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Racconti

“Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”
Emilio Salgari


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  • 23 marzo 2012 alle ore 18:10
    Una notte con Ginger di Positano

    Come comincia: Mi ha sempre suscitato meraviglia quel legame improvviso, che si instaura tra te ed un essere, sia animato che non. In meno di una frazione di secondo, la tua attenzione scarta, dal panorama immenso del tuo sguardo, una miriade di superflui per focalizzarsi sull’uno, che ti prende, come se lo riconoscessi o l’attendessi da sempre.
    L’avevo incontrata forse due o tre volte, in maniera casuale, forse in piazza o in un vicolo. Giruzzo o’ scartellato, per quel suo gibbo, nato da una caduta infantile, mal curata, quella mattina che si evidenziò ai miei occhi, la seguiva a pochi passi, per non turbare l’immagine della sua bellezza. La natura disegna linee e forme, a volte in maniera lontana dalla nostra estetica, o ci viene incontro, ci aiuta, ci fa tremare, godere per le sue creazioni: un fiore, un tramonto, un essere.
    La Ginger di Positano era tra queste meraviglie. Oltre al gioco delle masse e delle linee, lo stupore dell’eleganza del procedere, che dal movimento di queste, si generava. Giruzzo ne era pienamente cosciente e sembrava che volesse trarre beneficio alla sua bruttezza da quella contiguità incessante.  Si era accorto del mio interesse e salutandomi da lontano con “Salve, dottò” si avvicinava a me, lentamente, come se mi desse tempo per ammirare la sua Ginger. Mi sentivo gli occhi addosso, mentre io la guardavo attentamente. Fu un attimo, e fu allora che si instaurò quel legame di cui vi parlavo.
    Il giorno seguente, entrò, da solo, in ambulatorio, tra una visita e l’altra, creando lo scompiglio nella sala d’attesa. “ Ho capito che vi piace la Ginger.  Se la volete, ve la do per un milione e mezzo, ne vale molto di più, ma per voi…..” Un sorrisetto, accattivante era presente sul suo volto.
      Non mi aspettavo quest’offerta che sconvolgeva tutta la mia vita e l’immediatezza del fatto fu un anestetico agli infiniti problemi che avrebbe comportato questa scelta.
    “Giruzzo, quando?”- sentivo che queste parole di assenso uscivano da sole dalla mia bocca.
    “ Domani mattina, a fine ambulatorio, la porto qua”
    “ Non ho liquido, ti faccio un assegno” volavo in piena ipnosi.
    “ Senz’altro, domani, domani” ed uscì di scena, lasciandomi con il cuore in gola e con uno strano tremore.
    Sentii la porta riaprirsi e il suo volto scuro, inespressivo: ”- Ci sta una cosa. Vi dovete prima procurare, per portarvela a casa….”.
    “Cosa, Giruzzo?  Che devo fare?”, chiesi incerto e incalzante.
    “ Una gabbia, una gabbia delle sue dimensioni che stia nella vostra Citroen AX. Trasportarla non sarà cosa facile, vedrete. Andate, adesso, a Secondigliano, da Mimmo ‘Cani e Gatti’ -, è un mio amico, lui vi saprà indicare.”
    A fine studio, mi precipitai da Mimmo, che mi fornì di una cuccia-gabbia, che occupava quasi interamente il vano posteriore della AX, ciotole per alimenti e altro.  La mattina dopo, l’ambulatorio trascorse veloce sino al momento in cui la collaboratrice mi comunicò: “Ci sta Giruzzo c’o’cane lupo, dice che ve lo vulite accattà-” Il tono era di per se stesso già un rimprovero, ma l’entrata di Ginger sciolse ogni dubbio e timore. Era lei, la desiderata, la stupenda Ginger dell’allevamento di Positano, dal pedigree aulico e dalle miriadi di coppe vinte alle più importanti mostre canine. 
    Ginger annusò in lungo e in largo la scrivania, perdendo saliva. Tutti gli oggetti volarono a terra. “Vedete, mi sono distratto un attimo - disse Giruzzo accorciando il lunghissimo guinzaglio di pelle scura - Dovete stare accorto, è come possedere una cavallina di razza.”
    Ricevuto l’assegno, Giruzzo sparì senza voltarsi un attimo verso la sua ex compagna.
    Restammo soli, io e Ginger, per la prima volta. Nella camera, il ritmo veloce della sua respirazione, le pupille che mi seguivano, l’odore forte, acre del pelo. Ci scrutammo per alcuni istanti consapevoli entrambi che la nostra vita stava mutando. La conoscenza reciproca è pur sempre un
    atto imbarazzante anche tra due esseri di razza diversa. “Chi sei?” è un legame muto che sembra restare sospeso nella camera.
    Ricordo perfettamente le ore successive: Prendere Ginger e scendere per le scale,  l’inizio della mia odissea.: il guinzaglio è da concorso, quasi una gomena pesante e lunghissima. Arrivo in Piazza, così con la Ginger a sei, sette metri che mi tira come se dovessi fare dello sci acquatico. Ora sento gli occhi della gente su di me. Visione insolita, il dottore con un cane. Ma è la Ginger ad attirare la maggioranza dei commenti.  Recupero tutta la lunghezza del guinzaglio. Ho la Ginger che mi cammina a destra. La mia immagine ora deve essere molto vicina a quella di Darix Togni con la tigre, di quando andavo al Circo. Ginger dà frattanto strattoni tremendi e riesco con fatica ad arrivare alla macchina. La gabbia ci attende.-”Forza Ginger, dentro!”-.
    Al mio comando Ginger si pianta sulle quattro zampe, immobile e mi guarda. Cerco di indicarle il percorso, ma invano. Provo a tirarla, facendo forza sul collare, ma la sento ringhiare. Si è fatta una piccola folla. Volano i consigli: Ginger balza sul sedile anteriore del passeggero. E’ il caso di rinunziare alla gabbia e di partire. Si procede per un traffico denso di mezzodì, mentre la Ginger si agita, smania, lecca il parabrezza, mi contende la leva del cambio, di cui rode il pomo e per ultimo s’impossessa della mia guancia su cui riversa linguate umide e odorose. Mi compiaccio: possedere un cane è anche questo!
    L’arrivo a casa è sotto gli occhi accorti del padrone di casa, contadino: ” I cani, noi li teniamo all’aperto, a guardia del pollaio, in casa sporcano”  E’ un consiglio, un ordine? Gli spiego che questa non è un cane comune ma una specie di soubrette della sua razza. Sa come comportarsi. Infatti, appena entro in casa con un emozionato pipì mi allaga l’ingresso;  poi inizia a percorrere tutta l’appartamento, ansimando e sbavando. Sembra non vedere i vetri delle imposte, in quanto vi ci sbatte contro con violenza e emettendo poi  un guaito di dolore.
    Non mi degna di uno sguardo. Forse avrà sete, cosicché le riempio una ciotola d’acqua. Beve rumorosamente, spruzzando due terzi del liquido tutto intorno. Riprende la sua corsa disperata tra un estremo e l’altro dell’appartamento. Mi mette un’agitazione tremenda. Altro che la vita col cane dei romanzi. Provo a telefonare a Giruzzo. C’è la segreteria telefonica. Sento un rumore di vetri: ha preso in pieno la vetrinetta delle ceramiche nel corridoio. Provo a soddisfare il suo appetito, ma sparge dappertutto le cento palline del cibo.
    Comincio a pensare che mi attende una vita movimentata. Il suo ritmo non cede alla stanchezza. Mi ricorda i leoni in gabbia. Avanti ed indietro con disperazione. Solo allora comprendo che deve essere vissuta all’aperto e la casa non le sta addosso. La porto nel cortile per i bisogni. Fa di tutto: si avventa sulle tartarughe della vasca che stanno prendendo il sole, identifica i cavalli nel recinto e si avventa pure contro di loro.  Quando la riporto a casa si libera dei suoi biisogni sul tappeto persiano. Povera casa mia, tra palline di cibo sintetico, orina, feci e frammenti di vetro, in poche ore è irriconoscibile. Il sentore, aspro, selvaggio di Ginger si posa su tutto.
    A sera non tocco cibo. Sono estenuato, fisicamente e psichicamente.”Si stancherà bene, ad una certa ora?” mi chiedo. Vado a letto alle 9, confidando nel buio. Ma il ritmo è sempre quello. Il suo ansimare è il solo rumore della notte. Le sue pupille s’intravedono nel buio. Provo a riposare. Non ci riesco. Alle 11 sento che si viene a stendere sul mio scendiletto. Finalmente ! Ecco adesso, l’immagine del cane accucciato vicino a me, che dormo, soddisfa i miei desideri. Mi sporgo per guardarla, ma si alza con le due zampe anteriori sul mio corpo e inizia a leccarmi la faccia. Trovo la cosa affatto piacevole, anche perché non sembra arrestarsi. Ho la sensazione che mi voglia soffocare. Subito dopo, Ginger riprende il monotono ansimare, facendo un rumore metallico con le unghie sul pavimento. Nel dormiveglia, ho la sensazione dell’incubo. A tratti ritorna vicino a me e se si accorge che la guardo mi soffoca di leccate, viscide, salivose. Raggiungo la cucina per prendere un bicchiere d’acqua dal frigo, ma scivolo su pipì ed altro. Capisco che non potrò continuare così.
    La delusione mi coglie all’alba e mi fa arrivare ad una decisione estrema ma vitale. Restituire Ginger a Giruzzo! Alle 6 di mattina sono fuori del suo basso, senza essermi fatto la barba e con una camicia del giorno passato. Devo avere un aspetto consono, se Giruzzo mi chiede: “Che è successo Dottò?”
    “Giruzzo, non è cosa per me, tenetevi Ginger….”
    “Dotto, mi dispiace tanto per voi, ma l’assegno l’ho cambiato.”

  • 23 marzo 2012 alle ore 18:06
    Medicina cinese

    Come comincia: “La prossima fermata è il Cihui Center of  Traditional Chinese Medicine”- dice la guida al microfono del bus, facendoci presagire la fine miracolosa di tutti i nostri mali, per chi ne avesse, s’intende.
    Ci fermiamo di fronte ad un edificio di tipo occidentale. Attendono sui gradini del portone per darci il benvenuto, medici, infermieri, inservienti. Da lontano già scorgo i loro sorrisi. Alla nostra discesa dal bus iniziano ad inchinarsi ritmicamente. Non sono sincroni, mi sembrano tasti di un pianoforte mentre viene sfiorato dalle dita. Veniamo introdotti in una sala di accoglienza con sgangherati tavolini e sedie metalliche che a tratti rivelano macchie di ruggine. Tovaglie di carta rosa con piccoli bicchierini colmi di tè fumante. Sediamo imbarazzati e curiosi. Qualcuno dei nostri commenta a voce alta, sicuro di non essere compreso. L’equipe si è schierata lungo le pareti e continua a sorriderci. Una dottoressa sulla cinquantina, grassottella e baffuta, con un camice liso ci distribuisce un volantino in inglese. Comincia in lingua cinese ad emettere suoni gutturali. La nostra guida traduce. E’ una specie di presentazione: una filosofia millenaria servita in maniera spicciola ad uso turistico, quindi notevolmente riduttiva.
    “Ogni cosa nell’universo - ci dice la grassona - è un misto di due entità, il maschile ed il femminile. Dal suo equilibrio nasce la perfezione e quindi,il conseguente stato di salute, dalla sua rottura l’imperfezione, la malattia. Il medico cinese tradizionalista ricerca e cura questi equilibri.”
    Al termine del discorso ci presenta l’equipe: un anziano medico, un po’ curvo, occhi quasi fessure aldilà di spesse lenti, un fisioterapista, massaggiatore, un tipo etereo, lineare nella sua magrezza che si intravede attraverso un camice non più candido, un agopunturista dal volto globoso, con un sorriso ammiccante. Sembra uno dei tanti budda visti nei templi in questi giorni.
    Ci precisano che la visita medica è gratuita, massaggi e agopuntura, trenta dollari a prestazione. Gridolini e cinguettii delle signore del nostro gruppo. C’è una certa eccitazione. Gli uomini sembrano più timidi. Ben presto si formano piccole code di fronte a diversi ambulatori con cartelli indicativi in inglese. Mi faccio avanti nell’angusto ambulatorio del mio collega medico per curiosare: è alle prese con una signora di Padova di mezza età. Signora, brillante nel comportamento e ricercata nel vestiario.
    Presente la guida come interprete, la porta resta aperta per gli ultimi curiosi. Qui il segreto professionale non deve esistere. La signora si siede di fronte la scrivania e perde il suo sorriso iniziale al cospetto del medico che ha iniziato a scrutarla attraverso le sue fessure a immagine di occhi. Il medico le prende il polso e il ritmo dell’universo sembra perdere colpi per alcuni minuti. Righe di sole filtrano attraverso la serranda abbassata proiettando un alternanza di luce ed ombre sui volti. Le cicale cinesi, una vera esperienza sonora, sembrano perforatrici meccaniche. Hanno crescendi da officina meccanica. Il tempo trascorre. Mi sorprendo in un atto di coscienza a pensare alle mie scarse possibilità divinatorie nella palpazione di un polso. Provo un senso di inferiorità verso il collega. La signora mi lancia uno sguardo smarrito. Il medico non accenna a lasciare libero il polso. La rassicuro con un sorriso.
    Ora il dottor Cihui, dimenticavo, così si chiama, sembra riaversi dalla trance, abbandona il polso e si dirige lentamente a recuperare da un armadietto un vecchio sfigmanometro a mercurio.  Avvolge con circospezione un untuoso manicotto attorno al candido braccio della signora. E’ sicuramente il secondo atto di un movimento drammaturgico. Tempi lunghissimi, esitazioni volute; un volto fermo nei suoi lineamenti tanto da ricordarmi i tratti di una maschera del teatro di Pechino. La mano pompa lentamente aria nel manicotto, lo sguardo è fisso sulla colonnina di mercurio che sale a tratti.  Sgonfia e ripompa per alcune volte, rincorrendo vibrazioni e battiti di cui solo lui è vate. Si alza per riporre l’apparecchio e mi accorgo che i miei sensi cominciano a sopravalutarlo. Mi sembra che leviti sul pavimento. Ma forse sto esagerando. Il silenzio è rotto improvvisamente da un suono gutturale.
    Parla! La guida ha un sussulto e riprende il suo ruolo di traduttrice.“ Il dottore dice alla signora di far vedere la lingua.” La signora ha un movimento di pudore, si ritrae, ci guarda allarmata. Pian piano appare tra le sue labbra appena dischiuse una lingua in tutta la sua consistenza carnosa. Le palpebre di Cihui hanno vibrazioni impercettibili. I tempi sono gli stessi: oramai sono un esperto. Nell’unità spazio temporale la lingua della signora ha spasimi, sembra gonfiarsi, si inturgidisce, si dirige ora a destra ora a sinistra. Un tenue sorriso del medico e un cenno della mano acconsentono al rientro dell’esausto organo. Siamo giunti inaspettatamente all’epilogo. Ora è il momento della riflessione di Cihui. Il suo sguardo ci supera, va oltre i limiti della stanza. E’ una sfinge. Si risente il roco gracchiare. “ Lei signora, soffre di disturbi circolatori”, traduce la guida. Quasi un oracolo. Mi sento un pò deluso, ma la signora riprende la sua iniziale eccitazione, si illumina e salta in piedi: “ Bravo!”, grida.
    Si scambiano sorrisi ed inchini. La visita gratuita deve essere realmente terminata. Cihui scrive in fretta una ricetta e la passa ad un infermiere appena sopraggiunto. Tra sorrisi ed inchini scompare per sempre. Ci ritroviamo tutti ai tavolini per sorseggiare i resti di un tè abbandonato. Ci si scambia impressioni. Resto vicino alla signora di Padova. Dopo qualche minuto riappare l’infermiere con un sacchetto trasparente di erbe secche. Parla miracolosamente italiano: -“Un cucchiaino, come tisana mattino e sera. Quando terminate scriveteci a questo indirizzo. Il prezzo della medicina è centocinquanta dollari”.-.
    I numeri dei dollari volano per la sala. Come visita gratuita non è male! La signora di Padova è entusiasta e con il sacchetto in mano conta i dollari.
     
    (Da Medici in vacanza’, prefazione di Ambrogio Fogar – 1995)

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:58
    L'urlo di Tonio

    Come comincia: 2008 Primavera, alture del Pigno, Marano di Napoli. Oggi rientrando nella villetta del mio padrone di casa, ho visto movimento d’uomini lassù, tra gli ultimi alberi ed arbusti di una campagna perdente. Dal ramo forte del ciliegio pendevano corde intrecciate ad una nera carrucola. Poteva essere un’impiccagione d’altri tempi. Fiori di ciliegio volavano nel vento.
    “Venite quassù dottore, accerimmo o’ maiale”, venite! E’ ‘nu spettacolo!”
    Ho risentito la voce di mia zia Maria che prendendomi per mano mi diceva: “Via dall’aia, vieni su con me, qui oggi si uccide Tonio. Non è uno spettacolo per bimbi”.
    Avevo sei anni a Villa Adela, a Serravalle Scrivia. Tonio era il mio amico di guerra, in quella casa di grandi, dove l’unico bambino ero io. Lo aveva portato, un giorno, nonno Angelo, che si occupava dell’approvvigionamento di cibo, in quei momenti di fame. Un pugno di carne rosa, con una simmetrica metà nera . Un germoglio di vita che avevo già appreso nella stalla, alla nascita del vitello o allo schiudersi delle uova dell’oca Santina.
    “Lo chiameremo Tonio” Il nome dato fu il viatico d’entrata in famiglia di un’altra entità. Fu sistemato nel sottoscala e per molte notti ci impedì il sonno. Crescendo, mi fu affidato il suo per il pascolo nei campi, vicino alla concimaia. Per la mia ‘paura dell’acqua’ a lavarmi, qualcuno, in villa, iniziò a darmi del Tonio. E la cosa non mi dispiaceva, ma mi univa maggiormente a questo enorme animale che sentivo amico.
    “Spezza le gambe di un capretto con un solo morso” mi diceva, l’Adele, la cameriera bambina che si aveva lassù. Ed io ero riconoscente a quel muso rosa, con due buchi carnosi per naso, che mi s’intrufolava, grugnendo, tra le gambe, come se volesse giocare con me. Qualcuno, leggendo, si meraviglierà che noi si potesse convivere con un porcile in casa. Ma non sa cosa può essere una guerra, quale alternativa di costumi può aprire. Vincono le necessità basilari. Vi dirò di più.  Crescendo Tonio, il sottoscala si fece troppo angusto e decidemmo di metterlo nel salottino di vimini, gioiello della casa in affitto. Ovviamente, accatastammo i preziosi mobili della padrona di casa che nulla doveva sapere. Poi arrivarono le armate tedesche e prima che requisissero Tonio si decise di trasformarlo in salami e prosciutti.
    Quel giorno, lo ricordo ancora. Zia Maria che mi porta al primo piano, nella sua camera da letto. Un urlo di dolore, quasi umano, che lacera l’aria.  “Chiudi le orecchie, come quando bombardano” Vedo il volto di zia, che si scherma le orecchie con entrambe le mani, la stessa espressione del bombardamento del ponte sullo Scrivia. Io non sento più nulla, solo il pulsare del sangue. Uccidono l’unico amico che ho. Il volto di zia si decontrae, sorride: “Finito”.
    Scendiamo. Tonio è appeso per un garretto al ramo del pioppo. Dalla sua gola squarciata il sangue cola in un secchio.
    - “Se ne fa sanguinaccio, con quel liquido rosso, vedrai che bontà!”

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:56
    Ricordando odori

    Come comincia: Negli esercizi estremi di memoria, che a volte mi provo a fare, ho cercato di trarre dal magma ignoto dei ricordi tutto ciò che può aver coinvolto l’odorato nei primi anni della mia infanzia. Dietro queste prime esperienze monosensoriali, si sono evidenziati, man mano, quadri di vita che avevo perso.
    Avendo vissuto questo periodo su di una collina, a Serravalle Scrivia, per via della fuga da Genova a causa dei bombardamenti alleati, sorge  naturale che prevalgano gli odori agresti. Odori intensi come quello del letame nelle stalle, con i vapori di ammoniaca che salgono su per il naso a farti lacrimare e ti allarmano il piede che teme il contatto.
    L’odore del fieno fresco, in fermentazione, da portarselo nei panni sino a sera, dopo capriole rissose, stanchi di riso e di pugni. Il pane appena sfornato sul tavolo di cucina al mattino: un odore caldo, quasi dolce che dava l’acquolina in bocca, imponendoti una minima attesa.
    Ricordo quel tavolo, nero di mosche. (il D.D.T. sarebbe venuto dopo, con gli
    americani). Papà apprestava la colazione, facendola precedere con la cacciata
    delle mosche dalla finestra aperta, agitando un tovagliolo. Il nastro giallastro e polveroso della carta moschicida scendeva, accanto al filo dell’unica lampada, dal soffitto.
    L’odore della latrina nell’orto, nauseante e insopportabile ma obbligatorio. Sciami ronzanti di neri mosconi famelici.
    L’odore dell’albero di fico, sotto il sole d’agosto. Un odore avvolgente, dolciastro, colloso come il lattice bianco che colava dal ramo ferito.
    L’odore delle viole, cercate con zia Maria nel declinare umido e ombroso del fitto bosco delle Fate. Un odore nobile, inconsueto, ammaliante come l’intenso colore.
    L’odore della lavanda ‘Col di Nava’ di papà che, di prima mattina, si faceva la barba sul tavolo di cucina, usando un piccolo specchietto dalla cornice celeste. Quante volte ho assistito a quel rito con rinnovata meraviglia.  Il gioco dei muscoli del volto di papà per assecondare la lama. Dargli un bacio era rubargli un po’ di quel profumo, intenso.
    L’odore dei bossoli della mitragliera, fiutato con timore ed orrore al fine  degli scoppi della battaglia.
    L’odore del sapone fatto in casa da nonno Angelo, bollendo ossa e calce in
    un nero pentolone: un sentore disgustoso, tanto che per lavarmi mi dovevano rincorrere tutti.
    L’odore della neve, lieve e pungente come il suo sapore. Mamma la raccoglieva dal davanzale  nel bicchiere: una goccia di dolce caffè e nasceva una delizia per il palato.
    L’odore del fulmine. Quando si usciva dal portone di casa tra l’ultima pioggia e i raggi brillanti del sole. “E’ ozono, senti ha il sapore di una lama” mi spiegava papà.
    L’odore delle bionde trecce di Cristina, prima bimba apparsa nella mia vita. Una visita dei genitori, su alla nostra villa, un tramonto.  L’albero di lillà era in fiore. Tirammo fuori le vanghe dei contadini, cercando di costruire una galleria che potesse unire le nostre
    lontananze.
    Beata, stupenda, tremenda, ingannevole infanzia.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:49
    Appunti dal Brasile

    Come comincia: Salvador de Bahia..una esperienza Brasile? Donne.......No, la prima esperienza e` puramente spirituale e religiosa. Sull´aereo incontro Joao, un giovane seminarista brasiliano di Salvador che rientra a casa dal seminario in Sardegna. Parliamo della teologia della liberazione. Una religione povera per i poveri. Loro non usano l´abito talare, perché sarebbe troppo elegante e inrispettoso per la povertá di qui. Noi cattolici di Roma siamo lontani, in una ricchezza medioevale. Mi parla delle cene col suo vescovo su tavoli di legno senza tovaglia, entrambi in maglietta. Puramente informale. Lui é vestito accuratamente e lo vedo elegante nel suo abito talare. Prima di salutarlo all`arrivo a Salvador gli chiedo se resterá in Brasile. Mi sorprende quando mi risponde che é suo desiderio tornare per sempre in Italia. Stregato pure lui..dal nostro Vaticano. Questa mattina rivedo il Pelhorino, vecchio quartiere di Bahia. Case di due piani, tra il rudere e il ristrutturato. Ma la miriade di colori le contraddistinguono. Azzurro, giallo, rosso....vividi nella povertá del posto. Entriamo in una chiesa barocca, la Chiesa del Carmine...un centinaio di baihani stanno pregando.La chiesa é un trionfo d´oro e di stucchi. Un giovane prete in maglietta parla a voce alta, sorride. Il suo sorriso mi conquista....mette su un cd di musica e iniziano a cantare. Alzano le mani e sorridono. Lui dice che il sorriso aiuta e unisce. É vero...mi trovo ad ondeggiare anch´io le braccia. Ogni tanto si interrompe e risponde al suo cellulare. Da noi sarebbe una scorrettezza, qui non lo avverto. Riconosco solo una preghiera, il Salve Regina..termina cosí tra applausi ed abbracci tra loro. Non sciamano fuori ma restano rumorosamente in chiesa, parlano, si toccano, si abbracciano, sorridono. Risalgo sino al prete in maglietta e mi complimento con lui. "Bravo, questa é la Chiesa che vorrei"! Mi saluta sorridendomi: "Obbrigado". Esco.

    Il Nevskij Prospeckt, un fiume pedonale di una cittá russa, un fiume di anime morte e vive, disperate e non. Penso che ogni luogo possieda questa via, non solo S.Pietroburgo. Riflettevo questa mattina passeggiando su quest´ísola, senza strade, dove il pedone cammina su viottoli di sabbia o sull´immensitá della riva abbandonata dalla bassa marea. L´uomo si deve ritrovare, si deve esporre,deve giudicare e farsi giudicare per esistere. La miseria dello spirito cerca nell´incontro, un´assoluzione qualsiasi, fors´anche l´indifferenza che allevi quel senso di colpa, che deve pur esserci in alcuni. Mi camminava davanti, aveva forse la mia etá, capelli bianchi, alto, un andatura agile, maglietta, calzoni a mezza gamba, piedi scalzi. Al suo fianco, una bambina di 12, 13 anni, minuta di altezza, con un tanga scomparso tra le pieghe di due glutei neri come il carbone. Il reggiseno raccoglieva seni immaturi. Un volto di putto negro, tra bagliori di pupille e di lacca su riccioli crespi. Un sorriso affiorante, indeciso. Quella mano che scende dalla vita lentamente e si posa sui glutei in movimento. Li possiede entrambi. Lui avverte il mio sguardo. Per un attimo ci guardiamo da uomini. La mano si ritrae.

    lucio da Morro de S.Paulo

    Scritto da lucio

    venerdì 03 agosto 2007
    chiedo a Mario che mi accompagna su per la strada che porta alla favela, dove lui si è costruita una casa " Avete la luce, qui?"  Mario si dirige verso un palo, da dove pende un interruttore a peretta, quello dei nostri comodini di una volta. Lo preme e si accendono lampadine a distanza di cento metri su pali precari. "Chi passa, accende..lo stato non vuole che si sprechi energia". Isola di Morro. arcipelago delle tinharé.
    Scritto da lucio

    lunedì 13 agosto 2007
    breve cenni storici.... Capitale dello stato di Amazonas, 1.400.000 abitanti, posta sull´argine settentrionale del Rio Negro a 10km dal punto di confluenza con il fiume Solimoes dando origine, insieme, al Rio delle Amazoni. 1865 avanposto commerciale, mercanti , schiavi neri, indios e soldati. Piantagioni inutilizzate di alberi della gomma. 1842 Charles Goodyear elabora il processo di vulcanizzazione della gomma. 1888 John Dunlop brevetta i pneumatici. Nel successivo ventennio diviene la seconda cittá del Brasile con elettrificazione e teatro dell´Opera 1920 Gli inglesi rubano le piantine dell´albero della gomma e le trapiantano in Malesia con coltivazioni razionalizzate e maggiormente produttive. Crollo del mercato della gomma brasiliano. ............................................ Oggi Manaus é un inferno: metti un groviglio di strade a ridosso del porto fluviale galleggiante; le case sono fatiscenti, unite da un cielo di grovigli di cavi elettrici. I marciapiedi sono occupati da migliaia di piccole bancarelle multicolori che vendono tutta la povertá possibile in un modo ripetitivo, allucinante. Ferramenta essenziale, reggiseni, telefonini, batterie per cellulari, chincaglieria di pessima qualitá. Si interpongono venditori di alimenti: frutta esotica, spiedini di carne, di formaggio e di gamberi. Alcuni abitanti portano, in contenitori di polistirolo, cibi preparati a casa e li offrono ad acquirenti di passaggio. Gli stretti marciapiedi accettano in piú mercazie leggermente piú nobili dei negozi precari adiacenti. Gli stereo di quest´ultimi lottano tra di loro per un dominio sonoro. Dimenticavo i pedoni, un flusso solido, inestricabile, che serpeggia e fa da collante tra negozi e bancarelle. Nelle strade file di vecchissimi bus strapieni inquinano il tutto ruggendo una prima lamentosa e fumosa. L´umiditá e i 36 gradi sono un ulteriore coibente. Mi lascio trascinare tra volti di indios alcuni dalle fattezze eleganti, altri deformati dagli incroci precari. Storpi, zoppi si alternano a bambine incinte. C´é un odore di fogna tra tombini intasati da rivoli nerastri che non vogliono scendere al fiume. I turisti opportunamente consigliati dalle guide evitano questo centro unico e fantasioso. Mi attardo, in coda, mentre una vecchia arrostisce sulla brace uno spiedino di carne viola. Che sará mai? Assaggiare per valutare. Ottimo! Dopo che, bruciacchiato e immerso in un liquido vischioso, é cosparso di farina gialla. Ritorno alla fermata del mio bus 120, altamente sconsigliato. Centinaia di persone lo attendono al centro della strada. Usciró mai da questo inferno? Manaus, 13 agosto 2007
    “Quale piacere ricordare, tra i crepacci dei nostri umori, alle tre di un pomeriggio, in cui la pigrizia e la disperazione incombono, che c’è sempre un aereo pronto a decollare per un altrove” (De Botton).

    L’Altrove questo magico lenimento che ci viene incontro, quale sirena ammaliatrice, a consolarci dell’oggi infruttuoso e monotono. “L’altrove” ha fattezze e contorni diversi per ognuno di noi. Può essere un luogo d’infanzia, un riposo sognato o trasognato in un posto appreso per caso, la pagina di un libro, un manifesto in una stazione ferroviaria, un opuscolo di un’agenzia di viaggi. Ma è opportuno che per noi rappresenti l’altrove, quasi una simmetria lontana dal punto dove ci troviamo a vivere. L’altrove non ha connotazioni negative, ma racchiude tutte le proiezioni positive possibili che noi possiamo dargli. L’altrove non ricorda la parte negativa della nostra fisicità, con i mille segnali di disturbo quotidiani che ci invia il nostro corpo, dalla bollicina in bocca al bruciore di stomaco o altro. L’altrove ci aspetta, validi, forti, di ottimo umore, pronti a superare le angustie e i pericoli di un viaggio. E, infatti, l’altrove nasce improvviso un giorno di tetra depressione, forse tra la pioggia di una strada tormentata, pozzanghere vere e di vita. Uno di quei giorni in cui qualcosa ci avverte che siamo al limite, un limite precario, oltre al quale c’è il buio. L’altrove sorge in un angolo oscuro della nostra mente e si evidenzia lentamente, fantasma consolatore. “Non importa dove!” diceva Baudelaire. La sua era una fuga da, senza meta. L’importante era uscire, scappare purtroppo da se stessi. Questa pesante chiocciola, casa e sentimento, che non si stacca da noi per nessuna ragione. “Devo andare”- è la frase di un personaggio di romanzo d’appendice o la frase di un Marco Polo o di un Colombo. Questa catapulta che si materializza dentro di noi e ci proietta chissà dove. La motivazione dichiarata copre ben altro.
    l.p.r.

    Scritto da lucio

    domenica 05 agosto 2007
    Salvador - Domenica 4 - Eglesia do Carmo. La signora é in prima fila. La scorgo da dietro. La messa é iniziata. É vestita elegantemente, i capelli bianchi hanno una acconciatura accurata. Un giro di perle al collo. La visuale della sua maglia di lino mi é coperta in parte. Porta una scritta sul dorso..forse una preghiera. Inizia con: "Nada te pertube...." Le prime dieci file hanno un recinto di ferro battuto e terminano con un cancelletto, ora aperto. Un segno di casta. Dietro, il popolo bahiano, su panche comuni, prega. Il prete, sull’altare, ha iniziato la predica. Parla delle virtú teologali: fés, esperanza, caritá. Io, sono invece molto turbato. Ho visto, nel 2007, gli schiavi. Esistono ancora, immutati come nella "Capanna dello zio Tom". Li vedi scaricare, all’alba, i vascelli dei possidenti. In fila, sotto il sole, non balle di canne da zucchero, ma casse di Coca Cola, frutta, bombole di gas. Hanno la corporatura delle novelle della nostra infanzia. Enormi di fisico, la muscolatura affiorante, lucida al sole. Muscoli che nascono non in palestra, per un fine estetico, ma muscoli che servono per portare di piú del tuo vicino, in modo da essere competitivo sul lavoro. Muscoli per trascinare carriole, per sollevare tronchi, per zappare la terra. Il padrone é quello di sempre, un bianco che ordina. Ha lo stesso volto, gli stessi poteri, la stessa arroganza. Ora non appartiene piú al Re, ma é un politico. Mette tasse, gabelle. Dona magliette col suo nome per creare vassalli.  Forse anch´io sono uno schiavo, a ben pensarci. Quanti padroni ho? Un´infinitá.
    Scritto da lucio

    giovedì 26 luglio 2007
    Ieri sera al tramonto ritorno al Pelourinho, antico quartiere nero di Salvador. Cerco una chiesa visitata tre anni fa in fretta con una guida locale. Ora sono libero e solo e "lecco le pietre" come uso dire per confrontarmi con un turismo fuori dalla fretta delle guide. Cerco l´Iglesia de Nossa Senhora do Rosario. É dell´inizio del 700, ed éél´ unica chiesa costruita dagli schiavi per gli schiavi. Le altre sontuose e ricche dei padroni portoghesi erano proibite a loro. Qui si adora nel piccolo cimitero la tomba di una schiava, l´Esclava Anastasia dell´ Angola raffigurata sulla tomba con una maschera di cuoio sulla bocca che le impediva di parlare come era l´usanza dei tempi. Trovo la chiesa ed entro. La funzione sembra essere giá iniziata. Il prete sull´altare veste questa volta i paramenti sacri, non la maglietta della precedente chiesa. Mi rassicura una preghiera in latino. Sono a casa? Ma improvvisamente un suono di percussioni attraversa la chiesa. Il suono é crescente, ritmato. Scorgo quattro suonatori anziani in un altare laterale che suonano bongos e maracas. Il ritmo sta crescendo...scandisce un ritmo che conosco giá..La ragazza che prega in piedi, fronte a me, camiciola dorata, jeans, smuove con un colpo di nuca i capelli sciolti sulla schiena. I capelli ondeggiano...la schiena inizia ad ondeggiare. Il fondo schiena ora attira il mio sguardo...ma é samba, questo motivo. Un vecchio signore esce dai banchi, alza le braccia e inizia a ballare, cosí la vecchietta settantenne. Io continuo a guardare il fondoschiena della ragazza di fronte a me. Fantastico. In un minuto stanno tutti danzando la samba. Il prete sull´altare é volto verso di noi e sembra dare il tempo, o benedice? non so. Mi trovo ...meraviglia ad accennare anch´io a passi di samba. Chi applaude, chi canta, chi prega....sono felici.. sí almeno questo sembrano. lucio

    Scritto da lucio

    giovedì 02 agosto 2007
    L’inquinamento atmosferico forse ci allontana anche da Dio, oltre che dalla salute. Trovarsi in una notte di stelle è sempre una esperienza spirituale intima, puramente religiosa. Mi torna una frase di uno scrittore di cui non rammento il nome: - " La superbia dell’uomo si evidenzia nella sua affermazione che Dio si sia manifestato solo per lui, tra miliardi di pianeti."- Stanotte guardo questo soffitto ghirlandato di luci e penso che Dio sia tutto questo, un Dio senza barba, senza famigliari. - Una sera d’agosto, i miei due ragazzi, su di un cavalcavia deserto ( la via privata, appena costruita di un noto ministro, il raccordo stradale tra l’Autosole e la sua villa). La vallata oscura per l’assenza della luna e noi tre, stesi sulla striscia bianca di divisione delle due corsie. Niente tra noi e le stelle. Il piccolo Matteo : " Papà sto cadendo nel cielo!" - Deserto sull’altopiano iraniano, un’uscita dopo cena, con Shara, la guida, per visitare tombe reali del X sec. d. c. Il disco pieno della luna aveva Giove come brillante monile. Camminando, noi si faceva ombra sulla sabbia, come in una giornata di sole. Gli oggetti venivano illuminati da un riflettore di una luce fredda, metallica. Il riverbero sulla sabbia completava i particolari. -" Ciro per evitare il caldo alle truppe, le faceva viaggiare alla luce della luna"- mi raccontava Shara. Per un attimo vidi quelle schiere di uomini camminare dinanzi a me. Morro ore 6,38

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:46
    Partendo da Salvador de Bahia

    Come comincia: Dovunque tu sia, il partire, il lasciare, il perdere ti mette sgomento. Forse il distacco dal tuo, sia pur momentaneo, rifugio, a cui devi la sopravvivenza biologica del momento. Forse il timore del tempo ignoto che ti sta davanti e ti cela un sicuro ritorno. "C´é una porta che non riapriró...uno specchio in cui non mi vedró.." mi tornano questi versi di Borges che condivido nel loro tragico annuncio. Cosa lascio tra poche ore, rientrando in Italia? Un cielo azzurro contornato da nuvole sorprendentemente candide alfine di un rovescio improvviso, fatto di rivoli incerti, di odori salmastri di fogne. Suoni di percussioni africane che sbucano da vicoli colorati dall´arcobaleno. Uno sciamare distratto e sbracato di turisti ansiosi di vedere e di non capire. Lascio il volto di Davide, bambino di strada, magrissimo sino alle ossa, un cespuglio di capelli crespi, impastati di sporco e di acqua ossigenata; occhi adulti, profondi, dolenti. Il suo non chiedere soldi, portandoti a comprare un pacco di biscotti per i suoi. Il suo modo di lasciarti, con un disattento saluto, quando gli hai dato quel che voleva. Il suo futuro, la sua etá a rischio. Lascio il mosaico di colori vivi di queste case disfatte dal tempo, i viola, i rosa, il turchino, il verde bandiera. Assurdi altrove, ma intonati qui. Lascio le onde immense e fragorose dell´oceano, domate da ragazzi impavidi su tavole di legno. Lascio un caffé appena iniziato sotto un´ombrellone ,ad Itapuá, mentre all´orizzonte si profila l´imbuto nero del tornado. Lascio il mio posto vuoto sulla sedia della scultura raffigurante Vinicius De Moraes seduto ad un tavolino, in tua attesa. Lascio volti bellissimi di uomini, donne e bambini. Lascio volti bruttissimi di uomini, donne e bambini. Lascio il suono del canto brasiliano a sera tra le note di una chitarra, mentre i sorsi di capirina ti bruciano dentro. Lascio costumi fantasiosi e opulenti di bahiane che si danno al tuo obiettivo. Lascio sapori di erbe e aromi sconosciuti su braci di carne e di pesce. Lascio una notte che non si spegne nei suoni, nelle luci e nel mio ricordo. Partendo da Salvador 18 agosto 07 . h 14,45 

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:40
    Banana Boat

    Come comincia:           “Ti ho inviato quel brano di quel disco di Vinicius, che cercavi. Scaricati  il file e mettilo nella discoteca di Tunes”.
    E’ vero: l’adattamento è un processo lento e non uniforme per ogni essere  umano. Io sono tra i più lenti a recepirlo.
    “ Ma di un file, che cazzo me ne faccio? Scusa l’irruenza e forse la, non  mia, perfetta educazione, venutasi a corrompere con gli anni”
    “ Te lo scarichi sull’I pod e te lo senti quando vuoi.”

    Barbera, quella mattina, era venuto nella 3° C, al Colombo, indossando una  tuta nuova. Era della Genova bene, lui. Il padre era nei tessuti. Lo ricordo,  lungo e biondo. Un sorriso aiutato da lampi azzurri dei suoi occhi.
    “Ieri sera, su Radio Montecarlo, ho sentito una musica fatata…un certo  Harry Belafonte. Mi sembra che il disco si chiamasse ‘Banana Boat’. Ragazzi  dovreste cercare di sentirlo. E’ un deliquio!“
    A casa, si traduceva Senofonte con la radio, in sottofondo. La voce  femminile, nell’eloquio musicale francese, presentava le novità discografiche. La vicinanza della Costa Azzurra, la foto, pseudo autografata, della Bardot,  sulla spalliera del letto, creavano un ambiente di fuga, per noi ragazzotti di  buone maniere. Poi l’annuncio interrompeva ogni libresca  attenzione:  Banana Boat par Belafonte, c’est pour vous!”
    L’Anabasi era dimenticata. L’urlo senofonteo delle schiere greche, alla vista  del mare, “Tàlata, Tàlata” faceva posto ad un nuovo suono gutturale, che sapeva  di foresta sudamericana, di sole, di donne mulatte, dalla pelle lucida di  sudore.
    “Vai su Montecarlo, sintonizzati, sbrigati…senti un po’?”
    Era una catena velocissima di telefonate. Per giorni ci si accontentava di questa parentesi sonora. “Da Ghio, al grattacielo, è arrivato il disco. Un 45 giri che va a ruba. Bisogna prenotarlo…”
    In realtà la prenotazione serviva a coprire il tempo per accumulare i soldi  per l’acquisto del disco. Un pomeriggio era dedicato a questo. L’inserviente, esperto di Ghio, alla tua richiesta, prelevava il disco dalla copertina  multicolore dal reparto ‘Novità’. Ti accompagnava alla cabina , lasciandoti  solo all’ascolto. Harry, foresta, isole, mari, mulatte ti avvolgevano in un suono, che non era realtà. Il ritorno a casa aveva la consapevolezza di un possesso. Una tattilità, tra le mani, che ti dava promesse. L’arrivo, era  chiudersi in camera a risentire quel motivo per ore intere. Forse i giovani d’ oggi devono iniettarsi eroina, per raggiungere il nostro sballo d’allora.
    “ No, ascolta…non mandarmi il file. Ti ringrazio, ma non saprei cosa farne…“

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:30
    N.Y.

    Come comincia: Prime ore del mattino. Sono appena uscito sulla Broadway, sto percorrendo un largo marciapiede. Uno strato di lattine e di bottiglie crea problemi alla stabilità del mio passo.
    A terra il resto di un colossale bivacco: contenitori di patatine, resti di panini, bicchieri di carta. I bidoni dell’immondizia sono punti di riferimento per altri cumuli di rifiuti. E’ appena trascorso da poche ore il sabato notte ed io mi rammarico di non averlo potuto vivere. Ho un tramonto sul Bosforo in debito con me stesso per la stessa ragione: la stanchezza del viaggio. A mia difesa posso dire di essere arrivato alle due di notte dopo un volo di dodici ore, attese comprese. Il taxi mi ha lasciato stanotte di fronte all’albergo, un grattacielo di sessanta piani. I marciapiedi erano densi di folla. Luci violente, lampeggianti a volte, da ogni dove. Un caos di auto, un intreccio insolubile, immoto, tra un suonare di clakson. Un muro di vetri illuminati che tocca il cielo nero, ai lati della strada: i grattacieli visti dal basso ti incutono angoscia, ti schiacciano. Sull’entrata mi hanno accolto due gorilla in doppio petto blu e cravatta argentata. Un’ombra, piccola e nera mi ha preso le valige e mi ha proceduto: un ragazzino di non più di tredici anni. Hall deserta, i radiotelefoni dei gorilla hanno chiesto mie notizie a qualcuno che non vedevo. Su uno schermo televisivo è apparso il mio nome con una serie di dati dell’ufficio immigrazione. Acconsentono a che io possa salire in camera. All’entrata dell’ascensore trovo altri due giganti neri con manette penzolanti alla cintura e maniche della camicia arrotolate sui bicipiti che mi esaminano attentamente, non sorridono. Attendo l’aprirsi delle porte e due specchi sulla parete di fronte negli angoli mi rassicurano che nessuno è nascosto nei due spazi bui, ai lati dell’entrata. Saliamo io e il ragazzo, muti, guardandoci negli occhi a tratti. Un sibilo ed uno strusciare di corde che mi preoccupa. Il corridoio è in penombra, solo luci di emergenza. L’odore di una moquette impolverata. Scarpe da pulire e vassoi con resti di cena fuori delle porte mi costringono ad un accurato slalom. La stanza è molto dimessa. Il condizionatore ha una vibrazione che mette in forse il mio futuro sonno. Il ragazzino attende. Non ho spiccioli, gli do un biglietto da mille lire. Lo guarda poco soddisfatto. Lo prendo per le spalle e lo spingo fuori. Un odore di muffa, luci tenui sul comodino mi intristiscono. La finestra riflette una luce giallognola esterna. Intravedo un baratro di grattacieli. In fondo, i fari delle macchine creano un fiume luminoso. Mi arriva il suono delle sirene delle macchine della polizia. Mi ricorda i film della mia infanzia. Guardo la vita nelle finestre illuminate del grattacielo confinante. Un signore in mutande beve birra di fronte ad un televisore e si gratta la pancia. Una donna si aggira riordinando una camera. E’ in sottoveste, ma non è affatto attraente. Il sonno tarda e resta superficiale per tutta la notte, rotto dalle sirene delle auto della polizia. Un carosello continuo.
    L’aria della mattina ha cancellato gli incubi. Sono raggiunto da quella strana euforia che mi pervade ogni qual volta inizio a conoscere, per la prima volta, una città o una persona. C’è pochissimo traffico. L’aria è frizzante, mi penetra nella camicia. Solo pochi passanti. E’ domenica mattina. Due ragazze in tuta mi sorpassano correndo. Non si parlano. Auricolari alle orecchie. Mi arriva la vibrazione della musica tenuta al massimo volume. Un gruppo di schettinatori vola al centro della strada, sembra non toccare il suolo. Mandano suoni gutturali, preoccupanti. Mi ricordano i Sioux dei film. Le vetrine dei negozi chiusi sembrano non attirare lo sguardo. Negli atri di alcuni negozi stanno ancora dormendo barboni alcolizzati. Si muovono lentamente tra mucchi di cartoni come grossi vermi. Hanno anemie tremende nei volti spenti. Guardo a tratti il cielo azzurro e lontano in questo abisso di cemento e vetro. Vorrei raggiungerlo, elevarmi, togliermi da questo strisciare in un fondo. Da un portoncino in ombra esce un braccio. Sento improvvisamente la morsa sulla mia spalla. Mi fermo. Ora i miei occhi sono entrati nel buio e ne hanno ravvisato l’immagina di un negro. Il viso è lucido di sudore, la barba lunga è intrecciata allo sporco. Gli occhi sono di luce. E’ vestito di stracci. Mi guarda immobile non mollando la presa sulla mia spalla. Vedo uscire dal suo fianco l’altra mano, bianca, magra. Mi indica una grossa chiazza rossa di sangue che sto calpestando. Mi stupisco a non essermene accorto.
    “American Kaputt” mi urla nell’orecchio. E’ un suono rauco, frammentato da un ansimare. Sento il suo fiato di alcol sul mio volto.
    “American Kaputt” ripete ancora, in un tono di vittoria su qualcuno che non immagino. Dò uno strattone e mi libero. Ho i piedi impantanati in un rosso viscido. E’ una colla densa. I piedi sono pesantissimi. Affretto il passo evitando la traccia lasciata di fronte a me sul marciapiede. Ora sono piccole sfere rosse, spruzzate qua e là. Sembrano rotolare davanti ai miei passi.
    “American Kaputt” continua ad urlarmi alle spalle. Ed è un urlo di vittoria certa.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:27
    La sfantasia

    Come comincia: Se è pur vero quel principio, in fisiologia, che una funzione, non esercitata, si estingue, penso che la fantasia andrà a sfumare nelle generazioni future. Noi, bimbi, si viveva in un mondo nostro, creato da noi e non indotto dai programmatori di video giochi. E' di pochi giorni fa, la mia visione sconcertante di un padre che aveva accompagnato i suoi due figlioli alla Reggia di Capodimonte. Questi, seduti su di una panchina avevano lo sguardo ed entrambe le mani incollate a due piccoli giochi elettronici. Attorno a loro, la Reggia, il Parco, l'esuberante e varia flora, gli uccelli. Non vedevano. Il padre, rassegnato o forse contento per quella calma indotta, aveva gli occhi spersi nel vuoto. Noi, figli della guerra, non si aveva nulla di comprato. Tutto veniva creato, costruito a casa, dal padre o da un parente. Il primo pallone fu di pezze e segatura, era più soffice della lattina di metallo, schiacciata sotto le rotaie del tram, che era proibita dai genitori, in quanto rovinava le scarpe. Con la fantasia diventava un vero pallone. La spada di legno dello zio Enrico, falegname. La cerbottana, un pezzo di tubo dello stagnaro. Chi aveva visto un film, cosa improbabile per quei tempi, per il costo, lo raccontava, con dovizia di mimica e di rumori. Nanni, il mio amico del cuore, era un artefice in queste descrizioni. “ Dai Nanni, raccontamelo ancora una volta....” E lui ricominciava....” Clap, clap, un cavaliere si profila all'orizzonte...”. Ed io, non solo, vedevo quel film, ma c'ero dentro fisicamente, in una suggestione mai più avuta nella vita. Basti pensare che quando, sotto il tavolo di cucina, si ricreava la giungla dei film di guerra americani, ricordo l'implorazione: -” Fermiamoci un attimo, è troppo spaventoso.” E si prendeva fiato dalla suggestione, per poi riimmergerci nella fantasia della creazione, che era di gruppo, miracolosamente, avvolgente. La lettura incontrata con gli anni ci portava nella giungla del Borneo con Sandokan o sotto i mari con Verne. Ricordo quelle notti, quelle avventure, nel buio della mia camera, spossato da quelle righe di vita avventurosa. Ci sono stato in quei posti, in un miraggio fantasioso di creatività. Vado chiedendo, ogni tanto, a qualche ragazzo, in studio:-” Ma tu leggi mai un libro?”-
    -”No, ma sto ore al computer.”-

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:26
    La Wandissima

    Come comincia: Noi, ragazzi del '30, vedevamo i tuoi spettacoli di varietà dall'ultima fila, con i soldi risparmiati della paghetta settimanale. Era il momento osè della nostra vita di ragazzi di famiglia. La Wandissima, già anziana prendeva tutti gli applausi nella discesa dalle sue famose scale coreografiche. Ma la soubrettina, tutto pepe, eri tu. A gomitate, a fine spettacolo, si scendeva sotto la passerella per guardarti da vicino e applaudirti. Che corpo fantastico...che gambe! Le ricordo ancora, nel bagliore di luci e nel frastuono dell'orchestra. Una sera perdesti una perlina dal costume. La conservai come talismano per la prima gioventù, quella delle fantasie realizzabili.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:23
    Savina

    Come comincia: Una mattina d’estate ligure, quando i raggi del sole possiedono vibrazioni musicali, tanto da accenderti note inusitate nell’animo. Il mare, un azzurro stanco e fermo, lo s’intravvedeva dalle sberciature delle creuse diroccate, oltre gli orti. Il basilico, raso a terra, inaspriva le narici. Passeri, a stormi, facevano retrocedere rari gabbiani, intraprendenti. Era l’anno del congedo dalla scuola. Un esaltarsi di mille desideri trattenuti, per anni, tra i libri. L’ardore di essere uomini e non fanciulli. Nel buio di quel magazzino, noi a recuperare remi e scalmi per armare il nostro vascello, una lancia ligure, scolpita nel legno di faggio. Vedo i volti di voi compagni, solcati dai raggi che entrano dalla porta socchiusa. Sorrisi, risa, lazzi, volti a ignorare il tanfo di umido e marcio che regnava tra cumuli di oggetti lasciati lì, per disuso. Nel ricordo, i volti più vivi, più accesi da una luce, che li delimita con cura, sono quelli di due compagni, che la vita ha portato via da tempo. Tremenda e salutare inconsapevolezza del proprio destino. Il mio sguardo è fermo sulla lama di luce che penetra dalla porta. Hai il profilo di un cammeo, inciso, con arte, in una conchiglia di mare. Il rosso crespo dei tuoi capelli, annodati dietro la nuca, scende sulle spalle scoperte. La linearità del tuo corpo snello, veloce, accompagna la verticalità dell’ombra, scura, della porta. Sorridi, trattenendo una timidezza che ti si confà. Una polvere di lentiggini s’intrattiene sul tuo volto. Da dove vieni? Forse, docili desideri ti hanno creata dal mare. Note bitonali di un antico dialetto ligure ti donano il suono. Nella vita, sappiamo scegliere, ma anche perdere.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:22
    Ricchi e poveri

    Come comincia: Quando ci si trova per i casi, più o meno fortunati della vita, a percorrere un ampio arco di questa, ci si accorge, guardandosi indietro, di aver visto venire alla luce non solo esseri, ma anche cose, oggetti che sono entrati nell’utilità quotidiana.Ognuno ha nella propria famiglia un elemento, per lui rappresentativo del proprio clan, un essere dalle qualità superiori alla media dei suoi contigui. Noi a Genova, avevamo Zio Ninni, l’avvocato. Era il fratello di mio nonno paterno, l’unico laureato, (solo mio padre lo raggiunse, nel dopoguerra, con una laurea, sudata, sui tavoli della nostra cucina), l’unico ad essersi affermato, era un penalista, l’unico che potesse portare, al posto della comune cravatta, la farfalla. Non ci frequentavamo, in realtà. Lui abitava a pochi metri dalla nostra via Acquarone, in via Crocco. Quest’ultima, anche se separata da una sola curva a gomito, era un distintivo di classe agiata. Basti pensare che, nel dopoguerra, i miei amici di Via Crocco, avevano, a scuola, i calzettoni bianchi, lunghi, che restavano su per magia. Mentre a noi, di via Acquarone, le mamme nascondevano elastici “da mutanda” nella prima piega, ma con scarsi risultati. Pur abitando sulla collina del Righi, d’estate, facevamo bagni in spiagge diverse: quelli di via Acquarone, ai bagni Gigetta, a San Giuliano, dalla sabbia polverosa, quelli di via Crocco, al Lido, uno scoglio aristocratico, che ci era concesso di guardare dall’alto della strada, di domenica, come divertimento, sorbendo un gelato, da 2 lire, di Boccadase. Non frequentandoci, ci arrivavano solo notizie di zio Ninni, che avevano percorso tortuosamente una città. “ Sì, lo vediamo al mare, ha una bella donna sempre, sdraiata vicino a lui”. Oppure: “ Deve essere a Cervinia, in vacanza”. Io lo incontravo raramente, quando giocavo dalle sue parti. Mi osservava estraendo dal taschino un monocolo, appeso, con un cordoncino nero, all’asola della giacca. Mi sorrideva appena, continuando un’ esplorazione visiva che mi imbarazzava. Saluti ai miei, rare frasi d’occasione, mai un bacio. La sua figura riacquistava importanza nel giorno di Natale. Io ero l’oggetto di un dono “caro”. Un dono con cui lui, forse, si sentiva di sdebitarsi dai doveri famigliari, verso gente che sopravviveva da comuni impiegati.Ben vestito, con calzoni a mezza gamba e scarpe lucidate da papà, mi presentavo alle 11, alla porta di casa di via Crocco. Dopo che l’odore di cere esotiche, mi aveva stordito, in una studiata e voluta pausa, venivo condotto dalla sua governante in un salotto sfavillante di ori e di cristalli.-” Zio Ninni, è in bagno, accomodati “- Ed ero lasciato solo per lunghissimi minuti, in un silenzio rotto dal cinguettio, che veniva dal giardino. Appariva, facendosi precedere dal rumore di porte aperte e chiuse con cura. Una vestaglia di seta sfavillante di luce, capelli bianchi alla “mascagna”, il monocolo incastrato nell’orbita.“ Buon Natale Lucio, ieri sera dal mio orologiaio di fiducia, in via Luccoli, ho chiesto un regalo importante per uno studente importante! Mi ha dato questa strana penna. Diceva che si chiama Biro. Io veramente, ieri sera, l’ho provata a casa ed ha una scrittura incerta e faticosa. Lascia il segno sui fogli sottostanti. Però, dato l’alto costo, deve essere un oggetto importante. Provala.”

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:19
    Non erano i tempi di Dolce e Gabbana

    Come comincia: In genere per quel motivo si radunava tutta la famiglia. Non la famiglietta di oggi, fatte di due o tre persone, ma la famiglia. Sì, è pur vero che la guerra, la paura della guerra ci aveva radunati sotto un unico tetto, in una coesione, il più delle volte, più esplosiva della stessa guerra. Genitori di mio padre, genitori di mia madre e sua sorella Maria. La convocazione era data non a voce, ma era l’enigma estetico che coinvolgeva tutti nella sala da pranzo, ancor prima di sederci a tavola. La luce, serviva la luce, che penetrava dalle finestre, filtrata dalle foglie del ciliegio di fuori. L’odore del ragù di nonna Amina, aveva già livellato i sensi olfattivi, predisponendo tutti a un frettoloso ottimismo. E propria nonna Amina (donna meridionale, dai neri vestiti, a farmela raffigurare perennemente anziana, anche in un’indubbia mezza età) era colei che ci aveva posto la risoluzione urgente del problema. Gli altri avrebbero acconsentito o avrebbero espresso un crudele veto. In realtà la più temuta era zia Maria, che faceva la spola tra Genova e la casa lassù, in campagna, dove noi si era. Lei portava, sotto la polvere dei bombardamenti, ancora fresco il giudizio estetico della città, il limite ultimo del perbenismo. E a lei si guardava per ultimi, scrutando il suo volto. “ Si può risvoltare?” Questo era il dilemma che coinvolgeva la fine di un indumento, fosse una giacca o un cappotto, andato in usura per gli anni. L’abilità era tutta di nonna Amina, ma a radunarci tutti era il giudizio estetico sul nuovo tessuto che sarebbe apparso. Un “ si può” timoroso, o un “fantastico” dava il licet al rifiorire di un indumento. Ho portato, anch’io, pantaloni o cappotti risvoltati da un indumento dei grandi. Pur sentendomi rinnovato esteriormente, mi accompagnava sempre un sentimento aspro di vergogna sottaciuta.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:17
    'U ninettu

    Come comincia: Certo è, che l’acutezza dei nostri sensi si va perdendo, da quando abbiamo chiesto aiuto ad altri sistemi, il più delle volte elettronici, che hanno supplito alle nostre dimenticanze e soprattutto ci hanno dato la possibilità di demandare il nostro lavoro, risparmiando,a noi, fatica psichica e fisica. Come vecchio medico, confrontandomi con i giovani, vedo, a volte, la semeiotica trascurata, a volte, ignorata. Il mondo va veloce sui tempi: perché mai scrutare con i propri sensi, a volte fallaci, il corpo altrui, se una Tac o una Risonanza mi danno risposte inimmaginabili, un tempo? Ieri mattina, sul cruscotto della mia auto è apparsa una scritta: “fate cambiare l’olio”. Presto il messaggio è stato sostituito da un simbolo lampeggiante che non mi ha dato pace sino a quando sono giunto in officina. Un ragazzo, in tuta da lavoro candida, ha smontato un pannello, nell’interno della vettura, scoprendo un terminale, a cui ha collegato il cavo del suo portatile. L’ho guardato con tutta la mia meraviglia di settantenne, mentre con velocità di tocco, faceva apparire sullo schermo a colori, simboli e strutture che richiedevano una sua viva collaborazione digitale. Dopo non più di due minuti : - “ Sì, tutto a posto, dobbiamo cambiare l’olio”- Il computer si era accorto che la chimica dell’olio era mutata, nonostante non coincidessero i tempi di ricambio consueti, e ci ordinava di procedere alla manutenzione, rassicurandoci che tutto era a posto. Mi è apparsa la figura del mio vecchio garagista genovese, di quando ero ragazzo e avevamo la Topolino amaranto! No, in verità era verde bandiera, mezza balestra. Ninetto, un uomo di mezz’età e di piccola statura. Una nuvola di fumo, tra sigarette spente e accese. Baffetti lucidi e neri come la sua “mascagna” di capelli tirati a liscio. Nel cunicolo del suo garage, viveva in uno sgabuzzino di pochi metri, tra calendari osé, solo qualche gamba, per i tempi, e schedine del totocalcio incollate a imperitura memoria. Estrarlo da quel covo non era cosa facile. “ Nino, c’è un problema alla Topolino! C’è uno strano rumore quando si accelera, quasi metallico” – mio padre la conosceva, quella macchina, a menadito, era un prolungamento del suo corpo – “scende di giri da sola e non va!”- Nino e papà si guardavano per alcuni secondi. Farlo alzare era il compito più difficile. –“Nino, per piacere, solo lei…”- Era una chiave vincente questa frase lasciata lì. Nino metteva l’ultima x sulla schedina, la riponeva e usciva all’aria aperta. Papà aveva già deposto alla sua visione il motore, aprendo il cofano. Nino si accendeva un mozzicone di sigaretta, tirava una lunga boccata, tossicchiava. Lo sguardo ora vagava negli anfratti del motore, accarezzava candele, spinterogeno, penetrava nelle vaschette dei vani cilindri. – “ Accenda “- era un comando inatteso. Papà, già seduto, ubbidiva tirando a se la leva dell’accensione a pomello. I suoi occhi, da ora, si ponevano sui tratti del volto di Nino, aldilà del vetro del parabrezza. Da ogni fremito dei suoi muscoli facciali dipendeva il futuro economico del suo mensile d’ impiegato. Il girare del motorino d’accensione, gracchiante e metallico, dava seguito all’avvio del motore, con qualche esitazione. Nino ora perdeva ancora di statura. Si addentrava sotto il cofano della Topolino. Ascoltava, ascoltava, con gli occhi spersi nel vuoto. Solo la mano destra si dirigeva sul tirante dell’acceleratore, creando ruggiti stridenti. Pause, improvvise cadute di giri e riprese assordanti. Qualche passante si fermava e veniva a vedere lo spettacolo. Poi, improvvisamente emergeva il volto di Nino dall’incavo del cofano. Il volto non esternava sentimenti. La mano destra aperta, a mo’ di comando. –“ Chiuda!”- Ed entrava mo nel silenzio magico che precede un oracolo. Io, bambino, mi preoccupavo, più per mio padre, perché ne conoscevo le ansie economiche. Ricordo ancora quel giorno, il tono sibilante di Nino, da vincitore nella sua diagnosi, tra suoni e vibrazioni per noi oscuri. -“ Le bronzine! Sono fuse le bronzine! Motore da rifare”- Una tragedia famigliare. Si era negli anni 50!

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:15
    La morte delle margherite

    Come comincia: Nascono nei bambini veri e propri drammi, il più delle volte ignorati dai grandi. Drammi che lasciano, per una vita, tracce indelebili. E’ pur vero che non ci sia dolore più intenso della perdita del palloncino colorato, che s’involi nell’azzurro. Mi ha seguito, negli anni, una sequenza di un pugno di minuti. Sono immagini di sessantacinque anni fa, affatto sbiadite dal tempo, di cui percepisco ancora i colori, gli odori, ma soprattutto la contrapposizione di due sentimenti contrastanti: una meraviglia creativa e la successiva delusione, per una distruzione inattesa, un venir meno da un fenomeno vitale. Sicuramente il primo incontro con qualcosa che, in seguito, avrei saputo identificare con il fenomeno della morte. Un pomeriggio a Villa Adela, a Serravalle Scrivia. Si era in guerra. Una di quelle giornate di primavera, dove il vento creava una neve rosa di petali dal ciliegio, grande e maestoso. Forse erano i freddi inverni, i cumuli di neve, il ghiaccio alle finestre, la proibizione di uscire per non ammalarsi, ma il sopraggiungere della primavera, lo ricordo in maniera improvvisa. E’ uno scenario di luce, di colori, di profumi, all’apertura del portone di casa. Il ciliegio, a pochi metri, creava una galleria di rami fioriti. Dalla corteccia colavano gocce color ambra, che nonno Angelo raccoglieva in una boccettina, su cui si evidenziava la scritta, in bella calligrafia, COLLA. Se unisco pollice e indice e ne struscio l’epidermide, avverto ancora la sensazione di cattura, d’ingombro che mi dava quella resina, quel panico infantile per non riuscir più a staccare le dita. Veniamo al pomeriggio della mia memoria. Avevo scorto, tra l’erba del prato, le margherite, miracolo di geometria, gentilezza di contrapposizione di colori, bianco e giallo, profumo intenso, che non ho più ritrovato da grande. Le prime nozioni innate di possesso e d’ordine, mi avevano spinto a coglierne una manciata. Creare un piccolo giardino, tutto mio. Non ricordo se mi fu dato quel consiglio, ma vedo la mia mano che spiana un piccolo quadrato di terra scura e v’infigge lo stelo di ogni margherita, secondo un disegno geometrico, semplice ma curato. Il giudizio estetico già s’intravede, se avverto un residuo di compiacenza su ciò che ho fatto, quasi un orgoglio adulto. –“Lucio..merenda!”- Un ordine, una tentazione obbligata di mamma, una pausa dovuta al gioco. Il sapore del burro a tocchi, dallo sbattere il latte, munto di fresco, nella bottiglia. Il pane, caldo di forno, vaporoso. Quel gesto lento e accurato di mamma nello spalmare e l’ultimo spruzzo di zucchero. In mano quella costruzione di piaceri gustativi, ritorno al dovere, al mio giardino. In pochi minuti è tutto mutato. Lo stelo delle margherite ha ceduto improvvisamente e tutte giacciono sdraiate nella terra scura. E’ come se la vita, in pochi attimi, fosse venuta a mancare. Hanno perso il colore, a corolle chiuse. Ed è per il dolore di questo quadro, che io ho conservato, per tutta la vita, l’intera sequenza. Mi ero imbattuto, per la prima volta, in un atto di pura morte.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:13
    La donna ragno

    Come comincia: Se ci guardiamo indietro, di un pugno d’anni..beh..non proprio un pugno, anche se sessantacinque anni sono niente di fronte all’eternità, scorgeremo di aver lasciato, alle spalle, un mondo con un pizzico d’infantile ingenuità, che ci farà affiorare un sorriso sulla bocca e nell’anima. Si era usciti da una guerra, è pur vero, e tutto acquistava il fascino di una vita nuova, senza bombe e deportazioni. L’immaginativo, imbrigliato negli anni oscuri, ora era libero di vagare, anche nei meandri dell’assurdo. Tutto era possibile, una volta che si fosse riacquistato il piacere di esistere. Mio padre aveva studiato all’università; persona attenta, coscienziosa, reduce da una divisa militare, eppure, quel pomeriggio d’autunno, a Genova, all’arrivo dei baracconi, in Piazza Brignole, si mise in fila, con me, per mano, tra altri genovesi, per pagare l’entrata a uno dei baracconi più fantasiosi dell’epoca, la Donna Ragno. Era gente comune, operai, studenti, famiglie intere, mosse da un solo impulso: entrare nel padiglione, a toccare, con mano, una delle orrende meraviglie del creato. Così promettevano i cartelloni dai vivaci colori, che tappezzavano, all’esterno, la tenda degli ambulanti. L’imbonitore, con un megafono gracchiante, prometteva orribili e inimmaginabili visioni. La gente, affascinata e imbrigliata dal dubbio di poter essere gabbata, si guardava attorno, con un tenue sorriso, chiedendo conferme, che nessuno era in grado di dare. Tanto valeva prendere il biglietto ed entrare! La televisione non c’era, la radio era di pochi, i giornali costavano. L’altro, il vicino contava per primo, come fonte d’informazione e di conferma in un dubbio. E quando il tuo vicino era in dubbio, tu eri in dubbio. Perciò si formò una fila silenziosa e severa di uomini, veri, spinti a costatare la veridicità di un falso. Mi è rimasta ancora quella visione. L’interno era all’oscuro. Si era tutti in piedi. La ghiaia rumorosa sotto le scarpe. Sulla parete di fronte un cerchio di luce violento. Poi, un entrare in un tubo di colori a mo’ di caleidoscopio. Sul fondo, in una ragnatela di un evidente cordame marino, al centro, il volto di una grassocia fattucchiera bionda, che rispondeva sorridente, alle domande oculate dell’imbonitore.
    -“ Come ti chiami?”
    - “Quanti anni hai?”
    - “ Di cosa ti cibi? “ e altre ancora, a terminare lo spettacolo. Voi pensereste a fischi e parolacce degli spettatori. No. Ricordo che uscimmo tra l’incertezza e la certezza di un qualcosa che avevamo voluto tutti che esistesse: la Donna Ragno.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:11
    Il volto di Dio

    Come comincia: Le Alpi, per me, sono state sempre la raffigurazione del coperchio della scatola di cioccolatini di nonna Olga. Una baita di legno scuro nel verde di un prato. Come fondale, una corona di punte rocciose, candide di neve. Nonna Olga ci teneva rocchetti di cotone colorato, che avevano uno strano profumo, che mi sembra ancora di ricordare, mentre percorro questo sentiero di montagna, che mi porta dalla Magdelene a Chamoix, perla aostana, che ha rifiutato il traffico delle automobili, a favore delle scarpe da joggin della più svariata categoria di camminatori. Ho difficoltà a convincermi di non essere ancora prigioniero di quella magica scatola. Una vecchia signora dalla pelle abbronzata, che contrasta con il candido reggiseno, ostentato con inconsueta gioventù, è ferma difronte a me, assorta, mistica. Guarda in alto. -” Ciao, bello, sei fantastico, oggi!”- Cerco l'oggetto della sua ammirazione e scopro alle mie spalle la mole immensa del Cervino. Ora sono io ad essere catturato da questo enorme blocco di pietra. Questa dominanza di forme e di masse sembra avvolgermi nella mia nullità. E' come quando si entra in una chiesa deserta. Un dialogo intimo, improvviso, imprevisto. Forse questo enorme sasso ha il volto di DIO.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:10
    Il toccasana di nonna Olga

    Come comincia: Nonna Olga, la nonna paterna, era il mio rifugio, da bambino. In una villa di paese, dove avevano trovato riparo dai bombardamenti di Genova, tutti i parenti meridionali di mamma, la sua camera era, per me, il posto più ambito, dove venivo sempre accolto e coccolato. Nei freddi inverni piemontesi, potermi rifugiare sotto la coperta di montone argentino, era, oltre che un’esperienza odorosa e tattile, un ritorno a un utero caldo e accogliente. Gli oggetti sparsi per la sua camera avevano un fascino particolare per le lontane provenienze. Il fratello, zio Enrico, navigante, le aveva portato regali da ogni porto del mondo. Ricordo un’iridescente veduta di Rio, fatta di ali di farfalle tropicali, bamboline in vari costumi nazionali, pettini d’osso, oltre a chimoni dai ricami fantasiosi, scialli andalusi, ventagli dalle forme più varie. Oggetti che, a ogni mia visita, andavo a ripassare con lo sguardo, intuendone il fascino di una lontananza, per me, irraggiungibile. Lei, tutta pizzi e merletti, odorava di colonia e di talco. Mi attardavo a scoprire tracce di cipria sulle sue guance; ne ricordo il profumo intenso. Una sua grazia di portamento e di espressione, era romana di origine, me la rendeva diversa dalle altre donne meridionali della casa. Correvo da lei per le cure, nei miei piccoli accidenti di vita. Se, ruzzolando tra i campi, mi escoriavo un ginocchio, sapevo che la sua preziosa scatoletta, simile a quella che racchiudeva, di solito, mentine colorate, mi avrebbe guarito. In questa occasione, conteneva una polverina gialla, miracolosa, venuta da chissà quale porto. Ne bastava una piccola spolverata sulla ferita sanguinante per creare la “crosticina”, arrecandomi subito il sollievo di essere curato. Il mio panico di bimbo cessava e il suo sorriso mi riportava al gioco interrotto. Nel “mal di pancia”, che a volte mi colpiva, dopo scorribande tra pruni carichi di frutta matura o filari d‘uva dorata, nonna Olga , superava, in cura, la camomilla della nonna materna, Amina. Non potevo non ricorrere alla sua boccettina dal vetro scuro, vero toccasana per questo tipo di male. Pochi centimetri di liquido marrone in un vetro spesso. Una targhetta in una grafia sconosciuta dichiarava la sua origine, aldilà di oceani e terre. “Un vero portento – ripeteva nonna Olga – la cura di tutte le mie emicranie”. Infatti spesso l’avevo vista assumere questo tipo di medicamento, con un immediato sollievo. Mi preparava una mezza tazzina di acqua, in cui faceva cadere una o due gocce di liquido nero. Avevo imparato a conoscere il miracolo di quella bevanda, che, dopo pochi minuti, mi toglieva il ”mal di pancia”, lasciandomi in uno stato di assoluta calma e benessere, inusitati per altre medicine. “ Laudano, laudano spegne ogni dolore…sia lodato!” Sento ancora la sua voce emozionata per l’avvenuta guarigione. Solo in tarda età, ripercorrendo gli anni, ho compreso ciò che mi somministrava nonna Olga OPPIO PURO!
    l.p.r.

    “Dei rimedi, che a Dio Onnipotente è piaciuto dare all’uomo per alleviare la sofferenza, nessuno è così universale e efficace, come l’oppio.” Sydenham 1680

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:08
    Notte alpina

    Come comincia: Noi genovesi siamo naviganti per una vita. L'orizzonte è il mare. Una linea di confine tra cielo e acqua, che ci si porta dietro, come una scultura mentale. Un largo di una sinfonia interiore, che dia respiro alla nostra vita. Chiusi in una stanza, sappiamo immaginarci quello scorcio di libertà che fuori ci attende per placarci dalle angustie della prigione quotidiana.
    Stasera, quassù, tra nere e scogliose cime, l'orizzonte scende dal cielo, a precipizio, in una linea zigzagata, appena orlata di uno strano chiarore. Nuvole, opache di luce, mi guardano, insolite, da basso. Il silenzio ha un linguaggio che non conosco. E' come se mi fossi perso, bambino, in un incubo nero. Ho desiderio, stasera, di una linea di orizzonte, una linea netta, sicura, che mi dia pace e riposo.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:06
    Natale con nonno Angelo

    Come comincia: Natale a Genova: avevo sette, otto anni. Nonno Angelo, nella casa di Via Casaregis, creava il suo capolavoro annuale, il pranzo di Natale. Era nato a Noto. Impiegato dello stato, messo in pensione dal fascismo, per aver alla fine dell’anno, buttato nel cestino dell’ufficio, il calendario a muro, oramai terminato. Quel calendario portava l’immagine di Mussolini. Gli fecero la spia e fu la sua fine sociale. Lo ricordo, alto, scuro, possente, pochi capelli, gli occhiali con stanghette d’oro. Era il padre-padrone meridionale. Le donne, mia nonna Amina, le figlie, zia Maria, e Franca, mia madre, ubbidivano in silenzio. Ma non lo amavano. Lo temevano. Lui, a me, aveva insegnato a leggere e scrivere durante la guerra, in campagna, con la sua stessa severità, con lo stesso mio timore. Quando ad elementari avanzate, andavo a trovarlo, prendeva un libro dalla sua biblioteca e mi ordinava: “Leggi a voce alta, con garbo e intonazione”. Ricordo con angoscia quelle visite. Mamma mi abbandonava con lui, nello studio, odoroso di vecchi libri e sentivo il chiacchierare gioioso delle donne, chiuse in cucina, che avrei voluto raggiungere. Io leggevo male, sotto quello sguardo, e penso di averlo continuato a fare, da adulto, nella vita, quando mi si chiedeva di farlo in pubblico. Ho continuato ad avvertire la sua presenza. Trascorremmo con lui due Natali, dopo la guerra, prima della sua morte. Non ricordo regali, forse sicuramente un libro di lettura scolastico, dato senza la coreografia di albero e presepe. Un dono che avrò subito trascurato, non avendone traccia nella memoria. La casa, vasta, buia, odorosa di cere di mobili. La sala da pranzo ricca di argenti, tirati a lucido per l’occasione. L’”argenteria” di nonno Angelo fu il solo punto di riferimento di una ricchezza sottaciuta, per tutta la famiglia. A questo proposito, ricordo la sua figura, nell’ultima battaglia partigiani-tedeschi, a Serravalle Scrivia, mentre si staglia sull’entrata del rifugio di campagna, una caverna, un rifugio per animali. Lui ha dietro il sole, sembra un ritaglio di carta nera. Alla sua destra una valigia di pelle marrone: l’"argenteria"! Al nostro arrivo, la mattina di Natale, la sala da pranzo era già un’esposizione di cibi, preparati il giorno prima da nonna Amina: insalata di polipo, salumi e formaggi vari, cassata siciliana, struffoli, babà, mostaccioli, esposti con cura. Ricordavano le origini siciliane di nonno e quelle lucane di nonna. Nonno restava chiuso in studio: leggeva a voce alta i classici latini. “Sta declamando Catullo, a Natale!”- Qualcuno degli invitati gli rimproverava. Le donne rumoreggiavano in cucina, in un gran da farsi. Ma regnava qui, l’unica isola di luce e di allegria di tutta la casa. Il resto era serioso e oscuro. In salotto gli adulti, vestiti a festa, fumavano, centellinando Malvasia, mentre zia Maria, suonava vecchie canzoni al piano. C’era una cerimonia che precedeva sempre, la preparazione del pranzo, l’accensione del braciere, da mettere sotto la tavola. Il clima natalizio, a Genova, è rigido e si era nell’angustia economica del dopoguerra. Adele, la cameriera, era incaricata della preparazione ed io la guardavo nel suo affannarsi. Per l’uopo sventolava una specie di ventaglio, fatto di penne di volatili. Uno strumento che mi affascinava per la sua ricchezza di colori. Quando i carboni erano rossi, si depositava il braciere sotto il tavolo della sala, a tenere tepore alle gambe. Ma…. sì c’era un ma, che mi ha fatto sempre pensare, con una certa severità, all’ignoranza o alla sbadataggine che regnava nella mia famiglia. Ricordo l’odore che si spargeva, per la sala, dal braciere: un odore acre, pungente, dapprima allettante, quasi fosse una droga da inalare. Mi accompagnava nell’euforia dei primi piatti, anzi forse finivo per ignorarlo, tra risa e parole dei commensali. Giunto alle carni, le narici mi bruciavano e la testa cominciava a pulsare. Perdevo l’appetito. La nausea saliva alla gola. Un sudore freddo scendeva nel collo.
    - “Lucio, non sopporta il braciere, non vedi che faccia ha? Portalo di là in cucina”- La voce di nonno. Era ancora un suo ordine. La festa continuava.
    E di là, vomitavo tutto il pranzo, mentre la vista mi si oscurava e quel sapore, o odore metallico mi invadeva. Perdevo conoscenza. Un sorso di Nocillo mi faceva tornare tra loro. Possibile, mi chiedo, che tutti, compreso mio padre, non conoscessero gli effetti dell’ossido di carbonio e il suo permanere, nell’ambiente, ad altezza di bambino? E questa nube di gas e di vomito copre, sfumandola, l’immagine di mio nonno, mentre dirige, allegro e gioioso, una tavola ricca e rumorosa, la tavola di Natale.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:04
    Aeroporto di Orly ore 10,30

    Come comincia: Ho visto la donna armata di un grosso fucile mitragliatore che veniva verso di me. Era bruna, longilinea. Una coda di capelli neri che le uscivano dal cappello militare. La tuta mimetica ricordava un film di guerra. Mi ha detto qualcosa in un francese stretto che non ho capito, mentre io attendevo che si aprisse il chek del Parigi-Napoli, seduto. Alzando ripetutamente la punta del mitragliatore verso l'alto mi ha fatto capire che dovevo mettermi in piedi e retrocedere. Continuava ad avercela con me. Sibilava una lingua che conosco. Altri suoi colleghi, nella stessa tenuta da guerra, erano sbucati dalle porte laterali e bloccavano le entrate e le ascensori. La gente si affollava man mano e si chiedeva cosa stesse accadendo. "Sta arrivando Sarkosy?" -qualcuno ironizzava. Nel frattempo mi sono accorto che le hostess erano sparite dietro gli sportelli. I negozi, evacuati, erano piantonati da altri militari armati. Metà aeroporto, difronte a me, era inspiegabilmente deserto e attraversato da militari che urlavano ordini. La poliziotta, in tuta mimetica, non era soddisfatta del mio modo di indietreggiare e mi faceva segno con la canna di andare indietro. Mi tenevo in quella posizione che mi dava respiro, avendo sempre temuto la folla, per un incidente occorsomi da piccolo. Infatti ,dietro di me ,iniziava quella massa globosa, inerte, rumoreggiante che ha nome folla. Dalle porte laterali sono sopraggiunti altri militari armati che, ora non più garbatamente, ci hanno fatto indietreggiare. Ho pensato in quel momento ai governi militari nel mondo. Laddove si permette il dialogo tra militare e civile: un dialogo che non può esistere, proprio perchè i codici sono diversi. La presenza di un arma è una parola senza vocabolario. - "Un bagage abbandonè"- è serpeggiato. E subito dopo, tutto si è risolto con un frettoloso recupero delle proprie posizioni e con la scomparsa dei militari.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:01
    Cuba 2010

    Come comincia: Daiana mi racconta che sua madre era la traduttrice russa di Fidel, ai bei tempi trascorsi. Castro l’aveva tenuta in braccio, più di una volta, da bambina. Lo ricorda ancora con piacere. Daiana è la guida di oggi, nel mini-bus governativo. Cristobal, l’autista, dice di essere alla terza moglie. Sorride, quando descrive la fuga da Cuba dello zio: aveva smontato tutti i mobili di casa, per ricavarne legno e con questo aveva costruito una chiglia alla sua Cadillac anni ’30, per renderla navigabile. La fuga riuscì, in barba all’esercito castrista. L’aria condizionata penetra nel sudore lasciato dai 36° esterni. Vecchie prestigiose limousine ci lasciano passare, affannando rumorosamente, sull’autostrada che va verso Trinidad. Il traffico è scarso. All’ombra dei cavalcavia, gruppi di cubani invocano un passaggio. Alcuni sventolano una banconota. -“Non abbiamo mezzi da trasporto e la gente si aiuta come può”. Mi spiega Daiana. “ La proprietà qui non esiste, dopo la rivoluzione. Il possesso delle cose avviene per eredità o scambio. Quasi tutto appartiene al governo. L’embargo americano del ’60 ha fermato il paese su quella data. Le auto sono quelle del periodo di Batista, quando circolavano i dollari americani.”
    -“ La Russia, quella dei missili a Cuba, dove è finita?” - le chiedo.
    -“ Nel passato ci ha aiutato moltissimo. Ha dato soldi, auto ai governativi e armi. Dopo la caduta del muro, è sparita. Ora siamo alla miseria, se non fosse per il turismo, che alimenta le casse dello stato. E’ l’unica industria. La canna da zucchero ha poca richiesta di mercato. Se non fosse per l’amicizia con Chávez, moriremmo di fame tutti. La Cina non ci trova convenienti e gira al largo.
    -“ Daiana, ti confesso che non ho visto la miseria nera del Brasile, quella delle favelas. Ho incontrato povertà. Questo basterebbe a giustificare un’ideologia. E pur vero che i tiranni sono dei poeti.”-
    -“ Questo è il vero comunismo rivoluzionario: assicurare a tutti un minimo per vivere. Con la tessera annonaria diamo il minimo di sopravvivenza giornaliera a tutti. Niente carne e pesce, che vanno agli alberghi turistici. I bambini hanno latte vero sino a sette anni, dopo, solo in polvere. La scuola è obbligatoria. O si lavora o si studia. Lo studio è gratuito. Altrimenti si finisce in istituti correttivi, vere prigioni. L’assistenza medica è per tutti, come lo sono le pensioni.”-
    -“ Quanto prende un pensionato a sessantacinque anni?-“ le chiedo-
    -“ Circa sei cuc al mese.”-
    Le ricordo che la sera prima, in un ristorante di Avana, per due bottigliette d’acqua e due caffè, mi avevano fatto pagare 12 cuc, circa due pensioni, in un solo colpo!
    -“ Le avevo detto che il turismo è la sola nostra industria”- mi sorride.
    -“Daiana, l’opposizione esiste?” mi butto, coraggiosamente.
    -“ Non sono ammessi altri partiti, tranne il Rivoluzionario. In questi giorni si è verificato un fenomeno nuovissimo, che ha scosso Cuba. “ Las damas en blanco”, un centinaio di donne, vestite di bianco, che , in silenzio, hanno attraversato, indisturbate, il centro dell’Avana, chiedendo notizie dei prigionieri politici.”-
    -“ Ma, le alte gerarchie dove vivono?”-
    -“ Non ci è concesso saperlo, per ragioni di sicurezza, dicono loro”. Sorride.
    -“ La TV e Internet?” – provo a insistere.
    -La TV, solo la locale. Noi guide e il personale degli Hotel governativi abbiamo accesso ai canali satellitari per i turisti. Siamo gli unici a conoscere ciò che accade nel mondo. Ma il nostro comportamento è seguito attentamente dagli organi governativi. Solo pochi di noi possono accedere alle spiagge famose di Cuba. Solo i fidatissimi possono avere contatti con i turisti. Internet è lenta, criptata, inutilizzabile.
    -“ Daiana, ancora una domanda..accetti tutto questo?”-

    -“A differenza di altri, so distinguere cosa posso accettare e no.”- Sento un tono d’orgoglio personale, in questa affermazione. Il trillo del suo cellulare governativo, rarità, me la ruba.
    Cuba luglio 2010

  • 22 marzo 2012 alle ore 12:36
    Il medico

    Come comincia: Mi guardavo il fianco. La maglietta era stropicciata e da uno sdrucitura che si apriva in tanti piccoli tentacoli di cotone si intravedeva il taglio sanguinolento che pulsava intriso di pus. Ero stato accoltellato. E ad accoltellarmi era stato Florian della comunità rom che stanziava in periferia insieme a baracche e baracconi. Ero convinto di non aver commesso nulla, ma la ferita sanguinava a rendermi partecipe di un’innata e insondabile colpevolezza. Mi strascinavo lungo la tangenziale con una mano al fianco lasciando dietro al mio passaggio una traccia vermiglia. Le auto sfrecciavano come animali in fuga nella savana. I conducenti guardavano dritto fissando un punto in lontananza, la loro meta, non badando a me che sudavo a freddo tra la vita e la morte. Il colpo subito era stato netto. Un lampo nella notte, un baleno. Poi il rombo dei motori che si avviavano e lo stridore delle gomme sulla terra secca di luglio.

    Ero rimasto da solo nella notte con una bocca aperta sul fianco che vomitava sangue infetto. Le civette e i pipistrelli si contendevano il trono regio della luna e le fate della radura vicina si tenevano lontane da me e dai miei dubbi peccati. Come un’ombra sghemba mi portai avanti nelle tenebre. Le luci della città brillavano distanti come lanterne di un galeone fantasma. Il cane di una fattoria vicina latrava, allertato dal minimo sospetto. Ciondolando e muovendo passi a fatica giunsi là dove iniziava la strada e la civiltà. I fari delle auto tagliavano la fitta nebbiolina di smog.  Cercai invano aiuto. I viandanti percorrevano l’asfalto concentrati sui problemi delle loro coscienze, delle loro vite. Chiunque li avrebbe giudicati come buoni cristiani, come esemplari padri di famiglia, ma dinanzi la sofferenza di uno sconosciuto non avevano osato accostarsi. Cavoli suoi, disse uno di loro tra sé e sé mentre ingranava la quarta. Camminai per un paio di chilometri. Ad ogni passo perdevo sempre più sangue. Le vetture sfrecciavano veloci come le bighe negli stadi. Il sudore mi incollava i capelli alla fronte. La paura invadeva ogni cellula. Provai ad alzare la mano, a supplicare aiuto, ma la diffidenza che suscitavo tra gli onesti cittadini che tornavano a casa dopo una dura giornata di lavoro, così conciato, era più forte della pietà.

    Un senzatetto che riposava  al limite della carreggiata, dove impera la sporcizia e i mucchi di polvere la fanno da padrone, vedendomi in difficoltà protese un braccio e mi allungò una bottiglia di sangiovese involta da una busta di carta. In volto era sporco come di caligine e vestiva abiti logori, e le maniche della giacca erano troppo corte. Indossava una camicia di fustagno macchiata in più punti e dei calzoni strappati sulle ginocchia. Con una smorfia rifiutai l’offerta di bere un goccio. Che ti è successo, mi chiese. Niente. Niente non sanguina come un fiume che ha spezzato la diga. Mi guardava sempre con il braccio proteso impugnando la bottiglia che emanava fetido alcol, suo unico compagno in quella notte carica di stelle e canti stonati. Tu hai bisogno di aiuto, affermò. Poi ruttò sonoramente. Sto bene, non c’è bisogno di preoccuparsi. Stanno venendo a prendermi. Nessuno verrà, spiegò con severità quasi leggendomi nell’animo. Sei solo, e perdi sangue. Chi ti ha aggredito. Nessuno. Sì, nessuno. Nessuno come quel nessuno che verrà a prenderti. Hai bisogno di un medico. Se non tamponi quella ferita non ne uscirai vivo. Fatti un goccio. No, grazie. Non mi va di bere. Peggio per te, il vino fa sangue. Mi guardai intorno. Mi trovavo a dibattere con un barbone e sanguinavo vistosamente. La vista cominciava ad annebbiarsi. Vado a chiamare aiuto, disse quello interrompendo il flusso irregolare dei miei pensieri. Non mi serve, sto bene. Ti serve eccome. Aspettami qui. Accomodati pure. Non è la reggia di Versailles ma starai più comodo che in piedi. Mi sedetti su un foglio di cartone e mi coprii con una coperta sfilacciata. Era luglio, faceva caldo, ma a quell’ora della notte la temperatura all’esterno si irrigidiva di qualche grado. Il vagabondo si allontanò di gran carriera. Lo vidi sparire all’orizzonte. Fu allora che persi i sensi. Venni svegliato un tempo indefinito dopo. Un volontario della croce bianca mi scuoteva con determinazione. Sveglia, signore. Come sta? Adesso la portiamo all’ospedale. In quattro e quattr’otto fui caricato sulla barella e inserito nella plancia dell’ambulanza. Le sirene, spiegate, aprivano la via tra i semafori. Una dottoressa mi parlava per tenermi sveglio. Mi chiese da dove venivo. A fatica le dissi che lavoravo in una fabbrica di buste da quindici anni ma che ero originario di un piccolo villaggio in provincia di Salerno. Con premura mi domandò come mi trovassi a Milano, su nel grande nord e così tanto lontano dagli affetti e dalla famiglia. Mi chiese anche se fossi sposato. Voltai il capo da una parte all’altra, simulando un tacito diniego. La maschera che mi copriva bocca e naso pompava ossigeno ai polmoni. Siamo arrivati, disse d’un tratto. L’autoambulanza arrestò la sua corsa. Ci fu un gran trambusto quando fui scaricato dal mezzo. Gli infermieri accorsero sgusciando dalle porte automatiche del pronto soccorso. In una viavai acceso mi portarono dentro. Un medico col camice bianco che sventolava come una bandiera al vento intimò di trasferirmi all’ambulatorio numero sette. La schiera di infermieri obbedì mascherando malcontento. Erano abituati ad essere trattati senza riguardo. La stanza dove mi abbandonarono era luminescente e odorava di candeggina.

    Il medico entrò sbattendo la porta. Lo stetoscopio stretto al collo. Respiravo a fatica. Cosa le è successo, mi interrogò. Sono stato aggredito. Aggredito da chi. Uno zingaro. Ha contatti con gli zingari, chiese sospettoso. No, spiegai. Da dove viene? Cosa c’entra? Sa, di questi tempi. Ma mi dica, dove è stato colpito. Al fianco, sussurrai in uno spasmo di dolore. Come mai era in compagnia di quell’uomo? Mi sono trovato lì per caso. È scoppiata una lite, sono finito nel mezzo. Quando la banda è andata via ero piegato nella polvere e ferito. Cosa è successo, mi dica. Non lo so, dottore. Sto perdendo le energie. È stato accoltellato in un campo rom e non sa come e perché è successo. Capisce bene che suona strana come analisi dei fatti. Le ho detto che non le so spiegare l’accaduto. Il dolore mi martellava i sensi. La ferita intanto sanguinava vistosa ma il medico non se ne curava. Avete avvertito la polizia? No. Allora chi ha chiamato i soccorsi. Un senzatetto, dissi stringendo i denti. Sentivo che il fiato cominciava a mancarmi. Le fitte erano strazianti. Da quanto in qua frequenta malintenzionati? Non era un malintenzionato, era semplicemente un senzatetto. Senza di lui a quest’ora sarei già morto. Ma la prego, dottore, il dolore si sta facendo insopportabile. Tossii sputando sangue. Un lembo del camice del medico si macchiò. Per tutti  i diavoli! faccia attenzione, mi rimproverò. È meglio che avverte il suo avvocato. Perché, chiesi spazientito. Perché la storia non mi convince, è lacunosa. Sono costretto ad avvisare le forza dell’ordine. Cristo, dottore, faccia pure ma intervenga. Sto morendo dissanguato. Ha un avvocato, domandò circospetto. No, replicai in un filo di voce. Ognuno di noi ha un avvocato. Dovrebbe averlo anche lei. Io non ce l’ho. Non ho mai avuto a che fare con la giustizia, per fortuna. Devo dedurre che risolve da sé le proprie questioni legali. È forse per questo motivo che si è ritrovato in questa brutta faccenda. Io sono innocente dottore, non ho fatto nulla. Sto perdendo conoscenza. Presto, chiami qualcuno. Ne riparleremo domani, quando sarò fuori pericolo. Il dottore sembrò soppesare la ferita con lo sguardo. Poi infilò le estremità dello stetoscopio negli orecchi e mi auscultò il battito. Sembra apposto, disse. Lei è in piena salute. Dottore, protestai, ho uno squarcio nel fianco destro. Ho perso già tantissimo sangue. Ho bisogno di essere curato altrimenti morirò. E così dicendo mi sollevai mostrando la ferita al medico. Avevo i nervi a fior di pelle. Com’era possibile che non si accorgesse della situazione di gravità. Resti calmo, disse semplicemente. Non vedo nulla di cui preoccuparsi. La lettiga era un pozza densa. Il sangue si era sparso anche sul pavimento come prova irrefutabile. Come faccio a rimanere calmo se sto morendo, gridai. Il medico s’irrigidì e mi guardò fisso negli occhi. Infermiera, urlò. Sì, dottore, rispose una flebile voce dalla stanza accanto. Mi chiami le guardie. All’istante due omaccioni entrarono nell’ambulatorio e mi afferrarono i polsi. Provai a dimenarmi ma le forze erano fluite lontano con il sangue perso.  Mi legarono alla barella che ero sul punto di svenire. Quando mi calmai il dottore mi toccò la fronte. È bollente, esclamò. Vedrà che con una bella dormita le passerà tutto. Non ho la febbre, dottore. Le parole ora si mischiavano alle lacrime. Perché vuole farmi morire? Morire? Giovanotto, ma cosa va raccontando. Sono un medico rinomato. Lavoro in questa città da quando lei era in fasce e nessuno si è mai lamentato delle mie cure. Questa notte la terremo sotto osservazione ma domattina lascerà la struttura e andrà in questura a costituirsi. Io non ho fatto niente, come devo spiegarglielo. Non deve spiegarlo a me, infatti, ma dovrà raccontare la sua versione dei fatti alla polizia. Non posso tenere un soggetto socialmente pericoloso nel mio ospedale. Io sono un onesto cittadino. Non può infangare la mia onestà. Se non ha nulla da temere perché si preoccupa tanto di presentarsi in questura? Io non temo di presentarmi in questura, ho paura di non sopravvivere alla notte. Ma suvvia, rise il dottore, che era anche un emerito professore di università. Nessuno è mai morto per una banale febbre. Ora la saluto, e, mi raccomando, faccia il bravo. Strabuzzai gli occhi per l’incredulità. Dottore, non può lasciarmi in queste condizioni. Guardi il mio fianco, è lacero. Guardi il pavimento, è un torrente di sangue. Con un vago gesto  della mano il dottore ordinò agli uomini che mi tenevano fermo di ritirarsi. Andate pure, disse. La febbre gli sta provocando delle allucinazioni. Una bella dormita lo rimetterà in sesto. I due si guardarono e accennandomi un saluto di compatimento levarono le tende. Il dottore mi guardò per l’ultima volta, poi alzò i tacchi e andò via. Le sue scarpe lasciavano inconfondibili tracce di sangue.  

  • 21 marzo 2012 alle ore 18:47
    Quando l'individualità era peccato

    Come comincia: -Papà, io...
    -Io? Come sarebbe a dire, "io"!
    Il bambino vorrebbe tanto poter andar fuori a giocare coi suoi piccoli amici... tira su con il naso, e il papà nean¬che se ne accorge.
    -Ma papà, io vorrei...
    E il padre, titolo di studio nessuno: la terza elementa¬re neppure terminata...
    -Io? Cosa sarebbe quell'io!.. Ah, Io! Satellite di Giove!!!

    (Giugno - 1993)

  • 20 marzo 2012 alle ore 21:42
    Ranu e Fae

    Come comincia: “Sei la mia grande disgrazia”, diceva sempre mia madre con quella rabbia paurosa che le faceva dilatare gli occhi a dismisura.
    Avevo vissuto da troppo poco tempo per leggere quelle parole come odio viscerale.
    Subito dopo, lei  si pentiva del tono, abbassava la voce, scrutava il mio tormento e rideva.
    Ricordo ancora quella risata a cui mi aggrappavo per non morire di terrore.
    Lei mi prendeva in braccio e mi cullava tenendomi sulle ginocchia.
    “ Tu sei la mia brutta bambina ,tu sei la mia sporca bambina”;cantilenava piano come se non volesse ascoltare le sue stesse parole.
    Ed io, l'abbracciavo in silenzio. Troppo piccola per piangere.
    I miei capelli in quel periodo erano lunghi e neri; i boccoli scendevano morbidi sulle spalle;il mio viso era sempre impaurito; le mie mani non potevano fare altro che tremare.
    Non c'era nessuna somiglianza tra il mio viso e quello di mia madre.
    Non c'era nessuna somiglianza tra il mio viso e quello di mio padre.
    Una volta camminai sulla strada bianca, ma non era una strada di campagna;sentivo il fango sulle scarpe e sentivo la polvere che si alzava da lontano e aspettavo la notte della luna grande, quella che vedevo apparire dietro il campanile della chiesa di Santa Vittoria: un disco enorme che copriva il silenzio del paese e che si abbatteva sulle case dalle facciate arancioni, azzurrine e anche color salmone. Tutte uguali.
    Case basse costruite su una strada in salita; case alte a due pieni costruite sulla strada in discesa.
    Quando avevo sei anni sapevo contare e leggere i numeri e non andavo ancora a scuola.
    “ Perché le case non hanno numeri nonna? “ chiesi un giorno alla nonna.
    “ Perché qui in paese a noi non servono i numeri; qui ci conosciamo tutti.
    “ Vieni, adesso pettinami i capelli” , diceva prendendomi per mano.
    La nonna aveva due trecce lunghe e sottili che avvolgeva sul capo creando un intreccio sulla fronte.
    Toglieva le lunghe forcine che appuntavano e modellavano le ciocche intrecciate alla nuca;ogni giorno creava la stessa acconciatura e la testa prendeva l'aspetto di una scultura,
    come quella che c'era nell'ambulatorio e che tutti chiamavano “la greca”.
    “ Sei tanto piccola e già tanto brava, dolce” diceva porgendomi il pettine d'osso.
    “ Raccontami una storia nonna” , chiedevo mentre il pettine incideva le ciocche dorate che cedevanodolcemente alla forza delle mie piccole dita.
    “ Ti ho già raccontato la storia di Ranu e fae?”
    “ Si nonna, ma raccontala ancora” rispondevo contenta.
    “ C'era una volta una ragazzina che aveva circa la tua età e viveva in posto molto lontano da qui.
    La sua famiglia era molto povera e alla sera tutti si riunivano intorno a un grande tavolo, le ciotole non erano mai piene e il pane veniva tagliato in dodici pezzi. “
    “ Come gli apostoli nonna? “
    “ si Dolce, come gli apostoli. Dodici pezzi, troppe divisioni e neppure una moltiplicazione.
    Quella casa era stata abbandonata dal cielo e Cristo abitava molto lontano da quel posto isolato e deserto.
    Loro sapevano fare solo le divisioni, figlia mia, ma a forza di dividere a un certo punto non restò più nulla, sai? “
    “Si nonna, continua”
    “Però fammi continuare” , dicemmo contemporaneamente.

    “ Una sera, erano tutti intorno al tavolo spoglio, dodici bocche da sfamare che guardavano l'unico grano di fava
    che apparecchiava la mensa. La ragazzina era molto magra e i suoi fratelli avevano spalle ossute di stenti.
    I genitori avevano dimenticato il suono della loro voce. In silenzio la bambina si allungò sul grano di fava
    – ti ho detto che aveva circa la tua età? Si si, all'incirca gli anni tuoi Dolce!”
    “Si nonna, e dopo? Continua”, chiedo impaziente.
    “In questo grano di fava” continuò la nonna” c'è la nostra ricchezza mamma. Io vado a cercare fortuna oltre il bosco e tornerò solo quando avrò ricavato oro da una fava.”
    La nonna sapeva raccontare bene ed io mi lasciavo trascinare dalle storie.
    Avevo sette anni quando abbandonai la casa di mia madre.
    In casa nostra il cibo non mancava mai e il bosco era molto lontano ma la mattina della mia decisione passai a casa della nonna. Volevo salutarla e sapevo che mi sarebbe mancata moltissimo.
    Aveva ancora i capelli raccolti sulla nuca e l'odore del caffè buono invadeva la casa.
    “Posso darti un bacio nonna?” domandai salendo sulla sedia di paglia.
    “ Vado a cercare il tesoro del grano di fava! ”
    Nonna rise e mi abbracciò.
    “Vai, vai a giocare Dolce e non stare via troppo a lungo.” Così presi un pezzo di pane vecchio dal tavolo, un biscotto e cinque chicchi di grano.
    “ Se con un grano di fava una bambina ha trovato fortuna per tutti, a me andrà sicuramente meglio con cinque chicchi di grano” pensai, allontanandomi saltellando.