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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 21 ottobre 2020 alle ore 19:58
    Insieme fino all'alba...

    Come comincia:                                                                                                      a Raymond Carver.

     Il silenzio è rotto appena dal rumore di alcuni passi sul selciato mentre cala il buio della sera...bagliore lontano: di macchine lampeggianti che sfrecciano nel traffico à gogo. Albert, che indossa un lungo impermeabile grigio, si ferma un attimo poi estrae da una tasca la sua pipa di legno nera, lentamente l'accende e la porta alla bocca. E' un uomo di mezza età, anonimo impiegato di banca da due decadi. Frances lo chiama da lontano: - Albert, Albert, son qua!
     L'uomo si volta e prende a camminare verso l'altra: la donna indossa un vestito elegante e porta tacchi alti. Anche lei lavora, fuori città, in un grande salone d'auto. E' sposata ed ha un figlio tredicenne: i due sono amanti. Si incontrano, si abbracciano: mentre lo fanno la pipa imboccata da Albert cade per terra e lui la raccoglie, ancora fumante: prima di rimetterla in bocca bacia Frances sulla guancia destra e lei li sorride. Dopo la donna li prende la mano destra e fa: - Che buon odore, hai cambiato marca?
     L'uomo risponde: - Sì, sì, da ieri. Tabacco Kentucky e Burley all'aroma di ciliegio e vaniglia.
     - Che si fa, stasera? - domanda lei. - Al Roxy o allo Stinger? Dai, qualche whiskey e poi a casa mia!
     - Niente locali stasera! - risponde l'uomo. - Nessun gioco fra noi: questa sera si va in un posto speciale...qualcosa di diverso. La donna li sorride ancora una volta. I due, tenendosi sottobraccio, si avviano alla macchina di Albert, una vecchia Chevrolet Chevelle del 1970 rossa fiammante. Frances apre lo sportello ed entra per prima; Albert invece prima di entrare toglie la pipa di bocca e la svuota: dopo averlo fatto la rimette in tasca, poi entra, si siede ed avvia l'auto. In men che non si dica sono sulla Donovan Street e poi sulla statale 181, quella per la litoranea: la via che porta alle spiagge di classe. Un quarto d'ora dopo arrivano alle conche di Durval. Albert e Frances si siedono sopra uno scoglio: il rumore dell'acqua che si frange sugli scogli vicini è l'unico a rompere il silenzio intorno a loro prima che lo faccia l'uomo: 
     - Questa sera è così...di fronte al mare, io e te soltanto, - dice; - questo tramonto...
     - Sì, sì, hai ragione: mai visto così, come stasera! - risponde l'altra. 
     - Questa sera è così...- ripete ancora Albert, - noi due soli di fronte al mare.
     - Si, sì, hai ragione, - fa la donna (si ripete allo stesso modo dell'altro: sembrano un disco incantato), - stasera è tutto diverso, è davvero speciale fra noi!
     I due così si abbracciano (fa freddo: lui sfila l'impermeabile e lo appoggia sulle spalle della donna), si baciano e poi si abbracciano un'altra volta. Alla fine si tengono per mano: così, tutta la notte ad ascoltare il suono del mare, ad osservare il cielo; insieme fino all'alba...proprio come due innamorati. Hanno voluto fare un gioco diverso, questa volta, Albert e Frances; hanno voluto giocare in maniera diversa ma sono sempre e soltanto amanti: lo hanno già capito dentro di loro.

    Taranto, 7 marzo 2016. 

  • 21 ottobre 2020 alle ore 14:24
    Morte di un clochard romano

    Come comincia:  Giacomo era un clochard di Roma, aveva cinquant'anni e di certo non li portava bene...mezzo secolo di vita, insomma, e sentirlo tutto sulle spalle. Da venti anni viveva in strada: la notte, tutte le notti di ogni santo giorno per trecentosessantacinque giorni all'anno! Di giorno a chiedere l'elemosina, ad elemosinare la quèstua per un caffelàtte, magari un cornetto o un panino. Raccoglieva cinque, sei o sette euro e subito scappava al bar o al supermercato (molti senza lavoro e fissa dimora fanno così: per evitare di accumulare cifre più grosse e poi...perché nessuno di loro ha un conto in banca o aspira ad aprirlo, un giorno!). Dopo lo trovavi spesso a piazzale Ungheria, in vicinanza della zona delle ambasciate, al quartiere Parioli. A volte si univa a ragazzi dell'est e indiani, o cingalesi, o del Bangladesh che chiedono elemosina ai semafori o puliscono i vetri delle macchine in transito, altre a degli artisti di strada e con loro intonava qualche motivetto blues. Era stato un musicista, Giacomo, da giovane; aveva suonato il clarinetto in una piccola band di provincia, in Abruzzo; ed era stato pure in America, nel Kentucky, in Illinois, nel Missouri e sul fiume Mississippi...aveva ripercorso la "via del blues", in quella lontanissima estate del '79 (un sogno coltivato sin dalle scuole elementari e finalmente messo in opera), lungo la mitica route 69: egli conosceva a memoria i pezzi di Charly Patton e Lead Belly, quelli di Robert Johnson e di "Big Bill" Broonzy, "Blind Lemon" Jefferson, Son House, Skip James e molti altri che spesso il padre, grande appassionato di blues, ascoltava. Quando era tornato a casa da quel viaggio, durante quell'estate, tutto li sembrò diverso: toccò il paradiso con entrambe le mani...aveva conosciuto il sesso e l'amore ma anche la droga e l'alcol, in America; e poi aveva preso il vizio delle puttane e del gioco: trovava un lavoro e lo perdeva, ne trovava un altro e perdeva anche quello, magari il successivo durava, a volte ma no molto spesso, però, qualche settimana in più del precedente: tuttavia era sempre lo stesso andazzo, non cambiava nulla. Paradossalmente dopo quel viaggio tanto agognato era cominciata la sua parabola in discesa, il declino personale e di uomo: negli anni ottanta morirono i genitori, perse anche la sorella, morta accidentalmente nel corso di una rapina. Si ritrovò così senza casa e a vivere da solo...sperduto a vagare nelle strade della grande città: all'inizio può essere un impatto devastante, quasi letale per alcuni. Riuscì a disintossicarsi dall'alcol e dalla droga grazie all'aiuto di qualcuno; viveva in città di elemosine ma a volte anche di furtarelli ed espedienti. Per un po' sparì dalla circolazione: si accodò ad un gruppo di artisti girovaghi rom e girò per l'Europa intera, in Ungheria e Romania, in Iugoslavia e poi in Russia, in Belgio, Francia e Germania...era stato un modo per cambiare aria, ma la vita del barbone ce l'hai dentro, lei ti marchia eppoi ti...come il richiamo della foresta per le belve e per i primati. Nel 1990 aveva ripreso la sua vecchia occupazione a tempo pieno: la strada, in fondo, era la sua vita, il suo habitat ideale; quelli come lui, senza fissa dimora e occupazione, non possono farne a meno, entra nel sangue e nella testa come la droga, l'alcol, il gioco, una bella donna, magari; vivere diversamente per quelli sarebbe come calarsi in un'altra dimensione, invivibile...toglierli il respiro e farli morire soffocati. Alcuni suoi amici erano morti di freddo, anni fa. Lo scorso anno anche Alfredo, suo compagno di bevute e di stanza, se n'era andato (insieme condividevano una roulotte abbandonata, a volte, allo "stalag 17", come tutti quelli come loro lo chiamano, vicino una pineta in periferia),  falciato senza pietà da un'auto pirata al Tuscolano. Era triste da un po', Giacomo, a volte imbronciato e malinconico, ed aveva perso quel sorriso e il suo fare scanzonato che sempre l'accompagnava nonostante tutto, nonostante quella vita di merda che - comunque - nessuno sceglie mai di vivere: forse, chissà, dentro sé stesso presagiva qualcosa, immaginava, sapeva. L'altro ieri sera, dopo aver smesso di suonare l'armonica per i passanti dirimpetto al "Mattarello", ristorante d'asporto, a piazza Cuba, e all'altezza della fermata del 168 (lo strumento gliel'aveva regalato anni fa uno di loro: subito imparò a suonarla...aveva il senso della musica e del ritmo innati, Giacomo, il groove dentro come tutti i buoni strumentisti), aveva raccolto le sue poche cose (qualche busta di plastica piena di cianfrusaglie, una vecchia radio, un manico di scopa e nulla più) e come faceva di solito s'era incamminato verso viale Romania per percorrere non più di centocinquanta, duecento metri: nei pressi della chiesa Parrocchiale di San Roberto Bellarmino, in un angolo semi nascosto, dirimpetto a un negozio di pneumatici, aveva approntato il suo letto per la notte e s'era intrufolato nella catasta di cartoni...il suo domicilio attuale. All'alba lo ha trovato senza vita Michele Angiulli, netturbino sessantenne emigrato a Roma dalla Puglia quarant'anni fa: Giacomo era morto nel sonno, probabilmente, aveva il cranio fracassato e versava in una pozza di sangue; una spranga di ferro, lunga quaranta o cinquanta centimetri, giaceva per terra accanto al suo corpo inerme. Forse...chissà? Giacomo era un barbone, aveva cinquant'anni, è stato trovato morto: "una bocca in meno da sfamare", diranno in molti (ma mangiava davvero così tanto?). Per altri invece un rompicoglioni maleodorante in meno da sopportare e da annusare, in giro per il quartiere, e un impiccio in meno per il Comune che dovrà anche sostenere le spese funebri. Ma si, dai, meglio così, in fondo...in fin dei conti era solo uno di quelli che non aveva nulla da perdere e non lascerà niente a nessuno; era soltanto un barbone, un clochard come li chiamano adesso gli esterofili, i puristi ed i signori più distinti: a chi fregava un cazzo di Giacomo?

    Taranto, 21 ottobre 2020.

  • Come comincia:                                                   "Tutto ciò è adesso, tutto ciò è andato, tutto ciò è in 
                                                       divenire; ogni cosa è intonata sotto il sole ma il sole
                                                       è oscurato dalla luna"
                                                       (da: "Eclipse", di Roger Waters, 1973).
     
     Dov'è l'effimero della nostra esistenza? Quant'è l'effimero nella nostra esistenza? Non allarmatevi, nessuno lo faccia, per carità: non sono le classiche domandone da cento milioni di dollari, tuttavia penso che il peso ed il senso della nostra esistenza (per alcuni può essere beata, placida e tranquilla, per altri invece irta di ostacoli e tempestosa: la via di mezzo sarebbe quella assolutamente piatta, molto peggio della noia e dell'oblio messe assieme...un elettrocardiogramma senza onde d'urto, insomma!) possa riassumersi in queste due domande a cui molti non sapranno mai rispondere nel corso della loro vita, mentre altri tralasceranno invece volutamente di farlo: per mancanza di stimoli, per noncuranza o disinteresse, per volontà di "aggirare" l'ostacolo o per effettiva incapacità a farlo. Sembra chiaro, tuttavia, a mio avviso, che ogni cosa ruoti intorno a tale dubbio amletico di natura - per così dire - logistico-quantitativa: dove e quanto [sia] l'effimero? Le risposte ho provato a darle in queste righe: l'ho fatto senza avere la certezza matematica di esserci riuscito per il meglio e, soprattutto, non perché mi ritenga esser migliore di chiunque altro, ma soltanto perché cerco sempre di mantenere le promesse, di...rispondere alle domande: tanto a quelle che mi pone qualcun altro, quanto a quelle che mi pongo da me stesso! Ebbene, direi proprio che l'effimero nella nostra esistenza è molteplice, anzi, tantissimo: probabilmente essa è tutto - e soltanto - "effimero" e sebbene esso [l'effimero] si presenti a volte sotto mentite spoglie ed indossi l'abito colorato, divertente, ironico e financo fantasioso e fantastico, resta pur sempre - e soltanto - effimero. Ogni cosa che noi facciamo è subordinata a questo, ogni nostra azione o decisione che mettiamo in atto o prendiamo è effimero; ogni cosa che innanzi ci appare altro non è infatti...se no qualcosa di diverso da ciò che è e tutto ciò che appare o può apparire è sempre ciocché non è: pura illusione. Tutto è, non dimentichiamolo mai, iridescente ma assoluta vacuità. Quello che ci appare è di certo la realtà ma essa non è mai verità assoluta: è effimero, appunto! Eppure la maggioranza degli esseri umani sembrano essere ciechi; tutti noi restiamo ciechi, sordi e muti dinanzi a tutto questo che è semplicemente uno stato di fatto, lo "stato" delle cose, l'assolutà verità che...verità assoluta non è mai, appunto! Tutti ci comportiamo, e viviamo, ed agiamo in funzione di altro, senza tener conto di quanto incomba...dietro l'angolo, di ciò che pende...come una spada di Damocle sulle nostre teste e sulla nostra vita, sul nostro destino. Mi chiedo perchè ciò accada? Forse perché camminiamo, ci muoviamo, viviamo a cento allora, pochissimo slow: andatura troppo forte per poter renderci conto delle cose che ci circondano, poter riflettere e contemplare su di esse, carpirne il vero significato e reconditi segreti. Penso, però, che un giorno l'umanità tutta si fermerà: quando - e se - ciò avverrà a me come a nessuno è dato sapere...magari non ci sarò più per vederlo di persona e come me molti altri non ci saranno più, tuttavia son sicuro che a quel punto tutti capiranno tutto, ogni cosa; capteranno, cioé, che ogni cosa è effimero e la vita stessa non appartiene a nessuno: ovvero, che non è nostro dominio e (di) nostra proprietà. Ma torniamo ora alla prima delle due domande: dove si trova l'effimero della nostra esistenza? Come detto (magari mi ripeto, ma lo faccio appositamente e ben volentieri!), a mio avviso è in tutto, in ogni dove; esso è in tutto quello che pensiamo, diciamo o facciamo; è nel nostro pensare, nel nostro agire, nella stessa nostra essenza di esseri umani: nei sogni che facciamo in ogni istante della giornata (e magari, chissà, anche negli incubi!), ad occhi chiusi o aperti; nei progetti di vita che disegnamo o nei percorsi (di vita) che ci prefiggiamo di percorrere e poi percorriamo; nei pensieri, a volte tormentati, che facciamo; nelle persone o nelle cose che abbiamo amato, in quelle che amiamo ed in quelle che ameremo; nelle parole  dette ed in quelle non dette, o in quelle che abbiamo semplicemente pensato e che avremmo voluto dire.

    Taranto, 11 settembre 2013. 
                                                 

  • 19 ottobre 2020 alle ore 17:07
    Timema

    Come comincia: Stamattina c’è talmente tanto silenzio che i miei passi sulla neve mentre salgo verso la cima della collina sembrano l’unico rumore del mondo intero.
    A volte premo il piede talmente forte da scansare la neve e vedere la terra, che altrimenti non vedrei mai.
    Dovrebbe essere metà Settembre.
    A due chilometri di distanza da dove sono io, è di guardia S., che indossa il costume cucito da un suo avo intrecciando pelle di bufalo e rami secchi. Fa davvero paura, tutti si complimentano con lui. Nessuno l’ha mai visto in faccia.
    A quest’ora è tutto azzurrino, neve e cielo, e non sei tu che guardi le distese spoglie, sono loro che guardano te e ti chiedono se ce la farai anche stavolta a raggiungere il bosco.
    Il costume che indosso io è pesantissimo. E’ tutto di pelliccia dal pelo lunghissimo e bianco, solo sulle mani e sui piedi mi hanno imposto di colorarlo di nero per rendermi distinguibile da tutto il paesaggio, così ho preso una bomboletta spray ed ho agito. Il pelo si è appiccicato formando un crostone e questo odore non se ne andrà mai. Dall’interno lo sento sempre benissimo, ma dicono che i fumi  che respiro mettano in moto il cervello e mi facciano rimanere sveglio fino alla fine del turno.
    I buchi per gli occhi li ho più o meno all’altezza del collo di questo mostro che interpreto, e la mia testa serve solo per sorreggere la sua testa gigante che occhi non ha.  Nessuno ha mai visto in faccia nemmeno me.
    In tutto siamo cinque. Facciamo lo stesso lavoro e nessuno ci conosce, ma siamo importantissimi.
    Ci piazziamo ai confini della foresta e facciamo la guardia. Dalla mattina alla sera. Tutti i giorni.
    E’ un’usanza antichissima. Dentro la maggior parte di questi costumi sono morte almeno 20 generazioni.
    Non possiamo cambiarli perché, chi arriva, deve riconoscerci e pensare a noi come alle stesse immonde bestie immortali, vive e vegete anche cent’anni fa. Quelle delle quali ha parlato loro il nonno spaventato e il trisavolo prima di lui, mentre ancora sudava dalla paura.
    I mostri che non muoiono non sanno di campo di margherite e, per attenerci alla vera verità delle nostre vite, questi costumi non sono mai stati lavati.
    Una volta ho fatto un calcolo: lo sporco accumulato in centinaia di anni, aumenta il peso dei nostri costumi almeno del doppio. E penso a quelli che verranno, se saremo bravi a mantenere in piedi questo piccolo esercito, che per sostenere costume, strati di sudore, mari di goccioline di saliva e tappeti di capelli persi, dovranno trascinare i piedi.
    Sarà un supplizio, ma pur sempre un onore.
    Ogni tanto, attraverso gli alberi, sbuca della gente, che subito corre impazzita ad avvertire altra gente, la quale, impazzita, viene a darci la caccia.
    Da quando faccio questo mestiere, dicono ne siano stati fucilati almeno dieci di Timema come me.
    Di visitatori ne sono stati uccisi da noi almeno il doppio, per quello non vengono più.
    Abbiamo un regolamento da seguire anche nelle aggressioni. Azzanniamo alla giugulare come fanno i leoni con le gazzelle, infieriamo con le lame che abbiamo nelle zampe.
    I vestiti delle nostre vittime li indossiamo subito, appena le uccidiamo, sotto i costumi. Per avere un legame con qualcosa di umano ed aumentare l’odore pestilenziale che ci circonda con quello del sangue rappreso.
     
    Saranno almeno 5 anni che nessuno oltrepassa il confine del bosco.
    Venire fin qui è considerato troppo pericoloso perfino per i selfie, il che vuol dire allerta massima.
    Siamo in completo isolamento, passiamo i turni guardando gli animali passare, le ombre cambiare, la neve accumularsi. Dal silenzio, sono riuscito a stilare un vocabolario dei fruscii.
    Ogni tipo di suono si ricollega ad un preciso tipo di evento che sta per succedere.
    So come le foglie sfregano tra loro quando sta per arrivare un temporale, la frequenza che hanno i rami quando i vari tipi di uccelli si posano su di loro, conosco il rumore di un orso che si gratta sulla corteccia, ho avuto il privilegio di campionare il distante rumore confuso di erba e rami secchi di una coppia che giocava a rincorrersi.
    Tutte queste cose che si muovono, ti fanno capire quanto tu sia immobile, ed in un modo o nell’altro aumentano la tua voglia di sbranare chiunque valichi il confine.
    Per rabbia e per invidia.
    Un uccello che si muove tra le fronde in modo ordinario non stimola nessuna ghiandola, ma appena individuo uno battere d’ali più veloce e frenetico del solito, il surrene produce ventimilioni di litri di adrenalina.
    Conosco i canti d’allarme di tutte le specie.
    Molti animali hanno tonalità diverse per identificare un predatore d’aria da uno di terra.
    Alcuni cantano per trarre in inganno i rivali.
    In tutto questo tempo, per tenermi sveglio, ho iniziato a credere che tutti gli animali pensino alla mia salvaguardia. Che ogni allarme sia lanciato per avvertire me.
    Il risultato è che ho sempre l’adrenalina a mille, i muscoli in tensione.
    Di solito, i canti di allarme vengono preceduti da un attimo di quiete assoluta, per poi esplodere.
    La quiete prima della tempesta.
    Mi agita di più il silenzio che il grido in sé.
     
    Oggi la calma mi gela il sangue. Non si muove una foglia. Mi aspetto che pure gli alberi, di qui a poco, imparino ad urlare per mettermi in salvo.
    Sudo freddo. Non muovo nemmeno le gambe per non strofinarle.
    Forse è stata una goccia del mio sudore, che dalla fronte è caduta sulla pelliccia, a fare un tonfo sufficiente per dare il via al delirio.
    Esplode tutto.
    Ogni singola specie lancia il suo grido all’unisono.
    Il luogo più silenzioso del mondo si trasforma d’un tratto nel frastuono di tutte le metropolitane, di tutte le stazioni, di tutti gli aeroporti, di tutti gli zoo, di tutti i mattatoi.
    Mi tappo le orecchie, chiudo gli occhi, sento scappare ogni senso di comprensione.
    Percepisco l’aria spostata dalle ali degli uccelli che mi volano sopra la testa, così bassi da sembrare volermi toccare le spalle, volermi scuotere e portare via.
    Non posso muovermi dal rumore, sento talmente tutto da non distinguere nulla.
    Penso agli altri, spero stiano bene, spero riescano a muoversi ancora e credano che anche io riesca ancora a farlo. Che non vedano anni di aggressività rannicchiate dalla paura.
    Non è durato molto, in realtà. 30-35 secondi e poi è cessato tutto.
    Piano piano mi rendo conto di non aver perso nessuna funzione vitale.
    Comincio a respirare e sento l’ossigeno. Muovo  un ginocchio e riconosco muscoli ed ossa. Abbasso la mano per sentire il familiare freddo della neve.
    Aprire gli occhi mi fa paura.
    Ancora devo mettere a fuoco, ma è chiaro che queste sono scarpe, che davanti a me c’è qualcuno.
    Non è mai successo. Nessuno si è mai avvicinato così tanto, li abbiamo sempre uccisi prima. E’ questo a sconvolgermi.
    In un attimo balzo all’indietro, sbatto contro un albero e guardo meglio.
    In questi anni, l’unico rumore che è mancato e che sento fortemente adesso, l’unico grido di allarme che non ho mai udito, è stato il pulsare del mio cuore.
    Davanti a me una donna sui 30 anni, immobile, con le mani sprofondate tasca ed un cappotto scuro che ne nasconde ogni forma.
    Berretto giallo e capelli viola.
    Ho visto tante cose orrende nella mia vita, tanti scempi, tanti crimini, tanti dileggi, ma quello che ora mi fa davvero paura, una paura folle, è questa donna che sorride.
    Dice - E’ vero che voi uccidete tutto quello che vedete?
    E’ difficile sentire dopo tanto tempo parole con una voce diversa dalla tua. E’ difficile perfino capirle.
    Dopo tanto tempo sei convinto che tutto sia nuovo e straniero. Se riuscissi a guardarmi allo specchio, aggredirei anche me stesso nel tentativo di capirmi.
    Le sono addosso in un attimo.
    Le spingo le spalle a terra con le zampe anteriori, le avvicino il muso in modo che senta la mia puzza e inizio a piegare la testa per colpirla con le corna.
    Dice –Senti-
    Con i primi graffi sulle guance, dice –Mi fai provare il tuo costume?-
    Se non avesse sfregato la fronte sul muso della mia maschera come un gatto, l’avrei sbranata. Fatta a pezzi. Sbrindellata per tutta la foresta.
    Ma l’ha fatto, e la lascio libera di alzarsi, stando fermo, in piedi, a pochi passi da lei.
    Quando si alza, sono paralizzato.
    E’ ferita sulle guance e sul collo. Ha delle lesioni, ma non sembra perdere nemmeno un po’ di forze, come se la sua energia non fosse propriamente nel sangue.
    Si toglie di dosso i fili d’erba, recupera il berretto che era schizzato via e si avvicina risistemandoselo in testa.
    E dopo mi tocca.
    Dopo che per almeno dieci anni a toccarmi era stato solo il materasso dove dormivo.
    Dopo che mi ero dimenticato ci si potesse toccare.
    - Ci dev’essere una zip da qualche parte.
    Strati di lerciume, strati di tessuto, strati di sudore si frappongono tra il vero me e lei, ma quella mano comunque mi tocca gli organi, mi coccola i globuli rossi, mi devasta i filamenti di dna.
    Il mio costume è chiuso dall’interno con diverse cinghie che me lo assicurano alla vita, ed io ne slaccio solo una, in modo da creare una fessura da dove può entrare.
    Lei è dietro di me, e posso ben immaginare cosa sente.
    Le fibbie di sostegno hanno ormai creato degli irrimediabili solchi sulla mia pelle, ma lei non si ritrae, ci passa le dita su e già come fossero sulle onde del mare. Sicuramente le sto lasciando nei polpastrelli uno strato di unto. Sicuramente sta scuotendo un equilibrio di storie che mi si è incollato addosso più del mio costume, se ne porta via dei pezzetti.
    Chissà se mi vede in faccia.
    Chissà se può dirmi come sono.
    Ne sono terrorizzato. Sono terrorizzato dal fatto che possa vedere in me qualcosa di diverso oltre al mostro ammazzatutti che sono abituato ad essere.
    Può, un’altra persona, dirti chi sei?
    Può, perlomeno, suggerirtelo?
    Non avrei mai dovuto permettere un tale avvicinamento. Da bestia selvatica, non avrei mai dovuto permetterlo.
    Mettevo me in pericolo, mettevo la mia gente in pericolo. Sicuramente avrebbe sparso la voce e sarebbero arrivati turisti, turisti a frotte, convinti di poter fare di noi quello che volevano.
    “Non sei così terribile. Non sei come la gente che c’è da me, ma non sei così terribile.”
    Ride sottovoce e mi abbraccia.
    Mi abbraccia.
    Ma ci ho pensato dopo, dopo che l’ho spinta via ringhiando, che quello era un abbraccio.
    Ci ho pensato davvero troppo tardi, quando la stavo rincorrendo furioso dentro la foresta da dov’era arrivata, che quella non era una morsa mortale.
    Me ne sono reso conto mentre la volevo morta che volevo che restasse, che volevo lo ripetesse.
    E lei è scomparsa tra i tronchi, tra l’ombra, tra il buio, sempre più piccola. E’ scomparso il suo cappello, sono scomparsi i suoi capelli viola.
    La mia corsa furiosa, il mio inseguimento feroce, il mio non toccare nemmeno la terra da quanto veloce mi muovevo, si trasforma presto in un camminare lento, da investigatore, un trascinare di piedi, un solcare il terreno creando due binari.
    Quando corri, corre tutto, tutte le forme, e non hai tempo per distinguerle, ma appena ti fermi si delineano, hanno di nuovo un contorno.
    Al buio, le curve delle foglie diventano luminose di brina. Se lei fosse qui, nascosta da qualche parte, il suo sguardo acquoso avrebbe la stessa linea luminescente. Sono circondato da mille possibili occhi suoi, ma probabilmente nessuno dei due che ha perderebbe più tempo con me.
    Non si era spaventata quando l’avevo aggredita appena incontrata, si era spaventata quando non l’avevo capita.
    Avrei voluto chiamarla, inventarmi un nome, ma questi costumi hanno un sistema di canali sonori che trasforma ogni parola che diciamo in un terribile grugnito al di fuori.
    Non conosco altro modo per esprimermi che il ringhio, non ho mai voluto imparare niente al di fuori della rabbia.
    Sono abituato da anni a camminare con quest’armatura, ma mai come adesso, mai come adesso che ho un obiettivo diverso, che voglio addentrarmi in una nuova ricerca, mi appesantisce, mi intralcia.
    Non valuto le grandezze  dei varchi tra gli arbusti, non valuto gli spuntoni, non valuto le spine. Spero ci pensino loro a strapparmi di dosso gli strati di questo ingombro, questa scelta di vita sbagliata.
    Al costo di ferirmi, voglio tornare umano.
    In linea retta, le mie corna si impigliano sulle edere e le strappano.
    Ho studiato tutto di questi alberi, ogni suono e brusio, ma se ora guardo in alto, vedo chiaramente loro studiare attentamente me. Il silenzio è quello che si può trovare in un’aula di tribunale.
    Ed io mi studio con loro.
    In questa desolazione, in un bosco che ho guardato sempre da fuori e che ora percorro dall’interno, mi rendo conto di non conoscere affatto ciò dal quale difendo il villaggio da sempre.
    Nessuno mi ha mai realmente spiegato il significato dei canti di allarme. Ho solo supposto, me lo sono inventato. Mi sono inventato la lingua di tutti per far sì di capire sempre lo stesso messaggio: Stai all’erta, stai all’erta, stai all’erta.
    La verità è che quando esci da un ruolo inizi a chiederti se davvero vuoi interpretarlo.
    Quello di cui mi rendo conto, mentre ortiche e rampicanti si accumulano su se stesse e mi rallentano, è che ho creduto ad alcune verità solo perché facevano rumore.
    Lavorare per loro mi faceva sentire un eroe, finchè sono arrivati dei capelli viola a farmi considerare tangibilmente la possibilità di rimettere tutto in discussione.
    Ciò che io consideravo disdicevole, mi è entrato dentro, tessendomi con mano una miriade di ricordi bellissimi che avevo sempre perso tempo a non volere.
    Rami giovani di castagno richiamano la mano di robuste felci azzurrognole, diramate serpentarie saldano il patto con un preistorico equiseto intorno alle mie ginocchia.
    Il problema è che abbiamo perso il significato di alcuni gesti, il problema è che li abbiamo esclusi dal nostro lessico per essere più forti.
    Non la troverò più, non tornerà più, ed io sono praticamente fermo, intrappolato in una ragnatela verde che fa da costume al mio costume.
    E’ lo stesso confine che abbiamo tracciato che ora mi limita.
    La mia gente non l’ha fissato per un conosciuto pericolo, l’ha costruito per sentirsi unica. Speciale.
    L’abbiamo costruito per auto-proclamarci élite.
    Consapevoli di non avere niente di invidiabile da rubare, siamo stati capaci di dare un valore inestimabile al nostro stesso nulla.
    Di difenderlo dagli altri che, probabilmente, avrebbero davvero potuto arricchirci.
     
    Non ho intenzione di divincolarmi da questa rete di parietaria e rampicanti impazienti, non ho intenzione di tornare indietro.
    Il caprifoglio cresce in fretta, mi orna il collo di cappi e corone.
    Arriverà la brina ed io sarò pieno di foglie dalle curve luminose.
    Se lei tornerà, confonderà i miei occhi con qualcosa di realmente buono.
     

  • 19 ottobre 2020 alle ore 10:34
    ALESSIO E IL SESSO.

    Come comincia: Alessio quarantenne, insegnante di materie letterarie in un  liceo classico di Messina era a suo modo soddisfatto della  vita che conduceva. I suoi genitori, calabresi, contadini con molti sacrifici  avevano messo da parte un bel gruzzolo,  a sessant’anni si erano trasferiti a Castanea delle Furie in provincia di Messina, luogo di nascita del padre Calogero dove avevano acquistato un terreno che coltivavano personalmente. Erano riusciti a far studiare il figlio Alessio il quale si dimostrò a scuola intelligente ed anche furbo (aveva preso dalla madre Catena) riuscendo  a scuola a prendere sempre bei voti e superare gli esami anche per la  simpatia che suscitava soprattutto presso le professoresse ed anche per il suo fisico atletico, fisico che sicuramente non aveva ereditato dai genitori ambedue bassi e grassi. Ma mano che Alessio cresceva c’erano alcuni paesani che si domandavano da chi avesse preso il giovanotto, la solita solfa: ‘il paese è piccolo e la gente mormora’, Anche alle orecchie di Alessio erano giunte quelle voci ma lui, nato ‘moquer’ si faceva grosse risate. Anche se sua madre aveva piantato un cornicchio sulla spaziosa fronte paterna la giustificava anzi l’aveva apprezzato perché sicuramente aveva scelto un uomo prestante e quindi, lui per fortuna non aveva nulla del padre anagrafico. Era possessore di una Fiat Abarth 595 regalo meritato di una vedova cinquantenne per le sue prestazioni in fatto di sesso. Alessio era quello di: ‘una ne lascia ed un’altra ne prende.’ Dalle sue amiche la maggior parte non più giovani riceveva regali non richiesti ma sempre bene accetti, soprattutto in denaro. L’eleganza era anche la sua arma: i negozianti di viale San Martino lo conoscevano e lo ossequiavano per i suoi acquisti nei cambi di stagione. Era un allegrone, aveva i suoi buoni motivi: affascinante, dal soldo facile ed un appartamento acquistato con un mutuo al quarto piano di un palazzo in via dei Mille. Quando per la prima volta fece visitare l’abitazione ai suoi genitori sua madre si mise a piangere, forse ricordava il suo triste passato. Prima cosa stringere amicizia col portiere Rosario, Saro per tutti, aveva la faccia da parapaffio (scusate la parola complicata), insomma da paraculo per dirla alla volgare, infatti un giorno venne fuori con: “Lei ha un nome non siciliano e poi non rassomiglia…” “Caro Saro, mia madre è stata l’amante di un milanese che,  saputo della mia nascita ha chiesto impormi il suo nome e tu…” Saro capì di aver ‘trovato duro’ e  smise di far domande sciocche. La vita di Alessio ebbe una svolta quando giunse a scuola un suo collega che insegnava matematica, tale Luca, bolognese, che aveva vinto il concorso alla sede di Messina. Alessio fece presente a Luca che al suo stesso piano si era liberato un  appartamento, Luca telefonò alla consorte Adua che insieme alle figlie Jenny ed Aurora dopo due giorni giunse a Messina. Adua  era casalinga, le figlie Aurora e Jenny furono iscritte nella stessa scuola del padre. Il preside Manfredo faceva onore al suo nome ‘uomo di pace’. Era sempre sorridente, andava d’accordo con gli insegnati, con gli alunni e con il bidello, tutti lo amavano. Il cotale pensò di riunire le sere del sabato nella palestra dell’istituto, addobbata a dancing, i componenti della scuola e loro famiglie, proposta accettata da tutti con entusiasmo. Alessio more solito farfalleggiava con le varie signore, stavolta…era stato abbagliato dalla figlia di Luca, Jenny: alta, longilinea, capelli lunghi sulle spalle, vita stretta, grandi occhi nocciola, gambe ancora da scoprire, la ragazza indossava un lungo tubino azzurro. Fu lei ad attaccar bottone: “Lei non è il solito professore noioso, la vedo fuori posto fra tanti parrucconi.” “Innanzi tutto dammi del tu anche se hai diciannove  anni, me l’ha detto tuo padre, mi sembri un po’ fuori razza, tua madre Adua ha un nome particolare che ricorda la battaglia persa dagli italiani in Etiopia, tua sorella Aurora è spiccicata a tua madre,  è  il tipo della bonazza, ha un certo fascino, tu sei magnificamente fuori razza rispetto al papino.” “Io non mi pongo problemi anzi sono estremamente sincera,  mi sei piaciuto sin dal primo istante, immagino quante femminucce…” “Per ora ho vicino a me una femminuccia come dici tu che è… lasciamo perdere i complimenti, potrei essere tuo padre.” “Che noia con la storia del padre, io ce ne ho già uno che è ben fornito, proviamo a ballare?” “My darling se ti accontenti di un  orso…” I due si impadronirono di una mattonella e ci rimasero, era un modo per stare abbracciati, Alessio aveva colpito ancora ma gli era rimasto impresso il giudizio di Jenny su suo padre, che voleva dire con quel ‘ben fornito’, boh... Un lunedì mattina Alessio rimase in casa con la giustificazione, non vera, di essere ammalato, cinque giorni senza scuola, una vacanza, come trascorrerla? “Adua sono ammalato ma non troppo che ne dici di farmi compagnia?” “Dipende dalla malattia, se è quella che penso…vengo da te.” “È quella che pensi tu!” Adua si presentò in vestaglia lunga, Alessio gli offrì dei cioccolatini fondenti con dentro del whisky, Adua ne fece una scorpacciata con la conseguenza che il liquore fece il suo effetto e l’interessata fece cadere a terra la vestaglia, la signora che aveva dimenticato di vestirsi, un gran pezzo di gnocca per dirla alla emiliana. Alessio aveva previsto quell’incontro e si era fatta una doccia, Adua preso in bocca il ‘ciccio’ già con ‘in alto i cuori’ ed ingoiò, ingoiò fin  quando finì la ’materia prima’. “Che bel sapore e quanto…che ne dici di far visita al ‘’fiorello’ ma vacci piano…” Alessio non ci andò piano e Adua emise quanto lamento poi finito in  un gemito per orgasmo prolungato. “Mai avuto dentro un cazzo così grosso!” Adua si era data al linguaggio volgare ma sincero! A riposo ambedue Alessio: “Cara dimmi la verità su Jenny, non assomiglia né a te né a tuo marito.” “Lui sa tutto, è figlia di un suo conoscente industriale, ricchissimo che sovvenziona nostra figlia ogni mese, la voleva con sé ma è sposato. Ora sai il mio segreto, mi raccomando discrezione!” Il sabato pomeriggio durante il ballo Jenny notò o meglio sentì la durezza di quel bozzo nei pantaloni di Alessio, aprì le braccia come per dire ‘purtroppo qui non possiamo fare nulla.’ La ragazza lo volle rincontrare a casa di lui con la giustificazione di ripetizioni da parte del professore, Adua non era molto d’accordo sulla loro frequenza perché pensava che Alessio fosse diventato il suo amante esclusivo ma non aveva argomenti per contrastare il volere di sua figlia. “Volevo dirti che non assomigli per niente a tua sorella.” “Hai ragione, Aurora ha diciotto anni ed è ancora vergine, uno spasso, la prendo sempre in giro, lei dice che sinora non ha trovato nessuno che le piace. Io amo il sesso sempre con maschietti di mio gusto e tu sei uno di quelli, dopo la lezione che ne dici di…” “Alessio disse dico di…” e provò sessualmente delle sensazioni mai provate in vita sua, Jenny si era scatenata ed  aveva messo a dura prova il buon ‘ciccio’ mai tanto strapazzato in vita sua, Messalina le poteva ‘fare un baffo!’ In compenso ebbe le congratulazioni della ragazza: “Ci sai fare a letto, ti metterò in cima alle mie preferenze!” Jenny diede, a richiesta di Alessio  una spiegazione delle parole ‘ben fornito’ riferite al padre. Una volta era entrata in bagno mentre Luca era sotto la doccia, per scherzare glielo aveva preso in mano e lui non ci aveva pensato due volte a infilarglielo nel fiorello, non essendo sua figlia non aveva avuto remore. Si può essere anticonformisti quanto vi pare ma quando è troppo è troppo, Alessio era rimasto sconcertato, la ragazza aveva esagerato con tanti uomini in giro…che si fosse scoperto puritano? Qualcosa cambiò nella sua vita, un pomeriggio che Jenny era andata a folleggiare chissà dove  si presentò in casa sua Aurora che inaspettatamente: “Ho visto che lei ha una Fiat Abarth 695, io sono appassionata di motori, ho anche la patente ma i miei non vogliono comprarmi un’auto, dicono che mi basta il motorino, che ne dice di farmi provare la sua auto?”  Proposta inaspettata per Alessio che notò che la ragazza era vestita elegante, si era truccata più del solito, aveva indossato tacchi alti ed emanava un piacevole profumo personale di cui non aveva mai fatto caso. “Aurora, aderisco alla tua richiesta ma quei tacchi non vanno bene, torna con scarpe adeguate alla guida e dammi del tu.” Adua al rientro della figlia a casa, venuta a conoscenza della richiesta di Alessio rimase basita, quello zozzone si sarebbe ‘fatta’ anche la sua seconda figlia! Lasciato il centro Aurora  diresse l’auto verso i monti Peloritani, era veramente brava nella guida. Arrivati a Musolino  trovò uno spazio e posteggiò l’auto. “Senti che profumo di alberi in fiore e che panorama!“ Aurora si stava ‘sciogliendo’ Alessio ne approfittò per baciarla a lungo, comprese che la ragazza, forse per la prima volta in vita sua aveva avuto un orgasmo, aveva chiuso gli occhi e si era abbandonata nel sedile. “Al ritorno è meglio che guida io, che ne dici baby?” La ragazza non rispose ma fece il cambio del posto di guida, ancora non si era ripresa, avrebbe per sempre ricordato quella prima volta anche se dentro di sé aveva pensato ad un’altra prima volta…” Jenny si fece viva per telefono: “Caro zietto zozzone ho saputo della tua ‘passeggiata’ in macchina con Aurora, mi raccomando trattala bene lo sai che è ancora vergine!” Fu la stessa Jenny che programmò ‘la prima notte di nozze’, lei era un’esperta in quel campo. Un pomeriggio disse alla madre che usciva con sua sorella per andare al cinema, solo che il programma era diverso: le due erano molto diverse: Jenny solare e sorridente, Aurora rossa in viso e preoccupata. “Alessio è un gentiluomo…good luck!” Jenny era uscita ed Aurora non sapeva come comportarsi. Le venne in aiuto Alessio: “Cara rilassati, pensa solo a qualcosa di piacevole, se sentirai dolore la smetterò subito, sotto di te metti questo asciugamano.” Aurora si era preparata mentalmente all’avvenimento che avrebbe cambiato la sua vita, fu stoica dinanzi all’ovvio dolore, non disse nulla quando Alessio riversò nell’interno del suo fiorello il ‘contenuto’ di ciccio. Alle diciannove ritornò Jenny che non fece nessuna domanda, Aurora dietro consiglio della sorella si era portato appresso un assorbente che aveva indossato, il dolore le stava passando. “Caro cognato mi sa che va a finire che diventerò io zia…” Previsione azzeccata, Alberto a quarantun anni divenne padre di un bambina bellissima che  sembrava assomigliare, a detta di tutti alla zia Jenny. La speranza dei due ‘coniugi’ era che non le assomigliasse in un certo campo…

  • 16 ottobre 2020 alle ore 14:35
    BSL-4

    Come comincia: Faccio sempre lo stesso incubo da sette anni.
    Le mie gambe sono ricoperte da squame e non ho voce per urlare.
    Nuoto in fondo ad una metafora e solo le parole sono la mia ancora di salvezza.

    Lobha White è morto, Jude.
    L'ho visto ieri mentre lo trasportavano su un pezzo di legno avvolto in una coperta sporca e impolverata.
    Le orecchie si muovevano e per un momento mi hanno ingannata; ho pensato fosse ancora vivo, ma era solo perché i due che lo trasportavano, incitati dal governatore, il suo strozzino e padrone, correvano affinché non esalasse l'ultimo respiro in strada sotto gli occhi di tutti.
    Lobha White è morto, senza aver conosciuto libertà. Se non per quei venti centimeri che lo separavano dalla catena al muro bianco di fronte ad esso.
    Lobha White è morto nella finzione di questa scenografia distopica, in cui anche il cielo adesso pare esserne parte.
    Ed io faccio sempre lo stesso incubo da sette anni. Non ho gambe per correre né voce per urlare e solo l'alfabeto, in questo turbinio di sentimenti tritacarne, mi salva da morte certa.
    Affinché anche senza voce, possa continuare a intonare la mia canzone di rivolta.

  • 14 ottobre 2020 alle ore 12:10
    La nave

    Come comincia:  Penetrando dense nebbie in una notte d'ottobre la nave, senza nocchiero né timone navigava in mare aperto...era sacro il suo cammino?! Una calma fluida l'accompagnava e le onde piatte, solcate di prua, si stagliavano innanzi a lei mentre lo stridulo lamento d'un grande e giovane albatros la seguiva alle spalle. D'un tratto, di traverso alla nave apparve tra le nebbie una stella colorata di rosso: sembrava un vecchio fantasma ma non era la stella che tutti attendevano, quella...polare.
     -L'appuntamento non è lontano! - gridò un marinaio all'equipaggio. La nave, intanto, continuava a navigare - seppur lentamente - e le nebbie, nel frattempo, cominciarono via via a diradarsi. La ancestrale meta era sempre più vicina. Ad un tratto alcune macchie di luce squarciarono la notte ed il suo cielo e le nebbie, così, sparirono del tutto: era quello il "punto"! La nave cominciò ad inabissarsi in un vorticoso gigantesco gorgo: un attimo soltanto e scomparve...l'espiazione a quel modo s'era compiuta, quella dell'equipaggio e quella d'ogni uomo sulla terra. Dopo tutto ciò un'arcobaleno, colorato solo di rosso e nero apparve in cielo tagliandolo in due: preciso lo recise, come un chirurgo; mentre dal suo riverbero sul mare, proprio nel punto in cui la nave era scomparsa, uscì una bellissima sirena bianca: ella agitava due fuochi di Sant'Elmo tra le mani ed andò intonando uno strano canto di morte. I resti di quella nave dormirono per sempre negli abissi profondi del mare ma una bottiglia vuota tornò a galla: trentatré giorni dopo, su una solitaria spiaggia fu ritrovata da un vecchio pescatore con una gamba di legno...misteriosamente conteneva un foglio bianco senza nulla di scritto sopra. Il pescatore così lo estrasse dalla bottiglia, poi lo accartociò e lo lasciò sulla sabbia; dopo di che tornò alla sua capanna con la bottiglia vuota. La notte seguente il pescatore morì ma nessuno mai trovò una bottiglia nella sua capanna.

    (da un quadro di J. W. M. Turner: "La nave negriera"). 

  • 12 ottobre 2020 alle ore 16:55
    Le ragazze dello zoo

    Come comincia:  Lo zoo è al di là del fiume, un pezzo di muro lungo non più di dieci auto messe in fila, una di seguito all'altra. Costeggia la discarica: c'è sempre tanfo di marcio laggiù e un nugolo di grossi corvi, come capre, bruca le piccole chiazze d'erba che circondano una vecchia casa, inabitata da tempo, in fondo al viale parallelo allo zoo...i volatili sono i guardiani di quella casa e dello zoo: quando annusano il pericolo gracchiano forte per dare l'allarme. Un tempo, in quella casa vi abitava un vecchio insieme ad una bambina: Sam e Sandy. Il vecchio aveva cresciuto con amore quella bambina, trovata tra i rifiuti una notte di venti anni prima: avvolta in un plaid rosso e abbandonata non si sa da chi. Il vecchio poi morì e quella bambina, ora divenuta una splendida ragazza bionda e cogli occhi azzurri, frequenta la sera lo zoo e pure di notte insieme ad altre ragazze e ad altri ragazzi diversi: quelle e quelli che vendono i propri corpi per pochi denari, sufficienti appena a comprarsi una dose, a volte, o una bottiglia di whisky doppio malto per scaldarsi le budella quando fa freddo, in inverno. Tutti sanno, oltre il fiume, nella parte nuova della città che lo zoo è off-limits in certe ore: già dalle dieci di sera, a volte un po' prima, un viavài di grosse auto e nere avviene vicino al muro e una ragazza o un ragazzo così si imbarcano, spesso insieme. La scena è sempre uguale, si ripete in maniera meccanica quasi rituale e chissà se volutamente o meno: la vettura o le vetture si fermano, il finestrino si abbassa, una mano fa un cenno e una ragazza (o un ragazzo od entrambi), apre poi lo sportello, si infila dentro e...via! Sandy frequenta lo zoo da tre anni, ormai. Prima era una "citoyen" normale e poi...il suo gruppo allo zoo era prima composto da quattro donne come lei: da sei mesi manca Karin, una trans giunta dal nord, un'estate; l'aids l'ha portata via e Sandy ha pianto per ore quando è successo, dopo aver fatto le notti per due settimane al suo capezzale. Sandy voleva un gran bene a Karin: era orfana come lei e sapeva farsi amare, darsi con tutta sé stessa agli altri quando lo faceva. Ora sono tre le "ragazze dello zoo": tutti le chiamano così anche se la sola ad essere etero è proprio Sandy. Una di loro si chiama Garrity, l'altra Runkle. Le tre vivono in una capanna nel bosco, poco distante dallo zoo e fanno tutto insieme, a volte anche il sesso: sono inseparabili tranne quando lo fanno con gli altri. Runkle è stata la più precoce tra le tre, ha imparato a venire in bocca ad un uomo appena a tredici anni: quello stesso uomo gli insegnò ad usare bene il suo culo e come si fa ad avere un orgasmo. Nonostante tutto le tre ragazze sono felici. Hanno capito che la loro vita è quella e probabilmente nessuno potrà mai cambiare lo stato delle cose: hanno capito che nessuno può scantonare dal percorso che il destino riserva ad ognuno, che sia bello quanto che sia brutto. Nessuno può farci nulla: devi seguirlo e andare dove ti porta...come fa un giunco alla mercé della corrente quando percorre il fiume. Le ragazze non credono nella redenzione ma solo in una filosofia abbastanza spiccia e cruda seppure semplice: vivere alla giornata, senza pensare al futuro. Ne hanno passate tante insieme e ne hanno viste di cotte e di crude. Una volta Sandy portò un trans con l'epatite C dietro il muro. Quello aveva una grossa catena d'oro al collo e lei gliela sfilò, dop'averlo minacciato con un cono di bottiglia. Poi fece l'amore con lui ma non sapeva fosse malato: glielo disse lo stesso trans, dopo. Sandy allora si pentì del suo gesto e ridiede la catena all'altro, poi l'abbracciò e li disse:
     - Non sapevo fossi malato e non sapevo neanche tu fossi un trans, ma...rimane una cosa tenera quello che abbiamo fatto! Quel ragazzo morì qualche mese più tardi e spesso Sandy porta delle margherite sulla sua lapide al camposanto. La strada ha delle leggi non scritte...quelli che studiano sui libri e consultano codici non le conoscono affatto. Un'altra volta accadde che la moglie di un cliente trovasse Sandy e l'uomo insieme, in una camera d'un motel sull'autostrada. La donna sparò al marito colpendolo di striscio e poi scappò: fu una fortuna per Sandy e per il marito della donna. Qualche mese fa Sandy stette da una zingara, in città: lo ha fatto senza un perché, una ragione particolare, magari...per ammazzare il tempo o spendere, chissà, qualche quattrino extra guadagnato. La donna li ha letto la mano e li ha predetto il futuro: "troverai un ragazzo che ti piace un giorno, lo sposerai ma dopo lui finirà insieme ad un trans che possiede un solo paio di scarpe!". Sandy ora preferisce non pensarci a quella strana profezia, in fondo è sempre meglio la realtà...lasciarsi guidare dalla corrente e vedere dove ti conduce. Lei è una ragazza dello zoo e forse lo sarà per sempre!
    (liberamente ispirato a: "Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, di K. Hermann, H. Rieck, Christiane Vera Felscherinow)

    Taranto, 12 ottobre 2020. 
         

  • Come comincia:                                                     - Gli dei concessero questa richiesta, e da allora
                                                        in poi il corpo di Ermafrodito conteneva sia il maschio
                                                        che la femmina.      

    - Luna è una bellissima ragazza trans, ha i capelli scuri e gli occhioni verdi...nei suoi occhi è scritto (ancora) il dolore a caratteri cubitali: ne portano i segni più del suo corpo perché lo hanno toccato con mano, lo hanno subito a causa della cattiveria degli esseri umani. Luna è nata ventinove anni fa in uno slum di San Paolo, in Brasile. Il suo nome da uomo era Carlos. Non conobbe mai i genitori, crebbe in un'orfanatrofio pubblico. Sin da tenera età capì di essere diversa, si sentiva strana in quel corpo, quasi un'estranea...non voleva essere un uomo. A quattordici anni scappò via, cominciò la sua vita per strada e iniziò a prostituirsi per darsi da vivere: inizialmente lo faceva solo con uomini, sentendosi attratta verso persone del suo stesso sesso. Riusciva a guadagnare il denaro appena necessario per sopravvivere. Dormiva in spiaggia o nei cassonetti della spazzatura, quand'era fortunata in capanne di cartone tenute in piedi alla bene e meglio o sotto gli alberi. Qualche anno dopo la musica cambiò: Luna iniziò la sua transizione mentale ed il passaggio ad un corpo di donna. Si accoppiava e si prostituiva ancora con uomini ma...in maniera diversa: (facendolo) sentendosi donna, la cosa che - in fondo - aveva sempre desiderato, sin da bambino. Conobbe un medico, una donna di nome Loriana (la chiamava Lori: era una donna gay) che le diede sostegno morale e l'aiutò col denaro. A vent'anni il suo corpo era completamente cambiato, finalmente Luna si sentiva "sé stessa". Continuava a prostituirsi, lo faceva più volte al giorno: adesso sia con uomini che con donne, nei quartieri bene della città; ma non li piaceva vendere il proprio corpo, non li era mai piaciuto: lo faceva per denaro! Le cose, tuttavia, erano diverse per lei adesso (riusciva a pagarsi una stanza e non viveva più per strada) ma non per i suoi clienti.
     - Gli uomini vogliono il tuo corpo, - diceva Luna a Lori, - desiderano penetrare in te, e molti ci desiderano a tal punto da rischiare persino di perdere l'amore della famiglia, della propria donna ed il suo rispetto: è una voglia morbosa, la loro, voglia di sesso e basta; ma una cosa non cambia mai e...ti guardano con superiorità, quasi a volersi sentire migliori di te, con disprezzo il più delle volte, nonostante approfittino del tuo corpo e lo desiderino, sino a farti sentire sporca: un sacco di lurida merda. Ogni uomo lo fa, ogni uomo ti chiede con quanti uomini sei stata? Quanti cazzi hai succhiato? A che età ti hanno sfondato il culo? Nessuno ti chiederebbe mai come ti chiami? Quanti anni hai? Perché batti il marciapiede? Per gli uomini che ti pagano sei sempre una puttana, lo sarai per tutta la vita: solo ed unicamente una fottuta puttana trans! 
     A ventidue anni fu vittima della tratta degli esseri umani, dopo gli accadde ancora nel corso della sua vita. Racconta spesso quanto li è accaduto. 
     - Mi hanno proposto molte volte di viaggiare, - dice Luna, - sin da quando avevo sedici anni. Un giorno, un cliente mi disse: "Sei così carina, sai che faresti un sacco di soldi laggiù? Le donne diverse sono richiestissime. I giapponesi amano molto le trans, amano la perversione e tutto ciò che è perverso!".
     Così, speranzosa ed attratta dall'idea dei guadagni facili, Luna affrontò il viaggio spendendo tutti i suoi risparmi (circa duemila dollari). Il cliente conosceva un intermediario a cui parlò di Luna ed il quale - a sua volta, - parlò al prestanome locale che era una donna giapponese di quarantotto anni: si chiamava Kenzo Hiruo e girava sempre su una Jaguar grigia insieme a due uomini coi capelli corti e occhiali scuri; la chiamavano tutti "Kapò" per via dei suoi modi non del tutto cortesi ed oltre modo spicci e risoluti, ma anche...la "missionaria", per la sua attitudine a provare quella posizione durante il coito e quella a reclutare donne di strada: anche lei aveva battuto il marciapiede, da giovane, in Corea e Giappone. La donna accolse Luna al suo arrivo, all'aeroporto di Tokyo, in una mattina piovosa di metà maggio. Aveva viaggiato insieme ad altre due ragazze etero, Margy ed Evita, entrambe argentine di La Plata: vendevano il loro corpo anch'esse, non le rivide mai più. Alcuni mesi più tardi seppe che la rossa, Margy, era annegata in un fiume, in Francia, dove era arrivata per lavorare come stripper in un locale notturno. Insieme a lei aveva viaggiato anche Eduardo, viados venezuelano. C'era stato subito affetto con lui, Eduardo diventò grande amico di Luna (era difficile per chiunque non esserlo: era una ragazza molto dolce e gentile)...il suo destino era segnato, però. Anche lui aveva alle spalle una storia buia: era cresciuto nei bassifondi di Caracas a suon di risse, coltellate e marchette. Non aveva compiuto la transizione, era solo un travestito (in Brasile, quelli come lui li chiamano "trans centauro" pre-operazione): qualche giorno dopo il loro arrivo in Giappone confessò a Luna che non l'avrebbe mai fatto. Una mattina lo trovarono morto stecchito in un vicolo: aveva la carotide recisa da una rasoiata; versava in un lago di sangue, un garofano rosso in bocca ed un cartello appeso al collo con su scritto: "Fottiti, schifoso!". A Luna diedero dodicimila dollari e gli presero il passaporto. Gli dissero: "Devi pagarcene centomila per riaverlo". 
     - Quì sei sola, non hai amici, non hai nessuno che ti guardi le spalle, - disse Kapò a Luna, - devi darti da fare se vuoi che fili tutto liscio!
     Ogni ragazza doveva mantenere una media di cento clienti al mese: lei ci riusciva quasi sempre e quando non riusciva a farcela li tagliavano il trenta per cento dai suoi compensi. Altre sue amiche invece non riuscivano a tenere il passo con le richieste e allora le picchiavano dandogli pugni nello stomaco perché il viso non deve essere mai toccato: è una legge di mercato sacra per gli sfruttatori, i papponi e...la strada.
     - Una volta, - scrisse Luna a Lory, in Brasile, - il Kapò fece l'elettroshock ad alcune ragazze ("per ricondurle sulla retta via!", diceva), me lo raccontò una mia amica che lo aveva visto coi suoi stessi occhi. Decisi di scappare perché ero sul punto di scoppiare...di rottura mentale; ero ad un bivio. Però vennero a saperlo (le spie sono anche nei muri ed hanno orecchie, spesso). Il Kapò mi fece visita coi suoi gorilla, non alzò un dito e neanche la voce contro di di me e mi disse: "Ora il tuo debito è raddoppiato per riavere il passaporto...la prossima volta pensaci bene prima di farti venire strane idee in testa!".
    Kapò era una donna orribile, non parlo dell'aspetto, - scrive ancora Luna, - anzi, il suo viso era bello e lasciava trasparire dolcezza e non quella che era veramente. Non aveva scrupoli e neanche un briciolo di umanità: avrebbe anche ucciso se ciò faceva comodo al suo scopo...anche molte di noi, però, avrebbero ucciso lei volentieri!
     Così Luna riprese a lavorare ma sebbene lo facesse con tutta la volontà possibile e mettendoci tutta sé stessa (oltre al suo culo, ovviamente!) non vedeva più via d'uscita...non ce l'avrebbe fatta mai a riscattarsi. Un giorno, però, ecco la svolta: una rondine che fa primavera (lo era già: era metà aprile, ironia della sorte, del caso, del fato o...della fortuna forse!). Luna cominciò ad incontrarsi con un cliente e dopo di allora a farlo sempre più spesso: era un uomo di mezza età dai modi garbati e gentili; non voleva mai far l'amore con lei e quando erano soli nella stanza li prendeva le mani e le stringeva forte a sé, li accarezzava il viso, li dava un bacio sui capelli: quando andava via li metteva sempre un fiore tra i capelli. Era un uomo solo, a cui la vita aveva fatto tanto male (in questo erano due gocce d'acqua siamesi: lui e Luna...sembravano fatti l'uno per l'altra!); la moglie era morta, uccisa impietosamente da un cancro alcuni anni prima, non avevano avuto figli. Aveva soltanto bisogno di parlare con qualcuno, in fondo...Luna lo capì e si ascoltavano a vicenda, a volte; ascoltavano i propri silenzi, senza dirsi una parola ma guardandosi dritti in mezzo agli occhi. L'uomo provava affetto per la ragazza: quell'affetto per cui...lo provi senza chiedere nulla mai in cambio e lo dai perché ti viene da dentro. Disse a Luna che l'avrebbe aiutata a riscattarsi. L'ultima volta che la vide li portò una busta: era piena di soldi. Abbracciò la ragazza, prima di dargliela, e poi li diede un bacio sulla bocca, di quelli che...lo senti dentro, te lo ricordi finché campi; di quelli che trinciano in due l'universo. L'uomo, prima di salutare Luna con un piccolo cenno della mano, le disse: - Questi sono per la tua libertà, va e non voltarti mai indietro. Va e vivrai! Luna li prese e pianse a dirotto. Non ha più rivisto quell'uomo. Portò i soldi al Kapò: era libera, finalmente! La sera stessa prese l'aereo per la Francia: aveva sognato sempre di andarci, sin da quando aveva un nome ed un corpo di uomo e viveva e si prostituiva nella favela, a San Paolo. Sapeva, però, in cuor suo, che la vita sarebbe stata difficile, come e più di prima - probabilmente - per lei: come sempre, del resto! Soggiornò per qualche tempo a Marsiglia, divideva un piccolo appartamento nella zona del porto con una ragazza nigeriana, Lorupe, che li procurava i clienti.
     - A volte i clienti ci odiano a tal punto da...- diceva Lorupe, - una sera uno di loro mi picchiò, stetti due settimane in ospedale con un braccio rotto e lo zigomo destro spaccato. Spesso i clienti odiano quelle come noi e le puttane in genere: quelle di strada ancora di più, noi non siamo escort d'altobordo. A volte ci odiano a tal punto da scoppiare come la dinamite o una bomba ad orologeria all'improvviso. Alcuni rivedono in noi la loro madre che li maltrattava da piccoli, si ubriacano e ci massacrano di botte. Una notte, mesi dopo, Luna rientrò col viso stravolto, i vestiti strappati e piena di lividi: era stata violentata in un vicolo buio, non li era mai successo sino ad allora, neanche in Brasile: c'é sempre una prima volta per ogni cosa, è così...anche essere sverginate dalla violenza della strada. A venticinque anni Luna lasciò la Francia e salutò la sua amica. Andò in Svizzera, a Zurigo, dove lavorò per una donna, una anziana signora polacca che si chiamava Irena. Conobbe solo il suo nome: aveva tre appartamenti in città, metteva a disposizione di Luna una stanza dove incontrava i clienti e prendeva la metà dei suoi guadagni in cambio. Luna le voleva un gran bene, era diventata come una madre per lei. Si innamorò di un uomo (spesso accade anche a quelle come lei) e con lui ebbe una breve ma intensa passione: era la prima volta, in sua vita, che conosceva l'amore...il fare l'amore amando che è ben diverso dal fare l'amore e basta! L'uomo poi morì tragicamente in un incidente aereo: Irena la aiutò e li stette vicina. In inverno Luna partì, si diresse a Cipro. Conobbe un lover boy (uno di quei tizi che ti adescano e poi...ti ritrovi nella merda fino al collo!) ed entrò per due volte nel traffico degli esseri umani. Fu dirottata in Lettonia, dopo un viaggio interminabile insieme ad altre ragazze dell'est Europa (ucraine, bulgare, ungheresi, ceche). Lavorò a Riga, a Jurmala e in altre cittadine di campagna. Si prostituiva per cinquanta dollari a marchetta (quaranta-quarantacinque a volte andavano all'intermediario: il resto li bastava per sopravvivere), ne faceva 10, 12, 13 fino a 15 al giorno, a volte...sesso di plastica, in quantità industriale: tal quale agli operai sotto il metodo Bedaux o come Stakanov. Era soltanto un pezzo di carne, ormai; si sentiva così...alla mercé della strada e di chi la sfruttava, proprietà assoluta del pusher. Riuscì a scappare ed insieme a una ragazza dell'Ucraina prese il treno per Copenhagen. Dopo alcuni mesi in Danimarca andò in Olanda: aveva ventisette anni ma si sentiva come se avesse vissuto da almeno due secoli! Ad Amsterdam si rivolse alla Croce Rossa ed all'esercito della salvezza, come aveva fatto quand'era in Svizzera per un breve periodo: per chiedere da mangiare e un alloggio. Stette al sicuro per un po', poi li pagarono il biglietto per l'Inghilterra. Ora Luna vive in un sobborgo di Londra, in una casa piccola ma accogliente, insieme a George, un uomo molto più grande di lei che l'adora. A George piace tutto di Luna, anche il suo "pocket coffee" (è così che lui chiama l'arnese che lei ha in mezzo alle gambe: con una tasca a sorpresa, appunto, ed un cioccolatino espresso assieme!): l'uomo ha lasciato la moglie, con cui era sposato da quasi trent'anni, per mettersi con Luna. Nel Regno Unito sempre più uomini si uniscono con ragazze trans: "sono più dolci, sensibili, generose...hanno buon cuore e sanno ascoltare", dicono (gli uomini) di loro. Spesso, però, è George ad ascoltare Luna quando li racconta scorci della sua vita passata. Qualche tempo indietro li disse:
     - Ho vissuto tanto per strada e lei ti cattura, prima, poi ti consuma ed infine cerca di buttarti via: così, se non sei forte abbastanza e preparata ad affrontarla...ti divora poco alla volta ma prima di farlo si ruba ogni cosa di te, si prende l'anima e tutta te stessa, si prende quello che hai di più prezioso: il sole di dentro, la luce dei tuoi occhi e persino il vento che soffia sui tuoi capelli, a volte! Luna non ha smesso di prostituirsi, vende ancora il suo corpo per denaro ma non è sotto padrone adesso e non fa più la schiava per nessuno: lavora soltanto per sé stessa. George è contento: la sua Luna non è più una puttana trans...adesso è una trans che si chiama desiderio.

    Taranto, 8 ottobre 2020.     

  • 07 ottobre 2020 alle ore 18:38
    RIFLESSIONI SULLE RELIGIONI

    Come comincia: La Chiesa ama le donne? Bella domanda, tornando indietro negli anni si trova un guazzabuglio di norme che distinguono tra coloro aderenti alla Chiesa cattolica che potevano sposarsi ed altri ai quali era proibito, un classico della Chiesa che spesso dice ‘No, però…’ Paolo VI che alcuni accusano  di non aver amato molto il sesso femminile,  (i maligni avevano sparso la voce che avesse assunto il nome di Paolo per…) Durante il suo Pontificato aveva affermato: “ Il celibato sacerdotale che la Chiesa custodisce da secoli come fulgida gemma conserva tutto il suo valore nel nostro tempo.” Alcuni Papi avevano portato come esempio  Gesù Cristo che era celibe. Il  Papa Albino Luciani un mese circa dopo la sua elezione al soglio pontificio era morto, ufficialmente d’infarto. I bene informati avevano fornito ben altra versione. L’ex Patriarca di Venezia il giorno prima aveva chiesto al vescovo Marcinkus presidente dello I.O.R., la banca vaticana di  visionare la contabilità di quell’istituto di credito, la notte successiva il suo decesso. Ovviamente nessuna inchiesta, come sempre in Vaticano non erano previste indagini come nel caso della scomparsa di Manuela Orlandi, perlomeno quelle ufficiali. Ad alcuni ultra conservatori appartenenti alla Chiesa cattolica la politica dell’attuale Papa Francesco non va proprio a genio. In fatto di sesso lo aveva dimostrato di essere antitradizionalista con  la  frase: “Chi sono io per condannare gli omosessuali?” In parole povere anche loro sono figli di Dio! Forse aveva avuto sentore  dei gravi scandali di appartenenti al clero   accusati di pedofilia un po’ tutto il mondo. Anche dei Cardinali erano stati implicati come  l’australiano George Pell, stretto collaboratore del Papa  condannato dalla giustizia del suo paese per abuso sessuale su minori poi assolto. Per inciso il Papa Francesco incita i cattolici alla povertà e ad aiutare i meno fortunati di aprire  loro le porte degli edifici ecclesiastici mentre, ad esempio, risulta che un Cardinale tale Tarcisio Bertone, che vox populi diceva si sentisse sicuro nell’ultimo concilio di diventare Papa (era entrato da Papa ed uscito da cardinale secondo un famoso detto) ha un alloggio tutto per sé di cinquecento metri quadrati con molti quadri di autori famosi e quindi di pregio e costosi. Secondo la stampa lo seguono anche i seguenti cardinali che hanno appartamenti di lusso: Velasio De Paolis, Franc Rodé, Kurt Kock, Raymond Leo Burcke presidente dello S.M.O.M, Williams Joseph Levada, Marc Ouellett, Sergio Sebastiani, Domenico Calcagno (detto Monsignor Rambo). E l’attuale Papa dove alloggia? Nel modesto appartamento della Domus Sanctae Marthae. Altra sua peculiarità: calza scarponi come quando era Cardinale in Argentina e non le scarpe di raso viola fatte su misura come i suoi predecessori. Alcuni giornalisti hanno ritenuto che forse il Papa pensasse di far sposare i preti  per un motivo pratico, quando si è giovani gli ormoni sono alle stelle e, in mancanza di femminucce i preti si rivolgono a quelli a loro più vicini: ragazzi e  ragazze adolescenti con le conseguenze che sono sotto  gli occhi di tutto il mondo. Purtroppo nelle regole della Chiesa non è previsto l’Istituto del referendum altrimenti chissà quale sarebbe stato il risultato. Negli Stati Uniti le chiese sono società con tanto di contabilità ed alcune hanno dovuto dichiarare bancarotta per il denaro risarcitorio che erano state costrette a sborsare ai ragazzi, non più tali che avevano subito in passato degli abusi sessuali. Altro argomento: chi può affermare che la propria religione sia quella vera? Nel mondo secondo una statistica le maggiori sono centotrentasette di cui sette cristiane. In passato, ed alcune anche ora si combattono fra di loro per dimostrare che la propria è quella vera, lotta che in passato ha portato a guerre sanguinose senza alcun risultato se non la morte di molte persone, impossibile stabilire quante. Papa Francesco in molte sue esternazioni ha affermato che ogni religione è degna di essere seguita dai propri adepti invocando la fine di questa inutile lotta. Anche per motivi politici non tutti i responsabili delle Chiese hanno accettato la sua tesi, lui pensa che col tempo questo pensiero germoglierà ma diciamo piuttosto che è una sua speranza. Per alcuni musulmani una conversione alla Chiesa cattolica vuol dire guai a non finire, anche la morte. Le donne nell’Islam sono considerate un oggetto e non hanno diritti, solo alcuni stati di recente e  con molta prudenza stanno riconoscendo alcune loro facoltà. Per non parlare degli omosessuali: alcuni dottori islamici cercano di curarli considerando la loro una malattia, alcuni stati prevedono per quelle persone la morte gettati dall’alto di un palazzo, peggio del Medio Evo! E chi si dovesse professare  Cristiano? Se gli va bene in alcuni stati musulmani dovrebbe pagare la ‘jizua’, una tassa necessaria per essere protetti! La chiesa cattolica in passato ne ha combinato di tutti i colori , fatti tremendi  riconosciuti anche da alcuni Papi eletti di recente. Conclusione di questa riflessione sulle religioni: alcuni aderenti, soprattutto i cattolici si rifugiano in essa nei momenti più duri della vita: morte di parenti, difficoltà finanziarie e casi analoghi chiedendo a Dio di intervenire a loro favore come se Dio fosse distratto e non vedesse le loro pene. La maggior parte delle persone religiose, soprattutto gli islamisti, per paura di gravi ritorsioni nei loro confronti, altri per fanatismo seguono pedissequamente quanto inculcato loro sin dalla prima giovinezza. Conclusione: ognuno di noi professi una qualsiasi religione (o nessuna) senza intaccare in alcun modo la vita degli altri, Costituzione Italiana docet.

  • 07 ottobre 2020 alle ore 11:30
    Pagine di sport - Arnold Palmer (Usa)

    Come comincia:  Ho conosciuto il golf, televisivamente parlando, nei primi anni ottanta attraverso le telecronache indimenticabili (passate in tivù in differita, il più delle volte) di Mario Camicia, giornalista, commentatore, fotografo nonché grande esperto di golf scomparso nel 2011. Così mi sono appassionato a quello sport (da molti, e ingiustamente, ritenuto sport elitario e di nicchia nonchè poco "redditizio" dal punto di vista televisivo: basterebbe informarsi sul seguito che ha nei paesi anglofoni, in nord America e nord Europa, in alcune zone dell'Asia per rendersene conto!) e alle gesta di alcuni grandi campioni che erano in auge in quel periodo: Jack Nicklaus, Tom Watson, Severiano Ballesteros, Lee Trevino, Greg Norman, Arnold Palmer, etc.. Da allora, purtroppo, debbo dire di aver seguito sempre meno questo sport e non per mie colpe: soprattutto per il fatto che nel corso dei decenni successivi, tranne piccole e brevi eccezioni, esso sia stato in massima parte "preda" (televisivamente parlando) dei grossi network a pagamento. In questo spazio di pagine di sport, dedico un articolo proprio ad Arnold Palmer, giocatore statunitense che sicuramente  è stato il più popolare di ogni tempo tra i campioni del golf. Egli fu l'eroe antidivo, il mito dello sport per gli americani. L'uomo che ha reso popolare il golf come nessun altro. Basti pensare che creò la "palmermania", cioé la voglia della gente di emularlo nei gesti e nel comportamento. E' stato per questo il campione più simpatico che abbia mai calcato i green e che il golf abbia mai avuto e rimarrà nella storia di questo sport (e dello sport in generale) oltre che per il suo valore tecnico anche per la disponibilità e signorilità verso il pubblico e gli avversari. Dotato di grande estro e carica umana, pochi nomi possono reggere il confronto con lui nel dopoguerra: Nicklaus, Trevino, Player, Watson, Ballesteros e, ultimo, il top degli anni novanta-duemila, Tiger Woods. In ogni torneo era seguito da una galleria di personaggi, chiamata "Arnie's Army" (Armata di Arny), con cui amava scherzare e divertirsi durante le fasi di gioco. Nato a Latrobe, cittadina della Pennsylvania situata nell'area metropolitana definita "Great Pittsburgh" e famosa per il "banana split" (gelato con banana), per essere stata sede dei camp estivi dei Pittsburgh Steelers, squadra di football della NFL, nonchè per la birra Rolling Rock, il 10 settembre del 1929, nel 1954 trionfa agli US Open Amateurs prima di esordire, l'anno successivo, nel circuito professionistico (PGA Tour) dove otterrà ben sessantadue vittorie (tra l'altro, vinse gli Open - oltre a quello degli Stati Uniti - in cinque diverse nazioni al mondo: Canadian Open nel 1955, Panama e Colombia Open nel 1956, Australian Open nel 1966, Spanish Open nel 1975) e guadagni per 1.902.698 dollari (è stato il primo giocatore ad abbattere il muro del milione di dollari in carriera). La sua prima vittoria in una prova dello slam fu quella nel Masters di Augusta nel 1958. E' da dire che nel golf, così come in un'altro popolare sport giocato con attrezzo (racchetta) e pallina, ossia il tennis, le prove dello slam (note anche come "Major Tournament") sono quattro e si esauriscono in un lasso di tempo che va da aprile a luglio. Il Masters di Augusta è la prima di queste prove, ad aprile. E' così chiamato perché si disputa sempre nella località omonima della Georgia, nel sud degli States, ed è organizzato dal locale club golfistico, uno dei più prestigiosi ed antichi al mondo. Le prove successive, la seconda e la terza, si disputano sempre in territorio americano ma sono "itineranti": tanto il PGA Championship, organizzato in maggio dalla Professional Golfer's Association (l'Associazione dei giocatori professionisti americani di golf), quanto gli US. Open, che si disputano in giugno. L'ultima prova è quella degli Open Championship, meglio noti tra gli appassionati come British Open, e si disputa a luglio in località sempre diverse del Regno Unito. E'la prova più antica del circuito: la prima edizione fu giocata nel lontano 1860. Complessivamente Palmer ottenne sette successi in prove dello slam (2 British Open, 1 US. Open, 4 Masters) tra il 1958 ed il '64 ma ha anche il rammarico, dentro di sé, (giustificato e giustificabile, probabilmente) di non aver mai vinto il PGA Championship in cui è giunto ben nove volte tra i primi 10 (record assoluto che detiene con altri tre giocatori: Ben Hogan, Julian Boros e Nicklaus) e di non esser potuto entrare, così, nell'esclusivo club degli "slammers", ovvero quei giocatori che hanno vinto tutti i majors: Gene Sarazen, Hogan, Gary Player, Nicklaus, Woods. Nel corso della sua carriera, la quale abbraccia oltre un trentennio, (altra peculiarità che lo contraddistingue e lo eleva ulteriormente in excelsis) ha però rivaleggiato con grandissimi giocatori, probabilmente i più forti all-times (da Sam Snead a Boros, da De Vicenzo a Middlecoff, Billy Casper, Floyd, Player, Trevino, Watson, etc.), tuttavia sono i suoi duelli con Jack Nicklaus ad aver fatto epoca, ad aver lasciato impronta indelebile nella storia del golf e ad aver infiammato oltre modo gli animi degli appassionati di tutto il mondo. L'"orso biondo" (il soprannome con cui addetti ai lavori ed appassionati sono soliti chiamare Nicklaus), che molti considerano il più grande giocatore di tutti i tempi, ha conteso sin dal suo esordio, avvenuto nel 1962 (anno dello storico play-off di Oakmont, in cui batté il rivale agli Open degli Stati Uniti) popolarità ed onori a Palmer che, però, con grande carattere ha sempre ribattuto colpo su colpo all'avversario. Palmer è stato lo sportivo nel vero senso della parola (praticava tanti sport tra cui nuoto, jogging, tennis) e ovviava alle sue non eccelse doti fisiche con una gran carica agonistica ed un gioco impetuoso.  Numerosi anche i suoi successi nelle prove di doppio o a coppia (double) ed in quelle a squadre: ha vinto due volte (1964, 1967) il World Match Play di Wentworth e si è ritirato nel 1992 dal circuito professionistico, lasciando un vuoto incolmabile tra gli appassionati di golf. Ha giocato poi nel PGA Senior Tour come altri rivali-amici (tra cui lo stesso Nicklaus): disputò il suo ultimo British Open nel 1995 e l'ultimo Master nel 2004, a settantacinque anni: l'ultimo torneo del circuito non dello slam fu invece per lui il Pittsburgh Senior Classic, giocato nel 1997. Dal 1974 fa parte della Hall of Fame (arca della gloria) mondiale del golf, a St. Augustine in Florida. Fu impegnato in molteplici attività  collaterali al golf anche dopo il ritiro dalle scene agonistiche (testimonial di alcune grandi aziende, autore di numerosi libri, attore in molti spot televisivi, per strada e sui giornali, etc.), restando al culmine della sua popolarità anche dopo aver appeso la mazza al chiodo. Anche nella graduatoria degli sportivi più ricchi, che annualmente viene stilata da "Forbes", notissima rivista economica americana, compare spesso in alto: 4° nel 1994 e 11° nel 1995 con ventidue milioni di dollari di guadagni complessivi.
    Morì nel settembre del 2016, a Pittsburgh, in attesa di un intervento al cuore. "Forse i suoi predecessori hanno vinto di più", ha detto Mario Camicia, "ma lui resterà sempre sinonimo di golf".

     - Hanno detto di lui - Le simpatie politiche di Palmer erano note nell'ambiente del golf e non solo: non era certo un liberal, un progressista, tanto meno era una "colomba". Egli era un massone e votava repubblicano da sempre (fu amico, tra gli altri, del presidente Eisenhower e donò denaro a molti esponenti del partito dei falchi o rosso, come viene denominato negli Stati Uniti il partito repubblicano, tra cui George W. Bush junior). Tuttavia, il giorno dopo la sua morte, il 26 settembre del 2016, il presidente Barack Obama, che nel 2009 aveva conferito al giocatore l'Arnold Palmer Congressual Gold Medal Act (secondo dei più alti onori civili che il governo Usa possa assegnare), volle tributare omaggio al campione e rilasciò, tramite il suo ufficio stampa, al quotidiano US Today, la seguente dichiarazione: "Con il suo swing fatto in casa e il suo fascino fatto in casa, Arnold Palmer aveva spavalderia prima ancora di diventare famoso. Da un umile inizio, lavorando presso il locale club nella sua amata Latrobe, in Pensylvania, a superstar come volto del golf in tutto il mondo, Arnold è stato il sogno americano che prende vita. Lungo la strada ha collezionato vittorie su vittorie ma non è stato il suo successo a renderlo re. Il suo approccio a ruota libera e senza paura al gioco ha ispirato una generazione di giocatori di golf e, per la prima volta in tivù, ha affascinato il pubblico di tutto il mondo. Certo, ci è piaciuto il fatto  che abbia vinto sette major, ma abbiamo apprezzato molto di più che abbia vinto anche quando non era dato per vincente, quello spirito si estendeva oltre i legami in cui si dava liberamente e riversava tutto ciò che aveva in tutto ciò che faceva: dalla costruzione di ospedali alla risposta personale alle innumerevoli lettere dei suoi fan. E ha fatto tutto con un sorriso che lasciava intendere che forse aveva un altro colpo nella manica. Oggi, Michelle e io siamo con l'esercito di Arnie per salutare il re".

     - I PIU' RICCHI: GUADAGNI DEL PERIODO 1990-1996(x)
                                                                          stipendi   sponsor  totale 
    Michael Jordan/Basket                                         47        310      357
    Mike Tyson/Boxe                                                243            5      248
    Evander Holyfield/Boxe                                      176          12      188
    Arnold Palmer/Golf                                                 1        130      131
    Shaquille O'Neal/Basket                                       32          93      125
    Andre Agassi/Tennis                                             18        102      120
    Jack Nicklaus/Golf                                                  4        115       119
    Wayne Gretzky/Hochey su ghiaccio                     59          50       109
    Ayrton Senna/Automobilismo                               84          18       102
    (x) - Cifre espresse in miliardi di lire - Fonte: rivista Forbes.

  • 06 ottobre 2020 alle ore 20:34
    Jeena, a story of a bisexual

    Come comincia: Jeena, a story of a bisexual ...
     
    At first sight, it may seem a story forbidden to minors because of the strong and lustful hues, but it is not so, not only that...!
     
    Once the superficial analysis has been avoided, the message is much deeper and is revealed only in the end.
     
    __________ _________________________
     
     by Giovanni Mascellaro

    I too was normal until a few years ago. It all happened by accident when one day a former middle school classmate of mine came to see me that I hadn't seen in so many years. She had made herself very beautiful, tall, blonde, with a pair of legs and a breast to turn even the little boys. She too had found me changed (of course, almost ten years had passed and we were not yet "ladies"). She was very social; she had had a good marriage but she did not want children! The husband? A handsome man (she showed me the picture), much older than she, was an industrialist from Catania. She expressed a desire to spend a few days in Messina in my company (she had been living in Catania for a long time). I was immediately thrilled. Thus we would have had the opportunity to recall the times of our adolescence; we would talk about our friends, about the first palpitations. Sonia - this was her name - settled down in my apartment and put what she had in her suitcase in my closet. After having dinner and watching a movie on TV, we were both caught in our sleep. I showed her the room where she had to sleep while I went to my bedroom. "What? Do you make me sleep alone? No, not! I want to sleep in the big bed with you, we're together, we talk, come on!" For me, it was the most natural thing in this world and I was happy to adhere to her proposal. I've always slept with a nightgown, though without a bra and panties, but Sonia took it all off and slipped under the sheets completely naked, saying she was used to sleeping like that. After talking a little bit, I turned off the light and fell asleep. In the course of the night, I began to feel something strange: I thought I was dreaming of something annoying; I had the cravings and, waking up suddenly, I could catch a glimpse of Sonia's face that was almost touching mine...! "How beautiful you are, Jeena, you look like an angel! I watched you sleep; your breath is so slight and your hands open on the pillow-like those of a newborn who sleeps blissfully. The scent of your skin is then extraordinarily intoxicating! I kissed you for a long time, you know? I stroked your breasts, your pubis: I had my fingers flowed between your soft hair. Then, I couldn't resist anymore and I kissed these wonderful lips of yours so fleshy and inviting. And you suddenly woke up!" Sonia, what the fuck are you doing? What's the same? What piece of bitch are you? lesbian! Are you this? Oh my God! Get up, get dressed, get out of here, filthy you're nothing else! That's why you wanted to sleep with me!" I went to the bathroom and started vomiting, thinking about the kisses Sonia had given me! It was an eloquent sign of the trace of lipstick left on my lips and that I could see looking at myself in the mirror. She asked me and begged for forgiveness. She would never again dare; she didn't want me to see her as an outsider. She told me she had had a moment of bewilderment. She began to cry and hugged me sobbing. She was naked and I felt her breasts against mine; had like jolts; trembled; She told me that she loved me as a friend, that she would never want me to talk to her. I took her face in my hands to cheer her up: her eyes filled with tears seemed even brighter and more expressive: she was beautiful. Now she was inches away from me; I could discover the perfection of her features, the nose, the gorgeous mouth, the white teeth and the dimple on the chin. Her cheeks were soft, even her breath was pleasant, she knew of apple. I had a strange feeling never felt until then: a great tenderness and the need to make her feel that my affection for her would never end. It was a little cold and I took the bathrobe and put it on my shoulders. We went back to bed and I gave her a kiss apologizing for my reaction. "I'm sorry, Sonia, but believe me I didn't expect it... I didn't want to be so rough with you...". Come beside me" - she replied in a sweet voice - "put your head on my arm, sleep like this with me, do not be afraid; stay quiet!" After a few minutes, Sonia had fallen asleep. I watched her in the dim light: the tip of my nose grazed her right breast; I could smell her armpit, a scent that urged me to "breathe" her more and more and get closer to her. Her naked body was warm; I slowly removed the blanket to find out: it was magnificent. My eyes had become accustomed to the dim light and so I could distinguish the shape of the thighs, the belly without a slight trace of fat or cellulite. The pubis well pronounced and full of hair; the bursting breast: Sonia was indeed a triumph of nature! I covered her very carefully to prevent her from waking up; so I squeezed a little more at her by putting my hand on her breasts, obeying an irrepressible impulse that at that moment urged me to do so. I needed to touch her, palpate her, feel her breath, her scent. My head throbbed, and I felt my heart as if it were in turmoil. At one point, I lifted myself a little and reached out to her. Now it was I who wanted to kiss her; just me that I had vomited two hours earlier because she had touched my lips... Yes, it was a contradiction, but I couldn't hold back, I needed that contact and kissed her very tenderly. Sonia opened her eyes, uttered a barely perceptible groan, and parted her lips to be able to wet mine. It was an extraordinary kiss: our tongues seemed to intertwine, to challenge each other, penetrate in unison now in my mouth soon after in hers. Sonia suddenly lifted the blanket and threw it on the ground, she slipped her nightgown: now we were both naked. Her turgid breasts rubbed against my erect nipples. At that moment I realized that I was in her total leap. I liked giving myself to her. I told her that she was now the absolute master of my body and that she could do anything with me. She started sucking my nipples, giving me small bites in the belly and then going down to the pubis and then even further down to kiss me, lick me and suck my big and small lips until she managed to penetrate my vagina with her tongue. They were rhythmic movements, to each of which I gasped and gave more and more until I reached total abandonment, my complete surrender to the will of Sonia that had also become my determined will to enjoy and to make her feel the same state of bliss in which our mad fever of the senses had made us sink. Now it was no longer her tongue that gave me strong sensations, but first a finger then two together penetrated me and touched the wet walls of the vagina, while Sonia with her tongue titillated the clitoris. My God, what an unspeakable feeling... what happiness! I would have liked her to stop to give me a moment's break, on the other hand, I did not want to give up - because too excited - to that increasingly intense pleasure... And then... And then... exploded into a celestial orgasm that I had never experienced in my life and that no man had managed to make me try: my first vaginal orgasm with a gush of liquid that came out to me in the supreme moment: the female ejaculation, which I had heard of and that for me was a non-sense, I was having it thanks to Sonia! (The much-vaunted squirting) From that night we began to love each other; I was happy with her, I felt fulfilled! The lesbian relationship, so deprecated by well-thinking, is the most exciting that a woman can experience while remaining attracted to the other sex. Today Sonia no longer lives with me because she moved to Germany where her husband set up a microprocessor factory. We are used to meeting every summer and we spend two fairytale weeks together in Taormina. Now I am a bisexual woman, happy to be because in this way I feel fully realized: I am sought by men and also by women. I'm happy because I love life and nature. I want to be loved as much as I can love. I believe in universal love. That's why I love men and women with all of myself and with the same intensity. Now that I am forty I have realized that true love even if it can be crazily exalted by passion has no sex but has a heart that will eternally beat!

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    (English translation of "Jeena, storia di una bisex" traceable in APHORISM.IT - 'Racconti' by Giovanni Mascellaro)

     
     
     
     
     
     

  • Come comincia:  - Il mio, il nostro piccolo mondo e...il "fiore in bocca" - Nel famigerato autunno del 2016 (eravamo, per la precisione, al diciannove di ottobre), scrissi una poesia che ha per titolo, appunto, lo stesso di questo paragrafo ed il seguente sottotitolo: "o: la sentenza del mosto selvatico". Il significato del sottotitolo è presto spiegato: eravamo in autunno, tempo di uva e vendemmia, di mescita e decantazione del vino...mosto e vino non sono poi così lontani tra loro, alla fine. La poesia è la seguente:
         
                              Son custode
                              io del mio piccolo caro mondo
                              che difendo a spada tratta
                              come fossi prode cavalier
                              d'altri tempi ma - a tutto tondo -
                              da facile disfatta.   
                              Il mio piccolo mondo
                              è tutto mio: guai a chi me lo tocca;
                              ma ognun di noi ha il suo...
                              piccolo (caro) mondo
                           che quello è 
                              del fiore in bocca.
                              Son custode
                              del mio piccolo caro mondo;
                              ma ognuno dovrebbe esserlo
                              - a suo modo -
                              del proprio e difenderlo
                              fin' in fondo.

    Ognuno dovrebbe difendere il proprio mondo (cercando di farlo con ogni mezzo e fin quando sia possibile: possibilmente vita natural durante!) il quale, metaforicamente parlando (o scrivendo), simboleggia le idee ed il modo di vedere le cose e la vita, una visione del tutto, insomma, ma anche - al tempo stesso - un qualcosa di piccolo e di semplice: difendere, cioè, le piccole cose e semplici ancor prima di quelle (più) grandi e (più) complicate. Ma, alla fine, c'é sempre qualcuno o qualcosa che...può rompere le uova nel paniere: il "fiore in bocca", appunto: egli è sempre in agguato a ricordarci quello che siamo e sapete il perché? Nella fattispecie rappresenta la morte, la transitorietà, l'aleatorietà ed ogni mondo, che sia esso fatto di cose semplici o complicate, o seppur piccolo come puo esserlo quello di ognuno di noi (con le nostre fragilità e debolezze, le nostre presunte "forze" o onnipotenze, i nostri sentimenti, le nostre paure, le nostre gioie ed i nostri alterni ed effimeri momenti di serenità ed illusioni) si rivela essere meno di un castello in aria (di quelli fatti con le carte da tressètte o poker oppure che si costruiscono sulla spiaggia da bambini: ricordate? Con paletta, secchiello e formine!!!!). Quel piccolo, caro, nostro mondo non è mai - in fin dei conti - nostro per sempre...appartiene (appunto) alla morte soltanto (e per un breve lasso di tempo anche alla vita stessa, se mai). Come posso non pensare, ora, a due cose importanti, ossia a due riferimenti filosofico-letterari: la prima/il primo riguarda un pensiero di Jean-Paul Sartre, notissimo letterato-filosofo-poeta e intellettuale francese del novecento (tra l'altro, fu anche premio nobel per la letteratura...a tempo perso, chissà!); esso fa (suona), pressappòco così: "l'uomo possiede il libero arbitrio, ossia la capacità di pensare, discernere e decidere, il quale lo contraddistingue dagli altri esseri viventi, ma ogni cosa che egli fa, decida o pensi porterà sempre a nulla"...lupus in fabula, appunto: l'uomo è un essere finito! La seconda cosa (o il secondo riferimento letterario: è la stessa cosa!) riguarda alcune parole (quelle conclusive), della nota poesia di Totò, intitolata "La livella" (l'unica, invero, che il principe, maestro di ironia e di crudo realismo, abbia scritto in sua vita): "...queste pagliacciate le fanno solo i vivi: noi siamo seri, apparteniamo alla morte!". Debbo dire, tuttavia, che "il fiore", come riferimento letterario, l'ho citato basandomi sul titolo (e sul contenuto) di una celebre commedia pirandelliana ovvero "L'uomo dal fiore in bocca" (ma quante similitudini ci sono, però, tra Pirandello e Sartre? Tantissime, oserei dire e una sopra tutte: entrambi hanno dato alla luce le loro opere più importanti nel periodo tra i più bui della storia dell'umanità, quello a cavallo tra le due guerre mondiali, ed entrambi sono stati influenzati dalla realtà storica e dal contesto in cui vissero). Ma torniamo al nostro fiore, inteso come opera: essa è opera teatrale tra le più insolite dell'intero corpus dello scrittore siciliano in quanto trattasi di un atto unico, composto sotto forma di dialogo e con soli due personaggi. Un uomo condannato a morte (ha un epitelioma, il "fiore in bocca", appunto) si ritrova a dialogare nottetempo in un bar della stazione dopo aver perso il treno. Durante il dialogo parla all'altro del suo problemino e di quanto gli resti da vivere. Venne rappresentata per la prima volta in teatro a Roma, nel febbraio del 1923, dalla Compagnia degli Indipendenti diretta da Anton Giulio Bragaglia: fu lo stesso regista che l'aveva commissionata a Pirandello. Nino Meloni impersonava il malato mentre Eugenio Cappabianca l'avventore casuale. Sul blog Dicose un po'.it è scritto: "La critica fu molto favorevole al lavoro e alla messa in scena, un po' meno alla recitazione dei due attori".
     - La materia dei poeti - Premesso che la suddetta non si insegni né si impari da nessuna parte (cosa alquanto ovvia, direi, visto che non si può imparare ciocché non viene insegnato ma...qualcuno ha pur detto che "ogni uomo nasce poeta!") e neanche si trovi essa scritta in nessunissimo libro (fosse anche la piu' rara edizione delle "Cronache di Holynshead" e della sacra Bibbia messe assieme), debbo precisare che il senso del sostantivo [materia] come sinonimo è da intendersi di fonte, ispirazione, etc. Riporto, perciò quanto segue: a mio avviso, i poeti attingono (quasi sempre) da disperazione (sovente la propria), malinconia e nostalgia (di tutto e per tutto); ma anche dalla realtà circostante (sovente e volentieri) e dalla immaginazione (qualche volta: per fortuna!).
     - Massima (con domanda) - Oggi non è stato uguale a ieri ma forse non sarà diverso da domani...Domanda: ma se domani fosse, invece, uguale ad oggi, sarebbe stato diverso da ieri?
     - Punto di vista (realistico) del romanziere
     - Dolcissima creatura - ripeté Sam
     - Non sarà mica in poesia? - Interruppe il padre.
     - No, no - rispose Sam.
     - Sono contento di sentirlo - disse Mr. Weller. - La poesia non è naturale; nessuno parla mai in poesia, tranne i bidelli per Natale, la pubblicità del lucido da scarpe Warren o dell'olio Rowland, e altra robaccia del genere; non abbassarti mai a parlare in poesia, figliolo. Ricomincia Sammy.
     Mr. Weller riprese la pipa con critica solennità, e Sam incominciò di nuovo e lesse come segue: - dolcissima creatura, mi sento avvinazzato... (Charles Dickens, da: "Il circolo Pickwick").
     - Poker d'assi (giochino con rimembranza annessa) - Giorno=fascino; Notte=mistero;Vita=stranezze;Morte=logica... debbo dire, in veritas, che una volta - seduto che ero ad un tavolo, a giocare a poker - avevo in mano un bel poker d'assi. Volete sapere cosa feci e perché lo feci? Ebbene, passai la mano visto che la posta in gioco non era abbastanza alta per me (e dire, che c'erano dei bei soldini su quel tavolo!). Morale: darsi la zappa sui piedi? Ma no, più semplicemente è...dire e fare quello che ti passa per la testa: non importa cosa sia, fosse anche il dirigibile "Zeppelin", uno stormo di api impazzite, un aquilone dipinto di rosso o la più stramba, catastrofica e autolesionistica delle idee. In fondo, qualcuno disse una volta che "il mondo è bello perché è vario"...a ruota, poi, - e di conserva - lo seguì qualcun altro che affermò: "ognuno è libero di pensare a proprio modo, di dire e fare ciocchè gli va!". 

                                         

  • 03 ottobre 2020 alle ore 10:12
    HELOISA

    Come comincia: Alberto romano dè Roma era titolare di una  farmacia in via Due Macelli, era anche esportatore di prodotti farmaceutici in Brasile. Febbraio, Carlos il suo corrispondente a Rio de Janeiro lo aveva invitato per il prossimo Carnevale, Alberto era indeciso se accettare l’invito, quindici ore di volo gli sembravano eccessive, forse la sua era solo pigrizia, i suoi viaggi avvenivano solo in auto una Jaguar X Type. “Carlos, sono Alberto, ho deciso di accettare di venire a RIo, consigliami il nome di una bell’albergo dove alloggiare.” “Hotel Atlantico Time, ti troverai bene, c’è anche il ‘coperto’.” Alberto capì al volo quello che l’amico aveva voluto intendere. “Io di ‘coperte’ ce ne ho tante a Roma, vorrei vedere la sfilata per il Carnevale che di solito guardo in TV, tra due giorni sarò a da te.” L’aereo del Pan Am partì da Fiumicino alle sette, dopo un volo delle previste quindici ore atterrò all’aeroporto Santos Dumont, sgranchitesi le gambe, Alberto recuperò i bagagli e si diresse verso i taxi gialli in attesa di clienti. Si avvicinò al primo sperando che l’autista prendesse lui le due valige ma il senhor rimase al suo posto. Alberto per evitare storie le caricò lui stesso ma come inizio…”Albergo Atlantico Prime.” L’autista si girò indietro per guardare in viso il passeggero, Alberto comprese che aveva fatto uno sbaglio nel dire albergo al posto di hotel, aveva fatto capire che era straniero e quindi gli poteva esser chiesto un compenso maggiore. Infatti il tassinaro si guardò bene dal far scattare il tassametro e partì piuttosto lentamente e così per tutto il viaggio. Alberto comprese che il cotale voleva fare il furbastro per fargli sborsare una cifra superiore al dovuto ed infatti giunti dinanzi all’albergo, senza muoversi dal suo posto l’autista: “Senhor duecentquaranta Reais.” Alberto si fece i conti, considerando che un Euro valeva poco meno di cinque Reais, il conto totale in Euro  era quarantotto Euro. L’autista stava per prendersi un biglietto di cinquanta Euro senza nemmeno un ‘Gracias’, Alberto si inalberò: “Chi cacchio era sto imbecille da far il prepotente, scese dal taxi, e si recò in albergo dove chiese l’aiuto di un facchino, scambiò i cinquanta Euro in Reais e tornando al taxì. Recuperate le valige porse all’autista duecento quaranta Reais. “ “E la mancia?” “Allora stronzo parli italiano!” “A me nessuno ha mai dato  dello stronzo!” “C’è sempre una prima volta nella vita!” Alberto si allontanò ridendo seguito dal facchino con i bagagli. Una rapida cena e poi in camera. Fu svegliato la mattina da una telefonata di Carlos: “Ti chiedo scusa, preso dal lavoro non ho pensato di venirti a prendere all’aeroporto, sto venendo al tuo albergo.” Carlos era il classico tipo sud americano, non molto alto con baffetti e basette lunghe. “Meu amigo è un piacere rivederti, andremo a casa di un’amica mia a vedere dopodomani la sfilata del Carnevale, non ti avvicinare troppo a lei, la tua fama di conquistador de mulheres ti ha preceduto, stavo scherzando, io sono un comunista in fatto di sesso quel che è mio…” Alberto sorrise, pensava che l’amica di Carlos fosse una racchia, quando mai,  una regina di bellezza più alta del suo fidanzato e dal sorriso accattivante. “Eu sou Daiana, prazer.” “La mia ragazza capisce l’italiano ma lo parla poco.” Daiana abitava al piano rialzato di un palazzo in una via del Sambodromo, perfetta per la visione della sfilata del giorno dopo. “Alberto, io rientro a casa mia, ormai c’è troppa confusione nelle strade per rientrare tu in albergo, Daiana potrà ospitarti, è anche una buona cuoca sempre se ami i cibi piccanti!” Carlo era stato abbastanza esplicito praticamente nell’offrire la ‘compagnia’ della sua fidanzata al suo datore di lavoro, Alberto malignamente pensò che dovesse nascondere qualche magagna contabile… ‘A pensare male si fa peccato ma spesso  ci si azzecca!’ Alberto aveva pensato al simpatico Andreotti. Infatti la contabilità presentava qualche buco, la cifra non era molto alta ed Alberto ci passò sopra pur facendo rilevare l’ammanco a Carlos che ringraziò sentitamente. Daiana aveva cucinato piccante come previsto da Carlos: Feijoada un pot pourri di carne, Picana salsicce, Queijo Coalho formaggio, vino Brut Terroir Rosè ed Ananas finale. “Per mangiare ancora dovrò aspettare il prossimo giorno.” Daiana sorrise ed invitò Alberto ad una passeggiata digestiva. La fidanzata di Carlos prese sotto braccio Alberto che riuscì a sentire la durezza di una tetta della ragazza. ‘Ciccio’ si svegliò ma ovviamente senza successo. Rientrarono in casa all’imbrunire, Alberto prudentemente si era portato appresso una valigia con l’abbigliamento per la notte, gli servì perché Daiana senza problemi apparve nuda, un nudo tipo statua di Prassitele, meravigliosa, ‘ciccio’ stavolta ebbe fortuna per quasi tutta la notte, una notte da ricordare! Niente prima colazione, nella mattinata  inizio della sfilata con carri e donne molto belle, affascinanti e sorridenti, ballerine provette, un spettacolo! Alberto notò una ragazza che sfilava, era diversa dalle altre, non solo non sorrideva ma quasi non muoveva il corpo, in lei c’era qualcosa che non andava. Alberto con l’animo del buon Samaritano, scese in strada seguito da Carlos e si avvicinò alla ‘menina’, “Domandale perché è tanto triste rispetto alle altre, dovrebbe essere un giorno di festa anche per lei.” Carlos non ebbe modo di tradurre la frase in portoghese che la ragazza rispose in italiano: “Conosco la sua lingua, mio zio era un italiano, non mi va di proseguire la sfilata, se vuole vengo con lei.” Un chiaro invito ad uno sconosciuto, la baby doveva avere grossi problemi. Giunti a casa di Daiana un po’ di imbarazzo da parte di tutti. “Sono Heloisa, vi sarà sembrata strana la mia richiesta, guardando il signore ho avuto subito fiducia in lui, mi trovo un una situazione particolare, per ora sono troppo sconvolta e…affamata,scusate la sincerità.” Heloisa era davvero affamata, chissà da quanto tempo non mangiava. Sistemato il pancino chiese di andare in bagno, poco dopo riapparve senza trucco in viso e chiese alla padrona di casa di potersi togliere il costume di Carnevale. Daiana la accompagnò in camera da letto e le fece indossare un suo vestito. La ragazza apparve in tutta la sua bellezza e signorilità fasciata in un tubino nero, aveva anche molto stile, Alberto  guardava affascinato i suoi bellissimi occhi verdi, grandi. tristi, i lunghi capelli neri sparsi sulle spalle, un amore a prima vista? Heloisa parve rasserenata, Alberto si domandò quali potessero essere le cause della sua ambascia ma, tutto sommato non era per lui importante conoscerle, già aveva in mente un suo piano.  La prese sottobraccio  ed uscì in strada, l’atmosfera era più coinvolgente, l’allegria contagiò i due, Heloisa si strinse ancora di più ad Alberto guardandolo in viso con un sorriso, finalmente! Dopo una settimana la sfilata ebbe termine, restava il problema di Heloisa che non aveva chiamato nessuno dei suoi parenti, segno evidente che c’era dell’astio reciproco ed allora il romano dè Roma: “Che ne dici cara di fare per qualche giorno la turista a Roma?” “Amo le antichità, accetto con entusiasmo, non è che sei sposato o fidanzato o altro.” “Niente legami, libero come l’aria, sin ad ora…” Ad Heloisa si riempirono gli occhi di lacrime, forse era il suo sogno segreto che era stato realizzato. Bacio cinematografico dinanzi ad un pubblico plaudente. Anche Carlos era contento, forse era un po’ geloso, altro che comunista in fatto di sesso! A Roma Alberto aveva avvisato del suo arrivo il portiere Claudio affinché sua moglie Ottavia (era l’ottava di otto figli) mettesse in ordine il suo appartamento al quinto piano di via Due Macelli sopra la farmacia. Claudio era il nome perfetto per il portiere infatti quando camminava claudicava per un incidente stradale occorsogli anni addietro. Alla vista di Heloisa rimase basito.”Ah Claudio sveglia, siamo stanchi dopo quindici ora di aereo.” Claudio rinvenne, caricò le valige in ascensore e, per mancanza di spazio salì con i bagagli al quinto piano, quando anche Alberto ed Heloisa vi giunsero la casa era tutta illuminata a giorno, la ragazza la percorse tutta ridendo: “È una reggia…e tu sei il mio re!” Come inizio niente male, Ottavia aveva preceduto i desiderata di Alberto preparando una cena alla romana ben gradita dai due che, causa la stanchezza finito di cenare si rifugiarono sotto le lenzuola sino alla dieci del giorno successivo. Il primo ad alzarsi fu Alberto che si recò un cucina e messa in funzione la macchina del caffè su un vassoio ed una tazzina piena del liquido fumante si recò nella stanza da letto. Solleticate le nari, Heloisa aprì gli occhi. “Per me è tutto un sogno!” “C’è una canzone italiana che recita ’Son prigioniero di te, prigioniero di un sogno, di un magnifico sogno che non mi lascia più.’” Non fare quella faccia triste, non abbiamo problemi, nessun ostacolo, i mei quarant’anni non mi pesano,  mi sento ringiovanito vicino a te.” “Voglio metterti al corrente del mio passato: ho ventitrè anni,  sono stata fidanzata con un mio coetaneo che ho dovuto lasciare perché  si drogava, mia madre, morto mio padre  si è risposta ed il cotale ha provato a violentarmi…immagina quello che ho provato, sono scappata di casa ma non potevo mancare alla sfilata organizzata da un mio amico, fortunatamente ho incontrato te un angelo salvatore!” “Non mi incensare troppo sono un vecchio zozzone, spero….” “Mi sono innamorata di te, per te farei qualsiasi cosa!” “Io preferisco il buio della notte, stamattina andiamo in via Condotti per rimpinguare il tuo guardaroba. I due apprezzarono il pensiero di Ottavia che aveva pensato bene di preparare un altro pranzo per i …novelli sposi, fu ben ricompensata. L’arrivo della ragazza era stato notato dai maschietti del palazzo che pensarono che forse la cotale, essendo  brasiliana non avrebbe avuto problemi a elargire le sue ‘grazie’ anche ad altri. La cosa fu riferita da Claudio ad Alberto che  non la prese bene, poteva essere motivo di grane anche con le signore e quindi…lampo di genio: “Claudio ti prego di non dirlo a nessuno ma Heloisa è un transgender, acqua in bocca mi raccomando!”Acqua in bocca a Claudio? ‘A couple of balls’, il giorno stesso tutti gli abitanti del palazzo erano al corrente della novità. Quando Alberto incontrava dei coinquilini era soggetto a battute di spirito: “Dottore la vedo camminare storto ha qualche dolore?” o frasi del genere. Alberto se ne fotteva altamente,  solo lui si godeva delle sue ‘grazie’ alla faccia degli invidiosi maligni!

  • Come comincia:  Sin dagli anni sessanta sono entrati a far parte del nostro modo di esprimerci e nel lessico comune termini e frasi (ad esempio, sindrome del Vietnam, disturbo post-traumatico da stress, sindrome di Stoccolma, etc.) per lo più legati alla moderna società dei consumi e all'avanzare del progresso tecnologico i quali hanno modificato (non sempre in meglio, purtroppo!) le nostre abitudini di vita ed i nostri comportamenti esistenziali, acuiscono sempre più malesseri dell'essere umano che sovente sfociano nel "disagio" psichico (e psicologico) trasformandosi spesso in malattia cronica e devastante tanto del fisico, quanto soprattutto dell'io. D'altra parte anche la medicina e la scienza sono progredite ed in particolare le branchie della psichiatria e della psicologia: non soltanto, però, come diretta conseguenza dell'altro progresso, quello dell'intera società, ma perché cercano di dare (ognuna nel proprio ambito ed ognuna a proprio modo e coi mezzi che hanno a disposizione) spiegazioni razionali (o razionalmente giuste), qualora sia possibile, ai fenomeni e di trovare rimedi per tamponarli al meglio o addirittura risolverli. L' Enciclopedia Treccani on line definisce lo stress come "la risposta funzionale con cui l'organismo risponde a uno stimolo più o meno violento (stressor) di qualsiasi natura";  a sua volta, Il dizionario di medicina stabilisce che questa natura possa essere: "microbica, tossica, traumatica, termica,  emozionale, etc.". La stessa Treccani, poi, indica che "i meccanismi dello stress sono stati descritti per la prima volta da Hans Seyle: lo stress è caratterizzato da due momenti, lo stimolo e la risposta. Il termine può indicare entrambi, generando una possibile ambiguità semantica. Per chiarirla, Seyle creò la parola stressor per indicare l'agente causale e mantenne la parola stress o stress response per indicare la condizione finale risultante". L'endocrinologo austro-ungherese (era nato a Vienna nel 1907, quando la città era capitale dell'impero asburgico), poi naturalizzato canadese, nel 1926 affermò, infatti, nel suo più noto scritto ("Una sindrome prodotta da diversi agenti nocivi") che "lo stress possa essere una risposta aspecifica dell'organismo a qualunque richiesta". Esso, pertanto, è la risposta dell'organismo (in particolare quella parte del nostro corpo e del cervello definita sistema nervoso centrale) a sollecitazioni e cambiamenti esterni che possiamo definire "fisiologici", una reazione "emozionale" agli stessi. Non sempre, però, questi cambiamenti possono essere negativi (o nocivi, come li definisce Seyle) anche se le sollecitazioni al nostro corpo (e cervello) avvengono comunque e producono gli stessi, identici effetti: un lutto ed una perdita, ad esempio, lo sono; perdita del posto di lavoro (ed affannosità nel cercarne uno nuovo o trovarne uno per la prima volta) oppure di ingenti somme di denaro che possono modificare le proprie condizioni di vita lo sono, così come uno stato di conflittualità all'interno di un gruppo sociale o familiare; ma, al tempo stesso, possono non esserlo - a mio modo di vedere - azioni che in genere sono viste come "classiche" nel produrre stress (o meglio, possono essere viste anche come azioni non nocive, seppur producendo allo stesso modo stress) quelle del traslocare da un appartamento ad un altro, del trasferirsi in un altro luogo per qualsiasi motivo (lavorativo, affettivo, economico), oppure divorziare o separarsi da un partner, preparare un evento o prepararsi per un evento (ad esempio, il proprio matrimonio), attendere per qualcosa o qualcuno (ad esempio, la nascita di un figlio: spesso motivo di stress accentuato per il partner maschile piuttosto che per la donna), innamorarsi di una persona, etc. E' da dire, tuttavia, che esistono livelli di stress tollerabili (o, per meglio definirli, "fisiologici") i quali vanno manifestandosi (che si voglia o meno essi lo fanno, spesso, a prescindere dalla propria volontà: fanno parte del..."gioco" e non ci si può esimere dal subirli) nel corso dell'esistenza di ogni individuo. Quando questi, però, superano quel confine (ovvero, una linea immaginaria che nessuno, a dire il vero, conosce ed è difficile, a volte, da definire: perché, spesso, varia da individuo ad individuo e perché ogni individuo ha una risposta "individuale" e personale alle cose ed agli eventi) e un determinato livello di guardia, l'individuo stesso è incapace di superare lo scoglio psichico che li si frappone davanti o per lo meno, avendo bisogno d'un supporto esterno, non risulta essere in grado di farlo da solo: in quel caso si parla allora di Disturbo Post Traumatico da Stress (nella nomenclatura anglosassone è conosciuto con la sigla PTSD), altrimenti noto come nevrosi da guerra. Ma negli ultimi decenni (in particolare, a partire dagli anni sessanta del secolo scorso), come già scritto, esso è stato associato anche a gravissimi eventi come atti terroristici o  criminali di straordinaria portata ed intensità emotiva (ad esempio, quando vengono prese in ostaggio persone), incidenti aerei (o navali, o ferroviari), cataclismi naturali (terremoti, inondazioni, maremoti), disastri ambientali (mi vengono in mente, a tal proposito, alcuni fatti di decenni passati: il disastro di Seveso, ossia l'incidente avvenuto nell'estate del 1976 nell'azienda Icmesa di Meda, in Lombardia, che causò la dispersione di una nube di diossina TCDD, sostanza chimica pericolosissima per ambiente e esseri viventi; il disastro di Bhopal, capitale dello stato indiano di Madhya Pradesh, avvenuto nel dicembre dell'84 nello stabilimento della Union Carbide India Limited a causa della dispersione di isocianato di metile, che causò migliaia di vittime; il disastro nella centrale nucleare di Chernobyl, località dell'Ucraina allora sotto il dominio sovietico, avvenuto nel 1986; i disastri nucleari di Three Mile Island, in Pennsylvania, e di Fukushima, avvenuti rispettivamente nel 1979 e nel 1986 negli Stati Uniti e in Giappone, etc.), epidemie e pandemie. In questa categoria, pertanto, rientra (o rientrerebbe) anche l'epidemia planetaria da covid-19. Ma andiamo per ordine. Nel corso della Grande Guerra si parlava di "febbre da trincea" (o shell shock, in inglese): può definirsi come la madre di tutti gli stress post-traumatici, il "ground zero" del genere anche se il termine disturbo post traumatico da stress non era apparso ancora "ufficialmente" nella terminologia psichiatrica. La cosa, tuttavia, era plausibilissima dal momento in cui si passò da una guerra di conquista (o corpo a corpo) ad una guerra di posizione o di attesa: in quel caso ancor più snervante, debilitante, devastatrice e stressante dell'altra per i protagonisti in campo tra i vari schieramenti militari. Infatti, è meglio (può sembrare paradossale ma non lo è affatto!) combattere piucché "attendere" un nemico che non si sa quando e come arrivi e forse non arriverà mai. Al proposito, mi vengono in mente due cose: la prima riguarda una scena del film "Orizzonti di gloria", diretto dal regista statunitense Stanley Kubrick nel 1957 ed a sua volta tratto dal romanzo omonimo di Humphrey Cobb, in cui un generale francese (Paul Mireau, il suo nome, interpretato dall'attore George MacReady) caccia dal suo reggimento un soldato che mostra segni di "squilibrio" e disagio (in realtà trattasi solo della reazione umana - o umanamente plausibile - di fronte alla precisa domanda di uccidere altri "nemici"). E' da dire, invero, che la pellicola è ritenuta dalla critica un caposaldo (oltre ad essere evidentemente un capolavoro artistico ed estetico della settima arte all-times: ma questa è un'altra storia) dell'antimilitarismo e...nonché (soprattutto) una chiara denuncia della irresponsabilità degli alti comandi nella prima guerra mondiale. La seconda cosa riguarda un'altro film ed un'altra opera letteraria a cui esso fa riferimento e si ispira e da cui è tratto: "Il deserto dei Tartari", diretto da Valerio Zurlini nel' 76 (ultimo film del regista bolognese), in cui i soldati di un avamposto militare (la Fortezza, appunto) che si trova in un luogo puramente immaginario nutrono una sola speranza (per sfuggire/fuggire alla noia, all'inerzia, all'oblio e al tempo) che è quella di veder apparire all'orizzonte che si staglia innanzi a loro il nemico (o un nemico...i Tartari, nella fattispecie). Nel corso della seconda guerra mondiale si parlò invece di nevrosi traumatica da guerra.

  • 02 ottobre 2020 alle ore 19:26
    Illusione Onirica, Realtà nella Mente

    Come comincia: "Cadere in un sogno ti porta al risveglio.
    Per ammirare il tuo Sole devi chiudere i tuoi occhi: 
    nelle profondità dei mari della mente, il suono del nostro cuore viaggia più velocemente.
    Nel buio del mondo onirico i sogni vedono la luce.
    L'oscurità è un'illusione, sarà la tua mente a decidere: l'Universo o l'abisso del tuo inconscio.
    Laddove l'immaginazione dipinge ciò che gli occhi non vedono, comincia il sogno."
    Fabio Meneghella

  • 01 ottobre 2020 alle ore 9:36
    IL VILLAGGIO DEI TRANS

    Come comincia: Alberto era diventato lo chauffeur dell’ambasciata francese a Roma grazie all’amicizia con Alessandro colà impiegato da anni. Alberto poteva anche fare a meno di lavorare per la consistente eredità ricevuta dalla moglie Annamaria ma non era il tipo di stare in panciolle. Con Anna si erano conosciuti alla quarta ginnasiale, erano diventati prima amici e poi innamorati ma non  di un amore giovanile ma qualcosa di più profondo. All’inizio solo rapporti manuali ed orali sin quando Alberto un giorno all’uscita da scuola: “Che ne dici di farmi assaggiare il fiorellino?” Anna stava per rispondergli per le rime ma ci ripensò: “O prima o poi…” Chiese consiglio a sua madre Fiorella alla quale confidava i suoi problemi. Mammina si mise a ridere, abbracciò la figlia: “Anch’io con tuo padre ho avuto lo stesso problema, se sei innamorata di Alberto…ma prima recati dal nostro ginecologo Mariano per farti consigliare una pillola adatta alla tua età.” Il pomeriggio seguente: “Dottore è un bel po’ che non ci vediamo…” “Mia cara ti ho subito riconosciuto, ti ho visto nascere ed ora immagino quello che mi chiederai. Alla tua età sarebbe un grosso problema rimanere incinta, vai in farmacia con questa ricetta , auguri a te ed al tuo fidanzato.” Dopo circa un mese:“Mamma oggi pomeriggio ho invitato Alberto a casa nostra, c’è un bel film all’Odeon che ne dici di andarci con papà?” Fiorella abbracciò la figlia, anche lei aveva avuto quell’esperienza che sperava fosse positiva per sua figlia. “Alberto alla vista di Anna in camicia da notte comprese subito e ‘ciccio’ si inalberò alla massima potenza. “Non ricordavo fosse tanto grosso, sii delicato!” “Alberto ci mise un bel po’ ad entrare nel fiorellino, fu delicato, da allora ebbero rapporti tipo coniugale e quello zozzone di Alberto chiese ed ottenne anche il popò! Una mattina Alessandro si presentò ad Alberto con un giornale francese, sapeva che il suo amico conosceva questa lingua, Alberto stesso fu in grado di tradurre l’annuncio: ‘Villaggio dei Trans’ vicino ad Annecy Alta Savoia. “Arbè dì la verità ti piacerebbe una novità come questa, in fondo i trans sono mezze donne…” “Si ma anche mezzi uomini ed io non ci tengo…” “Parlane con Anna, le donne sono più curiose dei maschietti.” Era proprio vero, Anna accolse la proposta con un “Perché no!” e quindi fattibile, fu eseguita la prenotazione tramite fax indicato nel giornale. Alberto con i soldi uxoris aveva acquistato una DS 7 Cross Back blu notte, uno sciccheria di auto. Alla partenza di mattina presto raccomandazione di prudenza da parte dei genitori di ambo le parti, Alberto non aveva fretta, aveva messo in funzione il navigatore satellitare, dopo circa sette ore fermò l’auto in un Motel in autostrada vicino Torino. “Che ne dici di una cena leggera ed un  riposino…” “Conosco i tuoi riposini, d’accordo!” Alberto arrivati in camera consumò il riposino ed ambedue si svegliarono presto riprendendo l’autostrada. Passarono le dogane sia quella italiana che quella francese senza problemi e dopo quattro ore trovarono vicino Annecy la scritta ‘Villaggio turistico a due chilometri’, non era specificato il genere ma era probabile che fosse quello cercato dai due. Infatti più avanti una scritta specifica ‘Villaggio Turistico dei Trans.’ Dietro una sbarra si presentò una ragazza bionda, ovviamente parlava francese: “Qui êtes vous’” “Siamo Alberto ed Annamaria da Roma.” La ragazza guardò un elenco e poi: “Entrate, il vostro è l’ultimo bungalow a destra, buon soggiorno.” Se la ragazza parlava italiano era chiaro che molti connazionali frequentavano quel posto. Durante il tragitto Alberto ed Anna notarono molti signori e signore di varie età completamente nudi, probabilmente gli ospiti e poi delle ragazze in minigonna e seno di fuori, forse le trans del villaggio che con quell’abbigliamento nascondevano in parte la loro mascolinità. Il vicino bungalow di Alberto e di Anna era occupato da due signori, un  uomo ed una donna che uscirono completamente nudi. Si presentarono: “Siamo Gabriele e Fiorella da Napoli, vi abbiamo sentito parlare, dall’accento penso che siate romani.” “A cena, potremmo stare allo stesso tavolo.” La sala addetta a mensa era molto ampia, gli ospiti con un asciugamano sotto i glutei, la inservienti more solito con tette al vento e minigonna dalla quale per alcuni o alcune che dir si voglia faceva capolino un pisello. Il vitto era discreto anche se Alberto si aspettava qualcosa di meglio, gli era stato chiesto il compenso anticipato del soggiorno per quindici giorni di quindicimila Euro, cinquecento Euro a testa. Finito di mangiare una passeggiata digestiva vicino alla piscina esterna ben illuminata, qualcuno si faceva il bagno evidentemente lo preferiva al vitto.  Solita iniziativa di Anna: “Che ne dite se ci ritiriamo nei nostri bungalow, magari, sempre se siete d’accordo un wife swapping…” I due napoletani compresero il gergo di Anna, si guardarono in viso e furono d’accordo. Alberto fece una  buona figura col suo ‘pisellone’ anche a riposo. Prima di arrivare all’interno della capanna lo sfoderò  alla grande che fece ridere gli altri tre. “Scusate ma il mio’ciccio’ è capriccioso nel senso che…” Fiorella: “Non ti preoccupare, io amo i capricciosi specialmente nel campo sessuale.” Passaggio nel bagno di Alberto con Fiorella che volle lavare lei il ‘ciccio’ del partner improvvisato: “Oh questo seguita a crescere, mi distruggerà la cosina!” Alberto col solito repertorio: cunnilingus che portò quasi subito Fiorella all’orgasmo, La signora: “Voglio insegnarti un giochetto, entra con l’uccellone  sino a metà vagina, strofinalo in alto e resta in quella posizione.” Alberto da buon allievo eseguì le direttive e dopo un po’ Fiorella si esibì in un orgasmo lungo ed intenso, non finiva mai. Ci volle del tempo prima che la dama si riprendesse poi baciò Alberto in bocca: “Quello era il mio punto G.” “Se vuoi lo rifacciamo.” “No, mi sento svuotata di energie, con te è stato favoloso al contrario…beh lasciamo perdere.” Alberto capì a chi si riferiva la signora, la poca prestanza sessuale del consorte.  Scena quasi simile nell’altro bungalow, quasi perché Gabriele si presentò con un ‘pisello’ ben più piccolo di quello di Alberto e fece d Anna una richiesta particolare: “Ti sarei grato ce mi facessi entrare nel tuo ‘popò’, come vedi sono poco dotato e nel fiorello galleggerei, sono un gioielliere, di nascosto a mia moglie ho con me un bracciale molto bello e costoso…” Anna non sapeva se ridere o accettare l’offerta, prevalse la seconda ipotesi peraltro non prevista ma sicuramente piacevole, i gioielli erano la sua passione. Non ebbe nessun problema all’ingresso di Gabriele nel suo popò, volle rendere più piacevole l’incontro toccandosi il clitoride con conseguente orgasmo. Dopo un po’ la voce di Anna: “Ragazzi unicui suum, tradotto per i non latini, ognuno nella propria cuccia.” Anna entrò nel suo bungalow mostrando visibilmente il regalo ricevuto: “Caro ti piace?” “Gran figlia di… sei sempre la solita furbacchiona ma anche l’amore mio, debbo confessarti che ho imparato qualcosa da Fiorella, domani lo metteremo in atto, per ora largo a Morfeo.” Alberto si alzò per primo, preferì la piscina coperta perché l’acqua era tiepida e ancora non era spuntato il sole. Fu raggiunto da Fiorella pimpante come non mai. “Che ne dici di infilarmelo in acqua, mai provato quella sensazione, vieni te lo faccio diventare duro.” Un fuori programma apprezzato da ‘ciccio’ che bel presto alzò la cresta e con l’aiuto della mano della signora fece un’entrata trionfale nel fiorello voglioso che ‘partorì’ un orgasmo alla grande, prima esperienza in acqua per ambedue. Al rientro nel bungalow Alberto trovò la consorte sotto la doccia, fu invitato a…rifiutò raccontando quello che gli era successo.  “E che cazzo, quella non pensa ad altro, fra poco sarai completamente spompato, cambiamo tavolo ed amicizia. A colazione furono serviti da una bionda che tale non era…”Mi chiamo Solange, quando vorrete sono a vostra disposizione.”  Anna: “Vorremmo cambiare il bungalow?” “Devo chiederlo alla direttrice, si chiama Chanel.” L’interessata si presentò dopo circa mezz’ora vestita in pantaloni e maglietta in compagnia di Solange. “Signori a vostra disposizione, sono una donna normale, parigina pura, mi pare abbiate chiesto di cambiare bungalow, se ne è liberato uno vicino all’ingresso, Solange vi  aiuterà a trasportare i bagagli, buona permanenza.” La nuova sistemazione aveva il difetto di essere un po’ rumorosa per il passaggio delle auto ma l’importante aver lasciato la compagnia dei due napoletani. A tavola erano in un compagnia di due ragazze forse dell’est europeo che parlavano solo la loro lingua; educatamente si presentarono con un ‘tervetuloa’, Alberto e Anna con un ‘piacere’ così le giovani straniere potevano capire che loro erano italiani. Le due avevano un corpo bellissimo ed anche di faccia non erano male, ridevano in continuazione, Alberto le guardava con insistenza, Anna: “Tra poco diventerai cieco, ci stai lasciando gli occhi a ‘tervetuloa’” “L’amore mio è diventato geloso e poi due insieme sarebbero troppo per me, piuttosto, se sei d’accordo vorrei provare ad invitare nel nostro bungalow Solange per provare qualcosa di differente, non è il motivo per cui siamo qui?” “Penso che la ragazza si aspetti una buona mancia, penso a cento Euro.” Finito di cenare solita passeggiatina digestiva e poi rientro nel bungalow meno rumoroso, di notte si svolgeva tutto all’interno del villaggio. Solange li raggiunse dopo mezzanotte profumatissima, il suo ‘uccello’ a riposo si dimostrava già di notevoli proporzioni. Alberto: “Mon amour vediamo di sistemare le cose, io non intendo fare la femminuccia: tu ti metterai piegata appoggiata alla spalliera del letto, Solange in mezzo, io dietro di lei, tutti d’accodo?” Chi tace acconsente, i tre presero posizione. Il trans sfoderò un ‘marruggio di notevoli proporzioni con i testicoli che sembravano due palle da biliardo tanto che Anna: “Cazzo è arrivata a toccarmi il collo dell’utero!” Solange: io ho un orgasmo contemporaneamente col ‘pisello’ e con il culetto.” Le previsioni si avverarono, Anna: “M’è arrivata una mitragliata di sperma veramente piacevole, mai provata e tu?” “Il buchino di Solange si apre e si chiude piacevolmente per me, a casa devi provare a farlo anche tu.” La ragazza era instancabile, i tre seguitarono sinché  Alberto: “Gentili signore io dichiaro forfait, Anna: “Per me ancora un po’, è troppo bello.” “Non ti abituare, io non sono Solange!” Dopo circa un quarto d’ora anche Anna alzò bandiera bianca, forse il fiorellino era stato troppo piacevolmente strapazzato. Solange con noncuranze, andò in bagno ed al ritorno prese i cento Euro trovati sul comodino, si rimise la minigonna e salutò i presenti con l’uccellone ancora in erezione… “Non fare la faccia da meravigliato, tu non sei come lei o lui che dir si voglia, la inviiamo a casa nostra?” “Furbacchiona allora t’è piaciuto da matti, di colpo ti sei scoperta godereccia ogni limite, niente da fare ci contenteremo della solita routine.” Era fine agosto, settembre prossimo poteva portare del clima più fresco, Alberto pensò di fruire dell’aria frizzante romana e così comunicò sia a Solange che a Chanel la loro prossima partenza. Quest’ultima inaspettatamente chiese di poter a febbraio raggiungere Alberto d Anna a Roma quando il villaggio chiudeva per un mese. Proposta accolta con entusiasmo da Alberto, un pò meno da Anna. Chanel era una donna bella, di classe, piena di verve insomma una vera signora affascinante che poteva far innamorare suo marito. L’argomento ritornò nella mente di Anna solo a fine gennaio quando Chanel si fece viva per telefono: “Carissima sono Chanel, domani chiuderà il villaggio, ho prenotato un posto di aereo per Roma, ho il vostro indirizzo di casa, potrei benissimo andare in albergo, se possibile vorrei stare da voi, mi sento più a mio agio.” “Sarai la benvenuta, ti aspetterò a casa nostra con una cena tipica romana spero di tuo gradimento.” Chanel giunse in taxi, doveva aver affascinato pure il tassista che la accompagnò con le valige sino all’ascensore e addirittura le baciò la mano! Grandi abbracci e baci con Anna e poi con Alberto al ritorno dal suo lavoro all’Ambasciata francese. Anna aveva fatto mettere in ordine dalla cameriera Gina la stanza degli ospiti: lenzuola di seta, piumone ricamato, pulizia dello specchio ovale detto ‘psiche’, insomma un accoglimento regale. A tavola Chanel sgranò gli occhi dinanzi a tutte le pietanze preparate da Anna. ”Quando andrò via mi dovrò mettere a dieta, ora chiamo un mio amico all’Ambasciata  francese: “S’il vous plâit j’amerais parler avec monsieur Michel Dubois.” “Mon cher, je suis à Rome hôte di miei amici romani, chiamami prima di venire a prendermi, questo è il loro indirizzo: via Appia Antica 633, a presto.”  Chanel aveva preferito seguitare la conversazione in italiano, forse gli amici non conoscevano il francese. L’indomani mattina Michel con la macchina dell’ambasciata guidata da Alberto giunse a casa di quest’ultimo con sorpresa da parte dell’attaché de France, presto fu tutto chiarito. Abbraccio affettuoso con Chanel e presentazione dei padroni di casa. Chanel: “Mia cara Anna stavolta niente piatti romani, andremo in un ristorante francese che ci indicherà Michel.” Con la DS di Alberto tutti al ritrovo ‘Le Carré’, locale molto raffinato e con i camerieri in divisa. Pranzo particolare ordinato da Michel anche a base di cacciagione e di vino Barolo d’annata. Rientro a casa poi Chanel e Michel si recarono in ambasciata con l’auto di quella amministrazione guidata da Alberto. Chanel si fece viva informando i due amici romani che sarebbe rientrata a Parigi con il fidanzato, sospirone da parte di Anna, tristezza da parte di Alberto, anche la speme ultima dea…

  • 01 ottobre 2020 alle ore 8:19
    Il Bel Tempo

    Come comincia: Sono così sveglia stanotte. Sembra che tutta la stanchezza se ne sia andata all'improvviso ed io sia pronta per chissà quali nuove imprese. il calendario ha sancito il passaggio dall'estate all'autunno, il cielo è silenzioso, non vedo mai le rondini partire. Mi tornano alla mente libri di lettura della scuola elementare dove bambini con i nasini schiacciati contro i vetri di finestre rigate di pioggia, guardano fuori in attesa del bel tempo per andare a giocare. In mezzo ad altissimi alberi ancora si affaccia un sole quasi estivo, qualche gazza si pavoneggia fra i rami, e anch'io di giorno guardo fuori, oltre ampi vetri, anch'io aspetto il bel tempo per andare a giocare. "Il bel tempo": che frase imponente, profonda, che noi usiamo così, quasi con leggerezza, senza pensare troppo al significato delle parole. Tutta la vita inseguiamo il bel tempo, il bel tempo dell'esistenza, il bel tempo della serenità, dei lieti eventi, della realizzazione dei progetti, della gioia di vivere. Il bel tempo della soluzione dei problemi. Come bambini dietro vetri di finestre rigate di pioggia stiamo in attesa, sempre fiduciosi, ostinati, e mentre guardo lo spettacolo del grande parco penso che dove infinita tenerezza e infinita sensazione di impotenza si equivalgono, esse finiscono per amalgamarsi rinunciando a combattersi, perché siamo sicuri che là fuori, in mezzo alle fronde degli alberi, è di nuovo in arrivo il bel tempo, il nostro bel tempo. 

     

  • Come comincia:                                        - Non c'è nessun Dio, lì, e neppure nessun uomo, che possano
                                           darti conforto: sopra il lastricato di marmo dell'obitorio sei solo,
                                           vi-à-vis con la morte!

     Ricordo d'aver letto per la prima volta il breve ma intenso racconto che segue la sera prima che mio padre andasse via da questa terra: era una domenica di febbraio, l'ultima ed abbastanza mite, di sette anni fa. Lui era già entrato in coma e lo lessi poco innanzi di tornare a casa dall'ospedale. Mio padre Marco (era il suo nome di battesimo vero anche se tutti lo chiamavano Mario: lo conoscevano per quel nome e nessuno, neanche parenti stretti, sapevano che le cose fossero diverse) morì il pomeriggio seguente, alle ore diciassette. Ironia della sorte: mia madre aveva cessato di vivere venti mesi prima, alle sedici e sullo stesso pianerottolo del nosocomio cittadino...diciamo a meno di cento metri di distanza dal punto in cui lo fece mio padre. Il giorno prima della sua morte, quella domenica, avevo trascorso diverse ore insieme a lui (come oramai capitava da circa due settimane: da quando, cioé, era entrato in ospedale a causa d'una caduta e della frattura del femore conseguente alla stessa) e seppure la situazione fosse senza speranza, non immaginavo che sarebbero state le ultime (quelle cose non si immaginano mai, anche se poi avvengono ugualmente!). Io conservo ancora il calendario di quel 2013, quasi a voler fermare il tempo nella mia mente e nei miei pensieri...ma ognuno lo fa spesso - o anela a farlo - in maniera assolutamente inconscia; anzi, ne conservo due, ad essere precisi: uno è di quelli a muro ed è affisso sullo sportello di un armadietto nel soggiorno, vi manca il foglio di gennaio e su quello di febbraio il venticinque è circolettato a penna. Lo feci io stesso la sera in cui morì mio padre, quando tornai a casa, e vi scrissi: "Buona fortuna, Jack!". L'altro calendario è di quelli fatti a mo' di soprammobile, comunemente detti da tavolo: a sua volta si trova sopra un mobile nell'ingresso di casa ed anch'esso è circolettato al venticinque di febbraio e reca scritte le stesse parole dell'altro. Mio padre fu grandissimo appassionato di cinema western, in sua vita: ecco chiarito l'arcano, quindi; spiegato il perché di quella frase, scritta accanto alla data della sua morte, che ai più potrebbe invece apparire strana ed incomprensibile...quel buona fortuna, Jack dal titolo di un noto film western (appunto) di Tonino Valeri, interpretato nel 1973 da Henry Fonda (mostro sacro dello star system made in Hollywood) e da Terence Hill. Mi portava spesso al cinema (capitava nel giorno della settimana in cui era a casa dal lavoro, di solito il martedì), molte volte mi ha anche raccontato di quando lui, ragazzo di paese (un piccolo borgo, una frazione appena della bassa reggiana al confine con la provincia di Modena) andava al cinema coi suoi amici: tornava dal lavoro, prendeva un pezzo di gnocco fritto, lo incartava nella carta paglia e via...montava sulla bici per recarsi nella sala del paese vicino, a vedere un film (di cobboi, come era solito dire lui!) con Tom Mix o con Ken Maynard, con Randolph Scott o con John Wayne.

     - Storia di Giuseppe e del suo vecchio cane - Due volte ci sono passato davanti, solo l'ineluttabile logica dei numeri mi ha permesso di trovare il 4. Cercavo una casa, un palazzo, invece era un vecchio portone di legno scrostato, verso il cielo una parete di finestre, anch'esse scrostate e tutte chiuse da anni. Il numero era stato scritto, tanto tempo prima, con vernice bianca. Suono il bottone bianco di un campanello che mi riporta alla mente quello che, da bambino riuscivo a schiacciare solo in punta di piedi, per farmi aprire la bottega del salumiere quando era chiusa. La chiave gira nella toppa, si apre un uscio, piccolo, ci si deve chinare per entrare, oltre la soglia c'è un lungo androne senza illuminazione, in fondo si vede una corte, due piccoli cagnolini mi scortano mentre seguo la signora oltre l'ombra buia. Sulla sinistra tre portici, vedo bene il primo, c'è un sacco di roba accatastata, attrezzi da contadino. Seguo la signora, sotto il portico di mezzo, fra mille cianfrusaglie scorgo il corpo di un uomo sdraiato sul letto vecchio almeno quanto lui, a terra, accanto un vecchio grosso cane sdraiato sul fianco come il suo padrone. Guardo negli occhi la signora stupito. Lei allarga le braccia in segno di resa e inizia a raccontarmi. Quando esco per parlare con il paziente so tutto della sua malattia ma non so nulla di lui: perché si rifiuta di tornare dentro casa anche solo durante la notte? Esco e mi siedo, presentandomi, su un vecchio sgabello accanto al giaciglio, sotto al terzo portico pieno di gabbie con galline, polli, conigli. La signora va in quella direzione con un secchio di mangime. - Giuseppe, sono quì per insegnarle ad alzarsi da questo letto... - E' magrissimo, più alto di me, pelle scura e barba bianca incolta, lo sguardo si posa su di me con fare interrogatorio. -  Guardi che io mi alzo quando voglio e quando ne ho bisogno arrivo fin là in fondo alla turca. - Accompagna queste parole con una rapida occhiata verso sinistra. - Sua moglie è preoccupata, pensa che se dormisse in casa tutto sarebbe più semplice, qua fa molto caldo. - 
     - Si guardi intorno, questo spazio l'ho difeso da tutti e per tutti questi anni, fin che sarò vivo continuerò a farlo. La vita ti può regalare tante cose, quasi tutte inutili, quelle non le difenderò. Le cose importanti te le devi costruire. Io ho fatto così e ora difendo questo spazio, il mio è un vero e proprio presidio, ho sempre pensato che le parole siano meno importanti dell'esempio, spero che i miei figli lo capiscano e diano spazio ai fatti più che alle parole. - Dice queste cose mentre si siede con le gambe giù dalla branda. Con un grande sforzo Giuseppe si alza appoggiandosi ad una lunga verga come un pastore e barcollando si avvia verso la turca accompagnato dal vecchio cane. Raggiungo la moglie accanto alla gabbia dei conigli, le spiego che suo marito si è sempre fatto rispettare e che ora non può cambiare e non può immaginare la propria morte lontano dalle cose per cui è vissuto. Qualche settimana dopo, l'abbaiare all'alba diverso dal solito dei piccoli cani sveglia la signora che capisce subito: il marito se n'è andato, è sulla branda sdraiato sul fianco destro, anche il vecchio cane se n'è andato, sdraiato sul fianco destro, un lenzuolo ne copre buona parte del corpo, forse un colpo di vento.
                                                                               
                                                                              Mauro Montermini, Fisioterapista Vidas

    - Appendice (o note a latere) - Qualcuno si domanderà, ora, dop'aver letto il racconto precedente, se vi siano similitudini e punti in comune tra la storia (vera) ch'esso descrive (in maniera concisa, lo fa, seppur significativa e chiara) e la vicenda "finale" che riguarda mio padre, anch'essa rievocata (ed evocata) attraverso le mie parole scritte? Premesso che il racconto in questione l'ho ritrovato frugando tra tantissime vecchie carte (o meglio, ho ritrovato la pubblicazione che lo riporta: il bollettino di Vidas, nota onlus assistenziale milanese, la quale si occupa in genere di malati terminali) e riletto qualche giorno prima della stesura di questo tratto del mio diario, debbo dire che esse [le similitudini] ci sono senza dubbio come pure punti in comune, e sono abbastanza precise, semplici ed evidenti...quasi lapalissiane: beh, innanzi tutto, l'uomo che affronta il suo ultimo viaggio, eppoi il tema della vecchiaia e della solitudine della - e nella - vecchiaia (e dell'esser vecchi), la decadenza fisica e mentale che essa comporta - a volte - ; infatti, entrambi i casi trattano della morte di uomini anziani i quali, con modalità differenti tra loro terminano la loro esistenza: mio padre sopra un letto di ospedale dopo qualche giorno di incoscienza (magari avrebbe voluto non farlo, chissà, se ne avesse avuto la possibilità, o forse farlo in maniera diversa...andarsene in maniera diversa) e con al fianco il figlio, l'altro invece, ossia Giuseppe, il vecchio milanese, dopo aver difeso strenuamente (come, del resto, aveva fatto nel corso di tutto il "viaggio") il suo piccolo mondo, il suo piccolo spazio, le sue piccole umili cose per cui aveva sempre vissuto e andando via, alla fine, insieme all'amico più fedele che vi sia, cioè il suo cane (a quanto pare, però, nel suo caso fosse la cosa che più desiderava avvenisse!). In questo caso penso sia proprio il caso di dire (giri di parole a parte!) che ognuno di noi sa (più o meno) come è venuto al mondo (anche se nessuno possiede, invero, la facoltà di scegliere in quanto l'evento avviene a prescindere dalla propria volontà: in pratica, nessuno decide da sé stesso di nascere, nessuno è padrone della propria nascita visto che ci concepisce e poi ci mette al mondo sempre qualcun altro), ma a niuno è dato (di) sapere come possa andarsene dal mondo: nessuno conosce la propria fine, quello che ci aspetta malgrado esistano le chiromanti che leggono la mano e predicono il futuro attraverso la palla di cristallo, e malgrado esistano dei metodi (non so quanto veritieri e "scientifici") di risalire al proprio futuro (e quindi conoscere la propria fine: in poche parole, sapere di che morte dobbiamo morire!) attraverso la lettura del dna. Eppoi, gli aspetti più curiosi della vicenda intiera - a mio avviso - nonché strani (e forse, chissà, empatici; o magari son solo coincidenze astrali) stanno nel fatto che io avessi ricevuto il bollettino di cui sopra, sette anni orsono, proprio mentre mio padre era in ospedale; ed ancora...leggessi il racconto poco prima della sua morte: quasi un monito, chissà, una cosa annunciata, anzi, una morte (vera) preannunciata da un'altra (letta). Mi corre obbligo di chiudere con un'ultima annotazione di carattere generale che racchiude, al tempo stesso, un mio pensiero e che, si badi bene, scrissi altrove in tempi ed epoca non sospetta, ovvero lontani dagli eventi luttuosi che hanno poi colpito la mia esistenza: "la morte è un fatto individuale, lo è sempre e comunque, a mio avviso. Anche in un contesto di morte collettiva essa resta comunque un fatto individuale mai diviene collettivo: seppur capiti di morire insieme ad altri 100 mila individui, attorniati da gente amica o dai tuoi cari o magari insieme al proprio cane!".

    Taranto, 26 aprile 2020.

  • 27 settembre 2020 alle ore 20:31
    Diario di bordo - Leggendo...qua e là (terza parte)

    Come comincia:  In questa parte del mio diario voglio proporre un racconto letto su un librino per pochi intimi: una pubblicazione, infatti, che nessuno potrà trovare mai esposta a bella prima sugli scaffali delle librerie italiane oppure nel merchandaising di Amazon perché è stato scritto da un autore che non scrive per vendere libri, o meglio non li scrive per far soldi o tiratura ne per diventare famoso; una pubblicazione che è stata stampata (ed autoprodotta) per aiutare delle persone che sono detenute in varie carceri italiane. L'autore si chiama Olmo Losca, l'ho conosciuto nel gennaio scorso (soltanto formalmente, però, no di persona, acquistando la sua opera tramite la Cassa Anti-Repressione che l'ha prodotta, anzi autoprodotta). Nella seconda pagina di copertina è scritto, in basso, quanto segue: "L'intero ricavato della vendita di questo libro sarà destinato alla Cassa Anti-repressione in solidarietà alle compagne e ai compagni rinchiusi nelle patrie galere". Il racconto (meglio sarebbe definirlo "raccontino", data la sua brevità...altri, all'interno del libro, sono molto più lunghi), che è scritto nelle pagine 51-53, si intitola: "L'urlo di un barbone dei boschi" - Gennaio 2020, località: il bosco. Il testo è quello che segue:
      "Cresciamo e viviamo in una società terrificante, talmente squilibrata che le ricchezze si moltiplicano con la stessa velocità delle povertà che precipitano, dove il concetto di giustizia è misurato sui vestiti di seta e cashmere, dove la tenaglia dei suoi esecutori raggiunge profondità di tale iniquità che risulta "naturale" e "volontario" mantenere istituzioni repressive per perpetuare all'infinito la persecuzione e il martirio di vittime nel nome di aberrazioni ambientali, economiche, sociali. Cresciamo e viviamo in luoghi dove regna la carità religiosa, il romanticismo da soap-opera, l'abnegazione del salario da fame, l'egoismo della proprietà privata, della pistola nel comodino, la difesa dell'ordine costituito, la trasformazione del suolo in cimitero a cielo aperto, la lapidazione pubblica di individui di un'altra epoca storica, la mistificazione, il depistare e nascondere i responsabili delle stragi, la violenza contro i miserabili della strada, la gogna mediatica, il ladrocinio nelle tasche di chi non ha niente. Cresciamo e viviamo chiusi fra quattro mura di cemento armato dipinto dalla chimica da laboratorio, stritolati da una educazione obbediente misurata in codici scolastici, indottrinati da una morale dove l'ego acquista punti a discapito del silenzio, barricati dietro porte blindate e torrette a vista, dove anche il suono armonioso del vento diventa onda d'urto di deflagrazione, insultati e derisi da soggetti che frustano la nostra schiena sette giorni su sette, diventando milionari. Cresciamo e viviamo indottrinati da eserciti di articoli e notizie ricoperte di plastica e menzogne e, nonostante tutto questo, cerchiamo di emanciparci in strade percorse da fumi di monossido, resistiamo ai binari arruginiti inchiodati sui nostri fianchi, ci sdraiamo esausti sul ciglio dell'orizzonte senza mai attraversarlo, urliamo di libertà con infilato in bocca lo straccio che soffoca. Ma non è sufficiente, perchè intorno vediamo individui che crescono e vivono sordi ai lamenti incessanti che lacerano le pareti dei lager, sorridono ai liquami che avanzano fino a cingerci le narici, scendendo in gola e obbligando a digerirli, abituati ormai alla sovranità di coloro che siedono sui nostri corpi, delegano la vita a carnefici che la toglieranno, distolgono in allegria lo sguardo al baratro, disprezzano la mano tesa del perseguitato, la stessa mano che scomparirà nel fondo del mare. Ma tutto questo non è crescere, non è vivere. Esseri viventi trasformati in prodotti da masticare e sputare, masticare e sputare. Oggi mi hanno detto che sono un nemico della nostra società, traditore della morale, difensore dei brutti e cattivi, un solitario pazzo, un fabbricante di falsità e sogni irrealizzabili, ma sono solo una foglia seccata al sole da un'estate malata, un torrente prosciugato da dighe puzzolenti e marce, un albero troncato da motoseghe astute, una talpa agonizzante da ruspe ripiene di fango, un lago cristallino diventato immondizia.   Non temete, tranquilli, il mio urlo di rabbia e dolore non si sentirà, travolto e coperto dalle sirene del progresso...". (da: "Sentieri in cammino").
     La Nota biografica sull'autore, in terz'ultima pagina di copertina, prima delle note dello stesso autore, dell'indice e dell'ultima pagina della pubblicazione, recita quanto segue: Olmo Losca nasce nel 1969, il padre anarchico, tra i fondatori di quella corrente pittorica degli anni '50 denominata, dai giornalisti Giorgio Kaisserlian e Marco Valsecchi (nella prima esposizione italiana del 1956), "Realismo Esistenziale" ha contribuito alla formazione artistica e politica del figlio. Olmo inizia a scrivere poesie dall'età di 14 anni. Dopo un periodo all'estero (in cui gira come un viandante per le strade d'Europa) a 22 anni rientra in Italia. Attraversata una parentesi lavorativa in una fabbrica (5 anni) decide di vendere tutto e trasferirsi in montagna dove inizia a fare il contadino, apicoltore e naturalmente continuando a scrivere. In particolare fiabe e novelle per ragazzi. La sua esperienza come "abitante delle alte valli" lo avvicina ai rifugi alpini, dove ne gestisce uno per due anni e, questa esperienza, lo porta a collaborare con altri gestori alle "Vie" degli escursionisti. Attivista libertario fin dalla tenera età scrive, parallelamente alle fiabe e alle poesie, anche racconti, novelle, articoli e saggi sull'ecologismo, l'animalismo e la critica sociale. Negli ultimi anni è promotore anche di quell'approccio alla questione animale legata all'anarchismo (svariate sono le sue conferenze, in Italia, sul tema). Per la casa editrice francese Editions du Monde Libertaire pubblica nel 2019 "Les Poésies de l'Orme" una raccolta di poesie bilingue (francese/italiano). Attualmente sta lavorando a un progetto di fiabe per adulti legate alla questione animale.

    Taranto, 228 Floréal 5 (24 aprile 2020).

  • 24 settembre 2020 alle ore 14:31
    Quando sei nato non puoi più nasconderti

    Come comincia:  - Quando sei nato non puoi più nasconderti, - ripeteva sovente a suo nipote il vecchio Mohammed, discendente da una famiglia berbera di stirpe antichissima ; - una volta che vieni al mondo, figliuolo, devi crescere in fretta, maturare e...alla fine scegliere dove andare, la strada da percorrere: non importa se sia quella giusta o meno, devi farlo comunque altrimenti la tua vita sarà vissuta a metà! - Eran passati tanti anni, adesso, e quel bimbetto era cresciuto: Noureddine era diventato un uomo. Aveva fatto delle scelte nella sua vita, sino ad allora: alcune giuste, altre invece sbagliate perché forse fatte in fretta e magari quando si era lasciato prendere dalla paura, dal sentimentalismo o dall'emozione. A quel punto della sua vita doveva fare ancora una scelta importante, quella che probabilmente avrebbe segnato - nel bene o nel male - il resto della sua esistenza e il suo cammino sopra questa terra: il suo paese era martoriato, da alcuni anni, da tensioni, disordini, scioperi generali, attentati...bombe, morti e lutti erano ormai all'ordine del giorno; come d'altronde, la repressione brutale sul popolo, gli arresti e l'uso sistematico della tortura tanto nelle campagne, quanto nelle città. Nourredine così entrò nella resistenza armata e lottò, insieme ad altri uomini e donne, dapprima in montagna eppoi nelle campagne vicine alla capitale. Vide ancora arresti, morti, incendi, violenze e saccheggi intorno a lui. Ma poi, un giorno, tutto finì...a metà estate i francesi andarono via: l'Algeria era libera; Noureddine aveva scelto e visse per il resto dei suoi giorni in pace con sé stesso.

    Taranto, 24 settembre 2020. 

  • 24 settembre 2020 alle ore 10:05
    LO SPECIALISTA DEL PUNTO G

    Come comincia: Alberto guardava fuori dalla finestra del balcone, era triste  per un suo problema di salute, una bronchite febbrile. Il medico di base gli aveva prescritto sette giorni di riposo assoluto il che voleva dire non uscire di casa e quindi non presentarsi in caserma, era un maresciallo delle Fiamme Gialle. Telefonate da parte dei colleghi e degli amici, anche il comandante del Gruppo Provinciale T.Colonnello Augusto Speziale, un suo paesano romano si era fatto vivo: “Mazzò che fai il malato immaginario alla Molière?” “Colonnello lei ormai mi conosce, in vita mia ho marcato visita solo poche volte quando non ne potevo fare a meno come stavolta, la mia medichessa mi ha proibito in senso assoluto di uscire di casa.” Alberto era costretto a fare il pensionato, era triste ed arrabbiato anche per la giornata uggiosa, fuori nebbia, anche pioggerellina fine di quelle che durano  una intera giornata, d’altronde che pretendere, era febbraio. Attraverso i vetri del soggiorno scorgeva una montagnola con alberi d’alto fusto ed anche con piante di fichi d’India era in Sicilia, a Messina in viale dei Tigli. Chissà per quale ricordo gli venne in mente quel pittore francese, di cui aveva dimenticato il nome che, costretto a casa come lui aveva dipinto tante volte sempre lo stesso paesaggio che ad Alberto era sembrato stucchevole ma che era stato ampiamente apprezzato dai collezionisti, questione di gusti! Alberto fissando la montagnola vi aveva intravisto formati dagli alberi una pecora che brucava l’erba ed un agnellino che le succhiava il latte, che fantasia! Il maresciallo guarì ed ebbe il nulla osta dalla dottoressa di riprendere servizio. Il giorno dopo accadde un fatto spiacevole: dietro ordine della Autorità Giudiziaria cinque appartenenti della Finanza furono arrestati dagli stessi colleghi, accusa: corruzione. Uno l’aveva fatta proprio sporca, il Tenente ex maresciallo Ignazio Riboldi aveva acquistato a suo nome una villa a Messina nel complesso Giardino dei Laghi ed un’altra a Porto Rosa vicino Furnari in un complesso turistico famoso. Alberto aveva avuto l’ingrato compito di fotografarli e di compilare la scheda segnaletica per ognuno. La storia ebbe un seguito, la signora Ernesta Minutoli moglie dell’appuntato Giuseppe Cancellieri si presentò ad Alberto e: “Vorrei parlarle, possibilmente…” “Ragazzi andate a prendervi un caffè, pago io.” “Maresciallo vorrei da lei un aiuto, mio marito come lei sa è a Gazzi (prigione di Messina) ed io sono in un mare di guai, ho due figli di cui uno handicappato, questo mese non ho ricevuto lo stipendio di mio marito, devo anche pagare il mutuo della casa, mi dia una mano, sono pronta a qualsiasi sacrificio…” Non ci voleva molto a capire, la signora si era offerta ad Alberto. Non era una longilinea ma aveva un bel viso. “Madame se mi permette un prestito, ho in contanti mille Euro.”  Ernesta si avvicinò ad Alberto e lo baciò in bocca, era un anticipo? Alberto e la moglie Letizia da tempo erano giunti ad un accordo, coppia aperta, massima sincerità, qualche ‘svicolata’ sessuale con la sola limitazione di uso del condom. Alberto la mattina seguente si recò a casa della signora Minutoli, era atteso e la dama si fece trovare in camicia da notte trasparente, portò Alberto in bagno e gli lavò il pisellone già in armi. “Ho conosciuto solo quello di mio marito ma il tuo…” “Cara vedo che hai ancora belle tette ed un bel popò, sarò delicato.” Alberto iniziò con una spagnola, baciò in bocca a lungo la signora poi scese sul clitoride insolitamente grosso, gli fece un po’ impressione, poco dopo che era entrato nel fiorellino, piuttosto stretto, si accorse che la dama si stava esibendo in un orgasmo violento e prolungato, aveva le lacrime agli occhi, difficile da interpretarle, poteva avere varie motivazioni. Alberto proseguì sino a metà vagina sino a trovare il punto G, a questo punto Ernesta parve impazzire…Le ci volle del tempo prima di riprendersi. “Sei un mago…” “Si del cazzo” “La prossima volta vorrei darti il popò, mio marito è cattolico,  non l’ha mai voluto fare.” Pensiero di Alberto: “Stò stronzo ha tutti i difetti, oltre che ladro è anche religioso!” Alberto confidò il tutto a Letizia, senza riferire del denaro elargito.  “Sei diventato un consolatrice di vedove bianche, non è che diventi padre.” “La baby si è fatta chiudere le tube dopo la nascita del figlio handicappato.” La storia durò sinché l’appuntato Cancellieri uscì di prigione  agli arresti domiciliari. Nel frattempo era giunta alle orecchie di Alberto la notizia che il maggiore X Y poteva anche lui essere accusato di corruzione, l’ufficiale però non aveva commesso l’errore di intestarsi beni immobili, napoletano li aveva acquistati nel capoluogo campano a nome di parenti, immobili di notevole valore complessivo. Con indagini approfondite, chiedendo ai presta nomi da dove provenisse il denaro con cui avevano fatto quegli acquisti e soprattutto controllando il grado di parentela contro il maggiore c’erano abbastanza elementi per sottoporlo ad indagini. La notizia di quella spiata ad  Alberto venne all’orecchio dell’interessato che, molto preoccupato lo convocò  non nel suo ufficio ma a casa sua, abitava in una bella villa a Ganzirri vicino al mare. La ‘castellana’ Eleonora Sanfelice era una signora nobile napoletana famosa per la sua bellezza e per il suo stile. Longilinea, altezza superiore alla media aveva il fascino delle donne abituate ad ottenere tutto senza chiedere nulla. All’arrivo di Alberto in Jaguar la dama fece un verso difficile da interpretare, molto probabilmente voleva significare che la cosa poco le caleva. Il maggiore: “Se volete, prima del pranzo potete fare un giro in barca, mia moglie ha il brevetto per condurla, io addirittura non so nuotare.” Madame era di poche parole, ai avviò verso la battigia non curandosi se Alberto la stesse seguendo. Altro che barca era un quindici metri con due motori da 75 CV che poteva sviluppare una notevole velocità. Sulla tolda vari materassini su cui sdraiarsi a prendere il sole, a riposarsi o per altri scopi che, molto probabilmente erano quelli per cui Alberto era stato invitato. Giunti un po’ al largo Eleonora gettò in acqua l’ancora, si spogliò completamente e si tuffò in acqua, corpo favoloso, nuotava benissimo, sicuramente era stata allenata da un istruttore. Tornata indietro vicino alla poppa: “Vuole venire in acqua o preferisce il morbido rollio dell’imbarcazione.” “Preferirei restare a bordo.” La duchessa, questo il suo tiolo nobiliare si issò sul motoscafo con elasticità, Alberto anche se non l’aveva in simpatia dovette ammettere che era un ‘mammifero di lusso’ alla Pitrigrilli. Madame sapeva il motivo per cui Alberto era stato invitato da suo marito, ritenne opportuno accelerare ‘ la pratica’ prendendo in mano il suo pisello che stava ingrandendosi sempre più, non fece nessun commento sul suo calibro anche se sicuramente lo notò. Per sbrigarsi Eleonora sovrappose il suo corpo su quello di Alberto, prese il pisello di Alberto e lo introdusse dolcemente nel suo fiorellino circondato da peli bruni (i capelli biondi erano chiaramente tinti) e cominciò a muoversi. Alberto si sentì usato ed anche preso per i fondelli, che fare in quella occasione? Idea: trovare il punto G della dama e farle provare un orgasmo che forse in vita sua non aveva mai percepito. La sua previsione si avverò ed Eleonora  provò un orgasmo talmente forte da far vibrare tutto il suo corpo emettendo anche miagolii di soddisfazione che stupirono la stessa interessata. Passata la ‘buriana’ molto cambiò nell’atteggiamento di Eleonora, cominciò a baciare Alberto in bocca e mettendogli a disposizione le sue tette per farsele baciare poi il cunnilingus con orgasmi sequenziali che meravigliarono molto anche l’interessata, aveva trovato uno stallone. Alberto alla fine faceva l’indifferente ma aveva compreso che Eleonora si era ‘sciolta’ non era più la fredda castellana che aveva conosciuto all’inizio anzi sistemata la barca a riva mise un braccio sopra la spalla di Alberto ridendo: “Lo sa madame il detto francese ‘Madame qui rit c’est deja dans ton lit!’” “Ormai abbiamo superato il detto anche se abbiamo usato un materassino e non un letto.” Il maggiore era su un dondolo sotto l’ombra di un tiglio, al vedere i due abbracciati alzò appena un ciglio, le sue corna erano previste e programmate. Alberto chiese il permesso di andarsene, non aveva intenzione di pranzare col maggiore, la scusa: “Mia moglie non sta bene e mi aspetta a casa” Al rientro ad una consorte curiosissima relazionò i fatti ed insieme si fecero matte risate.  Anche  Letizia in passato si era presa una vacanza, era mancata di casa cinque giorni, era stata una vacanza proficua, il cotale con cui era stata doveva essere ricco perché madame tornò ‘onusta’ di gioielli. Letizia, più giovane di Alberto il mattino era al lavoro nell’ufficio postale di via Consolare Pompea. Un  giorno si ritirò a casa  nera in viso ma non per razza o perché baciata dal sole ma per motivi spiacevoli. “Ne parleremo alla fine del pranzo altrimenti non riesco a mandar giù nemmeno un boccone!” “Non ricordo se te l’ho accennato, abbiamo un nuovo direttore venuto da Roma, decisamente fanatico e che pretende un rispetto assoluto tipo militare, con quello di prima ci davamo del tu, Il cotale a nome Guglielmo Romeo è riuscito a far trasferire all’ufficio postale di Santa Agata Militello una mia collega che gli aveva risposto a tono, a Roma, al Ministero deve avere amici potenti, sinceramente ho paura che mi possa far assegnare ad un ufficio in località distante da qui, Messina è una provincia dal territorio molto esteso…” “Mon amour innanzi tutto dimmi se è sposato e poi se lo è lo invitiamo con la consorte a pranzo o a cena da Mimmo, faremo bella figura ed a pancino pieno tutto  appare diverso, le persone diventano più simpatiche, compris?” “La moglie ha un nome particolare Rinanna, vox populi mi ha riferito che è una donna bella ed allegra al contrario del consorte, vediamo se possiamo mettere in atto quanto programmato.” Due giorni dopo Letizia tornò a casa con delle novità: “Oggi è venuta a farci visita la moglie del direttore, si è presentata col nome di Rinanna Russo,  non ha nulla in comune col consorte: è allegra, simpatica, è piaciuta a tutti gli impiegati, ha chiesto di chiamarla  per nome e di darle del tu, è una romana caciarona al  contrario del consorte musone. Le ho accennato ad un eventuale pranzo insieme, è stata subito entusiasta, ama la compagnia e così interpellerà il marito e ci farà sapere, son sicura che lo convincerà ha argomenti convincenti, è una gran figona!” Il giorno dopo Letizia riferì al marito  la notizia dell’appuntamento nella trattoria di Mimmo a Ganzirri vicino al lago. “Ho provveduto a chiamare il titolare a nome tuo, ci aspetta sabato per l’ora di pranzo, ho spiegato a Rinanna dove abitiamo.” Il sabato a mezzogiorno una 500 Fiat nera entrò nel cortile di viale dei Tigli. Al citofono “Sono Rinanna, vi aspettiamo.” Presentazione dei due maschietti, appena una stretta di mano poi Letizia prese in mano la situazione: “Vorrei andare al ristorante con la nostra macchina alla  Alla vista della Jaguar X Type ti pare che Rinanna stesse zitta: “Cacchio una Jaguar!” “Capiamoci subito, è stato alla morte di una mia zia che ho ereditato una bella somma, non centra nulla la mia qualifica di maresciallo delle Fiamme Gialle, ho il difetto dell’onestà!” Letizia si mise alla guida e Rinanna sua sponte occupò il sedile del passeggero con la conseguenza che i due uomini si trovarono a doversi accomodare sui sedili posteriori. Letizia aveva indossato una minigonna a fiori ed una maglietta decisamente scollata, aggiungendo la mancanza di reggiseno…” Durante il tragitto Guglielmo guardava fuori dal finestrino, Rinanna.”Sai che sei brava alla guida, sai fare pure il tacco punta rifallo e fammelo vedere da vicino.” Rinanna si era abbassata ed aveva preso di mira le gambe di Letizia. “Alberto lo sai certamente che tua moglie ha gambe da ballerina, guarda guarda ha anche gli slip con i personaggi di Walt Diney.” Non era vero ma va a sapere quello che passava in testa alla signora che inaspettatamente prese a toccarle il pube. Letizia ritenne opportuno diminuire la velocità della macchina, mise marce inferiori, non sapeva che atteggiamento prendere, una situazione fuori dal normale. Rinanna capì che stava esagerando e smise. Mimmo aveva ricevuto da Alberto qualche ‘agevolazione’ in sede di verifica, sistemò i quattro in una stanza riservata, Alberto stava dinanzi a Guglielmo, Letizia a Rinanna. Si accorse di qualcosa di anomalo dallo sguardo di Letizia che mettendo gli occhi in basso gli fece capire che la dama le aveva posizionato un piede fra le sue gambe. Alla fine del sontuoso pranzo le due signore si ritirarono nel bagno. Letizia a casa riferì del loro approccio. Rinanna aveva convinto il marito ad un wife swapping particolare: le due signore a letto con un maschietto alla volta, condizione posta dal consorte. E così fu: Guglielmo a casa sua sembrava un altro: forse la situazione che stava per crearsi lo aveva eccitato: era sorridente, non si vergognava di rimanere in slip dinanzi ad Alberto ed a Letizia che con Rinanna si ritirò in camera matrimoniale insieme al padrone di casa, Alberto aspettava il suo turno ma la curiosità non è solo femmina. Aperto uno spiraglio della porta della stanza uno spettacolo inusitato: le due signore inginocchiate sul letto con Guglielmo che le penetrava a turno,  al massimo dell’eccitazione chiese ed ottenne da Letizia di penetrarla nel popò, Alberto si ripromise di fare altrettanto con Rinanna. Divennero un quartetto affiatato, niente più un maschietto alla volta, tutti insieme appassionatamente. Letizia  nel suo lavoro ottenne una promozione e relativo aumento di stipendio e vissero…Ma nella mente di Alberto era rimasta l’immagine di Eleonora, una donna favolosa ma solo per una volta sua, purtroppo era fuori dalla sua portata. Alberto seppe che si era separata dal marito e si era trasferita a Napoli, il sogno di Alberto era stato un meraviglioso sogno infranto, infranto per sempre.  

  • 22 settembre 2020 alle ore 15:40
    Alla berlina

    Come comincia: Finalmente la campanella suona. La mattina è stata dolorosa. Esco mogia dalla scuola elementare, e lì tutti mi aspettano: bambini genitori sorelle fratelli che sono venuti a prendere i bambini. Il sole è splendente, io di solito mi butto a rotta di collo giù per la scalinata facendo giravolte su giravolte, lanciando la cartella intorno, felice, così felice di essere fuori, all'aperto, in questa giornata di primavera dall'aria profumata, lì c'è la campagna, prati ruscelli, e rovi dove posso inoltrarmi in cerca di fiori, così nascosti, quasi inaccessibili, ma non per me. Ma oggi mi aspetta la berlina, e io lo so, benché solo in seconda elementare, lo so. E' un coro unico che mi accoglie appena mi affaccio sul grande piazzale di fronte alla scuola: ha fatto la firma falsa...ha fatto la firma falsa...ha fatto la firma falsa. Il ritorno a casa è faticoso, non so cosa aspettarmi ma intuisco di avere fatto una cosa gravissima. La firma è pasticciata, non mi era venuta bene e l'ho imbrattata, la gomma per cancellare ha bucato il foglio. Un vero disastro, Sì, ho fatto la firma di mia madre, e lei è unica, incredibile, con la sua fede incrollabile, che mentre l'accaduto diventa una questione di Stato, insiste che la firma l'ha fatta lei, anche se è pasticciata. La firma l'ha fatta lei, l'ha corretta lei perché la penna non scriveva bene,
    Quel giorno imparai molto ma quello che imparai non fu l'essere stata messa alla berlina a insegnarmelo, fu mia madre a insegnarmelo. 
     

  • Come comincia: Ma di quel geniale tedesco sono da ricordare anche, e soprattutto, due monumentali opere come "From Caligari to Hitler: a Psychological History of the German Film" (Storia del cinema tedesco, 1977), la cui stesura li fu commissionata nel 1943, due anni dopo il suo trasferimento negli States per sfuggire al nazismo, dalla Guggenheim Foundation (a New York, tra l'altro, fu assistente speciale al Museum of Modern Art Film Library), e "Theory of Film: The Redemption of Physical Reality" (Film: ritorno alla realtà fisica, 1962): assolutamente originali quanto significativi contributi alla riflessione, alla critica ed alla storiografia cinematografica di ogni tempo.
     - Va dicendo il saggio - Va dicendo il saggio (ma sarà proprio vero oppure, come diceva quel tale che saggio non era eppur le mandava a dire a chiunque, senza peli sulla lingua, "son soltanto...quisquiglie e pinzellacchere?"), a destra quanto a manca ed in ogn'ora del santissimo giorno, che: "gente allegra il ciel sempre l'aiuta". Ma or io mi domando: perché mai, allora, quella triste non dovrebbe aiutarla (mai) nessuno? E quando dico nessuno, intendo nessuno: quindi, neanche il sole o la luna che, però, guarda caso dimorano pur essi in cielo? 
     - Serie - Proverbi con commento (a modo mio)
     "Vedi Napoli e poi muori" - Ma io, una volta...al buio m'apparve innanzi all'improvviso mia sorella Anna coi bigodini in testa: a momenti ci restavo secco. Pertanto, ne deduco quanto segue: ovvero, che non è affatto necessario vedere Napoli per morire!
     - Pascal e gli atti "impuri" - Il grande pensatore e letterato francese Blaise Pascal ebbe a dire una volta: "la solitudine ti porta a commettere atti impuri...come piangere, pensare, etc.".Io però aggiungerei: amare ed odiare, oppure sognare, credere e sperare, abiurare sé stessi e mentire a sé stessi, impersonare il diavolo e l'acqua santa; e per ultimo...anche scrivere poesie che è l'atto più impuro ed irrazionale di tutti!
     - Le azioni dell'uomo (o: le nuove tavole)
     Nascere: senza far rumore;
     Camminare a testa alta e gambe in spalla (dopo aver imparato a camminare, s'intende!);
     Vivere: non restando (mai) in silenzio;
     Chiedere tutto il possibile e anche l'impossibile: possibilmente!
     Domandare: ciocché non ha risposta (mai);
     Chiedere (bis); tutto, sempre: ed in fretta!
     Possedere quello che si vuole, ma non quanto si ha;
     Dare: niente (mai)...per scontato;
     Ricevere sempre ogni cosa: in cambio!
     Onorare: il padre e la madre (sempre e comunque);
     Star bene: al mondo e sopra la terra (soltanto sopra questa, però...altrimenti?!);
     Levarsi: un chiodo "fisso" da giovani; meglio farlo senza usare le pinze...e non aver mai un chiodo nella scarpa!
     Andare senza meta: ma a testa alta e con la corda (ben) tesa;
     Non andare (mai) a funghi da solo!
     Camminare (bis) al buio, ma senza farsi male (possibilmente)...(e) con gli occhi ben aperti: che gli alberi nascosti son sempre in agguato!
     Far l'amore: con la luce accesa; e...mi raccomando di non leggere mai, prima di farlo, la bibbia, il corano o il talmud!
     Guardare (sempre prima dei pasti, però!) ed anche toccare: ma...mai il cielo con un dito (il cielo è alquanto volubile: potrebbe offendersi!);
     Dormire né cadere...mai in piedi!
     Partire (senza mai morire): dopo aver fatto la spesa (possibilmente)...che grosso guaio sarebbe se al nostro ritorno trovassimo il frigo vuoto!
     Fare e disfare - quasi - sempre (eppoi ricordarsi di rimetter tutto in ordine!);
     Fare (a volte): di cuori aperti scempio!
     Creare (ovunque) scompiglio, morte - morti - e dolori  (prima);
     Non fare: a botte col passato (dopo);
     Prendere: a calci la vita; né (mai) nulla alla leggera;
     Non prendere (se possibile) mai calci nel culo dalla vita: siano essi leggeri che forti...eppoi, tutti sanno, che il culo è la parte più sensibile del corpo umano!
     Giocare: a tresette col "morto" (e fottersene della morte: almeno quando si sta giocando!);
     Giocare (bis): possibilmente con la vita degli altri, ma mai con la propria! (e mai mettere a repentaglio la propria vita: neanche per denaro o a causa di una donna; anche se...trattasi della donna d'altri!);
     Mai giocare né col diavolo né col cristo: son tipi poco raccomandabili...quei due!
     Salire (le scale): mai a piedi, se possibile...altrimenti il fiato diventa corto!
     Arrivare (possibilmente) in alto: il più in alto possibile che si può (mai fin oltre le nuvole, però: c'é troppa umidità da quelle parti!);
     Scendere: in basso al più presto, una volta arrivati in cima (questo vale per tutti: per chi soffre e per chi non soffre di vertigini!);
     Cadere giù; e rialzarsi - se possibile - (quasi) subito!
     Suonare: il violino ma non le serenate al chiar di luna e sotto le stelle;
     Dormire (bis): con gli occhi sempre (ben) aperti (questo vale, soprattutto, per coloro  che...nascondono i soldi sotto il materasso!); 
     Sognare (sempre) ad occhi chiusi...altrimenti che gusto c'é a sognare!
     Avere: sempre tutto - se possibile...da perdere; mai da guadagnare (altrimenti: chi li tiene a bada i finanzieri!);
     Non avere (mai) paura di niente né di nessuno!
     Lasciar stare i santi e i fanti;
     Non toccare (mai) il "can che dorme";
     Tornare: all'ovile natio;
     Chiudere i conti e la partita sul patio;
     Morire: in pace con sé stessi; 
     Giacere sotto terra (e amen!).
     - Serie: proverbi e modi di dire...a modo mio (con commento: questa volta!)
     - Non c'é due senza tre: ma neanche quattro senza cinque, sei senza sette, otto senza nove e così via. E' come dire: non c'é sole senza luna ed alto senza basso; oppure amore senza odio e pianto senza sorriso, o gioia senza dolore e bianco senza nero; infine: non c'é vita senza morte. Ovvero: gli opposti che sono l'uno il completamento dell'altro; o meglio: tutto ed il contrario di tutto...e sempre tutto (sta o ritorna) al proprio posto ("gli opposti si attraggono a vicenda e si completano": disse, infatti, qualcuno una volta!).
     - Il primo amore non si scorda mai: ma neanche il secondo, il terzo, il quarto, il quinto e così via. Soltanto l'ultimo, però, è quello che dura per sempre!
     - C'é sempre la prima volta (per ogni cosa): ma c'é anche la seconda, la terza, la quarta e così via. Importante, però, è...che non ci sia mai l'ultima; o meglio: ch'essa arrivi il più tardi possibile!
     - La coscienza: giro di valzer intorno a...-  La coscienza è tutto ciocché siamo oppure...non siamo; è tutto ciocché ci appartiene oppure...è sconosciuto; è tutto ciocché appare oppure...(a noi) è invisibile; è tutto ciocché è dentro di noi oppure...è al di fuori; la coscienza è tutto ciocché è oppure...non è!  La coscienza rappresenta l'ignoto per la nostra anima, ma è anche il suo invisibile "specchio" interiore; essa è tutto ed il contrario di tutto: è inconscio, è sogno ed è realtà; essa è subcònscio, e apparenza ed è immaginazione.
     - La vita: due divagazioni sul tema (con aforisma celebre alla fine) - La vita è: vincere da una parte e perdere dall'altra; la vita...alla fine vinci da una parte e perdi - invece - dall'altra: funziona proprio così! La vita non è una mera attività commerciale (Paolo Crepet). 

     

  • 21 settembre 2020 alle ore 12:59
    NEL MONDO DEI PIÙ

    Come comincia: Alberto Giorgianni era seduto sulla sua poltrona preferita dinanzi alla finestra del salone di casa in viale della Libertà a Messina, tipica giornata invernale, d’altronde era novembre. Il solito panorama della costa calabrese intravista attraverso le brume, nulla invitava all’ottimismo ed infatti il signore era di cattivo umore, motivi molteplici: innanzi tutto l’età, a settembre avrebbe compiuto novant’anni con tutti i carichi di malattie tipiche dell’età. Un suo amico medico di bel esprit gli aveva detto (era romano come lui): “Arbè famo prima a contà le malattie che non c’iai che quelle che ciai!” bella battuta che non gli sollevava di certo il morale. Alberto stava pensando alla  fine delle sua esistenza terrena, sentiva la vita sfuggirgli, una sensazione  particolare ma che stranamente non gli incuteva paura, forse curiosità, a cosa sarebbe andato incontro con la morte, da ateo pensava al nulla non certo quello che le varie religioni, tutte create dagli uomini prevedevano. Seguendo le tesi cattoliche sarebbe andato dritto dritto all’Inferno, sperava in un girone di persone dedite al sesso in ogni caso ai divertimenti, anche all’Inferno pensava ci sono i raccomandati, che fantasia! Ritornando ai tempi attuali Alberto pensava alle varie conquiste siciliane, per lui era stato un giochetto in quanto molto aiutato dal fisico e dalla battuta facile sempre apprezzata soprattutto dalle signore dai mariti musoni e poco performanti. Aveva attinto a piene mai fra le consorti dei colleghi soprattutto conosciute nella colonia estiva a Mortelle dove faceva bella mostra col suo charme. Anche la compagnia del Colonnello Comandante, Andrea Unico, lo aveva aiutato nella conquiste; il cotale, dal fisico simile al suo aveva sposato un brutta ma brutta che di più non si può ma aveva una dote eccellente: era ricchissima e soprattutto era solita abitare a Roma dalla sua unica  figlia (anche lei racchia) ma con un figlio bellissimo, tutto suo nonno e così il buon Andrea se la spassava anche in virtù del grado e delle divisa che indossava. Alberto era anche capo laboratorio fotografico e quando usciva ‘per servizio’ (si fa per dire) col suo comandante si portava appreso la fida Canon 450 di sua proprietà (l’Amministrazione era tirchia). Alberto munito di patente militare guidava la 131 Fiat dell’Amministrazione. Catania, Siracusa e Ragusa erano le mete della giurisdizione della Legione di Messina, i due in ogni sede trovavano due stanze nei migliori alberghi ad un prezzo favorevole (gratis). La sera in borghese nei vari locali di divertimento in compagnia dei comandanti di Gruppo, insomma una pacchia. Una sola volta, a Catania, Alberto ebbe modo di esibirsi con la sua Canon per ritrarre un trafficante di stupefacenti la cui foto era stata richiesta dal Comando Generale. In quell’occasione ebbe gli elogi dei superiori di Roma per aver ritratto il cotale senza che l’interessato se ne accorgesse: aveva, sempre di sua proprietà, un congegno che effettuava foto  puntando l’obiettivo a novanta gradi. Ma ormai erano ricordi, sentiva la sua vita sfuggirli come una candela che pian piano si consuma, chiese alla moglie Annamaria di farlo ricoverare all’Ospedale Papardo e così una mattina si trovò in una stanza in compagnia di un altro ricoverato musone che rispose appena al suo ‘buongiorno’, in compenso all’ora di visite il cotale fu raggiunto da parenti ed amici in gran numero, persone ignoranti, rumorose e molte  tossivano continuamente. Alberto suonò il campanello e…una visione, gli era apparsa una sosia di Flora, un’antica carissima amica conosciuta a Domodossola che non aveva più rivisto perché lui aveva preferito andare alla Scuola Sottufficiali della Guardia di Finanza e lei ad esercitare la professione di infermiera in una clinica di Losanna in Svizzera. “Mi scusi signora ma lei è la copia di una mia amica a nome Flora quando ero finanziere a Domodossola.” “Io sono la capo sala, sono Aurora Diotallevi figlia di Flora, di lei mi palava spesso mia madre.” Alberto rimase basito, quell’incontro era incredibile, Flora era stata più di un semplice flirt, il primo amore della sua vita a cui aveva rinunziato per fare carriera per poi pentirsene. “Aurora vienimi vicino…per prima cosa vedi se riesci a far cambiare camera al tale che occupa il posto letto nella mia stanza, poi potremo parlare.” Aurora capì al volo la situazione, riapparve dopo dieci minuti munita di mascherina in viso e:”Signore devo farla trasferire in altra camera, il qui presente forse è affetto da tifo petecchiale, potrebbe essere contagioso.” Il cotale non se lo fece ripetere e, raccolte le sue cose sparì dalla circolazione. “Sei un genio, raccontami di tua madre.” “Mamma è morta due anni addietro, si era sposata con un dottore italiano che lavorava nel suo stesso nosocomio, sono nata io figlia unica. Ho conseguito la qualifica di infermiera e poi di capo sala, ho sposato un Carabiniere che era stato trasferito qui a Messina, era quello di cui hanno parlato i giornali morto in un incidente stradale con l’auto di servizio, ho una figlia Flora che assomiglia a me ed a sua nonna, anch’io mi sento frastornata.” “Penso che sarei potuto  essere tuo padre, mi sono pentito della mia scelta…” Aurora abbracciò Alberto, ambedue erano commossi. “Vorrei conoscere tua figlia, quanti anni ha?” “Dieci, è un ragazzina saggia,  brava a scuola, il mio gioiello.” “Il mio unico dispiacere è che  sento che sto per lasciare questo mondo, mai come ora avrei voglia di vivere ancora ma il destino, come pensavano gli antichi greci è superiore anche agli dei.” La mattina seguente suonò il telefonino di Alberto: ”Pronto è lei il signor Alberto Minazzo?” “Chi parla, non mi pare di conoscerla.” “Il mio nome non ha importanza, debbo solo riferirle che lei ha un bel paio di corna, sua moglie…” “Gentile sconosciuta, a me hanno sempre detto che le corna portano fortuna…” “Sua moglie se la fa con l’ingegnere capo qui al Genio Civile, il cotale era il mio fidanzato, io sono separata…” “Gentile signora se potessi l’aiuterei ma sono ricoverato in ospedale e non so se…” L’interlocutrice, delusa aveva chiuso il telefono forse sperava che il marito prendesse qualche iniziativa, Alberto aveva altro per la testa e poi l’incontro con Aurora aveva cambiato qualcosa nella sua vita, un ricordo piacevole e nello stesso tempo amaro. Nel pomeriggio una telefonata di Annamaria: “Caro sono in giro per servizio con un mio collega, non devi preoccuparti, Filiberto è omosessuale, ciao appena posso vengo a trovarti.” Alberto pensava ad altro, Aurora aveva preso l’abitudine quando era fuori servizio di dormire nel lettino accanto a quello dell’amore di sua madre, lo sorvegliava di continuo, sapeva che la sua vita sarebbe stata breve. Alberto: “Mi piacerebbe conoscere tua figlia Flora.” “Oggi smonto alle quattordici, Flora è a casa di una sua amica che abita nel nostro stesso palazzo, più tardi andrò a prenderla, prima l’avviserò, non conosce il tuo  antico legame con sua nonna.” All’apparizione della ragazzina undicenne un silenzio imbarazzato ma la piccola Flora dimostrò uno spirito fuori del comune. “Signore, pensandoci bene potrei essere sua nipote, mia madre mi ha messo al corrente del suo legame con mia nonna che adoravo, avrei preferito conoscerla in altra occasione ed in un posto più piacevole, mi permetta di abbracciarla.” Flora piangeva, uscì dalla stanza. “Mia figlia è molto sensibile,  ho fatto bene a farla venire qui, non me l’avrebbe perdonato di non averti potuto conoscere.” Al rientro nella stanza Flora era sorridente: “Io non sono musona ma non mi immaginavo mai che avrei conosciuto il mio mancato nonno, al mondo sono sola con mia madre, se possibile vorrei farti compagnia quando mia madre è occupata nel suo lavoro, ho capito che non stai bene vorrei dividere con te più tempo possibile.” Flora si era seduta sul letto di Alberto che dopo tante emozioni faceva fatica a tenere gli occhi aperti. Si svegliò al momento del pranzo, non aveva fame, ingoiò un po’ di pastina ed una mela cotta imboccato da Aurora. Era proprio alla fine della sua vita, Aurora telefonò ad Annamaria per informala della prossima morte di suo marito. La consorte seguì i desiderata del consorte da lui espressi tempo addietro: cassa da morto: la meno cara, nessun passaggio in chiesa, trasporto direttamente nella cappella di famiglia senza avvisare né ex colleghi né amici con la sola eccezione di Franco che portò con sé la moglie Maria e le figlie Antonella e Melania molto affezionate allo ‘zio’. Con tre auto i sette seguirono il carro funebre ed assistettero alla tumulazione. Alberto aveva lasciato un testamento redatto in ospedale dinanzi ad un notaio con cui lasciava tutte i suoi beni ad Aurora ad eccezione della quota dovuta per legge alla consorte. Aveva anche lasciato per iscritto quello che voleva fosse riportato sulla sua lapide oltre al titolo di cavaliere (sperava che da morto gli potesse servire a qualcosa!) una foto in ceramica di quando era più giovane, era stato sempre un vanitoso.  L’epitaffio: ‘Il mio non è un addio ma un arrivederci, a presto!’ Alberto rimase nel profondo del cuore sia di Aurora che di Flora che si ripromise, se avesse avuto un figlio maschio di chiamarlo Alberto come il suo mancato nonno.
     
     

    NEL MONDO DEI PIÚ
    Alberto Giorgianni era seduto sulla sua poltrona preferita dinanzi alla finestra del salone di casa in viale della Libertà a Messina, tipica giornata invernale, d’altronde era novembre. Il solito panorama della costa calabrese intravista attraverso le brume, nulla invitava all’ottimismo ed infatti il signore era di cattivo umore, motivi molteplici: innanzi tutto l’età, a settembre avrebbe compiuto novant’anni con tutti i carichi di malattie tipiche dell’età. Un suo amico medico di bel esprit gli aveva detto (era romano come lui): “Arbè famo prima a contà le malattie che non c’iai che quelle che ciai!” bella battuta che non gli sollevava di certo il morale. Alberto stava pensando alla  fine delle sua esistenza terrena, sentiva la vita sfuggirgli, una sensazione  particolare ma che stranamente non gli incuteva paura, forse curiosità, a cosa sarebbe andato incontro con la morte, da ateo pensava al nulla non certo quello che le varie religioni, tutte create dagli uomini prevedevano. Seguendo le tesi cattoliche sarebbe andato dritto dritto all’Inferno, sperava in un girone di persone dedite al sesso in ogni caso ai divertimenti, anche all’Inferno pensava ci sono i raccomandati, che fantasia! Ritornando ai tempi attuali Alberto pensava alle varie conquiste siciliane, per lui era stato un giochetto in quanto molto aiutato dal fisico e dalla battuta facile sempre apprezzata soprattutto dalle signore dai mariti musoni e poco performanti. Aveva attinto a piene mai fra le consorti dei colleghi soprattutto conosciute nella colonia estiva a Mortelle dove faceva bella mostra col suo charme. Anche la compagnia del Colonnello Comandante, Andrea Unico, lo aveva aiutato nella conquiste; il cotale, dal fisico simile al suo aveva sposato un brutta ma brutta che di più non si può ma aveva una dote eccellente: era ricchissima e soprattutto era solita abitare a Roma dalla sua unica  figlia (anche lei racchia) ma con un figlio bellissimo, tutto suo nonno e così il buon Andrea se la spassava anche in virtù del grado e delle divisa che indossava. Alberto era anche capo laboratorio fotografico e quando usciva ‘per servizio’ (si fa per dire) col suo comandante si portava appreso la fida Canon 450 di sua proprietà (l’Amministrazione era tirchia). Alberto munito di patente militare guidava la 131 Fiat dell’Amministrazione. Catania, Siracusa e Ragusa erano le mete della giurisdizione della Legione di Messina, i due in ogni sede trovavano due stanze nei migliori alberghi ad un prezzo favorevole (gratis). La sera in borghese nei vari locali di divertimento in compagnia dei comandanti di Gruppo, insomma una pacchia. Una sola volta, a Catania, Alberto ebbe modo di esibirsi con la sua Canon per ritrarre un trafficante di stupefacenti la cui foto era stata richiesta dal Comando Generale. In quell’occasione ebbe gli elogi dei superiori di Roma per aver ritratto il cotale senza che l’interessato se ne accorgesse: aveva, sempre di sua proprietà, un congegno che effettuava foto  puntando l’obiettivo a novanta gradi. Ma ormai erano ricordi, sentiva la sua vita sfuggirli come una candela che pian piano si consuma, chiese alla moglie Annamaria di farlo ricoverare all’Ospedale Papardo e così una mattina si trovò in una stanza in compagnia di un altro ricoverato musone che rispose appena al suo ‘buongiorno’, in compenso all’ora di visite il cotale fu raggiunto da parenti ed amici in gran numero, persone ignoranti, rumorose e molte  tossivano continuamente. Alberto suonò il campanello e…una visione, gli era apparsa una sosia di Flora, un’antica carissima amica conosciuta a Domodossola che non aveva più rivisto perché lui aveva preferito andare alla Scuola Sottufficiali della Guardia di Finanza e lei ad esercitare la professione di infermiera in una clinica di Losanna in Svizzera. “Mi scusi signora ma lei è la copia di una mia amica a nome Flora quando ero finanziere a Domodossola.” “Io sono la capo sala, sono Aurora Diotallevi figlia di Flora, di lei mi palava spesso mia madre.” Alberto rimase basito, quell’incontro era incredibile, Flora era stata più di un semplice flirt, il primo amore della sua vita a cui aveva rinunziato per fare carriera per poi pentirsene. “Aurora vienimi vicino…per prima cosa vedi se riesci a far cambiare camera al tale che occupa il posto letto nella mia stanza, poi potremo parlare.” Aurora capì al volo la situazione, riapparve dopo dieci minuti munita di mascherina in viso e:”Signore devo farla trasferire in altra camera, il qui presente forse è affetto da tifo petecchiale, potrebbe essere contagioso.” Il cotale non se lo fece ripetere e, raccolte le sue cose sparì dalla circolazione. “Sei un genio, raccontami di tua madre.” “Mamma è morta due anni addietro, si era sposata con un dottore italiano che lavorava nel suo stesso nosocomio, sono nata io figlia unica. Ho conseguito la qualifica di infermiera e poi di capo sala, ho sposato un Carabiniere che era stato trasferito qui a Messina, era quello di cui hanno parlato i giornali morto in un incidente stradale con l’auto di servizio, ho una figlia Flora che assomiglia a me ed a sua nonna, anch’io mi sento frastornata.” “Penso che sarei potuto  essere tuo padre, mi sono pentito della mia scelta…” Aurora abbracciò Alberto, ambedue erano commossi. “Vorrei conoscere tua figlia, quanti anni ha?” “Dieci, è un ragazzina saggia,  brava a scuola, il mio gioiello.” “Il mio unico dispiacere è che  sento che sto per lasciare questo mondo, mai come ora avrei voglia di vivere ancora ma il destino, come pensavano gli antichi greci è superiore anche agli dei.” La mattina seguente suonò il telefonino di Alberto: ”Pronto è lei il signor Alberto Minazzo?” “Chi parla, non mi pare di conoscerla.” “Il mio nome non ha importanza, debbo solo riferirle che lei ha un bel paio di corna, sua moglie…” “Gentile sconosciuta, a me hanno sempre detto che le corna portano fortuna…” “Sua moglie se la fa con l’ingegnere capo qui al Genio Civile, il cotale era il mio fidanzato, io sono separata…” “Gentile signora se potessi l’aiuterei ma sono ricoverato in ospedale e non so se…” L’interlocutrice, delusa aveva chiuso il telefono forse sperava che il marito prendesse qualche iniziativa, Alberto aveva altro per la testa e poi l’incontro con Aurora aveva cambiato qualcosa nella sua vita, un ricordo piacevole e nello stesso tempo amaro. Nel pomeriggio una telefonata di Annamaria: “Caro sono in giro per servizio con un mio collega, non devi preoccuparti, Filiberto è omosessuale, ciao appena posso vengo a trovarti.” Alberto pensava ad altro, Aurora aveva preso l’abitudine quando era fuori servizio di dormire nel lettino accanto a quello dell’amore di sua madre, lo sorvegliava di continuo, sapeva che la sua vita sarebbe stata breve. Alberto: “Mi piacerebbe conoscere tua figlia Flora.” “Oggi smonto alle quattordici, Flora è a casa di una sua amica che abita nel nostro stesso palazzo, più tardi andrò a prenderla, prima l’avviserò, non conosce il tuo  antico legame con sua nonna.” All’apparizione della ragazzina undicenne un silenzio imbarazzato ma la piccola Flora dimostrò uno spirito fuori del comune. “Signore, pensandoci bene potrei essere sua nipote, mia madre mi ha messo al corrente del suo legame con mia nonna che adoravo, avrei preferito conoscerla in altra occasione ed in un posto più piacevole, mi permetta di abbracciarla.” Flora piangeva, uscì dalla stanza. “Mia figlia è molto sensibile,  ho fatto bene a farla venire qui, non me l’avrebbe perdonato di non averti potuto conoscere.” Al rientro nella stanza Flora era sorridente: “Io non sono musona ma non mi immaginavo mai che avrei conosciuto il mio mancato nonno, al mondo sono sola con mia madre, se possibile vorrei farti compagnia quando mia madre è occupata nel suo lavoro, ho capito che non stai bene vorrei dividere con te più tempo possibile.” Flora si era seduta sul letto di Alberto che dopo tante emozioni faceva fatica a tenere gli occhi aperti. Si svegliò al momento del pranzo, non aveva fame, ingoiò un po’ di pastina ed una mela cotta imboccato da Aurora. Era proprio alla fine della sua vita, Aurora telefonò ad Annamaria per informala della prossima morte di suo marito. La consorte seguì i desiderata del consorte da lui espressi tempo addietro: cassa da morto: la meno cara, nessun passaggio in chiesa, trasporto direttamente nella cappella di famiglia senza avvisare né ex colleghi né amici con la sola eccezione di Franco che portò con sé la moglie Maria e le figlie Antonella e Melania molto affezionate allo ‘zio’. Con tre auto i sette seguirono il carro funebre ed assistettero alla tumulazione. Alberto aveva lasciato un testamento redatto in ospedale dinanzi ad un notaio con cui lasciava tutte i suoi beni ad Aurora ad eccezione della quota dovuta per legge alla consorte. Aveva anche lasciato per iscritto quello che voleva fosse riportato sulla sua lapide oltre al titolo di cavaliere (sperava che da morto gli potesse servire a qualcosa!) una foto in ceramica di quando era più giovane, era stato sempre un vanitoso.  L’epitaffio: ‘Il mio non è un addio ma un arrivederci, a presto!’ Alberto rimase nel profondo del cuore sia di Aurora che di Flora che si ripromise, se avesse avuto un figlio maschio di chiamarlo Alberto come il suo mancato nonno.