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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 22 agosto 2012 alle ore 12:48
    Barman

    Come comincia: Gli aperitivisti dal gomito infiammato affermavano unisoni che il Marcellino era l’unico barman che sapeva miscelare un Negroni con i terzi esatti e dargli il tocco giusto d’angostura e star fino con l’arancia che lì sbagliavan sempre tutti. E poi era stato lui che aveva raccontato unico la storia di com’era nato. Che il mitico conte Negroni. Figura leggendaria in quel di Firenze di ritorno da un viaggio di piacere negli States. Iniziò ad ordinare il classico e già famoso Americano con la variante gin al posto del selz. Si tramanda che il barman del Giocosa -il Bar di Firenze- un giorno lo avvicinò rispettoso e gli domandò Dottore. Tutti mi stanno ordinando l’aperitivo come quello del Conte. Avrei pensato onorandola di chiamarlo con il suo nome. Se a lei non disturba chiaramente. Il Conte annuì impeccabilmente vestito e da quel giorno e via e via.
    Era pure eccelso nell’Americano stesso che teneva giusto un po’ più alto di Campari che tanto piaceva alle ragazze dal sorriso e la scollatura generosa e non faceva mai il furbo con il selz.
    Che certi bar senza lode te lo riempiono di soda e poco più e ti tiran via 5 euro. Se poi ordinavi un cocktail Martini extra dry andava di competenza e gesti giusti e minimali. Tre gocce di vermouth per insaporire il ghiaccio e via di strainer tutto con cura. Dodici cl di gin rigorosamente Tanquirai e chiamalo pure aperitivo pensava tra sé. Una botta di burbero distillato prima di andare a tavola non era esattamente la cosa più adatta. Che poi lo sa perché si chiama Martini? Domandava all’avvocato che il sabato passava per il rituale dell’aperitivo concedendosi una mezz’ora da (in)esperto di cocktail. Non c’entra niente la Martini azienda. Anche se hanno avuto un bel culo con questa storia. Si chiama così dal nome del barman che lo creò. Un messicano di nome Martinez. Infatti se vede la composizione è praticamente tutto gin ed i codici di miscelazione parlano di vermouth. Non Martini. Concludeva strizzando l’occhio e la scorza di limone per il tocco finale. Quante ne saprà il Marcellino eh! domandava l’avvocato celebrandolo in giro tra i presenti.
    Era proprio vero. Ci sapeva fare il nostro Marcellino. Non perché nel suo lavoro vedesse qualcosa di un po’ mistico e trascendentale che aveva notato esibito da certi colleghi di chiara fama durante gli stage della Bacardi no. E neanche perché la gente paga ed è giusto darglielo. Lui quando aveva le bottiglie in mano sapeva sempre “quando era il momento giusto”. Confidava ai pochi intimi tra bevute competenti senza mai tirarsela. Appena stringeva quei vetri tra le dita entrava come in sintonia con i loro contenuti. Le loro storie di distillo fermento e stagionatura.
    E ne diventava complice e messo.
    Perché il Marcellino se voleva adesso era a New York. Sosteneva qualcuno. Ma era nel bar di famiglia che era cresciuto e in qualche maniera si sentiva barman solo lì. Nella vecchia pedana che avevano calpestato il babbo e la mamma per anni. Aveva rifatto il trucco al bar con un gusto sobrio e quel crema mai stizzito da certi tocchi di pastello rosa che all’inizio sembrò così poi invece a star seduto scoprivi che rilassava. Rinnovò i tavoli di un faggio essenziale e misurato meritandosi una postazione american bar da far invidia ai migliori di Firenze. Le foto in macro seppia che celebravano uno dei mestieri più antichi del mondo con su ritagli di lavoro appese nelle prospettive giuste. Ma la Faemina da due gruppi che l’espresso suo era tra i migliori e la pedana giusto scartata e trattata rimasero al loro posto. Si devono riconoscere i segni del tempo e sapergli dare onore e riconoscenza. Si ricordava tra sé quando tirava giù qualche tot di grappa barricata e rivedeva suo padre che gli insegnava a fare i cappuccini e gira questa manopola qui che attiva il vapore e stai attento a farlo roteare bene. Che il latte non deve bollire ma mussare. Ricordatelo. La differenza è tutta lì.

    Il giovedì era chiusura per turno ed era il giorno che il Marcellino si toglieva la maschera lontano
    da tutti e si spostava in città per gli acquisti. Ad impreziosir la sua cambusa di etichette di vermouth Carpano e cognac Remy Martin e tequila Sauza Reposade. Per la quale aveva un debole che persino il suo fegato iniziava a detestare. Quattro set di scotch scelti a modo e due di barbon più classici. Che il Jack è sempre il Jack e si vende bene. Anche se lui lo trovava troppo ruvido e scomposto. E intimamente pensava che quel barbon lì più probabilmente doveva la sua fortuna a gente come Belushi e Keith Richard. E molta meno a cantinieri esperti enfatizzati dagli spot. A sostener degustazioni a largo raggio con venditori che nel Marcellino riconoscevano il cavallo di razza e che omaggiavano di costosi assaggi attenti alle sue considerazioni e critiche.
    A ricomporre le batterie di bicchieri. Dieci Old Fashioned e due da sei di Tumbler medi.
    Che i ragazzi al bar ne rompevano uno scatolone a settimana. Qualche accessorio per decorare e pagamenti lunghi e ben distesi. Che il Marcellino era cliente cinque stelle e andava accontentato. Poi relax su aperitivi spesi nei bar del Lungarno che visto seduto da lì ti illude immobile. Osservando come ipnotizzato la storia che trasuda discreta da Ponte Vecchio.
    Ad aspettar la bimba.

    Ciaooo amore mio! La voce stridula ed abbondante della Giulia lo riportò sulla terra mentre inseguiva flash back dell’infanzia sparati dalla memoria in ordine sparso con l’airone che svolazzando tra i tavoli seminava sguardi allo sbando. Azz com’è vestita.
    Realizzò ricomponendosi.
    Con quel tovagliolo ceruleo Prada che fasciava un culo biz class. La maglietta last minute dei D&G che esaltava un seno fiero ed eccessivo. Due grattacieli al posto dei tacchi su collant appariscenti e costosi. E poi il viso della Giulia. Occhi verdi di taglio orientale. Naso alla luna e due labbra così. Capelli neri lunghi adescati dal parrucchiere ogni giorno.
    Gli zigomi discretamente perfetti. Sembrava cesellata di bisturi. Sorrise tra sé.
    Poi con la Giulia a desinar nel ristorante rinomato di splendida veduta affacciato. Battute svelte e complicità. E portate e vino buono. E Marcello bevi troppo! E Giulia almeno tu! E allora garçon! una bottiglia di Solaia! Scialacquando un’ordinazione con battuta che lasciò uno sfregio nella sua carta di credito che si risarcì  tre mesi dopo e risate con la Giulia a dissacrar per un momento la vita ordinaria. Poi con la Giulia a perdersi in quel letto d’albergo di camera stretta. Pagando un extra in lenzuola di seta per muoversi in fretta. A cercar in quel corpo e nei suoi morbidi baci un oblio che lo portasse lontano dalla stupida facciata di quella stupida movida che è la vita. Con la sua voce che a volte cambiava ambigua e che lo scivolava in quella lussuria proibita che almeno per una notte anestetizzava le sue paure e le sue debol/incertezze. E con quell’occhiate che si perdevano in sguardi che lo sorpassavano arrivando a sfogliarne il segreto fondo. Dove solo lei sapeva approdare e far crollare le barricate fino a tradurre il suo vero mondo.
    Poi con la sigaretta tra le labbra e le carezze lente della Giulia a ritornare nella bieca sfera degli onnivori controvoglia. Con la Giulia che lo sfiorava al mattino quasi percependo il baratro dove stava camminando fin anche cadendo. Come/meglio di una donna. Perché sarà pure cara. Sarà pure eccessiva. Sarà pure matta. Pensava un po’ confuso ma rilassato lungo le curve del rientro in un carteggio di immagini che protocolla a se stesso le riverenze.
    Ma la Giulia rimaneva il più bel trans di Firenze.

    Ci sei andato? La voce della Debby lo distolse da quel macchiato che stava preparando un po’  distante. Marcello la guardò scocciato. Dove dovevo andare sorellina? Rispose deciso con un sorriso poco convinto e non condiviso. Lo sai bene dove dovevi andare. Aggiunse lei con far di mamma preoccupata. Senti un po’ sorellina. La devi smettere con questa storia. Guardami! Ti sembra che abbia dei problemi? Si. Ribatté d’impulso lei. Anche se per adesso riesci a mascherarli. Ma fino a quando Marcello. Fino a quando? Concluse girando i tacci ed andandosene strisciando via dal bar che li guardava un po’ imbarazzati. Con tre clienti confusi che sfogliavano inutili quotidiani di brioche impacciati e curiosi in mezzo a the liofilizzati.
    Marco glielo ripeteva all’infinito. Guarda che sei tu quella che ci rimette il fegato non lui. Ricordatelo. Che Marco gli voleva bene davvero alla Debby. Che a 23anni lavorava nel sociale con passione e competenza e delle tossicodipendenze ne aveva fatto intreccio di vita. Lascia perdere. È grande. Insisteva lui. Ma quale grande Marco. Ma lo vedi che recita un copione che non potrà durare ancora per molto. Non lo vedi? Singhiozzava stringendosi tra le sue braccia di muratore temprato.
    Lo vedeva eccome Marco quando passava dal bar. Di come scivolava in tutti quei gottini di tutto dispensando indisturbato battute efficaci e commenti calcistici competenti. Ma il Marcellino era quello lì. Lui per primo non ne vedeva un altro anche quando cercava di scrutare l’androne del suo anelito tormentato. Ma si sbagliava. Come tutti. A parte la Debby. Chiaramente.

    Quella notte Marcello si ritrovò prigioniero di un brutto sogno. Eran ragni marcantoni che lo inseguivano nel mezzo di una gigantesca tela che non trovava conclusioni. Con un contorno di visi e refrain di vite passate che parlavano barbaro e deserti e strane pedonali costellazioni. E lui legato ad una grande Croce a inseguire le sue lisergiche allucinazioni che fu un brutto sogno di orchi e fate sgualcite e nani brutti che giudicavano le sue azioni. Quando si svegliò completamente sudato con su un odore sgraziato pianse nel buio della stanza. Pianse sui resti della sua anima terremotata.
    Pianse come uno che aveva capito di essere arrivato all’ultima fermata.

    Stranì in quei giorni Marcello. Se ne accorsero i clienti tutti e se ne preoccupò la Debby. E quando arrivò il giovedì di chiusura partì per la city ma non si presentò a far le solite spese ne a deglutir le degustazioni ed anzi andò di caffè e cioccolata amara. Ed evitò di rispondere alle telefonate incalzanti della Giulia che lo inseguivano vos di sirena mascherate dietro rasoi affilati e  Chanelle n°5 comprato bello mio nella profumeria più cara.
    Camminò per un po’ lungo le strade piene di storia del centro scecherando quel biglietto tra le mani che sua sorella gli aveva allungato tempo prima. Cercando finto/distratto di sbagliare la strada/rima. Arrivato di fronte ad un antico portone consumato dal tempo esitò un attimo e poi suonando al pian terreno entrò guardingo ma a vederlo rilassato. Si ritrovò in una stanza eccessiva dove una decina di sedie messe in cerchio smorzavano lo spazio poco illuminato. Come a dar l’idea di un peccato che non avrà fine perché non è mai iniziato.
    Salutò tutte quelle persone che erano sedute. Alcune un po’ spente.
    Altre più avanti nel gioco che sembravan contente.
    E stupendosi ancor prima di sedersi chiese la parola e riconobbe quello che non aveva mai avuto il coraggio di confessare persino a se stesso.
    Avendo sempre reinserito sbadato quel problema tra gli ultimi della sua lunga lista.
    Disse mi chiamo Marcello. E sono un’alcolista.

  • 21 agosto 2012 alle ore 7:13
    Che ne sarà di noi?

    Come comincia: “ Mi ricordi papà, quando ogni mattina, lo vedevo attraversare Piazza degli Artisti con due valige, per traslocare i suoi libri, nella nuova abitazione; noi tutti si rideva, ben lontani da dargli una mano.” Avevo dimenticato questo quadro, che la voce di mia sorella, al telefono, ricrea. E dire che mi ritrovo a compiere, da qualche giorno, lo stesso rito, con la medesima sacralità, che lui dava al possesso dei libri. Già..ma che ne è stato della sua biblioteca? A ben pensare ho solo una sua Letteratura Italiana, rilegata in pelle, a lettere d’oro. Quale distratta vita ho mai condotto da non chiedermi, almeno una volta e solo ora, a tarda età: -“ I libri di papà, dove sono finiti?”-  Quale frettolosa pulizia, alla sua morte, l’ha scacciato di casa con tutti i suoi libri? Distratti dalle onde della vita, perdiamo i punti cardinali dell’esistere. Eccoli, ora, i miei libri, trasportati a mano, uno per uno, collocati al loro posto nella nuova biblioteca. A guardarli, in questa varietà di toni e di grandezze (non amo geometrie né tonalità di colori) fanno parte di una rappresentazione, la mia vita. Basterebbe soffermarsi sui titoli, le date, le sottolineature, le note, scritte a matite, per comprendere ciò che è stato, ciò che è avvenuto negli anni. Li ho portati qui, in questa nuova dimora, come a sembrare un tappeto su cui riposare; tappeto anziano, polveroso, macchiato dall’uso. Una quotidianità nel nuovo incerto mondo che mi attende e ancora non mi appartiene. Ora che vi guardo, miei cari libri, sento il vostro sguardo di cose che hanno anima. Ed è come se mi chiedeste:-“ Che ne sarà di noi ? ”-

  • 19 agosto 2012 alle ore 9:16
    Savina

    Come comincia:      Una mattina d’estate ligure, quando i raggi del sole possiedono vibrazioni musicali, tanto da accenderti note inusitate nell’animo. Il mare, un azzurro stanco e fermo, lo s’intravvedeva dalle sberciature delle creuse diroccate, oltre gli orti. Il basilico, raso a terra, inaspriva le narici. Passeri, a stormi, facevano retrocedere rari gabbiani, intraprendenti. Era l’anno del congedo dalla scuola. Un esaltarsi di mille desideri trattenuti, per anni, tra i libri. La voglia di essere uomini e non fanciulli. Nel buio di quel magazzino, noi a recuperare remi e scalmi per armare il nostro vascello, una lancia ligure, scolpita nel legno di faggio. Vedo i volti di voi compagni, solcati dai raggi che entrano dalla porta socchiusa. Sorrisi, risa, lazzi, volti a ignorare il tanfo di umido e marcio che regnava tra cumuli di oggetti lasciati lì, per disuso. Nel ricordo, i volti più vivi, più accesi da una luce, che li delimita con cura, sono quelli di due compagni, che la vita ha portato via da tempo. Tremenda e salutare inconsapevolezza del proprio destino. Il mio sguardo è fermo sulla lama di luce che penetra dalla porta. Hai il profilo di un cammeo, inciso, con arte, in una conchiglia di mare. Il rosso crespo dei tuoi capelli, annodati dietro la nuca, scende sulle spalle scoperte. La linearità del tuo corpo snello, veloce, accompagna la verticalità accesa dell’ombra, scura, della porta. Sorridi, trattenendo una timidezza che ti si confà. Una polvere di lentiggini s’intrattiene sul tuo volto. Da dove vieni?  Forse, docili desideri ti hanno creata dal mare.  Note bitonali di un antico dialetto ligure ti donano il suono. Nella vita, sappiamo scegliere, ma anche perdere.                    

  • Come comincia: Come è semplice, più di un sorso d'acqua fresca, cadere giù nei pensieri molli, come fossi inerme e senza idee.
    Scrivere di me è l'unica pillola, solo che per incostanza,  prendo quando capita, quando non posso farne a meno e così rischio di star bene solo a metà. Non ho voglia di congedi fruediani, non mi va una lettura scialbadi un passato che non voglio più scandagliare, rivivrei solo ricordi a colori effetto melange, e non si sopportano allungo in testa pezzi di vetro, o frammenti di alito trapassato, come alberi di arance e limoni pronti da mangiare ma impossibili da afferrare. E'così che mi fanno sentire i ricordi, e non ho fatto altro in questo tempo che ricordare, fino e solo ad addormentarmi.
    I versi di una poesia aiutano a non mostrare mai del tutto noi stessi, o a farlo con grazia,
    e quando la debolezza di alcune sofferenze si doma con la parola scritta,
    è come aver toccato la migliore seta senza poterla indossare. E' tutta un'illusione,
    una scavatrice che fa solo rumore ma non sa scavare,
    una farfalla che respira solo a mezz'aria sopra le cose, dietro le cose, volando tra cieli di carta
    e si accorge atterrando della smagliatura del tempo che non sa più ghermire, e che sta solo perdendo.
    Me lo ha scritto anche il mare che la vita è un'opportunità, accerchiandomi l'anima alla riva, ma io ho ubriacato di vino rosso la mia malinconia e adesso randagia mescolo l'assurdità di un momento scadente ad un pensiero affranto di vanagloria.

  • 18 agosto 2012 alle ore 15:30
    Storia di un funambolo stabile

    Come comincia: Precarietà, fragilità. E’ la vita stessa, incerta, instabile. Non vi è alcuna legge, non vi è alcuna logica. Noi crediamo di camminare su forti e consolidate strade asfaltate, e invece…mille crepe, fratture, placche litosferiche in movimento che aprono vortici, essi ci risucchiano in un nulla perpetuo; la strada sotto i nostri piedi, che pare a noi cosi ampia, forse non è altro che una sottile fune oscillante nell’infinito spazio dell’aria. E’ la vita di Salvo Stabile, ma è la tua vita, la mia, di tutti noi.
    Egli è un giovanotto disilluso,deluso. Ora Salvo è un “uomo senza inconscio”, ma un tempo non era così, un tempo sognava, desiderava, aspirava, viveva. La speranza, l’ottimismo sono svaniti ed egli riesce a guardare alla realtà soltanto con lo sguardo labile della nostalgia, con lo sguardo del viaggiatore prossimo al naufragio. Sognava con quella biro e un foglio di carta bianco, candido, puro eppure così irreale, illusorio. Quel foglio non gli avrebbe mai dato da vivere, ma scrivere lo rendeva libero; riempirlo, colmarlo di parole, di inchiostro, era come un rifugio, le dita s’appoggiavano a quella biro come fosse la tastiera di un pianoforte. Scrivere, una melodia.
    Aveva studiato, s’era dannato, ma in concreto era riuscito a scrivere qualche storiella qui e li, qualche esigua “cosuccia”. Quella biro non gli aveva concesso la vita tanto sognata, e neppure denaro per arrivare a domani. Un bel giorno la realtà gli sferrò un colpo troppo forte, una botta violenta che annullò in lui il sogno, la speranza, i desideri nascosti: la morte del padre.
    Quel giorno fu una svolta, terribile. Salvo aveva sentito il peso del vuoto, del nulla, dietro le mille “pseudo - certezze” che la vita ci offre. Davanti  all’apparente solidità del mondo, Salvo era ora solo, senza alcuna guida o supporto, non aveva didascalie o “istruzioni per l’uso della vita”, ma catapultato nel labirinto, in bilico tra vivere e guardarsi vivere. Quella biro la buttò via, lontano lontano; il foglio di carta ebbe simil sorte.
    Decise di voler conseguire una laurea in Lettere poiché, in cuor suo, aveva sempre quel desiderio, in un misero cassettuccio della sua testa ripose il sogno di diventare scrittore, era sublime alle sue orecchie questa parola, aveva un suono infinito. Tuttavia doveva pur sempre pagarsi gli studi e aiutare la madre; almeno doveva provarci, a vivere. Così tra un impiego e l’altro, tra perpetue vicissitudini, la zia decise di prenderlo con sé.  Nemesi era una donna saggia, aveva vissuto una vita intera nel suo amato circo. Lì, tra i suoi funamboli e giocolieri, era una sorta di dea, una dea della giustizia, ma una “giustizia compensatrice”, distribuiva  gioia al momento opportuno, era una via d’uscita, una possibilità per Salvo, di liberarsi dal suo torpore e dalla sua inerzia.
    Un destino,un futuro che per Salvo era tutt’altro che Stabile, e sempre meno lo sarebbe stato. S’immerse così nel mondo circense, in quei profumi e quegli odori che sembravano estraniarlo dal mondo reale. Non aveva una vita felice, non aveva una vita, forse. L’unica donna che aveva avuto con sé era sua madre, e ora la zia Nemesi ,al suo fianco per indicargli un giusto equilibrio. L’equilibrio. Parola ignota a Salvo, la parola più dolce del mondo ad udirla, l’equilibrio come scopo di vita, come senso della vita stessa, forse meta irraggiungibile. Salvo scelse un’umile compagna di vita, con lei era difficile mantenersi in equilibrio, ma forse più facile che farlo con l’esistenza stessa,precaria e priva di un senso definito. La fune era la sua scelta. La fune non era né una bellissima donna, né un “posto fisso” di lavoro, e non era quella laurea in lettere (mai conseguita), ma era tutto ciò di cui aveva bisogno. Per una volta era a suo agio, era se stesso, era Salvo. Paradossalmente, su quella fune cosi sottile, cosi sul punto di cedere, era in equilibrio, in armonia, più di quanto lo fosse mai stato nella vita, su metri e metri di mattonelle e strade asfaltate. La erra gli era sempre tremata sotto i piedi, come in un eterno terremoto, ma la fune no. Lei lo cullava, lo amava mentre deliziava la gente nei suoi spettacoli, con poche acrobazie e qualche sorriso. Talvolta cadeva, e si rialzava, cadeva, e si rialzava di nuovo. La fune l’aveva capito: era un amore, un amore precario. Come il resto, del resto. Era quello che un tempo era la biro, come il pianoforte per un pianista, la racchetta per un tennista, una semplice fune era la felicità dopo il dolore, era la fuga dal grigio quotidiano, era però un amore precario.

  • 18 agosto 2012 alle ore 12:26
    Tutto questo non è invenzione

    Come comincia: Stare con un narcisista patologico è come stare sulle montagne russe, però il biglietto lo paga il cervello.
    Fiumi di amorose formule magiche sfoggiate dopo pochi giorni, ripetute talmente tante volte da intontire, da portare, malauguratamente, a crederci.
    I narcisi di oggi sono piccoli cesari, con un'immagine di sé grandioso che però non permette loro di vedere di essere composti essenzialmente da mancanze.
    La loro più evidente caratteristica, a detta di molti psicologi e riconosciuta anche da molte vittime, è la totale mancanza di empatia.
    Dal momento in cui state con un narcisista, siete una sua appendice.
    Dimenticate i vostri impegni, i vostri amici, le vostre preferenze.
    Fate quello che vuole lui, anche se vi chiederà di raggiungerlo da un momento all'altro.
    Richieste mai chiare, codici da decifrare.
    Se li lasciate da parte, iniziano quelli che da bambini avremmo chiamato capricci, ma che adesso, a questa età, quando questi individui hanno un vocabolario molto più ampio, ora che sanno più o meno ragionare e fare strategie, si sono evoluti su una cattiva strada, e hanno preso il nome di Bastonate Emotive e vi lasceranno, a lungo andare, senza fiato.
    Loro sanno benissimo quello che fanno quando vi fanno del male, ma è anche vero, fidatevi, che pensano sia giusto.
    Punizioni. Le stesse che si danno ai cani per addestrarli a fare qualcosa.
    Giorni di silenzio totale che seguiranno attimi esaltanti, per i quali non vi sarà data alcuna spiegazione, spingendovi a mettere in dubbio tutte le vostre azioni.
    Le vostre.
    Perché sarà impossibile pensare che lui, la perfezione, quello che vi ama così tanto, possa fare qualcosa di sbagliato.
    Sarà incredibile la facilità con il quale vi reputerete sbagliate, orrende, insensibili spietate senz'anima.
    Vagonate di scuse per cose che non vi sembra di aver fatto ma che, se ci pensate bene, avete fatto eccome.
    In nome dell'amore, dell'infanzia terribile di cui lui vi ha raccontato e che la crocerossina che è in ognuna di noi si è messa in testa di curare.
    La situazione che state irrimediabilmente aggravando.
    Quello che accadrà, è che mentre voi sarete messe alla gogna per qualsiasi cosa, lui avrà mentito almeno la metà delle volte in cui avrà parlato, anche su cose banali.
    Se cercate un benedetto confronto diretto, sarà uno show senza precedenti, con un happy ending in cui voi siete delle visionarie.
    Un rapporto di soggezione, non di coppia. Dove ogni vitalità vi sarà succhiata via dal re, a fondo, fino a quando ne avrete qualcuna. Fino a quando servirete.
    Saprete cosa si prova ad essere una bambolina. Un gioco da veri maschi.

    Per quanto mi riguarda, prima di conoscere la patologia per puro caso, variavo da angoscia colpevole a felicità nel giro di un secondo.
    Poi è stato come essere svegliati non da un bacio, ma da una voce che diceva“mentre dormivi ti è stato fatto questo, questo e questo”. Ho provato a negare, per prendermi la colpa ancora una volta come mi aveva insegnato, ma ho sentito le macerie di un cervello distrutto da mani diverse dalle mie.
    Finché non si trova il coraggio di ripercorrere ogni cosa, di ridare un nome di chiamarla con il nome di Violenza Psicologica, non si comincerà il percorso di rinascita.
    I casi di donne distrutte sono molti di più di quelli che pensavo, e non sempre hanno il coraggio di confrontarsi.
    Sul forum http://narcisismo.forumup.it/ potrete trovare un valido aiuto, una spiegazione ad ogni vostra domanda.
    Mille mani tese di donne fortissime, rese splendenti da orrori simili.

    La cosa è sfiancante. ma lo è molto di più stare zitti.
    Testa Alta.

  • 15 agosto 2012 alle ore 9:28
    Diario di un bisognoso

    Come comincia: Ho bisogno di rivederti, ho bisogno delle tue mani, dei tuoi sguardi appassionati. Ho bisogno dele tue parole e dele tue rassicurazioni; ho bisogno del tuo amore e della tua pazienza, ho bisogno di te.

    Da " I cento raccnti mai pubblicati " a cura di Lucio Sgambati Bottazzi

  • 14 agosto 2012 alle ore 11:04
    Una famiglia solo per l'anagrafe

    Come comincia: Ringraziando prima Dio e poi le mie capacità mi sono "elevato" rispetto al resto della mia famiglia acquistando un ristorante  che ancora oggi gestisco assieme all'unico fratello che ha creduto nelle idee.Da quel momento la mia vita è diventata un inferno,tutti,dico tutti hanno cominciato a pretendere,anche se posso recitare solo il "mea culpa" perchè nella mia bontà volevo aiutare chi stava peggio di me.E invece il mio mettermi a disposizione per risolvere i problemi che si presentavano di volta in volta,ha finito per autorizzare il resto della famiglia a fregarmi,dimenticando tutto un passato fatto di elargizioni continue fino a rubarmi una proprietà che,per il bisogno manifestato da una mia sorella,,abbiamo pensato,io e mio fratello,di intestare,con la testimonianza di nostro padre,a Lei e al marito.E' finita che il caro paparino,che nel frattempo è volato all'inferno,ha negato tutto rimangiandosi tutte le promesse fatte e facendo la più grande vigliaccata che un padre possa fare:mettere i figli gli uni contro gli altri con la scusa che la mia "elevazione" era diventata tanto alta che giustificava il ladrocinio.Ma loro,davanti a Dio e agli uomini,sanno il furto che hanno fatto e sanno anche le maledizioni che,da allora,ogni giorno,gli mando.A voi,cognato e sorella,solo per l'anagrafe,vi chiedo:vi ricordate quante volte mi sono messo a diposizione?vi ricordate quanti soldi vi ho regalato fino a chiamarmi zio Tom?Non vi dico Queste cose per rifacciare,ma solo per farvi sapere che da allora sto tutti i giorni con un'ipotetico bicchiere di vino in mano per brindare con Dio e bere alla Sua salute per il benesse mentale e fisico che Lui mi ha dato.Allo stesso tempo aspetto con ansia tutte le più brutte vostre notizie che possano pervenirmi,per gioire di una giustizia fatta nel tempo.Io non ho niente da rimproverarmi e se c'è qualcuno che ha qualcosa da dire su me o sulla mia famiglia,lo faccia pure.Noi siamo puliti,mentre voi siete sporchi,sporchi dentro.Anzi siete tutti sporchi e se è vero come è vero che esiste una giustizia divina non dovete godere di niente in questa vita ne voi ne i vostri discendenti,questo è l'anatema che io vi lancio.Se avete qualcosa da dire o da farmi sapere,abbiate il coraggio di farlo,io vi aspetto e vi aspetterò fino all'ultimo dei miei giorni.Non meritate altro.Questo è quanto volevo farvi sapere ,per liberarmi di quello che ho dentro. 

  • 11 agosto 2012 alle ore 17:00
    Sono parole

    Come comincia: E' successo che un giorno mentre gioco col bottone della giacca, mi accorgo di non avere carta per i miei pensieri. Per me diviene quasi un peccato non "potermi annotare", con la paura di dimenticare la definizione al mio umore, l'unica maniera possibile per non sentire più quella voce perpetua. Quelle parole inespresse mi fanno diventare rosse le guance, parole che se non scritte, mi allontaneranno. Perchè tanto ormai lo so che le parole per me non sono parole e basta, non mi sono utili alla comunicazione, è come se non fossero mie, è come se loro possedessero la mente, le mani. Le mie parole del cuore nero che non ho, del vento d'oro che non ho, della luna che, come una parolaccia, uso per affascinare il mio linguaggio, un pò troppo spesso. Le vedo passare e andar via così velocemente in fretta, che non posso dire se si tratti di follia, genio o "pucundria". Ci sono giorni che mi sfinisco per non pensare, per la paura di vedermele arrivare, come se tutto il tempo già vissuto poi non avesse senso, perchè in quel battito, mi fanno essere una persona diversa.  Allora per distrarmi gratto lo sporco a fondo, olio di gomito e a imbuto scivolo nella caraffa col ghiaccio, mi sento così frenetica che non riesco ad attendere tutto il programma della lavatrice, e allora leggo dietro le etichette dei detersivi per capire come siamo diventati schiavi del prelavaggio, e mi viene voglia di fare il bucato a mano, faccio il bucato a mano, e sento imprecare il vicino che mi consiglia qualche centrifuga in più, e di andare a quel paese. Sapete, con questo caldo è complicato fare tante cose, fare, strafare, rifare, ma per me stare ferma è pericoloso. E' così che ho iniziato a scivere. Nel silenzio e per noia, per ammazzare il tempo, il problema e che poi c'ho preso un sacco di gusto, una specie di fobia, una sorta di piacere a cui non so negarmi. Credo di averle sposate per un certo tempo ste stramaledette parole, poi l'abbandono fu un mistero, e il dolore provato divenne una liberazione. Ogni tanto ho un reminiscenza, un vago ricordo, ma cerco conforto nella razionalità. Ho smesso di farmi usare o possedere da loro, ho iniziato io a prendere il controllo. Io la voce, io la penna, io, come il fuoco più colorato di uno  spettacolo notturno, il giocoliere col suo numero speciale, il mio occhio in bilico tra sogno e realtà. 

  • 10 agosto 2012 alle ore 7:08
    Gli aquiloni

    Come comincia: Ricordo quella cicatrice sulla tua fronte. Un verme pallido, che veniva giù, perpendicolare alla radice del naso, infrangendo le rughe orizzontali, vere onde, fatte dai tuoi pensieri, mi dicevi. Quando mi tenevi in braccio, padre, ne toccavo la dura consistenza. Mi piaceva quel racconto di te, bambino, che t’eri illuso di far alzare in volo un aquilone, nel corridoio di una vecchia e buia casa di via Assarotti. Ne avvertivo l’epos dell’avventura spietata dei bimbi. L’infrangersi della porta vetrata, nel tuo incauto tentativo. A te ho pensato, da grande, alla tua cicatrice sulla fronte, quando ho incontrato gli aquiloni. Nella mia adolescenza postbellica, a Genova, non ne avevo visti, neanche ai compagni ricchi di via Crocco. Solo da adulto, un autunno di Berlino, in un tramonto di fosche nubi, coriandoli colorati, altissimi, flottanti nel vento, anelavano di oltrepassare un muro invalicabile. Ero a est, una landa povera e spenta che guardava, con meraviglia, le luci sfolgoranti di un mondo libero, aldilà del filo spinato. Sulla deserta piazza Tienanmen, tra lo sguardo amimico delle guardie rosse, in una notte di pece, lanterne di favole antiche, portate da un vento di libertà, volavano alte, in un silenzio duro a sentirsi. Ai bordi delle favelas di Baìa, ragazzi nudi, dalle carni crostose, avevano piedi scalzi, tra lame di vetri di una discarica; davano strappi rabbiosi ad aquiloni ruggenti nel vento dell’oceano. Sento ancora le loro grida, nella lotta impari. Ne acquistai uno, da un cinese, anni fa, su di una spiaggia del nostro litorale. Andava montato e fatto volare. E’ rimasto nella vecchia casa, al trasloco. E’ mai consentito, a un vecchio della mia età, di far volare un aquilone, senza suscitar scalpore? Non credo.      

  • 09 agosto 2012 alle ore 16:21
    Il gatto, il cane e la volpe

    Come comincia: C’era una volta un gatto di nome Micio che ogni giorno, in estate, se ne stava sdraiato sotto l’ombra di un verde melograno, e, in inverno e se non pioveva, sotto l’ombra di un prosperoso e rigoglioso arancio. Micio si alzava da quel posto soltanto quando il padrone gli metteva il cibo nella sua ciotola. Mangiava, si leccava i baffi, si lavava con la sua lingua il pelo e poi ritornava sempre là, sotto l’albero a godersi la vita. Spesso i suoi padroni lo lasciavano senza assistenza per diversi giorni e Micio, terminato il cibo che gli avevano lasciato nella ciotola, da animale domestico si trasformava per la fame in animale selvatico andando a caccia di topi, di lucertole, di uccelli, soprattutto di merli che planavano sul verde prato alla ricerca di qualche briciola di pane o di qualche lombrico o di qualche altro verme. Dopo varie volte, ormai nel giardino non esistevano più né topi né lucertole né merli né vermi. Micio aveva sterminato ogni essere vivente alla sua portata. Per sfamarsi Micio, ora, era costretto a scavalcare la recinzione e andare a mangiare di nascosto nella scodella del cane del giardino accanto, dove trovava sempre del cibo appetitoso e non i soliti croccantini di casa sua. Fido si chiamava il cane che mal sopportava questo fatto per due motivi, primo, perché non voleva che nel suo piatto ci immergesse il muso un altro e, secondo, perché quello era il suo cibo senza il quale sarebbe rimasto giustamente affamato. Come si sa, tra cane e gatto non c’è mai stato buon sangue e, da che mondo e mondo, raramente si è visto un gatto fare amicizia con un cane e viceversa. Fido, poi, invidiava Micio anche per la vita che costui faceva, anche se lui conduceva una vita simile, una vita da cani per intenderci. Purtroppo, siamo portati sempre a vedere la gobba degli altri ma mai quella nostra perché questa sta sulla schiena la cui visione ci è ovviamente impedita. Fido, perciò, quando vedeva Micio in prossimità della recinzione che separava i due giardini, gli abbaiava all’improvviso e a squarciagola, e Micio per lo spavento fuggiva come una saetta. Fido aveva il pelo di un colore bizzarro, indefinito, sfuggente e per questo i suoi padroni dicevano che quel pelo aveva il colore di un cane che fugge. Ironia della sorte, quando Micio scappava da Fido il suo pelo, in quell’occasione, prendeva il colore del gatto che fugge. In tal caso sia Fido che Micio avevano rispettivamente il colore del cane che fugge e il colore del gatto che fugge.
    Quel cane brutto e cattivo era diventato un tormento per Micio che oltrepassando la siepe del confine era costretto a scappare arrampicandosi, aiutato dai suoi artigli retrattili, lungo il robusto e grosso tronco di una grande quercia secolare. Ciò per sua fortuna era impedito al cane che non aveva gli stessi artigli.
    - Se ti acchiappo, farai una brutta fine. Non devi venire mai più -, gridava Fido guardando Micio dal basso verso l’alto, ovviamente nella lingua dei cani che risultava incomprensibile al gatto che, invece, parlava la lingua dei gatti.
    E lassù Micio rimaneva appollaiato fino a quando Fido per la noia causata dalla lunga attesa desisteva e andava via a riposare nel suo giaciglio.
     Questa storia si presentava ogni volta che i padroni andavano via per molto tempo, e Micio era costretto dalla fame a rubare il cibo di Fido, e Fido era costretto ad inseguire, a ragione, Micio per non rimanere affamato. Diciamolo chiaramente però. A Micio piaceva il cibo di Fido perché era più appetitoso e ricco di sapori e il fatto che rimaneva senza cibo era una scusa per giustificare il suo tentativo di latrocinio.
     Le situazioni, tuttavia, non durano in eterno e dire che ciò avvenga per fortuna o per sfortuna è relativo. Un bel giorno i padroni di Fido, infatti, fecero abbattere la quercia su cui Micio si rifugiava, perché essendo maestosa sovrastava pericolosamente la casa. Inconsapevolmente, però, avevano creato un sicuro problema per Micio a cui veniva a mancare in tal modo un rifugio, diventato per così dire perfetto, perché era a due passi dalla cuccia di Fido. Senza la quercia ora gli sarebbe stato impossibile fuggire. Il percorso per ripararsi nel proprio giardino era lungo e sicuramente non ce l’avrebbe fatta. Fido l’avrebbe afferrato con le sue lunghe fauci e l’avrebbe sbranato.
    - Meglio morire di fame che sbranato da un cane oltretutto antipatico e cattivo -, pensava Micio.
    E allora che fare? Micio non trovava nessuna soluzione a questo problema. Aveva perso ogni speranza, povero gatto, ma come si sa la speranza è l’ultima a morire. Anche se sperare vuol dire sottrarre tempo alla vita. Un bel giorno, infatti, da quelle parti passò la volpe Genìa che fece subito amicizia con Micio perché era nemica acerrima di Fido o almeno questo riferì a Micio.
    - Piacere di conoscerti, mi chiamo Genìa -, disse la volpe a Micio.
    - Piacere! Sono lieto di conoscerti. Come mai da queste parti? - Chiese compiaciuto il gatto.
    - Ero di passaggio nel giardino accanto e un brutto cane, molto cattivo e anche antipatico, mi ha rincorso per sbranarmi. Per fortuna che sono più veloce e più agile. Con un salto ho riparato in questo giardino, dove per fortuna ci sei tu, caro amico -, descrisse minuziosamente Genìa, la quale non era stata sincera con Micio perché non aveva detto tutta la verità. In effetti, lei era andata apposta in quel giardino perché voleva rubare un pollo dal pollaio per soddisfare il proprio appetito. Ovviamente Fido era un ottimo custode e svolgeva bene il suo lavoro altrimenti che ci stava a fare? In  caso contrario, i padroni gli avrebbero detto: - Fido, mangi pane a tradimento. Se continui così ti portiamo in un canile!
    - Fido anche a me sta antipatico. Mi abbaia sempre e mi rincorre tutte le volte che metto una zampa nel suo giardino per mangiare qualcosa dalla sua scodella quando ho fame. Dapprima, presso la sua cuccia, c’era una quercia su cui potevo rifugiarmi, ma adesso l’hanno tagliata. E questo per me è diventato un problema serio -, confidò Micio alla volpe.
    Analizzando il problema sollevato da Micio, Genìa pensò che, mandando Micio nel giardino accanto per distrarre Fido, si poteva accaparrare di qualche tenero pollo per sfamarsi.
    Escogitò, allora, una mossa strategica.
    Procurò a Micio una bella maschera di cagna di razza bastarda e gliela fece infilare.
    - Con questa maschera sembri una vera cagna, molto bella e fascinosa, che farà impazzire tutti i cani che ti vedranno. Se la indossi puoi tranquillamente andare nel giardino di Fido che al massimo potrà gongolare per farti la corte –, disse Genìa a Micio adulandolo.
    - Genìa, sei sicura che Fido non mi farà niente? Sei sicura che non si accorgerà che indosso una maschera? – Chiese preoccupato Micio.
    - Non lo noterà neppure, sii sicura che ti corteggerà perché assomigli ad una vera cagna! Se non ci credi guardati allo specchio -, confermò ipocritamente Genìa.
    - In tal caso non potrò andare lo stesso a mangiare -, affermò Micio.
    - Potrai fare tutto ciò che vuoi. Credimi! Importante che ti mostri tranquilla. Vai dunque -, precisò l’abile Genìa.
    Micio, fidandosi ciecamente di Genìa e spinto dalla fame, attraversò con un salto il recinto e mentre si recava lentamente e in silenzio strisciando sul tappeto erboso verso la scodella del cane, gli si presentò Fido che in un primo momento incominciò a scodinzolare per la gioia di vedere dopo molto tempo una bellissima cagna. Non si limitò a guardarla solo in viso ma, osservandole  attentamente anche il pelo del corpo, si accorse che quello non poteva essere il pelo di una cagna. Assomigliava al pelo di un gatto, piuttosto. Non poteva però dire che era il pelo di Micio in quanto l’aveva visto sempre fuggire. Un atroce dubbio lo avvinse. Insospettito, allora, Fido disse alla falsa cagna: - Che bella cagna che sei. Fammi sentire la tua voce che sarà bella altrettanto. Abbaia dunque.
    Micio incominciò a tremare e maledisse il momento in cui aveva incontrato la volpe. La sua mamma l’aveva avvertito, quando ancora era piccolo, di non fidarsi mai delle volpi. Sono furbe ed egoiste e ti mettono nei guai quando meno te l’aspetti. Lui, invece, c’era cascato come quando cade un fico secco dall’albero. Come si sa, gli avvertimenti dei genitori non vengono mai ascoltati e ottemperati dai figli.  Micio non aveva la forza di parlare né tanto meno quella di miagolare. Aveva solo la voglia istintiva di scappare. Ma non poteva farlo. Se l’avesse fatto sarebbe caduto tra le fauci di Fido. Allora era meglio tentare? Povero Micio, in quel momento per la fifa sicuramente gli venne lo stimolo di fare la pipì o quello dell’atto grande, ma non poteva chiedere di appartarsi, ovviamente.
    Fido, ringhiando malamente e allargando le zampe anteriori, irritato e infastidito gridò: – Bella cagna, fammi sentire se la tua voce è bella come il tuo viso.
    Micio, allora, costretto dagli eventi ci provò e la sua bocca invece di dire “bauuuuu” esclamò “mauuuuu”.
    Un attimo dopo il corpo esanime di Micio era tra le fauci di Fido e nessuno, in seguito, potette dire di aver visto un gatto che aveva il colore del pelo di un gatto che fugge.
    Genìa, nel frattempo, scappava incolume e soddisfatta, tenendo anch’essa tra sue fauci il corpo privo di vita di un tenero pollastro.

  • 09 agosto 2012 alle ore 10:38
    I borghesi del 2000

    Come comincia: Per definizione un salto nel buio è appunto un salto senza la ben nota rete circense di protezione, è qualcosa che non porta con sé né garanzie né certezze. E nel momento in cui il motore di codesto salto è una spinta morale, etica o comunque proveniente direttamente dal proprio cuore poco conta la riuscita o il fallimento dello stesso in quanto la purezza della spinta garantisce la salvezza del soggetto. Ad oggi va molto di moda il cosiddetto “salto nel buio col trucco” ossia con rete di protezione, invisibile ai più e purtroppo anche a questi stessi intrepidi azzardatori dell’ignoto. Voler approdare verso lidi della mente e del corpo ma con delle garanzie e certezze: i confini, un territorio circoscritto, essere sempre tra “amici”. Bene questi signori sono i borghesi del 2000. Gente brava per amor del cielo, brave persone come spesso si dice e si sente dire e come del resto effettivamente sono. Come quando si va a quelle serate, feste, sagre di campagna politicizzate in cui trovi la bandiera della Palestina o la bancarella di Emergency, il messaggio è: “non ti preoccupare, questa sera puoi stare tranquillo fratello sei tra noi, la pensiamo tutti ugualmente, non devi temere idee fuori dal comune o personaggi fastidiosi, goditi il tuo sabato sera e se ogni tanto hai dei sussulti interni butta l’occhio in giro e la bandiera della Palestina dovrebbe farti riaddormentare. Nessuno ti racconterà che 2+2=5. Nessuno oserà dar fuoco alle tue tanto amate certezze!” (poi che la bandiera della Palestina sia confusa con quella delle isole Samoa è un particolare del tutto irrilevante). Il salto nel buio con rete di protezione è il movimento del 2000, oramai che da questa parte di mondo tutti possiamo godere delle minime garanzie di cibo, letto, lavoro, cesso privato in camera, ci si può permettere di buttare l’occhio più in la ma mai al di la della siepe e sempre col paracadute attaccato. Fondamentalmente gente che ha studiato, intellettuali; persone inquadrate (forzate?) in un contesto socio-culturale del buono, del bello e del bravo che hanno voglia di tentare, di dimostrare; ma lo stesso tessuto socio culturale, la famiglia e il senso d’individuazione in qualcosa, tengono loro stretto un guinzaglio oppiaceo più o meno lungo. Queste persone hanno un enorme bisogno di certezze, di risposte ma soprattutto di confini e garanzie di appartenenza a questo tessuto. Poi esiste il peggiore dei borghesi del 2000, quello in cui sono riassunte tutte le qualità: salto con paracadute, giudicatore e ipocrita. Questa nuova specie va dal fratello negro (non è un errore di battitura è proprio scritto negro) o indiano, e lo giudica inferiore perché magari mangia con le mani o caga per strada. Giudica e si sente superiore e magari salvatore. Il suo motto è veni vidi vinci! Non ha alcuna spinta interna, le sue motivazioni non nascono dal cuore, non ha idee proprie se non un senso di appartenenza a una cultura, la sua, a una famiglia, la sua, a un gruppo di amici, il suo, eppur professa in giro fratellanza e sostegno. Giudica continuamente e tutto quello che non è tra i suoi confini è merda, in realtà è solo estrema paura dell’incognito e di quanto ciò possa intaccare le piccole e limitate idee della sua comunità. Se annusa pericolo per le sue verità potrebbe esser disposto a vender la madre o tradire l’amico del suo stesso gruppo additandolo con frasi del tipo: “sei tu che hai smesso di pensarla come noi!”. Cambierà marciapiede pur di non affrontare il nemico - l’opposto - e non è chiaro se per pusillanimità o ignoranza. Dunque se ne deduce che il borghese del 2000, che fondamentalmente non uccide non stupra ne ruba le caramelle ai bimbi di strada, appartiene a una scuola religioso-filosofica con dei confini ben chiari, stessi confini che garantiscon lui sonni tranquilli e la certezza che il sole risorgerà puntualmente. I valori che professa sono confusi perché non ha alcuna presa di posizione personale se non appartenenza a un gruppo. Non esistono idee migliori delle altre, più all’avanguardia o più forti, più sane o più pure; esistono solo prese di posizioni, serie oneste coraggiose. Come si fa a capire? Ascoltando il proprio cuore, solo da quello provengono situazioni pure e dolci di Amore comune. Fallimento o riuscita dell’impresa è a quel punto un affare del tutto secondario. Il resto è assurdità.
    Un grande disse: si ripaga male un maestro se si rimane sempre scolari…

  • 08 agosto 2012 alle ore 19:38
    Di rosso e di giallo in acqua trasparente

    Come comincia: Irlanda e scogliere a picco, immagino che un mare grintoso denso di salsedine fino ad impregnare l’aria possa rendere l’idea di come un cuore selvaggio decolli al solo pensiero della danza.
    Di rosso e di giallo sono le vesti, di acqua e di cielo lo sfondo e l’espressione di una strega colorata che espande il suo essere e il mondo di un potere benefico e altruistico. La musica, anzi le note scritte di nero veleggiano in una melodia turbinante che dona movimenti sinuosi a corpi sudati, la liberazione dei sensi che sottoforma di gesti antichi e tribali ritorna. Lo spirito si appropria di ciò che gli spetta, arti e tronco al suo servizio per la libera espressione di se. Non è una magia, è una religione e mentre penso a te non ho ancora finito. Sono in Africa, fletto le gambe più in basso, sempre più in basso, bruciano e ora ho il ventre forte, le braccia tese, ogni muscolo parla dell’anima, ogni sorriso apre il viso. Se i miei capelli si sollevano con il vento e viaggiano urlando  è solo l’inizio. “The village” è il suo nome, questa congrega di rosso e di giallo, questa euforia, questo discorso privo di parole che come uno slogan reclama il suo esserci, sono qui anch’io.
    Ne faccio parte e mi piace, manchi solo tu. Ho il potere di slegare le anime dalle loro manette e  dono gioia, guarisco. Dio è noi, noi siamo Dio perciò deve essere così.
    Se lo spirito è vivace, unico nella sua diversità in ogni essere umano ti amerò per sempre.
    Deciderò se è giusto o sbagliato o forse mai lo farò perché non mi importa, so che un corpo è sano se lo spirito lo vivifica fino all’ultimo centimetro di pelle, ed è proprio di questo che ti voglio parlare. Di Pelle di Luna.
    Era lei che aveva vinto la lotteria e si era comprata un’auto rossa con la quale sfrecciare attraverso le montagne in cerca del puma. Puma non era un animale ma un uomo.
    Il Puma era stato soprannominato così perché rispondeva a monosillabi bassi e con un leggero graffiante ringhio alle domande di chicchessia. Viveva solitario in una baita di legno che si era costruito e adorava starsene seduto sul gradino davanti alla porta ad attendere l’alba. Non che di notte dormisse, come i felini che si rispettino era la caccia il suo scopo principale notturno.
    Comunque, Pelle di Luna aveva comprato il biglietto della lotteria e il giornale lo stesso giorno, il biglietto era finito in fondo alla borsa e il quotidiano davanti ai suoi occhiali. Aveva letto di Puma proprio lì e nella sua espressione persa nel grigio della nebbia di novembre, uno spiraglio di luce aveva disegnato un sorriso sul suo volto. Perciò l’estrazione che avvenne per l’esattezza la vigilia di Natale fu per lei una gioia sconfinata che nulla riuscì a quietare. Acquistò immediatamente l’auto e si mise sulla strada alla ricerca di Puma, ignorando richiami, reclami, dettami, legami.
    Valicò ogni valle e si spinse a gran velocità sulle impervie curve frettolosa di giungere alla meta, lui non sapeva del suo arrivo chissà come avrebbe reagito.
    Puma che stava sistemando le sue prede con grande fierezza si complimentò con se stesso per il gran numero di esse e intuì che si trattava di un presagio.
    Era un uomo terribilmente spirituale dal fisico massiccio ed elevato. Un amore.
    Con un certo nervosismo avvertiva nell’aria quel sentore profumato, quel suono indefinito di foglie e fiori, quello senso di novità, verità, animosità. Nella foresta non trovò il benché minimo conforto, la sua solitudine gli piombò addosso come il più grave dei crolli pietrosi, lo sconquassò tutto, senti cedere se stesso in una bolgia squamosa e soffocante.
    Si gettò a terra, affranto, in un miscuglio di mani che afferrano il petto e un dolore paralizzante.
    Era lei, Pelle di Luna che già era diventata un’attesa ancor prima di manifestarsi. Mancavano pochi chilometri ormai, aveva superato ogni automobilista un po’ lento, sfidato divieti, confini, permessi.
    Si infilò una mano tra i capelli e sospirò tra una marcia e l’altra. Aveva chiuso con i pantaloni, d’ora in poi solo gonne svolazzanti, acerbe e gialle. Pomodori, limoni e bicchieri d’acqua fresca. In un infinito mondo trasparente di luccichii e diamanti vide la baita e mollò l’auto nel primo spiazzo disponibile. Lì tutto era disponibile. Gli alberi, i prati, le farfalle gialle screziate di nero e bianco, i leprotti che jump and jump fra i cespugli palpitanti sorpresi dall’affanno.
    Lei che lanciò le zeppe su un ramo e corse, si, non con l’auto ma con le gambe, i piedi, le braccia, i capelli all’indietro, la maglietta blu appiccicata alla schiena per il sudore e i denti stretti. Lui che improvvisamente si vide nello specchio, bello per la prima volta e non  come se l’immagine di rimando risultasse demoniaca. Sollevò il colletto della camicia e si apprestò ad uscire. Divino segno della provvidenza, il sole sembrò farsi più vicino, gli angeli varcarono questo mondo e posero se stessi, gentili e premurosi  in un andirivieni felice e celestiale. Non ci fu bisogno di nulla: si videro da lontano e seppero.
    Si strinsero l’uno all’altra come se si conoscessero da sempre appoggiando i profili, naso a naso, bocca a bocca, fronte a fronte. Si mossero impercettibilmente scivolando l’una sull’altro, bisognosi  di avvertire le rispettive essenze, miracolosamente soli. Giovinezza, salute, armonia, l’arte dell’istinto. Rimasero avvinghiati sazi e addormentati tra fiori bianchi e piccole api invaghite di nettare, un dipinto su una parete che fa sognare. Poi lei disegnò per lui e scrisse la loro storia mentre lui le medicò le ferite e la nutrì di pace, amore, bellezza. La posizione geografica di questo luogo non so quale sia, non è l’Irlanda ma nemmeno l’Africa, non è qui ne lì. Non è ne magia ne religione, è ancora altro, come il cosmo, i numeri, una cosa che fa parte di un’altra e un’altra ancora, una linea retta che non incontra mai un’altra linea retta, perché l’universo è questo, sorprendente, rivoluzionario, pazzesco. E se io sono te e tu sei me non possiamo evitare di danzare.

  • 07 agosto 2012 alle ore 18:49
    Paolino e suo padre

    Come comincia: Il padre:  Paolino, sei gay?
    Paolino:  Naa, perché, papà?
    Il padre:  Niente di più, solo curiosità!
    Paolino:  Il mio lui lo è però!
    Il padre:  Cosaaaaa!?
    Paolino:  Nulla contro eh!?
    Il padre:  Maledetta curiosità!!!

  • 06 agosto 2012 alle ore 20:08
    Vacanze al mare

    Come comincia: Vacanze al mare

    Eriberto Pototschnigh aveva ereditato dal nonno di origine slovena  l’impronunciabile cognome tanto che la gente, dopo un primo tentativo inequivocabilmente fallito, preferiva rivolgerglisi con il più accessibile nome.
    Era un tipo che amava scendere al mare di mezza mattina. Raggiungeva l’ombrellone che gli era stato assegnato, a testa bassa, con i giornali sottobraccio e uno dei suoi libri di poderosa qualità.
    Se era costretto buttava là un saluto al bagnino e tirava dritto. Mai una volta che si fermasse a parlare del più o del meno, ma non dava l’idea di essere un individuo altezzoso. Più che altro sembrava poco disposto a perdere tempo in ciance di scarso valore.
    Viaggiava verso la sessantina, quanto poco o tanto ci mancasse non saprei dirvi. Di una certa altezza, uomo di indubbia ma non sfregiante stazza, capelli bruni, due folte basette bianche. La chioma, con qualche spruzzata di grigio, approdava alle spalle per recuperare in lunghezza quel che in fronte l’incombente calvizie aveva iniziato a portarsi via.
    Un paio di occhiali Ray-Ban Aviator, marchio storico ma inequivocabilmente datato,  completavano l’effigie usuale.
    Si spogliava di maglietta e pantaloncini e li appendeva alle bacchette dell’ombrellone. Si sedeva sul bordo del lettino guardandosi intorno: una lunga occhiata al mare, ai suoi colori, alle sue movenze, al suo effluvio.
    Le sue mani subito si rivolgevano alla borsa da cui estraeva gli occhiali per la lettura, il pacchetto dei sigari e l’accendino. Si metteva in bocca un toscano, se lo accendeva esalando intorno a sé una nuvola di fumo non sempre apprezzata. A quell’ora, però, le sdraio della prima fila erano ancora spopolate. Lo so poiché mi è capitato di occupare anch’io le sdraio della prima fila, proprio accanto a lui. Una persona gentilissima, buongiorno e buonasera  non me li negava. Ma da un cortese buongiorno, ripetuto enne volte, non si sedimenta una conoscenza.
    A volte, preferiva la poltroncina alla sdraio più comoda per svolgere parte delle sue attività  che il periodo di vacanza dal lavoro non aveva saputo o voluto o potuto interrompere.
    Lo vedevo arrivare fino all’ingresso dei bagni in bicicletta, da solo. Oppure con un somigliante giovinetto sui dieci anni. Non l’ho mai visto in coppia con una donna, escluso quella volta in cui era accompagnato da una donna in età avanzata, probabilmente la madre.
    L’assenza femminile può essere spiegata in molti modi e potrei provare ad enumerarne le ipotetiche possibilità. Ma forse è meglio che lo faccia ognuno da sé, forse non è nemmeno essenziale.
    La vita delle persone ha spesso ritmi non simultanei e quindi perché pensare sempre alle cose peggiori.
    Mi sono trovato a riflettere sul lavoro che Eriberto poteva svolgere. Dall’uso non infrequente del cellulare e dalla presenza di documenti e tabulati nelle sue mani a cui dedicava un tempo cospicuo delle  giornate di mare ho immaginato che non poteva che essere un lavoro di concetto come si usava dire una volta, in un ruolo direttivo o manageriale.
    Anche i libri che leggeva erano enigmatici, perfino quando si esprimevano nel linguaggio di genere come le storie di avventura, i libri storici, le spy story o i noir. Ho buttato un occhio sul librone che stava leggendo: Iain Pears: La quarta verità, Tea 2010. Un libro di oltre 600 pagine, il cui ambientamento storico è quello dell'Inghilterra all'indomani della restaurazione della monarchia Stuart, nel 1664, curata nel dettaglio e valida non solo come sfondo, ma ne è parte integrante.
    Oxford, un luogo e un periodo di grandi fermenti politici, scientifici e religiosi. Un docente del New College viene trovato morto in circostanze misteriose. Una ragazza accusata dell'assassinio e condannata all'impiccagione. Quattro testimoni raccontano la loro "verità": un cattolico veneziano, Marco da Cola; uno studente in medicina, Jack Prestscott; un insegnante, matematico e teologo, John Wallis; uno studioso dell'antichità, Anthony Wood. Ma uno soltanto di loro dice tutta la verità.
    Ho letto differenti giudizi: sarà stata una lettura davvero avvincente?
    Con la tecnica regolarità di chi è avvezzo a contingentare le proprie attività secondo orari prestabiliti e programmati in anticipo, si immergeva in un lungo bagno al mattino dirigendosi al largo con uniformi bracciate. Il pomeriggio invece lo dedicava al figlio, sia nel nuoto che nei giochi di spiaggia come il ping-pong con un volano al posto dell’ordinaria pallina.
    A un certo punto mi sono accorto che i suoi sguardi si facevano prolungati e non erano rivolti al mare. Bensì a una donna, dislocata a qualche metro di distanza e pure lei nella prima fila, di fronte alla cui silhouette non si restava indifferenti. Da quel momento, la sua attenzione veniva rapita dall’entrata in scena di questa donna i cui tempi di spiaggia gli erano assai simili così come il periodo di vacanza: tarda mattina, tardo pomeriggio, l’intero mese. Una donna sola con due figli: un tredicenne già grandicello, moro e attraente come la madre e un altro di un paio di annetti a cui erano  indirizzati gli obblighi prioritari.
    L’immagine era di donna non comune, capelli lunghi, increspati e corvini, che lei si annodava al centro della testa con l’aiuto di un ferma-capelli di colore arancione a forma di fiore. Occhi scuri perennemente occultati da un paio di occhialoni di tartaruga, un viso affascinante, un corpo che, nonostante la recente seconda gravidanza, conservava una grazia che lei sapeva rivestire con costumi appropriati e di gusto. Gli occhi diritti sempre davanti a sé. Un portamento impeccabile, una perfetta abbronzatura.
    Aveva sempre dei copricostume leggeri, vaporosi e colorati ma mai vistosi, che indossava lasciando scoperto a turno uno degli omeri. Perfino le lievi imperfezioni  si trasformavano in giovamenti ulteriori, in arricchita  charme:  un neo fra naso e bocca, un nasino convesso alla Debra Winger, i lombi un po’, ma solo un po’, opulenti.
    L’ho visto, da quel momento in poi, anticipare l’arrivo in spiaggia non dovesse mai perdersi l’entrata in scena della splendida femmina a cui io pure non disdegnavo di rivolgere una sbirciata. 
    Mi accorgevo che le occhiate di Eriberto verso la bella signora erano ormai ininterrotte e gli era gravoso non renderle ancora più evidenti. Provava a ritornare con il pensiero, con gli occhi, con l’attenzione ai propri doveri in arretrato ma lo sguardo dai fogli dove si era abbassato tornava ad alzarsi e a girarsi nella di lei direzione.
    L’ho visto prendersi la testa fra le mani e rimanere lì, finalmente distolto, a pensarci sopra. Mi sono detto che non poteva essere solo quel carisma muliebre ad attrarlo. Doveva esserci qualcosa di più. Probabilmente gli ricordava qualcuno e mi sono quasi convinto che l’attrazione doveva scaturire forse da una somiglianza, da un preciso ricordo, da una fotografia scattata tanti anni prima: la foto di una donna del sud,  mediterranea, spagnoleggiante, quasi tzigana che sorrideva con sguardo intrigante verso la macchina fotografica.
    Non ho colto mai un tentativo di approccio, una qualche forma di avance. Nemmeno un ammicco di cortese saluto. Eppure, era palese il cambio di umore di Eriberto: come se da un passato lontano tornassero a rivivere ombre e luci, gioie e sofferenze di una grande passione degna del vigore della gioventù. Era sorpreso e infastidito, compiaciuto e incupito.
    Ora tornava ad accendersi per qualcuno, forse per nulla, in una stagione dell’esistenza in cui di solito ci si distanziava dalla furia dei sentimenti squassanti, dagli slanci tutto cuore poco cervello portatori sì di felicità al settimo cielo ma anche di sofferenze inaudite. Ora si accingeva a mettersi sulla graticola a fuoco lento per i giorni residui di villeggiatura.
    Tuttavia, l’ultimo giorno del mese ho visto il Signor Eriberto Pototschnigh avvicinarsi a quella donna, tenderle con garbo la mano, e proferire le seguenti parole: «Devo ringraziarla, gentilissima signora, lei non sa quanto la sua presenza mi sia stata di grande compagnia. I miei ossequi».
    Un lieve inchino del capo e già si era voltato per dirigersi a rapidi passi verso l’uscita. Lei non ebbe il tempo di replicare: rimase sbalordita, a bocca socchiusa, muta e assorta. Dopodiché abbassò gli occhi e tornò senza letizia ai propri legami.

  • 04 agosto 2012 alle ore 8:27
    L'albero antropofago

    Come comincia: La Toyota ha dei sussulti che non riesco a prevedere. Mi allaccio le cinture. Fuori la foresta equatoriale si bagna di pioggia calda,fumosa. Il tergicristallo ha un rumore metallico. Le spazzole di gomma, dure di sole, lasciano solchi sul vetro. Il sentiero ha tracce di ruote fangose. Viaggiamo tra due muraglie dai verdi cupi. Mi mancano i nomi di questa flora non abituale. Le mie narici avvertono odori nuovi, incerti da definire. Gran parte delle nostre piante esotiche ornamentali , qua, parassitano gli alberi. Le scorgo, esuberanti, negli incavi dei rami. Tralci di orchidee scendono, a tratti, da tronchi spugnosi d’umidità. Amid, il mio autista e guida, mastica rumorosamente qualcosa . –“ Ho portato l’onorevole Fini e sua moglie, una settimana fa”- Alle mie ovvie domande, curiose, risponde laconicamente, da professionista. –“ Lui ha taciuto per tutto il tragitto, sembrava assorto. La moglie era attenta e interessata. Faceva molte domande. “ - La vettura ora scende la collina. Avverto il suo slittare nel fango. Ha cessato di piovere. Raggi improvvisi cadono dall’alto, tra i rami, e accendono di colori le gocce ancora sospese nell’aria. Viaggiamo fasciati da un arcobaleno. Amid ferma l’auto e mi fa scendere. Mi sorprende il silenzio che ci circonda. Le mie nozioni sul Borneo risalgono ai magici clamori delle foreste di Salgari. –“ Vi stupite del silenzio? Il vostro inquinamento è giunto anche qui…eccone i risultati!”- Taccio, colpevole. Il mio sguardo è catturato da un albero, immenso come una cattedrale. Amid mi fa segno di avvicinarmi e di guardare attentamente la corteccia . –“Vede queste toppe nella corteccia? Fanno parte di un rito animistico di questa popolazione. Gli aborti e i nati morti vengono inclusi in nicchie scavate nello spessore della corteccia, che, col tempo,pensa a cicatrizzare, inglobando il corpicino. “- Provo uno strano sgomento nell’osservare, in questo immenso tronco, un’infinità di porticine, alcune fresche, altre completamente riassorbite dalla corteccia. Quest’ albero antropofago, cosparso di cicatrici,mi incute un riverente timore. Mi sfugge un gemito:-“ Perché, Amid?”- -“A primavera, quest’ albero è tutto un fiore. Le madri vengono a cogliere la vita dei loro figli non nati. “-
    Da un ricordo

  • 03 agosto 2012 alle ore 17:34
    La Beata Veronica da Binasco e Sant'Agostino

    Come comincia: Riflessioni di ritorno a Binasco dopo un viaggio nel Nord Africa sulle orme di S.Agostino
    (Veronica e Agostino)
    Mario Capodicasa curatore di una edizione delle Confessioni  così ci presenta nella prefazione  la figura di Agostino “ La sua grandezza, come teologo, filosofo, mistico, scrittore, psicologo, è data dalla sintesi armoniosa e splendente delle sue doti,.... se rifletti bene e lo segui nelle sue speculazioni e nella sua dialettica ravvisi Aristotele, Atanasio; se ti invade il fiume della sua eloquenza ravvisi Cicerone, Crisostomo; se ti commuove la genuina parola del cuore che è sempre alta poesia ravvisi Pindaro, Virgilio; se riesci a penetrare nel suo cuore lo vedrai simile a  quello di Paolo, generoso come quello di Pietro”.
    Veronica da Binasco, al contrario, una delle tante figlie spirituali del Santo di Tagaste è una povera ed ignorante contadina: quali dunque i punti di contatto, quale il possibile raffronto tra questi due Santi tanto dissimili per origine, cultura e periodi storici?
     Il cammino di fede parte per entrambi da Milano: la Milano romana di Ambrogio per il primo, la Milano ducale di Lodovico il Moro per la seconda; protagonista di spicco Agostino, difensore della fede cristiana a Cartagine, la nuova Roma, missionaria nella Roma dei Papi Veronica; singolare poi il fatto che la Diocesi di Pavia ne conservi le venerate spoglie sottoposte entrambe a varie vicissitudini e peregrinazioni: da Ippona in Sardegna nel Logoduro e da qui  in S. Pietro in Ciel d’Oro a Pavia quelle di S. Agostino e, a pochi chilometri, nella Parrocchiale di Binasco quelle della Beata Veronica dopo la traslazione dal Convento agostiniano di Santa Marta in Milano.
    Generato a nuova vita e abbandonate le giovanili dissolutezze, dopo l’incontro in Milano con Ambrogio ed aver ricevuto  il battesimo, Agostino il novello presbitero e poi vescovo di Ippona, ritornato in patria, all’epoca del  nascente culto cristiano, organizza nel 411 d.C. il primo  dei concilii di Cartagine. Oggi, nell’odierna Tunisia, uno dei luoghi che lo videro indiscusso protagonista, le Terme di Gargilius, sono ridotte a  pochi ruderi e si nota solo qualche sbrecciata colonna a rompere l’ondeggiare di selve di gialli ranuncoli e di solitari papaveri di color scarlatto. Così doveva essere questo  luogo, lontano e a lei sconosciuto, secoli dopo anche ai tempi di Giovannina ma non dissimile, quale immagine, dall’odorante e fiorita campagna di Cicognola dove la fanciulla rendeva con il suo lavoro mena faticosa la vita dei genitori ed attendeva nel silenzio di realizzare il suo sogno: una chiamata misteriosa farsi monaca!
    Così nell’immaginario della mente ora, chiudendo gli occhi, confondendo i luoghi, il passato con il presente e il presente con il passato, e come se vedessimo Agostino passar lieve su quel campo e prendere per mano Nina. Per lei ignorante ma dalla fede genuina accanto alle parole di Cristo “ Ti benedico o Padre Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” non valevano forse per lei, ferma nella fede cattolica, le parole di Agostino per il  manicheo Fausto ? : “ E’ vero che, benché ignorante, poteva benissimo possedere la verità in materia religiosa, …………….”
     Monito anche per noi portati a giudicare il prossimo ed a valutarne i comportamenti in termini di fede e religiosità.
    Se poi, non volessimo cedere all’immaginazione e riaprendo gli occhi cancellassimo questa intima visione, dalla cronaca e  dalla storia sappiamo per certo che da Milano, come già  detto,  punto di partenza della conversione di Agostino, Nina si avvia alla vita religiosa e spirituale, iniziando proprio da un  Convento agostiniano, quello di S. Marta la sua missione di conversa questuante e poi di missionaria per le vie di Milano, Como, Roma.  Nella provincia romana del Nord Africa,allora il colto e dotto Vescovo Agostino, formatosi nelle scuole di retorica di Cartagine e di Roma, riduceva al silenzio e disputava con successo  grazie anche alla  sua arte oratoria ( Aurelius Augustinus poi Doctor Gratiae)  le tesi ed argomentazioni di manichei,  donatisti ed altri scismatici oppositori della fede cattolica, così  Veronica nel nome di Cristo e della verità  parlerà ai ricchi ed ai potenti del suo tempo  siano essi i Duchi di Milano, Lodovico il Moro e Beatrice d’Este  nonché  lo stesso Vicario del suo amato Cristo: Papa Borgia,  richiamando ora in Milano a più onesti comportamenti  la poco morigerata corte ducale  e poi a Roma sede dei Papi, lei, l’analfabeta contadina di Cicognola, con umili e tremanti parole, ma per Divina Provvidenza toccanti e persuasive, indicherà la strada della conversione al poco raccomandabile in termini di virtù e costumi Papa Borgia-Alessandro VI.
     Artefici entrambi della luccicante e sempre rinnovata, da nuovi mattoni e nuovi castoni, casa del Padre, cercheremmo invano di differenziare il loro contributo a questa edificazione: tra gli operai e gli artefici del Regno di Dio non esiste distinzione tra orafi e badilanti!
    Allora in Africa,  il demonio sotto le sembianze di scellerati e debosciati giovani  cartaginesi induceva il giovane Agostino ai piaceri della carne nei lupanari della città e lo conduceva alle frivolezze dei giardini delle Terme di Antonino, ora, sconvolto dalla angelica purezza di Veronica,  il diavolo le si presenta, nel buio di una piccola cella, nel suo più reale e bestiale aspetto e ne lacera, ne percuote, ne trafigge le povere e misere carni.
    Nonostante queste diaboliche torture e tentazioni,  sia per Agostino che per Veronica le porte degli inferi non hanno prevalso; nel sorgere a vita nuova del primo scorgi il segno della misericordia divina nei confronti del singolo peccatore,  nella sofferenza corporale di Veronica, intimamente connessa con il sacrificio della Croce, vi trovi il tributo individuale alla redenzione e alla remissione dei peccati dell’umanità. Quando pecchi e ti smarrisci Agostino ti dice che puoi risorgere, Veronica ti aiuta a risorgere!
     

  • 02 agosto 2012 alle ore 21:11
    Eroe, Ti Canto Cadendo

    Come comincia: Conoscevo un supereroe, una volta. Lo conoscevo bene, forse fin troppo e come tutti i supereroi, a volte c'è bisogno di una loro drastica scomparsa per essere giudicati poi tali.
    Conoscevo un supereroe una volta, non lo sembrava e pareva solo una persona dalla grande pazienza terrena e dal grande spirito di ostinazione contro le cose brutte e del tenero amore umano caldo e gentile.
    Sembrava tutto che un eroe. Ma poi, quando viene a mancare, ecco lì la leggenda dell'eroe nascere da una perdita.
    Ho cercato di assomigliare a quel supereroe, ma forse non lo sarò mai.
    Volevo esser per te la forza quando prima ancora di desiderarlo ero già sconfitta da me stessa. Ti prenderei le mani e le bacerei con le mie lacrime se potessi, ho fallito dove tu eri riuscita e chissà se un giorno riuscirò ad essere come te.
    Ma, benchè i rammarichi, credo possa essere contenta di essere me a differenza del giudizio del mondo.. piccola come una bambina ma in grado di poter sperare ancora in una grandezza quanto la tua.
    Eroe al quale ambisco, hai dato il mantello alla persona meno opportuna, credo. 
    Forse le tue gesta spettano a qualcun'altro che non sia io."

  • Come comincia: LA METALLURGIA NEI GRANDI POEMI DELL’ANTICHITA’
     
    La nascita della metallurgia : la lavorazione dei metalli e l’uso dei metalli
     
     Il poeta latino Tito Lucrezio Caro ( 98-54 A.C.) nel suo De Rerum Natuta (13),  fedele al pensiero di Epicureo e partendo dall’analisi delle particelle minime ed indivisibili, gli atomi, ed  analizzando  i processi della conoscenza umana ed i meccanismi che presiedono ai fenomeni naturali, ci introduce, poeticamente nel Libro V alla nascita della metallurgia ed alla lavorazione dei metalli.:”Comunque sia, quale che fosse la causa per cui l'ardore/delle fiamme aveva divorato con orrendo fragore le selve/dalle profonde radici e aveva cotto a fondo col fuoco la terra,/colavano dalle vene bollenti confluendo nelle cavità della terra/rivoli d'argento e d'oro e anche di rame e di piombo./E quando gli uomini li vedevano poi rappresi/risplendere sul suolo di lucido colore,/li raccoglievano, avvinti dalla nitida e levigata bellezza,/e vedevano che erano foggiati in forma simile a quella/che aveva l'impronta dell'incavo di ognuno./Allora in essi entrava il pensiero che questi, liquefatti al calore,/potessero colando plasmarsi in qualsiasi forma e aspetto di oggetti,/e che martellandoli si potesse forgiarli in punte di pugnali/quanto mai si volesse acute e sottili,/sì da procurarsi armi e poter tagliare selve/ed asciare il legname e piallare e levigare travi/ed anche trapanare e trafiggere e perforare/.
     
    Le proprietà dei metalli
     
    Di seguito e sempre nel Libro V, Lucrezio mette in evidenza come, dopo la scoperta della metallurgia, gli uomini abbiano imparato a conoscerne subito  le caratteristiche e l’utilità:” E dapprima s'apprestavano a far queste cose con l'argento e l'oro/non meno che con la forza violenta del possente rame,/ma invano, poiché la tempra di quelli vinta cedeva,/né potevano sopportare ugualmente il duro sforzo./Difatti ‹il rame› era più pregiato e l'oro era trascurato/per l'inutilità, perché si smussava con la punta rintuzzata./”  ma, come mette in evidenza Lucrezio  i tempi cambiano :”/Ora è trascurato il rame, l'oro è asceso al più alto onore./Così il volgere del tempo tramuta le stagioni delle cose:/ciò che era in pregio, diventa alfine di nessun valore;/”…
     
     Usura e corrosione dei metalli
     
    L’osservazione di Lucrezio sui metalli e sul loro decadimento con specifico riferimento alla concezione atomistica delle cose, si fa ancora e più profonda ( Libro I) : qualsiasi sia la natura del metallo o della lega: oro, ferro, bronzo,  al pari delle pietre, tutto ciò,  con l’impiego e nel tempo,  si usura e si corrode senza che noi ne possiamo conoscerne il perché :“Per di più, nel corso di molti anni solari l'anello,/a forza d'essere portato, si assottiglia dalla parte che tocca il dito;/lo stillicidio, cadendo sulla pietra, la incava; il ferreo vomere/adunco dell'aratro occultamente si logora nei campi;/e le strade lastricate con pietre, le vediamo consunte/dai piedi della folla; e poi, presso le porte, le statue/di bronzo mostrano che le loro mani destre si assottigliano/al tocco di quelli che spesso salutano e passano oltre./Che queste cose dunque diminuiscano, noi lo vediamo,/perché son consunte. Ma quali particelle si stacchino in ogni/momento, l'invidiosa natura della vista ci precluse di vederlo./ “
     
    Riciclaggio
     
    Virgilio, nel Libro VII dell’Eneide, ci offre un saggio poetico sui riciclaggi del ferro e dell’acciaio: il nemico incombe e bisogna difendersi : attrezzi agricoli e mezzi per dissodare il terreno vengono rifusi e trasformati sotto forma di armi e di corazze: “ Cinque grosse città con mille incudi/ a fabbricare, a risarcir si dànno/ d'ogni sorte armi: la possente Atina,/ Ardea l'antica, Tivoli il superbo,/ e Crustumerio, e la torrita Antenna./ Qui si vede cavar elmi e celate;/ là torcere e covrir targhe e pavesi:/per tutto riforbire, aüzzar ferri,/ annestar maglie, rinterzar corazze,/ e per fregiar piú nobili armature,/ tirar lame d'acciar, fila d'argento./ Ogni bosco fa lance, ogni fucina/ disfà vomeri e marre, e spiedi e spade/ si forman dai bidenti e da le falci.”/
     
    Sfolgoranti descrizioni
     
    Omero (IX sec. A.C.),  nell’Iliade come nell’Odissea e parimenti Virgilio, nell’Eneide, quasi gareggiando tra di loro, ci offrono a profusione, “forgiando” indimenticabili versi, una sfolgorante descrizione di metalli in varie forme e dalle fogge e decorazioni le più diverse:armi, scudi, cocchi divini, vasellame, suppellettili, abitazioni, strumenti musicali;  per brevità  ci si dovrà  limitare solo ad alcuni rimandi: al lettore diligente la voglia ed il compito di dar seguito a personali approfondimenti.
     
    Gli scudi di Achille e di Enea
    Di seguito sono riportati i versi  che descrivono il lavoro di Efesto-Vulcano nell’atto di forgiare, su richiesta di Teti, la madre di Achille,  il nuovo scudo del Pelide dopo che quello indossato in sua vece da Patroclo era stato preda di Ettore a seguito dell’uccisione del fraterno amico.”Eran venti che dentro la fornace/per venti bocche ne venìan soffiando,/e al fiato, che mettean dal cavo seno,/or gagliardo or leggier, come il bisogno/chiedea dell'opra e di Vulcano il senno,/sibilando prendea spirto la fiamma./In un commisti allor gittò nel fuoco/argento ed auro prezïoso e stagno/ed indomito rame. Indi sul toppo/locò la dura risonante incude,/di pesante martello armò la dritta,/di tanaglie la manca; e primamente/un saldo ei fece smisurato scudo/di dèdalo rilievo, e d'auro intorno/tre ben fulgidi cerchi vi condusse,/poi d'argento al di fuor mise la soga./Cinque dell'ampio scudo eran le zone,/ (14 )
    Non da meno è l’abilità poetica di Virgilio, nell’VIII libro dell’Eneide, nel descrivere il lavoro dei Ciclopi, intenti nelle nere fucine etnee del dio Vulcano, a forgiare , su richiesta di Pallade-Atena, le armi di Enea: “Tosto che giunse: «Via, - disse a' Ciclopi -/ sgombratevi davanti ogni lavoro,/ e qui meco guarnir d'arme attendete/ un gran campione. E s'unqua fu mestiero/ d'arte, di sperïenza e di prestezza,/ è questa volta. Or v'accingete a l'opra/ senz'altro indugio». E fu ciò detto a pena,/ che, divise le veci e i magisteri,/ a fondere, a bollire, a martellare/ chi qua chi là si diede. Il bronzo e l'oro /corrono a rivi; s'ammassiccia il ferro,/ si raffina l'acciaio; e tempre e leghe/ in piú guise si fan d'ogni metallo./ Di sette falde in sette doppi unite,/ ricotte al foco e ribattute e salde,/ si forma un saldo e smisurato scudo,/ da poter solo incontro a l'armi tutte/ star de' Latini. Il fremito del vento /che spira da' gran mantici, e le strida/ che ne' laghi attuffati, e ne l'incudi/ battuti, fanno i ferri, in un sol tuono/ ne l'antro uniti, di tenore in guisa /corrispondono a' colpi de' Ciclopi,/ ch'al moto de le braccia or alte or basse/ con le tenaglie e co' martelli a tempo fan concerto, armonia, numero e metro/”
     
    Una profusione di oggetti metallici
     
    Poi in un crescendo di citazioni,  sia in Omero che in Virgilio, appaiono magnifiche descrizioni di: cocchi divini, vasellame, suppellettili, abitazioni, strumenti musicali: 
     
    Iliade
     
    Nel bel mezzo della battaglia tra Achei e Troiani, ecco intervenire in aiuto dei due schieramenti, alcune divinità armate di tutto punto ( Iliade-Libro V):“Immantinente al cocchio Ebe le curve/ruote innesta. Un ventaglio apre ciascuna/d'otto raggi di bronzo, e si rivolve/sovra l'asse di ferro. Il giro è tutto/d'incorruttibil oro, ma di bronzo/le salde lame de' lor cerchi estremi./Maraviglia a veder! Son puro argento/i rotondi lor mozzi, e vergolate/d'argento e d'ôr del cocchio anco le cinghie/con ambedue dell'orbe i semicerchi,/a cui sospese consegnar le guide./Si dispicca da questo e scorre avanti/pur d'argento il timone, in cima a cui/Ebe attacca il bel giogo e le leggiadre/pettiere; e queste parimenti e quello/d'auro sono contesti. Desïosa/Giuno di zuffe e del rumor di guerra,/gli alipedi veloci al giogo adduce./Né Minerva s'indugia. Ella diffuso/il suo peplo immortal sul pavimento/delle sale paterne, effigïato/peplo, stupendo di sua man lavoro,/e vestita di Giove la corazza/di tutto punto al lagrimoso ballo/armasi. Intorno agli omeri divini/pon la ricca di fiocchi Egida orrenda,/che il Terror d'ogn'intorno incoronava/”
     
    Odissea
     
     Oro, argento, rame: questa l’offerta, segno dell’opulenza delle case di Ilio,  di un prigioniero troiano onde aver salva la vita  come descritto nel libro VII: “L'aggiungono anelanti i due guerrieri,/l'afferrano alle mani, ed ei piangendo/grida: Salvate questa vita, ed io/riscatterolla. Ho gran ricchezza in casa/d'oro, di rame e lavorato ferro./Di questi il padre mio, se nelle navi/vivo mi sappia degli Achei, faravvi/per la mia libertà dono infinito.”
    Sempre nello stesso libro:“Palagio chiara, qual di sole o luna,/Mandava luce. Dalla prima soglia Sino al fondo correan due di massiccio/Rame pareti risplendenti, e un fregioDi ceruleo metal girava intorno./Porte d'ôr tutte la inconcussa casaChiudean: s'ergean dal limitar di bronzo/Saldi stìpiti argentei, ed un argenteo Sosteneano architrave, e anello d'oro/Le porte ornava; d'ambo i lati a cui,Stavan d'argento e d'ôr vigili cani:/Fattura di Vulcan, che in lor ripose” … “Canto arricchillo. Il banditor nel mezzo/Sedia d'argento borchiettata a lui/Pose, e l'affisse ad una gran colonna:/Poi la cetra vocale a un aureo chiodo/Gli appese sovra il capo, ed insegnagli/,Come a staccar con mano indi l'avesse.”
    Ecco, nel libro X dello stesso poema, la munificenza di oro, argento, bronzo, che arreda le maritali stanze della maga Circe dove Ulisse riprende le vigorose forze:“Bei tappeti di porpora, cui sotto/Bei tappeti mettea di bianco lino:/L'altra mense d'argento innanzi ai seggi/Spiegava, e d'oro v'imponea canestri:/Mescea la terza nell'argentee brocche/Soavissimi vini, e d'auree tazze/Coprìa le mense: ma la quarta il fresco/Fonte recava, e raccendea gran fuoco/Sotto il vasto treppié, che l'onda cape./Già fervea questa nel cavato bronzo,/E me la ninfa guidò al bagno, e l'onda/Pel capo mollemente e per le spalle/Spargermi non cessò, ch'io mi sentii/Di vigor nuovo rifiorir le membra./Lavato ed unto di licor d'oliva,/E di tunica e clamide coverto,/Sovra un distinto d'argentini chiovi/Seggio a grand'arte fatto, e vago assai,/Mi pose: lo sgabello i piè reggea/.E un'altra ninfa da bel vaso d'oro/Purissim'acqua nel bacil d'argento/ “
     
    Eneide
     
    E non da meno, come descrizioni di opulenza e di splendori metallici, risultano questi vrsi tratti dal libro II dell’Eneide:Poscia che ciò come profeta disse,/ comandò come amico ch'a le navi/ gli portassero i doni, opre e lavori/ ch'avea d'oro e d'avorio apparecchiati/, e gran masse d'argento e gran vaselli /di dodonèo metallo: una lorica/ di forbite azzimine; e rinterrate/ maglie, dentro d'acciaro e 'ntorno d'oro/, una targa, un cimiero, una celata,/ ond'era a pompa ed a difesa armato/ Nëottòlemo altero”.
     
     
     
     
     
     
     
    CONCLUSIONI
     
    La letteratura della classicità greco-latina, come messo in evidenza,  offre un immenso tesoro di riferimenti alla metallurgia ed alla lavorazione dei metalli: metalli come simbolismo tra dei, miti e leggende, suggestivi versi sull’origine della metallurgia, sull’impiego e l’uso dei metalli, le loro proprietà, l’usura, la corrosione, il riciclaggio, nonché sfolgoranti descrizioni e una profusione di oggetti metallici.Ai poemi cavallereschi della letteratura italiana, se ci sarà, il prossimo appuntamento a cominciare dal Tasso e dall’Ariosto.
     
     BIBLIOGRAFIA
     
    1) G. Casarini :” Riferimenti ad arti e mestieri alchemici metallurgici nella Divina Commedia: Fabbri e Ferraioli”-28° Convegno Nazionale A.I.M.-Milano Novembre 2000-Atti-Vol.2-pagg 635-541
    2) G.Casarini:” Metallurgia e scienza nei gironi danteschi”-Civiltà degli Inossidabili-Ediz. Trafilerie Bedini-Dic.1992
     
    3) G. Casarini:” Dante Alighieri e la Metallurgia”- Pianeta Inossidabili-Ediz. Acciaierie Valbruna-Giu.1995
    4) G. Cozzo:” Le origini della metallurgia-I metalli e gli dei”-Editore G.Biardi-1945 Roma
    5) E. Crivelli:” La metallurgia degli antichi”-Supplem. Ann. Enciclopedia della Chimica-Unione Tipografica Editrice- 1913 Torino
    6) I. Guareschi :”Storia della Chimica-I colori degli antichi”- ”-Supplem. Ann. Enciclopedia della Chimica-Unione Tipografica Editrice- 1905 Torino
    7) A. Uccelli-G.Somigli:”Dall’alchimia alla chimica-Storia della Metallurgia e delle lavorazioni meccaniche nel medio-evo”-Enciclopedia storica delle scienze e loro applicazioni”-U. Hoepli Editore-Milano
    8) Esiodo: “ Le opere e i giorni”-Trad. G. Arrighetti-Ediz.Garzanti-1985
    9) Ovidio:” Metamorfosi”-Ediz.varie
    10) Tibullo: “Elegie”_Ediz.varie
    11) Virgilio:”Eneide”-Trad.A.Caro-Ediz.varie
    12) Virgilio: “Bucoliche”-Trad. L.Canali-Fabbri Editori
    13) Lucrezio: “De Rerum Natura”
    14) Omero: “Iliade”-Trad. V.Monti-Ediz.varie
    15) Omero: Odissea”-Trad.I.Pindemonte-Ediz.varie
    16) T. Tasso: “ La Gerusaleme Liberata”-Ediz. varie
    17) L. Ariosto: “ Orlando Furioso”-Ediz.varie
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 01 agosto 2012 alle ore 13:03
    La poesia rubata

    Come comincia: Caterina sbigottita non credeva ai suoi occhi, quegli occhi sinceri e limpidi dalle lunghe ciglia nere imbrattate dal rimmell, teneva tra le dita dalle unghie sempre perfettamente laccate ad arte, così come è diventato di moda fare fra le ragazze e le quarantenni in crisi d'identità, (e già immagino i fischi delle estetiste che vivono sulla bellezza delle donnine alle quale piace sempre essere in ordine per rivaleggiare e attirare l'attenzione del sesso debole, debole alla seduzione intendo...ma torniamo alla protagonista)  un giornale, le lettere stampate le vedeva quasi annebbiate, una a ridosso dell'altra e deglutiva a vuoto. La gola improvvisamente secca, non riusciva ad emettere alcun suono, le corde vocali non  vibravano e le labbra non esprimevano i pensieri malefici che in quel momento le turbinavano nella mente. Eppure la realtà era stampata su quel giornale, si! Le avevano rubato la poesia, l'unica che ,non si era rispedita in busta chiusa, ma ci vuole un bel coraggio e una buona dose di faccia tosta ad impadronirsi delle idee altrui, quando queste sono di dominio pubblico, e senza ma e senza se o perché i suoi bellissimi versi pensati, possedevano un'altra firma. Gli animali marcano il territorio per segnalare agli intrusi di girare al largo perchè la zona gli appartiene,  e così fa lo scrittore, una sorta di tenaglia, stringeva in una morsa la povera Caterina ,che puntualmente vedeva pubbicate le sue poesie e i suoi racconti scritti durante qualunque ora del giorno e della notte, da un giornale locale che dava risalto ai giovani talenti del luogo, senza correzione alcuna  e non come si usa fare nell'editoria, per aggiustare le frasi o i versi quel tanto da renderli commerciabili, era solo frutto del suo ingegno e ne andava fiera.  Non poteva lasciare scivolare via un'azione così meschina, aveva tutto memorizzato nel pc, anche l'ora attestava la proprietà del suo pensiero, frutto del suo ingegno, era pronta a tutto anche ad intentare causa contro chi aveva rubato, qui urgeva una bella lezione verso chi si credeva furbo. Anche un ceco ascoltando avrebbe capito chi in realtà ne fosse l'autore, la penna si riconosce siamo tutti unici nel nostro genere, è facile fregiarsi della bravura quando sono gli altri a farlo al posto nostro, i pescatori usano un bellissimo aforisma pittoresco che rende l'idea  " Com'è bello andare a pesci pigliati" e qui non c'è bisogno di spendere parole, la traduzione del gergo marinaresco è fulminante,  è come la stella del Nord in mezzo ad un cielo costellato da milioni di stelle, splende più di tutte non si può confondere tra le piccole e comuni lampadine.

  • Come comincia:

    RICHIAMI DI METALLURGIA NELLA LETTERATURA

     

     

    G. Casarini-Binasco (MI)

     

     

     

    RIASSUNTO

     

    “ Fragile è il ferro allor ché non resiste/di fucina mortal tempra terrena/
    ad armi incorrottibili ed immise/d'eterno fabro)….”

    T. Tasso ( Gerusalemme Liberata-Canto VII-vv )

     

     

    “Ecco Rinaldo con la spada adosso/a Sacripante tutto s'abbandona;/
    e quel porge lo scudo, ch'era d'osso/,con la piastra d'acciar temprata e buona./

    L. Ariosto ( Orlando Furioso-Canto II)

     

     

    La scoperta dei metalli, delle leghe metalliche e il loro uso, dall’età del ferro all’era moderna, quella degli acciai inossidabili e delle superleghe, hanno accompagnato ed accompagnano  l’evoluzione e la storia dell’umanità nonché il suo modo di vivere. Nella pratica quotidiana, per limitarci al loro impiego in casa, in ufficio e nei  mezzi di trasporto, i metalli, sotto forma di oggetti e di manufatti, i più disparati, ci sfiorano e  ci sono a portata di mano anche tale continua  familiarità lo fa spesso dimenticare e porta alla ingrata indifferenza.  Tuttavia non solo nella praticità e nel campo della scienza e del mondo industriale  ma anche nel campo delle arti i metalli hanno dato e danno direttamente  un significativo contributo all’appagamento di altri  bisogni e necessità  dell’uomo, quelle dell’estetica e del bello: basti pensare alle statue bronzee della antichità classica ed alle moderne sculture in acciaio inossidabile. Indirettamente, e questo è il tema di questo excursus, vedremo come sempre  nel campo degli appagamenti culturali e dello spirito i metalli abbiano offerto ed offrano immenso materiale nel campo della letteratura. Spaziando in questo campo, dall’antichità ai tempi nostri è facile riscontrare, punto di riferimento la  Divina Commedia, nella quale sono state evidenziate e commentate a suo tempo le innumerevoli terzine con  riferimento ai metalli, come gli stessi metalli non siano sfuggiti alla penna di storici, pensatori e poeti per evocare immagini, suggestioni, riflessioni degne della nostra attenzione. Nella presente memoria, data la vastità dell’esplorazione, il campo di indagine è stato confinato  alla classicità greco-romana. Vedremo come questa, attraverso i versi di Esiodo, Omero, Ovidio, Lucrezio,Virgilio e Tibullo,  offra un immenso tesoro di riferimenti alla metallurgia ed alla lavorazione dei metalli: metalli come simbolismo tra dei, miti e leggende, suggestivi versi sull’origine della metallurgia, sull’impiego e l’uso dei metalli, le loro proprietà, l’usura, la corrosione, il riciclaggio, nonché sfolgoranti descrizioni e una profusione di oggetti metallici.Ai poemi cavallereschi della letteratura italiana, se ci sarà, il prossimo appuntamento a cominciare dal Tasso e dall’Ariosto.

     

     

     

     

    PAROLE CHIAVE

     

    Esiodo, Opere e Giorni, Omero, Iliade, Odissea, Ovidio, Metamorfosi, Tibullo, Virgilio, Eneide, Bucoliche, Lucrezio, De Rerum Natura. 

     

     

    INTRODUZIONE

     

    Fluit aes rivis aurique metallum, vulnificusque chalybs vasta fornace liquescit ( Scorrono a ruscelli il bronzo e l’oro, l’acciaio atto a ferire si liquefa nel vasto forno): questo frammento di un famoso distico tratto dall’Eneide virgiliana ,  risulta impresso, quale motto, sulla moneta etrusca raffigurante Vulcano, il dio dei metalli, adottata come stemma dall’Associazione degli Industriali Metallurgici, primo atto di quella che sarà in seguito l’Associazione Italiana di Metallurgia ed è apparso per la prima volta nel numero di settembre del 1917 della nostra rivista La Metallurgia Italiana a testimonianza del connubio che sempre dovrebbe ricercarsi tra  scienza ed arte.

    A partire da tale frammento,  già citato a suo tempo nelle ricerche su Dante, i suoi mentori e la Divina Commedia (1-3) cercheremo di scoprire, con riferimento alla classicità greco-latina, le  immagini, le  suggestioni e le riflessioni che i metalli hanno evocato e prodotto nei versi dei poeti di quel tempo antico. Tale breve ricerca, oltre che sprone per i giovani cultori della metallurgia ad una più approfondita ricerca in questo campo, vuole rendere un modesto omaggio a tutti quegli studiosi che in passato non hanno disgiunto l’amore della scienza con quello della letteratura, primo fra tutti l’Ing. Giuseppe Cozzo e poi: E. Crivelli, A. Uccelli, G. Somigli e I. Guareschi (4-7)

     

    I METALLI COME SIMBOLISMO: TRA DEI, MITO E LEGGENDA

     

    L’antropologia moderna analizzando la preistoria e la protostoria dell’umanità, classifica la sua evoluzione attraverso le seguenti età: età della pietra ( paleolitico, mesolitico, neolitico), età del bronzo e età del ferro in funzione della natura dei primi utensili impiegati dall’uomo e dalla cronologia della scoperta e dell’uso dei metalli. Anche nell’antichità seppure strettamente legata a superstizioni, suggestioni di interventi divini tra miti e leggende varie, l’importanza dei metalli, come fattori di progresso, era già stata fortemente sentita e percepita nonché tradotta anche in componimenti epici o liriche nostalgiche ed accorate.

    Inizialmente, sia nel  mondo greco e poi in quello latino, al pari della visione biblica dell’Eden o Paradiso terrestre, la prima fase della storia dell’umanità veniva confinata nell’età dell’oro, età ove regnano pace e serenità, seguita poi, come punizione divina, a periodi di guerre e di discordie: metalli sottratti all’aratura dei campi e trasformati in armi letali.

     

    Classicità Greca

     

     Per primo, Esiodo, epico greco della fine dell’VIII sec. A.C., nelle “Opere ed i giorni” (8) enumera cinque età del mondo, fondate proprio sull’uso dei metalli, ed nelle quali si sarebbero avvicendate altrettante “specie umane”, o in altre parole, altrettanti stadi della civiltà. La prima detta “età dell’oro” in cui vecchiaia, preoccupazioni ed affanni della vita erano stati risparmiati agli uomini e dove il suolo fertilissimo avrebbe offerto spontaneamente erbe e frutta in abbondanza. A questa sarebbe seguita la stirpe “ dell’età dell’argento” distrutta da Zeus per la pochezza della sua intelligenza e per il disprezzo verso gli Dei; terza “l’età del bronzo”, vigorosa ed indomabile e dal cuore duro conclusasi tra lotte tremende e crudeli.Ad esse seguiranno una quarta, come fase di transizione, per poi ultima “l’età del ferro”, quella in cui visse il poeta, piena di sofferenze, di miserie, di delitti e di empietà.“Prima una stirpe aurea di uomini mortali/ fecero gli immortali che hanno le olimpie dimore...come dèi vivevano, senza affanni nel cuore,.. il suo frutto dava la fertile terra../Come seconda una stirpe peggiore assai della prima,/argentea, fecero gli abitatori delle olimpie dimore,..vivevano ancora per poco, soffrendo dolori../né gli immortali venerare volevano,/ né sacrificare ai beati sui sacri altari,../ Zeus padre una terza stirpe di gente mortale/fece, di bronzo, in nulla simile a quella d'argento,..di bronzo eran le armi e di bronzo le case,/col bronzo lavoravano perché il nero ferro non c'eradi nuovo una quarta, sopra la terra feconda,/fece Zeus Cronide, più giusta e migliore,/di eroi, stirpe divina, che sono detti semidei, …/combattendo per le greggi di Edipo,…./là il destino di morte li avvolse;/ma poi lontano dagli uomini dando loro vitto e dimora/il padre Zeus Cronide della terra li pose ai confini./…Zeus, poi, pose un'altra stirpe di uomini mortali/dei quali, quelli che ora vivono.../perché ora la stirpe è di ferro; né mai di giorno/cesseranno da fatiche e affanni, né mai di notte,/affranti; e aspre pene manderanno a loro gli dèi.”

     

    Classicità Latina

     

    A quella medesima e felice età dell’oro ricordata da Esiodo si richiameranno più tardi anche  i poeti elegiaci latini. In particolare, Ovidio ( 43 A.C.-18 D.C.)  nel Libro I delle Metamorfosi sembra ripercorre, descrivendo le varie età dell’evolversi dell’umanità , gli stessi versi e le stesse evocazioni dell’epico greco: “Per prima fiorì l'età dell'oro, che senza giustizieri/o leggi, spontaneamente onorava lealtà e rettitudine./………non v'erano trombe dritte, corni curvi di bronzo,né elmi o spade: senza bisogno di eserciti,la gente viveva tranquilla in braccio all'ozio/Quando Saturno fu cacciato nelle tenebre del Tartaro/e cadde sotto Giove il mondo, subentrò l'età d'argento,/peggiore dell'aurea, ma più preziosa di quella fulva del bronzo./…….Terza a questa seguì l'età del bronzo: d'indole/più crudele e più proclive all'orrore delle armi/,ma non scellerata. L'ultima fu quella ingrata del ferro./E subito, in quest'epoca di natura peggiore, irruppe/ogni empietà; si persero lealtà, sincerità e pudore,/e al posto loro prevalsero frodi e inganni,/”.  (9)

    Tibullo ( 55-18 A.C.) nel suo accorato carme” In terre sconosciute” mette anch’egli a confronto il suo periodo e lo spensierato periodo di un tempo antico: l’umanità viveva in un mondo idilliaco, senza pericoli,  animali e piante elargivano doni  in abbondanza ed il metallo non era stato ancora forgiato sotto forma di armi dedite alla morte.“Com'era felice la vita sotto il regno di Saturno,/…nessuna casa aveva porte e/…Stillavano miele le querce/e spontaneamente le agnelle/gonfie di latte offrivano le poppe/…Non c'era esercito, né rabbia, guerre/o un fabbro disumano/che con arte crudele foggiasse le spade.”  ( 10 ).

    Anche Virgilio (70-19 A.C.),  nell’Eneide (LibroVIII), ricorda come Saturno e la sua età dell’oro abbiano influenzato la nascita della civiltà nel Lazio, civiltà poi degradatasi progressivamente:”Saturno il primo fu che in queste parti/ venne, dal ciel cacciato, e vi s'ascose/ E quelle rozze genti, che disperse/ eran per questi monti, insieme accolse/ e diè lor leggi: onde il paese poi /da le latèbre sue Lazio nomossi. Dicon che sotto il suo placido impero/ con giustizia, con pace e con amore si visse un secol d'oro, in fin che poscia/ l'età, degenerando, a poco a poco/ si fe' d'altro colore e d'altra lega. ( 11)

    Tema dell’età dell’oro ripreso poi dallo stesso Virgilio in  una sorta di profezia messianica, anche nelle Bucoliche ( IV Ecloga) :”O Muse sicule, cantiamo poesie più elevate: non a tutti piacciono gli arbusti e le basse tamerici;/se cantiamo i boschi, siano boschi degni di un console. /E' giunta l'ultima età / di nuovo nasce un grande ciclo di secoli e già torna la Vergine, tornano i regni di Saturno, già una nuova generazione viene fatta scendere dall'alto cielo./Tu, casta Lucina, sii propizia al bambino  che sta per nascere / al tempo del quale inizierà a scomparire la generazione del ferro/ e in tutto il mondo sorgerà quella dell'oro; il tuo Apollo regna già./”(12).

     

     

     

     

  • 01 agosto 2012 alle ore 9:05
    L'idolo non è nulla

    Come comincia: Eccolo il mio idolo, la mia ragione di vita, il mio tormento! Steso sul freddo marmo della cucina, indegno e volgare, un vuoto fantoccio senz'anima. Eppure non mi era apparsa così la prima volta in cui i nostri occhi si erano incontrati. Elena, non poteva chiamarsi in un altro modo, un nome da semidea, distruttrice dei destini, capace di passare anche sopra mille cadaveri in putrefazione, mantenendo il colore del sole sul viso. Elena... imprendibile, o meglio ' impossessible', per dirla alla francese. Quella sera ero andato senza mia moglie alla festa di Marco, costretta a casa a causa di un malore improvviso della baby-sitter. Lei era lì, sbucata chissà da dove, nessuno sembrava conoscerla, apparsa dal nulla come solo una divinità sa fare. Le bastò poco: un sorriso, uno sguardo e io non ero più. Sì era trasferita da poco in città, era giunta lì con un'amica che ora sembrava introvabile. - Come farò a tornare a casa?- Chiese con un broncio da bambina. Inutile dire che tutti i maschi che non avevano al seguito mogli o fidanzate si erano mostrati disponibili. Io solamente non avevo avuto il coraggio di risponderle. Me ne stavo lì, muto e idiota, a guardare qualcosa di troppo grande per me. Ma lei mi aveva sorriso e indicato, chiedendomi di accompagnarla. Ero dunque io il prescelto, quello che fra tutti aveva il privilegio di stare vicino al miracolo? Balbettai una risposta e lasciai che mi seguisse in macchina. Lungo la strada non faceva che parlare e parlare, raccontava del suo momentaneo lavoro come modella e hostess di congressi, e del suo sogno di fare l'attrice, e altre cose simili. Non aveva però importanza quello che diceva, ma come le parole uscivano dalla sua bocca, flautate e carezzevoli come velluto. La seguii frastornato dentro casa sua, come un cane randagio che spera in una carezza, e lei sembrava disposta a darmi anche più di questo. Mi baciò (dovette farlo lei, perché io non ne avrei avuto mai il coraggio) e la sua stessa bocca sapeva di miele. Tutto in lei era troppo, troppo perfetto, talmente da confondermi: le sue mani, la sua pelle, tutto era un inno all'amore. Perciò non potei... Non potei averla, né quella sera, né in seguito. Avrei voluto, Dio se l'avrei voluto, ma semplicemente non potevo. Ogni volta che dovevamo incontrarci mi dicevo che ce l'avrei fatta, ero un uomo normale che sa cosa si deve fare con una donna. Né ciò aveva niente a che fare con degli scrupoli verso mia moglie e i miei figli, dato che non ero nuovo ad avventure adulterine. Ma in lei c'era qualcosa che mi terrorizzava, quando stavo per prenderla temevo che la sua stessa aura mi avrebbe afferrato e bruciato. Non ero un Anchise o un Adone, non avrei potuto fare come loro, congiungermi con una dea e uscirne illeso. Lei sapeva il potere che esercitava, ne rideva e ci giocava, sapendo che da me avrebbe ottenuto qualsiasi cosa. M'indebitai per comprarle gioielli, pellicce, vestiti firmati, nonché l'affitto di un appartamento di lusso, doni che sarebbero serviti ad ammansire la sua feroce divinità, inducendola a rendermi quella grazia che tanto agognavo. Ma stavo per rassegnarmi, poiché ero quasi convinto che nessun uomo potesse possederla. - Non puoi andare avanti così... Che sarà mai?! É bella, ma è una donna come tante. Pensala in questo modo, caricati e magari prendi una pastiglietta di Viagra... Vedrai che nottata...- Questo mi aveva detto Marco, il mio migliore amico informato del mio tormento, mentre mi porgeva la mitica pillola blu. Mi gasai, immaginai di prenderla in tutte le posizioni, e mi recai baldanzoso e 'viagrato' al suo appartamento. E ci sarei riuscito, se solo non le avessi guardato il viso, quel sorriso di sfida che pareva dirmi: - Veramente pensi che basti una pillola per possedermi, per toccare la mia essenza superiore?- Perciò tutto naufragò in un senso di frustrazione ancor più intenso del solito. Lei rise di scherno: - Lascia perdere... Evidentemente sei un caso senza speranza...- Allora fui convinto che ciò non sarebbe riuscito a nessuno, che dovevo accontentarmi della sua luminosa vicinanza e non chiedere di più. Avrei in qualche modo trovato serenità in questo, se non fosse che lei era una dea crudele, capace di trovare mille modi per tormentare i suoi fedeli. Quella stesa sera mi aveva raggiunto Marco, doveva portarmi urgentemente dei documenti dall'ufficio e sapeva di trovarmi lì (dove sennò, ormai sembravo essermi dimenticato di avere una famiglia). Lei lo aveva accolto, carezzevole come una gattina che fa le fusa, e gli era bastata un'occhiata per capire la mia bruciante disfatta. - Mi scuserai, vero Franco? Ma devo far vedere urgentemente una cosa a Marco. Se vuoi seguirmi un attimo?- Aveva invitato il mio amico con un tono che rivelava mille promesse, di cui io, purtroppo, sapevo il contenuto e a cui, idiota, non sapevo oppormi. - Tanto non ci riuscirà... É impossibile-, m'incoraggiavo. Eppure loro non tornavano e i minuti scattavano roventi nella mia testa. Alla fine non sopportai l'attesa, dovevo sapere se esistesse qualcuno capace di compiere il miracolo. Mi fermai davanti alla porta della sua camera, era socchiusa e io l'aprii quel tanto che bastava per spiare. Sarebbero dovuto bastarmi i sospiri di Elena per capire, invece volevo vedere, farmi del male pur di sapere come fosse possibile quello che stava accadendo. Ed eccolo l'Anchise, l'Adone, colui capace di possedere una dea senza rimanerne nemmeno ustionato, in grado addirittura di renderla volgarmente umana e, udite udite, perfino d'insultarla trivialmente durante l'amplesso. E in effetti lei non aveva niente di supremo in quel momento, sembrava una qualsiasi sgualdrina da film porno di quarta categoria. Sapeva, sicuramente sapeva, che sarei andato a vedere, voleva mostrarmi quanto fossi mancante, incapace di darle ciò che qualunque mediocre uomo poteva fare, chiunque troppo ottuso per vedere la sua luce. Quando uscirono dalla stanza, io li stavo attendendo in salotto. Avrei voluto fare una scenata, picchiare lui e, magari, stuprare lei ( che ottimista, direte...), invece non riuscii a dire una parola. Marco sembrava non avere il coraggio di guardarmi negli occhi e se ne andò con una scusa, Elena invece era euforica, vivace e bellissima in modo impossibile. Tornato a casa non trovai più nessuno, non me ne meravigliai, dati i creditori alle porte e le mie continue assenze. Non era stata la mia famiglia ad abbandonarmi, ero stato io a cancellarla dalla mia vita, tutta tesa ormai verso un'ossessione impossibile. Non dormii tutta la notte, solo, nel silenzio di mura che una volta erano state piene di vita. Pensai a lei, alla sua essenza divina e a come essa era stata spezzata da Marco. Eppure non potevo convincermi che si trattasse solo di una mia illusione, così come un fervente credente non può accettare l'idea che Dio non esista. Dovevo capire per cosa avevo buttato via la mia vita. Mi recai di buon'ora a casa di Elena (nel cui affitto erano confluiti buona parte dei miei averi), pareva stanca e di malumore, ma sempre sublime. Mi chiesi se Marco fosse tornato da lei ieri notte. - Perché mi hai fatto questo?- Riuscii a chiederle. - Cosa?- Elena ostentava un'aria d'indifferenza, mentre tirava fuori dal frigo un cartone di succo d'arancia. - Hai fatto sesso con Marco quando io stavo sotto lo stesso tetto. Perché questa crudeltà?- - Nessuno ti ha detto di andare a sbirciare, se solo saresti stato più discreto...- Ma le dee possono dare risposte idiote e sgrammaticate? Perché questa ne aveva tutta la parvenza. - Perché l'hai fatto?- Insistetti. - Forse così hai capito come si fa...- Elena rise, ma non era la sua risata melodiosa, era qualcosa di basso, volgare, da donna di strada. E allora la guardai con più attenzione, c'era qualcosa nella piega della sua bocca e nel modo in cui sorbiva il succo del bicchiere che prima mi era sfuggito. - Mia moglie mi ha lasciato... Se n'è andata con i miei figli... Ho perso tutto per te...- - Doveva essere una molto noiosa tua moglie, se invece di stare con lei, stavi sempre dietro di me...- Mia moglie noiosa? Tutt'altro! Era sempre stata più attiva e vivace di me, un tipo creativo nel lavoro e nella vita, una donna che si era realizzata pur non facendo mancare nulla alla famiglia. Elena invece cosa aveva concluso? A venticinque anni sognava ancora di entrare nel mondo dello spettacolo, mentre si faceva pagare i suoi vizi dagli altri. Non aveva nemmeno pensato a curare minimamente la propria cultura, e si crogiolava beata nella sua ignoranza. E sapete di cosa mi accorsi? Non era nemmeno bella, non in quell'accezione che le avevo dato in quei mesi. Invece delle labbra sembrava avere dei salsicciotti mal rifatti ed emetteva un suono fastidioso quando cercava di sorbire il succo fino all'ultima goccia. Niente a che fare con la classe di mia moglie! Quella che avevo scambiato per maestosa regalità non era che dozzinale supponenza. Il furore mi prese contro quel mostro che mi si era appena rivelato, l'afferrai per il collo e strinsi, strinsi, e più stringevo più godevo. La sua vita così, tra le mie mani, valeva più di un semplice amplesso, si dibatteva convulsamente, ma ora che l'avevo presa, ora che ero il suo padrone, non avrei potuto rinunciare all'unica soddisfazione che era stata in grado di darmi. Continuai a stringere, anche quando ormai la sua pelle aveva assunto un tonalità bluastra e le sue braccia penzolavano. La lasciai cadere improvvisamente, orripilato da quello che avevo davanti agli occhi, un corpo morto che ora corrispondeva all'anima morta che vi aveva abitato.

  • 01 agosto 2012 alle ore 9:03
    La Bella Addormentata

    Come comincia: Era bella, era pura, sembrava quasi ritornata all'infanzia.
    Sul suo volto pareva essersi steso un velo di serenità imperturbabile, sul cui pallore emergevano un lieve rossore delle guance, unica traccia di vita su quel corpo immobile.
    Attorno a lei non erano cresciuti rovi, né era rinchiusa nella torre di un castello, il suo sonno non era frutto di un incantesimo di una donna invidiosa e frustrata.
    Il principe era il suo incantatore, colui che l'avrebbe baciata, ma che nel contempo ne desiderava l'immobilità.
    E come un principe si era presentato quell'uomo: il sogno di ogni ragazza di modeste condizioni, tanto più per una che si pagava gli studi con il lavoro di commessa e cameriera part-time.
    L'uomo giovane, elegante e attraente, con la macchina sportiva e conoscitore di mondi su cui ella poteva solo fantasticare.
    Billionaire, Porto Cervo, Ibiza, Formentera, conoscenze VIP: tutti quegli status symbol raggruppati in un solo individuo.
    Sembrava fosse stata risvegliata da quel torpore tedioso e anonimo in cui era vissuta per vent'anni, eppure adesso stava dormendo e nulla poteva turbarne il sonno.
    Ciò era accaduto perché il principe aveva bisogno della sua passività, della sua incapacità di reagire.
    Troppa vita aveva pervaso quel giovane corpo, troppe aspettative trapelavano dai suoi occhi; meglio l'immobilità, meglio che quella luce sia nascosta dalle palpebre abbassate.
    Ella non deve vedere la bestia nascosta dentro al principe, potrebbe spaventarsi o, peggio ancora, deriderlo.
    Perché rischiare l'umiliazione, quando tutta la bellezza può essere imprigionata in un delizioso, caldo e inerte involucro, totalmente a sua disposizione?
    Per questo motivo le addormentava tutte con il suo elisir speciale, sottratto al fratello medico, il loro oblio diventava così la sua estasi.
    Necrofilia?
    No, niente affatto: loro erano tutte vive, i loro colpi caldi, il sangue scorreva sotto le loro guance delicate.
    Poi si risvegliavano, ignare di tutte le fantasie che lui aveva concretizzato su di loro, solo un po' sconcertate e imbarazzate per essersi addormentate all'improvviso.
    Ora avrebbe dato sfogo al suo desiderio su quest'ultima donna, fragile, vulnerabile e per questo irresistibile.
    Lo stesso rito di sempre: denudare quell'involucro, togliersi i vestiti, aprirsi lui stesso, mostrarsi a colei che non può vederlo, valutarlo, giudicarlo.
    Si stese su di lei, pelle a pelle, calore su calore, adagiarsi su quel tappeto di carne accogliente che sembrava aspettare solo che vi si immergesse.
    E lui vi si immerse.
    Fu allora che lei aprì gli occhi: le sue iridi si fissarono su di lui, incredule, accusatrici.
    Non poteva sostenere la lama di quello sguardo, era come pioggia incandescente su di lui.
    Allungò la mano, prese il primo oggetto che trovò: un tagliacarte.
    E colpì, colpì, sperando di non vedere più la derisione sul suo volto.
    Alla fine i suoi occhi si svuotarono di ogni presenza, diventando vacui, da bambola.
    Le posò una rosa rossa accanto al viso pallido inondato di sangue, una composizione bizzarra, ma a suo modo gradevole.
    -Oh, al Diavolo... è ancora calda.-
    E ricominciò lì dove era stato interrotto.

  • 31 luglio 2012 alle ore 10:59
    Le nebbie di Vraibourg (estratto)

    Come comincia: Cercava di scivolare tra gli invitati con discrezione, ma alcune matrone erano piantate a terra come montagne ingioiellate. Intanto monsieur Des Essarts intratteneva il suo popolo, ringraziava per la partecipazione, raccontava aneddoti stantii con voce sofferente. E lui, Etienne, cercava Dorian, come Tancrède Des Essarts gli aveva richiesto tramite Dominic. Non sapeva cosa avesse in mente il padrone. Aprire le danze in maniera particolare. Forse voleva far pronunciare qualche panegirico al figlio. Ci sarebbe stato di che ridere. O di che pentirsi. 
    Non si sorprese di trovarlo nascosto agli altri, dietro un pesante tendaggio. Scrutava fuori, il bosco e la notte, come per un richiamo invincibile, primordiale. Tossì lievemente per richiamare la sua attenzione. Dorian non si voltò. Maledicendolo a gran voce nella mente, allungò piano la mano a toccare la sua spalla. Stavolta si girò, un movimento repentino, lo sguardo torvo a scoprire il nemico. Etienne ritrasse la mano scottata dal fugace contatto.
    «Mi scusi Dorian. Suo padre mi ha mandato a cercarla. Vorrebbe che andasse da lui.»
    Il principe della sera inclinò un poco il viso di porcellana.
    Un breve sorriso osceno ne spaccò la perfezione. Lo seguì senza dire una parola.
    «Eccoti finalmente!»
    Il padre trascinò a sé il figlio, cingendone le spalle col braccio. A Etienne, abituato a vedere i loro freddi incontri, sembrò una cosa innaturale. Tancrède Des Essarts stirò un sorriso, prima rivolto al figlio, che lo superava di oltre una spanna, poi agli invitati.
    «Caro Dorian, oggi è la tua festa e tutta la nostra città è venuta gentilmente a presentare i suoi auguri. Questa bella serata è per te, per i nostri ospiti e le loro figliole. Dato che tu sei il festeggiato, desidererei che i nostri invitati ti accordassero un privilegio: quello di aprire le danze con la fanciulla che tu sceglierai tra tutte.»
    Un debole applauso incorniciò la fine del discorso. Le madri battevano le mani più forte,  perando così di favorire la fortuna. Le fanciulle si aggiustavano i vestiti un po’ sgualciti, si tastavano piano le capigliature. Etienne guardò Ophélie. Scuoteva il capo mentre le altre si agitavano come puledri prima di una gara.
    Correvano ad accaparrarsi il posto migliore, in un calpestio di tacchi, dandosi gomitate di nascosto. Si allineavano, le figlie di Vraibourg, in una fila disuguale e comica, lungo una parete del salone, come loro richiesto dal padrone di casa. Tutte, senza esclusione, avevano dovuto partecipare, le più timide ripescate da Dominic negli angoli. E così anche Ophélie era stata trascinata pressappoco al centro della sequenza. Tra le ultime, spaesata, stava Madeleine. Le prescelte si guardavano con occhi cattivi, scalpitando sul posto per l’arrivo del principe. Sospinto lievemente dal padre, Dorian si avviò a esaminare le truppe pronte alla guerra.
    Tutto si poteva dire di lei tranne che sembrasse malata. Piantata solidamente a terra, le carni piene e lattee, il petto florido, Lise Plassans aveva scritte in viso le sue qualità di brava
    padrona di casa e proficua produttrice di prole, nonché erede di una cospicua dote. In verità in faccia era anche riportata la sua predilezione per i dolci e la somiglianza col visetto porcino della madre. Aveva molta fiducia in quella serata, sarebbe potuta diventare «la signora della Guyenne». Quando Dorian, il bel Dorian, si fermò davanti a lei, il cuore iniziò a batterle forte nel seno nutrito. Le altre non le aveva neppure considerate, scivolando via veloce. Gli invitati stavano in un ilenzio quasi religioso, mentre madame Plassans stringeva le mani tanto da far stridere fra loro gli anelli. Dorian si fermò e la guardò bene, da capo a piedi. Poi dai piedi al capo. E non
    troppo forte, ma nemmeno troppo piano, le rise in faccia. 
    Riprese la sua ispezione, nel silenzio imbarazzato degli ospiti. Sul viso di Lise Plassans rimanevano vergogna e lacrime. Etienne guardava con una certa apprensione Dorian avvicinarsi
    al centro della fila. In barba alle sue preghiere, Dorian si fermò proprio davanti a Ophélie. Etienne temeva che l’amica gli avrebbe assestato un ceffone al minimo movimento.
    Dorian le si accostò, sussurrandole qualcosa all’orecchio. Un attimo soltanto e proseguì. Ophélie rimase immobile, il volto contratto, le labbra serrate. Il generale affrettò il passo dinanzi
    alla misera truppa allineata. Ma si fermò un’ultima volta davanti a Madeleine che arretrò istintivamente. Rimasero così poco più di un minuto, finché Dorian bruscamente si staccò. Fece uno scarto, risalì la sala. Etienne se lo trovò davanti all’improvviso e non poté fermarlo. Come quel giorno in biblioteca, gli prese il viso tra le mani e disse: «Sei bello».
    E poi, tra il mormorìo della folla, uscì. Tancrède Des Essarts aveva il volto contratto in una smorfia di dolore e disgusto. Il sabba era concluso.

  • 30 luglio 2012 alle ore 11:39
    La libellula e le perle d'acqua

    Come comincia: In un campo di margherite, minuscole perle d'acqua, ignare d'essere vita, giocavano a rincorrersi sui languidi rametti di una fragile pianta selvatica. Una leggiadra libellula visitatrice casuale di quel lussureggiante paesaggio campestre e bisognosa di gocciole per spiegare le sue ali, decise di riposarsi e vi si aggrappò con le lunghe e stecchite zampette per osservare il lento succedersi del loro scivolare, una dietro l'altra sui verdi fili, come fa il gioielliere quando infila le collane. Il bell insetto si fermò a fare la conta sul fragile pallottoliere, improvvisato dalla natura, e cominciò a pensare quante ne doveva risparmiare per il suo felice divenire.
    Morale del racconto: se non si possiedono i mezzi per trovare la forza di spiegare le ali è bene fermarsi ad osservare, fare la conta delle sostanze e risparmiare in attesa di un momento più propizio, cercando di vedere il bello anche in un sogno proiettato nel futuro, mettendo in conto che potrebbe non realizzarsi mai, ma che  comunque sia per chi ci crede la carota appesa ad un filo, come la verde speranza, alla quale tutti quanti ci aggrappiamo.

    ( Da fotografie incorniciate di Vittoria Carrassi)