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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 07 agosto 2012 alle ore 18:49
    Paolino e suo padre

    Come comincia: Il padre:  Paolino, sei gay?
    Paolino:  Naa, perché, papà?
    Il padre:  Niente di più, solo curiosità!
    Paolino:  Il mio lui lo è però!
    Il padre:  Cosaaaaa!?
    Paolino:  Nulla contro eh!?
    Il padre:  Maledetta curiosità!!!

  • 06 agosto 2012 alle ore 20:08
    Vacanze al mare

    Come comincia: Vacanze al mare

    Eriberto Pototschnigh aveva ereditato dal nonno di origine slovena  l’impronunciabile cognome tanto che la gente, dopo un primo tentativo inequivocabilmente fallito, preferiva rivolgerglisi con il più accessibile nome.
    Era un tipo che amava scendere al mare di mezza mattina. Raggiungeva l’ombrellone che gli era stato assegnato, a testa bassa, con i giornali sottobraccio e uno dei suoi libri di poderosa qualità.
    Se era costretto buttava là un saluto al bagnino e tirava dritto. Mai una volta che si fermasse a parlare del più o del meno, ma non dava l’idea di essere un individuo altezzoso. Più che altro sembrava poco disposto a perdere tempo in ciance di scarso valore.
    Viaggiava verso la sessantina, quanto poco o tanto ci mancasse non saprei dirvi. Di una certa altezza, uomo di indubbia ma non sfregiante stazza, capelli bruni, due folte basette bianche. La chioma, con qualche spruzzata di grigio, approdava alle spalle per recuperare in lunghezza quel che in fronte l’incombente calvizie aveva iniziato a portarsi via.
    Un paio di occhiali Ray-Ban Aviator, marchio storico ma inequivocabilmente datato,  completavano l’effigie usuale.
    Si spogliava di maglietta e pantaloncini e li appendeva alle bacchette dell’ombrellone. Si sedeva sul bordo del lettino guardandosi intorno: una lunga occhiata al mare, ai suoi colori, alle sue movenze, al suo effluvio.
    Le sue mani subito si rivolgevano alla borsa da cui estraeva gli occhiali per la lettura, il pacchetto dei sigari e l’accendino. Si metteva in bocca un toscano, se lo accendeva esalando intorno a sé una nuvola di fumo non sempre apprezzata. A quell’ora, però, le sdraio della prima fila erano ancora spopolate. Lo so poiché mi è capitato di occupare anch’io le sdraio della prima fila, proprio accanto a lui. Una persona gentilissima, buongiorno e buonasera  non me li negava. Ma da un cortese buongiorno, ripetuto enne volte, non si sedimenta una conoscenza.
    A volte, preferiva la poltroncina alla sdraio più comoda per svolgere parte delle sue attività  che il periodo di vacanza dal lavoro non aveva saputo o voluto o potuto interrompere.
    Lo vedevo arrivare fino all’ingresso dei bagni in bicicletta, da solo. Oppure con un somigliante giovinetto sui dieci anni. Non l’ho mai visto in coppia con una donna, escluso quella volta in cui era accompagnato da una donna in età avanzata, probabilmente la madre.
    L’assenza femminile può essere spiegata in molti modi e potrei provare ad enumerarne le ipotetiche possibilità. Ma forse è meglio che lo faccia ognuno da sé, forse non è nemmeno essenziale.
    La vita delle persone ha spesso ritmi non simultanei e quindi perché pensare sempre alle cose peggiori.
    Mi sono trovato a riflettere sul lavoro che Eriberto poteva svolgere. Dall’uso non infrequente del cellulare e dalla presenza di documenti e tabulati nelle sue mani a cui dedicava un tempo cospicuo delle  giornate di mare ho immaginato che non poteva che essere un lavoro di concetto come si usava dire una volta, in un ruolo direttivo o manageriale.
    Anche i libri che leggeva erano enigmatici, perfino quando si esprimevano nel linguaggio di genere come le storie di avventura, i libri storici, le spy story o i noir. Ho buttato un occhio sul librone che stava leggendo: Iain Pears: La quarta verità, Tea 2010. Un libro di oltre 600 pagine, il cui ambientamento storico è quello dell'Inghilterra all'indomani della restaurazione della monarchia Stuart, nel 1664, curata nel dettaglio e valida non solo come sfondo, ma ne è parte integrante.
    Oxford, un luogo e un periodo di grandi fermenti politici, scientifici e religiosi. Un docente del New College viene trovato morto in circostanze misteriose. Una ragazza accusata dell'assassinio e condannata all'impiccagione. Quattro testimoni raccontano la loro "verità": un cattolico veneziano, Marco da Cola; uno studente in medicina, Jack Prestscott; un insegnante, matematico e teologo, John Wallis; uno studioso dell'antichità, Anthony Wood. Ma uno soltanto di loro dice tutta la verità.
    Ho letto differenti giudizi: sarà stata una lettura davvero avvincente?
    Con la tecnica regolarità di chi è avvezzo a contingentare le proprie attività secondo orari prestabiliti e programmati in anticipo, si immergeva in un lungo bagno al mattino dirigendosi al largo con uniformi bracciate. Il pomeriggio invece lo dedicava al figlio, sia nel nuoto che nei giochi di spiaggia come il ping-pong con un volano al posto dell’ordinaria pallina.
    A un certo punto mi sono accorto che i suoi sguardi si facevano prolungati e non erano rivolti al mare. Bensì a una donna, dislocata a qualche metro di distanza e pure lei nella prima fila, di fronte alla cui silhouette non si restava indifferenti. Da quel momento, la sua attenzione veniva rapita dall’entrata in scena di questa donna i cui tempi di spiaggia gli erano assai simili così come il periodo di vacanza: tarda mattina, tardo pomeriggio, l’intero mese. Una donna sola con due figli: un tredicenne già grandicello, moro e attraente come la madre e un altro di un paio di annetti a cui erano  indirizzati gli obblighi prioritari.
    L’immagine era di donna non comune, capelli lunghi, increspati e corvini, che lei si annodava al centro della testa con l’aiuto di un ferma-capelli di colore arancione a forma di fiore. Occhi scuri perennemente occultati da un paio di occhialoni di tartaruga, un viso affascinante, un corpo che, nonostante la recente seconda gravidanza, conservava una grazia che lei sapeva rivestire con costumi appropriati e di gusto. Gli occhi diritti sempre davanti a sé. Un portamento impeccabile, una perfetta abbronzatura.
    Aveva sempre dei copricostume leggeri, vaporosi e colorati ma mai vistosi, che indossava lasciando scoperto a turno uno degli omeri. Perfino le lievi imperfezioni  si trasformavano in giovamenti ulteriori, in arricchita  charme:  un neo fra naso e bocca, un nasino convesso alla Debra Winger, i lombi un po’, ma solo un po’, opulenti.
    L’ho visto, da quel momento in poi, anticipare l’arrivo in spiaggia non dovesse mai perdersi l’entrata in scena della splendida femmina a cui io pure non disdegnavo di rivolgere una sbirciata. 
    Mi accorgevo che le occhiate di Eriberto verso la bella signora erano ormai ininterrotte e gli era gravoso non renderle ancora più evidenti. Provava a ritornare con il pensiero, con gli occhi, con l’attenzione ai propri doveri in arretrato ma lo sguardo dai fogli dove si era abbassato tornava ad alzarsi e a girarsi nella di lei direzione.
    L’ho visto prendersi la testa fra le mani e rimanere lì, finalmente distolto, a pensarci sopra. Mi sono detto che non poteva essere solo quel carisma muliebre ad attrarlo. Doveva esserci qualcosa di più. Probabilmente gli ricordava qualcuno e mi sono quasi convinto che l’attrazione doveva scaturire forse da una somiglianza, da un preciso ricordo, da una fotografia scattata tanti anni prima: la foto di una donna del sud,  mediterranea, spagnoleggiante, quasi tzigana che sorrideva con sguardo intrigante verso la macchina fotografica.
    Non ho colto mai un tentativo di approccio, una qualche forma di avance. Nemmeno un ammicco di cortese saluto. Eppure, era palese il cambio di umore di Eriberto: come se da un passato lontano tornassero a rivivere ombre e luci, gioie e sofferenze di una grande passione degna del vigore della gioventù. Era sorpreso e infastidito, compiaciuto e incupito.
    Ora tornava ad accendersi per qualcuno, forse per nulla, in una stagione dell’esistenza in cui di solito ci si distanziava dalla furia dei sentimenti squassanti, dagli slanci tutto cuore poco cervello portatori sì di felicità al settimo cielo ma anche di sofferenze inaudite. Ora si accingeva a mettersi sulla graticola a fuoco lento per i giorni residui di villeggiatura.
    Tuttavia, l’ultimo giorno del mese ho visto il Signor Eriberto Pototschnigh avvicinarsi a quella donna, tenderle con garbo la mano, e proferire le seguenti parole: «Devo ringraziarla, gentilissima signora, lei non sa quanto la sua presenza mi sia stata di grande compagnia. I miei ossequi».
    Un lieve inchino del capo e già si era voltato per dirigersi a rapidi passi verso l’uscita. Lei non ebbe il tempo di replicare: rimase sbalordita, a bocca socchiusa, muta e assorta. Dopodiché abbassò gli occhi e tornò senza letizia ai propri legami.

  • 04 agosto 2012 alle ore 8:27
    L'albero antropofago

    Come comincia: La Toyota ha dei sussulti che non riesco a prevedere. Mi allaccio le cinture. Fuori la foresta equatoriale si bagna di pioggia calda,fumosa. Il tergicristallo ha un rumore metallico. Le spazzole di gomma, dure di sole, lasciano solchi sul vetro. Il sentiero ha tracce di ruote fangose. Viaggiamo tra due muraglie dai verdi cupi. Mi mancano i nomi di questa flora non abituale. Le mie narici avvertono odori nuovi, incerti da definire. Gran parte delle nostre piante esotiche ornamentali , qua, parassitano gli alberi. Le scorgo, esuberanti, negli incavi dei rami. Tralci di orchidee scendono, a tratti, da tronchi spugnosi d’umidità. Amid, il mio autista e guida, mastica rumorosamente qualcosa . –“ Ho portato l’onorevole Fini e sua moglie, una settimana fa”- Alle mie ovvie domande, curiose, risponde laconicamente, da professionista. –“ Lui ha taciuto per tutto il tragitto, sembrava assorto. La moglie era attenta e interessata. Faceva molte domande. “ - La vettura ora scende la collina. Avverto il suo slittare nel fango. Ha cessato di piovere. Raggi improvvisi cadono dall’alto, tra i rami, e accendono di colori le gocce ancora sospese nell’aria. Viaggiamo fasciati da un arcobaleno. Amid ferma l’auto e mi fa scendere. Mi sorprende il silenzio che ci circonda. Le mie nozioni sul Borneo risalgono ai magici clamori delle foreste di Salgari. –“ Vi stupite del silenzio? Il vostro inquinamento è giunto anche qui…eccone i risultati!”- Taccio, colpevole. Il mio sguardo è catturato da un albero, immenso come una cattedrale. Amid mi fa segno di avvicinarmi e di guardare attentamente la corteccia . –“Vede queste toppe nella corteccia? Fanno parte di un rito animistico di questa popolazione. Gli aborti e i nati morti vengono inclusi in nicchie scavate nello spessore della corteccia, che, col tempo,pensa a cicatrizzare, inglobando il corpicino. “- Provo uno strano sgomento nell’osservare, in questo immenso tronco, un’infinità di porticine, alcune fresche, altre completamente riassorbite dalla corteccia. Quest’ albero antropofago, cosparso di cicatrici,mi incute un riverente timore. Mi sfugge un gemito:-“ Perché, Amid?”- -“A primavera, quest’ albero è tutto un fiore. Le madri vengono a cogliere la vita dei loro figli non nati. “-
    Da un ricordo

  • 03 agosto 2012 alle ore 17:34
    La Beata Veronica da Binasco e Sant'Agostino

    Come comincia: Riflessioni di ritorno a Binasco dopo un viaggio nel Nord Africa sulle orme di S.Agostino
    (Veronica e Agostino)
    Mario Capodicasa curatore di una edizione delle Confessioni  così ci presenta nella prefazione  la figura di Agostino “ La sua grandezza, come teologo, filosofo, mistico, scrittore, psicologo, è data dalla sintesi armoniosa e splendente delle sue doti,.... se rifletti bene e lo segui nelle sue speculazioni e nella sua dialettica ravvisi Aristotele, Atanasio; se ti invade il fiume della sua eloquenza ravvisi Cicerone, Crisostomo; se ti commuove la genuina parola del cuore che è sempre alta poesia ravvisi Pindaro, Virgilio; se riesci a penetrare nel suo cuore lo vedrai simile a  quello di Paolo, generoso come quello di Pietro”.
    Veronica da Binasco, al contrario, una delle tante figlie spirituali del Santo di Tagaste è una povera ed ignorante contadina: quali dunque i punti di contatto, quale il possibile raffronto tra questi due Santi tanto dissimili per origine, cultura e periodi storici?
     Il cammino di fede parte per entrambi da Milano: la Milano romana di Ambrogio per il primo, la Milano ducale di Lodovico il Moro per la seconda; protagonista di spicco Agostino, difensore della fede cristiana a Cartagine, la nuova Roma, missionaria nella Roma dei Papi Veronica; singolare poi il fatto che la Diocesi di Pavia ne conservi le venerate spoglie sottoposte entrambe a varie vicissitudini e peregrinazioni: da Ippona in Sardegna nel Logoduro e da qui  in S. Pietro in Ciel d’Oro a Pavia quelle di S. Agostino e, a pochi chilometri, nella Parrocchiale di Binasco quelle della Beata Veronica dopo la traslazione dal Convento agostiniano di Santa Marta in Milano.
    Generato a nuova vita e abbandonate le giovanili dissolutezze, dopo l’incontro in Milano con Ambrogio ed aver ricevuto  il battesimo, Agostino il novello presbitero e poi vescovo di Ippona, ritornato in patria, all’epoca del  nascente culto cristiano, organizza nel 411 d.C. il primo  dei concilii di Cartagine. Oggi, nell’odierna Tunisia, uno dei luoghi che lo videro indiscusso protagonista, le Terme di Gargilius, sono ridotte a  pochi ruderi e si nota solo qualche sbrecciata colonna a rompere l’ondeggiare di selve di gialli ranuncoli e di solitari papaveri di color scarlatto. Così doveva essere questo  luogo, lontano e a lei sconosciuto, secoli dopo anche ai tempi di Giovannina ma non dissimile, quale immagine, dall’odorante e fiorita campagna di Cicognola dove la fanciulla rendeva con il suo lavoro mena faticosa la vita dei genitori ed attendeva nel silenzio di realizzare il suo sogno: una chiamata misteriosa farsi monaca!
    Così nell’immaginario della mente ora, chiudendo gli occhi, confondendo i luoghi, il passato con il presente e il presente con il passato, e come se vedessimo Agostino passar lieve su quel campo e prendere per mano Nina. Per lei ignorante ma dalla fede genuina accanto alle parole di Cristo “ Ti benedico o Padre Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” non valevano forse per lei, ferma nella fede cattolica, le parole di Agostino per il  manicheo Fausto ? : “ E’ vero che, benché ignorante, poteva benissimo possedere la verità in materia religiosa, …………….”
     Monito anche per noi portati a giudicare il prossimo ed a valutarne i comportamenti in termini di fede e religiosità.
    Se poi, non volessimo cedere all’immaginazione e riaprendo gli occhi cancellassimo questa intima visione, dalla cronaca e  dalla storia sappiamo per certo che da Milano, come già  detto,  punto di partenza della conversione di Agostino, Nina si avvia alla vita religiosa e spirituale, iniziando proprio da un  Convento agostiniano, quello di S. Marta la sua missione di conversa questuante e poi di missionaria per le vie di Milano, Como, Roma.  Nella provincia romana del Nord Africa,allora il colto e dotto Vescovo Agostino, formatosi nelle scuole di retorica di Cartagine e di Roma, riduceva al silenzio e disputava con successo  grazie anche alla  sua arte oratoria ( Aurelius Augustinus poi Doctor Gratiae)  le tesi ed argomentazioni di manichei,  donatisti ed altri scismatici oppositori della fede cattolica, così  Veronica nel nome di Cristo e della verità  parlerà ai ricchi ed ai potenti del suo tempo  siano essi i Duchi di Milano, Lodovico il Moro e Beatrice d’Este  nonché  lo stesso Vicario del suo amato Cristo: Papa Borgia,  richiamando ora in Milano a più onesti comportamenti  la poco morigerata corte ducale  e poi a Roma sede dei Papi, lei, l’analfabeta contadina di Cicognola, con umili e tremanti parole, ma per Divina Provvidenza toccanti e persuasive, indicherà la strada della conversione al poco raccomandabile in termini di virtù e costumi Papa Borgia-Alessandro VI.
     Artefici entrambi della luccicante e sempre rinnovata, da nuovi mattoni e nuovi castoni, casa del Padre, cercheremmo invano di differenziare il loro contributo a questa edificazione: tra gli operai e gli artefici del Regno di Dio non esiste distinzione tra orafi e badilanti!
    Allora in Africa,  il demonio sotto le sembianze di scellerati e debosciati giovani  cartaginesi induceva il giovane Agostino ai piaceri della carne nei lupanari della città e lo conduceva alle frivolezze dei giardini delle Terme di Antonino, ora, sconvolto dalla angelica purezza di Veronica,  il diavolo le si presenta, nel buio di una piccola cella, nel suo più reale e bestiale aspetto e ne lacera, ne percuote, ne trafigge le povere e misere carni.
    Nonostante queste diaboliche torture e tentazioni,  sia per Agostino che per Veronica le porte degli inferi non hanno prevalso; nel sorgere a vita nuova del primo scorgi il segno della misericordia divina nei confronti del singolo peccatore,  nella sofferenza corporale di Veronica, intimamente connessa con il sacrificio della Croce, vi trovi il tributo individuale alla redenzione e alla remissione dei peccati dell’umanità. Quando pecchi e ti smarrisci Agostino ti dice che puoi risorgere, Veronica ti aiuta a risorgere!
     

  • 02 agosto 2012 alle ore 21:11
    Eroe, Ti Canto Cadendo

    Come comincia: Conoscevo un supereroe, una volta. Lo conoscevo bene, forse fin troppo e come tutti i supereroi, a volte c'è bisogno di una loro drastica scomparsa per essere giudicati poi tali.
    Conoscevo un supereroe una volta, non lo sembrava e pareva solo una persona dalla grande pazienza terrena e dal grande spirito di ostinazione contro le cose brutte e del tenero amore umano caldo e gentile.
    Sembrava tutto che un eroe. Ma poi, quando viene a mancare, ecco lì la leggenda dell'eroe nascere da una perdita.
    Ho cercato di assomigliare a quel supereroe, ma forse non lo sarò mai.
    Volevo esser per te la forza quando prima ancora di desiderarlo ero già sconfitta da me stessa. Ti prenderei le mani e le bacerei con le mie lacrime se potessi, ho fallito dove tu eri riuscita e chissà se un giorno riuscirò ad essere come te.
    Ma, benchè i rammarichi, credo possa essere contenta di essere me a differenza del giudizio del mondo.. piccola come una bambina ma in grado di poter sperare ancora in una grandezza quanto la tua.
    Eroe al quale ambisco, hai dato il mantello alla persona meno opportuna, credo. 
    Forse le tue gesta spettano a qualcun'altro che non sia io."

  • Come comincia: LA METALLURGIA NEI GRANDI POEMI DELL’ANTICHITA’
     
    La nascita della metallurgia : la lavorazione dei metalli e l’uso dei metalli
     
     Il poeta latino Tito Lucrezio Caro ( 98-54 A.C.) nel suo De Rerum Natuta (13),  fedele al pensiero di Epicureo e partendo dall’analisi delle particelle minime ed indivisibili, gli atomi, ed  analizzando  i processi della conoscenza umana ed i meccanismi che presiedono ai fenomeni naturali, ci introduce, poeticamente nel Libro V alla nascita della metallurgia ed alla lavorazione dei metalli.:”Comunque sia, quale che fosse la causa per cui l'ardore/delle fiamme aveva divorato con orrendo fragore le selve/dalle profonde radici e aveva cotto a fondo col fuoco la terra,/colavano dalle vene bollenti confluendo nelle cavità della terra/rivoli d'argento e d'oro e anche di rame e di piombo./E quando gli uomini li vedevano poi rappresi/risplendere sul suolo di lucido colore,/li raccoglievano, avvinti dalla nitida e levigata bellezza,/e vedevano che erano foggiati in forma simile a quella/che aveva l'impronta dell'incavo di ognuno./Allora in essi entrava il pensiero che questi, liquefatti al calore,/potessero colando plasmarsi in qualsiasi forma e aspetto di oggetti,/e che martellandoli si potesse forgiarli in punte di pugnali/quanto mai si volesse acute e sottili,/sì da procurarsi armi e poter tagliare selve/ed asciare il legname e piallare e levigare travi/ed anche trapanare e trafiggere e perforare/.
     
    Le proprietà dei metalli
     
    Di seguito e sempre nel Libro V, Lucrezio mette in evidenza come, dopo la scoperta della metallurgia, gli uomini abbiano imparato a conoscerne subito  le caratteristiche e l’utilità:” E dapprima s'apprestavano a far queste cose con l'argento e l'oro/non meno che con la forza violenta del possente rame,/ma invano, poiché la tempra di quelli vinta cedeva,/né potevano sopportare ugualmente il duro sforzo./Difatti ‹il rame› era più pregiato e l'oro era trascurato/per l'inutilità, perché si smussava con la punta rintuzzata./”  ma, come mette in evidenza Lucrezio  i tempi cambiano :”/Ora è trascurato il rame, l'oro è asceso al più alto onore./Così il volgere del tempo tramuta le stagioni delle cose:/ciò che era in pregio, diventa alfine di nessun valore;/”…
     
     Usura e corrosione dei metalli
     
    L’osservazione di Lucrezio sui metalli e sul loro decadimento con specifico riferimento alla concezione atomistica delle cose, si fa ancora e più profonda ( Libro I) : qualsiasi sia la natura del metallo o della lega: oro, ferro, bronzo,  al pari delle pietre, tutto ciò,  con l’impiego e nel tempo,  si usura e si corrode senza che noi ne possiamo conoscerne il perché :“Per di più, nel corso di molti anni solari l'anello,/a forza d'essere portato, si assottiglia dalla parte che tocca il dito;/lo stillicidio, cadendo sulla pietra, la incava; il ferreo vomere/adunco dell'aratro occultamente si logora nei campi;/e le strade lastricate con pietre, le vediamo consunte/dai piedi della folla; e poi, presso le porte, le statue/di bronzo mostrano che le loro mani destre si assottigliano/al tocco di quelli che spesso salutano e passano oltre./Che queste cose dunque diminuiscano, noi lo vediamo,/perché son consunte. Ma quali particelle si stacchino in ogni/momento, l'invidiosa natura della vista ci precluse di vederlo./ “
     
    Riciclaggio
     
    Virgilio, nel Libro VII dell’Eneide, ci offre un saggio poetico sui riciclaggi del ferro e dell’acciaio: il nemico incombe e bisogna difendersi : attrezzi agricoli e mezzi per dissodare il terreno vengono rifusi e trasformati sotto forma di armi e di corazze: “ Cinque grosse città con mille incudi/ a fabbricare, a risarcir si dànno/ d'ogni sorte armi: la possente Atina,/ Ardea l'antica, Tivoli il superbo,/ e Crustumerio, e la torrita Antenna./ Qui si vede cavar elmi e celate;/ là torcere e covrir targhe e pavesi:/per tutto riforbire, aüzzar ferri,/ annestar maglie, rinterzar corazze,/ e per fregiar piú nobili armature,/ tirar lame d'acciar, fila d'argento./ Ogni bosco fa lance, ogni fucina/ disfà vomeri e marre, e spiedi e spade/ si forman dai bidenti e da le falci.”/
     
    Sfolgoranti descrizioni
     
    Omero (IX sec. A.C.),  nell’Iliade come nell’Odissea e parimenti Virgilio, nell’Eneide, quasi gareggiando tra di loro, ci offrono a profusione, “forgiando” indimenticabili versi, una sfolgorante descrizione di metalli in varie forme e dalle fogge e decorazioni le più diverse:armi, scudi, cocchi divini, vasellame, suppellettili, abitazioni, strumenti musicali;  per brevità  ci si dovrà  limitare solo ad alcuni rimandi: al lettore diligente la voglia ed il compito di dar seguito a personali approfondimenti.
     
    Gli scudi di Achille e di Enea
    Di seguito sono riportati i versi  che descrivono il lavoro di Efesto-Vulcano nell’atto di forgiare, su richiesta di Teti, la madre di Achille,  il nuovo scudo del Pelide dopo che quello indossato in sua vece da Patroclo era stato preda di Ettore a seguito dell’uccisione del fraterno amico.”Eran venti che dentro la fornace/per venti bocche ne venìan soffiando,/e al fiato, che mettean dal cavo seno,/or gagliardo or leggier, come il bisogno/chiedea dell'opra e di Vulcano il senno,/sibilando prendea spirto la fiamma./In un commisti allor gittò nel fuoco/argento ed auro prezïoso e stagno/ed indomito rame. Indi sul toppo/locò la dura risonante incude,/di pesante martello armò la dritta,/di tanaglie la manca; e primamente/un saldo ei fece smisurato scudo/di dèdalo rilievo, e d'auro intorno/tre ben fulgidi cerchi vi condusse,/poi d'argento al di fuor mise la soga./Cinque dell'ampio scudo eran le zone,/ (14 )
    Non da meno è l’abilità poetica di Virgilio, nell’VIII libro dell’Eneide, nel descrivere il lavoro dei Ciclopi, intenti nelle nere fucine etnee del dio Vulcano, a forgiare , su richiesta di Pallade-Atena, le armi di Enea: “Tosto che giunse: «Via, - disse a' Ciclopi -/ sgombratevi davanti ogni lavoro,/ e qui meco guarnir d'arme attendete/ un gran campione. E s'unqua fu mestiero/ d'arte, di sperïenza e di prestezza,/ è questa volta. Or v'accingete a l'opra/ senz'altro indugio». E fu ciò detto a pena,/ che, divise le veci e i magisteri,/ a fondere, a bollire, a martellare/ chi qua chi là si diede. Il bronzo e l'oro /corrono a rivi; s'ammassiccia il ferro,/ si raffina l'acciaio; e tempre e leghe/ in piú guise si fan d'ogni metallo./ Di sette falde in sette doppi unite,/ ricotte al foco e ribattute e salde,/ si forma un saldo e smisurato scudo,/ da poter solo incontro a l'armi tutte/ star de' Latini. Il fremito del vento /che spira da' gran mantici, e le strida/ che ne' laghi attuffati, e ne l'incudi/ battuti, fanno i ferri, in un sol tuono/ ne l'antro uniti, di tenore in guisa /corrispondono a' colpi de' Ciclopi,/ ch'al moto de le braccia or alte or basse/ con le tenaglie e co' martelli a tempo fan concerto, armonia, numero e metro/”
     
    Una profusione di oggetti metallici
     
    Poi in un crescendo di citazioni,  sia in Omero che in Virgilio, appaiono magnifiche descrizioni di: cocchi divini, vasellame, suppellettili, abitazioni, strumenti musicali: 
     
    Iliade
     
    Nel bel mezzo della battaglia tra Achei e Troiani, ecco intervenire in aiuto dei due schieramenti, alcune divinità armate di tutto punto ( Iliade-Libro V):“Immantinente al cocchio Ebe le curve/ruote innesta. Un ventaglio apre ciascuna/d'otto raggi di bronzo, e si rivolve/sovra l'asse di ferro. Il giro è tutto/d'incorruttibil oro, ma di bronzo/le salde lame de' lor cerchi estremi./Maraviglia a veder! Son puro argento/i rotondi lor mozzi, e vergolate/d'argento e d'ôr del cocchio anco le cinghie/con ambedue dell'orbe i semicerchi,/a cui sospese consegnar le guide./Si dispicca da questo e scorre avanti/pur d'argento il timone, in cima a cui/Ebe attacca il bel giogo e le leggiadre/pettiere; e queste parimenti e quello/d'auro sono contesti. Desïosa/Giuno di zuffe e del rumor di guerra,/gli alipedi veloci al giogo adduce./Né Minerva s'indugia. Ella diffuso/il suo peplo immortal sul pavimento/delle sale paterne, effigïato/peplo, stupendo di sua man lavoro,/e vestita di Giove la corazza/di tutto punto al lagrimoso ballo/armasi. Intorno agli omeri divini/pon la ricca di fiocchi Egida orrenda,/che il Terror d'ogn'intorno incoronava/”
     
    Odissea
     
     Oro, argento, rame: questa l’offerta, segno dell’opulenza delle case di Ilio,  di un prigioniero troiano onde aver salva la vita  come descritto nel libro VII: “L'aggiungono anelanti i due guerrieri,/l'afferrano alle mani, ed ei piangendo/grida: Salvate questa vita, ed io/riscatterolla. Ho gran ricchezza in casa/d'oro, di rame e lavorato ferro./Di questi il padre mio, se nelle navi/vivo mi sappia degli Achei, faravvi/per la mia libertà dono infinito.”
    Sempre nello stesso libro:“Palagio chiara, qual di sole o luna,/Mandava luce. Dalla prima soglia Sino al fondo correan due di massiccio/Rame pareti risplendenti, e un fregioDi ceruleo metal girava intorno./Porte d'ôr tutte la inconcussa casaChiudean: s'ergean dal limitar di bronzo/Saldi stìpiti argentei, ed un argenteo Sosteneano architrave, e anello d'oro/Le porte ornava; d'ambo i lati a cui,Stavan d'argento e d'ôr vigili cani:/Fattura di Vulcan, che in lor ripose” … “Canto arricchillo. Il banditor nel mezzo/Sedia d'argento borchiettata a lui/Pose, e l'affisse ad una gran colonna:/Poi la cetra vocale a un aureo chiodo/Gli appese sovra il capo, ed insegnagli/,Come a staccar con mano indi l'avesse.”
    Ecco, nel libro X dello stesso poema, la munificenza di oro, argento, bronzo, che arreda le maritali stanze della maga Circe dove Ulisse riprende le vigorose forze:“Bei tappeti di porpora, cui sotto/Bei tappeti mettea di bianco lino:/L'altra mense d'argento innanzi ai seggi/Spiegava, e d'oro v'imponea canestri:/Mescea la terza nell'argentee brocche/Soavissimi vini, e d'auree tazze/Coprìa le mense: ma la quarta il fresco/Fonte recava, e raccendea gran fuoco/Sotto il vasto treppié, che l'onda cape./Già fervea questa nel cavato bronzo,/E me la ninfa guidò al bagno, e l'onda/Pel capo mollemente e per le spalle/Spargermi non cessò, ch'io mi sentii/Di vigor nuovo rifiorir le membra./Lavato ed unto di licor d'oliva,/E di tunica e clamide coverto,/Sovra un distinto d'argentini chiovi/Seggio a grand'arte fatto, e vago assai,/Mi pose: lo sgabello i piè reggea/.E un'altra ninfa da bel vaso d'oro/Purissim'acqua nel bacil d'argento/ “
     
    Eneide
     
    E non da meno, come descrizioni di opulenza e di splendori metallici, risultano questi vrsi tratti dal libro II dell’Eneide:Poscia che ciò come profeta disse,/ comandò come amico ch'a le navi/ gli portassero i doni, opre e lavori/ ch'avea d'oro e d'avorio apparecchiati/, e gran masse d'argento e gran vaselli /di dodonèo metallo: una lorica/ di forbite azzimine; e rinterrate/ maglie, dentro d'acciaro e 'ntorno d'oro/, una targa, un cimiero, una celata,/ ond'era a pompa ed a difesa armato/ Nëottòlemo altero”.
     
     
     
     
     
     
     
    CONCLUSIONI
     
    La letteratura della classicità greco-latina, come messo in evidenza,  offre un immenso tesoro di riferimenti alla metallurgia ed alla lavorazione dei metalli: metalli come simbolismo tra dei, miti e leggende, suggestivi versi sull’origine della metallurgia, sull’impiego e l’uso dei metalli, le loro proprietà, l’usura, la corrosione, il riciclaggio, nonché sfolgoranti descrizioni e una profusione di oggetti metallici.Ai poemi cavallereschi della letteratura italiana, se ci sarà, il prossimo appuntamento a cominciare dal Tasso e dall’Ariosto.
     
     BIBLIOGRAFIA
     
    1) G. Casarini :” Riferimenti ad arti e mestieri alchemici metallurgici nella Divina Commedia: Fabbri e Ferraioli”-28° Convegno Nazionale A.I.M.-Milano Novembre 2000-Atti-Vol.2-pagg 635-541
    2) G.Casarini:” Metallurgia e scienza nei gironi danteschi”-Civiltà degli Inossidabili-Ediz. Trafilerie Bedini-Dic.1992
     
    3) G. Casarini:” Dante Alighieri e la Metallurgia”- Pianeta Inossidabili-Ediz. Acciaierie Valbruna-Giu.1995
    4) G. Cozzo:” Le origini della metallurgia-I metalli e gli dei”-Editore G.Biardi-1945 Roma
    5) E. Crivelli:” La metallurgia degli antichi”-Supplem. Ann. Enciclopedia della Chimica-Unione Tipografica Editrice- 1913 Torino
    6) I. Guareschi :”Storia della Chimica-I colori degli antichi”- ”-Supplem. Ann. Enciclopedia della Chimica-Unione Tipografica Editrice- 1905 Torino
    7) A. Uccelli-G.Somigli:”Dall’alchimia alla chimica-Storia della Metallurgia e delle lavorazioni meccaniche nel medio-evo”-Enciclopedia storica delle scienze e loro applicazioni”-U. Hoepli Editore-Milano
    8) Esiodo: “ Le opere e i giorni”-Trad. G. Arrighetti-Ediz.Garzanti-1985
    9) Ovidio:” Metamorfosi”-Ediz.varie
    10) Tibullo: “Elegie”_Ediz.varie
    11) Virgilio:”Eneide”-Trad.A.Caro-Ediz.varie
    12) Virgilio: “Bucoliche”-Trad. L.Canali-Fabbri Editori
    13) Lucrezio: “De Rerum Natura”
    14) Omero: “Iliade”-Trad. V.Monti-Ediz.varie
    15) Omero: Odissea”-Trad.I.Pindemonte-Ediz.varie
    16) T. Tasso: “ La Gerusaleme Liberata”-Ediz. varie
    17) L. Ariosto: “ Orlando Furioso”-Ediz.varie
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

  • 01 agosto 2012 alle ore 13:03
    La poesia rubata

    Come comincia: Caterina sbigottita non credeva ai suoi occhi, quegli occhi sinceri e limpidi dalle lunghe ciglia nere imbrattate dal rimmell, teneva tra le dita dalle unghie sempre perfettamente laccate ad arte, così come è diventato di moda fare fra le ragazze e le quarantenni in crisi d'identità, (e già immagino i fischi delle estetiste che vivono sulla bellezza delle donnine alle quale piace sempre essere in ordine per rivaleggiare e attirare l'attenzione del sesso debole, debole alla seduzione intendo...ma torniamo alla protagonista)  un giornale, le lettere stampate le vedeva quasi annebbiate, una a ridosso dell'altra e deglutiva a vuoto. La gola improvvisamente secca, non riusciva ad emettere alcun suono, le corde vocali non  vibravano e le labbra non esprimevano i pensieri malefici che in quel momento le turbinavano nella mente. Eppure la realtà era stampata su quel giornale, si! Le avevano rubato la poesia, l'unica che ,non si era rispedita in busta chiusa, ma ci vuole un bel coraggio e una buona dose di faccia tosta ad impadronirsi delle idee altrui, quando queste sono di dominio pubblico, e senza ma e senza se o perché i suoi bellissimi versi pensati, possedevano un'altra firma. Gli animali marcano il territorio per segnalare agli intrusi di girare al largo perchè la zona gli appartiene,  e così fa lo scrittore, una sorta di tenaglia, stringeva in una morsa la povera Caterina ,che puntualmente vedeva pubbicate le sue poesie e i suoi racconti scritti durante qualunque ora del giorno e della notte, da un giornale locale che dava risalto ai giovani talenti del luogo, senza correzione alcuna  e non come si usa fare nell'editoria, per aggiustare le frasi o i versi quel tanto da renderli commerciabili, era solo frutto del suo ingegno e ne andava fiera.  Non poteva lasciare scivolare via un'azione così meschina, aveva tutto memorizzato nel pc, anche l'ora attestava la proprietà del suo pensiero, frutto del suo ingegno, era pronta a tutto anche ad intentare causa contro chi aveva rubato, qui urgeva una bella lezione verso chi si credeva furbo. Anche un ceco ascoltando avrebbe capito chi in realtà ne fosse l'autore, la penna si riconosce siamo tutti unici nel nostro genere, è facile fregiarsi della bravura quando sono gli altri a farlo al posto nostro, i pescatori usano un bellissimo aforisma pittoresco che rende l'idea  " Com'è bello andare a pesci pigliati" e qui non c'è bisogno di spendere parole, la traduzione del gergo marinaresco è fulminante,  è come la stella del Nord in mezzo ad un cielo costellato da milioni di stelle, splende più di tutte non si può confondere tra le piccole e comuni lampadine.

  • Come comincia:

    RICHIAMI DI METALLURGIA NELLA LETTERATURA

     

     

    G. Casarini-Binasco (MI)

     

     

     

    RIASSUNTO

     

    “ Fragile è il ferro allor ché non resiste/di fucina mortal tempra terrena/
    ad armi incorrottibili ed immise/d'eterno fabro)….”

    T. Tasso ( Gerusalemme Liberata-Canto VII-vv )

     

     

    “Ecco Rinaldo con la spada adosso/a Sacripante tutto s'abbandona;/
    e quel porge lo scudo, ch'era d'osso/,con la piastra d'acciar temprata e buona./

    L. Ariosto ( Orlando Furioso-Canto II)

     

     

    La scoperta dei metalli, delle leghe metalliche e il loro uso, dall’età del ferro all’era moderna, quella degli acciai inossidabili e delle superleghe, hanno accompagnato ed accompagnano  l’evoluzione e la storia dell’umanità nonché il suo modo di vivere. Nella pratica quotidiana, per limitarci al loro impiego in casa, in ufficio e nei  mezzi di trasporto, i metalli, sotto forma di oggetti e di manufatti, i più disparati, ci sfiorano e  ci sono a portata di mano anche tale continua  familiarità lo fa spesso dimenticare e porta alla ingrata indifferenza.  Tuttavia non solo nella praticità e nel campo della scienza e del mondo industriale  ma anche nel campo delle arti i metalli hanno dato e danno direttamente  un significativo contributo all’appagamento di altri  bisogni e necessità  dell’uomo, quelle dell’estetica e del bello: basti pensare alle statue bronzee della antichità classica ed alle moderne sculture in acciaio inossidabile. Indirettamente, e questo è il tema di questo excursus, vedremo come sempre  nel campo degli appagamenti culturali e dello spirito i metalli abbiano offerto ed offrano immenso materiale nel campo della letteratura. Spaziando in questo campo, dall’antichità ai tempi nostri è facile riscontrare, punto di riferimento la  Divina Commedia, nella quale sono state evidenziate e commentate a suo tempo le innumerevoli terzine con  riferimento ai metalli, come gli stessi metalli non siano sfuggiti alla penna di storici, pensatori e poeti per evocare immagini, suggestioni, riflessioni degne della nostra attenzione. Nella presente memoria, data la vastità dell’esplorazione, il campo di indagine è stato confinato  alla classicità greco-romana. Vedremo come questa, attraverso i versi di Esiodo, Omero, Ovidio, Lucrezio,Virgilio e Tibullo,  offra un immenso tesoro di riferimenti alla metallurgia ed alla lavorazione dei metalli: metalli come simbolismo tra dei, miti e leggende, suggestivi versi sull’origine della metallurgia, sull’impiego e l’uso dei metalli, le loro proprietà, l’usura, la corrosione, il riciclaggio, nonché sfolgoranti descrizioni e una profusione di oggetti metallici.Ai poemi cavallereschi della letteratura italiana, se ci sarà, il prossimo appuntamento a cominciare dal Tasso e dall’Ariosto.

     

     

     

     

    PAROLE CHIAVE

     

    Esiodo, Opere e Giorni, Omero, Iliade, Odissea, Ovidio, Metamorfosi, Tibullo, Virgilio, Eneide, Bucoliche, Lucrezio, De Rerum Natura. 

     

     

    INTRODUZIONE

     

    Fluit aes rivis aurique metallum, vulnificusque chalybs vasta fornace liquescit ( Scorrono a ruscelli il bronzo e l’oro, l’acciaio atto a ferire si liquefa nel vasto forno): questo frammento di un famoso distico tratto dall’Eneide virgiliana ,  risulta impresso, quale motto, sulla moneta etrusca raffigurante Vulcano, il dio dei metalli, adottata come stemma dall’Associazione degli Industriali Metallurgici, primo atto di quella che sarà in seguito l’Associazione Italiana di Metallurgia ed è apparso per la prima volta nel numero di settembre del 1917 della nostra rivista La Metallurgia Italiana a testimonianza del connubio che sempre dovrebbe ricercarsi tra  scienza ed arte.

    A partire da tale frammento,  già citato a suo tempo nelle ricerche su Dante, i suoi mentori e la Divina Commedia (1-3) cercheremo di scoprire, con riferimento alla classicità greco-latina, le  immagini, le  suggestioni e le riflessioni che i metalli hanno evocato e prodotto nei versi dei poeti di quel tempo antico. Tale breve ricerca, oltre che sprone per i giovani cultori della metallurgia ad una più approfondita ricerca in questo campo, vuole rendere un modesto omaggio a tutti quegli studiosi che in passato non hanno disgiunto l’amore della scienza con quello della letteratura, primo fra tutti l’Ing. Giuseppe Cozzo e poi: E. Crivelli, A. Uccelli, G. Somigli e I. Guareschi (4-7)

     

    I METALLI COME SIMBOLISMO: TRA DEI, MITO E LEGGENDA

     

    L’antropologia moderna analizzando la preistoria e la protostoria dell’umanità, classifica la sua evoluzione attraverso le seguenti età: età della pietra ( paleolitico, mesolitico, neolitico), età del bronzo e età del ferro in funzione della natura dei primi utensili impiegati dall’uomo e dalla cronologia della scoperta e dell’uso dei metalli. Anche nell’antichità seppure strettamente legata a superstizioni, suggestioni di interventi divini tra miti e leggende varie, l’importanza dei metalli, come fattori di progresso, era già stata fortemente sentita e percepita nonché tradotta anche in componimenti epici o liriche nostalgiche ed accorate.

    Inizialmente, sia nel  mondo greco e poi in quello latino, al pari della visione biblica dell’Eden o Paradiso terrestre, la prima fase della storia dell’umanità veniva confinata nell’età dell’oro, età ove regnano pace e serenità, seguita poi, come punizione divina, a periodi di guerre e di discordie: metalli sottratti all’aratura dei campi e trasformati in armi letali.

     

    Classicità Greca

     

     Per primo, Esiodo, epico greco della fine dell’VIII sec. A.C., nelle “Opere ed i giorni” (8) enumera cinque età del mondo, fondate proprio sull’uso dei metalli, ed nelle quali si sarebbero avvicendate altrettante “specie umane”, o in altre parole, altrettanti stadi della civiltà. La prima detta “età dell’oro” in cui vecchiaia, preoccupazioni ed affanni della vita erano stati risparmiati agli uomini e dove il suolo fertilissimo avrebbe offerto spontaneamente erbe e frutta in abbondanza. A questa sarebbe seguita la stirpe “ dell’età dell’argento” distrutta da Zeus per la pochezza della sua intelligenza e per il disprezzo verso gli Dei; terza “l’età del bronzo”, vigorosa ed indomabile e dal cuore duro conclusasi tra lotte tremende e crudeli.Ad esse seguiranno una quarta, come fase di transizione, per poi ultima “l’età del ferro”, quella in cui visse il poeta, piena di sofferenze, di miserie, di delitti e di empietà.“Prima una stirpe aurea di uomini mortali/ fecero gli immortali che hanno le olimpie dimore...come dèi vivevano, senza affanni nel cuore,.. il suo frutto dava la fertile terra../Come seconda una stirpe peggiore assai della prima,/argentea, fecero gli abitatori delle olimpie dimore,..vivevano ancora per poco, soffrendo dolori../né gli immortali venerare volevano,/ né sacrificare ai beati sui sacri altari,../ Zeus padre una terza stirpe di gente mortale/fece, di bronzo, in nulla simile a quella d'argento,..di bronzo eran le armi e di bronzo le case,/col bronzo lavoravano perché il nero ferro non c'eradi nuovo una quarta, sopra la terra feconda,/fece Zeus Cronide, più giusta e migliore,/di eroi, stirpe divina, che sono detti semidei, …/combattendo per le greggi di Edipo,…./là il destino di morte li avvolse;/ma poi lontano dagli uomini dando loro vitto e dimora/il padre Zeus Cronide della terra li pose ai confini./…Zeus, poi, pose un'altra stirpe di uomini mortali/dei quali, quelli che ora vivono.../perché ora la stirpe è di ferro; né mai di giorno/cesseranno da fatiche e affanni, né mai di notte,/affranti; e aspre pene manderanno a loro gli dèi.”

     

    Classicità Latina

     

    A quella medesima e felice età dell’oro ricordata da Esiodo si richiameranno più tardi anche  i poeti elegiaci latini. In particolare, Ovidio ( 43 A.C.-18 D.C.)  nel Libro I delle Metamorfosi sembra ripercorre, descrivendo le varie età dell’evolversi dell’umanità , gli stessi versi e le stesse evocazioni dell’epico greco: “Per prima fiorì l'età dell'oro, che senza giustizieri/o leggi, spontaneamente onorava lealtà e rettitudine./………non v'erano trombe dritte, corni curvi di bronzo,né elmi o spade: senza bisogno di eserciti,la gente viveva tranquilla in braccio all'ozio/Quando Saturno fu cacciato nelle tenebre del Tartaro/e cadde sotto Giove il mondo, subentrò l'età d'argento,/peggiore dell'aurea, ma più preziosa di quella fulva del bronzo./…….Terza a questa seguì l'età del bronzo: d'indole/più crudele e più proclive all'orrore delle armi/,ma non scellerata. L'ultima fu quella ingrata del ferro./E subito, in quest'epoca di natura peggiore, irruppe/ogni empietà; si persero lealtà, sincerità e pudore,/e al posto loro prevalsero frodi e inganni,/”.  (9)

    Tibullo ( 55-18 A.C.) nel suo accorato carme” In terre sconosciute” mette anch’egli a confronto il suo periodo e lo spensierato periodo di un tempo antico: l’umanità viveva in un mondo idilliaco, senza pericoli,  animali e piante elargivano doni  in abbondanza ed il metallo non era stato ancora forgiato sotto forma di armi dedite alla morte.“Com'era felice la vita sotto il regno di Saturno,/…nessuna casa aveva porte e/…Stillavano miele le querce/e spontaneamente le agnelle/gonfie di latte offrivano le poppe/…Non c'era esercito, né rabbia, guerre/o un fabbro disumano/che con arte crudele foggiasse le spade.”  ( 10 ).

    Anche Virgilio (70-19 A.C.),  nell’Eneide (LibroVIII), ricorda come Saturno e la sua età dell’oro abbiano influenzato la nascita della civiltà nel Lazio, civiltà poi degradatasi progressivamente:”Saturno il primo fu che in queste parti/ venne, dal ciel cacciato, e vi s'ascose/ E quelle rozze genti, che disperse/ eran per questi monti, insieme accolse/ e diè lor leggi: onde il paese poi /da le latèbre sue Lazio nomossi. Dicon che sotto il suo placido impero/ con giustizia, con pace e con amore si visse un secol d'oro, in fin che poscia/ l'età, degenerando, a poco a poco/ si fe' d'altro colore e d'altra lega. ( 11)

    Tema dell’età dell’oro ripreso poi dallo stesso Virgilio in  una sorta di profezia messianica, anche nelle Bucoliche ( IV Ecloga) :”O Muse sicule, cantiamo poesie più elevate: non a tutti piacciono gli arbusti e le basse tamerici;/se cantiamo i boschi, siano boschi degni di un console. /E' giunta l'ultima età / di nuovo nasce un grande ciclo di secoli e già torna la Vergine, tornano i regni di Saturno, già una nuova generazione viene fatta scendere dall'alto cielo./Tu, casta Lucina, sii propizia al bambino  che sta per nascere / al tempo del quale inizierà a scomparire la generazione del ferro/ e in tutto il mondo sorgerà quella dell'oro; il tuo Apollo regna già./”(12).

     

     

     

     

  • 01 agosto 2012 alle ore 9:05
    L'idolo non è nulla

    Come comincia: Eccolo il mio idolo, la mia ragione di vita, il mio tormento! Steso sul freddo marmo della cucina, indegno e volgare, un vuoto fantoccio senz'anima. Eppure non mi era apparsa così la prima volta in cui i nostri occhi si erano incontrati. Elena, non poteva chiamarsi in un altro modo, un nome da semidea, distruttrice dei destini, capace di passare anche sopra mille cadaveri in putrefazione, mantenendo il colore del sole sul viso. Elena... imprendibile, o meglio ' impossessible', per dirla alla francese. Quella sera ero andato senza mia moglie alla festa di Marco, costretta a casa a causa di un malore improvviso della baby-sitter. Lei era lì, sbucata chissà da dove, nessuno sembrava conoscerla, apparsa dal nulla come solo una divinità sa fare. Le bastò poco: un sorriso, uno sguardo e io non ero più. Sì era trasferita da poco in città, era giunta lì con un'amica che ora sembrava introvabile. - Come farò a tornare a casa?- Chiese con un broncio da bambina. Inutile dire che tutti i maschi che non avevano al seguito mogli o fidanzate si erano mostrati disponibili. Io solamente non avevo avuto il coraggio di risponderle. Me ne stavo lì, muto e idiota, a guardare qualcosa di troppo grande per me. Ma lei mi aveva sorriso e indicato, chiedendomi di accompagnarla. Ero dunque io il prescelto, quello che fra tutti aveva il privilegio di stare vicino al miracolo? Balbettai una risposta e lasciai che mi seguisse in macchina. Lungo la strada non faceva che parlare e parlare, raccontava del suo momentaneo lavoro come modella e hostess di congressi, e del suo sogno di fare l'attrice, e altre cose simili. Non aveva però importanza quello che diceva, ma come le parole uscivano dalla sua bocca, flautate e carezzevoli come velluto. La seguii frastornato dentro casa sua, come un cane randagio che spera in una carezza, e lei sembrava disposta a darmi anche più di questo. Mi baciò (dovette farlo lei, perché io non ne avrei avuto mai il coraggio) e la sua stessa bocca sapeva di miele. Tutto in lei era troppo, troppo perfetto, talmente da confondermi: le sue mani, la sua pelle, tutto era un inno all'amore. Perciò non potei... Non potei averla, né quella sera, né in seguito. Avrei voluto, Dio se l'avrei voluto, ma semplicemente non potevo. Ogni volta che dovevamo incontrarci mi dicevo che ce l'avrei fatta, ero un uomo normale che sa cosa si deve fare con una donna. Né ciò aveva niente a che fare con degli scrupoli verso mia moglie e i miei figli, dato che non ero nuovo ad avventure adulterine. Ma in lei c'era qualcosa che mi terrorizzava, quando stavo per prenderla temevo che la sua stessa aura mi avrebbe afferrato e bruciato. Non ero un Anchise o un Adone, non avrei potuto fare come loro, congiungermi con una dea e uscirne illeso. Lei sapeva il potere che esercitava, ne rideva e ci giocava, sapendo che da me avrebbe ottenuto qualsiasi cosa. M'indebitai per comprarle gioielli, pellicce, vestiti firmati, nonché l'affitto di un appartamento di lusso, doni che sarebbero serviti ad ammansire la sua feroce divinità, inducendola a rendermi quella grazia che tanto agognavo. Ma stavo per rassegnarmi, poiché ero quasi convinto che nessun uomo potesse possederla. - Non puoi andare avanti così... Che sarà mai?! É bella, ma è una donna come tante. Pensala in questo modo, caricati e magari prendi una pastiglietta di Viagra... Vedrai che nottata...- Questo mi aveva detto Marco, il mio migliore amico informato del mio tormento, mentre mi porgeva la mitica pillola blu. Mi gasai, immaginai di prenderla in tutte le posizioni, e mi recai baldanzoso e 'viagrato' al suo appartamento. E ci sarei riuscito, se solo non le avessi guardato il viso, quel sorriso di sfida che pareva dirmi: - Veramente pensi che basti una pillola per possedermi, per toccare la mia essenza superiore?- Perciò tutto naufragò in un senso di frustrazione ancor più intenso del solito. Lei rise di scherno: - Lascia perdere... Evidentemente sei un caso senza speranza...- Allora fui convinto che ciò non sarebbe riuscito a nessuno, che dovevo accontentarmi della sua luminosa vicinanza e non chiedere di più. Avrei in qualche modo trovato serenità in questo, se non fosse che lei era una dea crudele, capace di trovare mille modi per tormentare i suoi fedeli. Quella stesa sera mi aveva raggiunto Marco, doveva portarmi urgentemente dei documenti dall'ufficio e sapeva di trovarmi lì (dove sennò, ormai sembravo essermi dimenticato di avere una famiglia). Lei lo aveva accolto, carezzevole come una gattina che fa le fusa, e gli era bastata un'occhiata per capire la mia bruciante disfatta. - Mi scuserai, vero Franco? Ma devo far vedere urgentemente una cosa a Marco. Se vuoi seguirmi un attimo?- Aveva invitato il mio amico con un tono che rivelava mille promesse, di cui io, purtroppo, sapevo il contenuto e a cui, idiota, non sapevo oppormi. - Tanto non ci riuscirà... É impossibile-, m'incoraggiavo. Eppure loro non tornavano e i minuti scattavano roventi nella mia testa. Alla fine non sopportai l'attesa, dovevo sapere se esistesse qualcuno capace di compiere il miracolo. Mi fermai davanti alla porta della sua camera, era socchiusa e io l'aprii quel tanto che bastava per spiare. Sarebbero dovuto bastarmi i sospiri di Elena per capire, invece volevo vedere, farmi del male pur di sapere come fosse possibile quello che stava accadendo. Ed eccolo l'Anchise, l'Adone, colui capace di possedere una dea senza rimanerne nemmeno ustionato, in grado addirittura di renderla volgarmente umana e, udite udite, perfino d'insultarla trivialmente durante l'amplesso. E in effetti lei non aveva niente di supremo in quel momento, sembrava una qualsiasi sgualdrina da film porno di quarta categoria. Sapeva, sicuramente sapeva, che sarei andato a vedere, voleva mostrarmi quanto fossi mancante, incapace di darle ciò che qualunque mediocre uomo poteva fare, chiunque troppo ottuso per vedere la sua luce. Quando uscirono dalla stanza, io li stavo attendendo in salotto. Avrei voluto fare una scenata, picchiare lui e, magari, stuprare lei ( che ottimista, direte...), invece non riuscii a dire una parola. Marco sembrava non avere il coraggio di guardarmi negli occhi e se ne andò con una scusa, Elena invece era euforica, vivace e bellissima in modo impossibile. Tornato a casa non trovai più nessuno, non me ne meravigliai, dati i creditori alle porte e le mie continue assenze. Non era stata la mia famiglia ad abbandonarmi, ero stato io a cancellarla dalla mia vita, tutta tesa ormai verso un'ossessione impossibile. Non dormii tutta la notte, solo, nel silenzio di mura che una volta erano state piene di vita. Pensai a lei, alla sua essenza divina e a come essa era stata spezzata da Marco. Eppure non potevo convincermi che si trattasse solo di una mia illusione, così come un fervente credente non può accettare l'idea che Dio non esista. Dovevo capire per cosa avevo buttato via la mia vita. Mi recai di buon'ora a casa di Elena (nel cui affitto erano confluiti buona parte dei miei averi), pareva stanca e di malumore, ma sempre sublime. Mi chiesi se Marco fosse tornato da lei ieri notte. - Perché mi hai fatto questo?- Riuscii a chiederle. - Cosa?- Elena ostentava un'aria d'indifferenza, mentre tirava fuori dal frigo un cartone di succo d'arancia. - Hai fatto sesso con Marco quando io stavo sotto lo stesso tetto. Perché questa crudeltà?- - Nessuno ti ha detto di andare a sbirciare, se solo saresti stato più discreto...- Ma le dee possono dare risposte idiote e sgrammaticate? Perché questa ne aveva tutta la parvenza. - Perché l'hai fatto?- Insistetti. - Forse così hai capito come si fa...- Elena rise, ma non era la sua risata melodiosa, era qualcosa di basso, volgare, da donna di strada. E allora la guardai con più attenzione, c'era qualcosa nella piega della sua bocca e nel modo in cui sorbiva il succo del bicchiere che prima mi era sfuggito. - Mia moglie mi ha lasciato... Se n'è andata con i miei figli... Ho perso tutto per te...- - Doveva essere una molto noiosa tua moglie, se invece di stare con lei, stavi sempre dietro di me...- Mia moglie noiosa? Tutt'altro! Era sempre stata più attiva e vivace di me, un tipo creativo nel lavoro e nella vita, una donna che si era realizzata pur non facendo mancare nulla alla famiglia. Elena invece cosa aveva concluso? A venticinque anni sognava ancora di entrare nel mondo dello spettacolo, mentre si faceva pagare i suoi vizi dagli altri. Non aveva nemmeno pensato a curare minimamente la propria cultura, e si crogiolava beata nella sua ignoranza. E sapete di cosa mi accorsi? Non era nemmeno bella, non in quell'accezione che le avevo dato in quei mesi. Invece delle labbra sembrava avere dei salsicciotti mal rifatti ed emetteva un suono fastidioso quando cercava di sorbire il succo fino all'ultima goccia. Niente a che fare con la classe di mia moglie! Quella che avevo scambiato per maestosa regalità non era che dozzinale supponenza. Il furore mi prese contro quel mostro che mi si era appena rivelato, l'afferrai per il collo e strinsi, strinsi, e più stringevo più godevo. La sua vita così, tra le mie mani, valeva più di un semplice amplesso, si dibatteva convulsamente, ma ora che l'avevo presa, ora che ero il suo padrone, non avrei potuto rinunciare all'unica soddisfazione che era stata in grado di darmi. Continuai a stringere, anche quando ormai la sua pelle aveva assunto un tonalità bluastra e le sue braccia penzolavano. La lasciai cadere improvvisamente, orripilato da quello che avevo davanti agli occhi, un corpo morto che ora corrispondeva all'anima morta che vi aveva abitato.

  • 01 agosto 2012 alle ore 9:03
    La Bella Addormentata

    Come comincia: Era bella, era pura, sembrava quasi ritornata all'infanzia.
    Sul suo volto pareva essersi steso un velo di serenità imperturbabile, sul cui pallore emergevano un lieve rossore delle guance, unica traccia di vita su quel corpo immobile.
    Attorno a lei non erano cresciuti rovi, né era rinchiusa nella torre di un castello, il suo sonno non era frutto di un incantesimo di una donna invidiosa e frustrata.
    Il principe era il suo incantatore, colui che l'avrebbe baciata, ma che nel contempo ne desiderava l'immobilità.
    E come un principe si era presentato quell'uomo: il sogno di ogni ragazza di modeste condizioni, tanto più per una che si pagava gli studi con il lavoro di commessa e cameriera part-time.
    L'uomo giovane, elegante e attraente, con la macchina sportiva e conoscitore di mondi su cui ella poteva solo fantasticare.
    Billionaire, Porto Cervo, Ibiza, Formentera, conoscenze VIP: tutti quegli status symbol raggruppati in un solo individuo.
    Sembrava fosse stata risvegliata da quel torpore tedioso e anonimo in cui era vissuta per vent'anni, eppure adesso stava dormendo e nulla poteva turbarne il sonno.
    Ciò era accaduto perché il principe aveva bisogno della sua passività, della sua incapacità di reagire.
    Troppa vita aveva pervaso quel giovane corpo, troppe aspettative trapelavano dai suoi occhi; meglio l'immobilità, meglio che quella luce sia nascosta dalle palpebre abbassate.
    Ella non deve vedere la bestia nascosta dentro al principe, potrebbe spaventarsi o, peggio ancora, deriderlo.
    Perché rischiare l'umiliazione, quando tutta la bellezza può essere imprigionata in un delizioso, caldo e inerte involucro, totalmente a sua disposizione?
    Per questo motivo le addormentava tutte con il suo elisir speciale, sottratto al fratello medico, il loro oblio diventava così la sua estasi.
    Necrofilia?
    No, niente affatto: loro erano tutte vive, i loro colpi caldi, il sangue scorreva sotto le loro guance delicate.
    Poi si risvegliavano, ignare di tutte le fantasie che lui aveva concretizzato su di loro, solo un po' sconcertate e imbarazzate per essersi addormentate all'improvviso.
    Ora avrebbe dato sfogo al suo desiderio su quest'ultima donna, fragile, vulnerabile e per questo irresistibile.
    Lo stesso rito di sempre: denudare quell'involucro, togliersi i vestiti, aprirsi lui stesso, mostrarsi a colei che non può vederlo, valutarlo, giudicarlo.
    Si stese su di lei, pelle a pelle, calore su calore, adagiarsi su quel tappeto di carne accogliente che sembrava aspettare solo che vi si immergesse.
    E lui vi si immerse.
    Fu allora che lei aprì gli occhi: le sue iridi si fissarono su di lui, incredule, accusatrici.
    Non poteva sostenere la lama di quello sguardo, era come pioggia incandescente su di lui.
    Allungò la mano, prese il primo oggetto che trovò: un tagliacarte.
    E colpì, colpì, sperando di non vedere più la derisione sul suo volto.
    Alla fine i suoi occhi si svuotarono di ogni presenza, diventando vacui, da bambola.
    Le posò una rosa rossa accanto al viso pallido inondato di sangue, una composizione bizzarra, ma a suo modo gradevole.
    -Oh, al Diavolo... è ancora calda.-
    E ricominciò lì dove era stato interrotto.

  • 31 luglio 2012 alle ore 10:59
    Le nebbie di Vraibourg (estratto)

    Come comincia: Cercava di scivolare tra gli invitati con discrezione, ma alcune matrone erano piantate a terra come montagne ingioiellate. Intanto monsieur Des Essarts intratteneva il suo popolo, ringraziava per la partecipazione, raccontava aneddoti stantii con voce sofferente. E lui, Etienne, cercava Dorian, come Tancrède Des Essarts gli aveva richiesto tramite Dominic. Non sapeva cosa avesse in mente il padrone. Aprire le danze in maniera particolare. Forse voleva far pronunciare qualche panegirico al figlio. Ci sarebbe stato di che ridere. O di che pentirsi. 
    Non si sorprese di trovarlo nascosto agli altri, dietro un pesante tendaggio. Scrutava fuori, il bosco e la notte, come per un richiamo invincibile, primordiale. Tossì lievemente per richiamare la sua attenzione. Dorian non si voltò. Maledicendolo a gran voce nella mente, allungò piano la mano a toccare la sua spalla. Stavolta si girò, un movimento repentino, lo sguardo torvo a scoprire il nemico. Etienne ritrasse la mano scottata dal fugace contatto.
    «Mi scusi Dorian. Suo padre mi ha mandato a cercarla. Vorrebbe che andasse da lui.»
    Il principe della sera inclinò un poco il viso di porcellana.
    Un breve sorriso osceno ne spaccò la perfezione. Lo seguì senza dire una parola.
    «Eccoti finalmente!»
    Il padre trascinò a sé il figlio, cingendone le spalle col braccio. A Etienne, abituato a vedere i loro freddi incontri, sembrò una cosa innaturale. Tancrède Des Essarts stirò un sorriso, prima rivolto al figlio, che lo superava di oltre una spanna, poi agli invitati.
    «Caro Dorian, oggi è la tua festa e tutta la nostra città è venuta gentilmente a presentare i suoi auguri. Questa bella serata è per te, per i nostri ospiti e le loro figliole. Dato che tu sei il festeggiato, desidererei che i nostri invitati ti accordassero un privilegio: quello di aprire le danze con la fanciulla che tu sceglierai tra tutte.»
    Un debole applauso incorniciò la fine del discorso. Le madri battevano le mani più forte,  perando così di favorire la fortuna. Le fanciulle si aggiustavano i vestiti un po’ sgualciti, si tastavano piano le capigliature. Etienne guardò Ophélie. Scuoteva il capo mentre le altre si agitavano come puledri prima di una gara.
    Correvano ad accaparrarsi il posto migliore, in un calpestio di tacchi, dandosi gomitate di nascosto. Si allineavano, le figlie di Vraibourg, in una fila disuguale e comica, lungo una parete del salone, come loro richiesto dal padrone di casa. Tutte, senza esclusione, avevano dovuto partecipare, le più timide ripescate da Dominic negli angoli. E così anche Ophélie era stata trascinata pressappoco al centro della sequenza. Tra le ultime, spaesata, stava Madeleine. Le prescelte si guardavano con occhi cattivi, scalpitando sul posto per l’arrivo del principe. Sospinto lievemente dal padre, Dorian si avviò a esaminare le truppe pronte alla guerra.
    Tutto si poteva dire di lei tranne che sembrasse malata. Piantata solidamente a terra, le carni piene e lattee, il petto florido, Lise Plassans aveva scritte in viso le sue qualità di brava
    padrona di casa e proficua produttrice di prole, nonché erede di una cospicua dote. In verità in faccia era anche riportata la sua predilezione per i dolci e la somiglianza col visetto porcino della madre. Aveva molta fiducia in quella serata, sarebbe potuta diventare «la signora della Guyenne». Quando Dorian, il bel Dorian, si fermò davanti a lei, il cuore iniziò a batterle forte nel seno nutrito. Le altre non le aveva neppure considerate, scivolando via veloce. Gli invitati stavano in un ilenzio quasi religioso, mentre madame Plassans stringeva le mani tanto da far stridere fra loro gli anelli. Dorian si fermò e la guardò bene, da capo a piedi. Poi dai piedi al capo. E non
    troppo forte, ma nemmeno troppo piano, le rise in faccia. 
    Riprese la sua ispezione, nel silenzio imbarazzato degli ospiti. Sul viso di Lise Plassans rimanevano vergogna e lacrime. Etienne guardava con una certa apprensione Dorian avvicinarsi
    al centro della fila. In barba alle sue preghiere, Dorian si fermò proprio davanti a Ophélie. Etienne temeva che l’amica gli avrebbe assestato un ceffone al minimo movimento.
    Dorian le si accostò, sussurrandole qualcosa all’orecchio. Un attimo soltanto e proseguì. Ophélie rimase immobile, il volto contratto, le labbra serrate. Il generale affrettò il passo dinanzi
    alla misera truppa allineata. Ma si fermò un’ultima volta davanti a Madeleine che arretrò istintivamente. Rimasero così poco più di un minuto, finché Dorian bruscamente si staccò. Fece uno scarto, risalì la sala. Etienne se lo trovò davanti all’improvviso e non poté fermarlo. Come quel giorno in biblioteca, gli prese il viso tra le mani e disse: «Sei bello».
    E poi, tra il mormorìo della folla, uscì. Tancrède Des Essarts aveva il volto contratto in una smorfia di dolore e disgusto. Il sabba era concluso.

  • 30 luglio 2012 alle ore 11:39
    La libellula e le perle d'acqua

    Come comincia: In un campo di margherite, minuscole perle d'acqua, ignare d'essere vita, giocavano a rincorrersi sui languidi rametti di una fragile pianta selvatica. Una leggiadra libellula visitatrice casuale di quel lussureggiante paesaggio campestre e bisognosa di gocciole per spiegare le sue ali, decise di riposarsi e vi si aggrappò con le lunghe e stecchite zampette per osservare il lento succedersi del loro scivolare, una dietro l'altra sui verdi fili, come fa il gioielliere quando infila le collane. Il bell insetto si fermò a fare la conta sul fragile pallottoliere, improvvisato dalla natura, e cominciò a pensare quante ne doveva risparmiare per il suo felice divenire.
    Morale del racconto: se non si possiedono i mezzi per trovare la forza di spiegare le ali è bene fermarsi ad osservare, fare la conta delle sostanze e risparmiare in attesa di un momento più propizio, cercando di vedere il bello anche in un sogno proiettato nel futuro, mettendo in conto che potrebbe non realizzarsi mai, ma che  comunque sia per chi ci crede la carota appesa ad un filo, come la verde speranza, alla quale tutti quanti ci aggrappiamo.

    ( Da fotografie incorniciate di Vittoria Carrassi)

  • 28 luglio 2012 alle ore 13:13

    Come comincia: ...poi ho cominciato a bere, vino, vino rosso. scadente, nelle osterie. sono diventato un alcolizzato. mia moglie mi ha lasciato; i miei figli sono andati via con lei; gli amici sono scomparsi ad uno ad uno;ho perso il lavoro. Ero un barbone, rubavo per comprare vino. Il mio veleno.
    Poi, la salvezzs: ho incontrato lui,gesu': e' diventato mio amico. E per un alcolizzato, avere un amico che trasforma l'acqua in vino e' una grande fortuna.

  • 26 luglio 2012 alle ore 9:27
    Don Spiridione e il mammòcce

    Come comincia: In quella stanza buia, illuminata dalla tremolante luce emessa dalla fioca fiammella di un’esile candela accesa, Teresa gemeva e frignava reclinando di tanto in tanto le sue membra sul freddo corpo ormai esanime del marito estinto. Angelo era il suo nome, esangue era ora il suo ceruleo volto e inespressivo e aveva le mani incrociate sul petto. Era morto qualche ora prima. Con una mano, la povera donna, si asciugava di tanto in tanto le lacrime che sgorgavano copiose dalle sue cavità oculari, mentre con l’altra teneva abbracciato a sé il mammòcce Cesario, l’unico figlio che aveva partorito esattamente undici anni prima. E lo teneva così stretto a sé come per significare inconsciamente che era l’unico bene che le era rimasto. Che strana coincidenza – diceva gemendo la povera donna -, Angelo è morto lo stesso giorno incui è nato Cesario. Fuori, sulla piazzetta lastricata antistante la casa, in mezzo ad un folto nugolo di uomini e donne, vicini di casa e parenti alla lontana, che stazionavano per dare apparente ma inutile conforto alla giovane donna, già orfana ora vedova, privata di quel bene assoluto che genera la vita, si aprì uno stretto varco per far passare il prete chiamato qualche ora prima per conferire al morituro l’estrema unzione che adesso sarebbe risultata inutile. Don Spiridione era quel prete, nominato parroco della vicina chiesa dell’Annunziata restaurata da poco, dopo un abbandono che, per circa un decennio, in seguito ai dissidi tra Stato pontificio e il recente Regno italiano, conseguenti all’unificazione d’Italia, le infiltrazioni d’acqua avevano resa impraticabile. Il considerevole ritardo di don Spiridione al capezzale dell’ormai defunto Angelo era dipeso dal fatto che aveva conferito non solo l’estrema unzione a tal Pomponio, un nobile signore romano di passaggio a Terracina, morto di infarto mentre era ospite a casa di amici di sangue blu ma, costretto dagli eventi, aveva dovuto celebrargli anche il funerale. Succede che i signori abbiano spesso la meglio sulla povera gente, anche quando muoiono. - Mi sono fatto imprestare un asino per arrivare il prima possibile, ma quella bestiaccia non aveva voglia di correre, poi s’è fatto buio e per questo non sono riuscito ad essere puntuale. Non so come rimediare ma, dopo il funerale, nei prossimi giorni non appena si rimette da questo suo grande dolore venga a trovarmi in chiesa per qualunque bisogno -, esclamò, rivolgendosi alla vedova, il prete dispiaciuto per l’episodio irrimediabile e ancora ansimante per la greve inutile corsa. Fino ad allora Teresa non aveva avuto occasione di conoscere il nuovo parroco, arrivato da pochi giorni in parrocchia. Dovendo assistere il marito sofferente di malaria, una malattia nefasta che già aveva fatto diversi morti in paese per la vicinanza della putrida palude pontina infestata dalla zanzara anofele portatrice del plasmodio falciparum, Teresa non era andata mai a messa, neppure a quella del vespro, né a ripetere il quotidiano rosario. La morte del marito e l’inconsueta situazione che aveva messo il prete in debito nei suoi confronti, le avevano consentito in seguito di instaurare con questi un rapporto chiamiamolo di opportunità, o meglio di convenienza, che le avrebbe dato la possibilità sia di lavorare sia di far studiare il figlio. Quella era, forse, l’unica eredità che suo marito Angelo inconsapevolmente morendo le aveva lasciato. Non èdetto che l’eredità debba essere soltanto materiale!
    Don Spiridione l’avrebbe aiutata sicuramente. Ne era sicura. Altrimenti i preti che ci stanno a fare? – Pensava Teresa.

    Piovigginava quel giorno in cui Teresa decise di andare a trovare don Spiridione in sacrestia. Già era trascorso un mese esatto dalla dipartita del marito. La donna assieme al suo mammòcce si coprì con il mantello per ripararsi dalla sottile pioggerellina e percorse la strada che portava all’Annunziata a passo svelto, mentre dodici tocchi della bronzea campana segnavano già mezzogiorno. Teresa bussò alla porta della sacrestia che dopo qualche istante si aprì lentamente con uno scricchiolamento stridente, dissonante, fastidioso, quasi insopportabile all’udito. Apparve sull’uscio don Spiridione, persona dal corpo esile, dalla folta capigliatura e dalla lunga canuta barba incolta, che con i suoi occhiali spessi proiettò il suo sguardo fuori come un’antenna a guisa di una lumaca.
    - Gesù Cristo sia lodato! – Salutò Teresa nel vederlo apparire.
    - Sia sempre lodato! - Rispose il prelato che indietreggiò per fare accomodare gli ospiti.
    - Ho portato anche mio figlio Cesario, per farglielo conoscere -, disse timidamente la donna.
    Salve mammòcce, sei abbastanza sviluppato per l’età che hai e sei anche bello -, esclamò don Spiridione accarezzandolo soavemente con ambedue le mani  sul viso. Cesario diventò subito rosso in viso per l’imbarazzo, retrocedendo per istinto come se volesse respingere quell’inconsueta bizzarra carezza. In quello stesso momento, il prelato fu colto da un tic nervoso che gli fece ruotare il capo verso sinistra e scorrere il labbro superiore in senso opposto a quello inferiore. Sarà stato l’apparire di Teresa, donna piacente, snella, dai capelli neri e dalle orbite oculari in cui si incuneavano, come due pietre preziose in un gioiello, due occhi azzurri dal color del cielo, con un portamento gentile e aggraziato anche se appariva sciupata e deperita sia per il dispiacere che le avevano procurato la malattia e la morte improvvisa del marito, sia per la preoccupazione di rimanere adesso povera, oppure sarà stata la carezza che aveva gratuitamente elargito al mammòcce a causare a don Spiridione quel  tic dall’effetto claunesco?
    - Ha preso tutto da mio marito Angelo! – Confermò Teresa, la quale, dopo un attimo di pausa,mentre il suo viso era diventato quasi paonazzo per la timidezza dovuta alla richiesta che stava per avanzare, disse con gli occhi che le si riempivano di umore: - Padre, si ricorda di me, vero?
    - Certo che mi ricordo di te, figliola, e come mi posso dimenticare di quel funesto giorno così estenuante? – Confermò il prete che aggiunse: -  In che cosa le posso essere utile?- Mi deve aiutare, sono disperata! Non ho più soldi e non so come tirare a campare. Se non fosse per questo mammòcce non so cosa farei. A volte mi è venuta la voglia di recarmi sul monte sant’Angelo e buttarmi giù dal dirupo per la disperazione –, confessò Teresa.
    - Non faccia questi discorsi che non sono di una donna credente. Bisogna affidarsi alla speranza e avere fiducia in Dio. E poi noi che ci stiamo a fare? Mi dica, cara Teresa –, disse con tono rassicurante e condiscendente don Spiridione.
    - Ho bisogno di lavorare perché mio marito faticava nei campi alla giornata e ora, che non c’è più, possiedo solo la casa in cui abito. Poi, vorrei realizzare il desiderio di Angelo, il mio povero marito, che voleva  che questo mammòcce studiasse -, chiese un po’ impacciata Teresa.Don Spiridione divenne pensieroso, cupo, il suo volto si oscurò all’improvviso mentre con una mano formò una celletta su cui pose il mento barbuto, ma altrettanto all’improvviso gli si illuminò, cosicché Teresa che lo aveva guardato fissandolo per tutto il tempo passò parallelamente dallo sconforto alla gioia. Sul suo volto un velo di letizia prese quindi il posto della repentina cupezza che per un attimo l’aveva coperto.
    - Ho bisogno di una perpetua e se le sta bene può iniziare da subito, anzi da domani, mentre per il mammòcce ho pensato di insegnargli il latino per farlo entrare in Seminario, dove avrà scuola, vitto e alloggio gratuitamente. Se poi sentirà la vocazione si farà prete –, disse in un sol fiato il prelato.
    Una proposta allettante e molto generosa. Era un miracolo per Teresa. Aveva sofferto tanto, e adesso quella sofferenza le si stava tramutando in appagamento, contentezza, esultanza. Adesso aveva tutta la vita dinnanzi a sé, lei che aveva pensato di suicidarsi. Adesso apprezzava la vita. Adesso poteva ritenersi felice. Adesso poteva pensare all’avvenire del suo adorato mammòcce.
    - Grazie, don Spiridione, lei è un santo e il padreterno, che l’ha mandato apposta in questa parrocchia per farmi un tale miracolo, l’abbia in gloria eterna. Accetto la sua proposta prodiga e magnanima a condizione, però, che la sera dopo cena io vada a dormire con il mammòcce a casa mia. Ancora non mi sono abituata alla mancanza di mio marito che amavo tanto, e in quella casa respiro ancora il suo respiro, sento tuttora il suo calore, in più ascolto la sua voce e avverto, inoltre, a fior di pelle l’amore che mi dava quando mi guardava o mi accarezzava -, esclamò felice Teresa.
    - Noto che amavi molto tuo marito e questo mi fa piacere…. Sì, puoi andare a dormire a casa tua. Non c’è alcun problema per questo, cara Teresa. Puoi fare le cose che ritieni opportuno fare ma mi devi assicurare la pulizia della sacrestia, far da mangiare durante il giorno e lavare i panni sporchi. Come vedi qui c’è solo questa stanza, uno sgabuzzino e la cucina e non saprei dove farti dormire. Né ovviamente potrei concederti il mio letto -, disse il prelato sarcasticamente dando alla donna del tu senza averle chiesto il permesso. In quel momento gli sopraggiunse quello strano tic nervoso identico a quello che l’aveva colto ancor prima quando aveva accarezzato il mammòcce.
    Teresa non ebbe il coraggio di chiedere a don Spiridione il motivo per il quale le stesse dando del tu che lei riteneva molto confidenziale e poco appropriato. Non era lecito. E poi quel cara Teresa… . Ciò le diede da pensare per tutto il resto del giorno e della notte seguente, durante la quale non riuscì neppure a prendere sonno. Non c’era niente di strano che il parroco parlasse con una sua parrocchiana in seconda persona. Ma il modo insolito e inatteso con cui il prelato l’aveva fatto trasferì a Teresa nell’animo uno strano presentimento. Era la seconda volta che si vedevano e non c’era stato il tempo di instaurare rapporti di natura amichevole. Forse l’offerta dignitosa di lavoro e la rassicurazione di far studiare il mammòcce avevano apportato al prelato quel privilegio di cui si appropriano unilateralmente i padroni nei confronti dei loro servi, perché la perpetua altro non era che una serva.
    Teresa comunque non si lagnò opportunamente perché erano prioritari sia il lavoro che il proseguimento degli studi del figlio.

    - Ripeti la prima declinazione di rosa –, chiese don Spiridione al mammòcce.
    - Rosa, rosae, rosae, … –, rispose senza tentennamenti Cesario, che era predisposto allo studio del latino in quanto rivelava  ottime capacità logiche e razionali.
    - Bravo! Ora declinami il plurale di rosa -, chiese ancora il prete che nel conferire una carezza al mammòcce fu colto da un istantaneo tic nervoso isolato.
    - Rosae, rosarum, rosis, rosas, … -, disse prontamente Cesario.
    - Bravissimo, sei un mammòcce superlativo! – Esclamò baciando il ragazzo sulla guancia don Spiridione, che questa volta però venne preso da un susseguirsi di tic nervosi che gli tolsero la facoltà di parlare per una manciata di minuti.
    - Don Spiridione, che vi è preso? State bene? Siete diventato tutto rosso in viso che si è anche deformato! Chiamo mia madre che sta in chiesa a pregare? – Disse il mammòcce che già si era alzato dalla sedia in procinto di recarsi dalla madre.
    Il prelato lo afferrò per il braccio fortemente e dopo essersi rasserenato disse: - Mammòcce, non è niente. Hai visto che il tic mi è passato.

    Trascorse qualche settimana e lo studio del latino andava avanti, anche se Cesario avvertiva un po’ di stanchezza in quanto le lezioni gli erano impartite a sera tarda, dopo cena, vuoi perché il parroco durante il giorno doveva dare spazio ai fedeli che venivano a confessarsi o perché doveva dire la messa o dare l’estrema unzione a qualche parrocchiano morituro o ancora celebrare i continui funerali che in quei tempi, a causa della malaria, erano diventati quotidiani.
    - Teresa, ti devo dire una cosa importante. Cesario incomincia ad accusare stanchezza e a perdere qualche colpo. Se tu la mattina arrivassi prima del solito, potrei farlo studiare durante le prime ore del giorno cosicché la sera potrebbe andare a letto presto e riposarsi di più –, disse don Spiridione
    - Non ce la faccio, don Spiridione! Prima di venire qua, devo finire le faccende domestiche -, rispose Teresa.
    - Allora, se tu sei d’accordo, per il periodo necessario a completare lo studio della grammatica latina, Cesario può rimanere a dormire qui con me. Lo so che ti è di conforto, ma se vuoi che tuo figlio ce la faccia a superare gli esami per entrare in Seminario devi fare questo piccolo sacrificio. Si tratta solo di uno, al massimo di due mesi -, disse il parroco.
    - Va bene, se si tratta al massimo di due mesi, lo posso anche fare. Devo preparare, allora, un letto nello sgabuzzino? -  Chiese Teresa.
    - Non è necessario. Può dormire con me. Tanto il letto è gran… -, non completò la frase don Spiridione che fu colto in quel preciso istante dal solito tic fastidioso che gli deformava il viso e gli bloccava la parola.
    - Padre, ma questo tic nervoso non potete farvelo curare? Siete andato dal medico? – Disse Teresa.
    - Sì, sono andato e mi ha detto che non c’è niente da fare. Me lo devo tenere quando viene. Per fortuna mi prende di rado -, precisò don Spiridione.
    - Questa sera, allora lascio Cesario a dormire qua, così domani ne approfitto per andare al cimitero a visitare la tomba di mio marito. È già passato un anno dalla sua dipartita -, precisò Teresa.
    - Ottima decisione -, confermò il prete che ancora una volta fu colto stranamente dal solito tic. 

    Il sole s’era lasciato l’alba alle spalle già da un po’ di tempo. La giornata era serena e sgombra di nuvole. Un tepore confortante padroneggiava in tutto il circondario. Non un alito di vento. Fragranze primaverili vagolavano nell’aria. Tutto sembrava congiurare per una passeggiata salutare sul monte sant’Angelo dove imperava da più di duemila anni il tempio di Giove Anxur.
    Don Spiridione e Cesario affrontarono l’ardua salita, ma arrivati su la visione che gli si presentò fu così spettacolare da ripagare la fatica affrontata. Verso sud-ovest si vedevano le isole pontine e verso sud si intravedeva anche l’isola di Ischia.
    - Lo sai da dove proviene la parola  Anxur? – Chiese don Spiridione al mammòcce.
    - Anxur deriva dal latino anxurus che significa fanciullo, ragazzo, adolescente -, rispose prontamente Cesario.
    - Bravissimo! – Esclamò, abbracciando il mammòcce fortemente e toccandolo estesamente su tutto il corpo e in modo inconsueto, don Spiridione che colto dal solito tic dovette mollare la presa.
    Cesario, sorpreso, stupito, impaurito, incominciò a correre all’impazzata. Con straordinaria energia. La discesa glielo permetteva. Corse fino al cimitero, dove era sicuro di trovare il conforto della madre, e non volle per nessun motivo mettere piede nella sagrestia della chiesa dell’Annunziata né tanto meno vedere mai più quel prete dal bizzarro tic nervoso.

    Tra i parrocchiani, dopo qualche tempo, si sparse la voce che quello strano tic nervoso era conseguente alle bizzarre brame sensualmente incontrollabili di don Spiridione.

    (Ogni riferimento a fatti e persone e ai nomi dei personaggi di questo racconto, frutto dell’immaginazione dell’autore, è puramente casuale)

  • 25 luglio 2012 alle ore 12:39
    Dopo scena

    Come comincia: Finisco di ruminare la cena per poi stravaccarmi sull'amaca ad apparecchiare il cielo. L'estate è come un dolore, portato da una notizia, il suo crepuscolo ne è il messaggero. Da ragazzo mi dicevano che ho occhi grandi abbastanza per sopportare il dolore, per riconoscere perfino la foglia che non si muove, mi dicevano che più buia è la terra e più stelle stanno nel cielo. Le osservo, le stelle, mentre ostentano il loro brillare che è solo illusione per i miei occhi grandi di cui uno più piccolo. Ci stanno tutti i miei sogni ad imbandire quel cielo lungo quanto un buffet dove il dolce si mischia al salato. Ci sono vassoi di stelle scondite, caraffe di lacrime che mai arrivarono a toccare pelle, ossa di satelliti dimenticate, mai strette, abbracciate, avvinghiate. All'improvviso un gregge di nubi chiude il sipario, lo spettacolo dovrà proseguire senza il cielo, la terra ha smesso di tremare, solo qualche brivido, di miseria. Se provo a chiudere gli occhi grandi si accenderà una luce, la quale giace negli occhi di un mare che in lei si riflette. La natura costruisce demolendo, l'uomo demolisce costruendo. Forse è per questo che di quando uno muore si dice vada in cielo, solo le anime delle bestie sono di questa terra, della terra. L'uomo crede di essersi talmente elevato che perfino il cielo non lo è abbastanza e pensa in cuor suo che la propria anima andrà ancora più su, che gli spetterà di più, una volta pentito.

  • 24 luglio 2012 alle ore 22:42
    Tu donna...

    Come comincia: Solo, solitario, come un verme nel deserto...
    perchè non ci sei
    nè adesso nè mai
    non esisti
    quindi
    io...
    non posso esistere...
    Terra senza un regno
    Cavaliere senza reame
    Scendo dal mio scudo di lacrime e vado laggiù...
    Territorio inesplorato di leggende e mitologiche armonie
    Quel manto d'amore che cercavo è sepolto, lì, arginato da una terra inospitale, recintato da catene inespugnabili, come una torre impenetrabile...
    LEI
    Regina di questo cuore segmentato, frazionato, scheggiato, ferito...
    LEI
    Un giorno farfalla, un giorno pantera...
    Speculare dogmatico paradosso, senza soluzione nè forma, senza curve nè sangue, come posso... dimmi come posso toccare un capezzolo senza seno, un gluteo senza colonna vertebrale, senza sostegni, senza scarpe da indossare nè caviglie da adorare...

    Cos'è un suddito senza regina, un feudo senza il divino sapore del reame, cos'è...? A chi serve tutto questo se la mia mano accarezza le ortiche, se la mia anima non è più lo scudo di protezione ma solamente un pozzo sovraccarico di olio nero, carboni erotici da disinfestare e digerire perchè questo spirito che non vuole progredire, questo silenzio terrificante, gelido, polare... lascia vuota la mia carne, scava strisce striate, strie striscianti, mi distruggo, perchè lei non può, non vuole, non sa distruggermi... e nel marciapiede abbandonato risuonano barattoli di latta, lattine di alluminio e scatolami, vuoto, vuotissimo, come una foglia secca mi accartoccio tra i cartoni umidi che marciscono tra una discarica e l'altra...
    E' il nulla, questo sì che è poco, niente, nulla...
    Così quando le sue labbra...
    Quelle fragole epiteliali dipinte sulla sua bocca, trasfondono la sua sensualità...
    Femmina di un universo parallelo, realtà misantropa, correnti stratificate, anello dopo anello... avanza, incatena il mio cuore, come un pugnale dorato mi penetra, possessiva sequenza genetica di donna, ragazza senza tempo, bionda come la notte, profumata di zenzero, piccante come una sovrana meravigliosa, accentrante e ipnotica, permeabile, penetrante... mi lascio avvolgere in questo mantello del desiderio perchè non posso...
    Non voglio, non desidero, non intendo resistere.
    Amo l'abbandono.
    Dedicare frazioni del mio divenire per scivolare sui suoi millimetri, sulle sue curve, adorare...
    Baciare
    Toccare
    Entrare e uscire
    Entrare
    Uscire
    Dentro
    Fuori
    Lento, piano, veloce, lentamente, fulmineo, fulmine, cielo, cielo sereno, tempesta, uragano, distruzione, esplosione, ricostruzione, orgasmo, contrazione, tensione, blu notte, poesia, rossofuoco, poesie, bagliori, le sue unghie come pennelli, la mia pelle come una tela...
    L'amore dipinge, ricama, scolpisce.
    L'amore è un artista.
    Un artista assoluto.

    E tu...

    Tu sei donna.

    Assolutamente femmina.

    Divinità assoluta...

  • 24 luglio 2012 alle ore 21:08
    La Lettera Di Grimilde

    Come comincia: Follie mie signore, follie! Odo il mondo come odo voi qui, adesso, ora! Il mondo m'appartiene come voi m'appartenete e potrete respinger il mio cuore ma non la mia mente! Voi mentite, mentite continuamente e non a me che di amarvi è il mio più sentito istante. Mentite a voi e al vostro cuore e voi non l'ascoltate o lo ascoltate troppo poco! Se io son donna, amore, compagna io tedierò il petto e la mia mente ogni secondo! Ma se nulla sarò per voi, voi che più amo nel mio creato, allora lasciate al mio cuore ossa da devastare fino a divorare me stessa ed il mio tenero amore! Ma se un misero brandello d'amore è ancor più presente che dell'immensità del mondo, allora correte, prendete! La mia mano e la mia bocca, la mia nudità e la mia anima saranno vostre! E nell'incarnato amore che proverete, io sarò più viva e vera del mondo in cui ho vissuto perchè avrò voi accanto e non più il vuoto che divora insistenetemente la piccola gabbia toracica che ritrovo come corpo. Amatemi e lasciate che vi ami, perchè il dolore brucia, brucia più del fuoco, più di una ferita aperta, più di un cuore spaccato, più di ogni dolore corporeo vissuto! E se dovesse restarmi poco da vedere ancor su queste spoglie, allor voglio passarlo ad amarvi fino a che l'ultimo respiro non mi verrà tolto, strappato, come punizione divina per avervi amato troppo."

  • 24 luglio 2012 alle ore 20:31
    Il regalo liberato

    Come comincia: Era una bellissima sera d'estate, in una piccola casa,  viveva una famiglia composta da due genitori  e  due figli una femmina e un maschio, l'abitazione era di quelle di una volta dove le stanze erano in fila e per entrare nell'ultima bisognava attraversarle tutte,dove i pavimenti erano di maiolica con strani disegni che ricordavano i gigli nelle chiese templari, con  mosaici di mattonelle  che formavano cerchi, grandi e piccoli stuzzicando la fantasia infantile di quei ragazzini spingendoli a creare giochi con le loro costruzioni sulle righe immaginarie delle mattonelle, e quando alzavano il capo per mimare il volo di un aereo costruito coi pezzi del lego, la volta a stella diventava  ai loro occhi, un cielo infinito. Il capofamiglia svolgeva uno dei lavori più antichi del mondo, faceva il pescatore, il sacrificio e la fatica vengono descritti alla perfezione anche nella bibbia, non era un hobby, ma il sangue per quell'uomo, il sole e il mare avevano indurito la sua pelle scurendola e segnandola, era simile al cuoio e le sue mani callose stringevano come una morsa tutto ciò che toccavano, eppure sapevano essere agili e leggere nel cucire la trama delle reti, pizzi preziosi per la sua mente, non certo nodi di lenza puzzolenti che imbrigliavano vita, venduta per sopravvivere e costruire un futuro per i suoi figli. Futuro...che bella parola, forse solo utopia...
    Quelle mani erano capaci di gentilezze e ogni sera portava cioccolate ai suoi bambini che in trepidante attesa trascorrevano il tempo inventando e cantando, e capivano subito se la giornata era andata storta lo avevano imparato pur essendo piccoli dal suo cipiglio, il berretto messo storto piegato sul lato, la sigaretta fumante, gli occhiali scuri parevano ancora più bui, non una parola...silenzio, e il loro gioco improvvisamente finiva, cenavano e andavano a letto presto senza fare rumore, ma quando la rete era piena, il padre arrivava fischiando e allora iniziavano le storielle e i racconti della giornata, di come si era svolta e di come il pesce saltava e entrava nella riete riempiendola, mentre i delfini scortavano la barca danzando nelle onde quasi a festeggiare, perchè sapevano che ce n'era anche per loro.
    Quella sera l'uomo arrivò fischiando, segno tacito di allegria e i fratellini si guardarono negli occhi abbandonando le matite colorate e i giocattoli sul pavimento, perchè intuivano che sarebbe arrivata una pioggia di golose cioccolate sui loro vestiti, ma così  non fu...il papà aveva un fardello tra le mani qualcosa di grosso che si muoveva. Stupiti aspettavano un gesto e lui non riuscendo a mantenere più il segreto aprì la giubba che avvolgeva il mistero e  davanti ai loro occhi curiosi ,apparvero 2 meravigliosi gabbiani. Cribbio che splendore, non avevano mai visto un gabbiano da vicino, su nel cielo sembrano più piccoli e invece...che becco e che occhietti vispi, le zampine poi...uuuuuuuuuuuhhhhhh...fantastici ." e ora dove li mettiamo!" Esclamò il figlio, " io non lo voglio" Disse la mamma e il papà sospirando rispose " li ho presi per loro, quello più piccolo ha l'ala ferita e quello più grande deve essere la madre, non ho voluto separarli, teniamoli qualche giorno qui" La mamma sconsolata dovette cedere e disse" si va bene, ma solo per qualche giorno, la casa è piccola li terremo nel bagno" I bambini gridarono all'unisono "Alèèèèèèèèèèèèèèèèèèè". Furono giorni spensierati i figlioletti si presero cura dei due gabbiani che mangiavano pesce e scagazzavano nel bagno, tra le grida schifate della mamma e le risate dei suoi pargoletti, che intanto cominciavano ad apprendere un'arte essenziale, curare il prossimo in difficoltà. purtroppo giunse il fatidico giorno in cui tutto doveva finire, ne parlarono a cena e i bambini tristi e consapevoli si prepararono all'abbandono, dormirono stretti l'uno all'altro quella notte, mano nella mano per farsi coraggio, il padre aveva promesso che li avrebbe svegliati presto, alle 5 del mattino, così non guardarono la tv e si addormentarono sognando una bella vita per il piccolo gabbiano e la sua mamma.
    Il mattino seguente l'odore del caffè caldo stuzzicò le narici dei frugoletti, che si alzarono all'istante senza attendere di essere chiamati, non volevano perdere il momento più importante, ormai il piccolo cucciolo era guarito. I ragazzini erano molto maturi per la loro età,  avevano sei e otto anni, sapevano che c'erano delle regole da rispettare e che dovevano ringraziare per quella piccola novità, perché i gabbiani sono uccelli e la loro casa è il cielo, non un piccolo bagno in una piccola casa. Il padre disse loro di avvicinarsi alla finestra del bagno erano piccoli e riuscivano a vedere lo scorcio di cielo che si stagliava in alto davanti ai loro occhi, mentre l'uomo aveva una visione più ampia e prima di lanciare il gabbiano piccolino disse loro di salutarlo. La figlioletta con le lacrime agli occhi e tra i i singhiozzi disse " addio piccolo vola alto e sii felice e se puoi torna" Il figlioletto  gli disse " Ciao " Ma lui era di poche parole, poche e concise...il papà con uno slancio gettò fuori il  primo gabbiano e i bambini piangevano, quando anche la madre segui il figlio,  le lacrime erano di gioia, la vita avrebbe continuato il suo corso, il piccolo sarebbe diventato adulto e la sua mamma gli avrebbe insegnato. I figli si voltarono per uscire dal bagno e in quel momento videro la loro mamma con un fazzoletto tra le mani e il naso rosso, approfittando della sua debolezza le chiesero " mamma, ma che fai piangi anche tu?" E lei ricomponendosi rispose mentendo spudoratamente " NO SONO STATE LE CIPOLLE".

  • 24 luglio 2012 alle ore 13:56
    Lo specchio

    Come comincia: Lo specchio
    Era domenica, questo lo ricordo bene, poiché dal “pepperepè” scocciante della sveglia al mio poggiare del piede sinistro sul pavimento intercorse, o così mi sembrò, un lungo lasso di tempo. Lo avvertivo anche dai rumori provenienti dalla strada sottostante, non più assordanti come in tutta la settimana ma fattisi lievi e discreti per rispetto al settimo giorno o alla pigrizia di certi romani che attardandosi fra chiacchiere e tavolate la sera precedente avevano fatto della notte il giorno.
    Dormivo placidamente quando fui infastidito e sovrastato da un sordo “tlok.” Veniva da fuori. Mi trascinai svogliatamente alla finestra. Scrutai il terrazzo e vidi la tenda, che sganciatasi dal suo supporto si era arrollata su se stessa.
    Già mi infastidiva il solo pensiero di rimetterla al suo posto, sapendo bene cosa significa tirate giù a peso morto quella pertica lunga quattro metri, unta di grasso e pesante di peccati vecchi.
    Lasciai cadere la cosa assieme alle mie braccia, che si disposero eloquentemente lungo i fianchi contornandosi di tutta la sciattaggine che offriva loro la mia persona. Le ciabatte mi trascinarono verso il bagno e una volta entratovi chiusi la porta, più per abitudine che per salvaguardare la mia intimità.
    Il mio nemico beffardo e con l’aria da finto pietoso era sempre là, non si era mai mosso, almeno così voleva dare ad intendere. Erano anni che sopportavo la sua speculare fiatosa presenza.
    Si nascondeva, il sagrestano; farabutto di un pezzo di merda! Che quando chiudevo gli occhi faceva finta di scomparire. Invece rimaneva là, l’infame, a spiarmi e a sbeffeggiarmi da dietro il lucido opaco e marrone che limita la sfoglia sottile dal vetro all’argentatura.
    Mi faceva la linguaccia e poi il labbruccio, digrignava i denti e ridacchiava beffardo. Riaprivo gli occhi e fingeva di non essersi mai mosso. Imitava ogni mio gesto, il pappagallo, e mi ossequiava in ogni movimento che facessi. Schifoso, servo adulatore e falso. Con un occhio completamente chiuso e l’altro leggermente socchiuso cercavo con la sua coda di sorprendere sul fatto lo speculare scimmiotto, ma anche così mi atteggiava al crudo sberleffo, parafrasi alla mia uscita di senno. 
    Passavano impietosamente i giorni, gli anni, e la canutaggine si intrufolava con prepotenza nei miei capelli. Il mio ventre una volta piatto e scolpito andava gonfiandosi, smollandosi e dilatandosi. In ogni ora del giorno e della notte la specula della mia angoscia era presente. Ne avvertivo la presenza anche quando spegnevo la luce. Era là, lo sentivo, anche se faceva finta di essere andato via non comparendo nel buio.
    La mia salute cominciò a diventare cagionevole, mi nutrivo pochissimo e lo smaltimento di molta ciccia, invece di ridarmi una figura snella e aggraziata , mi faceva ora apparire emaciato e intristito, con la pelle dilatata e smagliata. Man mano che mi specchiavo mi rendevo conto che anche lui, l’infame, appariva dimagrito per farmi dispetto. Era così geniale nel suo ruolo di attore che riusciva a simulare anche le mie smorfie di dolore che quasi mi convinceva a provare compassione per la sua immagine da povero riflesso.
    La notte iniziai a riposare male, e mille ghigni di bocche dentute mi offrivano il tartaro giallognolo dei loro sfottò.
    Sono anni che mi riprometto di spaccargli la faccia, mandandolo in frantumi di innumerevoli scaglie. Questa mattina mi sa che lo farò, cosi scomparirà una volta per tutte dalla mia vista quel faccino da minchia lessa che mi asseconda sapendo i miei occhi aperti, e poi quando li chiudo, dietro dietro mi fa versacci sguaiati esplicati accompagnandoli anche con l’agitarsi delle mani.
    Per carità: non lo fare! Proruppe una afona voce alle mie spalle.
    Alter-Ego! Angelo custode! O alito opportunista della comare secca, che volendomi preservare dalla follia mi reclamava sano e cosciente tutto per sé.
    “Rompendo lo specchio andresti a creare così tanti frantumi che a occhi aperti, non credo mica, ce la faresti a sostenere con lo sguardo” diceva.
    La voce, almeno quella non poteva essere riflessa. Veniva da un Mio di dentro! Come un aiuto insperato, potevo avvertirla tenendo gli occhi indifferentemente chiusi o aperti. Per essere più sicuro che non fosse un’altra diavoleria dello specchio mi tappai anche le orecchie; la voce, che più che altro si faceva avvertire come un sentore, mi giungeva rassicurante e consigliera. “Vedrai almeno mille altri Te, e quando chiuderai gli occhi, gli sberleffi li avvertirai moltiplicati per mille e saranno tutti diversi fra di loro poiché il vetro si disporrà casualmente rispetto la traiettoria dei tuoi occhi.”
    A quel saggio dire, sentendomi raggelare il sangue diedi retta a quella voce desistendo dal mio sano proposito di vendetta. Da quel giorno feci scomparire dalla mia casa ogni superficie speculare che potesse ricordarmi la scomoda e angosciante presenza di quell’infame riflesso del Me che non conosco.

  • 23 luglio 2012 alle ore 18:14
    La saggezza della donna

    Come comincia: Un libro persiano che lessi tempo fa mi disse...
    <Ascolta i consigli con orecchio attento e cervello sveglio ma...
    Non avere fretta di metterli in pratica.
    Non avere fretta>.
    L'indaco infatti si ottiene dopo che le foglie della pianta sono marcite...
    Replicai d'istinto.
    <A parlarti è un grave pericolo> rimpallò.
    <Bensì nell'oceano bisogna immergersi se vogliamo pescare le perle.
    Non esiste alternativa>.
    D'altronde continuai non c'è ragione di annacquare il latte...
    Che non sia "economica".
    <Ovvio> sentenziò lui.
    <Quindi l'unico caso per cui serve veramente chiedere aiuto a dio...
    È che ti faccia incontrare e conoscere uomini esperti>.
    Esperti?
    <Certo.
    Sono due mio caro le faccende da evitare accuratamente nel mondo.
    Fare il grillo parlante sulla mano di un grullo e...
    Rotolare giù da un trono dove ci si era installati unilateralmente>.
    Allora è facile conclusi...
    La virtù più alta di un giudice sta racchiusa in una condotta irreprensibile.
    <Uhm... non so> a questo punto fece il libro.
    <Non so... devi comunque tenere presente che uno stile di vita può in grandissima parte dipendere da svariate casuali.
    Ergo non essere naturale>.
    Dimmi per conto tuo chi è colei... di queste casuali... contenente incidenza maggiore allora gli domandai.
    E lui fece...
    <Ah! magari il giudice in questione è uno che mette immediatamente in pratica i consigli>.
    E che succederebbe a me nell'eventualità mi fidassi lo stesso?
    <Temo...
    Temo l'acqua fuoriuscirebbe dal latte... si riunirebbe in grande massa e correrebbe veloce e feroce...
    Portandoti via tutte le mucche>.
    La saggezza della donna insomma mi consigli... conclusi.
    <Assolutamente> confermò.
    <Lei sa bene che lo sbruffone maleducato le dice...
    Dai puttanella ora gira il culo di qua...
    Ed il timido educato...
    Per favore con la faccia amore mio adesso volgiti di là.
    Lo sa molto bene>. 

  • 21 luglio 2012 alle ore 21:57
    L'ultimo viaggio

    Come comincia: Il barometro appeso al muro dell’agenzia di pompe funebri Alò, segnava pioggia. Giacinto Nervi, nel suo impeccabile completo scuro di lana foderata, osservava il cielo plumbeo. Se avesse potuto guardarsi dentro, avrebbe visto il medesimo colore.
    Una mano si appoggiò delicata sulla sua spalla. Dita affusolate, unghie rosso lucido e ben curate.
    - Mi dispiace, mio padre è stato ingiusto. - Disse Chiara Alò.
    - No, non poteva fare altrimenti - ribatté Giacinto - la concorrenza in questo settore è davvero diventata spietata. Era giusto tagliare me piuttosto che uno dei suoi figli.
    - Non disperare - disse Chiara - secondo me troverai un altro lavoro, vedrai.
    - Ci conto poco. Ho cinquantaquattro anni ormai, chi mi vorrà più.
    - E poi, con i pochi contributi che ho versato, la mia pensione mi consentirà di sopravvivere appena. - Disse. - Resta comunque il problema che prima di allora mancano ancora troppi anni.
    Giacinto sorrise. - Se mi vedrai con una tazza in mano fuori da un supermercato, sii generosa.
    Chiara rise, spostando con la mano la sua frangetta corvina dalla fronte.
    - Sono uno che non si abbatte, ce la farò. Come sempre.
    Una porta si aprì, apparve un ometto stempiato, con  attorno alla bocca e sul mento una barbetta bianca e ispida. Giacinto non ebbe bisogno di girarsi per riconoscere il capo. Sentì il classico puzzo di sigaro da quattro soldi.
    - Chiara, c’è Masi al telefono. - Disse Alò con voce rauca. - Vieni nell’altro ufficio, Giacinto.
    I due si sedettero l’uno di fronte all’altro, Alò decise di occupare una sedia di plastica invece di sedersi sulla sua poltrona di pelle.
    - Ho un ultimo viaggio da farti fare - diede un tiro al suo sigaro - conosci Donat Perreault?
    Nell'aria si era sprigionato un gradevole aroma, Giacinto pensò che il suo capo dovesse aver finalmente cambiato la marca dei suoi orribili sigari.
    - Quello che correva in Formula Uno negli anni settanta?
    - Bravo, proprio lui. É morto tre giorni fa.
    - Ho parlato con il suo legale, il notaio Armonni - disse Alò - il vecchio voleva essere seppellito di fianco alla tomba della moglie, a Ponte Novello.
    - Daccordo, signor Alò.
    - Domattina alle otto ti farai trovare fuori dall’obitorio, non ci saranno funzioni religiose, solo un rito abbreviato al cimitero.

    La Mercedes Limousine grigio chiaro era parcheggiata di fronte all’entrata dell’obitorio. Sotto il porticato, Giacinto Nervi si riparava da una pioggerella di quelle che non le senti, ma che ti inzuppano fino alle ossa.
    Un operatore trasportò la bara su un carrello metallico.
    - Lo sa chi c’è qui dentro? - Disse l’uomo.
    - Donat Perreault, l’ex pilota di Formula Uno. - Rispose Giacinto.
    - Non è stato mai un gran fenomeno, però ha sempre avuto un sacco di soldi. - Osservò l’addetto lisciando il coperchio della bara. - É frassino.
    - Non c’è nessuno al seguito? - Chiese Giacinto.
    - Da quel che ho letto sul giornale, pare non avesse più nessuno, tutti morti prima di lui.
    Giacinto chiuse il portellone della Mercedes, salutò l’operatore e salì in macchina. Prima di avviare il motore, si scrollò un po’ di pioggia dalle spalle.
    Guidò in direzione sud, dove avrebbe trovato l’incrocio per Ponte Novello. Il paesino distava da Lavinia circa trenta chilometri. Giacinto guardò la bara dallo specchio retrovisore interno. - Questo sarà il nostro ultimo viaggio.
    L’auto si fermò al rosso del semaforo, Giacinto notò due passanti passare sul marciapiede, entrambi reggevano ombrelli scuri. Il primo uomo, più anziano, si levò la coppola in segno di rispetto verso il morto, l’altro, poco più dietro, si toccò in modo irriverente i testicoli.
    - C’è uno che si tocca, Donat. - Disse Giacinto.
    Al verde, l’auto ripartì. La pioggerella si era fatta più densa, trasformandosi in un vero acquazzone. Giacinto aumentò la velocità dei tergicristalli e evitò le pozzanghere, per non bagnare quei pochi passanti che ancora camminavano sul marciapiede.
    - Quello della camera mortuaria ha detto che non sei mai stato un gran fenomeno - disse Giacinto che intanto lanciava occhiate allo specchio retrovisore interno - però io ricordo un paio di sorpassi niente male.
    - Credo fosse il ‘72, a Brands Hatch. L’ultima curva prima della bandiera a scacchi. - Te lo ricordi? Pioggia torrenziale, come adesso.
    La cassa si mosse. Giacinto rallentò un poco, continuando a guardare lo specchio retrovisore, stavolta senza parlare.
    Pensò che forse la bara era stata caricata male e che si fosse assestata.
    - Ehi, Don, non giocarmi brutti scherzi, eh? - Disse Giacinto - Ti sei eccitato al ricordo di quel sorpasso a Joey Gunston?
    - Beh, io ero un suo tifoso, ma non ti disprezzavo mica, sai? - Disse Giacinto, alzando e  muovendo il dito indice.
    - Anche se quella volta ti ho odiato una cifra - disse - cavolo, ci hai fatto perdere il mondiale a vantaggio di quell’antipatico di Moosley.
    - Ma non te ne voglio.
    - Lo sai chi era un tuo grande tifoso? - Disse in preda a una lieve eccitazione. - Mio padre! Lui sì che ti ammirava. Mio zio diceva che tifava per gli scartini. Una volta hanno pure litigato, erano quasi arrivati alle mani.
    - Fu in occasione del Gran Premio del ‘76 a Interlagos, la prima di campionato - disse - quando tu tamponasti West.
    - Se ti può far piacere, io diedi man forte a papà.
    - Oh, spiove.
    - Comunque, non sarai stato un asso, ma in molti ti invidiavano la moglie. Bellissima donna. Mi pare si chiamasse Helen, vero? Beh, leggerò il nome sulla lapide.
    - Bionda, alta e con gli occhi azzurri. Anche mia moglie era alta, ma mora e con gli occhi castani.
    - Mi manca molto. A te manca Helen? - Disse. - Ma adesso vi sarete sicuramente ritrovati.
    L’attenzione di Giacinto fu catturata da un rombo, fuori in strada.
    - Guarda! - Disse infiammandosi. - Una Porsche Carrera Gt. - Diavolo, il mio sogno.
    - A proposito, se non ricordo male, anche tu avevi una Porsche ai tuoi tempi.
    - Sì, sì, so anche il tipo: una 911 del ‘73. Rossa.
    - Le preferisco alle Ferrari, anche se ultimamente hanno tirato fuori la F12 che non è niente male.
    La cassa si mosse di nuovo, Giacinto accostò in una piazzetta.
    - Senti Don, non mi vanno certi tipi di scherzi.
    Giacinto scese dall’auto e imprecò, quando le sue Derby di pelle nera affondarono in una pozzanghera che pareva la fossa delle Marianne.
    Aprì il portellone e controllò la cassa. Tutto era a posto, non c’era modo che si spostasse, era stata fissata bene. Forse, pensava Giacinto, dentro la bara c’era qualcosa che sbatteva, un ricordo che Perreault aveva voluto con sé. Un pezzo di una delle sue monoposto.
    Ritornò al posto di guida e ripartì.
    L’auto con la cassa da morto a bordo, transitò su un ponte, sotto di esso scorreva il fiume che divideva Lavinia da Ponte Novello.
    - Ci siamo quasi, lo vedi l’Alundra, Don? - Continuò - Porta in mare i rifiuti delle fabbriche. Questo succedeva anche ai tuoi tempi, eh?
    Il tono di Giacinto si era fatto più oculato, come se percepisse la presenza di qualcun altro dentro l’auto, oltre lui.
    Svoltò in una stradina stretta, un cartello bianco indicava il cimitero.
    Sulla destra, sfilarono gli abeti della pineta. Sgocciolavano ancora la pioggia scaricata poco prima.
    - In quella pineta avrò fatto centinaia di picnic con i miei. - Disse Giacinto, indicando il luogo battendo con il dito sul vetro. - Fu nel ‘77, mio padre comprò una tv portatile. Ci guardammo buona parte del Gran Premio di quell’anno, all’ombra dei pini.
    - Zandvoort Park, 28 agosto del settantasette - disse Giacinto - ti ricordi? Lì vincesti tu.
    - I maligni parlarono di vittoria fortunosa, l’uscita di pista di Gordon a due giri dalla fine. Lo scontro iniziale tra Evered e Naess.
    - Non è per leccare, ma quando hai alzato il trofeo, ti ho battuto le mani.
    L’auto si avvicinò al Cimitero Monumentale. Si vedevano i quattro imponenti fornici dell’ingresso. Il cielo aveva smesso di piangere, ma il suo umore era ancora grigio.
    Un uomo vestito di nero, aspettava sotto uno dei quattro archi.
    Giacinto si fermò e fece salire una figura allampanata, del viso glabro e cereo. Si presentò come il custode incaricato di accompagnarlo fino alla fossa.
    Nel tragitto verso il luogo di sepoltura, i due non scambiarono una parola, il custode indicava il percorso con cenni della mano.
    Un prete li aspettava di fianco a un escavatore. Appena li vide, l’operaio mise in moto il semovente.
    Giacinto fermò l’auto vicino alla fossa. Il custode lo aiutò a scaricare la bara e a deporla nella fossa.
    Il prete farfugliò qualcosa, poi l’operatore manovrò l’escavatore. In pochi minuti la fossa fu ricolma di terra bagnata. Lo stesso operatore, scese per rifinire il cumulo, spaccando con una vanga le zolle più dure. Infine il custode piantò una lapide provvisoria.
    Alla sinistra del nuovo inquilino, c’era una stele funebre di ottima fattura. Giacinto si avvicinò per osservarla da vicino.
    «Helen Lyon.» Lesse. «La moglie di Don.»
    L’immagine della foto era in bianco e nero, ma si poteva distinguere lo stesso una bellissima donna bionda con gli occhi chiari.
    Senza salutare, il custode se ne andò via a piedi, nella direzione opposta del prete, che si  incamminò con l’operaio.
    - Ciao Don. - Giacinto risalì sull’auto. - Spero di ritrovare l’uscita.
    Mentre faceva retromarcia, vide la terra che seppelliva  Donat Perreault tremare per un attimo. Poi notò una leggera foschia liberarsi sopra di essa.
    Voleva richiamare il prete e il custode, ma preferì uscire il più presto possibile da quel cimitero.
    Durante il ritorno, Giacinto guardò più volte nello specchio retrovisore esterno. Temeva negli scherzi della sua immaginazione, invece  non successe nulla.

    La sera, Giacinto Nervi tornò a casa con una pizza e una lattina di Coca-cola. L’indomani sarebbe andato a iscriversi all’ufficio di collocamento.
    Accese la tv e si guardò un pezzo del film Il maledetto United. Non poteva ancora credere di essere disoccupato. Aveva lavorato da Alò per nove anni. Poi ripensò agli strani fatti della giornata e terminò di guardare il film con le luci della sala e della cucina accese.
    Lasciò tutto sul tappeto, il cartone con i resti della pizza, la lattina e i tovaglioli appallottolati di carta.
    Si lavò i denti e si infilò sotto il piumone. Dopo quindici minuti buoni, spense la luce.
    Notò un bagliore proveniente dal corridoio. Aveva dimenticato la luce del bagno accesa, ma era sicuro di averla spenta. Riaccese la luce in camera.
    Faticò a infilarsi una pantofola, poi si diresse in bagno. La luce era spenta.
    «Mi sono fatto impressionare troppo» pensò «devo... devo pensare a qualcos’altro.»
    Tornò sotto le coperte e spense subito la luce, ma non chiuse gli occhi. Il bagliore era sempre là, più intenso di prima.
    Guardò l’orario, erano appena le due di notte. Adesso avvertiva la stessa sensazione di quando stava trasportando la bara di Perreault.
    Voleva alzarsi, ma qualcosa lo bloccava nel letto. Sentiva le goccioline fredde imperlargli la fronte e bagnargli le ascelle.
    Si imponeva di pensare a altro, ma non ci riusciva. Ammise a se stesso di avere paura.
    - Don... signor Perreault, io non le ho fatto niente, la prego, sono un uomo disoccupato.
    Le tende della stanza si mossero, Giacinto sussultò. Non riusciva a abbandonare il letto. C’era una forza sconosciuta che lo incollava al materasso.
    Sentì un vento freddo attraversare la stanza, il bagliore nel corridoio aumentava e diminuiva a intermittenza. Sentì dei rumori sinistri in bagno.
    - La prego signor Perreault, mi lasci in pace, non le ho fatto nulla, la prego.
    Iniziò a pregare, non era religioso, ma quando hai veramente paura, una delle prime cose che fai è pregare.
    Sentì una voce debole, lontana, gli sembrava di sentirsi chiamare per nome. Si voltò verso lo specchio e nel buio vide un volto riflesso, che lo guardava.
    Giacinto urlò.

    I raggi del sole filtrarono attraverso le fessure della tapparella. Giacinto era felice che fosse giorno. Ma quello che era successo la notte prima era stato solo frutto di un incubo? Incolpò perfino la pizza.
    Alzò l’avvolgibile e aprì la finestra. L’aria fuori era fresca, e si auto-invitò nella camera da letto di Giacinto.
    L’uomo indossò la vestaglia e ebbe di nuovo difficoltà a infilarsi una pantofola. Finalmente si diresse in bagno.
    Si tolse la vestaglia e aprì il rubinetto dell’acqua calda, voleva togliersi il sudore con un bel bagno. Quando si specchiò, rabbrividì di terrore.
    Sulla specchiera c’erano scritti dei numeri con il rossetto rosso appartenuto a sua moglie.
    - Che significa? - Si chiese. Sulla sua fronte ricomparvero le perline di sudore freddo. Rivoli di sudorazione gli colavano dalle ascelle giù per i fianchi.
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    - Sembra il numero di un cellulare - pensò - ma chi può averlo scritto. Non c’era quando sono rientrato a casa.
    Prese  il suo telefonino, aveva le dita che tremavano. Una voce femminile lo avvertiva che il numero era inesistente. Riprovò un paio di volte con lo stesso risultato.
    Non sapeva darsi nessuna spiegazione. Si fece una doccia veloce, poi uscì. Aveva una mezza idea di andare alla polizia.
    Mentre scendeva le scale sentì un refolo d’aria fredda e la stessa voce flebile della notte prima, che lo chiamava per nome.
    La sensazione, questa volta, fu diversa, non ebbe paura. La voce non voleva minacciarlo.

    Giacinto Nervi si incamminò nel sentiero ghiaioso del Cimitero Monumentale di Ponte Novello. Arrivato di fronte alle tombe di Helen e Donat, vide che quest’ultima era stata dotata di una lapide in marmo di Carrara. Erano entrambe dotate di ottime finiture, ma nessun fiore le decorava.
    Giacinto depose un mazzo di rose rosa sotto la foto di Helen e uno di rose rosse sotto quella di Donat.
    - Grazie Don, spero di poterti stringere la mano nell’altra vita.
    Giacinto uscì dal cimitero e salì sulla sua Porsche Carrera GT color argento.
    I numeri scritti sullo specchio erano le date di nascita di Donat e Helen: 31 12 47 e 5 9 51.
    Giacinto Nervi le giocò al SuperEnalotto e vinse.

  • 20 luglio 2012 alle ore 17:12
    Bang

    Come comincia: Era confortevole la stanza: la finestra del balcone aperta alla brezza di mare con la tapparella un poco abbassata per una giusta luce. Ecco, mancava chiarezza nella sua vita! All'inizio sembrava tutto semplice nel nitore di un percorso da seguire con determinata tenacia. E fino ad un certo punto nessun dubbio ad oscurare il cammino aveva appesantito il suo animo. Roberto era un nome fra gli scrittori richiesti: libri venduti come panini, comparsate profumatamente onorate di complimenti e di soldi. Poi, e aiutava la fama, l'immagine di bel tenebroso che nessuna donna era riuscita a sedurre e che troppe aveva adoranti a un suo cenno. Viaggiava...Gli serviva a controllare scenari e a scoprire tipi umani diversi così da rendere verosimili le storie. Fotografava....Gli scatti erano il suo tesoro da cui attingere un quid leggendo e interpretando un'immagine. Ora stava scrivendo un soggetto per un famoso regista. Carta bianca sul plot, ma che trattasse di un amour fou, che ci fosse suspense, con un finale a sorpresa. Era la prima volta che si cimentava in codesto tipo d'impresa e non sapeva nemmeno lui perché avesse accettato. O era fin troppo evidente. Vanità: il nome a scorrere nei titoli con gli attori famosi e poi una piccola parte. Da comparsa certo, ma tutti l'avrebbero visto mentre ballava con la bionda protagonista. Sì, doveva essere bionda! Non voleva confessare a se stesso che aveva una chioma d'oro l'attrice, notata negli studios. Era andato là per leggere al regista le prime pagine del lavoro e lei stava uscendo. Soprappensiero l'aveva urtata, scusandosi alle sue rimostranze: Allora l'aveva vista e chissà come quel viso gli era rimasto impresso con un non so che di dolcezza. Era amore? Non si era posto il problema. Sarebbe stata una facile preda, se solo avesse voluto. Come le mille altre belle! E invece no...Ricordando il corteggiamento a quella fortezza inespugnabile si sentiva depresso. Ci voleva una scossa, una scarica di adrenalina, qualcosa che andasse bene per il finale del film. La camera era in penombra, dalla serranda rialzata la luce morbida del tramonto carezzava le pareti pastello. Perché non provare la roulette russa?! Trasse dal cassetto della scrivania il revolver, fece ruotare il tamburo con dentro un unico colpo e la puntò alla tempia...Bang!!!

  • 18 luglio 2012 alle ore 16:27
    Le nebbie di Vraibourg

    Come comincia: Etienne Dorin aveva diciotto anni e nessun altro passato che il collegio di Lisien. Era un esposto, abbandonato in fasce e cresciuto grazie alla carità dei frati e di qualche borghese dalle tasche piene. Ben poche possibilità gli si prospettavano e la generosità dei suoi istitutori non
    sarebbe bastata a pagare nessuna università.
    Camminava in fretta lungo il corridoio verso lo studio di padre Marcel: il priore lo aveva mandato a chiamare per comunicargli importanti novità sul suo futuro. Appena entrato, padre Marcel gli chiese se volesse un po’ di latte, ma Etienne sapeva che la percentuale lattea era nettamente inferiore a
    quella di acquavite e così rifiutò cortesemente, adducendo come scusa la colazione appena fatta. Il religioso si servì, si accomodò su una robusta sedia ed esibì un sorriso a metà tra l’evangelico e l’alticcio.
    «Etienne caro, ho buone nuove per te, ma prima devi rispondere a una domanda.»
    «Certo, padre.»
    «La mia è una questione metafisica ed empirica a cui tutti dobbiamo rispondere prima o poi, e meglio prima che poi. Dunque, molto semplicemente: non vorrai mica andare all’Inferno?»
    Etienne sapeva che qualsiasi discorso con padre Marcel aveva come premessa l’assicurazione della propria anima al Paradiso e quindi non si stupì.
    «Assolutamente no.»
    La barba rossa del padre si aprì in un sorriso.
    «Bene, bene, ne ero sicuro. E dunque saprai che l’anima deve essere preparata alla salvezza attraverso la preghiera e le azioni devote che devono essere compiute fin dalla più giovane età. Io da ragazzo ero uno scavezzacollo, un ubriacone e per questo devo ancora molto espiare e rivolgermi a Dio per poter sperare, non dico nel Paradiso, ma almeno in un Purgatorio di media austerità.»
    Finì in un sorso il suo latte e se ne servì un altro bicchiere.
    Si rivolse a Etienne: «E quindi, caro figliolo?»
    Etienne stava ancora pensando se un Purgatorio di media austerità potesse essere paragonato a un albergo decoroso, ma non troppo, e la vaga domanda lo colse di sorpresa. Si guardò
    attorno come a cercare un suggerimento e si buttò: «E quindi…sì», fece una pausa di riflessione. «Sì, indubbiamente.»
    Padre Marcel sorrise ancora e aprì le braccia.
    «Iddio sia lodato nunc et semper! Lo sapevo che avresti acconsentito. Padre Philippe diceva che tu non sei tagliato per questa vita, ma io l’ho avvertito: ‘Vedrai, fariseo, che il nostro pupillo accetterà con entusiasmo!’»
    «Ma accettare cosa?»
    «Come cosa: la vita senza il peccato, la preghiera, il lavoro e un posto prenotato all’albergo di Nostro Signore!»
    «Padre, tutto ciò è meraviglioso, ma non credo di aver ben capito cosa devo fare.»
    «Beh, diventare un confratello, te l’ho detto!»
    «No, assolutamente no!»
    Padre Marcel si confuse: «Vuoi dire che non te l’ho detto o che non vuoi diventare frate?»
    Etienne prese un bel respiro e si calmò. Non voleva ferire il padre, ma non poteva acconsentire. Sfoderò il suo sorriso più innocente e aggiunse: «Io sono in debito con voi, con tutti voi e ne sono consapevole, ma, padre, è proprio per il rispetto che vi porto che non posso accettare. Il collegio è e sarà sempre la mia casa, ma se vi mentissi, sarei colpevole di fronte a voi e a Dio». Pensò che non gli fosse venuta male: l’amore c’era, il rispetto pure e come gran finale niente meno che Dio.
    Padre Marcel, nonostante trangugiasse tutto dai quindici agli ottanta gradi, non se la bevve. Socchiuse gli occhi.
    «Ho capito, ho capito. Allora non vuoi rimanere con noi. Del resto, il nostro modo di vivere non è adatto a tutti. Bene, fa’ come vuoi.»
    Ma quando Etienne fece per alzarsi e salutarlo, padre Marcel gli tuonò: «Siediti, non vuoi sentire quello che ho da proporti per il tuo futuro?»
    «Pensavo che fosse la vita religiosa la vostra proposta.»
    «Lo era. Certo che se non vuoi andare in Paradiso…»
    «Mi manda all’Inferno?» concluse Etienne sorridendo.

  • 17 luglio 2012 alle ore 17:51
    Brodino

    Come comincia: Una sera ho cucinato due bistecche... direttamente sull'asse ed ovviamente con il ferro da stiro.
    Avevano preso proprio delle belle silouette... tanto che sul piatto sembravano capienti tasche vuote applicate esterne sulla loro camicia.
    Mi è venuto allora però un dilemma.
    Adesso pensai mi ci vuole un contorno a modo.
    Una chicca tipo doppio bottone di classe sul polsino... al che saltai del radicchio... sicuramente dop... sul prendi zanzare elettrico.
    E per non voler trascurare nulla... bollii pure dei cavoletti belgi dentro la boule dell'acqua calda opportunamente richiusa col suo tappo una volta inseriti... in modo da poter scecherarli e massaggiarli un tot durante la cottura.
    Una finezza culinaria questa finora sconosciuta ed assolutamente innovativa... se non sbaglio.
    Cazzo!
    Ero contento.
    Finalmente una cena eccitante sul serio pensavo.
    Con sopra stili e digeribilità manipolati accompagnati da...
    Dinamiche e finalità confermate... però spostate un po' più in là del solito e con...
    Con cosa da bere accompagnerò sì tanto ciò?... quindi sobbalzai...
    In preda all'ansia.
    Se non che... ancora una volta... ebbi così modo di apprezzare la mia lungimiranza... che tempo prima mi aveva fatto mettere sul cornicione ad invecchiare... il vino del contadino nella vasca del fu pesciolino.
    Lo presi.
    A questo punto era tutto a posto... non mancava altro che mettersi a gambe in aria sul tavolo ed assaporare... dato che non dovevo "pertanto" anche farmi il bagno o cambiarmi figo per l'occasione.
    No non ce n'era bisogno.
    Per quel giorno e me ne rendevo conto... avevo già oltrepassato fin troppo.
    Ecco.
    Ho raccontato questi fatti che mi sono successi di sabato... perché purtroppo fu dopo mangiato... che mi venne una voglia... irrefrenabile... di abbigliarmi ed uscire ad aiutare il prossimo.
    ... Cioè "logicamente" non il primo bensì quello dopo.
    Sembra infatti... che lì per lì non fui molto molto capito... vestito da vescovo in tanga ma tranquilli...
    Tranquilli.
    Quel che successe... è solamente che adesso siamo in due ad aver assolutamente bisogno di evadere.
    ... Io da codesto numerato e blindato stanzino e voi...
    Voi dal vostro classico opulento brodino.

  • 16 luglio 2012 alle ore 23:45
    Il gioco

    Come comincia: Oggi è il primo giorno della settimana e il mio nipotino Pietro ha espresso il desiderio di uscire a fare una passeggiata all'ipermercato, luogo di grande attrattiva per i piccoli e  gli adulti  ,dato che questo magazzino rappresenta il punto vendita di videogiochi nuovi e usati, più frequentato della città. Da quando Pietro ha appreso l'arte del gioco, si immedesima anima e corpo, mimando i personaggi e raccontando le missioni anche nei più minuziosi particolari, i suoi traguardi sono anche i nostri e a volte ci chiede l'aiutino per riuscire a superare gli ostacoli, ricordo ancora il giorno in cui ricevetti la sua telefonata affranta e fui costretta a fischiare attraverso la cornetta, perché la mia povera sorella era incapace di passare di livello, e lui pure, con i suoi dentini diastemati emetteva suoni scordinati e storceva le labbra per seguire il ritmo delle note,senza riuscire nell'intento di indovinare tutti i passaggi. Quello è un episodio memorabile, visto che dopo vari tentativi mi disse a bruciapelo " Zia sei una vera schiappa, anche tu non sai fischiare, mi conviene cambiare gioco" ed io dovetti ammettere, ahimè! il fallimento, rimandando la prova ad un incontro dal vivo, perché era davvero impossibile riuscire ad imitare le note al telefono. Ebbene questo pomeriggio il pargolo ha superato se stesso in una birichinata involontaria, almeno così credo, non ne sarei sicura fino in fondo, la scusante era valida, ma la sua risata ghignante faceva pensare a tutt'altra cosa. Dopo aver acquistato il gioco che desiderava, averlo provato e poi riportato indietro dopo appena dieci minuti, perchè troppo cruento e difficile da svolgere,ci siamo seduti su una panchina ad aspettare che la sua mamma pagasse e il dolcissimo zuccherino ha preso a fotografarmi il di dietro, dicendo di mettermi in posa, quando poi con fare furbesco, abbassava la psp e scattava la foto alle mie spalle. Ormai si capiva che era su di giri, avendo ottenuto ciò che voleva...così ci siamo incamminati verso l'uscita, quando in quel mentre, mia sorella ha risposto ad una telefonata e si è distratta un attimo per parlare con mio cognato. Ecco è qui  che è scattato fulmineo il piccolo discolo, dalla mia destra  è passato in una vetrina di abbigliamento, dove era comodamente seduto un manichino con una parrucca bionda e tante borse colorate intorno. Mi sono voltata per vedere dove fosse e mi sono ritrovata a guardare la scena. Lui  aveva afferrato tra il pollice e l'indice la punta di una ciocca e tirando stava sfilando  non volendo l'acconciatura alla bambola, e nel momento in cui le ha denudato il capo, sono rimasta senza parole e con la bocca spalancata  ho ammirato il risultato del suo rapido gesto. Pietro sorpreso anche lui, sgranando gli occhi e balbettando ha cominciato a dire " Zia...non volevo...ti giuro, volevo solo sapere se i capelli fossero veri, zia..." Sono subito entrata a mia volta nella vetrina e lui approfittando della mia mossa,  mi ha mollato il topo morto tra le mani ed è fuggito via dalla madre, che non si è accorta di nulla, ma indovinate invece, CHI... improvvisamente  ha realizzato cosa stesse accadendo in quel frangente? e già...il bambino è passato inosservato, ma io sono stata colta in flagrante reato con la parrucca tra le mani dalla cassiera e dai clienti che giravano nel negozio, rigirandola tra le dita per cercare il verso giusto e rossa in viso ho provato diverse volte a rinfilarla sulla testa del manichino, ma scivolava come un gelato sciolto su una cialda a forma di cono, e allora ho fatto come mio nipote, con un mezzo sorriso di scusa l'ho piazzata lì e sono schizzata letteralmente fuori dal negozio, ma non prima di aver dato un'occhiata dal di fuori alla vetrina, per constatare che avevo messo l' acconciatura al contrario, e che quindi, il viso di plastica bianco era completamente coperto dai finti capelli. Appena ho raggiunto l'angioletto che camminava composto mano nella mano con la sua mamma come se nulla fosse accaduto, l'ho guardato e ho detto " Pietro potevi chiedere a me, ti avrei spiegato che i capelli sono finti e che  non sono incollati sul cranio, ora il manichino sembra un cane barbone, non gli si vede più la faccia, mi hai scaricato addosso la patata bollente in un secondo, mi guardavano tutti!!!" Mio nipote guardandomi con aria innocente mi ha risposto " ...zia...che dici...non era una patata, ma una parruccaaaaa...che schiappa che sei"...