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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 11 gennaio 2013 alle ore 22:08
    Racconto grottesco

    Come comincia: Ore 12,00. Istituto di Medicina Legale di Bologna, Obitorio, Sala nr. 3.
    Sono morto!
    Il mio cadavere giace su un tavolo di acciaio dell’obitorio  coperto da un  lenzuolo bianco.
    Eppure io lo vedo, anzi, mi vedo.
    Non so come ci sono arrivato né perché ci sono ma il mio cadavere è lì ed io sono accanto a lui, in piedi, e mi chiedo come diamine sia possibile questa cosa.
    Sotto il lenzuolo il mio corpo è senza vita ed io sono accanto a lui, questa la devo raccontare agli amici!
    Ma quali amici?! Se son morto vuol dire che non ho più amici e che, soprattutto, non posso raccontare niente.
    La situazione è grottesca. Forse è soltanto un sogno, un incubo dal quale mi risveglierò a momenti, sudato e sfinito ma sollevato.
    No, non credo sia così, sembra spaventosamente troppo reale.
    Cerco di ricordare almeno come ci sono finito su quel tavolo e brandelli di memoria si affollano caoticamente nella mia testa.
    <<Non darti pena, pian piano ricorderai, anche se non ti servirà a niente.>>
    La voce alle mie spalle giunge improvvisa e lugubre, sembra provenire da un altro mondo.
    Mi volto e al mio fianco c’è un vecchietto con un bastone che mi sorride.
    I capelli e la barba di un bianco candido fanno il paio con le folte sopracciglia sotto le quali affogano due occhi opachi che un tempo dovevano essere azzurri.
    Indossa un abito  di un grigio spento che sembra avere la sua stessa età ed è scalzo.
    Con le mani sovrapposte una sull’altra e poggiate sul bastone osserva il lenzuolo sotto cui c’è il mio cadavere.
    << Certo che ti hanno sforacchiato ben bene, eh?! >> aggiunge con un risolino che non tenta neppure di nascondere.
    << E tu cosa ne sai?>> gli rispondo senza pensarci sopra due volte, stizzito da quel risolino che sembra essergli rimasto tra i canini.
    <<Oh, nulla, cosa vuoi che ne sappia, come te ne arrivano a decine qui>>.
    <<Davvero?>> faccio io e mentre glielo chiedo quasi mi sorprendo per l’ingenuità della domanda. Dopotutto siamo in un obitorio e quindi è normale che vi arrivino le salme di persone morte per le cause più disparate.
    <<Davvero>> mi risponde e se ha notato la mia faccia da ingenuo non lo dà a vedere.
    << Oggi sei il terzo e siamo soltanto a mezzogiorno>>  aggiunge << Prima di stasera ne arriveranno ancora altri, vedrai>>
    La situazione è sempre più assurda: due uomini, due perfetti sconosciuti, in una sala di obitorio discorrono candidamente davanti al cadavere di uno dei due.
    <<E tu cosa ci fai qui?>> chiedo al vecchio quasi a protrarre quella folle conversazione.
    << Oh, nulla, io sono sempre stato qui, sono il custode>> mi risponde il vecchio con un tono di accondiscendenza che mi irrita.
    << In realtà io ero il custode>> prosegue senza aspettare una mia replica.
    << Anni fa’, ero io che aprivo e chiudevo questo obitorio, che pulivo i cadaveri, le celle frigorifere, i pavimenti, insomma, ero il tuttofare>>
    << Anni fa’, quanti anni fa’?>> domando incuriosito.
    << Beh, fammi pensare, sono trascorsi molti anni da allora ed ero già vecchio quando sono morto; la mia mente era già all’epoca, come dire, un  po’ malandata, sai com’è l’alzheimer, gli acciacchi, la solitudine. Ad occhio e croce, saranno circa cento o centocinquanta anni fa.>>
    << Cosa?!>> faccio io spalancando un paio di occhi che se fossi vivo mi salterebbero i bulbi oculari dalle orbite.
    << Vuoi dire che tu, insomma, sei morto?>> riprendo quasi balbettando e la mia espressione da idiota si fa ancora più marcata.
    << Certo che sono morto>> risponde il vecchio << Morto e sepolto, anzi, se proprio vuoi saperlo sto  in quella cripta in fondo al viale, là tra quelle più vecchie e in rovina>>.
    Sono senza parole, inebetito rimango a bocca aperta e sulle labbra del vecchio ricompare quel sorrisetto canzonatorio da iena.
    << Se non fossimo entrambi morti, credi che potremmo parlare così tra noi? Nessuno ci vede o ci sente ma tra noi è come se fossimo vivi o quasi>>
    << Allora, io sono morto!>>  bisso.
    << Certo che sei morto, non ti vedi?>> ed indica il cadavere coperto dal lenzuolo.
    Sto ancora cercando di capire le parole insensate del vecchio che improvvisamente la porta si spalanca ed entra una donna in camice bianco.
    In una mano ha una valigetta di plastica marrone e nell’altra una bacinella metallica: arrancando come se portasse un peso enorme,  si avvicina al tavolo di marmo e le posa con un fare impacciato, sbuffando come una vaporiera ingolfata.
    Avrà circa quarant’anni ma ne dimostra almeno cinquanta con i suoi capelli rosso flambé, unti e lerci come il pelo di un topo appena uscito da un bidone dell’immondizia.
    Si gira, inforca un paio di occhiali con lenti spesse come il fondo di una bottiglia, e dando una pacca sul petto del cadavere, dice: “Sta buono bello che tra un po’ ci rivediamo per l’autopsia” e se ne va uscendo ancora più goffamente di quando era entrata.
    La stanza ritorna silenziosa ma la quiete dura poco.
    << Davvero non ricordi come sei morto?>>  mi fa il vecchio ma questa volta con un’aria bonaria, quasi compassionevole.
    <<  No, l’ultima cosa che ricordo è che ero in compagnia di mia moglie e siamo usciti da un ristorante>> rispondo io.
    << Ti hanno ucciso e con parecchi colpi di pistola a quanto pare>> ribatte il vecchio, questa volta chiaramente dispiaciuto.
    << Quando sei uscito dal ristorante due malviventi hanno cercato di rapinarti, tu hai reagito e loro hanno sparato>> mi chiarisce vedendo che ancora cado dalle nuvole.
    All’improvviso la mia mente si apre in un turbine di ricordi e la memoria sgorga, come da un rubinetto che si apre inaspettatamente frammenti di vita tornano a galla prepotenti, nel loro vivido colore , come fossero appena trascorsi, attimo dopo attimo, mi scorrono davanti in un flusso inarrestabile e doloroso.
    Li rivedo tutti, deformati dagli occhi della mente ma pur sempre miei, i ricordi si susseguono senza sosta: la mia nascita, la dolce infanzia, l’adolescenza inquieta, i primi amori e le sofferenze, la morte dei miei genitori, Laura mia moglie e i miei figli, sino a quella tragica sera.
    I due balordi che mi puntano la pistola, io che cerco di afferrarla e il piombo delle pallottole che mi lacera il petto e lo stomaco.
    Sento il dolore nella carne, l’odore della polvere da sparo e le grida di mia moglie!
    La sofferenza è giunta inaspettata e mi uccide per la seconda volta.
    << Dio, che mi hanno fatto!>> urlo nel silenzio della stanza ma non si ode nulla.
    << E che c’entra Dio? Sono stati quei due balordi, mica Dio>>  esclama il vecchio, quasi risentito.
    Piango e non ho la forza di rispondergli.
    Soltanto ora mi rendo conto che non è un sogno; che quello che sto vivendo è la realtà, una realtà eterna che non cambierà mai: sono morto e non c’è più scampo.
    Non so se così era scritto nel mio destino oppure se la considerazione di essere morto mi abbia liberato dai legami terreni. So soltanto che non voglio più stare qui, vicino al mio cadavere, in attesa che la megera torni per sezionarmi come un animale.
    Un ultimo sguardo al mio corpo disteso, poi mi volto e noto la luce che arriva da dove prima c’era la parete.
    Mi avvio, lentamente, a capo chino, sorpassando le lacrime che cadono ininterrotte sul pavimento di ceramica bianca.
    << Arrivederci>> sento dietro di me il vecchio che mi saluta.
    << Tu non vieni?>> gli chiedo.
    << No, il mio posto è qui, dove ho passato la mia intera vita. Io sono il custode e  l’amico  dei morti, colui che consiglia e aspetta la fine dei tempi. Quando essa arriverà anche il mio tempo su questa terra sarà finito e verrò anch’io. Allora ci rivedremo e faremo ancora quattro chiacchiere fra amici.>>.
    Ancora un sorriso sulle labbra del vecchio, questa volta dolce, paterno, mi accompagna oltre la luce. Lo porterò con me: dall’altra parte ne avrò bisogno mentre aspetterò che arriviate anche voi.

  • 11 gennaio 2013 alle ore 18:01
    Il nonno di Clara

    Come comincia: In un tranquillo pomeriggio di vento, Clara disegnava.
    Seduta tra i suoi balocchi, poi distesa sul pavimento di legno, colorava canticchiando. Nella sua più totale quiete di dolce bambina, d'improvviso qualcosa successe; il nonno di Clara era in giardino, tra attrezzi e sacchi di terriccio, un urlo si elevò alto nel cielo.
    “Clara! Clara! Corri nipote mia!”
    Clara si alzò di scatto dal pavimento, si pulì le mani sporche di colore sul piccolo grembiule posto al bacino e corse verso il giardino.
    “Nonno! Nonno!” urlò spaventata. Non fu molto di conforto la visione che attendeva lo sguardo della piccola bambina.
    Il nonno di Clara aveva due funi nelle mani e tirava un po' a destra e un po' a sinistra, volteggiando su se stesso. In uno scatto felino l'uomo impiantò ben saldo nella terra un piede e con l'altro si spingeva all'indietro, facendo leva su un tronco tagliato.
    Per il forte vento, la tenda che il nonno stava montando in giardino iniziò ad ondeggiare così nervosamente che, in uno scatto, iniziò a mirare verso l'alto, come a voler fuggire dal suo cacciatore. Mentre l'uomo tentava di tenere a bada la sua creatura, Clara guardava la scena col viso sconvolto e la sensazione di impotenza infantile, le bloccò di colpo le gambe.
    “Clara! Guarda qui! Altro che vascelli di pirati e vele spianate, altro che piovre assassine nei mari più sconosciuti, qui abbiamo a che fare con qualcosa di grosso!” diceva ridendo.
    “Nonno! Nonno! Ma è una tenda!” urlava Clara.
    “Una tenda un corno! Guarda come tira! È come un enorme pesce che tenta di sfuggire all'arpione! Prendi una fune, anzi, due funi! Legale agl'alberi che ho reciso, fa presto!”
    Clara si diede due schiaffi su entrambe le gambe in segno di muoversi, quattro passi poi cadde nel fango. Si rialzò con impavido coraggio e corse verso le due funi più calme, le prese e le legò ai due tronchi.
    “Guarda nonno! Non ci sfuggirà! Gli ho legato i piedi, gli ho legato i piedi!” ma una fune ribelle le prese la caviglia, lo sguardo di Clara si posò sul nonno e infossò di botto la testa nel terriccio.
    L'impavido nonnetto riuscì a domare le ribelli funi, le legò alla ringhiera di ferro e la quiete piombò d'improvviso.
    “Bambina, come stai? Alza la testa e parla!” chiese il nonno accovacciandosi accanto alla bambina.
    “Ho mangiato la terra dalla paura! Adesso cosa facciamo?” disse la bimba pulendosi le labbra col grembiule.
    “Adesso torna in casa, lavati e vestiti, che andiamo a salvare il mondo!”
    Clara, con la gioia sul viso, corse in casa.
    Il nonno sorrire, poi morì; nella foga del vento un atrezzo gli si era conficcato nel petto.

  • 11 gennaio 2013 alle ore 10:01
    Ordine e caos...

    Come comincia: Odio come tutti la sveglia di prima mattina con quel suono deforme e abusato. Un tumulto, un fracasso per l’udito. Se dovessi scegliere gli orari più strambi per farla strillare non avrei il minimo dubbio: 05.47, 6.33, 7.07… e così via.. Non è sicuramente per un ordine progressivo o ben preciso ma la metterei su orari che la maggior parte della gente considera strani.  Perché nessuno ci pensa ma quei minuti, che di solito non se li considera nessuno, rivestono un carattere di grande importanza. In effetti che senso hanno le 06.00 o le 07.00? Non hai il tempo di assorbire il dolore del suono che ti rimbomba dentro e già sono i minuti successivi quelli che ti sfidano a  rincorrere il tempo e  a fare la differenza con gli impegni. Poi, dai!, diciamolo pure, questo senso preciso e spaccato che cerchiamo di darci pure con il tempo, rappresenta l’ordine, che diventa poi regola nella vita di tutti i giorni. Come il mezzogiorno di fuoco o la mezzanotte di cenerentola che son divenuti oramai chiodi fissi nell’immaginario collettivo..
    Vi invito invece ad adottare fin da oggi i minuti spuri. Quelli che diventano importanti e te li godi fino in fondo.. quelli che se vuoi li fai passare senza alzarti di soprassalto e giochi con loro nel quadrante dell’orologio.

    Scusate ma questo è un semplice modo per dare ordine alla idee, alle mie idee, anzi no per niente…..rifiuto l’ordine! E non da oggi, ma da sempre. A dire il vero amo viaggiare in "direzione ostinata e contraria". Cerco il caos dentro di me che mi possa aiutare a generare voci parlanti, roteanti, per dedicarle al popolo. Che siano eco di voci d’amor blasfemo, premature e piene. Eco di voci vive. Cariche come un fucile a pallettoni. Cariche di brio ed ebbrezza.
    Per questo son qui ora a scrivere che odio l’ordine circoscritto come sistema di regole convenzionali. Quell’ordine mentale costruito su misura da quegli idioti che un tempo si facevano chiamare “Lumi”. Che seguirono il gioco perverso della “ragione”, iniziato con Cartesio, nascondendo marciume ed ipocrisia..
    Aveva capito tutto Nietzsche quando scriveva che… “bisogna avere del caos dentro di se per generare una stella danzante” …aveva capito sì!…aveva fatto parlare Zeus, quel sapiente spirito che  generò l’io danzante arricchendolo di brio ed ebbrezza…liberandolo da ogni trappola mentale e da ogni bruto istinto d’acido  quotidiano. Che bell’appartenenza che è questo mondo!
    Noi siamo avventurieri che non tollerano l' ordine. L' ordine è un sottoprodotto del caos, chi ama l' ordine ama solo una parte del tutto.L' ordine è un brutto vizio, ci si rimane dentro fin da quando si è bambini intrappolati da tutto un sistema di regole civiche impartite dai genitori, come forma di educazione universale  che  pensano di vedere  i figli seguire le rotaie del mondo o la giusta via come si suol dire. Poi da grandi, quei giovincelli cresciuti, non possono deragliare, cambiare rotta, perché troppe persone vanno nella identica direzione. Come branco. Come bestiame da carico merce. Pronti a qualsiasi forma di macelleria sociale..
    E il caos invece dove lo teniamo? Pensiamo di farla franca tenendolo a bada dentro di noi? Cosicchè molte volte quando tenta di esplodere, di uscire fuori dalla gabbia toracica siamo lì, appostati come sentinelle della ragione, pronti a reprimerlo, con la forza della disperazione e con l’aiuto della chimica farmaceutica o restando sdraiati e inchiodati sopra un divano ad ascoltare la voce del prete dell’anima che ci sussurra terrore. Questo perché il caos è rinchiuso, represso, messo a tacere dall’ordine delle cose. Viene considerato come una bestia selvatica, da domare, e l' ordine si sforza pur di contenerla, spendendo immense energie.
    Si limita la bestia negli spostamenti, la si relega ad una stalla galera per la notte.
    I muri contengono la ribellione di chi la pensa diversamente e l' alba torna sempre in favore all' ordine. L' ordine governa meglio nella luce. Il caos governa e basta, luce o buio. Quindi è inutile che l’ordine tenta sempre di sopprimerlo, tanto il caos è sempre presente e alla fine esce sempre fuori, alla ribalta.
    Governare il bestiame mi sembrava una pratica utile e dignitosa quando ero bambino.
    Da piccolo infatti ti fanno credere di appartenere al mondo, al suo futuro ed al proprio futuro, ma nessuno ti spiega che sei nato bestia, ci devi arrivare da solo ricordando quando da piccolo giocavi a travestirti da cow boy, o da poliziotto, nelle feste scolastiche di carnevale.
    L' ordine poi cresce in base al caos " percepito " ; come l' umidità accresce il senso di soffocamento così fanno i media con la sicurezza " percepita ".
    L' ordine è democratico, è conciliante. Esige pace e serenità. E a volte la pretende. Con le bombe e con la guerra. Con genocidi di massa. Quella stessa massa che prima auspicava l’ordine. E che ordine diamine!  Anzi no dinamite!
    Tutto è percepito in piena regola convenzionale. Non scritta.  Tutto a un limite si dice. E quel limite è lasciato all’ordine governato. E si perdona così il saccheggio d’intere popolazioni attraverso editti e decreti. Si stabilisce il numero dei mariti o mogli coniugabili legalmente ed il vaticano perdonerà il suicidio oltre il milione di euro dichiarato, sempre che l' otto per mille vada nella direzione suggerita dalla pubblicità pagata dall' otto per mille.
    Gli ufo potranno visitarci solo se stamperanno moneta e compreranno il debito mondiale ed a dio sarà concesso di farsi le canne solo se risolverà i grandi problemi del mondo, nascita, vita e soprattutto morte; gli uomini lo trovano concepibile tutto questo, come le donne di fronte ad un aborto spontaneo.
    Se da bambini vi siete emozionati in uno zoo vedendo per la prima volta tanti animali diversi, è prima per merito del caos e poi per causa dell' ordine inflitto agli ingabbiati.
    Se ora pensate che le differenze non debbano essere governate per spettacolo, non portate allo zoo i vostri figli, si emozioneranno piano piano girando il mondo. Che è briosità. E’  vita! Scoperta del caos che ci appartiene…..

  • 11 gennaio 2013 alle ore 9:18
    Apriti con me

    Come comincia: Non puoi fuggire da te stessa, non devi nasconderti anche da me. Ormai io ti conosco sai, è come se leggessi dentro i tuoi pensieri. Nei tuoi occhi da troppo tempo spenti ma bellissimi e di straordinario colore, vedo riflessa chiaramente come per magia la tua anima. Il tuo sguardo avvilente, etereo, quasi lunare smaschera questo tuo essere creatura persa, come chi è presente solamente col corpo ed è lontana mille anni luce con la mente Ma io provo ad immaginare il fascino di quel tuo viso che sarebbe capace di ipnotizzare chiunque se solo potesse ritrovare la bellezza e la spensieratezza del suo sorriso. Ti prego: apriti con me! Non chiuderti tenendoti tutto dentro, forse non trovi le parole, non sai da dove cominciare. Parlami del malessere che ti opprime  e dal quale credi di non poterti liberare. Ci sono segreti, esistono paure in te, lo sento. La tua vita è un mare in tempesta ed il tuo futuro lo vedi annebbiato, hai già pianto parecchio fino a prosciugare ogni lacrima ma dall'amarezza e lo sconforto di questo tuo dolore, ne uscirai fuori e per sempre, se lo vorrai veramente. La mente mia ora precipita in fondo alla tua, e in simbiosi con i tuoi stessi tormenti scopre un'ombra, intravede una solitudine profondissima, si perde nel labirinto del tuo mistero lasciandosi del tutto rapire dalla angoscia che ti possiede. Come fari abbaglianti nel buio, i tuoi pensieri negativi sparano su me ma non mi uccidono, mi danno più forza. Ti scongiuro: apriti con me! Io ti ascolterò con attenzione e pazienza senza giudicarti affatto ma cercando di comprenderti, calandomi al tuo posto. Ora dimmi perchè ti consumi così, cosa c'è che mi nascondi, c'è un pericolo che incombe o un demone alle tue spalle. Dimmi tutto ciò che vuoi,  qualsiasi cosa o confidenza, fammi partecipe di ogni tua sensazione, io sono pronto a seguirti con cura, ovunque ed a qualunque costo, finchè mi permetterai di farlo, amica mia! Non odiarti in questo modo ma rendi il bene per il male, prova finalmente ad amarti un pò, scaccia via dalla tua vita la tristezza, i fantasmi della notte, distruggi definitivamente la disperazione. Sento che un sogno, una speranza sopravvivono ancora sepolti dentro il tuo io, ti chiedono luce, entusiasmo, poesia, invocano tenerezza. Ti supplicano soltanto di non arrenderti al male ma di lottare, di non perdere la fiducia in te stessa, sanno che se vuoi ce la fai, puoi riscattarti aprendo gli occhi che tieni bendati. Insegui quel sogno e quella speranza, fallo con volontà e coraggio, credendoci fino in fondo, ti accorgerai che sono più vicini e raggiungibili di quanto tu possa pensare. Fai piovere amore su di te, apri la porta del cuore, quanto c'è di puro, di meraviglioso tu l'avrai. Coltiva e lascia germogliare quegli amori trascurati ed abbandonati in fondo al tuo cuore, sai bene che ci sono ancora, ti stupirai piangendo di gioia nell'osservarli fiorire nella tua  giovane vita. Credimi, ti prego ascolta queste mie parole: apriti con me! Io sono qui con te per aiutarti. Non c'è sbaglio o colpa alla quale non si possa rimediare, non esiste sconfitta in grado di annullarti e non è mai troppo tardi per riemergere. Adesso sei solo caduta ma ti giuro e sono certo che presto ti rialzerai e rinascerai con più forza e più amore di prima. Credici, credici, credici

  • 10 gennaio 2013 alle ore 15:31
    Benerice e l' Interrotto Intelletto Sconvolto

    Come comincia: Una bella casetta in collina con intorno campi enormi, lunghi e distesi, un gatto dormiglione vicino al camino immerso nel suo dolce sonno da ghiro e la voglia di uscire un po', gironzolare per le strade, vedere le bellissime terre fiorite in un pomeriggio poco soleggiato, giusto per scaldare i piedi e il cuore. Sognando una città diversa, Benerice era seduta sulla sua seggiolina immersa nei suoi pensieri candidi, cristallini e se toccati, facilmente frantumabili in un battito di ciglia.
    Benerice è una ragazza dagl'occhi gonfi di sogni, il cuore colmo di desideri e piaceri, di avventure e di amori, luce fioca al mattino nella consapevolezza di una sorta di fragile esistenza sospesa tra la realtà e la fantasia. La sua piccola bocca sempre serrata, poco diceva; non c'era niente che per lei non fosse poetica visione, la paura dell'amore e la carezza gratuita felina.
    Non c'è molto da raccontare su Benerice, bella e sognatrice maledetta senza troppi inganni se non l'illusione di se stessa.
    “Cosa posso fare? Si può amare il non fare senza muover un dito nel poter rimediare? Se c'è una cosa che odio è sicuramente il vedere le cose semplici diventare difficili. E tale consapevolezza mi rende isterica e semplicemente inutile; si potrebbe fare invece di pensare che non si sta facendo niente, e la mia mente mi impedisce di fare non facendo! È matematicamente stupido!”.
    “L'unica cosa che potresti fare per interrompere questo idillio è senz'altro suicidarti. Una risposta semplice al tuo interrotto intelletto sconvolto” replica il gatto dormiglione intento a leccarsi il pelo.
    Benerice accende un lumino, scavicchia in cerca di qualcosa di dolce da poter addentare continuando a perdersi nel suo tumultuoso ragionamento illogico.
    Dopo aver assaporato con ardente desiderio il dolce trovato, siede alla sua seggiolina e ritorna a pensare; una bella casetta in collina con intorno campi enormi, lunghi e distesi, un gatto dormiglione vicino al camino immerso nel suo dolce sonno da ghiro e la voglia di uscire un po', gironzolare per le strade, vedere le bellissime terre fiorite in un pomeriggio poco soleggiato, giusto per scaldare i piedi e il cuore. Sognando una città diversa, Benerice era seduta sulla sua seggiolina immersa nei suoi pensieri candidi, cristallini e se toccati, facilmente frantumabili in un battito di ciglia.

  • 10 gennaio 2013 alle ore 13:53
    Una calda prigione

    Come comincia: Faceva un po’ freddino perché l’estate era finita e forse, chissà, era addirittura già autunno! Serafino questo non lo sapeva, ma sentiva il bisogno di un luogo caldo, quasi di una tana, di un nido. Subito.
    Intanto arrivò il nonno: era lui che si curava della sua alimentazione e della sua pulizia, quello anzi era uno dei primi pensieri tutte le mattine. Così Serafino, come al solito, si sentì sollevare delicatamente e poggiare su una seggiolina di paglia. Brrrr! Se avesse potuto, avrebbe chiesto al nonno addirittura la borsa dell’acqua calda.
    In pochi minuti il bravo nonno lavò il fondo della gabbia, lo cosparse di sabbiolina (così il suo beniamino non avrebbe preso i reumatismi), cambiò la bambagia del lettino, infine rifornì la vaschetta del solito cibo. I bocconcini extra, quelli un po’ particolari, arrivavano all’ora di pranzo quando il nonno e la nonna, a tavola, si chiedevano: - Piacerà a Serafino? - e si preoccupavano per lui: - …Non gli farà male? - ma, alla fine, gli porgevano sempre qualche assaggino saporito.
    A operazione compiuta, il piccolo Serafino fu rimesso nella sua comoda gabbietta. Mai aveva pensato che quella fosse una prigione! Ci stava proprio bene. Un criceto come lui, poi, non poteva essere trattato meglio, questo lo sapeva, e viveva volentieri con quei due vecchietti che gli volevano tanto bene e che lo ammiravano come si ammira un piccolo capolavoro. 
    - Bellino! Musetto! Come sei simpatico! Che animaletto pulito… - gli gridava con gioia la nonna quando lui si metteva in piedi sulle zampine e cominciava a lavarsi con cura. E come rideva quando faceva il giocherellone qua e là nella gabbia oppure girava nella ruota! Gli mandava perfino un tenero bacetto la nonna, quando lo vedeva uscire dalla bambagia ancora tutto sonnacchioso e barcollante.
    Serafino aveva solo un po’ freddo in quel periodo. Questo è tutto. E per fortuna madre natura lo aveva dotato di quella folta e morbida pelliccetta! Ecco, non bisognava lamentarsi: quanti animali non avevano neppure quella? Lui era un essere favorito dalla sorte: aveva anche buoni occhietti per vedere, orecchiette per ascoltare, dentini per mangiare… e perfino, all’interno delle guance, due grosse tasche utilissime per trasportare le provviste. Oh, ma lui certo non aveva bisogno di far provviste!… Lui aveva sempre a disposizione tutto il cibo che voleva. Insomma si sentiva un criceto felice.
    - A parte il freddo! - concluse lui stesso - Ma presto, quando i caloriferi saranno accesi, - si consolò - sarà tutta un’altra cosa!
    Era così: bisognava avere solo un po’ di pazienza.
    Il nonno guardò soddisfatto la sua opera. Serafino aveva la gabbia ordinata, stava bene e un altro lavoro era fatto! Così prese il giornale e si mise a leggere in poltrona.
    Il criceto fece il solito giro in gabbia, assaggiò qualche boccone di cibo e stava per raggomitolarsi a letto, quando… si accorse che la porticina era semiaperta. Oh, il nonno! Era diventato davvero tanto distratto da qualche tempo. Sua moglie glielo diceva!
    Serafino allora pensò di uscire a fare un giretto. Che male c’era? In fondo si sa che muoversi fa bene, riattiva la circolazione, potenzia i muscoli e forse… aiuta anche ad avere meno freddo.
    Si fece più piccolo che poteva e sgusciò piano piano fuori. Scivolò dal tavolino a una sedia, tentò di scendere ancora più giù, ma fece un capitombolo. Si riprese immediatamente, sano e salvo, e percorse tutto il corridoio. Fortunatamente sfuggì alla vista della nonna che, occupata a stirare, andava e veniva dalla cucina alla camera con la biancheria. Se lo avesse scoperto, gli avrebbe detto certamente “Questo non è il tuo posto!” e la passeggiata sarebbe subito finita.
    Il criceto invece esplorò con comodo quel mondo sconosciuto. Curiosò in ogni angolino con i suoi occhietti vispi e annusò qua e là facendo vibrare i baffi. Fatto sta che, in questo modo, la passeggiatina diventò più lunga del previsto.
      Un raggio di sole illuminava il pavimento della camera da letto. Lì Serafino avvertiva finalmente un bel tepore sotto le zampine. Continuò a trotterellare. Un buon profumino di pulito proveniva dall’armadio…
    Intanto il nonno si alzò un po’ a fatica e si avvicinò alla gabbietta. Come al solito si mise a tamburellare. Gli piaceva molto quando Serafino gli andava incontro regolarmente con un filo di cotone impigliato nelle zampine e lo salutava con uno sbadiglio più grande di lui.
    Ma… accorgersi che la porticina era aperta e rendersi conto che Serafino non c’era più, fu tutt’uno.
    I nonni cominciarono a disperarsi. Cercatolo qua e là, non  trovarono la minima traccia del loro animaletto. Per giunta il balcone era socchiuso, e… se fosse scappato fuori? Se fosse caduto dal secondo piano? Si affacciarono. Ahimè, il cortile come al solito era anche pieno di gatti!
      La nonna sistemò di corsa gli ultimi capi stirati, chiuse in fretta l’armadio, e via… giù a tentare la ricerca di Serafino.
    Interpellarono mezzo vicinato: - Era la nostra compagnia! - si lamentavano - Quel criceto… non sapete quanta compagnia era capace di farci!… 
    - Un animaletto tanto piccolo, fuori dalla gabbia… - rispondevano tutti - sfugge facilmente. Sarà difficile ritrovarlo, meglio rassegnarsi! Beh, ne comprerete un altro, i negozi di animali… ne sono pieni.
    - Sì, ma come il nostro Serafino…
      Il nonno, si capisce, si sentiva responsabile per quella scomparsa ed era molto dispiaciuto.
    Marito e moglie acquistarono lo stretto necessario e, senza neppure fare quattro passi come al solito, se ne tornarono a casa di pessimo umore.
    A un certo punto, dopo pranzo, la nonna riaprì l’armadio. Serafino fu investito da un cono di luce. Altro che la solita aria pacifica e “sbadigliosa”, come diceva lei scherzando! Aveva gli occhi sgranati come una bestiola tradita o punita senza motivo, e stava lì, in piedi, immobile, davanti alla porta. La sua faccina, giustamente, aveva un’aria seccata e le guance poi… erano gonfie da scoppiare.
    In fondo non era un principio di saggezza quello di fare provviste? Pensare al futuro, adattarsi come si può? Essere capaci perfino… di cambiare alimentazione in caso di estrema necessità? Lui, in quelle ore, da solo, mentre aspettava la libertà in tutto quell’orribile spazio buio, a questo aveva pensato! E per fortuna, lì dentro era bello caldo…
    La nonna aveva l’espressione della meraviglia mentre gridava: - Oh, Serafino! Guarda… oh, meno male! Ma come ha fatto ad arrivare nell’armadio?
    Il nonno accorse incredulo.
    - Tutto è bene quel che finisce bene! - disse, e sospirò contento.
    Anche Serafino tornò nella gabbia tutto contento. Lui era un “signor” criceto, quindi cominciò a svuotare le guance da quelle inutili, ingombranti provviste, ma presto scoprì quanto fossero soffici e calde. Allora le trasportò in un angolino e con le zampette anteriori prese a sprimacciarle come una brava massaia che rifà con arte il letto.
    La nonna, all’improvviso, aguzzò gli occhi: - Ma quello… non ti sembra un pezzettino del mio cappotto?… - mormorò inorridita vedendo comparire minuscoli brandelli di un colore azzurro polvere.
    - …E questi… Oh, ha mangiato anche la mia vestaglia! - interruppe il nonno osservando Serafino che trasportava qualche piccolo frammento di tessuto bordeau. Poi allargò le braccia rassegnato.
    - Caldi sì, ma non chiusi in prigione! - pensava intanto Serafino mentre si accomodava nel suo nuovo lettuccio più soffice e più colorato che mai.
    Del resto, era stato lui ad avventurarsi così! Si sa, il mondo, fuori dalle gabbie, può riservare sorprese.

  • 10 gennaio 2013 alle ore 11:58
    L'uomo invisibile

    Come comincia: Mi ritrovo solo in una spiaggia deserta dove la sabbia ha il colore verde…magari potrei anche estrarre il pennello , dare un’altra pennellata e vedere che succede.
    Scorgo in lontananza una piccola imbarcazione in avvicinamento, a bordo sembra non esserci nessuno.
    Mi nascondo dietro un cespuglio, e sistemo pure il mio tappeto volante arcobalenico con lo zaino
    La barca arriva l’ancora si getta…avete capito bene…si getta da sola…non ho parole…e non ho neanche idee…sarà stato l’uomo invisibile
    “e anche se fosse?”
    come al mio solito non mi meraviglio ma stavolta ad essere sincero ho avuto un sobbalzo leggerissimo: com’era possibile che in regolare successione si stavano muovendo dopo l’ancora uno zaino, un bastone, e poi le orme sulla sabbia…si avete capito, qualcuno lasciava le orme ma io non vedevo nessuno…
    Però questo qualcuno parlava ed allora ho iniziato a chiedere, ottenendo però risposte abbastanza evasive: risposte che peraltro si concludevano con un punto interrogativo girato al sottoscritto.
    Ad esempio mi disse: “ma come chi sono, sono l’uomo invisibile…tu mi sembri una persona con i piedi per terra, ma che crede alle magie, alle favole, che si incanta come i bambini a guardarei l mondo intorno a se, del resto se così non fosse non avresti intrapreso un viaggio in solitaria così complicato e all’avventura”
    Aveva colto nel segno, aveva centratto appieno lo spirito del mio girovagare: non era una sfida ocn me stesso, bensì era un improvvisazione continua, come piace a me, senza pensarci troppo al classico come sarà? Ce la farò? Con che cosa dovrò fare i conti…
    Oppure con chi mi dovrò misurare, sarò all’altezza.
    Ma che scherziamo?
    Siamo realisti: non si trova tutti i giorni una persona che molla tutto e parte in viaggio intorno al globo…e tanto meno si incontra l’uomo invisibile.
    Ma secondo voi uno come me che vola su un tappeto volante elaborato arcobalenico non può fare incontri strani?
    Bene e allora vi confesserò che l’uomo invisibile esiste davvero, su quell’isola dove l’ho conosciuto ci abita, da solo, si procura da vivere spaventando i turisti per conto di un villaggio li vicino e poi gestisce un noleggio imbarcazioni assieme a sua moglie, invisibile pure lei?
    No, lei è una bella donna, dai capelli rossi, alta e con un fisico mozzafiato…
    Come ha fatto a sposare l’uomo invisibile?
    E chi ha mai detto di averlo sposato, lì sull’isola marito e moglie si diventa con un semplice bacio sulla fronte: è un’usanza e vi dirò che non è neanche male: il legame è fortissimo…
    e Patty, questo il nome della donna, è proprio affabile…
    Certo che un marito invisibile può essere un problema ma non per lei: lo aveva conosciuto il giorno che sull’isola ci era arrivata da turista…e da quella volta non si era più spostata…
    E non scendo in particolari: l’amore è anche questo…
    Dimenticavo un’ultima cosa, prima di passare al mio prossimo spostamento: la cognata di Patty, tale Tania mi è stata presentata una sera…ad una festa…e dal primo momento che NON l’ho vista mi ha ispirato simpatia e tenerezza…
    come?
    Perché ho scritto NON l’ho vista?…
    beh, se ci pensate…la cognata sarebbe la sorella del marito…e se il marito è invisibile…
    baci sulla fronte non ci sono stati…
    ma ci rivedremo, anzi mi rivedrà…

  • 09 gennaio 2013 alle ore 16:53
    L'uomo senza dolore

    Come comincia: L’uomo senza dolore sta mangiando un piatto di pasta. Non lo fa per esigenza, ma ha imparato che quando si sente un brontolio dalla pancia bisogna ingerire qualcosa. Per la sete invece si regola in base alla secchezza di gola: ormai sa che la sensazione di avere la bocca impastata costringe a bere.
    Alzandosi da tavola, l’uomo senza dolore si trova in difficoltà per via del piede. Ieri una macchina non si è fermata di fronte alle strisce pedonali e lui, l’uomo senza dolore, si è ritrovato con il piede destro sotto la gomma anteriore sinistra di una utilitaria blu, illuminata dal sole proprio in quella fiancata rivolta verso gli occhi dell’uomo senza dolore, che per riflesso si stava riparando gli occhi dalla luce e perciò non aveva fatto caso all’incidente.
    - Perché zoppico?
    L’uomo senza dolore si chiede come mai il proprio piede non può reggere il peso del corpo: sa che il motivo è un infortunio, non sa chi o cosa l’abbia causato. Se qualcuno fosse stato con lui nel momento in cui è stato investito, allora saprebbe che quella frazione di secondo trascorsa dal piede sotto lo pneumatico aveva provocato la frattura di varie ossa. Al contrario, per l’uomo senza dolore quell’evento aveva lo stesso senso di una lattina abbandonata per terra.
    Una volta la sua vita era diversa, provava emozioni, dava loro un significato e prendeva decisioni importanti: ora per lui non esiste più amore, persino bene e male hanno smesso di esistere. La bellezza del paesaggio è inutile: l’uomo senza dolore va verso il terrazzo e guarda il tramonto. Il suo vicino sta fotografando il rosso terribile che muore all’orizzonte. Anche l’uomo senza dolore tempo fa fotografava il cielo, la luna, i tramonti, ma ora decide di buttarsi giù dal terrazzo perché il senso della vita dov’è?

  • Come comincia: Non un suono, non un luogo, non una palpitazione.
    Solo assenza. Di lumi, di udito, di vista, di olfatto. A nulla serve la cornice di cinque sensi che attornia l’incontro. Solo un contatto. Solo tatto. Pura perdizione. Le voci della televisione e il chiacchiericcio dei vicini oltre le mura della stanza si annullavano nelle note della Fur Elize di Beethoven. Le cuffie piantate in testa, fuori dal mondo. Trasportato in un mondo di sogni solo dal senso dell’udito.
    Incredibile come qualche nota, ordinata al giusto modo, riesca a insinuarsi nell’anima umana modificandone la percezione della realtà. La musica trasporta i miei sensi fuori dal vero. E dove mi trovo? Non qui, non in questo angolo di stanza. Non tra questi tre sorsi di caffè: perduto nelle mie fantasticherie, nei mari, in una superficie bianca senza spuma. Mare calmo. Mare agitato.
    Finché la melodia cambiò ritmo.
    Basta così. Non ascolto mai musica classica, anche se ho questo amore per la Fur Elize. Mi rilassa, disperde la mia ragione, il mio buonsenso che stressa ogni movimento che metto in atto. E’ così bello accendere la musica, di tanto in tanto, spegnere qualche neurone e passare la soglia di quelle stupende visioni che solo lei sa darmi, siano esse reali o fantastiche. Quella pelle…
    Erano le otto meno un quarto. Avevo il treno alle venti in punto. Alzandomi carezzai inconsapevolmente la superficie della scrivania, immaginando di sfiorare ancora quelle lisce sinuosità. La musica insinua. Corsetta in bagno, una manata d’acqua in faccia, spazzolata ai denti, su il giaccone, giù per le scale, su e giù col pensiero ancora perso mentre le mani e i piedi eseguivano il tutto con il pilota automatico inserito. Passo su passo entrai nella stazione per prendere la solita linea. Le otto meno cinque, giusto il tempo di Can’t Get Enough Of Your Love Babe. Passo dopo passo giù per le scalette e un salto quasi a tempo sulla panca infondo al binario. Si voltò mezza stazione e mi scappò un sorriso consapevole di essermi lasciato trasportare troppo.
    Il vociare delle persone presenti venne poi interrotto dal fischio del vento nella galleria. Alzai lo sguardo ai fili sospesi della galleria e notai il loro vibrare appena percettibile all’occhio: il treno stava arrivando. Due minuti ed ero a destinazione. Stavo bene.

    - Numero 33. -  Non so per quale motivo mi sono sempre state antipatiche le pulsantiere numeriche dei citofoni. Punti di vista.
    - Amore, puoi salire su? Non mi va tanto di uscire e poi fa freddo ed è da poco che mi è passato il raffreddore... – la sua voce era più calda del solito, ma triste.
    - Sei pazza?
    - Idiota, non c’è nessuno altrimenti che te lo chiedevo a fare? – replicò impaziente ma con una vena d’ironia, riprendendosi tutto d’un tratto – Sali!
    Il cancello fece uno scatto. Lo aprii e mi diressi al portone del palazzo.
    Ancora la pulsantiera…
    Rilasciando un sospiro con una nuvoletta d’aria calda, digitai ancora quel maledetto trentatré e suonai il campanello. Le mani in tasca, spallucce, con la sciarpa intorno al collo e il freddo intorno alle braccia e sul viso ma con il calore del benessere che mi pervadeva il petto, presi a salire le scale.

    Passo dopo passo risalivo le scale bianche ibride ricche di venature, mentre diventavo sempre più sensibile alle pulsazioni delle mie vene. Mi succedeva spesso, era una sorta di musa ispiratrice di pensieri che sussurrava al cuore di battere e, battendo, di vivere. Come una piuma di vetro azzurro che fluttua in un’aria densa di respiri condensati, un’aria liquida capace di lasciar planare il vetro e la pergamena sulla quale avrebbe inciso il succo del suo piumaggio. Un altro passo.
    Immerso nella scia di polveri lasciata dalle piume azzurre di poeti e musicisti, improvvisamente risalì tra le infinite particelle che affollavano la mia mente. Lei, perché poesia, perché nota mancante sul pentagramma argenteo delle mie emozioni, nota che rende perfetta tutta l’armonia che vi si adagia. Filo di seta accuratamente intrecciato nella trama del lenzuolo che stringe il corpo della mia piuma. Soffio d’alito tra labbra socchiuse che saturava l’aria di questa densità, respiro di rosea dolcezza. Un nuovo gradino.
    Sognavo tra le fessure delle mie palpebre quegli attimi di rumoroso silenzio, di tensione adagiata sotto la sua pelle chiara. Sognavo gli intrecci delle dita delle mani, i polpastrelli che sfioravano appena e sentivano troppo. Sentivo due onde rosee in tempesta e il dolce naufragio del mio tiepido vascello. L’annegamento delle sue parole, l’affievolirsi delle vocali e la chiusura in un sibilo delle consonanti. Un nuovo passo svelto nella moviola dei miei pensieri.
    Le dolci acque dei suoi occhi, come laghi scuri paradisiaci tra il sale che affolla le spiagge col suo sapore inconfondibile. Le mani arrancavano sprofondando sempre più negli abissi, inesorabilmente, senza possibilità di risalire in superficie rimpiangendo il cielo e godendo dei fondali. E non esiste fondo più dolce del suo, dello spettacolo di coralli lucenti come rubini, morbidi, addolciti dalle calde acque dei fondali. E non esiste suono più dolce del canto di queste sirene e delle dee del vento che sussurra ai miei lobi il suo soffio di vita.
    Un desiderio intenso e peccaminoso mi avvolgeva nelle sue correnti marine, sfiorava il mio mento, il mio collo, il mio petto... sfiorava il mio ventre e inebriandomi, stringendomi nella candida seta azzurra che filava attorno alla mia pelle.
    Mi guardava.
    Le scale erano finite.

    “Fai volare questa piuma nel luogo che nessun uomo ha mai osato rivelare.”

    C’era una frase che di continuo risuonava attraverso la mia stessa voce. Il suono non si propagava nell’aria, ma nella mia anima.
    “Sono solo sensazioni”...
    Le mie labbra schiuse continuavano a calcare mutamente quella frase. Mi avvicinai alla porta del suo appartamento e bussai il campanello. Dietro la porta mi attendeva Iris, col suo sorriso, i suoi boccoli color mogano belli come l’inferno, morbosi e possessivi come catene intrecciate, le sue dita sottili terminate da unghie che erano dolci pugnali, le punte di una trappola per l’uomo. La porta si schiuse calcando l’uscio con un po’ di difficoltà e potevo intravedere i suoi occhi azzurri attraverso i nodi della catena del chiavistello.
    Lei lo aprì, con una strana espressione sul volto. Entrai. La Fur Elize aveva smesso di cullarmi.
    La mia attenzione per un attimo di silenzio fu tutta per Iris mentre la porta si chiudeva in un secondo stridio sul pavimento la cui percezione fu ovattata come un urletto filtrato da un muro di spugna. Era come una foto d’arte in cui solo il soggetto prendeva colore; ed era grigio il pavimento di parquet, bianche le tende dorate, grigio ancora il tavolo da pranzo di ciliegio, nera la mensola scarlatta della libreria … tutti i colori perdevano saturazione per rendere grazie alle sue mani, alle sue labbra.
    - Per quale motivo mi hai fatto salire su, piccola? – le richiesi, poco convinto della prima motivazione.
    - Mia madre non c’è e avevo bisogno di approfittarne per stare un po’ sola con te. Devo dirti … una cosa … - rispose mentre i suoi pugni vibravano leggermente. – io.. non posso … -
    - Cos’è che non puoi? -
    - Non ci riesco. – esitava sottovoce.
    E la sua esitazione era la mia tensione, come una corda del pianoforte trattenuta dall’alto e in procinto di essere battuta col martelletto: essa sa già di non potere emettere alcun suono. E il silenzio fu il portatore del suo messaggio attraverso l’intensità delle sue pupille lucide puntate nelle mie. Quel silenzio mi innervosiva. Con lo sguardo nascosto afferrò il suo braccio con la mano, ma le tesi la mia. Guardai lo specchio dell’ingresso alla nostra destra, il jeans e la maglia azzurra che vestivano il suo corpo, la mia mano nella sua e le nostre dita che si sfioravano, si intrecciavano, si avvinghiavano l’una con l’altra. E ad un tratto quelle luci bellissime nacquero tra i riccioli sulla sua fronte: mi sentivo impallidire. I suoi occhi fissi nei miei resero d’un tratto in bianco e nero non solo i colori ma anche il tempo che ci circondava. La mia mano era intessuta nella sua, l’altra sul suo fianco stretto, sull’epidermide vellutata della sua schiena, le dita vivaci attorno alle fossette di venere. La mia luce la scaldava, la sua luce mi fondeva. Le mie labbra alla soglia delle sue, le sue labbra in un tremolo sulla soglia della pazzia e il mio viso, il mio collo, le mie spalle, le mie braccia, il mio petto, il mio ventre non desideravano altro che accoglierla. I secondi rallentati dal pallore dell’assenza in quella stanza, iniziavano a desiderare di smettere d’esistere e la loro volontà stava per avverarsi. Talvolta la realtà può essere rimpiazzata, e l’essere umano ha la piena facoltà di gestire lo sviluppo della sua: si possiede la possibilità di vivere in un modo o nell’altro il nostro contesto, e questo stravolge la nostra versione dei fatti. Ciò che resta è solo la poesia e il sapore di un corpo lasciato immergere nella nostra anima.
    Non c’erano più scuse perché questo preambolo si prolungasse oltremodo. La magia era pronta per essere scoccata dalla punta della nostra bacchetta, era sufficiente pronunciare la formula giusta, la giusta combinazione di movimenti. E fu così che le mie mani sopraggiunsero al suo viso, impugnando la sua bocca nella mia: forti, decise, rigide.
    - No … non farlo... … Ti amo Paolo. – Senza legame, senza collegamenti e l’unico senso che poteva trovare una sosta per le infinte ipotesi che si accalcavano era nascosto nelle parole che sprigionavano dal suo seno, dal suo ventre meno che dalle sue labbra tremanti e impedite, almeno fino a che un bacio, una boccata d’ossigeno per le mie membra soffocanti, non ebbe avuto modo di parlare più chiaramente, imponendosi al di sopra del suo arbitrio. Una dolce violenza scorreva nelle mie braccia, avviluppava nell’assuefazione ogni sua volontà trascinandola nel nostro regno del piacere.
    I suoi fianchi divennero più morbidi, la schiena si inarcò, il vento soffiò dietro le tende incolori, dietro le sue orecchie attraverso le mie narici fino a che i suoi occhi non si spensero e si chiusero nella resa più totale. Un altro bacio. Un nuovo bacio. “Eri già partita, amore mio”.
    La sua maglia morbida era adagiata sul letto, planata e atterrata con leggerezza, non lanciata. Potevo assaporare le sue spalle, ancora una volta, e godere dell’illanguidirsi del suo collo che portava pesante la sua testa all’indietro. E i suoi occhi divenivano preda dell’estasi perché la predatrice potesse provare l’ebbrezza dell’essere predata.
    La sua chioma divenne la trama di una rete, il suo seno appena scoperto per l’impeto che si manifestava a tratti nei miei movimenti nel mio modo soffocato di afferrarla e portarla al mio corpo. Finché uno scatto non strinse improvvisamente le mie dita nel palmo e la pelle della sua schiena tra essi, e l’altra mano portò violentemente il suo bacino al mio inebriando le sue gambe, il suo sesso con la sensazione tattile della mia eccitazione a loro stretto contatto. Potevo percepirlo nei versi misti alla sua voce, ai suoi “no” di flebile resistenza e di scarsa credibilità. Mi invitava.
    Le pareti, le lenzuola, le tenebre e l’acqua di vita che risaliva le nostre carni.
    E all’improvviso nulla emise più un gemito, un fonema, un accenno di fiato, non un suono, non un luogo, non una palpitazione. Solo noi, solo la nostra pelle e la pulsazione repressa nei nostri polsi che sarebbe esplosa di lì a poco.

  • 08 gennaio 2013 alle ore 12:59
    I nuovi Kouroi

    Come comincia: I nuovi Kuroi ateniesi sono ugualmente belli, nelle loro linee di estetica prassitelica. Sembrano essere uno stuolo di gemelli, assimilati da una misteriosa generazione, che li ha procreati per un’unica azione, che so riconoscere. Casco nero, divisa nera, fasciante carni e ossa agili, stivali impeccabili. Cavalcano, due per volta, moto ugualmente nere, possenti. Due corpi allacciati come su di un delfino nero. Al primo, scorgi una grossa pistola nella fondina, al secondo, una coda in erezione, più che un manganello, è una mazza. Fermi sotto i portici, a squadriglie, lanciano sorrisi freddi alle loro colleghe, di cui stenti a individuarne il sesso, attraverso la scura armatura. Guardano, gli altri, lontano, sorvegliano, scrutano, intimoriscono. Li trovo di prima mattina a raccogliere, sotto un porticato in disuso, una decina di barboni, cenciosi e assonnati. Una fila, diseguale e triste, che, a fatica, si regge con le spalle al muro. Sguardi miseri si contrappongono a sguardi severi, duri, cattivi. Dove mai li porteranno? Discendo il viale del Partenone, estasiato da ciò che ho visto, da ciò che ho provato. Una parete di ville lussuose si contrappone agli ulivi della collina. E’ spiovuto da poco. Odore di legna bagnata. Poche persone. Il rombo, lo riconosco. Eccoli, arrivano. Mi passano davanti veloci, bui come incubi. Non mi degnano di uno sguardo, tesi a un fine che ignoro. Salgono ingoiati dalla boscaglia, verso il Partenone. Auguri Grecia!

  • 08 gennaio 2013 alle ore 12:54
    Panna montata e cannella

    Come comincia: E’ uno dei sapori che ho perso, tra una città e l’altra, Genova e Napoli. Qualche centinaio di chilometri possono rendere impossibile l’obbligo di spolverare ogni cono di panna montata con cannella odorosa? Sapori, gusti, aromi, profumi si fondono nell’immagine di quel cono, un po’maltrattato, di prima mattina, che mi ha accompagnato negli anni. Io, quattro anni, i miei genitori giovani, investiti da venti di guerra. Andare al cinematografo era, a quei tempi, un vero lusso. Si valutavano prezzi e tempi delle visioni. Si scrutava sul libro della spesa, la possibilità economica che non intralciasse con l’arrivare a fine mese, senza un soldo. Avevano deciso, complici tra loro, di andare a vedere la pellicola del momento, non valutando di creare il mio primo grande dolore, il distacco. A sera, attraversando, a piedi, Genova, si era andati a trovare, questa era la prima menzogna, i nonni materni.  La seconda? “Usciamo, un attimo. Tu vai a dormire con nonno Angelo. Torniamo subito. Domani mattina ci si rivede.” Si sottovaluta la grandezza dei dolori dei bimbi, ma la loro permanenza dopo decine d’anni, dovrebbe creare il rispetto che meritano. Ho ancora, velato e alterato dal cristallo delle lacrime, l’immagine di mamma, ben pettinata, con la pelliccia odorosa di naftalina, che si allontana da me. Di mio padre, il sonoro di parole rassicuranti. Riprovo la sensazione del tono dei miei muscoli, contratti nell’ansia di raggiungerli, mentre qualcuno mi afferra alle spalle, per trattenermi. L’impotenza, la sconfitta, l’intuizione di una prima, immensa ingiustizia, l’incontro con la regola…la vita futura. Il secondo quadro è il risveglio: l’ansia di ritrovarli si scontra con la luce riflessa del volto, a me vicino, di mia madre. Mi porge un cono di panna montata, candida, spolverata con cannella. La moneta del perdono. Avverto (quanta sensibilità in un bimbo!) che il cono è sofferente, la panna già cola. Alcune ore devono essere trascorse dall’acquisto della sera precedente. Il profumo della cannella  mi prende. Il primo boccone di panna mi dona il consenso al perdono.

  • 07 gennaio 2013 alle ore 15:19
    Armi di distrazione di massa

    Come comincia: Per riempire una casa di topi che figliano come cavallette, non servono primarie, elezioni o concorsi di bellezza: compri una forma di parmigiano reggiano, e prima di poggiarla, hai un milione di topi che ci sguazzano dentro.

    In barba alle leggi sull'abusivismo edilizio e tassa Bucalossi, in quattro e quattrotto un esercito di topi si fionderà in quella casa per scavarsi una civile, anzi civilissima abitazione nel formaggio, con tutti i confort e sistemi di sicurezza del "caso", scusate, del formaggio.
    E là metteranno radici bisnonni, nonni, genitori, figli, nipoti, parenti e compari, tutti rigorosamente clandestini, senza permesso di soggiorno o cambio di residenza e tutti alla faccia di quel fesso che ha pagato il formaggio.
    Ma a differenza dei topi animali, gli umani non si insediano mica da clandestini nei parmigiani del ricco potere democratico. Là ci stanno sempre e solo a norma di legge, e non perchè una minoranza di cretini li ha legittimati, ma perchè la maggioranza degli "intelligenti" (si fa per dire) gli ha spalancato le stanze dei bottoni, li ha spostati di peso nelle istituzioni, scusate, nei depositi di formaggi.
    E per tenere a bada gli affamati del popolo, si sono inventati due micidiali armi di distrazione di massa: la cultura, che distribuisce cattedre, redazioni e titoli utili quanto la carta igienica di seconda mano e la politica per ubriacarci di chiacchere: di progresso futuro e bancarotta imminente.
    E tutto questo rigorosamente diviso in destra e sinistra, fascisti e comunisti, padani e terroni, federalisti e antifederalisti, per fingere di farsi la guerra, e intanto distrarre 50 milioni e passa di persone dal problema della mano pubblica che ti cala nella tasca dei pantaloni, ti ripulisce il portafogli, o ti lascia senza lavoro,  soldi, famiglia, casa, futuro. La Caritas quando tutto ti va a meraviglia.
    Con il sistema comunista la gente si portava a casa una busta di pane duro e pure ammuffito, altro che parmigiano reggiano, e da quella robbaccia i topi si tenevano a distanza di sicurezza per non avvelenarsi. Quindi il comunismo non era altro che un programma di derattizzazione camuffato da cultura, politica, giustizia e collettivismo per tutti.
    Invece il libero mercato produttivo di fiumi di miliardi, ha riempito gli Stati democratici di gustosi formaggi e attirato come esca milioni di roditori pubblici e privati in giacca e cravatta, attrezzati di armi di distrazione di massa, per impedire agli ingenui e agli onesti di accorgersi che la classe dirigente dei Paesi liberali, ormai non è più addetta come una volta alla conservazione, ma allo svuotamento economico, culturale e morale dello Stato: in altri termini, ne cura la liquidazione fallimentare per conto delle banche internazionali e mondiali. Così siamo passati dal primato della politica a quello della finanza.
    E se di salvifico agli onesti non fosse rimasto che il furto o la canna del gas, tutta quella bella gente che attraverso lo sciopero comunica il proprio disagio socio-economico o la cieca indignazione andrebbe chiusa in manicomio.
    Invece là dovrebbe starci chi pensa di salvare l'Italia accrescendo anno dopo anno la marea dei disoccupati, cassintegrati e falliti. E tenendo in vita il Paese a colpi di prestiti, mutui e cambiali, per scongiurare l'ordine di sfratto e continuare da famelici roditori a svuotarsi i parmigiani istituzionali fino alle bucce.
    Il problema è tutto qua. Una forma di parmigiano si può sempre difenderla con un esercito di gatti. Ma quale protezione si può dare ad uno Stato liberale ricco, se i topi della burocrazia e della politica sono così famelici e numerosi che oltre ai formaggi istituzionali, si mangiano pure i gatti della magistratura se rifiutano la loro complicità?
    Per ora a rischio c'è solo l'Occidente, ma con l'attuale ritmo di arricchimento, anche l'Oriente è sulla buona strada per diventare allevamento di topi; se gatti e topi diventeranno anche là compagni di merende a base di contribuenti onesti da ridurre al suicidio e democrazie da condannare al default.

  • 06 gennaio 2013 alle ore 18:15
    Esempio di porno/grafia bucolica

    Come comincia: Ora per carità mai se la sarebbe sentita d'incolpare la mamma ed al solo tal pensiero rabbrividiva... se non che c'era poco da fare tutto cominciò allorché appunto la sua mamma... diciamo intorno ai dodici anni... volle comperarle una sontuosa bicicletta fuoristrada.
    Manubrio dalla presa anatomica... frenata eccezionale... doppio cambio... pedali e catena perfettamente lubrificati... forcelle ammortizzanti e sellino comodo nonostante una certa durezza ed una forma parecchio appuntita ed allungata sul davanti.
    Intendiamoci non è che non le piacesse il dono e s'era divertita assai con tricicli e bici per piccoli... non vorrei interpretaste male... anzi fin dal primo attimo le saltò su felicissima ed incominciò ad assaggiarne le particolarità curiosa... dapprima con brevi tragitti intorno a casa... in seguito allargando il raggio su strada asfaltata ed infine... una volta imparato bene ad usarla... via per itinerari sconnessi e strade bianche di campagna e di montagna e sentieri di bosco e greti di fiume.
    Una delizia.
    I paesaggi incontrati... i silenzi di alcune valli... il vento che perde tempo a scompigliarti i capelli... estasi diventavano spesso in lei al che assieme ad un oramai buon allenamento... gli elementi le donavano sicurezza massima tanto che adesso poteva perfino rilassarsi... dimenticare la fatica e gustarsi il suo essere ed il suo corpo sparati per la natura e temo...
    temo fu proprio ciò l'origine del c'è poco da fare cui si accennava prima.
    Il sellino... il sellino infatti... forse chissà coinvolto pure lui in si tanta armonia... il sellino cavolo... soprattutto lungo le lunghe discese e qualche volta anche su salite impegnative... il sellino strusciava sbatteva vibrava cozzava agitava scrollava e diremo come turbava furbetto una sua parte anatomica decisamente sensibile e lei previo le normali iniziali titubanze... forse spinta dal ricavarne una piacevole sensazione d'ignoto... col tempo lo lasciò agire indisturbato.
    E lui agiva agiva agiva finché diremo il suo primo orgasmo in assoluto le procuro diverse sorprese e fratture.
    Che nel mentre perse il controllo del mezzo ovviamente e cadde rovinosamente travolta dal piacere quasi a metà d'una tortuosa discesa di tre chilometri variamente accidentati.
    Un trionfo... sì sì sì alcuni doloretti e due mesi di letto ma... ricordiamo lei giovane ignara non conosceva altri metodi per procurarsi così tanta gioia... ma ci riprovo di sicuro appena possibile.. la convinzione assoluta.
    E di nuovo a cavalcioni dunque e di nuovo di nuovo di nuovo esaltazione sessuale assoluta... che nel frattempo si andava specializzando.
    Per dire... mai strisciare di proposito o accentuare il contatto artificialmente... si gode comunque bensì non è la medesima storia del lasciare fluire casuale... manco lontanamente.
    Poi le salite... è duro e sofferto l'orgasmo pedalando in salita... anche se tranquilli ne vale la pena... liquidi seminali e sudore mescolati hanno lascivamente pochi rivali ben si sa.
    Mentre le discesa leggere e zero sconnesse sono poca roba rispetto a quelle che per gioco denominò da frattura multipla con enfasi moltiplicata.
    Ed intanto cresceva chiaramente la nostra bella ed aveva imparato sul campo il resto sul sesso... o meglio che nulla del sesso valeva il "suo" di sesso... il quale però bisogna sottolineare nel contempo cominciava ad avere bisogno di rilanci... che minimo ora quasi sarebbe servita un'ascesa dell'Everest... che caccio s'era abituata alle performance ripetute uguali mille volte e non sortivano più effetti... pertanto medita medita medita un giorno realizzò e mise in pratica l'unione fra opzioni seducendo un'occasionale cercatore di funghi.
    Lo spogliò nudo lo fece "indurire" di baci lo caricò sul sellino gambe penzoloni schiena indietro... si accomodò con le mani sul manubrio... i piedi ancorati sulle pedaliere ed un membro non da niente inserito in vagina e...
    e si lanciò giù per una discesa... classificata da plurifrattura scomposta con enfasi secolare... di dodici chilometri.
    E l'aveva vista giusta sapete.
    Lui urlava che pareva indemoniato lei gemeva e si eccitava ad ognuno dei numerosissimi sobbalzi e veniva veniva veniva e non usciva di strada.
    E furono sei chilometri di paradiso e...
    e chi c'è di là del paradiso?
    Ovvio c'è il cambiare buco al pezzo e...
    e furono cinque chilometri e mezzo di nirvana e...
    e finalmente un'invasione di fratture composte e scomposte ed orgasmi stratosferici racimolati percorrendo strisciando rotolando e graffiando terra radici e sassi negli ultimi cinquecento metri.
    Un'apoteosi.
    Mai s'era sentita meglio in vita sua.
    Giuro!
    Mai mai e mai.
    Sicuro la mamma invece nell'accudirla nuovamente inferma stava turbata e si vedeva moralmente sofferente e del regalo pentita allora giusto per non lanciare colpe lei pensava... d'altronde stanno normali codesti suoi comportamenti.
    Non capita a tanti di sentirsi dire hai voluto regalarmi la bicicletta?... be' adesso pedala!... che ne avrai ad iosa da pedalare.
    Che ho già in mente un progettino futuro mitico mitico mitico.
    Non capita a tanti.

  • 04 gennaio 2013 alle ore 21:39
    Tredicina

    Come comincia: Già da alcuni anni avevamo una tartaruga. L’avevamo chiamata Tredicina perché mio fratello Celestino aveva contato fin dall’inizio, sulla sua corazza, giusto tredici piastre.
    Era una tartaruga come le altre, di media grandezza. D’inverno cadeva in letargo, ma solo per un breve periodo. Quando mancava ancora tanto all’inizio della primavera, infatti, lei era già bella e sveglia, con un’enorme energia e un notevole appetito. Allora cominciava a girare per tutta la casa ed era voracissima. Se non le mettevamo a disposizione una bella foglia di lattuga fresca, lei se ne andava sul balcone e s’accontentava di mangiare tutte le parti delle piante che, con una buona dose di pazienza e tanta fatica, riusciva a raggiungere sollevandosi, un vaso dopo l’altro, in punta di zampe e allungando al massimo il collo all’insù. O… peggio, se proprio non trovava nulla e i tuoi piedi non erano protetti completamente da calzature, ti sentivi arrivare all’improvviso un morsetto sull’alluce o sul calcagno per cui non potevi fare a meno di accorgerti della sua presenza!
    E capitava anche che, nella ricerca di cibo, andasse a passare involontariamente sul manto del gatto che prendeva il sole disteso sul pavimento del terrazzo. Perciò Tredicina veniva buttata via senza nessun riguardo con una brusca zampata.
    Qualche volta, poi, capitava per sbaglio addirittura davanti al muso di Ricky, il cane, che le mostrava subito le terribili zanne e tentava di morderla. Allora lei prendeva la fuga.
    E c’è chi dice che la tartaruga è un animale lento! Bisognava vederla: andava come un razzo.
    Durante le vacanze estive Tredicina naturalmente veniva con noi in villeggiatura e se ne stava a casa con la nonna, il cane e il gatto, mentre noi tre bambini con la mamma ce ne andavamo al mare o a passeggio per le campagne.
    Ebbene, un giorno, al nostro ritorno, ci accorgemmo che la tartaruga era sparita. La cercammo sotto i mobili e in tutti gli angolini della casa che non era poi affatto grande: una bella stanza, una spaziosa cucina, il bagno e un terrazzino con una scalinata esterna che portava fin giù alla strada.
    Controllammo anche la scala. Tredicina infatti era perfino capace di scendere con grande coraggio sebbene il più delle volte, tra un gradino e l’altro, finisse col capovolgersi. Se nessuno se ne accorgeva, se un’anima buona non andava a soccorrerla, la tartaruga rischiava di restare per ore rovesciata sul dorso. Allora doveva contare solo sulle sue forze. Con un po’ di bravura e un po’ di fortuna riusciva, prima o poi, a trovare un appiglio, così si rigirava e tornava in posizione normale per riprendere, testarda, l’avventura della discesa.
    Quel giorno, nel giardinetto intorno, nessuna traccia. E neppure sulla strada che, solitamente, era frequentata solo da pochi passanti e da qualche raro carretto carico di verdura o di frutta di stagione.
    Apparve la signora Assunta, la vecchietta che d’estate ci affittava la sua casa ritirandosi per quel periodo in un localino sottostante. Lì, diceva, si stava ancora più freschi e poi… a lei bastava semplicemente un letto per riposare.
    Donna Assunta era sempre presente, come una vecchia fata benefica: se qualcuno di noi bambini piangeva, lei saliva su per consolarlo; se aveva la febbre, conosceva tutti i rimedi per rimetterlo in piedi senza bisogno di chiamare il medico; se, in nostra assenza, alla nonna mancava il prezzemolo o altro elemento per preparare il pranzo, non doveva che chiamarla dal terrazzino e lei, dopo un attimo, glielo mandava su freschissimo, appena raccolto, tramite qualche ragazzetto di passaggio; se io cantavo, poi, e a quei tempi lo facevo spesso, mi accorgevo di avere un’ammiratrice segreta perché, appena smettevo, Assunta usciva in strada e non la finiva più di esclamare “brava, brava, brava!” facendomi arrossire.
    Dunque, la nostra padrona di casa non poteva mancare in quel frangente!
    La notizia le giunse come un fulmine a ciel sereno e la mise in uno stato di grande ansietà.
    - Oh, mamma mia! E com’è successo?… - cominciò a dire - Non è mai capitato in tutti gli altri anni! Ma da quanto tempo non ve la vedete davanti agli occhi? Da quando è scomparsa?… Voi lo sapete, conoscete benissimo il posto. Qua nessuno tocca niente, eh! E io non mi allontano mai da casa… Oh, Madonna mia, come mi dispiace questo fatto!
    Era diventata paonazza. La mamma e la nonna cercavano di tranquillizzarla: per una donna della sua età poteva essere pericoloso quello stato di forte agitazione. Non era colpa sua, in fondo! Non si doveva preoccupare, doveva pensare alla salute, le dicevano, sono cose che possono succedere! E poi… forse meglio così, un animale in meno da curare!
    Ma lei riprendeva subito: - Oh, come mi dispiace! Quella bella tartaruga… Ci ero affezionata anch’io che la vedo solo un mese all’anno, figuratevi queste povere creature! - e ci guardava con aria di commiserazione - Eppure, non mi era mai successo in tutta la vita… - continuava - Sapete, io sto in questa casa da quando ero piccolina… Qua non c’è mai stato ‘o munaciello*. Ah, da certa gente sì che ne fa scomparire di cose, e ne fa di dispetti! E quando si stabilisce in una casa non se ne va più, cerca di cacciare i proprietari, piuttosto! Certi munacielli, lo sapete? di notte, si rubano perfino lo zucchero e poi, al momento che vi serve, addio! vi accorgete che non ce n’è più.
    - Sciocchezze. Sono solo sciocchezze. - disse seccamente la nonna che era una persona di chiesa.
    Ma Donna Assunta sembrava voler riversare a tutti i costi la sua rabbia su quel povero “munaciello”. Perciò riprese:
    - Beh, ci sta chi ci crede e chi non ci crede a queste cose, si sa, eppure… Ma qua, vi assicuro… non c’è mai stato ‘o munaciello. Ve lo giuro sulla buonanima di…
    Si fermò all’improvviso portando una mano alla fronte: - Adesso ci penso io! – disse risoluta – Qua ci vuole solo una preghiera a Sant’ Elena e vedrete come uscirà la vostra tartaruga. E prima di notte, vi assicuro! Venite appresso a me. Chi me vo bbene appriesso me vene, chi me vo male arrete rummane… ** - concluse col suo simpatico dialetto tra il napoletano e il salernitano.
    La signora Assunta entrò un attimo in casa sua, rovistò in un cassetto, poi baciò un’immaginetta sacra e ce la mostrò dicendoci: - Ecco quella giusta. Recitate insieme a me “Santa Elena, tu sei una grande santa, tu trovasti in Palestina la vera croce di Gesù, e adesso non ci aiuti a trovare la tartaruga di questi signori?”
    Così dicendo si avviò verso l’orto. Attraversammo con lei la strada polverosa. Ispezionò tutta la zona intorno al pozzo e così fece lungo il perimetro di un covone, aprì la porticina di un piccolo locale dove teneva alcuni attrezzi per lavorare il campo e guardò all’interno in tutti gli angoli. Niente.
    Riprese la preghiera e ci fece di nuovo cenno di recitarla con lei. Frugò sotto il fico d’India col rischio di riempirsi di quelle fastidiose spine, spostò alcune cassette cariche di pomodori maturi, cercò dietro un cumulo di bottiglie vuote, ma di Tredicina non c’era traccia.
    La povera Assunta aveva il volto sempre più congestionato.
    Tornammo in strada. Si sentiva già il chierichetto che suonava la campanella. Ogni sera, infatti, a quell’ora, c’era l’abitudine di riunirsi dietro l’angolo del tabaccaio dove era stato allestito un piccolo altarino tutto luci e merletti con la Madonna di Pompei. C’era mezzo paese a dire il rosario. Ci andavamo anche noi con la nonna e con Donna Assunta.
    Chi poteva, si portava una sedia da casa per stare più comodo, gli altri si sedevano sui muretti lì intorno, e c’era anche chi restava tutto il tempo in piedi. Spesso i ragazzini preferivano non sedersi perché dopo un po’ si annoiavano e così se la potevano svignare più facilmente. Mio fratello era uno di questi.
    - Dove vai? – gli domandò la mamma anche quella sera – Non ti allontanare, ti raccomando, non farmi stare in pensiero… 
    Ma, mentre pronunziava più silenziosamente possibile queste parole, si accorse che era stato un bambino dalla strada principale a chiamarlo, e anzi continuava a fargli cenno con la mano.
    Era Marcuccio, lo riconobbe, un amico di Celestino, più piccolo di lui di un paio d’anni.
    Mio fratello lo raggiunse di corsa. Tutti e due si misero a gesticolare. Il pubblico iniziò a guardarli e a distrarsi, qualche fedele sbuffò; una vecchietta disse “E’ meglio non venire se si deve disturbare la funzione”; due ragazzine scoppiarono a ridere e dovettero allontanarsi in fretta prima di essere rimproverate o scacciate.
    Per fortuna quel movimentato rosario finì.
    Celestino, allora, corse trionfante verso di noi. Marcuccio lo seguiva a pochi passi e aveva in mano… la nostra tartaruga.
    - Visto? Che vi dicevo? – gridò Donna Assunta che, pure se in silenzio, non si era perso neppure un particolare della scena – Ci ha ascoltati! Prima di sera… Sant’ Elena ce l’ha fatta trovare, l’ha fatta uscire! E, come vedete, ce l’ha mandata attraverso una creatura innocente!... – e, così dicendo, passò una mano benevola sui neri capelli di Marcuccio.
    Quindi, stanchissima, rientrò a casa. Per fortuna però ora si sentiva tranquilla e soprattutto soddisfatta per il successo.
    Fu mia madre, strada facendo, ad acquisire, tramite “la creatura innocente”, una spiegazione più realistica di quell’avvenimento.
    - Come mai, Marcuccio, avevi tu la nostra Tredicina?
      Con la massima semplicità e senza neppure immaginare il trambusto che aveva causato, il bambino raccontò di essere passato da casa nostra e di aver notato la tartaruga. Era la prima volta, in vita sua, che vedeva una bestia tanto strana. Se ne stava ferma su uno scalino, disse, non faceva paura e perciò aveva pensato di accarezzarla, ma la sua testa era sparita. Ci aveva riprovato, ma erano scomparse anche le quattro zampe! Allora, un po’ preoccupato, Marcuccio aveva portato Tredicina a casa sua. Lì, insieme al fratello gemello, aveva tentato inutilmente di farla tornare come prima.
    – Eppure, signora, si vede così bene che la testa e le zampe le tiene nascoste nella casetta! – concluse.
    La mamma rise, poggiò Tredicina in terrazza e disse a quel simpatico scugnizzo:
    - Ora ti faccio vedere io come torna subito normale!
    Ma la povera tartaruga doveva essere stata talmente strapazzata, quel giorno, che impiegò molto più del solito a tirar fuori le zampe e a mostrare la sua strana testolina.
    Per incoraggiarla le offrimmo una bella foglia di lattuga fresca.

    * “munaciello”, personaggio immaginario della tradizione napoletana, piccolo gnomo vestito da monaco con uno zucchetto rosso in testa, che si divertirebbe a fare vari dispetti in casa.

    ** Chi mi vuole bene mi segua, chi mi vuole male resti dietro.

  • 04 gennaio 2013 alle ore 18:37
    Il cronocapitalismo

    Come comincia: Non resta molto tempo. Certo il tempo è un concetto relativo come l’infinità dello spazio, la stupidità dell’uomo. Però una cosa è certa, il tempo è poco. Certo, non ne abbiamo mai avuto molto, applicati come eravamo a far girare il mondo, l’economia, le lancette degli orologi…già perché è tutta lì la questione: i secondi sono bloccati dietro le lancette degli orologi, ma quando s’inventarono la storia della privatizzazione del tempo, questo, non l’avevamo capito. Pensavamo a una burla, di certo qualche giornalista satirico abbastanza fantasioso si era inventato la storia del ministero del tempo e del generale dell’esercito addetto al sequestro degli orologi. Invece era tutto vero. Prima cominciarono col cancellare ogni cosa che ricordasse un orologio: dalle tv, da internet, dai campanili, dalle cucine delle case iniziarono a mancare quei numeretti che scandivano le giornate di tutte le persone. E’ stato un grande errore, ma davvero all’inizio credevamo che fossero impazziti e che prima o poi sarebbero rinsaviti…e poi a noi altri non dispiaceva liberarci dalle “catene del tempo”. Ma ci sbagliavamo di grosso. Se non conoscevi l’ora esatta, non potevi andare a lavoro ne tantomeno smettere di lavorare, i corsi all’università non cominciavano, i treni non partivano, le giornate non terminavano. Poi uscirono i primi abbonamenti a tempo determinato, pagando potevi conoscere l’ora esatta e uscire da quel buco spazio-temporale in cui il mondo sembrava essere caduto. Certo, non tutti potevano permettersi quegli abbonamenti, ecco perché le prime pratiche di disobbedienza furono scrivere su internet l’ora esatta e alle manifestazioni per liberare il tempo portare grandi timer che segnavano l’ora. Fummo repressi con una violenza inaudita, le cariche, quelle, come al solito arrivavano puntuali. Iniziammo a insegnare alle persone a regolarsi con la luce del sole, ma molti furono arrestati. Poi le cose peggiorarono: anche i calendari vennero sequestrati! Sicchè ora non conoscevamo neanche che giorno della settimana fosse, che mese, che anno. Anche il papa si espresse favorevole alla cosa, perché: “il giorno del signore, come dice il libro sacro, arriverà come un ladro. Nessuno, tranne Dio Padre, ha diritto di sapere che giorno sia!” – Puttanate. Tutte le attività commerciali aumentarono i prezzi per potersi permettere un orologio, molte fallirono, altre si accorparono, la gente moriva di fame nelle migliori delle ipotesi, iniziò una guerra civile, i morti non si contavano. Poi spuntò la prima banca del tempo, immaginate un eterno limbo in cui il tempo è sospeso e, al centro di esso, un ingranaggio imponente che gira vorticosamente. Spuntarono le ore a tasso zero, i mutui temporali, le carte a tempo accreditato; ma nemmeno questo gli bastava, perciò, con la sicurezza che nessuno fosse in grado di rendersene conto, iniziarono ad accorciare le ore, in modo da poterne vendere una al prezzo di due! Lo squilibrio divenne tale che molti impazzirono. Poi venne l’epidemia di cronòcrisi, una malattia che invecchiava repentinamente fino alla morte il soggetto e che si diffuse soprattutto nell’Europa Occidentale. Il fatto che potesse dipendere dalla nuova forma di cronocapitalismo fu subito smentita da tutti i media che prontamente incolparono un fantomatico ceppo virale originario del medio-oriente che, probabilmente, era frutto di alcuni esperimenti per creare nuovi armi chimiche di un gruppo terrorista palestinese – Puttanate. 

  • 04 gennaio 2013 alle ore 18:33
    Deep trip

    Come comincia: Sono stato in un aeroporto psichedelico dove grandi aerei senz’ali prima di atterrare salutavano i loro passeggeri, non sono sicuro se fosse un sogno o fosse reale, sicuramente era vera la voglia di viaggiare.
    Stavo ancora in disparte a pormi i miei perché quando m’imbarcai all’ultimo minuto allo scalo 23, mi resi conto di non avere né biglietto né documenti ma mi chiesero soltanto quali fossero i miei intenti.
    Risposi che avevo bisogno di andare e che non avevo più ragioni per restare ma, quell’hostess affascinante, prima di partire, mi disse che per farlo dovevo lasciare la mia parte razionale.
    Così presi solo la mia voglia di cambiare e mi avviai verso un grande portellone; chi sa se sarei mai ritornato.
    Mi attendeva a motori spenti, un aereo dai contenuti interessanti, arancioni i sui rivestimenti, non distinsi subito quali fossero i passeggeri e quali i dipendenti.
    Scelsi il mio posto vicino al finestrino per poter ammirare l’ultima volta i cieli del vecchio destino, e mentre mi distraevano le mie considerazioni, mi si sedette vicino un venditore di illusioni.
    Mi raccontò la sua storia e mi volle rivelare, che il più grande affare della sua professione lo aveva fatto vendendo all'uomo una religione, poi col tempo si era specializzato ed ora vendeva ideologie al mercato.
    Mi stancai quasi subito dei sui racconti, e mi persi guardando fuori.
    All'esterno si accendevano i colori ed un arcobaleno faceva da linea di confine a ere ormai finite ed ere senza fine, e mentre col pensiero volavo verso il sole pronto al tramonto, mi resi conto che l’aereo atterrava e decisi di atterrare anch'io.
    Mi ritrovai in un paese dove le persone per comunicare non usavano parlare, si guardavano e in un attimo,sapevano che cosa l’altro volesse dire. Si racconta che quel paese fosse l’unico sulla terra che non ha mai conosciuto la guerra, e solo dopo ho capito che se non hai bisogno di parlare per comunicare, è praticamente impossibile litigare.
    Feci il turista e fui felice di scoprire, che non avevi bisogno di moneta per acquistare, tutto era di tutti e se volevi mangiare, bastava far capire al cameriere che avevi tanta fame. M’innamorai di una ragazza che per mestiere dipingeva i petali ai fiori, ma per la mia difficoltà a comunicare in quel modo senza insegnamento, appresi che avrei dovuto faticare per svelarle il mio sentimento.
    Così le regalai un fiore trasparente sperando di conquistare il suo cuore e andavo da lei a tutte le ore, fin quando capì e ,mano nella mano, andammo lontano. Mi portò in un campo di viole gialle e, su di un prato celeste, facemmo l’amore; mi strinse forte e guardandola negli occhi mi face capire che soffriva perché sapeva che sarei dovuto ripartire.
    Prima di andare mi regalò una stella da far volare, e le promisi con un occhiata, che l’avrei liberata in un posto che sempre me l’avrebbe ricordata, e mentre da lontano salutavo per l’ultima volta il mio grande amore, dal petto la stella mi scivolò dentro il cuore.
    L’aereo riparte e non c’è tempo per dire, forse sarebbe stato bello restare, ma le cose finiscono e in fondo cosa puoi fare, la vita continua, c’è tanto da fare.
    Un altro viaggio, un’altra destinazione, come la vita che passa e và in un’altra direzione.
    L’aereo vola e senza dir niente, si avvia verso il cielo dell’oriente. Di solito scrivevo poesie, ispirandomi al cuore e alle sue melodie, ma fu in quel posto in cui i suoni creavano emozioni, che scrissi per il cuore nuove canzoni. In questo nuovo posto grandiose moschee spargevano in ogni direzione il loro riflessi dorati, dando la sensazione di esserne inondati. Guardai affascinato quegli aurei filamenti, e notai un uomo che con essi costruiva strumenti, e i frammenti di luce che avanzavano dalla produzione, li vendeva ai passanti in ampolle di vetro a mò di lampione. Mi avvicinai e trovai il coraggio per chiedergli perplesso, perché vendesse soltanto qualche piccolo riflesso; gli fui simpatico e dove nessuno poteva vedere, mi mostrò quello che i suoi strumenti erano in grado di fare. Suonando con strane posizioni, ogni strumento generava un’emozione, uno suonava odio, un altro compassione, ne aveva uno per ogni occasione, ma mi disse sconfitto, con grande apprensione, che purtroppo era in difficoltà perché non riusciva a farne uno che suonasse amore. Pericolosi se finissero in mani sbagliate, preferiva vivere di poche monete, vendendo ampolle di luce ai turisti, cercando di trovare un rimedio ai giorni più tristi.
    Lo abbracciai e gli dissi che dovevo andare e lui decise che una cosa me la poteva regalare, aprì la sua borsa da cui fuoriuscì un gran bagliore, ed estrasse uno strumento a forma di pennello con il potere di cambiare in meglio ciò che non era bello. Nascosi il pennello e me ne andai sentendomi diverso, come non lo ero stato mai. Al ritorno il viaggio fu tremendo, nella testa mi struggeva un forte lamento, forse era il vento che piangeva per lo spavento davanti alla crudeltà dell’uomo e del suo tempo. Trovai all'aeroporto la mia parte razionale ancora a guardare fuori e porsi i suoi perché ma decisi di lasciarla e tornare a casa.

  • 04 gennaio 2013 alle ore 11:12
    Il superfluo

    Come comincia: Un odore nauseabondo mi ha perseguitato per tutta l’infanzia.
    Era l’odore che mi riportava alla mente dolorose “esperienze“ collegate all’infuso di camomilla che mia madre preparava con l’aggiunta di qualche cucchiaio di olio buono. Un infuso detestato al punto di riservargli l’odio che si nutre più per un nemico, che per un liquido.
    Parlo del “preparato” per il clistere, antico rimedio contro la stipsi, una metodica benefica per gli “stitici”.
    “Stitici”... parola la cui assonanza mi ha sempre richiamato termini come “ascetici” e “stoici” che si distinguono per il distacco dagli eventi del mondo, dalle passioni e dagli istinti, che fanno dell’abbandono del superfluo un motivo di vita. La stranezza è che l’assonanza non abbia riscontro nella sostanza. A differenza di questi ultimi, infatti, gli stitici si tengono stretto il “superfluo” ma il termine “ascetico” rievocando olezzi di “ascella”, ristabilisce tra i termini più di una semplice assonanza...
    La mia infanzia marchiata dalla difficoltà a disfarmi del “superfluo”, è stata gravata dal fastidioso ventre gonfio, humus ideale per la formazione di gas nell’intestino... non proprio il massimo del bon ton.
    Allora non esisteva il buon “bifidus”, fermento del latte famoso per la pubblicità di una biondona, e così venivo sottoposta al “clistere”! 
    Una vera e propria violenza, roba da telefono azzurro!
    E l’inventore  di un tale misfatto contro l’umanità? Un “sadico”, prototipo umano, che avrà difficoltà ad estinguersi visto che quelli che soffrono ci sono sempre stati e quelli che godono a vedere le sofferenze degli altri sono altrettanto numerosi.
    L’odore di quell’infuso, mi tornava nelle papille olfattive, quando un simile effluvio pestilenziale si diffondeva nella mia casa da una pietanza cucinata da mia madre. Vivevo di nuovo il dolore e l’umiliazione scatenati dall’inserimento della “peretta”.
    La peretta era l’aggeggio di plastica a forma, appunto, di pera che inserita nel foro tra le natiche preposto più ad espellere che a ricevere, introduceva nell’intestino pigro quella “purga” mefitica. Immaginate il mio “disappunto” di bambina , i cui “desiderata”, venivano a mala pena ascoltati. Dovevo subire quando invece preferivo, e preferisco ancora, una soluzione al problema meno invasiva e più naturale: attendere il “miracolo” nella stanza da bagno, privata delle mutande, leggendo riviste o compilando giochi enigmistici... (io sono a favore della cultura!)
    La stitichezza è, sì, un problema ma non va enfatizzato troppo e, comunque, è meglio della “diarrea” di cui, almeno una volta nella vita, tutti abbiamo sopportato i disagi.  L’improvvisa, impellente necessità di liberarsi del già detto “superfluo” che per caratteristiche di densità, consistenza e odore richiede una “evacuazione” repentina in recipienti preposti al “bisogno”. L’urgenza di tale evento è così pressante che si avvicina a quella dell’ispirazione poetica (ebbene sì! Scrivo poesie!) che ha il potere di farmi dimenticare tutto, e indurmi a cercare un luogo fuori dalla portata degli indiscreti che potrebbero interrompere “l’ispirazione”.
    Mio padre, dal quale sicuramente ho ereditato la stipsi, aveva un approccio diverso dal mio. Mentre io mi isolavo nella toilette in un atteggiamento passivo di attesa, lui non si lasciava condizionare, ignorava il problema e, fiero di questa sua strategia di attesa,andava in giro portandosi dentro il “fardello” del suo superfluo.
    Per convincermi a cambiare atteggiamento mi ripeteva:
    “Devi farti rispettare, fai come me. Io non mi faccio comandare da nessuno … tanto meno dal mio “culo”!”
    Scusate il termine, ma sono le parole di mio padre di cui oggi, che non c’è più, conservo il ricordo come fosse il vangelo che ha cercato di trasmettermi attraverso queste e tante ancora perle di saggezza!
    Ma quale pietanza emanava, per me, un odore nauseabondo tanto quanto quello dell’infuso per il clistere? La pietanza aborrita era a base di una leguminosa, mangiata cruda il primo maggio, con il pecorino, e che ben cotta con qualche erba aromatica, tipo la menta, viene elevata da molti a “prelibatezza”.
    Non so se ci sia una somiglianza effettiva tra i due odori, fatto sta che io la percepivo in modo così intenso che spesso, quando per pranzo c’erano fave cotte, evitavo di rientrare adducendo la bugia, confermata da un’amica complice, che m’invitava a casa sua per studiare insieme. Il disagio, che accompagnava l’odore, ha segnato la mia adolescenza e la mia gioventù. Sono cresciuta con l’ansia di essere investita da quel castigo di Dio e sopportando le prediche di mamma che continuava a tesserne le lodi.
    Passata la gioventù, mi ritrovai sposata...
    Quel giorno tornando dal lavoro, da cui mi avrebbe esonerato dopo qualche tempo, la legge per l’astensione obbligatoria per la maternità, decisi di andare a pranzo dai miei. Quando mi aprirono la porta fui inondata dall’odore noto! Che accadde? Non lo so, posso solo raccontarvi la corsa che feci verso la cucina dove, sulla tavola apparecchiata, troneggiava quel piatto fumante stracolmo di fave cotte e...
    No, non aprii il secchio dell’immondizia per gettarvi le fave con tutto il piatto! No! Incredibile ma vero: avevo voglia di assaporarle. Cosa mi attirava tanto? Proteine, ferro o altri sali minerali...  di cui ha bisogno l’organismo di una gestante? Sostanze che richiede con forza, istintivamente, senza il filtro dell’esperienza; l’istinto che prevale sull’intelletto nel corpo gravido e si mette alla guida di desideri e voglie... Le famose “voglie”?
    Non so se ci sia da ridere e nemmeno oso sperare che nell'alleggervi del “superfluo” possiate ricordare le mie “fave”... 
    Certo non è il massimo dei sogni ma in questa vita bisogna accontentarsi e soprattutto... saper fare a meno del superfluo.

  • 03 gennaio 2013 alle ore 22:15
    Parole in indaco mai messe in musica

    Come comincia: Sarà in primavera - con il gelo di un inverno inaspettato su un petto violato, e tutto questo solo  perché la madre del caso è l’ironia – quando parole e lacrime non avranno né senso o valore, quando nell’aprirsi il cielo si frantumerà in interminabili pomeriggi dove demoni meridiani, vigili di sadica allegria, apriranno come un melograno con un morso di melanconia il cuore graffiato. Quando in quella bocca salirà con quei rubini il sapore del nostro stesso sangue avrò la certa coscienza che tutto precipiterà nel patetico spettacolo della danza sconnessa di un giullare nato storpio e solo per l’occasione vestito a festa.
    Leggo una lettera d’amore di un giovane tenente nella guerra d’Africa, attento a percorrere tra le venature dell’inchiostro in ottavo ogni singolo impercettibile spazio bianco oramai ingiallito dal tempo: 
    “Amata mia, questo deserto è il silenzio di Dio che lascia nella sua indifferenza cadaveri e urla da ferite aperte. Tutte le mie convinzioni, il mio virile entusiasmo hanno oramai lasciato il posto ad un vuoto in cui precipitano tutte le cose, tranne il pensiero di Te. La guerra è quella folle scuola che istruisce l’uomo all’orrore dell’insensibilità, che fa marcire ogni residuo di umana compassione. Tutto è straziante e sordo allo stesso tempo. Mi ossessionano le macchie di sangue sulla mia casacca che non posso lavare da giorni: su questa lercia divisa ci sono impronte che uniscono i miei compagni morti ai nemici ammazzati: sabbia rappresa dal sudore e dalla paura, tutto si mischia, si stringe e unisce, con la certezza che solo questo mio pensiero terrificante offre l’ultimo, sottile e delicato filo di senso a questa follia. Alla fine resta solo il sangue e per quanto si dica e si pensi fuori dal corpo non ha nome, non ha identità né volto, è sangue morto e basta il cui odore nauseabondo ti fa solo bestemmiare. Il capitano ha perso tutte e due le gambe e non smette di dare ordini anche se nessuno di noi lo ascolta più; salvato per miracolo dalla cancrena non è stato risparmiato dai deliri della malaria e grida di notte dalla sua tenda  battuta da un vento gelido convinto che sia giorno e che la radio ancora dia ordini e obiettivi.
    Siamo abbandonati e soli! E solo questa penna e questa carta sotto a un lume ad olio possono farmi sentire ancora un uomo. Mia Cara, non Ti scrivo solo per amore, Ti scrivo per sentirmi ancora parte dell’umano, di una vita che la guerra ti strappa dall’anima, e che se ti verrà restituita non sarà mai più la stessa, così come il mio amore per Te. In questo silenzio io rinnovo a Te tutte le mie promesse ma senza far indossare al cuore quei vestiti puliti della domenica che – perdonami - non ricordo più. Te le rinnovo qui, in questo momento, in questa tormenta color indaco e con questa divisa sporca, nella paurosa solitudine della mia tenda: io adesso sono un bambino terrorizzato da lampi e tuoni, piango e mi nascondo nei Tuoi ricordi immaginandoti nel leggere queste mie parole, certo che serberai in Te i miei che ho dimenticato. Nasco adesso in questa Mia, e domani al risveglio sarò costretto a pietrificare la mia anima morendo in segreto; poserò questa lettera nella polverosa borsa di cuoio di un motociclista sconosciuto non sapendo se sopravvivrà nel portarla a Te. Mia Amata chi ti scrive è Nostro figlio; in lui le nostre speranze, le nostre promesse senza  troppe parole, senza il torpore rituale di passeggiate settembrine sottobraccio,  senza vezzosi incanti timidi e costruiti dall’artificio necessario dell’innamoramento. Nostro figlio, che qui adesso ti dona tutte le sue lacrime e le sue parole riposa tra le tue mani con ricordi diafani d’assenza. Ho poca memoria del tuo volto mio Amore, e ciò che ricordo è come se lo guardassi dietro un vetro spesso, ma ho impresse la tua voce e vedo i tuoi occhi, la freschezza delle tue braccia candide, tutti perfetti silenzi dove ritrovo, con uno sguardo nuovo, tutto ciò che sono stato. Se tutto questo finirà e tornerò da Te  non avrò più labbra per  prometterTi felicità che nessuno conosce e che io qui ignoro e distruggo, ma solo restituiti giorni grati per l’assenza della follia umana, anni semplici di stupore e meraviglia per esser stati risparmiati da tutto questo. Se fossi qui non vorrei che mi guardassi adesso; ho vergogna di me, delle mie lacrime, delle mie azioni, dei miei occhi scavati e dalle mie labbra arse dal sale, eppure riusciresti a vedere, nonostante tutto, quanto questo sconfitto ti ami infinitamente. Resta la tenacia dei miei occhi che combattono per restare quelli di sempre nonostante l’inferno che sono costretti a guardare, per Te e solo per Te.
    Sempre Tuo (….)”
    Il giovane tenente, sposatosi per procura, riuscì a tornare dopo esser stato prigioniero  a seguito dell’ operazione Pugilist nella campagna del Nord Africa, ma al suo ritorno scoprì che sua moglie fu vittima del bombardamento aereo su Torino nel giorno dell’Immacolata del 1942. Lei non poté mai  leggere quest’ultima lettera e lui la ritrovò ancora sigillata tra le mani della madre della ragazza. Il giovane sposo  nacque già vedovo, celebrarono le nozze in primavera.
     

  • 28 dicembre 2012 alle ore 23:01
    Il principe della notte

    Come comincia: Fu trovato, dopo alcuni giorni di nebbia fittissima, all’interno di un capannone industriale. Era finito lì chissà come e mi venne subito affidato.
    Non avevo mai visto così da vicino un barbagianni. Mi trovai di fronte un faccione bianco, una specie di maschera a forma di cuore con due occhi obliqui che mi guardavano seri. Mi dette l’impressione di un gatto più che di un uccello. Con il gatto aveva in comune il corpo robusto, il capo rotondo, la posizione di agguato. Oltre che, naturalmente, l’antica passione per i topi!
    Era un esemplare assai bello, fortunatamente sano, lo sguardo intelligente, l’atteggiamento da persona importante, austero, aristocratico, quasi regale.
    Il grosso volatile mi incuriosiva. Che cosa potevo fare se non cercare un buon libro di ornitologia o ricorrere a un’enciclopedia sugli animali?
    Così venni a conoscenza, fra l’altro, che i barbagianni spesso sono costretti a vivere in cattività e addestrati, come le civette, a richiamare uccelli, soprattutto allodole, durante le battute di caccia. E, ancor peggio, seppi della barbarica antica usanza di uccidere crudelmente questi uccelli e altri rapaci notturni, inchiodandoli poi alle porte di casa. In passato la superstizione popolare li faceva ritenere infatti di cattivo augurio. Mi consolai pensando che una simile idea oggi farebbe inorridire, considerato il livello della nostra civiltà e tutti gli appelli per la conservazione della natura.
    - Non voglio tenerti qui prigioniero. Meglio la libertà! - gli dissi, e lui sembrò annuire socchiudendo gli occhi.
    In quel momento squillò il telefono. Il barbagianni si mosse appena appena ma, chissà come, intuii perfettamente che aveva l’intenzione di volare.
    - Addio! - tremai - Non sono stata previdente: e ora… la statuina di finissima porcellana di Capodimonte regalo di una vecchia amica, e… la splendida lampada antica, dono di nozze di una cara cugina, e il vaso che io stessa avevo dipinto a mano e portato a cuocere in un forno dall’altra parte della città, attraversando una fiumana di auto e sudando freddo per le difficoltà di parcheggio? Addio! Sarebbe stato tutto distrutto.
    Risposi al telefono cercando di limitare al massimo i miei movimenti e di parlare a bassa voce:
    - Oh, che fortuna abbiamo avuto, va bene… Certo che sono contenta! No, no… sono solo un attimo occupata, poi ti spiegherò. Tu, intanto, comincia a studiare l’itinerario…
    E c’è ancora chi dice che il barbagianni porta male? Ebbene, la mia amica Paola mi aveva appena informato di essere riuscita a trovare i biglietti aerei per un nostro viaggio, un nostro vecchio sogno. Fino alla sera prima era stata un’impresa talmente difficile che ormai pensavamo di dovervi rinunziare.
    Quindi, durante le prossime vacanze di Natale, avremmo finalmente visitato l’isola di Lanzarote con i suoi splendidi vulcani colorati e, soprattutto, io avrei potuto rivedere mio padre che viveva alle isole Canarie già da qualche anno.
    L’uccello intanto era approdato dall’altra parte del salotto. Niente: era passato accanto agli oggetti più delicati senza romperne neppure uno. Il suo volo era leggerissimo e silenzioso.
    Pensai quale fruscio rumoroso accompagna lo spostamento di un piccione, nonostante sia di dimensione inferiore. E perfino un minuscolo uccelletto fa sentire il frullio delle alucce, per non parlare addirittura degli insetti, ancora più piccoli, che producono il ben noto ronzio.
    Il volo del barbagianni invece era un soffio. Né più né meno che quello di una farfalla.
    Ora se ne stava sulle lunghe zampe divaricate coperte di piume e ondeggiava con un movimento molleggiato simile a una danza (solo dopo appresi che era indice di disagio e di agitazione), poi decollò nuovamente, ma ora sapevo che potevo fidarmi di lui!
    Le ali erano molto ampie, il volo elegante. Si stabilì senza alcun danno sul televisore, e lì se ne stette bello tranquillo.
    Abbassai un po’ la tapparella. Conoscendo le sue abitudini notturne, mi sembrava che la luce diretta lo abbagliasse.
    Mi avvicinai all’uccello a piccoli passi. Mi feci coraggio e lo toccai. Il suo piumaggio era  soffice, quasi lanuginoso, di un bel colore grigio rossastro nella parte superiore, candido nella parte inferiore.
    Il barbagianni iniziò a lisciarsi e ordinarsi le penne con il becco curvo e giallastro. Sembrava tranquillo. Doveva avere un udito finissimo perché, ad ogni parvenza di rumore proveniente dall’esterno o dagli appartamenti vicini, si fermava bruscamente.
    - E ora che cosa si fa con te? - gli domandai mentre lui mi lanciava un’occhiata.
    Presi contatto con un’associazione naturalistica e mi feci consigliare sul trattamento da riservare all’illustre ospite. Come avevo previsto, era necessario liberarlo. Sarebbe stato troppo complicato trovargli una sistemazione e soprattutto alimentarlo adeguatamente.
    La mattina seguente collocai il barbagianni in una gabbia e lo trasportai nel grande giardino della scuola. Mi sembrava il posto più adatto e poi… immaginiamoci la sorpresa per miei alunni di prima elementare! Fui immediatamente circondata da una folla di piccoli curiosi.
    - Perché non gli diamo un nome, prima di liberarlo? - propose qualcuno.
    - Proviamoci. - risposi.
    I nomi più graziosi, all’inizio, furono Cicciottello e Pennagrigia. Poi Nicoletta, la bambina più romantica della classe, suggerì Cuoricino perché il volto le ricordava la forma del cuore. Infine Luca, il grande esperto sulla natura, ci propose “Il principe della notte”. Mettemmo ai voti tutti i nomi e vinse l’ultimo.
    Aprii la porta della gabbia. Il barbagianni restò un attimo immobile a guardarci come per decidere sul da farsi, poi prese il volo scomparendo dopo qualche istante nella foschia, mentre i bambini applaudivano.
    - Dove sarà arrivato, adesso? - chiese più tardi Nicoletta.
    - In un’altra città o in America, oppure… - si misero a fantasticare.
    A qualcuno era rimasta l’illusione che il barbagianni, prima o poi, sarebbe ritornato “a farci visita”. Confesso che un po’ lo speravo anch’io e più volte quel giorno mi sorpresi a guardare fuori della finestra…
    Poi mi augurai che il “Principe della notte” avesse trovato la libertà dei campi per sempre.

  • 27 dicembre 2012 alle ore 18:33
    Valore

    Come comincia: Una collana di perle rarissime ha il suo valore...una montagna di lingotti d'oro hanno il loro valore...il mio oggetto più prezioso, dal quale non potrei mai separarmi, comunque ha un suo valore...ma...l'anima, la mia anima, anche se malconcia, sbalottata, incerottata, incompresa o derisa, ha valore?...
    Niente, nemmeno l'infinito universo ha valore quanto la mia anima...eppure è un bene che io stesso svendo facilmente.

  • 27 dicembre 2012 alle ore 2:05
    Mario nel fantastico mondo dei choosy

    Come comincia: Mario è un professionista qualificato con anni di esperienza. A causa della crisi ha perso il lavoro ad un’età dove è difficile rimettersi in gioco: non ti danno nemmeno retta perché,classico paradosso di questi tempi, sei troppo giovane per andare in pensione e troppo vecchio per essere assunto in qualche azienda. Per cui cosa fare? Morire di fame? La Caritas? No, Mario si è accontentato, si è rimboccato le maniche,fà dei corsi e tenta “la carriera” nel mercato delle vacche. Un lavoro poco adatto ad un uomo adulto,non c’è uno straccio di rimborso spese,non c’è uno stipendio fisso garantito, devi girare per la città,fissarti gli appuntamenti e sperare che qualcuno ti firmi un contratto altrimenti non guadagni nulla,neppure i soldi che hai speso in benzina per girare la città.Mario è uno che non molla mai! Mario ha una figlia, è insegnante elementare e si arrangia con le supplenze,quando ci sono. Ha lavorato in vari call center perché il mercato del lavoro è quello che è e ci si deve “accontentare”giusto? Bene, ha studiato per fare la maestra, ha titoli professionali,diplomi e specializzazioni ma,alla fin fine non è che le siano ancora serviti. Sembrerebbe solo la storia di due persone che non sono mai state choosy,tutt’altro. Ci si mette il destino, a Mario viene diagnosticata una malattia, la vista si abbassa, comincia a muovere le mani con difficoltà,dolori diffusi gli impediscono i normali movimenti. Difficile lavorare in queste condizione per un uomo che per guadagnare qualche cosa più che lavorare deve “galoppare” per gli altri. Supportato dai medici Mario fà richiesta di prepensionamento ma gli viene negata, chiede all’agenzia la possibilità di lavorare seduto ad una scrivania, magari inserendo contratti, fare calcoli al computer o quant’altro possa servire ma gli viene negata dal suo capo strabico; servono i numeri ed il suo lavoro è fare i numeri e basta, perché Mario lavora,o meglio galoppa, in una agenzia dove si presta molta attenzione ai numeri e scarsa o nessuna a chi i numeri li fà e Mario è consapevole di essere solo un numero. Numeri numeri numeri e basta! Maledetti numeri, sempre e solo numeri che neanche nella tombola di Natale sono stati capaci di farlo sorridere regalandogli nemmeno un misero ambo. Decide che chi deve dare i numeri una volta tanto non devono essere gli altri, e che cazzo! Questa volta deve essere lui! In una gelida serata dei primi di gennaio, raggiunge Levata, apre il baule gettando il panettone scaduto che il capo strabico dell’agenzia gli ha regalato in una scarpata e decide che sarà un 21 e 18, che anche il locale Levata-Pioltello in fondo và bene, niente Frecciarossa o Regionale Veloce, Mario un choosy non lo è stato mai, e non è una questione di costi perché Mario su quel treno non ci deve salire. I fari del furgone dei necrofori illuminano nella notte ormai fonda  i colleghi del Mario subito accorsi, mandati dal capo strabico dell’agenzia  che, mascherati da avvoltoi, piangendo lacrime di coccodrillo,  raccolgono e si spartiscono litigando i fogli con i contratti di Mario sparsi sui binari.

  • 24 dicembre 2012 alle ore 23:28
    Baronia e il primo mattino del giorno

    Come comincia: Cantastorie cieco – come lo diventerà l’Ateo che mi ha immaginato - e Baronia è il mio nome, sono nato nel campo di concentramento di Treviri in una baracca di intellettuali nell’avvento del 1940, ma la mia storia si svolge nella Giudea dominata dai romani e ho visto il primo tra tutti i primi “Mattini del Mondo”. Ero il capo di un villaggio vessato e dissanguato da Roma. Decidemmo in consiglio così di  dedicarci alla volontà di una cullata estinzione, le madri non avrebbero concepito figli, noi non avremmo lavorato la terra, ci saremmo cancellati giorno dopo giorno in una sola generazione per liberarci dall’oppressione. Persino quando scoprii che la mia sposa aspettava un figlio, non esitai un solo istante nel cercare di convincerla che una bocca in più avrebbe perpetrato l’umana sofferenza.
    Ma siccome in quel periodo troppi angeli erano sulla terra alcuni di loro apparvero ai miei pastori e annunciarono la nascita del messia. Il mio villaggio mi si rivoltò contro e decisero tutti di partire per Betlemme per assistere alla sua nascita. Rimasi solo, la mia protesta si inaridì in una sola notte sospesa tra l’eternità e il dolore umano. La mia rabbia mi fece proclamare la libertà dell’uomo anche nei confronti di Dio e se anche lo avessi guardato in volto non lo avrei seguito pur riconoscendolo, la mia ribellione e il mio dolore generarono una sete che nessuna divina promessa finalmente mantenuta avrebbe placato. Tre re sconosciuti provenienti da oriente trovarono riposo nella solitudine del mio villaggio e Baldassare – il mio inventore – amplificò la mia rabbia graffiando la mia libertà affermando che ogni uomo, nella pesantezza della sua carne, è sempre altrove da dove è convinto di essere.
    Decisi allora di partire per Betlemme e uccidere con le mie mani quel neonato per convincere me stesso che la libertà dell’uomo è talmente profonda da assassinare  anche quella di Dio, non immaginando che con quella decisione mi sarei incamminato proprio verso un altrove – con la pesantezza dei miei piedi e della mia carne - dove non avrei mai pensato di giungere. Arrivai ad un monte in festa e vidi quel bambino perfetto e terrificante, Maria inondata da un angelo evanescente in una casa spoglia era diventata madre, era amorevole e a seno nudo alimentava il sangue di Dio con la tenerezza e l’illusione che fosse solo suo figlio, un semplice figlio che nessuno le avrebbe ma strappato dalle braccia per poi restituirglielo schiodato dalla croce senza vita e le certezze non sono mai presagi. Ma quella bambina in quella notte d’astri in festa aveva partorito solo suo figlio tra animali sporchi, accattoni pastori, cimici, insetti di ogni sorta… e nessuno, neanche gli angeli, sarebbe stato così crudele da cancellare quell’istante di pura maternità. Rincontrai il mio Baldassarre Jean-Paul, che senza il minimo stupore nel vedermi in quel primo mattino mi disse che io non ero la mia sofferenza, che  la lotta tra il desiderio della vita e la sua inevitabile sofferenza sono frutti dell’umana contingenza e che mi appartengono come il giorno della mia morte, certo ma sconosciuto… dato ma non rivelato. Che l’accettazione della sofferenza senza troppi giri di parole è la prima e più radicale dichiarazione di vita, la prima prova della sua potenza che mi supera infinitamente, il senso più profondo dell’umano. E un Dio in fasce e lì per questo… e per questo ha già le stimmate impresse  in quelle minuscole mani che si aggrappano al seno di una madre illusa che sia suo e solo suo: “Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia». E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola.”
    Decisi allora, per puro caso, di permettere a quei tre accattoni una via di fuga dalla follia di un Erode impazzito, riuscii a prender tempo combattendo contro i suoi soldati impegnati a sgozzare bambini  con le lacrime agli occhi e qualcuno di loro avrà assassinato anche il suo.

    “Ecco, sono sballottato dalla notte come una botte dalle onde e la stalla è dentro di me, luminosa e fonda, come l’Arca di Noè essa naviga nella notte, rinchiudendo in sé il mattino del mondo. Il suo primo mattino. Poiché non aveva mai avuto un mattino. Era caduto dalle mani del suo creatore indignato in una fornace ardente, nel nero, e le grandi lingue brucianti di questa notte senza speranza passavano su di lui, coprendolo di vesciche e facendo aumentare la forte affluenza degli onischi e delle cimici. E io sono nella grande notte terrestre, nella notte tropicale dell’odio e della disgrazia. Ma – potenza ingannevole della fede – per i miei uomini, migliaia d’anni dopo la creazione, si alza in questa stanza, al chiarore di una candela, il primo mattino del mondo.”
    Jean Paul Sarte, Baronia e il figlio del Tuono, piéce teatrale sulla Natività scritta nel campo di concentramento di Treviri nel 1940.

  • 22 dicembre 2012 alle ore 21:13
    La vita del bruco

    Come comincia: Un bruco giallo e azzurro incontra un altro bruco verde e azzuro e dice " Ciao, ma come sei carino, che bei colori che hai, e guarda che bella codina arricciata e spinosa, e come sei bravo a scalare questo rametto, ma che zampette curate e che unghiette pulite, tu si che sei un bruco perfetto!!!" L'altro bruco lo squadra dalla testa ai piedi, lo fissa negli occhi  e risponde " Anche tu sei carino e hai degli splendidi colori, sono diversi dai miei e non ne ho mai visti altri uguali, e hai la codina arricciolata e spinosa proprio come la mia, mi segui da un bel po' su questo rametto rinsecchito e fragile e non sei caduto, forse perché le tue zampette pur essendo non uguali alle mie funzionano ugualmente bene ,anche se non possiedi unghiette, mi osservi e sei così intento a tesser le mie lodi che non ti accorgi di te stesso e neanche ti conosci, guardati e ammira... quanto è stata maestra la natura" Il bruco giallo e azzurro resta a bocca aperta e si zittisce, e in un battito di ciglia diventa cosciente di aver sprecato tanto tempo a guardare il bello che aveva di fronte in quel momento, senza rendersi conto dello splendore che portava dentro di sé da quando era nato.
    Morale della favola " Non dire mai che l'erba del vicino è migliore della tua se prima non hai osservato bene il tuo giardino.

                                                               

  • 22 dicembre 2012 alle ore 18:22
    Ritorno alla dignità

    Come comincia: Ritorno alla dignità

    Il passaggio da una scuola
    dove non abita la parola dignità,
    ad una scuola che è diventata
    la mia seconda casa...

    Questo racconto è dedicato
    a chi lo legge...
    per portarlo a conoscenza della
    malvagità adolescenziale...

    INTRODUZIONE:

    Mi chiamo Michele e ho quindici anni.
    Vivo a Lucca una cittadina molto bella che, come altre, può nascondere realtà negative e terribili come quella da me vissuta durante l'anno in cui ho frequentato la quarta ginnasio del Liceo Classico.
    In questa scuola ho passato i più brutti momenti della mia vita. Momenti che mi danno un pianto immediato al solo ripensarci.
    Ho avuto dei compagni che chiamarli “mostri” sarebbe un complimento; compagni che mi hanno privato della mia dignità al punto che ho dovuto cambiare scuola per ritrovarla.

    Durante quell'anno maledetto passato al Classico, ho subìto gravi danni psicologici. Per fortuna i miei genitori mi hanno permesso di cambiare scuola.
    Così ho cambiato scuola. Adesso mi trovo al Liceo Musicale. Per me è diventato una casa, un luogo che mi ha accolto a braccia aperte, e dove le persone mi accettano per quello che sono. La musica che avevo in me ed insieme io stesso, abbiamo trovato casa in questa scuola.
    Devo ringraziare tutto il Musicale per il bene che racchiude e sopratutto la mia professoressa di Pianoforte, senza la quale non avrei mai avuto l'idea di entrare in questa scuola.

    Adesso ho una dignità, una scuola che amo e dove i frutti che coltivo nascono e non vengono calpestati.
    Sconsiglio a tutti di andare nella scuola che ho fatto all'inizio. Altrimenti dovrete mettere da parte la vostra dignità, perché lì a seconda di come si è, la si perde...e può darsi che non la si trovi neanche più!

    Capitolo 1
    L'INIZIO DELL'ANNO SCOLASTICO

    Erano i primi giorni di scuola. Potevo dire che era una scuola proprio bella! Infatti era un convento una volta. I compagni mi stavano abbastanza simpatici, anche se stavano sorgendo le prime offese. I professori mi piacevano...Insomma tutto sembrava  a posto, per questo non potevo mai immaginare cosa mi sarebbe accaduto in futuro. I primi giorni, mi ricordo, ero accanto a  due compagni. Uno di loro lo conoscevo di vista, perché quando ero  piccolo eravamo insieme alla scuola estiva. Quindi ci conoscevamo già un poco. I primi giorni rimanevo da solo a ricreazione, perché gli altri  stavano in gruppo tra di loro, visto che venivano quasi tutti dalla stessa scuola. Era tutta gente di alta borghesia: figli di avvocati, giudici, notai, dottori, imprenditori, architetti, eccetera. Io invece sono un normale ragazzo, figlio di un tecnico di cartiera e di una scrittrice, persone normali. Suono il pianoforte e adesso anche  il contrabbasso. Ma sono uguale a quei ragazzi e non c'era nessuna ragione per cui io venissi trattato male e crudelmente da loro. Quei ragazzi non sono, non erano e non saranno mai più importanti di me. Siamo tutti uguali. Ma forse a quei ragazzi ciò non era chiaro.
    Il primo voto che presi fu un' otto a Latino.
    Fu la prima e l' ultima volta che vidi un' otto!
    Dopo qualche giorno i miei 'compagni' iniziarono, senza motivo apparente, a chiamarmi finocchio e frocio. Non capii e non capisco tutt'ora il motivo di queste offese. Cosi iniziò il mio anno scolastico: un anno infernale.
    Mi ricordo che i ragazzi non mi volevano accanto a loro,  perché dicevano che ero una checca.
    Cosi un giorno mi spostai e andai in prima fila accanto a una ragazza e un ragazzo. Lei era buona, lui era il diavolo in terra.
    I primi giorni il ragazzo non mi considerava, ma poi iniziò a considerarmi anche lui, purtroppo, chiamandomi, al solito finocchio e frocio. Sinceramente mi aspettavo un: “Ciao,come ti chiami...?”, ma non c'è mai stato!

    Capitolo 2
    NEBBIA SULLA DIGNITA'

    Non era passato molto tempo dal cambio del posto. Già la maggior parte della classe aveva iniziato ad offendermi ed a emarginarmi. Non esistevo per loro, o forse...se esistevo era sotto forma di merda!
    I miei compagni prendevano voti alti e io bassi. Cosi trovarono il mio primo punto debole dove poter colpire: giudicarmi attraverso i voti scolastici.
    Mi dicevano che ero sfigato e finocchio! Che gli schemi che facevo per studiare non servivano a nulla! Mi sentivo inferiore e impotente. Non avevano un minimo si rispetto o pietà per me...Tempo dopo cambiai di nuovo  posto, perché  non riuscivo a stare attento. Cambiai posto, ma non fila. Ero sempre nella prima. Mi ritrovai accanto ad un figlio di avvocato, terribile come gli occhi fissi al sole! Mi ricorderò per sempre questo ragazzo. Aveva le labbra grosse ed era bassissimo, ma molto crudele. Non riuscivo a socializzare con lui, perché ogni cosa che facevo era errata. Mi diceva che dovevo non venire a scuola perché non voleva vedermi, che gli facevo schifo.
    Questi cambiamenti di posto non portavano a nulla, perché in OGNI posto che ho cambiato c'era SEMPRE qualcuno pronto a umiliarmi.
    Io mi chiedo: che gusto perverso si può provare  a violentare mentalmente una persona cinque ore su cinque?
    Io ho passato le pene dell'inferno per tutto l'anno accanto ad uno di questi aguzzini. Una cosa terribile veramente!
    Fino alla fine dell'anno sono rimasto accanto a questo ragazzo, di cui, per ovvi motivi, non dirò il nome. Per due volte l'ho anche preso a sberle nel bagno, perché mi prendevano delle crisi nervose per i suoi continui insulti. Ho fatto male lo so...La violenza chiama violenza e non avrei dovuto alzare le mani. Ma la rabbia è stata troppo forte e non mi ha impedito di farlo.
    La rabbia a volte prende il sopravvento sulla ragione.
    Pensavo che il Liceo Classico fosse una scuola d'eccellenza, ma in realtà mi è sembrata La Tana del Diavolo!

    Capitolo 3
    RICORDI.

    Una cosa che mi ricordo molto bene è ciò che succedeva quando io arrivavo a scuola e quando tornavo a casa.
    Mi ricordo che appena entravo nel portico della vecchia scuola tutti alzavano gli occhi al cielo come a dire: “ Ecco è arrivato lo sfigato”. Appena arrivavo io li salutavo e loro mi dicevano di tornare a casa, o di andare a morire, perché non mi volevano, né vedere, né stare con me... Io ci rimanevo malissimo. Cosi mi trovavo  nella solitudine completa. Poi di nuovo all'uscita. Allora erano contenti, perché me ne andavo e mi dicevano di scappare, perché mi odiavano!
    Non capivo e, credo,  non capirò mai questo disprezzo nei miei confronti.
    Io a loro non ho fatto mai nulla di male. Se qualcuno mi dicesse il perché di questa violenza, farei una scoperta straordinaria! Insomma, io non ero accettato minimamente, per usare un eufemismo.

    Capitolo 4
    GLI SPREGI.

    Quando arrivava l'ora di ginnastica io mi sentivo la persona più incapace del mondo. Non ero considerato 'umano', dai miei compagni. Ogni volta che sbagliavo qualcosa, il mio gesto era seguito da una serie di offese a non finire. La battuta di pallavolo non mi veniva mai bene: ogni volta facevo rete e tutti mi urlavano contro. E che fare in un momento nel quale tutta una classe ti urla addosso: “Incapace! Vai a morireee”. Beh tutti voi vi chiederete:
    “ Ma i professori?” e io rispondo: non gliene fregava un bel nulla! Proprio così.
    L'ora di ginnastica era quindi per me l'ora in cui la mia dignità svaniva completamente.
    Un altro spregio che mi fecero, fu quello di giovedì 11 maggio a ricreazione.
    Io soffro da anni di attacchi di emicrania, ma quella terribile che a volte fa finire all'ospedale. Ebbene quella mattina avevo proprio un attacco di emicrania da svenimento.
    I miei “carissimi” compagni mi urlavano contro apposta per farmi stare ancora più male! E mi dicevano: “ Mal di testa?? sì....ci godo!!!”.
    Beh...persone più cattive di queste è raro trovarle.
    Dopo per fortuna venne mio padre a prendermi e mi portò a casa. Ma quando ero ancora in classe con il mal di testa che mi faceva soffrire incredibilmente, non sapevo come comportarmi: era come se mi vergognassi ad averlo! 'Loro' mi facevano sentire un imbecille, perché avevo il mal di testa. Ed io, addirittura, mi sentivo in colpa...
    Tuttavia questo è niente, rispetto a tutto quello che ho passato.
    Ricordo solo che per un anno intero andai dallo psicologo a causa di queste violenze mentali. Violenze che, secondo me, non avevano una logica, visto che non ho ancora capito il motivo di tutto questo odio.

    Capitolo 5
    IL SINONIMO DELLA MIA
    CLASSE ERA: LO ZOO

    Chiamerei la mia ex-classe uno zoo, piuttosto che aula studentesca.
    Durante le lezione c'erano solo polemiche su polemiche e insulti su insulti (naturalmente questi ultimi molto spesso nei miei confronti).

    Mia mamma era rappresentante di classe e ogni volta che usciva dal consiglio era sempre accompagnata dalla medesima frase dei professori: “E' una classe molto rumorosa dove primeggia il caos e il disordine”.
    Questa era pura verità anche se i miei compagni sostenevano che la nostra classe era molto calma e rispettosa. Non era vero: eravamo cavalli imbufaliti!

    Tornando al ruolo di rappresentante di classe di mia madre, mi ricordo che qualche giorno dopo il consiglio, mi dava delle lettere da consegnare ai miei compagni. In queste  c'era scritto cosa era stato detto durante la riunione, per conoscenza a tutti i genitori. Quando io consegnavo le lettere, queste (che mia madre  redigeva per 25 persone e imbustava singolarmente) venivano buttate dritte, dritte nel cestino, e tutti commentavano con il solito “Non è vero niente!”, “La mamma di Michele è una bugiarda...”
    A volte si mettevano a cantarmi in faccia il nome di mia madre ad alta voce seguendo una brutta melodia a presa di giro. Non sopportavo questa cosa.
    Non solo criticavano me, ma anche mia madre!

    Mi ricordo, con molto imbarazzo, che a seguito di questi trattamenti avevo cominciato a bagnare il letto... A quindici anni!!!
    Ma, come mi è stato detto, era l'espressione di un grande disagio psicologico.
    Ora non mi succede più, davvero!

    Non posso dimenticare gli interventi stupidi e imbecilli dei miei ex-compagni.
    Vi racconterò un fatto che non avete mai sentito uscire dalle labbra di nessuno. I miei compagni amavano scrivere sui banchi. I professori, come di norma, invece, dovevano impedire che questo accadesse. Così, un giorno, il  professore di matematica, beccando un mio compagno a scrivere sul banco, lo rimproverò, dicendogli che non si scrive sui banchi di scuola, perché il banco di scuola non è proprietà del singolo, ma proprietà comune. A sua volta  l'alunno, rispose che il banco era anche suo perché  pagava con le tasse (!!!) e quindi ci scriveva quanto gli pareva. A quel punto il professore, secondo me sbagliando, stette zitto e continuò la lezione.
    Potrei andare avanti all'infinito con tutte queste storie, perché la mia classe ne ha fatte così tante che non basterebbe la circonferenza del nostro pianeta per determinarne la lunghezza.
    Litigi con i professori, risposte di traverso, offese (anche se non molto esplicite)...un elenco infinito. I professori non facevano mai niente. Promettevano rapporti, ma promettevano e basta.

    Capitolo 6
    L'AMBIENTE SCOLASTICO

    Immaginatevi un monastero medievale dove camminando si potevano ravvisare i toni dei canti gregoriani. Immaginatevi un porticato sorretto da colonne e pilastri con in mezzo  un bellissimo cortile decorato da alberi... e ora immaginatevi una immensa nuvola di fumo di sigarette (non solo di tabacco!) che inondava tutto questo bel vedere! Ebbene sì. La caratteristica principale del Liceo Classico è di avere una serie infinita di fumatori.
    Ma a parte questo io amavo la mia scuola dal punto di vista estetico. Era bella. Molto luminosa e antica. Ero amico delle bidelle e dei custodi. Se non fossi stato amico loro, di chi lo potevo essere in quell'inferno? Della mia classe? Dei miei compagni? no...credo proprio di no...Non si può essere amici di razzisti di alta borghesia che si credono di essere superiori e in realtà sono solo degli invertebrati privi di mentalità e rispetto. Sono esseri privi di sentimenti e di cuore. Non sanno cosa sia il rispetto e non lo sapranno mai.

    Nella parte più interna della scuola si diramavano una serie di corridoi, a volte interrotti da porticine basse, basse. Amavo questi corridoi che non finivano mai. Stanza su stanza, cunicolo su cunicolo...Tutto sembrava infinito.

    Capitolo 7
    HO BISOGNO DI AIUTO

    Verso la fine dell'anno, una mattina, decisi di riportare su un foglio tutto ciò che mi dicevano i miei compagni. Presi carta e penna e mi misi a trascrivere tutte le offese e gli insulti. Quando arrivai a casa feci leggere tutto ai miei genitori, aggiungendo anche che tutte queste decine e decine di offese mi erano state scagliate contro nel giro di un'ora. Pensate, decine e decine di offese solo in un ora! E io dovevo sopportarli per un anno intero, tutti i giorni, tutte le mattine: sempre! Un incubo!
    I miei genitori, trasalirono nel leggere quel foglio: “vai a morire! Muori! Non devi vivere! Stronzo, pezzo di merda, fottiti, che sei nato a fare?...”  e potrei continuare all'infinito.
    Il giorno dopo portai il foglio ai professori che mi promisero di tenermi lontano da quei cinque, o sei elementi che mi offendevano. Il problema era che quando spostavano i miei vicini di banco, col cambiare del professore ritornavano ai loro posti iniziali, accanto a me, per tormentarmi. E così tutto tornava come prima!

    Non avevo ancora vinto la mia battaglia. Decisi di cambiare scuola. Fu una decisione che richiese molto tempo. Volevo andare al Liceo Musicale, ma non ne ero sicuro.

    Capitolo 8
    LA NUOVA SCUOLA

    Perché andare al Musicale? Beh...io suonavo già il pianoforte, quindi mi sembrava la scuola più adatta alle mie capacità e alla mia passione per la musica. Fu grazie alla mia professoressa di pianoforte che mi convinsi che il Liceo Musicale era la scuola adatta a me.
    Arrivarono le vacanze estive. Ero contentissimo perché finalmente non avrei più visto 'quelle persone'.
    A settembre sarei andato al Musicale. Mi chiedevo sempre come sarebbe stata la nuova scuola...
    Passai tutta l'estate a studiare per poter passare l'esame di ingresso al Liceo Musicale.
    Studiai, studiai, studiai, ininterrottamente e tutti i giorni.
    Fu una lunga estate, ma il pensiero di non dover più tornare in quell'incubo mi sollevava l'animo e riuscivo, così, a lavorare con sicurezza e tranquillità.
    Arrivò settembre. Il giorno dell'esame mi presentai e mi davo da fare a sembrare baldanzoso, per alleviare il terrore che avevo dentro, perché temevo di non passare l'esame di ammissione, di non poter entrare al Musicale e
    dover tornare al classico! Ma non mi sarei mai aspettato di passare l'esame con 95 su 100!!!!!
    Ero contentissimo e viaggiavo con  un grosso sorriso  stampato sulle labbra!

    Capitolo 9
    LA MIA SECONDA CASA

    La nuova scuola la considero la mia seconda casa. Lì mi sento al sicuro. Siamo una famiglia, ci vogliamo bene, siamo musicisti, artisti! Il nuovo Liceo mi rende la vita una meraviglia. E adesso, e solo adesso, posso dire che è ritornata la dignità. E' ritornata e devo questo alla mia professoressa di pianoforte, che mi ha consigliato la nuova e amata scuola. Ai miei genitori che mi hanno permesso il passaggio e ai miei compagni del Musicale che sono delle persone dal cuore gigantesco che sanno vivere con gli altri e che sanno cosa sia la dignità. Non vivo più l'incubo dell'anno scorso. Considero il Liceo Classico una scuola di fascisti e razzisti privi di rispetto e senso civico! Una scuola odiosa che sconsiglio a tutti! Il mio primo Liceo mi ha fatto questa allucinante impressione. Mi dispiace ma è così!

    Grazie Musicale, grazie musica, grazie amici miei musicisti,
    GRAZIE DI AVERMI FATTO RITROVARE LA MIA DIGNITA'.
                                                 

  • 21 dicembre 2012 alle ore 23:15
    Tu scendi dalle stelle

    Come comincia: Era la vigilia di Natale quando Ricky arrivò, e non era ancora mezzanotte.
    Ecco perché in quella casa, per la prima volta, il Bambinello… nacque con un piccolo ritardo. Eppure, nella grotta, già da quindici giorni, una soffice bambagia era pronta ad accoglierlo. Per lo stesso motivo perfino i doni sull’albero avrebbero aspettato un bel pezzo prima di essere scartocciati…
    - Nonna, lui ha fatto cadere le salsicce. - bisbigliò la bambina più piccola cercando di non farsi sentire, ma il fratello scattò: - E lei ha rotto l’ala dell’angioletto celeste!
    - Non è vero, non è vero, lo sai che era già così! Bugiardo! - gridò la bambina battendo i piedi  dalla collera e guardando con occhi di sfida il fratello.
    Si avvicinò la nonna a passi lenti, con i suoi occhialini rotondi, il grembiulino azzurro dalle tasche sempre piene di utili cianfrusaglie e i capelli ancora abbastanza scuri raccolti sulla nuca, dai quali scappava il solito fermaglio.
    - E’ piccola, va ancora all’asilo, lei. Tu invece sei un ometto, un ometto che sa già leggere e scrivere… e che sta imparando bene anche la tabellina del tre. Tu sei la gioia della nonna tua. - disse, mentre gli occhi le diventavano lucidi.
    Con la pazienza in volto, la nonna riappese le salsicce al piccolo gancio, sull’uscio del macellaio.
    - E ora… tu hai spostato la lavandaia! - l’accusò il ragazzino.
    - Hai ragione. - ammise la nonna - Adesso la rimetto al suo posto io, davanti al lavatoio come prima.
    - Non piangere. - disse poi alla piccola - Ho sistemato tutto: il vostro presepe è bellissimo. - Le passò una mano sotto il mento e le baciò i bei capelli lucidi.
    - Papà… - disse lei. La vecchietta la guardò e la rassicurò con un sospiro impercettibile: - Viene più tardi.
    - Mi annoio. - si lamentò il bambino.
    Proprio allora la bambina più grande si mise a cantare con passione, davanti al presepe, “Tu scendi dalle stelle”. Gli altri due cominciarono a cantare con lei.
    - Bravi! Che belle vocine, e come l’avete imparata bene! - esclamò la nonna compiaciuta tornando sui suoi passi. Allora il bambino raccolse abilmente "a pugno" le mani davanti alla bocca ed emise un accompagnamento come di zampogna.
    - Bravi. Bravi tutti e tre. Maria, lascia stare un momento la cucina, vieni a sentire anche tu… - chiamò la vecchietta.
    La mamma arrivò subito e fece loro tanti complimenti. Poi la bambina più grande si mise ad ammirare la magia delle palline colorate che luccicavano sull’albero e ispezionò da vicino, uno per uno, i pacchetti con curiosità.
    - Lei vuole accendere le luci dell’alberello! Quelle si accendono quando arriva papà! - gridò allora il fratellino.
    La nonna e la mamma si guardarono senza dire una parola.
    Il bambino scrutava ogni tanto dalla finestra, ma il papà non arrivava. Controllava i movimenti dell’ascensore, ma niente. Eppure… l’anno precedente lui era arrivato parecchio tempo prima della mezzanotte, aveva fatto gli auguri e si era fermato a casa finché i doni non erano stati tutti aperti.
    - Ma quando arriva papà? E’ già tanto che non viene più a trovarci!
    Nessuno gli rispose.
    - Uffa, uffa… è tardi! - strillò sempre più impaziente.
    Gli occhi della più piccola cominciavano a perdere espressione, le palpebre, di tanto in tanto, le si abbassavano. Era stanca di aspettare. - Forse… - balbettò all’improvviso - sarà morto.
    - Che dici? Ma come ti vengono queste idee? - gridò la mamma terrorizzata. Le due rughe a fianco alla bocca erano più profonde, quella sera. Cercava di mascherare la sua amarezza e la sua angoscia: come lo avrebbe detto ai bambini che il papà non sarebbe arrivato? Cercava perciò solo di distrarli, di trovare qualunque espediente purché non pensassero a lui. Almeno quella sera. Aveva passato la notte insonne ad avvolgere con amore i regalini e ad appenderli all’albero come un buon Babbo Natale, pregustando la gioia dei suoi piccoli nell’aprire i pacchetti a mezzanotte.
    La nonna le fece segno di tacere: - Tutto si aggiusta. - la consolò, e si asciugò gli occhi di nascosto.
    - Io e la mamma - disse ad alta voce - torniamo un attimo in cucina, stiamo finendo di preparare gli strùffoli*. Siete contenti?
    La bambina più grande lo sapeva che il papà non sarebbe arrivato. Lo aveva saputo poche sere prima. Stava leggendo il Corriere dei Piccoli nell’ingresso. L’uscio di casa era socchiuso e attraverso lo spiraglio vedeva la mamma che accendeva il braciere sul finestrone del pianerottolo. Ogni tanto le belle scintille scoppiettanti salivano verso il cielo blu e lei si divertiva ad osservarle. Vide anche strane nuvole scure correre sulla faccia bianca della luna, allora la bambina si avvicinò silenziosa alla porta per ammirarle meglio. Fu in quel momento che sentì la vecchietta, vicina di casa, dire sottovoce alla mamma: - Ma come può farlo, signora Maria? Andarsene così…
    La mamma le spiegò che il papà si sarebbe trasferito fra giorni, ormai aveva deciso. Se ne andava a vivere con lei a Milano… Lei… la doveva conoscere già da un paio d’anni.
    - … Lei… - terminò con un sospiro la mamma - ha una figlia della stessa età della nostra prima bambina.
    - Gesù, che dite? Con tre figli veri! Con tre figli suoi! Come può abbandonarli? - aveva commentato la vicina.
    La bambina grande, ora che sapeva tutto, non desiderava che il papà arrivasse, quella sera. Non lo aspettava. Che le importava più rivederlo se lui preferiva un’altra bambina?
    - Vieni, - disse alla sorellina - ti faccio una bella pettinatura. - e cominciò subito a intrecciarle i lunghi capelli davanti allo specchio.
    - Brave, fra poco nasce Gesù. - disse la mamma passando.
    - Ma quando apriamo i doni? - domandò subito il bambino.
    - Presto. Ormai… manca meno di un’ora alla mezzanotte.
    - E allora… perché non arriva ancora papà?
    Ora il bambino non si riusciva più a tenere.
    - Su, giochiamo un po’ a tombola, mangiamo qualche dolcino… Oppure il panettone che vi piace tanto!… - tentò la nonna.
    - No, no, no.
      A quel punto lui faceva troppi capricci: - Voglio questo, voglio quello!…
    Voleva anche andare a salutare un amichetto nell’altra scala dell’edificio.
    - E va bene. Ma un momento solo! - disse decisa la mamma - Anzi, domanda se domani mattina vengono tutti a messa con noi. E quando entri ricordati di salutare…
    - Noi ti guardiamo dalla finestra. Torna subito! - gli raccomandò la nonna. Ma il bambino era già schizzato fuori, smanioso di novità e di compagnia.
    La vecchietta cinse le spalle della nipotina più grande. Lei, con un movimento rapido, portò via il vapore dal vetro creando un grosso cerchio trasparente attraverso cui si misero ad osservare insieme il cortile.
    Ma il bambino non passò, non si diresse verso l’altra scala. Un istante dopo, infatti, con una spinta vigorosa alla porta, era già bell’ e rientrato in casa. Si avvicinò in fretta al tavolo e rovesciò il contenuto della tasca sul piano di cristallo. Una pallottolina di velluto marrone.
    - Oh, che cosa hai portato? - si preoccupò la nonna.
    - Venite tutti a vedere! - gridò lui, gonfio di emozione.
    - Com’è piccolo! Un cagnolino! - esclamò la bambina grande.
    - Un cucciolo. - precisò lui - Era sullo scalino a piano terra, da solo. Piangeva e tremava.
    - Bello della nonna, perché l’hai preso? Questo è troppo piccolo, questo ha bisogno della mamma, non sa mangiare, questo muore… - brontolò subito la vecchietta.
    Un sorriso dolce illuminò invece il volto stanco di Maria, pronta sempre a regalare un po’d’amore a chi ne avesse bisogno. Lei non si arrendeva mai.
    - Povera bestiolina, che coraggio abbandonarlo con tutto questo freddo… Ma chi sarà stato… - disse prendendolo in una mano e tentando di riscaldarlo.
    - Certo qualche persona. - spiegò la bambina più grande - La sua mamma non l’avrebbe mai fatto…
    - Su, - disse con slancio Maria - cerchiamo un contagocce, proviamo a dargli un po’ di latte caldo.
    Come lo appoggiò sul piano del tavolo, il cucciolo divaricò tutte e quattro le zampette e finì col pancino sul cristallo. Che buffo! Non stava ancora in piedi. Si mise a strisciare girando su se stesso e dondolando la testa. La sua vista doveva essere ancora debole. Cominciò a guaire. La mamma lo riprese nella mano.
    - Non ha coda! Sarà nato così. - osservò la bambina maggiore.
    - E’ vero. Chissà come diventerà da grande!…
    - Cambierà, cambierà. Come voi bambini. Anche il suo pelo forse diventerà più lungo, e magari... più chiaro o più scuro.
    - Riccio?
    - Chissà…
    - Poi imparerà ad abbaiare!
    - E queste belle orecchiette? - aggiunse la bambina più piccola  toccando appena appena con la punta dell’indice uno di quei minuscoli triangolini.
    Il cucciolo sembrava guardarsi intorno smarrito, i suoi occhi dall’espressione innocente erano di un bel colore celestino. Il musino rotondo e piccolissimo… portava già un accenno di baffetti.
    Arrivò la nonna con il contagocce e con un secchiello di latte caldo. La mamma ne portò un sorso alle labbra: - La temperatura è giusta, ma adesso vediamo se lo beve!…
    La bambina più piccola, con le guancia di fuoco e gli occhioni luminosi, aspettava in silenzio. Non aveva più sonno, ora.
    Il cucciolino, con un accenno di sbadiglio, lasciò vedere per un istante anche la sua linguetta rosea.
    - E’ proprio bellissimo! - esclamò la grande.
    Un sorriso di soddisfazione affiorò in quel momento sul volto di Maria:
    - Succhia! Succhia! Credo che si salverà. E’ un bel maschietto.
    - Ha fame, mangia. Però… trema ancora, poverino! Prepariamogli un lettino e cerchiamogli un nome. - sussurrò con tenerezza il bambino.
    - Non penserete per caso di tenerlo! - esclamò la mamma mentre già le giungeva un piccolo coro entusiasta: - Sììììì!
    Lei lo sapeva. Certo, un cucciolo come quello era il più bel regalo che nella notte incantata Babbo Natale potesse fare ai suoi bambini.
    - Speriamo che non diventi troppo grande, magari un bestione!… - si lamentò la nonna alzando le spalle.
    - Ci vorrà un collarino con un guinzaglio per portarlo fuori! - si preoccupò la nipotina maggiore.
    Poi si misero a fare proposte sul nome da dare al nuovo arrivato:
    - Rintintin, Kim, Boby, Lassie, o forse meglio…
    - E’ più carino Billy!
    - Idea! - gridò finalmente il bambino - Chiamiamolo Ricky, come il cane della mia maestra!
    L’idea piacque subito a tutti.
    La nonna sorrise, i nipotini erano riusciti a trovare un accordo senza litigare! Bruciò una pigna sul braciere ed ecco diffondersi nella stanza un gradevole profumino di incenso. In quel momento si udì il colpo di un fuoco d’artificio. Il cucciolo sobbalzò.
    - Ma voi… sapete che ore sono? - esclamò all’improvviso la vecchietta guardando l’orologio - Mezzanotte e un quarto!
    - Davvero???
    - …E i regali? Non vi dimenticherete i pacchetti sull’albero, quest’anno… - incalzò la nonna che ormai non vedeva l’ora di andarsene a letto.
    - Oh, no! Prima però… bisogna mettere il Bambinello nella grotta. - stabilì la più grande, e intonò di nuovo con ardore “Tu scendi dalle stelle, o re del cielo…”
    La piccola famiglia si raccolse contenta intorno al presepe: il bue e l’asinello erano pronti a riscaldare Gesù, gli angioletti osannavano, i Magi si avvicinavano in groppa ai cammelli guidati dalla magnifica cometa, i pastori svolgevano le loro piccole, normali  occupazioni.
    In quel Natale di gioia, anche il cuccioletto Ricky ora dormiva sazio e tranquillo nel suo caldo cestino.

    * Uno dei dolci più tipici del periodo natalizio a Napoli.