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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 23 marzo 2012 alle ore 17:06
    Natale con nonno Angelo

    Come comincia: Natale a Genova: avevo sette, otto anni. Nonno Angelo, nella casa di Via Casaregis, creava il suo capolavoro annuale, il pranzo di Natale. Era nato a Noto. Impiegato dello stato, messo in pensione dal fascismo, per aver alla fine dell’anno, buttato nel cestino dell’ufficio, il calendario a muro, oramai terminato. Quel calendario portava l’immagine di Mussolini. Gli fecero la spia e fu la sua fine sociale. Lo ricordo, alto, scuro, possente, pochi capelli, gli occhiali con stanghette d’oro. Era il padre-padrone meridionale. Le donne, mia nonna Amina, le figlie, zia Maria, e Franca, mia madre, ubbidivano in silenzio. Ma non lo amavano. Lo temevano. Lui, a me, aveva insegnato a leggere e scrivere durante la guerra, in campagna, con la sua stessa severità, con lo stesso mio timore. Quando ad elementari avanzate, andavo a trovarlo, prendeva un libro dalla sua biblioteca e mi ordinava: “Leggi a voce alta, con garbo e intonazione”. Ricordo con angoscia quelle visite. Mamma mi abbandonava con lui, nello studio, odoroso di vecchi libri e sentivo il chiacchierare gioioso delle donne, chiuse in cucina, che avrei voluto raggiungere. Io leggevo male, sotto quello sguardo, e penso di averlo continuato a fare, da adulto, nella vita, quando mi si chiedeva di farlo in pubblico. Ho continuato ad avvertire la sua presenza. Trascorremmo con lui due Natali, dopo la guerra, prima della sua morte. Non ricordo regali, forse sicuramente un libro di lettura scolastico, dato senza la coreografia di albero e presepe. Un dono che avrò subito trascurato, non avendone traccia nella memoria. La casa, vasta, buia, odorosa di cere di mobili. La sala da pranzo ricca di argenti, tirati a lucido per l’occasione. L’”argenteria” di nonno Angelo fu il solo punto di riferimento di una ricchezza sottaciuta, per tutta la famiglia. A questo proposito, ricordo la sua figura, nell’ultima battaglia partigiani-tedeschi, a Serravalle Scrivia, mentre si staglia sull’entrata del rifugio di campagna, una caverna, un rifugio per animali. Lui ha dietro il sole, sembra un ritaglio di carta nera. Alla sua destra una valigia di pelle marrone: l’"argenteria"! Al nostro arrivo, la mattina di Natale, la sala da pranzo era già un’esposizione di cibi, preparati il giorno prima da nonna Amina: insalata di polipo, salumi e formaggi vari, cassata siciliana, struffoli, babà, mostaccioli, esposti con cura. Ricordavano le origini siciliane di nonno e quelle lucane di nonna. Nonno restava chiuso in studio: leggeva a voce alta i classici latini. “Sta declamando Catullo, a Natale!”- Qualcuno degli invitati gli rimproverava. Le donne rumoreggiavano in cucina, in un gran da farsi. Ma regnava qui, l’unica isola di luce e di allegria di tutta la casa. Il resto era serioso e oscuro. In salotto gli adulti, vestiti a festa, fumavano, centellinando Malvasia, mentre zia Maria, suonava vecchie canzoni al piano. C’era una cerimonia che precedeva sempre, la preparazione del pranzo, l’accensione del braciere, da mettere sotto la tavola. Il clima natalizio, a Genova, è rigido e si era nell’angustia economica del dopoguerra. Adele, la cameriera, era incaricata della preparazione ed io la guardavo nel suo affannarsi. Per l’uopo sventolava una specie di ventaglio, fatto di penne di volatili. Uno strumento che mi affascinava per la sua ricchezza di colori. Quando i carboni erano rossi, si depositava il braciere sotto il tavolo della sala, a tenere tepore alle gambe. Ma…. sì c’era un ma, che mi ha fatto sempre pensare, con una certa severità, all’ignoranza o alla sbadataggine che regnava nella mia famiglia. Ricordo l’odore che si spargeva, per la sala, dal braciere: un odore acre, pungente, dapprima allettante, quasi fosse una droga da inalare. Mi accompagnava nell’euforia dei primi piatti, anzi forse finivo per ignorarlo, tra risa e parole dei commensali. Giunto alle carni, le narici mi bruciavano e la testa cominciava a pulsare. Perdevo l’appetito. La nausea saliva alla gola. Un sudore freddo scendeva nel collo.
    - “Lucio, non sopporta il braciere, non vedi che faccia ha? Portalo di là in cucina”- La voce di nonno. Era ancora un suo ordine. La festa continuava.
    E di là, vomitavo tutto il pranzo, mentre la vista mi si oscurava e quel sapore, o odore metallico mi invadeva. Perdevo conoscenza. Un sorso di Nocillo mi faceva tornare tra loro. Possibile, mi chiedo, che tutti, compreso mio padre, non conoscessero gli effetti dell’ossido di carbonio e il suo permanere, nell’ambiente, ad altezza di bambino? E questa nube di gas e di vomito copre, sfumandola, l’immagine di mio nonno, mentre dirige, allegro e gioioso, una tavola ricca e rumorosa, la tavola di Natale.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:04
    Aeroporto di Orly ore 10,30

    Come comincia: Ho visto la donna armata di un grosso fucile mitragliatore che veniva verso di me. Era bruna, longilinea. Una coda di capelli neri che le uscivano dal cappello militare. La tuta mimetica ricordava un film di guerra. Mi ha detto qualcosa in un francese stretto che non ho capito, mentre io attendevo che si aprisse il chek del Parigi-Napoli, seduto. Alzando ripetutamente la punta del mitragliatore verso l'alto mi ha fatto capire che dovevo mettermi in piedi e retrocedere. Continuava ad avercela con me. Sibilava una lingua che conosco. Altri suoi colleghi, nella stessa tenuta da guerra, erano sbucati dalle porte laterali e bloccavano le entrate e le ascensori. La gente si affollava man mano e si chiedeva cosa stesse accadendo. "Sta arrivando Sarkosy?" -qualcuno ironizzava. Nel frattempo mi sono accorto che le hostess erano sparite dietro gli sportelli. I negozi, evacuati, erano piantonati da altri militari armati. Metà aeroporto, difronte a me, era inspiegabilmente deserto e attraversato da militari che urlavano ordini. La poliziotta, in tuta mimetica, non era soddisfatta del mio modo di indietreggiare e mi faceva segno con la canna di andare indietro. Mi tenevo in quella posizione che mi dava respiro, avendo sempre temuto la folla, per un incidente occorsomi da piccolo. Infatti ,dietro di me ,iniziava quella massa globosa, inerte, rumoreggiante che ha nome folla. Dalle porte laterali sono sopraggiunti altri militari armati che, ora non più garbatamente, ci hanno fatto indietreggiare. Ho pensato in quel momento ai governi militari nel mondo. Laddove si permette il dialogo tra militare e civile: un dialogo che non può esistere, proprio perchè i codici sono diversi. La presenza di un arma è una parola senza vocabolario. - "Un bagage abbandonè"- è serpeggiato. E subito dopo, tutto si è risolto con un frettoloso recupero delle proprie posizioni e con la scomparsa dei militari.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:01
    Cuba 2010

    Come comincia: Daiana mi racconta che sua madre era la traduttrice russa di Fidel, ai bei tempi trascorsi. Castro l’aveva tenuta in braccio, più di una volta, da bambina. Lo ricorda ancora con piacere. Daiana è la guida di oggi, nel mini-bus governativo. Cristobal, l’autista, dice di essere alla terza moglie. Sorride, quando descrive la fuga da Cuba dello zio: aveva smontato tutti i mobili di casa, per ricavarne legno e con questo aveva costruito una chiglia alla sua Cadillac anni ’30, per renderla navigabile. La fuga riuscì, in barba all’esercito castrista. L’aria condizionata penetra nel sudore lasciato dai 36° esterni. Vecchie prestigiose limousine ci lasciano passare, affannando rumorosamente, sull’autostrada che va verso Trinidad. Il traffico è scarso. All’ombra dei cavalcavia, gruppi di cubani invocano un passaggio. Alcuni sventolano una banconota. -“Non abbiamo mezzi da trasporto e la gente si aiuta come può”. Mi spiega Daiana. “ La proprietà qui non esiste, dopo la rivoluzione. Il possesso delle cose avviene per eredità o scambio. Quasi tutto appartiene al governo. L’embargo americano del ’60 ha fermato il paese su quella data. Le auto sono quelle del periodo di Batista, quando circolavano i dollari americani.”
    -“ La Russia, quella dei missili a Cuba, dove è finita?” - le chiedo.
    -“ Nel passato ci ha aiutato moltissimo. Ha dato soldi, auto ai governativi e armi. Dopo la caduta del muro, è sparita. Ora siamo alla miseria, se non fosse per il turismo, che alimenta le casse dello stato. E’ l’unica industria. La canna da zucchero ha poca richiesta di mercato. Se non fosse per l’amicizia con Chávez, moriremmo di fame tutti. La Cina non ci trova convenienti e gira al largo.
    -“ Daiana, ti confesso che non ho visto la miseria nera del Brasile, quella delle favelas. Ho incontrato povertà. Questo basterebbe a giustificare un’ideologia. E pur vero che i tiranni sono dei poeti.”-
    -“ Questo è il vero comunismo rivoluzionario: assicurare a tutti un minimo per vivere. Con la tessera annonaria diamo il minimo di sopravvivenza giornaliera a tutti. Niente carne e pesce, che vanno agli alberghi turistici. I bambini hanno latte vero sino a sette anni, dopo, solo in polvere. La scuola è obbligatoria. O si lavora o si studia. Lo studio è gratuito. Altrimenti si finisce in istituti correttivi, vere prigioni. L’assistenza medica è per tutti, come lo sono le pensioni.”-
    -“ Quanto prende un pensionato a sessantacinque anni?-“ le chiedo-
    -“ Circa sei cuc al mese.”-
    Le ricordo che la sera prima, in un ristorante di Avana, per due bottigliette d’acqua e due caffè, mi avevano fatto pagare 12 cuc, circa due pensioni, in un solo colpo!
    -“ Le avevo detto che il turismo è la sola nostra industria”- mi sorride.
    -“Daiana, l’opposizione esiste?” mi butto, coraggiosamente.
    -“ Non sono ammessi altri partiti, tranne il Rivoluzionario. In questi giorni si è verificato un fenomeno nuovissimo, che ha scosso Cuba. “ Las damas en blanco”, un centinaio di donne, vestite di bianco, che , in silenzio, hanno attraversato, indisturbate, il centro dell’Avana, chiedendo notizie dei prigionieri politici.”-
    -“ Ma, le alte gerarchie dove vivono?”-
    -“ Non ci è concesso saperlo, per ragioni di sicurezza, dicono loro”. Sorride.
    -“ La TV e Internet?” – provo a insistere.
    -La TV, solo la locale. Noi guide e il personale degli Hotel governativi abbiamo accesso ai canali satellitari per i turisti. Siamo gli unici a conoscere ciò che accade nel mondo. Ma il nostro comportamento è seguito attentamente dagli organi governativi. Solo pochi di noi possono accedere alle spiagge famose di Cuba. Solo i fidatissimi possono avere contatti con i turisti. Internet è lenta, criptata, inutilizzabile.
    -“ Daiana, ancora una domanda..accetti tutto questo?”-

    -“A differenza di altri, so distinguere cosa posso accettare e no.”- Sento un tono d’orgoglio personale, in questa affermazione. Il trillo del suo cellulare governativo, rarità, me la ruba.
    Cuba luglio 2010

  • 22 marzo 2012 alle ore 12:36
    Il medico

    Come comincia: Mi guardavo il fianco. La maglietta era stropicciata e da uno sdrucitura che si apriva in tanti piccoli tentacoli di cotone si intravedeva il taglio sanguinolento che pulsava intriso di pus. Ero stato accoltellato. E ad accoltellarmi era stato Florian della comunità rom che stanziava in periferia insieme a baracche e baracconi. Ero convinto di non aver commesso nulla, ma la ferita sanguinava a rendermi partecipe di un’innata e insondabile colpevolezza. Mi strascinavo lungo la tangenziale con una mano al fianco lasciando dietro al mio passaggio una traccia vermiglia. Le auto sfrecciavano come animali in fuga nella savana. I conducenti guardavano dritto fissando un punto in lontananza, la loro meta, non badando a me che sudavo a freddo tra la vita e la morte. Il colpo subito era stato netto. Un lampo nella notte, un baleno. Poi il rombo dei motori che si avviavano e lo stridore delle gomme sulla terra secca di luglio.

    Ero rimasto da solo nella notte con una bocca aperta sul fianco che vomitava sangue infetto. Le civette e i pipistrelli si contendevano il trono regio della luna e le fate della radura vicina si tenevano lontane da me e dai miei dubbi peccati. Come un’ombra sghemba mi portai avanti nelle tenebre. Le luci della città brillavano distanti come lanterne di un galeone fantasma. Il cane di una fattoria vicina latrava, allertato dal minimo sospetto. Ciondolando e muovendo passi a fatica giunsi là dove iniziava la strada e la civiltà. I fari delle auto tagliavano la fitta nebbiolina di smog.  Cercai invano aiuto. I viandanti percorrevano l’asfalto concentrati sui problemi delle loro coscienze, delle loro vite. Chiunque li avrebbe giudicati come buoni cristiani, come esemplari padri di famiglia, ma dinanzi la sofferenza di uno sconosciuto non avevano osato accostarsi. Cavoli suoi, disse uno di loro tra sé e sé mentre ingranava la quarta. Camminai per un paio di chilometri. Ad ogni passo perdevo sempre più sangue. Le vetture sfrecciavano veloci come le bighe negli stadi. Il sudore mi incollava i capelli alla fronte. La paura invadeva ogni cellula. Provai ad alzare la mano, a supplicare aiuto, ma la diffidenza che suscitavo tra gli onesti cittadini che tornavano a casa dopo una dura giornata di lavoro, così conciato, era più forte della pietà.

    Un senzatetto che riposava  al limite della carreggiata, dove impera la sporcizia e i mucchi di polvere la fanno da padrone, vedendomi in difficoltà protese un braccio e mi allungò una bottiglia di sangiovese involta da una busta di carta. In volto era sporco come di caligine e vestiva abiti logori, e le maniche della giacca erano troppo corte. Indossava una camicia di fustagno macchiata in più punti e dei calzoni strappati sulle ginocchia. Con una smorfia rifiutai l’offerta di bere un goccio. Che ti è successo, mi chiese. Niente. Niente non sanguina come un fiume che ha spezzato la diga. Mi guardava sempre con il braccio proteso impugnando la bottiglia che emanava fetido alcol, suo unico compagno in quella notte carica di stelle e canti stonati. Tu hai bisogno di aiuto, affermò. Poi ruttò sonoramente. Sto bene, non c’è bisogno di preoccuparsi. Stanno venendo a prendermi. Nessuno verrà, spiegò con severità quasi leggendomi nell’animo. Sei solo, e perdi sangue. Chi ti ha aggredito. Nessuno. Sì, nessuno. Nessuno come quel nessuno che verrà a prenderti. Hai bisogno di un medico. Se non tamponi quella ferita non ne uscirai vivo. Fatti un goccio. No, grazie. Non mi va di bere. Peggio per te, il vino fa sangue. Mi guardai intorno. Mi trovavo a dibattere con un barbone e sanguinavo vistosamente. La vista cominciava ad annebbiarsi. Vado a chiamare aiuto, disse quello interrompendo il flusso irregolare dei miei pensieri. Non mi serve, sto bene. Ti serve eccome. Aspettami qui. Accomodati pure. Non è la reggia di Versailles ma starai più comodo che in piedi. Mi sedetti su un foglio di cartone e mi coprii con una coperta sfilacciata. Era luglio, faceva caldo, ma a quell’ora della notte la temperatura all’esterno si irrigidiva di qualche grado. Il vagabondo si allontanò di gran carriera. Lo vidi sparire all’orizzonte. Fu allora che persi i sensi. Venni svegliato un tempo indefinito dopo. Un volontario della croce bianca mi scuoteva con determinazione. Sveglia, signore. Come sta? Adesso la portiamo all’ospedale. In quattro e quattr’otto fui caricato sulla barella e inserito nella plancia dell’ambulanza. Le sirene, spiegate, aprivano la via tra i semafori. Una dottoressa mi parlava per tenermi sveglio. Mi chiese da dove venivo. A fatica le dissi che lavoravo in una fabbrica di buste da quindici anni ma che ero originario di un piccolo villaggio in provincia di Salerno. Con premura mi domandò come mi trovassi a Milano, su nel grande nord e così tanto lontano dagli affetti e dalla famiglia. Mi chiese anche se fossi sposato. Voltai il capo da una parte all’altra, simulando un tacito diniego. La maschera che mi copriva bocca e naso pompava ossigeno ai polmoni. Siamo arrivati, disse d’un tratto. L’autoambulanza arrestò la sua corsa. Ci fu un gran trambusto quando fui scaricato dal mezzo. Gli infermieri accorsero sgusciando dalle porte automatiche del pronto soccorso. In una viavai acceso mi portarono dentro. Un medico col camice bianco che sventolava come una bandiera al vento intimò di trasferirmi all’ambulatorio numero sette. La schiera di infermieri obbedì mascherando malcontento. Erano abituati ad essere trattati senza riguardo. La stanza dove mi abbandonarono era luminescente e odorava di candeggina.

    Il medico entrò sbattendo la porta. Lo stetoscopio stretto al collo. Respiravo a fatica. Cosa le è successo, mi interrogò. Sono stato aggredito. Aggredito da chi. Uno zingaro. Ha contatti con gli zingari, chiese sospettoso. No, spiegai. Da dove viene? Cosa c’entra? Sa, di questi tempi. Ma mi dica, dove è stato colpito. Al fianco, sussurrai in uno spasmo di dolore. Come mai era in compagnia di quell’uomo? Mi sono trovato lì per caso. È scoppiata una lite, sono finito nel mezzo. Quando la banda è andata via ero piegato nella polvere e ferito. Cosa è successo, mi dica. Non lo so, dottore. Sto perdendo le energie. È stato accoltellato in un campo rom e non sa come e perché è successo. Capisce bene che suona strana come analisi dei fatti. Le ho detto che non le so spiegare l’accaduto. Il dolore mi martellava i sensi. La ferita intanto sanguinava vistosa ma il medico non se ne curava. Avete avvertito la polizia? No. Allora chi ha chiamato i soccorsi. Un senzatetto, dissi stringendo i denti. Sentivo che il fiato cominciava a mancarmi. Le fitte erano strazianti. Da quanto in qua frequenta malintenzionati? Non era un malintenzionato, era semplicemente un senzatetto. Senza di lui a quest’ora sarei già morto. Ma la prego, dottore, il dolore si sta facendo insopportabile. Tossii sputando sangue. Un lembo del camice del medico si macchiò. Per tutti  i diavoli! faccia attenzione, mi rimproverò. È meglio che avverte il suo avvocato. Perché, chiesi spazientito. Perché la storia non mi convince, è lacunosa. Sono costretto ad avvisare le forza dell’ordine. Cristo, dottore, faccia pure ma intervenga. Sto morendo dissanguato. Ha un avvocato, domandò circospetto. No, replicai in un filo di voce. Ognuno di noi ha un avvocato. Dovrebbe averlo anche lei. Io non ce l’ho. Non ho mai avuto a che fare con la giustizia, per fortuna. Devo dedurre che risolve da sé le proprie questioni legali. È forse per questo motivo che si è ritrovato in questa brutta faccenda. Io sono innocente dottore, non ho fatto nulla. Sto perdendo conoscenza. Presto, chiami qualcuno. Ne riparleremo domani, quando sarò fuori pericolo. Il dottore sembrò soppesare la ferita con lo sguardo. Poi infilò le estremità dello stetoscopio negli orecchi e mi auscultò il battito. Sembra apposto, disse. Lei è in piena salute. Dottore, protestai, ho uno squarcio nel fianco destro. Ho perso già tantissimo sangue. Ho bisogno di essere curato altrimenti morirò. E così dicendo mi sollevai mostrando la ferita al medico. Avevo i nervi a fior di pelle. Com’era possibile che non si accorgesse della situazione di gravità. Resti calmo, disse semplicemente. Non vedo nulla di cui preoccuparsi. La lettiga era un pozza densa. Il sangue si era sparso anche sul pavimento come prova irrefutabile. Come faccio a rimanere calmo se sto morendo, gridai. Il medico s’irrigidì e mi guardò fisso negli occhi. Infermiera, urlò. Sì, dottore, rispose una flebile voce dalla stanza accanto. Mi chiami le guardie. All’istante due omaccioni entrarono nell’ambulatorio e mi afferrarono i polsi. Provai a dimenarmi ma le forze erano fluite lontano con il sangue perso.  Mi legarono alla barella che ero sul punto di svenire. Quando mi calmai il dottore mi toccò la fronte. È bollente, esclamò. Vedrà che con una bella dormita le passerà tutto. Non ho la febbre, dottore. Le parole ora si mischiavano alle lacrime. Perché vuole farmi morire? Morire? Giovanotto, ma cosa va raccontando. Sono un medico rinomato. Lavoro in questa città da quando lei era in fasce e nessuno si è mai lamentato delle mie cure. Questa notte la terremo sotto osservazione ma domattina lascerà la struttura e andrà in questura a costituirsi. Io non ho fatto niente, come devo spiegarglielo. Non deve spiegarlo a me, infatti, ma dovrà raccontare la sua versione dei fatti alla polizia. Non posso tenere un soggetto socialmente pericoloso nel mio ospedale. Io sono un onesto cittadino. Non può infangare la mia onestà. Se non ha nulla da temere perché si preoccupa tanto di presentarsi in questura? Io non temo di presentarmi in questura, ho paura di non sopravvivere alla notte. Ma suvvia, rise il dottore, che era anche un emerito professore di università. Nessuno è mai morto per una banale febbre. Ora la saluto, e, mi raccomando, faccia il bravo. Strabuzzai gli occhi per l’incredulità. Dottore, non può lasciarmi in queste condizioni. Guardi il mio fianco, è lacero. Guardi il pavimento, è un torrente di sangue. Con un vago gesto  della mano il dottore ordinò agli uomini che mi tenevano fermo di ritirarsi. Andate pure, disse. La febbre gli sta provocando delle allucinazioni. Una bella dormita lo rimetterà in sesto. I due si guardarono e accennandomi un saluto di compatimento levarono le tende. Il dottore mi guardò per l’ultima volta, poi alzò i tacchi e andò via. Le sue scarpe lasciavano inconfondibili tracce di sangue.  

  • 21 marzo 2012 alle ore 18:47
    Quando l'individualità era peccato

    Come comincia: -Papà, io...
    -Io? Come sarebbe a dire, "io"!
    Il bambino vorrebbe tanto poter andar fuori a giocare coi suoi piccoli amici... tira su con il naso, e il papà nean¬che se ne accorge.
    -Ma papà, io vorrei...
    E il padre, titolo di studio nessuno: la terza elementa¬re neppure terminata...
    -Io? Cosa sarebbe quell'io!.. Ah, Io! Satellite di Giove!!!

    (Giugno - 1993)

  • 20 marzo 2012 alle ore 21:42
    Ranu e Fae

    Come comincia: “Sei la mia grande disgrazia”, diceva sempre mia madre con quella rabbia paurosa che le faceva dilatare gli occhi a dismisura.
    Avevo vissuto da troppo poco tempo per leggere quelle parole come odio viscerale.
    Subito dopo, lei  si pentiva del tono, abbassava la voce, scrutava il mio tormento e rideva.
    Ricordo ancora quella risata a cui mi aggrappavo per non morire di terrore.
    Lei mi prendeva in braccio e mi cullava tenendomi sulle ginocchia.
    “ Tu sei la mia brutta bambina ,tu sei la mia sporca bambina”;cantilenava piano come se non volesse ascoltare le sue stesse parole.
    Ed io, l'abbracciavo in silenzio. Troppo piccola per piangere.
    I miei capelli in quel periodo erano lunghi e neri; i boccoli scendevano morbidi sulle spalle;il mio viso era sempre impaurito; le mie mani non potevano fare altro che tremare.
    Non c'era nessuna somiglianza tra il mio viso e quello di mia madre.
    Non c'era nessuna somiglianza tra il mio viso e quello di mio padre.
    Una volta camminai sulla strada bianca, ma non era una strada di campagna;sentivo il fango sulle scarpe e sentivo la polvere che si alzava da lontano e aspettavo la notte della luna grande, quella che vedevo apparire dietro il campanile della chiesa di Santa Vittoria: un disco enorme che copriva il silenzio del paese e che si abbatteva sulle case dalle facciate arancioni, azzurrine e anche color salmone. Tutte uguali.
    Case basse costruite su una strada in salita; case alte a due pieni costruite sulla strada in discesa.
    Quando avevo sei anni sapevo contare e leggere i numeri e non andavo ancora a scuola.
    “ Perché le case non hanno numeri nonna? “ chiesi un giorno alla nonna.
    “ Perché qui in paese a noi non servono i numeri; qui ci conosciamo tutti.
    “ Vieni, adesso pettinami i capelli” , diceva prendendomi per mano.
    La nonna aveva due trecce lunghe e sottili che avvolgeva sul capo creando un intreccio sulla fronte.
    Toglieva le lunghe forcine che appuntavano e modellavano le ciocche intrecciate alla nuca;ogni giorno creava la stessa acconciatura e la testa prendeva l'aspetto di una scultura,
    come quella che c'era nell'ambulatorio e che tutti chiamavano “la greca”.
    “ Sei tanto piccola e già tanto brava, dolce” diceva porgendomi il pettine d'osso.
    “ Raccontami una storia nonna” , chiedevo mentre il pettine incideva le ciocche dorate che cedevanodolcemente alla forza delle mie piccole dita.
    “ Ti ho già raccontato la storia di Ranu e fae?”
    “ Si nonna, ma raccontala ancora” rispondevo contenta.
    “ C'era una volta una ragazzina che aveva circa la tua età e viveva in posto molto lontano da qui.
    La sua famiglia era molto povera e alla sera tutti si riunivano intorno a un grande tavolo, le ciotole non erano mai piene e il pane veniva tagliato in dodici pezzi. “
    “ Come gli apostoli nonna? “
    “ si Dolce, come gli apostoli. Dodici pezzi, troppe divisioni e neppure una moltiplicazione.
    Quella casa era stata abbandonata dal cielo e Cristo abitava molto lontano da quel posto isolato e deserto.
    Loro sapevano fare solo le divisioni, figlia mia, ma a forza di dividere a un certo punto non restò più nulla, sai? “
    “Si nonna, continua”
    “Però fammi continuare” , dicemmo contemporaneamente.

    “ Una sera, erano tutti intorno al tavolo spoglio, dodici bocche da sfamare che guardavano l'unico grano di fava
    che apparecchiava la mensa. La ragazzina era molto magra e i suoi fratelli avevano spalle ossute di stenti.
    I genitori avevano dimenticato il suono della loro voce. In silenzio la bambina si allungò sul grano di fava
    – ti ho detto che aveva circa la tua età? Si si, all'incirca gli anni tuoi Dolce!”
    “Si nonna, e dopo? Continua”, chiedo impaziente.
    “In questo grano di fava” continuò la nonna” c'è la nostra ricchezza mamma. Io vado a cercare fortuna oltre il bosco e tornerò solo quando avrò ricavato oro da una fava.”
    La nonna sapeva raccontare bene ed io mi lasciavo trascinare dalle storie.
    Avevo sette anni quando abbandonai la casa di mia madre.
    In casa nostra il cibo non mancava mai e il bosco era molto lontano ma la mattina della mia decisione passai a casa della nonna. Volevo salutarla e sapevo che mi sarebbe mancata moltissimo.
    Aveva ancora i capelli raccolti sulla nuca e l'odore del caffè buono invadeva la casa.
    “Posso darti un bacio nonna?” domandai salendo sulla sedia di paglia.
    “ Vado a cercare il tesoro del grano di fava! ”
    Nonna rise e mi abbracciò.
    “Vai, vai a giocare Dolce e non stare via troppo a lungo.” Così presi un pezzo di pane vecchio dal tavolo, un biscotto e cinque chicchi di grano.
    “ Se con un grano di fava una bambina ha trovato fortuna per tutti, a me andrà sicuramente meglio con cinque chicchi di grano” pensai, allontanandomi saltellando.

  • 20 marzo 2012 alle ore 19:16
    Fedeli alla roba - La Valle della Luna

    Come comincia: Erano un po’ di anni che ne sentivo parlare. Quelli che c’erano stati, nella Valle della luna, la descrivevano come un posto selvaggio, montagnoso, pieno di rocce e di grotte dove potersi rintanare di notte o durante le ore più calde del giorno, frequentato da giovani di tutte le nazionalità, che amavano vivere in libertà e usavano solo droghe leggere. O al massimo il vino e qualche trip. La Valle rimaneva incontaminata perché si poteva raggiungere a piedi, percorrendo un paio di sentieri che s’inerpicavano sulle alture vicino a Capo Testa, in mezzo a sterpi e cespugli. Oppure via mare. E su quale tipo di miracolo potesse aver risparmiato quel piccolo paradiso naturale dalla edificazione selvaggia, che già allora proliferava sulla maggior parte delle coste sarde, fioccavano voci che nel corso del tempo si erano trasformate in leggende. Una di queste narrava di una nobildonna amante di quella terra e della sua natura selvaggia, che possedendo interamente il territorio della valle – in realtà le valli sono tre, attigue – aveva posto il veto di costruzione, riuscendo ad evitare qualsiasi tipo di speculazione edilizia.

    Io e Angelica arrivammo a Santa Teresa di Gallura in autostop da Olbia, dopo la traversata notturna da Civitavecchia, con un economico passaggio ponte sui traghetti delle FS. Sotto il sole cocente di fine luglio, un paio di sconvolti romani ci risparmiò gli ultimi faticosi chilometri, dandoci un passaggio fino a Capo Testa, dove la strada corre su uno stretto istmo di terra, col mare ai due lati, e finisce su un promontorio selvaggio, alla punta estrema Nord dell’isola. “Ecco, il varco è là” ci dissero i due ragazzi, indicando un piccolo punto tra i cespugli dove iniziava la strada sterrata che portava a valle e noi c’incamminammo di buona lena, pervasi dalla curiosità per quel posto che, come novelli San Tommaso, volevamo vedere coi nostri occhi e calpestare coi piedi. Incontrammo ancora un paio di case, poi la strada sterrata di colpo sparì, trasformandosi in un viottolo angusto, quasi soffocato da cespugli e sterpi e molto più erto dello sterrato. Incrociammo degli sconvolti che scendevano e rimanemmo sbalorditi dal loro aspetto. Se le nostre sembianze erano piuttosto particolari, le loro avevano dell’incredibile. Le facce erano vere e proprie maschere in tutto simili a quelle degl’indiani d’America ma con colori più vivaci. L’abbigliamento era ridotto al minimo, un foulard o un pezzo di stoffa a coprire le parti intime. Ebbi il sospetto che li avessero indossati a bella posta, solo per recarsi in paese, altrimenti ne avrebbero fatto a meno. Il trucco scendeva dal viso a buona parte del corpo e sulle gambe. Trovandoci faccia a faccia, ci aggredirono quasi, tanto erano eccitati e fusi. “Ciaoo, che avete sigarette, qualche spicciolo? Ci servono, dobbiamo comprare il vino per la serata in valle”. Gli demmo quello che avevamo, domandandogli indicazioni sulla strada. “Ci siete quasi” ci dissero. Io e Angie, stupefatti e eccitati da quell’incontro, ricominciammo a salire. Dopo qualche minuto sentimmo un vociare sommesso, delle risatine provenire dalla cima dell’altura, sovrastata da un colossale masso a forma di parallelepipedo, letteralmente troncato in due, come se un gigante, un enorme Polifemo l’avesse spezzato di netto con un colpo di spada. Davanti al masso si apriva un piccolo slargo, uno spiazzo erboso. Sulla sinistra, dove il macigno si appoggiava alla montagna, una vasca artificiale di cemento grezzo raccoglieva un minuscolo filo d’acqua che scaturiva da un tubicino in ferro infilato nella roccia. Intorno a quella specie di vasca da bagno erano seduti tranquillamente quattro o cinque tra ragazzi e ragazze, in maggioranza nudi, intenti a parlare e ridere. Una di loro, con molta calma, con quell’esilissimo filo d’acqua si lavava mentre un altro si faceva la barba.

    Col passare dei giorni avrei imparato che “andarsi a lavare alla fontana” era un rito. Il rito del riposo, del rilassamento e dello stacco dai ritmi da sballo della valle, che a volte diventavano frenetici e insostenibili. Era il momento del vero dialogo, del rapporto di conoscenza con gli altri abitanti. I cinque ci salutarono calorosamente e anche loro a chiedere “avete sigarette? Avete portato qualcosa da mangiare?”. “Quanto manca per la valle?” domandammo. “Siete praticamente arrivati” ci dissero. Sarebbe stato sufficiente superare il masso di Polifemo. Il viottolo vi passava quasi sotto, sulla destra, incuneato tra la parete formata dal macigno, inclinata a formare una specie di tetto, e quella della montagna. Appena oltre, il colpo d’occhio era davvero stupefacente. Una grande distesa, a tratti erbosa, digradava dolcemente per centinaia di metri verso una minuscola spiaggia, circondata da scogli enormi, dalle forme più svariate e particolari, schiaffeggiati da un mare agitato e scontroso. Il cielo era di un blu totale e nel silenzio più assoluto ci arrivò flebile lo sciabordio delle onde e qualche stridulo, isolato verso di cornacchia. Io e Angelica ci guardammo, gli occhi lucidi per lo stupore.

    Cominciammo a scendere lentamente, curiosi per le forme delle rocce, per le grotte dalle quali qualcuno ci chiamava, ci salutava rinnovandoci in continuazione la solita richiesta: “non è che avete una sigaretta? Qualcosa da mangiare?”, offrendoci in cambio un tiro di canna o una golata di vino. Continuando quel tour delle tane, salutammo ancora qualcuno che avevamo incontrato in giro per il continente, poi cercammo una grotta anche noi, per posare i nostri stracci e metterci in libertà: ci sentimmo finalmente a casa.

    Di sera la valle, che di giorno sembrava popolata da pochissime persone, si animava. La grande distesa digradante verso il mare cominciava a riempirsi di gente. Il viavai, che nel pomeriggio ravvivava le grotte disseminate sulle alture e nelle valli laterali, si concentrava al fondo della grande discesa, dove lo spiazzo si faceva più ampio. In quel punto quasi adiacente la spiaggia era stato eretto un totem. Era un vero totem, scolpito, addobbato di foulard, corde colorate e piume d’uccello, simbolo di un popolo randagio che si sentiva di assomigliare ai selvaggi indiani d’America e ai più raffinati, meditativi indiani di Goa o Calcutta. Come loro si riuniva a fumare il calumet della pace e allo stesso tempo, senza rinnegare le proprie radici occidentali, seguiva alla lettera i dogmi, le strade indicate dai guru americani della beat generation, e giù trip e mescalina e il tanto più economico, casereccio vino italico. La sera, intorno al fuoco, cominciava la festa. Scoppiava questo prepotente desiderio di liberare violentemente l’interiorità. Di rivoltare all’esterno la propria essenza. L’LSD, il vino, il fumo erano il tramite, il mezzo per abbattere le paure, la timidezza, la difficoltà di comunicare. In tanti anni passati a fumare hascisc e marijuana non ricordo di essermi mai fatto una canna da solo. Non avrebbe avuto senso. L’ero, in modo anche più potente del fumo, ti aiuta a superare le paure ma non per condividere la tua essenza, il tuo mondo con gli altri, bensì per prevaricarli, per essere il più forte, il migliore. Il fumo, volente o nolente, fa cadere tutti i freni inibitori. Ti fa fare un sacco di cazzate puerili. Ti fa ridere e giocare. L’ero ti dà il controllo assoluto sulle tue emozioni. Ti fa diventare un pezzo di ghiaccio. È la droga dell’individualismo, dell’egocentrismo. L’ero e io. Io, io, io. Per me erano due mondi paralleli, che s’incrociavano, facevano ugualmente parte di me. Si alternavano. Considerai la Valle il luogo simbolo di questo dualismo. In valle l’eroina era rigorosamente bandita. Chiunque avesse tentato di portarne sarebbe stato scacciato in malo modo. Il popolo dei randagi dedito alle droghe leggere detestava il popolo dei tossici dedito all’eroina. Io facevo parte di entrambi.

    La sera si stava tutti attorno al fuoco a fumare, bere, fare musica e parlare, in un’atmosfera ideale per fare nuovi incontri e conoscenze. Angelica l’avevo quasi persa di vista. Facevamo ormai vita separata. Questo rientrava nella normalità e faceva parte di quel modo di vivere per cui nessuno si sentiva legato a chicchessia e non si ponevano limiti alla libertà dei singoli. In realtà, per come la vedevo io, la ragazza tedesca aveva travalicato i limiti del buon gusto, trasformandosi nell’ombra di se stessa. Era quasi sempre ubriaca fino al punto di non reggersi in piedi e così sporca che i suoi capelli lisci erano diventati un cespuglio batuffoloso. Aveva macchie di sudiciume in faccia e su ogni parte visibile del corpo. Incontrandola dopo alcuni giorni, quasi non la riconobbi, ma non le dissi niente. In nome di quella libertà assoluta.

  • 16 marzo 2012 alle ore 4:26
    Credibilità

    Come comincia: Papà: quand’è che una persona si dice, credibile

    Quando è affidabile figliolo

    Si, ma quand’è che è affidabile

    Beh, quando gli puoi lasciare il tuo portafoglio e stare certo che non toccherà nemmeno un cent

    Scusa Pà, ma perché dovrei lasciargli il mio portafoglio?

    Magari perché vuoi metterlo alla prova e vedere come si comporta

    Humm… e perché dovrei metterlo alla prova?

    Forse perché vuoi avere la certezza di poterti fidare di lui

    E a cosa mi serve avere questa certezza?

    Beh, potresti aver bisogno che lui faccia  per te qualcosa di molto delicato e quindi devi essere certo della sua assoluta fedeltà!

    Per esempio?

    Fare cose che non è bene si sappia che invece sei tu a fare!

    Perché?

    Per il fatto che non è giusto farle! Non è legale

    E quindi le fai fare ad un altro per tuo conto!

    Beh… Si!... è esattamente così!

    Papà, ma, avevi detto che una persona credibile non  toccherebbe neanche  un cent del tuo portafoglio?

    Si l’ho detto!

    E allora perché dovrebbe fare qualcosa di illegale per tuo conto?

    Semplicemente perché glielo dico io!

    Fammi capire; lui fa quello che tu gli dici anche se è illegale ma resta una persona credibile perché non toccherebbe un cent del tuo portafoglio.

    Esattamente figliolo, vedo che hai afferrato!

    Allora mi dici perché chiedi a lui di fare cose illegali per tuo conto?

    Perché se le facessi direttamente io non sarei più una persona credibile.

    Mi stai dicendo che lui è credibile per te ma non lo è per la legge!

    Più o meno; diciamo che, finché la legge non se ne accorge rimane credibile anche per la legge.

    E se la legge invece se ne accorge?

    Allora non c’è verso; perde la sua credibilità!

    Si, ma se lui confessa tutto, la credibilità la farà perdere anche a te!

    No figliolo, ti sbagli perché lui è una persona affidabile! Te l’ho detto all’inizio.

    Hai ragione è una persona credibile

  • 15 marzo 2012 alle ore 23:32
    Shanti sogna Bollywood

    Come comincia: C’era una volta, non molto tempo fa, in un incantato Paese dell’India, in Asia, nella città di Mumbai, conosciuta nel mondo con il nome di Bombay, una bambina che era triste.
    E perché era triste, vi chiederete?
    Perché era stata abbandonata dai suoi genitori?
    No, non era questa la ragione!
    Lei, Shanti, questo era il suo nome, che in lingua hindi vuol dire “pace”, neppure lo sapeva di esser stata abbandonata.
    Era cresciuta, infatti, per strada e non aveva idea che si potesse vivere in altro modo, se non dormendo di qua e di là, dove capitava, su morbidi cartoni.
    I suoi giacigli preferiti erano sul retro dei ristoranti, dove poteva trovare, tra gli scarti dei pranzi e delle cene, delle gustosissime prelibatezze.
    Certo, alcune di esse erano troppo piccanti, e le veniva una gran sete, ma un po’ d’acqua la rimediava sempre.
    Non era, dunque, triste per questo.
    Anzi, era ben contenta, così fortunata ad avere sempre un posticino dove dormire e qualcosa di buono da mangiare.
    Lei, per le strade di Bombay, aveva osservato con attenzione la gente, sapeva che molte persone non erano così fortunate.
    Aveva visto file lunghissime davanti agli ospedali, dove signore premurose tenevano tra le braccia bambini pallidi, magrissimi, che piangevano, e strillavano e si contorcevano.
    Lei no!
    Lei aveva avuto tutto dalla vita: molti cartoni su cui riposare e sognare, moltissime briciole da gustare, ed una salute di ferro!
    Il perché fosse triste ve lo dirò io stessa, che l’ho vista con i miei occhi: Shanti era triste perché il suo grande ed unico sogno era ballare a Bollywood, al fianco del più grande attore e ballerino dell’universo, Shahrukh Khan!
    Tuttavia, non aveva le scarpe per potersi esercitare.
    Davanti alle vetrine del negozio “Krishna TV”, aveva trascorso gran parte della sua vita, durata nove anni, a guardare i film-musical di Bollywood.
    Sapeva che si trattava di favole, e che la gente non vive in quel lusso, ma a lei piacevano i balli!
    Aveva memorizzato ogni singolo passo di quei bravissimi ballerini, ma ogni volta che tentava di eseguirlo in strada, ritirandosi in qualche vicolo nascosto agli sguardi indiscreti dei passanti, come a voler eseguire le prove generali del suo grande debutto, inesorabilmente si procurava un taglio con i vetri rotti sparsi qua e là.
    Così si era detta:
    - “Ho proprio bisogno di un paio di scarpe!”.
    Ma come fare a procurarsele?
    Sapeva bene che, per ottenere ogni cosa in vendita nelle vetrine dei negozi, avrebbe avuto bisogno di quelle monete di ferro che tintinnavano nelle tasche di molti passanti, ma non nelle sue.
    Neppure le aveva le tasche, lei!
    Un giorno, da che era tanto triste, il proprietario del negozio di televisori, Madù, dai grandi baffi neri e la pelle color cioccolato, le si avvicinò e le chiese:
    - “Cos’è quella faccia triste, bambina? Ti ho sempre vista allegra, qui davanti, ed ora che ti succede?”.
    Fu la prima volta che qualcuno si preoccupasse per lei.
    Ne fu così colpita che, in un primo momento, rimase a bocca aperta, ad osservare quei grandi baffi corvini.
    Ma, poi, si diede un pizzicotto sulla gola per sbloccarla, e rispose:
    - “La verità è che io sono una ballerina, ma senza scarpe non posso andare a Bollywood”.
    - “Capisco, piccola!” – esclamò Madù.
    E continuò: -“Ma, vedi, qui molte persone sono scalze come te.
    Io stesso amo camminare scalzo!
    Hai osservato bene le ballerine in tv?” – le chiese. “Vivono in case enormi, indossano sfavillanti gioielli e vestiti, certo. Ma guarda i loro piedi!” – esclamò, indicando uno dei televisori nella vetrina.
    Shanti, che aveva osservato milioni di volte i passi e le movenze di quelle ballerine, aveva sempre creduto che indossassero delle meravigliose scarpe rosse e marroni.
    - “Non vedi che hanno le scarpe?” – chiese la bambina al negoziante.
    - “Non sono scarpe!” – precisò Madù. “Sono tatuaggi tipici della tradizione indiana. Vengono eseguiti con l’hennè, la polvere di una pianta, che, unita all’acqua, forma una crema che colora la pelle di rosso, e che va via dopo alcuni giorni.
    Shanti non riusciva a credere che quelle bellissime ballerine di Bollywood fossero, in realtà, scalze come lei.
    - “E come fanno a non tagliarsi con i vetri?” – chiese ancora, perplessa.
    - “E’ semplice!” – rispose Madù. “Ballano su pavimenti ben puliti!”.
    Un grande sorriso illuminò il volto della bambina, che non era più triste.
    - “Troverò un pavimento pulito!” – pensò.
    Madù, come se potesse ascoltare i pensieri della bambina, le propose di ballare nel suo negozio, dal pavimento lucidissimo, ed, in cambio, le avrebbe chiesto, di tanto in tanto, tra una prova e l’altra del suo spettacolo, di preparargli una tazza di tè.
    Non si trattava di un lavoro, intendiamoci!
    I bambini non devono lavorare, ma divertirsi ed imparare cose interessanti.
    Si trattava, invece, di uno scambio tra nuovi amici.
    Fu così che Shanti, crescendo ed esercitandosi nel ballo, divenne bravissima.
    Ed al suo primo provino a Bollywood non poterono che ingaggiarla in un importante film che stavano per girare, dove ballò al fianco del suo idolo, Shahrukh Khan.
    Tutto ciò di cui abbiamo bisogno non è all’esterno e non si compra con il denaro, ma è dentro di noi.

  • 15 marzo 2012 alle ore 21:25
    Fedeli alla roba - I giorni del carcere

    Come comincia: …La mattina del quattro novembre 1987, alle quattro in punto, la mia vita prese una piega inaspettata e dolente. I mandanti di quel genere di cambiamenti, hanno toghe e divise nere. Gli uomini che arrivarono materialmente in casa dei miei avevano scialbi e anonimi completi borghesi e non si curarono di annunciare la propria visita. Cercando di de

  • 14 marzo 2012 alle ore 20:29
    In Memoria Di Una Rosa

    Come comincia: A volte ci sono cose che sono difficili da spiegare..come tutto,del resto.
    E' strano come,in questo caso,da un semplice gesto compiuto un pò per caso ci si ricordi di qualcuno. Da un abito,una casa,un'arancia..
    Ci sono gesti che ereditiamo senza accorgercene, come dal semplice taglio di un'arancia.
    Ci sono cose che forse è meglio non pensare,perchè in un attimo potremmo esserci come scomparire senza che nessuno possa dire o capire o tanto meno pensare..qualcosa.
    Nonosante il tempo ed il corso delle cose che proseguono minuzziosamente un pò per dovere un pò per obbligo,senza fermarsi mai,ci sono ricordi ed abitudini che ci accomunano ancora e,ringraziando di non avere almeno per ora l'alzaimer,memorie che per ora non svaniscono ma si accantonano in modo da riaffiorare quando meglio conviene o perchè magari un gesto o una parola ci riconduce ad essa velocemente. Si rispolverano emozioni forse tenute nascoste o perse di proposito per evitare di desiderare qualcosa che potremmo e non sentire e toccare.
    So che quando meno ci si aspetta qualcosa,esso ti rimbalza addosso furiosamente che sia con gioia o dolore,forse qualcosa che non hai più ritorna e ti protegge,ti guida,ti ama. 
    Almeno per me so che quel qualcosa che ho perduto lo rincontrerò e,prima che diventi me,sarà già qui.
    Al tuo ricordo..dolce come il miele e amaro quanto un frutto che ha perso il suo albero troppo prematuramente.
                                                                                                                                                      <   D.I  >

  • 14 marzo 2012 alle ore 15:32
    La civiltà delle lauree

    Come comincia: Di preciso, che cos’è FILOLOGIA DELL'ANTICA IDRAULICA? Più o
    meno questo si chiede Fabio – Fabio Basotta – lì alla bacheca.
    Un “ex” di Oriana (se lo ricorda) una volta diede un esame simile. Quello che aveva l’aria da genio, e che rompeva con i suoi discorsi.
    Loro a quei tempi erano già grandi, mentre Fabio faceva le medie. E se qualcuno, un giorno, avesse detto che PURE A LUI sarebbe toccato far quell’esame… sarebbe stata una notizia orrenda.
    Già da un pezzo, Fabio, si era fatto i suoi progetti. Ma ora all’ufficio per l’Orientamento hanno confermato quella brutta cosa. È stata chiara, l’impiegata.
    Oggi anche a lui serve una laurea.

    Di dover fare l’università, lui non l’aveva previsto proprio.
    Quando sua madre accompagnava Oriana – che frequentava il primo anno –, Fabio veniva insieme a loro (un pretesto per non fare i compiti).
    Allora aveva sui quindici anni. E quando lì, seduto in macchina, vedeva Oriana entrare dentro al Palazzone della facoltà… già si diceva “non fa per me”; e che là dentro non voleva entrarci.
    Ora ripensa al vecchio Gualtiero. A quando Fabio gli aveva detto che, una volta finita la scuola, avrebbe fatto il suo stesso lavoro. Quando gli chiese che studi servissero (infatti TUTTI debbon studiare), l’uomo rispose, un po’ imbarazzato:
    «Beh no… io no.»
    Lui quel mestiere l’aveva appreso tanti anni prima, facendo pratica. A scuola invece non c’era andato: era da poco finita la guerra.
    «Voi siete molto più fortunati.» Gualtiero disse proprio così.
    Certo a quei tempi – dopo la guerra – nessun Ministro avrebbe preteso che Gualtiero avesse la laurea, lui che è figlio di due contadini. Capirai… Se andavi a scuola eri già uno privilegiato.

    Di certo Fabio non li capisce, quelli che scrivono sui giornali. Spesso gli piace darci un’occhiata, quando sua madre ne porta qualcuno.
    Scrivono tutti che in Italia ci sono pochi laureati. E ciò è un male, ci penalizza nel confronto con gli altri paesi. Insomma pare che quelli ci osservino, e non ci giudichino tanto bene. Come accade a una persona quando chiacchierano alle sue spalle.
    Però Fabio, no. Lui per lo studio non c’è portato. Dopo la scuola voleva solo potersi mettere a lavorare.
    Quando Gualtiero veniva a fare qualche intervento a casa loro, tutti dicevano che il suo fosse un mestiere proprio MODESTO… Su questa cosa Fabio ha i suoi dubbi, quando pensa all’università.
    Se vale poco, quel lavoro, perché mai ci vuole la laurea?

    Aggiustar tubi, rubinetti. Vuole essere come Gualtiero.
    Fabio una volta l’ha fatto a casa, per sua madre – e ne fu contenta. Forse ha pensato che suo figlio non fosse proprio senza speranza… Ma le cose non sono andate come Fabio aveva
    previsto.
    Per un po’ lui ci ha provato, a SCIENZE DEL SAPERE IDRICO. Ma fra semestri, MODULI e settori disciplinari non ci stava capendo nulla, e non andava avanti né indietro.
    E così ha mollato tutto, ripiegando su qualche altra cosa. Come ciò che lui fa ORA. Che lo annoia, e non gli piace.
    Mica è Samuele, che quando entrambi immaginavano il proprio futuro gli domandava – sghignazzando – che ci trovasse a fare l’idraulico…
    Però adesso, guardalo là… Sta in una ditta specializzata e gli va bene – ora – di lavorare con i rubinetti!
    E invece Oriana?
    Un giorno Fabio è andato a trovarla nella casa nuova, dove vive insieme al tipo con cui dice di voler sposarsi. Quei disgraziati, per gli impianti, hanno chiamato proprio Samuele:
    «Ci hanno detto che lavora bene. E tu sei sempre così impegnato.»
    Capito o no, che razza di sorella gli è toccata in sorte!?
    Mesi dopo, Oriana ha chiesto a Fabio di venir da loro. Dice che adesso hanno un problema, ed è un casino per farsi la doccia.
    Fabio a quel punto è stato duro:
    «Io non vengo! Ho da fare.»
    Per la rabbia – dopo – ha quasi rotto un’intera vetrata.
    Pensa a Samuele… ma che avrà? Tutti lo cercano quell’incapace! Da bambino, con le mani, lui non sapeva neanche giocarci.
    Però è vero: è laureato in SCIENZE DEL SAPERE IDRICO. Con una tesi "Sul sentire di carattere idrosanitario".

    Chissà Gualtiero cosa fa. Fabio ogni tanto se lo domanda.
    Sembra che adesso sia in pensione, e che andrà a stare da una delle figlie.

    Così almeno ha sentito dire. Ma è un po’ che lui non lo vede.

  • 14 marzo 2012 alle ore 14:19
    Va in scena l'amore

    Come comincia: Siamo in ballo ed ho deciso di ballare, ma è difficile .
    Sul palcoscenico sono sempre imbarazzatissima, mio fratello è un'ottima spalla, ma è distratto e troppo abituato a queste situazioni rispetto a me. Devo fare da sola e non è che la cosa mi piaccia poi molto.
    Fare teatro è qualcosa che non mi appartiene affatto, non conosco regole, tempi, usi e costumi.
    Guardo Gian alle prese con il pubblico ed invidio la sua serenità, la sua noncuranza, il suo essere sempre presente a se stesso.
    Oggi siamo in Val Rosandra, il sogno della mia vita, il posto che ho scoperto di amare guardandolo in una foto.
    Sono certa che qui è possibile qualsiasi miracolo.
    Decido di non lasciarmi prendere dallo sconforto, anche se la tentazione di mollare tutto e di tornarmene a casa è forte.
    Mi trattiene la Valle, l’affetto per mio fratello e la mia testardaggine.
    Come al solito non abbiamo alcun tema da sviluppare, come al solito lasceremo che siano il nostro istinto e la nostra fantasia a tracciare la strada.
    Ho un’idea che mi frulla per la testa da un po’ di giorni e vorrei riuscire a realizzarla, malgrado tutto quello che potrebbe provocarmi.
    Oggi è il due novembre, ricorre la commemorazione dei defunti.
    Io ho delle persone care da ricordare ed anche Gian, mi piacerebbe dedicare loro questo momento di spettacolo.
    Vorrei farlo con il sorriso sulle labbra, ricordando le cose belle che abbiamo condiviso.
    Improvvisamente il palcoscenico si riempie di galline…. No, non sono impazzita, sono proprio galline…..
    Sconcertata guardo mio fratello…… “Gian, ma che ti sei messo in testa?? Mica penserai che io adesso…….”
    O cielo, ora è tutto chiaro….. Ale, il mio carissimo Ale è qui…..
    Vedo quel ragazzo bellissimo, di nuovo pieno di ricci, con il sorriso che lo ha contraddistinto fino alla fine dei suoi giorni, rincorrere i bipedi….. mi avvicino…. “ti aiuto?” gli domando timorosa.
    “Simona…… ma che scherzi??? Non sei mai stata capace, abbracciami e basta!! No…. Niente lacrime…. Sono felice sto bene e non ho nulla da perdonarti!”.
    Bene, mi rivolgo verso il pubblico, incredibilmente serena, prendo mio fratello per mano ed Ale sottobraccio: “Signori, va in scena la vita….. il passato si congiunge al presente, il presente guarda al futuro!!!”
    Applausi a non finire…. La scenetta di Ale e Gian che inseguono le galline è quanto mai esilarante ed ancora di più l’imitazione che il mio vecchio amico fa delle stesse.
    Guardo verso il pubblico soddisfatta, in prima fila colpisce il mio sguardo un terzetto: una donna bellissima, magra, alta, occhi azzurri, colore dell’acqua, cappello a falde larghe, elegantissima.
    Poi una classica matrona, capelli raccolti sulla nuca, rotondetta, bassina con lo sguardo più buono che si possa immaginare.
    Infine lui….. sguardo fiero, alto, bello, forte….. somiglia molto alla prima delle donne descritte.
    Li riconosco e non potrebbe essere diversamente, non distinguo bene i due uomini che abbracciano le mie nonne, ma del resto non li ho mai conosciuti.
    Corro verso di loro e mi lascio soffocare dai loro abbracci: Nonna Ida mi regala la camicia che mi scaldava sul suo seno quando ero neonata mentre nonno mi accarezza i capelli….. Nonna Augusta mi racconta delle avventure a casa del Principe Brancaccio e nonno le fa il verso dietro divertendosi da matti….. Zio Silvio, con fare severo e gli occhi sorridenti, mi dice…. “sempre la solita casinara” dandomi un buffetto.
    Chiedo loro di salire sul palco e mentre lo fanno intravedo tra la folla altri due zii che mi hanno lasciata, insieme alla moglie di un altro fratello di mamma.
    Il gruppo si allarga….. chiedo a Gian di controllare, sono certa che ci sia qualcuno anche per lui….. sorride, ed io osservo una signora che con la mano fra i denti, come a dire “se ti prendo…..”, guarda mio fratello con amore infinito….
    Mi accosto a lui ed in un orecchio gli sussurro “Zia vero?”…. lui annuisce….
    Vedo che, con lei, si fanno avanti anche un vecchietto dolcissimo ed un bimbo…. Devono essere Nonno Poldo e Paolo.
    Il palcoscenico è stracolmo, ma mai quanto i nostri cuori.
    Viene imbandita una tavolata incredibile e non posso non divertirmi a guardare Zio Porfirio che cerca da mangiare nei piatti di chiunque. Gli spettatori continuano ad apprezzare moltissimo.
    Tengo ancora la mano di mio fratello stretta nella mia….. “lasciamo il pubblico con i nostri cari, vieni, godiamoceli da lontano.”
    Lo sguardo di Gian è fermo, immobile, non sembra mi stia ascoltando, è perso nei suoi pensieri.
    “Che c’è, che succede……?”
    “Simo, perché non ci sono? Perché le persone che più di tutte ci sono state vicine non sono qui oggi?”
    Ha ragione, i nostri genitori non ci sono.
    “Controlliamo bene, dai, ti pare che mancano proprio loro a questa splendida festa?” cerco di tranquillizzare lui e me stessa.
    No, non sono tra la folla e neppure intorno al tavolo.
    “Simo, io chiedo a Nonno Poldo…”
    “Bravo io vado da Nonna Ida”
    Ci separiamo dirigendoci verso i nostri cari.
    Ci accolgono coccolandoci, neppure fossimo due bambini, ma non riusciamo a cavare un ragno dal buco.
    Gian mi chiama ed io mi avvicino…… “non capisco, eppure un motivo deve esserci”.
    Continuiamo a guardarci sempre più spaesati…… poi la folla si apre ed un terzetto si avvicina…. Due uomini ed una donna….. camminano con fare deciso, ma lo sguardo è strano.
    Facciamo per avvicinarci a loro ma ci fermano…… “Buoni, tutti e due, state lontani, dobbiamo dirvi qualcosa”.
    Il padre e la mamma di Gian si avvicinano a me, separandomi da mio fratello e mio padre si accosta a lui.
    In questo momento ci sono tre persone a separarci, impedendoci anche di guardarci negli occhi.
    È la mamma di mio fratello a prendere la parola: “Simo, io ti voglio bene come ne voglio a mio figlio, sei una bella persona e sono felice che Gian ti abbia incontrata, ma attenta, stai esagerando con le paure, le nevrosi, le insofferenze. Lo soffochi e non se lo merita!!!”
    Poi prende la parola suo marito: “Ehi Tacco venti…. Tu sei proprio romana, viene fuori da tutto quello che fai, da come vivi, da come affronti tutto. Vivi ogni situazione a mille e non accetti compromessi, ricordati che tu e tuo fratello siete vissuti in due contesti completamente differenti, non potete pensarla e reagire allo stesso modo…. Quello che per te è naturale, spesso per lui è illogico…..”
    Ecco, tocca a papà: “noi ci siamo già conosciuti Jolly, ti chiedo solo una cosa, non farla star male. Non permettere a niente e nessuno di ferirla, ma soprattutto non farlo tu. È terribile, non dirlo a me, la conosco bene, ma ha un cuore immenso ed una gran voglia di vivere….. “
    Si allontanano e consentono ai nostri sguardi di incrociarsi di nuovo, ma non abbiamo nulla da dire o da aggiungere, loro leggono i nostri cuori…..
    Io mi butto fra le braccia di papà, mi prendo quell’abbraccio che non ricordo di aver mai avuto in vita.
    Gian fa lo stesso con i suoi.
    Poi l’abbraccio diventa a cinque…. Ci prendiamo altre coccole dalla mamma di Gian…. Lui un po’ di rimbrotti dal padre e da mio padre…. Ma siamo felici.
    Ci sediamo a tavola con gli altri….. festeggiamo tutti insieme.
    Il pubblico applaude l’amore.

  • 13 marzo 2012 alle ore 19:20
    Quell'abbraccio così

    Come comincia: Abbasso il finestrino di qualche centimetro, l’aria entra violenta,
    quasi cercasse di portarmi via i pensieri. Davide è seduto al mio fianco, non parla, se ne sta con le mani strette sul pacchetto di sigarette e guarda al di là del vetro. Non dice niente, resta in quel silenzio determinato di chi non ha più niente da dire.
    Ogni tanto mi volto dalla sua parte: «Perché lo stai facendo?» sussurro.
    Lui risponde senza guardarmi. «Ne abbiamo già parlato. È deciso così!» non lascia speranza alle parole. Alessio, sul sedile di dietro, sta appoggiato sul suo cuscino colorato. Ha soltanto quattro anni ma sorveglia il mondo con i suoi occhi spalancati. Gli faccio una faccia stupida nello specchietto, lui mi sorride, gli sorrido anch’io, gli dico con gli occhi che non ha niente da temere e so di raccontargli bugie.
    «Non rendere le cose ancora più difficili» continua «lo sai anche tu... è la soluzione migliore per tutti.» Che sia la soluzione migliore per tutti non ne sono convinto, lui che
    decide di separarsi dopo otto anni di convivenza, lui che decide di andare a vivere dai suoi con Alessio, lui che decide di portarmi via tutto. «L’ho cresciuto anch’io!» lo dico sottovoce, non litigare davanti al bambino fa parte degli accordi della nostra famiglia. «L’ho cresciuto anch’io, cazzo» e cerco di trattenere la rabbia in mezzo ai denti.
    «Lo so, ma io...» si interrompe, come quelle volte in cui sai che quello che stai per dire può ferire. «Ma io cosa?» gli chiedo, come quelle volte in cui sai che farà male ma non puoi fare a meno di farlo. «Io... io sono il padre naturale» dice e ha il tono fermo, deciso, raccoglie
    il mio cuore in un pugno e lo spezza. Lo butta fuori dal finestrino. Spiegatemelo voi che cazzo vuol dire, credevo che due persone come noi non avrebbero dovuto fare i conti con certe cose, credevo che discriminazioni ne avessimo già subite abbastanza da non dover ridurre i sentimenti a una maledetta etichetta. Invece dice proprio così: «Io sono il padre naturale» e preme la voce su “io” e “naturale”, come se il significato delle nostre vite si riducesse soltanto a quelle parole. Non si ricorda più di noi, delle promesse, degli ultimi quattro anni passati a difendere il significato della nostra vita insieme. Dicevamo
    nostro figlio e non ci faceva paura sapere che sarebbe stato difficile difenderci dalla gente. Ci bastava sentire la voce di Alessio chiamarci Papà Lorenzo o Papà Davide per farci passare ogni timore. Non ci importava cosa pensavano gli altri, sapevamo di mettercela tutta per essere dei bravi genitori, sapevamo che l’amore per Alessio valeva qualsiasi compromesso.
    Eppure non ci saranno avvocati e assistenti sociali in questa storia, né vacanze alternate o weekend da concordare. Davide si tiene tutto. Si tiene tutto senza condizioni, perché gli basta essere il padre biologico per poterlo fare, perché è così che
    sono gli esseri umani: a un certo punto si stancano, trasformano i propri diritti in armi che servono a fare del male.
    Ho provato a gridargli per mesi il mio dissenso: mi sembrava ridicolo il fatto che parlasse di affidamento, di soluzioni, di genitori normali. Gli ho detto che tra noi esistevano dei patti che andavano al di là dei diritti legali, che c'erano altre due persone di cui avrebbe dovuto tener conto. Non riuscivo a credere che, dopo tutti questi anni, la nostra storia potesse finire così, che dopo la sofferenza di un amore, in cui io ero l’unico che si ostinava ancora a credere, volesse impedirmi anche di
    vedere Alessio. Mi sembrava inammissibile, perché io e Davide avevamo condiviso troppe cose per farci del male.
    C'erano quei momenti inequivocabili a dimostrarlo, come quella volta in cui doveva partire per una settimana e io e Alessio lo avevamo accompagnato alla stazione. Arrivato il treno Alessio piangeva, non ha mai amato le partenze, a quel punto ci siamo presi per mano tutti e tre, ci siamo chiusi in un cerchio e abbiamo canticchiato ad alta voce: «Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra!»
    Poi, mentre Alessio aveva ritrovato il sorriso, il controllore aveva invitato gli ultimi passeggeri a salire sul treno. Davide ci aveva tenuti vicino per qualche secondo: «Mi mancherete...» aveva detto e con un bacio gli avevamo ricordato che al suo ritorno saremmo stati lì ad aspettarlo.
    Era così, davanti a un binario, che ci eravamo accorti di aver superato l’imbarazzo, quella vulnerabilità di sentirci diversi.
    Che vi piaccia o no, eravamo una famiglia.
    ***
    La macchina scivola sull’asfalto silenziosa.
    Penso ai nostri ricordi stasera, penso a quella volta in cui Alessio aveva la febbre alta, l'avevamo messo in mezzo, nel nostro letto, ed eravamo rimasti svegli a fare da guardiani ai suoi sogni.
    «Mi passi il termometro che mi sembra gli sia salita di nuovo la febbre?»
    «Tieni.»
    «È così bello non trovi?»
    «Tutto suo padre» lo prendo in giro. «Lorenzo?»
    «Sì?»
    «Tu non hai mai paura?»
    «Di cosa?»
    «Sì insomma... che un giorno tutto questo possa finire.»
    «Perché dovrebbe finire?»
    «Non lo so...»
    «Tu e Alessio siete la cosa più bella che ho. Non ho nessuna intenzione di perdervi.»
    «Ti amo, lo sai?»
    «Ti amo anch'io» gli dico.
    Non si dovrebbe dare tutta questa importanza alle parole e invece le parole rimangono come segni scolpiti su una pietra, non riesci a cancellarle, neanche quando vorresti.
    Adesso li guardo da lontano questi momenti, vorrei non fossero miei,
    vorrei non fossero miei perché sarebbe più facile dimenticarli.
    *** Rallento.
    Siamo quasi arrivati.
    Alessio non parla molto stasera, non fa capricci, forse siamo noi gli ingenui a pensare che non abbia capito niente. Eppure Davide ha organizzato tutto con discrezione, con freddezza, si è preso tempo per riflettere e ha pianificato un piano perfetto per cancellarmi dai ricordi.
    «Vado qualche giorno dai miei» così mi ha detto qualche giorno fa. «Non porto via niente per il momento, facciamo le cose con calma, per
    Alessio, non voglio che il distacco sia un trauma. Gli dirò che sei fuori per lavoro, che tornerai, passerò a prendere le nostre cose poco alla volta. Col tempo comincerà a non chiedere più quando tornerai, quando torneremo a casa. I bambini dimenticano in fretta, Lorenzo. E smettila di dirmi che è anche tuo figlio, lo so che lo ami anche tu, è proprio per questo che devi capire che è la soluzione migliore. Tra me e te non funziona più, che alternative abbiamo? Potremmo continuare a discutere, ma ci faremmo solo altro male e tu in ogni caso non avresti mai l'affidamento del bambino. Allora è meglio affrontare le cose
    con maturità. Lo so che non sarà facile, non lo è nemmeno per me, credimi, ma non possiamo crescerlo come due genitori normali che si separano, lo sai bene, noi... noi abbiamo una situazione più complicata.»
    Ho perso il controllo quella sera. L'ho bloccato con le braccia sul letto e l'ho guardato dritto negli occhi, il battito del cuore accelerato e la rabbia nelle vene.
    «Tu non puoi farlo!» gli ho urlato, con la forza della disperazione tra le parole.
    «Lasciami, stronzo.»
    «Scusa... non volevo. Ti ho fatto male?»
    Mi fa più male lui con le parole.
    «O fai come ti dico io o me ne vado da questa casa domani e ti faccio una diffida, non ti farò sapere neanche come sta, sono stanco del tuo comportamento.»
    Mi sono rassegnato, ho messo la rabbia in disparte. Per Alessio. Soltanto per lui.
    ***
    Parcheggio la macchina in strada, non entro nel cortile, voglio essere pronto a fuggire da questo momento. Saluto Davide secondo il copione, un bacio frettoloso sulla guancia che ha il sapore del fiele.
    Alessio mi guarda smarrito.
    «Fai il bravo piccolo» gli scompiglio i capelli con una carezza. «Ci vediamo tra qualche giorno.»
    Lui mi salta in braccio.
    «Non mi vuoi più bene, papà?» mi dice.
    Questo non era scritto nel copione, mi si stringe il cuore, Davide non l’aveva previsto.
    «Ma cosa dici, certo che te ne voglio... e tu? Tu quanto bene mi vuoi?»
    Lui allarga le braccia.
    «Tanto così!» mi dice, poi allunga le mani e mi si stringe forte intorno al collo.
    È un sussurro lieve: «Allora promettimi che resti sempre con me.»
    È così, mentre arriva la sera, che il dolore si infila nelle viscere, che mi attraversa il cuore e si diffonde in ogni parte del corpo.
    Mi scende una lacrima. Glielo prometto, gli prometto che resto... in quell'abbraccio così non puoi fare altro che rimanerci per sempre.

  • 13 marzo 2012 alle ore 19:14
    Un pomeriggio di girasoli

    Come comincia: Qualche giorno fa è arrivata una tua chiamata. Non chiami mai, mi sono detto, se chiami hai bisogno di aiuto perché aspetti che siano gli altri a farlo. Le tue sorelle, i figli, gli amici. Lo sappiamo tutti, se vogliamo sentirti dobbiamo essere noi ad alzare la cornetta. Ce lo dicevi sempre quando eravamo piccoli, lasciate che siano gli altri a cercarvi così siete sicuri di non disturbare.
    Non disturbare, il tuo terrore più profondo anche adesso, che hai quasi ottantadue anni, è quello di non fare rumore. Saresti capace di andartene così, penso ogni tanto, in silenzio. Senza dire una parola.
    - Come stai? - mi hai chiesto.
    Però, conoscendoti, non ho riposto alla tua
    domanda.
    - C’è qualcosa che non va? - ho replicato.
    - Ma no, niente. È un po’ che non ci sentiamo e volevo solo sapere come
    stavi.
    Terminata la chiamata ho mandato un SMS a Michele e Vanessa. Questo
    weekend andiamo a trovare la mamma? Michele aveva un impegno con i bambini, Vanessa un appuntamento con un’amica e allora ho lasciato perdere. Non ho insistito. Aspetto il fine settimana e parto da solo, mi sono detto.
    È Luglio e fa caldo, in macchina non accendo l’aria condizionata, appena fuori dalla città tengo il finestrino abbassato sulla natura che porta verso la campagna, come dici tu, in mezzo al giallo dei girasoli. A volte mentre ci si aggancia ai ricordi vengono in mente cose che pensavamo di avere dimenticato. Di fatto, però, sono cose che ci accompagnano per tutta la vita perché fanno parte di noi.
    Quando arrivo sul piazzale di casa i ricordi si fanno più vividi, infanzie rumorose rimpiazzate adesso dalla solitudine di un’erba che cresce senza essere calpestata da nessuno.
    Suono il citofono, apro la porta chiusa senza chiave e chiedo ad alta voce: - Si può?
    Non entro completamente, aspetto sull'uscio una risposta perché ho paura di invadere i tuoi spazi.
    ?
    Ancora adesso, che sono un adulto che non dovrebbe chiederti il permesso, busso alla tua vita con discrezione, come mi hai insegnato tu, con la premura di non disturbare.
    La tua voce arriva limpida e vivace dalla cucina.
    - Vieni avanti tesoro, che cosa ci fai qui?
    Sei sempre la solita, tiri fuori l’orgoglio, distribuisci domande che vogliono
    dirmi non ho bisogno di niente.
    La casa è sempre in ordine, oggetti puliti e sistemati in modo maniacale al
    loro posto come se fossero in attesa di qualcuno. Le foto, sulle mensole della libreria, testimoniano quel passato chiassoso che adesso sembra essere troppo lontano.
    - Sono passato a cercare dei libri in soffitta che devo avere infilato da qualche parte.
    Mento. La verità è che mi fa piacere passare del tempo con te, annusare quello che siamo diventati, soprattutto adesso che ho la certezza che il tempo sia passato troppo veloce.
    Ci accomodiamo in veranda. Sorseggiamo tè verde e con cautela ci concediamo ai ricordi. Parliamo di Vanessa e Michele... di quando ti toccava metterci in punizione altrimenti saremmo stati capaci, insieme, di distruggere il mondo. E mentre parliamo di tutto, tutto diventa più facile. Le ombre del passato si dissolvono nella consapevolezza che ci si ama anche se non si trovano le parole per dirselo. Nessuno ci ha insegnato come si fa, mamma, non è colpa di nessuno.
    Poi arriva la sera, e all’orizzonte il tramonto si confonde con i campi di girasole. Per qualche istante, mentre i colori sfumano nel cielo, mi tornano in mente le cose di tutti i giorni. Il lavoro, la casa, le bollette da pagare che ho lasciato sul tavolo all’ingresso. La vita frenetica, quella che corri, corri e non ti fermi mai un attimo a pensare. E mi sembra che la vita sia qui, accanto al tuo viso segnato dal tempo che non ha mai avuto il coraggio delle parole.
    - Sì è fatto tardi, adesso è meglio che tu vada.
    Ti saluto. Un bacio tenero sulla guancia.
    E poi, mentre agito la mano fuori dal finestrino, improvvisamente mi sembra
    tutto più chiaro.
    Guardo i tuoi occhi.
    E sono occhi ammalati di solitudine anche se non se n’è accorto nessuno.

  • 13 marzo 2012 alle ore 19:00
    Nastro isolante

    Come comincia: E’ un arcipelago di isole frammentate nella mia mente, ogni isola un tesoro, un pensiero, un segreto da scoprire, un sentiero da percorrere per giungere alle fonti della sopravvivenza: riserve di acqua, scorte di cibo e sementi per coltivare le nuove stagioni, il nuovo futuro...

    Si fermano tutti sulla prima spiaggia, sulla prima riva, alla prima sabbia, depongono il telo, il lettino o il gazebo e dichiarano finita la ricerca di un habitat esistenziale ma poi si lamentano per il caldo, il freddo, il sole, l’ombra, non va mai bene niente... si mettono ad arrostire con 50 gradi sulla battigia e non usano creme per paura di non abbronzarsi abbastanza, si ustionano, cuociono, soffrono, passano pene dell’inferno ma un giorno, rientrando alla propria scrivania a lume di neon potranno dire con fierezza:
    “Sono stato in vacanza”
    e lo sguardo invidioso dei colleghi sarà il premio finale di questa tortura marina che milioni di lucertole umane si affliggono regolarmente, pagando pure a peso d’oro alberghi da due soldi per sovraffollarsi ombrellone su ombrellone, in un microscopico spazio vitale di due metrixdue entro il quale devono farci stare tutto e di tutto: la moglie ( spesso obesamente ingombrante ) sdraio e lettini, giocattoli, ombrellone, riviste, libri, ghiacciaia, teli e teloni, cambi e ricambi, ciabatte, zoccoli, gonfiabili vari, palloni, quotidiani, bibite, occhiali, cellulari e creme di vario genere... a pochi metri, se non centimetri starnazzano i vicini e i vicini dei vicini, decine, centinaia, migliaia di anime disperse sul litorale a cuocere ma noi, che siamo figli di un dio maggiore e sentiamo il richiamo di una verità superiore, andiamo oltre, più in alto, al centro, nel cuore dell’isola e cerchiamo risposte, biodiversità, soluzioni, piacere, elezione, sublimazione, piacere...

    Chi può dire se è più piacevole stare nella qualunquistica semplicità di fare ciò che fanno tutti o complicarsi la vita per fare qualcosa di diverso? alla fine gli sforzi non sempre sono premiati!
    Andare controcorrente è un impegno molto oneroso, faticosissimo e che dispendia enormi energie: l’unico premio che possiamo ottenere è in fondo un po’ di tranquillità reale, sempreché riusciamo a trovare spazi deserti e silenziosi, cime inviolate, oasi, spazio non inquinato...

    Quando riusciamo a giungere al centro del sistema, al cuore della grande isola dell’umanità, cominciamo ad esplorare: terreno ostile, servizi precari, natura, sì... la natura ci circonda ma non sempre ha voglia di donarci il cielo sereno e il clima mite! Se ci scappa il temporale va tutto a rotoli e ci ritroviamo al bagnato, travolti da acquazzoni gelidi a naufragare nel nostro stesso desiderio di naufragio e allora? come la mettiamo? non era forse più saggio, semplice e pacifico restare lì nella grande massa dell’esodo delle masse a massificarci il cervello negli schemi di massa? se la stragrande maggioranza della popolazione ha precise abitudini in fondo ci sarà una logica, una ragione no??? ovvio che c’è!

    Optano per la soluzione migliore che non è per forza bella, ma è la meno peggio!

    E per renderla il più godibile possibile la corredano di gelati Algida e cornetti, ghiaccioli, calippi e rustichelle, focaccine e pizzettine, pizza e fritto misto, spiedini di mare, scampi e gamberoni alla griglia, risottino e spaghetti allo scoglio, vongole e cozze alla marinara e ad un bel momento cosa vuoi di più dalla vita? che cosa, dimmelo!!!

    Nulla può essere meglio!

    Per loro...

    Io ho qualche problema, non riesco, non me ne frega nulla di leggere gossip o vedere partitelle amichevoli non me ne importa proprio, non me ne sbatte, non è di mio interesse! e non vado necessariamente controcorrente, così... per fare il diverso, semplicemente non riesco, non voglio, non posso fare certe cose... muoio!

    E quindi rifuggo, mi isolo nell’isola, entro in un’oasi virtuale e cerco la mia zona perfetta! Con tutte le spiagge incontaminate, candide, da marchiare camminando a piedi nudi lì dove si infrangono le onde, nel fragoroso odor di mare, oceanica luce che mi amplifica il cuore, salgo sulla scogliera e osservo la distesa infinita che si incolla all’orizzonte, nessuna barca, nessuna casa, nessun albergo, nessuno stabilimento balneare... sono solo con me stesso e solamente a me devo rispondere, dipendo da me, dalle mie forze, le mie energie, sono padrone di me stesso e del mondo intorno a me, sovrano della mia anima, re e suddito al tempo stesso, presidente della repubblica del mio spirito, io e me, noi soli, a cercare il centro di gravità del nostro baricentro esistenziale: dove sarà? esiste un equilibrio a cui ricorrere per trovare la pace, la vita, la gioia? O corro piuttosto il rischio di finire abbandonato, smarrito in una pozzanghera, annegato in un calice di lacrime, disperso in un fazzoletto di paure come una tigre senza artigli, o un leone senza il proprio branco?

    Cercherò il branco dei gabbiani per volare candido tra la condensa delle nuvole... verso stelle diurne, stelle marine, astri dorati... remare, nuotare, camminare, esplorare, cercare, trovare, scoprire... un Cameltrophy, un Marlboro adventure alla ricerca di un codice smarrito da tempo nelle viscere del passato, è quasi impossibile trovarlo, bisogna innanzitutto resettare il proprio sistema operativo e ripartire da zero... dall’accensione, bhe! non è mica facile sapete? bisogna dimenticare le proprie origini, i percorsi che ci hanno portato qui a identificarci in una comunità, una società, a sfruttare il pensiero comune per uniformarci a una metodologia comune, un minimo comune multiplo che vada bene a tutti affinché quei pochi che ci vedono chiaro possano farsi i comodi loro a spese dei polli... no!

    Ci sono quelli come me che non ci stanno, né al gioco né alle regole: vogliono chiarezza, pulizia, sincerità, lealtà trasparenza, correttezza, amore... e non facciamo rivoluzioni, proclami o partiti politici no... facciamo una cosa estremamente innocua e pacifica che si chiama:
    “I cazzi nostri!”
    PCN
    Partito dei Cazzi Nostri
    Non male no? tanto, assurdità per assurdità  qual’è il problema?
    Pensate che io sia meno sensuale di Cicciolina? Per gli uomini forse sì ma vengano le donne vengano, a ficcarmi la lingua in gola.. ho saliva per tutto l’universo femminile, vi lascio senza fiato, incollate alle mie labbra, tranquille... ho baci per tutte, ogni donna, ogni bocca da sfamare, dissetare, venite, votatemi, sarò io la vostra luce e tutto il mondo potrà, finalmente, girare nel verso giusto, nella direzione corretta, dai, credici, credeteci, crediamoci, ce la faremo è più facile del previsto basta fidarsi di me... io ci credo in me, ciecamente...

    Ah...

    Voi no?

    Giusto in fondo... non ho ancora dimostrato mai nulla... MAI

    Niente di niente, a parte qualche problemino di algebra sui banchi di scuola...
    Quindi facciamo così...

    Io ora mi addentro, lì, nelle viscere, nel cuore del pianeta, della terra, nelle voragini dell’umanità intera e voi aspettate, ok?

    Quando torno, se torno... ne riparliamo, e decidiamo il da farsi!

    Io vi racconto cosa ho visto, vissuto passato e trapassato un pò come una specie di Dante del 2000, mi butto laggiù al centro del sistema e se devo scottarmi un pochino, sballottami, bruciacchiarmi un pò niente di male perchè, poi, sarò premiato dalla vostra riconoscenza e chissà... magari ci ficcate pure me in parlamento a ciacolare di leggi e ideologia... chi lo sa?

    Datemi un paio di pagine per sistemarmi e vado, a raccontare...

    A presto !

    Ciiiiiaooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo

  • 13 marzo 2012 alle ore 10:35
    Un po eta e un po lase

    Come comincia: Che periodo pesante, la primavera. E' il trionfo della rinascita ed io, sono ancora stanco. Sì, stanco di aspettare. L'inverno è stato lungo e mi sono un po' intorpidito le dita dei piedi a tal punto, che faccio fatica a correre, anzi, a camminare addirittura. Quanto è dura rinascere. Sono proprio affaticato. Beh, oggi mi sono deciso e sono andato a farmi visitare da un allegrologo, sì, uno di quelli che ti fanno quei test strani sulla creattività. Ebbene, ora so almeno perchè sono stanco. Tutto questo periodo di attesa, ha sopito quel tanto che basta il mio sistema umanitario, per cui d'ora in poi dovrò semplicemente stare attento quando ascolto, come penso e quando parlo.
    "Tutto qui dottore?" gli ho chiesto alla fine della visita.
    "Eggià" mi ha risposto lui fissandomi negli occhi restando poi in silenzio.
    "Devo prendere qualcosa nel frattempo?"
    "Si limiti ad usare un po' di sale tutti i giorni, quel tanto che basta però, non esageri. Non mi faccia sforzi inutili tanto, è un sistema ciclico"
    "Ciclico dico io?"
    "Sì, nel senso che se si attiene a questa semplice ricetta, il suo sistema umanitario riconoscerà gli antipatici, rinforzandole quindi l'enfasi. Azione, reazione"
    "Ok, adesso ho capito. Bene, la ringrazio. Cosa le devo...?"
    "Per la visita sono 10 abbracci"
    Ci risiamo, eccone un'altro che se ne approfitta subito!

  • 12 marzo 2012 alle ore 14:57
    Dannate caramelle!

    Come comincia: Comincia sempre tutto per soldi. Sulle banconote non dovrebbero disegnarci i monumenti ma dovrebbero starci le avvertenze e i rischi che si possono avere maneggiandoli. Comincia sempre tutto per soldi. In principio si trattò di qualche centinaio di lire, perché il principio risale a quando ancora l’euro non c’era e io ero un ragazzino. In principio furono un paio di caramelle rubate troppo sbadatamente mentre accanto a me una signora assisteva al furto e mi bloccava la mano una volta infilata in tasca.
    Comincia sempre tutto per soldi e prosegue per qualche altro soldo in più.
    In seguito fu il borsellino di una compagna di classe: dieci mila lire e qualche schede telefonica che allora si faceva di tutto pur di collezionare.
    Comincia sempre tutto per soldi ma solitamente non inizia a causa tua. C’è sempre qualcuno al tuo fianco, che ti inizia. Nel mio caso si trattò del mio compagno di banco, un ragazzino sveglio e spigliato che il fatto suo lo sapeva da tempo.
    Come sempre le belle trovate vengono a qualcun altro, perché come la storia è iniziata si fa più pesante e i soldi in ballo cominciano a diventare cifre consistenti per dei ragazzini come noi.
    Qualcuno ebbe l’idea di rapinare le vecchiette. “É come rubare caramelle!” commentò, e lì capii che non sarebbe stato per nulla facile.
    Al primo scippo caddi a terra dal motorino venendo assalito dalla vecchietta. Dovetti fuggire a gambe levate per non finire nelle mani di un vigilante venutole in soccorso.
    Abbandonammo l’idea di rapinare le vecchiette e provammo ad entrare nei negozi. Il mio amico conosceva una bottega facile da ripulire. Non fu una brutta idea; era come fare la spesa a gratis, soltanto che l’appetito vien mangiando e il mio amico ebbe la voglia di rubare il distributore dei dolciumi. Ci ritrovammo così dentro una volante dei carabinieri mentre pensavo che le caramelle dovevano portarmi proprio sfiga.
    In seguito cambiarono i passeggeri ma non la storia. Ci furono i cerchioni delle auto, poi le ruote, l’autoradio, poi capimmo che era più semplice rubare direttamente l’intera auto anziché smontarla pian piano.
    Prosegue sempre tutto per soldi. Il borotalco spacciato per cocaina agli stupidi in discoteca, qualche rapina in villa e i carabinieri che ci arrestano nuovamente.
    Poi ad un tratto la storia volge al termine perché se comincia per soldi finisce sempre con una donna, troppo spesso la donna sbagliata.
    Si diventa adulti, ci si prende una cotta e si commettono delle cavolate che se ripenso alla storia delle caramelle sembra una sciocchezza in confronto.
    Così con una pistola puntata dall’altro lato del finestrino, una valigetta di denaro a pochi centimetri dalla mia mano e una donna, la donna di cui mi sono innamorato, a dieci minuti dal prossimo treno per fuggire via, credo sia arrivata la fine della mia storia.
    Nonostante sia difficile da credere il tassista che mi stava conducendo alla stazione ha provocato un incidente perché distratto dalla carta appiccicaticcia di una caramella. Così l’uomo a cui avevo rubato la valigetta si trova adesso dall’altra parte del finestrino puntandomi contro la pistola.
    Anche questa volta è tutta colpa di una caramella.

  • 11 marzo 2012 alle ore 23:22
    Marlena

    Come comincia: In una lontana New York degl'anni 60,la pioggia non finiva mai di cadere. Sembrava fosse in collera con qualcuno punendolo con cascate di solitudine e tristezza che portano con se le giornate uggiose. Il suo cielo cupo e grigio spegneva ogni qualsiasi raggio di sole o tranquille passeggiate nelle strade e nei negozi,ogni possibile sorriso che provoca il calore sul viso,ogni buona intenzione di scoprirsi per gl'amanti. Eppure,un pò per mistero o un pò per un incoscio sapere,conoscevo il ruolo della pioggia a quel tempo. Non era altro che servitrice ubbidiente di qualcosa di più grande,forse un pò simili o un pò diversi,ma erano lì,soli e insieme;la pioggia e il mare. 
    Dicevano fosse nata dal mare ma non ci credevo poi così tanto. Sapevo solo che il suo nero impermeabile era sempre bagnato fradicio e rilasciava,ovunque andasse,acqua salata.
    La si vedeva camminare per strada con passo deciso e veloce,con impermeabile nero e cappello,un rosso intenso le tingeva le labbra e gl'occhi eran come il mare e vi si scorgevano un pò per caso come fosse un gioco di luci e di ombre,a chi li incrociava prima o a chi vi si perdeva per ultimo. Forse,o almeno mi piace pensarla così,io ne sono stato l'ultimo che si sia perso in quel mare turbolento che portava dentro. Poteva essere tutto il mare del mondo,ma il suo calore esplosivo e incandenscente,mi faceva pensare ad una sola cosa;che più figlia del mare,mi parvea figlia del fuoco o magari,figlia del mondo. 
    Non ho mai saputo il suo nome benchè non glie l'abbia mai chiesto ma credevo fosse una domanda inutile per una donna che entra ed esce quando vuole senza lasciare recapiti ne parole,ma che sapeva strapparti via tutto e poi  lasciarti e prenderti come un gioco nuovo.
    Ovunque andasse,il suo corpo trasudava l'odore del mare,così dolce se associato alla sua bellezza.Tutto ciò che sfiorava diventava acqua,acqua cheta e silenziosa come il mare quando tace,

  • 11 marzo 2012 alle ore 8:46
    Gli aquiloni

    Come comincia: Ricordo quella cicatrice sulla tua fronte. Un verme pallido, che veniva giù, perpendicolare alla radice del naso, infrangendo le rughe orizzontali, vere onde, fatte dai tuoi pensieri, mi dicevi. Quando mi tenevi in braccio, padre, ne toccavo la dura consistenza. Mi piaceva quel racconto di te, bambino, che t’eri illuso di far alzare in volo un aquilone, nel corridoio di una vecchia e buia casa di via Assarotti. Ne avvertivo l’epos dell’avventura spietata dei bimbi. L’infrangersi della porta vetrata, nel tuo incauto tentativo. A te ho pensato, da grande, alla tua cicatrice sulla fronte, quando ho incontrato gli aquiloni. Nella mia adolescenza postbellica, a Genova, non ne avevo visti, neanche ai compagni ricchi di via Crocco. Solo da adulto, un autunno di Berlino, in un tramonto di fosche nubi, coriandoli colorati, altissimi, flottanti nel vento, anelavano di oltrepassare un muro invalicabile. Ero a est, una landa povera e spenta che guardava, con meraviglia, le luci sfolgoranti di un mondo libero, aldilà del filo spinato. Sulla deserta piazza Tienanmen, tra lo sguardo amimico delle guardie rosse, in una notte di pece, lanterne di favole antiche, portate da un vento di libertà, volavano alte, in un silenzio duro a sentirsi. Ai bordi delle favelas di Baìa, ragazzi nudi, dalle carni crostose, avevano piedi scalzi, tra lame di vetri di una discarica; davano strappi rabbiosi ad aquiloni ruggenti nel vento dell’oceano. Sento ancora le loro grida, nella lotta impari. Ne acquistai uno, da un cinese, anni fa, su di una spiaggia del nostro litorale. Andava montato e fatto volare. E’ rimasto nella vecchia casa, al trasloco. E’ mai consentito, a un vecchio della mia età, di far volare un aquilone, senza suscitar scalpore? Non credo.

  • 09 marzo 2012 alle ore 20:55
    SUCCUBE

    Come comincia: È complicato spiegare, ogni perché è un graffio
    Ed il sangue si tira via così facilmente
    Mi guardo allo specchio e non vedo che linee forti
    Ma non ho bisogno di un immagine dura
    Vorrei solo sedermi su quel ramo e urlare contro me stesso
    Sentire piovere mentre si scioglie l’immagine e scagliarmici contro anche se fa male proprio perché fa male
    Ma ogni volta che dalle urla il ramo si spezza
    Arrivi tu e con le parole mi rubi il fiato
    Ritorno nelle mie linee e non soffro più
    Ritorno nel mio bianco incantato e non sono più
    Sono i miei tradimenti contro me stesso
    Ed il sangue si tira via così facilmente

  • 09 marzo 2012 alle ore 18:47
    IL RIBELLE LETTERARIO

    Come comincia: Finalmente era arrivato all’ultimo capitolo.
    Giulio Priandello era proprio soddisfatto del romanzo che stava per finire ed in particolare delle atmosfere e dello stile narrativo che era riuscito a profondere in tutti gli otto capitoli scritti fino a quel momento. A dire il vero, qualcuno dei suoi amici, cui aveva raccontato la vicenda e letto alcuni brani, gli avevano fatto notare che la trama somigliava maledettamente a quella dei Promessi sposi ma la cosa non lo aveva minimamente turbato. Anzi, aveva preso questo rilievo come un complimento perché considerava il romanzo del divino Alessandro come uno dei più grandi capolavori della letteratura mondiale e il fatto di essere riuscito a reinterpretare in chiave moderna i suoi massimi archetipi (lo sfondo di grandi avvenimenti storici, l’arroganza del potere nei confronti di persone umili, l’atmosfera di soffuso e sensuale misticismo, il riscatto morale di alcuni,  la punizione finale dei cattivi e l’happy end per i buoni)  lo esaltava anziché mortificarlo. Per la verità, le assonanze col grande libro si fermavano lì perché in realtà le differenze narrative erano enormi: i grandi avvenimenti storici erano quelli di oggi e quindi andavano dalla mafia al  terrorismo internazionale; il grande cattivo (ovvero un certo Viktor nel ruolo di Don Rodrigo) era il capo di una grande organizzazione mafiosa russa; al posto di Lucia c’era Paulette, una bella quanto intelligente scrittrice italiana che veniva rapita e avviata alla prostituzione internazionale dopo un turbinio di terribili vicende; il Renzo Tramaglino della situazione era  un aitante  giovane francese di nome Gunmax, che attraversava l’Europa intera e i paesi mediorientali in guerra alla ricerca dell’amata, sempre inseguito dai sicari di  Viktor che avevano l’incarico di ucciderlo. Nel ruolo di Don Abbondio c’era un sindaco di una cittadina della Lombardia che si era rifiutato di sposare i due giovani per atti osceni in un luogo pubblico chiamato “pleasure island” ma, in realtà, perché corrotto da Viktor. Al posto dei buoni (il Cardinale Borromeo, Fra Cristoforo e l’Innominato) c’erano un ambasciatore, un addetto consolare, e un agente segreto che salvavano, a più riprese e in diverse circostanze, sia l’una che l’altro. Insomma, tutte le situazioni che vedevano i due giovani separatamente affrontare rischi, pericoli e violenze erano alquanto diverse da quelle del grande romanzo ispiratore e somigliavano più a quelle di un film di 007 o del Padrino. 
    Questo era dunque il romanzo che Giulio Priandello si accingeva  a completare con il nono e ultimo capitolo, ben lontano da sospettare che di lì a poco si sarebbe ritrovato a vivere un’avventura talmente inattesa e surreale da sconvolgere la sua vita di scrittore e la stessa trama del romanzo.

    Erano le quattro di pomeriggio e Giulio accese il computer contenendo a stento la sua eccitazione. Per l’ultimo capitolo aveva tutto chiaro nella mente: la morte di Viktor, il ricongiungimento dei due giovani e soprattutto il dialogo finale,  che stava elaborando da giorni e che sperava potesse diventare un esempio di alta  letteratura per il modo sorprendente col quale pensava di scriverlo. Aprì il documento all’ultima pagina del capitolo otto, rilesse alcune righe, passò alla pagina successiva e cominciò a scrivere il capitolo nove, quello finale. 
    Scrisse a lungo e con trasporto fino alla descrizione della lotta tra Gunmax e Viktor che vedeva quest’ultimo soccombere e fare una morte orribile. La crudezza dell’episodio e la scena della fine di Viktor richiedevano uno stile descrittivo rapido e asciutto, quasi cinematografico, e Giulio pensò di esserci riuscito tanto che decise di premiarsi concedendosi una serata di svago e rimandando all’indomani il prosieguo della storia con l’happy end  e il famoso dialogo finale.
    Il giorno dopo, lo scrittore non seppe attendere la solita ora pomeridiana per riprendere il lavoro e accese il computer (di buonora per lui) alle nove di mattina. Appena sul monitor apparve il capitolo nove del romanzo Giulio pensò di aver sbagliato qualche comando perché, dopo poche righe iniziali, lo schermo “s’illuminò” di sole pagine bianche. Tutta la lotta tra Gunmax e Viktor e la fine drammatica di quest’ultimo erano sparite, volatilizzate o nascoste chissà in quale meandro elettronico e chissà per quale ragione.  Giulio tentò una serie di comandi di ricerca ma tutto fu vano; per un attimo pensò perfino di averle sognate quelle pagine che pure ricordava perfettamente di avere scritto.
    Stupito, chiamò un suo amico esperto di computer, gli spiegò la situazione e seguì alcune sue indicazioni tese a recuperare dall’hard disk il testo mancante ma tutto fu inutile: di quelle pagine il computer sembrava non avesse mai sentito parlare. “Evidentemente – gli disse l’amico - ieri sera, nel chiudere il documento hai dato, senza accorgertene, qualche comando di cancellazione. A questo punto non ti resta che riscriverle avendo l’accortezza, questa volta, di farne una copia sia stampata che su floppy disk.”
    Di fronte all’impossibile Giulio si rassegnò e, pazientemente, facendo leva sulla sua buona memoria, riscrisse le dieci pagine che alla fine provvide diligentemente a copiare su dischetto e a stampare su carta,  come d’altra parte faceva sempre alla fine di ogni giornata di lavoro, tranne che nell’improvvida occasione della sera precedente. Rasserenato, andò a mangiare, fece un riposino di mezz’ora e verso le quattro del pomeriggio riprese il lavoro. Accese il computer, aprì il suo romanzo e in un attimo si rese conto di essere ripiombato nello stesso incubo. Sullo schermo, le dieci pagine erano sparite di nuovo e altrettanto lo erano dal dischetto e da quelle stampate, dove ora si potevano vedere solo delle colature d’inchiostro del tutto illeggibili.
    Giulio Priandello, benché frequentatore della fantasia, era alla bisogna un uomo molto razionale,  per cui si fermò, respirò profondamente e si mise a  riflettere su ciò che gli stava succedendo con l’idea di non escludere nessuna ipotesi, anche la più strampalata. “I casi sono tre: - pensò - o si tratta di un errore tecnico da parte mia, oppure di un hacker che si diverte a farmi i dispetti o, infine, di un virus che attacca il mio testo, non si sa perché, solo a partire da quel punto.”
    Sembrandogli questa sintetica analisi un buon punto di partenza, cominciò a scartare la prima ipotesi perché era stato molto attento nel fare le operazioni di chiusura e poi perché essa non giustificava la sparizione del testo dalle pagine stampate. Allo stesso modo si sentì di escludere l’intervento (per ben due volte) di un hacker in quanto, in tutto questo periodo, non si era mai collegato in rete. Rimaneva la terza ipotesi, anche se di un virus specializzato in capitoli non aveva mai sentito parlare prima di allora.
    Decise comunque di fare una prova: riattaccò dal solito punto e cominciò a scrivere parole e frasi senza senso per una decina di righe; poi spense tutto, aspettò un poco, riaccese il computer ed ecco riapparire, intonse, tutte le frasi senza senso insieme agli otto capitoli precedenti.
    Seppure con qualche dubbio, Giulio sperò che per qualche motivo lo strano fenomeno potesse essersi risolto. Azzerò le sciocche frasi di prova e ricominciò per la terza volta a scrivere il riottoso capitolo.
    Fu proprio in quel momento che accadde un fatto incredibile: invece delle parole battute sulla tastiera da Giulio,  sullo schermo apparve questa frase:
    “Insomma la vuoi smettere di scrivere questo stupido capitolo?”
    Giulio rimase per un attimo impietrito dallo stupore: chi diavolo aveva scritto quell’imperioso messaggio? Subito ripensò all’ipotesi dell’hacker ma presto la escluse di nuovo perché non era collegato in rete. Eppure il contenuto sembrava proprio provenire da un contatto diretto. Per accertarsene, digitò sulla tastiera una risposta:
    “Il romanzo è mio e ci scrivo quello che mi pare!”
    Passarono alcuni secondi, che gli parvero una eternità, prima che apparisse un nuovo messaggio:
    “Credi? Prova ancora a scrivere le stesse cose di ieri e di oggi e vedrai che fine faranno.”
    Giulio non sapeva cosa pensare. Da un lato la sua mente cercava di trovare una spiegazione logica a quello che stava accadendo, dall’altro si rendeva conto che quel dialogo così assurdo non poteva avere un’origine e una motivazione del tutto razionale.
    “Chi sei? Sei un virus?” chiese senza rendersi conto dell’idiozia della domanda.
    Di nuovo un’attesa, questa volta molto più breve.
    “Possibile che non hai ancora capito chi sono io?”
    “No!” rispose deciso lo scrittore.
    “Eppure mi hai creato tu: sono Viktor, il cattivissimo Viktor che tu vuoi far morire di una morte orribile solo a scriverla, figuriamoci a subirla.”
    “Ma di che parli? I personaggi di un libro vivono nella mente di chi li crea o di chi li legge e non vanno a spasso in un computer a polemizzare con il loro autore. E poi io mi chiamo Priandello e non Pirandello. Secondo me sei un virus, un programma finalizzato a demolire le opere letterarie.”
    “Oltre che come scrittore mi deludi anche come investigatore informatico. Non sono un virus: da quando in qua i virus dialogano con gli esseri umani? E poi, se fossi un programma-killer, starei qui a perdere tempo con te? Con uno, cioè, che scrive cose come quelle del capitolo nove che mi tocca cancellare ogni volta?”
    Giulio cominciò a innervosirsi: “Perché, cosa hai da dire sul capitolo nove?”
    “Guarda, non commento il valore letterario che mi sembra comunque modesto. Contesto il fatto di essere io descritto come una  persona così malvagia da meritare una morte tanto orribile come quella che mi hai riservato.”
    “Una morte meritata viste le sofferenze che hai arrecato a quei due poveri giovani….”
    “No, non io. Sei tu che ti sei servito di me per farli soffrire come a te piaceva. Ed ora vorresti farmi scontare colpe non mie in un modo così crudele?”
    Giulio rimase per un momento sconcertato non sapendo più dove quel dialogo potesse andare a parare. Decise comunque di scoprire cosa volesse realmente quel “coso” al di là dello schermo:
    “Va bene, secondo te cosa dovrei fare?”
    Questa volta non ci fu attesa:
    “Per quanto mi riguarda, basterebbe che tu non mi facessi morire, mi consentissi di fare qualcosa che mi riscattasse agli occhi di Paulette, che lei lasciasse perdere quel mediocre di Gunmax  e si mettesse con me. Quella ragazza, come ben sai, ha fatto perdere la testa a molti personaggi del libro, me compreso.”
    “Ma ti rendi conto di quello che proponi? Sarebbe come se qualcuno avesse chiesto a Manzoni di finire il suo romanzo con Lucia che molla Renzo e scappa con Don Rodrigo per vivere con lui felice e contenta. Ma dai!”
    “Bèh, non sarebbe stato un bel colpo di scena? E oggi i ragazzi non leggerebbero più volentieri  I promessi sposi?”
    “Senti, non scherziamo. La storia resta quella che era e non intendo discuterne con un.… dipendente.”
    “E allora io continuerò a cancellarti tutto e non riuscirai a finire il romanzo nemmeno se cambierai i nomi,  il computer o vattelappesca.”
    Giulio capì che non era il caso di scherzare oltre e cercò di recuperare la situazione:
    “Senti, cerchiamo di essere realistici. Io credo in questo romanzo e nei suoi personaggi soprattutto in quelli negativi come te perché sono quelli che  hanno il maggiore impatto sulla fantasia dei lettori. Sono sicuro, ad esempio, che se ne facessero un film, i migliori attori si contenderebbero il tuo ruolo molto più di quanto farebbero per quello di Gunmax. Quindi perché questa tua ostinazione?”
    “Non è un’ostinazione di principio. E’ che innanzi tutto non mi va di morire in quel modo e poi sono convinto che la soluzione che io suggerisco sarebbe molto più brillante e originale di quella che tu intendi proporre. In fondo lo dico per il tuo bene.”
    “Non credo che tu sia in grado di stabilire il grado di brillantezza e originalità di un testo né, tanto meno, di stabilire ciò che è per il mio bene.”
    “Senti – ribatté quasi immediatamente il ‘coso’ – ho l’impressione che questo dialogo con me stia mettendo a dura prova il tuo equilibrio nervoso. Facciamo così: prendiamoci una pausa di riflessione e risentiamoci domattina, diciamo intorno alle dieci, per riparlarne. Sono sicuro che a mente serena, sarai più ragionevole e più propenso a trovare una soluzione. Va bene per te?”
    “D’accordo.” rispose  lo scrittore e d’istinto, quasi in un gesto di liberazione,  spense il computer.
    La notte Giulio la passò ad elucubrare su quella faccenda incredibile,  non trascurando l’ipotesi che il tutto fosse una sorta di allucinazione della sua mente un po’ esaurita dal super lavoro degli ultimi mesi. Per un attimo, intorno alle tre di mattina,  ebbe perfino la tentazione di riaccendere il computer per verificare se …….”Ma no! - si disse - che diavolo mi passa per la mente? In questo modo rischio di impazzire. Aspettiamo domani e vedremo. Io questo romanzo lo devo finire assolutamente per rispettare  l’impegno con l’editore e per incassare qualche soldo. Per riuscirci dovrò pur concedere qualcosa a questo surreale personaggio ma un fatto è certo: lui deve morire! Su questo non transigo.”  E con questa certezza si addormentò verso le cinque di mattina per svegliarsi al trillo della sveglia alle nove e trenta esatte.
    Giulio accese il computer all’ora prefissata e, senza indugi o tentennamenti, aprì al solito contestato capitolo e scrisse semplicemente:
    “Ci sei?”
    La risposta non si fece attendere: “Certo che ci sono. Credi che  la puntualità sia una virtù solo dei buoni?”
    Giulio recepì l’ironia e con questo si convinse che chiunque fosse a rispondergli non era gestito da un programma qualsiasi ma da uno molto sofisticato in grado di percepire e imitare anche gli aspetti emotivi di un dialogo.
    “Allora – riprese Viktor – hai riflettuto? Hai una proposta da farmi?”
    Giulio prese un po’ di tempo prima di rispondere. Voleva ponderare bene le parole da scrivere: “Sì,  ho riflettuto sulla questione e ho deciso che sul fatto che devi morire non ci sono margini di trattativa.”
    “Quand’è così – rispose Viktor in un attimo – è inutile perdere altro tempo. Vuol dire che ciascuno farà ciò che deve fare.”
    “Ehi!...aspetta un momento. Non essere permaloso e lasciami finire: ho detto che non sono disponibile  a una trattativa sulla tua morte ma sono disposto a trattare sul come.”
    “Intendi dire che posso scegliere io il modo di morire?”
    “Esattamente.”
    La conferma di Giulio rimase senza risposta per qualche minuto prima che sullo schermo apparisse un nuovo messaggio di Viktor:
    “Okay, ci sto. Voglio morire per un colpo di pistola sparato da Gunmax dopo  però aver salvato da morte sicura Paulette e aver detto un’ultima frase d’amore per lei.”
    Giulio s’innervosì molto nel leggere questa proposta. Si morse le labbra e, cercando di stare calmo, rispose:
    “Questo significa chiedere tutta la mano a chi ti ha offerto un dito. No, così non può andare, non posso trasformarti in un eroe salvatore quando questi c’è già ed è Gunmax. Quello che posso concederti è di morire per un colpo di pistola e una frase che ti riscatti un po’, ma non troppo, in punto di morte. In ogni caso niente frasi d’amore per Paulette. Prendere o lasciare!” _ replicò con decisione Giulio scrivendo in grassetto le ultime parole per sottolineare la loro perentorietà.
    Passarono ancora una volta diversi minuti prima che una risposta arrivasse e Giulio li visse con la sensazione che Viktor (o chi diavolo fosse) prendesse tempo al solo scopo di assaporare qualche forma di soddisfazione nel saperlo in ansiosa attesa. Poi, finalmente, sullo schermo apparve la sua risposta:
    “Va bene, però sappi che questo accordo non lo devi alla tua capacità di negoziatore ma alla mia generosità. Tienilo a mente quando riscriverai la mia morte senza fogne e senza topi e con una bella frase di parziale riscatto perché  io resterò in agguato fino a quando non avrai finito il tuo romanzo per controllare che tu non mi faccia brutti scherzi. Addio, e in bocca al lupo!” E con queste parole, lo schermo si sbiancò cancellando tutto il surreale dialogo intercorso tra il personaggio e il suo autore.
    Dopo un profondo sospiro di sollievo, Giulio  si lasciò andare sullo schienale della sedia alzando le braccia al cielo e lanciando una specie di urlo liberatorio  neanche avesse vinto il premio letterario più prestigioso del mondo.
    Decise di mettersi subito al lavoro e lo fece con una tale lena e un tale furore creativo che si fermò solo per mezz’ora, il tempo per un panino e una birra, per riprendere subito a scrivere senza mai smettere fino a tarda sera. In più di otto ore di lavoro aveva finito il capitolo nove, e dunque il romanzo,  apportando tutte le correzioni concordate con Viktor. Non aveva avuto alcuna difficoltà nell’ambientare la colluttazione finale con Gunmax in una stazione di servizio e a risolverla con un  colpo di pistola e la morte di Viktor cui, prima di spirare, fece mormorare questa frase:  “Non devo chiedere perdono a nessuno. Se Paulette ha scelto altri da amare avrà avuto le sue buone ragioni come ne ha avute Dio se mi ha fatto così malvagio!” “In fondo – aveva pensato Giulio - si tratta di un buon compromesso: da un lato gli faccio riconoscere la sua malvagità e dall’altro l’esistenza di un Dio misericordioso. Roba che piacerebbe molto ad Alessandro Manzoni!”
    Al contrario, un po’ di difficoltà Giulio l’aveva trovata nello scrivere quello che, secondo le sue intenzioni, doveva rappresentare il momento più originale del romanzo e cioè il dialogo finale tra Gunmax e Paulette L’idea era quella di farli parlare d’amore ricorrendo a un collage di frasi tratte da film di successo come Via col vento, La vita è meravigliosa, Casablanca, Rocky e Pretty woman. Insomma,  un gioco letterario, fatto più di invenzione che di stile, che gli era sembrato molto più geniale quando lo aveva pensato rispetto a come gli era venuto scrivendolo. “Forse – pensò tra sé – anche quest’amore finirà male se dovessi scrivere la seconda parte”.
    Ad ogni buon conto, il lavoro era finito e Giulio decise che avrebbe lasciato il romanzo nel cassetto per qualche giorno prima di  rileggerlo un’ultima volta e inviarlo per posta elettronica al suo editore nella speranza di una risposta rapida e positiva. 
    Fu così che fece, e tutto si svolse nel modo previsto. Rilesse il libro apportando solo un paio di piccole correzioni e quindi lo inviò per posta elettronica all’editore Stampini. La sera stessa ricevette da questi una telefonata di conferma: “Caro Priandello, ho ricevuto il suo romanzo e lo sto facendo stampare per leggerlo durante il fine settimana. Se ci riesco, penso di darle una risposta entro lunedì. A presto e in bocca al lupo!”
    I cinque giorni gli sembrarono cinque mesi ma, come Dio volle, arrivò l’atteso lunedì e alle sette di sera anche la telefonata di Stampini.
    “Caro Priandello, vado subito al sodo: ho deciso di pubblicare il suo romanzo.”
    Giulio frenò a stento un urlo di gioia:
    “Grazie commendatore, le sono molto grato. Non le nascondo che aspettavo questa notizia con un po’ di batticuore.”
    “La capisco, caro Priandello; in fondo lei non è ancora così famoso da vendere il suo prodotto solo per il nome. Sarò però sincero con lei: fino al capitolo otto le assicuro che avevo deciso di non pubblicarlo. Poca originalità e in certi tratti perfino noioso, come una specie di Promessi sposi in chiave moderna ma senza l’arte sublime del Maestro. Poi, per inerzia, ho cominciato il nono capitolo e improvvisamente sono stato catturato dal suo cambio di marcia: un’idea semplicemente geniale!”
    “La ringrazio commendatore, l’idea di quel dialogo tra Gunmax e Paulette mi frullava per la testa da molto tempo e sono felice che le sia piaciuto al punto da averle fatto cambiare idea.”
    “No, Priandello, non ci siamo capiti, – corresse Il commendatore – quella è roba del capitolo dieci. Io sto parlando del capitolo nove…”
    “Il capitolo dieci? Quale capitolo dieci? I capitoli sono nove!”
    “Ma che dice? Io parlo del capitolo in cui l’autore, cioè lei, discute e negozia col personaggio di Viktor del modo in cui deve morire. Una soluzione che ha sorpreso me e sorprenderà in modo positivo i lettori probabilmente delusi dagli altri capitoli. Ha capito ora?”
    Giulio non rispose. Era annichilito, sconvolto, incapace di ammettere ciò che invece gli era ormai  chiaro, anzi chiarissimo: quel … quel ‘coso’ …. quel traditore di Viktor aveva fatto finta di cancellare il loro dialogo che aveva invece reinserito nel testo partito per posta elettronica spostando il finale ad un inesistente capitolo dieci!
    “Pronto….. Priandello? La prego, mi risponda: cosa le è successo? Ha perso la parola? Si è offeso per la mia critica? Guardi che io il romanzo glielo pubblico perché quel capitolo è una bomba! Per me basta e avanza per giustificare l’investimento! ... Priandello ... pronto … Priandello ...”
    Giulio sentiva la voce del commendator Stampini diventare pian piano una sorta di incubo sonoro che lo portò a riattaccare la cornetta senza rispondere ai petulanti appelli del suo editore. La sua mente vagava ormai nel mare della delusione e del dolore e l’unica esigenza che sentiva in quel momento era quella di trovare un pensiero consolatorio. Provò a pensare all’anticipo che avrebbe ricevuto, al probabile successo del libro e al fatto che a quel benedetto dialogo aveva in qualche modo partecipato anche lui, sia pure involontariamente. Purtroppo nessuno di questi pensieri riuscì a consolarlo, perché nel frattempo si rendeva sempre più conto di una dolorosa e mortificante realtà: che il suo romanzo veniva pubblicato solo per merito dell’unico capitolo che lui non aveva mai scritto. “Forse – pensò – aveva ragione Viktor: sarebbe stato meglio se Paulette si fosse innamorata di lui!”

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  • 09 marzo 2012 alle ore 18:40
    La spaccata

    Come comincia: Chiede un’altra birra nonostante abbia la nausea. Il bancone del pub non sta fermo un attimo, gli ondeggia sotto il naso come se avesse le ruote. Sente gli occhi bruciare per il fumo che riempie il locale e mentre se li stropiccia reprime un conato di vomito. Rutta rumorosamente, senza curarsi di chi gli sta vicino.
    Salute maiali!
    Solleva in alto il calice, mentre ruota sullo sgabello girevole.
    Ehi fratello! Datti una calmata o vai fuori a rinfrescarti le idee.
    Il barista è uno alto e magro come un chiodo, con i dreadlocks che gli scendono sulle spalle e un goffo cappello di lana in testa che sembra una cipolla.
    Gli alza la mano in un gesto di scusa e scende dallo sgabello. Al fondo del locale c’è un tavolino libero. Fa un casino infernale per centrare la sedia. La sposta a destra e sinistra senza sollevarla da terra e la gente intorno lo guarda con la faccia contrariata per i rumori molesti che produce.
    Prosit!
    Scruta uno a uno i tavoli che lo circondano. Sono affollati di gente vociante, ragazzi e ragazze intenti a bere, a ridere e parlare. Punta gli occhi su di una giovane che gli sta giusto di fronte, le gambe bianche accavallate sotto una gonna corta. Si alza di scatto e le si avvicina.
    Posso offrirti da bere?
    La voce è impastata e lenta come in una scena al rallentatore. Gli occupanti del tavolo lo guardano stupiti, convinti che quello a cui stanno assistendo non può avere nessun senso. Lo avvertono che la ragazza non è da sola e ha già un bicchiere in mano, ma lui insiste, facendo come se quelli non ci fossero neanche.
    Sei proprio carina, sai?
    Un giovane seduto al fianco della donna si alza e gli si avvicina. Con una mano spinge sul suo avambraccio, per allontanarlo da lei.
    Adesso stai esagerando. Meglio che vai a farti un giro.
    Lui si scrolla la mano di dosso e nella concitazione del gesto rovescia il resto della birra in terra.
    ‘Cazzo vuoi tu? Non stavo parlando con te!
    Il ragazzo gli si fa sotto minaccioso. È l’intervento degli amici della tavolata a bloccarlo.
    Lascia stare, non ne vale la pena. Non vedi che è ubriaco?
    Lui indietreggiando appena, li sfotte, imitando una scimmia che si gratta le ascelle e riproducendone il verso gutturale ma quelli fanno finta di non vederlo, curandosi unicamente di riaccompagnare l’amico al proprio posto. Ora è il barista a tirarlo per un braccio.
    Ok. Adesso tu, buono buono te ne vai fuori. Hai fatto abbastanza casino per stasera.
    Il giovane lo scorta fino all’uscita stringendogli il braccio con forza.
    Dai retta a me. Vattene a casa, prima che ti succeda qualcosa di spiacevole.
    Lui gli alza il medio in segno di spregio, poi si gira e si avvia sul marciapiedi.
    La notte è fredda ma non se ne accorge neanche. Un vento tagliente e fortissimo lo fa rallentare o lo spinge, a seconda della direzione in cui procede. Sotto i portici di via Roma il vento lo colpisce di meno ma lo sente ululare e agitare gli alberi, i cartelli stradali e le tapparelle sui balconi. Sacchetti di plastica e pagine di giornale svolazzano impazziti nell’aria. La strada è completamente deserta. Le vetrine dei negozi gli sfilano di fianco, illuminate a malapena dai lampioni posti lungo il percorso dei portici. Si sofferma a guardare quella di una profumeria. Armani, Krizia, Valentino. Profumeria di lusso. Si da uno sguardo in giro e vede la prospettiva del porticato completamente sgombra. Il vento continua a produrre la sua sarabanda di rumori, ad alcuni dei quali non riesce neanche a dare un significato. Rumore più, rumore meno. Svolta nella prima traversa e comincia a cercare qualcosa vicino ad un bidone dell’immondizia. Raccoglie una sbarra di ferro e torna sui suoi passi. Davanti alla profumeria da un ultimo sguardo in giro e poi assesta una botta alla vetrina con tutte le sue forze. Dopo il colpo, il vetro non ha neanche una scalfittura, in compenso una sirena comincia a ululare forsennatamente proprio sulla sua testa. Scaraventa la sbarra lontano e comincia a correre, svoltando nel vicolo dove c’è il bidone dell’immondizia. Vi si acquatta dietro e rimane in attesa. Dopo un paio di minuti è di nuovo il vento a farla da padrone, mentre la sirena ha smesso di gridare. Esce dal nascondiglio e torna davanti al negozio. Getta uno sguardo indifferente alla vetrina, poi si allontana alla ricerca della sbarra. La raccoglie, se la infila al fianco, all’interno dei pantaloni e riprende a camminare sotto i portici. I fari di qualche macchina solitaria sfilano sulla strada deserta. La sagoma di una gazzella dei carabinieri lo fa’irrigidire ma per fortuna non lo vedono neanche e tirano dritto per la loro strada. Gli abitanti della grande metropoli sembrano scomparsi, rintanati nelle proprie abitazioni, al caldo sotto le coperte e lui è l’unica persona ancora in giro, padrone incontrastato della città. Vicino alla stazione ferroviaria passa davanti ad un negozio di fotografia. È ancora da solo. Tira fuori la sbarra e picchia sulla vetrina. L’allarme non suona ma il risultato è identico a quello della profumeria. Il cristallo rimane integro, con una piccola ed insignificante scalfittura dove ha colpito con la punta della sbarra.
    Bastardo! Non ti vuoi rompere? Te la faccio vedere io!
    Comincia a menare colpi alla rinfusa, preso da una furia incontrollata, fino a quando non sente il palmo della mano dolergli per lo sforzo.
    ‘Affanculo!
    Butta la sbarra in terra e si allontana verso la stazione. Il vento continua a soffiare imperterrito, indifferente alla sua persona e a qualsiasi altra cosa incontri sulla propria strada.
    Sul bus che lo porta verso casa sono solo lui e l’autista. Sonnecchia in attesa della sua fermata e riapre gli occhi proprio mentre la stanno superando. L’autista si ferma e lo fa scendere e lui si avvia sul marciapiede deserto. Pochi metri ed è di nuovo davanti alla vetrina di un fotografo. Dentro non c’è granché di valore, un paio di flash elettronici, qualche obbiettivo e neanche una macchinetta di una certa importanza, ma ormai è un tarlo che gli rode il cervello. Come se dalla riuscita di quella azione spericolata dipendesse la sua sopravvivenza. A pochi metri dal negozio c’è l’ingresso di un cortile. In un angolo, una montagnola di sabbia e alcuni mattoni accatastati. Ne raccoglie uno spezzato a metà, torna sui suoi passi e senza neanche guardarsi in giro lo scaglia verso la vetrina. Il rumore del cristallo che va in pezzi si confonde con tutti gli altri rumori causati dal vento. Non scatta nessun allarme. Si avvicina e infilando una mano tra i rombi della saracinesca tira fuori tutto quello che gli capita a portata di mano. Un flash, un obbiettivo, due macchinette da quattro soldi, qualche scatola di rullini. Infila tutto nel giubbotto e si allontana furtivo. 
    E allora? Allora? Ti ho fottuto o no?
    Gesticola e parla ad alta voce, mentre barcollando si avvia verso il portone di casa a poche centinaia di metri da lì. Si sente orgoglioso di quell’impresa e pensa al giorno dopo: chissà se metteranno la notizia sul giornale?

  • 08 marzo 2012 alle ore 10:36
    STORIA DI UN LIBRO

    Come comincia: Ho conosciuto le parole. Le ho viste riflettere pensieri e immagini con la luce della luna e diventare ombra quando il sole si rimpossessava del cielo. Ho tentato di proteggerle, facendo del loro allinearsi la mia vita. Le ho indossate come una leggera e robusta armatura con cui muovermi agile e sicuro fra le righe.
    Ho segnato punti nelle dimensioni e tracciato il loro evolversi unendoli con tratti di tempo. Ho imbrattato il bianco di una pagina con i colori del mondo.
    Ho separato il nero dell’amore nelle sue sfumature e con esse ho dato forma all’indole dell’uomo. Ho donato vita e ascoltato, da un sipario calato, il saluto della folla alla morte.

  • 08 marzo 2012 alle ore 0:20
    Dicono che scrisse ancora

    Come comincia: Caro Andrea, di tanto in tanto ricordo il bordello di Caracas con quella porta spalancata sulla penombra di un altro mondo, il ballatoio di sopra dove aspettavi invano che si affacciasse la trasgressione, il frastuono dell'orchestrina sulla polvere della strada che, complice, copriva qualsiasi rumore imbarazzante ed il sorriso indecifrabile dei musici che avrebbero continuato    imperterriti a suonare anche se fosse sceso giù il diluvio.
    Ricordo i copertoni girare ammaestrati dalle mani dei bambini come animali domestici al guinzaglio , un pallone di stracci, le granite scivolare nella gola e sulla pelle rovente tra acquitrini che si gonfiavano ad ogni secchiata da una porta spalancata.
    E anche la vita si gonfiava, irrazionale ma evidente, scandita da quelle stesse risate che ridevano di lei stessa e forse anche di me che mi affannavo a ritrovarne un senso, una direzione.
    E poi immaginavo oltre la città il nulla, un limbo senza forma dove le passioni si stemperavano, le grida si affievolivano, le bocche si cucivano in un silenzio di attesa per ritornare ad accelerare in un luogo altro sufficientemente lontano da aver dimenticato tutta quella pena...ma solo per trovarne un'altra altrettanto profonda.
    Questa foresta è fatta di presenza animali e vegetali ed è fatta di ombre, delle ombre di chi vorremmo e non vorremmo incontrare, un appuntamento rinviato dopo ogni albero, un grido tra il fogliame scambiato per una voce, il nemico che sembra a volte esistere solo nella nostra testa ed in questa attesa di preparativi, di scaramucce, di lotta con le zanzare e di pazienza impaziente ad aspettare quel giorno.