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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 14 settembre 2017 alle ore 23:35
    2012

    Come comincia: Vuoi sapere cosa devi fare per vivere la vita al massimo ed essere felice? Devi svegliarti la mattina senza lamentarti. Devi sapere che meriti di sorridere. Devi sapere che stai facendo la cosa giusta, non importa cosa. Devi fare ciò che vuoi senza guardare quanto sia stupido farlo. Si tratta di essere te stesso/a, perché nessuno può dirti che quello che stai facendo è sbagliato.

  • 14 settembre 2017 alle ore 23:18
    2010

    Come comincia:  Lo dedico a te che stai leggendo, a te che hai mille pensieri, a te che hai voglia di una parola dolce e di mille piccole attenzioni. Lo dedico a te che sembri felice anche quando dentro non lo sei, a te che mi vuoi bene, a te che sei speciale e non ti viene detto molto spesso, lo dico proprio a te: "Io ci tengo a te e ti sarò sempre accanto, anche quando non mi vedi, io ci sono, perchè Ti Voglio Bene!"

  • 14 settembre 2017 alle ore 23:12
    2013

    Come comincia:  La consapevolezza che l'amicizia sia più grande dell'amore non l'abbiamo quando, intorno a noi, ci sono amici veri e onesti, ma ce ne rendiamo conto quando, qualcuno che abbiamo sempre pensato fosse amico, ci ha pugnalato alle spalle. Quando un amico rompe la fiducia, fa più male di un amante che ci ha tradito, ed è lì che comprendiamo che, l'amicizia, è più importante dell'amore. Mentre cerchiamo di capire la profondità del nostro legame emotivo, quelli che dicevano che sarebbero rimasti, se ne sono già andati. Un amore infedele mette in pausa il cuore, ma un amico indegno procura lividi alla tua anima.

  • 14 settembre 2017 alle ore 23:07
    2011

    Come comincia: Questa è per te che hai sempre saputo cavartela anche quando non ce l'hai fatta, hai saputo ritrovare la speranza. Per te che piangi per colpa di qualcuno. Per te che cadi e a poco a poco ti stai rialzando. Per te che hai coraggio da vendere e quando hai trovato chi ha provato intralciare la tua strada non gliel'hai permesso. Per te perchè tutto quello che possiedi hai saputo guardagnartelo e non devi ringraziare nessuno, per te che non molli mai e sei fiero/a di essere ciò che sei !

  • 14 settembre 2017 alle ore 23:05
    2011

    Come comincia: La persona speciale è quella che non sa di esserlo… che in ogni cosa che fa ci mette il cuore..che non dà con lo scopo di ricevere, ma per il solo gusto di vedere gli altri sorridere..che gioisce per i successi di chi vuole bene..e asciuga quelle lacrime che nessuno vede…è una perla…e come tale resta rara e preziosa..Se un giorno dovessi incontrarla tienitela stretta.

  • 14 settembre 2017 alle ore 23:05
    2011

    Come comincia: La vita è strana ci fa conoscere momenti belli e momenti brutti. Ci fa incontrare persone intelligenti che danno molto con poco, ma ci mette davanti anche stupidi che si lasciano condizionare da altri più stupidi, che se fossero capaci di pensare con la propria testa verrebbero sicuramente più apprezzati. Io non sono il tipo da farmi condizionare dalle opinioni altrui, nè giudico o mi faccio idee strane solo per sentito dire, ma faccio quello che mi dice la mia testa, credo a quello che i miei occhi vedono e agisco di conseguenza. Ho imparato a non aver paura delle malelingue, nè a temere i cento coglioni che gli credono !

  • 14 settembre 2017 alle ore 23:00
    2012

    Come comincia:  Impossibile per me dimenticare una persona che mi porto nel cuore, è difficile per me dimenticare due occhi mi piacevano e che ho fissato per lungo tempo, non posso dimenticare un bacio dato in un momento particolare. Queste cose le porterò nel cuore e nella mia mente perchè sono gesti spontanei che non ho cercato, che non ho aspettato. E’ facile dire passerà, con il tempo sicuramente si, quando un altro sguardo incrocerà i miei occhi,quando un’altra mano accarezzerà il mio viso,potrà cancellare per sempre.

  • 14 settembre 2017 alle ore 22:59
    2012

    Come comincia:  Il rispetto non fa parte degli egoisti, falsi e ipocriti.
    Il rispetto non è solo una parola. Il rispetto non si chiede lo si da quando lo si riceve. Il rispetto lo porta una persona altruista, capace di mettersi nei panni degli altri, guarda i problemi degli altri come se fossero suoi. Il rispetto fa parte delle persone corrette, sincere e sensibili che sanno cosa significa star male, sanno cosa vuol dire subire una delusione. Il rispetto non ferisce, non usa le persone per i propri scopi, non entra nella vita degli altri per schiacciare qualcuno. Chi porta rispetto non ti fa soffrire. Chi rispetta non ferisce, non delude, non è opportunista. Il rispetto è amore per la vita degli altri, se tutti lo mettessero in pratica invece di predicarlo vivremmo tutti meglio.

  • 14 settembre 2017 alle ore 22:55
    2012

    Come comincia: Ho avuto anch’io momenti difficili da superare dove non vedevo via d’uscita . Sono rimasta sola proprio quando avevo bisogno di una persona accanto che mi desse quella forza per andare avanti e ricominciare. Ho vissuto paure e indecisioni, ho pianto, ho ricevuto delusioni e amarezze. Ho un carattere forte è difficile che io dica basta o che arrivi al punto di mollare, preferisco risalire dalle macerie, l’ho sempre fatto e sempre lo farò, dopo mi rimane la soddisfazione di dire “Sono fiera di me”!

  • 14 settembre 2017 alle ore 22:52
    2013

    Come comincia:  Questa la dedico a te che come me hai sempre pronto un sorriso da donare a chi ne ha bisogno, a te che trovi la forza anche quando vorresti arrenderti,piangere e mollare tutto. A te che sai cosa ti porti dentro al cuore e quanto hai da dare. A te che ti ritrovi a piangere da sola e ogni volta da sola te le asciughi e riesci a ritrovare la forza. A te che amato sinceramente e hai ricevuto bugie e tradimenti. A te che spesso hai bisogno di piangere sulla spalla di qualcuno o di un semplice abbraccio che ti incoraggi, che ti coccoli, che ti capisca e al tempo stesso ti dica: ” Io ci sono”.

  • 14 settembre 2017 alle ore 22:51
    2014

    Come comincia: Ci sono persone che meritano di restarmi accanto, avranno sempre un posto speciale nel mio cuore. Questi amici me li voglio tenere stretti perchè sono persone valide.
    Ci sono quei conoscenti che oltre a due risate e quattro chiacchiere, non potrò definirli amici. Infine ci sono quegli invidiosi, malvagi che si permettono di entrare silenziosamente e in punta di piedi, ma alla lunga la loro identità viene fuori, ecco questi ipocriti troveranno sempre la porta della mia vita sbarrata!

  • 14 settembre 2017 alle ore 22:42
    2014

    Come comincia: La vita è una continua lotta contro la cattiveria, è come una battaglia spirituale tra il bene e il male. La vita è un processo complicato in sè. Ogni scelta che facciamo ha una sua conseguenza, sia buona che cattiva. La parte più difficile è sapere quali scelte fare. A volte la vita può essere una lotta derivata non dalle nostre scelte, ma dalla cattiveria degli altri. Dopo tutto è la vita, bisogna godere la parte meno complicata di essa, tutto questo è possibile.

  • 14 settembre 2017 alle ore 22:38
    2014

    Come comincia: C'è una bella differenza tra gli obiettivi che ci prefiggiamo e i sogni che facciamo. I sogni occupano la nostra mente. Gli obiettivi prendono in considerazione la nostra realtà. Mentre è possibile sognare ad occhi aperti gratuitamente, gli obiettivi hanno un prezzo. Gli obiettivi costano tempo, soldi, fatica e sudore, mente i sogni sono facili e liberi.

  • 14 settembre 2017 alle ore 22:22
    2012

    Come comincia: Quando un uomo perde una donna dice che non si sentiva capito,
    quando un uomo lascia una donna dice che non si sentiva libero che non gli lasciava i suoi spazi, quando un uomo viene lasciato da una donna le da della troia. Quando una donna lascia o viene lasciata soffre tanto,e basta.

  • 14 settembre 2017 alle ore 17:17
    Il più coraggioso dei vigliacchi

    Come comincia: Mi chiamo Marco, ho quasi quarant’anni e questa è la mia storia: sono il più coraggioso dei vigliacchi.
    Molti ci chiamano “vigliacchi”, molti altri “ingabbiati salariali”, io la penso diversamente! Siamo piccoli eroi sconosciuti, vittime sacrificali del profitto cieco e cattivo.
    Il primo giorno in fabbrica lo ricordo ancora come fosse oggi. La sveglia alle cinque, il primo bus direzione zona industriale, l’arrivo in portineria.
    Il primo caffè operaio non lo scorderò mai!
    Marcando il mio tesserino nuovo di zecca entrai in stabilimento. Ero dentro, ed era strano per me perché lo avevo sempre visto solo da fuori lo stabilimento, di passaggio in superstrada; quelle gru gialle, quelle ciminiere, quei fumi maleodoranti, quel color rosso tutto intorno.
    Ora ero dentro.
    Ricordo il disorientamento. Pensavo fosse molto più facile invece non lo era, l’entrare in fabbrica era solo l’inizio.
    Sembrava una vera città con tanto di fermate dei bus. Ognuno con destinazioni diverse, quelli che andavano in zona altiforni, quelli giù al porto, quelli alle cokerie e così via: non potevo permettermi di sbagliare! Mi sarei perso il primo giorno in quella città d’acciaio.
    E secondo voi cosa feci?
    Sbagliai autobus. Ecco cosa.
    Mi ritrovai sotto a un reparto che non era il mio, e spaesato come un italiano il primo giorno ad Amsterdam iniziai a vagare alla ricerca del mio reparto.
    Lo trovai due ore dopo.
    Mi presentai in ufficio e da lì mi accompagnarono in uno spogliatoio fatiscente. Mi cambiai con calma, lo spogliatoio distava solo un paio di decine di metri dal mio reparto.
    Quando fui sotto la scala che portava sul reparto mi fermai a riflettere. Mi guardavo intorno pensando solo a quante volte nella mia vita avrei usato quelle scale per salire e scendere dal reparto.
    Respirai forte e iniziai a salire. Quando fui sopra percorsi un piccolo corridoio con muri di cemento armato e alla fine mi affacciai su Marte, ragazzi!
     Sì, il paesaggio era spettrale, spaventoso, inquietante. Ricordo tanto fumo e due fiumiciattoli in cui scorreva un magma rosso abbagliante: Era ghisa. Ero sul campo di colata di uno dei cinque altiforni dello stabilimento siderurgico più grande e inquinante d’Europa.
    Restai impietrito. Venivo da una vita sregolata, fatta d’alcool e divertimento, di locali e bevute, di poesie, scritture e libri, ed ora invece stavo su di un altoforno spaventoso.
    Avrei lavorato lì? E per quanto tempo?
    Avrei resistito a quel tipo di vita totalmente nuovo?
    Mi risposi di no e respirai profondamente quell’aria malsana continuando a ripetere a me stesso che non avrei resistito più di qualche mese lì dentro. Non di più! Assolutamente non di più.
    Mentre rientravo in ufficio per farmi spiegare dal capo reparto cosa avrei dovuto fare, passai  di fianco ad un gruppetto di operai che mi guardavano mentre ridevano di gusto, e nel mezzo di quel rumore assordante riuscii a captare solo una frase che mi rimase impressa nella testa
     «Ah opera’, benvenuto all’inferno!»
    Quella frase mi fece gelare il sangue nelle vene. Pensai che la mia assunzione sarebbe stata anche la mia ossessione. Il mio incubo. La mia condanna.
    Erano invece passati dieci anni da quel giorno.
    Ero ancora lì. Ero un operaio ormai anziano. Molto era cambiato in quel tempo, tanto altro invece no. Dieci anni di stabilimento, forse due o tre morti all’anno, per non parlare della gente che si ammalava di cancro o di quanti parenti di miei colleghi erano morti di tumore in tutto quel tempo. Mi ero assuefatto a tutto ormai!
    Mi ero sposato, avevo una figlia, uscivo raramente: La metamorfosi era completa! Mi ero trasformato completamente. Avevo per un lungo periodo abbandonato anche la scrittura, i sogni, le speranze: la mia vita.
    Avevo sigillato quel cassetto pieno di sogni, per far spazio ad una vita senza più stimoli, fino ad una notte ben precisa. Fino alla notte del otto gennaio del duemiladieci , la notte più drammatica e assurda della mia vita operaia.
    Fu la notte in cui tutto mutò completamente. Fu la notte in cui si suicidò un mio caro collega. Fu la notte in cui presi la decisione di riprendermi la mia vita, la mia dignità, la mia penna, il mio futuro. Fu la notte in cui decisi di diventare il più coraggioso dei vigliacchi.
    Avrei usato la mia penna affinché tutti sapessero cosa succedeva lì dentro, come si lavorava lì, in che condizioni e come si moriva in quella fabbrica e in quella città.
    Salvo si era lanciato dal quarto piano del reparto, era atterrato fisicamente sull’asfalto scuro e la sua anima invece si era levata in cielo per sempre.
    Il suo gesto estremo mi sconvolse e mi spinse a rivedere totalmente la mia vita.
    Non si poteva morire cosi, non ci si poteva annientare per il vile profitto. Eravamo infetti dentro! Dovevamo tutti cambiare lo stato delle cose. Non potevamo più rimanere fermi, inermi, a guardarci morire l’un l’altro senza che nessuno potesse invertire quella rotta avvelenata.
    La decisione era presa, da quel giorno la mia vita sarebbe cambiata: per me, per mia figlia, per Salvo e per tutti i colleghi volati via troppo presto.
     
    Quella sera, lo ricordo ancora, ero steso sul divano ad ascoltare musica e a non far nulla. Erano da poco passate le feste natalizie e il paese aveva ripreso tutto d'un tratto la sua solita routine invernale; poca gente in giro e noia mortale.
    Continuavo a chiedermi se andare o no a lavoro di notte. Ero in ferie, ma non avendo nulla da fare e sapendo di averne ben poche di ferie, l'idea di poter risparmiare anche un solo giorno del mio diritto a riposare, o di qualche spicciolo in più in un eventuale liquidazione, beh, di certo mi allettava parecchio. Inoltre sapevo di essere in esubero lì dentro. Ero un o dei tanti. Una formica tra migliaia di formiche. Non altro che un numero. Un niente!
    Sì, mi attraeva davvero quel pensiero, ma sentivo uno strano sapore in bocca, quel sapore che non riesci a decifrare.
    Mi sentivo strano, apatico.
    Comunque decisi di andare a lavoro. Mi vestii in fretta e presi il bus al volo.
    Il solito tragitto, la solita musica negli auricolari, la solita portineria e il solito spogliatoio freddo d'inverno e caldo d'estate. E  Lì dentro le solite grida di colleghi patiti del calcio, altri che cantavano chissà cosa, chi parlava ancora di quanto avesse mangiato durante le feste, e io seduto, lentamente mi cambiavo.
    «Cazzo ci facevo lì?» pensai.
    Sarei potuto restare sul divano a non far nulla, invece mi ritrovavo lì, annoiato e ancora con quella strana sensazione amara in bocca e nell'anima.
    Comunque ero in cabina, dopo il classico caffè moka operaia, dato che ero in più, decisi di fare un giro di controllo con un paio di colleghi.
    Quella notte era fredda, buia, ricordo che nel cielo non si vedeva una stella, e i fumi e i vapori dello stabilimento rendevano il cielo a strisce nere e macchie rosse.
    Lo spettacolo non era dei migliori, ma d'altronde, quando mai lì dentro lo era? Quando mai lì dentro ci poteva essere qualcosa di veramente bello?
    Mai!
    Eravamo in una cabina elettrica a riscaldarci un pochino e a fumare una sigaretta in relax, quando ad un tratto l'interfono sul muro iniziò a chiamare noi, in modo assillante.
    Il collega che rispose, subito dopo qualche istante di conversazione sbiancò in viso. Diventò grigio fumo. Il suo volto si tramutò e la sua voce diventò sempre più fioca e balbettante.
    Riagganciò, e senza proferir parola si sedette su una tanica di olio.  Noi lo guardavamo, lui era muto, pallido; alzò lo sguardo lentamente e con un filo di voce ci consigliò di sederci.
    Lo facemmo.
    «Salvo è morto» disse.
    Diventammo pallidi come il volto di un morto.
    Non sapevamo che dire. Non ci sta mai niente da dire in certe situazioni. Si può solamente restare immobili, sentendo denso fumo nella testa, e un tremendo senso di torpore che paralizza le gambe.
    «Salvo è morto» riprese, fissandoci come se stesse guardando il volto della morte  «Dicono che non si sa come. Si dice sia caduto. Dicono si sia lanciato nel vuoto. Non si capisce! Non si capisce. Dio, non si capisce!
    Nessuno parlava. Non poteva essere. Era un errore, pensai. Forse era un incubo. Sì, forse non avevo neanche mai messo piede in quel posto.
    Ma ero proprio io a trovarmi lì!
    E Salvo?
    Non poteva essere che un errore di persona. Assolutamente! Lui non era di turno, cazzo! Non era lui. Non poteva essere lui.
    Poi razionalizzai. Feci mente locale; mi sbagliavo! Lui era di turno, ero io che sarei dovuto restare a casa. Ero io che avevo il giorno di ferie, non lui.
    Mi alzai di scatto e mettendo l'elmetto al volo in testa, con gli occhi pieni di pianto mi catapultai in pochissimo tempo in cabina comando.
    Fu una corsa veloce, di quelle che ti tolgono il respiro, di quelle che quando ti fermi devi chinarti, poggiare le mani sulle gambe e respirare profondamente per qualche minuto.
    La cabina era piena di gente, ma era come vuota, muta. Nessuno riusciva a parlare. Vedevo solo abbracci fraterni e lacrime rosse color minerale. Vedevo solo la tragedia sui nostri volti. Vedevo solamente tragedia!
    Salvo era morto, ci aveva lasciato sul suo odiato posto di lavoro.
    Aveva chiesto d'esser spostato. Non riusciva a digerire quella mansione. Ma niente di niente capace di dargli una speranza! Una sola speranza di lasciare quella gabbia, quell’inferno: quel suo inferno.
    Non aveva ricevuto che risposte negative e i soliti “poi si vedrà”.
    Ed adesso, cosa?
    Adesso niente! Non avremmo mai più rivisto Salvo. Non avremmo mai più rivisto quell'omone grande e grosso. Quell'omone sempre felice e sorridente aveva deciso di togliere il disturbo. Aveva deciso di non sorridere più.
    Forse non riusciva proprio più a sorridere!
    Salvo, che anche nei peggiori momenti sapeva con una battuta strapparti un sorriso, si era davvero tolto la vita.
    Salvo era venuto a lavoro, normalmente, come tutte le sere, però a differenza delle altre volte era strano, silenzioso. Nel bus che dallo spogliatoio ci portava ai vari reparti non aveva parlato, se non per rispondere con educazione a qualche saluto. Poi era andato alla sua postazione, aveva svuotato accuratamente il suo armadietto, aveva scritto minuziosamente le consegne.
    Era preciso, Salvo aveva chiamato il collega smontante per farlo rientrare e aveva avvisato sul reparto di chiamare l'ambulanza perché non si sentiva bene, ed invece uscendo dalla sua postazione solitaria fece quattro rampe di scale e sotto gli occhi di alcuni colleghi prese la rincorsa e...
    …e il buio fu su di lui, su di noi, Salvo ci aveva lasciato, era volato in cielo schiacciato dalla pesantezza di una fabbrica frantuma-sogni, distruttrice di realtà, di vite, di famiglie.
    Il mostro aveva fatto l'ennesima vittima. Salvo era l'ennesima vittima!
    Non era forse infortunio sul lavoro? Non era una morte bianca?
    Sì, per me lo era. Per me non cambiava poi molto: c'è chi muore per impianti mal funzionanti e c'è chi muore per gestioni del personale senza cuore, senza un minimo segno di umanità e di rispetto reciproco.
    In quella fabbrica c'era chi comandava e chi doveva essere comandato. La gente moriva, e la gente continuava a morire così, per un posto di lavoro amato e odiato.
    Salvo in quella notte di acciaio e sangue ci aveva lasciato, ma in realtà ci aveva spronato, avvisato, messi in guardia. Perché lui era così: buono e premuroso.
    In quella notte d'acciaio e sangue il mio modo di vedere le cose mutò radicalmente. Continuavamo a perdere colleghi e amici. Lì dentro si era come fratelli dopo qualche anno, e sentire una mancanza così non era normale. Era come perdere un fratello. Come se mi avessero amputato una parte del corpo.
    E quale parte del mio corpo era Salvo? Forse il cuore?
    «Basta, basta! Basta!» esclamai. Incazzato. Sofferente. Distrutto. Annientato.
    Come non si poteva odiare gente che non si rattristava, non si fermava neanche vedendo un telo bianco con sotto un nostro fratello?
    Maledetto fatturato! Maledetti soldi color del sangue. Maledette le nostre matricole! La nostra sola identità in quel dannato inferno di metallo.
    Poi tornai a casa, almeno credo: una parte di me era rimasta lì. Una parte di me era morta assieme a Salvo.
    Sì, ero tornato a casa, ero a letto e piangevo. Dopo una notte di pianti continuavo a piangere per il mio amico e collega e per tutti gli altri morti lì dentro; per i malati lì fuori, per quelli che sarebbero ancora morti e per coloro che si sarebbero ammalati per colpa di quella fabbrica assassina. Quella dannata fabbrica che ci stava succhiando via la vita, e solamente in cambio di briciole di pane che ci permettevano di sopravvivere.
    A chi sarebbe toccato ora? Chi sarebbe stato il prossimo?
    Salvo aveva sì chiesto aiuto: il loro aiuto! E quelli non lo avevano ascoltato. Quelli non avevano voluto ascoltarlo! Quelli non lo vedevano neanche a Salvo, come non vedevano me. No, erano colpevoli. Sì, erano solo dei boia legalizzati, questo erano, sono e saranno sempre.
    Ma io avevo deciso! Ci avrei messo la faccia, mi sarei esposto a favore della città, degli operai e della gente che continuava ad ammalarsi e morire. A favore degli operai che entravano in fabbrica per lavorare e che non ne uscivano più.
    Lo avrei fatto con l’unica arma a mia disposizione, la penna. Il mio cuore, la mia anima, la mia vita.
    Mi addormentai, credo.
    Dopo Salvo, erano morti tanti altri giovani dentro e fuori quella fabbrica che io definivo “Mostro”.
    Erano passati altri sei anni da quella notte e avevo visto tanta altra gente morire. Molti ci chiamavano “ingabbiati salariali” o ancora “vigliacchi”, io invece mi sentivo il più coraggioso dei vigliacchi e mai nessuno avrebbe fermato la mia personalissima lotta contro il mostro; solamente la morte lo avrebbe potuto fare. Solo la morte!
    Continuai a girare l’Italia e l’Europa cercando di far capire cosa subivano gli operai di quella fabbrica e i cittadini della città affacciata su di essa.
    Morte, malattie, infortuni, inquinamento e zero diritti, zero dignità.
    Eravamo presi a schiaffi ogni giorno tutti, e questo non andava bene, no, non andava affatto bene!
    Era il momento in cui i vigliacchi avrebbero dovuto far sentire ancor più forte la loro voce, il loro grido di dolore. Il momento in cui i condannati a morte sarebbero usciti finalmente fuori da quel dannato cumulo di macerie.

  • 12 settembre 2017 alle ore 8:17
    Io sono Tamer

    Come comincia:  
    Il buio che ci circonda è quasi meno spaventoso del freddo.
      Questo freddo è insopportabile, e con la maglia e i pantaloni bagnati da acqua e gasolio lo è ancora di più. Ti entra nelle ossa, lo senti addosso come senti addosso tutto il peso di un lungo e brutto viaggio.
      Il barcone è affollato ma il silenzio che mi spaventa mi fa sentire solo. Sono solo in questa notte interminabile, in un barcone pieno di gente.
      Io sono Tamer Nasser e ho vent’anni. Sono siriano palestinese sì, ho solo vent’anni e sono in viaggio verso la salvezza.
      Credo, così mi hanno riferito in Libia, che sbarcheremo a Lampedusa.
    Sono seduto su una trave di legno che funge da sedile, più o meno a metà dell’imbarcazione.
      Riavvolgo nella mente tutta la mia giovane vita, mentre il rumore del motore è lì a ricordarmi che sono ancora vivo.
    Sono nato a Betlemme, in Palestina, sono il secondo di quattro figli. Mio padre si chiama Ibrahim ed è un falegname. Mia madre Maryam è la regina della casa, poi ci sono mio fratello più grande Khaled e i miei fratelli più piccoli, Saled e Zahra.
    No, loro non sono con me su questo barcone freddo che puzza di gasolio e crea terrore. Loro non ci sono, sono solo, loro non ci sono più, loro non ci sono più già da parecchio. Sono solo, e da solo cerco di portare in salvo l’ultimo Nasser di Betlemme in vita.
      Mentre il silenzio aumenta e la notte è ancor più buia, io riavvolgo il mio passato e lo lascio cadere in acqua come fosse un testamento.
    Ricordo quando abitavo a Betlemme. Ero piccolo, piccolissimo, però rammento bene quel periodo, in particolare quando io e Khaled giocavamo seduti subito fuori la falegnameria di papà. Ricordo che la mamma era in attesa di Saled. Ricordo che era bello giocare lì seduti guardando papà lavorare il legno, trasformarlo. Facevamo finta di essere i suoi assistenti, ogni tanto lo eravamo davvero. Lui ci chiamava e, tenendo la sua mano sulla nostra, ci faceva tagliare il legno con la sega, uno alla volta. Poi ci abbracciava e ci diceva – Bravi, vedete è facile, ma dovete fare attenzione, la lama è pericolosa e in un niente si rischia di perdere una mano.
    E poi sorrideva, di un sorriso bello, bellissimo. Lo ricordo bene, ero piccolo ma ho ancora bene impresso nella memoria il sorriso di mio padre Ibrahim, come se mi sorridesse ora.
      Mi giro come a cercarlo ma non c’è. Non c’è lui né Khaled. Sono solo io, il mare e la notte.
      Rammento però che quel periodo felice non durò poi molto. Ricordo le sirene cha annunciavano un raid aereo, mio padre che urlava di entrare. Ricordo le bombe.
     Un giorno papà con le lacrime agli occhi ci disse che da lì a poco saremmo dovuti andar via da Betlemme. Ci saremmo trasferiti a Damasco, in Siria. Lì sarebbe stato tutto più facile, meno pericoloso per noi.
     
    Mi addormentai.
      Quando mi svegliai il silenzio era stato sostituito da un vociare forte, ed in mezzo a tutto quello schiamazzo si distinguevano due lamenti.  Uno era il pianto di un neonato, si riconosceva bene, l’altro era quello di una donna, presumibilmente la madre.
      Non riuscivo a vedere, c’era troppa gente tra me e il punto da cui provenivano i lamenti. Cercai d’alzarmi, il mio cono visivo era oscurato dalla ressa, ma le mie gambe erano addormentate e ricascai come un sacco sulla trave di legno. Mentre mi tiravo pugni sugli arti inferiori cominciai a sentire il formicolio del sangue e dopo qualche minuto riprovai a mettermi in piedi. Facendomi largo tra la folla riuscii ad avvicinarmi e vidi quel fagotto tra le braccia della madre.
      Era nato un bambino, era nato nel mediterraneo, su di una lurida barca piena di disperati, era nato tra le onde di un mare buio, senza stelle né luna, era nato al freddo e tutti si abbracciavano e piangevano di felicità. Rimasi colpito da quella immagine e iniziai a pensare a quando vidi nascere Zahra a Damasco. La mia sorellina, la principessa di casa Nasser.
      Piansi anche io.
    Tornai al mio posto, lo scafista ci urlava di stare seduti, di non muoverci, che ci avrebbe buttato in acqua e lasciati affogare lì se non ci fossimo seduti immediatamente. Saremmo diventati mangime per pesci, diceva.
    Me ne stavo seduto e continuavo a pensare a Zahra e a Saled, i miei fratelli, all’ultima volta che li vidi, che li salutai, inconsapevole che non li avrei mai più rivisti.
    Zahra era più piccola di Saled di undici mesi: dopo il parto mia madre Maryam rimase quasi subito incinta. I miei genitori si amavano tanto. In quell’orrore fatto di bombe e attentati il loro amore non aveva perso di intensità, anzi, si era rafforzato ancor di più.
    Quel giorno mia madre rattoppava la giacca a Zahra. Mio fratello più piccolo mi si avvicinò salutandomi come facevamo sempre: mi porse il suo pugno chiuso e io feci altrettanto.
    -  A dopo fratello! - esclamammo all’unisono, pugno contro pugno.
    Poi baciai la principessa e subito dopo mia madre annunciò risoluta – Vai a chiamare subito Khaled e correte a scuola. Ci vediamo dopo per il pranzo.
    Mentre mi incamminavo verso la camera di mio fratello disse ancora – Tamer vi voglio bene. Accompagno i bambini a scuola e, se ce la faccio, vado a comprare gli aquiloni per tutti e quattro.
    Sorrisi, lei sorrise, e andò via chiudendosi la porta di casa dietro le spalle.
    Non li rividi più.
    Qualche ora dopo ero in classe, raccontavo al mio compagno di banco che mia madre avrebbe comprato quattro aquiloni e che nel pomeriggio, se avesse voluto, sarebbe potuto venire a farli volare con noi. Ci avrebbe trovati nella via non asfaltata alle spalle della falegnameria. Mentre parlavo mi sentii chiamare. Era il bidello.
    -  Tamer , Tamer! Tamer seguimi per favore – esclamò.
    - perché?- gli domandai.
    - Tamer, seguimi. C’è tuo padre, ha già preso tuo fratello Khaled, dovete andare a casa.
    - Ma perché? Perché devo andare via da scuola, sono appena arrivato – lamentai. Mi piaceva andare a scuola.
    -Tamer , seguimi - ribadì il bidello con le lacrime agli occhi.
    Quando arrivai nel corridoio vidi mio padre Ibrahim abbracciato a Khaled. Piangevano entrambi. Corsi da loro, mio padre si piegò sulle ginocchia, aprì le braccia e mi accolse al suo petto.
    Non capivo.
    - Tamer - disse, - Tamer sei grande ormai, devi essere forte.
    - Che succede? - domandai.
    - Tamer,  figlio mio, Tamer… la mamma, la mamma…
    - Cosa ha la mamma papà? Cosa?
    - La mamma non c’è più, e neanche Zahra e Saled.
      Restai impietrito, ogni muscolo del mio corpo si irrigidì. Restai fermo, immobile. Avevo capito, non era poi così difficile capire. Eravamo abituati alla morte noi siriano palestinesi, ma mai, fino a quel momento, mi aveva toccato così da vicino.
      Ci abbracciammo forte, io papà e Kaled. Non so per quanto, tanto, troppo tempo. Ricordo solo che iniziai a riconnettermi con l’esterno dopo parecchie ore, nel silenzio della mia camera, seduto su una sedia a guardare il muro celeste che si vedeva oltre la mia finestra.
      Mia madre, mia sorella e mio fratello erano morti sul cancello della scuola. Erano appena arrivati, mi dissero in seguito. Mi raccontarono anche che c’era stato un raid aereo, e che insieme a loro erano morte altre centoventuno persone tra bambini, genitori e insegnanti. La scuola era andata distrutta.
    Quel giorno per me fu come un terremoto, un terremoto emotivo, che cambiò irrimediabilmente il mio modo di vedere la vita, di affrontarla.
    Il giorno del funerale di mamma, di Saled e Zahra, comprammo tre aquiloni e li lasciammo volare nel cielo limpido di una Damasco ferita a morte.
     
    Ero su quel barcone già da due giorni e due notti; alcuni non erano riusciti a resistere al freddo e alla fame ed erano morti. Anche io ero allo stremo delle forze ma volevo resistere. Avevo solo vent’anni, pensavo, dovevo arrivare in Italia, dovevo farlo per i miei parenti, per la mia terra. Il mio sogno di diventare pediatra, studiare medicina, far nascere il futuro in Siria doveva avverarsi.
      In quei due giorni e due notti avevo visto nascere e morire un bambino. Gli scafisti avevano buttato in acqua madre e figlio. Avrebbero creato problemi, dicevano, e la stessa sorte era toccata ai più deboli.
      In quei due giorni avevo assistito, come se non lo avessi già fatto negli anni precedenti, a tutta la malvagità e la cattiveria che si può celare nell’animo umano.
      Ero arrivato su quel barcone dopo un lungo viaggio a piedi che mi aveva portato da Aleppo fino in Libia, da dove ero partito subito dopo la morte di mio padre e di Khaled. Non avevo retto all’ennesimo lutto. Non potevo restare più in Siria, dovevo riuscire a salvare l’ultimo della famiglia Nasser, diventare medico e tornare nella mia terra liberata.
    Mio fratello Khaled era cresciuto e la sua fidanzata doveva partorire, sarebbe dovuto nascere un altro Nasser, il mio primo nipote. Mio padre accompagnò Khaled e la compagna nell’ultimo ospedale ancora in piedi in Siria, ad Aleppo. Ma lì quel giorno il destino aveva deciso altro: non sarebbe nato nessun altro Nasser. Un raid aereo mise fine alla vita di mio padre, mio fratello, mia cognata e mio nipote, ed insieme a loro l’ultimo pediatra d’Aleppo e altre trecento persone.
      Lo venni a sapere dai Tg. Nemmeno una chiamata, nulla, niente. Lo seppi dal telegiornale delle tredici mentre preparavo il pranzo in attesa della telefonata che mi avrebbe annunciato la nascita del primo nipote.
      Dopo i funerali fuggii. Scappai via dalla Siria a piedi, veloce, piangendo i miei cari, senza sentire fatica. La fatica era nulla rispetto alla tragedia che mi lasciavo alle spalle.
    Mi asciugai le lacrime con la maglia bagnata. La notte su quella barca si era fatta ancora più fredda ed io ormai ero allo stremo delle forze. Mi alzai, e appoggiato al bordo della barca iniziai a guardare lontano. Vidi delle luci piccole piccole.
    – Terra, terraaaa – gridai, e tutti cominciarono ad alzarsi in piedi.
    - L’Italia, l’Italiaaa, Lampedusaaa – urlavano in coro.
     La barca però, sospinta dalle onde perché il carburante era finito, diventò sempre più instabile e, a causa del peso della gente e del movimento del mare mosso, cominciò a ondeggiare sempre più.
    - Fermi, sedutii- berciavano gli scafisti – fermiii!
     Poi ci fu appena il tempo di capire che ci stavamo capovolgendo, che fummo tutti in acqua, al buio, al freddo, stremati. Le luci erano troppo lontane per essere raggiunte. Troppo, troppo lontane.
    Solo il rumore e la luce degli elicotteri che volavano da qualche minuto sopra di noi riuscirono a non farmi cedere. Mi mantenevo a stento ad un remo, sperando e aspettando che qualcuno ci tirasse fuori.
      Ma ero debole, le forze iniziavano ad abbandonarmi. Non sentivo più le gambe e le braccia, erano come tronchi.
    - State calmi, state calmi, arriva la marina - gridava l’altoparlante – State calmi, state calmi, arriva la marina.
    Lo capivo perché avevo imparato l’italiano per poter studiare, un giorno, medicina in Italia e far nascere bambini in Siria.
    - Sarò il dottor Nasser- pensavo mentre ero in acqua – sarò il dottor Nasser.
      Ma le forze di colpo mi abbandonarono E il remo si allontanò da me. Provai a riprenderlo ma nulla, era ormai troppo lontano.
    - Sto morendo, sto morendooo - gridai forte
    - Sto morendo, sto morendo - pensai piangendo.
      Poi mi calmai. Stranamente ero sereno, e con gli occhi che entravano e uscivano dall’acqua vedevo le luci sempre più lontane, sempre più piccole, e il rumore dell’elicottero sempre più debole, sempre più basso.
      Andavo alla deriva e intorno a me vinceva il buio.
    - Lampedusa, Lampedusa – mormorai, e iniziai a scendere giù in un mare nero petrolio.
     Ero sereno mentre annegavo. Pensavo che finalmente avrei rivisto mio padre, mia madre, i miei tre fratelli e mia cognata, che mi avrebbe fatto conoscere il mio primo nipote, il più piccolo dei Nasser.
      Ero felice mentre affogavo in quel mediterraneo buio e freddo, a poca distanza da Lampedusa.
    Gli aquiloni, pensai mentre scendevo sempre più giù, li avremmo fatti volare insieme. Tutti insieme.
    Nella via non asfaltata dietro la falegnameria, a Damasco. Tutti insieme, liberi, liberi e felici! D’un tratto, li vidi venirmi incontro. Mia madre, mio padre e i miei fratelli!
    - Gli aquiloni, gli aquiloni – esclamai. E diventai mare.
    Sono Tamer Nasser, ho vent’anni e sono morto nel mediterraneo.

  • 11 settembre 2017 alle ore 20:50
    Un piccolo albero

    Come comincia: C’era una volta tanto tempo fa un piccolo albero che viveva in una vallata verde e bellissima. Il piccolo albero avrebbe dovuto essere felice, ma non lo era perché intorno a lui c’erano tanti altri alberi ed erano molto alti, robusti, carichi di foglie lucide e in pieno rigoglio. Soltanto lui era esile, e le sue foglie erano fragili come i suoi rami. Ogni volta che c’era il vento il piccolo albero temeva di morire. Quando, durante la bella stagione, la gente arrivava nella radura per mangiare all’aperto e stare in compagnia, nessuno lo sceglieva, era troppo poca l’ombra che avrebbe potuto offrire lui, e così se ne stava a guardare malinconico e solo. Un giorno però accadde che alla radura arrivò una bambina, una bambina che amava leggere, e, con il suo libro in mano, trascinando una seggiolina, si avviò proprio verso il piccolo albero ed andò a sedersi lì. Lui non stava più nella corteccia dalla felicità e pregò subito Brezza di aiutarlo a dare più ombra possibile alla piccola. Brezza lo accontentò e piegò gentilmente gli esili rami e le piccole foglie verso la bambina. L’alberello si sentiva tanto importante, era stato scelto nonostante fosse l’unico insignificante in mezzo a tutti quegli alberi così grandi. Era proprio felice e quel giorno capì che doveva soltanto avere pazienza, che doveva semplicemente crescere, proprio come la bambina che lo aveva scelto a sua misura. Ricco di una nuova fiducia in se stesso, cominciò a irrobustirsi ed a crescere, e anche la bambina, che ogni giorno trascorreva del tempo con lui, crebbe. Lui diventò un grande albero, solido e frondoso, e lei diventò una ragazza e poi una donna e alla fine una vecchia signora. La vecchia signora portava con sé qualche acciacco e non poteva più andare alla radura tanto spesso come un tempo, non poteva più leggere molto perché ci vedeva poco, però quando voleva sentirsi meglio, quando voleva ritrovare i suoi pensieri più intimi in solitudine, lei andava là, non più con la seggiolina, ma si sedeva ai piedi del grande albero con la schiena appoggiata a lui, e lui fremeva di gioia.
    La sua famiglia la trovò là, il giorno in cui lei non tornò a casa, seduta per terra, appoggiata al suo albero, come se dormisse.
    Il grande albero rivide se stesso giovane fragile e indifeso, e rivide una bambina che trascinava una seggiolina, andare verso di lui. Le sue foglie si stesero al vento in un fruscio straziato, e si ricoprirono di milioni di goccioline di cristallo: lacrime di dolore.
     

  • 10 settembre 2017 alle ore 16:42
    UN NOME BEN AUGURALE

    Come comincia: ‘Nomina sunt omnia’, tradotto:‘Nel proprio nome c’è scritto il destino di ognuno di noi’ e così fu per Alberto Tànfilo Diotallevi , secondo appellativo ereditato da un nonno paterno.In passato le persone anziane tenevano molto a che il loro nome fosse tramandato alle generazioni successive e così il povero Albertone si trovò nei documenti anche il suo secondo appellativo perché all’anagrafe era stato trascritto senza virgola. Direte che nella vita ci sono guai ben peggiori ma se voi abitaste a Messina non la pensereste così: facendo scivolare l’accento sulla i il significato cambia profondamente… Alberto si era documentato ed era venuto fuori che esisteva veramente un certo Bèbio Tànfilo console romano ma c’era da domandarsi chi cacchio di str…zo parente era andato a scovarlo! Inutile dire che a scuola i compagni ci ricamavano sopra ma sino ad un certo punto perché Alberto, dal fisico robusto,  frequentava una palestra di pugilato.Parlando di fortuna il nostro eroe non la poteva dichiarare negativa perché i genitori, erano deceduti in un incidente stradale lasciandogli però un buon patrimonio, aveva appena compiuto 27 anni di età, si era laureato in lettere moderne ed aveva ereditato due appartamenti nello stesso piano lungo la‘Panoramica’  in un isolato con giardino e posteggio interno. Dopo lo smarrimento iniziale Alberto cominciò a guardarsi intorno in campo femminile. A scuola le colleghe facevano pazzie per lui sia perché un bell’uomo ma soprattutto perché era conosciuta la sua posizione finanziaria.(Pecunia non olet sed adiuvat!). Alberto sapeva bene che se avesse intrecciato con una di loro una relazione, ovviamente anche fisica, andava a finire in chiesa o meglio in Municipio perché era ateo e quindi…niente colleghe. Per far sollazzare 'ciccio'  preferiva delle professioniste le quali, al termine del…colloquio, intascavano i soldi e si levavano dalle balle. Il via vai era ovviamente stato  notato dal portiere Rosario che abitava nell’interrato e, da buon portiere, non si facevai fatti suoi. Incontrandolo con la mig..tta di turno: “Dottore ma questa non è la fidanzata dell’altra settimana, quella era piccola e bruna, questa alta e bionda, io come portiere…” “Ti devi fare i cazzarelli tuoi. La qui presente è la stessa della settimana passata solo che si è tinta i capelli ed è cresciuta di statura.” “Dottore vede…” “Non chiamarmi dottore, mi pare che mi prendi per il culo, io sono Alberto per tutti, pensa piuttosto ai cinque figli che hai,non sai proprio scopare.” “Mia moglie è cattolica praticante, non vuole usare né il preservativo nè la pillola, talvolta non ingrano bene la marcia indietro…”“Vai a scuola guida e adesso levati dai cabasisi.” In fondo gli voleva bene,era un povero disgraziato soprattutto in campo finanziario,  talvolta gli mollava qualche bigliettone, in ogni caso gli serviva per conoscere i fatti di tutto il palazzo e questa sua caratteristica gli fece comodo quando al piano superiore al suo venne adabitare una giovane sposa brasiliana che un coglione di uomo, più anziano di venticinque anni, aveva impalmato per le sue caratteristiche fisiche: longilinea, alta, seno e popò notevoli, viso sempre sorridente, un invito permanente ai maschietti che incontrava. Un escamotage per fermarla? Il cocu si recava presto al lavoro, aveva una piccola fabbrica di mobili e la dama, che siera fatta regalare una Twingo Renault, usciva con comodo a far la spesa. Una mattina Alberto bloccò l’ascensore al suo piano, la bella Gloria , questo il suo nome: “Dovrei scendere…” Alberto riportò l’ascensore al piano superiore: “A sua disposizione madame, sono Alberto, abito al piano sottostante.” Un lungo sguardo fece capire alla bella che ‘c’era trippa per gatti’ e, sculettando entrò in cabina. “Son piaciuto.”pensò Alberto ricordando una frase di Buscaglione. Arrivati a terra si diressero in garage, Alberto accompagnò Gloria sino alla sua auto poi attese che mettesse in moto. Niente da fare, la macchina non ne voleva proprio sapere di partire e così Gloria: “Mi vedo costretta a chiederle un passaggio.” Alberto si era accorto che la bella voleva mettere in moto senza girare la chiave d’accensione, un chiaro invito! Era estate ed Alberto fruiva dei due mesi di vacanza. “Io posteggio al Cavallotti e poi…” “Io vado in centro a fare spese, Cornelio mi ha dato la carta di credito.” Non era possibile che il sicuro cocu si chiamasse così, nomen omen. Naturalmente la baby scelse il negozio più alla moda che esponeva vestiti e scarpe dai prezzi decisamente alti. Alberto si pentì di questa sua scelta perché Gloria si provò un numero notevole di vestiti e di scarpe e lui seduto a rompersi le balle. Finalmente la signora si decise sugli acquisti e vennero fuori un numero notevole di pacchi e pacchetti. “Ti dispiace darmi una mano?”Dallo sguardo dei commessi e poi dei passanti capì che era stato classificato…mai più uscire con la baby ma doveva in qualche modo conoscerla, si consolò così. Arrivati nel cortile di casa trovarono Cornelio che aspettava la moglie. “Caro, il signore abita sotto di noi, è stato molto gentile ad accompagnarmi, la mia auto non partiva.” Il cotale borbottò qualcosa e spinse la baby dentro l’ascensore, non sembrava molto contento. Naturalmente comparve Rosario: “Dottò complimenti…” “Complimenti di che, quella è la moglie del signor Cornelio che abita sopra di me, non fare il maligno.” “Son venuti ad abitare qui da pochi giorni ma vedo…” “Rosario non devi vedere niente, fai come le tre scimmie, non vedo, non sento, non parlo.” “Sarò un pesce dottò.” Si beccò un cinquantino che lo portò ad abbracciare Alberto. “A coso sta bono sennò ce prendono per ricchioni!” Alberto ricordava ancora il romanesco di quando aveva frequentato l’università nella Capitale, pensò al povero Cornelio, al suo volto scavato ed alle sue mani da lavoratore che, come tanti italiani, si era ubriacato della bellezza esotica ed erotica di una brasiliana…fatti suoi. Alberto studiò i vari orari in cui il sovrastante inquilino abbandonava il tetto coniugale, un’avventura va bene ma non voleva guai, i vecchietti cornuti  sono pericolosi! L’occasione si presentò quando Cornelio ebbe un incidente sul lavoro: nel segare del legno dei pezzi gli erano penetrati negli occhi ed i medici si erano preoccupati per la sua vista. Gloria stavolta riuscì a far partire la Twingo, andò a far visita al  marito portandogli della biancheria di ricambio, a detta dei sanitari Cornelio all’Ospedale Papardo ci sarebbe rimasto un bel po’ ma la consorte non se la prese particolarmente. Tutto il giorno ascoltava a volume alto musica brasiliana  sinché il vicino dello stesso piano la richiamò all’ordine e allora la baby smise ma si sentiva sola e quale migliore compagnia se non Alberto? Non conoscendo il numero del suo telefonino gli bussò alla porta: “ Mi sento molto sola posso entrare? Sono una brava cuoca vorrei mangiare insieme” e vedendo lo sguardo arrapato del sottostante capì tutto e simise a ridere. “Che ne dici se mi faccio una doccia?” “Che ne dici se ce la facciamo insieme?”  Musica brasiliana questa volta a basso volume  spinse Gloria ad esibirsi in un ballo in cui il popò era il protagonista. Ovviamente tutto tutto finì in gloria nel senso che avete capito,all’inizio la bella signora,nel vedere ciccio in erezione: “Pensavo che gli italiani ce l’avessero più piccolo dei brasiliani ma tu sei un mostro!” Alberto non le domandò perché gli italiani dovessero averlo piccolo, assaporò  varie posizioni sin quando la baby: “Mi hai distrutto, torno a casa mia.” Uscita Gloria Alberto pensò che in fondo quel poveraccio al’ospedale non meritava quella sorte, un velo di tristezza, la sua coscienza si era risvegliata, misteri della natura! Rosario capì quello che era successo e nel vedere passare Alberto fece un segno con le dita sulle labbra come per dire: non ho visto, non ho sentito non parlerò. Alberto non se la sentiva di stare a casa sua, per sfuggire all’Erinni arrapata  traslocò nel vicino appartamento che era stato dei genitori. Telefonò ad un collega con cui era in confidenza: “Franco sono Alberto vorrei sparire per un po’ da Messina, tu hai qualche programma?” “Pare fatto apposta, dopodomani vado in gita a Mosca, aereo e poi giro dei monumenti in pullman.” Alberto accettò l’invito anche se non era un appassionato di arte ma per ora era l’unica soluzione. A bordo della sua Jaguar X Type giunsero all’aeroporto di Catania, arrivo a Mosca dopo quattro ore e poi all’albergo ‘the Ritz-Carlton’ molto ben tenuto.  I due amici scelsero ognuno una camera singola (non si sa mai…), ambedue avevano la veduta sulla piazza Rossa, una buona sistemazione.  La sera al ristorante fu loro presentato un menu scritto in italiano, evidentemente molti di casa nostra si ‘appoggiavano’ a quell’albergo, cucina niente di particolare ma non erano a Mosca per mangiare, si sarebbero rifatti al rientro in Italia. Le cameriere erano molto graziose, in minigonna e ampia scollatura, ciò face drizzare le orecchie ad due amici che domandarono notizie al portiere:  dietro lauta mancia risposta secca: “Le signorine dopo mezzanotte sono libere,  la tariffa era di circa 14.000  rubli ma volendo qualche prestazione particolare il prezzo sale. Poco dopo la mezzanotte Alberto sentì bussare alla porta, l’aprì  e, dopo un finto baciamano apprezzato dalla baby, a gesti riuscirono a capirsi di farsi una doccia insieme. ’Albertone andando ‘contro natura’ ma raddoppiando il prezzo si godè a lungo un popò alla brasiliana. Alle dieci del giorno successivo incontrò Franco al bar e gli disse della sua impresa, Franco si fece una grossa risata, anche lui…Cominciò lo strazio della visita ai musei, al terzo Alberto si sedette su una poltrona nella hall, occhi chiusi sognando il ritorno in Italia quando  Franco lo svegliò, era in compagnia di una hostess bionda, alta, stile modella. “Dove l’hai trovata stà gnocca?” Franco gli faceva grandi segni che Alberto non capì, lo capì subito dopo quando la baby:”Che vuol dire gnocca? Non conosco questo termine.” Ecco fatta la frittata, la ragazza era una guida che parlava bene l’italiano. Franco intervenne in aiuto: “Vuol dire bella ragazza.” La bella ragazza poco convinta li riaccompagnò al pullmann facendo presente che il giorno successivo era di riposo e si sarebbero ritrovati fra due giorni. Alberto abbagliato da cotanta beltade si fece audace:“Che ne dice signorina se domani facesse la guida solo per noi due, ma niente musei ma giardini o posti distensivi, ovviamente la tariffa solita.”“Sono Susanna, voglio accettare anche se per noi è proibito  far da guida a persone singole.” “Noi siamo in due, potrebbe indicarci un autonoleggio così evitiamo i mezzi pubblici.”  In un garage Alberto adocchiò una vecchia Fiat 1100- 103 che sembrava in buone condizioni, accompagnarono Susanna a casa sua o poi rientro in albergo. Durante il tragitto  . “Che hai da ridere?” “Ci scommetto una cena ma son convinto che ti sei presa una cotta per Susanna.” Lo sguardo dell’amico confermò l’ipotesi di Franco.  Alberto quella notte dormì  poco, effettivamente quella ragazza era una favola: viso delicato sempre sorridente,corpo longilineo, altezza con i tacchi a livello di Alberto, mani lunghe da pianista seno e sedere non eccessivi come la brasiliana ma soprattutto un fascino che non aveva riscontrato in altre ragazze, cacchio che scuffia! L’ultimo giorno di permanenza a Mosca Franco li lasciò soli nella hall dell’albergo, i due stettero un po’ in silenzio quando Susanna: “Squadrandoti bene ho notato che sei una brava persona, fisicamente piacevole e…” “Seguito io, non ho mai trovato una ragazza che mi piacesse tanto, mi hai abbagliato subito, non so se essere felice o meno, in fatto di donne vado molto cauto e sto combattendo con me stesso, fra l’altro l'essere di nazionalità diverse comporta dei problemi ma…” “Andiamo in camera tua per parlare, non pensare al sesso!” Mancia al portiere per non chiedere i documenti a Susanna. “Se me lo permetti vorrei abbracciarti da dietro e con te rimirare il panorama…è la penultima notte di permanenza a Mosca, vorrei riportare in Italia un buon ricordo.” Dopo un po’ Alberto si accorse che Susanna stava piangendo, le lacrime delle femminucce lo mettevano in crisi e non riusciva a spiegarsi il perché. Susanna andò in bagno, prese un rotolo di carta e si asciugò le lacrime. “A questo punto voglio raccontarti la mia storia: sono stata fidanzata da anni con un mio collega farfallone in fatto di donne, recentemente mi ha confidato che una sua amica è rimasta incinta e quindi la deve sposare, per me un colpo bruttissimo, ho pianto per una notte ma poi ho pensato al film ‘Via col vento, domani è un altro giorno’ ma non è facile dimenticare anni di convivenza.” “Tagliamo il nodo di Gordio (poi vi dico il significato), se hai il passaporto vai dai tuoi e raccontagli che sei stata inviata in Sicilia per accompagnare dei turisti.” “Sarà un grosso dolore specialmente per mia madre ma, anche se la ritengo una pazzia ti seguirò, come faremo per mantenerci?” “Non avere problemi, io insegno e poi sono benestante." Franco non sorrideva più, capì che la questione era diventata importante. A Catania andarono a riprendere la Jaguar. “L’hai presa a noleggio?” “No è di mia proprietà.” “Allora ho fatto un affare, pensavo che il mio fosse un salto nel buio”. Alberto accompagnò Franco a casa sua e poi verso il suo appartamento, era sera, il paesaggio gli sembrava più bello, le luci della Calabria più brillanti, tutto era cambiato. Entrati a casa Susanna ebbe una espressione di meraviglia, evidentemente in Russia non aveva visto nulla di così bello ed elegante. Istintivamente abbracciò il padrone di casa il quale apprezzò pensando…”Non sono un grande cuoco mi arrangerò con quello che ho lasciato nel freezer e poi ritengo che gli spaghetti saranno conosciuti anche in Russia.” Susanna aprì la valigia, a parte un vestito e la camicia da notte ben poche cose aveva con se. “Domani andremo ad infoltire il tuo guardaroba.” “ Che vuol dire infoltire?” “Comprare vestiti e scarpe.” “Ti ringrazio,vorrei dirti che non mi sento di dormire con te, mi arrangerò sul divano, non ti offendere …” Alberto mascherò la delusione con un sorriso. “Nello stesso piano ho un appartamento dove abitavano i miei genitori, c’è un’entrata interna,queste sono le lenzuola la federa e due coperte.”  Susanna ‘ispezionò’ la nuova abitazione, fu colpita soprattutto dall’idromassaggio della vasca da bagno e poi: “Buonanotte caro,sogni d’oro.” “Sogni d’oro un bel …” Ciccio giustamente reclamava ma poi capì che ‘non c’era trippa per gatti.’ Il giorno successivo posteggiata la Jaguar al ‘Cavallotti’ i due entrarono nella boutique dove Alberto aveva accompagnato Gloria, la commessa, evidentemente di buona memoria, guardò il pigmalione con occhi tipo “beato te che sei un conquistatore di donne a getto continuo” (Petrolini docet). Susanna negli acquisti fu molto più parca di colei che l’aveva preceduta, all’uscita del negozio un bacio veloce sulla labbra come ringraziamento. Tutto andava a gonfie vele tranne che… la baby russa si dimostrò brava anche in cucina …Un giorno Susanna ricevette una telefonata da Mosca, Alberto ovviamente non comprese il senso della conversazione che Susanna gli tradusse prima di chiudere il telefono: “Una mia buona amica e collega, Irina, ha espresso il desiderio di venire in Italia, ho risposto che debbo chiederlo al padrone di casa, che debbo fare?” Alberto, nel dubbio approvò con un segno della testa anche se malvolentieri, non voleva scontentare Susanna ma nello stesso tempo pensò che la situazione si sarebbe complicata. Andarono all’aeroporto di Catania ed incontrarono Irina, una bellezza ben diversa da quella della sua amica: bruna,capelli corti, fisico da atleta, viso piuttosto mascolino con occhi verdi, un tipo particolare, anche lei parlava l’italiano.  Dopo cena, passata un’ora davanti ad un programma televisivo, le due amiche si ritirarono nel vicino appartamento. Al mattino, dopo colazione, “Anche Irina ha bisogno di acquistare qualche abito e delle scarpe, ha messo da parte qualche rublo quindi pagherà lei, bisogna però cambiare i rubli in €uro. “Ci penso io.”Alberto capì subito che la spesa sarebbe stata a suo carico. La solita commessa questa volta sbarrò gli occhi, chi cavolo era quel signore per accompagnarsicon tante dame, forse un macrò, bah! Anche Irina fu parca negli acquisti e ringraziò l’anfitrione con una stretta di mano. Alberto riprese ad insegnare,  le due amiche in viale della Libertà entrarono in una agenzia di navigazione che aveva bisogno di personale, ebbero un posto par time, solo la mattina.  Un giorno dopo l’altro (come la canzone) ma di novità nisba, Alberto capì di essersi innamorato come uno studentello, una bella sensazione ma a metà per ovvi motivi. Un mattina: “Tornerò a casa nel tardo pomeriggio, ha una riunione a scuola.” La riunione non si fece  e cosi Alberto tornò a casa alle dodici e trenta, voleva fare un’improvvisata alla due amiche e male gliene incolse: trovò Susanna ed Irina nude sul letto che si baciavano. Ecco qual’era il problema, altro che fidanzato fedifrago.  Alberto fece dietro front, ritornò nel soggiorno di casa sua ed accese la televisione. Dopo una mezz’ora comparve Susanna, occhi fissi nel vuoto, si sedette vicino ad Alberto. “Abbiamo messo da  parte qualche  €uro, ti prego diaccompagnarci all’aeroporto di Catania.” “Ancora non ci conosciamo a fondo, io non sono puritano né baciapile ma anticonformista e quindi, anche se meravigliato, ho accetto la situazione, lasciamo decantare gli avvenimenti, sono innamorato di te e non voglio perderti sempre che tu…” “Anch’io penso di essermi innamorata di te, sei il solo uomo che ammiro in tutti i sensi, la mia storia è presto detta: io ed Irina dormivano nella stessa stanza in collegio,un giorno un po’ brille abbiamo preso a baciarci ed a toccarci da allora è nata la nostra relazione ma mentre Irina ama solo le femmine io no e, anche se non ho mai avuto un’esperienza in tal senso, mi piacciono i maschi ma sinora non ne ho conosciuto a fondo nessuno che mi piacesse, le cose stanno così.” “’Res cum ita sint’ (talvolta ricorro al latino per esprimermi meglio), voi resterete a dormire in casa dei miei genitori sin quando tu non ti sentirai pronta ad avere un rapporto con me, d’accordo?” “Accetto e lo comunicherò ad Irina,niente più rapporti con lei, può rimanere se vuole?” Alberto pensò che forse…”Va bene.”La notte successiva Alberto, dopo tante emozioni, dormiva profondamente quando sentì qualcosa sulle labbra, pensò ad un sogno ma era pura realtà alla quale si adeguò subito ciccio che era sensibile al profumo di donna. Susanna guardò con stupore quel coso grosso,lungo e duro e si spaventò. “Non sono mai stata con un uomo, ti dico sinceramente che ho paura, non sono vergine perché con Irina usavo dei vibratori, per ora solo dei baci al tuo…poi  pian piano mi abituerò.” “Guarda che il mio coso, a riposo da molto tempo,  godrà alla grande con lo sperma che ti penetrerà in bocca, prendo un tovagliolino e poi vedi tu…”  E così fu, Susanna non abituata a quel sapore strinse i denti nel senso che accettò lo sperma in bocca  ed in parte lo ingoiò, pulitasi il viso abbracciò forte Alberto, una prova d’amore a metà ma già un passo avanti. Da quel momento Susanna traslocò definitivamente nel lettone di Alberto, la mattina tutti a lavoro per ritrovarsi ad un frugale pasto a mezzogiorno ed una sostanziosa cena la sera. I recenti avvenimenti parevano non aver cambiato nulla nei rapporti dei tre, Alberto con vasellina e molto garbo riuscì a penetrare la deliziosa gatta della fidanzata senza troppi lamenti da parte dell’interessata. La mattina tutti al lavoro, il pomeriggio passeggiate a piedi al centro oppure visite in Jaguar sui monti Peloritani o nella vicina Milazzo, una bella famigliola in apparenza. Irina, autorizzata a rimanere a casa di Alberto, si sentiva esclusa e meditava qualcosa che confidò all’amica, a sua volta Rossana si confidò con Alberto che non aspettava altro:a letto in tre! Per festeggiare il padrone di casa prenotò un tavolo in un famoso ristorante sul lago di Ganzirri. Al loro ingresso furono accolti da  Salvatore vecchio cameriere ma praticamente padrone del locale di cui il proprietario,anche per l’età avanzata, se ne interessava poco. “Mon ami (Salvo aveva lavorato in Francia) ti trovo in gran forma e poi…” “Niente poi queste sono due care amiche russe che hanno deciso di stabilirsi a Messina ed io offro loro alloggio e…” “Come se non ti conoscessi, sei fortunato io…” “Tu mon ami hai una moglie e tre figli e quindi, quando hai fame, mangi in famiglia, nes pas?” Presi gli ordini Salvo incaricò due negretti di servire i tre ospiti, si presentò solo alla fine della cena con tre caffè fumanti. “In Russia sono tutte così belle le ragazze?” “Belle e disponibili, se vuoi di do l’indirizzo di alcune interpreti che ti faranno visitare i bellissimi  musei della capitale.russa“ Ho capito ti diverti a prendermi per il culo, scusate signorine la volgarità ma sto zozzone talvoltami fa arrabbiare , e adesso levatevi dalle balle, la cena la offro io.” “Grazie, un giorno ti inviteremo a casa mia, la signorine sono molto brave in arte culinaria…” In macchina le due ragazze avevano voluto sedersi dietro e parlavano fitto fitto in russo facendosi grandi risate, Alberto, curioso come una scimmia, chiedeva spiegazioni senza ricevere risposta. Ormai  Susanna era ospite fissa del lettone del padrone di casa, Irina? La baby si era data da fare e all’agenzia di viaggio,in cui lavorava, aveva agganciato la padrona, anche lei dai gusti particolari ma concomitanti con i suoi e così Violetta, questo il suo nome:  di media altezza, rossa di capelli, occhi marroni, naso leggermente lungo, e tutto il resto tutto sommato piacevole, era diventata la quarta frequentatrice dell’alloggio o meglio degli alloggi di Alberto. Al termine della serata, dopo un bacino reciproco di amicizia,  le due coppie si ritiravano nelle loro stanze e... visto chi s’è visto. La cosa poteva sfuggire a Rosario?  Assolutamente no ma il cotale fu molto prudente, ci teneva molto ai regalini di Alberto e allora si presentò con un sorriso di complicità sulle labbra. “Non fare la faccia da imbecille, la seconda russa si chiama Irina ed è amica di Susanna.” “L’avevo capito.” “Tu non avevi capito un c. sei una brava persona sin quando ti farai i cosetti tuoi.”Una croce sulla bocca del portiere per indicare la sua totalità fedeltà ai principi di riservatezza (pelosa).  I risolini di complicità fra le tre erano giornalieri, le ragazze ora parlavano in francese dato che Violetta non conosceva il russo non sapevano però che il buon Alberto aveva studiato questa lingua a scuola, non capiva tutte le parole ma il senso si: era carnevale e le tre volevano fare una festa nel salone vestite con maschere erotiche tanto da far girare la testa al padrone di casa e con quali conseguenze? Quelle ovvie quando un maschietto eternamente su di giri si trova fra le mani tanto ben di dio. Le tre grazie passarono il pomeriggio a preparare dolci ed a friggere le ‘zeppole’ conosciute anche in Russia, chiesero ad Alberto di vestirsi in smoking e si ritirano nel secondo appartamento per abbigliarsi. Alberto era molto curioso, era passato dinanzi all’ormai famoso negozio dove aveva portato le belle e si era accorto che in vetrina c’erano vestiti di carnevale dove evidentemente le ragazze erano andate con l’auto di Violetta. “Spegni le luci, lascia accesa solo quella sopra il televisore.”Nella semioscurità apparvero tre figure femminili vestite alla brasiliana,vestite per modo di dire, avrebbero fatto concorrenza a Gloria: gran trucco in viso, reggiseno che copriva solo la punta, scarpe dal tacco altissimo e, per finire, uno slip tipo francobollo davanti che copriva appena la cosina senza peli e di dietro era solo un filo! Susanna mise nel giradischi un long playin di musica indiavolata brasiliana, unico spettatore l’Albertone spaparazzato sul divano che cominciava ad andare su di giri. La furba Susanna:“Per ora godiamoci la musica, poi metteremo sotto i denti le nostre fatiche del pomeriggio annaffiate (si dice così?)  da un superbo Champagne! Gli avvenimento presero un’altra direzione, mangiato dolci e zeppole le bottiglie di Champagne vuote divennero prima due poi tre con conseguenze immaginabili, tutti sul lettone in un incrocio di corpi, Alberto non sapeva più con chi faceva l'amore, solo la luce di un lampione illuminava la scena che durò sin quando Susanna trascrinò il padrone di casa nel loro appartamento. Il giorno seguente un pò tutti imbambolati e felici, avevano sfatato tutti i tabù...così vissero felici e contenti come nelle favole. Il Nodo di Gordio? Andatelo a cercare nella enciplopedia, 'gnuranrts!

  • 09 settembre 2017 alle ore 13:45
    2010

    Come comincia: Un giorno dirai che ne e' valsa la pena,di tutte quelle volte che le cose sono andate storte,di tutto cio' che ti aspettavi e invece arrivava l'esatto opposto,delle delusioni,delle porte sbattute in faccia,dei pianti durati ore e ore.Si,dirai ne e' valsa la pena,capirai che le cose aspettate ansiosamente non arrivano,ma quando smetti di aspettare.Con il tempo arrivera' il momento giusto quello del "Ne e' valsa la pena".

  • 09 settembre 2017 alle ore 13:36
    2012

    Come comincia: Le lacrime di chi è sincero sono colme di amore. Le lacrime dei sensibili sono colme di cicatrici. Le lacrime degli umili sono ricche di onestà, sono persone che hanno camminato nella sincerità e nella rettitudine, quando c'era da aiutare non si sono tirati indietro, ma hanno ricevuto solo ferite e mancanza di rispetto. Le lacrime degli ipocriti sono come quelle del coccodrillo, sono permeate di falsità, utili solo per raggiungere i loro sporchi obiettivi e farsi credere onesti dagli altri.

  • 09 settembre 2017 alle ore 11:07
    2013

    Come comincia: Io credo alle persone che hanno lottato per stare insieme. Perchè incontrarsi e stare insieme è facile, è incontrarsi e combattere per stare insieme che è un po' più difficile. Credo alle persone che litigano e hanno il coraggio di abbandonare il proprio orgoglio per chiedere scusa, per darsi un abbraccio e tornare a guardarsi come prima, a quelle che ogni tanto non si sopportano, perchè è umano anche se si è innamorati. Io credo alle persone che hanno pianto, hanno creduto di essersi persi e invece si sono ritrovati più forti di prima perchè non è amore solo scriversi Ti amo ovunque, è amore anche affrontare mille ostacoli ma continuare ad amarsi e volersi nonostante tutto.

  • 08 settembre 2017 alle ore 22:26
    2015

    Come comincia: Non mi sento superiore, io lo sono. Su ogni forma di atteggiamento aggressivo, invidioso, ipocrita, di maldicente, cattivo in senso stretto, si sono superiore, perchè non riverserò mai queste cose sulle persone, ma aspetterò che sia la giustizia Divina a farlo. Una persona buona non ti prende di mira, aspetta il momento giusto per fartela pagare, ma solo per farti provare quanto è pesante quello che le hai fatto vivere e te lo farà provare sulla tua pelle solo a scopo educativo, affinchè impari a vivere, affinchè impari la civiltà e la sana convivenza con il prossimo.

  • 08 settembre 2017 alle ore 22:22
    2014

    Come comincia: Nei colori di questa città ci sono io. Il cielo è pieno di sole azzurro, il giallo della luna piena che cala di notte, il rosso del bosco in via di estinzione in una grande città, dai grattacieli grigio, l'arancione dei fari delle auto in corsa in un lungo chilometraggio, c'è qualcosa di me in tutto questo. Nel bene o nel male, il mio arcobaleno è lì, che sperpera sfumature. Ehy, tu sei il benvenuto, ti regalerò uno dei miei pennelli, non guardare i miei acquerelli per colorare le tue insicurezze. Io non dipingo con i colori pastello.

  • 08 settembre 2017 alle ore 22:21
    2014

    Come comincia: Allontanatevi da tutto ciò che ruba il vostro sorriso. E ricordatevi che non avete bisogno di cose migliori, per vincere. Godetevi le persone che sono accanto a voi e amatele così come sono. Non si ha la certezza di nulla nella vita, tranne nei nostri familiari che vanno amati come se non ci fosse un domani. Perchè è quella l'unica eredità che dura nel tempo e quel mondo nessuno ce lo può togliere o sostituire.

  • 08 settembre 2017 alle ore 22:18
    2014

    Come comincia: Tutto quello che so è che ho perso troppo tempo valorizzando le cose sbagliate. Quindi, per rimanere coerente al mio giuramento, comincerò a gettar via il mio taccuino e dare un abbraccio alle persone a me care, che fanno parte della mia famiglia. Continuerò a stare insieme al mio ragazzo, a dirgli che lo amo e che è un grande piacere per me stare con lui. Correrò nel parco insieme al mio cane e lo riempirò di baci. Sono queste cose che impregnano di più la mia anima. Ed è solo questo quello di cui ho bisogno, il guadagnarmi da vivere e avere un bisogno assurdo di sentimenti sinceri. Farò in modo di ricordare a me stessa ogni giorno, che il saldo del mio conto in banca non sostituisce un pomeriggio di conversazioni, risate e ricordi.