username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 21 settembre 2012 alle ore 23:11
    I vecchi raccontano

    Come comincia: ...” nessuno sembra più avere tempo di ascoltare la gente di una certa età, e tanto meno quando ricordano episodi di gioventù”… da SOLDATI DI SALAMINA di Javier Cercas E’ un gioco di sguardi. I miei occhi sono attenti alla mimica del mio interlocutore, che sembra aver capito il mio attacco. Solo un ricordo, ti prego, accettalo! Le pupille hanno nistagmi laterali, fuggono alle catene della mia visuale. E’ un momento della mia fanciullezza. Stupenda fanciullezza, convienimi. La sua mimica non acconsente a essere in tono con l’incipit del racconto. –“Avevo sì e no, sei anni…”- Le sue mani brancolano nel vuoto. Sembra cercare aiuto. Lo sto perdendo. Sconfitto, desisto. Non mi ascolterà mai. E’ un mondo veloce l’attuale, fatto d’immagini elargite a cascata sino a travolgerci. I media ci fagocitano, dandoci loro realtà. La curiosità nostra è saturata da miliardi d’imput superflui che non chiediamo e non desideriamo. La ricetta delle polpette afgane si mescola con l’Anabasi di Senofonte in 3D. Oppressi dalle notizie di mondi che non ci appartengono. Al risveglio alcuni giornali radio e telegiornali ci creano ansie superflue, inattese. Notizie, identiche, ribadite c’inseguono nel traffico cittadino, tra abbozzi di musica. Anni fa, le parole erano suoni, modulazioni di fantasie, ballate, immense composizioni orchestrali. Le parole avevano il peso della conoscenza, il dono dell’amore. Non si compravano ma si attendevano con desiderio. Gli anziani ne conoscevano il fascino e il sapiente uso. Noi li si ascoltava come in una chiesa. Un rispetto dovuto. “ Papà…ti prego non ricominciare con i tuoi racconti..” I nipoti hanno il viso incollato all’ultimo tv tecnologico. Non si accorgono neppure di me.

  • 20 settembre 2012 alle ore 11:10
    lezione 1 : Draghi

    Come comincia: “Ma i draghi non esistono più, maestro Thorvard, lo dice sempre anche mio padre. A lui date retta!” Kjetill, il biondo ragazzino che dimostrava 15 anni per un umano ma ne aveva parecchi di più essendo un mezz’elfo, non faceva altro che urlarlo nelle orecchie a punta del suo druido insegnante, tutti i santi giorni. Ma doveva imparare che, i draghi, sono esseri pericolosi e che, esistano o meno, andavano studiati per contrastarli. Se un giorno fossero ricomparsi, era una questione di sopravvivenza della razza umana ed era dovere, di ogni regnante, occuparsene in prima persona, che a lui piacesse o no, era l’erede al trono. Tutti si aspettavano grandi cose da lui, magari che fosse anche migliore di suo padre, Eli Den Riktige , Re di Villa da ormai 40 anni, la capitale della regione del Krigerland e anche città più economicamente ricca di tutto Saga. “I draghi sono esseri senzienti, tanto quanto noi se non di più, principe.” Disse l’avvenente elfo, ormai anziano, che lavorava a corte come saggio consigliere, da prima che lo stesso Re attuale fosse nato. “Dovete sempre aver timore di loro. Sono dei predatori e nessuno potrà mai dimenticare cosa fecero in passato.” Ma Kjetill non demordeva in quanto a battutacce e attaccò di nuovo: “Oh, me lo avete già raccontato troppe volte, che eravate un giovanotto della mia età, quando l’ultimo drago è stato ucciso, solo per aver incendiato, per sbaglio, il raccolto destinato all’esercito delle Amazzoni, guidato dalla mia prozia Abbey”. “Abigail non Abbey, ma come fate ad esser così poco rispettoso! E’ stato un caso, che lo avesse fatto, per SBAGLIO!” La calma del druido stava per crollare, ma sapeva controllarsi, era un qualità elfica la pazienza: “E comunque è risultato un danno economico non da poco, se andaste avanti a leggere, capireste perché questo libro è molto importante. Ai loro danni potete riparare soltanto Voi della famiglia reale, è il Vostro compito, anche loro sono Vostri sudditi e vanno aiutati a comportarsi bene.” Così il futuro Re, per sua disgrazia figlio unico, avuto per miracolo da una Regina ormai più che 400enne, si mise a leggere ad alta voce, senza più interrompersi. In fondo quelle bestie avevano un che di affascinante. “…Il drago è la rappresentazione di un qualcosa di molto distruttivo per la civiltà, il simbolo del potere eterno, per questo viene anche perseguitato. Cenni di fisionomia e carattere generici, testo redatto dal Grande Druido Jeg Var Å.S. 693 (A.D. 3.695 dopo la partenza dal pianeta Terra). La struttura ossea richiama i grandi dinosauri del passato, vissuti sul pianeta Terra miliardi di anni fa, con aggiunta d’ali da pipistrello rapportate al loro peso. Sono come grossi lucertoloni (non misurano, in lunghezza, mai meno di 35 cm neanche da cuccioli), carnivori che sputano fuoco, o hanno fiato letale che immobilizza. Esistono del ghiaccio e del fuoco. Amano vivere in profondità, nelle caverne oscure e buie, rischiarate solo dalla lucentezza dell’oro che, accumulato negli anni, forma la loro cuccia, su cui dormono proteggendolo. Spesso, i colori delle loro squame sono anche il rosso e il nero, oltre al classico verde, con gli occhi gialli e le corna bianco avorio, come i denti aguzzi. Di cosa si cibano sembra spesso, esser carne di vergine, poiché tramandato dalle leggende, ma forse quelli d’Oriente erano erbivori. Quelli nati in quest’ultima regione erano più serpentiformi e potevano volare anche senz’ali, ma avevano criniere leonine, per dare più luminoso risalto al loro muso dagli occhi saggi e corna ramificate, che determinavano la loro età (più rami hanno più sono vecchi come i cervi). Esistevano del cielo e dell’acqua, comparivano spesso anche in color giallo, blu o bianco, oltre ai colori simili a quelli degli europei. In tutto l’Oriente erano venerati come Dei e in Cina avevano anche un segno zodiacale e quindi una costellazione con il loro nome. Esistevano anche altre versioni di draghi, come le Viverne o i serpenti d’acqua, tipo la mitica Nessie o la Coccatrice, che assomigliava ad uno struzzo afroamericano. Il drago cosiddetto Occidentale Europeo, è quello che purtroppo, si è sviluppato meglio su Wildt, il nostro nuovo pianeta ormai da 40 generazioni umane, quindi di costui si parla in modo più ampio in questo trattato. Il drago è forza, luce, libertà, cacciatore e preda, aggressivo ma fedele, un essere dalle mille capacità di trasformazione. Oltre a tutte queste sue qualità naturali, è anche simbolo di fedeltà, come il cane, un perfetto compagno dell’uomo barbaro d’un tempo, meglio di un cavallo, perché puoi sorprender il nemico dall’alto, se viene addestrato per farlo. Nel mondo fantasy, degli scrittori terrestri del XX secolo, acquisirono anche altri colori metallici come l’oro, il platino, il bronzo, l’argento, il rame e l’ottone, quindi potrebbero anche essere esistiti di quelle sfumature o forse era solo uno scherzo della limitata vista umana, a quel tempo, pare che sulla Terra, non ce ne fossero più da un bel pezzo.” Prese fiato e gli scappò di fare un’altra battuta delle sue a voce alta, i trattati erano tomi noiosissimi da leggere, preferiva le avventure degli eroi. “Lo sapevo, i draghi sono stati tutti sterminati sulla Terra, qui non ce n’è!” Thorvard, che sapeva cosa piacesse al giovane, decise di dargli corda, per portarlo a continuare la lettura. “Non vi piacerebbe, essere un eroe come quelli dei tempi antichi, con la possibilità di cavalcare e volare sull’ultimo esemplare esistente?” Kjetill sgranò gli occhi dallo stupore “Ma come? Nonna Asgerdr, una volta, mi ha raccontato che lei non è mai riuscita a cavalcarlo…” Il druido lo interruppe “Lei non era pronta, non ha mai voluto amare Sunshine, leggi ed impara a conoscerlo, io so, io me lo sento, Voi siete il cavaliere che Lui aspetta da tempo”. Detto questo, il ragazzo non poteva che entusiasmarsi e riprese avidamente la lettura. “Il Signore dei Draghi” è il nome del drago più leggendario mai esistito, il Padre di tutti i Draghi, Guardiano dei Segreti degli Dei, pare fosse il figlio di un’ antichissima Dea della Terra, Nikeya di Norvei . Questa è la descrizione fatta da un suo prete, dei barbari del Nord Ovest, di nome Øyvind, che pare glielo abbia visto cavalcare (la fonte è una tavoletta Sumerica tradotta da un Ateniese del 500 A.C. della Terra, trovata su Saga: questo, tra l’altro oggi, è il nuovo nome di quello che rimane emerso dell’antico continente Euroasiatico su Wildt): Le sue squame, corazzate, sono fatte di specchio, per riflettere il sole ed abbagliare chiunque al suo passaggio, in volo o per esser confuso col sole. Ha però gli occhi celesti, come il cielo più limpido, quasi vitrei, dallo sguardo saggio, non furente e non dolce. Le corna d’avorio, che spuntano sopra ai lati della fronte, sono bianche come la neve. La pelle è argentea e resistente. Sputa fuoco quando espira, ma anche ghiaccio quando soffia. Ha il fisico di un drago occidentale, ma il muso di un drago cinese, con tanto di baffi rossi, ma non ha la criniera tipica. Lingue di fuoco, come ciuffi di pelo, sporgono dal fianco delle quattro zampe, all’altezza delle caviglie. Sulla schiena, la sua spina dorsale spunta aguzza ogni 20 cm, bianca come le corna, correndo lungo tutto il dorso fino alla coda, dalla punta leggermente arrotondata ma affusolata. Beve acqua gelida, ma non disprezza i liquori distillati dagli esseri umani. Mangia lava non ancora solidificata per ricaricare le sue energie psichiche e non disdegna la carne, che accompagna con insalate d’erbe varie. Non lo cavalca spesso, la Grande Madre, preferisce che ci segua dall’alto come un’ombra, è lungo 8 metri, dal muso alla punta della coda e alto 3 metri, quando è seduto. Il carattere di Costui, pare sia maschio, è quello di un cucciolo di cane, che pensa solo a giocare e a farsi coccolare, ma all’occorrenza, sa essere un guardiano perfetto, che incute paura al solo guardarlo arrivare. Unico difetto, è che ha spesso il raffreddore e rischia di incendiare tutto ciò che gli capita a tiro di moccolo. Parla la lingua dei Ghiacci Eterni e sa leggere le Rune , ma capisce i pensieri della Signora, anche se Le capita di esprimersi in altre lingue. Con gli altri è schivo, non si fida che di Lei, ma non attacca mai per primo, non chiede mai molto in cambio, non frequenta altri draghi, preferisce la nostra compagnia o i voli in solitudine. Non ama l’acqua come i suoi stretti parenti, ma si lava sotto le cascate e all’occorrenza pesca in mare. Sa scolpire vetro, acciaio e ossidiana. Non ama molto invece i tesori d’oro, anche se apprezza le nostre offerte, perché sa di esser, lui stesso, un diamante vivente tanto luccica e preferisce dormire su un morbido letto di muschio e foglie fresche. Non ama il buio, ma nemmeno la luce forte, si confonde bene anche nel bosco, tra la nebbia o la neve. Quando è stufo di volare, torna a noi sotto forma di ciondolo o di cane. E’ nato da un uovo d’ossidiana nera, che poi si è mangiato per farsi i denti. Ha tanti anni che non saprei contarli, poiché lui è il solo a saper viaggiar nel tempo e questo non lo fa mai invecchiare, ma non credo sia immortale. Colleziona invece antichi mobili in legno, che riempie di mappe e tomi, la sua caverna, come il nostro tempio, è una biblioteca immane. Sapete perché penso che questo drago sia più un cane che altro? Perché, spesso, si comporta come un cane da caccia, fa persino il riporto delle prede alla sua padrona! Il signore dei Draghi, so che spesso viaggia sotto mentite spoglie, c’è chi dice che può trasformarsi anche in umanoide e quindi, consigliano di diffidare dei maghi burloni perché potrebbe essere lui, ma non i maghi boriosi, non è il tipo. Gli piace essere trattato come un oracolo, ama gli indovinelli e le poesie, parla facendo giochi di parole e non lo si può considerare un cavallo, anche se in battaglia è un ottima arma, lui preferisce considerarsi un aiuto, in cambio di un favore, che è sempre a nostro vantaggio. So che hanno cercato di ucciderlo in molti, ma non ci sono mai riusciti.” Il ragazzo smise di leggere e fissò il maestro, aveva una domanda sulle labbra, ma non sapeva se chiederla o no, Thorvard il saggio, intuitivo come solo un elfo può essere, sorridendo, però gli rispose: “Nella nostra mitologia compaiono Santi della Ex Chiesa Cattolica o Eroi della Vecchia Mitologia Pagana , tutti alle prese con lui o altri della sua specie, alcuni sono morti durante i tentativi più disparati, altri hanno creduto di averlo ucciso: Thor, San Giorgio, Sigfrido e anche altri tuoi parenti lontani. Ma lui non deve mai e poi mai essere ucciso, il suo compito è così necessario, per la nostra sopravvivenza oggi, che piuttosto va protetto da se stesso. Bene ora vai pure a mangiare, dopo partiremo alla sua ricerca, il tempo è giunto nuovamente.” Il ragazzo non se lo fece ripetere due volte, uscì, dalla sala di lettura della biblioteca di Vistunet, di corsa, facendo cadere la sedia indietro. Aveva un sorriso furbo sul volto.

  • 19 settembre 2012 alle ore 11:29
    Lettera mai spedita

    Come comincia: Il cellulare è lì, poggiato sul tavolo, sembra guardarla ed invitarla a comporre il numero, ma non sempre la cosa più giusta da fare è la più semplice ed allora lei, pur continuando a guardarlo, preferisce prendere carta e penna ed iniziare a scrivere.
    "Ciao, sono io, non ti meravigliare per queste poche righe che sto per scriverti ed evita anche di preoccuparti, non ho alcuna intenzione di fare scenate, ho solo bisogno di spiegare, per poter mettere il punto in fondo alla frase, per poterti dire addio con serenità, per poter ripartire senza rimpianti!
    Non mi aspettavo una tua reazione così drastica, un allontanamento si, ma la chiusura totale no, non me la sarei mai immaginata. Pensavo di conoscerti e che tu conoscessi abbastanza me per capire che il mio confidarmi era semplicemente il bisogno di essere sincera con te, di confessare quello che provavo, senza, per questo, aspettarmi nulla da parte tua.
    Sai avrei potuto rigirare tutte le tue accuse e dirti quello che era arrivato al mio di orecchio, ma ho preferito tacere ed ho intenzione di continuare a farlo, perché hai scelto di fidarti di chi ti ha raccontato tutto quello che mi hai, con tanta violenza, vomitato addosso, senza pensare che, magari, potevano essere state fraintese parole, discorsi o anche, semplicemente, quella persona poteva aver tratto delle sue conclusioni, attribuendo a quanto detto da me un significato che non era quello che io volevo dargli. Taccio, perché è evidente che la tua scelta l'hai fatta e che il mio pensiero non conta!!!
    Non voglio rimproverarti nulla voglio semplicemente dirti che quello che c'era tra di noi (e sto parlando dell'amicizia) per me era vitale... e tu lo sapevi!!!
    Voglio dirti che se avessi ricambiato i miei sentimenti non sarebbe cambiato nulla da parte mia, perché mi sono già trovata in una situazione simile (e te ne ho parlato) ed ho preferito sparire, cancellare lui e tutti i miei amici, piuttosto che mettermi in mezzo ad una relazione... e lì ero ricambiata... talmente tanto che dopo 20 anni quella stessa persona continuava a cercarmi....
    Voglio dirti che sono una persona pulita, vera e sincera... se hai scelto di cancellarmi dalla tua vita, evidentemente, non lo hai percepito e tutte le parole che mi hai detto erano solo dettate dal momento.
    Io non rinnego nulla di quello che abbiamo condiviso: ero, sono e sarò sempre orgogliosa di averti conosciuto!!!!
    Come ti scrissi allora ti auguro buona vita e di essere sempre felice."
    Finito, prende il foglio, lo piega con cura, lo inserisce in una busta e.... e si rende conto che non ha un indirizzo a cui spedirlo!! La posta elettronica non è lo strumento giusto per una lettera del genere, vuole che veda la scrittura incerta, vuole che senta l'odore della carta, che noti le lacrime che sono andate a sbiadire, qua e là l'inchiostro...
    Scrive il nome ed il cognome sulla busta, poco sotto la città, lascia lo spazio necessario ad aggiungere l'indirizzo, poi torna a guardare il cellulare: potrebbe scrivere un sms per domandarlo quell'indirizzo, ma decide di non farlo, mette la lettera nella borsa e pensa che se sarà destino il modo di fargliela avere lo troverà, fino ad allora sarà custodita gelosamente e lei, rileggendola, troverà un po' di pace, sapendo di essere una persona pulita, vera e sincera.

  • 18 settembre 2012 alle ore 4:13
    Pub d'Inverno

    Come comincia: Le note di una canzone di trent'anni fa accompagnano le sue labbra al bicchiere, rivoli di birra si tuffano nella sua bocca, mentre un'altra nuvola di fumo sta per invadere i suoi polmoni.
    Le soffuse luci gialle di quel pub sfiorano le spalle di quella donna solitaria, il calore e il rumore del locale tentano di fare l'amore nel clamore di una risata spesa qualche tavolo più in là. Il freddo detta legge fuori la porta di quella birreria e il vento sembra ormai il ritornello di una filastrocca candida e malinconica: " un'altra birra..."
    Avvolta in quelle sfumature di grigio, la donna se ne stava in disparte a pensare e a rivoltare le tasche della sua mente per controllare che nulla fosse sfuggito a quell'olimpico esame di coscienza che stava affrontando. Cosa la stava affliggendo?
    Amore? Soldi?
    Lo sa solo lei, o almeno questo è ciò che lei vorrebbe. Stava cuocendo la sua anima in un brodo di insicurezza e timore, la birra scompariva dal bicchiere, l'ennesima sigaretta bionda si spegneva a metà nel posacenere e le sue scarpe da ginnastica non sapevano più quale ritmo battere su quello sgabello di legno.
    Assolo di sassofono accompagnato da una batteria vestita di Jazz...

    Nella babilonia di blasfemie inutili e battute lerce, si sente la porta d'entrata del locale canticchiare: un cappotto con un uomo dentro di sè si fa strada tra i tavoli e la strafottenza dei presenti; sembra il Generale Inverno.
    Toglie via la sciarpa e i guanti, si libera del copriabito che lo abbraccia e dà vita ad una sedia scostandola dal tavolo. Chi è? Cosa ci fa lì?
    Lo sa solo lui, o almeno questo è ciò che non vorrebbe.
    Osserva quel covo di prigionieri spensierati, ergastolani felici; i suoi occhi color "ieri" non tradiscono nessuna debolezza, le sue mani accendono una sigaretta con la maestria di un dannato. 
    Pianto di chitarra blues con tuoni e fulmini di contrabbasso...

    Lui vede lei, lei è di spalle, con i gomiti sul bancone.
    S'alza lui, sospira lei.
    Poco da dire.
    Con la nonchalance di chi sta per morire, lui s'avvicina; il continuo tintinnio dei boccali accompagna i suoi passi, mentre anche uno sgabello s'inchina e si prostra dinnanzi a lui, invitandolo a sedersi.
    Lei è in un totale e agonizzante sovrappensiero, sente solo che qualcosa si è appoggiata al suo gomito: è l'inizio della conversazione.

    Lui: "Sembri una persona che sta per rendersi conto che è triste"
    Lei: "tu dici? Potrebbe anche essere che hai ragione ma sinceramente è la confusione che mi attanaglia."
    Lui: " Cosa fai nella vita?"
    Lei: "Per ora mischio il nero al bianco sperando che ne esca qualcosa che non sia il grigio"
    Lui: " Mmh... hai da accendere?"
    Lei: "certo."

    La donna è immersa con tutta sè stessa nella contemplazione di quell'orribile parato che ricopriva il pub, e nonostante le sue parole fossero indirizzate a quell'ignoto destinatario che le siede accanto, la sua mente è in viaggio verso la 'valle del dubbio'.
    Un maestoso minuto e mezzo di silenzio.

    Lui: " che pensi?"
    Lei: "non lo so... chi sei tu?"
    Lui: "Bella domanda. Posso dirti che non sono nessuno, ora per te posso essere qualsiasi cosa tu voglia o non voglia. Beh, di certo potrai pensare che ci sto provando con te per il semplice fatto che il prossimo giro di birra lo offro io o che sono un disperato in cerca di una chiacchierata che allunghi la mia vita di un giorno, ma mai come ora non posso dirti chi sono in realtà."
    Lei: " E allora perché sei qui con me adesso? Perché ti sei preso la briga di venire a parlare con me?"
    Lui: "La tua malinconia ha un suono più forte di questo Jazz che ci sta tenendo compagnia; avverto il disagio che soggioga la tua anima  e non posso fare a meno di essere seduto qui accanto a te per strapparti di bocca qualche parola. So già che non dormirò se non riuscirò a disegnare un sorriso sul tuo volto e ad accendere un luce piccolissima nei tuoi occhi che, ora che finalmente mi hai degnato di uno sguardo, mi sembrano tanto belli quanto appannati."

    Lei inizia davvero a guardarlo anche se con un distacco che a malapena riesce a coprire una certa curiosità. 
    Scende ancora il silenzio.
    Ad un tratto egli s'alza in piedi e lascia 3 banconote sul bancone; un sospiro e ripende a parlare:

    Lui: " Beh ora devo proprio andare, questo sconosciuto che ti ha sommerso di chiacchiere ha molti impegni eheh... scusa se ho saltato tutti i convenevoli e le formalità ma non mi sembrava il caso. Alloggio al Samaras Hotel. Buona notte... o addio, non saprei."
     
    Prese il suo corpo e la sua anima e li lanciò fuori dalla birreria mentre lei ancora incredula non riuscì ad articolare nessun'altra frase di senso compiuto oltre che : "grazie per la birra..."

  • 16 settembre 2012 alle ore 10:57
    Mio Padre

    Come comincia: Vorrei chiamarti e gridarti il bene e l'amore che ti voglio e che mai ho potuto dirti.,prendere le tue mani, grandi e forti, callose e consumate dal lavoro, ma sempre ben curate, accarezzare la tua spalla curva, per i pesi trasportati. Una vita da operaio che inizia all'alba la tua: sveglia alle cinque, il caffè per te e la mamma, uno sguardo ai figli che ancora dormono. Poi un bacio per la mamma e di corsa a prendere il pullman per andare in cantiere, con gli altri operai e gli innumerevoli amici e le chiacchiere fino al cantiere, per 10 ore o più di lavoro al giorno per non farci mancare niente. Una vita la tua, di lavoro e sacrificio.Nulla ti importava, solo di vedere i tuoi figli sereni e gioire di questa famiglia numerosa di cui andavi fiero. Sento ancora il profumo del tuo dopobarba preferito, l'odore acre della nicotina delle tue sigarette le Nazionali, e non dimentico i momenti che ci hai dedicato: sempre presente, mai stanco per ascoltarci anche dopo le ore di lavoro nel cantiere.Io piccina, e i miei fratelli aspettavamo con gioia il tuo ritorno, subissandoti di mille domande e mille perchè e tu sorridevi e avevi una risposta per tutti. Sono stata fortunata ad avere avuto un padre come te, sempre presente, e mi manca tanto la tua gelosia che avevi per noi figli,il bene, l'amore, e il senso di protezione che mi facevi sentire sicura.Sono cresciuta  grazie a te ai tuoi valori veri e del rispetto verso gli altri.Troppo presto e troppo in fretta sei andato via, lasciando un vuoto enorme al posto della tua presenza ma anche l'eredità di una grande ricchezza interore.  Grazie papà TVTB ...

    copyright di Anna Maria Barletta 2012@

  • 14 settembre 2012 alle ore 12:57
    Sliding doors tuttocompreso

    Come comincia: Non era così furbo come voleva far credere, però quello meno furbo di lui riusciva a cascarci. Faceva l'agente di commercio e credeva di poter fregare il mondo. Obiettivo? Fare soldi.

    Niente morale, niente di niente. Una volta accerchiata la preda, il pollo, la braccava, l'attorcigliava con quelle stramaledette parole sul futuro, sulla vita, sui risparmi. Qualche idiota di turno doveva pur cascarci. E infatti più di qualche idiota, che credeva ancora nel salvadanaio, nel sacrificio per la famiglia, c'era, e lui aveva l'occhio lungo per certi casi disperati.

    Una volta, una sola volta nella vita però gli andò male. Non perse il lavoro, non perse la calma, non perse se stesso, anzi, forse si ritrovò. Gli arrivò un bel colpo di pistola all'improvviso, mentre tornava a casa soddisfatto della propria giornata appagante.

    Erano circa le ventuno e quindici. Le ventuno e sedici quando sentì un dolore fortissimo alla spalla destra, le ventuno e diciassette quando riuscì a comprendere cosa gli stesse succedendo. I tre minuti più assurdi della sua vita. Forse gli ultimi.

    Ripensò alla nonna, alle zie, ai giochi dell'infanzia, si ricordò persino di Dio. Strano come succede. Una sera fai il leone. Sei il capobranco. Il leader. E poi  "bang" , sei tra la vita e la quasi morte, sei nella paura, hai una fottutissima paura, che poi non è così diversa dalla paura che hai quando guardi in faccia tuo figlio e non sai quanto durerà il tuo sorriso. Chiedi a Dio se duri almeno fino a che riesci a fare un pò di soldi per pagare almeno tutte le spese e avere un pò di tempo per portarlo al parcogiochi per un gelato.

  • 13 settembre 2012 alle ore 20:55
    Solo

    Come comincia: Si trattava di un specie di fiera, e stavo gironzolando nei dintorni per conto mio  quando mi imbattei in lei.
    Era con altre persone, mi salutò e aprofittando del fatto che gli altri si erano fermati si avvicinò e mi disse:"Dobbiamo parlare".
    Non la vedevo da alcuni giorni.
    "Non qui, aspettami nel bagni, ti raggiungo fra un attimo".
    Annuii e mi diressi dove stabilito.
    Arrivò poco dopo di me.
    "Bimba!!! che bello incontrarti! Dimmi... cosa c'è?".
    "Non possiamo continuare così...e comunque io non posso... dobbiamo metterci un freno e lo sai... ho deciso che sia oggi.
    Adesso. Ora. Salutiamoci così".
    Rimasi senza parole...
    "Lo so... lo so che avevamo deciso così... ma credevo che avessimo ancora un pò di tempo..."
    "Lo credevo anch'io... ma non ha senso tirare avanti. Visto che ci siamo incrociati salutiamoci adesso e amen".
    Ci fu un attimo che sembrò eterno, calò il silenzio e ci fissammo senza aprire bocca, senza sapere o volere fare o dire la parola o il gesto successivo...quello definitivo.
    Fu in quel momento che entrò lui.
    "Amore sei qui? Ah hai incontrato qualcuno vedo... ?"
    C fu un attimo di smarrimento, lei si girò è gli rispose: "No amore, solo un vecchio collega... ci stavamo giusto salutando"
    "Non credo di conoscerlo..."
    Presentazioni di rito.
    "Magari può venire a bere qualcosa con noi, così finite di parlare, no? Mi sembrava di aver interrotto qualcosa"
    "Ma no, non hai interrotto niente...veramente... ci stavamo proprio salutando... ".
    Lui insistette e non so come mi ritrovai insieme a loro  e ad altre persone che non conoscevo intorno a un tavolaccio di legno grezzo con delle panche, lei era a capotavola, lui accanto a lei e io un paio di posti più in là.
    Nel chiacchiericcio generale lei mi disse: "Comunque deve finire, non ci rivedremo".
    Lui colse il discorso e le disse: "Perchè non dovreste rivedervi, scusa?"
    "Lascia fare amore, non è niente, non preoccuparti, è giusto così..."
    Lui si girò verso di me e chiese: "Ma.. come mai non dovreste più rivedervi? Che c'è? Sembravate amici poco fa... tu cosa dici?".
    "Vedi, lei per me è..." Mi interruppe: "Scusa se ti interrompo ma devo proprio andare al bagno, continuiamo quando torno".
    Lei mi guardò severa: " Taglia corto, comunque la metta non cambierà le cose e lo sai, deve finire".
    "Lo sai quanto tengo a te".
    "Non ha la minima importanza, non cambia, perciò..."
    Quando tornò  decisero di andare via, e io dovevo finire quello che avevo cominciato, così mi diressi con loro alla fermata dell'autobus... non so per quale coincidenza eravamo venuti  tutti in autobus.
    Salì molta gente, e mi ritrovai dall'altra parte rispetto a loro... dovevo raggiungerli, mi era stata fatta una domanda e tenevo a rispondere.
    Ci misi un pò a guadagnare l'altro lato del bus, ma quando lo raggiunsi erano spariti.
    Mi guardai intorno smarrito ma non c'erano più... una vecchietta con il fazzoletto in testa e il viso pieno di rughe che era stata seduta con noi al tavolo mi disse: "Sono scesi qualche fermata fa, lascia perdere, non ti hanno aspettato.. lascia perdere, è meglio così"
    "Ma.. io dovevo parlargli... dovevo rispondergli... non può capire"
    "Lascia stare, è meglio così, hanno deciso di scendere prima che tu  li potessi raggiungere"
    "Mi dica soltanto una cosa... chi l'ha deciso?"
    "Lei"
    Mi sentii mancare il cuore.
    "Lui voleva aspettarti ma lei gli ha detto: scendiamo, dammi retta, lascia stare amore, ti prego scendiamo... l'ha afferrato per la mano ed è scesa. Meglio così, ascoltami figliolo..."
    "Grazie signora..."
    Senza sapere dove fossi, inebetito, scesi alla prima fermata, nella notte.
    Fu a questo punto che mi svegliai, con un'amarezza enorme nel petto, pesante come un macigno, una sensazione di vuoto enorme dentro e intorno a me, come se dentro si fossero appollaiati degli avvoltoi.
    Il letto era vuoto.
    Fuori soffiava la prima bora e la pioggia picchiava sui vetri.
    SOLO.
    Adesso si, mi sentivo veramente solo.
    Mi sentivo tradito, deluso, amareggiato, ferito, abbandonato.
    Se n'era andata senza neppure salutarmi, come un ladro notturno, era sgusciata via  anche dal sogno.
    Non l'avrei più rivista.
    Che potevo fare? Che potevo farci?
    Il cuore in tumulto anche se spento... mi rigirai con la tristezza addosso come un  lenzuolo e mi misi a fare l'unica cosa che potevo fare.
    Aspettai come un pacco dimenticato in una stazione di essere consegnato a un' alba qualsiasi.

  • 13 settembre 2012 alle ore 10:16
    Vivere

    Come comincia: Pensare ossessivamente al passato frena il cammino del presente verso il futuro, è complicato non farlo specie se il passato è migliore della nostra vita attuale ma il rischio è di stallare e cadere giù come un' aereo con i motori in avaria .
    Dovremmo indurire le vene per ammorbidire la nostra esistenza, dovremmo prendere a schiaffi la nostalgia e abbracciare un presente che non apprezziamo , che diventerà anch'esso , inevitabilmente passato.
    Vivere è stordimento, vivere è una vertigine di emozioni , non è semplice vivere.
    Non saremo mai subito pronti a fronteggiare le asperità che la vita ci scaglia contro, all'inizio siamo preda della forza che si espande dall’ evento rovinoso che essa produce ma poi ci rialziamo, usciamo dalle macerie feriti si, ma non a morte.
    Dunque, che fare ? Ammassiamo il dolore in un cassetto e tiriamolo fuori solo per non dimenticarlo, perchè anche periodi laceranti , se sono stati vissuti al cento per cento , possono diventare solo un ricordo, coglierne l'essenza è il segreto e cioè che vivere significa anche soffrire e quindi un passato che ci ha lasciato dentro frammenti di tristezza ma che ci ha insegnato a reagire e a vivere il presente ed il futuro con più determinazione.
    L'occultamento del dolore è cagionevole, è come non volersi specchiare perchè abbiamo timore di vedere dentro il nostro animo, è un'errore farlo, anzi dovremmo avere una stanza di specchi dove poter setacciare la nostra immagine in tutte le sue sfaccettature.
    E' tutto così difficile ma è questa la sfida che la vita ci lancia, essa è spietatamente bella come una donna sensuale ma crudele.
    Vivere è valere e valere è interagire con ogni singolo evento, vivere è sposarne la parola e rimanerne legati nella gioia e nel dolore.
    Vivere significa amare , dalle cose più semplici alle cose più scontate che poi non lo sono, come l’amore che ti viene consegnato dagli altri.
    Ma è la sofferenza che ci mette alla prova e riuscire a viverla in tutta la sua afflizione è un filtro per la nostra esistenza, perché vivere il dolore in tutte le sue taglienti angolature è consapevolezza , è raziocino , è già reazione.
    Quando stiamo male siamo come un foglio di carta spiegazzato dove le parole sopra scritte restano imprigionate, sgualcite e tremolanti ; si’ , è vero ci chiudiamo e non esprimiamo perché abbiamo paura.
    Paura di stare peggio di quanto già stiamo, ma non serve a niente, soffocare uccide, respirare il dolore fa rinascere.
    Nessuno è in grado forse di attuare questi esempi di connubio uomo/vita ma una cosa è certa e cioè che se noi dipingessimo la nostra vita somiglierebbe ad un quadro di Picasso ; scombinato, strano , incomprensibile ma pur sempre bellissimo.

  • 13 settembre 2012 alle ore 9:41
    Rosa rossa del deserto

    Come comincia: Mia madre mi diceva sempre, non guardare all'apparenza, poichè chi ti sembra amico e che con sole  parole,  ti sta donando il suo cuore, non credere mai, non sono le parole a fare i fatti, ma la reatà, sento ancora il suo eco, la sua voce, e se fosse qui le direi : HAI RAGIONE.
    Destino ha voluto che questo mi accadesse, di fidarmi ciecamente di una "amica", ma alla fine la verità esce allo scoperto prima o poi... E con un pò di astuzia, sono riuscita a saper il tutto, questo mi ha ferita molto, mi ha cambiata, mi ha fatto maturare, e mi ha fatto capire che non bisogna dare il bene solo ad una persona, ma a tutti quelli che ne hanno veramente bisogno, che hanno l'umiltà nel cuore e nell'anima, e non cercano di fregare il prossimo, io da oggi in poi mi fiderò soltanto di quelle rose rosse del deserto, come lo sono io, possiamo sembrare aride di sentimenti , invece siamo piene e rigogliose in tutto, e sentirne il  profumo e la  passione in tutto come una rosa rossa del deserto .Morale del tutto:fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, questo è certo ed è sicuro...

  • 12 settembre 2012 alle ore 13:01
    Fame

    Come comincia: Quella sera non c’era nessuno. Il freddo irrigidiva i polpastrelli e seccava le mani. Anche gli alberi giacevano solitari, soli, senza foglie ad armonizzare il paesaggio. Erano giorni che non c’era nessuno. Forse mesi. Anni.
    La solitudine logora, lo sapete? Eh sì, la solitudine fa brutti scherzi. La solitudine gioca con le nostre emozioni e si sfoga attraverso le nostre azioni.
    Chi potevo chiamare? Con chi sarei andato a bere quella sera? No, ormai non vi era rimasto più nessuno che fosse disposto a frequentarmi. Pericoloso. È questo che sono diventato. Eppure, giacendo al suolo con me stesso, sono sempre più popolare. Popolare e temuto.

    Ho ucciso il mio migliore amico quattro anni fa. Perché l’ho fatto? È stato un incidente. È quello che mi dico e che dico a tutti. Nessuno ci crede, nemmeno io.
    Lo uccisi perché avevo fame. E sete. Questo è quello che pensavo mentre affondavo il taglierino attraverso l’arteria femorale di quel disgraziato.
    Il sangue eruttò come un vulcano che sta esplodendo e fu a quel punto che sentii fame. E poi sete.
    Lo morsi ripetutamente sul suo grasso collo, mentre con gli occhi sgranati sembrava implorare, più che pietà, solo una spiegazione. La giugulare esplose al terzo morso e iniziai a nutrirmi.

    Non sono un vampiro. I vampiri non esistono, sono pura finzione. I vampiri non fanno nemmeno paura, sapete? I vampiri sono conosciuti da tutti, sono famosi. È ciò che non conosciamo che ci fa paura.
    L’inaspettato provoca stupore … e lo stupore è il sentimento più vicino alla paura.

    Sono nato e cresciuto in una famiglia di orientamento cattolico. Mio padre nacque a Gaeta e mia madre visse tra la Sicilia e Roma, la mia città.
    Ho frequentato le scuole pubbliche e il liceo scientifico del quartiere. Ricevetti un’educazione severa, ma non opprimente. I miei genitori sono sempre stati nel giusto. Quasi sempre.
    Era il 2011 e frequentavo il quinto anno, ultimo prima del diploma. Quell’anno cambiò la mia vita. Mi sentivo solo, anche se ho sempre avuto molti amici. Soprattutto avevo fame. Più ero solo e più avevo fame, ma era una fame difficile da saziare.

    Iniziò lui ad essere sempre più ostile nei miei confronti, senza motivo. Soffrivo d’ansia quel periodo ed ero in cura da una psicologa. Lui non mi era vicino. Non mi era vicino per niente. Mi stava lasciando solo, e io avevo sempre più fame. Litigammo un giorno e mi trattò male, sapete? Non mi ero mai sentito così male. E così solo. E morivo di fame. Gli ansiolitici e antidepressivi che prendevo a quel tempo non mi aiutavano. Io volevo mangiare, volevo bere!
    Io dovevo.
    Decidemmo di parlarne faccia a faccia, così una sera passai sotto casa sua. Lui urlava continuamente contro di me. E più urlava e più la mia gola era secca e il mio stomaco brontolava. Cazzo non ce la facevo più.
    Ma fu lui ad attaccarmi, ad aggredirmi. Dovevo difendermi, capite? Solo che non resistevo più.
    Io avevo fame e in quella gelida notte non c’era niente –nessuno- da mangiare, tantomeno da bere. E io ero furioso e solo, sempre più solo. La polizia venne dopo le chiamate del vicinato, dopo le urla.

    Mi trovarono in un bagno di sangue. La barba incolta che portavo di solito era bagnata e sporca di sangue, del suo sangue.
    Quando l’agente avanzò verso di me intimandomi di tenere le mani alte e ben in vista, puntandomi una Beretta carica, io stavo ancora mangiando.
    Prima di farmi ammanettare ebbi anche il tempo di bere dal suo collo, perché l’agente, poco più che ventenne, non riusciva a muoversi. Era paralizzato. Si concluse così, quella notte di febbraio.

    Sono uscito dal carcere di Regina Caeli, dopo quattro anni di isolamento perché mi ritenevano pericoloso. Hanno sbagliato. Mi hanno ucciso. Sono riuscito a uscire grazie alla mia “infermità mentale”. Ma io non ero pazzo. Avevo bisogno di compagnia. Sono rimasto in una fogna per quattro anni senza vedere nessuno. Sapete la cosa peggiore? Non ricevetti mai una visita in quattro anni, nemmeno dalla mia famiglia. Ero stato cancellato, escluso. Morivo di fame, sapete? Io stavo morendo di fame. E avevo sete. Ma questo lo tenni sempre per me.

    Fa freddo e un venticello invernale scuoteva di brividi il mio corpo. Mi ritrovo di nuovo qui, solo, illuminato dalla fioca luce dei lampioni. Sono solo. Ed ho fame. Muoio di sete. Rompe il silenzio solo il rumore dei passi di una ragazza che percorre la strada per tornare a casa. Com’è bella. Io conosco quella ragazza. È bellissima. Era la mia ragazza quattro anni fa. Non la vedo da quattro anni. Mi avvicino lentamente. Lei mi vede, ma non mi riconosce. Oppure fa finta di non conoscermi. Velocizza il passo. Le vado dietro. Sto morendo di fame.

  • 11 settembre 2012 alle ore 16:11
    Mare

    Come comincia: L’impatto violento con la fina sabbia del litorale del Golfo lo fece trasalire. Le callose piante dei suoi piedi poco erano abituate a posarsi su un tappeto così delicato. Quanto tempo era passato dall’ultima volta?
    L’insenatura selvaggia del Golfo era cambiata nel tempo, caspita se era cambiata! “Commercializzata” pensò. Standard. Verso la fine del XX secolo cosa ancora poteva resistere a questo necessario processo?
    È la lotta per la sopravvivenza.
    Gli stabilimenti balneari si ergevano l’uno sull’altro e gli ombrelloni impiantati arrivavano fino alla soglia del bagnasciuga, nel mese d’agosto.
    In lontananza, a qualche stabilimento di distanza, un bambino dall’odioso accento casertano piangeva e si dimenava, correndo all’impazzata come forma di protesta all’invito della madre di abbandonare la spiaggia per la cena.
    Erano le 20.40, il sole aggressivo, superbo, sfiancante e fiero del giorno lasciava il posto al crepuscolo e, improvvisamente, il silenzio.
    Sentì freddo e si accorse che stava tremando. Le onde che si andavano schiantando e intrecciando sulla spiaggia erano magicamente silenziose.
    In lontananza, chissà dove, il silenzio fu spezzato da una sottile vibrazione, un suono fioco e indistinguibile.
    Si avvicinava, diventava più nitido: era il suono di un campanello.
    All’improvviso, come d’incanto, non era più solo in quella spiaggia. Il lontano suono del campanello era vicino ormai, ed era accompagnato dal grido forte e deciso del venditore di ciambelle che, come prevedeva la sua annuale recita, invitava i passanti ad assaggiare “le sue specialità” per soli due euro.
    La spiaggia era affollata ed i bambini irrequieti lottavano con i propri genitori affinché venisse comprato loro un gelato, un pallone, o potessero farsi il bagno, rassicurandoli, dicendo loro che avevano fatto il ruttino e, pertanto, avevano digerito.
    Ora il venditore di ciambelle si trovava a pochi passi da lui e poteva assaporare con il naso il caldo e delizioso aroma di fritto che appesantiva l’aria.
    Trasalì. Una manina afferrò il suo braccio e, prima che potesse voltarsi, una voce infante lo richiamò.
    “Andiamo a fare il bagnetto?”
    Sentì il sangue che scorreva nelle sue vene fermarsi. Gelarsi. Conosceva quella voce, ne era sicuro! L’aveva sentita per anni, come poteva sbagliarsi? Ma… “L’acqua è calda dai! Sei un fifone…”.
    D’improvviso si accorse di non essere più lui, ma…
    “Secondo me hai solo paura perché non sai nuotare, perché sai che io nuoto meglio di te!”.
    Si voltò e si ritrovò a stringere la manina di una bambina di nove anni, capelli nero pece, occhi castani, e lei gli stava sorridendo, mettendo in mostra gli enormi dentoni bianchi separati da una fessura decisamente poco estetica.
    Provò ad articolare qualche parola, ma nemmeno un suono uscì dalla sua bocca. Ci provò di nuovo e… non riusciva a parlare perché stava mangiando.
    Un’ ombra di terrore –confusione- attraversò il suo volto ma.. ma quello non era il suo volto! Quello non era il suo corpo,non era..
    “Che ti prende? Non riesci a fare un boccone più grande e finire quella pizzetta? Io da mo che l’ho finita! Ah già, ma tu sei piccolo.”
    “IO NON SONO PICCOLO”, urlò, e immediatamente si rese conto di essere piccolo, molto piccolo. Il timbro della sua voce era quello di un bambino di cinque anni, di lui a cinque anni.
    La manina che l’aveva afferrato –un minuto fa? Un’ora fa? … vent’anni fa?- non era più una manina, si rese conto che era più grande della sua.
    “Allora? Andiamo alla boa e poi torniamo?” chiese di nuovo la bimba.
    “Aly non dire scemenze, hai appena mangiato! Guarda che se solo..”
    “Bla, bla, bla..” l’interruppe con il suo solito tono beffardo, il suo tono di sfida, il suo tono vincente.
    “Smettila!” le urlò contro, ma lei aveva già mollato la presa dal suo braccio e si stava inoltrando in acqua.
    Tutto svanì.
    Tutto svanì come quando ci si sveglia di soprassalto da un incubo. Il mare ruggiva silenziosamente d’innanzi a lui e il ricordo di quell’incubo andava gradualmente svanendo, come svaniscono le impronta nella sabbia scavalcate dal mare.
    Era ubriaco, ne era cosciente, ma poco cambiava. Negli ultimi anni per quanti giorni era stato sobrio?
    Aveva voglia di nuotare, lì, in quel mare, in quel giorno di fine agosto. No, non ora. Ma mancava poco.
    Guardò l’orologio: 20.42. quanto passavano lenti i minuti? Quanto dura realmente un giorno? Bel titolo!, ridacchiò tra se e se. “Quanto dura realmente un giorno?”.
    Un autore come Stephen King ne avrebbe potuto tirar fuori un capolavoro del terrore, almeno ché  Moccia non l’avesse preceduto con qualche “trattato” filosofico-amoroso. (sempre che poi non esiste già un titolo così per qualche film o libro o opera teatrale).
    No, non era ancora l’ora giusta, aveva voglia di una sigaretta prima di nuotare. Hai bisogno del buio, vigliacco.
    “Vaffanculo” si rispose da solo. Sapeva che era vero, che finché l’ultimo microscopico raggio di sole non si fosse nascosto dietro l’orizzonte, non avrebbe trovato il coraggio.
    -Mare, mare, mare, mare..- Slacciò il primo bottone della giacca, -... mare, mare.. mare..- poi il secondo, il terzo.. –Mare.. sto arrivando, aspetta..- lasciò cader via la giacca, butto la sigaretta: entrò -.. Sto arrivando.. mare, mare.. Aly!- in acqua. Erano le 20.59, era buio. La spia rossa della sigaretta era l’unico spiraglio di luce sulla spiaggia. Un’ ombra falciava le onde e avanzava verso il largo. –Andiamo alla boa e torniamo…-
    Accanto alla sigaretta che si lasciava finire avidamente dal vento restavano un paio di scarpe con dei calzini ammucchiati dentro, una giacca di pelle nera.
    Nella tasca destra della giacca aveva dimenticato qualcosa. Andò via senza il suo portafortuna.

  • 09 settembre 2012 alle ore 8:40
    Credere

    Come comincia: Credere:
    “ Ritenere vera una cosa, avere la persuasione che una cosa sia tale quale appare in sé stessa o quale ci è detta da altri, o quale il nostro sentimento vuole che sia.”
    Proprio a Cuba, di fronte ai manifesti del Che, alle sue frasi, incollate sui muri, al suo sorriso, al suo volto, quasi un’immaginetta sacra su oggetti d’uso, ho avuto una sorta di nostalgia nel credere. Quest’atto di certezza, proprio di una stabilità di giudizio e frutto di una elaborazione del nostro cervello. La Chiesa taglia corto e della certezza ne fa un dono di Dio, la fede. Se non c’è, pazienza!  Credere, deve essere una sensazione inebriante, estremamente totalizzante in ogni sua manifestazione corollaria. Ricordo mio padre che mi disse, una sera, sui moli del porto di Genova: -“ Era una nave, così, quanto quella. Tutta piena di giovani. C’erano i miei compagni. Credevano in Lui. Massacrati tutti, in Africa, tutti. Non se ne salvò uno. “- Possibile che il credere generi chimere così allettanti da non far scorgere gli abissi della vita? Quale luce, quale miraggio sorge nella mente di chi, improvvisamente crede? “ Lo stato nascente”- dice Alberoni: l’esplosione iniziale di un innesco di una reazione chimica, difficilmente controllabile. La miccia appena accesa di una mina. Il fascino di una configurazione nuova, inattesa, inimmaginabile.  “FANATICO”, un insulto. Non basta insultarlo, se non mi è chiaro il fuoco che gli arde dentro, quando il kamikaze, s’imbottisce di plastico, salutando moglie e figli, e va a farsi esplodere tra la gente, a lui nemica. Non credo alle novantanove vergini che lo attendono all’aldilà. La religione, in questo compenso, è tristemente terrena. Il sorriso di suo figlio vale ben altro, ma lui riesce a ignorarlo. O la mente del bonzo, che si da fuoco sui gradini del tempio per un’ideale, una protesta, lui, che quando spegne una candela, teme la piccola fiammella.
    Nostalgia del credere…in quante cose ho creduto da bambino!  E le più ingenue, quelle travolte da una pronta delusione, sono quelle che sopravvivono negli anni.  Una per tutte: nonno Angelo, teneva sotto il letto, in un paniere, avvolto con maglie di lana, una decina d’uova di gallina. Una mattina, un pigolio nuovo in quella stanza buia, mi annunciò la nascita dei pulcini.  Far credere a un bimbo di quattro anni, d’allora, che bastasse star accovacciato, sul cesto, su altre uova, senza romperle e generare qualsiasi animale, fu cosa facile. Mi ricordo che scelsi da covare da un piccolo uovo, un animale che mi affascinava, l’elefante. Villa Adela per un giorno non ebbe le mie scorribande.

  • 08 settembre 2012 alle ore 11:38
    Un Penziero Profonno

    Come comincia: Dar treno da S. Marinella a Roma,
    su le mura gialle, de 'n cimitero, vicino a Palidoro
    'na scritta riportava come 'n tesoro:

    MASSIMO VIVE!

    Tra li campi de pannocchie e le chiome de li pini a faje 'n po' da tetto...
    anche dar treno in corsa se leggeva su quer muro, ch'appresso ar treno, coreva come 'n grido drento ar petto!
    Come pe dì: amico mio, che stai à annà lontano... smiccia quì
    indove c'è massimo nostro sotterato,
    tra 'sti pini l'avemo lassàto
    indove st’arberi che danno retta ar mare, movono le chiome ne 'la sera...
    a riportà l'ebbrezza de chi più non spera... e
    de quanno in moto, ariccojeva er vento su ' la pelle
    e faceva 'sta strada millanta vorte, a la serena, sotto ' er manto de stelle!
    Forse puro quà vorta, che je correva appresso er sole, ner mentre che se vortava a guardà er mare...
    quanno che tanta bellezza l'ha tradito
    e l'ha lassàto a terra, tramortito... e mo tace.

    'sta scritta oggi c'è pè arubba l’attenzione a te, viaggiatore giocònno,
    pè fa arifiorì un penziero profònno, e dasse er core in pace,
    svortà la testa ar mare, e poi dall'antra parte, a Massimo, che è scritto vive, ma nun è più a 'sto monno!”

  • 07 settembre 2012 alle ore 11:40
    Res publica

    Come comincia: Mi addormento col trucco sbiadito, sbiadita io come la sera,  è la notte, l'unico modo per sparire, per placare quella sofferente lagna del giorno, dopo che ti spacchi in tante te. No, non è lamento, non è immaturità o impreparazione, è solo stanchezza, la testa si rifiuta, non questione di ricordarsi dei valori, dei buoni propositi, di spingersi oltre. Troppe ne ho dentro di fotografie interrotte, troppa la mezz'aria che ho dovuto respirare spalancando la bocca, rimboccandomi le maniche. Sarà dura, lo è sempre stata e lo sarà, anche quando i cantanti si ritirano dal palcoscenico perchè troppo stressati dalla carriera, è dura guardare chi si diverte, chi è felice, fa  quasi male anche provare a sentirsi bene. Perchè mi viene così assurdo emozionarmi per un giorno di festa comandato, dal momento che passo tutti gli altri a commuovermi per fiori spuntati, becchi di uccellini e labbra semiaperte di mio figlio che dorme. E non provo nemmeno più rabbia, è tutto solo torpore, sotto una pelle che digita ideogrammi invisibili e porta a casa il conto. Lì vedo tutti i miei terrori, sono lì ogni sera come i sette nani, i sette sosia, le sette bellezze e le sette nere. Non mollano il mio passo probabilmente dalla scorsa vita già infiammata da un'altra me insofferente. E pur quella vocina mite a volte, vince su tutti gli altri baritoni, quell'occhio grande di donna forte si riflette in me dandomi la carica, miracolosamente. E il tempo dei ringraziamenti lo passo al telefono con la mamma e la sorella, le amiche. Lo so è incommentabile la sofferenza altrui, ma condivisibile. E le mie braccia non finiscono mai.

  • 06 settembre 2012 alle ore 9:43
    Dov'è?

    Come comincia: Il cuore batte?
    Siamo sicuri che batta davvero?
    Non ricordo l’ultima volta in cui mi sono sentito realmente vivo. Non ricordo l’ultimo sorriso sincero.
    Ricordo i momenti in cui le lacrime hanno preso il sopravvento, interiormente.
    Sono sempre stato bravo a nascondermi dietro la facciata di stronzo insensibile.
    Non ricordo dove l’ho perso, il cuore.
    Credo che sia annegato nel lago insieme a te, sorellina.
    Dove mi trovo adesso?
    Vedo le luci dei bar, vedo donne che mi chiedono se voglio divertirmi con loro. Sono talmente perso e ubriaco da non ricordare la strada di casa. Dove sto andando, sorellina?
    Quando ho iniziato a ubriacarmi come uno stronzo?
    Non esisto più. Sono un corpo pieno d’alcool. Sono uno stronzo che sputtana i suoi soldi nel calore della vodka, nel sorriso di un bicchiere di whiskey.
    Ho gli occhi che sanguinano. Li sento sanguinare, lo vedo, il sangue. Sangue così trasparente da sembrare pioggia. Piove dentro ai miei occhi spenti. Piove e sembrano quasi lacrime, ma io non piango, io, io non piango, sorellina.
    Tutto il mio corpo piange.
    Le puttane continuano a chiedermi soldi, ho già pagato la mia puttana, la tengo in mano ed è fredda e calda come voi, ed è liquida come voi, come me.
    Sono fatto di niente. Sono fatto di lacrime, stasera.
    Umiliatemi pure, uccidetemi con le vostre parole, stasera sono un uomo solo senza faccia. Invisibile a me stesso. Ho creato un rifugio sicuro nella mia mente perversa. Un rifugio talmente sicuro che nemmeno io ci posso entrare. Non conosco la combinazione. Sono fottuto.
    E sento gli urli della gente stasera, vi sento urlare come se aveste ritrovato la voce solo ora.
    Stanotte ho perso la mia anima in un qualche bar.
    Mi sveglio la mattina senza capire quello che mi sta succedendo intorno, faccio finta di non capire.
    Ma stanotte, stanotte capisco bene tutto. Stanotte tutto mi è chiaro.
    Sono estremamente fragile, questa sera.
    Prego, prego perché non mi è rimasto niente.
    Prego e vorrei strangolarmi, affogarmi, martoriarmi.
    Estremamente solo.
    La solitudine ti uccide, mi uccide.
    Mi infilzo la testa con stupide frasi tipo :” Sto bene” – “Non ho bisogno di nessuno”.
    No, non sto bene.
    Ho perso quello che sono. Ho perso quello che potevo essere.
    Smettila di piangere, urlo, e devo proprio sembrare un pazzo, con la bottiglia in mano e l'altra in faccia per uccidere le lacrime.
    Bruciano come olio bollente, scorticano la mia faccia. Lava calda sul mio viso di latte ed espressioni.
    Avrei voluto essere io quello morto affogato.
Avrei voluto essere io il figlio frocio perfetto con la moglie traditrice perfetta.
    Avrei voluto essere chiunque tranne me stesso.
    L’alcool mi brucia la gola, alcool scadente comprato in un negozio scadente.
    Alcool che mi fotte la gola e lo stomaco, mi uccide il fegato.
    Sto bruciando e nessuno se ne accorge.
    Nessuno mi aiuta ad alleviare il dolore.
    La gente mi scansa, puzzo di vodka e sigarette, puzzo di lacrime e paure.
    Tutti hanno una storia da raccontare. Tutti hanno cicatrici dentro e fuori il corpo.
    Io non sono diverso da tutti loro.
    Non sono diverso dalla puttana 50enne che vende ancora il suo corpo per cercare di dare qualcosa a suo figlio. Non sono diverso dal venditore di hotdog in cima alla strada.
    Loro hanno le loro storie scritte in faccia, sulle dita e sulle rughe.
    Hanno scritto la loro storia col sangue, il sudore, le lacrime.
    Io l’ho scritta con la penna della sconfitta. Col malessere interiore.
    Non so nemmeno più dov’è l’inizio, forse su una spalla? Oppure su un piede?
    Da dove inizia tutto?
    Dove sono finite le mie ossa di cenere?
    Non riconosco il suono della mia voce, non riconosco le pieghe delle mie mani.
    Chi cazzo sono?
    Di che cosa sono fatto?
    Ossa, ossa, ossa. Ossa e Odio.
    Ossa e delirio costante.
    Ossa e merda.
    Sono l’uomo che si è perso nel mondo.
    Tutti cercano di mangiarmi coi loro problemi.
    Tutti vogliono qualcosa da me.
    Non riesco ad aiutare me stesso figuriamoci gli altri.
    Piango silenzio. Piango parole mai dette.
    Cosa sono diventato? Mi sto rammollendo.
    Un uomo solo che piange.
    Dio quanto mi faccio schifo. Quanto sono debole. Essere cinici aiuta, nessuno proverà mai compassione o pena per te. La compassione degli altri è sinonimo di morte.
    Stanotte, qui, in questa strada piena di puttane, turisti, spacciatori, drogati e alcolizzati, io sono vestito, per la prima volta, di me stesso, dei miei problemi.
    Stanotte tornerò a casa e rimetterò tutto nel cassetto.
    Sono così stanco di me stesso.
    Credo di aver esagerato.
    Lo ripeto ogni giorno.
    Mi ripeto ogni giorno che la smetterò di bere.
    Sono il figlio ribelle di me stesso.
    Ho il fegato che piange da quanto ho bevuto.
    Solo un ultimo sorso.
    Solo un altro ultimo sorso.
    Per stasera è abbastanza.

  • 05 settembre 2012 alle ore 18:36
    Il Sapore di un Bacio

    Come comincia: Il sapore di un bacio, se Ti lasci andare e chiudi gli occhi, Ti mette i brividi; se poi Ti dimentichi di tutto il resto, se capisci di non voler allontanare le Tue labbra dal Tuo “lui” o dalla Tua “lei” e quando Ti allontani, apri gli occhi, ed è sempre troppo presto...
    Il sapore di un bacio non lo dimentichi se è una vita che lo aspetti. Il sapore di un bacio arriva dritto al cuore e, se poi Ti perdi e non rifletti, è quasi forte come far l'amore...
    Il sapore di un bacio accende la notte, colora una giornata uggiosa.
    Il sapore di un bacio è il raggio di sole che colpisce chi non sogna più.
    Il sapore di un bacio è una pennellata di bianco su una parete nera e vuota.
    Il sapore di un bacio è un’onda che Ti pervade, Ti bagna ma Ti restituisce asciutta dalla paura di darlo.
    È forte come il sole a primavera, dolce come lo sguardo di un neonato, puro come l’affetto di un genitore, trasgressivo come il “primo” bacio.
    Non importa se dopo prendi anche le botte, il sapore di un bacio Ti ripaga di tutto. No, non è sapore normale, devi godertelo piano, con gusto, con sincerità, con passione, con tenerezza; con quella voglia matta che hai di riceverlo e di donarlo.
    Il sapore di un bacio Ti lascia sospeso tra la luna e le stelle per non farlo cadere...
    Il sapore di un bacio Ti fa riflettere, così Ti senti un po’ diverso da come Ti sentivi prima e pensi, fra Te, "però, che strano" sarà più bello ora o domattina quando ci penserò e ripenserò e lo sognerò?!...
    Il sapore di un bacio dato è Dio. Perché, se ci pensi, è solo Lui che può consegnarTi ad una emozione unica, irripetibile, meravigliosa.

    Quindi dateli, i Vostri baci, niente c’è di più meraviglioso ed eterno di quella emozione…
    Potrete dire, con amore e gloria, “io l’ho vissuta, quella emozione…”

  • 04 settembre 2012 alle ore 16:37
    L'oscena sensazione

    Come comincia: Forse non potete immaginare l’oscena sensazione del medico, che, dopo complesse analisi e meditazioni, ha la certezza del vostro male. Non sempre le cose, in medicina, si svolgono con la linearità degli schemi che si rinvengono nei trattati. Il male è sempre, il più delle volte, oscuro e gioca una partita astuta e disperata di propria sopravvivenza con il medico. Io mi trovo spesso, di fronte al malato, come a cercare una soluzione di un romanzo giallo, dove l’assassino è la malattia. Il male sa nascondersi, mutare volto. Se lo stai per afferrare, a volte, una prova, analisi o sintomo, ti svia e ti ritrovi a vagare per un labirinto. Il paziente ti osserva, attende, valuta il tuo agire. Vuole la risposta, la esige. Se tu, medico, stai tardando, spesso non hai il coraggio di guardarlo negli occhi. Ed ecco che un giorno, improvvisamente, il male ti compare davanti, chiaro, nudo. Finalmente lo hai braccato, gli dai un nome, valuti le sue possibilità distruttive. –“Cazzo, ti ho preso, dove ti eri cacciato?”- Si scatena, allora una sensazione endorfinica di scoperta, di vittoria, di trionfo della tua perspicacia diagnostica. Sei attraversato da un brivido di onnipotenza. Hai in mano il male, quel che siano le sue future possibilità. Sensazione oscena, avevo detto? Spesso il tuo intimo, serpiginoso piacere non è lo stesso del tuo paziente, anzi…

  • 04 settembre 2012 alle ore 0:22
    Vernice

    Come comincia: Da ragazzino davo fuoco alle rane.
Non lo facevo con cattiveria, per me non c’era niente di sbagliato, era scienza.
Capire cosa poteva succedere ad un anfibio se gli davo fuoco.
Iniziai ad avere questi comportamenti dopo la morte dell’unica persona che abbia mai amato. Mia sorella.
    Lei era la mia parte buona.
Lei coi suoi capelli nero pece, piume di corvo. Gli occhi verde smeraldo, come le rane che uccidevo.
Aveva 15 anni, io 12. Lei era la mia vita. Anche i cinici bastardi hanno avuto un cuore, io ne sono l’esempio. Io e lei eravamo una famiglia, ci sentivamo a disagio insieme.
    L’acqua. Lei. Io. La morte.
    Si può morire in tanti modi. Il risultato è sempre quello.
    Mia sorella, i suoi capelli neri, i suoi occhi dolci. Mia sorella e il laghetto. Affogata come se non avesse mai imparato a nuotare.
    Ma lei sapeva nuotare, lei ha deciso di chiudere la sua vita senza lottare, lei ha fatto la scelta giusta.
Tornare da scuola e vedere l’ambulanza e la polizia. Le lacrime di mia madre miste a quelle di mio padre. “La nostra piccolina..!” Lacrime.
    Stai zitta stronza. Torniamo piccolini solo dopo che siamo solo mangime per vermi.
    Sono sicuro che si sia uccisa. Nessun rimpianto o rimorso, perché aspettare qualcosa che dovrà comunque succedere?
    “… Perché siamo qui? Perché siamo vivi? Siamo esche, esche per sciagure e merda. Non siamo altro che questo. Non saremo mai niente di bello. Ci può sembrare di fare qualcosa di buono, ma qualcosa di buono è seguito da merda. Lo sai vero? Devi capirlo bene, questo. La morte sarà il nostro premio per essere stati pazienti. Magari.. magari siamo già morti. Non pensi?”
    Magari, sorellina, magari sono già morto. Magari..
    I giorni dopo alla sua morte sono stati la mia caduta nel baratro.
    Il cibo non aveva sapore, i fiori non avevano odore. Mi sentivo come un quadro squarciato, accoltellato dalla natura distruttiva dell’uomo, di noi stessi.
    Se chiudo gli occhi riesco ancora a vedere le piume di corvo dei suoi capelli sparsi sull’erba, il suo sorriso rivolto alle nuvole bianche, alle forme della nostra fantasia. Riesco a sentire la sua mano nella mia.
    Lei mi ha dipinto, mi ha dipinto come voleva. Tutti i colori cupi sono stati buttati sulla tela, la mia anima.
    Lei ha preso le sue mani minute e ha urlato mentre affondava le sue dita scheletriche nei colori dell’odio e dell’amore. Ha intinto il mio corpo nel blu, nel verde, nel rosa, nel rosso. In tutti quei colori accesi che piacciono alle persone. Così io sono un dipinto dai mille colori. Ancora fresco. Ancora bagnato. Ancora pieno dei graffi delle sue unghie verniciate.

  • 01 settembre 2012 alle ore 17:09
    Il calore della vita

    Come comincia: Immerso tra i raggi del sole e le righe di “Aracoeli”, quassù, sul mio terrazzo, un coccodè, stamane, mi svela un quadro trascorso di bimbo. Nonna Amina trasaliva a queste note, qualunque cosa facesse. –“ Ha fatto l’uovo”- Il suo timbro forte di donna meridionale. Il volto, di natura gioioso, diveniva serio. Se si era all’impasto del pane o, sciolta, la ciocca dei suoi capelli, al lento passare del pettine sulla lunga chioma, tutto cessava. -“Ha fatto l’uovo”- Non mi meravigliava quest’aggiudicare, verbalmente, a una conoscenza particolare, quest’atto creativo, tra una quantità di polli. A sera, avevo assistito a una manovra indaginosa che suscitava sempre, in me bimbo, una strana curiosità. Afferrando la gallina starnazzante, nonna Amina se la poneva sotto l’ascella. Con un gesto senza esitazione, infilava l’indice nel sedere del povero animale. -”C’è!”- Era una sicurezza che le dava la possibilità di una previsione infallibile. La mattina seguente, sapeva dirigersi verso quell’angolo del pollaio, tra quel pugno di paglia, dove avrebbe trovato l’uovo. La seguivo, tra uno smarrimento di polli nelle gambe, in quel sentore che mi è rimasto nelle narici, negli anni. –“ Tocca, com’è caldo!”- Quel gesto di offerta, quella mano sospesa nell’aria, quell’oggetto sferico che mi attendeva; la mia ritrosia al nuovo, al timore infantile di un calore non sopportabile. Conservo ancora il piacere di quel tepore nella mano, un tepore di carezza, d’amore, fascinoso e tenue come la vita.

  • 30 agosto 2012 alle ore 18:54
    Anime morte

    Come comincia: Il Nevskij Prospeckt, un fiume pedonale di una cittá russa, un fiume di anime morte e vive, disperate e non. Penso che ogni luogo possieda questa via, non solo S.Pietroburgo. Riflettevo questa mattina passeggiando su quest´ísola, senza strade, dove il pedone cammina su viottoli di sabbia o sull´immensitá della riva abbandonata dalla bassa marea. L´uomo si deve ritrovare, si deve esporre,deve giudicare e farsi giudicare per esistere. La miseria dello spirito cerca nell´incontro, un´assoluzione qualsiasi, fors´anche l´indifferenza che allevi quel senso di colpa, che deve pur esserci in alcuni. Mi camminava davanti, aveva forse la mia etá, capelli bianchi, alto, un andatura agile, maglietta, calzoni a mezza gamba, piedi scalzi. Al suo fianco, una bambina di 12, 13 anni, minuta di altezza, con un tanga scomparso tra le pieghe di due glutei neri come il carbone. Il reggiseno raccoglieva seni immaturi. Un volto di putto negro, tra bagliori di pupille e di lacca su riccioli crespi. Un sorriso affiorante, indeciso. Quella mano che scende dalla vita lentamente e si posa sui glutei in movimento. Li possiede entrambi. Lui avverte il mio sguardo. Per un attimo ci guardiamo da uomini. La mano si ritrae.

                       Morro de S.Paulo

  • Come comincia: Questa pagina vuota,questo foglio di carta ,bianco,nudo. Mi trovo qui a volerlo colmare,riempire,ricoprire di parole,renderlo nero,grassetto,senza quell’ossessione dell’horror vacui però;potrei parlare di tante cose. Potrei parlare un po’ di me,dei miei pensieri più profondi, potrei,vorrei,ei,ei. Sono sempre stato così,anche in questo istante,a scrivere ,scrivere ,scrivere “chissacheccosa“. Sempre il solito,dubbi,incertezze,potrei,vorrei. Ma stavolta voglio,posso. Potrei parlare di qualcosa a caso ,di New York ,delle meraviglie della natura,di Napoleone o Cristoforo Colombo,ma la mia testa già ha deciso di cosa parlare: ha scelto una cosa eterna ,insignificante,misera ,infinita;un sorriso. Un sorriso cos’è? Questo non so dirlo ancora, forse è il paradiso,è la porta verso l’Infinito? E’ una piccola cosa, così piccola da essere eterna. Il sorriso della persona che ami,quel sorriso che blocca la mente,interrompe il ciclo vitale del mondo,quel sorriso che non dimentichi mai. Quel sorriso sembra solito ,banale,innocuo ,ma dentro di te si scatena il tormento,un temporale. Fa rumore,in silenzio. Ecco di cosa voglio parlare: un sorriso . Voglio essere più preciso ,il sorriso di una donna. Perché forse è unico il sorriso di una donna,è l’immensità in trentadue denti,e due labbra. S’inarcano appena le labbra quando Lei ride;lì il Sole cesserebbe di splendere se lo vedesse, si spegnerebbe così, sarebbe la fine.

    Pace. Serenità. Niente . Tutto.

    Quando vidi un sorriso così,fu devastante ,distruttivo, mi mancavan le forze . Passai giorni a pensarlo ,senza agire. Ora ho solo quel sorriso,il suo,ed è tutto quel che ho.

    Facciamo qualche passo indietro però,

    Era l’ignaro ottobre quando la vidi per la prima volta. Non sorrideva,andava di fretta,ansiosa,correva ,di spalle. Non potevo afferrare il suo sorriso,se lo teneva stretto stretto,nascosto solo per sé. Camminava stranamente,non si voltava, non si fermava,“rotolava “un dito tra i suoi riccioli color rame,color autunno,come ottobre. Decisi che non volevo vivere più per grandi cose,ma avrei vissuto per quel ramato inaspettato. Non avrei chiesto molto a Babbo Natale,soltanto quei ricci. Non erano rossi ,né castani ,era una sfumatura speciale .

    Mi chiedevo perché l’arcobaleno non avesse il ramato ,adesso è qui accanto a me ,solo per me. Mi dispiace per l’arcobaleno.

    Cosa chiederò mai quest’anno per Natale? Non posso chieder nulla. Potrei chiedere il sorriso di mia madre, gli occhi della mia donna, l’abbraccio di mio padre,ma già c’è tutto questo. Quel riccio ramato sarà tutto mio quest’anno ,tutto da accarezzare,da odorare,tutto da amare. Il suo sorriso spero splenda almeno a Natale,l’ha tenuto nascosto troppo tempo ,ora posso toccarlo ,posso sentirlo.

    Concludo ora.

    Grazie Babbo Natale,l’anno scorso non ti ho potuto ringraziare,lo faccio ora che un altro Natale è ormai alle porte,coglievo l’occasione perché sai,i Maya,il 2012 ,non si sa mai.

    All I wanted fot Christmas,was you.

  • 29 agosto 2012 alle ore 23:23
    Quattro dita sotto l'orizzonte

    Come comincia:

  • 25 agosto 2012 alle ore 13:31
    Senza il tuo sorriso

    Come comincia: Dedicato a Floriana , la mia seconda mamma che se ne è andata..

    Il ricordo… per fortuna esiste il ricordo. E’ una pellicola registrata nella nostra mente che possiamo rivedere quando vogliamo , quando piu’ ne sentiamo il bisogno, basta pensare e il film parte ed inizia.. e poi finisce… e i film della vita hanno tutti lo stesso finale…
    Ma cio’ che e’ importante sono le scene di questo meraviglioso film e le persone che ne hanno fatto parte , persone che, in questo ricordo hanno avuto al centro un irripetibile esempio di bonta’ e amore per gli altri , alla quale la vita ha dato tanto , un marito, dei figli, dei nipoti e degli amici ,ma anche un nemico oscuro e maledetto che l’ha perseguitata ininterrottamente per troppi anni.
    Io non credo che abbia vinto , mamma Floriana l’ha combattuto ostinatamente trovando nutrimento nell’amore per Luciano e la sua famiglia e alla fine e’ lei che ha deciso che lui vincesse… Si, e’ cosi’, mamma Floriana era troppo forte e come una guerriera non ha permesso che nel suo castello dorato entrasse il male, lei ha protetto tutti da questo schifoso essere .
    Era sempre sorridente ma dentro urlava , combatteva il dolore, l’inquietudine e la paura di non farcela, quante volte avrebbe voluto mollare ! Ma non l’ha fatto..
    I ricordi… quanti ricordi … tutti colmi di amore e gioia insieme alla mia seconda mamma.
    Con lei ho respirato aria salubre, ha disegnato, nel mio allora piccolo cuore, baci e abbracci indelebili e sorrisi , sorrisi fatti di amore materno, di comprensione .. mi manca il tuo sorriso Floriana, mi manca da morire.
    Noi cuccioli ci sentivamo in una reggia nella nostra casetta in campagna, avevamo tutto cio’ che potevamo desiderare, alberi di ciliege, rovi di more, campi di grano, uno stagno affollato di ranocchi, ma soprattutto avevamo intorno a noi calore, considerazione e noi lo sentivamo.
    Erano anni che chiunque ci invidierebbe nel sentirne parlare, troppo belli, troppo perfetti.
    E poi… eccoci qui, un fiore di primavera che diventa una foglia d’autunno, un vento impetuoso l’ha staccata dal suo ramo e l’ha fatta volare per anni da un’ospedale ad un altro, da una preoccupazione ad un’altra, senza sosta , senza alcuna pieta’ !
    Le ha tolto tutto questo malvagio mostro, ma non la dignita’…
    Il finale doveva essere questo per te e tu l’hai sempre saputo ma nessuno ha mai pensato che un giorno tu lasciassi che lui vincesse.
    Io non voglio piu’ pensare a questi giorni come giorni di sola sofferenza, io devo pensare che tu adesso sei finalmente serena e che nessuno di noi in questi giorni sta soffrendo quanto quello che hai sofferto tu in questi ultimi anni.
    Devo essere felice che tu adesso hai finito di sentire dolore, sono certo che adesso la serenita’ sara’ la tua casa , noi siamo qui a piangerti perche’ tu hai lasciato tracce di amore e altruismo rare da trovare in questo mondo da schifo, io ti sento ancora anche se non ci sei piu’ .
    Senza te tutto e’ piu’ complicato, una spada ha perforato i nostri cuori e cosi’ deve essere, guai a dimenticarti, tu non ci hai lasciati.
    Senza il tuo sorriso il sole che sorge ha meno luce ma vedrai che io, che tutti noi, riusciremo a vincere la tua assenza sapendo che tu ci guardi e che ci guardi con quegli occhi pieni di vita che tu avevi e con quel sorriso che mi manchera’ per sempre.

    Con amore
    Stefano

  • 22 agosto 2012 alle ore 22:38
    Le elemosine emozionali non aiutano i disabili

    Come comincia: Il mio istintivo interesse per i problemi sociali, supportato da approfonditi studi della materia, mi ha portato a constatare che i disabili e, in genere, i diversi continuano a essere discriminati. Da sempre l'essere umano ha temuto non solo il diverso, ma più in generale ciò che non riesce a spiegarsi immediatamente. Anche se studiosi come Freud, Winnicott e tanti altri hanno tentato di illustrare le motivazioni psicologiche, sociologiche e evoluzionistiche di questo fenomeno negativo, il principale motivo di ogni forma di discriminazione resta sempre l'ignoranza.
    Conseguenza di questo atteggiamento è una almeno parziale emarginazione dei diversamente abili. Una loro completa integrazione è invece possibile. Come già accennato, l'emarginazione è una condizione che scaturisce dall'analfabetismo psico-sociale, pertanto attraverso un costante impegno da parte di tutti noi le cose possono sicuramente migliorare. Per il futuro sono piuttosto ottimista, perché lavorando nelle scuole e con la diversità posso appurare quotidianamente che i bambini non sono mai prevenuti di fronte a nessun tipo di disabilità: sono gli adulti che, attraverso il cattivo esempio dettato dal pregiudizio, li condizionano negativamente. La strada da percorrere è comunque ancora lunga e tortuosa, nonostante la tradizione cristiana del nostro Paese faccia pensare a un più radicato senso di solidarietà. Ma, a mio parere, tale contraddizione è spesso figlia della rigidità. Una condizione che si ritrova in tutte le religioni e quella cristiana, purtroppo, non fa eccezione.
    Aggiungo che, personalmente, non mi piace il concetto con cui la cristianità concepisce il disabile. Il diversamente abile non è un "poverino" che va aiutato in quanto sfortunato, ma è una persona come qualsiasi altra. Egli non cerca l'elemosina emozionale o l'accettazione da parte di una comunità in quanto persona disagiata, ma vuole essere considerato, amato e anche odiato, purché possa vivere la propria esistenza con la stessa dignità che si dovrebbe attribuire sempre a qualunque essere umano.
    E invece i tempi non sono ancora maturi. Paradossalmente, le cose andavano meglio in epoca preistorica. Studi recenti hanno dimostrato che tra gli uomini di Neanderthal, (parliamo di circa 100 mila anni fa e di una specie umana che non è la nostra) quanti avevano subito un'amputazione a causa di un incidente o per motivi di caccia continuavano a vivere, perché altre persone della comunità si occupavano di loro. Gli uomini primitivi, nel campo della diversità, hanno dunque mostrato una civiltà talvolta più evoluta della nostra, ma è giusto aggiungere che negli ultimi trent'anni le cose sono molto migliorate, e questo fa ben sperare per il prossimo futuro. Dove invece si è ancora lontani dall'equilibrio è nel riconoscere il diritto ad amare della persona con disabilità. Ma l'amore è un sentimento che nessuno può imbrigliare.
    Il fatto che spesso la società si contrapponga a questo diritto non significa che non si possa concretizzare. Certo spesso mancherà l'approvazione, ma il diritto di provare un sentimento e di essere ricambiati resta. Altra questione spinosa, complessa e talvolta controversa riguarda l‘emarginazione che coinvolge anche la famiglia del disabile. In generale, purtroppo, non posso esimermi dall'ammettere che spesso il nucleo familiare, a causa dell'enorme impiego di energie che un disabile richiede (e qui la gravità ha un ruolo importante) tende esso stesso a isolarsi. Inoltre ci sono anche casi in cui è più difficile metabolizzare una disabilità (specialmente se acquisita) per un familiare, che non per la persona che "incappa" in questa peculiare e svantaggiata condizione. Per alleviare il fardello di chi ha in casa una persona con disabilità bisognerebbe mettere il prossimo in condizione di dare il meglio, ma senza chiedergli l'impossibile. A tale proposito vorrei citare una massima di Antimo Pappadia, scrittore e saggista professionalmente impegnato nel sociale. Una frase che, naturalmente, (vale per tutte le categorie di abilità) bambini compresi: "Se mettiamo gli altri in condizioni di non esprimersi, questi saranno sempre ridimensionati, se invece diamo loro la possibilità di essere se stessi, lo saranno sempre e in ogni circostanza; mentre ancora se forniamo loro le condizioni congeniali affinché possano dare il meglio, allora ci sbalordiranno, perché supereranno se stessi".

  • 22 agosto 2012 alle ore 12:59
    Piumetta

    Come comincia: Se Piumetta quel giorno avesse adunato intorno a sè il coraggio perduto/ritrovato e narrato in mille storie d’amore e cento poemi oggi non saremmo qui a parlarne. Non avremmo a sorridere di certi buffi aneddoti ne a fermar con un singhiozzo lacrime che cercano acerbe una collocazione.
    Non staremmo qui a disquisir sui parenti. Ne a sparar giudizi dozzinali. Che poi finiam d’esser noi quelli che strisciano mentre gli diamo pure dei serpenti. Proprio tutti. Artigiani concubine e tenenti. Perché se Piumetta lo voleva davvero quel che voleva non ha fatto il muso duro e se l’è preso? Si chiesero i più quando a frittata fatta si passò dritti a vergar lutti su anonimi verbali tralasciando di tutta questa storia il senso esteso? Perché non ha fatto spalluccia alle malelingue ed è andata diritta per la sua strada con quello scemo? C’era davvero bisogno di un gesto così estremo?

    Ci rimasero spiazzati tutti. Quasi come quando la videro tirar su il bandone del suo frutta e verdura la prima volta. Proprio nel centro del paese. Che all’inizio e ancor più dopo quando la gente osservava passando quei cento chili di carne morbida con quelle labbra carnose cantare ben intonata le canzoni del suo gruppo preferito, si voltava a guardarla e i maschi a farci sopra pensieri poco altolocati che sapevan di peccati alla melassa. Nacque in quei giorni lì quel nomignolo che si sarebbe portata dietro sino agli annunci mortuari. Uno disse ridendo: “E’ così grassa ma si muove come una piuma”. E per tutti diventò Piumetta.
    Che a Piumetta piaceva il sesso più che mangiare ed era tutto dire. Le piacevano le parole un po’ sboccate e lavorarsi gli uomini e piegarli al suo volere con quelle labbra voluttuose ed esperte. Che poi a sindacar non si capiva mai bene, se lo faceva per buttarsi via o per godersela o per fare un carezza alle sue pene. Perché a Piumetta si poteva dar di tutto ma non della zoccola. Teorizzava l’ingegner Mantovani. Grande trombè de femme. Come lo definì in un francese azzardato il Tanzi che da quando votava commenda si era messo pure a parlar fino. Spiegando e un pò ammiccando all’auditorio di pensionati che quella lì: “C’ha la lallera in fibrillazione. Il segreto è tutto qua.” Ma lo diceva senza voler offendere o con un tono di volgarità. Che anche a lui la Piumetta attizzava. Ma da quando ci si era messo in mezzo il maresciallo la cosa era diventata pericolosa.
    Che poi a Piumetta, cosa strana, l’adoravano pure le mamme e le donne per non dire le nonne. Che conosceva delle fantastiche ricette di cui svelava i segreti senza gelosia e poi quelle battute svelte e sarcastiche sugli uomini mentre con qualche frutto o verdura in mano alludeva facendole ridere tutte di gusto. Che Piumetta c’aveva pure i prezzi buoni. E sapeva mestierante trasformar cassette piene di merce in lucidi dobloni. E così andava a finir che gli chiedevano pure i consigli. Come la moglie del Romeo. Piumetta scusa. Le chiese a negozio vuoto sottovoce e un po’ impacciata. Tu sei così brava con gli uomini che. Cioè. Vedi io e mio marito. Insomma. Non è che. Vabbè ho capito. Tagliò corto Piumetta. Non lo fate più. È così? Francesca arrossendo annuì. Senti un po’. Ma glieli fai i servizietti? le chiese ridendo obliqua. La Francy diventò come un pomodoro. Ma sei matta? Sobbalzò con un senso di colpa ereditato a catechismo. Ecco fatti un piacere. Inizia da lì. Vedrai che le cose cambieranno. Agli uomini piacciono le donne un po’ porcelle! Concluse allungandogli la borsa della spesa e strizzando l’occhio complice.
    Francesca uscì dal negozio ancora arrossita ed imbarazzata ma quella sera dopo la doccia si piazzò davanti allo specchio e selezionò delle cosette sexy. Ravanò tra i profumi mignon e seguì pure il suo consiglio. C’erano due figli in ballo e lei con tutta una vita selezionata per loro fin su al suo matrimonio. E si ricordò di essere -oltre che mamma casalinga e moglie- ancora una bella femmina. Fu un successone. Da quel giorno il Romeo smise di andar a cercar furtivo nei dopocena la Piumetta ben attrezzato e con la promessa di un week-end a Parigi insieme. Fu invece la Francesca che proprio da Parigi, dove un mese dopo con il marito andò a “far la seconda luna di miele”, che le spedì una cartolina con la Torre e su scritto un bel grazie dentro un cuore disegnato. Quando l’appuntò insieme alle altre fissando un pò imbarazzata l’icona di Padre Pio, della cui figura era grande sostenitrice, con il rametto d’ulivo immortalato proprio sopra la cassa le confessò candida: “C’hai ragione a guardarmi così. Ma quando quello mi metteva le mani addosso non capivo più nulla!”. Facendola franca anche con i santi.
    Poi ogni tanto a Piumetta la sera veniva il magone.
    Poi più spesso Piumetta la notte seduta sul letto che aspettava le ore.

    (Vorrei uscire stanotte/dimenticare il tuo nome)

    “Marescià. Dice sua moglie che si ricordasse il pane“. Riportò asettico l’appuntato Rocco al superiore seduto in quella scrivania anonima come le imprese che non c’erano da raccontare. Con la foto del presidente e un ritaglio di giornale ingiallito che incorniciava un vecchio e minuscolo successo a proposito di autoradio rubate nel bergamasco ancor lontano da esser padano. Roba di vent’anni fa e poi. Che da quando il maresciallo Raffaele Greco. In arte Don Raffaè. Si era infatuato della Piumetta non ci si parlava più. “Dì a mia moglie che si fottesse!” Urlò alzando gli occhi da una richiesta di passaporto aggiungendo un po’ imbarazzato quando l’appuntato si allontanava: “Stavo scherzando Rocco! Fatti lì fatti tuoi!”.
    Don Raffaè era un ex ‘uagliò venuto da Napoli. Per toglier subito di mezzo i dubbi e metterli al sicuro in banca. Cresciuto in uno di quei quartieri dov'è difficile farla franca. Con la panza da carboidrati a valanga ed un odore che sapeva di acido. Bruttoccio diciamolo. Fin quando con quello sguardo da impunito fissava i passanti come a voler intendere che infrazione avessero appena combinato. Stava sulle scatole un po’ a tutti. Affermavano sottovoce le comari nel negozio della Piumetta a gioco ultimato.
    Che poi tutto nacque quella volta che la Piumetta gli offrì un servizietto veloce nella jeep di pacca. Una fatica più perché la eccitava veder una divisa aperta ansimante che non dettava inquisizioni o timori o che altro. Che anche a lei Don Raffaè non piaceva per niente. Era sboccato e approfittava della sua posizione. Ed era pure brutto. Dai diciamocelo. Ed aveva stufato davvero tutti quando tiriterava che da giovane era stato uno di quelli che, citando Mario Merola, doveva scegliere se diventare camorrista o carabiniere. E andava a finir che se la menava  con questa storia, i più pensavano senza dirlo che di sicuro aveva sbagliato mestiere.
    Per lei fu una leggerezza ma lui invece la prese dura. Solo perchè per un attimo si sentì da mezz’uomo trasformato in un adone. Anche e soprattutto perché aveva travisato l’obbiettivo reale di quel gesto. Che sintetizzava sia l’arroganza sia quanto fosse farfallone.
    “Rocco prendi la jeep che andiamo in paese a controllare“. Ordinava all’appuntato che sapeva già che si sarebbero poi piazzati davanti al negozio della Piumetta per verificare il movimento.
    La sera a cena Rocco abbassando la televisione confessò le sue preoccupazioni alla moglie Carmela quando i figli era già a letto. “Carmè. U’ maresciallo sta uscendo pazzo“. Lasciando scivolare la conversazione verso faccende scomode.

    Quando entrò per la prima volta nel negozio della Piumetta a comprare agli e vino rosso a buon mercato Adrian, che giù al cantiere tutti lo canzonavano Mutu in onore al calciatore del quale non aveva di certo il profilo sorvolando sul conto corrente, se ne innamorò immediatamente. Non che pensasse al sesso tutt’altro. Forse e alla fine in quella donnona rassicurante vedeva più la mamma. Un senso di morbida protezione. Era un po’ grassotto e ben stempiato. Un romeno anonimo e spento e distante che prima o poi ti passa davanti agl’occhi. Non aveva una buona parlantina ed era pure timido. Il fatto poi che bevesse robusto invece di sciogliergli la lingua lo bloccava ancora di più. E finiva così sempre ubriaco a cercare tra i ricordi quei due o tre che sapevano un po’ di buono cullandosi su fotogrammi dai colori pallidi della famiglia e del suo piccolo paese al nord della Romania dal quale era scappato dopo un matrimonio finito male.
    La Piumetta provava una grande tenerezza per quel ragazzotto timido e impacciato che raramente alzava lo sguardo da terra. Sorridendo tra sé gli veniva istintiva di proteggerlo come un figlio. E gli piaceva trastullarsi due minuti con lui e infilargli a conto fatto qualche verdura extra nella sportina della spesa.
    Poi quel pomeriggio di vicino Natale entrando in bottega dopo aver scolato una bottiglia di rhum importante con gli amici Adrian le pronunciò due parole che cambiarono le bisettrici della sua vita. Due parole che avrebbero portato venti di incomprensioni e tempesta. Gli sussurrò due parole che nessuno le aveva mai dichiarato prima. Gli disse: “Sei bellissima“.
    Piumetta arrossì insieme a lui anche se non era sua abitudine e si sistemò la ciocca civetta dietro l’orecchio.
    Il maresciallo osservando tutto dalla penombra del parcheggiò sibilò ad un appuntato che non sapeva più dove guardare: “A chisti ‘i fotto“.
    E ce la mise tutta Don Raffaè. Iniziò nello sguinzagliare sua moglie in giro a parlar male della Piumetta che anche se tutti conoscevano la storia qualche vipera sua pari l’avrebbe sicuramente trovata. E donna Concetta, che aveva già inteso avvisaglie losche nell’aria da vecchia donna del sud dimessa con un’acidità indirizzata verso l’obbiettivo sbagliato, Quasi con un senso di inutile rivincita., Si dette ben daffare.
    Ed anche per Adrian le cose non si misero affatto bene. Anzi con lui fu tutto molto semplice. Una pendenza per uno scooter rubato anni prima nella periferia romana. Quella scazzottata con due albanesi che gli costò una denuncia per rissa e otto punti di sutura. Insomma. Uno con le sue piccole colpe che a guardar bene non si distinguevano molto dalle piccole colpe che ognuno di noi si porta dietro in una vita. Ma a differenza delle nostre. Lui le sue le pagò fino all’ultima stilla.
    Lo fermò persino una sera nei giardini pubblici umiliandolo davanti a tutti perquisendolo. Sibilando poi ai passanti intimoriti che quello è uno spacciatore ed è pericoloso. Anche se Adrian odiava la droga e i drogati. “E poi che minchia ci faceva tutte le sere nel negozio della Piumetta? Non è che?“. Spargendo il germe del dubbio dette il meglio di sé. Don Raffaè.

    Cambiò la vita di Piumetta e di Adrian ma cambiò anche quella del paese credetemi. Una coltre di stoltezza iniziò a coinvolgere invisibile ma decisa un po’ tutti. Si partì nei bar a straparlar gratis e male. Dalle briscole all’’asso di bastoni si passò dritti a far battutacce da stucchevoli cafoni. Intorno a quello schiocco confessionale le voci al curaro delle tossiche da tre funzioni al giorno rimbalzarono acide ed inquisitorie protette dalle antiche pietre della chiesa. Persino l’ingegnere affermava che si era passato il limite. Donna Concetta comiziava e dispensava oramai ad un plotone di casalinghe represse parole piene di disgusto moralista verso la Piumetta che almeno all’iniziò incassò quegli affondi come un pugile rintronato stretto alle corde. Fino al giorno in cui seppe che Adrian era stato arrestato. Giusto fino a lì.
    Don Raffaè l’aveva trovato ubriaco su una panchina e lo aveva portato dentro in manette quando si era permesso di apostrofarlo con un chiaro stronzo all’ennesima richiesta dei documenti.
    Ecco. Le cose iniziarono a precipitare proprio da quel preciso momento.
    Non perché il lavoro di due anni era andato a puttane in due settimane no.
    Non perché persone che fino al giorno prima la salutavano solari adesso la guardavano come la fonte di tutti i mali no. Con ogni probabilità si scollò inconsapevole dalla bieca realtà.
    Chissà se sentì improvvisa la pesantezza del vivere e ne ebbe timore.
    O forse guardando quei cento chili allo specchio vide per la prima volta quei cento chili che aveva sempre nascosto ai suoi occhi.
    Ci fa più sollievo pensare che percepì il suo gesto come un obolo supremo e necessario all’amore che non si può consumare.
    Non lo sappiamo che cazzo successe diciamocelo. Ma il giorno dopo Piumetta non aprì il negozio. E neanche il giorno dopo. E neanche quello dopo ancora. Quando la Francesca preoccupata andò con il Romeo a casa a cercarla e trovarono la porta aperta e le stanze vuote scattò l’allarme.
    Troppo tardi.

    La ritrovarono due fungaglioli  che salivano su per quell’anonima pinetina di un sabato mattina dal sole generoso.
    I referti dissero poi che era rimasta appesa a quell’inconsapevole ramo almeno un giorno.
    Appena la notizia travolse i pettegolezzi sul paese calò un silenzio pieno di vergogna e disagio. Tardivo ed inutile. L’ipocrisia del viver solo di facciata criticando la vita di chi invece ci prova davvero a vivere dietro quella patetica facciata aveva vinto ancora. Per l’ennesima volta.

    Quando il dottor Germi arrivò nella collinetta, Don Raffaè era piazzato impresario sulla cima ad osservare capo branco il via vai operativo. “Che è successo maresciallo?” Gli chiese tra barellieri e sbirri incuriositi e borghesi dalle curiosità incancreniti. “Che è successo dottò. Si è suicidata“. Borbottò lanciando un calcio ad un sasso che ostruiva il suo nobile passo. Poi su quella frazione di silenzio aggiunse sistemando la cinta in abbondanza sul pantalone d’ordinanza.: “Comunque. Quel che è stato è stato. Finiamola qua ‘sta sceneggiata“. E stringendogli il braccio e allontanandolo dalla folla di presenti sommò in un napoletano sprezzante ghiacciandolo: “E poi dottò. Pè mè ‘na femmena italiana che s’amazza pè nù romeno se l’è solo cercata“.

    (E crolla la fortezza/Del mio debole per te)