username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Il racconto contiene la parola
  • Nome autore

Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


I racconti dei nostri autori sono tutti raccolti qui.
Se vuoi inserire i tuoi racconti brevi in una pagina a te riservata, iscriviti ora e scopri come fare!

elementi per pagina
  • 14 marzo alle ore 19:35
    Il clochard "un cuore vagabondo"

    Come comincia: A volte, temo che mi spezzino … che mi sciupino, che mi sporchino con la loro cattiveria, con la loro indifferenza, con la loro miseria d’animo.
    La gente, sì quella Gente senza Cuore.
    Oh! Che sciocchezze! Poi guardo la mia vita, ed è libera.
    I miei fianchi non hanno lacci d’argento o d’oro ma proverò a farli brillare. Brilleranno di libertà, d’aria pura, di limpido cielo.
    Sono sempre fuori… e fuori di testa, ma non come pensano loro… sono fuori dal mondo infame, che ti distrugge solo perché hai bisogno di un pezzo di pane.
    Sono lontano dai ruba sogni e preferisco giocare con i topi delle fogne cui appartiene quella sottile e calda sensibilità, e per questo mi fanno compagnia.
    Non morirò stasera e nessun amico se muoio sotto il pianto della luna, penserà che sono stato forte ma, dirà che è stata solo questione di fortuna.
    Respiro però … respiro ancora, e questo basta! Non è arrivata la mia ora…
    E ho trovato questa vecchia biro per la strada per scrivere, una cartolina a Dio… chissà se arriverà… in Paradiso, e se Pietro avrà un occhio di riguardo per me.
    Queste poche righe… questa sgangherata cartolina, la porrò nel mio vecchio berretto… la lascerò al caldo, la coprirò come faccio con il mio cuore freddo e solo.
    Perché io sono incolore. Io sono un vecchio clochard che non dimentica nulla.
    Che se ne va in giro con la sua borsa lacera, piena di giorni ormai andati, di oggetti inutili, di sorrisi da riascoltare per continuare a vivere.
    E da solo, qui con il mio cane, pensavo all’uomo che crede, di essere speciale nei confronti delle altre creature… ma davanti a Natura l’uomo è solo uomo e basta!
    E volevo pure ricordargli che, SOLO se è stato buono, avrà l’onore di morire da farfalla… io forse morirò da Aquila perché ho alzato troppo le ali… e sì perché ho amato troppo, sono stato generoso con tutti… e purtroppo ho perso tutto… e questo destino tocca a chi ha una grande anima… a chi ha un cuore che non teme gelo e graffi.
    Sono caduto. Non mi sono fatto male. E insieme con me, è caduto frangendosi un pezzo di cielo.
    Ma il cielo non si rompe mai… e quando cadono i buoni, si copre di nuvole nere;
    Eppur tuttavia se si possiede un pezzo cielo e un pezzo di terra la vita non teme, e non si teme neanche la morte ai colpi dell’improvvisa sentenza … ai colpi forti della dannata ipocrisia, ai colpi sordi dell’elegante ignoranza.
    Quando il cielo si sarà sfogato bene, arriverà la sua quiete a riportare un po’ di sole sulla terra e tra le spine dell’essenza, forse, nascerà un altro Uomo. Di nuova specie.
    Ora sono qui, mio caro mondo, come un aquilone, in attesa di volare.
    Seduto, io non parto. Aspetto Qualcuno, anche solo un essere umano che mi Ama, e mi cinge la vita, con fili d’avorio… mi farebbe diventare lucente e mi basterebbe anche solo un suo gesto, anche solo che… che non dimenticassi l’ebano dei miei occhi, quella luce febbrile per custodire in me le carezze della sua anima, l’unica cosa che in me stilla calore.
    Mi basterebbe un sorriso per continuare a vivere… un sorriso regalato, un sorriso donato.
    Che silenzio, in questa sera!
    Rimane solo questo foglio, dove brucia il mio dolore perché sono un uomo giusto e sulla strada della vita ho combattuto per aver Donato Amore senza chiedere nulla in cambio.
    Teresa Averta

  • 12 marzo alle ore 1:28
    L'arpia

    Come comincia: L' altra sera, dopo l' incontro con un vecchio amico e compagno di scuola e ricordando quei bei vecchi tempi, mi va di raccontarvi una storia che, per il suo finale sorprendente, ha lasciato (oltre che me) anche quelli che hanno saputo di quest' evento a dir poco stupefatti, non altro per il fatto che la solidarietà in ambito scolastico a quei tempi ancora forse non si era mai vista.
    Questa storia verrà da me esposta anche essendo passata da anni la discussione sul bullismo all' interno della famosa e scriteriata riforma dell' incompetente ministro del governo Berlusconi Gelmini di tanti anni fa che , tra l' altro, ammise poi con non poca riluttanza di aver sbagliato a proporla.
    Essendo convinto che il bullismo odierno si deve combattere senza tregua e senza aver paura di eventuali vendette di chi subisce la sanzione scolastica, vi racconterò di un fatto successomi al V ginnasio, quando per la prima volta capì, almeno in quel contesto, il significato della parola solidarietà.
    Non si tratta di un caso vero e proprio di bullismo ma per poco non lo diventava, se ci fosse stato un delinquente al posto mio.
    Prima di tutto vi vorrei raccontare del personaggio principale di questa storia che segnò, e non solo la mia, una parte della mia vita scolastica. 
    Parlo della professoressa di lettere, la signora D’ascola (ora deceduta da tanti anni) che fu l’artefice dell' unico anno perso dei miei studi.
    I miei coetanei e compagni di liceo se la ricorderanno sicuramente perché, oltre che essere brava e preparata, allo stesso modo era severa ed inflessibile nella pretesa dello studio delle sue materie. 
    Per quest’ultima descrizione veniva soprannominata da tutti “arpìa”, soprannome “ad hoc” anche perché era di una bruttezza che richiamava veramente l’animale appena menzionato. 
    Nel suo lungo insegnamento al liceo di Melito di Porto Salvo, proprio per questa sua severità fece stragi di studenti che come me non dico che per tanti anni la maledirono, (io mai, perché avevo avuto torto e parlo solo per me, perché non è mia abitudine farlo) ma sicuramente non pensavano di lei delle belle cose quando l’incontravano al liceo o in città. 
    Prima di raccontare la storia di questa mia bocciatura al v ginnasio (era il 1971), vorrei ricordare che si era dopo gli anni cosiddetti “di piombo” e che quindi tutti i giovani, o quasi tutti , risentivamo di quel periodo di contestazione giovanile e quindi non eravamo certo come si suol dire degli “stinchi di santo”. 
    Per quanto riguarda la mia bocciatura, questa scaturì non tanto per lo studio delle materie letterarie ma per la condotta che non era per niente buona prima ma che, dopo il fatto, ne provocò senza appello il motivo.
    Si era nel periodo di Carnevale e i più diciamo “discoli” della classe, tra cui naturalmente vi ero io, decidemmo di fare un scherzo, guarda caso proprio a lei , l’odiata “arpìa”, la quale veva fatto capire che a parecchi ci avrebbe “rimandati” a settembre. 
    Mai l’avesse detto. Vendetta!!!
    Per giorni e giorni ci scervellammo come avremmo potuto vendicarci di quel “sopruso” che si stava consumando sulle nostre vite. 
    Decidemmo allora che uno di noi, dopo la conta per vedere a chi toccasse, avrebbe “sparato” una filanda sulle spalle della prof.ssa appena entrata in classe e avviatasi alla cattedra. 
    La filanda fuoriusciva facendo un botto assordante dal basso di una bottiglietta tirando un filo dall’alto della stessa finendo poi ad attaccarsi sul vestito.
    Capitò a me (non ci furono “brogli” perché feci proprio io la conta essendo il piu grande di qualche mese) che, anche essendo seduto vicino alla porta, ero la persona ideale per portare a termine la vendetta. 
    Quel giorno arrivò... e arrivò anche per me il significato della parola “solidarietà”, almeno in quel contesto. 
    Beh... per farla breve, quando la filanda uscì dalla bottiglietta con un rumore fragoroso, conficcandosi nelle spalle della prof.ssa, lei spaventatissima e paonazza in viso, si girò subito, e anche senza vedermi ma per logica (per la posizione del banco), mi accusò dicendomi che l’avrebbe detto a mio padre e che me l’avrebbe fatta pagare cara. 
    Io naturalmente negai e mentre lei continuava ad insistere sulla mia colpa, all’improvviso una mia compagna, Mimma Alati, per prima si alzò dicendo: -Prof.ssa, sono stata io!-
    Avete presente quella pubblicità di qualche anno fa in cui si consigliava l’uso del profilattico, dove a un’accusa del professore tutti si alzano dicendo, appunto:-Sono stato io!-
    Non ci crederete ma è successo proprio così. Tutti i miei compagni, indistintamente, si alzarono pronunciando quelle parole. 
    Io, come l’”arpìa”, restai sorpreso ma allo stesso tempo contento. 
    Comunque... la prof.ssa restò convinta della sua ipotesi e andando contro gli altri colleghi al consiglio, che proponevano quattro materie a settembre, mi fece bocciare pretendendo di aggiungere alle materie anche la condotta.
    Alla fine devo dire che quella bocciatura fu “positiva” per tanti aspetti, primo perché ebbi modo di avere un’insegnante negli anni a seguire, la prof.ssa Catalano di Reggio Calabria (ch' era proprio l’opposto in tutti i sensi dell’”arpia” ) che stimai tantissimo (e non solo io per la verità) e cioè bella, preparata, fine e delicata e molto autoironica che anche nel suo lavoro, e non solo, non guasta mai.
    Secondo, capìi che per una” marachella” e non per lo studio persi un anno e che non sarebbe mai più successo, come infatti poi fu.
    Naturalmente ringrazierò sempre di cuore i miei compagni (coi quali nel 2005 ho festeggiato il 30° anno del diploma) per il gesto di solidarietà ch'è raro riscontrare in un contesto scolastico dei tempi d’oggi.

  • 09 marzo alle ore 15:39
    Persone squisite e non

    Come comincia: Sono le 14:00. Esco di corsa dall’azienda e m’infilo in auto: destinazione Napoli. Devo sostenere il primo esame del corso di specializzazione che sto seguendo all’università. Mentre l’auto già corre, accendo il telefonino e do un’occhiata allo schermo. “No! No, no, no!”, impreco ripetutamente. Ha chiamato mia madre.
    Beh, cosa c’è di sconvolgente in una telefonata dalla mamma? Fosse stato un qualsiasi altro giorno non mi sarei preoccupata. Mia madre chiamava spesso per dirmi: “Laura, ho fatto il gâteau di patate. Ho fatto la parmigiana di melenzane. Passi stasera a prenderne un pezzo?”. Ma quel giorno era diverso. Quella sera mio marito Pino ed io dovevamo andare alla festa per il 25° anniversario di matrimonio di mia zia Liliana, sorella di mio padre, e mia madre aveva un solo motivo per chiamarmi: mio padre doveva essersi sentito male
     
    Erano diversi giorni che mio padre non stava bene. Dieci giorni prima il medico curante aveva consigliato il ricovero. Ma al pronto soccorso dell’ospedale locale non erano stati d’accordo. Tutto questo lo avevo saputo in un secondo momento e quindi mi ero recata dal medico curante per chiedere: “Cosa ha mio padre?”. Uscii dallo studio con le lacrime agli occhi: Carlo (il medico) era esploso contro gli operatori del pronto soccorso che secondo lui avrebbero dovuto essere denunciati per omicidio. Carlo mi aveva fatto capire che sospettava qualcosa di serio a carico della colecisti. Dopo un altro infruttuoso tentativo al pronto soccorso mio padre aveva deciso di rivolgersi ad una struttura privata locale. Qui il primario di chirurgia dice che non c’è bisogno del ricovero, basta una cura che seguirà lui stesso. A dire il vero, non avevo molta stima di quel primario. Per un mio caso personale mi ero convinta che fosse uno ‘scarparo’ (con tutto il rispetto parlando per i calzolai veri). Quando mia madre m’informa di questi sviluppi, chiesi cosa avesse detto Carlo. Dalla sua risposta intesi che il medico curante aveva, bene o male, approvato. Solo in seguito seppi che Carlo si era stretto nelle spalle con aria dubbiosa. La situazione era a questo punto e, dato il suo stato precario di salute, mio padre aveva rinunciato ad andare alla festa della sorella e Pino ed io dovevamo recarvici in sua rappresentanza.
     
    Accosto e provo a richiamare a casa dei miei genitori. Non risponde nessuno. Chiamo Pino e gli chiedo di cercare sull’elenco telefonico il numero di alcuni vicini dei miei genitori e tentare d’informarsi.
    Cosa fare? Andare a Battaglia, residenza dei miei genitori, o proseguire per Napoli? Un po’ la speranza che il mio sia solo allarmismo, o forse un po’ di egoismo, decido di imboccare l’autostrada per Napoli. Mi fermo più volte. Pino mi chiama per dire che i vicini non sanno niente. Hanno bussato, ma non risponde nessuno. Proseguo e mi fermo alla successiva telefonata. Pino conferma i miei timori: mio padre si è sentito male e stavolta al pronto soccorso non si sono opposti al ricovero. Mia madre è tornata a casa. “Senti Laura”, mi dice Pino, “il fatto che tua madre sia tornata a casa significa che la situazione è sotto controllo. Vai pure a fare l’esame.” E faccio così.
    Quando rientro e constato la situazione, decido di confermare il programma: per scaramanzia e per dimostrare ai parenti che sono convinta che tutto si risolverà nel migliore dei modi, vado ugualmente alla festa di anniversario della zia.
    Il giorno dopo, venerdì, non mi assento dal lavoro: quella mattina è in programma per la prima volta da quando ne ho assunto la responsabilità l'ispezione di un documento. Sono coinvolti colleghi tedeschi, croati, greci e non posso dare buca. Finita l’ispezione, passo il pomeriggio a sistemare le cose in vista della mia assenza lunedì prossimo e si fa tardi. Arrivo in ospedale quasi alla fine dell’orario di visita. “Fino a quando non mi dicono di uscire, io non me ne vado”, penso. Finisce l’orario di visita e nessuno mi dice niente. Alle 21:00 vengono a prendere mio padre per una TAC. “Che efficienza,”, penso, “fanno le TAC anche a quest’ora!”. Solo in seguito capirò che il primario aveva ordinato una TAC d’urgenza e nessuno mi mandava via perché la situazione poteva precipitare in qualsiasi momento.
    Il giorno prima ci avevano detto che mio padre era anemico. Anemico? A vedere mio padre tutto avresti pensato tranne che fosse anemico. Da dove veniva questa anemia? I medici non avevano risposto.
    Domenica c’informano che la TAC aveva rilevato un tumore al sigma.
    Il mondo si ferma. No, il mondo continua a girare. E' la mia testa ad essersi svuotata. 
    Al sigma? E che significa? Al colon spiegano.
    Informano anche di un’altra cosa: il sangue di mio padre è così fluido che uno starnuto avrebbe potuto ucciderlo.
    Bisogna che la situazione si stabilizzi prima d’intervenire.
    Passiamo il pomeriggio della domenica intorno al letto di mio padre col timore di ogni risata, di ogni movimento brusco.
     
    Finito l’orario di visita stiamo per andare via, anche per non preoccupare mio padre, quando incontriamo il medico che ci ha informato e che esprime la sua meraviglia nel vederci andare via.
    Il giorno dopo mio fratello Rinaldo dice che non ha dormito tutta la notte.
    Seguono giorni pieni d’apprensione.
    Oramai è Pasqua. Pino ed io portiamo a mio padre un regalino, in segno di festa, e, sempre per dare un tono di normalità, organizzo il pranzo di Pasqua a casa mia invitando mia madre, mio fratello Rinaldo, mio fratello Orlando, la sua compagna, il bambino e la madre della sua compagna.
    Pochi giorni dopo la diagnosi è confermata da un altro esame ed è programmato l’intervento. In laparoscopia, precisa il primario. Intanto Carlo, il medico curante, ci ha rassicurati: in quel momento al reparto di chirurgia di Battaglia c’è come primario un professore di livello universitario. Mi dice anche che la situazione è migliore di quello che aveva pensato: come avevo capito, lui temeva un tumore alla colecisti. "E il tumore alla colecisti è un tumore molto aggressivo. Ti uccide in tre giorni.".
    L’intervento è eseguito. Il chirurgo dice che quell’altro problema, e si riferisce alla colecisti, non dovrebbe più dare fastidio. Mio padre si riprende rapidamente ed arriva il giorno delle dimissioni dall’ospedale, lunedì. Qui interviene Orlando, che lavora a Roma, e mi dice: “Tu vai al lavoro. Accompagno io papà a casa. Tu dovrai prendere giorni di permesso nei giorni a venire.” E così fu. Poi Orlando mi telefona: “All’ospedale hanno detto che tra una settimana devi chiamare tu e ti diranno quando papà deve iniziare la terapia”. Già, la terapia. Mio padre sta a casa e sta bene. Guardo con timore alla terapia: la mia più cara cugina è morta sei anni prima durante l’ennesima seduta di chemioterapia. Comunque seguo le indicazioni di Orlando e, passato il tempo opportuno, telefono all’ospedale per farmi dire quando mio padre deve iniziare la terapia. Dall’ospedale precisano che avrebbero chiamato loro per comunicare la data. Telefono a mio fratello Orlando per informarlo. “Nooooooooo”, ulula lui, “devi chiamare tuuuuuuu”. E giù improperi sulla mia incapacità.
    Sono perplessa, ma richiamo in ospedale da dove si mostrano seccati e ribadiscono che avrebbero chiamato loro.
    Un sabato Orlando scende da Roma e, di fronte a mio padre, sbraita e mi attacca dandomi della deficiente incapace. L’attacco è feroce e la verità mi colpisce come una mazzata: mio fratello non mi vuole bene. Se mi volesse bene non mi avrebbe aggredita con tale ferocia, anche se stessi sbagliando una cosa come quella.
    Poco dopo dall’ospedale telefonano per comunicare la data d’inizio della terapia.
    E qui si inserisce zio Furio. Avrebbe accompagnato lui il fratello a fare le terapie. Io non mi fidavo di quell’essere che consideravo viscido e dico a mamma e papà che ci avrei pensato io. Tra lavoro e corso di specializzazione per me sarebbe stata dura, ma preferivo non permettere l’intrusione di zio Furio. Ma mamma e papà non capiscono perché mi opponessi ed accettano l’aiuto di zio Furio. Pino non può perché da due settimane la madre è bloccata a letto dall’artrite. E forse anch'io cedo troppo facilmente: per accompagnare mio padre avrei dovuto probabilmente rinunciare al corso di specializzazione.
    Intanto per me l'attacco di mio fratello è stato troppo duro. Due settimane dopo Orlando scende nuovamente da Roma, questa volta con tutta la famiglia. Non voglio vederlo. E' stato il compleanno del bambino. Lascio il regalo per lui con un bel biglietto d'auguri (allora avevo ancora sentimenti e sapevo scrivere bei biglietti d'auguri a chi volevo bene), ma io non ci sono. La compagna di Orlando, che s'impone di essere una persona squisita, mi telefona per chiedere spiegazioni con discrezione. Riferisco quello che è successo. Replica: "Lo sai che animale è. Non capisce che in un momento delicato come questo, una persona può essere più sensibile del solito". E m'invita a passare sopra l'episodio. Replico: "Orlando sa dove abito." Intendo che Orlando può venire a scusarsi, ma mia cognata sembra non gradire questa mia risposta: attraverso il telefono, mi sembra risentita.
    Intanto mio padre inizia la terapia e poco tempo dopo ricomincia a stare male. Parlo preoccupata con la caposala e l’infermiera. La caposala dice: “Capisco che per voi è destabilizzante: vostro padre è tornato a casa che stava bene ed adesso lo vedete di nuovo stare male. Poi con i vostri precedenti in famiglia… Ma è la normalità dovete avere fiducia.” Qualche giorno dopo l’infermiera commenta: “Ma non sono questi i problemi che porta la terapia …”. Mio padre cerca più volte il dialogo con chi l'aveva operato, ma questi gli dice che è l'effetto della terapia e deve sopportare. Lo tratta quasi come un bambino capriccioso.
    Vedere mio padre soffrire in quel modo mi rende sgomenta per la mia impotenza. Per la prima volta comincio a capire chi parla di eutanasia. Fui vigliacca e spesso non andavo a casa a trovarlo perché non ce la facevo a vederlo soffrire in quel modo.
    In quel periodo arrivarono da Roma mio fratello Orlando con tutta la famiglia, cognata e suocera comprese, per sistemare il piano più basso della casa dei nostri genitori a Paestum per sistemarvici definitivamente, così come la compagna di Orlando a Natale aveva chiesto di fare. Sembrava la calata degli Unni su Roma. Solo che questa volta erano i Romani a calare su Paestum. Mio padre, come faceva quasi sempre, era seduto a soffrire sulla sua poltrona. Io gli sedevo accanto sul divano. Passarono la compagna e la suocera di Orlando. Mio padre fece cenno di avvicinarmi e mi disse sottovoce: "Ti devo intestare la casa di via Villani". "Papà", lo rimproverai, "non è il momento!".
    E così un mese dopo una sera arrivò una telefonata da mia madre. Stava tornando da Napoli. Avevo assistito all'ultima lezione di quell'anno per il corso di specializzazione e stava pregustando le due prossime serate: il direttore del coro di cui avevo fatto parte 5 anni prima mi aveva chiamato per invitarmi a due serate di festa e rappresentazioni in occasione dei 10 anni di attività del coro.
    "Laura", mi disse mia madre, "papà ha vomitato nero". "Deve andare in ospedale" pensai. Ma non lo dissi. Mio padre era stato due giorni prima in ospedale per farsi ricevere dal chirurgo e questi, pare, gli aveva sbadigliato in faccia. Avrei dovuto recarmi a casa loro. Ma non lo feci. Assistere impotente alle sofferenze di mio padre mi faceva stare male.
    Il mattino dopo mia madre mi richiama e vado. Appena vedo papà dico: "Deve andare in ospedale". La madre dice che ha chiamato il medico curante. Aspetta, aspetta, poi lo richiamo. "Sto arrivando", fa. Quando arriva, lo visita e dice: "Ingegnere dovete andare in ospedale". "Metto anche un foglietto dove preciso che è già seguito dal reparto di chirurgia, così stavolta al pronto soccorso non sbagliano". Se ne va e mia madre ed io aiutiamo mio padre ad alzarsi dal letto. Crolla subito. Corro a chiamare il 118. Intanto arriva anche mio fratello Rinaldo che dormiva nell’altra stanza. Quando arriva il medico del pronto intervento chiede: "Perché non avete chiamato prima? Lo so, voi non volete disturbare...Ma io vi conosco..." poi fa rivolto a mio padre. Poi dà rapide istruzioni per il trasporto. Carico mia madre e mio fratello sulla mia auto e corro all'ospedale. Per tutto il tragitto recito una sfilza di AveMaria. Appena entro, mi viene incontro il medico del 118 che mi tranquillizza: "E chi lo abbatte!". Mio padre è in una saletta del pronto soccorso. E' già intubato. Telefono al mio capo per informarlo che mio padre è stato ricoverato d'urgenza e per qualche giorno non sarei andata al lavoro. E' la prima volta da quando tutta la storia è iniziata che informo al lavoro che un mio familiare sta male. Il tempo passa. Vedo Rinaldo provato. Come al solito attribuisco ad altri pensieri che sono solo miei e penso che si senta in colpa per dissapori avuti col padre ultimamente. Solo un familiare per volta può stare col paziente. Dopo un'ora chiedo a Rinaldo se vuole entrare lui. Non l'avessi mai fatto! Dopo un altro bel po' di tempo, qualcuno viene a dire che al reparto non c' è posto e pensano di trasferire papà ad Ebranto. Come non c'è posto? Dico che voglio parlare con la caposala. Compongono il numero e mi passano la cornetta. Non risponde nessuno. Passo davanti le porte del reparto e sono tentata di sfondarle. Poi penso una cosa stupida. Ma solo in seguito realizzerò che è un pensiero stupido. Penso che lì ritengano che per papà non ci sia più niente da fare, forse è meglio andare ad Ebranto. Quando arriviamo, il reparto (siamo al reparto di medicina interna) è vuoto, letti con i materassi arrotolati. A pensarci bene tutto era pulito, ma a noi dette un'impressione di desolazione. "Abbiamo sbagliato a venire qui!", fa mamma. Poi arrivano di corsa due giovani medici e le cose sembrano cominciare ad andare per il verso giusto. Poi, non ricordo come, vengo a sapere da mamma e Rinaldo che al pronto soccorso di Battaglia avevano chiamato il reparto di Medicina Interna invece quello di Chirurgia. Reprimo la collera che mi monta alla testa. Mentalmente li scosto con un braccio e penso: "Levatevi di torno. Ora il capofamiglia sono io." Il pomeriggio parlo col primario. Mi dice che mio padre è una persona squisita. “È l’unica persona squisita della famiglia”, devo ammettere io. Serve la cartella clinica dell'ospedale di Battaglia. Il giorno dopo vado all'ospedale per chiederla. Spiego la situazione all'addetto che va a prenderla. Torna con la cartella e dice che posso ritirare la copia tra 3 ... 7... 15 giorni, non ricordo. Traggo un profondo sospiro, lo guardo negli occhi e dico: "No. Adesso." Quello si stringe nelle spalle, dice: "Va bene" e va a fare le fotocopie. Dalla sua espressione mi sembra soddisfatto. È come se mi avesse messo alla prova ed io l'avessi superata. Poi faccio quello che avrei dovuto fare il giorno prima: vado dalla caposala di chirurgia. Ho la conferma che dal pronto soccorso non li avevano avvisati. Mi diće: "Troviamo il posto per tanti altri, perché non avremmo dovuto trovarlo per suo padre?". Vado all'ospedale di Ebranto. Papà mi accoglie con un: "Sai dove sono stato oggi? All'ospedale di Battaglia. Qui la TAC non funziona e mi hanno portato lì". Poi parlo con il primario. Mi dice: "I chirurghi hanno valutato la situazione. Il tumore si è esteso allo stomaco. Intendono levare il duodeno e fare un by-pass, ma si deve rendere conto che è una soluzione palliativa". Il mondo mi crolla addosso. Non so cosa fare. Più tardi riferisco a Pino: "Devi parlare con chi ha già operato tuo padre", mi fa. Oramai è tardi. Il pomeriggio telefono ai fratelli di mio padre per informarli che la situazione è critica. Sentendomi sconvolta all'idea di perdere mio padre, lo zio Giulio tenta di rimettermi nei giusti binari "Ormai siete grandi...", mi dice. Lo zio Furio e la moglie Susanna il pomeriggio si recano all'ospedale a far visita a mio padre.
    Il giorno dopo, venerdì, mi reco di nuovo all'ospedale di Battaglia. Chiedo alla caposala di parlare con il primario. Verrà all'una, m'informa. Alla notizia che mio padre era stato lì il giorno prima, dice: "E poteva rimanere!". Pino rimane con me, nonostante la madre sia bloccata a letto. Quando arriva il primario, ci riceve subito. Senza nemmeno farci parlare dice: "Secondo me è un calcolo. Cosa vogliono fare lì, levare lo stomaco? È una cosa che non si fa da nessuna parte. Portatemelo qui." Decido: papà deve essere rioperato a Battaglia. Il mattino dopo, mi pare o quella mattina stessa avevo telefonato anche a Carlo che mi dice: "Laura non c'è tempo. La scelta è tra Battaglia o Ebranto. Non c'è tempo di andare a Roma o a S.Giovanni Rotondo!".
    Oramai è tardi quando arrivo ad Ebranto il primario non c'è. Raccomando a papà di non firmare niente, e nella mia mente intendo nessun consenso all'intervento. Il mattino dopo, sabato, mi convocano per telefono all'ospedale di Ebranto: il primario vuole parlarmi. Ci vado con Pino e mia madre. La sera prima era arrivato Orlando andando direttamente a Paestum. Facendo aspettare il primario, alla fine anche Orlando arriva in ospedale. Arriva l'infermiera dicendo che il primario voleva parlare con la famiglia. Vedendoci muovere tutti e quattro, l'infermiera sbotta: "Solo due!". Orlando ci lancia un'occhiata, quasi interrogativa o di scusa, riassume il ruolo di capo in quanto primogenito e si avvia con mamma. Con un attimo di ritardo mi riscuoto e dico: "Siamo noi che sappiamo come stanno le cose!" e comincio a bussare alla porta. L'infermiera viene ad aprire: "Il primario vuole tutta la famiglia". Il primario spiega la situazione. Ci sono anche i chirurghi. Vedo tutti intorno a me, mamma, Orlando, abbattuti e rassegnati. Sono sbigottita. "Ma che siamo tutti impazziti? Stiamo parlando di MIO PADRE.", penso. Il primario ci accompagna da papà per comunicargli la necessità dell'intervento e la possibilità di farsi trasferire a Battaglia. Per il primario, altra persona squisita, sarebbe meglio andare a Battaglia. Papà sostiene con forza che vuole rimanere lì. Il primario si arrende e sta per uscire per organizzare il trasferimento al reparto di chirurgia. "No!" urlo. Il primario mi afferra e mi porta in una stanzetta. Gli dico: "I miei familiari non capiscono: se succede qualcosa a mio padre mi sentirò responsabile che non sia stato indirizzato al reparto di chirurgia a Battaglia!". Il primario mi confida che i chirurghi di Ebranto hanno paura di operare mio padre e fa un gesto come per dire: "Lasci fare a me". Torna da papà e gli dice: "Ingegnere, se vi decidete ad essere trasferito a Battaglia, non dovete nemmeno chiamare un'ambulanza privata. Vi metto io a disposizione un'ambulanza dell'ospedale".
    Papà fa, più rassegnato: "Va bene. Andiamo a Battaglia". Orlando si volta verso di me e dice: "Se papà muore è colpa tua". Un'altra mazzata. Ma in quel momento non posso pensarci e mi occupo del trasferimento di papà a Battaglia. Eppure, secondo il successivo resoconto di Pino, era stato Orlando a risolvere la situazione. Quando il primario mi trascinò nella saletta, papà, mi riferì Pino, manifestò la sua insofferenza verso il mio atteggiamento ed Orlando gli disse: "Papà, Laura sta solo cercando di capire cosa è meglio fare". Così papà si calmò e disse: "Va bene, se è meglio allora andiamo a Battaglia". Il pomeriggio dopo, domenica, trovo Orlando abbattuto sul divano del soggiorno e dalle sue parole capisco che sta progettando di tornare a Roma in ufficio l'indomani mattina e poi tornare per i funerali. Tento di mantenere la calma e dico qualcosa per indurlo a rimanere. Orlando comincia ad urlarmi contro ed io dovetti indietreggiare di fronte all’assalto, fino a quando mi dette uno spintone ed io caddi all'indietro sul divano.
    Mi alzo, esco di casa e mi reco a piedi in ospedale. Mentre vado vengo superata dall’auto guidata da Orlando dove sono anche mamma e Rinaldo. Quando arrivo non salgo. Devo ancora calmarmi. Mi raggiunge mamma alla quale dico: “Mamma mi hanno detto che solo chi non fa niente non sbaglia. Orlando può stare tranquillo: non ha sbagliato.” Mentre siamo lì arriva anche zio Giulio. Ci vede affrante ma, discreto, non si ferma e sale in reparto a fare visita al fratello. Pino è in reparto, arrivato direttamente dalla casa della madre e m'informerà in seguito che zio Giulio, vedendo Orlando ancora esagitato, lo rimprovera: "Tu sei il maggiore: devi dare l'esempio!".
    Il giorno dopo, lunedì, è in programma l’intervento (in laparoscopia).
    La mattina arriva anche lo zio Furio. Ognuno manifesta i suoi sentimenti a modo suo, ma a me più che preoccupato sembra eccitato. In quel momento credo di capire il suo interesse: lo aveva incaricato la moglie ad essere presente in quel periodo per avere notizie di prima mano, non per affetto, ma per pettegolezzo ed anche per creare uno stato di soggezione per quando avrebbe calcato la mano.
    La sera il chirurgo, che si dimostra altra persona squisita, ci convoca, noi tre figli, e mostra un grosso calcolo che ha levato a papà e conclude il suo discorso con un: "E lasciate in pace questa povera signorina!".
     
    Giovedì la caposala m'informa che non si può dire che l'intervento abbia avuto buon esito perché non si era ancora verificato un episodio che avrebbe confermato il buon esito. Intanto Rinaldo, lì nella stanza di ospedale, mi dice quello che aveva in testa in quei giorni che lo vedevo così pensieroso: installare un sistema di produzione elettrica sul tetto della casa di Paestum. Tiro un altro respiro e con calma gli spiego che l'emergenza non è ancora superata. Rinaldo sembra comprendere. Come già faccio da due giorni il giorno dopo vado in ufficio. Sono di turno al call center. A metà mattina comincio a smaniare: devo andare in ospedale a sapere come stanno le cose prima che la caposala vada via. I miei colleghi del call center sono tedeschi e croati. Il capo del call center, tedesco, è assente. Il mio capo è assente. Spiego ad una collega la situazione e dico che devo andare via, magari torno nel pomeriggio. "Macché!", fa lei, "non tornare! Chi vuoi che chiami il venerdì pomeriggio?" Arrivo in ospedale, papà dorme, si avvicina la caposala che mi tranquillizza: era stato verificato il buon esito dell'intervento. Dopo dieci giorni, riprendo a respirare.
     
    Ad agosto siamo tutti a Paestum. Mio padre sta bene ed il fratello Giulio esclama: "E' un miracolo!".

    Sei anni dopo.
    Siamo a pranzo a casa dei miei genitori il giorno di S.Stefano.

    Mio fratello Orlando un anno dopo mi ha duramente contrastato nel decidere il giusto percorso terapeutico per un altro familiare. Ho ancora negli orecchi quel "Se papà muore è colpa tua" e, come indispettita (o esasperata?), lo lascio fare come pensando: "Va bene, vediamo cosa sei capace di fare!". Ma mi ero rincretinita? L'oggetto del contendere era la vita di una persona! Mica la risoluzione di un problema di matematica! 

    Mio zio Furio. mio vicino di casa, ha capeggiato gli altri tre vicini di casa in una campagna di diffamazione ed angherie contro me e mio marito, fatto anche di false accuse in tribunale per evitare di pagare pochi spiccioli.
    A considerare bene, si tratta di stupidaggini, ma "è il modo che ancor mi offende" e mi esaspero. Ed esasperata rinfaccio la loro complicità ad Orlando e compagna che continuano ad intavolare cordiali frequentazioni con i miei vicini senza alcun parola di riprovazione. Per loro, ma non per noi.

    Mi sono operata. In laparoscopia. Nella più totale indifferenza di Orlando e compagna che non ritiene opportuno nè di venire a trovarmi nè di chiedermi: "Come stai'?".
    Nessuno si è interessato per capire cosa stesse succedendo e nessuno ha manifestato angoscia che io dovessi sottopormi ad un intervento.
    L'intervento ha dimostrato che la diagnosi era sbagliata. Un mese dopo, un'ecografia rileva che due lesioni alla colecisti. Intanto dimagrisco e sono senza energie.
    La depressione, il trauma dell'intervento, il sentirmi senza energie, il trauma che avevo subito con mio padre mi mandano in ipocondria.
    La madre di mia cognata constata con soddisfazione il mio stato di malattia.
    Avrei avuto bisogno di sentire l'affetto dei miei parenti.
    Avrei avuto bisogno che zio Furio venisse a scusarsi ed assicurarmi che avrebbe ritirato quelle stupide cause. Impossibile, il suo odio e 50 centesimi sono più importanti della vita di una persona. Avrei avuto bisogno che i miei cugini venissero a parlarmi, a convincermi che non tenevo niente, invece di ridere soddisfatti del mio stato. Avrei avuto bisogno che Andreina, moglie di mio cugino e mia vicina di casa, venisse a farmi uscire di casa e con pazienza farmi uscire dal corto circuito dei miei pensieri.

    E così, sei anni dopo, siamo a pranzo dei miei genitori il giorno di S.Stefano.
    Mia cognata, grande amica dei miei cugini, parla di una coppia di loro amici: "Due persone squisite.", sottolinea.
     

  • 08 marzo alle ore 20:04
    Il chiosco "Il Checco"

    Come comincia: Uno dei luoghi che a Melito di Porto Salvo, dall’ inizio della primavera all’inizio d’autunno, dagli anni ‘’60/’70 fino all’inizio degli anni ’90, era in assoluto il più frequentato, era la spiaggia denominata “il Checco”. 
    Dico dall’inizio della primavera per due motivi. 
    Primo perché allora in quel periodo faceva molto ma molto più caldo d’adesso e secondo perché i primi bagni incominciavamo a farli in coincidenza del giorno della festa di Maria S.S. di Porto Salvo, festa patronale più importante in tutta la zona del melitese, appunto all’inizio della primavera, fine marzo, inizio aprile . 
    Dico inizio autunno perché si continuava, per il caldo, a tuffarsi in acqua ancora fino a quando non si ritornava a scuola che allora riapriva ai primi d’ottobre. 
    In quegli anni Melito non era fornita come adesso, per quanto riguarda le attuali strutture balneari ma era disseminata di chioschi lungo il litorale che partiva dalla frazione Pilati e arrivava fino all’altro capo del territorio melitese, frazione Annà. 
    Uno di questi chioschi, appunto, era quello di cui parliamo, “il Checco”, che prendeva il nome dal diminuitivo di quello del proprietario che si chiamava all’anagrafe Francesco.
    Il chiosco era situato a ridosso della stazione ferroviaria, vicino all’ospedale, e, per arrivarci, bisognava passare sotto un ponte della ferrovia. 
    Logicamente essendo molto vicino alla stazione, dove, naturalmente vi era anche la fermata degli autobus, faceva sì che la spiaggia fosse di gran lunga la più frequentata da tantissimi bagnanti e turisti cosiddetti “locali” provenienti dall’entroterra.
    ”Turisti locali” che ogni anno invadevano Melito e soprattutto “il Checco” arrivando tutti “bianchi” e forniti di ogni sorta di creme e oli, per gareggiare in abbronzatura con noi del luogo che già, "assolati" da marzo, eravamo “neri” come il carbone.
    Rispetto al “Lido Rosa dei venti” che si trovava ad un tiro di schioppo, “il Checco” era meno fornito dal punto di vista balneare tipo ombrelloni, sedie a sdraio o servizio di salvataggio (anche perché, proprio lui (!), il “Checco”, non sapeva nuotare), ma, come ogni chiosco che si rispetti ed in modo molto professionale, questo bisogna dirlo, faceva servizio di bar, ristorante, per un periodo anche pizzeria, servizio bar e gelateria ambulante in spiaggia. 
    Si vendevano anche dei prodotti tipo schampoo e bagno-schiuma a buon prezzo (che ci sono costati a parecchi i capelli, essendo proprio di scarsa qualità). 
    Poi juke-box e possibilita’ di passare il tempo, prima di fare il bagno, facendo una partitella a carte, e, il pomeriggio, talvolta fino a notte inoltrata, a giocare a “patruni e sutta”, gioco di società, o meglio di compagnia, ancora in voga tra vecchi amici di quel tempo, con la finalità di non far bere qualcuno o alcuni e gli altri ad ubriacarsi, logicamente. 
    Ricordo “turisti locali” che furono portati al pronto soccorso, lì vicino, per delle lavande gastriche che furono necessarie (non essendo abituati ai trucchi, soprattutto, del gioco) per rimetterli in sesto prima di farli ritornare dalle mogli e dai figli in condizioni veramente pietose.
    Io che l’ho frequentato per 35 anni, devo fare presente che non ricordo mai che la doccia non funzionasse o che ci fosse stata qualche rissa, se non qualche scaramuccia, come in altri luoghi che ho già raccontato, dovute a “problemi di cuore” o per risentimenti per non aver bevuto nel “patruni e sutta”(forse perché lì vicino vi era, anzi c’è, la caserma della Finanza).
    Devo anche onestamente dire che a quei tempi, essendo parecchi di noi disoccupati, il “Checco” e i suoi, la moglie e i figli (quattro, due maschi e due femmine), non hanno i mai negato il credito; avevano il cosiddetto “libro nero” e quindi veniva tutto registrato.
    A tal proposito vi racconterò un’aneddoto, per farvi capire l’ importanza di questo “libro nero”.
    Quando ritornai dopo 5 anni senza tornare mai a Melito, il mio primo pensiero fu quello di andare a saldare il mio debito, che ammontava, ricordavo, più o meno a 10.000 Lire, che, partendo all’improvviso, non avevo potuto liquidare.
    Verso le ore 09,00, dopo i convenevoli saluti con tutti gli amici presenti, mi avviai al banco dove c’èra la moglie del “Checco”, s.ra Maria, che alla mia domanda:-Signora, mi dovete scusare per il debito che non ho potuto 5 anni fa saldare; di quanto si trattava- rispose, senza neanche salutarmi o domandarmi dove fossi stato in tutto quel periodo:-Sono 10.000 Lire tonde tonde, Lillo-.Veramente incredibile, ragazzi!!!
    Dopo 5 anni il “libro nero” era ancora lì che aspettava la risoluzione di qualche debito.
    Scoppiammo tutti a ridere a crepapelle con me che pagai da bere a quei pochi amici che a quell’ora erano presenti.

  • 03 marzo alle ore 0:12
    Il rugby a Melito di Porto Salvo

    Come comincia: La storia della nascita della squadra di rugby nella mia città, Melito di Porto Salvo, è facile da raccontare per uno come me che ancora ricorda fervidamente quei bellissimi anni trascorsi praticando uno sport che per noi giovani allora era del tutto o quasi sconosciuto.

    Tutto nacque soprattutto perché a quei tempi il rugby era assurto a livello nazionale con la squadra del rugby di Reggio Calabria che, dopo un’ascesa incredibile dalle serie minori, si faceva onore nel massimo campionato di Serie A avendo anche alcuni giocatori che facevano parte della Nazionale.

    L’idea di creare una squadra di rugby a Melito venne ad un signore, Gino Coco, che, essendo originario della città ed avendo aperto un negozio di abbigliamento col nome “Kent” ed avendone uno anche a Reggio Calabria, seguendo il suo entusiasmo per questo sport, decise, insieme ad alcuni amici che si era creato durante la gestione del negozio, di avviare la ricerca dei giocatori per far parte di questo progetto.

    La cosa non fu difficile.

    Si era nell’ estate del 1976 e ricordo che mentre io e degli amici facevamo la solita partitella a pallone sulla famosa spiaggia del “Checco”, si avvicinò un altro amico, Ninetto Coco, parente del summenzionato Gino, che ci disse che costui, che conoscevamo solo come proprietario del negozio, desiderava parlare a molti di noi dopo che Ninetto stesso ci aveva menzionato come probabili futuri giocatori, avendo le caratteristiche adatte per il rugby, compreso lui stesso.

    L’appuntamento fu per quella sera stessa e insieme a me si presentarono:
    -Pietro Sergi, mio fratello
    -Ninetto Coco
    -Mario Lampada
    -Giancarlo Liberati
    -Marcello Saitta
    -Franco Saitta
    -Mimmo Sgrò
    -Roberto Minicuci
    -Gennaro Ambrosio
    -Mario Andrianò
    -Francesco Schimizzi
    -Fortunato Benedetto
    -Paolo Nucera

    Questi fummo i primi che ci presentammo ai quali si aggiunsero, nelle settimane e mesi seguenti, degli altri tra i quali:

    -Masino Laganà
    -Peppe Martino
    -Peppe Minniti
    -Pino Sarica
    -Dino Sgrò
    -Giovanni Cuzzucoli
    -Roberto Attinà
    -Carmelo Gulino
    -Santo Cuzzocrea

    A tutti questi poi agli inizi del campionato e di Serie C e di Under 23 si aggiunsero 3, 4 giocatori di esperienza di Reggio Calabria e dintorni tra cui un ragazzo che chiamavamo “Canguro” ma del quale, purtroppo, non ricordo né nome e né cognome.

    Quella sera si stabilirono i giorni d’allenamento e i metodi e ci furono inculcati, teoricamente, i primi rudimenti di quello sconosciuto sport che a tutti appariva violento, almeno dalle sporadiche immagini televisive che allora noi vedevamo, non essendo proprio interessati.

    Nacque così il “Kent Rugby Melito” che fu “bagnato” da fiumi di birra (bevanda scelta dai rugbysti fin dagli albori per festeggiare) offerta dal neo-presidente Gino Coco.

    Il presidente fu coadiuvato principalmente da Santo Dattola e Antonino Minicuci.

    Devo dire in onestà che tutti coloro che fummo scelti per far parte della squadra, non eravamo stati molto bravi a giocare a calcio e quindi per noi, oltre che essere volonterosi e curiosi a praticare quello sport, dall’altra parte ci consentiva di capire se fossimo stati in grado di eccellere almeno in un altro sport, seppur duro come quello.

    Cosa che, nel nostro piccolo, ci riuscì in quei bellissimi 3 anni, nei quali facemmo, sia in casa che fuori, delle partite avvincenti... bellissime (vincendole ed anche perdendole) che lasciarono, nel pubblico che soprattutto in casa ci seguiva numeroso, dei ricordi indelebili.

    Peccato che poi la squadra fu estromessa dal campionato per pesanti sanzioni disciplinari dovuti alla baraonda che seguì alla fine della partita contro il Cus Pellaro (molti giocatori di quella squadra finirono all' ospedale davvero malridotti) per vendicarsi dell’aggressione subito nella partita d’ andata a Pellaro da parte dei giocatori del Cus Pellaro, supportati dal pubblico.

    Stupidamente si attuò la vendetta ed allora il rugby a Melito finì prematuramente anche perché il presidente Coco in seguito chiuse il negozio, perché alcuni giocatori (come me) partirono per altri lidi per lavorare, perché alcuni anche si sposarono e quindi abbandonarono.

    Ci fu un debole tentativo per riprendere organizzando una partita contro la Nazionale Militare nel 1986, persa 32-0, (alla quale partecipai per un tempo anch’ io, rientrato nel frattempo dopo 5 anni fuori Melito) ma tutto finì lì anche perché non vi era più la stessa volontà e determinazione che avemmo noi “pioneri” ed anche perché, e voglio dirlo senza paura che sia smentito da alcuno, che noi eravamo veramente dei duri.

  • Come comincia: Il locale “Il Vascello” della famiglia Dattola che all’ inizio degli anni ’70 fece tendenza a Melito di Porto Salvo e provincia di Reggio, era un locale unito praticamente al cinema di proprietà anch’esso della famiglia; era adibito a tutte le funzioni che sono di un locale soprattutto estivo ed essendo praticamente situato all’inizio del corso e quindi al centro del paese o quasi, faceva sì che fosse facilmente raggiungibile.

    Faccio presente che allora furono mattatori del locale personaggi di primo piano o che lo diventarono da lì a poco.

    Ricordo soprattutto Mike Bongiorno e la sua valletta Sabina Ciuffini, Lucio Dalla, il jazzista Romano Mussolini, la procace e sex Tamara Baroni, Gli Alunni del Sole, Il Giardino dei Semplici e tanti altri.

    Tutti portarono a quei tempi molta gente a Melito ed il locale fece anche da apripista per altri locali di quel genere a Melito e nel basso Jonio.

    Poi, purtroppo, alla morte del “Conte Dattola”, il locale e lo stesso cinema, per motivi penso io di gestibilità ed anche  per l’ avvento delle televisioni private, che ancor’oggi tolgono pubblico al cinema, dovettero chiudere ed in seguito scomparire del tutto per la vendita del suolo ad altri.

    Vorrei ricordare con un aneddoto il “Conte Dattola”, che riguarda soprattutto la sua spontaneità e franchezza.

    Lucio Dalla, che doveva esibirsi la sera alle 21, aveva fatto il bagno nella nostra spiaggia e verso le 13 era passato dal locale per bere qualcosa prima che mangiasse e facesse una pennichella (così disse a noi ragazzi e non che eravamo tutti lì incuriositi dalla star).

    Malauguratamente per lui, non conoscendo naturalmente il “Conte” per il suo rigido rispetto del galateo soprattutto, appoggiò entrambi i piedi, anche un pò insabbiati per la verità, sul tavolo, davanti a tutti i presenti richiedendo un bibita fresca gridandolo al cameriere.

    Apriti cielo ! Il ”Conte”, sentito ciò, arrivò di corsa e vedendo addirittura il cantante con i piedi sul tavolo, sbraitò imponente (data la stazza):-Scimmione (ricordo che il cantante è conosciuto per essere molto peloso) che non sei altro, prima di tutto togli i piedi dal tavolo e poi non gridare che non sei a casa tua!

    II cantante stupefatto fece notare che lui era Lucio Dalla ed il “Conte”: -Puoi essere chiunque ma qua dentro devi stare con due piedi in una scarpa!

    A quel punto, vista la magra figura, il cantante se ne andò contrariato.

    Naturalmente il “Conte” non l’aveva conosciuto perché era il filglio Santo che provvedeva a tutto, però io penso che il “Conte” , conoscendolo tutti com’era, avrebbe trattato il Dalla nello stesso modo.

    Questo era il “Conte” che ancora ricordo con molta simpatia e… non solo io.

  • 01 marzo alle ore 17:27
    Tutti insieme appassionatamente

    Come comincia: Il collegio di ‘S. Maria  Nuova’ era situato in analoga località in provincia di Ancona e condotto dai “Frati Misericordiosi”. Era frequentato da ragazzi do sesso maschile con scuole sino alle superiori. Correva l’anno 1946 (allora si diceva correva anche se ora sembra un po’ ridicolo) quando inizia questa storia un po’ particolare. Frequentatori erano sia giovani di buona famiglia, in parole povere coloro i cui genitori si potevano permettere di sborsare la onerosa retta sia i figli di N.N., come era scritto malignamente allora anche sui loro documenti di identità, e la cui retta veniva generosamente sborsata ai signori frati dai loro generosi benefattori.  Roberto Diotallevi faceva parte di quest’ultima categoria, compagno di stanza  un certo Massimo conte Colocci il quale, al contrario di qualche suo amico nobile, non aveva come si diceva la puzza sotto il naso ed era diventato amico di Roberto, bruno e robusto quest’ultimo biondo ed etereo il primo.
    A scuola si aiutavano a vicenda, Roberto bravo nelle materie letterarie Massimo in quelle scientifiche e fin qui nulla di particolare ma qualcosa di imprevedibile avvenne al termine dell’anno scolastico: Massimo rientrò nella tenuta dei suoi genitori a Villa Strada di Cingoli, Roberto rimase in collegio costretto per pagarsi la retta con lavori vari nel giardino, in cucina, nella stalla dove viveva un cavallo adibito ad uso esclusivo dei più ricchi frequentatori del collegio. Una notte particolarmente calda Roberto preferì uscire in giardino a godersi un po’ di frescura e lì incontrò il direttore, tale Armando Fava in quale, ventinovenne, aveva superato in graduatoria i suoi colleghi con raccomandazioni dall’alto. Biondo, minuto, media statura, niente barba aveva qualcosa dell’efebo ; fra i più grandi frequentatori del collegio vi erano state ‘chiacchiere’ sul suo conto. “Che fai da queste parti, sto andando nella stalla a vedere come sta ‘Asso’, fammi compagnia.”
    Lo stalliere Peppe Del Frate’ (anche lui marchiato come figlio di N.N.) stava riposando su un giaciglio e all’arrivo dei due si alzò con deferenza nei confronti del suo direttore. ‘Asso’ per motivi suoi aveva in quel momento sfoggiato un ‘coso’ lungo e duro cosa che mise di buon umore  frate Armando il quale: “Non pensare che anche gli uomini… “ e fece un cenno a Peppe il quale, sicuramente come da precedente esperienza, si abbassò pantaloni e mutante e mise in mostra un ‘mostro’ che, dietro sua sollecitazione, divenne sempre più lungo e duro sin quando iniziò a spargere in giro un bel po’ di ‘latte’ come pensò Roberto il quale rimase basito, non avrebbe mai pensato…In verità in passato  con Massimo si era dilettato a qualche giochetto erotico tipo toccarsi il pisello, baciarsi sul collo,  sulla pancia e sul buchino del sedere senza mai arrivare a tal punto! Accortosi del suo stato d’animo il direttore : “non ti meravigliare troppo, nei frati abbiamo rinunziato alle femminucce ma non…mi capisci?” No, Roberto non aveva capito un bel niente, buttatosi sul letto vi rimase sin quando un inserviente lo venne a chiamare, era l’ora del pranzo. Passò il pomeriggio a giocare a pallone, fare merenda , giocare a carte sin dopo cena quando lo raggiunse Peppe: “Ti vuole il direttore.” Nello studio del ‘capo’ ebbe una lezione sulla sua qualità di ospite non pagante e sulla possibilità di essere cacciato qualora…e così assistette per la prima volta ad un rapporto omo fra lo stalliere ed il ‘capo’consistente in baci appassionati fra i due uomini, un pompino iniziale da parte di Armando con ‘immissione penis’ previa  impomatata nel suo didietro e relativi urletti di lunga goduria poi …ognuno per i fatti propri. Come si può immaginare la parola sconcerto era il minimo che Roberto provò, girò al largo dal direttore il più possibile sinché una sera dopo cena: “Ti aspetto nel mio studio.” “Non pensare che tutto accada come hai visto, quello è il finale, io sono innamorato di te, anche gli omo si innamorano, chiedimi qualsiasi cosa, intanto vieni fra le mie braccia, non aver paura.” Pian piano Roberto fu costretto ad accettare baci in bocca, sul collo e in tutto il corpo, pompini, leccate varie insomma tutto l’armamentario degli omo . Questa storia durò sin quanto Roberto non conseguì il diploma di  liceo classico ed il direttore, in compenso dei ‘servigi’ ottenuti, gli trovò un posto di commesso in un negozio di pasticceria a Roma nel rione S.Giovanni. Il destino: Massimo un giorno entrò nella pasticceria, fece una gran festa a Roberto e volle ad ogni costo che alloggiasse a casa sua ai Parioli, (rione di lusso di Roma) e si iscrivesse all’università con lui  nella facoltà di giurisprudenza, tutto ovviamente a sue spese. Qualcosa era mutato nella famiglia di Roberto, il padre era deceduto per un tumore ma questo non aveva mutato lo stato pecuniario dei conti Colocci, solo che la consorte del conte,Rossella, era rimasta vedova a quaratanni…e questa era divenuto un problema in quanto la signora, per sfogare la sua vedovanza, ritornava spesso a casa piena di acquisti che tuttavia non lenivano le sue ambasce di ben altro genere. Fra l’altro aveva l’abitudine di non indossare il reggiseno con conseguenze immaginabili per i movimenti che avvenivano sotto la sua camicetta anche se suo figlio ci scherzava sopra. Massimo era stato fortunato anche nella scelta della fidanzata: Eva, sua compagnia di università, padre italiano madre svedese conosciuta in vacanza a Rimini, era un sogno: !,75, bionda, viso sempre sorridente, occhi verdi, seno forza tre, vita stretta, gambe chilometriche, caviglie sottili: una dea! Appena le fu presentata Roberto doveva aver fatto la faccia dell’imbecille perché i due fidanzati si misero a ridere all’unisono: “Te le troveremo una uguale!” Ma il destino, che da buon pagano considero al di sopra degli dei, aveva disposto in maniera diversa la vita di Roberto che a ventidue anni…immaginate voi un ‘pischello’ sempre arrapato con sempre dinanzi due seni sballonzolanti ed un odore pungente di sesso inappagato, spesso si rifugiava in bagno per dare aiuto a ciccio’ ma che un giorno in cui Massimo era assente si trovò steso sul letto con una erinni allupata alla massima potenza… dopo un paio di ore era distrutto non solo fisicamente, come giustificarsi e poi? Si può essere figli quanto mai anticonvenzionali ma quando si tratta della propria madre, maledizione, tutto, gli stava crollando addosso! La stessa scena cominciò a ripetersi quasi ogni giorno e Roberto cominciò ad averne abbastanza ad essere usato come un giocattolo: usciva di casa quando restava solo con la signora, non riusciva più a studiare, dimagriva in maniera evidente. Massimo non era uno sprovveduto e si accorse della situazione senza avercela col suo amico. Già in passato la madama, anche quando era regolarmente sposata, ogni tanto, diciamo spesso si prendeva delle libertà sessuali  non rilevate dal legittimo consorte ma a conoscenza del figlio. Primo provvedimento da parte di  Massimo: portare a casa sua la fidanzata come ‘impiccio’ per la signora la quale non gradì affatto la situazione e poi una trovata geniale: cercare un amante fisso per la materna genitrice ma non uno qualsiasi, uno bello, giovane mandrillo cosa non facile ma la fortuna questa volta venne a dargli una mano: proveniente da Milano era giunto trasferito in facoltà un quarantenne siciliano con tutte le caratteristiche dei maschi della sua terra con in più un’altezza superiore alla media:1,80. Massimo convinse la madre a dare una gran festa per il suo quarantacinquesimo compleanno ed a frequentare un istituto di bellezza per una intera settimana per usufruire di massaggi, infiltrazioni di botulino e di  acido ialuronico,  insomma di tutte quelle danarose diavolerie che rendevano molto più giovane una signora di mezza età. Provvide anche ad accompagnarla in una sartoria alla moda dove la cotale fu convinta a scegliere un vestito da sera corpetto rosa con ampia gonna azzurra,un sciccheria che non faceva passare certo inosservata la indossatrice. Uno dei primi ad essere invitato fu naturalmente il  siciliano professor  Salvo Russo che, dietro consiglio di Massimo, si ‘mise’ in smoking. Sempre sotto la regia di Massimo, madame Rossella si presentò per ultima in sala scendendo ad una scalinata come da copione di Wanda Osiris, un coup di foudre che colpì tutti in particolare il professor Russo il quale sgranò gli occhi e fu subito presentato alla padrona di casa la quale, come sua inveterata abitudine, aveva dimenticato di indossare il reggiseno con ovvie conseguenze. Ad un certo punto, su regia di Massimo, gli invitati lasciarono soli al centro del salone sua madre ed il professore che si ritrovarono a ballare da soli come da scena del ‘Gattopardo’, con convinti applausi da parte dei presenti molto graditi da due interessati i quali…
    Da quel momento Salvo e Rossella fecero coppia fissa sia in villa che nei vari locali di Roma oltre che in viaggi con ampio respiro sia di Massimo ma soprattutto di Roberto che ebbe la fortuna di trovare una deliziosa rossa compagna di università. Signori miei non vi sentite un po’ più sollevati, penso che siamo stati tutti dalla parte del ‘povero’ Roberto il quale ebbe dalla vita una parte di fortuna che in verità meritava, vi risparmio e ‘vissero…’

  • 01 marzo alle ore 16:57
    L'anticonforme al nulla

    Come comincia: - Dio! Mi sembra tutto così inutile! Di ricordi ne ho tanti ormai, ma appaiono così lontani, quasi inafferrabili nel  loro punto culminante, così sfuocati. No, nessuna gioia provo nel ripescarli, solo rimpianto. Fossero almeno recenti, quelli che hanno un senso! In tal caso riuscirei a riviverli davvero.
    - Ti sbagli. Il passato è passato. L’insoddisfazione sarebbe medesima. Un mese è già lontano come un anno o dieci, se si è incapaci di rifare oggi gli stessi passi.
    - Rifare oggi gli stessi passi? Ma oltre alla capacità mi mancherebbe la passione, la spensieratezza, il coraggio del tuffo.
    - Ma dai, che vuoi che sia? E’ fissazione la tua. Vedi come si esaltano quei ragazzetti imberbi.
    - Di certo non è loro che invidio. A volte disprezzo quella presunzione. Se avessi la grinta di un tempo, il loro posto sarebbe quello di ronzare intorno ai miei piedi. Invece sono io a subire i loro sguardi beffardi.
    - Ma che sguardi? Adesso sogni! Se è vero che la realtà che conta per la vita pratica dipende essenzialmente dalla nostra volontà, tu, amico mio, rischi di incapsularti in una fogna. E’ strano. Tu vedi in quegli sguardi la beffa? Sono solo degli sguardi innocenti che per caso si posano su di te, per distaccarsene dopo un attimo. Quelle menti vagano altrove. Dovresti anzi ritenerti fortunato. Vuol dire che esisti, che sei lì, presente, attore nel loro mondo, nel mondo vero,e non solo in quello fittizio costruito dal tuo egocentrismo esasperato.
    - Parole sante! Ma vedi, è proprio la volontà che viene meno al suo compito. La ragione non conta, tanto meno la logica. E’ troppo forte l’inerzia. Così, non mi resta che guardare quando posso il mondo che ruota veloce senza mai interrompere il suo corso, giudicarlo e criticarlo, perché stanco di giudicare me stesso. Intanto la noia mi culla e mi narra della morte, che rimedia agli artigli dell’angoscia. La noia è come una madre piena di cure, che t’asfissia e da cui vorresti scappar via. Una madre così dolce nel ricordo che muore e rinasce tante volte, senza mai invecchiare. La noia esorcizza il suicidio. Ormai sono fuori dal mondo e non so se rallegrarmene o dannarmi per non aver reagito. Se mi illudo di essere ancora vivo – quante volte! – entro alla cieca nel vortice quando scorgo che rallenta un pochino. Mi metto in corsa toccandomi continuamente per rafforzare l’illusione che pian piano s’affievolisce. Ma al primo scatto brusco mi rifugio in un fossato e me ne resto immobile, aspettando il buio che tarda sempre, per correre come il vento verso il mio guscio caldo che attende fiducioso e comprensivo il mio ritorno.
    - Si, ma prima dello scatto brusco?
    - Magari durasse più a lungo quel limite! Qual è la verità? In quegli attimi gli sguardi sono diversi, così pieni di una dolcezza complice che grida la sua sfrenata voglia di vivere. Sento urlare la gioia in un ciuffo di capelli che mi vola accanto, in un’esile mano venosa che s’accarezza i fianchi, in un sorriso bambino che rincorre la strana cadenza del tempo, nella vanità della bellezza che spunta dovunque, quasi dipinta dal pennello nervoso di un impressionista. A quell’orgia partecipo anch’io. In quell’effimero abbraccio mi sento vivo, finché non spunta l’offerta di un caffè amaro. E’ lo stesso caffè che beviamo tutti, ma il mio è amaro, imbevibile, disgustoso, anche se vien fuori dallo stesso bricco. Eppure gli altri lo bevono tranquillamente, lo apprezzano, ridono, parlano d’altro, e le proteste s’annegano in gola mentre guardo quelle facce normali. Penso a una congiura. Qualcuno se ne versa un’altra tazza. Cristo. Reprimo le smorfie e ingoio quel liquame. Mi dico che le gioie si pagano, ma ciò non è sufficiente. La presunta congiura mi tormenta, mi perseguita, condiziona i miei passi. Inizia allora l’affannosa ricerca di un fossato.
    - Vorresti sapere, dunque, se quel caffè è davvero amaro? E’ questo il dubbio che ti rode?
    - Più o meno è questo.
    - Ma che vuol dire amaro, amico mio? Te lo sei mai chiesto? Dolce che vuol dire? Bello e brutto che altro sono se non degli aggettivi che non hanno senso, non esistono in modo autonomo, indipendente? Sono i palati differenti. Non perché il tuo è più o meno sensibile, in valore assoluto,  rispetto a quello degli altri. Lo è forse in quel momento, perché disabituato al sapore di quel liquido nero e zuccherato, al sapore di una dolcezza qualunque. Forse perché hai lavato più volte i denti, impaurito d’infastidire col tuo alito, o per le caramelle mandate giù continuamente, o per le sigarette, accese una dietro l’altra. Li noto i tuoi vizi.
    - Insisti con la logica. La logica convince, ma non cura. La logica è indispensabile per la scienza e stona laddove la scienza non può immettere i suoi tentacoli. La scienza è rinchiusa in un enorme stanzone, il cui volume si moltiplica progressivamente, ma resta sempre chiuso. Dunque, la logica costringe la scienza ad affermare che tutto ciò che esiste è in quello stanzone. Al di fuori c’è il nulla, l’inconoscibile, che pian piano viene setacciato dalle mura porose della scienza – man mano che tali mura s’allargano – e conosciuto con la logica. Ma se un muro crolla la scienza muore, affoga nel nulla.
    - E chi dovrebbe far crollare quelle mura così spesse?
    - La stessa scienza. Vedi, prima era il nulla. Poi, inspiegabilmente, dal nulla comparve quello stanzone. Allora era solo un microbo invisibile che appena nato già iniziava a crescere e ciò che conteneva era infinitamente più piccolo e cresceva anche lui allo stesso ritmo. Passarono millenni e un bel giorno si verificò un’inversione di tendenza. Come dirti? Mentre in principio sia lei che lo stanzone crescevano entrambi in progressione aritmetica, mantenendo in proporzione le differenze che garantivano la vivibilità nello stanzone, dopo quel fatidico giorno lei, e solo lei, iniziò a crescere in progressione geometrica. Adesso la sua forza non è più proporzionata alla potenza delle mura. Per quanto tempo resisteranno quelle mura che, pur così infinitamente grandi e possenti, sono anche così fragili rispetto alla turbolenza di quei tentacoli?
    - Capisco. Dunque è inevitabile la fine? Quel processo è irreversibile?
    - No, no, no! Anche la logica a questo punto ti abbandona. Potrebbe verificarsi nuovamente l’inversione.
    - E se non si verificasse?
    - Per il momento la scienza ha allentato la tensione, cosciente forse che in gioco è la sua stessa vita. Ma continua a crescere inarrestabilmente. Sa che la logica ormai non serve, ma non vuole ammetterlo e continua ad usarla per trovare soluzioni inesistenti. A volte scherzando, per sfogare le sue forze represse, ha il coraggio di ammettere che l’unica salvezza sta nell’indurire i muscoli e disintegrare quell’enorme gabbia limitante. Arriva a dire che la morte, fuori dallo stanzone, è solo un pregiudizio: può essere che là fuori ci sia la vera vita. È solo uno sfogo, per fortuna. Bisogna temere soltanto il suo volume floscio che preme.
    - Quindi basterebbe un crampo, un improvviso prurito incontenibile per scatenare la fine?
    - Esatto.
    - E tu ti accontenti di stare ad oziare qui, in questa tana umida e remota, per evitare il più piccolo contatto con l’esterno?
    - Che altro potrei fare? Cosa potrei offrire a questo mondo saturo aprendo le mie porte?
    - Potresti intanto cogliere quei fiori di cui hai narrato lo splendore. Probabilmente il limite si allargherebbe.
    - I fiori non si colgono, non si violentano con uno strappo e lontani dalla terra appassiscono. La bellezza loro la si gode con lo sguardo, chinandocisi accanto, sfiorando i petali con le dita, inebriandosi del loro profumo.
    - Qualcuno potrebbe accusarti di vojerismo!
    - Qualcuno? Godo quando scorgo un fiore con lo stelo nella terra, ancorato alle radici, non certo nel vederlo cogliere da una mano orfana. In fondo siamo tutti un po’ vojer! Guai però ad allargare il buco della serratura. Deve restare stretto, in quel posto scomodo e pericoloso.
    - Non riesco a seguirti.
    - Eppure è così semplice, se ci pensi un pochino. In guerra quasi tutti riescono a uccidere, a passeggiare normalmente fra una folla d’uomini squarciati, a calpestare teste di morti con gli occhi di terrore ancora aperti. Vorremmo seppellire la morale in nome della libertà, sfatare i pregiudizi di tradizioni ataviche. In nome della libertà. E diventiamo tutti degli schiavi abulici. L’anarchia non esiste, perché non ha il tempo di divenire storia. I nostri istinti urlano al tangersi con essa. L’anarchia è morte. Il tempo, l’ultimo padrone, il più potente, lo si abbatte solo con la morte.
    - Allora, in fondo in fondo, anche tu sei un conformista che fa il gioco del potere. Aborri e detesti un mondo che tu stesso giustifichi come ineluttabile, e questo per non ammettere l’incapacità d’infilarci dentro le mani. La consideri una tua mancanza e dinanzi a quel fetido mondo t’immagini zoppo.
    - La ragione è tutta dalla tua. Verrai a trovarmi di nuovo?
    - Certo! Quando avrò voglia di piangere!

  • 01 marzo alle ore 0:51
    Sergi Salvatore... sarto

    Come comincia: Questa che sto per raccontare è la storia di una persona, un melitese doc, che, per motivi di lavoro, fu costretto a lasciare Melito e ritornarci, la prima volta, dopo 37 anni e la seconda volta dopo 31 anni. La racconto perché oggi mi ha telefonato da Savona ricordandomi l'impegno di pubblicarla in modo che possano leggerla suo figlio, sua nuora, sua nipote e tutti quelli che si chiamano Sergi, nome di cui va orgoglioso.
    L' avevo conosciuto, in spiaggia, quando, mentre pescavo con le mie canne da posta, si avvicinò per chiedermi delle informazioni. E da lì, incuriosito dallo stesso cognome mio (diceva di chiamarsi "cugino" con mio padre, senza essere parenti stretti), in un paio di giorni, questo è tutto quello che ho saputo di lui e della sua famiglia:
    Si chiamava Sergi Salvatore, sarto, nato a Melito di Porto Salvo il 12-01-1921.
    Lasciò Melito, per lavoro, nel 1936, in pieno regime fascista, e si recò ad Aosta.
    Partì militare il 03-01-1941 per Bari, arruolato nel 48°Fanteria e dopo poco tempo fu promosso sergente.
    Si congedò nel marzo del 1947 con il grado di sergente-maggiore e fu mandato, per sua scelta, a Milano.
    In quell'anno, conosciuta una certa Suzanne Huber, che lo colpì per la sua intraprendenza, si recò, su suo consiglio, a Berna, Svizzera, dove vi rimase per 3 anni, vivendo con questa bella ragazza che, tra l'altro, tramite un parente stretto, gli rinnovava ogni volta il permesso di soggiorno; insomma, l'utile e il dilettevole.
    Rientrato in Italia, nel 1950 conosce, s'innamora perdutamente e sposa nel 1952, quella che fu poi sua moglie, per ben 56 anni, Maria Irma Zunino, deceduta quest'anno il 30 maggio, dopo lunga malattia.
    Nel 1953, da questa felice e duratura quanto rara unione, nasce l'unico erede, Leonardo, ingegnere del genio pioniere militare, adesso in pensione, e dèdito adesso ai sistemi di stoccaggio, avviando una proficua collaborazione soprattutto con il Giappone. Bravo militare che, per 2 anni consecutivi, s'impose 1°assoluto all'Accademia Militare di Modena, congedandosi poi con il grado di tenente.
    Il Sergi Salvatore si trasferì, nel 1954, naturalmente con la moglie tanto amata, a Parigi, dove vi restarono per ben 19 anni, fino al 1973. Qui lavorò per un ebreo come sarto a domicilio, e pagato così bene che dopo un anno e mezzo potette mettersi in proprio e comprarsi un appartamento più grande. Praticamente, fattasi una buona clientela, si aprì una sartoria con, a sua volta, tre sarti in carico, quasi tutti, negli anni, provenienti da Melito di Porto Salvo.
    Rientrato ancora una volta in Italia, nel 1973, per non restare inattivi e in attesa della pensione, presero in gestione per 2 anni un campeggio di montagna a Sassello, capitale degli amaretti. Qui, però, il Sergi, a suo dire, si annoiava a morte tanto che convinse la moglie a prendere in gestione un negozio di sartoria in pelle, a Savona, fino al 1993, anno della definitiva decisione di smettere di dopo ben 50 anni di effettivo lavoro.
    A Savona, dove si stabilì definitivamente, incominciò a godersi la vita che era stata così varia quanto tranquilla e serena. In questi 15 anni, fino alla morte della moglie Maria Irma, decise anche di trascorrere spesso le vacanze a Melito, dove non ci veniva dal lontano 1936, cioè 37 anni ed in giro, anche per il mondo. E lo fece, insieme a lei fino alla morte della madre, avvenuta nel 1977.
    Ha una nipote, amatissima, Camilla, di 20 anni, che frequenta l'Università a Genova.
    Ha deciso dopo ben 31 anni, dopo la morte della cara Maria Irma, di venire a trovare la sorella Mimma la quale vedeva tutti gli anni andando anche lei a trovarlo a Savona.
    Il padre, Leonardo, era deceduto nel 1968. E' andato a trovare, al Paese Vecchio, dove vive attualmente, la nipote Caterina, figlia del fratello Antonio, deceduto e del quale ha visitato la tomba al cimitero nuovo.
    Il figlio gli ha consigliato, essendo adesso da solo, di vivere il resto della sua vita con lui alle Bahamas, dove ha una villa ed anche il lavoro, che può svolgere anche lì.
    Credente, quando veniva a Melito, viaggiando dalla parte adriatica, spesso si fermò a visitare la tomba di Padre Pio che aveva visitato anche da vivo.
    Di saldi principi che gli hanno consentito di vivere tranquillamente e con pochi problemi: amore e responsabilità della famiglia alla moglie, laboriosità, serietà, impegno e rispetto verso il prossimo, soprattutto.
    E' rimasto colpito del progresso che Melito ha avuto in questi ultimi 30 anni ed ha notato che gente, amici anche, che ai suoi tempi se la passava male e che adesso vive nel benessere, che per un paese meridionale, non è male, detto senza alcun livore, anzi con orgoglio.
    Altra cosa che l' aveva sbalordito, a suo dire, è il senso della solidarietà e della coscienza civile che aveva riscontrato parlando con tanti melitesi in quei 15 giorni di "rimpatriata".
    Ci siamo lasciati, con qualche lacrimuccia da parte sua, dovendo partire il martedì, 23 settembre, con la speranza, forse di ritornare, essendosi trovato bene e con l'augurio a tutti i melitesi per un continuo benessere e progresso, soprattutto turistico.

    Ciao, Salvatore, a presto e.....goditi la vita.Te la meriti.

  • 25 febbraio alle ore 14:46
    Gli occhi della morta

    Come comincia: Eravamo sei o sette quel pomeriggio a casa di Renzo, un omaccione alto, paffuto, simpatico, ma molto più grande di noi. Viveva da solo. Suo padre si era ritirato nell’appartamento al piano di sopra. Aveva perso la moglie a causa di un di pezzo d’intonaco precipitatole sul cranio da un balcone. Ci aveva raccontato che la madre rincasava dal mercato quando è successo. Il sangue si era sparso intorno al suo cadavere e sulle scarpe di un passante, rimasto illeso per stupide frazioni di secondo.
    Non sapevo se  la donna fosse morta di recente. Una foto sbiadita la ritraeva da giovane. Folti capelli neri. Occhi chiari fissi nella macchina, immuni d’impaccio. Un sorriso triste, forse presago dell’assurda fine, con due fossette ai margini della bocca.
    Nella lugubre cornice di metallo, dall’alto del comò di radica, quegli occhi scrutavano ogni angolo della stanza. Il vecchio letto disfatto. L’enorme specchio dell’armadio che sfiorava il soffitto. I tappetini sudici, resi quasi stracci sotto i nostri piedi. Una policromia di vesti a seppellire le coperte a fiori rossi delle due poltrone rose accanto alla finestra. La luce che filtrava dal cellofan opaco, assicurato all’anta di sinistra senza vetro. Persino in terra giungeva quello sguardo. Ero chino a raccogliere una sigaretta rotolata dietro una fila sghemba di scarpe spaiate, adorne di calzini lerci.
    Alcuni ragazzi si rincorrevano per la casa, come dei bambini. Altri sfogliavano riviste porno mentre sbattevano i pieni per il freddo. Era inizio autunno, ma la casa maledettamente umida, con grandi macchie scure alle pareti e al soffitto. Pazientavamo nudi, quasi per non perdere altro tempo quando sarebbe arrivata.
    Mi ero rinchiuso in bagno un minuto, per stare da solo. Non c’era una finestra né un oblò per l’aria e una luce tenue si propagava da una lampada moscia. Cavi sospesi s’attorcigliavano dietro uno specchio orlato di ruggine. Tutto intorno mattonelle rosa, con due file di nero equidistanti dagli estremi di muro.
    Sentii delle grida, un tallonare turbolento. Finalmente era arrivata. Mi precipitai nella stanza dominata dagli occhi della morta. Lanciai uno sguardo a quell’immagine, che non trattenni più di un attimo.  Erano tutti lì, sconci e pelosi. Alcuni in piedi a scambiarsi oscenità e sorrisi furbi. I più audaci, già seduti a gambe aperte ai bordi del letto, si compiacevano della propria erezione. Tra le lenzuola sgualcite un corpo enorme si dimenava nell’abito di tela nera. Con gesti di maniera venivano fuori le grosse cosce e le mutande che rigavano l’ombelico. Uno strato di carne molle si svicolò dondolando e s’acquattò. Il volto era ancora nascosto e solo un ciuffo castano spuntava dal groviglio. Intorno a me risate dense di sarcasmo, insulti senza remore, atroci e cattivi. Cercavo di non farmi coinvolgere. Avevo voglia di fuggire, ma sorridevo vile insieme a loro al disincastro da quella gabbia di tela.
    Partecipavo al disgusto, con in mano una mammella pesante e calda, dal capezzolo turgido, in un cerchio di peli accolti in pori slargati. La sua gemella libera era precipitata in basso senza forma. Lasciai cadere anche l’altra e mi accorsi del suo sorriso sdentato, dei suoi occhi lucidi che mi fissavano.
    Mi vergognavo di me stesso. Mi ringraziava o mi supplicava? Non meritavo ringraziamenti ma disprezzo. Non meritavo suppliche. Una delusione pungente o una presa di coscienza? Non capivo. Era riuscita a leggermi dentro o avrebbe sorriso a chiunque? Speravo nella prima ipotesi, per poter riprendere la recita, assolto. La vera pietà, la vita vera sarebbe rimasta dentro integra, rinvigorita dallo sguardo della vittima, non scalfita dalla sostanza dell’atto, dalla parvenza per confondermi nel gruppo e meritare l’illusione d’aver vinto la solitudine. Ma persisteva il dubbio.
    Riprovai la stessa angoscia un giorno quando, dopo aver scansato un mendico, mi voltai indietro per scrupolo. Tendeva una berretta sudicia  e una mano di vene scure attorno a un’immaginetta traballante di Cristo. Vidi il vecchio cercare di alzarsi da terra, dopo una spinta.
    Mi allontanai dal letto, ma nessuno se ne accorse.  Immersa nel ruolo, ora lei vendeva risate sguaiate, lanciava mani esperte ai corpi che le si appressavano attorno. Ad ogni insulto rispondeva  alla pari con voce cavernosa, maschile. Si distese facendo gemere la rete e aprì le grosse gambe. Non era abbastanza, perché qualcuno volle gravarle col suo peso di maggiore oscenità. La vagina era interamente coperta da un manto di grasso. Lo afferrò con la mano, come un gatto per il collo, e lo spostò sullo stomaco per aprirsi allo scempio.
    Mentre mi rivestivo, lo sguardo ricadde negli occhi della morta. Mi facevano paura, ma provavo in quella fissità liberazione. Sentivo che almeno quell’immagine inerte, quel foglio di materia dagli angoli deturpati dal tempo, riusciva a disprezzarmi, a frustarmi con violenza.
    La donna l’ho rivista ieri, così magra che stentavo a riconoscerla. Ha risposto al mio sorriso impacciato con allegria. Non ho avuto il coraggio di fermarmi.
     

  • 25 febbraio alle ore 14:32
    Jolin e Rael

    Come comincia: Ore 11: 25 – Magazzini commerciali EUS
    Jolin, uno dei due vigilantes del settore Lambda osservava con meticolosità il via vai della gente intorno, analizzando ogni singolo gesto, ogni singola movenza dei passanti, cercando possibili anomalie in quel settore.
    Trascorsero parecchie ore.
    Nulla di strano o irregolare tra la folla.
    Jolin cominciò a sbadigliare, stiracchiandosi.
    Cadde inaspettatamente in un sonno profondo, dritto sulla scomoda poltroncina assegnatagli.
    Tutt'intorno l'atmosfera era calma, silenziosa, come se la gente avesse percepito che Jolin stesse dormendo.
    Si udiva infatti solo un lieve bisbiglìo, utile a non destare il vigilante dal sonno in cui era caduto.
    Dal canto suo, Jolin cominciò a ronfare vergognosamente.
    L'interfono, ancora acceso, trasmetteva indistintamente nell'etere quel continuo e sonoro russare per l'intero settore Lambda.
    La gente cominciò a sghignazzare in preda a interminabili e convulse risa.
    Rael, avvenente neo-direttrice dell'intero reparto, corse infuriata verso la postazione di controllo di Jolin.
    Sbraitando come un'ossessa, diede un sonante ceffone sulla nuca di Jolin, il quale ancora intontito dal torpore del sonno la osservò straniato sbadigliando a bocca spalancata.
    <<Bene! Vedo che lei è una personcina davvero attenta sul posto di lavoro!>>, esclamò sarcasticamente e con evidente irritazione Rael.
    <<Deve perdonarmi signorina direttrice...prometto che non accadrà più...non mi era mai accaduto prima... lei sa che ho lavorato sodo ultimamente...e penso sappia bene che lavoro qui da parecchio tempo ormai...Mi perdoni, mi perdoni ancora..sono veramente mortificato!>>, rispose con sincera umiltà Jolin, con tono basso, tra vergogna e scusa.
    Stranamente, lo sguardo della neo-direttrice in carica, aveva assunto improvvisamente un espressione più serena. I tratti somatici di quell'avvenente creatura, apparentemente gelidi, indecifrabili, adesso mostravano chiaramente palesi scorci d'umanità e comprensione, come se, nel giro di pochi secondi quel velo, quella patina che solo i 'superiori' riescono ad assumere alla perfezione per dissimulare i propri sentimenti ai dipendenti sul posto di lavoro, si era volatilizzata d'incanto.
    Effettivamente, l'autoritario 'pugno di ferro', la mordacità tipica di Rael erano state del tutto inaspettatamente allontanate.
    A volte, è strano. La nostra mente, seppur risoluta, tenace nei suoi propositi, ci porta stranamente a compiere delle 'inversioni di marcia', o, come in questo caso dei veri e propri capovolgimenti d'umore, che, solo la forza del caso ha il potere di istigare nei momenti 'meno opportuni', rendendoci chi più chi meno, dei perfetti lunatici soggiogati alla ruota della sorte.
    Ma, quello che realmente riusci ad accecare la corazza impenetrabile di Rael, fu proprio l'aver intravisto qualcosa di luccicante sul volto del povero Jolin.
    Sì, si trattava proprio di una lacrima, che, adesso cominciava a distinguersi nitidamente scendendo netta tra i frastagliati lineamenti del vigilante, giù, sino ad inumidirgli le ruvide labbra.
    Rael, come 'affetta' da improvviso istinto materno e protettivo, si chinò verso Jolin, genuflettendo la sua sinuosa figura.
    Lo osservò intensamente per diversi secondi, che sembravano interminabili, e gli lanciò un sorriso affettuoso, senza alcuna malizia.
    La neo-direttrice, adesso aveva la bocca a pochi centimetri da quella di Jolin.
    I due si fissarono ancora.
    Come se si conoscessero da sempre, si baciarono teneramente, ma con decisione.
    Chiunque avesse osservato quella scena dall'esterno, come in una visione d'insieme, non avrebbe affatto percepito che i due astanti erano dei perfetti estranei, e precisamente, un vigilante e il suo diretto superiore durante un turno lavorativo.
    Uno spettatore esterno avrebbe potuto solo vedere due esseri umani qualunque, che il cuore, la passione, avevano adesso deliberatamente e alla vista di tutti , tramutato in due amanti, che non nascondevano affatto i loro sentimenti reciproci, e trasmettevano anzi anche ai casuali osservatori una innata, energica voglia d'amarsi, di volersi bene per davvero, gettando via almeno per un po' asti, rancori, che purtroppo affliggono ogni coppia, anche quella che si reputi la più fortunata.
    Quello fu il più strano colpo di fulmine che mai Jolin e la stessa Rael avessero mai provato nell'arco della loro intera esistenza.
    Successivamente, pur sapendo entrambi a quali critiche sarebbero andati incontro, tra  colleghi e familiari stessi, a causa del loro diverso tenore di vita, dei loro rispettivi ruoli e gradi sul posto di lavoro, decisero all'unisono che non avrebbero mai più chiuso lo spiraglio ai sentimenti veri dopo quell'inaspettata occasione.
    Con coraggio avrebbero intrapreso quell'insolita relazione a testa alta, sapendo in cuor loro che ormai nessuno sarebbe stato loro d'intralcio.
    Le loro anime adesso, intrecciate in quella comune empatia avrebbero sempre camminato di pari passo.

  • 25 febbraio alle ore 14:13
    Herbert

    Come comincia: Herbert, uomo sulla trentina, adagiato sulla sabbia fissava inquieto l'infinito orizzonte che si estendeva ben oltre la sua fervida immaginazione.
    L'uomo cominciò a volare, in alto con la fantasia, mischiando sogno a realtà, mentre le sue nude ossa toraciche erano a contatto con delle garze imbevute di una sostanza bluastra, il Placebo.
    Quello sì che era un toccasana per un sognatore come Herbert, il quale cercava assiduamente uno sprazzo di appagante illusione tra la realtà che lo circondava, suo malgrado.
    Dopo le prime applicazioni epidermiche di Placebo, egli si sentì come rinascere, o meglio come sgusciar fuori dal baccello crisalideo per tramutarsi in agile farfalla.
    Passati circa trenta secondi dall'applicazione di Placebo, Herbert cadde in un piacevole torpore.
    Come in dormiveglia, vide d'improvviso una luce verdognola avvicinarsi a sé.
    Questo strano bagliore lo accecò, creandogli degli stati confusionali che gli fecero balzare alla vista dapprima fiale variopinte, disposte ad arco, e subito dopo delle mani con lunghe dita affusolate di una tinta argentea, che sapientemente imbevevano tali fiale in strani fluidi giallognoli con l'esperienza, la saggezza arcaica di un vecchio sciamano.
    Mentre Herbert giaceva ancora supino sulla spiaggia, sotto l'effetto Placebo, due tizi gli si avventarono contro frugando nelle sue tasche vuote.
    Non trovando nulla di cui appropriarsi, i due decisero di darsela a gambe mollando il povero malcapitato, il quale, come un sacco di patate, ripiombò inerme a terra.
    Passarono diverse ore.
    Si fece buio, ma nessun passante notò il corpo accasciato di Herbert.
    Nel corso della notte, sinistri ululati fecero presagire che di lì a poco un violento temporale si sarebbe scagliato su tutto il litorale.
    In effetti, dopo qualche istante, un imponente nubifragio si scatenò inondando la costa orientale di Romville, creando non pochi ingorghi nella superstrada adiacente il lido Sundee, dove Herbert suo malgrado giaceva.
    Intanto, le palpebre di Herbert cominciarono a sussultare a contatto con la pioggia che le bagnava, quasi ad indicare a chiunque lo avesse visto, lì, sul lido che lui era ancora vivo.
    Difatti, Herbert si trovava in uno stato di piacevole dormiveglia, e nemmeno i morsi della fame lo avrebbero scomodato.
    Quando il temporale si fece più minaccioso, e la pioggia si tramutò in grandine, anche gli occhi socchiusi di Herbert si spalancarono, mostrando tutto lo stupore, l'angoscia di chi dopo un bel sogno si risveglia nell'incubo agghiacciante della dura realtà, in preda allo smarrimento più totale.
    Herbert gettò un possente urlo, che, nonostante i tuoni riecheggiò lungo il solitario lido, mentre gli squarci giallastri di un lampo illuminavano come in pieno giorno il suo volto tremante, i suoi occhi stralunati che imploravano aiuto.
    Le labbra del povero disgraziato erano del tutto screpolate, sanguinanti.
    I capelli arruffati, sudici di sabbia.
    Era a torso nudo.
    Sul torace recava ancora le garze incriminate, colpevoli di lì a poco della sua tragica e isolata fine.
    Sì, proprio quell'apparente toccasana, che altri non era se non il Placebo, consumò le sue logore carni, dapprima immobilizzando i suoi arti oramai gelidi, e poi, a poco a poco fagocitando i suoi neuroni, i centri pulsanti del cervello e del cuore, spazzando via in men che non si dica un'altra inconsapevole e giovane vittima dal lido Sundee, tristemente noto anche come Last Placebo.

  • 25 febbraio alle ore 13:59
    Uragano

    Come comincia: "Uragano in arrivo", esclamò Sam, mentre il capitano attraverso le sue opache lenti scrutava avidamente la sua personalissima copia della Monnalisa.
    Intanto, la nave cominciò a sobbalzare sulle onde.
    Il capitano non poté fare a meno di distogliere lo sguardo dalla sua 'amata del dipinto'. Immediatamente, fu dato l'ordine di cambiare rotta verso una zona più calma, ma l'uragano imperterrito continuava ad avvinghiare a sé la nave quasi a volerla inghiottire nelle sue invisibili ma letali fauci.
    L'equipaggio faceva il possibile per arginare l'ostacolo, ma dal canto suo il capitano si riteneva già spacciato, al punto da voler lanciare un ennesimo languido sguardo alla sua 'amata', prima di soccombere da eroe in mare.
    Sicuramente, gli unici veri eroi, in quel frangente temporale, erano i ragazzi dell'equipaggio, i quali, come forsennati cercavano di fare il possibile per salvare la pellaccia; mentre il capitano, forse stanco di un'esistenza grama e meschina, aveva trovato invece nell'uragano improvviso la giusta occasione per mettere fine ai suoi dolori esistenziali, ai patimenti morbosi che provava per l'unica 'donna' della sua vita, la Monnalisa.
    L'equipaggio, al limite della sopportazione umana, cercava in ogni modo di virare verso porti più sicuri, ma, la faccenda sembrava assumere una brutta piega.
    Il capitano, immerso nella contemplazione della sua 'amata', si sedette sul legnoso pavimento della cabina, abbandonato, come in estasi, ignorando la tormenta che dall'oblò dello stanzino sembrava voler risucchiare nel suo vortice letale ogni singola forma di vita in quella nave.
    D'improvviso, un lampo interno, una scintilla negli occhi del nostromo.
    Si alzò di colpo, corse verso l'esterno, prese un secchio ed iniziò furiosamente a spalar via tutta l'acqua che poté dal pontile dell'imbarcazione, ormai fradicio e allagato.
    Gli uomini dell'equipaggio, vedendo il loro capitano e la sua inaudita tenacia, come rinvigoriti da nuova energia, continuarono così con nuova lena a virare.
    L'uragano sembrava quasi essere cessato, dopo aver riversato tutta la sua furia temporalesca sull'imbarcazione, che, nonostante tutto, aveva resistito abbastanza bene al forte impatto burrascoso, senza riportare gravi perdite allo scafo.
    Il sole cominciò a brillare sul pontile.
    I volti spossati dei marinai, da terrorizzati che erano qualche istante prima, ora brillavano radiosi.
    Sam si avvicinò con perplessità al capitano, scrutandolo con riverenza e incertezza.
    Gli chiese quale fosse stata la 'molla' che lo aveva spinto ad andare avanti, a infondergli quell'inaspettata audacia che mai prima d'ora egli aveva mostrato ai suoi uomini.
    Il volto del nostromo assunse una nuova espressione, che lo fece sembrare più giovane, arzillo più che mai, e un magnifico sorriso da adolescente si stampò sui suoi zigomi.
    "Sam, ricordi quel famoso detto ? 'Finché c'è vita, c'è speranza'.  Ebbene, adesso questa speranza non mi abbandonerà più, almeno credo!"
    "Non capisco... cosa intendete dire, capitano ?"
    "È semplice, Sam! Ci sono momenti nei quali un uomo deve scegliere quale valore mettere al primo posto, a cosa più tenere realmente per andare avanti. Bene! Mentre mi trovavo lì sotto, in cabina, ho fatto una scelta decisiva. Il mio equipaggio è più importante di una 'donna'. E così è stato!"
    "Capitano, ma allora lei è... lei è... g-guaritooo!"
    "Direi proprio di sì! Sì, sto benone! Mi sento davvero rinato! Si torna a casa! Forza miei prodi!".

  • 19 febbraio alle ore 21:27
    In parole, opere e omissioni... io uccido

    Come comincia: Rinaldo è caduto.
    È stato un mese tra la vita e la morte, ma le cure dei medici e la sua tempra hanno avuto la meglio.
    Rinaldo è vivo.
    Potrà sembrare inopportuno, ma i primi giorni in cui si attendeva di sapere se Rinaldo ce l’avrebbe fatta o no Laura, oltre a pregare e sperare per la salvezza di Rinaldo, aveva un pensiero che le passava come un lampo per la mente: “Se Rinaldo muore, non andrò alle sue esequie. Non è opportuno che un assassino vada alle esequie della sua vittima”.
    Laura non aveva mai alzato una mano contro Rinaldo.
    Anzi, una volta sì.
    Venticinque anni prima.
    Rinaldo e Laura stavano giocando a scacchi in un pomeriggio d’estate. Rinaldo dichiara scacco matto. Che cosa scatta nella mente di Laura? Un moto di stizza infantile? Fatto sta che Laura dà uno schiaffo a Rinaldo. Rinaldo fa “Oh!?!” con un’espressione sul volto di risentimento e stupore. Laura si scusa, vergognosa. E l’episodio finisce lì. Fatto salvo degli strascichi invisibili ed inconsapevoli che ogni evento lascia nella nostra anima.
    Laura non ha mai usato un’arma contro Rinaldo. Perché si ritiene assassina di Rinaldo?Una degli assassini di Rinaldo, per la verità.
    Perché tanti possono essere gli assassini di Rinaldo.
    Ma gli altri rispondono alla propria coscienza.
    Laura può solo rispondere alla propria.
    Era da molti anni che Rinaldo aveva bisogno d’aiuto. Che bisognava intervenire.
    Con il senno del poi, da molto prima che la madre suonasse il primo serio campanello d’allarme.
    Andando indietro con la memoria, Laura trova la prima omissione quando Rinaldo aveva 14 anni. Il papà di Rinaldo è ricoverato d’urgenza in ospedale per un’emorragia allo stomaco. È proprio il papà di Rinaldo dal letto di ospedale ad alzare la prima banderuola: “State vicini a Rinaldo.”, dice ai figli più grandi Laura ed Orlando e alla moglie, “Non l’ha presa bene”. Ma Laura non ricorda che nessuno si sia preso la briga di parlare a Rinaldo per aiutarlo ad affrontare quella situazione nuova e destabilizzante.

    Gli anni passano e ci sarebbero diverse osservazioni e appunti ma arriviamo a quando Rinaldo esplode con Laura per la prima volta.
    Laura lavora da due anni in un’azienda a 50 km da casa. Rinaldo, studente universitario, inopinatamente un pomeriggio sbotta con violenza, come se fosse risentito nei confronti dei fratelli già laureati e “sistemati”, senza riflettere che hanno quasi dieci anni più di lui, che anche lui si sarebbe laureato e se la sarebbe cavata meglio di loro!Laura è sbigottita: “Rinaldo”, fa, “ma che credi? Che ti sistemi non mi può fare altro che piacere.”
    Tre mesi dopo succede il patatrac. Pino sta cercando casa. Finalmente ne trova una che piace a Laura. Laura sa che il padre vorrebbe che lei aggiustasse la vecchia casa di famiglia e vi andasse a vivere.
    Ma Laura ha tre obiezioni:
    1) Il suo lavoro non le garantisce che lavorerà sempre nella stessa sede. Laura potrebbe avere necessità in futuro di trasferirsi altrove. Deve avere una casa che può vendere per comprarne un’altra.
    2) Laura dice a Pino: “Io non vado lì a far subire ai miei figli quello che ho dovuto sopportare io”. L’appartamento è in una palazzina di famiglia circondata da un giardino. La palazzina ha 5 appartamenti, uno per ogni figlio del nonno paterno. E Laura ricorda le angherie e le sopraffazioni che ha dovuto subire dai cugini.
    3) Come sa bene Filumena Marturano, i figli quando sono grandi o sono tutti uguali o è l’inferno. Il padre è tanto accecato dall’affetto per quella casa che non pensa che gli altri due suoi figli potrebbero risentirsi? Laura sa che non è un regalo. Ma lo sanno anche i fratelli? La casa e la palazzina hanno bisogno di pesanti manutenzioni. In pratica Laura invece di spendere i suoi soldi per comprare un appartamento nuovo, li dovrebbe utilizzare per riparare l’appartamento e contribuire alla manutenzione della palazzina che ha da tempo bisogno di pesanti ristrutturazioni. E Laura rimarrebbe senza soldi per poter trasferirsi in caso di necessità. E così torniamo al punto 1).
    Invece di fare i propri interessi e procedere, Laura informa il padre che avevano trovato un appartamento. Il suo scopo è duplice: a) preparare il padre alla delusione; b) chiedere al padre che è ingegnere di darvi un’occhiata per dare un parere strutturale del palazzo. E, poi, diciamo la verità, anche Laura è affezionata a quella vecchia casa. La risposta del padre la blocca: “Se tu te ne compri un’altra, io vendo quella”. E Laura sospende tutto. Lo zio Alfredo ha già venduto il suo appartamento. La zia Liliana vende anche il suo. A Laura dispiacerebbe vedere tutta la palazzina in mano ad estranei. Vede già le persone che gironzolano come avvoltoi intorno al padre e che vorrebbero comprare l’appartamento a metà del suo valore di mercato e si decide. Parla ai fratelli in presenza del padre. Orlando mostra la sua completa indifferenza. Sta a Roma e più volte ha detto a Laura: “Papà è fissato con quella casa. Quella è una casa vecchia”. A Laura sembra invece che la cosa dispiaccia a Rinaldo. Allora lo guarda e dice: “Se avete qualcosa da dire, ditela adesso. Dopo non voglio sapere niente”. Orlando riafferma la sua completa indifferenza. Rinaldo non dice niente.Laura avrebbe dovuto dire: “Ho capito”. E dire al padre: “Papà, non se ne fa niente. A Rinaldo dispiace”. E invece, niente. Magari avrebbe potuto illustrare a Rinaldo lo stato dell’appartamento e della palazzina e chiedergli: “Te ne vuoi fare carico tu?”. E invece niente. Poi se ne dimentica.
    Rinaldo si laurea, trova lavoro ed ha una fidanzata fissa. I genitori non sono molto contenti della ragazza. E così, quando dopo un ennesimo litigio, la povera ragazza in lacrime dice: “Ma lui dice cose assurde!”, nessuno le dà credito. Poi Rinaldo lascia la sua fidanzata e, forse senza rendersene conto, commette un grave peccato contro la vita.
    Passa più di un anno quando la madre per prima inizia a sospettare seriamente che qualcosa non vada. Riferisce a Laura che Rinaldo dice cose assurde.
    Laura rimane interdetta e non capisce che occorre agire subito. E con determinazione.  “Sarà conseguenza dello stress che Rinaldo subisce sul lavoro”, pensa Laura, “Rinaldo deve solo imparare a gestire gli attacchi che quotidianamente riceve”.E quando può, Laura ne parla con Rinaldo. Non capisce che è già tempo di chiedere l’aiuto di uno specialista.
    Passa un anno e la situazione si trascina.Pino, il fidanzato di Laura, ne parla con Orlando. Rinaldo deve cambiare aria, deve uscire dalla casa dei genitori. E suggerisce a Orlando di portare Rinaldo con sé a Roma, di aiutarlo a trovare lavoro lì. Orlando non è d’accordo. Ha altre opinioni. E si nega.
    Laura e Pino si sposano. Hanno ristrutturato l’appartamento. Hanno risparmiato e Laura progetta di comprare un bilocale per Rinaldo. Questo gli darebbe fiducia.
    Ma, si sa, la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. Pino non l’aiuterà. Né economicamente né nella ricerca. Oltretutto è stupido mettere su un mutuo per una casa dove non devi andare ad abitare, dice. Sì, non ci andremo ad abitare noi, ma ci andrà ad abitare Rinaldo, avrebbe dovuto ribattere Laura. Laura non si aspettava alcun aiuto economico, ma nella ricerca e nelle pratiche sì. Laura sta fuori tutto il giorno per lavoro. Non è che abbia molto tempo. L’azienda la manda due mesi fuori. Ed il tempo passa. E i prezzi della bolla speculativa aumentano, contrariamente a quanto Laura aveva letto sulla rivista che mensilmente le invia la sua banca. Pino e Laura invitano Rinaldo a pranzo. Laura vuole invitare Rinaldo a trasferirsi da loro. La reazione di Rinaldo la gela. Per la prima volta è testimone di quanto la madre di Rinaldo cercava di far capire loro. Rinaldo rifiuta con un semplice no. Ma è tutto l’atteggiamento di Rinaldo che gela Laura. Rinaldo non si fida di loro! Una diffidenza profonda, irrazionale, incontrollata. Laura comincia a proporgli di vedere uno specialista. “No, cosa fai!”, dirà anni dopo il senno del poi, “Non dovevi proporglielo! Dovevi trovarlo tu e portarcelo! Volente o nolente!” Oramai la situazione è buia. Laura e Pino chiedono di nuovo aiuto a Orlando, che pensano abbia ascendente su Rinaldo. In presenza di Orlando la situazione precipita e non si può più fare a meno di richiedere l’intervento dei medici. Per la prima volta arriva una diagnosi. Tremenda, definitiva. Rinaldo ha la stessa malattia di John Nash. Laura tende a non crederci. Pensa che i medici se ne escano con quella parola quando non ci capiscono niente. Solo anni dopo legge che quel nome è associato ad un sintomo ben preciso. E' Rinaldo accusa quel sintomo. Due giorni dopo, Laura ammette che con le cure Rinaldo sta meglio e riferisce al padre, che si commuove: "Per la prima volta dopo tre anni, ho parlato normalmente con Rinaldo". Rinaldo accetta la terapia. O meglio sembra accettare la terapia. È evidente che pensa di ingannare “il nemico” fingendo collaborazione. Laura non è convinta, ma non essendo in grado di proporre una valida alternativa, pensa meglio che niente. La vita continua sui suoi binari. Rinaldo continua a recarsi al lavoro, ma pochi mesi dopo l’azienda per cui lavora dichiara lo stato di crisi. Il rischio chiusura si profila sempre più realistico. Uno stress che sarebbe stato meglio evitare per Rinaldo.Il padre di Rinaldo è operato per una grave patologia. Tra gli alti e bassi della successiva terapia, il padre di Rinaldo è di nuovo ricoverato d’urgenza. Rinaldo non è in condizioni di prendere in mano la situazione, Orlando è a Roma e rimane lì. Tocca a Laura capire cosa stia succedendo.Il padre di Rinaldo è ricoverato in un ospedale diverso da dove era stato operato tre mesi prima. Parlando con i medici, Laura si convince che il padre deve farsi trasferire all’ospedale dove era già in cura. Quando riesce, con fatica, a convincere anche il padre, deve sentirsi dire da Orlando, appena arrivato: “Se papà muore è colpa tua”. Nei giorni successivi il secondo intervento, Laura si trova ancora da sola a seguire il decorso dell’intervento. Quando gli esiti sono ancora incerti, Laura deve sentire Rinaldo che le parla di un progetto di impianto solare per la produzione di elettricità. Deve raccogliere tutte le sue risorse per rimanere calma e spiegare a Rinaldo che il padre non è ancora fuori pericolo. Il giorno dopo la situazione si risolve e da allora il padre comincia a riprendersi alla grande. Mentre l’attenzione è rivolta al padre, la situazione di Rinaldo continua a precipitare. Tre mesi dopo annuncia che ha dato le dimissioni. Laura avrebbe dovuto capire che in sé la cosa non era grave. Al di là che l’azienda stava chiudendo per i fatti suoi, per quanto bravo nel suo lavoro, sarebbe stato bene che Rinaldo trovasse un lavoro più adatto alla sua indole. Ma non è bene che Rinaldo si isoli e rimanga a casa. Il padre di Rinaldo chiama spesso Pino e Laura perché Rinaldo dà in escandescenze e chiede il loro intervento. Fino a quando non arriviamo a maggio. Rinaldo rifiuta di mangiare. Come John Nash, sente voci e ordini che sono solo nel suo cervello. Una volta che Laura si reca da sola e cerca di discutere con Rinaldo, Rinaldo davanti al padre la prende per i capelli. Ma il suo affetto per lei è più grande del suo rancore e non tira. Laura pensa che Rinaldo si sia controllato meglio di Orlando che era stato lì lì per colpirla in faccia e poi le aveva invece dato un violento spintone sulla spalla, quando aveva fatto trasferire il padre da un ospedale all'altro. In quel maggio arriva, non determinante, ma inopportuna, la telefonata di zio Furio, vicino di casa di Laura e Pino. Furio, che per “consolidata consuetudine” non versa le sue quote mensili, protesta con il padre di Laura che Pino, amministratore di turno del condominio, ha chiesto ai vicini di versare le loro quote. Telefonata non determinante, ma inopportuna. Rinaldo, già non tranquillo, chiede turbato a Laura quando lo zio non ha versato le quote. Sempre, risponde nella sua mente Laura.
    Laura si reca spesso a casa di Rinaldo e lo fa uscire per dare un po’ di sollievo ai suoi genitori. Non è tempo di giocare. Non lo è mai stato. Laura esorta il padre di Rinaldo a chiudere la porta della camera da letto quando vanno a dormire e di mettere una sedia dietro. Laura ricorda bene quando, una delle volte che invita Rinaldo ad uscire, in ascensore fa la disinvolta, ma dentro di sé prega: “Fa che non cacci dal giubbotto un paio di forbici e me le ficchi nel fianco”. Non avrebbe dovuto preoccuparsi: Rinaldo può far del male a se stesso, non agli altri. La tensione è troppa per il padre e Rinaldo sta male. Rompe gli indugi e chiede di nuovo l’intervento dei medici. Rinaldo accetta per la seconda volta il ricovero. Due anni prima era a 30 km da casa. Adesso è a 100 km da casa.
    Le prime due settimane sono penosissime.
    Orlando, che era partito per una vacanza, rientra e comincia a tempestare di telefonate i medici. “Non sapevano neanche che avesse un fratello!”, si lamenta con Laura. Orlando comincia a delineare strategie e impartire direttive a Laura al telefono. Dice anche: “Guarda, io ho paura che quando Rinaldo esce voglia vendicarsi.” “Vendicarsi?” pensa Laura “e se anche fosse, si vorrà vendicare con il padre, con me. Che devi temere tu che non eri nemmeno presente?”. Ma tiene quella risposta per sé.

    Il 27 è il compleanno di Laura. Un compleanno importante. Compie 40 anni. Per dare un po’ di ristoro ai genitori, Laura e Pino organizzano una cena in casa e li invitano. Laura ricorda quella cena. Una cena ed una serata riuscita, considerate le circostanze. Con il senno del poi negli anni a venire due cose Laura rimpiange e cambierebbe di quella serata.
    Laura decide di portare un pezzo di torta ad Andreina, la moglie del cugino Poldo che abita sopra di loro. “Lascia perdere”, le dice Pino, “chillo è ‘nu fetente”. Sì, ma io voglio ringraziare Andreina non Poldo e va. Poteva risparmiarsi il disturbo. Andreina non c’è ed a malincuore consegna la torta a Poldo, che s'informa della ricorrenza ed accoglie la torta con il suo solito risolino falso che fa quando gli rode che qualcun altro è contento.

    Arriva la telefonata di Orlando. Ufficialmente per fare gli auguri, in realtà per dare direttive a Laura, direttive che, Laura lo percepisce, vengono dalla compagna. Laura rimpiange di non aver tagliato la telefonata dicendo: “Guarda, ci sono papà e mamma che aspettano a tavola. Ci sentiamo in un altro momento”.
    Orlando parla e parla e parla… Ad un certo punto parla dell’inopportunità per Rinaldo di tornare a casa dei genitori. Orlando parla e parla e parla… poi conclude: “Laura, non è che potrebbe venire da te?”. Non bisogna interpretare, Laura sentì dire qualche anno dopo da un medico che aveva in cura Rinaldo. Laura questa volta rimane in piedi, ma sente la sua anima raggomitolarsi dal dolore. “Cosa vuole Orlando? Che Rinaldo le dia una bella botta in testa, così in un colpo solo si sbarazza di tutte e due?”
    Il 29 è il compleanno di Rinaldo. Laura e Pino nel pomeriggio vanno a trovarlo in ospedale. Il medico di turno è un vecchio amico di Rinaldo. Gli spiegano le circostanze e così ottengono il permesso di uscire dal reparto e vanno a festeggiare al bar dell’ospedale.Si avvicina velocemente il ponte del 2 giugno. E il ponte del 2 giugno Orlando scende con la sua famiglia per fare i bagni a Paestum.
    Il 2 giugno Laura e Pino non vanno a mare. Vanno a fare visita di nuovo a Rinaldo. Mentre sono lì, sono testimoni di un episodio. La dottoressa di turno parla in modo eccessivamente veemente con un altro gruppetto. A parte questo incidente, la visita è tranquilla e si mantiene su binari normali.
    Il 3 mattina, Laura è convocata all’ASL locale. Non invitato, si presenta anche Orlando. Il medico spiega a Laura che i medici parlando con Rinaldo hanno individuato lei come il parente di cui Rinaldo ha più fiducia e le chiede se Rinaldo, una volta uscito dall’ospedale possa andare a casa di Laura. Laura spiega che il marito ha delle perplessità. Orlando con sicumera afferma che Rinaldo può andare a casa sua, a Roma. Certo, deve prima parlare con sua moglie.Il pomeriggio Laura e Pino vanno di nuovo a trovare Rinaldo. Questa volta la visita non è tranquilla come il giorno prima. Verso la fine Rinaldo comincia a dare in escandescenze. Interviene la dottoressa del giorno prima. Non con un’iniezione calmante, come avevano già fatto i suoi colleghi qualche giorno precedente, ma parlando a Rinaldo riportando i suoi pensieri sui normali binari. La dottoressa vuole parlare anche con Laura e, quando le sue risposte non sono dirette, la costringe ad essere diretta, chiara e concisa. Come sta facendo con Rinaldo. Alla fine promette a Rinaldo che all’inizio del suo prossimo turno, sabato prossimo a mezzanotte, lo dimetterà. Ora non può farlo perché il suo turno è finito. È rimasta solo per non consegnare al collega un problema irrisolto. Poi si rivolge a Pino ed a Laura informandoli che può prendere in cura Rinaldo anche dopo le dimissioni e che vorrebbe affidare Rinaldo a loro, che si vede sono persone affidabili. Però lei può operare solo in quella zona, quindi dovrebbero accompagnarlo sempre lì. Li informa che se Rinaldo continua con la terapia tradizionale, ogni due anni sarà ricoverato in una struttura sanitaria. Laura si fida. Non vede un interesse pecuniario nelle parole della dottoressa, ma un vero interesse umano e medico nei confronti di Rinaldo. Pino esprime solo il dubbio che loro due sono fuori casa tutto il giorno (inoltre pensa, ma non lo dice, ai loro vicini poco affidabili). La dottoressa dice: “Fatemici pensare”. Si lasciano confermando l’appuntamento per il prossimo sabato (il giorno dopo) a mezzanotte per venire a prendere Rinaldo. Intanto anche Laura ci pensa. Pensa di sistemare una stanza per Rinaldo a casa loro o, se si ritiene sia troppo pericolo ospitare Rinaldo, anche alla possibilità di ospitarlo in un residence in attesa di trovare un appartamento in affitto. Percorsi i 100 km che separano l’ospedale da casa, Laura vorrebbe rientrare e telefonare ai genitori per tranquillizzarli che hanno trovato Rinaldo in buone condizioni. Ma il diavolo ci mette la coda anche stavolta e veste i panni di Pino che, in realtà, è animato dalle migliori intenzioni. Pino vuole andare dai suoceri per comunicare loro la rassicurante notizia della dottoressa che vuole prendere in cura Rinaldo. “No”, fa Laura, “si metterebbero in mezzo ed abbiamo visto già che non sono capaci”. “I genitori devono sapere”, insiste Pino. E qui Laura commette il suo quarto grande errore nei confronti di Rinaldo. Visto che con il ragionamento non riesce a far cambiare idea a Pino, perché non si mette ad urlare? Perché non fa la pazza come fece per il padre l’anno precedente fino a quando il padre non si convinse a farsi trasferire d’ospedale? Perché l’anno precedente capiva che era questione di vita o di morte. Ed adesso non capisce che è la stessa cosa, anche se non si tratta di un rischio fisico immediato? Perché non dà a Pino un bel cazzotto e gli urla: “Portami a casa, poi tu va’ dove vuoi!”? È stanca Laura. Sono anni che combatte e quell’ultimo mese è stato tra i più estenuanti. Non è cieca. Anche lei ha timore che Rinaldo, nonostante tutto l’affetto che ha per lei, in un momento in cui le sue voci interne hanno il sopravvento, possa darle una bella botta in testa. Poi ci sono quelle parole di Orlando: “Ho paura che Rinaldo voglia vendicarsi…. Laura non è che può venire da te?” E le parole dell’anno prima: “Se papà muore è colpa tua”. E Laura smette di discutere. A casa dei genitori ci sono anche Orlando e sua moglie. Si vede che non accolgono quelle che per Pino erano rassicuranti notizie con un senso di liberazione. Al contrario, sono tutti terrorizzati che Rinaldo venga dimesso. Però nessuno parla. E così Pino prende congedo sempre con lo spirito alto. Il giorno dopo, sabato, Pino va a scuola. Laura pensa di andare ad un mobilificio dove può trovare un armadio e comodino economici pronti al ritiro per sistemare una stanza provvisoria per Rinaldo. Ha già una brandina che per il momento può servire da letto. Ma arriva una telefonata. È il padre che le intima, esagitato, di non andare all’ospedale. Così hanno detto i dottori. I dottori hanno detto che deve andare Orlando a prendere Rinaldo lunedì mattina e Laura non si deve presentare. Cosa era successo? Laura lo apprese dopo. Sembra che Orlando avesse telefonato all’ospedale chiedendo chi fosse quella stronza che non sapeva tenere in pugno la situazione.
    Più tardi Pino e Laura vanno a casa della madre di Pino che è bloccata da un anno dall’artrite. Ed a mezzanotte Laura e Pino sono ancora là. Laura pensa di recarsi ugualmente all’ospedale, ma si tratta di fare più di 200km, tra andata e ritorno, in piena notte. E se fosse per niente e la dottoressa avesse ricevuto ordine di non dimettere Rinaldo? Laura si fa vincere dalla stanchezza, e forse dalla paura, e non pensa, come avrebbe dovuto, che il gioco valga la candela. Si limita a telefonare all’ospedale a mezzanotte e farsi passare la dottoressa. Laura dice: “Mi hanno detto di non venire”. “Chi glielo ha detto?”, risponde la dottoressa, pretendendo la solita chiarezza. “Mio padre, ma io mi sono messa d’accordo con lei”. Laura non ricorda le parole precise della dottoressa. Non sa se la dottoressa abbia rinunciato perché si ricrede sull’affidabilità di Pino e Laura, visto i risultati, o per ordini ricevuti dai superiori.
    Prima della conclusione, c’è un altro colpo di scena. Orlando si presenta a casa di Laura domenica sera. Non mostra la baldanza e sicumera che ha ostentato davanti al medico dell’ASL. È spaventato ed insicuro. Chiede a Laura se Rinaldo possa venire a casa sua. Laura risponde: “Sì, ma non intontito dai farmaci. Solo se verrà seguito dalla dottoressa”. Laura non ricorda come reagisce Orlando. Sa solo che Orlando pretende che Laura si occupi di Rinaldo seguendo la cura dei farmaci tradizionali. Orlando se ne va. Il mattino dopo Laura telefona ad Orlando dicendo che vuole venire anche lei in ospedale. Orlando le urla che i medici hanno detto di no, se non ci credeva telefonasse pure all’ospedale e che lei se ne era lavata le mani.Orlando si porta Rinaldo a casa a Roma, abbattuto da quella che Laura chiama la famigerata iniezione dei 15 giorni. Poche ore più tardi Laura riceve uno squillo sul suo telefonino: è Rinaldo! Laura non fa in tempo a rispondere e richiama. Rinaldo la rassicura: sono arrivati a Roma, sta bene, la telefonata doveva essere partita per errore. Per Laura quello squillo rimane l’ultima disperata richiesta di aiuto.
    La compagna di Rinaldo ha preso le sue giuste precauzioni: domenica mattina è partita in treno col bambino e si è stabilita col bambino a casa della madre. Salvo tornare quindici giorni dopo quando ci si è accertati che Rinaldo sta meglio. Il bimbo è felice di trovare l’amato zio a casa sua. E la mamma gli permette pure di uscire a fare qualche passeggiata accompagnato solo dallo zio. Passano altri quindici giorni. La famiglia di Roma si stabilisce per i due mesi di vacanze estive a Paestum, nella casa dei genitori di Orlando, Rinaldo e Laura. E quando l’estate finisce ritornano a Roma restituendo definitivamente Rinaldo ai genitori.
    Come l’anno prima Laura aveva ringraziato il Cielo che l’egoismo o il pragmatismo di Orlando gli avesse impedito di scendere immediatamente da Roma quando il padre era stato ricoverato d’urgenza, così ora comincia a maledire il ponte del 2 giugno che aveva fatto sì che Orlando si trovasse in zona quando si decidevano le sorti di Rinaldo.
    E da allora, Laura si ritiene l’assassina di Rinaldo: per non aver impedito a Pino di andare a rivelare i loro accordi con la dottoressa. Non sa se la terapia alternativa sarebbe stata più efficace, ma pensa che sarebbe valsa la pena provare. Ma a lei non è permesso agire secondo quello che lei ritiene meglio: “Se papà muore è colpa tua”. Gli altri sembrano autoassolversi. Sempre.

    Cinque anni dopo anche Laura commette un peccato contro la vita e si ammala.
    Ed è Rinaldo ad aiutare Laura, mentre Laura non è più in grado di occuparsi di Rinaldo.

    Rinaldo è caduto. Ma si è rialzato. E libero dai vincoli degli schemi sociali, andrà avanti. Più forte di prima.
     

  • 14 febbraio alle ore 14:36
    2012

    Come comincia: Quante volte ci siamo fatti male per aver dato fiducia a persone sbagliate che di noi non gliene importava un bellissimo niente, che non si sono risparmiate di ingannarci, di raccontare frottole, che non hanno esitato a tradirci, che hanno deriso le nostre cadute e le nuove ferite mentre sanguinavano.Con il passare del tempo abbiamo imparato ad acquistare la forza e anche se ci stiamo facendo ancora male sappiamo bene che dobbiamo proseguire e non mollare. Sappiamo bene che anche se la strada è lunga e tortuosa vale la pena essere percorsa a tutta dritta con le persone che meritano di condividere il cammino con noi!

  • 14 febbraio alle ore 9:56
    "Si fa sera"

    Come comincia: "Si fa sera" scrisse il poeta. E nella sera cadono tutti i processi che hai subìto, perché sei stato processato, e quanto sei stato processato! Hai guardato oltre, sei andato avanti testardo e noncurante, ti convincevi che non importava, e così doveva essere. Come un'araba fenice hai sorvolato gli acquitrini che le gocce di sangue delle tue ferite, cadendo, hanno trasformato in ruscelli trasparenti. Ma la sera ti ha donato l'unico processo che ha importanza, il tuo. Ti sei processato: ti sei accusato, ti sei difeso, hai capito, hai sofferto, e ti sei perdonato. E nel crepuscolo che ti accompagna verso il buio, avvolgente e morbido come una coperta d'angora, rassicurante e tenero come un abbraccio sincero, vivi l'eterno mattino della leggerezza, la curiosità dell'infinito. Hai lasciato la zavorra che ti opprimeva a perdersi fra i detriti inutili e inquinanti, e sei finalmente libero.

  • Come comincia: storie dalle periferie del mondo - la terra spazzata dal vento
    "la terra spazzata dal vento è più pulita di qualsiasi pavimento di marmo...."
    così ci salutava La Negra ogni volta che passavamo da casa sua
     
    io giravo la chiave per accendere il motore della macchina e puntavo gli occhi allo specchietto retrovisore e la vedevo lì, diritta in piedi con la scopa in mano, la gonna che ballava nel vento, il suo cane Llovizna che le scodinzolava intorno

    i bambini che giocavano con le biglie per terra, i ciondoli di argilla che tintinnavano la loro melodia...
    e lei con la mano alzata che ci regalava la sua benedizione, potevamo andare via

    la terra spazzata dal vento è più pulita di qualsiasi pavimento di marmo

    mi accomodavo nel sedile e puntando gli occhi in avanti, guidavo piano per evitare le buche sulla via del ritorno

    la terra spazzata dal vento è più pulita di qualsiasi pavimento di marmo

    era serena la sua voce, pensavo,
    si percepiva che lei credeva davvero a quello che diceva,

    lo viveva ogni singolo giorno che il destino manda in terra
    e non aveva paura nel cantarlo ogni giorno a chi la visitava,
     ogni sera come fosse una ninna nanna

    La Negra viveva  da sola da tanti anni,
    da sola, lei e i suoi figli

     viveva all'entrata de El Rosario il piccolo paese di artisti allevatori e commercianti sulla via verso El Dorado

    La sua era una lunga storia, noi la conoscevamo soltanto per quell'ultimo frammento che ci univa in quel momento,
    i corsi di artigianato in argilla che insieme a noi volontari  promuoveva presso quelle periferie del mondo,
    e per quella  cantilena, per quella preghiera

    la terra spazzata dal vento è più pulita di qualsiasi pavimento di marmo......

    Marco Bo
    http://cantidallaperiferiadelmondo.blogspot.it/#!/2017/02/la-terra-spazzata-dal-vento.html

  • 09 febbraio alle ore 12:49
    Assolo

    Come comincia: Ogni alba è una liberazione, non esiste uno spazio di fuga tra la paura del tormento e il tormento, la luce del buio acceca la speranza, l'aurora è utopia. Solamente l'alba riesce a trasmettere la dolce sofferenza di un pianoforte. L'estrema unzione di tutte le cose è la casa, una città a ferragosto con ogni cosa al suo posto e nessuno che transita, un delirio di onnimpotenza, nessun avamposto, terribile voler essere qualcuno ad ogni costo. Immagini deglutite a colazione, i ponti riprendono a sostenere la fretta, mostrano gli umidi muscoli come cavalli tra i nastri, raccordo tra ceti asociali, ogni goccia a quest'ora va persa, che sia d'acqua, di sudore o di vino. Dal fondo di un fumo incornato emerge il viso di una donna che parla col vento, l'incapacità di ascoltare traduce ombre vaghe di similitudini, essere giovani e non sapere di esserlo, accorgersi soltanto di esserlo stati, come quando di un fuoco rimangono solo le braci. La paura, che torna, annuncia la fine della primavera, a breve mancherà l'aria sotto il salice che non piange più, che non ride più. Ci sono sere in cui ti illudi di aver avuto tra le mani cose che non ti sono mai appartenute, tipo il riverbero del pomeriggio o il suono acustico di una chitarra all'equinozio, ma tua era solo la voce che ora tace. E il basso, sempre più in basso, suono cupo a introdurre versi di denominazione di origine incontrollata, pavimenti in bilico sotto i piedi, vibrazioni di suppellettili in disuso, frammenti di vapore a congestionare l'assenza, chi è fuori è fuori, chi è senza è senza, futile parvenza una grancassa in astinenza. Torneranno a brillare le stelle, sopra gli occhi di chi non ha palle per guardare il buio, dentro le città murate si spalancheranno i silenzi, cantine ormai svuotate a emulare periferie abbandonate, tornerà a fiorire la vigna e sarà di nuovo un piacere distendersi sotto un sole elegante, quanto un sassofono soprano, quel sole gentile che non fa male, non inquina la mente e che non lascia appassire un cuore.

  • 08 febbraio alle ore 19:50
    L' ultima notte

    Come comincia: Una meravigliosa schizoide dell'anima, ecco di chi si era innamorato.
    Questo stava pensando mentre spegneva il motore.
    Quella storia era andata avanti in modo bizzarro e imprevedibile per anni ormai.
    Una cosa più o meno segreta e clandestina, queste erano le regole e lui per amore o quel che sia le aveva accettate.
    Le regole di quella meravigliosa schizoide dell'anima che con il suo profumo gli riempiva ancora la macchina anche adesso che non c'era, e lui avrebbe voluto che quell'odore si piantasse per sempre in ogni sedile in ogni centimetro di lamiera di plastica di pelle di polmone di anima.
    Perché quell'odore lí dentro significava lei, e lui era l'unico a saperlo.
    Odiava e adorava allo stesso tempo avere questo segreto.
    Ma sarebbe stata l'ultima cosa di sé che lasciava indietro per lui... l'ultimo
    strascico dell'ultima notte.
    Aveva fatto di tutto per trattenerla, perché questa notte non fosse l'ultima, ma il fascino di questa persona incredibile era anche il suo vivere con parametri tutti suoi, non negoziabili.
    Ed era volubile.
    Volubile un bel pò, come sanno esserlo solo le belle bambine, la volubilità di chi può scegliere chiunque e quindi anche te ma chissà.
    L'ultima notte con la donna più affascinante della città?
    Senza dubbio si.
    La più affascinante del Paese?
    E perché no?
    La più affascinante sulla faccia della Terra?
    Lui ci avrebbe giurato.
    Le aveva mandato un messaggio, come tante altre volte...ed era scesa.
    Lui l'aspettava a luci spente sotto casa di lei, al solito.
    E al solito salendo lei si chinò all'interno per salutarlo con uno di quei suoi sorrisi che avrebbero resuscitato il Titanic.
    E al solito lui ci mise qualche secondo a riprendersi da quella visione, a bersi la stupenda creatura che ora aveva accanto, i vestiti che aveva scelto, la pettinatura... o spettinatura che fosse, ma che le donava in ogni caso, gli occhietti meravigliosi puri e sornioni, le labbra più belle che siano mai state disegnate...
    Ci sono persone che ti fanno innamorare ogni stramaledetta volta che ti guardano, e lei era così... l'avesse vista centomila volte si sarebbe innamorato di lei centomila volte e ognuna come fosse la prima l'ultima e la sola.
    Come al solito lei abbassò il finestrino per godersi la prima sigaretta della serata mentre pensavano alla prima tappa e ascoltavano un disco che lei gli aveva regalato e che tante volte avevano cantato insieme a squarciagola in macchina tenendosi la mano.
    Non riusciva ad accettare che sarebbe stata davvero l'ultima volta, questa creatura così viva che gli respirava accanto lo faceva sentire così vivo...
    La sua voce così sarcastica sexy ironica annoiata e gentile insieme... quel mix unico che lo faceva impazzire sorridere riflettere sognare...
    Chiacchierando in una delle loro solite schermaglie decisero all'incirca un posto, lui accese il motore e partirono, mentre lei guardava furtiva nello specchietto che nessuno che conosceva l'avesse vista salire.
    Parlare con lei era una continua partita a scacchi, era una persona di un'arguzia incredibile e sempre vigile, bisognava avere delle antenne instancabili per annusare i suoi cambi d'umore improvvisi e le sue allusioni... la sua ironia adorabile affilatissima e spietata.
    La amava non solo col cuore ma anche col cervello.
    Lei non aveva pietà e contemporaneamente era buona premurosa originale, adorava sorprenderti con regali che non ti saresti mai aspettato eppure avevano sempre una loro logica...
    E allo stesso tempo poteva essere egocentrica lunatica paranoica, sbattersene del mondo intero e starsene ad aspirare il fumo della sua cicca mentre ti guardava colare a picco, come stesse guardando un film e pure un pò noioso.
    Aveva un estremo pudore della propria dolcezza, la nascondeva nell'intimo della sua anima di bambina e le sfuggiva in modi inaspettati soltanto a volte, facendola uscire suo malgrado come i piedi da una coperta troppo corta nella quale si appallottolava a volte sul divano di lui guardando un film.
    Non esisteva al mondo una donna più dolce di lei in quei rari momenti, e ogni volta che ci pensava gli prendeva un groppo asfissiante al cuore.
    Non era sdolcinata, ma a volte era riuscito a coglierla alla sprovvista e quel lato di lei era rimasto scoperto in modo così splendido e disarmante come sanno esserlo soltanto i bambini quando scoppiano a ridere.
    Così era la sua dolcezza quando capitava: imprevedibile fragorosa contagiosa pura innocente e immensa.
    E allora i suoi occhietti brillavano come dovevano aver brillato quando aveva tre anni, pensava lui, e lei se ne stava a bocca aperta davanti ai regali di compleanno.
    A volte era stato lui a sorprenderla con regali inaspettati, e allora la gioia dolcissima dei suoi occhietti sgranati si era mescolata all'imbarazzo e al senso di colpa di non sapere dove li avrebbe nascosti per sottrarli agli sguardi di chi, per lei, non doveva vederli.
    E lui lo sapeva... sapeva tutto... ma come avrebbe potuto non viziarla?
    Tanto più perché SAPEVA di non avere una vita davanti insieme a lei, anche se avrebbe dato la vita per averla, e allora il tempo che restava loro doveva riempirlo meglio che poteva, perché era dolorosamente conscio che in qualche modo presto o tardi sarebbe finita.
    E sapeva che avrebbe passato il resto della vita a rimpiangere ogni singolo momento con quella persona incredibile.
    Sapeva che avrebbe passato il resto della propria vita a ricordare la vita VERA, quella con al fianco una meravigliosa schizoide dell'anima.
    E così si avviarono verso la loro meta, cercando di fare come fosse solo l'ennesima delle loro intense clandestine imprevedibili serate: un minuscolo pub piuttosto sgrauso e dalla clientela folkloristica e altrettanto imprevedibile gestita da un amico comune.
    Lì avevano trascorso notti memorabili e poteva benissimo essere l'ultima meta dell'ultima sera.
    L'estate stava morendo intorno a loro, Agosto diventava Settembre e le T-shirts iniziavano a far posto alle giacche di pelle.
    L'ultima estate del loro strano rapporto si avviava al termine... una coincidenza alla quale avrebbe pensato solo in seguito ma che si adattava perfettamente alla loro situazione.
    Le foglie intorno stavano morendo ma loro erano ancora vivi, almeno per qualche ora.
    Non sapeva come prenderla... la serata si sarebbe fatta da sé, come ogni volta.
    Ogni volta un'avventura, ogni volta un prendere le cose e le situazioni come venivano e, se non ogni volta, spesso un pentirsi di lei il giorno dopo:
    "È l'ultima volta che facciamo una cosa simile... non è giusto... non dovrei...non dovremmo...".
    Eppure c'erano state dozzine di ultime volte.  
    Era condannato a sentirsi colpevole di quello che lo rendeva semplicemente felice.
    E così il loro abbraccio per lui era ogni volta un miracolo, un approdo, un'oasi felice nel mare dell'attesa di rivederla, di parlarle ancora, di ascoltarla di respirarla di bersi ogni suo minimo cenno.
    Ancorare la gomena delle sue braccia nel porto sicuro del dolce collo di lei, e affondare il viso nei suoi capelli profumati di tabacco pelle e magia era tutto quello che desiderava e a cui lo spingevano ogni fibra del suo corpo, ogni pensiero e ogni sentimento che provava.
    Eppure per questo doveva sentirsi colpevole e maledetto.
    Come avreste vissuto voi tutto questo? Non per giorni... ma per mesi... anni, ormai...
    C'era da impazzirci.
    Si sentiva stanco, esausto dentro, un alluvionato dell'anima... costretto ogni volta a traslocare i sentimenti verso l'ultima volta...l'ennesima ultima volta.
    Mai una sicurezza, con lei...
    Lo stava ammazzando.
    Lo stava ammazzando dentro.
    E lui si lasciava ammazzare e crocifiggere per un suo sorriso, per un altro abbraccio, per un altro sguardo... per un'altra volta, un'altra maledettissima ultima volta.
    Era fuori discussione che la amava... La amava più della sua stessa vita, tanto che avrebbe rinunciato anche ad averla per poterle stare accanto, perché per lui era tutto... La Donna per eccellenza...la sua amica la sua sorellina il suo amore la sua croce e la sua benedizione.
    Lei avrebbe potuto perdere qualsiasi cosa ma poteva star certa che non avrebbe MAI perso lui e il bene che le voleva.
    Eppure non bastava.
    Anzi.
    Per lei sarebbe stato meglio se a lui non fosse importato.
    E come poteva pretendere che a lui non importasse della persona più fantastica che avesse mai conosciuto?!
    Poco ma sicuro, quando le circostanze ti mettono davanti La Donna Perfetta non stai a farti tante domande e tantomeno stai a porti limiti, salti sul treno e ti fai tutte le stazioni ovunque ti portino, infili ogni paradiso e ogni inferno che lei ti mette davanti in quella corsa a perdifiato ai confini dei sentimenti.
    E frequentarla era esattamente salire su un treno... un ottovolante sospeso in mezzo alle Ande, molto spesso, dove non si poneva il problema di saltare in corsa o restare... ti aggrappavi forte a qualsiasi cosa e trattenevi il fiato reggendoti con tutto te stesso.
    E così aveva fatto, affascinato conquistato sedotto dalle attrattive infinite di quella donna indescrivibilmente intensa.
    Parcheggiò e rimasero ancora un pò a cantare sulla musica che lei gli alzava
    regolarmente a palla per potersi godere meglio il suo cantante preferito.
    "È un peccato che non esista qualcosa che ti permetta di portarti in giro nei locali dove vai la musica che stavi ascoltando in macchina, è un peccato interrompere quel fluire di sensazioni... Dovrebbero inventarlo,  no?".
    Lui rispose di sì e pensò:
    "Dovrebbero anche inventare qualcosa che unisca due persone che stanno vivendo allo stesso modo la stessa canzone anche quando sono distanti, così potrei non perderti mai...".
    Scesero e prendendosi per mano si avvicinarono alla loro meta.
    Ai tavolini all'esterno solita fauna un pò così, mentre loro li oltrepassavano ed entravano.
    Il barista li salutò con un sorriso e un cinque e iniziò a mescere il solito.
    Uscirono e cercarono un tavolino dove il loro amico avrebbe portato loro i bicchieri ben colmi.
    Si misero comodi, lei al solito come fosse una specie di rito estrasse e posizionò con un unico gesto deciso ma aggraziato il suo necessaire: pacchetto di sigarette accendino e immancabile cellulare.
    Quindi accesa la cicca ricominciarono la conversazione, quell'insieme di ricordi schermaglie pettegolezzi e novità che con lei riusciva sempre magicamente fra un bicchiere e l'altro, fra una tappa e l'altra.
    A volte se era più sciolta si lasciava andare e si apriva, e gli raccontava della propria vita, trascorsi, genitori, esperienze...
    Era sempre uno spettacolo vedere il suo visetto mimare confermare rafforzare i concetti che esprimeva, a volte con espressioni buffe quanto adorabili... era uno spettacolo sentire dalla viva voce di una persona così stupenda concetti così profondi.
    E lui era rapito come ogni volta dal come non meno che da quello e da chi lo diceva.
    Ogni tanto cadeva un attimo di silenzio, bevevano un sorso e lui le sfiorava la mano e sospirava per non ripetere quello che già sapevano entrambi avrebbe voluto dire.
    Gli piaceva quando lei gli parlava dei suoi... delle persone fantastiche che lui non avrebbe mai conosciuto ma che poteva indovinare speciali e fuori dal comune dall'ammirazione e dall'affetto con cui lei glie li descriveva.
    Avrebbe voluto poterli vedere almeno una volta per dire loro che figlia straordinaria avevano cresciuto... per poterli ringraziare di aver messo al mondo una creatura simile... anche adesso che quella creatura lo stava pugnalando lentamente.
    Ma il mondo non doveva sapere di loro, su questo lei era stata inflessibile.
    E così seguirono i bicchieri i discorsi e i silenzi, finché gli avventori iniziarono a diradarsi e la notte a farsi più fredda.
    Si misero stravaccati con le scarpe sulle sedie molto vicini, confabulando fitto, ricordando episodi del loro rapporto, posti in cui erano stati, cercando di scaldarsi un pò dall'aria cruda di fine Agosto.
    Iniziò a cadere una pioggerellina sottile e si strinsero nelle loro giacce leggere, si fecero più vicini e si presero sottobraccio, le gambe di lei incrociate a quelle di lui per cercare un pò di tepore.
    Ogni tanto rintoccava una frase come una campana funebre:
    "È tardi...".
    Ma sapevano entrambi che non ci sarebbe stato un dopo per loro, e quindi allungavano ancora un pò il momento di levare le tende.
    Molti bicchieri e molti discorsi erano passati dall'inizio della serata, i bus stavano ricominciando a circolare, era ancora buio ma i primi lavoratori iniziavano a sfrecciare nelle auto sulla strada di fronte a loro.
    L'alba non poteva essere molto lontana.
    "L'estate è agli sgoccioli... beh dai ci siamo fatti ancora quest'ultima estate,
    prendila come un regalo, ricordaci così...".
    Aveva un'amarezza sempre crescente dentro mentre le teneva il braccio...
    L'amico stava iniziando a radunare i tavolini e chiudere le serrande, portò loro
    uno sgroppino, il bicchiere della staffa offerto dalla casa.
    Senza sapere a cosa i due stessero brindando veramente, l'amico brindò con loro il bicchiere dell'addio.
    Si salutarono, poi lui e lei si diressero verso la macchina.
    Accesero la musica e si misero a cantare da dove si erano interrotti qualche ora prima...sembrava una vita fa.
    Lui non se la sentiva di accendere il motore... le prese la mano.
    Si strinsero a lungo carezzandosi...
    "Non voglio..."-
    "Lo so...lo so...ma non possiamo...non posso...".
    Rimasero stretti a lungo, sempre quel profumo divino fra i capelli di lei dove lui affondava...
    Poi lei gli cinse i fianchi con un braccio e appoggiò le sue gote al ventre di lui mentre con l'altra mano stava intrecciata alla mano di lui che le cingeva la schiena.
    Con la mano libera iniziò a carezzarle il collo... le spalle... la schiena... mentre si sfioravano le mani lui lasciò lentamente che lei fosse vinta dal sonno e la cullò finché riuscì a vegliarla, e quando intuì che si era addormentata piano lasciò che scendessero le lacrime che le aveva nascosto fino a quel momento, mentre le baciava il collo e le sussurrava tutto quello che da sveglia si sarebbe imbarazzata troppo a sentire... o forse che fingendo di dormire poteva fingere di non aver sentito.
    Le loro mani erano ancora intrecciate strette quando si svegliò fra i lunghi capelli della sua bella, raccolti da un lato in modo da lasciarle il collo scoperto, così bello profumato e sottile, e rimase fermo col cuore gonfio di tristezza ad aspettare che lei si svegliasse e ponesse fine a tutto questo chiedendogli di riaccompagnarla a casa.
    La accarezzò ancora e ancora delicatamente riempiendole il collo di baci finchè lei diede segno di essersi svegliata... ancora insonnolita continuò a tenerlo per mano mentre gli diceva:
    "È ora, mi sa...oooooh mamma mia che posizione imbarazzante, se fosse passato
    qualcuno avrebbe pensato che ti stessi facendo chissà cosa...!".
    Allora si abbracciarono, poi sempre tenendolo per mano lasciò che accendesse il motore e ricominciarono a cantare andando dietro al disco, le loro mani sempre intrecciate fra il petto di lui e le cosce di lei.
    "Cosa faresti al posto mio...se ogni momento...".
    Guidava molto molto lentamente, per ritardare il più possibile il momento dell'inevitabile.
    Era mattina ormai, una giornata grigia e livida, subito dopo l'alba, qualche gabbiano svolazzava fra le case, qualcuno aspettava un pullman, le strade erano quasi vuote.
    A ogni metro una parola del suo cantante preferito scandiva i loro ultimi minuti insieme, finché si ritrovarono ancora fermi davanti a casa di lei... sopravvissuti a un'altra notte.
    Tirò il freno a mano col cuore in gola, aveva cercato di prepararsi a quel momento ma niente al mondo può prepararti a perdere la persona più preziosa del mondo... soprattutto quando sa che daresti qualsiasi cosa perchè decidesse di restare.
    Sperò con tutto sé stesso in una specie di miracolo, ma il suo splendido angelo stava per volarsene a casa a dormire... senza di lui.
    Ci fu un lunghissimo abbraccio.
    "Cancella tutto.
    Cancellami.
    Cancellaci.
    Non deve restare traccia di noi.
    Fallo per me.
    Grazie... grazie di ogni cosa che hai fatto per me...
    Perdonami se puoi...
    Ma non posso restare... non posso".
    Non l'avrebbe mai cancellata...dal cuore dalla testa dalla pelle.
    Ci sarebbe sempre stato per lei.
    In questa vita e in tutte quelle che sarebbero seguite.
    Così pensava mentre saliva le scale.
    Mise le chiavi nella toppa e con ancora il profumo di lei addosso cercò di mettere del sonno fra quel momento e il dopo.
    Non gli era rimasto nient'altro da fare.

     

  • 06 febbraio alle ore 11:52
    Il killer silenzioso e i suoi nemici

    Come comincia:  
    Il killer silenzioso e i suoi nemici.
     
    Il Dott. Alberto Celli era un noto medico del Dipartimento di Biomedicina, Sezione Malattie del Metabolismo e Diabetologia di un noto Ospedale, di una delle tante città d’Italia.
     
    Di media statura, sui quarantacinque anni, magrissimo, stempiato ma con ancora i capelli del suo originale colore:castano.
     
    Un po’ ombroso, almeno all’apparenza, sbrigativo, ma forse anche gentile e soprattutto molto professionale e preparato.
     
    Adele non era certo obesa. Vantava un passato di linea perfetta, poi un cancro al seno, debellato ormai da dieci anni, una chemioterapia, all’epoca, una menopausa chirurgica, avevano mandato all’aria il suo metabolismo e così, si erano presentate vecchie eredità familiari su di lei: pressione alta, e diabete, con relativo ingrassamento della persona, esattamente 10 kg.
     
    I  controlli con il medico specialista si svolgevano ogni sei mesi in Ospedale.
     
    Quando era il “giorno” del controllo, Adele si presentava corredata di tutto: lista di almeno 10giorni con la misurazione giornaliera della glicemia, e analisi del sangue complete.
     
    Il primo “approccio” era la bilancia pesapersone, sempre quella grande digitale, che nell’immediato sentenziava a chiari numeri il peso esatto.. Adele però veniva da un passato di “magra” e nei suoi occhi e nel suo pensiero aveva solo in mente la sua vecchia linea, solo quella bilancia le ricordava la realtà. Sempre di carattere combattiva, prima di salire sul malefico strumento, si rivolgeva al medico dicendogli:
     
    -Dottore, che faccio, mi tolgo le scarpe, la cintura, il maglione, i gioielli, o fa poi le la tara?
     
    Il Dott. Celli, la guardava, facendo scendere gli occhiali sul naso, e poi le rispondeva:
     
    -Non vorrà che faccia una tara di 5kg. ?Monti sopra e mi dica quanto segna di peso.
     
    Però, a dire il vero il Dott. Celli non le aveva mai detto né che era grassa, né che doveva dimagrire di tot Kg., si limitava solo a segnare sulla sua scheda e ad aggiustare la cura.
     
    Era Lei, evidentemente, a sentirsi umiliata, dopo aver letto a caratteri grandi il suo peso, nonostante la ginnastica e le sue quotidiane passeggiate col cane.
     
    In quel suo nuovo appuntamento, in una giornata di pieno Maggio che sembrava assomigliare più al grigio Novembre, Adele sedeva in sala di attesa, leggermente in anticipo rispetto al suo appuntamento.
     
    Pensava…, a una delle ultime volte che aveva visto il Dott. Celli. Anche allora pioveva e Lui aveva sul volto un pallore molto sospetto. Lei gli aveva chiesto timidamente come stava e Lui, frettolosamente le aveva risposto che quel giorno non andava troppo bene.
     
    Poi le cose si erano svolte in maniera solita e quando Adele era tornata a salutarlo, dopo aver preso il consueto appuntamento per la volta seguente, non riuscì a trovarlo.
     
    Chiese ad un’infermiera dove fosse e Lei rispose:
     
    - Ha avuto un malore, è svenuto, ed un’ambulanza lo ha trasportato al pronto Soccorso, siamo preoccupati per il suo stato di salute, si teme un infarto in atto.
     
    Quando poi, la volta successiva lo trovò in forma e al suo posto di lavoro, sollevata gli chiese:
     
    - Dottore, ma l’altra volta, quando non si è sentito bene, non era niente di grave vero?
     
    Lui, con aria seriosa le aveva risposto:
     
    - No, grazie. Era solo aria in pancia.
     
    Adele per poco non scoppiò in una grossa grassa risata, poi pensò al suo killer silenzioso e rispose composta:
     
    - Meglio così dottore.
     
    La porta bianca si spalancò e Lui, leggermente invecchiato rispetto ai sei mesi precedenti e con qualche filo grigio alle tempie la salutò così:
     
    - Lei è dimagrita! Salga subito sulla bilancia.
     
    Adele sorridendo obbedì dirigendosi verso quel grosso strumento che sentenziava senza pietà, ma Lui subito:
     
    - Ma dove va? Quella è una bilancia per obesi, lei non è obesa ma semplicemente un pochino su di peso, salga sull’altra piccola pesapersone.
     
    Flebo di felicità per Adele che già vedeva la sua graziosa figura fasciata in un tubino nero.
     
    Doveva prendere molte pastiglie Adele, aveva molti “amanti noiosi”, non certo dovuti alla sua alimentazione, ma piuttosto ad un’eredità genetica di cui avrebbe fatto volentieri a meno, però quel Dott. Celli, ora le piaceva di più, così magro, pallido, certe volte scorbutico, frettoloso, ma in fondo anche Lui, nonostante la sua magrezza,la sua alimentazione probabilmente perfetta, senza sgarrare mai, aveva i suoi problemi e li stava combattendo come tutti.
     
    Adele lo salutò cordialmente e gli disse:
     
    - Quante pastiglie Dottore…
     
    Sempre sbrigativo Lui le rispose:
     
    - Non possiamo togliere niente, abbiamo raggiunto de risultati… non è poco, anzi… l’importante è raggiungere l’obiettivo.
     
    E le aveva già voltato le spalle.

  • 05 febbraio alle ore 17:49
    Sotterranea distrazione

    Come comincia: Sotterranea distrazione
     
    Vania lavorava in Pizzeria, faceva la cameriera, si guadagnava da vivere con questo lavoro, otto ore al giorno portando piatti ai tavoli, con antipasti, primi, pizza e dessert. Non era molto svelta nel servire i clienti, ma i conti, quelli sì, li sapeva fare bene e velocemente.
     
    Era carina, snella, una brunetta con la coda di cavallo, naso dritto e magro e occhi color nocciola che la facevano sembrare un dolce cerbiatto.
     
    Non le piaceva molto fare la cameriera, Lei era ragioniera e avrebbe voluto lavorare in un ufficio, magari in uno di quei grandi palazzi, dove gli impiegati scendendo a pranzo, venivano a consumare un piatto di pasta.
     
    Una volta aveva lavorato in un Ufficio presso un commercialista, ma poi Lui si era trasferito altrove e Lei era rimasta senza lavoro, così si era dovuta accontentare di quello che le era capitato: un lavoro onesto, a contatto col pubblico, scarpe basse un grembiule davanti, i capelli raccolti e su e giù con i piatti fumanti.
     
    Quel sabato sera la pizzeria era piena, per lo più ragazzi giovani e qualche coppia più matura. Tante chiacchiere, bottiglie di birra e lattine di coca cola.
     
    Stava proprio servendo una coppia di quarantenni: Lui alto, magro, con tanti capelli ondulati e solo qualche filo d’argento ai lati, Lei, una donna morbida e mielosa, messa in piega fatta da poco, con ciuffo ben phonato, vestito da boutique color verde smeraldo come i suoi occhi che brillavano al solo guardarlo.
     
    Vania ebbe un momento di fastidio, aveva problemi con la glicemia e troppo miele la faceva nauseare. Perfettamente professionale, prese le ordinazioni, sorrise e tolse la sua persona da quel tavolo velocemente.
     
    Un senso di nausea l’assalì d’improvviso, ma determinata nel suo lavoro, fece finta di non farci caso e servì alla coppia la loro fumante pizza. Lui, preso dalla compagnia della “verdona” le aveva appena rivolto un sorriso distratto, ma quasi subito la richiamò:
     
    “ Signorina, prego, con questi coltelli non è possibile tagliare la pizza, può portarci qualcosa che assomigli ad un coltello tagliente?” 
    “ Certo, rispose Vania, sorridendo ma infastidita e nauseata, arrivo subito.” 
    Vania voleva fare tutto velocemente, almeno per una volta, e mentre portava ancora due piatti fumanti di spaghetti all’astice, teneva i due coltelli con la punta rivolta in alto, ma il destino volle che appena arrivata al tavolo della coppia, inciampasse arrovesciando gli spaghetti in terra e drammaticamente uno dei due coltelli andò a centrare la parte alta dietro il collo di quell’uomo giovane e bello.
     
    La candita camicia si macchiò immediatamente di sangue, Lui accasciò la sua testa sul tavolo senza un lamento, mentre la donna gridava disperata. Nella frazione di un attimo nella sala ci fu un gran baccano: la gente si era alzata, urlava, Vania piangeva con le mani al volto. Il proprietario chiamò immediatamente l’ambulanza, ma per l’uomo non ci fu  più niente da fare e quando arrivarono i soccorsi era già morto, centrata la vena del collo, un lavoro che solo un chirurgo avrebbe potuto fare con tale precisione.
     
    Nei giorni che seguirono Vania rimase a disposizione della polizia. Di lavorare non se ne parlava, e poi, chissà se avrebbero ancora avuto bisogno di Lei.
    Era stata una disgrazia, d’accordo, ma chi l’avrebbe nuovamente assunta?
     
    Passò un po’ di tempo, Vania si guadagnava da vivere facendo le pulizie negli appartamenti, sbarcando così il lunario, sempre più triste e afflitta.
     
    Poi un giorno, sentì bussare alla stanza che aveva preso in affitto; era la proprietaria che con aria preoccupata, le annunciò la presenza della polizia.
     
    Le fecero molte domande, Lei all’inizio era smarrita ed i suoi occhi da cerbiatta facevano pena a tutti, poi, a mano a mano che la matassa si ingigantiva, soprattutto quando il Commissario le fece notare che Lei, quando in altri tempi, era bionda e con i capelli a caschetto era stata alle dipendenze dell’uomo morto in pizzeria, Vania diventò abile, aggressiva ed i suoi occhi color nocciola, assomigliavano sempre più a quelli di un puma dentro una gabbia.
     
    Diceva che non lo aveva riconosciuto, che era cambiato, che stava lavorando e che non aveva tempo né voglia di osservare i volti dei clienti, ma il commissario era sospettoso e le disse chiaramente che per Lui questo era un omicidio e non una disgrazia.
     
    Ma come poteva una ragazza così semplice, dolce, lavoratrice, avere la mente di una assassina? Poi, la precisione di quel coltello …, era da attribuire ad un chirurgo o …ad un esperto.
     
    Ce l’aveva quasi fatta Vania e stava preparando le valige per andarsene e dimenticare, sì, dimenticare quell’amore grande per quell’uomo che non l’aveva neanche riconosciuta…, era bastato un colore e un taglio di capelli diverso per annullarla completamente. Aveva avuto quello che si era meritato. Sapeva che frequentava quella pizzeria e si sarebbe fatta assumere anche venendo a patti col diavolo.
     
    Le donne abbandonate, soprattutto senza una motivazione chiara, quando sono innamorate possono essere capaci di tutto.
     
    Peccato che il Commissario, non avesse mai creduto alla sua innocenza, e che in ultimis, avesse scoperto il lavoro di anni della madre presso un Circo familiare  dopo che il marito, il padre di Vania l’aveva lasciata con una bimba di appena due anni,  trovando in quell’ambiente, conforto, protezione e amicizia,  facendo la “donna”  del lanciatore di coltelli. Vania, aveva sempre respirato la confidenza delle armi bianche, tanto da rimanerne affascinata; era stato proprio lo Zingaro Milock, che parlando col Commissario, rammaricandosi dell’assenza di Vania da anni, gli aveva raccontato di come all’epoca, la piccola,  avesse recepito bene l’arte di saperli lanciare alla perfezione….
     
    Impara l’arte e mettila da parte, dice un antico proverbio.
    Vania lo aveva fatto.
     

  • 05 febbraio alle ore 17:42
    La lucciola (insetto)

    Come comincia: La lucciola (insetto)
     
     
    Tutti conoscono quei piccolissimi insetti, che emanano luce nelle calde serate di maggio, fino all’estate. Brillano nel buio dei cespugli ed é difficile catturarle e poi perché mai? Sono così carine! 
    Personalmente sono affascinata dagli insetti e dal loro mondo, mi piace documentarmi e magari fare dei confronti, dei paragoni con la grande razza umana, alla quale, anch’io appartengo, sempre più complessa, complicata, e disturbata da se stessa.
    Intanto in questi insetti, ci sono delle differenze tra il maschio e la femmina, anche se il nome é lo stesso al femminile come al maschile.
    Ad esempio, solo il maschio può volare, e perché mai? Semplice, lui possiede le ali. La femmina invece, non conoscerà mai le gioie del volo, e rimane per tutta la sua vita allo stadio larvale, semplicemente perché non é dotata di ali ma solo di piccole squame.
    La lucciola femmina, preso atto di ciò, naturalmente si é organizzata per la sua sopravvivenza e si trascina con le sue sei corte zampette, come d’altronde ha pure il maschio, e trotta piano cacciando la sua preda. Forse non tutti sanno che le lucciole sono carnivore, e le furbette, si cibano di lumache e di chiocciole che cacciano esclusivamente di notte. Attraverso il loro bagliore, sono in grado di seguire la scia della loro preda, che viene morsa ripetutamente, alla testa. Tutto questo, finché sono alla stadio di larve. Essa ha un modo di cacciare, direi piuttosto singolare, infatti, prima di nutrirsi della sua vittima, la cloroformizza per mezzo delle due microscopiche mandibole ricurve ad uncino e sottili come un capello, ma evidentemente efficaci, dalle quali esce una specie di veleno, che non é immediatamente mortale, ma serve ad intorpidire la preda, alla quale continuamente, con brevi pause, essa insiste con questi buffetti che potrebbero anche assomigliare a smancerie, fino ad ottenere l’effetto desiderato, cioè la morte della lumaca. Ma la lucciola non mangia, nel senso che non seziona la carne in pezzetti per poi mandarla giù per mezzo di un apparato masticatore, essa si abbevera o meglio, si nutre di un brodetto leggero in cui ha ridotto la sua vittima, fluidifica la preda prima di nutrirsene e digerisce prima di consumare.
    Tutto questo brodetto é conservato sotto di essa in una specie di conchiglietta ed é talmente generosa che adora banchettare in compagnia con le altre lucciole, senza nessuna discussione, é insomma un vero festeggiamento, i convitati si alimentano tutti insieme. Una volta consumato il pasto, l’insetto si ritira e la conchiglia le rimane attaccata ma vuota, fino alla prossima caccia.
    Più tardi, cioè da adulte, non hanno più bisogno di nutrirsi, mentre l’uomo continua ancora a mangiare, anzi a dire il vero, lo considera uno dei piaceri principali della vita, e tutta la loro energia é impegnata alla riproduzione, e qui la razza umana, almeno una buona parte, con il tempo, ha fatto scelte diverse.
    La lucciola maschio, come tanti altri insetti, muore immediatamente poco dopo l’accoppiamento, un bel prezzo da pagare direi, mentre alla femmina le viene dato il tempo di deporre le uova, cioè un paio di giorni. Nell’autunno successivo sgusciano le larve che restano tali per due anni con l’unico obiettivo di nutrirsi e crescere.
    L’effetto luce da loro emanata é una reazione chimica, é comunque una luce bianca, cioé brilla ma non emana calore, a differenza delle “lucciole”, genere umano, che dietro compenso, generalmente da stabilire prima, vendono calore; per i nostri animaletti é un vero e proprio richiamo sessuale. Il maschio emana una luce più potente, la femmina, risponde, perché anch’essa dotata di luce ma molto più debole. Per questi incontri ci vuole il buio, senza questa complicità, non é possibile l’incontro fra i due sessi e di conseguenza la riproduzione delle medesime.
    Comunque, una cosa é certa, la comparsa delle lucciole sta a significare un buon sistema ambientale e ci possiamo fidare.
    Io, se posso, darei comunque un consiglio agli umani:
    - State attenti a ciò che produce bagliore, dietro buffetti innocenti, semplici solleticamenti, si potrebbero celare delle vere aggressioni; un po’ come dire, dietro un volto angelico, si potrebbe nascondere un serpente a sonagli. 
    Personalmente, non ne ho mai incontrati, serpenti a sonagli voglio dire, almeno non irriconoscibili, però…, nel corso della mia vita, ho ammirato qualche scorpione, addirittura ne ho pure sposato uno, ma non abbiamo mai banchettato col brodetto di lumaca.
     

  • 05 febbraio alle ore 17:39
    Falsità e Amicizia

    Come comincia: La Falsità dava in affitto le stanze ad ore. Era costretta a lavorare dopo aver sperperato tutto il patrimonio che una sua lontana parente le aveva lasciato, perché figlia unica e non maritata: la Dignità.
     
    L’Arroganza era la frequentatrice più assidua di quelle stanze bellissime i cui balconi  si affacciavano tutti sul mare. Poi c’erano loro, le due gemelle, bruttine a dire il vero, con quel lungo naso e le gambe corte e storte: le Bugie.
     
    Esse erano inseparabili, le trovavi ovunque come le zanzare d’estate, in ogni stanza; pensavi che se ne fossero andate e invece… comparivano in tutti gli angoli e la situazione era dubbia: o le stanze erano affollate da specchi, o loro si moltiplicavano, fatto sta che erano in due, ma sembravano dieci, cento, mille, e la cosa strana era che pagavano solo per due.
     
    E poi c’era lei:Ipocrisia, dalla parvenza bellissima, sempre stesa a prendere il sole, abbronzatissima,  tacchi alti in qualsiasi situazione, però, a dire il vero, a vederla  da vicino, non era proprio così bella. Innanzi tutto il sole, al quale non piaceva affatto, le aveva regalato, sotto quella perfetta abbronzatura, un bel solco di rughe, e poi…, puzzava di miscuglio di creme e profumi che sotto il sole estivo e cocente, evidentemente si squamavano. Comunque, bella o no, di sicuro alla fine, rimaneva sempre da sola.
     
    Quella tarda sera pioveva forte. Un temporale fine giugno, spaventoso. Il vento si era impegnato molto sbatacchiando gli alberi  e quelle povere barche sul molo, che da ore danzavano assieme alle onde, quando completamente bagnata e con le scarpe ormai andate, arrivò una fanciulla dalla bellezza e freschezza veramente rare: Amicizia.
     
    Subito Falsità  si preoccupò di darle una stanza e le raccomandò di fare una doccia calda per evitare di prendersi un malanno, ma già con occhio esperto ed attento aveva fotografato le linee perfette del corpo, che notevoli, si rivelavano attraverso i vestiti bagnati e incollati addosso.
     
    Le bugie si avvicinarono preoccupate e si offrirono di aiutarla nell’asciugatura dei capelli, ma sapevano bene che la corrente elettrica ancora non era tornata.
     
    Ipocrisia disse che non aveva mai visto una fanciulla così bella ed elegante in quell’albergo e si dichiarò pronta a cederle la sua camera se non ce ne fossero state di libere e adatte alla sua  persona, ma sapeva benissimo, che a parte le presenti nominate, quel luogo dalle camere a ore, era del tutto disabitato.
     
    Per cena, il vento prese a cessare, il mare si acquietò, il sole, un po’ scontroso prese ad uscire e come per incanto, il rombo di una macchina ruppe quel silenzio fino ad allora interrotto solo dal movimento delle posate e dei bicchieri, e scese Lui, dalla falcata lunga, decisa e allo stesso tempo delicata e sicura: Affetto.
     
    Affetto entrò nella sala da pranzo, tutte le signore presenti, sorrisero, e con gli occhi lo invitarono, ognuna al proprio tavolo, ma Lui,  cercava solo chi non vedeva in quella grande stanza, poi
    lo scricchiolio proveniente dalla scala, lo fece voltare di scatto, la vide, e subito le andò incontro:
     
    -Ho fatto il possibile per venirti a prendere con la macchina, ma sono arrivato alla stazione con notevole ritardo e tu eri già andata via, tuttavia non mi rassegnavo, ho chiesto informazioni ed ho capito che non potevi essere che qui.-
     
    Non ci fu nessuna risposta, Amicizia si era cambiata d’abito, tamponata i capelli con l’asciugamano e  ringraziando uscì con quel suo profumo naturale, sottobraccio ad Affetto.
     
    Signore e signorine, rimasero davanti ad una tavola ricca di pietanze ormai fredde, e mai come in quel momento, sentirono forte la presenza sottile di: Invidia.
     
    La falsità conosce molte fughe e sa nascondersi con abilità, l’amicizia, quella vera, rimane sempre al suo posto, anche se il farlo, dovesse comportare farsi un po’ male.
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 05 febbraio alle ore 17:34
    Fokker , immagini in volo

    Come comincia: La prima volta che ho volato in aereo avevo diciotto anni ed era un Fokker.
    La settimana dopo lessi che lo stesso era precipitato in Calabria.
    Pensai al disastro e alla morte di tanta gente, ma non formulai mentalmente la famosa frase: “Non volerò più”.
    Sono sempre stata più terrorizzata dalla “strada” e “dal mare”, considerando quest’ultima, una lenta e angosciante morte con dolorosa agonia; quella in cielo, penso che non fai in tempo a comprendere ciò che sta succedendo, che è già tutto finito.
    Ancora oggi, a metà della vita, continuo a prendere le ali di ferro e a volare nel cielo.
     
    Di recente sono stata a Las Vegas, il Paese dei Balocchi, io l’ho chiamato così, dagli Alberghi a tema, da favola, riproduzioni sognanti, perfette e tutti questi scenari si abbinano bene alla curiosità di tentare, almeno una volta nella vita, la fortuna ai tantissimi Casinò, tutti locati all’interno degli Alberghi.
    Sono arrivata a Las Vegas di notte ed ho potuto costatare la meraviglia delle luci, il luogo più illuminato del Mondo, e il via vai dei taxi, il lustro, i negozi aperti tutta la notte e il buio…, che è proprio inesistente. Tuttavia, a mio avviso, visitarla una volta nella vita, a meno che non si vada esclusivamente per il gioco, può bastare.
     
    Lo spettacolo indimenticabile, che ha addirittura sorpreso la mia fantasia è stato il Gran Canyon. Un piccolo aereo traballante, di una delle tante compagnie turistiche, ci ha accompagnato in questo giro entusiasmante.
    Mi sono seduta accanto al finestrino e non mi sono sentita per niente sicura,
    tutto precario, così almeno mi è sembrato. A parte noi italiani, che eravamo in sei, c’erano alcuni spagnoli che facevano fatica, data la mole, a stare seduti sulle “poltroncine”, il pilota, elegante e di colore ed il suo aiuto, una Signorina, altissima, magrissima, biondissima e pallidissima, ed erano tutto l’equipaggio.
     
    Ho subito pensato: “Speriamo bene”.
     
    Quando il velivolo si è alzato traballando, ho iniziato a guardare il cielo completamente azzurro e ad ascoltare con la cuffia le nozioni nella mia lingua.
     
    Sono stata subito rapita, mi sono persa nella visione spettacolare di quell’immensa gola creata dal fiume Colorado. Abbiamo percorso prima la parte settentrionale, dove si ritirano per settimane gli Indiani Navajos e a questo pensiero la mia fantasia si è accesa ancora di più.  Mi sono venuti in mente gli indimenticabili film western con il mitico John Wayne ed è allora che ho iniziato a vedere indiani a cavallo. 
     
    Li ho proprio visti gli Apaches, adesso non c’era più il silenzio di prima, sentivo i cavalli e le urla e Lui, il temuto e brutale Cochise, tutto pitturato da guerriero, le carovane, gli spari, il sangue e poi l’altro Grande Capo: lo storico Geronimo.
    Sono tornata indietro nel tempo, a quando giovanissima andavo al cinema con la mia famiglia la domenica e i film con gli indiani erano i miei preferiti, piangevo alle loro stragi e li ho perfino odiati, ma poi una volta visto “Soldato Blu”, un film che mi ha colpito molto e che ricordo ancora benissimo, ho capito che probabilmente la brutalità non ha colore, perché purtroppo è un bagaglio scomodo dell’essere umano.
     
    Quanta storia fra queste rocce, quanto sangue, quanta fierezza chiusa in seguito nelle riserve…, anche questo sono riuscita a vedere: gli Indiani osservati come attrazione per i loro costumi, eppure dietro ai loro occhi stanchi e rassegnati c’è una storia antica di tradizioni, di vita e di morte.
     
    La parte meridionale del Gran Canyon invece, presenta tutto un altro Mondo, un fascino variopinto e lussureggiante, bellissimo paesaggio che scorre tra le foreste di Kaibab sulla destra e l’orlo dell’abisso rosso sulla sinistra, poi il canyon si allarga e lascia ampio spazio al Colorado.
    I colori sono da mozzafiato, vanno dal giallo acceso al rosso fuoco.
     
    Traballando si ritorna al piccolo aeroporto e vedo un indiano vero, forse attrazione per fotografie, ha una bancarella, ed è lì che ho acquistato un braccialetto in pelle, con infilato un sasso particolare, grigio-verde, potrebbe assomigliare ad un occhio. Capisco che è un porta-fortuna, lo acquisto e lo metto. Mio marito e gli amici mi dicono che “puzza”, no,  odora di pelle, dico io  e ancora , col passare del tempo, profuma di Indiano, di Colorado, di Arizona, di Storiae spesso lo indosso.
     
    Fa parte di tante emozioni, vissute, fantasticate, immagini lontane eppure vicine, e stranamente le associo a quella ragazzina timida, diciottenne, a quel Fokker che non esiste più, a quanto tempo è trascorso da allora e a quanto cammino ancora avrei voglia di continuare a fare…, Buona Vita concessa,  permettendo.
     

     

  • 05 febbraio alle ore 17:32
    Il sogno di una sigaretta

    Come comincia: Il sogno di una sigaretta
     
    Non si può discutere sui sogni, desideri, fantasie. Ognuno possiede i propri ed è una questione di gusto, di crescite interne, di fantasmi, tutto soggettivo comunque. Questi abitanti della sfera interna appartengono sicuramente alla razza umana, visto che per quella animale é tutta una questione d’istinto, ma qui ci troviamo davanti al caso di Cica, una semplice sigaretta, eppure, anch’essa con un improvviso desiderio, quasi incontenibile.
    Filippo fumava, molto, aveva deciso di smettere almeno venti volte nella sua giovane vita e sempre, poi, ricominciava. Esisteva comunque un qualcosa per cui tornava a comprare le sigarette, sue grandi amiche.
    Era un bel pomeriggio di primavera inoltrata, il profumo dei fiori e dell’erba tagliata era nell’aria, ma Lui, considerando che era sabato, si recò in tabaccheria per fare la scorta anche per la domenica.
    Aprì il primo pacchetto e subito respirò a pieni polmoni quella sigaretta desiderata, visto che era in astinenza da due giorni. Appena aperto il pacchetto, Cica lo scorse subito e lì, se avesse potuto gli sarebbe saltata in bocca, ma Filippo scelse la prima a sinistra del pacchetto ed essa era nella fila di mezzo.
    Ogni volta che Filippo apriva il pacchetto Cica sperava che andasse a caso dalla fila e la scegliesse. Niente da fare, doveva aspettare il suo turno.
    Cica sapeva bene che non avrebbe fatto ritorno dentro il pacchetto, come non lo avevano fatto le compagne che erano state scelte e che quindi sarebbe stata poi schiacciata a terra.
    Ma aveva visto la sua bocca, quelle labbra carnose e grandi che racchiudevano una cascata di perle bianche,  il suo volto, i suoi occhi e quello sguardo che non avrebbe più dimenticato, anche se la sua vita, lo sapeva, sarebbe stata breve, ma vista da un’altra angolatura forse non proprio breve, contava infatti di rimanere a lungo attaccata alle pareti dei suoi polmoni e lì sarebbe rimasta vigile e in compagnia di tante altre.
    Iniziò a pensare a come sarebbe stato sublime il contatto umido al tocco delle sue labbra, a quanto sarebbe durata quella sensazione di fuoriuscita dalla sua bocca e non solo, si esaltò al pensiero della pausa tra un tiro e l’altro, dopo essere scesa come fumo dentro il tunnel nero della sua gola, rimanendo adagiata fra le dita di una mano bella, lunga, sottile, nervosa, dalle unghie perfettamente tagliate e curate per poi essere riportata nuovamente alla bocca; sperava solo di consumarsi lentamente.
     Improvvisamente iniziò ad agitarsi ed innervosirsi. Un pensiero tagliente s’impadronì di Cica: e se fosse squillato il telefono e lui l’avesse lasciata a spegnersi in solitudine in un posacenere? O peggio ancora se qualcosa l’avesse distratto improvvisamente, ad esempio una brusca frenata in macchina e l’avesse lanciata dal finestrino? No, assolutamente, Cica voleva il suo momento, lo desiderava, ne aveva tutto il diritto, era una sigaretta ed andava fumata fino in fondo.
    Era, come ho già detto, sabato sera, e Filippo, sotto la doccia si preparava ad uscire per la “sabatata”, discoteca, alcool, ragazze, musica, beh, Cica sperava anche di essere fumata in santa pace, senza neanche tanta confusione e fremeva in attesa di quel momento di delizia.
    In discoteca c’erano i soliti amici ed una gran confusione, tante ragazze, qualcuna di queste, anche carina, non era fra le conoscenze di Filippo ed egli fece in maniera di parlare programmando già un  bel film dentro la testa.
    Si conobbero, ballarono, bevvero e poi naturalmente uscirono fuori per un po’ d’aria e per fumare una sigaretta offerta ovviamente da Filippo. La ragazza si chiamava Adele e dal pacchetto scelse proprio Cica.
    La fumò come essa avrebbe voluto essere fumata: lentamente, con piacere e fino al mozzicone, poi, la spense gettandola in terra e schiacciandola col tacco fine ed altissimo.
    Povera Cica, aveva aspettato tanto…., era disposta anche a pagare un alto prezzo, pur di appoggiarsi alle labbra di Filippo, che le importava di essere stata accesa da quella ragazza che se lo mangiava con gli occhi…?
    Anche per gli oggetti, evidentemente, certe volte, la vita può essere perfida.
    Ma anche Filippo, poi non riuscì a vedere quel film che aveva in programma perché la povera Adele, piegata in due dal mal di stomaco e relative conseguenze poco piacevoli ed imbarazzanti, dovette essere riaccompagnata a casa quasi subito.
    Filippo non ne capiva il motivo, poco prima stava bene. Lei, oltre poveretta a lamentarsi per il dolore, iniziava pure a guardarlo con aria sospetta. Insomma, la situazione si era trasformata e non era più idilliaca come invece era iniziata.
    Improvvisamente la pioggia primaverile arrivò e generosamente tolse da Cica le impronte di rossetto rimaste, prese con sé le sue lacrime, lasciandola galleggiare nell’oblio di una pozza.