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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 13 novembre 2012 alle ore 15:29
    Tu..

    Come comincia: Devo ammettere che non me lo sarei mai aspettato.Di nuovo.A scrivere di nuovo per te.Perchè alla fine anche se sei lontano,anche se non posso più abbracciarti..alla fine ti penso sempre.E penso alle tue parole che mi facevano stare bene.E mi chiedo cosa ci sia di sbagliato in me,tu lo sai?Quanto tempo è passato dall'ultima volta..dall'ultimo pianto,dal tuo ultimo ricordo.E rivederti in tutte le cose adesso non fa più male..è quasi un sollievo.Certo un sollievo che mi sta avvelenando un pò il cuore.Ma buono e sincero..e soprattutto vero.Perchè dov'è adesso la verità?Dove sono i sentimenti VERI,le parole VERE,le emozioni VERE.è tutto un susseguirsi di sbagli,di lacrime,di rabbia,delusione..sempre e sempre.Allora mi chiedo il perchè delle cose.Il perchè dei miei sbagli e il perchè delle mie illusioni,cercando quella cosa bè..nè unica e nè rara..inesistente.Alla fine penso che l'unica soluzione sia accontentarsi di quello che si ha.So che a te non andrebbe a genio tutto questo,che mi ripetevi sempre che io merito il massimo..merito amore,dolcezza...quella che sapevi darmi tu.Ma alla fine..a cosa mi serve sperare e credere in un qualcosa che non c'è?è una perdita di tempo..
    Solo te mi hai saputo dare tutto questo.ma purtroppo adesso non ci sei..e mi manca da morire quelle risate..quella felicità,quella sensazione di stabilità e di contentezza..che mi hai dato solo tu..sempre e solo tu.

    parlare,sparlare,fare del male,odiare.
    Mi chiedo come si possa continuare a prendersi in giro continuamente.
    e continuare a prendere in giro.

    Dove sei adesso?
    Avrei bisogno di te in questo momento.niente pensieri,niente dubbi.la felicità.

    Ti amo da morire..
    LO sai..
    ma purtroppo tu non potrai mai leggere tutto questo.

  • 11 novembre 2012 alle ore 5:06
    L'Altro Lato di Shiva

    Come comincia: Si muove furtiva e guardinga.
    E' la tigre Shiva.

    -Nella maligna e volubile giungla indiana, quel felino baciato dagli dei si nasconde tra la vegetazione animata. Si muove lentamente, ha tutto sotto controllo, tiene le orecchie sull'attenti.
    Fiera e maestosa, sinuosa e suadente.
    Il suo manto si fa strada in quel dedalo pieno di vita con fare guardingo. Osserva la sua ignara e ingenua preda. Tutto è pronto, sta per balzare...-

    Shiva è orfana, colei che le avrebbe fatto da madre e insegnante è stata uccisa e dilaniata dai bracconieri. Maledetti bracconieri...
    E' cresciuta da sola, senza una guida, con l'incredibile fardello della sopravvivenza da portare sul dorso sin dalla tenera età; un cucciolo di tigre in mezzo alla giungla che deve proteggersi da qualsiasi cosa: lupi, giaguari, elefanti e bracconieri. La paura di perire sotto i colpi di uno di questi nemici, con il tempo, avrebbe forgiatol suo carattere ed il suo spirito. Le ferite da leccare, la fame e la solitudine avrebbero fatto di quell'esserino peloso una macchina per uccidere; un trionfo del cinismo animale e dell'ira che, a sue spese, imparerà a difendersi da sola senza mai fidarsi di nemmeno uno degli altri animali della giungla.
    Non si fida degli elefanti, pachidermi così maestosi e potenti da poterla uccidere con una sola zampata. Non si fida dei giaguari, membri della stessa famiglia cui ella appartiene; infidi e infami, potrebbero rubarle le prede. Degli uomini nemmeno a parlarne.
    E' sola e inquieta.

    E' passata un'eternità da quando si nascondeva in un tronco cavo di un albero per paura di essere colpita dalla frutta e dalle risate delle scimmiette schernitrici. Nella sua "infanzia" sapeva di essere l'ultima tigre della giungla; sapeva di essere destinata ad essere sola in una foresta piena zeppa di nemici. Eppure, lo spirito di sopravvivenza ebbe la meglio: costretta a vivere da sola, costretta ad uccidere per vivere, costretta a ruggire per difendersi; Shiva crebbe sapendo di essere l'animale più temibile e forte di tutta la giungla. La sua forza fisica la rende una roccia di carne, i suoi artigli sono saette affilatissime, le sue zampe sono vulcani pronti ad esplodere e le sue fauci sono dispensatrici di morte certa e limpida.

    Non ha più paura di niente.
    Uccide le sue prede con una freddezza malefica, sbrana i cervi come fossero coniglietti.
    E' talmente sicura del fuoco che le arde dentro che ormai ruggisce contro gli elefanti, minaccia i giaguari e le scimmie ormai non possono fare altro che portare la pellaccia al sicuro quando passa vicino ai loro alberi. Tutti la rispettano, tutti la temono.
    Il cucciolo è diventato Tigre e se potessero, anche gli alberi estirperebbero le loro radici per sfuggire ai suoi artigli.
    Con l'anima ardente e la bocca ancora sporca di sangue, un giorno Shiva, passeggiando in un sentiero, si imbatte in una fila di orme; orme di lupo. Quanto sono strane!
    La sua zampa è completamente diversa, ci vorrebbero altre quattro orme per farci entrare la sua zampa possente. Shiva, incuriosita, segue quelle tracce.
    Dei latrati in vicinanza!
    Attenta a non farsi sentire, Shiva si nasconde e assiste allo spettacolo: un branco di lupi che ha piazzato in quella radura la loro tana; Shiva rimane stupita e attonita.
    Quei lupi giocano a rincorrersi e a fare la lotta, mangiano insieme e si leccanoo le ferite. Più che un branco sembrano una famiglia.
    Quasi fosse un istinto primordiale, Shiva tenta di avvicinarsi ma i lupi impauriti dalla sua presenza scappano lasciando indietro solo i maschi adulti a difesa del loro territorio; la tigre ruggisce con tutta la sua forza, lanciando una zampata sul muso di uno dei lupi, incamminandosi poi verso le sterpaglie. 
    Il resto del branco accorre ad alleviare le ferite del lupo colpito, leccando e strusciando i loro meravigliosi manti sul lupo accasciato al suolo. Shiva li spia...

    Il giorno dopo Shiva accorre al fiume per dissetarsi. Ci sono i lupi.
    Sotto la spinta dello stesso istinto primordiale del giorno prima, Shiva si avvicina ad uno dei lupi con le orecchie basse e la coda tra le gambe, il lupo non si accorge della tigre... 
    Shiva lo osserva: orecchie grandi, muso affusolato, zampe piccole, denti diversi. Shiva scappa via.
    Al ritorno dal fiume, i lupi trovano nella loro radura i corpi esanimi di tre cervi adulti, il che voleva dire cibo per tutto il branco almeno per due giorni. Un quarto cervo era ancora tra i denti di Shiva. Lei li aveva portati.

    I lupi si avventano sulle carcasse agguantando brandelli di carne ancora fresca e nutriente. Sono tutti impegnati a mangiare e non c'è tempo per distarsi, nemmeno la fine del mondo li avrebbe smossi da quel banchetto assai raro. Shiva accenna un respiro poco affannoso. Sente il suo manto sfiorare il pelo del lupo. Per un attimo si sente a casa...
    Tre, forse quattro cuccioli le si avvicinano accaraezzando le sue zampe con il muso, tutti gli altri sono lì, incuranti della presenza della regina della giungla, quasi come se l'avessero accettata. 

    D'improvviso, Shiva, con un balzo magnifico, scappa via.

    -...Il felino affonda gli artigli nella carne stracciando via pezzi di carne viva dall'ungulato consapevole di essere arrivato al capolinea. I lunghi denti si fanno strada nella gola del cervo recidendone tutte le vene e le arterie. Il sangue sgorga come solo una cascata sa fare-

    Shiva.
    Regina senza sudditi.
    Orgoglio della natura, pupilla dell'ira.
    Figlia della forza, madre della solitudine.

    Non è un lupo nè un elefante nè un giaguaro.
    E' una Tigre. E' sola e Unica.

    Avrebbe voluto distendersi e lasciarsi leccare le ferite o farsi accarezzare da quei lupi.
    Avrebbe voluto ciò con tutto il suo cuore ma la paura e il conseguente rifiuto all'apertura sono difficile da estirpare da un animo tanto abituato a combattere contro il mondo, anche quando il mondo ti invita ad abbracciarlo.

  • 10 novembre 2012 alle ore 23:02
    Il rifugio

    Come comincia: Nonostante l’ultimo tratto di salita si fosse rivelato particolarmente ripido al punto tale da rendere difficoltoso il respiro, la giovane donna si stava inerpicando sicura verso la meta che non risultava poi così lontana.
    Tutto attorno parlava di inverno e di un inverno particolarmente rigido e duro a morire; nulla accennava ad un possibile risveglio della natura ed il freddo penetrava nelle ossa.
    Le cime delle montagne erano tutte innevate e riflettevano un chiarore eccessivo ed innaturale sull’intera vallata dove, a tratti, si intravedevano lontani puntini di temerari sciatori fuori pista.
    Le nuvolette di vapore che uscivano dalla sua bocca ansante dipingevano insoliti ghirigori nell’aria tersa per poi condensarsi sul naso umido mentre gli occhi accennavano quasi a lacrimare.
    Mani e piedi non resistevano più al freddo intenso e penetrante nonostante l’abbigliamento decisamente invernale della donna.
    Ormai riusciva già ad intravedere la scritta sulla porta della baita: “Rifugio Fortezza” a significare che il più era fatto e a breve avrebbe potuto godere il meritato relax.
    Negli ultimi metri le gambe quasi non rispondevano più al richiamo del corpo e i polpacci si stavano facendo duri come pietre. Quanto mai non si era provveduta di un bastone!
    Al delicato tocco della sua mano inguantata la porta del rifugio si aprì come se qualcuno dall’interno fosse pronto a tirare la porta in segno di accoglienza e subito la sala interna nel suo insieme si rivelò confortevole all’aspetto.
    Il soffitto basso in legno, i faretti laterali di luce soffusa, la stufa scoppiettante di legna ben stagionata e la polenta fumante già nei piatti dei primi avventori avrebbero colto di sorpresa chiunque non fosse stato pronto alla visione del vero Paradiso.
    La giovane donna, non volendo farsi troppo notare, si appoggiò al primo tavolino vuoto che trovò sulla sua strada e si abbandonò con molta grazia su una delle tre sedie vuote disponibili, quella addossata alla parete che permetteva un ottimo sguardo di insieme sull’intera sala.
    Dapprima si soffermò a scrutare le montagne attraverso le finestre appannate dal vapore come se attendesse delle conferme, come se le sembrasse ancora impossibile di essere riuscita ad arrivare da sola fino lì!
    Accavallando le gambe mise in evidenza i suoi calzettoni rossi a rombi che bloccavano a tre quarti di gamba i pantaloni di velluto blu a coste sottili. Lentamente si sfilò dal collo l’enorme sciarpa rossa, pesante al punto di farla quasi soffocare, si sbottonò il giaccone e da sotto emerse il golf aderente di lana blu che aveva sottratto di nascosto dall’armadio della figlia.
    Per ultimi si tolse i guanti che ripose con la sciarpa nello zainetto ed iniziò a giocherellare con la vera mentre un cameriere si avvicinava per chiedere le ordinazioni.
    “Vediamo … polenta e brasato … e vino rosso della casa!”
    Si mise in attesa ma evidentemente l’anello la infastidiva per cui lo sfilò e lo depose nel portamonete che si trovava nella tasca interna dello zaino.
    Vampate di calore le accendevano il viso mentre le brillavano gli occhi per l’emozione nuova, ma i piedi restavano ghiacciati, forse gli scarponi non erano adatti a quell’impresa.
    Nonostante il poco spazio, provò ad allungarsi il più possibile verso il calore emanato dalla stufa a cui avvicinò pericolosamente le estremità in cerca di conforto.
    All’improvviso fu investita da una folata di aria gelida: la porta lasciò entrare una comitiva forse sopraggiunta con la funivia oppure, più probabile, reduce dalla scalata della parete a gradini. Anch’essi avevano raggiunto la meta agognata.
    Fu costretta a stringersi ancora di più per permettere a due giovanotti appena arrivati di prendere posto nelle due sedie rimaste vuote accanto a lei al suo stesso tavolo.
    Mentre i due si stavano sistemando, il cameriere le portò la polenta calda e il vino. La giovane signora sentì vagamente l’accenno ad un “Buon Appetito” da parte dei vicini ed ebbe l’impressione ci fosse una punta di invidia nella loro voce forse perché lei era già riuscita a farsi servire mentre loro chissà quanto avrebbero dovuto attendere.
    Gli uomini erano comunque cortesi nei modi e nei gesti; cercavano di farle spazio e uno dei due le versò il vino nel bicchiere.
    Un trillo interruppe l’approccio tra di loro: non ci voleva una chiamata proprio in mezzo a quella confusione … ma la donna non poteva non rispondere.
    Data la linea un po’ difficoltosa, la sua voce si profilò subito alta, essendo disturbata anche nell’ascolto dal brusio proveniente dai tavoli vicini.
    La conversazione telefonica si fece presto molto concitata; dal tono severo della voce e da alcune parole pronunciate fu evidente che al telefono c’era la figlia per cui, anche senza l’anello, fu chiaro ai due commensali che la signora era sposata.
    La discussione si interruppe improvvisamente. “E’ caduta la linea?”, “Forse è meglio spegnere il cellulare per conservare un po’ di carica …”. I ragazzi si dimostrarono collaborativi senza essere invadenti ed il clima si fece più distensivo.
    Non appena arrivò loro da mangiare, si fecero buona compagnia al punto da intonare con gli altri a fine pranzo qualche canto di montagna.
    Dopo il grappino erano tutti più rilassati, quasi con un accenno ad una allegria contenuta forse dovuta al sopraggiungere di un sano abbiocco.
    “Andiamo a smaltire il pranzo su, al pianoro?”. La donna non se lo fece ripetere due volte, si rivestì di tutto punto e li seguì in silenzio decisa a godere il più possibile dello spettacolo che la attendeva lassù, dove lo sguardo si perdeva all’infinito tra monti e valli per poi fissarsi sulla piccola distesa lontana del lago gelato.
    Restarono in silenzio a lungo ad assaporare il calare delle ombre della sera.
    Poi rientrarono in fretta al rifugio,
    Dormirono vestiti, distribuiti promiscuamente sui letti a castello, ancora sotto l’effetto del calore ambientale sprigionato dalla stufa e dei bicchieri bevuti durante tutta la giornata con la scusa di doversi scaldare e riparare dal freddo.
    Lentamente il freddo della notte penetrò nelle loro ossa.
    La mattina seguente i due giovanotti si svegliarono con difficoltà, ancora con i postumi della serata trascorsa tra i brindisi e sotto l’effetto dei sogni notturni in cui ricorreva spesso il volto di lei, quasi diafano ma molto intrigante ….
    … ma della giovane signora al mattino non restò nessuna traccia!
    Nessun biglietto.
    Anche il letto quasi non aveva segno di averla ospitata come se avesse dormito sull’orlo o sollevata …
    Nessuno l’aveva vista andare via.
    Anche se non era stata troppo loquace e se lo sguardo risultava a volte un po’ distratto e trasognato, altri momenti pensieroso e malinconico, ciononostante nessuno si abbandonò a brutti pensieri o a tristi presagi.
    “Sicuramente avrà preso la prima funivia del mattino per rientrare presto a casa … quando si hanno impegni di famiglia …”.
    Questo fu il convincimento di uno dei due ragazzotti e l’altro annuì in silenzio rimpiangendo l’ennesima occasione mancata. 

  • 10 novembre 2012 alle ore 14:57
    La pietra

    Come comincia: Stamane, di buon ora, all’angolo tra via Foria e Via Cirillo, un insolito movimento di vigili, che, a quell’ora si attardano, d’abitudine, al primo caffè, lasciando adito a ogni malvagità degli automobilisti contro i frettolosi pedoni, perennemente indifesi. Un lampeggiante carro dei pompieri sottolineava, già in lontananza, che la cosa doveva essere seria. Venivo avanti col passo del mattino, quello dell’anziano, che si sente rinvigorito dal riposo della notte. Il sapore dell’ultimo caffè, prima di uscire, il sole, prepotente e chiaro, mi davano un’euforia insolita.  Improvvisamente l’ho scorta. Una precaria recensione con un nastro rosso e bianco, ne delimitava il suo territorio. Uno spruzzo di mille frammenti le facevano da cornice. Lei era distesa su di un fianco e mi guardava.
    -“ Ciao, Lucio, in ritardo, stamane?”- Sarà stato un quintale di peso, nera, sporca, rozza, possente, tanto da non frantumarsi in quel volo, dopo che si era staccata dall’alto cornicione.
    -“ Sì, in leggero, ma quanto mai, proficuo ritardo, se questo doveva essere il nostro incontro.”-

  • 09 novembre 2012 alle ore 22:50
    Il disagio

    Come comincia: Mi ha sempre raggiunto,nella vita, un aurea affiorante, che mi ha allarmato, quando mi sono trovato in un ambiente, a me, non coerente. Ben più difficile sarebbe chiedersi quale sia la definizione di ambiente coerente. Qui entra la genetica, la famiglia, l'educazione, la tana o cuccia, in cui noi si è cresciuti. E' un vestito, quindi che ci cala a pennello, quest'ambiente coerente. E se ci tira da qualche parte, un tantino di maniche, un cavallo, un po' stretto, allora il disagio di vita ci allarma e ci si sta male, tanto da volerne uscire. Questa sensazione la provo maggiormente quando altri sono già radunati tra loro, e affiatati, per loro conoscenza, sono costretti a ricevermi per evenienze di vita. Qui ne intravedo la somiglianza con un evento musicale, in quanto ogni nota, non a tono, ogni suono scivolato via, viene afferrato dalla rete del mio cervello, dove s'impiglia .

    CUS GENOVA RUGBY dice la targa. Busso. Mi apre un ragazzo della mia età, ma nudo. L'odore di piscio e di sapone da doccia è intenso.
    -” Sono Lucio, sono amico di Alberto Scottoni. Mi ha detto di venire oggi. Per via di un giocatore nuovo da introdurre in squadra.-”
    -” Entra, ti aspettavamo, Alberto è già in campo -” In una nuvola di vapore intravedo altri corpi nudi seduti su una lunga panca scura. Cumuli di vestiti e di scarpe trovano spazi provvisori. - “ Bacci, ghe n'è uno nevu-” Mentre mi coglie la delusione di non trovare il volto amico di Alberto,  l'ombra di una montagna umana mi raggiunge alle spalle. Ne sento il peso della mano sulla spalla. Deve essere il Bacci, l'allenatore, 120 kg di muscoli e di ciccia a contrappeso. In questo sport la mole d'urto è fondamentale.
    -” Dai, ragazzo spogliati veloce, che si va in campo”-
    Confesso che lo spogliarmi nudo è una mia tara infantile. Forse perché ho vissuto tra nonne ottocentesche e suore della Beata Cabrini. “ Passerà a militare” mi si diceva. Ma non è passato.
    Il Bacci mi sta guardando. Sono nudo difronte a lui. E non finisce di esplorarmi.
    -” Ma da dove cazzo vieni, con quei muscoli? Gigi, Gigi....vieni un po qui -”
    Dal gruppo ne esce uno, ancora nudo. E' tutto nodi di muscoli. Ha un sorrisetto di scherno nei miei confronti.
    -” Gigi, salta sul tavolo, presto. Fai vedere a questo qui, come deve essere un uomo-”
    Il Bacci solleva con un braccio il Gigi, quasi fosse un monile e lo depone sul tavolo, sotto una lampadina penzolante, l'unica che scenda dal soffitto.
    Il Gigi sembra un galletto da fiera, sta su, tra gli schiamazzi dei suoi compagni. Inarca muscoli a volontà, li fa scoppiare sotto la pelle.
    “Così devi essere, come il Gigi, se vuoi giocare al Rugby”-
    “ Sissignore..ci proverò”- La mia nudità è anche morale. Ma chi ho frequentato sino ad oggi, femminucce?
    …......
      ...Il sudore mi cola a fiotti, gli occhi vedono e non vedono. Ho le gambe a pezzi. Abbiamo fatto già quattro volte il campo, in lunghezza, in gruppo. Ci si passa la palla ovale, improvvisamente, a turno. E' un colpo al torace quando arriva. Urla da battaglia, imprecazioni.
    -“ Via, via....non fermarsi. Passa...dai...veloce. Che cazzo la trattieni..passala, porco d...-” Il Bacci è instancabile nella sua mole sovrumana. La sua voce rimbalza sulle gradinate . -” Vienimi dietro, corri. Sono l'avversario. Veloce, più veloce... prendimi.”- Ora il Bacci sta dando il meglio di se. Sembra un bisonte in corsa. Sento il suo passo pesante sull'erba. L'aria gli esce dai polmoni con il rumore di uno sfiatatoio. Gli tengo dietro a fatica. Il cuore mi batte nelle orecchie. -“ Attento al “frontino”, ora te lo faccio!”-
    Il terribile “frontino”, al primo giorno di allenamento! Il Bacci , che corre davanti a me, si è arrestato improvvisamente,  e ha steso il braccio sinistro con la mano aperta.
    La mia fronte, che sembra volare,  trova questo ostacolo inaspettato, la sua mano, ampia e ferma. Un muro. Intuisco appena che questo sia il “frontino”, mossa tremenda di difesa dall'avversario che insegue.  Mi ci frantumo dentro e svengo.

  • 09 novembre 2012 alle ore 17:23
    Campo 3 / 50

    Come comincia: Nel breve ritorno mi lascio incantare dal luccichio dei prati di asfalto, che quasi mi commuovo restando fermo a uno stop, sul quale la linea bianca grande pare una siepe insormontabile, Non cade più nulla dal cielo, è cessato anche quel vento bagnato che si intrufola ovunque, la notte dicono porti consiglio con quei suoi rumori muti, molto più trasparenti del vetro di una spenta finestra. Stappo una Becks con la scusa di baciare un bicchiere e sentirne il suo sapore di schiuma, la sua saliva di malto. L'orologio che veglia la porta d'ingresso si è addormentato, per fortuna non russa. Pensavo deve essere difficile la vita di un orologio che vive con chi non ha orario, pochi sguardi e poi l'estate è finita, non può mica più dirmi che non arriva mai sera, mai buio, mai notte. Mi specchio nelle vuote sedie, nessuna ha il mio volto, ci sono sere che ci si sente inutili quanto un confetto, inutili per tradizione, per abitudine, per mania. Una nuova alba mi aspetta, pronta a spuntare sulla testa della grande fabbrica dai portoni di ferro, i quali ancora tremano di terremoto. Mancherò di nuovo l'appuntamento col sorgere di tutte le cose che il buio nasconde, allergico alla luce fredda mi son scelto un dignitoso declino tipo oggetto da mercatino dell'antiquariato. Al campo 3, numero 50, c'è la foto di un uomo che sorride timido: mi sono accorto di assomigliarli mentre riempivo le mie unghie di terra e gli chiedevo perdono per ciò che non son diventato, stato. Chi può meglio capire di un muto che ascolta? Il rumore di una lavatrice in centrifuga mi ricorda che l'acqua fa sempre il suo corso, di fiume, di fosso, di torrente, di viso.

  • 06 novembre 2012 alle ore 15:49
    Orfeo ed Euridice o dell'amore perduto

    Come comincia: - Orfeo, cosa significa ascoltare? – Chiese la musa Euterpe.
    - Vuol dire distinguere i vari suoni, vuol dire analizzare le varie sorgenti che li producono, - rispondeva il giovane.
    - Chiarisci meglio, -  precisò la musa
    - Distinguere il cinguettio degli uccelli dal gracidare delle rane, o il tremolio delle foglie dal fruscio dell’astuta volpe che, alla ricerca della preda, calpesta l’erba secca. Questo è sapere ascoltare, - puntualizzò Orfeo.
    - Adesso dimmi quali sono le caratteristiche del suono? – Continuò la maestra pignola.
    - Il timbro che fa distinguere uno strumento dall’altro, il flauto dalla lira ad esempio; l’altezza che corrisponde all’intonazione del suono; la durata che corrisponde alla lunghezza del suono; ed infine l’intensità, ovvero la forza che produce il suono, - aggiunse con chiarezza concettuale il piccolo alunno.
    - Quante sono le note musicali? – domandò la Musa
    - Sono sette e corrispondono alle prime lettere dell’alfabeto che utilizziamo per scrivere i nostri sentimenti: alfa, beta, gamma, delta, ipsilon, zeta, eta, - disse il bravo ragazzo, che aggiunse: - ogni volta che si suona il nostro cuore canta, e al suono nel contempo bisogna abbinare le parole.
    - Bravissimo! Adesso dimmi il ritmo cos’è? – Domandò, stimolandolo, Euterpe.
    - Il ritmo è il ritmo, è la pulsazione del cuore, il ritmo è il susseguirsi delle parole di un discorso, il ritmo è la gioia della vita, il ritmo è la vita stessa: la nascita, l’amore, l’arte, la morte. L’amore è ritmo e rende l’uomo simile ad un dio. Come la fiamma è l’espressione ritmica del fuoco che arde, così la passione amorosa che fa pulsare il cuore è ritmo.
    - E la musica? - Domandò ancora la musa
    - L’arte, nel suo complesso, esprime tutti gli stati emotivi dell’uomo. Possa ogni uomo, come mio padre Apollo, impossessarsi di tutte le arti! Con esse ogni individuo potrebbe imparare a leggere e ad interpretare tutti i suoi stati d’animo, potrebbe evitare tante sciagure, potrebbe sedare l’odio, potrebbe allontanare l’orgoglio, potrebbe abbandonare la stupidità, potrebbe sentirsi veramente libero, libero dalle inibizioni, libero dagli stereotipi, libero dalle costrizioni, libero dai ricatti psicologici e non, e… Tra tutte le arti, la musica è quella che rende veramente liberi perché fa sognare e fa navigare la mente nel mondo dei sogni. Tutti possiamo partecipare al canto ed ascoltare liberamente la musica che è l’arte che possiamo sentire tutti, e che tutti possiamo comprendere perché il suo è un linguaggio universale. La musica esprime i sentimenti ed anche i sentimenti amorosi che sono in ciascuno di noi, e riesce a scrutare nel profondo dell’animo anche delle persone più aride e superficiali; la musica dà vita anche alle cose inerti, alle cose senza vita, la musica scuote gli animi e li rende miti, la musica fa vibrare l’aria fino a far muovere le foglie degli alberi, - rispose con prontezza ancora il preparatissimo scolaro.
    - Sei bravissimo, hai le idee chiare, Orfeo. Riferirò a tuo padre della tua bravura. Ma adesso canta e fammi ascoltare il suono echeggiante della tua melodiosa lira, - disse alfine Euterpe.

    Era un genio, una meraviglia quel ragazzo. Cantava e suonava, ora piano, ora forte, poi abbassava la voce, poi l’alzava, d’un tratto faceva una pausa, poi iniziava con voce sottile quindi continuava con voce rauca, ora mormorava...
    E così Orfeo iniziò a cantare Amore e vecchiaia, accompagnandosi con le note della sua armoniosa lira:

    Cos’è mai la vita,
    cos’è mai la felicità senza l’aurea Afrodite;
    potessi io morire quando…
    …… …
    quando giunge la vecchiaia
    l’uomo diventa turpe e brutto,
    e tristi ricordi gli tormentano l’animo,
    non gode più nel vedere la luce del sole,
    diventa odioso ai fanciulli,
    rifugge dalle donne.

    E, come la primavera stagione ricca di fiori,

    così noi per il tempo infinitesimo
    godiamo dei fiori della giovinezza
    per dono degli dei non conoscendo né il male né il bene.
    Ma vicino a noi stanno le tetre Sorti,
    l’una ha in suo potere la fine della funesta vecchiaia,
    l’altra della morte: il frutto della giovinezza dura un minuto
    in qualunque luogo si diffonde la luce del sole.
    Ma non appena sarà trascorso
    questo tempo allora è meglio morire
    piuttosto che vivere.
    ….
    E’ come un sogno di breve durata l’amabile giovinezza.
    Dopo incombe la vecchiaia, fastidiosa e brutta, che rende deformi;
    la vecchiaia, al tempo stesso odiosa e ignobile.

    … E, poi, continuava a cantare, vibrando al tempo stesso le liriche corde. Euterpe, ogni volta rimaneva sempre più soddisfatta per avergli insegnato in modo magnifico e sublime a suonare la lira, e l’ascoltava incantata:

    Mi sembra beato come un dio
    quell’uomo che siede di fronte a te
    e ascolta le tue soavi parole standoti vicino

    e tu  innamorata sorridi. Ciò mi sconvolge
    il cuore nel petto.
    E non appena ti guardo,
    non trovo più le parole,

    la lingua mi si spezza
    e un fuoco sottile
    ad un tratto si diffonde sotto la pelle
    e la vista si offusca
    e  ronzano le orecchie

    e divento madida ed un tremore
    mi scuote tutta…

    Orfeo, era venuto al mondo in seguito alla relazione amorosa che Apollo aveva avuto con la musa Clio. Apollo poi lo aveva educato ad amare tutte le arti con le sue nove muse, poi gli aveva donato una magnifica lira e aveva ordinato alla musa Euterpe di insegnarli la musica e a cantare. Imparò, in brevissimo tempo, il giovane Orfeo che suonava e cantava in maniera così magnificamente incantevole che scuoteva l’animo di ognuno che l’ascoltava e, ogni volta che suonava la lira, tutti gli abitanti del circondario diventavano attenti e ascoltavano quella meravigliosa musica: le belve dimenticando d’essere belve stavano l’una accanto all’altra a sentire le melodiose note senza azzannarsi, stavano vicini beati e senza farsi del male il lupo e l’agnello, gli uccelli cinguettando contenti svolazzavano nell’azzurra aria, e le foglie degli alberi stormivano in sintonia con le note musicali. Fu grazie alla sua musica melodiosa, divina, che gli Argonauti riuscirono a trovare il Vello d’oro ed a superare tutte le avversità che incontrarono lungo la spedizione.
    E grazie alla conoscenza di tutte le arti dell’uomo e soprattutto della musica, Orfeo aveva acquisito un animo gentile, amorevole, buono, sincero, nobile.
    L’educazione che gli era stata impartita aveva trasformato il suo bisogno di vivere, grazie alla gioia e ai godimenti provati, verso i quali la natura spontaneamente porta la mente e l’anima, in quello di vivere unicamente per la felicità provocata dalla musica e dall’amor verso gli altri.
    Per ciò Orfeo amava ogni cosa ed ogni essere vivente, ogni cosa amava Orfeo, ogni essere vivente amava Orfeo:

    E numerosi erano gli uccelli
    che volavano intorno al capo suo;
    e i delfini stando dritti sull’azzurro mare
    danzavano al ritmo dell’incantevole canto.

    Orfeo era solito passeggiare e suonare la lira per i prati e i boschi della Tracia, trasportando con sé ogni cosa. Attraversando, un giorno, un campo verde, puntellato qua e là di margherite gialle, di fulgidi papaveri rossi e di viole odorose, vide una bella fanciulla dai capelli dorati e dai lineamenti a dir poco divini. Gli sembrava una dea quella giovane che si trastullava canterellando, felice e contenta, con in braccio un grosso mazzo di fiori ed un ramo di mirto che aveva raccolto dianzi. … e a lei la capellatura le spalle adombrava e la schiena.  Euridice, questo era il suo nome, esprimeva il modello di bellezza e naturalezza che Orfeo istintivamente s’era creato nel suo animo.  E a quella visione, Afrodite aveva fatto insorgere improvvisamente in Orfeo il desiderio amoroso.
    Allora Orfeo, avvicinatosi, intonò una melodia con la lira in accordo con la canzone della ninfa, la quale per un attimo, ascoltando quel suono, si zittì, guardò dalla parte del musicista e, subito dopo, continuò a cantare come per incanto:

    E l’acqua gelata sussurra tra i rami di un melo,
    e tutto il campo di roseti
    è adombrato,
    e allo stormire delle foglie
    sopore si diffonde.

    Continuarono per tanto tempo a cantare ed a suonare. Orfeo si beava ad ascoltare la voce soave della ninfa, ed Euridice godeva nel sentire le melodiose note emesse dalla dolce lira. Lui suonava e lei cantava assieme a lui in sintonia:

    Tal desiderio d’amore
    aggrovigliatosi attorno al cuore
    mi annebbiò la vista,
    portandomi via dal petto la dolce anima.

    Questo canto fece acquistare coraggio ad Orfeo che domandò: - Come ti chiami, o bella fanciulla che ti trastulli tra i fiori di questo bel prato? Io sono Orfeo, figlio di Apollo.
    - Mi chiamo Euridice, - rispose con grazia la ninfa.
    - Ti ho finalmente incontrato, o Euridice, io ti cercavo anche se ancora non ti conoscevo, eri nei miei sogni, - confidò senza esitazione Orfeo
    - Orfeo, ma cosa dici? Non ci conosciamo per niente, - rispose la dolce creatura Euridice, diventata rossa in viso per pudore.
    - O Euridice, io già ti desideravo, il tuo sguardo, il tuo sorriso, la tua grazia divina, i tuoi capelli, la tua immagine, tutto era sciolto ma fermo nella mia mente da tanto tempo; tu, tutte queste cose, le possiedi all’unisono; e il solo vederti e il sentire la tua incantevole voce portano refrigerio al mio cuore che sta già bruciando di amorosa passione per te, - aggiunse spontaneamente Orfeo.
    - O dolce Orfeo, mentre dici queste parole un incontrollato desiderio di te mi avvinghia. Il cuore mi batte così forte che sembra voglia sfondare il mio petto. Il sangue mi percorre tutte le vene producendo un gran calore che effonde in tutto il corpo. Non è un caso che tu sia capitato qui, ma è per volere della grande Afrodite, che ha inviato il figlio Eros facendomi bersaglio dei suoi dardi amorosi, - precisò con un nodo alla gola la bellissima Euridice.
    Mentre si scambiavano queste dolci parole, Orfeo ed Euridice si adagiarono sulla fresca e morbida erba del prato e continuarono a cantare e a suonare:

    Niente è più dolce dell’amore;
    e ogni altra cosa è marginale:
    ho espulso dalla bocca addirittura il miele.

    Nel frattempo, gli uccelli saettavano liberi nel cielo e con il loro cinguettio volevano forse istintivamente condividere la contentezza e la felicità dei due giovani già innamorati. Le farfalle, dai mille colori, svolazzando da un fiore all’altro, facevano da cornice mobile a quel quadro meravigliosamente incantevole.
    Si addormentarono, beati e felici. Orfeo dormiva con il capo posato sul seno della sua tenera compagna sdraiata sulla soffice erba, e questa posava il suo delicato braccio sul petto dell’ammaliatore per caso.
    Si erano innamorati, forse senza avere ancora consapevolezza dell’amore, lei ascoltando la musica meravigliosa prodotta dalla divina lira, lui ascoltando la voce penetrante e indimenticabile di lei. Avevano già costituito una coppia perfetta sia in musica sia in amore.
    Quando si svegliarono, il crepuscolo avanzava velocemente ed allora, cantarono e suonarono ancora:

    O Espero, che riporti tutto ciò
    che la splendente Aurora scacciò via,
    riporti la pecora,
    riporti la capra,
    e riporti alla madre la figlia.

    Quando smisero di cantare forse era buio, ma la luna luceva in cielo col suo candido splendore luminoso. Euridice stava accomiatandosi per ritornare nella propria dimora, ma Orfeo la fermò tenendola per un braccio e le disse: - Fermati, o dolce amore, fammi gustare ancora per un attimo la grazia che effonde nell’aria dai tuoi penetranti occhi mentre su nel cielo piena è la luna. La tua figura è mille volte più incantevole di quella della dea Afrodite, il tuo viso delicato emana dolcezza e incanto. Vorrei dirti tante cose, ma il pudore mi frena nel parlare.
    Euridice, scossa nell’animo ancora una volta da quelle parole, si divincolò con delicatezza e andò via. Andava con passo svelto voltandosi, di tanto in tanto, la fanciulla per due motivi, per essere sicura che ciò che le era capitato quel giorno non fosse un sogno e per poter guardare il suo novello amore fino all’ultimo istante. Subito dopo, i due si trovarono come erano prima di incontrarsi, soli e col cuore scosso, ma per poco tempo ancora perché nei giorni seguenti s’incontrarono, suonarono e cantarono insieme, e sdraiati sull’erba si baciarono saziando il loro desiderio d’amore.
    Orfeo amò appassionatamente Euridice ed Euridice amò con altrettanto fervore Orfeo. Si amarono, e continuarono ad amarsi. L’uno era fatto per l’altra. Decisero di sposarsi.

    Capitò, tuttavia, che, in quei giorni, Euridice, meravigliosamente ancor più bella e armoniosamente più gentile, era andata, per rendere piacevolmente più allegra e vivacemente briosa la sua cerimonia nuziale, che si sarebbe svolta l’indomani al tempio di Afrodite, a raccogliere fiori. In un giorno di primavera, tra cerfogli e trifogli, tra violette e ranuncoli, raccoglieva grosse margherite dai lunghi steli e variopinti crochi e candidi gigli, in un verde prato dove pascolavano casualmente le bianche pecore di Aristeo, un pastore figlio d’Apollo e della ninfa Cirene. Aristeo, era un uomo molto ingegnoso e laborioso, che aveva scoperto come si poteva ricavare più lana e più latte dalle pecore, aveva trovato come si otteneva il formaggio dal latte, e aveva capito il modo di allevare le api e di estrarre l’ottimo miele dagli alveari. Un grande scienziato per quei tempi. Aristeo viveva in un mondo tutto suo, amava ciò che era bello e naturale, sapeva tutto sulla pastorizia e sulla natura, ma non sapeva niente in merito di donne, non sapeva come comportarsi con loro. Era abituato, libero com’era, di prendere tutto ciò che di bello la natura offriva senza chiedere niente a nessuno. E quel giorno, mentre suonava la zampogna e controllava le pecore al pascolo, vide la candida Euridice, solitaria nel prato a raccogliere i fiori, con i capelli che, accarezzati da un lieve venticello, formavano una chioma ampia attorno al suo incantevole capo.
    La fanciulla, resa in quei momenti ancor più bella dal grande mazzo di fiori variopinti raccolti che teneva stretto al petto con un braccio, per la sua bellezza destava in ogni uomo, che aveva la fortuna di guardarla, un grande desiderio amoroso, così come era avvenuto per Orfeo. Aristeo si avvicinò a lei e fece rumore per farsi scorgere, ma non ebbe fortuna, suonò allora il suo strumento cantando parole d’amore: - vieni a me, o dolce fanciulla, che solitaria vaghi per i verdi prati, vieni e soddisfa il desiderio che mi scioglie le membra al solo vederti.
    Euridice, innamorata e ormai fedele ad Orfeo, anche se scossa nell’animo da quelle frasi ammalianti, negò i complimenti e ritornò di corsa alla sua dimora. Non fece sapere alcunché dell’accaduto al suo innamorato per evitare che s’ingelosisse e si preoccupasse. Il giorno dopo, mentre si recava vestita di un candido velo al tempio per le nozze attraversò lo stesso prato, lungo il percorso vide una macchia di variopinti crochi e le venne la voglia di raccoglierli. Indugiò un attimo. Li osservò con meraviglia! Tanto erano belli! Li raccolse in gran copia.
    Mentre stava china sul prato a recidere gli steli di quei profumati fiori, ecco avvicinarsi di nuovo Aristeo che il giorno precedente le aveva cantato quelle dolci frasi coinvolgenti. Era tanto grande l’effusione amorosa che il pastore provava che, con le braccia allargate, si spinse in avanti per afferrarla e abbracciarla. Ma Euridice se ne accorse in tempo, gli lanciò addosso quel bel mazzo di fiori che aveva già raccolto e fuggì. Corse senza guardare dove metteva i piedi, corse all’impazzata, corse come una forsennata, come un’ossessa senza una meta. Non voleva recare dispiacere ad Orfeo, il suo grande amore, e nemmeno a se medesima. Aristeo, abituato a cogliere tutto ciò che gli capitava, la inseguì per averla, come racconta il Poliziano:

    Udite, selve, mie dolci parole,
    poi che la ninfa mia udir non vole.

    La bella ninfa è sorda al mio lamento
    E ‘l suon di nostra fistola non cura:
    di ciò si lagna il mio cornuto armento,
    né vuol bagnare il grifo in acqua pura,
    né vuol toccar la tenera verdura;
    tanto del suo pastor gl’incresce e dole. 

    Euridice, tuttavia, fedele e innamorata pazzamente di Orfeo non cedette al corteggiamento del pastore, che gridava amore per lei rincorrendola, e continuò a correre. Fuggendo, andò per campi rocciosi, e durante la frenetica corsa mise inavvertitamente e sfortunatamente un piede su una serpe velenosa che la morse, mentre il serpente stava arrotolato a rigenerarsi con i tiepidi raggi solari. Si fermò Euridice per il forte dolore, s’inginocchiò, pianse perché non poteva camminare, pianse perché si rese conto, guardando quei due puntini rossi che aveva sulla sua esile e candida gamba, di essere stata morsa da una vipera, pianse perché non avrebbe potuto vedere per l’ultima volta lo sguardo del suo uomo, perché non avrebbe potuto ascoltare più le note melodiose del suo incantevole amato, perché non lo avrebbe giammai potuto amare, perché da giovane abbandonava la vita.

    Orfeo, preoccupato per l’inconsueto ritardo dell’amata incominciò a disperarsi, andò a cercare la sua Euridice. Dopo un’affannosa ricerca la trovò distesa sulla radura, pallida, immobile, quasi esanime, ma respirava ancora. Erano gli ultimi aliti. La sollevò con le braccia e la portò al suo petto. Orfeo la strinse fortemente a sé e, piangendo, incominciò a suonare e a cantare. Suonò ininterrottamente: - Ti amerò per sempre finché in me ci sarà l’ultimo respiro, o mia soave Euridice. Ti prego non abbandonarmi, non posso vivere senza di te. Ti prego lotta contro la morte, pensa a me. Non lasciarmi solo!
    Forse l’avrebbe potuta salvare se avesse succhiato con la bocca il sangue dalla ferita infetta, ma non lo fece perché in quel momento fu colto dall’angoscia. Voleva tanto bene alla sua amata, la volle accarezzare, la volle baciare, la volle guardare fino all’ultimo respiro e poi….  E poi la perse per sempre!
    Euridice, come attratta da una forza sovrumana, fu risucchiata negli inferi, accompagnata dai gemiti e dalle grida di Orfeo che vide l’anima dell’amata allontanarsi lentamente e definitivamente da lui fino all’ultimo afflato. Piansero tutti i pastori e le ninfe della Tracia per quella morte senza senso. Pianse Aristeo, angosciato per la scomparsa dell’amata e per averle causato la morte di Euridice. Il suo animo rozzo non gli suggerì altro, se non quello di sacrificare vacche e tori agli dei per espiare la sua funesta colpa.

    Orfeo, disperato, incominciò ad errare per il mondo, piangendo continuamente, e angosciato maledisse gli dei che avevano permesso la morte dell’innocente Euridice. Giurò di rimanere fedele alla sua amata e che non avrebbe amato altra donna per sempre. Si consunse per il dolore, finché rimase privo di forze, morì, dicono, ucciso con ferocia dalle Baccanti, e andò ad abbracciare per l’eternità la sua Euridice.

    E con una lama bronzea
    il capo gli recisero,
    e poscia lo gettarono nel tracio mar
    con la lira inchiodata,
    perché insieme fossero trascinati via dal mare,
    bagnati dalle cerulee onde.

    E alla sacra Lesbo il mare
    schiumeggiante li portò:
    e  un suono intrattenne
    come da una lira dolce
    il mare e le isole e le spiagge,
    e ivi l’armonioso capo di Orfeo
    gli uomini sotto terra posero,
    e sulla tomba l’incantevole lira misero,
    che  smuoveva  pure i mutoli sassi
    e di Forco l’acqua odiosa.

    Da quel dì i canti e
    l’euritmica arte della lira
    sono tenuti nell’isola,
    tra tutte la più musicale.

    (Le poesie riportate sono nell'ordine di: Amore e vecchiezza - Mimnerno,
      Mi sembra beato come un dio - Saffo, Simonide,
      Immagine di fanciulla - Archiloco,
      E l’acqua gelata sussurra tra i rami di un melo - Saffo,
      Innamoramento - Archiloco, La dolcezza dell’amore -Nosside, Il tramonto - Saffo, La favola di Orfeo – Angelo Poliziano, La morte di Orfeo - Fanocle)

  • 05 novembre 2012 alle ore 21:28
    Le belle famiglie

    Come comincia: Elisa si incamminò verso la palazzina in fondo al viale, dove era vissuta fino a cinque mesi prima.
    Come al solito non era stato difficile parcheggiare. I ciliegi giapponesi erano già fioriti lungo tutto il marciapiede. I leggeri soffi della primavera nascente, a quell’ora di sera, le facevano provare una sensazione di freddo, qualche brivido... O forse era solo la situazione, o magari un po’di nostalgia. No, nostalgia quasi per niente. Ma il senso del tempo passato, questo lo avvertiva! Aveva lasciato lì anni della sua vita che nessuno le avrebbe mai restituito. Chiunque, al suo posto, avrebbe provato una certa emozione. Era del tutto normale.
    Elisa si sistemò i capelli lunghi e sottili appena lavati, esitò un istante e suonò il citofono.
    -  Sì, chi è?
    - Sono io, sono venuta a ritirare la gabbia. Puoi portarmela un momento giù?
    - Ma no, che dici… sali tu. Sono solo, non ti preoccupare. Dai, due minuti!… Parliamo un po’.
    Elisa giunse al sesto piano. La porta era socchiusa, ma dietro l’uscio c’era già Amos ad aspettarla.
    - Avanti. Oh, come sei elegante! - l’accolse con gli occhi lucidi - E che bei capelli! Li hai schiariti un po’, vero? Ti trovo veramente bene.
    Lei sorrise e avanzò piano verso il soggiorno. Si avvicinò a una grande gabbia nella quale una vivacissima gracula religiosa saltava molleggiandosi da un posatoio all’altro, sbatteva le ali quasi come se riconoscesse l’ospite e perciò le facesse festa.
    Il grosso volatile si mise subito a gridare il proprio nome “Giacomino” passando repentinamente da toni gravi e seri a vocine acute e perfino… Sì, si poteva dire perfino vezzose. Com’era buffo e simpatico! Quelle strane variazioni vocali erano state sempre la sua principale abilità, motivo di curiosità e di ammirazione da parte dei conoscenti.
    All’improvviso Giacomino scoppiò addirittura a ridere.
    - E’ sempre bravo. - disse Amos - E' proprio la tua risata! Ti ricordi che divertimento quando ci provò la prima volta? Dopo averti sentita ridere con le amiche tutto il pomeriggio, lui aveva imparato alla perfezione. E ti confesso che, quando fa così, mi sembra di averti ancora in casa… - aggiunse sottovoce e ostentò un sospiro.
    Elisa ricordava quell’episodio con esattezza. Si avvicinò all’uccello e gli sussurrò “ciao”. E lui si affrettò a ripetere più volte “ciao, ciao, ciao”, una delle numerose parole che conosceva, che caro! con accenti che oscillavano fra la sorpresa e la tenerezza.
    - Mi dispiace, ma ho dovuto avvisarti. Sono troppo impegnato… E’ un animale che richiede cure e pulizie, io non ho tempo e poi… da quando non ci sei tu… non sono mai in casa. Perciò, come ti dicevo per telefono, non posso…
    - …Lo terrò volentieri io. - interruppe Elisa e fece per prendere la gabbia.
    - No, che fai? Pesa troppo… lascia stare… ci vorrà un attimo, dopo ti accompagno fino alla macchina. Su, siediti un po’… facciamo due chiacchiere, o hai fretta? Ti faccio assaggiare un vino speciale che mi ha portato un amico dalla Sicilia. Ti va?... Allora, dimmi, come stai?
    - Bene. - rispose Elisa e andò a sedersi su una poltrona.
    - Io no…
    - Perché? Che cos’hai?
    - Niente, mi è seccata molto questa faccenda…
    - Quale faccenda?
    - La tua. Che tu te ne sei andata, che hai lasciato la casa quella sera stessa… - spiegò Amos mentre si avviava verso la cucina.
    Durante la sua assenza Elisa lanciò un’occhiata fuggevole intorno. C’era il solito arredamento, tutti i quadri che lei stessa aveva dipinto con tanta ispirazione, qualcuno degli oggetti che avevano ricevuto quattordici anni prima, lei e il marito, come regalo di nozze. Non si notava nessuna modifica, come invece la presenza di un’altra donna in quella casa le aveva fatto più volte immaginare.
    Amos tornò con due bicchieri di vino dal bel colore rosso-arancio e andò a sedersi sul divano, di fronte a lei.
    - Hai visto? Non è cambiato niente. Ogni cosa è al suo posto. Guarda qua… perfino nei cassetti!
    Elisa abbassò lo sguardo: effettivamente, nel cassetto semiaperto del tavolino, c’erano alcune cartoline che lei aveva conservato lì proprio uno degli ultimi giorni!
    - Questa è ancora la tua casa. Puoi tornare quando vuoi.
    - Questa non è più la mia casa dalla sera della tua “cenetta intima”. Hai dimenticato? Avevi preparato per lei una tua specialità, non ricordo quale… Eravate proprio lì in cucina. In casa mia. Quante bugie mi avevi sempre raccontato! Se ti rivolgevo domande, mi rispondevi “non sono affari tuoi”. Mi rimproveravi di essere gelosa per niente, dicevi che mi sognavo le cose, che avevo troppa fantasia… E poi mi gridavi “sei fissata, tu sospetti per tutto, fatti revisionare il cervello”… Te lo ricordi, sì o no?
    - Sì, sì, comunque sei stata tu ad andartene. Te lo avevo detto che sarebbe stata solo questione di tempo. Dovevi aspettare! Prima o poi sarebbe finita, anzi… è già finita. Ormai ci vediamo sì e no… E tutto questo solo perché il suo ragazzo l’aveva lasciata! E così… si era attaccata a me…
    - Troppo comodo, che pretese! Aspettare!… - si ribellò Elisa.
    - Sei sempre drastica. - ribatté Amos con una smorfia di rabbia, poi riprese: - Si capiva che non poteva durare: lei diciotto anni, figurati… All’inizio, va tutto bene, ma poi… Che cosa si può dire, secondo te, una di quell’età con un uomo di trentanove? Ammetti piuttosto che non t’importava troppo di me, visto che mi hai lasciato senza pensarci tanto…
    - Amos, tu lo sai da quando mi hai conosciuta… Non eri il mio più grande amore, te lo avevo detto subito, però…
    - Magari… non ero abbastanza alto per te!
    - No, che dici! Forse…troppi muscoli. I miei alunni ti avevano soprannominato “Maciste”, ti ricordi? - scherzò Elisa - Insomma, è vero, non c’era stata subito quell’attrazione che…
    - E allora, perché mi hai sposato?
    - Perché tu allora eri diverso. Dicevi che i miei occhi erano “pezzettini di cielo”. Mi ripetevi “Ma tu lo sposeresti uno come me? Io non ti merito!” Queste frasi dette da te con le lacrime agli occhi, da te dall’aspetto forte, un culturista! mi avevano commossa, mi avevano fatta sentire desiderata e sicura, mi ero illusa che così mi avresti aiutata a dimenticare un fidanzamento finito da poco... Avevo solo ventidue anni, poca esperienza, problemi di famiglia alle spalle. Lo so, forse ho sbagliato anch’io… eppure per me il matrimonio era già una cosa seria. Quando ci sposammo e indossai l’abito bianco con quel lungo velo candido, mi guardai allo specchio e pensai: peccato! da ora non potrò baciare più altri uomini… Ti faccio ridere? E’ vero, ero disposta a tutto, ti avrei rispettato, immaginavo che ti avrei voluto bene, e così è stato. Avrei potuto innamorarmi in seguito. Ero convinta che anche tu saresti stato un bravo marito, perciò ti ho sposato, che illusione! Invece…
    - Invece? - cercò di difendersi Amos.
    - Invece, fin dall’inizio, mi dicevi  “esci, fai quello che ti pare, non mi interessa sapere niente!” Sai… ero così giovane, mi sentivo indesiderata e ingannata, sono state poche le parentesi felici con te. Anch’io ho avuto altre “occasioni”, come le chiami tu, ho conosciuto persone che mi piacevano, per le quali stavano per nascere sentimenti forti… L’amore era in agguato, ma ho saputo resistere. Certo… perché uscivo spesso da sola ed era proprio quello che poteva succedere, dovevi immaginarlo… Però non avrei distrutto il nostro matrimonio, capisci? E poi… la tua storia con quella… Anna, si chiama così? non è stata l’unica e lo sai benissimo, ma tu eri capace sempre di lasciarmi nell’incertezza, finché…
    - …Hai proprio il vizio di ricordarti tutto. - interruppe lui con un sorriso sprezzante - Hai deciso quindi di vivere sola? E’ brutta la solitudine, sai…
    - Se è per questo… la solitudine l’ho conosciuta anche con te, per tanti anni, quando tornavi tardi e non riuscivo a prendere sonno. Allora… mi aggiravo per casa come un automa. Giacomino sonnecchiava, e durante quelle lunghe notti era la mia unica compagnia. Io me ne stavo per ore davanti al balcone cercando di riconoscere nel buio, lungo il viale, fra le tante macchine che passavano, la tua. I tuoi fari, un tuo segnale, magari un colpo di clacson… ma niente. Il traffico poi rallentava sempre più, non restava che qualche automobile sperduta. Vedevo spegnersi a poco a poco i televisori nei palazzi di fronte… con quella loro luce fredda e azzurrognola: centinaia di famiglie se ne andavano a letto… Io aspettavo fino alla fine, e quando rientravi avevi sempre la tua giustificazione pronta: i conti in ufficio non tornavano, un cliente aveva contestato l’ultima consegna, il campionario degli abiti non era pronto, la riunione era stata più lunga del previsto, ti avevano fermato i vigili, avevi forato, c'era il solito incidente davanti, avevi dovuto accompagnare un ferito all’ospedale… Così per anni… Ora so che ti interessava solo il sesso, altro che sentimenti! Eri un collezionista, tu vivevi di avventure…
    - Ora non esagerare! - commentò con un mal celato senso di compiacimento.
    - …Io accettavo le tue scuse. Non potevo fare altro. Le accettavo a volte… solo per il sonno e la stanchezza. Ma ancora di più per l’esigenza di credere in qualcuno… O, anche, perché il giorno dopo, come sai, un lavoro di grande responsabilità mi aspettava e io avevo il dovere di riposare almeno un po’. I bambini avevano bisogno di me. “Maestra, maestra…. “ chi mi chiamava di qua, chi di là, che gioia! Io ero il loro punto di riferimento, me li avevano affidati perché li aiutassi a crescere, perché li educassi. E io… lo facevo con amore. Ora l’insegnamento mi manca, il lavoro di direttrice è arido… Spesso, chiusa nel mio ufficio, mi sento isolata…
    - Oh, i bambini, i bambini! - sbuffò Amos - E’ fin troppo quello che hai dato alla scuola! Piuttosto, tornando al discorso… Perché… forse ora non sei ancora più sola?
    - All’inizio sì. In effetti, quando sono andata via di qua così mi sembrava. Però… finalmente ero riuscita a dire “basta” alle amarezze, al dubbio, al sospetto… Avevo riacquistato la mia dignità. E’ vero, i primi tempi la sera tornavo nella mia nuova casa e avvertivo la presenza delle due famiglie accanto, un odore appena percettibile della cena, poi… qualche rumore di stoviglie attraverso le pareti, qualche sedia spostata, ma soprattutto le voci… Le voci. La mia casa invece era vuota e silenziosa. Io… non aspettavo nessuno. E intanto… si avvicinava Natale. Voi due eravate insieme, a questo pensavo, magari andavate a fare gli acquisti, allegri e spensierati. E che ve ne importava della mia solitudine e della mia angoscia?
    - …E allora, vedi? - la interruppe Amos - Vuoi rischiare di rimanere così, voglio dire… sola per tutta la vita? In fondo… se insisto lo faccio per te. Ormai non sei più una ragazzina. Una donna di trentasette anni non la vuole più nessuno… Torna a stare qui. O hai pensato ancora di andartene a Napoli?
    Elisa capì che stava tentando di spaventarla e di ricattarla, lo conosceva bene.
    - Con i momenti che ho attraversato, ho dovuto ripiegare: non potevo rischiare di trovarmi sola a Napoli! In fondo ci manco da tanti anni, le mie amicizie ormai le ho qui…
    - Avresti potuto rifartele a Napoli.
    - Ora, poi… è già diverso… Ora… qui… mi interessa una persona.
    - E’ sposato?
    - No. Sai che non mi metto con uomini sposati. Perché rovinare una famiglia? Lui… non si è mai sposato, non facciamo male a nessuno. Sto vivendo un periodo felice. E’ solo l’inizio, ma va bene, e soprattutto… c’è intesa e c’è stima reciproca. Il futuro non mi preoccupa più, tanto… non esiste certezza di niente! Voglio finalmente imparare a vivere alla giornata… - e con un lampo improvviso aggiunse: - Sai, a proposito? Sono stata tre giorni a Napoli con lui…
    - A Napoli? E perché? Forse questo tizio è di Napoli?...
    Amos non le lasciò il tempo di rispondere “no” e riprese:
    - Ti ricordi invece quando ci siamo stati insieme noi due l’ultima volta?
    - Certo. Mi ricordo che allora il sogno di tornarmene nella mia città si stava quasi avverando, il mio esilio sembrava terminato. Io e te stavamo cercando di comprare lì una casa bella, magari antica, da dove si vedesse il mare, con le persiane verdi, e luminosa… Io avevo bisogno di luce, avevo bisogno di sole! Volevo una casa un po’ come quella che avevo lasciato quando mi ero trasferita a Milano per seguire i miei. E tu sembravi così convinto! Mi dicevi “mettiamo i soldi da parte per questo progetto, io a Napoli ci vivrei tutta la vita”… E me lo avevi detto fin da quando mi avevi conosciuta. Te lo ricordi? Del resto, anche tu avevi lasciato il tuo paese al sud e avevi sempre un po’ di nostalgia. All’inizio mi avevi fatto leggere una tua poesia sull’Ofanto assetato d’estate… Tu mi potevi capire…
    - E come! - interruppe Amos schiarendosi la voce e cercando di nascondere un po’ di commozione.
    Elisa pensò che da diversi anni lui le aveva fatto versare lo stipendio sul conto. “Quelli non si toccano, quelli serviranno per comprare la casa a Napoli”. E lei ci aveva creduto, aveva messo da parte i suoi soldi ma, quando lo aveva lasciato, in banca non aveva trovato che trecentomila lire! E così con l’enciclopedia tanto necessaria per i suoi lavori, e così con i quadri… Ormai li aveva perduti! Non aveva più niente, aveva ricominciato tutto daccapo, con una casa vuota.
    Però non disse nulla, non aveva voglia di ricominciare con le discussioni.
    - Elisa, ti ricordi quando, i primi tempi, ti chiamavo “sangue vesuviano”? Sembravi un vulcano attivo, davvero, piena di energie, incredibile… Mia madre, quando ti aveva conosciuta, mi aveva detto “quella ragazza mi piace, ha gli occhi che parlano”… Del resto… sei sempre carina come allora…
    Elisa non si curò del complimento e riprese il discorso:
    - Non so se ti ricordi un particolare. Una mattina, sempre a Napoli, stavamo aspettando un pullman. Un vecchio quasi cieco ci pregò di avvisarlo se fosse passato il 121, doveva tornare a casa. Poi ci raccontò che da giovane era stato cantante e, come per ringraziarci, intonò quella bellissima canzone… E pensare che tu… allora… eri già… Avevi già un’altra. Che cosa fai, sorridi?… Perché? Oh, quando sorridevi così, in quel modo ironico, mi facevi tanta rabbia. Sai? Non riuscivo a sopportarti…
    - …Quale canzone? Non me la ricordo… - finse Amos.
    - Era de maggio… e te cadeano ‘nzino a schiocche a schiocche li ccerase rosse. Fresca era l’aria e tutto lu ciardino addurava de rose a ciento passe. - cominciò a cantare lei con voce sottile, ma si fermò dopo pochi versi, deglutì e aggiunse:
    - Bella canzone, quanto mi mancava la musica della mia città… e pensa… era proprio il mese di maggio!… Quanta malinconia in quei versi di Salvatore Di Giacomo... Poi continuò:
    - Era de maggio, io no, nun me ne scordo…
    Bruscamente la conversazione fu interrotta dal suono del campanello. Amos si alzò di scatto come contrariato. Sbuffò e brontolò fra i denti: - Aveva detto che non sarebbe venuta stasera!… Questa non è mai precisa e poi… che modi… ora non suona neanche più il citofono! Troppa confidenza, ma la colpa è mia.
    Si avviò rapidamente verso la porta, mentre Elisa diceva “io vado via subito…” e si avvicinava alla gabbia per portarla via.
    Guardò l’uccello appisolato: - Ecco, vedi? Quando si sfasciano le famiglie ci si dividono perfino i figli! Ma vedrai che staremo di nuovo benissimo insieme, Giacomino...
    L’uccello stiracchiò buffamente prima un’ala, poi un’altra, mentre Elisa si sganciava e si riagganciava il fermacapelli: che disagio, che situazione incresciosa! Avrebbe dovuto immaginarla una possibilità del genere… Una volta tanto nella sua vita non era stata previdente! Ora doveva uscire presto con quella gabbia pesante… e in più… senza sollevare lo sguardo.
    Ma intanto… dal corridoio giungeva stranamente una voce maschile sconosciuta e piuttosto trafelata:
    - Speravo di finire prima… Signori, scusate per l’orario. Si sa, non è dei più comodi! E’ quasi ora di cena, è proprio il momento in cui le famiglie possono stare un po’ tranquille insieme, magari dopo una giornata pesante di lavoro…
    Elisa tirò un sospiro di sollievo e alzò lo sguardo: seguìto da un chierichetto, un anziano sacerdote entrò in soggiorno e posò frettolosamente un’immaginetta sul tavolo.
    - Buona sera… - salutò Elisa.
    - Buona sera, signora, sono il nuovo parroco. Cosa vuole… il palazzo è così grande e bisogna pur dire due parole ai fedeli! Mi restano ancora tre piani di sopra. E poi, domani…
    In quel momento si sentì aprire la porta d’ingresso… Quando fu nel soggiorno si bloccò: ormai non c’era più niente da fare per tornare in corridoio, o uscire, o sprofondare. Anna, questa volta era proprio lei, restò impacciata e immobile sulla soglia…
    - Oh, che bella famiglia! - commentò pronto il sacerdote e, rivolgendosi direttamente alla ragazza, le disse: - Giusto in tempo anche tu per la benedizione pasquale, cara figliola.
    Lei fece uno sforzo per sorridere e il parroco incalzò: - Quanti figli siete? Hai altri fratelli o sorelle?
    Anna, solo con un indice, il volto inespressivo, celando l’imbarazzo, fece cenno di no.
    A quel punto il sacerdote levò lo sguardo, si sistemò meglio la stola, socchiuse gli occhi, si fece il segno della croce: - Vi benedico nel nome del Padre…
    Poi incitò di colpo, ma benevolmente, il bambino che lo accompagnava. - … Su, su! - Gli scompigliò i capelli e: - Dai, Mariolino, ormai hai imparato come si fa, no?
    Il chierichetto, evidentemente inesperto, arrossì e si decise a far oscillare pian piano l’aspersorio.
      A quel forte profumo di incenso, di chiesa, Elisa avvertì un senso di benessere, quasi di pace, come non le capitava da anni. Ormai non provava più il rancore dei primi tempi, la tempesta era passata, quella triste parentesi della sua vita si era conclusa. E poi… ora aveva tanta dolcezza nel cuore. Era innamorata. Non voleva sapere davvero quanto tempo sarebbe durata quella grande gioia. Oh, non le importava! Doveva ritenersi già fortunata che le fosse accaduto di nuovo… Che l’amore avesse trovato ancora posto nel suo cuore. Che tristezza invece se la sua vita si fosse conclusa così, col perenne ricordo di quel fallimento…
    Finalmente sentiva che qualcuno l’amava, perciò trascorreva le ore che precedevano gli incontri… a danzare. Sì, a danzare nella sua nuova casa, da sola… A danzare leggera, al suono delle musiche più belle che sceglieva pensando a lui, a Domenico! Ora non c’era più il vuoto dei giorni e delle notti. Le sembrava di essere tornata indietro nel tempo, si sentiva addirittura un’adolescente con quella musica! E allora danzava, danzava esprimendo il suo amore, il suo desiderio, la sua felicità. Tutto era nuovo e splendido in quella primavera che stava per arrivare.
    - Su… adesso salutiamo. - disse il sacerdote al chierichetto timido, e continuò sotto voce distrattamente: - Quindi… domani pomeriggio ci restano ancora tutta la scala C e la D… 
    Poi, come ritornando improvvisamente alla realtà, aggiunse:
    - Arrivederci, e… complimenti per la famiglia. Com’è difficile oggi trovarne così, coi tempi che corrono! Ora è tutto un disfacimento, non esistono più certi valori… Che volete, io lo so… Io purtroppo conosco tante di quelle situazioni!… Ma… guardateli un po’, - esclamò scherzosamente alla fine, rivolgendosi ad Amos e a Elisa - guardateli! Sembrano ancora due freschi sposini!… Buona sera, buon appetito, e di nuovo… i miei complimenti. Oh, Signore, fa' che ce ne siano tante di famiglie belle così!…

  • 03 novembre 2012 alle ore 16:58
    Neve bianca sulle foglie d'oro

    Come comincia:

    Cominciano a offuscarsi i giorni, tra nebbie basse e uggiore di pomeriggi. Le foglie fuggono lievi oltre il passo, come il nostro respiro carico di rimpianti. È tempo di ciocchi nel camino acceso e di tepori rannicchiati.

    Una domenica di fine ottobre, fuoco acceso nel camino, luce bianca oltre la finestra... e poi eccola, la prima NEVE, leggera e vorticosa, scende a falde larghe come impazzita di gioia, sembra danzare il suo ritorno alla terra, di nuovo padrona dei mesi e dei giorni: è arrivata presto quest'anno, impaziente di rubarci i colori dell'autunno e quasi gelosa dell'arancio, lei che vuole solo il bianco come abito velato: qui ad Amora, a 1100 metri, sull'altopiano di Aviatico solo Lei sarà la vera protagonista dell'inverno, e noi seguiremo pazienti i suoi capricci, il suo umore repentino e svelto, in attesa del ritorno dell'Azzurro.

    Quando, all'apparire della sera, sono sbucata oltre la porta di casa, mi ha accolto un mondo seppellito dal bianco, silenzioso e immobile, quasi a trattenere il fiato, sbalordito da tutta quella pesantezza sulle spalle degli alberi.

    Non è la sorpresa della prima neve che mi giungeva al cuore, è capitato ancora e ancora capiterà, ma quello che ho avvertito è LO STUPORE DEL BOSCO, quasi palpabilmente incredulo, i rami carichi piegati fin quasi al ciglio della strada, le foglie ancora ammassate sulle fronde, eppure schiacciate lassù in alto dal bianco che copre la terra.

    Non danzeranno più con i loro colori nel vento, prima di posarsi in basso, sono morte ancora attaccate al ramo.

  • 03 novembre 2012 alle ore 7:57
    Hai portato con te

    Come comincia: Albino lo vide rientrare come al solito alle ventuno.
    “Buonasera dottore.”
    “Albino! Buonasera.”
    Albino aveva notato che da un po’ di tempo il dottor Giulio aveva cominciato a salutarlo così: “Albino! Buonasera. “
    Prima il suo nome, lo chiamava come se si meravigliasse di vederlo lì, come se non lo vedesse da tempo, o forse era semplicemente assorto e si stupiva anche delle cose più semplici ed ordinarie come la sua presenza. Poi quel buonasera, a mezza voce, quasi sfinito dopo quel guizzo di meraviglia: “Albino! Buonasera.”
    Giulio rientrò nel suo appartamento. Aveva freddo, la donna delle pulizie aveva dimenticato il balcone aperto. Il frigorifero era quasi vuoto. Ordinò svogliatamente una pizza che arrivò fredda, di venerdì succedeva, e poi fuori dovevano esserci poco più di tre gradi, un dicembre insolitamente rigido, lì, vicino al mare. Mangiò la sua pizza fredda guardando un film che non gli piaceva. Si assopì sul divano, vagamente consolato dal tepore volenteroso dei termosifoni, dal graffio bonario della birra e dalla dolce mollezza che lasciava nel corpo al suo passaggio.
    Si svegliò a mezzanotte circa: lo accolse il gracidio insistente di un stagno televisivo pieno di ospiti che discutevano di qualcosa. Era sovrastato da quello schermo incontinente.
    Si alzò. La semplice ipotesi di andare a letto gli sembrò piena d’insidie. Meglio rimandare.
    Decise di aggiornare il diario dei suoi casi clinici. Lo stava scrivendo da qualche anno ormai, da quando la sua boria di giovane pediatra meccanico riparatore si era consumata, prosciugata dalle sconfitte, dalla morte che pure arriva. Scriveva d’altro, di occhi, di sguardi per esempio. Quel giorno appuntò:
    “Stamattina alle undici ho visto Giorgio, quindici anni, carcinoma alle ghiandole surrenali. Avevo voglia di vederlo, l’ultima chemio è stata un bel match anche per un campione come lui. Alla fine del turno sono passato a salutarlo. Era da solo, stranamente, girato di spalle alla porta. Così raggomitolato aveva qualcosa d’inerme, la testa lievemente incassata nel collo, con le spalle tirate su.
    Dava quella sensazione di una certa vergogna colpevole che provano alcuni pazienti: si sentono colpevoli come se la loro malattia fosse una punizione divina, un marchio ignominioso.
    Ho esitato un attimo sulla porta, deve aver sentito la mia presenza perché si è girato e mi ha piantato quei suoi occhi in faccia. Si è girato piano, roteando sul busto senza stendere le gambe. E’ stato come vedere apparire un astro da dietro le montagne. Il suo sguardo acceso è sorto di fronte a me e ha sfondato la sottana trasparente della penombra con il suo orlo d’oro, echi di luce dal viale, lampioni accesi fuori da quella stanza, da quell’ospedale, in un altro mondo ad un passo lontanissimo da lì.
    “Ciao”
    “Ciao dottore, che vuoi?”
    “Niente, passavo”
    “Perché sei vestito normale?”
    “Normale… ah, senza il camice. Ho finito il turno me ne sto andando a casa “
    “Com’è la tua casa?”
    “Una casa, niente di particolare. Posso sedermi?”
    “Si. E tua moglie? Sta a casa?”
    “No, se n’è andata. E tu Giorgio, come ti senti?”
    “Mi fa male la testa”
    “E’  un effetto della chemio, domani ti passa, poi se ti senti bene te ne vai anche tu a casa, d’accordo?”
    “D’accordo”
    “Ci vediamo domani, riposati”
    “Dottore”
    “Si”
    “L’hai fatta arrabbiare, per questo se n’è andata?”
    “No, è difficile da spiegare. Te lo racconto quando non hai il mal di testa se vuoi.”
    “Va bene. Ma fai qualcosa per farla tornare”
    “Cosa?”
    “Scrivi una lettera”
    “Va bene Giorgio, seguirò il tuo consiglio”
    “Non mi fido, domani la voglio leggere”
    “Sei un duro, eh? Ci vediamo domani”
    “Ciao.”

    Si ricordò in quel momento della promessa fatta a Giorgio.
    Preparò una lettera  e se ne andò a dormire.

    “Con questa non torna”
    “Perché, non ti piace?”
    “Non è di cuore, e poi è troppo corta”
    Era talmente pallido.
    “La devo riscrivere?”
    “Si, ti devi impegnare se no non torna.”
    La mamma di Giorgio guardava Giulio imbarazzata. Anche Giulio era imbarazzato ma per altri motivi.
    La sera riprovò a scrivere. Sembrava proprio che Giorgio ci tenesse a quella lettera, non lo aveva mai visto così interessato a qualcosa.
    “ Cara…” voleva inventare un nome ma chissà perché pensò che Giorgio se ne sarebbe accorto.
    “ Cara Viviana”. Non pronunciava quel nome da un anno. Lo vide scritto sullo schermo e risentì i suoi passi sulle scale, le pentole riordinate in cucina dopo cena, le mani fresche di crema sul suo viso.
    Si allontanò dal computer, si mise a guardare un film già cominciato. Sullo schermo, quel nome, chiacchierava sommessamente con il silenzio.
    Era molto tardi quando riuscì a finire la seconda stesura della lettera.

    “Si chiama Viviana?”
    “Si. Torna se le mando questa?”
    “No”
    “Perché?”
    “Perché non hai scritto cosa ti manca”
    “Cioè?”
    “Quando sto a casa, la mattina, mi sveglio e sento l’odore del caffè. Poi sento mia mamma che mette in funzione la lavatrice, mio padre che prende le chiavi prima di uscire. Quando sto in ospedale mi manca questo, i rumori, gli odori, che mi fanno riconoscere le persone.”
    Era pallidissimo. Aveva gli occhi umidi di febbre e nello sguardo quella supplica: voleva che lui facesse quella cosa, Giulio non capiva perché lo desiderasse tanto.
    Gli sfiorò la fronte: scottava. Lo coprì. Sembrava assopito, aveva gli occhi chiusi adesso.

    “Albino! Buonasera”  Pizza fredda. Divano. Si addormentò vestito, con il solito sottofondo berciante del televisore.
    Erano le due forse le tre. Si svegliò aggredito dal freddo. Era ad un passo dal letto, dalla promessa di calore del piumone, quando si ricordò della lettera. Tentò di liquidare la questione ripromettendosi di farlo la mattina dopo prima di uscire.
    Pensò a Giorgio, era stufo di deluderlo. Si buttò una coperta addosso, accese il computer.

    “ Cara Viviana, è talmente tardi che non ho più scuse per essere sveglio: sono nel regno della notte e dei suoi sudditi, viandanti inquieti, matti o soli come me. Scrivo, a te che sei lontana.”

    Sentiva un dolore liquido invadergli il petto, le gambe. Continuò.
    Scriveva. La testa leggermente incassata nel collo, con le spalle tirate su. Aveva qualcosa d’inerme, la stessa vergogna colpevole di Giorgio per aver meritato il suo dolore. Ma stasera non era più solo, faceva parte di qualcosa, così gli sembrava, apparteneva alla stessa trance di vita sospesa in cui vivevano i suoi pazienti. Sospesi.
    Scriveva.
    “ (…) sono sordo della tua presenza ( …) ti scriverò fino alla fine della notte”.

    “Ci manca solo una cosa”
    “Che cosa?”
    “I baci e le carezze”
    “E tu che ne sai di queste cose eh Giorgio?”
    “Glielo devi dire che ti mancano i suoi baci e le sue carezze. “
    “Secondo te se le mando questa lettera torna?”
    “Non lo so”
    “E allora perché me l’hai fatta scrivere?”
    “Volevo vedere se eri coraggioso”
    “Come te?”
    “Io non sono coraggioso, ho paura”
    “Di cosa hai paura precisamente?”
    “Del dolore. Di morire.”
    “Al dolore non ci pensare, ci penso io a fartene sentire il meno possibile. Per quanto riguarda la morte c’è tempo; domani ti mando a casa: contento?”
    “Molto”
    “Grazie Giorgio”
    “Grazie a te dottore. Se torna me lo dici?”
    “Certo. Te la faccio conoscere.”
    “Non ti preoccupare, torna, perché sei bravo”
    “Ciao Giorgio”
    La sera, aggiunse l’ultimo pezzo alla sua lettera e la inviò.

    Viviana

    Era un monolocale abbastanza luminoso. A Viviana piaceva perché era un ambiente unico ma con tanti piccoli angoli che lei si ostinava a chiamare Lo studio, Il salotto, L’angolo della lettura.
    Quella sua minuscola casa sembrava un fondale marino: anfratti, grotte, piccoli squarci d’infinita bellezza come quella vecchia macchina per scrivere. Era adagiata su di un tavolino basso di ebano. La luce dell’abbaino, entrando, scivolava addosso al suo corpo nero con quelle piccole chiazze marroni di vita erosa, s’insinuava nel rullo, avvolgeva il carrello,  s’inerpicava sulla leva altera, scendeva sui tasti impudichi, grondanti le storie africane, i reportage scritti dal padre su quella terra che lo aveva innamorato e in cui aveva vissuto con la sua famiglia per dieci anni.
    Viviana chiuse la valigia: era pronta.
    Si mise a cercare due foto, voleva portarsele. Le trovò.
    Kenya, Nairobi, 15 novembre 1973 ( Viviana e Mapengo)
    Il bambino che mi ha insegnato a dire in swahili  una frase magica per guarire dalla nostalgia:
    “ Mama, kama wewe taitua mimi, mimi tarudi tu;
    ogni volta che mi chiamerai sarò lì con te”
    Italia, Roma, 1988  Io e papà nel giorno della mia laurea in medicina.
    “ Va bene, porto queste” decise.
    Raggiunse la valigia davanti alla porta e consegnò alla barriera dentata di una cerniera il suo piccolo album.
    Controllò il biglietto: Roma \ Nairobi. Chiamò per gli ultimi dettagli il suo referente di Medici senza frontiere. Risentì con piacere quella voce smerigliata dalle troppe sigarette, forse, con delle curve più acute a tratti, quando voleva tagliare gli angoli delle difficoltà alle incertezze dei volontari.
    Prima di spegnere il computer portatile controllò la posta. C’era una lettera. Cliccò.
    La valigia era lì, davanti alla porta, con le guance paffute, serafica. La casa era illuminata da un striscia sbieca di sole, sfuggita all’abbaino e impallidita dal velo bianco della tenda.
    Viviana leggeva:

    " Ciao. E' talmente tardi che non ho più scuse per essere sveglio: sono nel regno della notte e dei suoi sudditi, viandanti inquieti, matti o soli come me. Scrivo. A te che sei lontana. Volevo dirti che ho fatto un inventario di tutto quello che nella tua fuga precipitosa hai portato via da qui. Controlla se hai preso tutto o se ti manca qualcosa che dovresti assolutamente tornare a prendere. Vediamo.
    Hai portato via con te:
    - il rumore della caffettiera tirata via dallo scolapiatti alle 6.00 del mattino
    - il fruscio indolente della vestaglia
    - lo sbadiglio della veneziana che trillava dietro i vetri
    - le luci livide del porto sulla tua tazzina del caffè
    hai portato con te
    - lo sciame caldo della doccia
    - i sussulti della radio mal sintonizzata
    - lo scorrere sgraziato del pettine sulle piccole ribellioni stridule, dei nodi, nei tuoi capelli terra e fili di luce
    - hai portato via il barrito del tram contro il cielo grigio, mentre t'inghiottiva".
    " Hai portato via l'intima sonorità:
    - dei tuoi passi che tornavano la sera
    - delle pentole riordinate
    - delle finestre chiuse in faccia alla notte
    - della crema caprifoglio e malva e l'orma delle tue mani fresche sul mio viso".
    " Anche quel silenzio
    - il silenzio dopo l'amore
    - l'abbraccio sfinito
    - il sonno nudo del tuo seno, hai portato via,
    - i baci
    - i baci e le carezze di questa voglia di te che hai dimenticato nel mio corpo inerme".
    " Sono sordo della tua presenza e stanotte ti scrivo per chiederti se hai lasciato qui, qualcosa di te che posso tenere, assieme all'ombra di questo amore e alla mappa sonora di te. Ti scriverò fino alla fine della notte."  Giulio

    Era pallida. Ripensò all’ultima volta che aveva parlato con Giulio:  “Non voglio passare la vita ad aspettare che ritorni o riparti per l’Africa. Non voglio vivere con la tua assenza. Non ce la faccio Viviana.”
    Era passato un anno. Se ne stava lì, immobile, aspettando che l’eco di quelle parole appena lette si spegnesse, per poter riprendere a respirare.
    All’improvviso si alzò.

    Si mise a correre giù per le scale a precipizio ma erano senza fine saltava i gradini a due a tre in un’ansia di luce dolorosa e il portone le sembrò un ventre materno dal quale evadere dopo aver attraversato un inferno di acqua e sangue e correva correva lungo strade dritte e viali e semafori pigri nel loro eterno respiro ternario stop via attenzione stop via attenzione correva e tutto attorno urlava ignaro  che lei aveva poco tempo
    un cronometro invisibile puntato alla schiena come una pistola come l’ultimo istante come la parola fine come un amore che si sta rassegnando correva perché aveva capito una cosa una cosa che conteneva tutte le cose tutte le ragioni una cosa che si allungava nella sua mente come il ponte su di un baratro una di quelle cose belle che arrivano all’improvviso come l’ultima parola del cruciverba il cacciavite giusto la colla che incolla gli auguri dei nemici a Natale correva senza fiato senza gambe senza corpo correva su quella strada luminosa che le si era accesa davanti agli occhi ci poteva anche morire su quella strada sarebbe stata una morte perfetta dopo una vita perfetta grazie a quella piccola luce perfetta correva sorgeva e tramontava su marciapiedi percorsi e dimenticati come cibo divorato e digerito correva correva e i cartelloni pubblicitari le auto bercianti i bambini tirati di mala voglia dal tepore notturno tappezzato di favole e sogni la guardavano correre e per un istante partecipavano anche loro a quel guizzo a quel balzare di vita urgente imperioso correva ancora quando vide il platano e capì che tra poco avrebbe potuto respirare a pieni polmoni come l’affogato che sfugge all’onda per sempre avrebbe sentito tremare tutte le cellule dentro in un chiacchierio concitato cosa accade cosa accade tutte lì a pizzicare la pelle un alveare luminoso di vita vita vita scale di corsa e vita scale scale e vita. Gli cadde addosso. Appena aprì la porta.
    Giulio l’abbracciò fino alle ossa. Glielo disse ansante. Sfinita. Come se temesse di dimenticarlo.
    -  Mama… kama wewe… taitua mimi… mimi… tarudi…tu.

  • 01 novembre 2012 alle ore 12:29
    Gli occhi di Corinne

    Come comincia: Gli occhi di Corinne, grandi, malinconici, stranamente sporgenti, chiari come un lago, caddero sul bordo superiore del diario e si soffermarono per un attimo sulla data: era il giorno del suo compleanno.
    Corinne aveva smesso da tempo di festeggiarlo. Da quando i suoi genitori, Michele e Anna, che ella era solita chiamare per nome, l'avevano improvvisamente svegliata, all'alba di un terribile giorno.
    Lei e la piccola Odette, la sorellina che Corinne adorava e da cui non sapeva staccarsi neanche di notte, quando, spente le luci, era sufficiente chiudere gli occhi affinché il sonno l'afferrasse e la trasportasse sulle ali di un sogno, sempre uguale, in cui finalmente poteva rivivere il mondo che aveva conosciuto anni prima.
    Forse perché era allora molto piccola, otto anni appena - adesso andava fiera dei suoi diciott'anni - non aveva capito molto di quanto era successo in quel surreale, catastrofico giorno, dieci anni prima.
    Abitavano in un piccolissimo villaggio delle Alpi Giulie di cui aveva quasi dimenticato il nome: Losaz, forse.
    Erano poco più di quattro case ai lati d'una strada asfaltata, piena di curve, che arrancava su, su, fino alla vetta del grandioso monte Matajour che lei fissava ogni mattino, spalancando le persiane in legno della sua finestra che s'affacciava a levante. Poteva così osservarne le possenti fiancate che salivano simmetriche con dolcissima pendenza, in alto, in alto fino al cielo.
    A causa della sua giovanissima età non conosceva molto il monte; vi era stata poche volte. Una volta quando era molto piccola, cinque anni o forse meno, trasportata dalle forti spalle del padre.
    Era stato un viaggio fantastico, che ella non avrebbe più dimenticato e che ritornava, immutato, ogni volta che chiudeva gli occhi per abbandonarsi al sogno.
    Era un giorno di un sole terso, accecante. Le poche case del paese erano appena scomparse dietro la prima curva che, in un pianoro poco distante dalla strada, appena sotto il suo livello, apparve qualcosa che Corinne non aveva mai visto: un tappeto di fiori viola, numerosissimi, luminosi, così fitti da sembrare un mare.
    Corinne tirò i capelli neri del padre - era seduta a cavalcioni sulle sue spalle - e lo costrinse a fermarsi.
    Corse poi su quel tappeto viola con tutta la forza che aveva nelle gambe e l'aria che aveva nei polmoni.
    Udì la risata squillante del padre e ne fu felice: il padre non rideva quasi mai. Aveva un carattere malinconico e taciturno. I suoi occhi grigi erano come gravati da un peso, un segreto che Corinne non doveva conoscere.
    Poi Michele la raggiunse, la sollevò sulle spalle e riprese il cammino.
    Giunsero ai lati d'un bosco di larici, abeti e pini, che, altissimi, si scagliavano contro l'azzurro del cielo, regalandogli il colore verde delle cime.
    Il vento, filtrando fra i rami, produceva assonanze strane, simili al rombo di treni lontani.
    S'inoltrarono nel bosco e furono subito catturati dalla sua ombra cupa, dai suoi colori scuri, dal verde del muschio e dell'edera che abbracciava asfissiante i tronchi dei pini; dai suoi odori intensi e inebrianti.
    Foglie secche, tronchi marci e funghi d'ogni genere e aspetto: boleti macchiati di rosso, bianche amanite, verdi colombine .
    E piante stranissime che Corinne non aveva mai visto: piante di luppolo che s'arrampicavano lungo i muri scrostati d'un rudere, lasciando pendere i loro fiori come piccole lanterne; lunghe propaggini spinose di rovi che sostenevano nere bacche. E poi piante di ribes e mirtilli, fiori di angelica e rododendri.
    E infine, ai margini del bosco, proprio negli angoli dove l'ombra era più scura, chiazze di neve.
    Dio, che miracolo la neve!
    Corinne l'osservava stupita di tanto bianco: la cosa più bianca che potesse esistere. Più bianca delle perle, più bianca dei petali d'un giglio, più bianca del bianco dei suoi denti, più bianca dei pensieri.
    Corinne la stringeva fra le mani, stupita di tanto freddo e delle sue manine che si arrossavano.
    La lanciava sul volto del padre, felice di vederlo sorridere, finalmente. Quel padre che non sorrideva mai e Corinne non sapeva perché: era così bello sorridere.
    La primavera successiva Corinne non riuscì più a scoprire la neve, neanche fra gli angoli più remoti del bosco, neanche sotto le rocce che i raggi del sole, sempre più accecante, non riuscivano a lambire.
    Per raggiungere la neve occorreva salire sempre più in alto, risalire quel sentiero del monte che lo costeggiava tutto, e che, fra ampi spazi e panorami infiniti, portava fino alla cima.
    Finché, un giorno, la neve scomparve anche dalla cima.
    L'aria divenne più calda: si poteva vederla salire, in lento tremolio, dalle rocce infuocate dal sole.
    I campi che pochi anni prima erano verdi avevano assunto un irreale colore dorato: l'erba era divenuta disseccata e rada, bruciata.
    Anche l'azzurro del cielo era stranamente cambiato: era divenuto più chiaro e luminoso, accecante, tanto che si faceva fatica a guardarlo.
    E sparì anche il bosco, distrutto da un incendio simile a quelli che, numerosi, funestavano il fondo valle. Corinne ne poteva vedere le scie di fumo sporgendosi dal terrazzino della sua casa che s'affacciava ripida sull'ampia vallata sottostante, consentendo d'osservare a colpo d'occhio la pianura, il letto del fiume che scorreva in lontananza e che da tempo era asciutto.
    Erano scie nere e spettrali che si sollevavano dalle macchie ancora verdi trasformandole in lande desolate.
    Fu una notte che, per il caldo, non riusciva ad addormentarsi, che Corinne seppe la verità, o almeno parte di essa.
    Si girava e rigirava nel letto, rivoltandosi fra le lenzuola che sembravano infuocate. Non riusciva a capire perché facesse così caldo: l'estate era passata da un pezzo e adesso avrebbe dovuto essere novembre.
    Tuttavia nulla faceva intuire che l'autunno era arrivato e stava per passare.
    Non ricordava una pioggia da cinque o sei mesi. Perfino la sorgente al limitare del bosco, perfino il laghetto da essa alimentato e nelle cui acque limpide Corinne adorava nuotare, erano asciutti. Grandi foglie di ninfea giacevano marce sul fondo da cui l'acqua era sparita e rimaneva solo una fanghiglia melmosa.
    Corinne s'alzò dal lettino e andò sul ballatoio del balcone, illuminato da una luna che splendeva irreale su un cielo totalmente sgombro da nuvole.
    Sul ballatoio s'affacciava anche la finestra della camera da letto dei suoi genitori. Spalancata anch'essa: anche i suoi genitori non riuscivano, evidentemente, ad addormentarsi, dato che Corinne li udiva parlare.  Cercavano di mantenerne basso il volume, ma Corinne intuì egualmente che le loro voci erano ansiose, concitate, come stessero litigando piano, per non svegliarla. O come fossero fortemente preoccupati e facessero di tutto affinché quanto stavano dicendo non fosse udito dalla bambina.
    Ma Corinne udì egualmente.
    “Dobbiamo tornare a valle.” disse Michele.
      “Ma ti rendi conto che significa?” chiese Anna, con tristezza e rabbia nella voce.
    “Certo, Anna. Significa che dobbiamo rassegnarci a vivere sottoterra.”
      “Mai. Mai. Non mi rassegnerò mai a lasciare questo mondo e ad andare a vivere dove non filtra la luce del sole. Dove non cresce un albero o un filo d'erba!” urlò Anna.
      “Sss... ” mormorò Michele, “Le bambine potrebbero sentirci. È per loro che dobbiamo farlo. Capisci? Non abbiamo più acqua. Stiamo per finire le scorte di cibo. E sai benissimo che il raccolto del prossimo anno è andato completamente distrutto: non piove da sei mesi”.
    “Come è potuto succedere?” fece Anna, soffocando a stento i singhiozzi.
    “È stata la nostra stupidità, Anna: il ritenerci simili a Dio, al di sopra di tutto, immortali. È stato questo senso d'onnipotenza che ci ha resi ciechi, impedendoci di vedere quello che era sotto i nostri occhi: il clima che cambiava, la temperatura che aumentava, regioni di ghiaccio che si scioglievano, l'aria che diveniva ogni giorno più avvelenata. Terre fertilissime trasformate in deserto. L'umile, comunissima acqua, divenuta un bene per pochi. Ma tutto questo non è stato sufficiente a farci capire... ”
    “Abbiamo sacrificato l'uomo alle cose” aggiunse Michele, e stette lungamente in silenzio, come spezzato.
    “E Dio... si è vendicato?” chiese Anna con un filo di voce, ma era una domanda che non attendeva risposta. O un sospetto a cui Anna vietò di emergere.

    “Svegliatevi, dobbiamo partire.” Furono queste le poche, terribili parole che disse il padre il mattino dopo. Così, ammassate le poche cose sul camioncino, scesero a valle, verso l'unica via di salvezza.
    Da allora Corinne, Michele, Anna e la piccola Odette vivono nella grande megalopoli sotterranea: la vita non s'arrende mai.
    Vi è ancora il sole che sorge al mattino, ma è un livido globo di luce artificiale.
    Vi sono ancora alberi e fiori, funghi e frutti, ma sono di plastica.
    Vi è ancora acqua che scende dai rubinetti, ma è sempre la stessa, e ha un sapore acre.
    Soprattutto, non vi è più la neve.
    Gli occhi di Corinne, grandi, malinconici, stranamente sporgenti, chiari come un lago, si portano sul bordo superiore del diario e si soffermano per un attimo sulla data: 12 aprile 2030.
    È il giorno del suo compleanno.
    Corinne ha smesso da tempo di festeggiarlo .

  • 31 ottobre 2012 alle ore 15:20
    Bonifacio VIII

    Come comincia: (Anagni, 1235 - Roma, 11 ottobre 1303)

    Quale maestosità ci offre San Pietro, con il suo cupolone e il suo interno sfarzoso! Quale ricettacolo per dipinti e affreschi, sculture e mausolei! Una gioia per gli occhi e per lo spirito! E se il visitatore sa osservare bene, si accorge che qui dentro sopravvivono incontaminati duemila anni di Storia.
    Come riuscire a rimanere indifferenti dinanzi alla Pietà del maestro Michelangelo? O alla Trasfigurazione del divino Raffaello? I turisti di tutto il mondo ci invidiano questa meraviglia e noi romani, che ce l'abbiamo dentro casa, praticamente l'ignoriamo.
    Entrare in Vaticano è un po' come entrare nella Storia dell'umanità, con i suoi pittori, i suoi scultori e i suoi architetti che nei secoli si sono alternati, dando vita a qualcosa di unico e inestimabile, dove la spiritualità ti entra nelle ossa e rimani letteralmente schiacciato dalla sua ineffabilità; ed è lì, mentre osservo la bellissima cappella Caetani che, seduto su un sepolcro, lo vedo, con quella sua aria altera e sprezzante, più degna di un dio che di un suo umile servo.
    «Ma tu sei papa Bonifacio VIII!» esclamo.
    «Proprio io, al secolo Benedetto Caetani.» si presenta con manifesta alterigia.
    «Una tra le più potenti famiglie romane.»
    «Esattamente. Ti piace San Pietro?» domanda facendo un gesto con la mano guantata, dove spiccano anelli con gemme preziose grosse come noci.
    Mi guardo attorno e mi soffermo a esaminare i passanti, che neppure mi notano.
    «A chi non piacerebbe?» rispondo elusiva, allungando una mano per toccare un turista.
    Con sorpresa, mi accorgo che la mia mano lo attraversa, come se avessi solo tagliato l'aria e sussulto spaventata. Sono, infine, morta anch'io?
    «Non temere.» mi previene con noncuranza, toccandosi il triregno e sistemandoselo meglio sulla testa. «Sei ancora viva.»
    «Tu sei il papa che ha indetto il primo giubileo della Storia, nel 1300.» mormoro, ancora perplessa.
    «Sì, è così.» ammette con straripante orgoglio. «Un esodo come mai si era visto prima. Migliaia di pellegrini si sono riversati a Roma per pregare e ottenere le indulgenze.»
    Esito un attimo, dinanzi a quest'uomo che non ho mai amato, che è stato un papa terribile, blasfemo e simoniaco e correggo sprezzante:
    «Vorrai dire che venivano sì a pregare, ma le indulgenze le pagavano a caro prezzo.»
    Alza le spalle, come se la cosa lo toccasse in modo trascurabile e replica:
    «La gente ha bisogno di sicurezze.»
    «Diciamo pure che erano le tue casse ad aver fame di soldi, visto che Filippo il Bello di Francia aveva tassativamente proibito ai prelati francesi di versare le decime nelle casse papali!»
    Arrossisce suo malgrado, impreparato al mio attacco e si inalbera, illividendo subito dopo di rabbia.
    «Come osi insultare così un uomo di Chiesa?»
    Avvampo indignata e, con sguardo furente, porto le mani sui fianchi e ribatto:
    «Tu un uomo di Chiesa? Mai udita bestemmia più colossale. Non hai mai creduto in Dio, giungendo a dire che, se Cristo non era riuscito a salvare se stesso dalla morte, neppure noi mortali avremmo potuto salvarci: te escluso, ovviamente, giacché ti consideravi un dio e ti credevi imperatore oltre che papa! Ti sei sempre circondato di amuleti, portavi al dito un anello strappato al cadavere di re Manfredi, giocavi ai dadi e bestemmiavi se qualcuno osava vincere; non ti sei mai fatto scrupoli nel perpetrare tutti i peccati capitali, anzi, li eseguivi alla lettera e per certo non avevi esitazioni nel portarti a letto fanciulle e paggi!»
    Mi lascia sfogare alzando di tanto in tanto gli occhi al cielo e, quando intravede una possibilità di controbattere, non esita a sibilare minaccioso:
    «Tu, misero essere senza valore, hai l'ardire di giudicare un papa che tanto ha fatto per Roma? Cosa sai tu di cosa ho fatto io?»
    Indispettita e furiosa, faccio un passo verso di lui e l'accuso con tono che pare una scudisciata:
    «Mi è sufficiente sapere che hai brigato e ucciso il tuo predecessore, Celestino V!»
    [Bonifacio-VIII] «Ah!» esclama alzando una mano, irritato per essere stato costretto a rimembrare un simile episodio. «Io non ho mai ucciso nessuno!»
    Suppongo che, se mi fosse concesso, lo afferrerei per il collo e lo strozzerei senza tante cerimonie; purtroppo per me è già morto e non godrei questa soddisfazione.
    «Tu sei un uomo che non ha mai avuto una coscienza. Il povero Pietro da Morrone era un semplice e pio eremita che si è visto eleggere papa perché a te occorreva un uomo cuscinetto da porre sul trono di Pietro, quel tanto che bastava per riuscire a corrompere i cardinali per la tua elezione. Una volta certo che avresti ottenuto i voti necessari, hai condotto il mite Celestino al rifiuto e ti sei insediato sul trono con fasto e pompa magna.»
    Sogghigna divertito e incrocia le braccia sul petto, fissandomi con condiscendenza.
    «Era così che si faceva.» commenta lapidario.
    «No, non era così che si faceva.» replico indignata. «La bramosia di potere ti ha indotto a far rinchiudere Celestino nel tuo castello a Fumone, per timore che il popolo e i baroni, scoperta la pasta di cui eri fatto, reclamassero il ritorno del sant'uomo. Tu dici di non aver ucciso nessuno, ma lasciare che il frate morisse di stenti in prigione a me sembra un omicidio studiato nei minimi particolari.»
    «È morto e basta. Che colpa ne ho io?»
    Stizzita per la sua totale indifferenza, continuo:
    «Eri un giurista eccellente, tra i migliori del tuo tempo e hai stilato un rifiuto magistrale che hai portato a far firmare a Celestino: ammetto la tua bravura ed è proprio questa tua destrezza che mi porta a credere che hai fatto sì che la colpa della sua morte non ricadesse su di te. Ne eri all'altezza.» gli riconosco.
    Un gruppo di turisti si avvicina a noi, interrompendoci momentaneamente e quando ci passa davanti, mi rendo conto che continuo a vedere il mio interlocutore anche attraverso i loro corpi. E mi rendo conto altresì che ha piegato le labbra in un ghigno beffardo, come a volermi turlupinare.
    «Vedi, mia cara virago,» mormora accarezzandosi distrattamente il pallio, «il mondo si divide in due categorie, che tu lo voglia accettare o meno: coloro che contano e coloro che non contano nulla. Purtroppo per te, io ho fatto parte della prima categoria e sono passato alla Storia. Tu ci passerai alla Storia?» insinua mellifluo.
    Stringo i pugni e serro i denti per trattenermi dall'avventarmi contro di lui e rispondo glaciale:
    «Meglio non passare alla Storia e rimanere un perfetto signor nessuno, che leggere le tue infamie sui libri.»
    «Sei impertinente e indisciplinata! Se potessi ti farei abbassare le piume!»
    «Con i tuoi metodi poco ortodossi che hanno contribuito ad allontanare il papato da Roma? Oh, conosco la storia di quell'ambasciatore al quale hai rifilato un calcio rompendogli il setto nasale solo perché ti girava storto.»
    «Servono anche questi metodi.»
    Rimango un attimo in silenzio, fissando quel papa eretico e bestemmiatore ma che aveva, nonostante tutto, coraggio da vendere. Come quando il messo di Francia -Guglielmo di Nogaret- insieme al capo della potente famiglia Colonna, Sciarra, imbeccati dal re di Francia, assalirono il palazzo pontificio di Anagni, dove si era rifugiato Bonifacio. E qui lo trovarono, abbandonato persino dai suoi servitori, lasciato in balia degli eventi. Gli intimarono di consegnarsi prigioniero se voleva salva la vita e lui, fiero e indomito, rivestito con tutti i paludamenti sacri, aveva alzato il mento gridando con spavalderia:
    "Ecco la mia nuca, ecco la mia testa!".
    «Hai avuto fortuna quando il Nogaret ha bloccato la mano omicida di Sciarra Colonna.» gli rammento.
    Lo vedo aggrottare le sopracciglia e risponde con freddezza:
    «I Colonna non hanno avuto mai buon animo verso i Caetani.»
    «Eravate sempre in guerra per il predominio su Roma. Ma la rivalità ha toccato l'apice proprio contro di te, inviso anche dalle altre potenti famiglie. Persino la tua ti si è in sostanza rivoltata contro, evitando di correre in tuo aiuto quando Sciarra è entrato in Anagni. Gli stessi tuoi concittadini non hanno alzato un dito per salvarti.»
    «Poi lo hanno fatto.»
    «Certo, ma solo perché temevano la scomunica. Neppure Dante è stato clemente con te.» gli ricordo.
    «Dante era solo uno sciocco, che non capiva che il papato era superiore a tutto e a tutti. Tu,» accusa avvicinandosi con sguardo omicida, «cosa puoi sapere della grandezza della Chiesa? Hai forse vissuto in quei tempi oscuri, dove l'eresia rischiava di prendere il sopravvento, dove potere temporale e potere spirituale si scagliavano l'uno contro l'altro per la supremazia e dove ogni papa avrebbe dovuto fare come me per ridonare il primato alla Chiesa di Cristo? Come osi tu, venire ad accusare me, che sono stato papa, mentre tu sei una nullità e che tale rimarrai?»
    Indugio un attimo in silenzio, fissando quel volto iracondo, quel corpo rivestito con paludamenti sacri riccamente ricamati in oro e argento e tempestati di pietre preziose -alla faccia del voto di povertà e di umiltà- e mi rendo conto che il suo è un deliberato tentativo di turbarmi.
    Con tono pacato rispondo:
    «Hai vissuto fuori del tempo. Il medioevo era agli sgoccioli, eppure tu non hai saputo guardare oltre, non hai saputo adeguarti. Hai solo fatto quanto era nelle tue possibilità per mantenere la Chiesa in uno stato di supremazia che ormai non le competeva più. Non hai saputo vedere la nascita delle nazioni e non hai capito quanto effimero era diventato il potere spirituale. Le scomuniche avevano fatto il loro tempo: gli uomini erano più eruditi e non credevano più ciecamente.»
    «Male!» urla rabbioso, gli occhi che mandano scintille. «Gli uomini hanno sempre avuto bisogno di qualcuno che li guidasse con polso fermo.»
    «E tu ti ritenevi la persona in grado di farlo.» commento mordace.
    Mi fissa con malcelato rancore e posso solo intravedere l'uomo battagliero e gaudente che ha condotto la Chiesa al tracollo, facendo sì che, dopo soli due anni dalla sua morte, il suo successore riparasse in Francia, dando inizio alla cattività avignonese.
    «Tu non hai idea.» sibila scuotendo la testa.
    Sì, probabilmente ha ragione, bisogna esserci stati per valutare; tuttavia io non voglio giudicare, voglio solo sfogare la mia rabbia contro l'uomo che ha lasciato Roma allo sbando, incurante del male che le avrebbe causato nei secoli a venire.
    «Per quanto mi concerne, hai avuto un solo pregio: quello di indire il giubileo. Indipendentemente dalle cause, è stata l'unica tua mossa che ancora oggi sopravvive e che rende a Roma la sua supremazia spirituale. Per il resto, auspico che il Cristo in cui tu non hai mai creduto, ti abbia fatto marcire all'inferno, facendoti espiare le tante e innumerevoli colpe, in primis la morte di Celestino.»
    Sogghigna divertito e si volta, avvicinandosi di nuovo al sepolcro.
    «Tu, per me,» sentenzia sprezzante, «sei nulla di più della semplice polvere che i miei piedi calpestano.»
    Non ribatto, evito la sfida e rimango in silenzio a fissarlo, mentre la sua immagine svanisce lentamente, confondendosi con il sepolcro ed io torno di carne e ossa, di nuovo viva in mezzo alla folla silente dei turisti.

  • 31 ottobre 2012 alle ore 8:00
    Il professore Rega

    Come comincia: La sveglia suonò al primo piano interno 11, alle sei, come sempre, ma il professore Rega non rispose al suo invito ad alzarsi. Aveva sessantacinque anni e quell’anno sarebbe andato in pensione. Insegnava lettere al liceo classico Giacomo Leopardi.
    Se i suoi allievi lo avessero visto a letto, con  i capelli brizzolati  arruffati, la giacca aperta per mancanza di bottoni, le lenzuola lise, le ciabatte esauste e scolorite, non lo avrebbero riconosciuto. Per loro il professore Rega non era un uomo trasandato.
    Alto, lo sguardo grigio verde attento, Rega aveva un aspetto fresco e un buon profumo corteccia e muschio. Quella mattina non si alzò.
    C’era il pranzo con gli allievi del quinto anno quel giorno. Se ne andavano, era già successo con tanti altri. Anche la moglie di Rega se n’era andata, da tre anni ormai. Era morta silenziosamente. L’anno dopo Diego, suo figlio, si era trasferito in Canada.
    Rega quel giorno non si alzò perché era stufo di addii.
    In quella casa era tutto liso, spento. Solo i vestiti erano in bell’ordine nell’armadio e le camicie perfettamente allineate nei cassetti, solo loro sembravano appartenere al presente, merito della lavanderia al civico 100 di quella stessa strada. Tutto il resto sembrava sospeso, proveniente da un tempo indefinitamente lontano.
    Erano le undici quando finalmente il professore si alzò e andò in cucina a prepararsi il caffè. La tazzina sbreccata in mano, si accomodò al computer ma prima oscurò completamente la stanza abbassando la persiana. Si vide per un attimo riflesso nei vetri: <<Come sono invecchiato>> pensò.
    Si collegò ad una chat incontri. Aveva scritto il suo profilo mentendo su tutto. In quel mondo lui era tale Socrate 60, quarantasettenne celibe, bella presenza, sensibile, amante della musica e della buona cucina. Gli scrivevano un sacco di donne. Era avido di quelle presenze e del disprezzo che provava per loro. Si era abituato a quella sensazione agro-dolce, non riusciva più a farne a meno.
    Un rumore all’uscio lo distolse dalla sua conversazione con Regina di Cuori.
    Era il portiere che, come sempre, gli lasciava la busta della spesa attaccata al pomello della porta. Poche cose: pane, latte, affettati. Rega gli lasciava la lista sotto l’uscio. Albino si preoccupava di fargli avere quanto richiesto entro mezzogiorno e se non trovava la lista comprava comunque pane e latte.
    Quel rumore avvertì Rega che era mezzogiorno. Aspettò che il portiere se ne fosse andato per prendere la busta. Non aveva fame.
    Alle quattordici uscì. Albino era chiuso nella sua casetta di portineria, si godeva la pausa pranzo.
    Il portone era vuoto, non lo vide nessuno.
    I pontili deserti erano lustri di acqua e sole. Sembrava un ragazzo Rega con la tuta da ginnastica e lo sguardo disteso dall’aria frizzante di quell’ottobre ora benevolo ora nuvoloso.

    Quando suo figlio Diego era piccolo lo portava a pescare sul molo. Poi era cresciuto ed era successa quella cosa che li aveva allontanati. Quella faccenda dell’omosessualità.
    Rega un figlio omosessuale non se lo aspettava. Niente contro nessuno per carità. Lui era un uomo di cultura, aperto, emancipato. Non come la moglie che quella sera, quando Diego li invitò a cena fuori per comunicargli la notizia, lo guardò con irritato disprezzo.
    Lui a tavola non battè ciglio, anzi, era anche un po’ seccato per tutta quella messinscena: “Vi porto a cena fuori, devo parlarvi di una cosa terribilmente importante”.
    La cena fuori, il ristorante particolare, la reticenza iniziale.
    Che bisogno c’era di tanti misteri, avrebbe potuto dirlo così, dirlo e basta, in un momento qualunque, non so, ma insomma: era gay. Così si diceva. E allora?
    E allora perché si sentiva così contrariato Rega , quella sera, andando a letto?  Non certo per quella faccenda del ristorante e tutto il resto. Diego era così, un po’ cinematografico diciamo, ma in questo non c’era niente per cui contrariarsi, anzi. A lui era sempre piaciuto quel gusto della cornice che il figlio aveva da sempre molto spiccato. Diego ritualizzava e impacchettava con grandi fiocchi tutte le banalità che possono venire in mente. Era così. Così come? Com’era Diego, adesso che ci pensava?
    Fino a quella sera aveva creduto di conoscerlo benissimo:
    Diego, mio figlio.
    E adesso se lo ritrovava gay. Cioè? Baciava gli uomini, si faceva toccare da loro, ci andava a letto, si, in quel senso.
    Ebbe gli incubi quella notte. Aveva delle parole in testa che lo braccavano, volevano esplodergli dentro e lui le ricacciava come mosche fastidiose, come serpenti viscidi, odiosi, che schifo! Ecco. Il primo boato, la prima deflagrazione seguita da tante altre piccole onde d’urto, che schifo che schifo che schifo…
    Si alzò come sempre alle sei. Corse fuori da quella casa subito dopo la doccia, aveva compito in classe, si giustificò, doveva fermarsi a fare delle fotocopie.
    S’incamminò a piedi, si sentiva osservato come se tutti i passanti potessero accorgersi solo guardandolo del suo segreto. Già, il segreto. Ma Diego a chi lo aveva detto? Prima che a loro, prima che a lui? Dio mio, forse era da tempo lo zimbello di tutta la sua famiglia e non lo sapeva. Ecco perché suo fratello Carlo, al matrimonio del figlio, aveva fatto quella battuta su Diego, sui nipoti che non gli avrebbe mai dato. Ma no, che pensava, che c’entrava adesso suo fratello Carlo. Dio mio, Dio mio, sentiva i pensieri guizzargli nel cervello, era tutto accelerato dentro di lui, non riusciva a rallentare, a riprendere il controllo.
    Passavano i giorni e la catastrofe si confermava ai suoi occhi, s’ingrandiva, mostrava risvolti inattesi, pretendeva di riscrivere la storia del suo rapporto con il figlio: quando era successo? Quale episodio? Aveva commesso qualche errore? Quando? Perché?
    Passarono gli anni. Non ci pensò più. Fece una semplice operazione di restringimento: delimitò il perimetro della sua vita, la quantità degli incontri, delle  parole pronunciate, dei pensieri persino.
    Teneva lontano quella cosa tagliandole i ponti di accesso fino a lui. Si lasciò risucchiare dai suoi studi e continuò a vivere come poteva.
    La moglie morì dopo sei anni. Diego un anno dopo si trasferì in Canada. Non lo vedeva da due anni. Non lo sentiva al telefono ormai da mesi.
    Quel temporale lo sorprese mentre guardava le barche ormeggiate. Si avviò con il bavero rialzato, non si trovava molto lontano da casa. La pioggia aumentava d’intensità ad ogni istante, magri rivoli prima, una grandine maligna poi, sferzante, sul suo corpo curvo in corsa. L’acqua veniva giù dal cielo compatta ora: era un enorme cono di luce liquida.
    Rega correva, i pochi passanti correvano, inquieti per quell’inaspettato travaso di acqua dal cielo. Rega correva ma ad un certo punto smise, rallentò, si fermò. L’acqua gli cadeva addosso con la violenza di una diga spezzata, di un argine violato. Piangeva il professore, ora, ma era acqua mescolata ad acqua, non si notava la differenza.
    Arrivò sotto casa bagnato fin dentro l’ultimo anfratto, l’ultima cellula del suo corpo. Tremava.
    Albino stava lottando contro il vento per chiudere il portone quando lo vide: “Professore, professore Rega, ma come, ve ne andate in giro con questo tempo”
    Rega non rispondeva, non sapeva cosa dire.
    La moglie di Albino, la signora Elena, arrivò con un asciugamano  bianco, morbido: “Entrate professore, entrate un momento, ho acceso la stufa “
    Rega si lasciò portare in casa. S’infilò dei panni di Albino mentre fuori la tempesta continuava ad urlare. La luce andava e veniva. Rimase fino ad ora di cena. Cenò con loro. Albino ed Elena erano increduli di avere in casa un ospite così importante, non la smettevano più di affannarsi attorno a lui, che se ne stava lì, tranquillo.
    Tornò a casa tardi. Ebbe voglia di tagliarsi le unghie, da Albino aveva notato che erano troppo lunghe. Ammucchiò le unghie recise sul pavimento, gli sembrarono tanti piccoli cadaveri.
    Si chinò a raccoglierle e notò, abbandonate in un angolo, le sue ciabatte sfondate, gli sembrarono vecchie serve fedeli in attesa di accompagnarlo verso la notte. Le ignorò. La lucina del computer occhieggiava, poco più in là. Immaginò Regina Di Cuori dall’altra parte dello schermo: sorrise.
    Finalmente vide quello che stava cercando. Il telefono.
    Cercò un numero nella rubrica telefonica. Ci volle un po’ di tempo per ottenere la conversazione con l’abbonato, il Canada è pur sempre dall’altra parte del mondo.
    Parlò a lungo con il figlio, gli raccontò del suo naufragio, di Albino ed Elena, del suo ricordo lì sul molo.

    Sul molo, Diego camminava lento, il dondolio delle onde riflesso negli occhi.
    Le barche nel porto di Halifax splendevano; un insolito sole ottobrino illuminava l’aria, senza riuscire a riscaldarle il cuore, già chiuso, nella sua compatta vita trasparente.
    Diego si strinse in quel maglione blu che aveva trovato nell’ingresso, non era suo, forse lo aveva dimenticato Leon, il suo compagno spagnolo.
    Si erano conosciuti a Praga durante una vacanza. Entrambi amavano viaggiare, erano incalliti vagabondi con un’anima da nomadi appena domata dall’educazione al progetto, alla stabilità, fiumi di parole che erano riuscite solo a modellare le cime di quelle loro vite inquiete, visionarie: altre vite, altri mondi, dichiarati inesplorabili o addirittura inesistenti da chi non aveva voglia di avventurarvisi.
    Entrambi ingegneri, si erano dedicati totalmente alla studio e alla diffusione delle energie alternative: pannelli fotovoltaici, pale eoliche. Ogni volta che vedevano un impianto del genere entrare in funzione, provavano una gioia indescrivibile, intima e profonda, condivisibile solo tra anime affini. Si amavano per questo, per lo stesso vecchio motivo per cui due creature si amano, per lo stesso misterioso, insondabile miracolo di affinità e consonanza.
    Erano in Canada da due anno, per lavoro, Halifax ultima sede, amatissima.
    Amavano entrambi quel cielo mutevole, prima una malinconia di nuvole ad incupirne lo sguardo, un attimo dopo l’urlo dell’aria mescolato allo stridio alto dei gabbiani. Poi. Il sole. Morbido velo di luce dentro cui nascondersi e pensare.
    Diego e Leon, un amore, un fiore tra un milione di altri, perfetta struttura di materia e poesia, senza altra ragione che le sue ragioni, senza altra spiegazione che la sua naturale necessità.
    Lo rivide salutarlo dall’anticamera, di primo mattino, mentre lui, assorto, si preparava il caffè.
    - Che pasa Diego?- e scompariva sorridendo dietro la porta di casa..
    - Che pasa Diego?- lo chiese a se stesso. Rabbrividì.
    Quella telefonata lo aveva costretto ad uscire di casa
    Halifax quel giorno era accogliente, gravida di un inverno ormai prossimo ma che, in quel momento, sembrava ancora lontano.
    Passò una nuvola: inattesa.
    Gli venne in mente sua madre, all’improvviso, come un ospite trovato ad attenderlo sui gradini davanti alla porta di casa.
    - Da quanto tempo sei lì mamma?- pensò.
    La rivide. Con la sua borsetta nera delle grandi occasioni, quella con la fibbia di metallo che si chiudeva con un clic ma, se facevi piano piano, non si sentiva. Diego le rubava le caramelle con quel trucco, le sue caramelle al miele per la tosse, quella tosse che se l’era portata via. Definitivamente. Lei era sempre stata un po’ lontana, come una nuvola, come la speranza di una morbidezza troppo incorporea per poterla toccare.
    Quel giorno, Diego se lo ricordava sempre quando ripensava a sua madre, lui aveva dieci anni e stava finendo di sistemare i regali sotto l’albero: era la vigilia di Natale.
    Erano soli in casa. La madre stava apparecchiando, attendevano ospiti: la famiglia del padre, lei era orfana di entrambi i genitori e aveva scarsi rapporti con i suoi numerosi fratelli.
    - Mamma come si chiamava il nonno?- le chiese Diego seguendo qualcuna delle sue insolite aspirazioni.
    - - Mosè- rispose lei brevemente, continuando ad aggiungere dettagli alla tavola ammannita con austero candore. Un’alterigia cupa emanava dai pesanti tendaggi di broccato scuro, dai  candelabri simmetricamente equidistanti, come sentinelle immobili sui bastioni di una lunga credenza bassa , istoriata con piccole architetture concentriche, in ogni angolo e spigolo, infinitamente arrotolate su se stesse, come code di spaventosi serpenti chiusi in un letargo di legno impenetrabile.
    Il lungo tavolo, posto al centro della camera rettangolare, dominava la scena, abbagliato dalla luce vitrea di un lampadario a gocce di cristallo, un enorme sole a spicchi, grappolo di diamanti duri, sospeso, in quell’aria rarefatta da cattedrale abbandonata.
    In un angolo, vicino ad un pianoforte chiuso, a pochi metri da una vetrinetta in cui si intravedevano stoviglie di ceramica , sapientemente decorate, Diego addobbava l’albero che, solenne e silenzioso, gli offriva le sue braccia aperte, sulle quali il bambino disponeva fiocchetti rossi, lentiggini bianche di ovatta, grappoli di palline multicolori.
    - Ti piace mamma?
    - Bello, si, bello- come se avesse detto passami il sale… oggi fa freddo… qualcuno ha bussato alla porta… o qualunque altra cosa.
    - - Com’era nonno Mosè? – chiese Diego all’improvviso
    - - Alto, molto alto-
    - Come quest’albero? E ti faceva volare quando ti prendeva in braccio? Così … - e prese a fare giravolte; imitava un elicottero con le braccia aperte e un rombo di labbra vibranti.
    - - Non mi prendeva in braccio, i padri a quel tempo non prendevano in braccio i figli, specialmente le figlie femmine- spiegò nervosa, affaccendata attorno a quel desco di cui, ogni volta che passava, stirava gli angoli con le mani, una carezza perentoria, senza simpatia o gratitudine.
    - Diego la guardò: - Ma almeno ti raccontava le storie?
    - Non mi raccontava niente, smettila Diego, tu sei figlio unico non puoi capire. Io avevo otto fratelli, forse mio padre non si ricordava nemmeno il mio nome – concluse sottovoce; quella cosa del nome la disse a se stessa ma Diego aveva sentito.
    - Tu menti, i genitori lo sanno come si chiamano i figli perché il nome lo hanno scelto loro e poi papà mi ha raccontato … _
    Il ceffone arrivò fulmineo, generato dal nulla. L’orma sulla guancia del bambino, unica prova del suo passaggio.
    Non lo guardò neanche, lei, se ne andò in cucina, la mano colpevole lungo i fianchi, come l’altra, nessuna differenza.
    Quella sera Diego, dopo la cena sontuosa, i regali sobri ed utili, le inutili bugie per raccontare il motivo, qualche motivo, per la presenza di quell’orma sul suo viso, fu mandato a dormire.
    Sognò nonno Mosè: lo faceva volare come un elicottero e lui rideva talmente tanto che piangeva.

    Si toccò il viso, come se quell’orma fosse ancora lì, appena sotto la peluria ispida della barba: non si era rasato quella mattina.
    Era ritornato sul molo ora, ad Halifax, dove le navi trasudavano la luce di un insolito sole ottobrino.
    Voleva rivedere il padre, al telefono lo aveva sentito vecchio. Uno stanco vecchio arreso.  Sua madre invece non si era mai arresa; Diego provò una profonda pena per lei.
    Gli sembrò che suo padre fosse tornato dopo un lungo solitario viaggio, con quella tenerezza pudica dei vecchi che sembrano chiedere scusa per le loro piccole imperfezioni: i loro corpi un po’ sgualciti, i loro sguardi umidi da randagi. Ebbe di lui una nostalgia tagliente.
    Doveva rivederlo, anzi, vederlo, per la prima volta, da vecchio.

    Leon lo guadava preparare le valigie, a cena non aveva toccato quasi nulla. Diego era calmo ma Leon sentiva quella sua urgenza: doveva assomigliare ad uno spasimo doloroso.
    Avrebbe voluto abbracciarlo, spremere fuori  dal suo corpo un po’ di quella febbre che lo stordiva, rendendolo quasi inconsapevole della sua presenza. Era solo. Erano soli.
    La mattina seguente Leon lo accompagnò con lo sguardo, dalla finestra. Salutandolo,davanti alla porta, gli aveva detto: - La prossima volta verrai con me –
    Partì. Tornava. Anche suo padre era tornato, non era più una maschera di dolore impenetrabile, come lo aveva visto l’ultima volta, aveva telefonato, voleva dire che Diego non era più colpevole, era stato assolto, anzi, prosciolto per non aver commesso il reato, era un uomo libero.
    Aveva sbagliato, suo padre si era sbagliato. Era finita.
    Quando lo rivide davanti alla porta il professore Rega capì: aveva solo avuto paura di perderlo. Si rifugiò, esausto e fragile, nel suo giovane abbraccio.

  • 30 ottobre 2012 alle ore 22:16
    Cinque personaggi per uno scrittore senza talento

    Come comincia: Salve, mi presento sono Bart Stephenson, scrittore che ha avuto un successo inaspettato col suo primo libro e vorrei raccontarvi la mia storia, qui, sul cornicione del dodicesimo piano del palazzo del mio editore e talent scout, John Frugatti.
    Potrei cominciare con "Era una notte buia e tempestosa..." oppure con "Stavo seduto al bar, bevendo il mio caffè quando..." o addirittura con "C'era una volta, un ragazzo che..." ma ho finito i cliché e quello che ho da dirvi è soltanto la verità o buona parte di essa. Ormai avevo tentato tutto: scrivere un musical, un romanzo, un giallo, un noir, una sceneggiatura per un film, la lista della spesa, una raccolta di poesie. Nessuno mi voleva pubblicare. Mi dicevano: "Già letto...", "Questa sembra la fotocopia di Rambo, se vuoi chiamo Stallone per il ruolo principale...", "Questo è interessante!" ma era rivolto alla lista della spesa. I personaggi nelle mie storie erano scontati e di conseguenza lo erano anche le storie. Non riuscivo a creare il carattere giusto per farli emergere.
    Ad esempio il soldato T.D. Smitherson era un reduce, unico sopravvissuto del suo battaglione, che voleva semplicemente tornarsene a casa finita la guerra e invece ne iniziava una nuova appena entrato nella sua contea.
    L'investigatore Dalten era sempre occupato a combattere il suo alcolismo e a risolvere intricati delitti senza risparmiarsi, soprattutto col whisky.
    Martin de Chaque era un cuoco pasticcione nato in un piccolo paesino della Francia che voleva diventare il più grande chef di Parigi e veniva aiutato da chi? Un gatto parlante.
    Nemmeno la storia di Ricky De La Santè diceva un granché agli editori, la vita di un fashion designer omosessuale, col sogno di lavorare per una grande casa di moda a New York con la fissa per gli accostamenti tra colore di smalto per unghie e vestitini per barboncini.
    Così stremato dal mio ennesimo giro a vuoto per cercare di vendere le mie scartoffie, tornai a casa, strascicando i piedi. Una volta dentro ho fatto quasi un infarto. Cinque figure mi stavano aspettando. Uno atletico, in divisa mimetica, stava controllando il suo mitra. Un altro barcollando stava rovistando tra i cassetti e di tanto in tanto beveva da una borraccia di metallo che nascondeva nel cappotto. Il terzo uno smilzo col ciuffo viola e gli occhiali asimmetrici stava selezionando i miei vestiti, buttando sul letto quelli che andavano bene e lanciando per terra quelli che andavano male. Sfortunatamente si era salvata solo una camicia hawaiana. Quello corpulento stava armeggiando con l'apriscatole per tentare d'aprire una scatoletta ma notata la data di scadenza rinunciò. Mi venne incontro l'ultimo strano ospite. Il gatto si era fermato davanti a me e mi fissava con i suoi occhi arancioni: - "Noi e te, miao, dobbiamo parlare seriamente su come ci stai trattando nelle schifezze che stai scrivendo. Miao, se dobbiamo continuare a lavorare insieme segui le nostre istruzioni e non te ne pentirai, miaooo". Sono svenuto.
    I personaggi davanti a me si lamentavano di come li facessi vivere. Così ogni sera a turno si mettevano al mio fianco alla scrivania e mi raccontavano quello che volevano fare. Mi limitavo solo a battere al computer per loro.
    Il cuoco e il gatto cucinavano cenette da gran ristorante, ovviamente annaffiate dalle scelte enologiche dell'investigatore che chiese perciò di passare da "alcolizzato" a "intenditore di vini". Lo stilista un po' alticcio una sera fece una proposta al gruppo: - "Perché non ci scambiamo i generi? Vorrei tanto provare un'avventura in mimetica come Tiddy..." Tiddy ovvero T.D. si mise a ridere fragorosamente: - "Te non dureresti una pagina immerso nel fango di una jungla attorniato dai Viet-cong... cosa faresti, li graffi tutti a morte?!". Dalten stappando un'altra bottiglia intervenne: - "Perché no? Potrei farmi un giro nei ristoranti di Martin evitare per un po' gli omicidi, prendermi una pausa...". Dominic, il gatto, come si era fatto ribattezzare si stiracchiò: - "Vorrei anch'io, miao cambiare genere, se ti va li risolvo io due o tre casi di omicidio al posto tuo, miaooo". T.D. colpendo coi pugni sul tavolo: -"Volete venirmi a dire che magari io dovrei andare a coordinare cappellini e scarpette per le modelle di New York? Finalmente vedrò un pò di passera, ci sto!" e Martin spegnendo il gas concluse "... e se Dominic ha bisogno di un assistente per le indagini sono pronto, mi sembra sia la ricetta giusta per ravvivarci!". Ero alla loro totale mercé e più scrivevo per loro e più sparivano i miei pensieri. La vera catastrofe avvenne quando consegnai per sbaglio il plico con le storie strampalate a Frugatti. Temevo di venire deriso fino alla morte e invece l'editore cascato dalla sua poltrona in pelle ha cominciato a chiamare un numero dopo l'altro e a faxare parti dei racconti ai manager della casa editrice e nel giro di due settimane il libro era su tutti gli scaffali e tradotto in più lingue. Persino un film era in progetto presso una famosa casa cinematografica. 
    Dovrei essere contento no?! Finalmente fama e gloria. Purtroppo mi hanno chiesto un seguito al libro, con gli stessi personaggi.  Non voglio mentire ai lettori, le storie non sono create da me e per questo mi trovo qua, sul cornicione deciso a scrivere la fine della mia storia, ma a modo mio.

  • 28 ottobre 2012 alle ore 18:05
    Eco e Narciso o dell'amore fatuo

    Come comincia: Narcis fue molto bellissimo.
    Uno giorno avvenne ch’elli si posava
    sopra una bella fontana.
    Isguardando ne l’acqua
    vidde l’ombra sua,
    che era molto bellissima.
    Il Novellino

    Narciso era un giovane leggiadro, bello, biondo, occhi azzurri, ma dotato di una grande ingenuità. Viveva, da quando era nato, tra alte montagne innevate e verdeggianti valli, senza mai allontanarsi da quei luoghi. Ogni giorno portava a pascolare le pecore e si beava suonando il flauto, il cui suono melodioso riecheggiava tra le cime di quei monti aguzzi. Le pecore pascolavano contente al suono della magnifica musica, che veniva fuori dal piffero del loro affezionato padrone. All’approssimarsi di Espero, Narciso portava le pecore all’ovile. Insieme al padre Cefiso le contava usando un bastone di legno in cui c’erano tanti intarsi quanti erano le pecore: ad ogni pecora che solcava l’uscio del recinto corrispondeva un intarsio, per controllare che, durante il ritorno, non se ne fosse persa qualcuna. Quando nasceva un agnello, il padre faceva un nuovo intarsio sul bastone, mentre gli faceva un segno trasversale come per annullarlo quando una pecora moriva. Non appena tutte le pecore erano entrate nell’ovile, Narciso iniziava la mungitura delle mammelle rese turgide e piene dal pascolo quotidiano, e il latte ottenuto serviva per produrre sia il formaggio che la ricotta usati come alimenti. Una volta l’anno, padre e figlio tosavano i provvidenziali animali dal candido vello, e subito dopo il padre andava a vendere la lana ottenuta al mercato nel villaggio alle pendici di quelle maestose e solitarie montagne. Era felice Narciso di quello che faceva, non conosceva altro, non conosceva il mondo esterno, non aveva visto altre persone al di fuori dei suoi cari. Ogni mattina, all’avanzare dell’aurora, al canto del gallo, si alzava Narciso e dopo aver fatto colazione con il latte preparato dall’amorevole madre Liriope, donna bellissima dalle sembianze di una ninfa, aiutato dal suo cane, ritornava tra i freschi pascoli verdi a far rifocillare i provvidi e generosi ovini. Era nato e vissuto sempre là in quei maestosi luoghi sconosciuti alla moltitudine della gente.
    Un bellissimo giorno di primavera, uno dei tanti, mentre stava sdraiato, con gli occhi chiusi sulla fresca erba, immerso tra i variopinti fiorellini che davano al prato sfumature di vari colori che si mescolavano in modo indefinito ma fantastico, e suonava il flauto per rendere più gioioso il ruminare dell’erba da parte delle pecore, Narciso sentì un fruscio d’erba, un calpestio incerto che si faceva sempre più vicino. Alzò di scatto la testa aprendo, nel frattempo, gli occhi. Vide, tra le rocce che sporgevano tra la verde erba, dinnanzi a sé, seminascosta, insicura, incerta sul da farsi, una fanciulla dai capelli dorati che lunghissimi le cascavano, come una rapida d’acqua, per la schiena fin sotto le ginocchia. Il volto era seminascosto da altri capelli che le cadevano davanti agli occhi e le coprivano tutto il viso. La fanciulla, con procedere incerto, avendo preso coraggio, si avvicinò a Narciso, alzò delicatamente un braccio, e con la mano si spostò dal viso una ciocca di capelli, osservò con stupore il ragazzo che, a sua volta, per la meraviglia era rimasto con il flauto sospeso tra le labbra, senza fiato. La giovine, bella, resa ancor più bella da una bellissima collana di grossi opali di colore azzurro, rosso, giallo, latteo, che le inghirlandava il collo, parlò, dopo un attimo, con voce incerta: - È da tanto tempo che mi allieto nel sentire il suono melodioso del tuo flauto, le cui note arrivano dall’altra parte della vallata, là di fronte, su quel pianoro, dove c’è quella casa sormontata da quel bel pennacchio di fumo. Ho preso l’abitudine, ogni giorno, quando mi sveglio, di sentir l’armonico concento che proviene da qui; esso mi trasmette un immensa serenità, mi dà grande gioia e mi trasferisce un senso di benessere in tutto il corpo. Rimango assopita per tutto il tempo, sdraiata sull’erba del prato di casa mia. Nei giorni in cui piove, invece, non potendo ascoltare la tua dolce musica, la tristezza mi attanaglia per tutto il tempo.
    Narciso, meravigliato per l’inconsueto complimento, si tolse il flauto dalle labbra e rimase attonito con la bocca aperta. Non aveva visto fino allora una persona così bella, non aveva mai sentito una voce così delicata e non aveva mai ascoltato tanti apprezzamenti nei suoi confronti. Un brivido leggero si insinuò improvvisamente in tutto il suo corpo. Quasi estasiato e con la voce tremula, allora, chiese: - Chi sei tu, graziosa fanciulla che vieni da queste parti? Come ti chiami?
    - Io mi chiamo Eco. Sono figlia di Aria e di Terra! E tu? – Rispose la ragazza senza un attimo d’esitazione.
    - Che bel nome hai! Io sono Narciso, mio padre e mia madre mi chiamano così -, replicò prontamente il ragazzo, rimasto stupito della novità.
    - Porto a pascolare le pecore qui perché l’erba è buona, nutriente e sempreverde, e ricresce in pochissimo tempo, mi metto a suonare per passare il tempo e, per la verità, mi piace molto farlo -, aggiunse ancora Narciso.
    - Anche il tuo nome è bello! Ti dispiace se, quando posso, vengo ad ascoltare la tua dolce musica? – Chiese timidamente la fanciulla.
    - Puoi venire quando vuoi, a me può procurare soltanto piacere la tua visita e la tua presenza! - Rispose soddisfatto il giovane pastore.
    Eco, avendo esaudito la sua voglia di curiosità, approssimandosi la sera, salutò e andò via. Narciso, per la contentezza, incominciò improvvisamente, senza motivo alcuno, a saltellare, a girandolare, a fare capitomboli sul prato; sembrava un ossesso. Forse era diventato matto d’amore, si era innamorato di Eco inconsapevolmente, o forse era contento perché il suono del suo flauto piaceva a quella bella ragazza, oppure perché per la prima volta aveva ricevuto tutti quegli elogi?
    Passarono tanti giorni, e tanti giorni ancora, e per tanti giorni Narciso si recò con le pecore al pascolo e per altrettanti giorni li riportò all’ovile. Per tanti giorni ancora suonò con il suo flauto più a lungo e con veemenza, ma in tutti quei giorni non vide Eco. Narciso si mise a guardare sul versante opposto della vallata, là dove gli aveva indicato Eco, ma per la lontananza non percepiva le persone e, anche se fosse, non le avrebbe potute distinguere. Fino a quel momento era stato in pace, tranquillo, sereno, felice, Narciso. Dal momento in cui aveva visto per la prima volta Eco il suo animo era stato turbato. Non riusciva più a trovare la pace e la tranquillità che aveva già avuto. Eco gli aveva sconvolto l’animo anche se non lo comprendeva: forse Narciso aveva bisogno che qualcuno ascoltasse la sua dolce musica?
    Finalmente Eco ritornò e a Narciso, non appena i suoi occhi videro la candida ragazza, il cuore gli si aprì, un sollievo grande spazzò via dalla sua mente gli strani pensieri, che aveva avuto nei giorni precedenti. Una forza rigeneratrice lo avviluppò. In quel momento si sentì un altro.
    - Salve, Narciso, come stai? E’ passato tanto tempo da quando ci vedemmo la prima volta! - Disse la fanciulla.
    - Se una volta si avvera un fatto qualsiasi che avevi desiderato con tanto ardore e di cui avevi perso ogni speranza che si avverasse, il tuo animo si rigenera, il tuo cuore si riempie di felicità, la tua mente acquista nuovo vigore. Per questo, il rivederti, è per me fonte di immensa gioia -, disse con grande sollievo Narciso che aggiunse: - adesso che ti vedo, ora che i miei occhi sono allietati dalla tua immagine bella, mi sento rigenerato. Mi sento come rinvigorito. Nei giorni trascorsi, e di questo non so trovarne il motivo, mi sono sentito molto strano, forse depresso, poco tranquillo. Non sono riuscito a riacquistare quella pace e quella serenità che avevo prima di conoscerti, - rispose con un nodo alla gola Narciso.
    - Anch’io, in questo momento che ascolto queste cose che dici, provo le stesse sensazioni di allora. Volevo venire da te, ma purtroppo ho dovuto accudire mia madre che si è molto ammalata. Eccomi qui, di nuovo ad ascoltare la tua musica meravigliosa -, aggiunse Eco, che forse voleva esternare i suoi sentimenti per Narciso, ma non ebbe il coraggio.
    Trascorsero molti giorni felici, assieme su quel prato variopinto i due giovani. Eco ogni giorno andava a trovare Narciso e sdraiata sulla morbida erba trascorreva, beata, momenti felici ad ascoltare, con gli occhi chiusi, le note che uscivano melodiose dal piccolo piffero di Narciso. Narciso suonava ed Eco sognava. E così Eco sognava di trascorrere tutta la sua vita con Narciso, per questo teneva gli occhi chiusi per rendere il godimento ancora più profondo. Si era innamorata pazzamente di lui. Ogni giorno che passava il suo amore per il giovane era sempre più grande. Eros aveva centrato il bersaglio con le sue frecce dorate e, cosa fantastica, l’aveva fatto a suon di musica.
    Non c’era giorno che Narciso suonasse ed Eco non fosse là ad ascoltare le note del suo amore che le riempivano il cuore di felicità.
    Un giorno, mentre Narciso suonava ed Eco ascoltava, un vento fortissimo portò via la beata tranquillità. Una folta coltre di nubi a pecorelle, che non riflettevano però i corpi delle pecore che pascolavano sul prato, ricopriva una parte del cielo. Dopo un po’ di tempo ecco sopraggiungere delle grosse nubi nere folte che ammantarono improvvisamente la volta celeste, il sole scomparve, il giorno divenne notte, il freddo prese il sopravvento, un brutto temporale con lampi e tuoni li colse di sorpresa. Eco, spaventata, salutò Narciso e andò via. Narciso, invece, dovette rimanere a raccogliere le pecore per riportarle di corsa all’ovile. Lungo la strada del ritorno, ormai le nubi si erano diradate ed il cielo era ritornato sereno, l’aria tersa e profumata riacquistò tepore, non più una goccia di pioggia, non più un alito di vento, il sole era ritornato a rischiarare la terra. Il copioso acquazzone, sulla solita strada del ritorno, in una lieve concavità di un prato, aveva formato un piccolo laghetto, dove le pecore si erano fermate da una parte per dissetarsi. Narciso, dalla parte opposta, si specchiò per caso nelle ferme acque di quello stagno provvisorio e vide la sua immagine riflessa. La osservò. La guardò attentamente. Non capiva di cosa si trattasse. Era bellissima, aveva i capelli biondi quella figura che forse era più bella di quella di Eco. Si turbò. In un solo attimo. Il suo cuore incominciò a pulsare con una frequenza maggiore. Lui non comprendeva da cosa derivasse quell’improvviso turbamento. Fissò lo sguardo su quell’immagine, la scrutò attentamente. Un sentimento d’ammirazione forse provò. Narciso, durante quell’estatica contemplazione, mosse il capo, l’immagine si mosse, rimase fermo e l’immagine ritornò immobile. Narciso sorrise e l’immagine sorrise, fece una brutta smorfia e anche l’immagine la fece. Restò meravigliato, attonito, sbalordito, incantato, ma al tempo stesso Narciso provò tanta gioia. Pensò che un uomo vivesse sotto l’acqua così come lui viveva al di fuori. Stette lì ad osservarlo per un po’, ma intanto Espero approssimava la sera, la luce intensa si trasformava lentamente in chiarore sempre meno intenso, le tenebre stavano togliendo il posto alla luce. All’orizzonte, il cielo, inghirlandato da cerulee nuvolette, diventava, passando dal rosso al giallo, rosato, mentre una leggera brezza improvvisamente accarezzava la canuta lana delle pecore sollevandola un po’ e la nascente luna che emetteva luce ancora incerta, con la sua gobba a ponente, stava per iniziare il suo cammino notturno.
    L’ovile era ancora distante e bisognava andare. Narciso dovette abbandonare la visione quasi estatica di quell’arcana immagine misteriosa. Se ne innamorò, forse. Non dormì tutta la notte al pensiero di quello che aveva visto. Era come avvinto da un’ossessione che lo tormentava, lo angosciava insistentemente. Non pensò quella notte ad Eco come aveva fatto le notti precedenti, ma soltanto all’immagine che aveva visto nello stagno. Si era innamorato della sua immagine, ma lui non lo sapeva. Eco, ormai era scomparsa dai suoi pensieri, come se non fosse mai esistita, come se non l’avesse mai conosciuta. Il ricordo di lei si era volatilizzato dalla sua mente come fumo nell’aria. L’ansia di ritornare a rivedere quella sembianza, che viveva nell’acqua, lo attanagliò per tutta la notte. Sperò tanto che la notte trascorresse velocemente. E non appena la notte si fece giorno, Narciso fece uscire, prima che il gallo cantasse, le pecore dall’ovile e si avviò per il solito percorso. Ebbe un’amara sorpresa, Narciso. Quella mattina, il laghetto era una fanghiglia. Ebbe un attimo di smarrimento: si era invaghito di qualcuno che adesso non c’era più, di qualcuno che si era volatilizzato. Se n’andò afflitto, addolorato, depresso ma non raccontò il fatto ad Eco, che quel giorno e nei giorni successivi si accorse che c’era qualcosa di cambiato in Narciso. Era pensieroso, suonava il flauto senza impulso, senza passione, senza sentimento. Non uno sguardo, non un sorriso come le altre volte, sembrava estraniato nei confronti di Eco, che non provava la stessa ebbrezza, la medesima esaltazione d’animo, il piacevole stordimento che aveva sentito nel tempo passato, ascoltando la musica emessa dal piccolo zufolo. Era cessata la relazione empatica che si era instaurata. Eco non ebbe il coraggio di fargli domande, né quel giorno né nei giorni successivi.
    Narciso non era più come prima, la sua ebetaggine lo aveva sedotto completamente.

    Una sera di primavera, al ritorno dal pascolo, mentre Narciso controllava le pecore all’ovile, si accorse che ne mancava una, la più bella, la più produttiva, la più rigogliosa. Il giorno dopo, all’alba, andò a cercarla affannosamente. Corse tanto per la fretta di ritrovarla. Era sudato, avvilito, privo di forze, assetato quando vide, ad un tratto, una fonte, uno specchio d’acqua contornato da bellissimi fiori bianchi che trasferivano un intenso profumo all’aria e che risaltavano ancor di più, come per contrasto, per il color verde del prato. Spogli alberi abbelliti da cerulei fiori adombravano le quiete acque, su cui Narciso si adagiò per dissetarsi e per rilassarsi dopo quella frenetica corsa. Ma come per incanto, ecco che, guardando per forza nell’acqua, rivide la medesima immagine che lo aveva sedotto qualche tempo prima. L’aveva ritrovata. Era andato a cercare la pecora, aveva invece ritrovato la figura perduta. Narciso si muoveva ed anche la sua immagine si muoveva, sorrideva ed anche la sua immagine lo faceva. Così come gli era capitato di vedere nello stagno. Quell’immagine era di una persona che viveva nell’acqua e volle toccarla, volle afferrarla perché se n’era innamorato. Immergendo le mani, l’acqua si agitò e l’immagine si scombinò. Narciso, allora, si mise a piangere per la disperazione perché aveva distrutto quella meravigliosa amata figura. Copiose lagrime bagnarono il suo bel viso, ma fortunatamente l’immagine ritornò, dopo un po’ di ondeggiamento dell’acqua, perfetta come prima. Smise di piangere Narciso e, mentre si asciugava il viso, la contentezza riaffiorò nel suo animo. Immerse le braccia,questa volta, accuratamente e profondamente, per accarezzarla. Voleva abbracciare quella figura, vezzeggiarla, baciarla, amarla, venerarla come aveva fatto con Eco. Ma le sue mani non afferravano niente, non palavano nulla. Sprofondò ancor di più le braccia e per farlo immerse la testa ed una parte del corpo, ma cadde nell’acqua. L’acqua era profonda. Narciso non sapeva nuotare. Si sommosse, si dimenò, ritornò a galla, riaffiorò con la testa, gridò il giovane disperatamente ma inutilmente. Il corpo sprofondò ancora una volta, e questa volta per l’ultima volta. Soltanto delle bolle arrivarono in superficie dileguandosi nell’aria. L’albagia l’aveva avuta vinta.

    Eco, nei giorni seguenti, non vedendo Narciso al solito posto, si preoccupò. A casa non c’era, al pascolo neppure. I genitori non sapevano cosa pensare, anche loro erano preoccupati. Eco allora decise di andarlo a cercare, setacciando valli e monti circostanti, in lungo e largo ansiosamente.
    Aveva perso, nel suo peregrinare, già la speranza. Forse era caduto in qualche profondo burrone o forse si era smarrito, dato che lui era vissuto sempre tra il pascolo e la casa. Casualmente Eco, nell’affannosa ricerca, arrivò alla fonte, in quella funesta fonte e vide, sulle acque quiete, adombrate da rugosi e spogli alberi, e contornate da un tappeto di candidi e profumati fiori bianchi, un corpo di un uomo dalla bionda chioma che galleggiava, fermo immobile, inerme, senza vita. Un dubbio l’assalì. Sudò fredda. Un sospetto la turbò. Il sospetto divenne subito coscienza. Un brivido, e subito dopo un pianto vano la colsero. Gridò piangendo e con un lungo ramo secco che giaceva nei pressi tirò a sé il corpo galleggiante, ormai senza vita, di Narciso. Si tolse, piangendo, la meravigliosa collana di grossi opali che le contornava il collo e la pose attorno a quello di Narciso in segno del suo imperituro amore, ma il corpo di Narciso appesantitosi si adagiò sul fondo del laghetto. Eco aveva voluto adornare il suo amore con quella ghirlanda fatta di pietre e con essa, la fanciulla aveva perduto per sempre anche la visione del suo amato, e con esso aveva perduto definitivamente l’ascolto delle dolci note emesse dal melodioso flauto. Lo aveva amato dal primo momento che l’aveva visto, là sdraiato sull’erba di quell’altipiano, dove portava ogni giorno a pascolare le pecore. Aveva amato la sua musica, aveva amato la sua ingenuità, la sua freschezza d’animo, aveva amato la sua bellezza, l’aveva amato tutto. Piangeva e gridava ormai senza speranza di rivederlo, e mentre gridava fortissimamente, incominciò a correre disperatamente. Correva per fuggire da quell’incubo. Correva per fuggire da quel grande dolore. Le sembrava di aver fatto un brutto sogno, e voleva fuggire, correndo, da quel brutto sogno che, purtroppo sogno non era. Gridando e piangendo, corse per quelle valli e per quei monti che l’avevano vista felice e contenta, corse per quelle valli e per quei monti che avevano echeggiato la meravigliosa musica di Narciso. Ritornò sull’altipiano dal prato verde fiorito dove aveva incontrato per la prima volta Narciso. Invano. Non riusciva a rasserenarsi. Non la smetteva di piangere né di gridare. Non possedeva la forza di farlo. Gridando per quel forte dolore si consunse. Restò soltanto la sua voce tra l’aria e la terra, tra quei monti e quelle verdi valli e il cielo azzurro, definitivamente.

  • 28 ottobre 2012 alle ore 11:01
    La matta

    Come comincia: Glauco e Riccardo

    Arrivarono il giorno dopo di buon’ora.
    A quell’uomo tutti i pacchi sparsi sul pavimento fecero una strana impressione: gli sembrarono treni deragliati i cui vagoni, divelti da qualche brutale forza sconosciuta, nascondevano chissà quali inenarrabili resti. Si addentrò nel labirinto scomposto di custodie di cartone abbottonatissime, nelle loro sciarpe integrali di scotch: pudori incomprensibili di carta gommata. Sospirò, erano troppe. Venne a salvarlo l’armata Brancaleone della Ditta Traslochi. Gli sembrarono uomini primitivi con le carcasse delle loro enormi prede gettate sulle spalle. Non capiva niente di quello che a gran voce non la smettevano di urlarsi: grugniti, urla di guerra, fischi forse di segnalazione, per l’avvistamento di pericoli o di prede succulente.
    Un milanese a Salerno, via Porto 106, nel giorno del suo trasloco. Era un uomo piuttosto magro, alto, che riusciva a portare con una disinvoltura ammirevole quel nome che lo sovrastava come un enorme cappello: Glauco, omaggio della mamma a Glauco Mari e alla sua delirante passione giovanile per il teatro.
    Nel pomeriggio del giorno dopo aveva già appeso l’ultimo abito. L’efficienza milanese imparata e il gusto minimalista naturale del suo carattere, avevano avuto rapidamente ragione del caos primigenio del giorno prima. Le sue due stanzette più servizi erano sistemate: camera da letto, studio, accessori. Lineare e sufficiente per realizzare la sua missione in quel luogo.
    Lo squillo del cellulare lo sorprese:
    “Allora, ti sei sistemato?”
    “Si, tu a che ora arrivi?”
    “Domani mattina, 10\10.30”
    “D’accordo.”
    “Stai bene?”
    “Credo di si. Tu?”
    “Sto bene, sto bene.  A domani allora.”
    “Ti aspetto.”

    Riccardo era il giorno, Glauco la notte, Riccardo il proscenio, Glauco le quinte, Riccardo il fuori, Glauco il dentro di quelle loro vite simbiotiche. Il fatto che fossero fratelli e gemelli era un dettaglio che da solo non poteva spiegare tanto leale attaccamento. Era stato qualcos’altro ad instillare nelle loro anime quel sentimento da commilitoni in trincea.
    Lo squillo del cellulare lo irritò, stava guardando il mare ora, non aveva mai avuto un orizzonte di acqua e scaglie di luce, aveva vissuto sempre a Milano a differenza del suo fratello vagabondo.
    “Ciao nonna, come stai?”
    “Sono un po’ preoccupata per voi”
    “Sto bene nonna non ti preoccupare”
    “Il nonno parte stasera, arriverà domattina”
    “Anche Riccardo”
    “Quando andrete lì?”
    “Domani”
    “Fammi sapere, poi.”
    “Si nonna, d’accordo. Ti bacio, ciao.”
    Tornò al suo nuovo orizzonte, come a riprendere un dialogo interrotto, come in attesa di qualche rivelazione. Si ricordò del motivo per cui era lì.
    Sua madre era matta. Così gli gridavano a scuola quand’era piccolo:  Tu sei matto, come tua madre. Matto! Matto!
    Riccardo li prendeva a calci e pugni. Lui niente, rimaneva muto, piangeva solo quando Riccardo le prendeva e lui non sapeva aiutarlo.
    Il padre era morto giovanissimo, Glauco se lo ricordava appena, come una parola di un’altra lingua, poco usata, sempre un po’ estranea.
    La madre matta era ricca. Ricca e matta.
    Tanto matta da svegliarli nel cuore della notte e trascinarli fino all’alba per strada, per sfuggire a chissà quale spettrale creazione della sua mente. Tanto matta da lavarli di continuo, da buttare via il cibo cucinato dalla governante o le buste della spesa se per caso sfioravano il pavimento. Tanto matta. Da convincerli a non raccontare niente delle loro vite: erano vittime di un complotto, i loro nemici volevano dividerli, portargli via la loro bella casa e per fare questo non avrebbero esitato ad ucciderli. Tanto matta.
    La realtà per lei era un mondo abitato da forme gelatinose, pronte alla minima pressione a cambiare forma e a rivelare le maschere grottesche dell’orrore, del disfacimento delle loro umane sembianze.
    Avevano otto anni Glauco e Riccardo quando la madre fu ricoverata perchè urlava qualcosa per strada. Non la videro più.
    Furono estratti dalle sue viscere un’altra volta ma vennero al mondo senza la fiducia. Erano stati addestrati a vivere in un mondo di ombre, di agguati, di nemici invisibili e potenti. Vissero con i nonni, consacratisi al compito di rimetterli al mondo.
    Qualche giorno prima il nonno aveva convocato lui e il fratello e all’improvviso la madre era ritornata nelle loro vite.
    Glauco guardava il mare ora e le parole del nonno gli tornavano alla mente come quelle scaglie di luce sull’acqua, una pioggerella di luci sparse:

    Adesso
    Salerno
    risposata

    vive

    Curata
    sconsigliavano
    i medici
    d’accordo

    Adesso
    vostra madre

    una casa

    Prendiamo
    pensateci

    una vacanza

    Qualche mese
    vedervi
    chiesto
    vostra madre

    Adesso.

    Le gocce cadevano senza rumore nella sua mente, nemmeno un tonfo, nessuna resistenza, Glauco era diventato mare ora e i suoi pensieri piccoli rilievi di onde.
    Dormì poco quella notte. Disteso sul suo lettino nuovo, accanto a quello vuoto del fratello, permise al passato di rientrare in scena. Si presentarono i suoi ricordi ma gli sembrò di assistere a delle prove generali: non si capiva il senso dell’opera rappresentata. La sua, le loro vite, erano precipitate nell’inesistente di una follia, non c’era una  lingua, un tempo, un’immagine, per poterlo raccontare. C’era solo un grumo che si dipanava e riattorcigliava a comando nella sua mente, senza perdere mai la sua densità oscura, completamente incapace di una rivelazione chiarificatrice.
    Esausto, si riaddormentò.

    Riccardo era pallido ma guidava, chiacchierava, fumava, raccontava le sue ultime mirabolanti imprese sentimentali: tutto assieme. Glauco si lasciava invadere dalla vivace presenza del fratello, completamente sedotto dai suoi gesti e dalle sue parole infilate una dietro l’altra con la disinvolta svagatezza di sempre.
    Arrivarono, infine.
    Nel vialetto antistante la villetta videro parcheggiata l’auto del nonno, era già lì.
    Glauco e Riccardo scesero dall’auto, camminavano vicini, lentamente, le mani in tasca, in silenzio.
    Erano attesi. Li accolse un uomo di media statura, bruno, con un sorriso incerto, come di chi non conosce le usanze per quell’evento. D’altra parte i due giovani uomini che si ritrovò davanti non lo incoraggiarono a continuare nella sua cordiale condotta. D’altra parte era la prima volta che quell’uomo vedeva i figli di sua moglie.
    Lei era in piedi, nell’atrio subito dopo la porta, i capelli scuri raccolti a crocchia, due piccole perle bianche ai lobi, lo sguardo liquido come reso umido dal vento, il naso dritto e sottile alla fine del quale si aprivano due piccole fosse che s’intuivano morbide al tatto, e più giù, la bocca, serrata, come un uccello con le ali raccolte. In attesa.
    Furono lasciati soli.

    Glauco parlò per primo mentre Riccardo, pallidissimo, guardava lui e la madre con una intermittenza quasi perfetta, sincronizzata sulla sua voglia di scappare e di rimanere.
    Glauco era dietro di lui, quasi coperto alla visuale dal corpo robusto del fratello.
    - Ciao mamma come stai?
    - Ciao Glauco – le si spezzò la voce sull’ultima sillaba.
    Null’altro, per un tempo incalcolabile.
    - Ci sediamo?
    Riccardo lo disse così, fuori tempo, fuori da quell’onda gigantesca che continuava ad infrangersi e spaccarsi dentro di loro.
    Fuori tempo. Ricccardo deragliò istintivamente le loro vite dal passato al presente, da un tempo sospeso, irreale, ad un tempo reale, lì, ora.
    - Sediamoci – disse la donna, e il tempo riaprì gli occhi.
    C’era un vento bizzoso fuori, entrava a onde dalla finestra aperta, attorcigliava l’aria facendola fischiare dolcemente, mentre si scioglieva giocando, intorno ai volti assorti, nella piccola peluria morbida delle braccia, nelle fessure delle mani piegate sul tavolo, chiuse, come a voler trattenere qualcosa.
    La donna cominciò a raccontare, aveva uno sguardo inerme e forte, Glauco avrebbe voluto abbracciarla, a tratti gli sembrava di riconoscerla, di ricordarsi qualcosa di quegli occhi, di quelle mani, si smarriva nella dolcezza di quella indagine, sussultava quando ritrovava su quel volto frammenti del suo, di Riccardo, del nonno, indizi che comparivano e scomparivano come ombre, lasciandolo con un desiderio sempre più vivo, quasi disperato, di toccare quella donna, di stringerla, per impedire che si dissolvesse all’improvviso.
    Riccardo ascoltava la madre ma spesso distoglieva lo sguardo per guardare Glauco, aveva negli occhi lo stesso furore di quand’erano bambini e lui difendeva il fratello dagli insulti dei compagni. Avrebbe voluto abbracciarlo, gli apparteneva dolorosamente, in quel momento più che mai perché sentiva, oscuramente, che quella donna se li stava riprendendo e per farlo, lui da padre doveva tornare figlio, ma non era pronto, non voleva, non lo aveva previsto.
    - Per noi sei un’estranea, lo capisci vero? Ci vorrà del tempo per fare non so cosa, in futuro intendo, per quanto riguarda il passato, è passato, appunto, inutile rivangare, non credi?
    Lo disse tutto d’un fiato: l’ultima disperata resistenza, se ne accorse mentre lo diceva e gli occhi gli si riempirono di lacrime di rabbia.
    - Riccardo – lei non lo aveva ancora chiamato, fino ad allora.
    - - Riccardo – suonò come un nome ma più lungo di un lungo discorso.
    Lo rimise al mondo così, chiamandolo, e lui smise di resistere.
    Il vento si era placato, la luce era di nuovo un velo liscio che avvolgeva tutto nella sua luminosa trasparenza.

    Il nonno li accompagnò alla loro auto, non si erano voluti fermare per il pranzo, volevano rimanere soli.
    Non dissero niente di speciale per salutarsi, affidarono tutte le loro emozioni ai gesti, agli sguardi, allo stringersi furtivo delle mani.
    Tornarono a casa. Albino li guardò attraversare l’atrio, le mani affondate nelle tasche, un pensiero bizzarro gli attraversò la mente: quelli erano i suoi figli, ormai grandi, laureati, professionisti, vivevano al nord dove si erano impiegati a condizioni più vantaggiose che se fossero rimasti lì, con lui, con loro. Nipotini e matrimoni neanche a parlarne, giovani moderni, in carriera, si sa, ma insomma, già avere avuto due ragazzi così belli, alti poi, lui ed Elena non lo erano poi tanto, e così affettuosi, educati …
    Come richiamati dal ronzio dei suoi pensieri i due uomini si girarono e tornarono indietro, sembrava proprio che si dirigessero verso di lui, che strano, non poteva essere che avevano sentito i suoi pensieri, no, che idea …
    - Chiedo scusa, vorremmo comprare del pesce, ci indicherebbe una …
    - C’è una pescheria proprio qui all’angolo, cosa vi occorre?
    - Quest’odore di mare ci ha fatto venire voglia di mangiar cozze
    - Ve le vado a prendere e ve le porto io, il pescivendolo è amico mio, state tranquilli
    Glauco e Riccardo non avevano mai sentito dire niente del genere al portiere di un palazzo, non sapevano cosa rispondere. Sorrisero, annuendo, nel timore di offendere tanta inattesa gentilezza.
    Quando ricomparve, davanti alla porta della loro casa, Albino era trionfante, la busta trasparente piena di cozze di un nero acceso in una mano, e nell’altra, una busta con dei limoni e un barattolo di pepe precipitato sul fondo: Albino aveva pensato a tutto.
    Lo fecero accomodare, chiesero quanto dovevano e senza accorgersene, finirono a chiacchierare di impepate, limoni, pepe, sistemi di pulitura e cottura.
    La cucina si animò di odori salmastri, di caldi effluvi graffiati dalla freschezza aspra del limone, dall’anima scura e profonda del pepe; sparsi ovunque, chicchi neri neri, gusci scuri, lustri d’acqua e luce, spicchi di limone di un giallo esploso gocciolante.
    Riccardo fumava appoggiato alla ringhiera del balconcino della cucina, guardava il fratello, non lo aveva mai visto così a suo agio, morbido nei gesti, completamente invaso dalla cerimoniosa presenza di quell’uomo: come si chiamava? Albino, si, gli sembrava si fosse presentato così, quella mattina al suo arrivo, gli aveva dato il benvenuto in quello stabile. Che tipo. Sembravano in confidenza lui e il fratello di solito così schivo. Ebbe voglia di partecipare anche lui a quell’intimità, voleva lasciarsi andare, voleva diventare acqua, sentì di nuovo arrivare le lacrime agli occhi. Si girò, verso il mare. Piangeva. Si sentiva solo, monco, derubato, tradito.
    - Riccardo vieni, è pronto
    Rientrò. Congedarono Albino che non ne volle sapere di restare, Elena lo stata aspettando.
    SI misero a tavola, lì, di fronte al mare. Riccardo sembrava un po’ più piccolo con quegli occhi rossi e senza più quella furia abituale nello sguardo. Glauco sembrava un po’ più grande mentre giocava a fare il padrone di casa.
    - Hai pianto
    - E’ il pepe
    - La cipolla fa piangere, il pepe fa starnutire- Risero.
    - Che pensi?
    - Niente Glauco, sono stanco
    - Me l’aspettavo più vecchia
    - Vorrei dormire un po’, ho viaggiato tutta la notte
    - Ti assomiglia, hai visto quanto ti assomiglia?
    - A ‘mpepata e cozze… mangia Glauco, a Milano te la sogni una roba così e poi lì non c’è Albino che te la va a comprare
    - Che brava persona
    - Un po’ buffo, che vi dicevate a parlare così fitto fitto come due innamorati?
    - Ma smettila… gli ho chiesto se aveva figli, ha detto no, non sono venuti…
    - Sono venuti, eccoli qua: i figli di Albino, da Milano con amore!- Risero fino alle lacrime.
    - Però quell’omino mi piace, è buono, sarebbe stato un bravo padre. Facciamo il caffè?
    - Sei diventato un salernitano perfetto: a ‘mpepata e cozze e ‘o caffè
    - Mi piace stare qui, non voglio partire subito, tu?
    - Parto domani
    - Voglio andarla a trovare, non le abbiamo portato niente, è stato tutto così veloce. Vieni anche tu, poi te ne torni a casa
    - No Glauco, non me la sento, voglio tornare a Milano, ho da lavorare
    - Promettimi che tornerai, che andremo assieme a trovarla, vorrei vederti sereno, lì, con lei
    - Mi fa una tale rabbia tutto questo … perché?
    - Forse hai paura, sei troppo abituato a fare a calci e pugni con il resto del mondo, dai fatti amare … - e lo abbracciò per farlo ridere. Lui se ne scappò sul balcone, a fumare.
    - Tu le vuoi già bene?
    - Credo di non avere mai smesso di volergliene, è un fatto naturale
    - Io no, perché?
    - Non lo so, ci devo pensare – lo vide così: appoggiato alla ringhiera, fumava, lo sguardo smarrito che guardava chissà cosa.
    - Riccardo … - si girò, aveva un abisso nero negli occhi.
    - Il caffè ... - riuscì a dire.
    Albino raccontò tutto ad Elena, tranne le sue fantasie paterne.
    Elena qualcosa intuì. Dopo pranzo, mentre il marito sonnecchiava davanti al televisore, gli disse a bassa voce: - Io ti sposerei altre mille volte, figli o non figli, altre mille volte.
    Riccardo e il nonno partirono il giorno dopo. Glauco rimase, gli piaceva quella casetta vicino al mare, vagheggiava d’acquistarla. Avrebbe pensato il nonno a sostituirlo al lavoro, era il suo capo. Riccardo tornò ai sui progetti umanitari: destinazione Bruxelles, poi chissà.
    Glauco andava spesso a trovare quella donna, sua madre, e quando tornava a casa, scriveva lettere.
    Caro Riccardo,
    è tardi ma le luci del porto prorogano all’infinito l’illusione che la notte sia remota. Sono qui, slegato da tutto quanto fino a ieri mi sembrava indispensabile: lavoro, amici, amore. Sono qui, attaccato alla vita con un unico ormeggio, una fune rimasta nascosta tra le altre in tutti questi anni, creduta smarrita per sempre e adesso unico attracco, unico sentiero capace di ricondurmi a casa. Sono sereno.
    Bonifico questo pezzo del mio cuore con nuovi ricordi, mi lascio attraversare dall’amore di questa donna ritrovata, miracolosamente, alla fine di una irreparabile tempesta.
    E tu? No, non parlare se non puoi, non mi rassicurare, non mi nutrire più della tua forza. Io sono al sicuro, in pace con me stesso, grazie a te che mi hai accompagnato fin qui.
    Adesso ho capito perché provi tanta rabbia, hai dovuto indurirti per lasciare a me la tenerezza, la fiducia che è come una pelle morbida e porosa, attraverso la quale la vita si insinua dentro di noi. Tu sei stato il mio argine, hai evitato che il fiume in piena di queste nostre vite complicate mi travolgesse.
    Adesso che ci ripenso, ti rivedo, sempre un passo davanti a me a verificare la sicurezza di tutti gli innumerevoli sentieri, città, storie, persone che ci è toccato percorrere. Adesso che ci ripenso, io non ho mai avuto paura, tu si, adesso lo so. Grazie.
    Guardami: sono un uomo, sento questa vita scorrermi dentro senza impedimenti né barriere, sono libero, di amare, cioè di perdonare.
    Sono la tua vittoria, il tuo omaggio alla vita, come la dedica incisa sulla prima pagina di un libro bellissimo.
    Ti restituisco i tuoi pensieri, la tua forza, il tuo amore disperato, prendili. E prendi pure la mia gratitudine, il mio amore profondo, la mia gioia di essere in questa vita con te. Non siamo più soli. Non sei più solo.
    Abbi cura di te. Ti aspetto. Ti aspettiamo.
    Con infinito affetto. Glauco

  • 28 ottobre 2012 alle ore 7:36
    Il volto di Dio

    Come comincia: Le Alpi, per me, sono state sempre la raffigurazione del coperchio della scatola di cioccolatini di nonna Olga. Una baita di legno scuro nel verde di un prato. Come fondale, una corona di punte rocciose, candide di neve. Nonna Olga ci teneva rocchetti di cotone colorato, che avevano uno strano profumo, che mi sembra ancora di ricordare, mentre percorro questo sentiero di montagna, che mi porta dalla Magdelene a Chamoix, perla aostana, che ha rifiutato il traffico delle automobili, a favore delle scarpe da joggin della più svariata categoria di camminatori. Ho difficoltà a convincermi di non essere ancora prigioniero di quella magica scatola. Una vecchia signora dalla pelle abbronzata, che contrasta con il candido reggiseno, ostentato con inconsueta gioventù, è ferma difronte a me, assorta, mistica. Guarda in alto. -” Ciao, bello, sei fantastico, oggi!”- Cerco l'oggetto della sua ammirazione e scopro alle mie spalle la mole immensa del Cervino. Ora sono io ad essere catturato da questo enorme blocco di pietra. Questa dominanza di forme e di masse sembra avvolgermi nella mia nullità. E' come quando si entra in una chiesa deserta. Un dialogo intimo, improvviso, imprevisto. Forse questo enorme sasso ha il volto di DIO.

  • 27 ottobre 2012 alle ore 19:34
    Cioccolata, biscotti.... ed una sedia vuota!

    Come comincia: Lei uscì sbattendo la porta.
    La situazione era veramente diventata insostenibile.
    C’era troppo angoscioso silenzio che si alternava a litigi senza fine. Loro due non avevano proprio più nulla da dirsi ed era insopportabile.
    La richiesta di lui di mettere la parola fine era fin troppo chiara e non c'era più spazio per provare a recuperare un'amicizia, per quanto bella ed importante fosse stata.
    A volte tra amici succede. In certe circostanze le discussioni diventano anche terapeutiche per certi versi, ma loro due erano andati oltre: avevano permesso ai malintesi di avere la meglio e, soprattutto, troppi estranei avevano ficcanasato nel loro rapporto.
    A lei appartiene lottare, anche per le cose apparentemente meno importanti, perché è consapevole che nei rapporti, di qualsiasi tipo essi siano, si debba sempre dare il massimo.
    Lei, però, è anche una che non sa fermarsi per prendere tempo e respirare: parte come un treno e dice cose che spesso non pensa ed in cui neppure si riconosce.
    Ma è proprio quella la sua peculiarità caratteriale di spicco: non sempre ha voglia di dare spiegazioni a persone che dovrebbero conoscerla e fidarsi di lei.

    Non sempre le va di giustificare i suoi comportamenti, anche se si rende conto che spesso ce ne sarebbe bisogno.
    Lei dopo, sempre dopo, riconosce che una buona dose di umiltà, quella si, gli è sempre mancata, poi si ripromette di ricominciare il giorno dopo, esattamente nello stesso modo in cui si affronta una dieta.
    Questo è il refrain della sua vita: quante  persone davvero importanti ha perso? Orgoglio? Probabilmente, anche se la sua maledetta insicurezza le ha sempre condizionato la vita.
    Ora è in strada già da un po' e poco le interessa di come i passanti la guardano visto che sta piangendo come una bambina.
    Non si è mai vergognata delle lacrime.
    Per lei sono un’estensione dell’anima: il veicolo trasparente all'interno del quale viaggiano momenti belli e momenti brutti ed è il modo in cui un essere umano si ripulisce dai residui anche se, a cinquant'anni suonati, il tutto può apparire come il segno di un'incapacità a vivere le emozioni con il giusto equilibrio.
    Quanto vorrebbe essere diversa, lasciare che la sua vita prenda una piega differente, e concedersi il lusso di scusare e perdonare le persone che ama, ma soprattutto se stessa.
    Fa freddo e piove, ma non ha voglia di tornare a casa perché sarebbe costretta a spiegare quello che sta succedendo ed in questo momento è proprio l'ultima cosa che sente di poter fare.
    Decide di entrare in una caffetteria per prendersi una cioccolata calda con la speranza di togliersi quel freddo che le è penetrato fin dentro le ossa.
    Dopo pochi minuti una tazza fumante è sul tavolino e intorno ad essa ci sono quattro biscotti e la sua tremenda solitudine.
    E' meno di mezz'ora che si è chiusa la porta alle spalle e se ne è già pentita.
    Poteva fare diversamente?
    Era così che doveva andare?
    Gli manca da morire.
    Osserva distrattamente il cameriere che chiude dietro a sé la porta della cucina.
    Anche lei, quel giorno, ha chiuso una porta ma, forse, quella del cuore ancora no.
    Ed è un tavolino con una tazza di cioccolata calda, quattro biscotti intorno e una sedia vuota, quello che rimane di quella sua giornata.
    Lei sta tornando sui suoi passi e lo sta facendo di corsa.... pur sapendo che è un errore, però è inevitabile considerando i pensieri che le affollano la mente e la malinconia che la sta lentamente sovrastando... già i pensieri... riuscire a fermare la testa, almeno per un momento, un istante prezioso in cui guardare le cose con obiettività e riconoscere quella realtà che le è ben chiara da sempre!!!
    Ha capito che solo con lui è felice e non si sente sola!!

  • 27 ottobre 2012 alle ore 9:19
    Una ricerca su Facebook

    Come comincia: Bonjour, Je ne connais pas cette personne. Bonne recherche.
    Mi trovo questo messaggio su Face Book. Un altro, la foto è quella di una bimba, mi dice che lei non è l'Hélène Auriach, che io cercavo. Poche parole nette, taglienti. Se avrà scorto la foto del mio profilo, confrontandola con la sua età, avrà pensato ad un approccio pedofilo nel web. Arrossisco interiormente. Tutti si cercano, con facilità e successo, su questo motore idilliaco di amicizia ed anch'io, vetusto essere, ci ho provato.
    L'equivoco è nato da un inganno della nostra psiche. Tutto invecchia con noi, nella vita, fuorché il volto di chi abbiamo conosciuto in gioventù e poi smarrito, per il corso della vita. Ci ribelliamo che possa essere accaduto questo assurdo misfatto.
    “ Hélène"?, una vecchiarella...stai sicuro!”- Mi sorride, la mia, più giovane, compagna. Ne resto infastidito e quasi offeso. Hélène aveva 17 anni, quando mi accompagnò, una sera, alla Gare de Marseille. In mattinata mi aveva fatto la sorpresa di farmi trovare un totem nero africano di pesante ebano. Era tra gli oggetti di un antiquario sotto casa. Mi ci fermavo, ogni volta che passavo. Mi sta guardando, ora, lassù, dall'ultimo piano della libreria. Solo una tacca, in un angolo, ricordo del terremoto di Napoli. La superficie, lucida, della vernice nera, crea lampi nell'incavo degli occhi. Da un senso di protezione, la figura. L'addio di quella sera, dei miei diciott'anni. Quando, solo, lente lettere univano gli amanti. Le telefonate? Era inimmaginabile chiederne il pagamento ai genitori.
    Hélène era stata una dei primi scambi studenteschi in famiglia, una cosa inconsueta, ardita per una donna. Una lunga corrispondenza, in liceo, tramite la professoressa di francese. Lei ,educanda di un collegio di Dreux, nell'Eure et Loire. Arrivò un pomeriggio a Genova, a Via Acquarone, dove abitavamo. Tutta la famiglia in attesa alla finestra. Una Peugeot ,enorme, per noi ,si fermò sotto casa. I genitori ci lasciarono questa ragazza “francese” e ripartirono dopo brevi convenevoli. Caschetto biondo, magrissima, calzoni attillati alla pescatore, ballerine ai piedi. 16 anni francesi, che ridevano dei miei 17 anni italiani. La mia famiglia ebbe difficoltà, a tavola, a star dietro alla sua preparazione collegiale, nel sapersi destreggiare tra le regole del Galateo. Io vi aggiunsi le mie arretratezze sessuali, tanto da esserne frequentemente beffeggiato. L'anno successivo, toccò a me raggiungerla a Aix. Mi arrampicavo su un mondo che non mi apparteneva. Si era nel 57. I ragazzi francesi erano entrati, da tempo, nel nostro futuro, 60. Le feste in casa, i genitori in vacanza. Sacchi a pelo, a notte, per terra. La droga non era arrivata, ne l'alcool. Non ne ho traccia.
    Si era discusso sulla vetustà del mio pigiama, alla partenza, con i miei genitori. Mia madre aveva risolto, brillantemente, il risparmio da un nuovo acquisto, col riprendere da un fondo di cassetto, il pigiama cinese di seta, che avevamo ereditato, alla morte di zio Enrico, navigante. Pur non convinto dal ricordo della mole dello zio e da quell'enorme drago variopinto, ricamato sulla schiena, accettai, ben sapendo che non avrei avuto altra scelta. Non potrò mai dimenticare quella sera. “Ci si vede sul terrazzo, appena i miei genitori, si addormentano”. Héléne mi aveva dato la mia prima occasione di sesso. Non potevo far altro che indossare il pigiama di seta di zio Enrico. I pantaloni erano enormi in vita e avevano una fettuccia di 2 metri, come cintura. Ci potevo fare due giri attorno alla mia vita, cosa che feci, nascondendo il tutto con un rabbocco. La giacca aveva il taschino ricamato con un drago, lo stesso, immenso che mi pesava sulla schiena. Le maniche, larghe ed abbondanti. La vergogna, sì, miei cari genitori, la vergogna, passò, anzi la dimenticai subito, grazie ad Hélène.

  • 26 ottobre 2012 alle ore 8:17
    Click

    Come comincia: Click! Vi capita mai di intuire che siete finiti dentro un quadro, che vi rimarrà in mente per tutta la vita? A me, sì, e sento anche questo avvertimento sonoro, quasi un click di una vecchia macchina fotografica. In realtà, in quel momento, elettroni impazziti scolpiscono DNA, in maniera irreversibile, in qualche cellula, sparsa nella mia memoria. Subito vi viene apposto un cartello: Indelebile. E lo ritrovo, per tutta la vita, questo quadro, con le sensazioni più fini, i particolari più sorprendenti. La visione appare e ricompare nel mio quotidiano, senza coerenza con i momenti che sto vivendo. E’ una specie di balsamo sulle mie ferite, un guizzo di endorfine, spruzzate sul mio cervello. Una beatitudine improvvisa, che avevo ben previsto, nello stesso momento che accadeva.
    -“Click! Ricorda questo momento.”- Mi rivolgo alla mia compagna. Lo dico, anche a me stesso. Click! Il quadro è fermo, ricuperato per sempre. Isola di Giava,un sobborgo. Notte. Si rientra da uno spettacolo di danze giavanesi; il suono della musica bambù, la varietà delle note degli xilofoni, trilli di campanelli e vibrazioni di piatti di ottone, aromi di balsami bruciati. I costumi dei suonatori, fuggiti da fiabe. Le movenze sensuali delle ballerine, il loro trucco accentuato, il guizzare degli occhi, le mani, unghie che paiono lame, il mio stupore fanciullesco. Ho osservato i loro piccoli piedi, nel contatto con le tavole. Sono sicuro che levitavano. All’uscita dal teatro, pensavo di non ritrovare il padrone del nostro risciò, tra tanti. Ma eccolo che mi fa segno. Sventola uno sporco asciugamano con cui si deterge il sudore. All’andata mi aveva impietosito il suo ansimare nel pedalare, su per la salita. Stavo per scendere.-“ Usiamo il loro brodo per curarci l’asma”- mi spiega, per prendere fiato. Enormi pipistrelli,quasi raffigurazioni bibliche di diavoli, sono in vendita, lungo i marciapiedi, appesi ad uncini, per le ali, ad una ringhiera. Non mi accerto se siano ancora vivi. Ho appena ripreso posto sul precario mezzo, è subito caos. Siamo una cinquantina di risciò, ammassati in poco spazio, ad un quadrivio, ai bordi della foresta. Prigionieri in un incastro non districabile. Qualche lanterna alle finestre di case, malmesse. Il resto è notte. Un vento freddo scende dalla collina ed entra tra i vestiti leggeri. Il suono dei campanelli delle biciclette diventa un unico trillo assordante. Sorrisi di dentature bianche, occhi, imprecazioni, risate sguaiate. Siamo fermi in un vortice di un tempo immobile. La luna, immensa, sulla destra, esce, tra palme scure, ed illumina la scena.
    -“ Click! Ricorda questo momento”-

  • 25 ottobre 2012 alle ore 12:12
    La nuvoletta blu

    Come comincia: Non svegliatemi perché ho molto sonno….
    -vieni corri presto…guarda il cielo…le nuvole
    -te l’ho detto 1000 volte…quando dormo mi piacerebbe non venir svegliato se proprio non va a fuoco la casa
    -Dai dai fratè muoviti…esci…vieni a prua…guarda le nuvole sono blu
    - piano piano…a piccoli passi…non posso mica uscire in mutande
    -Guarda le nuvole sorridono
    -Aspetta  mi sto vestendo
    - sei un lumacone
    -Ps pssss
    -Chi è?
    …se io son ancora sottocoperta chi la sta chiamando
    -Psss…ehi….
    -Chi mi chiama??
    -Sono io …sono nuvoletta…guarda in alto
    -Una nuvola blu parlante…
    -Arrivo arrivo…eccomi
    -Buongiorno signor capitano sono nuvoletta
    -Buongiorno
    -Ehi ma cosa rispondi a una nuvola
    -Sono educato io
    -Allora ricapitoliamo… in cielo ci sono nuovole col sorriso…qui, sulla barca c’è una nuvoletta giovane che parla…tu sei ancora addormentato…ma allora io sono impazzita
    -Può essere
    La nuvoletta intanto si è seduta e tira fuori dal suo interno un libricino tutto sgualcito
    -Che fai??
    -Voglio leggervi una cosa
    -Che non sia molto lunga perché non ho ancora fatto colazione…ed oggi ho un discerto languorino
    -No non è lunga…ma verso dove ci stiamo dirigendo??
    -Verso il parco di Yellowstone….
    -Ahhh dall’orso yoghi….
    -Bene allora inizio a leggere…e intanto si naviga
    -C’era una volta in un paese lontano
    -Ehi …che ci stai prendendo in giro…che ci leggi le fiabe per bambini
    -Dai stai zitto lascia fare
    -…dicevo c’era una volta in un paese lontano una ragazza di nome Stella…aveva le trecce bionde e gli occhi verdi…la sua pelle era sempre bianca come il latte, anzi come le nuvole…..un giorno mentre andava a scuola, molto pensierosa incontrò un cane, molto trasandato, che le confidò di avere poteri magici…e che avrebbe potuto esaudire ogni suo desiderio se solo lei si fosse presa cura di lui
    Stella accetto…prese il cane a casa sua, lo lavò e gli diede da mangiare…dopo qualche mese durante una fredda giornata invernale le venne voglia di giocare con lui e di chiedergli di esaudire un desiderio…quello di volare in giro per il mondo….magicabula …e di colpo stella si ritrovò sospesa a centinaia di metri d’altezza con la possibiilità di venir trasportata dal vento….”ehi, lassù”, disse il cane…”forse ho esagerato….guarda che sei diventata una…..” ma non si accorse che stella non lo sentiva….era diventata una nuvola blu…ma per tutti era nuvoletta…per gli uccelli…per gli aerei…per le cime dei monti….per tutto ciò che sfiora il cielo….per tutto ciò che si può incontrare a quelle altezze…..
    -Signora nuvoletta si sta facendo buio….
    -Vai avanti…abbiamo le torce…stai zitto
    -…..il cane piangeva ogni giorno…era stato lui a far sparire la sua padroncina…stella invece era felice…anche se aveva tanta voglia di rivedere i suoi genitori e anche il cagnolino…ci voleva un incantesimo…una serie di coincidenze…come quelle che l’avevano trasformata lo scorso inverno ad opera del cane magico…..nuvoletta in realtà era una bella ragazzina e così per rompere la magia ci voleva l’aiuto di qualcuno che nella realtà non sia ciò che si vede ad occhio nudo….
    -Non è chiaro… che facciamo
    -È chiarissimo….allora adesso interrompo e prendo il comando…nuvoletta ora ritornerai stella
    -Come fai a dirlo?
    -Ne sono più che convinto
    -Perché
    -Perché hai detto che ci vuole qualcuno che nella realtà non sia ciò che si vede ad occhio nudo….
    -Non capisco
    -Cosa vedi davanti a te
    -Un uomo
    -Appunto…ma non è così in realtà sono un bambino
    -sicuro…..E io sono una tigre….vedo che vuoi prendermi in giro
    -Ti prego nuvoletta ascolta mio fratello….lui nell’animo è bambino…ed anch’io lo sono…possiamo aiutarti davvero
    -E allora…e allora proviamo subito….le regole sono queste….chiudete gli occhi…e lo farò anch’io…conteremo fino a sei e poi se funziona vi abbraccerò…..
    -1…2..3..4..5….e 6…..aprite gli occhi…avanti aprite gli occhi…daiiiii
    -dai apri gli occhi…dai… …sveglia….
    -Ma…ma…. …nuvoletta… cane…incantesimo…che dormita
    - ehi, ma il tempo si sta guastando…si sta avvicinado un temporale…è meglio che ci avviciniamo alla costa….
    - stella…l’incantesimo
    -Fratello, hai sognato…come sempre….non solo ad occhi aperti….ma anche ad occhi chiusi
    - ….guarda…un libretto tutto rovinato…. …guarda il titolo
    -…..Una nuvoletta nel cielo stellato

  • 25 ottobre 2012 alle ore 12:11
    Le pietre dei desideri

    Come comincia: Due desideri a disposizione…scade il 4 agosto, benone…non credo ci saranno problemi…credo che ci divertiremo…
    sballottati dalle onde ora che abbiamo visto l’isola che non c’è, siamo in grado di affrontare qualsiasi tempesta…qualsiasi uragano….e poi abbiamo le 2 pietre dei desideri….
    decidiamo che fino al 4 agosto saremo per mare…vediamo che succede…perché è impossibile che passino 24 ore senza avventure…figuriamoci 4 giorni…
    Ci avventuriamo verso l’Africa…vogliamo provare a circumnavigarla…chissà….magari incontriamo qualche sorpresa…però sarà vietato scendere…al massimo un tuffo in acqua…ok ? si d’accordo. Mia sorella si butta da sola….però stavolta sta scherzando…passano i minuti e non risale…allora prendo le bombole…la maschera e le pinne…senza agitazione…ma con una certa fretta…..e mi butto non resta altro che andarla a cercare…con un boccaglio in più…avrà sicuro bisogno di respirare
    mi trovo a pochi metri di profondità…e noto vicino alle rocce un ingresso segreto….lo attraverso…e…
    una sala enorme dove tutti ballano…esseri umani…sub…e pesci…si avete capito bene…pesci ballerini…danze scatenate….fra di loro anche mia sorella…altro che ballerina provetta…è proprio una star…al centro del palco…tutti attorno che ritmicamente battono le mani (i pesci battono le pinne)….è proprio brava…ed ora parte il duetto col pesce spada…saturday night fever anche se oggi è venerdì…
    Mi avvicino al dj…scusi signor polipo…così non vale…lei ha tutti sti tentacoli…uno per mixare…uno per cambiare i dischi…uno per reggere il microfono…e uno per dissetarsi…insomma ai miei tempi alla consolle c’erano solo dj…normali…
    -che stai a dire?
    -fratello buttati dai….sei o non sei un ballerino?
    eppure il pensiero di esser sott’acqua, con la barca tutta sola lassù non mi dava pace…non riuscivo a tenere il ritmo…dopo varie prove ci rinuncio….avevo come un presentimento…e vado a vedere la barca…non vorrei…
    -lascia stare…è appena andato capitan uncino a controllareeeeee.
    -come hai detto??
    -ops….pensi anche tu quello che penso io?
    Di corsa e via …nuotando a tempo di record risaliamo…giusto in tempo per beccare l’uncino malefico con i suoi pirati a far razzie nella nostra barca…prontamente restando in mare e senza farci vedere lancio una delle due pietre in aria e grido forte
    - tuffi con doppi avvitamenti dalla barcaaaaa…
    uno spettacolo divertentissimo…i pirati sembrano tanti pupazzetti che continuamente vengono lanciati dalla barca dentro e fuori dall’acqua fino allo sfinimento…poi calma piatta….i pirati ritornano nei fondali marini con la coda fra le gambe e capitan uncino pure…dimenticando però il suo uncino a bordo…souvenir…
    è notte fonda siamo al 3 di agosto…inizia una nuova settimana…allo scoccare delle 3 mi sveglio e vado a prendere un po’ d’aria fuori dalla mia camera…la luna è alta nel cielo…le stelle cadenti sono a decine…tutto intorno il mare è calmo…sento solo una musica magica, ipnotizzante…sembra il canto di una sirena…mi sporgo un po’ troppo per vederla e splash…eccomi a mollo…
    -ma che fai…il bagno a quest’ora….
    -ho visto una sirena
    -Della polizia?
    -Non scherzare…dico davvero
    -Non vedo nulla
    -Miei cavi eccomi sono qui
    -ci mancava la sirena con la evve moscia….ti conviene ributtarti a mare…
    -In vealtà sono qui per suo fvatello
    -Ecco una sirena che mi cercava
    -L’unica sirena che può cercarti è quella del manicomio
    -Questo fanciullo mi piace…posso povtavlo via con me
    -Cara la mia sirena …puoi fare ciò che vuoi…
    -…ma  sei impazzito…vedi una sirena e non capisci più niente
    -No, non è così…lui è vittima del mio incantesimo…ah ah ah
    -Chi sei…quella voce la conosco…
    -Si si bvava…anzi brava…hai quasi indovinato
    -E la errem oscia
    - …stavolta ci penso io…questo è capitan uncino travestito da sirena
    -Ebbene si…hai azzeccato
    La lotta inizia…e si fa piuttosto furibonda…mia sorella è tosta…ma anche il capitano…
    -Ridatemi il mio uncino
    -Ah sei tornato per quello
    -Non solo
    -Poi vi ruberò la barca e vi darò in pasto ai pescecani
    Con un abile mossa mia sorella si ritrova intrappolata…ed io sono sempre più stordito…ma riesco a lanciare l’ultima pietra dei desideri a mia sorella...che la prende al volo con i denti e subito la lancia in aria….e grida
    -Capitan sirena…ora volerai…e non atterrerai mai….
    Una magia improvvisa solleva il malcapitato…e lo tiene a mezz’aria…tra urla (sue) e risate (nostre)
    -aiutatemi vi prego…
    -mi dispiace signor pirata
    -si ci dispiace molto
    -ma questo era l’ultimo desiderio a disposizione…non si preoccupi….lassù l’aria è più fresca
    mia sorella se ne va un attimo….e ritorna con l’uncino souvenir dimenticato qualche giorno prima dal capitano
    -dove sei andata
    -ecco qua…da oggi il capitano ha di nuovo il suo uncino…
    -potrà adoperarlo per appendere prosciutti…

  • 22 ottobre 2012 alle ore 0:23
    I mille oceani

    Come comincia: Appollaiati su una panchina, lui con la birra in una mano e la sigaretta rinsecchita nell’altra, lei timidamente seduta a gambe strette che lo guarda. E’ bello, pensa, come sembrano tutte le cose cattive, quelle che fanno male. Il suo sguardo allora scappa lontano, alla ricerca di una tana sicura. Che sembra non esserci, non esistere, è solo un rifugio fatto d’una materia molto più labile della carta.
    Fatto d’aria.
    E proprio quando giunge alla disarmante certezza della totale sottomissione a cui quegli occhi verdi la costringono, lui quegli occhi glieli punta addosso. E’ una frazione di secondo, ma lei li sente pungere. Il silenzio confortante nel quale si è rinchiusa, la sua bolla di calma, viene spazzato via come il terriccio ai piedi della panca, smosso dal vento.

    - Lo amavi?

    Sì, sì che lo amava. Chissà perché vorrebbe urlarglielo in faccia. Quel poco di pudore che le resta, tuttavia, la trattiene dal farlo. Nei suoi pochi anni ha visto quel poco che basta ad affermare senza dubbio che svendere il dolore all’umanità è una cosa del tutto inutile; l’unico frutto che offre è una silente umiliazione atroce da tollerare. Del resto, a che scopo condire con le lacrime una verità già triste di per sé? Lei ha amato un uomo - un uomo? - capace di plagiarla al punto tale da spingerla verso l’annientamento, che le diceva di bruciarsi la pelle per materializzare il dolore. Che quando lei le aveva mostrato i compiti a casa in un bagno della scuola aveva riso, aveva goduto, perché poteva finalmente essere sicuro di averla fra le mani e di poterne fare uso.
    Poi, non contento abbastanza, l’aveva tradita con ben tre donne. E se n’era andato.
    Il brutto? E’ che lei l’aveva amato, una sensazione immensa ed avvolgente come un odore restio a dissolversi.
    Può esserci qualcosa di peggiore? Sì: raccontarlo. Ammettere di fronte al tribunale mondiale la sua più grave colpa, l’errore che non s’è mai perdonata. Tribunale mondiale: che esagerazione. Alla fine, non è altro che un ragazzo quello che ha di fronte, uno che ha sbagliato tante volte, così tante che a volte lo immagina insonne, nel suo letto, mentre si rigira fra le immagini convulse di un passato ostinato a ripresentarsi alla sua porta senza chiedere permesso. Lo vede, con i capelli castani raggruppati assieme dal sudore, che pigia la ventesima sigaretta ridotta al filtro nel posacenere strapieno, fissando il soffitto con la speranza cieca di trovare un particolare, anche una piccola crepa, in grado di donare un senso a quella tonnellata di merda che tiene in groppa da 25 anni.
    Pensa a lui mentre è con lui, cerca di ricordarselo quando ce l’ha davanti, e sente che non v’è nulla di più straordinario.
    Sente che c’è qualcosa, un’indefinibile scossa di vita, per cui vale la pena sopportare la pena che l’aspetta, il giudizio silenzioso della corte. Può abbassare la guardia, anche se per poco, e dire Sì, l’ho amato molto … Purtroppo o per fortuna, ma m’è servito.
    La giuria sbuffa il fumo in fuori, la giuria ha raggiunto il verdetto. Per una volta, lei di quel verdetto non ha alcuna paura.

    - E quell’altro … Quello che ti picchiava. Quello l’amavi?
    A quanto pare i giurati non sono soddisfatti: puntano su un altro capo d’accusa, l’ennesimo. Anche quello è un ricordo gravido di nubi e ombre, tenuto nascosto per molto tempo, sebbene all’apparenza lei sia sempre riuscita ad estrarne il veleno, parlandone con tutti, con chiunque. Ma mai riuscendo a spiegarlo veramente.
    Non ha mai saputo far comprendere agli altri l’entità dell’affetto che è stata capace di dare a quell’individuo, l’unico a cui sa che non restituirebbe il saluto nemmeno in punto di morte, semplicemente perché lui - l’altro lui - le ha ripagato tutto l’amore in comode rate da cinque dita. Attorno alla sua gola o dritte in faccia. Forse, per quanto l’ha ignorato dopo l’epilogo, è arrivata ad uccidere ogni tipo di sentimento buono nei suoi confronti. Forse quel sentimento non è mai nato, perché innamorarsi è un po’ come stringere un patto di sangue con un’altra anima per tutta la durata della propria esistenza; e se per l’altro il patto continua ad essere rispettato, per lui ogni goccia di sangue versata è tornata indietro. L’unica morale è che è servita anche questa, una specie di prova, un test.

    - Alla fine ho capito quanto può essere difficile per una mamma volere bene al proprio figlio nonostante i difetti che ha.

    Lui sorride di lato, come se avesse assaggiato qualcosa di andato a male. Fissa il selciato impolverato di terra rossastra, lo centra con il mozzicone accartocciato, si estranea nell’ultimo giro di fuoco della brace. E quando ritorna a guardare lei è come se avesse fatto un incubo e si fosse svegliato appena, sconvolto e distante dal mondo.

    - Io non ti picchierei mai. L’ho fatto tante volte, con tante persone ma … Tu. Non ti picchierei mai.

    La lascia trasalire per tornare a perdersi fra i granelli di polvere; lei, da parte sua, non dice niente. Non v’è una domanda che necessiti risposta, non esiste domanda né fra le righe né altrove. Ci mette un poco ad afferrare, poi afferra, prende, ed a quel punto non avverte più il bisogno di un rifugio dalla realtà, dagli attacchi continui al suo palazzo di vetro; perché è come se stesse già al suo interno, al riparo.
    Quello di lui è stato solo un modo di ricambiare. Segreto al segreto, confessore contro confessore. Fra peccatori si stabilisce un contatto, ed anche se si edifica su un cuore sporco è lecito e, soprattutto, confortante sapere che c’è. E’ invisibile, ma c’è.

    - Grazie.

    È la cosa più naturale che le labbra di lei siano in grado di pronunciare. E lui sobbalza, come lei poco fa, perché proprio questo non l’ha previsto. Perché non ha previsto lei, il sorriso bianco che le si sta spalancando sul viso, le guance rotonde, le iridi nere e lucide come i vecchi vinili di suo padre. Pace all’anima sua. Cosa c’entra ora suo padre, boh, chi lo sa. Il vento non glielo suggerisce, e non appare segno fra i chicchi rossi del terreno che gli indichi il motivo, la molla che è scattata nella sua testa, che va avanti e indietro, e non si ferma, ogni volta che è con lei. Il ghiaccio si sta sciogliendo o è soltanto un’illusione? Eppure si sente così al caldo adesso, e sono bastati una parola ed un paio di grandi occhi scuri dalle ciglia lunghe … Naaa. Sono stronzate, tutte stronzate, c’è troppa carne a cuocere e poco spazio per aggiungerne altra.

    - Di che mi ringrazi … S’è fatto tardi comunque. Ti do uno strappo o vai a piedi? 

    Lei non fiata, e lascia che il sorriso rimpicciolisca fino a sparire. Ha tastato un cambiamento minimo ma reale; un filo elettrico tagliato in due. E’ molto probabile che sia lei la causa, però a che vale pensarci?, lui sta andando via, la pianta in asso, è il crepuscolo e l’alcova resta vuota. Stupida e assorta, si blocca a seguire i suoi movimenti, lui che scavalca la panchina, lui che si fa schioccare il collo mentre sale a bordo, arrogante ed insieme rispettoso.
    La moto si schiarisce la voce e non c’è più tempo: per riflessioni, confessioni, appelli disperati. Lui è ripassato dietro alla sua bacheca di vetro antiproiettile; fiero, intoccabile, guarda l’orizzonte e lei con i medesimi occhi assenti. Ci guarda attraverso.
    Sotto il suo sguardo lei non può che sentirsi debole, esposta. Un’imputata incapace di difendersi.

    - Dai, salta. Non voglio tenerti sulla coscienza.
    E lei non sa se subire passivamente l’attenuazione della pena o provare a chiedere un risarcimento.
    Quando gli si aggancia alla schiena e vi si schiaccia contro, smette di sapere anche il resto. Non sa più niente, solo che l’adrenalina le avvinghia i polmoni e gli odori autunnali le esplodono uno dietro l’altro nelle narici. Ha fiducia, ha coraggio, è convinta di poter rischiare.
    La seduta è momentaneamente sospesa.

  • 21 ottobre 2012 alle ore 19:18
    Le sicule alchimiste

    Come comincia: Roma 15 settembre 2015
    “… Miele era il colore dei nostri corpi addormentati sotto il sole…”
    Caro Sofio, figlio nostro, queste parole aprivano una canzone  romantica della fine degli anni 70 del secolo scorso. Oggi tu vivi a New York contento del tuo ruolo di funzionario alle Nazioni Unite  e questa lettera, che ti scrivo con il placet della mamma,  innanzitutto vuole esprimere la nostra gioia e il nostro orgoglio per te. Sperando che non diventi mai cinico come il figlio dello “zappatore”. Anche perché non ho di certo la stazza e l’età di venirti a schiaffeggiare fra le femmine con la pelliccia e gli uomini “incravattati”come il compianto Mario Merola. Ti ricordi quante risate ti facevi ogni volta che ci vedevamo quel film: la sceneggiata napoletana.  Con questa epistole, scritta a mano, vogliamo raccontarti un periodo della nostra vita, dove il miele è stato nostro compagno di buona sorte.  Quello per me e tua madre fu un periodo fosco, pesante, ma che ci ha formati come persone e come coppia. Tu sei nato da questo nostro grande amore ma anche dalla sofferenza dalla quale siamo passati in quegli anni. Pensiamo sia arrivato il momento per te, che hai superato i trenta, di sapere che i tuoi genitori non sono stati sempre quei quasi perfetti professionisti un po’ bacchettoni che andavano a dormire presto la sera facendo  la preghierina di ringraziamento. Educandoti nel rispetto e nella tolleranza verso gli altri, senza vizi e con molte virtù. Ci ha fatto riflettere quel tuo sfogo nella e-mail di un mese fa dove non ti sentivi degno di noi e avevi paura di deluderci e di non essere come persona alla nostra altezza. Questa tua insicurezza ci ha fatto sentire un po’ carogne nei tuoi confronti perché abbiamo preteso tanto da te e siamo stati sicuramente bravi a darti un esempio buono di coppia genitoriale. Noi siamo orgogliosi di come sta procedendo la tua vita e dato che ti abbiamo insegnato l’onestà e la sincerità, dobbiamo continuare ad essere i primi a mettere a nudo le nostre fragilità e debolezze anche se riguardano oramai un tempo lontano di quasi quarant’anni orsono ma per certi aspetti ce ne vergogniamo e ce ne vergogneremo sempre. Prima di iniziare il racconto di quegli anni ti ringraziamo per la grande lezione di umiltà che ci hai dato. Mettiti seduto e continua a leggere questa lettera quando avrai il tempo e la giusta concentrazione possibilmente da solo. Rileggila se puoi prima di avventarti al telefono o a risponderci via e-mail. Sicuramente tante domande ti verranno in mente e avrai anche il diritto di essere arrabbiato, deluso e d’inveire contro di noi. Forse rimarrai basito e senza parole anche se conoscendoti mi sembrerebbe un tantinello strano.  Siamo coscienti di quello che stiamo per dirti. Abbiamo anche preso in considerazione l’idea di tacere per sempre e di portarci questa nostra parte di vita come un segreto nella tomba.  Ma ci è sembrata ancora più bislacca. Quindi abbiamo deciso di confessare o come si usa di questi tempi fare outing. Bene, non te la voglio tirare per le lunghe anche perché chissà cosa starai cominciando ad immaginare con quella tua mente fervida che tanto ti aiuta nel tuo lavoro ma che a volte ti fa prendere la vita troppo sul serio. Non abbiamo fatto parte dei terroristi, né rossi né neri, anche se il periodo era quello e la cosa più importante è che non abbiamo ucciso nessuno.  Sono sicuro che dopo i tuoi smarrimenti iniziali sarai forse anche contento di avere avuto due genitori così. Soprattutto la tua mamma che mai avresti pensato che poteva avere un passato così trasgressivo vedendola negli anni un’ integerrima professoressa di Italiano. Abbiamo passato gli scorsi  giorni ricordando i fatti di ieri o  sarebbe meglio dire noi strafatti di ieri. Lo sai che mi sono sempre piaciuti i giri di parole ebbene  caro Sofio  hai capito bene.
    Torino in quegli anni era tutta un fermento di novità ma anche di disillusioni. I movimenti post sessantottini, in quei famigerati anni di piombo portarono una ventata di libertà ma nascondevano già i veleni dell’inquinamento e non parlo solo di quello ecologico ma soprattutto quello delle coscienze. Pierù così mi facevo chiamare,Piergiorgio lo odiavo, era un giovane liceale affamato d’affetto e pieno delle incomprensioni familiari. L’unica forma di coraggio ed evasione l’avevo trovata dietro le siepi del parco del Valentino. Mi bucavo per il mancato coraggio di ribellione al sistema e ai soldi di tuo nonno notaio. Caro Sofio, tuo padre, lo stimato ingegnere Pedrazzoli tanto amato dai suoi dipendenti nei suoi anni liceali è stato un drogato. Capellone e drogato uno dei tanti zombie che vagava fra le nebbie putride sprigionate dal Po. La  prima spada me la iniettai a 16 anni, non ero passato dagli spinelli ero andato subito al duro e sottile sapore metallico dell’ago. La vena si gonfiava, pizzicata dall’impotenza di essere un figlio,  la mia volontà si smarriva. In altre parole cercavo la morte. Tua madre la conobbi a scuola come puoi immaginare mi avevano bocciato e mi ritrovai in prima liceo. Nessuno si voleva sedere  con me tutta la scuola sapeva che appartenevo al gruppo dei drogati e non mi avevano sbattuto fuori indovina per chi? E la cosa mi faceva imbestialire ancora di più. Lei ebbe questo coraggio e lo pagò caro almeno nei primi anni di vita insieme. Riuscì a farmi prendere la maturità soccorrendomi tutte le volte che esageravo. A me questo non bastava, allora accettò la mia sadica e perversa sfida di seguirmi, se veramente mi amava, all’inferno dei tossici. Mio padre per dimostrarmi il suo potere m’iscrisse in ingegneria,al Politecnico, per me una facoltà valeva l’altra, e lei invece in lettere e filosofia. Dopo il primo anno di università dove sembrava si fosse aperto un varco di luce con una cura di tre mesi in una clinica svizzera ed essermi dato tre esami ripiombai nell’eroina stavolta senza una ragione apparente. Tua madre, la bellissima Cinzia dagli occhi di fiordaliso cadde anche lei perché per seguire me i suoi l’avevano buttata fuori casa. Per farla breve passammo un anno da reietti della società l’unica nota positiva il nostro legame.  Fra la gente che frequentavamo due morirono di overdose. Cinzia ci andò molto vicino. In quel momento di lucidità capii quanto lei fosse importante per me e dove l’avevo condotta veramente ai confini dell’inferno. Dovevamo scappare da lì. Nelle osterie che frequentavamo facemmo la conoscenza di Pippo, un giovane uomo siciliano, un “picciotto” come amava definirsi,  che era venuto a fare il professore di agraria che ci parlava con orgoglio della bellezza della sua terra. Decantava con passione la necropoli di Pantalica, la valle del fiume Anapo , nascosta tra i paesi di Sortino e Solarino in provincia di Siracusa. Pippo amava quel pezzo ricco di Sicilia. Ci raccontava dei campeggi fatti con gli scout quando era ragazzino, le scorribande, lui solarinese, con gli amici sortinesi, i tuffi pericolosi di Gino il panzone dalle alte rupi gridando come un grido di battaglia: “Cuccumeo, Cuccumeo”. Le notti passate attorno ad un fuoco a bere “u spiritu de Vascitrari”, a guardare le stelle ed indovinare le costellazioni. A cantare e suonare le canzoni di Bob Dylan e dei Doors. I profumi della terra, quel sole sempre caldo e con la sua luce accecante riverberata dalle coste di roccia bianca  mitigato, solo un poco, dalla frescura del fiume e dai salici d’argento. Racconti su racconti, aneddoti di amicizia e goliardia che inebriavano la mente di un calore autentico. Lui narrava, in quelle serate fredde, accompagnato dal barbera, per ammazzare la sua di  nostalgia dentro San Salvario e inconsapevolmente ci fece innamorare di quei posti. Là dove i Siculi ancora prima dei Greci avevano dato esempio di civiltà e saggezza nella cura e protezioni dei luoghi. Nella nostra fantasia vedevamo il mitico capo dei Siculi Ducezio come un grande capo pellerossa con tutta la sua tribù sulle alture dei canyon e i Greci circondati a valle come gli yankee del generale Custer. Decidemmo di partire. Pippo non credeva di essere stato l’artefice della nostra decisione.  Gli spiegammo tutto il nostro malessere. Meravigliato e con gli occhi lucidi ci abbracciò e ci diede un indirizzo di un prete beat, l’unico che in quei posti ci avrebbe capito e aiutato. Adesso ti chiedo di fermarti nella lettura. So che hai fretta di sapere ma ti chiedo di temporeggiare. Smaltisci il fiele che ha reso amara la tua bocca. Guardati le mani per avere un punto fermo per i tuoi occhi che per la nostra vergogna non sanno dove guardare, alzati e vai a bere un bicchiere di acqua ghiacciata tanto lì in America  i frigoriferi sono tutti dotati della “icemachine”. Riprenditi il tuo bel sorriso quello che sfoderi quanto l’hai combinata grossa e stringi nelle mani la fiducia per noi e non lasciarla cadere. Se hai fatto tutto o qualcosa di simile puoi riprendere la lettura altrimenti indugia ancora.  Arrivammo in Sicilia a fine Aprile. Pioveva. Ci presentammo al prete beat fradici di pioggia e di lacrime. Lui ci accolse con un gran bel piatto di spaghetti alla puttanesca ma così intrisi di peperoncino piccante che per un paio d’ore dimenticammo persino di prendere il metadone tanto ci bruciava la bocca. Rimanemmo tre settimane in parrocchia per capire e per spiegare. La domenica mattina dopo la messa delle sei ci avviammo  con lui verso Pantalica. Volevamo vivere lì in mezzo alla natura come due selvaggi, lontani da tutte le etichette e formalità che avevano soffocato la crescita delle nostre anime. Ci scegliemmo una grotta e cominciammo la nostra avventura. Un gruppo di ragazzi che accompagnava il prete ci aiutò a sistemarci donandoci un kit completo da campeggio. Di nostro avevamo solo i sacchi a pelo, una macchina fotografica, rullini in quantità industriale rubati ad uno zio fotografo di tua madre, una torcia a pile qualche libro e pochi indumenti. I primi mesi furono durissimi dovevamo fare il piano di graduale recupero e disassefuazione della sostanza. La consolazione era quel luogo meraviglioso. Un eden. Ogni giorno facevamo una nuova scoperta faunistica sul nel cielo volteggiava come a protezione l’aquila del Bonelli, e in mezzo alle siepi di alloro strisciavano i colubri a caccia di rane, a loro volta cacciati dalle faine. In quei luoghi ameni come da tradizione millenaria tramandata dai siculi i melari lasciavano i loro greggi di api al pascolo. C’erano anche le pecore certo ma a noi colpirono questi uomini che trasportavano quasi quotidianamente le legnose arnie di ferula stagionata. Le mansuete api nere orgoglio ibleo decantate anche da Virgilio compivano il miracolo tanto agognato dagli alchimisti trasformavano il polline del timo e delle altre zagare in oro. Facemmo amicizia. In paese si era sparsa voce di quella coppia di “picciutteddi do nord” che vivevano come i primitivi abitanti delle grotte per uscire fuori dal tunnel della droga. E per ironia della sorte fuor di metafora quella valle era attraversata da gallerie ferroviarie oramai in disuso lascito di una linea ferroviaria con il caratteristico trenino a vapore che univa i vari paesi montani. Nei momenti di crisi di astinenza fu proprio il prodotto principe delle api e i loro derivati che ci salvarono. Noi arrivammo in quella valle denutriti e questi uomini dall’aspetto rude ci portavano ogni giorno miele, propoli e pappa reale ed una pozione dove aggiungevano il succo dell’aloe. Ce li lasciavano,all’alba, dopo un fischio, davanti la grotta. Con questo nutrimento i nostri corpi ma soprattutto le nostre anime ripresero vigore e consistenza. Diventammo parte integrante di quell’area  a tal punto che i melari lasciarono a noi il compito di spostare le arnie. Diventammo pastori bucolici di api. Nell’attesa del loro ronzare laborioso fra le zagare e l’acqua fresca, i nostri giovani corpi si amarono sulle rocce di quel fiume lento e odoroso di origano, rosmarino e menta nepeta. I nostri visi sembravano quelle dei clown tinte dalle succose more. Ti confesso da uomo a uomo che il vigore sessuale di quegli anni forse per l’età o per la quantità di miele ingerita non mi è più tornata. Con tua madre vivevamo felici come in un parnaso. Stillavamo il miele nelle nostre bocche direttamente dai favi e disegnavamo cuori di cera sulla nostra pelle. Ci sentivamo liberi e dignitosi perché il cibo o qualche indumento che ci veniva portato dalla gente non la vivevamo come elemosina ma come baratto per il nostro lavoro di custodi delle api. Furono proprio loro le nostre maestre di vita che ci salvarono. Dall’osservazione e dalla condivisione di uno spazio imparammo cosa fosse il lavoro e il sacrificio, la passione e la dedizione,il riposo del giusto. In altre parole ci insegnarono cosa voleva significare la parola vita, a noi che eravamo stati seguaci della morte. Ti posso assicurare che c’era più vitalità in quella necropoli ferma da secoli che nel continuo movimento di gente all’uscita di una metropolitana. Passammo in questo modo tre anni. Immagina la grande metafora che ci donano le api. Dalla loro fatica creano un nutrimento dolce ma di una dolcezza diversa da quella dello zucchero di canna o di barbabietola che è più istantaneo e superficiale. Il miele lascia la sua dolcezza in profondità. La sua vischiosità ti avvolge. Alla luce del fuoco riflette come oro e rimanda come in un gioco di specchi il calore della fiamma. Ti sembra veramente che vada a nutrire l’anima. Non per niente gli dei greci si nutrivano di ambrosia che era una bevanda a base di miele. La gente ci veniva a trovare. Il prete portava sempre dei nuovi ragazzi per  insegnare loro attraverso il nostro esempio cosa significasse il concetto di essenziale e come si poteva essere felici solo con quello. Arrivavano anche altri ragazzi sbandati come lo eravamo stati noi per emularci ed uscire fuori dalla droga. Con Pippo tornato per le ferie ci facemmo tante serate e ci fu veramente di grande aiuto nel farci capire gli usi e la storia di quella gente. Oggi lo chiameremmo mediatore culturale.
    Ci furono anche momenti difficili. Capitò da quelle parti anche chi ci invitò a bucarci facendoci trovare delle siringhe pronte per l’uso.  Quelli furono episodi spiacevoli che ci confermarono che eravamo cambiati. Ne eravamo fuori. La prova era superata. Ci vennero a trovare pure i nonni vennero insieme e ci riconciliammo con le famiglie d’origine. Ma nel momento di massima felicità cominciò tutto a girare storto.  Prima un invasione di coleotteri nemici giurati delle api, decimarono gli sciami, poi un incendio doloso causato da qualche pastore ignorante ansioso di erba fresca, coinvolse  molte arnie che diventarono dei roghi. Quanta tristezza per noi. Ci sentimmo in colpa per non aver vigilato su di loro. Gli apicoltori manifestavano dei malumori e cominciarono a sostituire le casette di ferule con quelle moderne e più sicure ma che stanziavano di più negli stessi luoghi, sostituendo gli sciami autoctoni con altri importati. L’ape sicula si stressava e mal si adattava a queste “casette prefabbricate”. Io e tua madre avemmo la sensazione che anche la natura ci stesse cacciando. Come Adamo ed Eva senza aver commesso nessun peccato anzi avendo espiato tutti i nostri, fummo messi alla porta da quel paradiso. Con il senno del poi ci rendemmo  conto che fu l’ultimo gesto di benevolenza di quella terra e dei suoi abitanti. Eravamo guariti ed era giusto che affrontassimo  la nostra vita. Con una grande festa d’addio, stavolta in paese,con salsiccia arrostita sulla brace, pane e focacce alle erbe cotte nel forno di pietra e vino nero, ci salutammo promettendo che saremmo ritornati presto. Ebbene caro Sofio, non siamo mai più tornati in quel luogo. Lo facemmo diventare luogo dell’anima. Qualche volta negli anni con tua madre per qualche notizia legata a quei luoghi ne parlavamo, ricordo negli anni 90 si parlò addirittura di un mostro di Pantalica ci furono vari omicidi in quei luoghi dove avevamo costruito il nostro futuro. Se non ci fossero state delle prove tangibili come la cicatrice che ho sulla coscia ricordo di una caduta da un albero di carrubo forse ci saremmo convinti che era stato solo un trip da lsd. Non tornammo neanche a Torino ci fermammo a Roma. Voltammo pagina. Come diceva Lao Tsu “la morte del bruco è una farfalla per il mondo”nel nostro caso un’ape. La nostra dolorosa trasformazione era avvenuta. Quegli anni furono il nostro grande segreto. Il nostro collante di coppia. Tutte le foto ed i ricordi di quel periodo furono messi in un baule e mai più tirati fuori fino alla settimana scorsa. Credimi è stato uno shock riaprirlo. Da quel nostro vaso di Pandora siamo stati travolti da tante emozioni. Vedermi capellone e secco come un asparago selvatico,come quelli che si raccoglievano per farne delle frittate insieme alla ricotta di pecora.  Tua madre  l’immagine della ninfa Aretusa eterea e liquida allo stesso tempo. Poi le foto con i ragazzi di padre beat, dentro la sua 500 celestina. Quella con Jack lo scopritore dei palazzi medievali. Dei vari “zii”  melari alle prese con i bugni di ferule. Delle varie madrine con la frasche di  ulivo per ardere i forni di pietra. Quella suggestiva di Carmelo il suonatore di friscaletto con lo sciame intorno che non lo pungeva anzi sembrava danzare al ritmo della taranta. Molti di questi uomini saranno morti. Chissà se qualcuno dei figli ha continuato la tradizione dei “Vascitrari”. Un’ ultima rivelazione il tuo nome. Sofio è il maschile di Sofia non ti abbiamo chiamato così non solo per amore della sapienza ma anche in onore a  Santa Sofia patrona di quei luoghi e perché molto probabilmente tu fosti concepito nella grotta dove secondo la leggenda abitava la santa. Almeno a noi piacque pensarla in questo modo. Stiamo valutando con tua madre l’ipotesi di ritornarci l’estate prossima,dobbiamo onorare la promessa, se venissi pure tu sarebbe l’apoteosi. Perdonaci se ti abbiamo sconvolto la giornata ma tu sei un uomo di mondo e quindi ti riprenderai e siamo pronti a rispondere a tutte le meravigliose domande che ci farai su quegli anni. L’altro motivo della lettera è di carattere filantro-politico cerca di perorare sempre la salvaguardia della Sicilia ma soprattutto la zona iblea con le sue ricchezze naturali perché  per l’equilibrio della Terra sono importanti come le foreste amazzoniche. Ricorda che le api insegnarono al siculo Ducezio l’arte della vita  e del buon governare. E gli ispirarono la teoria della Synteleia.  Fino a quando ci saranno le api con la dolcezza secreta del miele ci sarà speranza per un mondo di pace.  Einstein amava ripetere: “Se le api scompariranno, all’uomo resteranno solo quattro anni di vita”.
    Salutaci Caroline e dille che siamo contenti di avere una nuora come lei.
    ti abbracciamo
    I tuoi Genitori
    Cinzia e Piero

  • Come comincia: Il 20 dicembre del 2012, alle ore 23 e 56, al mondo sembrava rimanere meno tempo di quanto ne serve per cucinare le panatine Rovagnati.  La fine era certa…
    Anche se nulla faceva presagire una qualche fine a dire il vero!
    Ma tutti sapevano ed erano convinti che questa fine sarebbe avvenuta: l’avevano previsto i Maya.

    Certo era possibile che a un certo punto si fossero semplicemente stancati di contare rendendosi improvvisamente conto che non sarebbero campati così a lungo, ma era decisamente più divertente e commerciale l’idea della fine del mondo e quasi tutti dunque aderirono a questa trovata.
    S’era persino chiesto al vaticano di spostare il natale di qualche giorno perché era davvero un peccato farsi fregare una festa così bella per qualche giorno da una stupida meteora. Persino io, scettico per mia natura, aderii a questa idea della fine del mondo.

    Furono tantissime le associazioni a sorgere nel 2012, ogni mese sorgevano nuovi culti, s’andava a caccia di filosofie da seguire e fu un periodo d’oro per tutte e sette le arti.
    Fu un periodo d'oro soprattutto per il sesso, io per esempio (come tantissimi altri) mi scrissi all’associazione non profit non profil (attico) “ La fine è vicina e tu sei tanto carina” per fare nuove “conoscenze” (di corpi, e non di nomi).

    C’aspettavamo tutti il Caos, il disastro economico e sociale, persone che non avrebbero voluto rispettare più nessuna legge e norma sociale, chissà quali guerre e quali rivolte e conquiste.
    E certo fu un anno di “casino” ma le cose andarono molto meglio di come si pensava, dopotutto la gente non aveva voglia di prendersi troppi dispiaceri vista l’imminente fine dei tempi. O forse le cose andavano male già prima e non ce ne rendevamo veramente conto, forse il caos c'era già!

    L’idea della fine così vicina, anzi, aveva portato molti a riflettere sulle cose importanti, a dedicarsi a ciò che era più importante.
    Si lavorava meno e si spendeva meglio il tempo ed il denaro, c’erano tante feste e orgie ma anche tante cene romantiche e tanto amore.

    Il 2012 fu il ritorno di Luttazzi in TV insieme a Benigni in un programma strepitoso, ed anche il fallimento (che nessuno avrebbe mai previsto) della Durex.
    Fu un nuovo “69” dal punto di vista delle liberalizzazione dei costumi e della seria messa in discussione delle dottrine religiose e delle morali nel mondo intero. 
    Insomma, mai avrei pensato che la fine del mondo sarebbe stata tanto bella prima ancora d’aver luogo!

    Nel 2011 conobbi la donna della mia vita di cui non sapevo nulla, di cui non sapevo nemmeno pronunciare il nome: una cartomante tedesca cinquantaduenne pazza con gli occhi di due colori diversi…
    Non c’era più spazio oramai per l’amore eterno, non nella mia vita almeno, il mondo stava per finire e le rose malgrado tutto costavano ancora care.
    Il mio amore era l’amore che andava di moda, quello divertente, quello che non avresti avuto mai in tutta la tua vita. 
    “Hey tu”, come la chiamavo io, aveva chiaramente visto nelle sue carte che il sole sarebbe esploso, che la terra si sarebbe aperta in due e che la luna scivolando su un detrito spaziale avrebbe inciampato e ci sarebbe finita dritto addosso.

    A me era sembrato di vedere un re di bastoni e un 8 di denari…ma la cartomante era lei e solo lei poteva dire come stavano le cose leggendo le carte siciliane e bevendosi da sola l’intera bottiglia di assenzio.

    Era difficile sapere come le cose sarebbero andate veramente, le teorie erano tantissime ed andavano dalla rivoluzione del moto dei bradipi che accelerando il loro movimento avrebbero spinto il pianeta fuori dal suo asse (rivoluzione molto lenta nella quale la maggior parte speravano perché forse sarebbe arrivata fino al 2013) al ritorno di Cell (sopravvissuto inspiegabilmente a tutte le puntate di Dragonball Z e GT) sulla terra e  senza dimenticare la solita noiosa meteora stile “Armageddon”. 
    Ma poco importava, la fine del mondo era cosa certa e quella sera alle 23 e 56 eravamo tutti riuniti in tutte le città del mondo a festeggiare una festa iniziata quarantotto ore prima con alcool etilico, Nutella e droghe a volontà.
    Fu durante quella notte che tutto avvenne, che davanti ai miei occhi avvenne la fine d’ogni cosa.

    Viaggiando alla velocità di molto ma davvero molto al secondo, una nuvola di polverio stellare di colore rosa allo schioccare della mezza notte avvolse il pianeta ed allora il cielo divenne d’un rosa quasi ridicolo.
    Nel giro di pochi secondi però il rosa iniziò a sbiadire, a sparire, andava cadendo sulle nostre teste sotto forma di strane creature rosee inespressive che per comodità ed assomiglianza a delle patate gommose chiamammo  “Sciutruplongopatatotoialivz”.
    Sembrava una specie di fantastica campagna marketing della Big Babol, eppure non lo era, o forse si ma noi comunque avevamo già deciso che il mondo doveva finire.

    Pochi secondi dopo la loro caduta sul pianeta “Fottiti fottuto alieno” era l’espressione più usata dopo “ Ok” e “scopiamo?” in tutto il mondo. 
    Queste strane creature, o meglio queste strane palle rosa, avevano come caratteristica d’essere immutabili, non si potevano dividere o distruggere o spostare. Poco importa cosa gli si facesse, dopo qualche movimento tipico da gomma da masticare in bocca, ritornavano sempre allo stato iniziale.
    La gente vi si buttava addosso disperata, cercava di fuggire da questi oggetti immobili che avevano invaso il pianeta.

    Fu veramente terribile, non facevano nulla a nessuno, stavano lì ferme senza causare nessun danno, mai visto una cosa tanto atroce in tutta la storia dell’umanità.
    Gli portammo la Bellucci e Platinette, entrambi nude. Il Cavaliere fece le sue solite atroci battute, costringemmo Tiziano Ferro a cantargli “Perdono” in francese per due ora di fila, e le circondammo con degli schermi giganti che trasmettevano di fila tutti i “natale a …” di de Sica. Azioni simili venivano tentate ovunque nel mondo ma nulla funzionava.
    Tinto Brass venne posto a capo dell’unità anticrisi italiana ma nemmeno lui riuscì a trovare il modo di porre rimedio all’immobilità di queste creature la cui presenza era inaccettabile ed insopportabile.

    Perché? Non era una questione di fatti, non davano nessun’ fastidio quelle cose rosa, era una questione di principio!
    Dopo quarantottore di estenuante lotta, oramai privi di idee, di cantanti stonati e di munizioni, eravamo disperati e queste creature iniziarono improvvisamente a mutare!

    Davanti ai nostri occhi levitarono, si sollevarono di poco più d’un metro dal suolo, e poi attorno a loro si materializzò una specie di corpo e cosi il nemico svelò la sua vera diabolica forma: quella di un maialino nero diabolico!

    Si! Proprio così!
    Occhi rossi sanguinosi e nasi porcini, tanto di sorriso, senza braccia  e con le gambe sottili come spaghetti e di colori diversi, questa era la vera forma del mostro, del diavolo spaziale.
    All’improvviso uno di questi iniziò a girare su sé stesso sulla punta delle zampe, come una ballerina di danza classica eccelsa,  e poi tutti gli altri fecero lo stesso.
    Era chiaro ed imminente l’attacco, era evidente che ci volevano tutti morti, e che ci stavano per dare il colpo finale quelle maledette orrende sporche creature porcine ballerine piccoline e insopportabilmente carine!

    Eravamo preparati a mille scenari ma a questo no, così decidemmo, per il bene di tutti, l’attacco nucleare massimo e distruggemmo il pianeta lasciando al suo posto degli antipatici e stressanti maialini neri diabolici sorridenti e ballerini….