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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 03 luglio 2012 alle ore 14:53
    Tempesta tropicale

    Come comincia: Ora siediti, sulla spiaggia, osserva le onde, rimani così, percepisci tutto intorno a te, in te, dentro di te... i rumori del mare, del cielo, il vento, il sole, le onde... rimani accovacciata con le mani sulle ginocchia mentre giungo ad accarezzarti, suonare una melodica danza d'amore, sei un'arpa da strimpellare per ricavare vibrazioni di gioia, musiche seducenti, armonie orgasmiche senza fine... inàrcati come un violino, distenditi come un flauto magico che incanta chiunque ti sfiora... girati e donami la tua pelle, da martellare come un tamburo sciamanico che ci collega ai grandi spiriti d'origine... alle terre vergini, agli abissi inesplorati... lasciami rimbombare dentro di te... frastornami di baci... mi artiglio alle tue spalle per amarti, sempre più a fondo... dobbiamo scavare, scavare sempre più a fondo, aprire, aprirci, portare in dono i nostri frutti sull'altare del piacere... consumarli... gustarli... voglio tutti i tuoi sapori, tutti i tuoi colori... piega lo sguardo al cielo, come una leonessa in calore, lascia che il sole trapassi le tue pupille infuocando la criniera dorata, apri la bocca, devi gridare, urlare più forte... le nuvole devono arrossire... fammi sentire l'onda d'urto felina che smuove le montagne, le unghie affilate, la bocca del predatore affamato, sì... hai tanta fame e ora devi saziarla, mangia... divora... vieni al grande banchetto degli dei, nella sala imperiale, nelle viscere dell'inferno, fammi entrare, uscire, entrare, uscire... sali... girati, stringimi... prendimi... ti stringo... vieni... corri... urla... fai crollare questa diga di fuoco... falla crollare con le grida alla luna inferocita, fammi sentire la pioggia incendiaria che brucia e accende, riaccende, infiamma lo spirito che torna a vivere... guarda nello specchio, guardati... sei l'incarnazione del desiderio, la trama più sensuale di un grande romanzo d'amore, erotico, provocante e ipnotico... un dolce succo da sorseggiare, gustare, degustare... sì... voglio sentire... le tue fiamme nella mia gola... vieni... urla... esplodi... eruzione tellurica... sisma infuocato... terremoto incendiario... esplodi ancora... ti bacio ovunque... e ovunque raccolgo tra le tue gambe le tracce d'amore di una tempesta tropicale... succhio, ti risucchio come un frutto esotico, annego nel tuo mare, mi perdo in te... vengo a naufragare nel tuo cuore...

    ……………… ancora…………………………..

  • 30 giugno 2012 alle ore 11:03
    Un lungo 5 maggio nel cuore della vita.

    Come comincia: Tutte le volte che si scrive un racconto l'autore commette sempre una colpa, quella di non distinguere le emozioni dalle parole. Per tale ragione diventa difficile scrivere su se stessi. Ho scritto questo racconto perché ero arrabbiato per il fatto che tanta attenzione fosse rivolta agli assassini, e nessun interesse sfiorasse le vittime delle strade. Nel famoso mese di Maggio le mie giornate si svolgevano con un ritmo regolare, nessuna variante minima o significativa mi sopraggiungeva all'improvviso. Dopo essere stato tranquillo nei miei anni milanesi improvvisamente ho perso la mia pace.  L'incidente che me l'ha tolta è cominciato con un messaggio sul mio telefonino da parte di Anna la mia ragazza, un messaggio che diceva: Mi manchi amore mio, perdonami vediamoci domenica. Dopo aver passato un Venerdì e un Sabato tormentato da patemi del cuore, d'amore, da pianti improvvisi, litigi, finalmente arrivò quella domenica, una calma apparente e la pace mi raggiunse il cuore. Ricordo quella domenica cosi viva e forte come l'impatto di un incidente che di li a poco avrebbe stravolto la mia vita. Quella domenica ero in compagnia dell'amore di un abbraccio unico, ricordo che portavo la collana che lei, Anna mi aveva regalato simbolo del nostro amore, non mi separavo mai da quella collana, ricordo che quel giorno brillava in nome dell'amore. Lunedì ore 6.30 del mattino, tempo fuggiva, quel giorno all'alba che scivolava via, mentre il suo vento nel mattino di una primavera amara, mi accarezzava il mio viso inconsapevole  al mio destino, ignaro al mio evento. O strada mia, verso il mio cammino,
    leggero e sempre violento nel suo destino.
    Cammino verso la solitudine più vera.
    D'improvviso.....
    L'attimo....  il flash......
    la fine del Respiro....
    L'istante.....
    di un tremendo impatto....
    uno schianto improvviso.... crack......
    la collana al collo si rompe nell'impatto,
    e con la collana si spezza anche l'amore.
    Fuggito il momento via dalla mia vista,
    quella visione dell'inevitabile.
    Il mio pensiero accelerava i suoi ricordi, le mie sensazioni, le mie vibrazioni.
    Orrenda paura mi bloccava lo stomaco, le lamiere sul mio corpo, i vetri in faccia.
    La mia morte “Morte guardava il mio destino”, io la guardavo “la mia morte ma ancora non mi era nota”. Tutto aveva il colore del senza sale, affetti di immagini scolorite, mentre il mio cuore si gelava al freddo di un impatto, diventavo una lastra di ghiaccio, ricordo il freddo addosso. La sospensione della coscienza, e quel trauma cranico nei pensieri che vibrava dolente nella mia testa. Mi scopro Miracolato d’esser vivo, ma già stanco di aspettare i soccorsi, quell’autoambulanza che non arrivava mai mentre il mio dolore al piede tumefatto aumentava, quell' infinito gonfiore. In un attimo l’ho perduta per sempre la serenità, quel pericolo sempre dietro l’angolo, quando cala il sipario della Prudenza, quell' incidente che capita sempre a chiunque, e quello sguardo che non si ferma mai a chiedere quando succede a me potrei rovinare e perdere la mia vita, lungo la strada del pericolo trovavo sempre la prudenza mia, ma a volte capitava l’imprudenza degli altri. La corsa in ospedale con un dolore atroce al piede che mi toglieva il respiro, quella telefonata da non fare ai miei genitori , con forza nel cuore trovai il coraggio di dirgli, mamma ho fatto un incidente grave, ma sto bene, un' altra telefonata restava da fare erano le ore 14.00 del pomeriggio chiamai la mia Anna, dicendole che avevo fatto un incidente, lì sull 'istante non mi ero accorto, che avevo incidentato anche il nostro amore, la catena del collo si ruppe in mille pezzi proprio come il mio piede. Sul letto di un ospedale trovai le mie lacrime, dopo tutto ciò che ho vissuto sento che la strada deve sempre essere il luogo sacro della prudenza, in un attimo si distrugge l’amore, ogni forma d’amore. Ogni forma di prudenza è sempre giusta. 

  • 29 giugno 2012 alle ore 12:33
    Ricordi di giovinezza

    Come comincia: Lo cercava. Lo cercava di tanto in tanto, fisicamente, adesso che il Web concedeva di porre un nome ed un cognome su google o facebook e tentare di collegarlo ad un volto, ad una vita era divenuto possibile. Lo cercava nel ricordo. Ma forse era una caratteristica dell’età: ricordava che sua madre aveva fatto lo stesso con alcune persone della sua giovinezza, ossia cercarle, con il pensiero e dirsi poi: “Quanti anni avrà adesso? Settanta! Sarà vecchio. Forse sarà morto”. Anche sua zia aveva fatto il medesimo pensiero: “Eravamo bambini, giocavamo assieme a Marianella. Lui era alto e snello, forse mi veniva dietro, ma mia madre mi aveva detto di stare attenta agli amici, che possono essere pericolosi. Si chiamava Vittorio, che fine avrà fatto? Aveva due anni più di me, adesso ne avrà… sarà vecchio. Sarà morto…”. Anche lei, zia Irma, le stesse riflessioni appartenute alla madre e che adesso faceva lei: “Angelo. Che fine avrà fatto?”. L’ultima volta l’aveva visto di passaggio, in via Roma, in Napoli. Lei era con il giovane marito di cui, innamoratissima, soffriva però il carattere difficile, le asperità. Uscita per un poco di distrazione tra pannolini e biberon, già mamma a ventitré anni di una dolce cuccioletta ed ancora sofferente per l’improvvisa morte del padre avvenuta da poco, per il trasferimento in un territorio nuovo, lontano dalla sua città, provava a vivere il meglio possibile. Lei, dunque, l’aveva visto passare in mezzo alla folla variopinta, lui, sì, certamente lui, con il sacco in spalla, assieme ad un paio di ombre maschili giovani anch’esse, faceva l’autostop in una strada che all’epoca era ancora trafficata dalle automobili. Lui doveva avere allora, quanti anni? ventisette, ventotto? Qualche anno di più di quanto avesse lei stessa, come sempre era stato.
    L’ultima volta, in assoluto, che l’aveva visto fisicamente.
    Con il pensiero invece… Già: il suo primo amore, quello impossibile. Molto più impossibile di quanto avesse creduto quando l’aveva vissuto: “Angelo è ambiguo”, le aveva detto la sorella di lui. Dalla profondità degli anni le tornava il ricordo di quella telefonata della lei di tredici, o quattordici anni con la sorella di lui. Quella ragazzina adulta che era la se stessa di allora però, non sapeva nulla di gay, di froci, di omosessuali. Nulla. Come poteva comprendere, quindi, quale fosse il gentile messaggio che le proveniva dalla cornetta, all’epoca nera, del telefono? Pure qualcosa doveva avere colpito nel suo intimo quel tentativo di messaggio se ancora adesso le rimbalzava al presente dal suo passato. I bambini ed i ragazzi sono come dei registratori accesi: tutto ciò che viene registrato, anche se non compreso, ritorna nel futuro e trova spesso una spiegazione che all’epoca del vissuto non era stata possibile. Di quella sorella di Angelo, appena un po’ più grande di lei, ma certamente al corrente di cose che lei non sapeva, non le ritornava altro. Non erano state amiche, ma, al momento in cui lei stessa, ragazzina di quattordici anni, aveva chiesto di parlare con il fratello, quella sorella, più grande di lui, doveva avere sentito la necessità di porla in salvo, benché non si frequentassero, di farle capire che:”Angelo è ambiguo”. Ma la piccola ragazzina innamorata non comprese e neanche indagò con un: “Che cosa vuoi dire?”. Troppo innocente la vita delle ragazzine come lei nel 1963. Ignoranza, non innocenza, le caratterizzava. Proprio ignoranza. Pericolosa e contemporaneamente dolcissima. Quell’impermeabile d’innocenza di cui lei, scrittrice, avrebbe parlato poi nel suo romanzo “Quel magico mondo lontano”. Più tardi, molto più tardi, suo fratello Leonardo le avrebbe detto:” Lui non veniva per te a casa, veniva per me”, in tono di sfottò. Chiaramente non perché a lui, Leonardo, interessasse Angelo, ma perché al tempo, “tra uomini” si sapeva che ad Angelo, le donne interessavano poco. Gli uomini capivano di più anche nel 1963 ed in ogni caso Leonardo aveva sette anni di più di lei, ossia era coetaneo del “suo” Angelo. Ciò non toglie che, nel salotto della loro casa al vomero, durante i balli che si tenevano settimanalmente, Angelo le avesse “fatto la corte”. Lei era una slanciata e biondo-rossa giovinetta di tredici o quattordici anni e, nei primi momenti, non si era per nulla invaghita di quel giovane diciassettenne licealista classico. Alto (?), snello, affascinante sicuramente, figlio di un pilota. Colto come uno studente di liceo classico poteva essere al tempo. Ma di questo lei, piccola studentessa d’arte, non poteva ancora rendersene conto. Ricordava la prima brutta figura della sua vita, quella che le aveva insegnato a non dire mai “sì, lo conosco”, a meno ché non fosse davvero così. Dunque:
    -“ Hai letto Fitzgerald? Ti piace?”- e lei aveva ricordato vagamente un nome: Ella Fitzgerald, di cui non sapeva nulla di più di quanto potesse sapere allora di Scott Fitzgerald, per cui, non volendo fare la figura dell’ignorante, la fece in pieno rispondendo: “Si, Ella!”. Un momento di sconcerto e di silenzio da parte del suo interlocutore le permise di comprendere come qualcosa non fosse andato a segno nella sua risposta. Quel momento le restò dentro tanto a lungo da farsi ricordare al momento in cui lei, appena un po’ cresciuta, di Scott Fitzgerald aveva letto tutto il leggibile, per cultura personale. Allora, soltanto allora, comprese, e decise che mai, mai, mai, in un qualsiasi futuro, avrebbe detto di conoscere qualcosa o qualcuno di cui non fosse più che certa. Divenne la donna dei: “Conosci “questo”?”.- “Non molto, oppure, non abbastanza, oppure no, parlamene”.  In quei mesi della sua prima giovinezza Angelo era diventato il centro della sua vita. Dall’indifferenza per lui, così come può accadere con i sentimenti, passò ad un amore totale, destabilizzante, vano, sconcertato, irrisolvibile. Lui, quello che l’amico comune Arturo, aveva descritto come “innamorato di te”, perse per lei l’interesse non appena ricambiato. Come conseguenza di ciò lei aveva perdutamente persa la logica per lui: sfuggente, che appariva e scompariva nella sua vita come un fantasma, parlava poco, le faceva leggere poesie dedicate ad un’altra (?), altro (?), in perfetto stile da allievo del liceo classico vicino al diploma, in cui lei, soltanto anni dopo, avrebbe riconosciuto una scopiazzatura di Leopardi o un altro romantico, male interpretato. All’epoca però lei, che pure già scriveva da anni poesie, non vide che la prova dell’amore di lui per un’altra (un altro), e ne soffrì.
    Lo perse di vista. Divenne scontrosa, piangeva stupidamente e nascostamente nel vederlo di sfuggita in strada, cadeva in mutismi, qualche volta era intrattabile ma, fortunatamente, il ricordo le dice che, anche, visse pienamente la sua vita di ragazzina, quasi donna, con simpatie, amicizie sentimentali, crescita culturale, espressioni artistiche in pittura e nei primi scritti.
    Lo rincontrò una sera, per caso, in un Club del Vomero che lei, assieme ad un gruppo di ragazzi, aveva “creato” in uno scantinato. Ne ricordava il “soffitto a cassettoni”, ricavato dai contenitori in cartone, per il trasporto delle uova; (all’epoca i giovani si accontentavano di poco!). Quella sera (si era nel 1965?), vi si era recata con un amico caro, che le “faceva la corte” sì e no. Amico di fiducia, visto che la madre le aveva concesso di andare “a ballare”, assieme. Ma, nel buio allora fumoso del Club, vide “lui”. Lui le si avvicinò, ballò con lei e le fece dimenticare l’amico con cui era giunta. Le propose di riaccompagnarla a casa e lei, con estrema crudeltà, o, almeno, villania, avvertì l’amico Pino che sarebbe rientrata con Angelo. Lui la scusò, lei rientrò con Angelo ed Angelo, di nuovo, scomparve.
    Alla luce dei fatti, anni dopo, si rese conto dei motivi psicologici che potevano spingere quel giovane uomo di buona famiglia, pur compreso della SUA verità, a tentare approcci con lei: brava ragazza di buona famiglia, con cui si poteva sperare una vita “normale” che il suo istintivo interesse per il proprio sesso, non gli avrebbe mai concesso. Specialmente in quei tempi in cui la parola “omosessuale” era pronunciata a livello di “frocio”, a bassa voce. Troppo bassa perché le sue orecchie di femminuccia potessero udire. Comunque si rividero. Adesso lei non ricorda in quale situazione, qualche mese dopo. Uscì con lui nella villa comunale di Napoli, mano nella mano e si scambiarono persino un bacio (castissimo). Sedettero su di una panchina e lui le mostrò una foto. Lo ritraeva assieme ad un amico. (!) Poi le raccontò che era stato espulso da una colonia maschile, dove faceva l’educatore, o, forse, semplicemente controllava i ragazzi, regolarmente pagato. Oggi la lei, adulta, si chiede perché la fanciulla di allora non si domandasse le ragioni di quell’espulsione, il perché del fatto che egli sentisse il bisogno di raccontarglielo ed aggiungere: “Mio padre si è tanto arrabbiato con me che mi è venuto a prendere senza dirmi una parola, ha caricato i bagagli in auto e mi ha depositato a casa dei nonni a Frosinone, sempre senza una parola”.
    Buon Dio! C’era da chiedergli: “Ma cosa avevi fatto di così terribile?”.
    Invece no. Lei non chiese, ma, evidentemente, qualcosa di strano penetrava lentamente nel suo animo giovane ed inesperto. Fatto sta che, quando si rividero, lei aveva fatto una cosa davvero particolare per le sue abitudini: si era tagliata i capelli “alla maschietto”. I suoi lunghissimi e folti capelli dorati. Cosa che fece poche volte nella sua vita e, sempre, in momenti di grave crisi. Lui quasi non la riconobbe. Evidentemente non gli piacque quella novità. Forse la rendeva troppo simile ad un maschio? Nel corso della passeggiata che fecero, lei gli chiese finalmente perché si comportasse in modo così strano. Perché non fosse comunicativo e trasparente. Le parole usate non furono proprio queste, ma il senso sì. Lui rispose, a monosillabi, come sempre:- “Non mi fido”. Lei ribatté: “di me?”- “No: di me”.  Lei tacque. Non comprese. Era proprio una stupida giovinetta sedicenne di troppo tempo fa. Comunque lui le propose di “fidanzarsi” e, lei (questa è la cosa più stupefacente, visto che era cotta di lui), disse di no. Lo amava, sì, ma “qualcosa” di lui non le tornava giusto. Non capiva. Così disse “no”, e lui accettò la risposta in silenzio, senza reazioni apparenti. Non si videro più.
    Ecco: una storia che, alla luce del tempo, lei si era spiegata. Una sofferenza sconcertata che si era portata dietro tutta una vita e, forse, aveva segnato anche i suoi “amori” successivi. La tendenza alla sofferenza, all’accettare situazioni in cui viveva infelice ed innamorata. Oggi no: oggi, alla sua bella età di sessant’anni, non capisce come quella se stessa del passato avesse accettato un amore troppo vicino alla sofferenza, praticamente impossibile. Oggi ha imparato che l’amore deve essere complicità, consuetudini, comprensione, sesso affiatato e tanto altro. Anche un pizzico di sofferenza, perché questo è parte della vita, ma non sottomissione, accettazione passiva, dimenticanza di sé.
    Oggi, dunque, mutata, girovagando sul Web, alla ricerca del “che fine avesse fatto” quell’Angelo caduto, ha trovato su Facebook un Angelo che certamente non é lui, ma avrebbe potuto esserlo: un uomo magro, fotografato di profilo, con lo sguardo assente, un cappello di paglia sulla testa a ricoprire dei riccioli bianchi e grigi, gli occhiali… e il volto vecchio di un settantenne che non porta bene i suoi anni. No: non era detto che fosse proprio lui, ma avrebbe potuto esserlo. Dunque: era comunque evidente che il giovane dei suoi ricordi, magro, muscoloso, con gli acuti occhi dal colore che non ricordava ed i capelli a riccioli di un bel castano dorato, non c’era, in ogni caso, più. Come non c’è più la giovane donna ingenua e dolcissima che era stata lei e che mai avrebbe voluto essere di nuovo. Cicerone diceva, nel suo “De senectude”, parlando della vecchiaia ed enumerandone i presunti danni che le si potevano ascrivere:-“In realtà, quando riassumo (la questione) nel mio animo, trovo quattro ragioni per le quali la vecchiaia appare infelice: la prima, perché allontana dalle attività; la seconda, perché rende il corpo più debole; la terza, perché priva di quasi tutti i piaceri; la quarta, perché non è molto lontana dalla morte. Di tali ragioni, se vi aggrada, vediamo ora quanto sia fondata ciascuna. VI. La vecchiaia allontana dalle attività – Da quali? Da quelle che si compiono in gioventù e con le energie? Forse non ve n’è nessuna senile che, anche col corpo debole, si possa tuttavia esercitare con la mente?”.
    Fermiamoci qui. Il nostro Cicerone, cui non fu consentito invecchiare, in realtà concedeva alla vecchiaia il grande merito di permetterci una competente serenità di giudizio, lontana dall’accesa sofferenza che la giovinezza ci offre nell’ardore per le cose del mondo, primo fra tutti l’amore.
    Certo, resto convinta (per averlo scorto in tanti, per averlo letto nei libri e nella cronaca), che “la serena vecchiaia” (non mai vissuta dal povero Cicerone), non sempre e non a tutti porti la capacità di vivere con maggiore giudizio e senza gli affanni dell’ardore giovanile. Ma per quanto mi riguarda è davvero una cosa liberatoria, in molti sensi. Un periodo, il mio, non proprio vissuto “da vecchia”, ma neanche più nell’ignoranza sofferente che ha caratterizzato la stagione giovanile, quello in cui “vivo” e “vedo” più distintamente le cose del mondo e della mia stessa vita. Addio dunque alla sofferente innocenza della giovinezza, agli “angeli caduti” chissà dove, dico a me stessa, serenamente. Fuori c’è uno splendido sole, nel mio studio di pittrice attende sul cavalletto, perché la completi (con la sfida di farla mia) la copia ad olio della “Ragazza alla finestra” di Salvator Dalì, il mio fisico è ancora attivo e così la mia mente: che brillante stagione la maturità! Peccato duri poco.
     

  • 29 giugno 2012 alle ore 11:10
    Il quantirametto

    Come comincia: Stavo congelando cazzo.
    Il freddo era intensissimo e senza che me ne rendessi conto pienamente...
    Mi conquistava poco a poco il corpo ed intontiva la testa...
    Con una velocità di cui appunto non avevo parametri.
    Il suo avanzare in me era comunque inesorabile ed inarrestabile.
    Indi dovevo fare qualcosa però non è che avevo molte possibilità di riparo... nudo e preso com'ero.
    Nel frattempo i fiocchi continuavano a cadere ed io vagavo.. da qualche ora... solo e sperduto...
    In quella steppa di radi bassi cespugli e virgulti pungenti... privo di meta.
    Mi devo inventare qualcosa pensai...
    Se non che la neve non era sufficiente per costruirmi un riparo ed anche raccogliendo fasci d'erba secca mai avrei potuto accendere un fuoco...
    Senza accendino.
    E che tipo di trovata potrebbe mai venirmi?... mi chiesi.
    Serve una cosa atta al concentrare energia decisi.
    Quindi mi metto seduto a meditare... conclusi.
    Al che mi resi conto immediatamente di non possedere in quei momenti la predisposizione necessaria... per applicare tale pratica.
    Allora pregherò... continuai.
    Pertanto scoprii presto di non aver voluto imparare nessuna preghiera...
    E di non essere nemmeno in grado di inventarne una al momento.
    ... Che il cervello andava lesto verso la disperazione e l'irrazionale.
    Così andai avanti del tempo nel propormi ipotesi man mano più sbandate finché...
    Finché non mi sembrò di vedere una luce lampeggiante laggiù in fondo...
    Dove la nebbia diventava spessa pari alla panna montata.
    E mi ci diressi dunque e perfino correndo...
    Solo che invece inciampai e caddi rovinosamente e chiaramente aggiungendo pena a pena.
    Tuttavia mi tirai su e sorpresa...
    Ritrovai fra le mani un bastoncino biforcuto. 
    Una specie di pezzo di ramo lungo un metro circa...
    Che mi stupì cavolo.
    Mi stupì tantissimo.
    E mi attirò...
    Mi attirò curioso... per via del modo in cui era stata incisa la sua corteccia.
    Dei segni stranissimi e di varie dimensioni infatti la solcavano incredibilmente scavati e disposti.
    Mi misi ad osservarli rapito.
    Sembravano voler illustrare un testo...
    Quasi a mo' delle scritte d'amore sui tronchi al parco.
    Ma non si distinguevano lettere o numeri.
    No no.
    Erano tipo caratteri di un codice piuttosto.
    Un messaggio che nelle intenzioni doveva rimanere incomprensibile a tutti...
    Meno a chi conosceva le coordinate buone per decifrarlo.
    Tra l'altro... considerai pure che stava proprio strano un rametto in quel posto... abbandonato da dio e dagli alberi.
    E ciò aumentò se possibile l'interesse.
    Ergo il dilemma dell'interpretare i segni mi divenne "oltre" complesso.
    Ed oramai loro mi avevano pressoché rapito e stregato.
    E continuavo a studiarli ed osservarli...
    A "rigirarlo" dentro le mani sempre maggiormente coinvolto.
    A fare ipotesi.
    A congetturare.
    Ad immaginare quale animale avrebbe potuto rosicchiarlo in quel modo perfetto.
    O che agente atmosferico fosse stato in grado di compiere un simile prodigio.
    O su dove poteva essere ora l'uomo che l'aveva inciso.
    E con che attrezzo l'aveva manipolato.
    Aspetta rilanciai...
    Potrebbe contenere una mappa o magari indica "la" direzione o probabilmente è un calendario, una pianta del cosmo, un oroscopo...
    Un messaggio divino a me rivolto...
    Il mio testamento spirituale...
    Uno scritto ufo.
    E via di questo passo insomma...
    Durante non so quanto tempo.
    Ah!
    Durante quanto tempo te lo so dire io amico...
    Che ti ho trovato e soccorso.
    Minimo...
    Minimo settantadue ore... tutte chiare in questo periodo qui nel circolo polare... sei rimasto là fuori in quelle condizioni e...
    Ed in aggiunta so un'altra cosa fondamentale...
    Quell'attacco di interesse irrazionale verso il bastoncino ti ha certamente salvato la vita...
    Distraendoti dal fatto di percepire unicamente il freddo.
    Manco se catturando intera la tua attenzione lui fosse riuscito a riscaldarti per dentro...
    Meglio di qualsiasi fuoco da fuori o qualsivoglia soluzione logica del tuo problema.
    ... Ti ha salvato la vita.
    E questa direi è una morale bastante buona per una storia altrimenti insulsa.
    Altrimenti insulsa.

  • 27 giugno 2012 alle ore 22:08
    Monologo Interiore II

    Come comincia: Ho una voragine nel petto. Stretto alla cinghia che preme sul bacino l'arsenico veleno dell'amore. Chiuderei il relitto del mio cuore in fondo alla voragine che risucchia l'avido rimorso esistenziale della passione. Ho fatto dell'ardore passionale il peccato da portare ma perchè continuo a dimenare il già esistente inferno che predomina le mie carni con altri demoni immortali della perdizione? Vittima o carnefice? Strapperei invidioso l'affetto dell'altro pur di farlo mio ma l'invidia è il rigetto di se stessi per qualcosa di meglio e di meglio credo di averne a tal punto da preferir il dolore che la sua comprensione. Fittizio sei adesso e benchè io ricerchi brandelli di carezze, non sei che ossa da rosicchiare.
    Il genio della gelosia.
    Alla fine di questo viaggio, cosa troverai? I fiori appassiranno e il vento li richiamerà a sè ma questo è troppo lontano, non si vede, non si vede. O forse son io che ceco resto a tale fatto? Il tempo da ragione di credere che a me resta l'impero degl'inferi. 

  • 27 giugno 2012 alle ore 19:54
    Salvatore

    Come comincia: 1
    Non avevo cercato il terzo salvataggio di quel fine millennio, così come non avevo cercato gli altri due, ma, si sa, i salvataggi, come le ciliegie, tirano i salvataggi, cosicché
    quando a mezzanotte spaccata di quella caldissima estate, il pressante scampanellio interruppe ciò che stava ancora a livello di ipotesi fra me e mia moglie, pensavo a tutto fuorché al mio nome ed alla mia fresca fama di“Salvatore”.
    Lei, mia moglie, invece, si precipitò ad aprire e non seppi mai se aveva ceduto all’angosciante richiesta che dal campanello zampillava o, piuttosto, non prendendo a volo l’occasione per scappare dal letto e dalle mire del sottoscritto.
    È molto raro che intelligenza e bellezza vadano d’accordo in una donna, ma Rita non era donna,  nemmanco era uomo ed in questa  ambiguità la misura della bellezza è evanescente, i parametri confusi e, dunque, Rita era intelligente, bella/o e ci piaceva. Comunque, quella notte, non era là per compiacerci: sua cugina, la proprietaria dell’appartamento a piano terra di cui ero affittuario  -è morta-! gridava  -bisogna che tu la salvi immediatamente-!
    -Rita- avrei dovuto ribattergli  -ti rendi conto di pretendere un miracolo? Se è morta non c’è niente e nessuno che la possa riportare in vita-.
    -No! Devi salire! Tu solo la puoi salvare, è ancora un poco viva. Quando l’ho lasciata per correre da te, stava ancora rantolando, calcola il tempo di scendere i tre piani, calcola il tempo di convincere una testa come la tua, poi bisogna risalire, l’ascensore è pronto (infatti l’ascensore aspettava e le sue porte spalancate mi mettevano fretta quasi più di Rita) e sperare che rantoli ancora-.
    Così, più o meno con le stesse parole, ripercorremmo l’accadimento il pomeriggio successivo. Comodamente stravaccati sul mio terrazzino, (lo so, è alquanto pretenzioso descrivere così il mio balcone a piano terra) all’ombra delle persiane che, più che proteggerci da un sole improbabile in quell’anfratto circondato da palazzoni, ci riparavano dagli sguardi malevoli dei miei affezionati vicini, mentre mia moglie sorvegliava benevolmente i miei amplessi artistici – filosofici – politici. Mia moglie non capiva molto dei nostri discorsi, avrei potuto, lì, sotto i suoi occhi, concupire Rita e qualsiasi altra ragazza usando parole ed argomenti al di fuori della sua comprensione e lei non se ne sarebbe accorta se non fosse stato per i miei occhi che non sanno mentire né, tantomeno, usare metafore volte  all’uopo.
    La cosa che più mi aveva divertito, fu che mai e poi mai la mia padrona di casa avrebbe scelto il suo riottoso inquilino per farsi fare la lunga e laboriosa respirazione bocca a bocca che la strappò alla morte. No, certo, a parità di risultati avrebbe sicuramente indicato il vicino con cui divideva il pianerottolo del quarto piano  -il celebre dottor Gargiulo, non lo conosce? Il  professore in cardiochirurgia dell’università-  si era degnata di rispondere quella volta nel mentre tirava dalle
    mie mani il mensile della mia bicocca. Mi aveva guardato sprezzante del mio ignorare la fortuna nel dividere il fabbricato e la stessa aria con tale luminare.
    All’epoca la mia reputazione, dopo aver vacillato fra l’insulso perbenismo di quella gente e la vitalità che trovavo nel sottobosco malavitoso della mia città, era già bella e che
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    sepolta ed i rapporti, all’inizio idilliaci, intercorsi con la mia bella proprietaria, si erano rapidamente deteriorati.
    Il maglio più grosso, quello che aveva dato inizio al lavoro di demolizione, era stata l’irregolarità nel pagamento dell’affitto. Puntuali in principio ed accompagnati dai miei proverbiali sorrisi, avevo cominciato via via a posporre i pagamenti fino a cadere pienamente nella mia fama di debitore. Ed era stata una fama costruita a tutti i livelli, dai piccoli debiti dal fruttivendolo e alla salumeria a quelli medi del circoletto che vendeva sigarette di contrabbando (fumavo tanto), passando a quelli grossi dovuti allo sfortunato che mi aveva venduto l’auto sulla parola, per finire ai debiti impossibili e progressivi contratti allo sportello del mio strozzino personale dalla cui ira mi salvava solo il fatto che si era innamorato di me e delle mie poesie. Uno strozzino con animo poeta insomma, un’anacronismo che camminava e accumulava poiché lui faceva pagare a caro prezzo alle altre sue vittime la propria debolezza verso me.
    No, lei, la proprietaria, non mi avrebbe scelto, figurarsi, non rispondeva più neanche ai miei buon giorno, né ai miei buona sera e quella luce di compiacimento che gli si accendeva negli occhi quando incrociava i miei, si era irrimediabilmente spenta. Quello era  un mio piccolo ma sincero rammarico, lei mi piaceva ma era una persona veramente per bene, suo figlio era per bene, il suo defunto marito era stato per bene e della madre poi, non né parliamo ed io facevo di tutto, almeno con loro, per apparire il per meglio possibile. Ma, aimè, quando immancabilmente arrivava la scadenza del primo del mese, cominciavo a perdere punti. Già al due del mese, passando, loro, i per bene, sotto la mia / loro finestra, facendo in modo che io, o peggio, mia moglie li ascoltassimo, dissertavano ad alta voce sulla poca serietà di chi non è puntuale nel saldare i conti.

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    - E’ stato uno shock anafilattico-.
    -Ana…che-?  Interrogò sospettosa mia moglie.
    -Anafilattico-  rispose Rita  -se non fosse stato per lui -  continuò indicandomi  -sarebbe morta-.
    Io, come un assetato nel deserto, sorbivo come un long e fresh drink le sue parole, il
    mio amor proprio ne era rinfrancato e, una volta tanto, considerai con benevolenza i
    vicini che, sicuramente, ascoltavano dalle loro postazioni.
    -Salvatore-  insistè Rita  -tu non ti rendi conto di quello che hai fatto a mia cugina…
    e con la matta poi…..-. –Già-  rispondemmo all’unisono io e mia moglie
    Era successo la settimana precedente, donna Letizia, alias la matta dell’ultimo piano, aspettava con dei congiunti l’ascensore quando l’infarto la colpì. Cadde coi piedi diretti all’ascensore e quindi, di traverso alla mia porta mentre si portava le mani alla gola ed il
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    viso cominciava a tingersi del colore della morte. Io stavo dando l’ultimo colpo di spazzola ai miei capelli ed, in effetti, sentii il solito trambusto che precede codesti funesti eventi, ma non fu quello che mi spinse ad aprire, bensì il pressante appuntamento che avevo col tavolo da gioco. Quando aprii, ci potevo pure inciampare, cosicché, se volevo uscire o la salvavo o la scavalcavo.
    Fosse stata sola, non so cosa avrei scelto, se baciare quelle labbra cianotiche in modo da soffiargli dentro quella vita che in me eccedeva, oppure fare finta di niente e correre a giocare, ma c’era un vasta platea ad assistere: la portinaia che non era più tale, anzi da tale era passata al grado di proprietaria e quindi sommava all’autorità dell’una le pretese dell’altra; la signora Tutino, con l’appartamento attaccato al mio con la quale, senza dirci neanche buon giorno, condividevo tutti i segreti più intimi; poi c’erano le nipotine della signora morente ai miei piedi: giovani, carine, romane; il padre delle suddette, impietrito dalla paura alla vista della sorella in fin di vita; la cognata, bella, romana, giunonica signora e poi arrivò Marianna con uno short mozzafiato ed il fidanzato di costei, radiologo di sinistra ed infine gli infermieri dell’autoambulanza, accorsi comodamente e con ritardo su tutta l’operazione. Io, come Zorro, alla vista della croce rossa, lasciai lì tutta quell’umanità ancora in stato di shock ed, elegantemente, corsi a farmi spennare al tavolo verde.
    La mia cattiva fama era ascesa dal basso  verso l’alto e lì, dall’alto dei terrazzi, dei balconi, delle finestre, rimpallata ai coetanei delle costruzioni circostanti, appesantitasi, planata a livello stradale e propagatasi a macchia d’olio. Quel neo fece più o meno lo stesso tragitto: salì attraverso la tromba delle scale come il classico palloncino scappato al bambino, sfiorò i vari condomini affacciati alle baluastre (la sirena dell’autoambulanza agisce come una calamita sugli spilli, nessuno resiste alla tentazione di vedere di sapere) fu infine acchiappato dalla madre della matta e poi, come palloncino sgonfio, da questa lasciato cadere. Quando tornai dal turno mattutino di gioco (più che un gioco è un vedersi e valutarsi le tasche) notai che non erano le solite occhiate di affezionato disprezzo quelle che la gente mi inviava: nella salumeria se ne parlava e se ne aveva accennato anche dal fruttivendolo poiché questi, dopo tanto tempo, mi rivolse il suo buon giorno più pregiato.
    La voce era girata in tutto il quartiere, la mia auto, accolta sempre con disgusto, suscitò una diversa reazione, una pioggia di occhi benevolenti mi avvolse e mi sentii un puledro selvaggio in una pioggerellina primaverile, per poco non mi scappò un nitrito. Persino mia moglie mi riservò un’accoglienza da giorno festivo (cosa rara poiché, si sa, chi non lavora non dispone di festività)  mi sorrise già dalla finestra, mi fece trovare la porta già aperta e la prima domanda non fu:  -quanto hai perso-?  E così mi tolse la soddisfazione di risponderle: -ho vinto-!

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    L’ ammirazione  delle  mogli  (e dei vicini )  dura poco: dopo solo tre giorni, non avendo  io dato alcun  segno di  ravvedimento,  quell’ atto  memorabile  era  stato archiviato.  D’ altronde  se la salvata stessa, la matta,  non si era  resa  conto  di essere
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    stata salvata  e salvata  da me  (nei suoi  discorsi  sconclusionati  non  c’era  nemmeno  l’ ombra  di ciò  che  gli  era  successo),  non  potevo  pretendere  dagli  altri  una gratitudine  di  lungo corso,  ma da mia moglie avevo sperato più considerazione.  Non che volessi buttare sulla bilancia quel secondo salvamento, ma era l’unica al corrente del primo salvataggio a cui era stata interessata testimone.
    Quando avevo raccolto quel fagotto di gatto in fin di vita e l’ avevo avvicinato al  tubo catodico del televisore da cui un santone indio-americano inviava del fluido a chi dei telespettatori avesse voluto cogliere, l’ aveva pur visto che Kikko mi era schizzato  dalle braccia ed  aveva cominciato  il suo  balletto attorno al frigorifero da cui, lui sapeva, sarebbe uscito quel cibo non toccato da una settimana.
    Mi aveva  guardato  mia moglie,  mi aveva  abbracciato  e  baciato  mentre io non sapevo  se essere fiero del mio operato o non, forse, geloso di quell’ amore rivolto  al felino.
    Il primo giorno mi perdonò la perdita a “Zecchinetta” di più della metà della mia magra rendita, il secondo giorno passò sopra alla telefonata dal commissariato che chiedeva a lei informazioni su di me, ma, quando mi sorprese nel  sottoscala a fare lo scemo  con  la  bionda del  secondo  piano,  dimenticò  all’ istante  che io avevo concorso a ridare la vita al suo gatto.
    Poteva passare  su  tutto e  passava su tutto,  ma  quello  della bionda era un tasto
    esplosivo,  a nulla valsero  le  mie balbettanti giustificazioni  a
    proposito  di respirazioni  bocca  a bocca,  d’ altronde  la signora  in  questione godeva
    e faceva godere di fiorente e vistosa salute, a nulla valse il mio tentativo di 
    arruffianamento  parlandogli di Kikko, le sue strilla si  levarono  alte già nell’ androne 
    ( era proprio arrabbiata, abitualmente quando  le controversie iniziavano  fuori, aveva
    almeno il buon gusto  di  entrare  in  casa chiudere  una inutile porta  e dare  sfogo
    al suo variopinto repertorio di ingiurie). 
    Quando le sue tonsille perforarono il soffitto, quando il suo piantoattraversò la membrana  in  comune con la signora  Tutino, quando dalla finestra esplose in strada il suo urlo di gelosia,  si ristabilì immediatamente la mia aureola di pecora nera.
    Quell’ Oscar all’ incontrario mi spettava di diritto,  si, c’ era  nel quartiere qualche 
    anima  generosa che  aspirava  a  farmi compagnia, qualche scavezzacollo  in pectore che si affannava a scalare  le vette della  perdizione,  ma l’unico  che si potesse  avvicinare  ai miei  picchi,  il figlio ventenne della signora Cece, non era sposato  e  questa  aggravante  è indispensabile  se  si  vuole  indossare  l’ ambita maglia nera.  Ero, forse,  un  po’ geloso della  “ Detenuta”,  rapinatrice di banche
    ed omonime istituzioni, costretta agli  arresti domiciliari  e sottoposta alle  frequenti  visite-verifiche  della  forza pubblica,  ma  mi  consolavo pensando  che
    per lei, in  fondo, il suo era solo  un onesto lavoro, essendo  una donna  sola, per sfamare i quattro figli  avuti  da  quattro uomini  diversi e,  secondo me,  era  da  considerarsi una  ottima madre di “famiglia”.

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    La  vita  in  casa mia, nel  mio  condominio,  nel mio quartiere tornò  al  solito tran-
    tran: i  continui  litigi  con  mia moglie  (in verità  erano  litigi a senso unico,  io  non
    avevo nulla  da  eccepire  sul  suo conto, sul suo amore) che  imputava al sottoscritto
    la  colpa  di  non  essersi,  lei, accorta in tempo utile di che pasta ero fatto; le sollecitazioni  al pagamento che la  proprietaria  mi  inviava  tramite  la  portiera che non era più tale; 
    lo show  del signor  Di Donna che tutte le sante mattine si piazzava sul  marciapiede  opposto  alla  mia finestra,  puntava la mano armata di telecomando diritto nella mia  camera da letto e metteva in moto la  sua  auto indugiando con il  gas di  scarico  sulle mie  imposte;  il  fruttivendolo,  già  sveglio  ed al  lavoro  da  prima dell’ alba  che cullava
    i  miei sogni con i  suoi  litigi  con  la moglie  a  proposito  del 
    prezzo da imporre  alla sua  merce;  mister  Casatiello, piccolo  boss  della burocrazia, 
    topo  di  capitaneria  di  porto,  spacciatore di  patenti  marine  e terrestri,  mio
    nemico giurato  al  pari  del suo lurido  ma  simpatico  cane  che  aveva  assunto
    a sua  toilette  personale il tratto immediatamente sotto la mia finestra.
    Mettere  uno  come  me  a  vivere in quel posto è quasi come pretendere che il rabbino
    di  Gerusalemme  si  metta  a  servizio  da Adolf  Hitler e pretendere, per di più, che il
    furher  gli scriva  buone referenze.  Non  si  può  andare  alle  tre di  notte al mercato
    del pesce in  pieno  fermento e  dissertare  sull’ andamento del  prezzo dei fiori. Tanto 
    per cominciare,  io disponevo  della  rendita  di  una  misera  pensione  avuta  più  per
    meriti  patologici  che per  maturati  diritti di  lavoro,  mentre tutti  i  capo  famiglia della zona disponevano di lavoro con la elle maiuscola. Piccoli  professionisti,  piccoli impiegati,  piccoli  artigiani  free-lance  e qualche  eroico operaio  il  cui  passo pesante sentivo all’ alba passare e genuflettersi alla mia finestra.
    I più accaniti  nel  lavoro erano quelli che avrebbero potuto benissimo vivere di rendita,
    i più ostinati nel guadagnarsi la pensione, i più puntuali al mattino i più regolari la sera.
    Le loro vite scandite dagli impegni  scorrevano  placidamente,  le volte che  il corso del
    loro fiume trovava sbocco nel mio, la  dove  avrebbe  dovuto,  perlomeno,  contaminare 
    di perbenismo le mie acque,  suscitavano invece un curioso fenomeno di  rigetto, come
    i gaiger ne erano rispruzzati fuori e ciò alimentava la cattiva fama che stavo  lentamente accumulando.
    Certo,  ci fu quell’ impennata  quando fui  arrestato  per  la  prima  volta, anche se, devo onestamente affermare, mai vi fu nella storia del crimine un arresto così elegante.
    La scena:  sotto  la mia finestra; interpreti: tre gentilissimi poliziotti, più  la star che sarei
    io, l’ora le tre di un pomeriggio di fine luglio; movente: boh! Spettatori: nessuno.
    Ero seduto in auto con  la  mano  pronta girare la chiave della  messa in moto ( quando
    in  moto andava)  vidi l’auto  della  polizia  avvicinarsi, la  guardai  dallo  specchietto retrovisore  finche  non  uscì  da  quell’ottica,  mi  oltrepassò lentamente mentre i tre mi squadravano, fino a lentamente fermarsi per traverso davanti alla mia auto ad impedirmi una fuga che non avrei tentato e che la mia auto non  mi avrebbe permesso. Scesero tutti
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    e tre con le pistole  nelle mani  abbandonate  svogliatamente lungo i fianchi, lentamente
    si  avvicinarono  e  gentilmente  mi  chiesero  se  preferivo  essere  perquisito  sul  posto
    o, piuttosto favorire  con loro in  commissariato. Non ero stato mai arrestato prima ed,
    un po’ la curiosità, un po’ per non sputtanarmi proprio lì sotto la finestra con il terrore
    di vedermi affacciare una moglie urlatrice, optai per il commissariato.
    Quell arresto breve, brevissimo,  non era passato  inosservato  ( gli  spettatori  c’erano,
    c’erano: mimetizzati fra le imposte, fra  le piante, fra le  persiane  e  sottratti alla vista
    da un sole  implacabile  come su di un palcoscenico con i riflettori che ti annebbiano e
    non puoi difenderti dalla platea).
    -Sasà, ho saputo che ti hanno fermato gli sbirri-.
    Ecco,  solo  Zi Peppe poteva  ridurre  così  quell’ evento  che aveva messo a subbuglio
    le malelingue del mio quartiere, solo lui poteva portare  nelle sue reali dimensioni
    quel contrattempo, ma Zi Peppe  era mio amico avversario al  tavolo da gioco. Lui si 
    che se ne intendeva di galere e poliziotti, a lui si che si riempiva la  platea quando lo
    andavano a  prelevare a casa sua.  Strilla,  botte,  agitazione, con  le  guardie  costrette
    alle volte a sparare per aria se volevano portarsi via quel campione. Sembravano  feste
    rionali,con i bambini che corrono, la musica, i fuochi  e l’odore
    delle  ZEPPOLE&PANZAROTTI  nell’aria e vere e proprie feste diventavano quando
    Zi Peppe faceva ritorno. Feste in cui venivano ingaggiati i più noti cantanti e dove
    il liberato dava libero sfogo alla sua voglia di cantare e vivere  (possibilmente fuori di galera).
    -AAAAH! Che vuoi farci, è stato quel novellino, quel poliziotto li……come si chiama -?
    -La  Volpe,  si  chiama  la Volpe, è  un  fessacchiotto – rispose Zi Peppe che conosceva vita morte e miracoli (pochi ) di tutte le guardie.
    -Già, io potevo essere arrestato solo da un fesso-.
    -Non te la prendere e ora dammi le centomila che ti ho vinto-!
    Ecco, li,  al  tavolo  da  gioco,  in  quel locale  malfamato, con  le  mie poche  lire  a combattere  contro  quelle  di  contrabbandieri,  ladri,  papponi, spacciatori et similia, ero quasi  felice. Allegramente  mi giocavo  la  pensione  dei  mesi a venire, allegramente mi indebitavo,  allegramente  perdevo e rimanevo di buon umore finche ero seduto su quella sedia, a quel tavolo, con le carte in mano.
    Ma c’ erano i ritorni a casa e quello dal  commissariato  fu uno dei più brutti ritorni  della storia.  Mia  moglie  era  stata  presa  da  svenimento,  mia  suocera, accorsa prontamente, aspettava alla finestra e cominciò  a strillare  non appena  mi vide, mia cognata che mai e
    poi mai avrebbe fatto mancare la sua  ugola,  mi apri la porta ed io fui costretto a passare sotto il giogo di due ali di parenti urlanti e maledicenti.
    Nel condominio girò una petizione, niente  di drastico, vi  si affermavano alcuni  principi generici  atti a mantenere  la zona  su di un certo tono. Passo di casa in casa, da balcone a balcone, da ascensore ad ascensore, poi sconfinò e passò da negozio a negozio ed ognuno leggeva e deponeva la firma con gioia, sicchè quando la non portiera la sottopose alla mia attenzione,  era  diventata  così  com’ era  affogata  dalle  firme,  praticamente  illeggibile,
    quindi convenni, firmai e la sistemai  in bacheca.
    Quella sera,  al bar,  per  consacrare  l’ evento,  offrii  da bere  a Stefano ( una vita fatta di
    arresti  e  condanne,  ritorni a casa e  brusche partenze) e  a Raimondo,  appena  uscito di
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    galera  dopo quattro  anni di  immeritata (secondo lui)  reclusione.  Mi  sentii autorizzato
    a piazzare, in quei discorsi  comprensivi di  secondini-carogne, giudici-disonesti, avvocati-
    ladri e cose analoghe, il resoconto della mezzora passata al commissariato.
    Non  ebbi  il coraggio  di  confessare  a  quella  associazione  a  delinquere  di  essere
    stato trattato  molto  gentilmente, quasi come  se  fossi  andato a  chiedere  il rinnovo
    di un passaporto che  non  avevo, nessuno  degli sbirri  presenti  mi aveva  toccato, di
    manette  neanche  l’ombra,  mi avevano offerto  perfino  il caffè  e, dunque, affogai il
    resoconto in tre o quattro bicchierini  spacciando il tutto degno di ben figurare al confronto con le loro esperienze.
    Si vedeva che non erano abituati alla libertà: allontanandosi, così come vecchi marinai non più avvezzi alla terraferma caracollano per bilanciare il rollio della strada, Stefano
    e Raimondo si immisero in una metaforica fila di galeotti reduci dall’ ora d’ aria.
    Mi colse  un senso  di tenerezza e  rivolsi  una preghiera al  dio dei  secondini  affinche
    assegnasse loro una casa confortevole come le loro celle.

    -------------------------------------

    In seguito  sono  successi vari  accadimenti nel mio quartiere:  mi rubarono l’auto, a
    me, proprio a me, la ritrovai ( in verità se l’ era presa il mio strozzino che me la fece ritrovare solo dopo che gli ebbi consegnato il libretto della mia pensione);  KIkkO il
    gatto, mi fu debitore per pochi mesi poiché morì investito da una delle innumerevoli  macchine  di Mister  Casatiello  proprio  il giorno  prima  che lui  fosse arrestato per
    spaccio di patenti e messo agli arresti domiciliari, dopo di che  vendette 
    l’ appartamento per comprarsene uno con vista  sul mare e sulla  capitaneria. La mia
    bella proprietaria con ancora il sapore delle mie labbra sulle sue, mi aumento il pigione e conobbe un bravo proprietario di negozi e diedero inizio ad una dinastia immobiliare;
    la matta,  per fortuna,  non  mi mostrò  gratitudine, i matti sono matti si sa, loro sono
    esenti da  gratitudine e  riconoscenza  ergo non  cambio minimamente né la sua né la
    mia  vita  anche  se  l’ ho  sorpresa  più  di  una  volta  con  gli  occhi  fissi  su  di me
    ( speriamo bene ). In quanto a  mia moglie, beh, lei è un po’ gatta e  un po’ matta ed
    è tuttora impegnata nella missione di redimermi, laddove non dovesse riuscirci,  non
    si scoraggi, tenti ancora, tenti….

    _______________FINE________________

  • 27 giugno 2012 alle ore 19:20
    Il commesso viaggiatore Seconda parte

    Come comincia: Bart ed Anna rimasero per qualche secondo a fissarla, rapiti. Era una semplice valigia come tante, eppure li aveva come ipnotizzati.
    Il primo a riscuotersi fu Bart: -Sento...sento qualcosa -
    - Intendi dire che sta arrivando qualcuno? - chiese la sorella allarmata
    - No, no – rispose lui senza distogliere gli occhi dall'armadio – sento come una traccia nella valigetta...un senso lontano.
    - Come se nella valigetta ci fosse qualcuno? - chiese Anna corrugando la fronte.
    - No, sento solo una flebile traccia, anzi, tante tracce -
    Flebile?Dove aveva imparato quella parola suo fratello?
    Bart si avvicinò cautamente alla valigetta. Allungò la mano con una lentezza esasperante, come se si stesse avvicinando ad un ordigno in procinto di esplodere.
    Poi afferrò la maniglia. Anna ricominciò a respirare, senza nemmeno notare di aver smesso di farlo.
    - È molto pesante – constatò il fratello mentre cercava di sollevare la valigetta. Anna gli diede una mano. Effettivamente era terribilmente pesante, troppo per le sue dimensioni contenute. E fredda. Come se emanasse freddo.
    Con uno sforzo riuscirono a posarla sul letto. Era l'unica cosa che provava che lo sconosciuto era stato lì, che esisteva davvero ed era davvero entrato in quella camera.
    Il materasso si piegò sotto quel peso ed il letto scricchiolò. Anna temette addirittura che stesse per cedere.
    - Ora che facciamo? - chiese Bart con tono improvvisamente incerto.
    - Come che facciamo? La apriamo, no?
    - Non lo so...se ci beccano...se papà ci scopre -
    - Non essere sciocco, già per il fatto di essere entrati qui se ci scoprono siamo finiti – ma Anna percepiva che il timore di Bart non era certo quello di essere scoperto...sembrava piuttosto che la sua paura derivasse direttamente dalla valigetta, dal suo contenuto.
    - Senti qualcosa? -
    Bart si dondolava incerto sui talloni: - Non lo so...sento che c'è qualcosa, ma non riesco a capire cosa...sono più cose...ma non lo so...sento tante tracce, ma deboli, te l'ho detto.
    - Uff, cosa, qualcosa, non ti capisco. Apriamola e basta -
    Il coperchio era chiuso da semplici serrature a scatto, senza lucchetto o combinazione. Anna le fece scattare, poi posò le mani sui bordi della valigetta, pronta ad aprirla.
    Ancora quella sensazione di freddo. Adesso che era leggermente aperta, le sembrava che un filo tagliente di gelo uscisse dalla fessura del coperchio.
    - Insomma aprila, prima che ci becchino – disse Bart nervosamente.
    E lei lo fece.
    Il coperchio era sorprendentemente leggero, e si aprì con uno sbuffo silenzioso, che forse i due fratelli immaginarono solo.
    Dentro la valigetta era foderata di velluto rosso. Non avevano mai visto una cosa del genere.
    Posate in file ordinate sul velluto, c'erano una ventina di boccette di vetro, tenute ferme da altrettanti laccetti di raso nero. Ad Anna ricordarono i laccetti con cui la mamma chiudeva i sacchetti di velluto che contenevano i gioielli.
    Trattenuto dagli stessi laccetti, c'era un lungo coltello con il manico istoriato. La lama riluceva sinistramente ed il manico, con i suoi ghirigori inquietanti, terrorizzava Anna per l'impossibilità di scorgervi un disegno preciso.
    Le boccette erano tutte uguali, di vetro trasparente, cilindriche, con il tappo sempre di vetro a forma di sfera. A Bart sembrarono delle piccole oliere, ma si risparmiò il commento così prosaico.
    Il vetro era trasparente, eppure non si riusciva a capire cosa vi fosse dentro. Le boccette in realtà non erano tutte uguali come poteva apparire ad un esame superficiale: avevano tutte sfumature di colore diverso. O forse era il contenuto ad essere diverso. Colori diversi che sembravano cambiare, come se all'interno vi fosse un caleidoscopio di fluidi colorati, che costantemente si amalgamano e variano, in una combinazione continua ed infinita di sfumature, con una lentezza tale da far quasi dubitare che stesse davvero succedendo.
    Sembravano emanare una fioca luce colorata, anch’essa cangiante come il contenuto.
    Anna e Bart rimasero affascinati. Dopo un tempo imprecisato Bart allungò la mano verso una boccetta, con la stessa esasperante lentezza con cui prima aveva toccato la valigetta.
    Anna poteva vedere lo spazio tra la punta del suo dito ed il vetro che si accorciava, centimetro per centimetro, come al rallentatore.
    Anna non sapeva se l'avesse toccata veramente.
    Ma il dito di Bart si fermò ad una distanza quasi impercettibile dalla boccetta, che adesso stava virando dal giallo al rosso, passando per tutte le sfumature dell'arancione.
    Un'espressione di indicibile orrore si formò sul viso del bambino: - Lo sento...c'è qualcuno qua dentro...qualcuno di malvagio -
    Dietro gli occhiali gli occhi di Bart erano dilatati all'inverosimile, come se stesse fissando qualcosa di terrificante. Eppure non sembrava potersene staccare, come un coniglio abbagliato dai fari dell'auto che sta per investirlo rimane paralizzato in mezzo alla strada.
    Sulle lenti dei suoi occhiali si riflettevano le luci cangianti delle boccette, rendendo il suo sguardo ancora più allucinato.
    Anna non seppe cosa fare. Assurdamente, le venne in mente quello che le aveva detto una volta la maestra: se qualcuno ha un incidente con la corrente elettrica e rimane attaccato ad una presa od a qualcosa di simile, non toccatelo, o rimarrete anche voi attaccati.
    L'incantesimo fu rotto da un rumore che entrambi conoscevano bene: lo scricchiolio del legno della veranda per i passi di qualcuno.
    - Merda – bisbigliò Anna.
    Bart si riscosse, rimanendo ancora come intontito. La sorella richiuse con uno scatto la valigetta e lui ritrasse appena in tempo le dita.
    - Non rimanere lì impalato, aiutami cazzo – gli sibilò Anna mentre tentava di riportare la pesante valigetta nell'armadio.
    I passi erano sempre più vicini: - Non lo sento, deve essere lui per forza – bisbigliò Bart in tono disperato mentre con un ultimo sforzo spingeva la valigetta al suo posto.
    Le flebili speranze di Anna, che fino a quel momento sperava di sentire i passi proseguire oltre la porta, svanirono in un istante.
    Chiusero l'anta dell'armadio.
    I passi si fermarono davanti alla porta.
    Non seppe dire se se lo era immaginato o meno, ma a Bart sembrò chiaramente di sentire il tintinnio della chiave al di là della porta.
    - Non possiamo uscire...cosa facciamo, cosa facciamo? - disse quasi istericamente.
    - Dobbiamo nasconderci. Andiamo nel bagno -
    Il rumore, forse immaginato anche questo, della chiave che entrava nella serratura
    - No, se ci va ci becca di sicuro. Meglio sotto il letto
    In un lampo i due si buttarono a terra accanto al letto, dalla parte opposta rispetto alla porta.
    Click, il chiavistello scattò.
    Bart rotolò sotto per primo.
    Solo in quel momento ad Anna venne in mente che erano parecchio anni che non si infilava sotto un letto, e che forse non ci sarebbe stata.
    La porta si aprì lentamente, con il suo sinistro cigolio da animale ferito.
    Anna rotolò sotto il letto, sentì la testa sfiorare il bordo di legno, ma per fortuna ci stava.
    Trattennero il fiato.
    Da dove erano videro la porta aprirsi del tutto, poi le scarpe nere lucide dello sconosciuto comparire sulla soglia. Rimasero lì, immobili, come se l'uomo stesse scrutando la stanza.
    Merda, forse abbiamo lasciato qualcosa fuori posto.
    Cosa abbiamo toccato, cosa? L'anta dell'armadio l'abbiamo chiusa? Non me lo ricordo, cazzo. E la porta del bagno? Forse era socchiusa quando siamo entrati e l'abbiamo lasciata aperta e lui se n'è accorto.
    Merda, abbiamo messo la valigetta sul letto, di sicuro si è accorto del copriletto spiegazzato. Adesso ci becca.
    Lo sconosciuto misurò a lunghi passi la stanza, girando attorno al letto con un rumore che risuonava ovattato sulla moquette, ma per questo non era meno inquietante. Le sue scarpe si fermarono davanti all'armadio. I suoi tacchi erano a poche spanne dal viso di Bart. Se avesse allungato la mano le avrebbe toccate senza sforzo. Era lì, a pochi centimetri da loro: loro sotto il letto, lui che girava intorno, come uno squalo intorno ad una foca ferita.
    Lo sconosciuto aprì l'armadio
    Abbiamo chiuso la valigetta? Non me lo ricordo, non mi ricordo se abbiamo fatto scattare le serrature....Dio, Dio, aiutaci
    Lo sconosciuto, apparentemente soddisfatto, richiuse l'anta dell'armadio.
    Solo in quel momento Anna si accorse che stava trattenendo il fiato e che il suo corpo aveva un disperato bisogno di ossigeno. Lentamente, molto lentamente, combattendo col bruciore dei polmoni che le ordinavano di respirare con foga, espirò. Poi riprese aria.
    Sentirono un cigolio sopra la loro testa.
    Anna fece rapidamente saettare lo sguardo intorno al letto: le scarpe erano sparite.
    Lo sconosciuto, completamente vestito, si era disteso sul letto.
    Era pochi centimetri sopra di loro, completamente immobile.
    La ragazza girò lentamente la testa verso suo fratello. Nel farlo sentì i capelli che sfioravano la rete metallica del letto, che adesso si era abbassata per il peso dell'uomo sopra di loro.
    Guardò Bart.
    Suo fratello era pallido, teso come una corda di violino. Aveva il viso quasi affondato nella moquette blu.
    Anna decise di lasciarlo così com'era per il momento, ed iniziò a pensare.
    Erano bloccati lì sotto.
    Finché lo sconosciuto stava nella stanza, loro non potevano uscire, questo era fuori discussione.
    Se anche si fosse addormentato, sarebbero dovute passare delle ore prima che si sentisse abbastanza sicura da sgusciare fuori da sotto il letto ed uscire. Inoltre poteva benissimo svegliarsi in qualunque momento. La porta della stanza le sembrava lontana chilometri
    E se li avesse scoperti...Anna non era certo sicura che si sarebbe limitato a chiamare loro padre. Quell'uomo aveva qualcosa che non andava. Lo aveva capito dal primo momento in cui lo aveva visto. Il vestito nero, gli occhiali neri, i denti...uno così di sicuro non era una persona normale. Quelle boccette inquietanti, quel coltello poi...chi diceva che non ne avesse un altro anche addosso e che quando lei fosse uscita da sotto il letto non lo avrebbe usato per piantarglielo nella schiena...
    No, stai calma si impose. Cerca il modo di uscire da qui
    In realtà non dipendeva da loro. Magari lo sconosciuto sarebbe andato in bagno, ma anche in quel caso c'era il rischio che ne uscisse in qualunque momento.
    In più loro erano in due a doversene andare: il doppio del tempo.
    Dovevano uscire da sotto il letto, arrivare alla porta, aprirla e scappare, non prima di averla richiusa dietro di loro.
    Che situazione, che situazione. Eppure fino ad una manciata di minuti prima sembrava tutto un semplice gioco per interrompere la noia della vita in quel luogo isolato e dimenticato.
    Oramai non aveva più paura di essere rimproverata o messa in punizione da suo padre, che di sicuro una marachella del genere l'avrebbe fatta pagare salata; era terrorizzata che fosse lo sconosciuto a scoprirli. Era l'uomo che la spaventava, non la punizione di suo padre. Avrebbe accettato qualunque rimprovero pur di uscire da quella situazione.

    Non sapeva quanto tempo fosse passato. Suo fratello era sempre immobile alla sua sinistra. Non osava nemmeno girare di nuovo la testa per guardarlo.
    Il cigolio della rete del letto le comunicò che lo sconosciuto si era riscosso dalla sua interminabile immobilità.
    Anna trattenne il fiato.
    Li aveva sentiti? Si era accorto della loro presenza? Aveva preso il coltello dalla valigetta - ecco perché aveva aperto l'armadio - ed ora si apprestava ad usarlo su di loro...
    - Sì, signore. Per domani dovrei arrivare -
    La voce dell'uomo interruppe le loro terrorizzate elucubrazioni. Impiegarono qualche lunghissimo istante a capire che stava parlando al cellulare.
    - Sì, signore. È stato un buon raccolto, almeno per i tempi che corrono…-
    L'uomo ora si era alzato dal letto e stava camminando lentamente intorno al letto.
    I due fratelli in trappola potevano contarne i lenti passi attorno al loro nascondiglio.
    Anna si dimenticò ben presto della conversazione, ne approfittò per parlare con suo fratello.
    Gli si avvicinò il più possibile; controllò la posizione dello sconosciuto, che adesso le dava le spalle, e gli bisbigliò, in un sussurrò che quasi stentò lei stessa a sentire: - Appena ne abbiamo la possibilità usciamo dalla finestra. Ti tocco sulla spalla -
    Lo sconosciuto smise improvvisamente di parlare e fece due rapidi passi verso di loro.
    Anna sentì il cuore fermarsi.
    Si irrigidì, pronta a uscire da sotto il letto. Là sotto era in trappola, se fosse riuscita ad alzarsi in piedi avrebbe avuto qualche possibilità in più di cavarsela. Ma se davvero aveva il coltello c'era poco da fare.
    L'uomo deviò verso l’armadio ed aprì l’anta.
    Anna ricominciò a respirare.
    Sentì gli scatti delle serrature della valigetta, poi lo sconosciuto dire: - Ventidue, per l'esattezza, signore -
    Anna si girò con esasperante lentezza verso Bart. Il collo le faceva un male terribile a stare in quella posizione. Suo fratello, se possibile, era ancora più pallido di prima. Aveva gli occhi spasmodicamente schiusi, serrati.
    Dopo qualche istante li aprì ed annuì lentamente alla sorella. Era anche lui pronto ad uscire da lì.
    Ora si trattava di avere l'occasione giusta.
    Sarebbe bastato che lo sconosciuto uscisse un attimo, o che solo andasse in bagno, e loro sarebbero potuti uscire.
    Non importava che trovasse la finestra aperta, anche se sapeva di averla chiusa sarebbe rimasto sempre con il dubbio. Dalla camera non avevano preso nulla, lo sconosciuto non avrebbe avuto nessun motivo per approfondire la questione.
    E in fondo, chissenefrega, voglio solo uscire da qui.
    Le scarpe dell'uomo adesso erano fisse a poche spanne da Bart. Evidentemente si era seduto sul bordo del letto.
    E continuava a parlare.
    Anna non sentiva più le parole. Era esausta, come stordita. I muscoli le bruciavano terribilmente per la posizione scomoda in cui era oramai da...non sapeva dire quanto. Potevano essere minuti come ore. Era in debito d'ossigeno perché respirava pianissimo, timorosa di essere scoperta. Gli occhi ed il naso le bruciavano per la polvere.
    Con un violento cigolio lo sconosciuto si alzò di scatto dal letto: - Credo siano in macchina, signore. Posso controllare -
    E così dicendo con passo deciso si avviò verso la porta.
    Anna la sentì aprirsi e richiudersi.
    Toccò la spalla del fratello e rotolò fuori da sotto il letto, dimenandosi per passare sotto il bordo. I suoi muscoli gridarono di dolore per l'improvviso scatto dopo un'eterna forzata immobilità.
    Anna non ci badò e si lanciò verso la finestra, seguita subito dal fratello.
    Sentiva i battiti del cuore rimbombarle nelle orecchie, era quasi assordante. Le mani le tremavano. Per qualche interminabile istante litigò con le pesanti tende, cercando di scostarle, ma non riusciva a capire dove  finisse quella di sinistra e dove iniziasse quella di destra.
    Lo scatto della maniglia della porta.
    Lo sconosciuto era ancora lì fuori, non era andato alla macchina come aveva detto al suo interlocutore.
    Anna lo sentiva parlare al di là della porta. Come ipnotizzata, senza riuscire a distogliere lo sguardo, vide la maniglia abbassarsi lentamente e rimanere giù. Continuava a sentirlo parlare.
    Evidentemente era poggiato alla maniglia, bloccato da un momento cruciale della sua telefonata nel rientrare nella stanza per recuperare chissà cosa. Forse le chiavi della sua auto pensò Anna in un momento di assurda lucidità.
    Bart era riuscito a scostare le tende e stava aprendo la finestra. La afferrò per un braccio mentre la apriva.
    Anna si riscosse e scivolò dietro la tenda. Suo fratello aveva già scavalcato il davanzale, atterrando silenziosamente sul prato dietro le camere.
    Le tende si richiusero con uno sbuffo dietro di loro mentre anche Anna saltava sul prato.
    Mentre lei si rialzava faticosamente, Bart riaccostò le ante della finestra. Coperte dalle pesanti tende, con un po' di fortuna lo sconosciuto non se ne sarebbe nemmeno accorto.
    Senza dire nemmeno una parola i due fratelli si allontanarono, stando bassi come soldati nella jungla, senza saperne bene il motivo.
    Il cuore di Anna iniziò a recuperare i battiti e Bart ricominciò a respirare solo quando ebbero svoltato l'angolo dell'edificio che ospitava le cucine.

    - La ringrazio dell'ospitalità e dell'ottima cena – lo sconosciuto stava restituendo le chiavi al padre.
    Anna e Bart lo stavano guardando da dietro una porta socchiusa. Giusto uno spiraglio che permetteva loro di vedere il bancone e la nera figura dell'uomo davanti ad esso.
    - I suoi figli mi sono stati di ottima compagnia – aggiunse l'uomo sorridendo.
    Anna e Bart rimasero come paralizzati dietro la porta, immobili e gelati.
    Loro padre sorrise ignaro dietro il bancone: - Oh, non sapevo li avesse conosciuti...spero non le abbiano dato disturbo -
    - Tutt'altro, sono due cari ragazzi...un po' troppo curiosi, ma adorabili -
    Anna si sentì mancare, e per poco non cadde indietro.
    Quando ritornò a guardare dalla fessura della porta suo padre e lo sconosciuto si stavano salutando. L'uomo aveva ancora in mano la sua valigetta e nel voltarsi per uscire per un istante il suo sguardo nascosto dagli occhialini neri incontrò quello dei due ragazzi; o almeno così sembrò ad entrambi.
    Sorrise ed i suoi denti puntuti mandarono uno scintillio strano. Poi scomparve fuori dalla porta nel sole del mattino.
    Loro padre non diede segno di aver notato nulla.
    Quando i due, dopo qualche minuto, riuscirono a riscuotersi ed uscirono nel parcheggio, dell'uomo non v'era più traccia.
    Anche sulla strada, della quale avevano la visuale per un bel po' di chilometri, non c'era alcuna auto.
    Solo aguzzando lo sguardo, in lontananza, scorsero una vecchia Ford rossa che si allontanava. Era un modello davvero antiquato, che Bart aveva visto solo in qualche film; le cromature splendevano sotto i raggi del sole.
    - Lo senti? - gli chiese Anna.
    - No, ti dico. È da ieri che ti ripeto che non lo sento – rispose lui esasperato. Come per un tacito accordo non avevano parlato di quanto successo la sera prima, troppo spaventati per farlo. Ma era evidente che Bart aveva dormito poco quella notte.
    - Non intendo questo. Non senti il rumore del motore della sua auto? -
    Bart tese l'orecchio: - No, non lo sento -
    - Appunto, nessun rumore. Come se la sua auto non avesse motore
    - Secondo te lui sapeva che eravamo lì? - chiese Bart dopo una lunga pausa
    - Non lo so Bart, non lo so proprio - sospirò Anna – quando mi ha fissato, poco fa, avrei giurato di sì...ora mi sembra assurdo, ma…non voglio pensarci più.
    Rimasero lì, a fissare l'auto finché questa non divenne prima una macchia rossa indistinta, poi un semplice bagliore di luce riflessa del sole ed infine scomparve.

    Lo sconosciuto giunse in città.
    Posteggiò ed entrò nell’edifico.
    Era davvero stanco e non vedeva l'ora di consegnare il frutto del proprio lavoro ed andarsene a casa.
    Chiuse la portiera del suo veicolo rosso senza alcun rumore, attraversò il posteggio ed entrò nel palazzo.
    La Ford avrebbe trovato da sola la strada di casa. Non sapeva esattamente come funzionasse. Sapeva solo che ogni volta che veniva nel Mondo di qua, come lo chiamavano lui ed i suoi colleghi, la Ford era sempre accanto all’accesso dal quale passava, pronta a portarlo silenziosamente in giro.
    Mentre si mescolava alla folla del grande centro commerciale si sentì soddisfatto. Stanco ma soddisfatto. Ne aveva raccolto decisamente un buon numero. Oramai è sempre più difficile, pensò mentre attraversava il reparto calzature, trovare anime da portare al grande capo. Lassù la concorrenza oramai accoglieva chiunque: bastava un rapido pentimento in punto di morte e potevi entrare, anche dopo una vita di nefandezze.
    Lo sconosciuto sospirò mentre svoltava in un corridoio totalmente dedicato alle attrezzature sportive; un tempo era diverso. Un tempo la gente viveva timorata, o meglio terrorizzata, di Dio. Se sbagliavi non c’era verso: il tuo destino era segnato.
    Ultimamente invece, soprattutto negli ultimi cento anni, era sempre più semplice accedere all’eterna beatitudine. Quel Pietro si era rammollito. Lo conosceva, una brava persona, ma oramai faceva entrare chiunque.
    E così per lui ed i colleghi era sempre più difficile trovare anime idonee ad essere portate giù.
    Se continuava così si sarebbe avverata la previsione del filosofo Alf Ross: l’Inferno esiste ma è vuoto.
    A lui in fondo non importava, pensò mentre schiacciava il tasto dell’ascensore, ancora qualche secolo e se ne sarebbe andato in pensione. E per così poco tempo poteva ancora riuscire a trovare anime per il capo.
    Le porte dell’ascensore si aprirono con un ping metallico ed una signora entrò con lui.
    - Scende? – gli chiese distrattamente mentre armeggiava con la pulsantiera.
    - Oh sì, scendo – rispose lui con un sorriso.
    Dopo qualche minuto le porte si riaprirono sull’ultimo piano sotterraneo del posteggio.
    La donna uscì e si girò a guardarlo interdetta: - Guardi che questo è l’ultimo piano…-
    Lui sorrise: - Oh, lo so…ma io scendo più giù…un bel po’ più giù –
    Le porte si richiusero.

  • 27 giugno 2012 alle ore 19:19
    Il commesso viaggiatore Prima parte

    Come comincia: - Solo Beemoth, prego – disse lo sconosciuto quando il consièrge gli chiese il nome.
    Lui non obiettò. Scrisse il nome, poi girò il registro al nuovo cliente perché firmasse.
    - Anna, aiuta il signore col bagaglio – da dietro il bancone spuntò una bambina bionda di non più di tredici anni.
    Il nuovo arrivato sorrise sotto la tesa del suo cappello nero: - Non si preoccupi, ho solo quella – disse accennando alla valigetta in pelle nera poggiata accanto al bancone.
    Il consièrge, il padre di Anna, si strinse nelle spalle: - Come preferisce –
    Gli porse la chiave, che lo sconosciuto prese con una mano guantata di pelle nera. Il padre di Anna se ne dimenticò subito, ma sul momento gli sembrò di percepire un netto senso di repulsione mentre gli dava la chiave. Anche se le loro dita si erano appena sfiorate, fu come se avesse ricevuto una spiacevole scossa elettrica, e, pur non ricordandosi assolutamente quando fosse cominciato, passò tutto il giorno con uno spiacevole formicolio alla mano, così fastidioso che continuava a massaggiarsela, soprappensiero, senza però saperne individuare il momento d’origine.
    Ritirando la mano troppo di scatto disse: - La sua stanza è in fondo sulla sinistra, numero diciannove. Come ha chiesto lei, le due accanto sono libere -
    L'uomo sorrise scoprendo denti stranamente puntuti – almeno così sembrò ad Anna,che ancora lo spiava da dietro il bancone – ma il suo tono, benché avesse una voce metallica, sembrò assolutamente sincero e cordiale: - Grazie mille, ci vediamo domattina allora -
    Si girò in uno svolazzo del lungo cappotto nero.
    Guardandolo, Anna non riuscì a capire dove finisse il suo corpo e dove iniziasse il cappotto. Sotto quel lungo soprabito nero, per quanto si sforzasse, non riusciva a percepire la fisicità dell'ospite, la sua corporeità. Per qualche istante si chiese addirittura se ci fosse un corpo sotto quel cappotto.
    Andiamo, hai tredici anni, datti un contegno si disse, lieta di poter utilizzare la parola contegno, che  aveva appreso giusto il giorno prima.
    Appena l'uomo si avviò verso la porta Anna sgusciò fuori. Si sentiva terribilmente incuriosita, e la sua curiosità vinceva il timore non ben decifrato che provava.
    L'uomo aprì la porta e i raggi del sole morente dietro la collina lo investirono, proiettando la sua ombra sul pavimento dell'ingresso.
    Ad Anna sembrò improvvisamente enorme e minaccioso. Ora lo vedeva come una gigantesca sagoma nera, un continuo svolazzo indistinto del soprabito sovrastato dalla larga tesa del cappello, bordato dal rosso degli ultimi raggi del sole.
    Anna si trovò nel mezzo della sua lunghissima ombra, e per un secondo si sentì come inghiottita. Sentì freddo. Come quando in cucina le capitava di entrare nella cella frigorifera...quella lenta aria gelida che ti prende prima le caviglie – a scuola aveva imparato che l'aria fredda è più pesante, per questo il freddo lo sentiva prima in basso – per poi arrampicarsi sui polpacci e su su fino ad inghiottirti.
    Durò solo qualche istante. Un secondo prima la sagoma nera dell'uomo si stagliava sulla soglia invadendo con la propria ombra tutta la stanza, un attimo dopo era sparita, lasciando ad Anna una spiacevole sensazione di gelo, l'impressione di non essere poi così matura per i suoi tredici anni come soleva credere, e il solito paesaggio che da quando era nata vedeva dalla veranda del motel.
    Davanti all'ingresso infatti c'era un piccolo portico in legno dipinto, un po' scolorito dal sole ma ancora dignitoso. A sinistra ed a destra c'erano i due edifici che ospitavano le camere, anch’essi bordati da una veranda sotto cui si aprivano le porte.
    Nelle altre direzioni il nulla; almeno così lo definiva Anna: una ventina di metri di posteggio separavano il motel dall'Interstatale, un nastro d'asfalto rettilineo che spariva a destra ed a sinistra, perdendosi nel paesaggio tendenzialmente piatto e brullo.
    La città più vicina era a circa una decina di chilometri – assolutamente invisibile da lì – e quindi, a parte il distributore di benzina circa mezzo chilometro sulla sinistra, si poteva avere l'impressione di essere su un altro pianeta, nel nulla più assoluto.
    Per fortuna a chiudere l'orizzonte c'era, dall'altra parte dell'Interstatale, di fronte al motel, la bassa collina dietro cui stava tramontando il sole, lanciando i suoi ultimi bagliori rossi ad illuminare il portico.
    Anna si girò. Suo padre stava leggendo qualche documento sul banco, non badando a lei.
    Non sembrava minimamente partecipe di tutto quello che lo sconosciuto aveva portato con sé in quei pochi minuti in cui era stato lì...e poi quel nome lo sconosciuto. Anna si sorprese a pensare che
    era la prima volta che pensava a qualcuno degli ospiti con questo epiteto...sconosciuto. Di solito quelli che venivano lì - quasi tutte persone che avevano fatto male i conti sulle tappe del viaggio ed un bel po' di camionisti – lei li pensava come ospiti, o clienti, o al massimo con un generico signori ma quel termine, sconosciuto, che tanto spontaneamente aveva affibbiato a quello strano tizio, non lo aveva mai utilizzato con nessuno. Eppure sentiva che era maledettamente azzeccato.
    Scosse la testa ed andò in cerca di suo fratello.

    Da dietro la porta sentiva già il rumore delle grida e degli spari.
    Si fermò un istante prima di entrare; un altro sparo, seguito da un’esplosione.
    Scosse la testa ed entrò. Suo fratello, due anni meno di lei, era davanti alla tv, con in mano l'immancabile joistick dell'X-box o come diavolo si chiamava. Sullo schermo in primo piano c'era un fucile o qualcosa di simile, che il suo adorato fratellino manovrava con destrezza per sparare a chiunque gli si parasse davanti.
    Stava giovando al suo gioco preferito, che aveva assorbito tutto il suo tempo nell'ultimo mese. Anna non se ne ricordava il nome...l'unica cosa che rammentava della dettagliata e noiosa spiegazione che suo fratello le aveva dato mentre con mani tremanti per l’eccitazione scartava la confezione del gioco era che grazie a quel coso poteva giocare on line e massacrare giocatori di tutto il mondo. Quindi una delle poche vie di contatto che avevano con il mondo lontano dal motel, suo fratello la usava per sparare in testa alla gente, per quanto virtualmente.
    - Bart -
    Nessuna risposta. Il mirino si spostò rapidamente per colpire un avversario in cima ad un tetto che Anna scorse solo quando cadde giù dal cornicione. Si chiese come avesse fatto a vederlo.
    - Baaaart -
    Niente. Suo fratello lanciò una granata.
    - Mmmmmm, che c'è? -
    - È arrivato uno strano tizio al motel -
    Altri spari. - E quindi? -
    - Voglio sapere cosa senti -
    Il sentire, come lo chiamavano loro, era una capacità che suo fratello aveva fin da piccolo. Uno dei primi ricordi di Anna, forse addirittura il primo, di questo sentire risaliva a quando lei aveva sette anni e lui cinque, quando la mamma se n’era andata da poco.
    Era un caldo pomeriggio di primavera, erano seduti a giocare con non mi ricordo che cosa nel portico dietro al motel, dove l'edificio principale fa angolo con quello che ospita le cucine e la sala da pranzo. Ad un certo punto Bart si era alzato di scatto, mollando quello con cui stava giocando. Aveva fissato l'edificio alla loro destra, ad almeno così era sembrato ad Anna: - Non lo senti? - le aveva chiesto rimanendo immobile.
    Anna era rimasta sconcertata: c'era qualcosa nel tono che aveva usato suo fratello che l'aveva bloccata: - Sentire che cosa? - gli aveva chiesto cautamente, come timorosa di provocare qualche reazione inaspettata ed incontrollabile. Aveva teso l'orecchio, ma non aveva sentito nulla, a parte qualche raffica di vento ed il rumore delle auto sull'Interstatale.
    Quando stava per chiederglielo di nuovo, suo fratello aveva parlato: - Ha paura, è spaventato. Ha sonno e freddo e fame. Dobbiamo aiutarlo.
    Anna aveva continuato a fissarlo, senza capire: - Di chi stai parlando? -
    Suo fratello non aveva risposto. Era uscito dalla sua perfetta immobilità – ad Anna era sembrato che non avesse nemmeno mosso le labbra per parlare, che non respirasse nemmeno – per avviarsi rapidamente verso le cucine.
    Anna lo aveva seguito. Bart aveva camminato lungo il muro, aveva girato l'angolo dell'edificio fino a fermarsi in un punto in cui l'erba era più alta, a ridosso del muro delle cucine. Anna lo osservava rapita. Ogni volta che suo fratello faceva qualcosa di strano, che sua sorella di solito classificava semplicemente come sciocco, forte della propria superiorità data da due anni in più di esperienza di vita, non esitava a dirglielo, ma questa volta sentiva di stare assistendo a qualcosa di davvero stupefacente.
    Bart si era fermato davanti a quella macchia d'erba ed aveva cominciato a scostarla. Anna tendeva ancora l'orecchio, ma non sentiva assolutamente nulla.
    - È qua dentro, ha bisogno di aiuto - 
    Solo a quel punto, come se avesse ricevuto il permesso, Anna si era inginocchiata accanto a lui. Bart le aveva mostrato quello che aveva trovato: nel muro della cucina si apriva l'imboccatura di un tubo, largo una trentina di centimetri. Probabilmente uno scolo o qualcosa di simile. Anna aveva teso di nuovo l'orecchio, ma non aveva sentito ancora nulla; in una situazione normale avrebbe già lasciato perdere, classificandola come una delle bambinate di suo fratello, ma questa volta no. Forse anche lei, di riflesso da Bart, lo sentiva.
    - Ha paura, è sfinito, dobbiamo aiutarlo – all'improvviso Bart aveva iniziato a singhiozzare – poverino, non è colpa sua, era solo curioso – due grandi lacrime gli erano sgorgate dagli occhi, rigandogli le guance.
    E qui Anna si era stupita della sua stessa reazione: aveva assecondato suo fratello in quella cosa così sciocca, così bambinesca:- va bene Bart, adesso lo aiutiamo, va bene? - aveva detto con tono calmo, pur non capendo assolutamente cosa stesse succedendo. Aveva avvicinato l'orecchio al tubo, il più possibile, quasi infilandoci la testa dentro. Era freddo ed umido. Stava quasi per rinunciarci quando finalmente anche lei lo aveva sentito. Ma non lo aveva sentito come suo fratello, lei lo aveva sentito nel senso di udito: un fievole miagolio.
    - C'è un gatto là dentro. Deve essersi incastrato -
    - È quello che ti ho detto, no? - aveva detto Bart tirando su col naso.
    Anna aveva rinunciato a spiegargli che non era andata proprio così. Anzi, aveva del tutto trascurato la cosa: si era data lei della sciocca per non averlo capito subito.
    Con l'aiuto del cuoco Raul, un ciccione giovialone con grandi baffoni sotto i quali sorrideva sempre – un uomo che al solo vederlo dava l'immagine della professione di cuoco – lo avevano tirato fuori. Era un gatto nero, stanco e spaventato, ma tutto intero. Il gatto dormiva in quel momento sul divano accanto alla tv, totalmente indifferente all'apocalisse che il suo giovane padrone stava scatenando sullo schermo.
    - Insomma, Bart – sbottò Anna. Anche il gatto sollevò la testa.
    Lo schermo si oscurò: - Ecco, per colpa tua sono morto -
    - Purtroppo, temo proprio di no – sbuffò Anna – Ora ascoltami, È arrivato un tizio, poco fa. Mi dà i brividi. Tu cosa senti? -
    Bart staccò finalmente gli occhi dallo schermo e la guardò interdetta, attraverso le lenti degli occhiali : - Mi sa che ti sbagli, non è arrivato nessuno. Il prossimo arriverà domattina, credo -
    Anna rimase interdetta: - È arrivato eccome. Ha firmato il registro pochi minuti fa. E ti assicuro che è una presenza inquietante, c'è qualcosa che non va in lui, al solo vederlo mi dà i brividi -
    - Ed io ti ripeto che non è arrivato nessuno. Lo sai che lo sento prima se arriverà qualcuno. Figurati se non sentirei uno che è già nella propria stanza, a pochi metri da noi -
    Era vero.
    Dopo l'episodio del gatto il sentire di Bart, come lo avevano battezzato, aveva iniziato ad affinarsi.
    Qualche giorno dopo Anna lo aveva trovato seduto davanti all'ingresso del motel. Fissava dritto davanti a sé, come un giocatore di scacchi che sta cercando di visualizzare la scacchiera di una partita a distanza per decidere la prossima mossa. Lo aveva osservato in silenzio, timorosa come la volta prima: - Sta per arrivare un uomo, su un'auto rossa. È di fretta, sta scappando da qualcosa.
    Anna non aveva detto nulla. Si era semplicemente seduta accanto a lui ad aspettare. Qualche minuto dopo nel parcheggio era arrivata sgommando un'utilitaria rossa. Il guidatore l'aveva posteggiata storta, occupando quasi due posti auto, ed era sceso prima ancora che il motore smettesse del tutto di girare. Era poi entrato nel motel di corsa, trascinandosi dietro una piccola valigia.

    Ora Bart sentiva con largo anticipo chi sarebbe arrivato al motel, se era un uomo od una donna, a volte addirittura che aspetto aveva o che auto guidava.
    Bart riusciva anche a sentire le sensazioni delle persone. Non quello che pensavano, sarebbe stato troppo bello, ma di che umore erano, come si sarebbero comportati – in modo gentile, simpatico o scortese – e che intenzioni avevano prima ancora che entrassero nella stanza.
    A quanto avevano osservato sia Bart che sua sorella, il suo sentire dipendeva da quanto intensamente la persona provasse quelle sensazioni, quanto intensamente si concentrasse su un pensiero, su un sentimento.
    Un comportamento normale per Bart non era fonte di alcuna sensazione. Poteva solo percepire la presenza di quella persona, ma niente di più.
    Quando Anna gli aveva chiesto come facesse, lui si era semplicemente stretto nelle spalle:- Lo sento e basta – e sua sorella non aveva fatto altre domande. Con la meravigliosa ingenuità dei bambini, considerava la cosa perfettamente normale: c'è chi è bravo a giocare a calcio, chi ha buona memoria, chi disegna bene, e suo fratello sentiva le cose, tutto qui. Lo stesso per Bart, che ancora non considerava affatto straordinaria la sua percezione.
    Solo ultimamente Anna aveva iniziato a porsi qualche domanda. Qualche mese prima aveva visto un programma sul paranormale, in cui un giornalista si chiedeva se ci fosse davvero gente con poteri fuori dal comune.
    Anna non aveva esattamente capito cosa volesse dire paranormale, ma aveva intuito che quel genere di cose che quella parola descriveva non era del tutto ordinario, e che quindi anche suo fratello doveva avere qualcosa di particolare. Ma la sensazione era rimasta relegata in un angolo della sua testa, non meritevole di più di tanta attenzione.
    - Quel gioco idiota ti ha fuso il cervello. È in una delle ultime stanze di sinistra -
    Bart socchiuse gli occhi dietro le lenti, poi scosse la testa: - No, non c'è nessuno. L'unico che c'è sul lato sinistro è il camionista ciccione che è arrivato ieri -
    - Vieni con me e vedrai che ti sbagli – gli disse Anna con un sorriso di sfida.
    Bart la guardò con un'aria di stanca superiorità: - Lo sai che non vinci mai -
    Per un po' di tempo avevano giocato ad indovinare le cose come lo chiamavano: cercavano di prevedere le cose prima che accadessero: per esempio se la prossima macchina che sarebbe passata sull'Interstatale sarebbe venuta da destra o da sinistra, o se sarebbe stata di un colore chiaro o scuro, o quante persone ci sarebbero state a cena e così via. Ovviamente Bart vinceva sempre. A parte un iniziale vaga invidia, ad Anna la cosa non pesava: lei era molto più brava di lui a scuola, e tanto le bastava: ognuno ha le proprie doti, come ripeteva mamma
    - Avanti, vieni tu stesso a controllare -
    Bart sospirò: - Va bene, tanto oramai mi hai fatto perdere – disse accennando allo schermo. Anna non aveva capito se Bart sentisse le cose anche quando giocava, ma la cosa non le interessava: quei giochi erano così sciocchi.
    Uscirono dal piccolo appartamento dietro la reception in cui vivevano ed andarono sotto il portico dell'ingresso.
    Il sole era del tutto tramontano dietro la collina, alcune fiammate di raggi morenti ancora spuntavano da dietro il crinale, tingendo di arancione il parcheggio.
    - Allora, nella stanza sette abbiamo il ciccione – disse Bart con aria professionale camminando lentamente davanti alla lunga fila di porte che si aprivano sulla veranda – sull'altro lato il commesso viaggiatore ossessionato dalla moglie che potrebbe tradirlo...-
    - Sì, ho capito, vieni al dunque – lo interruppe Anna – cosa senti nella diciannove? -
    - Assolutamente niente. È vuota – disse Bart cantilenando per sottolineare la propria esasperazione.
    In quel momento la luce della stanza si accese. Anna gli scoccò uno sguardo di trionfo: - Mi sa che hai fatto cilecca -
    Bart non rispose alla provocazione. Era rimasto come inebetito, a fissare la finestra illuminata: -Non è possibile, lì dentro non c'è nessuno. Non può esserci nessuno – farfugliò.
    Come a voler ulteriormente smentire le sue parole, un'ombra passo dietro la finestra. Istintivamente i due si ritrassero. - Merda, non può essere – Normalmente Anna lo avrebbe rimproverato per questa imprecazione, ma questa volta non disse nulla.
    Bart sembrò provare a raccogliere le idee. - Allora, Raul e i due ragazzi – intendeva i camerieri che si occupavano anche di cucinare – sono in cucina. Agata sta apparecchiando, e non vede l'ora di andarsene a casa. Papà è in camera sua, ed è triste – da quando la mamma se n’era andata, ben poche volte Bart aveva percepito da suo padre sentimenti diversi – poi ci sono gli ospiti – e Bart li elencò senza mancarne uno. - Ma in questa stanza ti assicuro che non c'è nessuno -
    - O forse non lo senti -
    - Ma com'è possibile che senta gli altri e non lui? - saggia obiezione, cui Anna non seppe rispondere.

    Mangiarono in fretta.
    Bart si alzò con ancora la bocca piena, ed Anna subito lo seguì. Sapeva già dove stava andando: entrambi volevano vedere lo sconosciuto.
    Si avviarono verso la sala da pranzo, senza dire una parola.
    Lo sconosciuto era ad un tavolo nell'angolo. Era vestito come quando era entrato. Stesso cappotto nero che non si era levato, stesso cappello nero, stessi occhialini tondi cerchiati d'argento con le lenti nere – occhialini antiquati – venne da pensare ad Anna.
    Mangiava lentamente, con gesti precisi, facendo sparire bocconi sempre uguali in quella bocca stranamente dentata.
    - Non lo sento – disse sconsolato Bart – è come se non ci fosse.
    Erano rimasti vicino all'ingresso della sala, fingendo di chiacchierare con Agata, che era lì ferma in attesa che i clienti finissero il primo piatto per servire il secondo.
    Anna era pensosa. Non riusciva a capire. Non era mai capitato che a suo fratello accadesse una cosa simile. E del resto era la prima volta che anche lei provava sensazioni del genere riguardo ad un cliente.  Da quando aveva memoria, aveva visto passare migliaia di persone da quel posto, eppure era la prima volta che  qualcuno la spaventata a quel modo.
    Prese una decisione; si allontanò dalla sala tirandosi dietro il fratello. - Dobbiamo entrare in camera sua -
    Bart la guardò incredulo: -Ma sei impazzita? - gridò quasi.
    La sorella gli strizzò il braccio per fargli abbassare la voce.
    - Dicevo, ma sei impazzita? - ripeté bisbigliando – hai idea di cosa ci fa papà se ci beccano? -
    Anna lo guardò con un'espressione risoluta; aveva già deciso. - Lo so meglio di te quello che succederà. Ma qui ci sono troppe cose strane. Quel tizio non mi è piaciuto fin dall'inizio. Ed il tuo non sentirlo ha confermato tutto questo. Dobbiamo farlo.
    Bart sospirò rassegnato. Da un lato sapeva bene che quando sua sorella parlava in modo così solenne non c'era verso di farle cambiare idea; dall'altro non gli spiaceva affatto partecipare ad una cosa del genere: a parte l’X-box c’erano ben pochi diversivi nella sua vita forzatamente isolata.
    Si avviarono verso la reception.
    Da quando erano nati, il motel era stato, oltre che la loro casa, il loro campo giochi. Conoscevano tutto di quel posto, ogni anfratto, ogni nascondiglio, quali porte cigolavano quando si aprivano, tutto.
    Ed ovviamente sapevano anche che per ogni stanza c'erano due chiavi. Una lasciata al cliente, una conservata alla reception. In realtà c'era anche quella che loro padre chiamava la mia chiave magica, che apriva tutte, ma proprio tutte le porte. Ma quella l'aveva solo lui, e per loro era impossibile procurarsela.
    In quel momento, invece, all’ingresso non c'era nessuno. Anna scivolò dietro al bancone, frugò un attimo e poi mostrò trionfante al fratello la chiave della camera diciannove.
    Bart si guardava in giro nervosamente: - Giù – le disse in un soffio, un istante prima che la porta si aprisse.
    Anna si tuffò dietro il bancone, trattenendo il respiro e stringendo la chiave nel pugno.
    Bart assunse un'aria indifferente ed annoiata, come se fosse lì per caso: - Ciao papà – disse a suo padre, che stava arrivando.
    Lui rispose con un vago cenno della mano, come al solito. Poi si bloccò: - Che ci fai tu qui? Non hai mangiato? -
    - Abbiamo appena finito, papà – rispose Bart ossequioso.
    Lui annuì, di nuovo pensando ad altro, poi: - Dov'è tua sorella?
    Bart si strinse nelle spalle: - Bho, sarà a telefonare con qualche idiota che le viene dietro -
    - Rispetta tua sorella. Ora vado al ristorante che Agata...- non finì la frase, di nuovo assorbito da qualche pensiero, e si allontanò.
    Da quando la mamma non c'è più fa sempre così, come se noi esistessimo solo quando ci incrocia per caso pensò amaramente Anna; per capire questo non aveva certo bisogno del sentire di suo fratello. Appena udì la porta chiudersi emerse da dietro il bancone, come un marinaio dal boccaporto di un sottomarino. Si guardò in giro, poi sgusciò fuori, seguita a ruota da Bart.

    La cena era appena cominciata; avevano almeno un quarto d'ora buono di tempo.
    Anna si fermò davanti alla porta della diciannove, si guardò intorno, poi provò ad inserire la chiave.
    - Dia, muoviti – disse Bart, continuando a lanciare occhiate al posteggio deserto ed alla porta principale del motel. Evidentemente il non sentire lo sconosciuto lo aveva turbato tanto che ora si fidava più della propria vista che delle proprie percezioni.
    Anna armeggiò con la serratura per ancora qualche lunghissimo istante. Le tremavano le mani e non riusciva ad introdurre la chiave. Finalmente vi riuscì e fece scattare la serratura.
    Il click metallico del chiavistello sembrò loro risuonare come uno sparo. Per qualche istante rimasero immobili, trattenendo il fiato, come se da un momento all'altro tutte le persone presenti nel motel dovessero riversarsi fuori sulla veranda, attratte da quel fragore.
    - Dai, muoviti – il primo a riscuotersi fu Bart.
    Anna non se lo fece ripetere: sospinse la porta, che cigolò con un lamento che sembrava lo strazio di un animale ferito – da quanto tempo nessuno oliava le porte delle stanze – e sgusciò dentro, seguita da suo fratello.
    Si richiusero la porta alle spalle.
    Un fioco chiarore filtrava dalle tende della finestra, che erano chiuse.
    Strano, pensò Anna mentre i suoi occhi si abituavano all'oscurità, di solito aprire le tende è la prima cosa che si fa entrando in una stanza. Invece le lunghe tende che arrivavano a terra erano chiuse, esattamente come le lasciavano le cameriere, e solo un filo di luce contornava i bordi del pesante tessuto.
    Davanti a loro c'era quello che avevano visto migliaia di volte: una stanza di motel. Il letto matrimoniale con di fronte una piccola scrivania, sulla sinistra un armadio, sulla parete opposta alla porta la finestre. A sinistra la porta socchiusa del bagno. Una poltrona in un angolo completava l'arredamento.
    Bart fece qualche passo verso il centro della stanza. Il copriletto era perfettamente liscio, intatto, come lo avevano lasciato le cameriere.
    Anna si avvicinò al bagno ed aprì la porta.
    Trattenne il fiato ed accese la luce.
    Gli asciugamani pendevano immobili dal porta asciugamani, perfettamente piegati. Non una goccia d'acqua nel lavandino né nella doccia.
    - Sembra che in questa stanza non sia entrato nessuno dopo le cameriere – mormorò, quasi a se stessa
    - Nemmeno nell'armadio ci sono vestiti – disse Bart, che aveva appena aperto il mobile.
    - Molto strano. Eppure è da un po' che è arrivato. Non ha usato nemmeno il bagno...non si è neppure seduto sul letto.
    - Però qui c'è qualcosa, guarda – disse Bart additando l'armadio.
    Sul fondo, accanto ad una coperta ripiegata compresa nel corredo di ogni stanza, c'era la valigetta nera dello sconosciuto. Le sue rifiniture cromate brillavano sinistramente nella luce incerta della stanza.

  • 27 giugno 2012 alle ore 16:38
    Soffocando Terza parte

    Come comincia: Il terrore puro è qualcosa di indescrivibile. E  fu quello che provò Erika in quel momento: un misto di reazioni fisiche e mentali; il cuore che si ferma, le gambe che divengono molli, la mente che si annebbia e non riesce ad afferrare un pensiero completo.
    Tony era dietro di lei. Erika non osava girarsi, ma lo poteva ben immaginare: massiccio escarmigliato sulla porta della cucina.
    Si  è accorto di qualcosa? Forse è meglio confessare e dirgli tutto. Qualsiasi cosa è meglio di questa tortura, di questa incertezza. Magari mi perdonerà.
    Ma perché si è alzato? L’ho svegliato? Allora sarà ancor più arrabbiato.
    Maledetto Ben, maledetto Ben.
    - Cosa stai facendo? – chiese di nuovo Tony, questa volta un po’ meno impastato dal sonno.
    Erika riuscì a reagire; con una naturalezza che la sorprese fece scivolare la mano dalla maniglia dello sportello del tunnel dell’immondizia a quella del frigorifero: - Prendevo un bicchiere d’acqua – disse senza osare voltarsi, sperando che lo stare di spalle dissimulasse il terrore nella sua voce.
    - E lo prendi al buio? –
    - Non volevo svegliarti – fu lesta a rispondere mentre afferrava la bottiglia con due mani perché con una sola aveva paura di farla cadere per il tremito che le pervadeva il corpo.
    - Versane uno anche a me –
    Ovviamente obbediente Erika eseguì. Afferrò due bicchieri dalla credenza, li poggiò con troppo rumore sul tavolo – Tony le lanciò un’occhiataccia – e li riempì.
    Tony ingollò il suo in un fiato, lei bevve il suo, o meglio, si rese conto di averlo in mano , solo quando il marito la fissò con aria  interrogativa. Si forzò a bere, facendo passare l’acqua che le sembrò gelata e le diede ulteriori brividi lungo la gola serrata.
    Tony abbandonò il bicchiere sul tavolo e si avviò verso la camera da letto, senza dire altro. Erika per un riflesso condizionato lo prese e lo spostò nel lavello. Se lo avesse trovato lì il giorno dopo suo marito probabilmente si sarebbe lamentato, ma del resto era a lei che toccava tenere in ordine la casa, ed era un compito che assolveva di buon grado.
    Mentre si girava lanciò un ultimo sguardo allo sportello; per un istante pensò di aprirlo di nuovo, ma sapeva di stare solo considerando l’idea, che non lo avrebbe mai fatto. Il suo cuore non aveva ancora rallentato i battiti, le sue nocche erano ancora bianche da quanto aveva stretto il bicchiere per il terrore mentre Tony era lì.
    Questa volta era stata fortunata. Ci era mancato poco, molto poco, che Tony la scoprisse. E se fosse successo...non voleva nemmeno pensarci. Era uno scenario troppo orribile, ed al contempo  ancor più terrificante perché così vicino al realizzarsi ogni istante.
    Maledetto Ben, maledetto Ben, è solo colpa tua. Spero solo non ti salti in mente di metterti ad urlare. In un modo o nell’altro domani ti libererò, anzi, mi libererò di te, e tuto questo finirà. È solo colpa tua.
    Per un istante la rabbia le salì tanto che fu quasi tentata di aprire lo sportello e gridarglielo in faccia; gridare in faccia a quel maledetto che era solo colpa sua, che non si meritava tutto questo.
    - Cosa fai ancora in cucina? – la voce potente di Tony, non molto smorzata dal sonno, la raggiunse in cucina facendola sobbalzare.
    Maledizione, perché non sono andata subito in camera. Maledetto Ben, che tu sia maledetto. Oramai lo ripeteva come un mantra: maledetto, che tu sia maledetto.
    La rabbia nei confronti di Ben era l’unico sentimento che si alternava al terrore di essere scoperta.
    - Arrivo – corse fuori dalla cucina, obbediente.Spense la luce e a tentoni, più in fretta che potè, rischiando di inciampare in corridoio, tornò in camera da letto.
    Senza dire nulla si infilò sotto le coperte e si rannicchiò su un fianco, in posizione fetale.
    Dopo qualche secondo – minuto, ora? – il russare regolare di Tony le annunciò che dormiva profondamente.
    Erika iniziò a tremare. Un tremito potente ed incontrollato. Il suo corpo, raggomitolato sotto il lenzuolo, era percorso da scosse violente; quasi in preda ad una crisi epilettica, non riusciva a fermarsi; ma nemmeno era sicura di volere.
    Silenziose lacrime le colarono dalle guance; appena un tremito le fece spostare la testa sentì il tessuto bagnato del cuscino sotto la pelle.
    Maledetto Ben, che tu sia maledetto. È solo colpa tua, solo colpa tua. Ma me la pagherai, o, se me la pagherai. Guarda in che situazione sono, in che situazione mi hai messo. Non potevi lasciarmi in pace? Vivevo così bene prima di incontrarti; andava tutto così bene. Ma quando uscirai da lì, se non sarà Tony a farti qualcosa, ci penserò io. Stai sicuro che non la passerai liscia, non pensare di potertene uscire dal tuo nascondiglio e tornartene a casa tranquillo, oh, scordatelo. Nel dormiveglia, ancora scossa dai tremiti che andavano perdendo di intensità, pensò che forse valeva la pena dire tutto a Tony. Certo, ne avrebbe pagate le conseguenze, e lei sola sapeva quanto queste conseguenze potevano essere gravi e dolorose – probabilmente questa volta la scusa di essere caduta dalle scale o scivolata sul pavimento del bagno non avrebbe convinto i medici del pronto soccorso – ma almeno avrebbe potuto farla pagare come si deve a Ben. Di sicuro Tony gli avrebbe dato il fatto suo, molto più di quanto avrebbe potuto fare lei.
    Ancora piangendo, si addormentò.

    Dal suo nascondiglio Ben aveva più o meno capito quello che era successo; ed aveva trattenuto il fiato. L’entrata in scena di Tony era qualcosa che gli aveva gelato il sangue. Improvvisamente gli erano tornati in mente tutti i racconti che aveva sentito al bar, la violenza ottusa e senza remore di Tony. Aveva smesso di respirare, tendendo l’orecchio a quello che succedeva nella cucina timoroso che le pulsazioni, che gli rimbombavano nelle orecchie, potessero essere sentite da fuori.
    Da un momento all’altro si aspettava di sentire un urlo belluino di Tony – seguito probabilmente dallo schiocco di uno schiaffo ad Erika – per poi assistere allo spalancamento dello sportello e dalla comparizione dell’enorme braccio peloso di Tony che si sarebbe infilato nel tubo come un tentacolo, nel tentativo di afferrarlo. E lui avrebbe potuto fare ben poco.
    Poi però non era successo nulla di tutto ciò. Si erano detti qualche parola, poi se ne erano andati, spegnendo la luce e lasciandolo lì.
    Ben provò una strana sensazione, come di delusione. Oramai era pronto e rassegnato ad affrontare Tony; se lo aspettava. Almeno sarebbe uscito da lì. Forse non sarebbe stato un vero miglioramento della sua situazione, ma almeno sarebbe stato un cambiamento.
    E invece era di nuovo lì, nel buio, e niente era cambiato.
    Aveva sete e fame. Un dolore costante allo stomaco ed un perenne bruciore in gola gli ricordavano che non mangiava e non beveva da parecchio,  da troppo. Si sentiva terribilmente debole. La forzata immobilità, unita al digiuno, gli facevano sentire i muscoli – quelli che ancora sentiva – deboli e rattrappiti, forse incapaci di reagire prontamente se fosse stato necessario.
    E adesso era di nuovo lì, ad aspettare. Era il suo destino in quella situazione: attendere l’iniziativa altrui. Essere passivo. Era forse questa la cosa più frustrante di tutte: non poter fare nulla da soli, poter solo aspettare le decisioni altrui.
    Da tempo aveva rinunciato a provare a raggiungere lo sportello; aveva steso le braccia più che poteva, fino a stirarsi tutti i muscoli ma non ci arrivava; aveva provato a risalire, ma non aveva trovato alcun appiglio. Infine aveva rinunciato la sua libertà non dipendeva da lui.
    Nel buio, mentre cercava per l’ennesima volta di controllare la disperazione, prese una decisione: il giorno dopo, se Erika non avesse fatto qualcosa, avrebbe agito lui.
    Era oramai chiaro che la ragazza, se non fosse stata più che sicura di poterlo aiutare senza essere scoperta da Tony, non avrebbe fatto nulla, anche a costo di lasciarlo lì a tempo indeterminato. Ma lui non poteva più aspettare. Se il giorno dopo Erika non lo avesse tirato fuori, avrebbe chiamato aiuto. Avrebbe gridato per farsi sentire. Pazienza se Tony lo avrebbe sentito.
    Per aiutarlo o per massacrarlo, di sicuro lo avrebbe tirato fuori da lì – almeno sperava. Poi, con un po’ di fortuna, sarebbe riuscito ad imbastire qualche scusa di scarsa plausibilità – che era un operaio rimasto incastrato durante un lavoro o qualcosa di simile – che di sicuro non avrebbe convinto Tony ma che magari, con un po’ di fortuna – ce ne vorrà molto di fortuna – ok, con molta fortuna, gli avrebbe fatto guadagnare quei trenta secondi necessari a raggiungere la porta e darsela a gambe, muscoli atrofizzati permettendo.
    In fondo il trovare un uomo incastrato nel tunnel dell’immondizia dovrebbe essere qualcosa di piuttosto inusuale: Tony avrebbe impiegato un po’ di tempo a capire che non era possibile che lui fosse un operaio, e in quel tempo Ben poteva approfittarne per andarsene. In fondo Tony non gli sembrava una cima.
    L’unico punto debole – uno dei tanti punti deboli, Ben – era capire se Tony lo conosceva. Ben non ricordava se si erano mai incontrati. Il palazzo era grande e non sapeva con certezza se si fossero mai incrociati sulle scale o da qualche altra parte. In ogni caso era improbabile che lo riconoscesse guardando nel tunnel: lì dentro era parecchio buio. Magari lo avrebbe riconosciuto dopo averlo tirato fuori, ma in quel caso poteva iniziare a parlare inventandosi qualcosa lo stesso, ed intanto allontanarsi verso l’uscita.
    Che lo riconoscesse i meno come il vicino, la sorpresa sarebbe comunque stata grossa, e Ben avrebbe potuto approfittarne.
    In quel momento, dopo ore di interminabile immobilità, persino l’essere inseguiti da Tony brandente una chiave inglese gli sembrava una situazione migliore di quella in cui si trovava. Non ne poteva più di quel cunicolo, di quella puzza, di quella sete, di quella fame.
    Il giorno dopo avrebbe fatto qualcosa.
    Un po’ confortato da questo pensiero si addormentò. O perse i sensi. Il confine tra sonno ed incoscienza, tra addormentarsi e svenire, era oramai sottile.

    Erika si svegliò ansimando, come emergendo d’improvviso dall’acqua dopo aver trattenuto il fiato per lungo tempo. Era confusa, impiegò qualche secondo a ritrovare lucidità. Si sentiva la pelle del viso secca e tirata. Capiì che era colpa delle lacrime. Evidentemente aveva pianto anche nel sonno, ininterrottamente.
    Si girò di scatto; Tony non c’era.
    Maledizione, sono morta, probabilmente lo ha già scoperto.
    Il suo sguardo corse frenetico alla sveglia, che segnava le nove passate. Tony non era un tipo mattiniero, ma dopo anni di lavoro come autotrasportatore oramai il bioritmo impostogli dalla sua attività – poche ore di sonno consecutive, inframmezzate da ore di lavoro, per poi riaddormentarsi appena era di nuovo possibile – lo condizionava anche quando non doveva lavorare.
    Ora Tony era di là, e la colazione non era pronta. E magari quel maledetto di Ben avrebbe fatto qualche idiozia che li avrebbe fregati entrambi. Maledizione, maledizione; continuando a ripeterlo – erano anni che Erika non imprecava più – saltò giù dal letto. Inciampò nel lenzuolo che ancora le avviluppava i piedi e cadde per terra, sbattendo entrambe le ginocchia. Due lampi di dolore le salirono lungo le gambe, paralleli, percorrendo tutta la lunghezza degli arti.
    Maledizione, ripetè per l’ennesima volta, senza osare niente di più. A Tony non piaceva che le ragazze fossero sboccate, non avevano lo stesso diritto al torpiloquio degli uomini; e negli anni aveva così ben abituato Erika a rispettare questo precetto di buona educazione, che la ragazza oramai non si permetteva di farlo nemmeno quando era da sola; e negli ultimi tempi, non si permetteva nemmeno più di pensarlo. Il massimo che si concedeva era un maledizione a denti stretti
    Scalciando si liberò dal lenzuolo e imboccò il corridoio. Accolse il rumore dello scarico del cesso con un sospiro di sollievo: Tony non era ancora andato in cucina.
    Passò davanti alla porta del bagno proprio mentre la maniglia si abbassava. Scivolò in cucina e con una mossa rapida posò la tovaglia della colazione sul tavolo, poi aprì il pensile ed afferrò due tazze proprio mentre Tony varcava la soglia.
    Ovviamente non la salutò. Lei finì di disporre le cose per la colazione sul tavolo; solo in quel momento si rese conto che non aveva messo su il caffè. Afferrò la moka ed iniziò a caricarla, metre Tony si sedeva pesantemente sulla sua sedia, continuando ad ignorarla.
    - Cos’è qusta puzza? –
    Le prima parole della giornata di Tony la fecero sobbalzare al punto che la moka le cadde di mano, aprendosi e spargendo il caffè sul pavimento.
    Tony la guardò con disprezzo, ma la cosa non sembrava interessarlo più di tanto al momento: - Ti ho chiesto: cos’è questa puzza schifosa? Non la senti? –
    Erika cercò di controllarsi e si concentrò su quello che Tony le stava dicendo. In preda alla frenesia di preparare la colazione non aveva notato nulla. Annusò l’aria.
    Effettivamente la cucina era pervasa da un odore rancido, pesante, umido.
    Merda.
    Per la prima volta dopo anni, anche se solo pensandolo, Erika imprecò.
    C’era un’unica ed incontestabile spiegazione per quell’odore: era odore di cadavere in decomposizione. Nient’altro poteva puzzare in quel modo in quella cucina.
    Quello era l’odore di Ben in decomposizione.
    Doveva essere morto ed aveva già inziato a puzzare. Puoi sempre dire che non ne sai nulla, che non capisci come un cadavere sia finito lì, in fondo, come può dire il contrario?  Ma sei scema? Non ci crederà mai, e poi è un cadavere, non un gioco. Verrà la polizia, ci saranno indagini...
    - ...la spazzatura – il flusso di coscienza di Erika si interruppe sulle ultime parole di Tony.
    - La spazzatura – ripetè meccanicamente, non sapendo cosa dire, ancora con metà della moka in mano.
    - Ma sei cretina? – Tony iniziò ad alzare la voce – ti ho detto di buttare la spazzatura. Te ne sei dimenticata. Hai lasciato come al solito il sacchetto ad irrancidire. Vedi di muoverti, va’ –
    Erika si fiondò ad aprire lo sportello sotto il lavello, dove tenevano il bidone dell’immondizia. Appena aprì l’anta una zaffata di rancido la investì. Mai in vita sua averebbe mai pensato di accogliere con tanta gioia un simile odore.
    Di buon grado tirò fuori il bidone da sotto il lavello, pur essendo ancora in preda alle immagini di corpi putrefatti e decomposti nel tunnel dell’immondizia e di poliziotti che la interrogavano in merito, mentre Tony aspettava solo che se ne andassero per darle quello che si meritava.
    Fece il nodo al sacco nero ricolmo di spazzatura e lo estrasse dal bidone. Tony la fissava,come per assicurarsi che facesse tutto correttamente. Per quanto si disinteressasse totalmente a lei, non gli era sfuggito che quella mattina c’era qualcosa che non andava.
    Erika sentiva il suo sguardo addosso, benché fosse chinata sul sacco, intenta ad estrarlo dal bidone senza romperlo. Già una volta era successo che un angolo della busta si incastrasse e il sacco si squarciasse mentre tentava di estrarlo. Anche in quell’occasione Tony le aveva fatto capire che non aveva gradito e che non era il caso accadesse di nuovo. Una delle innumerevoli “lezioni di vita”, come le chiamava lui, che le aveva dato.
    Mentre aveva quasi finito, un pensierò la gelò: dove avrebbe messo il sacco? Nello scivolo dell’immondizia c’era Ben, non poteva buttarlo lì come al solito. Maledizione, maledizione, maledetto Ben, è tutta colpa tua. Cercò di prendere tempo fingendo di fare di nuovo il nodo al sacco, cercando di pensare ad una soluzione. Il problema era che non c’erano soluzioni. Il sacco era lì ed andava buttato. Quanto ti odio, Ben, è solo colpa tua, quanto ti odio. Tony continuava a fissarla; poteva sentire il suo sguardo sulla sua testa china.
    Oramai stava temporeggiando troppo, Tony di sicuro voleva la sua colazione, non avrebbe pazientato ancora a lungo. Con un gesto deciso estrasse il sacco dal bidone dell’immondizia.
    C’era solo una soluzione. Fece un mezzo respiro, sollevò il sacco e con aria noncurante si avviò verso la porta della cucina.

    Ben era ancora privo di sensi, o forse stava ancora dormendo, nel suo angusto rifugio. Iniziò lentamente a riprendere conoscenza. La prima sensazione che provò, riemergendo dalla nebbia che gli ottundeva le percezioni, fu la bocca secca. Ancora ad occhi chiusi – o forse erano aperti? Non sapeva dirlo, era buio – si passò un paio di volte la lingua sulle labbra. Fu come leccare un pezzo di creta secca: riarso e screpolato. Provò a schiarirsi la gola, ma senza risultato se non un forte dolore. I suoi arti erano sempre più intorpiditi, sarebbe stato impossibile muoversi se non dopo lunghi e lenti tentativi. Dalla vita in giù non sentiva più nulla. Girò leggermente la testa e si riaddormentò.

    - Cosa – stai –facendo? – Tony sillabò lentamentele parole, fissandola con occhi truci mentre lei gli passava accanto con il sacco.
    Erika si bloccò. Era finita, ma non poteva fare altro che continuare a recitare la sua parte. Maledetto Ben, mi hai messo in questa situazione, ed ora te ne stai al sicuro lì dentro, lasciandomi qui. Dannato Ben. Me la pagherai, fosse l’ultima cosa che faccio.
    Non potendo fare altro, si girò con aria innocente verso il marito: - Vado a buttare la spazzatura. Torno subito e ti faccio immediatamenteil caffè –
    Tony sospirò rumorosamente, come spesso faceva quandole doveva spiegare qualcosa, come se avesse a che fare con una povera ritardata che lui aveva la bontà di sopportare.
    - Non ti ricordi che hanno costruito lo scivolo apposta per evitare di dover scendere a buttare l’immondizia? Vedi di usarlo con quello che ci è costato. E cerca di non fare altri danni, che vorrei fare colazione, finalmente – poi, a voce più bassa, ma non troppo: - cretina.
    Erika annuì e si girò verso la parete in cui si apriva l’apertura dello scivolo. Maledetto Ben. Fece due lenti passi e si trovò davanti allo sportello. Posò la mano sulla maniglia. Ed improvvisamente seppe cosa era giusto fare.
    Non avresti mai dovuto mettermi in questa situazione, Ben. Io non volevo,sei tu che mi hai convinta; prima a vederci, poi a frequentarci, poi ad andare avanti. Io-non-volevo, ma tu hai insistito. E adesso mi hai messo in questasituazione. Hai idea di come ho passato questa notte? Di come sono stata? E di come sono stata ieri? Io-non-intendo-più-soffrire-così. È-solo-colpa-tua, e per colpa tua io non intendo stare così, rischiare tutto per te, che –non-fai-altro-che-nasconderti in quel buco.
    Girò la maniglia ed aprì lo sportello, risoluta come mai in vita sua.

    Il rumore dello sportello che si apriva e la luce che invadeva il suo buco lo svegliarono di botto. Per qualche istante rimase abbagliato, come investito da una luce divina. Fuori, nel mondo reale, era una bella mattina luminosa. Gli sembravano secoli che non vedeva la luce del sole. Finalmente lo tiravano fuori. Non gli interessava chi. Erika, Tony, chiunque fosse e qualunque cosa gli avrebbe fatto dopo non gli importava. Voleva solo uscire.
    Un’ombra comparve nel quadrato di luce delimitato dai bordi dello sportello. Impiegò qualche istante a mettere a fuoco. Era Erika.
    Il volto tirato, teso, pallido, incorniciato dai capelli scarmigliati e dalla luce del mattino che creava come un’aoreola intorno alla sua testa. Era evidente che non avesse dormito. La sua bocca era stretta, le labbra ridotte ad un sottile filo esangue.
    Nei pochi secondi in cui la vide, Ben percepì anche un’altra cosa: i suoi occhi, divenuti piccoli e freddi, erano animati da una decisione inamovibile. Lo fissava senza vederlo, con quel suo sguardo vacuo e gelido come quello di uno squalo.
    Questa fugace visione fu oscurata da un’enorme massa scura, che occupò l’intero vano dello scivolo e gli precipitò addosso. Prima che potesse fare nulla qualcosa di caldo ed umido lo colpì sul viso. Non fece in tempo a muovere le sue braccia intorpidite, che rimasero prigioniere sotto quella massa scura, non fece in tempo a gridare dalla bocca riarsa. L’enorme palla lo investì ed iniziò a premere sulla sua fronte, sui suoi occhi, sul suo naso, sulla sua bocca.
    In un secondo non riuscì più a respirare. La sua faccia era completamente premuta contro la plastica, e la pressione aumentava.
    Reso debole dalla lunga immobilità, dalla sete e dalla fame, prigioniero nel tunnel, le braccia intorpidite incastrate sotto la massa nera, non poteva sottrarsi a quel peso micidiale.
    Svenne di nuovo ed in breve tempo tutto fu definitivamente ed invariabilmente nero.

    Erika premette a fondo il sacco dentro il tunnel. Le sembrò di percepire qualche movimento dall’altra parte, ma forse era solo una sua impressione.
    Hai avuto quel che ti meritavi, Ben. O me o te, e tu non avevi il diritto di mettermi in questa situazione. La prossima volta ci penserai due volte prima di trascinare le brave persone nelle tue folli idee, per poi nasconderti come un topo.
    Quando aveva aperto lo sportello aveva temuto di vedere il volto di Ben, ma per fortuna era buio lì dentro e lei ovviamente non aveva dato tempo agli occhi di abituarsi all’oscurità. Non voleva vedere, voleva fosse tutto rapido ed indolore. Aveva immediatamente ficcato il sacco nel tunnel,  schiacciandolo il più dentro possibile, volendo bloccare una qualunque reazione da là sotto. Aveva tenuto le mani lì dentro un po’ più del necessario, premendo il più possibile, ben attenta che da fuori Tony non potesse notare niente. In realtà aveva spinto con tutte le sue forze, appoggiandosi con tutto il proprio peso.
    Aveva continuato a premere, come in trance, continuando a ripetere come un mantra maledetto Ben, te lo meriti Ben, finché suo marito, con tono scocciato, le aveva detto: - Non dirmi che si è otturato di nuovo – e poi, a mezza voce come suo solito – idea del cazzo questo scivolo, condominio del cazzo e abitanti del cazzo –
    - No, non si è otturato – Erika era scattata su, chiudendo lo sportello di botto. Un incubo era finito: quando Tony fosse uscito di casa avrebbe pensato come risolvere il problema. Una soluzione l’avrebbe trovata. Per ora l’importante era esser riusciti a ovviare al problema più immediato, impedendo a Ben di combinare danni. Ora non avrebbe più creato problemi a nessuno, quel maledetto.
    Quanto allo svuotare lo scivolo ci avrebbe pensato in un secondo momento; prima era stata una sciocca: ora che ci pensava lo sapeva che i cadaveri impiegano un bel po’ prima di iniziare a puzzare. Aveva tutto il tempo per liberarsi anche di quel problema.
    Si girò di scatto, sorridendo enormemente sollevata: - Ti preparo la colazione -

  • 27 giugno 2012 alle ore 16:37
    Soffocando Seconda Parte

    Come comincia: Le prime volte aveva ascoltato quelle conversazioni divertito, come si trattasse di folklore locale poi, da quando aveva iniziato a frequentare Erika, lo aveva fatto perché, seppur indirettamente, lo riguardavano, anche se sperava che il tutto rimanesse indiretto.
    A ripensarci la cosa che lo aveva colpito di più era chi raccontava quelle storie. Fosse stato lo stesso Tony a raccontarle, avrebbe potuto liquidarle come sbruffonate, cose dette per farsi grosso davanti a quella platea di poveracci; ma il fatto era che quelle cose non le raccontava lui, le raccontavano i suoi amici, e mai in sua presenza, con un tono non tanto di ammirazione, quanto di malcelato timore. Quello che emergeva era che quando Tony perdeva la testa, cosa alquanto semplice da far accadere, non rispondeva più delle proprie azioni.
    Merda. Non voleva diventare protagonista di uno dei racconti del bar della piazzetta.
    Se era vera anche solo la metà di quello che era successo ad uno che aveva tamponato in macchina Tony, cosa sarebbe successo a quello che se la faceva con sua moglie?
    No, la cosa migliore era aspettare. Prima o poi Tony sarebbe uscito di casa, che diamine. A quel punto sarebbe sgattaiolato fuori, esattamente come avrebbe dovuto fare quella mattina.
    Decise quindi di risalire, di riavvicinarsi a quei tre lati di quadrato di luce che indicavano la sua unica via di fuga.
    Poggiò i palmi  sul condotto, il più vicino al corpo, e provò a spingere.
    Non successe nulla, il suo corpo non si mosse.
    Era incastrato.

    Erika passò il resto del pomeriggio in camera, alternando pianti sommessi a disperazione quasi incontrollabile. Un paio di volte, sopraffatta dal terrore ed incapace di reggere l’angoscia, fu addirittura sul punto di andare di là e confessare tutto a Tony, sperando nella sua clemenza per la sua spontanea rivelazione. Solo all’ultimo istante, pensando alle conseguenze, si era fermata. Aveva anche provato a concepire una storia plausibile per giustificare la presenza di Ben nel condotto, ma nulla le era venuto in mente. Tony non era uno stupido, o almeno non così tanto, e del resto non c’era altra spiegazione accettabile che la realtà a quella situazione grottesca.
    Nei loro cinque anni di matrimonio Erika aveva imparato a temere Tony, come aveva temuto suo padre. Ed il timore si era trasformato in sacro terrore, esattamente come per suo padre, prima che un cancro se lo portasse via.

    Un’onda di panico gli serrò la gola, solo all’ultimo istante represse l’istinto di gridare. Le mani scivolavano lungo il condotto, incapaci di fare presa a sufficienza da farlo avanzare lungo il tubo di metallo. Il suo bacino era stretto dalla circonferenza del tubo come in una morsa da cui non era in grado di liberarsi. I suoi piedi invece fluttuavano nel condotto principale, troppo lontani da una superficie su cui puntarsi per spingere in avanti.
    Tese le mani in avanti, verso quel perimetro di luce che rappresentava la sua unica via di salvezza. Tese le braccia il più possibile, stendendo tutti i muscoli, ma riuscì solo ad arrivare a pochi centimetri dal coperchio del condotto. Non abbastanza per spingerlo o per fare presa sul bordo dell’apertura. Provò di nuovo, si tese ancor di più; ogni fibra del suo corpo spingeva verso quello sportello, i muscoli erano tesi come cavi sul punto di spezzarsi: gli sembrava di sentire ogni singolo filamento vicino alla rottura, le spalle gli facevano male, ma non servì a nulla: i suoi polpastrelli sfiorarono il metallo del coperchio, gli sembrò quasi di sentire il freddo della superficie, ma non era abbastanza per uscire da lì.
    Da solo non era in grado di uscire da lì.
    Iniziò a respirare profondamente, tentando di controllare i battiti del cuore, tentando di controllare i suoi pensieri che gli evocavano orribili idee di claustrofobia e soffocamento.
    Cercò di riflettere. Appurato che da solo non era in grado di risalire, era da vedere chi avrebbe potuto tirarlo fuori.
    Se avesse gridato ora, Tony avrebbe sentito. Se non era in grado di affrontarlo in condizioni normali figuriamoci in quel momento. Non era nemmeno sicuro che Tony lo avrebbe tirato fuori. Se era vero la metà di quello che aveva sentito al bar, sarebbe stato capacissimo di lasciarlo lì mentre escogitava cosa fare di lui; e prima di farla pagare a lui, di sicuro l’avrebbe fatta pagare ad Erika. Fu soprattutto quel pensiero a fermarlo: se avesse gridato, se avesse chiesto aiuto, sarebbe stato costretto ad assistere impotente al massacro di Erika.
    No, doveva aspettare. Prima o poi Tony sarebbe uscito di casa. O si sarebbe addormentato davanti alla tv. Allora Erika sarebbe venuta lì, avrebbe aperto lo sportello, lo avrebbe afferrato e lo avrebbe tirato fuori. Poi se ne sarebbe andato finalmente a casa.
    Dio, ci sarebbe voluto l’acido muriatico per levarli di dosso quell’odore.
    Era solo questione di tempo. Di aspettare e di avere pazienza. In fondo quel condotto non era tanto peggio di grotte in cui era stato, dove anzi c’era molta più umidità ed animali strani che si muovevano nel buio. Dalle fessure dello sportello e da sotto di lui passava senza dubbio abbastanza aria, non era in immediato pericolo di vita. Questo pensiero lo rasserenò e si dispose ad attendere nella sua tana di metallo.

    Erika uscì dalla camera solo verso sera, appena prima dell’ora di cena, in modo che Tony non avesse di che lamentarsi. Da tempo aveva imparato a prevenire i suoi desideri che, in fondo, erano piuttosto semplici.
    Per le otto e mezza la cena era pronta e Tony trovò il tempo di staccarsi dalla tv e sedersi alla tavola già apparecchiata, a pochi metri dallo sportello dello scivolo dell’immondizia.
    Erika non riusciva quasi a guardarlo in faccia. Durante tutto il pomeriggio aveva fatto in modo di non vederlo – cosa quanto mai facile visto che non si era alzato dalla poltrona se non per andare in bagno – ma ora che ce lo aveva di fronte era terrorizzata, quasi che lui potesse leggerle in faccia quello che aveva fatto. Mentre Tony si abbuffava, lei riuscì solo a piluccare un po’ di pane, desiderosa solo che lui se ne tornasse davanti alla sua tv e poi andasse a dormire.

    Non sapeva quanto tempo fosse passato. Si era accorto che del tempo era trascorso solo perché adesso filtrava molta meno luce dall’apertura. Era sera. Ed anche ora di cena, a giudicare dal vuoto allo stomaco che provava. Sentiva rumore di posate e piatti, evidentemente stavano mangiando. Il famigerato Tony era a pochi metri da lui.
    Non sentì una parola durante tutta la cena, solo rumore di stoviglie.
    E attese ancora, sperando che Tony si saziasse in fretta e se ne andasse a dormire, così che Erika potesse tirarlo fuori da lì.

    Tony se ne tornò davanti al suo televisore appena finì di mangiare, lasciando alla moglie l’incombenza di sparecchiare.
    Mentre si occupava della cucina, Erika continuava a lanciare occhiate allo sportello accanto al frigo. Doveva assolutamente tirarlo fuori da lì. Era già un miracolo che non avesse deciso di uscirsene per i fatti suoi, facendosi scoprire da  Tony; o che non si fosse messo ad urlare. Appena Tony si fosse addormentato lo avrebbe fatto uscire, e quell’incubo sarebbe finito. Non voleva più vederlo, non voleva più avere a che fare con Ben, che l’aveva messa in quella situazione. Mentre scuoteva la tovaglia lo maledisse silenziosamente, cercando di trattenere le lacrime: maledetto Ben, è tutta colpa tua. Non avrebbe mai dovuto cedere alle sue lusinghe, alle sue storie sul ti meriti di più, non può trattarti così; vi aveva creduto, ed ecco il risultato. Ora non voleva più vederlo. Era quasi tentata di lasciarlo lì, se non fosse che era pericoloso, così avrebbe imparato a coinvolgerla in certe cose.
    Sì, lo avrebbe fatto uscire, lo avrebbe accompagnato alla porta e non l’avrebbe più rivisto. Era finita, non voleva più avere a che fare con lui. Se solo avesse deciso tutto questo il giorno prima.
    Un altro attacco di pianto, soffocato appena in tempo. Le venne voglia di aprire lo sportello per dire  a Ben di starsene buono, che lo avrebbe tirato fuori, e che era tutta colpa sua e che non voleva più vederlo; se non fosse stato pericoloso glielo avrebbe gridato in faccia: è tutta colpa tua. Lanciò uno sguardo alla nuca di Tony, che spuntava dalla poltrona davanti alla tv. Era immobile, forse si era già addormentato. Fece un passo verso lo sportello. Guardò di nuovo la nuca di Tony.
    Posò la mano sulla maniglia. Era fredda, gelida quasi. Tony era sempre immobile.
    Senza staccare gli occhi dalla poltrona del marito iniziò a tirare lentamente lo sportello, piano piano, millimetro per millimetro.

    Ben si ridestò dal suo torpore. In quel condotto iniziava a fare dannatamente caldo. In più non beveva da quella mattina – aveva saltato il pranzo per andare da Erika direttamente da scuola – e solo in quel momento realizzava che la sua gola e la sua bocca erano riarse.
    Gli sembrò di vedere la lama di luce intorno allo sportello allargarsi, come se qualcuno lo stesse aprendo. Ma era una cosa così lenta che non ne era sicuro. Strinse gli occhi cercando di vedere meglio.

    Erika riuscì a distogliere gli occhi da Tony ed a guardare per un istante lo sportello. Lo aveva aperto di appena un dito, eppure le sembrava di essere lì da ore. Senza osare aprirlo di più – le sembrava cigolasse – cercò di guardare dentro. Era troppo buio. Vide solo nero. Come Ben, strinse anche lei gli occhi cercando di vedere meglio.
    Niente.
    Improvvisamente sentì lo scricchiolio della poltrona del salotto che gemeva sotto il peso di Tony. Le sembrò il cuore esplodesse. D’istinto chiuse di scatto lo sportello con quello che le sembrò un fragore incredibile e, a testa bassa e senza osare guardare verso il salotto, si girò verso il lavandino, fingendo di sistemare qualcosa.
    Sentì i passi di Tony avvicinarsi. In un attimo era accanto a lei. Erika lo guardò sottecchi, continuando a fingere di sciacquare un cucchiaio nel lavandino.
    Tony la ignorò e puntò deciso verso lo sportello dello scivolo dell’immondizia. Erika si sentì mancare. Evidentemente l’aveva sentita o vista armeggiare con quel coso, ed adesso stava andando a controllare. Era finita. Poteva solo gettarsi in ginocchio e chiedergli di perdonarla. Si aggrappò al bordo del lavandino perché le gambe molli non la reggevano più.
    Tony fece un altro passo verso lo sportello, poi aprì il frigorifero lì accanto.
    Erika si sentì invadere da un tale sollievo che le gambe le diventarono ancora più molli. Cercò di ricomporsi; prese uno strofinaccio ed iniziò ad asciugare il cucchiaio, con una cura che mai aveva usato. Tony afferrò una birra, richiuse il frigo, la ignorò e se ne tornò in salotto.
    Per quella sera era troppo. Non avrebbe fatto altri tentativi di comunicare con Ben finché non fosse stata più che sicura che Tony dormisse. Se non avesse avuto il timore che Ben uscisse di sua iniziativa o si mettesse ad urlare avrebbe anche atteso finché Tony non se ne fosse uscito di casa per andare al bar o da qualche altra parte.

    Appena finito di sparecchiare e pulire la cucina se ne andò a letto. Lo comunicò a Tony, che rispose con un mezzo grugnito senza nemmeno voltarsi. Non era infrequente che si addormentasse davanti alla tv e che solo molto tardi si trascinasse fino al letto, o che addirittura passasse tutta la notte a dormire lì.
    Erika non sapeva cosa sperare: se si fosse addormentato davanti alla tv per lei sarebbe stato più facile sgusciare fuori dalla camera da letto, ma poi lui sarebbe stato dannatamente vicino allo scivolo dell’immondizia. Tony aveva il sonno pesante, ma sarebbe stato un rischio enorme.
    Se invece fosse venuto a dormire in camera…Erika non sapeva se avrebbe trovato il coraggio di fare un qualunque movimento con lui lì accanto.
    Il tutto dando per scontato che Ben non facesse idiozie, che se ne stesse buono buono nel condotto, senza cercare di uscire o, ancor peggio gridare. Dio come lo odiava, come lo odiava. Gli sembrava un’eternità da che quella situazione si era creata. Ore infinite con quella spada di Damocle pendente sulla testa; ed il suo destino era nelle mani di quell’idiota.
    Questi pensieri, ovviamente, la tennero sveglia.
    Era nel letto immobile, con gli occhi spalancati da non sapeva quante ore, quando sentì passi in corridoio e la porta della camera aprirsi. Chiuse gli occhi e pregò che Tony si limitasse a buttarsi sul letto ed addormentarsi immediatamente. Così fu. Sentì il letto gemere sotto il suo peso ed il materasso inclinarsi verso di lui, dopo poco il suo respiro pesante e regolare rotolare nell’oscurità.
    Ed Erika attese.
    Attese per quanto non lo sapeva, ma attese, cercando di trovare il coraggio, cercando di convincersi che sarebbe stato facile: sarebbe scivolata fuori dal letto, avrebbe aperto lo sportello dello scivolo, avrebbe detto a Ben che poteva uscire, lo avrebbe accompagnato fuori e non lo avrebbe rivisto più. Tutto si sarebbe sistemato. Ma lo doveva fare subito.
    Anzi, magari se era fortunata Ben se ne era già uscito fuori. Magari il condotto era già vuoto e lei avrebbe dovuto solo constatare ciò, per poi tornarsene serenamente a dormire.
    Poi, silenziosamente, scivolò fuori dal letto. Si muoveva con lentezza studiata, trattenendo il fiato. Appena fu in piedi si girò verso il letto, dove il corpaccione di Tony formava una sagoma indistinta e minacciosa coperta dal lenzuolo che si alzava ed abbassava ritmicamente con il respiro.
    Solo sei passi fino alla porta della camera. Sei lunghi passi silenziosi, a piedi nudi. Ogni volta fermandosi per accertarsi che Tony non si fosse mosso, che continuasse a giacere nel suo sonno di pietra.
    Oltrepassò la soglia della camera da letto e fece un breve respiro, il primo da quando si era alzata dal letto. Altri cinque passi e fu sulla porta della cucina.
    Le sembrò di percepire un rumore, si bloccò gelata e tese l’orecchio, timorosa anche solo di girare la testa verso la  porta. Dalla camera da letto proveniva uno scricchiolio. Sentì le gambe farsi molli e si morse il labbro cercando di trattenersi. Non voleva nemmeno appoggiarsi al muro, per paura di fare rumore.
    Il cigolio cessò. Era solo Tony che si girava nel letto, in preda a chissà quale sogno.
    Il pavimento gelido della cucina le mandò un brivido dalle piante dei piedi nude. Non osò accendere la luce, ovviamente.
    Coraggio, quattro passi e ci sei si ritrovò a pensare stupidamente. Mai in vita sua avrebbe mai immaginato che sarebbe stato tanto difficile attraversare una stanza.
    Ma questa è l’ultima che mi combina, quell’idiota; il moto di stizza che seguì a questa affermazione distolse per un secondo la su attenzione da quello che stava facendo e le permise di arrivare allo sportello dello scivolo.
    Meglio sbrigarsi. La sua voce interiore era cresciuta molto nelle ultime ore. Non sapeva se rammaricarsi – poteva essere visto come il primo passo verso la follia – od esserne contenta – in fondo era pur sempre una voce amica.
    Afferrò il pomello dello sportello. Gelido.
    Iniziò a girarlo.
    Non successe nulla.

    Non sapeva quanto tempo fosse passato. Probabilmente si era assopito, ma non ne era sicuro. Per il torpore la parte del suo corpo dalla vita in giù era terra di nessuno. Non sapeva più nemmeno se aveva le gambe. Per un instante fu addirittura assalito dal timore che per un qualche strano motivo una paralisi potesse averlo colpito. Magari un trombo dovuto alla forzata immobilità gli aveva ostruito un’arteria e lentamente le sue gambe stavano morendo. Nella sua mente assonnata questo scenario gli apparve improvvisamente maledettamente plausibile e terrificante; di nuovo gli si serrò la gola e l’aria, sempre più rancida e rarefatta, gli sembrò all’improvviso venire risucchiata da quell’ultimo strozzato respiro che a stento riuscì a trarre dalla sua gola ridotta ad un pertugio dal panico. Il buio non lo aiutava di certo. Era come essere in un non lugo: poteva essere ovunque, ma anche da nessuna parte. Un nero così non lo aveva mai vissuto. Nemmeno nelle notti senza luna, nemmeno nelle grotte in cui era stato. Un buio così buio da sembrare inconcepibile: siamo così abituati ad avere almeno una fonte di lucecome punto di riferimento, uno spiraglio, per quanto esile, che il buio totale ci è totlamente estraneo. Così abituati a contare sulla vista, l’oscurità vera ci è sconosciuta: ce la lasciamo dietro quando chiudiamo la porta di una stanza, quando usciamo dalla cantina, dal garage, ma non siamo abituati ad esserci dentro. L’occhio vaga in quell’infinito nero alla ricerca di un punto di riferimento senza trovarlo, inutilmente. Non abbiamo idea di cosa ci sia intorno, per quanto ne sappiamo potrebbe esserci qualcun altro, e noi non ce ne accorgeremmo. Magari il suo viso è a pochi centimetri dal nostro e non lo sappiamo.
    Per l’ennesima volta si impose di stare calmo, ed in qualche modo riuscì a rallentare i battiti del suo cuore, a respirare di nuovo ed a muovere un poco le caviglie che, intorpidite, ripresero a funzionare come due vecchi ingranaggi arruginiti resi artritici dalla lunga immobilità.
    Gli sembrò di sentire un rumore, quasi un soffio. Ma non ci voleva contare. Troppe volte, quella notte, nel suo ossessionato dormiveglia, si era illuso che ci fosse un suono, un rumore, che Erika stesse venendo a tirarlo fuori. In quella fase di equilibrio tra il profondo sonno e la veglia, in cui spesso pensieri e realtà si fondono, più volte era stato sicuro che lo sportello si stesse aprendo; più volte si era convito che lei fosse finalmente venuta tirarlo fuori. Aveva addirittura fatto un mezzo sogno, di quelli che ti lasciano una impressione confusa quando ne esci; aveva sognato che lo liberavano. Ma a tirarlo fuori, assurdamente, non era Erika, ma Tony, che lo fissava con il suo faccione pericolosamente inespressivo ed inintelleggibile, pericolosamente ottuso, incorniciato dagli stipiti dello sportello.
    Sì, era per forza un sogno.
    La realtà, la sua realtà costituita da quei pochi centimetri di metallo che lo circondavano era solo buio e silenzio.
    Per l’ennesima volta il tempo non assunse alcun significato, e dopo secondi, minuti od ore gli sembrò di sentire un rumore. Non sapeva quanto fosse passato da quando si era svegliato, se era rimasto sveglio o se si era assopito di nuovo.  Non lo sapeva. Non sapeva più nulla.

    Erika si rese conto che non stava tirando la maniglia. La stava solo stringendo spasmodicamente, ma non la stava tirando. Si guardò un’altra volta intorno ed inziò a fare forza.
    Lo fece così lentamente che non sapeva dire se lo sportello si stesse aprendo davvero o meno. I suoi occhi si erano abituati all’oscurità, ma non c’era abbastanza luce per vedere se davvero lo stesse aprendo.
    Improvvisamente si arrestò, assalita dall’improvviso dubbio che Tony si fosse alzato dal letto. Senza osare staccare la mano dalla maniglia,come se un suo movimento potesse farla scoprire, rimase immobile, con il cuore che le batteva contro le costole, dopo che si era fermato per qualche istante al sentire il rumore.
    No, niente, nessun rumore.
    Maledetto, maledetto Ben. Era tutta colpa sua. Era colpa sua se era in quella situazione, se era lì terrorizzata, in balia di essere scoperta da Tony. Era tutta colpa sua. Ma l’avrebbe pagata. Oh, se l’avrebbe pagata. Non si mettono le persone in pericolo così. Lui era lì al sicuro nel tubo, ma con Tony era lei a doverci avere a che fare.
    In preda alla rabbia tirò con più decisione lo sportello e lo aprì di un apio di dita.
    Poi d’improvviso si accese la luce.

    No, il rumore c’era davvero, non se lo stava sognando. Alla fine aveva senso: di sicuro era notte. Forse Erika aveva trovato il coraggio di venire a tirarlo fuori finalmente. Tony dormiva in camera sua, lei poteva tirarlo fuori e quell’incubo sarebbe finito. Se ne sarebbe tornato a casa, nel suo letto comodo, morbido e pulito.
    E addio Erika. Anche se suona come un trito luogo comune che in certe situazioni in pochi minuti puoi conoscere di una persona molto più di quanto potresti conoscerla in anni di vita di routine, in quelle ultime ore quello che Ben aveva visto di Erika non gli era piaciuto per niente. La sua unica preoccupazione era che Tony la scoprisse, non che lui era intrappolato lì dentro.
    All’improvviso una lama di luce penetrò dallo sportello: qualcuno aveva acceso la luce.
    - Cosa ci fai in piedi? – la voce di Tony, per quanto impastata di sonno, gli gelò il sangue.
    Ora era davvero fottuto

  • 27 giugno 2012 alle ore 16:35
    Soffocando Prima parte

    Come comincia: Il ronzio violento del citofono li risvegliò dal torpore post coito.
    Lei saltò su, come punta da uno spillone. Ben, ancora intorpidito, socchiuse appena gli occhi. Quello che vide in quelli di lei lo svegliò del tutto: vide terrore puro, come mai ne aveva visto.
    - Oddio è già qui – squittì Erika con una voce così stridula da essere quasi un cigolio. Un istante dopo era già in piedi, mentre cercava di vestirsi.
    - Forse potremmo provare a parlargli, alla fine è da un po’ che… –
    Erika smise di dibattersi cercando di infilarsi i pantaloni  - in preda al panico non si era accorta che erano ancora allacciati – e lo fissò con uno sguardo allucinato: - Ma sei impazzito – quasi gridò – ma hai idea di cosa potrebbe fare? Devi andartene subito.
    Ben scese dal letto ed iniziò anche lui a recuperare i propri vestiti. Erika intanto si lanciò al citofono, infilandosi la maglietta sulla soglia.
    - Chi è? –
    - Finalmente, chi vuoi che sia? – voce resa ancor più ruvida dalla distorsione del citofono.
    Lei aprì.
    Ben notò, mentre si allacciava le scarpe, che le mani gli tremavano. Cercò di convincersi che non era per niente spaventato, che la voce sentita, che saliva roca da piano terra, non lo aveva turbato.
    Cazzo, sarebbe dovuto tornare solo domani. Cazzo, cazzo.
    Finì di vestirsi ed uscì dalla stanza. Erika era nello stretto corridoio, vicino alla porta d’ingresso. Si girò di scatto: - Gesù, quanto ci hai messo. Ora non c’è più tempo –
    Lui rimase interdetto: - Cosa vuoi dire? –
    - Che lui sta salendo – quasi gridò lei in preda ad una mezza crisi isterica – non posso rischiare che ti veda uscire da qui. Devi nasconderti -
    Ben rimase interdetto: - Guarda che posso ancora scendere le scale –
    - NO, l’ascensore è rotto,anche lui starà salendo le scale. DEVI NASCONDERTI –
    Si avventò verso di lui ed iniziò a spingerlo di nuovo verso l’interno della casa, lontano dall’ingresso, da cui stava per entrare lui, ovvero il marito di Erika.
    Ben ed Erika si erano conosciuti circa sei mesi prima. O meglio, abitando nello stesso palazzo di vista si conoscevano da sempre, ma solo sei mesi prima si erano parlati più del solito buongiorno e buonasera. Fino ad allora, infatti, lui era semplicemente stato l’inquilino del terzo piano, lei quella del quinto.
    La loro storia, se così può chiamarsi, era iniziata quasi per caso, da un problema alla lavatrice che Ben si era offerto di ripararle visto che il marito di lei, camionista – autotrasportatore preferiva farsi chiamare lui – era fuori città, e lo sarebbe stato ancora per un po’.
    Avevano iniziato a vedersi regolarmente, aiutati dalle frequenti assenze di Tony, il marito appunto. Ma benché la sintonia e la confidenza tra loro fosse in costante aumento ad ogni incontro, c’era una cosa che Ben non era riuscito a scalfire: il folle terrore che lei aveva nei confronti di Tony.
    Fin dall’inizio, quando Ben era entrato in casa sua per aiutarla con la lavatrice, aveva percepito questa cosa: di tutto poteva parlarsi, fuorché di Tony. Ben aveva accennato poche volte all’argomento, all’inizio per caso, poi incuriosito dalla sua reazione, ma vi aveva rinunciato: l’argomento Tony era tabù. L’unica cosa certa che poteva dire era che Erika era letteralmente terrorizzata da lui. Non avendone quasi mai parlato non poteva comprendere le cause di questo terrore, anche se i lividi che aveva trovato spesso su di lei gli davano una buona ragione di quella paura.  Aveva anche provato a chiederle di quei segni ma lei, com’era prevedibile, aveva biascicato scuse improbabili per poi cambiare imbarazzata argomento.
    Ben era addirittura sorpreso che fosse riuscita a mettere da parte il terrore che le incuteva il marito ed a lasciarsi trascinare in quella che diventava sempre più una relazione stabile.
    A Ben Erika piaceva ogni giorno di più. Aveva iniziato senza alcuna pretesa, senza alcuna aspettativa, ma ogni giorno che passava si rendeva conto di desiderarla sempre di più, di volerla solo per sé.
    E questo implicava il dover affrontare il terribile Tony. Ben non lo aveva mai visto, se non in qualche foto in casa. Era un uomo massiccio, con una pancia prominente ma che si intuiva solida - muscoli inguainati nel grasso - si era ritrovato a pensare e che non sembrava avere problemi a  menare le mani.
    Ma il panico che stava vedendo negli occhi di Erika mentre lo spingeva nel corridoio cancellò ogni sua velleità di affrontare il misterioso marito.
    - Devi nasconderti, devi nasconderti – continuava a ripetere Erika.
    - Sì, ma dove? –  provò a farla ragionare lui.
    - Non lo so, non lo so – squittì lei sull’orlo delle lacrime.
    Ben pur assecondandola cercò di prendere in mano la situazione: - Nell’armadio? Nel ripostiglio? –
    - No, no, potrebbe aprirli. Sotto il letto non ci stai…Gesù, quello ci ammazza -
    Erano tornati quasi in fondo al corridoio: di fronte a loro la porta della camera da letto, alla loro sinistra quella della cucina. A Ben sembrava quasi di sentire Tony ansimare sulle ultime rampe di scale.
    Poi ebbe un’idea: - Mi infilo nello scivolo dell’immondizia  -
    Lei lo fissò interdetto: - Ma ci passi? –
    - Proviamo –
    Ben entrò in cucina. Il sistema di scivoli per l’immondizia, che era stato costruito di recente, permetteva a tutti i condomini di buttare i sacchi in un’apertura nel muro in cucina, che attraverso un tubo li portava nelle cantine dove c’erano i cassonetti.
    Ben aveva supervisionato incuriosito i lavori fatti, e più volte si era chiesto se una persona ci sarebbe potuta passare. Era uno speleologo dilettante, tante volte si era infilato in grotte e caverne anguste, sfidando la claustrofobia. Ora era giunto il momento di vedere come se la sarebbe cavata in un contesto urbano.
    Lo sportello dello scivolo si apriva accanto alla porta del balcone, un quadrato di circa quaranta centimetri di lato.
    Erika lo aprì: - Muoviti – gli disse, secca.
    Ben rimase allibito: a parte l’iniziale stupore, che in realtà era solo chiedersi se ci sarebbe passato o meno, non si era nemmeno posta il problema se fosse sicuro o meno, se corresse il rischio di rimanere incastrato o peggio. In quel momento voleva solo liberarsi di lui, che percepiva come un peso ed un pericolo per la propria esistenza.
    Ben sospirò. Finito tutto ciò avrebbe affrontato seriamente l’argomento Tony con tutti gli annessi e connessi.
    - Muoviti per Dio – berciò lei, con lo sguardo che saettava dallo sportello che teneva aperto alla porta della cucina.
    Ben si avvicinò. Il buco era oscuro ed emanava un odore di immondizia, ma meno intenso di quando si sarebbe aspettato.
    Infilò prima una gamba, poi l’altra. Con cautela si lasciò scivolare. Il bacino passò attraverso l’apertura e lui si girò a pancia in giù. Ora sporgeva con il busto dall’apertura, come un grottesco pupazzo a molla uscito dalla scatola.
    - Muoviti, muoviti – sembrava quasi che si stesse trattenendo dallo spingergli giù la testa con entrambe le mani, a costo di soffocarlo.
    Soffocare, che brutta parola.
    Dimenandosi un poco riuscì a scivolare ancor più all’interno. Il condotto era largo abbastanza, in pendenza verso il basso. Ora spuntavano solo le spalle.
    E se rimango incastrato così? Si chiese in un lampo di terrore gelato. Il buon Tony avrebbe voluto sapere cosa ci faceva un uomo incastrato nel suo condotto dell’immondizia.
    Scacciò quel pensiero, puntò le mani e si spinse ancor più giù. Questa volta sparì del tutto dentro l’apertura. Un istante dopo che la sua testa aveva passato il bordo sentì il campanello della porta.
    Evidentemente Erika non l’aveva aperta. Per fortuna la casa era al quinto piano e tutte quelle rampe di scale a piedi erano lunghe da fare.
    - NON MUOVERTI da qui finché non torno a prenderti io, che sarò sicura che puoi uscire – gli sibilò con voce resa stridula dal terrore, ma in cui Ben percepì una nota di ordine inappellabile e perentorio.
    Erika richiuse lo sportello e si lanciò ad aprire, senza dare nemmeno un ultimo sguardo dentro il condotto.
    Ben si ritrovò nell’oscurità più totale.
    A quanto aveva visto durante i lavori, i condotti erano costituiti da un tratto in pendenza, lungo circa un metro e mezzo, che collegava l’apertura nella cucina con il condotto principale, più largo, che era verticale e che terminava nelle cantine.
    L’idea di Ben era quella di scivolare lungo il condotto in pendenza e giungere fino a quello verticale. Da lì, puntando i piedi si sarebbe potuto calare lentamente, come alcune volte aveva fatto nelle grotte.
    Oppure attendere finché Tony se ne fosse andato per uscire da dove era entrato. Ora doveva solo aspettare che gli occhi si abituassero all’oscurità.

    Erika andò ad aprire.
    Tony era appoggiato allo stipite della porta, ancora ansimante per le scale che aveva dovuto salire. Ma smise di sbuffare appena la vide: - Ce ne hai messo di tempo ad aprire –
    Lei ovviamente non gli fece notare che si sarebbe potuto portare le chiavi. Si limitò ad uno scusa a mezza voce.
    Lo precedette nel corridoio. Lui abbandonò accanto alla porta la piccola borsa che si portava quando faceva viaggi che duravano più giorni, il che accadeva piuttosto spesso.
    Varcò la porta che dal corridoio dava nel piccolo salotto; era una stanza sovraccarica di arredamento e soprammobili di poco prezzo, tutti accuratamente posizionati nei loro centrini di pizzo bianco. Al centro troneggiava un’enorme televisione nera, di fronte alla quale stava una poltrona di pelle, su cui si lasciò cadere Tony, con un sospiro. Alle sue spalle un’altra porta collegava il salotto con la cucina. Pochi metri dietro lo schienale della sua poltrona preferita si nascondeva Ben; e se Tony si fosse girato avrebbe potuto vedere lo sportello dello scivolo dell’immondizia, accanto al frigorifero.
    - Come mai già di ritorno? – chiese Erika in un tono che cercò di essere il più possibile casuale, ma risultò solo forzato.
    Tony arrestò per un istante la ricerca del telecomando e la fissò socchiudendo gli occhi: - Non hai saputo niente? –
    Erika si sentì gelare, senza sapere esattamente perché: - Cosa avrei dovuto sapere? – domandò cautamente, quasi a se stessa oltre che a lui.
    Tony sospirò, come uno costretto a spiegare ovvietà ad un ritardato:- La compagnia è fallita – disse semplicemente. Poi ricominciò a cercare il telecomando.
    Erika rimase interdetta. Questo proprio non se l’aspettava; così, senza pensarci, chiese: - Che compagnia? Quella di trasporti? –
    Tony si fermò di nuovo, guardandola allibito, con un’espressione che assumeva quando lei diceva qualcosa che a suo parere era estremamente stupido; di solito il seguito non era piacevole.
    - Esatto, proprio la compagnia di trasporti per la quale lavoravo –
    - Ecco perché sei tornato prima –
    - Esatto. Avrei dovuto fare altre consegne e tornare domani, ma ho scoperto che non avevano i soldi per pagarci, quei vermi. E col cazzo che lavoriamo gratis. Quindi abbiamo deciso di tornarcene tutti a casa…ora se vuoi lasciarmi in pace…sono piuttosto stanco, come puoi intuire –
    Erika raccolse il coraggio a due mani e domandò in un soffio: - Ma troverai un altro lavoro? –
    In realtà il significato della domanda era: per quanto ancora rimarrai a casa? La sua mente continuava a correre a Ben nel condotto. Aveva il terrore che decidesse di uscire, o che si facesse sentire in qualche modo o che facesse qualche sciocchezza del genere. La sua vita era nelle mani di quell’idiota nel condotto.
    Si aspettava che Tony desse fuori da matto e le urlasse contro, che non erano affari suoi, magari sottolineando il concetto con qualche schiaffo, ma aveva finalmente trovato il telecomando e quindi le rispose con voce assente, mentre faceva scorrere i canali: - Non lo so…Bob mi ha detto che forse conosce qualcuno…vedrò nei prossimi giorni –
    Erika si ritenne soddisfatta – e fortunata – di quella risposta e batté in ritirata.
    Fece una rapida ispezione della casa, sempre con l’orecchio teso al salotto ed alla cucina, per vedere se c’era qualche traccia in giro della presenza di Ben, ma non ne trovò.
    Oramai erano quasi le cinque, ed era abbastanza sicura che prima di cena Tony non si sarebbe scollato dalla  tv, la prima cosa che aveva comprato appena aveva avuto abbastanza soldi, pagandola a rate. Lei non poteva nemmeno avvicinarsi a quella tv. Per lei c’era quella in cucina, senza programmi a pagamento ovviamente.
    Solo una volta aveva provato ad usarla, ma aveva premuto qualche tasto che aveva fatto saltare la sintonia dei canali. Quando Tony era tornato aveva fatto in modo che le passasse qualsiasi ulteriore velleità di toccare l’elettrodomestico.

    Dal suo fetido nascondiglio Ben sentì l’arrivo di Tony. Sentì che parlava con Erika, ma non riuscì a distinguere le parole.
    Udì qualche movimento, poi un rumore sommesso e continuo che poteva essere solo quello della tv. Sapeva che quello era l’unico interesse di Tony quando era a casa. Erika gliene aveva accennato la volta in cui aveva incautamente provato ad accenderla. Gli aveva praticamente strappato il telecomando dalle mani, dicendo che solo Tony la usava e che lei non la toccava per paura di romperla. Ben aveva provato ad obiettare all’assurdità di quel timore, e lei aveva provato a giustificarsi, cambiando in realtà discorso narrandogli di come suo  marito passasse tutto il suo tempo sulla sua poltrona e di come avesse il più completo pacchetto pay tv disponibile. Pensò quindi che Tony fosse sufficientemente distratto da  non fare caso a qualche piccolo rumore che provenisse dallo scivolo in cui era nascosto lui.
    Ora che i suoi occhi si erano abituati all’oscurità riusciva a scorgere tre segmenti di luce che delimitavano lo sportello chiuso poco sopra di lui. Volendo avrebbe potuto spingerlo per aprirlo, ma non era il caso. In fondo lo divertiva quasi quella situazione: farla in barba al rozzo Tony, passandogli praticamente sotto il naso, grazie alle sue abilità di speleologo. Ora però era il caso di muoversi. L’aria iniziava a scarseggiare e l’odore non era certo dei migliori.
    Con cautela poggiò i palmi sulle pareti del tubo e si sospinse lentamente verso il basso. Dopo che era sceso di circa una trentina di centimetri sentì che i piedi e poi le gambe non poggiavano sui nulla. La parte posteriore del suo corpo era sbucata nel tubo principale.
    Quello che successe dopo però non se lo aspettava: i suoi piedi toccarono immediatamente la parete del condotto verticale. Evidentemente quest’ultimo era molto più stretto di quanto si aspettasse, o quanto meno il condotto in cui era lui si congiungeva con quello verticale con un angolo così stretto da impedirgli di passare.
    Si impose la calma, ma percepì subito la morsa del panico stringergli la gola. Improvvisamente gli sembrò che l’aria nel condotto si fosse ulteriormente rarefatta e che lo sportello dal quale era entrato, che era solo a circa un metro dai suoi occhi, fosse lontano chilometri.
    Fece un paio di profondi respiri di aria fetida e cercò di rallentare le pulsazioni. Gli sembrava quasi che il cuore sbattesse direttamente sul metallo.
    Mosse lentamente le gambe, cercando di tastare con i piedi il condotto verticale, per capire quanto largo fosse.
    La ricostruzione mentale che ne fece non fu consolante: il condotto era grande appena dal suo ginocchio – che sfiorava il bordo dello scivolo in cui era lui – alla punta della sua scarpa, che toccava la parete verticale del tubo. Era quindi grande più o meno come quello in cui si trovava, con la differenza che per passare in esso lui doveva piegarsi, cosa che non era in grado di fare dalla posizione in cui era.
    Altro panico, come qualche volta aveva provato durante una discesa speleologica, o durante un’immersione subacquea in una grotta. Quel panico che ti fa fare pensieri irrazionali come non uscirò mai da qui o mi manca l’aria anche se non è vero o voglio uscire subito da qui anche se farlo sarebbe più pericoloso che rimanere fermi.
    Il puzzo che saliva dal condotto divenne insopportabile, ed appena gli venne in mente che avrebbe potuto fargli lacrimare gli occhi, puntualmente gli occhi iniziarono a bruciargli. Si passò una mano sulle guance per asciugarsi le lacrime, ma immediatamente si bloccò, pensando che le mani avevano strisciato lungo tutto il condotto in cui normalmente passava la spazzatura.
    Spazzatura la parola gli fece venire in mente sacchi fetidi e bagnati, colanti disgustosi viscidi umori, pieni di bucce d’arancia, rimasugli di verdura e frattaglie di pesce.
    Si morse il labbro finché non recuperò il controllo, finché non fu sicuro che un istante di più di pressione glielo avrebbe tranciato di netto.
    Si impose di analizzare la situazione. Era ovvio che più giù non poteva scendere: non poteva passare nel condotto principale. La sua unica speranza era risalire. Ma cosa lo attendeva di sopra?
    Tony.
    Non conosceva Tony, non lo aveva mai visto se non in una foto in casa e forse qualche volta al bar del quartiere, ma il terrore puro che aveva visto negli occhi di Erika quando lui aveva suonato – quanto tempo prima? Un minuto, un’ora, non sapeva dirlo con precisione. Gli sembravano fossero passati secoli da quando era nel letto con lei – non lo aveva lasciato indifferente come cercava di convincersi. Era ovvio che lei era terrorizzata da suo marito.
    Provò a pensare che il fatto che lei fosse terrorizzata non fosse una buona ragione per esserlo anche lui: in fondo era facile picchiare una donna, ma da pari a pari era tutta un’altra cosa.
    Poi pensò meglio ai valori in campo: nell’angolo destro, in calzoncini blu, Ben, lo sfidante. Settanta chili scarsi, insegnante di liceo, appassionato di speleologia e minerali, nessun incontro all’attivo dai tempi delle elementari (ed anche allora non era certo un avversario degno di questo nome).
    Nell’angolo opposto, in calzoncini rossi il campione, Tony: centoventi chili abbondanti, camionista con esperienza di meccanico di camion, decine di incontri all’attivo, almeno uno a settimana secondo le voci, quasi tutti vinti per K.O., nessuna remora per i colpi bassi  e nell’utilizzo di armi improprie, in particolare la chiave inglese.
    Forse lo scivolo per il momento era più sicuro.
    In realtà, anche se non aveva mai incontrato Tony, ne aveva spesso sentito parlare.
    Il bar del quartiere non era un posto che frequentava volentieri, ma faceva un buon caffè e spesso ci capitava.
    Si trovava nella piazza circondata dai palazzi di edilizia popolare periferica, a pochi passi da dove abitavano tutti e tre.
    Vi si trovavano i classici avventori del bar di periferia. Oltre agli anziani che discutevano del tempo buttando giù un bianchino dopo l’altro, quelli che discutevano di sport con il giornale aperto sul frigo dei gelati, i due o tre maniaci del videopoker che inconsapevoli di avere un serio problema, o forse proprio perché ne erano consapevoli, non parlavano mai con nessuno, c’era il variegato gruppo dei lavoratori: operai, meccanici, camionisti, il salumiere, il barbiere…tutta  gente che la madre di Ben avrebbe definito sinteticamente un branco di poveracci. Ben non era di quel quartiere periferico. Vi si era trasferito perché la cattedra che gli era stata assegnata – la prima della sua carriera – era nell’istituto tecnico locale. Aveva quindi affittato una casa lì.
    Tony faceva dunque parte del gruppo dei poveracci. Tutta gente normale, a parte qualche testa calda sempre pronta al menare le mani anche per futili motivi, soprattutto dopo qualche birra di troppo. E Tony faceva parte anche di questo sottoinsieme, anzi Tony era la testa calda.
    Più volte aveva sentito raccontare di come aveva sistemato questo o quello, di come aveva minacciato quell’altro al punto che adesso la vittima si scappellava ogni volta che lo vedeva e cose simili.

  • 27 giugno 2012 alle ore 10:56
    Monologo Interiore I

    Come comincia: "Devi sapere che siamo spettatori di un mondo in continua evoluzione e che tutte le cose che lo compongono ci entrano negl'occhi e si fermano nel cuore.Ma la cosa che forse non sai è che il mondo,entrando nei miei occhi,non si ferma nel mio cuore ma bensì passa nei tuoi occhi fermandosi in te.E' questo quello che chiamo amore.Il mondo che ci passa dentro preso,fatto mio e poi condiviso come un giro infinito che muore con te.
    Le stelle,il cielo,la luna e il sole,il mare e la terra non sono che quelle immense bellezze che mi riconducono al tuo essere perchè...devi sapere che tu sei per me il riassunto della bellezza del mondo e riesci così maledettamente a tenere tutto in te che questo è terribilmente immenso.E nel tuo infinito io mi bagno,mi assopisco,mi sconvolgo.
    Quindi...non spaventarti di ciò che hai dentro perchè non è altro che il letto in cui il fiume della vita sfocia e si ferma dolcemente e insieme al resto lì ci sono io,se lo vorrai.Ma anche se non lo vuoi non puoi farci niente.Se in te c'è l'amore del mondo allora ci sarà anche il mio."

  • 24 giugno 2012 alle ore 3:32
    Illusioni:Svendita

    Come comincia: "Le illusioni sono il prezzo che paghiamo noi stessi per vivere sperando e quando s'infrangono,pur sapendolo,non facciamo altro che crearne altre.Come un gratta e vinci squallido;compriamo il più costoso pur di avere una speranza di vincita e poi quando gratti e scopri che non hai vinto niente,le scelte sono due o ritenti con quella speranza illusoria che qualcosa possa uscire o rinunci a prescindere.Non so quanto possa valere un illusione anche quella col prezzo più alto ma se fossi un gioco di soli,allora le scelte sono le più ovvie ma quando è ben altro,anche se stupidi sentimenti umani,sai che perdendo perdendo o perdi la tua anima o trovi i soldi per curarla."

  • 23 giugno 2012 alle ore 16:57
    L'apprendista sprecone (ouverture)

    Come comincia: Credo fu "il cameriere di Siviglia" che mi indirizzò dalla "burina" "una notte sul ponte caldo".
    Disse che c'erano almeno "quattro (st)ragioni" per farlo.
    Era stata la donna del "torero di Raval"... quando massaggia "spiazzanoci"... spesso si trovava occupata con "Tristano"... al che io avrei potuto approfittare di "Isotta" e se per caso innestava "la nona"...
    Traversai allora deciso per una "toccata e fuga". 
    "Allegro ma non troppo" e con moto "andante".
    La incontrai alle "nozze di Sigaro".
    Me la indicò "l'Obello"... il "trombatore".
    Quello col "flauto magico" nella patta per intenderci.
    Subito mi diede l'impressione di una parecchio l'..."Aida" con la "Mona (molto) lisa"...
    Diremo dalle mie parti in "sinfonia" da veneti.
    Che difatti a prima vista sembrava "il lago dei cigni".
    Mostra la "tasca" se vuoi "la saga dei tempi lunghi" mi disse.
    "Adagio" le rimandai.
    Non sono " don Chisciotte".
    "In tal modo parlò Zarathustra" mi rispose...
    Ci ho appena cantato una "requiem" sopra.
    Facciamo in "coro" o "sol(f)etto"?
    Preferisco una "cavalleria rusticana" testa a testa.
    Come "Guglielmo Tell"'o metto mica sono un "Nabucco".
    Di "Norma" con "Manon" fan trenta euro.
    Per "Pimpinone" cinquanta.
    Sessanta se "Rigoletto" che devo metter la dentiera e si consuma.
    Per cento disturbo la "Maria Stuarda".
    Ed il gioco con il "Butter... fly"( che ci ho anche l'inglese) per lo di dietro levigato "Turandot"... are ti viene duecento soldoni.
    "Una follia" feci.
    "Otto mesi in due ore".
    Alla fine presi tutto il "concerto".
    Ne valse la pena.
    "L'Orlando furioso" sembrava "la zingara".
    Mi distrusse "Belisario", svuotò il portafoglio e sfondò perfino "gli stivaletti".
    Poi... ritirando la grana, con fare da "fanciulla del west" sorrise canticchiando un bel... stringi stringi alla fine caste o mignotte "così fan tutte"...
    "La traviata".
    E se ne andò "vivace" e sicura verso un'altra "sonata".
     
    P.s.
    È una "burletta" non un'"opera" ovviamente.

  • 23 giugno 2012 alle ore 14:26
    La fuga degli aforismi

    Come comincia: In un paese molto lontano senza l'internet e senza i giornali, senza l'industria e senza la scienza, c'era una prigione umida e buia, dentro la quale stava un discorso che camminava irrequieto nella notte e nel giorno. Aveva un'anima astratta e si piccava di venire a capo della struttura del mondo. Passava i pomeriggi con lo studio dei classici antichi e moderni, mentra la sera si distraeva leggendo citazioni, frasi famose ed aforismi. Le sue riflessioni lo conducevano a sogni di cieli azzurri e luminosi, ma poi non trovava il modo per uscire da quella prigionia e raggiungere gli spazi aperti in cui manifestare i propri contenuti. Questo lo rendeva molto nervoso. A volte restava seduto per ore sulla panca, immobile, fissando le chiavi appese dietro la scrivania della guardia; poi all'improvviso si alzava in uno scatto, si gettava col suo corpo molle di parole addosso alle fredde sbarre e allungava le sue frasi per raggiungere le chiavi, ma senza riuscirvi. Seguiva un momento di sconforto nel quale si accasciava a terra e guardava sconsolato il proprio corpo che pure essendo impalpabile veniva bloccato da quei ferri incrociati. Quello strazio fra il sogno e la prigionia si svolse spesso e con poche varianti, fino al giorno in cui, dopo l'ennesimo tentativo irrazionale di raggiungere le chiavi della prigione, il discorso si addormentò sulle pagine aperte di un libro di aforismi del suo autore preferito, mentre una lacrima solcava il suo viso. Fu un sonno agitato che ebbe termine con un'ispirazione nel risveglio: per andarsene da quella prigione doveva cambiare sé stesso, non poteva continuare ad illudersi di spiegare il mondo intero in un percorso unico e coerente. Doveva guardarsi all'interno, individuare i punti critici e spezzarsi in mille aforismi che sarebbero diventati altrettante verità.
    Fu così che un mattino la Realtà si stupì quando andando a controllare la cella della Filosofia si trovò davanti uno stormo di aforismi che prendevano il volo passando fra le sbarre, curvando poi a mezz'aria verso la finestra aperta. E dentro la cella rimase soltanto un silenzio.

  • 22 giugno 2012 alle ore 12:25
    Il protagonista non muore mai, o quasi

    Come comincia: - Sto uscendo con una ragazza.
    - Sua madre lo sa?
    - Sua madre è morta.
    - Ti diverti proprio a farmi sentire in colpa.
    - È la verità.
    - Lo so.
    - No, davvero sua madre è morta.
    - Questo non importa: la mia era una battuta di alleggerimento e non meritava una replica.
    - Il problema è che lei ha già il ragazzo.
    - Il problema allora è del cornuto.
    - Ma il fatto che lei tradisca mi dà fastidio.
    - Fattela e basta.
    - Lo sai che non sono il tipo.
    - Nemmeno io e ti capisco ma sai, mi sto immedesimando nella parte del conducente che dà consigli al protagonista mentre lo porta chissà dove.
    - Quindi sarei io il protagonista?
    - Finora hai detto cose che ti fanno sembrare timido e idealista e il lettore si immedesima sempre in personaggi del genere. Anche uno espansivo si ritiene timido in fondo.
    - Perché?
    - Tutti pensano di poter fare di più di quanto facciamo, nessuno pensa di usare al massimo il proprio potenziale: ecco il motivo per cui al lettore sembri tu il protagonista di questa storia nonostante sia io a parlare di più, a guidare, a risultare più brillante.
    - Non sopporto questo tuo continuo riferirti al lettore, io ti stavo parlando di una cosa concreta e tu mi trascini nell’Aldilà.
    - Cosa intendi?
    La macchina va a schiantarsi contro un tir proveniente dal senso di marcia opposto.

  • 20 giugno 2012 alle ore 19:44
    Gli alberi

    Come comincia: Fa tenerezza vedere gli alberi in autunno, si spogliano di tutte le loro foglie, così nudi e indifesi vanno incontro al lungo inverno che, con il suo gelo, non avrà pietà di chi troverà impreparato ad accoglierlo.
    Pare di vedere un vecchio che non desidera più nulla, vuole solo riposare in pace, giunto alla fine dei suoi giorni vede cadere ogni sua sicurezza, proprio come se le certezze fossero le foglie, un tempo vigorose e ora ... non è più verde, intrigante, misterioso.
    anche se sono tanti insieme, gli alberi in inverno appaiono soli, proprio come gli uomini, quando la vita li vuole abbandonare; non progetti, speranze, sogni ... c'è solo la solitudine.
    Non so che ne è stato della mia vita, sto passeggiando per il bosco in compagnia dei miei unici amici fidati, raccolgo per la strada foglie colorate, l'autunno fa sì che siano variopinte e a terra, come faccio a non raccoglerle, rischio di rovinarle camminandoci sopra.
    ... quante volte i miei ideali, i miei progetti, i miei desideri sono stati calpestati, eppure il loro colore era perfetto.
    Raccolgo i miei pensieri su un pezzo di carta, ma che gli frega agli altri della mia vita? ... e a me di quella degli altri?
    Non sono nessuno anche se i miei amici continuano a dimostrare esattamente il contrario, sono tre cani e due gatti e mi accompagnano orgogliosi e impettiti, felici come nessuno mai dell'onore di potermi scortare nella passeggiata a ritroso nella mia vita: ogni tanto qualcuno di loro si ferma davanti a me come a voler sbarrare il mio passo, i miei piedi sono nel sentiero del bosco, ma il mio cuore è distante mille miglia per un sogno mai realizzato.
    Il mio cane improvvisamente si ferma, fissa con insistenza un cespuglio, ecco ! ... vola via una piccola pernice sola e spaventata ... chi lo sa, forse anche lei è rimasta sola ... senza amici ...ha pensato che è meglio così, è sparita subito in mezzo agli alberi, può essere che qualcuno la stia  aspettando la dietro i cespugli, come faccio a saperlo, dovrei immergermi in rovi e spine per scoprirlo, sempre che sia possibile.
    Forse per tutta la mia vita non ho mai voluto rischiare abbastanza per scoprire ciò che mi aspettava dietro l'enigma.
    Tanti sogni ad occhi aperti si fanno nella vita, a volte sciocchi, ma sono i nostri e solo noi sappiamo quanto costa sognarli, così recita Paulo Coelho in un suo romanzo.
    Tanto vagheggiamo in gioventù poi, giunti ai cinquanta ci accorgiamo che sì, qualcosa è arrivato a compimento, ma per la maggior parte è rimasto tutto quanto velato in qualche angolino del nostro cervello e chissà per quale motivo recondito non si è potuto realizzare.
    Un gatto sta miagolando disperato, ha deciso di seguirmi nella mia lunga passeggiata nonostante la sua giovane età, è rimasto indietro perchè ho oltrepassato una curva e lui non mi sta vedendo più.
    Al mio appello accorre con un miagolio riconoscente, arriva con la coda dritta, è felice e sicuro perchè di me si fida ciecamente, così decido di portarlo in braccio per un tratto di strada, visto il lungo tragitto che ancora ci attende.
    Come ho fatto io quando ho creduto di trovare appoggio in qualcuno di cui mi fidavo?

  • 19 giugno 2012 alle ore 15:08
    Una vita spezzata

    Come comincia: Le corse dei cani erano la passione di Klaus , e ogni fine settimana lo tenevano impegnato anche se non c'erano competizioni in calendario .
    I suoi due levrieri gli avevano regalato una decina di trofei in 2 anni di gare in tutta la Romania , e ai campionati nazionali di Brasòv si erano piazzati al 4° e 9° posto . Erano fratelli , stupendi Magyar Agar di appena 4 anni , uno dal manto tigrato  e l'altro nocciola intenso . Klaus dedicava loro tutto il tempo libero e veniva ripagato da un affetto che nemmeno un figlio avrebbe potuto eguagliare ; inutile dire che la ragazza in grado di ritagliare un benchè minimo spazio nella sua vita ...doveva ancora nascere.
    Milla si svegliò in tarda mattinata , aprendo gli occhi solo per verificare la presenza o meno di luce nella stanza , per poi richiuderli una volta appurato che il bagiore del sole non era ancora filtrato dalle imposte della porta finestra . Le previsioni davano una stupenda giornata per quel sabato di novembre , una cosa insolita per le colline di Mohu , non di rado già imbiancate o frustate da venti gelidi provenienti dalla steppa russa . Il baccano della grande sala adiacente tormentava il suo delicato stato di incoscienza , quel prolungato risveglio che le serviva per afferrare i sogni che stavano svanendo , stemperarli dal dramma tipico dei fatti onirici e trovare un significato il più utile possibile alle sue vicende quotidiane . Lo scampanio di piatti le causò una contrazione improvvisa , come un raptus di collera , poi lentamente i sensi le tornarono e la rabbia la fece sobbalzare :
    « Maledizione ! Ancora lui ! Lo avevo quasi davanti...potevo vederlo...mi bastava una manciata di secondi ! »
    Milla gettò un'occhiata al grazioso orologio a forma di casetta sulla mensola adiacente al letto : segnava le 6.30
    « Dannati fratelli ! Non riescono a stare tra le mura di casa senza mangiare di continuo come i maiali all'ingrasso...ma come si fa a mettere in funzione lo stomaco a quest'ora del mattino ? E una cosa fuori dal comune! Quel sogno mi tormenterà finchè vivo...o finchè non incontro questo tizio misterioso. Se potessi dormire quanto voglio potrei farcela a capire chi è...sembra una barzelletta ma lui compare nel sogno sempre qualche attimo prima che mi svegli...sta per dire qualcosa...e poi finisce tutto !»
    Avrei voluto fare il cuscino a brandelli per sfogare quella frustrazione. Poi decisi di alzarmi e andai in cucina per inveire sui miei fratelli che , ignari , mi accolsero con larghi sorrisi e strepiti , come se fossi una diva dello spettacolo.
    «Che razza di animali siete ? Non riuscite a non alzarvi con le prime luci dell'alba ? E a non svegliare chi vi sta intorno nel raggio di un chilometro ? »
    « Ehi !La Regina Madre di Persia si è alzata di malumore e ci farà trucidare tutti....diamocela a gambe ! Ha ha ha ! »
    « Il primo saresti tu Igor , ti farei tagliare la lingua , cucire la bocca e poi spellarti vivo cosi' non emetteresti un fiato fino alla morte ! »
    Igor emise una fragorosa risata seminando particelle di pane secco su tutta la tavola.
    Mi aggiustai una sedia e mi ci lasciai cadere sopra , sbuffai  e mi appoggiai al tavolo con la testa tra le mani.
    « Bene bene cosa abbiamo oggi un altro incubo soprannaturale ? Un fantasma ti ha stuzzicato nel sonno ? Non è colpa nostra se vai piu d'accordo con i morti che con i vivi ! Dovevi farlo di mestiere , almeno ci avresti procurato un bel po' di soldi !  ». Klaus aggiunse il suo squallido sarcasmo alla dose di veleno che già scorreva nelle mie vene.
    « Attento ! Con i miei poteri posso suggerire allo spirito di Bogdan di usare il tuo corpo per continuare con i suoi lavoretti ...che ne dici ? »
    Quell'uomo era uno psicopatico che in vita si era inflitto le più assurde torture , come tagliarsi lembi di pelle , incendiarsi i capelli , cavarsi le unghie , ingoiare chiodi e insetti , procurarsi enormi tagli che poi faceva infettare vantandosi delle cicatrici. Mor dopo che si era versato dell'alluminio fuso nell'orecchio .
    « Ok Milla , ricevuto. Mangia un boccone che tra un ora ci mettiamo in viaggio . La giornata è stupenda e i trofei di Sibju ci aspettano ! »
    Io adoro le corse dei cani e adoro i nostri splendidi cani , ma sarebbe più sensato far correre Igor e Klaus e godersi lo spettacolo in compagnia di quelle povere bestiole , di gran lunga più perspicaci e affidabili di chi li ha allevati . Victor è il mio tesoro , il suo manto di cioccolata e il suo muso imbronciato mi hanno trafitto il cuore … e oggi vincerà , me lo sento .

  • 19 giugno 2012 alle ore 14:51
    L'eletto

    Come comincia: Analizzavo l'archivio della Sammon Kesulskiu School di Tampere , immerso nel silenzio surreale della notte finlandese che si protraeva ormai da tredici ore , avvolgendo  la città di un grigiore neutro e paralizzante. Il monitor del nuovissimo Dell illuminava la scrivania della preside Mika Jarvinen , il cui ufficio era situato nel cuore del ' imponente edificio in vetro e cemento . Se non fosse per la sensazione di freddo e la scomodità della sedia bucherellata di acciaio inox , avrei pensato di essere nel Palazzo degli Archivi dove sono solito svolgere le mie indagini. Trovai finalmente quello che cercavo :
    - Mathias Kunt , nato a Pirkkala il 16 Maggio 2036 ...figlio di Estelle Arnoux e Sebastian Kunt .I voti erano eccellenti in ogni materia di studio ,nessun richiamo disciplinare ...ah ecco qualche nota del docente di letteratura : qui dice che " il ragazzo ha una eccezionale capacità espressiva e di comprensione dei concetti più astratti , notevole attenzione e straordinarie doti mnemoniche " .Dai test risulta che il quoziente d'intelligenza è superiore alla media , 204 … -
    Scorrevo il curriculum scolastico del ragazzo e mi rendevo conto che era spaventosamente fedele al piano vitale che Mathias aveva programmato , perciò dopo aver consultato qualche altro documento , mi rassicurai e decisi che lo studio fatto nell'aldilà era piuttosto verosimile.
    Avevo altri due allievi ai quali mi stavo dedicando da tempo : Brian Scott , un quattordicenne di Philadelphia , e Taijiro Konytsu , 16 anni , intrepido pilota di kart a Shizuoka. Sul primo stavo risvegliando la memoria prenatale attivandolo nella direzione dello studio di tecnologie estreme ; avrebbe dovuto iscriversi al MIT , intraprendere la carriera di scienziato e far parte di una equipe che avrebbe rivoluzionato il settore dell'energia rinnovabile. Sarebbe iniziata una nuova era.
    Taijiro invece mi stava dando un bel daffare nel salvargli la vita praticamente ad ogni gara...ma il suo futuro di campione mondiale di kart, Formula 1, Indy e WRC lo avrebbe consacrato come uno degli uomini più temerari mai visti sulla terra.
    Sono passati oramai  9 secoli  da quando impartisco sapere e virtù agli eletti di ogni razza e ceto sociale , che in ogni parte del mondo contribuiscono a garantire l'armonia , l'equilibrio e la grandezza del disegno divino.
    Io sono Gabriel , l'arcangelo che nessuno può invocare; io servo unicamente Hamòn , il mio compito è cercare , coltivare e ottenere la perfezione dell'uomo sulla terra . Non ho mai fallito , i miei protetti sono sempre stati pronti nel momento della chiamata.
    Adesso il pericolo è grande , l'umanità è regredita nell'odio e nell'isolamento ; le pseudorazze stanno aumentando e diventano incontrollabili ; ci sono pochi umani evoluti che governano grandi masse di anime grigie inconsapevoli e succubi di qualsiasi maestro si faccia avanti .
    I non morti sono al comando di intere comunità , alcuni addirittura dirigono multinazionali e sono vicini alle linee di potere di alcuni stati dell'Asia e dell'Europa orientale.
    Le prime 6 delle 88 orde dei Demoni sono stabilmente attive nel mondo visibile ; le statistiche parlano chiaro : le malattie mentali aumentano vertiginosamente , cosi come gli omicidi  e gli stupri . E' tempo di agire . Mathias è il terzo eletto, ha compiuto ieri 12 anni ed è il  bambino più straordinario che abbia mai trovato tra gli umani. I “ demians “ sono sempre tre , e ne sceglierò solo uno per il compito più difficile ; io non posso sbagliare...mai.

  • 19 giugno 2012 alle ore 11:06
    L'interpretazione

    Come comincia: Il messaggio nella bottiglia, convinto di non trovare un lettore, desiderò che uno scoglio frantumasse il vetro per cancellarsi, invece finì in secca su un'isola ai confini del mondo e, liberato da una noce di cocco, fu portato dal vento fino al capanno di un selvaggio analfabeta che ci vide i segni di un dio. 

  • 17 giugno 2012 alle ore 20:03
    Arte o Professionismo?

    Come comincia: Mentre presenziavo, il 30 maggio 2012 alla mia mostra fotografica di Treviglio intitolata “Fotofiabe” ricevo la gradita visita di un simpatico ospite…

    “Buonasera”

    “E’ lei il fotografo?”

    ….

    “Sì, buonasera”

    “Come va: male vero?”

    Paolo insolitamente sorridente: “No, anzi benissimo, tutto bene grazie!”

    Ospite un po’ schizzato: “No no… dicevo la mostra… va male vero?”

    Paolo stupito e ancora sorridente:”No, va proprio bene invece, anzi sono contentissimo, mi hanno fatto una bellissima recensione, una splendida intervista e sono venute molte persone che hanno apprezzato molto le mie immagini…”

    Ospite arrogante: “Quanto ha venduto?”

    Paolo allibito: “Non sono qui per vendere ma per il piacere di esporre le mie immagini”

    Ospite stupefatto: “Ah, ma… ma… ”

    Paolo sereno: “Sì, se qualcuno avesse piacere di acquistarle ho il mio listino, ma per me è secondario e preferisco non contaminarmi per denaro…”

    Ospite indisposto: “Ahhhhhhhhh (pausa) quindi lei non è un artista professionista?”

    Paolo saggio: “O artista… o professionista…”

    Ospite balbettante… “Ah… ecco… no, sì… io sono un pittore, vede… un pittore professionista!”

    Paolo con molta compassione: “Ahhh…”

    Ospite preoccupato: “No, perchè ecco, qui non si vende nulla, il mondo non è più quello di prima, l’Italia va a rotoli, non c’è più l’arte, non c’è più… nessuno la vuole, nessuno vuole pagare l’arte!”

    Paolo risaggio: “Meno male, l’arte deve essere pura e a disposizione di tutti!”

    Ospite depresso: “Quindi lei non è un professionista!”

    Paolo: “Assolutamente no”

    Ospite confuso: “E, ma… e ma come fa a vivere allora?”

    “Ho una professione”

    Ospite disorientato: “Ma allora perchè ha fatto questa mostra?”

    “Perchè ne ricavo qualcosa di molto prezioso che chiamo gratificazione”

    Ospite incazzato: “Quindi secondo lei Picasso non era un professionista?”

    “Era un artista… Poi numerosi professionisti hanno speculato sulla sua arte capitalizzando le sue opere e trasformandole in denaro”

    L’ospite se ne va a testa bassa nel silenzio dei miei colori…

    :-)

  • 17 giugno 2012 alle ore 20:02
    Quando volano alti i gabbiani

    Come comincia: Quando volano alti i gabbiani

    c’è un cielo eterno davanti a noi, un mare di luce ci avvolge e penetra le sabbie dorate, quelle cristalline, bianche, ovattato regno termico in cui urlare le proprie grida, iniettare vento nelle arterie e ossigeno sulla cresta delle onde…

    Ora basta…!!! pensare una sola cosa, l’orizzonte non è un confine tangibile ma una linea ottica indeterminabile, è questo il mio spazio e non posso rientrare nei meandri di un centro commerciale, nel preconfezionamento di chi vorrebbe conglobarmi in una scatola metropolitana, una valvola di sfogo per l’umanità sintetica, quella artificiosa e civilmente satura di preconcetti, quella che segue le mode e le tendenze, basta con queste cose stomachevoli e basta con chi si collega  a me pensando di poter condividere la propria ruggine interiore.

    Quando i gabbiani volano alto io sento il loro richiamo

    non quello dei falsi amici o delle presunte persone care, non quello che oscura l’anima degli arrivisti e degli idealisti no…

    io volo da destra a sinistra baciando tramonti meravigliosi, rincorro piccolissime farfalle mimetiche e, come loro, acquisto il colore dell’erba, quello del cielo, delle foglie…

    portatemi lassù, con voi, nello spirito che volteggia e canta, musiche del mondo e non schifezze urbane riluttanti spacciate per arte o per successo… a voi la vostra discarica, a me i colori del gioco, la sensualità delle piume e delle penne modulate dal vento, a picco verso le acque, risalire silenzioso, tra le fronde di un pino marittimo e il profumo del curry selvatico, dei castagni secolari, girare, volare ancora, silenzio di mare…

    Nessuno venga a dirmi su che canale devo sintonizzarmi, a quale pagina devo leggere… nessuno stia a discutere un solo istante su chi sono e meno che mai su chi non sono. Ho dato vita alla vita che tutti volevano, ora darò vita a quello che voglio io, mi lancio dalla scogliera rossa e vado in cerca della mia nuova casa…

  • 17 giugno 2012 alle ore 19:37
    La Vita del Vecchio Tom

    Come comincia: Dopo poco si fece sera, il vento era più forte, batteva forte sulla schiena e sul viso del vecchio Tom. Oscillavano lievemente gli alberi, e gli uccelli pian piano si

    ritiravano nelle loro ruvide dimore. Come sempre anche quella sera c'era traffico per strada, tante macchine allineate ruggivano con tanti guidatori stanchi e pronti a

    colpire. Le case illuminate sembravano dare conforto a Tom, gli davano una sensazione piacevole e rigenerante, un senso di calma e di benessere. Tutti si ritiravano,

    il tempo passava veloce, incominciava a fare freddo e dopo poco si accorse  che qualcosa lentamente cadeva sul suo naso,stava iniziando a nevicare. Tom era un

    vecchio sulla sessantina o giù di li con un ricco passato alle spalle ,aveva una folta barba,pochi capelli bianchi,occhi di un azzurro mischiato al grigio e  portava

    sempre con se un cappello, uno di quelli di vecchio tipo, ed era molto affezionato ad esso. Senza amici, parenti, denaro, senza una casa,Tom  era da tutti considerato

    come un semplice barbone. Passava l'intera giornata camminando, fumando e contemplando attentamente gli occhi della gente indaffarata;lui invece non faceva

    niente, non aspettava nessuno e questo gli era molto tranquillizante,il suo l'unico obbietivo era qualche birra o una buona sigaretta. Frequentava qualche bar ma non

    durava molto, infatti c'era sempre qualcuno pronto a trovare qualche scusa per insultarlo e poi con leggerezza scacciarlo;ma a lui poco importava, sorrideva, usciva e

    andava via,addentrandosi in lunghe passeggiate che  spesso duravano per ore.  Dopo poco la neve imbiancò l'intera strada, il cappello di Tom era sempre più pesante,

    egli scosse via la neva, rimise il cappelo, e poi prosegui' la sua passegiata solitaria di fine giornata,desiderando qualcosa ancora  da scoprire e vedere. Per Tom il

    passare del tempo non era importante, infatti era da sempre convinto che i minuti, le ore, i secondi, fossero solo una grande invenzione e imposizione degli uomini,

    per questo motivo se ne infischiava e si lasciava andare alla notte;quella notte, che danzava insieme ai suoi lenti passi e che forse gli piaceva anche più di

    contemplare i suoi simili,  gli dava la possibilità di concentrasi meglio, di convivere serenamente con i suoi pensieri, di crearne dei nuovi e abbandonarsi

    profondamente alla vita. Passò un po' di tempo,ormai il silenzio per strada faceva da padrone, Tom di certo non conosceva miseramente l'ora e ne  aveva fatta di

    strada dal mattino, si accorse che le sue vecchie gambe incominciavano a vacillare, era veramente stanco, così dopo una breve ricerca,  e anche con un po' di

    fortuna, riuscì a trovare un posto ben coperto adatto per poterci dormire con comodo.Questa ormai era una consuetudine, egli infatti non badava affatto a un luogo

    fisso dove poter  passare il resto della notte. Assonato prese due coperte dalla sua vecchia amica borsa, si avvinghiò per bene al tessuto spugnoso, e poi sereno come

    un bambino vittorioso si abbandonò al sonno.
    Tom non dormì molto quella notte,diversi pensieri lo avevano infastidito,all'alba infatti era già sveglio.Il sole saliva lentamente ,ed egli, anche se avesse dormito

    poco,si ventiva carico, voglioso di vivere una giornata nuova e tutta da scoprire. Poi si alzò,rimise le vecchie coperte in borsa,si accese una sigaretta,e comincio

    lentamente a dirigersi verso il porto cittadino;nel frattempo il fumo del tabacco si disperdeva velocemente nella aria fresca e il  fitto suono degli uccelli sembrava

    rendere tutto più bello.
    Anche se i suoi passi erano lenti e il terreno era bagnato,la camminata fu piacevole ed egli arrivò in breve tempo al porto. Con tutto che Clean City era una città di

    mare , essa non aveva mai avuto nella sua storia  un gran porto, e questo era scarsamente  utilizzato  da vecchi pescatori;tuttavia a differenza degli altri giorni

    quella mattina li non c'era praticamente nessuno ,il luogo sembrava incantatato.
    Così Tom decise di sedersi su una  spiagetta abbandonata  e vedere il mare,la luce,i pesci,le barche abbondonate,insomma tutto ciò che stranamente,da sempre, lo

    appagava e gli procurava piacere. Poi d'improvviso scrutò una nave all'orrizonte,bianca, maestosa,sembrava un'intensa fonte di luce e inesorabilmente si avvicinava

    sempre più come spinta da una velocità sconfinata. Tom era rapito da quella visione,i suoi occhi erano vaganti nel vuoto, il suo corpo fremeva sempre più e

    dolcemente un sorriso  inarcò le sue sottili labbra. L'aria aveva un profumo tutto nuovo, egli si sentiva diverso quella mattina,percepiva qualcosa di

    straordinario,inspiegabile ,mai sentito prima.Però gli venne sonno,uno di quelli veramente forti, sentì il bisogno di chiudere gli occhi e delicatamente si stese

    sull'umida sabbia mattutina; poi il silenzio fu rotto da un gabbiano che  in lontanza gridò,il mare luccicava intensamente ,e Tom si abbandonò.

  • Come comincia: Che non me ne vogliano i Milanesi... ma quello che è troppo è troppo!
    Post n°323 pubblicato il 16 Giugno 2012 da mondodonna_2008
    Tag: intelligenza, milanesi, napoletani, nord, sud

      RICEVO:
    N° 18 - Sono più intelligenti gli Italiani del Nord o del Sud?
    Gentile collega,

    il Professor Richard Lynn nel n. 38 della rivista “Intelligence” (2010) ha affermato che gli Italiani del Nord sono più intelligenti degli Italiani del Sud, motivo in grado di spiegare le notevoli differenze in termini di reddito, successo e istruzione. A questo tema e al dibattito che ne è scaturito abbiamo dedicato il numero 18 di Knowledge Addiction
    (http://www.eulabconsulting.it/index.php?option=com_content&view=article&id=147:newsletter-nd-18-sono-piu-intelligenti-gli-italiani-del-nord-o-del-sud&catid=38:cat-newsletter&Itemid=60).
    C’è una barzelletta che perde un po’ del suo sapore se scritta e non, invece, raccontata “bene”:
    San Pietro viene chiamato dal padreterno, molto inquieto perché al di sotto del luogo dove lui dorme, i napoletani fanno un gran fracasso cantando “o sole mio” ed altre canzoni, facendo tarantelle, suonando il clacson, parlando ad alta voce per le strade fino al mattino...
    P. “Devi metterci riparo! Io non ne posso più!”
    S. P. “Ma voi lo sapete come sono fatti i napoletani, una ne fanno e cento ne pensano, sono i figli di tante traversie, di presenze straniere, di Masaniello, la Repubblica Partenopea,  le quattro giornate che hanno cacciato i tedeschi da Napoli, Salvo d’Acquisto che si è fatto uccidere...”
    P.”Non mi interessa! Falli smettere!!"
    S. P. “Vabbè. Ma come posso?”
    P.” Toglici mezzo cervello e si calmeranno!”
    "S.P. “Ma come, ai miei napoletani così scetati, mezzo cervello in meno?”
    P. “ABSOLUTELY: non ce la faccio più
    Detto fatto San Pietro si affaccia e con un gesto della mano compie il miracolo: mezzo cervello in meno ai napoletani.!” Un minuto di silenzio dal basso e poi: “o sole miooooooo!!!!”, voci confuse allegre ed alterate, rumore di clacson, risate...
    P. “Mio Dio!!!! Continuano! Non è possibile! Togligli un altro mezzo cervello!”
    S. P. “Ma, comandante! Ne abbiamo già tolto mezzo!”
    P. “Togligli  metà del cervello rimasto!”
    San Pietro con un gesto della mano verso il basso, compie il miracolo e:
    “o sole mioooooo!!!!! voci allegre, canti, balli, qualche bestemmia, rumori vari e clacson:
    A questo punto il comandante non ne può più:
    P. “San Pietro, è inaudibile! Lasciaci soltanto il 10/% del cervello e facciamola finita!”
    San Pietro piange, si dispera per i suoi “scugnizzi”, ma il comandante non demorde, per cui San Pietro si affaccia verso il basso dove si trova Napoli e compie di nuovo il terribile miracolo.
    Un minuto di silenzio e poi da Napoli si sente un canto:
    “O mia bella Madonina, che me guardi da lassùùùùùù”....”
    I napoletani sono diventati tutti milanesi.

  • 15 giugno 2012 alle ore 21:09
    ANGOSCIA

    Come comincia:
    Stava per scrivere gelosamente alcuni appunti nel diario, quando una freccia di sole passata inosservata tra i battenti socchiusi della finestra, andava a infrangersi sopra la scrivania, permettendo al piano di vetro il proiettare la luce, ancora verso la penna, la quale, guidata dalla mano rapida e sicura sembrava dipingere l’immagine del suo pensiero.
    Aggravato, dal peso del costante lavoro, il dott. Ruggeri si sentì compresso da un’aria chiusa, che inesorabile lo ostacolava nello scorgere i primi segni primaverili, che di là della siepe, agevolavano il germogliare delle fronde per dar forma gradevole al giardino, in attesa della stagione. I suoi impegni, non gli concedevano la possibilità di ottenere un attimo di distensivo riposo, per mezzo dei quali avrebbe potuto contemplare, vagando oltre se stesso, la fragranza dei primi boccioli di fiori e assorbire del loro profumo, che benevolo cominciava a invadere l’intorno.

    Come medico chirurgo, aveva promesso a se stesso di dedicare la sua vita all’espletamento della sua professione, considerandola una missione per la guarigione di molti sofferenti, ma la stanchezza per le lunghe ore di attività declamava riposo e tranquillità. Ragione per cui in quel momento non avvertiva lo svegliarsi della natura o il canto degli uccelli o il profumo dei fiori, del sole mattutino o del giorno raggiante, perché tutto il suo essere era invaso dalla volontà di curare tutti i suoi pazienti i quali fiduciosamente speravano in una pronta guarigione.

    Un giorno lo vidi all’ospedale, mentre si allontanava dal suo ambulatorio, con il volto sommesso e l’aspetto impietrito; mi diede l’impressione che la sua mente era fra le nuvole e i suoi occhi erano socchiusi, raffigurante l’atteggiamento di chi è sconfitto e senza speranza. Ciò mi fece angosciare alquanto che, spinto dal sentimento d’amicizia, mi avvicinai verso di lui e lo salutai, chiedendogli della sua salute. Non seppi proseguire, quando vidi i suoi occhi languidi, come se fossero stati adombrati e afflitti da una cattiva notizia, e subito come a chi arde il cuore di saper notizia, gli chiesi il motivo di ciò che lo affiggeva.
    Gli dissi: “Cosa c’è che non va, dottor Ruggero”? Egli, come se venisse da un’altra dimensione, mise insieme alcune parole e rispose: ”Oggi ho perso una cliente”. Non capii il significato di quelle parole e senza riflettere gli risposi di non preoccuparsi poiché se una cliente era andata, certamente un’altra ne sarebbe venuta.

    Ma la risposta del medico non si riferì a quello della perdita di una paziente per avere scelto un altro dottore, ma quella paziente era morta perché il suo cuore non aveva resistito all’estrazione d’un tumore maligno. Quella risposta, fu per me, come un tonfo che cadde involuto in quella consueta realtà d’incontro. Coinvolto, fui anch’io da quello stato d’animo e non seppi trovar risposta né soluzione. Fummo, invasi da un cordoglio in un’atmosfera depressa e malinconica, che senza far troppi discorsi silenziosamente abbassammo il capo e ci riponemmo in un momento di riflessione.

    “Come può il Signore permettere queste cose”? Egli interruppe. Non lo so, risposi io ammaliato. Mi ricordai, però, tra i dubbi e i misteri della vita, delle famose parole del vangelo San. Giovanni 9:13, in cui i discepoli avevano chiesto a Gesù il perché quell’uomo fosse cieco. Era perché lui aveva peccato o suo padre o sua madre, forse lo furono? Ma Gesù rispose che né lui né suo padre né sua madre avevano peccato, ma che ciò è avvenuto affinché le opere di Dio siano manifeste. Quando ci troviamo nella disperazione e avvertiamo l’isolamento da ogni fonte d’aiuto e abbiamo davanti i sentori dei rulli della morte, allora ci ricordiamo che vi è un Dio potente e generoso.

    Mentre prima abbiamo, forse, ammesso la sua inesistenza come spregiudicati esseri che non riconoscono il bene ricevuto. Nel momento culminante del respiro terrestre, mentre s’indirizza l’ultimo sguardo alla natura e di colpo, ammettiamo che Dio esiste ed è forte, ed anche buono a perdonarci.

    Discutendo sulle cause di quel male incurabile e i modi di poterlo prevenire, presero corpo nella nostra confusa visione ipotesi senza sbocco e il colloquio proseguì, alla fine, senza obiettivi idonei a darci una soluzione, mentre aggiravamo la realtà, illudendoci che forse quel male, non avrebbe colpito noi. Dopo ci siamo salutati ognuno per continuare il ciclo meccanicistico della vita. Per contrastare quel pessimo e indesiderato momento decisi di uscire con la mia moglie, ma per il dottor Ruggero la questione non si fermò lì. Il suo stato psicologico lo spinse ad andare a casa e ad approfondire lo studio sulle cause di quel male.

    La sua ricerca andava operosa e si avvaleva di tutti i seminari nei quali era stato nei vari paesi, ma non trovava la risposta. Gli sembrò ad un certo punto, che la scienza segnasse il passo. E per un immaginario riflesso, nel suo intimo, pensò se potesse essere anche lui effetto di quel male, così andò allo specchio a guardarsi attentamente il volto ma nulla trovò in un così rapido esame perché fu più un atteggiamento di rassicurazione che una vera visita. Crescendo, il lui il sospetto di essere effetto dal male, decise di ritornare il giorno dopo all’ospedale a farsi le analisi necessarie per l’accertamento e allontanare così ogni ombra di dubbio. Mentre i suoi occhi lo indirizzarono a inquadrare la natura, quasi per incanto, una fragranza lo rassegnò dandogli la forza di una perspicuità di vivere.

    Fu dopo diversi mesi che andando a trovare un mio amico decente in ospedale, mi recai nello stesso reparto dove mesi prima, avevo incontrato il dottor Ruggero. Mentre m’introducevo attraverso il salone poi nei corridoi, nel vedere gli ammalati, provai una sensazione strana, di essere diverso da tutti gli altri, come se mi trovassi in un altro mondo, ove non vi era una persona sana. Svolgendosi tutto nella normalità delle mansioni che mi sembrò che al contrario, che l’unico ammalato ero io.
    Poi uno strano stridore pervase nell’aria e fece eco tra le pareti del corridoio, che mi sembrò d’essere in un’officina, che in un ospedale. Era una lettiga che usciva lentamente dalla sala operatoria, nella quale un uomo sotto anestesia era accompagnato da due infermieri e dei parenti. Un quadro che esprime la reazione e il sentimento d’affetto dei cari che lo assistevano con gli occhi, provando una gioia contenuta, tale che preoccupazione e letizia fossero miscelate nei loro volti.

    Fu qui che intravidi il dottor Ruggero bisbigliare con alcuni dei suoi colleghi, avvolto in una profonda espressione d’interesse, con il volto roseo come se fosse stato sotto tensione e la sua arguta spigliatezza mostrava segni di ottimismo. Non potette esimersi dal nascondere al mio sguardo alcune sfumature e segni di quello che avevamo discusso prima, sebbene in quel momento, egli li nascondesse con un delicato sorriso. Così lo salutai e lui compiaciuto, mi rispose con rispetto, facendomi cenno di aspettarlo nel corridoio. Dopo qualche minuto, allontanatosi dai suoi colleghi, si diresse verso di me e ci salutammo con cordiale affetto, chiedendo delle nostre famiglie e degli affari.

    Mentre discutevamo, tra una parola e l’altra, si accostò alla parete, e presa nella tasca una siringa, e se la iniettò nel braccio. I miei pensieri furono confusi nel vedere quel comportamento e fui in dubbio, se pensare a quell’atto se fosse una semplice cura o un vaccino per l’influenza. Egli, allora, mi rispose amaramente: “Sono affetto da cancro, se non mi faccio una puntura di antibiotico ogni sei ore, morrò”. A tal detto, un’onda vertiginosa di silenzio tragico si avviluppò tra di noi e si sovrappose repentina tra il mio aspetto attonito, intenso di rammarico e di ardita incredulità ed il suo sguardo plumbeo e mentre accresceva in me tremolii di compassione e di tenerezza, il mio cuore, dando stimoli si contrazione e di dolore, mi fece sentire la gravità  di quello strano sentimento e del preludio della sua morte.
    Non seppi trovare una ragione o una parola, che gli potessi assicurare una opinione diversa o una soluzione ad eluderlo da quell’ombra di inevitabile disastro. Sembrò che un immane peso della natura avesse ostacolato il progredire del passo della vita del dottore. Ma certo che anch’io mi risentitii vulnerabile a quel male, poichè non ne potevo essere esonerato, ne gli altri lo possono. Così con l’alternarsi di un pensiero e di un dubbio, come reciprocamente si fossero scontrati il mutuo battito del mio cuore e il suo, offuscati da un tremendo timore d’oblio, scorsi le lacrime nei suoi occhi, che guardavano il cielo senza speranza, pur cercando un appiglio d’aiuto.

    Ed interruppe:”Signore, che l’aiuto, la salvezza, il miracolo, la guarigione, la vita, ti appartengono. O Dio, che ti nascondi tra le vie contorte della mia disperazione e tra i grovigli della mia angoscia, ascolta questo mio grido di dolore, di un cuore che cerca disperatamente la guarigione. Dov’è il tuo impeto quando riducevi a nulla ogni apparenza di male? Io so che sei grande e Santo e Dottore dei dottori, ma or io sono inerme, mentre il male lentamente mi invade. Ascoltami Dio Salvatore, manda un angelo guaritore a liberarmi dalla ferocia di questo male” E si allontanò salutandomi appena. (fu guarito, poi, con la chemio-terapia).