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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 25 maggio 2012 alle ore 10:36
    Il paese di girasole

    Come comincia: Favola da raccontare ai bambini la sera quando sono a letto...

    C'era una volta tanto tempo fa, così tanto che nessuno lo sa, un paese piccino piccino, ma così piccino da passare inosservato anche ai piloti degli aerei che sorvolavano i cieli per lanciare palloncini colorati ,ai bambini assonnati.
    Nel bel paese di Girasole la gente rideva ed era sempre di buon umore, per le strade c'era colore, non si udivano schiamazzi o strani rumori un pò pazzi, i fanciulli erano amici e giocavano liberi per la via, a nascondino o ai quattro cantoni, cantando e ballando, a volte mimando i giochi inventati, usando cartoni matite e pennelli, costruivano storie di fate e folletti, di re e regine, di rospi e fanciulle, di cavalieri e imperatori, recitavano da grandi attori magie e maghi, con colpi di scena e la fantasia era un fiume in piena.
    Il tempo passava e il buio arrivava, presi dai giochi nessuno pensava a lasciare quel luogo per far ritorno nel proprio cantuccio, mentre la mamma aspettava sull'uscio, l'orologio a cucù suonava i rintocchi, la nonna Ilde preparava gli gnocchi e il nonno Ernesto metteva sul fuoco il calderone di acqua per tutti, ogni paesano prendeva il cucchiaio e s'apprestava lasciando ogni cosa, la vita per loro non era noiosa in quel paese baciato dal sole il cui nome era Girasole.
    Per entrare bastava sapere quanto è buono il formaggio con le pere, e gridare tre volte a testa in su, gelato marmellata e tiramisù, allora si apriva la porta del cuore nel bel paese di Girasole, le rose fiorivano e i prati apparivano, con cervi cerbiatti e coniglietti danzanti, farfalle giganti volavano allegre sui nuovi arrivati entrati nel cerchio e fuori restavano i brutti imbroglioni, i furbi e i cattivi che non sanno giocare.
    Sogna bambino, è bello sognare, mentre la mamma continua a raccontare...

    (Da: i racconti fatti in casa di vittoria carrassi)

  • 25 maggio 2012 alle ore 2:24
    Un Istante Sereno

    Come comincia: Seduti al tavolo di un bar a riflettere;domande sulla vita,risposte nel mondo,persone che vanno,persone che vengono e tu,rimani qui.La brezza di un sorriso sul viso quando ti sento vicino,questo ho adesso.Sentirti dentro nonostante gli affanni del giorno e i dolori della notte.Nonostante tutto,tu sei qui.La forza di un amore ti sprona ad andare avanti e,come disse un poeta,"L'unico rimedio all'amore è amare più forte."Ogni pensiero è dolce se infuso in te,ogni amaro vissuto diviene miele se associato al pensiero di te.Chissà cosa penserai,cosa starai provando,adesso.Ora che siamo lontani senza poterci guardare,senza poterci evitare e cercare,senza poter vedere luoghi comuni imbevuti nel ricordo di chi siamo stati,mano nella mano,per le vie della città.La penna sul foglio và da sola,và lontano ed in ogni posto ci sei tu,amore.Manchi a queste mani che possono solo scrivere di te,manchi a questo cuore che può solo amare tutto di te.Una tazza di caffè per il sapore della riflessione,una sigaretta per chiuderlo e la speranza di sentirti presto accompagna il desiderio di ricongiungermi al tuo cuore.
    Un saluto caloroso,un arrivederci quasi dolce tinto nell'amaro,un bacio,una stretta di mano,scendere a patti con la sagoma di te seduta dall'altro lato del tavolo che mi sorride,quasi magicamente ed unico spettacolo.Un dito sul cuore,un abbraccio d'amore.

  • 19 maggio 2012 alle ore 3:39
    Fermate Il Suo Canto

    Come comincia: Candidi violini risuonano nel buio,scordano il cuore solitario di un viandante notturno.
    Una sinfonia tenue e strepitosa entra dolcemente nelle vene della notte disperata;ferma il tempo mentre la città si muove.Nel sottofondo tamburi lontani quanto silenziosi rumori di auto in corsa mentre,sconsolato e stanco,il viandante ascolta,registra e si dispera per una musica che non potrà mai più sentire.Oh cuore,lascia fuori quelle note,fa troppo male,male,male,ogni nota è un canto di dolore.Non riesce a non pensare,esplode,canta e balla,balla sotto la luna con la disperazione nel cuore e il riso sulle labbra,balla e suona,ama e muore,sa che è inutile ma è utile al suo amore.Dio fermi quella musica,qualcuno la fermi!Amore che dolce il dolore,impazzisce scrivendo parole amare mentre la sua anima chiede a se stesso dove possa mai essere il suo compagno promesso mentre lei è lì a scriver per esso.Dio,ferma questa musica!Dio,salva il suo cuore.La città sembra arsa dalle fiamme talmente è forte ciò che porta al petto eppur sembra un muro fasullo,illusione della mente,l'inferno nel ventre.Dio,guarda quell'anima,ride del proprio dolore,impazzisce per il suo nome,scrive parole nella notte che nella sua pericolosa sorte è il paradiso di chi aspetta la morte.

  • Come comincia: Era la tempesta più potente e mai vista da Aléxios; un temerario navigante dei mari e delle terre più sconosciute.
    I popoli che lo conobbero, lo ricordano come l'osservatore e il protettore delle verità della vita.

    Il mare urlava con l'ira del drago e le onde possenti, si mescolavano al fuoco del cielo.
    In quell'uragano, il giovane Aléxios, non riusciva a controllare le sue direzioni e si lasciò andare in balia della furia degli Dei.
    Le sue, quel giorno, furono ore di lotta per rimanere saldo alla sua piccola imbarcazione; ma il vento, le onde e i turbini tutti, spaccarono ogni speranza.

    Tutto ciò fu improvviso e non preannunciato, nemmeno dalle voci delle correnti o dalle sue amiche nuvole che sovente, gli indicavano i tragitti, o i luoghi ove mettersi al riparo in caso di tempeste; e a quanto pare, tutto quel caos era semplicemente una porta nuova, lanciata e plasmata dagli Dei tutti, impossibile per molti da attraversare e che conduceva alle visioni veritiere dell'amore eterno.
    Alèxios gridava come fosse all'inferno e non capiva cosa stava succedendo, e quale sarebbe stata da lì in poi, la sua sorte.

    Dopo due giorni, fu il padre della terra, la stella del giorno, il grande re Divino del nostro cielo; si, fu il sole a svegliarlo e a trovarlo steso sull'isola dei flussi della mente; un'isola sconosciuta agli umani e che ha il potere di condurre l'anima nell'infinito dei mari inconoscibili.
    Della tempesta non v'era più alcuna traccia; tut'intorno vigeva un'armonia penetrante e sonora del mare calmo; più calmo del fiume che attraversa lento la pianura.

    Aléxios si guardò le mani e toccò il suo corpo completamente nudo e bianco di salsedine.
    Non seppe mai come finì su quell'isola; e nei suoi pensieri, balenava l'idea che quello era il paradiso dopo la morte, poichè in lui era ancora forte il ricordo e lo spavento, di quella tempesta abominevole in alto mare...

    La calma, era l'unica atmosfera che si respirava.
    Il cielo era dell'azzurro più azzurro e terso; e una leggera brezza, rinfrescava la temperatura estiva.
    Sulla superficie dell'acqua non appariva nessuna cresta d'onda, e alla riva dell'isola dei flussi della mente, non si formava alcuna spuma...

    Aléxios, capì che tutto ciò era il segno di qualcosa.
    Capì di essere approdato in una nuova e diversa dimensione; e dentro di se si domandava:
    Come mai sono qui?
    In questo luogo da mesconosciuto?
    Io!
    Che sono il navigante dei mari e delle terre?
    Eppure, non ero distante dalla città dove sono cresciuto... mi trovavo ad una clessidra di tempo per arrivare alla mia casa, alla dimora dove sono stato allevato; e questi mari, li conosco come i miei stessi palmi!

    E poi?
    Come fa il mio corpo ora ad esser così sano ed in forma?
    Asciutto e nudo?
    Dopo una tale tempesta, solo con il volere degli Dei sarei sopravvissuto!
    Sarei? Credo che da qui in poi dovrò dire Sono!
    Io sono sopravvissuto alla tempesta delle tempeste; all'uragano che le raccoglie tutte e che le scaglia violente, sopra ogni cosa, sopra ogni essere vivente!
    E qui?
    Qui, dovrebbe essere tutto in disordine!
    Ed invece, rimbalza ovunque la eco meravigliosa della quiete, ed un respiro profondo della natura.
    Ma cosa era successo realmente ad Aléxios?

    La grande tempesta che lo spaventò, in realtà era un vero e proprio regalo Divino.
    Proprio così!
    Gli Dei tutti, e tutti in accordo, decisero all'unisono di aprire la porta dell'amore creativo, della verità e dell'inconoscibile al giovane navigante; poichè da tempo e senza accorgersi; grazie al suo stile di vita e durante i suoi viaggi, si era avvicinato alla porta del fuoco interiore.
    Ad Aléxios tutto quanto appariva come una visione, come un risveglio primordiale da respirare a fondo.
    Una visione che da lì in poi, gli avrebbe giovato delle verità della vita; quelle verità che portano la calma nella mente, e che assicurano il sentire del battere del cuore.
    Il giovane Navigante, era ancora distante dal motivo che l'aveva fatto arrivare in quel luogo; su quell'isola in movimento, lunga appena dieci passi per lato, dispersa nella quiete più armoniosa del mare.

    Poco a poco, cominciò a placare le sue innumerevoli domande.
    Decise di sedersi semplicemente a contemplare, riempiendosi gli occhi, la mente e l'anima, di ciò che attorno aveva a disposizione.
    Nella sua meditazione, iniziò a sentire una presenza; e la sua sensazione si faceva sempre più forte... aveva l'impressione che qualcosa stava per accadere:
    finalmente arrivò il primo evento, la prima risposta a questa sua nuova dimensione, stava per arrivare attraverso Dònoma; un'Entità messaggera degli Dei tutti, per metà esatta uomo e per metà esatta donna.

    Il suo corpo, come i suoi due sessi, erano ed apparivano in forma liquida e in costante movimento.
    Le parti del suo corpo, cambiavano di sessualità continuamente, e pure la sua voce; che da lontano pronunciava il nome di Aléxios, si alternava continuamente tra i toni dolci e femminili, e tra quelli decisi di un uomo possente.
    Dònoma, era allo stesso tempo la bellezza più bramata e desiderata dall'uomo e dalla donna.
    L'entità, venne a lui attraverso il trasporto di un'amica nuvola, una delle nuvole amiche del giovane navigante...
    Aléxios si chinò in segno di rispetto e di gratitudine, poichè riconobbe l'entità della quale aveva già sentito parlare.
    Dònoma, giunse così al cospetto di Aléxios, invitandolo a concentrarsi su ciò che gli stava per dire:
    Siamo giunti a te Aléxios!
    Per aprirti la porta della verità interiore; e qui, ti trovi nel più ampio mare aperto; dove chi vi giunge, giova della calma e della protezione, di un periodo meraviglioso e significativo.
    Questo è il luogo dove Alcione e Ceice, miti dell'antica Grecia, ogni anno tornano a nidificare, lasciandosi trasportare lenti, sullo specchio del mare.
    Solo gli uomini più creativi e attenti vi possono giungere... o meglio!
    Si possono accorgere e ancor più, possono per davvero vedere!

    Aléxios, appena Dònoma citò i due nomi "Alcione e Ceice", comprese dove si trovava.
    La loro storia, si tramanda fin dai tempi antichi e ancora oggi, nell'era mitologica del 2000, eccola riaffiorire nella sua visione:
    Alcione fu creata dal vento e dalla spiaggia, ed era dei mari la più bella ed incantevole fanciulla; capace di amare nella totale purezza.
    Mentre Ceice era un giovane pescatore; paziente e dolce come i primi loro baci che li fecero innamorare, sino a divenire sposi.
    Un giorno, durante una tempesta in mare, il giovane pescatore Ceice, finì con la sua imbarcazione avvolto dalle onde.
    La potenza e la furia dell'acqua, gli impedivano di riuscire a mettersi in salvo; e da lì a poco naufragò.
    Il tentativo di nuotare per raggiungere una riva era distante; distante come la vita che per lui, stava per finire.
    Alcione, sentì le sue grida e si tuffò nel mare, per trarlo in salvo.
    Ma il suo tentativo, fu disperatamente invano.
    Gli Dei tutti, in questo luogo dov'è ora Aléxios; ebbero un'enorme compassione per i due sposi eternamente e veramente innamorati; e decisero all'istante, di trasformarli in due bellissimi uccelli marini...
    e sempre in questo luogo, in questo mare calmo, per il volere degli Dei tutti; ogni anno, Alcione e Ceice, vengono teneramente a nidificare.
    La concentrazione e l'attenzione di Aléxios in quella visione, era talmente forte che ogni più piccola parola, ogni frase che Dònoma pronunciava, rifletteva in lui in modo energetico e vibrante; e al congedo di questo incontro...... Riecco la calma più assoluta del mare e del cielo sereno; riecco ancora quella brezza che rinfresca piacevolmente dalle temperature estive... Rieccoli!

    Ecco i due uccelli marini a lui apparire:
    Aléxios!! Ti stavamo aspattando da tempo!
    Tu stesso hai voluto arrivare qui, grazie alla tua osservazione creativa; grazie allo spazio immenso della tua mente, del tuo cuore e dell'anima...
    Gli Dei Tutti, ti hanno semplicemente aperto l'accesso, per giungere nei luoghi più profondi dell'umanità.
    L'accesso alla porta che arricchisce l'uomo dell'etica e del rispetto, verso ogni forma di natura e di libertà!

    Alcione, staccò la piuma d'oro che stava da sempre nascosta sotto l'ala sinistra del suo amato Ceice, per consegnarla definitivamente ad Aléxios:
    Tieni!
    Questa è la piuma che solletica costantemente la verità!
    Ora è tua, poichè sei in grado di divulgarne con equilibrio il segreto!
    Ceice, fece lo stesso gesto alla sua amata Alcione; e dall'ala sinistra dell'eterna sposa, tramutata in uccello marino, staccò la seconda piuma d'oro e la consegnò ad Aléxios:
    Eccoti anche la seconda piuma d'oro!
    Questa, ti solleticherà costantemente l'inconoscibile!
    Sarà la piuma d'oro che terrà la mente libera, spaziosa e lontana da ogni conflitto interiore!
    I due bellissimi uccelli marini, poco a poco sparirono in mare aperto, galleggiando dolcemente sull'acqua; stretti e brillanti d'amore dentro al loro nido.
    L'isola dei flussi della mente, viaggiò altri due giorni e due notti; durante i quali Aléxios, il giovane navigante, ebbe modo di avere numerose e piacevoli riflessioni, su ciò che aveva appena vissuto.
    Si sentiva felice; felice della vera felicità che rende il viso sereno e gioioso, come quello di un bambino preso con natura e senza pensieri, nel suo gioco...
    L'isola vagante lo trasportò sino alla sua terra nativa.
    Ad aspettarlo, vi erano le cinque vergini bendate, figlie della riva.
    Lo vestirono e lo pulirono con il bene di altrettante cinque madri, prima che riprendesse il suo ritorno a casa...

  • 18 maggio 2012 alle ore 17:15
    O il parcheggio o la vita

    Come comincia: Da qualche tempo il buon Cittadino passa le sue giornate a casa. Lava i piatti, fa il bucato, stira le camicie, taglia e annaffia l’erba in giardino, cura le piante, s’impegna a preparare prelibati piatti in cucina e insegue il cane nelle sue scorribande mattutine. Per colpa della crisi, minacciosa come uno spettro scuro e gelatinoso, ha perso il lavoro.

    A mandare avanti l’azienda dove prestava servizio sono rimasti esclusivamente il padrone, con le scarpe di vernice e le bretelle, e il solitario custode che gira scalzo per i padiglioni deserti masticando una spiga di grano fiero nella sua tuta di fustagno blu. Il buon lavoratore, quando non è costretto a barcamenarsi tra le faccende domestiche, si concede lunghe e rinfrancanti dormite sul morbido sofà in ecopelle. Con la moglie in fabbrica e i figli a scuola, la tv, appena digitalizzata, è la sua unica amica. La scatola parlante ha una gran voglia di cicaleccio. Con la civetteria tipica delle donne trasmette di continuo notiziari sportivi, documentari e fiction che, per l’assiduità con cui vanno in onda, hanno finito di stancare anche il nostro perdigiorno, da sempre accanito telespettatore. Il caso vuole che in un torrido giorno d’estate, quando l’asfalto tremola per il caldo e l’acqua nelle fontana evapora prima di toccare la vasca che la raccoglie, il Cittadino si senta male. Suda a freddo e ha il battito del cuore accelerato. Trovandosi in casa da solo, e non potendo contare sull’aiuto del cane, un bastardino infame e accidioso come il sole d’inverno, a gran fatica si trasporta in cortile dove con un colpo di chiave avvia la sconquassata utilitaria che tossendo fumo e sputando bulloni dal tubo di scappamento s’immette nella giungla del traffico. Sono le dieci del mattino e l’atmosfera è rovente. L’ospedale dovrebbe essere una felice struttura sovvenzionata dalla Asl ma in verità è un campo correttivo di lavoro forzato gestito con il pugno di ferro dalla polizia politica dell’URSS.

    Prima di raggiungere il sanatorio, il Cittadino ha già affrontato e sventato un attacco ischemico causato dalla nevrosi estiva dei semafori agli incroci. Alle pendici della struttura ospedaliera, che da lontano sembra una grande montagna grigia con le finestre, non si trova l’ombra di un parcheggio. Con la mano serrata sul cuore e l’altra sul volante, il buon padre di famiglia percorre più volte il perimetro dell’edificio in cerca di un buco dove posteggiare la vettura, invano. Per soddisfare la realtà buffa delle cose, al limitare della struttura penitenziaria è stato da poco costruito un ampio parcheggio. A pagamento, giusto per arricchire la vita di amara imprevedibilità. In bilico tra la vita e la morte, il Cittadino si fruga nei pantaloni alla ricerca del portafoglio, che suo malgrado è rimasto nella tasca interna della giacca appesa all’appendiabiti. A casa. Con le tasche bucate e la vita agli sgoccioli, prega l’inserviente addetto all’amministrazione dei parcheggi di offrirgli rifugio giurando di tornare a pagare il saldo nel pomeriggio stesso. Ma l’integerrima sentinella a guardia del parcheggio - che è sgombro perché nessuno vuole spendere più di quello che guadagna in un mese per il servizio - incrocia le braccia e si punta al centro della strada, per non farlo passare. Una volta maledetta la madre di tutti i parcheggiatori, il Cittadino fa retromarcia e facendo fischiare le gomme riprende il suo personalissimo gran premio nei dintorni dell’ospedale. All’entrata del pronto soccorso un giudice di gara, cronometro e bandiera a scacchi bianchi e neri in mano, registra tutti i tempi giro per giro. Passano i secondi, i minuti e le ore ma il parcheggio rimane un miraggio. Quando è arrivata la sera e il crepuscolo è sceso sulle vicine montagne violacee, il buon lavoratore è colpito da un’apoplessia fulminante. La vettura, perdendo il controllo, si schianta contro uno dei pini che guardano il viale d’accesso del gulag. Tramortito e con la testa abbandonata contro il volante il Cittadino perde i sensi.

    Al risveglio scopre che intorno è tutto un accecante biancore. I raggi del sole indorano la stanza filtrando attraverso il giallognolo panneggio delle tende. Da un mazzo di rododendri sistemati in un vaso sopra al comodino si spande una amabile fragranza. Dopo aver bussato alla porta, un medico impettito e dal piglio severo entra dentro la stanza. Mentre gli ausculta il cuore con lo stetoscopio, il Cittadino scopre di essere stato vittima di un ictus e di esserne uscito illeso. Il dottore, controllato il battito, gli dà un buffetto sulla guancia e lo guarda con un sorriso da benefattore stampato in faccia: “Si rallegri, il peggio è passato. Ma mi raccomando, da ora in poi dovrà tenere uno stile di vita morigerato, senza eccessi, e dedicarsi ad una sana attività fisica”. Assaporando con la mente il gusto forte di una megabirra doppio malto e la salinità esacerbata dei semi di zucca, il buon padre di famiglia non può che scivolare sotto le lenzuola mentre il medico snocciola le ultime, ferree indicazioni.

    Dal reparto, in tutta fretta, arriva un’infermiera. La donna è trafelata e il petto gli fa su e giù come un mantice per riprendere fiato. “Presto, si metta in ordine che sta arrivando il Vigile” dice rimboccandogli le coperte. Il Cittadino, che non capisce la gravità dell’evento, alza un sopracciglio colmo di stupore. Si aspettava la visita di sua moglie, dei figli magari, ma non certo quella del Vigile. Intanto passi pesanti provengono dal corridoio. Tac tac fanno i tacchi delle scarpe sul pavimento che emana un nauseabondo odore di disinfettante. Quando l’ausiliario del traffico entra in camera l’infermiera con l’uniforme inamidata si accomiata dal degente. Passando davanti al nuovo venuto si prodiga in un inchino. L’uomo nemmeno la guarda e tira dritto, verso il letto dove sprofonda il Cittadino. Il Vigile indossa una divisa a doppio petto orlata sulle spalle da diamanti, ha il volto coperto dalla barba di un giorno e i lineamenti sono rudi e gli occhi taglienti, che non ammettono replica. Con solennità estrae da una borsetta in pelle bianca il taccuino per le multe e inizia a compilarlo. Terminato il duro lavoro, stacca il foglietto e lo fa scorrere sotto al vaso dei fiori. Poi si volta e lascia la stanza sussurrando sardonico “buona giornata”. Il buon lavoratore, inebetito, protende il braccio per raggiungere il foglietto. Inevitabilmente fa cadere a terra il vaso che contiene i rododendri. L’acqua si sparge sul pavimento come una fatale condanna. Masticando un’imprecazione si concentra sul contenuto del biglietto. La calligrafia è ovviamente indecifrabile, ma la somma arrotondata per eccesso e il numero di targa segnalato sono inequivocabili. Preso dallo scoramento, il Cittadino scivola dal letto e si affaccia dalla finestra. La sua cenciosa utilitaria è parcheggiata ancora contro l’albero e occupa parte della carreggiata. La portiera è aperta e anche da lassù si riesce a comprendere che nottetempo gli hanno rubato l’autoradio. Dal parabrezza posteriore sventola un foglietto color limone che si sbatte e si dimena per liberarsi dalla presa del tergicristallo, inutilmente. Aguzzando la vista il buon padre di famiglia sembra leggere: “sosta non autorizzata”.

  • 13 maggio 2012 alle ore 3:22
    Le nuvole di Maggio

    Come comincia: Maggio è un mese interminabile, che poi ti accorgi, al fine, che pareva appena cominciato. A Maggio fioriscono i pensieri seminati durante le giornate più corte, a Maggio difficilmente si ha paura, Maggio è un Settembre pieno di speranza, è il mese in cui tutto è cominciato, è un pretesto in cui recita bene perfino chi non conosce il testo. Fragole, asparagi, gerbere, un disco per l'estate che si ascolterà tre volte , la scelta del costume per andare alla spiaggia dei nudisti, il doposole controvento, i tramonti mozzafiato al cinguettar dei merli, le notti che si allungano accorciandole, il Roland Garros di Panatta , la Lotteria di Agnano di Varenne, il giro d'Italia di Battaglin. A Maggio puoi essere felice anche solo guardando un cane che salta un fosso spiccando il volo da un cespuglietto di erba stella per planare con dolcezza sul cerfoglio appena fiorito. A Maggio, ai bordi delle strade, fitti raduni di erbe selvatiche che fanno compagnia ai Rosari in quell'aspettar la sera, bici da gonfiare,si intensificano le orme in riva al mare e poi la festa del lavoro, vendo, anzi compro oro. A Maggio pare un peccato perfino inquinare, resti calmo anche se non sai dove andare, poca voglia di guidare, di nitrire, di abbaiare. Chi miagola in giardino? Forse è il gatto del vicino pronto a far la festa ai topolini di campagna o intento a rubare gli avanzi del rancio lasciati dalla cagna. E le nuvole, così veloci, guarda, guarda! Quella è Ayrton, quella è Gilles, simboli di fiori recisi a Maggio, uomini che hanno vinto le proprie paure finendo vinti dal proprio coraggio, caduti fino in cielo ed ora inarrestabili ricordi che rombano perfino nel cuore di chi ancora non aveva regali da scartare a Natale, giorno in cui non riesci a distinguere cosa è bene e cosa è male. Maggio è un ossimoro, è il mese di chi fa senza sebbene non possa farne a meno, è veloce come un treno, profumato come il fieno, è lento anche se nemmeno sfiori il freno. Maggio è un cantiere aperto, è il mese del primo concerto, è la fine della scuola e non te ne frega niente se poi dopo la maestra per tre mesi resta sola. Sono nato di Maggio in un giorno di sole, all'una del mattino, ho camminato tanto, forse troppo, o troppo poco. Ma si dai, in fondo anche Maggio è un gioco, non sta con April, Giugno e Settembre, quello è il mese di Novembre e di ventotto ce ne è uno, fuori i secondi, dentro gli attimi.

  • 12 maggio 2012 alle ore 11:35
    Il mare visto dal mare

    Come comincia: La Vela, sostenuta dal vento, ombreggiava la fiancata destra della minuscola barca ed il "contenuto umano" si spostava... ad equilibrarne le oscillazioni, simulando l'andatura dei gabbiani, che lenti, ne accompagnavano il viaggio.
    Divisa, tra la terraferma e la linea azzurra del lontano orizzonte, sembrava avere un'anima propria... tanto era flessuosa e accondiscendente a mimare una danza tra le onde...
    "il contenuto umano" si distribuiva, spensierato, tra peso e parole a raccogliere dalla voce del vento ogni lamento utile da ricollocare nei ricordi di un'estate fatta di mare visto dal mare...
    Cime, lunghe, sciolte e poi sapientemente arrotolate si districavano tra piedi nudi e mani indaffarate a cazzare e lascare velocemente ad ogni cambio di direzione, da nord est il grecale trascinava verso terra... seppure ancorata, la barca oscillava di continuo...
    Il gommone, veloce e sicuro, la affiancava, come un gabbiano maestro che ne scorta e rassicura il percorso...
    Il mare cristallino lasciava intravedere, in avanti, la chiglia della barca, il cui colore blu e bianco era confuso tra il verde della mucillagine che si era marcita attaccandovisi.
    Necessitava di una ripulita, di una persona esperta e capace che si immergesse e la strigliasse a colpi di spazzola, come si fa per la criniera sciolta di un cavallo di razza, accarezzandola e maneggiandola con cura e sapiente sicurezza.
    Un muso, la chiglia, che si lascia accarezzare dalle mani dell'uomo e dall'onda con la stessa fiducia, abbandonata al mare e all'uomo, percependone lo stesso amore...
    Sul gommone la cassetta delle attrezzature e la bombola erano pronte all'uso... quei venticinque cavalli avevano scorrazzato in lungo e in largo sulle acque per il soccorso... del muso di un cavallo solo...
    In mare... come nella vita, le decisioni dovrebbero essere prese velocemente... a seconda di come butta il vento...
    Così il grecale... si prese la rivincita su quella giornata piena di buoni propositi e non si calmò fino a quando l'ultima barca, stanca di danzare, non fece rientro al piccolo porto lasciando al "contenuto umano" la pienezza di sensazioni vive e frizzanti nel cuore, intense di calore, salsedine e spruzzi di mare, di una giornata ormai pregna di ricordi di agosto.

  • 11 maggio 2012 alle ore 18:04
    Una storia

    Come comincia: Stanotte i pensieri viaggiano veloci; sarà che la mia vita è arrivata ad un momento in cui le scelte sono determinanti e darei qualunque cosa per vedere anche solo uno scorcio di futuro,sarà che sono pieno di dubbi e mi faccio mille domande riguardanti l’amore.
    Un giorno chiesi a mia nonna come si fa a riconoscere la persona giusta e lei mi rispose che piacerebbe a tutti saperlo.
    -E poi alla fine cosa vuol dire la persona giusta? – si scalda subito su questi argomenti,anche
    sulla politica veramente.
    -Succede che ci si innamora e questa è la cosa più bella ed eccitante che ti possa capitare.
    La persona giusta è quella che continui a scegliere giorno dopo giorno,che stimi e che desideri come compagno o compagna di viaggio. La persona giusta è quella che fa lo stesso con te.
    Non mi piace la definizione di “amore per sempre” che tante favole hanno posto prima della parola fine,viviamo mica per sempre noi, ma credo che per vivere a lungo,il più possibile a lungo, una storia d’amore devi averne cura: la devi coccolare la notte e raccontarle una storia prima di addormentarti,la devi coprire perchè non prenda freddo,devi svegliarla anche se è solo l’alba e guardandola negli occhi devi dirle che oggi succederà ancora,anche oggi la farai innamorare. -
    Sapevo che la vena romantica di mia nonna mi avrebbe affascinato,capivo anche che le sue parole non erano buttate li a caso,conosceva benissimo il mio stato d’animo riguardo il fallimento della convivenza dei miei genitori, intuiva che nella mia domanda era implicita la richiesta di una dose di fiducia e a modo suo,con delicatezza, riusciva sempre a rassicurarmi.
    I miei genitori erano molto giovani quando sono nato,mia madre ha partorito due mesi dopo aver preso il diploma di ragioniera e mio padre lavorava  già come elettricista All’inizio ce la misero tutta per riuscire a creare una famiglia. Sistemarci a casa dei nonni doveva essere solo un aiuto momentaneo per dargli la possibilità di iniziare, volevano farcela da soli e per un po’ ci sono anche
    riusciti andando a vivere in città.Io non mi sono mai mosso da qui,ed è stato meglio così.
    Mio padre se n’è andato quando avevo 2 anni,ora ha una compagna  e sembra anche che sia felice. Mia madre lavora come impiegata in un ufficio e si è tenuta la casa in città perché di viaggiare non se ne parla.In questi ultimi cinque anni di scuola superiore ho vissuto con lei soprattutto in inverno,ma a me piace alzarmi presto, prendere il pullman con i miei amici e guardare il giorno che inizia attraverso i finestrini e comunque il fine settimana non vedo l’ora di tornare qui dai nonni.
    Con mio padre non abbiamo niente in comune e lui non si sforza neanche un pò per conoscermi.Ho 19 anni e non sa se mi sono mai innamorato,per me queste cose sono importanti da dire a un padre se te le chiedesse,più del profitto scolastico.
    Mia madre è più problematica.Lei va a periodi,quando le gira mi fa il terzo grado e vuole sapere tutto ma il più delle volte scarica tutto sulle spalle della nonna,con la scusa che lei deve rifarsi una vita,che ha il lavoro che la stressa e tutte le minchiate che si inventa,come se il figlio non facesse parte della sua vita.Non riesco mai a essere sincero con lei e quasi sempre le racconto delle storie, tanto si stanca in fretta di ascoltare.
    Io comunque mi sento fortunato,ho un carattere allegro e positivo.Grazie ai miei nonni sono cresciuto contando sulle mie capacità.Loro non mi hanno mai obbligato a fare niente che andasse contro i miei desideri.Non dico che mi hanno viziato tutt’altro, mi hanno insegnato a valutare e a non essere superficiale a scegliere e a sbagliare anche. Mi sono stati sempre vicini ma mai invadenti ne con gli amici tanto meno con i primi amori che portavo a casa per farglieli conoscere (pochi la verità).
    La scuola non è mai stata un problema,non sono un secchione ma cerco di non complicarmi la vita rimanendo indietro,quest’anno mi diplomo e il prossimo passo sarà l’università,nonna ha già pronti i fazzoletti per la laurea,ma si sa lei è sempre un passo avanti.
    C’è un episodio che mi piace ricordare e che quando ci penso mi fa esplodere il cuore di gratitudine e di amore verso quelli che sono il mio punto di riferimento.
    Quando ho iniziato a frequentare la seconda elementare mia madre,più per convenzione che per convinzione mi ha iscritto al catechismo.Inizialmente non ho opposto resistenza anche perché i compagni erano gli stessi di scuola e per un anno mi sono sorbito insegnamenti che non so perché ma non mi convincevano troppo.Era come seguire i discorsi di mia mamma: tante parole incomprensibili che rimanevano nell’aria e che non provocavano nessuna emozione. All’inizio del secondo anno il disagio stava crescendo e quando un giorno  quella santa donna della catechista volle a tutti i costi allontanarmi dalla mia amichetta per accodarmi alla fila dei maschietti, per la prima volta ebbi uno scatto di ribellione.Avevo tutta l’intenzione di mantenere il mio posto e non per capriccio ma perché era li che stavo bene.Provocai così la frustrazione della maestra che forse in buona fede,la sua naturalmente,minacciò la mia anima di bambino dicendo che il mio comportamento offendeva Gesù e che sarei andato all’inferno.Non potevo credere che qualcuno così buono un momento prima diventasse all’improvviso un mostro vendicatore, mi sentii talmente male che vomitai fra i banchi della chiesa.
    Quando mio nonno venne a prendermi,non vorrei sbagliarmi ma aveva un aria divertita mentre salutava la signora, mi sentii rincuorato e mentre uscivamo dalla chiesa non potei fare a meno di pensare a Gesù che diceva:”vediamo chi sta peggio adesso che devi pulire tutto!”
    Non tornai più al catechismo, mia madre insistette per qualche giorno ma poi  per fortuna non se ne preoccupò più.
    Quel meraviglioso uomo che è suo padre invece si preoccupò per me,lui non parla molto ma quando c’è da fare una cosa la fa e basta.
    Dopo una settimana iniziammo insieme un corso che insegnava a costruire aquiloni; per due mesi ci siamo impegnati a misurare, tagliare, scegliere i più complicati modelli da realizzare sino a diventare i più bravi,  tanto che ci proposero di continuare atri due mesi per insegnare ai nuovi arrivati. All’inizio della primavera tutti quelli che avevano partecipato ai corsi si diedero appuntamento in spiaggia  per far volare i propri aquiloni.
    Era uno spettacolo bellissimo: mentre stringevo in mano il filo argentato del mio aquilone non smettevo di correre e guardare il cielo. Non lo perdevo di vista un attimo e mi spaventavo quando sfiorava le code degli altri aquiloni in una confusione di riflessi,forme ma soprattutto di colori.
    Quei colori ancora così vivi nei miei ricordi.
    Quando la sera mia nonna si sedette sul bordo del letto per darmi la buona notte mi girava ancora un po’ la testa. Una cosa però avevo chiara: quella era stata la mia prima comunione e l’avevo condivisa con un mondo allegro e colorato (ora che ci penso,mi ricorda qualcosa!).
    Sempre naturalmente con Martina accanto.Lei è l’ Amica.
    E’ sempre stata presente nella mia vita, condividiamo gli stessi amici e la stessa scuola. Nei passatempi un po’ ci alterniamo; quando mi prende il periodo della lettura mi ostino a voler stare in solitudine seduto nella veranda di casa a leggere,quando lei magari ha voglia di andare a correre.Oppure succede il contrario e allora la lascio in pace e seguo gli altri amici andando a correre o a passeggiare lungo la spiaggia o in centro. Facciamo anche parte di un gruppo di volontari che operano in ambulanza,di solito scegliamo gli stessi turni,quelli compatibili con la scuola e gli studi.Per qualunque cosa sappiamo che basta uno sguardo per capirci e non smettiamo mai di cercarci.
    Ma il nostro e solo nostro momento magico è la sera dopo cena,quando avvolti nella coperta d’inverno o sdraiati sulla sabbia d’estate ci sussurriamo delle storie.
    E’ un gioco che abbiamo iniziato da bambini;una sera sua mamma mi telefona per dirmi che Martina aveva la febbre e mi voleva vicino.Io andai e mi coricai vicino a lei e mentre le tenevo la mano le raccontai bisbigliando la più strampalata storia che mi potessi inventare sino a farla addormentare.
    Dopo questo episodio decidemmo di trovarci tutte le sere, dopo aver cenato ognuno con la propria famiglia,per raccontarci al buio tutto ciò che ci poteva venire in mente, dal racconto  fantastico a quello più spaventoso, anche erotico ma quelli più di recente e solo dopo una bottiglia di birra e d’estate all’aperto Le abbiamo chiamate le storie della buona notte e davvero hanno segnato la nostra vita, anche il  periodo che ha preceduto l’ingresso alla scuola media quando io e Martina  iniziammo a osservare le persone che conoscevamo da anni con nuova curiosità. All’improvviso non eravamo più solo un gruppo di bambini che  giocavano spensierati, ognuno di loro provocava in noi reazioni diverse.Con Martina avevo tutto quello che sino a quel momento mi bastava e io la colmavo di affetto come solo un amico sa fare.Adesso non ci bastavamo più, lei per prima iniziava a darmi qualche buca agli appuntamenti e io mi sentivo abbandonato, ma seppur con uno strano disagio addosso continuavo a fare le cose di sempre.
    Fino all’arrivo dell’estate quando la cittadina si riempie di vita e anche quella di noi ragazzi si anima un po’ di più. Naturalmente cercavamo di stare sempre in gruppo ma alcuni intraprendenti iniziarono a muovere i primi passi verso la scoperta di se,affrontando nuove esperienze,il massimo quell’anno è stata qualche sigaretta e qualche bacio rubato, ma ne parlarono per tutta l’estate. Io sentivo gli stessi fremiti ma mi tenevo in disparte e osservavo i miei amici.
    Qualcosa però mi colpiva: non avevo nessuna voglia di farmi baciare da quelle ragazze al contrario dei miei amici e con questa perplessità cercai  Martina. Lei  mi rispose che forse non volevo essere baciato dalle ragazze perché preferivo essere baciato dai maschi.
    Non c’era ironia e non voleva essere una battuta maliziosa,lei aveva anticipato quello che io stavo appena intravedendo,la guardai seriamente negli occhi e le dissi:”giusto!”.
    Così anch’io iniziai a guadarmi in giro ma senza fretta,intorno a me si muoveva una moltitudine di genere umano e io dovevo trovare il mio posto,come gli altri,l’unica certezza che avevo era di dover custodire e proteggere i miei sentimenti.Non sentivo il bisogno di scoprire la mia anima prima della persona, chi frequentavo per studio o per sport o nei divertimenti aveva davanti a se Stefano e questo doveva bastare,ho sempre deciso io chi merita di sapere di più.
    Certo mi è capitato di stare male e soffrire per una battuta o un’allusione cattiva sparata a freddo da gruppi di giovani senza cervello, ma molto di più ho sofferto per la presunzione di alcuni adulti che con arroganza si sono scagliati sputando e condannando ciò che la loro ignoranza bolla come pericoloso.
    Contro gli adulti non ti puoi difendere quando sei uno studente, loro ti chiedono di portare rispetto e di impegnarti per meritare la loro considerazione.
    Al contrario io sono dell’idea che il rispetto tra adulti e giovani deve essere reciproco.
    Gli adulti però devono dare l’esempio soprattutto quelli che stanno più vicino ai ragazzi,sono loro che devono prendere le distanze dai pregiudizi, dal giudicare le apparenze o il modo di vestire o le scelte affettive; allora anche i giovani imparerebbero a non vederli i pregiudizi e a non accanirsi contro quel compagno che magari non usa lo stesso genere di jeans o che vedono camminare per mano al suo ragazzo.
    Ora sto per lasciare la scuola e un po’ anche una parte di mondo che ha determinato la mia crescita e mi ha reso ciò che sono adesso.Ho formato il mio carattere in questi anni e le esperienze positive e negative non mancheranno di tornarmi utili mentre proseguo il mio cammino.
    Ho deciso di iscrivermi in Veterinaria,mi piacerebbe un giorno aprire uno studio nella cittadina che sempre rimarrà nel mio cuore e che per i prossimi anni sarò costretto a vedere meno.
    Martina vuole fare Medicina,per la prima volta non saremo gli inseparabili;lei cercherà casa con il suo ragazzo e io…..beh io farò lo stesso con il mio, ma questa sarà un'altra storia.

  • 11 maggio 2012 alle ore 1:29
    Assalto e rapimento

    Come comincia: Eric si fece largo tra l'orda di clienti assiepati al bancone , gettò un occhiata al tavolo dei suoi amici e si diresse verso di loro con le birre da buon cameriere. Giunto a destinazione distribui' il beveraggio ma rimase con una bottiglia in mano.
    < Ma dove cavolo è Mathiàs ?>
    < Durante l'eternità che ci hai messo per portarci la birra...> spiegò salominicamente Liam < il nostro caro neo ingegnere ha fatto colpo su una rumena pazzesca che se lo è portato fuori chissà dove... e io non intendo andare a disturbarlo per una patetica spremuta di luppolo ! Mi limiterò a tracannare la mia e la sua...alla salute ! >
     Milla indicò l'androne di un palazzo che ospitava una galleria di negozi ,dove regnava una perfetta semioscurità. Ormai la sua preda era cucinata a dovere , non le restava che prenderle la vita. 
      < Senti tesoro , credo che ci siamo allontanati abbastanza per la nostra privacy , non c'è bisogno che lasciamo la città ! Scherzo baby ti piace qui all...aaaah !! > , un colpo alla nuca lo abbattè all'improvviso . Con una rapidità che le era sconosciuta , Milla stordi' il suo uomo senza nessuna esitazione dato che , per quanto attraente fosse , ai suoi occhi non era altro che un grosso brick di sangue fresco. Il prossimo obiettivo era un nascondiglio .Il sottopassaggio pedonale che attraversava la via principale della città era l'ideale , era li' a poche decine di metri.
    Era stato tutto molto facile , perchè le sue doti da vampira erano un arma infallibile: individuare una persona e possederla mentalmente era une fonte di piacere paragonabile a un rapporto sessuale . E il desiderio di bere il suo sangue la inondò di eccitazione .
    Con una corsa tanto veloce da non essere vista , Milla raggiunse il posto con il suo carico di cibo , ma nell'attimo in cui le giovani e bianchissime zanne affondavano nella carne di Mathiàs , ella avverti' un frèmito . Il più acuto dei suoi sensi , il suo radar emozionale  ,stava suonando un allarme . . . c'era qualcun'altro con loro . 
     Riusci' a placare la foga dell'assalto e lasciò che la preda si accasciasse al suolo dolcemente , senza emettere il minimo rumore. Ispezionò i dintorni con gli ochhi spalancati per raccogliere ogni minimo dettaglio , sforzandosi di soffocare il desiderio di sangue che la scuoteva dalla testa ai piedi . Il balènio di una lampada al neon la fece trasalire ; si concentrò sulle ombre generate dalla tenue luce del posto : in quel sottopassaggio tutto era incredibilmente immobile , non un rumore , nè un alito di vento , e l'oscurità dipingeva una squallida litografia fatta di piani , linee e poligoni accostati senza una logica .
    Dallo sfondo sgranato e indefinito di una pareta di cemento , emerse un ricamo di luci biancheggianti .Milla la vide comparire dal nulla e assumere via via le sembianze di un volto ; lo spettacolo tridimensionale si concluse con l'apparizione di una figura di uomo , longilinea ed elegante , in vesti sobrie e leggere ma molto improbabili per quel periodo dell'anno assai freddo , come se egli fosse immune dalle avverse condizioni atmosferiche.
    Milla piombò in una totale tranquillità e si senti' abbracciare da un calore immenso , che le fece socchiudere gli occhi dal piacere . . .  era di nuovo viva ?
      < Fermati ! Lui ha un destino diverso da quello che tu vuoi compiere ; è un futuro personaggio illustre e notevole scienziato che cambierà il corso degli eventi nel mondo .Io sono qui per impedire che gli venga fatto alcun male . So che capisci quello che ti sto dicendo . Lascialo ora >
      Questa voce le tuonò nella testa con un eco potentee la fece impaurire . Ma come aveva fatto quella specie di fantasma a comunicare con lei ? Da quando era morta non era riuscita a formulare neanche un pensiero , e ogni suo desiderio si trasformava semplicemente nell'azione giusta per soddisfarlo. Non poteva rispondergli perchè la sua voce non funzionava , il suo corpo era come un giocattolo rotto e senza controllo . Pensò all'unica possibilità che le restava : la fuga . Si chinò sul ragazzo , se lo carico sulle spalle senza il minimo riguardo come si fa con la selvaggina morta , e si lanciò nella rampa di uscita con una velocia spaventosa .
    La figura di uono si ritirò nel buio e il silenzio surreale calò di nuovo in quello squallido teatro urbano.

  • 10 maggio 2012 alle ore 16:14
    La rivolta delle parole

    Come comincia: Mi capita, quando quassù, in questa villetta,  siano tutti al loro lavoro e il  silenzio si riprende i remoti suoni della campagna; …mi capita, dicevo, di  dare libertà, di far pascolare, ecco il termine appropriato, l’indicibile.
    In una cassaforte del mio io, stanno racchiuse parole, da anni, tra neuroni edelettroni, prigioniere di un’educazione ottocentesca, che distratta, perlavoro, non ha saputo, nel 68, trovare la via della liberazione, che altri purtrovarono. Sono suoni fantasiosi, alcuni sono fatti di note ricercate, fiorite
    da strumenti persi nella notte dei tempi.
    Ogni parola, prigioniera, ha una sua storia nella mia vita personale. Ricordo il primo incontro. L’emozione violenta del suono, la profondità chiara del significato. Il rossore delle mie gote di bimbo. Rammento il volto di chi mi fece rinchiudere quella parola, il suono della voce, imperioso di un famigliare o di un educatore.
    Da allora, stanno  lì, apparentemente rassegnate, ma in realtà pronte alla rivolta, al miraggio di  un pertugio dell’anima, per poter evadere. Ed ecco che io, da poco tempo, le libero qualche mattina, portandole all’aria di questa campagna contaminata, di  una prossima periferia, dove tutto è abusivo, le mura, le tartarughe, nella vasca, i cavalli da corsa, nel recinto, i maiali, i cinghiali, lassù, tra lasterpaglia. Vivono per un attimo, respirano il profumo degli ultimi gelsomini eil tanfo dello sterco. Cercano invano l’altro, per cui sono nate, nelloscandalo del loro significato, ma non trovano che me. Rassegnate, ma purriconoscenti, mi tornano dentro.

  • 08 maggio 2012 alle ore 16:35
    l'artista

    Come comincia:   Si chiamava Antonello Granchio aveva 25 anni e di passi avanti nella vita ne aveva fatti molti. Era per gli altri una persona cosiddetta normale ma recava in sé un qualcosa che lo rendeva speciale. Lui sapeva leggere la vita, le persone anche gli animali. Svolgeva un lavoro normale, era insegnante, un lavoro tutto di parola, tutto di conoscenza, tutto di sensibilità. Piaceva ad Antonello Granchio aiutare gli altri e questo lo faceva attraverso la sua parola che sapeva sempre trovare giusta per tutti in cerca però di quella giusta che avrebbero un giorno detto a lui.
      Una mattina come sempre si svegliò per recarsi al lavoro ma che cosa era successo durante il sonno?
      Vide che dalle sue mani uscivano fili bianchi, sì come panna ma tutto ciò non era un fenomeno e basta tutto ciò portava dolore fisico ad Antonello Granchio. Sempre più stupito e dolorante osservò meglio quello che gli stava accadendo. I fili prendevano la forma del suo pensiero, insomma si erano sostituiti alla sua parola. Antonello Granchio era diventato muto. Non poteva più lavorare e così decise di andare in giro per le strade, sì come fa un artista per vedere cosa succede agli altri quando si trovano di fronte a qualcosa d’incomprensibile. Lui voleva lostesso comunicare e lo avrebbe fatto attraverso il suo dolore, i suoi fili.
      Si fermò più volte in piazze, angoli, la sua bella città ne offriva tanti e subito la gente fece ressa intorno a lui perché mai cosa così si era vista. Lui pensava e i fili prendevano la forma del suo pensiero, una scena , una poesia, una piccola novella ed ecco che i fili rappresentavano tutto ciò che era in lui.
      Il dolore era sempre presente nessuno lo vedeva, ma lui decise che doveva vincerlo non sapeva ancora come ma certamente passando attraverso un dolore più grande.
      Si rivolse a un famoso teatro pensando di essere accolto con stupore ma con suo stupore non fu accolto perché definito inquietante. Riprese la sua vita per strada e lì alla gente che non sapeva, esprimeva il suo dolore. Un giorno mentre osservava il mare sentì dentro di sé affiorare un ricordo, all’improvviso e poi un dolore ancora più improvviso e poi un grido ancora più improvviso gli attraversò l’anima e fortemente, fortemente quanto più poté Antonello Granchio buttò fuori quel grido, il mare si arricciò fino a diventare schiuma e Antonello Granchio tremante di dolore, di stupore sentì che non ne poteva più di aspettare la parola giusta che se giusta sempre lo avrebbe aiutato.
      Gridò all’egoismo, all’insensibilità, alla distrazione, alla superficialità, a tutte le offese ricevute, cioè al NON AMORE. A tutto ciò gridò basta e in quel momento i fili presero la via del mare per non tornare più e Antonello Granchio decise di voler andare in cerca solo di amore.

  • 05 maggio 2012 alle ore 11:45
    Il velluto della notte

    Come comincia: Antonio P. vuole stringere amicizia con te. E’ la prima cosa che noto appena accedo a Facebook. Quel nome aveva qualcosa di familiare anche se il suo profilo non mostrava nessuna foto. Prima di accettare però, gli mandai il seguente messaggio: -Ciao, ho ricevuto la tua richiesta d’amicizia, scusami ma per principio mi tengo lontana dalle persone che non conosco nella vita reale, quindi, ti  sarei grata se mi dessi qualche ulteriore delucidazione su di te. –

    Quasi immediatamente lui mi rispose: -Ciao Katia, mi ero illuso che citandoti semplicemente il mio nome ti riportasse indietro di undici anni, forse, questa volta, ho preteso veramente troppo.-

    Improvvisamente dalle ceneri di un passato completamente rimosso, si ricomposero sentimenti, emozioni e ricordi che credevo di aver definitivamente  sepolto. Antonio era stato il mio primo vero amore e forse anche l’unico. La storia finì quando decise di andare a lavorare come chef sulle navi da crociera. Io preferii rinunciare completamente a lui piuttosto che  mantenere una relazione  a distanza. Temevo che il nostro amore si contaminasse di paure e gelosie, che  fosse demolito da uno stillicidio composto di ansie e di timori. Lasciandolo, l’essenza del nostro amore restò intatta, almeno nel ricordo!

    Decisi di incontrarlo a pranzo.

    -Allora, hai smesso di fare il cuoco vagabondo? Resterai sulla  terraferma stavolta?- gli chiesi stringendolo in un abbraccio che sembrava voler concentrare l’intensità di un decennio.

    -No, Katia, non faccio più il cuoco o meglio, non più come professione. Cucino solo per me e per la mensa dei poveri e la domenica  celebro la messa.  Io ora sono un servo Dio. Non credetti alle mie orecchie. Come era possibile che il mio Antonio, amante delle belle donne e della vita dissoluta, fosse diventato un prete?

    -Ma ora che sei sacerdote,  andare a pranzo con una donna, per di più una ex, non è in contrapposizione con la tua vocazione?-

    Ma intanto che io gli formulavo quest’ultima domanda, le sue pupille, focalizzate sulle mie labbra si dilatarono, comunque, lui con una calma serafica mi rispose:

    - No Katia, ma cosa dici. Andare a pranzo con una vecchia amica, mica significa portarsela a letto?-

    Più lo ascoltavo e più l’impulso di confidargli un mio grande segreto si faceva spazio nella mia mente. Sentivo di potermi fidare di lui,  ecco il motivo per cui (come si dice in certi casi) decisi di confessarmi.

    -Sai Antonio, per più di due anni sono stata innamorata di una persona che non è mio marito. In alcuni momenti ho temuto addirittura di fare qualche sciocchezza per quell’ uomo.-

    Dopo aver confessato il mio “peccato”  tutto d’un fiato mi sentii meglio. Avrei voluto spiegargli le cose in modo più dettagliato, ma non sapevo da dove cominciare. E poi, un senso di  leggerezza pervase  la mia anima. Improvvisamente avvertii la sensazione di essere una donna migliore, una persona candida. Allora, tacqui per una manciata di secondi e ne approfittai per osservare Antonio, il quale annuiva. Evidentemente era abituato a questo tipo di rivelazioni. Mi aveva dato perfino la sensazione di provare una certa soddisfazione per la mia confessione.

    -Avrei mandato all’aria il mio matrimonio, se solo lui avesse ricambiato il mio sentimento.- gli dissi

    Antonio assentì ancora.

    -Più volte abbiamo fatto sesso, o meglio lui lo considerava solo un piacere fisico,  per me invece, quell’atto aveva un valore molto, ma molto  più profondo. La cosa più sconcertante è che io ne ero perfettamente consapevole, ma nonostante ciò, non riuscivo a rinunciarci. Con quella sua voce calma e sicura, con quell’espressione del viso che rasentava il profondo cinismo, mi ripeteva: -io amo mia moglie-.  Il pensiero però di condurlo sentimentalmente a me era così intrigante che al solo pensiero mi eccitava terribilmente. Oggi, mi domando ancora quale possa essere stato il motivo che mi aveva spinto fra le sue braccia.

    -Sarà stata la noia? -

    -Non so, ma ricordo che in passato, l’irraggiungibile ti ha sempre affascinato. –

    Antonio sorrise

    -E’ vero Antonio, sono stata sempre incline alle storie impossibili, ma in quella circostanza, mi inebriava proprio l’idea che lui amasse la moglie, ma facesse sesso con me. Sono malata vero?

    -No, ma cosa dici… Io credo solo che tu abbia sofferto tanto!-

    -Non è stato così spiacevole, ero felice di essere ancora desiderata a quarant’anni, quando mio marito quasi non mi guardava più. Provavo una strana sensazione di appagamento e di esaltazione quando appuravo che i miei movimenti, le mie carezze, la mia bocca gli generassero profonda eccitazione.

    Sapevo perfettamente di amare e di non essere ricambiata, quell’amore, seppure non contraccambiato, mi faceva sentire comunque viva e soprattutto donna. -

    -L’amore è sofferenza mia dolce Katia.- mi disse Antonio scuotendo la testa. Poi guardandomi con uno sguardo molto intenso mi disse:

    -Sai Katia, anch’io non ho mai smesso di amarti.-

    A quella rivelazione, mi si gelarono le gambe. Improvvisamente mi sentii proiettata in una dimensione surreale. Scoppiai a ridere, era uno scherzo che spesso la tensione emotiva mi faceva quando ero sotto stress.

    Lui dopo essersi inumidito le labbra con la lingua, prese un gran sospiro e mi disse:

    -Quando presi i voti ebbi la sensazione di tradirti, anche se tu avevi scelto di non volermi più frequentare, nel profondo del mio cuore sapevo che mi avresti amato per tutta la vita.-

    -Noi siamo nati per tradire, se non è col nostro partner, finiamo prima o poi per essere infedeli a noi stessi.-

    -Voglio baciarti- mi disse -Fosse l’ultima cosa che faccio, ho voglia di accarezzare la tua pelle liscia, e sussurrarti dolci parole d’amore guardandoti negli occhi che hanno il “velluto della notte”.-

    Tossii, la saliva mi andò di traverso.

  • 05 maggio 2012 alle ore 11:43
    Le carezze del sole di fine settembre

    Come comincia: Faceva terribilmente caldo! L'afa mi appiccicava il sudore addosso. Non eravamo nel cuore dell'estate, ma l'aria calda mi assopiva i sensi e attenuava le mie forze. Si udiva in lontananza la "musica" proveniente dallo strofinio delle ali delle cicale, le quali riempivano l'aria della dolce sinfonia che mi trasportava, nonostante tutto, in uno stato di grazia e di stupore.
    Il sudore mi scendeva dalla fronte e attraversava ogni anfratto del mio corpo, lo inumidiva dal capo alla punta dei miei piedi. Quella domenica erano tutti al mare, l'aria era ferma, immobile, quasi come se il tempo si fosse fermato lì!
    Se una banda di briganti avesse deciso di saccheggiare un negozio, rubare in una casa, avrebbe potuto agire indisturbata, nessuno se ne sarebbe accorto.
    La sacralità del mare domenicale era qualcosa a cui non si poteva rinunciare, era come un rito, un bisogno al quale nessuno poteva resistere. Nessuno, tranne che me! E questo, perché quel giorno, per me, non era uguale agli altri…
    In questi paesini le settimane estive sono lente e numerose, ci si fa il bagno anche in ottobre, e a chi piace, può far durare la "tintarella" fino a dicembre. La consapevolezza che per me il futuro sarebbe cambiato, mi turbava l'animo di emozioni contrastanti, di sensazioni nuove.
    In quel paesino, nonostante ognuno vivesse una vita diversa e svolgesse un'attività professionale differente, si ritrovava nelle domeniche estive a vivere un'unica passione: il mare. Ed ecco che intere famiglie si riversavano su quelle spiagge, con i loro ombrelloni, i loro tavolinetti, le sedie, e con le borse-frigo piene di cibo. Gli alimenti abbondavano sempre, nel caso qualcuno potesse decidere di aggregarsi all'ultimo momento non si poteva far di certo brutta figura. Per chi vive questo evento dall'esterno, gli sembra di assistere ad una sorta di migrazione, estiva.
    I bambini non aspettavano altro che star lì con i loro coetanei, per giocare, costruire, correre e soprattutto sentirsi liberi e al tempo stesso indissolubilmente legati al mare, luogo in cui tutti gli esseri viventi hanno avuto origine.
    Raccontata così qualcuno può pensare che si tratta di una scena d' altri tempi, e invece per chi ha la fortuna di essere nato da queste parti, è in grado di comprenderne la sacralità, l'importanza sociale e culturale di questa singolare migrazione domenicale.
    A metà mattinata improvvisamente cambiai idea: decisi di andare!
    Si era già fatto un po' tardi, ma nonostante il mio particolare stato d'animo decisi (proprio come facevo le altre domeniche), di raggiungere ugualmente i miei amici. Loro erano lì, come sempre ad attendermi. Anche stavolta li trovai un po' assonnati a causa della "notte giovanile" appena trascorsa, ma come sempre li ritrovai sorridenti quasi come volessero esternare una gioia atavica: quella di esser nati.
    La loro allegria mi contagiava, i loro sorrisi mi rallegravano. Qui tutto è allegro e caldo: le persone, il mare e il sole, dall'alba al tramonto. Poi c'è la spiaggia che col suo ammiccante sorriso ti invita a distenderti su di lei sempre tutto l'anno. Non eravamo in tanti ma con i miei amici si stava bene, o meglio in quel momento loro stavano bene. Io continuavo ad essere turbata. Il desiderio di cambiare qualcosa nella mia vita era diventato sempre più impellente. Ma quel sole di settembre che baciava tutto e coccolava tutti mi bloccava, mi confondeva. Poi c'erano le persone.... Ripensavo al passato e alle emozioni che mi legavano a quella spiaggia: il primo amore, le mie prime cotte, gli amici con i quali avevo condiviso gioie e dolori.
    La mia prima ed unica sigaretta della mia vita l'avevo fumata lì, seduta vicino ad un falò quattro o cinque estati precedenti.
    Ero triste, osservavo i miei amici con occhio diverso. Quei ragazzi che come me avevano le mie stesse esigenze, aspettative e illusioni, eppure qualcosa ci stava dividendo. Io amavo ognuno di loro ma a differenza loro però, nutrivo un desiderio di ottenere da questa vita, l'unica che posso ricordare, un qualcosa di diverso. E forse questa era l'unica cosa che ci ha sempre contraddistinti in tutti questi anni
    Quella era l'ultima giornata insieme, e volevo viverla completamente, fino all'ultimo istante, avevo deciso. Non potevo tornare indietro. Non fuggivo, non scappavo, sceglievo!

  • 02 maggio 2012 alle ore 10:35
    Ehi...quassù

    Come comincia: Camminando non ti accorgi di quanto la tua città ti stia osservando: prova ad alzare lo sguardo: i palazzi, le facciate…
    I poggioli degli edifici antichi, son tutti li che ti osservano…
    E tra di loro anche commentano e sorridono…ma noi ostinati ci muoviamo a testa bassa senza mai guardarli …
    Sguardo fisso sulle punte delle nostre scarpe e avanti…. capita che non guardiamo neanche chi incrociamo: “ehi, ciao…”
    Di colpo alziamo lo sguardo e ci accorgiamo che è il nostro migliore amico…
    Svegliaaaaa, non si può solamente correre! la foga ha preso una grossa fetta di popolazione…per stare al passo con i tempi bisogna vivere di corsa…ma chi l’ha detto?
    Chi l’ha imposto? così non va bene!!! e poi per arrivare dove?
    Cosa troviamo in fondo ad una giornata fatta di riunioni ed appuntamenti?
    Qualche meraviglia molto gratificante (come minimo)…
    Sennò perché arrivarci col fiatone…contiamo fino a 10…ma anche fino a 5 e prendiamoci più spesso una pausa, un istante per guardare le vere meraviglie sopra le nostre teste: il cielo…i rami degli alberi…il sole…gli uccelli in volo….
    Ma soprattutto i palazzi dei centri cittadini con i loro mille “ricami” e colori…son sempre stati al loro posto, ma son spesso ignorati, per scoprire certi particolari non bisogna vagare a testa bassa….
    Ci troviamo spesso a lottare con un’impossibilità quasi generalizzata al dialogo: chiami qualcuno al cellulare e ti risponde che non ha tempo….lo chiami a casa ed è appena entrato in doccia…allora usi la mail…ma è già iniziata la videoconferenza…beh mandiamo un fax: memoria piena!…
    Lasciamo stare la tecnologia e ci andiamo di persona: quando al campanello non ci risponde nessuno, per una volta siamo felici… immaginiamo (e speriamo …) che all’improvviso, in un momento di follia, la persona che cercavamo, guardando in su, abbia preso al volo un gabbiano e si sia fatta trasportare su qualche isola deserta dove poter finalmente rallentare e godere delle piccole cose…
    Driinnnnnn  …la mia sveglia….il sogno è finito…si ricomincia…
    Da oggi però, camminerò guardando in su!!

  • 01 maggio 2012 alle ore 20:18
    La frustrazione dell'avvocato

    Come comincia: Una bella sera, l’attraente giovane avvocato Paolo Montepassi stava seduto in una poltrona di quinta fila e guardava, anzi ascoltava, la voce di Bocelli che si elevava alta dentro il teatro Massimo di Palermo. Ascoltava ed era la massimo della felicità. Finalmente era seduto in una delle poltrone del teatro più famoso della sua città, per di più in un posto di prestigio: dopo trent’anni di vita a Palermo era riuscito a comprarsi un biglietto.
    A metà del concerto vi fu una pausa. Chiusero il sipario e gran parte della gente si alzò per andare in bagno o al bar, tra questi vi era anche l’avvocato Montepassi. All’improvviso, però, successe una di quelle fatalità imprevedibili, ma che, senza nessun volere di chi la subisce, cambiano una vita.
    All’improvviso ,dicevo, mentre camminava per andare in bagno, il telefono squillò, lui rispose: “Pronto Marta…”…allontanò lo sguardo dalla strada che stava percorrendo e putpuf!!! Urtò un uomo e lo fece cadere nelle scale sottostanti. Fortunatamente erano pochi gradini, ma fortunatamente sufficienti a rompere qualche osso in caso di caduta.
    Ahimè, la gente non riuscì a resistere dal ridere : si sentì il frastuono di decine di persone che ridevano in sintonia,e più persone ridevano e più veniva da ridere.
    Il malcapitato era un vecchietto, che, ragomitolato a terra dopo la caduta, borbottava qualche maledizione.
    Il giovane avvocato Montepassi, a dire il vero, fu molto listo nel portargli aiuto e nel sollevarlo da terra lo riconobbe: era il professore Filippo Carella, famosissimo avvocato in pensione e carissimo amico dell’avvocato Prestigiacomo, nel cui studio montepassi aveva appena iniziato a lavorare.
    La risata collettiva sembrava non finire più e  nel frattempo Montepassi sussurrò all’orecchio del professore: “ Professore Carella, mi dovete scusare tanto; vi ho urtato…non l’ho fatto con intenzioni cattive”.
    “Fa niente, fa niente”.
    “Veramente mi dovete scusare”.
    “ Ho detto che non fa niente, lasciatemi tornare in teatro”.
    Paolo Montepassi era una di quelle persone che non riusciva a sopportare l’idea di aver offeso, seppure involontariamente, qualcuno.
    Soffriva- dico veramente!- al pensiero di essere stato la causa di quello scherno collettivo che avevano gettato contro il professore.
    Quando Carella tornò in teatro, il nostro giovane avvocato stava ancora lì dov’era avvenuto l’urto, immobile, con l’espressione da ebete, poi si sedette in uno degli scalini e si mise le mani sui capelli. “deve capire che la mia è stata solo una stupida distrazione… non voglio che mi porti rancore”.
    Quando tornò a casa raccontò alla sua ragazza, Marta- sì, propri la ragazza che lo portò a distrarsi- , ciò che era accaduto, ma anche lei la prese a ridere e sembrò non dare troppo peso all’accaduto.
    Disse semplicemente : “ Sono incidenti che possono avvenire”.
    Il girono dopo Montepassi indossò il suo miglior vestito, si mise la cravatta e andò prima dal suo datore di lavoro, l’avvocato Prestigiacomo, per chiedergli consiglio, in fondo era molto amico col professor carella.
    Quando arrivò in studio non trovò l’avvocato Prestigiacomo. La segretaria si limitò a riferirgli che era in viaggio per lavoro e che sarebbe tornato la settimana prossima. Non poteva aspettare una settimana, sarebbe impazzito nel frattempo. Cosi ché, decise di andare a parlare col professore carella. Pensò che l’avrebbe trovato alla facoltà di giurisprudenza, dove insegnava, e così fu.
    “Sono venuto qui da lei” disse con la bocca tremante. “ Per scusarmi, perché con una spallata involontaria l’ho fatta cadere per le scale”.
    “ Mi sta prendendo in giro?” rispose il professore urlando. “ Non ne voglio più sapere niente di questa storia se ne vada!”
    Paolo Montepassi tornò a casa confuso e amareggiato. Penso che non vi era più nulla da fare. “Ho compiuto un atto malvagio e ne pagherò il peso sulla mia coscienza per sempre”: pensò.
     

  • 01 maggio 2012 alle ore 14:48
    L'epoca post lauream

    Come comincia: Oh quale ebbrezza! Qual periodo fulgido e rigoglioso fu l’epoca post lauream!

    Sono bastate poche parole per aggiudicarsi quel posto alla Fondazione di Ricerca. E forse quelle parole erano anche eccessive, ridondanti. Quel posto era mio prima ancora che esistesse. Non c’era bisogno di un colloquio.

    Il mio spirito tonico e cristallino si irradiava nei corridoi, surfando sulle patinate superfici delle scrivanie, saltellando tra i tasti snelli dei notebook e le poderose cassettiere delle fotocopiatrici. Il lucido parquet accoglieva i miei mocassini neri varati il giorno della discussione della tesi, con uno strepitio di scricchiolii entusiasti; il mio abito blu elettrico sagomato, svolazzava e conquistava le mie colleghe e le loro boccucce arricciate e imburrate al cacao, per me s’improvvisavano sensuali balletti sincronici di languide ciglia.

    Ed io? Rispondevo a quelle avances?

    Ero immortale nell’epoca post lauream. Ero dotato di tutto, anche di una virilità sensibile e levigata e fanciullesca, una virilità fresca e al passo coi tempi: discreta e astratta durante il giorno, feroce e persecutoria la notte. Ero tutto questo, e tutto si poteva leggere nei mie occhi, non c’era bisogno di tante parole.

    Non ci misi molto a conquistare anche i miei capi, e il loro seguito di sciatti e timorati tirocinanti, assieme a tutti i nostri clienti. Mica casalinghe, disoccupati, clandestini, zingari. No, pezzi da novanta, la crema pasticcera del sistema produttivo della penisola. Mica Cazzi!

    “Buon giorno sono il Dottor X, ricercatore della Fondazione Y. Attualmente mi sto occupando di una ricerca di prim’ordine. Noi siamo l’avanguardia della ricerca in campo organizzativo e sistemistico, noi siamo capaci di ideare ami in titanio a prova di consumatori critici e ideologi, abbiamo un novero di esche succulente per i vostri banchieri, creatività impavida al servizio del capitale con l’appeal di una soubrette minorenne procace quanto una Dea Madre, ma non un reperto archeologico, Nossignori!, La nostra Dea è brutalmente moderna, erotomane e popolare, introspettivamente corrotta dal mercato ma esteriormente vergine e intatta grazie a delle incisive plastiche e applicazioni al silicone osteointegrante”.

    Erano giornate pregne di avvenimenti. Battendo ogni record di vendite riuscimmo ad inanellare una serie incredibile di vincite di appalti, concorsi, consulenze.

    Quanto a me, la sera tornavo a casa esausto ma soddisfatto.

    Un giorno senza alcun preavviso arrivò l’inverno. La temperatura cadde di venti gradi in poco più di trequarti d’ora, con il tramonto. Tornai a casa con le mani gonfie, tremavo. Mi lanciai sui termosifoni, ricordandomi solo dopo che vivevo in una casa senza termosifoni. C’erano delle stufette elettriche. C’erano, una volta, ma il ragazzo che ci viveva prima se l’era portate via. Potevo andare in cucina, accendere i fornelli. Potevo, e così ho fatto. Ma quei fornelli mi hanno deluso. Dopo alcuni singhiozzi di scintille hanno esalato l’ultimo spiro di gas.

    Ma potevo lasciarmi andare? Io, eroe della nuova rivoluzione, Io e il mio spirito strepitoso potevamo abdicare così di fronte a delle difficoltà? Non mi sarei lagnato, come quei giornalisti, o avvilito come i politici abbassando le brache alla crisi energetica in diretta nazionale. Era un bene che in quella casa non ci fosse una televisione. È facile abdicare, seduti in prima fila di fronte alla propria birra. Ma noi siamo nella fulgidezza, noi siamo le saette scoccate da Zeus, e possiamo sopravvivere a gelate polari, tsunami, esperimenti elettromagnetici, gassificatori postnazisti e squadracce postfasciste. La crisi? La crisi mi fa un baffo, la crisi è il bidet della mia paura, la lavatrice…

    In cucina c’era acqua alta. Non me n’ero accorto. Forse si era rotto qualcosa, anzi forse era il caso di togliere quel “forse”, perché si era rotto il tubo dello scarico. La cucina era un lago. Cristo!
    Dovevo chiamare assolutamente il padrone di casa. Uscii da quella piscina con piano cottura e tornai in camera, alla ricerca del telefono. Lo trovai, composi il numero, e aspettai invano che squillasse.

    Nell’attesa intervenne la signorina con la voce metallica a ricordarmi (ed era il mio caso) che il credito non era sufficiente, ma che dire sufficiente, era un credito ridicolo. Quasi si fece una risata. Io, mi trovavo addosso delle sensazioni contradditorie. Poi il telefono squillò, era lui: il padrone mi mandava un messaggio. Mi chiedeva se avevo intenzione di pagare l’affitto. Di già? Era già passato un mese? Quelle che mi trovavo addosso non erano più sensazioni contradditorie ma presagi.

    Potevo lasciarmi andare? Io, spirito ebbro e devastante, Io: formula alchemica per il dominio del Tempo. Io, solo. Solo. La mia faccia sullo specchio all’ingresso mi ha spaventato. Non mi ero accorto che avevo le labbra livide e le pupille a bagno in una sclera radioattiva. Non erano semplici occhi arrossati, erano occhi malati. E la malattia come la crisi mi avrebbe fatto un baffo, sarebbe stata anche lei il bidet della mia paura, il bancomat…

    Andai al bancomat per ricaricare il telefono, e dare un’occhiata al conto. Una volta inserito il mio codice segreto iniziò l’attesa. L’angoscia si insinuava e neanche me ne rendevo conto. Faceva un freddo cane. E poi quell’angoscia si schiarì la voce meccanica e declamò, concisa ed efficace:

    “Caro Dottor X, nel mentre Lei assecondava il suo solipsismo interiore quale evoluzione matura di una fantastica masturbazione adolescenziale, la Sua banca ha colto l’occasione di investire i suoi 550 euro netti in busta paga mensili in tecnologie militari e viaggi esotici per i topmanager. Il tutto è stato fatto in buonafede, consapevoli del suo spirito tonico e cristallino, e della grande tenacia e grinta che la contraddistingue. Siamo fiduciosi che saprà trasformare questa mancanza in ricchezza, e qualora ciò non accadesse le auguriamo che il decorso della sua malattia ed il lento scivolare verso la povertà assoluta e l’indegenza più vergognosa, si concluda senza atroci dolori, magari con un colpo apoplettico la sera dell’orgia più godereccia a cui abbia mai preso parte”.    

  • Come comincia: (Parodia dell' incontro tra Ettore e Andromaca)
    DAI DIARI DELLA MINETTI: L'incontro di Silviettore e Rubymoca

    Disse così la Minetti e Silvièttore balzò fuori dal Parlamento.
    Giunto alle porte Del Palazzo Chigi, vide la Bella Rubymoca, la sua amata concubina.
    Rubymoca figlia di Muba-Arachione magnanimo. La figlia di lui era l'amante di Silvièttore, dallo stivale appuntito.
    Si vennero incontro: Rubymoca a lui venne vicino, con in braccio il loro piccolo figlio, Brunettàndrio, bagnando il viso di lacrime, lo sfiorò con la mano, articolò la voce e disse: “Sventurato! Tu non capisci!!! Questa è una battaglia invincibile...i Giudici sono tropo forti! Abbi pietà! Se andrai in prima fila a combattere, al processo, perderai e che ne sarà di noi, di me, dei nostri soldi e delle nostre cenette???”
    A lei a sua volta diceva il piccolo Silvièttore dal nero parrucchino: “Preme certo anche a me tutto questo, baby. Ma provo tremenda vergogna di fronte agli Italiani, dai jeans di marca, se, come un vile, mi rifiuto di partecipare alla battaglia. Io in prima persona devo dare l'esempio, io sono il protettore delle concubine e quindi devo mostrare il mio coraggio!!!
    Ma non tanto dei soldi mi affligge la pena avvenire, né della Sant'Ancuba stessa, né di Emiliamo sovrano del Tg4, né dei parlamentari miei...ma di te Rubymoca...vedrai che presto finirà tutto!”
    Poi il brutto Silvièttore prese in braccio suo figlio, il piccolo Brunettàndrio, e disse rivolto in preghiera al dio denaro è e agli altri dei: “Bossèo,e voi altri dei, fate si che se dovessi essere sconfitto dai Pm di Milano lui, mio figlio, il macroscopico Brunettàndrio, mi sostituisca in tutte le mie cariche!!!”
    Detto così rimise in braccio alla concubina il piccolo Brunettàndrio e le ordinò di tornare ad Arcore. Lei obbedì piangendo sapendo già della perdita del proprio amato, il nobile Silvièttore.

  • 28 aprile 2012 alle ore 19:11
    Parodia dell'uccisione di Ettore - Iliade.

    Come comincia: (Parodia del riscatto di Ettore)

    LA RICHIESTA DEL CORPO DI GIANFRANCO

    Non molti giorni dopo la morte di Gianfranco, Silvio, il suo grande padre, si incamminò verso l’Hotel ‘Sti Casini per chiedere all’uccisore di suo figlio, Pierferdy, la restituzione del corpo del Grande Gianfranco.
    Fu un lungo viaggio per il vecchio re di Arcore, Silvio. Arrivò verso sera all’Hotel degli ‘Uddicciniani’, appunto l’Hotel ‘Sti Casini. Erano tutti riuniti sotto l’ordine di Bersani Dalla Grande Astuzia, per vedere la partita di calcio.
    Grazie all’aiuto del Dio Denaro, Silvio riuscì ad entrare nell’Hotel.
    Pierferdy Dal Piede Lento, stava facendo la doccia nella sua camera e ad un tratto sentì dei rumori sinistri nel piccolo soggiorno. Quando uscì trovò il Potente Silvio Dai Grandi Stivali lì in salotto ad aspettarlo.  Subito disse Pierferdy Dai Capelli Grigi: “ Silvio, re di Arcore!, cosa ci fai nella mia stanza?”
    A lui di rimando diceva il Vecchio e Basso Silvio: “ Sono qui per chiedere all’uccisore di mio figlio e dei miei tanti parlamentari, il corpo del bellissimo Gianfranco, ucciso da te.”
    Subito, guardandolo storto, disse Pierferdy: “ Hai avuto il coraggio di venire qui?! Come hai fatto ad entrare? Almeno hai una valigia piena di soldi?”
    Scocciato dalle tante domande, Silvio, Dalla Bassa Statura, rispose: “ Ho due milioni di euro, ti bastano?E poi, per entrare, mi ha aiutato il Dio Denaro, Bosseo. Purtroppo aveva da andare a prendere suo figlio, il venticinquenne, all’esame di quinta elementare. Ma torniamo a noi: pensa a tuo padre, il coraggioso comandante di Concordi, Stecchino, se tu morissi, non farebbe lo stesso gesto che ho fatto io per mio figlio? Ti prego… Basta solo che tu mi renda il corpo di Gianfranco. Avete avuto voi la vittoria alle elezioni! Ma rendimi il cadavere!”
    Subito Pierferdy si mise a singhiozzare e a piangere pensando a suo padre.
    Anche il re Silvio pianse.
    Si guardarono: Silvio guardava i poster di Playboy, attaccati nella camera e Pierferdy, contemporaneamente, teneva gli occhi fissi sulla borsa traboccante di soldi.
    Ma subito Pierferdy Dai Grigi Capelli disse: “ Ora basta! Se mi fai di nuovo soffrire, ti ucciderò con il mio coltellino multiuso. Siediti e aspetta.”
    Così Pierferdy Dal Piede Lento buttò nella bauliera della sua Porsche il corpo di Gianfranco e lo portò al Centro Estetico più vicino: Centro Estetico Muba-Arack.
    Lo fece pulire, lavare, vestire e gli fece mettere qualche banconota da 500 € nelle tasche, in segno di rispetto verso Silvio.
    Dopo circa trenta minuti tornò dal vecchio re e, guardandolo storto, il bravo Pierfery gli ridette il cadavere.
    Silvio, Dallo Stivale di Marca, tornò alla sua residenza, ad Arcore, fiero di avercela fatta a convincere l’eroe uddicciniano.
    Giorni dopo, ci furono i funerali di Gianfranco alla villa di Silvio, LE  INVITATE ERANO TANTE. E il corpo del bellissimo Gianfranco fu onorato.

  • 26 aprile 2012 alle ore 22:47
    Donne di contrada

    Come comincia: Dalla veranda delle cascine di campagna, ecco, appaiono loro, le nostre donne, avvolte nei loro grembiuli a fiori, attaccate alla terra dei loro padri e ai loro uomini lontani.
    Donne che parlano poco, gli sguardi silenziosi ma fermi, pungenti come capocchie di spillo, severi. Scavate nel volto e nel cuore, col rosario in mano, riservate ma attente, nell’attesa di un ritorno. Stanno appoggiate al silenzio di pietre vecchie, il volto brunito sfaldato dalle intemperie dell’amore.Osservano il cielo e i campi: sanno che il loro tempo e quello del loro cammino sta per finire.
    Negli occhi danzano le immagini e i miraggi di terre fertili, di passioni tenaci, di amori taciuti, di ricordi racchiusi, laggiù, in fondo al filare sperso nella bruma, laggiù, dove il sole si scioglie tra il grano, dove i canti si mescolano al vento nei sussurri fra i rami, le mani ferite e dure, le carezze fugaci e schive, i passi frettolosi e silenti.
    Trascorrono il tempo con negli occhi la tenerezza calda del pianto, mute figure mescolate alla notte, senza sonno.
    Raccogliamo noi le loro storie, continuiamo noi il loro passo, portiamole lontano, oltre la fatica e il distacco, oltre il sentiero lungo i canali, oltre l’alba buia di gennaio; diamo voce ai loro sogni di donna, di ragazza ancora leggera, di mamma china sulla culla.
    Di loro cosa rimarrà se non i ricordi che solo noi possiamo portare avanti?

  • 26 aprile 2012 alle ore 22:03
    L'Angelo che non poteva camminare

    Come comincia: Un piccolo  Angelo, senza piedi, fu mandato sulla terra dal Signore.
    Nel percorso celeste andò tutto bene, ma quando arrivò sulla Terra, si accorse di non poter camminare.
    L’Angelo, un po’ triste, allora, si rivolse al Signore :” Signore, sono arrivato dove Tu mi hai mandato, ma come faccio ad atterrare se non ho i piedi?”
    “ A te non servono i piedi” rispose il Signore “ io ti ho dato le ali per volare.
    Il piccolo Angelo, che voleva cogliere nelle parole del Signore un significato più intenso, non proferì altro, ringraziò il Signore e fece quello per cui era stato mandato : continuò a volare.
    Volò sopra ogni cosa…volò sui prati, volò sui fiumi e sui mari, volò sopra le grandi metropoli e sui piccoli paesi di montagna, volò e volò ancora…per interi giorni ed intere notti, senza mai stancarsi…fino a che, non si abbassò così tanto da scorgere l’uomo.
    Volò anche su di lui ma l’uomo, correva più veloce.
    Correva dentro le auto, correva dentro e sopra ogni mezzo di locomozione e correva anche a piedi, correva così tanto che il piccolo angelo non riusciva a stargli dietro…
    Il piccolo Angelo, fu costretto, un’altra volta a rivolgersi al Signore : “Signore, io ho fatto la tua volontà, ho volato sopra ogni cosa, su ogni luogo e su tutto ciò che ho scorto quaggiù  ma poi ho incontrato l’uomo e a questo punto mi sono accorto che con le mie ali sono troppo distante da lui, ho bisogno anche dei piedi, per potergli camminare accanto , le ali mi serviranno, per sollevarlo, nei momenti in cui non ce la farà".
    Il Signore sorrise, perché il piccolo angelo aveva capito da solo il senso della sua missione e gli fece dono dei piedi.
    E’ per questo che solo “rallentando” la nostra corsa, possiamo percepire dei piccoli passi accanto a noi e se il cuore è “attento” anche un leggero fremito d’ali.

    Dedica: A tutti coloro che hanno voglia di "rallentare" i propri passi. La "corriamo troppo", questa vita.

  • 26 aprile 2012 alle ore 13:41
    Dieci Minuti All'Inferno

    Come comincia: Il nulla.Una mano che non sente,il respiro che manca,il tridimensionamento della realtà moltiplicata,gl'occhi non vedono,le orecchie non sentono,come rinchiusi in una bolla e il mio corpo non regge.Non sentire che un gelido torpore corporeo;"Che stia morendo?Oh Dio sto morendo!Non sento più le mani,non sento più il cuore.Il malessere del male che s'annida silenzioso,pensieri che ti tagliano le membra,ricordi,avvenimenti,incontri,parole,dolore,dolore, dolore.IL corpo cede;"Non cedere!Fatti forza,non morire!"L'immagine di un cuore che scoppia,le vene che trafiggono la pelle per uscire da quel mattatoio interiore,la bocca non emette gemito,le viscere si seccano,poi la salvezza,acqua gelida intorno e sulle mani.Le facce amiche,caldi carezze.Si è ritornati a galla,ho fatto un giro nel mio inferno,questo ho pensato.E come guerriero vittorioso ne sono uscito senza troppi danni come se in dieci minuti mi fossi chiusa in me divorato dal male fisico scaturito da quello morale che porto dentro.
    Poi la luce e dritti nella realtà.
    Negli sguardi sconosicuti,in saluti smorti,nella tua totale assenza.
    Credo di aver fatto un giro nel mio inferno,non credevo fosse stato così,non credevo fossi capace di farlo nemmeno che ne sarei uscita in dieci minuti,dieci minuti sembrati un infame eternità.

  • 24 aprile 2012 alle ore 7:19
    Il calore della vita

    Come comincia: Immerso tra i raggi del sole e le righe di “Aracoeli”, quassù, sul mio terrazzo, un coccodè, stamane, mi svela un quadro trascorso di bimbo. Nonna Amina trasaliva a queste note, qualunque cosa facesse. –“ Ha fatto l’uovo”- Il suo timbro forte di donna meridionale. Il volto, di natura gioioso, diveniva serio. Se si era all’impasto del pane o, sciolta, la ciocca dei suoi capelli, al lento passare del pettine sulla lunga chioma, tutto cessava. -“Ha fatto l’uovo”- Non mi meravigliava quest’aggiudicare, verbalmente, a una conoscenza particolare, quest’atto creativo, tra una quantità di polli. A sera, avevo assistito a una manovra indaginosa che suscitava sempre, in me bimbo, una strana curiosità. Afferrando la gallina starnazzante, nonna Amina se la poneva sotto l’ascella. Con un gesto senza esitazione, infilava l’indice nel sedere del povero animale. -”C’è!”- Era una sicurezza che le dava la possibilità di una previsione infallibile. La mattina seguente, sapeva dirigersi verso quell’angolo del pollaio, tra quel pugno di paglia, dove avrebbe trovato l’uovo. La seguivo, tra uno smarrimento di polli nelle gambe, in quel sentore che mi è rimasto nelle narici, negli anni. –“ Tocca, com’è caldo!”- Quel gesto di offerta, quella mano sospesa nell’aria, quell’oggetto sferico che mi attendeva; la mia ritrosia al nuovo, al timore infantile di un calore non sopportabile. Conservo ancora il piacere di quel tepore nella mano, un tepore di carezza, d’amore, fascinoso e tenue come la vita.

  • 21 aprile 2012 alle ore 17:30
    Alieno

    Come comincia: Corse sulla terrazza rivolta a sud per raggiungere la figlioletta di due anni. Naturalmente Bruna stava già avviandosi, aiutandosi con le mani, verso il piano superiore della casa, raggiungibile con una scala a chiocciola. Nel momento stesso in cui abbassò per un attimo lo sguardo vide ”la cosa".  Era nera e sembrava avere due teste.  -”Non possibile”.  Registrò il cervello. E subito dopo:- "La bambina può farsi male!"- Afferrò la piccola per un polso e chiamò a gran voce la prima figlia perché la raggiungesse. Naturalmente Fiammetta tardò a rispondere al richiamo: era in piena crisi adolescenziale e alquanto recalcitrante ad ubbidire.  ”Fiamma, vieni SUBITO qui, per favore!”- insistette, sempre con l'attenzione divisa tra la”cosa“ e la sua ultimogenita. Fiamma finalmente giunse, incuriosita dal tono di urgenza che aveva intuito nella voce della madre e poté così affidarle la piccola per qualche minuto per cui il suo interesse si spostò sull'essere incredibile fermo sul bordo del terrazzo: lungo non più di tre centimetri, a prima vista poteva sembrare un grosso ragno, ma decisamente non lo era. Aveva un piccolissimo musetto da topo, con le orecchie enormi rispetto al corpo. La primitiva sensazione che "l'animaletto” avesse due teste venne "archiviata“ dopo un più attento esame: aveva quattro ”zampe”, o qualcosa di simile ad esse e quelle davanti possedevano due minuscoli moncherini al posto delle minuscole ”manine" con cui terminavano quelle di dietro. L’esserino era certamente terrorizzato. Il suo cervello le diede finalmente risposta alla prima domanda che si era posta nel vederlo: Cos’é?" –“E' un piccolo di pipistrello". Sembrava assurdo. Ne aveva visti di più grandi, circa cinque volte più grandi, compiere evoluzioni intorno alla luce dei lampioni, di notte. Ne aveva visto uno molto da vicino, anni prima, caduto in volo. Ma quello che adesso stava osservando era ”un cucciolo”. Di qualunque razza animale fosse era comunque "un cucciolo". Doveva prenderlo. Ma come? Non voleva usare le mani nude perche ”l'essere” la inorridiva. Prese un cartoncino e costrinse il piccolo a strisciarvi sopra. Ebbe una sorpresa e con lei la figlia Fiamma: il piccolo si muoveva con una destrezza incredibile, facendo leva sui due moncherini davanti. Rischiava di ritrovarselo sulla pelle. Entrò in casa seguita dalla figlia e accolta dalla curiosità del figlio maschio di nove anni e di una nipotina. Rino sembrava galvanizzato dalla scoperta del "mini-pipistrello", ma appena fu dentro la cameriera lanciò quasi un urlo:- “Mozzeca, signo’!” -“Impossibile”. Rispose lei di rimando. In quel momento si rese conto di essere ridicola, così preoccupata di non toccare quel piccolo animale indifeso con le mani. Il cucciolo si arrampicò velocemente su di un dito, poi le scivolò dolcemente sul palmo della mano e riprese il suo cammino sempre più spaventato. Michela lasciò che si stancasse, facendolo passare da una mano all'altra e intanto cercò sull’enciclopedia alla voce “pipistrello”. Ricordava che fossero mammiferi e pensò di nutrirlo con del latte. Ad una prima ricerca il termine "mammifero" non risultò. Il pipistrello é un insettivoro, decretava il libro. Ma il mio pipistrello non sembrava potesse gradire mosche o moscerini. Meglio tentare con il latte. Mentre l'esserino continuava imperterrito i sui giri da un dito all’altro, con grande maestria e urlando ai suoi figli maggiori:- “Fate attenzione a Bruna!”- cercò affannosamente nell'armadietto dei medicinali una bottiglietta munita di contagocce. La prima che le capitò tra le mani conteneva un liquido troppo pericoloso, così accadde per la seconda. Alla fine trovò le gocce di ”cecon” e, tenendo imprigionato il piccolo in una mano, lavò il contagocce, riempiendolo poi di latte. Nutrire il piccolo si rivelò impresa difficile: si muoveva di continuo e non capiva il senso dell'operazione che la ”padroncina” tentava di effettuare. Intanto, bagnando con delicatezza il musetto incredibilmente minuscolo dell’esserino, provò a trovargli un nome, come sempre faceva in occasioni simili, ma fu un fallimento, perché non le veniva a mente nulla di consono. Ai contrario il suo tentativo di nutrizione ebbe successo in quanto il piccolo sembrò gradire - finalmente- il latte e cacciò una invisibile linguetta per succhiarlo. Prima goccia, sternuto, seconda goccia, secondo sternuto perché le infinitesimali narici sembravano affogare in quelle dense gocce bianche. -"Non ci si può affezionare ad un pipistrello!”- Pensava intanto Michela. -"Mamma, lasciamelo toccare!”- “Pretendeva Rino.”- "Attenti alla piccola, può farsi male!"- Insisteva Michela inquieta, notando che Bruna, utilizzando la distrazione degli adulti, tentava una scalata al comodino della stanza da letto dove si trovavano tutti. Ritornando all’animaletto Michela si disse che, per come era differente da loro fisicamente, avrebbe potuto anche essere un “marziano”, un alieno insomma, così battezzò l'esserino: "Alieno". Andava bene il nome. Le ricordava possibilità remote di extraterrestri piombati sulla terra, di forme viventi dissimili della razza umana. Alieno" era " GIA"' sulla terra, così piccolo e assurdo nelle sue forme e così perfetto per le vita che avrebbe dovuto condurre da, adulto. - "Quant’é carino!” - si ritrovò a dire. I figli maggiori ed anche la più piccola si mostrarono unanimamente d’accordo:- -“Mamma, possiamo e accarezzarlo?”- Chiesero. Lei lasciò che e turno passassero le dita delicatamente sul dorso di Alieno, leggermente coperto di peluria come quello delle farfalle. Il piccolo allora, oramai sazio, si rifugiò nel palmo della sua mano, al caldo ed al sicuro: aveva trovato una mamma. -"Dove lo metto adesso?"- “Chiese Michela, già mamma, alla ”sua” mamma che viveva con lei. E la madre, memore di colombi allevati amorosamente, di cagnetti cresciuti dall’età di un giorno e di piccoli passeri implumi caduti dal nido, non mostrò stupore nel notare l’affetto che vibrava già nella voce della ancor giovane figlia. L’aiutò a cercare “un nido" per il piccolo, che mostrava capacità inaudite di fuga da ogni scatolo di qualsiasi grandezza. Si convinsero alfine ad usare un barattolo in vetro dove Alieno fu deposto, appoggiato ad un panno di lana. Michela però non avrebbe scommesso una lira sulle sue capacità di sopravvivenza. Fu con stupore che costatò un’ora più tardi, l’ottima salute di cui godeva il piccolo e la mattina successiva il gusto con cui sorbiva il latte e ricercava poi il tepore della sua mano.  La sera successiva, con il piccolo nel pugno, seguì un breve documentario televisivo e poi ripose l’animaletto nel “nido”. Alieno in quel momento iniziò a “chiamarla”. Un trillo, uno stridio, un suono che sembrava quasi un ultrasuono. Alieno chiamava lei, senza dubbio. Lo riprese tra le mani e lui tacque ed ancora bevve tra gli sternuti, un paio di gocce di latte. Poi passò  da una mano all'altra e stridette di nuovo. I “suoi cuccioli”, incuriositi, tesero le orecchie per percepire il suono. Rimesso nel nido il piccolo chiamò a lungo e poi si quietò. A distanza di un giorno era pieno di combattività e di appetito. Lo trovò intento a pulirsi una minuscola ala velata, quasi fosse un adulto. Nel riprenderlo in mano riascoltò lo stridio gioioso del cucciolo che si rintanò al sicuro nel suo pugno. Alieno le aveva insegnato qualcosa di se stessa: sapeva amare anche un essere così ”brutto o diverso”, provava per lui una sorta di “amore materno". Avrebbe amato così anche un essere di un'altra razza, giunto da un altro mondo? Sì, lo avrebbe amato. E con più amore avrebbe amato un figlio, se le fosse nato deforme. Lo avrebbe amato. Provò allora una sorta di commozione per la natura tutta, por l’universo intero e per quel Dio che doveva pur esserci al di qua o al di là dell’infinito, che le aveva posto nell’animo quella spossante e meravigliosa capacità di amare.

  • 19 aprile 2012 alle ore 12:04
    La figlia di Alice _tempo primo_

    Come comincia: Il signor Smith conobbe finalmente la ragazza dalle grandi doti interpretative, dalla vasta gamma di colori pronti a mescolarsi tra loro, uno dopo l'altro, ma non in sequenza, spirito combattivo, una timidezza latente, da mettere in discussione istinto, nervi e quotidiano. Nutrita non dal suo cibo. Innaturale creatura.  E così per sentito dire, costruì una vita, rasentando dall'ottimizzare la propria condizione, senza accrescere lo stato di benessere. A volte veleggiava, gongolava, mimetizzandosi al divano,al libro, alle interferenze, creando delle forti pause. Così che il signor Smith contento della sua conoscenza la vide raccogliere il proprio vestito a piedi nudi,sbirciandola dietro gli alberi, immaginandosi di abbracciarla, mentre lei non era più lì.
    Era la figlia Alice, senza nome ancora, ma lei sapeva di esserlo, la sua mamma se l'era perduta, la sua mamma era ancora una definizione, mentre lei , la figlia, già il frutto, il granello di sabbia nel mare. La ragazza percorreva le sue pagine, a volte nasceva e rinasceva, come un'anziana saggia di una dimenticata isola, o la più dispettosa e agile delle bambine, altre ancora la geisha di un uomo visionario. Una volta addirittura il signor Smith la vide in un ritratto, e non sapeva dirsi da che parte andasse, probabilmente da nessuna, se solo un ritratto potesse muoversi, ma poi in realtà è l'occhio che lo vuole. Si rividero dopo cento giorni, con il vento più caldo, e il sorriso fino ai gomiti.
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    Come nasce un sorriso, da un modo di tenere gli occhi appena, impercettibilmente socchiusi, da  labbra, che più forte dell'intenzione probabilmente, già si tuffano in una piega mai troppo larga, silente, dai mille e mille colori.
    E così che si può essere immaginati, o ascoltati. Come un sorriso. Lui, il Signor Smith, riusciva a descriverla così. Una cosa da far stranire gli universi, quelli più asincroni, ma non i loro.
    La figlia di Alice prese il nome di sua madre, e le braccia il loro senso. Inspiegabilmente protese come nel mare ad annusarle, a ripercorrerle. Poi d'un tratto, trovarle.

  • 17 aprile 2012 alle ore 16:13
    Time out all'Infinito

    Come comincia: Era una mattina come tante, forse un giovedì, non ricordo bene, è passato del tempo. Un tempo che non so quantificare avendo ormai perso ogni riferimento.

    Comunque quella mattina, sbirciando da sotto la tendina di camera mia, il tempo sembrava davvero buono. Per tutta la visuale consentita dal vetro a riquadri leggermente appannato dal fiato, il cielo era uno splendore. Nessuna nuvola dietro il crinale, nessuna velatura nel turchino accecante, neanche un filo di vento a solleticare le chiome degli abeti  che a destra ammantavano d’ombra il ripido pendio roccioso. Per questo non mi preoccupai del Meteo, uno sguardo fuggevole e distratto sarebbe forse bastato ma, resa ottimista dalla leggera euforia per l’evento della vita, non  me ne curai. Afferrai la giacca a vento, la sciarpa di lana multicolore fatta a mano da mia zia, lo zaino stracolmo come quello di un esploratore  e infilai le scale dello chalet quasi danzando.

    Difficile immaginare l’odore dell’aria di montagna in un giorno come quello senza esserci stati almeno una volta, né la statica trasparente leggerezza delle immagini, l’ingannevole percezione degli spazi, la sensazione di serena fluente eternità. Frizzante, come una coppa di champagne ghiacciato, un delizioso pizzicorino sulla punta del naso e delle dita. Odore di muschio dietro la tettoia del box, odore di lana vecchia nella coperta stesa per evitare il ghiaccio sui vetri dell’auto. Il richiamo di un rapace, l’eco di un lontano borbottio giù a valle. Ricordi.

    Ricordo ogni dettaglio, la foglia marcia che si era appiccicata sopra lo stivale e che tolsi con un fazzoletto di carta prima di aprire la portiera, un vecchio scontrino del parcheggio accartocciato sul tappetino e lo schianto di un rametto sotto i piedi mentre aggiustavo lo zaino sul sedile posteriore. Dettagli che non avrei mai ricordato se lo spettacolo avesse avuto inizio e avessi finalmente raccolto i frutti del mio lavoro.

    La serata  era ancora lontana e sentivo che non sarebbe arrivata abbastanza in fretta. Non riuscivo a trattenere il sorriso pensandoci, mi passai le mani nei capelli e rovesciai la testa indietro perdendomi nell’azzurro infinito, beandomi della gaia urgenza dell’attesa. 

    Lame di luce giocavano sull’asfalto una strana partita, un repentino via vai fra i tronchi anticipando i flash di fotografi dilettanti, e mi pareva già di udire qualche timido applauso che andava montando in uno scroscio entusiasta. Una sola persona davvero importante e sarebbe stata lì per me.

    Scendendo verso il paese mi sentivo parte di quel paesaggio ridente e lucido come una cartolina, lo ringraziavo per la serenità che mi aveva regalato e già lo salutavo pensando che un giorno, forse  non troppo lontano, sbirciando la platea da dietro le quinte di uno scintillante palcoscenico oltreoceano, lo avrei ricordato con velata nostalgia, quasi sazia di palme e onde schiumeggianti.

    Dopo un tornante a destra, al di là di uno sparuto gruppo di cespugli soffocati dalla neve, potevo scorgere il torrente, lesto, impetuoso e scuro in tutto quel biancore, che lambiva il ponticino di legno della malga. Il fumo disegnava un buffo pennacchio sullo sfondo rosato di rocce e ghiaccio e un lento vapore usciva dalla porta socchiusa della stalla. Il vecchio Alviero si affrettava verso il fienile col forcone in spalla, icona di un tempo restio a svanire, mentre la moglie con gli stivaloni neri portava sottobraccio un fagotto informe.  Li conoscevo fin da bambina, quando assieme ai loro nipoti ruzzolavo fra l’erba del pascolo alto odorosa di genziane e li guardavo salire appesa ai resti di uno  steccato, pregustando la merenda di pane e formaggio appena fatti e il racconto di antiche storie di montagna.

    Anche loro avrebbero fatto parte di un nostalgico album di ricordi, bagaglio e ispirazione per qualche opera futura.

    Elettrizzata. Così mi sentivo superato il paese e risalendo verso il passo. Affondai il piede sull’acceleratore e presi ad armeggiare con lo stereo in cerca di qualcosa di buono da ascoltare. La ricezione era peggiore del solito e dopo aver inutilmente passato in rassegna ogni sorta di gracchianti cacofonie, mi decisi ad ascoltare Mozart.  Frugando fra i CD sparpagliati in fretta sul sedile del passeggero, un occhio distratto alle curve e uno alle etichette, non mi avvidi del repentino mutare dei colori e dell’affievolirsi del luccichio sugli astucci aperti. Infilai nel ventre cupo del monte ancora intenta con le custodie. La  galleria era deserta, pressoché rettilinea, così ne approfittati per richiuderne un paio, annaspando con un libretto di testi e il CD fra le labbra.

    Lo scroscio sul parabrezza mi colse del tutto impreparata all’uscita sul viadotto che attraversa la valle del versante nord. Azionai  il tergicristallo mentre una raffica  faceva sbandare l’auto, ma era tardi. Quell’attimo senza visuale, piegata verso il bauletto portaoggetti, mi aveva disorientato e persi il controllo.

    L’ultima cosa che ho visto è stata la sciarpa di lana che si divincolava come uno strano animale. Dopo, solo suoni indistinti, forse voci, e l’onda del dolore che saliva e scendeva come una fanfara impazzita fino a placarsi del tutto.

    Darei molto per avere coscienza del tempo che passa, appollaiata su questa spalliera come il fantasma di un filmetto di terz’ordine, mentre vedo sbiadire i capelli di mia madre, affievolirsi la luce nei suoi occhi e gli abiti pendere un po’ di più dalle sue spalle.

    Il tempo non mi appartiene, come non mi appartiene il mio corpo, quel mucchietto inerte e rinseccolito che ammuffisce nella penombra di una stanza anonima, sballottato o maneggiato con cura secondo l’umore del momento. Né mi appartengono i suoni e le parole, che erano tutto per me. Vorrei gridarle di andare via, che non sono io, che non c’è vita in ciò che guarda perché la vita si è smarrita, incerta sulla strada da seguire, ingannata da mani bugiarde che hanno elargito vuote speranze. Si è fermata a mezz’aria né vinta né vincitrice, preda del silenzio.

    Mi appartengono invece le menzogne falsamente caritatevoli, affilate come rasoi, paraventi di colpevoli presunzioni, raspose come vecchie mani adunche, melliflue come lingue di meretrici. Restano indelebili, aleggiano in questa poltiglia livida inchiodandomi in un limbo che sempre più rintrona di un sordo furore.

    Venivano così spesso all’inizio, impettiti nei loro camici bianchi, coi loro piedi silenziosi, le mani dietro la schiena o nelle tasche inamidate. Parlavano lentamente, quasi con dolcezza e rispetto, e mia madre li ascoltava con le lacrime che inciampavano in due profondi solchi ai lati della bocca. Li ascoltava con la cieca fiducia che solo la speranza folle di una madre distrutta dal dolore può ispirare. Beveva ogni sillaba come linfa vitale, aveva bisogno di credere che davvero tutto era andato per il meglio, che ogni cosa era stata tentata e per questo forse… 

    Forse. In principio nessuno disse mai.

    Pietà? Compassione? Solo bugie. Sono sicura che sapessero molto bene ciò che avevano fatto e perché. Un perché che non ha niente a che vedere con me, la mia vita e mia madre che non sa arrendersi all’evidenza. Un perché che affonda le radici nella parte peggiore di noi esseri umani:  quella presunzione che ci rende assetati e affamati, che ci fa ottenere grandi risultati e nasconderne il prezzo, che ci rende ciechi e sordi se  non alle ragioni del nostro obiettivo. Io lo so, sono stata anch’io così, in parte. Ho calpestato anch’io la mia piccola quota di deboli in nome di un risultato da ottenere, perché io "ero più brava", perché mi sentivo migliore.

    Certi risultati non sono facili da ottenere, forse i camici bianchi non li otterranno mai. Siamo fatti di carne, abbiamo casualmente un inizio e inevitabilmente una fine. Per quanto questo ci ripugni, dobbiamo chinare la testa dinnanzi all’ordine delle cose e tornare nel Respiro dell’Universo. Inutile dunque accanirsi in una battaglia impossibile. Invece lo facciamo, tendiamo all’eternità nella materia, ignorandone ottusamente i limiti invalicabili.

    Ci sono momenti in cui tutto mi appare chiaro, evidente, e altri in cui la nebbia mi confonde. Non penso più come un essere umano e non penso ancora come uno spirito libero dai vincoli terreni. Chilometri di pellicola girati sui fantasmi che non vogliono abbandonare la terra. Io lo avrei fatto , se solo me lo avessero consentito.

    Tempo. Tempo deve esserne passato molto, troppo, se si sta perdendo ogni traccia dell’antica allegria, se tutto  sta svanendo e i ricordi si smarriscono. A parte quell’ultimo giorno, non resta quasi niente, sopravvivono solo le cose peggiori, stanno tutte attorno e mi guardano sogghignando.

    Loro, i dottori, hanno cessato le visite in fretta, troppo in fretta per la ragione di mia madre e perché io non mi rafforzassi nella mie convinzioni. La scienza ha lasciato così di buon grado il posto alla religione, così facilmente hanno iniziato a parlare di Fede, come  fosse un farmaco di nuova generazione. E mia madre si è avvolta nella coperta calda delle preghiere, dei dialoghi interminabili con questo o quel prete, con questa o quella suora. Fede, Speranza, Carità.

    Pietà signori, pietà di me.  Canterei se avessi voce.

    Canterei coi toni lugubri e spezzati del melodramma, implorando un sipario finalmente.

    Ma non ho voce, né per parlare col mondo né per parlare con Dio. Non mi risponde, non mi sente, non mi ascolta.  Non conosco più le note che elevano lo spirito, se mai le ho davvero conosciute. Un’altra delle mie perdute illusioni. Un altro tono di grigio. Un po’ meno luce. Tanto non c’è niente da vedere.

    Ricordi.

    Delia… Si chiama Delia. La mia amica d’infanzia. Una creatura esile come un filo d’erba, con una voce infantile e incredibili occhi chiari adombrati appena da un’ala di capelli scurissimi.  A guardarla mi dava l’impressione di uno scoiattolino pronto alla fuga tanto era docile e sommessa nella quotidianità, invece  era capace di una forza e una durezza insospettabili quando si trattava di difendere i suoi ideali.  Non percorrevamo sempre gli stessi sentieri, noi due, ma eravamo legate dai sogni, dalle speranze che ci avevano incantato da ragazzine. Io mi ero persa un po’ di pezzi per strada, la via del compromesso è più facile ed è facile da autogiustificare. I miei obiettivi si erano diversificati, i miei ideali erano più terra terra. Delia no, Delia era rimasta la stessa. Paladina dei diritti. Di tutti. Umani e non. 

    E’ tanto che non viene. All’inizio parlava a quella cosa sul letto come se fossi ancora io, sistemando i capelli sparsi sul cuscino.  Poi, non ha osato più allungare la mano.

    Poi, non è più venuta.

    Non viene più nessuno, solo mia madre e la suora.

    Eccola, scivola in un fruscio di sottane nere, attenta a non far cigolare la porta, le mani ossute nascoste nelle maniche e gli occhi bassi. Guardare fa male.

    E’ ora di preghiera. Eppure… non parla più di Dio, la piccola sorella, ha perso un po’ l’aspetto di bambina e parte della serena quiete nello sguardo; solo porge il rosario a mia madre e sedute accanto pregano piano, senza nulla chiedere. Un lento bisbiglio che si confonde col respiro, mentre cresce un pensiero segreto che assomiglia alla pietà, ma inconfessabile.

    Lasciatemi andare. Prima che anche lei disperi del tutto, travolta dall’insensata irreversibilità di quest’atto unico, monologo del silenzio, buio oltre un proscenio vuoto. Un buio ferale e irrisorio che mi fagocita e dilaga mentre la Speranza non è che una flebile vibrazione, lontano, chissà dove. Dio non mi ascolta. Io non lo sento.

    Quante parole spese in difesa del diritto alla vita, interi tomi, una babele di parole auliche e sublimi. E noi, ebbri di buoni sentimenti e di sani principi che ci innalzano al di sopra della miseria della nostra condizione umana, vulnerabili a una superbia che sa di santità, abbiamo scordato un altro diritto, altrettanto inviolabile e sacro.

    Il diritto alla morte.

    Io lo rivendico questo diritto negato da un insano delirio di onnipotenza. Incapaci di rubare la vita alle mani di Dio gli abbiamo rubato la morte.

    Io ripudio questo tempo sospeso, questa vuota agonia senza lamenti, né dolore, né dignità. Negata, nascosta, inutile.

    Tutto è andato perduto, vinto da un livore affollato di presenze minacciose  che a poco a poco allontana ogni barlume di luce, finché l’ultima esile fiammella si estinguerà in un filo di fumo e resterà solo il buio.

    All’infinito.