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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 13 febbraio 2012 alle ore 11:52
    Altruismo teorico

    Come comincia: La ragazza passava frettolosa sul marciapiede bagnato dall’acquazzone appena piombato sulla città. Mentre, un passo dopo l’altro, il martellare nervoso e regolare dei suoi tacchi annunciava il suo avvicinarsi, un vecchio steso per terra tra i suoi cenci la guardava di sbieco. Questa lo scrutò appena un attimo con uno sguardo che avrebbe voluto essere di pietà, ma che a malapena gli comunicò una goffa inadeguatezza a porsi con altruismo. Da terra il pezzente continuava a cercare lo sguardo nei suoi occhi ma questa, sentendosi osservata, con imbarazzo affrettava il passo. Lei che si predicava “no-global”, lei che da sempre era teoricamente attivista e profonda, che del rispetto faceva la sua bandiera, che “nel momento del bisogno” diceva “si riconoscono le vere persone”.
    Il vecchio, sentendosi ignorato ed avendo riconosciuto in lei il tipico tipo di persona appena descritta, le gridò, tutto ubriaco fradicio, se fosse quella la carità che lei tanto predicava, se in quel momento si sentisse onesta e sincera come si era sempre dichiarata. Ancora biascicò sempre più affannato che avrebbe dovuto fare i conti, quella sera, con la sua coscienza, che da quell’incontro in avanti la sua ipocrisia sarebbe diventata palese, manifesta e che la menzogna l’avrebbe corrosa dentro. “Fermati vigliacca!” le sbraitò e lei ancora martellava sull’asfalto, “non sei migliore degli schifosi che dici di odiare!” di nuovo urlava, ma quella non si fermava. Tra l’alcool ed il fiatone il vecchio incespicò nelle sue stesse ingiurie fino a che non cominciò a tossire, pareva che i polmoni volessero uscire da quella vecchia stamberga come ne avessero avuto abbastanza di soffrire. Il rumore duro degli spasmi del vecchio veniva accompagnato solo dal lieve picchiettare di qualche goccia di pioggia che ancora si ostinava a cadere, tutto il resto taceva.
    La giovane s’arrestò, esitando un attimo, quasi la sua coscienza la stesse richiamando al dovere, del resto non era tutta teoria, s’avvicinò tremante al vecchio mentre questi ancora buttava l’anima e in ogni secondo valutava la validità di quella decisione, “posso ancora andarmene” pensava. Passarono alcuni secondi e il barbone si riebbe da quello sfogo catarroso, la ragazza stava ancora là, ritta ed esitante ad un metro da quell’ammasso di stracci gettati sul marciapiede, “sta bene?” gli squittì tutta timorosa. Il vecchio tacque e tacque ancora, la fissava e questa lo incrociava solo per attimi fugaci mentre il suo sguardo svelto fuggiva su certi dettagli di quel misero giaciglio. Gli parlò, infine, più serenamente, si offrì di portargli da mangiare ma il vecchio le sbraitò tutto il disprezzo che nutriva per lei,  “vattene, mostro!” le gridava, “sparisci! Che c’è più umanità nella merda di cane che ho calpestato stamattina che in te!”. Nel vedere quella reazione inaspettata la ragazza prese a piangere, prima silenziosamente, poi con violenti singhiozzi, piangeva teneramente ma il vecchio di più s’aizzava e la aggrediva, s’alzò ritto in piedi poi e, allungando un braccio teso nella direzione percorsa dalla strada, le gridò d’andarsene. Lei prese a camminare ancora tra i singhiozzi e le lacrime, tra i mille perché che si ripetevano nella sua mente, da lontano il vecchio ancora borbottava il suo sdegno e si stendeva di nuovo sulle pezze. Dieci secondi trascorsero, poi la giovane si fermò di spalle al vecchio e si girò.
    Com’era diverso il suo sguardo…le lacrime erano ancora lì, ma avevano un significato diverso. Il ritmo deciso dei tacchi comunicava ora un’emozione nuova, assolutamente furiosa si avvicinò al disgraziato, lo afferrò, tutto puzzolente e malconcio, per quello che ancora restava d’una vecchia camicia di flanella e se lo caricò sulle spalle. Il vecchio passivamente assistette a quella reazione, non disse una parola e non mosse un dito per impedirla, la ragazza faticosamente percorreva la strada col grave fardello sulle spalle e al silenzio della sera, alla durezza dei tacchi, al tintinnio della pioggia un nuovo suono s’aggiungeva alla dolce melodia: il pianto sincero d’un vecchio che più e più volte singhiozzava “grazie”.

  • 13 febbraio 2012 alle ore 11:45
    Destino d'un bastardo

    Come comincia: Non sono mai stato un uomo che si adopera per guadagnarsi da vivere col sudore della fronte, a dire il vero ho sempre cercato di afferrare ogni occasione con incredibile destrezza ogni qualvolta se ne presentasse l’occasione. Si, credo di essere proprio un bastardo, un rifiuto della società, o meglio, credo di esserlo stato fino a pochi mesi fa.
    Fu esattamente sei mesi fa che la mia vita iniziò a cambiare.
    Mi trovavo alla Locanda della Sirena Ammaliatrice, un posto piuttosto squallido dove la gente, o meglio la gentaglia, si riunisce per bere, scommettere e talvolta per sfogarsi. Accadde, quel pomeriggio, che mi trovai a dover discutere con un tale a cui dovevo dei soldi ormai da qualche settimana, una parola tira l’altra e alla fine questi tirò fuori anche un coltellaccio con cui certamente era intenzionato a farmi la pelle. Non era certo la prima volta che mi trovavo immischiato in una situazione del genere, ma fu ciò che avvenne dopo che mi fu del tutto nuovo, ero intento a cercare di colpirlo mentre schivavo i suoi affondi quando un uomo che passava di là cominciò ad avvicinarsi:
    - “Andiamo signori, non si può risolvere la cosa in modo più pacifico?”.
    Non prestai molta attenzione a ciò che egli volesse veramente ottenere da quella situazione, l’unica cosa che notai fu che il mio aggressore si era nel frattempo distratto nel sentire le parole di quell’uomo. Non ci pensai due volte, mi fiondai su di lui riuscendo con successo, e forse con una buona dose di fortuna, ad impadronirmi del suo coltello:
    - “Woah amico! Cerchiamo di essere ragionevoli...non sarei certo arrivato a colpirti sul serio! Volevo solo spaventarti...sai io ci devo campare con quei soldi”.
    Voglio risparmiare al lettore l’esatta sequenza dei fatti che avvennero negli istanti successivi, sia per una ragione di spazio che, ahimè soprattutto, per una ragione di vergogna. Dirò solo che, forse per gli effetti dell’alcool dei quali ero vittima, forse per la furia che avevo addosso in quegli attimi, finii per uccidere quei due uomini. Dopo aver compiuto quell’atto, mi sentii così sporco dentro e fuori da necessitare un lungo bagno ristoratore. Ma ai giorni nostri per una cosa del genere bisogna pagare! E così frugai bene le tasche dei due corpi che ormai giacevano inermi ai miei piedi. Tra le varie cose riuscii a racimolare un po’ di denaro, un buon orologio da taschino e una collanina d’oro che quel pacificatore portava al collo.
    Dopo essermi allontanato in tutta fretta da quel macello entrai in una locanda fatiscente che dava l’aria di essere molto confortevole, lasciai al locandiere una somma abbondante e raccomandai di non farmi disturbare da nessuno nel tempo che avrei trascorso nella camera che avevo preso. Dopo qualche minuto sprofondai le membra stanche in una tinozza d’acqua bollente rimuginando su ciò che mi era accaduto quel giorno, passai in rassegna attimo per attimo, sensazione per sensazione, per riuscire a capire soprattutto come mai quell’uomo fosse intervenuto in quella rissa. Allungai il braccio fuori dalla tinozza ed afferrai gli oggetti che avevo trafugato dal suo cadavere: l’orologio era di buona fattura e su di esso vi erano state incise le lettere H.V. in un’elegante scrittura decorata, passai poi alla collanina e, dopo un’attenta analisi, realizzai che il ciondolo che vi era attaccato poteva essere aperto, dopo un paio di secondi passati a cercare di forzare quel gingillo riuscii ad avere i suoi segreti. Al suo interno vi era una foto un pò sbiadita di quell’uomo con in braccio un neonato e con al fianco una splendida donna che immaginai dovesse essere la moglie, mi sentii vibrare d’angoscia al pensiero che probabilmente quelle persone lo stessero aspettando con preoccupazione ma cercai di non pensarci cercando conforto nel calore e nei fumi di quel bagno.
    Il mattino successivo mi alzai di buon’ora, feci un giro e mi concesi il lusso di spendere un po’ di soldi. Tiravo fuori, una volta ogni tanto, quell’orologio da taschino per controllare l’ora che conoscevo già, quel gesto così semplice mi faceva quasi sentire parte di un altro mondo, già, un altro mondo, infilai frettolosamente una mano nella tasca della giacca e ricominciai a studiare il ciondolo d’oro.
    Quell’uomo aveva una famiglia...quanto può valere una famiglia per un uomo...e quanto può valere viceversa quell’uomo per la sua famiglia...ero decisamente confuso da quella situazione, ma c’era un pensiero nella mia testa, talmente assurdo da rasentare la follia. Il destino era sempre stato avaro nei miei confronti, mai un colpo di fortuna, mai l’affetto di un amico...mai una famiglia, fu così che decisi di provarci...
    Avrei rubato la famiglia a quell’uomo.
    Come ho già detto sono passati ormai mesi da quel giorno, ma la mia bravata mi è costata molto più di quanto avessi immaginato.
    Qualche giorno dopo feci un po’ di domande in giro, l’unica cosa che non manca mai ad uno come me sono dei poco di buono che per una moneta d’oro bucata si venderebbero una gamba, quel giorno chiesi ad un vecchio conoscente di ricavare informazioni su quell’uomo e sulla sua abitazione, nel giro di poche ore ricevetti prontamente degli aggiornamenti, pareva che l’uomo non fosse così santarellino come mi era apparso, tuttavia la mia attenzione era altrove.
    Mi presentai una mattina di fronte ad una porta di legno massiccio, cappello in mano e sguardo dispiaciuto bussai due volte, in pochi secondi sentii un rumore frenetico di passi seguiti dallo scatto del lucchetto:
    - “Si?”
    - “Mi scusi...lei è la signora Venuti, moglie di Herbert Venuti?”
    - “...oddio si...è successo qualcosa a mio marito?...non lo vedo da giorni...ma pensavo fosse fuori per lavoro...”.
    Nei minuti successivi sfoggiai tutta la mia abilità, che avevo allenato nel corso della mia vita, nell’inventare storie di pura fantasia, le dissi che il marito era stato vittima in una rissa. Bè...non ero andato poi così lontano dalla realtà...
    La donna in lacrime mi tempestò di domande voltandosi e rivoltandosi, cercando conforto tra le sue stesse braccia:
    - “ Signora...io...mi dispiace...” feci io grattandomi la nuca con imbarazzo
    - “ Cosa faremo adesso...non posso vivere senza di lui...”, singhiozzò lei.
    Fece poi capolino una tenera bambina che spuntò da dietro la lunga gonna della donna, immaginai dovesse essere la figlia di cui il mio contatto mi aveva parlato...Linda...
    La scena fu talmente triste da indurmi quasi ad unirmi al loro pianto, ma tenni a mente la mia missione.
    - “Signora...io non so proprio cosa potrei fare per rassicurarla...vede...sono nuovo a questo genere di situazioni...”
    - “Io...” La donna scoppiò nuovamente in lacrime aggrappandosi alla porta come se stesse per mancare
    - “La prego si tiri su, so che è dura ma deve cercare di reagire...”. Le feci io mentre la sostenevo porgendole una spalla.
    Il dialogo durò qualche altro minuto, tra lacrime e parole esitanti e goffe, le lasciai un mio biglietto da visita, che mi ero prontamente scritto quella stessa mattina, nel caso le servisse una mano o volesse parlare con qualcuno.
    Circa tre settimane dopo io e la donna, che scoprii chiamarsi Gabrielle, cominciammo ad uscire, parlavamo della vita, del suo lavoro da insegnante, del suo essere madre, io le parlavo del mio essere investigatore della polizia, di quanto mi piacessero le passeggiate e di altre menzogne che inventavo occasionalmente.
    - “Gabrielle in queste settimane mi hai fatto stare come non ero mai stato, mi sembra di camminare sulle nuvole...sul serio...”, a queste parole lei rise delicatamente arrossendo pian piano.
    - “So di non essere il migliore dei partiti a questo mondo...non sono statuario, ne affascinante o saggio...”
    - “Adriano...tu sei più di quanto credi...”. Mi sussurrò lei facendomi vibrare d’emozione.
    Stavamo bene assieme, uscivamo nel pomeriggio, a volte entravo persino in casa per salutare la piccolina che già aveva imparato a riconoscermi.
    La mia vita era decisamente migliorata...tuttavia restava un problema...i soldi che avevo ottenuto da quel tragico evento cominciavano a scarseggiare e non me la sentivo di continuare a fare furti...per la prima volta...sentii che la mia vita valeva qualcosa...che non era il caso di rischiarla per qualcosa di futile quando avevo già tutto ciò che mi serviva. Iniziai così a cercarmi un lavoro, certo, non mi presentai alla polizia per chiedere di fare l’investigatore, ma grazie ad alcune vecchie conoscenze venni assunto come muratore, lavoravo tutta la mattina, il pomeriggio andavo a trovare la mia bella e la sera...la sera sognavo di stare ancora con lei.
    Una mattina, mentre stavo lavorando, venni scosso da uno strano pensiero, lo stesso pensiero che mi avrebbe tormentato per il resto dei miei giorni. Ormai io e Gabrielle stavamo così bene insieme, cominciavo a pensare di chiederle di vivere sotto lo stesso tetto, le avrei dato una mano con la casa, con Linda...avrei avuto una famiglia...
    Durante tutto il tempo trascorso non me ne ero reso conto, quella che era iniziata come una bravata mi aveva coinvolto al punto da non poterne fare a meno, non avevo rubato la famiglia a quell’uomo, ma era la sua famiglia ad avermi rubato, rapito, portato lontano...
    Forse Herbert stava ridendo dall’alto guardando i miei affanni...forse ancora maledice il mio nome, o magari piange nel vedere che la sua amata si è innamorata proprio del suo assassino...
    Tutte queste menzogne...la grave realtà...la mia vera colpa...come reagirebbe lei se le raccontassi tutto...l’amore può sopportare tutto questo? È probabile che rimarrei di nuovo solo...peggio di prima...Gabrielle finirebbe col denunciarmi alle autorità...non mi resterebbe che il suicidio...il suicidio di un innamorato vittima della sua stessa vita, del destino beffardo che si è preso gioco di lui facendogli assaggiare un pizzico d’amore, così dolce da illuderlo fino alla morte.
    Sono diventato un idiota...bella trasformazione...da bastardo ad idiota innamorato...se solo l’avessi incontrata prima...ora farò l’unico passo sensato di tutta la mia vita, l’unico di cui so che mai mi vergognerò.
    Chissà cosa risponderà...come reagirà...

  • 13 febbraio 2012 alle ore 11:33
    Salvifica amnesia

    Come comincia: Si narra d’un uomo dall’animo oscuro, le cui gesta gettarono le fondamenta d’una grande sciagura. Non si ha memoria di come si chiamasse costui, per giusto senno i posteri reputarono saggio non aver memoria di quella persona. È proprio questa la chiave di questa storia.
    Fuggiva in esilio tra le valli e i fitti boschi aghiformi con una bisaccia piena di selvaggina legata alla spalla ed una condanna sulla testa. Si diceva avesse ucciso un alto cardinale dell’ordine e che il sommo inquisitore ne avesse richiesto la testa come giusta punizione. A lungo cavalieri e pellegrini cercarono ed indagarono le tracce ormai dissolte dell’empio fuggitivo, ma dovettero passare mesi prima che qualcuno potesse gloriarsi del suo ritrovamento.
    Se da un canto la sua stanca cattura diede fama e ricompense a chi per primo l’aveva scovato, lo stesso senso di soddisfazione non potè assaporare l’alto inquisitore una volta che glie lo portarono di fronte. Com’è prevedibile che fosse, lo avevano ritrovato trasandato, puzzolente e scarno come un cane randagio, se ne stava ansimante dentro ad un fosso profondo una decina di piedi, di quelli che i cacciatori scavano per le prede, con la testa e tutto il corpo grondante di sangue.
    Come dicevo, i piani dell’inquisitore dovettero subire una brusca rettifica quando il saggio scoprì che l’omicida non serbava ricordo delle sue malefatte. Lo confermarono, in seguito, diversi luminari di corte, indicando la ferita alla testa come probabile causa dell’accaduto.
    L’ordine unanime richiese che si procedesse all’esecuzione, ma l’alto inquisitore, uomo di principio e grande morale, sostenne che il colpevole sarebbe stato condannato solo dopo aver riacquistato il peso delle sue colpe sulla sua coscienza. Così decisero e disposero che il prigioniero visitasse i luoghi della sua vita e leggesse molto affinché potesse ritrovare il filo conduttore della sua memoria. Intervenne, tuttavia, una forza opposta che spesso s’adoperò per allontanare il galeotto dalla luce del ricordo. Si chiamava Berto e da sempre era stato compagno fedele, allievo ed amico dell’assassino. Questi pensò di sabotare ogni luogo, ogni immagine, ogni colore che avrebbe riacceso quella fiamma. Così decise di ridipingere le mura della casa dove il criminale aveva vissuto e pose piante estranee dappertutto, sostituì i quadri e su tutti i diari annotò storie d’altre persone. L’assassino, nel frattempo, veniva scortato attraverso tutti questi scenari ma, con grande disappunto dei suoi carcerieri, non riusciva a riaversi dall’amnesia. Tentarono e ritentarono, e sempre l’amico interveniva e distruggeva il passato. Passarono dodici mesi.
    Stanco dell’esito fallimentare di quella sua scelta, l’alto inquisitore convocò quello che ormai era un uomo nuovo in udienza, e radunò medici e scienziati perché si facesse luce sulla faccenda. A turno tutti quanti lo osservarono e ipotizzarono fino a che non s’arrivò ad una conclusione: troppo tempo era passato, come l’argilla s’asciuga e diventa dura come la pietra, così nuove memorie s’erano sedimentate sui vecchi ricordi del carnefice, sostituendoli irrimediabilmente. L’inquisitore e tutto il consiglio decisero amaramente di rinunciare all’esecuzione poiché non v’era traccia, in quel piccolo uomo senza passato, del pazzo che s’era macchiato di tante colpe.
    La rinuncia lasciò tutti con un profondo senso di incompletezza, la giustizia divina non era stata amministrata e ciò non poteva essere tollerato. Per far sì che si potesse porre fine alla questione, l’inquisitore sparse la voce tra investigatori e mercenari, che si trovasse un complice o chiunque altri avesse le mani macchiate dello stesso reato. Il denaro, come sempre, fu la soluzione migliore e dalla sua promessa scaturì il tradimento. Riconobbero Berto come unico ereditiere di quella tragedia, lui aveva impedito al criminale di riabbracciare il suo male, lui aveva lottato contro la giustizia divina, ma ciò che aveva fatto non poteva essere considerato abbastanza grave da porlo sul cappio. Il male può passare da persona a persona, come la vile peste abbandona il cadavere del malcapitato per abitare un nuovo individuo. Così la colpa dell’omicida e i suoi peccati, la corruzione estrema, erano divenuti eredità del nuovo criminale. Egli, venne deciso, incarnava il male che aveva condotto il compagno alla pazzia e solo la grazia dei cieli e il pentimento l’avevano salvato, ma il demonio subdolo, non sazio d’aver mietuto una vita, continuava a corrompere. Quel ciclo vizioso doveva essere fermato.
    Il patibolo venne allestito in tutta fretta nella grande piazza cittadina e sul cappio decisore posto il collo di chi ospitava il maligno. Berto stava ritto dinnanzi alla folla, con i piedi su di una cassa che lo separava dal salto fatale. Dalla folla bramante morte qualcuno scagliò un sasso grande come un pugno che, colpendo Berto sulla testa, gli fece perdere i sensi. Orribilmente l’idea d’una nuova amnesia balenò nella mente del giudice inquisitore che lesto s’affrettò a fare cenno che si proseguisse. Il boia non esitò oltre e con un calcio spazzò via la cassa da sotto i piedi del condannato, affidandolo al freddo abbraccio della fune. Il trionfo della giustizia esplose in un’ovazione generale, ma tra la folla un uomo restava di ghiaccio, all’oscuro dei motivi di tanti mali. Inconsapevole degli scherzi del fato, dei sacrifici della gente, del bene, del male, della comprensione ed il perdono, fissava le orbite ormai vacue di quell’antico amico. Senza rendersene conto raccoglieva la sua vita come il dono disinteressato di un padre al figlio.

  • 13 febbraio 2012 alle ore 11:21
    L'amore di un dio

    Come comincia: Viveva, Yussuf, tra l’invidia degli uomini, la rabbia, per quel privilegio che neppure il più fervente ebbe mai neppure la più vaga fortuna di anelare. Ogni sera, dopo aver reso prospera la vita, non con strumenti divini, ma con semplici attrezzi agricoli, tornava alla verde radura. Qui seduto ascoltava in silenzio il vento che impetuoso soffiava tra i fili d’erba prima che Dio si mostrasse a lui, affac¬ciando l’immenso volto dalle nuvole turbinanti. Parlavano per intere notti. Il dio, paterno e materno allo stesso tempo, lo ascoltava e lo consigliava. Con sentimento autentico si compiaceva o si strug¬geva dei successi e dei fallimenti di colui che aveva fatto breccia in un così inarrivabile cuore. Spesso gli chiedeva della terra, del raccolto e dei pascoli e quel suo figliolo quieto spiegava ed illu¬strava con quella grande dolcezza che tratteneva un essere supremo lontano dalle infinite preghiere che invano lo cercavano altrove. Con estrema benevolenza stava ad ascoltare ciò che già sapeva.

    Degli uomini, tuttavia, era grande l’odio. Forti, spinti da quell’oscura particella di caos che, da dono concesso come atto di carità, assumeva la forma della vendetta. Lo presero, un giorno, legandolo stretto ad un albero, e gli chiesero e gli sputarono contro la loro invidia. Perché egli, perché non loro, “perché non IO” ognuno pensava e mentre picchiavano senza senno. Tra il mesto scorrere del sangue, che sugli occhi gli tingeva l’orrore di rosso, Yussuf triste sollevava un occhio ai suoi vio-lentatori. Capirono, alcuni, da quello sguardo, che ben altra era la cagione di tanto amore, non un’ingiustizia, non una singola predilezione, videro, tra la carne molle di sangue, qualcosa di di¬vino. Cercarono questi di fermare quello scempio ma, per le grida e le bastonate, tornarono pavidi alle loro case ed essi solo ebbero salva l’anima.

    Continuarono gli altri ed erano in tredici, col furore umano che bruciava nei loro corpi, mentre Yus-suf abbandonava la vita. Restarono poi a guardare quello scempio, ognuno riflettendo e giustifi-cando sé stesso e gli altri, ognuno a modo suo.

    Poi venne sera.

    Dio s’affacciò, ancora una volta, sulla radura, ma i suoi grandi occhi non trovarono il frutto di tanto amore. Invano lo chiamò con la voce tremante d’una madre ed il tono autoritario d’un padre, il ri-chiamo echeggiò per le valli e nel cuore degli uomini, ma tutto tacque.

    Passarono ore umane prima che la somma entità si desse conto dell’accaduto. Sceso in terra vide coi suoi occhi la grande tenerezza di quell’anima docile, orribilmente spezzata, e qui pianse lacrime umane sull’umana terra, sull’erba e sul cadavere di quel suo amore.

    L’odio si fece strada nel cuore oramai vuoto e, giacchè non c’era più la purezza di quel piccolo es-sere a rendere mite il suo spirito, il dio finì col corrompersi.

    Non un urlo egli consentì alle bestie, non la consolazione del poter sfogare il proprio dolore in un grido disperato, atti atroci ebbero luogo quella notte, nessuno venne risparmiato. A quelli che di quel tenero fuscello ebbero pietà e capirono fu salva la vita e venne spiegato loro quale fosse il cammino da compiere, poi il dio s’abbandonò alla corrente.

    Tra le viscere della terra ribolle ancora il rancore inestinguibile di un demonio che con altri tredici suoi pari trama la distruzione e lo sfacelo di ogni forma d’esistere.

    Un manipolo di uomini cammina ancora sulla terra, più numeroso di prima, narrando la tenerezza dell’uomo che aveva conquistato il cuore di un dio, aprendo le menti alla comprensione. Parlano essi anche di quell’essere eterno, di come si smarrì, di come, in procinto della resa, affidò loro il compito di salvare ogni cosa da sé stesso.
    “Diffondete l’amore” disse loro, “che in tutti i cuori del mondo alberghi l’anima del mio caro Yus-suf”, solo allora la mia brama si placherà.

  • 12 febbraio 2012 alle ore 21:56
    Micheal

    Come comincia: Per mano, entrambi con l’alone di luce, vivido. Piegato sul ventre ascolti parole fendenti, guardi incomprensibilmente distante e ti muovi. Stringo il tuo ventre e ti impedisco di rialzarti, ricevo lettere con disegni colorati e cuoricini, senza timbro e penso che nel tuo mondo le regole sono diverse. Guardi sopra, in alto, oltre me e sorridi. Sono lì vero? Gioiosi e presenti nei tuoi sogni come nella realtà eppure quando te lo chiedo non rispondi, non ricordi.
    Esistenza inafferrabile di cose colorate e aria, protendi le tue braccia in alto tanto, sempre, continuamente fino al respiro stanco che  ti scurisce le labbra.
    Sono qui, per te. Dici che sono bella e fai come voglio, cammini dietro a me dritto se non mi va di sorreggerti tanto sai che mi fermerò, riderò e riderai. Siamo soli in mezzo a creature chiuse, come gusci di noce secchi. Parole rimbalzano da una parte all’altra ma siamo protetti, qualcuno li distrae i demoni, il nostro nucleo è forte e ci tiene accoccolati così posso curare le tue ferite, sentire il tuo lamento, lascia che la tua verità sprigioni all’esterno tutta l’energia di cui è capace, non ci sarà più una festa come questa e se anche ti hanno detto che tu non sei adatto e a me hanno massaggiato le spalle, credimi questo tramonto è per noi. Per te che sposti il cappello a destra e a sinistra per farmi rimanere. Per me perché ho scritto e disegnato per te.
    Canteremo se vorrai e non abbassare gli occhi, me lo puoi dire. Io so, sento.. immagino dove vai quando non ci sei, non importa se urli o se cadi. Ti osservo per ore, immobile e non mi stanco.
    Sposto il tuo viso ogni tanto, ti sollevo e ti chiamo ma attendi che se ne vadano. Solitudine, freddo, mi stringo nelle braccia e non posso evitare di posare il mio sguardo sulla posizione delle tue mani, delle tue gambe, nulla si desta. Lentezza e ghiaccio.
    Portami con te se non vuoi che conosca la verità dalle tue parole, non sono in grado di vedere ma so che c’è allegria, spensieratezza, come la nostra quando ritorni o forse meglio.
    Non raccogliere pietre, modella con le mani lumache e gigantesche mante, scrivi il tuo nome su una targa, imprimi il tuo colore e mostra che ci sei. Importante e piccolo infante dagli occhi innocenti ispirami, trova la porta del mio cuore e non scappare perché io sono il tuo guardiano, mi hanno donato spada e armatura, agilità e forza, ho affrontato altre battaglie, ho scacciato angeli ingrati fino al centro della terra e se ora vesto questo corpo femminile è perché così posso elargirti anche quel senso materno di cui sono portatrici le donne. Dammi più tempo, il mio compito è questo: farti conoscere questa dimensione, questa carne, questa terra. Ti strapperò dal distante, divino esistere nel quale ti rifugi il più possibile. Rimani qui. Facciamo qualcosa ti va? Operazioni? Esercizio di scrittura? Leggiamo? Ma ti prego non posso essere più veloce di così. Un giorno avrò di nuovo le mie ali, si spiegheranno e saliremo dove vorrai, ti porterò con me e sarà lontanissimo, più dei desideri e dei sogni. Calma e dolcezza, calore dovrei darti, ma come faccio? Sento il  sangue rigido, fermo, le lame di quei coltelli hanno annerito la mia spada e sono inerme stretto dalla tristezza, provo nostalgia e rimpiango di aver accettato la mia missione, prego e rivendico rabbiosamente la libertà di cui godevo. Perché dunque, questa miseria? Questa vita limitata dove non ho forza nemmeno per aiutarti? Immobile guardo dalla finestra gli alberi senza foglie e la rugiada brillante sull’erba. Non mi importa della bella figura, vago riflettendo sul “forse”. Forse che il mio compito sia solo questo? Tenerti qui per quanto mi sarà possibile? Pecco di superbia se pretendo di più? Ingiustizia per un figlio di questa terra, chi eri prima, perché questa punizione? Inesprimibile emozione che pervadi il mio corpo, sai che intravedo tra i suoi spessi capelli le sue tempie? Pulsano come le mie, il suo capo e rotondo e ben fatto, le ciglia si curvano e il naso è preciso con qualche lentiggine. Dico! è perfezione. Disegno di Dio e allora perché questo sonno? Questa fatica? Sassi giù per il dirupo che rotolano mentre si allontanano, giocherei a calcio assieme a te e già non li scorgo, la mia mente vagheggia altrove e loro scivolano addosso come viscidi vermi ammassati l’uno sull’altro nel tentativo di farsi posto.
    Non è magia è puro spirito, niente da spartire con l’indifferenza, la stoltezza. Di quale paura cianciano? Il loro morire ogni giorno è terrificante. Questo terreno rimarrà incolto, abbandonato a se stesso, tutto il silenzio e la meraviglia non li tocca affatto. La tua semplicità non li tocca, la tua bontà. Svegliati, ti prego, hanno lasciato del cibo,
    Eravamo tristi e impoveriti, sapevamo che la loro mancanza avrebbe cambiato i nostri compiti qui e su. Ma era scritto che alcuni avrebbero percorso la via opposta. Energia, anime, pensieri. Trasformano il bianco in nero, il sano in marcio, l’amore in odio. Ho donato profumo, primavera, calma, arcobaleni.  Le voci mi dicono di lasciare, di unirmi, di trasformare la mia luce in tenebra. Dicono che cambierà, che potrò riposare, nutrirmi, compiacermi di me stesso. Vedo immagini in cui spendo denaro, possiedo vesti lussuose, abitazioni preziose e tanti.. servitori. Il mio potere ora è rinchiuso in un respiro  corto. La mia nobile aurea è sparsa e condivisa tra i giusti. Ma tu? Dunque quale significato nascondi e perché le nostre strade si incontrano. C’è un posto in questo mondo affinchè possiamo acquietarci e contemplarci l’un l’altra, si perché oggi io sono femmina, dea di questo corpo armonico e in salute. Portatrice di lunghi, lisci e castani capelli. Orsù parla, dammi un giudizio, il più elementare. Vedimi mio esile fauno dei boschi, apprezza le castagne a terra, gli scoiattoli dietro al cespuglio e la nostra quercia. I colori vivono anche qui, li puoi toccare e odorare, puoi dar loro un’immagine. Credimi fa tutto parte di quel che conosci, come io devo aprire la mia mente all’esistenza dello spirito tu apri la tua e posa i piedi al suolo. Svegliati, parlami. Siamo parte di questo ora, non ci è concesso alcuna velleità, è concreto tutto ciò, ha spessore, forma, calore o brivido della pelle. E’ stomaco vuoto, arsura, muscolo gonfio. Sangue fluido contenuto in un involucro, sostanze che circolano, grosse, esili, liquefatte, acide.. fino alla più minuta e invisibile da cui proveniamo io e te, perciò svegliati mio buon compagno e conoscimi, sentimi e riverbera di tutto perché sarà breve, ricordi l’abbiamo accettato e ora si compie, mancava solo questo per raggiungere la completezza, poi non sarà più necessario, riavremo quel che ci spetta e ci siederemo accanto a lui pieni di grazia e felicità. Prodighi a non desiderare più nulla, gioiosi dell’universo.

  • 08 febbraio 2012 alle ore 23:29
    Il demone degli aforismi

    Come comincia: Nei miei pensieri c'è un demone smontatutto. Questo individuo, che forse vi sembrerà buffo ma che ha delle conseguenze tutt'altro che comiche, passa le sue giornate a ispezionare i miei percorsi interiori portandosi dietro una cassetta degli attrezzi. Quando il paesaggio è costituito da frasi dette da altri, da poesie di poeti, o da citazioni di autori famosi, il demone non ha nulla da obiettare e tira dritto, ma quando si trova davanti a delle frasi create da me, immancabilmente si ferma e rimane immobile ad osservare tendendosi la mano sinistra sul mento. Molto spesso la breve riflessione termina con la decisione di smontare la frase; allora il demone appoggia la cassetta e vi fruga dentro cercando l'attrezzo adatto a insinuarsi tra le parole. Il suo armamentario include lime diamantate per smussare i concetti più robusti, scalpelli appuntiti per colpire i punti deboli delle intuizioni, generatori di corrente per dare la scossa ai pensieri addormentati, un violino di nobili origini per suonare melodie convincenti, acido fluoridrico per corrodere le abitudini consolidate, e molto altro. Non so descrivervi compiutamente il modo in cui opera questo demone, fatto sta che quando ritorno sul posto la mia frase è smontata e non riesco più a credere che possa stare insieme come succedeva prima.
    Confrontandomi giorno per giorno con questo guastafeste ho finito per elaborare uno stile di parole che mira al massimo della sintesi e della densità di significato, essendomi accorto che sono queste le caratteristiche che rendono le frasi più resistenti alla sua azione demolitrice. Questo è il motivo a causa del quale ho finito per scrivere tanti aforismi: per salvare i miei pensieri dalla distruzione.

  • 08 febbraio 2012 alle ore 21:56
    Ignazio e il mare

    Come comincia: Sorge il sole a illuminare Portovenere, che si sveglia tra gli strilli dei gabbiani e il suono delle onde, che si infrangono sugli scogli e sulla spiaggia, come una tenace carezza. Mentre i gatti dal vecchio carruggio, si avvicinano al mare, dove i primi pescatori approdano al molo, dopo una notte di pesca.
    Nonno Ignazio, vecchio lupo di mare in pensione, mi ha promesso un’uscita in mare aperto, con la sua vecchia compagna di pesca: una pilotina di 4,5 metri.
    -“Molla la cima, Rachele!”- mi dice, indicandomi la grossa fune, che lega la barca alla banchina ed io sciolgo il nodo alla bitta d’ormeggio, liberando finalmente, la barca, che da troppo tempo, ormai, bivacca nel porticciolo. Ci allontaniamo lentamente e Portovenere diventa sempre più piccolo, adesso è uguale all’immagine  di una cartolina turistica, che ho visto in un  negozio di souvenir.
    L’aria è pulita e chiara come lo specchio del mare, che sussurra piano ai pesci di stare lontano perché questa è la barca del pescatore Ignazio. Ma forse non sa che Ignazio, ora, esce solo per ritrovare il suo mare, i suoi profumi, il suo respiro e ripensare a quei tempi in cui tornava a casa la sera, dopo una lunga giornata di pesca e raccontava alla sua nipotina,  storie incredibili, di pesci giganti, di mostri marini e di sirene, che nelle notti di luna cantavano  per incantare i pescatori.
    Mi ricordo di quando mi raccontò di quella volta, che la notte non aveva ancora lasciato posto al giorno e mentre tirava la rete sulla sua pilotina, sentendola molto pesante, si accorse che un bellissimo esemplare di pesce spada,  giovane all’aspetto,  vi  era rimasto imbrigliato.
    Anche se nella rete non vi erano altri pesci, era contentissimo, per lui era un ottima pesca, non si vedevano tutti i giorni simili fortune, l’avrebbe venduto bene quel pescione.
    Riuscì a tirarlo sulla barca e quando lo ebbe tolto dalla rete, notò una cicatrice sulla sua testa,  sicuramente lasciata dall’arpione di un altro pescatore, meno fortunato di lui. Rimase subito colpito dagli occhi di quel giovane pesce spada, che lo fissavano tristi, e avrebbe giurato di veder brillare in quello sguardo delle lacrime, ma ovviamente erano solo gocce di mare. Stranamente, in quel momento,  il mare smise di mormorare, la luna che ancora illuminava la barca e tutto il  mare intorno, si eclissò dietro una nuvola, che a dir suo era comparsa dal nulla, dato che il cielo era pulito come i miei occhi di bimba.
    Allora nonno Ignazio sentì una profonda tristezza prendergli il cuore e decise di lasciarlo libero, lo sollevò sulle braccia, mentre lui se ne stava inerme, e con uno sforzo sovrumano lo rigettò in mare.
    Il pesce si riprese subito e scivolò veloce nelle placide acque, per riprendere la sua strada e la sua vita, ma non prima di aver guardato ancora una volta negli occhi Ignazio, che salutandolo gli disse –“và, sei ancora giovane per morire”-.
    In quel momento il mare riprese a mormorare e la luna si ripresentò in tutto il suo splendore, della nuvola non v’era più  traccia alcuna nel cielo.
    Mio nonno, quella sera tornò a casa con la rete vuota, raccontando a me e a mamma questa storia, che pensammo fosse una delle sue solite leggende, che mi piacevano tanto.
    –“Vieni Rachele aiutami, vediamo se riusciamo ad avere del buon pesce fresco per pranzo”- la sua voce mi distoglie dai ricordi in cui mi ero assorta. Lo assecondo nei suoi movimenti stanchi e lenti, tirando insieme a lui la rete, le cui trame, assomigliano un po’ alle rughe del suo volto bruciato dal sale e dal vento marino.
    Passiamo un po’ di tempo a  parlare della mia vita a New York, dove oramai risiedo con i miei genitori, da quando avevo 12 anni. Mio padre dovette trasferirsi la per lavoro, ma io ho sempre rimpianto il paese dove sono nata e tutt’ora mi manca. Penso che manchi anche a mio padre e mia madre. Le loro radici, come le mie, sono rimaste qui insieme a nonno Ignazio. E’ come se questo mare scorresse anche dentro di me, a volte mi capita di sentire ancora il  sussurro della risacca del mare e il profumo del vento di Portovenere, quando sono dall’altra parte dell’ocenano.
    Poi tiriamo di nuovo la rete e con stupore ci accorgiamo di un piccolo pesce spada rimasto impigliato, non facciamo in tempo ad issarlo, che un’altro, con una stazza enorme, probabilmente una femmina, ci attacca, speronando la barca. Il violento rollio, fa finire Ignazio nell’acqua, proprio dentro la rete. Mi sento perduta, non so cosa fare, cerco di issare la rete, lo vedo divincolarsi in mezzo alle sue maglie, mentre il grosso pesce, infuriato, sta caricando di nuovo, poi succede qualcosa di incredibile, il pesce spada si ferma proprio a pochi metri da nonno Ignazio, mostrando una cicatrice sulla testa, mio nonno ha il tempo di liberarsi dalle maglie e così il piccolo pesce spada.
    Lo aiuto a risalire sulla barca, mentre i due pesci riprendono il largo, il vecchio lupo di mare è tremante e stupito come me, dice che una cosa simile nella sua vita non gli era mai capitata, mi sembra di vedere delle lacrime scendere dai suoi occhi, ma probabilmente sono solo gocce di mare.

  • 08 febbraio 2012 alle ore 17:23
    La nomade

    Come comincia: La prima casa da nomade della vita di Josephine non era propriamente una casa situata come tutte le altre in un paesino, né piccolo, né grande che si snodava sulle rive opposte di un fiumiciattolo che venendo giù a rivoli e torrenti s’ingrossava via via, inabissandosi alla fine in un alveo sempre più ampio e profondo per poi lambire con acque giallastre altri paesi. Un ponte di granito bianco collegava i due lati del paese, un ponte stretto e lungo sotto il quale il fiume quasi descriveva un’insenatura dove l’acqua, ritirandosi nell’alveo, lasciava scoperta una riva di sabbia finissima mista a ciottoli levigati dalla corrente impetuosa delle inondazioni invernali. Sul greto, a ridosso del massiccio muro che delimitava ad un livello più alto la strada, come barche capovolte in secca, erano poggiate tende di ogni genere e colore in cui erano accampate alcune famiglie di tzigani, da tutti denominati zingari, con un senso piuttosto dispregiativo da parte dei gagi a causa del loro vagabondare, senso che è poi è rimasto al termine come appellativo di biasimo in senso lato.Essi periodicamente tornavano al paese, in concomitanza con la festa patronale, dopo aver girovagato e sostato di tanto in tanto in diversi altri posti. Vivevano di un proprio lavoro, anche se era dura a morire la convinzione che di notte andassero rubando nelle case. Gli uomini battevano pentole e bacili di rame, le donne si recavano di casa in casa a proporre piccoli oggetti di artigianato, lunghi aghi per materassi o ferri affusolati da maglia in cambio di un bicchiere d’olio o un pezzo di pane, o leggevano la mano a qualche passante. Talvolta al mattino c’era chi si lamentava di non trovare più le sue masserizie e puntualmente, a ragione o a torto, s’incolpavano gli zingari. Essi erano per lo più omoni di grande statura, scuri di pelle, capelli lunghi neri. Vestivano con pantaloni di pelle nera e giubboni di cuoio borchiati. Le donne indossavano variopinte gonne lunghe fino alle caviglie snelle e sottili che sembravano nate apposta per danzare balli vertiginosi. I bambini per lo più scalzi come le loro mamme, capelli lunghi e lisci e sempre moccoli al naso. Ma nei loro occhi neri come carboni guizzavano pagliuzze dorate che sprigionavano una grande voglia di vivere che si beffava dei loro vestitini sdruciti e maleodoranti. I più grandi possedevano per natura una bellezza selvaggia, quasi tutta concentrata nei tratti nervosi e asciutti del corpo. Guadavano nudi le acque del fiume mille volte tuffandosi e altrettante volte emergendo come agili delfini e si rincorrevano sulla riva sollevando nugoli opalescenti di sabbia. Godevano di granelli di libertà, così scontata apparentemente a quell’età, in un mondo che comunque li emarginava, anche se non li perseguitava, sorte quest’ultima che era toccata per un motivo ai loro nonni e bisnonni, e sarebbe toccato per altri motivi in tempi successivi ai loro figli e nipoti. Infatti non erano essi ammessi a scuola, apprendevano direttamente dalla vita quello che bisognava sapere, niente amici, se non la loro stessa amicizia. Ma dopotutto erano fortunati. Senza chiesa avevano un credo, senza casa avevano un proprio centro d’affetti. Ed alcuni avevano di sé anche una memoria storica legata, come il più anziano raccontava, al fatto che erano tutti discendenti degli zingari che intorno all'anno 1000 erano stati inviati dal Re dell'India al Re di Persia, che soffriva di male oscuro, per farlo felice con la loro musica e le loro danze. Ma non sempre volentieri gli zingari parlavano delle loro origini, forse per crearsi un certo alone di mistero o semplicemente perché non ricordavano abbastanza.E si prendevano cura come potevano anche di un loro congiunto malato, Pellegrino, grosso ragazzone di quarant’anni, testa pelata, sempre la stessa giacca ormai troppo lisa, pantaloni larghi e corti in maniera sbilenca sulle caviglie. Era quasi sempre solo; già lo era di se stesso, senza alcuna voce che dall’animo gli tenesse compagnia e lo facesse piangere di dolore o di gioia. L’ anziana del gruppo lo accudiva come si può accudire un maiale o una pecora. La sua unica passione erano le biglie di ferro, con cui giocava tutto il giorno. Le lanciava in alto, lasciandosele poi cadere in mano, le faceva scivolare lungo le ginocchia congiunte, le spingeva l’una contro l’altra con la punta delle dita. Le raggruppava casualmente o chissà secondo quali suoi ignoti disegni. Ne aveva di grandi, piccole e qualcuna grandissima quanto una noce. Non era cattivo, era solo gelosissimo delle sue biglie. Talvolta, se ne perdeva una quando si recava nella piazza del paese, piangeva a dirotto singhiozzando fino a inveire contro questo o quello. Era allora che interveniva il maresciallo minacciandolo di “chiuderlo”, e allora Pellegrino se la dava a gambe, barcollando goffamente, fino a ritornare sul greto del fiume dando un gran balzo dal muro dalla parte più bassa. E riprendeva a piangere finché non le buscava con un nerbo di bue sulle spalle.L’ unica a mostrare un represso disagio in tale situazione era proprio Josephine. Il fatto che fosse di modi più educati e che la sua pelle fosse più chiara, i capelli nerissimi e alquanto crespi e inoltre il fatto che trasparisse una paurosa docilità dallo sguardo malinconico probabilmente stavano ad indicare un qualche segreto nella sua condizione di vita che se da una parte potevano suggerire il sospetto di percorsi inaspettati e fortuiti che l’avevano spinta, suo malgrado, in quella situazione, dall’altra esprimevano un rifiuto totale del suo genere di vita o la denuncia silenziosa di qualche tremendo aspetto della sua sorte. Oppure la sua era solo la denuncia contro una società sorda ai diritti di una popolazione nomade non solo per tradizione ma anche per il bisogno di procurarsi i mezzi per vivere.I suoi pensieri furono interrotti da urla provenienti dalla strada. Riconobbe le grida di Pellegrino. Poggiò su di una pietra levigata i panni che stava lavando nell’acqua del fiume con le ginocchia poggiate a terra e risalì la stradina che tra rovi e cespugli menava sul muretto. Di là scorse dei  ragazzacci che stavano tirando sassi contro il grande omone che urlava, disperato, volgendo lo sguardo intorno in cerca di aiuto. Appena la videro"Sei una zingara!" le urlaroro. E rivolgendosi a Pellegrino: "Sei matto..".."Mattooooooo! " lo canzonarono.Josephine, mezza impaurita anche lei, finse di non averli visti e corse verso Pellegrino che, steso a terra, si nascondeva la testa tra le braccia, mugolando come una bestia ferita con gli occhi serrati. Lo tirò a sé nel vano tentativo di trascinarselo  dietro."Vieni... vieni..." disse, tendendogli la mano con tutte le forze per aiutarlo ad alzarsi. Ma il ragazzo era diventato immobile e pesante come una statua di marmo. Si vide disperata, anche perché uno di quei ragazzi brandendo un bastone di legno tratto da un ramo rinsecchito stava per scavalcare minacciosamente il muretto. Con tutta l’aria che aveva nei polmoni allora emise un fischio conficcando i due indici tra le labbra. Rispose un sibilo acuto come uno schiocco di frusta attraverso l’aria infuocata dal sole. I ragazzi scapparono e lei, ormai tranquilla, con una dolcezza materna sussurrò a Pellegrino:“Vuoi vedere che bella biglia ho? Tutta colorata,... l'ho trovata lungo il fiume, ieri... Vieni e te la darò...".Lui alzò gli occhi, buoni e mansueti,  la guardò e le sorrise. Si alzò e la seguì. Entrarono nella capanna. Furono avvolti dal buio in cui l’ambiente era immerso, non avendo fessure per il passaggio della luce.Pellegrino, lo sguardo inebetito, si guardò intorno, fermandosi dopo aver mosso un paio di passi con i suoi piedi scalzi, sporchi di polvere, gonfi di dolore non già per l'abitudine di non calzare scarpe, quanto per quello della sua solitudine, per il dolore dell'incomprensione da parte degli altri, per il suo essere zingaro. Ma non ne era cosciente, soffriva e basta. Il suo scarno mondo interiore era il suo unico punto di riferimento. Di altro non capiva niente.Josephine lo prese per mano: "Vieni... entra... non aver paura... qui sei al sicuro... Vuoi un po’ di acqua?"Non rispose e Josephine si chiese se mai avesse compreso. Gli lasciò la mano, prese la sedia, con un gesto lo invitò a sedersi. Gli deterse il sudore che grondava dalle gote lanuginose con una pezzuola inumidita, gli spolverò i poveri abiti mentre lui fissava l’uscio nel timore di veder arrivare i furfanti di prima. Poi, afferrò i capelli della ragazza, e reclinando la testa da un lato, senza parlare le ricordò della biglia. Allora ella prese la sfera di vetro colorato che aveva trovato il giorno prima, gliela mostrò e notò un ghigno sulla bocca dell'omone. Ma non era un ghigno cattivo. Era il suo modo di esprimere la gioia per aver soddisfatto quella che era ormai la sua ossessione, ma anche il motivo della sua greve felicità in una vita priva di senso."Prendila... è tua..." gli disse senza avvicinarsi, sperando che lo facesse lui. Pellegrino guardò la biglia, tornò a riguardare l’uscio, alla fine sorrise. Josephine sentì il cuore gonfio di gioia, gli occhi inumiditi e capì di averlo rassicurato.Gli diede la biglia e, come un giocattolo prezioso o solo desiderato, l'uomo la strinse, poi allargò le dita, la guardò e incominciò a ridere di un riso che somigliava più al verso di un animale che a quello di un uomo. Josephine lo guardò, incuriosita dal suo atteggiamento, cercando di capire che cosa potesse pensare. Sedette sullo sgabello, i gomiti poggiati sulle cosce, le mani a sorreggere e ad incorniciare il volto diafano. Le vennero in mente i versi che aveva scritto una volta sulla sabbia umida quando sognava  una bellissima storia d’amore con il fratello di Luana.“Desiderio di voli infiniti mi prende per afferrare nel cielo le ali della tua anima”.Si chiedeva se il velo sottile e pesante della solitudine un giorno o l’altro le sarebbe scivolato di dosso o era destinata a rimanerne avvolta per sempre per sostenere anche quella degli altri.Nel frattempo Pellegrino continuava a girare e rigirare tra le mani grandi e scure la sua nuova biglia, a rimirarla con occhi incantati ma assenti, astratti dalla realtà, finché, piegando in avanti  il capo, il mento quasi a toccare il petto, si addormentò. La biglia gli cadde, rotolando a terra.Quel giorno Pellegrino era più inquieto del solito. Sarà stata quell' aria tiepida di una primavera che conservava ancora i tratti di un inverno non particolarmente gelido; saranno stati gli anni accumulati sulle spalle o le occasioni perdute ancora prima di vederle, sarà stato il presentimento dell'arrivo di qualcosa di inatteso oppure quel malessere che cova senza motivo quando ci si sveglia con un senso di nulla intorno, o forse tutto questo, ma lui sentiva che qualcosa stava per succedere; e infatti qualcosa di molto strano in effetti accadde: mentre era intento a lanciare una biglia in cielo, si accorse che quella non tornava più giù."La aspetterò sino a quando si deciderà a scendere", sospirò con un fatalismo che solo uno come lui poteva capire mentre con lo sguardo smarrito, a rischio di perdere la vista, guardava in alto verso il sole, oltre le nuvole, cercando di capire dove diavolo si fosse cacciata la sua biglia.L'orchestrina dei gitani, perennemente ubriachi, intonava intanto vecchie canzoni stonando con fisarmoniche sgangherate, altri emettevano col fiato avvinazzato note gracchianti come quelle di un vecchio grammofono e Josephine saltellava a quello strano ritmo che tanti anni fa aveva cantato una sua lontana parente, sfregando i passi sulla terra.Gira e rigira, Josephine si avvicinò, danzando i suoi passi, a Pellegrino che, intento com'era a scrutare il cielo in attesa del ritorno della biglia, non si curò minimamente di lei. La giovane non gli badò, ed anticipò il suo mutismo con queste parole:“Perché continui a guardare il cielo? ma dovresti riflettere di più sul nome che porti”,e se ne andò. Pellegrino, intanto, al suono di parole di cui, data la concentrazione ad altri affari, non percepiva se non i significanti, si scosse e si mise a piangere.In alto improvvisamente le nuvole si accavallarono gonfie di pioggia,  un tuono lontano fece scappare via tutti.Non c'era più il cielo, non c'era più Josephine,e soprattutto non c'era più la biglia, cosa che lo turbava oltremodo. E soprattutto non c'era nemmeno più lui: lui non riusciva a vedere alcunché, come era avvenuto un attimo prima mentre guardava verso il sole.“Se uno non riesce a vedere una cosa” -pensò- allora vuol dire che non esiste, e se non esiste è bene che la vada a cercare da un’altra parte: magari in  qualche posto dovrà pur essere”.Così rifletteva Pellegrino, dopo essersi svegliato, reduce da un sogno così vero che ora non credeva più alla realtà che lo circondava.Decise così di mettersi in viaggio. Senza dire nulla a nessuno se ne andò.Pellegrino era sparito. Josephine era turbata, temeva per la sorte del povero ragazzotto, che sentiva fratello di sventura. Sapeva però che ciò non avrebbe comportato all'intera comunità alcun problema poiché il distacco di chicchessia, in qualunque modo avvenisse, non comportava nessun tipo di emozione. Del resto era loro tradizione che, se un figlio era intenzionato a sposarsi e quindi a costruire un nucleo familiare, per lui, con la sua nuova famiglia, non ci fosse posto e quindi dovesse andar via. Perciò Pellegrino per questo ed altri motivi non aveva lasciato nessuna scia di rimpianto e sembrava davvero inghiottito dal nulla. Ma lei no, era turbata e dispiaciuta.Si mise a camminare verso la sera che avanzava immersa nelle riflessioni silenziose di una mente intenta a pensare, riflettere, meditare, con un vento impetuoso che soffiava da nord e le trafiggeva il volto con pungenti sferzate. Ma l’aria  sottile e delicata che portava le purificava l'anima......e la faceva sentire in volo.....E così ci provava a volare con la mente in quel cielo che si tingeva sempre più di lingue violacee e nuvole gravide di pioggia.Trafelata correva sui prati aridi punteggiati di crochi, timido segnale di primavera, e pur nel silenzio si sentiva gli orecchi rimbombare di quel nulla in cui non scorgeva la sagoma della persona così pietosamente amata.Quella notte Josephine non riuscì a chiudere occhio, anche per lo strepito degli uomini che, come ogni notte,  tra bevute e suoni di fisarmoniche e violini spandevano nell’aria parole gracchianti e risate scomposte.Voltandosi e rivoltandosi sulla scalcagnata brandina pensava a Pellegrino, al suo dannato fratello e a Luana, andata sposa adolescente a un circense.Quanto diversi eppure come simili erano i loro destini. Vite minori, senza libertà, senza possibilità di progettare il futuro, ma sempre in balia del caso o dell’altrui volontà. Appunto come la sua.Un padre incline al bere, che comunicava solo a suon di percosse, una madre assente per tre quarti del giorno per lavori che non aveva mai capito bene e un fratello sbandato forse, bisognoso di affetto certamente, che aveva concluso la sua breve esistenza annegando tra i gorghi del fiume in una afosa giornata estiva.Ricordava ancora con stupore sofferto quando al mattino la madre rincasava e se ne andava a letto a dormire senza darle neppure un bacio e lei, piccola e sola, doveva sbrigare ogni cosa in casa, compreso preparare qualcosa da mangiare.Non era zingara di nascita, ma abbandonata a se stessa e, pur con una gran voglia di imparare, non frequentava una scuola e se ne stava per tutto il tempo in istrada e spesso percorreva lunghi tratti alla ricerca di grandi manifesti davanti a cui si fermava estasiata seguendo sulle immagini chissà quali voli di fantasia.Trovava un po’ più di calore nei periodi in cui, nelle vicinanze della sua casa, si accampava una strana famiglia di giostrai che era solita tornare ogni anno all’inizio dell’estate.“Siete di passaggio o rimarrete per sempre qui” chiese a Luana con manifesta speranza.“Non possiamo sostare qui per sempre, dobbiamo seguire il calendario delle feste e recarci lì dove ci chiamano o siamo accolti. Viviamo di questo, del divertimento della gente”.“Posso stare un po’ con te”, chiese timorosa. “Certo, aiutami, devo ripulire le giostre. Questa sera è festa. Ci sarà folla, incominceremo a lavorare presto. Tutto deve essere messo a posto a puntino.”Felicissima Josephine si diede a dar di gomito e quando le pulizie furono terminate se ne tornò a casa saltellando di gioia: aveva ricevuto come ricompensa da Luana la foto del fratello.Un ragazzo bello come il sole, snello, di colorito olivastro, occhi neri e fulgidi. La foto lo ritraeva insieme al nonno, che era stato anche lui giostraio, e a cui rassomigliava molto: stesso sguardo volitivo, stessi occhi penetranti. Se ne innamorò subito. Incominciò a frequentarlo e ben presto si trovò a trascorrere le sere estive con un gruppo di ragazzi più o meno della sua stessa età che vivevano in dimore provvisorie, molto al di là della sua casa. Non sapeva bene chi fossero, poco importava, erano simpatici e soprattutto allegri. Non s’avvide che tra essi c’erano anche giovani zingari, Non sapeva che stessero lì, nel paese, né da quanto tempo, né per quanto ancora. Le piaceva quella compagnia, si divertiva e rideva come non le era capitato mai durante la sua vita.“Quanto vorrei essere come loro, quanto vorrei andarmene a vivere con loro” si ripeteva spesso. Alcune volte s’inoltrò fino ai loro accampamenti e rimase a dir poco sbalordita dall’allegria che vi regnava, dal fatto che vivessero tutti insieme, che i bambini per addormentarsi passavano da queste a quelle braccia facilmente, senza pianti o strepiti. Mangiavano insieme, bivaccavano insieme la sera intorno a grandi falò cantando incomprensibili canzoni e danzando freneticamente.Sempre più spesso insieme a Luana incominciò a frequentare quei luoghi e andava concretizzandosi in lei la volontà di scappare dalla sua casa. Fu proprio dopo le ennesime percosse ricevute dal padre che rincasando, ubriaco come al solito, a sera tarda non l’aveva trovata in casa, che si decise a chiedere per così dire asilo presso una famiglia di zingari che tanto l’aveva affascinata. Sfuggire ad un padre violento era il massimo della buona sorte per lei né provava  nostalgia della madre. L’indomani mattina all’alba ci fu la festa di accoglienza con danze delle donne al suono dei violini degli uomini.Le note si diffondevano ancora nell’aria brumosa mentre poco a poco la luce diafana s’addensava nei caldi toni del rosso aurorale per poi esplodere in raggi dorati.Lei al centro, Josephine, che fin ad allora aveva avuto per nome Marta, ricevette insieme alle vesti lunghe a fiorame anche il nuovo nome, Josephine appunto, il nome che era appartenuto a una delle anziane morta in Francia, da cui gli zingari erano dovuti scappare a causa delle superstizioni che circolavano nei loro confronti, preferendo percorrere nel loro girovagare i paesi costieri del Mediterraneo. Con un groppo alla gola la giovane in veloce carrellata di memoria ripensò ai volti dei suoi familiari, non tanto a quelli dei suoi genitori, quanto a quello del vecchio nonno, e si rivide bambina condotta per mano al bar del porticciolo fluviale dove erano all’ancora le modeste imbarcazioni dei pescatori.Ma soprattutto ricordava gli occhi del nonno riempirsi di luce quando trotterellava sulle sue ginocchia, accarezzandogli la lunga barba brizzolata.Ma ormai era lì, pronta per una nuova vita. Quella stessa notte infatti fu deciso anche lo sposo per lei.Non ne fu entusiasta avendo ancora negli occhi la bella figura del fratello di Luana. Ma il timore di dover affrontare nozze frettolose nonché non desiderate fu fugato immediatamente dalla notizia che il promesso sposo sarebbe arrivato dalla Francia non prima di un anno. In realtà non si fece vedere per nulla neanche dopo.Sicché i giorni passarono tranquillamente, e l’entusiasmo non venne mai meno. Fino a tal punto era felice di quella nuova vita. Soprattutto aveva vissuto con piacere i mesi trascorsi in Spagna e spesso con i piedi nell’acqua, in riva al mare, si lasciava cullare dai ricordi del nonno, ancora una volta mentre l’accompagnava al bar del porto. E intanto il celeste del cielo le illuminava l’anima prima che attingesse il riverbero azzurro profondo delle ampie onde marine.Col tempo le malattie degli anziani, la lontananza di quelli che andavano via per spostarsi con le loro nuove famiglie in altri posti, finirono col gettarla in preda a un nuovo tipo di solitudine.Ma sapeva che Pellegrino se l’era passata peggio di lei, non era mai stato di grande aiuto per la comunità, a stento aveva ricevuto il minimo di considerazione e di affetto.Forse per questo era andato via e chissà dove.E nella sua mente la consumava come un tarlo il pensiero di lui mentre prendeva sempre più forma il timore misto a speranza che prima o poi sarebbe toccato anche a lei fuggire di lì. Ma presto, prima che arrivasse lo sposo ormai da lungo tempo promesso.L’aria fresca del mattino già spariva sotto l’avanzare della giornata ormai estiva. Un continuo sciabordare dell’acqua del fiume a ondate spezzava il fragile sonno. Decise di alzarsi e di recarsi in giro per racimolare qualcosa da mangiare in cambio di aghi affusolati già richiesti dalle donne del paese per traforare i materassi di lana.Mentre se ne andava ogni tanto le sovveniva di Pellegrino, sebbene non avesse troppe speranze di rivederlo, essendo passato ormai troppo tempo dalla sua scomparsa. Confidava solo che qualche anima buona da qualche parte lo sostenesse con un po’di cibo e un giaciglio.Bussò alla porta di un casa che dava sulla strada, appollaiata su tre gradini, dove ricordava che a Pellegrino piaceva sostare mentre lei faceva il suo solito giro. La padrona di casa aprendo l’uscio gli dava spesso del pane e qualche frutto per tenerlo buono cosicché non spaventasse i suoi bambini.La donna seppe solo allora della scomparsa dell’uomo. Al racconto non poté trattenere delle emozioni repentine.Afferrandola per un braccio espresse a Josephine il sospetto di aver avvistato Pellegrino!“Ho incontrato Peter....(così pensava si chiamasse) il lunedì di Pasqua, chiedeva l'elemosina davanti all'ingresso delle Grazie....”“Peter, mah! Forse, chissà...-pensò dentro di sé la ragazza-. Forse era solo un ennesimo uomo senza nome. Incontri avvenuti sempre nel silenzioso ed egoistico andare, andare verso…”Ma, tornando a Peter,“Posso dire che la cosa che mi ha colpito di più”, farfugliava agitata la donna “sono stati i suoi occhi azzurri e poi il suo sorriso..., luce di un volto che sembrava appartenere ad un passato lontano,.....poi la coperta sua compagna di viaggio, e soprattutto i suoi piedi nudi e gonfi, piedi da pellegrino....e ancora tante, tante biglie contenute in una scatolina”.“Mi ha guardato e mi ha teso la mano chiedendomi un'offerta.....mi ha parlato...mi parlava in una lingua che dapprima non capivo”. Poi ho capito, sebbene mi sembrasse uno straniero.“Continuava a ripetermi sorridendo..... dolcemente: la biglia…la grande biglia è scomparsa nel sole……ma un giorno la troverò, sì, proprio nel sole …e mai più la perderò…”.La buona donna ricordava di averlo rivisto all’uscita dalla Chiesa, sembrava stesse dormendo, il mento poggiato sul petto...“Così ho deciso di non svegliarlo...”Inutile dire che per Josephine questa notizia fu una cannonata al cuore. Chi era quell’uomo?“Venne l’autunno e con l'autunno Peter aveva cambiato il colore dei suoi occhi...... ora erano marrone....””Con l'autunno non mi ha chiesto più la carità ma lui era sempre lì sorridente, e dopo l'autunno ..... l'inverno....il freddo, i suoi piedi nudi.....”.”Lui era sempre lì alla Madonna delle Grazie che mi aspettava....sebbene non volesse più nulla da me....”Eppure era sicura che dagli altri accettasse la carità. Perfino a Natale aveva rifiutato la sua offerta, ma, alzatosi alla meglio, dopo averle regalato uno sguardo silenzioso si era incamminato oltre il sagrato.“Mi ha guardato con uno sguardo diverso dal solito, una sorta di inchino interiore.Ho percepito in lui una specie di gratitudine nei miei confronti,mi sono molto stupita di ciò....e ho provato un po' d'imbarazzo.....”Josephine ascoltava allibita: si trattava davvero di Pellegrino? Possibile che fosse stato in giro tutto quel tempo, senza che nessuno se ne fosse accorto? e poi dove trascorreva le sue notti? nessuno lo aveva riconosciuto? si era forse trasformato nel fisico da quando aveva preso ad andare ramingo?  Allora era lui quello che tutti dicevano pazzo?“Da quel giorno Peter non c'è più, è sparito.Mi ha lasciato però un grande dono: la dolcezza dell’incontro”.”Andrò a cercarlo, e insieme cercherò anche io la grande biglia -sospirò Josephine- per conoscere le risposte che da tempo aspetto. Incomincerò a percorrere la mia strada, a guardare verso il sole…..Se non troverò Pellegrino, troverò me stessa perché è lì che sta scritto con inchiostro indelebile la storia del mio cammino”. 

  • 07 febbraio 2012 alle ore 10:55
    Il senso

    Come comincia: Il datore di lavoro era sempre insoddisfatto, i bambini senza una madre, la nonna delirante!
    Roger aveva troppi problemi, ma scriveva sempre su un diario non potendo più sfogare tutte le ansie quotidiane del suo non vivere con Lidia.  Aveva musicato ed inciso su un CD i momenti più belli del loro sentire.
    La compagna lo aveva lasciato con i due figli, poiché era stanca di convivere con un patner fantasma, apparentemente disinteressato della famiglia.
    Un cronista per necessità, disperato e single, l’uomo aveva cambiato occupazione in modo da evitare sgradevoli incontri con la ex coinquilina. Il nuovo impiego anche se più redditizio lo assorbiva completamente senza lasciargli nessuna gratificazione da condividere con i suoi cari.
    Lo scrittore tornava molto tardi dal lavoro e non riusciva a trascorrere del tempo con Jim e Kelly, ma un giorno i ragazzi avrebbero letto le sue opere ed avrebbero capito che  quelle parole erano un modo per far comprendere una presenza forte della sua assenza.
    Roxy era anziana, ma cantava per ore dolci ninna nanne ai nipotini che tutte le sere attendevano soavemente il bacio di Roger prima di andare nelle braccia di Orfeo. Quel bacio era la linfa del lavoro di un uomo che indirettamente era riuscito a dar tranquillità alla sua prole.
    La saggia vecchietta aveva letto in profondità quel vissuto translitterato e melodiosamente trasmetteva i contenuti degli scritti di Roger alle creature di un destino oscuro.
    Arrivò l’inverno e la neve contribuiva ai tardi rientri di Roger che non riusciva più a vedere il sorriso assonnato delle sue anime.
    Quel venerdì sera, ultimo giorno lavorativo della settimana, Roger si fermò in ufficio per accontentare il suo caporedattore che lo aveva onerato con la chiusura del locale.
    Roxy che abitava vicino a casa di Roger, era stata incaricata di accudire i piccoli durante le sua assenza.
    Kelly aveva i sintomi di una terribile influenza e si addormentò con un’iniezione di antibiotico.
    Jim, dopo aver finito i compiti, cercò di andare a letto, ma si dimenava inquieto.
    Un incubo infranse il sogno di Kelly che implorò l’aiuto di Jim. Il fratellino accorse fulmineo in suo soccorso.
    La compagnia del fratello la tranquillizzò, ma non riuscì ad addormentarsi. I due piccoli concordarono di andare vicino a Roxy che, tesa e preoccupata per l’ora, non riusciva nemmeno ad intonare nulla. Così  accese un CD, prese il diario e cominciò a leggere…
    Una brezza mattutina portò  un  raggio di sole a baciare la fronte  dei bimbi, era il ritorno di Roger.
    Le urla gioiose, suadenti ed una carezza svegliò Roxy che si era addormentata con il diario in mano  ed i pargoli  accanto a lei.
    A  Roger bastò quell’accoglienza calorosa di una nuova famiglia per scrivere una nuova parte del diario.

  • 06 febbraio 2012 alle ore 18:36
    La bambina alla fontana

    Come comincia:                                                                           -Adiosu -

    E’ una bambina quella che osserva il filo trasparente morire dentro un lavandino di pietra scheggiato ai bordi ed eroso al centro, proprio dove il filo diventa goccia imbiancando di calcare i contorni dello scarico.
    La madre le ha da poco tagliato i capelli: “ per essere ordinata”, le ha detto.
    Spesso li cerca con dita avvilite, un gesto che faceva fino a due giorni prima. Addentrarsi tra ciocche, spostarle dietro la spalla, gingillarsi con i boccoli, trasportarli indietro per poi riportarli avanti.
    Così come fanno le donne dai lunghi capelli.
    La mano adesso torna indietro delusa e si ferma sul cuore che non vuole scoppiare.
    Sono due occhi grandi, neri e tristi, quelli che guardano il dorso delle mani dal colorito bruno olivastro.
    Così come sono le mani dei bambini dell’isola.
    E’ un rubinetto moribondo nel suo ultimo sussurro di vita quello che ascolta.
    Lo sguardo torna alla lacrima che scende dagli occhi di metallo.
    Nulla.
    Nessun rumore che scroscia, neppure il ticchettio della goccia.
    L’asciutto risuona nell’aria pesante.
    E' una pentola vuota quella che sua madre ha appoggiato sulla tavola. La pentola d’alluminio lucente che serve per cucinare la pasta.
    La bambina si chiama Sara ha sette anni ed è troppo piccola perché le facciano lucidare le pentole, però è abbastanza grande per andare alla fontana a prendere l'acqua, metterla in due bidoncini da cinque litri che a mala pena riesce a portare.
    Nel cortile il freddo di febbraio gela le rose e i petali resistono al peso del ghiaccio.
    Sembrano fatti di cartapesta quei fiori spuntati per magia in un mese sbagliato.
    La cosa non la riguarda poi molto. A lei interessa giocare, leggere, sognare e restare seduta a guardare la danza delle fiamme sul caminetto acceso. Forse avrebbe potuto immortalare una fiamma nella cartapesta. Una sola fiamma non poteva mostrare i movimenti del fuoco, doveva fare tante fiamme per rendere bene l'idea di quello che vedeva e lei non era abbastanza brava con la cartapesta. La maestra diceva che avrebbe imparato e sarebbe diventata brava e che poteva fare molte cose con la carta, dell'acqua e un baratolo di colla.
    La maestra  portò a scuola la carta, perché il giornale "costa", e in paese non c'è gente ricca; anche Sara è povera e non può comprare i giornali. Poveri si, ma non ignoranti, diceva  sempre sua madre, che di domenica comprava sempre due quotidiani da leggere tutti i giorni. 
    Poi, la donna li usava per incartare i carciofi e gli ortaggi che vendeva in casa; con i soldi delle verdure ci comprava la pasta, il parmigiano grattugiato fresco che comprava da zia Adelma e le sardine sotto sale che piacevano tanto al padre.  Alla famiglia di Sara non mancava nulla; in casa c'era l'olio, il vino e la farina per fare il pane. C'erano i fagioli e le patate, e d'inverno, a Natale, c'erano anche i meloni e le fragole. Mancava solamente l'acqua.
    La fontana non è lontana dalla casa di Sara, però d’inverno l’acqua gela in lastre di ghiaccio scivolose, ed il buio arriva presto.
    La cucina è una grande stanza quadrata e ha pochissimi mobili, solo un tavolo e quattro sedie al centro e sulle lunghe pareti, una dispensa di legno bianco, un lavandino di marmo posato su due muretti fatti col tufo, la macchina da cucire e il caminetto sempre acceso e una cucina a legna. La madre alza la voce  per farsi sentire, però Sara non ascolta, guarda un pochino imbambolata le due porte che danno sul cortile. Può vedere oltre il vetro le le due taniche di plastica, sa che ci sono e che dovrà andare.
    I bidoncini di plastica, così li chiamano i paesani, sono proprio dietro alla porta-finestra che a sua volta è nascosta da una lunga tenda che strascica sul pavimento a scacchiera dell’immensa cucina e che andrebbe accorciata come hanno accorciato i capelli di Sara che adesso non ci sono più; e sua madre non la pettina più, lei sbuccia patate da friggere seduta su una sedia di paglia, sfondata, che il padre non può riparare.
    Alla madre non serve più alzare la voce. Chiama Sara e la guarda sgranando gli occhi a dismisura. Uno sguardo che a Sara mette paura, quando vede quegli occhi uscire dalle orbite e fissarla, non le servono a molto le parole. Lei capisce che deve andare, che non può più rimandare e deve sbrigarsi per non essere sgridata.
    La bambina esce in cortile, ha la schiena incurvata e occhi bassi in segno di rispetto.
    Non ammira le rose ghiacciate ritte sullo stelo nudo e non gioca con il gatto; prende le taniche di plastica bianca e torna in cucina.
    I figli dei poveri guardano le madri sbucciare patate e cipolle, giocano coi pulcini gialli che pigolano al centro della cucina, vanno a prendere l’acqua alla fontana e hanno paura degli occhi sgranati che sputano le pupille. Quando la madre di Sara spalanca gli occhi e la fissa capisce che non può disubbidire. Lei è una bambina povera e come tutti i bambini poveri anche Sara va a prendere l’acqua alla fontana giù in piazza.
    L’acqua non dovrebbe mai mancare e  invece in paese  manca ogni giorno.
    A febbraio il carnevale porta il profumo delle frittelle, le risate delle maschere e il suono degli organetti. A febbraio l'acqua gela sulle strade e sui rubinetti ed entra dalle scarpe bucate che Sara non alza troppo da terra perché si vergogna di essere povera.
    Dalla strada arriva l’urlo di un venditore ambulante.
    “Fanè! Fainè! Calda che scotta, calda che brucia! Cinque lire di fainè!”
    Lei, non ha cinque lire per comprare una fetta di fainè, e a Sara piace moltissimo quella focaccia sottile fatta di farina di ceci e di acqua. E di sale. E non vuole chiedere soldi a sua madre. Il venditore ambulante cammina veloce col suo carrettino fumante e si ferma soltanto quando tutti bambini corrono fuori di casa con cinque lire in mano.
    Sara, nascosta in cantina lo immagina attraversare la via e sente l’odore dei ceci e dell’aria fredda del mese e dell'umido pieno che scende dagli occhi.
    In paese, non hanno ancora messo i lampioni, dicono che “la provincia non ha soldi” e aggiungono che “la loro è una regione abbandonata”.
    Il buio d’inverno arriva presto e i bambini quando non giocano in strada si annoiano in casa.
    Le strade sono nere e anche con la luna alta nel cielo il silenzio è un fruscio misterioso da cui fuggire.
    Qualche volta capita che a prendere l’acqua ci vada sua sorella però, da quando si vergogna dei suoi capelli corti a Sara sembra che alla fontana ci vada solo lei. La sorella ha i capelli lunghissimi e studia geografia su un grande libro. E’ un libro che guarda di nascosto quando tutti si attardano in chiacchiere intorno alla tavola ancora imbandita, quando nessuno controlla quello che fa.
    A lei il buio fa paura e la notte d'inverno arriva sempre molto prima di cena.
    Con le taniche in mano il suo sguardo speranzoso ritorna per un attimo alla fredda pietra dove l’acciaio agonizzante di un rubinetto non da cenno di voler resuscitare.
    Un momento prima era in fin di vita, stava esalando le ultime stille bagnate e se ne andava a morire tutto solo e in silenzio.
    La bambina s'inumidisce con la lingua le labbra secche ed abbassa lo sguardo sulla polvere delle scarpe che l’avrebbero portata alla fontana.
    Come un’araba fenice il filo gorgogliante della sua speranza muore sempre in ore improprie per risuscitare a suo piacimento e improvvisamente.
    Non succede mai che muoia quando Sara è a scuola, oppure quando è dalla nonna a fare i mestieri di casa. E sua madre dimentica sempre di fare la scorta nelle poche ore del mattino in cui sgorga felice da tutti i rubinetti del paese.
    I rubinetti hanno l’abitudine di brontolare spesso e annunciano il ritorno alla trasparenza dopo aver sputato sangue per alcuni minuti.
    Ora tutto è fermo e lei deve andare.
    Certo che andare a prendere l’acqua la fa sentire grande, anche se trattiene il fiato per tutto il tragitto perché non vuole rivelare la sua paura a nessuno. Non vuole che gli occhi del mondo siano puntati sui suoi. Sara abbassa lo sguardo per non incontrare le occhiate dei vicini di casa, oppure li alza in alto sul lungo nulla infinito disegnato nel cielo.
    Conta i sassi quando per terra trova i sassi; conta le nuvole quando il cielo non è tutto azzurro e liscio come un telo appena stirato.
    Oggi, non ci sono sassi e non ci sono le nuvole a darle quel poco di coraggio che le serve per affrontare la sua immaginazione; c’è solo un gran freddo che penetra le ossa delle gambe sottili che si mettono a correre.
    Correre perché tutto finisca presto.
    D’inverno l’acqua ghiaccia ai piedi della fontana e la notte arriva presto.
    Sara va alla scuola elementare del paese. Frequenta la prima A e ha una maestra che le piace. Le sue braccia magre fanno dondolare i due bidoncini vuoti così come al mattino fanno ciondolare la cartella. E può ascoltare il rumore del libro, del quaderno, della penna e della matita che si incontrano, scontrandosi, in un ritornello monotono dentro quell'assurdo contenitore, così come ascolta il movimento dell'acqua quasi fosse una nuova parabola da raccontare alla pietra.
    Sara, ha sempre un vestito che odia sotto il grembiule nero e la madre lo chiama “scamiciato scozzese” ed è proprio brutto, compreso il nome.
    Le scarpe sono sempre ingrigite dalla polvere e le ginocchia, sbucciate dalle mille cadute, le bruciano spesso assopendo il dolore dell’anima, ferita dal fuoco delle sue vergogne.
    Sara gioca sempre da sola perché non ha neppure un gioco vero con cui giocare, e quando piange lo fa lontano dagli occhi degli altri e in silenzio.
    Piange in un luogo nascosto della casa: “sa domo de su fogu” , dove nessuno entra  e Sara esce da lì solo quando le lacrime si sono asciugate.
    Quando la madre la vede in lacrime le fa sempre molte domande e lei non può fare a meno di non essere sincera.
    I bambini come Sara imparano presto a nascondere la verità.
    Da piccola raccontò a sua madre il motivo del suo pianto e lei l'aveva sgridata per la sua ingratitudine, perché “non si piange per queste sciocchezze” o "per cose che loro non possono comprare".
    Alcuni giorni dopo però, sua madre, diede un pacco di carta colorata a sua cugina. La cugina era piccola e compiva tre anni ma non c’era una festa e non c’era la torta, c’era solo una scatola con dentro una scimmia di pelo che batteva due piatti incollati alle zampe.
    Sara avrebbe voluto quel gioco per sé e per non mostrare la sua sofferenza scappò in "sa domo e su fogu" ed esplose in un pianto che non avrebbe mai dimenticato.
    Da quel giorno la mamma era diventata madre; ed era così che doveva essere.
    Sara ha un padre che torna a casa per cena e ha una madre che sbuccia patate e beve caffè con la nonna e la zia. Sara ha un piatto pieno di pasta al sugo con il quale deve soddisfare la fame della pancia e dell'anima. Possiede anche una sorella più grande con cui vorrebbe giocare, anche se tutti sanno, che le sorelle grandi giocano con le sorelle piccole solo quando le sorelle piccole diventano grandi.
    I bidoni oscillano vuoti e leggeri nella corsa fino alla fonte. In quel viaggio d’andata il volto fanciullo strozza le lacrime, conficcandole dentro il profondo degli occhi nerissimi, che spiccano lucidi sul viso rotondo.
    Ora il passo leggero di Sara si ferma davanti alla pozza ghiacciata che ha incollato nel gelo due foglie avvizzite ed un’ape deceduta nell’ultimo caldo. Vede molte altre cose che non riconosce tanto sono macerate dal tempo. Ed appoggia i bidoni ed ascolta la quiete dell’acqua. Dopo gira la leva ed il getto abbondante distrugge il silenzio. Sara vede la bocca del verde leone imprigionato al cemento e lo sente ruggire, spruzzare e schizzare, e bagnare la terra e le gambe scoperte. Con le mani allungate, Sara appoggia l’imbocco del bidone alla bocca della bestia feroce che aggredisce le scarpe con guizzi di gelo e ferisce la carne delle nude caviglie. Le scarpe di Sara lucidate dall'acqua ora appaiono nere e lucenti e se non fosse per quelle rughe ingrigite sulla pelle mangiata alle punte ed i tacchi consunti, sembrerebbero nuove. Anche la pelle dei piedi è fredda e grinzosa e scivola dentro le scarpe un po’ larghe, le quali devono durare fino al prossimo anno.
    E respira quell’aria pulita ignorando la gente che passa e che guarda curiosando il suo fare di bimba mentre un banco di nebbia le cammina proprio sopra la testa, anticipando di poco la notte che sarebbe in ogni caso arrivata.
    E le taniche piene sono pronte per terra.
    La bambina si ferma a guardare quel fico gigante che esce dal muro di tufo e che abbraccia la fontana a metà.
    Quelle braccia di legno annerito sono come fantasmi striscianti che accarezzano l’ignara fontana ora immersa in un silenzio pesante che è rimasto attaccato allo spazio, quando ha chiuso la bocca al leone.
    Cinque litri pesano tanto quando in cielo la luna si nasconde e le stelle non si sono ancora svegliate. Sara inclina i bidoni per alleggerirli almeno un pochino; versa l’acqua sulla polvere bagnata lasciando una macchia ed un rigo sottile che corre veloce in fondo alla strada. I cinque litri di paura si riducono un poco e lei non è costretta a trascinarli sul cemento adesso che ha le braccia indolenzite dal gelo. Così cammina fino a casa senza correre e neppure andando alla svelta.
    Occhi neri abbassati e schiena ricurva si fermano stanchi. Sara esprime pensieri parlando a se stessa e alle case dai muri sbriciolati, rifugio di ragni e nient’altro.
    Nessuno cammina per strada.
    L’asfalto è nero e deserto e l’aria odora di fredda oscurità e di spavento.
    “Adiosu”.
    S’interrompe l’andare a metà del cammino.
    Il saluto esce dal buio della casa sull’angolo del vicolo che deve attraversare. Un saluto dolce in cui intravede il senso poetico che i bambini, soprattutto quelli poveri, percepiscono nelle pause tra i silenzi.
    Conosce quel saluto arcaico che ormai solo i vecchi usano. Anche la vecchia è antica e Sara appoggia i suoi due cinque litri di paura dopo aver percorso cinque metri di rassegnazione sul primo gradino di pietra bianca della casa dell’Antica.
    Seduta vicino all’ingresso le fa il cenno di accomodarsi sul gradino in cui lei si mette a sedere. La pietra ghiacciata le gela le gambe e il respiro diventa leggero, a Sara sembra che il buio diventi più chiaro e anche in aria aleggi un leggero tepore.
    “Adiosu”. La bambina e la vecchia si scambiano il vecchio saluto, tanto più bello del ciao che andava tanto di moda tra i giovani e tra gli anziani che volevano apparire giovani.
    Quella vecchia viveva da sola nella casa all’angolo del vicolo nero, non aveva parenti o se li aveva Sara non lo sapeva. Per la bimba la vecchia era la sua stazione di sosta, un intermezzo tra la strada larga illuminata dalla luce che usciva dalle case ed il vicolo stretto e buio che doveva attraversare lentamente, con i bidoni pieni per la cena e la mente che poteva creare solo mostri immaginari, pronti a pasteggiare con le carni del suo corpo.
    Una sosta.
    Aveva imparato anche i numeri e adesso cercava con gli occhi  di vedere le mani rugose della vecchia per contare le piccole pieghe sottili disegnate dal tempo. La bambina e l’antica avevano molte cose in comune e lo sapevano entrambe, ambedue possedevano il dono di capire da dentro le cose che stavano fuori.
    In quel volto che sembrava inciso nel legno, in quel mento, nascosto dal nodo del fazzoletto nero, in quello sguardo attento e curioso, riponeva il fardello della sua timidezza, perché quel viso era autentico e vero e apparteneva alla sua razza, conosceva la sua lingua e conosceva molte risposte. La vecchia che passava molte ore ad osservare le persone camminare davanti alla sua casa, sapeva ascoltare senza mai commentare, senza mai giudicare.
    “Adiosu”.
    La bambina e la vecchia parlano poco pur avendo molte cose da dire.
    La vecchia accompagna il saluto con un gesto della mano che alza con un movimento leggero. A Sara sembra che dalle dita alla vecchia spunti una farfalla di luce che l'accompagnerà dentro il vicolo buio.
    La madre stava aspettando l’acqua ferma in piedi sulla soglia di casa, le strappa dalle mani le taniche e le porta in cucina dove anche la pentola aspetta.
    Il padre è seduto a tavola, la sorella legge e il fratello non è ancora arrivato.
    Le sorelle apparecchiano la tavola, riempiono le bottiglie con l'acqua fresca della fontana e la grande prende il boccione del vino da sotto il lavandino. Sara dispone il pane in un piccolo cesto e lo copre con un tovagliolo. Tutti hanno qualcosa da dire e anche lei racconta e parla di cose. I piatti aspettano la pasta fumante. L’allegria del mangiare spezza il senso di fame, momentaneamente sopito.
    Dopo cena la madre ordina a Sara d’andare a dormire.
    Sara va a letto con la pancia piena e senza pigiama.
    Le coperte pesanti scaldano i piedi ancora freddi e le favole incontrano i sogni nel riflesso dei vetri.
    Il sonno non tarda e un'attimo prima d'addormentarsi dimentica i rimproveri della mamma e i suoi occhi tornano dolci. Nella sua mente la carezza scivola sul viso, delicata e leggera.
    Ha dimenticato di spostare le ciocche dalle spalle e ha dimenticato i fantasmi congelati ai piedi della fonte.
    Non rimpiange nulla di quella felicità a brandelli pronta ad afferrare gli avanzi delle sue stelle.
    “Adiosu”
    Sussurra sottovoce alle tenebre.

  • 04 febbraio 2012 alle ore 22:44
    La colpa

    Come comincia: La colpa

    In quel paesino di provincia, nella campagna laziale a pochi chilometri da Roma, si poteva sentire il profumo del fieno appena tagliato.  In quella primavera, come ogni anno, si riunirono gli amici di un tempo davanti a tavolate imbandite a raccontarsi i soliti trascorsi di vita vissuta e inventata. L’altoparlante della piccola stazione annunciava l’arrivo del locale proveniente dalla capitale. Un grosso cartellone luminescente di “led” mostrava: i secondi, I minuti , l’ora e  il giorno 21 aprile 2010 a pochi passeggeri per lo più pendolari condannati ad un andirivieni  scandito tra lavoro e casa. Daniela e il suo compagno si appressarono a scendere dal treno. La macchina emise un prolungato stridore di ferraglia sfregolata, poi si arrestò pacata e rassicurante lasciando un odore di cherosene ristagnare nell’aria serena. I due passeggeri dopo avere chiesto informazioni a gente del luogo si diressero a percorrere i duecento metri che li avrebbero portati a destinazione.  Non portavano bagagli pesanti e furono lieti di percorrere quel tratto di via  accompagnati dall’ombra delle casette singole e dall’odore di paese alle nove di mattina. Chiacchierando  serenamente terminarono quella passeggiata di fronte a un casolare non troppo appariscente, tenuto bene e circondato da piante di olivo. Annesso a questo, un ristorante, che a sentire la gente del luogo, tutte le festività, le ricorrenze e le domeniche, era sempre al completo per cui la comitiva da ospitare aveva di certo  prenotato tempo addietro quella rimpatriata.
    Erano quasi tutti presenti e nel salutarsi facevano dei convenevoli e sbaciucchiavano bambini, che come risposta naturale si pulivano la guancia col dorso della mano e correndo tornavano in giardino.
    Cominciavano allora a scivolare sulle panche di legno del ristorante profumi genuini di pasta fatta in casa e ognuno si beava di palato e di pancia ad assaporare il buon cibo che quella mangiatoia offriva loro. I rossi sughi e le verdoline fronde delle insalate tagliate poche ore prima componevano una tela di colore che rilassava la vista e metteva il buon umore. Un buon vino rozzo e sincero andava irrorando la sala di risate e chiacchiere, invadendo di un rubicondo le guancine delle signore smunte, che lavorando negli uffici delle città avevano assunto il colore biancastro delle scartoffie che maneggiavano durante l’orario di lavoro.
    Le era rimasto impresso lo sguardo di ghiaccio di quell’amico di amici suoi, e ad ogni rimpatriata scorreva i l viso di tutti sperando di incrociare di nuovo lo sguardo di lui. Si guardava intorno con aria circospetta, come se fosse una cosa da non fare e da tenere nascosta agli altri e se fosse stato possibile anche a se stessa. Ma il desiderio misto alla speranza di incrociare quegli occhi diveniva quasi una pulsione da soddisfare e poi eventualmente  rimuovere. Un poco mignotta lo era sempre stata, ma aveva saputo stabilire il confine che una relazione passionale comporta, non il mero piacere ma dietro dei comportamenti umani la volontà di non farsi del male e non farlo. I suoi capelli ordinati e raccolti in un tupet alla nuca, appena violati da un biondo cenere lasciavano incorniciato l’ovale del viso i grandi occhi e le labbra voluttuose. Il madreperla dell’ incarnato chiaro riusciva a tenere bene la distanza che la separava dai suoi quarant’anni. La sua figura aggraziata  trasmetteva la sapidità della mela matura, e chissà quante volte era stata fatta oggetto di apprezzamenti puntuti.
    Il fascino particolare che emanava da quello strano uomo, bellissimo nei modi e nei suoi occhi grigi, dallo sguardo magnetico e convincente, dall’aspetto asciutto e i lineamenti duri. Faccia spigolosa e tagliente di un metallo. Metallo duro, eppure leggerissimo da trasportare. La donna sentiva la leggera trasparenza della sua gonna essere violata da uno sguardo persistente e insieme discreto – solo le donne riescono a vedere non guardando- Come attratti da una emozione sconosciuta si incontrarono.
    Parlarono e risero a lungo, cosa assai strana per Guido che dalla loquela si era sempre distanziato per indole e carattere. Sempre estraneo a ogni tematica che veniva discussa da gruppetti di intellettualoidi e saputoni, eppure presente con la freddezza della sua ragione appartata e silenziosa. Giocarono sulla traiettoria dei loro occhi e uscendo nel giardino odoroso di erba tagliata si sistemarono su delle poltroncine appartate, sovrastate da un portico fitto di rampicanti. Continuarono a conversare agganciando le parole a complici sguardi. Guido le prese le mani sfiorando e poi leccandone le dita. Le accarezzava le braccia nude e scendeva sul suo corpo.
    Le mani dell’uomo stavano scivolando sui seni di lei, che in modo istintivo cercò di allontanare, egli insistette avvicinando le labbra al suo collo, risalì per la collina della guancia umettando con la lingua quella bocca che si dava. La voluttà di quel bacio era il peccato primordiale. Consenziente lei di doverne scontare la pena. Le dita bramose scorrevano  il suo corpo, liberandolo da impedimenti ricamati di biancheria intima. Guido fece scivolare Daniela sulle sue ginocchia riempiendosi lo sguardo  delle  cosce tornite, e tenendola per i fianchi si chinò ad assaporare l’afrore del suo ventre. Quella ferita da lambire e da lenire dalla pena di un dolore antico, da sfogliare e fare gioire insieme al sommesso murmure che sortiva dai suoi sensi estasiati, era l’origine della vita e della morte, così strettamente correlate. L’inizio e la fine e poi di nuovo l’inizio. All’uomo non bastava il percorso tradizionale di un rapporto sessuale. Cercava l’estasi nei sensi e la sottomissione più remissiva. Nel rapporto con una donna smaliziata e priva di pregiudizi il tutto sarebbe scorso in modo del tutto naturale. Daniela no, lei era maturata in un ambiente se non bacchettone, dotato di quella buona creanza che caratterizzò una generazione. E l’amore contro natura, poi… Lei viveva in quella dimensione  ordinaria e di percorso che aveva attinto alle passate generazoni. L’ipocrisia celata in uno specifico apparire la portava a pensare che “determinati atti” li intraprendessero solo le pervertite.
    Era la imprescindibile logica che scaturiva dalla sua condizione sociale e non ve ne erano altre. L’avere era essere e  l’essere  visti; il non avere era non essere e passare inosservati.
    Il fascino dell’uomo e la sua sapiente interpretazione dell’amante aveva fatto in modo che la donna gli rendesse la pariglia umettandogli il sesso e dando modo a quest’ultimo di scivolarle fra le labbra.
    Fra lo stormire discreto della brezza tra gli ulivi e i mugugni di piacere dell’uomo, il trillo del telefono cellulare si fece sentire, fastidioso e inopportuno. Non era il momento  giusto quello, per liberare in aria una musichetta stantia e risaputa. Daniela, lentamente continuando a oscillare la testa diede il pretesto a quel membro di uscirle dalla bocca, si rassettò le labbra aprì la borsetta, prese il telefono e rispose. Non era una conversazione, poiché lei ascoltava solo, annuiva con la testa e non parlava. Corrugava la fronte ma non lasciava trasparire le emozioni che provava.
    Lei si era alzata in piedi ma il focoso amante la costrinse a piegarsi, le strinse i fianchi facendola inginocchiare e poggiare i gomiti sul tavolino basso, dove di solito ci sono i cioccolatini da offrire e qualche soprammobile.
    Le era ricaduta la gonna a coprire le gambe, nude dalle caviglie ai fianchi, sul resto era rimasta una camicetta gualcita per un terzo sbottonata. Occhi di ghiaccio la sollevò con decisione scoprendole le natiche; cominciò a trafficare di nuovo con le mani. La penetrò con le dita cercando di ammorbidire quel varco. La scosse, lei non si mosse. Poi le si pose dietro divaricandole i glutei. Cinque lunghi minuti erano passati da quel soliloquio dall’altra parte del telefono, Daniela appariva stordita e remissiva. Ora inarcava la schiena e dondolava il bacino facilitando all’amante la penetrazione. Si spingeva con forza contro l’addome nudo di lui e costringendolo a stare fermo si  impalava con decisione in quel membro virile, voltando di tanto in tanto la testa a lanciare occhiate lascive di bramosia. Le rughe della fronte solcate da sudore e i capelli un’ora prima ben pettinati, ora sciolti a frustare l’aria a causa dei violenti colpi che le tornavano per inerzia, le conferivano un’aria dimessa e greve. A tratti non percepiva più il tepore di quella carne che la riempiva e le cominciava a dare piacere, ma una fastidiosa fredda sensazione. Come se un oggetto di metallo le stesse squarciando il ventre, ne avvertiva il dolore e l’odore di ossido d’alluminio.
    Quel sentore lo provava quando un recondito pensiero riusciva a sfuggire dal suo cervello confuso. I nipoti, la scuola, la casa, la festicciola fra parenti e amici. Poi tornava a sprofondare nel suo piacere-male. Prona, con una guancia a strofinare il pavimento e con le palme delle mani distese a scusarsi ed implorare un perdono dalla terra, a quel corpo di carne che la faceva divertire al quale volle infliggere la punizione più bassa e vergognosa da accettare.
    Per una donna che possedeva, né la sfacciataggine di una  borghese, né la promiscuità  sospetta di una sottoproletaria  era la vergogna da non dire e non rivelare. Era un non piacere, un dolore da infliggersi per espiare quale colpa!

    Quel coito non le produsse nulla, e infine stanca smise di muoversi.
    Rimase ginocchioni con il viso rivolto alla parete. Ondeggiò le braccia all’indietro come per scacciare qualcosa. Con suo grande stupore avvertì la presenza di nessuno, si voltò mettendosi a sedere sul tavolino basso, le sembrò di sentire dell’umido sulle cosce; pensò che fosse sperma; vi passò la mano, e quando la ritrasse le sembrò bluastra e untuosa come il cherosene. Lo conosceva bene quel colore, quando da piccola nella casa di campagna dove era vissuta con i suoi genitori, nelle fredde serate di tardo autunno si versava nella stufa il combustibile che insieme alla positività di produrre calore emanava un odore misterioso e stomachevole. Sua madre le diceva che quell’olezzo era la coda del diavolo che stava bruciando. Si distrasse da quei ricordi improvvisi, suscitati dal colore di quel liquido, rimase a fissare il soffitto e poi a scrutarsi intorno.
    Provò un’angoscia, come se qualcosa rimasta con se per un tempo non scandito fosse fuggita, lasciandola in quello stato di frustrazione e abbandono. Se ne dispiacque avvertendo un risentito senso di dolore, gli veniva dallo stomaco e poi in alto le invadeva la testa. La circuiva e le lasciava il vuoto.
    Elaborò in modo razionale quella condizione e sprofondando nella contrizione del lutto ne fece una ragione.
    Di fuori  un vento arrogante sbatacchiava i rami degli olivi, e li piegava al suo volere. L’orizzonte si andava facendo scuro e un odore di terra bagnata avvolgeva il casale.
    Lei si compose e si vestì in fretta della biancheria rimasta sul pavimento. Si dette un po di trucco e si asciugò i capelli  dopo avere tratto dalla borsetta dei fazzolettini di carta. Uscì dal giardino. Si avviò verso il corridoio, in fondo a questo apri la porta. I suoi amici erano ancora la, nel salone.
    L’uomo dagli occhi di ghiaccio sedeva taciturno in compagnia di un bicchiere vuoto per metà di un liquoroso porto. La donna  ciondolò verso un calice mezzo pieno di un liquoroso porto.
    Andando incontro alla sera, Daniela cercò di affidare all’oblio quell’ora orrenda e se possibile eludere quel pomeriggio di festicciola di domenica.

  • 04 febbraio 2012 alle ore 11:39
    Il sapore del caffè

    Come comincia: Michela non ricordava che tempo facesse “fuori” in quel periodo.
    Ricordava bene di Rosa, invece: una donna giovane, energica, bella a vedersi, desiderosa di vivere.
    Quando si trovò –finalmente!- trasportata al “reparto di Chirurgia Epatobiliare e Trapianto di Fegato dell'Ospedale Di Rilievo Nazionale Antonio C.‎”, si sentì “in salvo”. Una notte e un giorno di attesa in barella, con i dolori che la squassavano, le avevano in parte distrutto il morale.
    Ma poi giunse in quella stanza.
    Aveva subito percepito nell’intero reparto, passando in barella, ordine, pulizia, tranquillità. Per quanto ve ne potesse essere in un posto colmo di paura, dolore, speranza.
    Nella stanza a due letti, nel lettino al suo fianco, c’era, appunto, Rosa.
    Con lei il marito. L’accolsero con simpatia. Dopo un po’ comprese che, specialmente per lui, la sua presenza era un sollievo: la moglie doveva subire un’operazione che, comprese al volo, non doveva risultare semplice né scontata. In quei primi momenti neanche indagò. Troppo presa dal pensiero di cosa sarebbe accaduto a se stessa. L’ago in vena le passava incessantemente tutta una serie di medicine, tra cui gli antidolorifici che le resero meno arduo guardarsi intorno e pensare a “altro da sé”. Il giovane marito di lei era molto paziente. Le sorrideva, l’accudiva, le portava avanti e indietro medicine, acqua, spugnetta bagnata, fazzolettini di carta e sorrisi. Di tanto in tanto venivano a farle visita le figlie, due belle ragazze l’una più grande di età, l’altra più piccina, evidentemente spaventate dalla malattia della mamma. Intanto nella stanza le cose prendevano il “tranquillo” e se vogliamo rassicurante iter di una clinica di lusso. Sì: quel reparto, gestito bene, da un’ottima equipe, con personale preparato e con a capo un medico veramente bravo, sembrava un’oasi nel deserto. Un luogo dove la medicina trovava il suo spazio certo, nei toni ovattati delle pareti, nei silenzi, negli orari rispettati da infermieri e personale. Tutti gentili, persino affettuosi. Il contatto con il dolore doveva in qualche modo condizionarne il comportamento. Quando si avvicinavano al letto di Rosa, lo erano, se possibile, ancora di più. Ogni tanto scompariva: la portavano “altrove” per qualche esame specialistico. Poi comprese anche lei cos’era e dov’era questo altrove: luoghi lontani dal centro in cui erano loro, in alcuni casi, raggiungibili con ambulanza. In altri casi posti nello stesso reparto. Lei poteva ancora arrivarci a piedi, con il suo “trabiccolo” che le veniva dietro e l’ago in vena. Il “fuori” esisteva soltanto in quegli spostamenti e la visita del medico non dava soddisfazione: parlava poco, chiedeva poco, osservava con metodica attenzione. Non era persona da lunghi dialoghi. Forse in tal modo cercava di non lasciarsi coinvolgere troppo dai pazienti. Bisognava ricordare che lui, primo ad avere trapiantato un fegato, in Italia, con il dolore, la sofferenza, la morte, doveva conviverci ogni giorno e non poteva permettersi il lusso di lasciarsi troppo coinvolgere emotivamente.
    Lei stessa tentava di non fasi coinvolgere dalla propria personale paura: un tumore. Uno di quelli contro di cui la medicina, la chirurgia, si batte, ancora troppo spesso senza risultato.
    Rosa, aveva un tumore. Alla fine fu chiaro. Uno di quelli che nascono e crescono quasi silenziosamente e t’invadono, si direbbe all’improvviso, senza lasciarti più possibilità di salvezza. Michela pensava spesso alla nipote, in quei tempi. In realtà ci pensa ancora oggi. Come non farlo?
    L’ultimo periodo, prima del ricovero, si erano fatte compagnia “nel non mangiare”. Lei, perché qualsiasi cosa ingerisse, minacciava di farle scattare una di quelle crisi terribili, da corsa all’Ospedale più vicino e Grazia perché si sottoponeva a una dieta indicata da un “medico alternativo”, in quanto, anche non volendolo ammettere, si sapeva che il suo fegato stava cadendo a pezzi, invaso da un tumore secondario, senza speranza.
    Bella, Grazia, bella, Rosa, giovani entrambe.
    Si fermava a chiedersi se l’operazione che il “Maestro” si preparava a compiere su Rosa, fosse possibile anche sua nipote, ma non lo era.
    Quando, qualche mese prima,uno dei medici che la visitavano di tanto in tanto, aveva proposto a Grazia tutta una serie di medicine, il volto (invero un po’ color bronzo), intenso, con i grandi occhi neri, della ragazza, si era simpaticamente girato in una smorfietta:
    “Dottore, per quanto tempo dovrò prenderle?”- Aveva chiesto.
    “Vita natural durante”.
    “Nooo!!”. Già. Non le avrebbe prese per molto, purtroppo. Questo le faceva, oggi, prendere le sue medicine “vita natural durante”, senza noia e augurandosi di prenderle molto a lungo.
    Michela chiese al medico, uno di quei giorni di attesa prima dell’intervento che tardava a giungere: “Dottore, mi dica chiaramente: ho un tumore?”.
    E lui:- “...”. Evidentemente non poteva sbilanciarsi. Non ancora.
    Bene. Così funziona.
    Il tempo passò. Oltre dodici giorni di cura per ridurre alla quiete la sua cistifellea e potersi permettere il lusso di operare.
    Intanto Rosa lo era stata. Dieci ore d’intervento e le avevano lasciato un pezzetto di fegato, con la speranza che ricrescesse. Si era capito che il dottore, avrebbe dovuto “aprire e chiudere”. Ma lui non era il tipo di arrendersi alla morte. Era caparbio. Anche Rosa lo era.
    Tornò giù, dopo un paio di giorni in terapia intensiva, con il marito più pallido di lei. Ci restò poco: qualcosa non andava per il verso giusto. Ritornò in sala operatoria per altre dieci ore d’intervento e giorni di terapia intensiva. Lei chiedeva di Rosa al marito che gentilmente trovava il tempo per farle un saluto. La stanza di Michela era più spesso vuota nel secondo letto che abitata. Ne approfittava la sua dolce figliola per dormire più comoda quelle poche ore che si poteva. Bruna, che studiava all’università, lavorava facendo lezioni private, rientrava di sera, per le strade oscure, con il timore di Michela che restasse fuori la porta del reparto. Ma oramai medici, infermieri, barellieri e quant’altro, la conoscevano. Un po’ la viziavano. Le aprivano l’uscio del reparto in ora tarda, le portavano la colazione, entravano in camera il più tardi possibile per farla dormire una mezz’ora in più e c’era anche l’infermiere che le ascoltava, essendo egli stesso preparato in materia, l’esame di biologia. In tutto questo tempo Michela NON mangiava affatto. Aveva fame. Anche soltanto l’odore di quel brodo che circolava per i corridoi, le pareva paradisiaco. Le mele al forno! Cosa avrebbe dato per una mela al forno! Era LA FAME.
    Poi, una sera, giunse la fase preparatoria alla SUA operazione. Le fecero bere due o tre litri di una sostanza dal sapore indescrivibile che avrebbe avuto il compito di trasformarle gli intestini in una zona sterile. Ci riuscì perfettamente: nel suo apparato digerente, tra digiuno e lavaggio, non era restato nulla.
    L’indomani sarebbe andata in sala operatoria. Rosa era rientrata prima di lei dal secondo intervento e combatteva come una leonessa per la vita. Dalla sua pancia (che la sera prima dell’intervento si era osservata dicendo: fammela ricordare senza cicatrici), uscivano tubi e tubicini di dimensioni considerevoli, così come dalle narici e dalla bocca. Ma lei si era destata e combatteva per la vita.
    Michela, invece, non si sentiva affatto combattiva. L’indomani, con logica, avrebbe atteso che l’addormentassero e avrebbe affidata l’anima a Dio, serenamente. Quella sera nel reparto “gli amici” del turno le sorridevano. Uno, in particolare, le disse: vuol venire un momento con me? Si alzò, tirandosi dietro il solito armamentario e, magra com’era divenuta (e come non sarebbe stata più in seguito…), lo seguì incuriosita nel corridoio. Un esame? Un controllo? No: lui si fermò davanti all’uscio della sala degli infermieri. Lo aprì. Dal di dentro veniva un odore straordinario DI CAFFE’. Come le pareva di non avere mai sentito prima.
    “Vuole un po’ di caffè”?- Chiese l’infermiere. Lei lo guardò stupita e si trovò tra le mani una tazzina di quel liquido bollente e nero. Lo portò alle labbra: scottava. Lo saggiò e le sembrò una sostanza paradisiaca. Dio, com’era buono il caffè!
    Buono come quello non ne provò mai più.

  • 03 febbraio 2012 alle ore 12:00
    L'ansia dei rovi

    Come comincia: Le piantagioni di erica l’avevano da sempre esterrefatta.
    Non tanto perché lineari, quanto per la loro imprescindibile fierezza.
    L’orto era stato rimescolato da poco, per volere dei fascisti pure l’erba doveva
    dotarsi di un finto contegno.
    Ma le eriche avevano detto no.
    Sarebbero state sradicate, un giorno, quando anche Italia avrebbe dovuto posare
    le cicche incaute delle sue sigarette.

    Alle porte di Barberino sfilarono quel giorno le nuove squadriglie.
    Dirimpetto al municipio venne issata la bandiera del Partito Nazionale, coi fregi
    dell’anomala libertà.
    L’aquila premeva come un tuono sulle teste rasate che acquisivano i voti.
    Anche Italia, addossata al lampione a circolo, si sentiva essere meno, meno
    di tanta folla che entusiasta bramava il nuovo corso, meno del colonnello Fanio
    fatto fuori dalle milizie perché aveva detto, “no, io fiorentini non ne ammazzo”.
    Fumò un’altra sigaretta, Italia; poi, pallidamente, si diresse con un nodo in gola verso
    casa.

    Check era saltato fuori dalle macerie di un fontanino, poco distante dalle abitazioni
    miliziane.
    Aveva percorso a valle una ventina di chilometri, zampettando amaramente per via
    di una brutta ferita.
    L'incidenza della strada sterrata lo faceva oltremodo soffrire.
    Italia avvertì quei passi mogi e il guaire ansimante.
    Si voltò, danzando quasi sul cornicione, e poi produsse un strano verso, come a dire
      “ehi tu, aspettami che scendo.”

      Italia si stava prendendo cura di lui, le giornate passavano radiose e con molto più
      senso; non c'era mattina in cui la ciotola di Check non fosse carica di sorprese.
      Prima delle rondelle all'uva passa, acqua fresca di fonte, poi eleganti
      fichi d'india sminuzzati.
      La sera Check si distendeva lungo sulle gambe della padrona, che non percepiva
    più neanche gli spari della piazzetta; parevano fuochi d'artificio, quelle grosse
    luci che scuotevano le valli.
    Italia beveva del Chianti d'altura, e bisbigliava all'orecchio del cane, una semplice
    richiesta; “tu non mi abbandonerai mai, vero?”

      Lucio, detto “Il vicario” era a capo di uno dei primissimi nuclei partigiani.
      Si era stretto al braccio  il simbolo di un tamburo.
      Lui e gli altri “volontari” avevano già occupato le prime, segrete posizioni in viale
      del Lago.
      <<Cosa vi hanno detto quelli di Scandicci?>>, domandò Italia una sera di caffè 
    freddi e prugne acidule.
    <<Che è ancora troppo presto...un mese ancora o due>> ribatté Lucio avanzando
    lentamente sulla branda.
      <<E quello chi è?>> chiese “l'armatore di Fucecchio”.
    <<E' il nuovo guardiano e custode, Check>> fece Italia solleticandone il pelo fulvo,
    <<non preoccupatevi, lui dorme con me.>>

    Avrebbero percorso Corso Bolognese in perfetta sincronia.
    La prima Galetti fu quella d'Italia, che arrivò in fondo al vicolo “dei nasturzi”.
    Ci viveva lui, un vecchio caricaturista del primo conflitto mondiale.
    Si faceva chiamare Ambrogio H., collaborava ancora con una parte della stampa
    eversiva, perlopiù distribuiva ritagli ironici al Papiro di Certaldo.
    I tre, affiancate le biciclette al muretto in pietrame, bussarono sei volte come da
    segnale; alla finestrella si affacciò il volto caduco di Ambrogio, che fece
    segno con l'indice di avvicinarsi, cautamente, alla porta inclinata.

        I FASCISTI SI DIMENTICANO DI VOI, SONO SELVAGGI CHE VI
    PUGNALERANNO ALLE SPALLE.

    IL POPOLO DEVE DIRE NO; NO A CHI VUOL FARSI PADRONE DELLA
    PATRIA, NO ALLE CAMICIE NERE, AL COPRIFUOCO DEI CITTADINI.

    BARBERINO DEVE DARE L'ESEMPIO; AFFOSSATE LE BANDIERE ,
    COMBATTETE I DISTINTIVI CHE VI DICONO COSA FARE.
    PRONTI A RIPRENDERVI LE VOSTRE LIBERTA?

    I volantini ponevano in calce il marchio ML; Movimento Libero.
    Le squadriglie fasciste cominciarono di lì a poco una tragica caccia all'uomo, non
    furono risparmiati nemmeno i vicoli più poveri, le scarpate della valle d'Elsa furono
    letteralmente invase.
    <<Check, bello, vieni qui dai la zampa...>>
    Italia aveva deciso di nascondere Lucio nel sottile ripostiglio, almeno fin quando
      le ronde si fossero fatte meno intense.
    <<Ehi, Check..porta queste a “Zio”, ok?>>
    Uno scatolino con le solite cinque sigarette del tramonto, momento in cui le milizie
      passano per via del Lago.
      <<Signora, siamo noi, ci apra>>.
      Solita constatazione iniziale, “le cose vanno bene per tutti, eh...queste piante via
      chi vi credete...”.
      Check arrivò di corsa da Italia, come sempre a quell'ora.
      La donna si era accorta, tanto tardi, della fascia col tamburo che Check aveva
      morso per chissà quale ragione.

     

    <<Lo so che mi vuoi bene...lo so>>, aveva ripetuto Italia, vedendo come gli occhi
    di Check si fossero rapidamente inumiditi.
      <<Non vuole mai essere preso per i denti...avrei dovuto dirtelo...>>
    Un soldato aveva tolto la sicura al fucile, e sparato due colpi furenti alla nuca
    del “vicario”.
    Italia era sempre lì, reggeva la sigaretta di tante altre sere, e badava a cercare
    l'erica più lunga, per torcerla e strapparla via.
    <<Tieni..>>, disse poi a Check che scodinzolava lì vicino, <<non farla mai seccare, 
    nascondila in un terreno migliore.>>
    Arrivarono tre colpi che spezzarono l'aria.
    Italia atterrò docile sopra la conca di pietre e fango.

  • 02 febbraio 2012 alle ore 17:35
    Voci dal passato

    Come comincia: Terminato di scrivere in prima stesura il settembre 1992, in Casalvelino (SA);
    riveduto, ampliato, corretto e composto al computer per la pubblicazione nel settembre 1993.
    Rivisto, ampliato e pubblicato come e book nel 2012, in Napoli (NA).

    Dedico questo libro a tutti gli spiriti eccelsi del passato che consacrarono la loro vita alla conoscenza dei misteri del cosmo e all'approfondimento della realtà fisica per offrire agli uomini un universo più intelligibile; Ai miei cari, che mi hanno "preceduto in Galilea", dedico in particolare la mia "speranza" di un'anima.

    "Wir verdanken den Wissenschaften
    Die glucklichsten Augenblicke unseres Lebsens
    Wenn jede andere Freude vorubergeht,
    diese bleibt."
    (Dobbiamo al sapere i momenti più felici della nostra vita. Se ogni altra gioia se ne va, questa rimane)
    FEDERICO IL GRANDE
    Voi che ci avete lasciati.

    Voi, che ci avete lasciati,
    non siete che ad un passo dai nostri respiri.
    Ombre mobili, inquiete,
    tra parete e parete,
    tra sogno e realtà…
    siete là,
    non lontano dalla nostra mano,
    dal soffio del vento che imprime movenze alle tende,
    dal dolce tepore del sole di oggi
    che scalda ricordi di ieri.
    Non siete lontani:
    al mattino,
    le palpebre chiuse
    conservano un baluginio delle vostre presenze.
    Voi, che ci avete lasciato nel pianto,
    sedete tranquilli
    sul bordo del letto, aspettando
    il nostro risveglio.
    E nel sogno vi possiamo vedere.
    Ci abbracciate solleciti, al nostro apparire
    In un mondo, che non ci appartiene,
    a mezz’aria tra quello che è andato
    e il futuro, di un nostro finire.
    Voi, ci tendete la mano,
    ma senza ansia di afferrare la nostra.
    E, col vostro lasciarci ci aprite un cammino
    aspettandoci, calmi al varco del nostro destino.

    Presentazione dell'autrice (rivista e contestualizzata alla data del 28/12/2011).

    Guardando in me stessa oggi, non posso fare altro che rendermi conto di come siano state e siano anche oggi molte, le motivazioni che mi hanno spinto, da prima senza averne immediata coscienza e quindi con uno scopo ben preciso, a interessarmi di parapsicologia.
    La prima, evidente, consiste nel fatto di essere nipote di una medium. Fin da bambina sentivo parlare delle capacità particolari di mia nonna Michela, di cui ho soltanto un vago ricordo del tempo in cui era spirito e carne. Avevo sette o otto anni, quando si ammalò. Per me era la nonna che mi permetteva di giocare con i bottoni, fingendo fossero persone e facendo "ballare" quelli che avevano un peduncolo forato dove si fa passare il filo. La nonna che lavorava velocissima a maglia, ma anche la nonna che ricordo giacere a letto, ammalata, nel tempo in cui "lavoravo" con la Rai, come ballerina (sempre setto, otto, nove anni), cui mia madre mostrava la mia immagine in televisione (allora soltanto bianco/nero e Rai uno). Mia nonna, indirizzata a guardare la nipotina danzare, non mostrava interesse: era troppo grave. Poi morì. Fisicamente. Di quella nonna, all'apparenza donna semplice, moglie e madre, seppi poi altre cose: le storie sulla sua medianità, il tavolo di legno, pesantissimo che si sollevava sotto la sua mano, rispondendo con salti e tocchi, "sì e no" o lettere dell'alfabeto, alle sue domande, di sua sorella che, possedendo un tavolino a tre piedi, lo vedeva correre sotto il suo letto quando andava a dormire. Le storie narrate da mia madre sulle previsioni azzeccate e sulla fine del suo gratuito operato di medium, facevano parte della realtà della mia infanzia, per cui non potevo stupirmi di molto. Nonna Michela, alla morte della sua terzogenita appena nata, vide la cosa come una punizione divina perché la Chiesa non ammetteva (e non ammette), contatti con l'aldilà. Non di questo tipo, comunque. Quindi, spaventata, smise. A questo proposito occorre aprire una parentesi. L’argomento relativo allo spiritismo è tutt’oggi considerato una sorta di peccato o abominio dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Questo benché in realtà (e vedremo più avanti alcuni casi), sia insito nell’uomo il desiderio di pensare che la persona amata e perduta alla vita ci attenda “altrove”. In passato le sedute medianiche partivano molto spesso da ragioni d’amore e oggi tali ragioni si esprimono diversamente, anche attraverso la nascita di associazioni variamente interessate al quesito della sopravvivenza dell’anima dopo la morte fisica. Si tratta di Associazioni per la ricerca sull'ipotesi della sopravvivenza, quali, ad esempio "L'associazione "Gnosis",  fondata nel 1981, che ha come presidente il Prof. Giorgio di Simone e tra i consiglieri l’amica Laura Guerra Rascio, ricercatrice metafonica, già partecipe del mio Premio Parmenide per la saggistica inedita e vincitrice, dopo la pubblicazione del suo “Napoli chiama il cielo risponde”, per quella edita. L’associazione stessa consiglia alcuni siti:- Fondazione Biblioteca Bozzano - De Boni; Il Laboratorio; Luce e Ombra; Esonet Centro Studi Parapsicologici; New Paradigm Books; Koestler Parapsychology Unit (University of Edimburgh); The RetroPsychokinesis Project (Kent University at Canterbury); International Institute of Projectiology and Conscientiology; Society for Psychical Research (S.P.R.); Rhine Research Center; University of Princeton; Cognitive Science Laboratory; Parapsychological Association Inc. Su questo tema tratteremo ulteriormente più avanti. Altra Associazione simile è quella denominata “ I nuovi Angeli” dedicata ad Alfonso Gatto, giovane morto prematuramente. Questa prevede finanche un organo di stampa . Torneremo più ampiamente sull’argomento con riferimento ad un altro “amico”, conosciuto nel tempo in cui la mia Accademia dei Parmenidei portava avanti un Premio che prevedeva in settore dedicato alla Parapsicologia. La Chiesa, se anche sembra comprendere lo stato d’animo di coloro che hanno perduto alla vita un loro caro, non si discosta dall’imporre l’esercizio delle “tre virtù teologali”, ossia: la fede nella vittoria di Cristo sulla morte, la speranza di ricongiungersi spiritualmente alla persona cara nel giorno stabilito dal Signore, l'amore verso Dio e verso i fratelli. Implicando ciò di attenersi alle Sacre Scritture, le quali, fin dall'Antico Testamento, si esprimono con fermezza e severità contro di quanti esercitano la magia o altre forme di divinazione, valutate come azioni di disubbidienza nei confronti di Dio. Proprio nel Deuteronomio  la pratica di interrogare i morti è richiamata insieme con altre forme di divinazione e, riferendosi a chiunque compia queste azioni, il testo sacro dice:
    " ... chiunque fa queste cose è in abominio al Signore... ". (Dt 18, 12).
    Non si allontana da ciò il Nuovo Testamento, in particolare negli Atti degli Apostoli, dove ripropone la condanna di ogni mentalità idolatrica e di qualsiasi atteggiamento superstizioso e magico. Nel testo sacro a questa condanna si oppone la domanda incalzante ai cristiani di arricchire la fede nell'unico Signore Gesù Cristo e di ricevere il battesimo (cfr. At 13, 6-12; 16,16-24;19, 18-20). Appare coerente con questi criteri anche l’insegnamento dei Santi Padri e dei Dottori della Chiesa pervenuti al responso negativo del S. Uffizio del 24 aprile 1917 sulle comunicazioni spiritistiche, confermato e ribadito dal Catechismo della Chiesa Cattolica:
    • 2115. Dio può rivelare l’avvenire ai suoi profeti o ad altri santi. Tuttavia il giusto atteggiamento cristiano consiste nell’abbandonarsi con fiducia nelle mani della Provvidenza per ciò che concerne il futuro e a rifuggire da ogni curiosità malsana a questo riguardo. L’imprevidenza può costituire una mancanza di responsabilità.
    • 2116. Tutte le forme di divinazione sono da respingere: ricorso a Satana o ai demoni, evocazione dei morti o altre pratiche che a torto si ritiene che “svelino” l’avvenire [Cf Dt 18,10; Ger 29,8 ] La consultazione degli oroscopi, l’astrologia, la chiromanzia, l’interpretazione dei presagi e delle sorti, i fenomeni di veggenza, il ricorso ai medium occultano una volontà di dominio sul tempo, sulla storia ed infine sugli uomini ed insieme un desiderio di rendersi propizie le potenze nascoste. Sono in contraddizione con l’onore e il rispetto, congiunto a timore amante, che dobbiamo a Dio solo.
    • 2117. Tutte le pratiche di magia e di stregoneria con le quali si pretende di sottomettere le potenze occulte per porle al proprio servizio ed ottenere un potere soprannaturale sul prossimo - fosse anche per procurargli la salute - sono gravemente contrarie alla virtù della religione. Tali pratiche sono ancor più da condannare quando si accompagnano ad una intenzione di nuocere ad altri o quando in esse si ricorre all’intervento dei demoni. Anche portare gli amuleti è biasimevole. Lo spiritismo spesso implica pratiche divinatorie o magiche. Pure da esso la Chiesa mette in guardia i fedeli. Il ricorso a pratiche mediche dette tradizionali (medicine alternative) non legittima né l’invocazione di potenze cattive, né lo sfruttamento della credulità altrui.
    Avendo registrato un aumento delle pratiche spiritistiche anche tra i fedeli cattolici, la Conferenza Episcopale Toscana pubblicò in merito la Nota Pastorale "A proposito di magia e demonologia". Al N. 9 della Nota, quando i Vescovi si riferiscono alle sedute spiritiche come pratiche divinatorie si legge:
    • "... i singoli partecipanti e i medium (...) si prodigano nell'invocazione delle anime dei defunti (...) in realtà essi introducono una forma di alienazione dal presente ed operano una mistificazione della fede nell'aldilà, generalmente con trucchi, agendo di fatto come strumenti di forze del male che li usano spesso per fini distruttivi, orientati a confondere l'uomo ed allontanarlo da Dio".
    C’è quindi poco da meravigliarsi se mia nonna, parlando di oltre sessant’anni addietro, si sentiva colpevole nei confronti della religione e, persino, considerasse l’ipotesi di una sorta di “punizione divina” nei suoi confronti, alla morte della sua terzogenita.
    Non che la stessa Chiesa Cattolica trovasse impossibile allora e trovi impossibile oggi, la comunicazione con i defunti, altrimenti non sarebbero spiegate le apparizioni della Beata Vergine Maria o dei Santi, ma, in questi casi la Chiesa sostiene che si tratti di iniziative di Dio. Egli, infatti, nella sua immensa misericordia e nell'economia della sua Provvidenza permetterebbe, in casi esclusivi, che ciò accada, per il bene delle anime e della Sua Chiesa. Nel caso, invece, in cui siano gli uomini a evocare le anime dei trapassati, non è mai consentito dare il proprio assenso né partecipare a tali pratiche. Né si fa differenza tra i mezzi usati: medium, scrittura automatica, registratori, computer, radio, televisione o altro, giacché non si differenzia tra mezzi leciti e altri illeciti, visto che il fine da conseguire sarebbe in sé contrario alla fede. Neanche la Chiesa fa differenza tra una comunicazione spiritica buona e un'altra cattiva, prendendo come criterio di distinzione l'intenzione di chi cerca il contatto con l'aldilà. In pratica, dunque l’attività dello spiritismo non può essere giustificata né con il desiderio di conseguire un fine buono, di tipo religioso o scientifico, né con la convinzione, da parte di chi lo pratica, di compiere tali azioni ispirandosi alla fede cattolica: non è possibile compiere un atto contrario all'insegnamento della Chiesa ispirandosi nello stesso tempo alla fede cattolica. La Chiesa sembra avere ben chiara quale sia la posizione tra i figli di Dio ancora pellegrini sulla terra, quanti sono passati nell'altra vita e si stanno purificando e i fortunati che godono la visione di Dio. Le invidiamo in questa convinzione. Certamente il concetto molto materiale di un inferno di fiamme e tormenti “materiali” eterni, di un purgatorio dove anime ancora impreparate saldano, in qualche modo, i debiti con il nostro Dio e un Paradiso in cui, perennemente, altre anime “purificate” sostano eternamente a godere la Sua presenza, resta per noi molto difficile da percepirsi. Più evidente, invece, ciò che l’esperienza mi ha concesso di comprendere, ad esempio, su quanti si tolgono la vita, la cui vera fiamma eterna parrebbe il permanere nello stato di sofferenza estremo che li ha spinti al gesto e da cui, proprio con il suicidio, avrebbero voluto sfuggire. Peggio delle fiamme eterne…
    Per una caratteristica insita dalla nascita, una parte di me, vive la vita con vitale fatalismo, godendo come una lucertola al sole nei giorniluminosi, ma anche lasciandosi colpire dal vento e dalla pioggia, con la splendida sensazione di essere una molecola dell'immenso mondo in cui, infinitesimale e felice, si trova a esistere. Appare ovvio che sia stato quello stesso gusto di vivere a spingermi verso la conoscenza come un assetato a una fontana; perché a mio parere la "voglia di vivere" non deve spingere alla dispersione delle qualità che la natura ci dona, nella sterile ricerca di una continua soddisfazione per la parte materiale del corpo. Questo perché io credo nell'anima. In conseguenza di ciò ho amato comprendere teoricamente e mettere in pratica, il maggior numero di "possibilità conoscitive", per cui sin da bambina mi sono lanciata sulla strada dell’esistenza apprendendo a danzare, assaporando la vitale necessità di scrivere poesie, la gioia di dipingere, la bellezza e la pace interiore che dona lo scrivere racconti e via via romanzi e testi sempre più ricchi e complessi. Tutto ciò mi ha posto nella necessità di "conoscere" sempre di più, mettendomi anche in grado di esternare questa conoscenza nel modo più gradevole e comprensibile, sia agli studiosi, sia a quanti di storia, filosofia, letteratura, sociologia, legislazione e altro, in linea di massima s’interessano poco o nulla. Alla mia prima laurea in architettura ha fatto seguito, nel 2003, quella in sociologia e, nel 2007, una magistrale in teoria della conoscenza. Con il solo scopo di apprendere. Nel frattempo, per seguire la mia ultimogenita, ho imparato ad andare a cavallo, ma, anche, ho passato ore cogliendo le ulive sulle colline di Droro , immersa nella natura.
    Alle  spalle di questa "me" manifesta e coerente, esiste però da sempre un'altra me stessa, nascosta, colma di una sensibilità profonda, capace di sensazioni ed emozioni "eccessive" rispetto a questa società del benessere esteriore. Quella me stessa percepisce nell'aria pensieri mai divenuti parole, subisce le pene dei sentimenti e delle emozioni non espresse di chi la circonda e vive in sintonia continua con le sofferenze della nostra umanità contraddittoria, la quale, apparentemente, sembra ricercare soltanto l'appagamento di una felicità del tutto materiale, ma intimamente è piena di dubbi e desidera disperatamente ottenere la possibilità di credere nella presenza di un'anima. Per non morire. 
    L'arte, in ogni sua manifestazione, ha rappresentato per me un mezzo con cui esprimere, realizzare e in qualche caso ritrovare la mia linfa vitale più autentica; potendo in tal modo anche impregnarmi d’infinito e placare l'ansia dell’esistere quotidiano, che si stempera e perde d’importanza a contatto con la bellezza dell'espressione artistica. Col passare degli anni si è andata affinando sempre più, nel profondo del mio io, quella che amo definire "sensibilità dell'immateriale"; ossia la capacità di percepire il dolore, ma anche la speranza e la gioia di esseri che hanno lasciato questo mondo. E' questa sensibilità una chiave di lettura in più, rispetto ai misteri dell'universo, che studio mantenendo verso essa la necessità di contenerla e non lasciarmi sopraffare. In più, percependo in modo più forte del normale tutte le piccole grandi perversioni più nascoste nel profondo della psiche di chi ci circonda, occorre una particolare quantità d’incondizionato amore e capacità di perdono. Lo studio della grafologia ha aperto altri orizzonti: osservare una grafia e percepire, attraverso lo studio, la personalità nascosta dietro quei segni in qualche caso è utile, spesso ti pone in una situazione di eccessiva e quasi immediata conoscenza del prossimo. Tuttavia consiglio lo studio della grafologia, percepita oggi come scienza esatta. E' un fatto che la vita di ogni giorno, vissuta a stretto contatto con il parasensoriale, divenga più complessa, tuttavia s’impara a convivere con le possibilità che concede. Quante "aure" buie e tristi ho "visto" intorno  a gente che sorrideva!  Quanti presagi amari, intorno ai volti speranzosi e giovani, quante mani che mi "parlavano" di morte e contatti fugaci che mi "passavano" tristezza e sconforto o luoghi nuovi a me, che si riempivano di "presenze" passate. Questo che ho provato a descrivere non è che un lato, forse il più delicato e difficile, della mia realtà di sensitiva e per questo motivo, pur se con difficoltà, ho preferito per anni fingere di non "percepire" la mia diversità, chiudendo una porta materiale agli amici che ci hanno preceduto in un'altra dimensione, benché mi rendessi conto quanto fosse necessario un po' di luce sul lato spirituale della condizione umana. Certamente non sono sola a possedere capacità parasensoriali, e oggi, finalmente, se ne parla con interesse e attenzione, non più con paura e ignoranza. E' comunque un sogno: "rendere" un'anima immortale a chi teme o crede di non possederla; far comprendere all'uomo che vive soltanto in funzione della carne che questa non è in suo potere, che dovrà lasciarla, ma anche consentire un po’ di speranza a quanti hanno perduto un loro congiunto o un essere amato, perché sappiano che esiste ancora, è ancora vivo.
    Quante cose cambierebbero in meglio "nel mondo della carne", se tutti potessero essere certi di possedere anche, o forse soprattutto, una parte eterna spirituale e invisibile ai più.
    Per molti difatti riesce difficile credere che esista e coesista con il corpo fisico, un corpo astrale; eppure accade che, in casi di amputazione di arti, l'arto "fantasma" sia percepito come integro, oppure che il corpo astrale, in varie occasioni traumatiche, possa rendersi visibile al corpo fisico. Su questa evenienza tornerò più volte nel  corso  del testo di parapsicologia, ma fin da ora vorrei consigliare il lettore di tentare un contatto con il proprio io immateriale, poiché un miglior modo di vivere dipende proprio dalla capacità d’interdipendere positivamente con il proprio corpo astrale.
    Avrei potuto iniziare a scrivere questo libro molti anni fa, ma decisi di posticipare il lavoro al momento in cui sarei stata certa di aver raggiunto un più sano equilibrio psico-fisico, ossia una maggiore coesione tra io materiale ed io spirituale.
    Mi hanno spinto alla realizzazione di questo libro molte "voci" che non tutti sono in grado di ascoltare: in realtà forse si pretendeva da me che dedicassi gran parte della mia vita alla  ricerca  di spiegazioni riguardanti il mondo del paranormale, ma, per essere in grado di prendere contatto con le realtà intangibili, occorre avere i piedi ben saldi nel tangibile, una grande forza  di volontà, serenità spirituale e coraggio. Tutte queste capacità erano in me ancora allo stato latente anni fa, quando "brancolavo" nel mondo irreale delle presenze eteree correndo il rischio di trovarmi coinvolta fisicamente e psichicamente in situazioni che non ero ancora in grado di gestire. Sono molti coloro che, prima di me, hanno affrontato da incoscienti questo rischio ed hanno pagato un prezzo troppo caro.
    Oggi, proprio attraverso lo scorrere materiale dei giorni e degli eventi, aiutata da forze extrasensoriali che benevolmente mi hanno seguita nel mio cammino umano, ho raggiunto la capacità di dialogare con Voi, tentando di farlo con la maggiore chiarezza possibile e con l'intenzione di porre un punto di partenza o di transito, (giammai di arrivo), per successive e più approfondite diagnosi.
    Il mio desiderio è che questo scritto ubbidisca, anche se soltanto in parte, al desiderio delle forze spirituali positive, tendenti a pubblicizzare la realtà del loro esistere come mezzo di speranza e di conoscenza per tutti gli uomini, che non si ponga limiti di tempo di luogo o di spazio.
    L'extracorporeità difatti non è condizionata da nessuna di queste realtà "relative", ossia le riduce, le approfondisce, le altera, le sovrappone, le nega o le esalta a suo piacimento.
    Abbiamo in dote un universo di conoscenza e noi stesso vi facciamo parte, in quanto "inquilini" e "condomini" ma anche molecole infinitesimali ed essenziali di un "uno" che eternamente si evolve in positivo. 
    Possediamo in embrione tutto il sapere dell'universo e dobbiamo tendere alla perfezione, senza porci il problema se essa sia per noi oggi materialmente raggiungibile. I nostri sensi mortali non sono che la parvenza esteriore di altre possibilità che ci sono state offerte dallo spirito, ma queste non sono in grado di estendersi se noi ci rifiutiamo di accettarne la presenza.
    La percezione extrasensoriale non è sempre una realtà facile, ma se ciascun essere umano desiderasse evolversi verso essa, certamente trarrebbe vantaggi anche materiali dalla maggiore capacità di comprensione dei suoi simili e delle realtà spesso amare che s’incontrano ogni giorno, ed anche un maggiore vigore fisico che, per contrasto nascerebbe in essere i quali non temono più la morte. La realtà del quotidiano ci impone purtroppo cento impellenti necessità per cui gli esseri  umani, troppo coinvolti a osservare quando li circonda, finiscono per "non vedere" che l'estremamente tangibile. Occorre invece imparare che la realtàvisibile non esclude quella invisibile, ossia quella che il nostro organismo umano generalmente non riesce a percepire. Un semplice esempio di come possano convivere due realtà differenti, di cui una percepibile da un dato essere e l'altra non percepibile da questi, ci giunge dai computer: è oramai conoscenza comune il fatto che, se su un “cd” s’incidono (ad esempio), due articoli giornalistici, usando due differenti e non interdipendenti programmi di scrittura, per ciascun programma l'articolo scritto con il programma differente non esista e non possa essere letto. Eppure noi sappiamo benissimo di averlo "salvato" proprio su quel cd! Ebbene: immaginiamo di essere anche noi come dei "programma" posti in grado di "leggere – vedere - vivere" un tipo di realtàtangibile, perché stupirci che possa esistere un altro tipo di realtà, altrettanto viva, ma che noi non siamo programmati" a percepire?  Forse dipende soltanto da noi l'acquistare la capacità di estendere le nostre possibilità di percezione, passo per passo, cominciando a intuire la presenza di un’altra realtà, per poi "viverla e vederla" sempre di  più. 
    Forse proprio a mezzo della pressione psicologica esercitata da quanti possiedono, magari soltanto in embrione, questa differente o maggiorata capacità percettiva, che si potrà indicare la strada della conoscenza "totale" a una massa sempre più estesa di mortali, pronti a divenire coscienti della loro immortalità spirituale.
    Il senso del mio lavoro è proprio in questa possibilità di riflessione, che non allontani l'uomo dalla realtà tangibile, ma gli permetta di approfondirne la conoscenza attraverso la percezione di una realtàeterea "parallela". Mettendo così in grado il nostro computer umano di "leggere" sul cd della vita tutto ciò che vi è scritto.

    Bianca Fasano

  • 01 febbraio 2012 alle ore 12:23
    Tutto in cinque minuti

    Come comincia: Questa mattina dopo il caffè e il giornale, gli occhi mi inciampano distrattamente fuori la finestra del bar. La barca era nella solita posizione ondulata, la mia mano teneva la tazzina
    ed io ero già andata oltre con i pensieri, tipo cosa cucinare a cena, le lavatrici da riempire, la casetta di legno da costruire per mio figlio e mentre proseguivano, con raffiche temporalesche le mie idee e le vedevo piovere, mi capita di leggere un volantino di un corso di ballo . Danza del ventre .
    Ero da tempo incuriosita a riguardo. "Si tratta di sensualità, giusto?" Domandavo al mio Io o forse al mio Super Io così: "Oh mio Io oh mio Io, ma che me ne faccio io di questa danza con il mio di  ventre?" Sono sempre stata molto obiettiva con me stessa, anche se mio marito dice che ama me e le mie rotondità, quindi senza abbandonare del tutto l'idea di iscrivermi al corso, con questo tarlo cicciottello e danzante in mente proseguo la mia giornata. Ne parlo con mio marito e lui se ne lava le mani come al solito usando la classica psicologia spicciola da bugiardino e quando dico bugiardino intendo un bugiardo piccolo piccolo. Cerco asilo politico in mia sorella dato che le mie amiche sono tutte impegnatissime, chi sta per sposarsi, chi vive fuori città o chi ha mille figli che fanno sport diversi, circa due sport a testa che moltiplicato mille mi fa capire che forse non han tempo per inoltrarsi in certi passatempi con la sottoscritta. E dopo aver subito l'ennesimo no e il rifiuto di mia sorella, di mia madre, mi chiudo in me stessa per cinque minuti, mangio un bel pezzo di cioccolata e mi consolo guardando le vecchie repliche di saranno famosi in TV. Morale della favola: Così è la vita.

  • 31 gennaio 2012 alle ore 16:16
    Il secondo figlio

    Come comincia: Con una valigia,
    un sacchetto di mele,
    un biglietto di solo ritorno...

    Sul ripiano bagagli del treno: una valigia di cuoio, un pacco contenente alcuni scampoli di ricami Sangallo, un sacchetto di mele.
    Nella tasca della giacca: il passaporto, il portafoglio con un biglietto di solo ritorno e alcune banconote della Confederazione.
    Alle spalle sei mesi di lavoro nella Svizzera tedesca; davanti a sé la strada ferrata verso casa.
    Ancora poche ore ed avrebbe ritrovato i genitori e, forse, la fidanzata.
    Lui, a differenza di tanti altri, non era partito per fame e nemmeno per soldi, anche se a dirla tutta gli avevano assicurato che lì, nel paese di Guglielmo Tell (quello che aveva fatto passare al figlio Gualtierino la voglia di mangiare le mele) un operaio metalmeccanico specializzato come lui avrebbe senz’altro guadagnato bene, certamente più che in Italia.
    Né per fame, né per soldi: decise di partire perché lo avevano già fatto alcuni suoi amici e anche per il desiderio di una nuova esperienza.
    Si licenziò dall’officina aeronautica dove lavorava e via.
    Partì, ma non fu così semplice.
    Suo padre si mise di traverso;  della Svizzera, per di più tedesca, non voleva proprio sentirne parlare.
    No, proprio non capiva quella decisione affrettata, il lasciare un posto di lavoro sicuro, una vita tutto sommato comoda, per andare in mezzo ai crucchi; e pensare che il figlio qualche anno prima, durante la resistenza, aveva rischiato la vita per cercare di rimandarli a casa loro, i crucchi.
    Anche la sua ragazza lo minacciò:
    - Se parti, io ti lascio!
    Il giorno che a piedi andò alla stazione, non c’era nessuno ad accompagnarlo; il padre sino all’ultimo tentò di fermarlo strappandogli la valigia, ma poi, di fronte alla cocciutaggine del figlio, si arrese e lo lasciò al suo destino, salutandolo con affetto, e rabbia nello stesso tempo.
    Arrivato a destinazione, alcune persone lo accompagnarono nel villaggio dove vivevano gli immigrati italiani.
    Il caposquadra che lo prese in consegna parlò chiaro e disse che le nuove baracche non erano ancora pronte, quindi nel frattempo doveva dormire su, nel solaio; gli consigliò di usare la valigia come cuscino e non  per stare più comodo, come aveva pensato lui in un primo momento,  ma per evitare che nella notte sparisse.
    Alla fine, non contento, usò pure una scarica di parole ironiche per esprimere il suo punto di vista sulla decisione del ragazzo di venire a lavorare in Svizzera.
    Cominciamo bene, cominciamo proprio bene, pensò prima di addormentarsi.
    Restò solo alcune notti in quel dormitorio umido e maleodorante.
    Nei giorni successivi prese a girare il paese alla ricerca di una camera in affitto; per capire e farsi intendere da quelle persone, che parlavano una lingua di cui lui non intuiva nemmeno i punti e le virgole, si fece accompagnare da un amico che, avendo trascorso un lungo periodo di “villeggiatura“ nei campi d’internamento nazisti, parlava discretamente il tedesco.
    Niente da fare: appena capivano che era  italiano, riceveva  subito un secco rifiuto, spesso contornato da frasi per lui incomprensibili e che il suo amico rifiutava di tradurre, ma che, dal tono, si capiva bene non essere  di benvenuto.
    Strideva quell’atteggiamento con il famoso motto svizzero: “Uno per tutti, tutti per uno”.
    Era quasi  intenzionato a rinunciare, ma decise di  fare ancora un tentativo.
    Dalla strada vide un uomo indaffarato a pulire il giardino di casa e si avvicinò; mascherò la stanchezza e lo scoramento con un timido sorriso e poi, educatamente, domandò a quel signore se aveva una camera da affittare.
    L’uomo, con atteggiamento distaccato, gli chiese il passaporto; quando vide che non era del sud, e ci tenne a precisarlo, disse di sì.
    La ragione di quel sì però era un’altra, e l’avrebbe capita nelle settimane successive.
    La casa era strana: per quanto perfettamente in ordine e piena di mobili, pareva mancare di quella  sensazione di focolare, di vita a cui lui era abituato.
    Anche nella camera che il proprietario gli assegnò, percepì quella sensazione, e in ogni caso quella non era una stanza  per migranti.
    Non capiva, ma presto avrebbe compreso.
    L’uomo, impiegato della stessa fabbrica dov’era stato assunto lui, era una persona gentile, più nei gesti che nelle parole, perché parlava poco. Nel tempo però riuscirono, se non proprio ad entrare in confidenza, perlomeno a spezzare certi prolungati e imbarazzanti silenzi.
    Un giorno, tornando insieme dal lavoro, si fermarono in un bar e fu lì che l’uomo trovò il coraggio di raccontare quello che non avrebbe voluto dire, e lui ascoltò quello che non avrebbe voluto sentire.
    Poche parole, tirate fuori a fatica con una voce impastata dall’emozione; parlò di un figlio, l’unico figlio, perso alcuni anni prima, poi guardandolo in faccia aggiunse:
    - Si chiamava come te.
    Capì!
    Di colpo capì  perché l’aveva accolto in casa, l’atteggiamento paterno che aveva nei suoi confronti, quel piattino con una mela che tutte le sere trovava sul comodino della sua stanza, quel bussare delicato alla porta per dirgli che era ora di alzarsi e di andare in fabbrica.
    Di colpo capì, ma avrebbe preferito ignorare.
    Restò ancora alcuni mesi: il tempo di rendersi conto che quel lavoro non stava aggiungendo valore  alla sua vita,  che a parte l’amicizia con la persona che l’ospitava,  niente lo legava a quella terra.
    Il giorno che ripartì, l’uomo lo accompagnò alla stazione.
    Non gli chiese più di restare, come aveva fatto nelle ultime settimane, lo abbracciò e poi gli consegnò un sacchetto di mele.
    Non gli strappò la valigia di mano, come  fece suo padre alcuni mesi prima, ma in quell’istante, in quel preciso istante, ritrovò la stessa amara sensazione.
    Cercò d’immaginare lo stato d’animo, d’interpretare il groviglio di emozioni dell’uomo che aveva di fronte e vide un treno partire e, dal finestrino di una vettura, due ragazzi salutare; e sulla banchina una persona correre, in un vano tentativo di salire sul treno ormai in movimento.
    Cercò d’immaginare e provò dolore, e rabbia per un destino che stava togliendo a quel padre l’illusione di un secondo figlio.
    Provò dolore.
    E rabbia.

    Con una valigia,
    un sacchetto di mele,
    un biglietto di solo ritorno.
    Verso casa.

  • 31 gennaio 2012 alle ore 16:12
    Il partigiano francese

    Come comincia: Guglielmo quella sera, come spesso accadeva da quando aveva trovato lavoro alla Rumianca di Pieve  Vergonte, si era recato, in compagnia di alcuni amici, a casa della famiglia di  Flora.
    Niente quella sera lasciava presagire ciò che di lì a poco sarebbe successo...

    La permanenza a Vanzone San Carlo, in alta valle Anzasca, dove si era nascosto per sfuggire ai primi bandi di arruolamento nelle file dell’esercito fascista della Repubblica sociale italiana, era diventata pericolosa.
    In paese Guglielmo non era il solo a nascondersi, con lui c’erano altri due ragazzi: il figlio del proprietario di una trattoria della zona  e un nipote del Podestà.
    Durante il giorno stavano insieme, ma la notte lui andava a dormire da una signora che abitava  fuori dal paese, in basso: quasi a ridosso del fiume Anza.
    La casa era fatiscente, piena di crepe e impregnata di umidità: segni evidenti di un destino d’abbandono.
    La proprietaria era molto anziana, o perlomeno così a lui sembrava, silenziosa come lo sono certe donne di montagna rassegnate alla  solitudine.
    Silenziosa ma ospitale: per cena, con quel poco che aveva nella credenza, preparava a Guglielmo qualcosa da mangiare, il più delle volte si trattava di una semplice zuppa.
    Una sera il podestà gli disse con modi decisi che quella notte non doveva andare a dormire dalla signora:  sarebbe rimasto in paese con il suo nipote e l’altro ragazzo.
    Il giorno successivo Guglielmo seppe che durante la notte c’era stata una retata dei fascisti.
    Avevano scoperto  che alla casa sul fiume facevano tappa delle persone (ebrei o ex militari) intenzionate a espatriare; giunte in quel luogo trovavano ad attenderle dei contrabbandieri  che, seguendo percorsi solo a loro conosciuti e spesso innevati,  le guidavano sino al confine con la Svizzera.
    Il podestà, per via della sua carica, era venuto a conoscenza dell’imminente  retata e  aveva deciso di salvare almeno  Guglielmo,  che altrimenti  sarebbe stato arrestato e con lui probabilmente anche gli altri  due ragazzi.
    Ma non era stato solo quello scampato pericolo a fargli  maturare la decisione di abbandonare Vanzone; ai primi bandi di arruolamento ne erano seguiti altri, ben più pressanti nei confronti sia dei  renitenti che dei loro familiari.
    L’unica possibilità per restare e mettersi al riparo, era di trovare lavoro in qualche attività o fabbrica considerata strategica dai tedeschi.
    Ma  in alta valle Anzasca la sola via d’uscita era un tunnel, o meglio una galleria: la miniera d’oro di Pestarena a  Macugnaga.
    Lì già lavoravano i suoi due amici, ma purtroppo quando si presentò (tra l’altro poco allettato dall’idea di fare il minatore) gli dissero che erano al completo e avevano chiuso le assunzioni.
    Decise allora di tornare a casa, anche per sollevare i genitori dalle minacce di gravi ritorsioni.
    Si presentò in caserma al distretto di Varese per arruolarsi, poi però, nel pomeriggio dello stesso giorno, scappò e risalì in valle Anzasca.
    La conseguenza fu che aggravò la sua posizione, perché da renitente diventò disertore.
    Nelle settimane  successive, sua cugina, maestra  in quei paesi di montagna,  riuscì  a  fargli avere una lettera di presentazione firmata dalla dirigente scolastica di Stresa.
    Con quella lettera si  recò alla Rumianca, una ditta chimica di Pieve Vergonte dove fu assunto come apprendista  manovale. 
    Iniziato il lavoro, grazie all’aiuto di Flora,  segretaria del direttore della fabbrica, riuscì ad avere l’esonero italo/tedesco che lo sollevava, almeno nell’immediato, dal pericolo di subire le conseguenze del suo essere disertore ai bandi della R.S.I.
    A Pieve,  Guglielmo ed Eugenio, un ragazzo di Omegna che  come lui non voleva combattere per i fascisti, trovarono rifugio in una baita appena  fuori dal paese.
    Una vecchia stalla di montagna per essere precisi: sotto il ricovero per le bestie e subito sopra, nel soppalco in legno, lo spazio per i pastori; su quelle quattro tavole contorte e sconnesse sistemarono due pagliericci per dormire.
    La baita, a  parte la porta d’ingresso, aveva solo un piccolo pertugio sul retro: utile via di fuga in caso di necessità.
    La sera, dopo il lavoro e prima di ritornare al loro rifugio, con cautela la casa di Flora li accoglieva: brevi parentesi di tempo in cui emergevano i racconti dei primi nuclei partigiani, e liberamente discutevano, progettavano, fantasticavano sul loro futuro di giovani ribelli;  ma soprattutto  ritrovavano quel clima familiare che avevano lasciato e di cui, principalmente nelle ore notturne, quando i pensieri si facevano pesanti, sentivano l’assenza.
    La casa della ragazza era situata sulla piccola piazza del paese, di fronte stavano  l’asilo e  un’osteria.
    Guglielmo in quel periodo non aveva ancora maturato la scelta di  aderire al movimento partigiano; era cresciuto in un mondo fascista, in una scuola fascista, ma provava fastidio per la divisa, le sfilate, le interminabili adunate, l’obbligo alle stupide esercitazioni della fine settimana.
    Trovava ridicoli i goffi e arroganti gerarchi locali in divisa con le aquile sul cappello a imitazione del capo, dell’uomo “mandato da Dio” che faceva scrivere sui muri, come fossero pagine della Bibbia,  le massime da ricordare.
    Da quelle insofferenze era scaturita la ribellione, il rifiuto netto a prestare sostegno alla R.S.I. e al suo esercito, e di conseguenza la decisione di lasciare il paese, la famiglia, gli amici.
    Avrebbe potuto spingere oltre la sua ribellione, ma l’Ossola in quei mesi  viveva  un periodo particolarmente difficile, che non aiutava a scegliere. 
    Il regime si stava di nuovo radicando sul territorio, faceva sentire la sua funesta presenza:  c’era stata la strage di Megolo, dove era stato ucciso il Capitano Beltrami e undici  uomini della sua formazione, e la dispersione dei movimenti Partigiani di Omegna e val Strona.
    Colpi duri da riassorbire, bisognava ricominciare praticamente da capo: trovare nuovi volontari, riorganizzarsi, decidere strategie diverse da quelle seguite sino a quel momento.
    In quel breve e precario periodo  non era strano trovare Partigiani allo sbando, che agivano individualmente o quasi, isolati geograficamente e politicamente dalle formazioni che nelle altre valli  alpine andavano crescendo.
    Per esempio a Pieve, sempre stando attenti a chi si aveva di fronte o alle spalle, si parlava di un giovanottone sui vent’anni che circolava sulle montagne che facevano da cornice ai paesi del fondovalle.
    Si diceva Partigiano, non apparteneva ad alcuna formazione, né si sapeva chi fosse, da dove venisse, forse d’oltralpe, non portava con sé documenti, per tutti era diventato “il francese”.
    Viveva girando tra le baite, dove riceveva aiuti dai valligiani; non aveva creato che piccoli problemi, appariva e scompariva, ma intanto la sua fama cresceva.
    La cosa dava parecchio fastidio ai militi del  comando fascista:  non potevano tollerare che al mito del Capitano Beltrami, ancora presente nonostante la sua morte, se ne affiancasse un altro.

    …Quella sera in casa di Flora il discorrere fu bruscamente interrotto da un susseguirsi rapido  di rumori provenienti dalla piazza:  prima il rombo di alcune camionette in arrivo, poi un crescendo di  voci alterate e spari.
    Avevano ucciso il francese.
    Il giovane ragazzo, sceso in paese, era entrato nell’osteria: per bere o per mangiare qualcosa, o forse più semplicemente per stare un po’ in compagnia.
    La spiata era arrivata subito al comando dei militi fascisti di turno, ai quali non sembrava vero di avere un partigiano così a portata di mano.
    Quando Il manipolo di uomini entrò nell’osteria con le armi spianate, il giovane tentò una disperata fuga; con un rapido scatto riuscì a scansare alcuni armati e ad uscire, ma quando fu sulla piazza una raffica di mitra fermò la sua breve corsa.
    Tornato  il silenzio Guglielmo aprì con circospezione la porta di casa: giusto lo spazio per potersi affacciare e vedere.
    Era una serata buia, le stelle e la luna, come in un presagio di dolore, avevano preferito volgere il loro sguardo altrove; una pioggia tignosa avvolgeva il tutto in un’oscurità angosciante.
    Solo un piccolo e solitario  lampione illuminava l’angolo della piazza; in quel cerchio di luce stava il giovane Partigiano.
    Era steso sull’asfalto con le braccia in avanti, le mani aperte e le dita che sembravano voler grattare l’asfalto, come in un estremo tentativo di fermare la morte; dal suo fianco  una macchia di sangue si allargava sul nero del catrame reso lucido dalla pioggia.
    Un cane,  dopo aver ripetutamente annusato il ragazzo, cominciò a leccare il sangue tiepido.
    Fu lasciato così tutta la notte.
    Guglielmo lo rivide il giorno dopo nella cappella mortuaria del cimitero:  un bel viso giovane contornato da una folta capigliatura e da una lunga barba, un corpo massiccio costretto dentro una cassa di legno grezzo.
    Ancora oggi a Guglielmo capita di visualizzare l’immagine di quella notte assassina: un orizzonte emozionale che  ogni volta torna a lacerare l’anima; ma nel momento in cui tutto accadde, qualcosa in lui cambiò.
    Dopo tanti racconti, discussioni, ragionamenti, fantasie, speranze, dopo tanta teoria,  per la prima volta gli capitava di trovarsi di fronte alla dura realtà di una morte violenta.
    Pensando alla rabbia vigliacca e spropositata con cui era stato freddato il ragazzo, alla sua giovane età,  alla speranza delusa e al dolore della famiglia, provò rabbia e desiderio  di riscatto: come se quel sangue offeso  fosse stato il suo,  come se la famiglia del giovane Partigiano fosse la sua.
    Doveva, dovevano tutti fare qualcosa, non potevano regalare il loro futuro alla follia senza speranza, a dei criminali seminatori di morte; quel ragazzo massacrato senza pietà urlava giustizia.
    Era giunto il momento di scegliere, di trovare il coraggio civile di ribellarsi e combattere.

    Dopo quel tragico evento maturò in lui la decisione di diventare Partigiano.
    Rimase in fabbrica e in paese ancora alcune settimane,  poi abbandonò tutto e salì in montagna.
    Su quelle alture trovò tanti giovani; altri e altri ancora arrivarono.

     

  • 31 gennaio 2012 alle ore 16:08
    The king

    Come comincia: “Racconto libero con ironia”: così recitava il bando del concorso di narrativa.
    Visto che è libero, pensò, uno dovrebbe poter scegliere se far ridere, piangere o tutte due le cose insieme.  Lo mettevano di cattivo umore certi  accostamenti impropri di parole, del  tipo “Pranzo di lavoro” (o si lavora o si mangia, non si possono fare bene tutte due le cose insieme); oppure: “Divieto assoluto” ( ma un divieto non può essere relativo e se una cosa è proibita, è proibita e basta); o ancora: “Libertà vigilata” (ma se uno è controllato non è più libero).
    Quel titolo, “Racconto libero con ironia”, proprio non gli piaceva, ma nemmeno voleva passare  per uno incapace di accettare le sfide; decise quindi  di partecipare al concorso letterario e aprì lo schedario delle idee.
    Lo schedario altro non era che l’applicazione pratica di un metodo di lavoro consigliato da un noto scrittore americano agli aspiranti raccontatori; consisteva nello scrivere, titolare e archiviare in ordine alfabetico,  tutto quello che via via passava per la testa.
    Un po’ come fanno certi maniaci del fai da te, che conservano meticolosamente, nelle loro cantine trasformate in officine artigianali, viti, bulloni,  guarnizioni e quanto altro nel corso della vita potrebbe tornare utile;  il tutto naturalmente in un ordine perfetto fatto d’armadietti, cassette, scomparti. Vuoi mettere la soddisfazione di trovare una vite autofilettante a testa svasata  lunga due centimetri virgola cinque nel tempo di uno schiocco delle dita.
    Sfogliando l’archivio si rese conto che negli ultimi anni la sua mente aveva lavorato molto e che però alla fine, nei suoi racconti, ben poco era riuscito ad utilizzare di quel pacchetto di pensieri, battute, citazioni, modi di dire,  ricordi in lista d’attesa.
    Arrivato alla lettera T, sotto la voce Testate, trovò alcune schede; ricordava vagamente il contenuto di quei fogli. Decise quindi di rinfrescarsi la memoria,  e iniziò a leggere.

    Volevo afferrarla e spingerla più in alto, ma la corda dell’altalena nel ritorno si arrotolò.
    Il ripiano in legno del seggiolino mi colpì in fronte; sentii un colpo secco e subito dopo vidi tutto quello che stava intorno a me  tingersi di rosso.
    Mi ritrovai steso per terra, confuso, incapace di muovermi e con uno strano sapore di ferro in bocca.
    La suora si avvicinò correndo e poi, stringendomi tra le braccia, mi portò nel locale dov’erano sistemate alcune piccole brande per  il riposo pomeridiano.
    - Non è successo niente, - ripeteva in continuazione -  adesso ti medichiamo e poi potrai tornare a giocare.
    C’era preoccupazione ma anche dolcezza nei suoi gesti e nel  tono di voce, ed era la prima volta che succedeva.
    Odiavo quella suora, quella donna nera che, per impedirmi di disegnare le asticine con la sinistra, mi legava la mano alla sedia; e che quando poi  riuscivo a liberarmi e tornavo a scrivere nel modo che a me sembrava più naturale, diventava ancora più cattiva.
    A forza di urla e sberle tra capo e collo, imparai a scrivere con la destra, ma per quanto riguarda il resto continuai ad usare la “mano del diavolo”.
    Se ripenso a quella donna, non riesco a visualizzarne il volto; ricordo invece il calore del suo corpo in un giorno di primavera, e il gelo di tanti altri momenti.
    Un’escursione termica di sentimenti che  ancora oggi fa male.

      - Mai più una domenica con parenti  che hanno bambini piccoli! - dissi a mia moglie durante il tragitto verso casa.
    Faceva un caldo “a morte” quel giorno a Borgomanero e allora, per sopravvivere, ci rifugiammo in un bar dove almeno c’era l’aria condizionata; ordinammo una birra e per i bambini, alquanto agitati, un bel gelato.
    Così si calmano, pensammo.
    Prima di uscire mio figlio chiese e ottenne una bibita in lattina, che una volta fuori mostrò con orgoglio ai cugini.
    - La voglio anch’io! – gridò uno;  - anch’io la voglio! –  urlò l’altro; - anche me – disse piagnucolando il terzo, che ancora si pisciava addosso, ma sapeva bene come farsi capire.
    Per bloccare la crisi isterica collettiva che da lì a poco sarebbe inevitabilmente esplosa, decisi di tornare indietro  per comprare altre lattine.
    Entrai deciso nel bar, anzi non c’entrai proprio, perché non vidi che la porta, tutta in vetro e trasparente come un cancello aperto, era chiusa.
    Andai a sbatterci contro e sentii un dolore pazzesco, soprattutto al naso  per via del contraccolpo degli occhiali.
    Vidi il barista, i camerieri e tutti i clienti del locale girarsi verso di me e ridere apertamente.
    Oltre al dolore  anche l’umiliazione: era troppo!
    Con le lacrime agli occhi, la mano sul naso e una bestemmia trattenuta a stento, mi girai verso i pargoli e, con  voce decisa, gridai:  - Lo spettacolo è finito e anche le bibite! Si torna a casa!

    Accadde in  uno di quei periodi in cui le sole cose che non mancavano  erano i problemi.
    Casa, lavoro, soldi, famiglia, politica: tutto sembrava rotolare verso un fondo valle d’incertezza.
    Non ero molto socievole in quel periodo, faticavo ad ascoltare gli altri, soprattutto quando aggiungevano i loro problemi ai miei.
    Cercavo soluzioni e trovavo confusione; si, la testa era attaccata al collo, ma stava sempre altrove.
    Insomma, per farla breve, non  era proprio una situazione da “Mulino Bianco”.
    Ero già salito sul motorino per tornare  al lavoro.
    - Beh non si saluta? - Gridò mia moglie dalla porta di casa.
    Beccato!  pensai.
    Alzai il cavalletto del motorino e tornai verso di lei; quando la baciai sentii un rumore strano; la vidi ritrarsi e colsi sul suo viso una strana espressione di sorpresa, quasi di dolore.
    Ripensai al  faticoso  momento che stavamo vivendo, ai problemi irrisolti, alla mia perenne distrazione; pensai a tutto ciò in un vano tentativo di comprendere le ragioni di quel dolore improvviso, di quell’allarme del cuore.
    - Ti voglio bene, - disse mia moglie – però la prossima volta ricordati di togliere il casco.

    L’ufficio dove lavoravo aveva chiuso e da un paio di mesi ero stato assunto come operaio in un magazzino; la mansione principale consisteva nello scaricare merce dai container.
    Si lavorava all’aperto, con qualsiasi tempo, ma quello, almeno per me, non era l’aspetto peggiore, il problema principale era la fatica fisica, a cui non ero abituato; e poi non avendo esperienza e la giusta manualità alla fine sudavo il doppio.
    Un giorno mi sporsi dalla ribalta per vedere se la porta del container era tutta aperta; non lo era, e me n’accorsi perché ci picchiai contro la fronte. L’impatto mi aveva quasi tramortito, ma ero ancora in prova e non potevo permettermi il lusso di un infortunio; cercai quindi di mascherare il dolore.  Le preoccupazioni iniziali dei miei compagni di lavoro si trasformarono quasi subito in risatine e battute ironiche. Il camionista poi volle esagerare e affermò che tornando in sede si sarebbe fermato dal carrozziere per quantificare i danni al portellone.
    Era genovese e si sa,  i genovesi sono tirchi: guai a rovinargli qualcosa che gli appartiene.

    Sono ad una  festa natalizia,  in uno di quei luoghi che accolgono persone che non hanno avuto la fortuna di nascere sani come Gesù bambino e che la croce, nel corpo e nell’anima, la portano dal primo giorno di vita.
    Tra loro intravedo un ragazzo con un casco da pugile in testa; mi spiegano che spesso,  così, all’improvviso, sviene e cadendo picchia la testa:  ecco spiegato il perché di quella protezione.
    Io non resisterei un giorno in questa residenza per figli di un Dio distratto, e mi rendo conto del valore che le operatrici che ci lavorano aggiungono alla vita delle persone che assistono.
    Penso, mentre le osservo,  che c’è fatica nel loro mestiere, se così si può definire, visto che ci mettono anche  una buona dose d’amore, e  non  potrebbe essere altrimenti.
    Se poi è vero, come ho sentito dire, che si può voler bene al mondo, ma non si possono amare più di cento persone nel corso di una  vita,  allora vuol dire che gran  parte di quel patrimonio del cuore loro  lo stanno donando a chi sta lì. Penso anche, con una punta d’ironia, d’aver trovato uno che in fatto di capocciate mi supera alla grande. La conferma arriva subito dopo,  perché quando il ragazzo si gira sul casco di gomma  leggo: “The King“.  Non ci sono dubbi:  è lui il re delle testate.

    Il giorno dopo trascrisse al computer  tutte le cartelle in un solo testo, che poi stampò.
    Di più non sapeva cosa aggiungere a quel racconto; rimaneva però  una riga vuota e allora, prima di  chiuderlo nella  busta e spedirlo all’indirizzo dei promotori del concorso, in quello spazio scrisse:
    “  Racconto libero…  ironicamente testato “.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:31
    Un week end al mare

    Come comincia: L’automobile correva agevolmente lungo la strada ondulata. I saliscendi si facevano più accentuati, mentre valicavano le alte colline, dietro alle quali si sarebbe aperto all’improvviso il paesaggio marino.Il potente motore della berlina famigliare divorava la strada silenziosamente.
    Mario guidava con perizia e tranquilla sicurezza, la moglie Giulia, al suo fianco, leggeva assorta una rivista di moda e design.
    Da quanto tempo non facevano un week end da soli? Una vita.
    Anni e anni, sacrificati per i figli. Okay, era stata una bella vita la loro, piena di soddisfazioni, professionali e famigliari. Quasi 25 anni di matrimonio. Chi l’avrebbe mai detto, pensava Mario, il giovane ribelle idealista, e anche parecchio coglione, che diventava compagno affidabile, buon padre di famiglia, brillante architetto.
    Evviva Evviva!
    Finalmente i figli, Luca e Patrizia, erano abbastanza grandi da voler fare le cose per conto loro. Del resto la natura faceva il suo corso, si erano detti i due coniugi, ancora piacenti a quasi 50 anni. Dovevano dare fiducia alla prole, e sperare che non combinassero guai troppo grossi, o addirittura irreparabili.
    19 anni Luca, 16 Patrizia. Che strano vederli così grandi, così indipendenti, così protesi verso il mondo esterno. Faceva quasi male al cuore accorgersi, un giorno dopo l’altro, che i loro interessi li trascinavano via da loro, dalla famiglia, dalla casa. Ma era la natura, si poteva solo accettarlo.
    E finalmente avevano incominciato, Mario e Giulia, ad avere un po’ di tempo per loro, un po’ di libertà. Quell’anno sarebbero partiti per le vacanze separatamente, genitori e figli, per la prima volta. Che avvenimento, una svolta epocale per la famiglia.
    Intanto, per abituarsi all’idea, i due coniugi iniziavano appunto a farsi qualche fine settimana da soli. La stagione era ormai calda e il mare non lontano, quindi avevano approfittato delle gite scolastiche di fine anno per staccare anche loro dalla città.
    Giulia aveva scelto quel paesino di riviera, per concedersi due giorni di sole, mare, ristorantini romantici e pace, pace, pace.
    Uscendo dall’autostrada l’orizzonte marino, splendente, li incitava a raggiungere la costa, pieno di promesse ed energia. Mario si sentiva rinvigorire, quasi fosse di nuovo giovane e il tempo e la vita passata non fossero che una fantasia sfrenata dalla quale riemergeva ventenne.
    Ricordava le molte scorribande, con gli amici di un tempo, in moto e in macchina, verso la riviera, con i suoi locali, le sue spiagge, le ragazze.
    Un groppo alla gola gli impedì di accennare a sua moglie, entrando nel paesino, che gli sembrava di esserci già stato, chissà quanti anni prima.
    Il groppo ingrandì e gli annodò la lingua, mentre come un relitto raccapricciante, riemergeva dalla memoria quella storia di tanti anni prima.
    Riconosceva il luogo, seppure cambiato in molti aspetti. Aveva corso per quella stradella costiera, con la sua moto, scappando.
    Dio! Quanti anni prima? Aveva diciannove, vent’anni. L’età di suo figlio. Dio! Come aveva potuto dimenticare per tutti quegli anni, la porcheria che aveva fatto?

    All’ incrocio per immettersi nella via principale, Mario non vide lo stop. L’automobilista che arrivava da destra, per fortuna, era attento e con un lungo colpo di clacson lo riportò alla realtà.
    Giulia fece un salto sul sedile ed emise un grido, portando la mano verso il cruscotto per istinto.
    Lui inchiodò in tempo e strinse il volante. Raramente gli accadeva di distrarsi alla guida. Si scusò con l’altro guidatore e rivolse uno sguardo contrito alla moglie.
    Per fortuna l’albergo era ormai dietro l’angolo. Entrò nel parcheggio e spense il motore con sollievo. La testa gli ronzava, il ricordo di quella notte infame emergeva a poco a poco in tutti i dettagli.

    Con chi era? Con Paolo, detto Pablo, e con Franz, sicuramente. Erano stati amici per tutta l’adolescenza, poi si erano persi all’improvviso. E adesso capiva, ricordava il perchè. Per quella notte brava, notte vigliacca, notte stupida.
    Erano arrivati sulla costa con le moto, pieni di entusiasmo e ormoni.
    Mentre entravano nell’albergo, Mario occhieggiò dalla vetrata. Giulia gli rivolse uno sguardo sornione e complice, pensando che il suo fedele e adorabile marito stesse già assaporando la sabbia e il mare.
    Ma lui invece cercava di cogliere dalla memoria i particolari di quella notte, di orientarsi. Era successo in spiaggia quel fatto orribile, se lo ricordava bene adesso. La ragazza si era dibattuta, mentre lui le alzava la gonna  e le palpava le cosce. Erano un po’ ubriachi entrambi, ma non era certo una scusa per quello che aveva fatto. Lei aveva cercato di respingerlo per un po’, inutilmente.
    Lui le aveva strappato via le mutandine e l’aveva penetrata a lungo. L’aveva lasciato fare, probabilmente terrorizzata e paralizzata
    Dopo l’orgasmo era rimasto alcuni istanti su di lei, immobili e ansimanti entrambi.
    Poi si era alzato di scatto e, riabbottonandosi i pantaloni si era allontanato in fretta. I suoi amici dovevano essere ancora in giro, poco lontano. Aveva vagato, stordito dall’alcol, fino a raggiungere la moto, ed era fuggito via, vigliacco infame, lasciando la ragazza, di cui non ricordava neanche il nome, stesa sulla sabbia. Ma il viso sì, lo ricordava, era bruna, con il naso piccolo e le labbra turgide dei vent’anni, gli occhi blu e gli zigomi alti. Era splendida. E lui aveva ceduto alla libidine come una bestia.

    La mano di Giulia si posò sulla sua spalla e lo riscosse dall’incubo. Nel vederlo così distratto e turbato, gli domandò che avesse. Lui se la cavò con una strizzata agli occhi e una debole spiegazione, riprendendo all’istante il suo antico ruolo di uomo maturo e consapevole.
    Salirono in camera e si concedettero una bella doccia, indossarono i costumi da bagno e scesero in spiaggia. Il sole era alto e cocente, l’aria leggera e frizzante.
    Per tutta la restante mattinata si crogiolarono al sole, assaporando la ritrovata libertà. La sua compagna di tanti anni era ignara ed eccitata, sentiva la sua pelle calda contro la sua, le sue carezze affettuose sulla schiena. Era un idillio, turbato però dalla nuvola nera del ricordo.

    Decisero di cercare un bel ristorante e si avventurarono per le stradine laterali del borgo.
    Mario si aggirava con fare guardingo, gli occhiali da sole mascheravano i suoi occhi spaventati e dolorosamente colpevoli. Per un attimo pensò di fingere un malessere e convincere Giulia a rientrare in città, ma si rese conto che la cosa non sarebbe stata credibile e inoltre avrebbe preoccupato la sua dolce metà, inutilmente. Il ricordo era ormai riaffiorato e non poteva farci nulla, solo conviverci e sperare che col tempo sarebbe risprofondanto nell’oblio.

    Giulia, come sempre più decisionista e intraprendente del suo creativo e un po’ distratto marito, addocchiò il delizioso pergolato di un ristorante e, preso per mano l’affannato compagno, lo condusse nell’ameno giardino.
    Seduti all’ombra, con la fresca brezza di inizio estate che li carezzava, Mario cercò di rilassarsi e scacciare il suo orribile fantasma. Quel che era fatto era fatto, in fondo, pensò, non aveva mica ammazzato nessuno. Era stata una bravata, una ragazzata, un attimo di incoscienza, di follia, nella vita di un uomo integerrimo.
    La tranquillità del luogo, la bontà del pranzo di pesce, e la dolce allegria della consorte, riportarono l’architetto a uno stato d’animo più sereno. Sembravano tornati ai tempi del fidanzamento, si tenevano per mano, seduti al tavolo, come una giovane coppia appena colta dalle frecce di cupido.

    Mario fece cenno al cameriere di portare il conto, questi gli consegnò un foglietto e lo informò che si pagava alla cassa uscendo. Quindi chiesero ancora un limoncino e si godettero la pace della riviera e l’intorpidimento della pancia piena.
    Infine si alzarono e si avviarono verso la cassa, posta all’ingresso principale del ristorante.
    Quando Mario alzò gli occhi dal portafoglio la carta di credito gli scivolò dalla mano irrigidita dall’orrore. Lei era lì, davanti a lui, alla cassa. Lo guardava sorridendo con la cordialità professionale e la tranquilla autorità della padrona. Lei, era lei, Cristo Santo! La mente di Mario fu sbaragliata da una vertigine, temette di svenire e si appoggiò d’istinto alla moglie. Lei si accorse del malore e così pure la ristoratrice. Lui si riprese, e rassicurando moglie e antica vittima, pagò e si diresse verso l’uscita. Giulia gli trottò dietro e lo abbracciò alla vita.
    Ipotizzando che forse il primo sole, dopo tanto stress di vita cittadina e lavoro, aveva squinternato il suo adorabile compagno, consigliò di ritirarsi in albergo a riposare. Mario si disse d’accordo, ma costrinse l’esuberante e instancabile moglie a non rinunciare al pomeriggio di mare. Era solo lui ad avere bisogno di riposare un paio d’ore, l’avrebbe raggiunta in spiaggia più tardi.

    Sdraiato sul letto, Mario, vagava con la mente, in uno stato di ipnotica schizofrenia, tra la reale, concreta, durevole, ineccepibile esistenza dell’architetto, padre di famiglia, devoto marito, e quel bestiale episodio, quel momento di giovanile follia, che pareva, da solo, confutare e falsificare tutta la sua intera vita.
    Il senso di colpa gli arrivava a ondate sempre più forti, provocandogli palpitazioni e sudori freddi. Fu sul punto di affondare la faccia nel cuscino e scoppiare in un pianto dirotto. Come poteva un uomo ridursi in tale stato? Come poteva aver fatto ciò che ricordava bene, adesso, di aver fatto, e averlo rimosso per tutti quegli anni?
    Si alzò meccanicamente dal letto, con il cervello annebbiato, infilò le scarpe e uscì in fretta dall’albergo. Il sole del primo pomeriggio cercò di richiamarlo all’atmosfera estiva e gaudente dell’estate, inutilmente.

    Camminò in fretta fino al ristorante. A pochi metri dall’ingresso si bloccò terrorizzato. Vedeva dal vetro la padrona, la ragazza di un tempo, la sua vittima, tranquillamente al lavoro dietro al bancone, che faceva il conto della mattinata di lavoro.
    Per alcuni istanti l’uomo si molleggiò sulle gambe, come un atleta che debba prendere una decisa e risoluta rincorsa. Fece i pochi passi che lo separavano dalla porta, la aprì ed entrò.

    Gli occhi della donna si sollevarono, blu come allora, pieni di vita come allora, e lei gli sorrise.
    Mario si avvicinò al banco e rimase fermo a guardarla con la faccia imperlata di sudore e l’espressione sconvolta. La ristoratrice notò il disagio, forse il malessere, e gli domandò se avesse bisogno di aiuto.
    Lui disse di no, poi le chiese, con la voce tremante se si ricordasse di lui, di tanti anni prima.
    La donna arrossì un poco e la sua testa compì un gesto d’assenso, ripetuto più volte, mentre lo fissava negli occhi, alzando il sopracciglio. A Mario parve lo sguardo della condanna e si sarebbe buttato in ginocchio ai suoi piedi, se non ci fosse stato l’alto bancone a separarli.
    Dopo istanti che sembrarono congelati, lei gli disse :

    “ Mario. Non mi sono dimenticata di te, sai? Ti farà ridere magari adesso, ma sei stato il mio primissimo amore, e il primo con cui sono stata. Me lo ricordo bene, in spiaggia, quella notte, che pazzi siamo stati. Ma eravamo così giovani, e tu eri così bello...”

    L’uomo era ghiacciato davanti al viso della donna, non riusciva  a capire se le parole che sentiva fossero reali, o frutto del suo allucinato bisogno di perdono e di espiazione.

    “ Mi dispiace che tu sia scappato via quella notte, avremmo potuto essere felici insieme. Sono stata maldestra, mi sono vergognata come una ladra, per la mia inesperienza, per la mia incapacità. Dio che figura!”
    Si portò le mani al viso, arrossendo ancora di più.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:30
    Una ronda non fa Primavera

    Come comincia: “Capocchione!”

    “Presente!”

    “Bellimbusti!”

    “Presente!”

    “Solimano!”

    “Presente!”

    “Bravi i miei volontari della sicurezza” – Il felp-maresciallo Rotondi passò in rivista la sua truppa, con evidente compiacimento.
    I militi del servizio ronde per la sicurezza, impettiti nelle loro divise nuove fiammanti, facevano a gara a tenere dentro la pancetta ed esibire sguardi marziali.

    “Il vostro turno di guardia inizia alle 9.30, ora locale di Santa Maria di Castello. Cioè adesso! Rompete le righe!”

    I tre prestanti italiani corsero verso l’oscuro e pericoloso territorio dei vicoli di Genova. Era venerdì, serata di movida per i locali del centro storico.
    Già gruppetti di universitari e sfaccendati di varia estrazione ed età, si aggiravano per le stradine buie e maleodoranti.
    Un vento africano, rovente e umido, spazzava la città, illudendo i genovesi in un agognato temporale che rinfrescasse l’agosto metropolitano.

    Discendendo per la mattonata che da piazza Sarzano giunge in piazza delle erbe, centro nevralgico della vita alcolica e trasgressiva dei nottambuli genovesi, i tre arditi volontari procedevano con cautela, gli occhi fissi al selciato irrimediabilmente cosparso di eiezioni canine.
    I cassonetti della nettezza urbana, emanavano i loro effluvi nauseabondi, come carcasse di zebra nella savana.

    “Capocchione” – Sussurrò Solimano – “vedo un assembramento di negri all’angolo. Stanno cercando di mimetizzarsi nell’ombra, ma distinguo fiammelle sospette e mi giunge alle narici un odorino un po’ troppo aromatico”.

    “Spacciatori!” – Bellimbusti si erse in tutto il suo metro e sessantacinque, brandendo nella destra lo spray al peperoncino e nella sinistra la micidiale pistola elettrica.

    “Bellimbusti! Metti via quella roba, che è illegale. Se ce la beccano altro che ronde, ci portano a noi in questura. Dobbiamo agire come angeli custodi, non come squadristi vecchio stampo”.

    Lo slancio di Bellimbusti si mutò in una contrita espressione di vergogna.

    “Inoltre” – continuò Capocchione che, per nome e per carisma, era il più autoritario dei tre – “Ho giusto finito la mia scorta di fumo, andiamo a fare un po’ di spesa”

    “ma...ma...” – cercò di ribattere Bellimbusti - “ma come...tu? La droga...”

    Capocchione e Solimano si guardarono ridendo – “ Seee..see...il cane, il gatto e noi...” – presero il focoso collega per le braccia e lo sospinsero verso il variopinto gruppo di africani.

    “Ahò Mohamed! Come butta?!” – interloquì Capocchione scambiandosi uno schioccante “cinque” con un alto e dinoccolato maghrebino.
    “Caposcione!” – salutò di rimando – “benvenue, è da un po’ che non ti vedo”

    “Ehhh, sai com’è Mohamed, sono molto impegnato, tra le ronde, il banco al mercato, il divorzio, l’amichetta che rompe, non riesco più a rilassarmi.”

    I due si presero braccio a spalla e si allontanarono, mentre il resto della squadra vigilante si intratteneva con il folto gruppo di immigrati.

    “Bella divisa” – li apostrofò un nerissimo congolese, con chioma rasta e tunicona sgargiante – “sembrate operai dell’autostrada, vi si vede a un chilometro di distanza”

    Solimano intanto aspirava come un Folletto le volute di denso fumo che aleggiavano nell’aria. Un altro immigrato, notando lo sforzo eroico, allungò al milite un cannone appena acceso.
    Sotto gli occhi atterriti di Bellimbusti, Solimano tirò due lunghe boccate e passò lo spinellone al collega.

    “Dai Bellimbusti, fatti due tiri, che la nottata è lunga”

    “Ma..ma...Solimano...anche tu...”

    “E daje...ma da dove sei uscito? Non lo sai che ormai fumano tutti, preti e poliziotti compresi? E noi che saremmo? I gonzi della città?”

    L’ardimentoso vigilante si lasciò convincere e, mentre Capocchione tornava sorridendo a braccetto di Mohamed, diede giù di polmoni, inspirando una bordata di marocchino.
    Gli occhi gli si fecero rosso fiamma, e così pure il viso. Per qualche secondo rimase immobile, incurvato sotto la pressione interna, poi con un rumore di lavandino intasato, rigettò in un’unica soluzione, fumo, cena, catarro e forse anche una palla di pelo.
    Tutto il gruppo di immigrati e italiani, fece un salto indietro all’unisono, come un passo di danza popolare ben eseguito, sottraendosi alla fontana fisiologica che sgorgava da Bellimbusti.

    Riavutosi il coraggioso milite, la ronda potè riprendere, anche se decisamente più dondolante e meno impettita di prima.
    I tre cittadini si addentrarono nella crescente folla della movida, con gli occhi semichiusi e la lingua secca come il deserto del Negev.

    “Bellimbusti! Urge abbondante bevuta, vai a prendere tre birre!” – Ordinò Capocchione, ormai assurto a Cesare condottiero del coraggioso manipolo.

    Il sottoposto si guardò intorno, esitando tra le varie opzioni, sulla piazza si aprivano ben sei locali, tutti affollati e luccicanti e musicati. Optò per il più vicino, constatando che le gambe non sembravano vigorose come al solito.

    In attesa degli approvvigionamenti, i due volontari dell’ordine si disimpegnarono dalla folla accalcante, muovendo strategicamente verso una gradinata, di fronte alla pizzeria “Casablanca mon amour”. Lì stavano seduti e acquattati alcuni punkabbestia, presenze ormai tradizionali, coi loro numerosi quadrupedi di razza indefinibile.
    Appena Capocchione e Solimano si accostarono alle scale, due dei più grossi animali da compagnia, gli saltarono addosso sbraitando.
    I militi si ritrovarono sdraiati sotto alcune decine di chili di carne fremente e sbavante. I loro anarchici padroni si slanciarono per separare uomini e cani e, con gran fatica e urla belluine riuscirono nel salvataggio.

    “Disgraziati” – Urlò Capocchione – “bestie del genere vanno tenute al guinzaglio, alla catena, anzi andrebbero terminate!”

    “Ah bbello!” – rispose uno dei nomadi metropolitani – “guarda che sti qua erano cani dell’antidroga, li abbiamo barattati da un ispettore della Dia, per un etto di pakistano” – spiegò tra le risate generali – “se vi hanno assalito è che hanno sentito l’odore de robba. Che...c’avete da fumà?”

    Mentre il grande Cesare Capocchione ricomponeva l’onorata uniforme, Solimano rimaneva a terra ansante e balbettante per lo spavento.
    Fu preso e tirato su, intanto Bellimbusti si precipitava con tre bottiglie di birra gelata, in soccorso dei valorosi compagni.

    “Che succede?!” – esclamò – “Questi selvaggi vi hanno assalito? Chiamo rinforzi?”

    “Calma Bellimbusti” – Spiegò Capocchione – “Non è successo nulla, solo un malinteso”. E presa una bottiglia se la scolò d’un fiato.
    La bevuta si protrasse per buona parte della serata. Bellimbusti fu visto fare la spola tra il bar e la gradinata, come un vivandiere dell’esercito.
    Intanto, alla birra generosamente offerta dai ragazzi, si mischiava l’apporto fumereccio di Capocchione & C.

    È notte fonda ormai nei caruggi. Il silenzio ha finalmente riconquistato le antiche stradine. Il vento del sud gioca, birichino, con i bicchieri di plastica e le cartacce.
    In lontananza si ode echeggiare un vocìo. Dopo pochi secondi sbucano Capocchioni, Bellimbusti e Solimano, schierati, abbracciati, ondulanti e felici :

    “Anvediiii...ce sta la rondaaaaa....sta attenta bella biooondaaaaaa!!”

    Un fragoroso sciacquìo si riversa, come una cascatella alpina, dall’alto di una finestra, inondando i tre volontari di una miscela maleodorante.

    “Miaaaa! Leggèèèreeeee! Sono le cinque del mattinooooo!”

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:28
    Un amore al crepuscolo

    Come comincia: Un amore nebbioso, umido, di flebile lucerna a petrolio. Un amore che sa di minestra di verdure e cucchiaio di legno. Amore vestito di lino consumato, reso liscio dagli anni, scolorito dal tempo.
    Questo ho trovato, alla fine della mia strada. In un borgo infossato in un canalone, tra le colline di una regione scoscesa e ostile. Il selciato deformato, come fosse quasi pasta di pane, dai secoli di passi lenti e pesanti. Lo scrosciare dell’acqua, giù per le gore, tra le radici degli alberi.
    I muri delle case ormai deserte, screziati di muffe verdi, intonaci marroni, rattoppi grigi e porosi.
    Mai avrei pensato, immaginato, di fermarmi qui, tra le braccia di una donna ormai matura, come me avanti negli anni, come me rimasta indietro nella vita, al di fuori del tempo.

    Sono giunto al piccolo paese fantasma, in una notte di Autunno. Il vento scomponeva il paesaggio, alberi, foglie, versi di animali notturni, stridii di infissi antichi e malfermi, tutto si spezzava e si sovrapponeva al mio viaggiare irriverente e abbandonato.
    Fuggivo dalla mia città, dal mio passato, dalla mia stessa identità. Un’intera vita di illusioni e delusioni scrollava sulla mia anima la polvere oscura del fallimento, da sempre.
    Potevo solo fuggire ormai, e andare incontro alla morte, alla fine di tutto, di me stesso. Mi arrendevo alla mia incapacità, senza più cercare colpe e demeriti. Ero soltanto un uomo, ormai di mezz’età, eppure ancora fragile e ingenuamente idealista, come un adolescente aberrante.

    La porta della locanda, come non ne vedevo dall’infanzia, o forse che avevo visto soltanto al cinema, o nella mia immaginazione, era di assi consunte e sconnesse. Il pavimento di legno vecchio richiamò alla mia mente l’odore e l’immagine di un incrongruo baretto, nel giardino dell’infanzia.
    Entrai a capo chino, come si addice a un fallito, a un oscuro fuggitivo, reietto dal mondo, senza speranza di trovare più un luogo dove vivere.
    Mi credevo di passaggio, in quel tenebroso borgo antico, abbandonato ormai, quasi disabitato.
    Trovare una locanda, di così antica struttura, mi sorprese. La decadenza dell’edificio, la ruvidità dell’arredamento e dell’odore di cavolo bollito e carne arrostita alla fiamma, erano specchio preciso al mio sentire, a tutto il mio essere espulso dalla realtà.

    Lei mi guardò da dietro il bancone, di legno pesante e scuro, levigato da vite intere di strofinii. I capelli raccolti in una crocchia, il camicione bianco, largo e pieghettato, sulla grande gonna di panno scuro, umile, grezza e pulita, profumata di lavanda. Si asciugò le mani, forti e disarmate, nel grembiule a fiori. Il suo viso era solido, dagli zigomi alti, arrossati dal calore della cucina. Gli occhi, neri e profondi come una notte infinita, mi guardarono e piccole luci ammiccarono lontane, dalle profondità della sua anima antica. Accennò un sorriso vedendomi, il petto abbondante le si alzò, in un respiro di sorpresa. Non so come apparissi al suo sguardo di donna matura e piacente, grassa e generosa, di poche parole e di grandi sentimenti.
    Mi servì la cena al tavolo più piccolo, nell’angolo vicino al camino acceso. Mi riscaldavo alla fiamma e al cibo semplice, d’altri tempi. Portò la scodella di minestra, il pane, il vino, la carne arrosto e le verdure. Non c’era nessun altro nella locanda, il vuoto del mondo riempiva i nostri silenzi, i nostri sguardi, le nostre poche parole, dette a filo di voce, come temessimo di rompere un fragile incantesimo.

    Vivemmo insieme i nostri anni della maturità, e poi della vecchiaia, in quella casa isolata. Nessun altro giunse mai più alla locanda, nessuno disturbò i nostri cuori innamorati, esausti del mondo. Di giorno il sole percorreva il canalone, accompagnando le nostre ombre nei semplici e umili lavori di campagna. Di notte il vento e le piogge cullavano le nostre anime assopite, in attesa di scoprire cosa ci fosse dall’altra parte della vita.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:27
    Rinaldo in campo

    Come comincia: Ebbene sì, Rinaldo, 50 anni, italiano, etero, distrutto nel corpo e nella mente in pari misura, da oggi è disoccupato.

    Ma Rinaldo non è tipo da smarrirsi così facilmente.
    Memore del gran gesto del Magnifico Premier, in tempi ben più che sospetti, ha deciso: scende in campo.

    Non per darsi alla politica ovviamente, ma per trovarsi un altro straccio di lavoro.

    Sua moglie Brad-amante, come al solito è appiccicata fin dall’alba alla tv, a guardare e riguardare tutti i film con l’international sex symbol.

    Rinaldo non è propriamente un animale da letto, o meglio lo è ma di tutt’altra specie, più simile alla marmotta che al leone.

    Ecco dunque il nostro eroe prost-moderno (qualche problema di minzione non lo scoraggia di certo) avviarsi lesto e propositivo all’ufficio collocamento, pardòn, Agenzia per l’impiego.

    Giunto alla soglia della benevola istituzione, la custode lo accoglie con un largo sorriso, gli apre la porta e lo invita ad accomodarsi nel salottino.
    Rinaldo si siede, con aria dignitosa e fiduciosa.
    Dopo due minuti, un’altra inserviente, assai giovane e carina, gli porta un delizioso caffè e alcuni pasticcini, per allietare l’attesa del candidato.

    Mentre la musica, diffusa da un grandioso impianto Bank-Hollofsen, spande nell’aria note di ottimismo, Rinaldo conversa amabilmente con gli altri ospiti della prestigiosa istituzione.

    Preso dalla lieve ansia che tutti ci accompagna, di fronte alle sfide della vita, e forse anche dallo stimolo del caffè, l’intestino del nostro buon Rinaldo manda inequivocabili segnali di incipiente evacuazione.
    Un’altra signorina, molto professionale, accompagna il cittadino Rinaldo alle toilettes.
    Grandiose, i marmi splendenti e le rubinetterie di marca invitano le trepidanti chiappe ad accomodarsi e rilassarsi sulla tavoletta ergonomica. Il bidè rinfresca l’orifizio, abituato a ben altri trattamenti; la carta di prima qualità lo accarezza e lo deterge.

    Tornato nel salottino, una premurosa psicologa lo prende per mano e gli domanda se va tutto bene. Rinaldo è perfino imbarazzato da tanta attenzione, frutto del “new deal italiano” dettato con amore paterno dal Magnifico Premier.

    É il suo momento, viene introdotto nell’Ufficio Valorizzazione Umana.
    Nella grande sala, arredata con modernissimo design, viene fatto accomodare su una poltrona dirigenziale in vera pelle. Di fronte a lui, in amichevole atteggiamento, sono schierati quattro professionisti delle risorse umane.
    Vengono distribuiti flute di champagne e tartine, per rompere il ghiaccio e creare l’atmosfera più adatta.

    Uno dei consulenti sfoglia, o meglio ricompone, lo spiegazzato Curriculum di Rinaldo. Poche righe scritte a macchina, con molti errori e sbianchettature.

    “Carissimo Rinaldo” – esordisce con voce entusiasta
    “ Un curriculum di tutto rispetto, il suo. Vedo che è stato per ben 25 anni usciere della Bartoletto e Cazzabubbole inc., niente male davvero!”
    Lo sguardo quasi ammirato dei consulenti e gli ammiccamenti che si scambiano, riempono Rinaldo di orgoglio e ottimismo.

    “ E prima ancora, negli anni giovanili, addirittura venditore di libri porta a porta, e perfino una stagione come animatore a Scem-al-shake. Lei è una persona veramente dotata e versatile. Di più, direi eclettica”

    Per alcuni minuti i quattro maghi del lavoro si consultano, scambiandosi fogli, pareri e proposte.
    Infine il team leader, depone davanti al candidato un foglio, fresco di stampante, con le opzioni possibili al momento.

    Rinaldo lo porta davanti al viso, inforca i suoi occhialini e legge.

    Vice-direttore del marketing....bla bla bla
    Consulente Senior...bla bla bla
    Capo settore...bla bla bla
    Docente materie tecniche...bla bla bla

    Il viso gli si fa tutto rosso, nel tentativo di capire le mansioni specifiche degli impieghi proposti.
    I consulenti, notando la sua empasse, arrossiscono a loro volta e domandano, in un moto generale di eccitazione, se le proposte che gli hanno presentato lo hanno forse offeso nella sua dignità professionale; specificando che si tratta soltanto delle prime opzioni, una bozza di lavoro.

    Rinaldo, dopo essersi ripreso un pochino e aver tracannato ancora un flute di champagne, riesce ad aprire bocca e a dichiarare, con mirabile modestia, di non essere qualificato e non sapere assolutamente nulla delle posizioni lavorative che gli stanno proponendo.

    Alle sue parole, gli esperti scoppiano in una risata liberatoria.

    “Ma caro Rinaldo, adesso è tutto diverso. L’Italia è diventata tutto un altro paese. Agli italiani soltanto lavori di alto livello. Si punta tutto sulla valorizzazione della capacità e della creatività dei nostri concittadini. Basta lavori di merda, quelli li lasciamo tutti agli extracomunitari, che devono farsi le ossa e meritarsi l’inserimento nella nostra magnifica e rinascente nazione”

    Il nostro eroe esce dall’Agenzia per l’impiego, con in mano un fascio di contratti, da portare a casa e valutare con calma. Si sente leggero e pieno di energia. Perfino l’idolo sessuale della moglie gli appare sbiadito e ridimensionato. Stasera festa, Rinaldo è sceso in campo!

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:25
    L'ultima partita

    Come comincia: Va bene. Ancora due nemici da sconfiggere. Uno l’ho già affrontato, so che riuscirò a batterlo, questa volta definitivamente. L’altro è il più potente di tutti. Finora ho avuto a che fare soltanto con i suoi pericolosi emissari.
    Ecco il primo, infido e scaltro, ma conosco le sue debolezze ormai. Fingo di attaccarlo a distanza, lui imbraccia l’arma e mi prende di mira. Attivo la velocità d’attacco, che ho tenuto in serbo per tutto questo tempo. Riesce a tirare un colpo, mi ferisce, ma è poco più di un graffio. E io ormai gli sono addosso con l’arma affilata che già scatta verso la sua gola. Un colpo netto, preciso, la sua testa cade.

    Mi ritiro nel mio rifugio, a leccarmi le ferite, come al solito.

    Ho tempo ancora 24 ore per scovare e distruggere lui, il capo, il male in persona.
    Mentre le medicine fanno effetto e la tecnologia guarisce il mio corpo, mi preparo.
    Dovrò essere al meglio delle mie condizioni, lo scontro sarà duro, e lungo.
    Ho qualche asso nella manica da giocarmi, ma anche lui ne avrà certamente.

    Intanto però, suona il telefono, non rispondo, so già chi è. Lei mi sta cercando ancora, vuole parlare ancora. Di noi, di me, di quello che voglio fare. Non ha mai avuto il coraggio di chiedermi invece, cosa SO fare, non cosa vorrei o potrei. E la verità è che ciò che io so fare, non serve a niente.
    So soltanto creare le mie fantasie, comporre le mie opere, e giocare. Nessuna di queste attività, o talenti, sembra servire a guadagnarmi il pane ed il rispetto degli altri.
    Pazienza.

    Devo terminare il gioco, prima che mi stacchino anche la corrente. In questa topaia, dove sono finito a vivere, è l’ultima comodità che mi rimane. Comodità. Che strano definire così qualcosa di così impalpabile, mentre ti manca tutto il resto. Il cibo, da quanto non mangio un vero pasto? Settimane. Il calore. L’Inverno si sta avvicinando e non avrò nemmeno di che scaldarmi. Non avrò nemmeno un tetto sulla testa probabilmente.

    Me ne sto qua, seduto al computer, a giocare la mia ultima partita. Non ce ne saranno altre. Nè vere nè finte. Sono al capolinea. Non ho più risorse, speranze, carte da giocare, tanto meno assi nella manica, come il mio alter ego virtuale.

    Almeno nel gioco, so che potrò vincere. Sconfiggere il male, essere l’eroe.

    Qua non sono nulla, soltanto un artista fallito, vanaglorioso e frustrato. Il fatto che lei sia stata con me tutto questo tempo è solo la prova finale, per me, di quanto siamo tutti stupidi e illusi. Solo che ad alcuni va bene, ad altri male.

    Ecco, arriva al momento giusto questa canzone, Fragile, bravo Sting, hai capito tutto. Eppure sei un vincente.

    Okay, sono pronto, entro nell’antro del Nemico.

    Sfrutto le mie capacità di ladro, trovo una trappola, due, tre, ne ha messe dappertutto.
    Scendo di livello in livello, sempre più in basso, calzante allegoria della mia vita, in cerca di un nemico sconosciuto eppure sempre presente.

    Sconfiggo le schiere di mostriciattoli repellenti. Li brucio, li scanno, li affogo, li fulmino.
    Dietro questo portale antico c’è lui, il Nemico, il Male.

    Spalanco i battenti con un unico colpo potente. Lui è là, in mezzo alla sala semibuia. Sta ridendo. Si mostra finalmente. È uguale a me. Sono io l’ultimo nemico che devo vincere allora. Non me l’aspettavo. Complimenti al programmatore. Un bel colpo di scena.

    Mi somiglia soltanto nell’aspetto, o è proprio come me, in tutto?

    Lancio le fiamme su di lui, sta bruciando, e mentre brucia i suoi fulmini mi devastano.
    Cerco di aumentare le mie difese, creo un muro di luce sfrigolante davanti a lui. Lo attraversa senza curarsi dei danni. Invoca su di me le sue maledizioni. E sono vere e concrete, intaccano la carne e lo spirito. Ormai siamo alle armi bianche. Siamo veloci e furenti. Ci colpiamo senza remore. Le sue lame mi lacerano. Io lo infilzo più volte. Sanguiniamo copiosamente. I suoi occhi sono incandescenti, si prepara al suo ultimo maleficio. Affondo un ultimo colpo nel suo petto. L’anatema gli si spegne in gola. Cade, come sono caduti tutti gli altri prima di lui.

    È la fine. Sono io l’eroe vittorioso. Io ho sconfitto il male che portava il mio volto e aveva la mia voce.

    È l’alba ormai. Fuori quella luce azzurrina che mi ha sempre commosso, si sta spandendo nell’aria.
    È stata l’ultima partita. Dietro la porta sento un rumore. È arrivato. Fra pochi istanti sfonderà la porta, con un solo colpo potente. E sarà l’ultima partita.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:23
    Lo scambista

    Come comincia: Ho sempre avuto questa passione fin da ragazzo, e continuo tuttora a praticarla. È stata il tratto comune che ho condiviso con quasi tutte le mie compagne.
    Da giovane cercavo ogni occasione per fare un po’ di “movimento”. È un’attività liberatoria, gioiosa, salutare.
    Ci sono persone che non la capiscono, non la condividono, non se ne sentono attratte; e molte altre che vorrebbero ma non ne sono capaci, gli manca la necessaria libertà psicologica, sociale, anche estetica, dal mio punto di vista.
    Ho conosciuto mia moglie proprio durante una serata eccitante e intensa. Nonostante ci fossimo accompagnati con molti partners, tra di noi era scattato qualcosa di speciale, un’affinità sensuale, ritmica, che era chiaramente al di sopra della normalità.
    Da fidanzati e poi da sposati, abbiamo continuato a praticare questo delizioso passatempo, ovunque ci capitasse. Anche durante i nostri viaggi, se trovavamo un luogo dove altri si lasciavano andare alla liberazione dei sensi, ci univamo subito alla compagnia.
    Abbiamo cercato di trasmettere anche ai nostri figli questa passione. E mi sembra che la più grande, Adele, sia molto portata, un talento naturale, come si dice.

    Io e Marisa siamo sposati da 25 anni ormai, eppure questa nostra passione comune, ci rigenera e ci mantiene vivi e innamorati.
    Certo, non abbiamo più vent’anni, e anche i chili di troppo si fanno vedere e sentire, però basta avere la passione e fregarsene dei giudizi altrui. L’importante è divertirsi e procurarsi il piacere di comunicare con il corpo, con tutti.
    Quando guardo Marisa farlo con altri, muoversi nella sua maniera dolce ed energica al tempo stesso, sudare ed eccitarsi, assecondare i movimenti del partner, ed essere assecondata a sua volta, credo realmente di vedere il punto più alto della comunicazione tra esseri umani. È sempre uno spettacolo che mi riempie di gioia. E non sono certo geloso, non c’è motivo di esserlo. Se c’è fiducia reciproca, non può esserci gelosia. Quando ci ritroviamo io e lei, a dare spettacolo, sappiamo che sono gli altri ad essere un po’ gelosi del nostro affiatamento, della nostra passione, della nostra armonizzazione.

    Certo, a volte abbiamo sacrificato tempo ed energie, per inseguire la nostra passione, ma ne è sempre valsa la pena. Meglio rinunciare a qualche ora di sonno ed essere appagati, fisicamente e psicologicamente, che essere riposati ma nervosi e stressati.
    Ormai ho 51 anni, e ancora lo stesso entusiasmo di un ragazzino, purtroppo l’età incomincia a farsi sentire. Dopo una serata di movimento, fatico veramente a svegliarmi la mattina per andare al lavoro. Quindi stiamo limitando sempre più le nostre performances al fine settimana, e alle vacanze.
    Con il mio lavoro non c’è da scherzare. Alzarsi al mattino, alle 6, correre in stazione, sedermi alla consolle, seguire i movimenti di ogni convoglio, gli orari, i ritardi, le soste impreviste, è un lavoro che richiede lucidità e prontezza di spirito. Se sbagliassi, anche solo una volta, ad azionare lo scambio, succederebbe una tragedia.
    Per fortuna io e Marisa, continuiamo a ballare come ragazzini, quando ne abbiamo il tempo, e questo mi rende tutto sopportabile. Quando la stringo fra le braccia e la faccio roteare, e vedo i suoi occhi sciogliersi di emozione, quando sento le sue gambe muoversi insieme alle mie, seguendo il ritmo della musica, dimentico ogni fatica, ogni delusione, ogni problema. Meno male che c’è il ballo a risanare la mia dura vita di scambista.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 21:20
    Il gigante e la belina (2^ parte)

    Come comincia: Durante la lunga passeggiata, il pretendente alle grazie di Lucia, cominciò a lavorarsi la sua erculea sentinella.

    “Puff puff!” – Sbottò Pasqualetto, piegato sotto il peso della sua lattina da un chilo
    “Comincia a fare caldo per portare pesi in giro, non credi? A proposito come ti chiami?”

    “Uh! Alfredone...”

    “Io sono Pasqualetto, piacere di conoscerti. Azz, sei grosso, quanti anni hai tu?”

    “dodici”

    “La Min....kia! Come azz fai ad essere così grosso?”

    “Boh”

    “io però sono più grande di te, ne ho 14 già fatti”

    “E che fai oltre a portare le vernici, Alfredone?”

    Il gigante continuò a camminare pensoso, per qualche secondo, sembrava non risentire minimamente del peso trasportato.

    “Eh? Dunque?” – Insistè Pasqualino – “Che fai? Giochi a qualcosa, fai sport? Vai a donne? Cinema, TV, stadio, qualcosa farai nella vita!”

    “Uh...vado a messa la Domenica...”

    “O belin” – Pensò il nanerottolo infido e peccatore – “Pure chierichetto”

    “Se fossi grande e grosso come te, amico mio, vivrei di prepotenza, altrochè”

    “Pre...pro...ehh?” – Balbettò Alfredone

    “Lascia perdere, niente”

    “E’ proprio carina Lucia vero?” – Insinuò l’innamorato, dopo qualche minuto di silenziosa marcia.

    Un sorrisone ebete illuminò il volto del colosso.

    “Tu che ne dici? Tu la conosci bene? Ha un fidanzato?”

    “Fidanzato? Naaaa!”

    “Però ho visto che la accompagni a casa”

    “Sssììì...lei è come la mia sorella, io accompagno sempre le signorine, sono un gentilone”

    “Gentiluomo intendi”

    “Sssììì ecco...non mi ricordo mai le parole giuste, sono un po’ scemo sai?”
    “Mavaaaaaà?! E chi lo dice? Perchè saresti scemo?”

    “Tutti lo dicono, io non so fare mai le cose giuste e non so parlare, non so nemmeno pensare”

    “Ma che dici” – Era iniziata la fase di conquista dell’alleato – “Tu sai fare cose che nessun altro può fare, porti un quintale di vernice sulle spalle, come se fosse gommapiuma. Ma scherzi?”

    “E poi scusa, accompagni le signorine e vai a messa tutte le domeniche, più di così. Credi che tutti gli altri facciano altrettanto?”

    “Boh ...non so...io...”

    “Tu hai bisogno di rivalutare te stesso” – Incalzò con sapiente fraudolenza Pasqualetto

    “Ehhhh?!”

    “Dico che d-e-v-i c-a-p-i-r-e  c-h-e n-o-n s-e-i s-c-e-m-o!”

    Dopo altri minuti di marcia sotto il sole, Pasqualetto era in un bagno di sudore, il suo bel vestitino bianco era ormai ridotto a uno straccio umido.

    “Fermiamoci a bere qualcosa Alfredone, non ce la faccio più”

    “Eh?”

    “Avanti! Beviamo qualcosa qua” – Insistè afferrando Alfredone per il braccio e tirandolo inutilmente verso i tavolini di un bar.
    “Avanti! Offro io, cosa credi...non hai sete? Non ti va qualcosa di buono?”

    “Uh...sì...graaaaazieee” – Il dodicenne Golia visualizzò nella sua mente bambina, un grande gelato multigusto.

    Rimasero per una buona mezz’ora al tavolo, Pasqualetto sorseggiando una birra e fumando sigarette, Alfredone in orgasmico rapporto con un’ immensa coppa di gelato.
    La prima mossa dell’aberrante innamorato era stata vincente.

    ***

    Nei giorni seguenti Pasqualetto divenne abituée del quartiere, tramando senza sosta per conquistare il cuore della bella Lucia.
    Non avendo nemmeno preso in considerazione di poterla conquistare con la galanteria e la dolcezza, la sua mente contorta partorì un’ennesimo misfatto.
    Doveva tirare dalla sua parte Alfredone, definitivamente, in qualche modo. L’idea migliore che ebbe fu messa in atto quel pomeriggio di un giorno da beline.
    Il piccolo mafiosetto aveva da tempo messo su una specie di banda di coetanei, della quale era il capo, non certo grazie al carisma, ma semplicemente ai soldi e le coltellate che distribuiva con diseguale magnanimità.
    Il piano era chiaro, semplice e pulito. Nessuno conosceva i suoi sgherri in quel quartiere, quindi nessuno avrebbe potuto svelare l’inganno.
    Quattro dei suoi più fidati tirapiedi si appostarono, all’orario di riapertura pomeridiana, nei pressi del negozio. In attesa di Alfredone e Lucia, si divertirono a scassinare qualche distributore automatico e molestare un po’ i passanti, ma senza esagerare. Gli ordini erano chiari, dovevano assalire Lucia e la sua guardia del corpo extra large. Pasqualetto sarebbe intervenuto a tempo debito, mettendoli in fuga e salvando amico e principessa.
    All’arrivo di Alfredone, che fedele come un cane addestrato a Francoforte, giungeva esattamente cinque minuti prima dell’apertura, i quattro manigoldi si sentirono meno sicuri dell’impresa, decisero quindi di munirsi di corpi contundenti atti alla bisogna, spranghe, bastoni e affini.
    Lucia arrivò poco dopo. Mentre armeggiava con le chiavi per riaprire la rivendita di vernici, i quattro scattarono verso di loro con urla belluine e atteggiamenti guerreschi.
    I primi due sbatterono contro il solido muro del petto di Alfredone, rimbalzando per terra come palline di gomma. La seconda coppia, però, nel frattempo era riuscita ad afferrare Lucia e, minacciandola con un coltellino mille usi svizzero, di pregevole fattura peraltro, intimò al gigante di rimanere immobile e tirare fuori tutti i soldi che aveva.
    Nel momento cruciale, Pasqualetto arrivò alle spalle dei due complici e, preso per la collottola quello armato di coltello, lo staccò dal suo angelo minacciato.
    Alfredone, vedendo la sua protetta ormai fuori pericolo, avanzò come un frankenstein incazzato e travolse l’ultimo superstite del commando, schiacciandolo contro il muro e appiattendo notevolmente il suo amor proprio, oltre a buona parte dei suoi organi interni ed esterni.

    Ognuno, buono o cattivo che sia, ha i suoi momenti di gloria nella vita. Quello fu uno degli attimi di celebrità di Pasqualetto. La parte dell’eroe lo fece sentire strano, come un pesce fuor d’acqua, un canguro nell’oceano, una zebra nello spazio. Essere il personaggio positivo, il salvatore di fanciulle in periglio, non era certo la sua vocazione. Gli abbracci, quasi letali, di Alfredone, e le lacrime riconoscenti di Lucia, gli trasmisero un’insolita sensazione, mai provata prima e mai più ricercata in seguito. Si sentiva quasi insultato dai complimenti e dai ringraziamenti dei due gonzi e dagli applausi degli ancor più gonzi passanti.
    L’abbraccio della paradisiaca commessa, gli procurò una vistosa erezione, della quale lei non si rese conto, scioccata com’era dall’accaduto.

    La manovra era compiuta. Pasqualetto aveva conquistato in un colpo solo, la venerazione del mastodontico cerebroleso e l’amore della ingenua fatina.

    Durante le settimane seguenti, l’incongruo trio fu avvistato in giro per la città. Pasqualetto e Lucia davanti, abbracciati come polipetti in amore, Alfredone dietro, sentinella fedele del loro idillio, felice come solo un idiota può esserlo, in maniera totale e commovente. Aveva trovato la sua dimensione di vita, la sua missione, essere il vigilante della sua principessa e del suo unico amico.

    Nei giorni dell’amore, il piccolo e scellerato guappetto aveva deciso di dare una svolta alla sua vita. Non per una inusitata illuminazione sulla via di Damasco, per raddrizzare la sua moralità, che era del tutto assente. Piuttosto, avendo conquistato l’oggetto del suo desiderio, voleva goderselo il più possibile in tranquillità, riducendo al minimo i rischi della sua vita malandrina e delle sue molteplici attività illecite e criminose.
    Ridusse quindi drasticamente il numero dei furti e la quantità di droga smerciata, bilanciando la riduzione di introiti con un maggiore impegno nel gioco d’azzardo. Inutile dire che era ormai un baro provetto.
    Alfredone era quindi divenuto la sua spalla, il suo mostro al guinzaglio, disposto a qualunque rischio e sacrificio per pura venerazione. A 14 anni Pasqualetto si aggirava per la città come un navigato boss.
    Il destino è sempre in agguato, si dice. Possiamo aggiungere che rivolta l’esistenza di uomini, bestie e perfino vegetali e minerali, senza alcuna distinzione e ancor meno ritegno, infischiandosene se la vittima, o il beneficiario, sia buono o cattivo.
    Anche Pasqualetto, nonostante la sua scaltrezza e la sua mancanza di scrupoli, non poteva sfuggire agli scherzi del Fato.
    Non che avesse bisogno di ulteriori stimoli, per diventare ancora più infido e cattivo, ma quanto accadde elevò all’ennesima potenza la protervia della sua anima guasta.

    Era un periodo di scioperi, manifestazioni e disordini nella città di Plebe al Mare. Come tutte le estati, i governi e le amministrazioni provinciali, comunali, di quartiere, di condominio e perfino di tombino, approfittavano della leggera incoscienza, della ingenua distrazione della popolazione, per perpetrare ogni possibile misfatto nei confronti della comunità.
    Alla chiusura di alcuni centri sociali, seguì l’interdizione al traffico di alcune strade del centro. Poi venne il turno delle spiagge, con la scusa di una maggiore sicurezza e pulizia, vennero praticamente militarizzate. La crisi economica già rendeva la vita di molti difficile e priva di speranze per il futuro. Quando il sindaco di Plebe al Mare si convinse che l’affluenza eccessiva di persone sul lungomare, sfaccendati, disoccupati, pensionati, baby sitter, cani randagi e balene spiaggiate, era fastidiosa, oltre che improduttiva, decise di stabilire una specie di “gradimento all’ingresso”, facendo presidiare strade e litorali dalle forze dell’ordine. Le uniche a infischiarsene delle restrizioni furono le balene, ma in cuor loro avrebbero rinunciato volentieri a commettere l’infrazione.
    Fattostà che quest’ultima trovata del primo cittadino, provocò frequenti turbolenze nella altrimenti pacifica e rassegnata vita della città.
    Nel calore crescente della stagione balneare, Pasqualetto, Alfredone e Lucia se la passeggiavano allegramente sul lungomare. La presenza dell’incantevole fanciulla in fiore esentava gli altri due figuri, decisamente meno attraenti e convincenti, dall’implacabile selezione degli addetti ai varchi per il litorale. Bastava uno sguardo di Lucia, una sua mossa vezzosa, o anche l’assoluta immobilità della sua adolescente perfezione, per spalancare al trio qualunque porta.
    Pasqualetto godeva immensamente di questo valore aggiunto alla sua vita. Alfredone non capiva e godeva per empatia.
    Al varco della via principale, sul lungomare, i tre inseparabili e incongrui compagni, esibirono sorrisi e un briciolo di autocompiacimento, sentendosi tutti e tre persone specialissime, e in effetti essendolo, ma in che modo, ognuno a modo suo, non capendolo. Ma di questo già sappiamo, avendolo spiegato e  raccontandolo.
    Quel pomeriggio di un giorno da strani, al varco c’erano guardie particolarmente maldisposte e accaldate, imbozzolate nelle divise nere da pseudo ninja, pativano anche solo la vista dei civili in ciabatte e braghette che si riversavano verso le spiagge.
    Un gruppo di famiglie, di dubbia origine e condizione sociale, cercava di scardinare l’opposizione degli agenti al loro ingresso nel paradiso dei ghiaccioli e degli asciugamani. I tutori dell’ordine e della pubblica estetica insistevano nel vedere i documenti di tutti, uomini, donne, bambini, cani, peluche, secchielli e formine.
    La folta tribù di plebei, onesti e coglioni fino alle midolla, iniziò a scaldarsi e improvvisò una dilettantesca sommossa, non sapendo che tali cose vanno organizzate ed eseguite con la stessa perfezione ritmica e formale dei balletti classici.

    Pasqualetto trovandosi dietro alla variegata rappresentanza del basso ceto cittadino, fumava di rabbia e di marlboro. Assaporava da ore la voluttuosa siesta sulla sabbia, accanto alla sua ninfa seminuda e, fottendosene per inveterata tradizione personale, dei destini degli altri esseri umani, malediva a voce alta ogni componente, di carne o di plastica, della turbolenta tribù.
    Ai suoi commenti si aggiunsero i grugniti, per riflesso pavloviano, del monumentale discepolo, per l’occasione abbigliato con bermuda a fiori, t-shirt a frutti e infradito a foglioline.
    Lucia, angelica ed educata come sempre, non si lasciava scappare nemmeno un sospiro o un’occhiatina al cielo, verso il dio dei bagnanti respinti.

    L’improvvisata manifestazione di protesta della tribù plebea si allargò a macchia d’olio, contagiando molte altre formazioni di ansimanti e accalorati aspiranti beach boys, in fila per accedere alle spiagge.
    Una massa di qualche centinaio di persone si accalcò ben presto alle transenne, i poliziotti, intuendo l’escalation imminente, si rifugiarono nei cellulari e avviarono i fumogeni.
    L’estate balneare di Plebe al Mare ebbe il suo epico momento di furia risorgimentale. Le classi reiette della società si impadronirono del lungomare, in una guerra lampo, disordinata quanto priva di idee.
    In mezzo alla massa in movimento, come un involontario epicentro, si ritrovarono i nostri tre eroi, trasportati dalla corrente umana e dalle cariche della polizia, verso il bagnasciuga, dove i militi contavano di spezzare le reni, se non alla rivolta, almeno a qualcuno dei facinorosi.
    Alfredone smistava grappoli di uomini, donne e bambini, con formidabili bracciate, mulinando i suoi arti superiori come rotori di impianti eolici. Lucia e Pasqualetto se ne stavano avvinghiati, rintanati nel circolo polare del maestoso e trionfante guardiano.
    Ci volle poco perchè gli agenti notassero lo smisurato godzilla a fiori che causava un moto circolatorio galattico nella folla. Ravvisando nel gigante la causa di tutta quella buriana, si risolsero ad usare le armi. I primi colpi si conficcarono nei corpi assiepati intorno ad Alfredone, come sacchi di provvidenziale carne da macello. I seguenti colpirono il bersaglio e il colosso in bermuda, centrato alla testa, dopo alcune oscillazioni, si abbattè al suolo, schiacciando la povera Lucia.

    Pasqualetto si trovò riverso a terra, nella mano stringeva il polso della fu fatina del paese incantato. Tutto il resto del suo esile e delizioso corpicino era livellato sotto l’immensa mole di Alfredone, che perdeva sangue dalla testa, e continuava a roteare le braccia in un automatico riflesso galvanico.

    Per la prima volta in vita sua, e probabilmente anche l’unica, il bieco ranocchio mafioso si sentì mancare dal dolore. La sua principessa era stata estinta dal suo braccio destro.
    All’ospedale dove furono tradotti, insieme a decine di altri ribelli, fu riscontrata ad Alfredone la presenza di un proiettile nella scatola cranica. Non era possibile operare, il cervello ne avrebbe subito ulteriori devastazioni.
    Rimase in coma alcuni giorni, dopodichè si svegliò e domandò cosa fosse accaduto. L’infermiera di turno, sorpresa per l’insperato recupero allertò l’èquipe medica. Il gigante diventò il caso clinico dell’anno. Agguerriti avvocati lo usarono per ottenere dallo Stato un cospicuo risarcimento, che si intascarono immediatamente. Le constatazioni dei parenti e conoscenti di Alfredone, che non sembrava diventato più rimbabito di prima, furono abilmente occultate, in una specie di cover-up di quartiere.
    Pochi mesi dopo l’ormai tredicenne martire della rivolta estiva, si aggirava come sempre per il quartiere, con le sue latte di colore in spalla. Al negozio una petulante e arcigna zitella aveva preso il posto della defunta Lucia.

    Pasqualetto era rimasto alcuni giorni in uno stato catatonico, non sapendo nè decifrare, nè tanto meno gestire il senso di perdita. Passati i quali, le astinenze da fumo, alcol e gioco d’azzardo lo scossero dalla triste condizione e, dimostrando tanta forza di carattere quanto assoluta mancanza di umanità, riprese la sua vita di balordo.
    Per prima cosa andò a ripescare Alfredone che, sapendo di essere stato l’involontario assassino della sua amata, nonchè unica amica della sua propria vita, si inginocchiò letteralmente ai suoi piedi, pur restando sempre più alto di almeno una spanna.
    Pasqualetto, cinico e calcolatore come sempre, sfruttò quel colossale senso di colpa, proporzionale alle dimensioni del portatore, per legarlo a sè definitivamente. Sarebbe stato il suo schiavo per i secoli a venire.

    Dunque, se passate nei pressi di via del Gigolò, nel quartiere di Nostra Signora Birbantella, nella città di Plebe al Mare, prestate molta attenzione. Un piccolo rospo impomatato, vestito come John Travolta ne “ La febbre del Sabato sera” e un gigante dalle infradito a fiori potrebbero prendervi di mira e vi garantisco che non sarebbe un’esperienza piacevole.