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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 03 gennaio 2012 alle ore 10:36
    il bottone della camicia

    Come comincia: L’uomo era fermo nella cornice formata dalla porta della cucina. La fissava irritato. In quei pochi attimi a Viviana riuscì di notare numerosi particolari: era un giovane di circa trent’anni, piuttosto di bell’aspetto. Sulla spalla destra, lasciata scoperta dalla canottiera immacolata che lo sconosciuto indossava, appariva una cicatrice sottile e pallida. L’uomo stringeva tra le mani una camicia e nell’entrare, indicando proprio quell’indumento, aveva urlato:-” Manca un bottone! Proprio alla migliore delle mie camicie manca un bottone! Tutta colpa del disordine che regna sovrano in questa casa!”- Ma adesso, finalmente, taceva.
    Viviana lo osservava perplessa, chiedendosi chi fosse e cosa desiderasse da lei. Chissà perché le tornò alla mente il ritornello di una vecchia canzone:-”Sei Rodolfo? Sei Marcello? Dopo tutto ciò che fu... com’è fatto mio marito io non lo ricordo più.”-
    -”Viviana, ma ti sei rincretinita? Che hai da guardarmi con quell’aria da babbea?”-.
    Disse l’uomo con rabbia distogliendola dai suoi pensieri. Ma cosa aveva da gridare tanto? Dopo tutto non le era neanche simpatico: la gentilezza non doveva essere il suo forte!
    -”Viviana, vuoi smetterla di fissarmi così?”-
    Aggiunse lo sconosciuto con voce più moderata. Cosa doveva rispondergli? Lei effettivamente si chiamava Viviana... ma non ricordava affatto chi fosse lui.
    -”Non mi ricordo di voi!”- Rispose allora con freddezza. Poi aggiunse, in un tentativo di cortesia:-” Scusatemi, ho un forte male al capo e mi sento un po' stordita... forse se mi dite il vostro cognome, riuscirò a ricordarmi chi siete... ”-.
    Le sembrava di essere stata gentile, ma evidentemente l’uomo non era d’accordo.
    _”Se è uno scherzo, guarda che è durato anche troppo! E alla mia camicia migliore manca sempre un bottone!”- Gridò.
    -”Vi prego di non urlare. Ho mal di testa, come vi ho già detto! Inoltre la gente che grida mi ha sempre provocato la nausea... ”- Puntualizzò la donna.
    L’uomo sembrò finalmente comprendere che i suoi modi sgarbati non erano simpatici. Infilò la camicia senza chiudere l’ultimo bottone, (che effettivamente mancava) e uscì dalla cucina mormorando un rauco:-”Oh Signore!”-.
    Viviana decise di tornare alle sue faccende, ma ad un tratto si rese conto con una punta di panico di non ricordare affatto cosa stesse facendo un momento prima. Anzi, fatto ancora più grave, non le riusciva di ricordare perché si trovasse in quella cucina. La sensazione di smarrimento che la colse la lasciò per un momento come paralizzata, ma dopo alcuni secondi le riuscì a riprendere il controllo dei propri nervi.-”Si tratta senza dubbio di un’amnesia momentanea, passerà... ”- Disse a se stessa con poca convinzione sedendosi poi sulla sedia più vicina perché le mancavano le forze per l’emozione. Proprio in quel momento già così difficile per lei, lo sconosciuto decise di ritornare in cucina. Aveva indossato una giacca e la fissava indeciso. -”Viviana, ti senti bene?”_ Le chiese a bassa voce.
    -”Non molto per la verità, ma deve essere colpa del male alla testa... come mai siete ancora qui? Preferirei davvero che tornaste un altro giorno, in questo momento ho tante cose da fare e... ”-Lasciò la frase a metà in quanto si rese conto in modo evidente che non sapeva affatto quali cose dovesse fare, e quello sconosciuto dall’aria stupida che continuava a fissarla! -”Smettetela di guardarmi come fossi un fenomeno da baraccone!”- Gli urlò in viso. Per qualche minuto nessuno dei due parlò, poi l’uomo le si avvicinò con cautela, quasi temesse di spaventarla. -”Ti ricordi di me?”- Le chiese, fissandola negli occhi e tenendola ferma con la stretta delle mani sulle spalle.
    -”No, mi dispiace, ve l’ho già detto! Ho una gran confusione in testa... e poi voi, con tutte quelle urla! Vi giuro che davvero non mi aiutate a ricordare. Entrate nella stanza sventolando una camicia quasi che si trattasse di una bandiera, vi mettete ad urlare qualcosa sui bottini, sul solito disordine... tutto quel gridare mi rende stordita, se tacete è meglio, credete.”- Concluse. E lui tacque. Ma con quale espressione sul viso! Era pallido, le faceva persino pena. Ma per quale ragione pretendeva che lei dovesse sapere per forza chi era? Non si possono ricordare tutti gli uomini che s’incontrano!
    -”Vestiti, che usciamo.”- Viviana, nel sentirlo di nuovo parlare ritornò bruscamente alla realtà. Cosa voleva quell’uomo? Voleva che si cambiasse d’abito ed uscisse con lui? -”Perché dovrei uscire con voi?”- Chiese ad alta voce. A questa semplice domanda lui sembrò traballare come sotto una forte botta sul capo. Impallidì ancora di più, (ammesso che fosse possibile...) e poi si diresse verso il fornello. Era di spalle ma Viviana intuì che stava versando del caffè dalla macchinetta nella tazzina. Poi intuì che lo bevve: amaro. -”Che gusti!”- Pensò tra se con un sorrisino interiore. Ma ecco che all’improvviso quel sorriso le sbocciò sulle labbra e divenne in pochi secondi una vera e propria risata. Irrefrenabile. le sembrava tutto così buffo! E che faccia aveva ora quell’uomo! Come la guardava! Ma che ridere! E rideva difatti, con molta energia.
    Splaff!
    Lo schiaffo la raggiunse in pieno viso, scaraventandola un metro più in là. Si resse in piedi a stento.  Così, all’improvviso, le parve che niente più fosse capace di farla ridere. Non aveva proprio più voglia di ridere. L’uomo le si avvicinò lentamente e l’abbracciò con grande tenerezza. Che strano tipo! Prima la prendeva a schiaffi e poi...
    all’improvviso le prese una gran voglia di piangere. Non l’aveva neanche pensato che già lo stava facendo. Piangeva. A singhiozzi, a lacrimoni, come quando era piccola e si chiudeva in bagno per piangere abbracciata all’asciugamano. Piangere così le aveva sempre fatto bene, perché poi si guardava allo specchio e vedendosi tutta rossa e gonfia per le lacrime si scuoteva. Era diventata brutta! Il dolore la rendeva brutta e allora non valeva la pena di soffrire. -”Dov’è uno specchio?”- Chiese all’improvviso all’uomo che ancora le carezzava il capo. -”Lo specchio?”- Chiese lui di rimando, sorpreso. -”Si, si! Uno specchio! Devo guardarmi!”- Aggiunse lei . L’uomo la prese per mano e la condusse davanti alla specchiera della camera da letto. Lei si osservò per qualche lungo minuto con interesse quasi professionale. Non era poi tanto brutta! In quel momento, nel guardare la superficie dello specchio notò l’immagine dell’uomo alle sue spalle, che ancora le teneva una mano con sguardo affettuoso. Era tanto triste in volto, povero Marco! -”Marco?”- Disse ad alta voce, fissandolo come ipnotizzata. -”Si tesoro, sono io.”- Rispose lui sorridendo. -”Ma a questa camicia manca un bottone!”- Disse allora Viviana fissando l’orrendo filo bianco cui non era attaccato nulla. -”Che vuoi che sia un bottone?”- Chiese lui continuando a fissarla in uno strano modo. -”Non ti arrabbiare! Lo metto subito... ho avuto tante cose da fare... ”- Continuò lei. -”Non fa nulla ti dico”- Insistette lui, stringendola fra le braccia.- “Non fa niente?”- Disse lei, tirando un po' su col naso come faceva da bambina. -”No, tesoro, niente niente niente... e adesso vestiti che ti porto fuori”- “Per andare dove? Non vai a lavorare, oggi?”- “Oggi no.”- Le rispose lui sempre con quell’aria smarrita. - “Come ti senti?”- Le chiese poi, fissandola negli occhi. -”Bene!”- Rispose lei. Poi si allontanò per andare a vestirsi.

  • 02 gennaio 2012 alle ore 16:05
    La lanterna magica

    Come comincia: Il vetro appannato le consentiva di disegnare con le dita ricami e cuoricini, stelline e piccoli messaggi d’amore, pensieri sognanti dedicati a principi lontani e cavalieri solitari, cercava un cuore e lasciava tracce del suo passaggio, segnali guida che conducevano a sè, alla propria casa in cui l’albero brillava di lucine colorate intermittenti, grechine elettroniche, danza luminosa tra le sfere di cristallo, i fili argentati, la speranza incartata, i sogni impacchettati...

    Forse, nella leggera illusione che l’infanzia potesse dilazionarsi anche nei decenni successivi, posava delicatamente un piattino sul davanzale, contenente il latte per le renne e i biscotti per Babbo Natale, frollini zuccherati genere pan di stelle, certamente adatti all’occasione e una candela per illustrare il cammino, piccolo radiofaro nella notte in cui da sempre, dicono, accadono grandi magie... 

    Così guardava, osservava, fissava il cielo, le ore nottambule scandite dalla sveglia antica caricata ancora a molla, aveva un grande fascino quel tic-tac meccanico, era una reale scansione del tempo, metricamente vibrante e certificata dalla piccola e sottile lancetta dei secondi che avanzava a scatti, sessanta volte al minuto... 3600 trattini all’ora... il tempo... compagno della sua anima da sempre per cercare lassù... tra lo zucchero e le stelle... tra le statuine del fornaio e le pecorelle, le casette innevate, le palme imbiancate, velo, velo bianco, zucchero a velo, zucchero bianco... cuor di zucchero, occhi di bimba, le dita sul vetro a lasciare impronte, stridere sulla superficie umida, alitando dolcemente come per baciare le proprie fantasie, come per creare, dare vita, animare queste forme espressive che nascevano dal suo spirito lontano, dalle terre votive, tradizioni celtiche, pietre scolpite nel nulla e proiettate al cielo, tesori nascosti, obelischi di amore cementati da una forza inesauribile, una potente energia superiore che trasportava il dono più prezioso dell’Universo e lo depositava lì... accanto a lei... in un piccolo scrigno di cristallo modellato nel suo cuore...

    Lei disegnava sul vetro e il mondo disegnava in lei... i tesori scambiavano l’essenza del proprio valore barattando cuori e desideri, la vita stessa si rifletteva nello sguardo trasparente color sogno ma ora restava un passo, un piccolo, semplice, microscopico gradino da salire, un tratto da percorrere per fondere queste energie speculari in un unico armonico sigillo, pietra sorgiva per partorire il varco dei desideri: quello che trapassa la materia per collegare mondi distanti... la realtà... e la fantasia...

    Doveva esserci, esistere questo passaggio, questa porta dorata, questo ponte tra le rive del prima e del dopo, del passato e del futuro, tra le sponde della storia, tra le spiagge su cui le onde si infrangevano da tempo modellando scogliere profumate tra la luna e le stelle...

    Orme, sì...

    doveva camminare, segnare la sabbia, lasciare indicazioni e proseguire, avanzare, credere che il destino fosse in grado di proiettare e scolpire nelle forme del creato questa sua bellezza interiore, i fiori coltivati sul diario delle piccole cose belle, il cestino dei pensieri d’amore, la borsa con i bigliettini, il vassoio dei petali di rosa, profumo di velluto, dolcezza...

    una panna cremosa e leggera che si spargeva tra le nuvole o, forse... erano le nuvole stesse ad imbiancare il cielo, filamenti di vapore, pecorelle al pascolo troposferico per seguire le tracce...

    a piedi nudi danzava sulla sabbia collegandosi alla rete dei Grandi Sognatori...

    di quelle anime felici che non sanno spegnere un sogno per vivere nella grigia rassegnazione...

    Sì, forse era possibile restare bambina, ascoltare le fiabe della notte e giocare con le dita, succhiare le unghie smaltate e aprire le palpebre, portare le ciglia al cielo e lasciare che tutto avvenga, cadano fiocchi di neve mentre brillano le Orse, foglie portate dal vento, raggi prismatici riflessi nei mille colori del sole o nell’argento monogamico della mezzaluna ritagliata all’orizzonte.

    Doveva trovare un modo, un mezzo per giungere lassù, portare un segnale di collegamento, un messaggio, il suo messaggio... la terra nutriva le sue labbra, inginocchiata a baciare l’erba ricoperta da cristalli di ghiaccio nel mattino, disciolto, rappreso, velato, silenzioso menestrello tra correnti ascensionali e polveri della notte...

    Non era sola, c’erano altri bimbi, vociavano, correvano, gridavano e scintillava tra le loro mani una piccola fiamma, stavano accedendo ai regni elevati con una lanterna, un piccolo palloncino di carta alimentato dal calore, erano sguardi gioiosi, luccicanti di emozione, sensazioni di pace... dominavano il firmamento e donavano al buio tenebroso lo spiraglio di luce che rischiarava il mondo...

    Si avvicinò per scaldarsi, per entrare idealmente nella corrente ascensionale che saliva verso le costellazioni eterne, sentiva tracce di un respiro universale, di una forma di vita assoluta che governava il battito del cuore: stella tra le stelle, scintilla di luce, frammento di fuoco, sfera gravitazionale nell’orbita divina del cielo polare, delle notti tropicali, figlia degli oceani e regina dei ghiacci, principessa bambina era pronta per crescere, divenire, entrare, passare... saliva lassù, ascendendo nei firmamenti fiabeschi di una storia senza fine, proiettava desideri sul mondo che fioriva, dispensava baci dalle labbra e petali di miele, pollini e caramello, coriandoli e mirtilli, fragole sciroppate, erbe aromatiche, tisane profumate.

    Era lei, la lanterna, era una busta ripiegata in attesa da tempo di volare, di essere accesa, dispiegata, lanciata... sì... !!!

    Mesi interi sullo scaffale di un negozio a guardare il mondo esterno nell’attesa di una mano, un gesto di pietà poi finalmente era uscita, scelta da un gruppo di bimbi per festeggiare la notte di capodanno...

    Lei...

    Riscaldata, infiammata, animata, sedotta e incantata...

    Sentiva la propria anima ascendere delicata staccandosi dall’erba gelida, dalle zolle gelide e lentamente, delicata, salutava i bimbi festosi per entrare sul palcoscenico...

    Venivano e assistevano, osservavano Venere ed Orione, Mercurio e Sirio, Antares, Auriga e Cassiopea... ora prendeva vita, nasceva, rinasceva, ora era simbolo di luce nella notte cosmica, puntino dorato, stella del mattino...

    Navigava nell’aria, isola di se stessa realizzando i propri sogni, esaudiva desideri, collegava finalmente in un filo invisibile quegli spazi inesplorati, quei mondi cosi lontani eppure allineati, congiunti, sequenziali...

    Realtà...

    e Fantasia...

    “Dicono che la lanterna magica cominciò a volare, innalzarsi, salire... e divenne stella.

    Una stella brilla per sempre...

    La lanterna non si spense mai...”

  • 02 gennaio 2012 alle ore 5:42
    La Principessa Capricciosa e il Principe Povero

    Come comincia: C’era una volta un re che aveva una figlia molto bella ma molto capricciosa. Se il cuoco le serviva un brodino lei lo assaggiava appena e poi chiedeva
    − E’ un brodo di pollo per caso?
    − Si principessa, pollo dei nostri allevamenti − sorrideva felice il cuoco.
    − Porta via, io voglio un brodo di dado rispondeva lei furiosa.
    Naturalmente tutti i cortigiani e specialmente le sue amiche erano dalla parte della principessa.
    − Tutti sanno che il brodo deve essere fatto col dado e il re dovrebbe bandire i polli dal nostro regno− dicevano in coro.
    Un’altra volta il ciabattino di corte le aveva fatto un paio di meravigliose scarpine in vero cuoio e raso con brillantini. Ma quando il ciabattino si mise seduto su un piccolo sgabello per misurarle, la principessa chiese sospettosa
    − Queste scarpette sono fatte per caso con pelle di cuoio?
    − Si principessa− rispose il ciabattino− il miglior cuoio delle nostre concerie.
    La principessa fu molto irritata da questa risposta e grido al ciabattino
    − Porta via subito queste scarpette orribili e fammi un paio di ciabattine di pelle di pollo.
    E tutte le sue amiche dissero
    − Vi preghiamo principessa, fate fare ciabattine di pelle di pollo anche per noi, da ora in poi non vogliamo portare altro.

    Il re era disperato, cosa avrebbero pensato gli ambasciatori, se si serviva loro brodo di dado? E se la principessa avesse indossato ciabatte di pelle di pollo al loro cospetto? Avrebbero pensato a una mancanza di riguardo e poteva perfino scoppiare una guerra contro il suo regno. Ecco i motivi per cui il re pregava tutto il giorno che un principe venisse a chiedere sua figlia in sposa. Il regno del re, padre della principessa capricciosa, era molto grande e ricco, al suo confine viveva il principe povero nel suo piccolo regno. Il principe povero era molto orgoglioso e molto famoso, perché era l’ultimo discendente di una famiglia di guerrieri, che avevano sempre vinto tutte le battaglie contro i nemici. Tutte le principesse nei dintorni speravano che il principe povero venisse a chiedere la loro mano, ma non la principessa capricciosa.
    Il vento aveva portato in giro la voce che il re non poteva sopportare i capricci di sua figlia e si domandava ansioso quando sarebbe arrivato un pretendente a lei gradito. Infatti la principessa rifiutava ostinata tutti i pretendenti con mille scuse: questo ha baffi troppo lunghi, quello odora di tabacco, e mandava via tutti.
    Anche il principe povero ma fiero aveva sentito la voce.
    − Ecco arrivato il mio momento− si disse− il re mi dara in sposa sua figlia e quando la principessa sarà con me nella mia casa trovero il modo di farle passare i capricci.

    Il principe povero aveva una serra dove coltivava fiori rari e preziosissimi. Uno di questi fiori si accendeva di una luce blu al plenilunio. Il principe povero mise il fiore in una scatola di argento e lo invio alla principessa capricciosa, con ogni raccomandazione al suo cavaliere messaggero di averne gran cura durante il viaggio.
    Il re accolse il cavaliere del principe povero con tutti gli onori e ordinò ai suoi giardinieri di preparare una serra, quindi fece chiamare sua figlia e le disse
    − Oggi è un grande giorno per te figlia mia, nessuna principessa ha mai ricevuto un dono prezioso come questo, guarda il fiore unico  che ti manda il principe povero.

    Ma quando la principessa vide il fiore nella scatola di argento e lesse il biglietto del principe, scoppio in una grande risata e disse al re
    − E io dovrei starmene con questo stupido fiore in mano fino al plenilunio, non abbiamo abbastanza candele per fare luce nel regno del re mio padre?
    Tutte le sue amiche finsero di ridere per compiacerla e per burlare il cavaliere dissero− Useremo dunque ciclamini come candelieri in questa reggia?
    La principessa gettò il fiore a terra e lo calpestò. Il re adirato e pieno di vergogna salì sul suo elefante bianco e andò a caccia per tre giorni e tre notti. Il cavaliere raccolse il fiore e se ne torno dal principe povero. Al cospetto del suo principe, il cavaliere mostrò il fiore calpestato, si mise in ginocchio e chiese di essere mandato in esilio per averlo malservito, invece il principe gli mise una mano sulla spalla, gli ordino di rialzarsi e lo abbracciò come il suo fidato cavaliere.
    Il giorno dopo il principe prese un vaso colmo di chicchi di riso vi pose dentro il fiore e promise sua figlia e le ordinò di sedersi accanto al trono, poi fece stendere un tappeto rosso per il cavaliere che gli consegnò una scatola in oro con il nuovo dono del principe povero. Il re aprì il coperchio, oh meraviglia, un carillon suona le note dell’inno del suo regno, ma le meraviglie non sono finite da un finestrino nella scatola viene fuori un canarino meccanico che suona il flauto. Il re guarda estasiato il cavaliere e ascolta le sue parole
    − Sire, questo carillon dispone di un orologio costruito in Svizzera, la principessa vostra figlia potrà regolarlo all’ora che desidera sentire il flauto.
    Il re salto giù dal trono e abbraccio il cavaliere, poi rivolto alla figlia
    − Figlia mia, potrai ancora rifiutarti di incontrare il principe povero?
    Ma la principessa sbuffò e disse
    − Non ci sono abbastanza rumori in questa reggia? Questo stupido uccelletto si metterà a suonare all’improvviso per farmi morire di spavento.
    Il re la guardo stupito, ma come se non bastasse ella si tolse una scarpa e la scaglio contro il carillon che rotolò giù dai gradini del trono.
    La principessa rise e gridò
    − Vediamo se sai volare stupido uccelletto.
    Tutte le amiche della principessa si tolsero una scarpa e gridarono minacciose
    − Vediamo se sai volare stupido uccelletto.
    Il re furioso ordinò che la principessa e le sue amiche fossero rinchiuse nella torre a tessere una tela, poi salì sul suo elefante bianco e andò a caccia per tre giorni e tre notti. Il cavaliere raccolse il carillon e si mise a vagare per i boschi, perché non osava ripresentarsi al principe povero. Il principe non vide tornare il suo cavaliere, intuì cosa era avvenuto e mandò altri cavalieri a consolarlo, poi ordinò un sacco di sabbia, vi mise dentro il carillon e disse a voce alta
    − La capricciosa dovrà versare tante lacrime quanti sono i granelli di sabbia in questo sacco. Ma io non mi arrendo.
    Dopo qualche giorno il principe si tolse i suoi vestiti e un anello di diamante che portava al dito mignolo, si vesti di stracci e bussò alla porta del re. Il re venne ad aprire disse
    − Cosa vuoi straccione? Sbrigati a rispondere in questi giorni sono di cattivo umore.
    − Grande re, sono venuto a chiederti un lavoro.
    Il re conosceva la storia, venivano a implorare un lavoro da stalliere e dopo poco cominciavano a lamentarsi che meritavano di meglio, perché provenivano da una famiglia ricca e importante caduta in disgrazia e colpita dalla sventura. Insomma volevano essere nominati paladini del re o qualcosa del genere. Ma il re decise che questa volta non si sarebbe lasciato ingannare e rispose
    − Ho il lavoro che fa per te, ho un branco di porci rimasto incustodito, sarai il porcaio del re.
    Il principe fece per inchinarsi e baciare la mano al re, che si ritrasse inorridito perché il principe si era travestito proprio in modo disgustoso.
    Il principe povero raccoglieva ghiande fresche per i porci, i quali erano molto contenti, il re era contento perché i suoi porci erano contenti, il principe era contento perché i porci se ne stavano buoni e gli lasciavano il tempo di fare un lavoro che aveva in mente per incantare la principessa capricciosa.
    − Il principe prese una fascina di legni e accese un fuoco sotto un pentolone, quindi versò nel pentolone gli ingredienti magici che lui solo conosceva e preparò a bollire la pozione. Quando la pozione magica fu raffreddata, la superfice del liquido appariva come uno specchio. Il principe si concentrò col pensiero sulla principessa e le sue amiche, la magia fece il sue effetto, il principe vide riflesse nel pentolone la principessa e le sue amiche che giocavano alla palla e al salto della corda nel bosco vicino. A questo punto il principe afferrò il mestolo e prese a battere sulla pancia del pentolone, oh meraviglia, invece di rumori fastidiosi da un paese lontano arrivavano le note melodiose di una melodia sconosciuta nel regno del re, il valzer. Il bosco vicino fu avvolto dalla musica, la principessa volle subito sapere chi stava suonando e mandò a vedere la sua amica fidata.
    L’amica presto fu di ritorno eccitata e rossa in viso.
    − Principessa, la musica viene dalla pentola di quel porcaio laggiù, lo vedete in mezzo ai porci.
    − Ebbene, vai a chiedere cosa vuole per la sua pentola che suona questa bella musica.
    − Mia principessa − disse l’amica diventando sempre più rossa − il porcaro chiede dieci baci dalle tue labbra.
    La principessa cominciò a battere i piedi in terra e ordinò
    − Fate cacciare il porcaio dal regno e portatemi la pentola.
    Ma l’amica fidata abbasso lo sguardo e rispose

    − La principessa capricciosa dovrà versare tante lacrime quanti sono i chicchi di riso in questo vaso. Ma io non mi arrendo, manderò alla principessa un secondo regalo.
    Quando il cavaliere del principe povero si presentò di nuovo, il re chiamo
    − Il porcaro dice che i porci sono suoi amici e il re e amico dei porci, egli dunque non ti teme. E inutile che io torni a minacciarlo come ho già fatto.
    La principessa si gonfiò tanto che pareva scoppiare.
    − Dovrei dare dieci baci a un porcaro per una pentola? Tutte le principesse dei regni vicini rideranno di me.
    A questo punto l’amica le si avvicinò e disse in un sussurro
    − Quella pentola contiene un liquido che pare argento, come in uno specchio magico puoi vederci riflessa la persona a cui pensi.
    Ora dovete sapere che la principessa e le sue amiche erano molto curiose e pettegole, la principessa non poté resistere alla tentazione di poter spiare le principesse sue rivali negli altri regni e fu per questo che ordinò
    − Prendete due tavole di legno e portatemi dal porcaro, non voglio mettere i piedi nel fango dei suoi porci luridi. Poi fate cerchio intorno a me nascosta mentre lo bacio.
    Con gli occhi chiusi e senza respirare la principessa diede dieci baci al porcaro e corse via a lavarsi le labbra in acqua di latte miele e petali di rosa, poi insieme alle sue amiche via di corsa nelle sue stanze tutte sedute intorno alla pentola. La principessa prese a battere la pancia della pentola col mestolo, suoni orribili la fecero sussultare. Tutte le amiche vollero provare a una a una con lo stesso risultato. Allora la principessa volle provare la seconda magia, si mise a pensare intensamente al cuoco del re, sperando di sorprenderlo mentre faceva polpette con gli avanzi di carne, guardò sulla superfice della pozione nella pentola, invece del cuoco apparve il porcaro sorridente. La principessa comprese di essere stata beffata, divento rossa e verde, infine promise a se stessa che quando fosse diventata regina avrebbe fatto tagliare a fette tutti i porcari.
    Il giorno dopo il porcaio preparava un pastone di granturco per i porci del re, quando vide arrivare l’amica fidata della principessa che gli gridò
    − Porcaio bugiardo, la principessa ti concede il suo perdono se gli insegni a suonare la pentola col mestolo. Io stessa ti darò altri dieci baci− e fece una faccia disgustata.
    Il principe fece una gran risata
    − Voglio cento baci dalla principessa.
    La risposta rese ancor più furiosa la principessa, che voleva rompere tutti i bicchieri di cristallo nella reggia, ma poi si calmò e disse alle amiche
    − Tornate dal porcaio, mettetevi intorno a lui e cominciate a baciarlo, io verrò a dargli gli ultimi dieci baci.
    Il porcaio non si lascio convincere
    − Voglio cento baci e tutti dalla principessa.
    Le amiche sconsolate fecero segno di no alla principessa nascosta dietro un albero nel bosco vicino.
    Piena di rabbia la principessa gridò al porcaio
    − Come posso venire da te? Mi rovinerò le scarpe nel fango.
    Il finto porcaio le mandò un bel maialotto da cavalcare, la principessa arrivò vergognosa piena di lacrime e comincio a baciarlo nascosta dalle amiche. I porcelli si sentirono trascurati, presero a grugnire e a correre da destra a sinistra. Il re attirato dal trambusto si affacciò alla finestra e vide inorridito che la principessa sua figlia baciava il porcaio. Il re maledisse il porcaio, la principessa e le sue amiche, e li mandò in esilio seguiti dai porcelli,  i quali non ne volevano sapere di lasciare il loro porcaio. Quando tutti furono arrivati nel paese del principe povero, la principessa non fece che piangere e piangere.
    − Come sono stata sciocca a non dare la mia mano al principe povero, ora mi ritrovo con questo porcaio.
    Il porcaio nel frattempo si era lavato e cambiato il vestito per mostrarsi come principe. La principessa voleva correre ad abbracciarlo, ma egli le disse duro
    − Non mi hai voluto prima e io non ti voglio adesso. Vattene lontana da me con tutte le tue amiche.
    La principessa e le sue amiche piangevano disperate e chiedevano pietà, il principe ridendo disse
    − Risparmiate le lacrime per i porci che ci hanno seguiti, lavateli fino a quando non risplendono al sole e potrete tornare da me.
    I porcelli non ne volevano sapere di essere lavati, ma la principessa e le sue amiche li tennero fermi fino a che non divennero lucidi come oro. Il giorno dopo il principe sposò la principessa e venne anche il re che aveva perdonato. Le amiche sposarono i cavalieri del principe e i porcelli non fecero che mangiare al banchetto.
    ISBN: 978-1-4659-8981-9
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  • 30 dicembre 2011 alle ore 15:45
    My Christmas Carol

    Come comincia: 24 dicembre 1995.
    Fa freddo. Le pozze d’acqua sul selciato si sono rapprese in strane figure, raggrinzite e spaccate dal passaggio delle auto, e il vento, prima di calare, ha spazzato via ogni traccia di nube lasciando un cielo cristallino che lentamente incupisce verso il crepuscolo. S’è fatto tardi, presa com’ero dal rito dei regali da infiocchettare, mi sono scordata dello stendibiancheria sul terrazzo, perciò mi getto sulle spalle una giacca di lana ed esco per ritirare i panni appesi, prima che si gelino del tutto anche loro.
    I colori cambiano in fretta nella sera che avanza; il salmastro sale dalla marina e si mischia al profumo di biscotti e torta di mele; le luminarie ondeggiano fra i lampioni solleticate dal camion della frutta e dalla piazzetta giunge l’eco fioca della risata del Babbo Natale meccanico e dei bimbi che si divertono a saltellargli davanti. Alzo gli occhi in cerca della stella della sera e sorrido pensando che un giorno mi piacerebbe vedere una slitta tintinnante stagliarsi in un cielo come questo, solo per godermi lo spettacolo dei loro faccini stupiti. I bimbi di oggi non credono più di tanto a Babbo Natale, ed è un vero peccato. 
    Nonostante i brividi e il fagotto dei panni, mi attardo ancora un attimo per sistemare le mie decorazione arruffate dal vento e le vedo arrivare. Prima la Maestra e poi la cognata, qualche passo più indietro.  Potrei rimetterci l’orologio con le loro abitudini.
    La Maestra cammina a piccoli passi, lenti ma decisi, tenendo la testa un po’ reclinata  a causa dell’artrosi. Ha i capelli tinti di un biondo rossiccio, mossi da un’onda trattenuta dietro le orecchie dalle pettinine d’osso. Giunta davanti all’ingresso, si ferma per passare il bastone nell’altra mano e si appoggia, sempre alla colonnina di destra, per scendere il gradino del nostro strambo cortile incavato. Sempre con lo stesso piede. Sempre alla stessa ora. Ogni giorno feriale che Iddio mette in terra, che piova, che tiri vento o che si muoia dal caldo sotto il sole d’agosto. La cognata la segue fermandosi ogni tanto, un po’ per riposare le ginocchia offese dalla malattia e un po’ per i suoi passi, assai più lunghi.
    Sono una strana coppia. La prima minuta, ordinata e compunta, la seconda alta più di un metro e ottanta, variopinta e un po’ “caciarona” nel suo pittoresco dialetto. Entrambe vedove da tempo immemore e senza figli, hanno optato per una convivenza animata e non esattamente pacifica. Non sempre, almeno. Hanno passato gli ottanta da un pezzo, anzi, una di loro viaggia spedita verso il traguardo del secolo e sono le mie vicine preferite. Sulle prime non scambiavamo che poche parole di circostanza, sembravano riservate e un po’ scostanti. Sarà l’età, pensavo, che talvolta rende diffidenti. Ma mi incuriosivano quelle due vecchiette che sentivo battibeccare attraverso le pareti, che vedevo scendere con le seggioline pieghevoli per andare in pineta d’estate e in spiaggia a primavera, e che mi precedevano sulla strada della chiesa  ogni domenica e ogni festa comandata. Tutte tranne Natale.
    Riservate e schive. Distanti, finché non le ho attirate nella mia vita con uno strattagemma: ho affidato loro mia figlia in un giorno di pioggia.
    Un temporale di quelli terribili, l’inderogabile appuntamento con l’uscita da scuola del secondogenito e una bimbetta di pochi mesi che non dormiva mai. Fra lasciarla da sola nel lettino e affidarla alla sorveglianza delle due ultra-ottuagenarie la scelta fu istintiva. E felice. Una ventata di allegria nella loro vita, una marea calda e preziosa nella nostra.
    Tranne a Natale, quando il loro appartamento si fa silenzioso e la porta non si apre, quasi che l’esuberanza di decori e musiche e risate della nostra casa e delle altre accanto suoni come un’offesa.
    Non si festeggia il Natale in casa della Maestra.
    E mi è sembrato così strano, così in contrasto con la sua abituale serena gentilezza,  finché la cognata, in vena di confidenze, ha sollevato il velo del mistero.
    Il marito della Maestra si chiamava Angelo. Il suo Angelo che la guarda dal Paradiso, come dice sempre. Un angelo che il Signore si è preso in un istante mentre stava scherzando e chiacchierando con la sua Maestrina. Mentre stava indossando il vestito nuovo, quello  della festa, per andare in chiesa la mattina di Natale.
    Sono passati cinquant’anni, abbastanza per far pace anche con Dio e la Maestra ci fa pace ogni domenica. Tranne a Natale.

    25 dicembre 1995.
    Mi affretto su per le scale tenendo stretta la mano di mia figlia. La funzione è durata più a lungo del solito, come i saluti, gli abbracci e gli auguri sul sagrato, ma ci sono le ultime cose da preparare per il pranzo della festa e gli invitati stanno per arrivare perciò devo affrettarmi. Non che sia una novità, ma sono in ritardo, così mi chino per prendere in  braccio la piccola e salire i gradini due alla volta. Lei invece mi sguscia via con gridolino eccitato, farfugliando qualcosa di incomprensibile anche per me, e si inerpica veloce aiutandosi con mani e ginocchia.  La porta è aperta e la Maestra è là. Ci stava aspettando e quell’enorme pacco colorato, coperto da una cascata di fiocchi scintillanti, la fa sembrare ancora più piccola e fragile. Dietro le sue spalle fa capolino la cognata, ridendo con la mano sulla bocca per non farsi sentire.
    Non so cosa darei per poter fissare quest’immagine in una foto o in un quadro da guardare e riguardare mille volte in futuro. La gioia di un’amicizia, tanto improbabile quanto sincera, fra una bimba di due anni e due donne che di anni ne hanno quasi novanta è già qualcosa di grandioso, ma quello che vedo oggi è davvero commovente. Perché gli ultimi rimasugli di riottosa resistenza sono scomparsi dal viso della donna, sono scivolati via, sciogliendosi come una maschera di cera, per lasciare il posto al sorriso più dolce e luminoso che mi sia capitato di vedere.
    Mentre guardo mia figlia che la tira per il vestito e ride e strilla e non riesce a farsi capire, so che questa sera nessun pacchetto resterà sotto l’albero ad aspettare solitario il giorno che viene, che dovremo prendere in prestito un paio di sedie e scompagnare i piatti e le posate, ma so per  certo che nessun pranzo di Natale sarà mai più bello di così.

  • 30 dicembre 2011 alle ore 11:30
    Ritratto di un folle - Dicembre grigio su tela

    Come comincia: Veste anni 80 ' con la giacca di jeans e il pantalone uguale.

    L'ho visto per caso sotto il  cappello, mentre lucky alza la zampa per irrorare di piscio l'alberello.

    Solo come altri randagi in strada, per compagnia un sigaro slim e il fumo , gli crea un'aura intorno.

    La gente si blocca a guardarlo , ma subito dopo va via di corsa . Scrolla le spalle dicendo senza parole

    " è solo un pazzo , andiamo via "

    I pazzi raccontano i loro segreti al vento

    Farfugliano qualcosa che somiglia

    al parlare nel sonno

    Quei discorsi incomprensibili

    Che al risveglio ci fanno ridere

    I pazzi parlano agli alberi

    scambiandoli per persone

    Un donchisciotte

    O un eroe di sogni

    Un pagliaccio ubriaco

    Cantano le loro canzoni

    in teatri vuoti

    Senza plauso

    s'accontentano di

    passeggiare

    sull'aria

  • 26 dicembre 2011 alle ore 14:13
    Si allontanava rapidamente

    Come comincia: Era bello quel giorno, il vento stava spazzando le nuvole e il suo umore cattivo che voleva pensare a lei, non riusciva, suo figlio un bimbo piccolo si trovava in ospedale, sua moglie lo aveva dato alla luce con tanta gioia, andando via, dopo poche ore dal parto. Il cuore non era riuscito a sopportare quel lungo travaglio, che poteva evitare, se il personale di turno si fosse precipitato tempestivamente nella sua stanza, dove il sole filtrava, illuminandole il viso, sconvolto dal dolore, che appesantiva la sua schiena, sorretta da lui, mentre il sudore gli gocciolava. In quel periodo il reparto si trovava a fronteggiare una situazione di emergenza molto estenuante, erano arrivate tante straniere, sbarcate con mezzi di fortuna, che avevano rischiato di affondare, lontano dalla riva, presa d’assalto, costringendo abitanti di un’isola americana a fare un passo indietro, accettando estreme condizioni per tutti, davvero disastrose. Marina era stata una donna sempre forte, amava la vita e quando conobbe Mauro ancora di più, tanto che si faceva portare in locali lussuosi, dove si baciavano, alla vista di molti, sotto riflettori, testimoni di un amore, sentito e conosciuto, quando tutto ormai per entrambi sembrava finito Erano cresciuti troppo in fretta, il tempo per essi non era stato proprio buono, i loro genitori avevano deciso di separarsi, lasciandoli soli, all’età di quattordici, sedici anni, in una piccola casa, scampata alla guerra, che non dimenticò facilmente, nei lunghi anni vissuti. Quegli anziani si amavano, prendendosi cura calorosamente dei nipoti, i quali li ricambiarono teneramente. La giornata di Mauro cambiò, egli tornando indietro  con la mente rivolta al passato giurò a se stesso di non legarsi mai a un’altra, anche se Gloria in alcuni momenti lo faceva sentire bene come rinato, non appena si poteva sfogare in ufficio, parlando a lei, dei suoi problemi, di essersi innamorato, di una donna malata, consapevole della sua malattia, che presto l’avrebbe uccisa. All’improvviso i suoi pensieri spostarono l’attenzione, al campanello, fuori sul pianerottolo di casa c’era Gloria, desiderosa di vedere lui, che potè guardarlo soltanto dalla finestra, mentre si allontanava, rapidamente

  • 24 dicembre 2011 alle ore 10:54
    Scrivere con le visceri e con la testa

    Come comincia: Molti, molti anni fa, giornalista corrispondente del “Mattino”, con “alle spalle” un solo libro pubblicato ed un romanzo dal titolo “Terra al sole” che mi preparavo a stampare, in una calda estate cercavo materiale per un “pezzo” di interesse culturale per il mio giornale, quando appresi che era “ospite” di Ascea, (cittadina del Cilento che conserva il patrimonio Greco-Romano della Elea di Parmenide), lo scrittore Giorgio Bassani, giunto a presiedere un concorso internazionale di letteratura. Chiesi telefonicamente un appuntamento per intervistarlo e lui me lo concesse, a patto che scrivessi ciò che registravo e registrassi ciò che mi concedeva di stampare.  Provavo per questo scrittore il rispetto che un giovane scrittore può sentire per un “mostro sacro”. Raggiunsi l’Autore ad un tavolino dell’albergo, posto sotto gli alberi di ulivo ed egli si alzò in piedi venendomi incontro, smettendo per questo di accarezzare un felino asceota che tuttavia continuò a strofinarsi contro le sue gambe. Bassani era un uomo sulla sessantina, dai capelli bianchissimi e gli occhi di un azzurro incredibile, ma mi parve anche molto umano, coi pantaloncini corti e la sua età non più giovane. Parlava con tono perentorio ed al di sotto di ogni gesto si intuiva in lui una grande forza di volontà. Il primo approccio fu un tantino duro, visto che egli mi impose categoricamente dove sedermi e precisò una volta in più che avrebbe voluto rileggere l’intervista, ma poi firmammo un definitivo armistizio ed io lo valutai per un uomo solo, che doveva avere molto sofferto e molto vissuto. Prima d’ogni altra cosa gli chiesi, per mio interesse personale, quale fosse per lui il suggerimento essenziale da offrire a qualcuno che intendesse divenire scrittore. Mi osservò in silenzio pochi secondi e quindi rispose coi gesti e con le parole:-” Occorre scrivere prima con le visceri e poi con la testa...”- E nel dir questo si premette le mani sull’addome e poi le passò alla fronte.  Tacque e riprese poi spiegandomi più dettagliatamente che un vero artista deve parlare di cose che ha vissuto e sofferto sulla propria pelle, per cui nei suoi scritti si dovrà sentire una realtà visceralmente sentita, ma poi deve anche essere capace di rivisitarla razionalmente, di equilibrarla, limarla, renderla comprensibile agli altri e quindi di usare per questo il cervello. Parlando dei suoi scritti mi precisò che lui non scriveva “romanzi”, ma che l’intera opera letteraria doveva essere considerata come una sola da chiamarsi appunto “il romanzo di Ferrara”. Al momento non l’intesi chiaramente, ma mesi dopo, in viaggio, acquistai di Bassani “Gli occhiali d’oro” e “L’Airone” e li lessi nelle soste in albergo, durante uno dei miei viaggi, collegandoli anche a quel già letto “Giardino dei Finzi-Contini” e mi parve davvero di comprenderlo di più.  Tornando al giorno dell’intervista, affascinata e nel contempo sottilmente mantenuta a distanza da quell’uomo che non voleva dire o dare troppo di se, mi sembra giusto riportarla almeno in parte, fermo restando l’esattezza delle domande e delle risposte così come egli la firmò, poiché ha lasciato un segno indelebile nei miei ricordi:-
      D)- “ A suo parere che possibilità di inserimento nell’ambito letterario, e più specificatamente in quello editoriale, possono sperare di ottenere le “nuove leve” della letteratura? Parlo naturalmente di coloro che non vantano amici o parenti “illustri”...
    R):-” Ho sempre considerato la letteratura un fatto spirituale e non a carattere industriale, di conseguenza i libri di qualità saranno sempre pochi. Ciononostante sono convinto che un buon scrittore, un poeta vero, troverà sempre la sua strada. Il mondo letterario non è direttamente collegato a quello della editoria che si deve considerare come una industria, ma benché l’editoria, in quanto industria, sia spinta verso la produzione in serie, i veri artisti troveranno sempre un mezzo per venire alla luce e trovare pubblicazione. L’editoria qual è adesso va considerata come una risposta volenterosa alla civiltà industriale ed è conseguente il rischio che ciò che essa produce sia legato alla “moda” del momento”-
    D):-” Sostiene quindi che un vero scrittore-artista troverà un suo spazio vitale come è accaduto per Tommasi di Lampedusa, il cui romanzo “Il Gattopardo” ha trovato in lei un valido paladino?”-
    R):- “All’epoca feci stampare “Il Gattopardo” contro la volontà di tutti ed ebbe successo. Accadrà anche per altri validi artisti, in ogni epoca, poiché parliamo di fatti spirituali e io credo nella realtà dello spirito. La civiltà industriale invece non ci crede o ci crede poco, ma è logico che sia così. La si deve considerare come “un male necessario” perché ha riscattato tanta povera gente che viveva al margine della società ed oggi è considerata uguale agli altri. L’eguaglianza è importante purché si salvi anche la libertà. Lo sforzo che deve compiere la civiltà industriale e con essa noi che ci viviamo dentro è quello di creare una società di uguali e di liberi. Sono convinto che la civiltà industriale debba crearsi una “religione”, facendo qualcosa che contrasti con la legge matematica del puro profitto.”- D):-” E’ da questi presupposti che è nata “Italia nostra”?”-
    R):-”Direi di si. Mi occupo di “Italia Nostra” da oltre 40 anni, per più di 15 ne sono stato il Presidente Nazionale e adesso occupo la carica di Presidente Nazionale Onorario”-
    D):-” Dal suo modo di vivere e di scrivere appare chiaro il suo amore per l’intelligenza e la cultura e di conseguenza per la “personalità” che nasce da questo binomio. Lei non pensa che una tale personalità possa uscire sconfitta dalle necessità contingenti dell’editoria?”-
    R):-” Amo gli artisti veri. Sono necessario io, che sostengo il diritto di un Tommasi di Lampedusa a pubblicare, ed è necessaria quella società industriale che consente a lui e ad altri come lui di vedere l’opera letteraria stampata e diffusa tra le cosiddette “masse”.”-
    D);-” Come spiega il fatto che la società attraversi (oggi lentamente non è cambiato molto da allora N.d.A.) un “minimo storico”, per quanto riguarda la lettura di opere illustri, in contrasto con una editoria che offre testi svariati e vesti editoriali esteticamente inappuntabili?”-
    R):-” Nel passato si leggeva poco, forse meno di oggi. Quando io ero un ragazzo leggevano soltanto le persone colte, appartenenti alla “buona borghesia” ed alla aristocrazia. I “bei libri” di quell’epoca “tiravano” 1000, 2000 copie...”-
      Ricordo che l’intervista proseguì valutando le “mutazioni” a cui andavano soggetti i romanzi per divenire sceneggiature di film, ed in particolare proprio in relazione a quel suo “Il giardino dei Finzi-Contini”, che anni prima era divenuto film di successo. Bassani sostenne che, per raggiungere appunto il successo di pubblico, un romanzo doveva necessariamente subire dei grossi mutamenti, in base alle capacità del regista che lo faceva “suo”. Partito che fu, gli scrissi più volte, ma non rispose, con mio disappunto. Lo rividi però anni dopo, a seguito sempre di un appuntamento, a Roma, nella sede di Italia Nostra e mi ricevette più calorosamente,  lasciandomi perfino con un bacio sulle guance.  Non l’ho più rivisto, ma neanche dimenticato e continuo ad adorarlo come scrittore, benché neanche in seguito a quell’incontro ritenne mai di rispondere alle mie lettere. Conservo di lui la registrazione dell’intervista  che mi rilasciò e quella di una sua poesia  dedicata alla “Porta Rosa” di Elea - Velia. Nella lirica egli descrive sensazioni ed emozioni provate durante una passeggiata effettuata a Velia assieme all’archeologo Mario Napoli, (a cui si deve appunto la scoperta della porta, prezioso tassello collegato alla poetica di Parmenide), ed inoltre alla ammirata e intelligente descrizione fisica della turista straniera alta, bionda e possente, così diversa dallo stereotipo di greco- eleate che il suo animo di artista gli permetteva di immaginare  presente sulla irta strada che conduce ancora oggi alla “Porta arcaica”, che lo aveva appunto accompagnato  nella passeggiata sulla strada di Parmenide e Zenone; ascolto di tanto in tanto la voce di Bassani che risuona, nitida, vibrante di toni e semitoni nella declamazione lenta e cosciente della sua creazione ed ancora mi regala emozioni...

  • 23 dicembre 2011 alle ore 20:34
    discussione di fine estate

    Come comincia: Una sera d'estate, al tramonto di una discussione su cio' che era giusto o sbagliato andare fatto;all anziano saggio,un giovane uomo chiese dell Amore..
    Lui: anziano saggio,parlaci dell'Amore,come ci si può fidare di esso?fa' come gli pare,va' e viene ,viene e va' e poi ti fa star male;e' giusto seguirlo?

    Anziano signore:Dovete amare l'Amore..completamente amare. Amare le amare vicende che l'Amore puo'portare,perché anche loro sono parte di esso!
    -Quell individuo,che aveva accolto con benevolenza ogni risposta di quel misterioso anziano ,rimase alquanto stupito da quest'ultima..cosi perplesso,non chiamandolo piu' saggio e alzando la voce gli chiese..
    Lui:scusate anziano signore ma quello che dite non ha senso,questa e' pazzia!
    Passarono alcuni secondi,prima che si udi' la risposta dell anziano,quasi a voler smorzare la tensione che si percepiva nell' aria ..Così quella voce calma e profonda ricomincio' a parlare,scandendo i toni per qualcosa che riteneva moto importante.

    Anziano signore:pazzia? perche' l'amore cos'e? Non ha un filo logico,si puo intravedere l inizio ma non la fine, si fanno le piu strane pazzie per esso.. No caro ragazzo,non e' la pazzia che dici tu,questo e' avere coraggio di vivere pienamente e follemente l'Amore.. L unica virtù rimastaci,l unica speranza per salvarci..

    Così ,il sole ormai stanco ando' a riposare dietro quegli antichi monti e quella grande discussione tramonto'con esso ,seguita solo da un assoluto silenzio..

    (Valerio Bruno Finocchiaro)

  • 21 dicembre 2011 alle ore 13:15
    Partendo da Bahia

    Come comincia: Dovunque tu sia, il partire, il lasciare, il perdere ti mette sgomento. Forse il distacco dal tuo, sia pur momentaneo, rifugio, a cui devi la sopravvivenza biologica del momento. Forse il timore del tempo ignoto che ti sta davanti e ti cela un sicuro ritorno. "C´é una porta che non riapriró...uno specchio in cui non mi vedró.." mi tornano questi versi di Borges che condivido nel loro tragico annuncio. Cosa lascio tra poche ore, rientrando in Italia? Un cielo azzurro contornato da nuvole sorprendentemente candide alfine di un rovescio improvviso, fatto di rivoli incerti, di odori salmastri di fogne. Suoni di percussioni africane che sbucano da vicoli colorati dall´arcobaleno. Uno sciamare distratto e sbracato di turisti ansiosi di vedere e di non capire. Lascio il volto di Davide, bambino di strada, magrissimo sino alle ossa, un cespuglio di capelli crespi, impastati di sporco e di acqua ossigenata; occhi adulti, profondi, dolenti. Il suo non chiedere soldi, portandoti a comprare un pacco di biscotti per i suoi. Il suo modo di lasciarti, con un disattento saluto, quando gli hai dato quel che voleva. Il suo futuro, la sua etá a rischio. Lascio il mosaico di colori vivi di queste case disfatte dal tempo, i viola, i rosa, il turchino, il verde bandiera. Assurdi altrove, ma intonati qui. Lascio le onde immense e fragorose dell´oceano, domate da ragazzi impavidi su tavole di legno. Lascio un caffé appena iniziato sotto un´ombrellone ,ad Itapuá, mentre all´orizzonte si profila l´imbuto nero del tornado. Lascio il mio posto vuoto sulla sedia della scultura raffigurante Vinicius De Moraes seduto ad un tavolino, in tua attesa. Lascio volti bellissimi di uomini, donne e bambini. Lascio volti bruttissimi di uomini, donne e bambini. Lascio il suono del canto brasiliano a sera tra le note di una chitarra, mentre i sorsi di capirina ti bruciano dentro. Lascio costumi fantasiosi e opulenti di bahiane che si danno al tuo obiettivo. Lascio sapori di erbe e aromi sconosciuti su braci di carne e di pesce. Lascio una notte che non si spegne nei suoni, nelle luci e nel mio ricordo. Partendo da Salvador 18 agosto 07 . h 14,45 .

  • 20 dicembre 2011 alle ore 14:48
    Corto #4 - è sempre tardi, non è mai tardi

    Come comincia: Per quanto non ci sia niente di irreparabile, le fratture delle cose belle saranno sempre visibili. D'ora in poi romperò solo cose brutte.

  • 20 dicembre 2011 alle ore 2:14
    Mestizia dell'anima.

    Come comincia: E' inverno,casualmente ho reincontrato un vecchio ex-compagno di scuola; ci eravamo persi di vista da 35 anni...ora stiamo recuperando confidenze,solidarietà e cameratismi di quel passato lontano. E' una consolazione,in tempi di inquietudini,angosce e paure del futuro...

  • Come comincia:

    Londra, 17 maggio 2010

    Mamma, sono diventato egoista. La mia continua insoddisfazione mi ha trasformato. Mi ha fatto iniziare a viaggiare lontano, sempre più lontano. Prima Perugia, poi Londra e ora penso già all’America. Sto bene con me stesso mamma, tanto! Mi volto indietro, e mi accorgo che in questi ultimi dodici mesi sono stato solo. Era ovvio che non avreste potuto aiutarmi a realizzare i miei sogni, ma sono arrabbiato perché me lo avete proibito.

    Mamma, ti voglio bene, ma la vita mi ha insegnato molto più di quanto tu abbia potuto fare. Mi hai trasmesso valori autentici, importanti, ma non sufficienti per vivere. La speranza non è nel futuro, son cresciuto ripetendomi: «Un giorno sarò felice», ma il tempo passava e il dunque non arrivava.

    L’umiltà a poco serve se rinunci all’ambizione, ti rende un fallito. E il male mamma? Il male va affrontato, non allontanato. Non possiamo tenere le persone che amiamo lontano dal male, ma possiamo aiutarle ad affrontarlo, stando loro vicino. Nella vita gli errori vanno commessi, per poter dire: «Ci ho provato», per poter capire se quella che stavo percorrendo era la strada giusta da seguire. Dietro a uno sbaglio si possono aprire altre porte. Siamo tutti alla ricerca di noi stessi, siamo tutti diversi, unici, speciali.

    La mia più grande colpa è stata quella di non osare, la mia paura di essere solo. Me lo
    Quando a trent’anni decisi di smettere di sopravvivere, tu eri la mia confidente mamma, ma eri così amorevolmente preoccupata del tuo figlio lontano che non mi hai mai dato una parola di conforto, ritenendo i miei desideri folli. Non volendo, mi hai sempre ostacolato e io sono dovuto partire per mete sempre più lontane, pur di non ascoltarti.ricordavi sempre e ciò mi faceva sentire impotente, sbagliato. Nessuno avrebbe potuto rimediare ai miei guai, prendersi cura di me, ma così facendo sono divenuto schiavo della vita, del lavoro, dell’amore  per paura! Questa non è vita.

    Non possiamo sempre adeguarci mamma, questo non è vivere. Tu e papà mi volevate architetto, mentre io volevo diventare illustratore. Non mi hai mai incoraggiato. Le tue parole erano: «Siamo poveri, quella è una strada che possono percorrere solo le persone che hanno i soldi, e poi ci sarà sempre qualcuno più bravo di te pronto a fregarti il posto.»

    Lo ricordo quel discorso, avevo diciott’anni ed eravamo nella tua camera da letto. Nemmeno un mese dopo sono andato a studiare lontano da casa e mi sono sentito finalmente libero. Mi hai educato all’amore come prova di sacrificio e dedizione alla persona che ti sta accanto. Ho provato questo sentimento. Questo è un sentimento puro mamma, bellissimo, ma ti sei scordata di insegnarmi che l’amore e il rispetto per sé stessi rimangono i valori più importanti. E io mi ero perso. Non trovando quello che cercavo son partito ancora una volta, verso l’Inghilterra. Qui, alla soglia dei miei trent’anni, mi sto educando a osservare la vita, ma la cosa più difficile è imparare a perdonarmi.

    È difficile mamma, tu ti sei mai perdonata?

    Non ho nulla da rimproverarti, perché per me sei speciale, ma ti sei sempre dimenticata di volerti bene e questo mi ha sempre fatto tanta rabbia, mi ha reso un figlio infelice. Forse è questo che non ti ho mai perdonato, forse è questo il motivo dei miei sbalzi d’umore con te. Tante volte ti ho fatto capire che per essere felici bisogna fare delle scelte, affrontare la vita e non adeguarsi agli eventi e alle circostanze. La vita nasconde a volte tanta magia, non è solo sacrificio.

    Siamo simili mamma, tanto simili da farmi paura. Io non voglio essere come te, voglio sbagliare, voglio sognare. Detesto il pensiero che la mia felicità sia determinata da un’altra persona. Se non amo me stesso chi potrebbe amarmi?

    Chissà che figlio volevi mamma. Tu e papà eravate così felici quando sono nato, me lo raccontavi sempre per farmi sentire amato. Papà, quando seppe che ero un maschietto, andò al bar del quartiere e offrì da bere a tutti. Mi volevate così tanto bene che vi siete dimenticati di prendervi cura di me, tanto che sono cresciuto per strada, perché la strada era meno pericolosa dei parenti di papà.

    Voglio fare cazzate, voglio ridere, voglio amare, voglio avere tanti amici e sognare, mamma, sognare tanto. Tu non hai mai visto il mondo e non hai idea di quanta bella gente si incontri viaggiando. Fino a oggi non sono riuscito a prendermi cura di me e del mio sogno perché troppo sottomesso alla paura di non esserne capace, dall’ansia di star perdendo tempo. O forse, perché il bambino dentro me voleva che fossi tu a prenderti cura di lui, a dargli il permesso di sognare.

    Sentirmi autorizzato a essere felice. È orribile.

    Adesso voglio imparare a fare tante cose, come ora, a fare il nodo alla cravatta, da un papà virtuale e presente trovato su Youtube. Voglio anche sedermi alla scrivania e iniziare a disegnare, piano piano. Tratto dopo tratto. Senza che nessuno mi picchi o molesti i miei desideri. Ho un dono mamma, un dono che non avete mai compreso. Tuo figlio non era diverso bensì speciale, e questo ancora non l’hai capito.

    Ho perdonato la vita, perché mi ha reso quello che sono oggi. Mi piace il modo in cui sto diventando uomo. Perché le brutture del passato mi hanno reso una persona sensibile, capace di vedere e percepire cose che inizio ad apprezzare. Sono diventato uno scrittore, ma tu non te ne sei mai accorta e a volte sembra che te ne vergogni. Essere scrittore non è un lavoro, è Essere. Chissà, magari ho iniziato a scrivere proprio perché avevo bisogno di essere ascoltato.

    Avevo bisogno di scrivere, di sfogarmi un po’, di riflettere. Chissà che starai facendo ora? È una settimana che non ti sento. A Londra sono le ventuno, in Italia le ventidue e tu starai finendo di lavare i piatti prima di andare a letto e ringraziare Dio che anche questa giornata sia finita. Avrò riversato tutti i miei sentimenti in modo confuso su questo foglio, pieno di errori, come sempre. Li accumulo perché mi portino a riflettere. Ed ecco che, scrivendo, ho compreso che ho una cosa importante da fare, da imparare, affidarmi alla vita facendone parte.

    Non è facile, ma sarà il mio nuovo obiettivo, per costruire un me stesso lontano dai tuoi insegnamenti, dalle costrizioni della società. Un qualcosa che va al di là di tutto. È difficile ascoltarsi mamma, a me fa paura. Ma voglio farlo perché merito tanto. Perché voglio iniziare a prendermi cura di me stesso.

    Ho ricevuto una grande lezione di vita, ho compreso che quello che siamo dipende sempre dalle scelte che facciamo. E io, abbandonando il demone della paura chiamato fallimento sento d’aver fatto la scelta giusta. Se non proviamo, se non osiamo come possiamo dare occasione alla vita di renderci felici?

    Tuo figlio Alessandro

  • Come comincia: Dal tuo scritto colgo che anche tu hai negato alcuni aspetti della tua vita. In passato, vedendoti sempre così solare e sorridente nonostante le difficoltà, ho confuso la tua spietata voglia di andare avanti con un modo facile che sapeva di superficialità. La tua filosofia di vita contrastava troppo la mia visione stagnante del risolvere i problemi del passato e poi poter vivere. La cosa ti faceva sempre incazzare, mi ripetevi che io più di te avevo dei genitori che si erano presi cura di me, soldi e quindi la possibilità di realizzare ogni minimo sogno con facilità. Universitari fuori sede con un futuro da costruire, sogni da realizzare con entusiasmo, cosa importavano le sofferenze del passato?
    Conoscendo la tua storia, ti chiedo ora scusa.
    A quanto pare, se in Italia vuoi vivere serenamente in società, devi rinunciare a te stesso, conformarti alle regole e diventare un bamboccio senza autonomia di pensiero e valutazione.
    Se davvero riuscissimo in questo, ad adeguarci all’imposizione dei luoghi comuni e a divenire creature omo-logate come gli altri ci desiderano, saremmo realmente felici? O vagheremmo storditi, come sulle rive dell’Acheronte, anime senza meta per il resto della nostra esistenza?
    Io non voglio fare finta, io voglio essere e sentirmi vivo, è un desiderio cosi semplice! Cos’è la felicità se non il vivere in armonia con se stessi e con il mondo circostante, senza dover essere costretti a rinchiudersi nella propria solitudine o in mondi interiori per sopravvivere? E ai visionari come noi do-mando ancora: “siamo nati nell’epoca giusta?”, oppure la no-stra follia, le nostre anime, i sentimenti, il sapere sono così avanti con i tempi che spetta proprio a noi cambiare il destino triste delle persone, e dare loro una speranza in più, essere testimoni della purezza dei nostri amori, del nostro essere?
    Far capire che essere diversi, per noi, non vuol dire nulla, non sperimentiamo il senso di colpa. Perché la diversità è uno stato d’animo, non esiste.
    Se fosse davvero possibile esserne testimoni, le sofferenze patite avrebbero un senso e in fin dei conti capirei… godendo del presente, che i miei dolori, gli squarci dell’anima non sono stati inutili. Procrastinando l’elusiva attesa del cambiamento ci osserviamo e sosteniamo a vicenda, sopravviviamo dando alle nostre inquiete anime cibo di filosofie, sogni di speranze.
    Come Icaro, personaggio della mitologia greca di cui porto il nome, diveniamo l’allegoria personificata di chi, per staccarsi dalla realtà ostile, perde le sue ali di cera e precipita a terra. A ogni tentativo vano, nonostante le ferite, ne costruiamo di nuove per tentare ancora. La fiamma delle candele consumate scandisce il tempo della nostra ostinazione, consapevoli che un giorno riusciremo finalmente a volare.
    Orsù dimmi: quale amore negato di libertà, indipendente-mente da razza, sesso, cultura o epoca non farebbe questi di-scorsi? Rifletto, mi struggo, non trovo ragione e i miei pensieri si confondono e contraddicono cercando una spiegazione logica a qualcosa che logico non è. Ehi... io sono qui, sono Icaro! Non sono un personaggio mitologico ma una creatura in carne e ossa. Vivo, perché fate finta che non esista?
    Tacendo l’ardore del sentimento e l’estro di questo mio pseudo-carme, metto via lo spartito di questo monologo e scendo dal palco di questo teatro di sordi. A te, mia speranza, porgo una rosa bianca e ti reco ragione mio caro. Amare, do-nare e ritrovarsi sono sentimenti comuni che tutti inseguono e che qualcuno, alla fine, in qualche modo raggiunge.
    Tocca a noi dare un contributo per cambiare il mondo, con-siderando che i diritti sono prima di tutto una vittoria sociale poi politica. Nessuno può costringerci a cercare una felicità di-versa dalla certezza del tepore familiare.
    Anch’io desidero esser partecipe della Dolce Vita italiana, viverla di latina passione passeggiando mano nella mano con il mio ragazzo per le strette vie acciottolate e illuminate da antichi lampioni; godere di un bacio al Colosseo; aspettare abbracciati il tiepido tramonto su una panchina lungo il Tevere, mentre la nostra canzone viene suonata da lontano. Affittare una macchina e passare le domeniche viaggiando tra i verdi paesini dell'Umbria, o andare ad assaggiare i vini della soleggiata Toscana. Il giorno di San Valentino poi, recarsi a Mantova e scimmiottare la nostra storia d’amore quasi impossibile: Romeo e Giulietta del ventunesimo secolo.
    Noi giovani Montecchi e Capuleti, generazione d’ipotetici falliti sognatori che non hanno vissuto la cultura del delitto d’onore  e la vittoria del femminismo. Noi, chiamati all’amore, vittime di stati vitali dove dignità e rispetto familiare era-no/sono alla base della società. Noi educati da figli di una cultura che non ci appartiene.
    È assurdo, rivoltante pensare che alle soglie del duemila due giovani ragazzi come noi debbano nascondersi per potersi amare e sostenere discorsi sul mancato riconoscimento della società. Mio dio Toshi, mi sembrano parole dure fuoriuscite dalle bocche di personaggi storici della Rivoluzione Francese o della Carboneria, di briganti moderni alla ricerca di riscatto sociale.
    Nelle lettere che Oscar Wilde scriveva dal carcere al suo amato, il grazioso ragazzo dal cuore degno di un Cristo, sugge-riva di partire alla volta dell’Italia per continuare a scrivere quelle poesie che sapeva comporre con grazia così strana. A distanza di un secolo, la speranza ha abbandonato il Tevere fluendo sul Tamigi. Sono sicuro che anche noi un giorno, ri-leggendo queste lettere, rideremo e ci faremo beffa di quest’epoca che rinchiude le nostre anime in campi di concen-tramento dell’esistenza relegandoci all’isolamento sociale.  Una Shoah fredda, moderna e noi repulsi testimoni, deportati sopravvissuti a questo inspiegabile e antiquato massacro di libertà d’espressione.
    Dovremmo smettere di vivere nascosti, di aver paura di essere noi stessi e di amare. È la vergogna di quel che si è che esaspera gli insensati pregiudizi, il nostro scopo d’ora in poi sarà quello di decidere che dobbiamo educare la gente al suo concetto di diversità. Spiegando che la declinazione più pura di normalità è essere se stessi, con le proprie virtù e anomalie. D’altronde…
    “io desidero quello che possiedo; il mio cuore, come il mare, non ha limiti e il mio amore è profondo quanto il mare: più a te ne concedo più ne possiedo, perché l'uno e l'altro sono infiniti .”
    In tutto questo caos di miei bizzarri richiami a pure storie d’amore vissute una cosa è certa, non siamo stati noi a scegliere le nostre famiglie. Anche se nutriamo rancore, siamo figli di altri figli, vittime di altre storie e sbagli commessi prima delle nostre nascite. Sappiamo questo, è ovvio, eppure non ne comprendiamo ragione.
    Come tu non sapevi della mia adozione, io non sapevo che fossi figlio della Quarta Mafia.  Non sapevo che rinunciando a seguire le orme del tuo clan, hai subito violenze e sofferenze gratuite da parte di chi ti ha cresciuto, perché non era capace di comprenderti. Rifiutavano di informarsi su un mondo che non li riguardava. Picchiato, scacciato, privato del basilare affetto per colpa di quello che saresti diventato un giorno. Un bambino, cosa sa del sesso?
    La tua felicità, in confronto alla perdita di virilità e autorità del proprio cognome, non valeva nulla. Il tuo handicap era un peso insopportabile per la famiglia Martini preoccupata dell’andamento dei propri affari illeciti.
    Crescere e portare allo stato cosciente quello che sei, ti ha fatto sentire per molto tempo inadatto. Incompreso e discri-minato dalla società perché figlio di mafiosi, dalla Chiesa per-ché omosessuale, dalla tua famiglia perché non divenuto un essere omologato. Il tutto contestualizzato in una città dell’Italia meridionale che fa a cazzotti tra stagnanti e arcaiche tradizioni locali, vivendo il riflesso delle glorie dei propri avi, e la giovane voglia di rinnovamento e sogni delle nuove generazioni. Uno spaccato sociale antropologicamente interessante, in cui tutti combattevano contro di noi. Figli di una stirpe di disillusi, cresciuti essendo derisi e insultati da gente fallita, che a sua volta vedeva il riflesso della sua frustrazione. Additati come generazione senza valori e sogni, mentre noi vivi camminavamo tra i morti viventi.
    Educati al pudore di Dio, indotti al rogo esistenziale a causa del nostro destino ribelle, abbiamo dovuto cercare la verità dentro di noi. Amarsi e accettare la propria unicità sono stati passaggi dolorosi per noi, che da bambini portavamo orgogliosi il Sangue di Cristo all’altare.
    Incompresi, mostri o esseri umani? So cosa siamo, semplici anime vittime di un malsano sistema culturale.
    Come sai, nessuno può trattenere per sempre quello che è realmente e, stanchi di sopravvivere, alcuni fuggono lontano smettendo di essere figli. Divenendo instancabili nomadi alla ricerca d’affetto, questi gli stati d’animo che ci hanno fatto in-contrare nella città umbra tra Roma e Firenze. Questo senso di libertà, di gioiosa speranza in un futuro migliore ma anche di non appartenenza e di rigetto sociale ci ha uniti. Ci ha reso consapevoli di essere fantastiche persone alla ricerca di un posto nel mondo, impavidi ribelli fiduciosi delle proprie ostinazioni positive. Turbolenza solo per urlare gioiosi al cielo che esisteva davvero quel qualcosa in più oltre il naso dei nostri educatori! Quel qualcosa che ci aveva reso spiriti inquieti.
    Trepidazione, furia, impazienza, lacrime che si trasforma-vano in un futuro di speranza, la tanta agognata e sospirata innocente fuga da casa. Andare a studiare in una città lontana. Esiste un termine che possa mai comprendere le passate emozioni vivendo l’attesa dei diciotto anni per rendersi liberi?
    Tanta enfasi e gloria in questi pensieri, riflessioni e conti-nua retorica che richiama le mie ali di cera al sole, tanto da permettere che un sorriso di rassegnazione ne spenga l’entusiasmo. Che confusione che c’è in me, o forse è la società che è confusa? I miei pensieri a volte sono vicini al corto cir-cuito e sfiorano la follia. Troppi demoni albergano il mio ani-mo e trattengono la mia libertà di essere. Paure che sbagliando ancora una volta la gente possa entrare nel mio mondo interiore per distruggerlo. Chi non ne sarebbe terrorizzato?
    Quasi contraddicendomi mi ripeto in quest’oceano di parole, a me non importa quello che la società pensa, ma ne sono automaticamente sottomesso perché voglio farne parte. Toshi, stiamo crescendo! Non voglio più fare passi falsi. L’unica cosa che posso fare in questo momento, è mettere la giacca sopra al pigiama e recarmi al West Pier, il molo abbandonato in mezzo al mare. Sedermi sulla sabbia a osservarlo, accendermi una sigaretta, prendere un teschio in mano e lasciarmi andare a un retorico dramma.
    “Essere o non essere, questo è il problema: se sia più nobile d'animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua fortuna, o prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli. Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio della carne, è so-luzione da accogliere a mani giunte.
    Morire, dormire, sognare forse: ma qui è l'ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale, ci trat-tiene: è la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti.
    Chi vorrebbe, se no, sopportar le frustate e gli insulti del tempo, le angherie del tiranno, il disprezzo dell'uomo borioso, le angosce del respinto amore, gli indugi della legge, la tracotanza dei grandi, i calci in faccia che il me-rito paziente riceve dai mediocri, quando di mano pro-pria potrebbe saldare il suo conto con due dita di pugna-le? Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una vita stracca, se non fosse il timore di qualche cosa, dopo la morte, la terra inesplorata donde mai non tornò alcun viaggiatore, a sgomentare la nostra volontà e a persuaderci di sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d'altri che non conosciamo? Così ci fa vigliacchi la coscienza; così l'incarnato naturale della determinazione si scolora al cospetto del pallido pensiero. E così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso: e dell'azione perdono anche il nome... ”
    In questo scenario di buffa e voluta atmosfera di solitudine, sono sicuro che Shakespeare sarebbe fiero di avermi come assistente drammaturgo.

  • 19 dicembre 2011 alle ore 15:52
    Ricordi..

    Come comincia: Le sto seduto accanto,c'è da tradurre insieme una dispensa di materie scientifiche. Lei è a dir poco stupenda; è come quegli orizzonti luminosi,colorati e tersi che,talvolta,si possono godere dalle navi-crociera:con tutto ciò,lei è praticamente irraggiungibile,e,una volta di più,avverto la vertigine corrosiva del doloroso e inconsolabile senso di inadeguatezza. La giornata è soleggiata,ma è quella luce invernale che favorisce le elucubrazioni rassegnate...

    by Alessandro Pagella

  • 18 dicembre 2011 alle ore 20:41
    Ultime pagine stinte (07)

    Come comincia: Eppoi ci sono tutte queste canzoni che avrei voluto farti ascoltare.. ci sono tutte queste frasi, frasi del tipo:

    " e non fa per noi, questa tranquillità.."

    e davanti lo stereo, distesi sul letto, con la tua testa sulla mia pancia... avrei dovuto dirti 

    "capisci adesso cosa c'è?..."

    ... o forse vorrei dirtelo adesso, o solamente mi piace pensare potrebbero essere diverse, le canzoni intendo... Come una volta in macchina, diretti verso verona, ad ascoltare non so chi  e ti ho preso la mano per baciarla... chissà quand'è stato, ei magari lo dico solo per dimenticarci i nostri  normali, normalissimi discorsi...

    "ehi... cosa sta succedendo?"

    "niente sono solo stanca lo sai... o intendevi altro?"

    ".. no no niente.. come non detto, lasciamo stare..."

    Ci sono tutte queste parole, che dovrebbero esserti dette, o scritte.. perchè tu sappia che sono tue...

    Ci sono tutte quelle parole... ci sono, son lì scritte e cantate, si bastano e lo sanno....

    Come lo sanno e si bastano questi silenzi : Silenzi annidati fra le fughe delle piastrelle del corridoio..

    silenzi che si bastano tra i libri ammassati...

    che si bastano cuciti alle federe verdi stinte, alle tende della cucina, quelle rosse che odiavi...

    ci sono questi silenzi che si bastano... e lo sanno. Adesso io non parlo più con molte persone, e qui non viene più nessuno... sai tipo in quella poesia di Ungaretti che ti leggevo... ma no.. non ha più importanza.

    Te le ricordi quelle tazze nere che c'ha portato mio fratello dalla grecia?! Una volta c' abbiamo bevuto  il the a colazione credo... Erano tazze un po' grosse, verniciate con uno smalto ruvido, color antracite, col fondo grezzo: sembrava di accarezzare un vaso in terracotta,  tipo quello dei gerani dicevi...

    Ti piacevano davvero quelle tazze...

    Eppoi avevi gli occhi mezzi chiusi quel giorno, i capelli disfatt, si... ed eri agitata, di fretta. C'eranoi tutte le cose da rimettere nella borsa...

    Si era proprio una mattina ed eri venuta da me a dormire... a mezzogiorno però riattacavi. Credo potrebbe essere stato un inizio primavera... mi ricordo delle felpe o dei maglioni.. cavolo non riesco figurarmelo meglio ora... è passato tanto tempo...

    Beh alla fine non penso fosse un giorno speciale, era solamente una mattina come tante che sono passate..un martedì? no aspetta, forse mercoledì...comunque sia, non importa più molto... dovevo solo dirti succede ancora sorrida ogni tanto, facendo colazione...

    ed è curioso siano piccole cose alla fine quelle che restano... 

  • 18 dicembre 2011 alle ore 20:37
    Ultime pagine stinte (08)

    Come comincia: :- No, non è essere tragiche… è una questione di realismo.. tutto qui. Perché, davvero, quante volte pensi ancora ci vederemo? Dieci.. Toh quindici magari… Cioè dai, se ci pensi, è plausibile. Si, adesso è normale ricordarsi un compleanno, gli auguri a natale, capodanno ma arriverà, prima o poi…. Cioè una di noi sarà la prima a saltarli o ecco, a ricordarsene un giorno dopo, una settimana dopo.. sono cose ovvie. Eppoi fra un po’ magari cambierà il numero di cellulare e magari non verrà così automatico avvertire o chissà che altro… Non che sia niente di trascendentale dietro, ma tocca essere realiste almeno di tanto in tanto. Al momento è ovvio, ci sono persone, intendo sulle cose pratiche tipo sul cosa o dove si va, chi o cosa si ascolta, quando e perché.. mmmm, Ecco è una questione di presente: la memoria non può che giocare, sul campo del passato, partite già finite, come le repliche di Italia-Germania. Le riguardi con piacere ti possono anche emozionare al limite, ma è difficile che per l’entusiasmo ti ritrovi esultante per strada… Nel concreto, contano di più gli innumerevoli pareggi del Ravenna… Sotto la pioggia con gli striscioni equivoci per Dario, a provocare i ragazzetti sugli spalti… il lunedì, prima della lezione, al bar dell’oratorio… la nostra squadra del fantacalcio e…. si, insomma, come dicevo… nessuna tragedia, alla fine.. -:

  • 18 dicembre 2011 alle ore 20:35
    Ultime pagine stinte (09)

    Come comincia: Tanto non l’hanno capito lo sai. Non l’hanno capito quello che invece per noi è solamente normale. Magari se avessero visto le foto di Bercy a novembre, quella mattina, coi treni in partenza, ora gli sarebbe più chiaro… se solo avessero visto il diretto per Le Havre, col capotreno fuori dalla porta a bestemmiare in francese “S’il vous plaît madame, monsieur…sommes en retard..” e guardarci imbarazzato, in quell’abbraccio che non finiva più..“merde…italienne..”

    Mi chiedo, quanto è durato il nostro ultimo viaggio insieme?! Venti ore più o meno direi, di cui tredici passate in silenzio fra Milano e Parigi, in quelle due cuccette lontane…quanto eri scemo: “Trentacinque euro cavolo.. è un’offertona.. tanto comunque dormiremmo…non ci accorgeremo nemmeno di non essere vicini..”. Certe cose non le hai mai capite. “maddai.. se non ci abbiamo mai pensato…boh… cioè che vuoi ormai.. eppoi anche il dottore c’ ha detto che non ci sono problemi.. certo hai visto che faccia?! valli a capire sti medici…” pare una vita fa… o no?!

    Sai oltre le foto penso dovremmo portargli anche le registrazioni d’ambiente di quella giornata. Dovremmo fargli sentire quei suonatori all’angolo “Ehi ma questo non è quel pezzo dei Beirut… tan-tandan-iso le siii e noo esss taradan…. è identico !!”,dovrebbero sentire quel furgoncino che ha strisciato sul cordolo del marciapiede davanti la vetrata del Mac (avessi visto la tua faccia mentre ti sputavi contro il caffè)… ah e ancora la voce di quel tipo che vendeva non so che libri e che forse era un mormone, col suo cappello nero o ancora quello che c’ha fermato mentre andavamo al binario…

    Ecco avessero ascoltato tutti i suoni di quella mattinata, avessero sentito quel brusio interminabile a sorreggere ogni nostro sorriso, lasciandolo convinto d’essere voluto, come ogni sguardo..“massì cosa serve parlare.. cioè è normale.. tanto non sentiremmo niente lo stesso..”

    Le avessero viste, li avessero sentiti non faticherebbero a capire perchè allora, davanti alla porta aperta della carrozza 7 stessi già piangendo, perchè ti abbia stretto a me quasi cadendo sbilanciata dal peso di quegli zaini enormi e goffi da ragazzini alla prima vacanza, che si attacavano dappertutto, e urtavano i passanti…Dio e non riuscivo a prenderti tutto fra le braccia, non riuscivo a metterti le mani dietro la schiena che i guanti mi si sfilavano e le mani grattavano, nude, tra le cinghie.. . Le avessero viste, li avessero sentiti, sarebbe stato chiaro perchè piangevi anche tu, perchè senza sapere niente, sapevi già…

    E’ stata tutta una questione di suoni, come il suono di un nome, la forma di un viso, che non ci eravamo mai preoccupati di pensare e se ne è uscito all’improvviso nel mezzo della Francia…un terzo incomodo scordato, tra la nebbiolina insolita di una tarda mattinata, leggermente soleggiata.. “Ah Elisa…..”

    Eppoi sei salito.

  • 18 dicembre 2011 alle ore 20:30
    Ultime pagine stinte (11)

    Come comincia: L’interno dove siamo andati a stare è inspiegabilmente al IV° piano di una palazzina dall’intonaco caffellatte scrostato con un basamento bianco in pietre di fiume. L’idea è stata di Guido. E’ un po’ più lontano dalla facoltà, ma però costa niente: gonfiando un po’ le spese, da casa, ci si riesce a far mandare 50, 100 euro in più al mese; a pensarci a noi serviva solo un tetto, per squallido che sia va bene uguale.. ci mancano ancora due posti letto da riempire, mi stavo occupando dell’annuncio:

    CASA / CERCASI GENTE

    Io pensavo di non mettere il numero di telefono ma solo un orario e l’indirizzo… Beh Guido dice sempre che non son in grado di far certe cose…. Elisa ovviamente gli da spago: ci fosse Stefania approverebbe…

    E alla fine visto?! è tornata pure Elisa alla fine. A Milano non resisteva più ha detto.“Cavolo mia madre era sclerata del tutto, no ma davvero a livelli… Non mi ha neache detto che ha chiamato Thomas, coiè ma ti rendi conto?! Non so dove vive quella donna…figurati se potevo restare là.. poi qui almeno ho trovato da fare lo stage…”

    Porella non fatico a crederci.. eppoi credo che sotto sotto stia ancora sperando nell’arrivo di Thomas sul suo bianco destriero. Non è male scoprire ogni tanto di non essere l’unica scema che vive qua dentro…Comunque sia, dopo due settimane ci siamo dovuti ricredere un po’ su quel prezzo così vantaggioso. I termosifoni perdono acqua nerastra dalla guarnizioni, dagli scarichi sale persistente un odore di fogna a orari alterni, poi sono arrivati anche gli scarafaggi, all’alba ti salutano dal piatto della vasca…

    L’altro giorno l’ho incrociata, Stefania, che usciva dalla biblioteca. Neanche mi sono avvicinata che quasi ho cominciato a vedere sgranato, le voci intorno andavano a scemare… Eppoi lei non sa ancora che sono tornata, ed è un mese ormai. Non che sia scema, sapevo benissimo che l’avrei rincontrata ma… quell’incontro era tutto nella mia testa e non doveva essere lì, così alla cazzo.. no! c’erano delle cose che erano giuste, e allora ho pensato ” No, non è lei, è come se non fosse lei”. Stava anche telefonando, probabilmente alla madre..

    "Si, beh…non è che posso andare lì e dirgli ‘Ehi quanto tempo’ no?! cioè… Eppoi.. che cavolo…non ha mai usato il cellulare in vita sua, si, si è sua madre senz’altro altro, credo… e se non è.. No! Non voglio pensarci e non devo pensarci!! Ohh brava Alice.. così.. perché d’altronde che diritti ne avrei… cioè sono stata io ad andarmene e.. beh non è momento di nostalgie adesso, e fa caldo, fa caldo da morire e sono sudata, Dio perchè deve fare sempre così caldo.. e io guardami.. sfatta. Cazzo Alice.. come ci siamo ridotte?!? Non deve proprio vedermi adesso, no… non così, ora…perché devo dirle questo e quello.. oh cavolo è lei che deve.. beh non s’è mai fatta viva e ora chiama.. chi cazzo chiama?! Dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema, dio quanto mi sento scema… dio… via, via…Alice.. vai via!”

    Ferrara è insopportabile d’estate; un fiume lento e fangoso la coccola d’ozio, tutto è come frastornato,inebetito da una coltre dolciastra che imbroglia gli spigoli delle cose… dei ricordi.

    Ho una vecchia foto dell’estate scorsa appesa al muro difronte al letto: Io e Ste abbracciate al Parc Guel, sulla terrazza, quella sopra le colonne, con tutte le panchine sinuose. Qualche curva dietro di noi, sfuocati, Elisa e Thomas che si baciavano ridendo. Ora non ricordo chi ce l’ha scattata, credo un passante. Quando vivevamo assieme, io e Ste’, se ne stava in soggiorno sopra il divano e in realtà, era una sua creazione. Ci aveva lavorato per giorni col computer, per poi stamparla in un bianco e nero leggermente virato verso il freddo e incorniciata con un bel passpartout avorio e una cornice in legno scurissimo e grezzo… d’altronde ha sempre avuto gusto per queste cose… l’unica cosa che abbia mai rubato in vita mia…

    “Alice, SELENIO!!! Si dice virato Selenio!!! Non te ne frega un cazzo di quello che faccio eh…”

    E’ stata una bella vacanza quella. L’appartamento con le pareti rosse, le voltine catalane… oddio la paura che avevamo di usare un micronde. Thomas era terrorizzato dalla caparra lasciata al signor Armado e ci controllava di continuo:“Ma cè scritto di non usare le cose in metallo… sicure che si possono usare le vaschette in alluminio?”… davvero, mi manca anche lui.

    Io non so se c’ho mai creduto alla felicità, non in quella assoluta,totalizzante, almeno: faccio fatica a credere che un po’ di tempo passato in allegria possano chiamarsi felicità… magari momenti felici ecco..

    ”Seee addirittura un ‘magari momenti felici’, oddioooo non ti starai sprecando troppo… guarda cheppoi mi faccio illusioni…”

    Momenti felici, di quei giorni adesso, di quel cielo infinito sopra la terra rossastra della Catalogna, della sua voce... momenti rimasti

    “Occhio Lei, la solita leopardiana del cazzo deve essere… ma va va….scema vien qua…”

    “Eh si guada, ‘na gioia ahahahah. No, ehi, che fai, no no ferma..maa insommaaa…Ste’…ahah che cretina!!”

    Comunque basta, basta davvero! Non è sempre il passato, perchè adesso le cose non vanno male, no di certo.Erano solo tempi diversi, altri noi, altre cose… diverse anche loro.

    A Elisa ogni tanto ancora lo chiedo…

    “Eli, vorrei tanto sapere che fine abbiamo fatto.. noi dico.. Eli, che fine abbiamo fatto?!?”

    “Siamo qua… è Settembre, un Mercoledì, sono quasi le otto, abbiamo appuntamento fra mezz’ora e tu ancora devi farti una cavolo di doccia, ecco che fine abbiamo fatto!! Guarda cheppoi esco per i cazzi miei eh.. a piedi ci arrivi in centro, a piedi!!!”

    “Ok ok… ricevuto eh…”

    D’altronde a pensarci… è Mercoledì un po’ per tutti.. “ un dettaglioooo che ci rende uguali….”

    A me è sempre piaciuto cantare sotto la doccia.

  • 18 dicembre 2011 alle ore 20:29
    Corto #3 - Possible is something

    Come comincia: Dammi una paletta, un secchiello e un forziere, e tutte le spiagge del mondo, per renderti introvabile.

  • 17 dicembre 2011 alle ore 20:30
    Ein vorurteil o il pregiudizio

    Come comincia: Albert Einstein è seduto su di uno scoglio. E’ un masso calcareo, bianco, levigato dal mare. La posizione di Einstein è insicura, con la mano destra trattiene il peso del corpo. Indossa calzoncini corti a mezza coscia, scuri. Gambe magre, agili, piccoli piedi in gentili sandali bianchi. Una polo chiara, lo scollo è ampio, slabbrato dall’uso. Una raggiera di capelli bianchi mossi dal vento che gli giunge alle spalle. Ne intuisco la direzione dalla superficie del mare dietro di lui con piccole onde nervose, frequenti. Il volto è serio, ma c’è un accenno di sorriso tra i baffi scuri.
    Una baia, forse un lago. Solo due piccole barche all’ancora. Non si scorgono persone, neanche sulla sponda opposta. Una posa per una foto di famiglia o, dato il posto, una fuga d’amore, gli anni non contano. Comunque l’operatore deve essere femmina: Einstein sembra qui voler dare il meglio di sé!
    A grossi caratteri verdi su uno sfondo azzurro una sua frase: ‘Es ist schwierriger ein vorurteil als ein atom zu zeratoren’. (E’ più difficile infrangere un pregiudizio piuttosto che un atomo). Sul retro della cartolina la calligrafia di mia nipote Sara: “Se passi da Vienna per il congresso, telefonami.”
    In una fredda sera d’aprile, in una Vienna avvolta da una bufera di neve, attendo Sara  alla Clinica della Birra. Tavoli di legno, spazi angusti contesi da mucchi di cappotti appesi, ragazzi, ragazze, voci, risate, luci, odori. Sara entra con i suoi ventiquattro anni, punteggiata di neve. Mi individua subito. Sono l’unico avventore solitario. Devo avere un aspetto frastornato.
    “Coraggio zio, arrivano i rinforzi!”
    Stento a vederla come donna, come un cervellone di fisica che vive tra cervelloni alla corte di un aspirante al Nobel. Prevale la sua immagine di bambina che gioca con altri bambini, i miei figli, su di una assolata spiaggia di Calabria.
    Un’immensa milanese, la cotoletta viennese, si intreccia a parole e a birra opaca e ghiacciata
    -“Il VORURTEIL: il pregiudizo, qui come và? È veramente così dura come asserisce il tuo vate?”- le chiedo mentre saluta un biondo collega al tavolo vicino.
    “Zio, ricordi cosa dicevi a noi ragazzi? Per cambiare un pregiudizio si dovrebbe intervenire con maschera e fiamma ossidrica, come se si trattasse di ingranaggi di ferro!”
    “ Ma dimmi, qual è la  posizione politica degli studenti, sono di sinistra?”, le chiedo mentre un canto duro e scandito prende il sopravvento.
    “Appartengono quasi tutti ad associazioni di destra, anche se poi manifestano in piazza quasi ogni giorno.”, mi risponde.
    “Ma non ti sembra un’incongruenza?”- urlo, per superare il canto fattosi sempre più intenso
    “Sì, certo. Ma non circolano tra di noi pensieri chiari. Si ha la sensazione che si voglia celare qualcosa”; oramai urliamo entrambi per farci sentire.
    “Il VORURTEIL!”, le rammento. Lei mi sorride e tace.
    All’uscita Sara mi precede sul marciapiede di fronte. Continua a nevicare.
    “Stai fermo sulla porta che ti immortalo.”
    Un autobus di linea si è fermato alla mia destra. Il conducente ci guarda con volto serio. Attende che si scatti la foto per ripartire! Mi sento arrossire. I passeggeri dell’autobus ci osservano impassibili.  I secondi si allungano. Il flash mi viene in soccorso e il moto riprende

  • 16 dicembre 2011 alle ore 22:24
    Un albero vicino a cui piangere.

    Come comincia:  
    Presto, sali, aveva detto Rino alla ragazza nello stesso momento in cui le aveva aperto lo sportello della sua auto, senza neppure che fosse particolarmente chiaro il motivo di tutta la fretta. Lei aveva eseguito, si era seduta e lo aveva osservato per un attimo come cercando nel profilo del viso una spiegazione sul luogo dove stessero andando. Lui, con gesti precisi, aveva fatto riprendere velocità all’automobile, poi aveva svoltato ad alcuni incroci, e con il suo modo di comportarsi, aveva dimostrato subito, con grande evidenza, di sapere perfettamente dove stesse recandosi.
    Erano rimasti in silenzio per alcuni minuti, Rino pareva concentrato nella sua guida, la ragazza guardava la strada davanti alla macchina, come cercando di decifrare ciò che passava davanti ai suoi occhi. Il pomeriggio di quella giornata continuava ad essere uggioso nella stessa maniera come lo era stata tutta la mattina, e il tergicristallo esibiva con metodo un piccolo rumore a ogni giro, quasi un lamento. Credo di non essere mai stata da queste parti, aveva detto lei come tra sé, e lui aveva annuito conservando l’espressione del viso quasi imbronciato. Infine aveva risposto qualcosa che non significava un bel niente: andiamo da un amico, aveva spiegato, prendendo per una strada ormai fuori città, costeggiando un canale e una fila di alberi vecchi e mezzi rinsecchiti.
    La ragazza aveva iniziato a provare un certo disagio, forse dato dalla paura che qualcosa le stesse sfuggendo di mano, e in fondo non aveva alcuna volontà di fare cose particolari, neppure di conoscere quell’amico di Rino. Già, Rino: se ci pensava un po’ meglio, le veniva a mente che non era neanche troppo tempo che lo frequentava; le era sembrato da subito un ragazzo come gli altri, per questo aveva accettato varie volte di uscire con lui, anche se in fondo, della sua personalità, che ne sapeva? Avevano anche parlato poco tra loro da quando avevano iniziato a vedersi, e non c’era ancora stato il tempo necessario per chiarire perfettamente i loro punti di vista, di questo era certa.
    A lei adesso sembrava addirittura di non avergli detto niente di sé, di non avergli spiegato per nulla cosa pensava davvero, il limite oltre il quale non avrebbe voluto mai andare, per esempio, e altre cose del genere. Forse lui aveva addirittura travisato qualche discorso che lei si era lasciata sfuggire, soltanto per sentirsi più grande, per darsi maggiore importanza. Adesso però le pareva il momento: avrebbe voluto dirgli qualcosa, interrompere quella corsa in auto assolutamente insensata, avrebbe desiderato con tutta se stessa che Rino voltasse la macchina, che la riportasse indietro, nel suo quartiere, dove poteva magari recarsi al solito bar, in un posto dove lei provava il senso di sicurezza, in mezzo alla gente che conosceva, dove nessuna preoccupazione le avrebbe mai sfiorato la mente, ma adesso si sentiva quasi paralizzata, non riusciva più neppure a parlare.
    Rino infine aveva accostato la macchina al bordo stradale, dopo avere rallentato gradualmente l’andatura, e si era andato a fermare proprio in prossimità di una vasta piazzola in terra battuta, accanto ad un campo scuro probabilmente arato da poco. Aveva spento il motore, si era voltato lentamente verso la ragazza, ma soltanto per dire : ecco, ti presento il mio amico, il più grosso albero di quercia che io abbia mai conosciuto. La ragazza allora aveva osservato con occhi increduli la pianta enorme vicino alla strada, ne aveva osservato il tronco larghissimo e la miriade di rami e di foglie che ne formavano la chioma, poi era tornata a volgere il suo sguardo su Rino, e le era venuto da piangere, anche se ormai non sapeva neppure spiegarsi il perché.

    Bruno Magnolfi

  • 15 dicembre 2011 alle ore 17:17
    Sorriso di neve

    Come comincia: Sorriso di neve

    Erano labbra di donna dipinte sul viso, erano occhi di cristallo che brillavano, tra sorrisi e lacrime, ricordi e passioni mai dimenticate, erano desideri profondi, sulla pelle morbida di un guanto di seta, sensuale movenza ottocentesca tra le ombre della sera, gelide, polari,

    era un inverno infinito quello che alloggiava nel suo cuore paralizzando i battiti emotivi in una monotona sintassi priva di sussulti, di brividi, stimoli, percezioni...

    Il vento spingeva le carte abbandonate in un gioco di spiragli tra le finestre chiuse, i vetri frantumati, riflessi di un mondo degradato che non poteva più reggere i fasti di un impero tramontato, decaduto, terre contaminate da radiazioni incontrollate ora lasciavano spazio al disadorno vivere di chi non rinunciava al magico potere di guardare le nuvole, contare le rondini, sedersi nel prato...

    Foglie, come scheletri vegetali accartocciati dal tempo, accumulate negli angoli, alla base di ogni radice e lungo i marciapiedi, strade deserte che portano al deserto, anime deserte, in attesa di pioggia benefica, purificante dono per la terra assetata, malata, sporca...

    Ceneri di un antico monumento alla gloria mortale, polveri di un amianto modulato tra intercapedini, pareti, strutture... pietre, mattoni, calcinacci, schegge di vetro, riflessi ovunque, come microspecchi di un sole estinto, testimoni taglienti dell’ultima era prima della Grande Distruzione...

    Toccava, accarezzava l’asfalto ferito, le fondamenta piegate, le torri sgretolate... non c’erano auto e neppure negozi, non c’era spazio purtroppo neppure per un respiro, uno sguardo, una presenza... camminava, sfiorava, baciava le impronte di un passero assetato, nel fumo pungente c’era, doveva avere, esserci, esistere, sopravvivere, camminava per avere una direzione, cercando un destino che nessuno poteva più scrivere, perché non c’erano pagine, non c’erano storie, racconti, poesie, caratteri, pensieri... e neppure parole...

    Restava quello spazio vuoto...

    vuoto...

    vuoto...

    In cui il silenzio rimbalzava nelle stanze della città, nelle vie del tormento, nei vicoli della solitudine, nelle piazze dello smarrimento, nei viali alberati di lampioni fossili e macerie ardenti, mura sgretolate, fogne prosciugate, tegole sbriciolate, tubazioni, pareti, vetrate, poster e pensiline carbonizzate, aria di plastica fusa, disciolta, fumo grigio, fumo nero, eterna notte priva di stelle, senza luna né comete, eterna sensazione di un inizio che non avrà fine, non ci saranno epiloghi, non ci sarà un seguito perché tutto quello che doveva essere, ormai, era già stato...

    Vivere senza la speranza di un arcobaleno, proseguire la marcia in un mondo spento, né luce né colori, onde piatte di un mare pietrificato, pozzanghere di olio melmoso e alberi bruciati, rivestiti di catrame nero e cenere, ceneri ovunque, residuo di una combustione distruttiva che ha massacrato l’ultima terra, la piccola spiaggia che noi chiamiamo “speranza”.

    A cos’è servito correre per tanto tempo, inseguirsi, rincorrersi, sovrastarsi, combattere, prevaricarsi, giudicare, condannare, reprimere, osannare, predicare, adorare, idolatrare, discutere, cercare, creare, edificare, bonificare, insegnare, tramandare...? A lasciare questo strato di bolle radioattive su cui non è più possibile seminare un filo di erba non sintetica?

    Forse il progetto era proprio questo: disperdere le tracce di una umanità priva dei requisiti fondamentali per stare al mondo: la logica, il buon senso non le appartenevano e ora... era tutto da rifare da zero, ricominciare sì... ma da cosa, da dove?

    Lei era il primo step, il primo gradino, futuristica Eva di un progetto postatomico del giorno dopo... immune a tutto, al caldo, al gelo, ai raggi e alle radiazioni: aveva completezza nella sua purezza e saggezza nella sua verginità spirituale. Non c’erano dei, non c’erano poteri, potenti, non c’era nessuno... Il cimitero mondiale era il nuovo giardino su cui ricrescere germogliando nuovi frutti, nuove spore di amore perché la vita torni a partorire e risvegliare le anime sepolte...

    Anni, secoli, millenni... la foresta tanto ferita e sfruttata nelle ere precedenti ha ripreso il proprio posto ricoprendo le aree disboscate, gli abusi e i complessi urbani edificati sulle sue ceneri ora sono polvere di cemento, sommersa sotto strati di fertile terreno carico di energia...

    gli iceberg governano le grandi correnti gelide del nord e le calotte polari hanno ricostruito la propria morfologia, sono tornate le nevi laddove stavano i ghiacciai perenni e le acque decantate ora riflettono un sole raggiante specchiando il cielo nei medesimi colori: azzurro di giorno, arcobaleno al crepuscolo, argento la notte.

    Terre, terre vive e fertili di vita ora rivestono province, regioni, stati... e l’unica bandiera è il sole che splende tra le stelle... il vento collega i continenti e la pioggia benevola disseta fiori tropicali e farfalle di montagna, frutti esotici e funghi del sottobosco, c’è spazio, sì, spazio per tutti e per tutto ora che l’uomo è stato ricollocato nel suo ruolo secondario di essenza primitiva alla ricerca di un perché...

    Mentre le lucciole si rincorrono intermittenti nel calore della notte, le tribù umane stanno ancora cercando la prima scintilla con cui accendere la prima fiamma della nuova storia... un giorno troveranno i loro stessi fossili e cominceranno a fantasticare, esporli nei musei, raccontare favole di mammuth e dinosauri, li trasformeranno in pupazzi animati e torneranno a speculare per possedere più pietrine, più polverine, più dischetti di metallo a cui torneranno a dare il significato primario di un dio chiamato denaro che servirà solamente a riportarli nello stesso tour di contaminazione e tutto ricomincerà...

    Ma forse Lei, Lei è diversa... non ci sono serpenti avvelenati, paradisi da difendere, eden da conquistare: non ci sono promesse né vere né false... soprattutto non ci sono divieti, minacce, ricatti di origine, sì... era questo l’inganno che impediva la nascita della vera coscienza, questo!

    All’origine di tutto non c’era il peccato, ma l’inganno!

    E intere generazioni per millenni hanno edificato culture e templi per tramandare un inganno che li ha portati ogni volta alla fossilizzazione spirituale, al conflitto, allo sconforto, al tormento, alla guerra, all’odio e alla vendetta... era questo l’errore su cui erano stati costruiti i precedenti valori ma ora è diverso, Lei è la purezza e le sue mani possono donare il calore del sole a chiunque desidera amore... finalmente nasce, ora, una nuova razza, una stirpe umana che non ha le radici nel peccato originale ma nell’amore originale e solo questo potrà essere, rapporto e interazione con le forme di vita, uomo e farfalle, bambini e delfini, ragazzi e gazzelle, donne e orchidee... una fusione interiore ed esteriore affinché tutte le forme di vita siano partecipi e autori della vita stessa... non ci sarà più l’ecologia come scienza, ma un sistema ecologicamente perfetto basato sull’amore, era così semplice! eppure ci sono volute decine di generazioni umane per capire che tutto era già scritto ovunque, ovunque!

    Lo dicevano le nuvole che portavano acqua e cristalli di neve. Lo diceva il sole che colorava il cielo di amore al principio e alla fine di ogni giorno e lo diceva la luna argentando l’anima di chi sapeva sognare oltre la propria sfera cinetelevisiva. Ora nascono programmi, musiche vere, il canto dei gabbiani che volano sul mare, il fruscio del vento che trasporta la coscienza dei semi e dei germogli...

    Lei alza lo sguardo al cielo e intorno a sé corrono felici bambini sulla spiaggia dorata: le onde accarezzano la pelle senza tempo e dalle stelle scendono i primi fiocchi di neve.

    E’ un nuovo inverno, una nuova stagione, Eva sorride e le sue labbra restano dischiuse come in un lungo bacio universale... la neve scivola sulle sue guance e si scioglie sul suo sorriso...

    :-)

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  • 15 dicembre 2011 alle ore 10:48
    Prestigiosa sobrietà ...

    Come comincia: La mattina del 12 dicembre, di quest’anno 2011,  mi sono svegliata alla solita ora anche se avrei voluto essere in piedi un po’ prima  per presentarmi al meglio all’evento che avevo atteso con ansia e per il quale nutrivo molte aspettative.
    Però non è proprio esatto dire che non mi sono svegliata perché non dormivo dalle cinque, quando, ancora buio pesto, è venuta giù una bufera con tuoni e fulmini a ripetizione: sembrava fosse iniziata la terza guerra mondiale, una bufera che si è abbattuta su Roma con una violenza inaudita.
    Quindi dal primo tuono sono rimasta in un dormiveglia che mi ha spossato tanto che mi sono alzata più stanca del solito.
    Mio marito, tornato dopo aver onorato uno dei suoi impegni mattutini, andare a comprare il pane fresco, mi ha scodellato subito la prima battuta spiritosa della giornata …
    “Hai sentito? In tuo onore, il cielo si è prodigato in fuochi d’artificio!”
    Si riferiva al fatto che quella mattina dovevo presentarmi in un sito prestigioso, il tempio di Adriano, dove dovevo ritirare una menzione speciale per la poesia che avevo iscritto ad un premio, anch’esso prestigioso, il Premio Laurentum  Online.

    Per l’importanza dell’evento avrei voluto restaurarmi per quel po’ che potevo: ombretto, eye-liner , un’ombra di rossetto e un po’ di cipria. Certo non potevo rimettermi i due denti spezzati che ho davanti …  questo andava fatto per tempo ma io tendo a rimandare  ogni appuntamento medico o similare.
    Sono uscita di casa con la faccia acqua e sapone, senza nemmeno un filo di rossetto perché non l’ho ritrovato. Ho raggiunto la mia amica Stefania che era già al cancello che mi aspettava per condividere con me quella mattinata diversa.
    Abbiamo raggiunto la prestigiosa meta senza particolari problemi, scegliendo il trasporto pubblico per evitare qualsiasi impedimento sia nel traffico che nel parcheggio.
    La sala era affollata ma non piena, io ero invitata e non ho avuto difficoltà ad entrare, tutto è filato liscio come l’olio; non mi hanno chiesto nemmeno un documento come al palazzo della regione Lazio alla premiazione di “Cara Italia”, concorso epistolare dell’associazione Pragmata, al quale ho rischiato di non poter entrare proprio perché  non avevo il documento. Questa volta ce l’avevo!
    Una giuria di nomi conosciuti e competenti, la stessa che ha premiato Baudo, ha attribuito a “Er motivo”, mia poesia in romanesco, una  menzione speciale.
    Mi ha fatto piacere ricevere un simile riconoscimento ma quando mi hanno consegnato il  diploma, sinceramente … ci son rimasta male.
    I vincitori, sia quelli che hanno ricevuto più voti “on line”, da cui prende il nome la sezione del concorso a cui partecipavo , che quelli scelti dalla giuria, hanno ricevuto un’opera d’arte e un altro premio  incartato e infiocchettato di molto d’effetto!
    Premi eccellenti, concetto più volte sottolineato durante la premiazione,  che danno ancora più lustro all’evento supportato da una lunga lista di sponsor.
    A me e a tutti gli altri menzionati, non molti, è stato consegnato  un diploma in cartoncino della grandezza di un foglio A4, molto semplice.
    Per carità, a me piace  la sobrietà e sapevo che avrei ricevuto solo quel riconoscimento  ma me l’aspettavo un po’ più  importante … “più prestigioso”, su una pergamena, caratteri d’oro … mi piace la sobrietà!
    Insomma, voglio dire, che forse  dopo  aver visto i premi precedenti … c’è stata una brusca sterzata,
    So che per i menzionati non è previsto un vero premio, la menzione potrebbe essere letta senza rilascio di “alcunché” …
    Mi è mancata, però, un po’ di cura, piccoli accorgimenti come un nastrino per avvolgere il diploma e portarlo più agevolmente  con meno pericolo di danneggiarlo  tornando  a casa con la metro … la cura che è segno di considerazione anche per le cose più umili.
    Sarebbe andata  bene anche una cartellina semplice di carta.
    Anche se menzionata non mi sono sentita apprezzata da un premio particolarmente “prestigioso”  in un ambiente prestigioso dove tutto era altisonante.
    Quel diploma mi è sembrato “di poco conto” come sicuramente sono  io … e questo  mio scritto forse pecca di immodestia:le poesie menzionate erano veramente “ di poco conto”…!
    In questo caso si poteva fare a meno di menzionale.
    Propongo l'abolizione delle menzioni.

  • 13 dicembre 2011 alle ore 22:39
    La bottega dell'artigiano Baroso

    Come comincia: Josè Saramago disse, durante la premiazione che lo elevava tra le leggende della letteratura mondiale, che l’uomo più saggio che abbia mai conosciuto non sapeva né leggere né scrivere: si riferiva a suo nonno. Per me vale lo stesso. Credo di non aver mai stimato un uomo più di quanto abbia ammirato mio nonno, e anche lui non sapeva né leggere né scrivere.
    Per questo motivo all’età di vent’anni, mi recai a Venezia con l’obbiettivo di imparare l’arte della lavorazione del vetro. Desideravo diventare artigiano vetraio come mio nonno.
    Per imparare il mestiere andai alla bottega dell’artigiano Giovanni Baroso, l’ultimo rimasto di una lunga generazione familiare  che per più di 200 anni ha sfornato abilissimi artigiani del vetro.
    “Hai qualche idea di come si lavori il vetro?” mi chiese, quando mi ci presentai, chiedendogli di assumermi come suo apprendista.
    “No” risposi.
    “Sai quali oggetti si possono fare col vetro?”
    “No, o meglio, ne ho un’idea vaga”.
    “Perché allora sei venuto da me?”
    Io lo guardai con un sorriso spaventato: “vorrei  somigliare un po’ più a mio nonno. Lui lavorava il vetro.”
    Credevo mi avrebbe buttato fuori all’istante, invece sembro comprendere la mia ragione.
    Uscì dalla stanza e tornò dopo qualche minuto in compagnia di un uomo basso, sudicio, vestito con una tuta blu e con addosso una mascherina per proteggere gli occhi.
    “Lui è Pierpaolo. Ti insegnerà tutto ciò che c’è da imparare prima che chiudiamo i battenti”.
    Poi l’artigiano Giovanni Baroso salì nel piano di sopra e lo rividi solo dopo due giorni.
    Fu Pierpaolo a spiegarmi il significato delle ultime parole, “prima che chiudiamo i battenti”, che l’artigiano disse al momento di congedarsi. Mi raccontò che la bottega avrebbe chiuso tra sei mesi circa. Già c’era chi era pronto ad acquistare quel magazzino, per farci chissà che cosa, non sapeva. Nessuno commissionava più lavori all’artigiano Baroso. “ È colpa di Giovanni se la bottega chiuderà” disse Pierpaolo. “Il padre prima di morire gli ordinò di comprare alcune attrezzature di ultima tecnologia, così da poter passare ad una produzione più simile a quella di massa delle grandi fabbriche. Giovanni non ascoltò il padre e continuò a lavorare il vetro a modo suo. Gli piace sentirsi artista! Purtroppo, adesso, i prezzi della concorrenza sono così bassi, che nessuno vuole  spendere una somma più alta della media per delle semplici opere in vetro”.
    L’artigiano Baroso aveva ereditato la ditta del padre a 27 anni. Così, assumendone il comando, decise di continuare a praticare l’arte del vetro  come suo padre gliel’aveva insegnata, e a sua volta, così come suo nonno l’aveva insegnata a suo padre. Quasi tutte le botteghe e piccole fabbriche concorrenti, pian piano, aumentarono di molto la produzione- con l’utilizzo di macchinari di nuova tecnologia – abbassando i prezzi e di conseguenza spingendo le vendite. L’artigiano Baroso era rimasto uno dei pochi a continuare la lavorazione del vetro senza l’utilizzo di macchine che facessero tutto il lavoro. Ma come contrastare una concorrenza così spietata?... Pensava , l’artigiano Baroso, che si sarebbe fatto avanti con il punto forte dei prodotti di qualità.
    All’inizio le cose sembravano non andare troppo male. Ivi, però,  la bottega  si  ritrovò in pochi mesi senza più clienti. Pierpaolo era l’ultimo lavoratore rimasto tra i cinque che lavoravano nella bottega prima che Giovanni Baroso ne assumesse il comando.
    Con un sorriso Pierpaolo mi disse :” probabilmente io e Giovanni andremo a lavorare in una di quelle fabbriche del veronese che ci hanno costretto a chiudere i battenti. Se non desideri fare la nostra stessa fine, considera la lavorazione del vetro solo un hobby”.

  • 13 dicembre 2011 alle ore 14:06
    Arcobaleni

    Come comincia: una lenza lanciata nel vuoto, il corpo  tutto teso a guardare se il lancio è stato buono: troppo lontano?
    no:  in zona propizia per una speranza: riempire quella cesta che chiede solo di  contenere qualcosa  che non siano i barattoli con le esche: la faccia si rilassa  e il  corpo ormai anziano del pescatore in riva al mare si siede su una  panchina: anzi sulla sua panchina, che ogni giorno lo attende per quel paio d’ore di compagnia che si fanno reciprocamente, per ingannare il tempo che li separa dall’evento tanto atteso del pesce che abbocca proprio a quell’amo, che logicamente non è l’unico.
    anche questa è trieste, una città che non lascia spazio ai giovani, e al tempo stesso fa vivere molti vecchi,  ma soprattutto fa meditare indipendentemente dall’età.
    basta volerlo e questa cittadina mitteleuropea ti abbraccia e ti costringe a pensare: e così non è difficile trovare le persone assorte, con la mente impegnata in chissà quale viaggio fantastico o ragionamento articolato; è una caratteristica che spesso fa sembrare i triestini cupi e schivi, ma chi li conosce bene sa che non è sempre così.
    il triestino si riconosce dagli occhi: spesso sono tristi, ma riescono a rallegrarsi per molto poco proprio per questa propensione all’immaginazione: anche un volo di gabbiani serve a far tornare il buon umore e quì a trieste di gabbiani fortunatamente ce ne sono molti.....
    già i gabbiani : quando volano sembrano macchie bianche come le nuvole del cielo, che si specchiano nell’azzurro del mare, poi quando è in arrivo il brutto tempo vengono a terra; c’è poi una particolarità  tutta triestina:i nidi dei gabbiani sui tetti delle case, anche se sono molte le città che rivendicano questa originale caratteristica.
    dal costone carsico, al lungomare barcolano, da muggia a duino: i colori di trieste cambiano, si rincorrono, segnano le stagioni, assumono tinte forti con il brutto tempo, si coloriscono con la nebbia e si lasciano modificare da ognuno di
    noi come fossero su di una tela: basta cogliere il mo[1]mento opportuno per accarezzare il paesaggio con il pennello che sta nella nostra mente.
    passeggiate romantiche, un amore perduto o il figlio ritrovato, le foglie che cadono in autunno, ma anche il mandorlo in fiore a primavera, le barche a vela che affollano il golfo d’estate e la neve che spolvera il carso quasi ogni inverno, sono emozioni che ben si identificano con i colori e con l’arcobaleno che vivo e vedo ogni giorno nella mia città.
    l’autunno è la stagione migliore per creare l’arcobaleno: gli alberelli di sommaco risaltano su buona parte della periferia e naturalmente dell’altopiano: nelle giornate limpide e soleggiate i contorni ben delineati dei paesaggi sono incorniciati dalle foglie rosse di questi alberelli che danno un tocco di originalità alle distese verdeggianti.
    le foglie cadono dagli alberi, iniziano le scuole, i bimbi corrono a scuola ed i genitori li rincorrono..... le caldarroste segnano la stagione e ne sono il simbolo più evidente .
    certo che la val rosandra ed in particolare le sue cascatelle, sono un’attrazione sconosciuta ai più, soprattutto nella stagione invernale: non c’è molta strada da percorrere per raggiungerle, ma il consiglio è di aspettare la prima gelata, il primo freddo: lo spettacolo è assicurato anche perchè, tutto attorno, il silenzio della valle incanta e colora l’ambiente: il ghiaccio trasparente delle cascate abbaglia e crea sensazioni emozionanti, specie la prima volta.
    il pennello della nostra mente colora il ghiaccio ma non riesce a fermarsi tale e tanta è la bellezza di tutto il paesaggio e così dobbiamo distoglierlo noi, con la scusa, non tanto sbagliata, che tra poco sarà buio e la strada del ritorno ci attende, con mille sorprese invernali ancora da scoprire: sono fredde e rigide e aspettano solo di essere colorate: il vecchio acquedotto, i ghiaioni, la chiesetta, gli alberi, ormai spogli, che lasciano solo intravedere il torrente rosandra gonfio d’acqua per le ultime pioggie, i sentieri sconnessi e l’ultimo ponticello che segna la fine anche di questo arcobaleno.
    svegliatevi è primavera: alberi fioriti che abbelliscono i giardini, guardaroba che si riempiono di capi d’abbigliamento colorati e con tanti fiori disegnati, ma anche allegria scomposta tra la gente, che regala sorrisi ovunque: io questa stagione la concepisco così, spensierata, come dovrebbe essere la vita...e tutte le altre stagioni, non solo da bambini, ma soprattutto da grandi quando la velocità, l’impazienza e l’ansia trascina i triestini ...(e non solo loro, purtroppo) nel vortice della frenesia di arrivare (dove ancora non è dato sapere....).
    un vortice pericoloso, che cancella qualsivoglia tipo di arcobaleno mentale, che allontana qualunque pennello della nostra fantasia e naturalmente riporta tutto il mondo e tutta trieste, in un tristissimo bianco e nero televisivo, stile anni ‘70.
    e allora come fare?
    imitare il pescatore sarebbe un’idea: lui  non ha problemi, e neanche fretta, a lui basta poco per gioire: la vita è un dono e lui ha accettato questo dono senza commenti, ha disperso nel mare i suoi sogni di gloria, tenendo ben stretti i piccoli momenti di libertà e godendo appieno di tutto questo......lui forse il pennello ha imparato ad usarlo già da giovane e si è colorato degli spazi da favola, facendo vivere in lui un non so che di fanciullesco.
    ....”che caldo, che umido, non si respira, meglio l’inverno”, dice la signora mariuccia alla dirimpettaia: questa è la sintesi dell’estate, di quella stagione che non ha orari, non ha serate brevi, di quella stagione che ti fa vivere anche di notte e che fa intasare le autostrade e chiudere le fabbriche, un rito che si ripete ogni anno, monotono e senza varianti: l’unico scopo è arrivare sulle spiaggie per potersi sistemare nel proprio metro quadro di sabbia e attendere che squilli il cellulare, per poter rispondere di fronte a tanta gente magari bagnandosi nel mare e involontariamente far cadere il telefono in acqua tra le risate generali.
    tutto questo è costume, colore, folklore e  fa parte della nostra cultura , ma non è un arcobaleno : l’arcobaleno è umile, non si materializza tra la gente, ma solo nei pensieri, ti rilassa e soprattutto ognuno ha una capacità diversa di creare arcobaleni con la mente....poi, in fondo all’arcobaleno, ai piedi della collina, i più bravi riescono anche a trovare la pentola con le monete d’oro........