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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 17 giugno 2012 alle ore 20:02
    Quando volano alti i gabbiani

    Come comincia: Quando volano alti i gabbiani

    c’è un cielo eterno davanti a noi, un mare di luce ci avvolge e penetra le sabbie dorate, quelle cristalline, bianche, ovattato regno termico in cui urlare le proprie grida, iniettare vento nelle arterie e ossigeno sulla cresta delle onde…

    Ora basta…!!! pensare una sola cosa, l’orizzonte non è un confine tangibile ma una linea ottica indeterminabile, è questo il mio spazio e non posso rientrare nei meandri di un centro commerciale, nel preconfezionamento di chi vorrebbe conglobarmi in una scatola metropolitana, una valvola di sfogo per l’umanità sintetica, quella artificiosa e civilmente satura di preconcetti, quella che segue le mode e le tendenze, basta con queste cose stomachevoli e basta con chi si collega  a me pensando di poter condividere la propria ruggine interiore.

    Quando i gabbiani volano alto io sento il loro richiamo

    non quello dei falsi amici o delle presunte persone care, non quello che oscura l’anima degli arrivisti e degli idealisti no…

    io volo da destra a sinistra baciando tramonti meravigliosi, rincorro piccolissime farfalle mimetiche e, come loro, acquisto il colore dell’erba, quello del cielo, delle foglie…

    portatemi lassù, con voi, nello spirito che volteggia e canta, musiche del mondo e non schifezze urbane riluttanti spacciate per arte o per successo… a voi la vostra discarica, a me i colori del gioco, la sensualità delle piume e delle penne modulate dal vento, a picco verso le acque, risalire silenzioso, tra le fronde di un pino marittimo e il profumo del curry selvatico, dei castagni secolari, girare, volare ancora, silenzio di mare…

    Nessuno venga a dirmi su che canale devo sintonizzarmi, a quale pagina devo leggere… nessuno stia a discutere un solo istante su chi sono e meno che mai su chi non sono. Ho dato vita alla vita che tutti volevano, ora darò vita a quello che voglio io, mi lancio dalla scogliera rossa e vado in cerca della mia nuova casa…

  • 17 giugno 2012 alle ore 19:37
    La Vita del Vecchio Tom

    Come comincia: Dopo poco si fece sera, il vento era più forte, batteva forte sulla schiena e sul viso del vecchio Tom. Oscillavano lievemente gli alberi, e gli uccelli pian piano si

    ritiravano nelle loro ruvide dimore. Come sempre anche quella sera c'era traffico per strada, tante macchine allineate ruggivano con tanti guidatori stanchi e pronti a

    colpire. Le case illuminate sembravano dare conforto a Tom, gli davano una sensazione piacevole e rigenerante, un senso di calma e di benessere. Tutti si ritiravano,

    il tempo passava veloce, incominciava a fare freddo e dopo poco si accorse  che qualcosa lentamente cadeva sul suo naso,stava iniziando a nevicare. Tom era un

    vecchio sulla sessantina o giù di li con un ricco passato alle spalle ,aveva una folta barba,pochi capelli bianchi,occhi di un azzurro mischiato al grigio e  portava

    sempre con se un cappello, uno di quelli di vecchio tipo, ed era molto affezionato ad esso. Senza amici, parenti, denaro, senza una casa,Tom  era da tutti considerato

    come un semplice barbone. Passava l'intera giornata camminando, fumando e contemplando attentamente gli occhi della gente indaffarata;lui invece non faceva

    niente, non aspettava nessuno e questo gli era molto tranquillizante,il suo l'unico obbietivo era qualche birra o una buona sigaretta. Frequentava qualche bar ma non

    durava molto, infatti c'era sempre qualcuno pronto a trovare qualche scusa per insultarlo e poi con leggerezza scacciarlo;ma a lui poco importava, sorrideva, usciva e

    andava via,addentrandosi in lunghe passeggiate che  spesso duravano per ore.  Dopo poco la neve imbiancò l'intera strada, il cappello di Tom era sempre più pesante,

    egli scosse via la neva, rimise il cappelo, e poi prosegui' la sua passegiata solitaria di fine giornata,desiderando qualcosa ancora  da scoprire e vedere. Per Tom il

    passare del tempo non era importante, infatti era da sempre convinto che i minuti, le ore, i secondi, fossero solo una grande invenzione e imposizione degli uomini,

    per questo motivo se ne infischiava e si lasciava andare alla notte;quella notte, che danzava insieme ai suoi lenti passi e che forse gli piaceva anche più di

    contemplare i suoi simili,  gli dava la possibilità di concentrasi meglio, di convivere serenamente con i suoi pensieri, di crearne dei nuovi e abbandonarsi

    profondamente alla vita. Passò un po' di tempo,ormai il silenzio per strada faceva da padrone, Tom di certo non conosceva miseramente l'ora e ne  aveva fatta di

    strada dal mattino, si accorse che le sue vecchie gambe incominciavano a vacillare, era veramente stanco, così dopo una breve ricerca,  e anche con un po' di

    fortuna, riuscì a trovare un posto ben coperto adatto per poterci dormire con comodo.Questa ormai era una consuetudine, egli infatti non badava affatto a un luogo

    fisso dove poter  passare il resto della notte. Assonato prese due coperte dalla sua vecchia amica borsa, si avvinghiò per bene al tessuto spugnoso, e poi sereno come

    un bambino vittorioso si abbandonò al sonno.
    Tom non dormì molto quella notte,diversi pensieri lo avevano infastidito,all'alba infatti era già sveglio.Il sole saliva lentamente ,ed egli, anche se avesse dormito

    poco,si ventiva carico, voglioso di vivere una giornata nuova e tutta da scoprire. Poi si alzò,rimise le vecchie coperte in borsa,si accese una sigaretta,e comincio

    lentamente a dirigersi verso il porto cittadino;nel frattempo il fumo del tabacco si disperdeva velocemente nella aria fresca e il  fitto suono degli uccelli sembrava

    rendere tutto più bello.
    Anche se i suoi passi erano lenti e il terreno era bagnato,la camminata fu piacevole ed egli arrivò in breve tempo al porto. Con tutto che Clean City era una città di

    mare , essa non aveva mai avuto nella sua storia  un gran porto, e questo era scarsamente  utilizzato  da vecchi pescatori;tuttavia a differenza degli altri giorni

    quella mattina li non c'era praticamente nessuno ,il luogo sembrava incantatato.
    Così Tom decise di sedersi su una  spiagetta abbandonata  e vedere il mare,la luce,i pesci,le barche abbondonate,insomma tutto ciò che stranamente,da sempre, lo

    appagava e gli procurava piacere. Poi d'improvviso scrutò una nave all'orrizonte,bianca, maestosa,sembrava un'intensa fonte di luce e inesorabilmente si avvicinava

    sempre più come spinta da una velocità sconfinata. Tom era rapito da quella visione,i suoi occhi erano vaganti nel vuoto, il suo corpo fremeva sempre più e

    dolcemente un sorriso  inarcò le sue sottili labbra. L'aria aveva un profumo tutto nuovo, egli si sentiva diverso quella mattina,percepiva qualcosa di

    straordinario,inspiegabile ,mai sentito prima.Però gli venne sonno,uno di quelli veramente forti, sentì il bisogno di chiudere gli occhi e delicatamente si stese

    sull'umida sabbia mattutina; poi il silenzio fu rotto da un gabbiano che  in lontanza gridò,il mare luccicava intensamente ,e Tom si abbandonò.

  • Come comincia: Che non me ne vogliano i Milanesi... ma quello che è troppo è troppo!
    Post n°323 pubblicato il 16 Giugno 2012 da mondodonna_2008
    Tag: intelligenza, milanesi, napoletani, nord, sud

      RICEVO:
    N° 18 - Sono più intelligenti gli Italiani del Nord o del Sud?
    Gentile collega,

    il Professor Richard Lynn nel n. 38 della rivista “Intelligence” (2010) ha affermato che gli Italiani del Nord sono più intelligenti degli Italiani del Sud, motivo in grado di spiegare le notevoli differenze in termini di reddito, successo e istruzione. A questo tema e al dibattito che ne è scaturito abbiamo dedicato il numero 18 di Knowledge Addiction
    (http://www.eulabconsulting.it/index.php?option=com_content&view=article&id=147:newsletter-nd-18-sono-piu-intelligenti-gli-italiani-del-nord-o-del-sud&catid=38:cat-newsletter&Itemid=60).
    C’è una barzelletta che perde un po’ del suo sapore se scritta e non, invece, raccontata “bene”:
    San Pietro viene chiamato dal padreterno, molto inquieto perché al di sotto del luogo dove lui dorme, i napoletani fanno un gran fracasso cantando “o sole mio” ed altre canzoni, facendo tarantelle, suonando il clacson, parlando ad alta voce per le strade fino al mattino...
    P. “Devi metterci riparo! Io non ne posso più!”
    S. P. “Ma voi lo sapete come sono fatti i napoletani, una ne fanno e cento ne pensano, sono i figli di tante traversie, di presenze straniere, di Masaniello, la Repubblica Partenopea,  le quattro giornate che hanno cacciato i tedeschi da Napoli, Salvo d’Acquisto che si è fatto uccidere...”
    P.”Non mi interessa! Falli smettere!!"
    S. P. “Vabbè. Ma come posso?”
    P.” Toglici mezzo cervello e si calmeranno!”
    "S.P. “Ma come, ai miei napoletani così scetati, mezzo cervello in meno?”
    P. “ABSOLUTELY: non ce la faccio più
    Detto fatto San Pietro si affaccia e con un gesto della mano compie il miracolo: mezzo cervello in meno ai napoletani.!” Un minuto di silenzio dal basso e poi: “o sole miooooooo!!!!”, voci confuse allegre ed alterate, rumore di clacson, risate...
    P. “Mio Dio!!!! Continuano! Non è possibile! Togligli un altro mezzo cervello!”
    S. P. “Ma, comandante! Ne abbiamo già tolto mezzo!”
    P. “Togligli  metà del cervello rimasto!”
    San Pietro con un gesto della mano verso il basso, compie il miracolo e:
    “o sole mioooooo!!!!! voci allegre, canti, balli, qualche bestemmia, rumori vari e clacson:
    A questo punto il comandante non ne può più:
    P. “San Pietro, è inaudibile! Lasciaci soltanto il 10/% del cervello e facciamola finita!”
    San Pietro piange, si dispera per i suoi “scugnizzi”, ma il comandante non demorde, per cui San Pietro si affaccia verso il basso dove si trova Napoli e compie di nuovo il terribile miracolo.
    Un minuto di silenzio e poi da Napoli si sente un canto:
    “O mia bella Madonina, che me guardi da lassùùùùùù”....”
    I napoletani sono diventati tutti milanesi.

  • 15 giugno 2012 alle ore 21:09
    ANGOSCIA

    Come comincia:
    Stava per scrivere gelosamente alcuni appunti nel diario, quando una freccia di sole passata inosservata tra i battenti socchiusi della finestra, andava a infrangersi sopra la scrivania, permettendo al piano di vetro il proiettare la luce, ancora verso la penna, la quale, guidata dalla mano rapida e sicura sembrava dipingere l’immagine del suo pensiero.
    Aggravato, dal peso del costante lavoro, il dott. Ruggeri si sentì compresso da un’aria chiusa, che inesorabile lo ostacolava nello scorgere i primi segni primaverili, che di là della siepe, agevolavano il germogliare delle fronde per dar forma gradevole al giardino, in attesa della stagione. I suoi impegni, non gli concedevano la possibilità di ottenere un attimo di distensivo riposo, per mezzo dei quali avrebbe potuto contemplare, vagando oltre se stesso, la fragranza dei primi boccioli di fiori e assorbire del loro profumo, che benevolo cominciava a invadere l’intorno.

    Come medico chirurgo, aveva promesso a se stesso di dedicare la sua vita all’espletamento della sua professione, considerandola una missione per la guarigione di molti sofferenti, ma la stanchezza per le lunghe ore di attività declamava riposo e tranquillità. Ragione per cui in quel momento non avvertiva lo svegliarsi della natura o il canto degli uccelli o il profumo dei fiori, del sole mattutino o del giorno raggiante, perché tutto il suo essere era invaso dalla volontà di curare tutti i suoi pazienti i quali fiduciosamente speravano in una pronta guarigione.

    Un giorno lo vidi all’ospedale, mentre si allontanava dal suo ambulatorio, con il volto sommesso e l’aspetto impietrito; mi diede l’impressione che la sua mente era fra le nuvole e i suoi occhi erano socchiusi, raffigurante l’atteggiamento di chi è sconfitto e senza speranza. Ciò mi fece angosciare alquanto che, spinto dal sentimento d’amicizia, mi avvicinai verso di lui e lo salutai, chiedendogli della sua salute. Non seppi proseguire, quando vidi i suoi occhi languidi, come se fossero stati adombrati e afflitti da una cattiva notizia, e subito come a chi arde il cuore di saper notizia, gli chiesi il motivo di ciò che lo affiggeva.
    Gli dissi: “Cosa c’è che non va, dottor Ruggero”? Egli, come se venisse da un’altra dimensione, mise insieme alcune parole e rispose: ”Oggi ho perso una cliente”. Non capii il significato di quelle parole e senza riflettere gli risposi di non preoccuparsi poiché se una cliente era andata, certamente un’altra ne sarebbe venuta.

    Ma la risposta del medico non si riferì a quello della perdita di una paziente per avere scelto un altro dottore, ma quella paziente era morta perché il suo cuore non aveva resistito all’estrazione d’un tumore maligno. Quella risposta, fu per me, come un tonfo che cadde involuto in quella consueta realtà d’incontro. Coinvolto, fui anch’io da quello stato d’animo e non seppi trovar risposta né soluzione. Fummo, invasi da un cordoglio in un’atmosfera depressa e malinconica, che senza far troppi discorsi silenziosamente abbassammo il capo e ci riponemmo in un momento di riflessione.

    “Come può il Signore permettere queste cose”? Egli interruppe. Non lo so, risposi io ammaliato. Mi ricordai, però, tra i dubbi e i misteri della vita, delle famose parole del vangelo San. Giovanni 9:13, in cui i discepoli avevano chiesto a Gesù il perché quell’uomo fosse cieco. Era perché lui aveva peccato o suo padre o sua madre, forse lo furono? Ma Gesù rispose che né lui né suo padre né sua madre avevano peccato, ma che ciò è avvenuto affinché le opere di Dio siano manifeste. Quando ci troviamo nella disperazione e avvertiamo l’isolamento da ogni fonte d’aiuto e abbiamo davanti i sentori dei rulli della morte, allora ci ricordiamo che vi è un Dio potente e generoso.

    Mentre prima abbiamo, forse, ammesso la sua inesistenza come spregiudicati esseri che non riconoscono il bene ricevuto. Nel momento culminante del respiro terrestre, mentre s’indirizza l’ultimo sguardo alla natura e di colpo, ammettiamo che Dio esiste ed è forte, ed anche buono a perdonarci.

    Discutendo sulle cause di quel male incurabile e i modi di poterlo prevenire, presero corpo nella nostra confusa visione ipotesi senza sbocco e il colloquio proseguì, alla fine, senza obiettivi idonei a darci una soluzione, mentre aggiravamo la realtà, illudendoci che forse quel male, non avrebbe colpito noi. Dopo ci siamo salutati ognuno per continuare il ciclo meccanicistico della vita. Per contrastare quel pessimo e indesiderato momento decisi di uscire con la mia moglie, ma per il dottor Ruggero la questione non si fermò lì. Il suo stato psicologico lo spinse ad andare a casa e ad approfondire lo studio sulle cause di quel male.

    La sua ricerca andava operosa e si avvaleva di tutti i seminari nei quali era stato nei vari paesi, ma non trovava la risposta. Gli sembrò ad un certo punto, che la scienza segnasse il passo. E per un immaginario riflesso, nel suo intimo, pensò se potesse essere anche lui effetto di quel male, così andò allo specchio a guardarsi attentamente il volto ma nulla trovò in un così rapido esame perché fu più un atteggiamento di rassicurazione che una vera visita. Crescendo, il lui il sospetto di essere effetto dal male, decise di ritornare il giorno dopo all’ospedale a farsi le analisi necessarie per l’accertamento e allontanare così ogni ombra di dubbio. Mentre i suoi occhi lo indirizzarono a inquadrare la natura, quasi per incanto, una fragranza lo rassegnò dandogli la forza di una perspicuità di vivere.

    Fu dopo diversi mesi che andando a trovare un mio amico decente in ospedale, mi recai nello stesso reparto dove mesi prima, avevo incontrato il dottor Ruggero. Mentre m’introducevo attraverso il salone poi nei corridoi, nel vedere gli ammalati, provai una sensazione strana, di essere diverso da tutti gli altri, come se mi trovassi in un altro mondo, ove non vi era una persona sana. Svolgendosi tutto nella normalità delle mansioni che mi sembrò che al contrario, che l’unico ammalato ero io.
    Poi uno strano stridore pervase nell’aria e fece eco tra le pareti del corridoio, che mi sembrò d’essere in un’officina, che in un ospedale. Era una lettiga che usciva lentamente dalla sala operatoria, nella quale un uomo sotto anestesia era accompagnato da due infermieri e dei parenti. Un quadro che esprime la reazione e il sentimento d’affetto dei cari che lo assistevano con gli occhi, provando una gioia contenuta, tale che preoccupazione e letizia fossero miscelate nei loro volti.

    Fu qui che intravidi il dottor Ruggero bisbigliare con alcuni dei suoi colleghi, avvolto in una profonda espressione d’interesse, con il volto roseo come se fosse stato sotto tensione e la sua arguta spigliatezza mostrava segni di ottimismo. Non potette esimersi dal nascondere al mio sguardo alcune sfumature e segni di quello che avevamo discusso prima, sebbene in quel momento, egli li nascondesse con un delicato sorriso. Così lo salutai e lui compiaciuto, mi rispose con rispetto, facendomi cenno di aspettarlo nel corridoio. Dopo qualche minuto, allontanatosi dai suoi colleghi, si diresse verso di me e ci salutammo con cordiale affetto, chiedendo delle nostre famiglie e degli affari.

    Mentre discutevamo, tra una parola e l’altra, si accostò alla parete, e presa nella tasca una siringa, e se la iniettò nel braccio. I miei pensieri furono confusi nel vedere quel comportamento e fui in dubbio, se pensare a quell’atto se fosse una semplice cura o un vaccino per l’influenza. Egli, allora, mi rispose amaramente: “Sono affetto da cancro, se non mi faccio una puntura di antibiotico ogni sei ore, morrò”. A tal detto, un’onda vertiginosa di silenzio tragico si avviluppò tra di noi e si sovrappose repentina tra il mio aspetto attonito, intenso di rammarico e di ardita incredulità ed il suo sguardo plumbeo e mentre accresceva in me tremolii di compassione e di tenerezza, il mio cuore, dando stimoli si contrazione e di dolore, mi fece sentire la gravità  di quello strano sentimento e del preludio della sua morte.
    Non seppi trovare una ragione o una parola, che gli potessi assicurare una opinione diversa o una soluzione ad eluderlo da quell’ombra di inevitabile disastro. Sembrò che un immane peso della natura avesse ostacolato il progredire del passo della vita del dottore. Ma certo che anch’io mi risentitii vulnerabile a quel male, poichè non ne potevo essere esonerato, ne gli altri lo possono. Così con l’alternarsi di un pensiero e di un dubbio, come reciprocamente si fossero scontrati il mutuo battito del mio cuore e il suo, offuscati da un tremendo timore d’oblio, scorsi le lacrime nei suoi occhi, che guardavano il cielo senza speranza, pur cercando un appiglio d’aiuto.

    Ed interruppe:”Signore, che l’aiuto, la salvezza, il miracolo, la guarigione, la vita, ti appartengono. O Dio, che ti nascondi tra le vie contorte della mia disperazione e tra i grovigli della mia angoscia, ascolta questo mio grido di dolore, di un cuore che cerca disperatamente la guarigione. Dov’è il tuo impeto quando riducevi a nulla ogni apparenza di male? Io so che sei grande e Santo e Dottore dei dottori, ma or io sono inerme, mentre il male lentamente mi invade. Ascoltami Dio Salvatore, manda un angelo guaritore a liberarmi dalla ferocia di questo male” E si allontanò salutandomi appena. (fu guarito, poi, con la chemio-terapia).

  • 14 giugno 2012 alle ore 12:37
    E vorrei raccontarlo

    Come comincia: Che affacciarsi alla finestra potesse essere un gesto quotidiano e semplice, lo capii in un sol momento, come un sol boccone, integrandolo a me, comprendendo me.
    Credere di avere una specie di fantasma intorno, che diriga, e poi rendersi conto di quanto piaccia lasciarsi suggestionare da ciò che in realtà non vediamo e non tocchiamo ma impariamo a sentire, o sentiamo senza perchè. Io iniziai a guardare dalla mia finestra smettendo di immaginarla tale. Non fu mai più una finestra quando compresi che quella era solo una cornice che separava il mio occhio da dentro a fuori. Spazio interno. Spazio esterno e me. C'ero. C'ero sempre stata. Ero stata lì immobile per un tempo che probabilmente non è mai esistito. Essere donna forse per me ha risuonato in testa come il suono di rami secchi calpestati, dandomi la serenità delle conchiglie.
    Le conchiglie dentro la risacca. Quando l'onda arriva e loro sanno che arriva ma non conoscono l'intensità. Se la vivono bene le conchiglie insomma. Sempre con quell'adrenalina vitale e la sorpresa di vedersi sommergere. Poi di nuovo lasciarsi asciugare. Qualche volta lasciarsi mangiare. E ogni tanto trovarsi una perla in pancia o in bocca. Credo che non a tutte le conchiglie accada. Il miracolo è solo per alcune. Ho imparato a riconoscere la madreperla dalla sua freddezza. Che poi non è freddezza, sembra quasi freschezza. E mi fa venire in mente i mercatini di fronte al mare. Mi fa venire in mente la magia da cui io mi lascio avvicinare e che poi con dolcezza lascio cauta. Non la spavento con la mia irruenza. E poi lei da sola ritorna.
    E' una strana storia che non so spiegare. Forse solo sensazioni. Quando scrivo e riesco poco poco a decifrare le mie attese, le mie preghiere e vorrei solo respirare il mare col mare nel mare,
    ecco che riappaio e scompaio senza alcun dirmelo, impormelo, costringermi. Esisto. Sono.
    Io ci sono.

  • 12 giugno 2012 alle ore 14:37
    A

    Come comincia: Accidenti. L’idea che si può acquistare domani assume toni meno rilevanti che quella cultura che per vivere pulisce i valori raccontati in dvd.
    La contrapposizione non deborda dalla voglia di fuggire gli slum con il compito di dettare linee di difesa che si sciolgono, poco a poco, sino alla frase finale (una sola e bellissima) desiderata: troppi pensieri, emozioni, bilanci.
    Io ragazzo solitario, oggi ricomincio con passione a ridere della schizofrenica fantasia che era l’amica di un equilibrio mentale e psicologico credibile con le lacrime agli occhi. Per me è stato il copione straordinario, contro ogni previsione, di pagine di memoria che mi hanno aiutato a travestirmi da clown e da analista di me stesso. Pagine introduttive di un’antologia depositaria del sapere, dei valori su cui si basa la società onnivora per eccellenza, incapace di adattarsi ad esemplificazioni, sempre più convincenti, di un tema che finisce per confrontarsi con miti  liberati di falsa libertà, con grida dal contenuto più preciso e  quanto mai volgare.
    Di solito, spesso a ragione, si fa riferimento alla morale con/divisa/ (direi invece nuda proprio nuda), imprescindi/bile d’essere liberi nel cuore e nella mente. Si tratta di un brivido che nasconde una poesia profonda, primordiale.

    Non sono sordo al linguaggio degli angeli
    Aprirò la porta del cuore e della mente
    a tutte le parole in libertà
    a tutte le parole bagnate nell’acqua lunare.

    (da ALFABETO dalla A alla Z)

  • 12 giugno 2012 alle ore 9:23
    Fugace Visione Sulla Ricerca Del Senso

    Come comincia: A volte crediamo che fuggire possa aiutare. Crediamo che partire e abbandonare tutto possa servire a far si che mente e cuore trovino un equilibrio,perchè può capitare che le cose nuove,luoghi sconosciuti,persone,suoni,profumi scoperti possono dare un senso nuovo a se stessi o magari illuderci che sia così. Quando si parte si sa da cosa si fugge ma non quello che possiamo trovare e in questo pensiero tingiamo tutto il nostro lato positivo quando,poi,bastava tingerlo in quello che si aveva già. Sono del parere che a volte una fuga nei ricordi possa servire e dare,o almeno appagare,le domande che ci poniamo continuamente che da essere umani quali siamo,non facciamo altro che basare la nostra vita sulla continua ricerca del giusto e del non giusto o sul semplice senso della vita e quando ci sentiamo soffocare,scappiamo via lontano. A volte credo che più scappiamo da qualcosa,più in realtà scappiamo da noi stessi. Siamo destinati a scappare e a ritrovarci nell'altro, indifferentemente da cosa stiamo cercando.

  • 12 giugno 2012 alle ore 9:22
    Notti D'Attesa

    Come comincia: In una stanza,bianca e rosa,due letti altrettanto bianchi,una luce fioca al di là di un muro,due persone dormono;una appartiene a me.Il tempo sembra non passare mai,persone dai visi strambi in camice verde scuro,camminano per un corridoio non troppo lungo,non troppo corto.Un libro per compagnia di cui non dico il titolo.La preoccupazione sul volto quando vedo entrare i camici verde scuro,vedere e infilzare aghi nella carne,il sangue portato via come niente,parole spese bene,a mio parere,sembra preoccupazione e sincerità,sembra che vada.Fortuna che il loro covo è al di là del muro,le conversazioni telefoniche sono facilmente udibili;chiamano altri camici,bianchi st'avolta,per altro sangue,forse destinato alla persona che sto sorvegliando angelicamente.Chiamano.Uno chiama l'altro nella quiete della sera,rimbomba la voce,rimbalza sui muri ed io,nel silenzio,scrivere.Ogni tanto si guarda l'ora.Il tempo.Che maledizione.
    Tempo,tempo,tempo.Tempo che va e viene sui passi ritmati delle persone.Un tempo destinato ad esistere,chissà perchè,poi.Un poi.Ci sarà mai un poi?Per queste ore interminabili,chissà ancora per quanto,poi.E non si fa altro che pensare,dieci,mille,diecimila cose,tutte insieme!Che orrore pensare,pensare il troppo,pensare a tutto per poi finire nel pensare a niente.E' difficile poter sapere i passi degl'altri,si sta fermi a immaginare,ma non si potrà mai sapere la verità.Sarebbe tutto più facile con un telefono alla mano poter sentire la verità.Ma la verità che conosco è il vuoto dell'assenza e che nella semplicità di un gesto,c'è tutto un discorso difficile da dover affrontare,così difficile,così difficile,da poter affrontare.Le parole che rimbombano in piccoli centimetri di cervello pensante,sono abbastanza queste.Perchè le cose semplici sono,alla fin fine,le più difficili?Forse perchè c'è tutto un mondo a sé tra le cose,come,esempio,nello spazio tra le dita di una mano.Ecco.Prendiamo una mano,destra o sinistra qual si voglia,la si guardi intensamente a palmo aperto.E' facile.Tra un dito e un altro c'è spazio a sufficienza,giusto?Le dita si spostano avanti e indietro,lo spazio si apre e si chiude.Ora elimina il resto e fossilizziamoci sullo spazio;in quello spazio,quello è la distanza tra un dito ed un altro e a seconda del movimento da compiere,esso si dilata o si restringe.E magari potrà essere anche un facile movimento,ma a seconda di questo l'azione cambia ed è un'azione pensata e,a volte,anche difficile da compiere.In quello spazio c'è tutto un mondo,un mondo di parole e silenzi,di azioni e consegenze,di emozioni e dissenzi.Un camice verde scuro irrompe nel mio poetico silenzio ed il cuore rasserenato da una gioia improvvisa,e tu sai qual'è,ritorna nella tristezza;c'è bisogno di sangue.La trasfusione.Erano ancora le dieci.E tutto,magicamente,taceva.
    In trentasette minuti il mondo ha ripreso a muoversi nel modo più triste.Il primo atto di una notte molto lunga s'è appena compiuto.

  • 11 giugno 2012 alle ore 20:56
    La profezia di Einstein - Parte I

    Come comincia: Giaffa, 15 aprile 1920

    Poste, Telegrafi e Telefoni della Palestina

    Avviso di chiamata

    A: Yakov Chomsky, Derech Rabbi Bonfil 
    N° 34, Giaffa

    Da: Klara Klein, Gerusalemme

    Per le ore: Subito

    In altre circostanze, Yakov si sarebbe
    forse chiesto se quella ragazza che spendeva allegramente i soldi del telefono
    non fosse troppo invadente. Quella chiamata invece gli fece solo piacere. Si
    precipitò fuori e, per far prima, si fece portare in canna sulla bicicletta del
    fattorino. Davanti alla porta dell’ufficio postale balzò a terra e si presentò
    al bancone, mostrando l’avviso.

    “Alla
    due” rispose l’impiegata accennando a una cabina libera e iniziando il
    collegamento con la collega di Gerusalemme dove Klara era in attesa.

    Non
    era mai stata così nervosa. Tirò un sospiro di sollievo quando la telefonista
    le indicò una delle cabine libere. A un suo cenno, portò il ricevitore
    all’orecchio e sentì Yakov che le chiedeva del viaggio.

    La
    sua voce calda la fece subito stare meglio.  Glielo disse, avvicinandosi al microfono. Ma
    quello che aggiunse non era ciò che Yakov si sarebbe aspettato. Si capiva che
    era sconvolta, non si capiva perché.

    “Non
    posso parlarne al telefono. Ti prego. Dobbiamo incontrarci subito. O qui o lì.
    Ti prego!”

    La
    perplessità all’altro capo del telefono era tangibile.

    “Non
    riesco a capire” rispose Yakov titubante. “Dimmi qualcosa di più. Non stai
    bene?”

    “Yakov,
    è un fatto politico… è un fatto militare… è gravissimo! Dobbiamo fare
    qualcosa.”

    “Ma
    tu sei coinvolta?”

    “Per
    ora no, ma non posso starne fuori.”

    “Raddoppia?”
    la voce della centralinista si inserì per annunciare che il tempo era scaduto e
    la telefonata sarebbe costata di più.

    “Si”
    rispose Klara, mentre quell’intervento ricordò ad entrambi l’opportunità di non
    dire nulla che non volessero fosse ascoltato da altri.

    “Yakov,
    ti prego, vieni qui subito” lo implorò.

    L’angoscia
    era reale e sincera. Non la supplica di una squilibrata. La sofferenza di Klara
    gli era insopportabile, soprattutto se aveva il potere di alleviarla.

    “Vengo.
    Stai tranquilla. Prenderò il primo treno della mattina, quello delle cinque” la
    rassicurò.

    “Sarò
    in stazione ad aspettarti” promise Klara

    “Aspettami
    sotto casa” suggerì Yakov, ripetendo per sicurezza l’indirizzo che lei gli
    aveva dato.

    “È
    meglio di no. Qualcuno potrebbe vederci. Verrò in stazione” insistette Klara.

    “Ti
    amo” disse Yakov

    “Anch’io”
    rispose Klara augurandogli la buona notte.

    Klara
    rientrò a casa, stanca e senza appetito. I genitori erano a tavola e la
    guardarono con aria di rimprovero. Klara li salutò freddamente e augurò la
    buonanotte senza aggiungere altro. Andò a letto senza cenare.

    Ormai
    conosceva bene la strada per la stazione. Avrebbe dovuto alzarsi molto presto.
    Sarebbe uscita ancora al buio, poco prima dell’alba, ma sapeva che le strade si
    sarebbero presto riempite di gente.

    Aveva
    davanti a sé una notte breve e una giornata impegnativa. Dormì poco e male, un
    sonno agitato e senza sogni, rivoltolandosi nel letto. Quando la sveglia suonò,
    aveva la sensazione di non avere dormito affatto. Si vestì rapidamente senza
    fare rumore e, altrettanto silenziosamente, uscì in strada e si incamminò lungo
    il marciapiede alla debole luce dei lampioni della Via dei Profeti.

    Con
    il capo coperto da un ampio foulard, proseguì senza esitare fino alla stazione,
    mentre il primo sole illuminava i tetti e poi le strade. C’erano solo arabi in
    giro. Erano appena usciti dalle moschee e si accingevano ad iniziare la
    giornata.

    Nella
    piccola sala d’attesa era sola. Si aggiustò il disegno delle labbra con l’aiuto
    del piccolo specchietto che teneva sempre in borsa. Il treno non era ancora
    stato annunciato. Quando arrivò, Yakov fu l’unico a scendere. Si fecero
    incontro con passo veloce e si abbracciarono.

    Yakov
    si accorse che tra le sue braccia l’ansia di Klara si stava sciogliendo. “Vieni
    che ti tolgo il rossetto” disse lei dopo aver estratto dalla borsa un piccolo
    fazzoletto ricamato. Ora sorrideva. Yakov era preoccupato, ma non volle
    incalzarla con le domande. La prese per mano e la condusse nuovamente verso la
    sala d’attesa, il posto più confortevole che si potesse trovare nelle
    vicinanze.

    “Sono
    felice che tu sia qui. Quello che ho sentito ieri mi sembra ancora incredibile”
    esordì Klara mentre prendevano posto, iniziando a riferirgli quel colloquio
    parola per parola.

    Erano
    seduti uno di fronte all’altra ed erano soli. Yakov ascoltò in silenzio. Alla
    fine rimase ancora un po’ a riflettere, continuando a stringerle le mani,
    finché Klara lo scosse dai suoi pensieri: “Non possiamo permetterlo!”

    “Dobbiamo
    impedirlo” affermò Yakov con decisione.

    “E
    come possiamo fare?”

    “Non
    lo so ancora, Klara.”

    “Devi
    dirmelo. Sei tu l’uomo” disse Klara toccandogli la fronte con un dito,
    delicatamente.

    “Non
    è il momento di scherzare” la rimproverò Yakov.

    “Possiamo
    denunciarli agli inglesi” disse la ragazza, pur consapevole dell’ingenuità
    della proposta.

    “Gli
    inglesi non farebbero niente. Proprio niente” affermò Yakov con sicurezza.

    “Gli
    inglesi non potranno accettare questa situazione” ribatté Klara, ma senza
    convinzione.

    “Ti
    sbagli, Klara. Gli inglesi devono salvarsi la faccia. Si limitano a fornire
    pistole e fucili. Ma saranno ben contenti di sapere che i loro amici hanno
    anche l’esplosivo”

    “Allora
    cosa possiamo fare?”

    “Avrei
    un’idea, ma dobbiamo agire noi stessi, tu ed io. Non possiamo fidarci di
    nessuno. Ed è molto molto pericoloso” continuò Yakov, scartando la proposta di
    Klara.

    “Io
    sono pronta. Dimmi cosa stai pensando.”

    Odessa,
    1910

    1° maggio del calendario
    gregoriano

    23 di Nissan del lunario
    ebraico

    18 aprile del calendario
    giuliano, Pasqua Ortodossa

    Come tutti gli anni a Pasqua Anton Korolenko,
    manovratore, era in chiesa per la Messa del mattino. Accanto a lui la moglie, con
    la spilla d’oro appuntata sull’abito. In braccio il piccolo Vitalij, incantato dalle
    musiche, dalle luci, dallo splendore della festa.

    Le Ferrovie del Sud avevano costruito a Odessa
    due grandi officine di manutenzione. Quei ferrovieri godevano di molti
    privilegi: meno di sessanta ore di lavoro alla settimana, cure mediche
    gratuite, stabilimento balneare riservato. Potevano addirittura mettere da
    parte qualche risparmio.

    Questo relativo benessere si rifletteva nelle
    opinioni politiche di Anton che odiava i monarchici ma diffidava dei
    rivoluzionari. Se tutti si fossero impegnati onestamente nel loro lavoro, il “progresso”
    avrebbe portato con sé una pacifica transizione alla repubblica, la
    distribuzione delle terre ai contadini, la scuola obbligatoria per tutti, la
    conquista delle libertà democratiche, il benessere a ciascuno secondo le
    proprie capacità.

    Per ora i Korolenko abitavano nelle case della
    ferrovia. Pagavano un affitto poco più che simbolico. Quelle case però erano
    miseramente strette tra le fabbriche e gli ultimi caseggiati di Perèsyp, il
    nuovo distretto periferico affollato di ebrei. Il più grande desiderio di Anton
    era una piccola casetta tutta per sé. L’esempio dei suoi compagni di lavoro più
    anziani era lì a dimostrare che quel progetto poteva realizzarsi.

    Dai suoi sogni lo scosse la moglie
    scuotendogli il braccio. Fu lei la prima a notare il brusio tra la folla in
    uscita dalla chiesa e a richiamarlo alla realtà con voce preoccupata.

    Anton volse lo sguardo e si lasciò sfuggire
    una esclamazione volgare: “Quello è un capo delle Centurie Nere” disse in tono
    sprezzante, fissando un giovane dai capelli cortissimi, senza barba né baffi:
    “Stanno preparando un pogrom.”

     “Avremmo
    dovuto capirlo subito” sussurrò al compagno che gli si era avvicinato. Il Pope aveva
    inveito contro il popolo deicida come non faceva da anni.

    “Andiamo?” 
    gli chiese il compagno.

    “Andiamo” rispose Anton.

    Anton non aveva nulla né contro né a favore
    degli ebrei e non avrebbe voluto immischiarsi. Odiava però quelle bande
    reazionarie e i pogrom ripugnavano
    alla sua coscienza democratica. Senza partecipare allo scontro fisico avrebbe
    fatto il possibile per ridurre i danni.

    “Andate a casa” disse alla moglie, consegnandole
    il bambino che aveva ancora in braccio “per voi non c’è pericolo, ma è meglio che
    non stiate tanto in giro”. I Centurioni avrebbero prima portato le loro bande a
    ubriacarsi. Lui e i suoi compagni sarebbero andati a prendere le proprie icone.

    A casa di Anton, i pope non erano benvoluti, ma anche lì in un angolo del soggiorno
    pendeva una icona. Le si accendeva un cero davanti alla vigilia delle feste
    comandate. Oggi quell’oggetto avrebbe finalmente potuto rendersi utile.

    Si schierarono così, Anton e i suoi compagni:
    ciascuno reggendo una icona davanti a uno dei caseggiati ebraici di Perèsyp,
    per segnalare che lì abitavano solo cristiani. Passasse oltre, quella feccia
    umana, andassero a smaltire la sbornia altrove.

    In un’epoca in cui la lotta politica reclamava
    vite umane, Anton, modesto eroe democratico, non rischiava molto con questa
    azione. Ma intanto aveva lasciato la moglie in trepida attesa e nulla ne
    avrebbe ricavato, se non la soddisfazione di avere un po’ rovinato i piani di
    quelle odiose bande reazionarie.

    Gli ebrei di Odessa avevano subìto il grande pogrom del 1905 e quelli dei due anni
    successivi. Fu allora che ebbe inizio il grande esodo verso l’America. Masse di
    profughi miseri e malnutriti iniziarono a stabilirsi nelle città più
    importanti, sempre tenuti a distanza dai loro correligionari mitteleuropei che,
    partiti prima e benestanti all’origine, avevano già raggiunto posizioni di
    prestigio, ed erano ormai bene inseriti nella società locale.

    Questo processo aveva però solo sfiorato gli
    abitanti della zona di Perèsyp. Da quei pogrom
    infatti erano usciti quasi indenni e da allora avevano vissuto abbastanza
    tranquillamente.

    La settimana prima, le famiglie ebraiche si
    erano riunite per il Seder. Ora, al
    termine della settimana di Pesach, si stavano preparando a riprendere
    pienamente l’attività.

    Il caseggiato al numero undici di Via Odaria,
    a Perèsyp, comprendeva tre piccole costruzioni. Lì vivevano sette famiglie,
    poco più di trenta persone inclusi vecchi e bambini, che frequentavano la
    sinagoga del quartiere. Il proprietario del caseggiato era uno shochèt, un macellaio rituale,  che
    possedeva anche la propria bottega di carni e pollame. Tra gli affitti e la
    rendita del commercio, poteva considerarsi più che benestante e infatti viveva in
    centro e frequentava la lussuosa sinagoga che i macellai si erano costruiti in
    Via Malaya Arnautskaya. In una di quelle case abitava sua figlia con il marito
    e i bambini. 

    Uno degli inquilini più rispettati era Hermann
    Blumenfeld, un piccolo negoziante, la cui bottega era situata proprio
    all’angolo. Poi c’era Joshua Rawnitzki, l’assistente di un merciaio, con la
    moglie e quattro figli.

    Mikhail Chomsky era un ragioniere. Teneva in
    ordine la contabilità di alcuni commercianti. Per questo lavoro più prestigioso
    veniva pagato a prestazione e così guadagnava quanto Joshua o poco più e non
    mancava di scherzarci su amaramente. Sua moglie Sonia gli aveva dato un figlio,
    Yakov, ma dopo questo primogenito nessuna delle gravidanze successive era
    andata a buon fine.

    Gli altri abitanti erano Solomon Ben Abraham
    Beim, commesso in un negozio, con moglie e tre figli; Isaac Andreyevich
    Chatzkin, che non era sposato e aveva una bottega di falegname dove impiegava
    tre assistenti; e infine Sarah Godovich, una vedova che gestiva un banchetto di
    frutta e verdura al mercato: non al mercato vecchio dalle parti della stazione,
    ma al nuovo mercato, più vicino, in Via Torgovaya.

    Nessuno di quegli ebrei era benestante,
    nessuno eccessivamente povero. Gli ebrei poveri abitavano più in là. Il
    proletariato ebraico abitava vicino alle fabbriche. Solo nella Manifattura
    Tabacchi erano più di duecento gli operai ebrei: quasi la maggioranza.

    Quegli ebrei invece che passavano il tempo
    immersi nello studio del Talmud, lasciando che la moglie si occupasse di
    allevare otto o dieci figli vestiti di stracci e affamati, quelli vivevano
    nelle zone più vecchie di Odessa, non a Perèsyp: molti anche nella Moldavanka,
    fianco a fianco con altri ebrei malavitosi, ladri e protettori.

    Gli abitanti di Via Odaria vivevano tranquilli
    tra ucraini, russi e greci e sicuramente bisticciavano di più tra di loro che
    non con i loro vicini, ai quali vendevano merci e servizi conservando rapporti
    di buon vicinato.

    Fino alla domenica della Pasqua Ortodossa del
    1910.

    Verso le dieci di mattina era venuto un poliziotto
    ad avvisarli. Era un poliziotto ben noto nel quartiere, che diceva di essere umanamente
    preoccupato, e forse veramente lo era, per la sorte degli ebrei.

    Questo Sergej consigliò loro di chiudersi in
    casa e di non farsi vedere in strada. Gli dettero ascolto. Si barricarono
    dietro a porte e cancelli. Chiusero finestre e persiane. La piazza antistante
    fu presto avvolta nel silenzio, come trattenesse il respiro nell’attesa
    angosciosa di un male terribile e ineluttabile.

    Intanto erano arrivati Anton e i suoi
    compagni, ma erano troppo pochi. Alcuni caseggiati furono protetti dalle icone.
    Altri, tra cui Via Odaria 11, restarono sguarniti.

    La folla arrivò protetta da due pattuglie di
    soldati. I soldati erano ufficialmente in servizio di ordine pubblico, ma non
    fecero nulla. Non potevano intervenire perché “non avevano ordini”.

    Una trentina di persone si portò davanti alla
    bottega dei vini. Alcuni entrarono, gli altri restarono fuori in attesa,
    minacciosi. “Trenta rubli! Trenta rubli o sei morto!” urlarono al proprietario
    ebreo che, dopo averli consegnati, si nascose comunque alla vista degli
    aggressori abbassandosi dietro al banco, mentre le botti venivano rapidamente
    scolate.

    L’alcool eliminò le ultime barriere. Gli
    organizzatori occulti ebbero buon gioco nell’evocare la bestialità che covava
    sotto il sottile strato di apparente civilizzazione mostrato poco prima in
    chiesa.

    Giovani e meno giovani, uomini e qualche
    donna, qualcuno con lo sguardo allucinato, la folla tutta era ormai posseduta
    da istinti selvaggi e si abbandonò senza freni alla violenza più gratuita e
    odiosa. Tra le urla di tutti, il grido di alcuni “A morte gli ebrei!” spiccava
    chiaro e sonante ed evocava risposta “A morte! A morte!”

    Il caseggiato di Via Odaria 11 divenne il
    principale bersaglio. Cominciarono dalle cose e in pochi minuti la piazza fu
    ricoperta di frammenti di vetro, pezzi di mobili, detriti di ogni genere, cuscini
    e materassi in brandelli, piume. 

    Mikhail, con la moglie Sonia e il figlio
    Yakov, erano appena tornati e non avevano fatto in tempo a rifugiarsi in casa.
    Si nascosero in un capanno nel cortile. La porta non si poteva chiudere
    dall’interno e comunque tutta la costruzione era poco più resistente di una
    scatola di cartone. L’unica speranza era che non li scoprissero.

    La folla era sempre più eccitata. Ormai per
    scaldare gli animi non c’era più bisogno di quegli agitatori di professione che
    vi si erano mescolati all’inizio. Le due pattuglie di soldati stazionavano
    passivamente a nord e a sud della piazza, sempre “in attesa di ordini”. Le
    finestre erano tutte distrutte. Le stufe venivano portate in piazza. Le pagine
    dei libri sparse ovunque.

    E in mezzo alle grida di terrore si risvegliò
    improvvisa la sete di sangue.

    Gli ebrei cercarono scampo, correndo avanti e
    indietro come topi in trappola, inseguiti dalle grida degli aggressori. Un
    gruppo di assalitori consentì a qualcuno una via di scampo: partecipavano al
    pogrom per il piacere di esserci, di distruggere, di saccheggiare, non di
    uccidere. Ma i fortunati furono pochi. Eliezer il vetraio cercò di fuggire
    fuori dal caseggiato e fu accoltellato sul portone. Un russo dette un calcio al
    gabbiotto nel cortile, scoprì gli ebrei nascosti, afferrò Mikhail e lo trascinò
    fuori. Sonia e Yakov lo trattennero finché poterono, poi Sonia lo lasciò
    andare. I suoi occhi incrociarono gli occhi neri del russo che fiammeggiavano,
    iniettati di sangue, sopra la barba ispida.

    E il russo cedette a quello sguardo
    supplichevole.

    Forse nei giorni successivi si pentì della
    violenza commessa. O forse si pentì di questo momento di debolezza. Ma fu
    inutile. In due presero il suo posto e percossero Mikhail sotto gli occhi affranti
    della moglie e nonostante la coraggiosa, disperata e inutile difesa tentata dal
    figlio, bloccato da altri due energumeni e costretto a terra, impotente di
    fronte al martirio del padre.

    A questo punto si sparse la voce che “gli
    ordini” attesi erano arrivati e i soldati sarebbero intervenuti per ristabilire
    la quiete. I soldati non dovettero far altro che annunciare l’ordine di
    ritirarsi. Non fu necessario neanche sparare un colpo in aria. Mazze e bastoni
    sparirono rapidamente, raccolte dagli stessi agitatori che le avevano
    distribuite al termine della messa.

    Anton e i suoi amici lasciarono le loro
    postazioni all’ingresso dei caseggiati che avevano protetto e si unirono agli ebrei
    giunti dalle strade vicine per prestare soccorso. Eliezer fu portato all’ospedale
    ebraico in Via Myasoedovskaya e medicato. La sua ferita non era grave. Mikhail
    era ancora vivo. Si risvegliò e chiese acqua. Gli dettero da bere e cercarono
    di trasferirlo su una lettiga per il trasporto all’ospedale. Spirò tra le
    braccia dei soccorritori.

    Furono tanto efficienti i soldati “in servizio
    di ordine pubblico” che la sera stessa notificarono agli ebrei l’ordine della
    municipalità di sgombrare la piazza dalle macerie e di riparare immediatamente
    le loro case, a pena di una multa di tre rubli per finestra.

    Il funerale di Mikhail fu celebrato il giorno
    dopo. Non c’era più posto nel vecchio cimitero ebraico, in centro. Lo
    seppellirono nel cimitero nuovo, nel distretto di Lustdorf, vicino alle
    trecento vittime del pogrom del 1905.

    “Come faremo adesso?” chiese Yakov alla madre
    uscendo dal cimitero. Gli ebrei di Odessa parlavano generalmente in russo con
    gli ucraini, e in yiddish tra di loro. Da un paio d’anni però, Yakov aveva
    preso il vezzo di chiamare la madre ima,
    in ebraico.

    “Non parliamone ora, Yakov. Lasciamo passare
    questi giorni” rispose Sonia, dispiaciuta anche perché non riusciva ad essere
    rassicurante come avrebbe voluto.

    Quando rientrarono in casa, erano accompagnati
    da una folla di  parenti e amici. Nei giorni
    successivi i vicini aiutarono a rimettere in ordine la casa dei Chomsky e se ne
    fecero carico. Recuperarono mobili usati e biancheria. Trovarono anche un
    grande specchio che fu subito coperto con un lenzuolo bianco per i primi sette
    giorni di lutto stretto.

    Al ritorno dal cimitero, si lavarono le mani,
    accesero il lume che avrebbe brillato per sette giorni e si sedettero su due
    bassi sgabelli. Il profumo dei cibi freschi e dei dolci portati dagli amici li
    rincuorò, non perché avessero appetito, ma per l’affetto da cui si sentirono
    circondati. 

    Ogni tanto di notte si sentiva il debole
    pianto di Sonia. Yakov invece non aveva pianto e non piangeva. Dolente
    nell’anima e nel corpo per i colpi ricevuti, si agitava scosso da scatti
    involontari delle braccia e delle gambe. Ma non piangeva. Solo al momento della
    sepoltura, quando per primo tra i presenti aveva gettato le tre rituali
    manciate di terra sulla tomba del padre, si era sentito sopraffare dalla
    commozione e non era riuscito a controllare le lacrime.

    Suo padre aveva accettato di iscriverlo a una
    scuola moderna e se ne mostrava orgoglioso (anche se non perdeva occasione per
    lamentarsi degli insegnanti come Chaìm Biàlik[1],  che facevano parlare i loro allievi
    in ebraico invece che in yiddish). Tra un anno, finita la scuola, gli avrebbe quasi
    sicuramente consentito di andare all’Università. Ora invece il progetto doveva
    essere cancellato e a questo rimpianto, alla preoccupazione e all’angoscia del
    sentirsi senza protezione, si aggiungeva il senso di responsabilità verso la
    mamma, ormai sola.

    Voleva vendetta. Ma contro chi? Il
    governatore? Il ministro? Il famigerato Viacheslav Plehve, il ministro dello
    zar che aveva organizzato il terribile pogrom
    di Kishinev, era stato ucciso da una bomba un paio di anni dopo. Ecco. Lui
    avrebbe fatto lo stesso. Non solo: avrebbe anche ucciso lo zar. Accarezzando
    questa idea assurda si addormentava pensando a come avrebbe sparato allo zar,
    alla zarina, a Rasputin. Si, anche questo verme era responsabile della morte di
    suo padre e ne avrebbe subito le conseguenze. Così si addormentava, inseguendo
    fantasie infantili e trovandovi consolazione.

    Poi, al termine della prima settimana, giunse
    il momento di riprendere in parte la vita normale, osservando solo il mezzo lutto
    per il resto del mese.

    “Come faremo adesso?”

    “Sarah ha bisogno di aiuto al mercato. Non
    guadagnerò molto, ma almeno avremo da mangiare. Tu piuttosto dovrai farti
    forza. Ormai sei  capofamiglia.”

    Yakov finora frequentava il Primo Collegio
    Ebraico, all’angolo tra via Richelevskaya e via Tritskaya. La maggior parte
    delle scuole ebraiche di Odessa erano scuole religiose e non vi si insegnavano
    materie secolari. In questo collegio invece i programmi comprendevano anche lo
    studio di russo e tedesco, matematica e biologia, storia e geografia,
    computisteria e diritto.

    “Cercherò un lavoro”

    “Ti dispiace molto?”

    A Yakov non dispiaceva cominciare a lavorare.
    Lo addolorava separarsi dai compagni di scuola. A Sonia si strinsero gli occhi.
    Yakov rifletté un momento, poi continuò: “In due o tre anni prenderò il diploma
    come privatista”

    “È un peccato che tu non sia già diplomato.
    Avresti potuto continuare a lavorare con i clienti di papà.” Il suo grande
    desiderio sarebbe stato che Yakov potesse continuare gli studi all’Università a
    Kiev e magari diventare medico, ma se questo era quasi impensabile prima, ora
    era del tutto impossibile.

    “Andrò a cercare un lavoro al porto. Lì c’è
    sempre bisogno di braccia.”

    Cercò di dissuaderlo. Ne apprezzava la buona
    volontà, ma se avesse cominciato a fare il facchino avrebbe fatto il facchino
    per tutta la vita. Non era questa la strada da intraprendere.

    “Non voglio perdere giorni andando in giro a
    cercar lavoro. Al porto c’è sempre da fare.”

    “Ma non occorre che tu cominci a lavorare
    subito. Tuo papà ci ha lasciato qualche risparmio. Con un po’ di apprendistato,
    ci sono tanti lavori che potresti fare qui vicino a casa.”

    “Ho quasi diciassette anni. Voglio lavorare
    con le mie braccia subito. E poi voglio allontanarmi da qui, almeno durante il
    giorno, almeno in questi giorni.”

    Davanti all’insistenza del figlio Sonia
    acconsentì: “Per me è una stupidaggine – ribadì – ma non ti può far male. Ti
    preparerò il mangiare cashèr da
    portarti dietro ogni mattina.”

    Poi, per la prima volta, affrontarono insieme
    l’argomento del pogrom: perché era
    successo, come era possibile che esistesse tanta crudeltà?

    “Certi ucraini sono delle bestie. Papà mi
    aveva parlato tante volte del grande pogrom
    di cinque anni fa e poi me lo ricordo anch’io. Perèsyp era stata risparmiata solo
    per caso, diceva papà. Lui comunque dava la colpa del pogrom al governo, che aveva perso la guerra con il Giappone e
    aveva bisogno di un capro espiatorio per far sfogare la gente.”

    “Papà era sempre così. Invece che dare la colpa
    alle persone dava la colpa al governo. Adesso non c’entra il Giappone, eppure
    lo hanno ucciso. Perché odiano gli ebrei. Perché sono cristiani. Gli ebrei
    hanno sempre sofferto da quando sono stati cacciati dalla terra d’Israele”.

    In parte pensava così anche Yakov, ma gli
    sembrava di dover cercare anche un’altra spiegazione. Un gruppo di ebrei di Perèsyp
    si era recato in delegazione a portare i ringraziamenti della comunità ad Anton
    e ai suoi compagni che si erano esposti al pericolo per proteggerli. Yakov
    voleva capire, voleva risposta a una domanda che lo tormentava: perché di quei
    cristiani qualcuno li aveva attaccati con i bastoni e qualcuno invece li aveva
    difesi con le icone?

    “La gente soffre. Lavorano come dei dannati e
    non guadagnano abbastanza per vivere. Quelli che erano servi della gleba fino a
    pochi anni fa, il governo li tiene ignoranti, li usa come carne da macello e
    usa noi ebrei come bersaglio della loro rabbia.”

    ...Continua

  • 11 giugno 2012 alle ore 13:43
    Uno Spruzzo Di Consapevolezza

    Come comincia: L'ingenuità è uno stato psicologico che solo in giovane età abbiamo;quando siamo troppo piccoli per conoscere le cose sconosciute,quelle che ti portano a definirti "adulto",raggiungere una maturità tale da poter comprendere,affrontare e decidere per tutte quelle cose che la vita ti offre,anche quelle più tristi.Ci sono persone che riescono,quasi per mano divina,a mantenere quell'ingenuità infantile della pre-adolescenza e sono quelle persone che nella propria ingenuità riescono ad affrontare qualsiasi cosa,non mutando mai.Credo di aver perso quella mia dolce ingenuità già da molto tempo o forse,l'ho perduta adesso,un pò qua un pò là.Ogni tempo che passa ci si sente sempre più stanchi,cerchi di raccogliere i cocci di te stesso,te li rimonti con colla e volontà e poi aspetti di romperti di nuovo per poi ricomporti nuovamente.E quando ti scontri con chi di ingenuità ne ha da vendere,è dolce poter osservare quanto siano innocenti tali persone,che con un sorriso riescono ad essere sempre uguali,immutevoli nel tempo e nei trascorsi.Allora nel mio piccolo,penso "Quanta stanchezza emano?Quanta voglia di vivere ho dentro se mi piego anche nel vedere l'ingenuità di una persona?".Non sono in grado di ricompormi ogni volta,penso solo che se lo faccio è perchè si è troppo stanchi,troppo stanchi per sino di raccogliere i cocci di se stessi e quando incontri l'ingenuità,ti chiedi:"Quanto vivere ancora ti resta se sulla soglia dei vent'anni ti senti già a pezzi?".E' una triste consapevolezza di chi troppo ha visto e il mondo che ti rimbalza negl'occhi non è che lo specchio dei tuoi desideri,ritornare ad essere ingenui,ritornare ad essere bambino,quando una carezza di una madre o un padre,era tutto l'oro del mondo."

  • 09 giugno 2012 alle ore 20:36
    Là... dove finisce l'arcobaleno

    Come comincia: Ciao, il mio nome è Paolino, veramente Paolo ma la mamma mi chiama Paolino e mi piace sentire la mia mamma chiamarmi così.
    Sai, la mia mamma è molto bella, anzi è la più bella  e ancor più lo è quando sorride, quando mi rimbocca le coperte e mi bacia in fronte.
    La mia mamma ha lunghissimi capelli scuri  e veste sempre abiti allegri, colorati e disegnati come le pareti della mia cameretta.
    Il mio papà è un uomo molto grande. Lui di capelli a dire il vero ne ha pochissimi e la mamma lo prende in giro per questo. Loro fanno sempre finta di litigare, poi scoppiano a ridere rincorrendosi per la casa come di tanto in tanto facciamo noi bambini a scuola, solo che loro non hanno come noi una maestra che si mette ad urlare di non correre.
    Il mio papà è molto forte e quando mi prende in braccio per farmi volare in alto rido, anche se a volte ho paura di toccare il soffitto con la testa. Pensate che riesce persino a prendere in braccio anche mamma, facendola roteare fra il tavolo e il frigorifero della cucina. Mamma ruota così forte che i suoi capelli neri  s’arruffano tutti e  papà la chiama strega. Io mi diverto molto, anche perché poi corrono tutti e due ad afferrarmi facendomi girare fra loro come il mio cricetino nella sua ruota, sino a che precipitiamo tutti sul divano con mamma che finge di svenire e papà che ci fa il solletico ad entrambi.
    Vi ho già detto della mia cameretta?
    E’ bella la mia camera. Mamma ha tinto le pareti con tutti i colori dell’arcobaleno, disegnando un grande aquilone e delle azzurre nuvolette sopra il mio letto.
    L’aquilone ha una buffa faccia disegnata all’interno e una lunga coda  colorata che somiglia agli svolazzanti e colorati vestiti di mamma.
    Papà e mamma  mi accompagnano insieme nel letto la sera, ma è la mamma che si ferma qualche minuto a leggermi delle buffe storielle per poi salutarmi con un bacio in fronte.
    E’ allora che io fingendo di dormire la lascio allontanare per poi ascoltare lei e papà  che fanno la lotta nel letto.
    La mia mamma sorride sempre, o quasi. Una sola volta la ho vista piangere, ma le è passato subito, giusto il tempo di abbracciarmi forte e il sorriso è tornato.
    Si… mamma una volta ha pianto, è stato quando il nonno se n'è andato nel cielo seguendo i colori dell'arcobaleno. Mamma mi ha detto che era malato e là dove è andato non sente più dolore, che ci sono fiori coloratissimi e fa sempre caldo, e che un giorno tornerà guarito e sorridente come era prima di ammalarsi.

    E’ oramai qualche giorno che non vado a scuola, mamma dice che ho la febbre e devo riposarmi.
    Il dottore mi ha dato una medicina molto cattiva e un’amica della mamma viene ogni giorno ad ascoltare il mio pancino con una cosa che somiglia a quelle cuffiette che mette la mamma per ascoltare la musica e non disturbare il papà che guarda la televisione.

    Oggi mamma mi ha accompagnato a letto senza ridere e il papà era arrabbiato. Eppure sono stato bravo, ho preso la medicina anche se è veramente cattiva e ho fatto i compiti che i miei compagni di scuola mi hanno portato. Sono stato un bravo ometto, come papà mi ha chiesto d'essere, e non piango quando quella signora con un buffo cappello mi mette l’ago nel braccio.
    Non so da quanto tempo mamma non sorride come prima. Forse è colpa di quel vestito bianco privo di colorati fiori che lei e papà mettono quando vengono a trovarmi nella mia nuova cameretta.
    Già, perché ora dormo in una cameretta tutta bianca in cui l’unico colore è quello delle farfalle di carta appiccicate ai vetri della finestra.
    Credo che la scuola sia finita, visto che nessuno mi porta più compiti. Comunque farei fatica a farli perché la medicina che prendo mi stanca molto.
    Papà ieri era strano, sorrideva nel prendermi in giro per il fatto che gli somiglio molto ora che di capelli ne ho come lui, ma mentre sorrideva si asciugava gli occhi con la mano.
    Io sono comunque bravo, voglio vedere la mamma e il papà tornare a sorridere e loro hanno detto che non appena starò meglio mi riporteranno a casa dove si può correre e scherzare. Quindi non piango quando sento male nella pancia, così magari il dottore dice che sono guarito.

    Sono oramai giorni che la mamma dorme qui accanto a me su di una poltrona. Io fatico a sorridere e a volte non riesco a sentire neppure le buffe storielle che mamma mi racconta.
    "Mamma sono stanco" a fatica pronuncio queste semplici parole per poi sprofondare in un sonno profondo.
    Una luce fortissima mi colpisce gli occhi svegliandomi e… e… mi ritrovo in un campo pieno di coloratissimi fiori.
    "Mamma mamma guardami corro, non ho più male. Mamma guarda quanto colore e quanta bellezza in questo prato"
    La luce torna forte e accecante, che quasi non riesco a tenere aperti gli occhi, ma non sento più male alla mia pancia ed è questo che conta. E' stata brava la mia mamma nell'insistere a farmi prendere quelle cattive medicine, e in fin dei conti è stata brava anche la signora dal buffo cappello. Ha fatto tanti buchi nel mio piccolo braccio e ad osservarlo ora roseo e liscio nessuno immaginerebbe quel viola che per settimane ha colorato la mia pelle.
    Un senso di calore mi avvolge … "mamma". Mi giro e scopro che non è della mia mamma quella mano che dolcemente afferra la mia. E' di un bambino sorridente che ha pressappoco i miei anni e capelli che paiono fili d'oro.
    M'invita a seguirlo verso la cima della collina. Ci incamminiamo seguendo quella luce che mi ricorda il nascere del sole più volte atteso fra le braccia della mia mamma.
    "Mamma"… mi giro e vedo nell'immensità di quel prato fiorito la mia mamma abbracciata a papà. "Mamma papà sto bene, non ho più male" e mentre dico loro queste parole la luce m'avvolge e capisco. "Mamma mamma, sto andando dal nonno là dove finisce l'arcobaleno. Non preoccuparti mamma, ciao papà… trovo il nonno e poi torniamo insieme".

  • 08 giugno 2012 alle ore 10:32
    Quando il cielo si apre

    Come comincia: Ci sono paesi in cui , per un motivo o per un altro , qualche grinza riescono a farla ma quello dove Elisabetta era nata e viveva niente ; Quello era piatto come se un gigantesco ferro da stiro gli passasse continuamente sopra , tanto che anche quei pochi che ci abitavano finirono anche loro stirati e piatti , compresi quelli che ad un certo punto decisero di andarsene con l’illusione che lontano la loro vita prendesse qualche piega .
    Ad ogni buon conto anche lì ,del fenomeno della terza rivoluzione industriale e sociale si percepì , almeno l’odore;
    Tutti ebbero i loro bei cellulari , le satellitari e ovviamente i personal computer che , all’arrivo della prima bolletta telefonica , finivano tristemente a suppellettili .
    L’andare al passo con i tempi o meglio ,l’ultimo olezzo di quello d’oro fu il fenomeno “IN” delle separazioni e dei conseguenti divorzi .
    “IN” volle essere anche la madre di Elisabetta che siccome era quello che era , divorzio quando la piccola era nata da un mese ; con il tempo prima il padre poi la madre , che era quello che era , continuarono a procreare per conto proprio : tre figli ciascuno e Elisabetta ricevette soltanto come souvenir di quella breve gita con i genitori un bel diabete forse perché del tutto inconsapevoli desideravano fare in modo che quella bambina assaporasse le dolcezze della vita apprescindere dal senso del gusto … Forse .
    Di fatto i genitori di Elisabetta furono i nonni materni : due brave persone che volevano ,a modo loro , tanto bene alla nipotina e, per quello che materialmente e non , potevano fecero sempre del loro meglio per tappare quei buchi che i genitori avevano lasciato alla sua anima .
    Tuttavia non erano in grado quasi mai di vedere con gli occhi di lei e , in tal senso nessuno poteva biasimarli .
    Elisabetta questo non riuscì a comprenderlo neanche quando raggiunse l’età di 16 anni con un target di ambizioni che eccetto una , lasciava a desiderare .
    Ne derivò che venne inamidata anche lei e riparandosi con l’ombrello dalle lacrime che si versava addosso ,si mise in coda . Elisabetta viveva dei suoi DVD e dei suoi innumerevoli amori che puntualmente si trasformavano in massi che non ci avrebbero messo molto a seppellirla e le lasciava fare purché arrivava un sms banale che la seppelliva sempre più . Diverse volte Elisabetta assicurata a due corde precipitò nell’abisso della depressione e le sue due migliori amiche . Erano sempre lì sedute sull’orlo , pronte a issarla su senza mai mostrare un minimo segno di fatica . Anche loro però dovevano far fronte alle loro incombenze scolastiche che da tempo non incom. Continuarono percui , continuarono a starle addosso seppur non con la stessa frequenza di quando le scuole chiudevano i cancelli .
    Fu invece Elisabetta a stancarsi di loro : cominciò ad evitarle e quando non poteva parlava con riluttanza finché a ciascuno di loro disse , senza preamboli , che di baby setter non aveva bisogno .
    Le due rispettarono la decisione dell’amica : si alzarono dall’orlo di quel precipizio e si allontanarono senza dire nulla , senza minimamente alterare il grande e mobilissimo sentimento verso Elisabetta .
    Nelle settimane che seguirono tra un DVD e l’abbandono completo , nella mente di Elisabetta spesso pacata dall’alcool , cominciò a farsi strada , come un tarlo in una trave , la voglia di issare uno straccio bianco alla vita e chiudere quel gioco che per lei , non valeva la candela .
    Decise allora di usare come arma del proprio assassinio il diabete : la glicemia raggiunse valori stratosferici : fu un insuccesso per lei , un miracolo per i medici e un pianto liberatorio di gioia per i nonni e le sue due amiche che a sua insaputa , erano rimaste assenti da scuola una settimana per starle accanto .
    Tornata a casa quel tarlo riprese il suo cammino ed Elisabetta si sentì ancor più fallita per non esser riuscita a suicidarsi , esattamente come quel personaggio che ogni tanto , compare nel fumetto “Alan Ford “.
    Una breve pausa nella , per lei , sua ingombrante vita fu un interesse per una rivista o meglio ,per un tale che vi pubblicava degli articoli che scriveva qua e là . In giro per il mondo .
    Elisabetta mostrò sempre più interesse per lui quando fece una ricerca su internet .
    Lesse la sua biografia con attenzione e rimase stupita dal fatto che quell’uomo , diventò famoso e apprezzato , la sua povertà ,la solitudine , i dispiaceri , le ingiustizie le aveva indossate e le aveva visto indosso a tanta gente con cui si soffermava ore ad ascoltare : con lui parlavano volentieri anche coloro che nessun altro giornalista era mai riuscito ad avvicinare .
    Come facesse , fu sempre un mistero per tutti quelli che gli articoli li scrivevano per la notorietà , per compiacere qualcuno e con il sogno di un premio .
    Lui invece famoso lo divenne uguale e per i motivi opposti.
    Elisabetta come ogni donna guardo la sua foto e pensò “anche come uomo non è mica male ….potessi conoscerlo e magari lavorare per lui ….ma che dico : quello sempre in viaggio ricco …. Almeno avrà cinque segretarie …. Cinque? No dieci almeno…. Comunque io una e-mail gliela invio lo stesso “
    Le dita di Elisabetta cominciarono a muoversi con disinvoltura sulla tastiera e alla fine , venne fuori un documento di tre pagine , lo allegò e diede il comando di invio .
    I giorni passavano lenti o veloci , a seconda dal punto di vista ; da una parte passavano veloci se si innamorava e finché la cosa durava per quei venti giorni era in grado di studiare un po’ , di dare creare una mano alla nonna nelle faccende domestiche , di aspettare il sabato sera come tutte le altre e la sera andare serenamente a letto dopo l’immancabile sms di buona notte con il nuovo amore e la lettura di un’ articolo di quel tale .
    Agli inizi di un novembre il suo ragazzo con un patetico giro di parole la mollò come si mollano tutte quelle che vogliono fare sul serio .
    Per Elisabetta , prossima ai diciotto anni , significò il crollo completo .
    Superalcolici , caffè , cinque pacchetti di sigarette al giorno dovevano farcela a toglierla di mezzo per sempre cosi Elisabetta , all’insaputa dei nonni prese tutto ciò che aveva nel suo libretto di risparmio , si rifornì per quanto stimo potesse bastare per seppellirla , si tappo in casa e inizio quella dieta letale.
    Cinque giorni dopo , un pomeriggio i nonni uscirono per pregare uno psicologo di andare a visitare Elisabetta a casa . Questi , preso da una insolita commozione assicurò che sarebbe andato subito dopo le festività natalizie , “intanto “ disse “iniziamo con questa cura . Quando verrò vedremo il da farsi . “ Scrisse una lunga ricetta e rassicurando i preoccupati coniugi che sarebbe andato tutto per il meglio , li accompagnò sino all’ingresso .
    Elisabetta intanto dopo aver mangiato una mela accompagnata da due generosi whisky si era distesa sul letto a far fuori il terzo pacchetto di sigarette .
    Qualcuno suonò il campanello assieme al tono seccato del postino non la toccarono più di tanto .
    E neppure rispose .
    Sentì il fruscio di una busta che scivolava sotto la porta e il rumore di uno scooter che si allontanava e continuò a sfogliare una nuova rivista che pubblicava anche gli articoli di quel tale . Che non aveva risposto alla sua e-mail sputò addosso la sua foto e si accese un’ennesima sigaretta .
    Elisabetta poco dopo ebbe necessità di andare in bagno , a piedi nudi , lungo il breve tragitto , calpesto qualcosa . Solo allora si ricordò del fruscio e del postino .
    Prese la busta e seduta sulla tazza del water , senza aprirla , la girava e rigirava .
    Tornata in camera sua lesse il suo nome , cognome e indirizzo fedelmente riportati e si decise di aprirla dentro c’era un DVD e un biglietto : la grafia bella e curatissima ricordava quella degli amanuensi .
    “ Giovane Elisabetta ,
    Noi conosciamo la tua breve storia che non è certamente tra le più felici ; ma il punto , che ci ha fatto meditare sulla tua richiesta è il fatto che quello che tu chiedi non ci ha convinto in modo completo , soprattutto per le contraddizioni che dentro il tuo essere se prima erano in continuo litigio ora convivono pacificamente proprio come un uomo e una donna che si amano ma tu d’amore non sai nulla : questo per noi è stato un cattivo presagio astruso e contorto per potertelo spiegare . Ci consola il fatto che , agli occhi di voi umani innumerevoli cose sembrano astruse e contorte terribili e ingiuste che il più delle volte assumono umane sembianze se così non fosse credi che questi altri che al contrario hanno iniziato e concluso il tempo che gli abbiamo concesso e gli arginare il più possibile queste abominevoli cose avrebbero motivo di esistere ?
    Diciamo arginare dato che questi rari mortali sanno bene sin dall’inizio che la partita che si accingono a giocare con noi , la perdono comunque . Tuttavia lo stimolo che li fa proseguire nel gioco sta nella difficoltà in cui spesso riescono a mettersi . Cosi , alla fine , un premio viene loro concesso : che puntualmente dividono con tutti con loro che hanno affrontato nella vita terrena e anche con quelli che la partita con noi non se la sono sentita neanche d’iniziarla ; così ci è piaciuto creare il vostro mondo e voi mortali ? E cosi sarà fino a quando esisterà l’ultimo essere umano .
    Tu , Elisabetta , cosa sei ? Una che crea aberrazioni , una che cerca di arginare o una che ha rinunciato subito e vuole morire ?

    Quello che comanda tutti noi quelle rare volte , quando il cielo si apre , esaudisce le poche richieste che riescono a penetrare in questa invisibile fessura senza pensarci troppo ; con te , chi lo sa , ha voluto fare un’eccezione forse per la tua bellezza e la tua età .
    Quindi da questo momento hai un mese di tempo per pensare bene se cambiare la tua richiesta o lasciarla immutata . Dopo scrivi sul DVD quello che hai deciso rimettilo nella busta e aspetta ; qualcuno si farà vivo per ritirare il tutto .
    Naturalmente Elisabetta pensò ad uno scherzo , in quel periodo infelice delle sue amiche e non pensò niente perché male già lo stava .
    Poi tentò di aprire la custodia del DVD per vedersela fino in fondo ma non si apriva ; provò e riprovò ancora finché , perse l’ultima briciola di pazienza , lo scaraventò sul pavimento niente neanche una scalfittura . corse allora in cantina , prese un martello dalla cassetta degli attrezzi del nonno e con tutta la sua forza colpi quella custodia . Che rimase intatta come un diamante . Dentro Elisabetta adesso cominciavano a mescolarsi stupore , paura e persino dubbi sulla sua condizione mentale .
    Dalla poltrona , tra un sorso e una sigaretta continuava a guardare quella strana busta e il suo contenuto quando l’idea che c’era qualcuno che poteva darle una mano a dissipare quella matassa , la spinse a vestirsi e uscire .
    Indira guardava la busta , il DVD e insieme a Elisabetta la cui espressione di ansia le provocavano una goduria inspiegabile che prolungò finché poteva poi fece un cenno ad Elisabetta la seguì .
    Dai suoi hardware e software appariva chiaro che quella , di informatica ne sapeva parecchio .
    Si sedette passò la busta allo scanner e il DVD si connesse con alcuni siti web , confrontò , cercò e man mano la sua espressione cominciava ad assumere quella di chi qualche volta scopre i propri limiti . Da brava marcista si alzò , guardò Elisabetta ed emise il suo responso : “ ti hanno fatto uno scherzo , fatto bene , ma è solo uno scherzo ; questa è solo una busta che era in commercio negli anni sessanta … Settanta ….. Forse comunque è uno scherzo sta tranquilla . “ E del DVD : che hai trovato riguardo il DVD ? “ Chiese Elisabetta . A volte i telefoni rompono le scatole , a volte ti liberano da persone o da cose come , nello specifico ,da quella domanda Indira , che non l’aveva fatto , rispose al primo squillo : Elisabetta capì che allora che anche gli espertissimi possiedono i loro bravi confini di conoscenza fece un cenno di saluto e tornò a casa . Nella sua camera , dove cominciava a diventare (manca qualcosa ) , Elisabetta nel cassetto della sua scrivania l’insolita posta che aveva ricevuto mangiò un tramezzino e quella notte riuscì a dormire serenamente accanto la nonna che persino si commosse : nulla dell’accaduto , però , non disse nulla . In quale modo , la cura prescritta dall0 psicologo ebbe effetti sufficienti tanto che Elisabetta cominciò a mettere un po’ d’ordine nella sua vita , iniziando dalla sua camera ; volle anche mettersi a lavorare e , grazie al padre di una sua amica , venne assunta in un ristorante di una piccola isola che , d’estate , i turisti si ammassavano come in un barile di sardine sotto sale . Elisabetta si trovò bene in quel posto ; i gestori Luigi e Teresa , una coppia sui quarantacinque con un figlio disabile con il quale Elisabetta trascorreva gran parte del suo tempo libero a vedere e commentare film horror , di cui anche lui era un cultore . Dopo un mese agli inizi di luglio arrivo un pizzaiolo , Carlo , per sopportare il proprietario , considerato la clientela in notevole aumento . bastò un sorriso e un invito in discoteca a far cadere Elisabetta nella sua vorticosa convinzione dell’amore .
    Sembrava , comunque , che questa fosse la volta buona , fino a quando una sera la signora Teresa e Carlo , senza volerlo , dimostrarono a Elisabetta che esiste una cosa chiamata passione piacevole e tanto discreta da non frantumare cuori o altro , almeno , fin quando la cosa resta tra i due . Elisabetta seguì la lezione per pochi secondo poi prese il primo aliscafo e un’ora dopo era ancora a due mesi prima con un altro masso in più sopra il suo corpo . I nonni non chiesero nessuna spiegazione : sapevano che era la cosa migliore e andarono a dividersi . l’ennesimo dolore in salotto : che altro avrebbero potuto fare ?
    Elisabetta , oltre a frugare nella sua memoria , cominciò a frugare anche tra le sue cose finché non le venne tra le mani quella busta che mesi prima l’aveva sconvolta ; prese la custodia del DVD e con l’espressione di chi sa di fare qualcosa di inutile tentò di aprirla e invece questa volta ci riuscì senza alcun sforzo . Sbalordita del fatto che la cosa non l’aveva per nulla stupita estrasse il dischetto e senza esitare vi scrisse “IO VOGLIO MORIRE” . Lo ripose sulla custodia poi dentro la busta e richiuse il cassetto .
    I giorni andavano via portandosi con loro i chili , il fegato e tutto quanto Elisabetta gli offriva ben volentieri …………….  .
    Per lei teneva gelosamente le sue lacrime che osservava compiaciuta da sotto il suo splendido ombrello color vergogna .
    Nella tarda mattina , tre un Natale che i nonni si sforzarono al massimo di farlo apparire tale, e un capodanno che preludeva una copia , dalla sua camera Elisabetta senti i nonni con un tono un po’ imbarazzato usare l’italiano misto al dialetto , orrenda cosa , e la voce di un uomo che essendoci nato , da quelle parti , usava solo il dialetto .
    La ragazza apri la porta quanto bastava per vedere il visitatore e trasali : era lui , quel bastardo che non aveva risposto alla sua e-mail . Si vesti , si diede un leggero trucco a tempo di record e interruppe la già difficile conversazione facendo ingresso al salotto .
    I nonni la guardarono come fa chi viene a toglierti un riccio dal petto e insieme a lei guardarono quell’uomo semplice ,dall’indefinibile età che, inghiottito l’ultimo boccone di un dolce il quale lo portava indietro al tempo della sua mai vissuta infanzia , si alzò porgendo la mano ad Elisabetta : “ non rispondo mai con una e-mail a delle e-mail come la tua. Ecco perché sono venuto : anche per i dolci , però , mi mancavano troppo . “ I nonni sorrisero e si avviarono in cucina lasciandoli soli . “Tu non hai mai detto che sei nato in questo paese …….” Esodi Elisabetta . “Ascolta Elisabetta …” rispose l’altro eludendo la domanda . “Tu vuoi lavorare con me , viaggiare conoscere la gente e le loro storie per capire e darti delle risposte a domande che ogni giorno ti fai e nessuno in questo riesce a darti una mano . E’ cosi che mi hai scritto o sbaglio ? “ . “Si … E’ cosi “ fu la risposta lapidaria della ragazza . “Bene . Preparati perché l’antivigilia di capodanno partiamo .
    Stremo via circa un mese e al ritorno deciderai se rimanere a collaborare con me o lasciar perdere ; con i tuoi nonni ho già parlato ed è tutto a posto . Dei dettagli ne parliamo in aereo anche per distrarmi … In confidenza anche se ci sono stato parecchie volte non sono mai riuscito a vincere la paura . Per la prima volta Elisabetta riuscì a coinvolgere in un alone di difficoltà i suoi cari e per la prima volta a farli piangere per una ragione opposta a quella che di lacrime gliene aveva fatte versare a fiumi .
    “ Hai visto , amore mio ? ……….Prima o poi il cielo si apre e i nostri desideri vengono esauditi , basta chiedere e pregare .”La povera donna aveva ragione ma non sapeva che anche in questo esisteva una rigorosa graduatoria .
    Non lo sapeva , d’altronde , neanche Elisabetta che adesso poteva considerarsi la privilegiata dell’ironia della sorte .
    Nella notte del 29 Dicembre fredda e con un cielo insolitamente terso Elisabetta dopo aver controllato minuziosamente che avesse tutto a posto per la partenza si infilò la vestaglia , usci sul balcone e guardando la luna come non aveva mai fatto , accese la sigaretta . Sorseggiando , tra una boccata e un'altra , latte caldo con miele . Che trovò più buono delle unghia . Pensava continuamente alle mani bellissime , a quell’uomo tanto strano quanto affascinante . Che si era accorto di questa sua compaesana con due occhini e un volto che in quel posto non potevano rimanerci .
    Si ripromise di fargli il terzo grado ,durante il viaggio , e sorrise chinando il capo fino a poggiare la fronte sulla tazza.
    Un’auto di lusso , in quel momento di positivo abbandono della ragazza , si fermò sottocasa senza alcun rumore ,senza rompere per nulla l’incanto di quella notte . Dove l’unica ad essere distrutta fu Elisabetta : il momento in cui qualcuno sarebbe arrivato a sigillare la sua scelta era arrivato .
    Come in uno stato di trance , la ragazza prese la busta , scese e accolse l’invito dell’uomo con un impeccabile divisa d’autista a salire in auto . Dopo aver compiuto un percorso completamente sconosciuto si fermarono il tempo che davanti il cancello di una grande villa si aprisse ,ne attraversarono il lungo viale fino ad arrivare alla gradinata che conduceva all’ingresso . Qui Elisabetta venne invitata da una donna con una sorta di kaftano a scendere dall’auto e a seguirla .In un salone grande quanto un normale appartamento e arredato con uno stile sconosciuto una bellissima donna seduta dietro una scrivania scrisse di tormentare i riccioli neri che le cadevano sulle spalle , ritirò la busta dalle mani della giovane e le fece segno di sedere .
    Tirò fuori il DVD , lo guardò di sfuggita e la sua voce dolcissima finalmente ruppe quel glaciale silenzio . “vedo che nonostante il tempo che ti è stato dato per pensarci ancora non ti ha fatto cambiare idea …… La odi cosi tanto la tua vita ,Elisabetta ! Elisabetta non rispose ; troppi pensieri si accavallavano ora nella sua mente da crearle una confusione mista a terrore come mai le era successo . “so quanto è successo “ riprese la donna “ ora vorresti tornare sui tuoi passi …. Ma vedi , tu sei già stata un caso ….. come dite voi …. Posto all’attenzione .
    Ti sei mai chiesta quanti , prima di te , hanno invocato inutilmente di vivere , quanto hanno amato la vita ? Eppure le è stata tolta senza opportunità di scelta . Non pensi che ora sarebbe una grande ingiustizia verso essi concederti di porre un <non > tra <io > e <voglio >?
    Elisabetta completamente nel pallone e in un mare di lacrime , annui .
    La donna sospirò profondamente come tale era il suo sincero dispiacere e proseguì “Vorrei tanto aiutarti , tesoro , ma non posso , credimi ….. ma quello che tu hai desiderato è diventato realtà nel momento in cui hai visto giungere l’aiuto che ti ha condotta in questo posto …. Guarda tu stessa .”
    Alle spalle della donna una tenda di chiffon si apri mostrando uno schermo . La donna inserì il DVD in una fessura della scrivania e abbassò la testa che venne accolta dalle splendide mani diafane .
    Sullo schermo Elisabetta sul balcone con la sigaretta sulla sinistra e la tazza sulla destra immersa nelle proprie emozioni e il silenzio squarciato da due delinquenti che festeggiavano il nuovo anno anticipatamente con una calibro 9 sparando come in una disputa stile western .
    Passano sotto Elisabetta che sente un lieve bruciore sul solco divisorio i seni perfetti e generosi . Ha il tempo di vedere una macchia scarlatta allargarsi e poi il buio ,il gran putifarre che ne seguì , i nonni e le amiche ai quali qualcuno risparmio di aggiungere un’esponente maggiore alla loro sofferenza facendo in modo che ignorassero l’autrice di quanto era avvenuto . La madre , che era quello che era , piangeva per aver perduto la figlia maggiore o per aver saputo da poco che era in attesa del quinto .
    Solo un uomo strano , quel giornalista dall’indefinibile età capì come erano andate le cose realmente ; si allontanò con estrema discrezione e non tornò mai più a mangiare i suoi dolci preferiti , neanche quelli ormai del posto in cui era nato gli piacevano più . La donna fece uno strano gesto e lo schermo si oscurò tornando a nascondersi dietro le tende .
    Poi si alzò , girò attorno la scrivania e porse la mano a Elisabetta i cui occhini erano rimasti solo due fessure .
    Mano nella mano le due donne si avviarono per un lungo corridoio come delle pietre miliari , ogni due metri , delle scatole diverse per dimensione . Solo le prime erano aperte mentre tutte le altre , più di settanta erano ancora sigillate . “Cosa sono ?” chiese Elisabetta ; questa volta con il tono solenne che ha colui che affronta il capestro conscio della propria colpevolezza .
    “La tua vita , piccola mia , con tutti i suoi pacchi che ancora doveva offrirti e che hai rifiutato senza neanche guardarci dentro ….. Ecco cosa sono …. “ Le rispose la donna come arrabbiata .
    Alla fine del corridoio , una porta e l’ultima scatola accanto la soglia .
    Elisabetta si fermò a fissarla e la donna stringendola a sé : “aprila pure , se vuoi .”
    La ragazza non se lo fece ripetere e apri il coperchio ; sul fondo vide tre simpaticissime vecchiette che ridendo a crepapelle per una sciocchezza qualunque percorrevano un viale per raggiungere ed essere seguite , un lontano giorno , coloro che amavano .
    Elisabetta pianse le sue ultime lacrime ed attraversò la porta senza esitare . La donna si voltò e mentre tornava qualcosa brillò sulle sue guance vellutate

  • 08 giugno 2012 alle ore 10:11
    Niente di buono - reviewed

    Come comincia: Le persone si voltavano spaventate al mio passaggio , mentre io fissavo il parabrezza come ipnotizzato davanti alla tv ; le luci si diradavano e la strada si faceva sempre più deserta , una nastro bordato di bianco immerso nella pece . Il V8 del Mustang urlava sotto il cofano come se volesse esprimere la mia rabbia ; mi lasciai alle spalle il trambusto di Atlantic City percorrendo a velocità folle l'Absecon boulevard . Desideravo perdere il controllo dell'auto e andare a finire in qualche laghetto della palude circostante , sparendo da questo mondo senza nessun clamore , inghiottito dalla terra  senza scomodare gli eleganti operatori del setttore funebre .
    Razza di ingenuo che sono , davvero pensavo di poter condurre un'esistenza normale ? E allora cosa erano gli spasmi che tormentavano il mio corpo mentre immaginavo uccisioni e torture di persone all'altro capo del mondo ? E la repulsione per qualsiasi rapporto stabile che comprendesse la ricerca di felicità e benessere ? Possibile che un ignobile perditempo come me fosse il figlio di un luminare della parapsicologia ? Come poteva un magnifico e geniale individuo trasmettere alla sua prole un patrimonio genetico cosi corrotto ?
    Finalmente la risposta … ma io già lo sapevo , me lo sentivo in ogni maledetta cellula del mio corpo.
    Le spade di luce si facevano largo nell'oscurità a più di 150 miglia all'ora ; mi accesi una sigaretta e alzai il volume dello radio per placare la tempesta di pensieri che mi aveva travolto; passavano un pezzo dei Green Day ... ma niente da fare , la mente tornava alle parole di mio padre. Due giorni fa mi aveva chiamato in tarda serata :
    < Ciao Mic , domani verrò da te , devo parlarti >
    < Si certo ho tutto il tempo che vuoi , ti preparo qualcosa , sai adesso mi diletto molto in cucina . Anche la mia ragazza sarà molto felice di conoscerti ! Ma cosa vuoi eh ? Che torni in Inghilterra a prendere una laurea in biochimica molecolare del cazzo ? > risposi in tono sarcastico.
    < Noto che stai molto bene , sei lucido . Domani ti dirò quello che hai sempre voluto sapere , dovresti esserne contento . Vedremo se riuscirai a fare dell'ironia su una questione tanto importante. Sarò alle 11.00 al distretto di polizia , so che devi presentarti li ogni giovedi >
    Il giorno seguente fu puntualissimo ad accogliermi presso la sede degli sbirri , poi si fece accompagnare dove volevo per mangiare un boccone. A pochi isolati dalla centrale , seduto tranquillamente al Baker Pub , un fast food della omonima e promettente catena in franchising , iniziò la sua laconica confessione.
    < Figliolo , sarò diretto anche perchè non conosco altro modo di esprimermi : tu e i tuoi fratelli , purtroppo , siete il frutto di un errore che ho commesso per salvare la vita di vostra madre . Milla era il vampiro neonato più potente che sia mai apparso sulla terra , stava compiendo ogni genere di efferatezze e aveva catturato un mio eletto , Mathiàs ...> Fece una pausa per incassare la reazione di Michael , che arrivò automatica e inesorabile :
    < Bene , io non so voi romanticoni dell'aldilà come vi regolate , ma quaggiù se una sciroccata si mette a fare una strage le si pianta una pallottola in testa ! >
    < Certo , avrei potuto eliminarla , ma il suo enorme potere mi ha influenzato , è riuscita a trasmettermi tutto il suo dolore per aver ucciso i suoi familiari. Mi ha implorato di farla tornare umana per poterli seppellire e spiegare tutto a suo fratello minore . Non potei sottrarmi a quella richiesta e l'unico modo di far rivivere un non morto è con l'amore puro , quello di un angelo . Inoltre bisognava prolungare a sufficienza l'effetto della rinascita , che altrimenti sarebbe svanito in pochi minuti . Anzi , bisognava renderlo quasi permanente ; per questo mi sono unito a lei , donandole 9 mesi di vita umana e ... tre gemelli  >
    Sono il frutto dell'unione più scandalosa che la storia umana abbia mai annoverato …. io e i miei fratelli siamo il capriccio di un semidio sollazzatosi con una belva sanguinaria che , poverina , andava salvata dalla sua maledizione ! Grazie papà , sono molto fiero di te e ti sono riconoscente per lo splendido soggiorno sul pianeta terra che mi hai regalato : famiglia assurda , carattere impossibile , mentalmente instabile con istinti suicidi e una condanna a vita che pende sulla mia testa !
    < Maledizione ma ti rendi conto che hai messo incinta la regina degli zombie solo per compassione ? Ed ora cosa vuoi da me ? Che ripari il tuo danno ? Scordatelo io non ho nessun padrone , non più ..>
    < Figliolo , il volere di Hamon non può  essere messo in discussione , farai  quello che ti ha chiesto . D 'altronde non hai scelta : il tuo istinto è servire la giustizia e provare il dolore degli oppressi come fosse il tuo ; l'altra faccia della medaglia  è l'odio che provi dalla nascita che ti spinge a compiere atti di violenza inaudita , esattamente come deve essere . Ti è stato affidato il destino dell'umanità e questa volta non è un gioco … io non posso cambiare il passato. Ho commesso un grosso errore guidato da un sentimento che non sono riuscito a placare . Mi dispiace . Io ho già pagato con l'esilio sulla terra per l'eternità , ma tu ti puoi riscattare e un giorno tornerai nella Vera Dimensione , quando l'uomo sarà abbastanza maturo . Succederà presto , non temere . > Concluse cosi' il suo bollettino astrologico che racchiudeva il dramma della mia nascita , vita e dipartita . Non aveva nemmeno sfiorato la sua caesar salad , limitandosi a sorseggiare il the verde come un atto dovuto .
    Rimasi immobile sbuffando fumo di sigaretta mentre Gabriel si alzava e spariva oltre la porta del locale .
    Con questa favola assurda che ancora mi ripassava in testa raggiunsi il BubbleBar e , senza rallentare di un miglio , strattonai lo sterzo alzando la leva del freno a mano ; il mio destriero d'acciaio si voltò su un lato , con il muso che puntava la grande insegna del locale , girandovi attorno per metà e fermandosi proprio davanti all'ingresso . Il poderoso otto cilindri smise di borbottare e io scesi attraversando il piazzale di ghiaia in mezzo a una insalubre nube di polvere e gas di scarico .
    Jeff stava passando lo straccio come suo solito a quest'ora , soffermandosi però vicino al tabellone delle freccette per togliere una chiazza di sangue un po' ostinata; qualcuno si era beccato un pugno sul naso in mattinata e quella strafatta di Betsy non aveva pulito , forse nemmeno se ne era accorta .< Ehi ragazzo , stai facendo le prove per ammazzarti ? La settimana prossima troverai il piazzale asfaltato , quindi ti consiglio di evitare i parcheggi alla tokio-drift ! >
    < Fai portare un bel po' di sabbia cosi' mi diverto a spazzarla tutta quanta ... >
    < Si fai lo spiritoso , quanto ai perso stasera in quel buco di merda del Mirage ? >
    < Non sono affari tuoi , sembri mio padre cazzo ! >
    < Bene allora dimmi che sei venuto a saldare il tuo debito  di duecento dollari , mio stimato cliente ! >
    < Non è serata Jeff , avrai i tuoi dannati soldi ! Adesso dammi una tequila per favore >
    Se in due anni avevo perso tutti i soldi avuti da mio padre e accumulato debiti per 16000 dollari , come potevo sperare di campare ancora senza trovarmi un lavoro vero ? Erano tutti impazienti di spaccarmi la testa sul marciapiede e fregarmi il Mustang per recuperare i loro crediti ! Trangugiai il liquore e cominciai a riflettere sul da farsi : ero al verde , avevo accoppato il mio datore di lavoro , un rispettabilissimo trafficante d'armi che mi pagava bene , puntuale e tutto il resto … peccato che voleva provare i suoi nuovi AK-47 sparando ai surfisti da un elicottero . Ho dovuto lanciarlo nel vuoto mentre ancora stava ridendo come un bambino al luna park … era troppo anche per me quello spetttacolo , anche se mi dava da mangiare . Mi accesi una sigaretta .
    Ripensai alle parole di Hamon : < ... tu fermerai ogni tentativo di supremazia di una razza sulle altre , preserverai l'umanità da ogni sopruso , ucciderai ogni figlio impuro della terra che tenti di sovvertire la pace tra i popoli . Sarai la mano del mio volere , ti guiderò attraverso il tuo istinto e la tua natura ti permetterà ogni cosa .... >. Fu l'ultima volta che quella voce si insinuò nei miei pensieri , poi più nulla per mesi , fino a che mio padre si fece vivo per rivelarmi il resto della storia. Adesso mi è chiaro che non deliravo , non erano le mie sbronze di wiskey a far parlare quel bizzarro personaggio . Mi avevano assegnato un bel lavoretto ! Fare da guardia alle frange di estremisti transgenici e subnormali che infestano la terra. E' una figura professionale molto richiesta oggigiorno " l'accalappia mostri " !
    Decisi che avrei fatto una puntatina al Torque ; due cazzotti ben assestati mi avrebbero fatto rilassare e incassare un po' di grana , non le avevo mai prese fin'ora . Fortuna ? Non credo , sapevo sempre come stendere il mio avversario , colpivo duro nei modi più incredibili , una dote naturale . Una volta toccò a un kickboxer che andò a vuoto con un calcio basso, io lo scansai attaccandomi alla sua gamba  e gli andai a fracassare il ginocchio dell'altra . Una scena orribile , non volevano pagarmi perchè avevo interrotto le scommesse ; i due incontri successivi saltatrono per salvare quel muso giallo che stava morendo dissanguato .
    < Metti in conto Jeff , domani ti pago ...> dissi alzandomi dallo sgabello che continuò a ruotare un paio di volte.
    < Si come no ! > rispose Jeff salutandomi con il dito medio .
    Tornai indietro in direzione di Atlantic City per raggiungere Docktown . Erano ormai le 2 del mattino . Forse troppo tardi per un combattimento , ma non per un incontro particolare...davanti al portoncino viola del Torque una figura sinuosa avvolta dal fumo calpestava avanti e indietro l'asfalto lurido , vociando dentro un apparecchio auricolare . Ellen ?

  • 07 giugno 2012 alle ore 19:41
    Io

    Come comincia: Riesco a vedere molte albe e infiniti tramonti...riesco a percepire il minimo rumore della notte profonda...riesco a non intimorirmi delle avversità del tempo...rido di tutto  e piango per niente...mangio quando non ho fame e riposo quando non ho sonno...sono io...semplicemente un camionista.

  • 06 giugno 2012 alle ore 17:49
    Pensieri,Parole

    Come comincia: Leggera,leggera cata che sfiora e che annega,fragile per la sua consistenza,forte per l'essenza che porta.L'immagine semplice del mondo che da valore all'effimera consistenza sulla cui è posta.immagina un foglio su cui tingere i colori del mondo,le immagini dell'immenso che ti entrano dentro,fa pulizia di te rilasciando la bellezza dei luoghi,dei profumi,dell'emozioni di momenti precisi,di attimi che toccano l'anima impressi in uno scatto,uno scatto associabile all'attimo in cui la vita ti annida in un cerchio di purezza e grandezza.Avvolto dal torpore inebriante del momento,si fa presto a poter imprimere in uno scatto fugace ciò che si cerca di catturare e quel qualcosa,inchiodato alla pellicola,viene marchiato a fuoco,non più elaborabile o maneggevole.L'attimo della vita che ti piomba nel petto senza preavviso,senza una preparazione corporea e mentale:come una macchina fotografica,l'immagine rimbalza negl'occhi di chi la guarda,la elabora emozionalmente e la conclude nel cuore dell'ascoltatore protagonista di se stesso e della preda catturata.La fotografia dell'anima diviene oggetto di se stessa e non è più definita arte mondiale,benchè esistenziale e personale,come la pittura o la musica,non altro che lo specchio di noi stessi,non sono altro che il mezzo col quale il protagonista di ogni storia trasmette il trasmettibile senza veli,ne giri di parole:la propria realtà dei fatti e dei sentimenti messa a nudo al mondo per far si che l'altro possa non interpretare l'anima dell'artista,ma benchè l'essenza stessa del soggetto artistico che diviene anima dell'autore.Le foto sono la conseguenza dello stesso,la bravura di prendere al volo ciò che gl'occhi colgono nella reale visione delle cose mandandola in post-produzione nel cervello,arrivando al cuore e non solo al proprio,ma a quello di tutti.
    Bisogna solo essere bravi nel capire dove trovare l'associazione immagine-parola ed esprimerlo così come esso si rivela.

  • Come comincia: "I nostri occhi perplessi non hanno paura
    Non aver timore.... sorè, non sono tutti uguali, loro non ci possono far male.
    Nel percorso della vita siamo noi che decidiamo quanto male ci possono fare gli altri!
    Siamo noi che facciamo entrare le persone nel nostro cuore, che sia un amico che sia un compagno , siamo comunque noi a decidere. Se “lui” è nel tuo cuore è perchè il tuo cuore sa che nessun altro potrebbe stare al suo posto ora.
    E’ lui che ti rende felice, le sue risate, i suoi silenzi ,le sue mancanze .... fanno parte di lui .... ti sei innamorata di tutto ciò.
    Non vedi la calda atmosfera di Parigi? Non la senti?
    Lasciati andare, apri il tuo cuore, non diffidare. Viviti il momento , non pensare al domani , nel nostro viaggio non c’è domani... c’è soltanto l’attimo.
    Io voglio vivere di attimi , lui non sà , non sò se saprà mai , ma lo vivo !
    Il mio cuore è vivo! Si! Vivo...finalmente vivo! Lo sento ! Scalpita!
    Ha voglia di emozionarsi, ha voglia di gridare... resta con me... sono da amare.
    In quest’angolo di paradiso voglio restare..." (B,T,)

    Sono ore che passeggiamo per Parigi.... occhi negli occhi... il cuore finalmente sereno!!!
    Quante paure ci hanno accompagnate in questi anni: entrambe siamo state scottate dalla vita, dai sentimenti!!
    Ci sediamo su di una panchina, stanchi tutti e quattro, ma talmente felici che neppure ce ne accorgiamo... il sole caldo, una leggera brezza, il chiacchiericcio della gente che passeggia ci cullano ed, inevitabilmente, finiamo per chiudere gli occhi ed addormentarci!!!
    Al nostro risveglio istintivamente tendiamo la mano, entrambe, e raccogliamo quella dell'altra... siamo di nuovo nel letto della locanda in cui ci trovavamo non sappiamo bene quando!!!
    E' giorno, facile capirlo, visto che la luce filtra dalle imposte chiuse!!!
    Ci stiracchiamo sotto il piumino e poi ci guardiamo... "Sorè, ma allora era solo un sogno... Peccato, però, ho tanto desiderato stare tra le sue braccia, sfiorare le sue labbra, assaporare il suo profumo!!"
    "Simo... a me lo dici? eppure era tutto così realistico, io sento ancora il calore della sua pelle sulla mia!! Vedo ancora quel sorriso meraviglioso e le sue parole mi riecheggiano nella mente... non posso credere che sia già finito...."
    E' ora di alzarsi dal letto, siamo a dir poco frastornate...
    Sono la prima e mi infilo immediatamente sotto la doccia, anche se l'idea dell'acqua che mi scorre addosso togliendomi il calore degli abbracci appena vissuti, non mi piace affatto.
    Mentre mi asciugo i capelli sento mia sorella che urla.... precipitosamente la raggiungo e la guardo esterrefatta... è paonazza!!
    "Sorè, ma che è successo... che c'hai????"
    "Simoooooo, apri la borsa, guarda, si guarda perchè se ce l'ho io sicuramente ha lasciato qualcosa anche a te!" parla sventolando un foglio, continuo a non  capire, ma l'assecondo sicura che qualcosa di importante è sicuramente successo!!
    La mia borsa, tanto per cambiare, è un caos "Barby, guarda che io non ho nulla di speciale qui, solo il solito panico di sempre, guarda: rossetto, mascara, il block notes per fotografare le emozioni, gli occhiali, una busta chiusa... oddio una busta chiusa e di chi è!!!"
    "Aprila e basta, daje leggi che c'è scritto, poi ti leggo la mia!!"
    Aprila e leggi, facile a dirsi, complicatissimo da fare.
    Ecco con gli occhi scorro le poche righe che ci sono sopra: "Simo, so che stai pensando, no amore mio non sono stato un sogno... abbiamo condiviso un momento indimenticabile: fantasia o realtà, ha poca importanza, quello che conta davvero è il senso di assoluta libertà che ti ha lasciato insieme alla riacquistata fiducia nel genere maschile!!! Ama Simona, ma soprattutto, ti prego, lasciati amare, smettila di chiuderti a riccio, smettila di mascherare le tue emozioni... sono belle, lasciale volare libere!!!
    Ora ci separiamo e forse non ci rivedremo mai più, ma il ricordo di quanto abbiamo vissuto rimarrà nel nostro cuore per sempre!!"
    Ho le lacrime agli occhi, guardo mia sorella e mi rendo che è nella mia stessa condizione, mi tende il foglio che tiene stretto in mano ed io faccio lo stesso con il mio!!
    "Barbara Barbara, spero che il nostro incontro abbia contribuito a regalarti un po' di sicurezze, mi auguro davvero che tutto l'amore che ti ho dimostrato abbia cancellato dalla tua mente le sofferenze patite!!! Ricomincia ad amare, me o chiunque altro, ma fallo col cuore aperto e disponibile, senza precluderti nulla!! Fidati quando qualcuno ti dice ti amo e smettila di pensare che la gente non riesce ad andare oltre le apparenze!!!
    E' arrivato il momento di separarci e non so se questo sarà un addio o un arrivederci, non importa comunque, quello che abbiamo vissuto sarà nostro in eterno!!!"
    Le lacrime che scendevano dai nostri occhi sono di felicità, ma anche di rimpianto! Istintivamente ci abbracciamo... a compensare con l'affetto che ci lega... l'assenza dell'amore!!
    Guardiamo l'orologio e ci rendiamo conto che è veramente tardissimo... di furia scendiamo: il nostro ospite ci aveva pregate di non tardare per colazione e, vista l'estrema cortesia che ci aveva mostrato, non volevamo di certo disattendere il suo invito!
    Arrivate nella sala ci rendiamo vediamo subito un tavolino imbandito, pieno di leccornie, di tutti i generi... ma la cosa che spicca di più sono due rose rosse, a gambo lungo, stupende.
    Ci raggiunge l'oste che ci invita ad accomodarci: "Belle signore, la colazione è servita, i vostri cavalieri erano di corsa, giusto il tempo di saldare il conto, di lasciarvi questo piccolo omaggio ed un messaggio che condivido e riporto volentieri... - ragazze ci avete regalato un sogno, ora godetevi la vostra vacanza, ci ritroveremo prima o poi, siete stupende, andate alla conquista del mondo!!"
    Beh, era tutto talmente perfetto che poteva essere davvero un sogno ad occhi aperti.
    Commosse salutiamo l'avventore ed usciamo.... il sole è alto ed il mare di fronte a noi un sogno....
    Siamo a Portofino, ora lo sappiamo "Sorè, dai, scrolliamoci la malinconia di dosso e riprendiamo a ridere!!" Eccola la mia adorata sorellina.... come riesce lei a farmi tornare il buon umore non ci riesce nessuno!!!
    Iniziamo a correre fino a raggiungere lo stupendo porticciolo, vediamo una barca pronta a prendere il largo e cominciamo a sbracciarci per attirare l'attenzione del proprietario!!!
    "Dite, come posso aiutarvi? Non vi agitate... ahahahahhaha... siete una macchietta!!"
    "Simo, lo facciamo?? gli chiediamo di portarci con lui?"
    "Ma si, dai.... vediamo cosa ci riserva ancora il destino!!!"
    I costumi li abbiamo indosso, il marinaio accetta di portarci con lui.... l'avventura continua!!!!

  • 05 giugno 2012 alle ore 20:45
    Un Sipario Nero Pece

    Come comincia: Cala bruscamente un sipario nero pece quanto la morte.Non si può continuare e vedere un bianco,un bianco che non c'è,coperto dal telo nero,coperto da dubbi,dissapori e amare consolazioni.Piano scivola,scivola su di noi,un sipario grande quanto il mare perchè l'uomo conosce solo quello che vede e l'infinito spaventa più di quel che teme.E allora piano va via,un senso di speranza e di futuro,i progetti si sgretolano come un muro invecchiato di cent'anni.I sentimenti vengono nascoti,l'emozioni diventano sempre più rare e in questo spettacolo del mondo mandato in scena un pò per caso,gli attori lasciano il posto a semplici marionette di legno,privi della parola e dell'humor.L'amore,l'amicizia,l'essere e il sapere,svaniscono oltre l'orizzonte per chi non ne vuol più sapere e quindi diverrò aria,chi mi chiama correrò danzando,senza aver bisogno d'altro se non di se stessi.Nel silenzio dei pensieri le idee nascono e crescono,uno si fa una ragione per tutto anche dell'assenza,che sia un'amore o un'amicizia.C'è sempre del silenzio nelle cose che sentiamo,quel silenzio che piano scivola sulla pelle ibrida di chi cerca di cambiarla per indossarne una nuova.I bisogni primari sono tre,quelli fondamentali per l'essere in modo da vivere e gl'altri bisogni,quando si è soli,diventano anche superflui;il vedere un qualcosa che piace,parlare con qualcuno che ti ascolti,guardare qualcuno negl'occhi.Credo che nel mio silenzio non ci sia bisogno di tutto questo,un silenzio che a volte sembra la morte eppure così mi sento,abbandonata al mondo ogni giorno,attorniata dalla falsa preoccupazione o dalle finte chiamate "gentili" di chi ti lascia morire,affogare nelle tue preoccupazioni,nelle tue delusioni.Per questo,forse,a volte essere soli può salvare perchè quando l'anima è fragile c'è bisogno solo di verità e purezza attorno ad essa,le cose cattive la distruggono e quindi si nasconde.Ci si rassegna per certe cose anche se dentro vorresti lottare,lottare,lottare,spargere sangue e urlare le tue ragioni,le tue emozioni,il tuo amore per quel qualcosa che va via,via dalle mani,via da tutto.Ma poi,che senso ha lottare a senso unico?Allora mi dico che se voglio lottare contro un qualcosa deve essere perchè c'è una speranza,la speranza del bianco dentro al nero,la speranza di far scivolare il sipario nero pece lontano dal cuore,gli attori ritornano in scena,le maschere cadono,i canti si elevano in alto e l'amore compie il suo atto.Allora se non c'è bianco rimango nel nero,nel nero della vita."

  • 05 giugno 2012 alle ore 15:42
    Attila

    Come comincia: (morto nel 453)

    A quanti di voi è mai capitato di risfogliare i vecchi libri di testo dove, da adolescenti, abbiamo studiato per riportare un buon voto o per recuperarne uno brutto?
    Be', non so voi, ma io, chiusa in una soffitta illuminata fiocamente da una lampadina che ha già fatto il suo tempo, tutta intenta nel risistemare e buttare cose inutili, mi ritrovo tra le mani i miei vecchi libri delle superiori, oserei dire quasi intonsi, visto che non amavo molto studiare.
    Un sorriso mi spunta sulle labbra e con le dita sfioro il ricordo di remoti giorni di scuola, quando preferivo di gran lunga interagire con le mie amiche anziché con le pagine imbrattate di scritte e immagini che, all'epoca, poco mi dicevano.
    Ed è mentre sfoglio questo libro impolverato, sottolineato a matita, che lo sguardo mi cade su quel viso appuntito, su quegli occhi sottili, su quei baffi spioventi e sussulto quando lo vedo mutare espressione e fissarmi in cagnesco.
    Dopo il primo momento di sorpresa, sorrido divertita e lo ammonisco:
    «Non mi fai paura, Flagello di Dio.»
    Lui incrocia le braccia sul petto e grugnisce qualcosa di incomprensibile, prima di inspirare e dire:
    «Sì, lo so. Ora non faccio più paura, ma ai miei tempi tutti tremavano al mio passaggio.»
    «In effetti, si diceva che dove passava Attila non ricresceva più l'erba.»
    «Sacrosanta verità.» commenta inorgoglito.
    «Io non ne andrei così fiera.» ribatto.
    La sua immagine tracagnotta, dove affiora la sua efferata spietatezza, sembra voler uscire a tutti i costi dalla prigionia del libro ed io posso solo immaginare il suo scalpitare furioso.
    «Da dove vieni?» domando incuriosita.
    «Ma da Aetzelburg, ovviamente, la nostra capitale.» risponde sorpreso, come se si aspettasse che lo sapessi.
    «Che sarebbe?» domando.
    «Uhm… Vicino all'odierna Budapest. Io e mio fratello siamo cresciuti lì, con nostro nonno che era il re, re Rua. Alla sua morte, io e Bleda siamo assurti al trono, insieme. Noi Unni facevamo così.»
    «Una diarchia?»
    «Sì, certo. Anche se,» borbotta con un pizzico di rabbia, «Bleda amava solo divertirsi con il suo ripugnante nano negro e non voleva interessarsi d'altro. Diceva che lo faceva ridere. Era il suo giocattolo, che un giorno ha avuto l'ardire di ribellarsi e quello stolto di Bleda ha mobilitato l'intero esercito per inseguirlo e riacciuffarlo.»
    Provo a immaginare un popolo alla ricerca spasmodica di un nano e il solo pensiero mi fa ridere, prima di domandare:
    «È per questo che la guida sei diventato tu?»
    «Per forza di cose. Quello stolto di Bleda morì giovane e rimasi solo io. Io e il mio popolo.»
    «Unni facinorosi.» commento.
    Lui grugnisce indispettito e ribatte:
    «Sì, Mongoli tozzi, dai capelli neri e dagli occhi a mandorla, mescolati a tedeschi alti, biondi e con gli occhi cerulei. Ciò che rimaneva di tutte le tribù barbare da me assoggettate.»
    «Una bella accozzaglia.»
    «Già, di guerrieri fieri e indomiti.» aggiunge con orgoglio, battendosi un pugno sul petto.
    Con il dito lo sfioro e lui si irrigidisce, infastidito dalla sua posizione che gli impedisce di trattarmi da pari a pari ed io ne sono lieta. Non è da tutti avere il terribile re Attila nelle proprie mani e la cosa mi diverte alquanto.
    «Si dice che la morte di Bleda debba essere imputata a te.»
    Ghigna sotto i baffi e con quegli occhietti sottili e temibili mi fissa incutendomi un certo timore.
    «Si dice.» ripete svenevole, lasciando volutamente la frase in sospeso.
    «Sei stato tu?» insisto.
    «Avrei potuto farlo benissimo. Ma avrei anche potuto non farlo.» aggiunge enigmatico.
    Indispettita dalla sua reticenza, cambio argomento e domando:
    «È vero che non ti sei mai lasciato abbindolare dal lusso di cui amavano circondarsi i romani?»
    Alza con fierezza il mento, negli occhi un barlume di disprezzo e vuota superbia e risponde:
    «A che pro? Per rammollirsi e divenire femminucce come lo erano diventati i generali romani?»
    «Uno di loro ti ha battuto.» gli rammento con dolcezza.
    Lui sogghigna e rimarca con altrettanta falsa dolcezza:
    «Ezio era un barbaro, non un romano.»
    «Touché.» rispondo alzando le mani.
    «E, comunque,» riprende lui con indifferenza, «preferivo la mia bicocca alle case signorili e piene di agi di quei damerini romani. E preferivo mangiare la carne cruda anziché cotta. Hai mai provato ad assaggiare un pezzo di carne frollato tra la tua coscia e il corpo del cavallo?»
    «Mio Dio no!» inorridisco.
    Lui arriccia il naso divertito e alza l'indice, spiegando:
    «Sono cose che temprano l'animo del guerriero.»
    «Eppure i tuoi stessi uomini, a contatto con la civiltà romana, hanno preferito di gran lunga adottare i nostri usi anziché…»
    «Femminucce!» sentenzia categorico, senza farmi finire di parlare.
    Lo fisso in tralice, così fiero e sprezzante, i baffi sottili che scendono ai lati del mento e borbotto:
    «Tutto ciò mi sa di tirchieria.»
    Impallidisce, colpito nel vivo e ribatte secco:
    «Il denaro all'epoca era importante e non amavo sprecarlo.»
    «Ok, eri taccagno.» taglio corto.
    [The_Huns_at_the_Battle_of_Chalons] Lo vedo digrignare i denti, ma non controbatte e ne approfitto per portare il libro un po’ più sotto la luce, per vederlo meglio.
    «Che c'è?» commenta mordace. «Non hai mai visto un Unno in vita tua?»
    «Francamente no. E ne sono anche contenta. Di tutti i barbari, eravate i peggiori.»
    Scuote la testa e allarga le braccia, giustificandosi:
    «Eravamo potenti. Per questo motivo Roma ci ha pagato tributi per anni: per tenerci lontani. E fintanto che i soldi giungevano con regolarità, non avevamo motivo di marciare contro la nostra gallina dalle uova d'oro.»
    «Ma poi è successo.» rammento.
    «Già.» risponde scurendosi in volto. «Alla morte di Galla Placidia e di Teodosio, il tributo che i due nuovi imperatori dovevano continuare a mandare è venuto meno. E da Costantinopoli giunsero ambasciatori a mani vuote. A mani vuote, capisci?» ripete indignato, come se l'affronto gli bruciasse ancora.
    «Sì, certo, capisco che l'impero d'oriente aveva alzato la testa con l'avvento del nuovo imperatore.»
    «Per gli dèi, è proprio così! È stato per questo che ho volto i miei occhi a quello d'occidente: era più malleabile. Sai,» aggiunge con aria complice, «Onoria, la figlia di Galla Placidia, aveva avuto la bella idea di mandarmi un anello d'oro come pegno di fidanzamento ed io non mi sono certo fatto pregare.»
    «Ma tu avevi già altre mogli!» esclamo allibita.
    «E allora? Non era la moglie romana che mi serviva, bensì il pretesto per giungere a Roma. Chi avrebbe osato fermare un ardente fidanzato che veniva a prendersi la bella fidanzatina per impalmarla?»
    «Perché mai una principessa come Onoria ti si è offerta su un piatto d'argento?» indago.
    Lui si accarezza un baffo e chiude un attimo gli occhi, come se con la mente vagasse a un tempo trascorso che non sarebbe più potuto tornare e suppongo sia nostalgia l'espressione che vedo dipinta sul suo volto duro.
    «Onoria era una svampita, del tutto diversa da sua madre. Quasi certamente pensava di ricreare la bella avventura di sua madre con Ataulfo. Ma Ataulfo e Placidia erano due persone assennate e innamorate, che speravano di unificare i due regni, completamente l'antitesi di me e Onoria.»
    Rimango un attimo a bocca aperta, quindi scuoto la testa e mormoro:
    «E poi vi chiamano barbari.»
    Lo vedo sogghignare di nuovo e annuire con lentezza. Quindi mi fa un cenno con la mano ed io mi avvicino per sentire meglio.
    «Prova a immaginare il mio intero popolo, formato da Mongoli, Visigoti, Burgundi, Ostrogoti, Gepidi, Franchi, Turingi, Alani e tanti altri, prepararsi alla guerra. Un intero popolo, stile orda. Immagina le nostre donne guerriere, i nostri bambini, gli anziani, tutti in marcia per raggiungere e conquistare Roma.»
    Provo a immaginare una simile apocalisse e un brivido mi fa rizzare i peli.
    «Ma Ezio ti ha bloccato.»
    «Sì, è vero, nei pressi di Mauriac, i cosiddetti Campi Catalaunici.»
    «Tu Ezio lo conoscevi.» commento.
    «Sicuro. Era stato ostaggio di mio nonno Rua e abbiamo giocato insieme. Da noi ha imparato tanto. Tanto da limitarsi a sconfiggermi, non ad annientarmi. E questo è stato un errore ben calcolato.»
    «Ben calcolato?» ripeto attonita.
    «Non hai idea, vero? Orbene, prova a immaginare il grande generale Ezio che sconfigge definitivamente i barbari: al suo rientro in patria si sarebbe trovato senza lavoro. Io gli servivo. Gli ero indispensabile per mantenere su Roma la spada di Damocle dei barbari da combattere.»
    Annuisco e convengo con lui, pensando al medesimo comportamento, anni prima, di Flavio Stilicone contro Alarico. Ezio e Stilicone, i due generali romani che, scontratisi con i barbari, li hanno sconfitti ma non messi in rotta. Il tarlo del dubbio mi si insinua nella mente e fisso il volto di quell'Unno fiero e selvaggio.
    «È per questo che sei sceso fino alle porte di Roma?»
    «Errore. Non ci sono mai arrivato a Roma.» ricorda con amarezza. «Mi sono fermato a Milano e lì è giunta l'ambasceria dall'Urbe.»
    «Già, niente po po di meno che il papa, Leone I Magno.»
    Corruga la fronte e commenta:
    «Magno? Quell'uomo l'avete appellato Magno?»
    «Non avremmo dovuto?»
    «E cosa avrebbe fatto per meritarsi simile titolo?»
    «Ti ha fermato mostrandoti la croce.»
    Scoppia a ridere di gusto ed io rimango perplessa, incredula dinanzi al suo comportamento a dir poco blasfemo.
    «E solo per questo l'avete chiamato così?» balbetta continuando a ridere. «Io a Roma non ci sono voluto arrivare, perché si diceva che Alarico, una volta giunto nell'Urbe, sia morto. Non volevo fare la stessa fine. Per questo motivo, quando ho visto arrivare il papa, l'ho incontrato sulle sponde del Mincio.»
    «Cosa vi siete detti?» domando curiosa.
    Lui sorride e scuote la testa.
    «Ero già malato, quel male che di lì a poco mi avrebbe condotto alla tomba e ho capito che il suolo italico era letale per la mia salute. È stato questo a farmi desistere, non la croce nella quale non ho mai creduto.»
    Sgrano gli occhi incredula e mormoro:
    «Quindi, tu sostieni che non fu papa Leone a convincerti a non violare Roma, bensì solo la tua superstizione.»
    «Con l'aggiunta di un lauto tributo che mi sono guardato bene dal rifiutare.»
    «Ma allora…»
    «E allora se ne raccontavano di frottole.» ribatte scherzoso. «E tutti a crederci.»
    «Ma tu, se non fossi stato malato, a Roma ci saresti venuto?»
    «Chiaro. C'ero stato da giovane, come ostaggio e la sua bellezza mi è rimasta nel cuore. Sì, ci sarei tornato molto volentieri.»
    «Ti è mancata l'occasione. Meno male.»
    Lo vedo annuire e ghignare e mi fa un cenno con la mano, salutando:
    «Se sei qui, lo devi solo a me, a nessun altro.»
    Percepisco la frecciata indirizzata a papa Leone e provo a ribattere, quando mi rendo conto che l'immagine è tornata a essere piatta, fredda e rimango, a dispetto di tutto, a bocca aperta, muta testimone di un evento che, probabilmente, ha cambiato il corso della Storia.

  • 03 giugno 2012 alle ore 3:58
    Serenata Per Se Stessi

    Come comincia: ‎"Eppure quelle notti in cui,sola,camminavo per la strada buia,mi hanno riempito gl'occhi.Camminare a passo con le note della notte cullavano il mio cuore indolenzito,tenevano compagnia ad un punto morto qual'ero.Ne sento già la mancanza di quel qualcosa di triste che dava conforto,rassicurava i pensieri e tutte quelle parole che tenevo fra me,note tra le note.Le domande,il caos del dolore,la stanchezza della disperazione,il logoramento dell'anima sola.Mille discorsi turbati del mondo racchiusi in più di cento passi verso casa.La riflessione dello sfinimento esistenziale,l'eclissi di luna del mio scrivere,l'amore che manca,la quiete del buio.Quante sono le cose che mi sono rimbalzate negl'occhi,quante emozioni tristi e malinconiche in quei frangenti,le tenui speranze dell'apparire,i sospiri taciuti,i pianti caduti,le voglie incomprese,l'amore che tace.Trovare conforto nello sconforto,questo.Forse,quei romanzi filosofici tra me e la luna,hanno mutato l'essere.Adesso,riaffiora qualcosa.So che ripercorrerò quella sensazione di dolore,so che t'incontrerò di nuovo,luna pallida e con te,ogni notte,parlerò di me perchè la natura sa ascoltare più di una persona,o forse perchè parlare con una persona non completa quanto parlare col mondo.Le più piccole cose,i tuoi piccoli occhi.Non lo so..però almeno dei tanti interrogativi notturni,qualcosa in più adesso la so..adesso lo so che ogni cosa è illuminata dal riflesso di te nel mio cuore.E potrai esserne confuso,eppure io,nonostante lo sia stata,non lo sono più.."

  • 01 giugno 2012 alle ore 16:56
    Incontro

    Come comincia: Circondata da un silenzio irreale, che incute un senso di malinconia indescrivibile, cammina per le strade della sua città con l'idea di raggiungere il Colosseo nel più breve tempo possibile.
    Quel posto le ha sempre regalato serenità e la speranza che le scalda il cuore é che si rinnovi il miracolo anche questa volta!!!
    Le strade sono deserte ed anche questo, malgrado sia prestissimo, non é normale affatto!!!
    Negli ultimi giorni sono accadute cose che hanno messo a dura prova la sua stabilità emotiva e proprio a questo stava pensando!!!
    Quanti errori commessi tanti, forse troppi, ma è altrettanto vero che si è sempre assunta le sue responsabilità e di certo non sta derogando in questa circostanza.
    Quando aveva deciso di parlare, di liberarsi il cuore, era perfettamente cosciente del fatto che stava mettendo a rischio il loro rapporto, ma si era convinta che fosse l'unica cosa giusta da fare!!! La conseguenza logica è che era pronta ad accettare tutto quanto sarebbe venuto, senza recriminazioni.
    Come spesso succede, però, tra il dire e il fare c'è un abisso e quindi si ritrovava completamente svuotata, priva di qualsiasi stimolo e con l'unico desiderio che finisse tutto molto in fretta, era ridotta ad uno straccio: pronta a tutto, ma non a quella indifferenza che la feriva più di una lama affilata.
    Il silenzio sceso tra di loro faceva il paio con quello che la circondava!!!!
    Voleva convincersi che fosse giusto così, la delusione che aveva provocato era davvero troppo grande, per chiunque, aveva sperato, si era illusa, forse aveva sopravvalutato la loro amicizia!
    Malgrado tutto sapeva di non aver fatto nulla di male, era convinta di non meritare tanta indifferenza e proprio questa consapevolezza la tormentava, non riusciva a trovare il bandolo della matassa; se avesse potuto sarebbe tornata sui suoi passi, già perché, a ripensarci, l'obiezione che le era stata mossa era giustissima: perché parlare se in ogni caso non avrebbe fatto nulla? meglio tacere per non mettere in discussione quanto di bello erano riusciti a costruire!!!
    Ma è facile dirlo oggi, col senno di poi.... ormai è tardi!!Ha praticamente raggiunto la sua meta, in lontananza riesce a scorgere il suo monumento preferito e, istintivamente allunga il passo: il miracolo, se deve avvenire, avverrà soltanto li!!!
    Si siede sul muricciolo: alle sue spalle i Fori Romani, alla sua destra il Colosseo, gli occhi pieni di lacrime e le emozioni che la sovrastano!!!
    Tutto intorno silenzio e vuoto assoluto.
    Quanti pensieri per la testa e quanta voglia di riprendersi quello che le era scivolato via dalle mani... perché non aveva capito?
    Il dubbio che le arrovellava la mente era uno soltanto... non le aveva mai voluto bene davvero, perché altrimenti non l'avrebbe cancellata in quel modo repentino e con tanta cattiveria....
    Immersa nei suoi pensieri non si accorse della presenza che si era seduta accanto a lei e quando si sentì sfiorare i capelli per un attimo trasalì...
    Fu proprio un momento, perchè la persona che le era accanto non poteva che renderla sicura, felice, serena.... era suo padre....
    "Papà, come sempre ci sei quando ho maggiormente bisogno di te... ma hai capito cosa è successo? me lo sai spiegare? per me è incomprensibile, mi fa male, mi ferisce, mi sta distruggendo e sta contribuendo a farmi ripiombare nell'apatia che avevo superato con tanta difficoltà!!"
    "Non cercare risposte che non potrai avere, non farlo, sai di avere un carattere difficile, starti accanto spesso diventa doloroso, ma chi ti conosce sa anche amarti ed accettarti!!
    So quanto stai soffrendo e quanto fosse importante lui per te, ma ha fatto la sua scelta: lascialo andare, puoi farlo, io ci sono, non sarai mai sola!!"
    Quelle parole non riuscirono a calmarla, le lacrime continuavano a scendere senza sosta, ma lo sguardo era di nuovo vivo!!!
    Lasciò che le braccia dell'uomo che aveva tanto amato la stringessero, lo guardò negli occhi, quegli occhi sicuri e finalmente privi di quel dolore che li aveva sempre velati in vita... "papà, lo farò ci proverò: per te e per me!!"
    Lui la baciò sulla fronte, con amore infinito "... per ricordare tesoro mio... per ricordare!!!"
    In quel momento le si schiarì la mente: i sentimenti veri non svaniscono in un istante e se succede vuol dire che veri non erano... piangerci sopra, allora, non serve a nulla...
    Il miracolo era avvenuto ora doveva solo capire se era il caso di aspettarne un altro!!!!

  • 01 giugno 2012 alle ore 16:30
    Esuberi

    Come comincia: “sei pronto?”
    “sì, a breve scendo”
    “fatti trovare nel posteggio tra mezz’ora, ora avviso gli altri due”
    “va bene!”
    avevo già preparato tutto, svuotato i cassetti , liberato la scrivania
    ed ero riuscito, persino, a pulirla per il prossimo ospite.
    salutai tutti e iniziai prendere la via delle scale.
    raggiunsi lo spazio adibito a parcheggio.
    guardai all’insù tra le finestre opache.
    dopo cinque minuti arrivarono gli altri due.
    normalmente il trio sorteggiato era composto da due uomini e una donna.
    ci guardammo negli occhi.
    “come vi sentite, domandai?”
    “bene, mi risposero in coro.”
    l’attesa fu breve.
    la controparte comparve nelle figure del direttore del personale e di un esterno.
    prima di essere bendati strinsi la mano agli altri due
    come da consolidato rituale osservato
    distrattamente nelle precedenti occasioni.
    l’esecuzione ebbe inizio.
    si sentirono gli spari, precisi e risolutori.
    i nuovi ospiti poterono occupare le scrivanie degli scomparsi.
    i licenziamenti avvenivano così, in modo indolore,
    nessun sussidio, nessuna preoccupazione aggiuntiva
    per i familiari a carico del sorteggiato.
    ogni giorno, per ogni azienda, scattavano gli esuberi.
    sempre tre, due uomini e una donna.

  • 30 maggio 2012 alle ore 15:12
    Il Conte

    Come comincia: Il 40° giorno del nostro viaggio segna una data importante…..
    Stavolta ci siamo dati da fare…tutta la notte in sella….perché la curiosità di sapere come mai siamo stati separati alla nascita è troppa e così tra una fuga e l’altra…tra una pedalata in salita ed una in discesa e tra canzoni…chiacchiere e profumi di bosco e di mare…attraverso sterminate distese verdi arriviamo alla leggendaria Transilvania…ora il problema è trovare il castello…e poi fare amicizia con il conte…non sarà semplice…spiegare le nostre origini ad una persona che….
    - Ehi camomì non correre…una cosa alla volta…intanto facciamo colazione..vedo laggiù una casetta …esce il fumo dal camino…ci sono alberi tutt’intorno…sembra la casetta di hansel e gretel….
    E così ci avviciniamo pian piano dubbiosi si…ma anche affamati….bussiamo alla porta e subito ci accorgiamo che un pezzo di porta rimane attaccato alle nostre dita….
    -Ehi fratè…ma questa è una porta appiccicosa…bleah
    -Ma dai Sam…non vedi?
    -Che cosa?
    -E’ marzapane
    -Ma dai fratello tu a forza di scrivere favole sei sempre con la testa fra le nuvole…
    -E allora guarda…mangio un pezzo di porta…e poi un pezzo di finestra…e poi un pezzo di grondaia…mmmmhhhh buona la grondaia al cioccolato fondente…
    -Ehi ma allora se è fondente ci provo anch’io
    -Si guarda qua….e l’acqua piovana nella grondaia si è trasformata in succo d’arancio….che meraviglia
    In quell’istante esce dalla casa una vecchietta…no non è una strega….anche se tutto è molto simile alla famosa favola …. con voce tremolante ci inizia a parlare
    -Turisti…ciao…benvenuti…questa è la Transilvania….è una magia….io ci abito da anni
    -E parli bene l’italiano
    -In realtà io sono italiana …. quando sono venuta qui da giovane ho deciso di non andare più via…ho sposato un uomo del luogo….che poi si è rivelato….lasciamo perdere….ho chiesto il divorzio…ed ho iniziato a lavorare per conto mio…questa casa fatata è il risultato…e tutti prima o poi ci capitano….
    -Cara la nostra vecchietta…noi siamo molto onorati di fare colazione qui da lei…nella sua locanda….però poi dovrà indicarci la strada per i castello
    -Quale castello?
    -Quello del conte dracula
    Gli occhi della donna si fecero improvvisamente molto cupi…e tristi….
    -Non andate vi prego…
    -Perché?
    -Dovete sapere che il conte conserva molti segreti  e da tutto il mondo arriva gente per sapere cose che altrimenti non verrebbero a galla mai….però il conte è vecchio…la memoria non è più quella di una volta….e i denti neanche
    -In che senso?
    -Insomma ora ha la dentiera…non fa più paura neanche ad una mosca….dorme nel letto e non nella bara…l’aglio lo mangia per la pressione alta….il sangue non lo beve più….
    In quel momento ci scappa da ridere…ma meglio non scherzare con queste cose e ci tratteniamo….la vecchietta inizia a comportarsi in modo strano
    -bei giovani…volete entrare?
    -perché no
    solo che appena entrati la vecchietta sbarra la porta
    -ehi ma che fai…ci rinchiudi?
    -no no è solo per gli spifferi
    -volete un po’ di pane col salame?
    -magari
    -vado a prenderlo
    -e anche un po’ di vino?
    -si si certamente…che gentile
    la vecchietta va nella cucina e noi intanto gironzoliamo nella sala…ci sono appesi alle pareti strani quadri raffiguranti il conte dracula da giovane…quando
    -ehi fratè guarda qua….il matrimonio
    -Sam guarda…guarda…quello è il conte
    -Embè
    -Ma non vedi?
    -Cosa?
    -La sposa
    -Embè?
    -È la vecchietta…..
    -noooooooo
    Tentiamo di fuggire ma è inutile….è una trappola…gridiamo ma oramai è inutile…nessuno sentirà….in realtà la vecchietta, moglie del conte, ci ha intrappolato, con la scusa della merenda per poi farci venire a prendere dalla carrozza del conte e portarci dritti dritti dal vampiro…altro che dentiera…..
    La casa aveva tutto l’aspetto di una casetta delle fiabe ma solo esternamente perché all’interno nulla era commestibile…fregati….
    -Simo mi sa che stanotte dormiremo qui e domattina vedremo che fare
    -Ma tu stai scherzando…e allora le bacchette magiche a che servono
    -Sei grande sorellì…dai tira fuori prima che la vecchia ritorni….
    -Magia bianca magia nera…presto dal conte senza dentiera
    Puffff…..Ci ritroviamo nel castello…
    L’ambiente neanche a dirlo è tetro….pieno di ragnatele…candele…bare…statue….profumi d’incenso….e pipistrelli tanti pipistrelli alcuni svolazzanti altri sonnecchianti a testa in giù…..
    -Fratè ho paura….dove sono le bici
    -Simo non pensare alle bici….le abbiamo parcheggiate alla casa della vecchia…oramai ci siamo…sapremo di noi…del nostro passato…
    -sei proprio sicuro…e magari in cambio una succhiata dal vampiro???…no no…andiamo via….
    -ma non proprio ora…dai che ho un’idea per fregare il vampiro….
    Sta calando la notte…il conte dovrebbe farsi vedere è la sua ora…..e in effetti da una porta in cima alle scale a chiocciola scende un uomo con il mantello rosso e nero…il viso bianco come il latte…le occhiaie….è lui….inutile descrivere oltre….
    -Gin sto tremando
    -Aspetta Sam….dammi la polverina
    -Eccola…ne ho parecchia….
    -Buonasera cari stranieri….benvenuti nel mio castello…ah ah ah….qual buon vento vi ha portati fino a qui?
    -Vede dottor dracula…noi siamo gemelli…ma alla nascita ci hanno separato…e ci è stato rivelato che lei sa il motivo di tale separazione….e allora siamo venuti fino a qui per sapere tutta la verità….
    -Ho capito…come tutti anche voi siete curiosi….ma è giusto…le nostre origini sono importanti….c’è solo un problema
    -Quale?
    -Svelare questi segreti ha un prezzo
    -No no neanche per idea…gian andiamo via
    -Lasci perdere dottor dracula…mia sorella è un po’ precipitosa….allora…diceva di un prezzo
    -Si…vedete io comincio ad esser vecchio…però le abitudini sono sempre quelle
    -Quindi lei vorrebbe dissetarsi…preferisce sangue maschile o femminile….anche se essendo gemelli non farà molta differenza..ah ah ah
    -Ehi gin ma che sei scemo
    -Ssshhh…sta calma…..dunque mia sorella potrebbe anche offrirle da bere…..
    -Benissimo…allora facciamo così…preparo il tavolo per la cena….intanto vado a prendere il tomo dove ho trascritto tutti i segreti quindi anche il vostro….
    -simo scoltime…te se fidi o no de tu fradel…allora desso lui torna…el te trova distirada…el volerà bever dal tuo collo…..mi lo beco ale spale…ghe dago un tiro in testa…ghe beco el libro…e scampemo…..
    -dici che possiamo farcela…mi fido….
    Il conte ritorna con un enorme librone in mano….sorride alla vista del collo di camomì …il nostro piano è perfetto…riesco a colpirlo….scappiamo…e con lap polverina voliamo direttamente alle bici…pedalata supersonica…e in un battibaleno siamo fuori dai pericoli della Transilvania…il primo prato è nostro…ci fermiamo….il libro è lì….iniziamo a cercare….storie …segreti…un soffio di vento fa sfogliare rapidamente le pagine…arriviamo al 1° aprile 1963 …il giorno della nostra nascita…c’è scritto….ehi la pagina prende il volo…non può essere…iniziamo a rincorrerla…ma niente da fare…inutile…è un pesce d’aprile?….chissà?…. .forse è meglio così…ora che ci siamo ritrovati, sapere il perché ci avevano separati non avrebbe cambiato il nostro legame…i nostri occhi sorridono….riprendiamo a pedalare… ….e lasciamo che la pagina racconti al mondo il nostro segreto….magari alla fine del viaggio lo sapremo anche noi…..

  • 30 maggio 2012 alle ore 14:22
    Tautogramma con la C

    Come comincia: Cara Crusca,
    ci correggevi, ci consigliavi, ci coccolavi culturalmente chiosando con chiarezza. Ci confrontavamo, chiacchieravamo come certe coppie collaudate che condividono centomila confidenze.
    Cosa combini?
    "Cercare" che caratteristiche comuni conta con "cerchiare"? Concettualmente cozzano, circa; ciononostante contengono congiuntivi coincidenti.
    Considera cosa consegue comandando:
    - Conviene che cerchiate chiunque commetta crimini.
    Cosa cavolo converrebbe? Contrassegnare colpevoli consumando condanne comiche come certe commedie?
    - Coraggio, cara. Cerchiamoci casa.
    - Cioè?
    - Consolidiamo confini col cortile circolare.
    Capirai che certe corbellerie ci causano crucci conoscitivi: creano contraddizioni, confusione cerebrale, caos.
    Curati, Crusca; così corrisponderemo come consuetudine. Credimi, consultarti coincide col… copulare. Cambia congiuntivi; carezzami con cupidigia, caratterizzandoli.
    Ciao.

  • 30 maggio 2012 alle ore 3:42
    Il Sole e La Luna

    Come comincia: "Riavvolgere tutto come un nastro,un nastro video perso tra scartoffie e scatole vecchie,impolverate,dimenticate.Prenderei un televisore,qualsiasi esso sia contando la generazione di oggi per inserire il nastro video,sedermi su una poltrona,accendere il televisore,con la muta nel cuore,tacere e guardare;guardare questo tempo passato,le cose vissute,quelle distrutte,quelle scoperte.Nel silenzio del ricordo mi soffermo sui particolari che non ho mai scorto,quelli che vivendoli non noti ma che rivisti restano dentro.Fermerei a un momento preciso,quello quando ti vedo e,bloccando la scena,mi fondo al video.Riparto per continuare a rivedere ciò ch'è passato per soffermarmi,poi,all'oggi.L'amaro oggi che mi porta lontano da te.Ho rivisto una scena,i particolari di cui ho citato prima,ho rivisto il momento in cui ci siamo amati.Perchè l'abbiamo fatto,vero?L'oggi mi porta a rifilmare tutto,quello che faccio,quello che penso per rimettermi poi seduta davanti ad un televisore,qualsiasi esso sarà,contando il futuro che si evolve troppo velocemente e soffermarmi s'un particolare;il momento in cui ci s'incontra di nuovo,cuore nel cuore.Notare quanto il primo video si fondi al secondo,quanto io e te ci siamo fusi e rincorsi per stare insieme e poi spegnere tutto,il televisore,il cuore,la mente e riderci su perchè,nella mia visione futura,accanto alla mia poltrona a ripercorrere il ricordo presente divenuto passato,ci sei tu.Ma non posso prevederlo per questo,le mie,sono solo ripercussioni di futili speranze odierne che pulsano più di qualsiasi battito cardiaco.Ripercorro ogni notte i piccoli dettagli del tempo,ma se questo non è un gioco,cosa siamo,allora io e te?Siamo il giorno e la notte adesso,strano ma vero.Siamo sole e luna.Manco a farlo a caso,essi non s'incontrano mai se non per dare spazio all'altro in tempi determinati del giorno.Quindi,credo che la risposta sia semplice se ci si basa su tale teoria.Io e te siamo due.E quindi,abbiamo raggiunto la perfetta sincronia spazio temporale del mondo terreno.Il sole e la luna che danno equilibrio al giorno,un amore eterno destinato a non incontrarsi mai.Ma se andiamo un pò più affondo,potremo notare di certo un particolare che sfugge,giusto per riprendere il discorso strutturato in alto;c'è un momento particolare del giorno che fa si che essi combacino perfettamente,è quando il sole si accinge a calare al meriggio e la luna intenta a salire al cielo ed è lì il punto più alto.L'incontro fatale del sole e della luna,incontrarsi per istanti,per ritornare ai loro posti.E se fosse così?Se fossimo veramente così,tu ci pensi a rendere immortale quel momento?A rendere eterno quell'attimo d'incontro per unirsi ed amarsi.Se come una fotografia rendessimo sempre vivo quell'istante allora anche il sole e la luna potrebbero vivere insieme perchè sapranno che in quel determinato momento le loro labbra si uniscono e ogni giorno sarà un bellissimo istante vissuto.Credi che noi potremmo rendere immortale quell'attimo?Come il sole e la luna,anche noi abbiamo a disposizione un solo attimo e se lo perdiamo sembrerà che non sia mai esistito e continuerà a sembrare che il sole e luna non s'incontrino mai.Ed io non voglio pensare che non ci sia un legame tra loro ma credo che sia un legame molto più poetico ed intenso,forse,rispetto a quello dell'uomo."

  • 29 maggio 2012 alle ore 13:17
    cloppete clò

    Come comincia: partiamo da sesto molto convinti: destinazione rifugio fondovalle: io e francesca , padre e figlia, 2 mountain bike, 2 giacche a vento al seguito, 2 boracce piene di acqua, qualche tavoletta di cioccolato, occhiali da sole e…. sole in fronte, di buon mattino : salutiamo gianmarco e mami, che decidono di arrivare alla stessa destinazione con zaino in spalla, qualche bibita e qualche tavoletta di cioccolata pusterese : non è una gara vera e propria ma decidiamo comunque che ci troveremo al rifugio per mangiare qualcosa e salutare la maestra martina (i bambini hanno imparato a sciare con lei…) e poi….pronti, via…..di gianmarco e mami è presto detto : camminano spediti e raggiungono in breve tempo moso dove però gianmarco vuole fermarsi nel parco giochi attrezzato nel bosco….e mentre loro arrivano noi ripartiamo…eh già l’altalena aveva bloccato anche noi.,…..un sorso dalla boraccia e via di nuovo: francesca inizia ad usare il cambio (non l’aveva ancora fatto) ma non mi accorgo che si ferma di nuovo per salutare i suoi amatissimi animali: 2 cavalli e alcune mucche stanno pascolando nei prati lungo il torrente sesto ….ed è così che l’altra metà della famiglia ci raggiunge….ma si sa in bici si va più spediti e così imbocchiamo l’ultimo pezzo di sentiero che porta alla cabinovia della croda rossa, da dove poi c’è il tratto più impegnativo prima di arrivare allo sterrato che porta al rifugio fondovalle: intravediamo la carrozza con franziska (il cavallo) e mentre il sole comincia a farsi sentire (ma la sensazione è piacevolissima) ….alcuni ciclisti ci salutano, stanno scendendo dolcemente verso moso (come faremo noi nel pomeriggio): a questo punto francesca ha fame e così ci fermiamo su una panchina con tavolino (megli di così!) …..una tavoletta di ciocco a testa e…..paaapiiiii….è gianmarco che mi chiama….in sella veloci e via ….ormai la vittoria è nostra, ma non dobbiamo perdere la concentrazione…gianmarco ci rincorre, ma mami, da brava ex-atleta, lo richiama: non bisogna sprecare le energie, anche loro si fermano al nostro stesso tavolo e siedono sulla stessa panchina, la fame si fa sentire. intanto noi pedaliamo veloci e siamo già al parcheggio val fiscalina in prossimità del dolomitenhof : spiego a francesca che manca pochissimo ma c’è una leggera pendenza: lei mi fa cenno di andare e non chiacchierare……ma ….ecco in lontananza un suono dolce: è mami con la mia armonica che intona “quel mazzolin di fiori”…..praticamente dal parcheggio val fiscalina partiamo assieme, ma subito noi li distanziamo….vegetazione come al solito splendida e vette maestose che ci fanno compagnia……poi sapremo che mami e gianmarco si saranno fermati 3 volte per fare delle foto…….ma noi due proprio sull’ultima curva prima di intravedere il rifugio sentiamo un rumore….sempre più vicino….sempre più forte…….-“sono gli zoccoli di franziska”- esclama francesca-…esatto! arriva la carrozza e, ignari di quanto stiamo per vedere, la lasciamo passare allegramente, ma……. notiamo che sopra, seduti comodamente, ci sono…… mami e gianmarco….che ci mandano baci……..ovviamente a quel punto vinceranno! ci troveremo comunque al rifugio, saluteremo martina, che ci preparerà un buon pranzetto…..e poi, dopo un breve riposino distesi sull’erba, di nuovo zaino in spalla per mami e gianmarco, che continua a sfottere francesca ed a ringraziare franziska, (stavolta i vincitori faranno regolarmente tutto il ritorno a piedi!) e…. in sella per me e franci che ci lasceremo andare per tutta la discesa che riporta all’albergo cantando “heidi” ……..e ricordando con il sorriso……. l’aiuto di franziska.

    2° premio - concorso alta pusteria