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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 26 aprile alle ore 21:21
    PIZZA DI TUTTE LE MISURE

    Come comincia: Loredana Giuffrida non era particolarmente allegra anzi non lo era proprio per niente, d'estate il caldo a Roma era fastidioso anche per una catanese come lei studentessa universitaria al primo anno della Facoltà di Medicina presso l'Università UniCamillus. Suo padre Alfio, vedovo, proprietario di supermercati a Catania, le aveva prenotato in affitto un appartamento in via Nomentana 391 vicino all'Università al fine di evitare che la vivace figlia usasse l'auto come in un circuito automobilistico, a Catania con la sua Mini Cooper non faceva altro che collezionare contravvenzioni stradali. La baby aveva appena licenziato il boy friend romano studente della sua stessa facoltà. Gigi Mancini detto 'er cédola', (aveva la non buona abitudine di essere uno scroccone), mostrava anche un altro difetto, era il tipo che voleva andare subito al 'dunque' senza il minimo romanticismo. "Brutto stronzo mi hai preso per un mignotta, vai a fare in culo!" E così una sera d'estate Lory, irata a' patri numi giunse dinanzi al locale di una grande pizzeria, sopra l'ingresso un cartellone particolare: 'Pizza di tutte le misure', scritta che ovviamente aveva portato molte persone a fare del facile umorismo ma che  aveva convinto Settimio Severo, il titolare a non cambiare denominazione, quella intestazione aveva attirato l'attenzione dei buontemponi che per il suo nome lo avevano soprannominato 'imperatore', l'interessato non aveva compreso il perché, a suo tempo aveva conseguito solamente la licenza elementare prima di emigrare a Roma dal natio paese Montecarotto in quel di Ancona. Michele Baldoni, suo nipote da parte di madre era ad un bivio, conseguito a Jesi il diploma liceale aveva due vie: iscriversi all'università oppure accettare la proposta dello zio di andare a Roma a fare il pizzaiolo. Non particolarmente attratto dallo studio e soprattutto per lasciare il paese di nascita accettò l'offerta e, imbarcatosi due giorni dopo a Jesi sul treno Ancona - Roma si presentò in via dei Parioli 81 dove lo aspettava lo zio. "È un piacere averti qui, sono stanco di questo lavoro, non ti dico tutte le mie patologie, da subito ti metterai all'opera, ti conosco come un giovane in gamba, imparerai presto il mestiere. Queste sono le chiavi, vai nel mio appartamento sopra la pizzeria, ci sono due camere per gli ospiti, ognuna con bagno, sistemati, domattina alle nove presentati al lavoro." Michele era entusiasta di abitare nella capitale, nella pizzeria aveva un sorriso per tutti i clienti, soprattutto per le clienti che con gli sguardi apprezzavano il fisico del giovane. Loredana una sera, incuriosita dal cartello della pizzeria entrò nel locale e trovò tutti i posti occupati, si guardò intorno, incontrò lo sguardo di Michele: "Signorina aspetti un attimo, un cliente ha appena pagato il conto e sta per uscire." "Poco dopo: "Che genere di pizza preferisce?" Intanto cercava di far girare la pasta in alto come un vero pizzaiolo napoletano. "Sono Michele Baldoni, lo consiglio una Capricciosa, non è un'allusione a lei, cercherò di non bruciare la pizza, sono ancora agli inizi come pizzaiolo, come bevande le sconsiglio quelle a base di Cola, preferibili le spremute." Sono d'accordo, gradirei un succo di melograni." "Vorrei aspettarla sin quando avrà finito il suo lavoro, si è fatto tardi e non vorrei fare brutti incontri." La giustificazione poteva essere accettabile, la verità era un'altra, Lory voleva una compagnia maschile di suo gusto, l'aveva trovata. A mezzanotte, abbassata la serranda Michele prese sottobraccio Loredana che non reagì, anche nella penombra era attratta dal viso mascolino del giovane ed anche dal suo profumo personale, "lo abito con mio zio Settimio in un appartamento sopra la pizzeria, dove ti debbo accompagnare, Ho qui fuori la Panda dello zio." "Via Nomentana 391". Giunti dinanzi al portone: "Ciao cara, quando vorrai sono a tua disposizione." Loredana era interessata al giovane ma per non apparire troppo 'facile' la prima volta lo salutò: "Quando avrò di nuovo voglia di pizza so dove trovarti." La ragazza, stanca di studiare la sera seguente ebbe voglia di pizza. "Caro sono Loredana, ho lasciato la mia auto davanti alla pizzeria, vienimi a prendere." Dopo mezz'ora Michele giunse davanti al portone dell'abitazione della ragazza, un inaspettato bacio in bocca l'accolse: "Ci speravo..."Dentro la pizzeria: "Zio stasera sono di libera uscita te la dovrai cavare da solo." Roma illuminata era agli occhi di Loredana veramente splendida, nella macchina di Michele stava abbracciato a lui quando squillò il telefonino: "Lory dove sei?" "In una Panda in giro per Roma." "Finalmente ti sei convertita ad un'auto normale." "Quando mai, ti sto rispondendo col mio telefonino tramite il bleutooth installato nell'auto del mio fidanzato." "Quale fida...fidanzato?" "Caro paparino non ti vuoi render conto che tua figlia sta crescendo, se lo desideri vieni nella Capitale, puoi portare con te la tua fidanzata." Quale fidanzata abbiamo lit...non ho fidanzate!" "Sei il solito, sai come raggiungermi, la Maserati ha il navigatore satellitare, non avrai problemi, a presto." Nel frattempo i due giovani erano diventati intimi, Michele la prima volta era stato molto delicato, aveva portato Loredana ad assaporare orgasmi deliziosi mai provati in vita sua, si stavano innamorando. Alfio aveva imbarcato la Maserati a Messina su un traghetto per sbarcare a Villa San Giovanni poi autostrada verso Roma. A metà strada chiamò la figlia col telefonino: "Cara questa autostrada è un disastro, doppi sensi di marcia, traffico a rilento, gabinetti degli autogrill sporchi..." "Papà non fare il lamentoso, non siamo in Svizzera, c'è qualche altro motivo per il tuo malumore?" "No o meglio si, ho una figlia che adoro ma che mi dà tante preoccupazioni." "Anch'io ti adoro specialmente quando metto mano alla carta di credito!" "Non fare la cinica, m'è venuta una preoccupazione non è che..." "Dilla tutta, ti piacerebbe diventare nonno?" "Che male ho fatto? La tua povera madre prima di morire mi ha raccomandato di..." "Non andiamo sul patetico, a Roma ti farò divertire, ho tante belle e disponibili compagne di università, spingi sull'acceleratore, stasera per festeggiare il tuo arrivo ti offrirò una pizza fatta dalle magiche mani di Michele." Alfio non fece più domande sino all'arrivo in via Nomentana dove dinanzi al portone l'attendeva la beneamata figlia. "Papà ti vedo stanco ed invecchiato!" "Mi sei mancata molto, che ne dici se mi trasferisco anch'io definitivamente a Roma?" "Che domande, sei e sarai sempre il mio paparino adorabile!" Entrando nell'appartamento della ragazza in camera da letto sul matrimoniale c'era un baby doli rosa molto corto. "Non è che avrai freddo con quella camicia da notte!" "Quando ho freddo mi strofino con Michele, contento...la camera degli ospiti è in ordine, Gaia la fantesca è brutta ma ordinata ed in cucina se la cava bene, diventerai un porcellino!" La conoscenza fra suocero e genero avvenne la sera successiva in pizzeria, solo una stretta di mano, i due conoscevano i rispettivi nomi. "Papà niente Coca Cola, equivale a tredici cucchiaini di zucchero, il diabete è dietro l'angolo!" "Una figlia rompi è davanti a me!" "Signor Alfio mi fa piacere la sua venuta a Roma così avrò qualcuno con cui dividere le paturnie di Loredana." Un tran tran si era stabilito fra i tre sino alle vacanze estive quando chiusa l'Università Loredana: "Papà è intenzione di Michele di tornare a Montecarotto dove il clima estivo è più fresco, ti aggreghi a noi?" "Mi sono informato, nelle Marche si mangia da Dio soprattutto salumi, cappelletti e formaggi." Il 'treno' delle due auto si mise in moto alle nove del due luglio, Entrata in autostrada al casello Flaminia est, prosecuzione sino all'uscita di Ancona nord poi Jesi, Pianello, Moje, Montecarotto. Arrivo in via Angeli, l'abitazione a tre piani era una ex casa colonica rimodernata. Al posto della stalla il pian terreno adibito a garage ed a deposito attrezzi, al primo piano tutti i servizi, al secondo camere da letto con annessi bagni. Nella mansarda una piccionaia dove tubavano tanti piccioni sia stanziali che di passaggio, era un albergo per volatili. I tre furono accolti con grandi feste dalla nonna Vincenza unica della famiglia rimasta in vita, nell'abitazione soggiornavano anche Beppina Ballarin una cameriera veneta arrivata non si sa come a Montecarotto, c'era anche la figlia Simonetta belloccia, ventenne che studiava all'Università di Ancona. Dopo le presentazioni ed i complimenti di rito pranzo per i sei preparato da Beppina informata via telefono dell'arrivo dei tre. C'erano armadi e letti per tutti, la notte un cielo stellato, lungo i campi tante lucciole (quelle vere) ormai quasi introvabili in campagna. Non mancava nemmeno la compagnia dei grilli col loro cri cri, le galline già da tempo riposavano nel pollaio. La serenità del luogo colpì soprattutto Alfio non abituato a vivere in campagna, il signore prese ad interessarsi a Simonetta chiedendole notizie sui suoi studi non omettendo di informarsi sui suoi fatti personali tipo: sei fidanzata, ti senti più veneta o marchigiana? Michele e Loredana 'ammiravano' da lontano la strategia del rispettivo padre e suocero. I polli la sera andavano 'a letto' molto presto come da detto popolare, la mattina avevano la non buona abitudine di dar la sveglia a tutti al sorgere del sole soprattutto i galli, con i loro ripetuti chicchirichì non prevedendo che presto sarebbero finiti in pentola! Simonetta ricordò ad Alfio un verso di Dante: 'Temp'era dal principio del mattino.' Beppina e Simonetta avevano preso a confezionare i famosi cappelletti che più tardi finirono in pentola cotti nel brodo del povero gallo. Venne l'autunno, il clima di Montecarotto divenne più frizzante, un gran caminetto riscaldava la sala da pranzo, serviva anche a cuocere la cacciagione che un paesano vicino di casa gentilmente regalava loro, sul fuoco c'era anche una pentola con della polenta (memento della veneta Beppina) e al girarrosto tanta carne di pollo, per i galli quell'abitazione era proprio funesta! La sera a letto? Problema risolto con il prete e con la monaca, niente di quanto dicono i due termini: il prete era una costruzione in legno con quattro assi uniti da due quadrati pure in legno, su quello inferiore veniva posta la 'monaca', un contenitore in argilla con dentro della brace per riscaldare le lenzuola. Molto era mutato nel menage della famiglia 'allargata', Simonetta e Loredana frequentavano l'università di Ancona accompagnate a turno da Michele o da Alfio con la Maserati. Un giorno Alfio comunicò via telefono a Peppina che aveva avuto un guasto all'auto e doveva gioco forza rimanere ad Ancona con Simonetta. Così iniziò la 'storia' fra i due, ormai nessuno faceva più tanto caso alla differenza di età fra i due conviventi, Alfio fece di più, A Montecarotto aprì un supermercato approvvigionandosi sia con merce locale che con prodotti famosi. Ebbe un gran successo anche in campo personale, durante il pranzo natalizio annunziò la sua prossima paternità con grandi battimani da parte dei presenti. Mancava solo nonna Vincenza che, secondo il sacerdote che in chiesa aveva celebrato il funerale aveva reso l'anima a Dio. Michele da buon ateo si domandò cosa ci facesse il Signore di tante anime bah...A Settimio venne il magone pensando alla sua Roma, d'impulso prese la decisione di ritornare nella capitale con Simonetta e col figlio Romolo. Cedette la sua pizzeria alla quale il nuovo proprietario di guardò bene dal cambiare nome, era diventata un'attrazione. I tre talvolta si recavano in pizzeria ma il sapore della pizza non era lo stesso di quello di una volta di 'quando c'era lui', questo pensiero gli ricordò un detto nostalgico fascista.

  • 26 aprile alle ore 18:35
    IL PORNO ATTORE

    Come comincia: La professione o mestiere che dir si voglia del porno attore non viene esercitata in Italia per motivi vari, non ultimi il divieto non scritto ma sottinteso politicamente da parte dei ‘bacarozzi’ vaticani sempre pronti a parlare di moralità  dimenticando gli scandali di pedofilia dei suoi componenti. Alberto Minazzo trentacinquenne era un porno attore, il suo ‘teatro di posa’ si trovava in Cecoslovacchia, a Praga ma quando era libero dagli impegni di ‘lavoro’ ritornava nella città natale. A Roma si sentiva euforico, il soggiorno romano era per lui la panacea delle scocciature giornaliere. Proprietario di un trivani in via SS.Apostoli ereditato dai genitori faceva la vita di Michelaccio: mangiare, bere ed andare a spasso, pensava a risolvere tutti i suoi problemi di casa Elvira la portiera peraltro ben remunerata. Una mattina in via Anagnina: “È lei il signor Alberto Minazzo?” “A sua disposizione signorina, in cosa posso esserle utile?” “Signora, sono Alessia Buonavolontà, una inviata della rivista ‘SETTE’ stampata qui a Roma, dovrei farle un’intervista, lo so è una noia, anche per noi giornalisti, solite domande retrive a cui avrà risposto tante volte per non parlare delle foto tutte uguali come stile: sorriso degli interessati a trentadue denti, altre di profilo tranne che per i possessori di nasi lunghi, in  questo caso inquadrature prese dal basso, per le orecchie a sventola uno scotch per farle avvicinare alla testa, per la bocca in dentro del cotone posto sotto le labbra.”  ” Proviamo allora a cambiare, le domande le faccio io, quante volte alla settimana scopa con suo marito?” “Che sta dicendo, sono in diretta col giornale non posso cambiare la conversazione!” “I lettori potrebbero essere curiosi di sapere da chi provengono le notizie ed avere anche delle  foto ‘significative’ dei corrispondenti soprattutto se si tratta di femminucce alle prime armi come lei, la vedo in crisi.” Staccata la diretta: “Mi sto riprendendo, d’altronde devo farmi le ossa! Penso che lei sia la persona giusta in quanto a faccia tosta!” “Andiamo in una trattoria tipica romana situata qui vicino, “Da ‘Sugamelo’ è un soprannome del padrone del locale,  il vero nome è Gigetto Nuvolari, nulla a che fare col campione automobilistico, poi si renderà conto del perché quell’eccentrico nome del locale.” All’entrata: “Carissimo, ancora una volta hai colpito, stavolta proprio nel centro, beato te cui piacciono le donne! Il solito menù afrodisiaco ma a te non occorre!” “Perché viene a mangiare qui, ci sono tanti  altri bei posti…”Mi piace essere sincero, Gigetto non mi fa pagare e il locale è frequentato da tanti suoi ‘colleghi’ spassosi, si prendono per il culo fra di loro, nel senso che si prendono in giro, hanno il senso dello humour e poi guardali come sono vestiti, puoi scattare delle foto da inviare al giornale, sono uniche, farai un figurone.” Alessia fece il figurone previsto da Alberto, il giornale quella settimana andò a ruba soprattutto per le foto spassose e particolari, Alessia telefonò ad Alberto  per ringraziarlo dei suoi suggerimenti, mio marito Oronzo Cassano è pugliese, è impiegato alla Agenzia delle Entrate, se lei è d’accordo una domenica sera possiamo andare a cena insieme, stavolta il locale lo scelgo io, il mio direttore dopo il successo dell’ultimo numero vuole servizi particolari, fuori del comune, soprattutto di sesso, andremo al ‘Vello d’Oro’. Oronzo Cassano, pugliese, fu presentato dalla consorte ad Alberto, il locale prescelto era situato in una stradina laterale del Lungotevere della Vittoria, un’entrata a vetri colorati illuminata da tre  lampioncini ‘patriottici’ colori bianco, rosso e verde, di lato una scritta eloquente.‘È severamente vietato l’ingresso ai minori di diciotto anni.’ A far rispettare il divieto una specie di gorilla fatto uomo dalla folta barba e con alla cintura un manganello, controllava i documenti dei clienti che volevano entrare nel locale. Al guardaroba si depositavano sia i cappotti che mille Euro per la cena spettacolo compreso, ricevuta fiscale? Sconosciuta. Rivolta al marito:“Caro lunedì c’è lavoro per te.” “Io mi limito a fare una segnalazione alla Finanza, il resto del lavoro lo fanno loro.” Cena di buon livello servita a tavola da una cameriera in topless, la macchina fotografica fu da subito sequestrata ad Alessia che però si era scaltrita, aveva acquistato una piccolissima fotocamera una ‘Minox’ con zoom con cui riuscì a riprendere un po’ tutto il locale e soprattutto lo spettacolo. Alla fine del pasto musica brasiliana in sottofondo, entrata di bellissime donne sempre in topless che iniziarono a ballare  fra di loro, finale inaspettato, due delle danzatrici avevano qualcosa in più, un ‘batacchio’ peraltro di notevoli proporzioni, visione breve, le ballerine, trans compresi si ritirarono coperti di applausi. “Caro oltre la Finanza bisogna avvertire la Polizia!” “I finanzieri sono anche agenti di Polizia Giudiziaria, penseranno a tutto loro.” Ormai la strada giornalistica intrapresa da Alessia non poteva essere abbandonata,la signora pensò bene di mettere a frutto un ‘vizietto’ di suo marito, non quello del film ma l’abitudine di Oronzo al voyerismo, far masturbare la consorte e poi seguirla nello stesso campo. Alessia propose una triologia, tradotto lei ed Alberto a sollazzarsi sessualmente, Oronzo a far da spettatore masturbandosi e scattando anche delle foto significative alla  consorte ed amante, lui ogni tanto entrava in scena con una maschera in viso. Considerata la sua professione era d’obbligo non farsi riconoscere soprattutto dai coinquilini di via XX settembre. Alberto, a digiuno da vario tempo alla nudità di Alessia rispose con un’alzata non di scudi ma di un ‘ciccio’ mostruoso agli occhi della signora che si limitò a dare direttive sessuali: “Prima il clitoride, solo dopo un mio orgasmo la penetrazione, sii delicato col quel cosone…” Alberto trovò un clitoride piuttosto grosso, fuori del normale e dire che lui in quel campo ne aveva di esperienza, Alessia lo meravigliò ancora con orgasmi ripetuti e lunghissimi, molto probabilmente il marito  la lasciava insoddisfatta. All’ennesimo orgasmo: “Cara non è che poi ti senti male!” “Ma quando mai, ho un record di undici, siamo solo a cinque!”Nel frattempo Oronzo aveva ripreso il vizietto preferito, si stava bellamente masturbando, la macchina fotografica con congegno di autoscatto intervallato  stava riprendendo tutti e tre. Alberto pensò ad una foto particolare al clitoride di Alessia ‘immerso’ in un mare di pelame, una foto fuori del comune che ancora una volta piacque sia al direttore che agli acquirenti della rivista. Alberto aveva l’arte fotografica nel sangue, propose  un servizio notturno sulla spiaggia di Torre Astura vicino Nettuno, spiaggia con  sabbia dorata nei pressi di  una pineta. Alessia protagonista senza vestiti  ma non il solito nudo, doveva Oronzo doveva riprendere con varie pose la signora impaurita che sfuggiva alle voglie di un sadico  ben ‘armato’, Alberto. “Caro la volta passata ho visto le stelle nel senso che non avevo mai provato un ‘batacchio’tanto grosso, non si lamentano la ‘attrici’ con cui lavori?” “Figurati, per guadagnare di più si girano anche di spalle.” “Vuoi dire nel popò?” “Esattamente tu che ne diresti?” “Pensiamo al servizio fotografico. Primo scatto: Alessia passeggia lungo la battigia vestita, secondo scatto le si avvicina un uomo che cerca di convincerla ad un rapporto sessuale, terzo scatto la donna cerca di scappare inseguita dal sadico, quarto scatto, il sadico la raggiunge e le strappa i vestiti, quinto scatto la donna nuda  mostra le sue nudità dotate di forte carica erotica, sesto scatto particolari del viso piangente con in risalto la fica ed il culo, settimo scatto arriva un cavaliere e la salva mettendo in fuga il sadico, ottavo scatto: finale sessuale fra i due. Il direttore ancora una volta apprezzò quelle foto che avevano maggior impatto sui lettori meglio di una ripresa cinefotografica. Il soggiorno a Roma di Alberto volgeva al termine, la notizia sconvolse Alessia che si era innamorata di lui. “Cara hai sempre saputo qual era la mia professione, in Italia non posso lavorare.” “Io non posso stare lontano  da te, vorrei seguirti a Praga.”  “In Cecoslovacchia la vita è difficile, non conosci la lingua, non potresti lavorare, io guadagno bene ma devo pensare anche alla mia vecchiaia, nessuno è più patetico di un ex attore porno!” “Nascerà una nuova coppia del porno internazionale, posso truccarmi alla grande, so scopare pure alla grande…” “Dovresti talvolta cambiare uccello…” “Non sono ancora così aperta di idee, a proposito di idee che ne diresti  di andare in Puglia, acquisire la residenza in una villa di mio marito, all’inizio potremmo portare con noi un uomo ed una ragazza giovani per girare pellicole porno, come copertura farli risultare  camerieri, accontenteremo anche Oronzo, lui da me accetta tutto, ha amici in alto grado e potrebbe farsi trasferire in un ufficio vicino casa sua a Lecce, gli farò tante coccole da convincerlo.” Le coccole funzionarono. Silvia e  Valerio due ventenni borgatari romani, invitati  ben remunerati a girare film porno,  pur di uscire dal loro ambiente  accettarono entusiasti la proposta: vivere agiatamente in una villa sul mare facendo quello che erano abituati a fare gratis.
    Alessia conobbe  altri ‘volatili’ di giovani meno grossi ma  molto performanti: ‘Juventus semper vincit’, non si trattava della squadra di calcio…

  • 26 aprile alle ore 18:12
    UN SOGNO REALIZZATO

    Come comincia: Rosina aveva aperto gli scuri in camera da letto con la conseguenza  svegliare Amos in pieno sonno, il signore senza aprire gli occhi si ricordò che era domenica, poi guardò la sveglia, erano le sette, ancora imbambolato santiò alla grande, guardando la moglie colpevole del ‘misfatto’: “Vorrei sapere che c’è di tanto importante, nemmeno di domenica…”  “Se si realizzerà il  sogno che ho fatto cambierà la nostra vita completamente!” “Sarà il solito tuo castello in aria, mó che mi hai svegliato…” “Mi è apparsa Ilena la tua ex moglie sorridendente… “ “Ma è morta tre anni fa, lo sai quali erano i nostri rapporti.” “Mi è apparsa su una nuvola e meraviglia delle meraviglie mi ha dettato  sei numeri dell’Enalotto, saremo ricchi!.”  “Amos mise la testa sotto il cuscino: “Ne riparleremo a tavola.” poi di nuovo in compagnia di Morfeo. Rosina aveva in casa degli stampati dell’Enalotto, ne riempì uno con i numeri secondo lei dettati dalla defunta  e la consegnò al marito come un  sacra reliquia. “Mi raccomando non la perdere, domattina, prima di andare in banca giocalo dal nostro tabacchino, dammi notizie per telefono!” Amos della  storia dell’Enalotto ne aveva piene le scatole, entrò direttamente nel suo ufficio al Capital Credem di Roma e si mise a sfogliare le carte che erano sul suo tavolo. Prendendo in mano il portafoglio  si accorse della giocata non effettuata, era passata l’una e mezza, esercizi chiusi e sicura rottura di scatole della poco gentile consorte. Imboccò la moto in cerca di un tabacchino aperto, girando per la città né trovò uno che stava per chiudere, fu accontentato malvolentieri dal titolare che nemmeno lo guardò in viso…evitata una rottura dei cosiddetti. Giunto a casa in ritardo: “Ero in pensiero, pensavo ti fossi dimenticato, hai sempre la testa fra le nuvole!” La cedola venne conservata da Rosina dentro una cassetta metallica che Amos non aveva mai visto, alla sua faccia meravigliata: “Caro bisogna pensarle tutte, se la casa prendesse fuoco…” “Cara mi tocco le palle e finiamola con stá giocata all’Enalotto, domani controllo il Messaggero e poi la storia finirà!”  Era Amos che ogni giorno acquistava il giornale, in ufficio fu  invitato da un collega prendere il caffè e poi uno sguardo alle vincite. ‘Enalotto €.36.24.82.10.23.68,un solo sei. Amos ricontrollò i numeri, alcuni sembravano quelli da lui giocati ma non ne era sicuro, mise da parte lo scontrino e telefonò a Rosina: “Cara ti dètto i numeri sorteggiati ieri per l’Enalotto sono:‘------‘. Un urlo dalla’altra parte del telefono, Rosina sembrava impazzita: ”Sono quelli che abbiamo giocato noi, quanti sei sono usciti?” “Uno solo…” Forse la cornetta telefonica era caduta di mano alla signora, la conversazione fu interrotta. “Direttore mia moglie non si sente bene, col suo permesso torno a casa.” Amos notò la porta del suo appartamento aperta, dentro casa trovò i due amici Morgana e Orazio che abitavano nel suo stesso palazzo, Rosina sdraiata sul letto ad occhi chiusi. “Cara sono  Morgana, apri gli occhi, debbo chiamare un dottore?” Rosina fece segno di no e pian piano riprese i sensi poi rivolta al marito:”Fammi vedere il giornale.” Soddisfatta del riscontro effettuato: “Riporrò la schedina in una cassetta di metallo.” Amos era in quella circostanza l’unico rimasto freddo, non che quel mucchio di soldi non lo interessasse ma non era il tipo da sceneggiata, andò a chiudere la porta d’ingresso e: “Amici miei a questo punto ci vuole tanta calma, innanzi tutto speriamo di non essere assaliti dal solito nugolo di cronisti in cerca di notizie e di foto e secondo potremmo  avere addosso tanti amici e parenti bisognosi di quattrini, la nostra vita diverrebbe un inferno!” “Si fece vivo Orazio: ”Il ricevitore dell’Enalotto potrebbe riconoscerti e in qualche modo ricattarci per non diffondere i tuoi dati somatici.” “Non penso, sono andato da uno mai visto, penso che non mi riconoscerebbe nemmeno vedendomi, ad ogni modo mi metterò in ferie e resterò a casa.” Orazio era titolare di uno studio legale, in verità aveva pochi clienti in quanto,  non era tanto grintoso in tribunale da impressionare i giudici e spesso perdeva le cause e conseguentemente i clienti. Stavolta l’avvocato si mise di buzzo buono e risolse tutti i problemi burocratici. Fece passare i prescritti sessanta giorni dalla pubblicazione delle vincite in ricevitoria poi in compagnia della moglie e dei due amici decise  di recarsi presso l’ufficio convenzionato della Banca Intesa San Paolo ma non in quello di Roma, preferì per motivi di riservatezza quello di Torino sede principale.  Una mattina i quattro presero il treno Freccia Rossa per Torino, Rosina stringeva a se la preziosa cassetta, partenza ore sette, arrivo ore undici alla stazione di Porta Nuova. Mezz’ora di taxi e poi entrata nell’ufficio del direttore che, ascoltata la richiesta di Rosina e visionata la cedola della vincita si mise a disposizione chiedendo alla signora di riempire un mucchio di moduli. Alle quattordici, orario di chiusura dell’ufficio l’ingente vincita era già stata accreditata a Roma sul conto corrente di Rosina e di Amos presso il Capital Credem. Stretta di mano finale e poi entrata presso il vicino albergo ‘Le tre Madame’, dinanzi all’ingresso ‘troneggiava’ il solito portiere in livrea, sembrava un generale. Entrata nel vicino ristorante ‘La Pergola Rosa’, Amos finalmente sfoderò un sorriso sottolineato da Rosina: “Finalmente ti vedo rilassato, forse non ti sei ancora reso conto che siamo ricchi, anche Morgana ed Orazio avranno la loro parte.” Tutti di buon umore pensarono bene ad appagare i richiami dello stomaco con un buon pranzo presso il vicino ristorante ‘La Pergola Rosa.’ Orazio ebbe una reminiscenza dei suoi studi classici: ‘Post prandium stabis, post cenam ambulabis’. Riposa dopo pranzo, passeggia dopo cena, decisero di restare a Torino anche la notte, la mattina dopo avrebbero visitato il Museo Egizio antico desiderio di Orazio sin dai tempi della scuola.  facendo sforzo sulla sua timidezza Amos :“Forse è la vincita all’Enalotto ma… vi comunico un mio vecchio desiderio mai appagato…o forse è meglio evitare…” “Rosina: “Fatti uscire il fiato, in questo momento ci possiamo permettere la qualunque.” “Vorrei passare la notte con Morgana…” Silenzio dei tre, dopo un po’ d’imbarazzo Orazio: “Se le due signore sono d’accordo io non mi oppongo.” L’aforismo: ‘Chi tace…’ Nessuno dei tre aprì bocca, Amos abbracciò moglie e Rosina, prese sottobraccio una stupefatta Morgana per infilarsi in una delle due camere matrimoniali loro assegnate.  Amos prese fra le mani il viso della futura amante e: ”Cara se non ti va dimmelo chiaramente.”  L’interessata pensando alla prossima donazione di denaro pensò bene di accondiscendere al desiderio di Amos, si recò in bagno insieme al futuro amante, dopo lavaggi alle parti intime i  due salirono sul letto matrimoniale.  Era ormai notte, spenta la luce la stanza era stata rischiarata  dal chiarore emesso di un sottostante lampione vicino al quale si erano stabilite delle giovin ed anche meno giovin dame che ‘vociavano’ perché ognuna pretendeva di essere la titolare di quel posto. Morgana aprì la finestra del balcone e: “Signorine buon lavoro ma noi vorremo dormire…” La  risposta non fu molto signorile, un ‘vaffanculo’ in coro delle ‘madamine’ che ripresero la ‘gazzara. Bocca di Orazio sul suo fiorello eccitato sin quando raggiunse un orgasmo.  sollevò la bocca non dal ‘fiero pasto’ ma dalle labbra ‘piangenti’ della amica gnocca  ma l’interessata: “Ti prego entra in fica e restaci a lungo, potremmo dormire in questa posizione!” Dormirono poco in compenso scoparono alla grande sin quasi la mattina quando bussarono alla porta della loro stanza. “Signori dovremmo fare pulizia!” Al bar si accontentarono di cappuccino con brioche, il pranzo era vicino. I quattro  si recarono in un vicino parco con fare indifferente. Orazio confessò  a Rosina  i suoi insuccessi sul lavoro causati dal suo carattere chiuso, Rosina col la praticità proprio delle femminucce si fece un’idea della situazione e: ”Torniamo a Roma, vediamo di sistemare la cosa.” I quattro di buon accordo decisero di dividere in ugual misura la vincita. Rosina: “Da domani ‘incipit nova vita’. Effettivamente la vita  di Orazio fu rivoluzionata: nuovo guardaroba con vestiti a scarpe alla moda, taglio di capelli rasati ai lati, al pian terreno sistemazione dello studio,  fuori una targa che riportava la scritta: Studio Legale dell’avvocato dottor Orazio, patrocinio gratuito per i non abbienti.”  I poveracci romani erano (e sono) tanti, ben presto lo studio si riempì di clienti, Rosina fungeva da segretaria. Orazio aveva acquisito un nuovo stile personale, più aggressivo e grintoso, in Tribunale fece fare una cattiva figura a due giudici. La situazione personale dei quattro cambiò nel senso inglese del ‘wife swapping’ senza nessun accordo verbale da parte loro, la ricchezza fa sorvolare su certe piccolezze. Dopo qualche tempo un rimpianto da parte delle consorti portò  al ritorno alle origini, insomma un husband  swapping intervallato dal wife swapping, in conclusione ….un gran casino.

  • 26 aprile alle ore 16:49
    LA MADONNA DELLA LETTERA

    Come comincia: Tutto si può dire dei messinesi ma non che non siano religiosi, perlomeno formalmente. La manifestazione   della loro devozione si esprime soprattutto il quindici  agosto di ogni anno durante la processione della Madonna della Lettera. Già nei tre giorni precedenti in piazza Castronovo degli operai innalzano un baldacchino, i cotali si sentono  dei novelli Michelangelo e, senza successo avevano chiesto al Comune un’indennità speciale per il loro lavoro. Intorno alla cerimonia della ‘Vara’(nome modificato di bara) c’erano molti interessi anche ‘pelosi’. Sino a pochi anni addietro era gestita da mafiosi che  ‘consigliavano’ chi dovesse tirare i lunghi canapi cui era agganciata quell’enorme macchina piramidale appoggiata a terra con scivoli in legno. È l’illustrazione dell’assunzione in cielo della vergine Maria, circondata da angeli, in procinto di raggiungere l’Empireo. Non manca  l’immagine di Gesù Cristo che tiene nella mano destra l’Alma Mater materna. Alla base la scritta: ‘Vos et ipsam civitatem benedicimus’, frase il cui significato è ignoto a molti messinesi. All’interno della macchina degli ingranaggi che fanno muovere i vari personaggi. Per rendere le cerimonia più significativa erano presenti le autorità cittadine con  il corteo  preceduto da quattro Vigili Urbani con  tanto di gonfalone comunale. Quello che più colpiva della processione era i ‘tiratori’ della Vara, tutti in camicia bianca ed a piedi scalzi e l’immensa folla che stazionava da piazza Castronovo sino alla Cattedrale. Non tutti erano interessati solo alla cerimonia religiosa, la sera abbuffata generale con piatti tipici: stoccafisso, baccalà  e  pesce spada molto apprezzati dai messinesi. Alberto Parisi era in mezzo alla folla, non che gli interessasse la cerimonia, appassionato di foto con la sua Canon riprendeva i personaggi più strani: quelli che si flagellavano (o facevano finta), altri in ginocchio che pregavano, alcune donne piangevano con alti lai. Un risolino ai lati della bocca di Alberto che, da buon ateo  anni prima era stato espulso da un collegio dei ‘Fratelli della Misericordia’ che miserdicordiosi non erano stati quando Alberto mise in dubbio che la vergine potesse vivere in cielo dove non c’era ossigeno. Altra ipotesi formulata da sempre da Alberto quella che fosse trasmigrata in cielo solo l’anima  ed allora dov’era il corpo? Queste ipotesi, confutate dai sacerdoti con giustificazioni speciose erano costate ad Alberto l’espulsione dal collegio.  Stanco della folla vociante, Alberto preferì trasferirsi in una strada laterale buia dove non c’erano persone, un po’ di quiete per le orecchie. Si accorse che fra due angoli di una chiesa due ombre si muovevano in maniera strana. Avvicinatosi, due ragazzi o meglio un ragazzo ed una ragazza si stavano dando da fare, lei piegata in avanti lui dietro a usufruire delle sue grazie. Al suo avvicinarsi il ragazzo scappò  più velocemente di uno scoiattolo, la baby rimase un attimo in posizione poi, visto che era rimasta sola e accortasi della presenza di Alberto, abbassò la gonna e prese a fare l’indifferente. Sono un maresciallo della Finanza, le tue generalità.” “Io non pago le tasse, ci pensa mio padre.” “Io sono oltre che ufficiale di Polizia Tributaria anche di Polizia Giudiziaria, ti contesto il reato di atti osceni in luogo pubblico e la devo portare in caserma.” “Quante storie, ti faccio un pompino e la finiamo lì.” “Brava, così sono io che finisco in galera per ‘omissioni di atti d’ufficio!’ “Tu non ci guadagni niente, io sarei nei guai, i miei genitori sono cattolici, si trovano  davanti alla Cattedrale, se venisse fuori questa storia immagina tu, se sei religioso faresti un’opera di bene…” Alberto alla luce dei fari di una macchina di passaggio vide bene  la ragazza, era veramente piacente, alta, longilinea, un faccino infantile, naso piccolino, tette anch’esse piccoline,   pensò ad un futuro erotico e: ”Va bene dammi le generalità.” “Sono Sofia Boccadifuoco.” “Sarebbe facile fare della facile ironia sul tuo cognome, lasciamo perdere, ti accompagno a casa, dove abiti?” “Non molto lontano, in via Colapesce, forse è meglio che raggiunga i miei, ci diamo appuntamento per un’altra volta, prendi nota del mio telefonino,  dammi il tuo.” Un bacio alla grande pose fine al dialogo. “Se questa scopa come bacia…” Alberto, preso dal lavoro scordò l’episodio, mentre era in verifica ad una ditta squillò il suo cellulare: “Maresciallo Parisi.” “Lo sai che non conosco il tuo nome.” “Adesso sai il cognome, nome Alberto, In questo momento sono al lavoro, oggi pomeriggio sono libero, chiamami alle tre.” “Bel maresciallo mi piacerebbe vederti in uniforme,  che ne dici di venire a prendermi sotto casa, con la divisa faresti un bell’effetto soprattutto su mio padre vecchio militare.” “Ho una Abarth 595 grigio argento, all’ora prestabilita sarò sotto casa tua.” Sofia era in strada che aspettava, fece un cenno di saluto ai genitori affacciati al balcone, ci teneva a far vedere con chi usciva, avrebbe evitato il solito interrogatorio sui suoi amici maschi. “Siamo quasi ad un fidanzamento ufficiale, ora voglio fare lo spaccone con i miei colleghi, andiamo in caserma in via Cannizzaro, voglio far morire di invidia un brigadiere in servizio alla porta.” Alberto partì alla grande ed alla grande si fermò dinanzi al portone della caserma con stridio di gomme. Si  avvicinò il sottufficiale non simpatico ad Alberto il quale quando lo vide in compagnia di una ‘sorcona’ rimase basito poi: “Lo sa che non può posteggiare qua.” “Un attimo, vado nel mio ufficio, faccio presto.” Il bar era aperto, entrarono, Alberto: “Paolo una acqua tonica, questa è Sofia.” Al barista gli occhi vennero fuori dalle orbite, non fece pagare la consumazione con tanti ringraziamenti da parte della ragazza. “Non ho capito che siamo venuti a fare all’interno della caserma?” “Per mostrare ai ‘derelitti’ le mie capacità rimorchiatorie.” Tutti i finanzieri di  guardia erano  vicino al portone d’uscita a rimirare la conquista del maresciallo Parisi: “Buon pomeriggio ragazzi.” Sofia furbescamente diede la mano a tutti sorridendo,  Alberto era al settimo cielo. “Cara vorrei portarti a casa mia in viale dei Tigli, sono celibe, nessun problema.” Prenotata per un’altra volta, devo raggiungere i miei, teniamoci in contatto.” Due giorni dopo: “Indovina chi sono?” “’’Na mignotta!” “Non pensare di potermi offendere, diciamo che sono libera di costumi, se sei a casa vengo con la mia Mini.” “T’aspetto.” Sofia era un buon ‘manico’, raggiunse il cortile dove c’era l’abitazione di Alberto  sceso in strada per farla posteggiare. C’erano in giro gli addetti alle pulizie. “Gigi sta arrivando una mia amica, per favore togli la tua auto dal numero dodici.” “Maresciallo non è il tuo posto!” “È quello del mio amico Gaetano che dopo la morte della moglie abita a Patti, raus!” Gigi malvolentieri spostò il camioncino appena in tempo per l’arrivo di Sofia con la Mini. “Maresciallo me lo potevi dire…” “Si ti dico: fatti i cazzarelli tuoi, sto scherzando sei sempre un amico.” Sofia in minigonna mini mini e blusa scollatissima fece restare a bocca aperta gli addetti alla pulizia. “Fra loro ci sono dei padri di famiglia, se a qualcuno viene un infarto…” “Esagerato, per un paio di tette e di cosce…” “Abito al penultimo piano entra in ascensore.” Sofia girò per tutta l’abitazione: “Complimenti per il buon gusto e la grandezza, quanti metri quadrati?” “Duecento, mi è venuta un’idea, dare una festa il pomeriggio di un sabato, vorrei che oltre ai  compagni di scuola ci fossero anche i tuoi genitori che ne dici?” “Sono d’accordo ma devi sapere che mia madre è molto religiosa, mio padre  si chiama Asdrubale ma tutti lo chiamano col secondo nome Vittorio, ha ottenuto la commenda e ci tiene a farlo sapere a tutti. Ha uno studio  di notaio a piazza Cairoli, ha gli occhiali spessi come un  fondo di bottiglia,  una segretaria che si può definire’La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte’ al contrario di tanti suoi colleghi pari età, insomma hai capito il tipo, regolati tu.” Il salone della casa di Alberto pian piano si stava riempiendo di giovani , per ultimo i due futuri ‘suoceri’ di Alberto. Vittorio una veloce stretta di mano al padrone di casa, Maria Luisa uno sguardo scrutatore. “Gentile signora spero di aver passato il suo esame, la vedrei bene come scrutatrice!” “Io sono prima di tutto una mamma, mi piace conoscere chi frequenta mia figlia, lei potrebbe essere il padre…” “Quindi nessun pericolo?”  “Non ho detto questo, da Sofia me ne aspetto di tutti i colori, spero nella sua buona stella.” Fra gli altri partecipanti c’era Lucio, quel cotale che la sera del quindici agosto era fuggito all’arrivo di Alberto. Sofia malignamente glielo presentò spiegando al padrone di casa chi fosse. Dopo un attimo di perplessità il maresciallo gli diede un buffetto sulla guancia: “Gira al largo da Sofia, è roba mia, fa pure rima.” Lucio vedendo la stazza di Alberto ben superiore alla sua fece un risolino e si rifugiò fra i suoi colleghi di classe. C’era un buffet alla grande, ognuno poteva servirsi a piacimento, solo bevande non alcoliche. Alberto si ritirò in cucina, la musica  rock era troppo alta per le sue orecchie. Fu raggiunto da Maria Luisa: ”Vorrei chiamarla solo Luisa, il nome Maria mi ricorda mia madre deceduta con mio padre durante un disastro aereo.” “Condoglianze anche se in ritardo, cambiando discorso cosa Sofia le ha raccontato di me?” “Tutto quello che è successo, le ho chiesto da sempre di essere sincera, di dirmi tutta la verità riguardo alla sua vita anche se tanti episodi…lasciamo perdere, posso chiederle che intenzioni ha?” “Rifacendomi ad un vecchio libro di dichiarazioni d’amore dell’ottocento: ‘Dal primo momento che l’ho vista’…è una frase un po’ di maniera e ridicola ma in questo momento non mi viene altro da dire…forse non ha capito, mi riferisco alla sua persona…” “Se ho compreso bene si riferisce a me?” “Esattamente, vedendo suo marito mi son fatto un’idea della sua vita sessuale, forse ci vorrebbe una scossa!” “Non sia ridicolo, non ho mai  cornificato Vittorio!” “There is alwais a first time!” Alberto preso da entusiasmo sessuale prese a baciare Luisa in bocca con gran meraviglia dell’interessata che non reagì…Nel frattempo il destino fece in modo di spingere Sofia a cercare Alberto e la madre, li trovò in cucina al culmine del loro approccio. “Mammina non sai quanto sia contenta in questo momento, Alberto ha la tua stessa età, io  cercherò non più l’avventura ma un mio coetaneo in gamba, finalmente potrò dar corso ad un tuo desiderio: diventare nonna ma sinora…” Un abbraccio ai due poi Alberto: “Ora che abbiamo il benefit di tua figlia andremo alla grande, quando potrai ci vedremo a casa mia, diventerà anche la tua e di Sofia, dimentica la teorie che ti hanno inculcato le ‘Ancelle Riparatrici’ nel cui collegio dove hai studiato. Nel mondo la responsabilità delle cattive azioni è dei singoli, le religioni sono state create dall’uomo per una sua necessità psicologica, rifugiarsi in esse nei momenti di difficoltà, fine del sermone.”Luisa rimase in cucina imbambolata con gli occhi fissi nel vuoto, in pochi attimi era stata rivoluzionata la sua vita. “Mammina capisco perfettamente il tuo stato d’animo, conosco Alberto sarà un eccellente compagno e soprattutto amante, torniamo a casa, stanotte dormirai male ma…dopo la cura di Alberto ‘nova  vita  tibi incipiam.”
     

  • 26 aprile alle ore 16:24
    I DUE GEMELLI

    Come comincia: Filiberto Palatino, pensionato,  aveva insegnato per trent’anni Lettere e Filosofia presso l’Università Tor Vegata di Roma. Una mattina presto si era vestito ed aveva preso l’autobus che normalmente usava quando era in servizio per raggiungere l’Università, forse un ritorno al passato. Una pioggia improvvisa l’aveva costretto a rifugiarsi nell’ingresso dell’istituto per poi recarsi nella sala convegno degli insegnanti in quel momento vuota. Quanti ricordi, appese al muro  foto che ritraevano a fine anno accademico docenti ed alunni frequentatori dei corsi. Si appalesò Luisella la segretaria. “Professore che piacere, l’hanno forse richiamata in servizio dopo tante assenze per il Covid?” “No, mi son trovato qui quasi senza accorgermene.” Mi dica com’è la vita da pensionato?” “Bugia o verità?” “La prima.” “Benissimo, non vedevo l’ora… Ho sentito alcuni alunni che si sono lamentati per il comportamento di un nuovo insegnante…” Filiberto si era commosso, un abbraccio a Luisella e via a riprendere l’autobus per rientrare a casa dove inaspettatamente trovò la moglie Aurore insegnante di lingue presso l’Istituto Cavour. “Non mi domandare perché son qua a quest’ora, una  alunna  ha la madre in quarantena per Covid, la deficiente genitrice aveva tenuta nascosta la notizia perché ‘si vergognava’, il preside l’è venuto a sapere ed ora anch’io sono in quarantena!” “Cara, come dicevano gli antichi il destino è superiore agli dei, consolati, metterò la mascherina anche in casa, farò da cuoco con la speranza di non avvelenarci, sursum corda!”  Aurore Arnaud era diventata la signora Palatino per una di lei scelta personale, aveva conosciuto il professor Palatino in occasione di un meeting della scuola parigina, dove insegnava, all’Università di Tor Vergata, praticamente era stata lei a corteggiare il docente che a sua volta era rimasto affascinato dalla bellezza della transalpina. Aurore in passato aveva preso a frequentare un certo Didier Morel che dalle indagini effettuate dal di lei padre risultò essere un macrò ‘amico’ di tante ‘signorine’ che lo sostenevano finanziariamente per far bella vita. Louis Russellì di lontana origine italiana, padre di Aurore, si fece trasferire dal Ministero degli Esteri francese quale attaché dell’ambasciata di Roma, e così finì fine la liaison di sua figlia. Filiberto dopo un iniziale entusiasmo sessuale aveva quasi smesso le sue prestazioni, la focosa consorte si era allora rivolta a giovani prestanti che sfacciatamente invitava a casa presentandoli al marito come ‘cugini’ anche se tali ovviamente non erano, Filiberto cercò di essere obiettivo, i venticinque anni di differenza erano troppi per sopportare i ritmi sessuali della consorte, fece finta di nulla anche se le solite gole profonde lo avvertivano regolarmente dei suoi problemi ‘frontali’. Accadde un fatto imprevisto, Aurore si innamorò di un amante occasionale, fece presente al coniuge la situazione, decise di lasciare il tetto coniugale e, insalutato ospite sparì dalla circolazione. Filiberto si meravigliò della sua reazione o meglio della sua non reazione, la moglie gli era diventata indifferente. Il suo vuoto fu ‘tappato’ in un certo senso dall’assunzione di Mariola Cicognani in qualità di cameriera tutto fare. La cotale, braccia strappate all’agricoltura, non più giovanissima, era pulita ed ordinata quello che serviva a Filiberto per avere una vita serena. Un avvenimento mutò l’esistenza di Filiberto: in passato aveva avuto modo di far amicizia con un  barbiere di origine siciliana tale Domenico Cantalamessa (sicuramente cognome imposto ad un suo antenato trovatello da parte di un ‘bacarozzo’ cattolico). Una mattina Filippo non era ‘in vena’, preferì recasi nel salone di Mimmo per farsi radere la barba. Invece del solito aiutante maschio si era presentata una ragazza mora, grandi occhi tristi vestita in maniera poco elegante, trasandata. “Sono Lisa Cucinotta” e prese ad insaponare il viso di Filiberto ma si notava subito che non era il suo mestiere, Mimmo se ne accorse, invitò un’altra ragazza a passar il pennello sul viso di Filiberto. Finita la rasatura Mimmo prese sotto braccio sia Lisa che Filiberto e li condusse nello sgabuzzino sul retro. “Amicu mio caru ista est ma nipote, vene da Palermu, l’ho dichiarata mia lavorante per evitare di avere camurrie con quelli dell’Ispettorato del Lavoro, dopo pranzo ti racconto tutto, annamo a magnà nella trattoria ‘da Checco’.” Lillo aveva un eloquio particolare, aveva l’abitudine di mescolare il dialetto siciliano con quello romano e con la lingua italiana. Al posto di Checco si era presentato un giovane distinto, ben vestito: “Sono Rambaldo, mio zio è ammalato, sono a vostra disposizione.” “Er coco sarà lo stesso, portace da magnà alla romana, ma nipote…insomma fà tu.” Rambaldo aveva guardato insistentemente Lisa che aveva abbassato gli occhi. La ragazza aveva molta iniziativa, si era iscritta all’ultimo anno del liceo classico Albertelli, a Palermo frequentava la stessa classe, aveva poi, sovvenzionata dallo zio, provveduto ad  abbigliarsi in modo elegante, frequentava un istituto di bellezza insomma era completamente cambiata. Talvolta andava a casa di Filiberto per qualche ripetizione rimanendo a dormire nella stanza degli ospiti. Un certo allarme mise sul chi va la il dottor Paladino che un pomeriggio: “Cara ti ricordi quel giovane che ci ha servito a tavola nel ristorante da Checco, aveva un nome strano mi pare Rambaldo…” “Se è per quello anche il cognome è particolare ‘Nolasco’.” Lisa aveva abboccato all’amo. “Si lo frequento, è iscritto all’Università in psicologia, appena diplomata penso che frequenterò anch’io nella stessa facoltà. Rirengo che sarà l’uomo della mia vita ma è ancora presto per capirlo, in passato avevo deciso di aver chiuso col sesso forte dopo la triste esperienza che ho avuto con il convivente di mia madre che una notte è venuto nella mia camera per avere un rapporto sessuale, alle mie grida è scappato. Vuoi sapere il parere di mia madre sulla vicenda? ‘La colpa è tua che indossi la minigonna, gli uomini sono fatti così!’ Non ti dico altro, sto cercando di cancellare l’episodio dalla mia mente.” Lisa a quel ricordo si era commossa, qualche lacrima subito asciugata. La storia ebbe un lieto fine, i due giovani si frequentarono sempre più da vicino tanto che Lisa un giorno mise al corrente parenti ed amici della sua prossima maternità, solo la madre fu indifferente alla notizia. Ciliegina sulla torta nacquero due gemelli cui fu imposto i nomi dei due padrini Filiberto e Calogero.  Col tempo i due bimbi accuditi amorevolmente un po’ da tutti dimostrarono carattere, e personalità particolari: dopo la poppata di rito, prima di addormentasi si facevano gran risate inscenando una specie di lotta dentro la culla, la notte niente pianti, due angioletti!

  • 26 aprile alle ore 16:00
    ALBERTO L'ATEO

    Come comincia: Solo di recente è scoppiato il ‘bubbone’dei preti pedofili che ha coinvolto un pò tutta la chiesa cattolica. Non che in passato non accadessero certi ‘fatti’ solo che venivano coperti per evitare scandali. A capo della chiesa di Roma oggi c’è un Papa che ha impostato il suo apostolato sull’anticonformismo in contrapposizione con i tradizionalismi che cercano ancora di far valere il loro pensiero. Papa Francesco un po’ fisicamente ‘acciaccato’ tiene duro, preferisce condannare apertamente la pedofilia che tanti guai ha portato alla Chiesa Cattolica, guai anche finanziari. Alcuni di noi si domandano perché ai preti cattolici sia proibito sposarsi  come permesso agli anglicani. Bisogna risalire sino all’anno 1022 quando Benedetto VIII al Concilio di Pavia ottenne l’obbligo del celibato per i sacerdoti, (forse il cotale personalmente non amava il genere femminile) errore umanamente grossolano in quanto non teneva conto del testosterone che circola nel corpo dei giovani maschi, anche cattolici che porta  alla pedofilia, fatto molto grave per il futuro delle  malcapitate vittime, al contrario,  come dicevo i preti anglicani e di altre religioni mettono su famiglia. Ho un ricordo quando  studente abitavo in una traversa di via Taranto a Roma. Tramite un mio compagno di classe,  figlio del portiere, venni a conoscenza che due sacerdoti, il lunedì mattina si presentavano in portineria e con la compiacenza del padre (ben sovvenzionato) uscivano in strada abbigliati  in borghese con in testa un cappello per nascondere la tonsura sorta di marchio sulla testa che allora attestava il loro stato clericale. Dove si recavano i due preti? Al più vicino casino dove delle disponibili ‘signorine’ distribuivano le loro grazie. La famosa legge Merlin per alcuni tratti era giusta perché antecedentemente le dame erano obbligate ad ‘andare a letto’ anche con uomini di non loro gradimento ma dal punto di vista pratico era sbagliata tanto è vero che dopo la sua entrata in vigore le ‘signorine’, non più controllate da un ginecologo distribuivano malattie veneree ai maschietti sprovveduti. Una gran disgrazia colpì la mia famiglia, mia madre passò a miglior vita per un male incurabile, mio padre, sempre in giro per l’Italia e per il mondo sud americano quale rappresentante di una importante ditta tedesca di medicinali, pensò bene di ‘mettermi in collegio’ ma quale collegio, una specie di prigione dove la disciplina era la prima materia di insegnamento. Al  ‘Citarelli’, nome fuori del comune di cui non sono mai riuscito a capire la provenienza, c’era come insegnante di religione e di assistenza spirituale il sacerdote don Agapito fanatico  che quando parlava della sua materia si infervorava a tal punto da diventare rosso in  viso, un fanatico integralista. Ciò  che soprattutto mandava in bestia il prete era  il risolino stampato sul mio viso che considerava un affronto alla religione ed alla sua persona. Una mattina don Agapito ebbe la non buona idea di imporre un compito in classe dal titolo: ‘I pregi della religione cattolica’. Iniziai lo svolgimento in maniera soft ricordando che nel mondo esistono centotrentasette religioni di cui sette cristiane tutte inventate dagli uomini in relazione alle loro esigenze spirituali e di razza. Poi inserii degli aforismi tipo: ‘La religione è un’illusione e deriva la sua forza dal fatto che corrisponde ai nostri desideri istintuali. – Freud’. ‘Non è necessario avere una fede religiosa, è sufficiente essere uomini – Dalai Lama’ – ‘Teologia:una collezione di risposte incomprensibili a domande senza senso’ – Voltaire - ‘Credo che  ci sia qualcosa di peccaminoso in qualsiasi fede. Gli essere umani non vogliono conoscere vogliono solo credere per abbandonare la loro individualità  e unirsi al branco.’ Martin Aramis scrittore. ‘Dio non esiste, esiste una ragione universale, c’è un nesso fra la ragione che governa il mondo e quella che governa la nostra mente’ – Eraclito. I seguenti aforismi sono in toto frutto della mia mente: ‘La religione è una patetica illusione a cui si aggrappano gli umani spaventati.’ ‘Dio è l’essere al quale rivolgersi quando si è tristi ed in cui rifugiarsi  nei momenti di difficoltà. L’idolo più grande mai creato dagli uomini.’ ‘Le religioni hanno la pretesa di imporre la loro dottrina all’umanità, sono solo tirannia ed imperialismo.’ ‘La religione è come l’omeopatia, funziona perché gli ingenui, i paurosi ed i complessati ci credono.’  Fui l’ultimo a consegnare il mio elaborato. “Vediamo il capolavoro che hai messo su.” Man mano che don Agapito leggeva il mio tema il suo viso cambiava colore, per ultimo mi prese per un braccio: “Dal direttore.” Per mia fortuna Fulgenzio Romano era il classico misoneista, non amava le novità spiacevoli, accettò con rassegnazione gli alti lai del prete, lesse il mio tema e: ”Don Agapito l’alunno ha citato degli aforismi anche di personaggi famosi, un suo diritto, lasci perdere.” Scornato al prete non restò che vendicarsi ordinandomi di uscire dall’aula ad ogni sua lezione di religione, io ben contento. Finalmente una buona notizia, il rientro di mio padre a Roma, ultima sua tappa Rio de Janeiro.  Andai all’aeroporto con il Maggiolino auto cui mio padre era molto affezionato malgrado avesse percorso tanti chilometri. Una novità non prevista: il genitore era in compagnia di due ragazze a me sconosciute, una bionda ed una mora, sembravano sorelle. “Ti presento Ninive e Melissa due farmaciste le ho portato con me dal Brasile per farle lavorare in Italia, hanno dovuto abbandonare il loro paese per motivi politici. “Papà dove mettiamo i bagagli?” “Arrangiarsi figliolo, arrangiarsi.” Io al volante della Volkswagen, il genitore e l due ragazze con un valigione ciascuno sulle gambe, nel picciolo bagagliaio anteriore due  valige di formato inferiore. Nel condominio di via Appia,  dietro il cinema Massimo l’attico di famiglia. Mio padre, non si sa come era riuscito ad acquistare un locale a piano terra che aveva adibito a garage, per Roma una fortuna. Al nostro arrivo una scappellata da parte di Gigi il portiere incuriosito dalla presenza delle due donne. La casa non  abitata da lungo tempo aveva bisogno di una pulizia generale, volevo interpellare il mio genitore per ingaggiare una ditta di pulizie quando, sorpresa, le due baby misero mano agli attrezzi che trovarono nel ripostiglio e cominciarono di buona lena a darsi da fare all’inizio in cucina per poi passare alle altre stanze senza proferir parola, erano veloci senza lasciar tracce di sporco. Alla fine del loro lavoro intervenne mio padre: “Ragazze siete una sorpresa piacevole, datevi una pulita poi andremo a cena da ‘Sora Lella’ una trattoria qua vicino.” La Sora Lella era la classica conduttrice di trattoria, larga di fianchi e dalle gran tette, non molto alta, sempre sorridente: ‘Chi viene da me ritorna sempre’ era il suo motto ma stavolta aveva qualcosa in più da dire:  ‘Hai fatto er colpo grosso, due al posto di una, per fortuna c’è tu fijio che te da ná mano!” La spontaneità aveva spinto le due brasiliane a parlare di loro: “Come sapete sono Ninive, il nome è un po’ fuori del comune, era di una mia nonna di origine italiana, siamo state coinvolte nella politica del nostro datore di lavoro contrarie al governo totalitario e repressivo di ogni forma di contestazione, il qui presente signor Armando ci ha aiutato e fuggire dal Brasile, gli saremo eternamente grate e cercheremo di ricompensarlo in tutti i modi.” Le due baby misero in atto la promessa, una mattina ritornarono a casa a bordo di una rossa fiammante Alfa Romeo Stelvio acquistata in un vicino concessionario di quella marca, era addirittura un modello ‘Quadrifoglio’ la più ‘spinta’ della casa. Melissa: “Anche se il signor Armando non intende mandare in pensione il suo ‘Maggiolino’ pensiamo che sia l’ora di affiancarle questo bolide italiano.” Lo stupore prese il posto della commozione, grandi abbraccia fra i quattro. Ti pareva che Gigi si facesse i fatti suoi: “Dottò sté due o sò milionarie o marchettare d’alto bordo.” “Ci hai azzeccato, metti da parte un bel gruzzolo di Euro e te le presento.” Messe al corrente delle ipotesi di Gigi, il portiere da quel momento divenne bersaglio di frizzi e lazzi delle due cariocas,  al loro apparire il cotale di rifugiava di corsa in casa. Restava il mistero da dove provenissero le ricchezze di Melissa e di Ninive, la Stelvio ad occhio e croce doveva essere costata sui sessantamila €uro. Compresi qualcosa sulle due brasiliane allorquando il pomeriggio del giorno dopo stavano guardando un programma  televisivo allorché  apparve un annuncio in cui si discuteva sulla cittadinanza onoraria conferita dall’Anpi di Padova al presidente brasiliano Jair Bolsonaro, molti avevano dimostrato la loro contrarietà alla consegna di quella onorificenza compreso il clero cattolico, le due ragazze discutevano sottovoce  e non riuscii a comprendere il loro discorso, quando mi videro smisero di parlare e spensero il televisore, un mio guizzo di intuito: erano delle patriote contro il regime di quel dittatore. Riuscii a piazzarle in una farmacia alla periferia di Roma, per spostarsi usavano la Stelvio. Melissa a cena espresse il desiderio di andare a Padova per andare al santuario di San Antonio venerato anche in Brasile. Per l’impaccio della ragazza nell’esposizione  compresi  il loro piano, far fuori il presidente brasiliano. Allontanatosi di casa mio padre le convocai nel salone, feci loro prendere posto sul divano, io su una sedia dinanzi a loro. “Gentili signorine sono venuto a conoscenza del fatto da parte di un giornale di destra brasiliano nel confronti del presidente in cui si ipotizzava l’impeachment di Bolsonaro, il giorno successivo il giornale chiuse i battenti ma i loro redattori ed impiegati giurarono di ucciderei il maledetto. “Ragazze a questo punto ho compreso il perché della vostra venuta in Italia, mi trovo in crisi, secondo la legge italiana dovrei denunziarvi all’Autorità Giudiziaria ed in primis alla Polizia altrimenti passerei per vostro complice nello stesso tempo non vorrei rovinarvi l’esistenza. Se doveste rendervi latitanti dalla targa della vostra auto sareste facilmente rintracciabili, stessa sorte se usate mezzi convenzionali, sareste segnalate all’Interpol e diventereste delle latitanti , l’unica soluzione ritengo sia quella di tagliare ogni rapporto con le persone che vi hanno chiesto di venire in Italia e…” Gelo da parte delle due, ” Ninive: “Sanno che siamo in Italia ma non in quale città, seguiremo il tuo consiglio.” L4 due ragazze misero in atto  la mia dritta e la ricambiarono con una rapporto sessuale notturno a tre, indimenticabile, rapporto che dura tuttora, mio padre ‘si arrangia’ con una teutonica venuta in Italia per dargli un mano nel lavoro nel lavoro.
     

  • 26 aprile alle ore 15:17
    PASSIONI E TORMENTI

    Come comincia: Giorgio Mascolo era nato da una coppia di persone originali o eccentriche che dir si voglia. I coniugi Angelo e Luisa Musmeci erano molto affiatati, si volevano un gran bene, si erano incontrati frequentando il liceo classico e da allora erano rimasti sempre insieme. Li univa anche il loro anticonformismo e  l’ ateismo  in una città come Roma dove il Vaticano dettava e tuttora detta legge anche se  alcuni dei suoi componenti predicano bene ma razzolano male. Era piuttosto strano che una coppia come la loro insegnasse  matematica e lingue  nell’istituto ecclesiastico ‘Santa Clarissa’ ma quello erano l’unico impiego che erano riusciti a trovare. I due non erano i soli insegnanti esterni alla scuola, c‘erano anche Ava Bobbin’s  brasiliana insegnante di educazione fisica. Dalla sua corporatura vigorosa si poteva presumere una certa predisposizione per gli sport, come e perché fosse a Roma era un mistero  ma in fondo non interessavano nessuno. Altro ‘esterno’ era Alfred  Giuliani  (Fred per gli amici) italo americano  di New York, architetto insegnava disegno e grafica. Fred aveva dimostrato una particolare ‘solidità pecuniaria’, appena giunto a Roma aveva contattato un agente immobiliare e dietro suo suggerimento  aveva acquistato una villa con gran parco situata sull’Aventino. In  una concessionaria  General Motors aveva comprato una Cadillac Colorado color senape che non passava inosservata. Grave errore, il macchinone nelle strade della capitale  non trovava posteggio facilmente ed allora Fred rivolse la sua attenzione ad una Cinquecento Fiat sempre color senape,  una sua fissazione.  Giorgio il ragazzo sedicenne  studente di quinta ginnasiale snobbava i programmi scolastici, li conosceva tutti già dal primo trimestre. Rivolse allora la sua attenzione alla fornita biblioteca di suo padre, si appassionò ai vari scrittori americani, francesi, inglesi, russi ed anche di altre nazionalità come l’ungherese Mihaly Foldi  e al suo romanzo ‘Tutto l’amore.’ La sua sensibilità lo portò a rivivere attraverso i vari personaggio le gioie, le tristezze  e le miserie di questo mondo di cui prima  sconosceva l’esistenza. Con la lettura la sua personalità era cambiata, in passato non aveva mai avuto problemi finanziari o di salute e quindi li ignorava, capì che poteva dirsi fortunato  per tutto quello che la natura gli aveva elargito a piene mani. Fred Giuliani ovviamente a Roma non aveva amici e quindi, per superare la solitudine organizzò una sera di sabato  una festa nella sua villa, festa a cui aveva invitato tutti i componenti del collegio docente compreso  Bartolo Cincotta il bidello trentenne tombeur de femme di Torpignattara. I convocati accorsero in massa, maschi e femmine . Dietro richiesta dei genitori  fu invitato anche Giorgio che fu subito adocchiato dal padrone di casa per la sua padronanza  della lingua inglese e forse per altro, l’italiano di Fred era un po’ ‘zoppicante’. L’italo americano aveva fatto le cose in grande: una orchestrina di cinque elementi che a richiesta suonavano sia musica melodica per i meno giovani  che il rock per coloro che amavano questo genere di musica. Da un vicino bar erano giunti tre camerieri con vassoi colmi di dolci compresi i cannoli siciliani in onore  padrone di casa i cui lontani parenti era di origine di quella terra. Non mancavano tartine,  salumi e formaggi di alto pregio e bevande di ogni tipo dalle analcoliche agli spumanti ed al vino Brunello di Montalcino, il tutto ad un prezzo notevole, la cassa del padrone di casa non tremava. Tavolini separati e sparsi nel parco, poltrone e divani comodi tutto in stile Hollywood, gli ospiti si sarebbero ricordati per molto tempo quella festa. Fred era apparso in pubblico per ultimo fu  accolto da un applauso dei presenti. Giorgio pensava che si sarebbe trovato a disagio fra tanti ‘vecchi’ ma la fortuna gli venne incontro, fra gli invitati c’era anche Michela  Fileni figlia di Leo custode della villa che si presentò a Giorgio, la timidezza non era nella sua natura e lo dimostrò subito: ”Spero che tu non sia come la maggior parte dei parrucconi qui presenti. Io sono Milena, andiamo da qualche altra parte tutto stó vecchiume si intristisce, tu mi piaci. In fondo al giardino c’è una piccola capanna che conosco solo io, è il mio rifugio segreto. I precedenti padroni avevano la puzza sotto il naso, mi trattavano da schiavetta e pretendevano che servissi i loro ospiti vestita da cameriera con cappello a frange, colletto bianco al collo  ed un lungo grembiule ricamato, il loro tono nel chiedere cibi o bevande era stentoreo per dimostrare la loro superiorità, io sono di natura orgogliosa ed anche un po’ pazzoide, una volta pensai di mettere del veleno di topi nel cibo di due dame più stronze, ragionai e non lo feci ma mi è rimasto di loro un pessimo ricordo. Il signor Fred ha sfoggiato  da subito modi signorili, vorrei dire affettuosi nei confronti miei e di mio padre. Talvolta la mia sincerità è eccessiva, vorrei dirti…” “Non mi dire…” Fammi finire, sono in vena di pettegolezzi: il nome di mio padre non è Leo ma Sileno, me ne sono accorta dalla sua carta di identità, lui non vuole che lo si chiami col suo vero nome.” “Lasciamo stare il dio greco della danza, sono le due, andiamo in giro a vedere quello che è accaduto agli invitati.” Uno spettacolo orgiastico, coppie scoppiate per wife swapping,  alcune ubriache  finite sotto i tavolini, lo spettacolo delle bottiglie desolatamente vuote abbandonate per terra dava ancor meglio l’idea dei fatti avvenuti. L’unico ancora eretto era  Fred che insieme a Sileno, pardon a Leo cercava di aiutare qualcuno meno ubriaco a rimettersi in piedi. C’era il solito incosciente che avrebbe voluto mettersi alla guida della sua auto, Fred  lo convinse che era una cosa insensata togliendogli dal cruscotto le chiavi di avviamento. Il sole  alto sull’orizzonte convinse tutti a sparire dalla circolazione, i quattro di casa si limitarono ad un brunch, troppo tardi per la colazione e troppo presto per il pranzo. I due giovani dormirono nello stesso letto ma, causa la stanchezza si addormentarono e la mattina svegliandosi si misero a ridere, “Caro abbiamo seguito il detto: niente sesso siamo inglesi!” “Io seguo il proverbio: ‘non è mai troppo tardi’ che ne dici se stasera…” “Dico…” Tutti gli invitati erano spariti, i quattro di sedettero su delle poltrone dinanzi all’ingresso di casa, erano all’ombra dei cipressi ma non dentro l’urne…Un gabbiano li sorvolò varie volte, che faceva un uccello marino così distante dal mare? Fred: “Quel poveraccio ha fame,  Leo domattina compra delle acciughe, se ritorna troverà un pranzetto di suo gradimento, io amo molto gli animali.” Il padrone di casa era stato profetico, il gabbiano dalla vista ottima oltre che spinto dalla fame il giorno seguente si gettò a picco sulle sarde sparse  sul marciapiede della villa, quasi subito fu seguito da altri animali consimili, un banchetto. Due giorni dopo Bartolo incontrò Fred nel corridoio: “Professore devo farle presente un fatto inaspettato. Durante la festa sono entrato dentro casa sua, al primo piano, in compagnia di Ava, figurarsi se mi lasciavo scappare l’occasione di scoparmi una tal figona ma male me ne incolse, quando si è tolti gli slip è apparso non una topa ma una nerchia bestiale. Sono rimasto senza fiato, Ava mi ha incitato a penetrala nel culo ma mi sono rifiutato, a me piacciono le vacche non i mezzi tori.  In macchina l’ho accompagnata in via Luigi Rizzo dove abita, mi ha pregato di non dire a nessuno che è un trans ma a lei…” “ Bartolo puoi darmi del tu, hai fatto bene ad informarmi su Ava, ricordo un vecchio detto che recita ’chi più sa più vale.’” La situazione era ben diversa, Fred voleva che la notizia rimanesse segreta per un motivo personale: era bisessuale ed aveva paura che qualcuno venisse a conoscenza della natura di Ava e soprattutto della sua, per lo scandalo avrebbe dovuto cambiare città e la sua vita, quello era il motivo per cui aveva dovuto abbandonare New York. Altro problema era quello di zittire eventuali pettegolezzi del custode della sua villa e della figlia allorché si sarebbe presentato a casa sua in compagnia di Ava.  Quest’ultima all’inizio pensò  a un scherzo, quando Fred le rivelò la sua vera natura e la sua intensione di ‘frequentarsi’ poi  si commosse: “Anche io ho provato in passato delle delusioni, mi hanno trattato come un caso patologico, ti ringrazio come fai col custode della tua villa e della figlia?” “Cara un vecchio detto recita ‘Il denaro è la cosa più volgare ed odiosa che ci sia perché può, tutto compreso zittire i chiacchieroni!” Il giorno stesso telefonata a Leo: ”Caro sono Fred, domani sera verrò in villa in compagnia di una persona che hai conosciuto…tu e tua figlia sarete muti come pesci, ci sono per voi cinquemila Euro ciascuno.” “Ma veramente…” Leo non finì la frase che Fred: “Ho capito facciamo diecimila!” L’americano usò la Cinquecento per andare a prendere Ava, non voleva dare all’occhio con la Cadillac, aprì il cancello della sua villa col telecomando, nessuno in giro nel cortile, i due avevano recepito il desiderio del padrone di casa. Michela invece non si era fatta i fatti suoi, aveva ragione il detto che le donne hanno la lingua più lunga dei camaleonti fatto sta che aveva messo al corrente della situazione Giorgio di cui si stava innamorando e con cui aveva iniziato a trattenere rapporti sessuali. Il giovane si dimostrò una persona per bene, oltre a ‘farsi i fatti suoi’ chiese a Michela i preparare una cena per i due amanti tutto a base di pesce costoso come aragoste, salmone, spigole e tanti contorni oltre al vino Trebbiano di Soave nel frigo con tanto di avviso: ‘Il vino è nel frigo’. Ava era imbacuccata con un cappuccio in testa, i due neo amanti apprezzarono il caldo della villa,  era  gennaio, subito nella vasca da bagno Jacuzzi con tanti sali profumati. Il ‘cosone’ di Ava spuntava imperioso dall’acqua, Fred era perplesso, non immaginava che…”Non ti preoccupare ho con me della vasellina vale sia per te che per me.” Quella figlia di cane di Michela sia era fatta prestare una  video camera che aveva installato nella stanza matrimoniale con schermo in una  degli ospiti, visione perfetta. I due iniziarono con un classico sessantanove con relativo ingoio  e poi cambiarono varie posizioni fino allo sfinimento totale  ed un bruciore notevole nei rispettivi popò. Una fame giustificata dallo spreco di energie convinse i due a recarsi nella sala da pranzo dove fecero festa ai cibi preparati da  Michela ed al vino. Un ananas finale, niente caffè, ritorno a letto per un meritato riposo. Presi dallo spettacolo orgiastico anche Giorgio e Michela li seguirono in campo sessuale. Finale col botto: Ava, Fred, Giorgio e Michela si incontrarono nel corridoio, all’inizio perplessità di tutti poi  una risata omerica collettiva, si era creata la possibilità di nuove coppie Ava con Giorgio e Fred con Michela un quatersex,  le sorprese inaspettate sono le più apprezzate!

  • 23 aprile alle ore 16:23
    Innuendo

    Come comincia: In prima media avevo un prof di musica non vedente che ci faceva ascoltare i dischi. Veniva in classe con la radio. “Mettete la testa sul banco” diceva. Apriva lo sportellino ed inseriva un cd. Una volta i Pink Floyd, la volta dopo i Led Zeppelin, poi i Beatles e così via. Una lezione faceva solo ascolto e una ci parlava di teoria musicale e solfeggio. Non spiegava ciò che ci faceva ascoltare, si limitava solo a farci Sentire.
    In quel periodo convinsi la mia prof di inglese ad aiutarmi a tradurre delle canzoni, non esisteva google e nella provincia più profonda non eravamo mentalmente attrezzati per le lingue straniere. Eravamo dei ragazzini degli anni ottanta abituati a giocare nei nostri piccoli cortili, l’orizzonte era la fine del vicolo.
    In occasione di una ricerca a scuola che dovevo battere a macchina, il nostro vicino di casa, Giggino il dirimpettaio, ci regalò una macchina da scrivere, una Olivetti Linea 98, credo venisse direttamente dagli anni settanta, io la usavo per ricopiare dai libretti dei cd di mio fratello i testi delle canzoni che mi piacevano per portarli a scuola quando c’era lezione di inglese.
    Innuendo, canzone che da il nome all'intero cd, il primo che io abbia mai posseduto, il regalo di natale del ’91, è stato il testo che più di ogni altro mi ha travolto. Ero abituato all’ascolto di “cose belle”, giocavo nella mia cameretta mentre mio fratello disegnava ascoltando il Live at Pompeii da una vecchia videocassetta, trascinava in camera il mobiletto marrone con su un enorme televisore philips, di quelli con lo sportellino laterale dove ci alloggiavi il telecomando, e sotto il videoregistratore della stessa marca, lo collegava allo stereo con un cavetto e tirava su il volume a palla. Dunque le mie orecchie non erano nuove all’ascolto ma mai i miei occhietti si erano posati su una tale bellezza, mai prima di quel momento avevo letto qualcosa di così elegante. La mia mente di dodicenne di paese fu completamente stravolta. Cominciai ad avere fame di musica, andavo in edicola e sfogliavo le riviste a tema, senza acquistarle ovviamente.
    Risparmiavo qualche paghetta per comprare un CD o un giornale musicale dove ti regalavano i poster dei rockettari. Non avevo ancora i peli sotto le ascelle che montavo in bici fino al paese affianco, da Mixer, il negozio di dischi, per guardare le vetrinette dei CD ed ascoltarne qualcuno di tanto in tanto.
    Così sono andati avanti i miei anni alle scuole medie, così si è andata formando la mia coscienza musicale fino a quando un nuovo orizzonte mi si è aperto davanti nell’istante in cui qualcuno mi ha fatto ascoltare il Black Album.
     

  • 21 aprile alle ore 13:18
    Appunti di un vecchio barbone

    Come comincia: IL GIALLO DI IGNAZIO
    Appunti di un vecchio barbone
     
    Sono anni che vivo qui, in mezzo a questo pezzo di umanità. Qui ho conosciuto la parte migliore della mia vita e della stessa umanità, considerando che quando non hai nulla da spartire e nulla da pretendere esce fuori il buono e il cattivo che hai, senza i fronzoli dell’arrivare, del vincere, del combattere, dell’eliminare.
    Una volta nel tempo sono stato un vecchio professore di lettere con tutti i desideri che si possono avere nel corso di una vita. Ho combattuto contro il mondo e contro il tempo, negli anni in cui si poteva dire a buona ragione che ero giovane. Sì, lo sono stato anch’io, anch’io ho combattuto per sani ideali negli anni della mia gioventù. Anch’io poi ho studiato, ho trovato lavoro, ho preso moglie, ho avuto figli, come tanti, come tutti quelli che hanno potuto e voluto. Anch’io ho combattuto e mi sono fatto sconfiggere dalle iniquità del mondo, ho ceduto a quello contro cui ho combattuto.
    Ho insegnato nella scuola di stato per tanti anni; dapprima ho provato a fare il cattivo maestro che indica ai giovani la strada della rivoluzione, poi ho fatto il professore colto che ama le lettere, poi… mi sono guadagnato lo stipendio, come tanti, come tutti gli altri.
    Di casini ne ho fatti ma poi, fortunatamente, sono approdato qui. E qui sono stato bene, diversi anni, anche se, purtroppo, non in tutti i momenti.
    Qui ho cercato di aiutare chi stava peggio di me, praticamente tutti, tutti stavano peggio di me, io stavo bene nel posto che mi ero cercato. Qui ho aiutato qualcuno a imparare questa strada, che rischia davvero di essere la strada della salvezza per tanti. In questo pezzo di mondo si imparano tante cose e si impara cosa è l’essenziale, che non sempre è invisibile agli occhi, anzi. È visibile stando davanti a chi ti sta morendo di freddo e di fame, è visibile stando davanti a chi ha fallito tutto nella vita, è palpabile l’essenziale quando ti rendi conto del bisogno dell’altro da te; solo allora ti rendi conto che a volte l’essenziale è visibile, nel senso che non serve solo dargli da mangiare al povero, ma aiuta; che non serve solo stargli vicino fisicamente a chi soffre e a chi ha sbagliato, ma aiuta. Dopo l’aiuto carnale, come quello di Madre Teresa, allora hai bisogno dell’essenziale invisibile. Allora entrano in campo anche gli occhi del cuore, prima ci sono quelli della carne.
    Quante volte mi sono detto io so, io conosco figlio, conosco tutto quello di cui hai bisogno, conosco il male e conosco il bene, conosco la bestia e la puttana, ma alla fine, conoscendo me stesso, mi rendo conto che non ce la posso fare, perché il passato torna a bussare alla mia porta e mi presenta la cambiale.
    Una cambiale che non posso pagare. E allora, prima di fuggire un’altra volta, alla ricerca di una misericordia misera e tenera, semmai riuscirò a trovarla, ti racconto qualche fatto che ho conosciuto qui, qualche fatto di disperazione e di abominio. Ma tu non indagare troppo, non è importante quale faccia incontri in queste storie, perché sono solo le storie di gente disperata. Qui da noi, nell’inferno e paradiso dell’umano, i nomi sono solo etichette che si attaccano e si staccano, come il cerotto alle ferite:
     
    your father knows your father knows daddy your father knows
    what’s the best & what’s the beast in the world
     
    best is love is freedom is peace is God daddy
    beast is hatred is constriction is war
    is whore daddy
     
    your father, yeah, your father…  he knows love & hatred ‘cause it has made it
    he knows freedom & constriction
    ‘cause it has made it he knows peace & war
    he knows god & whore
    ‘cause it has made it it has made it!
     
    Yeah your father knows its
     
    your father can help you
    daddy your father can
    if you want
     
    mistakes & dramas
    are in his life ev’ryday & ev’rytime if you want
    he can help you to find a nirvana for your life
    (‘cause it has made it) daddy
     
    he knows beatitude & serenity hope & certainly bad things & good things everything your father knows…  (‘cause it has made… all)
    ‘cause he loves you
     
    & it’s possible that he, loving you, explain you everything always
    with love
     
    if you want & desire it
    he can he can daddy
    in ev’rytime
     
    yeah in ev’rytime & on ev’ry moment you want
     
    he can help you in this cursed time he loves you
    & tiger’s still alive…  in spite of everything

     

  • 20 aprile alle ore 21:12
    La vita che volevo

    Come comincia: Io non ho avuto la vita che volevo.
    Anzi, per dirla tutta, io la vita non la volevo proprio.
    A dodici anni conobbi mia cugina adottiva. Mia mamma mi spiegò che c'erano bambini senza genitori che vivevano in istituti e genitori senza bambini potevano andare a prenderli come propri.
    Pensai: <<Se ci sono bambini senza genitori che vivono in istituto, meglio adottarli che farli.>>
    A quattordici anni pensavo: <<Meglio aiutare qualcuno che ha già avuto la disgrazia di venire al mondo che dare questa disgrazia ad altri>> Per poi subito correggere: <<Tu non puoi nemmeno adottare. Ai bambini bisogna dare una visione positiva della vita. Se pensi che venire al mondo sia una disgrazia, tu non puoi nemmeno adottare.>>
    Contestavo la favoletta che ci raccontavano in parrocchia, ossia "che nascevamo per amore”.
    Secondo me si nasceva per due motivi: per caso (era capitato) o perché gli adulti hanno bisogno di una ragione per esistere, una coppia trova la sua realizzazione, anche sociale, nei figli.
    A 18 anni mi sono trovata a contemplare la soluzione di Neal ne “L'attimo fuggente”, quando il padre gli nega la strada che Neal ha scelto, per imporgli l'università.
    Superai quel momento, grazie a Silvio, un mio amico coetaneo spastico dalla nascita. Mi ricordai come Silvio aveva mosso con sicurezza la mano per poggiarla sul braccio della mamma, in quel momento preoccupata per l'altra figlia, per confortarla. Come a dire: ”Tranquilla, mamma. Vedrai che andrà tutto bene.”
    Mi esortai: “Ma non ti vergogni? Silvio, con il problema che ha, é riuscito ad essere di conforto alla mamma. A te, che é capitato? Vai avanti e non rompere le scatole!”
    E sono andata avanti.
    Però avevo pensato che vivere sarebbe significato trovarmi un lavoro, vivere per i fatti miei. E, quando fossi andata più avanti con l'età, avrei detto a mio fratello maggiore: <<Io la sera ti faccio due squilli. Guarda, che non devi nemmeno rispondere. Quegli squilli significano che sono ancora viva. Quando non li senti, mandi i pompieri. Giusto per non fare quei titoli tristi sui giornali “Muore e la trovano dopo tre giorni, due settimane, un mese ...”
    Non ho avuto la vita che mi ero prefigurata.
    Ho vissuto sola per due anni negli ultimi tre anni. 
    Anni quasi magnifici.
    Due anni di vita su venti (su cinquanta) forse sono pochi.
    Ma va bene così.

     

  • 18 aprile alle ore 10:14
    Quando ero viva

    Come comincia: Quando ero viva, mio padre fu ricoverato d’urgenza nell’ospedale cittadino.
    Fortuitamente, da quell’emergenza risultò una diagnosi più subdola di un ‘brutto’ male.
    “Dobbiamo portarlo in un’altra struttura ospedaliera?”, chiedemmo al suo medico curante.
    Il medico curante ci rassicurò: “In questo momento, nel reparto di chirurgia dell’ospedale cittadino c’è un primario di livello universitario.”
    E infatti passarono settimane prima dell’intervento, l’organismo di mio padre doveva prima essere rimesso in sesto. L’intervento andò bene e mio padre si rimise rapidamente.
    Trascorsero tre settimane prima che mio padre iniziò la terapia e, in quelle tre settimane, mio padre stava relativamente bene. Poi iniziò la terapia, nella stessa struttura ospedaliera cittadina, e una settimana dopo mio padre iniziò a stare male. Soffriva tremendamente. E sopportava quella sua sofferenza, seduto sulla sua poltrona.
    La sua sofferenza era visibile ed io cominciai a capire coloro che parlavano di eutanasia.
    Ma cos’era che lo faceva soffrire così? Era la cura? Era il male?
    Mio padre si recò da chi lo aveva operato che lo trattò come un bambino capriccioso, dicendo che era la terapia e doveva sopportare.
    Trascorre un’altra settimana. L’infermiera che assisteva mio padre durante la terapia diceva: <<Ma non sono questi i problemi che dà la terapia.>>
    Trascorre un’altra settimana. Mio padre si reca di nuovo da chi lo aveva operato. Volevo parlare col primario, ma mio padre non vuole che lo accompagni. Mia madre mi riferirà che il primario praticamente gli aveva sbadigliato in faccia.
    Passano pochi giorni. Sono, in serata, sulla strada per rientrare a casa dall’ufficio. Sono ferma, sono passata a prendere mio marito al suo ufficio e avevo parcheggiato. Squilla il telefonino. È mia madre. Dice: <<Tuo padre ha vomitato nero.>> ‘Mamma, deve andare in ospedale’, penso. Penso e non dico. E dove lo portiamo? Dove chi lo tiene in cura lo ha sottovalutato? Dove, al pronto soccorso la prima volta, prima di riconoscere che aveva bisogno di cure e di essere ricoverato erano passati dieci giorni? Sì, all’inizio della storia era accaduto anche questo.
    Ora che sono lucida, penso che sia assurdo che non abbia pronunciato quelle parole. Penso che sia assurdo che, rientrata, in città non sia andata a casa dei miei a valutare personalmente la situazione ed invece me ne andai, vigliaccamente, a casa mia. Ma quei mesi, quelle ultime settimane mi avevano provato. I dieci giorni passati a giocare a ping-pong tra medico curante che diceva che mio padre doveva essere ricoverato in ospedale, pronto soccorso che sosteneva che non occorresse ricovero, primario di una struttura privata che sosteneva che non ci fosse bisogno di ricovero, ma fosse sufficiente una cura che avrebbe seguito lui stesso. Poi il ricovero d’urgenza, di cui seppi mentre ero sull’autostrada diretta all’università per sostenere il primo esame dei due corsi di specializzazione che stavo seguendo. Poi i giorni che passarono da quando ci dissero che c’erano dei valori anomali su cui indagare fino all’altra diagnosi. L’informazione che mio padre rischiava di andarsene per uno starnuto, eventualità nascosta al paziente naturalmente, i momenti passati con lui con il timore che una risata lo uccidesse in attesa che i parametri tornassero normali e si potesse eseguire l’intervento. La tensione per l’intervento ed il decorso. Poi la ciliegina sulla torta. Il fratello grande che, una settimana dopo le dimissioni dall’ospedale di mio padre, inizia ad aggredirmi e a parlarmi come fossi una cretina perché, secondo lui, non ero capace di sapere quando mio padre dovesse iniziare la terapia, costringendomi a telefonare inopportunamente al reparto, cominciando a far decadere i rapporti con lo stesso.
    E, quando ti dicono in continuazione che sei una cretina, cosa che in famiglia, soprattutto nella famiglia allargata, hanno amato dirmi in continuazione fin da quando sono nata, così, per principio, per partito preso o, meglio, per la loro perfidia, finisci per comportarti come una cretina.
    L’idiota, oltre che cattivo, si rilevò essere il fratello grande, ma non lo ha mai ammesso, non lo ha mai riconosciuto. Infine, quelle settimane di sofferenza di mio padre che mi fanno pensare a chi parla di eutanasia. L’atteggiamento del primario nei confronti di mio padre. Forse era stato troppo.
    E, nel frattempo, avevo continuato a dividermi tra lavoro e corsi di specializzazione all’università. Quella sera, prima che arrivasse la telefonata di mia madre, stavo pregustando la ritrovata libertà. In realtà, dopo la mattinata di lavoro, stavo rientrando dall’ultima lezione all’università per quell’anno e stavo pregustando le prossime tre serate di festa per il decimo anniversario di una associazione corale di cui avevo fatto parte, per poi mettermi a studiare per l’ultimo esame di quell’anno di lì a sette giorni.
    Per vigliaccheria, perché non ce la facevo ad assistere impotente, non vado a casa dei miei genitori e torno a casa mia.
    Il mattino dopo, presto, sto chiudendo la porta di casa mia e squilla di nuovo il telefonino. E’ mia madre. Vado da loro. Vedo mio padre e pronuncio le parole che avrei dovuto dire la sera prima: <<Mamma, deve andare in ospedale.>> <<Ho chiamato il suo medico, dovrebbe venire a momenti.>> Mi sembra che stiamo perdendo momenti preziosi. Aspetto. Telefono al medico curante. Sta arrivando. Arriva, visita mio padre e dice: “Ingegnere, deve andare in ospedale.” “Chiamo l’ambulanza?” chiedo. “No, puoi portarlo tu. Ora scrivo che è già un paziente del reparto di chirurgia, così stavolta non sbagliano.” Scrive il biglietto e lo appunta sul petto di mio padre.
    Come fu come non fu, nel frattempo compare anche mio fratello minore che stava dormendo nella stanza a fianco, dovetti chiamare l’ambulanza e mio padre, invece di essere ricoverato dove era già in cura (“Non c’è posto”, avevano detto), si ritrovò ricoverato nell’ospedale del paese vicino.
    Nel reparto di medicina interna.
    “Ma come medicina interna? Non dovrebbe essere ricoverato in chirurgia?”
    “Anche nell’altro ospedale dal pronto soccorso avevano chiamato il reparto di medicina interna dove non c’era posto”, replica candidamente mia madre. Afferro, in ritardo la situazione. Nell’altro ospedale quando se ne erano usciti con “Non c’è posto”, ero stata sul punto di andare a sfondare le porte del reparto di chirurgia (lo avessi fatto), avevo chiesto all’addetto del pronto soccorso che volevo parlare direttamente io con la caposala, sottointeso ‘di chirurgia’. Aveva composto il numero e nessuno aveva risposto. Quelli avevano interloquito solo con il reparto di medicina interna e mia madre e mio fratello lo sapevano!
    Mentalmente, li scostai con il braccio e pensai: “Levatevi di torno. Ora, il capofamiglia sono io.”
    Il primario di medicina interna mi disse che aveva bisogno della cartella clinica del ricovero precedente.
    Il giorno dopo, oramai era giovedì, mi reco di mattina presto all’ospedale cittadino. La mattina precedente avevo telefonato al mio capo, informandolo che per qualche giorno non mi sarei recata in ufficio.
    L’ufficio cartelle cliniche era ancora chiuso. Io, il topolino timido, quella che chiede sempre ‘Permesso’, mi ritrovo dentro l’ufficio. Spiego la situazione all’addetto che fa, come meravigliato: “Ma suo padre è del ’27?” Lo guardo come per dire: “E allora? Che tiene settantasei anni cosa significa? Che deve morire?”
    Alla fine, conclude: “Va bene, tra una settimana.” Mi sembra che abbia un’espressione negli occhi come se mi stesse valutando, come se mi stesse mettendo alla prova. Io, il topolino timido, quella che rispetta sempre le regole, seguendo la mia natura, direi, rassegnata: “Va bene” e mestamente guadagnerei l’uscita. Invece, do un profondo respiro, lo guardo dritto negli occhi e, ferma, dico: <<No. Adesso>>. L’espressione nei suoi occhi è soddisfatta: ho superato la prova. Si stringe nelle spalle e va a farmi la copia della cartella clinica.
    Con la cartella clinica mi reco dove sarei dovuta andare la mattina prima: al reparto di chirurgia. Parlo con la caposala che mi conferma che non erano stati informati. “Troviamo posto per tante persone, perché non avremmo dovuto trovare posto per suo padre?”
    Vado all’ospedale della città vicina, affrontando di nuovo la ripida e stretta salita che occorre fare per arrivare all’ospedale del paese vicino. Il giorno precedente, avendo con me mia madre e mio fratello come passeggeri, ora sono sola. La salita che avevo affrontato due volte il giorno prima e che avrei ancora affrontato nei giorni successivi. Io che avevo paura di guidare in salita.
     Vado nella stanza dove è ricoverato mio padre che mi fa, tutto contento: “Lo sai dove sono stato oggi? Mi hanno portato in ambulanza nel nostro ospedale per fare un TAC, perché qui l’apparecchio non funziona”. Viviamo in un manicomio.  
    Porto la cartella clinica al primario (di medicina interna). Mi dice che i chirurghi dell’ospedale avevano esaminato la TAC. Continua: <<I chirurghi hanno esaminato la situazione. Il tumore ha invaso lo stomaco. I chirurghi propongono di levare il duodeno e di fare un by-pass, però deve rendersi conto che si tratta di una soluzione palliativa.>> Mi crolla il mondo addosso. “Questo è il momento peggiore della mia vita”, penso. Cosa devo decidere? Se fare eseguire quell’intervento massivo su mio padre per dargli cosa? Altri quindici giorni di vita e che vita? O di non fare niente e lasciarlo andare?
    Il primario ribadisce anche: <<Nel momento che decidete per l’intervento, devo fare trasferire suo padre nel reparto di chirurgia.>>
    Il primario mi aveva anche detto che quella mattina aveva parlato con mio padre, era una persona squisita, e lui avrebbe fatto tutto il possibile per salvarlo. “E’ l’unica persona squisita della famiglia”, avevo, a malincuore, confessato.
    Per fortuna, per tanti anni ho pensato “Per fortuna”, il pomeriggio potei parlare con mio marito che mi disse: <<Devi parlare con …(il chirurgo che aveva già operato mio padre)>>.
    La mattina dopo, venerdì, mi accompagna all’ospedale cittadino. La caposala di chirurgia ci informa che il primario arriverà alle 13:00. La informo anche che mio padre la mattina prima era stato in quell’ospedale per una TAC <<E poteva rimanere!>>, esclama.
    Ci predisponiamo per l’attesa. È il 2 luglio. La terza domenica di maggio, mia suocera ci aveva telefonato informandoci: “Non riesco a muovermi dal letto”. In tutta quella situazione, ogni mattina mio marito, prima di andare al lavoro, da fine maggio andava prima a 20km più a nord per sistemare la madre e poi andava a lavoro. Quella mattina telefona: <<Mamma, qui la situazione è grave, ora non posso venire, verrò più tardi>>. La madre, giustamente risentita, fa: <<E Giulfurio?>> Si riferiva a mio fratello grande. << È a Canicattì>>. Mio fratello lavora e vive lì, a 300 km dalla nostra città. <<E Alfredo?>>. Si riferiva a mio fratello minore. << È a lavoro.>>
    Mio marito rimane con me fino a quando, alle 13:00, non arriva il primario. Ci fa accomodare subito nel suo ufficio. Non ci fa nemmeno parlare e subito afferma: <<Secondo me è un calcolo. Cosa vogliono fare lì? Levare lo stomaco? È una cosa che non si fa da nessuna parte: portatemelo qui.>>
    In quel momento decido. Non so chi abbia ragione. Mio padre deve essere di nuovo operato nell’ospedale cittadino. Almeno lì abbiamo una speranza. Nell’ospedale cittadino sarebbe stato operato in laparoscopia. Nell’ospedale del paese vicino prospettano un intervento massivo da eseguire in laparotomia. E sono convinta, magari errando, che mio padre non sarebbe uscito vivo dalla sala operatoria.
    Quando arrivo nell’ospedale del paese vicino per concordare il trasferimento, il primario è già andato via. Avevo dimenticato che il primario e la (o il) caposala normalmente hanno orario 08:00-14:00.
    Raggiungo mio padre, al quale naturalmente nessuno ha detto niente delle diagnosi ipotizzate, e mi raccomando che non firmasse niente. Temevo il trasferimento nel reparto chirurgia ed il consenso all’intervento.
    La mattina dopo, sabato, ci chiamano perché il primario del reparto dove è ricoverato mio padre ci vuole parlare. In seguito, farò mente locale e capirò che il primario si era recato di sabato in ospedale appositamente per mio padre. Questa volta ci sono anche mia madre e tutti i miei fratelli. Ill primario spiega loro la situazione e comprendo, dai loro volti, che mia madre e mio fratello grande pensino che per mio padre non ci siano speranze. Penso: “Oh, ma qua siamo tutti impazziti?! Stiamo parlando di MIO PADRE!”
    Il primario spiega che non è riuscito a parlare direttamente con il collega, primario di chirurgia dell’altro ospedale, ma dal reparto avevano fatto loro sapere che erano pronti ad accogliere mio padre. Il problema è che mio padre si rifiutava di essere trasferito dove era stato già operato e dove lo stavano seguendo per la terapia. Il primario ci propone di andare dal paziente. Mio padre ribadisce il rifiuto di essere trasferito di ospedale. Il primario, rassegnato, sta per uscire per disporre il trasferimento al reparto di chirurgia. Urlo: “NO!” Il primario mi afferra e mi trascina in una saletta. Comincio a dirgli i motivi della mia insistenza. Mi interrompe: “Lasci fare a me.” Torna nella stanza dove è ricoverato mio padre ed esordisce: “Ingegnere, se lei dà il consenso, non deve nemmeno chiamare un’ambulanza privata per il trasferimento, la faccio trasferire io con un’ambulanza dell’ospedale.” Mio padre sembra più domo e dice: “Va bene, se è meglio, andiamo a ….”.
    In quel momento, mio fratello maggiore, che nei giorni precedenti era rimasto, per fortuna, tranquillamente a Canicattì a lavorare, si volta verso di me e fa: <<Se papà muore, è colpa tua>>.
    Una mazzata. Non lo sapevo ancora, ma, in quel momento, comincio a morire.
     
    P.S. Per la cronaca, verso le 21:00 del lunedì successivo, l’aiuto del primario di chirurgia del nostro paese viene a chiamare noi tre figli del paziente che era stato operato quel pomeriggio alle 14:00. Il primario ci vuole parlare.
    Nel suo studio ci mostra il grosso calcolo della colecisti che aveva causato il blocco delle vie digestive e che aveva levato in laparascopia. Nessun tumore che dal colon si era esteso allo stomaco.
    Il primario ci tiene un bel discorsetto che conclude con le parole: <<E lasciate in pace questa povera signorina!>>

  • 13 aprile alle ore 18:44
    A passi lenti

    Come comincia: A passi lenti, uno dopo l'altro, in compagnia della mia ombra percorro un tratto di strada per risvegliare gli arti dal torpore di quelle fredde giornate ormai lontane. Il cielo gravido di pioggia a tratti si apre in uno spiraglio dove la luce gorgoglia in filamenti di tessuto solare. Melodie di un tempo spettinato, di carezze sfuggite a un ricordo...

  • 13 aprile alle ore 17:23
    GUSTI PARTICOLARI

    Come comincia: “Caro non ho sonno, domani è domenica, vado a far compagnia a Eloisa… si bonanotte, questo è partito!” Berenice Perrotta era donna piacevole, fisico da atleta, aperta nel linguaggio, anticonformista, insegnava lingue  nella scuola media Fagnani di Senigallia  in quel di Ancona,  era apprezzata sia dal preside che dai colleghi, soprattutto maschi. Col marito Michelangelo Montanari anche lui docente nello stesso istituto di materie scientifiche aveva acquistato un’abitazione in Lungomare Mameli. D’estate era un piacere raggiungere la spiaggia in costume da bagno senza doversi vestire, solo una cabina in affitto, un ombrellone e due sedie a sdraio. Ora, in inverno la situazione era ovviamente diversa, vento di maestrale il ‘Montanaccio’ forza cinque spingeva le onde  sin  sulla strada. Berenice chiamò per telefono l’amica Eloisa: “Cara qui vicino a me c’è uno che ronfa alla grande, io non ho sonno, che ne dici se vengo a farti compagnia?” “D’accordo.” La porta dell’ingresso al piano superiore era aperta, all’interno dell’abitazione un piacevole tepore, i riscaldamenti andavano al massimo. “Scusa se sono in dèshabillè, ma mio marito è freddoloso, sta dormendo nudo come un verme,  spengo i riscaldamenti.” Eloisa era in reggiseno e slip, longilinea, ben proporzionata, grandi occhi marroni, seno non eccessivo, un tipo. “Andiamo in salotto, Ottavia e Gustavo dormono nella loro stanza, un giorno di metterò al corrente della loro storia. Per ora dimmi qualcosa di piacevole, tutte le persone con cui ho contatti si lamentano per motivi vari:  salute, soldi che non bastano mai,  litigi con i familiari, nà lagna continua.” “Io sono anticonformista per natura, cerco di prendere il meglio di quello che offre la vita, recentemente ho firmato una petizione a favore della lega LGBT – comunità Lesbica, Gay, Bisessuale,  Transgender, i soliti amici conformisti non hanno apprezzato il mio gesto ribadendo la loro condanna totale, i  bacia pile!” Eolisa si era avvicinata col corpo a quello di Berenice, sentiva il suo profumo di donna,  ubriacante, ambedue provarono la stessa sensazione di piacere, presero a baciarsi in bocca e poi rimasero senza veli,  per  ultimo si dedicarono ai fiorellini che risposero alla grande. Le due rimasero  per molto tempo  abbracciate, le nuove sensazioni, mai provate le avevano lasciate distese e soddisfatte. “Ritorno a casa Michelangelo potrebbe essere in pensiero.” L’ultimo bacio per rinsaldare la nuova ‘amicizia’ e poi ritorno al talamo coniugale. Il marito premuroso aveva lasciato accesa la lampadina  dell’abat jour, era ancora imbambolato dal sonno, Berenice volle metterlo al corrente della sua nuova avventura ma  si accorse che il buon Mike rispondeva solo a grugniti…meglio lasciar perdere. “Caro è passato mezzogiorno, sveglia!”  “Ieri sera non ho capito gran che di quello che mi hai raccontato, ero nel torpore totale…” “Datti una smossa  tra poco Ottavia e Gustavo saranno a tavola.” Padre e madre tempi addietro insegnavano in scuole lontano da Senigallia, la giovane Ottavia ora quarantenne era l’ottava figlia di un contadino che coltivava un terreno nei pressi, Berenice  l’aveva assunta per accudire suo figlio appena nato. Ottavia col tempo si era affezionata al pupo, partecipò ai suoi studi anche negli anni successivi, lei aveva conseguito solo la licenza elementare, approfittò dell’occasione per dare gli esami di scuola media ed in seguito anche quelli per conseguire la licenza di  liceo classico. Un pomeriggio Ottavia non vedendo per molto tempo il ragazzo lo trovò seduto sul water che si masturbava…non aveva mai pensato a quel lato di Guy, chiuse la porta del bagno e si mise a riflettere: ‘Il giovane spinto da ormoni maschili aveva sentito il bisogno di sfogarsi sessualmente, forse esagerava in quel nuovo campo. Senza scomodare i genitori prese una decisione: avrebbe provveduto lei alle ‘esigenze’ del  giovane Gustavo. Il ragazzo all’inizio rimase perplesso, considerava Ottavia un po’ sua madre ma poi la vide come donna, peraltro piacevole ed aderì alle sue avances,  solo un limite, non più di due volte alla settimana, niente più masturbazione.  Ottavia iniziò la relazione con passaggi in bocca sin quando non passò un mese dall’assunzione della pillola anticoncezionale e poi via libera in fica e successivamente anche nel popò, gran goduria per entrambi. La relazione migliorò anche il profitto scolastico dei due con gran sorpresa dei genitori di lui. Berenice si  accorse della tresca, prese da parte Ottavia: “Confido su di te, non voglio avere né guai né scandali!”  L’incontro fra Berenice ed Eolisa portò ad un legame più stretto anche con i mariti che, quando liberi dal servizio cominciarono a frequentarsi soprattutto a tavola,  di contro   Guy ed Ottavia andavano spesso a trovare la famiglia di lei. Dopo una cena a base di pesce confezionata dalla neo assunta cameriera Mariola, i quattro anche a seguito dello ‘scolamento’ di due bottiglie di Verdicchio dei Castelli di Jesi erano su di giri: Mariola se ne accorse, prima di andar via: “È meglio che andiate a dormire, siete un po’ sbronzi!” ‘In  vino veritas’ il detto latino si adattava alla situazione che si era creata, aveva allontanato tutte le inibizioni,  Berenice che: “Che ne dite di un ‘wife swapping’ e dopo una risata, “Mia cara qualora dovessi accettare la  proposta devi sapere di un piccolo particolare…nel senso che mio marito ce l’ha proprio piccolo!” Dopo un attimo di silenzio: “Io talvolta ho avuto sensazioni  spiacevoli col marruggio di  Samuele, un cambiamento sarà ben accetto.” Prese sottobraccio il calunniato Sam e lo trascinò nella camera matrimoniale dei padroni di casa. “Tua moglie non capisco per quale motivo ti ha voluto sputtanare, immagino quanto gli uomini tengano alla loro sessualità, ti ha trattato peggio di Figaro: calunniato, avvilito e calpestato, voglio farla completa, togliti tutto,  te lo lavo io, avvicinati al bidet…vedi che si sta allungando, ce l’hai più piccolo di diametro ma non è detto che…” Samuele entrò nel fiorellino, alla fine col suo piccolo ma più lungo  arrivò al collo dell’utero di Berenice, lo schizzo dello sperma le fece provare una sensazione piacevole mai provata prima, l’interessata era gongolante: “Voglio provarlo pure nel popò, ogni volta mio marito mi fa un male cane…” Anche l’immissio penis in culum’ebbe buon esito solo piacere, niente dolore, la profetica Bere era stata smentita. Samuele sempre su richiesta di Berenice passò al cunnilingus, ancora una volta l’interessata rispose, alla grande. Michelangelo pensò bene di partecipare anche lui al piacere, insieme ad Eolisa andò a casa sua, ambedue nella camera matrimoniale, il padrone di casa per dimostrare  la sua superiorità sessuale entrò subito in vagina e dopo un orgasmo passò al posteriore, per Eloisa solo dolore, era stata così ripagata della sua malignità precedente. Guy ed Ottavia rientrarono a casa, notarono qualcosa di diverso dal solito, luci accese dappertutto senza gli interessati in vista: “Cara domani debbo rappresentarti qualcosa di nuovo.”  “Ormai ti leggo come un libro aperto, vediamo se ci indovino, all’Università hai conosciuto una tua compagna con la quale vuoi allacciare una relazione, ho sempre immaginato così la fine del nostro legame.” “Si chiama Cinzia Cavallotti, ha la mia età, è figlia di un ricco proprietario terriero della zona, è molto timida, arrossendo in viso mi ha confessato di essere innamorata di me e di voler un figlio, sua madre vuole diventare nonna, sono sincero: fisicamente non mi piace gran che ma tu capisci che prima o poi…” “Capisco che prima o poi!” Gustavo non accettò di maritarsi in chiesa, era ateo, la madre di Cinzia aveva parlato con un venditore di fiori per addobbare la chiesa, tutto a monte tranne una abitazione completamente arredata  acquistata dal padre di Cinzia per gli sposi. Guy immaginò  che Cinzia fosse vergine, lo era ma aveva una paura tremenda del dolore che avrebbe provato la prima volta, ne fece partecipe Guy che: ”Cara quando ti sentirai pronta fammelo sapere, buona notte.” Passarono quindici giorni poi Cinzia si decise al passo supremo, la novella sposa volle spegnere tutte le luci della camera da letto, solo la fioca illuminazione di un lampione che penetrava dalla finestra, malgrado la delicatezza di Guy la sposa si sciolse in lacrime, finalmente Cinzia era diventata donna. Guy mise a fuoco la situazione: dopo che la compagna era rimasta incinta  riprese ad alloggiare nella vecchia casa, la suocera avrebbe fatto compagnia a sua figlia  per sempre. Nacque una femminuccia, gli fu imposto il nome della nonna, Nives solo che la bambina non aveva nulla in comune col suo nome che vuol dire neve, era nera come un tizzone!

  • Come comincia:  La storia che seguirà è stata scritta lo scorso autunno da una studentessa in lingue di Gaza (una "gazan" o gazawi, come vengono abitualmente chiamati gli abitanti della città palestinese altrove - capita all'estero ma anche nel resto della Cisgiordania - per distinguerli e differenziarli dagli altri: non so, tuttavia, se questo sia un pregio o piuttosto mera sfortuna!), oggi ventiduenne, come egli stessa scrive, ed in attesa di una borsa di studio che finanzi un suo eventuale master all'estero: Baraah Qandeel, il suo nome completo. E' storia vera e commovente - a mio avviso - ma no strappalacrime (le lacrime è meglio lasciarle altrove, magari consumandole leggendo di altre morti di palestinesi ed altre uccisioni a Gaza o nei territori occupati in futuro, piuttosto che sprecarle vanamente questa volta); al tempo stesso, però, contiene una disamina alquanto lucida e precisa ancorché realistica (o realisticamente vera) della vita degli abitanti di Gaza, a cui non è permesso neanche sognare, sovente, vista la precarietà del loro trend quotidiano e di tutta la loro esistenza. Molti anni orsono mi capitò di leggere una frase che descriveva appieno la situazione: "da queste parti sembra che la maggior parte della gente pratichi il pessimismo della ragione frammisto all'ottimismo della buona volontà!". Non è paradossale, tutto ciò, né tanto meno trattasi di semplice eufemismo o peggio ancora di retorica filo-palestinese da quattro soldi, bensì è dato di fatto assolutamente incontrovertibile. Ma la volontà non basta, evidentemente, e i gazan sopravvivono (o vanno avanti, dignitosamente e nel miglior modo possibile che li sia concesso) facendo a meno, spesso, di quella che molti in occidente (per lo meno in quella parte di esso di stampo fantomaticamente capitalistico ed iper opulento) chiamerebbero "progettualità a lungo termine": non possono farlo perché qualcun altro decide per loro (i loro destini e il loro futuro) e va impedendoglielo (a prescindere dalla volontà stessa, appunto), mettendo - come suol dirsi - "bastoni in mezzo alle ruote" della loro esistenza, ovvero frapponendo tra essi ed i loro eventuali progetti di vita (o i sogni possibili che ne scaturirebbero) ogni ostacolo che possa umanamente immaginarsi, il quale diviene (quasi) sempre insormontabile, purtroppo: lo sarebbe, invero, per chiunque dovesse risiedere a Gaza e dintorni o in ogni altro angolo di quella terra martoriata che si chiama Palestina. Di certo è che ognuno viva, a questo mondo, in una perenne condizione di precarietà, la quale pende come fardello irrinunciabile a prescindere dalla opulenza e dal sistema economico vigente; tutti, poi, potremmo definirci, sia di nome quanto di fatto, dei "precari instabili" (o senza presa d'appoggio alcuna, magari), in fondo, a prescindere dall'essere o meno occupati (in senso lavorativo, è da intendersi) e dalla condizione sociale che va contraddistinguendoci e la quale pur differisce da un individuo ad un'altro: Jean-Paul Sartre affermava, infatti, che "l'uomo pur possedendo la facoltà del libero arbitrio (ossia, quella determinata capacità che ci contraddistingue dagli altri esseri viventi, per il fatto di poter pensare e saper di conseguenza agire in tutta libertà, quando sia possibile) opera delle scelte che inevitabilmente porteranno sempre a nulla". Si tratta di esistenzialismo razionale (o pessimismo della ragione, come scritto), più che di cinica visione della realtà il quale tuttavia, per gli abitanti di Gaza e dintorni (ma questo è estendibile, invero, ad ogni palestinese che vive l'occupazione israeliana) è amplificato alla milionesima potenza in ogni cosa. "Viaggiare è sempre stato un lusso per la mia generazione, una fantasia che possiamo solo immaginare e sognare. Beh, dimenticati di viaggiare. Anche visitare altre regioni del nostro paese è difficile da morire. Se vuoi che ti faccia un esempio, allora lascia che ti dica che siamo costretti a comunicare con la nostra stessa gente solo attraverso schermi digitali, nessun contatto visivo reale, nessun incontro reale, solo virtuale. La sofferenza non finisce qui. A peggiorare le cose, non solo le persone a Gaza City sono paralizzate e gli è vietato muoversi nella propria città, ma più palestinesi fuori dalla Palestina sono bloccati all'esterno, (np. nel 2018-2019 ci fu la cosiddettà "marcia del ritorno", una manifestazione di protesta a favore dei palestinesi profughi o transfughi all'estero, e del loro diritto al ritorno, appunto, la quale provocò ben oltre duecento morti e migliaia di feriti) e anche solo fare una visita alle loro famiglie è un rischio in sé e per sé. E'come una maledizione che ti accompagna dalla nascita; quando sei palestinese, la sofferenza diventa uno stile di vita per te, ed è doppiamente dannosa se sei di Gaza. Quando ero piccola, ho sempre avuto familiarità con l'idea che noi abitanti di Gaza avessimo un aeroporto nella città di Rafah (la città che confina con l'Egitto). Poi un giorno, le forze "isareliane" decisero che non avevamo più bisogno di avere un aeroporto tutto nostro e che dovevamo restare nella grande prigione che avevano creato per noi, così hanno semplicemente bombardato l'intero posto e l'hanno distrutto a pezzi. Stavano chiaramente dichiarando: "Se non possiamo occupare Gaza e aggiungere un altro pezzo di terra alla nostra collezione, allora dovremmo trasformare questo piccolo, minuscolo posto in una gabbia con migliaia di prigionieri e privarli del loro diritto di scegliere il loro proprio destino". Ho una zia che vive in Egitto con suo marito e i loro figli, e ricordo a malapena che aspetto ha. Certo, era prevedibile perché l'ultima volta che l'ho vista è stato quando avevo dieci anni e ora ne ho ventidue! E'stato ancora più tragico quando mia nonna è morta dove viveva, a Khan Younis, nel sud di Gaza. Mia zia non poteva nemmeno dire addio alla madre che le era sempre mancata o guardare il suo bel viso per l'ultima volta. Ha rischiato la vita per viaggiare illegalmente dall'Egitto a Gaza, ma non è potuta venire prima del terzo giorno del funerale (i funerali isalmici durano tre giorni), e non ha nemmeno avuto abbastanza tempo da passare con le sue sorelle (lei è la più anziana) perché, essendo la sua presenza illegale, doveva tornare in Egitto appena possibile. Ho sentito molte storie da persone che conosco, e su persone che non conosco, che sono state trattate male e in modo disumano al confine di Rafah mentre si dirigevano verso a da Gaza. Normalmente, il viaggio impiega quattro o più giorni per raggiungere una delle due destinazioni, ma se paghi denaro extra - che è abbastanza difficile da ottenere - puoi ottenere il trattamento VIP per raggiungere la tua destinazione in un giorno e mezzo. Ascoltare storie del genere mi fa solo inorridire all'idea che un giorno sarò nella stessa posizione. Sto cercando una borsa di studio interamente finanziata per ottenere il mio master all'estero in socio-linguistica, e per lasciare Gaza potrei dover viaggiare da Rafah in Egitto. Sarà abbastanza impegnativo non rimanere uccisi in un incidente sulla strada, poiché la strada per Arish, una città nel nord della penisola egiziana del Sinai, non è altro che una strada nel deserto. Mi chiedo se, una volta fuori, penserei di tornare a visitare il mio paese, dove sono la mia famiglia e i miei amici, e rivivere l'intera esperienza da capo? Posso sembrare sarcastica qui - e non sono sicura che sia il modo più sano per esprimere i miei pensieri, ma forse il sarcasmo mi aiuta ad assorbire questi fatti dolorosi - che come abitanti di Gaza, non siamo in grado di viaggiare e muoverci liberamente come persone di molte altre nazionalità possono. Quanto al futuro, non ho né conoscenza né speranza. E'un'avventura rischiosa che dobbiamo affrontare: raggiungere la perdita minima mentre ci costa un braccio e una gamba cercare una vita dignitosa e normale da vivere". Nel maggio scorso scrissi: "Chi va costruendo muri attorno ad un altro stato o territorio che sia (come nel caso di Israele, appunto) eppoi, alla resa dei conti (o de facto, come asseriscono i luminari del diritto romano, di quello internazionale e non solo) vi tiene prigioniero e segregato un popolo tutto intero, al suo interno (nel caso di Gaza e della Striscia questo accade a causa di un embargo ma si tratta della stessissima cosa, in fondo), senza curarsene né distinzione alcuna fare per chi ci vive (siano essi donne, uomini, bambini, giovani o vecchi), il dovere sacrosanto ha di tenere a bada quello stesso popolo, custodire cioé quel muro (o quei muri) che ha eretto e merita (paradossalmente) di ergersi a suo fedele guardiano: Israele a guardia di sé stesso, si potrebbe dire; di quel mostro che egli stesso ha partorito, in una sorta di espiazione catartica con quella sua creatura mostruosa". L'operazione militare israeliana che nella scorsa primavera ha devastato Gaza, provocando - in massima parte e come al solito - vittime civili inermi ed incolpevoli, fu denominata "guardiano del muro": è proprio quel muro, in fondo, che più di ogni altra cosa tiene separati i gazan e tutti i palestinesi tra loro e dal resto dell'umanità.

  • Come comincia:  Pur vivendo nella cosiddetta era "digitale", quella cioé in cui nulla, a rigor di logica e consuetudinariamente, mai e poi mai dovrebbe passare inosservato né - tanto meno - possa (e debba) capitare che qualche notizia (per grande o piccola che sia, che riguardi un potente oppure il becchino di Vattelappésca) venga in silenzio archiviata o cestinata a "quattro mani" nel dimenticatoio eppoi anneghi nell'immenso oceano dell'oblio, prima d'esser esposta - magari - al pubblico scherno e data in pasto, all'unisono, al giudizio mediatico massificato, tutti siamo ancora (volenti o meno ed indistantamente) succubi ancorché vittime (forse non del tutto ignare!) d'un gigantesco quanto assurdo paradosso, tale da far drizzare i capelli anche alla buona anima di Telly Savalas (attore americano, noto per esser stato il protagonista di una serie televisiva poliziesca di molti anni orsono, intitolata "Kojak") o far rivoltare nella tomba - forse - scrittori e drammaturghi del rango di Samuel Beckett e Luigi Pirandello (cito a casaccio due tra i più grandi del'900 ma credo che anche quelli meno noti lo farebbero se potessero!): da un lato vi è il "grande fratello" di orwelliana memoria (nella fattispecie trattasi del carrozzone mediatico contenente stampa, reti televisive e network, del web intero con social, blog, chat e quant'altro al seguito; della tecnologia corrente con smartphone, i-pod e i-pad di ultima generazione, sui quali è possibile installare applicazioni ipercomunicative ed istantanee) che tutto va scrutando, spia ed osserva, alla stregua stessa  del più raffinato dei voyeur (ma non sarebbe meglio etichettarlo col suo vero nome? Squalo bambù maculato, il quale nella toponomàstica linneiana, nota a pochi e forse invisa pure a quelli, suona così: Chyloscyllium plagosium), eppoi lo fagocita (appunto), non prima tuttavia di aver mandato a puttane ciocché un tempo era chiamata privacy; dall'altro una sorta di censura legalizzata delle notizie (mi sovviene il famoso Minculpop, Ministero della Cultura Popolare operante in certo "ventennio", che le filtrava a scopo propagandistico) che sta a capo delle lobbies editoriali della terra (in maniera altrettanto consuetudinaria della stessa diffusione delle notizie, oltre ad essersi stratificata nella società attuale in modo furbescamente e squallidamente velato) e fa in  modo che alla gente (o massa fruitrice che voglia dirsi) ne giungano talune piuttosto che altre: ovvero quelle che possano far "cassetta" o far crescere la tiratura di un giornale; far salire in maniera esponenzialmente vertiginosa lo share di una emittente televisiva o radiofonica e quindi...parlasi, sovente, d'introiti dell'ordine di bilioni (se no addirittura trilioni) di dollari piuttosto che di qualche nichelino (moneta di nichel oramai in disuso)  oppure della misera "paghetta" settimanale distribuita ad adolescenti. La manipolazione delle notizie: queste - evidentemente - dovrebbero essere le parole giuste da usare ma, soprattutto, è ciocché rappresenti il nocciolo del problema (o della questione che voglia dirsi). Un attivista americano filo-palestinese, il quale si chiama Eddie Di Fruscia ed il quale seguo su un social da diversi mesi, ha colto pienamente nel segno visto che manda sul social, ininterrottamente, post con news e video (quando ciò sia possibile) riguardanti la Palestina sotto occupazione israeliana. Dopo di che, a corredo dello stesso materiale (recepito da agenzie di stampa, emittenti, giornalisti e semplici abitanti del posto) scrive ogni volta le seguenti parole: "Non ne vedrete né sentirete mai parlare su CNN, FoxNews, BBC, MSNC e sui maggiori network e media occidentali". Tutto ciò è vero, a mio modesto avviso (e non sono il solo, per fortuna, a vederla a questo modo!) e credo si possa racchiudere nelle seguenti domande: Interessa più il nuovo amante della pop star o del divo cinematografico di turno oppure gli alberi d'ulivo sradicati dai coloni israeliani nel campo di un agricoltore palestinese, spesso con l'accondiscendenza o l'aiuto (addirittura) dell'esercito? Interessa più quando muore il cane del maggiordomo della Casa Bianca o del Primo Ministro di un qualsiasi Paese della terra oppure quando le ruspe dell'esercito israeliano abbattono le abitazioni di famiglie palestinesi a Gerusalemme est, lasciandole senza un tetto sotto cui vivere? Le risposte sono ovvie, evidentemente! Queste sono le proporzioni e i raffronti con cui abbiamo a che fare, oggidì; tutto ciò è emblematico: l'argomento "Palestina", tuttavia, rappresenta la metafora di quello che accade oramai ad ogni latitudine ed in maniera consolidata, purtroppo. E non mi sembra vi sia più la giusta misura di nulla: la stampa, i media, i network ed il web sanno; tutti sanno ma fingono di non saperlo e...nèsci è il vocabolo giusto, in questo caso, il quale nella locuzione "fare il nèsci", sta (appunto) per fingere di non sapere; quando sappiamo che un vecchio filosofo greco, invece, soleva affermare (non so se a proposito o meno) che la conoscenza delle cose e la sapienza stessa derivino proprio "dal sapere di non sapere", ossia dall'essere consapevoli di non sapere, pur sapendo, e quindi predisporsi meglio - ed appieno - a sapere. Alcuni giorni orsono mi è capitato di leggere, scartabellando vecchi ritagli di quotidiani in mio possesso, una altrettanto vecchia notizia di cronaca, di quelle che il cronista (appunto) una volta andava a cercare di persona, negli obitori degli ospedali, nelle camere delle questure, nelle aule dei tribunali, ovunque ritenesse opportuno farlo (era il capo-redattore che lo imponeva, a dire il vero, sovente, per far fare al suddetto le "ossa sul campo", come si dice, evidentemente, !), o meglio, le riferiva tal quali - una volta trovate - dopo che quelle erano avvenute. Non so se esista ancora tale figura di cronista o di fotoreporter oggigiorno e nel mondo che ci circonda tutti quanti; e se esista, tuttavia, non mi è dato sapere - in completa sincerità - se il cronista o il fotoreporter operino ed agiscano come prima nei confronti della attualità, della cronaca (quando, e se, ovviamente, sia possibile escludere a priori ogni tipo di manipolazione e/o di mancato rispetto della privacy, ed essendo essi in totale buona fede nei confronti della notizia stessa). Riporto, ad ogni modo, quella notizia integralmente (e fedelmente), così come l'ho trovata (o ritrovata) e letta (o riletta) sui ritagli di cui detto. Lo faccio per i seguenti motivi: come pura curiosità e come testimonianza di un fatto di cronaca datato, all'interno delle mie storie di strada; perché, a mio avviso, ritengo sarebbe potuta essere notizia da prima pagina su qualsiasi quotidiano ed all'interno di un qualsiasi notiziario, a prescindere dagli stessi ed indistintamente, anche oggi, a distanza di trent'anni esatti; perché simboleggia, infine, uno stato di malessere "umano", di fragilità interiore e - in certo qual modo - di solitudine che non credo abbiano tempo, luogo e data e che possono annidarsi (a dire il vero) in qualsiasi strato della popolazione e in ogni ceto sociale. L'articolo che reca la notizia è scritto da Lorenza Pleuteri ed apparve a pagina diciassette (sezione Cronaca) del quotidiano La Repubblica il 16 gennaio 1992 (era un giovedì). Il titolo (in taglio basso, centrato, a cinque colonne) è il seguente: Madre uccide la figlia: "tossiva". Sopra il titolo, l'occhiello reca scritto: Milano, "stava male, l'ho aiutata a morire". Aveva un anno e mezzo. Milano - "Carmen era seduta sul letto, con Carole in braccio. Non la voleva lasciare. Ho dovuto prenderle la bimba con la forza, strappargliela. Ho tentato di farle la respirazione bocca a bocca ma non è servito. Abbiamo chiamato subito l'ambulanza. Mi hanno detto che non ce l'ha fatta". Giancarlo Castellazzi non riesce a darsi pace. Nell'appartamento vicino al suo, all'ottavo piano di una palazzina all'inizio di via Veneziano, ieri sera la piccola Carole, un anno e mezzo tra meno di un mese, è morta. Tutto lascia pensare che a soffocarla sia stata la madre, Carmen Ferigo, una donna di ventinove anni che da mesi soffriva di disturbi psichici e che, in agosto, aveva rotto col marito, sposato pochi mesi prima. "Al padre, l'avvocato Giampaolo Ferigo - spiega la signora Castellazzi - la ragazza ha ripetuto "l'ho uccisa io, l'ho uccisa io". E a chi è arrivato nell'abitazione all'ultimo piano, alle sei e mezzo di ieri sera, la donna avrebbe detto che la bambina stava male, tossiva, e lei l'aveva aiutata a morire. Poi si è sentita male, l'hanno portata al Policlinico dove la piccola era giunta poco prima senza vita e dove si è precipitato anche il padre. Carmen è stata visitata da un medico della divisione psichiatrica, è in stato di fermo e il magistrato di turno ha annunciato "provvedimenti imminenti" prima dell'autopsia che accerti definitivamente le cause della morte della bimba, molto probabilmente soffocata. Il padre è arrivato subito all'ospedale di via Francesco Sforza, sconvolto, distrutto dal dolore. Ha spiegato che la moglie da tempo si comportava in modo strano e che si erano lasciati in attesa di avviare le pratiche legali per la separazione. "Ci siamo divisi in agosto - fatica a raccontare Raimondo Palermo, 29 anni come la moglie e un lavoro come guardia in un'agenzia di investigazioni - lei non stava molto bene, aveva dei disturbi". Così, il 5 dicembre dell'anno scorso, si è deciso a presentarsi a un giudice del Tribunale dei minorenni per raccontare tutta la storia e confessare le proprie preoccupazioni per la figlia chiedendo che fosse tolta alla moglie e venisse affidata a lui. Nell'appartamento di via Veneziano è rimasto il padre, un legale di 66 anni che si occupa da tempo di problemi e cause di zingari, incapace di spiegarsi la tragedia e a cui manca ormai la forza di aggiungere parole che aiutino a capire cosa sia potuto accadere. La figlia si era fatta rivedere a casa, con la nipotina, martedì mattina. Lui e la moglie erano usciti, ieri, dopo pranzo. Quando sono tornati per Carole non c'era più nulla da fare. "Ci hanno chiamato - racconta la vicina del pianerottolo - Mio marito ha cercato di fare il possibile per far respirare la bambina ma non c'è riuscito. Io ho chiesto a Carmen "Cosa hai fatto? Perchè? Ma lei aveva lo sguardo fisso, assente. Credo che nemmeno adesso si renda conto di quello che ha combinato". La signora, come molte altre inquiline dello stabile, la ragazza cresciuta al Corvetto con i suoi coetanei la conosce da sempre. "E'laureata in giurisprudenza, come il padre - dice la signora Castellazzi - Si era sposata a marzo, due anni fa, e aspettava già Carole che è nata dopo pochi mesi. Poi ha avuto dei problemi con il marito. E ieri è tornata dai genitori. Per un po' di tempo ha lavorato, credo, però non so cosa facesse adesso". Di certo non stava bene, era dimagrita. "Trasparente, quasi denutrita, probabilmente mangiava pochissimo o aveva dei problemi di salute", ripetono in via Veneziano. "Sembrava a digiuno da giorni - continua la signora Castellazzi - la crisi più grave è cominciata ad agosto. Carmen è stata ricoverata in ospedale, mi hanno detto. Quando gli parlavo sembrava che lei non capisse. Le ho chiesto "da quanti giorni non mangi?" e lei ha risposto "non lo so!". Lei ha pochi dubbi, pensa a un gesto di follia. Gli altri vicini di casa hanno poco da aggiungere. Una studentessa che abita con delle compagne di corso ha sentito solo le sirene. E si è ricordata che poche ore prima, l'altra mattina, per le scale si erano sentite delle urla.

  • 08 aprile alle ore 13:33
    Storie di strada - Giuseppe, il filosofo

    Come comincia: La storia della vita di Giuseppe è semplice, essenziale, scarna quasi disadorna (un albero senza foglie); essa si riassume a questo modo, con le seguenti parole: è storia di strada e di ultimi. Giuseppe è uomo minuto, colla barba bianca folta. Alle docce dove lo incontriamo si è appena lavato:
     - Se non mi lavo da un pò, la gente mi scansa, è normale (np. ne so qualcosa, io, di quelli colla puzza sotto il naso ed il tanfo di merda che...lo portano scritto dentro, glielo leggi dritto in mezzo agli occhi; un giorno di settembre di alcuni anni orsono uno che credevo fosse mio amico mi disse: "Escremento!!!"). Non ho un bell'aspetto. Però, nonostante tutto, anche durante il lockdown me la sono cavata, non so come. Forse perché faccio pena, la gente mi aiuta. Certo, non devo pensarci al fatto che faccio
    pena -. E'nato a La Spezia, settantuno anni fa:
     - Sembro più giovane secondo me perchè non ho la pancia -. Ci racconta di aver viaggiato molto: Parigi, Spagna, Portogallo.
     - A Milano sono arrivato solo da poco, ora vivo in Vittor Pisani, in stazione centrale. Li ho il mio giaciglio. Nel 1984 sono entrato in depressione e non sono più uscito di casa per parecchi anni, credo fino al 1999. Allora ero in Italia, a La Spezia, a casa mia. Poi sono andato a Tenerife, in Spagna, quando le cose si sono messe male ma anche li ero un barbone. Non chiedevo nulla a nessuno ma la gente mi ha sempre aiutato. Da vent'anni sono per strada, sono tantissimi. Forse però non ho perso ancora la ragione, questo mi fa piacere. E non ho paura, nonostante sia cosciente dei pericoli a vivere come faccio io -. Della sua gioventù ci dice poco:
     - Mi piaceva molto studiare, amo leggere filosofia e storia e soprattutto storia dell'arte (np. questo è il motivo per cui l'ho definito "filosofo" nel titolo). Sono perito meccanico, pensavo da giovane di lavorare nell'industria, mi affascinava. E di fatto qualcosa nell'industria petrolifera ho fatto e sono stato in Egitto e Libia dove guadagnavo anche bene. Ma era molti anni fa -.
     - Qui in OSF vengo da luglio (OSF sta per Opera San Francesco per i Poveri, associazione che ha sede nel capoluogo lombardo e si occupa di clochard e senza tetto, da qualunque posto del mondo arrivino) e ho incontrato molta umanità. Il futuro? Ci penso al futuro, anche se sto così. Mi piacerebbe ricevere la pensione, anche la minima. Ma non ho vissuto gli ultimi dieci anni in Italia e quindi non mi spetta, dice lo Stato. Sarebbe bello potersi permettere qualcosa, tipo un caffé al giorno. Ma se penso alla mia vita, comunque non ho rimpianti. Sono stato molto fortunato forse, ma non me ne sono accorto, ora è il tempo della malasuerte, come dicono gli spagnoli -. 
     - Sai cosa mi manca? Sono vent'anni che non leggo un giornale, non posso permettermelo -. Nonostante quello che afferma Giuseppe debbo contraddirlo e così concludere: "La strada non ha passato né presente e neanche futuro. La strada è la strada, punto e basta: ti ci ritrovi a vivere, spesso, non sapendo neanche il perché o il come sia successo. La vita è così, a volte, un andirivieni senza capo né coda. Comunque lo invidio, addirittura: la mia vita, al contrario della sua, è stata un cumulo di rimpianti, accatastati uno sull'altro come legna secca. Hasta siempre, G!".

    (liberamente tratto da un notiziario di OSF, Milano, dicembre 2020).

  • 04 aprile alle ore 12:29
    "A riveder le stelle"

    Come comincia: Quando eventi negativi come la guerra e la pandemia circondano il nostro pianeta in modo ostile è necessario non lasciarci prendere dallo sconforto, anzi è necessario reagire. Sono avvenimenti estremi, che alterano la vita delle comunità e di ogni singolo componente. Attimi oscuri e di tensione che inducono a modificare la nostra quotidianeità, fino a deprivarci di valori etici e morali che contradistinguono l' essenza stessa dell' uomo. Non varchiamo quelle barriere. Le reazioni istintive offendono la ragione. Come l'impulsiva russofobia che sta dilagando nel nostro paese. Avversare gli studi letterari di Dostoevskij è un atto irragionevole e incauto. Altrettanto lo sarebbe discriminare letterati, musicisti, artisti, filosofi di quella cultura a cui devo moltissimo. Riprendendo la storia del trascorso ventesimo secolo dovremmo attuare l'ostracismo ai filosofi Kant ed Hegel, al poeta Goethe e ai musicisti Beethoven o Bach. Con questo non intendo discolpare Putin, che ha davanti a sé il tribunale della Storia, la cui condanna sarà implacabile. Non opprimiamo le melodie geniali delle grandi menti, tasselli del mosaico della nostra civiltà. Nella tragedia dobbiamo restare lucidi, non facciamoci depredare la consapevolezza. Precipitati nel girone più cupo dell'inferno, Virgilio dice a Dante: "Vexilla regis prodeunt inferni verso di noi; però dinanzi mira": "Stanno arrivando i vessilli del re dell'inferno; però tu guarda avanti". E mirando avanti uscirono "a riveder le stelle".

  • 04 aprile alle ore 12:03
    Pensiero

    Come comincia: Se penso all’idea che un giorno potresti andartene,
    che potrei vederti sempre più lontano,
    che i tuoi occhi potrebbero non vedere
    più nulla di speciale in me
    se non un niente di che,
    che potrebbero cambiare vista
    e non riconoscermi più,
    che di colpo potresti lasciarmi
    da sola in un angolo buio
    disorienta e senza una torcia per uscirne,
    che potrei non trovare più
    quell’unica persona che mi sentiva
    anche quando in realtà davo solo silenzi
    e che restava
    anche quando cercavo in ogni modo
    di cacciare tutti
    e restarmene da sola con i mostri,
    se ci penso a me vengono i brividi
    e comincio a tremare,
    sento un nodo alla gola
    e un buco allo stomaco.
    Ci ho pensato oggi e ho sentito
    un vuoto improvviso
    e il rumore di una corda che spezzandosi
    mi lasciava indietro a cadere
    senza una mano che reggeva l’altra parte,
    mentre quel nodo mi stringeva sempre di più
    e mi veniva da piangere.
    Pensa te che cosa stupida,
    piangere per qualcosa che ha creato la mia mente.
    È che sentire tutte queste cose
    proprio non mi piace,
    la paura che diventino reali
    mi piace anche meno,
    ma l’idea di perderti
    quella, se vuoi saperlo,
    non mi piace proprio per niente.

  • 02 aprile alle ore 18:02
    La vita è sogno?

    Come comincia: Sara aveva da un po’ di tempo un pensiero fisso che le martellava il cervello. Si poneva sempre più spesso una domanda a cui non sapeva rispondere, vale a dire dove fosse il confine tra la vita reale e il sogno.
    Qual era la vita vera, reale? Quella che viveva durante il giorno, con la sua quotidianità, scandita da orari più o meno precisi, da attività svolte con certosina precisione, da affetti consolidati e vissuti in un ambiente a lei familiare e ordinato oppure l’altra, quella di cui era protagonista inconscia, che si svolgeva in modo complicato, ingarbugliato, difficilmente inquadrabile in schemi precisi e gestibili durante la notte, nel sonno?
    È così sottile e indecifrabile il momento di passaggio dalla veglia al sonno, attimi di un nulla di cui non si ha consapevolezza! Un languore simile a quello di chi passa dalla vita alla morte,  poeticamente descritto da Leopardi in un famoso dialogo. E proprio questa impossibilità di separare nettamente vita reale e sogno aveva prodotto nella mente di Sara il dubbio che la vita vera potesse in realtà essere il sogno.
    Molti sogni, infatti, ricorrevano più volte quasi identici l’uno all’altro a distanza di tempo. Talora invece si susseguivano come fossero puntate di una soap opera di cui la fine si rimandava di puntata in puntata. Ce n’erano alcuni particolarmente frequenti, che al mattino la lasciavano disorientata e con un carico di emozioni addosso difficili da smaltire durante il giorno.
    Per anni aveva sognato i propri genitori ormai morti da tanto, e quando li sognava erano ancora nel pieno delle loro forze e pronti a supportarla in ogni bisogno, come facevano quando erano in vita. La cosa sorprendente, però, era che nel sogno il loro rapporto era esattamente come avrebbe voluto che fosse prima che morissero. Non c’era bisogno di ingannarli con le famose bugie bianche, quelle che si dicono a fin di bene, perché loro sapevano già tutto di lei, dei suoi figli, della sua vita in generale.
    Come era bello e rassicurante potersi sfogare con loro, ascoltare i loro consigli, anche i rimproveri e le alzate di suo padre, autorevole nel sogno come nella vita!
    Tutto era più autentico, spontaneo. Nessun peso sul cuore, nessuna menzogna da nascondere col sorriso dell’erma bifronte pirandelliana. Niente finzioni, solo la nuda, meravigliosa verità.
    Quella, sì, era la vita che avrebbe sempre voluto, essere se stessa in ogni circostanza, senza infingimenti o coperture. Sara e solo Sara.
    Una notte, per esempio aveva sognato che le si ripresentava occasione di vivere accanto ad un suo vecchio, grande amore o almeno accanto a quello che all’epoca dell’innamoramento aveva considerato un essere bellissimo e perfetto. Nella vita reale si era nascosti tutti i difetti che invece lui aveva, la sua mancanza di cultura, l’egoismo, quei maldestri tentativi di spillarle soldi anche per mettere la benzina in macchina. Eppure ne era rimasta incantata e quasi soggiogata.
    Nel sogno tutto era stato molto più veritiero. Benché lui fosse ancora bello come tanti anni prima, lei aveva trovato il coraggio di essere sincera e gli aveva confessato che non avrebbe mai cambiato la propria scelta di tanti anni addietro, ma non perché costretta dagli altri e dalle circostanze, bensì per i motivi che allora non aveva avuto la forza di confessargli e che forse, inconsciamente, non aveva mai voluto confessare neppure a se stessa. Che sollievo! Che sensazione di pienezza e di autostima!
    Questo e tanti altri esempi ancora avrebbe potuto portare, per giustificare quel pensiero fisso che le martellava la mente, vale a dire dove fosse e se davvero ci fosse un confine tra la vita reale e il sogno.
     
     

  • Come comincia: Quelle che seguono sono, in successione, la testimonianza diretta di Luigi Montagnini, anestesista di Medici Senza Frontiere, e il testo quasi integrale di una intervista telefonica a Cécile Barbou, coordinatrice della stessa organizzazione nella Striscia di Gaza. Sono (quasi) contemporanee perché risalgono entrambe a oltre tredici anni orsono (si era agli inizi del 2009, ovvero quando scoppiò, poi manifestandosi in maniera oltremodo drammatica, cruenta ed infausta, la cosiddetta "crisi" a Gaza e dintorni) ma non hanno perso valore, a mio modesto avviso, nel corso del tempo: per il fatto semplice ed ultra chiaro che lungo la "striscia di Gaza" (o Gaza Strip, come viene di solito identificata dalla moderna toponomàstica di matrice anglofona o da coloro i quali, me compreso, vogliono a volte darsi un tono di internazionalità, quella piccola zona costiera, una sorta di lingua o striscia, appunto, lunga poco meno di trecentosessantacinque chilometri e posta in mezzo ai territori di Israele - a nord - ed Egitto - a sud - e che si affaccia a sua volta sul Mediterraneo) e in tutta Palestina occupata  il passato sia sempre presente, o meglio ancora, non passi mai di mod...d'attualità!
     Il sette gennaio, appena dopo la Befana, ho ricevuto una telefonata da Roma (np., mi pongo un paio di domande, unisone al mio stesso scrivere, o meglio ancora, prima di andare avanti nel racconto: chissà se anche in quei luoghi "arrivi di notte e con le scarpe tutte rotte"? E chissà mai se "porti carbone ai più cattivi"? Molto spesso ho la cattiva abitudine di darmi la zappa sopra i pied...rispondere da me stesso alle domande appena poste, e questa volta le risposte che riesco a darmi sono le seguenti: innanzi tutto è da dire che di notte in Palestina possano sovente capitare ben altre cose tra cui che polizia od esercito - o entrambi - entrino nelle case dei palestinesi ed in maniera del tutto arbitraria le mettano a soqquadro, terrorizzino gli occupanti, strattonando e picchiando senza far complimenti chiunque trovino innanzi, comprese donne, vecchi e bambini; la "vecchia", invece, mi sa che qualora essa arrivi lo faccia proprio con scarpe rotte e di certo non firmate visto che molti non se la passino bene ed anche lei non possa permettersele; in ultimo, per quanto concerne il carbone debbo dire...beh, in Cisgiordania occupata, tutta quanta e non solo a Gaza, l'enclave sotto egida Hamas, sono abituati a riceverne tanto visto che in molti identifichino ancora i Palestinesi con l'aggettivo cattiv..."terrorista", qualunque cosa essi facciano ed in ogni modo agiscano nei confronti dell'occupante israeliano!): "Ciao, sono Ettore di MSF. Stiamo formando una equipe chirurgica da inviare a Gaza. Il prima possibile. Che ne dici?". Avrei anche potuto dire di no, ma erano i giorni più critici di questa guerra e, dopo aver visto le immagini in TV e avuto l'opportunità di fare qualcosa per le vittime civili, soprattutto i bambini, mi sarebbe costato molto di più rifiutare che accettare. Dopo tre giorni ero in volo per Tel Aviv. Una settimana di attesa a Gerusalemme per avere i permessi e la prima parte dell'Emergency Team è riuscita ad entrare a Gaza da Erez (al confine nord con Israele); il giorno dopo da Rafah (al confine sud con l'Egitto) ci ha raggiunto la seconda parte del Team: in tutto tre chirurghi, due anestesisti, un infermiere di sala operatoria, un infermiere di terapia intensiva, un logista e un coordinatore.
     "We are happy to have you here!", è stato il commosso benvenuto dei nostri operatori palestinesi, che collaborano da anni con MSF nella striscia di Gaza per gestire due ambulatori di fisioterapia, un servizio di pediatria e uno di salute mentale. Dopo due giorni sono arrivati i due autotreni con le ventuno tonnellate di materiale per il nostro ospedale da campo: quattro tende con due sale operatorie, dodici letti di terapia intensiva, una farmacia e una centrale di sterilizzazione. Mentre, in tempi record, i logisti approntavano il nostro ospedale, abbiamo dato una mano ai colleghi dell'ospedale di Shifa, il più importante della città: le notizie in Italia riportavano che le prime vittime di questa guerra fossero donne e bambini. Sarà stato un caso ma i miei primi due pazienti sono stati una ragazzina, con le gambe esplose, che è morta in sala operatoria e la sua mamma a cui abbiamo dovuto amputare una gamba e che è morta per un trauma toracico il giorno dopo. Sono passate oramai tre settimane dal mio arrivo a Gaza. Sono in attesa del nuovo anestesista che verrà a darmi il cambio. Molte cose sono cambiate: il cessate il fuoco sembra reggere, le esplosioni sono sempre più rare e tutta la città sembra rinascere. Sembra lontano il giorno in cui sono entrato nella Striscia: il cielo era lo stesso che in Israele, il colore della terra anche, il resto no. L'impatto è stato desolante, un paesaggio martoriato e grigio. Qualche colpo in lontananza, un aereo da ricognizione che ronzava costantemente sopra le nostre teste, nel cielo due elicotteri e la scia infuocata di tre colpi di mortaio. E tutto attorno il muro di dieci metri che sigilla la Striscia; le tracce sulla terra battuta segnavano il recente passaggio dei carri armati. Ogni casa lungo il percorso portava i segni dei combattimenti e molte erano completamente distrutte. Intanto anche il nostro ospedale è in piena attività: non si tratta più di effettuare interventi in emergenza, ma di sottoporre a nuovi interventi persone con ferite non chiuse o infettate, ustioni estese, amputazioni eseguite in fretta nei giorni della guerra che richiedono revisioni. A giorni apriremo anche il programma di chirurgia plastica per effettuare innesti di cute, soprattutto ai bambini. Intanto H., quattro anni, la nostra prima paziente, con una brutta ustione al braccio, ha terminato il ciclo di medicazioni in anestesia generale. Dovrà essere seguita ancora ma basterà farlo ambulatorialmente. Mi vengono in mente le parole del direttore dell'ospedale di Shifa: "I morti, purtroppo, sono morti. Ci dobbiamo concentrare sulle persone che ora hanno bisogno di cure e ogni risultato, anche piccolo, è un grande risultato". I morti sono morti, certo; ma hanno la cattiva abitudine di parlare, pur essendo morti, o meglio, dopo aver acquisito sul campo quello status: essi contano quanto i vivi nella memoria collettiva di un popolo ("morire è invano se nessuno ricorda che hai vissuto", scrissi io stesso alcuni anni orsono), dimenticarli sarebbe oltraggioso verso di essi oltre che nei confronti di chi sopravvive. Per fortuna, a mio parere, sembra che la gente abbia del tutto estirpato dal linguaggio comune, oltre che dal proprio sentire, ovviamente, la parola "oblio" in Palestina, laddove, infatti, il martirio faccia parte dell'immaginario di ognuno e a qualsiasi età anagrafica (spesso, anzi, è una delle poche usanze o pratiche che da quelle parti possieda intrinseco potere riconciliatorio, o riconciliante che si voglia dire, e indistintamente tutti riconduca poi, magari solamente per poco, agli ideali comuni). Basta leggere le cronache dei funerali delle vittime (dei bombardamenti, dell'esercito, dei coloni o di altre cause violente) oppure vedere i video di tali avvenimenti, sparsi ormai ovunque sul web, per rendersene conto, scoprire che un villaggio intero vi prenda parte, se e quando ciò sia possibile farlo, evidentemente. Accade infatti molto spesso, in Palestina, che anche al semplice e normale svolgersi - lo si va definendo altrove consueto, o meglio ancora, consuetudinario - della manifestazione umana più diffusa nel mondo (quale quello di un funerale, appunto) vi siano degli "impedimenti", i quali non sono del tutto secondari visto che gli israeliani possiedono la cattiva quanto macabra abitudine (sancità anche da alcune leggi e dalle stesse autorità, non di rado) di trattenere la salma del deceduto e lo fanno per motivi precipui e no insignificanti (ai più) o che possano apparire senza senso alcuno per la maggioranza delle persone: vogliono dare esempio e impartire una lezione morale ma non solo perché le salme sono considerate merce di scambio, al pari di un misero gruzzolo di shekel (valuta ufficiale israeliana, usata correntemente anche in Palestina). Tutto questo è accaduto in passato, ancora oggi accade ed ancora accadrà, purtroppo. Nell'ottobre del 2011 il soldato israeliano Gilad Shalit, nelle mani di Hamas da oltre cinque anni, venne scambiato con quattrocento detenuti palestinesi: Amnesty International denunciò all'epoca le dure pratiche di detenzione attuate da entrambe le parti. E' da dire, però, che in quel caso (ma accade quasi sempre, a quanto pare) gli israeliani, in seguito, incarcerarono nuovamente numerosi prigionieri facenti parte dell'accordo di scambio. Gli scambi, invero, ricordano quelli che un tempo avvenivano nelle fiere e nei mercati del bestiame, colla differenza - tuttavia - che si tratti di carne uman...esseri umani ad essere in ballo, in questi casi, e no maiali o vitelli. Nella primavera del 2020 il quotidiano saudita Elaph News Agency riferì come avvengono gli scambi, o meglio, le loro fasi principali: "Solitamente, se si tratta di prigionieri di credo musulmano, avvengono al termine della festa di al-Fitr (np., nella cultura e nella religione islamica essa rappresenta la seconda festa più importante - "festa della interruzione del digiuno", è chiamata - ed avviene tra la prima domenica di maggio ed il lunedì seguente, al termine del Ramadan), la prima fase dell'accordo è quella generalmente più semplice; la seconda, invece, è meno facile visto che prevede la richiesta di rilascio dei detenuti palestinesi che scontano l'ergastolo, compresi quelli che sono stati arrestati di nuovo dopo il rilascio come parte dello Shalit (contratto di scambio dei prigionieri, viene detto in ebraico) e la loro condanna all'ergastolo è stata ripristinata. La mediazione avviene di solito da parte di mediatori neutrali (egiziani, spesso, ma anche europei come svizzeri, tedeschi, russi)". In quel caso si trattò di scambio tra corpi vivi, per così dire (o "esistenti in vita", parafrasando per assonanza quel documento che in Italia certifica che la persona a cui è intestato è viva e vegeta nel momento in cui il documento stesso venga rilasciato da una autorità o amministrazione pubblica per qualsivoglia motivo e determinati usi). Emblematico è, tuttavia, nonché alquanto paradossale (a proposito di anime buone, corpi senza vita o cadaveri che dir si voglia) quanto accadde la scorsa primavera per Zakaria Hamayel, ucciso da un proiettile sparato dai soldati israeliani durante una protesta contro l'espansione dell'insediamento coloniale "Eviatar/Aviatar", nel villaggio di Beita, a sud di Nablus nel nord West Bank: i funerali del giovane, infatti - come reca scritto la notizia stessa del fatto -  vennero svolti in tutta fretta perché i suoi familiari temevano che il corpo fosse preso dalla polizia e fatto sparire. Mi sembra non sia del tutto inappropriato scrivere quanto segue: "Ai Palestinesi (oltre che vivere) non è permesso neanche morire in pace, o meglio intraprendere il viaggio verso la dimora eterna per essere seppelliti!". Cécile Barbou rilasciò una intervista telefonica - di cui detto sopra - al giornalista Ugo Tramballi, inviato a Gerusalemme de IlSole24Ore: l'articolo che la contiene apparve il 10 gennaio 2009 sul quotidiano, cioè qualche giorno dopo la testimonianza da Gaza dello stesso Montagnini ma poco prima - evidentemente - della sua partenza dall'Italia. Tramballi è autore, tra l'altro, del libro "L'ulivo e le pietre, Palestina e Israele: le ragioni di chi? Racconto di una terra divisa", apparso nel duemiladue ad opera dell'editore Marco Tropea, Milano. Così scrisse per introdurre l'intervista: "Non sono quì per definire cosa sia una emergenza umanitaria. Ma con tremila feriti negli ospedali, e non sappiamo quanti ce ne siano nelle case, la situazione è molto dura e complicata. Vista da dentro Gaza, come la vede Cécile Barbou, la polemica se nella Striscia ci sia una emergenza umanitaria o meno - Israele dice no - è irrilevante. Cécile, la coordinatrice dei sei dottori e dei due infermieri della missione di Medici Senza Frontiere nella Striscia, può essere raggiunta solo per telefono perché Israele continua a negare ai giornalisti l'ingresso a Gaza. E non ha molto tempo per stare all'apparecchio".
     - Quanti feriti state curando?
     - Fra i centocinquanta e duecento. Il problema è che la gente ha troppa paura per uscire di casa e venire da noi. Siamo noi che andiamo da loro. Anche sotto le bombe. La situazione è molto, molto dura. I bombardamenti sono incessanti, anche se da qualche giorno sembrano un po' meno pesanti. Da quando gli Israelian hanno iniziato l'offensiva terrestre i morti e i feriti sono molti di più. Soprattutto i civili. E raggiungerli è difficile: bombardano le ambulanze, tirano sugli infermieri. La situazione non è più accettabile.
     - L'ONU ha cessato le sue attività a Gaza, e voi?
     - Teniamo aperto il nostro ambulatorio ma pochi riescono a raggiungerlo. Nella nostra tenda accanto all'ospedale di Shifa, il più grande di Gaza, stiamo aspettando una équipe chirurgica che non riesce a passare la frontiera a nord (np. quella di cui parla Montagnini nella sua testimonianza). Qui i medici sono troppo stanchi: in sala operano due pazienti alla volta. E le persone da curare aumentano senza sosta.
     - Tre ore di tregua umanitaria sono sufficienti?
     - Non è vero, non c'è tregua. Bombardano anche durante quelle tre ore. E quando ci sono feriti nelle strade, il soccorso dovrebbe essere garantito ventiquattro ore su ventiquattro. Se hai tre ore, e non abbiamo nemmeno quelle, le persone che andiamo a raccogliere il giorno dopo non sono dei feriti ma dei morti E' la legge internazionale che impone di garantire accesso umanitario ai feriti. Ma non c'è accesso: molti soccorritori spesso finiscono nella lista dei morti.
     - Qual'è lo stato d'animo della gente?
     - Da una settimana non c'è elettricità e questo significa niente luce, ma anche niente acqua, E'difficile trovare da mangiare. La gente ha così paura che non esce di casa. E' disperata. Ho incontrato madri che si augurano di morire presto insieme ai loro figli per smettere di soffrire. Quando una madre spera questo a quale futuro possiamo pensare? Spero che voi giornalisti riusciate a entrare a Gaza presto. Abbiamo bisogno di voi, che vediate e raccontiate al mondo intero quello che sta succedendo quì. 

  • Come comincia:  La storia che segue, la quale fa da commento a un video passato su you tube nel maggio scorso dalla organizzazione umanitaria B'tselem, riguarda la famiglia Tamimi, residente a Deir Nidham, piccolo villaggio collinoso sito a nord-ovest della città di Ramallah, nel Governatorato omonimo e di Al-Bireh (Central West Bank o Cisgiordania centrale che dir si voglia). Nel 2007 il Palestinian Central Bureau of Statistics conteggiò nel villaggio una popolazione residente di circa ottocentottanta persone. Il nove marzo dello scorso anno (2021), cinque membri della famiglia Tamimi, tra cui il capo famiglia, lasciarono il loro villaggio per giungere nelle loro terre, site in prossimità del villaggio di Nabi Saleh (o Nabi Salih), visto che avevano avuto notizia della presenza di un colono di nome "Zvi" il quale vive - a sua volta - nell'avamposto di "Hafat Zvi Bar Yosef" ed è conosciuto per la sua insistenza nel portare il bestiame (mucche) a pascolare nelle terre dei contadini della zona. Il colono convocò i soldati, i quali giunsero e cacciarono i contadini dalle loro terre (prassi molto comune in ogni parte, remota o meno che sia, della Palestina: forse, chissà, è nello stesso DNA degli israeliani ancor da prima che essi diventassero Stato; o forse solamente da quando - un giorno di maggio di tantissimi anni fa..."Cacciateli fuori!", fu l'ordine impartito da David Ben-Gurion, padre storico di Israele, al Palmach - ala paramilitare della stessa Haganah - riferendosi agli arabi ed agli arabo-palestinesi che abitavano la Palestina storica sin da prima del mandato britannico), confiscandogli, poi, anche un trattore agricolo col pretesto che si trattasse di "terreni demaniali". La mattina del diciassette marzo, alcuni membri della famiglia sono giunti in un'altra loro terra, situata a circa seicento metri a ovest del primo lotto e a circa duecento metri dall'insediamento coloniale di Halamish. Su questo terreno, alcuni mesi orsono, i Tamimi hanno piantato duemilaquattrocento piantine di mandorle circondandolo con recinzione, nell'ambito di un progetto sostenuto dallo stesso Ministero dell'Agricoltura palestinese nonché dal Centro Palestinese per lo Sviluppo e finanziato dalla ong Oxfam. Al loro arrivo i membri hanno notato che i coloni avevano sradicato gran parte della recinzione. Mentre erano occupati a riparare la recinzione, alcuni coloni sono venuti a guidare la loro mandria di mucche a pascolare sui terreni della famiglia Tamimi. Tra di loro il colono di nome "Zvi" (di cui s'é scritto), giunto armato. Il video in questione lo mostra chiaramente col mitra portato appeso al collo. In seguito è scoppiato un alterco tra i presenti abbastanza acceso senza - tuttavia - che la situazione degenerasse nella violenza estrema, come spesso accade in molti posti della Cisgiordania. Alché i coloni hanno convocato i soldati - da parte loro - è un rappresentante della Autorità israeliana per le antichità. I Tamimi son tornati nuovamente sulla loro terra a mezzogiorno del diciannove marzo scoprendo che i coloni avevano riportato le loro mucche a pascolare ai margini del terreno. Uno dei coloni ha minacciato i membri della famiglia di sparare se non se ne fossero andati via. Dopo pochi minuti è arrivato un'altro gruppo di coloni, seguito da alcuni soldati. I soldati hanno espulso i coloni e al tempo stesso ordinato ai Tamimi di lasciare la loro terra, cosa che hanno fatto. Verso le sette del mattino del giorno dopo la famiglia Tamimi è tornata sulla propria terra per lavorare. L'insediamento di Halamish fu stabilito a circa duecento metri di distanza dal terreno dei Tamimi i quali scoprirono che i coloni avevano sradicato la maggior parte degli alberelli piantati. I Tamimi allora informarono la direzione palestinese di coordinamento e collegamento che convocò gli abitanti del villaggio per farsi aiutare a ripiantare le piantine sradicate. Quello stesso pomeriggio, alcuni membri della famiglia Tamimi si recarono in prossimità del villaggio di Nabi Saleh, poi arrivarono otto soldati e ufficiali che li ordinarono di lasciare la loro terra. Quando i membri della famiglia si sono rifiutati di obbedire all'ordine, i soldati hanno chiesto ai Tamimi di esibire documenti comprovanti la loro proprietà del terreno, ma hanno continuato a chiedere alla famiglia di andarsene anche dopo che aveva presentato i documenti richiesti. Nel frattempo, una ventina di abitanti del villaggio si sono radunati sul posto e così l'ufficiale ha ordinato ai soldati di lanciarvi contro granate stordenti e candelotti lacrimogeni. I residenti sono dovuti fuggire, ma dopo essersi allontanati a circa cinquanta metri di distanza, si sono fermati e hanno guardato cosa stesse succedendo. La gente vide un soldato nell'intento di sradicare due degli alberelli di olivo che erano stati piantati. Continuarono a guardare e nel primo pomeriggio, poi, ognuno è tornato alla propria casa.   

  • 13 marzo alle ore 13:07
    I miei versi mi attendono

    Come comincia: Quando fu, allora, all'istante seppi che ero malato, che dopo il cuore malconcio, il cancro aveva abbracciato il mio corpo e quindi nel comunicarlo, tutti subito a pensare che ero diventato vulnerabile, fragile, forse anche inaffidabile, incapace di dar al mio vivere il cento per cento, solo perché a rischio di recidività. Io lo sapevo già, cancro è infido, è come una spada di Damocle che ti pende sulla testa, una nuvola nera che ti segue ovunque, che ti fa vivere nella sensazione di sentirti imputato, colpevole, senza saper di cosa. E piano piano ti accorgi di percorrere strade lastricate di frasi fatte,di quelle che hanno ancora il sapore della compassione e in cui aleggiano nell'aria le note di una melodia malinconica. Eppure là, su quelle strade ho giurato a me stesso che da queste battaglie dovrò uscirne vittorioso, come fin'ora è stato, anche se vivrò con quelle cicatrici. Lo devo a mia moglie, alle mie figlie, ai miei nipoti, a me stesso.

  • 13 marzo alle ore 13:06
    Ostinatamente a modo mio...un po' di me

    Come comincia: Mendicante dei miei sensi,ho vissuto un'adolescenza di malesseri perché tra i suoi amici e i suoi conoscenti, mio padre si vantava d'aver un figlio studioso, l'unico in famiglia ad aver studiato,l'unico a frequentare un liceo e, dopo essermi diplomato, ad indossare il camice bianco dello studente universitario iscritto a medicina. Ma nessuno ha mai capito che questo per me era un peso,un tormento che avvolgeva di pathos la mia anima. Che ci crediate o no, anch'io sono stato e sono un romantico e Vi racconto il fu delle azioni vissute in giovinezza, in questo romanzo travagliato che è stato il mio vivere. È vero, sono stato gelosamente amato, anche se non ho mai compreso i motivi di questa gelosia che ha avuto la complicità della stessa aria che respiravo in una sorta di possesso esclusivo, che mi voleva diverso agli occhi del mondo e mi teneva prigioniero della mia stessa libertà.Ho amato e amo questa mia diversità che mi ha portato fino a frequentare il mondo cattolico. In parrocchia davo ripetizioni a bambini che non si potevano permettere il "doposcuola"; aiutavo, assieme ad altri ragazzi della mia età, a donare ciò che si poteva alle famiglie bisognose. Erano tempi di povertà, tante famiglie erano molto povere, mentre il tempo libero lo passavo studiando e leggendo. E poi il mio scrivere, quello scrivere che mi ha aiutato e mi aiuta a sentirmi una persona ricca interiormente, ricca e veramente libera.Ora ho la vita dipinta in un grande ritratto personale, dove mi si vedono ancora addosso fatti che non avrei mai voluto sapere e parole che non avrei voluto mai sentire, inanità che ho avuto tatuate nella pelle e nella mente, volutamente imposte. Là, arde perenne il fuoco di certe ferite alimentato dal mio desiderio di continuare a lottare e di andare aldilà dell'ira, perchè ho sempre creduto e credo che a rimanere sempre arrabbiati...si perda solo tempo prezioso; e allora, con tutta la mia forza interiore, ho pensato di non farmi sottomettere dalla paura, ho voluto affrontare con ferrea volontà ogni avverso destino e ho voluto combatterlo,nella speranza di scriverne alla fine il più lieto epilogo.

  • 12 marzo alle ore 20:33
    Storiella

    Come comincia: STORIELLA
     
    Sono Un Portafortuna
    Ad un torneo di bocce del Centro Anziani di Venosa volevo toccare la gobba di una vecchietta, convinto che mi avrebbe portato fortuna. Finalmente, dopo tantissimi stratagemmi e senza dare nell’occhio, sono riuscito a toccare l’agognata gobba. Mi sono abbracciato l’ignara vecchietta, senza dire nulla delle mie reali intenzioni!
    E mi sono messo ad aspettare con ansia gli effetti positivi della mia iniziativa. Prima o poi la fortuna doveva arrivare!
    Dopo qualche giorno ho incontrato l’arzilla vecchietta, che, con mia grande sorpresa mi ha abbracciato dicendomi: “Ciao Emilio sai una cosa? Mi hai portato fortuna! ho vinto la coppa del torneo e mi sono piazzata al primo posto!!! Grazie, grazie per avermi portato fortuna!”
    Morale della favola: ho sempre donato e mai ricevuto.  (LA STORIA È VERA! GLI AMICI ME LO RICORDANO SEMPRE PER PRENDERMI IN GIRO).
     
     
    Di: emilio basta – Venosa – Potenza.***

  • Come comincia:  Ahmad Hikmat Saif aveva soltanto ventitré anni: è morto il nove marzo scorso nell'ospedale An - Najah di Nablus, Palestina occupata, dove era stato condotto in gravissime condizioni per ferite di arma da fuoco alla colonna vertebrale, al polmone destro, nella coscia e nella gamba sinistra. Era nato nel villaggio di Burqa, situato a poca distanza dalla stessa Nablus dov'era stato colpito mortalmente. Ora è un nuovo martire di Palestina, immolatosi in nome di una causa che definire eterna è quasi eufemismo; nel nome di un popolo continuamente vessato da oltre sette decenni. Adesso anche lui è un martire del villaggio di Burqa, il quale in nome di tale causa ha pagato altissimo tributo di sangue: è il primo di questo 2022 (oltre ad Ahmad, tuttavia, in tutta Palestina sono state sette le vittime, soltanto a marzo: Abdul Kahman Qassim, Karim Qawasmi, Ammar Abu Afifah e Abdullah Al-Hosari, tutti di ventidue anni; il tredicenne Mohammed Shehada, il quindicenne Yamin Jaffal e il diciottenne Shadi Najim) e non sarà di certo l'ultimo perché quel villaggio è votato alla morte, è segno del destino che l'ha contraddistinto sin dalla prima Intifada palestinese, quella del 1987 che tutti chiamarono "Intifada delle pietre" visto che quelle fossero l'unica arma che i Palestinesi potevano opporre ai carri armati israeliani e perché nacque in modo del tutto spontaneo, dal basso: prendendo di sorpresa gli stessi vertici di Fatah e della OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) guidata allora da Yasser Arafat. E' segno del destino che questo piccolo villaggio, posto nella parte settentrionale del West - Bank (territori di Cisgiordania occupata, nella dicitura non anglofona) debba votarsi al martirio attraverso molti dei suoi abitanti: è peculiarità che contraddistingue chi lotta e la lotta, in terra di Palestina, sovente e volentieri è sinonimo di sangue e morte, appunto. Su israelpalestinetimeline.org è scritto: "I soldati hanno sparato ad Ahmad con tre proiettili veri al petto e all'addome durante una protesta scoppiata una settimana addietro quando l'esercito ha invaso il villaggio ed ha attaccato dozzine di palestinesi che manifestavano in solidarietà verso i prigionieri politici detenuti da Israele e che subiscono continue violazioni dei loro diritti". E' da dire come, oramai, quella di sparare proiettili veri piuttosto che di gomma, sia una prassi consolidatissima nei territori occupati; altresì è da dire come i detenuti politici attualmente rinchiusi nelle carceri israeliane siano tantissimi, di ogni età e sesso: molte, infatti, anche le donne ed i minori (cifre pubblicate lo scorso settembre dalla emittente AlJazeera, le quali riprendono fonti della organizzazione umanitaria Addameer, parlavano chiaro: quattromilaseicento prigionieri in totale, di cui duecento giovanissimi e minori, quaranta donne e ben cinquecento in detenzione amministrativa, ovvero imprigionati in modo del tutto arbitrario senza processo e prove a carico).  Le carceri, in Israele, bisogna infine sottolineare, che non godano affatto la nomea di essere dei luoghi di villeggiatura o delle residenze turistico - alberghiere "pentastellate", tutt'altro: sono esse, invece (anche per colpa, invero, dei carcerieri stessi i quali sono - in massima parte - persone arruolate nell'esercito piuttosto che civili), tra le più dure esistenti al mondo, insieme a quelle iraniane, egiziane e turche, probabilmente. A proposito di Burqa, nel dicembre scorso, quando si erano avute altre proteste, Bassam Saleh aveva scritto: - Oggi questo piccolo villaggio rappresenta la resistenza popolare palestinese, insieme a quelli di Betna, Kufrkaddum, Neelin, Belin, etc. (np. ma anche a quello di Al - Masara, posto nei pressi di Betlemme, alcuni anni orsono noto per i "venerdì di protesta" nel corso dei quali gente del luogo e dei villaggi limitrofi, insieme a quella arrivata da più lontano, scendeva in strada per protestare contro il muro di divisione; a quello di Beita, sito nel distretto di Hebron, a sud, di fianco alle alture dei monti Sabih, dove operano da quasi un anno i "guardiani delle montagne", gruppi di persone, per lo più giovani, che si battono come meglio sia possibile contro le incursioni armate dei coloni e dell'esercito che va appoggiandoli. Il villaggio ha donato alla causa palestinese nove uomini nel corso dell'anno passato; a quello di Budrus, situato una trentina di chilometri a nord - ovest di Ramallah, la quale fu in passato - a volta sua - il sancta sanctorum ed esilio dorato di Yasser Arafat e la quale molti considerano essere la capitale morale di Palestina: esso balzò agli onori della ribalta come simbolo di coraggio e lotta popolare, nel duemilatre quando l'attivista arabo - palestinese Ayed Morrar riuscì ad unire le opposte fazioni di Hamas e Fatah, oltre a centinaia di civili israeliani, nelle proteste contro la barriera di separazione tra Israele e Palestina eretta dal governo israeliano. Tutto fu poi immortalato in un noto film - documentario, intitolato "Budrus" e presentato alla mostra del Cinema di Berlino del duemiladieci, della regista brasiliana Julia Bacha; a molti altri piccoli villaggi che sono la linfa vitale della ex Palestina "libera" come lo erano - in fondo - prima ancora che fosse instaurato il mandato britannico nei territori della Palestina storica e molto prima della nascita dello stato di Israele). Il villaggio, al pari di ogni altro villaggio vicino, è sotto costante minaccia di ingiustificati attacchi  (np. appunto) di coloni estremisti (np. in inglese vengono chiamati "settlers", termine derivante dalla parola settlement la quale significa colonia, distretto, colonizzazione), generalmente appoggiati dall'esercito (np. meglio sarebbe usare le parole "quasi sempre" o "in massima parte", visto che l'esercito israeliano si rende del tutto complice dei coloni stessi e delle loro violente incursioni e malefatte, col placet molto più che supposto e nemmeno tanto silenzioso delle autorità centrali, in più del 90% delle occasioni: nonostante ciò gran parte della corrente opinione pubblica - anche in Italia - si ostina ancora a identificarlo, non so se facendolo in buona fede oppure del tutto - e colpevolmente - consapevole, con "forze armate di difesa" o IDF mentre - in realtà - esse lo sono soprattutto di "occupazione"!). A Silat  Al Dhahr i coloni hanno attaccato gli abitanti e le loro case ditruggendo ovunque e cercando di incendiarle. Un gruppo della Resistenza ha reagito, una settimana fa, sparando contro una macchina uccidendo così un colono e ferendone un'altro. Ciò dimostra che la protesta è più forte del piano di annessione e del governo di estrema destra, presieduto da Naftali Bennett. A Burqa esiste una colonia che si chiama Homesh, già evacuata nel duemilacinque. Nel duemilanove i coloni hanno istituito una scuola religiosa al posto della colonia e da questa scuola partono gli attacchi dei coloni di cui si è detto con aiuto e complicità dell'esercito. Burqa fa parte della storia della resistenza palestinese, nell'Intifada del 1987 si autoproclamò Repubblica libera di Burqa perché l'esercito non poté sottometerla nonostante molti morti e feriti. A Burqa, oggi tornata in prima fila, c'é tutta la Palestina. Un corrispondente scrive: "C'é chi da fuoco a pneumatici e ruote di gomma di auto e camion, vi è chi erige lo "strappo" di sassi nelle strade. C'é chi incita, invece, alla resistenza dai tetti delle case, altri distribuiscono cipolle al pubblico (per sopportare i lacrimogeni). Questa è l'atmosfera dell'Intifada, il suo profumo, il suo colore". Esce il primo comunicato: "Le famiglie stanno tutte bene. Le persone stanno bene, non saranno spezzate, non arretreranno di un passo. Battaglia in Burqa, la dignità e il fuoco sono in Burqa come se tutta la Palestina fosse la. Giovani vengono da ogni dove: Jenin, Jabaa, Araba, Yabad, campo di Jenin, Silat Al Dhahr, al Fandakoumieh, al Atara, Anza, al Zawiya, al Assa, Sanur, Mithloun, al Yamoun, Tulkarm, Noor al - Shams, campo di Tulkarm, Anabta, Beit Lid, Ramin, Bala'a, Kafr Rumman, Nablus, Deir Sharaf, Iginesinia, Zawata, Tell, Surra. Tutta la Palestina è quì. Fuochi nei cuori delle persone, basta un fiammifero per accendersi. Mahmoud al - Aloul, numero due di Fatah, grida: "Resisteremo fino al martirio". - Un dipinto molto bello, - scrive ancora Saleh nel suo racconto - cronaca dei fatti,  - venite a Burqa, venite alla bellezza. Salviamo Burqa! -. Il racconto ci dice quanto succedeva a dicembre passato, alcuni mesi orsono soltanto: le cose, però, non sono affatto cambiate, adesso; non cambieranno mai, a Burqa, forse (incursioni dei coloni, spari dei soldati, proteste e reazione della resistenza del villaggio). Il villaggio, da qualche giorno, ha un'altro (nuovo) "martire" che si chiama Ahmad. In realtà, tuttavia, non importa il suo nome ma quello che rappresenta; egli, cioé, avrebbe potuto chiamarsi Rafeef o Hisham, Bashir oppure Yousef, Amir, Mohammed, Nadim, Shady, Ahmed. Quel che importa, sopra ogni cosa, è che ve ne sia sempre uno nuovo, pronto a rimpiazzare quello precedente. Da queste parti, in fondo, non conta il giorno né il mese dell'anno, importa poco pure se sia inverno oppure estate, se faccia freddo o caldo: quel che importa è che vi sia sempre un nuovo martire perché è il solo, unico modo per andar avanti e resistere! 
    (fonti: If Americans Knew & contropiano.org, giornale comunista online).

    Taranto, 10 marzo 2022.