  collega di Università e fu giocoforza accettare, da allora la mia vita è totalmente cambiata ma…Nel frattempo erano giunti due camerieri con dei vassoi contenenti le cibarie, e due bottiglie di vino Sangiovese. Classica cucina romana che Alberto aveva quasi dimenticato quando era in servizio a Domodossola. La serata era piacevolmente fresca ed Oscar aprì la serranda, una luna piena portava al romanticismo. Aurora abbracciò Oscar che rispose con un bacio appassionato nello stesso tempo abbassandosi i pantaloni e gli slip, Aurora lo seguì restando completamente nuda, un corpo meraviglioso che portò il ‘ciccio’ di Alberto ad un innalzamento notevole per finire in bocca ad Aurora mentre suo marito cominciava a masturbarsi, un cuckold questo il segreto del padrone di casa. La situazione ebbe un’evoluzione con il trasferimento dei tre sul letto matrimoniale, Alberto supino con Aurora sopra di lui che, dopo l’immissio penis, prese a muovesi facendo ruotare il bacino, Oscar pian piano riuscì a penetrare nel popò della consorte…e così andarono avanti sin quando il marito si allontanò. Alberto girò il corpo d Aurora anche lui provò le gioie di un popò godereccio in quanto la padrona si toccava nel frattempo il clitoride, un doppio gusto poi Oscar si ripresentò e con faccia sorridente: “Ragazzi che ne dite di una tregua?” La situazione si presentava più o meno nella stessa maniera ogni sabato, Oscar era il più felice in quanto in una analoga passata esperienza il terzo uomo  lo aveva ‘sputtanato’ per fortuna con persone che non facevano parte del giro di amicizie di Oscar e di Aurora. Quest’ultima si stava innamorando di Alberto, quando rimanevano soli le spuntava qualche lacrimuccia, forse la situazione non era di suo gradimento ma secondo il vecchio principio ‘pecunia non olet’ doveva subire in silenzio. Una novità una sera a tavola: “Miei cari, in farmacia ho conosciuto una brasiliana Luanache fa parte di un circo che si è istallato alla periferia di Roma, mi ha chiesto dei condom che io le ho regalato poi l’ho invitata a casa mia, ha accettato anche perché lo ho messo in mano duecento Euro, la sto aspettando. Citofono, affacciatosi al balcone Oscar notò una ragazza con in mano una valigia ed un taxi che si stava allontanando. Le aprì il portone: “Piano attico”. Figurati se Nando non si immischiava: “Signorina le porto io la valigia, entri in ascensore.”  “Grazie Nando (Oscar pensò sei il solito figlio di puttana) e gli mollò un cinquantino. “Signori questa è Luana, il suo circo si fermerà a Roma per circa un mese ed il l’ho invitata a casa mia. “ La notizia fece felice Alberto non altrettanto Aurora, la nuova venuta aveva tette grosse come le amava suo marito. “Luana aveva un  nonno di origine italiana e perciò parla la nostra lingua un po’ a modo suo.” “Come la va signori, spero di non sturbarvi troppo con mia presenza. Io amo molto cibo italiano, il mio stomachino reclama…” “Reclamo accettato.” Poco dopo apparvero i soliti due camerieri decisamente incuriositi ma la loro curiosità sparì di colpo alla visione di un cinquantino ognuno.  Alberto era di buzzo buono, sfruguliò Oscar: “Finalmente il tuo desiderio è stato accontentato.” Si intromise Luana: “Oscar aveva desiderio?” “Si di toccare due tette grosse come le tue!” “Gran risata di Luana che tirò fuori dal reggiseno due palle bellissime a punta, non erano certo rifatte, tutte naturali. Battimani da parte dei due maschietti, indifferenza da parte di Aurora che se ne andò nel salone mettendo sul lettore da salotto un CD con le musiche del Carnevale di Rio de Janeiro che tanto piacevano ad Oscar il quale, approfittando dell’occasione prese a ballare con Luana. Alberto seguì Aurora ormai pazzamente innamorata di Alberto il quale ne approfittò per penetrare una ‘topa’ vogliosa e pienamente accondiscendente. I due non si accorsero che erano stati seguiti da Luana e da Oscar il quale piegò in due Luana e penetrandola nel ‘popò’. Alla fine una sorpresa, Luana aveva qualcosa di più, era un trans, Oscar si trovò in mano un ‘marruggio’ inaspettato e alzò alti gemiti come la vergine Cuccia di  pariniana memoria. Accorsero Alberto ed Aurora i quali allorché si resero conto della situazione si misero a ridere a crepapelle, non la finivano mai. Passata il periodo ridanciano Alberto ed Aurora si avvicinarono a Luana, per curiosità presero in mano il suo ‘cosone’ sempre più incuriositi e Aurora  cominciò a masturbarlo sino alla sua eiaculazione. “Stò zozzone mi ha sporcata tutta!” Così fini la prima entrata in scena di Luana, Oscar era sempre incerto se la situazione fosse di suo gradimento. Dietro la spinta della consorte prese anche lui a giocare col ‘coso’ e se lo posizionò nel suo ‘popò’, si era scoperto anche bisessuale! Il mese di vacanza di Luana finì lasciando un Oscar depresso, si era innamorato di …lei…di lui.L’accompgnò con la sua Jaguar al circo, lasciò che un inserviente prendesse la sua valigia  e sparì dalla sua vista senza nemmeno salutarla. Il menage a tre seguitò, Oscar si era abituato ad eccitasi vedendo Alberto e Aurora fare l’amore, poi talvolta subentrava lui ma non più come una volta. Alberto capì la situazione, si recò in un negozio di sexy toys ed acquistò un vibratore a batterie, aveva compreso i desiderata del marito della sua amante. Talvolta Aurora si recava al distaccamento ‘Zecca’ a trovare Alberto suscitando l’ammirazione dei finanzieri: “Marescià lei c’ià l’occhio bono!” Oscar andava ogni giorno di più deperendo, non aveva voluto farsi visitare, un cancro al colon l’aveva portato  a morte con gran dispiacere (diciamo gioia) di Alberto e di Aurora che poterono sposarsi e godersi la sua eredità.

  • 13 luglio 2020 alle ore 2:05
    Fragili e deboli

    Come comincia: Sono piccole e trasparenti agli occhi di un mondo che corre troppo veloce per notarle. Rallentano il passo per paura di apparire e di ricevere ancora delusioni.
    Camminano su strade grigie di un mondo tutto loro e accompagnate dal loro dolore, si dissetano con le loro stesse lacrime e si nutrono della propria solitudine.
    La maggior parte delle volte rimangono in silenzio anche quando di cose da dire ne avrebbero tante.
    Non si aspettano niente le persone "FRAGILI".
    Loro sono creature messe all'angolo da un mondo materialista, fatto di apparenza, opportunismo e cattiveria. Lasciano che le parole gli scavino in profondità, fino a ferirle in modo irrimediabile. Non si ribellano quasi mai, semplicemente accettano... Consapevoli di esser privi di quella forza che non sono mai stati capace di trovare.
    Poi ci sono loro:
    Quelli che fanno leva sui punti deboli dei fragili e fanno di essi il loro punto di forza. Ne approfittano per vederli crollare, sentirsi forti e invincibili.
    Hanno un vocabolario ricco di parole cattive e denigranti e un bagaglio di trofei inesistenti di cui si vantano.
    Camminano sicuri in apparenza, ma lasciano una scia che sa di fango... Quel fango che non vogliono mostrare e ci colorano la vita dei fragili come per liberarsene.
    E' ridicolizzando e distruggendo gli altri che vivono le persone "DEBOLI" consapevoli della loro pochezza e del loro esser niente, nomadi in un mondo in cui non hanno saputo costruire niente.
    Incapaci di accettare i loro fallimenti, godono nel vedere gli altri cadere sotto i propri colpi, esseri poco umani e apparentemente "grandi" solo grazie alla cattiveria e a quella violenza fisica o verbale che adoperano come unica teoria di vita.
    Se sei una persona fragile, pensaci bene prima di definirti niente!
    La fragilità' è un abito che indossa VALORI...
    La debolezza è l'abito di chi valori NON HA!!!!

  • 12 luglio 2020 alle ore 20:16
    La Teoria del Tutto

    Come comincia: Introduzione: a fine aprile ancora sentii il Presidente degli Stati Uniti accusare il leader cinese: <<Il virus è uscito dai vostri laboratori!>>.  A sua volta il leader cinese accusava il Presidente degli Stati Uniti: <<Il virus è stato portato a Wuhan da un soldato americano!>>.
    A maggio un virologo italiano affermò: <<Se il virus va attenuandosi, vuol dire che è artificiale.>> Con pacatezza, ma prontamente, intervenne una sua collega: <<Ma non è artificiale: è stato provato.>>
    Ho pensato: ma perché non posso dire anch'io la mia?
    Ed ho inventato una favola per tentare di mettere tutti d’accordo.

    Origine e fine di una pandemia.
    Fatti, opinioni e sogni.

    Dopo la laurea in ingegneria elettronica mi sono specializzata in Telecomunicazioni presso la Scuola Superiore del Ministero PPTT.
    Ho anche frequentato il CEFRIEL, Politecnico di Milano, per il conseguimento del Master in Tecnologie dell’Informazione.
    Un giovedì del settembre 2016 telefonai in azienda per avvertire che non mi sarei recata al lavoro per un paio di giorni. A metà mattinata ricevo una telefonata da Lori, una delle segretarie: <<Lilly, domani ti avevo iscritta al corso 5G!>> Valuto rapidamente la situazione: <<Vengo solo per il corso e vado via.>>
    E così il giorno dopo sono in azienda a seguire la presentazione dell’infrastruttura di rete 5G. Il mio entusiasmo si affievolisce mano a mano che seguo la presentazione ed al termine non mi trattengo dal chiedere: <<Scusate, ma con le antenne così diffuse sul territorio ed a queste frequenze, non è pericoloso per la salute?>> (Praticamente stavo chiedendo: “Acquaiolo, l’acqua com’è?”)
    Mi rispondono: <<No, appunto perché le antenne sono così vicine le une alle altre, la potenza emessa è bassa. Paradossalmente è più pericoloso il 4G.>>
    Accolsi la risposta con beneficio d’inventario.
    Dicembre 2018. Apprendo che l’Internet of Things (IoT) è strettamente legata al 5G.
    5 giugno 2019. Un noto operatore telefonico presenta l'accensione del segnale 5G commerciale, primo in Italia. Sulla Pagina del video 400 Like (pollice su), 30000 DisLike (pollice giù). Bisogna correre ai ripari.
    Agosto 2019. Crisi di governo estiva del Papeetee. 
    Provvidenziale. Il nuovo governo avrà un ministro per l'innovazione tecnologica e della digitalizzazione.
    2019. Politici e tecnici negano la pericolosità delle frequenze del 5G perché le radiazioni si fermano a strati superficiali della pelle.
    Molti scienziati da anni elencano i danni dell’elettromagnetismo e delle alte frequenze in particolare.
    2019-2020. Politici e tecnici negano che il 5G implicherà maggiori emissioni di potenza.

    agendadigitale.eu già nel 2018 scriveva: “Se i limiti di emissione non vengono portati a quelli europei, il 5G in Italia non può funzionare.” (Detta in breve, in Italia il limite è fissato a 6 V/m, in Europa dove vengono seguite le raccomandazioni dell'ICNIRP è di 61 V/m. Se volete informazioni sui limiti di emissione e l'ICNIRP, con comodo, potete sentire questa intervista di circa 40 minuti https://www.youtube.com/watch?v=cTq1kZzFOoo )

    8 giugno 2020. Dal piano per la fase 3 di Vittorio Colao, ex-CEO di Vodafone e membro della Board of Directors di Verizon: «adeguare i livelli di emissione elettromagnetica in Italia ai valori europei, oggi circa 3 volte più alti e radicalmente inferiori ai livelli di soglia di rischio»
     

    Ed adesso … che pandemia sia!
    Da dove è nata questa pandemia.
    Credo che fin dal primo momento pensai: “Ma guarda, il virus si manifesta proprio a Wuhan, dove il 31 ottobre 2019 hanno acceso il segnale 5G a scopi commerciali!”
    Sì. Il 1° novembre 2019 avevo letto la notizia che il segnale commerciale per il 5G era stato acceso in Cina. Due mesi prima della data precedentemente pianificata, ossia il 1° gennaio 2020. In questa nuova Guerra Fredda l’importante è arrivare prima, come per la corsa allo spazio negli anni ’50 e ’60.
    Attenzione! Tra virus e 5G a Wuhan non ci vidi altro che una singolare coincidenza.
    A gennaio leggo un articolo di un ingegnere elettronico di Catanzaro, CTU per l’elettrosmog e professore universitario a contratto. Riprendeva gli studi del professore Olle Johansson, svedese, sulla immunodepressione causata nell’organismo dai campi elettromagnetici collegandola alla propagazione del virus a Wuhan.
    Attenzione! Non ‘origine’ del virus, ma facilitazione del suo propagarsi grazie all’abbassamento delle difese immunitarie.
    Poi a fine gennaio vidi questo video https://www.leggo.it/video/primopiano/coronavirus_persone_collassano_wuhan-5004998.html
    Persone a Wuhan che mentre camminano all’improvviso crollano a terra.
    “E che c’entra questo con l’influenza?” pensai. Ma la cosa rimase là, senza risposta.
    Poi venni a sapere che nello stesso periodo a Wuhan c’erano i soldati statunitensi che partecipavano alle Olimpiadi Militari. “E che diamine! Tutto a Wuhan nello stesso momento!?”, fu l’unico pensiero che mi saltò in testa.
    Intanto alcuni articoli e video mi informavano che le alte frequenze per il 5G erano già usate a scopi militari o anche dalla polizia, credo negli Stati Uniti, per disperdere la folla in caso di manifestazioni. Le frequenze sopra i 24 Ghz.
    In Italia Di Maio nel 2018 firmò, in cambio di 6,5 miliardi, per la concessione delle frequenze 700 MHz (e per questo dobbiamo cambiare di nuovo televisore, e qui parte un altro discorso), 3700 MHz, 26 GHz.
    Cominciai a pensare: “Ma fa che quelle persone crollavano a terra per via delle onde elettromagnetiche del 5G?”.
    Per le alte frequenze del 5G si usano antenne che non sembrano nemmeno antenne. Sono piccoli pannelli quadrati e utilizzano la tecnica del beamforming: il segnale non è irradiato uniformemente tutto intorno, ma viene concentrato verso il dispositivo 5G collegato. Può arrivarti addosso un segnale concentrato ad alta potenza. Tutta la potenza emessa dall’antenna, se tieni l’unico dispositivo 5G nei paraggi? Bah!
    A metà marzo l’ICNIRP, l’ente privato, non governativo, con sede a Monaco di Baviera, che emette le Linee Guida sui massimi valori consigliati di potenza emessa per le onde elettromagnetiche, ha pubblicato nuove linee guida. Le precedenti risalivano al 1998.
    Il quotidiano ‘La Repubblica’ annunciò queste nuove linee guida con le parole: “Nessun pericolo per la salute, ma cautela con le alte frequenze.” Nell’articolo erano riportate le parole del presidente dell’ICNIRP: “Le persone non dovranno avere paura del 5G se ci atterremo a queste raccomandazioni.”
    https://www.repubblica.it/tecnologia/mobile/2020/03/13/news/nuove_linee_guida_per_la_5g_nessun_pericolo_per_la_salute_ma_cautela_con_le_alte_frequenze-251171998/
    Pensai: “Bravi, dopo tre anni di sperimentazione in tutto il mondo, dopo aver acceso il segnale a Wuhan, ora se ne accorgono e dicono: <<Attenzione alle alte frequenze.>>”

    In realtà, confrontando rapidamente alcune tabelle delle due versioni delle linee guida, non vedo nessun abbassamento né delle frequenze ammesse per l’utilizzo, anzi vedo una possibile preparazione per il 6G, né dei limiti consigliati di potenza emessa, anzi vedo l’inserimento di una tabella per tempi di esposizione ‘brevi’, 6 minuti, nella quale il limite indicato è notevolmente aumentato.
    Vedo solo un adattamento delle tabelle ai nuovi metodi di misura per la caratteristica del beamforming.
    Ma dovrei chiedere ad un esperto. Io mi occupo di un altro settore.
     
    Ma non finisce qui, come diceva il buon Corrado.
    In aprile, dopo Pasqua mi pare, leggo un rapporto: <<Voi non avete proprio idea di cosa sia avvenuto veramente.>> Chi scriveva era uno che asseriva di avere lavorato vent’anni negli Stati Uniti per un noto operatore di telefonia. Tra parentesi, l’operatore con il quale ho avuto il mio primo contratto per la telefonia mobile. E non è quello che deriva dall'operatore unico fino al 1993.
    In sintesi quelle persone crollavano a terra non per il coronavirus, ma per altri motivi, e subito venivano avvicinati da persone in completa tuta protettiva che gli facevano il tampone. Ma un tampone già infetto con il coronavirus. Per nascondere le vere cause del decesso.
    Mi svegliai tutta sudata e con il cuore che batteva in gola. Era solo un incubo.

    Chiusi da soli in casa per via del lockdown, uno fa mille pensieri.

    Ad ogni modo, a metà maggio mi decisi a contattare una persona che poteva essere informata dei fatti. Esposi il mio sogno e chiesi: “Quel rapporto è un sogno o è vero?”
    Rispose: “E’ tutto vero. C’è anche una denuncia. La denuncia c’è, che poi abbia un seguito è un altro paio di maniche.”
    Avrei voluto capire ulteriormente:
    1) la pandemia è stata provocata perché hanno messo in giro il virus con questi tamponi infetti con un virus preso dal laboratorio (a Wuhan c’è anche il laboratorio dove conducevano esperimenti su questo virus);
    2) o la pandemia già c’era e ne hanno approfittato per nascondere la causa di quei collassi;
    3) non sono riusciti a contenere la pandemia o l’hanno fatta propagare appositamente, magari perdendone in parte il controllo?

    Non mi ha detto di più.

    E mi svegliai di nuovo. Era un altro sogno!

    Per fortuna il lockdown fu allentato di lì a poco e piano piano ricominciai ad uscire per le commissioni indispensabili e di incubi non ne ho avuto più.
    Ho solo letto articoli e visto video, cercando di distinguere quali fossero veritieri e quali fossero fake.
    Venni a sapere dell’Event201. In ottobre a New York avevano presentato uno scenario nel caso di un virus partito dai pipistrelli, passato ai maiali e poi all’uomo. Ipotizzavano che partisse dal Brasile e si diffondesse in tutto il mondo.
    [Event 201 si é svolto il 18 Ottobre 2019 a New York City, ospitato dal “Johns Hopkins Center for Health Security”, in collaborazione con il “World Economic Forum” e la “Bill & Melinda Gates Foundation”.]
    Report di recente ci ha informato che Bill Gates è il secondo finanziatore dell’OMS.
    L’OMS già dichiarò lo stato di pandemia nel 2009 in occasione della suina, facendo produrre milioni di dosi di vaccino, che, almeno in Italia, rimasero, fortunatamente, in buona parte inutilizzati.
    Gli stessi membri e la presidente dell’OMS che avevano dichiarato lo stato di pandemia non trovarono il tempo di farsi vaccinare.
    Bill Gates, noto luminare della medicina, da anni propaganda la necessità di essere pronti con un vaccino per una pandemia prossima ventura. E pare che si sia già dato molto da fare in India ed in Africa. E forse non solo.
    Intanto da tempo seguivo il fatto che il nuovo oro sono diventati i dati raccolti tramite i collegamenti ad Internet. I ‘Big Data’.
    Gli smartphone ci spiano. Alexa e compagnia cantando ci spiano.
    Ma non basta mai. L’appetito vien mangiando, e ciò vale sia nella tecnologia sia tanto di più negli affari.
    Ora colleghiamo ad Internet tutte le cose. Ed a dicembre un informatico ci informava che il sensore messo nel pannolino ‘intelligente’, già diffuso da una anno in Corea del Sud, che tramite tecnologia Bluetooth avverte lo smartphone dei genitori che il bambino va cambiato, raccoglie anche dati. Che vanno a Google negli Stati Uniti, dove le regole per il trattamento dei dati sono meno stringenti che in Europa, ci informava l’autore dell’articolo.
    Lo smartphone non è sufficiente per il controllo totale? Mettiamo un microchip a tutti.
    Sarà difficile convincere tutti a farsi impiantare un microchip. E noi lo iniettiamo con un vaccino? Un vaccino obbligatorio per tutti. Ma cosa vado a pensare! E’ fattibile?
    Da https://www.sanitainformazione.it/salute/vaccino-contro-il-covid-19-a-che-punto-sono-le-sperimentazioni-condotte-in-tutto-il-mondo/ :
    “IL VACCINO ‘CEROTTO’
    Viene ancora dalla Pennsylvania, ma da Pittsburgh questa volta, il “vaccino-cerotto” di cui si è parlato negli ultimi giorni. Noto come “PittCoVacc”, si tratta di un tentativo sperimentale dei ricercatori della School of Medicine dell’Università di Pittsburgh. Già nel 2003 il team, di cui fa parte anche l’italiano Andrea Gambotto, sviluppò il vaccino per la Sars senza poterlo sperimentare a causa della scomparsa improvvisa della malattia.”
    Nello stesso articolo parlano di un laboratorio non lontano da questo che pure lavora ad un vaccino finanziato direttamente da Bill Gates. Anche questo di Pittsburgh è connesso a Bill Gates? Altri articoli davano ad intendere così, ma da decenni gli articoli sono scritti con superficialità e bisogna stare attenti.
    Ed ora (in maggio) dall’Inghilterra si ‘lamentano’ che se il virus va attenuandosi non si potrà continuare con il vaccino. E ci vogliamo lamentare? Non è una bella notizia se il virus scompare? Bah.
    Dal minuto 2:26 di questo video  https://www.youtube.com/watch?v=fPE6xyZG4n4 
    “E quindi qual è l’obiettivo finale?”
    “Lo scopo finale è quello di impiantare un chip RFID a chiunque. Trasferire tutto il denaro in questi chip. Tenere tutto in questi chip. E se qualcuno protestasse o non rispettasse ciò che noi vogliamo, basterebbe spegnere semplicemente il suo chip.”La Microsoft si sta preparando (e questo non è un fake):
    https://patentscope.wipo.int/search/en/detail.jsf?docId=WO2020060606
    Publication Number WO/2020/060606
    CRYPTOCURRENCY SYSTEM USING BODY ACTIVITY DATA
    L’autorizzazione a poter compiere operazioni sul nostro conto corrente in criptovaluta sarà data sulla base dei nostri dati di salute rilevati da un sensore collegato al nostro smartphone.

    Leggo ora che naturalmente qualcun altro già ci ha pensato, ma fu il primo pensiero che mi balzò in testa:
    Apocalisse 13,16-1816 Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; 17 e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. 18 Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d'uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.

    E poi, per metterci nell’organismo un nanochip, un nanosensore, è veramente necessario avvicinarci con un ago o cerotto con tanti microaghi? Abbiamo anche il 5G, secondo le parole di Colao (è un montaggio?)
    (minuto 1:04 https://www.youtube.com/watch?v=cEL8WZ8aBNc)
    “Con il 5G […] sarà possibile a distanza iniettare o rilasciare una sostanza utile per la salute.”
    Il mio timore è: “Solo sostanze utili alla salute o altro?”
     
    Benvenuti ne “Il mondo nuovo”.
     
    P.S. E se volete leggere una ‘summa’ dei progetti di William Henry Gates III (altrimenti conosciuto come Bill Gates), progetti appoggiati da enti internazionali preposti a proteggerci potete leggere ad esempio https://www.startmag.it/innovazione/ecco-i-progetti-hi-tech-di-bill-gates-anti-covid-19/ e cercare ID2020 e tant’altro.
    E guardate cosa ci dice l’italiano di cui siamo orgogliosi che lavora a Pittsburgh al vaccino-cerotto (https://www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2020/05/13/news/il-vaccino-cerotto-contro-il-coronavirus-potrebbe-arrivare-entro-l-anno-1.38839118):Andrea Gambotto, ricercatore italiano dell’Università di Pittsburgh: tempi accelerati e più sperimentazione per battere la pandemia. E in futuro avremo anche vaccini per virus che non esistono ancora.
    E, magari non c’entra niente, penso ai test sierologici tanto propagandati tramite la Croce Rossa Italiana grazie al decreto-legge n.30 del 10 maggio 2020. Il decreto autorizza a ricavare dati genetici e sulla salute.
    Stop. E questa sta diventando “La Storia Infinita”!
     

  • 11 luglio 2020 alle ore 9:51
    L'ORSA

    Come comincia: Domenica pomeriggio, Messina, primi di dicembre fuori il tempo non prometteva nulla di buono, Alberto Minazzo maresciallo delle Fiamme Gialle si stava godendo in televisione un documentario girato in Alaska da un fotoreporter coraggioso, in primo piano un’orsa con due cuccioli  che stava traversando il fiume in piena ma, mentre la madre era riuscita a guadagnare la sponda opposta gli orsetti ancora faticavano a nuotare in mezzo alla corrente senza riuscire a raggiungere la genitrice. Due pescatori su una barca assistevano alla scena, malgrado fosse pericoloso presero il coraggio a due mani, raggiunsero i due orsetti e prima l’uno poi l’altro li issarono a bordo del loro natante depositandoli a riva ed allontanandosi velocemente non conoscendo quali sarebbero state le reazioni di mamma orsa la quale invece, inaspettatamente si alzò sulle zampe posteriori emettendo un bramito prolungato come  di ringraziamento. La scena fece commuovere Alberto, gli ricordò quando in tempo di guerra con papà Armando, il fratello Vasco ed il cugino Luciano (tutti deceduti) andava nei quartieri poveri a distribuire beni di prima necessità racimolati presso persone abbienti. Il padre erano l’unico giovane impiegato di un istituto di credito rimasto in Patria in quanto portatore di protesi ad una gamba in seguito ad incidente stradale, i suoi colleghi spediti in Russia, non avevano più fatto ritorno a casa, maledetto quel pazzo che…Alberto non aveva motivi per essere di buon umore, separato dalla poco gentile consorte decise di uscire da casa non che fuori ci fossero motivi di buon umore, a parte il tempo vide sui scalini di una chiesa un poveraccio che cercava di ripararsi dal freddo con una coperta logora, gli si avvicinò lasciandogli in mano cinquanta Euro e domandandosi perché i signori ‘bacarozzi’ non gli aprissero la porta per offrigli un riparo al chiuso. Passò dinanzi ad un cinema e, senza vedere il titolo si infilò in platea mostrando la tessera e quindi…’a gratis’. Cazzo, un film di guerra ma ormai era al caldo, decise di restare fino a quando sentì una mano tastargli le parti intime. Si era appena accesa la luce: “Ti dò cinque secondi, poi ti arresto!” Il cotale sparì dalla circolazione. Alberto non aveva nulla contro i diversi, ormai erano di moda le famiglie arcobaleno, i figli di due padri o di due madri purché tutti consenzienti. Alberto uscì dal cinema ma poiché ‘nullo vivente aspetto gli molcea la cura’ passando d’istinto dinanzi alla caserma si fece aprire il portone e: “Maresciallo che fa qui a quest’ora e di sabato!” “Ho dimenticato qualcosa nella scrivania.” Si accomodò nella sua sedia di Capo Sezione, la mattina circa settanta finanzieri di ogni grado passavano dinanzi a lui per firmare il foglio di presenza, era l’amico di tutti e talvolta metteva delle firme apocrife di qualche calabrese che, causa ritardi dei treni arrivava fuori orario. Non aveva alcuna voglia di ritornare a casa, passando dinanzi al Circolo Ufficiali di Presidio chiese al piantone di parlare col maggiore Strano, suo amico che lo fece entrare. “Ormai è tardi stiamo per chiudere, com’è solo soletto, niente femminucce?” “Son finiti i bei tempi, forse le donne mi considerano un vecchio rudere…” “Ho capito è di cattivo umore, vedo che lei è a piedi, guardi c’è una signora vedova che sta uscendo… signora Aimée c’è qui un maresciallo della Finanza che gradirebbe un passaggio, sta iniziando a piovere e lui è senza macchina.” La signora alta, bionda longilinea non aveva nulla dei caratteri delle donne del profondo sud, squadrò Alberto che passò l’esame: “Dove abita?” “In viale dei Tigli ma se per lei è fuori mano…” “Al contrario ho una villa sulla circonvallazione, mi viene di passaggio…e se la invitassi a casa mia, non ho proprio sonno…sono Aimée Dubois, ma non  faccia quella faccia, sembra le sia morto il gatto!” “Sono Alberto Minazzo, la mia gatta Luna, bellissima e tigrata è in perfetta salute solo che non ama gli estranei, soprattutto donne…” “Bene allora andiamo a conoscerla, lei mi stia vicino non vorrei che mi graffiasse!” Da dietro la porta d’ingresso si sentivano  i miao di Luna, aveva sentito il rientro del padrone il quale quando aprì la porta se la trovò fra le braccia. “Bellissima chissà quanti bei gattini avrà sfornato.” “Ho preferito di no e quindi…” “Che brutta abitudine…” “Luna girò il muso ed inquadrò la nuova venuta, doveva essere di suo gradimento perché non protestò anzi le si gettò fra le braccia. “Stranissimo non lo fa con nessuno soprattutto femminucce, vuol dire che la inviterò più spesso a casa mia, in fondo è lei la padrona, io sono divorziato.” “Ed io vedova di un ufficiale dell’Esercito italiano, una granata…” “Che vogliamo fare, ora che è qui…io non ho sonno anche se domattina il dovere mi chiama ma posso ‘marcar visita’ come si dice in gergo  militare che lei dovrebbe conoscere.” “Cavolo che bel panorama, tutta la Calabria illuminata ed anche il porto di Messina, una visione rilassante, chissà quante belle donne avranno ammirato il panorama.” “Purtroppo di recente zero assoluto, sono divorziato da poco ed ancora mi son rimaste le ferite…ci vorrebbe una buona crocerossina…” “Se è un richiesta ufficiale aderisco, magari riaccendiamo i riscaldamenti, Luna si è rifugiata nel suo bel giaciglio al calduccio.” Dopo circa mezz’ora: “Ora si che mi sento a mio agio, le dispiace se mi spoglio un po’, comincio a sentire gli effetti del riscaldamento.” Aimée rimase in reggiseno e mutandine, Alberto cercò una battuta di spirito per uscirne con stile, non trovò altro che: “Una volta le sarei saltato addosso!” “Meglio saltare sul letto, voi maschietti pensate solo al sesso…talvolta anche la sola compagnia…” Aimée raccontò della sua gioventù, come aveva conosciuto suo marito che l’aveva lasciata vedova non inconsolabile ma decisamente aisée ossia ricca. Anche Alberto descrisse la sua vita passata e poi si addormentarono. Alle sei e trenta suonò la sveglia, Alberto alle sette e mezza chiamò il centralino della caserma: “Sono Mazzoni per favore passami l’aiutante maggiore. “ “Signor maggiore m’è venuta quasi sicuramente l’influenza, chiamerò il dottor Cimarosa per farmi concedere cinque giorni di riposo.” “Si di riposo a letto, chissà con quale mignotta, oggi è domenica, sveglia e buon divertimento!” “Ho capito male ma quel tale mi ha classificato mignotta?” “Ha usato un’espressione sbagliata voleva forse dire simpatica signora!” “Colazione da igienista, fette biscottate integrali, Yogurt con Lactibacillus Bulgaricus, prugne essiccate. “Voglio provare anch’io a cambiare  l’alimentazione, a proposito hai idee dove andare a pranzo?” “Conosco vari ristoranti ma preferisco che lo scelga tu.” “Ho capito, ci hai portato qualcuna delle tue ‘mignotte’ come dice il maggiore e non vorrai che io sia scambiata per una di loro.” “Sei troppo machiavellica…va bene hai ragione andiamo dove vuoi tu.” “In via Ghibellina c’è Alfonso un ex pescatore che ci farà mangiare pesce freschissimo.” “Andiamo con la tua macchina, cavolo ieri sera non avevo fatto caso alla marca della tua auto, una Borgward Isabella sono anni che non la fabbricano più.” “Era di mio marito, la tengo per suo ricordo, siamo arrivati.” “Gentile signora Dubois è un bel po’ che non la vedevo, ho elle aragoste giunte poco fa oltre che il solito brodetto di pesce ed anche  delle linguine ai ricci di mare.” “Egregio signore lei sa che è proibito pescare i ricci, c’è una contravvenzione altissima!” “Caro Alfonso, il signore è un maresciallo della Finanza, per questa volta chiuderà un  occhio anzi tutti e due, vero caro?” Alberto aveva capito di aver toppato, chiese scusa ad Aimée: “Talvolta mi lascio trasportare…” Alla fine del pranzo: “Tutto eccellente, specialmente le aragoste che dicono sono afrodisiache, che ne dici proviamo se è vero?” “Cara…vedremo, non ci tengo a fare brutte figure anche se tu sei una donna meravigliosa ed appetibile.” “Grazie per l’appetibile, cerca di non  mordermi!” La casa di Aimée era una villa a due piani circondata da giardino, vasca con pesci rossi,  cespugli ben tenuti, si vedeva la mano di un giardiniere. All’interno mobili antichi la cui presenza meravigliò Alberto. “Ho acquistato questa villa come la vedi, non ha voglia di comprare mobili nuovi, avere tra i piedi operari che vanno e vengono, sono di natura misoneista, non ti meravigliare del vocabolo, ho studiato al classico e qualcosa ancora me la ricordo.” “Misoneista in generale anche in campo sessuale?” “Diciamo che è un po’ di tempo che non mi ‘esercito’ in quel campo, sono di gusti difficili e mi infastidiscono gli imbecilli, non ti preoccupare tu non lo sei anzi pemettimi…” “Il primo bacio prolungato, saporito ancora di pesce, così iniziò la relazione fra Alberto che aveva ripreso ‘le penne’ ed un’Aimèe anche lei di nuovo in forma. Al Circolo Ufficiali si era formata una nuova coppia che il maggiore Strano volle festeggiare con un brindisi.

  • 09 luglio 2020 alle ore 8:20
    Tutto il mondo è paese

    Come comincia: Tutto il mondo è paese.
    Anche sotto il castello che porta il nome di mia nonna siamo stati oggetto di un tentativo di truffa-raggiro-estorsione.

    Mi è stato consigliato di rivolgermi ad un servizio semi-pubblico per una pratica.
    Nel corso dell'allestimento di questa pratica, il titolare dell'esercizio mi accompagna per un paio di volte da un professionista del settore che mi consiglia come procedere. 
    L'iter si conclude presentando la documentazione ad una commissione che deve dare il suo benestare. Dopo tre mesi arriva a casa la raccomandata con l'approvazione.

    Per il prosieguo dico a mio marito: "Veditela tu".

    A distanza di un anno, mio marito m'informa che il titolare dell'esercizio gli ha riferito che il professionista vuole 500/600 euro. Ne è conseguito un battibecco durato mesi. Per farla breve, alla fine mio marito accetta di pagare ma chiede la fattura. 
    Ah, con la fattura sono 1000/1100 euro.
    A parte la discussione, mio marito insiste: "Tu fammi avere la fattura ed io ti faccio il bonifico". Il professionista sostiene che è il contrario: prima mi paghi e dopo ti faccio la fattura. 
    La storia si trascina fino a novembre.
    Ricevo una telefonata. E' il professionista. Mi fa: "Signora, io ho avuto a che fare con lei. E' lei che è venuta nel mio studio, ho visto che è una persona per bene. Se non mi paga il mio avvocato le manda l'ingiunzione.". Non ho proprio voglia di fare polemiche. Comunque ad agosto avevo consultato un mio amico della guardia di finanza che ha confermato: prima la fattura, poi il bonifico o, in alternativa, contestualmente fattura-assegno.
    E’ il ponte del primo novembre e ci accordiamo di sentirci per un appuntamento finite le feste.
    Finite le feste, telefono e non ricevo risposta. Propongo via WhatsApp un giorno per l’appuntamento.
    Due giorni dopo la risposta: il giorno proposto non va bene, facessi il bonifico.
    Ora basta, penso.
    Il giorno dopo esco prima dal lavoro e mi reco alla guardia di finanza.
    Nella sala d’attesa mi raggiunge un brigadiere.
    Gli espongo la situazione. Mi chiede ragguagli e mi fornisce consigli su come procedere.

    Invio al professionista la richiesta di vedere quali accordi abbia firmato nel suo studio relativamente ad un compenso per le sue prestazioni o, in alternativa, un tariffario dell’esercizio semi-pubblico.

    Ricevo dal professionista un messaggio nel quale afferma che per lui la cosa è archiviata, non pretende alcun compenso sulla base di altre considerazioni.
    Il titolare dell’esercizio prova ad insistere, sostenendo che il professionista si era recato davanti la commissione a presentare la documentazione, cosa non corrispondente alla realtà. Tengo ferma la mia posizione su questo punto ed anche il titolare dell'esercizio desiste.

    Perché racconto questo? Perché, con grande rammarico, la scorsa estate mi sono guardata alle spalle ed ho visto che quando ho fatto di testa mia "senza dà retta a nisciuno", anche le situazioni critiche si sono risolte. 

    Attenzione, qui tutti possono sbagliare: solo chi non fa niente non sbaglia.
    E le tegole possono capitare a tutti.

    Linda Fienga lì, 1 dicembre 2018
     

  • 07 luglio 2020 alle ore 14:56
    La mia stanza

    Come comincia: Quello che segue non è proprio un racconto, ma trattasi essenzialmente di un "esercizio letterario". Il tutto nacque intorno ai primi mesi del 2014, quando ascoltai su rai storia una vecchia intervista fatta a Corrado Alvaro (spero di ricordare bene, tuttavia, e di non confondermi col nome ed il cognome dell'autore!). Lo scrittore di San Luca (zona della Calabria tristemente nota per fatti non del tutto letterari), nel corso della stessa parlò anche di un esercizio letterario - appunto - da poter svolgere ad opera dei neofiti ed imberbi scrittori come me: concentrarsi, cioé, su un oggetto vicino o a portata di...occhio, oppure su un luogo spesso frequentato e descriverlo. L'attenzione, così, cadde subito (di getto, quasi incondizionatamente!), su quella che definisco essere la "mia" stanza. Ovvero, uno dei luoghi più frequentati nel corso della mia esistenza. Uno dei luoghi compagno della mia vita, sovente e volentieri: soprattutto nell'ultimo anno di tempo. Ne nacque, quindi, la descrizione che segue.
     "La mia stanza è la terza in ordine d'ingresso o meglio di entrata; ovverosia entrando dalla porta d'ingresso che da sull'androne dove scorrono, di fianco all'ascensore, le scale: che non sono, si badi bene, come quelle di Escher le quali girano sempre su sé stesse, senza mai a nulla condurre né da nessuna altra parte...esse - fortuna per loro! - arrivano sino al portone che sfocia, a sua volta, sul marciapiede che costeggia la strada. Essa è la "mia" stanza: in quanto al suo interno vi trascorro gran parte delle ore che il dì scandiscono (eppure la notte), intercalando il tempo - a volte - con numerose divagazioni sui generis...fuori porta!  E' anche la terza per ordine di grandezza: posta in mezzo alla camera da pranzo che da a nord, confinante con una frazione di appartamento appartenente ad uno stabile attiguo, e la camera da letto grande, quella matrimoniale ove soggiornavano nottetempo i miei genitori, dacché sono stati [Essi] in vita ed in figura su questa terra (la mia carissima zia materna Mary che io, inguaribile esterofilo, chiamavo a quel modo proprio a volerne inglesizzare ed americanizzare il nome, mentre sbrigava le faccende di pulizia in alcune stanze - accadeva sempre durante il fine settimana, quando era a casa dal lavoro ed io dalla scuola - sovente mi ripeteva le seguenti parole: - Ricordati che tutti siamo niente. Oggi in figura e domani in sepoltura! - Si riferiva, ovviamente, alla vacuità del destino dell'essere umano e di tutti gli altri esseri viventi, il suo non era, però, un fare noioso e funereo al contrario la definirei saggezza frammista a realismo, meglio ancora realistica accettazione delle cose e dell'esistenza, pur essendo essa credente e cattolica nonché dotata di gran senso religioso... direi che fosse stato quello il mio primo contatto, quand'ero ancora imberbe ragazzino, con l'aldilà e con l'idea della morte più in generale; quelle parole mi ritornano spesso nelle orecchie, ora che sono più adulto, quasi vecchio!). La mia stanza, dicevo, è la terza stanza dell'appartamento che io abito (tre è il numero perfetto: i pitagorici lo consideravano tale in quanto per loro era la sintesi del due - numero pari - e dell'uno - numero dispari -; tante civiltà e religioni lo considerano tale: è per questo, forse, che la stanza di cui vi parlo è quella che considero essere più "mia" rispetto alle altre...o forse è mera casualità!); laddove abito e dimoro, cioé, sin dalla lontanissima estate del 1969, quella che definii essere stata, in tempi recenti, la "lunga estate di Belfagor" (questo nomignolo deriva da un vecchio sceneggiato, "Belfagor", appunto, passato in tivù, e che in una estate lontanissima, ancorché ancora viva e vegeta nella mia mente, tenne ben fermo e quieto me ed altri bimbetti di allora, suppongo, sotto il letto...bloccato dalla paura!): quando vi emigrammo da un'altro quartiere della città io - bimbo allor d'appena un lustro d'età - e la mia famiglia tutta intiera ed insieme; è la terza stanza dell'appartamento sito all'ottavo piano di uno stabile popolare seminuovo (lo é, sebbene esso sia oramai "vecchio" di ben cinque lustri ed abbia dovuto sostenere numerosi maquillage e rifacimenti di viso...facciata!), di quelli inclusi nella categoria "A4" secondo quanto è scritto nella visura catastale originaria (o secondo ciocché essa recita...sarebbe forse meglio dire!); o meglio ancora, in base alla classificazione "arida" assai ed alquanto - nonostante essa sia notevolmente essenziale e pratica - stabilita dal nuovo catasto urbano all'incirca trenta anni fa (la visura originaria, infatti, quella redatta dall'esimio geometra Pantano - non so, però, se fosse anche lustrissimo! - , titolare dello studio omonimo ed al tempo sito alla via Temenide civico diciannove, in Taranto, recava scritto: unità immobiliare A 18): posto [lui], in una zona cittadina la quale, sino a vent'anni fa,  era definita "fuori borgo"; decentrata, cioé, dal centro cittadino, quasi periferia; mentre oggi, invero, è essa stessa diventata borgo, quasi centro, rispetto ad altre zone: fattesi esse stesse periferia o periferie - ad opera e per merito, forse...per colpa più che altro dello sviluppo extraurbano, scellerato e scellerabile, avvenuto d'amblé - quindi sempre più - ed inesorabilmente - lontane dal centro. E' la terza stanza, la mia stanza, se si esclude lo sgabuzzino piccolo il quale, a volta sua, è dirimpettaio dell'ingresso e del disimpegno (frazione più piccola del corridoio che sbocca nella cucina), è funge da ripostiglio o solaio interno (in poche parole, che povere non sono affatto, avente funzione di scantinato o mezzanino) che ben si possa dire, anzi, affermare: colà, cioé, dove la roba vecchia metto a riposare o in stand-by prima ch'essa affronti l'ultimo suo viaggio, insieme al pattume di casa, verso il cassonetto del pattume che abita sotto casa; ivi attendendo d'esser poi trasportata in discarica con l'altro pattume (suo fratello: sebbene sia esso di madre diversa e forse ignota!) ed in compagnia dell'altra roba vecchia e magari dei sorci verdi! E' la mia stanza, adesso, questa stanza: proprio perché adesso è soltanto "mia" (in realtà lo è da ben sei anni, non uno di più e neanche di meno: uno in più, cioé, d'un lustro che di anni ne conta cinque!), mentre pria era in primis la "loro" eppoi anche la mia; è la mia stanza, adesso: perché adesso appartiene solamente a me, così come le altre stanze vuote. Invero, essa reca con sè i segni del tempo, quel tiranno inesorabile che lentamente scorre senza infamia né lode: li porta fiera, però, sulle sue spalle vecchie ma ancora forti; su quelle spalle che sono i muri: avvolti in una carta talmente sottile e lieve da apparire talora quasi eterea...grondano di ricordi, di suoni e di strane voci. Occidua guarda, la mia stanza, il balcone che da sulla strada esterna ed il quale guarda, a sua volta, la strada: ed insieme, come entrambi, guardano lo scorrere del tempo senza ch'essi portino occhiali sopra gli occhi che non posseggono...allo stesso, identico e perpetuo modo la mia stanza osserva il sole nascere e morire, ogni giorno, la luna sorgere e calare ogni sacrosanta sera sopra il cielo; ed ascolta lo scorrere del traffico che percorre la strada sottostante al di sopra di quel cielo che la oscura o la illumina ad intermittenza e secondo l'alternarsi delle stagioni durante l'anno astronomico. Ogni notte, silenziosa e stanca, la mia stanza si addormenta insieme a me: che a volte, a mia volta, sono silenzioso e spesso stanco - ma non sempre, però - quando mi addormento. E' la mia stanza, adesso: solo e soltanto "mia"!

    Taranto, 14 marzo 2014. 

  • 26 giugno 2020 alle ore 9:27
    LA PIÚ BELLA

    Come comincia: “Come la immagini la donna più bella con cui potresti far conoscenza, hai un’idea precisa?” Alberto era rimasto sorpreso dalla domanda del suo amico e collega Franco, ambedue marescialli delle Fiamme Gialle, si trovavano ai piedi di una nave da crociera nel porto di Messina con una scaletta poggiata sul molo dalla quale dovevano scendere i passeggeri che andavano a visitare le locali bellezze artistiche o per imbarcarsi su di un pullman per andare a visitare Taormina. “Non so come ti è venuta in testa stá domanda, per puro esercizio di fantasia te la descrivo: altezza circa un metro e settantacinque, capelli castani lunghi sino alla vita, occhi grandi e di color verde chiaro, piccolo naso all’insù, bocca invitante con labbra non eccessivamente grosse, collo alla Modigliani, seno non più della misura tre, vita stretta, pancino piatto, gambe chilometriche, piedi da far impazzire un feticista, ti basta?” “E come personalità?” “Hai ragione, la cosa più  importante: sorridente, sicura di sé, con notevole spirito dello humour.” “Insomma una statua vivente descritta da Prassitele.” “Ecco, bravo ora torniamo con piedi a terra e controlliamo i passeggeri, c’è sempre qualcuno che vuole fare il furbo vendendo provviste di bordo soprattutto stecche di sigarette.” Nessuna faccia sospetta, visi da padri di famiglia con moglie e pargoli al seguito, giovin pulselle non particolarmente avvenenti, vecchie signore che spendevano i soldi della liquidazione sperando di trovare qualche giovane squattrinato a cui riempire le tasche per poi farsi ripagare sessualmente. Per ultimo  un ‘boom’: una ragazza favolosa seguita sulla scaletta da un gruppo di ragazzotti allupati che le facevano da scorta. Alberto non si fece sfuggire l’occasione e mostrando la tessera di appartenente alla G. di F: “Signorina la prego di seguirci in caserma.” Il reparto era abbastanza vicino al porto, i ragazzi non furono fatti entrare, il portone fu loro chiuso in faccia e: “Signorina per favore i suoi documenti.” “Je suis Marianne Montfort, sono francese ma parlo anche italiano come mia madre che era di Roma.” “Bene una mia paesana, “andiamo al nostro bar non è eccezionale ma almeno eviteremo quella moltitudine di ragazzotti che la stavano importunando, io sono Alberto Sassoli e questo è il mio collega Franco Iannello, le consiglierei un Campari soda che io amo ma se lei preferisce un’altra bevanda…” “Va bien le Campari soda, anch’io l’amo.” A Paolo, l’appuntato barista gli occhi erano usciti dalle orbite, sbagliando aveva preso dal frigo tre Aperol.” “Paolo ti sei imbranato, vogliamo tre Campari soda.” “Qu’est il arrivé” “Le barman était confus par votre beauté.” “Maresciallo che le ha detto alla signorina?” “Che sei ricchione, il conto è spese tue bello di papà!” Finito l’aperitivo Albertone ne pensò una delle sue: rimorchiare la baby, farle interrompere la crociera e portarla…dove la ragazza preferiva. A questa proposta  Marianne all’inizio rimase perplessa poi: “Mi fido perché so che sei della Polizia o cosa del genere, andiamo a prendere i miei bagagli. Alberto andò nell’autorimessa dove sostava la sua Jaguar X type acquistata con i quattrini avuti in eredità dalla defunta zia Giovanna, fece salire a bordo la ragazza e suonò il clacson per farsi aprire la porta carraia dove il piantone Nando, suo paesano romano s’era fatto uscire anche lui gli occhi dalle orbite: “Nando aribbutta dentro l’occhi sennò resti cecato, apri sta porta!” Marianne salì sulla scaletta della nave, chiese ad un addetto di portarle le due sue valige, lasciò ad un ufficiale di bordo il suo biglietto della nave e sorridendo riprese posto sulla Jaguar. “Dove siamo diretti a Taormina?” Alberto se la pensò, a Taormina avrebbe trovato la solita confusione di turisti che lui non amava, pensò ad un’altra soluzione: “C’è il padre di un mio amico defunto che ha una villetta a Scaletta Zanclea vicino al mare, sicuramente gli farebbe piacere avere la nostra compagnia.” “Vada per questa Sca…insomma dove vuoi tu.” Marianne curiosa stava giocando con i tasti del cruscotto, ad un certo punto apparve un programma televisivo: “Accidenti a bordo hai anche la TV, sei tutta una sorpresa!” La situazione si faceva interessante, Alberto imboccò la litoranea sino a giungere a Scaletta Zanclea, seconda strada  a sinistra  dove erano ubicate varie ville, quella del dottor Antonelli era la più vicina al mare. Due cani doberman erano fermi dinanzi al cancello, non abbaiavano sono il loro sguardo era poco rassicurante. Alberto suonò al video citofono, non aveva avvertito il dottore della sua venuta, ebbe un’accoglienza festosa: “Chi l’avrebbe mai immaginato, scendo subito.” Il dottor Antonelli richiamò l’attenzione dei due doberman: “Questi due sono amici miei, andate a cuccia!” I due cani sparirono dalla circolazione, Alberto posteggiò dinanzi all’ingresso della villa, abbracci col dottore: “Complimenti per la signorina, hai sempre avuto buon gusto in fatto di donne!” “Marianne è italo-francese, era a bordo di una nave di crociera, dietro mia richiesta ha preferito visitare la terra italica!” “Sei il solito furbacchione, entra, sistematevi nella camera degli ospiti.” Tutto di gran lusso e di buon gusto, si vedeva la mano di una donna. Marianne sistemò nei cassetti di un armoir parte della sua biancheria e in un armadio i suoi vestiti, si sentiva come a casa sua tanto è vero che uscì dalla doccia col solo accappatoio che aveva trovato, color nero, asciugatasi lo fece cadere a terra rimanendo nuda, per lei una situazione normale, per Alberto decisamente meno. “Per fortuna non ho problemi al cuore…” “Sei fidanzato?” “No intendevo in altro senso.” Marianne o faceva la tonta o veramente pensava che presentarsi nuda fosse una cosa naturale non pensando che effetti poteva suscitare su un uomo…”Mai vista una donna nuda?” “Dì la verità mi prendi per il culo?” “Non capisco questa frase in italiano, traducila in francese.” “Est-ce que tu me pisse,  moquer.” “Mais non, je te ne pisse pas, sono stanca di uomini che mi girano intorno li trovo infantili, sciocchi, sprovveduti. Il problema è un altro, mia madre Adrienne è fuggita da casa con un ragazzo portando con sé un bel po’ di denaro…Ora bando alle tristezze, andiamo a trovare il padrone di casa.” “Ragazzi ho chiesto ala cuoca Rosaria di prepararci una cena speciale per festeggiare il vostro arrivo, il marito, tutto fare ha portato a tavola i più bei fiori colti dal mio giardino, un pò di allegria, vi vedo col muso lungo…” La cena era deliziosa, tutto a base di pesce locale, freschissimo, la cuoca fu chiamata per ricevere i complimenti dei tre, si era commossa. Durante la cena Gaetano volle fare un esperimento: “Prendete una porzione di pesce e buttatela a terra vicino ai due cani, guardate quello che succede. Argo e Dingo non accettarono il dono, guardavano il padrone, dopo che Gaetano li autorizzò presero a mangiare. “Ho addestrato i miei cani a non abbaiare e soprattutto a non accettare cibo da estranei, nelle ville vicine ci sono stati molti furti ed i proprietari oltre a subire un danno economico sono stati pure picchiati, Argo e Dingo sono sempre di guardia.” Una passeggiata digestiva per le vie del paese, ad ogni piè sospinto il signor Antonelli riceveva i saluti rispettosi dei paesani. “Commendatore i nostri ossequi!” “Vedo che lei è benvoluto.” “Quando posso aiuto i più poveri ed anche gli ammalati, la vita dei pescatori è veramente dura. Proseguite voi la passeggiata, vi lascio soli…beata Juventus, non la squadra!” Alberto e Marianne andarono sulla spiaggia illuminata dalla luna, un paesaggio romantico che portò la ragazza ad abbracciare il suo pigmalione. “Che succede ti sei convertita ai maschietti?” “Quando me la sentirò ti dirò quello che mi è successo, per ora accontentati di un abbraccio.” Nella stanza degli ospiti i due unirono i due letti, ambedue in pigiama, di seta lei di cotone lui, vicini ma non tanto da….”Beaux rêves…” Sogni d’oro un par di balle…ciccio sentendo odore di…non voleva andare a ciuccia ovviamente impedendo ad Alberto di addormentarsi fin quando capì che ‘non c’era trippa pè gatti’. Alberto era ancora ad occhi chiusi quando un bacio delicato sulle labbra lo fece ritornare su questo mondo. “Ben sveglio amore mio.” Alberto annuì, la speme è l’ultima dea, il Foscolo non era stato ottimista…Colazione abbondante,  Gaetano pensava che i due avessero bisogno di rifocillarsi dopo una notte…quando mai bianca che più bianca non si può nemmeno col candeggio, vecchia battuta di Carosello. Dopo colazione il commendatore in giro per i fatti suoi, i due sulla spiaggia, Alberto supino, Marianne prona vicino a lui. “ “Avevo giurato eterno odio ai maschi, ho cambiato idea quando ti ho visto per la prima volta anche se non volevo…” “Va bene sono un conquistatore di donne a getto continuo come scriveva Trilussa un poeta romano.” “Voglio raccontarti quello che mi è accaduto, sono insegnante elementare a Parisi, ero diciamo in buoni rapporti con un mio collega che non ho voglia nemmeno di nominare. Una mattina ho voluto fare una sorpresa al mio fidanzato che si era dato ammalato per non andare a scuola; sono entrata a casa sua  non facendo rumore, aperta la porta della camera da letto…uno spettacolo degno di Sodoma e Gomorra, il mio…si faceva inculare da un altro uomo…Ho richiuso la porta, sul corridoio ho vomitato pure l’anima, sono scesa in strada, mi sono seduta su una panchina, non riuscivo a camminare. Una signora in macchina  mi ha notato, è scesa dall’auto mi ha chiesto l’indirizzo di casa mia e mi ha accompagnato sino al portone dove il portiere mi ha accolto portandomi sino al mio appartamento. I miei erano fuori. Ritornando a casa furono informati dal portiere del mio stato, fu chiamato un medico che mi diede un calmante, dormii sino al mattino successivo ma ancora ho negli occhi…da quel momento…” “Mi sono scoperto consolatore di donne in crisi, metterò su un’agenzia…” Marianne sorrise, Alberto era riuscito nel suo intento. “Prendo la Jaguar ed andiamo a Taormina, ho bisogno di un bagno di folla…ed anche di qualcos’altro.” Quel qualcos’altro te lo devi guadagnare!” Eccellente granita al limone con brioches al bar sulla piazzetta, lunga passeggiata sino all’ora di pranzo. I due scovarono una ‘taverna’ modesta ma accogliente, il padrone: “Sono Alfio, catanese, vedo che siete affamati, aspettatevi qualcosa di molto sfizioso.” E così fu, a tavola Marianne si accorse dell’alzata di ‘ciccio’ e si fece una gran risata, buon segno! Ritornati a Scaletta Zanclea Alberto prese congedo da Gaetano per rientrare a casa sua a Messina, voleva che la prima notte…E così fu, Marianne si abbandonò completamente al suo novello amante il quale non si risparmiò tanto che la mattina dopo: “Cavolo ho la cosina tutta arrossata!” “Forse per la vergogna!” “Quale vergogna, me l’hai distrutta, bel maialone…” Marianne rimase per sempre a Messina, in un scuola privata ebbe l’incarico di insegnante di francese e dopo qualche mese sfornò un italo-francese con tanto di pisellone, tutto suo padre!

  • 25 giugno 2020 alle ore 18:30
    Baby Apple

    Come comincia: L’epidemia è stata un macello.
    Sono morte un sacco di persone. Non so bene, pare che questo virus venisse da un barracuda e ad un certo punto non abbia trovato più barracuda da infettare, così ha fatto il salto di specie. 
    L’hanno chiamato così: salto di specie. In sintesi, il virus adesso non guarda in faccia nessuno ed ha scelto di sterminare noi.
    Sarebbe stato fermo e buono in Nigeria se non ci fosse questo irrinunciabile vizio del turismo sessuale che ha diffuso il virus in tutto il mondo quasi contemporaneamente. 
    È chiaro questo. Sono riusciti a capire che i pazienti zero, i vari pazienti zero provenienti da quel paese, quelli dai quali è partito un gigantesco albero di contagi, fossero tutti ricchi imprenditori  in viaggio di piacere. Piacere. Come spiegarlo meglio.
    Probabilmente la saliva che la loro piccola Mocumba ha per caso perso mentre li chiamava Papi è la causa di tutto. 
    Più che salto di specie, io lo definirei salto di classe. 
    Bambina scalza che balla tra le baracche della sua tribù infetta viscido riccone in procinto di comprare villa con patio.
    In tutto questo, io spero che Mocumba stia bene.

    Non conosco nessuno che sia morto, non direttamente. Conosco qualcuno che conosce qualcuno che è morto, ed è così un po’ per tutti. A parte per quelli morti, ovviamente.

    Le misure del governo sono subito state stringenti, per evitare che continuassimo ad ammazzarci: igienizzante per le mani, disinfettante per le scarpe, metri di distanza, chiusi i locali, non parlate con nessuno, distribuzione gratuita di mascherine chirurgiche, lasciate il lavoro e state a casa. Non uscite di casa se non per fare la spesa, altrimenti vi denunciamo.
    A me andava anche bene, tra le mie quattro mura stavo da dio, ma, dopo le prime lamentele provenienti dai fautori del fitness e dell’aperitivo lungo – lamentele alla moda, lamentele da influencer -, il presidente decise che ognuno di noi poteva incontrare una persona, una sola, per tutta la durata della quarantena.
    In base a come ti sentivi, potevi scegliere l’unico che ti poteva salvare, consapevole che potesse essere anche l’unico ad ucciderti.
    A chi affideresti la tua vita?

    Io scelsi il mio manager.

    Inutile essere ipocriti, noi tutte ex star della tv fiutavamo in questa tragedia un trampolino di lancio. E allora c’era l’ex campionessa di limbo che donava fondi per la ricerca.
    Il bambino che sapeva suonare l’inno di Mameli con i bicchieri andava a suonare i supporti delle flebo in terapia intensiva.
    La banda di ragazzini che dipingeva con i papaveri, ora fa madonne e immagini sacre sul tetto dell’ospedale con il plasma dei donatori.
    Tutto per rilanciare la propria immagine. 
    Per un’ospitata in diretta streaming, per vendere qualche maglietta, per diventare le più famose ed immortali star del globo.
    La gente, effettivamente, li chiamava eroi. 
    Li chiamava eroi finché non spuntavano altri eroi più interessanti, allora se ne dimenticava. Per questo, tutti cercavano di fare qualcosa di spettacolare, al limite, fino a sfociare nel grottesco.
    Ma quando il mio manager mi chiamò, sapevo che aveva avuto l’idea migliore di tutte solo dal modo in cui disse Baby Apple, incontriamoci.

    Non sono mai stata altro che Baby Apple.
    Sono Baby Apple da vent’anni, da quando mi piazzarono davanti ad una macchina da presa con un costume da grossa mela che avevano indossato prima di me almeno cento bambini a quello stesso provino. 
    Lo scopo era trovare il protagonista dello spot per un nuovo dentifricio, e la mela rossa era il simbolo della pulizia, oltre che del peccato originale. 
    Questo bambino vestito da mela doveva stare al centro dell’inquadratura, sorridere e saltare. Ogni volta che diceva “Baby Apple!” arrivava qualche altro bambino a morderlo e a farsi venire immediatamente i denti bianchissimi. 
    Ad ogni morso, un pezzo del costume svaniva, un pezzo del bambino spariva, finché non rimaneva solo il sorriso. 
    Scelsero me come Baby Apple. 
    Avevo 6 anni e mi montai talmente tanto la testa che da quel giorno dicevo Baby Apple! ogni volta che mi piaceva qualcosa. 
    Inconsciamente, o consciamente, avrei voluto che quel qualcosa mi mordesse, si prendesse un pezzetto di me.
    Da quello spot in poi mi invitarono ovunque, sempre vestita da mela, ovviamente. 
    Il mio compito, principalmente, era sedermi di volta in volta sulle ginocchia di qualcuno che durante la trasmissione sembrava triste, abbracciarlo e dire Baby Apple! per farlo contento.
    Continuò così fino ai 13 anni, poi, secondo molte produzioni, quello che faceva iniziò a sembrare ambiguo. 
    Tentai di risollevarmi cercando di mostrare che avevo anche qualcosa da dire, che potevo esprimere opinioni, studiai almeno 5 libri di botanica prima di partecipare ad una trasmissione dal titolo “Per fare un tavolo ci vuole un fiore”, ma era una trasmissione sul fai da te e Baby Apple doveva solo esultare una volta che la brugola faceva il suo lavoro.

    Non stava andando bene, gli ingaggi si volatilizzavano.

    Fu allora che il mio manager mi contattò. 
    Era uno scalzacani, lo sapevano tutti, ma anche lui, come me, stava raschiando il fondo del barile della sua carriera, e questo mi bastò per accettare tutto quello che mi diceva.
    Il costume tozzo da Baby Apple bambina si adattò ad una giovane donna. 
    Diventò più striminzito, velò le gambe in collant bianchi e calzò lucidi tacchi rossi. Due grossi morsi scoprivano entrambi i fianchi e boccoli biondo platino spuntavano da un cappellino a forma di picciolo. 
    Il Baby Apple! urlato di gioia diventò un sussurro alle orecchie di signorotti che frequentavano un certo tipo di trasmissioni, dove si parlava d’affari o di sport. 
    Se le quotazioni scendevano, se la tua squadra perdeva, Baby Apple arrivava. 
    Non cessò il desiderio che mi mordessero, che mi sbrindellassero e mi portassero a casa con loro, che trovassero un posto sul comodino per me.
    Il mio manager, lo scalzacani, continuava a ricevere bonifici con causale Bite Me. 
    Fu proprio quando rifiutai di fila quasi 4 offerte di lavoro come mela a festini privati che venne scoperto il primo caso di contagio nella mia zona, e ovviamente si bloccò tutto di colpo. 
    Nella sua ultima telefonata, il mio manager disse che, quando iniziano offrirti incarichi come escort, sei all’apice della carriera.
    Disse che avremmo dovuto aspettare l’evolversi delle cose, avrei dovuto aspettare una sua chiamata, che presto si sarebbe fatto vivo con un’idea spettacolare.

    Esistono due tipi di degrado. 
    Uno che ti spinge sottoterra ed uno che ti porta al successo.
    Io, chiusa tra le mura di casa, volevo a tutti i costi coltivare la mia favolosa fama nel terreno di detriti dove si era spinta.
    Aprii un canale youtube senza nemmeno sapere cosa dire. 
    Mi misi davanti al telefonino vestita da mela adulta e sorrisi. 

    Era pomeriggio, la luce era stanca, mi si vedeva dal busto in su. 
    Sorrisi per mezzo minuto, poi dissi “Baby apple!”, nel modo in cui lo dicevo da bambina.
    Mi vedevo riflessa nello schermo e davvero mi davo felicità. 
    Chissà cos’avrei trasmesso a chi mi avesse visto su internet. 
    Chissà in quanti mi avrebbero voluta mordere.
    Chissà se ci sarebbero stati pezzi per tutti.
    Un video di 3 minuti, in cui non dissi altro che Baby Apple! ogni 30 secondi.
    Non cambiavo nemmeno posizione, non mi muovevo, ero ferma davanti allo schermo.
    In una piattaforma in cui tutti si adoperavano per avere il trucco più colorato, i capelli più strani, la colazione più calorica, io ero ferma davanti al video vestita da mela, a ripetere la cosa che sapevo dire meglio.

    Successe che il video venne visto.
    Venne visto tantissime volte, ricevette tantissimi commenti.
    Successe che scoprii di essermi creata un pubblico negli anni. 
    Tra loro, i miei coetanei affezionati allo spot del dentifricio, che mi legavano a chissà quali ricordi d’infanzia. Tra loro gli uomini d’affari che a suo tempo tennero alla squadra sbagliata e che mi ricevettero sulle loro ginocchia. C’erano le loro figlie, le sorelle minori, che, spinte dall’ eccitazione dei loro papà, dei loro fratelli, per il ritorno di una figura così importante del loro passato, si iscrissero al canale.

    “Ciao Baby Apple, mi metti il buonumore in questo periodo di quarantena =)”
    “Ciao Baby Apple, sai che ho ancora un tubetto del dentifricio che sponsorizzavi?”
    “Ciao Baby Apple, mi manderesti una foto in cui ti vesti da collegiale e ti allunghi per prendere il cellulare appoggiato ad un tavolo, ma non ci riesci perché sei ammanettata ad un termosifone?”

    Ero stupita che bastasse così poco. 
    Ero euforica.
    Risposi a tutti i messaggi, feci dare a tutti il tipo di morso che volevano darmi.
    Di fatto, alzai le aspettative. 

    Il secondo video che pubblicai una settimana dopo fu sostanzialmente uguale al primo, ma dissi Baby Apple! di spalle, voltandomi verso lo spettatore giusto per fare l’occhiolino di commiato.
    La cosa che quasi tutti morsero via subito dopo, fu parte del mio nome.
    Fu il primo vero e proprio morso. 

    “Ciao Baby, come fai ad avere quelle ciglia lunghe?”
    “Ciao Baby, non riesco a dormire dalla prima volta in cui ti ho visto”
    “Ciao Baby, voglio venirti a prendere. Ti conserverò in una scatolina, saremo felici”

    Nel terzo, volli sperimentare quanto la gente potesse essere condizionabile da me. 
    Pochi lo sanno, ma una mela è capace di alzare o diminuire la propria acidità a seconda delle condizioni. È la verità.
    Davanti allo schermo del telefonino, striminzita nel vestito da mela bambina, con la luce delle sette di sera, abbassai gli occhi e piagnucolai.
    Baby  Apple... baby apple... baby...
    Nei 5 secondi finali, presi un pacchetto di fazzoletti di carta che avevo sulla scrivania, ne estrassi uno e feci finta di asciugarmi le lacrime.

    Fu impressionante quanto poco tempo ci mise la ditta di quei fazzoletti a triplicare il proprio fatturato.
    Usarono il mio video amatoriale come spot ufficiale. La mia immagine sgranata, pixellata, comparì sulle riviste.
    Tutti volevano i fazzoletti dove aveva pianto Baby Apple. 
    Tutti volevano ridere e piangere come Baby Apple.
    Iniziarono ad arrivarmi foto di gente che piangeva, che voleva la mia approvazione sulla posa che assumeva mentre lo faceva.
    La seconda cosa che morsero via fu il saluto.

    “Baby, il mio ragazzo mi lascerà, quindi guarda la mia foto. Sembro abbastanza disperata?”
    “Baby, ho perso il lavoro. Mentre piango dovrei piegare la testa di più?”
    “Baby, oh baby... oh, baby. Oh baby baby mia”

    Gli iscritti al canale erano ormai migliaia. Il più delle volte, se andavi a visitare il loro, di canale, non trovavi niente.
    I seguaci che nutrivo erano completamente vuoti. 

    Il mio manager volle incontrarmi. 
    Mi telefonò proprio mentre stavo aprendo una mail dal titolo “Fonderò una chiesa per te”.
    Ci incontrammo sulla muretta che costeggiava una strada completamente vuota, appena dopo il quotidiano passaggio delle macchine che spruzzavano disinfettante. 
    Eravamo all’aperto, ma la natura sapeva di ambulatorio chirurgico.
    Lo scalzacani disse Hai avuto un’idea geniale aprendo quel canale.
    Disse Hai un seguito di sgallettate e anziani maniaci pronto a fare qualsiasi cosa.
    Dandomi una pacca sul ginocchio disse Cavolo, chiamano perfino me nel cuore della notte!
    Aggiunse che dovevo unire questa mia popolarità all’emergenza sanitaria. Sensibilizzare la gente su tutte le altre malattie della vita.
    Mi spiegò che, durante questi mesi di clausura, si era concentrato sulla psicologia delle masse, notando come l’opinione dei dottori perdesse valore di giorno in giorno.
    Mi chiese: Se un plurilaureato in virologia dice che per non infettarsi bisogna mantenere la distanza di sicurezza, ma un qualsiasi dj di fama mondiale afferma che una specifica tinta platino per capelli basta e avanza per sconfiggere i batteri, chi credi che segua la gente?
    Prendendomi le mani disse Baby, tutte queste persone stanno aspettando che tu dica loro come salvarsi. Indipendentemente da come andranno effettivamente le cose.

    Baby Apple regala sorrisi, Baby Apple sceglie se sei triste, poi ti rende felice.

    Lo scalzacani mi disse che dovevamo iniziare subito da qualcosa di grosso, che distraesse l’attenzione dall’argomento pandemia che ormai aveva annoiato tutti.
    Andammo in un garage. Io mi vestii da mela e lui mi procurò un piccolo coltellino. 
    C’ero solo io, al centro dello schermo, con la migliore faccia inespressiva che riuscivo a tenere. Stavo fermissima mentre passavano le scritte in sovrimpressione.
    “prevenzióne s. f. [dal lat. tardo praeventio -onis; nel sign. 2, dal fr. prévention]. – 1. Adozione di una serie di provvedimenti per cautelarsi da un male futuro, e quindi l’azione o il complesso di azioni intese a raggiungere questo scopo. Genericam., ogni attività diretta a impedire pericoli e mali sociali di varia natura.”
    Pensavo che davvero stessi facendo qualcosa di rivoluzionario.
    Che ero andata oltre il rendere felice la gente, la stavo rendendo libera.
    “La principale causa delle malattie renali sono i reni”.
    E con il coltellino incisi un piccolo tondo nella gommapiuma del mio costume, ad altezza bacino.
    Simbolicamente, mi stavo curando. Stavo curando le fobie di chi aveva avuto un lontano parente morto per insufficienza renale.
    Stavo fregando l’ereditarietà.
    Esplosi in un sorriso, gettai via il pezzetto appena tagliato, e di nuovo l’unica cosa che dissi fu “Baby Apple!”

    Questo  terzo morso fu il primo morso che mi diedi da sola.

    Era facile distrarre la gente da qualcosa di disastroso donandogli qualcos’altro di disastroso di cui potevano realmente occuparsi.
    Era un modo per sentirsi superiori, erano tutti andati oltre la pandemia. 
    Le cliniche furono intasate da gente che voleva asportarsi un rene. 
    Così come fu necessario costruire dei reparti speciali, dei tendoni fuori dagli ospedali per gestire i contagi, fu necessario innalzarne almeno uno anche per gli interventi di asportazione.
    In emergenza sanitaria non c’era tempo di fare troppe domande, troppi esami. Se volevi operarti lo facevi e basta, era sufficiente che lasciassi un posto letto libero in fretta.
    Fu la mia fortuna.

    “Baby Apple, respiro male, cammino male, ma sono convinta sia stata la scelta migliore.”
    “Ciao Baby, ho potuto far esercitare mio cugino, laureando in chirurgia, e tutto è andato bene”.
    “Ti invio la mia cartella clinica e una foto di me all’ultima gara di body building. Se ingrandisci sugli addominali vedi ancora la cicatrice”

    Produssero garze dalle foglie di melo, fili rossi per suturazioni, succhi alla mela al profumo di mercurio cromo. 

    Con quei soldi, il manager si comprò l’attrezzatura per fare dei video in Full-HD, che potessero essere trasmessi anche sui megaschermi allo stadio.

    Nel video successivo ero vestita da mela ed accarezzavo una gabbietta con dentro una bambolina.
    In sovrimpressione, iniziarono ad apparire le scritte.
    “prevenzióne s. f. [dal lat. tardo praeventio -onis; nel sign. 2, dal fr. prévention]. – 1. Adozione di una serie di provvedimenti per cautelarsi da un male futuro, e quindi l’azione o il complesso di azioni intese a raggiungere questo scopo. Genericam., ogni attività diretta a impedire pericoli e mali sociali di varia natura.
    La principale causa del Papilloma Virus è il collo dell’utero.”
    Aprii la gabbietta, presi la bambolina e me la appoggiai sul grembo.
    “Baby Apple!” 

    Sapevamo che non c’era già più bisogno che io mi togliessi pezzi di costume, chi ha bisogno di capire capisce lo stesso.
    Il punto era dire meno cose possibile, così non c’era niente di contestabile.
    Ero solo una mela muta, le scritte dicevano solo cose ovvie. 
    Non era colpa mia se le donne poi presero a volersi asportare l’utero.
    Ci avete mai pensato?
    Meno cose comunichi, più la gente penserà che tu voglia dire esattamente quello che vogliono sentire. Lo amplifica.
    Il silenzio è la migliore argomentazione.

    Nacque il primo franchising della sterilizzazione. 
    “Baby Apple Clinique” venne prese d’assalto da orde di femministe al grido di Libertà, libertà.
    Era il fast food dell’utero, il mc donald del bisturi.
    Davo lavoro a tantissime persone. 

    Il morso, stavolta, me lo diedi proprio a ciò che distingueva una donna da una mela.
    Senza neanche accorgermene, senza nemmeno pentirmene, avevo iniziato a mangiare anche gli altri.

    “prevenzióne s. f. [dal lat. tardo praeventio -onis; nel sign. 2, dal fr. prévention]. – 1. Adozione di una serie di provvedimenti per cautelarsi da un male futuro, e quindi l’azione o il complesso di azioni intese a raggiungere questo scopo. Genericam., ogni attività diretta a impedire pericoli e mali sociali di varia natura.
    La principale causa delle malattie respiratorie sono i polmoni.”

    “Ciao Baby, ho fatto operare mio marito. Ora è attaccato ad un respiratore artificiale e non fuma più. Grazie”
    “Baby, non avrò mai l’asma”
    “Baby Apple, sono terribilmente spaventato per l’operazione della settimana prossima, non so se scegliere di togliermi il polmone destro o sinistro. Fai un video dove lanci una monetina e decidi per me?”

    In pochi lo sanno, ma ci sono specie di mele dette Samurai, che ad un certo punto decidono di uccidersi. Lo fanno quando sentono che le foglie di altre piante vicine sono totalmente invase dagli afidi, e preferiscono morire prima di esserne infestate.
    Semplicemente, mettono in atto il processo che le porterà a marcire molto in fretta e per loro stessa mano. 
    Così facendo, diffondono una tossina, un veleno, insopportabile per i parassiti, che si allontanano evitando di attaccare le piante rimaste sane.
    È per questo che le antiche popolazioni piantavano un Melo Samurai ogni tot metri di mais, ogni tot metri di viti. 
    Le Mele Samurai, le Baby Apple, fanno vivere di più.
    È l’orgoglio di aver fregato tutti.
    È l’orgoglio di aver lasciato tutti a bocca asciutta.

    Qualcuno può biasimarmi se prossimamente dirò che, senza cuore, il cuore non ti si ammala?

  • 22 giugno 2020 alle ore 11:41
    In un giorno qualunque

    Come comincia: Oggi non è giornata, continuo a ripetermi mentre stiro gli arti snervati dall'insonnia e dal continuo movimento notturno, l’umore è sotto i piedi e cupo come il cielo che sovrasta questo inizio autunno. Fuori piove, l’acqua continua a scivolare sui vetri creando rigagnoli, goccia dopo goccia si posa sul davanzale della finestra. Come quelle lacrime trattenute e infrante a metà tra il cuore e la ragione. Sempre lei, come oggi, quella malinconia senza nome mi pervade avvolgendomi in un’inquietudine che non ha voce, in un sudario di nebbia. Abitudinaria, rigorosa, precisa, caratteristiche indossate come seconda pelle, difficile entrare in quello che è il mio mondo. Marco, manager di una grossa compagnia, lo avevo conosciuto per caso. Era entrato nella mia vita in un giorno, anomalo, di pioggia. Statuario, occhi cobalto come il mare, con una testa pensante. Al ritmo incessante della pioggia ripensavo al nostro incontro-scontro nella metropolitana, a tutti i fogli della cartellina che stringevo tra le mani, oltre all’ombrello e al cellulare che aveva appena finito di squillare, sparsi sul rivestimento antistante ai binari, al mio trovarmi occhi negli occhi con la disattenzione fatta persona. Il suo scusarsi, attribuendo alla fretta quel gesto maldestro, e l’invito, per farsi perdonare a bere un caffè, e il mio rinviare ad altra data per l’impossibilità di poter accettare; uno scambio di numeri e via al lavoro con larghissimo ritardo. Avevo accettato un lavoro part ime in una testata giornalistica di moda per vivere a Milano dopo la laurea, in attesa di un ruolo nella scuola, il sogno di mia madre quello del posto fisso, in tanto mi dividevo tra supplenze e articoli per il giornale. Il mio sogno quello di diventare una giornalista affermata. Marco ed io demmo inizio a una convivenza dopo poco tempo e già dall’inizio cominciarono le nostre incomprensioni, quella testa apparentemente pensante si rivelò vuota, un uomo con una personalità narcisistica. Le carte del mazzo, sparso sul tavolo da gioco, furono chiare: esisto solo io e tu fai quello che ti dico, una partita truccata dove il vincitore è sempre lo stesso, un vero baro verso se stesso e gli altri. Appropriato il paragone per un malato di gioco come lui, uno che aveva sperperato una fortuna sui tavoli dei casinò di mezzo mondo, passando da un letto a un altro di donne pagate per puro divertimento. La sua gelosia, il suo amore malato alimentavano continuamente la mia frustrazione trascinandomi, giorno dopo giorno, nel baratro dell’incoscienza. Non riuscivo più a sentirmi me stessa e cercavo, continuamente, scuse ai suoi mali; la mia colpa: amarlo di un amore cieco. Sopravvivenza era diventato il mio status, il lavoro: l’unica valvola di sfogo. E oggi, testimone ancora una volta la pioggia, stringo tra le mani una raccomandata che mi porterà via da tutto questo, finalmente il ruolo nella scuola del mio piccolo paese d’origine. Nonostante la bella notizia, che attendevo da tanto, non riesco a sentirmi appagata; una sensazione strana attraversa la mia pelle fino a sentire i brividi lungo la schiena. Devo sbrigarmi altrimenti arriverò tardi all’appuntamento, forse l’ultimo della mia breve carriera giornalistica, ho l’intervista con un modello sul set fotografico al padiglione fiera. Sotto la doccia continuo a pensare a quel ragazzo di cui conoscevo l’immagine e il curriculum attraverso il materiale che avevo raccolto per fare l’intervista. Che cosa avrà mai da dirmi uno che vive costantemente sotto i riflettori, che ha fatto dell’immagine la sua ragione di vita, che gira l’Italia per fare ospitate in tutte le discoteche che lo richiedono, votato allo sballo e rivestito dalla superficialità; un giudizio, il mio, dettato da quello che era la realtà di oggi giorno. M’infilo un paio di pantaloni aderenti, una camicia di seta bianca, scarpe alte con tacco a spillo, anche se scomode per affrontare una giornata di pioggia, devo essere comunque elegante per entrare in quel mondo, un filo di trucco e una sistematina ai miei capelli ribelli. Prendo l’auto in garage e mi dirigo verso il quartiere fiera, arrivo con un leggero anticipo sul set, tra luci macchine fotografiche e un andirivieni di truccatori e operatori del settore, i miei occhi s’incrociano con quelli di Lele, una sensazione difficile da spiegare, mi turba fino a creare in me un grande disagio, una sorta di vertigine s’impossessa del mio equilibrio fino a farmi barcollare. Devo sedermi necessariamente e aspettare che finisca il servizio, intanto cercherò di rilassarmi, pensai tra me. Lele con un fisico mozzafiato, con il linguaggio dell’anima tatuato sulla pelle, inchiostro a definire un’appartenenza a una determinata dottrina, tratti di libertà e condanna, sicurezza di uno stato d’essere con spregiudicata e disinvolta apertura. Un mio primo esame, prima di ascoltare la voce. Eccoci seduti di fronte, io con il taccuino per prendere appunti e lui pronto per condividere con me le fasi determinati le scelte fatte. Ci presentiamo: io che cerco di sfuggire a quegli occhi penetranti e neri, come gli abissi in cui devi avere il coraggio di guardare, e lui, insistente, con i suoi fissi nei miei; una situazione di grande imbarazzo da parte mia. Per sdrammatizzare comincio con le mie domande cui seguono risposte sicure ed esaustive. A intervista finita lui mi stringe la mano e chiede di potermi incontrare in un altro luogo, si giustifica dicendo: vorrei leggere prima dell’uscita quello che scriverai. In macchina, diretta verso il giornale, ripenso all'infortunio che aveva stroncato la carriera calcistica di Lele, alla sua grande forza di volontà per superare il tutto e alla sua entrata nel mondo della moda per la sua fisicità e non per scelta. Due mondi diversi, i nostri, in cui le scelte sono state dettate da avvenimenti che hanno segnato la nostra vita; due anime, però, della stessa grandezza e attraversate dalla stessa voglia di riscatto da un mondo fatto di superficialità in cui i rapporti si consumano in un tempo brevissimo e il più delle volte devastanti. Nello stesso istante in cui i nostri occhi s’incrociarono si creò la magia. Trascorsi tutta la notte a scrivere l’articolo, avvolta da una nebulosa luminosa, curando tutto nei minimi particolari e, solo dopo aver finito, all’alba lo chiamai per dirgli che poteva leggerlo. Le mie parole lo resero prigioniero della mia anima, da quel giorno tutto cambiò. Le nostre strade si erano incrociate in un momento in cui altro era stato deciso, non ora, ma ci sarebbe comunque stato un altro luogo in cui viverci. Arrivò il giorno della partenza, lui mi accompagnò alla stazione per prendere il treno che mi avrebbe riportato a casa, a una vita tranquilla, senza la presenza di Marco che avevo lasciato, finalmente riscattata da quell'inferno, finalmente viva, ma con il cuore nelle mani di Lele che avevo amato dal primo momento. Ci abbracciammo per un tempo infinito, in direzioni opposte prendemmo la nostra strada. In quell'andirivieni di persone, perse nei loro pensieri, e vagoni in movimento, consegnai la mia consapevolezza che non è sempre vero quel che appare, che dietro a volti che infondono sicurezza si possono celare creature orribili e volti, apparentemente, effimeri racchiudono una bellezza d’animo e uno splendore che inonda anche il cielo più cupo. Forse un altro treno, in un giorno qualunque, ci avrebbe condotto alla nostra fermata, a quella del cuore.

  • 22 giugno 2020 alle ore 9:34
    M'È RIMASTA SOLO QUELLA

    Come comincia: Classica giornata autunnale,  il due novembre  sembrava voler festeggiare la ricorrenza dei morti: pioggerella insistente, umidità nell’aria, nebbia inusitata a Messina chiamata popolarmente,  va a sapere  perché ’la lupa’, nulla portava al buon umore. Alberto dietro i vetri di casa guardava, al calduccio i rari  passanti che, infreddoliti transitavano sotto il suo appartamento in  viale dei Tigli a Messina. Era domenica, il signore si era accorto di essere rimasto senza una medicina, al computer vide che una farmacia di turno si trovava sulla circonvallazione vicino casa sua, non  aveva alcuna voglia di vestirsi ed uscire, al telefono: “Farmacia Tavilla in cosa posso esserle utile?” La voce squillante di una donna. “Mi occorre il ‘Glucophage 500, l’avete in farmacia?” “Siamo fornitissimi gliela metto da parte?” “In tutta sincerità cò stò tempo non me va d’uscire, ci’avete un commesso…” “Anche in questo campo siamo organizzati, mi dia li indirizzo di casa ed il codice fiscale, Ahmed la raggiungerà quanto prima.” Allora: Alberto Minazzo, viale dei Tigli 23, mnzlrt65p03h501q.” “È sicuro del codice fiscale, dalla q finale capisco che è di Roma come pure dall’accento, mi pare strano il 65 come data di nascita, è sicuro?” “Al Comune di Roma hanno registrato cinquantaquattro anni fa il mio nome e cognome al 3 settembre 1965, se lei mi potesse cambiare l’anno le sarei grato…” “Dalla voce mi sembrava molto più giovanile.” “Mia simpatica signora ci metterei la firma e le offrirei un pranzo, purtroppo di giovanile m’è rimasta solo quella, la voce, resta ferma l’offerta di una libagione a base di pesce al ristorante  ‘Poseidone’’ di Ganzirri.”  “Accettato, non è che lei è sposato?” “Beatamente divorziato…” “Anch’io  divorziata con una figlia e nessuna voglia di stare appresso ad un uomo…” “Una curiosità non è per caso che preferisce i fiorellini…” “Signor Alberto non mi faccia essere volgare, amo i piselli e non  quelli di campo e sono titolare di questa farmacia che porta il nome del mio ex marito,  a domani.”  “Perfetto, una signora con alto il senso dello humour, è un caso raro, appuntamento alle tredici al ristorante, le va bene?” “A me si ma non  penso che trovi posto all’ultimo momento.” “Per Alberto Minazzo ci sono sempre due posti liberi.” “Si ma questa volta siamo in tre.” “Il padrone Demetrio non mi può dir di no, c’è una saletta riservata per i clienti di riguardo, io immodestamente lo sono.” “ Bene signore di riguardo, a domani, io sono Matilde Calabrese, Calabrese solo di nome!” ”  Alberto aveva chiamato subito il ristorante, al telefono  un nuovo cameriere.” “Spiacente signore tutto prenotato.” “Á coso và da Demetrio e digli che il maresciallo Minazzo domani ha due ospiti!” Nel frattempo una suonata al citofono: “Je suis Ahmed de Tunis, j’ai votre médicine.” Evidentemente la farmacista aveva ingaggiato uno del terzo mondo, Ahmed si beccò cinque Euro di mancia e, dopo un: “merci monsieur” si dileguò sotto la pioggia, era venuto in motorino tutto incappucciato. Al ristorante Alberto aveva trovato il posteggio della sua  Giulia Alfa Romeo dinanzi al locale ed aspettava in macchina, con una certa curiosità che si facesse viva stá Matilde e relativa figlia. Precisa come una orologio svizzero la cotale si presentò dinanzi al ristorante con una Mini Cooper,  al volante una ragazza, evidentemente la figlia. La signora Matilde era bionda, scuramente ossigenata, circa quarantenne, altezza media e fisico robusto al contrario della figlia bruna, longilinea più alta della mamma, capelli scuri lunghi sin quasi alla schiena, una bellezza notevole che fece sbriluccicare gli occhi di Alberto. Matilde si accorse subito di quello sguardo di ammirazione e: “Mia figlia Aurora Tavilla ha una fidanzato geloso e campione di karate…” “Io da giovane ho fatto parte della squadra di atletica delle Fiamme Gialle , ero piuttosto bravo nella lotta libera…” Si presentò Carmelo  Giovinazzo, il titolare del ristorante che, dopo un breve saluto con inchino: “Faccio come al solito io?” “Si Carmelo, come al solito.” “La riservatezza di Carmelo mi fa pensare ad una complicità fra di voi, chissà quante fanciulle più o meno giovani hanno frequentato questa saletta!” “Olim, nunc…” “Siamo al latino! Vuol dire che ora ha chiuso i battenti?” Mamma e figlia risero di gusto. Mi avete messo in mezzo, non per farvi un complimento ma un tale che lascia due ‘belle sprit’ come voi è sicuramente uno sciocco! “Il mio ex marito ha preferito una pulsella molto giovane, insomma una toy girl!” “Mi pare che ora sia di moda che anche le signore sono su quella via accaparrandosi dei toy boy.”  “Non è il mio caso, non so che farmene di un giovanotto tutto sesso e niente cervello!” “Bene, una cofana con  brodetto che vedo arrivare in mano ad un cameriere ci metterà tutti d’accordo, non dico buon appetito perché mi dicono l’espressione sia volgare…” Il pane abbrustolito chiesto da Alberto fu di gradimento delle due femminucce che lo intinsero nel favoloso brodetto di scampi, di alici, di seppioline e di  tranci di pesce spada. Alberto aveva lasciato in deposito a Carmelo del Verdicchio dei Castelli di Jesi, vino che aveva vinto un premio al ‘Vinitaly di Verona’.” Lei ha dei gusti raffinati e così che le femminucce cadono ai suoi piedi!” “Recentemente molto meno, un mio amico ortopedico vuole operarmi alle ginocchia che talvolta risentono del cambiamento del tempo e così sono io….” “Sicuramente troverà una anima pia consolatrice, le donne amano anche lo stile dei maschietti!” “Non c’è più religione, una volta erano gli uomini che facevano la corte alle donne, ora lei…” “Lei è un furbacchione ma io ormai ho chiuso in quel campo…” Intervenne Aurora: “Mamma non sei sincera, se trovassi un signore come il qui presente Alberto…” “Non fare l’impertinente un po’ di rispetto per una vecchia signora!” Il finale col un digestivo ananas e poi: “Alberto che ne dice di finire il pomeriggio a casa mia, abitiamo sulla circonvallazione.” “ Bien sur madame.” Si trattava di una villa a due piani con giardino, prato all’inglese e vasca con pesci tropicali arredata in modo moderno, in tutti i mobili si vedeva il tocco della figlia che: “Vado a raggiungere Calogero, fate i bravi!” “Che devo fare con questa figlia, ho già i miei problemi, ci manca solo lei! Per sua fortuna si è fidanzata con il figlio di un ricco proprietario di supermercati, per me è un babbasone come si dice in gergo ma, stavolta me lo permetta ‘pecunia non olet’! Calogero le ha regalato la Mini. Dopo che mio marito ha preso il volo con Orietta  la ragazza che mi aiutava in farmacia la mia vita è cambiata, in sede di separazione legale sono riuscita ad ottenere la proprietà sia della farmacia che di questa villa.” “La cocchia gli è costata un mucchio di quattrini…immagino che non sappia cosa sia la cocchia, è la cosa migliore della donna.” “Vuol dire l’intelligenza?” “ Quando mai, la fica!” Matilde era diventata rossa in viso, Alberto non si aspettava questa reazione, per farsi scusare l’abbracciò. “Non credevo che… mi sembrava un donna più aperta nel senso…” Alberto stava infilando una collezione di gaffes una dietro l’altra, i due rimasero abbracciati, la signora piangeva silenziosamente. Ci volle del tempo: “Forse ti sarò sembrata infantile ma …è tanto tempo che non …sento da vicino un uomo, mio marito andava con quella zozzola e se ne fregava di me…Io talvolta sentivo il desiderio…come adesso…” Alberto stavolta comprese al volo la situazione, fece allungare Matilde sul divano, prese a baciarla in bocca, poi sulle tette ed infine sul fiorellino che riuscì quasi subito a portare ad un orgasmo poi entrò trionfalmente nella ‘cocchia’ con ‘ciccio’ alla massima potenza di ‘fuoco’ che face quasi impazzire Matilde che si abbandonò senza forze sul divano. Ci volle del tempo prima che: “Era una vita che non provavo queste sensazioni, me ne vergogno un po’, di solito al primo incontro…” “Hai recuperato del tempo perduto, posso dirti per esperienza personale che la vecchiaia avanza ogni giorno, senza  che ce ne accorgiamo cominciamo a vedere capelli e peli bianchi dove prima c’erano cespugli scuri…” “Mi vado a ricomporre, tra poco dovrebbe ritornare Aurora e non vorrei…” “Tua figlia non è una sciocca, ti si legge in faccia…” Matilde ritornò nel salone truccata e cambiata di abito, Aurora entrò in compagnia del fidanzato ‘babbasone’ e guardando in faccia la madre scoppiò in una sonora risata, Calogero non capì, l’aggettivo  appioppatogli dalla suocera gli stava proprio a pennello! Matilde cercando di fare l’indifferente: “Vi preparo un caffè” e si rifugiò in cucina. “Mia madre psicologicamente è diventata fragile non deluderla, avresti a che fare con me!” Ma la situazione non  era così semplice in quanto in passato era capitato qualcosa di inusitato e imprevedibile fra Ahmed e Matilde. Un giorno il tunisino in farmacia, prima della chiusura si era ritirato in bagno, dopo un po’ di tempo Matilde preoccupata aprì la porta della toilette …Ahmed aveva un coltello puntato sulla gola: “ Alla vista della signora: “Je suis amoreux de Orietta, je ne peux pas vivre sans elle, je veux me tuer!” Matilde strappò di mano il coltello ad Ahmed, lo abbracciò per consolarlo ma nel frattempo il ragazzo aveva ‘sfoderato’ un pisellone nero e grosso che mise in mano alla signora schizzandole in viso lo sperma che in parte entrò in bocca a Matilde. La cosa poi si ripeté quasi ogni giorno alla chiusura della farmacia, quando i due rimanevano soli. Madame non aveva alcuna voglia di avere un rapporto nella sua cosina, proprio non  le andava ed allora finiva per masturbare il ben contento giovane Ahmed, questo complicava la situazione con Alberto…le circostanze intricate sono le più eccitanti. Aurora si accorse degli armeggi di sua madre e di Ahmed, subito rimase perplessa poi capì che non erano fatti suoi e lo pensò anche perché le si era presentato un problema: i genitori di Calogero, soprattutto il padre volevano diventare nonni per avere un erede a cui affidare il patrimonio di famiglia. Aurora non aveva nessuna voglia di mettere al mondo un pupo che assomigliasse al fidanzato, non aveva alcuna stima delle qualità intellettuali del giovane ed allora pensò: chi meglio di Alberto! Si doveva però organizzare in senso sessuale. Consultò il ginecologo di famiglia dottor Agostino Pileri che la mise sulla buona strada: prima di tutto individuare le giornate in cui lei era feconda per avere rapporti non protetti con Alberto ma usando con Calogero un anticoncezionale meccanico come il cappuccio cervicale, eccellente consiglio messo in atto da Aurora che era riuscita a convincere un riluttante Alberto a diventare padre alla sua età. Il progetto andò a buon fine, ad Aurora non vennero le mestruazioni segno evidente della futura gravidanza ma, mentre la ragazza seguitava ad avere rapporti sessuali col futuro padre di suo figlio, il babbasone andava in bianco con la scusa che il sesso praticato dalla futura madre potevano  nuocere al bambino. Otto mesi di aspettativa e poi la venuta al mondo di un bimbo bellissimo, più di quattro chilogrammi di peso giornalmente visitato dai nonni e dagli amici intimi. Aurora aveva ritenuto opportuno confidare il segreto  sua madre che all’inizio rimase basita ma poi compreso che la sua situazione sessuale doveva mutare, pensò ad avere rapporti con tunisino, in fondo era un bel ragazzo, bravo nel suo mestiere di magazziniere in farmacia e soprattutto intelligente. Per prima cosa iscrisse Ahmed ad una scuola serale,  con l’andar del tempo il giovane riuscì a superare gli esami prima delle elementari che della scuola media. Ci volle più tempo per la licenza liceale ma era quello il traguardo da superare per iscriversi all’Università alla facoltà di farmacia, il disegno di Matilde era chiaro, farsi affiancare d Ahmed nel suo lavoro. La quasi giornaliera attività sessuale del giovane aveva portato a qualche problema alla vagina di Matilde. Il dottor Pileri: “Cara sei tutta infiammata, se proprio non puoi fare a meno del sesso trova altre vie per almeno quindici giorni, usa questi ovuli.” La serenità era approdata su tutti i componenti delle due famiglie, madre e figlia erano in fondo felici su tutti i punti di vista non solo quelli sessuali i quali seguitarono ad andare alla grande anche per un Alberto che sembrava rinato malgrado l’età!

  • 21 giugno 2020 alle ore 20:14
    ares non ama il mare

    Come comincia: Ares non amava il mare, così come non amava tutto ciò che sembrava non avesse una fine e che potesse nascondere qualcosa di sconosciuto. Lui aveva costantemente bisogno di certezze, e il mare era una di quelle cose che non gliene dava, o almeno lui ne era convinto. Ares amava la tranquillità e le concretezze, anche minime, che danno soddisfazione, che puoi toccare, sentire, vedere nella loro interezza, persino annusare.Non che gli mancasse la curiosità, il desiderio di esplorare, conoscere, però il tutto doveva avere una finalità concreta, reale e immediata… quindi il mare non gli dava queste certezza, oltretutto non comprendeva l’utilità di tutta quell’acqua, almeno si fosse potuta bere!!
    Ares diede un ultimo sguardo a quella prateria azzurra senza apparente fine, si alzò e con lentezza aristocratica si andò ad accoccolare sulla gambe del suo protetto, lisciandosi il pelo e facendo le fusa…

  • Come comincia:  Debbo dire, ad onor del vero e per avvalorare vieppiù quanto sto scrivendo, che io stesso ho contattato, tramite messaggio diretto su facebook, i responsabili della suddetta emittente radio per avere il nominativo di quella persona. GIi stessi mi hanno risposto in questo modo: - Non siamo interessati alla cosa! Quindi chiamerò l'intervistato col nome fittizio di Luciano: proprio come il mio nome di battesimo.
     Luciano: - Per poter parlare di cosa succede al carcere oggi bisognerebbe prima fare un reset, tornare indietro e disintossicarsi da questa informazione ipocrita, finemente congegnata da un'élite composta da politici, magistrati e giornalisti. Lo Stato, lo sappiamo, da sempre si serve delle distorsioni dell'informazione e della propaganda, e di solito lo fa quando gli obiettivi o gli eventi l'impongono di cambiare forma, di trasformarsi in qualcosa che senza l'ausilio della propaganda mirata difficilmente riuscirebbe ad imporre al popolo. In gergo si definisce "manipolazione dell'opinione pubblica". Con l'avvento dei social si sperava che le cose cambiassero, riuscendo a compensare tale manipolazione attraverso la moltitudine di voci che il web comporta. Invece è avvenuto il contrario (nota personale: il web, evidentemente, ha sortito l'effetto contrario, un vero e proprio effetto "boomerang", divenendo un ulteriore mezzo, a mio modesto avviso, di veicolazione di massa dell'informazione da parte del potere e del sistema precostituiti!). Basta, infatti, dare un'occhiata ai gruppi facebook di parenti dei detenuti per accorgersi di come quella manipolazione si sia trasformata in vera e propria formazione della pubblica opinione. Il bacino di utenti più ampio contribuisce a veicolare quella disinformazione - ben architettata dai politici in combutta con i vari Giletti di turno (puntualizzazione: Luciano si riferisce ovviamente a Massimo Giletti, conduttore de "Il fatto quotidiano" sull'emittente televisiva La7) postando incessantemente notizie di scandali e allarme sponsorizzate da firme e fogli che nella realtà dovrebbero essere considerate addirittura nemiche di gruppi che sono stati creati ad hoc per chiedere diritti e libertà di chi è dietro le sbarre. Infatti, basta vedere a che ritmo i post della Meloni, di Salvini o Di Matteo rimbalzino da una pagina all'altra di questi gruppi. Mi chiedo ora a che cosa serva questa cattiva informazione? Ho provato a ripercorrere le tappe di questi due mesi, partendo dal sette marzo: quindi, rivolte nelle carceri e conseguenti quattordici morti e cambio di guida al DAP. Prima parlo dei morti, però. Ci sono stati dodici morti in un solo giorno, poi diventati quattordici. Mai un'autopsia è stata così rapida: "overdose da metadone", hanno detto! Durante una rivolta, quindi, secondo la ricostruzione dei fatti a cui è giunto il Dipartimento delle Carceri, alcuni detenuti avrebbero forzato la porta dell'infermeria e si sarebbero scolati boccette e boccette di metadone fino a morire. Che io sappia, il metadone è stato concepito proprio per curare le overdosi provocate da eroina. In carcere ci sono stato e fra i vari giri ricordo bene, per esempio, che a Rebibbia, il quale è un carcere arrabattato, i farmaci di un certo tipo, così come le siringhe, venivano custoditi in armadietti di ferro che erano simili a casseforti quando non proprio vere casseforti. Ipotizziamo pure di fidarci di quanto riportato dalle istituzioni. Allora, ci dicano perché questi detenuti non avessero a disposizione anche il Nascam o l'Anexate per scongiurare il peggio visto che da questa narrazione, si presume che una certa dimestichezza con la dipendenza ce l'avessero questi ragazzi (nota personale: l'Anexate, per chi non è particolarmente addentrato non solo nel mondo della tossicodipendenza ma neanche in quello della dipendenza da psicofarmaci, è farmaco antagonista delle benzodiazepine: nome che rievoca certi farmaci-elisir - come il Paese di Bengodi, mi verrebbe da dire! -...ricordo il Prozac, ad esempio, che giunse a fine anni ottanta-inizio anni novanta nel nostro Paese da oltreoceano come la manna dal cielo per chi soffriva di certi disturbi! Le benzo, dicevo, a loro volta sono una classe di farmaci usati per sedare gli stati d'ansia, inducenti a quello scopo sonnolenza e rilassamento - o sedazione - della muscolatura miocardica e conseguente riduzione delle contrazioni e dei battiti del cuore). E se è stata effettivamente l'autopsia ad aver fornito questi dati, almeno un parente o un avvocato avrebbero dovuto firmare il consenso (aggiungo io: ovvero, avvalorare l'autopsia, "autenticarla", renderla credibile, ufficializzarla formalmente!); invece questo non è avvenuto! E cosa dice l'autopsia di preciso? Perché non hanno fornito i riscontri sui quantitativi specifici dei metaboliti ritrovati nel sangue dei deceduti? (ovviamente, direi: le molecole di nessuna sostanza presente nel corpo umano, sia esso in vita che inerme, si dissolvono per...diciamo pure, "autoinduzione" - o per volontà del divino, chissà - usando un termine caro alla fisica piuttosto che alla chimica o alla farmacologia; se esse, ripeto, sono presenti nel corpo di un essere umano non si volatilizzano!). Ad oggi, due mesi dopo quelle morti, queste risposte non le abbiamo perché chi gestisce le cose ha bisogno che noi tutti quei quattordici morti li dimentichiamo (nota a margine, anzi, a latere visto che siamo in tema di giustizia e si sta parlando anche di codici, leggi, magistratura, etc.; una nota amara, anzi, amarissima la mia: gran parte degli italici sudditi lo hanno già fatto, li hanno dimenticati, credetemi; infatti, a chi importa di quei morti se no a pochi intimi, se no a pazzi o pazzoidi conclamati come me, se no...soltanto i familiari più stretti e magari qualche amico ricorderà ancora i nomi di battesimo di quelle persone morte: un padre ed una madre non li dimenticheranno mai!), in quanto sono morti nelle mani dello Stato. E seppur fosse vera la loro versione dei fatti, un'opinione pubblica non pilotata devrebbe subito giungere ad una sola conclusione, a mio avviso: la tossicodipendenza il carcere non la cura, anzi, la rende disperata quando non la crea ex-novo, se è vero che per curare dolore fisico l'unica soluzione che hanno lì dentro è la tachipirina. Per addormentare il cervello, invece, senza alcuna indagine reale, ti riempiono di psicofarmaci di ogni tipo e marca. Ecco, lo Stato, in questo caso, attraverso la cattiva informazione si auto assolve delle morti ( io Luciano, al mio omonimo di fantasia, nominato anch'esso così in maniera alquanto fittizia, direi: la usa a suo esclusivo "uso&consumo"!). Invece, a mio avviso dovrebbe essere nostro dovere ricordarcene e quei nomi rifarli ad ogni occasione (nota personale: lo Stato, però, ricorda solo gli eroi, ricorda solo ed unicamente chi è stato un suo fedele servitore; solo e soltanto ricorda chi ha immolato la propria vita per la patria: lo fa ogni santo anno, ogni santissimo tre di giugno di tutti i santi anni...a chi interessa, in fondo, vita e morte di quattrordici disgraziati morti nelle mani dello Stato? Soltanto allo Stato stesso, in fondo, il quale ha interesse a "seppellire" quei morti...non erano degli eroi ma neanche dei luridi bastardi!). Passo ora all'episodio delle rivolte. Dopo cinque o sei giorni da quei fatti, gli organi di stampa legati a certi apparati statali hanno veicolato l'ipotesi che dietro le rivolte ci fosse la regia occulta di qualcuno, proprio per la simultaneità delle stesse in luoghi diversi. A questi Sherlock Holmes bastava ricordare che in ogni cella la televisione elargisce gratis tonnellate di paura oltre a "Uomini e donne" e la D'Urso...invece, dapprima hanno individuato la regia degli anarco-insurrezionalisti e poi quella delle oraganizzazioni mafiose. Se additare le cause ai compagni era fantasioso oltre che banale, come loro stessi si sono resi conto, pensare che la mafia potesse far esplodere un carcere qualsiasi, o addirittura un carcere come quello di Modena è paradossale se no comico: per il semplice fatto che la mafia stessa si serve e si è sempre servita del carcere, che usa come collante e rigenerante. Poi, è stranissimo notare come in una regione come la Calabria dove la mafia (ndrangheta) è più forte non si sia mossa una foglia durante le rivolte, al massimo si è fatta una "battitura" (la battitura, in gergo carcerario, è una forma di protesta non violenta: trattasi, cioè, del battere oggetti metallici - in genere avviene con le posate in uso ai detenuti - contro le inferriate delle celle stesse). In realtà, in quei giorni è esploso un sistema già al collasso (nota personale: come già fatto notare nel corso della prima parte del mio racconto. Oserei dire che il sistema sia "imploso" su se stesso ed in mano allo Stato come una bomba a...miccia corta, troppo corta, probabilmente, per non bruciare quella mano!), grazie al catalizzatore della paura che proprio lo Stato manipola. Quindi la regia resta la sua ma i protagonisti del film non hanno seguito il copione scegliendo comunque di lottare (l'interlocutore radiofonico si riferisce, ovviamente, ai detenuti che si sono ribellati...al sistema esploso/imploso!). Il terzo caso, il più emblematico di cui voglio parlare, è quello del cambio di guida al DAP: e quì lo Stato ha lavorato di "fino", spostando di netto l'attenzione dove voleva (ancora una volta debbo usare lo stesso vocabolo e le stesse parole: veicolandola a...suo uso e consumo). I fatti narrati dalle immagini televisive hanno parlato della scarcerazione di numerosi mega-boss avvenuta grazie ai provvedimenti del capo DAP (uscente) Battistini, ideati ad hoc per fronteggiare l'emergenza del virus nelle carceri. Hanno coinvolto addirittura associazioni delle vittime della mafia, hanno creato...

  • 17 giugno 2020 alle ore 8:10
    GLI ARCHITETTI

    Come comincia: I coniugi Leonardo Martini e Beatrice Bellini erano considerati da coloro che li conoscevano come delle persone fortunate. Quarantenni con ampie disponibilità finanziarie, di bell’aspetto, simpatici e sempre allegri avevano casa e studio di architetto in via Labicana a Roma, vicino a Colle Oppio. Erano stati fortunati anche con la prole, due gemelli dizigoti, un maschio ed una femmina a cui erano stati apposti dei nomi di origine greca,(i genitori erano amanti della storia antica): Adone il maschio e Dafne la femminuccia. I due sin da piccoli avevano dimostrato un coefficiente di intelligenza superiore alla media, a quattro anni sapevano già leggere e scrivere, all’asilo avevano meravigliato le insegnanti che poi si erano assuefatte alle loro domande. I genitori  avevano spiegato ai figli la loro differenza rispetto agli altri bambini ma che non si dovevano considerare superiori a loro, solo diversi. Stessa storia alla Scuola Media i cui professori erano stati avvisati della peculiarità di Adone e di Dafne che già dalla prima classe conoscevano i programmi sino alla terza media. Analoga situazione  al liceo classico, i compagni di scuola li prendevano un po’ in giro per i loro nomi ma poi si rivolgevano  a loro per copiare i compiti svolti in casa. Altra peculiarità: Adone e Dafne come da nome greco erano di bell’aspetto e figuravano di più in quanto erano vestiti alla moda e già a sedici anni furono muniti di scooter Piaggio color rosso per Adone, bianco per Dafne, talvolta davano dei passaggi a compagni di scuola. In terza liceale Dafne era al primo banco con una maschietto di nome Marcantonio che contraddiceva al suo nome (era alto un  metro e sessanta), il cotale pensando a lei si dava spesso al mestiere di ’falegname’. Adone divideva l’ultimo banco con Gisella che una volta l’aveva convinto a recarsi nella toilette delle ragazze per un assaggio orale del suo  ‘cosone’, ci aveva provato altre volte ma Adone non voleva legami fissi, la ragazza era diventata ossessionante, si era innamorata del giovane. I due fratelli avevano ricevuto un’educazione molto ‘libera’ , i genitori non si facevano scrupolo di farsi vedere dai figli nudi in casa, anche i due gemelli avevano preso la stessa abitudine per loro diventata normale. Chi aveva il cervello più portato agli scherzi? Dafne che una sera  dopo la ‘buona notte’  aprì uno spiraglio della camera dei genitori  ed a loro apparve uno spettacolo porno: Beatrice   stava cavalcando beatamente Leonardo emettendo alti gemiti di soddisfazione sessuali che portarono i due gemelli a ridere e quindi a farsi scoprire. Leonardo ‘Brutti figli di puttana…” “A chi hai detto puttana, in caso figli di cornuto!” ‘In ira veritas’, quanto mai vero il detto latino, Beatrice in un momento di rabbia era stata sincera. Mammina lasciò il letto matrimoniale e di rifugiò nella camera dei figli, unirono due letti e lei si mise in mezzo senza poter riposare. Dafne: “Mamma è vero che…” “Verissimo, un estate quando tuo padre era in Germania per lavoro ho fatto ‘amicizia’ con un  suo collega scapolo che abita in via Cavour, un gran mandrillo, ancora me lo ricordo si chiamava…a voi non interessa! Presi dalla curiosità i due fratelli durante il tempo libero si improvvisarono Sherlock  Holmes. Partendo dal piazzale della Stazione Termini e scendendo per la via Cavour Dafne dal lato sinistro e Adone dal lato destro ‘rastrellarono’ tutte le targhe dei portoni, more solito la più fortunata fu Dafne che attirò l’attenzione del fratello con ampi gesti, aveva trovato uno studio di un architetto: tale Leone Vinciguerra, abitava al secondo piano del numero 69. Munita della consueta faccia di bronzo Dafne bussò alla vetrina della porta, venne ad aprire una ragazza mora circa della sua età che educatamente lì invitò ad entrare:”Sono Dafne figlia di Leonardo Martini un collega dell’architetto, ci ha dato il vostro indirizzo per portarvi i suoi saluti, questo è mio fratello Adone.” “Sono Edoardo  il figlio e la signorina che vi ha aperto la porta è Eliana Sanna una nostra impiegata, accomodatevi, chiamerò mio padre. Leone Vinciguerra faceva onore al suo nome, chioma leonina, collo taurino, fisico massiccio dava l’idea del maschio vincente, quello che probabilmente aveva fatto innamorare Beatrice.  “È un bel po’ che non  incontro il vecchio Leonardo, vecchio per modo di dire ha la mia stessa età, cosa combina?” Dafne: “Ha pensato bene di cambiare aria, è in Africa sul lago Vittoria, è entrato in associazione con una ditta francese per costruire un bacino elettrico.” “Buon per lui, lì troverà qualche bella negretta ma non parliamo di lui, voi due allora siete soli,  restate a pranzo, Gina la cuoca è una romana che conosce benissimo tutti i piatti tipici, la dovrò licenziare, mi sta facendo ingrassare, sto scherzando.” In bagno a lavarsi le mani Dafne: “Come tutti i maschietti sei un superficiale, non hai visto un cappello di mamma attaccato alla spalliera dell’ingresso, babbione!” Eliana aveva colpito Adone, piuttosto alta per una sarda, corpo longilineo, vestiva di nero sin quasi ai piedi, lunghi e neri capelli raccolti a crocchia, nessuna traccia di trucco; quello che più colpiva era la sua aria triste su un viso armonioso, aveva destato nel giovane molta curiosità. Dopo pranzo tutti a fumare sul terrazzino tranne Adone ed Eliana che non erano amanti del tabacco, si sedettero dinanzi alla tv. “Se me lo permetti ti do del tu, siamo quasi coetanei e vorrei chiederti, se sei d’accordo di spegnere la televisione, è deprimente ascoltare le stesse notizie drammatiche di guerre e soprattutto di donne uccise dai loro conviventi. La ragazza approvò con un cenno del capo e poi andò sul terrazzino per dire a Leone che stava andando a casa. Ad Adone non parve vero prendere la palla al balzo: “Ho qui fuori una Cinquecento Abarth appena regalatami da mio padre, è molto veloce, se vuoi te la faccio guidare.” Nessuna risposta ed allora Adone: “Signorina sono stato abbastanza invadente, le chiedo scusa, non si ripeterà più.” Lei  l’accompagnò sino in strada.  Cose inaspettate le più gradite, Adone rimase quasi paralizzato dalla sorpresa per un sorriso di Eliana per lei inusitato. “Non sono quella musona che sembro, andiamo con la tua Abarth, io amo molto guidare, se tu me lo permetti…” La ragazza sembrava un corridore professionista, usava anche il tacco punta per cambiare marcia, sorpassi a non finire…” “Ho paura che mi toglieranno tanti punti dalla patente!” “Va bene, diminuisco la velocità, siamo arrivati.” Erano in via Marsala, una via del centro in cui gli affitti erano alti. “Non ti meravigliare del posto dove abito, la padrona è una sarda paesana di mia madre, mi fa un prezzo speciale, di recente le è morta la figlia in un incidente stradale… Per questa volta è meglio che non ti faccia entrare in casa, avviserò Sara Melis  la padrona, è una puritana non vorrei…ciao.” Edoardo Vinciguerra non aveva nulla delle caratteristiche fisiche del padre, magro, vestiva molto casual anche se si poteva permettere abiti di lusso, niente motori, bicicletta con ausilio di un motorino per le salite romane, ovviamente aveva problemi quando voleva invitare qualche ragazza ma lui se ne infischiava, non era molto portato per le amicizie femminili al contrario del genitore, era molto studioso, faceva parte di un gruppo di teatranti dilettanti, questa la sua vita. Il suo comportamento aveva messo in curiosità Dafne che amava le conquiste difficili, con Edoardo era quasi impossibile e così la ragazza si incaponì di più. “Per telefono: “Ho appena acquistato una Mini Cooper rossa, tocca i duecento chilometri all’ora, una meraviglia, se vuoi te la posso far usare, hai la patente?” “No, guido solo una bicicletta!” “Che razza di uomo sei, sembri un frate francescano che chiede l’elemosina con la bisaccia, ti insegnerò io a guidare…ma di la verità ti piacciono le donne?” “Si ma con moderazione, ne posso anche fare a meno!” “Sei peggio di un anacoreta, sai almeno che vuol dire stò vocabolo?” “Si viene dal greco ‘anacoreo’ che vuol dire ritirarsi dal mondo per condurre una vita religiosa solo che io sono ateo.” “Tu sei una contraddizione continua ed io che ti sto appresso!” “Apposta mi domando…” Dafne aveva chiuso la comunicazione telefonica, ce l’aveva con se stessa, che cacchio stava combinando con tutti i giovani che la circuivano, era andata fuori di testa? Per Adone la situazione era diversa, autorizzato ad entrare in casa di Eliana si trovò ad affrontare una situazione inaspettata, appena entrato nell’ingresso fu aggredito da un gatto che fortunatamente Eliana prese in braccio e cominciò a parlargli come se fosse stata una persona: “Cara Mimma, questo è Adone il nuovo mio amico, tu lo devi rispettare e volergli bene come gliene voglio io, guardami negli occhi…” Stranamente la gatta capì la situazione ed andò a strofinarsi contro i pantaloni di Adone per poi rifugiarsi sul collo della padrona a mó di sciarpa, altra cosa strana: aveva un occhio azzurro e l’altro rosso. Quello che aveva fatto più piacere ad Adone l’affermazione di Eliana che gli voleva bene, forse poteva paragonarsi al detto ‘voce dal sen fuggita’ concetto del Metastasio. Sedettero sul divano con la gatta in mezzo il che non  impedì loro di darsi il primo bacio, profondo appassionato, dolcissimo. Furono invitati a cena da Sara che apprezzò i modi del giovane, quello che avrebbe voluto per sua figlia se fosse stata in vita! Dopo cena Adone fece cenno di andarsene ma la padrona di casa in uno slancio di cortesia: “Rimanga pure a far compagnia a Eliana, domani niente lavoro è sabato.” I due sul letto a baciarsi, la gatta pensò bene di ritirarsi sulla sua cuccia pelosa e calda, Eliana fu presa da una crisi di pianto immotivata per Adone che chiese spiegazioni: “Ho bisogno di sfogarmi, da troppo tempo mi porto appresso un fatto per me spiacevolissimo: mia madre infermiera, separata ha preso in casa un nuovo compagno, un poco di buono che già dall’inizio aveva preso circuirmi. Una notte che mia madre era di servizio, ubriacatosi venne nella mia stanza, mi riempì di botte e mi stuprò, da quel momento la mia vita è completamente cambiata. Con mia madre decidemmo di non denunziarlo, la questione sarebbe finita sui giornali e saremmo state costrette a cambiare città e così, licenziato quel delinquente mia madre ricorse a suo cugino Sindaco del paese per trovarmi un posto di lavoro nel continente, sono diplomata  geometra, a Roma sono stata  assunta da signor Vinciguerra ma la ferita m’è rimasta nel cuore e da allora ho odiato tutti gli uomini, per fortuna ho incontrato te, spero che non mi deluderai, per ora non mi sento di avere rapporti fisici.” I due quasi tutta la notte rimasero svegli abbracciati, un nuovo amore era nato, gatta consenziente! Anche per Beatrice la situazione andava alla grande,  Leone mangiava e dormiva a casa dell’amante, i figli erano d’accordo insomma tutti felici e contenti? Mica tanto: Dafne si era incasinata con Edoardo, le situazioni difficili erano per lei quelle più congeniali, sembrava ci prendesse gusto; cercò di insegnare al giovane di guidare la Mini ma spesso il cotale grattava le marce e l’auto si lamentava con stridii prolungati. “Cacchio, abbassa la frizione quando cambi marcia, non ha le marce automatiche.” “Che sono le marce automatiche?” “Lallero,  sei un brocco maledizione a me.” Dafne non chiamò più Edoardo, ne aveva piene le tasche anche se ancora in fondo al cuore…, capiva che era lei che aveva creato una situazione perlomeno strana, ne era forse innamorata? Bah. Dopo quindici  giorni una telefonata: “Sono un giovane con i capelli pieni di cenere in senso di pentimento, ci vorrebbe…” “Ci vorrebbe un buono shampoo, vai dal barbiere!” “Solo tu lo puoi togliere, sono cambiato, in  questi giorni ho capito che mi sei diventata insostituibile, sei una donna fuori del comune, ho un carattere difficile, tu  riesci a capirmi ed a sopportarmi, con te vivrei serenamente,  ho deciso: cambierò in toto, non gratterò più le marce!” “Puoi grattare tutte le marce che vuoi, mi sono scimunita, ho capito che anche tu mi sei diventato indispensabile!” ‘Mitte mihi bonum Deus’ fu il commento scaramantico di Dafne. E Leonardo ‘l’africano’? Andava alla grande, ottimo stipendio, clima sopportabile, massime comodità, femminucce anche giovanissime sempre disponibili, un Eden, Roma un lontano ricordo!
     
     

  • 16 giugno 2020 alle ore 17:39
    La storia di Pietro

    Come comincia: Alcuni decenni fa, mentre l'Italia usciva da una rovinosa guerra e si palesavano i 
    prodromi di una ricostruzione, ,definita il boom economico, anche la criminalità fioriva 
    e avanzava. 
    Figlia della miseria,ardente di ambizione, infiammata da insana volontà di possesso,
    ebbe vari esponenti. Tra di essi: chi ebbe una fulgida carriera; chi si diede a perenne
    latitanza; chi cadde sotto il piombo delle forze dell'ordine.
    Pietro era un uomo sui trent'anni,piemontese di origine; moro, corporatura longilinea.
    Per sopperire alla carenza di lavoro, aveva scelto una facile strada e una libera
    professione: quella di bandito. Aveva organizzato una banda di quattro uomini e si
    era specializzato nell'assalto alle banche. Una sequela di rapine, fruttuose di bottini,
    conditi da sparatorie con polizia e carabinieri.
    Durante le scorribande Pietro non esitava a sparare sulle folle inermi. Non un briciolo
    di umanità sgorgava da un cuore di pietra come il suo.
    I proiettili che esplodeva, erano accompagnati da risa beffarde,si riteneva invulnerabile.
    Un giorno,al culmine di una rapina ad un Istituto di credito, il bandito lasciò sull'asfalto
    quattro cadaveri di uomini.
    Pietro fu inseguito e catturato; condannato all'ergastolo; dopo anni di sconto di pena,
    qualcosa cominciò a cambiare in lui. Si accostò a manifestazione di elevazione
    spirituale; dipinse,studiò, scrisse poesie; si rivelò un detenuto modello.
    Gli fu concesso il regime della semilibertà per dedicarsi a un'associazione di volonta-
    -riato; un ente dedito alle cure dei tossicodipendenti,degli immigrati, dei malati di 
    Aids. Pietro aveva deciso di svolgere questa missione, perché aveva scoperto l'amore 
    per Cristo Da un lato ciò destava profonda gioia; dall'altro, una sofferenza indicibile.
    Diceva che era giusto espiare il suo peccato,ponendosi al servizio dei più deboli.
    Dopo qualche tempo si ammalò di mare incurabile; morì tra atroci sofferenze.
    Si avverava la profezia di Ezechiele:"Vi toglierò il cuore di pietra e infonderò un cuore di carne".
    E Pietro concludeva i suoi giorni realizzando l'impresa più sublime: quella di rubare
    il Paradiso.

     

  • 16 giugno 2020 alle ore 12:10
    Il cuore di pietra

    Come comincia:  
    Al tramonto mancava qualche ora. La strada, seppur in discreta ascesa, era gradevole nonostante quei marciapiedi troppo stretti. In alcuni punti Simone sembrava un improbabile equilibrista tanto evidente era l’impaccio nel mantenersi ben messo, ritto per evitare di invadere l’asfalto. Stimolato dal luminoso fine pomeriggio, aveva scelto di fare a piedi l’ultimo tratto.
    La provinciale era trafficata. In tanti rientravano verso i propri paesini dopo una giornata di lavoro in città o nei campi giù a valle. Simone aveva parcheggiato la sua auto qualche chilometro prima, in uno slargo sicuro. Lì, gustando un buon caffè, aveva ripassato bene a mente le indicazioni ricevute da Chiara, una poetessa amica di vecchia data. La stessa titolare del chiosco bar, una tipa pittoresca e sognatrice, gli aveva confermato l’eccellenza e il mistero del luogo dove si stava dirigendo.
    Proseguendo nel cammino, l’attenzione volgeva al paesaggio, agli arbusti sparsi qua e là, alle prime foglie in via di decadimento, a qualche fiore selvatico, alla graduale riduzione della luce del sole. Peccato che, trattandosi di una strada tutta interna alla costa, non potesse ancora osservare il mare. L’aria pulita, fresca e godibile ricordava quella di un amabile metà settembre. La colorazione del cielo offriva suggestioni tanto numerose quanto capaci di fare scoprire un sofà su cui sostare fino al sopraggiungere di un qualunque sogno.
    Tra immagini della natura e prolungate romanticherie, giunse a una curva in un punto dove la carreggiata si restringeva non poco. Udì un brusio, poi le note inconfondibili di una banda e cori, preghiere, grida d’invocazione e canti intervallati da momenti di silenzio.
    Preceduto da un prete piuttosto anziano, il quadro della Vergine era incastonato in una cornice molto larga, illuminata da piccole lampade. Da buon cattolico, Simone fece d’istinto il segno della Croce. La Madonna dell’Addolorata sembrava volesse guardare fin dentro i suoi occhi sbigottiti. Totalmente invischiato in una scena inaspettata, dopo qualche minuto si ritrovò in mezzo ai fedeli al seguito della sacra effige. La stranezza della situazione consisteva nel fatto che centinaia di persone andavano verso una direzione e lui soltanto verso quella opposta. Gli vennero in mente i documentari sui salmoni  che risalgono i fiumi.
      Col trascorrere del tempo, un crescente nervosismo si stava impadronendo di lui. Pensando alla destinazione finale, doveva assolutamente trovare una rapida soluzione per evitare quel caos ma la strada stretta e nessuna via d’uscita disponibile acuivano le difficoltà a liberarsi dalla morsa. Allungò quindi il passo stando molto attento a non scontrarsi con chierichetti, bambini, donne, uomini e soprattutto vecchiette. Una di queste lo guardò con sospetto e un’altra, a mani rigorosamente giunte, gli rimproverò aspramente di non avere alcun rispetto per la cerimonia. Effettivamente Simone rappresentava un intralcio al transito di una moltitudine di gente di cui non era la velocità a preoccuparlo ma l’altissima densità distribuita in lungo e in largo su quel tratto di provinciale.
    A una ragazza (quant’era bella!) domandò:
    «Sai dirmi quanto manca per il “Cuore di pietra”?»
    «Ah, conosco benissimo quel posto! Dopo la prossima curva c’è un casolare diroccato. Vai a sinistra e continua sul sentiero in terra battuta per circa duecento metri. Vedrai tre querce. Guardati attorno e troverai ciò che cerchi.»
    «Sei gentile e carina, grazie! Mi chiamo Simone.»
    «Io sono Greta. Se vuoi, ti posso aspettare all’uscita del Santuario.»
    «Quale Santuario? Dove si trova?»
    «Siamo quasi arrivati. Ancora dieci minuti di processione e svolteremo verso il boschetto.»
    Un po’ confuso e forse emozionato, Simone fu tentato di mettersi al fianco di Greta e abbandonare il progetto iniziale. Decise, però, di continuare il suo cammino. Si scambiarono i numeri di cellulare e la salutò:
    «Chissà, magari avremo modo di rivederci, ciao e grazie!»
    Per un attimo, ma soltanto per un attimo, riguardò il cielo. Affrettò il passo e, approfittando di una sosta del corteo, sfruttò i varchi liberi per passare. Urtò più volte persone tutte assorte nella preghiera e visibilmente disturbate dalla sua presenza. I minuti intanto passavano, ormai erano le 18,30. Soltanto mezzora per essere puntuale. Da svelto il passo diventò di corsa e lo slalom cui fu sottoposto lo fece quasi sorridere poiché, a dire il vero, non era mai stato un atleta. Le vecchie Superga che portava ai piedi, tuttavia, gli furono d’aiuto e finalmente raggiunse la coda della processione. Sistemando i jeans all’ombra di un muro di sostegno, guardò indietro per valutare meglio la marea di gente dentro la quale si era, suo malgrado, infilato.
    Adesso bisognava soltanto correre. Sudato e nervoso, sollecitò al massimo la forza dei suoi ventiquattro anni in quella lotta contro il tempo. In certi punti la pendenza del percorso era assai critica ma non ci fece caso. Tirò comunque un sospiro di sollievo quando, finalmente, infilò il sentiero in terra battuta. Si concedette qualche attimo per prendere fiato. La totale assenza di nuvole favoriva ancora un’ottima visibilità ma l’azzurro del cielo virava già verso toni lievemente rosei. Riprese a volare scansando rami secchi e sassi taglienti. Le tre querce ora le vedeva. Bisognava soltanto oltrepassarle, cosa che gli riuscì agevolmente per poi trovarsi in mezzo ad un agglomerato di grandi sassi disseminati in prossimità di uno strapiombo sul mare.
    «Uhm, dove sarà questo cuore di pietra?»
    Si arrampicò su una roccia per godere di una visuale migliore. Da lì scorse ciò che andava cercando: il masso si trovava un po’ di metri sotto, proprio sul punto critico del precipizio. Scese giù prestando attenzione a non scivolare ed evitando di distrarsi alla vista della scogliera. Alla fine, stanco ma soddisfatto, raggiunse la pietra. Che strana! A parte la forma di cuore perfetto, guardandola da vicino, il colore tendeva al rosa e la superficie levigata, quasi lucida, pareva emanasse qualcosa di molto simile a energia.
    Simone era avvolto in una spirale di magia. Di fronte a lui il mare, il cielo e il sole, c’era di che sentirsi straricchi. Da quella posizione, lo sguardo attonito assorbiva l’essenza della sua profondità più interiore, l’anima. Sì, l’anima che a volte si pensa sia soltanto una derivazione psico-filosofica, eterea, e che invece quel ragazzo avvertiva come cosa concreta, un’appendice del corpo legata a muscoli e ossa, al battito del cuore, al proprio respiro.
    Il silenzio occupò la scena. Per rispettarlo, qualche gabbiano evitava di battere le ali, le ultime lucertole restavano immobili per non rumoreggiare strisciando, i passeri se ne stavano zitti quasi fossero stati privati del dono del canto. L’unico brusio proveniva da giù, dal mare con il suo costante toccare e lasciare la falesia. Lo strapiombo era inquietante eppure a Simone non sfuggì la schiuma delle onde che si disperdeva tutt’intorno per poi ricomparire in un gioco d’aria e acqua di frizzante sincronismo.
    Come quando stiamo sorbendo un cono gelato, piano piano per non privarci troppo presto dei nostri gusti preferiti, allo stesso modo lui sollevava gli occhi, lentamente, quasi col timore di abbracciare troppo presto il mare. Il variare dei colori sull’acqua lo incuriosiva a tal punto da chiedersi come cavolo facesse il sole a governare quelle sfumature di luce.
    Man mano che lo sguardo s’innalzava, si sentiva fortunato prigioniero della potenza della natura. Da quella prospettiva la linea dell’orizzonte coincideva con una retta impeccabile, spezzata qua e là soltanto dalle sagome delle navi di passaggio.
    Perché tanto stupore? Da sempre adorava il mare e chissà in quante altre occasioni lo aveva già ammirato, alba o tramonto che fosse. Adesso, questa era la novità, afferrava con più convinzione il bisogno della poesia. L’accorato invito di Chiara a non privarsi di quella veduta, lo aveva condizionato? Oppure, il cuore di pietra sul quale stava seduto, quasi ipnotizzato, nascondeva un qualche arcaico mistero?
    Nel frattempo il disco del sole, un cerchio che più perfetto non si può, si stava immergendo in quella retta. A Simone ricordò l’intingere un biscotto nel tè.
    Il giusto amalgama di aria, luce, vento, colori e correnti sfociava in una nitidezza ottica che non ricordava di aver riscontrato in altri luoghi. Il mare, man mano che l’occhio cercava sempre più il largo, sembrava dirgli: «Vedi quanto sono calmo?»
    Magnetismi, d’accordo, ma urgeva confondersi nell’appagante territorio di quiete. La bellezza, assaporata a piccole dosi, gli strillava la certezza di essere più vivo che mai. Infelicità, stress e fatica si allontanarono repentinamente e insieme con loro gli angusti locali del Call Center, dove trascorreva le sue giornate, legato come vittima sacrificale al totem del profitto d’altri.
    Fermarsi… fermarsi un po’ allo scopo di riscoprire fascino e sedare il vortice della tempesta d’ogni giorno. Fermarsi e, prima di affidarsi al tramonto, usare il linguaggio dei silenzi della mente rivolgendo la parola soltanto alle nuances in ordinato divenire sull’acqua, alle striature inafferrabili che il cielo incideva, al sole dai contorni così netti e vicini da poter esser toccato con mano.
    Peculiarità tanto necessaria quanto temeraria in una società artefatta, la sensibilità di Simone fluiva nel posto giusto al momento giusto. E fu per questo che non si meravigliò di sentire umidi i suoi occhi. Inzuppato di atmosfere ad alto tasso glicemico, ormai pretendeva che quella straordinaria stella non morisse più. E che paura lo assaliva quando, lo sguardo ormai consegnato al cielo, sentiva il rischio di intravedere parvenze di luna esordire nel “suo” teatro! Per allontanare questo pensiero, viaggiò dentro l’amaranto e sui vermigli di riflessi impareggiabili. Intanto, l’orizzonte aveva un tenero sussulto: il sole si offriva a metà, un semicerchio disegnato col compasso, una gigantesca lampara rossa. Simone, sempre più incredulo, ebbe un tenero ricordo per Marcello, un caro amico scomparso anni prima. Fu quel pescatore a fargli scoprire il mare di notte nel corso di una battuta di pesca.
    L’ora cominciava a chiamarsi sera e, intenso, il profumo di salsedine saliva dalla scogliera. Sul mare, i tocchi degli ultimi riflessi favorivano il formarsi di un cono di luce surreale all’interno del quale il ballo cadenzato delle onde si apriva e si chiudeva a loro piacimento. Ancora qualche orlo del giorno resisteva ma il meriggio stava per lasciare la scena al crepuscolo.
    Incendiato dagli impulsi di quelle seduzioni irresistibili, Simone si fece vincere dall’introspezione. Viaggiò a ritmi felpati all’interno della sua vita battendo i sentieri del riconoscimento dei propri errori ma anche quelli dell’autostima e della gratificazione per ciò che di giusto e leale era fino a quel momento riuscito a fare. Svolazzò nel futuro accompagnato dalla fiducia e dalla speranza per una vita, non solo la sua, migliore. Si soffermò molto sul presente perché tutto impregnato dall’incanto del luogo che stava vivendo.
    Per quanto felice di aver respirato un tramonto speciale e quasi esclusivo, un velo di tristezza lo colse quando, con le ombre della sera, si sentì solo.
    A Simone mancava l’amore di una donna, l’amore vero. Qualche esperienza e qualche flirt gli avevano lasciato solo tracce gradevoli, non segni inconfondibili. La visione romantica della giovinezza che stava cavalcando e del domani che era dietro l’angolo, precludeva all’esterno la buona ricezione del suo sentire. Un ragazzo per bene, amante della famiglia e dei buoni sentimenti non ha spazio - pensò - nella giungla del tutto subito e del tutto pronto.
    «Non devo demordere! Chiamo Greta e la raggiungo all’uscita del Santuario. A volte si potrebbe mirare a un lembo di cielo e conquistarlo se solo si alzasse lo sguardo.» - si disse.
    Quel giorno si era recato al cuore di pietra su deciso invito di una poetessa sua amica. Lo aveva fatto con la passione di un cercatore d’oro, con l’entusiasmo di un bambino nella caccia al tesoro, con la fame di emozioni da soddisfare. In quell’Eldorado ritrovò se stesso, la ricchezza migliore per non essere povero del tutto.
     

  • 11 giugno 2020 alle ore 13:16
    Il gelo

    Come comincia: Si chiamava Ciro. Una vita di lavoro. Da bambino, nonostante venisse considerato precoce nell'apprendimento, a solo otto anni, fu tolto dalla scuola e costretto dal padre a dare una mano nel lavoro di venditore ambulante. Uscivano col carretto di notte per raggiungere il mercato generale e fornirsi di frutta e verdura da rivendere nelle strade periferiche della città. D'inverno Ciro soffriva il gelo alle mani. “Mettile a coppetta – diceva il padre – e pisciaci dentro, così si riscaldano”. Ciro lo faceva, ma il giovamento era minimo.
    Il padre, ancor giovane, morì per un tumore ai polmoni, quando Ciro aveva appena 16 anni. Continuare il commercio da solo non era facile, soprattutto perché ai mercati generali vigeva la legge del più forte, la legge della “mazza e dei denti” come per i cani da slitta di Jack London. Spesso, per lui, per Ciro, venivano riservati prodotti di scarto. Uno della camorra, detto Purtuso, faceva il bello e il cattivo tempo e non mancava di insultarlo: lo chiamava ‘u mrdillo, ‘u strunzulillo, ma una volta superò il limite. A una tenue protesta del ragazzo, Purtuso disse: “Tu, guaglio', lo sai che si’ chiù strunz e’ patete?”. 
    Ciro non rispose. Sta di fatto che Purtuso fu trovato morto in un bagno di sangue nel proprio letto con un taglio di rasoio alla carotide. Non si seppe mai chi fosse stato l’assassino ma, nell'ambiente, correva voce che l'autore fosse stato Ciro. Ne scaturì un diverso atteggiamento nei riguardi del ragazzo, una diversa considerazione e soprattutto il rispetto. Sparirono le varie forme di soprusi e, nelle questioni controverse, veniva perfino chiamato per un parere.
    Passarono gli anni, con la tenacia e la volontà, don Ciro divenne uno stimato commerciante di cereali e riuscì a conquistare per sé e per la sua Adelina una discreta agiatezza economica.
    Adelina a diciotto anni aveva avuto un aborto, poi la sorte per sempre le precluse la gioia della maternità, ma la loro unione restò solida e profonda. Un amore coniugale raro, protetto da un calore senza scintille, gentile, sicuro, confortevole e che durò  tutta la vita. Non avevano esperienze di litigio, mai nessuno dei due aveva alzato la voce per un rimprovero. Non avevano inclinazioni al divertimento, alle risate superficiali, alle gioie effimere, erano entrambi seri, ma mai malinconici e risolvevano tutte le prove pratiche della vita in armonia, se c'era qualche contrasto di opinione si raggiungeva l'accordo con estrema semplicità.
    Quando a cinquantatre anni Adelina  morì, don Ciro, considerò il mondo come uncorpo estraneo, che ormai non lo riguardava più.
    Veniva ogni giorno al baretto della stazione, dove ordinava un caffè. Non parlava con nessuno, non rispondeva ai saluti. Guardava nel vuoto, forse inseguiva un ricordo lontano della sua vita coniugale. Forse ricordò quella festa nel circolo dei pescatori quando per la prima volta vide Adelina. Ne restò fulminato, quello sguardo pudico e dolce, quel corpicino snello di ragazzina! Lui le chiese di ballare. “Signorina, sarei onorato” – disse.
    Alle undici prendeva il trenino locale per il cimitero dove lei era sepolta. Lui le parlava e per ogni questione, per ogni argomento chiedeva il suo parere. Aveva adottato un singolare codice comunicativo. Per esempio: guardava una foglia per terra, se rimaneva ferma, significava una risposta negativa, se il vento la muoveva, la risposta era un “sì!”. Un giorno propose un quesito importante: se dovesse, cioè, tirare avanti o raggiungerla nell'altro mondo. La foglia fu mossa dal vento, inequivocabilmente. 
    Don Ciro tornò a casa, caricò la carabina, mise in bocca la canna e sentì che era fredda, ricordò il gelo di quando usciva di notte col padre. Poi, naturalmente, il grilletto…

  • 10 giugno 2020 alle ore 21:22
    LE SORPRESE NON FINISCONO MAI.

    Come comincia: Si chiamava Solange Moreau una divina creatura venuta ad abitare a Roma all’ultimo piano di un palazzo di via Pinerolo all’angolo di via Tuscolana, lo stesso dove aveva l’appartamento Alberto Ferrari. Aveva attirato l’attenzione di tutti i maschi del palazzo e dei dintorni, una bellezza fuori del comune: oltre all’altezza superiore alla media ed al corpo longilineo da modella aveva un viso particolare: occhi grandi e verdi, naso piccolo bocca…invitante, sembrava una creatura uscita dalle mani dello scultore greco Fidia. In particolare il viso si poteva definire bellissimo ma era un diminutivo, unico lato negativo era che la signorina o signora, sempre sola, non sorrideva mai, a malapena rispondeva ai saluti di buon giorno che le rivolgevano i vicini. Alberto, più curioso di una bertuccia  aveva  seguito con la sua Cinquecento l’autobus che la conduceva all’Ambasciata francese nella capitale a piazza Farnese. Da maresciallo delle Fiamme Gialle girava per Roma in autobus senza pagare il biglietto, altre volte usava l’auto dell’amministrazione per seguire la baby, oltre che comandante di Sezione era Capo Laboratorio fotografico e così aveva modo di fotografare con speciali attrezzature le persone senza che le interessate se ne accorgessero, anche di notte usando macchine speciali. Aveva ripreso Solange  all’uscita da casa e dall’ambasciata ed al ritorno nell’abitazione, mai nessun incontro, molto strano che un tal pezzo di gnocca  non frequentasse nessuno, né maschi ne femmine nel caso avesse avuto gusti particolari. Alberto diede la stura ai tanti trucchi da lui conosciuti: una mattina all’uscita dall’ascensore della baby si fece trovare dolorante a terra toccandosi una gamba e lamentandosi per il dolore. Solange non si perse d’animo e: “Monsieur JiJi il y a un homme  blessés, venez bientôt.”nel frattempo era sparita. Gigi era il portiere che si precipitò: “Maresciallo s’è fatto molto male?” “Ma quando mai , sto benissimo, cercavo di far fermare la ragazza…manco un ferito la ferma!” Non è che in quel periodo ad Alberto mancasse la ‘materia prima’ ma quella Solange l’aveva stregato, era inavvicinabile, Al doveva dare la stura a tutte le astuzie, anche le più strane infatti, scoperto quale fosse la parete divisoria della camera da letto di Solange, pensando che la ragazza per la non frequenza alcuna fosse dovuta alla sua fede religiosa  una sera sintonizzò la stazione di ‘Radio Maria’ piena di lamentose gaiaculatorie ed alzò il volume facendo ascoltare le stesse alla vicina la quale dopo circa un quarto d’ora bussò alla parete, Alberto capì che aveva sbagliato, Solange non solo non le aveva apprezzate ma si era rotta le….Stavolta il detto ‘audaces fortuna iuvat’ non aveva funzionato, Alberto rimuginava il cervello per trovare un’altra soluzione quale: una setta satanica, un gusto particolare della ragazza in fatto di sesso, ma ormai aveva finito la scorta delle soluzioni. Hermes storico protettore di Alberto, smesso per un pó di correre dietro alle gonnelle sia divine che mortali volle dare un aiuto al suo protetto e un pomeriggio fece incontrare i due sul pianerottolo. Alberto si aspettava il solito saluto frettoloso ma: “Mi pare che lei sia un maresciallo, me l’ha detto il portiere Jiji, io amo molto le divise, che dice di conversare con me nella mia abitazione?” Alberto non credeva alle proprie orecchie, che si fosse sbagliato ma vedendo Solange con la porta del suo appartamento aperta ci si infilò. “Caro il bell’Alberto, mi permetto di darti del tu, come vedi parlo bene la tua lingua, mi sono fatte matte risate sui tuoi trucchi per avvicinarmi, hai molta fantasia e poi vedo che sei appassionato di foto, un uomo perfetto!” ”Sento una punta di ironia nella tua affermazione o mi sbaglio?” “Ti sbagli, non farci caso al nero con cui è arredato questo appartamento, ci abitava una vedova inconsolabile che ha raggiunto il marito, i nipoti me l’hanno affittata.” “Io già in poco tempo mi sono depressa, stasera se sei d’accordo andiamo a mangiare dalla sora Lella che ha un trattoria  sotto casa a meno che non preferisci un ristorante di lusso.” “Mi piacciono le cose semplici ed il mangiare casereccio, la sora Lella va bene. “ Quando Alberto con sottobraccio Solange uscì dall’ascensore i presenti, per primo Gigi rimasero a bocca aperta: “Hai capito il maresciallo, stò gran fijo de nà…”il commento del portiere. La sora Lella si presentò di persona ai due, era ancora presto per la cena e si mise a sedere al loro tavolo: “Marescià solo lei poteva annà bene per stà bellezza, auguri e….figli maschi.” “Ah Lella, lasciamo perdere i figli, sono una rottura di palle, io spero di godermi la qui presente francesina ma non me la fare ingrassare, cibi leggeri.” La serata passò con grandi risate sino alla chiusura del locale e poi ritorno al quinto piano…a casa di Solange, il giorno dopo era domenica. “Figliola hai nulla da confessarmi?” celiò Alberto che rimpianse di aver detto quella frase, Solange era diventata seria. “Scusami cara, talvolta sono… ho sbagliato a pronunziare quella frase che ti ha ferito, siediti vicino a me, mi piace molto il tuo parfum naturel, si dice così in francese?” “Di te mi è piaciuto tutto sin dalla prima volta che ti ho visto ma c’è un problema che mi porto appresso. Ero impiegata all’Ambasciata francese di Danimarca, un danese tale Hans  molto ricco e della  famiglia molto conosciuta dei Larsen voleva a tutti costi sposarmi, aveva messo di mezzo anche l’ambasciatore e persone influenti, io non intendevo farlo ed a mezzo dei miei famigliari mi son fatta trasferire a Roma. Sin da piccola non ho frequentato le scuole pubbliche sino al conseguimento del diploma di liceo classico. I miei, abbienti mi hanno fatto studiare con insegnanti privati e poi ho vinto il concorso per attaché d’ambasciata a Roma.” “Quale era ed è la situazione?” “Te lo svelerò, non vorrei  crearti  problemi, solo sempre sola e la solitudine mi pesa molto, spero che tu non sia conformista, guarda… Abbassati gli slip Solange al posto del fiorellino mostrò un pene con tanto di testicoli, non grandi ma sempre organi maschili. Alberto cercò di fare l’indifferente poi: “Al giorno d’oggi non è più un problema tranne che per i paesi mussulmani che sono rimasti al medio evo, tu per me sarai sempre una persona adorabile.” Solange aveva trovato finalmente un uomo di suo gusto e soprattutto anticonformista, abbracciò Alberto e si sciolse in un fiume si lacrime liberatorie.  “Se hai finito  di  pleurer vorrei farti qualche domanda, se non ti dà fastidio aprirti con me, in campo sessuale come sei combinata?” “Mai conosciuto un uomo o una donna.” “Cara vorrei che mi baciassi il mio coso che confidenzialmente chiamo ‘ciccio’ ma devi sapere che è uno zozzone ed ha il vizio di…sputare, non vorrei che ti facesse schifo.” “Anche se non ho praticato il sesso sono bene informata, da te accetto tutto.” Ed infatti Solange ingoiò tante vitamine e: ”Sei un fiume, stasera salterò la cena, devo dirti che aveva un buon sapore, ho una sola paura…attaccarmi  a te, per me sarebbe una tragedia se tu mi abbandonassi…” “Non farai la fine di Didone, io non sono Ulisse che ha una moglie che lo aspetta, nei prossimi giorni  cercherò di assaggiare il tuo favoloso popò con molta delicatezza …” Alberto andò in farmacia dall’amico Nino e chiese la pomata lubrificante, non l’avesse mai fatto: “Hai incontrato una vergine ma ce ne sono ancora in giro?” “La tua è tutta invidia, tu ti devi contentare di mangiare in famiglia o delle solite baldracche!” la risposta di Alberto era stata acida, rientrò in casa con in mano un tubetto dal nome significativo SWITE LOVE, sembrava un tedoforo, Solange capì e baciò Alberto, il tutto rimandato a sabato sera giorno dell’onomastico dell’eletta (significato del suo nome). La ragazza sul letto si mise di fianco, il suo buchino fu abbondantemente lubrificato,  ci volle del tempo sino alla ‘vittoria finale’ seguita da un masturbazione con le dita di Alberto sul  membro di lei in erezione. Solange ebbe  un orgasmo fortissimo, profondo, inarrestabile sin quando si rilassò  sul letto priva di forze. Dormì sino a sera, uscita dal ‘letargo’ sembrava un’altra: più donna, più distesa, consapevole della propria sessualità prorompente, innamoratissima di Alberto che baciò a lungo ma poi gli stimoli della fame ebbero il sopravvento. La mattina successiva: “Caro che ne dici di andare a conoscere i miei genitori in Francia, ho parlato loro di te, sarebbero felici di averti come loro ospite.” Un viaggio è sempre gradito, Alberto era arretrato in quanto a ferie e gli furono concessi trenta giorni di libertà. Aeroporto di Roma Fiumicino,  aeroporto di Parigi Orly, poco più di due ore. Taxi velocissimo, l’autista sembrava un corridore di Formula Uno, in  poco tempo giunsero in Avenue Montaigne,  zona bene della città, la mancia fu adeguata. Suonato il campanello apparvero Michel padre e Monique madre sui quali si avventò si avventò Solange con un forte abbraccio, Alberto diede la mano a Michele ma, impressionato dalla bellezza materna l’abbracciò calorosamente ed a lungo, Monique, era ‘spiccicata’ alla figlia con qualche piccola ruga, bellissima. “L’immaginavo che facevi il porco con mia madre, stalle alla larga.” I due genitori non capirono il suo atteggiamento ma in quel momento di felicità non ci fecero caso. A tavola al brindisi con champagne Don Perignon Alberto volle incrociare le braccia col la suocera e ci scappò anche un abbraccio non apprezzato dalla figlia la quale con faccia scura: “Penso che presto assaggerai le mi unghie lunghe e appuntite.” Alla richiesta di spiegazioni dei due coniugi Solange: “Mon fiancè est un cochon!” Michel e Monique la presero a ridere, sua figlia era stata sempre una impulsiva. La notte successiva Alberto fece un altro scherzo alla fidanzata, verso le due si rifugiò nel bagno, Solange allungando la mano e non trovandolo nel letto partì lancia in resta nella camera degli ospiti che trovò vuota, i suoi genitori stavano dormendo tranquillamente nella camera matrimoniale, Alberto in bagno. “Cara non sto bene di stomaco, deve essere stato quel ‘fois gras’!” “Tu mi prendi per il culo!” “Magari domani sera, stanotte proprio non me la sento!” Il round era stato a favore di Alberto. Un fatto nuovo: Gabrielle la vecchia duchessa di Polignac,  madre di Monique tramite la governante Anne aveva fatto sapere che avrebbe voluto rivedere la nipote prediletta  prima di chiudere gli occhi per sempre. Non aveva mai accettato il matrimonio di sua figlia con una semplice impiegato dello Stato ma aveva un amore sviscerato per  la nipote Solange. Quando la ragazza giunse al castello in compagnia di Alberto con la DS 21 del padre, la vecchia duchessa ebbe una crisi ma si riebbe ben presto, era di una fibra ed una volontà fortissime. Abbracciò la ragazza, non le chiese nulla della sua vita, le bastava la sua presenza poi pregò la governante di andare a prendere un braccialetto d’oro con brillanti nel porta gioie, lo donò alla nipote, oltre all’affettuosità quel braccialetto aveva un valore notevole, alla morte della vecchia Solange sarebbe diventata una ricca ereditiera ma questo non la consolava,  qualcosa  le rodeva dentro, un disagio che non sapeva definire. Dopo quindici giorni i funerali della duchessa in gran pompa; passaggio da un notaio per recuperare il testamento, ci vollero molti giorni prima del rientro di Solange a Parigi. Durante quel lasso di tempo molti avvenimenti in casa Moreau. Michel di venticinque anni più anziano della moglie, ormai abbassata la bandiera sessuale, accettava che Monique ‘frequentasse’ un certo Alain  Rossi di chiara origine italiana per motivi sessuali, il cotale era un torello senza personalità, quello che voleva Monique era solo divertirsi sessualmente col pieno consenso del marito. In quel periodo però la signora era attratta da un altro maschietto, Alberto subito dopo il funerale della duchessa era rientrato da solo a Parigi, non gli  parve vero passare tutte le notti con la padrona di casa, fuochi d’artificio che però portarono il maresciallo ad un dimagrimento evidente, due giorni prima del ritorno della fidanzata pensò bene di rimettersi almeno in parte in forma, era molto  deperito. Anche Solange non era in forma, malgrado la notevole eredità era scontenta di se stessa, chiese ad Alberto di ritornare subito a Roma, viaggio di ritorno Parigi Orly – Roma Fiumicino. Coro di benvenuto  da parte di Gigi e degli altri inquilini ma restava il problema di Solange ogni giorno più rabbuiata. Alberto durante una verifica fiscale aveva conosciuto uno psicoterapeuta, Andrea Fiumicello  con quale aveva stretto amicizia. “Andrea sono Alberto, ho un caso da sottoporre alla tua attenzione, quando posso venire nel tuo studio?” “Facciamo sabato mattina, non ho appuntamenti.” “Mio caro, quello che sto per rivelarti riguarda me ed una persona con cui convivo…” Alberto non omise nulla sui suoi rapporti con Solange, Andrea rimase un po’ in silenzio e poi: “Non penso di sbagliarmi, è una questione complessa e delicata a cui tu forse non hai pensato, Solange non è solo donna ma ha anche una ha una parte di sesso maschile, è quella che lei vuole esercitare, non so se preferisca una donna, un transessuale o un uomo con cui fare sesso, quello lo devi scoprire tu, fammi sapere, anche per me è un caso nuovo.” Dopo il pranzo Alberto invitò Solange a sedere sul divano e la mise al corrente di quanto appreso dallo psicoterapeuta. La ragazza rimase pensierosa e perplessa, non si aspettava neppure lei quella diagnosi poi, pensandoci bene ed analizzando i suoi desideri capì la verità di quella teoria, il problema era come metterla in pratica. Alberto non se la sentiva di fare da partner e si dichiarò subito indisponibile all’esperimento ed allora…far amicizia con un trans ma dove incontralo?  Alberto si informò da un amico della Polizia Municipale e seppe che al IX Municipio c’era una zona dove molto raramente la Polizia si recava per far retate di prostitute e di trans, sarebbe stato spiacevole  incappare in una retata e dover dichiarare l’appartenenza alla Guardia di Finanza. Una sera in compagnia di una Solange eccitata, con la sua Jaguar X Type (nuovo acquisto) si recò sul posto e dopo un po’ di girare trovò una signorina che sembrava un trans, anche dalla, voce: “Caro io costo moltissimo…” “E a me piace spendere molto, come anticipo ti vanno bene duecento Euro.” La ragazza non se lo fece ripetere due volte, intascato il denaro si accomodò nel sedile posteriore. “Premesso che siamo persone serie e che da noi non devi aspettarti problemi di nessun genere ti propongo di venire a casa nostra, io sono Alberto questa è la mia fidanzata Solange.” ”Sono Sonia Cherubini, il mio vero nome, mi ispirate fiducia, spero che sia vero quello che avete affermato, c’è sempre la paura di incontrare dei pazzoidi o peggio dei sadici.” “Che bella casa, ci starei tutta la vita.” “Andiamo ai patti: Solange è un trans come te, vuole avere  dei rapporti sessuali ma prima vogliamo avere la certezza che tu non abbia malattie, dove abiti?” “Al Tufello ma se potessi cambiare casa…” “Affare fatto, se vuoi puoi farti a una doccia e poi  andare nella camera degli ospiti dove passerai la notte.” Sonia uscì dalla doccia nuda, un bellissimo corpo in quanto a tette e popò  come pure un uccellone ‘ben dur’, Solange apprezzò, le due si baciarono in bocca.  Alberto  aveva conosciuto un medico generico anche direttore di un Laboratorio di Analisi Cliniche il cui titolare Umberto Alibrandi aveva avuto molti problemi in quanto a contabilità, problemi in parte risolti da Alberto. “Dottore Sono Alberto Ferrari, le invio un trans che vorrei lei controllasse dal punto di vista medico nel senso di eventuali malattie…” “Maresciallo a disposizione, fra tre giorni avrà l’esito.” Nel frattempo Sonia e Solange uscivano insieme prima dal parrucchiere e poi a fare spese, erano come due parenti che si erano ritrovate, nessuno del palazzo aveva commentato quella amicizia. Alberto, da cavaliere, cedette il letto matrimoniale alle due signore per la prima notte di nozze, in seguito si formò un terzetto ben affiatato, viva l’anticonformismo! In ogni storia c’è sempre una sorpresa: a  Parigi Monique dopo trenta giorni dall’ultima mestruazione andò dl ginecologo per un controllo: era incinta! Grande gioia da parte del marito e dei suoi colleghi: “Vedi il  vecchio Michel si dà ancora da fare!” La notizia non fu comunicata subito né ad Alberto nè a Solange, avrebbe cambiato in pejus i loro rapporti. Nacque   Robert, questo il nome del bambino per ricordare in parte suo padre di cui era la copia perfetta, rimase un segreto tra Michel e Monique.