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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 19 ottobre 2012 alle ore 16:27
    Io e la Rossa

    Come comincia: “Lucio, è arrivato il tuo momento! Accensione….metti la prima, e portati lentamente sino al semaforo rosso. Al verde, sei autorizzato a entrare in pista.”. Sto abitando la favolosa, rossa, Ferrari!
    La voce di Marco, l’istruttore, mi giunge attraverso l’auricolare del casco. La vestizione è stata quanto mai accurata. La retina bianca, antifuoco, ha qualcosa di sacro a mettersi, incute timore. Il casco globoso rinnova la mia perenne claustrofobia. Mi sento prigioniero. Il penetrare nell’abitacolo ha messo a dura prova muscoli e articolazioni di un sessantenne. Alla fine ci sono riuscito. Altri colleghi medici, ben più giovani, hanno dovuto rinunciarci. Pur smontando il volante, la loro pancia non si addiceva alle dimensioni del posto. Un giorno è mezzo di motori, un ambiente inusitato per me, quello dell’Autodromo Varano De Melegari, se non mi fosse stato offerto da una ditta farmaceutica. Imparare gli elementi essenziali della guida sicura, correre sul bagnato, frenare, iniziare a girare in un turbine di schizzi d’acqua, prima di capire da quale parte controsterzare. “Lucio, no!” “Lucio, che cazzo fai?” “Lucio bene così”. Questa voce cattedratica mi ha accompagnato per tutti i test, durante tutta la mattinata. La consapevole colpevolezza dei miei anni, mi regalava il timore di sfigurare dinanzi a colleghi e colleghe della nuova generazione. Girare sulla pista di un autodromo per una persona che, al massimo, è arrivata ai 160, in autostrada, è un’esperienza esaltante. “Giù tutto l’acceleratore, giù tutto. Hai capito?” Il piede scende giù, pesante e tu diventi tutt’uno col motore, anzi pensi di essere tu, un motore. Per i test abbiamo usato solo macchine Alfa, preparate opportunamente.
    Oggi, alle ore 17, il clou del corso. Sono giunti, da poco, due rossi tir da Maranello, ne sono scese due rosse Ferrari. Siamo stati in silenziosa adorazione per molti minuti.  Ora ci tocca il premio del corso: cinque giri d’autodromo sulla favolosa Ferrari!
    Anche se Marco è a pochi centimetri da me, vivo una solitudine drammatica. Quel cambio a leve sul volante, mi è sconosciuto, ne, quei pochi giri di allenamento sull’Alfa predisposta, possono essere bastati a creare una migliore maneggevolezza. “Tenere il volante alle 9,15” Ordine imperituro. Mi accorgo del sudore che mi bagna la schiena. Accendo…eccolo il fantastico canto! Un colpo all’acceleratore e un miagolio diventa lacerante ruggito. Sul cruscotto si designa una grossa lettera uno, la prima marcia, che ho innestato. Il semaforo, all’entrata della pista, è ancora rosso. Sono in tachicardia, non avrei mai immaginato questo momento. “Verde! Dai Lucio, tocca a te” Mi sto muovendo. Seconda ..ecco la pista. Un nastro violaceo si fonde con l’azzurro del cielo. Accelero, i giri del motore impazziscono. –“ Sali, vai alla terza per tutto il rettilineo. In fondo, punta sul birillo rosso, all’entrata del curvone”- Sto volando..sono entrato in un filmato televisivo? Il piede sull’acceleratore varia i suoni del motore. Non sono in grado pienamente di recepire il mondo esterno, ne abituarmi alla singolarità del momento. Tengo d’occhio sul cruscotto quel grande numero tre, che, all’entrata della curva, lo dovrò far scendere a due, per la prima volta . Incomincio a intravedere il birillo rosso, infondo al rettilineo, sulla destra, a inizio della curva a sinistra. Scendo di marcia e un boato fa tremare la macchina. La velocità scende di colpo, cerco il freno inutilmente. – “ Non  frenare, la velocità è giusta.”- Il Birillo è davanti a me. Inizio a sterzare a sinistra, per la grande curva, a una velocità che non mi sarei mai permesso. -“ Giù tutto l’acceleratore” – La voce di Marco mi raggiunge a metà curva. Il miagolio-ruggito mi riprende le orecchie, volo in un turbine di note. Il lungo rettilineo mi viene incontro, quasi a consumarsi dentro l’abitacolo. A che velocità starò andando? Mi chiedo. Fantastico numeri. Nell’auricolare una voce dal controllore della pista: “ Lucio, spostati a destra, hai l’altra Ferrari dietro, in sorpasso, tra qualche secondo”- Un lampo rosso mi sfreccia a sinistra, quasi un proiettile…e dire che pensavo di correre follemente.

    Anno 2001

  • 17 ottobre 2012 alle ore 17:15
    Il Garibaldino

    Come comincia: Ci sono brandelli di memoria, dentro di noi, che ci accompagnano nel quotidiano e riaffiorano senza che lo si voglia, con una forza di vita, che a volte, mi turba.
    L’antico, nostro, è rappresentato dai volti e dalle parole degli anziani che ci accolsero. Un legame tra noi, bimbi d’allora, e il passato. E’ pur vero che, per accendere la curiosità di un fanciullo, sono imponderabili i mezzi con cui riusciremo a fargli trattenere, per una vita intera, il ricordo di una frase, di un momento. Perché quella frase, quel volto, quel raggio di sole e non altri? Quale alchimia ha spostato elettroni nel nostro DNA, scolpendo un quadro indelebile, che amiamo rivedere negli anni?
    Un raggio di sole, forse entra da destra, da una finestra. Forse è inverno. Le parole servono a trattenere l’irruenza dei cinque, sei anni miei. Ma non è una fiaba. Il volto di mia nonna, chino su qualcosa che ha nel grembo, forse un ricamo, un cucito. Sorride appena, non mi guarda, parla sommessamente, come se inseguisse un ricordo, un amore sottaciuto. Infatti, recepisco il suo racconto come una confessione intima. La sensibilità del bimbo è vasta e senza limiti.
    -“..garibaldino…”- Mi resta solo questo frammento, pronunciato dalla sua voce dai toni romaneschi. Nella mia mente scorgo un volto giovane, biondo, dal fazzoletto rosso intorno al collo. Eppure altre parole deve aver detto, per catturare la mia immaginazione. Certo deve avermi parlato dei Mille, della loro impresa, per avvolgermi di quel tanto di epico, questo aggettivo: “garibaldino”. Ma questo ragazzo, rimasto nella sua memoria, chissà mai, chi sarà stato! Se sapesse che è vissuto, anonimo, con me, per altri cent’anni!

  • 17 ottobre 2012 alle ore 16:30
    Napoli tra antico e moderno

    Come comincia: Due lame di luce scendono dalla bifora gotica dell’abside. Sono entrato in S.Eligio, alle dieci di stamane, in fuga dalla selva di grattacieli del Centro Direzionale, il moderno d’autore a Napoli. La pietra nera del piperno, scalfita da un recupero aspro e, a volte, violento, incupisce l’atmosfera. Un fotografo cercava inquadrature professionali, vicino a una colonna di gotico angioino. Gli occhi di un prete, scostata la tenda del confessionale, non mi lasciavano. Avevo bisogno di questo rifugio nel passato, per ripararmi da quella vertigine che avevo provato, aggirandomi in una modernità di stili, inconsueta per questa città. Napoli non è una città passiva, una Barbie, da poterle cambiare il vestitino per piacere d’altri. Il moderno di Berlino o di Parigi, qui, è masticato e digerito. La trasformazione darà forma a una nuova creazione, che possiederà i caratteri della napoletanità, un insieme di attributi a volte positivi, a volte negativi, dettati dal costume, dalla cultura, dalla storia. E’ pur vero che stamane a quell’incontro col moderno, mi ero imbattuto nella parte più penosa della precedente definizione. Le ampie vie pedonali avevano le mattonelle divelte a tratti, lasciate lì, per incuria, a dar posto a ciuffi d’erba di prato. Così le piante ornamentali avevano ceduto il passo a grovigli di cespugli anonimi. Le vetrate d’ingresso erano crostose per una manutenzione omessa. Negli angoli, chiazze odorose di orina. I cartelli indicatori, sbiaditi e manomessi, contribuivano a creare masse di dispersi. In pochi minuti di permanenza non ho saputo aiutare alcuni di loro che mi chiedevano soccorso, smarriti. La visione più straordinaria in cui mi sono imbattuto, tanto da suscitarmi una primaria angoscia e sgomento: uno dei più alti grattacieli mostrava una scheletrica scala d’emergenza di ferro color ruggine. Uomini, piccoli come formiche, scendevano e salivano, in massa. Ho pensato a un’evenienza drammatica, poi, col trascorrere dei minuti, ne ho riscontrati i tratti della normalità. I quaranta piani erano invalicabili dalle lente e incapaci ascensori, per cui la gente si dava da fare, pur di non attendere ore.
    …il fotografo è uscito, nel frattempo. Il prete l’ho perso di vista. Fuori, Piazza Mercato, una piazza disegnata dai secoli, continua la sua funzione di sempre. Si vende di tutto, dal lecito, all’illecito. La luce della bifora mi cattura. L’orecchio crea suoni immaginifici. La folla è scoppiata in un unico, devastante urlo, al cessare del rullo dei tamburi. A pochi passi da me, è caduta, nel cesto, la testa di un ragazzo di diciotto’anni, un Re, Corradino di Svevia.

  • 16 ottobre 2012 alle ore 19:08
    Una sera, a Febbraio.

    Come comincia: Il bus è affollato, sono in piedi. Fuori il tramonto scarlatto esplode su Capo Miseno e si riflette nelle vetrine dei negozi. Un raggio si è posato sul volto di una donna seduta alla mia sinistra. Ha occhi verdi chiari, uno sguardo amaro, a momenti triste. E’ vestita con eleganza, trucco lieve ma curato. Biondi capelli mesciati raccolti dietro la nuca da un fiocco viola. Un ciondolo d’ametista scende tra piccoli seni candidi. Sento il suo sguardo. Il dolore allo stomaco sta aumentando. Ha occhi verdi.  Gli sguardi si sono incrociati e sembrano non lasciarsi. Si è accorta della mia mano destra premuta sulla bocca dello stomaco. Le sorprendo una vibrazione dei muscoli del volto.
    -“ Ho un infarto”- Questa idea mi si presenta nella mente in una frazione di secondo, inattesa, imprevista. Il dolore è aumentato e mi divide in due metà come una lama. Forse sto morendo. Ma come è la morte? Si muore così? Cerco di riassumere i miei parametri vitali: respiro, sto in piedi, ci vedo. Ma forse tra pochi istanti cadrò, seminando imbarazzo, timore e disagio tra la gente. Il dolore sale verso il collo e si insinua per il braccio sinistro. Devo scendere. Lo sguardo della donna dagli occhi verdi è ancora su di me, lo sento come un fascio di luce. Siamo in due sconosciuti a sapere una sola verità. Scendo alla fermata di Piazza Bernini. Un mercoledì sera nella sua normalità. Invidio per un attimo la consuetudine altrui che non mi appartiene più. L’agonia è un tempo che precede l’esito o è una sensazione? Sono entrato nei tempi dell’agonia? Affretto il passo, contro tutte le regole mediche del caso. Cerco un taxi in sosta. La signora dagli occhi verdi è scesa. E’ ferma a dieci metri da me e mi osserva. Le mie gambe sono insicure. Sto andando in panico. Il respiro si ferma a tratti in gola, il dolore è un punto di fuoco al centro del petto. Le dita sbagliano numeri sul cellulare. Poter essere raggiunto da mio figlio, medico… Nel taxi, la voce della centralinista è metallica, impersonale, senza alcun sentimento. L’autista guida annoiato in un traffico denso, serale. Il dolore, ora, ha una pausa. La camicia è bagnata di sudore freddo. La pelle traspare pallida. I marciapiedi sono affollati; volti sconosciuti mi passano come in un film. –“E’ lei?”- Ho il tempo di chiedermi vedendo un’ombra a ridosso di un camion in sosta. Riconosco il fiocco viola. Nell’atrio del pronto soccorso, steso su una barella, il cielo è ricco di stelle. Mentre si attende qualcuno, riconosco la costellazione sopra di me….le tre stelle del Cacciatore…Sirio! Ecco, sì, “morire ad occhi aperti” come le ultime volontà dell’imperatore Adriano della Yourcenar.  Sì, ad occhi aperti, in questo ultimo passaggio sotto un cielo stellato. Sirio, non ci vedremo più.
    -“ Passami la pompa. Tu attacca la fibrinolisi. Gli hai già fatto l’eparina?”- E’ una voce forte, vicino a me. Mi da sicurezza. Non riesco a scorgere il volto. Una lampada al neon dal soffitto mi abbaglia. Qualcuno fruga con un ago nella vena del mio braccio destro.
    -“ Betabloccante”- riprende la voce. E’ come essere su un bastimento in tempesta. La voce del Capitano è quella che prevarica. Sento che mi sono affidato a qualcuno.
    -“ Stai attento alla frequenza, sta scendendo troppo”- L’altro non lo vedo, ma ubbidisce col silenzio dello schiavo..
    -“ Cazzo, atropina, sbrigati che questo se ne sta andando, siamo a 35…”-
    Questa volta vado via sul serio. 35 pulsazioni al minuto, il mio cuore si sta fermando. Mi da anche fastidio che il Capitano, mi abbia chiamato “questo qui”…ma non ho la forza di presentarmi. Non avrei mai pensato di morire così, su un lettino duro, guardando un pugno di mosche morte nel portalampada del soffitto.
    -“ Può andare ora-“ Ho perso la cognizione del tempo. Lo afferro a tratti, come sequenze di un film.
    La morfina sta facendo il suo benefico effetto. Sono entrato in un mondo calmo, senza suoni. Il volto della donna dagli occhi verdi mi riappare. Non sorride, ma sembra volermi dire qualcosa.
    -“ Questo qui può andare, Rianimazione, all’8. Passami il prossimo.” La voce del Capitano liquida “questo qui”, che sarei io.
     
    Febbraio 2000

  • 16 ottobre 2012 alle ore 9:50
    A bordo!

    Come comincia: E’ da un po’ che non prendo in mano il mio pennello.
    No, un attimo, aspettate, non devo dipingere nessuna parete, devo solo tentare di colorare una storia con il pennello della mia fantasia.
    Vediamo: inizio con l’intingerlo in un bel vaso di colori, per l’esattezza quelli dell’arcobaleno; poi a mezzaria una bella pennellata et voilà: il gioco è fatto.
    Un arcobaleno sospeso nell’aria: che sia un segno del destino?
    Sembra invitarmi a salirci sopra: che bello, a cavallo di un arcobaleno magari è un cavallo che corre pure, fatto apposta per intraprendere un viaggio ed in questo momento ho voglia di viaggiare.
    Penso e ripenso: assomiglia a qualcosa che ancora non riesco a raffigurarmi.
    Ma si, ho trovato: è un tappeto volante, si va.
    Appoggio ordinatamente vaso e pennello e rientro in casa in velocità solo per raccogliere alcune cose che potrebbero servire a bordo.
    Le inserisco ordinatamente nello zaino: una torcia, un blok notes, una penna ed un pizzico di follia, qualche ricambio, il cellulare, anzi no il cellulare no.
    Esco, raccolgo il pennello e lo metto nel mascone dello zaino, saluto il cane che scodinzola e che mi segue sino al tappeto.
    Il cielo è terso, solo qualchen uvola bianca in lontananza.
    Mi accomodo sul mio nuovo mezzo di trasporto multicolore, metto in moto…
    No, un attimo: non ho la chiave, e poi chi l’ha detto che il tappeto ha il motorino d’avviamento.
    Chissà se nel cruscotto c’è un libretto di istruzioni?
    Controllo e vi trovo un libretto con la copertina luccicante, lo sfoglio ed è tutto bianco, solo in fondo c’è un messaggio: è l’ultima pagina, il tuo libro finisce qua…mancano le altre, riempirle è compito tuo…
    Una sfida? Forse…ma avvincente.
    Si comincia.
    Proviamo a cercare una parola magica…si, ecco, è molto probabile che vi sia una semplice parola che può sbloccare l’avvio del mezzo: mi viene da sorridere…e nel preciso istante in cui sorrido si decolla…il gioco è fatto…basta ridere si parte, ok.
    E per fermarmi?
    Ci penserò più avanti, oramai sono già in volo…
    Paesaggi stupendi, voci che svaniscono, solo il silenzio delle nuvole.
    Stormi di uccelli salutano battendo le mani, ops volevo dire le ali.
    “Ehi voi, sentite, come faccio per fermarmi con sto trabiccolo?”
    Nessuna risposta, del resto gli uccelli non parlano…ma ne siamo certi?

    --continua--

  • 15 ottobre 2012 alle ore 16:05
    Urge responsabilizzare i cretini

    Come comincia: Bartolomeo Vanzetti diceva, “io voglio: un tetto per ogni famiglia, del pane per ogni bocca, educazione per ogni cuore, luce per ogni intelligenza.”
    E a cento anni da quel “voglio”, e con uno spreco di false democrazie che impestano il pianeta, è meno utopistico volere l’universo tutto per sé, che quel poco al servizio di tutti.
    Il mondo continua ad andare alla rovescia perché il Padreterno non la smette mai di piovere, anzi diluviare idioti, matti e criminali; oppure perché noi umani siamo usciti fisicamente dalle caverne un bel po’ di millenni fa, ma una cultura e politica post-cavernicola, semplice semplice alla Vanzetti, non l’abbiamo ancora in preparazione?
    Io temo che l’Umanità abbia iniziato a vivere al buio, da quando la politica, comodamente seduta nella stanza dei bottoni economici, ha creduto di saper governare i popoli caricando i cretini e derivati sul groppone degli intelligenti.
    Ma s’è ritrovata con una razza di falsi intelligenti, che hanno accettato un sovraccarico di irresponsabili da portarsi a rimorchio, ma sottovalutandone la distruttività, alla fine li hanno perduti e si sono perduti per strada; perché il modo più semplice per aiutare i cretini a moltiplicarsi fuori controllo come i topi dell'Australia, è legittimarli a guastare, sfasciare, mangiare e arricchire a sbafo, e agli intelligenti imporre di rubare anche la notte quando dormono per pagare tutto a piè di lista o andare a morì ammazzati.
    La politica del “chi rompe paga”, sarebbe stata in grado di umanizzare e responsabilizzare tutti gli idioti, i matti e i criminali del pianeta, che non è affatto vero che siano sprovvisti di neuroni, ma che ci guadagnano a conservarseli nuovi di zecca nel congelatore, perché la vera qualità della vita a questo mondo è vivere a cervello spento, stomaco pieno, e a spese altrui, legge e giustizia permettendo. 
    Perciò, a cento anni da Vanzetti non abbiamo ancora “un tetto per ogni famiglia, del pane per ogni bocca, educazione per ogni cuore, luce per ogni intelligenza”; perché la “civiltà dell’impunità dei cretini ” è pura istigazione a delinquere. Invoglia i peggiori a rompere, perché costringe i migliori ad incollare cocci per tutta la vita per non finire macellati da un sistema pensato (si fa per dire) dagli intelligenti per produrre, ma utile solo agli idioti del potere culturale, politico ed economico, per vivere e moltiplicarsi da guastatori.
    Fatevi il conto di quanti mangeranno sul caso del povero bambino di Padova conteso da due genitori separati, braccato e prelevato a scuola come un animale pericoloso, su ordine di legislatori, magistrati, azzeccagarbugli e strizzacervelli, strenuamente impegnati a fare il suo bene.
    Se la classe dirigente italiana  fosse chiamata ad aprire il proprio portafoglio (non quello di Pantalone) per i danni che ha prodotto in 65 anni, distruggendo del nostro Paese: popolo, territorio e sovranità; quel bambino di Padova e tutti i poveri d’Italia massacrati da ingiustizia o povertà, sarebbero miliardari.
    Temo però che il povero Vanzetti che fu marchiato e giustiziato anarchico, perché voleva “poco ma per tutti”, debba continuare a rivoltarsi nella tomba per quel "tutto che non è mai diventato per tutti", ma per pochi marpioni del potere, legittimati non si sa ancora per quanto, ad azzannarselo, (pensa tu! ) nei legalissimi Stati di diritto.

  • 14 ottobre 2012 alle ore 23:36
    L’uovo cotto che rigenera

    Come comincia: Ogni notte il piccolo Popò non riusciva a dormire. Non mangiava né a cena né a pranzo Solo la mattina sorbiva un boccale di latte fresco di capra. Si stava deperendo a tal punto, povero figliolo, che ormai aveva acquistato le sembianze di uno scheletro ambulante. Luminari d’alta fama gli avevano prescritto varie cure senza alcun risultato concreto. Per questo Totò, spinto più dalla moglie che da una salda convinzione, decise di portare il figliolo dalla fattucchiera Malia che gli prescrisse come cura l’uovo di Aquila reale che, cotto alla coque, gli avrebbe ridato appetito e forte vigore.
    - Dove lo vendono? – Chiese curioso Totò.
    - Si trova solo nei nidi posti sulle alte pareti rocciose del Pizzo Carbonara –, rispose con tono altero e ironico la maga.
    Totò sudò freddo perché non era mai andato per calli impervi e scoscesi e perché il monte era alto quasi duemila metri, metro più metro meno.
    Com’è e come non è per amore del figlio, Totò si fece coraggio, indossò coppola e scarponi, e con la bisaccia a tracolla partì. Sudò sette camicie lungo la ripida scalata. Non era un alpinista né aveva fatto il servizio militare negli alpini, lui umile scriba! Impiegò, infatti, più tempo del previsto per andare su. Faceva pochi passi e si fermava per riprendere fiato o per bere o per asciugarsi il sudore che gli grondava copioso su tutto il viso. Alla fine ce la fece e fu bravo ad individuare due nidi dove trovò in tutto due uova ancora calde che pose nella bisaccia. La fortuna aiuta gli audaci e lui era stato audace. La strada del ritorno gli parve più breve. Corse Totò per la discesa. Corse anche in paese ansioso di vedere Popò riacquistare la vitalità perduta. In un incrocio non si accorse di un carretto che cozzò la bisaccia rompendogli le due uova. Povero Totò, sfortunato Popò!

  • 14 ottobre 2012 alle ore 16:02
    Apollo e Dafne o dell’amore impossibile.

    Come comincia: "La cerca,
    la perseguita ovunque,  e se per caso
    un lampo de’ suoi belli occhi rapisce,
    gela ed avvampa di convulsa ebbrezza."
    Giovanni Prati – Edmenegarda

    Apollo era un bell’uomo, biondo, vigoroso, amante delle arti, della natura e di tutte le cose belle che esistevano al mondo. Per ciò, per il suo magnifico aspetto e per i suoi comportamenti era venerato come un dio, esattamente era da taluni venerato come il dio del sole, perché irradiava sapienza in ogni dove e dava forza e speranza ad ogni essere umano, perché teneva lontano le angosce e le ansie dal mondo, e perché curava gli uomini da ogni male. Era amante della poesia e della musica, che, in effetti, non abbandonava mai perché portava con sé sempre la cetra. Per la sua radiosa bellezza aveva incantato tante bellissime fanciulle, le Muse, nove per l’esattezza, e con ciascuna di loro, a seconda dei sentimenti momentanei che scaturivano dal suo cuore, trascorreva beatamente ogni giorno, ogni ora, ogni attimo, nella serenità, stando felicemente sdraiato su un grosso ramo di platano, sul monte Parnaso. Si era invaghito di ognuna di loro: la poetessa Calliope, la storica Clio, la vaneggiante Erato, la suonatrice Euterpe, la cantora di tragedie Melpòmene, o di quella di inni religiosi Polinnìa, o di quella di commedie Talìa, la danzatrice Tersìcore, la storica della storia del mondo Urania. Così si chiamavano rispettivamente le nove bellissime fanciulle, le ninfe che gli rallegravano la vita e contribuivano a dare a questa un senso sublime, impareggiabile, eccelso. Dalle loro labbra fluivano senza sosta racconti, gesta d’eroi, note melodiose, canti gradevolissimi, che erano graditi a tutti i comuni mortali.
    Ciascheduna era bravissima in una sola arte. Ma nessuna di loro possedeva le altre arti. Con le Muse, Apollo s’era creato un mondo fantastico, fatto di poesia, di sentimenti, d’emozioni, di musica, di sogni. Voleva un gran bene a tutte loro, ma non prediligeva nessuna perché ciascuna esprimeva una soltanto delle attività creative che egli preferiva con passione. Apollo, tramite loro e con le arti che rappresentano l’espressione dei poliedrici stati emotivi dell’uomo, faceva emergere i suoi sentimenti più reconditi nel suo animo.

    Calliope era una poetessa, che recitava dolci poesie esprimendo sensazioni rare e toccanti che inducevano in Apollo turbamenti piacevoli e sublimi. Nell’ascoltarla, il dio si librava con la mente, libero, leggero, in un mondo fantastico, lontano da ansie, preoccupazioni e tormenti. La musa ritmava le più belle poesie di Saffo e poi quelle di Mimnermo o di Anacreonte o  di Pindaro.

    Clio, invece era la musa che conosceva la storia del mondo. Sapeva della storia raccontata da Pindaro e poi da Erodoto e poi ancora da Tucidide. Ogni volta rivelava ad Apollo la storia dell’origine dell’Universo, narrava le lotte cruente che avevano visto regnare l’universo dapprima da Urano, poi da Crono, ed infine da Zeus che, vincitore finale, era stato, in seguito alla Titanomachia, colui che aveva instaurato un nuovo ordine nel mondo. Clio raccontava anche la storia divina e lodava la progenie degli dei immortali, osannava Zeus che regnava sugli dei ed estendeva il suo dominio sul mondo intero. Per governare gli uomini sulla terra, egli aveva assegnato compiti diversi a tutti gli dei. La moglie Hera doveva proteggere le donne sposate; Afrodite doveva far insorgere negli uomini il desiderio amoroso e permettere l’amore fisico a garanzia della procreazione; Pallade Atèna era tenuta a fare espandere tra gli uomini la sapienza per debellare dal mondo l’ignoranza, origine di molti mali, e quindi l’arroganza generata da essa; Ares purtroppo doveva infervorare tra gli uomini i litigi, le lotte fratricide e favorire la guerra; Demetra doveva proteggere il faticoso lavoro dell’uomo mediante il quale si fecondava la terra che gli dava i frutti necessari per l’alimentazione; Dioniso doveva garantire l’allegria e la felicità; Hestìa, invece, aveva l'obbligo di garantire la pace familiare, tutelare la famiglia e lo stato; Efèsto doveva perpetuare e custodire il fuoco; ad Artemide toccava proteggere la caccia per dare il giusto sostentamento agli uomini e doveva preservare la natura dal degrado perché in essa procreavano tutti gli animali e da essa si ricavavano i dolci e succulenti frutti; Posèidon doveva governare il mare; ad Hèrmes spettava difendere il commercio, e tutelare i viaggiatori, gli atleti e gli oratori.

    Erato era la musa che faceva assopire Apollo e lo faceva navigare nel fantastico mondo dei sogni mentre costui stava adagiato sulla dondolante amaca. Sognava il dio e si beava ogni volta dei sogni che la musa gli faceva fare. Erano tutti sogni scelti e piacevoli. Ma una volta, una sola volta, non fu così. Apollo quella volta, infatti, sognò di andare a caccia con il suo arco e le appuntite frecce poste sulla schiena nella faretra. Sognò di aver ucciso un grosso cinghiale che gli stava, con forte irruenza, andando incontro per colpirlo con il suo micidiale corno, ma sognò anche un grosso serpente, un pitone che, come gli era stato riferito da Clio, dopo il Diluvio universale, imperversava sulla terra facendo stragi di animali, di uomini e di donne. Era diventato un atroce supplizio per tutta l’umanità, quel terribile serpente. Apollo decise allora di eliminarlo per sempre dalla faccia della terra. Mentre poneva, allora, con oculata maestria la freccia letale nell’arco e stava prendendo la mira, stendendo con forza la corda lungo il braccio sinistro, egli vide Eros che dalla cima di una rupe con le sue minuscole e ridicole frecce nella faretra, si atteggiava ad arciere senza alcun effetto su quell’orrendo pitone. Apollo, incurante, tirò e con una sola freccia, in un sol colpo, infallibilmente colpì a morte il grosso pitone, trafiggendogli la testa da una parte all’altra. Contento del successo e soddisfatto per aver salvato molta gente da sicura morte, subito dopo schernì, deridendolo e beffeggiandolo, il candido Eros che, seduto su un grosso ramo di un platano, aveva osservato l’impresa rimanendo a bocca aperta, meravigliato. Ad Eros mostrava la carcassa di quell’animale mostruoso, ormai inerme, Apollo che, ridendo a squarciagola, gli diceva che con quelle sue piccole e insignificanti frecce a quel pitone non gli aveva procurato neppure un lieve titillamento. Eros, fanciullo amorevole e dolce, tuttavia, era molto permaloso e rimase molto male per quella satira fuor di luogo fino a tal punto che pensò subito alla vendetta. Volle dimostrare, in effetti, che anche le sue piccole frecce potevano stravolgere la vita di un grande uomo. Infatti, mentre Apollo come al solito si trastullava, beatamente ed estasiato, sdraiato ad ascoltare la musa Erato, fu colpito al cuore da un piccolo dardo dalla punta d’oro lanciato da Eros, che si era sentito oltraggiato, deriso, vilipeso. Il candido dio lanciò subito dopo un’altra freccia, questa volta dalla punta di piombo, colpendo al cuore una leggiadra fanciulla. Dopo qualche giorno, Apollo mentre passeggiava, vide quella fanciulla bagnarsi nelle leggiadre acque del rio che scorreva tra i verdi odorosi alberi rinfrescanti del bosco, e se ne innamorò improvvisamente e perdutamente. Si avvicinò furtivamente tra i cespugli che adornavano il fiume, ma la giovine accorgendosi dell’intruso, con un tuffo nelle acque si dileguò, lasciando Apollo amareggiato e avvinto da profonda tristezza. Quest’evento procurò ad Apollo una forte palpitazione che lo fece svegliare di soprassalto. Si adirò fortemente Apollo, che redarguì a malo modo la musa, ricordandole che i sogni che gli procacciava dovevano essere sempre piacevoli e dovevano avere un esito felice e gioioso. Rimase, infatti, innamorato di quella giovine conosciuta nel sogno ma anche molto amareggiato.

    Euterpe, suonava il flauto, e stravolgeva l’animo di Apollo, lo incantava, lo ammaliava con il ritmo prodotto dalla sua musica. Emetteva note melodiose quello strumento ricavato da una semplice canna che, prima di essere tagliata, rigogliosa si alzava flessibile verso il cielo ai margini del rivolo, che scorreva silenzioso tra i rovi di succulente e saporite more. Le ritmiche note emesse dal flauto arrivavano all’orecchio di Apollo che entrava in estasi, e inducevano, nel contempo, come per incanto, spontaneamente, alle membra della musa Tersìcore, movimenti sinuosi, lenti, armonici che fendevano l’aria che così sospinta produceva una piacevole brezza. Il tenue venticello prodotto investiva l’erba del prato su cui si librava leggera sciolta agile la danzatrice, e le irsute tenere foglioline sottili ora si piegavano, ora si drizzavano, ora flettevano, ora oscillavano, ora vibravano armonicamente con ella creando sul terreno delle fugaci figure.

    Ma non solo gioia e felicità voleva provare Apollo. Egli voleva sentire anche dolore e percepire tristezza e, per questo, Melpòmene, lo angosciava con le tristi e tormentose tragedie di Eschilo, tra cui quella di Prometeo incatenato. Raccontava, la musa ad Apollo, della sfida che Prometeo aveva intrapreso con Zeus per donare il fuoco agli uomini selvaggi, ignudi, miseri, malati, afflitti, depressi, diseredati. Era stato punito per questo Prometeo. Incatenato ad una roccia, infatti, era rimasto con il petto sanguinante, il titano che, comunque, era soddisfatto e orgoglioso per aver recato col fuoco ai mortali tutte le arti e con esse gioia e felicità. Per la sua tenacia e perseveranza, la rupe cui fu incatenato sprofondò in una voragine, ma Prometeo resistette all’evento franoso; resistette il titano anche all’aquila inviata da Zeus a scavargli la carne, a strappargli a brani il fegato, a rodergli le viscere. Povero titano che, per la grande generosità mostrata e per quella sua immane resistenza aveva sconfitto il grande Zeus, era diventato immortale! Soltanto alla madre Gea, infatti, ubbidì il nobile gigante, il cui corpo alla fine rimase intrappolato nella dura, ruvida e fredda roccia ma la sua anima si librò libera e imperitura nell’empireo.
    Melpòmene gli narrava con grande partecipazione e profondo pathos anche le tragedie del gaudente Sofocle, o quelle di Euripide.

    Dopo aver provato tanta sofferenza nell’ascoltare quelle tristi e deprimenti tragedie, c’era Talìa che rallegrava Apollo con il racconto delle commedie, allietandolo con le satire pungenti e divertenti di Aristofane.

    Durante le stellate notti d’estate, Apollo veniva edotto dalla musa Urania sulla genesi dell’universo che, per potere e volere divino, fu foggiato dal Kaos, il disordine primordiale; la musa al tempo stesso lo guidava nell’apprendimento di tutto il sapere con la poesia didascalica di Esiodo. Il Dio Supremo - raccontava Urania - aveva disposto ordinatamente nel cielo, il fulgido sole, la incantevole e romantica luna, le affascinanti comete, le misteriose stelle cadenti, i pianeti e tutte le costellazioni, e anche la via Lattea, che trasmettevano, nell’animo di Apollo, incanto, mistero, fascino e, al tempo stesso, curiosità e desiderio di sapere.

    Polinnìa, infine, senza essere da meno delle altre Muse, con i suoi inni religiosi esaltava Dioniso, mitico dio, che aveva prodotto nella notte dei tempi semplicemente il vino dall’uva, ed aveva insegnato all’uomo la tecnica di vinificare il quale, bevendo quel pastoso liquido purpureo, ne traeva gioia e felicità ed entusiamo, acquisiva espansività, si liberava l’istinto dalle inibizioni e dai complessi, si liberava dal tormento, dall’angoscia, dal dispiacere, dal dolore.

    Un giorno, Apollo, ascoltando come era solito la musica della deliziosa Euterpe, passeggiava felice e spensierato nel bosco. Inebriato da quelle note meravigliose che effondevano tra gli alberi del bosco e che echeggiavano nella profonda vallata, stordito, estasiato, inebriato, si accorse ad un certo punto di essersi stranamente smarrito. Salì su un’altura da cui si scorgeva tutta la vallata, per orientarsi; guardando attorno si accorse di un tempio, di un piccolo tempio consacrato ad Artemide, la dea della caccia,. Fino a quel momento ad Apollo era sconosciuta l’esistenza di quel tempio e incuriosito vi si avvicinò, attraverso il pronao entrò nella cella dove scorse una bellissima sacerdotessa che, inginocchiata, vegliava sulla dea e pregava. Apollo l’osservò attentamente, era candida, dolce, incantevole solo a vederla, emanava luce propria da tutto il suo corpo. Si accorse guardando attentamente che il volto della fanciulla non gli era nuovo. Lo aveva visto da qualche parte ma non si ricordava dove.
    - L’ho vista! Io la conosco! Il suo volto non mi è nuovo! Forse assomiglia a qualche musa, quella fanciulla? A Talia o ad Urania? – pensò Apollo.
    Era convinto di averla già vista da qualche parte. Dopo un attimo di riflessione, gli sovvenne in mente quell’angoscioso sogno che gli aveva fatto fare, qualche giorno prima, la musa Erato. Apollo si ricordò di quella fanciulla che, in sogno, bagnava le sue candide e nude membra nelle fresche e limpide acque del fiume e, in cuor suo, improvvisamente si ripristinò come per incanto, quel tale desiderio amoroso che col risveglio dal sonno era svanito nel nulla, lasciandogli in corpo una grande amarezza inconsueta. Nel vedere quella leggiadra graziosa fanciulla, ancora una volta, semplicemente il suo cuore venne sconvolto, anche i suoi sentimenti, che prima erano votati all’arte, alla poesia, alla musica, alla natura, al teatro, ai racconti, furono stravolti improvvisamente. La mente di Apollo fu come offuscata, un incitamento impulsivo, che non potette controllare, lo indusse subitamente all’amore per quella fanciulla, inspiegabilmente, inesorabilmente. Guardava colei che per la seconda volta aveva scavato e aperto un varco profondissimo nel suo cuore. Si dette un pizzico sulle gote fino a farsi male per capire se, quello che stava vedendo e provando, fosse ancora un sogno o fosse realtà.
    Si avvicinò dunque a quell’avvenente ninfa cui, aiutato dai versi e dalla musica che aveva imparato dalle sue Muse, trasferiva dolci parole:
    - Salve, o dolce fanciulla! – Esclamò Apollo. E la fanciulla si voltò di scatto, sorpresa da quella voce e turbata da quell’inaspettata domanda.
    - Chi sei tu, o graziosa giovinetta, che vivi in quest’oasi di pace, in questo tempio votato all’eccelsa Artemide? E’ lecito sapere il tuo nome? - Continuò con voce gentile Apollo.
    - Mi chiamo Dafne, mi sono donata con l’anima e con il corpo alla dea Artemide, che adoro più di me stessa, perché ella mi ha dato la libertà, ha fatto nascere in me l’amore per la natura e per tutte le cose belle che la natura genera ed offre; io amo la pace e la tranquillità – rispose con voce tremolante, forse un po’ impaurita, la fanciulla che concluse aggiungendo:
    - Chi sei tu, straniero, che chiedi il nome mio? – Chiese Dafne.
    - O dolce Dafne, il mio nome è Apollo, non sono uno straniero, vivo già da molti lustri in quest’immensa e bellissima vallata, e mi rammarico di non aver saputo prima della tua presenza tra questi luoghi ameni, - precisò repentinamente.
    - Anch’io amo la natura, la caccia, la verdeggiante selva che ricopre come un vellutato manto questo magnifico monte e mi diletto ad ascoltare musica e osservare il linguaggio movimentato della danza, godo nel sentire recitare versi poetici, che incantano tanto il mio cuore. Desidero conoscere le storie belle e brutte degli uomini, e voglio conoscere i segreti e i misteri che avvolgono tutti gli esseri umani. Amo soprattutto l’amore, il sentimento più sublime che l’uomo possegga, perché mi fa volare con la mente, leggero e leggiadro, libero nel mondo dei sogni e dei buoni prefiggimenti, - aggiunse Apollo che continuò, - vivo con nove fanciulle, le Muse, che mi allietano ogni giorno per tutto il giorno, mi trasmettono sensazioni eccelse e divine, sono tutte bellissime, ma nessuna di loro riesce ad eguagliare la tua bellezza, o Dafne. Una di loro, Erato, mi fa addormentare e mi fa sognare. Erato un bel dì mi ha fatto fare un sogno che allora ho considerato brutto e per questo l’ho rimproverata a malo modo, ma adesso devo ravvedermi perché nel sogno c’eri tu, o Dafne, che sei la fanciulla più bella che finora mi sia capitata. Io ho visto in sogno il tuo splendido viso, ho osservato il tuo corpo in tutta la sua eccelsa magnificenza mentre lo bagnavi nelle leggiadre fresche acque correnti di un rivolo. Io già ti conoscevo, senza averti incontrata mai.  Io, ora devo dire grazie a quel sogno, ti desideravo prima di conoscerti, il mio cuore già ardeva per te di passione. Ed oggi, l’averti ritrovata così per caso ha concesso un po’ di conforto al mio cuore che bramava di vederti e di toccarti.
    - O Apollo, ti sono grata del complimento che mi fai, ma la mia bellezza proviene dalla devozione che ho per Artemide. Ella mi mantiene pura, casta ed immacolata, - rispose emozionata Dafne.
    - Io prego, ogni giorno, la grande Artemide perché tramite ella io possa trasmettere agli uomini l’amore tra di loro al fine di debellare l’odio, e di apprezzare e rispettare la natura. Io amo Artemide più di ogni altra cosa al mondo e non posso amare nessun altro, - concluse, con voce tremebonda, la giovane che mentre parlava si allontanava accomiatandosi nella sua stanza.
    Dafne aveva giurato di rimanere devota alla dea per tutta la sua vita, cercava di non sentire, o forse non comprendeva, ciò che il cuor in quel momento le comandava. Non poteva innamorarsi, anche se quel tremolio vocale le aveva fatto presagire inconsciamente che il suo animo esprimeva un sentimento amoroso per quel biondo giovane brillante, leggiadro, caloroso, passionale, bello, che si era presentato dinnanzi a lei. Era la prima volta, comunque, che a lei si presentava un fatto del genere. Dafne ingenuamente non capiva da cosa derivasse quel brivido strano che le percorreva tutto il corpo, subitaneamente al cospetto di Apollo. Ella aveva giurato castità alla dea della caccia e non poteva tradirla. Eros, tuttavia, le aveva sconquassato il cuore per fare un dispetto ad Apollo, ma il dispetto lo aveva fatto anche a lei che non c’entrava niente. E Dafne non era ancora in grado di percepire il significato di cotanto scombussolamento che le aveva tolto la serenità e la tranquillità possedute fino a quel momento. Dafne pregò Artemide per questo, ma non ebbe alcun sollievo.
    Apollo rimasto solo andò via, quella volta, ma il suo intento era di ritornare in quel tempio per godere almeno della vista della leggiadra giovane che lo ammaliava, lo affascinava, lo rendeva inerme, gli annullava la volontà, gli scioglieva le membra.
    Si sdraiò sul letto costruito su un grosso ramo del solito platano, e non volle quella volta la compagnia delle Muse, perché voleva, senza alcuna distrazione, pensare intensamente alla sua amata e meditare coi pensieri che gli balenavano nella mente. Apollo dispiaciuto avvilito per la prima volta, depresso come non mai, si addormentò quella sera, mentre il cielo si riempiva lentamente di luccicanti e pulsanti stelle che tremolavano, fisse su un cielo ammantato di un nero mantello in accordo con il tremolio del suo cuore.
    Continuò nei giorni seguenti a visitare il tempio e a dialogare con Dafne trasmettendole le sue effusioni amorose, ma, ormai stanco dei diversi quotidiani tentativi risultati vani, arrivò al punto di chiederle di sposarlo, così e semplicemente. Dafne rimase stordita da tale richiesta ma rifiutò. Apollo insistette. Dafne ebbe ancora un attimo di smarrimento. Forse la vista di Apollo, la sua avvenenza, la sua alterezza, la sua possanza fisica, il suo fascino divino avevano fatto innamorare anche lei. Forse! Fuggì perché non se la sentì di negargli la proposta ancora una volta. Sicuramente quel gesto aveva fatto presagire che l’innamoramento aveva colpito anche lei. L’amore e la devozione, che provava per Artemide, erano così grandi che però non potevano essere intaccati. Non poteva l’innocente fanciulla contemporaneamente amare Artemide e Apollo! Correva leggera Dafne come una lepre che fugge dinnanzi al pericolo del cacciatore. Apollo la inseguì, le corse dietro per tanto tempo finché la raggiunse, le afferrò delicatamente un braccio e la tirò seco. Dafne si arrese voltandosi e cedendosi senza resistenza alcuna. Apollo strinse tra le sue braccia Dafne, e Dafne avvinghiò spontaneamente tra le sue braccia il corpo di Apollo. Si adagiarono e stesero le loro membra per terra su un cumulo di paglia secca sotto un possente platano vigoroso. Apollo avvicinò il suo petto al seno prosperoso di Dafne e i due cuori palpitarono assieme. Era bellissimo per Dafne e per Apollo provare quelle incomprensibili sensazioni che erano sensazioni d’amore. Dafne non aveva più volontà di decidere. La devozione per Artemide era come se non ci fosse più nella sua mente. Il suo modo di vivere era stato stravolto, alterato, sconvolto piacevolmente e sgradevolmente al tempo stesso. Le sue membra si sciolsero nel corpo di Apollo come lo zucchero nell’acqua, in un attimo. Apollo e Dafne divennero una cosa unica, un unico corpo. Dafne era come addormentata, il suo corpo giaceva intorpidito tra le braccia di Apollo. Era posseduta da Apollo, e Apollo era posseduto da Dafne. Ma un attimo dopo, Dafne si svegliò da quel piacevole torpore, rinsavì, la sua mente già offuscata incominciò a riprendere vigore, a ragionare, ancora la sua castità non era stata compromessa. La mente prese il sopravvento sul cuore. La fanciulla chiamò silenziosamente in aiuto Artèmide ed ebbe la forza di svincolarsi dal desiderio amoroso che l’aveva avvinta ad Apollo, per la prima volta. La sua mente era divisa tra due pensieri: l’amore per Artemide e l’amore per Apollo. Ma non poteva dividersi. Si divincolò e fuggì ancora una volta. Dafne prima era fuggita per sottrarsi alla richiesta fattale da Apollo, ora fuggiva per sottrarsi all’amore di Apollo. Apollo la inseguì un’altra volta, ma per l’ultima volta. Dafne, correndo, si infiltrò dentro un grande cespuglio di odorose piante di alloro, forse per nascondersi. E lì scomparve. Apollo la chiamò, ma inutilmente, la cercò tra quei verdi e rigogliosi virgulti, che nascondevano una stretta e profonda dolina che le piogge acide nel tempo avevano scavato nella bianca roccia calcarea. Dafne era caduta per sempre in quel buco che si trovava là celato da quel cespuglio, sempreverde e odoroso, di alloro. Non un grido, non un lamento, niente che facesse pensare ad una grande tragedia d’amore. Per amore di Artemide, ma anche per amore di Apollo, Dafne era scomparsa, scomparsa per sempre, fuggendo dall’amore e per amore. Ella giaceva ora laggiù in fondo a quella fossa naturale che era diventata la sua tomba, adombrata da quel grande cespuglio di alloro. Apollo, vide quella dolina, ma non si rese conto che Dafne fosse caduta là. La cercò invano. Era scomparsa nel nulla, la fanciulla si era dileguata nell’aria come acqua al sole. La chiamò ripetutamente: Dafne! Dafne! Dafne, amore mio, dove sei? Dafne, tesoro grande, ritorna da me! – Ma il suo richiamo fu inutile. Pianse tanto, era la prima volta che piangeva, il forte e vigoroso Apollo. Era disperato per aver perduto il suo unico grande primo e ultimo amore. L’aveva persa prima nel sogno, ora l’aveva persa per sempre. In Dafne Apollo aveva trovato la sintesi delle sue nove Muse, aveva scoperto il mescolamento armonioso della poesia con la musica, aveva ritrovato la miscellanea di tutte le arti che lui aveva amato e che aveva apprezzato sempre, e che avrebbe continuato a prediligere. Nella sola Dafne aveva trovato fuse insieme le diverse virtù delle sue nove adorate fanciulle. Rimase ad aspettarla per diversi giorni e diverse notti, dimenticandosi di ciò che faceva e di ciò che lo aveva dilettato sempre, almeno sino allora. Disperato, sconsolato, con monotono lamento mentre diceva: - Amore, amore mio, presto te n’andasti, in un tempo pari ad un batter d’ali volasti via dal mio cuore, nella tristezza mi lasciasti, nella completa disperazione mi abbandonasti, - prese alcuni teneri rami lunghi di alloro, li intrecciò con le sue mani tremanti, piegò la treccia facendone una corona che pose sulla sua testa a ricordo perenne della sua amata. E fece questo per ricordarsi anche che quello che gli era capitato non era un sogno, ma era una crudele e disumana realtà. Non gli rimase altro che ritornare a vivere come prima, ma per sempre con il rimpianto di Dafne nel cuore.

  • 14 ottobre 2012 alle ore 2:11
    Short: Half Asleep / Corto: Dormiveglia

    Come comincia: Last night, just before sleeping, I was sensing him. He was sleepy and I was curled into his arms, my back against his stomach, when he whispered in my ear: "Do you think there's something down or up there?"
    All I could manage was a muffled 'mmmmmh?' before he explained: "Something like heaven or hell".
    I slowly turned around, my eyes were fully awake and staring into the spot where his were supposed to be. "I think we die to be reincarnated." I said, and so he asked: "Like in some kind of animal too?"
    "No", I went on "I think like in some other person, a new one".
    He considered this for a moment: "But we can't remember our past lives, can we?" so I answered: "No, unless this is our first one."
    He looked at me for some time before asking: "But you don't think this is your first one, do you?"
    I shook my head with another 'mmmmhm mmmmhmmm' and he went on "So, when you will be given this chance of another life again, how would you like it to be?"
    I thought it over and then said: "I guess I would like a perfect body with a smoother and better skin", laughing I went on "No... seriously? I'd love a life where some of my dreams would come true, not all of them and not the trivial ones, but the ones that count, you know? Those that really count..."
    After staring at me for a moment that lasted forever he went: "What? Being rich? Living in London? Or Dublin?"
    That was when I truly looked for his eyes and it seemed to me I could really see them. So, while melancholy sliced my heart up and simply said: "No, just... you."

    TRADUZIONE:
    L'altra sera, un attimo prima di andare a dormire, l'ho sentito. Era assonnato e io raggomitolata nelle sue braccia, la mia schiena contro la sua pancia, quando mi ha bisbigliato all'orecchio: "Pensi che ci sia qualcosa laggiù o lassù?"
    Tutto quello che sono riuscita a dire era un  'mmmmmh?' soffocato prima che lui si spiegasse: "Qualcosa come il paradiso o l'inferno".
    Mi sono girata lentamente, i miei occhi erano completamente svegli e fissavano il punto dove i suoi avrebbero dovuto essere. "Penso che muoriamo per reincarnarci." ho detto e così lui mi ha chiesto: "Come anche in qualche tipo di animale?"
    "No", ho continuato "Penso in qualche altra persona, una nuova".
    Ha riflettuto per un momento: "Ma non ci ricordiamo delle nostre vite passate, vero?" allora ho risposto: "No, a meno che questa non sia la nostra prima."
    Mi ha guardato per un po' prima di chiedermi: "Ma tu non pensi che questa sia la nostra prima, vero?"
    Ho scosso la testa con un altro 'mmmmhm mmmmhmmm' e lui ha continuato "Allora, quando ti sarà data questa possibilità di un'altra vita, come vorresti che fosse?"
    Dopo averci riflettuto sopra gli ho risposto: "Penso che vorrei un corpo perfetto con una pelle più liscia e bella", ridendo ho continuato "No... seriamente? Mi piacerebbe una vita nella quale qualcuno tra i miei sogni diventasse realtà, non tutti e non quelli banali, ma quelli che contano, sai? Quelli che contano veramente..."
    Mi ha fissato per un momento che sembrava durare per sempre prima di chiedermi: "Quale? Essere ricca? Vivere a Londra? O a Dublino?"
    In quel momento ho cercato veramente i suoi occhi e mi è proprio sembrato di vederli. Allora, mentre la malinconia mi affettava il cuore ho risposto semplicemente: "No, solo... tu."

  • 12 ottobre 2012 alle ore 21:24
    Dialogo n. 5. Punti di vista.

    Come comincia:  
    E’ già in ritardo, dico con convinzione alla signora accanto a me mentre ambedue continuiamo a stazionare sulla panchina presso la fermata del bus cittadino. Lei annuisce, io osservo la strada nell’attesa di veder arrivare quel mezzo pubblico. Sto fermo, impassibile: devo restare in silenzio, mi dico, non posso sempre lasciarmi sfuggire i pensieri con chiunque sia nelle mie vicinanze. La signora, subito dopo, dice come tra sé che lei non ha fretta, e che la giornata peraltro le sembra deliziosa, degna di essere goduta all’aria aperta. Spende un’occhiata verso di me, presumibilmente per vedere come reagisco: io avrei molte cose da dire a riguardo, ma resto in silenzio, mi costringo a non formulare nessuna parola, zitto, quasi senza pensare.
    Il bus non arriva, mi spazientisco, non ho alcuna fretta particolare, ma attendere mi pare un’attività tra le più odiose possibili, anche se cerco di resistere, e così continuo a rimanere immobile, nascondendo in quel modo il mio vero stato d’animo. Però non si può ridurre tutto ai propri gusti e comportamenti, dico alla signora, lasciandole intendere che il ritardo del bus è un fatto oggettivo, oltre la bella giornata e la voglia di starsene su quella panchina. Passa un attimo di silenzio completo, in cui mi pento profondamente di avere di nuovo parlato. Poi la signora insiste: si possono prendere in molte maniere, le piccole avversità di ogni giorno.
    Guardo il mio orologio da polso, mi muovo, sbuffo, ormai sono in aperta conflittualità con la signora, che sicuramente mi giudica un impaziente, una persona che non sa dominare gli istinti. Ho un appuntamento, le dico; ogni minuto perso per me risulta importante. Questo non cambierà assolutamente le cose, fa lei. Certo, fo io, ma almeno potrò lamentarmi di qualcosa che non funziona in questa città. Mi rendo conto improvvisamente che le ultime parole le ho pronunciate con voce leggermente alterata, appena più del necessario, così adesso mi sento dispiaciuto di aver mostrato il peggio di me a quella signora.
    Mi muovo ancora con nervosismo, vorrei tanto che giungesse qualcuno ad attendere il bus insieme a noi, ma anche questo è un elemento da cui proprio non sono confortato. Con le belle giornate, si va a passeggiare ai giardini, dico con calma, così si dimentica il passare del tempo ed il resto. Lei non ribatte, gioca sul silenzio perfetto, sulla sua indubbia capacità di sopportare ogni cosa, perfino la mia presenza. Va bene, dico alla fine, lei ha ragione, fa male addirittura all’organismo prendersela troppo per cose del genere. Però vorrà ammettere che tutto questo ritardo non è assolutamente ammissibile?
    La signora resta in silenzio; io vorrei scomparire di colpo dal tratto di strada, anzi, penso per un attimo che addirittura potrei avviarmi a piedi nella direzione verso cui devo andare, ma subito rinuncio, sarebbe un darsi dello stupido e basta. La signora neppure mi guarda, finge che io non ci sia, che non abbia detto un bel niente. Mi sento sull’orlo dell’odio verso questa persona, vorrei strangolarla, stringerle la gola fino al punto di farle confessare che è una vera inciviltà un ritardo del genere. Poi arriva il bus, esprimo espressioni vistose di apprezzamento, mi alzo e mi preparo a salire ancora prima che il mezzo sia giunto alla fermata, scalpito quasi per evitare di far perdere tempo all’autista. Poi salgo, timbro il biglietto, mi siedo, e immediatamente mi accorgo che la signora di prima non si è neppure spostata dalla fermata. Il mezzo riparte: mi sento assolutamente confuso, e la mia giornata ormai appare irrevocabilmente già compromessa.

  • 12 ottobre 2012 alle ore 14:49
    Santo da taschino

    Come comincia: Le ore eran  sospese come se qualcuno avesse cancellato il tempo. Con uno schiocco di dita.
    La sera prima aveva incrociato le gambe, pregando in sanscrito alla legge universale, respirando la calma delle stelle  che le avevano  suggerito questo "non sei altro che , un tenero filo d'erba mosso dal vento".
    E il giorno seguente  camminò molto, solitaria, con l'agitazione consapevole che avrebbe incontrato risposte. Forse non ordinate, non programmate o appositamente studiate. Ma incontrò risposte intense.

    "Che bella collana" le disse la vecchina col cappello e due trecce infantili legate con lo spago.

    "Sono sempre attratta dalle cose belle"

    Deambulò malamente per qualche metro, poi si sedette accanto alla ragazza che attendeva . 

    Le campane della chiesa vicina, Suonavano a festa. E fu uno stupore grandissimo ascoltarle, pensava la ragazza, poiché il vento principava a seguire la melodia come accordi d'un'orchestra misteriosa, che arrivavano fino alle labbra della vecchia signora.

    "Ti regalo queste parole, che tempo fa ho inviato oltre oceano affinché il messaggio arrivasse a tutti;  fai lo stesso con qualcuno a te vicino, che ha perso qualcosa..."
    Le passava il testimone, salutandola e ringraziandola come si fa in oriente. Con le mani congiunte, in una sorta di inchino e più che reverenziale, s'ascriveva come atto gentile, di comprensione e accettazione d'una conversazione, che la mente relegava all'irrazionale.

    Ma tutto era al proprio posto, gli elementi sparpagliati trovavano il loro incastro .
    Nell'abitudine poi di veder cambiare in ogni momento stato, cose e persone, la ragazza che attendeva ebbe la consapevolezza che il volto di quella vecchia signora non sarebbe cambiato , né le sue parole, né il messaggio trasferitole. Poiché l'armonia, con delle cuoia invisibili, riportava al centro, dall'esterno, il significato intrinseco di ogni cosa .

  • 11 ottobre 2012 alle ore 12:09
    Il bosco piccolo, piccolo

    Come comincia: Si, vabbè potevi anche atterrare meglio, siamo finiti in acqua, nell’unica pozza di tutto il bosco: questa è la cosa che ho pensato in prima battuta, ma poi le cose si sono rivelate ben diverse da come potevano sembrare.
    Tento di asciugarmi, ma non c’è verso, devo togliermi i vestiti e lasciarli asciugare, fa molto caldo.
    Mi siedo ed appoggio la schiena ad un albero: mi addormento dopo pochi minuti.
    Al mio risveglio il sole sta ormai tramontando e decido quindi di prendere la torcia dallo zaino e rivestirmi.
    Ma cos’è successo?
    I miei vestiti si sono ristretti: no, non è a causa dell’acqua, sono proprio delle dimensioni di una mano!
    E adesso?
    Realizzo che qualcosa di strano è successo, e capisco che in realtà la pozza dove eravamo atterrati era un lago, rimpicciolitosi pure quello, chissà per quale strano incantesimo.
    “Pssss…ehi..”
    “chi è ?”
    “sono io, eri appoggiato su di me fino a poco fa e russavi pure”
    Bene, a questo punto dopo l’uccello, parla anche l’albero, e dire che sino ad ora non mi ero accorto di nulla, di tutte queste meraviglie, e come me, credo anche molti di quelli che mi stanno leggendo.
    Ma andiamo con ordine.
    Come mai ero l’unico di dimensioni normali in un bosco piccolissimo, nel quale a malapena riuscivo ad entrare e con un unico albero bello grande, diciamo normale, però parlante?
    “ ti spiego mio caro terrestre, questa è l’isola delle visioni distorte, qui prima o poi ci finisce ogni uomo, dopo aver giudicato, sbagliato, insomma dopo essersi comportato scorrettamente con un suo simile, a causa dei pregiudizi”
    Continuo ad ascoltare, interessatissimo…
    Qui puoi comprendere o insistere nelle tue sciocche ragioni: in quest’ultimo caso vengono distorte anche le tue dimensioni oltre che ai tuoi vestiti
    Io ero ancora bello grande, forse avevo capito?
    “credo che a te bastino i vestiti rimpiccioliti, dovresti aver compreso, prendili pure per ricordo”
    “ma come faccio a ripartire?”
    “in mutande! Il bosco è solo una piccolissima parte, tutta l’isola per un gigante come te si attraversa in 10 minuti…se vuoi fare un giro turistico, magari trovi un paio di pantaloni”
    Non ho volgia di scherzare, però l’albero aveva ragione meglio andare ed apprezzare
    guardo l’albero…lui capisce…sorride…come dite? Gli alberi non sorridono, credetemi questo sorrise e mi permise così di riprendere il volo…alla ricerca di altri vestiti.

    (da "il pennello magico" © 2012 - gianpacco)

  • 11 ottobre 2012 alle ore 2:45
    Open..e trovarti.

    Come comincia: E' un pò come trovarsi in un supermerkato semplicissimo di qualche strada statale nei pressi del Cansas o del Canada magari...leggere la scritta "open" dopo esser usciti dalla macchina stanchi e demoralizzati sul quel vetro fioco e caldo di un supermerkato notturno dall'aria tranquilla. Entrare e trovarti.  Fermi a guardare il caso, l'occhio malinconico, ritrovarsi così per un ristoro dolce e quieto lontana dalla tempesta della notte che poco scalda e trovarti. La visione incantevole del'amore sotto tutte le forme dal banale desiderio di palarti adesso,qui, per dirti questo; trovarti. Il ristoro eterno di un sognatore...il candido abbraccio del cuore malato. Adesso chiudi gl'occhi e sognami angelo della notte e sussurra alle fibre esistenziali che ti compongono la parola "trovato".

  • 10 ottobre 2012 alle ore 0:03
    Rewind di un morto postumo

    Come comincia: Morii nell’ottobre del 1980, questo lo so per certo in quanto in data: agosto, anno corrente 2012
    Scartabellando un angolo di cimitero, ho trovato la lapide con inciso l’epitaffio “CINERA PETRESINE 1953-1980. Vi starete chiedendo come abbia potuto mettere per iscritto i miei irrazionali trascorsi di vita pur essendo defunto e cadavere. Non è cosa che vi riguardi, ma se proprio lo volete sapere venite a trovarmi, non vi assicuro però che vi dirò tutto. Vi lascerò un dubbio, così, tanto per farvi dispetto.
    Vi dico invece che fu una  bella giornata di sole, ma una leggera brezza si insinuava sotto il maglioncino che sovrastava la camicia tenuta fuori dai pantaloni infastidendo i reni scoperti.
    Fu a Roma, quel giorno di un lontano 1970 che mi portai in casa il ciclostile, e visto che c’ero, espropriai anche innumerevoli risme di carta grezza di basso prezzo. Non ne avevo mai visti di quella fattezza! Appariva come un grosso cassetto, con una fessura davanti e una manovella sul lato destro. Trasmetteva un senso di forza e un ambiguo fascino. Che razza di strano progenitore dei moderni, allora, ciclostile potesse essere,- a causa delle future vicende che dovevano succedermi- non potei mai saperlo. Aveva assolto bene il suo compito, e ora dimenticato nella scansia ammuffita di una sezione di partito chiusa per restauro, giaceva tristo e solo. Incontrai il mio amico Ignazio quella mattina e fra una chiacchiera e l’altra mi disse che stavano facendo lo sgombero di un locale. Sai, rimasugli, roba per “stracciaroli” mi disse, senza trascurare il fatto che: pensando di farmi cosa gradita mi invitò a scartabellare fra i rottami di un passato sapendo di farmi contento. Vedi se trovi qualcosa che ti può servire, “tanto e tutta robba che va pe’ monnezza” Me lo caricai sul “pandino” così com’era senza nemmeno spolverarlo e una volta a casa la prima cosa che feci fu di poggiarlo sul tavolinetto dell’ingresso dandogli un po’ di giri di manovella.
    Volli verificare se funzionasse ancora, e da nostalgico signore di mezza età tornai a percorrere i vecchi lidi.
    Dopo avere messo insieme una paccottiglia di idee, mi sedetti al suo fianco e cominciai a punzonare la matrice. Impetuosi venti di rivoluzioni mancate e dirette dagli scalini di piazza S. Maria in Trastevere mi riempivano il cranio cosicché nell’enfasi del ricordo, distrattamente introdussi le dita nella fessura dove si poggia il pacco della carta. Con mio grande stupore sentii solleticarmele, fu come se una spazzola con i peli morbidi mi passasse sui polpastrelli. Visto, che avvertivo un sottile piacere in quel solleticare di tanto in tanto muovevo le dita per essere spazzolato fino alle falangi. Una carezza mancata! Un desiderio represso di coccole! Procediamo per ordine. Che non mi si venga a dire “questo crapulone scrive male anche da morto”
    Con la mano destra continuavo a bucherellare la matrice quando improvvisamente ebbi la sensazione di un vortice che cercava di tirarmi dentro. Fui incuriosito e insieme incredulo, infine fui preso da terrore quando alla sensazione si accompagnò il dolore delle mie dita schiacciate. Dopo le dita risucchiò la mano, poi si prese anche il braccio, e il seguito. Ululante di dolore e spianato come una sfoglia venivo trascinato nella pancia dell’apparente tranquilla ferraglia, che senza emettere rumore mi stava risucchiando nel suo antro.
    Certamente dovetti perdere i sensi, o quantomeno precipitai nella fase REM di un incubo poiché mi ritrovai vivo e vegeto all’interno di un cassettone enorme dove sopra la mia testa giravano rotelle dentate e pulegge, e a me di fronte troneggiava un gigantesco rullo rivestito di gomma nera.
    Rimessomi dallo strapazzo al quale ero stato sottoposto e riordinando le idee fui preso da un’angoscia tremenda e un senso di prostrazione e annichilimento mi sovrastò. Come era possibile che mi trovassi in quell’assurda e tanto irrazionale dimensione, e quei meccanismi in alto sopra di me che non sarei mai potuto arrivare a toccare. Mi venne in mente la solennità e l’altezza delle guglie delle cattedrali dove i fedeli si sentono schiacciati da una luce divina filtrante dalla sommità e travolgente chi la contempla in tutta la sua immanità
    Chi mi avrebbe tirato fuori da li dentro! Se non fosse arrivata Giustina partita a trovare i suoi familiari in Perù…  campa cavallo! Disse che stava via un mese; fino a quanto avrei resistito senza bere e mangiare.
    Passò del tempo. Ma quale tempo! Io non lo avevo più un tempo e nemmeno un ragguaglio. Quanto ero alto adesso! E come potevo rapportarmi alla grandezza di quelle cremagliere che mi era solo concesso di guardare, a naso per aria e bocca aperta. Chi aveva  messo la risma di carta dopo l’avvenuto mio sequestro! Visto che ora vedevo sfrecciare enormi lenzuola bianche poco distante da me. Sentivo il “grr,grr svifft svifft” della carta che entrava da una fessura, bianca, e ne usciva dall’altra, suppongo stampata. Questa posta addirittura al di sopra delle rotelle dentate, inarrivabile. Allo stremo per fame, e dalla sete succhiavo con avido schifo qualche goccia d’inchiostro che deviando dal rullo in forma di schizzo si appollaiava fra i miei piedi. La primiera necessità del bere era risolta, ci volle molta più pazienza per il mangiare in quanto dovetti aspettare che qualche foglio di carta ballerino rimanesse inceppato nell’orrido meccanismo. Ne raccoglievo un pezzetto lacerato e lo addentavo attorno alla sua forma. Che volume potesse avere, se fosse alto un metro o basso cento centimetri, tutto era in relazione con la mia statura,ora.
    Orinavo e defecavo in una pericolosissima pozza -doveva essere il raccoglitore dell’inchiostro- facendo bene attenzione a rimanere sul piano orizzontale, oltre si estendeva un minaccioso piano inclinato dove scivolava il liquido.
    Mi ero rassegnato ormai, e mi andavo abituando alla miserevole luce che mi consentiva di orientarmi in quel poco ameno stanzone.
    Decisi di concedermi tutto il tempo – che ormai non aveva più un senso definire tale- per riflettere e trovare la via per uscire da quello scatolone. Chissà per quanto ancora dovevo essere costretto ad accettare la irrealtà di quel particolare.
    Mi ostinavo ancora a chiamare tempo quello che: per me si era fermato, andava avanti, indietro, non lo sapevo. Avevo imparato a dormire come fanno gli animali, aggomitolato o rannicchiato in posa fetale, sul fondo dell’oscuro parallelepipedo.
    Non soffrivo fisicamente, e devo dire che quel “molto poco” accogliente luogo: che per altri avrebbe decretato una lenta morte in preda alla follia, stava diventando il ventre caldo e accogliente di una madre, fatto sta che il condizionamento da “super io” aveva già percorso la sua strada compromettendo la mia naturale individualità.

    Un fracasso improvviso, un ding dong tump timp mi oppresse, cercai di limitarlo tappandomi forte le orecchie, il ciclostile aveva dato voce a una serie di bestemmie. Come faceva a parlare, e chi gliele aveva insegnate! Quando mi risucchiò era solo un nuovo accessorio della  casa. La calma che mi ero conquistata, e la rassegnazione nel mio particolare, crollarono all’istante. Iniziai a vaticinare e sbattendo la testa sulle pareti di ferro avvertii qualcosa dentro di me, come uno sciabordare di acqua che scorrendo dal rubinetto si va a perdere gorgogliando nello scarico. Come quando si dona il sangue e si avverte una parte di se che si allontana. Un qualcosa mi stava risucchiando i pensieri. Capii che il rassicurante ventre non era altro che una prigione dove uno scherzo dell’inconscio mi teneva segregato e con tutte le mie forze decisi di sfidare il Cerbero a guardia di quell’inferno. Mi tuffai nel mezzo del rullo che mi sputò assieme a schizzi d’inchiostro, sbattendomi sulla parete di metallo e facendomi ricadere sul pavimento grafitato da dove avevo azzardato il sovrumano balzo. Non mi detti per vinto, e l’ultima flebile idea rimasta, dimenticata dal “succhiatore” di pensieri saltò fuori determinata e decisa.
    Aspettai che il solito foglio ballerino tornasse ad incepparsi. La carta si accartocciò il rullo si fermò, rifeci un grande disperato balzo andando a finire fra una grinza e un dosso, vi aderii con tutto il corpo puntellandomi con piedi, mani e testa, e come un Ulisse sotto la pancia della pecora uscii fuori dall’antro del mostro.
    Sebbene acciaccato, nero e untuoso ritrovai le mie dimensioni, il ciclostile aveva smesso di sputare fogli stampati. Il primo rumore che avvertii fu il tic-titoc della sveglia che da qualche parte ticchettava affogata dai fogli di carta. Era il mio tempo.
    La mia casa era zeppa di fogli stampati, molti svolazzavano al di fuori attraverso la finestra invadendo le strade del quartiere.
    Mi precipitai nello sgabuzzino, afferrai un grosso martello e con furia determinata sovrastai il ciclostile riducendolo un ferraccio inanimato.
    Stavo soffocando dal caldo a causa della foga con la quale avevo menato mazzate, afferrai uno di quei fogli,  lo lessi prima distrattamente, poi con attenzione. Che cosa stava succedendo! Su quella carta non era impresso il testo che avevo sommariamente punzonato sulla matrice prima che la macchina mi risucchiasse, ma i miei più segreti pensieri, i più inconfessabili, anche quelli che suscitavano vergogna perfino a me stesso. Avevano invaso le strade, le piazze, scivolavano da qualche sparuto alberello e si disponevano al suolo con la faccia stampata per essere letti e commentati ingordamente.
    Per quanto tempo, quella macchina aveva sfornato: bestemmie, discorsi razzisti, fantasie sessuali perverse piccole truffe e cattiverie varie. Erano diventate ora dominio pubblico e tutti le leggevano. Raggiunsi la finestra spalancata e nella strada, dove continuavano a svolazzare fogliacci, vidi un cinese che ridacchiava.
    Come in preda a una sconclusionata ragione di difesa lo apostrofai di male parole.
    “dico a te, faccia da cinese, ridammi quel foglio!”
    “non capile signole”
    “fate sempre finta di non capire quando dite: plego plego e tle tle tle! Ma avete ben imparato il sistema di mettercelo dietro onorevolmente”
    Fu evidente che il germe della pazzia stava ben lavorando nella mia testa, l’ultimo sprazzo di lucidità mi fece capire che non sarei più potuto uscire da casa. Mi avrebbero additato, deriso, preso a calci e forse anche arrestato e messo in galera. Salii sul parapetto con gli occhi chiusi e le braccia aperte. Sinceramente faceva anche abbastanza freddo e tirandomi su il collo del maglione, indirizzando al cielo la punta delle dita con le palme delle mani rivolte all'antenna, mi lasciai fluttuare; raccomandandomi al selciato sottostante. 

  • 09 ottobre 2012 alle ore 15:11

    Come comincia: Sono qui per conoscerti.
    Il buio ti circonda ma sono arrivata da lontano dopo un gran cammino solo per chiederti ciao, chi sei?
    Correvi in cerchi a viso basso, fissando il pavimento stando attenta a non cadere senza renderti conto che non stavi andando da nessuna parte.
    O forse lo vedevi ma preferivi non alzare gli occhi.
    Poi una notte, sotto il cielo stellato, ti ho detto che ogni piccola stella che vedevi sopra la testa era una piccola parte di te.
    Dentro di te avevi racchiuso ogni stella, nuvola, galassia e buco nero che potevi vedere standotene li, sdraiata al buio in un parco che profumava di lavanda.
    Con la mano dolce appoggiata sul mento ti ho fatto alzare il viso, tanto pioveva, non si sarebbero viste le lacrime. anche se in effetti te le avrei asciugate una a una con i miei sorrisi e quello che nella vita ti avrei dedicato da li in poi.
    Ti ho baciato per sentire il sapore di un mondo che non avevamo più da tempo.
    Ho sentito il calore del tuo corpo sopra il mio troppo simile a quello del passato e mi sono distrutta sotto le tue carezze che sapevano di ricordi e morsi allo stomaco.
    Da allora tutto è cambiato. le strade erano divise ma unite. i colori scuri ma accesi. i profumi sapevano di bruciato ma erano dolci e facevano sorridere.
    Come quando piove e tu stai dall'altra parte della finestra poggiandoci la mano, hai lasciato il segno sulla mia anima, come la condensa sul vetro ghiaccio.
    Un viso sfocato che si allontana diventando sempre più grigio come il resto del mondo ad ogni passa indietro che fai.
    Ma hey.
    Ero qui per conoscerti.
    Il buio ti circondava e correvi in cerchi.
    Ma da lontano ti ho presa per mano e conosciuto più di tutti gli altri.
    TI ho guidato verso le stelle riportandoti al tuo mondo.
    e ora che lo stai riperdendo e ti allontani getti via anche me.
    mi lasci la mano e mi chiedi chi sono.
    mi chiedi chi sei tu
    ti dico che sei tutto
    che sei l'universo intero racchiuso negli occhi più belli che abbia mai visto
    ma come ad ogni litigio non basta e ti vedo andar via a testa bassa lontano da me e da quello che siamo e che non siamo mai state
    nessuno ha mai detto che sarebbe stato facile
    nessuno mi aveva detto che sarebbe stato così difficile
    ma hey. ero qui per conoscerti.
    e ora ti conosco
    e non tornerei indietro per niente al mondo
    riportami alle stelle e ai colori
    ero solo qui per conoscerti…

  • 06 ottobre 2012 alle ore 20:26
    Mai verità più vera

    Come comincia: Una giovane coppia di sposi novelli andò ad abitare in una zona molto tranquilla della città. Una mattina mentre bevevano il caffè, la moglie si accorse, guardando attraverso la finestra, che una vicina stendeva il bucato sullo stendibiancheria. "Guarda che sporche le lenzuola di quella vicina! Forse ha bisogno di un altro tipo di detersivo... Magari un giorno le farò vedere come si lavano le lenzuola!" Il marito guardò e rimase zitto. La stessa scena e lo stesso commento si ripeterono varie volte, mentre la vicina stendeva il suo bucato al sole e al vento. Dopo un mese, la donna si meravigliò nel vedere che la vicina stendeva le sue lenzuola pulitissime, e disse al marito "Guarda, la nostra vicina ha imparato a fare il bucato! Chi le avrà fatto vedere come si fa?" Il marito le rispose "Nessuno le ha fatto vedere; semplicemente questa mattina io mi sono alzato più presto e mentre tu ti truccavi ho pulito i vetri della nostra finestra".

    Così è nella vita, tutto dipende dalla pulizia della finestra attraverso cui osserviamo i fatti. Prima di criticare, probabilmente sarà necessario osservare se abbiamo pulito a fondo il nostro cuore per poter vedere meglio. Allora vedremo più nitidamente la pulizia del cuore del vicino....

    baci...e...allegorie...per il mondo intorno a noi...

  • Come comincia: Dopo il bosco mi rimangono ancora molti sogni da realizzare. So che succederà prima o poi, ma intanto mi porto avanti, vedo cosa riesco a fare.
    Il viaggio è ripreso.
    Io dormicchio, dormicchio nel senso che sto con gli occhi chiusi, ma la testa è sempre vigile, pronta a cogliere tutti i movimenti della cara Camomì….. povera barchetta, gliene stiamo facendo fare di strada e stavolta poi…. Lunghissimo viaggio.
    Dai monti del Friuli, in una sola notte ed in barca a vela, arriviamo sulle coste dell’Africa.
    L’Egitto…. Un altro dei miei sogni….
    Anche in questa occasione il mio compagno di viaggio ne’ dovrà sopportare delle belle…..
    Tanto per cominciare il caldo…. Lui è un “nordico” mica come me…. Lui ama il freddo delle sue montagne e dove lo porto io? Praticamente all’equatore.
    Ma sopporterà…. Ormai ci è abituato alle stravaganze della sorella.
    Il paesaggio che ci appare davanti agli occhi è indescrivibile… l’impressione che suscita addirittura devastante.
    Vicino alle Piramidi mi sembra veramente di essere un puntino…. Anche mio fratello, un omone, sparisce al loro cospetto. E la Sfinge???? Ne vogliamo parlare???
    Insisto ed alla fine entriamo…. Il buio…. è tutto un mistero, sono mille le sensazioni che mi avvolgono e contemporaneamente sconvolgono la mia mente ed i miei sensi.
    Sono ammutolita, il Jolly mi si avvicina ancora di più, mi da due colpetti sulla spalla ed in un orecchio mi sussurra: ““Sorellì, se savevo che te gaveria fato 'sto efeto te gaveria portada prima!!!!!!"
    Tutto quanto ci circonda mi porta in un mondo sempre immaginato, sognato, ma ora incredibilmente reale.
    “Gigante, da oggi diventi un nanerottolo, sappilo, ed io, conseguentemente, una pulce…., ma lo vedi???? Ma lo vedi che meraviglia…..”
    Solo questa breve frase, poi il silenzio torna ad impadronirsi di me ….. sono irriconoscibile, quasi trasfigurata, non sembro neppure io, sono incantata… ho lo sguardo sognante ed il cuore in tumulto!!!
    Non esiste più nulla intorno…. Solo quella magnificenza….
    Un tuffo nella storia ad immaginare la vita dei Faraoni!! Chi lo sa…. Forse in un’altra vita sono appartenuta a questo popolo, ero una di loro…. È troppo il fascino che esercitano su di me questi posti…..
    Sono passate delle ore ed il mio compagno di viaggio, lentamente, mi porta verso l’uscita, per farmi ritrovare il contatto con la realtà, probabilmente anche lui stupito dalla mia reazione, ma non certamente meno coinvolto dalla bellezza di quanto ci circonda.
    Ma “camomì”, la sorella non la barca, tranquilla riesce a rimanere per poco, non è proprio possibile farmi trovare pace: “Fratelloneeeee, lo sai vero ora cosa facciamo?????? Cammelli!!!!!”
    Lo sguardo che mi rivolge è tutto un programma…. Stavolta sto veramente rischiando grosso….
    “Senti, tesoruccio caro, sei tu quella che mi ha detto di non essere mai salita su di un cavallo o sbaglio? Sei tu quella che ha paura di cadere anche da una staccionata o sbaglio? Sei tu quella che mi ha mandato ai matti perché eravamo troppo vicini ad un burrone e ti girava la testa o sbaglio???? Mi spieghi, per favore, dove sono finite le tue paure????”
    “Ahi ahi ahi, ma come, non lo hai sentito???? Il cammello mi ha chiamata da parte e mi ha detto che deve farci vedere dei posti bellissimi, pieni di poesia, quelli che piacciono tanto a noi!!!! Guarda: ho portato la bacchetta magica, la paura la mando via con questa….”.
    Sto dipingendo questo mio compagno di viaggio come un rompiscatole, ma in realtà sono io che lo esaspero: lui è anche più sognatore e matto di me….. ma come si dice, a tutto c’è un limite ed a me capita spesso di oltrepassarlo.
    E poi sono diversi gli approcci! Mi spiego meglio: a tutti e due piace viaggiare, confrontarci con nuovi mondi e nuove culture, ci piace parlare, scrivere, giocare, prenderci in giro, ma lo facciamo in modo diverso l'uno dall'altra, per mille ragioni, non ultima il nostro passato e la nostra città di origine.
    Tornando all’escursione, salgo sul cammello sotto lo sguardo vigile del mio fratellone, pronto a prendermi al volo in caso di fragorosa caduta non del tutto imprevista ed inattesa.
    È proprio un tesoro, non c’è che dire!!!
    Partiamo, io, mio fratello ed i cammelli: sono loro a condurci per quel paesaggio incantato. Loro ne conoscono ogni sfumatura e vogliono farcela gustare. Ed accipicchia se ce la gustiamo….. posti indescrivibili, da vedere e basta, non ci sono parole adatte a descriverli.
    Vedo il mio Jolly chinarsi verso il suo “destriero” e sussurrargli qualcosa nell’orecchio!!!
    “Non ci provare sai…… che hai in mente? Che gli hai detto???? Guarda che passi un guaio!!!”
    Ridacchia il mio fratellone e non mi piace….. ne sta organizzando una delle sue….
    Sono talmente preoccupata da quello che mi sta per capitare da non accorgermi che, improvvisamente, il paesaggio è cambiato….. siamo sulle sponde del Nilo, ma la cosa sorprendente è che c’è “camomì” ad attenderci…..
    Risaliamo il Fiume, sono appagata, felice, soddisfatta ed incredibilmente grata all’uomo che mi siede di fronte e che ha reso tutto questo possibile.
    Ma è un attimo…. Il Jolly si alza, mi viene vicino e….. “ecco, ora mi abbraccia, si è accorto di quanto sto bene e vuole condividere con me questo momento!!!!”
    “Sogna, Simo, sogna….” mi sussurra in un orecchio “….. ma in acqua!!!!!!”
    devo spiegare cosa sia successo??? Non credo.
    Un giorno il caro Jolly mi spiegherà perché si diverte tanto a vedermi in acqua…. Per il momento mi tocca subire.
    Anche quest’avventura è finita, lasciandomi un incredibile senso di pace dentro.
    So che le descrizioni non sono sufficientemente efficaci, ma non è facile spiegare quello che si conosce solo per sentito dire o per averlo visto in foto.
    So che, un giorno, in quei posti andrò sul serio e che quelle emozioni saranno reali, ma sono altrettanto convinta che nulla ci sarà di diverso nelle sensazioni che mi susciteranno.

  • 04 ottobre 2012 alle ore 6:46
    Bartali o Coppi?

    Come comincia: Era la parola d’ordine di noi ragazzi del ’38. Era una divisione somatica e spirituale, un enigma da scoprire, prima di essere ammessi a una qualsiasi amicizia. Guai a barare, si rischiava una punizione corporale. I media, allora, erano tenui e non invasivi, lasciavano posto alla fantasia. Le persone le si potevano immaginare, completando un ritaglio di giornale della Gazzetta dello Sport. Molti di noi hanno scalato lo Stelvio e il Pordoi con Fausto al solo lontano suono della voce del cronista sportivo, che si diffondeva giù nel cortile, dove si giocava. Chi aveva una famiglia agiata poteva vederlo, una settimana dopo, al cinema, nella Settimana INCOM, un cinegiornale dell’epoca, che precedeva la proiezione del film. Sequenze di pochi minuti, indimenticabili. Vedo ancora il suo volto, magro, aspro di contadino del pavese, il suo corpo teso ad arco sulla bicicletta Bianchi (un altro dei nostri sogni!), una pedalata sciolta, ritmata da una forza fisica più interiore che muscolare. Non aveva il dono della parola. Mi deludeva sempre quando sentivo qualche sua intervista. Persona semplice, schiva, timida. Lo aspettammo un anno sul Passo della Scoffera, vicino a Genova. Era la scampagnata consueta del Giro d’Italia. Ci si arrampicava sul crinale boscoso della strada tortuosa. La carovana del Giro era il primo grande spettacolo.  Dalle macchine lanciavano prodotti reclame delle case rappresentate.  Piccoli dentifrici, cappellini da ciclista, caramelle della Fidas con le figurine dei ciclisti. Poi la pausa delle auto, dava posto alle “staffette del giro”, motociclisti della Stradale che annunciavano, con le sirene, l’arrivo dei corridori. Un protendersi di corpi verso la strada, un vociare.- “ Eccolo! Lo vedi? E’ nel gruppetto di testa!  L’hai visto? Era circondato dai gregari!”- Il sibilo dei raggi, il fruscio delle pedalate, il cuore che salta, lo sguardo che lo cerca. –“ L’hai visto? “ Qualcuno mi chiede. Forse.. non so.. mi sembra. Non ne sono sicuro. E' stato così repentino,quasi un lampo.

  • 02 ottobre 2012 alle ore 23:37
    Jolène e Maribel

    Come comincia: Era uno schifo di posto. Ma era il loro posto segreto. Visitato dai ratti, belli grossi che sembravano linci e poi i rugginosi binari della ferrovia appena oltre il canale artificiale, dove se riuscivi a vedere il fondo, voleva dire che ti ci stavi ammazzando. Eppure là sono nate le più belle avventure, create dalle libere immaginazioni di due amiche, due giovani ragazzine non ancora entrate nel pieno dell'adolescenza. I ratti diventavano possenti unicorni, i treni portavano giovani esultanti verso splendidi orizzonti e il canale si faceva teatro di incredibili battaglie marine. Poi si ritornava alla realtà. La realtà era una merda. Loro lo sapevano, ma non potevano farci niente. Si erano legate come amiche del cuore, col patto di sangue, Maribel si era presa anche un'infezione, era stata male una settimana mentre Jolène aveva avuto la fortuna di avere del disinfettante in casa, scaduto, ma ancora efficiente. Maribel era figlia di un'immigrata irregolare e stava sempre fuori casa, quando mamma doveva lavorare. "Lavorava" in casa, ogni tanto riceveva degli uomini e Maribel dal cortile sul retro li vedeva entrare, stare dai dieci ai venti minuti ed uscire, qualcuno arrabbiato, altri invece erano più svelti dei topi di fogna nel dileguarsi. Jolène invece stava sempre in casa perché suo padre era spesso in centro città. Lavorava per modo di dire, tornava sbronzo, si portava delle videocassette porno prestate da Larry, l'unico uomo di cui conosceva il nome oltre a quello di suo padre e ne riconosceva la puzza di vestiti sporchi e unti. Capitò per sbaglio che Larry consegnò a suo padre una videocassetta su dei conigli bianchi, che correvano in un cortile. Jolène l'aveva vista e la volle tenere. L'unico regalo che il padre gli avesse fatto. Un altro hobby del padre erano le pillole. Ne aveva in quantità e qualità diverse e poi fumava delle sigarette che puzzavano così tanto che a Jolène girava la testa e per quello si fiondava in cortile, dove aveva conosciuto Maribel. Maribel aveva una madre, Jolène aveva un padre e pure uno “zio” squinternato a quanto pare. La famiglia perfetta. La vera madre Jolène era scappata via, per fuggire da un marito disoccupato che riversava le sue frustazioni sulla moglie, a volte con la cinghia dei pantaloni, altre volte con un bastone o qualsiasi altro oggetto fracassabile. La mamma di Jolène era scappata da sola e sapendo che lui l'avrebbe cercata dappertutto se si fosse portata via la figlia l'aveva abbandonata a lui, sperando che almeno con lei avesse più pietà. Aveva visto quasi giusto, infatti non la picchiava, gli ordinava solo di fargli da mangiare, gli diceva che gli faceva schifo tutto, usciva di casa e tornava solo più sbronzo di prima, si impasticcava, si fumava una sua sigaretta modificata, come diceva lui, per poi crollare davanti ad un film porno seduto sulla poltrona. La solita routine. Maribel e Jolène quindi trascorrevano un pò di ore spensierate, lontane da tutti, lontane da tutto. Un auto lussuosa sbucò in quell'angolo di periferia. Una macchina che non si vedeva in giro, nemmeno nelle riviste. Scesero uno sui quaranta, l'autista e l'altro molto più vecchio, vestito come l'omino del monopoli, con tanto di baffoni bianchi. Entrarono in casa di Maribel, che quel giorno però rimase dentro, Passò una settimana prima che le due amiche si rincontrassero nel loro posto segreto. Jolène era contenta di rivederla, ma Maribel sembrava fredda e distaccata. Non si fece abbracciare, si sedette solo sul blocco di cemento davanti al canale. Fissò a lungo l'acqua e poi incominciò a piangere. Solo dopo qualche minuto Jolène riuscì ad avvicinarsi a lei e quest'ultima si lasciò finalmente abbracciare. Tra i singhiozzi Maribel le disse soltanto "Mia mamma ha detto che sono diventata una donna adesso...". Le cose erano cambiate tra loro. Maribel ogni tanto obbligata a rimanere a casa con sua madre a lavorare e Jolène passava allora le sue giornate rivedendo il video dei conigli fino a quando non ritornava suo padre. Un giorno Larry chiamò suo padre per un lavoro in città. Era solo una scusa banale per passargli un po’ di roba nuova e una videocassetta, che Larry assicurava, aveva dentro di tutto, l'inimmaginabile, donne, animali, donne con teste di animali e porcate del genere, tutta roba molto forte. Riuscì a tornare a casa solo il diavolo sapeva come, ubriaco fradicio e fatto. Aveva solo in mente di vedersi quella merda e di continuare a impasticcarsi. Jolène non aveva fatto in tempo a togliere la cassetta dal videoregistratore, e allora lui andò su tutte le furie. Prese un canale a caso e ci registrò sopra una sfilza di televendite noiose. Mandò Jolène in camera sua e le proibì di uscirne. Poi barcollando, mise la sua cassetta e iniziò la visione. Quello che vide era oltre il suo perverso immaginario pornografico. Una donna con la testa di un pupazzo di coniglio si spalmava addosso un liquido rosso e denso. Poi si vedevano pitoni, donne legate al letto e cosparse di scarafaggi. Un uomo entrava nella stanza e picchiava la donna di turno, poi la scena cambiava ancora ed un altro fingendosi il padre della donna del video, le somministrava un sonnifero e abusava di lei nel sonno. Tutto il video bombardato da una musica tecno incessante. Non poteva credere ai suoi occhi, scene ancora più raccapriccianti, e lui riavvolgeva il nastro e riguardava, riguardava i vari pezzi, due, tre, quattro volte ed ogni volta che ricominciava si impasticcava o beveva del whisky direttamente dalla bottiglia. Larry questa volta aveva fatto centro. Ma una scena aveva fatto scattare la molla sbagliata nella testa di quel padre degenerato. Così, dopo anni, si mise ai fornelli e preparò un brodo, un lurido brodo dove cominciò a buttarci dentro pillole, farle sciogliere bene ed aggiungere ancora pillole. Poi chiamò Jolène in cucina e le disse, con parole dolci, che gli dispiaceva di averla sgridata e di averle cancellato la cassetta. Jolène guardava quel piatto fondo con il brodo. Sembrava il canale artificiale, aveva lo stesso colore. Poi il padre gli porse il cucchiaio, la invitò a mangiare tutto il brodo e gli promise che avrebbe chiesto a Larry una copia di quel video dei conigli, per farsi perdonare. Jolène a quelle parole non poté far altro che fidarsi. Tornò a vedersi il video per caricarsi ancora e dopo qualche minuto sentì un tonfo dalla cucina. Segno che Jolène era partita per un profondo sonno, L'aguzzino di padre allora si avvicinò a lei e le prese il braccio. Per la prima volta provò paura. Non sentiva più il polso della figlia. Indietreggiò a bocca aperta, stordito dalle droghe che aveva preso cominciò a vedere conigli bianchi sbucare da ogni dove. Lanciò un urlo e solo dopo minuti si rese conto di aver perso il controllo su tutto. Prese il corpo leggero di Jolène e lo ripose sul letto in camera sua. Gettò via il brodo restante e mise delle pastiglie in mano alla povera piccola, ed altre sul comodino. Poi prese il telefono e chiamò un'ambulanza. Maribel scesa nel cortile vedeva solo le luci azzurre lampeggiare sulle case diroccate. Dei poliziotti portavano via in manette il padre a cui non credettero sin da subito all'ipotesi del suicidio di Jolène. Maribel vide una lettiga con un corpo coperto salire sull'ambulanza. Nel frattempo la madre di Maribel ci pensò due volte ad affacciarsi alla finestra per non farsi vedere dagli agenti e si chiuse bene in casa. Maribel ora sola, si recò per un ultima volta nel loro posto segreto. Fissava il fondo del canale artificiale e cominciò a domandarsi se nella sua profondità avrebbe rivisto l’amica Jolène e vi si lanciò per cercarla.

  • 01 ottobre 2012 alle ore 23:41
    I limoni

    Come comincia: Caro,
    ti scrivo questa lettera perché ho dimenticato di comprare i limoni.
    Lo so, ho sbagliato e mi sento in colpa. Sono una donna distratta, sbadata, inadeguata. So bene quanto ti piace condire le sogliole lesse con olio e limone e un ciuffo di prezzemolo.  È il tuo piatto preferito. È il piatto con cui ti ho conquistato.

    Quella volta a cena a casa mia, ti preparai gli spaghetti con le vongole. Un po’ rosati, con qualche pomodorino. Non ti piacquero. Li avresti preferiti in bianco mi dicesti. Ne fui molto delusa. Avevo paura di non compiacerti. Neanche il vino apprezzasti, era un Fiano d’Avellino, ma non abbastanza freddo. Mi rimproverasti, non poco. Fosti molto duro, avevo  le lacrime agli occhi. Poi, quando ormai mi sentivo sconfitta e credevo che non ti saresti mai avvicinato a me, ti servii le sogliole lesse, condite con olio e limone. Era un piatto semplice, ma tu ne fosti entusiasta. Mi dicesti che una donna che cucina un piatto così, bisognava sposarla. Ed infatti ci sposammo.

    Abbiamo passato anni sereni, non felici, ma sereni. Una vita tranquilla. Tu a lavorare io a badare alla casa e a cucinare  per te. Poi tre anni fa, per la prima volta, dimenticai di comprare i limoni. E allora ci fu la prima scenata. Quante me ne dicesti. Restammo dieci giorni senza parlarci. Poi lentamente la nostra vita tornò come prima, fino a quando non avvenne di nuovo. Dimenticai di comprare i limoni. Non voglio nemmeno ricordare quello che accadde. Una tragedia. Furono insulti duri, che non ti avevo mai sentito pronunciare, nemmeno sull’autostrada in coda a ferragosto. Da allora nulla è stato più come prima. Perché altre volte ancora, sempre più spesso, ho dimenticato di comprare i limoni.

    Eppure questa mattina, come ogni venerdì, sono arrivata a piedi, fino al mercatino di Antignano, da Gigino, il mio pescivendolo di fiducia, ex pescatore di Pozzuoli. Lui ha le sogliole più buone di tutta la città, ancora vive le vende. E poi, con me è particolarmente gentile. Ho speso pure quindici euro: due sogliole. Forse non potremmo nemmeno permettercele. Ma so che le ami. Che aspetti il venerdì tutta la settimana, e questo è per te il giorno più bello. E ti assicuro che, dopo aver comprato  la frutta, ho chiesto un bel mazzetto di prezzemolo, fresco, verde, profumato e ti giuro che mentre lo tenevo tra le mani pensavo a te.  Eppure, non so perché, ho dimenticato di comprare i limoni.
    So quanto la cosa ti faccia arrabbiare, anzi andare in bestia. Diventi una furia, diventi violento e ti scagli contro di me.
    Già immagino la tragica scena, che si ripete da tre anni troppe volte. Entri in casa con forza,  chiudi con violenza  la porta d’ingresso ( trascurando che la nostra vicina di casa, la signora Salvati, ha novant’anni e il cuore debole ed ogni volta che sbatti la porta le viene un colpo) ti dirigi lento verso la cucina, annusando l’aria, senza neanche togliere il soprabito e il cappello, senza posare la borsa, con le chiavi di casa ancora in mano. È l’odore delle sogliole a guidarti. E poi finalmente in cucina, con il viso allegro, alzi il coprivivande e senza nemmeno salutarmi, ti fermi col braccio a mezz’aria e con le labbra strette e lo sguardo cattivo, mi guardi deluso ed arrabbiato e mi urli: ancora una volta hai dimenticato di comprare i limoni. Quello è per me il momento più difficile: sento che mi manca l’aria, sento il pavimento sprofondare, le mani tremare e quasi la vista mi si annebbia. Perché mi aspetta la tua scenata. Di solito sbatti i pugni contro il muro, senza pensare che quel muro confina con la signora Salvati, di novant’anni, debole di cuore e che prima o poi ci resta, sotto i tuoi colpi. Poi togli furioso soprabito e cappello e li lasci cadere a terra e infine lanci la borsa contro il televisore. Minacci schiaffi e botte; mi appelli con epiteti irripetibili e come sempre, infine, mi ordini la cosa per me più umiliante: andare a chiedere alla nostra vicina novantenne, in prestito, un limone. Non c’è niente che mi fa soffrire di più, che chiedere alla maledetta signora Salvati in prestito un limone. Lei è una donna saccente, dispettosa e pettegola e poi va a raccontare al tutto il condominio delle tue scenate. Inoltre mi odia, perché la mattina, quando sbrigo le faccende di casa, metto sempre la radio ad alto volume, sintonizzata su  Italiacentosei  dove trasmettono le canzoni di Jovanotti e lei lo odia e vorrebbe ascoltare Mario Merola, oppure i neo-melodici. E allora lei sbatte con la scopa contro la parete, per farmi abbassare il volume o cambiare trasmittente e sintonizzarmi su radio Forza Azzurri. Ma io faccio finta di niente e continuo ad ascoltare Jovanotti e allora lei suona il campanello della porta, ma io la ignoro e mi metto a cantare: “A te che sei, semplicemente sei”. Allora sento che lei urla sul pianerottolo: “Scetateve guagliune e’ malavita”e poi si ritira sconfitta  sbattendo la porta.
    Quando tu mi costringi a suonare alla porta della signora Salvati, la cosa che più mi umilia è che la perfida vicina apre subito la porta con un limone in mano, perché già sa che dopo i pugni contro il suo muro, io andrò  da lei, a capo chino, col viso disfatto e rigato di lacrime per chiederle il solito limone. Trionfante me lo darà, col solito sorriso beffardo e aggiungerà: “Questo è l’ultimo, lo avevo messo da parte per lei, si figuri che ho rinunciato a condirci i broccoli. Ma non voglio rovinare la pace familiare” e poi conclude con la solita frase: “Gli uomini si prendono per la gola se lo ricordi”.
    Ma oggi tutto ciò non accadrà, perché non mi troverai. Ti lascio le sogliole lesse e pulite; ti lascio la bottiglia d’olio a portata di mano sul tavolo; ti lascio il prezzemolo lavato e già tritato. Insomma ti lascio.
    A proposito, se vuoi il limone, chiedi a quell’arpia della signora Salvati. Però fai attenzione a non dare troppi pugni contro il muro, perché lei è debole di cuore, potrebbe venirle un colpo. Come faresti poi?
    Me ne vado, perchè una donna che dimentica troppo spesso di comprare i limoni, molto probabilmente, non ama più.

  • Come comincia: Le afferrò i capelli. Lei non lo sentì arrivare. Egli Apparve all'improvviso, proprio dietro le sue spalle. Roberta stava guardando fuori dalla finestra. Lo faceva spesso, osservare i fiori, l’aiutava a rilassarsi.
    Quindi cercò di scuotere la testa per liberarsi, ma la morsa dell’orco era così stretta che nulla poté fare. A raccontarla tutta però, bisogna anche ammettere che nulla avrebbe voluto fare. Il dolore che le stava provocando le dava piacere. Un piacere che nasceva non da una pulsione masochista, ma dalla rassicurazione che anche questa volta avrebbe picchiato lei, e da questo pensiero nasceva la consapevolezza che il piccolo Edoardo l’avrebbe scampata.
    L’orco con la mano sinistra tra i capelli, le teneva il capo immobile, fu in quel frangente che con la destra le mollò un gancio, colpendola in pieno l' occhio destro. Cadde. In bocca avvertiva un sapore insolito, come se avesse mangiato della polvere di ferro. -Che strano- pensò -come è possibile che mi sanguini la bocca se mi ha colpito sulle ciglia-? Lui si allontanò. Era rimasta sola, distesa sul tappeto della cucina, era tutto finito; la manifestazione violenta quotidiana di quell’uomo che in passato giurò davanti a Dio di proteggerla era così, almeno in apparenza, terminata. -Anche oggi siamo sopravvissuti- pensò.- Invece si sbagliò. Lui stava tornando. In mano aveva un enorme coltello da cucina, teneva lo sguardo perso, un sorriso plastico. I suoi occhi avevano un’espressione inebetita ma terrificante. Lei non riusciva a muoversi e non era neppure in grado di gridare. Lui si avvicinò tanto lentamente quanto inesorabilmente. Era ormai a pochi centimetri da lei. Chinò il busto, tirò indietro il braccio, fece un lungo respiro, convogliò tutta la sua brutale forza violenta in quella mano in cui impugnava il coltello e sferrò il colpo mortale. Roberta aprì gli occhi. La sveglia segnava le 3.35, suo marito era accanto a lei e dormiva come un angioletto. -Meno male è stato solo un brutto sogno-Pensò. Un incubo spaventoso. Roberta si tranquillizzò e riprese a dormire sonni tranquilli. Questo mio racconto per "ricordare" che non è così per tante altre donne. Infatti una donna su quattro (dicono le statistiche), almeno una volta nella vita, subisce violenza e quasi sempre da mariti, fidanzati o compagni di vita. La violenza domestica continua ad essere un problema culturale che viene a mio avviso mal gestito. Certo, si sono fatti tanti passi in avanti se si pensa al recente passato. Fino al 1981 infatti, nella nostra legislazione esisteva ancora il cosiddetto delitto d’onore, cioè il riconoscimento dell’onore come valore socialmente rilevante di cui bisogna tener conto anche a fini giuridici, e in particolar modo in ambito penale.
    Oggi le leggi sono cambiate, ma purtroppo non i numeri. Ancora moltissime persone di sesso femminile devono sottostare alla brutalità della cosiddetta violenza domestica . Una indagine ONU attesta inoltre, che la violenza contro le donne è il crimine più diffuso nel mondo, ma purtroppo anche quello meno denunciato. Tuttavia ( e per questo ancora più grave) non è una situazione che si limita al nostro Paese, o a quelli considerati “meno civili” . La violenza, oggi, resta una fra le prime cause di morte per le donne dai 16 ai 44 anni per tutto l’Occidente. A questo punto mi sorge spontanea una domanda: Per quale motivo astruso, o perverso una donna non dovrebbe denunciare la violenza subita da un partner? Psicologi, psichiatri, sociologi, scrittori , avvocati e “tuttologi” si sbizzarriscono nell’asserire supposizioni, e lo fanno talvolta scomodando perfino illustri pensatori di diverse epoche e infinite dottrine, ma credetemi, la motivazione sostanziale resta unica, e cioè che la società moderna non è capace di garantire sufficientemente protezione a tutte quelle donne che restano vittime della forma più subdola di violenza esistente nel mondo: quella domestica.
    In conclusione prendo a prestito le parole dello scrittore Antimo Pappadia che quando fu nostro ospite alla biblioteca Passerini Landi di Piacenza disse che il grado di civiltà all’interno di una società, si denota dal ruolo e dal modo in cui una donna viene considerata dalla comunità in cui vive. Finché ci sarà violenza domestica sulle donne, nessuna società potrà mai considerarsi per nessuna ragione completamente civilizzata.

  • 29 settembre 2012 alle ore 3:41
    Quegli occhi verdi

    Come comincia: Fare il cameriere è un bel mestiere. Conosci parecchie persone, provenienti da chissà quale angolo del mondo, ognuno ti porta qualcosa e se è possibile ad ognuno regalo qualcosa io. Certo, non sempre è rose e fiori, c'è chi si lamenta del prezzo, del panino che è troppo grande o troppo piccolo, del caffè che è troppo freddo o troppo caldo, ma si sa il mondo è bello perchè è vario.
    Dopo tanti anni di servizio, non vi dirò quanti e non siate maliziosi, si apprende una cosa importantissima: si impara ad osservare.
    Ad esempio la maggior parte delle coppiette che arrivano, sono tutte felici, tubano sui tavoli, tant'è vero che occorre farsi spazio tra le loro posizioni "kamasutresche", altre invece sembrano sull'orlo di una guerra totale e svelto cerco di eliminare più oggetti dal tavolo per prevenire il lancio di questo o di quello.
    L'unica cosa che mi lascia sgomento è quando c'è la coppia dove lui comanda lei. Comandare forse è riduttivo. Umiliare, forse è ancora troppo poco.
    Si sedette una volta una coppia, dove lui tronfio del suo bell'aspetto, del vestito griffato, dell'orologio di marca e gli occhiali scuri ordina sicuro, per lui, un bel Negroni con tanto gin. E per lei? Per lei niente, se ne sta ferma. Zitta. Anche lei vestita bene, il tallieur, con quegli occhiali scuri, dalla lente molto ampia, tanto che sembra un ape. Lei composta non si smuove e non parla. Lui invece sembra un tutt'uno col cellulare, chiama, manda sms, ride e scherza con chi è dall'altra parte del telefono, senza degnare una parola la donna.
    Mi chino per vedere se volesse ordinare anche la signora e lui brusco "portagli dell'acqua naturale..." e lei "magari gass..." lui la interrompe "liscia va bene e portami un'altro Negroni e non essere tirchio col gin!". Così non mi resta che prendere l'ordine e portare "per sbaglio" l'acqua gassata. Forse in quel momento sono riuscito a vedere un lieve sorriso della donna, subito smorzato dall'uomo che prendendo le sigarette lancia un'occhiataccia a lei e di striscio anche a  me. Non è da me ascoltare gli affari degli altri, ma vedevo che ormai lui si era incattivito. Tirava una boccata alla sigaretta e beveva il drink, versando sulla donna una serie di parole che avrebbero fatto impallidire un gestapo: "Sei sempre la solita ... Non ti devo portare in giro ... stavi meglio in quel porcile di casa ... se non fosse per me staresti nella merda ...  sei sempre pronta a fare gli occhi dolci a destra e a manca ... sei una nullità ...  forse era meglio se mi scopavo tua sorella ...  sei un'idiota ... ti dovrei far vedere io ... aspetta che andiamo a casa e vedi come ci si comporta ...". Vedevo una bella donna spegnersi poco a poco, diventare sempre più piccola, sembrava diventare una bambola di pezza. Lui invece diventava un gigante, un gigante cattivo. La donna stava cercando di mantenersi, di non crollare in un pianto e cercava disperatamente nella borsa, un fazzoletto. Trovato si alzò e corse dentro al bar e chiedendo ad una mia collega, si indirizzò verso il bagno. L'uomo mi fece un cenno, come si fa ad un cane e mi ordinò un terzo Negroni. Gli portai il peggior Negroni della mia carriera, e lui se lo scolò in due secondi, accendendosi un'altra sigaretta e guardandosi in giro.
    Lui si concedeva il lusso di guardare le altre ragazze, di fare a loro sorrisetti maliziosi. Nel frattempo la donna stava ritornando al tavolo, senza gli occhiali addosso, perché se li era dimenticati nel bagno. Quello che non mi dimenticai io furono invece i suoi occhi. Belli, verdi ma tristi. Lui ricominciò ad insultarla con frasi come "Cretina! Quegli occhiali mi costano una fortuna! Spera solo di ritrovarli altrimenti ti faccio vedere io!". Fu solo allora che i nostri sguardi si incrociarono di nuovo, forse per l'ultima volta. Non avevo notato i segni sotto gli occhi, scambiandoli per un trucco sbavato. Forse l'animale l'aveva picchiata, probabilmente non una sola volta. Durò solo qualche istante, un attimo che se lei mi avesse chiesto aiuto non gli avrei negato niente. Lei corse in bagno, ritrovò gli occhiali e rinascose i suoi, anche se tristi, occhi verdi.
    L'animale a quel punto mi chiese il conto. La donna, sminuita a bambola di pezza si alzò e guardandomi con quegli occhialoni sembrò sul punto di chiedermi qualcosa. Non fece mai in tempo, perchè lui la prese per il braccio con forza e se la portò via, lasciando anche a me con un buco nel cuore e senza possibilità di farla uscire da quel mondo di terrore.

  • 26 settembre 2012 alle ore 9:57
    Il gabbiano di Piero

    Come comincia: Abitavo, con una gabbianella affettuosa, in riva al fiume che si snoda come un serpente tra i palazzi di questa grande città.
    Avevo un nido intessuto con foglie e rami ma anche con dei pezzi di carta che trovavo a terra davanti ai negozi... gli “scontrini”.
    Questi “pezzi di carta” ricoprono le strade tanto che non capisco perché gli umani li prendano per poi disfarsene appena sono fuori dalla vista di chi gliel’ha dati.
    Ho detto “abitavo”, perché da quando sono rimasto solo, ho abbandonato quel nido e ne ho occupato uno già bell’e fatto in un vicolo, una stradina stretta e maleodorante, su uno di quei palazzi austeri del centro storico, con tanta pietra bianca per vestito.
    Da quando sono rimasto solo sono sempre un po’ triste. Così ogni giorno, ali distese e vento tra le piume, parto da lì e planando arrivo sopra questa piazza brulicante... da quassù mi godo sempre la stessa scena, uguale da anni…
    Fiumi di persone scorrono veloci per le strade, lasciando rifiuti di ogni genere. Sembra marchino il territorio come facciamo noi animali ed è forse per questo che alcuni, pochi per fortuna, schizzano qua e là un po’ di urina e ... depongono escrementi!
    Due giri, come gli aerei sopra le piste d’atterraggio prima della discesa, e poi scendo in picchiata:
    “Uhhh! Largo. Fate largo, arrivooooo!” M’inebrio… mi piace quell’esaltante sensazione di libertà e di possesso degli spazi aperti. Punto un posto adatto dove posarmi a riprendere un po’ di fiato,  uhm… un po’ d’aria inquinata, volevo dire!
    Non vado diritto alla meta, con gli umani è meglio essere prudenti… non si sa mai.
    La prima tappa mi piace sceglierla molto alta, scelgo sempre la larga campana sostenuta dai pali altissimi che si innalzano dal suolo, i lampioni. Questi lampioni si illuminano di sera e tanti anni fa per il mio amico Piero erano un posto sacro per gli incontri.
    Sto a guardare, voglio individuare un boccone gustoso, qualcosa di esotico.
    Vengo qui proprio per questo, passano di qua tanti cristi provenienti da ogni parte di questo mondo enorme, visi diversi dove puoi leggere disagio, dolore e umiliazione … e negli occhi fissi, affetti lontani. Ho visto anche giovani allegri che vengono a conoscere a scoprire; li sento ridere e pronunciare ogni tanto la parola “gita”.
    Da giovane anch’io ho fatto tanti di quei viaggi: dietro battelli piccoli, sulla scia di transatlantici, ho risalito fiumi e poi li ho discesi fino dove mischiano le loro acque con quelle del mare; ho attraversato valli e mi sono fermato nei porti.
    Che vita! Ora però sono fermo, fermo per modo di dire, qui in questo posto caotico, in questa città bella, Roma come la chiama Piero.
    Piero. Eccolo laggiù, seduto a terra, accovacciato su dei cartoni, fermo davanti ad un barattolo raccolto dai secchioni, appoggiato a terra e davanti ai suoi piedi un bel cartello … insomma proprio bello non è, ma ha il pregio di essere scritto senza errori.
    Piero è come me, non ha un mestiere o meglio non ce l’ha più da quando se n’è andato di casa perché non sopportava la voce autoritaria, dice lui, della  moglie. Mangia o meglio ingoia qualcosa,  si compra un panino con le monete lasciate da qualche passante. Nemmeno li guarda e non ringrazia, mi viene un dubbio che sia stato lui ad essere autoritario e siccome nessuno se lo filava…è scappato!
    Nel suo cartello ha scritto che ha fame e non ha lavoro, ma tante volte spende tutte le elemosine per comprare qualche buon boccone per quel bastardino di cane che è sempre con lui ed è tutta la sua famiglia (bèh!  Senza contare me). Quindi tanta fame …
    Anche a me tira qualche pezzo di pane di quando in quando.
    Ultimamente sono un po’ preoccupato per la sua salute, lo vedo dimagrire sempre più. Quando è arrivato era un uomo dalle spalle diritte, guardava avanti e litigava per difendere il posto migliore dove il fiume di persone è sempre fitto.  Ho cercato di dirglielo in tutti i modi: guardo il pezzo di pane e poi lui, quando penso che abbia capito con il becco glielo rilancio.
    E che fa Piero? Sorride, scuote la testa e mi rimprovera:
    “ Gabbiano …Gabbiano,  mangia tu che io ho mangiato.”
    A volte mi chiedo “Ma chi me lo ha prescritto un amico che è così testardo?”
    Da qualche giorno ho visto che gli si avvicina un uomo alto, sembra scuro di carnagione, ma potrebbe essere solo sporco, che gesticolando alza la voce, ma non ho capito ciò che urla perché quando scendo si allontana sempre.
    Forse, semplicemente, finisce il suo show e se ne va.
    Sapeste quanti cristiani strani, si aggirano, si fermano e svernano (veramente alcuni ci passano tutto l’anno!) o semplicemente sono di passaggio in questa grande piazza. 
    La gente esce numerosa da questa immensa costruzione piatta, bianca da cui sporge una pensilina enorme che viene in avanti sollevandosi, poi si riabbassa e nell’ultimo tratto ha un’impennata: sembra un’onda enorme più grande di quelle che ho visto viaggiando dietro le navi nel mare aperto. 
    Sono sempre stanchi, gli occhi gonfi e si trascinano dietro scatole e scatole con le ruote, “valigie” o “bagagli” li chiamano.
    Ora è tempo di andare un po’ più giù, mi potrei fermare su qualche albero perché finalmente non ci sono più. Chi? Gli storni! Pensate che erano quasi quanto tutti gli abitanti di questa città, compresi quelli delle periferie sud, nord … insomma più di quattro milioni! Quando arrivavano, alla fine della loro giornata in giro per la campagna romana, si finiva di vivere in questa grande piazza. Prima di tutto si oscurava il cielo, il chiasso … il chiasso assordante dei milioni di trilli acuti e poi la m…. non termino per decenza, ma era proprio cacca di storno, moltiplicatela per il loro numero e avrete l’immagine di come diventavano le strade, i marciapiedi e le auto parcheggiate, i passanti, tutto. Insomma una nevicata colossale che invece di essere bianca e soffice era sul marrone tonalità “cacarella” e mai termine fu più appropriato.
    Avrei voluto avere una di quelle… come le chiamano, ci vorrebbe Piero lui sa tutto, quelle macchine per rivedersi, una volta hanno ripreso pure me.
    Mi sono visto sui giornali appesi alle edicole.
    Con una di quelle c’era da divertirsi: immortalare chi correva per evitare di essere colpito da questi proiettili espulsi dagli storni, chi scivolava e cadeva sul quel mare profumato e chi si puliva o cercava di farlo perché non c’è altra cosa che sporca appiccicandosi come i nostri escrementi (naturalmente parlo dei nostri, quelli di noi uccelli). Qualche esemplare che si è salvato ed era tra quelli che hanno soggiornato qui, mi ha raccontato che per liberarsene  in certi paesi hanno usato la dinamite!
    Qui, a Roma, sono stati più umani (e come potrebbero essere gli uomini?) con enormi megafoni hanno provato a scacciarli con diversi suoni diffusi all'interno dei loro dormitori, l’ultimo era il loro verso di allarme, quel verso emesso in natura da individui del gruppo che si trovano in situazioni di pericolo. Tutto il gruppo immediatamente abbandona il posatoio e si allontana dal luogo che è pericoloso. Ora non ci sono più e non mi dispiace affatto!
    Allora sosto un po’ o no? No, oggi voglio scendere subito.
    Giù, sono a terra, mi ricompongo, mi pettino qualche piuma fuori posto, mi stropiccio gli occhi, stiro i muscoli…
    Eh! La vecchiaia! Una volta non dovevo perdere tutto questo tempo, scendevo, afferravo il boccone adocchiato e via di nuovo in volo.
    All’inizio è meglio che rimanga un po’nascosto dietro un cestino o un auto o un albero per guardare intorno: osservo la postazione di Piero, controllo...
    Sembra tutto tranquillo, Piero ancora dorme,  è sotto il tetto di cartoni e il bastardino gli è seduto vicino e lo guarda… che amico! Mi preoccupa questa sua apatia, se non mette il barattolo … anche oggi non avrà monete per comprare il pranzo!
    “Ehi! Sveglia, sveglia! Non sente o non  vuole sentire? Bastardino chiamalo anche tu, dobbiamo svegliarlo.”
    Non otteniamo nulla, ora lo becco, vediamo che succede.
    Finalmente si è mosso, torno a respirare, cominciavo a…
    “Ahi, che colpo, che dolore alla zampa, mi sanguina… che è stato? Ho sentito una botta tremenda al fianco e sono stato scaraventato lontano. Chi è stato? Chi mi ha dato un calcio?”
    Ho una ferita, sto male, aiutatemi!
    Ora capisco, è stato quell’uomo alto, quello scuro a darmi il calcio ed ora urla…  “Te ne vai o no?”
    “No! Lascia stare Piero, finiscila!!” urlo cercando di recuperare le forze…
    Ce l’ha con Piero! Lo sta riempiendo di calci e nessuno lo ferma.
    “Uomini, ma che fate, perché passate dritti, non avete cuore! Aiutatelo…” urlo mentre cerco di camminare...
    Se solo riuscissi a volare.
    Se continua lo uccide. Il bastardino è a terra anche lui sanguina, non fa nulla, sicuramente è svenuto.
    “Forza gabbiano, anche fosse l’ultima cosa che fai…”mi ripeto e ce la sto mettendo tutta veramente…
    Come ai bei tempi, apro le ali e spicco il volo. Bello, mi piace, acquisto velocità, sono una scheggia…
    Il mio becco aperto affonda nell’occhio di quell’umano che smette di dare calci al mio amico Piero.
    Mi sento afferrato e di nuovo scaraventato lontano.
    Il dolore questa volta è terribile ed è all’altezza del cuore...
    Le forze mi abbandonano, chiudo gli occhi… no!
    Voglio ancora vedere e, davanti ai miei occhi socchiusi,  passano gli ultimi fotogrammi di questa storia: l’uomo che urlava  è a terra e con le mani si copre il viso insanguinato, sento il suono di una sirena, vedo correre gente in divisa e … il mio cuore batte per l’ultima gioia.
    Piero si è tirato su, mi guarda, ha gli occhi lucidi:
    “Gabbiano, gabbiano…”

  • 24 settembre 2012 alle ore 20:29
    L'Arcade Sconfitto

    Come comincia: "Deponi le armi, barbaro! Non sono qui a tagliarti la gola, ne uccidere i tuoi cari o rubare la tua terra. Sono qui a porti la mia mano."
    "Arcade hai elmo, scudo e spada spezzati. Non hai altre armi, non hai altri scudi e hai sul collo una sola testa. Vorresti pormi la mano solo perchè, ormai distrutto, non hai altro per difenderti se non con la tua stessa nudità?"
    "Ho perso il mio splendore, ho combattuto battaglie senza mai fermarmi davanti agl'occhi di nessuno, ho ucciso e sono stato ucciso una, due, mille volte ma adesso, vestito di solo me stesso mi sono fermato davanti a tuoi di occhi e con la pace del cuore, se uno ne possiedo ancora, ti porgo la mia mano come mai ho posto a nessuno. Se non vuoi accettarla, uccidimi, non avrò rimpianti ne opposizioni ma almeno pensaci, pensaci e poi uccidimi."
    "Perchè dovrei stringere la tua mano per poi ucciderti?"
    "Se prendi la mia mano vuol dire che ci hai pensato e se ci hai pensato, vuol dire che eri indeciso, e se eri indeciso vuol dire che non eri intenzionato e se non si è intenzionati io per te, in questo momento, non ero che niente."

  • 22 settembre 2012 alle ore 21:45
    Un piccolo granello di sabbia

    Come comincia: Si può raccontare di tutto ciò che si è potuto imparare o non da esperienze di vita. Da cose condivise a pelle, cicatrici che non si rimargineranno mai, dolore devastante, fino a farti sentire nudo dinnanzi all'evidenza. Avremmo voluto fare il di più, ma ci è solo consentito di vivere una sola volta, ci sfuggirebbe di dire (per fortuna), ma peccheremmo di presunzione. Occhi che hanno visto tanto, e tanto ancora vedranno.Momenti anche belli, ma di linea incandescente, da sottolineare con un pennarello rosso, da mettere ben in evidenza. Si potrebbe scrivere tanto, di errori fatti, ma con la consapevolezza di aver fatto, trovando sempre una via d'uscita. Ora ci rivolgiamo a te, che ci stai leggendo, con la tua aria da gran saputello, vorremmo dirti che anche un piccolo granello di sabbia in un oceano del deserto è sempre utile e serve sempre.Si vive circondati in un' epopea di truffaldini, ma nonostante ciò, non ci troveranno mai chini o accasciati dal dolore, ma sempre allerta , alla ricerca della luce  che ci indichi il nostro cammino...