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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 21 dicembre 2012 alle ore 11:33
    Filippo

    Come comincia: Mia madre vendeva scatole di latta, libri usati e ogni sorta di chincaglierie con il suo banchetto ambulante sul lungomare del nostro paese giù al Sud.
    Era una donna taciturna. Ricordo gli occhiali rettangolari enormi da presbite, ricordo la sua vita da nomade in giro per il mondo a comprare e vendere gioielli che ad un certo punto dopo la morte di mio padre, un bravo skipper, si era fermata, senza cambiare mai il suo modo randagio di esistere.
    La nostra casa era un accampamento, poco più di un bivacco. Non avevamo armadi, tutti i nostri abiti erano sparsi alla rinfusa nelle camere da letto e così le pentole e i tegami in cucina, le medicine in bagno, i bagnoschiuma, gli shampoo, le creme, tutto sembrava pronto per essere messo in una valigia e andare, sparso a vista d’occhio per non essere dimenticato. La mia casa, le nostre vite, erano enormi valigie disfatte in un punto qualunque di un viaggio.
    Io e mio fratello dopo la scuola ce ne stavamo per strada, non sapevamo cosa fosse l’ora di  pranzo o di  cena. Mia madre usciva la mattina presto, montava il suo banchetto e lo richiudeva qualche ora prima del tramonto. Tornata a casa, se ne aveva voglia cucinava oppure riceveva  clienti a cui leggeva ogni sorta di carte o altro attrezzo adatto alla divinazione. Non ci hai mai chiesto di aiutarla con quelle sue cianfrusaglie, lo abbiamo fatto fino a quando ci è sembrato un gioco. Io adoravo in particolare le scatole di latta. Erano bellissime, provenivano da un altro tempo, ero rapito dalla varietà dei colori, dalla ricchezza da miniature dei disegni, da quel suono di pentole quando le richiudevi.
    Ne posseggo ancora qualcuna. Crescendo io e mio fratello abbiamo abbandonato completamente l’idea di aiutare nostra madre in quella specie di lavoro. A stento ci eravamo diplomati ma non concepivamo l’idea di avere degli orari di lavoro: eravamo due nomadi senza meta.
    Mia madre morì all’improvviso. Una notte trovai un biglietto sotto l’uscio, lo aveva lasciato un vicino: “ Sua madre è in ospedale”. Era già morta quando arrivai.
    Mi raccontarono che l’avevano  raccolta per strada, su di una panchina poco lontana dal suo banchetto: sembrava dormisse. Era morta così.
    Quando tornai a prendere le sue mercanzie abbandonate, trovai ben poco: avevano rubato quasi tutto, frugato, strappato. Solo le scatole di latta erano ancora lì. Portai a casa la mia eredità materna, la ripulii e misi tutto in uno scatolo di cartone.
    Mio fratello partì; s’imbarcò come aiuto cuoco su di una nave da crociera. Lasciai  la nostra casa, non sapevo nemmeno di chi fosse, i miei genitori erano stati sempre molto vaghi sulla questione e sia io che mio fratello eravamo molto poco curiosi  di faccende di amministrazione domestica.
    Consegnai le chiavi al portiere, lasciai la città e  mi trasferii in questo paesino, in questo monolocale.
    Mi erano avanzati un po’ di soldi dalla vendita della barca di mio padre, mio fratello mi aveva lasciato anche la sua quota per comprare la mia nuova dimora.
    <<Così ogni volta che torno da queste parti ho un buco dove andare a dormire>> mi aveva detto con quell’aria stralunata, lo sguardo spiegazzato come le sue camicie, credo che non abbia mai indossato una camicia stirata mio fratello. Quando lui partì mi chiusi in casa. C’era un campanile proprio di fronte all’unica finestra. Mi piaceva che fosse piccola, me la volevo sentire stretta addosso, come un vestito, anzi, per aderirvi meglio cominciai ad ingrassare. Mangiavo.
    Era una preghiera apparecchiare, cucinare, lavare le stoviglie, scuotere la tovaglia, riporre le bottiglie nel frigo: il mio rito, la mia giaculatoria quotidiana. Mi facevano compagnia gli odori, la luce calda del cibo, i suoni degli utensili. Gustare era l’ultimo atto solenne di quel pellegrinaggio. Divenni enorme: un enorme uomo in una piccola casa. Divoravo cibo e  libri,  mi misi a studiare come un forsennato. In tre anni e una sessione riuscii a laurearmi in lettere. Uscivo raramente, mettevo comode, lente, radici.
    Dopo quattro anni conobbi quell’uomo. Era un fotografo. Lo incontrai per strada mentre passeggiavo. Lui scattava fotografie per un servizio giornalistico. Mi chiese qualcosa, non ricordo cosa, aveva un accento torinese come mia madre, m’incuriosì.
    Disse che mi avrebbe ricompensato se gli avessi fatto da guida per qualche giorno. Era un uomo dai gesti rapidi, di poche parole, sui quaranta, uno sguardo sferzante. Gli offrii di stare da me, si trattava di pochi giorni, ci saremmo arrangiati. Si chiamava Alessandro. Alessandro Parisi.
    Cenammo in silenzio quella sera. Dopo cena lui si collegò al suo portatile, io me ne andai a letto, sul divano della cucina, gli avevo ceduto la mia camera da letto.
    Il giorno seguente mi chiese di uscire di buon’ora.  Salimmo sulla sua auto e cominciò una giostra di telefonate, soste ” per qualche  scatto” come diceva lui, una miriade di caffè consumati in fretta tra uno squillo e l’altro del telefono o della corrispondenza elettronica e perfino del fax. Aveva tutta una serie di diavolerie elettroniche a portata di mano che adoperava con una disinvoltura frenetica. Io avevo molto tempo per osservarlo, non dovevo fare altro che dirgli dov’era questa o quell’altra strada. All’improvviso mi fulminò un pensiero: perché mi aveva chiesto di fargli da guida? Aveva il suo navigatore satellitare, che ci facevo lì io, veramente?
    Glielo chiesi la sera a cena. Ero distrutto, avevo passato una giornata ad un ritmo infernale. Mentre cucinavo lo sentivo ancora trafficare con i suoi giocattoli elettronici, mi sfiniva solo guardarlo.
    Dopo cena glielo chiesi. Aveva un caffè fumante tra le mani. Aveva ancora quella furia nei gesti, nel tovagliolo quasi gettato di lato dopo ogni rapida asciugatura, nella smorfia dolorosa con cui deglutiva. Glielo chiesi.
    Mi guardò: era un deragliamento quello sguardo, mi sembrò quasi di sentire le ruote che stridevano sulle rotaie. Il suo corpo si spense, si acquietò. Rimasero accesi solo gli occhi.
    <<Ti stavo cercando >> disse.
    Mi faceva quasi paura adesso.
    <<Chi sei?>>
    <<Un amico di tuo padre>>
    <<Mio padre è morto>>
    <<Lo so>>
    Non sapevo cosa fare, dove guardare. Le campane cominciarono a dondolare all’improvviso, imbruniva. L’uomo si alzò, mi fece cenno di seguirlo.
    Si diresse al suo portatile, abbandonato sul letto. Lo accese, cercò qualcosa poi me lo porse, con una delicatezza insospettabile in un uomo così scattante. Erano immagini, fotografie.
    Mio padre apparve dopo diverse immagini, dopo una serie di paesaggi straordinari. Pensai che Alessandro avesse una magia potente nello guardo, un lasciapassare speciale che gli consentiva di viaggiare nella materia stessa degli oggetti, delle persone, dei paesaggi, e viaggiando catturava significati e angolazioni assolutamente nuovi, mai visti, invisibili. Mentre guardavo smarrito quell’enorme saccheggio alla bellezza, mi ritrovai davanti il viso di mio padre. Sorrideva, chino su di una barca, intento al suo lavoro. Non me lo ricordavo così giovane, così felice.
    <<Devo molto a tuo padre>>
    La voce di Alessandro mi riportò in quella stanza, mentre si spegneva l’eco del suono delle campane. Allora il silenzio avvolse tutto, anche le mie ovvie domande.
    Restai muto, sapevo che l’uomo prima o poi avrebbe ripreso a parlare.
    Proverò a raccontarti la sua storia come l’ho sentita dalla sua voce e dalle sue parole.

    “ Avevo vent’anni quando lo conobbi. Ero uno stupido ragazzo ricco in cerca d’avventure e di rogne. Ero spesso su di giri, capisci cosa intendo? La mia famiglia aveva assunto tuo padre come skipper per una regata. Per tutto il tempo non feci altro che tormentarlo e provocarlo, ero sicuro che non mi avrebbe potuto affrontare. Mi ignorò per tutto quel giorno eppure ti assicuro che ero veramente un cretino. Al ritorno fui l’ultimo a scendere dalla barca, ero un po’ ubriaco, continuai a provocare e ad insultare tuo padre, mi stizziva quella sua calma. Non sapendo cos’altro
    f are per farlo arrabbiare mi misi a pisciare sul ponte. Fu allora che me le diede di santa ragione.
    Qualche giorno dopo, per scusarmi, gli portai un po’ di fotografie che avevo scattato alla sua amata barca.
    <<Tu sei nato per fotografare>> mi disse
    Fu una rivelazione.
    Smisi di fare il deficiente e cominciai a studiare sul serio. Finalmente usavo i miei soldi per fare qualcosa di buono. Ho avuto grandi maestri, ho viaggiato molto, mi hanno insegnato a guardare. Ogni volta che realizzavo un buono scatto, pensavo a tuo padre, ogni volta che fotografare mi faceva sentire vivo, utile, provavo una grande gratitudine per quello skipper che mi aveva fatto scoprire chi ero.
    Presi ad andarlo a trovare ogni volta che i nostri ritorni coincidevano. Mi offriva le sue birre analcoliche ghiacciate e ascoltava i resoconti dei miei viaggi, guardava le mie fotografie.  Quando con quella sua faccia onesta mi diceva: “ Questa è proprio bella”, mi sembrava di aver vinto l’Oscar.
    Un giorno parlammo di cose di cui non avevamo mai parlato, me lo ricordo benissimo, mi pare di vederlo qui davanti a me.”

    Da quel momento sembrò davvero che ci fosse anche mio padre in quella stanza, anzi, c’ erano solo loro due. I ricordi di Alessandro erano brace viva dentro di lui che come in trance, parlava con mio padre, ora.

    << Alessandro sono preoccupato >>
    <<Che ti succede?>>
    << Il cuore. Il mio medico vuole che mi ricoveri, dice che l’infarto alla mia età è fatale.>>
    <<Il tuo medico è un coglione, ti porto da mio zio, è un bravo cardiologo, non ti preoccupare  >>
    <<Non sono preoccupato per me. I miei figli devono andare a scuola, non possono continuare a fare i randagi appresso a me e mia moglie. Se me ne dovessi andare vorrei saperli al sicuro  da qualche parte>>
    <<Dove vivete?>>
    <<Due stanze ammobiliate nel quartiere lì di fronte.>>
    <<Metti su casa, una casa vera. Vattene a vivere nell’appartamento che mi ha lasciato mio nonno, è enorme, non ci abiterei mai. >>
    <<Che significa “vattene a vivere”>>
    <<Vai lì, prendi la tua famiglia, datevi una sistemata, poi mi paghi l’affitto>>
    << Quanto>>
      <<Poi vediamo, non me ne frega niente dei soldi.>>
    - Vediamo adesso>>
    <<Senti, io sono una testa di cazzo, ho speso in macchine, bourbon e scommesse due volte il prezzo di quella casa abbandonata che tu puoi far rivivere.  Io ne ho altre di case ma di amici come te nessuno, non farmi aspettare di morire per regalartela: te la regalo, domani vado dal mio notaio e ti porto l’atto di proprietà>>
    <<Tu sei matto>>
    <<Dai skipper, attracca e goditi la famiglia>>
    <<D’accordo ma tu non fare cazzate, prendo la casa e ti pago l’affitto, d’accordo?>>

    Riuscii a convincerlo a sistemarsi in quella casa ma non accettò mai che gliela regalassi. Dopo un mese sono partito all’improvviso, ebbi appena il tempo di salutarlo. Ho vissuto in Inghilterra per otto anni. Sentivo tuo padre ogni tanto. Ho saputo della sua morte solo dopo due mesi che era avvenuta. Ho passato altri dieci anni in giro per il mondo fino a quando, quatto anni fa, sono tornato definitivamente. Proprio quando tu hai lasciato la casa e sei venuto a vivere a Soleria. Il portiere dello stabile ha restituito le chiavi al mio notaio che era al corrente di tutta la faccenda.  Fu proprio lui ad informarmi di quello che avevano fatto tuo padre  e tua madre fino alla loro morte.”

    Alessandro si passò le mani lunghe sul viso: <<Potrei avere un altro caffè?>
    Andai a prenderglielo. Quando tornai era in piedi, la mani affondate nelle tasche, guardava fuori. La luce dell’unico lampione arrivava di sbieco sulle campane: sembrava che il tempo si fosse fermato, che tutto potesse accadere da un momento all’altro.
    <<Il caffè>>
    Si girò lentamente. Si rimise seduto sul letto e riprese a raccontare.

    “Avevano continuato a versare una quota per il fitto della casa, su di un conto corrente a mio nome, per vent’anni, senza perdere nemmeno un mese. La banca alla morte di tua madre mi ha avvisato che c’era un bel gruzzolo da loro che mi apparteneva. Dannati soldi.
    Ti ho cercato. Non è stato facile trovarti. Non è stato facile ma non smettevo mai di pensare a questa faccenda. Ti ho rintracciato già da un po’ ma non sapevo come fare ad avvicinarti, non sapevo come fare per… mi sono inventato la storia della guida, prenditi questi dannati soldi, non li voglio. Sono riuscito a fare qualcosa di buono nella mia vita perché tuo padre mi ha fatto sentire speciale, accidenti, quella faccenda della casa era proprio una bella cosa, non me la togliere.”
    Era addolorato, sarebbe crollato se non gli avessi dato ascolto.
    <<D’accordo, grazie. >>
    <<Che ne dici di uscire per una birra?>>
    <<Analcolica ghiacciata?>>
    Mi sorrise, per la prima volta. Sembrava un ragazzo.
    Da allora siamo rimasti sempre in contatto e appena possibile ci vediamo.
    Non volevo che quel denaro servisse solo a me, così decisi di mettere su un locale, un posto dove mio fratello avrebbe potuto lavorare come cuoco e fermarsi, finalmente. Ci ho provato due volte prima di capire che mio fratello era un randagio, come mia madre. Ci ho messo due locali e un omicidio per capirlo.

    Scusa, ho bisogno di una pausa, non per cercare le parole, le ho
    cercate a lungo, messe in fila e spostate tante volte nella mia mente, quello che mi serve è  un’intonazione, un peso giusto da mettere nella mia voce per continuare a raccontare.

    Aveva un naso enorme. Su quel viso stava bene, era un paesaggio armonioso quella faccia, la vegetazione fitta della barba si estendeva fino alle chiome dei due alberi delle sopracciglia.
    Il promontorio del naso la solcava tutta  come l’ultima duna prima dell’oasi. Aveva sempre una birra tra le mani. Cenava spesso da noi e soprattutto beveva.  L’ho visto raramente scambiare qualche parola con altri clienti, camionisti per lo più. Era un locale situato a ridosso di un’autostrada, frequentato da gente costretta a viaggiare per lavoro. Randagi come noi: “ Stray cats”, lo avevamo chiamato.
    Pierluigi una sera litigò con il tizio che ti ho descritto, per una banalità, carne troppo cotta, poco cotta, nemmeno me lo ricordo più. Vennero alle mani, una scenata pazzesca. Se mio fratello aveva piantato tutto quel casino per una cavolata voleva dire che qualcosa non andava. Gli parlai, la sera stessa, sembrava un folle, un drogato in astinenza:  se ne voleva andare. Non riusciva a fermarsi più di un certo tempo, si sentiva in trappola, lo tratteneva solo la gratitudine nei miei confronti che avevo  usato tutto il denaro a nostra disposizione per mettere su qualcosa che potesse garantirgli una casa e un lavoro.  Pierluigi era uno sradicato, un senza radici, uno che non riusciva ad appartenere a nessuno, nemmeno ad un progetto, ad un’idea. Nemmeno a me.
    Io mi ero salvato da questa sindrome familiare perché dopo la morte di mia madre mi ero fermato con il corpo e avevo imparato a viaggiare con la mente; avevo viaggiato nello spazio e nel tempo studiando filosofia, psicologia, antropologia, lingue. Mi ero lasciato attraversare dalle parole e dal pensiero di altri uomini, avevo amato intensamente il mio progetto di laurearmi , di conoscere. Tutti questi sentimenti erano le mie radici, la mia storia. Pierluigi invece era fuori dal mondo. Non gli rimaneva che continuare a saltellare di qui e di là per giustificare a se stesso il senso di estraneità profonda che continuava a provare.  Capii che se fosse rimasto sarebbe impazzito.
    Lo aiutai a trovare un ingaggio come aiuto cuoco su di una nave, sarebbe partito entro un mese. Era deciso.
    La sera prima della partenza quell’uomo tornò al locale. Era ubriaco. Cominciò ad insultare Pierluigi che non lo sentiva perché era in cucina dall’altra parte del banco. L’uomo non la smetteva. Piano piano il locale si svuotò. Rimasero solo pochi curiosi, poi solo  io e i due buttafuori che cercavamo di fare uscire il tizio. Pierluigi uscì dalla cucina attratto dal baccano. Guardava quell’uomo come se fosse un insetto fastidioso. Cominciò a picchiarlo. Dopo poco l’uomo sanguinava, dal naso, dalla bocca. Ho afferrato Pierluigi per le spalle e l’ho scaraventato al lato opposto della sala. Volevo solo che smettesse di picchiare quell’uomo. Perse l’equilibrio. Cadde. Deve aver sbattuto la testa. Non mi ricordo. Morì due giorni dopo in ospedale. L’uomo si salvò.
    La polizia indagò brevemente e poi archiviò la morte di mio fratello come accidentale.
    Una fatalità. Ma il fato si era servito di me per portare a compimento i suoi disegni: questo nessuno sembrava ricordarselo, nemmeno io.
    Nelle testimonianze non comparve mai il fatto che io lo avessi spinto. Un piccolo fotogramma tagliato ed ecco un altro film, una storia completamente diversa: Pierluigi aveva perso l’equilibrio da solo nel corso della colluttazione.
    Quel particolare, la spinta, era scivolato via dalla memoria di tutti i presenti, soprattutto dei due buttafuori che erano proprio lì vicino, come mai?
    Perché io me ne sono ricordato dopo mesi, all’improvviso?
    Ero allo Chez Marie, il locale dove ci siamo conosciuti. Mi ero messo in affari con i due buttafuori, quelli che erano con me quando mio fratello è morto.
    C’era complicità tra noi, una strana intesa. Erano venuti a chiedermi di aiutarli finanziariamente a mettere su un nuovo locale. Li aiutai poi divenni socio. Quando mi ricordai di quella spinta mi furono chiari tanti dettagli fino a quel momento oscuri.
    Accadde una sera. Un uomo strava ballando con la sua donna, la faceva volteggiare con una certa energia; la spingeva e la riacchiappava dopo ogni giravolta. Ad un certo punto gli sfuggì, la spinse  e non riuscì a riacchiapparla. La donna perse l’equilibrio e cadde all’indietro. Mi sembrò di vedere quella scena al rallentatore: il corpo sbilanciato, la gamba sollevata, le braccia che nuotavano nell’aria, la caduta inesorabile nella sua traiettoria perfetta d’atterraggio, il tonfo. Era avvenuto in un istante fuori di me. Dentro, invece, si era srotolato lentamente il frammento che avevo nascosto nell’ultimo anfratto della mia memoria. Mio fratello era morto perché io l’avevo spinto e allora lui aveva perso l’equilibrio e poi e poi. Il frammento, dolcemente, si era ricollegato alla sua sequenza. Me ne tornai a casa. Avevo ospiti quella notte.
    Cominciarono ben presto a sfilare nella luce spettrale del lampione,
    sulle campane di fronte alla finestra, da cui guardavo, insonne.
    Sfilarono il rimorso, la disperazione, la banalità del male, la nostalgia. Ero annichilito dai loro assalti, da questo loro improvviso pretendere udienza. Non avevo nemmeno una risposta, niente con cui sedare il tumulto.
    Me ne stetti lì, su quella poltrona di fronte alla finestra, per un tempo, un brandello di tempo, una quantità, giorni forse.
    All’improvviso i colpi alla porta e le scampanellate erano talmente violente che mi precipitai istintivamente ad aprire: erano i  miei soci, non mi vedevano da giorni dissero, non avevo risposto al telefono, stavano per buttare giù la porta, credevano fossi morto.
    Ci sedemmo. Uno di loro cominciò a preparare un caffè.
    <<Che ti succede?>>
    <<La spinta>> riuscii a dire. Mi sentivo sporco, non mi lavavo da chissà quanto tempo, avevo i pensieri intorpiditi dalla mancanza di sonno.
    <<Quale spinta?>>
    <<Mio fratello>>
    Abbassarono la testa. Incrociarono le braccia. Quasi simultaneamente deglutirono.
    <<Non serve adesso Filippo, come non sarebbe servito allora andare in galera >>
    <<E’ stato un incidente, fattene una ragione>>
    <<Vi devo qualcos’altro per il vostro silenzio, oltre i soldi per il locale?>>
    <<Non la mettere così Filippo, non siamo due pezzi di merda>>
    <<E poi io ero sicuro che tu te lo ricordavi di averlo spinto>>
    Li guardai. Chi erano? Di cosa stavamo parlando? Mi alzai. Me ne andai in bagno a lavarmi.
    Ho continuato a vivere, a lavorare, come un sonnambulo, fino alla sera dell’esplosione. Il resto lo conosci.
    Filippo.

  • 19 dicembre 2012 alle ore 14:22
    Allergie!

    Come comincia: – Etciu! – il suono rimbombò in ogni angolo del globo, e una grande scossa fece tremare la terra. Tutti l’avvertirono e scene di panico scoppiarono ovunque. – Harg! – un rombo ancora più terribile accompagnò una seconda scossa, seguita da un forte schiocco, Sciaf.
    Per pochi istanti tutto sembrò finire, poi la terra tremò ancora.
    Uno schianto immane aprì una profonda crepa da un polo all’altro, i vulcani esplosero e gli oceani sprofondarono su se stessi.
    Poco prima che la vita sul pianeta si estinguesse, gli ultimi superstiti udirono un ennesimo grido – Presa!

    Poco prima

    Puff, Pott, due bambini, nudi e paffuti, apparvero a mezz’aria dietro una grossa siepe, sorretti dalle loro piccole ali.
    – Stavolta ci divertiamo – disse Eros al fratello che lo fissò dubbioso. – Non preoccuparti Anteros – continuò, aprendo la scatola che aveva in mano – Ho sentito Zeus dire che quel grosso fesso laggiù – indicò più avanti – È allergico alla zanzara leone dell’Olimpo.
    L’insetto, appena liberato, fu immediatamente attratto dalla calda e sudaticcia massa muscolare del suo designato obiettivo.
    Atlante lo sentì subito arrivare, quel ronzio era inconfondibile.
    La zanzara leone si posò sul naso del Titano che cercò di soffiarla via, storcendo gli occhi per metterla a fuoco, ma l’esserino lo solleticò facendolo starnutire. – Etciu! – il mondo sulle spalle di Atlante tremò. La zanzara colpì ancora, pungendo il gigante sulla gamba. – Harg! – gridò il Titano, lasciando per un istante la presa sul globo, assestandosi un sonoro ceffone sulla coscia, Sciaf.
    Il gigante era fuori di sé dalla rabbia. Quando vide l’insetto volargli davanti lasciò ancora la presa, stavolta con entrambe le mani, e schiacciò la zanzara tra i palmi – Presa! – gridò felice.
    Voltandosi, Atlante vide che la Terra era rotolata giù dalla sua schiena, spaccandosi al suolo come un uovo.

  • 15 dicembre 2012 alle ore 18:03
    Fenomologia di G.

    Come comincia: “Ci racconta il riposo del
    pellegrino stanco; che legge
    agiografie e libri di preghiere,
    che copia antiche storie, ci dice
    il suo dettato, e intanto fuori emana
    la luce del suo cuore”.
    Antonio Machado, I miei poeti.
    G. è un ritardatario! Basti dire che G. è un apparente nome composto, apparente in quanto nessuna pausa divide i due nomi - l’attesa che sarebbe nata da una possibile separazione risulterebbe eterna ed inaccettabile per il nostro umile concetto di tempo. G. è un nome che non possiede né sdruccioli né tronchi… è un nome in linea retta; in definitiva, la lungimiranza dei suoi genitori depositò all’anagrafe, come una profezia, il tenace e guerreggiante futuro del Nostro contro ogni clessidra… di sabbia o acqua non conta!
    Chi ha il piacere e l’onore di conoscere G. e la sua voce, tanto altisonante quanto nobile resa amabile da modi d’altri tempi, non si lasci ingannare dalla sua gentile presenza; G. è un novello San Giorgio in eterna e vigile lotta contro un  drago che rigetta incandescenti ed inafferrabili attimi, questo nemico si nutre d’ ansia, di modernità e ci riconsegna infuocato tempo, con un alito insalubre, fetido e pericoloso per le nostre dormienti difese immunitarie. Ma G. contro questo oppositore ha una calma e luminescente armatura coniata in quella lega ottenuta dal suo nome in linea retta, senza sdruccioli o tronchi. La sua serenità infrange i vetri di ogni clessidra e restituisce ai deserti ogni sabbia, ai mari tutta l’acqua!
    G. – come il sottoscritto, ma con un’algebra per me inaccessibile – è paradossalmente amante degli orologi, ne stima gli abili e ingegnosi meccanismi, da buon esteta ne percepisce il futile fascino, ne apprezza gli scintillanti ticchettii come un’ esoterica e continua novità; intravede nelle sovrapposte ruote dentate, un giardino miniato di petali assoluti e geometrici piegati ad una legge – per lui - inutile e carceriera! Non mi stupirei se, nella sua fervida immaginazione, G. stesse progettando un segnatempo nel quale ogni meccanismo è libero da qualsiasi prigionia, un orologio iperbolico ed arabescato dove ogni ruota sia libera di orbitare in tutti gli angoli di questo universo, senza che venga meno quel preciso e scintillante ticchettio che tanto lo incanta, ed una volta concluso…  allacciarlo soddisfatto al polso di Dio come una preghiera.
    Tutto questo a noi, semplici corpi dimentichi dell’eternità delle nostre anime, non può che stupirci ed irretirci.
    I ritardi di G. hanno del leggendario, il suo concetto di tempo - ammesso per beneficio d’inventario che ne abbia uno - è dilatato al parossismo… quando chiunque di noi, nell’attenderlo, ha perso ogni umana speranza - e si rifugia, a seconda del carattere, nell’orazione o nella bestemmia -, il Nostro emerge come un Deus ex-machina, hieròs ed eusebés, sacro e pio; come un Lare ormai inutilmente atteso nella tesa disperazione  dei nostri nervi!
    Ed è qui che si affaccia inaspettato un miracolo della psiche! Il disperante ritardo diviene epifania! Cristallina, semplice, manifesta liberazione … i suoi modi gentili e sempre affabili poi, precipitati della sua straordinaria intelligenza, rendono definitivamente netti e rassicuranti i confini di questa Itaca insperatamente e felicemente raggiunta!  È paradossale affermare che  un inverosimile ritardo possa poi tramutarsi in una sorta di felice liberazione, ma è ciò che accade! È come se le nostre nervature disperatamente tese come le corde di un’arpa ansiose di incantare il pubblico, inizino a vibrare al tempo giusto distendendosi in melodia. G. retroattivamente rappresenta il kairos del ritardo… il tempo opportuno del ritardo!  Invito chiunque a far esperienza di questa celata geometria che ha solo la maschera del caos.
    G. è un accordatore del tempo… esercita i legamenti della nostra sopportazione dilatando con un agognato sorriso la nostra pazienza, e forse anche la sua.  Indicativo forse è il fatto che queste parole le ho scritte senza fretta, “con calma” come ama sempre intercalare ogni suo discorso il Nostro G. Io intanto anticipo gli appuntamenti con lui almeno di due ore, in modo tale da ottenere un onesto ritardo.

  • 14 dicembre 2012 alle ore 20:53
    La scelta

    Come comincia: Tutto passa, tutto scorre e di noi resta solo la traccia di un passaggio e se nel passare lasciamo un brutto ricordo anche quello nel tempo si perde con la fine di chi ha visto, i nuovi occhi non vedranno ciò che hanno visto i vecchi e non capiranno ciò che si è vissuto o ciò che è andato perduto, la franchezza arma il mio coraggio, espongo il mio pensiero che è veritiero per me soltanto, ogni individuo misura la sua vita con un'etica personale, con sentimenti diversi e ben venga altrimenti saremmo tutti single, qualcuno dovrà pur mettersi in gioco e rischiare, io invece non rischio perché ho tutto quel che mi serve, un guscio di noce e un pezzo di pane, un cielo stellato da guardare e la luna che mi fa l'occhiolino, questo mi basta per dire" effettivamente c'è chi sta peggio". Chi può dire realmente se è giusto o sbagliato, chi può tirare i dadi in una partita a due prevedendo con certezza che vincera? Nessuno. Siamo vascelli in balia delle onde quando il cuore è in tumulto e batte affannosamente per un altro cuore, l'alchimia illude e fa vedere più di quello che esiste, la mente viaggia e si crea l'emozione su lidi lontani, solitari, sperduti, dove il silenzio fa cornice ai palpiti. Si vorrebbe la fine del mondo si desidera l'assoluta perfezione della coppia, l'annullarsi della vita intorno come se a vivere ci fossimo solo noi, noi con il nostro grande amore vero che di vero possiede solo il nome Amore, un amore spesso a senso unico, che quando ci abbandona ci spoglia del bello e denudando scarnisce e impoverisce l'anima che aveva prima arricchito di così sublimi parole, la fantasia sentimentale non ha pari, dove non arriva la lingua per convincere l'essere ignaro del gioco che si beve ogni singola parola fino all'ultima lettera a lui o a lei dedicata, per soggiogare e rendere schiavi di sacro sentimento. Chi è savio fugga prima che sia troppo tardi e non ceda alla lusinga , complice perversa di misfatti d'amore, tradimenti psicologici, più gravi di quelli fisici rendono insensibili al fascino del nuovo, e compromettono un futuro di probabile felicità.  La scelta è una, si vive vedendo la luce o  non  si vive brancolando nel buio.

  • 14 dicembre 2012 alle ore 9:20
    Il filosofo maledetto e il suono d'armonica..

    Come comincia: L’anno lo si vede come sempre spegnere nei giorni che accompagnano il mese di dicembre. Questa volta il fine anno appare inzuppato di un umido che sale lento dalle suole delle scarpe. Ogni cosa sta per fermarsi, stupita. Capita sempre così in questo mese di festa. Dalle luci per strada ai colori natalizi. Dai presepi di cartapesta del mitico Antonio ai carion e alle barbe bianche. Per lo più finte. Il freddo oramai si addensa in una promessa di ghiaccio. Come quello lasciato sul vetro della macchina di prima mattina. Lo conserverò così per sempre. Intatto. E così che oggi ho deciso di sposare l’inverno. Poggio la penna sul tavolo smussato. Guardo il foglio di fronte a me e lo vedo pian piano sporcarsi d’ inchiostro.
    Son passati pochi giorni dall’ultima volta che ho disegnato linee di inconsistenza  con l’artificio della mano. Solo pochi giorni. E’ stato un parto difficile e prematuro che ha generato piccoli pensieri e discussioni. Vino rosso e parole. Fuoco a scaldare gli animi, alterati dalla vista di giorni appena passati e dall’ipocrisia politica e sociale che è sempre presente. Niente di nuovo. Solito squallore! Con la  comparsa di nani, ballerine e mostri bifronti.  Due giorni di costicine, bestemmie, salsicce e abbracci, di pugni nello stomaco e rabbia. Smorzata dal vento o bruciata dal fuoco. Solo fumo all’orizzonte. Olfattato lungo la strada, come semplice spiraglio d’aria. E  via di fuga.
    Oggi c’è un mare fantastico a Crotone…Nonostante il generale inverno alle porte c’è un sole alto e fiero che spacca la crosta terrestre e che regala squarci di vita piena. Sarebbe utile goderselo tutto, fino in fondo.  Magari che ne so sfruttare la pausa di lavoro per fare una lunga camminata  in spiaggia, sulla battigia,  per poi rifugiarsi in un locale a mangiare fagioli neri, cucinati alla messicana, accarezzati da pane abbrustolito e accompagnati da una riserva di chianti, tatuata “Gallo Nero”….E non importa se mentre scrivo capita di fare la pubblicità alle case vitivinicole, tanto qui è tutto gratis, non paga nessuno. Sia chi scrive che chi legge. In fondo vale propria la pena fare l’amore col sole e col cibo, bevendo vino e masticando parole.
    Mi sento all’improvviso precipitato nel bel mezzo della vita, a metà strada tra una carezza e un tegola in testa. Cammino adagio sul pavimento della strada . Faccio fatica a tenere saldo il piede per non scivolare. Mi accompagna solo un piccolo strumento che dirama bollettini di guerra e folate di note. Corrosive quanto bastano per saziarmi di tutto e di niente. Di vino e di parole. E di tal sazietà mi cibo e poi suono. Suono artigli d’autore seduto per terra. Note dolci, un pò malinconiche, tinte di cruda amarezza. Con gli occhi chiusi canto il mio animo disumano, il mio spirito schivo e ribelle senza cercar gente che possa udire. Sono seduto sul ciglio della strada e scrivo. E suono. Per me stesso, per le mie sensazioni e sentimenti nascosti e virluenti, tutt’altro che indifferenti, con la bozza del libro che sto per terminare, appoggiato per strada, sopra la mia ombra di piedi scalzi..Son uomo di popolo preso a prestito per strada, mal visto dagli stessi uomini “benpensanti”, ma ignaro mi abbandono al mio talento creando un rifugio per gl'occhi, per la mente, per il cuore. Il dolce suono d’armonica riempie di poesia la piazza che scorre veloce, dai soliti movimenti meccanici di chi l'attraversa giorno e notte. Con l'unica cosa che resta viva e ferma, la musica..E’ salubre pensarsi così come un solleticatore di note che scrive melodie su un pentagramma distorto. Suono, volteggio e rido. E scrivo. Lo faccio nei vicoli di questi luridi palazzi colorati di smog. Dopo aver donato un pò d'armonia con le mie leggere intonazioni, lascio i vicoli e sparisco dietro un maestoso cielo di color azzurro lucente. Non si sa chi sono, nessuno s'è mai interessato, nessuno ha ben guardato o rivolto una sola parola. E così è. Ogni giorno, alla solita ora. Il filosofo maledetto con l'armonica fa dono di musica, scritti e parole. Lancia piccoli strali nei vicoli della città. Brevi passaggi di tempo. Piccole oasi di lettura, note intonate alla memoria. In compagnia della sua armonica. E poi d’un tratto sparisce, si dissolve, dietro l’azzurro lucente.

  • 11 dicembre 2012 alle ore 13:20
    Il linguaggio dei corpi in movimento...

    Come comincia: Erano stati giorni intensi quelli appena trascorsi. Notti adornate da splendide visioni. Circondate da germogli di vita. Il desiderio di abbattere il nemico a colpi di penna era sempre al centro dei pensieri di flix. D’altronde la vita è vista come una un'immensa partita a scacchi dispiegata su un grande campo di battaglia dove in gioco si scontrano desideri, piaceri, interessi, gioie e dolori. Nella descrizione di un linguaggio di corpi sempre in movimento. Possibilmente composti da abili giocatori e non da pedine di scambio....
    In fin dei conti il  gioco è guerra; la guerra è la politica continuata con altri mezzi; la politica è uno sporco gioco d'affari, una corsa di cavalli di troia, in fondo è solo intrattenimento e sport.
    Basta guardarli i politici, sempre vestiti in maniera impeccabile, perfetti; tutti animali da feste di gala, tutti intercambiabili, l'uno vale l'altro. Non c'è distinzione di questa razza in via di estinzione, si reciclano nei partiti come rifiuti solidi urbani...Tutti a riempirsi la bocca parlando di “Democrazia” ….

    Flix continuava a produrre sapere. Era sempre lì, seduto. A pensare. In trincea. Sul campo di battaglia a combattere i nemici con le armi della penna. Schivava i colpi che vedeva passare sopra la testa, provenienti da ogni angolo della terra. Cecchini posti in ogni angolo di strada. Sui cornicioni dei tetti. Negli edifici pubblici e nelle aree private. Tutti armati e con i coltelli tra i denti. Pronti a sparare e a colpire dietro la schiena. Traditori che generavano sangue. Odio. Arruolati e pronti a vendere il proprio corpo, la propria pelle al peggior offerente. Da un giorno all’altro cambiavano abito, maschera. Si vestivano di nuovo. Prima pugno alzato poi saluto romano. Prima piromani poi pompieri. Buttavano a mare la propria dignità per un tozzo di pane. Si facevano in quattro per mostrarsi amici di tutti. Erano educati e cordiali quanto bastava per legarsi le catene ai polsi e  stringere i nodi delle cravatte al collo. Tutti servili, come sempre, aspettavano il risultato delle elezioni per scegliere il nuovo messia. Il loro futuro padrone. E poi la corsa verso le poltrone. Verso quella vita comoda che aveva un prezzo, da scontare con la prigione. Mettendo in gabbia corpo e anima per una "ginnastica infinita dell’ubbidienza".
    Un linguaggio di corpi sempre in movimento. Ma stabili e fiacchi. Privi di vitalità e di energia creativa. Docili e utili allo stesso tempo.

    Non restava che scrivere per compiere piccole resistenze quotidiane. Ancorare la memoria storica alla scrittura rappresentava da sempre il campo di battaglia di flix.
    Era come raggiungere una meta, partendo da nessun luogo e senza alcuna indicazione. Ma con la sola forza del pensiero si riusciva ad attraversare persino corsi d’acqua immaginari. Fiumi solitari che poi diventavano affluenti e davano vita a cascate dirompenti. Paesaggi manzoniani. Polmoni verdi e foreste pluviali tropicali.
    Il mondo era diventato una palla da gioco situata ai suoi piedi. Pronta ad essere calciata e rimandata in orbita. Sarebbe stato un dono disperdersi per sempre nell’infinito. Senza lasciare traccia. Senza lasciare alcuna minima ombra. Sparire per sempre da ogni angolo della terra. Un linguaggio di corpi sempre in movimento. Danzanti al ritmo del rumore della pioggia. Un linguaggio di corpi in movimento che generava musica naturale e mirava a distruggere l’artificio del tempo.

    Invece la palla lanciata in orbita scendeva inesorabilmente sempre giù a picco.
    Viaggio di andata. Poi il triste ritorno. Verso quel luogo che tutti chiamano ragione. Dove il desiderio in gioco lasciava spazio al ripetersi del giorno. La cura dell’orto. La cura del viso. La passeggiata in splendida compagnia. Un salto al cinema. E poi il lavoro. La frenesia. Gli incontri al pub con gli amici o altrove. Tutto confezionato. Anche la musica da carion come cornice dello stesso paesaggio. Lurido e marcio.
    La stessa gente. Falsa e arrogante. Le stesse misere cose. Coreografia di un niente. Di un paese perduto all’orizzonte. Di un mare al quale si udisce solo grida di vendetta. Per aver inghiottito tutto il marciume che l’uomo ha prelevato e preleva dalla terra.

  • 10 dicembre 2012 alle ore 22:44
    "Se te pijo..."

    Come comincia: “Se te pijo…te sputo in un occhio, te acchiappo pe’ n’ braccio e te rivorto e con ber carcio ar punto giusto te spedisco tra gli infami marci con cui stanno bene quelli come te!”
    Avevo parlato ad alta voce mentre mi guardavo il viso in quello specchio appeso troppo alto da sempre e che non era stato mai cambiato in tutti quegli anni. Ne erano passati venti dal giorno in cui ero andata a vivere insieme a mio marito in quell’appartamento di due camere e salone (one? …ino!) in un condominio enorme della periferia romana.
    Mi resi conto di aver messo tanta rabbia in quelle parole che forse anche lo specchio era curioso di sapere chi fosse il destinatario di quella frase.
    “E bravo, sei  coraggioso come tanti che conosco io. Stai lontano, colpisci alla cieca, a chi tocca tocca. Giusto? Non è così? Senza nemmeno prendere la mira… il primo che capita!”
    Mi fermai a riprendere fiato e sentii allentare un po’ la tensione che aveva colonizzato l’aria tanto densamente che aveva appannato pure lo specchio.
    “Grandissimo bastardo!” ricominciai però subito “Non potevi almeno aspettare che avessi … non dico ottanta ma almeno settanta anni, per mettermi sulla testa questa croce…” e non riuscii a nominare quella malattia invalidante che mi avevano diagnosticato da pochi giorni e che non accettavo.
    “Brutto figlio di …” mi fermai. Era inutile prendersela con qualcuno, cercare un colpevole.
    La vita distribuisce doni e dolori a caso, senza cattiveria.
    Decisi, dopo quell'ultima riflessione, di non pensarci … avvelenarmi il sangue con il fiele della mia rabbia non mi avrebbe giovato in nessun modo meglio gratificarmi con i mignon che avevo nel frigo.
    "Alla faccia tua ora mi gusto questo ben di Dio..." e mi buttai a capofitto su quei dolci conservati per le amiche che mi venivano a trovare spesso.
    Mio figlio diciassettenne che, suo malgrado aveva sentito tutto, dal letto dove se ne stava a pancia all’aria guardando il soffitto, scandendo parola per parola mi regalò un pizzico della sua saggezza:
    “Poi se ti viene pure il diabete, non te la prendere sempre col destino…”

  • 09 dicembre 2012 alle ore 17:26
    Un giorno particolare

    Come comincia: Era un bel giorno autunnale, illuminato dal sole inaspettatamente fulgido, che con il suo passo lento ma costante descriveva via via il solito arco, che congiunge l’alba al tramonto, come era sua pratica quotidiana. Era un giorno particolare. Non faceva caldo. C’era un incantevole tepore tale da suscitare invidia alla primavera, il quale avvolgendo dolcemente l’aria, effondeva fragranze profumate ed effluvi emozionanti, olezzi freddamente stimolanti, profumi soavemente eccitanti, e dava sincero conforto ai cuori di Laura e Leucio, ormai in dolce posa estatica, ricca di brividi amorosi. Laura e Leucio si erano incontrati e conosciuti il giorno prima e, come succede inspiegabilmente tra una donna e un uomo, si era instaurato tra loro un improvviso e attraente rapporto empatico. In questo rapporto si erano fusi reciprocamente stima, simpatia, intimità, attrazione fisica, affinità elettive, sentimenti generanti emozioni appassionate, tremolii passionali, così da costituire tra questi un inspiegabile scioglimento e da generare una soluzione omogenea tale da alterare le caratteristiche di ognuno, come quando lo zucchero sciogliendosi nell’acqua fa acquisire a questa dolcezza e perde nel contempo la sua salda solidità causata dall'acqua. Si comportavano come se si fossero conosciuti da molto tempo, Laura e  Leucio. Passeggiando, infatti, tra i cespugli di un rigoglioso giardino stavano abbracciati come se costituissero un corpo unico, una sola entità, un’eccezionale essenza vitale, due cuori che pulsavano all'unisono. I loro sentimenti genuini, sinceri, semplici, autentici, spontanei, erano sgorgati dai loro cuori come l’acqua limpida e fresca che erompe da una scaturigine rocciosa di montagna. Laura compiva il compleanno quel giorno e voleva festeggiarlo con il suo fulmineo amore, in solitudine, lei e lui da soli.  Sentiva di rifuggire in quel memorabile giorno, importante per la sua unicità, a differenza dei compleanni trascorsi, dallo schiamazzo degli amici che avrebbe alterato quella profonda intimità passionale che si era instaurata tra lei e Leucio. Mentre il dì si approssimava ormai alla fine, decisero di recarsi al mare per osservare il tramonto all’orizzonte, dove il cielo si sposa con la terra, dove il divino si fa terreno, dove l’umanità viene esaltata dal celeste. Innanzi ai loro occhi, quando giunsero, si presentò uno spettacolo stupendo, eccitante, meraviglioso. Un pianoro fluido, azzurro tendente al rossastro con sfumature colorate indicibili, mescolate con naturale maestria, era cosparso da leggeri e tenui flutti, le cui creste illuminate dai fervidi raggi solari ormai fievoli assumevano le sembianze di tante lucciole festose che, in caotico movimento accompagnato dal monotono suono generato dalla risacca, mostravano la loro gioia e la loro contentezza per la felicità che univa i due innamorati. Laura e Leucio rimasero attoniti, intenti a giocare con i loro sentimenti reciproci, stando abbracciati e seduti sulla rena a guardare quel sublime spettacolo che la natura gli stava offrendo, e che li aveva uniti ormai per sempre. In un attimo gli apparve improvvisamente come un lampo a ciel sereno il raggio verde che catalizzò il travaso dei loro sentimenti reciprocamente.

  • 08 dicembre 2012 alle ore 3:08
    Fine?

    Come comincia: E' tutto in un secondo. Non riesci subito a distinguere la realtà. Ti stropicci gli occhi e non riesci a capire. Tutto è in bianco e nero. Sei confuso, cerchi di ricordare i colori, ti domandi se ci vedi ancora bene. Osservi meglio e la parte razionale sta cercando di emergere. Noti che tutto ciò che vedi è una diapositiva speculare di quello che fino a pochi millesimi prima chiamavi vita. Sei morto e sei deluso. Per lo meno sospetti di esser morto. Ti aspettavi che almeno una delle tante persone che ti istruì sulla vita avesse ragione. Ti dicevano: hai fatto molte cose belle e potresti finire in paradiso tra gli angeli a suonare l'arpa. Oppure: per le cose sbagliate e cattive che hai fatto, finirai in una pozza di lava ed esser punzecchiato dal forcone di qualche diavolo dell'inferno. Addirittura altri: ti decomponerai, cesserà il tuo Io e diventerai energia e vita di un prossimo essere. Invece ti ritrovi in un fermo immagine, Tutto il mondo, il tuo mondo è una statica cartolina. Hai con te la tua borsa con cui stavi andando al lavoro. Scendi dall'autobus vuoto, sei la sola persona che ci sia nel piazzale. Autobus e macchine in coda come abbandonati da un bambino gigante stufo di giocarci. Controlli il cellulare. Il display emette una luce smorta, non la solita nitida e leggi l'ora: 12.34 sei dieci minuti in anticipo. Cammini per arrivare al tuo posto di lavoro. Hai fatto metà strada e ricontrolli il cellulare. 12.34. Magari è guasto. Poi controlli l'orologio della farmacia. 12.34. Sei tu ad essere guasto. Stai cercando di capire in quale punizione sei finito, Magari adesso ti svegli e ti accorgi di essere in un sogno. Sarebbe facile e possibile. Invece ti siedi guardingo al tavolo del bar dove lavori. Nessun collega ad accoglierti e a proporti un caffè. Nessun cliente fisso da salutare, Nessun turista da aiutare a trovare l'albergo. Non ci sono nemmeno i rumori delle macchine del bar: la macchina del ghiaccio non sforna i cubetti, la radio non suona e i motori dei frighi non emettono il loro ipnotico ronzio. Abbandoni la borsa sulla sedia e ricontrolli il cellulare per l'ennesima volta. 12.34. Poi leggi anche la data 21-12-2012. Se ti avessero detto che quella era la fine del mondo, ti saresti messo a ridere. Ti aspettavi un meteorite, un terremoto o una venuta degli alieni. Oppure non sarebbe successo niente, il giorno sarebbe passato tranquillo e placido, con qualcuno che faceva la sua battuta sui Maya e il granchio che avevano preso. Invece ti ritrovi in un limbo, grigio e da solo. Prendi una bottiglia di whisky da dietro il banco. Il capo non te ne farà una colpa. La tracanni. Non hai nemmeno il sollievo dell'alcool. Non c'è gusto. Non c'è il fuoco che divampa nell'esofago. Lasci la bottiglia ed esci fuori dal bar. La strada è sgombera. Le bancarelle, quelle sono ai loro posti con la merce esposta, ma nessun venditore. Butti un occhio in banca attraverso la finestra. Nessuno in fila. Pensi che sarebbe l'unica volta che la trovi così libera e ti viene da sorridere. Poi ti morde qualcosa dentro. La solitudine, ti tira un pugno allo stomaco. Cerchi di ricordare quando sia successo il passaggio. Eri in piedi in autobus, l'autista aveva appena fermato il mezzo e aperto le porte. La vecchietta accanto a te ti sorrideva perché la stavi facendo passare per prima, mentre l'uomo vistosamente spazientito dal viaggio, ti sbuffava da dietro. Hai chiuso gli occhi in quel millesimo di secondo come sempre e ti sei ritrovato così. Diluito nel tempo, in un mondo tutto al contrario. Solo. 
    Così cammini per la strada, nessuno ti ferma e tu non puoi fermare nessuno. Entri in un negozio, poi nel successivo. Ormai hai capito che ci sei solo tu. Nemmeno la tua ombra ti fa compagnia e strilli come una femminuccia quando te ne accorgi. Respiri affannosamente e cerchi di darti un contegno. Pensi alla tua famiglia e agli amici che non potrai rivedere. Pensi alla fatica che hai fatto per crescere e per imparare le nozioni più disparate e nessuna di quelle adesso ti può aiutare. Non ti hanno preparato per questo e vorresti arrabbiarti, ma nemmeno le tue emozioni sono vivide. Lentamente stai scomparendo. Forse il tuo limbo è finito e finalmente ti ricongiungerai agli altri. Forse.

  • 08 dicembre 2012 alle ore 0:15
    Un uomo semplice.

    Come comincia: Fulvio è un uomo sulla cinquantina,calvo,alcuni peli bianchi sul torace,che lui
    ama radere,anche per dar modo ai suoi pettorali di emergere durante i mesi
    estivi.Ne ha passate tante,dagli anni settanta di piombo,quando bastava
    sbagliare vestito per beccarsi le sprangate di neofascisti e autonomi,al finto
    boom economico degli anni '80 degli yuppies,al riflusso degli anni '90,al
    post-femminismo che fece polpette di tutto quanto era maschile o maschiloide,
    fino alle ultime annate del crack economico-finanziario e la fine delle fiabe
    per bambini che da mezzo secolo le classi dirigenti-col sostanziale beneplacito
    delle opposizioni- hanno inculcato nella mente -peraltro mediocre -dell'italiano
    medio. Fulvio è scappato in campagna;si è nascosto in una vecchia casa,
    approfittando del contemporaneo abbandono della stessa da parte di tutti
    gli altri parenti.Egli è un dinosauro.L'ultimo dei custodi di quella vecchia
    villa napoleonica...Or qui or là qualche ectoplasma, discreto ed educato, si
    siede a tavola con lui,silenzioso e incuriosito.Fulvio non ci bada più di tanto;
    lui ha perso tutte le guerre,o quasi.Ambizioni economiche,sogni erotici nel
    cassetto,vagheggiamenti tardo-romantici,velleità egocentrico-esibizionistiche
    e speranze,quali che fossero. Ma ha conservato,anzi,perfezionato la sua unica
    virtù apprezzabile:la disponibilità umana. Fulvio è  stato un punching-ball per
    tanti,troppi.Lo hanno massacrato nella sua ingenuità e bontà un po' da
    sempliciotto- e si che si è laureato in lingue e letterature straniere e ha letto molti
    libri- e lo hanno ridotto ad un colabrodo,metaforicamente,senza pietà,giocando
    sulle sue stravaganze e sulla sua anticonformistica originalità un po' balzana,
    ma assolutamente innocua.  Fulvio si è ritratto a riccio,rinchiudendosi nel suo
    misero guscio,con una fede andata quasi completamente in pezzi e la fiducia nel suo
    prossimo ridotta a zero.Però sa ridere e sorridere,appena si presenta l'occasione.
    Non sa dire di no a chi lo prega e non sa non perdonare. Fulvio ama le donne.
    Se potesse,le avrebbe sposate tutte. Lui è fuggito dal mondo anche perchè non
    riesce a farsi una ragione del fatto che viga ovunque una silenziosa e spietata
    guerra dei sessi-che solitamente non fa prigionieri. Fulvio è laborioso,squattrinato
    e ,a modo suo, adorabile. Qualcuno-il più delle volte qualcuna- lo capisce e da qualche
    tempo lo coccola,forse perchè il suo modello di uomo,assolutamente anticonvenzionale,
    rappresenta un'ipotesi di uomo futuro,in quella che sarà la nuova età dell'Oro,
    avulsa da ogni violenza e sopruso,senza razzismi e abritrii.Senza guerra tra i sessi.
    Fulvio è un bambino dentro,in fondo non ha mai voluto cucirsi addosso l'etichetta di
    maschio DOC nè di uomo medio.Nemmeno di superuomo. Ha in Gesù un modello
    segretamente ammirato.Fulvio ogni tanto si guarda allo specchio,e non trova risposte,
    ma ultimamente un lumino di allegrìa tenera si sta facendo strada nella sua espressione
    normalmente semi-melanconica,da vinto verghiano. Fulvio se lo dice da solo: sa di essere
    un uomo relativamente raro,ovvero un semplice,vulnerabile,apprezzabile uomo
    buono. La solitudine è il prezzo della sua coerenza pluridecennale. Ma un giorno
    Qualcuno in alto lo ricompenserà. Per ora lo sostengono i suoi supporters scavezzacollo,
    i fantasmini del suo castello solitario e antico,avvolto nelle atmosfere perdute di
    un Novecento ormai morto e sepolto.

  • 07 dicembre 2012 alle ore 23:59
    TU POETA!

    Come comincia: Vero! Non puoi definirti poeta. Ma ci sarà un tempo, se vorrai essere Poeta... che ti fermerai… inizierai a leggere e rileggere i tuoi scritti litigandoci, amadoli… molto spesso odiandoli! E strapperai fogli… brucerai tempo… consumerai sinonimi e aggettivi per correggere quello che rileggerai per la centesima volta. Oh, sì! E continuerai a farlo nell’oscurità dell’animo. Alla luce della solitudine. Ancora e ancora… Anche piangendo. Un giorno, anni e anni e anni dopo... ti sveglierai, non ricordandolo più… e ti chiameranno Poeta...

  • 07 dicembre 2012 alle ore 15:45
    Nell'ombra

    Come comincia: Li osservi da lontano, non osi avvicinarti.
    Ti giungono i rumori della festa, le risate, la musica.
    Sai che, se solo ti vedessero, sarebbero terrorizzati dal tuo aspetto. Hanno sempre aborrito le tue deformità. Rese ancora più orripilanti dalle piaghe, e dalle ferite, che tu stesso ti sei procurato. Per il tuo piacere.
    Li odi per questo. Li odi tutti. Sono loro che ti hanno reso ciò che sei.
    Dal tuo riparo la vedi avvicinarsi, percepisci la sua energia. E’ sola. La stavi aspettando, sapevi sarebbe arrivata.
    I tuoi occhi possono scorgere la brillantezza del suo spirito puro che risplende nella notte, quasi la rischiara alla tua vista.
    Di contro intorno a te vedi solo un’aura oscura che fluttua, quasi dotata di vita propria. Capace di rendere la notte ancora più buia.
    Fremi, vorresti non doverlo fare. Ma devi, ne senti il bisogno.
    Si siede sulla sabbia, a pochi metri da te, non sa che sei lì.
    Piange sommessamente, le gambe ripiegate, il mento sulle ginocchia, le braccia allacciate alle caviglie. Il suo sguardo è perso verso il mare, verso la strada d’argento disegnata sull'acqua dalla luna.
    Vorresti raggiungerla, consolarla. Vorresti che la sua energia invadesse la tua oscurità, rischiarandola.
    Lotti con te stesso, con i tuoi bisogni. Poi vai verso di lei, lentamente.
    Il tenue sciabordio delle onde, copre i tuoi passi incerti sulla sabbia.
    Lei si volta di scatto, qualcosa, forse l’istinto, l’ha avvertita. Il tuo viso a pochi centimetri dal suo.
    La tua bocca martoriata si atteggia in un sorriso sbilenco, marcio. Nei suoi occhi leggi il terrore. La detesti per quella reazione.
    Cerca di urlare, ma la tua mano, stretta intorno al suo esile collo, glielo impedisce. La sua bocca si spalanca in un grido silenzioso.
    La spingi a terra, la immobilizzi.
    Ti pieghi su di lei. La tua bocca sul suo collo. La tieni ferma con il tuo stesso peso.
    Quando affondi i denti nella sua tenera carne, senti il suo corpo fremere convulsamente. Il sapore dolciastro, mischiato a quello lievemente metallico del sangue, ti inebria.
    Percepisci la sua energia che pulsa e a ogni istante si affievolisce, mentre la tua oscurità la sommerge, la divora.
    Ti nutri ancora, strappando un altro pezzo di lei. Dal collo il plasma caldo zampilla sul tuo viso, pompato da un cuore che batte al limite della sua sopportazione.
    La senti sussultare sotto di te. Poi più nulla.
    Ora, sazio, puoi tornare da dove sei venuto. Nell'ombra.

  • 07 dicembre 2012 alle ore 10:55
    Lettera d'amore di rabbia e di guerra

    Come comincia: Ieri non ho potuto incontrarti, ma oggi ho voglia di starti vicino. Anche se non potrò toccarti, perché ognuno distante dall’altro e rinchiusi nel proprio ufficio, vorrei accarezzarti solo con il fruscio delle parole che di questi tempi è tanta roba.
    Oggi non ho propria voglia di evadere le pratiche d’ufficio. Non ho propria voglia di lavorare. Ad essere leale devo ammettere che non sono né cattolico e né tanto meno calvinista o protestante. Per cui odio sempre lavorare. Amo come ben sai l’ozio latino. Che non significa essere lavativo o fannullone.  Ma abbracciare quella filosofia che ti consente di progredire nella vita di tutti i giorni. Il mio lavoro preferito è leggere, scrivere, giocare indifferentemente a qualsiasi cosa, andare al cinema, al teatro, ascoltare musica, bere vino.. Sono stati almeno 15 giorni infernali lavorati continuamente, sballottato tra comuni e comuni del comprensorio, oggi no. Proprio non mi va. E tutti lo sanno perchè mi presento alquanto lunatico a lavoro per non dire stizzito. Questa maschera ormai mi appartiene ma so benissimo che fa parte del mio gioco e della mia filosofia di vita. “Fare l’indiano per non andare in guerra” . Non ho alcuna intenzione di battere i record io. Per battere chi, poi? Battere me? Oggi mi sono preso del tempo a morsi, capisci? Ed ora c’ho la pancia vuota ma la mente limpida e comunque sia il messaggino che mi hai inviato l’altro ieri “dei complimenti altrui” mi è piaciuto un casino. Una carezza alle mie noie di giornate e alle stanchezze di una vita che a volte non accetti ma ti appartiene.

    Non so come accompagnarti lungo questo weekend. Oltre a condividere la stessa e identica routine di casa e di giardino. Proverò a farlo a modo mio. Man mano che scrivo qualcosa penso verrà a galla. Non escrementi spero come quelli descritti l’altro giorno. Ma sento che qualcosa verrà a galla. In superficie, dal mio spirito, tanto per intenderci. Saranno come al solito parole d’amore di rabbia e di guerra…

    La mia premura a volte abusa della volontà altrui…Ti scrivo al dire il vero non frequentemente ma aspetto sempre un tuo idillio del domani che si fa preda, ma noto le tue lontane fatiche e il tuo ventre molle che combatte, ogni mattina, una “stupida” guerra. Di luce, di specchio e di consenso. E’ come un bagliore di scie luminose che dal chiassoso cielo stramazza di suoni per terra. E che risale da terra dopo aver decimato il pianeta, terra. Immagini di forme progredite e alquanto mature che si sovrappongono ad un turbinio di sensi. Rubati. Sottratti. E nascosti. Nell’intimità eterna di un’ora.  E che disegnano un’altalena di mille emozioni e colori diversi, a volte addolcite dalle consuete presenze, a volte bramanti alla ricerca di un “demone” che si nutre di assenza. Di qualcosa che manca per riempire fino al limite l’orlo di un bicchiere, mai sazio e mai pieno. Mai pago. Per soddisfare il desiderio artefice del gioco che si fa strada e avanza, nell’interstizio del cervello.

    Scusa mia adorata baby ma volevo semplicemente dirti che la quotidianità uccide l’essenza di uomo e di donna su questa fracida terra. E che a volte o quasi sempre abbiamo bisogno di fughe in avanti per non finire intrappolati come conigli in gabbia a mangiare erba. Abbiamo nel quotidiano i nostri affetti che ci circondano. Le nostre consuetudini che ci muovono come burattini e ci confondono. I nostri piaceri che sono solo miseri benefici momentanei e fin da subito riluttanti. La nostra benzina e il nostro alcol. Motore a scoppio per il corpo e sale grosso per lo spirito. I nostri desideri che sempre più affievoliscono scontrandosi con la quotidianità del tempo. Lasciamo piccoli spazi alle trasgressioni di giornata che sono solo pensieri e parole. Scritti e risate. Non costano niente e per questo ce ne appropriamo con facilità disarmante.

    Come leggi sono un fiume in “pena” stamattina. Quella parola la metto tra virgoletta per segnalarti che non è un errore, ma ch’è giusta e voluta. La “pena” sono le spine che porto dentro la gola e che custodisco gelosamente come archivi d’autore. Tu donna di un fascino ormai divenuto ideale e che mi appartiene e che riempi il bicchiere fino all’orlo di rosso bramare! Sei la spina che rappresenta l’essenza del fiore del male. Sei il mio seme di Bacco. Sei la mia parte di donna che a ben vedere poi ogni uomo senza saperlo porta dentro di se.  Mi piace vedermi e di conseguenza vederti giocare a fare l’adulta, saltellando sull’asfalto per strada a raccogliere la pietra sul disegno della “campana”. Io sono il numero “n” che rappresenta l’infinito e l’incognita. Tu sei la deliziosa armonia della vita che procede e avanza. Dentro di me. Fuori di sè.

  • Come comincia: La vita è quella cosa che ti succede mentre stai progettando di fare tutt’altro. Aveva proprio ragione John Lennon!! Grande fatica la mattina di sabato, ottimo allenamento con corsa e ripetute. Volevo essere pronto la Domenica. La finale dei play off del campionato di II categoria pensavo mi appartenesse più di ogni altra cosa. Si lo so era solo un’aspirazione alquanto ludica per un quarantenne, però, essendomi dilettato per tutto l’anno, a quell’appuntamento ci tenevo. Non volevo mancare. E invece? Sabato pomeriggio crisi ipertensiva e ricovero coatto.
    Ed ora mi trovo qui. Al chiuso. In regime ospedaliero. E forse ne avrò ancora per alcuni lunghi e eterni giorni. Pieni di luna. E di sole. Più che udir il suono accecante dei raggi ultravioletti che s’imbattono sulle grandi vetrate del centro universitario ospedaliero di Catanzaro, mi dondolo nel buio della notte e cerco riparo. Oggi ho subito un oltraggio vero e proprio, con violenza fisica premeditata. La gastroscopia mi ha fatto entrare stamattina in un’altra dimensione. Ho vomitato l’anima dagli occhi oltre che dal naso dalle orecchie e dalla bocca. E’ un esame lancinante dove sei costretto per 5 minuti buoni ad ingoiare un tubo di gomma lungo 60/70 centimetri, subendo continue manovre.  Ho tentato più volte di ribellarmi e farla finita e scappare come clint eastwood in fuga dal penitenziario di alcatraz, ma ero sdraiato di fianco con la testa china in avanti su un bacile d’acciaio e con due energumeni ai lati che mi tenevano segregato.. Un calvario che mi ha portato tutto il giorno o quasi a penzolare come le gambe di un insetto..Quello almeno si ! Ho fatto uscire dalla stanza più di 15 specializzanti. Ad occhio e croce penso che il numero fosse così cospicuo in quanto, essendo un centro universitario, in giro si notono più camici bianchi che pazienti e parenti messi insiemi.. Si! Non è stato facile ma ci sono riuscito con un discorso secco e diplomatico. Mi sono messo fin da subito dalla loro parte cercando di andar incontro al mio essere paranoico e impertinente,  che era pronto per la sofferenza ma non per lo spettacolo della sofferenza..Il prof. universitario a dire il vero ha cercato di farmi cambiare idea, però quando mi sono messo totalmente dalla sua parte e dalla loro parte dichiarando il mio essere paziente in stato di agitazione ha dovuto per forza desistere e soprassedere..Avranno pensato quello o è veramente “storto” oppure ci sta prendendo tutti in “giro”. Né l’uno né l’altro. Sono solo un lucido maledetto in lieve stato di agitazione.  E’ stato un modo per prendere tempo a dire il vero. Ho chiesto scusa ai specializzanti, tutti rigorosamente pettinati a dovere e in camice bianco, sembravano soldati già pronti ad arruolarsi nel corpo speciale della medicina italiana.
    Dopo sono rimasto da solo di fronte a quel supplizio medico.
    Oh quanto adoro il mio lavoro! Il mio ufficio…il traffico della città…le code dietro un semaforo..la fila ai supermercati….la gente che aspetta le 14.00 dietro un orologio prima di timbrare…..Tutto ciò che mi appesantiva un tempo oggi lo vedo leggero….leggero..leggero.
    Ed ora scrivo perché è l’unica arma che ho per porre resistenza. E lo faccio sapendo che qualcuno prima o poi mi leggerà, forse domani alla luce del sole. Sdraiato sul letto, al buio di una stanza di ospedale, odo piccoli rumori e miagolii di sottofondo. Candidi violini risuonano nella mia mente in uno spazio senza luce e senza speranza di poter prendere il volo.
    Una sinfonia tenue e strepitosa entra dolcemente nelle vene della notte disperata, ferma il tempo mentre la città si muove. Nel sottofondo tamburi lontani quanto silenziosi rumori di auto in corsa mentre, sconsolato e stanco, ascolto, registro e mi dispero per una musica che ancora una volta non potrò sentire. Solo per ora…Sono stanco, proverò a prosciugare le ultime 20 pagine dei 49 racconti di Heminway prima di chiudere gli occhi. La città sembra arsa dalle fiamme talmente è forte ciò che porto al petto, eppur sembra un muro fasullo,illusione della mente, inferno nel ventre. Eccolo ora riflesso tra queste ultime due righe il mio spirito mai saturo, solo ma sempre bollente, che ride del proprio dolore,impazzisce perché ancora non conosce il suo nome,scrive parole nella sera per raccogliere domani qualche lucido fiore di primavera…

  • 06 dicembre 2012 alle ore 17:09
    Ancora

    Come comincia: Mi gettano pesanti ancore addosso, come se non le sentissi. E quando il sapore diviene troppo salato devo scioglierlo nell’alcol. Sono solo lacrime. O caldi soffi di dolore prestato all’odore dei tuoi baci, al mio peccato. Ti ho lasciato andar via e sarebbe bastato dirti Ti amo in quegli occhi verdi in cui, più di una volta, ho ritrovato il mio posto, la mia casa. E mi guardavi morire ogni giorno, ogni giorno colma di speranza, mi gettavi l’ancora. E io mi aggrappavo a quell’iride verde d’amore. Chi dice che l’amore è tinto di rosso? L’amore porta il colore degli occhi che ami. Ma a quell’ancora mi sono tenuto troppe volte. E tu lo sapevi. Mi inebriavi dei tuoi piccoli seni, del tuo caldo ventre, dei tuoi soffici capelli con i quali mi solleticavi il sonno, notte dopo notte. Un’ancora troppo pesante che cadeva dritto tra le onde, negli abissi. Erano trascorsi pochi mesi ma quell’ancora era già divenuta troppo pesante anche per te. Da tempo avrei dovuto lasciarti andare, ma ero troppo impegnato a tenermi a te. Così impegnato da non capire. Come se il mio amore, al tuo, fosse dovuto. Ma dovuto è stato solo lasciarti salpare; ho guardato i tuoi occhi verdi verdi e non ho detto nulla.

    Ora è tardi ormai. Eppure, amor mio, ti amo ancora così come sei… lontana da me.

    A x

  • 06 dicembre 2012 alle ore 15:59
    Un cardellino... in pensione

    Come comincia: UN CARDELLINO… IN PENSIONE

    Avevo un cardellino splendido, un maschio dai colori brillantissimi. Rosso, nero, bianco, grigio, giallo, bruno-nocciola. Pensandoci bene, il cardellino è davvero il più bell’uccellino che la nostra penisola ospita!
    Era un soggetto nato in cattività, perfettamente domestico, dal canto vivace e armonioso, dai gorgheggi vari e gradevoli, accompagnati da vezzosi movimenti del corpo. Viveva in una spaziosa voliera insieme ad altri uccelli tutti di piccola taglia.
    Ogni sera, prima che sparisse la luce, volava sul posatoio più alto e di lì dominava la situazione. Si assicurava che ciascuno dei compagni prendesse il solito posto e se qualcuno sbagliava e cercava di andare a dormire altrove, il cardellino allungava il collo, apriva ripetutamente le ali e spalancava minaccioso il becco contro di lui. I più distratti erano un lucherino e una femmina di verzellino. Tutte le sere, quindi, si ripeteva nei loro confronti, la stessa scena.
    Era delizioso, con quella mascherina rosso intenso, gli occhietti vispi, e quel comportamento da… Sì, l’avevamo chiamato proprio così, scherzosamente. “Il carabiniere”.
    Un brutto giorno la porticina della voliera restò aperta e lui prese il volo. Non seppe tornare indietro e s’avventurò, attraverso i rami del giardino, verso il mondo. Fu un dispiacere per tutti e ci augurammo che almeno… non diventasse preda di qualche gatto.
    Qualche notte dopo però il “carabiniere” mi apparve in questo strano sogno.
    "Dopo avere aspettato che tutti i miei familiari si fossero allontanati, il cardellino mi chiamò sottovoce “Ida!” con una vocina perfettamente proporzionata alle sue minuscole dimensioni. E’ naturale che rimanessi sbalordita! Mi domandai se, oltre che parlare, il mio uccellino capisse. Perciò provai a dirgli: - Tu sei quello che ho portato a Milano da Napoli, o quello che è arrivato dalla strada ed è entrato spontaneamente nella gabbia?
    Lui, con un sorrisino, (solo nei sogni gli uccelli sorridono!) mi rispose: - Che pazzia! Un uccello che viene a mettersi da solo in gabbia!…
    - Ah, dunque sei quello venuto da Napoli. Allora… conoscerai la bella canzone antica che si chiama “Lu cardillo”, proprio come te.
    L’uccellino mi guardò per un po’ dicendo: - No, no, io non la conosco.
    - Te la faccio sentire, allora. E’ molto bella. - gli risposi.
    Si avvicinarono, in quel momento, mia madre e i miei fratelli. Il cardellino chiese che gli si preparasse una tendina per quando ci sarebbe stato troppo sole. Perciò, tutti noi a tagliare e a cucire stoffa per accontentarlo.
    Presto però mi allontanai dal gruppo e cominciai a cantargli col cuore pieno di nostalgia per la mia città:
    Sto crescenno nu bello cardillo
    quanta cose che l’aggio ‘mparà!…*

    Che razza di sogno! La mattina uscii presto come al solito e, camminando a piedi, mi trovai accanto ad un uomo anziano che, guarda caso, stava fischiettando proprio lo stesso motivetto. Andava a passo lento poggiandosi un po’ sì, un po’ no sul bastone. Fu come in una fiaba: mi misi a seguirlo senza sapere perché.
    Attraversò una cancellata e salì alcuni gradini. Solo allora riconobbi l’edificio. Si trattava di una Casa di Riposo non distante dalla mia abitazione.
    Aiutai l’uomo a spingere la porta a vetri e mi trovai con lui nel grande atrio.
    C’erano vecchietti e vecchiette seduti lungo le pareti, i volti annoiati e sofferenti, le mani rugose, le braccia abbandonate in grembo.
    Soltanto qualcuno era in piedi, anzi c’era un piccolo gruppo in un angolino. Si scambiavano qualche parola e ogni tanto si lasciavano sfuggire un’esclamazione.
    Ad un tratto, fra le loro voci flebili e tremanti, ne riconobbi una completamente diversa e a me ben nota. Una vocetta sonora, allegra, argentina. Rimasi di stucco. Era quella del mio cardellino! Lo riconobbi. Si trovava in una gabbia piuttosto piccola, ma sembrava contento lo stesso.
    Mi spiegarono che era capitato in giardino due giorni prima. Lo aveva trovato un’assistente e lo aveva “acchiappato” a fatica, ma in tempo utile, prima cioè che qualcuno dei micioni sempre presenti nel viale gli facesse fare una brutta fine.
    - Lo abbiamo adottato! - disse ridendo l’uomo che aveva fischiettato per strada il motivo.
    - E’ un cardellino. - mi spiegò una bella signora dalla capigliatura argentea.
    Un vecchino dagli occhi azzurri quasi trasparenti aggiunse sorridendo: - Per lui siamo tante mamme e papà. Non abbiamo altro da fare. Almeno… ci rallegra un po’. - e alzò le spalle.
    - …Si chiama Pachito. - terminò un’anziana signora alta e raffinata avvicinandosi lentamente e indicandomi, sotto la gabbietta, una scritta che recava quel nome.
    Anch’io mi ero avvicinata di più e fissavo l’uccellino, ancora sbalordita.
    - Sapete, io ci parlo assieme… lui mi dice delle parole… - mi spiegò una signora dal viso affabile che mi ricordava quello di una vecchia fata.
    - Cipì, cipì… - lo vezzeggiava un’altra. Le domandai: - Ha una bella voce quest'uccellino, vero?
    - Come la tua. - mi rispose.
    Mi sembrava tutta una magia e naturalmente non ebbi il coraggio di svelare la verità.
    Ora il mio cardellino non deve tenere più a bada i colleghi della voliera. Non gli serve più fare il “carabiniere”.
    Ormai è in pensione, ha cambiato casa e ha cambiato nome ma, grazie a lui, quei vecchietti si sentono un po’ meno soli.

    * Sto allevando un bel cardellino, quante cose gli devo insegnare…(Canzone d’amore napoletana del 1849, versi attribuiti ad Ernesto Del Prete, musica a Pietro Labriola)

  • 05 dicembre 2012 alle ore 21:43
    Il treno - in viaggio con Kenule

    Come comincia: Kenule era un ragazzino di 15 anni, lo sguardo vispo, un sorriso sempre stampato sul volto. La pelle scura, una folta capigliatura riccia spiccava sul suo capo. Aveva un sogno, o meglio, ne aveva due: riabbracciare suo fratello Gambo che viveva a Brescia da anni e, un giorno, fare un lungo viaggio in treno. Kenule amava i treni, ne era affascinato e sulle locomotive sapeva tutto. Ancora non credeva che il lungo viaggio in treno, da sempre desiderato, lo stesse davvero compiendo. Partenza da Palermo, destinazione Brescia per riabbracciare Gambo.
    «Da dove vieni piccolino?» chiese una vecchietta.
    «Dalla Nigeria».
    «E cosa fai tutto solo su questo treno?»
    «Vado da mio fratello, lui vive a Brescia, sa?» rispose inorgoglito, consapevole dell’impresa che stava compiendo.
    «I tuoi genitori dove sono?»
    «A casa, non avevano i soldi per pagare il viaggio a tutti e tre».
    «Capisco, vuoi della cioccolata?» chiese la vecchietta mentre rovistava nella sua borsa.
    Kenule aveva provato la cioccolata una sola volta nella sua vita, ma il sapore lo rammentava bene. La donna tirò fuori una tavoletta che a Kenule parve enorme. Quando lo addentò, gli sembrò la cosa più buona che avesse mai provato in vita sua: cioccolato al latte tempestato di nocciole. Nulla a che vedere con quel surrogato di cacao che aveva assaggiato tempo addietro e che allora gli era sembrato buonissimo. Con la bocca piena di cioccolata chiese alla signora:
    «A lei piacciono i treni?»
    «Certo e a te?»
    «Tantissimo, so tutto sui treni e un giorno mi piacerebbe guidarne uno».
    La donna, sorridente, ascoltava con attenzione e interesse le parole di Kenule che proseguì:
    «Questa è la prima volta che salgo su un treno in vita mia, è tutto così incredibile, sto realizzando due sogni in un colpo solo, non vedo l’ora di riabbracciare Gambo. Lui sì che ne ha visti di treni. Viaggia tantissimo, si sposta in tutta Italia per lavorare. Fa poca differenza se sia lavoro nei campi, come muratore o qualsiasi altra cosa. A lui importa solo che sia un lavoro onesto. Ha messo da parte i soldi per pagarmi il viaggio». Una voce annunciò l’arrivo alla stazione di Reggio Calabria. La signora raccolse le sue cose e guardando amorevolmente Kenule disse:
    «Tuo fratello deve essere davvero un bravo ragazzo, io scendo qui, ciao e fa buon viaggio».
    «Buona giornata».
    Il treno fece una sosta di alcuni minuti. Kenule guardava incuriosito fuori dal finestrino. Osservava la gente passare, qualcuno correre, affannarsi per salire sul treno che stava per partire.
    Vide un uomo in difficoltà con una pesante valigia. Aveva la pelle scottata dal sole, i capelli grigi e sul volto rughe che sembravano solchi. Le mani tipiche di chi le ha usate tutta la vita per lavori pesanti e, probabilmente, mostrava più della sua reale età:
    «Aspetti che l’aiuto».
    «Grazie, sei molto gentile»
    «Si figuri, mio fratello dice che bisogna sempre aiutare chi ha bisogno».
    «Ha ragione. Ohi… –l’uomo ebbe una smorfia di dolore – …la mia povera schiena».
    «Cosa c’è, sta male?».
    «Nulla di grave, sono gli acciacchi che con l’età iniziano a farsi sentire».
    «Lei dove va di bello?».
    «A Roma, mi hanno chiamato per qualche giorno di lavoro».
    «Che genere di lavoro?» chiese Kenule con la sua sincera ingenuità.
    «Faccio il muratore e quando serve personale extra, mi chiamano. È una vita dura e i soldi non bastano mai. Guadagno poco, ma lo faccio onestamente, con dignità».
    «Sì, mio fratello è come lei, fa qualsiasi lavoro purché pulito. Lui ora è a Brescia ed io sto andando da lui». Si ricordò di avere ancora della cioccolata e ne offrì all’uomo «Prenda, è davvero molto buona. Me l’ha regalata una signora gentilissima. Era seduta proprio lì, dove adesso c’è lei».
    L’uomo staccò un pezzo dalla tavoletta e lo mangiò con gusto
    «Era tanto tempo che non ne mangiavo e questa è la migliore che abbia mai assaggiato».
    «Sono contento che le piaccia, anch’io non ne mangiavo da molto tempo».
    «Biglietti, prego». Il controllore si affacciò nello scompartimento dove erano seduti Kenule e l’uomo.
    «Tenga – disse Kenule – Vuole anche un po’ di cioccolata? È buonissima, sa?».
    Il controllore sorrise sotto i lunghi baffi e accettò di buon grado l’offerta di Kenule.
    «Grazie, e buon viaggio»
    «Grazie a lei».
    Dall’altoparlante una voce annunciò: «Stazione di Roma Termini»
    «Il mio viaggio finisce qui – disse l’uomo – ma tu hai ancora una lunga strada da fare fino a Brescia. Ti vedo stanco, perché non provi a dormire un po’?». Posò una mano tra i folti capelli di Kenule, con una carezza.
    «Sì, sono stanco, sento le palpebre pesanti… è così faticoso restare svegli».
    «Allora dormi, ti sveglierai quando sarai a Brescia da tuo fratello».
    Kenule si lasciò andare e gli occhi si chiusero: il suo lungo viaggio proseguiva e la gente continuava a salire sul treno. Erano in tanti, sempre di più su quel treno, affollato all’inverosimile. Sembrava non esserci più spazio. Sembrava quasi che quel treno stesse per esplodere tanto era pieno.
    Kenule aprì gli occhi e vide la mano di un uomo protesa verso di lui. Indossava una pettorina con scritto “guardia costiera” e lo stava portando via, in salvo, dal barcone su cui era salito insieme con un centinaio di migranti per raggiungere l’Italia e Gambo che aveva intrapreso lo stesso viaggio tanto tempo prima.

  • 05 dicembre 2012 alle ore 21:41
    Il Deputato

    Come comincia: Ne ho strette di mani fin dai miei primi passi in questo mondo di squali dai denti acuminati. Caini, vampiri succhia sangue pronti a pugnalarti appena offri loro le spalle. Basta un attimo, una piccola distrazione ed una fredda lama ti trafigge. Amici, nemici in politica non c’è distinzione. Tutti sono utili finché serve. Partito, coalizione, prostituzione. Ricordo la prima volta che assaporai il potere, aveva il gusto dell’impunità. Ancora mi si drizzano le papille gustative a quel ricordo. Ero deputato da appena due giorni, ancora mi ci perdevo per il Palazzo di Montecitorio, io che ero sempre rimasto confinato nel mio paesino di campagna. Avevo parcheggiato l’auto, una di quelle di lusso, super accessoriate, vernice nero metallizzata, fresca di cera, in divieto di sosta. Non dico il modello per non fare pubblicità gratuita. E sì, noi non facciamo nulla per niente in cambio. Vidi un vigile allontanarsi ed un foglietto sul parabrezza, tenuto fermo dal tergicristallo.

    «Scusi, scusi – grido al vigile – stavo andando via».

    Lui mi guarda e mi dice: «Faccia buon viaggio».

    «Sì ma la multa?».

    «La multa? Sono 78,00 euro. Buona giornata».

    Fu allora che con ardore e presunzione pronunciai per la prima volta la frase : «Lei non sa chi sono io». Lo dissi, mentre con arroganza sventolavo il mio tesserino di parlamentare sotto il naso del vigile. L’uomo fece pochi passi indietro e strappò la multa. Quasi mi ringraziò prima di congedarsi. Capii che quel semplice gesto, lo sventolio del tesserino, poteva aprirmi qualsiasi porta. Più tempo il mio culo flaccido sedeva sulla poltrona del Parlamento e più il mio senso d’onnipotenza cresceva, così come cresceva il conto in banca. Apprendevo con sagacia l’arte dell’intrallazzo, dell’inciucio. Sentivo di poter fare tutto, togliermi qualsiasi sfizio, provare qualsiasi cosa: droga, puttane bastava chiedere, anzi, bastava un cenno, uno sguardo. Sembrava la strada per il paradiso, ma il meglio doveva ancora arrivare. Perché pagare droga e puttane quando c’era qualcuno (in tanti per la verità) disposto ad offrirmi queste cose? Gli imprenditori facevano la fila alla mia porta. Tutti rispettabilissimi uomini d’affari all’apparenza. Così fan tutti, mi ripetevo. Bussavano alla porta, io dicevo: «Avanti!». Ti parlavano con il cuore in mano ed una bustarella nell’altra. Così, bustarella dopo bustarella mi sono aperto un conto segreto all’estero, tanto, mal che vada, un modo per far rientrare il denaro lo si trova sempre. Mia moglie sapeva delle puttane e delle ragazzine in cerca di fama che si offrivano a me. A lei, però bastava fare la vita da “signora” per chiudere un occhio o due se necessario. C’è sempre un prezzo da pagare, lo sapeva lei, lo sapevo io e soprattutto lo sapevano quelli che bussavano alla mia porta. Un giorno poi qualcuno venne a riscuotere. Non si arriva dove sono giunto io senza un considerevole aiuto. L’aiuto a me lo aveva dato la camorra ed il clan adesso voleva sedersi al banchetto come ospite d’onore. Un appalto qui, un favore lì e, via via, richieste sempre più pressanti. Tutto sommato a me stava bene così, dove mangiava uno potevano mangiare anche in due. E io mangiavo, o si se mangiavo. M’ingozzavo come un maiale e grugnivo come una scrofa in calore. Poco importava dove fare il banchetto, non c’era differenza a gozzovigliare tra le macerie di un terremoto o in una discarica abusiva nelle campagne del casertano. Non siamo persone che non si formalizzano. L’ingordigia però è spesso una trappola e se non stai attento, prima o poi ti scoprono. Fortuna che non sei solo, fortuna che in parlamento hai tuoi simili che ti difendono ed impediscono l’arresto. Si sa, oggi è capitato a te, domani potrebbe capitare a me. Tutti sulla stessa barca tutti a remare nella stessa direzione verso l’isola dell’impunità. Volete sapere se non si prova almeno un po’ di vergogna in tutto questo? A tale domanda rispondo che se la vergogna ha un domicilio questo non è certo Palazzo Montecitorio.

  • 05 dicembre 2012 alle ore 21:40
    Una notte

    Come comincia: Era la prima notte mite, dopo un rigido inverno. Il cielo era limpido e mi addormentai, disteso su di una scomoda panca, contando le stelle che in esso brillavano. Sporadicamente il fischio di un treno disturbava il mio sonno, ma solo per poco, avendo appreso a dormire, dopo anni di vita in strada, anche nelle peggiori delle condizioni. Lasciai il mio paese…non ricordo quanti anni or sono. Lo abbandonai per essere libero…libero di seguire la mia passione, la mia natura, desideroso di riappropriarmi della mia identità, della mia vita. Non sapevo bene a cosa stessi andando incontro; quando armato di un piccolo fagotto con dentro le mie poche cose, partii lasciandomi il passato alle spalle con il sogno di costruire il mio futuro, giorno dopo giorno, mattone su mattone. Sono un artista e d’arte volevo vivere, saziarmi, di essa bramavo inebriarmi. Dove sono nato, avevo un nome, ma in molti, forse in troppi, mi conoscevano come “IL Pittore”. Perseguitato per la mia arte, accusata, d’essere immorale, pornografica, e blasfema persino, una notte, priva di stelle, come se fosse un segno nefasto del mio fato, lasciai Teheran. Quella notte era certo, se non di fare la cosa giusta, di fare almeno l’unica cosa possibile…cogliere l’alternativa al nulla, scegliere tra una vita tranquilla tentando di metabolizzare prima possibile il lutto per la morte della mia arte, o tentare. Tentare di salvare l’arte che era in me affinché i miei quadri sopravvivessero alla mia stessa vita. Sapevo che non sarebbe stato facile, vivere da clandestino in un paese straniero, ma era sempre meglio che vivere da clandestino nella terra che mi ha dato i natali. Giunsi in Italia su di una nave, ma prima attraversai città e deserti, imbattendomi in cadaveri di persone che prima di me avevano intrapreso quel disperato viaggio. Attraversai l’Iraq, poi la Siria. Lìm’imbarcai su una nave merci insieme con altri disperati. Tutti con lo stesso sogno di una vita migliore. Ricordo il capitano di quell’imbarcazione, era un Siriano. Aveva una grossa cicatrice all’altezza dell’occhio destro, che era mancante, un ghigno perenne stampato sul volto di marinaio vissuto. Portava alla cintola una pistola, non so dire di che modello, non essendo esperto di armi. Sventolava quell’arma davanti agli occhi di noi tutti per intimidirci. Non bastava, infatti, aver pagato 30000 SYP, dovevamo anche lavorare sulla nave. Lavori massacranti che non erano risparmiati neanche a una donna incinta che viaggiava con noi. Bastò un solo giorno di navigazione perché capissi che su quella nave non eravamo nessuno, non esistevamo, e se qualcuno di noi fosse morto, nessuno se ne sarebbe accorto a parte i pesci che avrebbero divorato il cadavere gettato in mare. E così fu quando Akbar fu ucciso con una pugnalata al cuore, per difendere la sua donna da Emad, un membro dell’equipaggio. Atterriti, guardammo i corpi di Akbar, cui fu legata sua moglie Anahita, dopo essere stata violentata, gettati in mare, con lei ancora viva. Invisibili, perché in molti fingono di non vederci, ecco cosa siamo noi che come fantasmi, ci aggiriamo tra le città, fatte di grigie mura e di automi che corrono da una parte all’altra, senza fermarsi un solo attimo per guardare, per riflettere. Puoi porre a queste persone mille domande, tutte diverse, tutte interessanti, ma ti daranno sempre la stessa fredda risposta: «Non ho tempo!». A volte penso che il vero fortunato sia io, perché ho tempo. Ho tempo per ascoltare, ho tempo per pensare, ho tempo per osservare, ho tempo per capire, comprendere, ho tempo per sorridere e per piangere. Lascio che le poche cose che la vita mi offre, mi riempiano fino a saziarmi. Non come quei ragazzi, che quella notte, annoiati dal vuoto perenne che si portano dentro, come un fardello di cui ignorano l’enorme peso, bighellonavano nei pressi della stazione. Non era la prima volta che li vedevo, anzi erano sempre lì la sera, sembrava si pavoneggiassero della loro stupidità, della loro miseria interiore. Uno di essi, credo il più grande dei tre, penso fosse poco più che maggiorenne, mi sgambettò mentre passavo davanti a lui. Risero, io non cercavo guai, così mi alzai da terra in silenzio e andai via. Il silenzio…tante volte mi ha accompagnato lungo la mia vita e quante volte avrei voluto che s’interrompesse, magari da una risata amica, ma quanti hanno voglia di ridere tra quelli come me, che devono ritenersi fortunati se trovano un posto per la notte, non troppo freddo da morire assiderati. Sopravvissuto all’inverno credevo che il peggio fosse passato, la mattina avevo venduto un quadro, intascai pochi euro, ma andava bene lo stesso, ero felice perché il mio quadro era piaciuto a qualcuno. Chiusi gli occhi per riposare, dormivo quando fui scaraventato a terra dalla panchina su cui ero disteso. Non riuscivo a vedere nulla, tenevo gli occhi chiusi e, rannicchiato in terra, cercavo di proteggermi dai calci e dai pugni che mi davano. Persi i sensi, non ricordo per quanto tempo, è ancora tutto così confuso, rinvenni perché avvertii un forte bruciore alle gambe. Spaventato, aprii gli occhi e mi accorsi che stavo bruciando, mi avevano dato alle fiamme e per il dolore svenni nuovamente. Mi risvegliai in ospedale con ustioni su gran parte del corpo, ma quello che bruciava ben più delle ustioni furono le parole usate dai tre ragazzi dopo l’arresto. Dissero:«Cercavamo un barbone a cui fare uno scherzo, uno che dorme in strada, non per forza un romeno, un ragazzo di colore, solo uno a cui dare una lezione. Volevamo fare un gesto eclatante, provare una forte emozione per finire la serata.» (vera dichiarazione di un ragazzo accusato insieme ai suoi amici di aver dato fuoco ad un senzatetto)

  • 05 dicembre 2012 alle ore 21:39
    Il gufo

    Come comincia: L’oscurità era così intensa che sembrava avesse divorato persino la luna. Il vento sibilava sinistro quella notte. Gli alberi, impotenti, si piegavano al suo volere. C’erano sette buche, sei piene, una vuota, ancora per poco. Una pala adagiata a un masso in attesa di prestare nuovamente i suoi servigi. La terra occultava corpi ormai marci. Corpi di donne senza volto, senza passato, relitti della società, per alcuni. Donne figlie della notte, lucciole, oggetti di desiderio, stelle cadute rigurgitate dal cielo. Su di un ramo risecchito, maestoso, si poggiò un gufo reale. I suoi occhi color ambra osservavano dall’alto il becchino scavare.  «Ne hai ancora per molto?» chiese il gufo, con voce profonda e imponente dall’alto del trespolo occasionale. Il becchino si guardò intorno, il cuore gli palpitava. Si girò a destra poi, di scatto, a sinistra. Non vide nessuno.

    «Ne hai ancora per molto?» ripeté il gufo.

    «Chi parla tra questi alberi spogli? Chi mi osserva nascosto tra essi?».

    Guardò in alto, sul ramo che gli sovrastava il capo. Non vide molto, solo due sfere ambrate, lambite dal buio, puntate su di lui come fari. Un battito d’ali, e il gufo si poggiò sul masso, d’innanzi a lui.

    «È molto che ti osservo. Sono sempre lì, o ovunque tu vada. Ti guardo scavare, ti guardo strappare le anime dai corpi, riempire il vuoto della tua esistenza con i cadaveri. È questo che ti sazia… la morte?»

    «No! Perché ogni volta ho più fame».

    «Per chi è quella buca?»

    «Per un volto perso nella notte come, perso fu quello di mia madre».

    Il gufo spiccò il volo dal masso sul quale si era adagiato poco prima e, elegantemente, si posò sulla spalla del becchino. Le nuvole correvano veloci in cielo, danzando d’innanzi alla pallida luna fattasi, nel frattempo, spazio tra le tenebre. Il gufo portò il suo becco all’orecchio del becchino e gli sussurrò: «Ero lì anche quando tua madre ti obbligava  a guardare perché ai suoi clienti piaceva così».

    Le vene del cranio si gonfiarono, una vampata di calore salì dal basso lungo tutto il corpo. Iracondo il becchino chiese: «Chi sei tu, qual è il tuo nome?».

    Il mio nome si è perso tra i granelli di sabbia che scandiscono il tempo. Trecento anni passarono da quando, venni al mondo, ma tu puoi chiamarmi Gufo.

    «Gufo, non ho nessuna intenzione di chiamarti. Va via e lasciami finire il mio lavoro».

    «Sono qui per questo, per assicurarmi che tu possa portare a termine il tuo lavoro e con esso, sarà finito il mio».

    «Cos’hai a che fare tu con me?» chiese il becchino con rabbia incontrollata, le braccia tese, aderenti al corpo e i pugni ben stretti.

    «Entrambi siamo figli della notte… entrambi siamo rapaci a caccia di prede, entrambi siamo vendicatori».

    «Placa la tua sete di vendetta altrove questo, non è posto per te. Lasciami in pace dannato pennuto!».

    «Pennuto? Ora mi offendi… io sono un gufo reale».

    «Offenderti… maestà, è il minimo che possa capitarti, va via se non vuoi essere il prossimo a riempire questa buca».

    Il gufo non aggiunse altro e andò via.

    Il becchino riprese a scavare. Più spalava e più sembrava aggiungersi altra terra a riempire quella fossa. Il sudore scorreva lungo la sua fronte nonostante il vento diventasse sempre più forte. L’alba tardava a venire. La notte sembrava protrarsi oltre il dovuto. Scavava… scavava e i nomi delle sue vittime sembravano sussurrati dagli alberi intorno. Era un continuo echeggiare del macabro elenco. La testa gli sembrava scoppiare ma continuava a scavare. Il gufo fece ritorno, si posò sullo stesso ramo, dove si era accomodato poco prima e bubolò.

    «Cosa c’è, maledetto uccellaccio, hai perso il dono della parola?».

    «Tutti perdiamo qualcosa» rispose criptico il gufo.

    «Io ho perso la pazienza».

    «Non di questo dovresti preoccuparti».

    «Perché continui a scavare, se la fossa è già piena?».

    «Perché non ho ancora toccato il fondo»

    «Vedi questo ramo? – chiese il gufo – Un tempo, c’impiccavano gli assassini come te… e qualche innocente».

    «La cosa non mi tocca».

    «Eppure dovrebbe!».

    Il becchino scavava, scavava, scavava poi, gettò via la vanga sotto lo sguardo attento del gufo. Prese a scavare con le mani quasi a sviscerare il ventre della terra. Un volto riaffiorò, con le mani scostò la terra che celava l’identità di quel corpo deposto in una fossa che sarebbe dovuta essere vuota. La settima buca per la settima vittima. Il buio gli impediva di vedere, capire, chi ci fosse in quella fossa. Dalla tasca sfilò un accendino, lo accese e avvicinò la fiamma a quel volto. Incredulo guardava fisso, all’interno della buca. Il gufo si posò nuovamente sulla sua spalla. Nella fossa c’era sua madre.

    «Cosa diavolo significa questo?» chiese al gufo.

    Il rapace non disse nulla, aprì le sue grandi ali e tornò ad adagiarsi su un ramo vicino. Il becchino afferrò nuovamente la pala e scavò, dove aveva seppellito le sue vittime. La sorpresa e lo smarrimento furono maggiori quando, disseppellì il primo cadavere. Incredulo, tirò fuori dalla fossa il corpo della madre. Disseppellì, allora, freneticamente, gli altri corpi e in ognuna delle sette buche vi ritrovò sua madre. Finalmente si fece giorno, un cacciatore passò di lì e trovò il becchino riverso nella buca, con gli occhi cavati, come se qualcuno li avesse mangiati, e accanto, una piuma di gufo reale.

  • 05 dicembre 2012 alle ore 14:08
    Davanti al presepe

    Come comincia: L'Angelo

    In quella notte di dicembre in Palestina ben pochi viandanti erano in viaggio. Tra coloro che proseguivano troviamo i due sposi di Nazareth. Stanchi e infreddoliti, sentivano crescere dentro mille dubbi e interrogativi sul compito gravoso che li attendeva, mentre gli zoccoli incespicavano sui ciotoli della pista carovaniera. Possiamo immaginare i loro sguardi guizzanti e impauriti lungo i contorni in ombra delle colline, possiamo sentire la morsa di angoscia che attanagliava il respiro. Ma su tutto regnava l'attesa di qualcosa di immenso e incomprensibile.

    Il Censimento

    Anche i legionari romani si muovevano in quelle ore, pieni di dubbi sul valore del Censimento e rimpiangendo il calore della caserma a Gerusalemme. Anch'essi stranieri in una terra straniera, valorosi eppur fragili dietro la loro corazza di silenzio.

     La Locanda

    Il momento più drammatico del cammino di Maria e Giuseppe resta il loro tentativo di ospitalità alla locanda di Betlemme. Il luogo di incontro diventa il simbolo del rifiuto verso chi è debole o straniero. E' facile quindi associare la Sacra Famiglia alla famiglia emigrante: quella dei nostri nonni, con la valigia di cartone chiusa con lo spago, e quella del nostro tempo, con il rumore degli spari negli orecchi, ancora più sola in questo nostro muoversi frenetico.

    Per questo Gesù scelse come luogo di incontro e amicizia un posto senza porte e senza confini: l'immensità del mondo, la terra degli uomini.

    I Pastori

    Alcuni pastori osservavano dalle rupi il passaggio dei forestieri lungo le immense praterie steppose della regione di  Betlemme, a mezzanotte. Si trovavano nella più completa solitudine, induriti da una vita di intemperie, vagabondi negli affetti, solitarie presenze in un mondo severo e sferzato dal vento. Non chiesero spiegazioni agli strani eventi di quella Notte, ma offrirono aiuto senza riserve, nel modo più completo e totale. Dietro la scorza ruvida e taciturna brillava la tenerezza più morbida.

     I Beduini

    Alcuni nomadi venuti dalle terre del Sinai si spostavano seguendo il miraggio di una fuga dalla povertà. Impolverati e stanchi cercavano un sogno di speranza al loro vagabondare senza tregua. Nei loro sguardi si raccoglie tutta la desolazione dei profughi di ogni tempo, sperduti ma sempre pronti a riprendere il cammino.

     Il dormiente

    V' era un anfratto poco fuori la città dove i viandanti trovavano sollievo. Anche Maria appariva provata dal lungo viaggio e desiderava stendersi a riposare. Le fecero posto nel piccolo spazio tra le rocce, ma quando le sue mani si posarono sul volto di chi in silenzio attendeva la nuova alba, lieve il suo tocco alleggerì ogni pena e confortò ogni cuore, perché, anche se tacita,  aveva ascoltato le loro invocazioni.

    In cambio offriva a tutti gli uomini ciò che aveva di più caro: Suo Figlio.

    I Contadini

    I contadini che quella Notte offrirono i loro pochi cibi a Giuseppe avevano sulle spalle il ritmo delle stagioni, i semplici gesti della vita quotidiana, la capacità di adattarsi al mutare degli eventi, e quella di conservare intatto il valore degli affetti, delle cose care. Essi, con la loro offerta, volevano esprimere l'antico legame di solidarietà del mondo contadino e rinfrancare un uomo sperduto ma saldo nel suo impegno più grande.

    Il Casale

    Nel passato le strade, acciottolate e fangose, erano percorribili solo a dorso d'asino o con i carretti. I viandanti sapevano però di poter contare sull'ospitalità della gente dei casali sparsi lungo i pendii o nelle vallate. Il fuoco sempre acceso scaldava i cuori e le menti, avvolgeva come una calda coperta quegli uomini induriti dalle fatiche e gli sguardi legavano al mondo i solitari giorni di chi era perso.

    I Taglialegna

    Accanto al giaciglio col bambino alcuni taglialegna accesero un fuoco: subito il chiarore s'irradiò ad avvolgere il Neonato addormentato. Gli uomini intanto osservavano con occhi sgranati il mistero che si presentava loro e che scaldava i loro cuori e le loro menti come un fuoco acceso. Questi semplici taglialegna scoprirono che il loro fuoco di legna aveva trovato sublime corrispondenza con il fuoco dell'anima scaturito da Dio.

    Il Fornaio

    Le mani del fornaio richiamano l'idea della purezza. Sono l'anello che lega il chicco di grano all'uomo e portano vita, offrendo pane. Anche Gesù userà sempre il pane quando vorrà esprimere i suoi messaggi più profondi. Il pane deposto vicino a Maria racchiudeva il sapore della fatica e della gioia, il gioco di un bimbo che cresce, il pianto di chi ha fame, l'amore di Dio. Nulla si perde, tutto si stempera nell'eternità del Cristo.

    Le Lavandaie

    Lungo il cammino di Gesù troviamo molte figure di donna e queste sconosciute lavandaie sono tra le più dolci: nel crepuscolo della terra di Palestina esse per prime videro riflettersi nell'acqua le gocce lucenti della magica Stella. Chissà con quale tremore quelle mani screpolate e ruvide strinsero i panni bagnati, per poi sollevarsi gocciolanti verso il fulgido richiamo, mute di suppliche e desideri, ancora pronte a cullare e fasciare il più piccolo degli indifesi.

    E mentre le agili mani sfioravano l'acqua, piccole perle calde scesero a impreziosire i bianchi camicini come pegno d'amore materno e devoto fino al dolore della Croce.

    I Magi

    Nella gelida notte della Palestina apparvero in lontananza tre stranieri. Erano partiti pieni di incertezze, guidati soltanto da un effimero miraggio e dalle parole scritte da chi era morto ormai da tempo. Ma il loro destino è tracciato: porteranno luce all'uomo nuovo, speranza al figlio perduto, rinascita al seme gettato. Si inginocchieranno e onoreranno il loro unico agognato angelo, il solo che potrà alleviare il loro inquieto vagare come stella, la sola Stella per inquieti viandanti del tempo.

     

  • 05 dicembre 2012 alle ore 13:15
    Pensieri e parole in attimi di libertà...

    Come comincia: Mi sento più distaccato dal mondo e più lontano del solito forse perché non trovo il tempo per scrivere e raccontare le mie prigioni…Poi a chi dovrei scrivere? A chi dovrei rivolgermi? A un lettore a una lettrice qualsiasi o ad una donna pensata come amore in un attimo di liberta? l'unica cosa certa è che il lavoro tanto per intenderci è quello per cui farei volentieri a meno, non mi interessa affatto il sentirsi impegnato e utile per la collettività… sono cinico quanto basta per capire che quest’etica protestante del capitalismo si è servita del lavoro per trasformare l’uomo-natura in bestia sociale..E non ho nessuna intenzione di andare avanti per parlare di questa trasformazione sociale avvenuta con la nascita degli stati parlamentari dopo la rivoluzione francese..No!.. assolutamente non è nelle mie intenzioni tediarvi. Preferisco accarezzarvi la pelle mentre mi sorridete piuttosto che vedervi lacrimare mansueti con poderosi sbadigli… E poi di chi dovrei parlarvi?  Di mamma Roma? Di politiche e poltrone? Di pubbliche orge che si mantengono in vita tagliando posti letto negli ospedali? No! State tranquilli ...
    Scrivo semplicemente perché vorrei dirvi che per me questo è un periodo molto impegnativo a lavoro. Ho delle scadenze con la Regione Calabria da rispettare e non posso adagiarmi su un cuscino di paglia fino a scomparire, illudendomi di diventare un granello di sabbia..Eppure avrei bisogno di una sana abbuffata di pause la mattina, la mia condizione psico- fisica ne gioverebbe e sarei forse più propenso ad accettare quei visi di plastica, quei sorrisi misurati e quelle labbra rifatte..

    Sinceramente un po’ di tempo riesco a ricavarlo la mattina ma mi manca la forza mentale che poi è tutto, come dire è il sale della volontà…Quindi distendo gli arti inferiori e superiori e sprofondo sulla sedia fino a toccare il culo per terra…Sapete com’è! Mi succede spesso quando a un sovraccarico di lavoro faccio seguito con esercizi di defaticamento,  fino all’abbandono più totale… Adoro la pigrizia e divoro quando mi è possibile questa sensazione…Si perché è proprio di sensazione che si tratta …. quando vivo questo momento, dove preferisco resistere alla sete piuttosto che alzarmi a prendere un bicchiere di acqua, mi sento privo di forza mentale e di questo desiderio m’affogo. Che poi a dire il vero più che di pigrizia sono saturo d’ozio..che poi è la mia vera ragione di vita, quella che ti fa sentire rispettoso verso te stesso e che ti regala perle di rara saggezza..Non siamo mica animali da macello… “fatti non foste per vivere come bruti ma per seguir virtute e conoscenza” come diceva l’insigne Dante…E allora bisogna sempre adoperarsi per conquistare spazi di tempo e regalarli alla virtù dell’ozio latino…alla scrittura, alla musica, al cinema, all’arte, alla filosofia, alla poesia, alle lettere di amore e rabbia dedicate perché no! “..ad una donna pensata come amore in un attimo di libertà…”

  • 05 dicembre 2012 alle ore 11:30
    Scoprendo Salgari

    Come comincia: Salgari scriveva sebbene si sentisse stanco, spossato: sarebbe stato sconveniente smettere.
    Scrivere significava stipendio.
    Sostanzioso?
    Sufficiente, semmai.
    Sopravviveva sviluppando soprattutto storie su Sandokan, si sbizzarriva sfoderando sciabole, scimitarre, si sfogava spegnendo sigarette sulla scrivania.
    Si sposò sobbarcandosi spese sempre superiori, spargeva seme sommando sacrifici su sacrifici, si sostentava scrivendo senza sosta, sottopagato, siccome servivano soldi si sfiancava stropicciandosi sulla sedia, sembrava sciuparsi, spiegazzarsi.
    Stremato scimmiottò Saul slanciandosi sulla spada, sprizzava sangue, soffocava, sennonché sbagliò sistema: sfortunatamente si salvò.
    Si sarebbe suicidato successivamente, squarciandosi seguendo standard stranieri: stile samurai.

  • 04 dicembre 2012 alle ore 16:37
    Il sogno

    Come comincia: - Questa sera mi piaci molto, più del solito. Sei attraente, seducente e eccitante. Sarà forse dovuto a questo  pigiama che indossi. Il suo bel colore azzurro, puntellato di tante stelline, sulla tua pelle ignuda, mi conferisce serenità ma al tempo stesso mi ispira fortemente una gran voglia di te, caro amore mio, – disse Gianni alla sua dolce e desiderata moglie.
    - Non ti ricordi che me lo hai regalato tu nel viaggio in Cina? Non l’ho messo perché è una cosa preziosa per me e non vorrei sciuparlo. È seta pura. Quando mi muovo sento accarezzarmi la pelle delicatamente. L’ho messo perché questa sera voglio fare l’amore prima di dormire, – rispose con un tono malizioso ma sincero Gilda.
    Gianni e Gilda fecero l’amore non perché quel giorno era il loro anniversario di nozze e, alla fine, stremati, sudati, soddisfatti, ma felici si addormentarono di botto. Riposarono tutta la notte senza svegliarsi mai.
    Destato dai luminosi raggi solari che filtravano attraverso gli spifferi della finestra, Gianni dopo il consueto stiracchiamento mattutino, rivolgendosi alla moglie anche lei sveglia e accarezzandole il viso, sussurrò:  - Questa notte ho dormito bene e ho fatto un bel sogno.
    -  Raccontami! Sono curiosa! – Ordinò sorridendo Gilda.
    - Un lungo vestito azzurro, soffice, morbido, ondulato, setoso al tatto, mi è apparso disteso su un pianoro concavo. Sono stato attratto come fosse una cosa preziosa e lo volli sfiorare, - iniziò a dire Gianni, che continuò: - Nel momento in cui lo toccai, si trasformò come per incanto in liquido, in acqua limpida e chiara che scorrendo si è estesa riempiendo quel pianoro concavo diventando prima un lago e poi un mare grandissimo, infinito, calmo, piatto, limpido, trasparente, azzurro, sovrastato da un cielo luminoso e terso. Non una nube in cielo che si specchiava su di esso. In mezzo a quel mare c’era un’isola a forma di cono, figura geometrica in cui il cerchio di base al vertice si riduce ad un infinitesimo, punto asimmetrico dell’infinito. Da lontano sembrava un vulcano sulla cui vetta di tanto in tanto sprazzi sfavillanti si disperdevano a ventaglio, simil a fuoco d’artificio, nell'aria circostante, e a intermittenza, come se avesse un cuore, pulsante di intensa passione. Mi venne la voglia di farmi un bagno e mi tuffai. Incominciai a nuotare dirigendomi verso quell’isola e mentre nuotavo, sentivo che il mare trasmetteva al mio corpo, completamente sommerso, un calore bizzarro, anzi un tepore intimo simile al tepore  umano, confortante, familiare, umidiccio, vaporoso, materno, genuino, femminile. Nuotavo senza accusare fatica godendo anche di un gradevole effluvio odoroso di rose, ricco di nerolo, citronellolo, geraniolo, farnesolo, che esso emanava e diffondeva nell’aria mescolandosi con l'aria, e mi inebriava quasi stordendomi. Sembrava che Poseidone e Morfeo avessero congiurato contro di me. Intanto mi approssimavo sulla spiaggia dell’isola che nel momento in cui la toccai, come per magia, si trasformò in una donna, bellissima, incantevole, leggiadra, con una lunga chioma, vestita di una sottile e trasparente veste del colore del mare, che mi accolse tra le sue braccia. Guardandola in viso mi accorsi che aveva le tue sembianze, dolce Gilda. L'accarezzai, mi accarezzò. La baciai, mi baciò. L'abbracciai, mi abbracciò. Fortemente rimanemmo uniti come in un solo corpo e facemmo l'amore.

  • 04 dicembre 2012 alle ore 9:18
    L'evasore elevato

    Come comincia: Sembrava la classica lettera di un amico... indirizzo scritto con penna biro abbastanza mordicchiata ed un mittente ignoto ma simpatico... il signor Non tal dei tali.
    L'aprii insomma con questa convinzione in testa e cominciai a leggere.
    "Buon giorno egregio De pretto e scusi l'intrusione mattutina... lei non mi conosce ed a questo se mi ascolta rimedieremo presto... bensì io invece la conosco bene... ho letto molto di lei infatti sa.
    Molto molto molto e su tutti i siti in cui con vari nick ha cercato di sfuggirmi meticolosamente.
    Lei mi piace mister Mirco... ha uno stile che mi calza a pennello ed infinite volte è in grado di stupirmi attraverso gli incontri sui sentieri dove vengo condotto seguendo le tracce... cerebrali... delle sue file di parole.
    Ed inoltre aggiungo che... per via di parecchie sue opinioni espresse in sede di commento a post di altri... mi sono fatto un'idea accattivante pure rispetto alla di lei personalità... e mi garba assai anche quella Mirco... assai assai.
    Mi ascolti signor De Pretto con la presente le dico unicamente ciò.
    Lei deve venire in città... qui da me... che ho da farle una proposta.
    La più semplice è arriva in treno... scende il metrò... infila la linea due verso XXXX e scende in piazza XXXX.
    Dopo sale su... uscita XXXX e lasciando il monumento alla sua sinistra... infili la prima a destra... dove in breve vedrà scritto dall'altro lato della via libreria XXXX e sarà arrivato.
    Parta allorché vuole io sono sempre lì... e se arriva la notte suoni il campanello sette volte.
    L'aspetto ed intanto di nuovo scusi dell'intrusione... tanta riverenza... e buona giornata".
    Ci vado pensai immediatamente... ci vado.
    Questo è un matto e mi piacciono i matti di alcuni ambienti... almeno quanto non mi garbano quelli di altri.
    E due giorni avanti sul presto salii pertanto il treno e seguendo le indicazioni non ebbi difficoltà ad arrivare al poter spingere... non privo di uno smargiasso batticuore... la porta del mistero ed un maturo giovanile normalissimo signore trovai seduto dietro la cassa.
    Io vorrei descrivervelo se non che m'è balzata subito il mente una canzone al vederlo... il topo con gli occhiali dello zecchino d'oro e se non erro di per cui non serve ancora... la descrizione.
    Balbettando mi presentai.
    Buon giorno... possibile le dica niente... io sarei De Pretto Mirco.
    Cavolo balzò dalla poltroncina manco avesse visto la fortuna e m'accolse raggiante di mano allungata sincera e multi avvolgente.
    "Buon giorno... buon giorno... ah lei non mi crederà ma sono commosso emozionato e veramente felice felice di vederla qui e conoscerla personalmente".
    No no le credo l'ho appena visto.
    "Ecco vede... questa risposta è il miglior esempio del perché mi eccito emotivamente in sua presenza... cartacea o reale che sia Mirco... posso chiamarla Mirco?".
    Ovvio ed io...
    "Oh lei mi chiami Marco".
    Bene Marco noto in questo momento non stazionare clienti e scusi l'ansia... passerebbe al dunque?
    "Il nostro dunque è una cosa semplicissima Mirco.
    Lei si guardi in giro e noterà un'attività commerciale.
    Arrivano libri e vanno venduti libri qui Mirco e si mimetizzano ed incrociano fra di loro accendendo una grande confusione le creature... nella quale... da buon italiano e pari ad in tutte le altre attività commerciali... uso infilare delle pubblicazioni in nero.
    In genere testi di gente sconosciuta... che stampa e distribuisce privatamente.
    Loro me li portano già prezzati e mi lasciano... privi di qualsivoglia riscontro... delle copie da vendere sulle quali riconoscono un piccolo sconto... che rimane lì in cassa codesto sconto e si ammucchia e non posso dichiararlo e lo potrei spendere e spandere a piacimento visto le vendite normali vanno bene... però invece a me è venuta "l'idea" al riguardo ed io allora ho deciso di non buttarli in vanità o in altre merci quei soldi... anzi ho deliberato... qualora acconsenta... di "aiutare" proprio lei... ed eccoli qua dunque... li denari esuberanti... che nel tempo li ho riuniti in giallo sacchetto e sono diventati piano piano cinquantamila euro tondi tondi... che io appunto offro a lei Mirco... in cambio dei diritti delle sue opere.
    Se dice andiamo di sopra dal notaio... il contratto in due minuti è pronto... lei mi cede i diritti in cambio della somma innominabile ed io le riconosco il venti per cento di ogni eventuale libro o diritto rivenduto... in qualsiasi parte o lingua del mondo e... e siamo a posto.
    Tutto chiarissimo e nessun inganno Mirco".
    A parte non so se ha ragione riguardo alle mie cose... a parte quello... ho risposto... lei vuole dirmi signor Marco che qualunque editore eventualmente interessato ad un mio libro dovrà trattare i termini con lei... ed a lei dovrà versare l'oboli?
    "Sì Mirco".
    Non sta possibile Marco... non esistono tali generi di editore nel panorama né libri miei nel reale.
    "Io voglio dirle Mirco non importa è l'idea a spingermi... capisca e non incide la sua fase di realizzazione attuale e lo so... è una vicenda casomai in divenire la mia... ma lo stesso io punto su di lei... e mi esalta il pensiero di agevolare giusto lei... a mio avviso meritevolissimo... al posto di sperperare assurdamente il maltolto... squallidamente uguale a tanti o riguardo a necessità infinitamente false.
    Mi segua Mirco è l'idea donata che in questa maniera mi consente di riparare coscientemente al danno combinato evadendo e di farlo in una maniera perlomeno creativa... che se tutti usassero i proventi illeciti così... staremo certamente meglio Mirco...
    io ci scommetto i gioielli".
    Stupefacente stupefacente e stupefacente e...
    sono onorato della sua attenzione Marco... ho ribadito allibito...  ed onorato è poco.
    Capisco benissimo.
    La possibilità di trasformare la disobbedienza truffaldina ed antipatica... in forma di contributo buono autonomo e liberamente gestito e distribuito Marco.
    Praticamente l'evasione solidale m'ha inventato lei signor Marco!
    Incredibile!
    "E lei... rispettando ogni mia previsione... l'ha capito d'istinto Mirco... unico al mondo che l'avrebbe potuto fare e potrà divulgarla e poi dice che rischio di perdere i miei risparmi".
    Urca...
    io per lei firmo in bianco signor Marco.
    Per me vostra signoria è la prova vivente l'intelligenza è viva e lotta insieme a me signor Marco... e pensavo fosse estinta signor Marco.
    Sono sconvolto.
    Datemi un notaio.
    Per favore datemi immediatamente un... NOTAIOOOOOO.