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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 15 gennaio 2012 alle ore 11:44
    Datemi un martello

    Come comincia: Ormai la notte calda e umida aveva ammantato la città deserta, ma una coppietta stava con le sue risate rumoreggiando in fondo all'ingresso della propria abitazione.
    «Cara, ma dove hai messo le chiavi?» esclamò lui, vistosamente ubriaco, mentre nel tentativo di rovistare nelle tasche dei suoi pantaloni, non riusciva nemmeno a centrarne l'apertura.
    Ma la compagna, ancora più sbronza, a malapena reagì, ridendo sguaiatamente alla sua richiesta.
    La risata rimbalzò al compagno che continuava ad annaspare, riuscendo solo dopo molti tentativi ad agguantare le chiavi.
    Ma ora arrivava il difficile: infilare nella toppa della porta la chiave così a lungo cercata.
    E tra una risata e uno schiamazzo i due alticci condomini riuscirono a farsi strada nel pianerottolo del loro palazzotto, barcollando tra un gradino e uno stipite e proseguendo nella loro sghignazzante andatura.
    A un certo punto, quasi davanti al pianerottolo della loro abitazione, la donna cadde rovinosamente in avanti, sbattendo per sua fortuna con il mento sul tappetino d'ingresso, di spugna colorata.
    Ci fu, dopo quel tonfo, un attimo di silenzio, ma l'uomo appena si rese conto della scena, scoppiò a ridere ancora con più entusiasmo, tanto da mettersi a piangere per l'incontrollabile ilarità.
    La sua compagna, incapace di provare il benché minimo dolore, si girò su un fianco e appena diresse il suo sguardo verso di lui, riprese a ridere per la sua stessa dabbenaggine.
    Dopo alcuni istanti, l'uomo, esitante sulle proprie gambe, si sforzò di far rialzare la donna ancora sdraiata a terra e sul punto di addormentarsi e i due abbracciati si avvicinarono alla porta della loro abitazione.
    Tra le risate e le imprecazioni l'uomo riuscì anche questa volta ad aprire la porta, ma dato che tutti e due erano appoggiati con la testa all'uscio, rovinarono insieme sull'enorme tappeto dell'ingresso, in un tonfo pesante.
    Questa volta i due si erano fatti veramente male, ma alla fine erano giunti a destinazione, e mentre la donna, a fatica cercava di alzarsi, ridendo ancora di gusto, l'uomo con un calcio spinse la porta sbattendola con forza dietro di sé.
    Nello stesso piano, quell'ultimo colpo era sembrato come un tuono, e gli occhi di Amilcare, prima socchiusi a forza, nel disperato tentativo di dormire, ora si erano completamente spalancati, ancora rossi dalla fatica e dai lampi del saldatore.
    Aveva da poco finito il turno di notte e, appena spogliatosi, si era buttato sul letto nel tentativo di addormentarsi e di chiudere velocemente una giornata a dir poco estenuante.
    Ma sin da quando i due vicini si erano avvicinati al pianerottolo del palazzo ne aveva riconosciuto le risate e gli schiamazzi, e in cuor suo si era riaccesa l'invidia per quei due piccioncini.
    «E che avranno mai da ridere!» rimuginava tra sé, mentre il rumore si avvicinava sempre più alla sua porta.
    Per lui, ormai separato da due anni, incrociare le espressioni melense di quei due sposini, pieni di soldi e di boria, che si erano insediati in quel palazzo dopo aver sfrattato una coppia di anziani che non aveva di che vivere, solo per il gusto di avere le loro comodità, fregandosene di tutto e di tutti, era un vero tormento.
    Ogni occasione era buona a rinfacciare la proprietà del palazzo da parte del paparino, che non aveva insegnato altro che la superbia, e per uno come lui abituato a sudare ogni singolo respiro, sembrava essere arrivato il momento di dire basta.
    Rimase con gli occhi sgranati a guardare il soffitto, mentre la sua ira, i pensieri e i ricordi rancorosi affollavano la sua mente stanca.
    Le sue mani stringevano i lembi del lenzuolo umido che non riusciva ad opporre resistenza alla sua collera, sfilandosi da sotto il materasso sottile.
    Come in un impulso comandato da un servomeccanismo, Amilcare si alzò da suo giaciglio, mostrando il suo profilo panciuto, che mal celavano un tronco irsuto e possente, figlio di migliaia di ore di lavoro e sudore nella fonderia del paese.
    Quelle braccia e quelle spalle ricurve, che la notte faceva appena intravedere, avevano spostato tanta di quella ghisa che un culturista in una vita di allenamenti non sarebbe mai riuscito a muovere.
    E tutta quella forza, apparentemente addomesticata dall'età e dalla fatica, sembrava pronta a schizzare da sotto la pelle, pronta a fare qualcosa, pur di dar pace alla mente che li aveva comandati.
    Per un attimo Amilcare rimase in silenzio a sentire i rumori del palazzo, nella remota speranza che qualcun altro si ribellasse agli schiamazzi di quei vicini maleducati, ma il silenzio ora regnava su tutto, tranne che per la sua rabbia.
    Esitò ancora un momento, ma questa volta per elaborare un'azione, un piano, qualcosa per dire basta a tutto quello che aveva sentito, e d'istinto si alzò, per dirigersi verso l'uscio di casa.
    Ma il suo sguardo, nonostante la penombra regnasse ancora in casa, cadde su qualcosa che luccicare vicino alla tuta che aveva abbandonato poco lontano prima di coricarsi.
    Come attratto da quel chiarore, Amilcare lo agguantò, senza nemmeno pensare, né tanto meno ricordare di che cosa si trattasse, ma istintivamente, appena la mano si appropriò di quell'oggetto familiare, si sentiva appagato, armeggiando quell'attrezzo, spesso usato nel suo lavoro.
    Senza pensarci troppo, prese la porta di casa, in mutande e canotta, e brandendo il martello da fabbro appena acquisito, dirigendosi deciso verso la porta dei vicini.
    Suonò una prima volta, ma non ricevette risposta.
    Provò ancora, questa volta insistendo, e premendo il pulsante con tutta la forza che aveva, ma continuava a venire ignorato.
    Ma proprio mentre si stava decidendo ad andarsene la porta si spalancò, mostrando il vicino, in vestaglia, barcollante davanti all'ingresso.
    «Che cosa volete a quest'ora?» esclamò l'uomo, biascicando una frase tra i fumi dell'alcol.
    Amilcare lì per lì non rispose, disarmato dall'aspetto visibilmente inerme del suo vicino, e quasi si stava per pentire di aver provato così tanto rancore per quell'uomo.
    Ma il suo interlocutore, in un attimo di lucidità, riprese tutta la sua baldanza e il suo disprezzo dicendo: «Ah ma siete voi, Guidotti, cosa avete da bofonchiare questa volta?».
    A quel termine, Amilcare non replicò, se non alzando fino al cielo la mano sinistra, carica di odio e di metallo, per poi menare un fendente con tutta la forza che aveva dritto in quella bocca tanto altezzosa.
    E a un colpo ne seguì un altro, e poi un altro ancora, mentre il corpo del vicino si abbassava a poco a poco, come un chiodo piantato nel cemento, che fatica a penetrare nonostante i colpi inferti.
    Non si sentiva altro che un suono sordo, di carne e di ossa che cedono, in una poltiglia informe inzuppata di sangue.
    E quando l'ultima percossa si abbatté sul vicino, fino a farlo accasciare al suolo sul bel tappeto azzurro cobalto, fece capolino la sua compagna dalla camera da letto, tra l'intontito e l'infastidito, esclamando: «Chi è che rompe, caro?».
    Amilcare non proferì parola, e con il suo profilo imballò la poca luce che arrivava dall'ingresso, introducendosi in casa e scavalcando il corpo dell'uomo appena freddato.
    La donna, non si rese conto subito di cosa stava accadendo, ma appena riuscì ad intravedere lo sguardo furibondo macchiato del sangue del compagno, ormai era troppo tardi.
    I colpi del martello cominciarono a devastare prima il suo bel volto, poi il corpo, quando istintivamente tentò la fuga nel disperato tentativo di sfuggire al martello del suo assalitore.
    Amilcare non si fermò fino a che la sua vittima non ebbe finito di dimenarsi sul letto in cui aveva tentato invano di trovare riparo, per poi rialzarsi, madido di sudore, a rimirare inebetito quello spettacolo.
    Ma quella vista orripilante non gli faceva nessun effetto, anzi si sentiva come liberato da un peso, un fardello che lo aveva oppresso fino a quel momento.
    Ora, finalmente, avrebbe potuto dormire in santa pace.

  • 15 gennaio 2012 alle ore 11:43
    Il manipolo

    Come comincia: All'interno dell'angusta stiva di carico - avvolta nella fredda penombra, per evitare l'eccessiva l'emissione di calore e i rischi di un possibile avvistamento - sei uomini sedevano immobili mentre mormoravano un incomprensibile mantra meditativo.
    Intanto nella cabina di pilotaggio, i due piloti gurionesi tenevano sotto controllo la rotta per la loro destinazione  mentre davanti a loro le spesse nubi in quota e il buio della notte li avvolgeva, rendendo impenetrabile l'orizzonte.
    «Che avranno mai da cantilenare?» borborrò uno dei due ufficiali ebrei, mentre di sottecchi osservava i passeggeri.
    «Fregatene! Abbiamo l'ordine di scortarli sull'obiettivo e di recuperarli una volta terminato il lavoro... Cosa fanno e come lo fanno non è affar nostro!» replicò il collega, intento a fare il punto con gli strumenti di bordo.
    «Ma li hai visti come sono conciati? Vanno in giro con quel saio arancione, a piedi nudi e senza armi a energia e pensano di far saltare quell'installazione, tra le più impenetrabili della galassia, con cosa... Con le preghiere?» lo rintuzzò il copilota, senza nascondere lo sbeffeggio nella sua voce.
    Ma il pilota gurionese venne richiamato all'attenzione degli strumenti di bordo, che iniziavano a segnalare l'approssimarsi della meta, abbarbicata sul dirupo di una montagna isolata, dove la multinazionale Kama Industries aveva installato un laboratorio per la produzione di una nuova stirpe di uomini-bestia che avrebbe potuto segnare le sorti delle battaglie dell'intero settore.
    Là, gli uomini della Galaxiacorp avevano installato una moltitudine di sistemi difensivi automatizzati e centinaia di robot sentinella erano di guardia al laboratorio dove un piccolo gruppo di scienziati era segregato in quel luogo inaccessibile per portare a termine l'avvio in serie della produzione dei nuovi cloni da combattimento, nel disperato tentativo di porre fine all'avanzata delle religioni nel Braccio di Orione.
    Scopo della missione era quello di fermare l'immonda manipolazione genetica o, almeno recuperare il maggior numero di informazioni sull'installazione al fine di organizzare un massiccio attacco nella zona, prima di dover fronteggiare sul campo questa nuova minaccia infernale.
    Per questo motivo i capi religiosi si erano affidati alle riconosciute capacità dei monaci Shaolin che più e più volte si erano distinti in battaglia per le loro capacità individuali nel combattimento e nell'infliltrazione dietro le linee nemiche.
    «Tra dieci minuti siamo sull'obiettivo!» esclamò il comandante del vascello, rivolgendosi ai passeggeri.
    Immediatamente il mantra si interruppe e con breve inchino i monaci terminarono il loro rito di preghiera con assoluta calma e mestizia, sfilandosi all'unisono le cinture che li assicuravano allo strapuntino su cui erano a malapena appoggiati durante il viaggio, per iniziare la vestizione delle tute alari che avrebbero utilizzato per planare sull'obiettivo.
    Mentre i monaci si stavano apprestando a uscire dal mezzo, il loro comandante si avvicinò ai due piloti esordendo, con tono pacato: «Appena vedrete il fumo salire dall'installazione, dateci venti minuti per uscire dal complesso e atterrate nel luogo convenuto».
    «Ma siete sicuri di quello che state per fare? I nostri strateghi hanno previsto non meno di un paio di divisioni corazzate e il supporto di due navi da guerra per piegare le forze di difesa...» intervenne il copilota, tentando di far rinsavire i buddisti da quell'apparentemente insano piano d'attacco.
    Ma il monaco pacatamente lo interruppe, citando il Buddha: «Fra chi vince in battaglia mille volte mille nemici e chi soltanto vince sé stesso, costui è il migliore dei vincitori di ogni battaglia...».
    Poi sorrise e si diresse sicuro verso il portellone di lancio, lasciando ai due piloti sbigottiti di fronte a quella risposta criptica il compito di dargli il via libera per il lancio.
    Appena il portellone aveva terminato di aprirsi del tutto, uno ad uno i monaci si lanciarono nel buio, inghiottiti in in un istante dalle nuvole dense che avviluppavano ogni cosa.
    I due gurionesi restarono in attesa, sulla stessa rotta per diversi minuti, monitorando con gli strumenti di bordo l'installazione. Iniziarono poi a scorgere l'intensificarsi delle attività sulle mura di cinta della fortificazione.
    Come previsto dal monaco Shaolin, un'esplosione si sprigionò dall'interno dell'impianto e una coltre di fumo nerastra come un vessillo di vittoria iniziava a inerpicarsi verso la loro posizione.
    «Quei monaci ce l'hanno fatta...»  esclamò il copilota esterefatto.
    «Già! Ora andiamo a vedere se abbiamo ancora qualcuno da portare a casa...» commentò sarcastico il comandante, mentre impostava la rotta per il rendezvouz. 

  • 15 gennaio 2012 alle ore 11:41
    La stringa

    Come comincia: «Dai, dai, muoviti maledetta!» imprecava Chang, mentre tamburellava impaziente sul terminale.
    Il suo piccolo monitor mostrava lo scorrere dei caratteri da decifrare per superare l'ultimo sistema di sicurezza. Mancava poco, molto poco per violare l'immensa banca cibernetica in mano al Concilio delle Fedi.
    «Ancora qualche secondo...» mormorava il cinese, mordendosi nervosamente il labbro.
    La smania lo assaliva, le somme in gioco erano enormi, la posta alta, il rischio anche di più.
    Dei milleventiquattro caratteri ne mancavano ormai dieci, ma il tempo correva inesorabile. Presto, troppo presto la sua intrusione sarebbe stata scoperta e tutto sarebbe stato vano.
    «Muoviti, bastarda!» imprecava, come se l'ammasso di circuiti neurali si potesse offendere, dandogli maggiori performance.
    Mancavano sei codici. Quattro codici. Due codici.
    «Polizia Conciliare! Aprite!» si udì da dietro la porta del suo rifugio.
    Non ci fu risposta, non ce ne fu il tempo, la porta esplose cancellando ogni sogno di ricchezza.

  • 14 gennaio 2012 alle ore 23:30
    Mi piace la matematica

    Come comincia: Durante la mia carriera scolastica non ho mai avuto risultati brillanti tanto da far luccicare gli occhi dei miei che ci tenevano molto ad avere l'onore di vedere la propria figlia osannata come "prima della classe".
    Me la sono sempre cavata con risultati solo di poco superiori alla media e le mie pagelle erano costellate da una maggioranza di "sei", la sufficienza, un buon numero di "sette" e solo qualche "otto"; raramente un "nove", il "dieci" poi non me lo davano nemmeno per la condotta.
    I risultati più brillanti, più apprezzabili, li ottenevo in matematica.
    Questa era la materia di studio da me prediletta da quando la maestra della scuola elementare aveva seminato, con metodo e affetto, l'interesse per numeri e forme geometriche.
    Ricordo il piacere, infatti, di costruire tanti piccoli cubetti dallo spigolo lungo un centimetro e poi con questi riempire un cubo dallo spigolo lungo un decimetro sotto la guida della mia "maestra" .
    Oggi so calcolare quanti centimetri cubi ci sono in un decimetro cubo perché l'ho appreso "facendo" e non potrò mai dimenticarlo!
    Perciò posso affermare senza alcun dubbio che proprio questo è il segreto per il successo e la validita' dei metodi d'insegnamento anche in famiglia, nei luoghi di lavoro e, quindi, non solo nella scuola. Questo segreto stabilisce che il "concetto" deve avere come padre il fare e come madre la finalita', una motivazione al fare... lavorare sì ma con un fine. A volte tutto è in regola, c'è il padre e la madre... ma non nasce niente. Allora cosa manca?
    Manca l'affettivita', quel sentimento di fiducia che fa sì che chi sta imparando riconosca nell'adulto il "maestro"... colui che sa!
    Solo con queste premesse s'impara qualcosa e ogni insegnante dovrebbe ricordare che prima di chiedere bisogna dare, l'allievo deve sentirsi amato e poi fara' qualcosa per ricambiare questo sentimento.

  • 14 gennaio 2012 alle ore 8:50
    Quando la memoria...

    Come comincia: ..” come accade solitamente alla memoria di certe persone anziane che, essendo sul punto di perderla definitivamente, ricordano con maggior chiarezza un pomeriggio della loro infanzia piuttosto che eventi di poche ore addietro.” JAVIER CERCAS
    La riflessione di Cercas ribadisce un concetto fisiologico già noto. Da buon anziano, mi stupiscono, in verità, la qualità, il luogo e il tempo di ciò che la nostra mente ha deciso di salvare nella categoria ricordi. Perché quel giorno e non quello successivo? O meglio, perché quella manciata di attimi e non l’intera sequenza. Chi ha deciso per noi, per la salvezza di quei fotogrammi, correlati da fini particolari sensoriali? Quale magia incartò per sempre, come fossero un dono prezioso, da conservare, frammenti di una giornata qualsiasi, o particolari di un oggetto? Una biblioteca sconvolta dalle regole dell’ordine e della coerenza, il locus della nostra memoria. Si sovrappongono a caso immagini, suoni, profumi, sentori, oggetti, volti, luci. Provo a entrarci e a estrarre a caso:
      Farò stupire gli psicologi, ma io ricordo perfettamente, in forma, consistenza, profumo e sapore, il mio unico ciucciotto di gomma, perché credo di averne posseduto uno solo, abbastanza per quei tempi di guerra. Se il ricordo permane con chiarezza, forse è dovuto al fatto che mi fu ignobilmente sottratto, a forza, il primo giorno di scuola!
      Il fiato di nonno Angelo, nel cui letto mi rifugiavo, per farmi raccontare le favole, nelle fredde e lunghe sere del dopoguerra. Una nuvola odorosa, aspra, che faceva da sfondo alle atmosfere fatate in cui m’immergevo. Lo sfavillio dell’oro della montatura dei suoi occhiali, mi abbagliava, riflettendo la luce della lampada del comodino.
    Il profumo della viola, quel pomeriggio di primavera, sul pendio erboso, antistante Villa Adela. Zia Maria mi creò, sotto una foglia di faggio, il miracolo della viola. C’è ancora in me, quel profumo unico di quel giorno, mai più ritrovato nelle viole di serra.
      La catenina d’argento, al collo di un ufficiale tedesco delle SS, che mi sta tenendo in braccio. Vedo la catenina, ma non il suo volto. Quale preferenza di bimbo! Mi resta la sensazione della sua presa forte sul mio corpo.
      Il fragore delle bombe sul ponte dello Scrivia; la vetrata delle scale vola in frammenti su di noi.
      L’odore del cerino acceso da nonna Olga, nel buio rifugio, di Via Rodi, durante i bombardamenti di Genova.
      Quel ragazzo, che corre su per il viale di Villa Adela, verso mia madre: “ Hanno arrestato suo marito, dicono che è stato il gerarca fascista di Genova.”  L’urlo di mamma.
      Il secchio con il mestolo di rame, appeso al muro, nella cucina dei fattori di Volpedo. L’uso parsimonioso dell’acqua.
    Il tavolo della cucina, nero di migliaia di mosche. Papà che le scaccia fuori dalla finestra con un tovagliolo.
      Il materasso con foglie di granturco: suoni rasposi e precari.
      L’uccellino ferito a sassate, nella mano del contadino che me lo mostra.
    La foglia, a ventaglio, della vite, punteggiata di verderame. La carta mancava e il mio sedere ricorda quel bruciore, per l’uso improprio che se ne faceva.
      Lo sfebbrare a notte alta, in un bagno di sudore freddo. Il piacere dei panni asciutti e odorosi di bucato sulla pelle. La voce di mamma, rassicurante.
      L’infermiera mi lega, dopo avermi fatto sedere ai bordi di un tavolo, due pesi di ferro alle caviglie. “ Così non ci prenderai a calci.” Il batuffolo di cloroformio sulla bocca. “ Respira, respira” mi ordina, ma io sto soffocando. Vedo cerchi colorati e i miei muscoli scoppiano nella difesa vana. Al risveglio, il sangue mi cola dalla bocca in un catino per terra.  “Le tue tonsille, le vedi?” La stessa voce.
    Forse, a ben ripensarci gli anziani non sono colti da imbecillità col tempo. La loro ostinazione a non voler trattenere altri ricordi si spiega nella certezza che questi non potranno più servire nel loro breve futuro.

  • 13 gennaio 2012 alle ore 20:08
    LA GATTA NUDA.

    Come comincia: "Signor T., istintivamente una donna riesce a capire certe situazioni, voglio anch'io essere sincera: il mio compagno ha perso il posto di dirigente di una ditta, non riesce a trovare un altro impiego e quindi vorrei chiederle di aumentarmi lo stipendio nostra sola fonte di reddito."
    "Ti prego di darmi del tu e di chiamarmi Pino. Il problema è facilmente risolvibile, non ho problemi finanziari, vorrei che tu fossi un pò carina con me..."
    "Caro Pino,  mi sembra strano darti del tu e chiamarti per nome ma il bisogno è un cattivo consigliere, la necessità porta a rivedere dei principi ai quali non pensavi mai di rinunziare."
    "Desidero ardentemente baciarti!"
    "Niente baci sulla bocca, diciamo qualche toccatina..."
    Il buon Pino non  se l'era fatto dire due volte, aveva messo una mano fra le cosce di Audrey e contemporaneamente prese a baciarle il collo.
    "Per oggi può bastare, mi farebbe comodo un acconto sul mensile..."
    Il signor Todaro trasse di tasca il portafoglio e mise in mano ad Audrey due pezzi da cinquecento Euro.
    "Ritorniamo di là, le mie colleghe potrebbero malignare, meglio evitare pettegolezzi."
    Dopo pranzo Audrey mise al corrente della situazione Alberto che era rimasto basito.
    "Caro ragioniamoci sopra: un buon stipendio risolverebbe i nostri problemi più che una tantum come è successo con John. Il mio titolare è ricco, non  ha figli, ha una moglie paralizzata, è una persona che dà affidamento ed è pazzo di me."
    I due innamorati non trattarono più l'argomento, Al durante le ore di assenza di Audrey si domandava cosa potesse accadere fra i due, cercava di non essere geloso ben conoscendo i sentimenti che li legava ma... decise di cancellare dalla sua mente la situazione.
    Da tempo era lui il casalingo: provvedeva alla spesa, cucinava, lavava i piatti, Audrey, quand'era libera, si interessava alle pulizie di casa.
    Un cosa piacevole. la cassa non era mai vuota, ci sapeva fare la baby!
    Una sera la novità: Pino mi ha chiesto di andare nella sua villa a Tono, ho rifiutato ma l'ho invitato a pranzo domenica prossima a casa nostra."
    "Va bene, andrò a procurarmi gli ingredienti, ti farò fare bella figura perchè naturalmente il pranzo deve risultare opera tua, a stomaco pieno il buon Pino sarà ancor più generoso.
    Andrea pensò ad un menu non convenzionale in ogni caso non quello tradizionale messinese: pappardelle al sugo d'anatra, anatra al sugo, coscia di tacchino disossato e ripieno con contorno di patate, carciofi alla romana, funghi in fricassea, spinaci strascinati in padella, frutta di stagione compresa un'ananas per digerire, infine il caffè sport Borghetti, la sua passione.
    Audrey quella domenica si svegliò più tardi del solito, dopo la doccia prese a passare in rassegna il guardaroba al fine di scegliere il vestito con cui far maggior colpo. La scelta cadde su uno di tulle trasparente, dalla generosa scollatura e con gonna corta; il signor Todaro sarebbe rimasto folgorato, questa era l'intenzione della furbacchiona.
    Alle dodici e trenta, mezz'ora prima del previsto, Audrey vide il più non giovin signore parcheggiare una Maserati all'esterno dell'edificio.
    "Andrea sta arrivando, apro io la porta."
    "Signor T. buon giorno è un pò in anticipo, non doveva scomodarsi, che belle queste orchidee, venga nel salone, le presento Alberto, Alberto..."
    Al in pantaloni grigio ferro e maglione rosso fece il suo ingresso con un sorriso stampato sul viso che nascondeva il suo imbarazzo.
    Il principale di Audrey aveva lo stile di un direttore di banca: occhiali con montatura dorata, capelli brizzolati, classico doppio petto scuro, cravatta chic made in Napoli, stivaletti neri di vacchetta.
    "Signori vado in cucina a finire di preparare, Al offri al signor T. un Martini."
    "Vedo che possiede una Maserati Quattroporte, io sono un appassionato di auto, oggi pomeriggio c'è una corsa di formula uno."
    "La mia macchina è un pò vecchiotta, la cambierò con una Mercedes classe Cl."
    "Alla faccia sua" pensò Andrea "ci vogliono almeno 130.000 Euro!"
    Nel frattempo Audrey da lontano:
    "È tutto pronto, venite nel soggiorno."
    Alla fine del pasto da parte del signor T. lodi sperticate per la padrona di casa per la sua bravura nell'arte culinaria.
    "Mia moglie, a parte il suo handicap, anche prima non brillava certo in cucina, l'essere ricca di famiglia e l'aver frequentato un collegio in Inghilterra l'ha portata a non interessarsi all'andamento di una casa, di nuovo brava."
    "Signor T..."
    "Vi prego di chiamarmi Pino è più confidenziale, sento di trovarmi in famiglia, diamoci del tu."
    "Bene come ti dicevo pocanzi fra poco c'è la Formula Uno, non vorrei perderla, accendo il televisore."
    "Io preferisco parlare con Pino, abbiamo dei problemi in negozio, ce ne andiamo nel salone."
    Ad Al non rimase che ammirare Ecclestone, i commentatori televisivi e le auto che avevano acceso i motori ed avevano iniziato il giro di prova.
    Partenza con le solite collisioni fra tre auto alla prima curva, ingresso nel circuito della Safety Car, quattro giri e poi ripresa della corsa.
    Il rumore delle auto ad un certo punto si mischiò con quello di una musica dance proveniente dal salone, Audrey aveva messo in funzione lo stereo.
    Al fece capolino in quella stanza, i due ballavano o facevano finta, erano abbracciati... meglio tornare alla Formula Uno.
    Dopo un pò di tempo la musica era cambiata, niente più dance ma Diana Krall, nota cantante di night, che aveva portato il buon Pino ad incollare le labbra sul collo di Audrey, ritirata strategica da parte di Al.
    Dopo circa un'ora: "Al è finita la Formula Uno? Vieni a farci compagnia nel salone."
    Ad Al apparve uno spettacolo un pò comico: i due, mostrando indifferenza, erano seduti sul divano distanziati, solo il viso di Pino, decisamente sul prupureo, mostrava quello che doveva essere accaduto nel frattempo.
    "Penso che sia ora di andare, a mia moglie ho detto che ero stato invitato da voi a pranzo, non vorrei che stesse in pensiero, spero presto di ricambiare il vostro pranzo."
    Chiusa la porta, Audrey si diresse verso la confezione delle orchidee:
    "Guarda che sorpresa, ci sono anche due orecchini di perle, quelle che avevo notato nel negozio di gioielleria accanto al nostra, chissà come Pino avrà indovinato i miei gusti!"
    "Perchè glielo avrai chiesto tu, furbacchiona, piuttosto aggiornami su quanto è successo nel salone, ho visto che ti baciava sul collo."
    "Quello era solo l'inizio poi mi ha messo la mani nella scollatura, fra le cosce, ha scostato lo slip e mi ha messo una mano sul fiorellino ed anche sul popò, ha seguitato per un pò sin quando si è seduto sul divano, non ha capito cosa gli sia successo, forse ha goduto da solo."
    "Come aperitivo non c'è male, sicuramente gli è rimasta una voglia matta, questo riparte presto all'attacco."
    Dopo circa una settimana:
    "Pino mi ha chiesto di nuovo di andare nella sua villa a Tono,  gli ho detto che avevi ripreso a lavorare come commesso viaggiatore per quella ditta che ti ha licenziato e che lo avrei fatto venire a casa nostra durante la tua assenza."
    Dopo tre giorni.
    "Quello non lo tengo più, mi raggiunge nel retrobottega e mi tocca dappertutto, non vorrei che le altre commesse se ne accorgano, ho deciso di farlo venire qui questa sera, sei d'accordo?"
    Al durante il pomeriggio mise in funzione sia la telecamera che il sonoro in attesa della fatidica mezzanotte.
    Audrey era piuttosto tesa, un  conto è andare a letto con un coetaneo ben altro con un cinquantanne... esternò i suoi pensieri ad Al.
    "Chiamalo sul telefonino e digli che inaspettatamente sono ritornato a casa, ti vedo agitata."
    "No, è stato un attimo, tu sei il mio amore, gli altri sono solo strumenti, non hanno alcun valore!"
    Squillo del telefonino di Audrey, era lui.
    Al si rifugò nello studio ma poteva vedere e sentire solo quello che sarebbe accaduto in camera da letto.
    Audrey con baby doll d'ordinanza con sopra una leggera vestaglia, doveva aver invitato Pino in bagno, si era seduta in  mezzo al letto sorridente alla telecamera.
    Ingresso di Pino nudo, con pancetta ed inizio della pugna: baci sul collo, sulle tette, sul pancino, sulla gatta sino ai piedi.
    "Hai delle estremità da mannequin, bellissime, non le avevo notate prima!"
    "Un giorno era su una spiaggia su una sdraio quando si è presentato un distinto signore affermando di essere un produttore di films pubblicitari ed aveva bisogno di una modella come me per  reclamizzare anelli e scarpe, mi ha anche lasciato un bigliettino invitandomi a raggiungerlo a Milano, forse dovevo farlo, ora non sarei qui."
    "Meglio che non l'abbia fatto, non ti avrei incontrata, lo sai quanto ti desidero, farò quello che mi chiedi."
    Audrey non aveva risposto, Pino avvicinò il suo membro alle labbra di Audrey."
    "Niente baci nè goderecciate in bocca!" poi prese a fare su e giù, cercava di sbrigarsi in fretta ma non aveva fatto i conti con l'età del suo amante e dovette penare parecchio sin quando Pino si staccò e prese il tovagliolino che gli aveva dato Audrey e si pulì il pene, si recò poi in bagno e Audrey supina fece dei segni con le mani al suo spettatore.
    Ora che sarebbe successo? il nonnetto si sarebbe ripreso o si sarebbe accontentato...
    Veritiera la prima ipotesi:
    "Ti prego prendilo in mano e fammelo diventare duro."
    Audrey aveva appoggiato un gomito sul letto e con una mano cercava di far rinverdire il coso di Pino.
    "Provaci anche con la bocca, ti prego."
    Accontentato, ci volle del tempo ma Audrey riuscì nell'intento e prese in mano la situazione:
    "Vengo sopra di te."
    Era il modo migliore per farlo sbrigare ma ci volle molto tempo. Audrey ogni tanto si fermava per riporsarsi, una faticaccia... finalmente Pino gorgogliò nel godere, Audrey si fermò, diede un  altro tovagliolino a Pino e si sdraiò, era stanca.
    Pino voleva rimanere ancora ma Audry lo liquidò dolcemente, erano le tre di notte.
    Al entrò nel bagno, Audrey era sotto la doccia, voleva sentirsi pulita dentro e fuori, stette a lungo sotto il getto dell'acqua, Al era seduto su uno sgabello a rimirarla, era magnifica.
    "Pino ha lasciato una busta sul comò, ci sono diecimila Euro."
    La storia era diventata quindicinale, quanto serviva al vecchietto a ricaricare le batterie.
    Un giorno mentre sul divano guardavo la televisione, Al vide delle lacrime sul volto di Audrey, l'abbracciò, fu lei a parlare:
    "Talvolta non so dire come mi sento, il profondo amore che ho per te non mi basta per accettare questa situazione, Pino mi fa richieste sempre più pressanti, vuole godermi in bocca ed usare il mio popò."
    "Mi sento un pò un verme, anch'io talvolta ho dei forti dolori alla pancia, il mio medico mi ha detto che gli intestini sono il nostro secondo cervello ed il mio è andato in tilt, non pensavo di diventare un macrò!"
    Qualcosa di nuovo avvenne nei giorni seguenti: un invito a pranzo da parte di Loredana la moglie di Pino, un'invito sicuramente inaspettato. Era la curiosità da parte di una paraplegica di conoscere una commessa di suo marito ed il suo fidanzato oppure...tante ipotesi ma nessuna plausibile e convincente.
    Il fatidico giorno Audrey indossò un tubino avorio che le lasciava scoperte le spalle ma arrivava sino ai piedi, Andrea in doppio petto grigio ferro, cravatta a righe rosse e blu, una bella coppia.
    L'abitazione era un villetta a due piani ubicata sulla strada panoramica, ingresso privato.
    Al citofono la voce di Pino:
    "Vi apro il cancello elettrico, posteggiate dinanzi casa."
    Casa... una reggia, appena entrati un ingresso immenso con marmi alle pareti e tutt'intorno mobili antichi di pregevole fattura, di seguito un salone con lunga tavola imbandita, alle pareti quadri di paesaggi, di figure ieratiche forse di antenati e di belle fanciulle ed infine scene di caccia.
    "Sono Loredana, scusatemi se non mi alzo ma, come vedete, mi muovo solo su questa sedia a rotelle."
    Finto baciamano da parte di Alberto ed inchino da parte di Audrey.
    "Pino vedo con piacere che i signori si distinguono per buone maniere, preparaci degli aperitivi." Il tono era un pò di comando forse dovuto alla ricchezza della signora.
    "Dì alla cameriera di servire il pranzo." Il tono era sempre imperativo ed il buon Pino abbediva senza profferir parola.
    Tutto a base di pesce innaffiato con del vino bianco dell'Etna. Dopo il caffè:
    "Dì alla cameriera che è libera."
    Voglio deliziarvi con della buona musica, Pino metti un CD di Mozart, il mio preferito, come padrona di casa vorrei vicino a me il signor Alberto, e diamoci del tu."
    Così era iniziata una storia perlomeno singolare, Al su una sedia vicino alla padrona di casa, Pino e Audrey su un divano a...distanza di sicurezza. Nel frattempo Mozart li deliziava con le sue overtoure forse non tanto apprezzate da Pino che sicuramente aveva il suo pensiero altrove.
    "Ora che ci siano rilassati vorrei, caro Alberto, farti visitare il piano superiore, in fondo c'è un ascensore, spingi la carrozzella.
    Un ampio ingresso, in fondo una porta finestra, di lato due porte..
    "Io dormo nella stanza di sinistra, mio marito in quella di destra, accomodati."
    Punto primo: i due non dividevano la stessa camera, questo aveva sottolineato Loredana, il motivo?"
    "Ti vedo perlesso, voglio essere chiara come lo sono il tutte le mie cose, in particolare in quelle personali. Mio marito ed io, pur vivendo sotto lo stesso tetto siamo separati di fatto, niente pratiche burocratiche, avvocati e tutto quel che segue, nessuno dei due ha problemi finanziari.
    Abbiano stabilito di essere sinceri fra di noi e raccontarci tutto quanto riguarda la vita privata. In passato il mio consorte mi ha reso edotta di tutte le sue avventure passeggere ma da quando ha conosciuto Audrey..."
    Ecco arrivati al punto, Loredana sapeva dei rapporti di Pino con Audrey.
    Al decise di fare lo snorri: "Ho invitato tuo marito a casa mia, abbiamo pranzato insieme, ha ballato con Audrey ma..."
    "Quando tu eri assente per lavoro è venuto a casa tua, il resto lo puoi immaginare, da quel momento è completamente cambiato, non frequenta più nessuna, Audrey è diventata la sua passione sfrenata, anche se non l'ha ammesso, l'ho capito da me.
    Che ne dici di ricambiarli, io frequento una palestra ed ho un un personal training, ho rapporti con lui ma solo fugaci, è solo una questione fisica. Tu mi sei piaciuto appena ti ho visto, se mi guardi bene non sono male."
    L'espressione del volto di Al andava dallo stupore alla curiosità.
    "Debbo interpretare il tuo silenzio come un assenso, penso di si, vai in bagno, c'è una doccia che fa pure da sauna, sbrigati!"
    Anche Alberto era stato vittima dell'imperioso agire di Loredana, si trovò nel bagno nudo sotto la doccia poi si infilò in un accappatoio (sicuramente quello usato dal personal training).
    Prima di uscire si guardò intorno, il bagno era pieno di maniglie strutturato per una handicappata, rimase seduto su uno sgabello sin quando la proprietaria si presentò alla porta.
    "Sono impaziente, hai perso tanto tempo!"
    La signora T. si era spogliata nuda, emergeva dalla sedia un bel fisico che non dimostrava i suoi quarant'anni opera evidente anche di esercizi fisici e sapienti costosi massaggi, non era naturalmente bionda come faceva supporre la capigliatura, una folta selva nera...
    Con una certa disilvoltura riuscì a sedersi sullo sgabello della doccia, aprì le cosce guardando in faccia Andrea come dire: "Qui c'è del lavoro per te!"
    "Aspettami a letto." non aveva perso l'abitudine del comando.
    Apparve abbondantemente profumata forse Chanel n.5, un classico, si issò sul letto.
    "Sono molto sensibile sulle tette, vedi di iniziare da lì, scendi sulla deliziosa e poi sul lato B, una mia preferenza particolare."
    Come un buon scolaretto Al puntualmente eseguì il il compito assegnatogli dalla dama,si soffermò sulla gatta ed ottenne un ottimo successo tanto che l'interessata lo costrinse a restarci a lungo e poi il finale pirotecnico con goderecciate avanti e dietro, un successone!
    Madame lo ringraziò con un bacio appassionato per poi sbracarsi a gambe aperte e ad occhi chiusi.
    Al si rivestì e stava per andarsene per andare a vedere quello che succedeva ad Audrey quando Loredana:
    "Apri il porta gioie, c'è un Rolex, è il mio ringraziamento."
    Anche lui si era prostituito, stranamente non provava alcun sentimento, quella era stata solo un'esperienza fisica peraltro ben retribuita...
    Nel salone Pino e Audrey stavano ascoltando musica pop seduti sul divano, Audrey si alzò e:
    "Abbiamo approfittato anche troppo dell'ospitalità dei signori T., è ora di andarsene."
    Durante il tragitto nessun prese la parola, solo musica dell'autotradio.
    Giunti a casa Al mostrò ad Audrey il Rolex, nessun commento da parte della baby.
    I giorni seguenti solo del tran tran quotidiano senza un vero colloquio solo quanto bastava per la normale ruotine Niente sesso, solo abbracciati sul divano a vedere la televisione sin quando Audrey, stanca del lavoro del negozio e di casa, si rifugiava in camera da letto prendendo subito sonno.
    Nei giorni successivi la beneamata si dimostrava sempre più taciturna, ad ogni approccio di Al lo respingeva delicatamente con un bacio sin quando un giorno prese a piangere dirottamente. Quando riuscì a smettere prese in mano il viso di Al e:
    "Non resisto più, devo confermarti che sarai sempre il solo mio amore ma Pino è fuori di testa, è diventato geloso anche di te, ha acquistato a mio nome un attico in via Risorgimento, l'ha fatto arredare da un architetto, tre stanze più servizi, una bomboniera è lì che andiano durante gli intervalli.
    Ho una carta di credito a mio nome ed un armadio pieno di vestiti, di bay doll e di camice da notte, ha ottenuto da me tutto quello che desiderava e che mai gli avevo permesso, sento di averti tradito..."
    Ecco spiegato l'atteggiamento dei giorni passati, che fare? Consolarla affermando che fra di loro nulla era cambiato... meglio nessun commento. La realtà era che ambedue conducevano un alto tenore di vita che non avrebbero potuto permetterselo anche se Al avesse trovato un impiego, questa la verità!
    "Come avrai intuito io ho avuto un rapporto con Loredana, io ho ricevuto un Rolex tu qualcosa di più, vuol dire che la cosina rende più del pisello..." cercò di celiare Al.
    Uno sguardo d'intesa, non v'era null'altro da dire. Nulla era cambiato, talvolta la baby non tornava all'ora di pranzo, sicuramente un 'riposino' nel suo attico.
    Un'altra novità, Audrey con una gran risata aveva confessato ad Al un nuovo capriccio di Pino: voleva assaggiare la sua gatta nuda!
    Cavolo, il nonnetto era diventato vizioso, Audrey volle accententarlo (chissà cosa ci avrebbe guadagnato) e invitò Al a darsi da fare per far sparire quel biondo cespuglio.
    Prima con le forbicine poi con la schiuma da barba ed il rasoio, in poco tempo la gatta di mostrò in tutta la sua nudità, bellissima.
    "Il primo a baciarla voglio essere io!" Andrea prese in bocca l'intimo di Audrey delicatamente tanto a lungo tanto che la deliziosa ebbe numerosi orgasmi, Andrea se ne accorgeva toccando il buchino posteriore che ogni volta si contraeva alla fine, spossata, fece cenno che ne aveva abbastanza.
    La vita scorreva sempre uguale, Al ed Audrey si erano abituati a quella situazione a tre, non  si ponevano più alcun problema quando un giorno:
    "Vieni subito in negozio, Audrey non sta bene."
    Col cuore in gola Andrea balzò sullo spyder, semafori bruciati, sorpassi azzardati sin quando non giunse dinanzi al negozio.
    Audrey era nell'ufficio retrostante sdraiata sul divano ad occhi chiusi.
    "È venuto quell'inglese che in passato ha importunato Audrey, voleva che uscisse con lui, al suo rifiuto l'ha schiaffeggiata ed è sparito, lo denunzierò!"
    Pian piano Audrey si stava riprendendo, fece cennno di voler andar via, sorretta da Alberto si posizionò nell'auto.
    A casa si buttò sul letto vestita, Al le tolse le scarpe e le pose sopra una coperta, si svegliò a sera inoltrata.
    Audrey decise di prendersi una vacanza a Giardini Naxos, alloggiarono all'hotel Villa S.Andrea un albergo vicino a degli scogli, veduta molto suggestiva.
    Era estate i due passarono giorni meravigliosi passeggiando sul corso di Taormina che raggiungevano con la funicolare ma per qualcuno quella vacanza non era gradita, il telefonino di Audrey squillava in continuazione.
    "Se non torni subito vengo io da te!"
    Il buon Pino non era stato preso sul serio invece...
    Affacciata al balcone, una mattina Audrey vide posteggiare una Mercedes dinanzi all'albergo, ne era sceso il signor T.
    "Al abbiamo compagnia, guarda chi c'e sotto."
    Rompiballe, l'amante reclamava la sua dolce profumatamente foraggiata.
    "Cosa fai da queste parti, c'è qualcosa che non va in negozio?" (domanda di una intelligenza...)
    Vieni in giardino ho urgenza di parlarti!" Pino e Audrey si allontanarono dalla vista di tutti sino al muro perimetrale.
    "Ti prego prendilo in bocca."
    Audrey era interdetta, si guardò intorno, nessuno in giro, provvide a soddisfare il suo amante, alla fine prese un fazzolettino...
    Ritornarono indietro insieme , Pino salì sulla Mercedes e, sgommando, sparì dalla vista.
    "Un lavoretto veloce" scherzò Al ma male gliene incolse, per dispetto Audrey prese a baciarlo in bocca, vendetta cattivissima...
    Come nelle belle favole lo storia fra i quattro seguitò con grande apprezzamento da parte di tutti, vissero a  lungo felici e contenti: grandi pranzi a casa T. seguiti dall'immancabile finale ed anche villeggiature tutti insieme nei posti più belli della Sicilia.
    Agli occhi degli estranei sembravano del normali amici e, gran finale, i coniugi T. ripresero fra di loro i rapporti intimi, meglio di così...

  • 13 gennaio 2012 alle ore 0:31
    Il signor Lapo Mar

    Come comincia: Il signor Lapo Mar, da poco in pensione, è un uomo tranquillo che ha lavorato tutta la vita come un travet del ministero del tesoro, a causa del diploma di computista commerciale e di un concorso vinto quando ancora non c’erano le folle a dar l’assalto ai posti pubblici.
    Il signor Lapo Mar è un uomo moderato, non si è mai interessato di politica e il suo voto è sempre stato in perenne conflitto fra l’astensione e il partito dei conservatori. Gli scioperi se può li evita, se no si dà malato o si mette in ferie.
    Sfondare il picchetto? E perché mai, a rischio magari di prendersi qualche legnata da quei fanatici energumeni dei sindacati.
    Cattolico concordatario, come la maggioranza assoluta degli italiani, è il classico praticante da feste comandate. Scapolo, vive in una grande città del Nord Italia, in un appartamentino fra centro e periferia ora di sua proprietà, dopo aver acceso - e, per fortuna, anche spento - un mutuo trentennale.
    Legge un giornale fin dal giorno in cui venne fondato da un importante giornalista, famoso per turarsi il naso a ogni elezione.
    Quando quel toscanaccio, magro magro, essendo entrato in conflitto con la proprietà, se ne andò sbattendo la porta e ideando un altro quotidiano, il signor Lapo Mar diede fiducia al nuovo progetto ma nonostante la pregevole qualità quella sfida giornalistica non decollò.
    Questo fu nella sua vita il gesto di maggiore temerarietà ma, mesto mesto, tornò ad acquistare le antiche pagine, non fosse altro che per i titoli a caratteri cubitali.
    Il signor Lapo Mar non guida l’automobile, anzi non ha mai voluto prendere la patente. Ha sempre utilizzato i mezzi pubblici (treni, tram, metropolitane), qualche rara volta i taxi.
    Se si trova in vacanza gli capita talvolta di prendere l’autobus per recarsi in località limitrofe al luogo in cui è situato il suo albergo.
    Il signor Lapo Mar soffre, da qualche tempo, di una singolare affezione, ardua a raccontarsi, alle vie aeriformi superiori insieme a  uno dei cinque sensi: l’olfatto.
    Nel mentre che non riesce ad assaporare la gustosità e gli aromi di ciò che mangia e che beve (ma anche il profumo del dopobarba o del bagno schiuma della doccia e perfino dei fiori della riviera) gli succede con una certa frequenza di fiutare un pervicace odore di me…, ehm, di… letame. All’improvviso, quando meno se lo aspetta.
    Siffatti episodi gli si sono palesati in ufficio (quando ancora lavorava), sui mezzi pubblici, per la strada, leggendo il giornale o guardando la televisione. Quasi sempre quando qualcosa lo turbava facendogli salire il sangue alla testa o, come si dice,  volare la mosca al naso.
    I mezzi pubblici non sono quasi mai dei fulmini e non di rado gli è successo di attenderne l’arrivo. Le autolinee delle riviere estive non sfuggono all’assioma.
    Accade che un giorno, salga a una fermata un attempato signore e si rivolga all’autista con questa frase: «Per la Saar si vede che la puntualità è un optional…». Di colpo, l’autista blocca l’autobus, si alza in piedi e si mette a gridare: «Adesso chiamo i carabinieri».
    L’attempato signore non è per nulla turbato e invita l’autista a chiamare chicchessia, lui non ha nulla da rimproverarsi e l’autobus è in ritardo di oltre 10 minuti pur essendo il luogo di partenza a soli 5 chilometri. Una mora assurda.
    L’autista non chiama nessuno ma inizia a sproloquiare dicendo che lui è dalle 6.00 del mattino che sta lavorando (in quel momento sono le 10.50), da del tu in modo aggressivo al signore, poi all’analoga replica  del suo interlocutore si inalbera e intima che non gli si dia del tu.
    La gente alle spalle, quella stessa marmaglia che quando è in attesa alla fermata ne dice di tutti i colori, inizia a rumoreggiare. A quel punto, l’autista inscena la finta di sentirsi male, scende dall’autobus e cuore alla mano si sdraia sulla panca della pensilina, una parte degli astanti si butta a sorreggerlo e, nello stesso tempo, si mette a insultare l’attempato signore che risponde a tono con la forza che gli viene dalla ragione. C’è chi vuole chiamare il 118 (l’autoambulanza) ma chissà perché nessuno mette in pratica questa ulteriore sceneggiata. Perfino, le grasse donne africane dagli abbigliamenti sgargianti che vendono le loro mercanzie sulle spiagge della riviera si permettono di redarguire in malo modo quel signore.
    L’autista agonizzante in un paio di minuti si mette in piedi e, sulle sue gambe, risale in autobus e riparte, ottenendo pochi applausi a scena aperta. Nessuno è morto, non è successo niente, alla fermata successiva gli utenti che attendono guardano l’orologio e quando salgono lanciano qualche critico commento, a bassa voce, all’indirizzo dell’autista.
    Fu in questa occasione che iniziò a spandersi alle narici del signor Lapo Mar quello strano olezzo di fogne a cielo aperto che, seppure in modo meno accentuato, gli era già capitato di avvertire.
    Le precedenti volte, bisogna puntualizzare, il fetore non sembrava così invasivo, le folate erano parziali, momentanee.
    Gli accade di sfogliare il quotidiano, come ogni giorno, e di imbattersi in servizi e notizie che lo mettono per lo meno di cattivo umore fino a doversi interrogare sul senso di un acquisto la cui lettura dovrebbe fornirgli conferme e invece lo angustia in un ininterrotto disappunto.
    Cosa dire di tutti quei poveri cristi che, sugli sfasciati barconi della speranza, fuggono dalle coste nordafricane lasciandosi alle spalle conflitti epocali e carestie, scontri tribali e tirannie? Migranti che mettevano in gioco se stessi, alla ricerca di una vita degna di essere vissuta, il più delle volte rimettendoci la ghirba, spesso a poche decine di metri  dall’approdo sicuro.
    Come si fa a non imbizzarrirsi all’ascolto delle canagliesche fesserie di chi per frenare l’invasione vorrebbe che gli si sparasse contro?
    Ci sono poi le peculiari occasioni in cui la lettura di scoop odiosi e privi di qualsivoglia deontologia professionale - tanto da fruttare al direttore del giornale periodi prolungati di sospensione dall’attività giornalistica - gli procurano quell’irritante fastidio all’olfatto che si protrae ben oltre la schifata chiusura delle pagine.
    Accade così ogni volta che qualcuno alza la voce per niente, solo per sparare raffiche di idiozie.
    Il signor Lapo Mar, la cui timidezza già è un ostacolo insormontabile per ogni tentativo di entrare in confidenza, vorrebbe potersi confrontare con altre persone sul fenomeno, per verificare se solo a lui succeda di essere oppresso da simili puzze.
    Il tema è oltremodo imbarazzante e non si presta ad agevoli scambi di opinione con i vicini di ombrellone.
    Intuisce che non sembra accadere agli altri ciò che accade a lui:  nessun segnale fra quelli che si prestano a essere interpretati come forte disagio, naso proteso alla sniffata schifiltosa, sguardo perso e interrogativo, occhio a palla che, circolare e prospettico,  ispeziona e indaga senza trovare una valida risposta.
    Solo una volta accadde che sulla spiaggia, espliciti commenti a voce alta si rimpallassero da ombrellone a ombrellone, da una fila di sdraio all’altra, sulle maleodoranti folate di “Ligusta Spurghi” che persistevano in quel lasso di mare. Questa volta però, al contrario degli altri bagnanti, il  temprato naso del signor Lapo Mar non percepì nessun cattivo odore.
    A osservare quello che succedeva sulla spiaggia attorno a lui, fra i lettini e gli ombrelloni, non ci voleva che uno storto niente affinché si diffondesse a grandi zaffate una fortissima esalazione di feci e altri miasmi escrementizi.
    Una ragazza che il ciel l’aveva fatta scampare in tenera età a un brutto  malanno ma non fu altrettanto benigno quel cielo con la sua figura lasciandole in dote un corpo sgraziato di cicatrici e di ossa non ricomposte a misura, una voce stentata e gutturale, idem per il volto di cui si salvavano solo gli occhi vivaci e alteri, neri e fieri, e una massa di capelli scuri dalle lunghe ciocche che lei soleva sciogliere per isolarsi dal mondo, dopo essersi infilata nei timpani le magnanime cuffie di un ipod.
    Andare a bagnarsi neanche a parlarne e, ogni volta, era una lite con gli anziani genitori che la sollecitavano per il suo bene - con le buone o con le cattive - a farsi del male, confiscandole il suo prezioso dispensatore di armonia e di sogni ingannatori per obbligarla ad immergersi insieme a loro nell’attiguo specchio di mare.
    Dall’incontrollato effluvio di cloaca a cielo aperto da far invidia agli analoghi lezzi durante gli angusti camminamenti nella medina di Fes, il signor Lapo Mar - un giorno - perde i sensi e cadendo rimane  a terra come morto.
    Accade, come se, in una sola volta fossero insorte tutte le chiaviche universali che, stufe, di essere sottoposte a intasamenti fecali - da sera a mane - decidevano di ribellarsi e reagivano spandendo effluvi esiziali per l’aere, ammorbando il naso agli individui reattivi.
    Si risveglia, è in un letto d’ospedale. I medici sono circospetti e reticenti, come capita ai medici. Tutto è bianco, pulito, asettico ma il  puzzo di merda non l’abbandona.
    Il signor Lapo Mar, ora, è a colloquio con un luminare che in piedi - con una bacchetta in mano e un tono professorale da autentico luminare - gli confida che come metodo lui ha quello di raccontare “tutto” al paziente. Al luminare, inoltre, piace essere comprensibile. L’olezzo diviene vomitevole.
    «Le modificazioni della funzione olfattiva possono essere di due tipi:
    1. Qualitative
    Parosmia o allucinazione olfattiva: percezione di un odore che non esiste nell'ambiente;
    Cacosmia o percezione erronea di un odore reale che viene sempre percepito come sgradevole.
    Le alterazioni qualitative dell’olfatto possono comparire nelle sinusiti (acute e croniche ), nei corpi estranei nasali, nelle tonsilliti criptico  caseose, nelle bronchiti, in alcune affezioni gastriche ed epatiche, nel diabete grave, nelle affezioni del sistema nervoso centrale (sifilide, tumori del cervello, ecc. ecc.).
    2. Quantitative
    «L'iposmia e l'anosmia, ovvero la diminuita percezione degli odori, possono dipendere da varie cause e concause ma, nel nostro caso, da processi morbosi, neoplastici o degenerativi, del sistema nervoso centrale.
    L'Iperosmia, ovvero l’aumentata percezione degli odori, può dipendere anche questa da malattie del sistema nervoso centrale.
    La possibilità di un recupero della funzione olfattiva è però in ogni caso in diretto rapporto con l'entità del danno subito dal recettore, che è costituito da cellule nervose perenni e quindi non rigenerabili.
    L'area olfattoria centrale è connessa con varie strutture del sistema nervoso centrale tra cui il talamo, l'ipotalamo, il mesencefalo, il ponte, il bulbo, il midollo spinale. Questo fatto spiega le numerose attività riflesse  legate alla percezione degli odori. Tutto chiaro?».
    «???», il Signor Lapo Mar è visibilmente dubbioso ma il luminare non se ne cura e prosegue diritto alla meta. Alle spalle del medico c’è una grande lastra del suo cranio. Con l’asticciola il luminare gli mostra una macchia nera che dal sistema nervoso centrale si irradia, dal bulbo olfattivo, poggiante sopra la lamina cribrosa nella fossa cranica anteriore, attraverso il nervo verso le vie nasali.
    Gli dice che ha un carcinoma cerebrale al 5° stadio. Maligno e inoperabile. Aspettative di vita? Effimere. Cure? Palliative.
    Stia certo che le offriremo  cure adeguate, non deve preoccuparsi. Altre domande?
    Il Signor Lapo Mar ne ha in mente una ma non la espone. Perché, fra tutti gli odori molesti, proprio quel tanfo ossessivo di merda? Del resto, cacosmia già di per sé la dice lunga su quello che ci si deve aspettare. Ma i motivi?
    Era come se tutte le discariche, le fogne, i depuratori, i pozzi neri, le cloache, i tombini, le condotte decantatorie, i chiusini e i collettori del pianeta avessero smesso di funzionare e, invece del fango tipico delle alluvioni, l’elemento trascinante fosse il liquame da fognatura e tutto si scaricasse in mare il cui colore azzurro se il cielo è azzurro, a mano a mano, si convertiva in ripugnante marroncino. Come se, di fronte a tutto questo, si fosse adunata lì tutta la nausea e il disgusto del globo terraqueo.
    L’autorità sanitaria non gli avrebbe fornito una spiegazione esauriente, quella delucidazione che invece il signor Lapo Mar, tardivo analizzatore dei fatti di questo nostro mondo, sul finire della propria esistenza forse avrebbe saputo darsi da sé.

  • 12 gennaio 2012 alle ore 23:50
    The last breakfast

    Come comincia: Quella domenica non c’erano buone intenzioni nell’aria.
    Quella domenica sarebbe stato un apice, me lo sentivo.
    Più che una domenica, era una goccia che fa traboccare il vaso.
    Io ero il fottuto vaso, e il traboccante contenuto sarebbe stato solo un intruglio di sangue e materia grigia.

    La pistola era pronta già da diverso tempo: riposta in ordine in un cassetto, era come un soldato che nell’ombra aspetta che la guerra si scateni.
    Al momento giusto, il mio dito avrebbe reso quell’insieme meccanico di freddi ingranaggi ciò che era: non un orologio, non un tostapane, ma un’arma da fuoco.
    In quella domenica mattina di metà ottobre, l’avrei toccata, maneggiata e utilizzata su me stesso.
    Avrei fatto tutto con la massima calma e tranquillità.
    La stessa tranquillità che mi trasmettevano i caldi raggi del sole che filtravano dalle tapparelle socchiuse, nel silenzio totale della mia camera da letto.
    Non c’era tensione in me, ero fuori da me stesso.
    Era come se la mia anima avesse abbandonato il mio corpo, come se l’ultimo brandello di essa si fosse definitivamente separata da me la notte scorsa; come se con uno strattone deciso si fosse staccata dall’ultimo pezzo di me che ancora la tratteneva.
    Ora mi vedevo da fuori: come in un’inquadratura oggettiva, una ripresa neutrale fatta in terza persona.
    E non sentivo niente.

    Mi alzai dal letto, mi preparai di tutto punto, e mi recai nel mio bar preferito, un posto di classe dove da più di dieci anni consumavo la mia lunga e rilassante colazione della domenica.
    Il mio rito domenicale al quale non avevo mai rinunciato.
    Appena arrivato mi diressi verso il mio solito tavolo.
    Si trattava di un tavolo circolare in mogano, ricoperto da una tovaglia immacolata al cui centro si trovava un vaso con un fiore di calla.
    Banale ma rassicurante.
    Ordinai al cameriere la mia ultima colazione: niente di particolarmente ricercato o pretenzioso, ma il mio solito latte macchiato ben caldo, pane croccante, marmellata di albicocche con burro a parte.
    Nessun extra. Nessuna pretesa, solo un’ultima colazione che si rispetti.

    Dopo il rilassante rituale di un’ora e mezza, con lettura di quotidiani vari, ero pronto.
    Con la mano, andai cercando la pistola nella tasca interna del giaccone, come per avere la conferma definitiva di ciò che stavo per fare.
    Non c’era.
    Per la prima volta da mesi, forse anni, sentii il battito del mio cuore accelerare senza controllo.
    Cercai di calmarmi e con l’altra mano tastai l’altra tasca interna del giaccone.
    La pistola non c’era.
    Era rimasta in quel cassetto buio del mio soggiorno, aveva appena mancato la grande occasione che dava un senso alla sua creazione.
    Iniziò il panico, la tachicardia, la sudorazione.
    Per la prima volta dopo anni, sentivo le viscere contorcersi, il cuore battere forte, l’adrenalina salire al cervello.
    Ero vivo.
    Ero vivo, e dovevo trovare un modo per essere morto il prima possibile, senza poter usare la pistola.
    Preso dal panico, raccolsi la prima cosa che poteva ricondurre al concetto di arma.
    Corsi in bagno impugnando il coltellino del burro.
    Chiuso il chiavistello, ero solo e non potevo più aspettare.
    Col sudore che m’irritava gli occhi, alzai la manica della camicia e mi osservai il polso destro, cercando di capire dove si trovava la vena da incidere.
    Le luci soffuse mi confondevano, così strinsi forte il coltello e premetti con tutte le mie forze.
    Non mi è mai piaciuto il sangue, e di sicuro allagare un bagno pubblico col mio plasma non rientrava nei miei piani.
    Ad ogni modo, il problema non si pose: il coltellino non graffiò nemmeno leggermente la tenera pelle del mio interno polso, di conseguenza l’idea del soffocamento si fece sempre più vicina.
    Il rubinetto del lavandino funzionava a fotocellule, quindi mi piegai in modo che la mia testa potesse tenerlo attivo; e chiuso lo scarico, aspettai.
    Mio malgrado si trattava di un lavandino dal design ultra-moderno, di forma rettangolare, con le sponde molto basse, le quali rendevano impossibile l’immersione totale di naso e bocca.
    L’alternativa di annegamento coinvolgeva il gabinetto.
    C’era un limite a tutto.

    Mi alzai e vidi riflessa nello specchio, l’immagine di un uomo non più tanto giovane con le sopracciglia e la punta del naso bagnati, che aveva reso il proprio suicidio una patetica pantomima.
    E che, fatto ancor peggiore, si era di nuovo sentito vivo solamente rincorrendo la morte.

    Mi asciugai le sopracciglia, e uscii dal bar con un sorriso stampato in faccia e il cuore che batteva forte.
    Era domenica mattina, il sole mi scaldava il corpo e non avevo nessuna voglia di tornare a casa.

    FINE

    Sandra Tricca 26/09/2011

  • 12 gennaio 2012 alle ore 16:13
    58 barrato

    Come comincia: E aspetto. Per aspettare aspetto, chi si muove? In effetti mi muoverei anche, andrei laggiù a vedere quel negozio che sembra interessante, bella vetrina dove scorgo tra la miopia un paio di stivali niente male, ma sono sicura senza dubbio alcuno che se solo provo ad allontanarmi dalla fermata il bus si affaccia, spia la mia distrazione si fionda velocissimo apre chiude e sfreccia via. Ma no, non credo veramente che esistano cugini del MaggiolinoTuttoMatto o fratelli incogniti dei Transformers…è solo una legge metropolitana: quando ti sei limato a puntino gli zebedei e hai il solcato il marciapiede su e giù meditando impropreri apocalittici da riversare sul conducente sempre innocente, al primo segno di distrazione…zac! La nuvola fantozziana sempre in agguato sta, bisogna vigilare. Quindi niente stivali, tanto per quanto ne vedo potrebbero anche essere fatti di pongo. Gli occhiali li lascio a casa ovviamente, seguendo la teoria che “meno li metto, meno peggioro”. Tutto bene, ancora il colore del bus lo riconosco, il numero un po’ meno ma è un dettaglio…poi se mi ritrovo a BorgataFidene invece che al Colosseo che fa? Una piccola gita imprevista.
    Penserete che sono filosofa o sciroccata, un po’ tutte e due, altrimenti come credete si sopravviva a Roma in tanti milioni in pochi chilometri quadrati, tutti di corsa senza posa coi servizi pubblici azzoppati e il traffico che ormai è diventato cittadino onorario? ‘Ma prendi l’auto, cosa aspetti ancora il bus? Puoi svicolare, aggirare…il traffico si evita!’….sento aleggiare sulla mia testa questo saggio consiglio. Beh, sappiate che quando ti ritrovi a giocare a Risiko on-line col vicino di finestrino sul Lungotevere perché più avanti c’e’ una manifestazione di protesta dei dervisci volanti o arrivi a metà Salaria ferma immobile bloccata tra il guard-rail e un cubo-suv di otto metri per otto e non ti rimane altro che inviare tuitti disperati che nemmeno un fringuello ingabbiato in calore, allora giuri e spergiuri che prenderai per sempre il treno il tram il bus la metro il risciò! Anche tutti insieme basta che non ti facciano più passare altre ore solitarie incolonnata senza speranza.
    E poi i bus passano, cosa credete. In alcuni giorni e determinati orari puoi anche portarti l’asse da stiro e dare un appretto a qualche camicia, ma per il resto passano. Per carità, ce ne sono…sennò chi si caricherebbe le mandrie informi che fuoriescono dagli istituti scolastici medio-superiori verso l’ora di pranzo? Tu stai lì in piedi vicino all’obliteratrice bella larga e serena, tanto da chiederti come mai tutto questo agio, che vorresti occupare più spazio ma mannaggia sei magra, ti giri e scorgi in avvicinamento una fermata dove drappeggiano e vagano gruppi umani scuri e imprecisati. ‘Che ci fa il Quinto Fanteria al Flaminio?’ è il tuo primo miope pensiero. Poi realizzi che ora è, hai un mancamento: non sono fanti, è l’intero liceo psicopedagogico dietro l’angolo che vuole salire! Istintivamente ti guardi intorno per trovare un rifugio una nicchia uno sportellino un buco! Poi la natura coraggiosa e l’inevitabilità dell’assalto prendono il sopravvento: ‘e sia! offrirò il petto al periglio e se gli dei vorranno troverò fine gloriosa su codesto suolo!’, pensi scrivendo intimamente ‘l’Epopea del 58barrato’, cercando di rimanenere stoicamente abbarbicata al palo mentre la fiumana adolescente avvinghia a tenaglia il mezzo. Dopo spintoni e assestamenti l’invasione si placa, lo spazio libero si dissolve, il brusio sale, ma con un po’ di buona sorte la battaglia è vinta! Magari ti ritrovi spiaggiata sui gradini di uscita e non più nei pressi dell’obliteratrice, ma fa niente. Aver scampato lo scontro con qualche zaino volante carico di storia-sociologia-inglese val bene uno spostamento imprevisto. Scendi alla tua fermata come un generale romano dopo aver sconfitto gli Unni e ti avvii gloriosa a raccogliere il meritato alloro: un caffè al bar.
    A volte invece lo spazio rimane largo ed agevole, tutti già lavorano, studiano o sono a destinazione, tu hai preso il bus più tardi o più presto…insomma, senza tanta compagnia. Allora sì, ti siedi e ti aggiusti tanto non hai fretta, oggi puoi fare la turista. Osservi il ponte, i gabbiani, gli alberi alti che corrono fuori dal vetro, le frotte di turisti che in fila disciplinata attendono fuori dal museo, i gruppetti di pedoni che tentano la sorte sulle strisce…meraviglia! Certo, può anche capitare che l’autista avendo fretta, con scarso carico e nullo intralcio si getti senza freno giù per discese e curve tentando di sfondare il muro del suono, tanto che tu non riesci a distinguere Castel S.Angelo dal Vittoriano, ma che corsa magnifica! PiazzaGiorgi-Vaticano in sette minuti netti! Quasi quasi ti viene da mandare un sms di registrazione al Guinnes dei Primati.
    E’ inutile, per me il bus ha un fascino tutto suo…quelli di una volta poi! Belli verdi prato, di gelido metallo forte, solidi e rigidi come blocchi di titanio: che suono lasciavano nell’aria lanciati a velocità sostenuta sui sampietrini! Vivevo l’ebbrezza di una disintegrazione imminente ogni volta, in uno scontro titanico tra ruote ruggenti e lava basaltica! Gli ammortizzatori da un pezzo persi per strada non impedivano il mio  disallineamento vertebrale e la schiena invocava un busto ortopedico di supporto, ma che gioia! Alla discesa con caro saluto della mano congedavo il mezzo pubblico disossato che si allontanava…qualche cinico scambiava il dolce gesto per insulto oltraggioso, ma il solo affetto me lo ispirava. Bei tempi. Lo so sono nostalgica, ognuno ha i suoi difetti.
    Si possono fare anche incontri interessanti sul bus. Certo, il più delle volte ci si limita a squadrare i compagni di trasporto, raramente sfidandosi ad occupare il raro e ambito posto a sedere. C’e’ chi mostrando un impeto condottiero ti ciancica e calpesta per conquistarsi il meritato scranno, ma il più delle volte i contendenti inscenano il diplomatico teatrino dei “prego sieda lei - ma no si figuri – grazie scendo presto – io sono già sceso – ma la vedo è ancora qui – è solo un’impressione le assicuro, non ci sono più” finchè uno dei due cede per mancanza di obiezioni. La gentilezza innanzitutto.
    Capita di scambiare commenti, intavolare discussioni, assistere a conferenze, ascoltare comizi, fondare partiti. Un mondo. Davanti ad un ingorgo generato da un arrogante parcheggio in doppia fila: “capo, passaje sopra! – scendiamo a spostarlo nel cassonetto? – chiamate i Nocs!”; transitando sotto palazzi di governo: “al confino! – col monopattino, altro che auto blu – non c’ho più ‘na lira!”; senza motivo apparente: “ oggi mi fanno male i calli – ci sono sempre più uragani – mi si è allagato il bagno”. I silenzi però non sono assolutamente da temere, ve lo assicuro. Ormai già da qualche anno non rimango più in balia dei miei angusti pensieri e mentre rifletto su cosa cucinare per cena, broccolo o ceci, alle mie spalle risuona improvviso un temibile motivo western: Clint Eastwood è qui e mi sfida a duello!?!?! In effetti no, è una delle tanto originali suonerie telefoniche che allietano muffi viaggi monotoni, mica vorremo privarci di tale indispensabile compagnia?!?! Ancor più utili sono le private conversazioni altrui: “Mamma? Si, sto andando all’università…no, non ho ancora mangiato…sì che ce la faccio …non sono deperito mamma, sto in formissima…va buono, mi prendo subito qualche cappuccino. La soppressata no, non ce l’ho dietro…sì mamma, lo so che nutre. Non preoccuparti, non svengo…non mi preparare lo sformato di maiale, ne avanzo due teglie in freezer…sì va bene ne mangio una stasera…sì poi ti chiamo…ciao mamma, ciao”: a occhio un fuori corso da un paio d’anni.
    <Vietato parlare al conducente> recita pedante la targhetta avvisatoria. E io gli parlo lo stesso guarda un po’, sfido la legge. Magari sto sbagliando strada, mi serve un supporto logistico, voglio un consiglio esistenziale…non sono importuna, ho necessità. Il conducente poi è novanta volte su cento molto cordiale, il restante dieci molto esaurito. Allora sì, meglio rispettare l’ordine del silenzio, lasciandolo alla guida con la sola compagnia di un paio di cellulari muniti di auricolare. Dopotutto deve destreggiarsi tra percorsi spesso inesistenti e cunicoli generati da soste selvagge, serve un minimo di concentrazione. Come ogni volta che sta per arrivare in quella via stretta con curva a gomito sempre asfissiata da grappoli di motorini e microvetture, lo spazio laggiù si fa piccolissimo, ma tutti sul bus siamo convinti che lui, il conducente espertissimo, ce la farà. Ce la fa sempre, abbiamo una fede inossidabile nelle sue capacità, chiunque egli sia. E’ quel misto di esperienza e fatalismo proprio della categoria che ce lo mostra sicuro eroe…si potesse aprire una scommessa seduta stante sul predellino le quote sarebbero stracciate. Infatti spedito e netto si infila nel pertugio lasciando pochi centimetri per lato, sterza scarta supera e vittorioso arriva alla fermata dove morbidamente si adagia. Standing ovation!!!!
    Eh sì…amo il bus. E aspetto. Stasera un po’ troppo però…un attimo! mi sembra di scorgere qualcosa in lontananza ma non vorrei illudermi…eccolo sì, finalmente sta arrivando! E’ il 715 o il 775? Dov’e’ il numero? ah sì, scritto a penna su un foglio protocollo appiccicato al vetro. Ma insomma è lo stesso, intanto salgo altrimenti qui sul marciapiede ci prendo la residenza, poi come diceva mia nonna…Dio provvede!

  • 10 gennaio 2012 alle ore 23:54
    Suicidi stoici

    Come comincia: SUICIDI STOICI: SUICIDI POLITICI DA VENTIMILA EURO E SUICIDI FISICI DA MANCANZA DI CENTINAIA DI EURO.
    Viviamo una profonda era dell’indifferenza, ma anche di un divario sostanziale tra la qualità della vita del “fortunato” e quella di chi per nascita e/o capacità individuali, non lo è.
    Profonda differenza tra la sorte di una coppia che si suicida per disperazione e  la fine di Carlo Malinconico, dimessosi da sottosegretario “per la credibilità del governo” a causa di una storia (se vogliamo lontana negli anni), avvenuta nel 2008, laddove è stato pagato per lui un conto da oltre 19 mila euro all’hotel Pellicano di Porto Ercole nell’Argentario, da qualcuno che lo riteneva logico e necessario. Super conto? Questioni di punti di vista. Quanto saranno costati gli ultimi giorni di vacanza della coppia che si è suicidata a Bari? Un migliaio di euro? 400? Ma, hanno poi saldato il conto con l’albergatore, prima di darsi la morte, o qualcuno ha saldato il conto per loro, mentre loro decidevano di saldare quello con la vita?
    Ogni giorno, per strada, ci scontriamo con una quantità di persone che “chiedono”. Dall’uomo di colore col berretto, che si porta la mano alla bocca facendo capire così di avere fame, al distinto signore col cappello, che chiede l’elemosina, alla donna, probabilmente “zingara”, col bambino perennemente addormentato in braccio, che neanche chiede, tanto non c'è bisogno; si capisce che vuole qualcosa da noi: soldi.
    Non c’è molto da fare, occorre, pur volendo donare qualcosa di tanto in tanto, “passare diritto”, altrimenti non si vive, non si dorme, non si è sereni, di fronte a questo diffuso “bisogno”.
    Facciamo una sorta di “scorza” nei confronti delle notizie che ci colpiscono, quali quella del doppio suicidio programmato, di Bari. Salvatore De Salvo, 64 anni e Antonia Azzolini, si sono uccisi perché “senza lavoro, soli e senza una prospettiva”. Gli stoici, a proposito del suicidio, sostenevano che non vada visto, in particolari ottiche, come una forzatura del corso degli eventi, quanto piuttosto il contrario: se l'uscita dalla vita non viene vissuta come una fuga, ma come un'uscita intelligente (éulogos exogè), essa non può che esser valutata come il completamento di quel cammino di ogni uomo verso l’approfondimento e la completa realizzazione del sé. Sono, in ultima analisi, spiegate le morti autoinflittesi per essere d'esempio a qualcuno o per la salvezza della patria. Il suicidio stoico è valutato come un atto di massima emancipazione dell’individuo specifico. Tipico di un uomo che è pervenuto a un livello tale di conoscenza e d'imperturbabilità da fare sì che egli si possa concedere il diritto di un suicidio "ben ponderato". Dobbiamo considerare come tale il suicidio avvenuto a Bari? La coppia aveva ottenuto un alloggio in un centro per anziani autosufficienti, ma può bastare questo? Evidentemente no, visto che i coniugi hanno deciso di trascorrere assieme un’ultima “vacanza” presso l’hotel “Sette mari” (dove hanno realmente passato i giorni dal 3 al 7 gennaio) e quindi di scendere dalla giostra dell’esistenza. Ma hanno deciso di farlo separati, forse per non vedere, ciascuno la morte dell’altro, difatti Salvatore è uscito dall’albergo e il suo corpo è stato ritrovato all’alba dell’8 gennaio, mentre gli addetti dell’hotel hanno ritrovato nella sua stanza Antonia, morta credibilmente per l’assunzione di barbiturici.
    Da Roma, Carlo Malinconico si sottrae dalla giostra delle calunnie (gratuite o meno), e sostiene di non avere “mai fatto favori ai personaggi coinvolti”, pur se, con una sorta, se vogliamo, di “suicidio politico”, decide di dare le dimissioni dal suo incarico “allo scopo di salvaguardare la credibilità e l’efficacia dell’azione del Governo”. "La moglie di Cesare dev'essere al di sopra di ogni sospetto". (Plutarco, Cesare, 10;). L’Italia politica sembra sorprenderci con un barlume di recuperata dignità.
    Angelo Balducci, ex braccio destro di Guido Bertolaso alla Protezione civile e l’imprenditore Piscicelli, pare si fossero preoccupati di provvedere al soggiorno di Malinconico all’hotel “Pellicano” nel 2008. 19.876 euro. Una cifra che, divisa per dodici (un anno di lavoro, poniamo), da uno stipendio di circa 1600 euro, pari a quello di un insegnante, ossia uno di quelli che non ha ricevuto e non riceverà scatti stipendiali perché l’economia italiana lo esige e l’uomo medio deve sacrificarsi. Difatti, per gli insegnanti della scuola, lo stop degli scatti di anzianità fino a tutto il 2012 (previsto dalla manovra finanziaria), comporterà un mancato incremento stipendiale medio di 2mila euro lordi. Stiamo parlando di circa 200mila docenti che avrebbero dovuto usufruire del cosiddetto passaggio di “gradone”e invece restano ai piedi delle scale. Ma, che saranno poi? Tremila euro lordi a testa in meno in un anno? Quattro soldi se si  pensa che una bella vacanza “regalata” vale ventimila euro. In quindici, venti giorni.
    Divario. Divario. Divario.
    Dicevo: non siamo più capaci di dare un peso, una valenza, a questa sofferenza tangibile e diffusa che ci circonda. Al numero di immigrati che, di continuo, affoga in mare o riesce a sbarcare a Lampedusa (e quindi viene in qualche modo assorbito dalla nostra società, in gran parte dalla malavita organizzata), al (ristretto) numero di quanti hanno sperato in una vincita alla lotteria Nazionale in cui, già dall'anno scorso c’è stato un crollo delle vendite e che, ovviamente, sono restati delusi. Pochi biglietti acquistati, sì, colpa della crisi economica che non concede più agli italiani, il sogno della fortuna facile? Vorremmo crederlo: italiani più realisti. Se non fosse che tanti soldi vengono spesi per i “gratta e vinci” ed il lotto, dove impera quel “numero ritardatario” così sponsorizzato alla faccia della matematica e del calcolo delle probabilità che, chiarisce, sempre 1/90 sia la possibilità che esca un numero. Tanto per far crescere l’ignoranza della gente comune. Troppi contrasti economici, fatti di una Italia di gente che fa la fila per i saldi di fine stagione, nel Quadrilatero della moda milanese e nel Tridente romano, ma davanti ai negozi di lusso e alle grandi marche (che offrono per la prima volta sconti consistenti, tagliando i prezzi anche del 40%), laddove, se le cose peggiorano, ci sarà chi farà la fila davanti al negozio del pane.  Esagero? E’ una esasperazione del divario? Non sembra: chi si dimette per i ventimila euro di una vacanza all’hotel Pellicano di Porto Ercole nell’Argentario e chi si dimette dalla vita dopo una vacanza presso l’hotel “Sette mari” durata dal 3 al 7 gennaio e terminata con un solitario addio ad una esistenza che non offre speranze. Triste che i due abbiano, inoltre, deciso di suicidarsi da soli, neanche la mano nella mano.

  • 10 gennaio 2012 alle ore 16:22
    Risveglio a Villa Adela. Anno 1945

    Come comincia: A Villa Adela, la cucina, la grande cucina di un tempo, era il crogiuolo di una vita famigliare, fatta di nonni, zii, nipoti, cugini. Di mattina, l’incontro di corpi, di sentimenti. Ansie, preoccupazioni, dolori, piaceri esauditi, scrivevano, sui volti, grafiti decifrabili dalla sensibilità traboccante di noi bimbi. L’odore del latte bollito, grasso, untuoso, aveva salito, già da solo, la prima rampa di scale, trovandoci ancora al caldo delle coperte. L’aspro profumo dell’orzo ci attendeva al varcare della soglia della cucina. Chi entrava già lavato, sapeva di sapone di Marsiglia. Solo a festa si trovavano, sulla madia, i biscotti di nonna Amina. Il primo morso, rubato di fretta, fondeva, nell’abbondante saliva dell’appetito mattutino. Quando papà giungeva tra noi, da militare, la cucina era sede di uno spettacolo singolare, nuovo e atteso da noi bimbi. Papà scendeva a radersi sul grande tavolo di noce della cucina. Vestaglia di seta, necessaire di pelle, magica scatola, da cui uscivano oggetti meravigliosi, luccicanti. Primo fra tutti, un marchingegno di estrema modernità, per quei tempi, il rasoio da viaggio Gillette: tre pezzi da montare a vite che racchiudevano la preziosa lametta omonima. Gli anziani di casa, quelli del rasoio, per intenderci, stavano a dovuta distanza, sfoggiando un tenue sorriso. Poi papà estraeva altri pezzi, deponendoli sul legno rugoso. L’argento delle ricche decorazioni lasciava intravedere un pennello, una vaschetta di sapone solido, profumatissimo, un pettine e una spazzola. Noi bimbi si stava col mento appoggiato al bordo della tavola, occhi sgranati. Lui assorto e consapevole della sua funzione di attore iniziava l’insaponatura del volto. Un lento andare e ritornare del pennello , dai peli di tasso, sul volto aspro di papà. L’attento togliere della mano sinistra bave di spuma, andate fuori posto. Chi riusciva a rubare un po’ di quella panna dalla vaschetta, era destinato a un piacere voluttuoso, nel sentirne la scivolosa consistenza tra le dita. Poi, il passare della Gillette sul volto: un esercizio da funambolo. Lame affilatissime vagavano per i muscoli del volto, che a tratti, con guizzi inattesi, cambiava espressione, per assecondare il passaggio di queste. A volte, il sorgere di una goccia di sangue era un momento di alto patos. L’inconsistenza della percezione dell’errore ci sgomentava. Bastava un sorriso, il suo, per placarci. Il volto riappariva, a tratti sempre più ampi, dalla schiuma, sino a presentarsi quasi levigato, nuovo. Era il passaggio delle mani di papà, quasi una carezza a darcene conferma. Gli spruzzi di Lavanda Col di Nava, con la “pompetta di gomma”, chiudevano profumatamente lo spettacolo, coinvolgendoci in un’aura di primavera.

  • 10 gennaio 2012 alle ore 11:06
    Freakland - il mio paese è l'assurdo-

    Come comincia: Freakland - il mio paese è l'assurdo-

    "La vita è un'ombra che cammina, un povero attore / che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco / e poi non se ne sa più niente.
    È un racconto / narrato da un idiota, pieno di strepiti e furore, / significante niente."

    William Shakespeare, Macbeth, 1605/08

    Guardo la luna fuori dalla mia finestra, cercando risposte.
    Non dormo da giorni e sono sicuro che Dio ci ha abbandonato tutti. Io sono un artista, che sogna di vivere creando immagini e storie
    dalla sua testa. Ma qui non è possibile.
    Perchè mi chiedete?
    Perchè qui non ci lasciano più vivere.
    Il mio paese è l'assurdo.
    Tutto è cambiato, il lavoratore è un fuori legge se chiede i suoi diritti, lo studente è sovversivo se chiede di studiare in scuole degne di tale nome.
    Rileggevo proprio ieri i fumetti di Alan Moore e David Lloyd, "V for Vendetta" e qui la realtà è anche peggio. Vecchi e mostruosi clown hanno capito
    che la politica paga più del circo e hanno deciso di levarsi le loro terrficanti maschere e raccontare bugie agli zombi -elettori.
    Mi rifugio nella mia casetta nel bosco meditando vendetta, un piano per uscire da questo paese assurdo.
    I ragazzini a undici anni sono alcolizzati, si spacciano per adulti ingenui e stuprati dalla vita. Le bambine si spogliano da donne e mettono le loro foto
    su internet sperando di essere ingaggiate da qualche pappone che le porterà nel letto di qualche mostro-clown-politico.
    Si, le bambine sono il loro passatempo preferito. E' orribile.
    Le scuole sono posti senz'anima e perdono insegnanti vailidi,  dichiarando fallimento proprio come i peggiori cinema porno di terz'ordine.
    Ci porteranno via tutto. In nome della crisi che inventano sui giornali di stato, nel nome di qualche mostruoso talk show in tv.
    Gli irreality show in tv ridono e gridano contro di me, io scappo nei boschi e chiedo consigli al silenzio.
    Voglio combattere, per me, per i miei figli. Allora scendo in strada e vago tra la folla, cerco negli occhi della gente una scintilla di vita, che non
    trovo, mi serve qualcuno per incominciare, non voglio fare la fine di Icaro o Don Chisciotte della Mancia, me ne sto appoggiato ad un muro e ascolto
    le loro parole, cerco.
    Dio ,parlano di calcio e modelli di macchine costose, cercano donne come quelle che vedono in tv. Ma cosa vi hanno fatto?
    Corro dai miei vecchi amici, li trovo storditi in un bar, a fare le stesse battute che facevano quindici anni fa. Scappo via in preda ad attacchi di panico.
    Torno nei boschi e mi perdo.
    Incontro un vecchio guerriero partigiano che piange su una tomba coperta dai rovi e dagli anni che passano sui ricordi. Mi dice che lo stato dei clown
    non gli riconosce più l'invalidità di guerra e con la sua misera pensione non riesce più a pagarsi le spese e che vive in una vecchia baita tra i monti.
    Ha freddo e fame e lo porto a  casa con me. MI dice che se avesse saputo, non l'avrebbe mai difeso il suo paese. Perchè il suo paese non ha mai difeso lui.
    Gli chiedo perchè piangieva sulla tomba. Lui mi risponde che era triste, triste per il soldato morto per difendere un mondo che forse doveva essere distrutto.
    Gli do tutto il conforto di cui sono capace.
    Il mio paese è l'assurdo.
    Perchè qui non c'è pace.
    C'è la guerra tra i giornali, tra le bugie e la verità, tra dio verde e dio rosso, ci si uccide per venti euro o perchè si è troppo ubriachi per guidare.
    Dov'è finita la vita e dov'è  la mia libertà?
    Perchè  i nostri nonni pregavano Dio e lo ringraziavano per i doni  ricevuti, dalla terra, dal mare, dal sudore.
    E perchè noi e i nostri figli pregheremo qualche fottuto direttore di banca e lo ringrazieremo per averci aumentato il nostro debito.
    Amen.
    Vi saluto e vi ringrazio dal Paese dell' Assurdo.
    Italia 2012
    Luca.

  • 09 gennaio 2012 alle ore 1:26
    La camera di Laudine

    Come comincia: Risvegliarmi fra queste lenzuola rende ancor più sgradevole il ricordo del “dormitorio”, di quella lurida stanza grande poco più che un paio di braccia, sovrappopolato e mal conciato. Non che io sia una persona poco propensa all’igiene, ma sopraffatto dalla bestialità di certi coinquilini, ogni mio tentativo di salutare difesa scoppia in un vano tentativo. Ora respiro però odori orientali, ma dove sono? Forse in India? Non più quel  fitto odore di muffa che offendeva il mio olfatto, ma l’odore che s’addice ad una lasciva divinità. Certi lussi, in quanto studente, per di più straniero, non puoi che sognarteli. Il fatto che non sia completamente sicuro d’esser sveglio mi rende abbastanza cauto sulla realtà della situazione. Ma cosa ricordo? Eppure in questa nuova città non mi sono mai perso, o forse si? Forse quando decisi di seguire i suoi passi e non i miei. 
    La incontrai quando più ero sicuro del mio percorso, quando più ero certo delle certezze che possedevo: ero così completo da non sentir di poter far parte di qualcuno o viceversa, che qualcun altro potesse esser parte di qualche mia deriva. Mi sentivo così fiero di questa ottenuta integrità, di questa solida motivazione che mi isolava come unico pezzo di questo curioso marchingegno che aveva comunque vita. Come girava bene nella sua autosufficienza.
    Talvolta però, non si è immuni a certi sguardi: occhi così taglienti da sgretolare tua interezza, occhi che minano alla tua autonomia. La motivazione sta nella loro natura, da predatore, così che mentre stai lì a ricomporti dal disastro, vieni sottratto di alcuni pezzi, dei cocci fatalmente incustoditi. Così quel prezioso marchingegno non può più funzionare, è difettoso, è lacunoso. L’unico sistema è recuperare ciò che ti appartiene, ma che strano sortilegio però: l’idea che sia quella sguardo a custodire quella parte così importante non ti disturba poi così tanto.  Non ti sale poi di rado un certo pensiero: - che lo tenga pure, non chiedo che un altro sguardo, solo per sentirmi più intero anche solo quell’attimo.
    Dipendenza, ora sei in un nuovo stato e questo è il suo nome. Erano quei particolari giorni di Settembre dove sembra che appaia un nuovo mondo alle porte dell’autunno: gli stessi coloro che hanno fatto impazzire svariati poeti rendono anche me particolarmente sensibile. Fronde dorate e foglie, che gentili si riversano sulla mia testa mora durante le lunghe passeggiate, decorano ogni strada e i parchi, come sono ricchi nel loro ultimo atto. Ma più graziosa della lenta muta della vegetazione, giungeva lei, rossa che la sua chioma, un caschetto sbarazzino, pareva quella dell’amolo che lieto abbonda nei marciapiedi.
    Poco importava che al suo braccia avesse un accompagnatore, poco importava che nei giorni successivi fossero molti altri e sempre diversi, meno ancora il fatto che fosse una prostituta. Sapevo che possedeva ciò che era mio, l’idea di riprenderlo di persona non mi disturbava più di tanto sapendo che degli sguardi non ci si può accontentare. Non concedevo alcun prestito.
    “È per te la prima volta?” – Mi chiese, dopo una lieta accoglienza a casa sua, lieta come immagino fosse per dovere, per il suo mestiere. Mi accolse conducendomi  lentamente nella sua stanza, sfarzosa e abbondante, ricordandomi prestigiose regge, ma dubitando dell’autenticità di certi elementi.
    “No, non dovrebbe essere.” – Le risposi un po’ teso, lasciandola alquanto incuriosita dalla risposta, con gli occhi scuri, quei due ladri, che mi invitavano caldamente a offrire una spiegazione.  – “ Ero piuttosto giovane, tutto si affolla un po’ nebbioso, non ricordo chi sia lei, come sia stato io..” –
    “ Non preoccuparti le esperienze deludenti non sono macchie indelebili e tutti ne abbiamo vista qualcuna.” – Mi interruppe, creando in me non poco imbarazzo, mentre la ammiravo nel frattempo riassettando la camera e il letto, caldo e morbido già all’apparenza. “ Avanti, spogliati Ruud. Non essere timido, non è questo il luogo. O vuoi che lo faccia io?” – “Davvero, me ne occupo io.”
    Iniziai così a spogliarmi, come tutte le notti ero abituata a fare, ma ancora quello sguardo, pesante di colpevolezza e di bellezza, si posava su di me calandosi quasi fosse un masso. Mi rendeva impacciato, scoordinato, come se stessi combattendo in un fangoso campo di battaglia: pare esagerato, ma tanto precario era il mio equilibro, sentivo quel peso.  Si avvicinò premurosa come una madre, ma con un feroce gesto, inaspettato sia per me che per lei, la allontanai.  Mi scusai rapidamente per lo scatto impulsivo e le dissi: “ Stendhal sentendo il peso di tanta bellezza finì a terra tramortito, io mi sento soltanto un po’ impedito. Non avrai che qualche anno più di me, sei così fresca.” – Lei sorrise con piacere e divertita mi rispose: - “ Lo vedo bene, ma per come sei conciato in questo momento, non hai abbastanza serietà per declamare certe frasi con indosso una camicia e calzoni abbassati.” S’avvicinò, così delicata da non potermi liberare del suo aiuto, dolcemente incantato dai suoi modi. Le sue labbra toccarono la mia pelle, mentre le dita abili sbottonavano la pallida camicia, ancor più pallida se paragonata ai miei colori. – “ Quanti uomini ne han goduto, ma perché dovresti? È una buona rendita? “ – “ Non dovrei parlarne con te, sei un mio cliente, non mi è consentito mischiare le due sfere.” Mi baciò le labbra per non dover ribattere seppur avrei voluto farlo: ne approfittai poi, in un attimo di pausa. “ Se quest’oggi non mi presentassi come tuo cliente? Accoglimi comunque.” – “ Mi vuoi far perdere del tempo? Non accetto certe storie. Non accetto amici in casa, non accetto spasimanti, fuori di qua o consuma in silenzio.” – Indispettita come chi sente ciò che è più prezioso oltraggiato si ritira lontano da me, indicando la porta. Mi avvicinai io forse con più insolenza del necessario pregandola di accettare la mia offerta: non venni qua con l’intento di qualsiasi altro uomo che quivi abbia bussato, venni da uomo invaghito, da chi si sente attratto da prelibatezze più nascoste, potrei pagarle l’intera notte anche senza consumare in quel letto. Non parve apprezzare il tentativo, così che tenace continuava ad indicare la porta: ma tanto ostentava rifiuto lei, tanto io mi facevo forza delle mie convinzioni. “ Non posso accettare, non posso. Perché ciò che tu mi chiedi, non posso darlo via al prezzo del mio corpo. Non posso darlo via a nessun prezzo. Mi chiedi l’incedibile senza che tu abbia la minima coscienza di cosa ciò sia voluto significare in passato per me!” – Dopo la mia insistenza, il muro pareva cedere, qualcosa fuoriusciva, varcava il perimetro. “ Laudine, credo che tu qualcosa mi abbia già ceduto: parte della tua sofferenza ora è qui sulle mie spalle.” – “ Le tue spalle? Sono così esili, sono così puerili. Io sono una donna Ruud, con problemi assai più grandi di me, che talvolta non reggo io e vorresti tu vorresti farti ponte? Beata ingenuità.” – La sua mano mi carezzava il viso, così vicina lei, da veder brillare le lacrime in quello sfondo di noce, troppo fiere per rompere le righe.  “ Divien più facile affrontare i problemi rendendosi proprietà esigua d’altri uomini, in un usa e getta mortificante?”
    Ma no, non potevo capire, a suo dire ero troppo distante dalle sue vedute, non potevo decidere io di cosa avesse bisogno: immaturamente mi limitavo a giudicarla. Ciò che più le dava fastidio e si poteva ben vedere dalla sua incostanza nel fissarmi, era certamente il modo in cui la guardavo io, meglio ancora, nel modo in cui leggevo lei, i suoi gesti, le sue parole. Vi sono trame in ognuno di noi, a volte semplici, altre volte più intricate, ma ognuna con una propria dose di implicito, di cui è nostro compito riportarne alla luce gli interessanti ricami. Probabilmente il mio intento era vissuto come una minaccia: infondo tutti i tesori più ricchi sono amabilmente custoditi, anche con trappole letali, ma sentivo che quelle a cui andavo incontro, pian piano si stessero dissolvendo. “Immagina chi fosse così stolto da porre un’opera d’arte a discrezione di tutti, uno scempio, un totale spreco. Chiunque avrebbe la possibilità di lasciar qualcosa di sé, sciupandola.” – “ Sei un materialista, oltre ciò non sai andare, oltre la carne, oltre il corpo. Non è nient’altro che un involucro ciò che io consegno agli altri, ma la parte più importante non sta nel mio seno e ne nel mio sesso, come in un’opera d’arte: ciò che la rende straordinaria non sta nella sua forma, non è forse ciò che vorrebbe esprimere?” – Aveva terribilmente ragione. Ma trovavo così offensivo verso la sua natura di donna questo svendersi, seppur voluto, non mi ci ritrovavo affatto. “ Ma cosa vorresti esprimere tu che muta ti spogli, dimmi?” Non m’accorsi ma le mie parole risuonarono più del voluto, così tanto che il loro eco suscitarono una furente ondata: - “  Mostrami tu allora come s’amano le donne, ingenuo d’un ragazzo! Amami tu, che una notte a disposizione te la concedo pure. Il mio corpo, la mia accoglienza, ma mostrami come vanno amate le donne se davvero tu ne sia consapevole!” -Non potendo tirarmi indietro accettai la sua proposta, ma non come ogni altro uomo l’amai, rifiutando i frutti di un vassoio ormai troppo abusato.

  • 09 gennaio 2012 alle ore 1:13
    Lontani, vicini, lontani

    Come comincia: Scorrevano i pensieri come i filoni d'alberi che accompagnavano i lati della sua auto: l'aveva appena lasciata all'aeroporto con un arrivederci che bruciava ancora in mezzo al petto. Ancora una volta fra le nubi del cielo si dividevano i loro destini. Il peso delle promesse diventava sempre più opprimente, non riusciva a credere che il suo cuore potesse mantenere un tale peso. In un gioco di gravi in cui non si trova mai l'equilibrio non bisogna rimaner stupiti se si rimane con in mano un moncone di corda: il loro legame non era da meno, gli eccessivi stiramenti avevano deformato il suo cuore. Se un addio è un taglio netto, l'arrivederci è una pugnalata non affilata. Forse avrebbe preferito una fine drastica, ma in quella serie di filamenti che ancora lo tenevano legato era certo si nascondesse qualche arteria vitale, un cavo prezioso che tenesse in vita ambedue, che per questo non meritava di esser tranciato. Se lo sarebbe portato appresso, fin dove sarebbe dovuto andare lui, che non era più casa loro.
    Poi non vide che un faro.
    La musica nelle sue orecchie filtrò piacevole, una musica, però, che riconosciuta, scagliò in un'ondata di nostalgia  la sua povera vita in un oceano di ricordi che passava proprio per quella strada che stava percorrendo che non era più buia ma illuminata a giorno. Un qualsiasi giorno d'estate. Rivide i suoi genitori ringiovaniti accanto a lui, punzecchiandolo per la destinazione non gradita, rivide non più i campi immersi nella notte ma docili colline arse dal sole e le pale eoliche che parevano indicargli la strada. La sua infanzia, perchè si trovava lì? Rivide il mare scorrere di nuovo accanto a lui, senza sapere perchè ne potesse sentire l'odore nonostante i vetri alzati e come potesse assaporarne la salinità. Presto però s'accorse che si trattava delle sue lacrime che irrorando il viso giunsero sulle sue labbra. Quante volte aveva percorso quella strada incoscente di ciò che gli stava attorno, ora tutto il significato celato s'abbatteva su di lui in attimi intensi come una vita vissuta per intero. Centrava ancora lei, lei centrava sempre perchè, in fin dei conti, si è sempre trovava sulla sua strada fin da quando era piccolo, senza contare quante volte si saranno potuti incontrare senza sapere chi fossero l'un l'altro e poi chissà, decidere di percorrerla insieme nello stesso istante, nonostante nell'arco della sua vita si trovasse in luoghi così distanti da precludere ogni possibilità di contatto.
    Lontani, vicini, lontani: la vita è sempre questione di distanze.
    Talvolta certi fili divengono più corti avvicinando le persone, o più lungi, ma non credo si spezzino mai per quanto sia lunga questa vita ci sarà sempre occasione di diminuir le distanze fra le persone. Apparentamente tagliamo i ponti, drasticamente interrompiamo contatti, ma se una persona risulta importante non srai mai tu a decidere se rescindere o farla andare via, non fisicamente parlando.
    Era certo in questo nuovo vortice di pensieri che in fin dei conti, le distanze fisiche non contassero per le persone, erano certamente altre quelle che influivano. In un istante tutta la storia della sua vita che nel frattempo si manifestava quasi come un ripasso, svanì in un'altro faro di luce: era l'insegna del bar che sta sotto a casa sua, segno che inspiegabilmente giunse a casa.
    Nessuna cesoia in mano: seppur milioni di Km si fossero frapposti, seppur sarebbero stati ancora più lontani, sapeva e aveva capito che un domani sarebbero stati nuovamente vicini.

  • 08 gennaio 2012 alle ore 17:47
    Pronto, c'e' Pina?

    Come comincia: “Pronto? No, non sono Pina. No questa è casa mia, ha sbagliato numero….prego”. Zia Mafalda dalla cucina mi chiede chi è – “sbagliarono” – ma non capisce e ripeto – “sbagliarono numero” – e mentre mi siedo per cercare quel caspita  di bottone marrone, che devo averlo messo per forza lì senza scampo ma non lo trovo da due mesi, lei si sporge dallo stipite enigmatica: “tagliarono l’omero?”. Alzo la testa  tenendo in pugno un uncinetto e la fisso (falsamente, viste le diottrie che ho smarrito senza un perchè): una fascia in testa fucsia la bocca aperta un coltellaccio nella destra una cipolla nella sinistra; rifletto sulla tattica di un assalto all’arma bianca ma il mio misero ferretto poca possibilità mi darebbe in un corpo a corpo, quindi annuisco energicamente ma silenziosamente. Lei si ritira tornando al ragù ed io mi ripropongo di scrivere da qualche parte la necessità d’acquisto di nuove batterie per l’apparecchio acustico. Probabilmente però se anche riuscissi a prendere l’appunto poi  andrebbe a raggiungere misteriosamente il bottone marrone. Non so se vi è mai capitato di non trovare qualche oggetto che siete sicurissimi di aver riposto senza ombra di dubbio dove non sta. E’ una cattiveria bella e buona  da parte dell’oggetto non essere più lì, crea un’infinità di problemi, un’eternità di dilemmi. Mette a rischio la  stima verso la nostra memoria, crea crisi di panico alla nostra attenzione,  genera sospetti verso gli ignari di turno. L’oggetto poi trova rapida alleanza con altri insubordinati, come se tutti insieme stiano sfuggendo con metodi  professionali a qualsiasi indagine, per incontrarsi in qualche losco buco a brindare allegrotti alla nostra dabbenaggine di scarsi investigatori. E’ una tecnica ormai ben consolidata ma sempre altamente irritante, convenitene con me: si dovrebbe far fronte comune verso questa ribella dei nascosti. Purtroppo ciascuno di noi si affanna ogni giorno in vane ricerche solitarie e quasi sollevato rinuncia, un po’ per sdegnosa indifferenza un po’ per cefalea a grappolo. Ci si reca quindi all’acquisto di un altro oggetto eguale all’occulto, perché la necessità del suo possesso ed utilizzo sembra ormai non rinviabile. Ed ecco che si manifesta una delle più solide leggi che l’essere umano sospetti, marchiata a fuoco nelle pagine della storia  e sulle fibre del sistema nervoso centrale di ognuno di noi. L’oggetto, che intimamente ci odia, resosi conto di essere stato rimpiazzato si palesa e limpidamente si mostra nel luogo più visibile. Ovviamente tutto per rivalsa ed invidia, null’altro giustifica una tale apparizione, anche se lo sguardo instupidito con cui la accogliamo potrebbe essere un’altra valida motivazione. Alla fine siamo anche contenti e lo accogliamo come figliol prodigo con largo sorriso,  quindi fregati due volte. Ma tant’è. Forse si dovrebbe fingere la sostituzione per ingannare il doppiogiochista, ma non sono così sicura che avrebbe gli effetti voluti…dovrò elaborare un piano.
    Qundi il bottone era qui, ma….drin!!!!”Pronto? No, non sono ancora diventata Pina. Ho capito che lei cerca Pina, ma la suddetta non è qui purtroppo. Non è uscita, non ci vive proprio qui, a meno che non risieda acquattata nel mio armadio. Non la prendo in giro, giuro. Lo so che lei ha fatto il numero giusto, forse sono io che ho quello sbagliato, potremmo indagare….il circolo? ecco vede? qui non è il circolo, se vuole potremmo fondarlo: ‘Pina and friends’. Non urli per carità, capiamoci: forse lei ha digitato male? Capisco, lei non è mai agitato e basta. Bene, ascolti: qui Pina non c’e’ però se passa la faccio chiamare, arrivederci”. Torno a sedere e mi chiedo se la signora Pina se la stia spassando con il mio bottone, sarebbe plausibile.
    Zia Mafalda si affaccia di nuovo, ma stavolta si accorge che ho in mano un ferro da calza, valuta la situazione e si ritira senza domande.
    Il profumo del ragù comincia a diffondersi ed i meccanismi combinati del mio naso e del mio stomaco mi  donano fiducia nell’avvenire, almeno quello immediato. Ma l’imponderabile è sempre dietro l’angolo, come direbbe chi ha appena trovato la ‘fortuna’ sotto una scarpa: suonano alla porta. La sfida con il mio bottone è solo rinviata, vado ad aprire ed è una  agitatissima cugina Jessica: “E’ sparito, dissolto, scomparso!!!!” e giù a piangere gettata sul divano. Cerco di consolarla e di capirci qualcosa, ma non si calma, non si spiega, la sua crisi rimane misteriosa. Zia Mafalda preoccupata mi interroga: “Qu è?”, ma non so darle risposta, se mai ne sia esistita una. Jessica esausta si distende e noi si  cercano lumi.
    “Che hai? Chi è sparito?”, ma lei aizzata da quella domanda incauta ricomincia:” dissolto sparito sicuramente qualcosa digrave è orrendo!”.
    Guardo la zia pensando sappia capirci qualcosa, ma lei si tiene entrambe le mani sulla faccia, già terrorizzata da ciò che non osa pensare, qualsiasi cosa sia. La mando in cucina a prendere dell’acqua e mi liscio la cugina: “dimmi chi è sparito e perché lo credi”. “Gianfranco ovviamente!!! E’ da ieri sera che non mi chiama non mi messaggia non mi tuitta non mi posta non mi linka sicuramente è successo un gravissimo qualcosa, aiutami!!!”. ‘E mica sono Devoto-Oli’ penso, ma dico: “avrà il telefono scarico oppure rotto, non ti preoccupare”. “Ma se ha l’ifon, lo smartfon e l’ipad, non si rompono mica quelli tutti insieme! E’ morto!” e giù singhiozzi.
    In effetti credo sinceramente che tutta questa improvvisa mancanza di comunicazione tecnologica ucciderebbe più di un qualcuno oggigiorno, ma so anche che non può essere il caso di Gianfranco, amico del cuore di Jessica da qualche mese. Vado in cucina dalla zia e mentre assaggio il ragù lei mi indaga: “che ha fatto quella ragazza, che successe di brutto?”- “nulla zia, non sente il suo moroso da ieri ma vedrai che non è successo niente”. Lei, che si teneva la mano sul cuore chiude la bocca aperta, guarda a terra poi solleva l’avambraccio verso l’alto con uno scatto esclamando:”miiiiiiiiiiiiiiiiiii” che tradotto dovrebbe essere: ‘guarda tu questa sgallettata che spavento m’ha fatto pigliare’.
    Vado a vedere se Jessica s’e’ ripresa ma la trovo in piedi vicino al telefono: “Pronto 113? Buongiorno. Come? Non è un buongiorno perchè ha fatto la notte e il collega non le ha dato il cambio perchè ha mangiato troppo panettone imbottito di barbera? Embè?!?!?! Non mi distragga, la situazione è grave! Abbiamo disperso un prezioso Gianfranco!! Segni particolari? Ha un ifon, uno smartfon e un ipad. Ah, voleva quelli fisici? Magliette nere, felpe, scarponi. Non basta? Ma lei che vuole? lo trovi, incompetente!!!Mi viene ad arrestare?!?!Ma che dice, disgraziato! Sono vedova e lei non mi aiuta, le dico che non lo sento da ieri sera Gianfranco mio e lei mi aggredisce! Dove è stato visto l’ultima volta? Ma che ne so…ah sì mi ha tuittato che aveva un freddo abbestia in motorino al semaforo del gasometro. Quando? Ma lei chi è? Ma cos’è quest’interrogatorio? Trovatelo pietà!!!”
    E’ una conversazione interessante che a suo modo fa luce sul mistero degli universi paralleli  e ne  ascolterei a iosa, ma ho io pietà del poliziotto nottambulo, tolgo l’apparecchio a Jessica ed abbozzo: “ salve, senta, mia cugina è un po’ stanca, ha presenziato tutta la mattinata ad un convegno su Allochitti ed ora ha ricordi vaghi, abbia pazienza, faccia finta di niente”, raccolgo la solidarietà dell’assonnato e chiudo la porta temporale con BaseLuna.
    Jessica mi guarda sconvolta, come se le avessi liquefatto l’account su feisbuc, e mi sibila: “incosciente, Gianfranco mio è morto e nessuno lo trova”. La prendo e la siedo sul divano, provando a rassicurarla: “vogliamo chiamare casa sua?”, ma lei con disprezzo mi fa presente che nessuno ha più quei telefoni fissi del diluvio che nemmeno li vendono più dagli antiquariati, quindi si rifugia stizzita sul divano mugugnando lacrimatorie  luttuose.
    Zia Mafalda lancia un suggerimento dalla cucina con un tono di voce che raggiunge suo malgrado il condomino dell’attico: “dalle un anziolitico a quella ragazza, che le fa bene”. Rifletto sulla possibilità che tutto il Prozac ed il Valium del pianeta siano prodotti in una ridente città balneare del medio lazio e lo trovo un perfetto esempio del tanto pregiato madeinitaly. Batterie, batterie , batterie!!! Ma dove me lo scrivo…in fronte? Dov’è una penna? nel cassetto, nella tasca, nella borsa…nel portapenne! no ci sono solo lime per unghie ed occhiali. Guarda tu se tutte le penne di questa casa non stanno a spasso con il bottone ribelle, me ne basta una vecchia, non pretendo una biro una stilografica, anche una a manovella apprezzerei…e qui, nella dispensa? Un pennarello evviva! Che soddisfazioni si hanno nella vita gente! Adesso me lo scrivo sul dorso della mano, almeno ci metto un po’ prima di perderla…batt…pennarello asciutto. Sarà quello che usavo alle medie per fare i cuori sul diario. Va bè vorrà dire che dovrò comprare bottone, batterie e penna, non vorremo per caso macerarci i nervi alla vigilia di Natale!? Eh già, oggi è proprio il Magico Giorno prima del Più Magicissimo Giorno dell’anno, il PMG per eccellenza. Quindi pace e bene e ‘sti cavoli. Tra poche ore arrivano i parenti natalizi tutti in blocco come un sol dono, c’e’ da preparare il campo di battaglia dove avverrà la sfida canonica a colpi di lasagna pandoro frittura torrone tombola e fichi secchi. Più che un momento di dolce bontà collettiva sembra un vietnam di ‘triceriti e coloratolo’, come li chiama la zia, ma la tradizione è devozione.
    “Giovanna, Che ora è?”, rispondo che sono le cinque e mezzo: “uuuuuuuuu!! spicciati Mafà che devi fare lo fritto!”. In effetti un paio d’ore sono proprio il minimo dei minimi per realizzare una frittura pre-PMG come si deve, una volta la zia iniziava appena finito di pranzare, ma non era certo la sola: ancora oggi nel suo palazzo ha luogo la sinfonia dell’olio, la Sora Maria di sopra inizia verso le quattro del pomeriggio, i fratelli DiGerolamo del quarto piano subito dopo, Mario ‘O Cuoco al piano rialzato addirittura alle due. Se un ignaro sventurato capita verso le sei nell’androne viene inseguito da un  odore ristagnante che spazia dal broccolo al baccalà e se riesce ad entrare dubbioso nell’ascensore all’uscita viene accolto da nubi oleose pregne di zucchina-patata, una volta entrato in casa è pronto per darsi una spremuta di limone in testa et-voilà! Il visitatore fritto è servito!

    “Zia, ne potresti fare un po’ meno quest’anno….giusto un assaggio”. Mi pento subito di averlo detto, è come se avessi profanato il santuario di Sant’Unto da Arachide, mi guarda con occhi vicini e spioventi: “E’ devozione!”, accetto in silenzio e vado ad apparecchiare la tavola, mentre lei si tira su le maniche ed estrae il padellone  sacro.
    Allora, Jessica dorme e io mi cerco la tovaglia rossa del 1978 nel cassettone della biancheria…drin! “Pronto?! Si, sono Pina. Ciao Michele, quanto tempo!!! Ho una strana voce sì per via l’influenza sai, ma una cosa leggera nulla di che, 38 e mezzo. Noi tutti bene e voi? Il cugino Gaspare è morto? Mi spiace tanto era così giovane…96 anni? Un pupo! Sì la nonna sta splendidamente, fa anche acquagim…i nipoti poi…tutti alpinisti rocciatori. AnnaLaura s’e’ sposata? benissimo! Ha già divorziato..eh sai Michele, meglio così…bene!!! Tanti tanti Auguri di un Buon…certo certo, grazie, lo dirò a tutti senza meno!”. In fondo chi  sono io per far venire l’esaurimento al signor Michele? In questi giorni si fanno gli auguri pure ai mezzi sconosciuti sui social network figurati se si rifiutano ad una personcina ammodo come lui.
    Ecco la tovaglia d’ordinanza, tovaglioli…bicchieri buoni, piatti…cominciamo: siamo quattordici… apparecchio per bene, mettendo anche un centrotavola pregiatissimo donato da una cara amica di famiglia: un angelo portacandeline con decorazioni rosse e oro, ali brillanti e corona sfavillante made in china. Speriamo non prenda fuoco.
    Sbircio in cucina, vagamente intuisco un trionfo di calamari e una piramide di verdure: mi ritiro per non compromettere la cerimonia. Ecco, un momento di pausa prima della baraonda…quasi quasi mi leggo una bella rivista, che c’e’ qui? ‘Mani&piedi’, ‘TuttaLaVerità’, ‘DonnaDomani’, ‘Cucina&Cucito’, ‘Gossiplandia’….un famoso calciatore è in crisi con l’inquilina della casa…vedi che oggi diventano interessanti anche le liti condominiali, non credevo.
    Brin- brin bran- brin bran bron- si accende e balla la rumba sul buffet un cellulare, quello della cugina…sbircio e riconosco la faccia di Gianfranco che sorride. Meno male va, non è diventato uno stoccafisso motorizzato nei pressi del gasometro,  vive e lotta insieme a noi! Jessica, richiamata alla realtà dal dolce suono della suoneria, esclama: ”Gianfranco!” e si fionda sul cellulare per sapere come mai lui la messaggi dall’aldilà.
    Butta le dita sull’apparecchio vorticandole senza posa, sembra Silvan che prestidigita…una volta ci si parlava con i cellulari, oggi gli si fa il solletico. Poi finalmente legge, rimane ferma immobile rigida e muta, ma tranquilla. La guardo interrogativa, con la curiosità che mi sta divorando le unghie dei piedi, ma lei…silenzio. Si alza e si avvia verso l’ingresso e non resisto: “è vivo?”. Lei si ferma, si gira e fa spallucce: “per essere vivo è vivo, tanto per quello che m’importa! Dice che ha bisogno di connettersi con nuove realtà e collegarsi col mondo e m’ha segato, lo stroxxx!”. Fortunatamente Jessica capisce dalla mia espressione che necessito di qualche altra parola e conclude: “M’ha mollato il bastardo! Capirai, tiene solo trecento amici su feisbuc, quando tuitta c’ha due poveracci in croce che lo rimbalzano! uno sfigato cosmico! ‘a Gianfrà….ma vaffxxxxxx!!!!!”. Quindi si fionda alla porta e si eclissa.
    La zia ha seguito la spiegazione sulla soglia della cucina e mi guarda, ma  sono convinta che ha afferrato il significato dell’ultima frase anche senza nuove batterie. Cerco di buttarla in allegria: “Visto zia? E’ vivo, stroxxx ma vivo!!! Tutto è bene quel che finisce bene!”. Un po’ l’ho detto per ottimismo, un po’ ci credo veramente….dopotutto domani non è il Più Magicissimo Giorno dell’anno?

  • 08 gennaio 2012 alle ore 15:32
    LA GATTA NUDA

    Come comincia: "Vai nel salone, ti porto il caffè." Alberto si sprofondò in un'ampia poltrona di pelle, allungò le gambe, chiuse gli occhi e si stiracchiò. Una moltitudine di pensieri invase la sua mente, nessuno piacevole, preferì ritornare alla realtà riaprendo gli occhi.
    Le pareti della stanza erano tappezzate con le foto della cheri, il suo grande amore, tutte scattate da lui. Audrey nella maggior parte delle fotografie era poco vestita, in pose languide, erotiche, promettenti voluttà, la loro visione faceva immaginare una donna disponibile, dispensatrice di piaceri sessuali.
    Alberto non si stancava di ammmirarle, gli procuravano sensazioni forti che gli prendevano le viscere e gli facevano aumentare la voglia di possederla. La preferita era quella in cui la dolcissima era seduta su di un basso mobile, le gambe piegate, la mani affusolate poggiate sulle caviglie e le lunghe e strette estremità davano un senso agli amanti del feticismo. Lui stesso le aveva baciati a lungo provando una profonda eccitazione.
    Altre foto mostravano una donna dai lunghi capelli biondi, occhi di un blu profondo, il naso all'insù ed una bocca invitante. Il seno a pera, un sedere prominente ma non volgare ed infine due gambe lunghissime, come aveva potuto conquistare una tal beltade?
    Estate, un anno prima, si era fatto trascrinare da un amico al Lido di Mortelle a Messina ad una serata danzante, malvolentieri in quanto il ballo non era il suo forte, anzi, diciamola tutta, ora proprio un orso.
    Se ne stava su un terrazzino appoggiato ad una balaustra ad osservare le onde che di rifrangevano sulla battigia quando dietro di sè sentì una risata squillante: era lei che ballava un lento.
    Come avvicinarla senza dimostrarsi troppo invadente? Approfittò della circostanza che la bionda era andata in bagno, si appostò nei pressi e alla sua uscita:
    "Le faccio una confessione, non so ballare."
    "Spero che non mi abbia scambiata per un prete!" La frase era stata sottolineata da un'allegra risata.
    "Non sono riuscito ad ecogitare un altro modo per avvicinarla, sono affascinato da tanta beltade, non sarò certo stato io il primo a farle dei complimenti ma..."
    "Bene, complimenti accettati e poi..."
    "Potremmo passeggiare sulla spiaggia oppure salire sulla mia spyder e farci coccolare dalla brezza oppure..."
    "Oppure io ritorno dai miei amici, bonsoire ami sconosciuto."
    "Se è per questo Alberto M., anni trenta, scapolo, quanto ad aspetto veda lei..."
    "Leggermente presuntuoso anzi niente leggermente, penso che possa cadere ai suoi piedi?"
    "Ricominciamo da capo: signorina dal primo momento che l'ho vista..."
    "Siamo al patetico, questo era l'inizio di una lettera che i nostri nonni scrivevano per conquistare la beneamata, non ha fantasia!"
    "In quanto a questo si sbaglia, già immagino..."
    "Cosa immagina lo immagino, la sua faccia da satiro è tutta un programma!"
    "Amo le persone dal linguaggio schietto, una proposta: lasciamo questo posto e rifugiamoci sui  monti Peloritani: vista piacevole e rilassante, leggera brezza, silenzio assoluto e ..."
    "Cosa dico ai miei amici?"
    "Che un principe azzurro la sta portando sull'empireo, l'aspetto fuori, ho un Duetto color rosso."
    Alberto era uscito dal locale, non sapeva nemmeno il suo nome; ben poco speranzoso stava per andarsene quando la bellissima apparve ancheggiando leggermente; senza guardarlo in faccia aveva aperto la portiera e si era seduta dal lato passeggero.
    Alberto, paralizzato, seguitava a guardarla in viso.
    "Sto trabiccolo parte o è in panne?"
    "In panne è il padrone..."
    "Allora ciao."
    La bionda stava per aprire laportiera.
    "Carolina vai!"
    "Chi è stà Carolina?"
    "È la cotale su cui la S.V.ha poggiato le sue nobili rotondità."
    "Mettere il nome alla propria auto, lo facevano i nostri nonni!"
    "È lo stesso nome che mio padre aveva dato ad una Lancia Flaminia."
    Andrea, dopo una curva ad U, aveva preso la strada che conduceva alla via Palermo,(erano a Messina)nel frattempo mise un CD di Diana Krall.
    "Organizzatissimo, anche musica da conquistatore, complimenti!" La bionda si mostrava proprio tosta.
    "Ho una collezione variegata: da Bach a Tommy Dorsey, da Vivaldi a Sinatra per non parlare di Wagner con la Cavalcata delle Walkirie, la mia preferita."
    "Anche la mia, la uso in sottofondo quando faccio l'amore!"
    Era troppo. La signorina lo stava bellamente prendendo per i fondelli.
    "Ricominciamo da capo: ho trent'anni, scapolo, nessun legame semtimentale serio, amo la vita, ho il senso dello humor, amor essere preso in giro dalle belle ragazze, specialmente da una di cui non conosco il nome."
    "Ti accontento: sono Audrey D., svizzera tedesca in viaggio per l'Italia per poi tornarmene nella mia Locarno dopo molteplici esperienze sessuali con giovani italiani esuberanti, sei esuberante?"
    "In questo momento sono più che altro dubbioso, sino a che punto vuoi prendermi in giro e soprattutto vorrei conoscere il motivo per cui sei con me oltre che divertirti a mie spese."
    "Mmmmmmmm"
    Al decise di proseguire senza ulteriori commenti, alle quattro strade prese a sinistra e si fermò dinanzi ad una palizzata, dinanzi il panorama della baia di Milazzo illuminata.
    "Come promesso silenzio totale, fruscio del vento, le stelle brillanti in cielo, atmosfera perfetta per..."
    Audrey stava piangendo silenziosamente, Al vedeva le lacrime scorrerle sul viso, il pianto di una donna era une di quelle cose che lo mettevano in  crisi, prese dal cruscotto una confezione di fazzolettini e gliela porse.
    "Organizzatissmo, immagino a cosa servono i fazzolettini!"
    "Non pensi di essere un pò rompiscatole, d'accordo sono rimasto abbagliato dalla tua bellezza ma non ti immaginavo tanto acida, scusa la sincerità."
    Audrey si era asciugata le lacrime, era scesa dalla macchina e si era appoggiata alla balaustra di legno., Andea l'aveva seguita, le aveva cinto la vita con un braccio, nessuna reazione.
    Stettero in quella posizione sin quando Audrey si girò e prese a baciare Alberto il quale, oltre alla parola perplessità, non trovava altri aggettiivi.
    Ritornarono in macchina, fu abbassata la capote, si era levata una leggera caligine.
    "Non ho voglia di darti una spiegazione, sono ospite di amici a Torre Faro, ti dò il numero del mio telefonino, puoi chiamarmi, ci vediamo domattina, riportami indietro."
    Audrey era alloggiata in un'abitazione sita fra Ganzirri e Torre Faro, una villetta che dava sul mare.
    Audrey si collegò telefonicamente con gli amici:
    "Sono qui fuori, mi aprite? Ciao, non pensarmi troppo stanotte!" La bionda aveva 'ripreso le penne.'
    "Appuntamento domattina sulla spiaggia qui davanti."
    Audrey ci aveva azzeccato, Al passò la notte ad immaginarla in pose lascive e questo gli aveva impedito di dormire bene.
    La mattina seguente alle sette in piedi, barba, doccia, colazione e poi sulla via che conduceva a Torre Faro, ombrellone aperto sulla spiaggia antistante l'abitazione della baby, due stuoie stese a terra e poi l'attesa.
    Attesa lunga, forse Audrey l'aveva visto dalla finestra e voleva tenerlo sulla corda. La vide arrivare ma fece finta di dormire.
    Tocco del piede di Audrey alle costole del bell'addormentato, apertura degli occhi, visione  fantastica: mini costume a due pezzi tipo hawaiano, la figura dinanzi al sole ne faceva risaltare la silhouette.
    "Sei impressionato?"
    "Ti sto ammirando, mi piacerebbe fotografarti, sono direttore di un negozio di macchine fotografiche, saresti una modella favolosa, hai molto stile."
    "Ti sarai domandato il perchè delle mie lacrime ieri sera, è una storia molto strana per cui sono venuta via da Locarno."
    "Quando vuoi sarò il tuo confessore ma non sono sicuro dell'assoluzione, prima devi fare una penitenza piacevole, almento per me."
    "Non sono un tipo facile in quanto ad amicizie, sono metà tedesca da parte di mio padre e metà italiana, mia madre è di Como. La parte tedesca è quella che mi spinge alla riservatezza ma con te... non so cosa mi sia successo, non darti arie da conquistatore, forse ti sei presentato in un momento particolare."
    "La spiaggia si sta popolando, niente intimità, che ne dici di andare a casa mia?"
    Sguardo perplesso di Audrey: "Posso fidarmi, non ti conosco, non so se sei sposato, se hai qualche relazione, se sei una persona per bene..."
    "Guardami negli occhi e decidi."
    Audrey aveva deciso: "Vado a cambiarmi, aspettami sotto l'abitazione."
    Audrey aveva indossato un abito leggero, sandali alla schiava, s'accomodò sulla spyder e, guardando Alberto negli occhi: "Si va all'avventura!"
    Al aveva una casa di proprietà lungo la strada panoramica, un'abitazione all'ultimo piano in un complesso signorile con piscina e campo da tennis, un pentavani arredato con gusto moderno.
    "È molto bello ma si vede però che manca una mano femminile."
    "Le femminucce entrano ed esocono, non voglio relazioni fisse, ho preso una fregatura a vent'anni...
    Ho acquistato questa casa con un mutuo ventennale, è costata parecchio ma il mio stipendio da direttore me lo permette, andiamo nel balcone posteriore c'è un divano a dondolo, qui davanti ci dà fastidio il sole."
    Un silenzio condiviso, nessuno dei due aveva voglia di parlare, Audrey si era distesa ed aveva poggiato il capo sul ventre di Al, stettero così a lungo.
    "Il mio stomaco gorgoglia, vado in  cucina a preparare qualcosa da mettere sotto i denti."
    Al aveva avuto da sempre la passione per l'arte culinaria, qualità ereditata dalla madre scomparsa recentemente insieme all'altro genitore, una ferita mai rimarginata.
    Pasta al sugo con melanzane fritte, involtini di carne, contorni di carote, funghi, carciofini, frutta, Audrey rimirava il tutto con un sorriso: "Mio padre non sarebbe capace, mio padre..." Aveva ripreso a piangere.
    "Tuo padre è morto?"
    "Sarebbe stato meglio. Giorni addietro sono andata a trovare un'amica a Zurigo, sono rientrata la mattina presto un giorno prima del previsto. Sentendo delle voci maschili provenienti dalla camera da letto dei miei genitori ho aperto la porta e ho trovato mio padre... che si.. intratteneva con un  nostro vicino di casa.
    Sono andata in bagno a vomitare e poi mi sono rifugiata nella mia camera. All'ora di parnzo mia madre è venuta a trovarmi e mi ha messo al corrente della situazione, anche lei aveva un rappoRto omossessuale con la moglie del nostro vicino, avevano scoperto la loro vera natura.
    Il giorno dopo sono partita per Messina per far visita alla mia amica Santina T., eravamo compagne di collegio a Zurigo, fine della storia."
    "A vino che gusti hai, preferisci un bianco di Alcamo, un rosso Nero d'Avola o un brioso Lambrusco di Sorbara?"
    "Vada per il Lambrusco, dà allegria, in questo momento è quello che ci vuole."
    Il pomeriggio era passato con i due sul divano nel salone ad ascoltare musica, lo stereo al minimo, serrande abbassate a metà, un'atmofera rilassante.
    "Riaccompagnami a Torre Faro."
    Così era iniziata la storia fra Alberto ed Audrey che aveva deciso di fermarsi a Messina ospite di un arcicontento Al invidiatissimo dai suoi amici ai quali presentava con un  sorriso di superiorità la sua conquista.
    Audrey non intendeva restare a casa quando il suo amato era al lavoro, aveva trovato un impiego come commessa in un  negozio di calzature in una traversa di viale S:Martino, a Locarno aveva lo stesso impiego presso l'esercizio di suo padre.
    L'invidiosa Giunone, enternamente arrabbiata per le corna con cui il non beneamato marito Giove regolarmente la incorniciava, dall'alto dell'Olimpo vide la felicità dei due innamorati e, spinta dalla gelosia, decise di distruggere la loro felicità.
    In crisi di liquidità poichè le vendite andavano a rilento, il titolare del negozio in cui lavorava Andrea, decise di liquidare l'attività e di licenziare tutti i dipendenti.
    Alberto affranto aveva cercato subito un altro impiego ma non era facile trovarlo, c'erano tanti disoccupati come lui, nemmeno un lavoro in nero.
    Lo stipendio di Audrey bastava a malapena a coprire la spesa di tutti i giorni ma poi c'erano da pagare il mutuo, le bollette, il gravoso condominio, la spyder...
    Andrea sembrava invecchiato di colpo, profonde rughe gli segnavano il viso, la notte non riusciva a dormire, talvolta non si rasava peggiorando il suo aspetto fisico, ogni giorno cercava inutilmente una occupazione qualsiasi, niente.
    Era giunto a quel punto quando Audrey si presentò nel salone con una tazzina di caffè.
    "Altro che caffè, per me ci vorrebbe una camomilla!"
    Audrey lo baciò delicatamente sulle labbra.
    "C'è una soluzione, a mali estremi..."
    "...."
    "C'è un  cliente del negozio che stravede per me, è un italo inglese, molto ricco, ha un mini attico in piazza Cairoli in cui ha tentato tante volte di portarmi. Praticamente viene ogni giorno, si prova quasi tutte le scarpe, talvolta ne compra un paio ma poi regolarmente si ripresenta.
    Anche il titolare se n'è accorto, in principio di prendeva in giro ma ora s'è scocciato, forse è anche un pò geloso, John m'ha fatto capire che farebbe qualsiasi cosa per avermi, m'ha detto che non dorme più bene di notte, che ha la mia immagine sempre presente dinanzi a se.
    Un giorno s'è presentato con un grosso astuccio, quasi sicuramente una collana acquistata in una vicina gioielleria, ho rifiutato ma ora... sarei disposta a recarmi nel suo appartamento, gli chiederei una cifra enorme, sicuramente mi accontenterebbe...."
    Un pesante silenzio era sceso fra i due, Audrey si voleva prostituire per aiutare la famiglia, Alberto era immobile lo sguardo fisso nel vuoto, un forte dolore alla pancia, non riusciva a parlare.
    L'argomento fu ripreso da Al:
    "Siamo alla disperazione, vendere la mia donna... e poi non sappiamo che tipo sia, può essere un sadico, un pazzoide che ti fa  del male..."
    "C'è una soluzione, farlo venire a casa nostra."
    "Accetterebbe? In ogni caso non intendo lasciarti sola."
    "Potresti stare nello studio a portata di voce."
    Non ne parlarono per vari giorni poi:
    "Ho detto a John di venire a casa nostra domani sera a mezzanotte quando chiude il campo da tennis così nessuno lo vedrà."
    Alberto cominciò a pensare come organizzarsi, voleva avere la situazione sotto controllo; quando era direttore del negozio di macchine fotografiche aveva preso una piccola telecamera ed una spina elettrica che serviva per inviare suoni che venivano captati da un ricevitore.
    Riuscì a piazzare la telecamera nascosta nel lampadario ed a mettere la spina nella presa  elettrica dell'abat jour.
    A cena non riuscirono a mangiare quasi nulla, l'attesa della mezzanotte era snervante, Al passeggiava nervosamente in tutta la casa, Audrey in bagno a truccarsi per poi indossare un delizioso, baby doll rosa, uno schianto!
    Al era diventato di ghiaccio, controllava il funzionamento sia della telecamera che del ricevitore sin quando sentirono squillare il telefonino di Audrey, John stava arrivando.
    "Ti ha svisto qualcuno?"
    "No tutte le luci erano spente."
    "Togliti le scarpe, usa queste pantofole, spogliati in camera da letto e poi va nel bagno a lavarti, ti aspetto in camera."
    Al era nello studio, Audrey gli faceva segno con le mani per rassicurarlo, rassicurarlo un cavolo!
    Il cotale si presentò poco dopo con il coso già duro, mise in ginocchio Audrey penetrandola da dietro forsennatamente, una voglia arretrata, durò poco.
    Audrey gli porse una salviettina e, mentre il signorino si abbandonava al post ludio, andò in bagno a lavarsi la gatta.
    Ritornò dopo una decina di minuti e si sdraiò vicino a John che prese a  baciarla sul collo.
    "Niente baci nè goderecciata in bocca!"
    "Diecimiila Euro non sono pochi, non mettere limitazioni." Il tale aveva un marcato accento inglese.
    "Io valgo molto di più anzi, anzi sai che ti dico, che ne voglio ventimila!"
    "D'accordo ma voglio fatto un pompino."
    Audrey stava capitolando: "Va bene ma li voglio in contanti." 
    "Li ho portati con me, inizia subito."
    Audrey riuscì a far rinverdire il coso di John e poi iniziò a fare su e giù aiutandosi con una mano  per finire prima. Ci volle del tempo che ad Andrea sembrò lunghissino sin quando Audrey iniziò a sputare in un tovagliolino, missione compiuta.
    Audrey andò in bagno a sciacquasi la bocca, rientrata in camera:
    "Voglio assaggiare il sapore della tua gatta, dev'essere delizioso!"
    Audrey non riuscì a dire di no, ripensò ai ventimila Euro, John si tuffò nella dolce natura di Audrey mugugnando di soddisfazione e abbassando ed alzondole il bacino interessandosi anche del buchino posteriore.
    "Quello te lo puoi dimenticare!"
    Il cunnilingus durò a lungo tanto che Audrey godette alla grande, ad Alberto si strinse il cuore, non era previsto che la sua amata partecipasse al banchetto.
    Dopo una diecina di minuti:
    "S'è fatto tardi, devi andare."
    "A proposito il tuo fidanzato?"
    "È fuori per lavoro, torna domani."
    I due sparirono dalla visione di Alberto il quale, sentendo la porta d'ingresso chiudersi, si appalesò ad Audrey.
    Un attimo di imbarazzo e poi un abbraccio, Audrey aveva in mano ventimila Euro!
    Pecunia non olet, una boccata d'ossigeno  per la disastrata cassa familiare.
    I giorni seguenti furono sereni per entrambi, sistemate le pendenze monetarie, i due si mostravano molto più rilassati concedensosi anche qualche lusso come un pranzo a Taormina.
    Anche le ubriacature hanno una fine, man mano che passavano i giorni la realtà si mostrò in tutta la sua crudezza: il gruzzolo diminuiva rapidamente e i due furono costretti a pensare al futuro.
    "Devo ricominciare a cercare un lavoro, non possiamo pensare ad un John che ci foraggia per sempre e poi una volta passi ma..."
    "Non ti preoccupare, troveremo una soluzione."
    "Non so da cosa derivi il tuo ottimismo e non lo condivido."
    Audrey tornava dal lavoro sorridente, Al era tutto un interrogativo, la deliziosa lo rassicurava  con un sorriso e con un bacio. Messa alle strette Audrey confessò di essere destinataria delle attenzioni del suo principale che, una volta sparito dalla circolazione John, aveva preso a corteggiarla dapprima con leggerezza ed in seguito sempre più esplicitamente.
    "Quel bell'imbusto mi dava ai nervi, sempre in negozio con la scusa di provarsi le scarpe, spero che sia riuscita ad allontanarlo, creava il clima di pettegolezzi da parte delle altre commesse e poi quella Aston Martin posteggiata in doppia fila davanti al negozio e i vigili a mollargli contravvenzioni di cui bellamente se ne fregava, voleva solo te, l'avrai capito."
    "L'ho liquidato per sempre, non lo avrà più fra i piedi ma mi permettta una malignità: non è che la situazione creava in lei della gelosia?"
    Un lieve rossore aveva tinteggiato le gote di Giuseppe T. Il titolare si era dimostrato con le dipendenti un uomo tutto d'un pezzo ma, a quella domanda, aveva vacillato.
    "Andiamo nel mio ufficio, devo parlarti a quattr'occhi."
    Audrey aveva seguito il principale, con suo istinto femminile aveva compreso già da tempo la situazione ma voleva che il signor Giuseppe si sbilanciasse; pensava di ricorrere al suo indiscusso fascino per farsi aumentare lo stipendio con un pò di moine.
    "Audrey, voglio essere sincero con te, da quando sei entrata in questo negozio hai sconvolto la mia vita, ho conosciuto tante ragazze ma, dopo un pò, me ne sono liberato., mia moglie è paralizzata per incidente stradale e, diciamo, talvolta mi do da fare ma ...quando ti guardo...ormai avrai capito, ho venticinque anni più di te ma mi fai sentire un giovincello alle prime armi. Vorrei dirti tante cose ma mi risulta che hai una relazione fissa con un tuo coetaneo e non vorrei crearti problemi ma..."

  • 05 gennaio 2012 alle ore 12:52
    L'autobiografia perfetta

    Come comincia: e perciò per lui era possibile scrivere l’autobiografia perfetta, mentre secondo me era assurdo.
    - Perché assurdo?
    - Per descrivere la mia morte devo essere vivo – gli ho risposto bevendo un sorso di vino, un rosso ruvido, ma di una ruvidezza che fa piacere lisciare con la lingua.
    - Falso: ti uccidi premendo nello stesso momento sul PC il tasto del punto dopo la parola "fine".
    Sulle prime ci ero rimasto di sasso: era un’ipotesi che non avevo considerato e mi sembrava valida. Poi mi era venuto da ridere per via della parola – "valida" – che avevo pensato: ormai io e lui la usavamo a proposito dei prodotti notevoli che vedevamo non in una espressione algebrica ma per strada, sotto forma di ragazza scosciata. In algebra i prodotti notevoli velocizzano i calcoli, nella vita in carne e ossa invece ti rallentano il cervello: tutto il sangue del tuo corpo si concentra giù, a livello delle mutande, e la coscienza si trasferisce lì dove per quanto uno possa essere dotato si ha comunque una massa cranica inferiore. Mica starebbe tutto il giorno a fischiare su un ramo, un uccello con un cervello maggiore.
    - Che hai da ridere?
    - Niente, pensavo che la tua ipotesi funziona. Mi hai dato l’idea per chiudere in bellezza la mia carriera di scrittore se mai diventerò un vero scrittore.
    - Insomma il rosso lo offri tu.
    Così ora che da quella bevuta di vino sono passati troppi anni ma non abbastanza per scordare la discussione, ora che ho praticamente concluso la mia autobiografia manca solo una cosa: con una mano sto scrivendo queste parole, la destra al contrario regge una pistola che mi sono puntato contro la tempia, l’indice è sul grilletto, sto iniziando a premere, tra poco tutto sarà finito e mi auguro di avere lasciato un ultimo ricordo degno della mia fama da romanziere, ora sparo, morto.

  • 04 gennaio 2012 alle ore 8:42
    Marcellino

    Come comincia: Ricordo un Natale in particolare. Avevo cinque anni, ero figlia e nipote unica. Vivevo nella casa di mia nonna con sua sorella e mio zio. I miei genitori non abitavano con noi. Loro lavoravano in una portineria e i proprietari non volevano che ci fossero bambini.
    La grande casa della nonna si trovava nella zona vecchia di Sanremo, era un ultimo piano e aveva una grande cucina che si affacciava su una terrazza altrettanto grande.
    C'era molto sole che entrava dalle finestre e spesso venivano socchiuse le persiane sollevando la parte bassa e fermandola con un gancio. Si creava così l'atmosfera mediterranea, calda e ombrosa  che ho sempre portato con me nei miei ricordi e che tanto mi provoca nostalgia della mia terra di Liguria.
    Quell'anno l'aria era particolarmente fredda e si sentiva il soffio del vento che passava dagli stipiti vecchi. La cucina, solitamente calda, aveva bisogno della stufa sempre accesa e il carbone bruciava in continuazione. Io guardavo il rosso del fuoco dal bocchettone e mi scaldavo le mani al tepore che emanava. Mia nonna aveva sulle spalle uno scialletto e trafficava sempre attorno alla stufa. Un po' per ravvivare il fuoco, un po' per mettere l'acqua a scaldare, un po' per preparare del cibo.
    Quella sera era impegnata ad attaccare con delle cordicelle alcune pigne all'asta che solitamente serviva per tenere appesi i mescoli. Era la sera  del 24 Dicembre e mia nonna diceva: “Amore mio, sei stata una brava bambina e questa notte Gesù Bambino ti porterà tanti doni e metterà monetine fra le pieghe di queste pigne. Vedrai bambina mia, che bel premio ti arriverà”. Detto ciò, mi riempiva di baci e mi stringeva forte forte al suo petto importante.
    Io avvolgevo le mie manine al suo corpo e assaporavo il suo profumo di borotalco.
    Quella sera avevo una gran voglia di andare a letto per potermi poi svegliare e trovare la sorpresa promessa.
    Nella sala da pranzo era stato allestito il presepe che occupava tutto il ripiano della lunga credenza. Le statuine di terracotta erano molto vecchie e ogni anno mio zio le ritoccava, vuoi per il colore andato via o per alcune parti che si erano staccate. Poi dedicava un intero pomeriggio per l'allestimento. Con cura preparava la base di carta colorata, il cielo. Giorni prima andava in collina a raccogliere del muschio e lo appoggiava con cura sul basamento del presepe. Faceva fare dei giochi d'acqua e illuminava ogni casetta. Per ultime appoggiava le statuine e a quel punto io venivo coinvolta. Era allegria! Con molta attenzione prendevo le statuine dal tavolo e le passavo a una a una a mio zio. Alla fine eravamo entrambi felici e soddisfatti. Era un capolavoro!
    Io da quel momento in poi passavo tanto tempo ad osservare le statuine, i giochi d'acqua e le luci. Appoggiavo il mento sul ripiano e i miei occhi lucidi guardavano e sognavo luoghi lontani.
    Era l'attesa del Natale, ed erano i giorni più belli dell'anno, perché dei doni sarebbero arrivati.
    Quella sera andai a letto con il pensiero ai giochi che tanto desideravo.
    Uno in particolare. Un bambolotto. Non avevo mai avuto un bambolotto e lo desideravo tanto. Avevo ricevuto in dono diverse bambole di ceramica, grandi e con abiti sgargianti, ma un bambolotto mai. E io lo desideravo più di ogni altra cosa. Gli avevo già dato un nome: Marcellino.
    Il sonno fu lungo e beato, come solo i bambini sanno fare.
    Ma, quando la mattina aprii gli occhi, saltai subito giù dal letto, malgrado mia nonna mi dicesse di aspettare perché faceva ancora freddo e la stufa era spenta, ma io a piedi scalzi con solo la camiciola da notte sgattaiolai veloce fuori dalla porta della camera da letto e mi affacciai con timore alla stanza da pranzo.
    Sul grande tavolo c'erano diversi giocattoli. Cercai fra tutti dov'era Marcellino, ma non lo trovai. Con il mento appoggiato alla tavola guardai ogni cosa, c'era la lavatrice, c'era la camera da letto per le bambole, c'era una trottola, ma Marcellino NO.
    Tornai dalla nonna e le chiesi: “Nonna perché Gesù Bambino non mi ha portato Marcellino?”.
    Mia nonna che sapeva quanto desideravo quel gioco, aveva pensato bene di portarselo accanto al letto e di darmelo appena sveglia, ma io ero stata più veloce di lei e allora con voce dolce mi disse:
    “Vedi bambina mia, Gesù Bambino aveva ascoltato la tua richiesta e aveva pensato di lasciarti il dono che più desideravi accanto al letto per poterlo trovare appena sveglia, ma tu sei stata impaziente e così hai provato una delusione e soprattutto hai dubitato di Lui. Bisogna saper attendere, amore mio. Ecco qui il tuo bambolotto e sii serena”.
    Cambiai tante case, ma Marcellino restò sempre con me. Fu un compagno di giochi fedele.
    Lo lasciai a cuor leggero solo  quando, non più fanciulla, venne il giorno del mio matrimonio.
    Ero diventata donna!
    di Silvana Puschietta

  • 03 gennaio 2012 alle ore 22:21
    Biglietto prego

    Come comincia: Il 791 a questo punto della circonvallazione gianicolense è sempre pieno. Ma Laura per fortuna, stamane ha trovato posto. Seduta, con lo sguardo perso sul traffico mattutino, ripensa alla sera prima, alla pizzata che il compagno le ha proposto.

    Ma in pizzeria è tornato a punzecchiarla, a umiliarla. Già, Laura dà una mano ad una vecchina che abitata da sola a via Cornelia; due volte a settimana, 25 euro al giorno e la metà 12 euro e  50 da consegnare al compagno.

    Come una tangente, come una penale, come una multa, come un pedaggio … si stanno lasciando, si ci riuscirà, troverà Laura un altro lavoro e riuscirà ad andare via da quella casa, via … lei e suo figlio, Luca, quel concentrato di energia di sei anni per il quale vale la pena provare a resistere a quell’uomo così orribile che in pizzeria ieri sera le ha detto “visto che lavori, potresti una volta tanto pagare tu”; quell’uomo senza morale che, mentre Laura a mala pena balbettava “ma ho solo 12 euro e 50” ha avuto il coraggio di dire “eh io si che sono generoso, ti ho campato per tanti anni … vabbè dammi solo 5 euro, così almeno contribuisci…”.

    Quell’uomo che lei ha pensato di amare una volta, le ha detto di fronte alla scelta di una pizza alla diavola “…ma che morta di fame che sei, non potevi prenderti una margherita come me e tuo figlio?”

    E stamane, nella sua tasca ci sono appena due euro e 50, 5 li ha dati a Luca per il giro al Planetario con la scuola. Forse era meglio lasciarlo a casa.

    Ma sembrava così contento di fare la prima gita con i compagni di scuola. Il padre … per il padre erano solo soldi buttati. Laura sembra sorridere al ricordo dell’entusiasmo di Luca, qualche sacrifico, ancora un po’ di sofferenza e dolore e poi via, via da quella casa …

    Biglietto per favore.

    La voce del controllore arriva improvvisa, in mezzo a quel sorriso e la precipita nella disperazione. Laura davanti al tabaccaio stamane ha pensato: “me li tengo questi due euro e 50, oggi non lo faccio il biglietto, magari sono fortunata”.

    Ma come ha fatto a pensare di esser fortunata!

    L’uomo con cui ha vissuto per 10 anni la odia perché pensa che l’abbia tradito (e non è vero), l’ha picchiata, l’ha minacciata con un coltello, le ha tolto le chiavi di casa, le ha proibito l’uso della macchina … e lei per una frazione di secondo ha pensato “potrei esser fortunata”.

    Ancora un’altra umiliazione oggi, ancora un altro schiaffo alla sua dignità stamane e ... Dio mio aiutami!

    Forse è apparso questo messaggio nei suoi occhi disperati, ormai quasi annacquati nelle lacrime quando la voce dietro "Leggo" ha detto: “signora, prenda … prima le è caduto il biglietto dalla tasca”.

    Biglietto prego. Ecco a lei. Grazie signora e buona giornata.

    E la voce dietro "Leggo":  “ieri sera ho mangiato una pizza con la mia famiglia. Eravamo seduti dietro di lei.”

    Il 791 a questo punto della circonvallazione gianicolense è sempre pieno. E non sempre si guarda negli occhi chi è seduto di fronte a noi".

  • 03 gennaio 2012 alle ore 21:27
    Una vacanza diversa

    Come comincia: Quell’anno non stavo bene e anche l’estate sembrò risentire del mio stato di salute. Fu diversa da tutte quelle che l’avevano preceduta; un'estate opaca forse perché rinunciai alla mia consueta villeggiatura.
    Non me la sentivo di tornare là dove conoscevo tutti e mi conoscevano tutti. Scelsi di trascorrere pochi giorni in una località balneare, non molto lontana dalla mia città, Roma, con l’unico vantaggio di risparmiarmi il faticoso viaggio per raggiungere la costa di mare della Sicilia meridionale, nel territorio del paese natale di mio marito, dove puntualmente dopo il matrimonio, trascorrevo le ferie estive.
    Quando vidi quel paese per la prima volta, quasi quarant’anni fa, rimasi “perplessa”. Le case tirate su un po’ di fretta, per lo più abusive soprattutto nei piani superiori, con  i  muri di  mattoni “a giorno” senza intonaci esterni, tanto da rimanere tutte su quel colore tra l'ocra e il marrone proprio del tufo arenario con il quale, correttamente tagliato, erano fatti i mattoni. Case mimetizzate nel territorio, dall’aspetto esterno tanto ordinario quanto stupefacente in bellezza e varietà era ed è la costa di mare di quella provincia: Agrigento.
    Riflessa nel mare cristallino si fregia di un’opera incredibile della natura, unica nella sua particolarità, la “montagna bianca” a scalini digradanti verso il mare, chiamata la «Scala dei Turchi» il cui nome ne riferisce la funzione nell’approdo di quel popolo invasore.
    Altrettanto suggestiva, risultato delle sedimentazioni sui fondali marini, con innumerevoli inclusioni di fossili, è la costa di tufo arenario, il materiale dei muri delle case ma anche delle colonne e di altri elementi architettonici nei templi che s’innalzano nella famosissima  «Valle».
    Il mare,  poi, è disseminato di scogli scuri sicuramente di origine vulcanica, più o meno vicini alla riva e più o meno alti: paradiso dei ragazzi da cui si producono in esibizioni, tuffi dagli stili più improbabili e spericolati, e con i quali mettono a repentaglio la loro incolumità.
    Su tanto splendore la notte campeggia alto il faro, o meglio campeggiava, con il suo lungo fascio di luce che incantava chi, come me, andava ad ammirarlo o dalla spiaggia o dal parco della villa comunale.
    Dalla villa che è sulla collina dove sorge il paese, lo sguardo spazia da est ad ovest su una costa da salvaguardare, secondo me, come patrimonio dell’umanità. Oggi vicino a questo faro, sul promontorio di Capo Rossello, ne hanno costruito uno moderno che non ha affatto il fascino dell’altro che accendeva l’interruttore magico della fantasia…! 
    Quando si è giovani a volte si può sbagliare nel giudizio o semplicemente si sbaglia perché non si conosce, tant’è che i primi anni questi luoghi mi lasciavano indifferente, anzi  ci andavo controvoglia. Trovavo tutto fastidioso: la troppa luce mi abbagliava, il caldo torrido, quasi africano, era insopportabile, le persone talmente piene di sé da diventare antipatiche...
    In seguito ogni cosa, lentamente, si vestì di significati più vicini al mio sentire o  forse tutto è rimasto uguale e sono cambiata io. Fatto sta che quando la diffidenza iniziale si è sciolta ed ho cominciato ad avvicinarmi senza timori a cose e persone, la luce mi dava piacere, sopportavo il caldo e simpatizzavo con tutti.
    E quell’estate me ne dette la conferma. La vacanza vicino casa, sulla costa laziale, fu segnata da una struggente nostalgia che non mi aiutò certo a superare le difficoltà di allora. Mi mancò la terra arsa di quelle contrade polverose, il mare cristallino e il profumo intenso dei gigli bianchi che facevo fatica a non raccogliere dalle dune di sabbia finissima di quelle spiagge ancora selvagge.
    Sentivo un vuoto... mi mancava la vivacità, la schiettezza e soprattutto il calore di quella gente che avevo imparato ad apprezzare.
    La settimana nella cittadina del litorale laziale passò, ma non ha lasciato impronte nel mio animo, se non qualche ricordo sbiadito. Ricordo Andrea, il portiere di notte dell'hotel, un massaggiatore alla cui abilità mi affidai per trarne beneficio; i massaggi e l'attività fisica sono un valido ed insostituibile aiuto alle altre terapie farmacologiche o chirurgiche della medicina tradizionale. Il piacere del massaggio è di conforto al corpo e ti accarezza intimamente, ti fa sentire la vicinanza, il calore dell' ”altro”.
    Nonostante ciò il ricordo del “mio” mare,  il suo contatto, gratuito, generoso, potente e imprevedibile, non mi abbandonò mai!
    Sognavo il “suo” massaggio, le carezze dell’onda che arriva correndo verso la spiaggia mentre l’aspettavo seduta sulla battigia o su uno scoglio… o camminando nell’acqua vicino alla riva; avrei voluto inebriarmi con l’aria salmastra che spira dal mare nei giorni di tempesta o abbandonarmi all’abbraccio caldo dei raggi del sole distesa su un asciugamano o su un materassino che danza ad ogni passaggio di onda…
    Infine, anche se sono consapevole della sua pericolosità, bramavo un’emozione sopra ogni altra: l’adrenalina che sale nel sangue, la sferzata di energia, lo schiaffo alla vita spenta, l’energia vitale che riprende quota… E’ l’emozione che mi trasmette il “mio” mare in burrasca, i marosi che s’infrangono violentemente sugli scogli o sui frangiflutti all’entrata di un porto o su quelli solo di protezione alla costa. Ogni  fragoroso schianto del mare sembra vada a stimolare i punti che la saggezza orientale chiama “chakra” in una sorta di agopuntura per procura; è come un fulmine che disintegra la negatività di cui sentiamo i dolorosi legami che, una volta spezzati, ci rilasciano piacevoli sensazioni di leggerezza. Una droga benefica della natura, a portata di mano, da proporre in sostituzione di quelle nefaste che si nutrono di sacrifici umani.
    Il Mare, grande forza della natura, attrice di uno spettacolo insuperabile, può diventare elemento terapeutico come lo è per me il “mio” mare che amo incondizionatamente … amo sapendo di essere ricambiata.

  • 03 gennaio 2012 alle ore 19:15
    Umi, il mare

    Come comincia: ... amava rientrare in casa e inebriarsi del profumo del dolce che il nonno le preparava ogniqualvolta andasse a trovarlo: profumava di buono e lei aveva sempre amato le cose buone. Lei .. profumava di buono.

    -

    Dalla tendina della finestra riuscivo a intravedere gli ultimi bagnanti che tornavano dalla spiaggia carichi di borse e di teli da mare. Era quasi ora di cena, ma non avevo affatto fame, così mi buttai giù dal letto sul quale stavo poltrendo da ore e scesi giù in cucina dove i nonni stavano cucinando diverse pietanze, tutte dall’aspetto, e soprattutto dal profumo delizioso.
    “E’ quasi pronta la cena, cara, ho preparato qualcosa che ti piacerà tanto. Mettiti comoda” - disse la nonna.
    “Ehm.. a dire il vero non ho tanta fame”.
    Niente da fare, nemmeno le sue specialità culinarie, di cui ero ghiotta, riuscirono a farmi venire l’acquolina in bocca. Avevo la testa talmente piena di pensieri che bastavano a riempire anche lo stomaco, in quel momento. 
    “Ho dormito molte ore e vorrei proprio sgranchirmi un po’ le gambe prima di mettermi a tavola. Posso?” - domandai.
    “Ma oramai in spiaggia non c’è più nessuno e il sole sta per calare del tutto, non credi che sia meglio …”
    “Solo due passi, torno presto!”
    Non li lasciai nemmeno terminare la frase che avevo già preso la felpa e la sacca ed ero uscita fuori la porta. Non era mia intenzione mancar loro di rispetto, ma avevo davvero bisogno di una boccata d’aria fresca in solitudine.
    Chiusi gli occhi e presi un bel respiro. Riaprendoli mi accorsi di quanto fosse piacevole l’atmosfera tutt’intorno: era il tramonto, il sole stava nascondendosi dietro il confine del mare, ma qualche flebile raggio di luce raggiungeva ancora la spiaggia; l’aria era asciutta e l’unico suono che si udiva era lo scroscio delle onde mosse da sottili fili di vento tiepido. Avevo sempre amato andare al mare dai nonni, proprio per poter godere di immagini del genere, per poter evadere dal caos cittadino e stare un po’ con me stessa e con la natura.
    Scesi giù per la passerella e cominciai a camminare pian pianino sulla sabbia ancora calda. Il vento cominciò a diventare più forte e da lontano vidi una bimba giocare col suo aquilone giallo a fronzoli bianchi. Avvicinandomi capii che non era di origine italiana: aveva una chioma di capelli biondissima e due occhi azzurri come quel mare a me tanto caro. La madre le stava dietro, anche lei biondissima, dal fascino straniero; era lì che le spiegava come far volare l’aquilone. Era una scena molto tenera, mi strappò un sorriso.
    Mentre seguitavo a camminare mi accorsi che nella sabbia qua e là erano stati piantati dei piccoli ciuffetti di fiori colorati, quasi a voler delineare un sentiero incantato. Non avevo mai visto una cosa simile, ma la trovai deliziosa.
    “Sarà stata sicuramente opera della bimba.” – pensai tra me e me e incondizionatamente sorrisi ancora.
    Più mi guardavo intorno e più immaginavo di essere in un quadro impressionista: pieno di colori, istantanea di un attimo perfettamente catturato e divinamente dipinto. Chissà come mai sentivo di esserne parte integrante , ero nel posto giusto al momento giusto. Per la prima volta riuscivo a non vedermi più come una spettatrice fastidiosa e inopportuna, bensì come partecipe attiva di tanta grande, semplice meraviglia.
    Intanto continuavo la mia passeggiata rigenerante, questa volta dirigendomi verso la riva, avevo voglia di bagnarmi un po’ i piedi nell’acqua tiepida e cristallina. Appoggiai la felpa e la sacca per terra un po’ più in là e mi avvicinai al bagnasciuga intingendo le dita dei piedi, poi quelle delle mani. Era una sensazione molto gradevole. Volevo godermi quel panorama ancora per un po’, così distesi il telo da mare che avevo portato con me e mi ci sedetti sopra.
    Me ne stavo lì, rannicchiata con le ginocchia al petto, a fissare l’orizzonte. La salsedine era ancora più percettibile, ma non mi disturbava, nonostante increspasse i miei capelli, era un profumo che avevo imparato ad amare. Tirai la sacca a me e presi il lettore musicale, volevo imprimere quell’immagine nella mia mente dandole un sottofondo musicale. < Promentory >, ecco cosa avevo in mente, ed ecco cosa mi accompagnò in quel lungo viaggio in cui mi persi mentre fissavo le onde. Senza che io lo volessi riaffiorarono alla mente una miriade di ricordi, alcuni sepolti da anni, che suscitarono in me un caleidoscopio di emozioni. Emozioni che ero riuscita a nascondere per tutto quel tempo e che improvvisamente esplosero in un pianto silenzioso, sommesso, ma intenso, liberatorio.
    La musica fluiva, ed io, seppure senza guardarmi, sapevo che in volto non avevo un’espressione ben precisa, ero assorta con lo sguardo e con la mente, fissa su quel che mi stava davanti e su quel che avevo dentro. Solo le lacrime che continuavano a sgorgare tradirono il mio reale stato d’animo. Le sentivo, calde e corpose, le avevo trattenute per così tanto tempo che lì, in quell’istante, si stavano manifestando in tutto il loro impeto. Potevo fare ben poco per oppormi, così le lasciai al loro decorso.
    Una  fredda folata di vento improvvisa sollevò un pugno di sabbia che mi costrinse a chiudere gli occhi e ad abbassare la testa. Cercai di eliminare ogni piccolo granello in modo da non sentire bruciore, e mentre strofinavo le palpebre chiuse, sentii un leggero fruscio alle mie spalle. Con un occhio diedi uno sguardo ma non vidi nulla, così continuai a pulirmi il volto.
    Improvvisamente uno strano profumo si diffuse nell’aria: non era salsedine, né altro legato all’ambiente marino, era un profumo selvatico, ma dolce. Muschio, forse. Non ne ero sicura. Poi il fruscio si spostò alla mia destra, più violentemente. Alzai di scatto il capo e i miei occhi, gonfi e arrossati dalle lacrime, furono catturati da due gemme, o forse cristalli, incastonati in un viso marmoreo e perfetto. Mi fissavano, senza chiedere, senza parlare. Al contrario, nel silenzio mi davano risposte. Immobile, stava lì a guardarmi piangere, mentre io tremavo, non perché avessi freddo, quanto più per la sorpresa di quella inaspettata presenza accanto a me.
    “Continua … ” mi disse, pur senza dire una parola, solo strizzando leggermente gli occhi.
    Non seppi far altro che versare altre lacrime, questa volta senza una vera ragione. Sentivo solo una forte emozione dentro che necessitava di essere liberata.
    Poi un suono melodioso irruppe tra il fruscio del vento e lo scroscio delle onde.
    “Dicono che la marea aumenti sempre più, giorno dopo giorno, perché tante sono le anime perdute che  sulle rive riversano lacrime; e il mare è sempre lì, da sempre, per sempre, ad ascoltarle e a dar loro conforto. Non ho mai dato molto credito a questa storia, ma guardarti piangere, qui, a pochi passi da me, in qualche modo ha vanificato ogni mio dubbio.”

  • 03 gennaio 2012 alle ore 15:21
    IL POETA RITROVATO E LE PAROLE VOLANTI

    Come comincia: Il poeta con la cinepresa racconta la storia in bianco e nero di un pugile contro. La  narrazione rimane scritta nel cuore del ragazzo che la segue dal divano, incantato. Le immagini del combattimento gli tornano alla mente aspettando l'autobus nel freddo, durante gli intervalli passati in disparte, e nei piccoli rumori della notte, con la fronte appoggiata alla finestra senza sonno. Nei sogni, lui supera gli ostacoli indossando i guantoni e guardando in faccia i nemici.

    Ma il combattente a viso aperto è un'idea che non funziona nel mondo vero. Verrà sconfitta dalle prese in giro dei compagni, dagli inganni delle amanti e dai sotterfugi dei colleghi. Le parole volanti del poeta sono destinate a naufragare sui dettagli retrostanti sui quali si regge il mondo; a causa di questo insuccesso l'uomo smetterà di credere nel poeta. Divenuto un po' più triste, l'uomo resterà invischiato nella gara sociale della furbizia, che mette in palio la fetta più grossa della torta benestante. Il sorriso delle sue labbra non sarà più accompagnato da quello degli occhi, e lui smetterà di guardarsi allo specchio. Addolcita dal piacere dei sensi, la nebbia della falsità lo accompagnerà fedele fin dentro la bara, economica, scelta con cura dai parenti.

    Oppure, avrà un colpo di fortuna, e da un ricordo del passato nascerà un'ispirazione. Se lo sporco è annidato nei risvolti complessi del mondo, non basta una poesia per fare pulizia. Per cui no, non tornerà a confondere il mondo con le storie degli eroi, come faceva Don Chisciotte. Non si possono fermare i mulini a vento. Bisognerà prenderne atto e tornare sì a credere, ma in un modo diverso. Toglierà dunque la passione dai tumulti esterni, dei quali non si può aver ragione, e metterà un recinto e una password a protezione di un nuovo angolo del cuore, in cui le parole volanti del poeta torneranno di casa. Non più bandiera da pirati sui mari del mondo, ma preghiera di un cielo, silenziosa in un tempio.

    Copyright Manuel Cappello 2011
    Distribuito secondo Creative Commons BY-NC-ND
    Pubblicato originariamente su: http://it.manuelcappello.com/2011/12/il-poeta-ritrovato-e-le-parole-volanti/
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  • 03 gennaio 2012 alle ore 10:44
    posso darti un bacio?

    Come comincia: -“Voglio raccontarti una storia”-
    Dissi una sera a mia nipote Leila. Mi guardò sorpresa, tralasciando per un momento di sospirare sul suo amore infranto. Leila non ha ancora quindici anni; il giovanotto di cui si era innamorata con la forza e l’ingenuità del primo amore, è partito per l’estero con la famiglia, promettendole di non dimenticarla.
    -”Che storia? Un fatto vero o uno dei tuoi racconti?”- Mi chiede, cercando di mostrare un interesse che in realtà non prova.
    -” Un fatto vero. E’ accaduto a me circa venti anni fa. E’ una storia d’amore. “-
    -”Triste?”-
    -”Dipende dai punti di vista. Per me oggi non lo è più. Sono felice comunque di averla vissuta... ”-.
    -”Sentiamola dunque... ”- Accetta con un sospiro. In realtà anche lei sa che ha bisogno di distrarre il suo pensiero dall’esperienza che sta vivendo. Comincio:-
    Avevo sedici anni. A quel tempo i miei genitori mi avevano condotto con loro in un piccolo ma piacevole paesino d’Italia.  Ricordo come mi sentivo: ero euforica perché per me ogni novità era accettata con gioia. Sapevo che il paesaggio sarebbe stato l’ideale per dipingere ed avevo portato con me colori a olio, pennelli di tutte le misure e tele di varie dimensioni, oltre alla mia solita voglia di vivere. Ero una ragazza snella, con lunghi capelli biondi. Sapevo di essere molto carina. L’albergo dove ci fermammo non si trovava al centro della cittadina, ma ai suoi piedi, in prossimità di una stazione ferroviaria, su di una strada di grande traffico e quindi per raggiungere il centro abitato si doveva usufruire dei mezzi pubblici. Durante la mia prima passeggiata in paese mi accorsi di essere al centro dell’attenzione: ero evidentemente straniera, indossavo secondo il mio solito pantaloni chiari, attillati e magliette a coste che ponevano in luce il mio fisico snello. Quel giorno, in piazza, feci conoscenza con Angelo. Era un ragazzo di diciassette anni, bruno di capelli, con grandi occhi espressivi ed una gentilezza vecchio stampo.
    -”Come mai sei qui?”- Mi chiese .
    -”Sono venuta con i miei genitori per una breve vacanza. Mio padre segue le cure termali. Resteremo soltanto sette giorni, ammesso che niente richiami all’improvviso il genitore in città. Ecco perché ho fretta di dipingere qualcosa di questi luoghi, per ricordarli meglio quando ripartirò.”-.
    -”Conosco un posto bellissimo che farebbe proprio al caso tuo!”- Disse lui sorridendo.- “se vuoi, possiamo incontrarci al circolo del tennis, che si trova vicino al tuo albergo. Verrò a prenderti con la motocicletta di mio fratello e ti porterò a dipingere. Ti piacerebbe?”-
    -”Certo! A me piace moltissimo andare in moto!”- Il giorno dopo, allegra per la passeggiata che stavo per fare, andai ad attendere Angelo al circolo. Vidi tanti ragazzi e ragazze nei loro completi bianchi giocare allegramente, giunsero e ripartirono molte motociclette, ma all’ora dell’appuntamento lui non venne. Attesi pazientemente per un po', poi cominciai a sentirmi ridicola ed infine irritata. In quelle situazioni sono solita seguire l’istinto, che spesso mi ha procurato non pochi problemi, specialmente nel passato. Da rossa quale ero decisi di prendere il primo autobus, raggiungere il paese e trovare Angelo. Cosa avrei fatto dopo? Non lo sapevo con chiarezza.
    -”E lo trovasti?”- Domanda Leila.
    -”Aspetta a sentire il resto!”- Replicai, innervosita per essere stata interrotta. -”Dunque. Presi la mia tela e la cassetta dei colori e procedetti come deciso. salita sull’autobus, pur se in uno stato d’animo che non era proprio lieto, non potei non ammirare lo scenario che si stendeva intorno: un verde brillante abbracciava la terra sino all’infinito ed il cielo cadeva terso ed azzurro sull’orizzonte. Provavo inoltre la sensazione di essere un’eroina e la tristezza che sentivo in me, da artista portata un po' a drammatizzare, mi piaceva. O almeno così mi appare nel ricordo. Al paese giunsi verso le 11 del mattino. Percorrendo i giardinetti della villa comunale m’imbattei nell’oggetto delle mie ricerche.
    -”Alessandra!”- Chiamò lui emozionato.
    -”Ciao, che piacere vederti!” Dissi io con una punta di sarcasmo nella voce.
    -” Non sono potuto scendere. Devi scusarmi. Mio padre mi ha chiesto un piacere e le richieste di mio padre sono ordini... non potevo dirgli che... ”-.
    -”Che un’insulsa ragazzina ti aspettava”- Completai io.
    -”Ma no! Il fatto che qui c’è mia cugina... ”-
    -”Con cui sei fidanzato.”- Completai io di nuovo.
    -”Non proprio fidanzato...”-
    -”Insomma sei impegnato con lei ed avevi paura che ti vedesse con me. Paura di cosa poi, visto che tra noi non c’è nulla! Comunque se tu vuoi così, tanto di guadagnato!”- Terminai e mi avviai velocemente come per lasciarlo alle spalle. Lui invece, ben deciso a non mollarmi, benché io corressi quasi, mi si affiancò rosso in volto. Prendemmo una strada in discesa e, sempre senza parlare, giungemmo a un muretto. Da quel punto si poteva scorgere tutta la pianura e, in primo piano, un grosso arco di pietra di epoca romana.
    -”Proprio qui volevo portarti.”- Osò dire Angelo.
    -”Adesso ci siamo, tanto vale che dipinga!”- Risposi io. Detto fatto mi misi al lavoro. Quando dipingo, non penso ad altro. Per circa un’ora lavorai di lena. Mia piaceva tutto di quel posto ed i colori sembravano accoppiarsi da soli sulla tavolozza. L’arco assunse sulla tela una tonalità violacea, in contrasto con il verde delle piante che vi si arrampicavano. Angelo mi passava i pennelli in silenzio, osservandomi dipingere e metteva al loro posto i tubetti dei colori, man mano che non mi servivano più. A un certo punto mi fermai; ero stanca e dovevo riposarmi un poco. Mi girai a guardare solo allora il mio “cavalier servente”. Non dimenticherò più quel momento: un sole caldo, quasi estivo, ci riscaldava. Lui era disteso su di una roccia e fissava gli occhi nei miei con grande dolcezza. Le sue spalle giovani, messe in evidenza dal maglione, lo facevano assomigliare ad una statua greca del Museo di Capodimonte. MI sentivo un po' stordita.
    -” Posso darti un bacio?”_ Mi chiese lui con dolcezza.
    -”Perché?”_ Risposi io. Ma poi rinunciai ad ogni discussione, avvicinando il mio viso al suo. Fu un momento delizioso, fragile, innocente...
    -”E come finì, poi?”- M’interruppe di nuovo Leila, visibilmente affascinata dallo svolgimento del racconto. -”Adesso lo saprai, non avere fretta. Ti ho detto, dunque, che sarei dovuto ripartire. Quel giorno fu difatti uno degli ultimi che trascorsi al paese. Angelo mi riaccompagnò alla corriera tenendomi la mano in pieno pubblico. Ma né a lui né a me interessava più di quello che avrebbero potuto pensare gli altri. Tra noi, in effetti, il più coraggioso era lui, che sarebbe restato e non certamente io, che sapevo di dovere andare via. Quando salii sull’autobus, mi diede un rapido bacio su di una guancia ed una stretta di mano. Lo salutai dal finestrino. Il giorno dopo ci rivedemmo e andammo di nuovo alle vecchie rovine, poiché dovevo terminare il quadro. Passarono assieme sulla strada a un’anziana donna, un uomo ed un asino.
    -”Che bellu quadro, signurì!”_ Disse l’uomo, fermatosi a guardare.
    -”Lassala sta, Vicienzo. Se o fidanzato se scoccia te pote menà!”- Aggiunse la donna ridendo. Poi se ne andarono.
    -”Ci hanno creduti fidanzati!”- Dissi ad Angelo, felice, prendendogli una mano.
    -”Già, ma cosa conta se non è vero?”_ Rispose lui tristemente. Ci baciammo di nuovo con amore. Forse proprio perché sapevamo di doverci lasciare, ogni momento vissuto assieme aveva più sapore: era perfetto.
    Terminato che fu il quadro e contro la volontà del mio ragazzo che mi pregava di lasciarlo a lui, m’incaponii di voler portare il mio capolavoro alla casa di quel vecchio che ci aveva creduto fidanzati.
    -”Ti prego, Alessandra, lascialo a me!”- Diceva Angelo con passione.
    -”No, a te lascio il ricordo dei giorni passati assieme... ”- Rispondevo io e come volli, si dovette fare: il dipinto fu regalato al vecchiarello il mattino successivo. Appena rientrai in albergo dopo quell’ultima mattinata trascorsa assieme mio padre mi comunicò che una telefonata della Banca che lui dirigeva lo aveva richiamato in città. A pranzo non mangiai nulla. La sera, ottenuto il permesso dopo molte discussioni, ottenni di salire al paese. Erano le diciannove, ma per strada non c’era più nessuno ed il cielo andava scurendosi. Dopo molte indecisioni andai  sotto la casa di Angelo ed aspettai mezz’ora inutilmente, poi finalmente passò un uomo e gli chiesi se conoscesse Angelo. -”E’ mio figlio, signorina...”-
    -”Oh! Sono stata fortunata! Per favore, può dirgli che devo parlargli? Lo so che è ora di cena, ma domattina devo ripartire e non posso rimandare... ”- Più che le mie parole dovettero convincerlo i miei occhi tristi. Inoltre si vedeva che ero in pena e... spaesata come un marziano. Salì in casa promettendomi che lo avrebbe fatto scendere. Forse fu soltanto la mia immaginazione a farmi sentire delle grida di donne o forse davvero la madre di Angelo fece storie. Attesi ancora dieci minuti. Era scesa la sera ed un mucchio di stelle brillava intensamente nel cielo quando finalmente lo vidi scendere.
    -”Davvero parti domani?”_ Mi chiese subito.
    -”Sì, domani alle sette del mattino”-
    -”Allora non ci rivedremo?”-
    -”Non credo... la nostra è una storia senza possibilità”- Appena ebbi detto questo, mi afferrò per mano e ci avviammo verso i giardini. Sovrastavano tutta la vallata. Un cielo blu cupo, pieno di stelle lucentissime ci copriva. Angelo si appoggiò contro il parapetto che ci divideva dal precipizio ed io contro di lui, con la testa sulla sua spalla. Continuammo a parlare.
    -”Come faccio se ti perdo?”_ Mi chiese d’un tratto.
    -”Non possiamo fare diversamente. Neanche a mio padre andresti a genio ed in quanto ai tuoi mi devono credere una... ”-
    -”Non dire sciocchezze!”- Esclamò lui.
    -”Bisogna rassegnarci.”- Terminai. Non volli dirgli che nella mia città mi attendeva un fidanzato ufficiale, figlio di un amico di mio padre, ricco e potente. Invece lo baciai teneramente sulle labbra e lui mi restituì il bacio come se fosse la cosa più importante del mondo e per noi, in quel momento lo era. Ripensandoci adesso mi rendo conto che si trattava di baci casti e dolci come solo i ragazzi possono scambiarsi, ma che in noi c’era un’intensità di sentimenti tanto forte da farli divenire unici. Quando mi scostai da lui, vidi molte lacrime luccicare nei suoi occhi innamorati.- “Scrivimi! Ti darò almeno io l’indirizzo, anche se non vuoi darmi il tuo!”- Mi disse quasi implorando.
    -”Ma è inutile! Non faremo altro che prolungare questa agonia!”- Esclamai io.
    Chissà quante volte quell’ultima sera dovette chiedermi di scrivergli. Ma fui irremovibile. Poi lo pregai di accompagnarmi all’albergo con la moto. Abbracciata a lui, sul sellino di dietro, sognavo di scontri mortali e di suicidi. Sentivo la sua vita tra le braccia con cui mi tenevo e lui guidava lentamente, come per prolungare quegli ultimi momenti. Arrivammo comunque all’albergo. Il cuore mi batteva in petto per la paura di essere sgridata da mio padre: erano le ventuno passate da un pezzo ed io, per quanto fossi di città, non potevo affatto decidere di testa mia. Mi sentivo molto forte della mia decisione di lasciare Angelo senza “troppe storie”. Sapevo quando fosse inutile illudermi ed illuderlo ancora su di un futuro che non c’era consentito e preferivo un taglio netto, doloroso ma efficace. Prima di andare via lo baciai di nuovo con dolcezza, ad occhi chiusi. Il nostro era stato un amore breve e pulito. Oggi non sono più di moda, oggi ci sono gli happening, ma invece tra me ed Angelo era tutta tenerezza. Forse per questo i nostri baci non posso dimenticarli. Girai le spalle ai giorni felici vissuti con lui di scatto e, senza più voltarmi, altrimenti mi sarebbe mancato il coraggio di andare via, corsi nella sala da pranzo dell’albergo. I miei genitori cenavano già, ma, al contrario di quanto mi aspettassi, non fui sgridata per il ritardo. Mio padre mi lanciò uno dei suoi sguardi sornioni e comprensivi e m’invitò a decidere su cosa ordinare. -”Hai poi salutato il paese?”- Mi chiese con dolcezza.
    -”Sì, l’ho salutato”-
    -”Sei triste?”-
    -”Un poco”- Risposi laconicamente per evitare che l’emozione che provavo divenisse troppo evidente. Quella notte nella mia stanza non riuscii a dormire. Pensavo e ripensavo a tutti i momenti passati con Angelo e avevo una gran voglia di piangere, ma la mia camera era posta a fianco di quella dei miei e temevo di essere sentita. Allora uscii sul balcone a guardare le stelle, alle porte dell’alba. Piansi, con i pugni stretti ed a singhiozzi per non so quanto e soltanto alle sei del mattino rientrai per mettermi a letto. Non mi riuscì comunque di prendere sonno e feci le valigie ritrovando via via la calma interiore necessaria a partire senza perdere la mia dignità. Verso le sette anche i miei genitori furono pronti. Un discreto bussare all’uscio mi avvertì che ero attesa. Scendemmo dunque al bar dell’albergo per fare colazione, poi ci avviammo alla macchina. Quale fu la mia sorpresa nel trovare Angelo ad attendermi? Non so dirlo. Mantenni la calma così faticosamente conquistata. -”Papà, mamma, questo è Angelo”- Dissi con fermezza. Mamma e papà gli sorrisero e gli strinsero la mano, poi si allontanarono con discrezione fingendo di essere molto occupati con le valigie.
    -”Perché sei venuto?”- Gli chiesi.
    -”Volevo darti questo”- Rispose lui, mettendomi tra le mani un foglietto con poche righe che ancora ricordo col pensiero come potessi leggerlo:-” Angelo Bellizzi, via... ”-
    -”Hai fatto bene!”- Dissi con convinzione. Così ci salutammo con la sensazione di non esserci del tutto perduti. Nel lungo viaggio di ritorno dormii come un ghiro. Ero spossata dalla tristezza e dalla notte insonne. Tornata nella mia città ripresi la solita vita dicendomi sempre:-” Se non ce la faccio più gli scrivo oppure lo raggiungo”- Ma lo facevo per darmi coraggio. In realtà gli mandai soltanto una cartolina con l’immagine della mia città ed una breve frase:- ”Fate amicizia!”- Firmai con A e nient’altro.
    -”E lo hai più rivisto?”- Mi domanda mia nipote con gli occhi lucidi per la commozione- ”No.”- Mentisco io. In realtà lo rividi un anno dopo ed era terribilmente irritato con me, tanto che mi stava passando innanzi senza salutare. Lo fermai io, per strada, per sentirmi accusare di non avergli mai scritto. Gli risposi che non era vero, che gli avevo spedita una cartolina. Ricordo ancora la sua faccia perplessa:- “davvero?”-, mi chiese. Forse il padre gliel’aveva tenuta nascosta… chissà. Ma quell’incontro, ormai, non aveva più valore…
    -”E’ molto triste, zia!”-
    -”Perché triste, Leila? E’ un ricordo dolcissimo! Lo tengo in serbo per i momenti amari. Mi aiuta a vivere.”-
    -“Non ti sei mai pentita di averlo lasciato?”-
    -”No. Mai. Eravamo troppo diversi ed io non avrei saputo vivere un rapporto da lontano. Inoltre gli amori di quell’età, salvo rari casi, sono destinati a finire. Meglio dunque se una separazione pone fine a tutto, lasciando il ricordo di qualcosa di romantico, altrimenti rischiano di finire molto stupidamente.”-
    -”Perché devono comunque finire? Non potrebbero portare ad un matrimonio?”-
    -”Anche con il matrimonio finiscono. Il grande amore è quello impossibile.”- Dichiaro io convinta.
    -”Allora è inutile? E’ tutto inutile?”-
    Niente è inutile se ti lascia la voglia di guardare una notte stellata con tanta passione nell’animo e tanta dolcezza... ” Dico io e in quel momento passo a mia nipote una poesia scritta qualche mese prima sussurrandole:- ”Leggi... ”-.

    “In ricordo.
    In ricordo di un attimo,
    fuggevole rimpianto del passato,
    un fiore di parole un po' appassito
    davanti ad una foto
    che non scattammo mai.
    L’azzurro si perdeva nel calore
    la sera discendeva lentamente
    sul verde delle zolle,
    sui volti della gente.
    Passare e ripassare nella via
    di sconosciuti
    in un paese amico,
    e un volto di ragazzo
    dagli occhi innamorati che,
    pieni di tristezza,
    cercavano un amore senza tempo,
    sul mio volto.
    Una favola dal sapore di pianto
    nell’anima è restata,
    favola stupenda
    che non fu mai vissuta
    e che per questo resterà stupenda
    nei suoi occhi innocenti
    che resteranno tali
    soltanto dentro me.
    Le stelle mute e bianche
    erano in cielo
    quando gli dissi addio
    ed ai suoi occhi apparivo già
    come rimpianto,
    come sogno svanito
    prima di essere sognato.”-

    -”Lo pensi ancora zia?”-
    -”Sì, a volte mi chiedo se avrei potuto agire diversamente... mi chiedo se non ho lasciato in quel pezzo di cielo una vita da vivere in due con qualcuno che mi amasse davvero... ma sono soltanto domande, senza risposta.”-
    -”E’ proprio una bella sera questa, vero zia?”- Dice Leila, indicandomi il cielo pino di luci al di fuori dei vetri del balcone. Usciamo a goderci le stelle del firmamento e penso con dolcezza che sono le stesse di allora. -”Sì, è proprio una bella sera Leila. Una di quelle sere che paiono nate per ricordare”- Termino. E sospirando alziamo assieme lo sguardo verso il nero illuminato dagli astri.

  • 03 gennaio 2012 alle ore 10:36
    il bottone della camicia

    Come comincia: L’uomo era fermo nella cornice formata dalla porta della cucina. La fissava irritato. In quei pochi attimi a Viviana riuscì di notare numerosi particolari: era un giovane di circa trent’anni, piuttosto di bell’aspetto. Sulla spalla destra, lasciata scoperta dalla canottiera immacolata che lo sconosciuto indossava, appariva una cicatrice sottile e pallida. L’uomo stringeva tra le mani una camicia e nell’entrare, indicando proprio quell’indumento, aveva urlato:-” Manca un bottone! Proprio alla migliore delle mie camicie manca un bottone! Tutta colpa del disordine che regna sovrano in questa casa!”- Ma adesso, finalmente, taceva.
    Viviana lo osservava perplessa, chiedendosi chi fosse e cosa desiderasse da lei. Chissà perché le tornò alla mente il ritornello di una vecchia canzone:-”Sei Rodolfo? Sei Marcello? Dopo tutto ciò che fu... com’è fatto mio marito io non lo ricordo più.”-
    -”Viviana, ma ti sei rincretinita? Che hai da guardarmi con quell’aria da babbea?”-.
    Disse l’uomo con rabbia distogliendola dai suoi pensieri. Ma cosa aveva da gridare tanto? Dopo tutto non le era neanche simpatico: la gentilezza non doveva essere il suo forte!
    -”Viviana, vuoi smetterla di fissarmi così?”-
    Aggiunse lo sconosciuto con voce più moderata. Cosa doveva rispondergli? Lei effettivamente si chiamava Viviana... ma non ricordava affatto chi fosse lui.
    -”Non mi ricordo di voi!”- Rispose allora con freddezza. Poi aggiunse, in un tentativo di cortesia:-” Scusatemi, ho un forte male al capo e mi sento un po' stordita... forse se mi dite il vostro cognome, riuscirò a ricordarmi chi siete... ”-.
    Le sembrava di essere stata gentile, ma evidentemente l’uomo non era d’accordo.
    _”Se è uno scherzo, guarda che è durato anche troppo! E alla mia camicia migliore manca sempre un bottone!”- Gridò.
    -”Vi prego di non urlare. Ho mal di testa, come vi ho già detto! Inoltre la gente che grida mi ha sempre provocato la nausea... ”- Puntualizzò la donna.
    L’uomo sembrò finalmente comprendere che i suoi modi sgarbati non erano simpatici. Infilò la camicia senza chiudere l’ultimo bottone, (che effettivamente mancava) e uscì dalla cucina mormorando un rauco:-”Oh Signore!”-.
    Viviana decise di tornare alle sue faccende, ma ad un tratto si rese conto con una punta di panico di non ricordare affatto cosa stesse facendo un momento prima. Anzi, fatto ancora più grave, non le riusciva di ricordare perché si trovasse in quella cucina. La sensazione di smarrimento che la colse la lasciò per un momento come paralizzata, ma dopo alcuni secondi le riuscì a riprendere il controllo dei propri nervi.-”Si tratta senza dubbio di un’amnesia momentanea, passerà... ”- Disse a se stessa con poca convinzione sedendosi poi sulla sedia più vicina perché le mancavano le forze per l’emozione. Proprio in quel momento già così difficile per lei, lo sconosciuto decise di ritornare in cucina. Aveva indossato una giacca e la fissava indeciso. -”Viviana, ti senti bene?”_ Le chiese a bassa voce.
    -”Non molto per la verità, ma deve essere colpa del male alla testa... come mai siete ancora qui? Preferirei davvero che tornaste un altro giorno, in questo momento ho tante cose da fare e... ”-Lasciò la frase a metà in quanto si rese conto in modo evidente che non sapeva affatto quali cose dovesse fare, e quello sconosciuto dall’aria stupida che continuava a fissarla! -”Smettetela di guardarmi come fossi un fenomeno da baraccone!”- Gli urlò in viso. Per qualche minuto nessuno dei due parlò, poi l’uomo le si avvicinò con cautela, quasi temesse di spaventarla. -”Ti ricordi di me?”- Le chiese, fissandola negli occhi e tenendola ferma con la stretta delle mani sulle spalle.
    -”No, mi dispiace, ve l’ho già detto! Ho una gran confusione in testa... e poi voi, con tutte quelle urla! Vi giuro che davvero non mi aiutate a ricordare. Entrate nella stanza sventolando una camicia quasi che si trattasse di una bandiera, vi mettete ad urlare qualcosa sui bottini, sul solito disordine... tutto quel gridare mi rende stordita, se tacete è meglio, credete.”- Concluse. E lui tacque. Ma con quale espressione sul viso! Era pallido, le faceva persino pena. Ma per quale ragione pretendeva che lei dovesse sapere per forza chi era? Non si possono ricordare tutti gli uomini che s’incontrano!
    -”Vestiti, che usciamo.”- Viviana, nel sentirlo di nuovo parlare ritornò bruscamente alla realtà. Cosa voleva quell’uomo? Voleva che si cambiasse d’abito ed uscisse con lui? -”Perché dovrei uscire con voi?”- Chiese ad alta voce. A questa semplice domanda lui sembrò traballare come sotto una forte botta sul capo. Impallidì ancora di più, (ammesso che fosse possibile...) e poi si diresse verso il fornello. Era di spalle ma Viviana intuì che stava versando del caffè dalla macchinetta nella tazzina. Poi intuì che lo bevve: amaro. -”Che gusti!”- Pensò tra se con un sorrisino interiore. Ma ecco che all’improvviso quel sorriso le sbocciò sulle labbra e divenne in pochi secondi una vera e propria risata. Irrefrenabile. le sembrava tutto così buffo! E che faccia aveva ora quell’uomo! Come la guardava! Ma che ridere! E rideva difatti, con molta energia.
    Splaff!
    Lo schiaffo la raggiunse in pieno viso, scaraventandola un metro più in là. Si resse in piedi a stento.  Così, all’improvviso, le parve che niente più fosse capace di farla ridere. Non aveva proprio più voglia di ridere. L’uomo le si avvicinò lentamente e l’abbracciò con grande tenerezza. Che strano tipo! Prima la prendeva a schiaffi e poi...
    all’improvviso le prese una gran voglia di piangere. Non l’aveva neanche pensato che già lo stava facendo. Piangeva. A singhiozzi, a lacrimoni, come quando era piccola e si chiudeva in bagno per piangere abbracciata all’asciugamano. Piangere così le aveva sempre fatto bene, perché poi si guardava allo specchio e vedendosi tutta rossa e gonfia per le lacrime si scuoteva. Era diventata brutta! Il dolore la rendeva brutta e allora non valeva la pena di soffrire. -”Dov’è uno specchio?”- Chiese all’improvviso all’uomo che ancora le carezzava il capo. -”Lo specchio?”- Chiese lui di rimando, sorpreso. -”Si, si! Uno specchio! Devo guardarmi!”- Aggiunse lei . L’uomo la prese per mano e la condusse davanti alla specchiera della camera da letto. Lei si osservò per qualche lungo minuto con interesse quasi professionale. Non era poi tanto brutta! In quel momento, nel guardare la superficie dello specchio notò l’immagine dell’uomo alle sue spalle, che ancora le teneva una mano con sguardo affettuoso. Era tanto triste in volto, povero Marco! -”Marco?”- Disse ad alta voce, fissandolo come ipnotizzata. -”Si tesoro, sono io.”- Rispose lui sorridendo. -”Ma a questa camicia manca un bottone!”- Disse allora Viviana fissando l’orrendo filo bianco cui non era attaccato nulla. -”Che vuoi che sia un bottone?”- Chiese lui continuando a fissarla in uno strano modo. -”Non ti arrabbiare! Lo metto subito... ho avuto tante cose da fare... ”- Continuò lei. -”Non fa nulla ti dico”- Insistette lui, stringendola fra le braccia.- “Non fa niente?”- Disse lei, tirando un po' su col naso come faceva da bambina. -”No, tesoro, niente niente niente... e adesso vestiti che ti porto fuori”- “Per andare dove? Non vai a lavorare, oggi?”- “Oggi no.”- Le rispose lui sempre con quell’aria smarrita. - “Come ti senti?”- Le chiese poi, fissandola negli occhi. -”Bene!”- Rispose lei. Poi si allontanò per andare a vestirsi.

  • 02 gennaio 2012 alle ore 16:05
    La lanterna magica

    Come comincia: Il vetro appannato le consentiva di disegnare con le dita ricami e cuoricini, stelline e piccoli messaggi d’amore, pensieri sognanti dedicati a principi lontani e cavalieri solitari, cercava un cuore e lasciava tracce del suo passaggio, segnali guida che conducevano a sè, alla propria casa in cui l’albero brillava di lucine colorate intermittenti, grechine elettroniche, danza luminosa tra le sfere di cristallo, i fili argentati, la speranza incartata, i sogni impacchettati...

    Forse, nella leggera illusione che l’infanzia potesse dilazionarsi anche nei decenni successivi, posava delicatamente un piattino sul davanzale, contenente il latte per le renne e i biscotti per Babbo Natale, frollini zuccherati genere pan di stelle, certamente adatti all’occasione e una candela per illustrare il cammino, piccolo radiofaro nella notte in cui da sempre, dicono, accadono grandi magie... 

    Così guardava, osservava, fissava il cielo, le ore nottambule scandite dalla sveglia antica caricata ancora a molla, aveva un grande fascino quel tic-tac meccanico, era una reale scansione del tempo, metricamente vibrante e certificata dalla piccola e sottile lancetta dei secondi che avanzava a scatti, sessanta volte al minuto... 3600 trattini all’ora... il tempo... compagno della sua anima da sempre per cercare lassù... tra lo zucchero e le stelle... tra le statuine del fornaio e le pecorelle, le casette innevate, le palme imbiancate, velo, velo bianco, zucchero a velo, zucchero bianco... cuor di zucchero, occhi di bimba, le dita sul vetro a lasciare impronte, stridere sulla superficie umida, alitando dolcemente come per baciare le proprie fantasie, come per creare, dare vita, animare queste forme espressive che nascevano dal suo spirito lontano, dalle terre votive, tradizioni celtiche, pietre scolpite nel nulla e proiettate al cielo, tesori nascosti, obelischi di amore cementati da una forza inesauribile, una potente energia superiore che trasportava il dono più prezioso dell’Universo e lo depositava lì... accanto a lei... in un piccolo scrigno di cristallo modellato nel suo cuore...

    Lei disegnava sul vetro e il mondo disegnava in lei... i tesori scambiavano l’essenza del proprio valore barattando cuori e desideri, la vita stessa si rifletteva nello sguardo trasparente color sogno ma ora restava un passo, un piccolo, semplice, microscopico gradino da salire, un tratto da percorrere per fondere queste energie speculari in un unico armonico sigillo, pietra sorgiva per partorire il varco dei desideri: quello che trapassa la materia per collegare mondi distanti... la realtà... e la fantasia...

    Doveva esserci, esistere questo passaggio, questa porta dorata, questo ponte tra le rive del prima e del dopo, del passato e del futuro, tra le sponde della storia, tra le spiagge su cui le onde si infrangevano da tempo modellando scogliere profumate tra la luna e le stelle...

    Orme, sì...

    doveva camminare, segnare la sabbia, lasciare indicazioni e proseguire, avanzare, credere che il destino fosse in grado di proiettare e scolpire nelle forme del creato questa sua bellezza interiore, i fiori coltivati sul diario delle piccole cose belle, il cestino dei pensieri d’amore, la borsa con i bigliettini, il vassoio dei petali di rosa, profumo di velluto, dolcezza...

    una panna cremosa e leggera che si spargeva tra le nuvole o, forse... erano le nuvole stesse ad imbiancare il cielo, filamenti di vapore, pecorelle al pascolo troposferico per seguire le tracce...

    a piedi nudi danzava sulla sabbia collegandosi alla rete dei Grandi Sognatori...

    di quelle anime felici che non sanno spegnere un sogno per vivere nella grigia rassegnazione...

    Sì, forse era possibile restare bambina, ascoltare le fiabe della notte e giocare con le dita, succhiare le unghie smaltate e aprire le palpebre, portare le ciglia al cielo e lasciare che tutto avvenga, cadano fiocchi di neve mentre brillano le Orse, foglie portate dal vento, raggi prismatici riflessi nei mille colori del sole o nell’argento monogamico della mezzaluna ritagliata all’orizzonte.

    Doveva trovare un modo, un mezzo per giungere lassù, portare un segnale di collegamento, un messaggio, il suo messaggio... la terra nutriva le sue labbra, inginocchiata a baciare l’erba ricoperta da cristalli di ghiaccio nel mattino, disciolto, rappreso, velato, silenzioso menestrello tra correnti ascensionali e polveri della notte...

    Non era sola, c’erano altri bimbi, vociavano, correvano, gridavano e scintillava tra le loro mani una piccola fiamma, stavano accedendo ai regni elevati con una lanterna, un piccolo palloncino di carta alimentato dal calore, erano sguardi gioiosi, luccicanti di emozione, sensazioni di pace... dominavano il firmamento e donavano al buio tenebroso lo spiraglio di luce che rischiarava il mondo...

    Si avvicinò per scaldarsi, per entrare idealmente nella corrente ascensionale che saliva verso le costellazioni eterne, sentiva tracce di un respiro universale, di una forma di vita assoluta che governava il battito del cuore: stella tra le stelle, scintilla di luce, frammento di fuoco, sfera gravitazionale nell’orbita divina del cielo polare, delle notti tropicali, figlia degli oceani e regina dei ghiacci, principessa bambina era pronta per crescere, divenire, entrare, passare... saliva lassù, ascendendo nei firmamenti fiabeschi di una storia senza fine, proiettava desideri sul mondo che fioriva, dispensava baci dalle labbra e petali di miele, pollini e caramello, coriandoli e mirtilli, fragole sciroppate, erbe aromatiche, tisane profumate.

    Era lei, la lanterna, era una busta ripiegata in attesa da tempo di volare, di essere accesa, dispiegata, lanciata... sì... !!!

    Mesi interi sullo scaffale di un negozio a guardare il mondo esterno nell’attesa di una mano, un gesto di pietà poi finalmente era uscita, scelta da un gruppo di bimbi per festeggiare la notte di capodanno...

    Lei...

    Riscaldata, infiammata, animata, sedotta e incantata...

    Sentiva la propria anima ascendere delicata staccandosi dall’erba gelida, dalle zolle gelide e lentamente, delicata, salutava i bimbi festosi per entrare sul palcoscenico...

    Venivano e assistevano, osservavano Venere ed Orione, Mercurio e Sirio, Antares, Auriga e Cassiopea... ora prendeva vita, nasceva, rinasceva, ora era simbolo di luce nella notte cosmica, puntino dorato, stella del mattino...

    Navigava nell’aria, isola di se stessa realizzando i propri sogni, esaudiva desideri, collegava finalmente in un filo invisibile quegli spazi inesplorati, quei mondi cosi lontani eppure allineati, congiunti, sequenziali...

    Realtà...

    e Fantasia...

    “Dicono che la lanterna magica cominciò a volare, innalzarsi, salire... e divenne stella.

    Una stella brilla per sempre...

    La lanterna non si spense mai...”